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Monte-Cristo's Daughter

by Edmund Flagg · in Italian

LA FIGLIA DI MONTE-CRISTO.

SEGUITO DEL GRANDE ROMANZO DI ALESSANDRO DUMAS, "IL CONTE DI MONTE-CRISTO", E CONCLUSIONE DI "EDMOND DANTÈS".

DI

EDMUND FLAGG

"LA FIGLIA DI MONTE-CRISTO", un romanzo straordinariamente brillante, originale, eccitante e avvincente, è il seguito de "Il Conte di Monte-Cristo", il capolavoro di Alessandro Dumas, nonché la continuazione e la conclusione di quel grande romanzo che è "Edmond Dantès". Possiede una rara potenza, un interesse che non viene mai meno e un intreccio complesso che, per abilità costruttiva ed efficace sviluppo, non ha rivali. Zuleika, la bellissima figlia di Monte-Cristo e Haydée, ne è l'eroina, e il suo corteggiatore, il Visconte Giovanni Massetti, un giovane romano ardente e impulsivo, l'eroe. Quest'ultimo, a causa di un flirt con una graziosa fioraia, Annunziata Solara, finisce coinvolto in un labirinto di sospetti che lo indicano come un rapitore e un assassino, provocando la sua separazione da Zuleika e riducendolo alla follia. Lo scioglimento di queste intricate complicazioni costituisce il tema principale dell'avvincente libro. Il romanzo abbonda di scene d'amore appassionate e avventure emozionanti. Il Conte di Monte-Cristo vi figura ampiamente e vengono introdotti numerosi personaggi di Monte-Cristo. "LA FIGLIA DI MONTE-CRISTO" è l'ultima aggiunta alla famosa serie dei Petersons, composta da "Il Conte di Monte-Cristo", "Edmond Dantès", "La Contessa di Monte-Cristo", "La Moglie di Monte-Cristo" e "Il Figlio di Monte-Cristo".

NEW YORK:

WM. L. ALLISON COMPANY

EDITORI.

INDICE

Capitolo. Pagina. I. MONTE-CRISTO E LA PRIMA DONNA 21

II. UNA EPISTOLA INVIATA STRANAMENTE 33

III. L'INTRUSO NEL GIARDINO DEL CONVENTO 45

IV. UN COLLOQUIO BURRASCOSO 57

V. ANNUNZIATA SOLARA 69

VI. IL POTERE DI UN NOME 81

VII. NELLA CAPANNA DEL CONTADINO 91

VIII. UN IDILLIO SILVESTRE 101

IX. IL RAPIRE 112

X. LA CONTESSA DI MONTE-CRISTO 130

XI. IL MENDICANTE E I SUOI COMPAGNI 142

XII. PADRE E FIGLIA 156

XIII. L'AVVENTURA DI MORCERF 166

XIV. ZULEIKA E LA SIGNORA MORREL 183

XV. UN INCONTRO INASPETTATO 195

XVI. TRA LE ROVINE DEL COLOSSEO 206

XVII. LA STORIA DI PEPPINO 218

XVIII. ALTRO SULLA STORIA DI PEPPINO 228

XIX. IL MANIACO DEL COLOSSEO 238

XX. L'ISOLA DI MONTE-CRISTO 248

XXI. ZULEIKA APPRENDE LA VERITÀ 264

XXII. IL MEDICO MERAVIGLIOSO 274

XXIII. UN MIRACOLO MODERNO 285

XXIV. UNO SCONTRO DISPERATO 296

XXV. UNA VISITA AL RIFUGIO 306

XXVI. VAMPA E MONTE-CRISTO 316

XXVII. LE RITORSIONI DEI BANDITI 326

XXVIII. L'INCURSIONE CONTRO I BANDITI 336

XXIX. IL PROCESSO DI VAMPA 346

XXX. GIOIA SENZA CONFINI 363

LA FIGLIA DI MONTE-CRISTO.

_SEGUITO DEL GRANDE ROMANZO DI ALESSANDRO DUMAS, "IL CONTE DI MONTE-CRISTO", E CONTINUAZIONE E CONCLUSIONE DI "EDMOND DANTÈS"._

CAPITOLO I.

MONTE-CRISTO E LA PRIMA DONNA.

Il Conte di Monte-Cristo era a Roma. Aveva affittato uno dei numerosi palazzi privati, il Palazzo Costi, situato su un ampio corso vicino al punto in cui Ponte Sant'Angelo collega la Roma vera e propria con quel sobborgo transtiberino noto come Città Leonina o Trastevere. La nobiltà romana, priva di mezzi, era sempre pronta ad affittare i propri palazzi a stranieri titolati e ricchi, e Ali, agendo per conto del Conte, non aveva incontrato alcuna difficoltà a procurare al suo padrone una dimora che persino un potente avrebbe potuto invidiargli. Si trattava di un edificio elevato e comodo, costruito in marmo bianco secondo un design architettonico antico, e che dominava dai suoi ampi balconi una bella vista sul Tevere e sulla riva occidentale, sulla quale svettavano quell'immensa prigione e cittadella, Castel Sant'Angelo, e il più grande palazzo del mondo, il Vaticano.

Il Conte di Monte-Cristo aveva sempre amato Roma per la sua antichità pittoresca e misteriosa, ma la missione che vi svolgeva al momento non aveva nulla a che fare con i suoi gusti personali. Si era stabilito per un certo tempo nella Città Eterna affinché sua figlia Zuleika, la figlia di Haydée[1], potesse terminare la sua istruzione presso una famosa scuola conventuale condotta sotto gli auspici della Congregazione del Sacro Cuore.

Zuleika aveva quindici anni, ma ne dimostrava molti di più, avendo la precoce maturità delle greche, il cui sangue ardente, per parte della defunta madre, scorreva nelle sue vene giovanili. Aveva raggiunto la sua piena altezza, ed era alta e ben sviluppata. Somigliava molto a sua madre, possedendo una bellezza brillante del tipo orientale, sognante e voluttuoso. I suoi capelli erano folti e neri come la notte. Aveva occhi scuri e scintillanti, denti di perla, labbra piene e color rubino, e piedi e mani che erano di una minutezza fiabesca, oltre a essere miracoli di grazia e di squisita forma. Per temperamento era più simile a Haydée che al Conte, sebbene possedesse la prontezza di decisione e la fermezza di suo padre, con l'aggiunta di gran parte del suo entusiasmo.

Il Palazzo Costi era magnificamente arredato, quindi il Conte non aveva apportato modifiche a tale riguardo, portando con sé solo il guardaroba di famiglia e una parte della sua biblioteca, composta principalmente da manoscritti orientali scritti con strani caratteri cabalistici e comprensibili a nessun altro se non a lui stesso.

La servitù era composta esclusivamente dal Conte, suo figlio Esperance[2], sua figlia Zuleika, il fedele muto nubiano Ali e cinque o sei domestici tra uomini e donne. Non avendo altro scopo che l'educazione della figlia, il Conte desiderava vivere nel ritiro più totale possibile, ma gli era impossibile mantenere segreta la sua presenza, e non appena si era saputo che si trovava a Roma, era stato assediato da schiere di visitatori appartenenti alla più alta nobiltà, tra i quali si mescolavano numerosi patrioti, discepoli dello sfortunato Savonarola, distinti per la loro ferma devozione alla causa della libertà italiana.

Di buon mattino, il giorno in cui si apre questa narrazione, il Conte di Monte-Cristo sedeva da solo in un piccolo appartamento del Palazzo Costi, che era stato adibito a suo studio e nel quale i suoi preziosi manoscritti erano conservati in armadi chiusi a chiave. Il Conte aveva davanti a sé una copia di un giornale romano e i suoi occhi erano fissi su un paragrafo che sembrava averlo affascinato come il serpente affascina l'uccello. Il paragrafo diceva quanto segue:

"Mlle. Louise d'Armilly, la famosa prima donna, che stasera canterà al Teatro Apollo il suo grande ruolo di Lucrezia Borgia, ha, a quanto pare, un profondo mistero impenetrabile che la circonda. È francese di nascita e si dice che sia la figlia di un banchiere, svanito in circostanze particolari, ma, poiché lei rifiuta categoricamente di parlare della sua storia, possiamo solo riferire le voci che la riguardano per quello che valgono. M. Leon d'Armilly, fratello della prima donna, che la accompagna nell'opera di Donizetti, anch'egli rifiuta di essere comunicativo. Ad ogni modo, il solo accenno al mistero ha già causato un certo fremito di eccitazione negli ambienti dell'alta società e questo è sufficiente a garantire il tutto esaurito."

"Louise d'Armilly!" mormorò il Conte, quasi a voce alta. "Il nome mi è familiare, certamente, sebbene non riesca ora a ricordare dove io possa averlo visto o sentito prima. La signora è francese di nascita, dice il giornale, e questo fatto, almeno, è un pretesto sufficiente per me per farle visita. Le farò visita come connazionale, e il colloquio dimostrerà se mi sia nota."

Il Conte si alzò, andò alla sua scrivania e, sedutosi, scrisse la seguente breve epistola:

"Edmond Dantès[3], Conte di Monte-Cristo, desidera il permesso di far visita a Mlle. Louise d'Armilly alle dieci di questa mattina. In questo desiderio M. Dantès è mosso esclusivamente dal desiderio di deporre l'omaggio di un francese ai piedi di un'artista così distinta della sua stessa nazione come Mlle. d'Armilly."

Avendo finito, sigillato e indirizzato questa nota, il Conte suonò un campanello a cui rispose immediatamente il sempre vigile nubiano.

"Ali," disse il Conte, in lingua araba, "porta questa lettera all'Hotel de France e attendi una risposta."

Il fedele servitore si inchinò quasi fino a terra, prese la missiva e partì. Quando se ne fu andato, il Conte percorse l'appartamento con i lunghi passi abituali in lui quando era assorto da qualche pensiero onnipotente.

"Sicuramente," mormorò, "questa artista non può interessarmi personalmente in alcun modo, eppure provo un sottile presentimento che sarebbe saggio da parte mia vederla."

Stava ancora passeggiando nello studio quando Ali tornò. Il volto solitamente impassibile del nubiano mostrava tracce di eccitazione e orrore. Si prostrò ai piedi del padrone e, con il viso premuto contro il pavimento, sollevò la mano, presentando al Conte l'identica lettera di cui era stato latore.

"Perché, come va, Ali?" chiese il Conte, accigliandosi. "La mia lettera rimandata indietro senza risposta. Anche il sigillo è stato rotto. Deve essere stata letta."

Il muto si alzò lentamente e iniziò un'eloquente pantomima che il suo padrone tradusse prontamente in parole: "Sei andato all'Hotel de France e hai fatto recapitare la lettera. In dieci minuti ti è stata restituita dal cameriere della signora, il quale ha detto che tutta la risposta che il Conte di Monte-Cristo meritava dalla sua padrona era scritta sul retro."

Ali annuì con la testa in conferma della traduzione del suo padrone, con l'aria di chi si aspetta di essere severamente rimproverato per essere stato il portatore di tale indignità. Il Conte, tuttavia, si limitò a sorridere. La curiosità prevaleva in lui più della rabbia. Girò la lettera e lesse, scritte a matita con mano di donna, la seguente breve ed enigmatica ma offensiva comunicazione:

"Ogni francese, tranne l'ignominioso M. Dantès, il cosiddetto Conte di Monte-Cristo, sarebbe il benvenuto presso Mlle. d'Armilly. Quella persona lei non desidera vederla e non lo farà."

Il Conte era perplesso e anche divertito. Il fervore della prima donna lo fece sorridere. Certamente non la conosceva, certamente non l'aveva mai vista. Perché allora era così aspra contro di lui? Non riusciva a cavarne nulla. Era possibile che il suo nome fosse davvero così familiare come gli era sembrato? L'irata artista aveva sicuramente sentito parlare del Conte di Monte-Cristo e, pertanto, non poteva sbagliarsi riguardo alla sua identità, ma in che modo avrebbe potuto offenderla o incorrere nella sua rabbia? Più rifletteva sulla faccenda, più si sentiva perplesso. Mentre discuteva tra sé e sé su quale azione dovesse intraprendere, ci fu un bussare alla porta e un domestico entrò, porgendogli un biglietto da visita sul quale era iscritto: "Capitano Joliette".

"Ah!" esclamò Monte-Cristo, "arriva al momento giusto. Mi aiuterà a risolvere questo mistero."

Fece cenno ad Ali di uscire dallo studio e ordinò al valletto che aveva portato il biglietto di far entrare subito il visitatore. Un istante dopo il Capitano Joliette entrò nella stanza. Il Conte scattò in avanti per accoglierlo.

"Benvenuto, Capitano," disse. "Non vi vedo dalle nostre emozionanti avventure in Algeria[4]. Spero che siate bene e felice. A proposito, cosa fate a Roma? Non ero a conoscenza del fatto che foste qui."

"Sono qui semplicemente per caso," rispose il giovane soldato, con un rossore che smentiva le sue parole. "Ero in Italia per una piccola gita di piacere e naturalmente sono finito nella Città Eterna. Ho appreso solo questa mattina che eravate alloggiato a Palazzo Costi e mi sono affrettato istantaneamente a porgervi i miei rispetti."

Quando i loro cordiali saluti furono conclusi e si furono seduti fianco a fianco su un comodo divano lussuosamente rivestito di seta cremisi, il Conte disse, bruscamente:

"Capitano, avete mai sentito parlare di una cantante d'opera francese chiamata Louise d'Armilly?"

Di nuovo il giovane arrossì profondamente, circostanza che non sfuggì alla stretta osservazione del suo compagno, che intuì istantaneamente che la famosa prima donna contava di più nelle ragioni che avevano portato il Capitano a Roma di quanto quel galante guerriero fosse disposto ad ammettere.

"Sì," balbettò Joliette, "ho sentito parlare di lei, e si dice che sia una signora straordinariamente affascinante oltre che una grande artista."

"Il vostro tono è entusiasta, mio caro Capitano," rispose Monte-Cristo, sorridendo piacevolmente. "Forse avete familiarità con Mlle. d'Armilly."

"Beh, a dire il vero, Conte," disse Joliette, ridendo, "ho familiarità con lei, e, curiosamente, parte della mia missione qui oggi era chiedervi di occupare un palco alla rappresentazione di 'Lucrezia Borgia' di questa sera. Accetterete?"

"Con vero piacere," fu la pronta risposta di Monte-Cristo. "Desidero vedere questa misteriosa prima donna per più di una ragione. In primo luogo, il suo nome mi è vagamente familiare, sebbene non riesca a ricordare dove io l'abbia mai sentito, e, in secondo luogo, lei ha rifiutato categoricamente una mia visita non più tardi di questa mattina."

Joliette sembrò molto sorpreso.

"Rifiutato una vostra visita, Conte! Non ci crederei se non lo sentissi dalle vostre stesse labbra. Mlle. d'Armilly deve essere pazza! Non può certo sapere che onore sia ricevere una visita dal Conte di Monte-Cristo!"

Il Conte sorrise nel suo modo peculiare e consegnò al Capitano la singolare risposta di Mlle. d'Armilly alla sua nota. Il giovane la guardò con stupore, leggendola più e più volte; infine balbettò:

"È la sua calligrafia, ma cosa può intendere?"

"È esattamente ciò che vorrei sapere, e vedo dal vostro modo di fare e dalle vostre parole che siete impotente nell'illuminarmi. Tuttavia, potete dirmi chi è questa Mlle. d'Armilly, e ciò con ogni probabilità mi fornirà la chiave per il suo trattamento piuttosto meschino nei miei confronti."

"Mio caro Conte, ho familiarità con la giovane signora, è vero, ma, come voi, sono in totale ignoranza per quanto riguarda la sua storia. È francese, questo è evidente, e si è spinta fino ad ammettere con me che Louise d'Armilly è solo il suo nome d'arte, ma quale sia il suo vero nome si è rifiutata più di una volta categoricamente di rivelarmelo. È altrettanto reticente riguardo alle voci che circolano sul suo conto. Siete, senza dubbio, consapevole che si dice sia la figlia di un banchiere francese misteriosamente scomparso. Lei né smentisce né conferma; mantiene semplicemente un ostinato silenzio ogni volta che viene menzionato in sua presenza."

"Il vostro racconto mi interessa molto, Capitano," disse Monte-Cristo. "Siete più privilegiato di me in quanto godete della conoscenza di questa eccentrica giovane signora, ma non sembra riporre un grado di fiducia maggiore in voi che in me, poiché non vi ha detto assolutamente nulla."

"Beh," disse Joliette, "la vedrete stasera, ad ogni modo, nonostante il suo divieto. Non può tenervi fuori dal teatro, perché il palco è acquistato ed ecco i biglietti."

"Ma lei sarà arrabbiata con voi, Capitano," disse il Conte, astutamente, "per aver portato un tale uditore indesiderato. Faccio meglio ad andare da solo e occupare qualche posto oscuro. Non desidero che perdiate i sorrisi di Mlle. d'Armilly per me."

"Sciocchezze!" rispose Joliette, "c'è chiaramente qualche errore. Lei non vi conosce, non vi riconoscerà. Vi ha certamente confuso con qualcun altro."

"Forse sì," disse Monte-Cristo; "ma le memorie delle donne sono buone, e vi avverto che state correndo un grave rischio."

"Nessuno, ve lo assicuro. È più che probabile che, nel rispondere alla vostra nota come ha fatto, Mlle. d'Armilly sia stata influenzata esclusivamente dal capriccio. Se dopo lo spettacolo dovesse chiedermi chi fosse il mio compagno, ho solo da farvi un nome fittizio e lei non ne saprà nulla."

Quella sera il Capitano Joliette e il Conte di Monte-Cristo si fecero strada attraverso la folla densa davanti al Teatro Apollo, e furono finalmente condotti in un palco di proscenio inferiore che dominava una vista completa del palcoscenico. Monte-Cristo cercò istintivamente rifugio dietro le tende e i drappeggi del palco, dove poteva sedersi inosservato ed essere comunque in grado di scrutare da vicino la misteriosa cantante che sembrava nutrire un'avversione così intensa per lui.

Sebbene fosse ancora presto, il teatro era già gremito in ogni parte, e folle non riuscivano nemmeno ad accedere. Il vasto pubblico era composto principalmente dalla migliore e più alla moda società di Roma. Includeva molti della più alta nobiltà, che occupavano i palchi che detenevano per la stagione. Ovunque incontravano l'occhio le toilettes eleganti e dai colori vivaci delle signore, mentre i gentiluomini erano brillanti nell'abbigliamento da festa. Giovani volti freschi e nobili volti anziani erano fianco a fianco, la bellezza della giovinezza e l'imponenza dell'età, e i volti maschili non erano meno sorprendenti di quelli femminili. Veramente, era un grande assemblaggio, uno che avrebbe dovuto deliziare il cuore e lusingare la vanità anche della più capricciosa delle prime donne.

All'inizio vi fu un basso brusio di conversazione in tutto il teatro, insieme a visite preliminari da palco a palco, ma il fremito iniziò a placarsi quando apparvero i musicisti, e nel momento in cui furono ai loro posti nell'orchestra regnò il silenzio assoluto. Quando il direttore fece la sua apparizione, fu accolto con uno scoppio di applausi, che riconobbe graziosamente con un profondo inchino. Poi afferrò la sua bacchetta, picchiettò leggermente sul leggio davanti a lui, e iniziò la deliziosa ouverture della grande opera di Donizetti.

Al suo termine il sipario si alzò lentamente e l'opera ebbe inizio. Mlle. d'Armilly uscì a tempo debito, e il teatro risuonò davvero di applausi di benvenuto. Cantò divinamente e recitò con arte consumata, ricevendo forti bis per tutti i suoi numeri. Monte-Cristo, che era appassionatamente amante della musica, colse l'entusiasmo prevalente e gradualmente emerse dal riparo delle tende e dei drappeggi protettivi. Aveva esaminato Mlle. d'Armilly attentamente attraverso il suo binocolo ed era profondamente convinto che fosse una perfetta sconosciuta per lui, sebbene di tanto in tanto un tono, un gesto o un movimento del corpo trasmettessero vagamente un senso di riconoscimento di qualche tono, gesto o movimento che aveva sentito o visto da qualche parte prima. Il Conte, tuttavia, rifletté che tutte le donne possedevano certi punti di somiglianza nella voce e nel portamento; passò, quindi, sopra le presenti coincidenze come puramente accidentali, non pensandoci più.

Per molto tempo Mlle. d'Armilly non guardò verso il palco occupato dal Capitano Joliette e dal Conte di Monte-Cristo[5], e non fu che quando il primo le lanciò una costosa corona di fiori che lei volse gli occhi in quella direzione. Stava per inchinarsi in segno di ringraziamento, quando il suo sguardo si posò sulla figura statuaria del Conte. Istantaneamente si fermò al centro del palco, divenne mortalmente pallida sotto il trucco, e, con un grido acuto, cadde in svenimento. Il sipario fu immediatamente abbassato e il direttore, dichiarando che la prima donna era stata colta da improvvisa e allarmante indisposizione, congedò il pubblico. Il Capitano Joliette corse nel camerino di Mlle. d'Armilly e il Conte di Monte-Cristo riprese la via per Palazzo Costi, assolutamente sconcertato da ciò che era accaduto.

NOTE A PIÈ DI PAGINA:

[1] Un resoconto completo della vita di Haydée si troverà in quel grande romanzo "La Moglie di Monte-Cristo", pubblicato completo e integrale da T. B. Peterson & Brothers, Philadelphia.

[2] Un resoconto completo della sua vita e della notevole carriera di Esperance si troverà in quell'avvincente romanzo "Il Figlio di Monte-Cristo", pubblicato completo e integrale da T. B. Peterson & Brothers, Philadelphia.

[3] Per un resoconto completo della vita e della carriera di "Edmond Dantès", uno dei romanzi più potenti ed emozionanti mai pubblicati, si veda "Edmond Dantès", pubblicato completo e integrale da T. B. Peterson & Brothers, Philadelphia.

[4] Si veda "Il Figlio di Monte-Cristo", edizione completa e integrale, pubblicata da T. B. Peterson & Brothers, Philadelphia.

[5] Per un resoconto completo della vita e della notevole carriera de "Il Conte di Monte-Cristo", il capolavoro di Alessandro Dumas, uno dei più grandi romanzi mai scritti, si veda l'edizione illustrata e integrale di esso, pubblicata da T. B. Peterson & Brothers, Philadelphia.

CAPITOLO II.

UNA EPISTOLA INVIATA STRANAMENTE.

Zuleika, la figlia di Monte-Cristo, era stata per alcuni mesi nella scuola conventuale condotta dalla Congregazione del Sacro Cuore. Non era una studentessa diligente, sebbene imparasse rapidamente, ed era piuttosto incline al romanticismo e all'avventura che ai libri ammuffiti di storia e scienza. Come è già stato affermato, aveva la precoce maturità delle ragazze greche. Inoltre, aveva attirato l'attenzione di diversi giovani romani di stirpe nobile e illustre, che avevano bramosamente reso a lei l'omaggio dovuto alla sua bellezza e attrattiva orientale. Sebbene avesse solo quindici anni, apprezzava e si sentiva lusingata da questo omaggio, ed era naturalmente impaziente della restrizione imposta su di lei dai regolamenti della scuola conventuale, che escludevano rigorosamente tutti i visitatori maschi, salvo genitori o tutori.

Nella prima fila dei suoi giovani ammiratori c’era il Visconte Giovanni Massetti. Era più ardente di chiunque altro e, in verità, disperatamente innamorato della bella e ammaliante figlia della defunta Haydée. Apparteneva a una famiglia di grande antichità e immensa ricchezza, e si diceva possedesse una vasta fortuna in proprio. Il Visconte era appena nel suo ventunesimo anno, ma era straordinariamente virile, audace e galante. Era piuttosto bello e si diceva fosse l’anima dell’onore, sebbene il suo temperamento ardente e l’inseguimento avventato di tutto ciò che desiderava maggiormente lo coinvolgessero non di rado in gravi guai, dai quali, grazie al proprio tatto e alla vasta influenza della sua famiglia, usciva solitamente indenne.

All’arrivo di Zuleika a Roma, e prima che fosse stata collocata nel collegio conventuale, il Visconte Massetti aveva fatto la sua conoscenza in un modo che sapeva di romanzo e che fece una profonda impressione sull’inesperta fanciulla. Sulla carrozza di Monte-Cristo, accompagnata solo da una timida femme de chambre, un giorno stava attraversando uno dei due ponti che portano all’Isola di San Bartolomeo, quando una tirante si spezzò e i cavalli si spaventarono. Il cocchiere terrorizzato ne perse il controllo e gli animali impazziti si precipitarono a una velocità spaventosa, quasi ribaltando la carrozza. Zuleika si era alzata nel veicolo, che era una barouche scoperta, e si teneva disperatamente allo schienale del sedile anteriore, il viso pallido per la paura e i lunghi capelli neri, che si erano sciolti, che le fluttuavano dietro. I suoi occhi spalancati avevano dentro uno sguardo di supplica lacrimosa a cui era difficile resistere. Il giovane Visconte, che in quel momento dell’incidente stava cavalcando sul ponte, non vi poté resistere. Saltò giù dal suo cavallo e, mentre la carrozza gli passava accanto, vi balzò dentro. Afferrando Zuleika per la vita e stringendola forte a sé, fece poi un altro salto, atterrando sano e salvo con lei sulla carreggiata del ponte. I cavalli in fuga furono infine fermati e gli occupanti del veicolo gravemente danneggiato salvati dalla loro pericolosa situazione. Questa avventura spinse il Conte di Monte-Cristo ad aprire le porte del suo palazzo al giovane italiano, che ne fu un visitatore frequente fino al momento della partenza di Zuleika per il collegio conventuale.

Nell’intervallo, sia il Visconte che la fanciulla si erano molto affezionati l’uno all’altra, e poi questo reciproco attaccamento era rapidamente maturato in un amore reciproco di quell’ardore e intensità vissuti solo dai figli del sole meridionale o orientale. Il giovane Massetti aveva confessato la sua passione alla sua bellissima incantatrice, e la confessione non le aveva causato dispiacere; era, al contrario, estremamente gradevole per lei e non cercò di nascondere il fatto al suo entusiasta corteggiatore.

Il momento cruciale dell’incontro ebbe luogo in un viale densamente ombreggiato del giardino di Palazzo Costi, in un afoso pomeriggio dell’inizio dell’autunno. La giovane coppia era seduta molto vicina l’una all’altro su una panca rustica. Massetti teneva la piccola e morbida mano di Zuleika nella sua e il tocco elettrico delle sue dita minuscole e ben modellate lo fece fremere come il tocco di dita femminili non lo aveva mai fatto fremere prima. Fissò le profondità liquide dei suoi occhi scuri e brillanti e il loro fuoco sottile sembrò sciogliere la sua stessa anima. L’atmosfera chiusa e afosa, carica di profumi pesanti e inebrianti, era gravida di un’influenza delirante ben calcolata per infiammare il sangue e promuovere l’esplosione di un amore represso. Il folto fogliame verde racchiudeva la coppia come in una nuvola verdeggiante, nascondendoli efficacemente alla vista. L’opportunità era irresistibile. Giovanni si avvicinò alla sua affascinante compagna, così vicino che il suo respiro fragrante gli arrivò dritto in faccia, soggiogandolo completamente e cancellando ogni cautela, ogni cosa eccetto la sua passione assorbente per la ragazza palpitante la cui figura sottile, ma ben definita, graziosamente delineata sotto i suoi abiti fluenti e semi-orientali, toccava la sua. Improvvisamente trasportato da un potente impeto, le gettò un braccio attorno alla vita cedevole della giovane e la tirò senza resistenza sul suo petto, dove lei giacque, guardando in su verso il suo volto arrossato ed eccitato con un fascino indescrivibile e voluttuoso, mescolato a una fiducia totale e a un’innocenza senza esitazioni. Ansimando nel suo abbraccio, le sue labbra color rubino parzialmente socchiuse come per respirare, e l’ardente italiano impresse frettolosamente, sconsideratamente, un bacio infuocato su di esse. Zuleika, con un movimento quasi impercettibile, ricambiò questo casto, ma rapente saluto.

"Oh! quanto ti amo!" mormorò Giovanni, tremando dalla testa ai piedi nella sua folle estasi, e stringendo la graziosa ragazza ancora più forte.

Lei non diede risposta verbale, ma non si mosse, non cercò di divincolarsi dal suo caldo abbraccio. Questa fu una risposta sufficiente per il rapido italiano. Zuleika, la bellissima Zuleika, ricambiava il suo amore, favoriva il suo corteggiamento. La sua gioia rasentava il delirio.

"Oh! Zuleika," sussurrò, guardando direttamente nei suoi occhi neri come la notte, "tu mi ami, ne sono certo! Dammi i tesori del tuo cuore verginale! Sii mia... sii mia moglie!"

"Oh! Giovanni," rispose la ragazza tremante, con una voce bassa, ma dolcemente modulata, "io ti amo davvero... Dio solo sa quanto! ma sono troppo giovane per essere tua moglie! Sono solo una bambina, non ancora fuori da scuola. Mio padre non vorrebbe sentir parlare di farmi sposare per diversi anni a venire. Non puoi aspettare?"

"Sarà un compito difficile, Zuleika," rispose il giovane, eccitato; "ma, tuttavia, aspetterò se mi darai la speranza di un amante. Prometti di sposarmi quando sarai libera di farlo, anzi, giuralo, e sarò soddisfatto!"

"Non posso né prometterlo né giurarlo, Giovanni, senza l’approvazione e il consenso di mio padre. È un uomo saggio, esperto e premuroso, tenero e dolce con chiunque ami, sebbene duro e implacabile con i suoi nemici. Parlagli di me, del tuo amore, del tuo desiderio. Ti ascolterà e non metterà a repentaglio la felicità di sua figlia. Vai da lui senza indugio, e stai certo che qualunque cosa dirà o farà sarà per il meglio per entrambi."

Si era liberata dal suo abbraccio e si era leggermente allontanata da lui, non per terrore, non per pudore, non per civetteria, ma come misura di prudenza. Sentiva intuitivamente che la passione folle e intensa del suo adoratore italiano doveva essere mantenuta entro limiti discreti.

"Non posso parlare ancora con tuo padre," rispose Giovanni, esitante. "Potrebbe ascoltarmi, è vero; ma tratterebbe il nostro amore come un mero capriccio infantile che il tempo non mancherebbe di affievolire, se non di cancellare. Sono profondamente serio, Zuleika, e non potrei sopportare di essere trattato come un imberbe sconsiderato e avventato, che non conosce la propria mente. Il ridicolo, anche nella sua forma più lieve, infiammerebbe il mio sangue, mi riempirebbe di folli progetti di vendetta. Preferisco non chiedere la tua mano a tuo padre finché non sarò certo di un’accoglienza favorevole della mia richiesta. Comprendi i miei scrupoli, non è vero, Zuleika? Ti amo troppo teneramente per non conquistarti quando lo chiederò!"

"Ma parlerai con mio padre?" disse la ragazza, con tono tremante.

"Sì, tesoro, oh! sì; ma non finché quel detestabile collegio conventuale non avrà cessato di opporre le sue barriere tra noi. Quando lo avrai lasciato, quando avrai completato l’istruzione che il Conte ha in serbo per te, cercherò tuo padre e ti chiederò a lui come mia moglie; fino ad allora, fino a quando potrò parlare con sicurezza, promettimi almeno che non amerai nessun altro uomo, non incoraggerai nessun altro corteggiatore."

"Questo lo farò," rispose la ragazza, gioiosamente. "Stai certo che non amerò nessun altro uomo, non incoraggerò nessun altro corteggiatore!"

Incapace di controllarsi, il Visconte strinse di nuovo tra le sue braccia l’oggetto della sua adorazione, e ancora una volta le loro labbra si incontrarono in un lungo, appassionato bacio d’amore.

Così fu stabilito, e Zuleika andò al collegio conventuale del Sacro Cuore, sentendo che la sua felicità era assicurata, ma impaziente e insoddisfatta della lunga attesa che doveva necessariamente intervenire prima della realizzazione delle sue speranze, l’alba del futuro della sua donna.

Il Visconte Massetti, sebbene si fosse professato disposto ad aspettare, era, dal canto suo, completamente scontento dell’arduo compito che si era assunto. Una cosa era fare una promessa avventata nel calore dell’entusiasmo, ma tutt’altra era mantenerla, specialmente quando quella promessa comportava una separazione dalla graziosa ragazza che si era inestricabilmente intrecciata tra le fibre del suo cuore ed era l’unica stella polare della sua vita e del suo amore.

Il collegio conventuale del Sacro Cuore si trovava nel convento di quella Confraternita, a circa tre miglia oltre Porta del Popolo sul lato settentrionale di Roma. Il convento era un edificio spazioso, ma cupo e proibitivo, con l’aspetto di una prigione. Finestre strette e sbarrate, come quelle di un sotterraneo del medioevo, ammettevano la luce dall’esterno, fornendo una fioca e limitata illuminazione che dava poca prova del potere e dello splendore dell’astro diurno. Di notte, il debole bagliore sepolcrale delle candele serviva solo a rendere l’oscurità palpabile e più spettrale.

L’enorme aula scolastica era quanto di più primitivo e scomodo potesse esserci negli arredi e nei mobili. Le pareti erano di pietra lavorata e si ergevano nude e spaventose fino a un soffitto elevato che era coperto da un perfetto labirinto di travi curiosamente intagliate, opera di qualche artista sconosciuto di molto tempo fa. I dormitori delle scolare erano angusti, simili a celle, scarsamente arredati, nei quali ogni luce doveva essere spenta all’ora delle nove di sera. Una volta ammesse a scuola, alle allieve non era permesso lasciare i suoi confini se non durante le vacanze o al termine del loro corso di studi, una circostanza che disgustava vivamente le allegre e spensierate ragazze italiane inviate lì per ricevere una formazione sia mentale che morale. Un’altra fonte di grave vessazione per loro era il regolamento, già accennato, che escludeva rigorosamente tutti i visitatori maschi, con l’eccezione di genitori o tutori.

Annesso al convento c’era un ampio giardino, pieno di alberi enormi che, a quanto pareva, erano rimasti lì per secoli, tanto erano piegati, nodosi e invecchiati. Un antico giardiniere, con una barba fluente bianca come la neve e scarse ciocche dello stesso colore immacolato, aiutato da due o tre assistenti quasi antichi quanto lui, si occupava dei prati e delle vaste aiuole, queste ultime costantemente riempite di piante dai fiori magnifici e dalla fragranza squisita. L’aspetto pittoresco del giardino contrastava fortemente e stranamente con l’aspetto rigido e posato dell’edificio conventuale, e questo giardino era l’unico posto in cui le allieve si sentivano a casa e si divertivano appieno. Era loro permesso camminare lì a mezzogiorno e verso il crepuscolo della sera, sotto la supervisione di Suor Agata, una suora acuta e vigile, che non mancava mai di rimproverare e correggere le sue vivaci pupille anche per la più piccola infrazione alla disciplina. Tuttavia, le ragazze si divertivano in giardino, poiché la sua estensione e il fatto che Suor Agata non potesse essere ovunque allo stesso tempo permetteva alle vispe e spensierate allieve di abbandonarsi a molte scappatelle.

Un mezzogiorno Zuleika, che era in uno stato d’animo insolitamente abbattuto, si allontanò dal resto delle sue compagne e passeggiò sotto gli alberi centenari. Inconsapevolmente si avvicinò all’alto muro del giardino. Si sedette ai piedi di un vecchio olmo nodoso, i cui rami frondosi scendevano fino a terra e schermavano efficacemente la figlia di Monte-Cristo dalla vista. Almeno, così pensava, ma sebbene non potesse essere vista da nessuno all’interno del recinto del giardino, era chiaramente visibile dal muro e dagli alberi che si ergevano sopra di esso all’esterno.

Mentre Zuleika sedeva riflettendo sulla sua sorte e pensando tristemente alla sua separazione dal suo amante, udì o immaginò di udire un rumore singolare tra i folti rami di un immenso castagno immediatamente fuori dal muro del giardino. Si alzò di scatto spaventata, ma non riuscì a scorgere nulla di insolito, e il rumore singolare non fu ripetuto. La parte più strana di tutta la faccenda, tuttavia, era che il rumore era sembrato il suo stesso nome pronunciato da una voce umana. Questo aumentò il suo terrore e la sua confusione, e stava per fuggire dal posto quando un ciottolo oblungo a cui era attaccato qualcosa di bianco fluttuò oltre il muro e cadde ai suoi piedi. Ora era più allarmata che mai e fece diversi passi indietro, mentre fissava l’oggetto bianco che giaceva dove era caduto, immobile e affascinante.

Finalmente la sua curiosità ebbe la meglio e, avvicinandosi all’oggetto sospetto con la massima cautela, si chinò per esaminarlo. Era una busta ordinaria e, senza dubbio, conteneva una lettera. Per chi era destinata? Ovviamente per una delle allieve. Era anche un’epistola clandestina, altrimenti sarebbe arrivata attraverso il canale regolare dell’ufficio postale. Forse era una lettera d’amore. A questo pensiero ebbe un sussulto colpevole e scrutò penetrantemente nel castagno, ma non c’era nulla di visibile lì eccetto rami e foglie. Dopotutto, l’epistola era, senza dubbio, destinata a qualche bellezza italiana dal volto bruno, e molte di tali ragazze erano nel collegio conventuale. Che fosse caduta ai suoi piedi era certamente solo una mera coincidenza. Non era, non poteva essere destinata a lei! La sua legittima proprietaria, che aveva chiaramente ricevuto molte note simili allo stesso modo, sapeva dove fosse e presto sarebbe venuta a prenderla. La busta era caduta a faccia in giù e non poteva vedere l’indirizzo. La toccò con il piede, poi la girò cautamente con la punta della scarpa. Vide la grafia. Era l’indirizzo. In qualche modo la disposizione dei caratteri le sembrava familiare, sebbene fosse così stordita e confusa da non riuscire a decifrare il nome. La sua curiosità era indegna di lei, lo sapeva, indegna della figlia di Monte-Cristo. Che diritto aveva lei di curiosare nel segreto del cuore di una delle sue compagne di scuola? Eppure fissava; non poteva farne a meno. Improvvisamente si chinò e prese la busta da terra. L’indirizzo le inchiodò gli occhi come l’incantesimo di un mago. Gran Dio! era il suo stesso nome... Zuleika!

Strappando frettolosamente il sottile filo che legava la busta alla pietra, infilò la prima nel petto del suo vestito. Poi si guardò intorno, temendo a metà di essere stata vista da qualcuna delle allieve o dalla vigile Suor Agata. Ma no, non era osservata, e anche ora le sue compagne e la suora erano a una tale distanza che poteva leggere la sua lettera senza il minimo pericolo di essere scoperta o interrotta. La tentazione era forte. Vi cedette. Avrebbe letto la lettera. Si sentiva convinta che fosse del Visconte Massetti, e la convinzione la riempì di una gioia indicibile. Non aveva udito una parola riguardo a lui da quando era stata rinchiusa tra le cupe mura di quel lugubre convento, e ora aveva notizie di lui dalla sua stessa mano! Era un’estasi! Cosa le aveva scritto? Una garanzia del suo amore, senza dubbio, e, forse, un’esortazione a lei a mantenere la sua parte del loro accordo... di non amare nessun altro uomo, di non incoraggiare nessun altro corteggiatore! Sicuramente non amava nessun altro... non avrebbe mai potuto amare nessuno se non Giovanni Massetti, poiché non possedeva forse tutto il suo cuore, tutta la ricchezza del suo ardente affetto giovanile?

Baciò la busta, poi l’aprì, tirò fuori la lettera, che era scritta a matita, e lesse:

CARISSIMA ZULEIKA: Non riesco più a stare lontano da te. Devo vederti ancora una volta e chiamarti di nuovo mia. Ho cercato di attirare la tua attenzione proprio ora sul castagno fuori dal muro. Ho pronunciato il tuo amato nome, ma non mi sei sembrata capire. Questa sera al crepuscolo scavalcherò il muro. A quell’ora sii all’olmo dove ora ti trovi e ti incontrerò lì. Non mancarmi, e, soprattutto, non aver paura. Ti assicuro che nessun male può accadere a nessuno di noi due. Incontrami, tesoro. Il tuo, GIOVANNI.

Zuleika se ne stava a fissare questo biglietto appassionato con sensazioni fatte di stupore, estasi e sgomento. Giovanni, il suo amante, stava arrivando. Sarebbe stato lì, proprio in quel punto, e lei lo avrebbe visto in tutta la gloria della sua virilità giovanile, con la radiosa luce dell’amore nei suoi occhi. Ma se fosse stato scoperto? Cosa sarebbe successo allora a lui e a lei? Rabbrividì al pensiero delle possibilità di pericolo. Ma su un punto era decisa: lo avrebbe incontrato, costi quel che costi. Come Giovanni sarebbe riuscito a evitare l’osservazione non lo sapeva, ma avrebbe confidato nel suo giudizio e nella sua discrezione.

Diede un’occhiata in direzione delle allieve e di Suor Agata. Si stavano avvicinando lentamente a lei. Nascondendo di nuovo l’epistola del suo amante nel petto, andò incontro a loro.

CAPITOLO III.

L’INTRUSO NEL GIARDINO DEL CONVENTO.

Man mano che l’ora della passeggiata serale si avvicinava, Zuleika divenne dolorosamente eccitata e inquieta. Desiderava con tutto il cuore vedere di nuovo Giovanni Massetti, ascoltare le ardenti parole d’amore che certamente avrebbe pronunciato, ma avrebbe fatto bene a incontrarlo clandestinamente e da sola? La sua mente le dava dei dubbi. Naturalmente poteva fidarsi del suo giovane amante italiano, poiché era l’anima stessa della cavalleria e dell’onore. Ma altri lo sapevano? Come sarebbe stato giudicato il suo comportamento se le altre allieve e Suor Agata li avessero sorpresi all’improvviso? Giovanni avrebbe potuto fuggire senza essere riconosciuto, ma per lei sarebbe stato del tutto diverso. Sarebbe potuta scappare solo inventando una bugia ingegnosa, e a questo la sua intera natura si ribellava. Non poteva piegarsi a un inganno innocente, tanto meno a una menzogna assoluta. Perché Giovanni l’aveva tentata? Perché aveva cercato di metterla in una situazione che doveva sapere essere pericolosa? C’era una sola risposta: a causa del suo amore, e quella risposta era sufficiente a indurla a correre il rischio, per quanto grande potesse essere. Sì, lo avrebbe incontrato all’ora e nel posto stabiliti.

Alla fine suonò la campana per la passeggiata, e Suor Agata guidò la piccola processione verso il giardino. Per un breve spazio Zuleika si attardò con le sue compagne tra i viali ombreggiati e i fiori magnifici, ma alla prima occasione si allontanò e cercò l’olmo frondoso, sotto i cui rami accoglienti doveva ricevere la gradita quanto temuta visita del Visconte Massetti. Raggiunse il luogo dell’appuntamento non osservata, con il cuore che batteva forte. Il giovane italiano non c’era. Cercò avidamente ma inutilmente per lui nel crepuscolo incipiente. Cosa era successo per impedirgli di venire? Era sulle spine per l’ansia. Forse aveva tentato di scavalcare il muro ed era caduto, riportando qualche grave ferita! Forse proprio allora, mentre lo aspettava, giaceva fuori dal muro, contuso e sanguinante! Ma cosa poteva fare? Solo aspettare, aspettare, con pensieri torturanti che ribollivano nel suo cervello turbato.

Ascoltò intensamente. Nessun suono. Se Giovanni fosse stato ferito, impossibilitato, stava mantenendo un silenzio molto eroico. Estrasse dalla cintura un magnifico orologio d’oro, la cui squisita cassa era fittamente incrostata di diamanti, e diede un’occhiata al quadrante. Erano passate le sette e alle otto tutte le scolare dovevano essere al sicuro all’interno del convento. Inoltre, non era sicura che non l’avrebbero mancata, cercata e trovata. Cosa avrebbe dovuto fare, quale strada avrebbe dovuto prendere?

Mentre dibatteva dentro di sé, incerta se rimanere o tornare, ci fu un fruscio tra il fogliame del castagno immediatamente fuori dal recinto del giardino, e la forma di un uomo dondolò da uno dei rami fino alla cima del muro. L’emozione di Zuleika quasi la sopraffece. Aveva riconosciuto Giovanni. In un altro istante era saltato dal muro a terra ed era al suo fianco. Le tese le braccia e la ragazza, tutta tremante, si gettò impetuosamente tra esse.

"Oh! Giovanni!" mormorò. "Finalmente. Temevo che ti fosse capitato qualche terribile incidente."

"Sono al sicuro, cara Zuleika," rispose il giovane italiano, avvolgendola in uno stretto abbraccio e coprendo di baci ardenti la sua fronte e le sue labbra. "Ma tu, tesoro, stai bene? Non ti sei dimenticata di me, non hai smesso di amarmi?"

"Dimenticarmi di te, smettere di amarti, Giovanni!" sussurrò la ragazza tremante, con un tono di leggero rimprovero, guardandolo teneramente negli occhi. "Non ti ho dato la mia promessa solenne di amare solo te?"

«Perdonami, anima mia!» esclamò il giovane Visconte. «Che cosa è un amante senza timori e dubbi? Sono la prova della forza della sua adorazione!»

Si sedettero ai piedi dell'olmo frondoso, il cui amichevole rifugio li avvolgeva. Poi Zuleika disse, con apprensione nella voce:

«Perché sei venuto qui, Giovanni? Non ti rendi conto che stai correndo un grande rischio e mettendo me in pericolo? Se veniamo trovati insieme, tu sarai ignominiosamente espulso e io severamente punita. Inoltre, pensa alla vergogna per entrambi in un tale evento! La cosa si verrà a sapere, fornirà materiale per i pettegolezzi e arriverà certamente alle orecchie di mio padre e di mio fratello, il cui dispiacere temo più di ogni altra cosa! Pensa anche che Esperance ti chiederà conto della tua condotta, e non potrei mai sopportare una lite tra te e lui nella quale, forse, potrebbe essere versato del sangue!»

«Non temere, Zuleika», rispose Massetti, galantemente. «Se dovessimo essere scoperti, ti proteggerò io. Quanto a tuo padre e a tuo fratello, non potranno essere contrariati, poiché spiegherò tutto a loro e finirò col chiederti in sposa. Perché sono venuto qui? Semplicemente perché non potevo più stare lontano da te. Sentivo che dovevo vederti, parlarti, rinnovare i miei voti d'amore. Oh! Zuleika, il mondo è tutto buio per me senza il tuo sorriso!»

«Ma mi avevi promesso di aspettare!»

«Lo so; ma ho calcolato male le mie forze quando ho fatto quella promessa. Se potessi vederti, potrei essere paziente; ma aspettare per settimane e settimane senza nemmeno uno sguardo al tuo caro volto, senza udire una volta il suono della tua amata voce, è assolutamente superiore alle mie forze. Non posso farlo!»

«Devi. Non si può fare altro. Mio padre desidera che io rimanga al collegio del convento per un anno, e le regole proibiscono categoricamente le tue visite. Sii paziente ancora per un po', Giovanni. Siamo entrambi molto giovani e abbiamo davanti una vita di felicità. Inoltre, possiamo vederci a Palazzo Costi durante le vacanze, e questo è qualcosa.»

«Non è nulla per un uomo che desidera vederti costantemente, stare sempre con te. Oh! Zuleika, non posso sopportare la nostra separazione, non posso fare a meno di te!»

Il giovane si era alzato in piedi e aveva pronunciato queste parole ad alta voce, imprudentemente. Zuleika balzò in piedi e lo afferrò per il braccio, il volto bianco per il terrore.

«Controllati, Giovanni, controllati!» sussurrò, con tono spaventato. «Parla più piano, con più cautela, o altre orecchie oltre alle mie ti sentiranno!»

Ma il Visconte non le diede ascolto. Era terribilmente agitato e l'intero suo corpo tremava per l'eccitazione e l'emozione.

«Fuggi con me, Zuleika, fuggi con me ora, in questo preciso istante, e sii mia moglie!» esclamò, con una voce così stranamente alterata che la figlia di Monte-Cristo la riconobbe a stento. «Io sono ricco, e la mia famiglia ha ricchezze e potere sufficienti per proteggerci contro tutto e tutti, anche contro tuo padre, con tutto il suo incalcolabile oro e la sua influenza! Il Conte di Monte-Cristo cerca di separarci; è questo il motivo per cui ti ha mandata qui, in questo convento, dove sei poco meno che una prigioniera!»

La strinse follemente tra le braccia e la tenne contro il petto come per sfidare il destino. Zuleika, più terrorizzata che mai, si dibatté nel suo abbraccio e alla fine si liberò. Affrontò Giovanni e disse, con calore:

«Fai un'ingiustizia a mio padre. Non cerca di separarci. Ti stima molto, Visconte Massetti, ti ama per il servizio che hai reso a me, sua figlia, e premierà quel servizio con la ricompensa più alta in suo potere: la mia mano. Ma mi considera ancora una bambina, desidera che io abbia istruzione ed esperienza prima di sposarmi, affinché io possa essere una moglie degna di essere avuta e non una semplice bambola inutile. Rispetta i suoi desideri, Giovanni, rispetta lui. È un uomo buono, dal cuore gentile, e farà la cosa giusta. La sua saggezza è stata dimostrata troppo spesso perché io possa dubitarne!»

«La sua saggezza!» gridò Massetti, amaramente. «Sì, è saggio, troppo saggio per concedere la tua mano a me, un semplice Visconte! Cos'è la mia famiglia ai suoi occhi? Nulla. Cos'è la mia ricchezza? Un'inezia assoluta rispetto alla sua. Ti dico, Zuleika, che non vuole che ci sposiamo. Ti destina a qualche alto potentato con ricchezze pari alla principesca dote che avrai!»

«No, no!» gridò la ragazza. «Sei abbattuto e nel tuo abbattimento lo giudichi male. Non gli importa nulla della ricchezza o dell'elevata posizione, ma valuta un buon nome e una reputazione immacolata al di sopra di ogni altra cosa.»

«Ma non vorrai essere mia, non vorrai fuggire con me da questa misera prigione, in cui posso vederti solo di nascosto e come un criminale?»

Gli occhi dell'italiano scintillavano nel crepuscolo e la sua voce era piena di eloquente persuasione. Cadde in ginocchio ai piedi di Zuleika e, afferrandole la mano, la baciò appassionatamente più e più volte. La giovane tremante era profondamente colpita dal suo amore e dalle sue suppliche. Per un momento esitò, ma solo per un momento; poi la ragione riprese il sopravvento e una riflessione più fredda venne in suo aiuto.

«Alzati, Giovanni», disse, con relativa calma, «alzati e sii uomo. Questa proposta è del tutto indegna di te, e se dovessi accettarla, saremmo entrambi disonorati. Io sono tua, il mio cuore è nelle tue mani, e sarò tua moglie a tempo debito con il pieno consenso di mio padre. Ma non posso fuggire con te, non voglio!»

Il giovane balzò in piedi come se una scossa elettrica lo avesse colpito.

«Non hai fiducia in me, dunque!» gridò, impulsivamente. «Non mi ami!»

«Non ti amo!» esclamò la ragazza, avvolgendo le sue braccia ben modellate intorno al collo di lui, mentre la sua bella testa si posava sul suo petto. «Ti amo con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, ed è proprio perché ti amo che non fuggirò con te!»

Giovanni le baciò i capelli con rapimento, eccitato, e la bella ragazza, che appariva dieci volte più bella nella sua fervida implorazione, aggiunse, dolcemente, in modo persuasivo:

«Lasciami ora, tesoro mio. La campana che richiama le allieve al convento suonerà presto e non devono accorgersi della mia assenza. Lasciami, ma ricorda la massima: "Aspetta e spera!"»

L'amante stava per rispondere quando il rumore di passi interruppe improvvisamente le loro orecchie. Si guardarono, sorpresi, incerti sul da farsi. Giovanni fu il primo a riacquistare la padronanza di sé. Scostò silenziosamente i rami dell'olmo e scrutò con cautela nella direzione del rumore.

«Tre uomini si stanno avvicinando rapidamente», disse, frettolosamente, in un sussurro. «Sono quasi qui!»

Zuleika guardò, a sua volta, attraverso i rami.

«Il giardiniere e i suoi assistenti», sussurrò, quasi pietrificata dallo sgomento. «Hanno evidentemente saputo che hai scavalcato il muro e sono alla tua ricerca!»

«Guarda», disse Giovanni, senza fiato, indicando un gruppo dietro gli uomini. «Sta arrivando anche un gruppo di suore!»

«Stanno cercando me! Oh! Giovanni, fuggi, fuggi all'istante!»

«E lasciare che tu soffra, che sopporti il peso della mia imprudenza! Mai! Rimarrò a proteggerti!»

«Non mi proteggerai restando. Ci comprometterai ancora di più entrambi. Va', te ne supplico, va', finché c'è ancora tempo!»

Con le lacrime negli occhi imploranti, Zuleika spinse dolcemente il suo amante verso il muro. Egli la guardò per un istante e poi gli uomini e le suore che si avvicinavano, i quali erano ormai molto vicini.

La ragazza giunse le mani in segno di supplica, poi indicò mutamente il muro.

«È il tuo desiderio?» chiese Massetti, frettolosamente.

Zuleika annuì affermativamente e indicò ancora più imperiosamente il muro.

«Obbedirò», sussurrò il giovane italiano, «e aspetterò e spererò!»

Aveva ottenuto la vittoria. Una gioiosa luce d'amore apparve nei suoi occhi, eclissando per un momento il suo terrore. Giovanni non poté resistere alla tentazione di abbracciarla, anche di fronte al pericolo che lo minacciava. Le avvolse le braccia intorno alla figura arrendevole, la trasse a sé con una stretta soffocante, coprendo di baci ardenti le sue labbra rivolte verso l'alto.

«Addio», mormorò, rilasciandola con riluttanza, «addio, anima mia!»

Si voltò e corse verso il muro, lo scavalcò con l'agilità di un gatto e svanì.

Quando il giardiniere e i suoi assistenti raggiunsero l'olmo, trovarono Zuleika lì, sola. Avevano visto Massetti scavalcare il muro? Lo avevano riconosciuto? Questi pensieri balenarono nella mente agitata della ragazza. Non prestò alcuna attenzione al proprio pericolo.

Gli uomini si fermarono e rimasero in silenzio, in attesa dell'arrivo delle suore. L'orrore era dipinto sui loro volti segnati dall'età, e fissavano la figlia di Monte-Cristo come se avesse commesso un crimine atroce e imperdonabile.

Il gruppo di suore arrivò rapidamente, guidato da Suor Agata, che teneva in mano una lettera aperta. Zuleika fissò questa lettera in silenzioso sgomento. Era la sua, quella che Giovanni le aveva scritto! Come era finita in possesso di Suor Agata? Cercò meccanicamente nel suo seno dove, pensava, l'aveva nascosta al sicuro. La sua mano toccò solo la busta vuota. Il biglietto doveva essere caduto sul pavimento dell'aula scolastica ed essere stato trovato da qualche allieva maliziosa che, dopo averlo letto e scoperto il suo contenuto compromettente, lo aveva consegnato alla suora, rivelando così il grave segreto.

Zuleika rimase mortificata e terrorizzata. Nessuna possibilità di fuga ora. Nessuna possibilità di inganno, se avesse voluto tentarlo. La lettera raccontava tutta la storia, e la prova della sua veridicità era fornita, poiché non si trovava forse al convegno stabilito, e non era probabile che gli uomini e le suore avessero visto Giovanni lasciarla e scavalcare il muro del giardino?

Le suore sembravano inorridite quanto i vecchi servi, ma erano più temibili; possedevano il potere di rimproverare e punire, e quale punizione avrebbero ritenuto troppo severa in questo caso estremo? Suor Agata parlò. Il suo tono era più mite di quanto Zuleika si aspettasse.

«Oh! mademoiselle», disse, con tono di rimprovero, «che cos'è questo? Un incontro con un amante, e all'interno di questi luoghi santi dedicati al celibato, alla castità e alle cose sacre! Cosa dirà vostro padre, il Conte di Monte-Cristo, quando la vostra condotta gli verrà riferita? Siete giovane, e bisogna tenere conto del sangue giovane e degli impulsi passionali; ma avete fatto comunque male, molto male! Quest'uomo, che si firma Giovanni e che vi ha appena lasciata, è il vostro fidanzato?»

«Lo è», mormorò Zuleika, arrossendo e tenendo il capo chino.

«Con il permesso di vostro padre, mademoiselle?»

«Mio padre non si oppone a lui», rispose la ragazza evasivamente.

«In tal caso, la vostra colpa non è così grande come avevo supposto inizialmente», disse la suora. «Siete perdonabile per aver ricevuto l'uomo che, con il consenso di vostro padre, è destinato a diventare un giorno vostro marito; ma, nondimeno, incontrandolo all'interno del convento siete biasimevole per la mancanza di disciplina, e anche per aver acconsentito alla violazione della nostra regola che esclude tutti i visitatori maschi, eccetto i genitori o i tutori.»

Zuleika chinò il capo in segno di sottomissione.

«La punizione», continuò Suor Agata, «sarà comunque la più lieve possibile, se non avete mai incontrato quest'uomo prima d'ora all'interno del convento.»

«Non l'ho mai incontrato qui prima», disse Zuleika, «e l'ho incontrato solo in questo caso perché... perché...»

Esitò e scoppiò in lacrime.

«Perché cosa, mia povera bambina?» chiese la suora, gentilmente.

«Perché lo amo così tanto, e perché temevo che, se non l'avessi incontrato, nella sua disperazione mi avrebbe cercata sfidando tutti voi!»

«Gli avete mai scritto da quando siete in questa scuola?»

«Mai!»

«Vi ha mai scritto prima?»

«Tenete in mano la sua prima lettera per me!»

«Come è stata consegnata questa lettera, con quali mezzi vi ha raggiunta?»

Con il volto in fiamme, tremante dalla testa ai piedi, Zuleika raccontò l'intera storia della sua avventura a mezzogiorno di quel giorno. Come si fosse allontanata dalle sue compagne senza alcuna intenzione precisa; come si fosse seduta tra i rami schermanti dell'olmo per meditare; come avesse sentito lo strano rumore sull'albero di castagno e, infine, come la lettera, legata a un sasso, fosse venuta svolazzando oltre il muro e caduta ai suoi piedi.

Le suore si guardarono, inorridite e stupite dall'audacia del giovane italiano.

«Zuleika», disse Suor Agata, «vi ho detto che la vostra punizione sarebbe stata la più lieve possibile. Siete stata scoperta e rimproverata; il rossore della vergogna è apparso sul vostro volto! Questa, penso, sia una pena sufficiente per una prima infrazione, considerando anche che è stata, in una certa misura, subita. Ma guardatevi da una seconda infrazione delle nostre regole! Ora, tornate dalle vostre compagne.»

Così accadde che Zuleika soffrì solo minimamente per l'imprudenza e la devozione sconsiderata del suo amante. Temendo i pettegolezzi, la Congregazione del Sacro Cuore insabbiò la faccenda, e il Conte di Monte-Cristo non ne seppe mai nulla. Zuleika si aspettava il ridicolo da parte delle sue compagne, ma le ragazze italiane, dal sangue caldo e romantiche, invece di ridicolizzarla, la guardarono come un'eroina e le invidiarono il possesso di un amante abbastanza audace e devoto da scavalcare il muro di un giardino di un convento.

CAPITOLO IV.

UN COLLOQUIO TEMPESTOSO.

Quando il Capitano Joliette entrò nel camerino di Mlle. d' Armilly, dopo aver lasciato il Conte di Monte-Cristo al Teatro Apollo in seguito all'improvvisa conclusione della rappresentazione di "Lucrezia Borgia", trovò la primadonna distesa su un divano, intenta a riprendersi lentamente dagli effetti del suo svenimento. La sua cameriera e le signore della compagnia, queste ultime ancora in costume di scena, le stavano prestando ogni attenzione. Era una scena strana e alquanto grottesca: un vero dramma con scenari teatrali. Le luci sfavillanti, racchiuse nelle loro sfere di filo metallico, proiettavano un vivido bagliore sui volti dei presenti, facendoli apparire strani e simili a streghe nel loro trucco e cipria. Su sedie e tavoli giacevano i cambi d'abito di Mlle. d' Armilly per lo spettacolo e i suoi abiti civili, mentre su un'ampia mensola davanti a uno specchio c'erano i vari oggetti misteriosi usati per il suo trucco: rossetto, cerone, poudre de riz, ecc., insieme a spazzole e numerosi pennelli di pelo di cammello. Una bacinella piena d'acqua si trovava su un lavabo, e sul pavimento c'era la brocca, insieme a un'eterogenea collezione di stivali di scena e civili appartenenti all'eminente cantante. Il direttore del teatro stava ansiosamente accanto alla primadonna sofferente, calcolando mentalmente le possibilità che lei potesse apparire la sera successiva. Leon d' Armilly camminava avanti e indietro nel piccolo appartamento, torcendosi le mani e versando lacrime come una donna, mentre sulla porta aperta bighellonavano il tenore e il baritono della compagnia, i cui volti portavano la solita espressione distaccata dei cantanti d'opera veterani che, per lunga abitudine, sono completamente abituati alle indisposizioni e ai capricci delle primadonne e li considerano come incidentali alla professione.

Quando il Capitano Joliette entrò, Leon corse da lui ed esclamò tra le lacrime:

«Oh! come hai potuto portare quell'uomo odioso nel tuo palco! Vedi come la sola vista di lui ha colpito la mia povera sorella!»

A queste parole Mlle. d' Armilly si riscosse e, balzando in piedi, affrontò il giovane soldato in un impeto di rabbia incontrollabile.

«Come osi», gridò, con gli occhi che lampeggiavano e la voce tremante di rabbia, «venire qui, da me, dopo quello che è successo stasera!»

«Non ero al corrente, Louise», rispose lui, scusandosi, «che tu avessi una così terribile avversione per il Conte di Monte-Cristo.»

«Il Conte di Monte-Cristo!» esclamò il direttore. «Era in sala questa sera? Che onore!»

L'irata primadonna gli lanciò un'occhiata terribile.

«Se considerate un onore avere quel mostro nel vostro teatro», sibilò apertamente, «non canterò più per voi!»

L'umiliato direttore si allontanò senza rispondere. Riteneva saggio non immischiarsi con un'artista eminente capace di portargli così tanto denaro, e che era anche capace, pensava, di rompere il suo contratto se avesse deciso di farlo. Lasciò, quindi, il camerino. Gli altri, vedendo che Mlle. d' Armilly stava evidentemente per avere un'accesa discussione con il suo ammiratore e che era sufficientemente ristabilita da non aver bisogno di ulteriori cure, lasciarono anch'essi l'appartamento.

Quando furono soli, la primadonna si voltò ferocemente verso il Capitano, esclamando:

«E ti professi anche innamorato di me! È stato l'amore a spingerti a portare il mio peggior nemico qui stasera? È stato piuttosto l'odio! Capitano Joliette, tu mi odi!»

«Sai che non è così, Louise», disse il giovane soldato, calorosamente. «Sai che ti amo alla disperazione!»

«Perché allora il cosiddetto Conte di Monte-Cristo era nel tuo palco?»

«Non ero al corrente che tu lo conoscessi; anzi, ero convinto che fosse un perfetto estraneo per te, e il suo comportamento stasera tendeva a confermare quella convinzione. Ti ha guardata senza il minimo segno di riconoscimento; e lungi dall'essere tuo nemico, ti ha rivolto applausi più forti ed entusiasti di qualsiasi altro uomo nell'intero teatro.»

«È la sua arte, Capitano Joliette! Ti dico che quell'uomo è astuto come un serpente e spietato come una tigre. Proprio stamattina ha cercato di avvicinarmi, con quale iniquo motivo non lo so; ma gli ho restituito la lettera, con una risposta che deve aver ferito il suo orgoglio nel vivo!»

«Ho visto quella risposta», disse il Capitano. «Monte-Cristo me l'ha mostrata lui stesso presso la sua residenza, Palazzo Costi.»

«Cosa!» gridò Mlle. d' Armilly, con rabbia crescente. «L'hai vista, hai letto le mie stesse parole, eppure l'hai portato nel tuo palco?»

«Ascolta, Louise, e sii ragionevole. Mi ha detto che il tuo nome gli sembrava familiare eppure non riusciva a ricordare dove o in quali circostanze lo avesse sentito. Era stupito dal tono della tua risposta al suo formale e, devo dire, molto civile biglietto. Ero certo che dovesse esserci qualche errore da parte tua, che tu lo avessi confuso con qualche altra persona. Ero andato a Palazzo Costi espressamente per invitarlo ad ascoltarti cantare, per avere un uomo così grande presente e assistere al tuo trionfo! Ero orgoglioso di te, Louise, orgoglioso di te come artista e come donna, e volevo che il mio amico dei miei amici condividesse il mio elevato apprezzamento per te. Tali sono state le ragioni che mi hanno indotto a portarlo nel mio palco stasera, e, sicuramente, se ho commesso un errore, merito il perdono per i miei motivi!»

«Non ti perdonerò mai, quali che siano i tuoi motivi!» gridò Mlle. d' Armilly, con astio. «La sua presenza ha rovinato la rappresentazione e mi ha disonorata, me, Louise d' Armilly, agli occhi di tutta Roma!»

Il Capitano rimase senza parole, sgomento per la sua furia. Bianca di rabbia, con gli occhi scintillanti e il petto che si alzava e abbassava, sembrava un bellissimo demone.

«Avrei trionfato come al solito se lui non fosse stato qui», continuò, furiosamente e amaramente, «e domani la Città Eterna sarebbe stata ai miei piedi, sarei stata una regina riconosciuta, anzi, persino più grande di qualsiasi sovrano vivente, ma ora ho fallito e non sono nulla! Capitano Joliette, di tutto questo sei tu il colpevole, eppure pensi di meritare il perdono per i tuoi motivi! Ma, uomo, sei peggio di un idiota! No, non ti perdonerò mai, mai!»

Camminava a grandi passi per il camerino mentre parlava, le sue piccole mani bianche si muovevano come se fossero pronte a fare a pezzi il giovane soldato. Joliette la osservò per un istante e poi disse:

«Sei una creatura singolare, Louise, un problema che devo ammettere di non poter risolvere. Cosa è il Conte di Monte-Cristo per te, da svenire alla sola vista di lui? Certamente non potresti essere stata in alcun modo associata alla sua vita passata, aver sofferto per la singolare vendetta che ha attuato contro i suoi nemici anni fa!»

Mlle. d' Armilly si fermò improvvisamente nel suo cammino eccitato e, afferrando il Capitano per il braccio con una stretta così forte che un brivido di dolore lo attraversò, gridò, minacciosamente:

«Se osi menzionare ancora la diabolica vendetta di Monte-Cristo, ti bandirò per sempre dalla mia presenza!»

In quel momento uno degli ufficiali del teatro apparve alla porta del camerino.

«Un biglietto per mademoiselle», disse, inchinandosi profondamente.

La prima donna prese la missiva dall'uomo e gettò uno sguardo all'indirizzo sulla busta. Nel farlo, contrasse le sopracciglia ed esclamò:

«La sua grafia! Un altro insulto! Non la leggerò!»

L'ufficiale si ritirò confuso.

«Di chi è la grafia?» chiese Joliette, con la curiosità e la gelosia eccitate simultaneamente. Mlle. d' Armilly aveva fatto spesso riferimento ai suoi numerosi ammiratori e alle lettere che riceveva da loro, e il Capitano giunse naturalmente alla conclusione che quel biglietto fosse stato inviato da qualche ardente pretendente romano. Considerò l'esclamazione dell'artista e la sua ostentata contrarietà come semplici astuzie architettate per ingannarlo.

«Di chi è la grafia?» ripeté Mlle. d' Armilly con disprezzo. «Devo spiegarti tutto?»

Il giovane aveva sopportato con relativa equanimità tutto ciò che la sua compagna aveva riversato su di lui nella sua ira, ma non poteva tollerare l'idea di un rivale; il solo pensiero era una tortura.

«Louise», implorò, «lasciami vedere quella lettera, lascia che la legga».

«Cosa! Devi per forza esaminare la mia corrispondenza privata! Capitano Joliette, ti stai spingendo troppo oltre! Hai fatto abbastanza stasera, senza aggiungere il danno alla beffa!»

«Non ho cercato di offenderti, Louise, Dio lo sa! Né desidero insultarti; ma quella lettera devo leggerla e la leggerò!»

«Parli come se fossi già tua moglie e tua schiava. Adotta un tono diverso e meno autoritario, monsieur. Capitano Joliette, non sei ancora mio marito!»

«Magari lo fossi e avessi la certezza del tuo amore, Louise! La continua incertezza in cui mi tieni è insopportabile! Ti rifiuti di lasciarmi leggere quella lettera?»

Il giovane, a sua volta, cominciò a passeggiare per il camerino, agitato, mentre i suoi sospetti di gelosia diventavano sempre più forti.

Mlle. d' Armilly lo fissava trionfante. Era orgogliosa della vasta influenza che esercitava su quel coraggioso e virile guerriero. Lui sarebbe rimasto impassibile davanti alla bocca di un cannone, ma lei riusciva a farlo tremare e avvilire!

«Ti rifiuti di lasciarmi leggere quella lettera?» ripeté lui.

«E se non mi rifiutassi?» disse lei, con tono più dolce.

«Mi renderesti un uomo felicissimo!»

«Allora leggila, perché io non lo farò! Così mostro il mio disprezzo per il suo autore miserabile e codardo!»

Accartocciò il biglietto nella mano e lo gettò sul pavimento. Poi vi posò sopra il piede.

Joliette si chinò e lo prese da sotto lo stivale. Raddrizzò la busta, l'aprì, tolse la missiva e lesse quanto segue:

«Il Conte di Monte-Cristo presenta i suoi omaggi a Mlle. d' Armilly e chiede il permesso di esprimere il suo profondo rammarico per il fatto che la sua presenza nel palco del Capitano Joliette sia stata la causa di una così grave catastrofe. Non riesce assolutamente a comprendere perché Mlle. d' Armilly nutra un'avversione così profonda nei suoi confronti, e perché la sua vista debba turbarla tanto seriamente. Se Mlle. d' Armilly volesse degnarsi di spiegare, lo considererebbe un favore speciale. Confida che il Capitano Joliette non venga in alcun modo biasimato per quanto accaduto, poiché quel gentiluomo, quando ha invitato il Conte a condividere il suo palco, era profondamente convinto, tanto quanto il Conte stesso, che Mlle. d' Armilly non lo conoscesse e non lo avrebbe riconosciuto».

Mentre Joliette leggeva le ultime righe che lo scagionavano completamente, non poté trattenere un'esclamazione di gioia.

«Louise», gridò, «il Conte di Monte-Cristo ha scritto per scagionarmi!»

«Davvero!» rispose la prima donna, con disprezzo.

«Sì; si scusa anche con te e ti chiede di spiegare perché la sua vista ti turbi così gravemente».

«Chiede una spiegazione, vero?» esclamò Mlle. d' Armilly, con l'ira che riprendeva il sopravvento. «Non ne avrà mai una!»

«Ma mi perdonerai, visto che vedi che sono del tutto innocente?»

«Prenderò in considerazione il tuo perdono, Capitano. La mia condotta nei tuoi confronti sarà fortemente influenzata dal tuo comportamento futuro riguardo al miserabile che si fa chiamare Monte-Cristo!»

«Non vorrai davvero che io lo allontani, che io lo eviti?»

«Lo preferisci a me?»

«Ti amo, Louise, ti amo più di ogni altra cosa o persona al mondo! Ma stimo molto il Conte di Monte-Cristo. Ci sono legami tra noi che non comprendi».

«Non mi interessa comprenderli. Ti ho detto che quest'uomo è mio nemico. Dovrebbe bastarti. Il mio amante e il mio nemico non possono essere amici. Scegli tra noi!»

«Vorresti che litigassi con lui?»

«Litigare con lui? Sì; e non solo! Vorrei che lo sfidassi, che lo uccidessi!»

Il giovane rimase impietrito. Non era affatto preparato a questa esplosione, a questa richiesta selvaggia e vendicativa.

«Sfida, ucciderlo, Louise! Non puoi, non dici sul serio!»

«Ho l'abitudine di usare parole a vanvera?»

«Louise, Louise, ti supplico, non impormi condizioni così orribili!»

«Hai paura di Monte-Cristo?»

«Non ho paura di nessun uomo vivente, Louise; ma non posso sfidare Monte-Cristo a duello, nemmeno per te!»

«Allora ti rifiuti di proteggermi, di difendermi?»

«Oh! Louise, come puoi parlare così! Verserei volentieri ogni goccia di sangue che ho nelle vene per te, darei volentieri la vita per te, ma non chiedermi di alzare una mano contro il Conte di Monte-Cristo!»

La bellissima donna guardò l'energico oratore con alterigia e malcontento. Non era poco delusa. Aveva pensato che la sua influenza sul pretendente fosse illimitata, ma ora sembrava che avesse i suoi limiti. Tuttavia, non si disperò. Conoscendo bene il meraviglioso fascino che esercitava sugli uomini, decise di scagliare tutte le sue batterie contro il Capitano Joliette. Era determinata a compiere una terribile vendetta sul Conte di Monte-Cristo per un misterioso torto che le aveva inflitto in passato, un torto riguardo al quale si rifiutava di essere comunicativa anche con il suo amante, ed era risoluta che Joliette desse la prova più alta della sua devozione diventando lo strumento di quella vendetta.

Con l'astuzia di una donna di mondo esperta, vide subito che da parte sua sarebbe stato necessario uno sforzo particolare per piegare il galante soldato al suo volere e costringerlo a eseguire il suo proposito inesorabile. Avrebbe fatto quello sforzo particolare e, facendolo, si sarebbe resa così accattivante, così seducente, così desiderabile che Joliette non avrebbe potuto fare a meno di essere inebriato dai suoi incanti e dal suo fascino. Poi, sotto la folle influenza della sua passione cieca, eccitata al massimo, sarebbe stato pronto a fare qualsiasi cosa per lei, qualsiasi cosa, persino a commettere un crimine, persino a versare il sangue del suo amico più caro!

A questo punto Mlle. d' Armilly, voltandosi verso il Capitano come se fosse molto contrariata, poiché faceva parte importante del suo piano assumere inizialmente un certo grado di freddezza nei suoi confronti, suonò un campanello e immediatamente apparvero suo fratello Leon e la sua cameriera.

«Franchette», disse rivolgendosi a quest'ultima, «aiutami con la mia toilette da passeggio. Mi sono ripresa abbastanza per tornare all'Hotel de France».

Non curandosi della presenza del Capitano e di Leon, l'astuta prima donna cominciò subito a togliersi il costume che aveva indossato durante l'opera. La cameriera la aiutò in questa operazione con l'impassibilità esteriore dei servitori teatrali, sebbene sorridesse impercettibilmente rendendosi conto che quella ostentazione delle grazie personali della sua padrona era fatta unicamente allo scopo di rendere il giovane soldato ancora più schiavo di quella sirena astuta.

Mentre Mlle. d' Armilly stava in corsetto e con le gonne aderenti di un bianco immacolato che delineavano delicatamente la sua figura perfetta, con la bella gola, le spalle e le braccia che mostravano la loro brillantezza radiosa, il Capitano Joliette la fissava come incantato. Mai in vita sua, pensò, aveva guardato una donna così completamente bella, così simile a una dea. Era perfetta come un quadro di Venere, e mille volte più incantevole perché viva. Trattenne il respiro vedendo il suo petto palpitare e sentì che avrebbe dato tutto ciò che possedeva al mondo per chiamarla sua, per stare con lei per sempre.

Leon sembrava alquanto turbato dal comportamento della sorella e arrossì come una ragazza, l'ondata cremisi che dava al suo volto una bellezza del tutto femminile.

Completata l'operazione della toilette, Mlle. d' Armilly si osservò trionfante nello specchio. Era ben consapevole di aver serrato molto strettamente le catene sul suo amante, ma, nonostante ciò, poteva capire solo con un esperimento reale se lui fosse abbastanza sotto il suo dominio da acconsentire ai suoi desideri riguardo al Conte di Monte-Cristo. Quindi decise di fare quell'esperimento senza indugio, prima che una riflessione calma venisse in aiuto del guerriero abbagliato e gli permettesse di rendersi conto che gli era stata tesa una trappola.

Allontanandosi dallo specchio, andò al fianco del Capitano Joliette e, posando la mano sul suo braccio mentre gettava nei suoi occhi tutto il magnetismo del suo sguardo, disse con tono suadente:

«Mi accompagnerai all'hotel, Capitano?»

Il giovane acconsentì gioiosamente e presto un elegante equipaggio lo stava conducendo rapidamente verso gli appartamenti della prima donna.

CAPITOLO V.

ANNUNZIATA SOLARA.

Era un pomeriggio luminoso e caldo di primavera, e Piazza del Popolo, la grande passeggiata di Roma, era affollata di allegri amanti del divertimento di entrambi i sessi, mentre il Corso e le altre due principali arterie che divergevano da questa vasta piazza pubblica erano anch'esse gremite di giovani e anziani. Gli alberi erano coperti di fogliame verde fresco, e moltitudini di fiori sbocciati adornavano la Piazza e le finestre dei palazzi adiacenti e delle umili dimore. Suoni di gioia e allegria si udivano da ogni parte, mentre di tanto in tanto erano udibili note di musica dolce. Era davvero una scena di luce e vita estremamente stimolante. I flirt erano frequenti tra bellissime ragazze dal volto scuro, con capelli e occhi come la notte, nei loro costumi pittoreschi, e aitanti giovani galanti, mentre qua e là sguardi cupi e tenebrosi parlavano di una gelosia feroce come il fuoco, alludendo a vendette coniugali e tragedie d'amore caratteristiche degli italiani focosi e impetuosi.

In mezzo alla folla sulla Piazza, due giovani passeggiavano sottobraccio. Erano il Visconte Giovanni Massetti ed Esperance, il figlio di Monte-Cristo. Sembravano amici inseparabili e chiacchieravano allegramente mentre procedevano con calma. I loro animi erano in piena armonia con l'animata scena che li circondava, e non erano evidentemente insensibili al fascino delle molte belle fanciulle che incontravano e su cui gettavano sguardi ammirati.

Improvvisamente, una ragazza contadina di una bellezza sfolgorante apparve nella Piazza molto vicino a loro. Aveva apparentemente circa diciassette anni, radiosa di una salute robusta, le guance piene del colore della rosa rossa. Le maniche, rimboccate sopra i gomiti, mostravano braccia perfette che sarebbero state l'invidia di uno scultore. Aveva i piedi nudi e le gonne corte offrivano abbaglianti scorci di caviglie ben tornite e gambe dalla forma quasi perfetta. Il suo viso aveva un'espressione allegra e gradevole, non priva di una piccante malizia e di una sorta di graziosa e ammaliante civetteria. Era una fioraia e vendeva mazzetti da un cesto portato con disinvoltura su un braccio. Si rivolgeva con disinvoltura ai giovani che incontrava, offrendo la sua merce con tale modestia e riservatezza che raramente mancava di trovare apprezzamento e clienti generosi. Non c'era nemmeno un sospetto di audacia o sfacciataggine in lei, ma possedeva quella totale sicurezza di sé generata dalla completa familiarità con la sua vocazione, per certi versi rischiosa e pericolosa.

Giovanni ed Esperance la notarono simultaneamente. Entrambi furono colpiti dal suo aspetto e dal suo portamento, a cui il suo costume contadino vivace ma ordinato e pulito conferiva ulteriore prestigio.

«Che bella ragazza!» esclamò Esperance, involontariamente.

«Una divinità!» rispose il Visconte, eccitato.

Poi si guardarono l'un l'altro e risero, evidentemente un po' vergognosi dell'ammirazione che avevano espresso con tanto entusiasmo.

«Le sue prime parole, tuttavia, disperderanno l'illusione ai quattro venti», disse Esperance, cinicamente. «È, senza dubbio, tanto ignorante quanto bella».

«Molto probabile», rispose Giovanni. «La bellezza esteriore di queste ragazze contadine nasconde solitamente molta rozzezza interiore, per non dire depravazione».

Stavano per proseguire per la loro strada, quando la ragazza si fece avanti, offrendo loro i suoi mazzetti. La sua voce era così dolce, così melodiosa, così deliziosamente modulata, che i giovani si fermarono loro malgrado. Se ne stava in una posa graziosissima, le sue labbra coralline dischiuse mostravano denti bianchi e scintillanti come perle. Un sottile magnetismo sembrava emanare da lei, che non fu senza influenza sui due giovani. Inoltre, le sue parole non tradivano quell'ignoranza a cui alludeva Esperance o quella depravazione di cui aveva parlato il Visconte.

«Comprate dei fiori per le vostre belle innamorate, signori», disse. «Rallegreranno i loro cuori, perché il profumo parla d'amore!»

«Amore!» esclamò Giovanni, sorridendo per la sua serietà e il suo linguaggio poetico. «Cosa ne sai tu dell'amore?»

«Ah! signore», rispose, arrossendo profondamente e distogliendo lo sguardo, «quale ragazza non conosce l'amore! Anche la più misera contadina sente la freccia del piccolo dio cieco!»

I giovani erano divertiti e interessati. Sebbene appartenesse alla classe inferiore, questa povera fioraia aveva certamente ricevuto una qualche istruzione ed era dotata di una discreta dose di sentimenti più raffinati. Esperance si sentiva attratto da lei, e Giovanni provava un fascino non difficile da spiegare. Separato da Zuleika, colmo della disperazione di un amante, l'ardente Visconte non era contrario a un piccolo flirt, più o meno innocente. Ecco la sua occasione; avrebbe coltivato la conoscenza di questa ragazza romantica e bella. Dov'era il male? Non intendeva essere infedele a Zuleika, e questa contadina piccante non avrebbe sofferto nulla nel rallegrare alcune delle sue ore tristi. Senza dubbio era disponibile e avrebbe accolto un tale diversivo, specialmente perché lui avrebbe versato generosamente oro nel suo grembo.

«Comprerò dei fiori da te, ragazza mia», disse, incoraggiante.

«Ecco un bel mazzetto, signore», disse la ragazza, sorridendo gioiosamente alla prospettiva di fare una vendita redditizia, e porgendogli una magnifica selezione di boccioli e fiori profumati.

Giovanni prese il mazzetto e, allo stesso tempo, premette delicatamente le dita affusolate della ragazza. Erano morbide e vellutate al suo tocco. Un brivido delizioso lo attraversò al contatto. La fioraia non mostrò alcun dispiacere. Chiaramente era abituata a tali approcci. Il Visconte infilò una moneta d'oro di considerevole valore nella sua mano, provando di nuovo quel brivido delizioso.

«È troppo, signore», disse la ragazza, guardando la moneta, «e non ho il resto. Dovete aspettare un momento finché non lo vado a cambiare».

«Non importa il resto», rispose Giovanni. «Tienilo tutto».

La ragazza sembrò stupita da tale liberalità, poi un sorriso gioioso si diffuse sul suo bel volto.

«Oh! grazie, grazie mille, signore», disse, in modo effusivo, con il colore che si intensificava sulle sue guance tentatrici. Giovanni si trattenne a stento dal baciarle.

«Come ti chiami, ragazza mia?» chiese, mentre lei si preparava ad andarsene.

«Annunziata Solara, signore», rispose, sorpresa che le venisse fatta una domanda del genere.

«Dove abiti?»

«In campagna, appena oltre Trastevere».

«Vivi sola?»

«No; con mio padre, Pasquale Solara».

«Che lavoro fa?»

«È un pastore, signore».

La ragazza si inchinò ai due giovani e, con uno sguardo a Giovanni che gli fece fremere il sangue nelle vene, passò oltre e si perse rapidamente nella folla dei passanti.

Esperance, che aveva osservato questa scena con curiosità divertita, scoppiò in una risata fragorosa quando il Visconte si voltò verso di lui con qualcosa di molto simile a un sospiro.

«Giovanni», disse, «la graziosa Annunziata Solara ti ha stregato!»

«Non proprio così tanto, Esperance», rispose il giovane italiano. «Ma è una creatura gloriosa, non è vero?»

«Sì, per quanto riguarda l'aspetto; ma non è tutto oro quel che luccica, e questa bella Annunziata potrebbe rivelarsi un vero demone o una furia a una conoscenza più approfondita!»

Giovanni lanciò al suo amico uno sguardo di rimprovero.

«Non insultarla con insinuazioni così misere», rispose, calorosamente.

Esperance sorrise e disse:

«Sei colpito da lei, è chiaro!»

«Non lo sono, ma la ammiro come ammirerei qualsiasi cosa bella».

«Mettila come vuoi. Ad ogni modo, sarà difficile che tu la veda di nuovo. Era una visione ed è svanita».

«Ma non ho intenzione di perderla di vista».

«Non vorrai mica dire che intendi andarla a cercare?»

«È esattamente quello che intendo dire».

Esperance guardò il suo amico con aria interrogativa e, allo stesso tempo, a disagio.

«Quando intendi andarla a cercare?»

«Proprio stasera».

«A Trastevere?»

«No. Non l'hai sentita bene. Ha detto che vive in campagna, appena oltre Trastevere. La cercherò lì».

«Cosa! Da solo?»

«Da solo».

«Attento, Giovanni! I suoi occhi luminosi potrebbero condurti in pericolo! Come fai a sapere che non ha qualche feroce amante brigante, che ti accoglierà con uno stiletto?»

«Sciocchezze! Le tue paure sono infantili!»

«Non ne sono così sicuro. La campagna oltre Trastevere è infestata da audaci rapinatori, che non esiterebbero a prenderti e tenerti in ostaggio per un riscatto. Solo l'altro giorno il famigerato Luigi Vampa ha compiuto proprio un'impresa del genere, esigendo una somma molto grande per il rilascio del suo prigioniero, che era un nobile ricco come te».

«Correrò il rischio!»

«Sei pazzo!»

«Non lo sono. Non ho paura dei briganti. Non oserebbero nemmeno posare un dito su un Massetti!»

Il giovane Visconte si raddrizzò con orgoglio mentre parlava. Credeva che il potere della sua famiglia fosse invincibile.

Esperance non riusciva assolutamente a capire la presa salda che questa improvvisa infatuazione aveva fatto sul suo amico. Naturalmente, comprendeva appieno l'influenza della bellezza femminile sui giovani focosi e testardi, e ammetteva a se stesso che Annunziata era davvero molto bella e attraente; tuttavia, non lo era più di tante altre ragazze che sarebbero state felici di ottenere un sorriso dal Visconte Massetti a quasi ogni costo, e il cui corteggiamento sarebbe stato del tutto privo di pericoli. Era risaputo che gli astuti briganti mandavano spesso belle giovani donne a Roma per attirare le loro prede, e non poteva forse Annunziata Solara, con tutta la sua apparente riservatezza, essere una di quelle pericolose Dalila?

Dopo molti altri tentativi di dissuadere il Visconte dall'impresa temeraria che aveva deciso di intraprendere, tutti vani, Esperance decise che il suo impetuoso amico non sarebbe andato da solo quella notte in cerca dell'affascinante Annunziata. Lo avrebbe seguito senza essere visto e avrebbe cercato di proteggerlo qualora ne fosse sorto il bisogno. Conosceva troppo bene la natura del Visconte per proporre di accompagnarlo, poiché una tale proposta sarebbe stata indubbiamente accolta con disprezzo, se non come un insulto assoluto. Avrebbe, tuttavia, tenuto d'occhio i suoi movimenti e, se tutto fosse andato bene, Massetti non ne avrebbe saputo nulla. Se, al contrario, il suo aiuto fosse stato necessario, avrebbe potuto farsi avanti e offrirlo. In quel caso, la gratitudine da parte del Visconte gli avrebbe impedito di esigere una spiegazione per la sua presenza.

Nel frattempo i giovani avevano continuato la loro passeggiata ed erano passati da Piazza del Popolo al Corso. Giovanni era taciturno e scontroso. Guardava dritto davanti a sé, senza notare le bellezze vivacemente vestite che affollavano quella grande arteria, che in tempi normali avrebbero attirato la sua attenzione. Non era così per Esperance; ammirava le signore vivaci sul marciapiede o nelle loro belle carrozze trainate da cavalli briosi. Di tanto in tanto riconosceva un conoscente tra loro e salutava, ma Giovanni non riconosceva nessuno. Sembrava immerso in una fantasticheria che nulla poteva spezzare. Rispondeva a stento alle osservazioni occasionali di Esperance, e quando lo faceva era con l'aria di un uomo i cui pensieri sono lontani.

Al vasto portico del magnifico Palazzo Massetti, Esperance, il figlio di Monte-Cristo, salutò il suo amico. Mentre si voltava per andarsene, disse:

«La tua determinazione è ancora immutata, intendi ancora cercare Annunziata Solara nella campagna oltre Trastevere?»

Giovanni lo guardò intensamente, rispondendo con una certa impazienza:

«La mia determinazione è immutata. La cercherò!»

«Stasera?»

«Stasera!»

Esperance non disse altro, ma si allontanò, colmo di tristi presagi. Provava una premonizione di sventura ed era certo che l'infatuato amico sarebbe andato incontro a qualche terribile contrattempo durante la romantica e pericolosa spedizione di quella notte. Era ormai molto tardi e il giovane si diresse in fretta verso Palazzo Costi, maturando il suo piano mentre camminava. Avrebbe informato il Conte di Monte-Cristo di essere stato invitato ad accompagnare alcuni amici in una gita di piacere, chiedendo il permesso di assentarsi da Roma per qualche giorno. Ottenuto tale permesso, avrebbe indossato le vesti di un contadino italiano, si sarebbe diretto a Ponte Sant'Angelo e lì, nell'ombra del ponte, avrebbe atteso l'arrivo del Visconte Massetti. Quando quest'ultimo fosse passato davanti al suo nascondiglio, lo avrebbe seguito a distanza, tenendolo d'occhio e osservandolo attentamente.

Monte-Cristo non sollevò alcuna obiezione alla proposta di assenza del figlio e il giovane, dopo una cena frettolosa, corse nella sua camera da letto, dove indossò rapidamente l'abito da contadino che aveva usato a un recente ballo in maschera. Mettendosi davanti allo specchio da toeletta, si applicò una tintura sul viso, conferendogli il colore di un bracciante bruciato dal sole. Quando il travestimento fu completato, si esaminò trionfante allo specchio. Nemmeno suo padre avrebbe potuto riconoscerlo, tanto radicalmente aveva alterato il suo aspetto.

Raggiunta la strada da una porta privata senza essere visto, giunse rapidamente al ponte. Mentre entrava nell'ombra di uno dei pilastri, udì il grande orologio del Vaticano battere le sette. Era il crepuscolo, ma tutto intorno a lui era visibile come in pieno giorno. Si guardò in ogni direzione. Nessun segno di Giovanni. L'ardente giovane Visconte aveva già attraversato il Tevere?

Pensò di no e attese pazientemente per un quarto d'ora. Ancora nessun segno. Poi cominciò a diventare ansioso. Massetti era certamente passato sul ponte e lui se lo era lasciato sfuggire. Attese ancora qualche minuto, divorato dall'impazienza e dall'ansia. Alla fine giunse alla conclusione che Giovanni lo avesse preceduto, che fosse andato avanti da solo, senza protezione. Doveva aver fatto così; altrimenti sarebbe certamente apparso prima di allora. Il pensiero era una tortura. A quali ignoti, a quali mortali pericoli si stava esponendo tra le paludi fuori dalle mura della città? Ma forse non si era ancora lasciato le mura della città alle spalle! Un raggio di speranza giunse a Esperance. Se Massetti si trovava ancora entro i limiti di Trastevere, avrebbe potuto raggiungerlo con la dovuta velocità! Avrebbe fatto il tentativo, ad ogni modo. Mentre formava questa risoluzione, emerse dall'ombra del pilastro. In quell'istante un uomo salì sul ponte e gli passò accanto. Passò così vicino che quasi si toccarono, pronunciando un'imprecazione soffocata nel trovare un intruso sul suo cammino. Il suo passo era rapido, così rapido che fu presto lontano. Non aveva nemmeno guardato Esperance, e a quest'ultimo parve che avesse cercato di nascondere il viso. L'uomo era della corporatura di Giovanni e ne aveva il portamento, ma lì finiva la somiglianza. Era certamente un contadino; il suo abbigliamento lo tradiva; inoltre, il suo volto, del quale Esperance aveva colto un fugace scorcio, era rozzo e abbronzato. Il figlio di Monte-Cristo provò una fitta di profonda delusione; poi guardò le proprie vesti, pensò al proprio viso tinto, e una rivelazione lo colse come un lampo: quell'uomo era Giovanni, Giovanni travestito! Guardò in fretta la figura che si allontanava; ora non era che un puntino in lontananza, appena distinguibile nel crepuscolo che svaniva. Iniziò un rapido inseguimento, correndo quasi attraverso il ponte. Dopo un inseguimento caldo e faticoso, guadagnò infine tanto terreno sull'oggetto della sua sollecitudine da avvicinarsi quanto ritenne prudente. Ora era certo che l'uomo davanti a lui fosse il Visconte Massetti.

Esperance si fermò un secondo per riprendere fiato; poi proseguì a passo più lento. L'inseguito non aveva scoperto l'inseguimento; camminava con passo costante e deciso, senza mai voltarsi indietro. Così i due uomini attraversarono Trastevere e, ognuno a suo turno, emergendo da una porta nelle mura della Città Leonina, uscirono nella campagna paludosa oltre di esse. Non erano andati molto lontano quando Esperance vide Giovanni trasalire improvvisamente; allo stesso tempo udì una voce forte e roca gridare:

«In nome di Luigi Vampa, fermati!»

Tendendo gli occhi, Esperance riuscì infine a squarciare la semi-oscurità dell'ambiente e scorse un bruto gigantesco, che indossava una maschera nera, in piedi al centro della strada e che puntava una pistola alla testa dell'uomo che aveva ogni ragione di credere fosse Giovanni Massetti.

CAPITOLO VI.

IL POTERE DI UN NOME.

Il giovane Visconte, poiché era davvero lui quello che il gigantesco brigante mascherato aveva fermato, rimase per un istante sbalordito da questa inaspettata interruzione del suo viaggio all'inseguimento della bella fioraia. Fissò l'enorme bruto davanti a sé prima con smarrimento e poi con rabbia. Il rapinatore continuava con calma a tenerlo sotto tiro con la pistola; quando Giovanni fece un movimento con la mano verso uno stiletto che portava alla cintura del suo abito da contadino, l'occhio rapido dell'uomo ne intuì l'intenzione ed egli esclamò, con tono rozzo e imperioso:

«Tocca quello stiletto e ti farò saltare le cervella!»

Il Visconte abbassò la mano; era coraggioso come un leone, ma il bandito aveva il vantaggio su di lui e, per quanto audace fosse, riconobbe immediatamente la follia di ignorare il suo avvertimento. La sua rabbia e la sua indignazione, tuttavia, erano troppo grandi per essere controllate. Gridò al suo robusto avversario:

«Perché fermi un povero contadino dal quale non puoi ottenere nulla?»

«Tu non sei un povero contadino, signore!»

«Io no, eh? Bene, perquisiscimi e vedrai!»

«Tu non sei un povero contadino, signore, né un contadino affatto! Ti ho visto troppo spesso a Roma per lasciarmi ingannare dal fragile travestimento che indossi così innaturalmente! Ti conosco! Tu sei il Visconte Giovanni Massetti!»

«Bene, e se lo fossi?» ribatté bruscamente il giovane. «Il fatto non gioverà a te né a nessun membro della tua maledetta e codarda banda!»

«Attento a come parli, signore!» esclamò il bandito minacciosamente. «L'insolenza verso i tuoi carcerieri potrebbe costarti più di quanto saresti disposto a pagare!»

«Davvero?»

«Sì; intendo esattamente ciò che dico. Potrebbe costarti la vita!»

Giovanni fissò il brigante con occhi risoluti. Ricambiò minaccia con minaccia.

«Prendi la mia vita, se vuoi,» disse. «Sarebbe il peggior lavoro che tu abbia mai fatto!»

«Posso chiedere perché, signore?»

«Solleverebbe la mia famiglia contro di voi e il risultato non potrebbe che essere il vostro sterminio!»

L'uomo rise fragorosamente e replicò in modo caustico:

«Stai scherzando! Cosa può fare la tua famiglia contro Luigi Vampa e i suoi compagni, che da tempo godono del favore della più alta autorità!»

Questo fu il culmine dell'insulto e Giovanni, spinto al massimo grado di furore, incapace di controllarsi oltre, strappò lo stiletto dal fodero e, sollevandolo in alto, si lanciò freneticamente verso il gigantesco brigante. Istantaneamente quest'ultimo fece fuoco. Giovanni lasciò cadere l'arma; il suo braccio destro cadde inerte lungo il fianco.

Esperance, nel frattempo, non era rimasto inattivo. La sua agitazione era intensa e ad essa si mescolava un terribile timore per l'incolumità del suo amico. Ciononostante, riuscì alla fine a calmarsi e a raccogliersi abbastanza da formare un piano d'azione e metterlo in esecuzione. Si era munito di una pistola, che aveva appena ricaricato prima della sua partenza da Palazzo Costi. Estrasse quest'arma dal suo nascondiglio al primo accenno di pericolo, armandola silenziosamente. La strada era fiancheggiata da alti e folti cespugli da cui sporgeva una frangia di pesanti ombre. Lungo questo confine oscuro Esperance si inoltrò con passo cauto verso l'enorme bandito, non appena lo scorse in piedi al centro della strada e notò il suo atteggiamento minaccioso. Mentre avanzava furtivamente, la luna sorse improvvisamente, inondando la scena con la sua luce argentea. I suoi raggi, tuttavia, non disturbarono la linea delle ombre laterali ed Esperance passò inosservato. Quando il brigante fece fuoco, egli era molto vicino a lui. Vedendo il braccio di Giovanni cadere e rendendosi conto che era ferito, il figlio di Monte-Cristo sollevò prontamente la sua arma e, coprendo il gigantesco bruto, sparò direttamente al suo cuore. Il sangue zampillò dal petto dell'uomo. Egli si accasciò al suolo, dove rimase a fremere convulsamente; un istante dopo spirò senza nemmeno emettere un gemito.

Giovanni, il cui braccio era gravemente fratturato e che soffriva un dolore spaventoso, rimase senza parole per lo stupore di questo improvviso e inatteso intervento in suo favore. Esperance balzò istantaneamente al suo fianco. Il giovane italiano lo fissò come se fosse stato un'apparizione dell'altro mondo. Non riuscì a riconoscerlo nel suo abito da contadino, con il viso tinto.

«Chi sei?» ansimò, non appena fu in grado di trovare le parole.

«Non mi riconosci?» chiese Esperance, stupito. Nella sua eccitazione aveva dimenticato il suo travestimento.

«Sei un estraneo per me,» rispose il Visconte, «ma la mia gratitudine non è da meno per questo. Mi hai sottratto alla prigionia, forse mi hai salvato la vita!»

«Non sono un estraneo, Giovanni. Sono il tuo amico, Esperance.»

«Cosa! Esperance con quell'abito, con quel volto bruciato dal sole! Pensavo che la tua voce avesse un suono stranamente familiare, ma il tuo travestimento si è rivelato troppo perfetto perché io potessi penetrarlo!»

Queste parole richiamarono alla mente del figlio di Monte-Cristo i cambiamenti che aveva apportato al suo aspetto. Non c'era da meravigliarsi che il Visconte non fosse riuscito a riconoscerlo!

«Perché ti sei travestito e come sei arrivato qui in questo momento critico?» chiese Giovanni, dopo una pausa.

«Mi sono travestito per poterti seguire senza timore di essere scoperto. Non volevi ascoltare ragioni e ho deciso di proteggerti durante la tua avventura temeraria fin dove fosse in mio potere.»

«Dal profondo del mio cuore ti ringrazio, Esperance. Sei un amico coraggioso oltre che devoto, pienamente degno del tuo illustre padre! Ma come hai fatto a conoscermi? Anche io sono travestito.»

«Il fatto stesso di essere travestito mi ha permesso di penetrare il tuo. Ti ho riconosciuto quasi subito dopo che mi sei passato accanto sul Ponte Sant'Angelo.»

«Cosa! Eri tu il contadino che ho quasi investito mentre attraversavo il ponte?»

«Ero io. Ma non perdiamo altro tempo; ne abbiamo già perso abbastanza. Inoltre, altri membri della banda di Luigi Vampa stanno probabilmente aggirandosi nelle vicinanze e immagino che entrambi ne abbiamo avuto abbastanza dei briganti per una notte! La prudenza impone che torniamo immediatamente a Roma. Con il tuo braccio fratturato, sicuramente non conti di proseguire la tua ricerca della bella Annunziata al momento?»

«No; è impossibile, mi duole dirlo. Tornerò con te a Roma.»

Mentre il Visconte parlava, un improvviso tremito lo colse e si appoggiò alla spalla dell'amico per sorreggersi.

«Sei svenuto per la perdita di sangue!» esclamò Esperance, molto allarmato. «Che sconsiderato sono stato a non fasciarti la ferita!»

Togliendo il fazzoletto dalla tasca, asciugò il sangue dal braccio dell'amico, bendando la ferita con cura e tenerezza; poi fece una fasciatura con il fazzoletto di Giovanni, ponendovi dentro l'arto ferito. Il Visconte si sentì meglio così, sebbene ancora un po' debole.

«Sei proprio un medico, Esperance,» disse.

«Niente affatto,» rispose il figlio di Monte-Cristo; «ma mio padre mi ha insegnato come gestire le ferite; diceva che la conoscenza mi sarebbe stata utile un giorno o l'altro, e le sue parole si sono rivelate vere.»

«Tuo padre è un uomo meraviglioso; sembra pensare a tutto, provvedere a ogni evenienza. Grazie all'abilità che mi hai trasmesso, ora sono in condizioni di iniziare il viaggio di ritorno.»

I giovani volsero i loro volti verso Roma, ma non avevano fatto appena una dozzina di passi quando la strada davanti a loro brulicava letteralmente di uomini armati dall'aspetto rozzo, che sbarrarono efficacemente il loro progresso. In un istante furono circondati. La resistenza era impossibile; i due amici si guardarono l'un l'altro e intorno a loro con sgomento. I nuovi arrivati erano evidentemente banditi, membri della disperata banda di Luigi Vampa.

Uno dei malfattori, che sembrava essere il capo ed era vestito in modo molto pittoresco, affrontò Giovanni ed Esperance. Aveva una pistola alla cintura, ma non la estrasse.

«Siete miei prigionieri!» disse, con tono di autorità.

«Chi sei e con quale diritto ci trattieni?» chiese Esperance, con alterigia.

«Chi sono,» rispose il brigante, con voce severa, «non ti riguarda. Il diritto con cui vi trattengo è il diritto del più forte!»

«Non possiamo opporci alla tua volontà, per quanto irragionevole e ingiusta,» rispose Esperance; «il mio amico è ferito e la mia pistola è scarica. Non possiamo che rimetterci alla tua pietà; ma siamo gentiluomini nonostante il nostro abbigliamento e chiediamo di essere trattati come tali!»

«Come è stato ferito il tuo amico e la tua pistola scaricata?» chiese il bandito, sospettoso.

«Il mio amico è stato attaccato e io sono andato in suo aiuto,» rispose Esperance.

«Eravate in una rissa, dunque,» riprese il capo. Voltandosi improvvisamente verso i suoi uomini, chiese: «Dov'è Ludovico?»

«È andato su per la strada mezz'ora fa e non è ancora tornato,» rispose un giovane basso e tarchiato, che sembrava essere il luogotenente del capo.

«Proprio da lui,» disse il capo. «Sempre temerario, sempre in cerca di avventure da solo. Ho sentito un colpo di pistola tempo fa,» continuò, guardando minacciosamente Esperance. «Forse Ludovico è stato assassinato! Se è così, andrà male ai suoi assassini! Che venga cercato.»

Il luogotenente basso e tarchiato, accompagnato da diversi membri della banda, partì immediatamente per eseguire l'ordine.

Esperance guardò ansiosamente Giovanni. Un nuovo pericolo li minacciava. Il gigantesco brigante che era stato ucciso era, senza dubbio, questo Ludovico. Il suo corpo sarebbe stato trovato e una vendetta sommaria sarebbe stata consumata contro di loro. Anche Giovanni comprese l'ulteriore pericolo; ma nessuno dei due giovani diede il minimo segno di paura; interiormente decisero di affrontare la morte stoicamente, di incontrarla senza che un muscolo tremasse.

In poco tempo il luogotenente e i suoi compagni tornarono; due degli uomini portavano il cadavere dell'enorme rapinatore; lo deposero sull'erba lungo la strada, dove il pieno chiarore della luna splendeva su di esso, mostrando la ferita nel petto e le vesti saturate di sangue. Un cipiglio contrasse il volto del capo; lanciò ad Esperance e al Visconte uno sguardo di odio e rabbia; poi, voltandosi verso il luogotenente, disse:

«Ebbene?»

«Abbiamo trovato Ludovico disteso sulla strada a poca distanza da qui,» rispose l'uomo basso e tarchiato, con una traccia di emozione nella sua voce roca. «È stato colpito al cuore ed era morto da tempo.»

I briganti si erano radunati attorno alla forma prostrata del loro compagno; sembravano molto colpiti dalla sua sorte; Ludovico era evidentemente un favorito.

Non appena il capo ebbe ricevuto il rapporto del suo subordinato, si voltò verso i prigionieri, chiedendo severamente:

«Quale di voi ha ucciso quest'uomo?»

«Nessun omicidio è stato commesso,» rispose Esperance, indignato. «L'enorme bruto ha sparato al mio amico, frantumandogli il braccio, come vedi; è stato ucciso per legittima difesa.»

«La tua pistola è scarica,» continuò il capo, aspramente; «questo l'hai ammesso; tu hai ucciso Ludovico!»

«Ho difeso il mio amico, che egli aveva vigliaccamente attaccato,» disse Esperance, cupamente.

«Hai ucciso quest'uomo? Sì o no!»

«L'ho ucciso io!»

«Basta!» gridò il capo, digrignando i denti. «Pagherete la pena del vostro crimine! Entrambi morirete!»

Fece un cenno al suo luogotenente e in un istante Esperance e Giovanni furono saldamente legati. I giovani lessero una risoluzione disperata e una feroce vendetta su tutti i volti rozzi intorno a loro. Non c'era il minimo barlume di speranza; la morte sarebbe stata inflitta loro immediatamente e nel modo più sommario. Difatti, dei cappi pendevano già da un paio di alberi lungo la strada, in attesa di compiere la loro nefasta opera. La vista di questi terribili preparativi scosse Giovanni. Con gli occhi lampeggianti, affrontò il capo della banda.

«Attenzione!» gridò. «Se ci uccidete, avrete tutta Roma con cui fare i conti! Vi abbiamo detto che siamo gentiluomini e non contadini. Io sono il Visconte Giovanni Massetti e il mio compagno è il figlio del famoso Conte di Monte-Cristo!»

Mentre il giovane italiano pronunciava queste parole, un nuovo arrivato apparve improvvisamente sulla scena, per il quale tutti gli altri si fecero da parte. Era un uomo dall'aspetto intellettuale, vestito senza ostentazione con un abito da contadino.

«Chi ha pronunciato il nome del Conte di Monte-Cristo?» chiese egli.

Il capo indicò silenziosamente Massetti, che rispose istantaneamente:

«Ho pronunciato il nome del Conte di Monte-Cristo, ed egli farà sicuramente vendetta amara su tutti voi per l'omicidio di suo figlio!»

«Suo figlio?»

«Sì, suo figlio, che sta qui al mio fianco, ignobilmente legato e minacciato di una morte vergognosa!»

Lo sconosciuto si voltò verso Esperance ed esaminò attentamente.

«Sei tu il figlio di Monte-Cristo?» chiese, visibilmente agitato.

«Lo sono,» rispose Esperance, freddamente.

«Dammi un segno.»

«'Aspetta e spera!'»

«La sua massima!»

«Ah! La riconosci. Riconosci anche questo?»

Mentre parlava, il giovane sollevò la mano sinistra e un magnifico anello di diamanti che indossava brillò al chiaro di luna. Il nuovo arrivato prese la sua mano e diede un'occhiata al gioiello, uno che il Conte di Monte-Cristo aveva indossato per anni e che aveva regalato a suo figlio solo pochi giorni prima.

«Sono convinto,» disse lo sconosciuto. Poi, rivolgendosi al capo, disse con tono di comando: «Liberate questi uomini!»

«Ma hanno ucciso Ludovico!»

«Liberateli!» tuonò lo sconosciuto. «Ludovico avrebbe dovuto saperne di più che interferire con i miei amici!»

Fu istantaneamente obbedito e i due giovani, grandemente stupiti, si ritrovarono liberi dai loro vincoli.

«Siete in libertà,» continuò lo sconosciuto, «e potete riprendere il vostro percorso. Dite al Conte di Monte-Cristo che Luigi Vampa ricorda il suo patto ed è fedele ad esso!»

Mentre parlava, il famigerato capo dei briganti radunò i suoi uomini e l'intera banda svanì tra gli alberi come tanti spiriti della notte.

CAPITOLO VII.

NELLA CAPANNA DEL CONTADINO.

Per un momento i due giovani rimasero in silenzio e sbalorditi. Così improvviso era stato il cambiamento dal pericolo imminente alla salvezza che potevano a stento comprenderlo. Luigi Vampa era apparso e scomparso come un lampo, ed entrambi, banditi e pericolo, erano stati dissolti dalla meravigliosa magia del nome di Monte-Cristo. Il capo dei briganti aveva definito Giovanni ed Esperance suoi amici e come tali sapevano che l'intera campagna nelle vicinanze di Roma era libera per loro; potevano percorrerla di giorno o di notte senza timore di molestie. A Esperance importava poco di questo, ma Giovanni ne era esaltato, poiché ciò gli avrebbe permesso di cercare Annunziata Solara senza rischio di interruzione o impedimento. Ma quale era il misterioso potere del Conte di Monte-Cristo? Quella era una domanda davvero difficile da rispondere. Ad ogni modo, persino il feroce Luigi Vampa vi si inchinava, ed era tanto indiscutibile quanto strano.

Il Visconte Massetti fu il primo a rendersi conto della necessità di una rapida corsa verso Roma. Era svenuto per la perdita di sangue e l'eccitazione; inoltre, il suo braccio fratturato pulsava violentemente e gli procurava fitte di dolore lancinante. Si sentiva sprofondare e sollecitò l'amico ad affrettarsi. Esperance acconsentì e, sostenendo il giovane italiano come meglio poteva, ripresero il viaggio di ritorno. Non era stata percorsa che un miglio, tuttavia, quando Giovanni si gettò sul tappeto erboso ai piedi di un grande albero, dichiarando che era del tutto impossibile per lui avanzare di un altro passo. La pulsazione nel suo braccio era diventata insopportabile, togliendogli il respiro e riempiendolo di una sensazione di nausea.

Erano ancora lontani da Roma e non si riusciva a scorgere alcun segno di abitazione in alcuna direzione. Aspettare l'arrivo della luce del giorno era fuori discussione; sarebbero passate ancora alcune ore prima dell'alba, e anche quando il sole fosse sorto, non era affatto certo che si potesse trovare assistenza. Nel frattempo, Giovanni avrebbe sofferto tormenti, per non parlare del pericolo di essere esposto nelle sue condizioni all'influenza della malaria dalle paludi circostanti.

Esperance, sebbene riluttante a lasciar solo il suo amico anche solo per un istante, decise infine che per lui era imperativo andare in cerca di soccorso. Nel frattempo, era sopraggiunta una febbre violenta e le condizioni di Giovanni peggioravano rapidamente. Mentre il figlio di Montecristo stava per mettersi in cammino per la sua missione di perlustrazione, udì una voce maschile cantare a una certa distanza, ma che si faceva via via più vicina. Il suono era allegro e rassicurante, poiché certamente l'uomo che sapeva cantare in modo così dolce e gioioso doveva avere un cuore buono e gentile. Man mano che l'uomo si avvicinava, Esperance riconobbe la sua canzone: era quella bella ed espressiva serenata, "Cara Nina", una melodia cara a tutti i giovani innamorati italiani, siano essi di umili origini o di alto lignaggio.

L'uomo infine apparve in vista; camminava senza fretta, ma con un'andatura lunga e dinoccolata. La sua voce era un chiaro, pieno tenore robusto, e le note della sua deliziosa canzone d'amore gorgogliavano dalla sua gola con un effetto meraviglioso nell'aria immobile e balsamica di quella notte tranquilla e gloriosa. Non aveva più di vent'anni, era un contadino robusto e il chiaro di luna rivelava che possedeva un volto virile e aperto. Era così assorto nella sua serenata che non riuscì a notare Giovanni, steso ai piedi dell'enorme albero, ed Esperance in piedi accanto a lui. Stava passando oltre quando quest'ultimo lo chiamò. Egli si fermò, alquanto allarmato, e la sua mano afferrò istintivamente un'arma nascosta nel petto. Esperance si affrettò a rassicurarlo.

"Non abbiate paura," disse. "Siamo solo viaggiatori e uno di noi è gravemente ferito. In nome del Cielo, prestateci tutta l'assistenza che potete!"

Il giovane contadino si voltò e si avvicinò cautamente verso di loro.

"Questo è un vicinato pericoloso," disse; "è infestato da briganti della specie più sconsiderata e audace."

"Abbiamo abbondanti ragioni per saperlo," rispose Esperance, "perché siamo appena scampati per un soffio a una morte orribile per mano di alcuni uomini di Luigi Vampa."

"Gli uomini di Luigi Vampa!" fece eco il contadino, con stupore.

"Sì."

"E vi hanno rilasciato di loro spontanea volontà? Non ho mai sentito una cosa simile! Non è loro costume liberare la preda, almeno senza un riscatto salato. Vi hanno derubato, o li avete pagati per la vostra libertà?"

"Né l'uno né l'altro," rispose Esperance.

Lo stupore del contadino fu raddoppiato. Lanciò uno sguardo interrogativo al Visconte prostrato.

"Com'è accaduto che il vostro compagno sia rimasto ferito?" chiese.

"Il suo braccio è stato frantumato dalla pistola di un bandito gigantesco."

"Ludovico?" domandò il contadino, guardandosi intorno, come se si aspettasse di vedere l'enorme aggressore.

"Credo che fosse quello il suo nome," replicò Esperance. "Ma non farà più alcun danno!"

"Non vorrete dire che lo avete ucciso?"

"Proprio così."

"Eppure vi è stato permesso di andarvene liberi! Non riesco a comprenderlo!"

"Forse no, ma potete comprendere che il mio amico è gravemente ferito e ha bisogno di immediato soccorso e riparo. Non c'è qualche capanna ospitale nei dintorni dove possa essere trasportato, dove possa essere assistito finché non arrivi aiuto da Roma?"

Il contadino esitò per un istante; poi disse:

"Mio padre vive a poca distanza da qui; potrebbe ospitarvi se volesse, ma è in tale terrore dei banditi che, date le circostanze, probabilmente vi chiuderebbe la porta in faccia."

"Non deve aver paura dei briganti in questo caso, perché Luigi Vampa ci ha appena dato una prova evidente della sua protezione. Inoltre, ci ha assicurato di essere nostro amico."

"Questo è davvero singolare," disse il contadino, esitando ancora. "Luigi Vampa è amico di pochissimi, e sono quelli con cui è in combutta. Voi certamente non siete in combutta con lui, o non avreste ucciso Ludovico!"

"Non è il momento per parlamentare," rispose Esperance. "Il mio amico sta soffrendo, e l'umanità da sola dovrebbe spingere vostro padre ad accoglierlo. Mi impegnerò a placare l'ira di Luigi Vampa, qualora dovesse essere suscitata; al peggio, mi impegno a consegnarmi con il mio amico al primo ordine di farlo, e ad assicurare al capo brigante che vostro padre è del tutto innocente. Su, non posso convincervi a essere generoso e umano?"

"Bene," disse il contadino, parzialmente soddisfatto, "vi crederò, anche se sto correndo un grande rischio. Se Vampa dovesse offendersi, brucerà la nostra capanna sopra le nostre teste e ci ucciderà tutti senza pietà. Tuttavia, sia il vostro amico ferito che voi avrete quel povero riparo che il nostro umile tetto può offrire."

Giovanni fu aiutato ad alzarsi e, prendendolo tra loro, Esperance e il contadino iniziarono il loro cammino. Fortunatamente non dovevano andare lontano, altrimenti le forze vacillanti del giovane Visconte non sarebbero state all'altezza del compito. Lasciarono la strada maestra, addentrandosi in uno stretto sentiero boscoso su entrambi i lati; così fitti, infatti, erano i rami degli alberi che si intrecciavano sopra le loro teste che i raggi della luna ne venivano efficacemente esclusi e regnava un'oscurità quasi impenetrabile. Per un istante Esperance ebbe timore di un tradimento, ma questo timore fu dissipato quando pensò al portamento virile del giovane contadino e al terrore dei briganti che egli aveva espresso. I tre potevano a malapena camminare affiancati nello stretto sentiero, e di tanto in tanto Giovanni inciampava contro qualche radice sporgente o altro ostacolo invisibile nell'oscurità; ma il contadino conosceva perfettamente la strada e, senza passo incerto, affrettava i suoi compagni il più rapidamente possibile.

Presto il sentiero si allargò alquanto, la luce iniziò a filtrare attraverso il denso fogliame e il gorgoglio di un torrente rumoroso fu udito a poca distanza. Improvvisamente fecero una svolta brusca, arrivando in vista di una piccola capanna dall'aspetto ordinato, coperta di viti rampicanti e immersa nel verde. Il torrente scorreva veloce a pochi metri di distanza, l'odore fresco dell'acqua che si mescolava gradevolmente al profumo dei caprifogli e all'aroma della foresta circostante. Era, davvero, un luogo bellissimo e altamente romantico, un angolo accogliente e appartato, simile a quello in cui il Re Enrico nascose il suo amore, la Bella Rosamund, dagli sguardi indiscreti del mondo curioso. Esperance lo guardò con rapimento, e persino Giovanni, ferito ed esausto com'era, non poté trattenersi dall'emettere un'esclamazione di stupore e ammirazione. La capanna era chiusa e non era visibile alcun segno di vita.

"Siamo arrivati," disse il contadino, a bassa voce. Lasciando i suoi compagni, si diresse verso una finestra, contro la quale diede tre colpi distinti.

Al segnale fu risposto quasi immediatamente da tre colpi simili dall'interno; poi la finestra fu spalancata e apparve la testa di una donna. Il chiaro di luna cadeva pieno sul suo viso, ed entrambi, Esperance e Giovanni, trasalirono improvvisamente quando riconobbero Annunziata Solara, l'ammaliante fioraia di Piazza del Popolo.

"È lei, è Annunziata!" sussurrò il giovane Visconte all'orecchio del suo compagno.

"Zitto!" rispose quest'ultimo, con un tono di voce cauto. "Non tradirti! Lei non ci riconoscerà mai, mascherati come siamo! Inoltre, i sospetti della nostra guida non devono essere destati! Potrebbe ancora rifiutarci riparo!"

"Hai ragione, come sempre," rispose Massetti. "Dobbiamo mantenere il nostro incognito, almeno finché non saremo sicuri del fatto nostro."

Nel frattempo il contadino stava parlando frettolosamente con Annunziata.

"Sorella," disse, "non sono solo; due viaggiatori, contadini come noi, sono con me. Sono stati attaccati dagli uomini di Luigi Vampa e uno di loro è gravemente ferito."

"Santa Vergine!" esclamò la ragazza, evidentemente colma di terrore.

"Chiedono la nostra ospitalità per la notte e la nostra assistenza finché non si potrà procurare aiuto da Roma. In nome di nostro padre ho concesso loro riparo. Apri la porta e facci entrare."

La ragazza scomparve dalla finestra e in un altro istante ebbe spalancato la porta. Mentre stava lì nella luce argentea, con lo stato delle vesti e dei capelli a indicare che si era alzata frettolosamente dal suo giaciglio, la sua bellezza luminosa e pittoresca era enormemente accresciuta. I giovani pensarono di non aver mai contemplato una visione più incantevole di leggiadria femminile.

"Dov'è padre?" chiese il contadino, ansioso.

"Non è ancora tornato," rispose la ragazza.

La guida emise un sospiro di sollievo.

"Sono contento," disse, "perché Pasquale Solara non ama gli stranieri. Se fosse qui, potrebbe rifiutarsi di esercitare l'ospitalità verso quest'uomo ferito e il suo compagno, anche se sono, come asseriscono, amici di Luigi Vampa."

"Amici di Luigi Vampa!" fece eco la ragazza, diventando molto allarmata. "La Beata Vergine ci protegga!"

"Non sono briganti, in ogni caso," disse il contadino, "e credo che siano uomini onesti. Se, tuttavia, mi stanno ingannando, saprò come agire!"

Ci fu un lampo minaccioso nei suoi occhi mentre parlava, e la sua mano cercò di nuovo l'arma nascosta dentro il suo petto. Esperance, che aveva ascoltato intensamente questa conversazione e aveva notato ogni movimento del giovane contadino, sentì i suoi sospetti rianimarsi; ma non c'era tempo per l'esitazione; il riparo e l'aiuto per il suo amico erano la necessità primaria; dovevano essere ottenuti subito e a qualunque costo. Si era astenuto dall'offrire denaro al contadino, non volendo tradire che lui e il suo compagno fossero persone diverse da quelle che sembravano, e ora che Annunziata era apparsa sulla scena si congratulò con se stesso per la saggezza della sua condotta. Temeva, tuttavia, l'impulsività di Giovanni in presenza della ragazza che tanto ammirava, e decise di sorvegliarlo il più attentamente possibile, per stroncare prontamente ogni rivelazione compromettente. Se Giovanni fosse rimasto in questo angolo attraente abbastanza a lungo da iniziare e portare avanti un corteggiamento con la bella fioraia, avrebbe dovuto farlo esclusivamente come contadino e sotto la copertura del suo abile travestimento. Era assai poco probabile che Annunziata avrebbe riconosciuto in Massetti e in lui i due giovani galantuomini che aveva incontrato solo per un istante tra la folla gaia e la calca della brillante Piazza del Popolo.

Mentre questi pensieri balenavano nella sua mente, il giovane Visconte, appoggiato pesantemente al suo braccio, non aveva staccato gli occhi dalla ragazza bella e tentatrice davanti a lui. Sofferente com'era, desiderava essere al suo fianco, stringere la sua forma incantevole, sentire il suo respiro caldo e voluttuoso scorrere sul suo viso e imprimere bacio dopo bacio sulle sue labbra rosse e mature. Non aveva dimenticato Zuleika. Oh! no! Ma Annunziata Solara era un essere del tutto diverso, una ragazza da deliziarlo, inebriarlo, per un momento come l'altra per la vita. Per la figlia di Montecristo il suo sentimento era amore, per l'affascinante fioraia di Piazza del Popolo era una passione da saziare.

Dopo poche altre parole a sua sorella, il contadino tornò dai giovani, aiutando Esperance a trasportare Giovanni nella capanna. L'interno di quella umile dimora era tanto ordinato e pittoresco quanto l'esterno. La stanza in cui entrarono era piccola e arredata in modo economico, ma il gusto femminile era ovunque esibito. Una sola candela era l'unica luce, ma la scarsa illuminazione bastava a mostrare i tocchi raffinati di una mano di donna. In un angolo c'era un letto, le cui coperte erano state ripiegate e su cui era impressa la forma della sua recente occupante. Alla testiera del letto un crocifisso di ottone era appeso alla parete, mentre sullo schienale di una sedia pendevano articoli di abbigliamento femminile. Giovanni non poteva dubitare di essere nella stanza di Annunziata, e che l'impronta sul letto fosse la sua. Provò un fremito di gioia all'idea che stava per occupare il giaciglio dell'ammaliante fioraia, per occupare, forse, il posto stesso dove lei aveva giaciuto solo poco tempo prima.

Annunziata, che aveva gettato un mantello sulle spalle e sugli indumenti da notte, ma i cui piedi erano ancora nudi, aveva accompagnato suo fratello e i suoi compagni nell'appartamento. Osservava gli stranieri timidamente, ma con curiosità, sebbene fosse del tutto evidente che non riusciva a penetrare il loro travestimento. Con mani agili riordinò il letto e rimosse i suoi indumenti dalla sedia. Poi si ritirò in un'altra stanza, e il Visconte ferito fu aiutato a spogliarsi e assistito nel giaciglio dal contadino e da Esperance, dove infine cadde addormentato in un delirio di beatitudine, dopo che la sua ferita fu stata debitamente curata.

Esperance fu sistemato convenientemente per la notte e presto un silenzio ininterrotto regnò sopra la solitaria capanna nella foresta.

Così fu messa in scena la scena iniziale di un dramma destinato a essere fecondo di risultati disastrosi, risultati che offuscarono più di una vita felice.

CAPITOLO VIII.

UN IDILLIO SILVANO.

Al mattino, il braccio del Visconte Massetti fu trovato così gonfio e la sua ferita così dolorosa che si ritenne opportuno mandare a chiamare un medico, che risiedeva in un villaggio vicino a non più di un miglio di distanza dalla capanna dei Solara. L'uomo di medicina fu presto al capezzale di Giovanni. Dopo aver esaminato e medicato la sua ferita, dichiarò che il paziente non avrebbe dovuto essere spostato per almeno una settimana, una notizia che riempì il giovane di gioia interiore, nonostante tutte le torture che soffriva, poiché il suo soggiorno comportava le cure della bella Annunziata, che gli aveva già dimostrato di possedere tenerezza e un cuore gentile, oltre a una bella presenza.

Esperance tenne una conferenza con il suo amico dopo la partenza del medico per decidere cosa fare. Propose di andare subito a Roma e informare la famiglia del Visconte di quanto era accaduto e delle condizioni di Giovanni, ma il giovane si oppose fermamente a questo piano, dichiarando che sarebbe guarito in pochi giorni al massimo e protestando che informare i suoi parenti della sua situazione avrebbe comportato spiegazioni che non aveva alcun desiderio di dare. Giovanni pregò anche Esperance di restare con lui e di non far trapelare nulla circa il loro luogo di rifugio; tanto ardentemente sollecitò questi favori che il figlio di Montecristo, molto controvoglia e con molti presentimenti, alla fine acconsentì ad accordarli.

Pasquale Solara tornò a casa tardi nel giorno successivo all'arrivo degli stranieri nella sua capanna. Era un pastore vecchio ma robusto, il cui volto ruvido e bruciato dal sole parlava di esposizione alle intemperie e duro lavoro. Era frequentemente assente per giorni e notti di seguito, assenze che non spiegava mai e su cui suo figlio e sua figlia non osavano interrogarlo, poiché Pasquale era un uomo duro, che si arrabbiava al minimo pretesto ed era incline a essere severo con tutti coloro che cercavano di ficcare il naso nei suoi affari. Esprimeva grande paura dei banditi che infestavano i dintorni di Roma e specialmente della banda di Luigi Vampa, ma coloro che lo conoscevano meglio scuotevano la testa con aria dubbiosa e, sebbene non lo dicessero, era chiaramente visibile che consideravano questa paura semplicemente assunta per i propri scopi. Ad ogni modo, era un fatto significativo che Pasquale non venisse mai disturbato nei suoi vagabondaggi, mentre i briganti lasciavano sempre la sua dimora e i suoi abitanti indisturbati.

Il vecchio pastore si accigliò cupamente quando i suoi figli lo informarono di aver dato rifugio a un paio di viaggiatori, uno dei quali era rimasto ferito in uno scontro con un brigante, ma non disse nulla e sembrò disposto ad accettare la situazione senza nemmeno un brontolio. Non entrò, tuttavia, nella camera in cui giaceva Giovanni ed evitò di venire in contatto con Esperance, che ne colse solo uno scorcio fugace prima che ripartisse di nuovo per un'altra spedizione, cosa che fece dopo una sosta di appena mezz'ora alla sua capanna.

Il giovane contadino ed Esperance divennero presto molto amici, indulgendo in molte passeggiate nella foresta e lungo il torrente gorgogliante. Il nome del contadino era Lorenzo, e sembrava condurre una vita libera, totalmente priva di occupazioni di alcun tipo, se non quella occasionale di badare a poche pecore che non si allontanavano mai molto dalle rive del piccolo ruscello.

Annunziata per il momento abbandonò le sue visite a Roma, installandosi come infermiera di Giovanni. Era quasi costantemente al suo fianco, e la sua presenza e le sue cure erano medicine più potenti di qualsiasi altra che il medico avesse somministrato. Il suo sorriso sembrava esercitare un effetto ammaliante sul giovane Visconte, mentre la sua voce risuonava nel suo orecchio rapito come la musica più dolce. La bella ragazza era l'immagine stessa della salute perfetta, e la sua forma ben sviluppata aveva tutto il fascino della maturità precoce, unito alla freschezza e alla grazia giovanili. Indossava gonne corte e le sue membra formose non erano mai appesantite dalle calze, mentre i suoi piedi erano invariabilmente nudi. Un corpetto basso e ampio con maniche corte mostrava il suo collo e le sue spalle robuste, e braccia paffute e piene di fossette che sarebbero state l'invidia di una duchessa. Le sue mani così come i suoi piedi non erano piccoli e il sole aveva dato loro un generoso strato di bruno, ma erano ben torniti e attraenti, mentre le sue dita corte e affusolate erano punteggiate da unghie rosa e curate con attenzione. Nel complesso sembrava lo spirito del luogo, una deliziosa ninfa dei boschi incantevole quanto qualsiasi cosa la fantasia di un poeta avesse mai creato e tuttavia una realtà mortale e sostanziale ben calcolata per infiammare il sangue di un uomo e far girare il suo cervello. Se era apparsa bella a Roma, in mezzo alle regine della moda aristocratica di Piazza del Popolo, sembrava mille volte più deliziosa e affascinante nella sua umile casa nella foresta, dove si scrollava di dosso ogni costrizione e si mostrava per quella che era veramente, una bambina luminosa e innocente della natura, pura come il respiro del cielo e libera da inganni come la farfalla nutrita di miele del sole estivo.

Più Giovanni la vedeva, più cadeva sotto il dominio del suo fascino irresistibile, l'impero della sua attrattiva fisica. Gradualmente guarì, e mentre la sua ferita si rimarginava, la sua forza ritornava. Infine, verso la fine della settimana, fu in grado di lasciare il suo letto e sedersi su una grande sedia vicino alla finestra della sua stanza. Era stato concordato tra lui ed Esperance che, durante il loro soggiorno nella capanna dei Solara, sarebbero stati conosciuti rispettivamente come Antonio Valpi e Giuseppe Sagasta, e già Annunziata aveva conferito al suo paziente il diminutivo amichevole e familiare di Tonio, un nome a cui rispondeva con il cuore che batteva selvaggiamente e occhi che dicevano molto.

Attraverso domande gestite astutamente, il giovane Visconte aveva appurato che la fioraia non aveva alcun amante, che il suo petto non aveva mai posseduto il tenero sentimento, e questa notizia aggiunse benzina al fuoco che lo stava consumando. Non si deve supporre che Annunziata fosse ignara della forte impressione che aveva fatto sul suo giovane e attraente paziente. Ne era perfettamente consapevole e gioiva segretamente della manifestazione evidente del potere del suo fascino. Forse non amava ancora Giovanni, forse era semplicemente l'attrazione fisica generale di una donna verso un uomo, o poteva essere stata quell'innata punta di civetteria comune a ogni femmina, ma il fatto rimaneva che lei incoraggiava tacitamente il giovane Visconte nelle sue ardenti attenzioni verso di lei. Ella, inoltre, lo attirava e lo infiammava in modo così incurante e innocente che ne acquisiva ulteriore piccantezza. Se Annunziata fosse stata una donna astuta del mondo intenta a intrappolare un amante facoltoso, invece di una pura e ingenua fanciulla di campagna totalmente ignara del male che stava provocando, non avrebbe potuto giocare la sua partita con maggiore effetto. Giovanni era diventato del tutto suo schiavo. Si appendeva ai suoi sorrisi, beveva le sue parole e riusciva a stento a trattenersi in sua presenza. Nessun marinaio naufrago ha mai divorato con occhi più abbagliati la fatale Loreley di una costa rocciosa e deserta di quanto lui facesse con lei. Se fosse stata sua pari sociale, se la sua intelligenza e istruzione avessero eguagliato la sua bellezza personale, avrebbe dimenticato Zuleika, si sarebbe gettato impetuosamente ai suoi piedi e avrebbe sollecitato la sua mano. Com'era, mentre la figlia di Montecristo possedeva tutto il suo cuore, Annunziata Solara schiavizzava i suoi sensi.

Ella riceveva i suoi approcci come una cosa ovvia, senza timidezza, senza arrossire. I suoi discorsi galanti le facevano piacere, non sapeva perché. Era così completamente ignara che non si accorgeva che il suo linguaggio non era quello dell'incolto contadino che pretendeva di essere, che il suo portamento così come le sue parole indicavano un grado di cultura e raffinatezza ben superiore alla sua stazione presunta. Era abbagliata, incantata da lui come l'uccello dal serpente scintillante con i suoi occhi malvagi e affascinanti. Non pensava ad altro che al presente e alle sue gioie nuove. Non aveva mai badato al futuro, non vi badava ora.

Una mattina, mentre sedeva al suo fianco presso la finestra aperta, attraverso la quale filtrava l'aria balsamica della foresta, carica del profumo inebriante di mille fiori selvatici e intensamente dolci, Giovanni prese improvvisamente la sua mano bruna, coprendola di baci appassionati. La ragazza non oppose resistenza, non ritrasse la mano dalla sua; non tremò nemmeno, sebbene un leggero rossore le salisse alle guance, facendola apparire come una vera Circe.

"Annunziata," disse Giovanni, con voce bassa, appena un sussurro, "ti importa di me?"

"Se mi importa di te, Tonio?" rispose la ragazza, fissando dolcemente il volto luminoso e agitato di lui. "Oh! Sì! Mi importa molto di te!"

Egli le gettò un braccio attorno al collo e, mentre la sua mano poggiava sulla spalla formosa di lei, un brivido magnetico lo attraversò come la scossa improvvisa di una potente batteria elettrica. Annunziata non cercò di sottrarsi al suo caldo abbraccio, ed egli la tirò a sé con una stretta sempre più forte, finché il petto pieno e palpitante di lei non riposò contro il suo. Le labbra rosse e tentatrici della ragazza, leggermente socchiuse, erano rivolte verso l'alto; egli vi posò le proprie in un bacio lungo, persistente, delirante. Poi il colore si fece più intenso sulle guance di lei, ed ella si sciolse delicatamente dall'abbraccio. Non distolse tuttavia lo sguardo, ma fissò quello di lui con un'espressione di muta interrogazione. Tutto ciò era nuovo per lei, e tanto più delizioso per la sua completa novità.

"Né mio padre, né mio fratello, né la mia defunta madre mi hanno mai baciata così!" disse lei, con candore.

Giovanni era estasiato; l'innocenza della ragazza era assolutamente meravigliosa; non aveva mai sognato che tale innocenza esistesse sulla terra. Era davvero ciò che appariva?

"Annunziata," disse bruscamente, col cuore che batteva furiosamente e il respiro che si faceva affannoso, "non hai mai provato l'amore, o conosceresti il significato di quel bacio!"

"L'amore?" rispose la ragazza, spalancando i suoi grandi occhi lucenti. "Oh! Sì, ho provato l'amore. Amo mio padre e Lorenzo, amo... tutti!"

"Ma non come ameresti un giovane uomo, che si gettasse ai tuoi graziosi piedi e ti riversasse addosso i tesori del suo cuore!"

"Nessun giovane uomo ha mai fatto questo," disse Annunziata, sorridendo e accoccolandosi più vicino a lui.

"Ma qualcuno lo farà presto, forse prima di molti minuti! Ti piacerebbe se fossi io quello!" esclamò il Visconte, nel suo modo precipitoso.

"Non saprei dire," rispose la ragazza, "non lo so!"

"Allora lascia che io faccia l'esperimento!" disse Giovanni, alzandosi dalla sedia e inginocchiandosi davanti a lei. "Annunziata, io ti amo!"

La ragazza gli accarezzò i capelli e poi fece passare le dita affusolate tra le sue ciocche fluenti. Tacque e sembrò riflettere. Il suo petto si sollevò appena un po' più del solito, e il rossore sulle sue guance divenne un soffio più intenso. Giovanni, sempre in ginocchio, le afferrò la mano, tenendola in una stretta schiacciante.

"Mi senti?" gridò, impaziente. "Mi capisci? Io ti amo!"

"Tu mi ami, Tonio?" rispose la ragazza, lentamente. "Beh, è naturale! Ogni giovane deve amare una ragazza, prima o poi, e credo... credo di amarti un po'!"

"Credi!" disse Giovanni, stupito. "Non lo sai?"

"Forse!" rispose Annunziata, continuando ad accarezzargli i capelli.

Giovanni le gettò le braccia attorno alla vita, una vita ampia e sana, libera dalle costrizioni dei corsetti e dai dispositivi costrittivi della moda. Mentre lo faceva, si udì il suono di passi all'esterno, e lui fece appena in tempo a balzare in piedi quando Esperance entrò nella stanza.

Massetti era confuso e il suo amico notò il fatto. Notò anche che Annunziata era leggermente arrossita e sembrava aver provato una qualche piacevole agitazione. Esperance trasse immediatamente le conclusioni. Il flirt di Giovanni con la bella fioraia si era spinto un po' troppo oltre, aveva assunto un aspetto serio. Sarebbe intervenuto, lo avrebbe ammonito. Forse non era ancora troppo tardi. Annunziata era una creatura pura e innocente, non abituata alle vie del mondo e incapace di sospettare la malvagità degli uomini. Era sul punto di cadere in un laccio mortale, sul punto di naufragare sulla secca più pericolosa che la vita potesse presentare. La sua stessa purezza e innocenza l'avrebbero resa una vittima facile. Giovanni non era malvagio; era semplicemente giovane, preda dell'irresistibile passione della giovinezza. La bellezza insuperabile di Annunziata gli aveva infiammato il sangue, spingendolo sull'orlo di un'azione sconsiderata, un crimine contro questa bella ragazza che il denaro non avrebbe potuto riparare. Questo crimine non doveva essere commesso, se avesse potuto impedirlo, e avrebbe rischiato l'amicizia del Visconte per salvarlo da se stesso. Giovanni non poteva sposare l'umile ragazza di campagna; non doveva rovinare il suo futuro.

Quando Esperance entrò nella stanza, la sua presenza riportò Annunziata alla realtà e smorzò anche l'ardore di Massetti. La ragazza si alzò e, sorridendo a Esperance, si allontanò arrossendo. Giovanni era rosso in volto e alquanto irritato per l'intrusione nel momento critico del suo corteggiamento. Il volto di Esperance era grave; sentiva tutto il peso della responsabilità che stava per assumersi.

"Giovanni," disse con tono misurato, "non ti biasimo per essere affascinato da una ragazza carina e amabile come Annunziata Solara, tutt'altro. È certamente un paragone di bellezza, un modello di grazia rustica, un boccone molto tentatore di virtù e innocenza rurale. È ben adatta a far girare la testa a quasi ogni giovane... lo riconosco liberamente. È perdonabile desiderare di godere della sua compagnia... anzi, un flirt innocuo con lei non è, forse, censurabile; ma quella è la massima lunghezza alla quale un uomo d'onore può spingersi! Ricorda che lei ha una reputazione da perdere, un cuore da spezzare!"

"Cosa intendi con questo lungo sermone?" chiese il Visconte, stringendo i denti e aggrottando le sopracciglia ferocemente.

"Intendo che hai fatto la corte a questa povera ragazza, che hai cercato di ricambiare le sue cure nei tuoi confronti in un modo che ti fa ben poco onore!"

"Ti devo la vita, Esperance," rispose Massetti, "ma nemmeno la mia gratitudine ti proteggerà dalla mia furia, se ti metterai tra me e Annunziata Solara!"

"Intendi quindi perseguitarla, sporcare il suo nome, distruggere il suo futuro, poiché sicuramente non la stai corteggiando con l'obiettivo del matrimonio?"

Giovanni arrossì vistosamente a questa aperta accusa.

"Intendo perseguitarla... sì! Quale sia il mio obiettivo in questa faccenda riguarda solo me; tu non hai assolutamente nulla a che fare con questo!" esclamò, con veemenza.

"Ma io ho molto a che fare con questo!" rispose Esperance, fermamente. "Non perseguiterai Annunziata Solara fino alla sua distruzione! Tra il suo buon nome e le tue sconsiderate intenzioni opporrò una barriera che non potrai superare: me stesso!"

"Intendi difenderla al punto di sfidarmi?" chiese Massetti, schiumando d'ira.

"Se persisti nei tuoi nefasti disegni, sì!" rispose il figlio di Monte-Cristo, con uguale calore. "Tu sei il mio amico, il mio amico tra gli amici, Giovanni Massetti, ma nell'istante in cui minaccerai l'onore di quella ragazza innocente la mia amicizia per te cadrà in polvere e diventerai il mio nemico mortale! Scegli. O lasci questa capanna ospitale con me non appena le condizioni della tua ferita te lo permetteranno, rispettando nel frattempo Annunziata Solara come rispetteresti tua sorella, o affrontami pistola alla mano sul campo dell'onore! Scegli, dico! Qual è la tua decisione?"

"Non rinuncerò ad Annunziata!"

"Allora devi combattere!"

"Non esiterò!"

"Così sia! La mia vita contro la tua! Difenderò l'onore di questa povera ragazza fino all'ultima goccia del mio sangue!"

"Quando combatteremo?"

"Domani all'alba."

"Dove?"

"Nella radura oltre il boschetto di castagni, sull'altro lato del ruscello. Non c'è bisogno di testimoni; questa faccenda riguarda noi e noi soltanto!"

"Tanto meglio, perché sarà un duello all'ultimo sangue! Non riesco ancora a tenere sollevato il braccio destro abbastanza a lungo da combattere con esso, ma farò servire la mia mano sinistra!" Poi, come un pensiero improvviso lo colpì, Massetti aggiunse: "Intendi tradirmi, portare la tua storia ad Annunziata e a suo fratello?"

Esperance esaminò il suo compagno con un disprezzo intenso che lampeggiava nei suoi occhi.

"Io non sono un traditore!" disse freddamente, e, voltandosi, uscì dall'appartamento.

CAPITOLO IX.

IL RAPIMENTO.

Per il resto della giornata Esperance e Giovanni non si incontrarono più; si evitarono deliberatamente, il primo perché non desiderava avere ulteriori litigi con il Visconte, e il secondo perché temeva una ripetizione delle accuse di condotta disonorevole, che lo avevano punto più profondamente di quanto avrebbe voluto ammettere persino a se stesso.

Esperance sdegnò di fare la spia su Massetti, ma, tuttavia, decise di non allontanarsi dalle immediate vicinanze della capanna e di essere il più vigile possibile. Nulla, comunque, accadde per destare i suoi sospetti finché durò la luce del giorno. Una o due volte Giovanni uscì dalla sua camera e camminò avanti e indietro eccitato sul prato davanti alla capanna, ma le sue passeggiate furono di brevissima durata, sembrando non avere altro scopo che quello di calmare il suo cervello in tumulto. Annunziata non si avvicinò a lui, anche se Esperance non fu in grado di determinare se civetteria o paura la portassero a seguire questa linea di condotta, ma il suo comportamento lo gratificò perché non diede a Giovanni alcuna opportunità di sfruttare qualsiasi vantaggio potesse aver guadagnato con la fioraia.

Lorenzo non sembrò avere alcun sospetto che qualcosa non andasse né con i giovani né con sua sorella. Era spensierato e allegro come sempre, occupato nelle sue solite faccende futili con una gaiezza che era assolutamente contagiosa, e mostrando anche più della sua solita amabilità. Esperance aveva imparato a stimare molto questo giovane contadino; aveva trovato in lui la virilità e la generosità personificate e aveva deciso, al suo ritorno a Roma, di interessare il Conte di Monte-Cristo al suo benessere e al suo avanzamento. Per quanto riguardava Annunziata, Esperance era ancora del tutto indeciso; era un problema che non riusciva a risolvere. La sua innocenza e virtù erano evidenti, ma la sua semplicità infantile e l'assoluta mancanza di esperienza del mondo, pur essendo così affascinanti e deliziose da vedere, aggiunte alla sua meravigliosa bellezza, la esponevano a rischi che era spaventoso contemplare. Se avesse avuto un amante del suo stesso rango, tutto sarebbe andato bene per lei; ma non aveva alcun amante, era assolutamente sola; se fosse sfuggita a Giovanni, e Esperance era determinato che dovesse sfuggirgli se fosse riuscito a ottenerlo, le probabilità erano che alla fine sarebbe caduta nelle grinfie di qualche altro ammiratore ancora più sconsiderato e senza scrupoli. Il figlio di Monte-Cristo non poteva pensare alla bella ragazza e al suo futuro senza una fitta che gli faceva soffrire il cuore. Anche lui ammirava la sua bellezza, la sua grazia e la sua ingenuità, ma la sua ammirazione era confinata nei limiti appropriati, e se avesse potuto vederla sposata in modo adatto e felice, avrebbe gioito fino al profondo dell'anima.

Nel tardo pomeriggio Pasquale Solara riapparve improvvisamente e senza il minimo preavviso. Il vecchio era coperto di polvere, come se avesse camminato a lungo a piedi. Mostrava chiaramente di essere molto affaticato, e anche che era accaduto qualcosa per irritarlo. Entrò nella capanna inosservato, e vi rimase per alcuni istanti prima che la sua presenza venisse scoperta. Annunziata fu la prima a vederlo, seduto su una rozza panca di legno con il suo robusto bastone di quercia in mano, su cui si appoggiava pesantemente. Gli gettò le braccia attorno al collo con un grido di gioia, tentando di rubare un bacio dalle sue labbra serrate, ma lui la respinse severamente e in silenzio. Lorenzo, a sua volta, non ricevette un'accoglienza più calorosa dalle mani del padre. Ma i suoi figli erano abituati agli umori di Pasquale e rimasero quindi del tutto indifferenti al suo presente comportamento moroso; lo lasciarono presto a se stesso, senza preoccuparsi ulteriormente di lui. Una volta, quando Esperance entrò nella stanza, il vecchio lo fissò interrogativamente, come se avesse dimenticato del tutto il fatto che degli estranei stessero godendo del riparo sotto il suo tetto; poi sembrò ricordare e si accigliò così ferocemente che il giovane fece una ritirata precipitosa, andando a cercare Lorenzo, la cui voce allegra si sentiva cantare oltre il ruscello.

Mentre Esperance giungeva in vista del piccolo corso d'acqua, inciampò quasi in un contadino, sdraiato a figura intera sotto i rami distesi di un vecchio salice. Lo straniero stava leggendo un libro, e Esperance rimase stupito nel notare che si trattava dei "Commentari di Cesare". Proferì delle scuse per la sua goffaggine, ma il contadino sorrise soltanto e, con voce gentile, chiese perdono per essere d'intralcio. Quella voce! Esperance era certo di averla già sentita, ma dove o quando non riusciva a ricordare, sebbene lo facesse rabbrividire fin nel midollo delle ossa, riempiendolo di vaghe apprensioni. Anche il volto dell'uomo era familiare, così come il suo abbigliamento; ma c'era una grande somiglianza tra i contadini italiani nei dintorni di Roma nell'aspetto generale e nell'abbigliamento; era molto probabile che non avesse visto quell'uomo prima, ma qualcun altro che gli somigliasse; tuttavia, la voce e il volto tormentavano Esperance, e decise di interrogare il contadino; la rarità delle visite degli stranieri in questa località isolata sarebbe stata un pretesto sufficiente per la sua curiosità.

"Amico mio," disse, rivolgendosi al lettore disteso, che aveva ripreso il suo libro, "sei un parente o un conoscente dei Solara?"

"Non sono né l'uno né l'altro," rispose l'uomo, incurante, sollevando lo sguardo dal volume e lasciando che i suoi occhi penetranti si posassero sull'interlocutore, "ho passeggiato fin qui per caso, e questo angolo accogliente era così invitante che ne ho preso possesso senza pensare all'intrusione che stavo commettendo."

Il linguaggio del contadino era raffinato; Esperance notò questo fatto e ne rimase non poco sorpreso; inoltre, non riusciva a capire perché lo straniero dovesse leggere i "Commentari di Cesare", un'opera ben oltre la portata dell'intelletto contadino abituale.

"Non stai commettendo alcuna intrusione," disse. "Lorenzo e Annunziata, ne sono certo, sarebbero felici di darti il benvenuto. Il vecchio Pasquale è un po' un selvaggio, è vero, ma fortunatamente non si preoccupa molto di nulla o di nessuno."

"Pasquale è arrivato, dunque?" disse l'uomo, lasciando cadere il libro e mostrando un improvviso interesse.

"Sì; è nella capanna ora," rispose Esperance, con stupore crescente. "Vuoi parlare con lui?"

"No," disse il contadino, balzando leggermente in piedi. Chiuse frettolosamente il suo libro, lo infilò nella cintura e, inchinandosi a Esperance, scomparve nella foresta.

Il giovane lo guardò per un istante; poi raggiunse Lorenzo e lo informò dell'incontro. Alle sue prime parole il fratello di Annunziata smise di cantare; una nuvola gli oscurò la fronte, e chiese, con tono ansioso, una descrizione dello straniero dal comportamento curioso. Esperance gliela diede, notando mentre lo faceva che il suo compagno diventava leggermente pallido e sembrava spaventato.

"Chi è quest'uomo?" chiese, quando ebbe concluso. "Lo conosci? Mi è apparso stranamente familiare."

"Se lo conosco?" ripeté Lorenzo, con un brivido. "Sì... cioè no!"

Esperance fissò il suo compagno con sorpresa e disagio; il giovane contadino evidentemente aveva più conoscenza dello strano intruso di quanto fosse disposto ad ammettere. C'era sicuramente qualche mistero qui. Cosa era? La presenza di questo straniero minacciava la pace, la tranquillità, la sicurezza della famiglia Solara? Era in qualche modo oscuro associato ai movimenti e alle azioni del vecchio Pasquale? Esperance tentò di interrogare ulteriormente Lorenzo, ma questi scosse solo la testa e rifiutò di fare qualsiasi rivelazione. Tuttavia, stipulò che sua sorella non fosse informata di quanto accaduto, insistendo sul fatto che non c'era bisogno di allarmarla inutilmente. Allarmarla? Cosa poteva intendere? Esperance divenne sempre più perplesso, e la sua convinzione di aver incontrato lo straniero in precedenza, crescendo d'intensità, si aggiunse alla sua ansia e al suo malessere.

Per alcune ore Giovanni era rimasto nella sua stanza e non aveva dato alcun segno. Cosa stava meditando? Era possibile che stesse escogitando qualche piano astuto con cui aggirare l'intervento e ottenere il possesso indisturbato della ragazza che aveva così potentemente influenzato le sue passioni? Poteva essere che fosse in qualche modo misterioso associato allo strano contadino, il cui improvviso avvento sembrava di così cattivo auspicio? Esperance pensava a tutte queste cose ed era infinitamente torturato da esse, ma, una ad una, riuscì a scacciarle dalla sua mente. Giovanni era certamente sotto un potente incantesimo che poteva portarlo alla commissione di qualsiasi indiscrezione, ma era in fondo un uomo d'onore, e c'era qualche possibilità che i suoi sentimenti migliori potessero ottenere la padronanza delle sue mere inclinazioni fisiche. Ad ogni modo, Esperance sentiva che poteva fidarsi di lui ancora per almeno una notte. Forse al mattino si sarebbe svegliato con un vero senso della sua posizione e avrebbe riconosciuto il suo errore; avrebbe potuto persino implorare il perdono del suo amico, ammettere di avere torto e acconsentire a tornare a Roma, lasciando l'ammaliante Annunziata in tutta la sua innocenza e purezza. Dopo una riflessione, Esperance decise che lo straniero non poteva essere in alcun modo l'associato o il complice del Visconte, poiché quest'ultimo non aveva comunicato con nessuno, non si era nemmeno allontanato di una dozzina di passi dalla capanna dei Solara durante l'intero periodo della sua convalescenza. L'idea di collusione era insostenibile. Esperance decise di guardare e aspettare. Non si poteva dire cosa avrebbero potuto portare poche ore; ma nel peggiore dei casi avrebbe combattuto; se fosse caduto non se ne sarebbe pentito, e, se Giovanni fosse perito per mano sua, la sua morte sarebbe stata dovuta ai suoi impulsi precipitosi e il suo sangue, nelle circostanze, non avrebbe potuto essere una macchia vergognosa e disonorevole.

Verso il calar della sera il vecchio Pasquale Solara iniziò a mostrare un'insolita attività, mostrando, allo stesso tempo, segni di considerevole agitazione. Era ancora poco comunicativo e moroso, parlava solo a rari intervalli; spesso non rispondeva affatto alle domande rivoltegli, e quando rispondeva era solo con monosillabi bruschi e scattanti. Andava da un posto all'altro con irrequietezza, lasciando spesso la capanna e fissando scrutatore e furtivamente nella foresta come se si aspettasse qualcuno o stesse cercando qualche segnale segreto noto solo a lui. Guardava Lorenzo ed Esperance con sospetto, cercando, per così dire, di penetrare i loro stessi pensieri. Quando incontrava Annunziata, la esaminava dalla testa ai piedi con uno strano miscuglio di soddisfazione, ansia e tremore. In quei momenti c'era un'espressione avida e lupesca nei suoi occhi scintillanti, e le sue mani lavoravano nervosamente.

Quando il crepuscolo ebbe lasciato il posto all'oscurità, egli lasciò improvvisamente la capanna e non vi fece ritorno. Il suo comportamento insolito aveva causato un certo scompiglio nella piccola famiglia, ma la calma regnò dopo la sua partenza e il suo comportamento singolare fu presto dimenticato dai suoi figli. Non così, tuttavia, per Esperance. Il giovane, agitato com'era dal tumulto dei propri sentimenti, non riusciva a togliersi dalla mente il vecchio Pasquale e il suo comportamento. Lo riempiva di sinistri presentimenti e lo faceva guardare alla notte con un timore indefinibile, non scevro da paura assoluta. Gli sembrava che il vecchio pastore stesse meditando qualche azione oscura e disperata che sarebbe stata messa in atto con risultati disastrosi prima dell'alba.

La sera, nondimeno, trascorse senza incidenti e, a tempo debito, il sonno si posò sulla capanna dei Solara, avvolgendo tutti i suoi abitanti nel silenzio e nel riposo. Tutti i suoi abitanti? Tutti, eccetto il figlio di Monte-Cristo, che si rigirava inquieto sul suo giaciglio e non riusciva a chiudere occhio. Alla fine, tuttavia, riuscì a calmarsi alquanto e stava appena sprofondando in una sorta di dormiveglia quando fu improvvisamente destato da un grido selvaggio che echeggiava lontano, il quale lo fece balzare istantaneamente dal letto. Il grido era di donna, e gli parve di riconoscere la voce di Annunziata Solara. Un secondo di riflessione parve rassicurarlo su questo punto, poiché la fioraia era l'unica femmina nei dintorni e la voce era certamente la sua; ma proveniva da lontano, fuori dalla capanna, e questo fatto lo sbalordì. Prontamente il comportamento del vecchio Solara gli tornò alla mente e, istintivamente, collegò il torvo pastore al grido e a qualunque cosa stesse accadendo. Il giovane non si era tolto gli abiti; fu, dunque, opera di un istante afferrare la pistola, che teneva carica sotto il cuscino, e precipitarsi fuori dalla capanna in direzione del grido, che era stato ripetuto, ma si faceva sempre più debole.

Mentre emergeva dalla capanna, udì un colpo echeggiare attraverso la foresta e, quasi immediatamente, un uomo si precipitò tra le sue braccia, sanguinante profusamente da una ferita aperta alla tempia. La notte era senza luna e buia, ma nella luce fioca e incerta Esperance riconobbe Lorenzo.

"Mia sorella... mia sorella... povera Annunziata!" rantolò il giovane contadino, dolorosamente. "Il tuo amico... rapita... andata! Oh! mio Dio!" e sprofondò al suolo come una massa incosciente, fremendo nelle ultime agonie della dissoluzione.

Esperance era inorridito. Annunziata rapita da Giovanni! Non poteva trarre altra conclusione dalle esclamazioni spezzate del giovane contadino! Anche Lorenzo ucciso, e senza dubbio per mano dell'impetuoso Visconte! Oh! era orribile! era quasi incredibile! Si chinò sulla forma prostrata di Lorenzo, la raddrizzò e tastò la regione del cuore; non c'era battito; era come aveva intuito: il virile e generoso fratello di Annunziata era morto, vittima di un codardo e traditore assassino, e quell'assassino! Oh! non poteva pensarci e mantenere la sua fede negli uomini!

Esperance lasciò il cadavere di Lorenzo disteso sul prato e, pistola in pugno, si avviò per andare in aiuto di Annunziata, per salvarla dal suo vile rapitore, se fosse stato in suo potere farlo. Raggiunse la foresta e si immerse nelle sue cupe profondità. Appena ebbe percorso venti passi, un uomo che portava una torcia fiammeggiante gli corse accanto selvaggiamente, in maniche di camicia, senza cappello, con i capelli grigi, corti e folti, quasi ritti sulla testa. Nel lampo improvviso della luce, i suoi occhi smunti brillavano come quelli di un maniaco. Nella mano sinistra teneva un coltello lungo e dalla lama affilata. Non guardò né a destra né a sinistra, ma proseguì dritto, come se fosse un feroce segugio all'inseguimento di una preda umana. Esperance si fermò bruscamente e fissò con gli occhi spalancati quella sconcertante apparizione. Era il vecchio Pasquale Solara! Il figlio di Monte-Cristo rabbrividì al pensiero che il padre, con tutta la sua ferocia italiana pienamente risvegliata, fosse all'inseguimento dell'uomo che aveva rapito sua figlia e ucciso suo figlio. In tal caso, la morte del Visconte era certa, poiché non poteva sfuggire alla vendetta del pastore sconvolto e spietato! Avrebbe dovuto alzare la voce e avvertirlo? No, mille volte no! Giovanni meritava la morte e, se il furioso vecchio l'avesse inflitta, non avrebbe fatto altro che anticipare il giusto castigo della legge oltraggiata!

Decidendo rapidamente di seguire le orme di Pasquale Solara, Esperance scattò in avanti, del tutto incurante dei cespugli e dei rovi che ostacolavano il suo progresso e strappavano ampi lembi dei suoi abiti. Presto voci eccitate lo raggiunsero, poi il rumore di una violenta colluttazione. Spinse rapidamente in avanti, intenzionato a raggiungere la scena del conflitto, dove non dubitava che la sventurata Annunziata sarebbe stata trovata. Presto intravide confusamente due uomini impegnati in una lotta corpo a corpo. Uno era evidentemente Pasquale Solara, poiché una torcia stava fumando a terra, semi-estinta dal muschio umido, e il giovane colse il lampo occasionale di un coltello come quello che il pastore portava quando gli era passato accanto, ma al di là di queste circostanze tutto era supposizione, poiché l'identità degli uomini che combattevano non poteva essere distinta nell'oscurità.

Stringendo forte la pistola, Esperance stava per dichiarare la sua presenza quando la figura di un uomo balzò davanti a lui con la rapidità di un lampo, sembrando emergere dal terreno stesso ai suoi piedi. In quell'istante la torcia diede un bagliore brillante e si spense, ma in quel bagliore Esperance riconobbe l'uomo che si opponeva al suo cammino come lo strano contadino che aveva visto leggere i "Commentari di Cesare" il pomeriggio precedente presso il ruscello, nelle vicinanze della capanna dei Solara. Era anche lui coinvolto nel rapimento, e come? Di nuovo il sospetto tornò a Esperance che fosse il confederato, il complice del Visconte Massetti.

"Rimani dove sei!" comandò l'intruso, severamente. "Se avanzi di un altro passo, le conseguenze ricadranno su di te!"

"Fatti da parte e lasciami passare!" tuonò il giovane, puntando la pistola alla testa del suo avversario. L'altro fece una risata sommessa, compì un movimento rapido e l'arma di Esperance volò via vorticosamente nell'aria. Nel frattempo i rumori della lotta erano cessati e l'oscurità quasi impenetrabile della foresta impediva efficacemente al giovane di distinguere qualsiasi cosa a un metro di distanza. Mentre la sua pistola veniva scagliata lontano dalla sua presa, strinse forte i pugni, serrò i denti e si lanciò freneticamente contro il contadino. Quest'ultimo balzò di lato con sorprendente agilità, svanendo istantaneamente tra gli alberi fitti. Così improvviso fu il suo balzo che Esperance, trascinato dal forte slancio che si era impresso, si immerse selvaggiamente in un cespuglio e cadde a capofitto su un fitto strato di muschio, la cui morbidezza gli evitò di subire anche il minimo livido. Mentre entrava in contatto con il muschio, la sua mano toccò qualcosa di freddo che gli inviò un brivido gelato dalla testa ai piedi. Istintivamente riconobbe l'oggetto come un volto umano e, facendo scorrere la mano, sentì il corpo e gli arti. Gran cielo! chi era? Era stato commesso un altro omicidio? Ci sarebbe mai stata una fine agli orrori e ai misteri di questa terribile notte? Il corpo era quello di un uomo. Esperance si rialzò sulle ginocchia e, estraendo un portafiammiferi dalla tasca, accese una luce. Quando la fiamma illuminò il volto dell'uomo incosciente, apparvero i tratti di Giovanni Massetti! Esperance era sbalordito. Com'era possibile? Il Visconte lì, sotto la sua mano, freddo e immobile! Chi poteva dunque essere stato l'individuo con cui il vecchio Pasquale Solara stava lottando solo un momento prima? Davvero i misteri di questa notte stavano diventando troppo complicati per essere risolti! E dov'era la sfortunata Annunziata? Era sfuggita al suo o ai suoi rapitori, era stata salvata, era perita come il suo sventurato fratello, o il rapimento era stato portato a compimento con successo? A nessuna di queste domande Esperance poteva rispondere. Una cosa, tuttavia, era chiara: non c'era traccia di lei ora; nessun indizio che potesse seguire; pertanto, un ulteriore inseguimento per il momento era inutile. Tristemente decise di attendere il giorno e poi decidere un piano da mettere in atto immediatamente per rimediare, per quanto possibile, al grande torto che era stato commesso.

Ma di Giovanni bisognava occuparsi. Colpevole o innocente, morto o vivo, non poteva essere abbandonato dov'era. L'umanità esigeva che venisse fatto qualche sforzo in suo favore. Forse, anche, se fosse stato in condizioni di parlare, si sarebbe potuta ottenere qualche chiave per le strane, sconcertanti e terribili vicende della notte. Esperance lo sollevò tra le braccia e lo portò al ruscello vicino alla capanna dei Solara. A quell'ora la luna era sorta e, nei suoi raggi argentei, lo esaminò a fondo. Non c'era traccia di sangue, nessuna ferita; solo un grande livido sulla fronte, come se fosse stato colpito con un oggetto pesante e abbattuto privo di sensi. Era vivo, perché il suo cuore batteva e una o due volte si era mosso sul prato dove Esperance lo aveva deposto. Il giovane formò una coppa con le mani e, attingendo dell'acqua fresca dal ruscello, gliela spruzzò sul viso. Immediatamente aprì gli occhi, guardandosi intorno smarrito. Si mise a sedere e fissò selvaggiamente Esperance.

"Cosa succede? Come sono arrivato qui?" chiese, sbalordito. Poi, portandosi improvvisamente la mano sul livido della fronte, come se gli facesse male, continuò: "Ah! sì! Ricordo tutto ora! Luigi Vampa mi ha colpito!"

"Luigi Vampa ti ha colpito?" gridò Esperance, più stupito che mai.

"Sì, dopo che mi ha costretto a prestare un terribile giuramento di rimanere in silenzio!"

"Silenzioso su cosa? Il rapimento di Annunziata Solara?"

"Zitto! zitto! Non menzionare il nome di quella ragazza! Vampa o qualcuno dei suoi uomini potrebbe aggirarsi nei dintorni e sentire!"

"Che fine ha fatto lei? Almeno dimmi questo! Tu sai!"

"Che Dio mi sia testimone, non lo so!"

"Non eri con lei stanotte? Non l'hai portata via con la forza dalla capanna?"

"No! no!"

"Chi è stato allora?"

"Ahimè! il mio giuramento impone silenzio su quel punto!"

"Il tuo giuramento! Questa è una scusa molto comoda! Giovanni, Luigi Vampa non era qui stanotte."

"Lo era. Si è aggirato intorno alla capanna tutto il giorno, affinché quando scendeva l'oscurità potesse compiere l'atto più nero che abbia mai macchiato la storia dell'umanità!"

Immediatamente Esperance ricordò il contadino che aveva incontrato quel pomeriggio accanto al ruscello, l'uomo che, poco tempo prima, si era opposto al suo passaggio e lo aveva disarmato nella foresta. La sua vaga familiarità con la voce, il volto e l'abbigliamento era ora spiegata. L'uomo era Luigi Vampa. Non poteva esserci alcun dubbio. Ma perché aveva rapito Annunziata Solara, come le parole di Giovanni sembravano inferire? Perché, se non come confederato e complice del Visconte Massetti? Ma allora come aveva fatto Giovanni a comunicare con lui, e in che modo erano riusciti a organizzare i dettagli del loro disonorevole complotto? Era possibile che il vecchio Pasquale fosse stato il tramite della corrispondenza tra i due uomini? Era stato così vile da vendere la propria figlia? In quel caso, con chi aveva combattuto così ferocemente e disperatamente nella foresta? Perché anche il capo dei briganti aveva fatto giurare il silenzio a Giovanni? Vane domande, che non ammettevano risposte soddisfacenti. La storia del Visconte era incredibile; era, senza dubbio, una mera invenzione intesa a coprire e nascondere la sua stessa colpevolezza nella faccenda. Eppure Esperance non riusciva a conciliare questa teoria con il fatto di aver trovato Giovanni privo di sensi nella foresta.

Il giovane italiano si era ormai ripreso completamente dagli effetti dello shock che aveva ricevuto. Si alzò in piedi e, avvicinandosi a Esperance, disse seriamente:

"Amico mio, il passato sia dimenticato. Io ho sbagliato e tu avevi ragione. Ti chiedo perdono. Per quanto riguarda il rapimento di questa sfortunata ragazza, ti assicuro che ne sono del tutto innocente!"

"Ma chi ha sparato il colpo che ha ucciso Lorenzo?" chiese Esperance, severamente.

"Ucciso Lorenzo!" gridò Giovanni, con inconfondibile orrore. "Lorenzo è stato ucciso?"

"È stato colpito stanotte ed è morto tra le mie braccia!"

"Oh! questo è terribile!" esclamò il Visconte, con gocce di sudore freddo che gli imperlavano la fronte. "Ti assicuro, Esperance, non ho avuto alcuna parte in questo vile omicidio; non ne sapevo nulla! Ho udito il boato di una pistola, ma chi abbia scaricato l'arma o contro chi sia stata sparata non saprei dire. Tutto sembrava come un sogno disordinato!"

Poiché Esperance non disse una parola in risposta, il Visconte continuò:

"Ancora una volta affermo la mia innocenza rispetto ai cupi crimini che sono stati commessi stanotte! Non credi alla mia protesta?"

"Non so cosa credere," rispose il giovane. "Ma non ti considererò colpevole finché non sarà provato."

"Allora," gridò Giovanni, gioiosamente, "ho una proposta da farti. Giura che rimarrai in silenzio su tutto ciò che è accaduto da quando abbiamo incontrato Annunziata Solara a Piazza del Popolo, inclusi i terribili eventi di stanotte, e partirò con te per Roma in questo istante!"

"E rinuncerai al tuo inseguimento della fioraia?"

"Vi rinuncerò!"

"Giuri di farlo?"

"Lo giuro!"

"Allora, da parte mia, prendo qui il giuramento di silenzio che richiedi!"

"Mi perdoni per aver litigato con te?"

"Ti perdono!"

"Allora lasciamo questo luogo maledetto senza un altro momento di ritardo!"

"Così sia!"

Lasciarono frettolosamente la riva del piccolo ruscello e si recarono alla capanna per prepararsi alla loro immediata partenza. Mentre passavano nel punto in cui era giaciuto il corpo di Lorenzo, Esperance notò con un sussulto che non era più lì. Entrarono nella capanna. Era buia e deserta. Esperance accese una candela e, mentre lo faceva, scorse un pezzetto di carta sul pavimento. Si chinò meccanicamente e lo raccolse. Era stropicciato come se fosse stato stretto in mano e gettato via. Il giovane lo raddrizzò. Era una breve lettera. La tenne vicino alla candela e, con una sensazione di nausea al cuore, lesse quanto segue:

CARISSIMA ANNUNZIATA: Tutto è pronto. Fuggiremo stanotte. Sii pronta. TONIO.

Il biglietto era scritto di pugno da Massetti. Esperance lo passò in silenzio a lui. Il Visconte lo lesse con gli occhi che gli uscivano dalle orbite, le dita tremanti tanto che riusciva a malapena a reggere la carta.

"La prova è conclusiva!" disse Esperance, gelidamente, quando Massetti ebbe finito di leggere. "È una confessione! Hai rapito Annunziata Solara!"

"Cosa posso dire per giustificarmi?" gridò Giovanni, amaramente. "Oh! quel maledetto giuramento!"

"E hai fatto giurare il silenzio anche a me, uomo sciagurato!" disse Esperance. "Perché sono stato così debole!"

Guardò con disprezzo il Visconte, che se ne stava a capo chino. Poi aggiunse:

"Ora ti capisco! Non volevi che ti tradissi, che scatenassi i segugi della Giustizia sulle tue tracce, che ti facessi punire, marchiare e disonorare! Sei stato astuto e mi hai ingannato. Ma il mio giuramento è sacro; lo manterrò! Torniamo subito a Roma come avevamo proposto in origine. Lì ti sfiderò nelle dovute forme per un presunto insulto, e risolveremo questa faccenda alla bocca delle pistole!"

Qualche momento dopo erano sulla via per la Città Eterna, lasciandosi alle spalle la capanna in cui avevano portato rovina e morte!

CAPITOLO X.

LA CONTESSA DI MONTE-CRISTO.

Roma era agitata da uno scandalo vago, così vago, infatti, che nessuno sembrava conoscere i dettagli precisi. Era nato da un resoconto giornalistico, dato in modo indefinito e insoddisfacente, caratteristico del giornalismo romano. Uno dei giornali della città aveva pubblicato la dichiarazione che una giovane e bellissima ragazza contadina, che viveva con suo padre nella campagna oltre Trastevere, era stata recentemente rapita, si diceva, da un giovane membro dell'aristocrazia romana; che lo spericolato rampollo della nobiltà l'aveva corteggiata e conquistata sotto le spoglie di un contadino, l'aveva portata via in un covo di banditi e lì l'aveva infine abbandonata. Non furono fatti nomi. Le indagini presso la redazione del giornale rivelarono che i proprietari avevano un'autorità indubbia per la pubblicazione della notizia, ma non si poterono ottenere ulteriori informazioni da loro. Pochi giorni dopo, tuttavia, lo stesso giornale diede ulteriori dettagli, secondo cui il nobile era stato aiutato nel rapimento da un giovane straniero residente a Roma, e che il fratello della sfortunata ragazza era stato ucciso nel tentativo di salvarla. Questo completò tutte le informazioni che furono mai concesse al pubblico riguardo al misterioso affare, e da allora il giornale mantenne un silenzio assoluto sulla questione. Correva voce che i suoi proprietari fossero stati corrotti da parti interessate per non dire altro, ma questa voce non poté essere fatta risalire a nessuna fonte affidabile e fu, pertanto, da molti considerata una montatura. Non furono presi provvedimenti dalle autorità in merito, ed era evidente che si sarebbe lasciato che la faccenda si spegnesse. Tuttavia, la società romana era considerevolmente eccitata, e le congetture sull'identità della parte colpevole e del suo complice erano frequenti in tutti i quartieri alla moda e aristocratici della città. Queste congetture, tuttavia, non si trasformarono in dichiarazioni positive, sebbene venissero lanciati suggerimenti insidiosi che chi ipotizzava il Visconte Giovanni Massetti come colpevole non andasse molto lontano dal vero. Massetti, si sapeva, era stato assente da Roma per diversi giorni nel periodo in cui si supponeva avesse avuto luogo il rapimento, ma non si degnò di notare i suggerimenti correnti sul suo conto e nessuno fu così ardito da interrogarlo. Nondimeno, un po' di fondamento fu dato alle voci che lo riguardavano dal fatto che, immediatamente al suo ritorno in città, dopo l'assenza sopra menzionata, fu coinvolto in un violento litigio con un giovane francese, generalmente ritenuto Esperance, il figlio di Monte-Cristo, che lo sfidò subito a duello, ma il duello non fu combattuto per qualche motivo non reso pubblico, essendo la controversia tra i due focosi giovani stata composta tramite la mediazione di amici comuni. Fu osservato, tuttavia, e ampiamente commentato che, sebbene i due fossero stati in precedenza compagni inseparabili, Esperance dopo questo litigio evitava studiatamente il Visconte Massetti, astenendosi persino dal menzionare il suo nome.

Nel frattempo, a Civita Vecchia, era stato rappresentato un altro atto nel dramma della vita offuscata di Annunziata Solara. In quella città si trovava un famoso asilo per donne sfortunate, fondato e gestito da una dama francese di enorme ricchezza e corrispondente benevolenza, Madame Helena de Rancogne, la Contessa di Monte-Cristo.[6] Questa signora era instancabile nei suoi sforzi per redimere e riabilitare le cadute del suo sesso. Era la Superiora dell'Ordine delle Suore del Rifugio, i cui membri erano sparsi in tutta Europa, ma avevano il loro quartier generale nell'asilo di Civita Vecchia, dove un numero sufficiente di loro aiutava costantemente Madame de Rancogne nello svolgimento della sua buona e filantropica opera.

Il Rifugio, come veniva chiamato l'asilo, era un vasto edificio in pietra grigia dall'aspetto cupo e simile a un chiostro. Sopra l'enorme porta d'ingresso, su una targa di metallo lucido, era incastonato questo motto in evidenti lettere nere: "Non lasciarti indurre a stimare indegno alcuno!" Si trattava di un'espressione della Contessa di Monte-Cristo del passato, adottata come regola guida e massima dell'Ordine delle Suore del Rifugio. L'interno dell'edificio non corrispondeva affatto al suo esterno tetro e respingente. Alte e ampie finestre lasciavano entrare liberamente i raggi ardenti del luminoso sole italiano, inondando i corridoi e le stanze di luce allegra e calore. Drappeggi cremisi e arazzi magnificamente lavorati di valore favoloso adornavano le pareti, mentre statue e dipinti preziosi e meravigliosi, opera di antichi maestri e artisti contemporanei, accrescevano l'attrattiva dei numerosi saloni e sale di ricevimento. Il grande refettorio e i dormitori possedevano un fascino tutto loro, con colori vivaci che salutavano ovunque lo sguardo e nulla che fosse permesso che potesse ispirare o promuovere stati d'animo malinconici o pensieri dolorosi. Vi era un'immensa biblioteca, alla quale tutti gli ospiti del Rifugio avevano libero accesso. Era sontuosamente arredata e il pavimento era coperto da uno splendido tappeto turco, così spesso e morbido che i passi non producevano alcun suono, mentre le brillanti figure di fiori tropicali che lo punteggiavano generosamente davano l'impressione di un'eterna estate. Scrivanie abbondantemente fornite di materiale per scrivere, tavoli carichi degli ultimi giornali e periodici in tutte le lingue d'Europa, divani lussuosi e invitanti poltrone attiravano coloro che venivano soccorsi dalla Contessa di Monte-Cristo e dai suoi vigilanti assistenti. Su ogni lato la biblioteca era circondata da librerie, contenenti avvincenti romanzi, volumi di viaggio, le opere dei celebri poeti, storie e saggi, con una liberale spruzzata di opere religiose, per lo più non settarie e invariabilmente di carattere consolatorio. Inoltre, erano previste sale da lavoro elegantemente e accuratamente attrezzate, in cui chi ne avesse avuto l'inclinazione poteva praticare il ricamo, cucire o fabbricare le mille e una piccole chincaglierie fantastiche a cui le dita femminili sono così abili. Nulla, tuttavia, era obbligatorio, essendo l'obiettivo principale quello di offrire agli ospiti del Rifugio un'occupazione gradevole, di elevarli e di impedire loro di guardare con rammarico alle vite agitate che avevano condotto e ai vizi che avevano esercitato il loro dominio su di loro in passato. In verità, una amante del suo sesso più generosa e altruista della nobile Contessa di Monte-Cristo non esisteva.

Le protette delle Suore dell'Ordine del Rifugio comprendevano donne di ogni età, di ogni nazionalità e di ogni condizione sociale. Includevano le grisette e le lorette parigine, reclutate da Nini Moustache nel suo civettuolo appartamento della Chaussée d'Antin, poiché Nini si era rivelata una missionaria assai efficace; giovani ragazze, cadute preda di loschi libertini e abbandonate nel vortice di quell'abisso di distruzione che sono le strade di Parigi; señoritas spagnole, che avevano prestato ascolto troppo credulamente ai falsi voti di amanti infedeli; contadine italiane, i cui bei volti e fascino personale erano stati la loro rovina; sfortunate fanciulle tedesche, inglesi, olandesi e scandinave; e persino tizzoni strappati all'incendio in Russia, Turchia e Grecia. Questa comunità alquanto eterogenea viveva insieme in perfetta armonia fraterna, temprata dalle rispettive sventure, incoraggiata e sostenuta nel cammino della riforma dalla Contessa di Monte-Cristo, che per tutte quelle sventurate era come una madre tenera, premurosa e attenta.

Una notte tranquilla, proprio mentre l'oscurità era scesa sulle strade di Civita Vecchia, un timido bussare alla porta d'ingresso del Rifugio destò la portinaia di turno. Tali colpi si sentivano spesso ed erano ben compresi. La portinaia si alzò dalla sua panca, aprì parzialmente la porta e fece entrare una giovane ragazza tremante, la cui figura rannicchiata e contratta era vestita di una massa di stracci laceri. Un sottile mantello rosso le copriva le spalle e il suo volto pallido ed emaciato parlava chiaramente di povertà, stenti e sofferenza. Persino Giovanni Massetti avrebbe riconosciuto con difficoltà in questa miserabile reietta la un tempo formosa e bellissima fioraia di Piazza del Popolo, poiché la richiedente alla porta del Rifugio non era altri che la sfortunata Annunziata Solara. La sua bellezza era svanita come un sogno estivo, svanita come il profumo di un giacinto appassito. Se ne stava davanti alla portinaia in silenzio, con le mani giunte, l'incarnazione della miseria, dell'angoscia e dell'abbandono.

"Cosa cerchi, povera figlia mia?" chiese la portinaia, con tenerezza e comprensione.

"Rifugio, solo rifugio!" rispose la ragazza, supplicante, con una voce profonda e rotta, il fantasma dei suoi precedenti toni pieni e gioiosi.

"La Superiora deve decidere sul tuo caso", disse la portinaia. "Andrai subito da lei."

La donna suonò un campanello, ordinando alla Suora dell'Ordine del Rifugio che aveva risposto di condurre la richiedente nell'appartamento di Madame de Rancogne. La tremante Annunziata fu guidata attraverso un lungo corridoio e introdotta in un piccolo ma accogliente ufficio in cui sedeva una signora anziana di presenza imponente e aristocratica, la cui testa era coperta da riccioli d'argento e il cui volto, ancora bello, portava un'espressione espressiva in cui predominavano compassione e benevolenza. Questa signora era la celebre Madame Helena de Rancogne, le cui avventure ed imprese come Contessa di Monte-Cristo avevano in passato elettrizzato ogni nazione europea. Si alzò quando Annunziata entrò, accogliendola con un sorriso cordiale e confortante.

"Siediti, figlia mia," disse, con una voce ricca e melodiosa. "Sei affaticata. Hai anche fame?"

Annunziata sprofondò nella sedia che le era stata offerta, coprendosi il volto con le mani sottili.

"Ahimè! signora," rispose flebilmente, "ho camminato per molte miglia stancanti e non ho assaggiato un boccone di cibo dall'alba!"

"Porta la povera bambina al refettorio," disse la Contessa alla Suora, che era rimasta in piedi vicino alla porta. "Dopo che la sua fame sarà stata placata, la rivedrò e la interrogherò."

Mezz'ora dopo, Annunziata, ristorata e rinfrancata dal suo pasto, sedeva ancora una volta nell'ufficio con la Contessa di Monte-Cristo.

"Figlia mia," disse quest'ultima, "qual è il tuo nome?"

"Annunziata Solara."

"Hai chiesto rifugio qui, mi informa la portinaia. Sai che questo è un asilo per le cadute del tuo sesso?"

"Lo so, signora; è per questo che sono venuta."

"Ti sei pentita del tuo peccato e desideri condurre una vita migliore?"

"Mi sono pentita amaramente," rispose la ragazza, scoppiando in un pianto dirotto, "oh! quanto amaramente Dio solo lo sa! Voglio nascondermi dal mondo; voglio espiare la mia vergogna con qualunque buona azione le mie mani possano trovare da fare."

"Bene," disse la Contessa, con gli occhi che si illuminavano di entusiasmo. "Il campo è vasto e l'Ordine delle Suore del Rifugio, sebbene numeroso, è sempre aperto a nuove aggiunte. Molto bene è già stato fatto, ma altro resta da compiere, infinitamente di più. Sarai accolta e ti sarà data l'opportunità di partecipare alla grande opera."

"Dal profondo della mia anima vi ringrazio!" singhiozzò la ragazza. "Cercherò con impegno di essere degna della vostra benevolenza!"

"Raccontami la tua storia ora," disse la Superiora. "Non posso credere che la colpa sia stata interamente tua."

"Vi sono grata, signora, per queste parole. Ero sconsiderata e imprudente, ma non criminale. Felice e contenta nella mia umile casa contadina, ero pura e innocente. Non sapevo nulla della malvagità degli uomini, delle insidie tese per intrappolare giovani ragazze incaute. Vivevo con mio padre e mio fratello nelle vicinanze di Roma, vendendo fiori in quella città di tanto in tanto. Non avevo mai avuto un corteggiatore, mai avuto un amante. Il mio cuore era libero, pieno della gioia della giovinezza. Mi era stato detto che possedevo una buona dose di bellezza, ma ciò non mi rendeva né vana né incline alla civetteria. Oh! signora, non sarò mai più così felice!"

L'emozione ebbe il sopravvento su di lei e le sue lacrime ricominciarono a scorrere. La Contessa la confortò ed ella continuò:

"Una notte fatale, mio fratello portò due giovani sconosciuti alla nostra capanna. Sembravano contadini come noi e uno di loro era rimasto ferito in uno scontro con un brigante. Rimasero con noi per alcuni giorni. Accudii l'uomo ferito che, quando fu convalescente, mi corteggiò. Ascoltai le sue ardenti dichiarazioni, mi sottomettei alle sue tenerezze. Arrivai ad amarlo a mia volta e, oh! signora, credevo in lui, mi fidavo di lui. In quel periodo non avevo nulla di cui rimproverarmi e Tonio, questo era il nome del mio ammiratore, sembrava la sincerità in persona. Un giorno mi chiese di fuggire con lui, ma la nostra conversazione fu interrotta e non gli diedi alcuna risposta. Ero confusa, non sapevo cosa fare. Quella sera ricevetti una lettera da lui - la trovai sul tavolo della stanza che occupavo, nascosta sotto la mia scatola da lavoro - in cui mi diceva che tutto era pronto per la nostra fuga quella notte e mi chiedeva di essere pronta. Ero terrorizzata. Non riuscivo a capire perché volesse che fuggissi con lui se tutto era come doveva essere, dato che mio padre e mio fratello non si sarebbero opposti a nessun pretendente adatto alla mia mano a cui avessi concesso il mio cuore. Per la prima volta ebbi sospetti su Tonio e decisi di non prestare attenzione alla sua lettera. Il giorno seguente lo avrei visto e gli avrei detto di parlare con mio padre e mio fratello. Ahimè! quell'opportunità non mi fu data. Oh! quella orribile, orribile notte!"

Si coprì il volto con le mani e rabbrividì. Quando alzò lo sguardo, era spaventosamente pallida e la sua voce tremava mentre riprendeva:

"Quella terribile notte, mentre giacevo sul mio letto, avvolta nel sonno, fui improvvisamente destata sentendo qualcuno nella mia camera. Era molto buio e non potevo vedere l'intruso. Mi alzai di scatto per il terrore, ma una mano fu posta con fermezza sulla mia bocca. Fui strappata dal mio letto e portata tra le braccia di un uomo fuori dalla capanna. Lottai per liberarmi, ma invano. Il mio rapitore sembrava possedere la forza di un gigante. Non c'era luna, ma nella fioca luce delle stelle potevo vedere che l'uomo era mascherato. Si affrettò con me nella foresta vicina. Lì urtò accidentalmente il braccio destro contro il tronco di un albero e la sua mano scivolò via dalla mia bocca. Immediatamente emisi un grido forte e penetrante, ma la mano tornò al suo posto quasi subito e non fui in grado di emettere un altro suono. Il mio grido, tuttavia, era stato udito da mio fratello, che si affrettò in mio aiuto. Raggiunse il mio rapitore nella foresta e, sebbene disarmato, lo attaccò immediatamente. L'uomo mi lasciò cadere e si voltò verso mio fratello. Seguì una lotta feroce, durante la quale la maschera fu strappata dal volto del mio rapitore e, con mio orrore, credetti di riconoscere Tonio. Improvvisamente ci fu un colpo di pistola. Avevo guardato il conflitto, incapace di muovermi. Vidi mio fratello barcollare; il sangue zampillava da lui. Non ne potevo più; caddi a terra svenuta.

"Quando ripresi i sensi, ero in una capanna sconosciuta. Uomini dall'aspetto selvaggio, che presi per briganti, mi stavano sorvegliando. Per quanto tempo rimasi nella capanna non lo so, ma devono essere stati diversi giorni. A volte un uomo mascherato veniva da me, dicendomi di essere Tonio e insistendo nelle sue profferte. Mi rifiutai di ascoltarlo, rimproverandolo per avermi strappata alla mia casa e aver ferito mio fratello. Gli dissi che la sua condotta non era quella di un amante, ma di un malvagio. Lo implorai, se possedeva una scintilla di virilità, di lasciarmi libera, di rimandarmi da mio padre. Mi informò che ero sua prigioniera e che tale sarei rimasta finché non avessi ceduto ai suoi desideri. Lo respinsi con disprezzo, con l'energia della disperazione. Alla fine mi sopraffece con la forza bruta e mi costrinse a cedere. Poi non lo vidi più. Vagai per la capanna come una demente. Il mio calice di dolore era colmo fino all'orlo. Ero nella disperazione. La vergogna e la degradazione furono d'ora in poi la mia sorte.

"Dopo la partenza del mio rapitore, un nuovo arrivato apparve tra i briganti. Sembrava essere il loro capo. Espresse pietà per me e mi disse che il mio rapitore non era un contadino, ma un giovane nobile romano, il Visconte Giovanni Massetti. Non mi importava nulla di questa rivelazione. Non avevo alcun pensiero di vendetta; il mio unico desiderio era nascondermi dallo sguardo del mondo, evitare il dito impietoso del disprezzo. Alla fine il capo dei banditi mi riportò a casa. Lì trovai mio padre, apprendendo dalle sue labbra che mio fratello era morto. Questa notizia rese il mio dolore assolutamente insopportabile. Mio padre era scontroso e malinconico. Per giorni interi non mi parlava. Sembrava aver perso ogni affetto paterno. Infine lasciai la capanna. Avevo sentito parlare del Rifugio e decisi di cercarvi riparo. Ho camminato fino a Civita Vecchia e stanotte mi sono ritrovata alla vostra porta. Tale, signora, è la mia triste storia. Vi ho detto tutta la verità. Vedete che non sono del tutto da biasimare."

Mentre Annunziata concludeva, la Contessa di Monte-Cristo la strinse al seno.

"Povera ragazza mia," disse, con toni teneri e compassionevoli, "hai davvero assaggiato l'amarezza della vita e sei stata più peccatrice contro che peccatrice. Ma ora sei mia figlia. La Sorellanza dell'Ordine del Rifugio ti ha coperta con il suo scudo protettivo."

Era il mese di luglio. Il caldo a Parigi era intenso, assolutamente soffocante; un bagliore bianco sembrava scendere dall'atmosfera gialla e priva di brezze, bruciando gli stessi marciapiedi; da settimane non pioveva, non c'era il minimo segno di una nuvola nei cieli spietati. Le strade erano quasi deserte; persino quella via favorita dalla moda, la Rue de la Paix, vantava ben pochi passeggiatori; l'unico luogo richiesto era il Bois de Boulogne, con i suoi magnifici alberi e i viali deliziosamente ombreggiati; gli Champs-Élysées, per tutta la loro estensione, da Place de la Concorde all'Arc de l'Étoile, erano come un deserto spazzato dal sole, e i loro pittoreschi marchands de coco, con le brocche lucenti, i grembiuli bianchi come la neve e i campanelli tintinnanti, trovavano solo una richiesta limitata per la loro acqua di liquirizia e succo di limone, mentre persino i Théâtres de Guignol non riuscivano ad arrestare i rari passanti.

Nel vasto giardino della villa di Monte-Cristo, nonostante il suo potere altrove, il sole sembrava essere stato sfidato con successo; lì gli alberi, gli arbusti e le piante non erano riarsi, ma conservavano tutta la loro freschezza e bellezza, suggerendo la frescura dell'inizio della primavera piuttosto che il calore soffocante di mezza estate, mentre le aiuole erano brillanti di fioriture sfarzose e profumi penetranti caricavano l'aria. Vicino a un cancelletto che si apriva sulla Rue du Helder, una mattina presto, Zuleika e Mlle. d'Armilly erano sedute su una panca rustica sotto un ampio pergolato coperto di caprifoglio. Erano venute in giardino dalla sala da pranzo per riposare e chiacchierare dopo il pasto. L'ex insegnante di musica stava raccontando alla sua compagna la sua esperienza sul palcoscenico e le molte avventure che aveva incontrato durante la sua carriera operistica. Nel mezzo di un resoconto molto interessante, si fermò improvvisamente, fissando gli occhi sul cancelletto, con un grido di sorpresa e terrore. Zuleika seguì la direzione del suo sguardo e sussultò quando vide, appoggiato alle sbarre del cancello, un uomo dall'aspetto sinistro, vestito con abiti polverosi e logori, che fissava lei e la sua compagna con occhi che scintillavano come quelli di un serpente velenoso. Quando si accorse di essere osservato, l'uomo si tolse dal capo un berretto unto e macchiato dalle intemperie, rivelando una profusione di ciocche arruffate e sbiancate, e, allungando una mano sporca, con dita adunche che assomigliavano agli artigli di un enorme uccello, attraverso le sbarre, disse, nei toni rauchi tipici dei reietti delle strade:

"Carità, per l'amor di Dio!"

L'uomo sembrava più un ladro che un mendicante. Tuttavia, Mlle. d'Armilly, che fu la prima a riprendere la sua padronanza di sé, trasse qualche sou dalla tasca e si fece avanti per metterli nel suo palmo. Quando si avvicinò a lui, il mendicante agì in modo molto strano. Invece di prendere il denaro, ritrasse improvvisamente la mano, fissando Mlle. d'Armilly con un'espressione di terrore e stupore misti sul suo volto malvagio. Poi si allontanò rapidamente dal cancello, si ricalcò il berretto e partì a passo svelto. Anche Mlle. d'Armilly ne fu singolarmente colpita; lasciò cadere i sou, divenne pallida come la cenere e sarebbe caduta a terra se Zuleika non fosse balzata al suo fianco e non l'avesse presa tra le sue braccia.

"Cosa c'è che non va, Louise?" gridò la ragazza, stupita dal comportamento del mendicante e ancora di più dall'effetto che aveva prodotto sulla sua compagna.

"Ho visto un fantasma!" rispose Mlle. d'Armilly, in un sussurro allarmante.

"Un fantasma?"

"Sì! Oh! Lasciamo subito il giardino!"

"Il fantasma di chi?"

"Non oso dirlo! Vieni, vieni, non posso rimanere qui un altro secondo! Che fortuna che la giovane Madame de Morcerf non fosse con noi! Sarebbe impazzita!"

"La moglie di Albert? Parli in modo confuso, Louise. Che interesse potrebbe provare per quel misero reietto?"

"Che interesse? Non chiedermelo. Non posso, non devo dirtelo! Oh! è terribile!"

"Dirai alla moglie di Albert ciò che hai visto?"

"No! Mille volte no! Non deve nemmeno sospettare il ritorno di quell'uomo dalla tomba! Ti supplico di non dire nulla a lei o a chiunque altro!"

"Sarò silenziosa sull'argomento; ma quel mendicante non era un fantasma; era una realtà molto sostanziale. Qualcosa lo ha spaventato, qualcosa, senza dubbio, che ha visto per strada, forse un sergent de ville. Il tuo riconoscimento di lui è stato frutto della fantasia."

"Non è stato frutto della fantasia. Ma non dobbiamo restare qui; non vorrei vedere di nuovo quel volto, quegli occhi per nulla al mondo!"

Zuleika prese il braccio della sua amica e camminò con lei verso la villa, cercando mentre procedevano di rassicurarla, di convincerla a uscire dal suo spavento. I suoi sforzi, tuttavia, si rivelarono del tutto futili. Mlle. d'Armilly era completamente scossa e si ritirò immediatamente nella sua stanza.

Nonostante la sua volontà di credere che Mlle. d'Armilly fosse stata ingannata riguardo all'identità del mendicante e, nella sua confusione, lo avesse confuso con qualcun altro, Zuleika non riuscì a scrollarsi di dosso del tutto una sensazione di vaga apprensione, di terrore mal definito quando ripensò alla condotta singolare e alla selvaggia agitazione dell'ex insegnante di musica nella quiete e nella solitudine della sua camera. Perché Mlle. d'Armilly era stata così colpita alla vista del mendicante? Perché l'aveva supplicata così caldamente di non dire nulla di quanto accaduto a nessuno, e, specialmente, di evitare ogni menzione della faccenda alla moglie di Albert de Morcerf? Mlle. d'Armilly aveva visto troppo del mondo per essere spaventata da una semplice sciocchezza. Era possibile che quel reietto in stracci fosse stato in qualche modo identificato con la carriera operistica della giovane Madame de Morcerf, che fosse stato il suo amante? Quest'ultima supposizione fornirebbe una causa plausibile per il terrore dell'ex insegnante di musica, poiché la riapparizione di un amante potrebbe portare a rivelazioni ben calcolate per disturbare seriamente la felicità e la tranquillità dei novelli sposi. Zuleika aveva sentito dire che Eugénie era stata molto corteggiata durante il periodo in cui era sul palcoscenico, che aveva contato i suoi ardenti ammiratori a decine, ma quest'uomo sembrava troppo vecchio, troppo derelitto, per essere stato di recente in una posizione tale da spargere ricchezze ai piedi di una primadonna. Inoltre, Mlle. d'Armilly aveva parlato di lui come di un fantasma e aveva sembrato riferirlo a un periodo più remoto. Zuleika aveva anche sentito parlare del contratto di matrimonio infranto di Mlle. Danglars molto tempo addietro nel passato. Poteva questo mendicante essere il mascalzone che aveva recitato sotto il titolo assunto di Principe Cavalcanti ed era quasi diventato suo marito? Forse; ma anche se fosse stato quel disonesto miserabile, che male avrebbe potuto fare la sua riapparizione in questo giorno tardivo, ora che la vecchia storia era stata accuratamente vagliata e quasi dimenticata? Albert era ben consapevole di tutti i dettagli dell'episodio Cavalcanti, ed era poco probabile che potesse essere esposto qualcos'altro che avrebbe disturbato lui o sua moglie. No, lo straniero sporco, dai capelli bianchi e dall'aspetto sinistro non poteva essere il quondam Principe; era qualcun altro, qualcuno di più temibile. Ma chi era, se non il miserabile figlio di Villefort? Zuleika era più perplessa e disturbata di quanto fosse disposta ad ammettere, anche a se stessa. Se solo avesse potuto parlare con il Conte di Monte-Cristo, dirgli tutto, qualche spiegazione del mistero si sarebbe, senza dubbio, potuta ottenere, una spiegazione che, almeno, avrebbe calmato le sue vaghe paure; ma ciò era impossibile; la sua promessa a Mlle. d'Armilly di tacere sigillava le sue labbra tanto con suo padre quanto con la giovane Madame de Morcerf. Qualunque fossero le sue paure, avrebbe dovuto sopportarle da sola, o, nel migliore dei casi, condividerle con Mlle. d'Armilly, che, evidentemente, non le avrebbe dato ulteriori soddisfazioni.

Nel frattempo l'uomo che aveva causato tutti questi problemi, dopo aver corso quasi per un bel tratto lungo la Rue du Helder, del tutto incurante dell'attenzione che attirava su di sé dai rari passanti, svoltò nella Rue Taitbout, da lì raggiunse la Rue de Provence e alla fine si ritrovò nella Cité d'Antin. Lì si fece strada in una piccola bettola o caboulot, frequentata da alcuni dei peggiori vagabondi di quella zona di Parigi. La stanza in cui entrò era vuota eccetto che per una giovane donna trasandata, che sedeva dietro il bancone leggendo una copia unta della Gazette des Tribunaux. L'uomo andò al bancone e, gettando giù il prezzo, chiese un bicchiere di brandy, che inghiottì in un sol boccone. Poi si rivolse alla giovane donna trasandata, che, con il giornale ancora in una mano, stava sorridendo a metà e imprecando a metà verso di lui.

"C'è Waldmann?" chiese, con l'aria di un uomo che si sente completamente a casa.

"Sì," rispose la giovane donna, riprendendo il suo posto e la sua lettura; "è nella stanza sul retro, a giocare a piquet con Peppino, Beppo e Siebecker."

"Bene!" disse l'uomo. "Sono fortunato. Difficilmente mi aspettavo di trovarli tutti dentro a quest'ora."

Con questo aprì una porta a vetri e, entrando nella stanza sul retro, la chiuse dietro di sé. I giocatori, che erano seduti a un tavolo, con boccali di birra accanto a loro, alzarono lo sguardo rapidamente dal loro gioco mentre lui entrava, e uno di loro, un tedesco dalla corporatura pesante e le sopracciglia folte, gli gridò, parlando in francese:

"Allora, Bouche-de-Miel, qual è il problema? Hai il fiato corto e sei pallido come se fossi stato seguito da un Agent de la Sûreté!"

"Non sono stato seguito, Waldmann," rispose il mendicante o Bouche-de-Miel, "ma ho fatto una scoperta sorprendente."

I giocatori posarono immediatamente le loro carte e si sporsero in avanti per ascoltare. Erano un gruppo rozzo e dall'aspetto disperato; sui loro volti funesti e bruciati dal sole si poteva leggere ladro tanto chiaramente quanto se vi fosse scritto, e forse, anche, la parola ancora più significativa, assassino! Due degli uomini erano italiani, evidentemente il Peppino e il Beppo a cui si riferiva la giovane donna trasandata al bancone nella stanza esterna. Oltre a Waldmann c'era un altro tedesco. Questo era Siebecker. Alto, snello, con capelli e baffi biondi, aveva qualche pretesa di bell'aspetto; il suo abbigliamento era abbastanza rispettabile rispetto a quello del resto; se non avesse posseduto un paio di occhi inquieti e demoniaci, avrebbe potuto passare per una persona di reputazione abbastanza onesta, ma quegli occhi sfavillanti, simili a quelli di una tigre, tradivano il suo vero carattere e lo bollavano come un membro molto pericoloso della fratellanza criminale. Waldmann sembrava essere il capo della cricca. Gli italiani indossavano camiciotti blu, ma l'indumento distintivo dell'operaio parigino non riusciva a nascondere una certa aria brigantesca che era per loro una seconda natura.

"Sentiamo parlare della tua scoperta sorprendente, Bouche-de-Miel," disse Waldmann. "Prendi una sedia e raccontaci."

Il mendicante si lasciò cadere su una cassa di legno, dicendo, con un tono di profonda depressione, mentre lo faceva:

"Per quanto desideri partecipare al lavoretto di stanotte, temo che dovrete lasciarmi fuori!"

"Sciocchezze!" gridò Waldmann. "Hai paura di incontrare quel tipo terribile, il Conte di Monte-Cristo! Ma la scoperta sorprendente... sputa il rospo, uomo!"

"Sì; la scoperta, la scoperta!" chiesero gli altri, impazientemente.

"Bene," disse Bouche-de-Miel, "sono andato alla Rue du Helder stamattina, come concordato, e ho fatto un sopralluogo alla villa di Monte-Cristo. Niente di più facile che entrare, poiché non c'è guardia di notte, e il Conte non è affatto sospettoso sebbene abbia milioni di franchi nella sua cassaforte, per non parlare di gioielli e altri oggetti di valore. Mentre stavo per lasciare i locali, mi sono fermato a un cancelletto che dà accesso al giardino dalla strada, avendo notato che la chiave era stata lasciata incautamente nella toppa all'esterno. Ero appoggiato al cancello, prendendo un'impronta di cera di questa chiave, che ci avrebbe assicurato l'ingresso senza problemi, quando, guardando attraverso la grata nel giardino, ho visto due donne; mi avevano notato e sembravano molto spaventate. Immediatamente ho infilato la mano attraverso le sbarre e ho chiesto la carità. Una delle donne ha trovato il coraggio sufficiente per alzarsi e avvicinarsi a me; stava per darmi del denaro, quando improvvisamente mi ha riconosciuto nonostante tutti i cambiamenti nel mio aspetto. Anch'io l'ho riconosciuta e mi sono affrettato ad allontanarmi il più rapidamente possibile."

"Bene, che cosa importa tutto questo?" disse Waldmann, con calma. "Non conta assolutamente nulla."

"Conta così tanto che non posso venire con voi a casa di Monte-Cristo e correre il rischio di incontrare quella donna!"

Waldmann diede sfogo a una risata rumorosa; gli altri sorrisero.

"Non ho mai sentito prima di un francese che avesse paura di incontrare una donna!" disse Siebecker, molto divertito.

"Ti dico che non posso andare; dovete lasciarmi fuori," disse Bouche-de-Miel, ostinatamente.

"Cosa!" gridò Peppino. "Permetti a una donna di mettersi tra te e la tua vendetta contro il Conte di Monte-Cristo? Ricordati il listino prezzi di Luigi Vampa!"

Bouche-de-Miel fissò l'italiano ferocemente.

"Non c'è bisogno che io lo ricordi," rispose lui, amaramente. "Non l'ho mai dimenticato. Né ho dimenticato la vostra parte in quell'infame faccenda!" aggiunse, tra i denti.

"Era mio dovere fare come mi era stato ordinato!" ribatté Peppino.

"Avrò la mia vendetta su di te prima o poi!" mormorò Bouche-de-Miel, minacciosamente.

"Vedremo!" rispose l'italiano, sprezzante.

Waldmann si frappose e disse, severamente:

"Niente litigi! Siamo fratelli e siamo uniti per il guadagno reciproco. Bouche-de-Miel, devi venire con noi stanotte. Ti ordino di venire e non accetterò scuse! Inoltre, se, come dice Peppino, hai una vendetta da soddisfare contro il Conte di Monte-Cristo, l'opportunità è troppo preziosa perché tu la possa trascurare! Ad ogni modo, verrai! Dov'è l'impronta di cera della chiave?"

Bouche-de-Miel consegnò al tedesco un piccolo pacchetto che prese dalla tasca. Waldmann lo diede a Siebecker, ordinandogli di fabbricare una chiave in accordo con essa. Nel frattempo il mendicante stava pensando. Il suo volto mostrava che una lotta feroce stava avendo luogo nella sua mente, una lotta tra la paura e un ardente desiderio di vendetta. Quest'ultimo alla fine trionfò, e il mendicante, alzandosi dalla cassa, andò al tavolo, facendovi scendere il pugno con un colpo fragoroso.

"Vi accompagnerò, compagni!" disse, con gli occhi che lampeggiavano selvaggiamente e con una voce eccitata. "Monte-Cristo mi ha derubato, mi ha rovinato e mi ha scacciato nel mondo come un vagabondo senza un soldo! Avrò la mia vendetta!"

"Parlato come un eroe!" disse Waldmann, entusiasticamente. "Ci incontreremo al cancelletto sulla Rue du Helder a mezzanotte. Siebecker ti darà la chiave, Bouche-de-Miel, e tu aprirai il cancello. Non devi temere il riconoscimento, anche se dovessi incontrare la donna di cui hai parlato faccia a faccia, perché sarai mascherato come il resto di noi. Se sei ansioso per la sua incolumità, ti dirò ora che vogliamo solo i milioni di Monte-Cristo; non intendiamo uccidere."

"Ma cosa succede se l'omicidio dovesse essere necessario, se non può essere evitato?"

Waldmann scrollò le spalle.

"Allora dobbiamo proteggere noi stessi," rispose, flemmaticamente.

Dopodiché la cricca di malfattori si separò, per far passare le ore come meglio potevano, fino a quando non arrivò il momento per il colpo brillante che meditavano.

CAPITOLO XII.

PADRE E FIGLIA.

Il Conte di Monte-Cristo era nel suo studio, camminando avanti e indietro; era immerso nei pensieri, e un'espressione indicativa di profonda preoccupazione era sul suo volto pallido, ma risoluto. Di tanto in tanto si fermava davanti a un tavolino su cui si trovava un apparecchio telegrafico per l'invio e la ricezione di messaggi, ascoltando con stretta attenzione i suoni emessi, poiché, sebbene la lettura sonora non fosse molto praticata dai telegrafisti di quel periodo, Monte-Cristo, che sembrava avere tutte le conquiste della sua epoca e quelle delle epoche a venire, ne era esperto, così come un operatore straordinariamente rapido e corretto.

Era quasi mezzanotte. L'intera famiglia nella villa della Rue du Helder si era ritirata a riposare, con l'eccezione del suo capo, che era rimasto sveglio in risposta a una convocazione da Berlino per essere pronto a ricevere i dettagli di una riunione segreta di una vasta società di patrioti prussiani, che gli sarebbe stata inviata in codice da uno dei suoi agenti più entusiasti e attivi per la promozione della causa della libertà umana universale. L'intenso calore che era prevalso tutto il giorno era stato solo leggermente moderato dall'avvento di una notte chiusa e soffocante; non c'era la minima brezza nell'aria pesante e oppressiva, e il cielo azzurro, pieno di stelle e inondato dalla brillante luce lunare, era senza una nuvola. La luminosità argentea si riversava attraverso le finestre aperte dello studio, illuminando l'appartamento al punto che il Conte aveva spento la sua lampada. Ombre fantastiche venivano proiettate sul pavimento dalle librerie e dai vari articoli di arredamento, che sembravano forme giganti e rimpicciolite di demoni ed elfi e conferivano alla scena un aspetto strano e soprannaturale. Monte-Cristo camminava tra queste ombre distorte come un qualche mago maestro che comunica con gli spiriti oscuri e misteriosi che ricevevano i suoi ordini in silenzio e poi svanivano per eseguirli senza domande o dibattiti.

I pensieri del Conte erano di natura cupa; stava riflettendo sul problema della libertà francese, chiedendosi quanto a lungo la nazione volubile e mutevole con la quale si era schierato avrebbe mantenuto la libertà acquisita dalla rivoluzione che aveva rovesciato il trono di Luigi Filippo e dato il potere al popolo. Diffidava degli eventi del prossimo futuro. Già i bonapartisti erano attivi e Luigi Napoleone stava emergendo come una figura formidabile. Il nipote del grande conquistatore d'Europa professava sentimenti repubblicani, ma Monte-Cristo dubitava della sua sincerità così come della sua capacità di governare la popolazione inquieta di Parigi. Prevedeva l'imitazione del famoso Imperatore; il suo occhio profetico trapassava le aspirazioni presidenziali di Luigi Napoleone e vedeva oltre di esse un secondo Impero non meno brillante ma non più sostanziale del primo. La politica dei Bonaparte era di abbagliare le masse, gli uomini delle barricate, con uno spettacolo di grandezza e divertirli piuttosto che costringerli alla sottomissione. Il Conte si era tenuto lontano da Luigi Napoleone, si era persino opposto a lui nella piena misura della sua potente influenza; lo aveva fatto non per considerazioni personali, ma per il bene dell'intero popolo francese, per la preservazione intatta del tessuto della libertà, il frutto della rivoluzione del 1848.

Nel frattempo, mentre questi pensieri attraversavano il cervello attivo di Monte-Cristo, lo strumento telegrafico continuava a ticchettare costantemente, ma le informazioni che si aspettava non venivano trasmesse. Notizie gli arrivavano da ogni centro di agitazione politica eccetto Berlino; là prevaleva un silenzio ostinato e minaccioso. Diverse volte cercò di aprire la comunicazione con il suo confederato nella capitale prussiana, ma i suoi segnali rimanevano senza risposta. Alla fine si fermò stancamente nel suo cammino, gettandosi in una enorme poltrona; la stanchezza pesava sulle sue palpebre e sprofondò rapidamente in un sonno inquieto e spezzato, dal quale sobbalzava a intervalli, disturbato da qualche vago, inquietante sogno. Di tanto in tanto, mentre sonnecchiava, quel sorriso che lo rendeva così bello si insinuava sul suo volto virile, facendo risaltare con audacia tutta la sua meravigliosa nobiltà e benevolenza di espressione.

Mentre la mezzanotte scoccava in ogni torre dell'orologio di Parigi, la solita solitudine della Rue du Helder a quell'ora morta veniva interrotta dall'apparizione di una figura sinistra al cancelletto del giardino di Monte-Cristo. Questa figura era quasi immediatamente seguita da un'altra non meno proibitiva. Entrambi indossavano maschere e si muovevano furtivamente come gatti. La seconda figura si rivolse alla prima, parlando in un sussurro cauto:

"Bouche-de-Miel, sei tu?"

"Sì. Siebecker, hai la chiave?" mormorò l'altro, appena sopra il respiro.

"Eccola, vecchio mio. Ora al lavoro. Gli altri saranno qui tra un momento. Apri il cancello e entriamo."

Bouche-de-Miel prese la chiave, che era coperta d'olio per evitare lo stridio, e la inserì nella toppa. Si adattò a meraviglia e girò senza rumore. Bouche-de-Miel diede al cancello una spinta gentile; esso cedette, spalancandosi senza un suono. I due uomini passarono all'interno, chiudendolo parzialmente dietro di loro. La luce della luna cadeva sul sedile che Zuleika e Mlle. d'Armilly avevano occupato sotto il pergolato coperto di caprifoglio quella mattina; Bouche-de-Miel ebbe un sussulto improvviso mentre lo guardava, pentendosi a metà di aver ceduto all'ordine di Waldmann sotto l'impulso del suo odio per Monte-Cristo e del suo desiderio di vendetta; tremava violentemente nonostante tutti i suoi sforzi per mantenere la calma e il suo volto divenne una massa di sudore sotto la sua maschera protettiva. Siebecker notò la sua agitazione e diede sfogo a una maledizione soffocata.

"Sacre nom d' un chien!" mormorò, tra i denti, "se continui così, vecchio mio, sarebbe stato meglio se Waldmann ti avesse lasciato andare. Non puoi fare questo lavoro con la mano che trema. Datti una regolata, datti una regolata, Bouche-de-Miel! Che cos'è?"

Ci fu un leggero rumore al cancello. Afferrando il suo tremante compagno per il braccio, Siebecker lo trascinò frettolosamente dietro un gruppetto di piccoli castagni. Non appena furono nascosti, tre uomini mascherati aprirono cautamente il cancello e giunsero in punta di piedi nel giardino. Waldmann, Peppino e Beppo erano arrivati ed erano pronti a fare la loro parte nel nefando lavoro. Siebecker e Bouche-de-Miel emersero silenziosamente dal loro nascondiglio e si unirono a loro.

Waldmann si guardò intorno, evidentemente soddisfatto.

"Fin qui tutto bene," disse, a bassa voce. "Siamo tutti qui in orario. Non perdiamo un istante. Hai calmato i tuoi nervi con abbondante brandy, Bouche-de-Miel?"

"Sto bene," rispose quest'ultimo, con ostinazione, sebbene ci fosse un percettibile tremito nella sua voce mentre parlava.

"Ha appena avuto un altro attacco di paura," disse Siebecker, con sdegno. "Penso che faremmo bene a lasciarlo con Peppino e Beppo a fare la guardia in giardino! Non sarà sicuro portarlo con noi in casa, Waldmann!"

Il capo si avvicinò a Bouche-de-Miel e gli diede una scrollata brusca.

"Sei un codardo!" disse, ferocemente. "Quella storia della donna che ci hai raccontato era tutta spazzatura. Hai paura di incontrare Monte-Cristo, come ho visto molto chiaramente stamattina!"

Questa provocazione punse Bouche-de-Miel nel vivo e gli restituì tutto il suo coraggio. Affrontò Waldmann senza battere ciglio e replicò:

"Non sono un codardo e non ho paura di Monte-Cristo!"

"Allora che cosa ti prende?"

"Sono affari miei, ma non rovinerà il lavoro di questa notte. Verrò con voi alla casa e farò la mia parte bene quanto te o Siebecker. Hai detto di non perdere un istante. Che cosa state aspettando? Andiamo!"

"Giuri di restare con noi fino alla fine, qualunque cosa accada?"

"Lo giuro!"

"Mi fiderò di te."

"E non avrai motivo di pentirti della tua fiducia. Se incontro Monte-Cristo, lo ucciderò come farei con un bastardo randagio! Ti soddisfa?"

"E la tua misteriosa donna?"

Bouche-de-Miel non poté reprimere un sussulto, ma strinse i pugni con fermezza e rispose, con uno sforzo:

"Non pensare a lei! Deve badare a se stessa!"

"Chi è lei?"

"Non pensare a lei, dico! Se le succede qualcosa, sarà colpa sua!"

Waldmann sembrò rassicurato; tuttavia sussurrò all'orecchio di Bouche-de-Miel con una terribile serietà che mostrava chiaramente che intendeva ciò che diceva:

"Ti ho detto che mi sarei fidato di te, e lo farò. Ma se ti indebolisci, se cerchi di fare il traditore per salvare quella donna, ti farò saltare le cervella dove ti trovi!"

Bouche-de-Miel scrollò le spalle.

"Se mi indebolisco, se cerco di tradirvi, sparami sul posto! Ti do il permesso! Ma se usi la tua pistola, sarà per altra selvaggina che non io! Mettiamoci al lavoro!"

Lasciando i due italiani di guardia al cancello, Waldmann e Siebecker, con Bouche-de-Miel tra loro, si diressero furtivamente verso la casa, camminando sull'erba affinché il rumore dei loro passi potesse essere attutito. Rimasero ben nascosti nell'ombra degli alberi, raggiungendo il retro della dimora senza essere osservati e senza incidenti. Waldmann si tolse le scarpe e gli altri seguirono il suo esempio.

"Tutto è silenzio," sussurrò. "Senza dubbio tutti i membri della servitù, compreso il formidabile Conte stesso, dormono profondamente. Sarà una cosa facile."

Salì sulla veranda posteriore e provò la porta degli alloggi della servitù. Era stata lasciata sbadatamente aperta. La aprì e scrutò all'interno. Solo oscurità e silenzio lì. Fece cenno ai suoi compagni; anche loro salirono sulla veranda. Waldmann tirò fuori una lanterna cieca da sotto il cappotto; i tre rapinatori entrarono nella casa di Monte-Cristo.

"Lo studio del Conte, dove tiene il denaro, è al secondo piano," sussurrò Bouche-de-Miel. "Possiamo raggiungerlo salendo dalla scala di servizio laggiù."

Indicò attraverso il piccolo corridoio in cui si trovavano. Waldmann aprì cautamente la sua lanterna e lo stretto filo di luce che ne uscì rivelò la scala. I malfattori la salirono e, guidati da Bouche-de-Miel, che sembrava avere molta familiarità con la topografia della dimora, furono presto davanti allo studio di Monte-Cristo. La porta era socchiusa. Bouche-de-Miel diede un'occhiata all'interno, ma ritrasse immediatamente la testa, facendo cenno a Waldmann e Siebecker di guardare. Lo fecero, e videro un uomo addormentato in una poltrona; simultaneamente un clic acuto nella stanza li allarmò; strinsero i denti, serrarono le labbra con fermezza ed estrassero le loro pistole. Il clic acuto fu ripetuto, seguito in rapida successione da molti altri. Era lo strumento telegrafico: le notizie da Berlino erano arrivate!

All'istante il Conte fu perfettamente sveglio. Balzò dalla sua poltrona e corse verso lo strumento, al ticchettio del quale ascoltò con avidità e attenzione. La vasta società di patrioti prussiani si era riunita. I delegati avevano tardato ad arrivare perché, sebbene fosse stata usata la massima segretezza, la polizia reale aveva avuto sentore della loro presenza nella capitale e dell'assemblea proposta. Tuttavia, si sperava che la riunione non venisse disturbata, poiché il ritrovo era in una località isolata, della quale, si pensava, le autorità non sospettassero. Appena, tuttavia, il presidente ebbe preso posto, la polizia si riversò attraverso ogni porta e finestra. Tutti i patrioti furono arrestati, salvo il confederato di Monte-Cristo, che per una fortunata coincidenza riuscì a ingannare i mirmidoni della legge.

La fronte del Conte si oscurò mentre ascoltava questa sconvolgente notizia ticchettata dallo strumento telegrafico. Portò la mano alla fronte al termine del messaggio minaccioso e barcollò come un uomo ubriaco verso la sua poltrona, nella quale sprofondò. Mentre lo faceva, Waldmann, Siebecker e Bouche-de-Miel, che si precipitarono immediatamente in avanti, lo afferrarono e lo tennero fermo con forza di ferro. Waldmann gli infilò un bavaglio in bocca e Siebecker lo legò saldamente alla sedia con una robusta corda che trasse dalla tasca. Legatura compiuta, i rapinatori allentarono la presa sul Conte e si voltarono in cerca del bottino per cui erano venuti: i milioni di Monte-Cristo!

Improvvisamente ci fu un grido forte. Veniva da Bouche-de-Miel. Gli altri si voltarono e lo guardarono, con le pistole in mano. Egli stava fissando una donna vestita di bianco, che stava come un fantasma sulla porta aperta dello studio. In quel frangente un'altra porta si aprì e Ali, il fedele nubiano, seguito da tutti i valletti della casa, balzò nella stanza, abbattendosi sugli sconcertati furfanti prima che si fossero ripresi dalla sorpresa. Ci fu una breve lotta, ma i servitori erano disarmati, e i rapinatori, liberandosi dalle grinfie dei loro avversari, li tennero a bada con le loro pistole e indietreggiarono lentamente dall'appartamento. Nel conflitto, tuttavia, la maschera di Bouche-de-Miel fu strappata dal suo volto, e il suo viso non fu appena visibile che la donna vestita di bianco corse verso di lui con le braccia tese, esclamando senza fiato:

"Mio padre! Mio padre!"

Bouche-de-Miel le fece segno di allontanarsi; poi si mosse come per avvicinarsi a lei, spinto da un sentimento che era del tutto incapace di controllare; ma Waldmann, tenendo ancora la sua pistola puntata contro Ali e i suoi compagni, lo afferrò per il braccio con una stretta di ferro e lo trascinò via. I rapinatori sventati riuscirono a fuggire dalla casa e dal giardino.

Il Conte di Monte-Cristo era stato slegato e liberato dal bavaglio da Ali quando i rapinatori avevano lasciato lo studio. Allarmati dal rumore e dal tumulto insoliti, il Capitano de Morcerf, Zuleika e Mlle. d'Armilly erano apparsi sulla scena, ma troppo tardi per assistere al conflitto con i malfattori. In poche parole il Conte spiegò loro cosa fosse successo. Zuleika lanciò un'occhiata a Mlle. d'Armilly come se sospettasse che lo strano mendicante di quella mattina avesse qualcosa a che fare con questa invasione notturna della loro casa; Louise apparve inquieta e agitata, ma mantenne un silenzio di pietra.

La donna vestita di bianco stava ancora come impietrita. Mlle. d'Armilly andò da lei e chiese, con sollecitudine:

"Eugénie, che cosa succede?"

Questa domanda scosse la giovane Madame de Morcerf, poiché era lei, dal suo torpore. Si gettò su una sedia e si coprì il volto con le mani, gemendo pietosamente:

"Oh! Louise! Louise! Ho visto mio padre! Era uno dei rapinatori! È terribile, terribile!"

Il Capitano de Morcerf, che era andato al fianco della moglie e le aveva preso teneramente la mano, fissò il Conte con aria interrogativa.

"Ho visto perfettamente l'uomo di cui parla," disse Monte-Cristo, in risposta al suo sguardo, "ed era certamente il Barone Danglars!"

CAPITOLO XIII.

L'AVVENTURA DI MORCERF.

Il Conte di Monte-Cristo non prese alcuna misura per far rintracciare e arrestare i malfattori che avevano invaso la santità della sua casa; non diede nemmeno istruzioni al Commissario di Polizia del quartiere riguardo a ciò che era accaduto. Era interamente soddisfatto che l'unico scopo dei miserabili fosse stato il furto, e, poiché tale scopo era stato sventato, non desiderava cercare ulteriore pubblicità mettendo la questione nelle mani delle autorità. Una cosa, tuttavia, dava al Conte una considerevole inquietud, vale a dire, il fatto che Danglars fosse stato uno dei rapinatori. Non dubitava che l'ex banchiere, che egli aveva finanziariamente rovinato e costretto a fuggire ignominiosamente da Parigi in passato per perseguire il suo piano di vendetta totale contro i nemici della sua giovinezza, avesse pianificato la rapina per soddisfare la sua ardente sete di vendetta; sentiva anche con uguale certezza che Danglars intendesse fare ulteriori danni, se avesse potuto compierli, e che la sua presenza in città sarebbe stata una minaccia costante alla sua tranquillità e prosperità, anzi, persino alla sua felicità domestica; ma i suoi sentimenti avevano subito un cambiamento radicale dai vecchi tempi dell'inquieta, inesorabile retribuzione, e ora provava pietà per l'uomo che aveva così spietatamente abbattuto tanto quanto in precedenza lo aveva odiato. Danglars era caduto molto in basso, davvero, per essere il compagno e il complice di predoni notturni, e l'anima stessa del Conte soffriva al pensiero a quali abissi di povertà e ignominia fosse stato il mezzo per ridurlo. Lo avrebbe cercato tra la pericolosa popolazione criminale di Parigi, rintracciato nel suo covo di depravazione e miseria, e gli avrebbe offerto denaro e i mezzi per la riabilitazione sociale se vi fosse stata la minima ragione di sperare che potesse così salvare il miserabile uomo dal pantano di iniquità in cui era sprofondato, ma conosceva troppo bene il carattere implacabile di Danglars e il suo odio radicato contro se stesso per tentare una cosa del genere. Se fosse penetrato nei suoi covi e lo avesse incontrato, il risultato non avrebbe potuto che essere disastroso, poiché Danglars avrebbe provato un piacere diabolico nel tradirlo ai suoi disperati associati, che non avrebbero esitato nemmeno a ucciderlo dietro suo ordine, e l'ex banchiere era pienamente capace di architettare il suo assassinio nel modo più orribile come tocco finale di una diabolica vendetta. C'era stato un tempo in cui Monte-Cristo valutava la vita molto poco, quando avrebbe accettato volentieri la morte come un gradito viale verso l'eterno riposo e la pace, ma quel tempo era passato; da allora aveva contratto legami che lo vincolavano all'esistenza con forza insormontabile; ora aveva una famiglia, era circondato da esseri che teneramente amava e accarezzava, esseri per i quali doveva vivere e sui cui destini doveva vegliare attentamente. Era sposato con Mercedes, che riversava su di lui nella sua maturità tutta la ricchezza dell'affetto travolgente che aveva riversato su di lui prima della fatale cospirazione che lo aveva consegnato come il marinaio Dantès alla buia, nauseabonda prigione del Castello d'If e l'aveva data tra le braccia di Fernand, il catalano. Haydée aveva svolazzato sulla pagina della sua tempestosa, agitata storia, lasciandogli Esperance e Zuleika come promemoria di un sogno felice, ma troppo breve, una visione fatata di incanto che era svanita così rapidamente come era venuta. Ma suo figlio e sua figlia si erano intrecciati intorno alle fibre del suo cuore come l'edera rampicante si avvinghia ai frammenti frantumati di qualche grandiosa e imponente rovina, e ogni giorno, ogni momento, mentre scorreva, serviva solo a rivelargli di più i desideri e la devozione dell'anima di un padre. Inoltre, Albert de Morcerf e la sua giovane sposa Eugénie gli erano ormai completamente cari, e sentiva che facendo tutto ciò che era in suo potere per aumentare la loro felicità stava gradualmente ripagando il pesante debito che doveva alla figlia di Danglars, da tanto tempo abbandonata. Sì, il Conte di Monte-Cristo desiderava vivere, prima per la sua famiglia, poi per la grande causa della libertà umana con la quale si era così completamente identificato. Se Danglars fosse incrociato sul suo cammino, avrebbe cercato di reclamarlo e propiziarselo, ma non poteva cercarlo.

Mercedes, al momento del tentato furto, era assente per una visita ad alcuni amici a Marsiglia, e di comune accordo si decise di non informarla della ricomparsa di Danglars, poiché la notizia non avrebbe potuto mancare di essere uno shock prostrante per lei.

Fin da quella memorabile scena notturna nello studio di Monte-Cristo, la giovane Madame de Morcerf si era comportata come una persona sopraffatta. Non disse nulla, nemmeno a suo marito o a Louise d'Armilly, riguardo al suo miserabile padre, ma era chiaro che un intenso dolore e vergogna la stavano consumando. Ciò angosciava molto Albert e, vedendo la sua amata moglie languire giorno dopo giorno, egli, senza dire una parola a nessuno, formò una risoluzione sorprendente e pericolosa. Decise di trovare la dimora di Danglars, di vedere suo suocero e cercare di persuaderlo ad abbandonare la sua carriera criminale. In ciò era spinto da due potenti motivi: il desiderio di alleviare l'angoscia e la suspense di Eugénie e il desiderio di evitare lo scandalo che sarebbe sicuramente venuto se l'ex banchiere fosse stato colto con le mani nel sacco nel commettere qualche terribile crimine e un'indagine legale ne avesse rivelato l'identità.

Zuleika evitava accuratamente di fare riferimento al tentativo di furto e al riconoscimento di Danglars da parte di suo padre e di Eugénie. Era consapevole della parte che Monte-Cristo aveva avuto nella caduta e nella disgrazia del suo nemico, e non riteneva prudente risvegliare i ricordi amari del passato cupo e spaventoso.

Mlle. d'Armilly non disse nulla nemmeno in riferimento alla ricomparsa di Danglars, ma era molto chiaro all'attenta Zuleika che ella si aspettava e temeva ulteriori danni dal vendicativo nemico di Monte-Cristo. Di notte si chiudeva a chiave nella sua camera e, nonostante il calore quasi insopportabile del clima, chiudeva e sbarrava saldamente tutte le finestre.

Il Conte stesso era riservato come sempre, non menzionando mai né l'invasione notturna della sua dimora né l'inaspettato avvento del suo nemico più mortale. A tutti nella casa sembrava aver dimenticato o essere riuscito a scacciare dalla sua mente quegli eventi così pieni di eccitazione e possibilità di futuri disastri. Ma Monte-Cristo, sebbene conservasse un aspetto impassibile, non li aveva né dimenticati né scacciati. Aveva semplicemente applicato a se stesso la sua famosa massima: "Aspetta e spera". Stava aspettando e sperando per il meglio, che Dio nella Sua imperscrutabile saggezza portasse misterioso bene dal male apparente.

Nel frattempo il Capitano de Morcerf era stato impegnato a fare indagini approfondite ma prudenti. Aveva stretto conoscenza con un ex agente della Sureté, che gli era stato di grande utilità nel descrivere i vari fuorilegge e vagabondi di Parigi, e nell'indicargli i loro covi segreti e i luoghi appartati di ritrovo dove si incontravano, bevevano liquori vili e, sotto l'influenza inebriante dell'assenzio e dell'alcol, tramavano i loro crimini e atrocità di ogni genere. Quest'uomo, un altro Quasimodo in quanto ad aspetto orribile, era stato licenziato dal servizio investigativo a causa della sua incapacità di rimanere sobrio, ma non aveva dimenticato le risorse della sua professione, e il denaro generosamente elargito su di lui lo rese lo schiavo più obbediente e fedele del Capitano de Morcerf. Il denaro contante lo rendeva instancabile e la prospettiva di ottenerne altro lo manteneva discreto. Aveva insegnato al suo datore di lavoro l'arte di travestirsi efficacemente, di passare per un vero zigue, e, poiché era ben noto ai disperati che aveva precedentemente pedinato ed era accolto da loro come un eccellente buon compagno, era in grado di portare il Capitano impunemente tra furfanti che non avrebbero esitato a sgozzarlo se avessero saputo chi fosse.

Poiché Albert non sapeva quale nome Danglars avesse assunto ed era riluttante a dare all'ex investigatore il suo vero cognome, quest'ultimo non aveva nulla che lo guidasse al riguardo. Né il Capitano era a conoscenza dei cambiamenti che il tempo e il suo modo di vivere avevano apportato all'aspetto personale dell'ex banchiere, quindi poteva solo descriverlo come era apparso negli anni passati. Ciò non fornì a Mange, tale era il nome del poliziotto licenziato, alcuna indicazione di cui potesse trarre profitto. Egli, tuttavia, non fu sconcertato dalla scarsità di informazioni. Sapeva che il giovane Morcerf stava cercando un uomo che fosse stato uno dei membri del gruppo impegnato nel tentativo di rapinare la dimora di Monte-Cristo in Rue du Helder, e quella conoscenza era sufficiente per lui. Scoprì molto presto che Waldmann, Siebecker, Bouche-de-Miel e due italiani avevano formato quel gruppo, e poiché Bouche-de-Miel era l'unico francese nella cricca, non ebbe alcuna difficoltà a individuarlo come l'individuo ricercato. Comunicò la sua scoperta e conclusione al suo datore di lavoro, insieme alla notizia che gli uomini erano soliti radunarsi nel piccolo caboulot della Cité d'Antin. Albert ricompensò Mange generosamente per il suo zelo e gli promise una somma molto più grande se Bouche-de-Miel si fosse rivelato il suo uomo. Fu immediatamente stabilito che Mange avrebbe condotto il Capitano al caboulot quella stessa notte e, se possibile, lo avrebbe messo faccia a faccia con il francese che si supponeva fosse Danglars.

In accordo con questo accordo, non appena scesa la notte, Mange stava aspettando il suo datore di lavoro all'angolo di Rue Taitbout e Rue de Provence. Non fu trattenuto a lungo al suo posto, poiché Albert fece rapidamente la sua apparizione, vestito con una blusa come un operaio; i suoi pantaloni ruvidi erano infilati negli stivali impolverati e in testa portava un cappello a falde abbassate malconcio che sembrava aver visto servizio dietro le barricate rivoluzionarie. Mange lo esaminò con un lungo sguardo di ammirazione; poi portandolo verso un lampione vicino, esaminò criticamente il suo viso, che era macchiato per rappresentare l'effetto abbronzante del sole e imbrattato di sporcizia.

"Capitale!" esclamò l'ex investigatore, mentre finiva il suo esame. "Sei uno zigue in tutto e per tutto! Non si vede traccia del boulevardier! La più acuta delle vacche nel caboulot sarebbe completamente ingannata!"

Albert sorrise all'entusiasmo del suo compagno.

"Bene, visto che supero l'esame," disse, "andiamo subito. Pensi che il nostro uomo sarà al caboulot?"

"Penso che l'acqua correrà giù per la collina!" gridò Mange, con una risata che assomigliava nient'altro che al gracidare discordante di un corvo. "Non manca mai una notte, e questa è l'ora in cui il brandy comincia a scorrere!"

Albert rabbrividì a questa osservazione, suggerendo com'era la certezza che avrebbe trovato il padre di Eugénie un ubriacone oltre che un ladro. Prese tuttavia il braccio di Mange e insieme si incamminarono tranquillamente verso la Cité d'Antin, dirigendosi verso il caboulot senza incontrare un solo vagabondo sospetto.

Entrarono nella stanza principale dove Bouche-de-Miel aveva trovato la sciatta giovane donna intenta a leggere la sua copia unta della Gazette des Tribunaux la mattina precedente il tentato furto. Si trovava al suo posto consueto dietro il bancone, ma non stava leggendo; otto o dieci robusti furfanti monopolizzavano la sua attenzione e, mentre serviva ai suoi assetati avventori le varie bevande infuocate che richiedevano, elargiva a destra e a manca i suoi sguardi più accattivanti. Era sciatta come sempre, ma i capelli brillavano di grasso d'orso e un forte odore di muschio pervadeva le sue vesti; un diamante in pasta di dimensioni enormi ma di dubbia lucentezza ornava la sua spilla e sulle dita tozze e sudicie portava numerosi anelli di ottone contenenti opache imitazioni di rubini, ametiste e topazi.

Quando i nuovi arrivati entrarono, Waldmann, in piedi davanti al bancone con una bottiglia in una mano e un bicchiere nell'altra, la stava canzonando.

"Guarda un po', Beurre-Sans-Sel," disse, con un'aria ben contraffatta di intensa ammirazione, "stai proprio bene stasera. Scommetto quello che vuoi che aspetti un amante. Non ti ho mai vista conciarti così prima d'ora. Dichiaro che superi di gran lunga le damigelle dei balli pubblici!"

"Oh! Monsieur Waldmann, come parlate!" rispose la ragazza, con un vezzo affettato e un infruttuoso tentativo di arrossire.

Proprio in quel momento il tedesco si guardò attorno e scorse Mange, che aveva un aspetto più brutto che mai. Lo spirito della malizia ebbe il sopravvento su di lui e gridò immediatamente:

"Lo sapevo; sapevo che aspettavi un amante ed eccolo qui puntuale! Suvvia, confessa, mia piccola Beurre-Sans-Sel, non ti sei messa tutti questi begli addobbi per Mange?"

"Per quel brutto vecchio gorilla!" esclamò la ragazza, senza cerimonie e con disprezzo. "Posso avere amanti dall'aspetto migliore di una scimmia o di uno svevo, vorrei che lo sapessi, Monsieur Waldmann!"

Ci fu una risata generale a questa battuta, e nessuno rise più forte di Mange, che aveva un debole per gli scherzi grossolani e le repliche taglienti.

"Dunque!" disse Waldmann, dopo che l'ilarità si fu placata. Poi notò per la prima volta il compagno di Mange. Lo esaminò da vicino e con sospetto. Albert non si ritrasse sotto il suo scrutinio, ma l'ex detective ritenne prudente sistemare le cose fin dall'inizio con una presentazione formale del suo datore di lavoro; fece quindi segno ad Albert di seguirlo e si avvicinò al tedesco, offrendogli la mano, che quest'ultimo strinse cordialmente.

Il Capitano si trovò ora accanto a Waldmann davanti al bancone e Mange lo presentò senza indugio.

"Monsieur Waldmann," disse, "permettetemi di farvi conoscere il mio amico Fouquier, di Digione, un bon zigue."

"Monsieur Fouquier," disse il tedesco, stringendo la mano tesa di Albert, "sono lieto di conoscervi, specialmente perché venite così ben raccomandato."

Mange s'inchinò in segno di riconoscimento per questo piccolo tributo a se stesso.

Morcerf rispose che il piacere era reciproco.

I sospetti di Waldmann sembrarono svanire.

"Prendete qualcosa," disse. "Ehi, Siebecker e Bouche-de-Miel, unitevi a noi nel bere alla salute di Monsieur Fouquier di Digione!"

Albert fu immediatamente all'erta e Mange lo osservò attentamente mentre i due individui menzionati emergevano da un angolo della stanza e si avvicinavano al bancone. Ci fu un'altra presentazione, questa volta doppia, con Waldmann che faceva gli onori di casa. Mange non ebbe bisogno di presentazioni. Tutti sembravano conoscerlo. Beurre-Sans-Sel servì acquavite e bicchieri, e la salute di Monsieur Fouquier fu brindata con entusiasmo. Quando la cerimonia terminò, Morcerf chiese delle sigarette e le distribuì tra la cricca; poi ebbe modo di esaminare Bouche-de-Miel; quest'ultimo aveva voltato le spalle al bancone e vi si era appoggiato con i gomiti; in quella posizione, con la sigaretta tra i denti, sembrava il ritratto perfetto dell'ozio vagabondo. Mange stava ancora osservando Morcerf, ma non vide alcun segno che avesse riconosciuto in Bouche-de-Miel l'uomo che stava cercando. Questo lo rese inquieto, poiché era un'indicazione che la ricompensa promessa dal suo datore di lavoro non sarebbe stata guadagnata.

Poco dopo Waldmann e Siebecker furono chiamati in un'altra parte della stanza. Bouche-de-Miel rimase, continuando a fumare la sua sigaretta, con i gomiti sul bancone dove li aveva appoggiati dopo il brindisi. I pensieri del Capitano erano di natura contrastante. Tutto indicava che l'uomo davanti a lui fosse suo suocero, ma, a differenza di Mlle. d'Armilly, non vedeva in lui nulla che ricordasse il Barone Danglars di un tempo. Poteva questo vagabondo, questo miserabile, essere Danglars? Se fosse così, come provarlo con soddisfazione? Come, soprattutto, in questo luogo, in questo covo di ladri e tagliagole? L'uomo era certamente il soggetto che Eugénie aveva riconosciuto la notte del tentato furto come suo padre, il soggetto che Monte-Cristo stesso aveva così categoricamente dichiarato essere l'ex banchiere. Ma non era probabile che sua moglie e il Conte si fossero sbagliati? Non era probabile che fossero stati ingannati da qualche somiglianza immaginaria quando l'eccitazione li aveva posseduti a tal punto da privarli del pieno uso delle loro facoltà mentali? In ogni caso era venuto al caboulot per sperimentare Bouche-de-Miel e non si sarebbe tirato indietro dall'applicare cautamente il test.

Le loro sigarette erano ormai consumate. Albert, seguendo il suo piano, invitò Bouche-de-Miel e Mange a sedersi a un tavolo per bere ancora dell'acquavite. Accettarono l'invito con prontezza, e presto i tre furono a bere e chiacchierare. Le bevute ripetute sciolsero infine la lingua di Bouche-de-Miel; iniziò a confidarsi.

"Potreste non credermi, messieurs," disse, "ma non sono sempre stato come mi vedete ora!"

Mange fece l'occhiolino trionfante al suo datore di lavoro. Stavano arrivando rivelazioni che potevano essere importanti. Forse avrebbe ancora guadagnato la ricompensa promessa. Morcerf stava ascoltando attentamente.

"No, sacre nom d'un chien, non sono sempre stato un zigue! Un tempo avevo immense ricchezze, contavo il mio denaro a milioni! Avevo anche una posizione, e posso dire senza egoismo che ero onorato dalle migliori persone di Parigi!"

Si fermò e scolò un altro bicchiere di acquavite.

"Cosa eravate?" chiese Mange.

Albert attese senza fiato la risposta a questa domanda.

"Cosa ero?" ripeté Bouche-de-Miel. "Potete ridere, ma ero un banchiere!"

Morcerf non poté evitare di sussultare. Il vagabondo, mezzo ubriaco com'era, lo notò e chiese:

"Cosa vi prende, Fouquier? Pensate che la bugia sia così tremenda da non potervi stare fermi?"

Il giovane fu lieto di accettare questa interpretazione del suo comportamento; si portò il bicchiere alle labbra e disse, con un sorriso forzato:

"Beh, penso proprio che stiate esagerando un po'!"

"Non abbastanza, mon Dieu!" gridò Bouche-de-Miel, abbattendo il pugno sul tavolo con tale forza che i bicchieri rischiarono di cadere. "Non abbastanza, vi dico, messieurs, perché ero un Barone oltre che un banchiere!"

Albert gemette. Mange lo guardò con gli occhi scintillanti; ora era certo che il denaro promesso fosse a portata di mano, che la sua stretta si sarebbe presto chiusa su di esso. La sua forzata sobrietà da quando era al servizio del Capitano lo rendeva ansioso di una sbronza prolungata e sconsiderata, terribilmente ansioso, e le sue bevute controllate da quando era entrato nel caboulot avevano acuito il suo appetito divorante per l'alcol a tal punto che riusciva a stento a tenerlo a freno con la generosa fornitura di acquavite sul tavolo, quasi alle sue labbra.

Bouche-de-Miel non udì il gemito di Morcerf; i suoi occhi annebbiati erano fissi nel vuoto, sembravano scrutare nelle profondità e nei recessi di un lontano passato. Il Capitano giudicò che fosse giunto il momento di estrarre l'ammissione finale, quella decisiva, dalle sue labbra. Lo toccò leggermente sul braccio. L'uomo si voltò e lo guardò in modo interrogativo. Il cuore di Morcerf batteva selvaggiamente; fu con grande difficoltà che mantenne la sua agitazione sotto controllo. Scrutò frettolosamente gli altri occupanti della stanza: alcuni erano molto ubriachi e ottusi, altri rumorosi e dimostrativi, ma tutti erano troppo occupati con i propri affari e piaceri per prestare anche la minima attenzione al gruppetto al tavolo; Waldmann e Siebecker dormivano alle estremità opposte di una panca in un angolo. Bouche-de-Miel era nel frattempo ricaduto nella sua annebbiata fantasticheria. Albert toccò di nuovo il suo braccio.

"Non seccarmi!" disse l'uomo, con impazienza, senza togliere gli occhi dal vuoto. "Non puoi lasciare che uno sogni!"

"Barone Danglars!" sussurrò Morcerf al suo orecchio.

"Eh? Cosa?" gridò Bouche-de-Miel, tornando alla realtà con un sobbalzo, mezzo sobrio dopo aver udito quel nome.

"Barone Danglars," ripeté il Capitano, con un tono sommesso e guardingo, "io vi conosco!"

L'uomo si alzò goffamente e instabilmente; afferrò convulsamente la spalla di Albert.

"Voi siete un Agente della Sureté!" sibilò. "Siete venuto qui per arrestarmi!"

L'attenzione di alcuni dei furfanti meno ubriachi fu destata dal comportamento di Bouche-de-Miel, ma le loro orecchie non erano riuscite a cogliere le sue parole nel tumulto imperante. Mange, con la sua solita acume e prontezza, vide che doveva essere fatto qualcosa immediatamente per calmare il compagno di Albert o tutti i malviventi che riuscivano a muoversi si sarebbero svegliati e sarebbero accorsi in massa per strangolare il presunto Agente della Sureté. Diede quindi una risata fragorosa e disse a Bouche-de-Miel:

"Non fare lo stupido, vecchio mio! Monsieur Fouquier appartiene alla rousse! Questa è una bella battuta! ha! ha! Perché lui corre tanto pericolo di finire al violon quanto te! ha! ha!"

Si alzò, ancora ridendo, e, prendendo giocosamente Bouche-de-Miel per il colletto, lo spinse gentilmente di nuovo sulla sua sedia. Mentre lo faceva, lanciò un'occhiata a Beurre-Sans-Sel. La sciatta giovane donna aveva la mano sulla vite dell'enorme lampada sospesa sopra il bancone, che costituiva l'unica illuminazione della stanza, pronta a spegnerla e lasciare il posto nell'oscurità al primo allarme. Era evidentemente abituata alle irruzioni della polizia e sapeva come agire in tali casi. Le parole e l'ilarità di Mange, tuttavia, la rassicurarono e lei ritirò le dita dalla vite.

Ma Bouche-de-Miel non era del tutto convinto. Sedeva a disagio sulla sua sedia, di fronte a Morcerf, scrutando ansiosamente il suo volto.

"Cosa intendevate chiamandomi Barone Danglars e dicendo che mi conoscevate?" chiese, con voce bassa e alquanto tremante.

Invece di rispondere direttamente a questa domanda, il giovane disse, lentamente e a mezza voce:

"Io sono Albert de Morcerf, il marito di vostra figlia Eugénie!"

"Cosa!" esclamò Bouche-de-Miel. "Eugénie sposata... e con voi!"

"Sì," disse il Capitano, "il destino ci ha riuniti ancora una volta dopo una lunga e dolorosa separazione."

"Ho visto Eugénie nella casa del Conte di Monte-Cristo, non importa come, non importa quando. Cosa ci faceva lì?"

"Monte-Cristo è sposato con mia madre, Mercedes, e noi viviamo con lui."

"Vivere con lui... Eugénie, mia figlia, vivere sotto il tetto dell'uomo che ha rovinato suo padre e lo ha reso quello che è!"

Bouche-de-Miel divenne assolutamente livido di rabbia; ora era completamente sobrio e tutti i suoi istinti malvagi avevano preso il sopravvento su di lui.

"Non perdonerò mai né lei... né voi!" sibilò.

"Ascoltatemi," disse Albert, con relativa calma. "Sono venuto qui stasera a rischio della mia vita per offrirvi denaro, i mezzi per la riabilitazione. Siate consigliato. Lasciate questi malviventi con cui siete associato e tornate a essere un uomo!"

"Respingo sia la vostra offerta che il vostro consiglio!" disse Bouche-de-Miel, eccitato. "Sono insulti, venendo dal figliastro di Monte-Cristo, il mio implacabile nemico! Ma avrò vendetta su di voi per questo e, tramite voi, su Edmond Dantès! Ehi, Waldmann! Siebecker!"

I due tedeschi si svegliarono, balzarono dalla panca e avanzarono verso il tavolo.

Mange emise un gemito di disperazione. Non poteva fare nulla ora per evitare l'imminente pericolo.

Bouche-de-Miel era balzato in piedi e si era avventato su Albert de Morcerf. Waldmann e Siebecker, rendendosi conto che qualcosa non andava e collegando subito il presunto Monsieur Fouquier ad esso, estrassero lunghi coltelli a lama affilata mentre si precipitavano in avanti.

Tutti i ladri e i malfattori che erano abbastanza sobri da stare in piedi erano ora pronti a scagliarsi sull'uomo sospetto. Armi scintillavano in ogni direzione: pugnali, coltelli e pistole. Giuramenti ad alta voce ed epiteti offensivi si udivano da tutte le parti; era un vero pandemonio, una babele di suoni maligni.

In mezzo a tutta la confusione e al pericolo, la presenza di spirito di Mange non lo abbandonò. Vedendo che era inutile tentare di placare l'orda di disperati in tumulto, decise di adottare una misura audace, una che gli avrebbe permesso di salvare il Capitano de Morcerf e, allo stesso tempo, mantenere la sua reputazione con i frequentatori criminali del caboulot, con i quali desiderava, per ragioni sue, essere in buoni rapporti. Corse al bancone, dove Beurre-Sans-Sel aveva già la mano sulla vite della lampada sospesa, in attesa che gli eventi decidessero quale azione dovesse intraprendere. Si sporse oltre il bancone e sussurrò alla ragazza:

"Beurre-Sans-Sel, sono stato ingannato su Monsieur Fouquier. Mi ha imbrogliato. Mi aveva detto di venire da Digione. Si è rivelato essere un parigino e un Agente della Sureté. Si è tradito da solo. Altri Agenti stanno arrivando! Saranno qui tra un momento! Spegni la luce!"

La ragazza non esitò un secondo; diede alla vite un rapido giro e il caboulot divenne istantaneamente buio come una tomba.

Eseguita questa manovra, Mange balzò al fianco di Albert de Morcerf, sferrando a Bouche-de-Miel un colpo devastante al volto che gli fece perdere la presa sul giovane. Poi, afferrando il suo datore di lavoro tra le sue braccia nerborute, lo sollevò come se fosse stato un bambino e corse verso la porta d'ingresso; la aprì e balzò in strada con il suo carico.

"Ora corri per la tua vita!" esclamò, deponendo il giovane sul marciapiede.

Con ciò iniziò a correre a un ritmo sfrenato, seguito da vicino da Morcerf. Non si fermarono finché non ebbero raggiunto Rue de Provence, dove, sotto il bagliore delle luci, in mezzo alla folla di cittadini onesti, furono al sicuro.

CAPITOLO XIV.

ZULEIKA E MME. MORREL.

Era trascorso un bel po' di tempo dalla partenza improvvisa del Visconte Massetti da Parigi, ma Zuleika era ancora all'oscuro riguardo al luogo in cui si trovasse e alle sue azioni. Era a Roma, di questo non aveva il minimo dubbio. Era ugualmente convinta che il suo scopo fosse quello di stabilire la sua innocenza rispetto al terribile crimine imputatogli da Luigi Vampa, di ottenere prove che lo scagionassero agli occhi di suo padre e di lei stessa, se non di tutto il mondo. Perché, dunque, non scriveva, perché non le dava alcun segno che potesse comprendere? Il suo silenzio scoraggiava la giovane ragazza, la riempiva di inquietudine. Sembrava indicare che non avesse avuto successo, che non fosse stato in grado di cancellare la macchia dal suo passato. Se fosse così, non lo avrebbe mai più rivisto, perché Giovanni era troppo orgoglioso per ripresentarsi in sua presenza con un nome disonorato, una reputazione infangata. Questo pensiero era una tortura, e la figlia di Monte-Cristo sentiva che se il suo amante l'avesse abbandonata, non sarebbe potuta sopravvivere.

Mentre i giorni scorrevano senza una parola di notizie dal Visconte, le paure di Zuleika assumevano maggiore consistenza e peso. Divenne triste, inesprimibilmente triste; il suo sguardo perse la sua luminosità, la sua voce il suo tono allegro e il suo passo la sua elasticità. Il rossore svanì dalle sue giovani guance, cedendo il posto a un pallore cinereo. Non si interessava più alle sue solite occupazioni e divertimenti, e sedeva per ore intere con le mani incrociate in grembo, dominata da tristi e tetri presagi.

Mercedes notò la sua condizione e, attribuendola alla sua causa corretta, si sforzò in modo materno di risvegliarla e consolarla, ma senza effetto. Ne parlò al Conte, pregandolo di usare la sua influenza per rallegrare la sua bambina, ma Monte-Cristo scosse solo la testa, dicendo che dovevano confidare nel potere lenitivo del tempo che non avrebbe mancato alla fine di compiere il suo dovere. Espérance provava compassione sincera per sua sorella, ma si asteneva dall'interferire, sapendo bene che nulla di ciò che avrebbe potuto dire sarebbe stato produttivo di bene. Albert de Morcerf, sua moglie e Mlle. d'Armilly, che avevano appreso della storia d'amore di Zuleika e dell'ombra scura che vi era caduta sopra, provavano delicatezza nel fare allusione alla faccenda e, pertanto, si tenevano in disparte; inoltre, erano troppo depressi dalle circostanze in cui Danglars era riapparso per essere in grado di esercitare un'influenza rallegrante.

Quando Mercedes tornò da Marsiglia era accompagnata da Maximilian e Valentine Morrel, che si recarono immediatamente alla residenza in Rue du Helder e resero omaggio al Conte di Monte-Cristo, il loro benefattore. Era loro intenzione fare solo una breve visita, prendendo dimora durante il loro soggiorno a Parigi presso quel famoso luogo di sosta per stranieri, il Grand Hotel du Louvre in Rue de Rivoli, adiacente al Palais Royal, ma Monte-Cristo non volle sentire ragioni, insistendo affinché il giovane soldato e sua moglie fossero suoi ospiti e partecipassero alla sua ospitalità. Non furono riluttanti ad acconsentire a questo piacevole accordo, poiché avrebbe permesso loro di godere ininterrottamente della compagnia dei loro amici più cari.

Mme. Morrel prese subito un profondo interesse per Zuleika. Vide che un qualche dolore pesava pesantemente sulla giovane ragazza e, intuendo giustamente che la tenera passione c'entrava molto, cercò immediatamente di ispirarle un grado di fiducia sufficiente a portare a rivelazioni. In questo Mme. Morrel non era mossa dalla curiosità. Il suo motivo era del tutto lodevole; desiderava servire il Conte di Monte-Cristo, fare qualcosa per mostrare la sua gratitudine per gli immensi benefici che in passato aveva riversato su suo marito e se stessa, e non riusciva a concepire modo migliore o più efficace che sforzandosi di sollevare Zuleika. Si mise quindi prontamente al suo compito lodevole ma difficile, decisa a riportare le rose sulle guance della giovane ragazza e a restituire la speranza al suo cuore triste e avvilito.

Iniziò usando ogni arte femminile per indurre Zuleika ad amarla e a considerarla un'amica delle amiche. In questo primo passo riuscì anche al di là delle sue più ardenti aspettative. Fin dall'inizio la figlia di Monte-Cristo fu attratta verso di lei, e richiese pochissimo sforzo da parte di Mme. Morrel per conquistarla completamente. L'indole di Valentine era così dolce e la sua simpatia così sincera che Zuleika non poteva fare a meno di amarla; inoltre, la storia romantica del suo amore per Maximilian e le terribili prove che aveva subito prima di essere unita a lui attraverso la potente influenza di Monte-Cristo, di cui era perfettamente a conoscenza, predisponevano la fidanzata di Giovanni a considerarla una donna a cui avrebbe potuto aprire il suo cuore e da cui avrebbe potuto trarre supremo conforto, se non consolazione. Gli occhi rapidi e penetranti di Valentine leggevano la giovane ragazza come le pagine di un libro aperto, e non fu lenta nell'utilizzare i vantaggi che acquisì.

Le cose erano andate avanti in questo modo per diversi giorni, quando una sera Mme. Morrel propose una passeggiata in giardino a Zuleika con l'intento di portare la questione a un punto critico. Lei acconsentì volentieri alla proposta e presto passeggiavano al chiaro di luna tra i fiori profumati e gli alberi centenari. Era una notte afosa, ma c'era una piacevole brezza che accarezzava gradevolmente le guance di Valentine e della sua giovane compagna. Mme. Morrel aveva maturato il suo piano, ma Zuleika stessa venne inaspettatamente in suo aiuto, assistendola nel metterlo in esecuzione immediata e pratica.

Dopo aver camminato per un breve tratto, si sedettero in un magnifico padiglione o casa estiva situata all'estremità del giardino. Era costruito in pietra bianca, con le pareti perforate da diversi archi alti che fornivano il posto sia di finestre che di porte. Edera e altre piante rampicanti si arrampicavano sull'esterno, strisciando attraverso gli archi e fornendo al soffitto un baldacchino verdeggiante estremamente invitante e rinfrescante per l'occhio stanco di contemplare la polvere e la secchezza delle strade arse dal sole estivo. All'esterno c'erano diversi grandi aceri argentati e numerosi arbusti ornamentali. Mme. Morrel si avvicinò a Zuleika sulla panca rustica che occupavano e, prendendo la mano della giovane ragazza, le disse con voce dolce:

"Questo è un posto delizioso, figlia mia."

"Sì," rispose la figlia di Monte-Cristo, "è, davvero, delizioso. Quando sono qui, mi sento sempre come se potessi riversare tutto il mio cuore nel seno di qualche amico fedele."

"Lo faccia in questa occasione, mia cara," disse Mme. Morrel, in tono persuasivo. "Confido di essere un'amica fedele, oltre che discreta."

"Le credo," rispose Zuleika. "Da quando è in casa nostra mi sono sentita così e ho desiderato farne la mia confidente, ma ho esitato a compiere un tale passo, temendo di gravarla di problemi che potrebbero addolorarla."

"Non abbia più timori a questo proposito allora, ma parli liberamente e con la certezza che nei suoi dolori, qualunque essi siano, troverà in me una sincera compagna e un conforto."

Zuleika prese la mano di Valentine e, fissandola in volto con occhi pieni di lacrime, disse:

"Ha notato che avevo dei dolori, Mme. Morrel?"

"Sì; come avrei potuto non farlo? Ma ho fatto di più; ne ho intuito la causa!"

Zuleika ebbe un leggero sussulto.

"Intuita la causa, Mme. Morrel?"

"Sì," rispose Valentine. "Lei è innamorata!"

La giovane arrossì, ma parve sollevata. Mme. Morrel aveva intuito il suo amore, aveva intuito che i suoi dolori ne scaturissero, ma non aveva intuito la natura dell'ombra che offuscava la sua vita nascente e la riempiva di angoscia e apprensione.

"Zuleika," continuò Valentine, con la massima tenerezza e premura, "anch'io ho amato, profondamente e disperatamente; anch'io ho provato tutte le amare pene che nascono dalla separazione; ma finalmente ho realizzato il mio sogno e le ombre che mi circondavano sono state spazzate via dalla benedetta luce del sole dell'unione e della felicità. Si confidi con me, mia cara. Se non posso scacciare le sue ombre da lei, posso almeno offrirle la mia sincera compassione e la consolazione che essa procura."

"Mi saranno gradite, indicibilmente gradite, madame," rispose Zuleika, tremando.

"Allora mi dica tutto."

"Non posso, madame; non ne ho il diritto; ma posso dirle abbastanza da spezzarle il cuore, da mostrarle quanto io sia infelice."

"Povera ragazza, comprendo e apprezzo i suoi scrupoli. Lei non vuole compromettere il suo amante, e ha ragione. La sua decisione le fa onore. L'uomo che ama è a Parigi?"

"Ahimè! no. Credo sia a Roma."

"Allora non conosce con certezza dove si trovi?"

"No, madame."

"Suo padre disapprova il suo corteggiamento?"

"All'inizio non lo faceva, ma da allora sono sorte circostanze molto dolorose, che lo hanno spinto a cambiare opinione, o, almeno, a sospendere il suo consenso. Tuttavia, credo che egli ritenga che Giovanni possa e voglia confutare la terribile accusa che è stata mossa contro di lui."

"Giovanni? Il suo amante è dunque un italiano?"

"Sì, il Visconte Giovanni Massetti."

"Ha fatto la sua conoscenza qui a Parigi?"

"No, madame; a Roma."

"E pensa che egli si sia recato colà per scagionarsi dall'accusa che menziona?"

"Sì, madame. È venuto a Parigi per chiedere la mia mano, ma è scomparso improvvisamente dopo che la terribile accusa è stata mossa. Non ho più avuto sue notizie da allora e il suo silenzio mi pesa come piombo."

"Non me ne stupisco; ma, forse, dopo tutto, sta solo aspettando una completa riabilitazione e non vuole scrivere finché non avrà sistemato tutto in modo soddisfacente. Non le chiedo la natura dell'accusa, Zuleika, e non le permetterei di riferirmela nemmeno se lei fosse disposta a farlo. Ma risponda a una domanda. Lei ha piena fede nell'innocenza di Giovanni, non è vero?"

"L'ho, madame."

"È certa che lui la ami, che non abbia giocato con i suoi affetti?"

"Ne sono certa, madame."

"È giovane, non è vero?"

"Sì, madame, è giovane."

"Indubbiamente la sua colpa, qualunque essa sia stata, è stata semplicemente un'imprudenza dovuta alla sua età, che è stata ingigantita e portata ad assumere proporzioni ingiustificate dalle lingue dell'invidia e dello scandalo. Se è così, la riparerà e tornerà da lei. Se è del tutto innocente, come lei è convinta, muoverà cielo e terra per giustificarsi agli occhi di suo padre e ai suoi. L'amore è potente, Zuleika, e compirà miracoli. Abbia fiducia in Giovanni e abbia fiducia nel Cielo! Tutto si sistemerà ancora tra il suo amante e lei!"

"Magari potessi pensarla così, madame, ma non posso!"

"E perché, di grazia?"

"Perché Giovanni ha evidentemente dei potenti nemici a Roma e nei suoi dintorni che, senza dubbio, in questo momento stanno operando contro di lui e usando tutti i loro sforzi per impedirgli di riuscire nella sua missione."

"Cosa le fa pensare che abbia nemici così spietati?"

"Una lettera che mio padre ha ricevuto da Roma in risposta alle indagini che ha fatto e l'illusione--deve essere un'illusione--sotto la quale vive mio fratello Esperance riguardo a Giovanni."

"Suo fratello Esperance! Dunque lui crede nella colpevolezza del giovane Massetti?"

"Ahimè! sì; ci crede fermamente e stigmatizza il Visconte come il peggiore dei mascalzoni."

"Le ha dato le ragioni della sua convinzione, le ha esposte a suo padre?"

"Ha usato solo allusioni vaghe e misteriose; un giuramento di silenzio, a quanto pare, gli impedisce di parlare chiaramente."

"Un giuramento di silenzio?"

"Sì, e anche Giovanni è ugualmente vincolato."

"Davvero! Qual è la reputazione del suo amante a Roma?"

"Ottima; lì è considerato l'anima dell'onore."

"Salvo che dai suoi nemici. Fin qui tutto bene. Conosce la posizione della sua famiglia?"

"È una delle più antiche, rispettate, aristocratiche e facoltose della Città Eterna."

"Un altro punto forte a favore del giovane. Zuleika, sono convinta che il mistero che circonda il suo amante possa essere chiarito; ma sono anche convinta che egli abbia bisogno di assistenza, l'assistenza di persone profondamente interessate a lei, che hanno a cuore il suo benessere e hanno a cuore la sua felicità come la loro propria."

"Ma tali persone non si possono trovare, madame. Naturalmente mio padre e mio fratello sono profondamente interessati a me, hanno a cuore il mio benessere e desiderano vedermi felice. Essi, tuttavia, non sono disposti ad aiutare Giovanni, mio fratello per ragioni sue e mio padre perché pensa che il Visconte debba lavorare alla propria riabilitazione. No, madame, persone come quelle che menziona non si possono trovare."

"Si possono trovare, Zuleika, e non dovrà nemmeno cercare lontano!"

Mme. Morrel fissò la figlia di Monte-Cristo con entusiasmo nei suoi begli occhi. La ragazza non riusciva a comprenderla.

"Non vorrà dire certamente Albert de Morcerf ed Eugénie?" disse.

"No," rispose Valentine. "Ti amano, senza dubbio, ma l'assistenza necessaria non può essere ottenuta da loro."

"Certo non vorrà alludere a Mlle. d'Armilly o ad Ali, il devoto servitore nubiano di mio padre?"

"No, non alludo a loro!"

"A chi intende allora?"

"Non riesce a indovinare, Zuleika?"

Un pensiero improvviso balenò a Zuleika, riempiendola di estremo stupore.

"Non vorrà intendere lei stessa e suo marito, Mme. Morrel?" esclamò.

"E perché no, mia cara?" rispose Valentine, dolcemente. "Tutta l'assistenza che potremo prestarle sarà solo un debole, inadeguato contraccambio per ciò che suo padre ha fatto per noi. Mi ha salvata dalla morte, ha ritirato la pistola suicida dalla mano di Maximilian, ci ha confortati nel nostro momento di disperazione più nera, e alla fine ci ha riuniti dopo una separazione che persino M. Morrel riteneva eterna, mettendoci contemporaneamente tra le mani una ricchezza sufficiente a renderci del tutto indipendenti dagli incidenti e dai disastri di questo mondo. Inoltre, prima di allora, fu il benefattore del padre di M. Morrel, salvando anch'egli dal suicidio, un suicidio che aveva deciso come unico mezzo per evitare una terribile disgrazia. Vede, Zuleika, che abbiamo abbondanti motivi per aiutarla."

"Oh! madame--Valentine--lei mi sopraffà completamente! Come posso mostrarle la mia gratitudine?"

"Accettando la mia offerta!"

Queste parole furono accompagnate da uno sguardo di ineffabile tenerezza e sincerità. Portarono istantaneamente speranza al cuore di Zuleika. Scoppiò in un pianto dirotto, ma erano lacrime di gioia. Eppure, esitava. Cosa avrebbe detto suo padre se avesse accettato la generosa proposta di Mme. Morrel?

"Accetta, Zuleika?" continuò Mme. Morrel.

"La ringrazio dal profondo dell'anima, madame; ma non posso accettare il sacrificio che lei e il suo gentile, virile marito fareste per me! Mio padre mi criticherebbe, non mi perdonerebbe mai per aver intrapreso un corso così egoistico!"

"Affidi suo padre a me, mia cara."

"Oh! madame! Accettare la sua offerta senza consultarlo?"

"Non c'è bisogno di consultarlo, non c'è bisogno che lui sappia alcunché sulla faccenda, almeno per il momento. Sarà tempo sufficiente per dirgli cosa abbiamo fatto quando il successo avrà coronato i nostri sforzi. Se sfortunatamente dovessimo fallire, un pensiero che non posso accogliere nemmeno per un istante, non ci sarà occasione di dirgli alcunché."

In quel momento si udì la voce di un uomo chiamare in lontananza:

"Valentine, Valentine, dove sei?"

"È Maximilian," disse Mme. Morrel a Zuleika. "Arriva molto opportunamente!" Poi alzando la voce gli rispose: "Qui, Maximilian, qui, nel padiglione estivo all'estremità del giardino!"

Il marito si affrettò sul posto, e Valentine, facendolo sedere accanto a lei e alla figlia di Monte-Cristo, gli raccontò tutto ciò che aveva appena appreso. Gli comunicò anche l'offerta che aveva fatto a Zuleika, aggiungendo:

"Acconsentirai, lo so, Maximilian!"

"Volentieri," rispose il giovane soldato. "Se non avessi fatto tu la proposta, l'avrei fatta io!"

"Allora non ci resta che indurre Zuleika ad autorizzarci ad agire. La povera ragazza, tuttavia, esita, temendo il disappunto del Conte."

"Non ha bisogno di autorizzarci," disse Maximilian prontamente. "Ci assumeremo l'intera responsabilità dell'iniziativa! Ma sarà necessario che lei si confidi con noi più pienamente, che ci dia i dati su cui costruire i nostri piani. Procurerò delle lettere di presentazione per il Visconte Massetti e, una volta fatta la sua conoscenza, il resto sarà facile."

Più tardi quella notte Zuleika raccontò a Mme. Morrel tutto senza riserve, dandole persino un bigliettino per Giovanni in cui dichiarava che Valentine e Maximilian erano i suoi amici più cari ed erano venuti a Roma espressamente per aiutarlo nei suoi guai.

Una settimana dopo il memorabile colloquio nel padiglione, M. e Mme. Morrel partirono per l'Italia, informando i loro amici nel palazzo di Rue du Helder che intendevano assentarsi per qualche tempo, ma astenendosi dal dare anche il minimo accenno allo scopo del loro viaggio.

CAPITOLO XV.

UN INCONTRO INASPETTATO.

Una mattina, poco dopo la partenza dei Morrel per Roma, il Conte di Monte-Cristo stava percorrendo gli Champs-Élysées nella sua elegante carrozza trainata da una coppia di focosi bai di razza quando, vicino al Rond-point, il suo cammino fu improvvisamente bloccato da un grande e tumultuoso assembramento di persone. Sporgendosi dalla carrozza, chiese a un operaio la causa dell'insolita agitazione e fu informato che due italiani erano stati arrestati per furto e venivano condotti al posto di polizia del quartiere da un paio di agenti. Non diede peso alla circostanza e stava aspettando con calma l'opportunità di proseguire, quando la folla intorno alla carrozza si aprì e apparvero gli ufficiali con i loro prigionieri. Il Conte non era molto interessato, ma, ciononostante, diede un'occhiata di passaggio ai malfattori, che protestavano rumorosamente la loro innocenza in un francese stentato, quasi incomprensibile, e opponevano una strenua resistenza. Erano vestiti rozzamente con camiciotti blu, indossando cappelli di feltro che erano calati sugli occhi e oscuravano i loro volti. Uno degli uomini in custodia afferrò un raggio di una ruota del veicolo di Monte-Cristo, stringendolo con una fermezza tale che tutti gli sforzi del poliziotto incaricato di lui non riuscirono a fargli mollare la presa. Il Conte ordinò ad Ali, che fungeva da cocchiere, di passargli le redini, smontare e assistere l'agente.

Al suono della sua voce, l'uomo che aveva afferrato il raggio alzò lo sguardo con un sussulto e, senza allentare la presa, gridò in italiano:

"Dica una parola per me, Eccellenza! Il Conte di Monte-Cristo dovrebbe avere tanto potere sui sgherri della legge francese quanto ne ha su Luigi Vampa e la sua banda!"

Questa esclamazione stupì e sbalordì il Conte, tanto era strana e inattesa. Fissò con occhio penetrante il malfattore che l'aveva pronunciata, ma il suo esame non fu ricompensato dal riconoscimento.

"Chi sei?" chiese, non appena il suo stupore gli permise di parlare, usando anch'egli la lingua italiana. "Sei un perfetto estraneo per me, eppure conosci il mio nome e sembri al corrente di alcune mie azioni passate. Chi sei?"

"Sono Peppino," rispose l'uomo, senza togliere gli occhi dal Conte. "Il mio compagno che viene trascinato via laggiù è Beppo."

"Peppino?--Beppo?" disse il Conte, pensieroso. "Sicuramente ho già sentito questi nomi, ma sono comuni in Italia, specialmente a Roma, e vi sono stato spesso. Sii più esplicito, uomo."

"Lo sarò," rispose l'italiano. "Sono il Peppino che l'ha servita così bene quando Luigi Vampa teneva il banchiere francese, Danglars, in cattività per suo ordine. Quanto a Beppo, non può averlo dimenticato; anche lui era un membro della banda di Vampa in quel periodo."

"Sì," disse Monte-Cristo, "ricordo entrambi ora, ma cosa posso fare per voi? Parigi è assai diversa da Roma, e la mia influenza sulla polizia francese non è affatto pari a quella che esercitavo su Vampa e i suoi briganti al tempo di cui parlate."

"Il potere del Conte di Monte-Cristo è illimitato ovunque in tutto il mondo," replicò l'uomo, il cui volto illuminato mostrava chiaramente l'estensione della sua fede. "Una parola da lui libererà sia Beppo che me. Dica quella parola, Eccellenza, e ci renda liberi!"

Ali si era astenuto dall'interferire quando aveva udito questa singolare conversazione, che comprendeva appieno. Stava aspettando ulteriori ordini dal suo padrone.

Il poliziotto si fece impaziente e, dando all'italiano una scossa brusca, gli disse:

"Andiamo, lascia quel raggio e sottomettiti. Non vedi che stai disturbando il Conte di Monte-Cristo? Sua Eccellenza non farà nulla per un mascalzone come te. Andiamo, lascia quel raggio, dico!"

Peppino, tuttavia, non voleva obbedire e continuava a supplicare il Conte di intervenire per conto di Beppo e di se stesso. Alla fine, spinto alla disperazione dall'inazione di Monte-Cristo, gli gridò:

"Se Sua Eccellenza non farà nulla per noi senza ricompensa, io le darò quella ricompensa; le dirò, in cambio dei suoi sforzi per noi, tutto ciò che so riguardo alla nera cospirazione contro il Visconte Giovanni Massetti!"

Il Conte fu visibilmente colpito da questo discorso. Fissò Peppino come se pensasse di non aver udito bene.

"Il Visconte Giovanni Massetti! Una nera cospirazione contro di lui! Che cosa intendi?" chiese, rapidamente.

"Proprio quello che dico, Eccellenza," rispose l'italiano. "So che il Visconte ha visitato il Palazzo Costi a Roma quando lei lo abitava con la sua famiglia, e che si è innamorato di sua figlia. Conosco anche i dettagli di un complotto tramite il quale una rete di circostanze schiaccianti è stata tessuta attorno a lui con lo scopo di seppellirlo sotto un peso di vergogna, disonore e persino di crimine! Posso rivelare quei dettagli e lo farò se aiuterà il mio compagno e me nella nostra attuale difficoltà. La interesso, Signor Conte?"

"Vastamente," rispose Monte-Cristo, con il volto che assumeva un'espressione seria. "Vada tranquillamente con l'agente al posto di polizia. Seguirò immediatamente e vedrò cosa si può fare."

"Sì, Eccellenza," disse Peppino, sottomesso, e abbandonando la presa sul raggio permise al poliziotto di portarlo via senza ulteriori problemi. Nel frattempo Beppo e l'ufficiale sotto la cui custodia si trovava erano scomparsi in lontananza.

Coloro che erano stati abbastanza vicini alla carrozza del Conte da assistere a questa scena straordinaria erano grandemente stupiti che un personaggio così famoso come l'eloquente Deputato di Marsiglia si abbassasse a conversare con un malfattore nella pubblica via, ma il loro stupore era incommensurabilmente accresciuto quando vedevano l'influenza che il celebre oratore esercitava sul depravato italiano. Non erano stati in grado di comprendere la conversazione, ma l'effetto delle ultime parole di Monte-Cristo sembrava loro poco meno che miracoloso e riempirono l'aria di grida forti ed entusiaste.

"Lunga vita al nobile Conte di Monte-Cristo! Lunga vita al Deputato di Marsiglia, l'amico del popolo!" si gridava da ogni parte.

Più avanti il grido fu ripreso e ripetuto, rimbombando lontano lungo gli ampi e bellissimi Champs-Élysées!

Monte-Cristo si alzò nella sua carrozza e, togliendosi il cappello, stette a capo scoperto, inchinandosi alla folla eccitata.

Questo fu il segnale per nuovi e più calorosi applausi. Ma, essendo stati rimossi i criminali, la folla iniziò presto a disperdersi. Alla fine la via fu liberata e il veicolo del Conte poté proseguire. Ali aveva ripreso impassibile il posto di guida e, a un cenno del suo adorato padrone, fece partire i focosi cavalli lungo l'immensa avenue. Mentre i bai di razza trottavano con i colli orgogliosamente arcuati, il Conte si sporse e disse ad Ali:

"Guida subito al posto di polizia del quartiere."

Il nubiano fece voltare abilmente gli animali e in pochi minuti Monte-Cristo giunse a destinazione.

Alla porta del posto di polizia un agente lo ricevette e, al menzionare del suo nome, lo condusse ossequiosamente dall'ufficiale responsabile. Quest'ultimo, un uomo basso e dall'aspetto determinato, con dei baffi grigi irsuti e capelli grigi che stavano quasi ritti sulla sua piccola testa rotonda, riconobbe il suo illustre visitatore a prima vista. Si alzò in fretta dalla scrivania presso cui era seduto, impegnato a esaminare i rapporti dei suoi subordinati, e gli offrì cortesemente una sedia. Poi chiese, con deferenza:

"A cosa devo un onore così distinto come una visita del Conte di Monte-Cristo?"

"Monsieur," rispose il Conte, sedendosi sulla sedia offerta, "due italiani sono stati arrestati poco tempo fa sugli Champs-Élysées e condotti qui."

"Sì," disse il capo del posto di polizia, "e sono dei gran mascalzoni, tra l'altro! Li stavamo tenendo d'occhio da un po', ma non siamo mai riusciti a coglierli in un atto palese fino a oggi. Appartengono a una banda molto pericolosa di vagabondi, guidata da un astuto tedesco di nome Waldmann, il cui quartier generale si trova in un misero caboulot della Cité d'Antin."

"Di cosa sono accusati questi italiani, ovvero qual è l'attuale accusa specifica contro di loro?"

"Sono stati colti a rubare portafogli nella folla che si accalcava intorno a uno spettacolo di marionette."

"Le prove contro di loro sono conclusive?"

"Lo sono."

"È un peccato," disse il Conte, "poiché uno di loro è in possesso di informazioni della massima importanza per me. Ha fatto rivelazioni parziali, ma pone come prezzo di una piena confessione il mio intervento a favore suo e del suo compagno di crimine. Cosa si può fare?"

"Non vedo," rispose il capo, in imbarazzo. "Mi è impossibile lasciar andare gli uomini."

"Ma non c'è qualche modo in cui potrei ottenere una mitigazione della loro pena?"

"Oh! quanto a questo, sì," disse l'ufficiale, illuminandosi. "Se lei parlasse al Procureur de la République, sono certo che le concederebbe la pena minima in casi simili. Forse," aggiunse, mentre un pensiero improvviso lo colpiva, "potrebbe persino essere indotto a non insistere con l'accusa, nel qual caso gli uomini verrebbero scarcerati."

"Grazie, monsieur," disse il Conte, alzandosi. "Agirò sul suo saggio suggerimento senza indugio. Ma può concedermi un piccolo favore? Può concedermi un breve colloquio con l'uomo che si fa chiamare Peppino?"

"Senza dubbio," rispose il capo, con voce cordiale, "e sarò molto lieto di farlo se può esserle di qualche aiuto."

"Mi permetterà di assicurare all'uomo che sono all'opera e che ho qualche speranza di successo."

"Allora mi segua."

Il capo, che era rimasto in piedi per omaggio al Conte, prese una grossa chiave da un gancio dietro la sua scrivania e aprì una porta che conduceva in un lungo corridoio scarsamente illuminato. Monte-Cristo lo seguì attraverso questo passaggio cupo fino a quando giunsero a una cella davanti alla quale il capo si fermò. La grossa chiave stridette nella serratura, la porta della cella si spalancò con un suono sinistro e il Conte si ritrovò faccia a faccia con l'ex brigante romano.

Peppino era seduto sul bordo di una branda di ferro, la perfetta immagine della disperazione. Pensava che Monte-Cristo lo avesse abbandonato, che non sarebbe intervenuto nemmeno con la prospettiva di ottenere i dettagli del complotto contro il giovane Massetti. Quando il Conte entrò nella cella, il suo volto si illuminò istantaneamente e la speranza si rinnovò nel suo petto. Il capo si ritirò discretamente, dicendo mentre lo faceva:

"Aspetterò fuori, nel corridoio."

Con queste parole chiuse la porta della cella e Monte-Cristo si ritrovò solo con Peppino.

Tutta la luce che riusciva a penetrare nella cupa cella proveniva da una piccola finestra inferriata in alto nella parete, posta a una tale distanza dal pavimento che nessun prigioniero avrebbe potuto raggiungerla nemmeno arrampicandosi sulla propria branda. Le pareti e il soffitto erano di pietra.

"Ebbene," chiese Peppino, "come ha fatto la vostra Eccellenza?"

"Ho fatto ben pochi progressi per ora, sebbene speri di poter fare qualcosa per voi e per Beppo in brevissimo tempo," rispose il Conte, con voce rassicurante.

"Sono soddisfatto," disse Peppino, allegramente. "Se la vostra Eccellenza si è decisa, Beppo ed io saremo presto liberi!"

"Non posso spingermi a tanto, mio buon amico, ma posso promettervi, e lo faccio, tutto l'aiuto e l'influenza che il mio intervento può ottenere."

"Otterranno tutto il necessario, Signor Conte," replicò l'italiano, con fiducia.

"Non sperare troppo, Peppino. Ti ho detto che Parigi è diversa da Roma."

"Ho modo di saperlo ora," ribatté il fuorilegge, amaramente. "Ma il potere del Conte di Monte-Cristo è lo stesso qui come nella campagna!"

"Mantieni il coraggio, in ogni caso, mio buon amico. Presto sapremo cosa si può fare."

"Manterrò il coraggio, Signor Conte, perché ho fede assoluta in voi!"

"Così sia. Ora, amico mio, cosa sai del complotto contro il Visconte Massetti?"

"Perdonatemi, Signor Conte," disse l'italiano, con astuzia, "ma ve lo dirò quando Beppo ed io saremo in libertà!"

Monte-Cristo sorrise all'astuzia dell'uomo.

"Almeno," disse, "dimmi se hai visto il Visconte di recente."

"Lo farò, vostra Eccellenza. L'ho visto poco tempo fa a Roma e in seguito con Luigi Vampa e Pasquale Solara nelle terre paludose oltre Trastevere."

"Cosa ha spinto te e il tuo compagno a Parigi?"

"Abbiamo avuto un disaccordo con il vecchio Solara, a cui Luigi Vampa insisteva dovessimo obbedire implicitamente. Solara era un tiranno; inoltre, era avido e avaro come un usuraio; voleva tutto per sé e non ci permetteva nulla; pretendeva che tutto il bottino che acquisivamo fosse portato direttamente a lui senza divisione, dichiarando che avrebbe distribuito le nostre quote; cosa che immancabilmente ometteva di fare e naturalmente ci siamo ribellati. Vampa, che è diventato, se non lo è sempre stato, il grande amico del vecchio Pasquale, decideva contro di noi ogni volta che gli portavamo le nostre rimostranze. Alla fine non ne abbiamo potuto più; stavamo letteralmente morendo di fame mentre Solara accumulava ricchezze, così abbiamo deciso di lasciare la banda. Lo abbiamo fatto e siamo venuti a Parigi, dove siamo rimasti da allora."

"Non ti chiederò cosa avete fatto a Parigi," disse Monte-Cristo, sorridendo leggermente; "in effetti, non ho bisogno di chiedertelo, perché lo so; il capo del posto di polizia me l'ha detto; ma mi prometterai di condurre una vita migliore in futuro e di cercare di indurre Beppo a fare lo stesso, se dovessi riuscire a ottenere il vostro rilascio?"

"Non posso promettervelo," rispose l'italiano, con gli occhi rivolti altrove, "ma vi prometto di tornare a Roma e di portare Beppo con me."

"Questo basterà, o quasi," disse il Conte. "Armato di una tale promessa, penso di poter ottenere la vostra libertà. Ma dovete giurarmi di lasciare la Francia immediatamente dopo essere stati rimessi in libertà, e considererò il vostro giuramento vincolante anche per Beppo."

"Giuro di lasciare la Francia nel momento stesso in cui sarò libero! Giuro, anche, che Beppo mi accompagnerà!"

"Va bene," disse il Conte. "Sarò di nuovo qui questo pomeriggio o domani al più tardi; ma ricorda che prima di lasciare questa cella dovrai darmi tutti i dettagli della cospirazione contro il giovane Massetti!"

"Me ne ricorderò, Signor Conte; non abbiate timore! Quando avrò parlato, il vecchio Solara dovrà guardarsi le spalle!"

"Cosa intendi con questo?" chiese Monte-Cristo, bruscamente.

"Non importa per ora, Signor Conte! Vi chiarirò tutto al vostro ritorno."

Il Deputato di Marsiglia lasciò la cella e il posto di polizia, dopo aver ringraziato il capo per la sua cortesia. Si recò senza indugio all'ufficio del Procuratore della Repubblica al Palais de Justice, e non passò molto tempo prima che avesse sistemato le cose in modo soddisfacente. Il Procuratore acconsentì volentieri a non dare seguito all'accusa contro gli italiani a condizione che Monte-Cristo si impegnasse a farli partire da Parigi immediatamente dopo che il Giudice Istruttore li avesse scarcerati. Questo impegno fu preso dal Conte senza la minima esitazione, e si decise che il Giudice Istruttore avrebbe tenuto il suo interrogatorio formale al posto di polizia quel pomeriggio, quando il Procuratore sarebbe comparso tramite il suo Deputato per ordinare la cessazione del procedimento per ragioni piene e sufficienti. Il Procuratore accettò di notificare al Conte l'ora esatta dell'esame affinché potesse essere presente e pronto a eseguire la sua parte del patto.

Mentre Monte-Cristo tornava al palazzo di Rue du Helder non poté fare a meno di sentirsi considerevolmente agitato. Cosa stava per apprendere da Peppino, e come avrebbero influito le rivelazioni dell'italiano su Massetti? Questi erano problemi che le ore successive erano destinate a risolvere.

CAPITOLO XVI.

TRA LE ROVINE DEL COLOSSEO.

Una delle prime cose che Maximilian Morrel fece, dopo che lui e sua moglie furono comodamente sistemati all'Hotel de France a Roma, fu fare una visita formale a Palazzo Massetti e presentare le sue lettere di presentazione all'anziano Conte, il padre di Giovanni.

Il vecchio nobile, che aveva almeno settant'anni e un aspetto molto patriarcale a causa dei fluenti capelli bianchi e della lunga barba nivea, ricevette il giovane francese con grande urbanità e condiscendenza in un salone sontuosamente arredato, pieno di rari tesori d'arte e sfolgorante di oro e raso. Gli andò incontro con la mano tesa e disse, calorosamente, dando allo stesso tempo un'occhiata al biglietto del Capitano come per rinfrescarsi la memoria:

"Sono lieto di avere l'onore di accogliere un visitatore così distinto come il Capitano Maximilian Morrel a Palazzo Massetti. Si sieda, Capitano, e consideri la mia dimora come la vostra."

Il Conte parlava francese correntemente, senza nemmeno la minima traccia di accento straniero, e questo fatto, così come il suo modo affascinante e cordiale, fece sentire immediatamente il giovane soldato a suo agio in sua presenza.

"Vi assicuro, Conte," rispose Maximilian, inchinandosi e poi sedendosi, "che il piacere è reciproco."

L'anziano nobile prese anch'egli una sedia e per un po' conversarono piacevolmente su vari argomenti. Il Conte era stato un soldato coraggioso e attivo ai suoi tempi ed era molto interessato agli affari militari francesi. Il visitatore, che era perfettamente informato su questo argomento e devotamente legato alla sua professione, fornì al suo curioso ospite ogni dettaglio richiesto e fu particolarmente entusiasta quando parlò degli operai parigini, i quali, come sostenne, potevano lasciare il loro lavoro abituale da un momento all'altro e affrontare i pericoli del campo di battaglia con la resistenza di veterani addestrati.

Alla fine Maximilian pensò di potersi avventurare a tastare il terreno riguardo alla sua missione. Era certamente una questione molto delicata, ma la cortesia e la bonarietà del Conte lo incoraggiarono a procedere. Guardando il vecchio nobile dritto in faccia, disse:

"Credo, Conte, che abbiate un figlio di nome Giovanni, che è stato recentemente a Parigi."

All'istante la fronte dell'anziano romano si oscurò e lanciò uno sguardo scrutatore al suo ospite. Poi disse, freddamente:

"Non ho figli!"

Maximilian a sua volta guardò attentamente il Conte, ma il volto di quest'ultimo aveva già assunto un'espressione di pietra e di sfida che sembrava opporre una barriera insormontabile a qualsiasi ulteriore conversazione sull'argomento. Ci fu una pausa imbarazzante, durante la quale i due uomini continuarono a fissarsi. Il signor Morrel, sebbene molto imbarazzato e sconcertato dal brusco stop che aveva ricevuto, fu il primo a rompere l'ominoso silenzio.

"Vi chiedo scusa, Conte," disse, "ma il giovane di cui ho parlato si è presentato come il Visconte Giovanni Massetti. È possibile che fosse un impostore?"

L'aspetto del Conte divenne più gelido; replicò, gelidamente:

"Ripeto che non ho figli!"

Maximilian era gravemente confuso. Non sapeva cosa pensare o dire. Il vecchio nobile si alzò come per terminare il colloquio. Non mostrò alcun segno di eccitazione, ma il signor Morrel si sentì certo che fosse preda di un'agitazione interna che controllava a fatica. Non poteva esserci dubbio che Giovanni fosse ciò che aveva rappresentato di essere, poiché non era forse passato per il Visconte Massetti a Roma come a Parigi? Una sola soluzione al mistero si presentava: il Conte aveva disconosciuto suo figlio, lo aveva disconosciuto a causa del terribile crimine di cui era accusato, dal quale apparentemente non era stato in grado di scagionarsi. Anche il signor Morrel si alzò, ma non voleva andarsene così, per essere liquidato sommariamente, per così dire. Decise di fare un altro tentativo per arrivare alla verità.

"Conte," disse, "non voglio che mi fraintendiate, che attribuiate a mera curiosità oziosa il mio desiderio di essere informato riguardo a questo sfortunato e infelice giovane. So che una nuvola nera pende su di lui, che al momento è marchiato e disonorato. Non ero a conoscenza, tuttavia, che la sua famiglia lo avesse ripudiato."

"Monsieur," rispose il Conte, impazientemente, "siete stranamente insistente."

"Sono insistente, Conte," disse Maximilian, seriamente, "perché il Visconte Massetti non è solo nella sua sventura. Un'altra, un'estimabile giovane donna, sta languendo ora a Parigi per causa sua."

"La compatisco!" disse il vecchio nobile, in modo suggestivo.

"Anch'io," aggiunse Maximilian; "dal profondo del mio cuore li compatisco entrambi ed è per questo che sono qui."

"Posso chiedere il nome di questa stimabile giovane donna?"

"Certamente. Il suo nome è Zuleika; è la figlia del famoso Conte di Monte-Cristo."

Il vecchio Massetti ebbe un sussulto e i muscoli del suo viso si contrassero nervosamente, ma riuscì a controllarsi e disse:

"Davvero! Permettetemi di chiedere quali rapporti intrattenesse il giovane con la figlia del Conte di Monte-Cristo."

"È o meglio era fidanzata con lui."

"Mio Dio! Un'altra vittima! La ragazza lo ama?"

"Lo ama, con tutta l'anima!"

"L'ha tradita, l'ha portata sulla cattiva strada?"

"No; la sua condotta verso di lei è stata in ogni aspetto quella di un uomo di strettissimo onore."

"Il cielo ne sia lodato! Allora non è stato fatto alcun danno! Che lo dimentichi!"

"Temo, so, che non può!"

"È giovane, non è vero?"

"Molto giovane."

"Allora il tempo guarirà le sue ferite. Deve dimenticarlo, perché è indegno del suo amore!"

"Ma non provate alcun affetto, alcuna pietà, per vostro figlio?"

"Vi dico che non ho figli! Quante volte devo ripeterlo!"

Lo sguardo del Conte era più duro che mai; tutto l'orgoglio e l'alterigia dei Massetti sembravano concentrati nell'espressione del suo volto venerabile. Maximilian aprì le labbra per parlare ancora, ma il vecchio nobile lo fermò e disse, severamente:

"Ne abbiamo avuto abbastanza! Capitano Morrel, lasciamo che ciò che è passato tra noi su questo misero argomento venga dimenticato. Sarò lieto di ricevervi a qualsiasi ora come amico, ma, se tenete alla mia conoscenza, alla mia amicizia, non menzionate mai più quell'uomo davanti a me! Addio, Monsieur!"

Il Conte suonò un campanello e apparve un cameriere. Maximilian si inchinò al suo ospite e, guidato dal servitore, lasciò il palazzo. Per strada rimase per un momento come una persona completamente sbalordita. Era chiaro che il vecchio Massetti si era fatto un'idea precisa della colpevolezza di Giovanni, e se il padre abbandonava il figlio, quale speranza c'era che il mondo freddo e senza cuore non seguisse il suo esempio? Maximilian era disperato. Al primo passo della sua missione era stato bruscamente e fermamente fermato. Cosa doveva fare? Doveva riconoscersi definitivamente sconfitto perché il suo tentativo iniziale era fallito così disastrosamente? No; sarebbe stata una vile codardia! Avrebbe insistito, avrebbe fatto ulteriori indagini. Aveva intrapreso questo lavoro per Zuleika, per restituire la felicità al suo cuore e la luce ai suoi occhi, e non avrebbe abbandonato il compito, per quanto arduo potesse essere, finché non avesse scagionato Giovanni o ottenuto prove tangibili e inconfutabili della sua colpevolezza!

Rinfrancato da questa risoluzione il signor Morrel tornò all'Hotel de France. Valentine gli venne incontro con uno sguardo di ansiosa ricerca. Egli cercò di sembrare allegro, di trarre il meglio dalla situazione, ma lo sforzo fu un pietoso fallimento. Si sprofondò su una sedia e disse a sua moglie con tono avvilito:

"Ho visto il Conte Massetti. Crede che suo figlio sia colpevole e lo ha disconosciuto!"

Valentine si sedette accanto al marito e gli prese teneramente la mano.

"Maximilian," disse, "è un cattivo inizio, lo confesso, ma conosci il proverbio e, confido, il buon fine arriverà ancora!"

"Non sarà colpa nostra se non accadrà," rispose suo marito, eroicamente. "In ogni caso, faremo del nostro meglio."

"E riusciremo! Ne sono sicura!"

"Grazie per quelle parole, Valentine! Sei un'incantatrice perfetta e hai riportato in vita la mia speranza morta!"

Quella sera i Morrel decisero di visitare il Colosseo. Desideravano vedere le gigantesche rovine di quel vasto monumento dei Cesari al chiaro di luna, ispezionare tra i raggi argentei i cortili e le gallerie in rovina che secoli addietro avevano echeggiato del fiero passo dell'élite della barbara antica Roma! Condotti da una guida appartenente all'Hotel de France, si incamminarono e presto si ritrovarono tra le rovine del grande anfiteatro. Lì furono presi in consegna da un cicerone speciale, che sembrava considerare l'enorme relitto del monumento di Flavio Vespasiano come sua proprietà privata e che non poteva essere scrollato di dosso. Unì le sue forze a quelle della guida dell'albergo e i due, chiacchierando laboriosamente in un gergo quasi inintelligibile, condussero gli impotenti visitatori da un punto di interesse all'altro, mostrando loro a turno colonne spezzate, i sedili delle Vestali, scalinate di pietra fatiscenti, la "Fosse des Lions" e il "Podium des Cesars". Maximilian e Valentine erano colmi di indicibile stupore e ammirazione mentre contemplavano i resti dell'antica grandezza, e popolavano mentalmente il meraviglioso Colosseo di gladiatori in lotta, patrizi maestosi e la folla plaudente di plebei sanguinari, con Mme. Morrel che rabbrividiva al pensiero delle migliaia di dame di alto lignaggio e belle fanciulle che nei tempi antichi avevano spietatamente voltato i pollici come segnale per la presa di una vita umana! Sebbene la luna fosse brillante e inondasse l'antico anfiteatro di luce argentea, le guide portavano torce, che servivano a diffondere un'illuminazione tremolante e pallida attraverso le oscure rientranze dei cavernosi vomitori, ora rifugio di pipistrelli, gufi, capre e serpenti.

Mentre attraversavano una galleria lunga e insolitamente cupa, le guide si fermarono improvvisamente con un grido simultaneo e iniziarono a farsi il segno della croce. Maximilian e Valentine si fermarono spaventati, il primo estraendo frettolosamente una piccola pistola per difendere la moglie e se stesso contro il pericolo sconosciuto e misterioso. Si guardarono intorno ma non riuscirono a vedere nulla, le torce rivelavano solo enormi pietre e volte coperte di polvere. Il signor Morrel chiese alle guide quale fosse la causa del loro terrore, ma per alcuni istanti non riuscì a ricavare alcuna notizia dalle loro risposte vaghe e inintelligibili. Alla fine uno dei ciceroni riuscì a spiegare che avevano visto il maniaco! Questa era un'informazione confortante per i visitatori! Un maniaco a piede libero che vagava di notte tra le rovine del Colosseo! Valentine, tremante di paura, si aggrappò al marito in cerca di protezione.

"È un uomo o una donna?" chiese Maximilian a una delle guide.

"Un uomo, signore."

"È violento, pericoloso?"

"No, signore, nessuno dei due; ma il suo aspetto dà un terribile shock, ha un aspetto così selvaggio e, inoltre, mormora maledizioni spaventose! Santa Vergine, proteggeteci!"

Maximilian sentì la sua curiosità accendersi; un desiderio strano si impadronì di lui di vedere e parlare con questo singolare folle, che frequentava i cortili dei gladiatori e mormorava maledizioni spaventose alle colonne spezzate del Colosseo.

"Dov'è il maniaco ora?" chiese alle guide. "Lo vedete?"

"Il cielo ce ne scampi!" rispose uno degli uomini, guardandosi intorno inquieto.

"Ma dov'è? Potete portarci da lui?" insistette Maximilian.

I ciceroni si guardarono l'un l'altro con stupore; le domande del giovane soldato li spaventarono. Valentine non fu meno stupita e spaventata delle guide; fissò suo marito, senza parole per lo strano interesse che mostrava verso questo miserabile reietto.

"Potete portarci da lui?" ripeté Maximilian.

"Signore," disse la guida appartenente all'albergo, "state scherzando!"

"Non sto scherzando, faccio sul serio," disse il signor Morrel. "Rispondete alla mia domanda."

"Certo, possiamo portarvi da lui, signore," rispose la guida; "ma faresti meglio a evitarlo; la vista del miserabile Massetti farà perdere il senno alla vostra signora!"

Al nome Massetti sia Maximilian che Valentine sussultarono; si guardarono l'un l'altro e verso l'uomo che aveva parlato, pensando di non aver sentito bene.

"Massetti!" esclamò il signor Morrel, quando il suo stupore gli permise di trovare le parole. "Avete detto Massetti?"

"Sì, signore, ho detto Massetti. Il maniaco è il figlio disconosciuto e diseredato del vecchio Conte Massetti!"

"Cosa! Il Visconte Giovanni?"

"Lo stesso, signore!"

"Oh! questo è terribile, terribile, Maximilian!" sussurrò Valentine, aggrappandosi ancora più strettamente al marito.

"È, infatti, terribile; doppiamente perché del tutto inaspettato," disse il signor Morrel. "Ma devo vedere il giovane Massetti--era, senza dubbio, una qualche influenza misteriosa, un'indescrivibile forza magnetica, operante tra noi, che mi ha spinto a voler vedere quest'uomo, questo maniaco, non appena è stato menzionato!--Devo vederlo e subito!"

Poiché le guide possedevano solo una conoscenza molto limitata della lingua francese, in cui si era svolto il dialogo tra marito e moglie, non riuscirono a cogliere l'intero significato della breve conversazione; capirono tuttavia che i loro clienti erano in qualche modo inspiegabile interessati al maniaco del Colosseo e sconvolti dall'improvvisa scoperta della sua identità. La situazione li lasciava perplessi e insoddisfatti.

Dopo aver pensato per un istante, Maximilian disse a sua moglie:

"Istruirò la guida dell'albergo a condurti ai nostri appartamenti. È meglio che incontri il povero Massetti da solo; vedere il miserabile uomo nelle sue attuali terribili condizioni ti sconvolgerebbe e ti demoralizzerebbe certamente."

Valentine guardò implorante il volto di suo marito. Tutta la sua paura l'aveva abbandonata. Ora era calma e risoluta. Aveva proposto lei il viaggio a Roma, il progetto di aiutare il Visconte, e non voleva tirarsi indietro dal compiere un solo passo che potesse essere benefico per Giovanni e Zuleika. Disse, coraggiosamente:

"Non mandarmi via da te, Maximilian! Sarò coraggiosa e audace! Non ho paura di questo povero giovane ora, maniaco o meno! Forse potrò aiutarti nel trattare con lui, poiché l'arguzia e la tenerezza di una donna, si dice, possono a volte soggiogare e pacificare coloro le cui menti sono disordinate quando tutti gli sforzi di un uomo hanno fallito."

Maximilian la guardò con amore e ammirazione.

"Così sia, Valentine," rispose, molto commosso. "Rimarrai con me e affronteremo insieme la prova!"

Gli occhi di sua moglie espressero la sua soddisfazione per questa dimostrazione di fiducia; si limitò a stringere la mano di suo marito, ma sebbene non pronunciasse una parola, la stretta calda che gli diede diceva molto di più.

Il signor Morrel si voltò verso i ciceroni, che stavano aspettando in silenzioso sconcerto.

"Portateci da questo maniaco senza un istante di ritardo!" disse.

Le guide si scambiarono sguardi, scossero la testa come in segno di protesta e ricominciarono a farsi il segno della croce. Maximilian fu costretto a ripetere il suo comando in modo un po' severo e imperativo prima che facessero un movimento per obbedire; poi, molto riluttanti, fecero cenno ai loro clienti di seguirli e presero il comando, mormorando preghiere alla Beata Vergine.

Il piccolo gruppo lasciò la cupa galleria e si fece strada all'aria aperta. Dopo aver percorso una ventina di metri le guide fecero un brusco arresto e una di loro indicò il centro della vasta arena gladiatoria.

"Guardate, signore!" disse al signor Morrel. "Lì sta il maniaco del Colosseo!"

Massimiliano e Valentina scrutavano rapidamente e ansiosamente nella direzione indicata, ma non videro nulla.

"Lì, signore!" ripeté il cicerone, continuando a indicare.

Poi, tutt'a un tratto, Massimiliano e Valentina scorsero la figura di un uomo che se ne stava immobile come una statua accanto a un vasto frammento di pietra. Il chiaro di luna cadeva in pieno su una forma virile e nobile, rivelando un volto avvenente che avrebbe potuto appartenere a uno degli antichi dei romani. L'abbigliamento dell'uomo era in pittoresco disordine e sul capo nudo portava una corona di foglie d'edera. In una mano reggeva un alto bastone, mentre l'altra era levata in segno di minaccia.

"Ascoltate!" disse una delle guide, con un brivido. "Sta imprecando!"

Il signor e la signora Morrel ascoltarono, inorriditi, colmi di un terrore senza nome. Un mormorio debole, ma distinto, giunse fino a loro, crescendo gradualmente di volume. Era una maledizione feroce, amara, carica di un odio intenso e bruciante, che sembrava abbracciare nel suo raggio Dio, l'uomo e l'intero universo.

Le guide caddero in ginocchio, si scoprirono il capo e pregarono la Vergine a bassa voce.

Massimiliano prese Valentina per mano.

"Vieni," disse, "andiamo da lui!"

La signora Morrel tremò leggermente, ma rispose con fermezza:

"Sono pronta!"

Poi, mano nella mano, lentamente, cautamente, senza sapere cosa potesse accadere, avanzarono verso il maniaco del Colosseo.

CAPITOLO XVII.

LA STORIA DI PEPPINO.

All'ora stabilita, di cui era stato debitamente informato dal Procureur de la République, il Conte di Monte-Cristo entrò nella sala riservata all'uso del Juge d'Instruction presso il posto di polizia dove Peppino e Beppo erano rinchiusi. Il magistrato era già sullo scranno giudiziario e al suo fianco stava il Vice Procureur, che gli stava spiegando i desideri del suo superiore. Quando Monte-Cristo entrò, fece un inchino al Juge e al Vice, che ricambiarono il saluto con tutto il rispetto dovuto a un personaggio così illustre.

"Messieurs," disse il Conte, dopo questo scambio di cortesie, "siete naturalmente a conoscenza del motivo della mia presenza qui questo pomeriggio, quindi possiamo passare subito agli affari, ma prima che gli italiani vengano fatti entrare ho un piccolo favore da chiedervi."

"Dite pure, signor Conte," disse il Juge d'Instruction con gentilezza. "Saremo lieti di concederlo, se è in nostro potere farlo."

"Ebbene, messieurs," disse il Conte di Monte-Cristo, salendo sulla pedana e appoggiandosi al tavolo del Juge, "è semplicemente questo. Il prigioniero che si fa chiamare Peppino è in possesso di certi dettagli ai quali attribuisco una notevole importanza. Mi ha promesso di rivelarmeli come prezzo per la sua libertà e quella del suo compagno. Inutile dire che l'unico movente della mia interferenza in questa faccenda è ottenere tali dettagli. Ora, per lunga esperienza conosco tutti gli inganni e la perfidia della natura italiana. Una volta libero, quest'uomo potrebbe schioccarmi le dita in faccia e rifiutarsi di parlare. Dopo che le formalità di legge saranno state debitamente adempiute, desidero che i prigionieri vengano rinviati alle loro celle e informati che la loro liberazione avverrà solo quando Peppino mi avrà fornito le informazioni promesse."

"Sarà solo un lieve abuso della mia autorità," rispose il Juge d'Instruction sorridendo, "sempre che di abuso si tratti, poiché, da quanto ho capito del caso, i prigionieri devono rimanere virtualmente sotto la vostra custodia fino alla loro partenza dalla Francia, per la quale avete dato la vostra parola al Procureur de la République. Pertanto, il favore che chiedete sarà volentieri concesso."

Conclusi questi termini, il Juge d'Instruction lanciò uno sguardo al Vice Procureur, che annuì in segno di assenso.

Il magistrato premette un campanello che stava sulla sua scrivania e disse al gardien de la paix che rispose alla chiamata:

"Fate entrare i prigionieri."

Monte-Cristo e il Vice si ritirarono dalla pedana, sedendosi su un paio di fauteuils posti a un tavolo immediatamente davanti al tavolo del Juge.

Quando i due italiani furono fatti entrare, Peppino lanciò uno sguardo prima al magistrato sul banco e poi al Vice. Infine, i suoi occhi si posarono sul Conte, e il suo volto si illuminò istantaneamente; sentì d'istinto che la misteriosa influenza di Monte-Cristo era stata altrettanto potente presso le autorità di Parigi quanto presso Luigi Vampa e la sua banda, e che quell'uomo meraviglioso era riuscito a ottenere la liberazione sua e di Beppo.

"Mettete i prigionieri alla sbarra," disse il Juge d'Instruction rivolgendosi al gardien.

Quest'ordine fu immediatamente eseguito e i due italiani stettero di fronte al magistrato.

"Toglietevi i cappelli."

I prigionieri obbedirono, Peppino con un sorriso fiducioso, Beppo con un cipiglio cupo.

"Prigionieri alla sbarra," disse il Juge d'Instruction severamente, "siete accusati del reato di borseggio sulla pubblica via. Che cosa avete da dire?"

Questo inizio formale e piuttosto minaccioso fu sia una sorpresa che una delusione per Peppino. Lanciò uno sguardo interrogativo a Monte-Cristo, ma non poté leggere nulla nel suo volto pallido e avvenente; poi, con una scura espressione, rispose al Juge con tono aspro e di sfida:

"Non sono colpevole!"

Il magistrato lanciò uno sguardo a Beppo, che a sua volta ripeté le parole del suo compagno.

A questo punto il Vice Procureur si alzò e disse al Juge d'Instruction, con voce piena e chiara:

"Piaccia a voi, onorato Juge, come rappresentante del Procureur de la République, desidero dichiarare che non è mia intenzione portare avanti l'accusa contro i prigionieri alla sbarra. Per questo corso d'azione ho una buona e valida ragione. Chiedo pertanto, nella mia veste ufficiale, che le persone che si fanno chiamare Peppino e Beppo siano rilasciate."

Questa richiesta fu un'altra sorpresa per Peppino, ma intuì immediatamente che Monte-Cristo contava molto in essa e lo fissò con uno sguardo di gratitudine. Beppo era assolutamente sbalordito, poiché non riusciva a comprendere l'improvvisa svolta favorevole della situazione.

Il Juge d'Instruction, in ossequio alla forma prescritta dalla legge, disse al Vice:

"Posso chiedere al degno rappresentante del Procureur de la République quali siano le sue buone e valide ragioni?"

"Certamente, onorato Juge," rispose il funzionario. "Sua Eccellenza il Conte di Monte-Cristo, qui presente, ha stipulato un patto con il Procureur, impegnandosi, in caso di rilascio dei prigionieri, a indurli a lasciare immediatamente la Francia."

A questo punto Monte-Cristo si alzò e, rivolgendosi al banco giudiziario, disse con quel modo impressionante che segnava sempre i suoi discorsi pubblici:

"Onorato Juge, ciò che il Vice Procureur ha appena detto è perfettamente vero in ogni sua parte. In caso di rilascio dei prigionieri, mi impegno con il suo superiore in ufficio a far sì che facciano ritorno in Italia senza indugio."

Il Vice e il Conte ripresero i loro posti. Il Juge d'Instruction parve riflettere per un momento; poi disse:

"Il mio dovere nella circostanza è chiaro. Non viene presentata alcuna prova contro i prigionieri e la dichiarazione ufficiale e la richiesta del Procureur de la République, espresse attraverso il suo degno e stimato rappresentante, precludono la necessità di un interrogatorio formale degli accusati. Li rilascerò, dunque, subordinatamente, tuttavia, al controllo di Sua Eccellenza il Conte di Monte-Cristo. Prigionieri alla sbarra," aggiunse, rivolgendosi a Peppino e Beppo, "vi rimando alle vostre celle, la vostra liberazione avverrà nel momento che Sua Eccellenza il Conte di Monte-Cristo vorrà determinare."

Riprese il suo posto sul banco giudiziario, facendo cenno al gardien di allontanare i prigionieri.

Dieci minuti dopo, Monte-Cristo era nella cella di Peppino. L'italiano era radioso di gioia ed estremamente espansivo nell'esprimere i suoi ringraziamenti al suo potente e misterioso benefattore.

Il Conte fece un gesto impaziente con la mano.

"Basta con i ringraziamenti," disse. "Il tempo stringe, e prima mi fornirete i dettagli della cospirazione contro il Visconte Massetti, prima voi e il vostro compagno sarete liberi."

Peppino si gettò quasi sul suo letto e Monte-Cristo si sedette su uno sgabello traballante, il suo volto solitamente impassibile che mostrava chiaramente l'interesse assorbente che provava per ciò che stava per seguire.

L'italiano si schiarì la gola e cominciò.

"Signor Conte," disse, "innanzitutto devo dirvi che il giovane Massetti è stato rinnegato e diseredato dal suo orgoglioso e severo padre, che lo crede uno dei più colpevoli e depravati mascalzoni della terra!"

Monte-Cristo ebbe un sussulto; il suo viso divenne di una sfumatura più pallida di quanto gli fosse abituale, ma non disse nulla; stava aspettando con ansia ulteriori sviluppi.

"Non è tutto, però," continuò Peppino, dopo una breve pausa per notare l'effetto della sua comunicazione sul suo interlocutore, "né è la cosa peggiore! Lo sfortunato Visconte, dopo essere stato ignominiosamente espulso dal Palazzo Massetti per ordine del vecchio Conte, ha perso immediatamente il senno; ora è un maniaco delirante!"

"Mon Dieu! Mon Dieu!" esclamò Monte-Cristo, balzando in piedi e percorrendo la cella, in preda a un'intensa agitazione che non cercò di controllare. "Un maniaco delirante! Giovanni un maniaco delirante! Oh! mia figlia, mia figlia!"

"Tutto quello che dico è la verità," riprese l'italiano. "Come spero nel Paradiso, lo giuro!"

"Ma che fine ha fatto Massetti? Dov'è?" domandò il Conte, arrestandosi bruscamente nel suo cammino. "È stato rinchiuso in qualche manicomio?"

"È un reietto e un vagabondo," rispose Peppino. "Tutta Roma lo guarda con disprezzo, lo evita come si evita una pestilenza. Quando ho lasciato l'Italia, aveva cercato rifugio tra le rovine del Colosseo, dove era il terrore tanto dei visitatori quanto delle guide superstiziose. L'ho visto lì con i miei occhi il giorno prima della mia partenza. Era in stracci, portava un alto bastone, indossava una corona di foglie d'edera e passava il tempo a maledire Dio e gli uomini. Dicono che non lasci mai le rovine, se non per mendicare qualche avanzo di cui nutrirsi, e che dorma la notte nelle profondità di un oscuro vomitorio in compagnia di pipistrelli, ragni e altre cose impure."

"Questo è incredibile!" gridò Monte-Cristo, fissando intensamente il suo compagno e sospettando a metà che stesse attingendo alla sua vivida immaginazione italiana per alcuni dei suoi dettagli grafici.

"Ma è la verità, signor Conte," protestò Peppino con fervore; "ogni parola è vera!"

"Continuate," disse Monte-Cristo con voce rauca, sedendosi di nuovo sullo sgabello. "Parlatemi della cospirazione."

"Ci sto arrivando, signor Conte," disse l'ex bandito, assumendo una posizione seduta sul bordo del letto. "Sapete, naturalmente, che la causa di tutti i guai del Visconte Massetti è stata una certa bella e giovane contadina di nome Annunziata Solara?"

"Ho sentito dire che si trattava di una donna, ma non importa; procedete."

"Questa ragazza vendeva fiori in Piazza del Popolo e sul Corso; lì ha attirato l'attenzione di Massetti e di vostro figlio Esperance."

"Esperance!" esclamò Monte-Cristo, con le mani che si agitavano nervosamente. "Oh! mon Dieu! la luce comincia a farsi strada!"

Peppino sorrise in modo rassicurante.

"Non abbiate timore, signor Conte," disse; "in tutti gli infelici avvenimenti che hanno portato il povero Visconte sotto sospetto, vostro figlio ha avuto una parte tanto nobile quanto onorevole; avete abbondanti ragioni per essere orgoglioso di lui!"

Monte-Cristo emise un sospiro di sollievo.

"Potete provarlo?"

"Posso. Luigi Vampa e tutta la sua banda sanno che vostro figlio è del tutto innocente per quanto riguarda la fioraia e lo dichiareranno. Persino il vecchio Solara in persona, per quanto sia una canaglia indurita e spregevole, non cercherà di incolparlo. State certo che la prova dell'innocenza di vostro figlio è ampia."

"Luigi Vampa mi ha già scritto che nessuna colpa può essere attribuita a Esperance, ma devo avere prove più affidabili della lettera o persino del giuramento di un famigerato brigante."

"Tali prove possono essere ottenute senza troppa difficoltà. La sfortunata ragazza stessa, che ora si trova al Rifugio di Civita Vecchia, lo scagionerà."

"Ma i dettagli del complotto, i dettagli del complotto!"

"Ebbene, il Visconte seppe da Annunziata che abitava in campagna, oltre Trastevere, e quella sera partì per cercarla. Vostro figlio, che conosceva il suo obiettivo, lo seguì per proteggerlo contro i banditi. Massetti fu fermato da uno degli uomini di Vampa, che lo ferì nella lotta che ne seguì, e vostro figlio apparve in tempo per uccidere il brigante e salvare il suo amico. Poco dopo incontrarono un gran numero della banda di Vampa e scamparono per un soffio dall'essere impiccati agli alberi più vicini per vendetta per la morte dell'uomo ucciso da vostro figlio. Furono liberati da Vampa in persona non appena seppe che Esperance era vostro figlio, avendo Massetti rivelato sia la propria identità che quella del suo compagno. I giovani, a quanto pare, avevano deciso di tornare a Roma immediatamente dopo che il Visconte ebbe ricevuto la ferita, ma Massetti si sentì mancare per il dolore e la perdita di sangue e fu deciso di cercare un riparo. Un contadino apparve in quel momento e, dopo qualche esitazione, accettò di condurli alla capanna di suo padre dove avrebbero potuto passare la notte. Mantenne la parola. Per farla breve, i giovani, che erano travestiti da contadini, si trovarono presto nella capanna di Pasquale Solara e al cospetto della bella Annunziata stessa."

Peppino fece una pausa per un istante e poi continuò:

"Questi dettagli preliminari, signor Conte, sono necessari per permettervi di comprendere la cospirazione che stava per essere ordita. Il contadino, che aveva condotto Massetti e vostro figlio proprio nel posto che il primo aveva lasciato Roma per cercare, era il fratello di Annunziata. Il vecchio Pasquale Solara era assente da casa al momento dell'arrivo degli stranieri, ma tornò poco dopo. Non ho dubbi che fosse da tempo in combutta con Luigi Vampa e che avesse agito segretamente come suo agente e confederato. Ad ogni modo, quando arrivò, era ben consapevole che i giovani si trovavano nella sua capanna ed era anche perfettamente informato della loro identità, sebbene, con la sua abituale astuzia, avesse nascosto entrambi i fatti, fingendo sorpresa e insoddisfazione quando gli fu annunciato dai suoi figli che aveva degli ospiti. Segretamente era deliziato, poiché la presenza del giovane Massetti gli offriva l'opportunità di prendersi allo stesso tempo una solenne vendetta sul vecchio Conte, che odiava amaramente da molto tempo, e di deviare lo stigma devastante di un atto diabolico che meditava da sé verso il nome e la fama di un altro."

"Intendete asserire che questo vecchio miserabile avesse disegni turpi contro sua figlia?" disse il Conte, con il volto che esprimeva tutto l'orrore che provava.

"Esattamente," rispose Peppino con freddezza. "Il vecchio Solara, miserabile avaro com'è, aveva venduto, per una somma molto grande dell'oro che così ardentemente bramava, la sua stessa figlia, la sua bellissima Annunziata, al capo dei banditi Luigi Vampa!"

"Il demone dal cuore nero!" esclamò Monte-Cristo. "È indegno del nome di uomo! A Parigi la popolazione indignata lo schiaccerebbe a morte sotto i piedi!"

"Dunque, vedete," riprese l'italiano, "l'arrivo di Massetti fu opportuno, e Pasquale Solara, dopo aver visto che il Visconte era al sicuro sotto il tetto della sua capanna, si affrettò a tornare da Luigi Vampa e insieme ordirono il turpe complotto che riuscì fin troppo bene. Un pezzo di scelleratezza diabolica ordito più astutamente e celato più accuratamente non ha mai macchiato gli annali del mondo civile!"

CAPITOLO XVIII.

ALTRO DELLA STORIA DI PEPPINO.

Monte-Cristo era inorridito da ciò che aveva udito. Tutta la sua anima ribellava all'idea di un padre che potesse deliberatamente e a sangue freddo vendere la propria figlia, all'idea di un miserabile che con uguale deliberazione potesse gettare la colpa di una scelleratezza commessa da sé su un uomo innocente. Era sembrato molto strano al Conte, al momento in cui Luigi Vampa gli aveva scritto, che il capo brigante fosse così perfettamente informato riguardo all'innocenza di Esperance e alla colpevolezza del Visconte Massetti, ma alla luce delle sbalorditive rivelazioni appena fatte da Peppino divenne abbondantemente chiaro che Vampa, nel caso del giovane italiano, era stato spinto dal più forte dei moventi possibili, vale a dire il desiderio di proteggere se stesso, e che per farlo efficacemente non aveva indietreggiato davanti alla più vile e completa menzogna. Naturalmente, Vampa non aveva voluto incolpare Esperance a causa del patto di vecchia data, le relazioni che erano intercorse tra lui e Monte-Cristo in passato; ciò era altrettanto evidente; inoltre, una vittima era sufficiente, e nello scegliere Massetti come quella vittima, il capo brigante aveva evidentemente agito all'istigazione del vecchio Pasquale Solara.

Peppino procedette con le sue rivelazioni.

"Signor Conte," disse, "avevo sospettato da tempo che ci fosse qualcosa sotto tra Vampa e il vecchio Solara. Il pastore, cupo e scontroso, non veniva inizialmente al covo dei banditi, ma in risposta a un segnale che usava, un fischio vibrante particolare, il capo usciva da solo e lo incontrava. Questo segnale e le azioni di Vampa suscitarono la mia curiosità; più di una volta seguii il capo e, nascosto al sicuro dietro un albero o una roccia, fui testimone degli incontri segreti, udendo parti della conversazione. Annunziata Solara veniva menzionata frequentemente, e il padre sembrava cercare di strappare un duro accordo a Vampa. Alla fine, una notte, giunsero a un'intesa. Udii il capo accettare di pagare al vecchio Pasquale un'enorme somma di denaro alla consegna di Annunziata nelle sue mani, e allora capii che la nefasta vendita era stata conclusa. Fu deciso che la ragazza dal destino infausto dovesse essere consegnata a Vampa alla prima opportunità, e quell'opportunità arrivò quando il Visconte Massetti e vostro figlio Esperance furono domiciliati nella capanna isolata nella foresta.

"Ero in allerta e quando, dopo essersi assicurato dell'arrivo dei due giovani alla sua capanna, il vecchio Pasquale cercò il covo dei banditi e suonò il suo segnale vibrante, lo udii. Seguendo di soppiatto Vampa, mi nascosi come avevo fatto in precedenti occasioni. Ormai ero perfettamente familiare con i dettagli della base transazione in corso tra la preziosa coppia e potevo comprendere prontamente anche le loro allusioni più oscure e guardinghe. Il vecchio Solara informò il capo che i giovani erano arrivati, proponendo che Vampa rapisse Annunziata al più presto possibile, organizzando le cose in modo che il sospetto cadesse sul Visconte Massetti. Il capo accettò di farlo. Il pastore doveva tenerlo informato, e il rapimento doveva avvenire quando le circostanze fossero state più calcolate per promuovere il successo di tutte le fasi del piano scellerato. Con questo accordo, i cospiratori si separarono.

"Il destino si schierò con il vecchio Pasquale e Vampa. La sua ferita trattenne il Visconte alla capanna e la bella Annunziata lo accudì. Si era invaghito della sua bellezza il giorno in cui l'aveva incontrata in Piazza del Popolo. L'associazione intima con lei intensificò la sua influenza su di lui, e quando fu nella capanna per quasi una settimana e la convalescenza era iniziata, le fece violente profferte d'amore, arrivando persino al punto di chiederle di fuggire con lui. Esperance intuì le intenzioni del suo amico e, sapendo che Massetti non avrebbe potuto sposare la ragazza, si frappose per salvarla. Il risultato fu un litigio e vostro figlio sfidò il Visconte a duello. La sfida fu istantaneamente accettata e fu stabilito che il duello dovesse avvenire la mattina seguente.

"Fedele alla sua promessa a Vampa, il vecchio Solara, pur fingendo di essere assente da casa, si aggirava nelle vicinanze e teneva d'occhio tutto ciò che accadeva. Era nascosto sotto la finestra aperta quando Massetti o Tonio, come si faceva chiamare, poiché sia il Visconte che Esperance passavano sotto nomi fittizi, propose la fuga a sua figlia. Immediatamente si affrettò dal capo brigante, che si aggirava nei dintorni della capanna tutto il giorno, e comunicò gioiosamente ciò che aveva udito. Fu immediatamente deciso che il momento per il rapimento era giunto e furono fatti i preparativi per portare via Annunziata proprio quella notte. Vampa scrisse una lettera incriminante alla ragazza, facendo finta che venisse da Massetti, e il vecchio Solara, intrufolandosi inosservato nella capanna, la pose sotto la scatola da lavoro di sua figlia sul suo tavolo, dove lei in seguito la trovò. Non si suppose neanche per un momento che la ragazza avrebbe acconsentito a fuggire con il Visconte, poiché, sebbene allegra e spensierata, era pura e innocente; la nota era semplicemente intesa a riempire la mente di Annunziata, dopo il rapimento, con l'idea che Massetti fosse il suo rapitore."

"Che astuta, lungimirante scelleratezza!" mormorò Monte-Cristo, tra i denti.

"Quella notte non c'era luna", continuò Peppino, "e, dopo che tutti gli occupanti della capanna si furono ritirati per riposare, il vecchio Pasquale attese fuori con una torcia mentre Vampa si faceva strada verso la camera di Annunziata, la strappò dal suo giaciglio e la portò nella foresta, impedendole di dare l'allarme mettendole una mano sulla bocca. Egli era mascherato e il pastore si tenne a una tale distanza che fu assolutamente impossibile per sua figlia riconoscerlo. Mentre Vampa correva attraverso la foresta con il suo carico, urtò il braccio contro un albero e il dolore lo costrinse a togliere per un secondo la mano dalla bocca di Annunziata. La povera ragazza approfittò di questa opportunità per gridare e il suo grido attirò in suo aiuto prima il fratello, poi il Visconte e infine Esperance.

"Il fratello, raggiunto Vampa, lo attaccò ferocemente. Lasciata cadere la ragazza, che se ne stava immobile sul posto, il capo estrasse una pistola e fece fuoco contro il suo assalitore. Quest'ultimo fu colpito e barcollò all'indietro, col sangue che sgorgava dalla ferita. In qualche modo, durante la lotta, Vampa si smascherò e, nell'oscurità prevalente, Annunziata immaginò naturalmente che il volto improvvisamente scoperto e altrettanto rapidamente mascherato fosse quello del suo pretendente, il cosiddetto Tonio. Dispostosi del fratello, che in seguito corse verso la capanna, incontrò Esperance, si precipitò tra le sue braccia e poi cadde al suolo dove morì, il capo dei briganti afferrò Annunziata, che nel frattempo era svenuta, e riprese la sua fuga attraverso la foresta. Udendo il suono di un ulteriore inseguimento, Vampa si fermò sgomento e tese l'orecchio. Tre persone sembravano avvicinarsi rapidamente. Il capo allora nascose la ragazza priva di sensi dietro un enorme frammento di roccia e si gettò disteso al suolo, sperando così di sfuggire all'osservazione. Mentre lo faceva, vide il bagliore della torcia del vecchio Solara. Essa illuminò in pieno il volto di un contadino, un perfetto estraneo, che aveva udito il grido di Annunziata ed era accorso in suo aiuto. Il pastore aveva un coltello in una mano; gettò istantaneamente la torcia e si impegnò in un conflitto disperato con il nuovo venuto. In quel momento il Visconte giunse sulla scena, muovendosi come per prendere le parti dello straniero. Vampa balzò in piedi, lo afferrò per la gola e, sotto la minaccia di una morte istantanea se si fosse rifiutato, lo costrinse a prestare giuramento di silenzio riguardo agli eventi di quella notte. Massetti era così sconcertato da non sapere quasi cosa stesse facendo. Non appena ebbe prestato giuramento, Vampa lo colpì proditoriamente con un colpo devastante che lo fece barcollare fino a terra, dove giacque immobile e privo di sensi. Poi il capo si gettò di nuovo sul terreno, balzando in piedi ancora una volta per affrontare Esperance. Quest'ultimo gli puntò contro una pistola, ma lui gliela fece vorticare via di mano. Poi il giovane sferrò un colpo feroce contro di lui, ma Vampa schivò il colpo e il suo avversario cadde in avanti per il suo stesso impeto su un fitto strato di muschio accanto alla forma prostrata di Massetti. Approfittando prontamente dell'opportunità, il capo si assicurò il possesso di Annunziata, ancora priva di sensi, e questa volta riuscì a portarla in trionfo in una capanna che aveva predisposto per la sua accoglienza."

Peppino procedette poi a raccontare ciò che il lettore ha già appreso dal pietoso resoconto di Annunziata a Mme. de Rancogne nel Rifugio di Civita Vecchia. Quando ebbe concluso, lanciò un'occhiata al suo interlocutore e disse:

"Siete soddisfatto, Signor Conte?"

"Lo sono", rispose Monte-Cristo, con una voce roca che suonava stranamente diversa dalla sua. "Avete pienamente guadagnato la libertà per voi e per il vostro compagno Beppo. La storia di nera iniquità che mi avete raccontato così vividamente potrebbe sembrare improbabile ad altre orecchie, ma a me porta l'impronta della verità. Un punto, tuttavia, è oscuro. Non riesco a immaginare in che modo siate venuto a conoscenza dei dettagli di certi eventi della vostra narrazione, eventi che non avreste potuto testimoniare con i vostri occhi. Illuminatemi su questo punto."

"Volentieri", rispose Peppino, senza la minima esitazione. "Ho appreso i dettagli di cui parlate in parte da Vampa stesso e in parte dal vecchio Solara. I due confrontarono le versioni dopo che quest'ultimo si fu apertamente unito ai banditi, e io mi sono ben guardato dall'ascoltare la loro conversazione."

Monte-Cristo si era alzato e ora passeggiava per la cella per diversi istanti, immerso in profondi pensieri. La sua fronte era nuvolosa e scura, ma i suoi occhi brillavano ferocemente e le sue mani erano serrate così strettamente che le unghie lasciavano segni rossi nella carne. L'italiano, ancora seduto sul bordo del letto, lo osservava attentamente, non sapendo cosa pensare della sua preoccupazione e agitato da un vago timore che potesse rifiutarsi di mantenere la sua promessa. Alla fine Monte-Cristo sembrò aver risolto l'intricato problema che lo aveva perplesso ed essere giunto a una decisione. Si parò davanti all'italiano, si fermò e, fissandolo con fermezza, disse:

"Mio buon amico, ho, come sapete, ottenuto la libertà per voi e per Beppo impegnando la mia parola presso il Procureur de la République che entrambi lascerete immediatamente il paese. Da parte vostra, avete fatto come pattuito e io sto ora per eseguire la mia parte dell'accordo."

Il volto di Peppino assunse un'espressione di estrema gioia. Tutti i suoi timori svanirono all'istante.

"Ora", continuò Monte-Cristo, in modo impressionante, "ho una proposta da farvi. Potete essermi estremamente utile se volete e, allo stesso tempo, acquisire una grande somma di denaro onestamente e onorevolmente."

Gli occhi dell'italiano brillarono di piacere.

"Dite la vostra proposta, Signor Conte", disse, con entusiasmo. "L'accetto in anticipo. Ma Beppo è incluso in essa?"

"Lo è", rispose il Conte. "Le rivelazioni che mi avete fatto mi hanno deciso a recarmi subito a Roma. Porterò con me mia figlia, così come il mio servitore nubiano Ali. Desidero che voi e Beppo entriate al mio servizio e mi accompagniate. L'umanità richiede che io usi tutta la mia influenza per rendere giustizia allo sfortunato Visconte Massetti, e voglio che voi mi aiutiate in quest'opera."

"Farò come desiderate, Signor Conte", disse l'italiano, "e prometto che anche Beppo si conformerà ai vostri desideri."

"Molto bene", replicò Monte-Cristo. "È inteso e concordato. Una condizione, tuttavia, devo esigere. Voi e Beppo non dovete avere alcuna comunicazione con Luigi Vampa o con chiunque della sua banda, almeno finché non sarò io a ordinarlo."

"La condizione sarà scrupolosamente osservata, Signor Conte. Mentre sarò al vostro servizio, i vostri comandi saranno la nostra unica legge."

"È sufficiente. Ora sto per rimettere in libertà voi e Beppo. Mi accompagnerete immediatamente alla mia residenza e lì saranno fatti i preparativi per la nostra partenza. Partiremo per Roma domani."

"Come desidera Vostra Eccellenza", disse l'italiano.

Monte-Cristo chiamò il gardien di turno al posto di guardia, ordinandogli di far uscire Beppo, e presto il Conte e gli italiani furono seduti nella carrozza di quest'ultimo, guidati rapidamente da Ali verso la dimora in Rue du Helder.

Non appena giunti a destinazione, il Conte, affidando i nuovi aggiunti al suo seguito alle cure del fedele nubiano, si ritirò nel suo studio, chiamando a sé Zuleika. La ragazza si affrettò a obbedire al richiamo, e la vista del volto pallido e severo di suo padre le rivelò istantaneamente che era accaduto qualcosa di molto insolito e importante.

"Figlia mia", disse il Conte, prendendola teneramente tra le braccia e guardando con affetto il suo volto rivolto verso l'alto, ansioso, "oggi ho ricevuto notizie molto sorprendenti."

Il cuore di Zuleika batté selvaggiamente a questo annuncio; si sentiva convinta che le notizie sorprendenti riguardassero il suo sfortunato, lungamente silenzioso amante.

"Padre", disse, con voce tremante, "avete ricevuto notizie dal Visconte Massetti?"

"No, figlia mia", rispose Monte-Cristo; "ma notizie della più grave natura riguardanti lui mi sono state comunicate."

"Notizie della più grave natura, padre! È possibile che sia morto?"

Mentre pronunciava le ultime parole, la povera ragazza scoppiò in un pianto dirotto.

"No, figlia mia", rispose il Conte. "Il giovane Massetti non è morto."

"È riuscito a scagionarsi da quella terribile accusa?" chiese la ragazza, tremando di ansia.

"Ahimè! No! Ma è innocente, Zuleika, così innocente del terribile crimine imputatogli quanto il bambino mai nato! Di questo puoi stare certa, perché la prova della sua innocenza è nelle mie mani!"

Zuleika lanciò un grido selvaggio di gioia e gettò le braccia attorno al collo di suo padre.

"Calmati, figlia mia", riprese Monte-Cristo; "tutto si sistemerà ancora. Parto per Roma domani con Ali e due amici di Giovanni. Sii pronta ad accompagnarmi!"

L'estasi di Zuleika era quasi incontenibile; ma ahimè! Non sapeva che la mente di Giovanni era stata sconvolta dalla vergogna e dalla disgrazia che gli erano state gettate addosso!

CAPITOLO XIX.

IL MANIACO DEL COLOSSEO.

Dopo aver lasciato le loro guide al Colosseo, Maximilian e Valentine si avanzarono verso il centro dell'arena dei gladiatori dove stava il demente Giovanni Massetti. Egli non li notò, non sembrò prestare nemmeno la minima attenzione a ciò che lo circondava, ma teneva gli occhi rivolti al cielo, mentre il mormorio di amare maledizioni usciva costantemente dalle sue labbra. Mentre M. e Mme. Morrel si avvicinavano, le sue parole divennero sempre più chiare e non ebbero alcuna difficoltà a comprenderne appieno il terribile significato. Non c'è da stupirsi che le guide fossero spaventate da un tale flusso di amare e taglienti maledizioni!

L'afflitto Visconte mantenne il suo atteggiamento immobile, simile a una statua, assomigliando più alla strana creazione di qualche vivida fantasia di uno scultore che a un mortale vivente e respirante. Valentine era colma di un dolore indescrivibile mentre lo guardava e realizzava che questo relitto di nobile, gloriosa virilità era l'amato del cuore di Zuleika, l'essere con il cui infelice destino quello della figlia di Monte-Cristo era inestricabilmente intrecciato. Oh! Che per qualche miracolo, come si diceva facessero le leggendarie divinità dell'antico Olimpo, egli potesse essere riportato alla ragione e al possesso di un nome immacolato! Ma i giorni dei miracoli erano finiti, e se il giovane italiano doveva essere riportato alla sanità mentale e scagionato dalla terribile accusa contro di lui che aveva causato tutto questo male, questa miseria, doveva essere con mezzi terreni e ordinari. Forse lei e suo marito erano destinati a compiere questi cambiamenti apparentemente impossibili! Chi lo sapeva? Molte cose altrettanto improbabili erano accadute, e perché questa meravigliosa trasformazione, una trasformazione degna della bacchetta di qualche potente Prospero, non avrebbe dovuto essere effettuata? Valentine era un'amica devota e un'entusiasta, e la massima di Monte-Cristo, "Aspetta e Spera", era la sua stella polare. "Aspetta e Spera!" Oh! Quanto era rincuorante, quanto rassicurante era quel motto semplice e fiducioso!

Maximilian, da parte sua, provava un'indicibile pietà sia per il misero uomo davanti a lui che per la bella Zuleika, la dolce e tenera figlia del suo benefattore, languente e disperata lontano nella lussuosa, principesca casa di suo padre. La povera ragazza era circondata da tutte le benedizioni che una ricchezza illimitata poteva conferire; aveva l'amore del Conte, l'amore di Mercedes, l'amore di Esperance e il sincero affetto di tutti coloro che la conoscevano; ma ahimè! le ricchezze principesche, l'amore genitoriale, fraterno e l'affetto degli amici erano nulla rispetto alla passione che stava rodendo le sue viscere, una passione disperata, senza speranza, che non era che un pesante fardello di dolore! Ma era questa passione del tutto disperata e senza speranza? Solo il tempo lo avrebbe mostrato!

M. e Mme. Morrel erano ora a pochi piedi dal disgraziato, impazzito giovane uomo, ma la sua attenzione era così assorbita dai pensieri folli che fluivano attraverso il suo cervello sbalordito che non riuscì ancora a rilevare la loro presenza.

Ordinando a Valentine di rimanere dove si trovava, suo marito si avvicinò a Giovanni e pose improvvisamente la mano sulla sua spalla. Il Visconte trasalì per questa inaspettata interruzione della sua cupa fantasticheria e lanciò uno sguardo frettoloso all'intruso. I suoi occhi, tuttavia, avevano uno sguardo vitreo, non comprensivo, che non esprimeva né sorpresa né paura.

"Giovanni Massetti", disse Maximilian, "ascoltami! Sono un amico!"

Il giovane rispose, con una voce bassa e discordante:

"Chi è che menziona Giovanni Massetti? C'era una volta un uomo che portava quel nome, ma egli è morto, morto per il mondo!"

"Ti ho detto che sono un amico", riprese M. Morrel. "Sono venuto per salvarti!"

"Un amico!—un amico!" gridò il maniaco, con un'esplosione di amara, beffarda risata che trapassò Maximilian da parte a parte come uno stiletto affilato e tagliente e fece rabbrividire Valentine come se fosse entrata in contatto con il ghiaccio polare. "Un amico!—un amico! Venuto a salvarmi--me! ah! ah! ah! Un lavoro d'Ercole senza Ercole per compierlo! Sei pazzo, mio povero amico! Inoltre, io non sono Giovanni Massetti--io sono un Re, un Imperatore! Ammira il mio scettro e la mia corona!"

Egli indicò il suo alto bastone e la corona di foglie di edera che circondava la sua testa, indicò trionfalmente e con tutta la dignità di un monarca sul trono.

Era una vista pietosa, nel massimo grado pietosa, questo spettacolo di intelletto rovesciato, della gloriosa luce mentale della giovane virilità che era diventata offuscata e oscurata.

Maximilian ne fu profondamente colpito, ma, sapendo bene che tutta la sua fermezza, risoluzione e risorse sarebbero state necessarie per trattare con il misero uomo che era venuto da così lontano per aiutare, controllò la sua emozione e disse, con voce relativamente ferma:

"Giovanni Massetti, nel nome della donna che ami, nel nome di Zuleika, la figlia di Monte-Cristo, ti scongiuro di stare calmo e ascoltarmi. Io sono il suo ambasciatore, vengo da te da parte sua!"

Il giovane portò la mano alla fronte e sembrò sforzarsi di raccogliere i suoi sensi dispersi.

"Zuleika?--Zuleika?" mormorò. "La figlia di Monte-Cristo? Sì, sì, ho sentito parlare di lei prima--molto tempo fa nel cupo passato! Ho letto di lei in qualche libro di storia o nei versi di qualche poeta orientale. Lei era una Regina!--sì, lei era una Regina! Bene, cosa c'è di questa Zuleika?"

Egli stava come se aspettasse che qualche romanzo arabo gli venisse svelato, con le labbra socchiuse e un sorriso vacuo doloroso da vedere.

Sin dal suo colloquio con il vecchio Conte Massetti, la speranza di Maximilian per il successo della sua difficile missione era stata solo un filo molto sottile. Ora quel filo era teso alla sua massima tensione, e l'ambasciatore di Zuleika sentiva che presto si sarebbe spezzato e svanito irrecuperabilmente. L'amore è sempre un'influenza potente per l'uomo, ma questa povera creatura demente sembrava aver perso persino la più debole concezione della passione culminante della vita, poiché il nome di Zuleika, il nome della sua fidanzata, non era riuscito a risvegliare la sua memoria o a toccare una corda simpatetica nel suo petto.

Mentre Maximilian stava incerto sul da farsi, ma ancora riluttante ad abbandonare il misero Visconte al suo destino, Valentine si avvicinò a lui e, ponendo la mano sul suo braccio, disse:

"Mio marito, è inutile tentare di smuovere quest'uomo sfortunato nelle sue attuali condizioni; la sua mente è incapace di azione razionale. Solo con cure e un'influenza lenitiva può essere riportato a se stesso. Deve essere indotto ad accompagnarci in qualche manicomio, qualche istituzione dove possa essere curato per la sua terribile malattia."

"Hai ragione, Valentine, come sempre", rispose M. Morrel. "La via che suggerisci è l'unica da intraprendere in questa congiuntura. Ma come indurre Giovanni ad accompagnarci? La forza non può essere impiegata--non abbiamo alcun diritto legale di usarla--e temo molto che il Visconte non ci seguirà di sua spontanea volontà, a prescindere da quali sollecitazioni possiamo ricorrere."

"Affidalo a me, Maximilian", replicò Valentine, dolcemente e in modo persuasivo. "Ricorda ciò che ho detto sull'arguzia e la tenerezza di una donna."

"Me lo ricordo, e ora, se mai, è il momento per la prova del loro potere, poiché io ho fallito miseramente. Ma, di certo, Valentine, non proponi di rischiare di avere a che fare con questo pover'uomo la cui mente è ridotta al caos e che potrebbe, in un improvviso accesso di furia inspiegabile, farti del male anche prima che io possa intervenire?"

"Propongo certamente di avere a che fare con lui! Sono un'incantatrice, sai, e ora sarai testimone di un'ulteriore e più convincente prova della potenza dei miei incantesimi di quanto non sia stato mostrato nel riportare in vita la tua speranza morta!"

Maximilian non era del tutto soddisfatto della risoluzione eroica di sua moglie, ma lei vi persistette fermamente e alla fine lui le permise di fare a modo suo. Ella lasciò il suo fianco e si avvicinò a Giovanni, il suo bel volto che indossava un sorriso ammaliante, seducente come quello di una valchiria scandinava che ministra al banchetto degli eroi nel leggendario Valhalla.

Le guide, che tra le loro suppliche alla Beata Vergine avevano costantemente osservato gli strani procedimenti dei loro padroni, erano entrambe sbalordite e inorridite quando videro Valentine lasciare suo marito e camminare coraggiosamente verso il maniaco. Raddoppiarono il fervore delle loro preghiere e attesero senza fiato ciò che stava per accadere.

Il Visconte non aveva ancora osservato Valentine. Quando lei gli arrivò davanti e si fermò, ancora sorridente, la vide per la prima volta. Lasciando cadere il suo bastone, giunse le mani e la fissò in un'estasi di ammirazione.

"Quale bella, quale celeste visione è questa?" esclamò, ardentemente, la sua voce che assumeva più caratteristiche di umanità di quante ne avesse ancora mostrate.

Valentine rimase in silenzio; desiderava portare Massetti completamente sotto la sua influenza prima di parlargli. Immota e statuaria se ne stava, permettendo al maniaco di saziarsi di guardarla.

"Chi sei, visione divina?" continuò il Visconte, sembrando pensare di essere preda di qualche sogno passeggero. "Oh! tu sei uno spirito!--una dea come quelle che anticamente presiedevano ai giochi del Colosseo!--forse Giunone stessa! Non svanire dalla mia vista, non diventare una nuvola diafana e dissolverti nell'etere! Oh! parlami, gloriosa apparizione! Lasciami udire la melodia celeste della tua voce e morire ascoltando le sue meravigliose cadenze!"

Valentine, assecondando il capriccio dell'uomo demente, disse, nel tono più adescante che riuscì ad assumere:

"Hai indovinato correttamente, oh mortale! Io sono, in verità, Giunone, la Regina delle dee del Monte Olimpo! Per diretto comando di Giove ti ho cercato questa notte!"

Si avvicinò a lui e gli prese la mano. Egli portò la sua alle labbra e devotamente la baciò. Poi la fissò negli occhi come qualcuno in trance. L'arguzia e la tenerezza della donna avevano trionfato. Il maniaco che persino la menzione del nome di Zuleika non era riuscita a toccare era completamente sotto l'influenza di Mme. Morrel. Lo aveva soggiogato; poteva fare di lui ciò che voleva.

"Un miracolo! un miracolo!" gridarono i due ciceroni simultaneamente. "Sia lodata la Beata Vergine!"

Maximilian non era meno stupito delle guide, ma con il suo stupore si mescolavano gioia e gratitudine--gioia che Giovanni fosse ora trattabile e gratitudine verso la sua nobile e impavida moglie che aveva compiuto la meravigliosa trasformazione. Si disse che Valentine era, in verità, un'incantatrice, ma una Circe moderna, che, a differenza del suo antico prototipo, impiegava i suoi incantesimi e le sue fascinazioni per promuovere buoni risultati. Lanciò un'occhiata a Valentine, con un sorriso di incoraggiamento e approvazione, aspettando con ansia il prossimo passo che lei avrebbe fatto, per il prossimo audace sforzo che avrebbe tentato.

Giovanni non rispose al discorso fantastico di Valentine, e, dopo aver mantenuto il silenzio per un istante, lei riprese:

"Sono qui per il tuo benessere, per aiutarti nelle tue travolgenti sventure!"

"Ah! Sì; ho delle sventure, ma le avevo dimenticate", disse il giovane uomo, riflettendo.

"Sono stata mandata per sollevarti da esse", continuò Valentine. Poi, gettando nella sua voce la sua qualità più persuasiva, aggiunse, fissando uno sguardo magnetico sul Visconte: "La mia missione è di prendermi cura di te, di vedere che tu sia riportato alla salute e alla felicità. Vieni con me!"

"Ti seguirò, dolce visione, fino ai confini della terra!" disse Giovanni, entusiasta.

Valentine fece frettolosamente segno a suo marito; lui si affrettò da lei e lei sussurrò al suo orecchio:

"Invia una delle guide per una coupé. Non dobbiamo perdere un solo istante. Il povero Massetti mi seguirà come un cane segue il suo padrone! Mentre è sotto la mia influenza è imperativo che sia trasferito in un manicomio dove possa essere accudito adeguatamente e, se possibile, curato. Senza dubbio le guide possono parlarti di una tale istituzione. Usa la massima sollecitudine, Maximilian!"

Il giovane soldato non ebbe bisogno di ripetizioni di queste sagge e umanitarie ingiunzioni. Diede le direttive necessarie e presto il veicolo desiderato fu pronto fuori dal Colosseo. Maximilian aveva anche accertato l'indirizzo di una corretta istituzione curativa.

Nel frattempo Valentine aveva continuato a impiegare le sue efficaci tattiche con il Visconte, che a ogni istante cedeva sempre più a lei. Quando fu annunciata la carrozza, gli disse:

"Il mio cocchio attende di condurti alla mia dimora olimpica. Verrai con me?"

"I tuoi desideri sono i miei ordini, oh! bellissima dea!" rispose Giovanni. "Portami dove vuoi, purché tu non mi abbandoni lasciandomi perire nella disperazione!"

Mme. Morrel guidò il giovane, che non oppose resistenza, verso la carrozza, con Maximilian e le guide che seguivano la coppia a breve distanza per prevenire qualsiasi improvvisa bizzarria da parte del povero Massetti. Non ci fu tuttavia bisogno dei loro servigi, e il Visconte fu presto sistemato al sicuro nella carrozza, con Valentine da un lato e suo marito dall'altro.

Dopo un breve tragitto, durante il quale Giovanni, che sembrava aver perso ogni percezione della presenza di chiunque tranne Valentine, rimase a fissarla in silenzio, il veicolo si fermò davanti al manicomio.

Massetti fu indotto a entrare nell'istituto senza la minima difficoltà. Maximilian prese allora tutti gli accordi necessari e il giovane fu sistemato in alloggi confortevoli. Il medico che lo visitò dichiarò che il suo caso non era senza speranza.

CAPITOLO XX.

L'ISOLA DI MONTE-CRISTO.

All'ora stabilita il Conte di Monte-Cristo e Zuleika, accompagnati da Ali, Peppino e Beppo, i due italiani abbigliati con gli abiti da viaggio di servitori francesi, lasciarono Parigi per Marsiglia. Al loro arrivo in quest'ultima città si recarono immediatamente al porto, dove lo yacht di Monte-Cristo li attendeva in ottemperanza alle istruzioni telegrafate dal Conte al Capitano dell'imbarcazione, il cui nome era Vincenzo, figlio di Jacopo, l'ex contrabbandiere, a lungo al comando dello sfortunato Alcyon, perdutosi nella spaventosa tempesta e nel disturbo vulcanico nel Mediterraneo alcuni anni prima. L'attuale yacht era una nave nuova e superba, agile e bella come un uccello. Era equipaggiato nel modo più completo; la cabina, magnificamente tappezzata e arredata, era appesa con costosi arazzi finemente lavorati, mentre qua e là sulle pareti erano curiosamente disposti grappoli di antiche armi barbariche raccolte dal sito della vecchia Cartagine, dalle rovine della storica Babilonia e persino dalle tombe in rovina di quei temibili guerrieri che, molto tempo addietro, nelle oscure ere dell'antichità, avevano difeso la lontana Cathay dalle incursioni delle feroci orde tartare. Lo yacht era chiamato Haydee in onore della cara e devota schiava greca, madre di Esperance e Zuleika, che aveva ricoperto un ruolo così importante nella vita di Monte-Cristo e si era lasciata dietro ricordi così teneri.

Non appena il Conte e il suo piccolo gruppo furono al sicuro a bordo, la nave salpò, scivolando velocemente sulla vasta e scintillante distesa d'acqua. Monte-Cristo e Zuleika stavano sul ponte, conversando piacevolmente e godendosi il panorama in continua mutazione che si presentava al loro sguardo. L'Haydee scivolò rapidamente oltre l'Ile Ratonneau, cospicua per via del suo imponente faro; poi giunse la Pointe des Catalans, con la sua spiaggia dove Mercedes aveva un tempo dimorato e dove lo sfortunato marinaio Dantes aveva visto la luce nella finestra della sua stanza in quella memorabile notte in cui veniva condotto alla prigionia. Alla fine una roccia nera e minacciosa si levò davanti a loro, sormontata da una cupa fortezza. Non appena vide questo cupo scoglio, Monte-Cristo corrugò la fronte e tra i denti serrati mormorò un'imprecazione contro la tirannia dell'uomo.

"Cosa vi commuove così, padre?" chiese Zuleika, con voce dolce, guardandolo con sollecitudine in volto.

"Guarda laggiù, figlia mia," rispose il Conte, con forte emozione; "la fortezza su quella roccia è l'maledetto Chateau d'If!"

Zuleika lanciò un'occhiata alla fortezza con un sentimento di terrore e spavento. Conosceva la storia della lunga prigionia di suo padre e della sua acuta sofferenza nelle oscure segrete di quel luogo proibitivo, dei suoi incontri con l'Abate Faria lì e della sua successiva audace fuga; ma non sapeva nulla di ciò che era passato tra l'Abate e il marinaio Dantes riguardo al famoso tesoro nascosto dal Cardinale Spada all'interno delle grotte dell'Isola di Monte-Cristo, il tesoro che, sottratto alla portata di Papa Alessandro VI, aveva reso il Conte enormemente ricco. Su questo argomento suo padre non aveva ancora ritenuto opportuno illuminarla. La vista dello Chateau d'If la fece rabbrividire e impallidire, sebbene allo stesso tempo la affascinasse e la incatenasse. Si strinse a Monte-Cristo e disse, tremante:

"Oh! Che luogo spaventoso! Il mio cuore stesso è raggelato dal suo aspetto desolato!"

"Desolato come appare da qui, figlia mia," replicò il Conte, "è mille volte di più all'interno! È la dimora prescelta della tristezza e della disperazione!"

Egli allontanò dolcemente la figlia da sé e si abbandonò a una profonda reverie in cui rimase immerso per alcuni istanti. Tutti i dettagli della sua prigionia e le sorprendenti avventure che ne seguirono passarono nella sua mente in rapida rassegna, e un ardente, irresistibile desiderio di rivisitare la località dove aveva disseppellito i milioni di Spada si impadronì interamente di lui. Improvvisamente disse al Capitano Vincenzo:

"Puntate all'Isola di Monte-Cristo!"

"Agli ordini, Signor Conte," rispose il Capitano, e i necessari ordini furono subito impartiti. L'Haydee, obbedendo prontamente al timone, virò rapidamente e con grazia, scattando istantaneamente in direzione della famosa isola.

Zuleika, udendo l'ordine del padre, gli lanciò uno sguardo di stupore e ansia. Si aspettava che proseguissero direttamente per l'Italia e questo cambio nella rotta dello yacht preannunciava un altro programma.

"Figlia mia," disse il Conte, intuendo i suoi pensieri, "propongo di fermarci all'Isola di Monte-Cristo solo poche ore; il ritardo non sarà importante, specialmente perché possiamo recuperare il tempo perduto forzando le vele, mentre desidero mostrarti alcuni luoghi intimamente legati alla mia storia che ti interesseranno."

"Sarò lieta di visitare l'Isola di Monte-Cristo, padre," rispose Zuleika. "Ne ho sentito parlare così tanto e delle sue meraviglie. Avete una villa lì, non è vero?"

Il Conte sorrise, rispondendo:

"Non esattamente una villa, Zuleika, ma qualcosa che potrebbe essere fatto servire come sostituto di una se avessimo bisogno di un rifugio temporaneo, sebbene io tema grandemente che, per lungo abbandono, la troveremo al presente in una condizione assai deplorevole."

La curiosità di Zuleika era ora considerevolmente eccitata. Cosa poteva essere questa misteriosa residenza, o, come suo padre la definiva bizzarramente, questo sostituto di una villa? Quale conoscenza possedeva dell'Isola di Monte-Cristo era stata derivata da racconti frammentari fattile da Mercedes e da suo figlio Albert de Morcerf, ma siccome nessuno di questi informatori aveva mai messo piede sull'isola, la loro informazione era necessariamente molto vaga, sebbene compensasse nel meraviglioso ciò che le mancava in distinzione.

Alla fine, verso il pomeriggio, la rocciosa costa dell'Isola di Monte-Cristo divenne visibile. Il volto del Conte si illuminò mentre la vedeva e un brivido di piacere lo attraversò. Sebbene l'Haydee fosse ancora a una distanza considerevole, poteva distinguere chiaramente la vetta elevata su cui era stato e aveva osservato i contrabbandieri partire sulla loro tartana, La Jeune Amelie, in quel mattino fatidico in cui, con il suo fucile e il suo piccone, era partito per intraprendere la sua ricerca destinata a essere carica di tanta eccitazione e a essere coronata da un tale glorioso, abbagliante risultato. La luce dorata del sole cadeva piena su questa vetta e sulle masse di pietra circostanti, facendole scintillare come se fossero incrostate di brillanti diamanti di grande valore. Qua e là crescevano alberi di ulivo e arbusti stentati che si stagliavano distintamente contro il cielo azzurro e senza nuvole; mentre lo yacht si avvicinava, le loro sfumature verdi formavano un contrasto sorprendente con la tonalità predominante delle rocce, aggiungendo grandemente alla pittoresca natura della scena selvaggia e romantica che si presentava.

"Quanto appare bella l'isola!" esclamò Zuleika, con entusiasmo, mentre si sporgeva contro i bastioni della nave e guardava oltre il mare.

"Sì," rispose Monte-Cristo, che era in piedi accanto a lei, "appare, in verità, bella da qui, ma una visione più ravvicinata dissiperà l'incanto, poiché l'isola non è nient'altro che una landa sterile."

"Cosa! È un deserto?" chiese Zuleika, con sorpresa.

"Un deserto perfetto, figlia mia," rispose il Conte, "non coltivato e disabitato."

"Disabitato!" gridò Zuleika, fissando intensamente la costa. "Vedo certamente vita lì! Guarda! Cosa era quello?"

"Una capra selvatica che saltava da una roccia all'altra," replicò Monte-Cristo, sorridendo. "L'isola ne è piena. Quando ho detto che era disabitata, intendevo da esseri umani."

L'Haydee a questo punto si era avvicinata il più possibile all'isola; fu quindi ancorata. Il Conte ordinò allora di ammainare una scialuppa, nella quale scese con Zuleika e Ali. Un robusto marinaio prese il timone, altri due afferrarono i remi e, in pochi minuti, una piccola insenatura fu raggiunta e lo sbarco effettuato.

"Uomini," disse il Conte, rivolgendosi ai marinai, "potete ora remare di ritorno allo yacht. Quando mi vedrete giungere sulla spiaggia e agitare il mio fazzoletto tre volte, tornate a prenderci."

"Agli ordini, Signor Conte," rispose il timoniere per l'equipaggio della scialuppa. Le sue parole furono accompagnate dal calare dei remi e la scialuppa sfrecciò verso l'Haydee.

"Siete ora sull'Isola di Monte-Cristo," disse il Conte a Zuleika mentre le prendeva la mano per condurla avanti. "Preparatevi a vedere quelle che avete definito le sue meraviglie!"

"Saranno, senza dubbio, meraviglie per me, ad ogni modo," replicò la fanciulla, sorridendo.

Il nubiano stava davanti al suo padrone con la testa scoperta, in attesa rispettosa degli ordini.

"Va' avanti, Ali," disse il Conte, "e vedi che tutto sia in ordine."

Il nubiano fece un profondo salaam alla maniera orientale e si affrettò ad allontanarsi.

Il Conte e sua figlia seguirono con calma. Mentre camminavano disturbavano schiere di cavallette, che saltavano con un frullo di ali dai cespugli e fuggivano davanti a loro. Questo divertiva Zuleika, ma non poté reprimere un grido di spavento quando di tanto in tanto una lucertola verde dall'aspetto ripugnante emergeva da sotto le pietre smosse proprio sotto i suoi piedi e scattava frettolosamente via in cerca di un nascondiglio più sicuro. Occasionalmente, anche, vedevano capre selvatiche che drizzavano le orecchie e li fissavano con occhi spalancati, poi, preparandosi per un salto, balzavano su per le rocce e sparivano.

Alla fine Monte-Cristo e Zuleika giunsero presso il nubiano, che si era fermato accanto a un enorme masso che sembrava giacere da epoche dove era caduto dalle scogliere sovrastanti. Una folta crescita cespugliosa di mirto selvatico e spine in fiore era sorta intorno ad esso, e la sua superficie era coperta di muschio color smeraldo. Il Conte e sua figlia si fermarono anch'essi, il primo guardandosi intorno e osservando la vasta pietra con evidente soddisfazione.

"Nulla è stato toccato da quando sono stato qui l'ultima volta," disse, come tra sé e sé; poi, rivolgendosi ad Ali, aggiunse: "Smaschera l'entrata delle grotte!"

Il nubiano produsse un piede di porco arrugginito da un angolo dove lo aveva evidentemente nascosto in passato, spingendo la punta sotto il masso; quindi esercitò una pressione forte e costante sul piede di porco e la grande roccia si spostò lentamente di lato, rivelando un'apertura circolare nel mezzo della quale si trovava una lastra quadrata recante al centro un anello di ferro. In questo anello Ali inserì il suo piede di porco e con un poderoso sforzo sollevò la lastra dal suo posto. Una scala che scendeva apparentemente verso le viscere della terra fu rivelata, e dalle cupe profondità scappò un flusso di aria umida e mefitica.

Zuleika si ritrasse spaventata. Tutto ciò che era passato da quando erano giunti al masso era strano, sconcertante e terrificante per lei. Erano tornati i giorni dell'incantesimo? Era Ali un potente mago come il preteso zio di Aladdin nella vecchia storia araba, o era semplicemente sotto il dominio di qualche sogno disordinato? Le ginocchia le tremavano e fece per fuggire, ma suo padre la prese per il braccio e il suo volto sorridente la rassicurò.

"Non temere nulla, Zuleika," disse, in modo rassicurante. "Stiamo per visitare il mio palazzo sotterraneo. Questo è tutto."

A quel punto l'atmosfera della scala si era purificata e Monte-Cristo disse ad Ali:

"Scendi e illumina le grotte. Quando tutto è pronto dai il solito segnale."

Il fedele servitore entrò nell'apertura e svanì lungo la scala. Presto un delizioso profumo orientale ascese. A questo seguì una vivida illuminazione dell'abisso spalancato e poi giunse un lungo fischio riverberante.

"Ali ci avvisa che tutto è pronto per la nostra ricezione," disse Monte-Cristo a Zuleika. "Vieni, figlia mia!"

Egli scese la scala per primo, seguito da Zuleika in uno stato mentale difficile da descrivere. Non aveva paura ora, ma le sue sensazioni erano di natura eccessivamente peculiare. La novità e la singolarità dell'avventura la attraevano piuttosto, sebbene, allo stesso tempo, provasse una sorta di riluttanza a tentarla. Tuttavia l'apertura era ora luminosa come il giorno, e mentre scendevano il profumo inebriante aumentava di intensità fino a che fu quasi come se acri di tuberose fossero improvvisamente fioriti e avessero riempito le caverne con la loro pesante fragranza.

In fondo alla scala Ali li accolse, conducendoli in una vasta camera che aveva evidentemente posseduto una volta grande splendore, ma era al presente squallida e coperta di polvere come se fosse stata a lungo abbandonata. Era l'appartamento nel quale Monte-Cristo, come Sinbad il Marinaio, aveva accolto il Barone Franz d'Epinay anni prima, ma il broccato cremisi, lavorato con fiori d'oro, sebbene foderasse ancora la camera come allora, era ora sbiadito e tarlato, mentre il tappeto turco nel quale i piedi del Barone erano affondati fino al collo del piede, così come l'arazzo appeso davanti alle porte, era nella stessa condizione. Il divano nell'alcova era stato traforato dai tarli e i foderi d'argento del supporto di spade arabe che lo sormontavano erano appannati, le gemme nelle impugnature delle armi conservavano da sole la loro brillantezza. La lampada un tempo bellissima di vetro di Venezia appesa al soffitto, che Ali aveva riempito e acceso, era anch'essa appannata e il suo globo dalla forma delicata era crepato da cima a fondo. Monte-Cristo contemplò tristemente questa scena di rovina e decadenza, ma la contemplò solo per un momento. Poi si voltò verso Zuleika e disse:

"Figlia mia, questo era un tempo il mio salone e la sua bellezza fissava gli occhi di tutti coloro che lo vedevano, ma io lo abbandonai e il tempo ha fatto il suo lavoro, aiutato dall'incuria — la sua bellezza non è più! Devo sollevare un altro fantasma del passato e mostrarti il suo precedente occupante?"

"Certamente, lo vedo davanti a me, non è vero?" disse Zuleika, fissando teneramente suo padre.

"Non come era, figlia mia, non come era. Attendi qui pochi istanti, con il mio fedele Ali come tua guardia e protettore, e io invocherò l'apparizione fantastica!"

Mentre parlava sollevò l'arazzo sbiadito, rivelando la porta che conduceva all'appartamento interno; aprendo questa porta e chiudendola dietro di sé, fu perso alla vista; l'arazzo ricadde al suo posto, mascherando il punto di ingresso.

Dopo una breve assenza riapparve vestito nel suo famoso costume tunisino, ma quello, ahimè! aveva anch'esso perduto la sua gloria primordiale come ogni altra cosa in questa abbandonata dimora sotterranea. Eppure i resti erano lì — il fez rosso con la lunga nappa di seta blu; il gilet di panno nero ricamato in oro; i pantaloni di rosso intenso; le grandi ghette ampie dello stesso colore, ricamate in oro come il gilet; le pantofole gialle; il cachemire attorno alla sua vita, e il piccolo cangiar ricurvo passato attraverso la sua cintura.

Zuleika lo fissò con stupore. Nel suo sbiadito, appannato, tarlato sfarzo, sembrava davvero un'apparizione fantastica, un fantasma pittoresco del passato.

"Vieni, Zuleika," disse, "poiché sono nel mio abbigliamento festivo, visitiamo la salle-a-manger!"

Egli spostò l'arazzo ancora una volta e riaprì la porta che conduceva all'altro appartamento. Zuleika entrò e il Conte la seguì, con Ali che rimaneva nella camera esterna per proteggere da sorprese o intrusioni. La meravigliosa salle-a-manger era esattamente la stessa che il Barone d'Epinay aveva visto. Qui il tempo sembrava essere stato sfidato. Il marmo di cui il magnifico appartamento era costruito era brillante e bello come sempre, i bassorilievi antichi di valore inestimabile erano ben conservati, e le quattro superbe statue con ceste sulle teste erano ancora al loro posto negli angoli della stanza oblunga e ancora perfette, sebbene nessuna piramide di frutta splendida riempisse ora le ceste. Nel centro della salle-a-manger il tavolo da pranzo stava ancora con i suoi piatti d'argento e piatti di porcellana giapponese. Fu a questo tavolo che sia il Barone d'Epinay che Maximilian Morrel avevano preso quella meravigliosa preparazione verde, quella chiave per il cancello dei sogni divini, l'hachis di Alessandria, l'hachis di Abou-Gor. Fu a questo tavolo che Maximilian, cadendo sotto l'influenza della potente droga, aveva colto il suo primo scorcio della sua amata Valentine dopo la sua presunta morte; fu a questo tavolo che era stato riunito a lei al risveglio dal suo sogno di hachis. Fu in questa stanza che Haydee aveva confessato il suo amore per Monte-Cristo ed era stata accolta nel suo cuore.

Tutti questi ricordi giungevano affollandosi sul Conte mentre stava fissando intorno a sé. Il pensiero di Haydee lo sciolse quasi in lacrime, ma egli ricacciò indietro le gocce salate e, prendendo Zuleika teneramente tra le sue braccia, gridò, con una voce piena di emozione:

"Oh! Haydee, Haydee, ti ho persa, ma tu vivi per me ancora in questo benedetto tesoro che mi hai lasciato — la nostra cara figlia!"

Zuleika avvolse le sue braccia attorno al collo di suo padre e lo baciò fervidamente.

"Non so," disse, in modo effusivo, "quali ricordi, quali associazioni, questa stanza richiami, ma ti ha fatto pensare a mia madre e io la benedico!"

Quando entrambi furono divenuti più calmi, Monte-Cristo disse a sua figlia:

"C'è ancora un altro appartamento per noi da vedere. Andiamoci."

Entrarono nella camera adiacente. Era un appartamento stranamente arredato. Di forma circolare, era circondato da un grande divano, che, così come le pareti, il soffitto e il pavimento, era coperto con quelle che erano state magnifiche pelli dei leoni dalla criniera grande dell'Atlante, tigri striate del Bengala, pantere maculate del Capo, orsi della Siberia e volpi della Norvegia, ma tutte queste eleganti pellicce che erano sparse in profusione, una sopra l'altra, erano state mangiate dalle tarme e dai vermi e marcivano per l'umidità fino a che a malapena stavano insieme. Il divano era quello su cui il Barone d'Epinay si era sdraiato, e i chibouque, con tubi di gelsomino e bocchini di ambra, che aveva visto, preparati in modo che non ci fosse bisogno di fumare la stessa pipa due volte, erano ancora al loro posto ed erano le sole cose nell'intera stanza che erano scampate alla morsa degli anni illese. Questa camera era brillantemente illuminata dal bagliore di diverse grandi lampade d'argento e oro appannato sospese al soffitto e sporgenti dalle pareti, e la salle-a-manger era illuminata nello stesso modo.

Zuleika stava nel mezzo di tutta questa decaduta grandezza, persa nello stupore, totalmente sconcertata da ciò che contemplava. Non disse una singola sillaba, poiché le parole erano inadeguate a esprimere il suo profondo stupore.

Monte-Cristo si gettò sul divano da cui si levò una nuvola di polvere soffocante. Prendendo uno dei chibouque in cui una scorta di tabacco turco rimaneva ancora, lo accese e iniziò a fumare.

Zuleika vide ora che il pesante, delizioso profumo di cui il palazzo grotta era riempito proveniva dall'incenso che bruciava lentamente in un enorme vaso di malachite posto nel centro di questa camera sconcertante.

Dopo aver aspirato alcune boccate di fumo dal chibouque, Monte-Cristo rimosse il bocchino di ambra dalle sue labbra e, alzandosi, disse:

"Hai ora visto la mia dimora sotterranea, Zuleika, la dimora dove in passato cercavo rifugio dal mondo e conforto per i miei affanni. Ti appare come il prodotto dell'incantesimo di un potente mago e, in verità, lo era, ma quel mago era la buona fortuna e l'incantesimo era la ricchezza colossale, alla cui vasta e sottile influenza tutte le nazioni e tutte le terre cedono in servile sottomissione e implicita obbedienza! Tu non conosci la romantica, incredibile storia di questa dimora, figlia mia, e non è mia intenzione raccontartela, poiché il tuo giovane cervello potrebbe a stento comprenderla. Accontentati dunque di ciò che hai contemplato. Custodiscilo nella tua memoria se vuoi, come una realtà o semplicemente come una visione passeggera, ma non menzionare mai, te ne scongiuro, questa avventura a me o a qualsiasi altra anima vivente! Ho avuto fiducia in te, bambina mia; ripagate tale fiducia obbedendo rigorosamente a questo mio desiderio, anzi, a questo mio comando! Queste grotte appartengono al passato e all'oblio; al passato e all'oblio, dunque, siano consegnate! Promettimi di fare come desidero!"

Stupita da questo strano discorso, che il Conte pronunciò con voce tremante per l'emozione, tanto quanto da ognuna delle inspiegabili meraviglie che aveva visto, Zuleika rispose, con un tono pieno di agitazione:

"Prometto, solennemente prometto, padre, di adempiere alle tue ingiunzioni in questa faccenda alla lettera! Ho la curiosità di una donna e l'inclinazione di una donna a chiacchierare", aggiunse, con un lieve sorriso, "ma per il tuo caro bene le reprimerò entrambe, almeno per quanto riguarda questo palazzo sotterraneo davvero meraviglioso e la nostra visita odierna!"

"E manterrai la tua parola, mia nobile figlia!" disse Monte-Cristo, guardandola con tenerezza e ammirazione. "Ora mi toglierò questo abito di Tunisi in cui sono stato, senza dubbio, eccessivamente ridicolo ai tuoi occhi, poiché sei del tutto ignara delle associazioni che lo circondano e me lo rendono caro, nobilitandolo, per così dire, oltre ogni altro costume che abbia mai indossato!"

Zuleika sollevò le mani in segno di protesta, esclamando:

"Non potresti, caro padre, apparire ridicolo ai miei occhi, non importa in quale veste tu fossi abbigliato!"

Monte-Cristo sorrise approvando, ma un tantino incredulo, e lasciò l'appartamento circolare. Quando tornò, indossava il costume che aveva portato arrivando dallo yacht.

"Dai un ultimo sguardo intorno a te, Zuleika", disse, con un tono che cercava invano di rendere fermo. "Stiamo per lasciare questo luogo per sempre!"

Le prese la mano e la condusse fuori dalla stanza. Lentamente e come con rincrescimento attraversarono la salle-à-manger e l'appartamento in cui erano entrati per primi, raggiungendo la scala e preparandosi a salire. Ai piedi dei gradini Monte-Cristo si fermò e si voltò verso Ali. Era pallido come un cadavere e tremava leggermente. Con un potente sforzo, tuttavia, controllò la sua agitazione.

"Ali", disse, con una voce che risuonò stranamente all'orecchio di Zuleika, "è tutto pronto?"

Il fedele nubiano, non meno scosso del suo padrone, chinò il capo affermativamente.

"Allora addio, o grotte di Monte-Cristo!" gridò il Conte, eccitato. "Addio per sempre!"

Salì in fretta la scala, trascinando quasi Zuleika con sé. Ali rimase sotto.

Quando giunsero all'aria aperta attesero finché il muto non li raggiunse; poi il piccolo gruppo riguadagnò la spiaggia, dove Monte-Cristo agitò tre volte il fazzoletto. In obbedienza a questo segnale, la barca lasciò immediatamente lo yacht e fu remata velocemente verso la riva.

Pochi istanti dopo il Conte, Zuleika e Ali furono depositati sani e salvi sul ponte dell'Haydee e la coraggiosa piccola imbarcazione volse la prua verso la costa italiana.

Monte-Cristo e sua figlia, con Ali a breve distanza da loro, rimasero a osservare da vicino l'isola che scompariva rapidamente. Il Conte era più agitato e pallido di quanto non fosse mai stato. Tremiti nervosi scuotevano il suo corpo e i denti erano serrati. Il volto solitamente impassibile del fedele muto nubiano mostrava un'espressione di vuoto orrore. Zuleika guardò suo padre e poi il servitore. Non sapeva cosa pensare della loro strana, inspiegabile emozione. Appoggiando la mano sulla spalla del Conte, stava per parlargli, per cercare di calmare la sua agitazione, quando improvvisamente ci fu una forte esplosione sull'Isola di Monte-Cristo e un'enorme colonna di fumo nero scaturì nell'aria.

Il Conte si coprì il volto con le mani come per escludere la vista. Ali cadde prostrato sul ponte, premendo il viso contratto contro i piedi del suo padrone.

"Cos'era quello, oh! padre, cos'era?" gridò Zuleika, aggrappandosi al Conte in preda a un folle allarme.

"Il palazzo sotterraneo dell'Isola di Monte-Cristo non esiste più!" rispose lui, tristemente. "Al mio comando sostituì con la sua magnificenza le rozze e informi grotte, al mio comando è perito!"

Mentre parlava l'isola rocciosa si perdeva gradualmente alla vista in lontananza, e l'Haydee sfrecciava sulle onde del Mediterraneo come un glorioso uccello acquatico in pieno volo.

CAPITOLO XXI.

ZULEIKA APPRENDE LA VERITÀ.

Nulla accadde a ostacolare il progresso dell'Haydee e, dopo un viaggio rapido e piacevole, la bellissima imbarcazione gettò l'ancora nel porto di Civita Vecchia, la principale città portuale degli Stati Pontifici, che deve le sue origini all'imperatore Traiano. Le rigide norme di quarantena del luogo causarono un breve ritardo, che Monte-Cristo e Zuleika sopportarono con malcelata impazienza, ma il periodo richiesto dalla legge per la purificazione alla fine scadde e ai viaggiatori fu concesso il permesso ufficiale di procedere per Roma. Di ciò si avvalsero immediatamente e in poco tempo furono nella Città Eterna, comodamente sistemati nei migliori appartamenti che l'Hotel de France offrisse.

La prima premura del Conte fu quella di inviare il suo biglietto da visita al signor e alla signora Morrel, che accorsero subito nel suo salotto, dove furono scambiati i saluti più cordiali. Che Monte-Cristo fosse a Roma non stupì minimamente Maximilian e Valentine, che erano pienamente consapevoli della sua abitudine di apparire improvvisamente in luoghi inaspettati apparentemente senza motivo, ma la presenza di Zuleika in questo frangente critico li sorprese entrambi e li riempì di costernazione. Che risposta avrebbero dovuto darle quando avesse chiesto di Giovanni? Come si poteva tenerle nascosto il fatto delle sue tristi condizioni quando tutta Roma ne era a conoscenza ed era il pettegolezzo corrente della città? Valentine aveva scritto diverse lettere alla ragazza dopo aver lasciato Parigi, ma in esse aveva trattato solo di generalità; si era astenuta deliberatamente dall'informarla sul vero stato delle cose, sperando contro ogni speranza che avrebbe alla fine avuto qualche notizia incoraggiante da trasmettere. Il Conte, tuttavia, sollevò rapidamente il devoto marito e la moglie dalla loro ansia. Sapeva bene quanto loro che sua figlia non avrebbe tardato a scoprire che il Visconte era un maniaco e preferì dare lui stesso la terribile notizia. Non appena, dunque, i saluti furono terminati, prima che Zuleika potesse sussurrare alla signora Morrel la domanda che le tremava sulle labbra, il temuto interrogativo sul suo amante e su dove si trovasse, egli disse, con tono calmo:

"Maximilian e Valentine, voi, senza dubbio, vi chiederete perché siamo venuti a Roma, quali siano i nostri affari qui. Ve lo dirò. Siamo venuti per scagionare un uomo sfortunato, il Visconte Giovanni Massetti, da una terribile accusa che pende su di lui da molto tempo."

Il signor e la signora Morrel si scambiarono sguardi. Ora era il loro momento di parlare, di confessare la loro missione a Monte-Cristo.

"Conte", disse Maximilian, indicando sua moglie, "anche noi siamo venuti qui per lo stesso motivo. Zuleika ha confessato il suo amore per il giovane italiano a Valentine, che ha estratto da lei la natura dell'accusa a cui avete appena alluso. Perdonateci per aver agito senza la vostra autorizzazione, ma desideravamo riuscire prima di confessarvi la parte che abbiamo avuto nella faccenda."

Monte-Cristo sorrise.

"Non avete bisogno del mio perdono", disse, gentilmente, molto colpito da questa prova di devozione verso sua figlia e, attraverso lei, verso di lui; "al contrario, avete la mia gratitudine così come quella di Zuleika! Ma che successo avete ottenuto?"

"Ahimè! nessuno di rilievo finora", rispose tristemente il signor Morrel.

"Un tale risultato era prevedibile", replicò il Conte, gravemente. "Non avevate prove per stabilire l'innocenza di Giovanni ed era impossibile per voi ottenerne. Io ho le prove, prove conclusive! Quando arriverà il momento opportuno le produrrò, rimuoverò la macchia dal suo nome e confonderò i suoi nemici!"

"Grazie a Dio!" esclamarono simultaneamente il signor e la signora Morrel, con Valentine che prendeva Zuleika tra le braccia, baciandola e stringendola al petto.

"Ma", continuò Monte-Cristo, lanciando un'occhiata ansiosa a sua figlia, "lo sfortunato giovane deve prima essere preso in cura e guarito!"

Maximilian e Valentine si scambiarono di nuovo sguardi. Si sentivano sollevati. Il Conte sapeva tutto. Stava facendo la rivelazione gradualmente, con premura. Attesero in silenzio ulteriori sviluppi, trattenendo il respiro. Il cuore di Valentine batteva quasi in modo udibile. Zuleika scattò dalle sue braccia e fissò il padre con occhi ansiosi e stupiti.

"Guarito?" ripeté, con voce tremante. "Giovanni è malato?"

"Lo è, figlia mia", rispose il Conte.

Cosa avrebbe detto poi? Quanto avrebbe rivelato? Sicuramente non tutta la terribile verità! Questi pensieri balenarono come un fulmine nelle menti del signor e della signora Morrel. Maximilian stava in piedi come una statua, immobile, pallido, fissando Monte-Cristo come un criminale condannato guarda il suo carnefice. Valentine afferrò la mano del marito e la tenne come una morsa.

Zuleika fissava i Morrel; non riusciva a comprendere la loro azione, il loro interesse senza fiato. Poi il suo sguardo tornò al padre e, per la prima volta, vide che, nonostante la sua apparente calma, anche lui era sotto il dominio di qualche intensa emozione.

"Padre!" gridò, giungendo le mani in modo implorante, "cosa intendi? Dici che Giovanni è malato, ma il tuo sguardo esprime più delle tue parole! Da quale terribile malattia è stato colpito? Dimmelo, te ne scongiuro! Sarò forte, lo sopporterò!"

"Figlia mia", disse il Conte, con tono solenne, "allora richiama tutto il tuo coraggio, tutta la tua fermezza in tuo aiuto! Il giovane Massetti, sopraffatto dai suoi guai, è caduto preda di una malattia mentale!"

"Mon Dieu! mon Dieu!" gemette Zuleika, angosciata, "vuoi dire che ha perso la ragione, che è un pazzo?"

"Tale, ahimè! è il caso! Ma, figlia mia, abbi fiducia in me! Lo troverò e la scienza effettuerà la sua guarigione!"

La povera ragazza, stordita dalla terribile notizia delle condizioni del suo amante, rimase per un istante con gli occhi fissi come pietre sul padre. Le lacrime rifiutavano di venire in suo soccorso. Poi barcollò, vacillò come se fosse stata improvvisamente colpita da un pesante proiettile, e cadde svenuta tra le braccia tese di Valentine. Maximilian aiutò la moglie a adagiarla su una poltrona, dopodiché afferrò il cordone del campanello.

"Per cosa stai per suonare?" chiese Monte-Cristo, che era accorso al fianco della figlia.

"Per dell'acquavite", rispose il signor Morrel, con la mano ancora sul cordone. "La ravviverà."

"Non importa l'acquavite", replicò il Conte, mentre prendeva dalla tasca una piccola fiala contenente un liquido dall'aspetto rosso e, aprendo la bocca di Zuleika, ne versò otto gocce in gola. "Questo è l'elisir dell'abate Faria, un potente rimedio che non ha mai mancato di fare effetto! Funzionerà come un incantesimo! Guarda! Sta già facendo il suo dovere!"

Mentre pronunciava queste parole Zuleika si mosse leggermente sulla poltrona, poi aprì gli occhi e guardò intorno a sé confusa. Quasi immediatamente, tuttavia, realizzò di essere svenuta e una piena comprensione della terribile, sebbene premurosamente fatta, rivelazione di suo padre tornò a lei. Si coprì il volto con le mani, tremò dalla testa ai piedi, e poi le gocce scintillanti che scivolavano tra le sue dita dissero che le lacrime erano infine venute a calmarla. Valentine si chinò su di lei, accarezzandole dolcemente i capelli corvini e cercando in modo femminile di confortarla, mentre il Conte e Maximilian guardavano con volti ansiosi, aspettando che il tocco e l'influenza della signora Morrel facessero il loro lavoro.

Improvvisamente Zuleika rimosse le mani dal volto bagnato di lacrime, si raddrizzò sulla poltrona e, fissando lo sguardo su Monte-Cristo, disse, con un tono basso, debole e ansimante che tradiva la profondità, l'intensità della sua emozione:

"Padre, hai parlato di trovare Giovanni! È scomparso?"

Il Conte serrò le labbra, esitando a rispondere. Voleva trattenere quanto più possibile della terribile verità. Temeva l'effetto su sua figlia del sorprendente annuncio che il giovane Massetti stava vagando tra le rovine del Colosseo come un secondo Re Lear sulla brughiera desolata. Ma Maximilian venne rapidamente in suo aiuto.

"Non c'è bisogno di trovare il Visconte", disse. "È già stato trovato ed è attualmente in cura in un istituto adatto, dove è sia comodo che contento."

Zuleika rivolse uno sguardo grato al signor e alla signora Morrel. Monte-Cristo afferrò la mano di Maximilian e la strinse calorosamente.

"Avete fatto questo, amico mio", disse, con il volto che si illuminava, "e ve ne ringrazio!"

"Non ringraziatemi", rispose il marito, guardando con affetto e ammirazione sua moglie; "ringraziate Valentine, perché è stata lei a formare il piano e a portarlo con successo a esecuzione!"

La signora Morrel abbassò gli occhi e un colore più intenso si diffuse sul suo volto incantevole.

"Sei un angelo, Valentine!" esclamò Monte-Cristo, con entusiasmo. "Maximilian diceva poco fa che nessun successo di rilievo aveva ancora coronato i vostri sforzi uniti, ma la sua affermazione era troppo modesta. Il vostro successo è stato cospicuo; avete fatto il primo passo che avevo progettato di fare e semplificato il mio compito in misura notevole. Vi sono profondamente debitore."

Il signor e la signora Morrel sollevarono le mani e scossero la testa in segno di protesta.

"Il debito è tutto dalla nostra parte", disse Maximilian, con disapprovazione, "e non importa cosa possiamo fare, non potremo mai ripagarlo. Vi dobbiamo la felicità della nostra vita!"

Monte-Cristo cambiò argomento; si prendeva pochi meriti per i benefici che aveva conferito ai suoi simili, considerando che ogni buona azione da parte sua andava a espiare le terribili catastrofi che aveva causato nel perseguimento della sua implacabile vendetta contro i suoi nemici di un tempo.

"Dimmi", disse, rivolgendosi al signor Morrel, "qual è la condizione attuale del Visconte. Si sta riprendendo?"

Maximilian guardò frettolosamente in direzione di Zuleika; la povera ragazza lo stava osservando intensamente, aspettando con ansia la sua risposta. La sua voce era alquanto instabile mentre rispondeva:

"Da quando è stato posto nell'istituto di cui vi ho parlato ha ricevuto le cure più attente e abili, ma i suoi progressi sono molto lenti, quasi impercettibili, sebbene il medico che lo assiste non abbia mai smesso di assicurarci che alla fine riacquisterà il pieno possesso della sua salute e dei suoi sensi."

"Oh! portatemi da lui, portatemi da lui subito!" gridò Zuleika, balzando in piedi. "Il mio posto è al suo fianco! Lo curerò, lo guarirò!"

Monte-Cristo guardò Maximilian, che scosse la testa negativamente e sussurrò all'orecchio del Conte:

"Non sarà mai il caso di portarla da lui ora; lo shock di vederlo sarebbe troppo grande! Non la riconoscerebbe nemmeno; non riconosce nessuno!"

Zuleika intuì abbastanza di ciò che stava accadendo per rendersi conto che Maximilian si opponeva ai suoi desideri, si stava sforzando di impedirle di andare dal suo amante, di provvedere ai suoi bisogni. Saltò verso suo padre, le cinse il collo con le braccia e, guardandolo pietosamente e in modo implorante in volto, esclamò:

"Oh! portatemi da Giovanni, portatemi da lui! Non negare la preghiera più fervida della tua amorevole, devota figlia! Non negarla, oh! mio amato padre, non negarla!"

Monte-Cristo fu toccato fino al profondo dell'anima; il signor e la signora Morrel furono ugualmente colpiti. Il Conte, tuttavia, decise istantaneamente cosa fare. Tenerezza, con compassione, abbracciando sua figlia, le disse, con voce rassicurante:

"Figlia mia, per il momento è meglio che tu non vada da Giovanni. Lo vedrò io per te e senza indugio metterò in atto un piano che non dubito porterà alla sua pronta guarigione. Conosco un medico prodigioso la cui abilità è così grande che può quasi riportare i morti in vita. Appartiene alla disprezzata razza degli ebrei, ma è un uomo buono oltre che meraviglioso. Il suo nome è Dr. Israel Absalom e risiede qui a Roma, entro le mura del Ghetto, temuto ed esecrato, vicino al Monte Capitolino. Andrò da lui immediatamente e lo porterò dal giovane Massetti. Figlia mia, riposa tranquilla sapendo che questo dotto ebreo farà un altro miracolo e restituirà il tuo amante a te e in tutta la gloria della sua mente e della sua virilità! Accontentati, dunque, di rimanere dove sei per un breve periodo, con la nostra devota amica Valentine come tua compagna e conforto."

"Sì, Zuleika", disse la signora Morrel, in modo persuasivo, "accontentati di rimanere con me. Non ti lascerò nemmeno per un istante. Parleremo di Giovanni, della felicità e della gioia che il futuro ha in serbo per entrambi, e, credimi, le ore passeranno su ali rapide!"

Mentre Valentine parlava, sciolse delicatamente la ragazza dal collo di suo padre e le passò il braccio amorevolmente attorno alla vita sottile. La testa di Zuleika affondò sulla spalla della sua amica.

"Mi arrendo alle sollecitazioni di mio padre e alle tue, Valentine", disse, sottomessa. "Tu sei più grande e più saggia di me e ciò che dici è senza dubbio per il meglio. Rimarrò e avrò fiducia nel medico prodigioso."

"Ho sentito parlare molto di questo Dr. Absalom da quando sono a Roma", disse il signor Morrel, rivolgendosi a Monte-Cristo. "La gente comune lo considera un mago e le classi più alte un astuto ciarlatano, ma, se la sua legittima abilità scientifica è generalmente negata, il suo brillante e meraviglioso successo, anche in casi che i migliori medici romani hanno abbandonato come disperati, è universalmente ammesso."

"Il Dr. Absalom non è né un mago né un ciarlatano", rispose Monte-Cristo, calorosamente, "ma un medico della massima esperienza e dei più alti traguardi possibili. È curvo sotto il peso degli anni e di un arduo studio, eppure il suo occhio è acuto e la sua percezione penetrante come se fosse un giovane di vent'anni. Nessun uomo conosce la sua età o la sua storia. L'ho incontrato molto tempo fa ad Atene, dove ho avuto la buona fortuna di salvarlo dagli artigli di una turba urlante di ruffiani che lo avevano sequestrato e stavano per ucciderlo come uno stregone perché aveva accolto nella sua capanna e curato dalla peste uno sciagurato greco che era stato gettato nelle strade a morire! Per me salverà Giovanni!"

"Ma", disse Maximilian, mentre un pensiero improvviso gli balenava in mente e lo riempiva di sgomento, "il Dr. Absalom può esercitare fuori dal Ghetto solo di nascosto e al rischio di essere gettato in prigione! Non gli sarà permesso di visitare il Visconte Massetti!"

Il Conte di Monte-Cristo si drizzò orgogliosamente e il suo sorriso particolare passò sul suo volto.

"Mi occuperò io di questo!" disse, in modo impressionante.

Zuleika fu lasciata con la signora Morrel e, accompagnato da Maximilian, Monte-Cristo partì immediatamente per il Ghetto.

CAPITOLO XXII.

IL MEDICO PRODIGIOSO.

Una camminata veloce di mezz'ora portò il Conte e il suo compagno a una delle due porte nelle mura del Ghetto, o quartiere ebraico di Roma. Monte-Cristo bussò a uno sportello e un poliziotto apparve immediatamente. Era un giovane uomo e indossava un abito militare. La sua giacca era abbottonata fino alla gola, un cordone giallo con nappina elegantemente ripiegato sul petto. Le sue mani erano avvolte in guanti di cotone bianco, un elmo ornato di ottone era sulla sua testa e al suo fianco pendeva una spada, mentre sul colletto della giacca il numero del suo reggimento brillava in cifre dorate. Il portamento dell'uomo era militare ed evidentemente aveva visto il servizio sul campo. Il Conte gli si rivolse in italiano, informandolo che lui e il signor Morrel desideravano visitare il Ghetto, esibendo allo stesso tempo i loro passaporti. Dopo aver esaminato i documenti e aver visto che erano in debita forma, il poliziotto aprì la porta e i visitatori entrarono nei quartieri affollati e sudici del rione ebraico.

"Mon Dieu! che odori ignobili!" esclamò il signor Morrel, portandosi al naso il fazzoletto intriso di colonia, mentre si affrettavano attraverso i vicoli stretti e ingombri di spazzatura.

"L'atmosfera non è quella di una profumeria!" rispose il Conte, ridendo. "Ma sembra andare a genio ai figli d'Israele, poiché vi prosperano e si moltiplicano come i passeri nell'aria pura e nei campi verdi dell'Inghilterra!"

"Ne ho pietà!" disse Maximilian.

"I gusti sono diversi," ribatté Monte-Cristo, filosoficamente. "Scommetto che in tutto questo quartiere non troveremmo un solo ebreo disposto a mangiare una pernice in quello stato di parziale decomposizione in cui un francese la ritiene più gustosa!"

"Che posto strano e rozzo è questo," disse il signor Morrel, dopo un breve silenzio. "Sembra una città del lontano oriente. Nessuno, improvvisamente trasportato qui, immaginerebbe mai di trovarsi nel cuore di Roma."

"Assomiglia molto alla Judengasse di Francoforte sul Meno," rispose il Conte, "ed è altrettanto antica, sebbene molto più grande. Ma i tedeschi sono più progressisti e liberali dei romani, poiché le porte che chiudevano la Judengasse furono rimosse nel 1806, mentre quelle del Ghetto rimangono ancora e sono, come avete visto, sotto la sorveglianza della polizia, che sottopone ogni persona che entra o esce dal luogo al più stretto controllo. Già nel XVII secolo le porte della Judengasse venivano chiuse e sprangate solo al calar della notte, dopo di che nessun ebreo poteva avventurarsi in nessun'altra parte di Francoforte senza incorrere in una pesante sanzione se catturato, laddove qui, al giorno d'oggi, in quest'epoca di illuminismo e tolleranza religiosa, le porte del Ghetto sono tenute chiuse giorno e notte, e i poveri israeliti, vittime di bigottismo e pregiudizio irragionevole, sono trattati peggio dei paria dell'Indostan! Roma è la Città Eterna e in verità i suoi difetti sono eterni quanto lei!"

Monte-Cristo aveva evidentemente visitato il Ghetto in precedenza, poiché sembrava conoscere perfettamente i suoi vicoli tortuosi e le strade oscure, proseguendo il cammino senza esitazione o sosta per chiedere informazioni. Apparentemente non conteneva nuove viste o sorprese per lui. Per il signor Morrel, al contrario, che si trovava entro quelle mura per la prima volta, esso presentava un'infinita serie di meraviglie. Gli edifici in particolare lo colpirono. Sembravano eretti in una remota antichità ed erano curiosamente pittoresche combinazioni di legno e pietra, dall'aspetto estremamente suggestivo. La maggior parte di essi non superava gli otto o dieci piedi di larghezza e si innalzava per quattro piani, somigliando più a campanili nani che a case. Non si scorgeva alcun edificio nuovo o moderno in nessuna direzione. Molti degli edifici erano in rovina e alcuni sembravano sul punto di sgretolarsi, mentre qua e là grandi cumuli di macerie informe segnavano i punti in cui altri erano crollati. Mentre passavano davanti a uno di questi cumuli, molto più grande degli altri, Maximilian attirò l'attenzione di Monte-Cristo su di esso. Il Conte vi gettò un'occhiata e disse:

"Quella era un tempo l'abitazione del vecchio Isaac Nabal, noto alla sua gente come Isaac il Prestatore, ma chiamato dai romani Isaac l'Usuraio. Era enormemente ricco e prestava il suo oro a tassi esorbitanti agli stravaganti e squattrinati nobili romani. Isaac non aveva moglie né figli, ma era così avido di guadagno da mantenere la sua casa costantemente piena di affittuari. La casa era forse la più antica di tutto il Ghetto. Strani rumori si udivano in essa ogni notte, causati dal crollo di intonaco o pareti divisorie. Non era raro che un affittuario venisse bruscamente svegliato nel sonno da uno schianto e si ritrovasse contuso e sanguinante. Eppure il vecchio Isaac rifiutava ostinatamente di eseguire riparazioni. Sosteneva che l'edificio traballante sarebbe durato quanto lui, e non aveva torto, poiché una notte crollò interamente sulle sue orecchie ed egli perì tra le rovine insieme ad altri trenta, tutti coloro che si trovavano in quella vecchia catapecchia in quel momento. Questa catastrofe avvenne vent'anni fa."

"Le case crollano spesso qui?" chiese il signor Morrel, guardandosi intorno con inquietudine verso gli edifici fatiscenti.

"Molto spesso," rispose il Conte. "L'età e la decadenza le faranno cadere tutte prima o poi."

"Allora per l'amor del cielo affrettiamoci, per non essere schiacciati sotto qualche improvviso crollo!" disse Maximilian. "Le case sporgono sulla strada ai piani superiori fino quasi a congiungersi a mezz'aria. Se una dovesse cadere, non ci sarebbe scampo!"

"Non abbiate paura, Maximilian!" rispose Monte-Cristo, sorridendo. "Un famoso astrologo mi assicurò una volta che godevo di una vita protetta, e se mi salvo io, vi salverete anche voi!"

I piani terra delle case erano per la maggior parte occupati da negozi di vario genere e le parti superiori adibite ad abitazioni. Mercanti ebrei stavano alle porte dei negozi e donne ebree, alcune delle quali molto belle, si vedevano occasionalmente alle finestre superiori. Le strade erano gremite di pedoni di entrambi i sessi e qua e là gruppi di bambini paffuti dai capelli neri giocavano.

Maximilian fu stupito di notare che la maggior parte degli uomini che incontravano si toglieva il cappello davanti a Monte-Cristo e che alcuni di loro lo salutavano per nome.

"Sembrate essere piuttosto noto agli israeliti," disse, infine.

"Sì," rispose il Conte, "molti di loro mi conoscono. Ho avuto frequenti occasioni di consultarmi con loro su questioni importanti. Sono persone astute e fidate."

A questo punto Monte-Cristo e il signor Morrel avevano raggiunto un vicolo più stretto e oscuro di qualsiasi altro avessero attraversato finora. In questo il Conte svoltò e dopo aver condotto il suo compagno per un breve tratto si fermò davanti a un edificio squallido ma ben conservato. Differiva dai suoi vicini per il fatto di non avere negozi al piano terra e per essere sigillato dal basso verso l'alto. Sembrava disabitato.

"Abbiamo raggiunto la nostra destinazione," disse Monte-Cristo. "Questa è la residenza del dottor Absalom."

Maximilian lo fissò con stupore.

"La casa è deserta," disse. "Non vi siete sbagliato?"

"No. È questo il posto."

"Temo allora che il medico se ne sia andato e forse anche dal Ghetto."

Monte-Cristo sorrise.

"Non lo conoscete," disse. "Le sue abitudini e il suo modo di vivere sono molto singolari. Preparatevi a rimanere molto sorpresi!"

Così dicendo andò alla porta dell'abitazione ermeticamente chiusa e vi diede cinque colpi sonori, tre molto rapidi e due molto lenti. I suoni sembrarono riverberare attraverso la casa come se fosse non solo disabitata ma anche priva di mobili. Trascorsero diversi minuti ma non si udì risposta al segnale di Monte-Cristo, nessuno venne in obbedienza alla sua chiamata. Il Conte teneva l'orologio in mano e i suoi occhi erano fissi sul quadrante.

Il signor Morrel divenne leggermente impaziente; disse al suo compagno, trionfante:

"Vi avevo detto che la casa era deserta e avevo ragione!"

Il Conte sorrise di nuovo, ma non rispose, tenendo ancora gli occhi fissi sul quadrante dell'orologio.

"Dieci minuti!" disse, e ripeté il suo segnale, ma questa volta batté solo tre colpi rapidi. Come prima, non giunse alcuna risposta.

Maximilian era molto interessato e non poco divertito, le azioni del Conte erano così singolari.

"Quindici minuti!" disse Monte-Cristo infine, riponendo l'orologio e dando un unico, lungo e fragoroso colpo sulla porta.

L'effetto fu istantaneo. Il portale si spalancò per via di un'influenza invisibile, come per magia, rivelando un corridoio lungo, spoglio e cupo, ma non era visibile alcun segno di vita umana.

L'interesse e il divertimento del signor Morrel si trasformarono in meraviglia e sbalordimento; era completamente confuso e sconcertato.

"La gente comune di Roma non si allontana molto dal vero nella sua valutazione di questo dottor Absalom!" mormorò. "Questo sembra davvero il posto di un mago!"

"Puh!" ribatté Monte-Cristo, con una manifestazione di impazienza che raramente mostrava. "L'erudito ebreo è costretto a prendere le sue precauzioni; tutto qui. Seguitemi e, qualunque cosa possiate vedere o sentire, se desiderate che la nostra impresa sia coronata dal successo, non pronunciate una parola, nemmeno un suono, finché non vi darò il permesso!"

Il Conte entrò nel corridoio, seguito dal suo perplesso e sbalordito amico. Immediatamente la porta si chiuse silenziosamente alle loro spalle e si ritrovarono nell'oscurità più fitta. Monte-Cristo prese il signor Morrel per mano, guidandolo in avanti finché il loro cammino non fu completamente sbarrato da quella che sembrava essere la fine del corridoio. Qui il Conte si fermò e disse alcune parole in ebraico. Una debole risposta giunse prontamente da oltre il corridoio nella stessa lingua, e immediatamente la luce di una lampada illuminò i visitatori. Una porta si era aperta e sulla soglia stava lo specimen di umanità più strano che Maximilian avesse mai visto. Il nuovo arrivato era un uomo molto anziano, dalle spalle curve, una lunga barba bianca che arrivava alla vita e una profusione di capelli candidi che sfuggivano da sotto un berretto di velluto viola, al lato del quale pendeva una nappa cremisi brillante. Indossava un lungo caftano persiano di raso rosa, profusamente e meravigliosamente ricamato in oro, ampi pantaloni orientali di velluto rosso e pantofole riccamente ornate di pelle di tigre. Sulle sue lunghe dita ossute scintillavano diversi anelli di diamanti, senza dubbio di immenso valore, e un grappolo di smeraldi brillanti magnificamente incastonati in oro adornava il suo petto. Questa singolare visione di lusso, ricchezza e sfarzo orientali teneva la lampada, che era di bronzo lavorato e somigliava a quelle trovate tra le rovine dell'antica Pompei, sopra la testa, e alla sua luce Maximilian poté vedere che i suoi occhi erano acuti e penetranti e che il suo volto denotava la più alta intellettualità.

"Chi è che convoca così il saggio dalle sue meditazioni?" chiese il vecchio, con una voce straordinariamente giovanile. Questa volta parlò in italiano.

"Uno che vi ha servito in passato, oh! Dottor Absalom," rispose Monte-Cristo, usando anch'egli la lingua d'Italia, "e che ora richiede un servizio in cambio. Ricordate la folla di Atene e il franco che intervenne per salvarvi dalla distruzione!"

Il vecchio abbassò la lampada e la tenne vicino al volto del suo illustre visitatore; poi esclamò con gioia:

"Benvenuto, Edmond Dantès, Conte di Monte-Cristo! Benvenuto nella dimora del vostro devoto servitore Israel Absalom! Qualsiasi cosa possa fare per servirvi sarà fatta, non importa a quale costo!"

Poi, per la prima volta, notò che il Conte non era solo e fissò i suoi occhi acuti sul signor Morrel con uno sguardo di sospetto e interrogazione.

"Uno dei miei più cari amici, il signor Maximilian Morrel, capitano dell'esercito francese," disse Monte-Cristo, in risposta a questo sguardo. "Potete avere in lui la stessa fiducia che avete in me."

Il dottor Absalom si inchinò profondamente al signor Morrel e, senza aggiungere altro, aprì la strada verso una stanza interna. Era una vasta camera, chiusa come la parte anteriore della casa, brillantemente illuminata da un enorme lampadario sospeso al soffitto in cui bruciavano venti candele di cera di varie tonalità. La stanza era fornita di tutti gli apparati e le attrezzature di un laboratorio di chimica dei giorni nostri, contenendo anche molti strani strumenti e macchine, come quelli che aiutavano le ricerche e i lavori dei discepoli dell'alchimia d'altri tempi.

Al centro dell'appartamento si ergeva un vasto tavolo coperto di giganteschi tomi rilegati in pergamena e rotoli di manoscritto ingiallito. Dietro questo tavolo c'era un'enorme sedia dallo schienale alto, di elaborata fattura antica, che ricordava il trono di qualche sovrano asiatico di un lontano passato. In questa sedia il medico si sedette dopo aver fatto accomodare i suoi visitatori su un comodo e confortevole divano turco.

Maximilian notò che il pavimento della stanza era coperto da morbidi ed eleganti tappeti persiani e che le pareti erano tappezzate di squisiti arazzi. Monte-Cristo lo aveva avvertito di prepararsi a rimanere molto sorpreso, ma il dispendio di ricchezza, lusso e gusto del dottor Absalom nel mezzo del sordido e fatiscente Ghetto lo lasciò, nonostante tutto, assolutamente sbalordito. Il Conte lo aveva anche ammonito di non parlare senza il suo permesso: un'ingiunzione inutile, poiché il giovane francese era troppo meravigliato per pronunciare una sillaba.

Dopo essersi seduto, il saggio ebreo, che sembrava essere un uomo d'affari oltre che di scienza, chiese al Conte di specificare come potesse essergli utile. A quel punto Monte-Cristo raccontò succintamente la storia del Visconte Massetti, parlò della sua malattia mentale, della sua reclusione nel manicomio e terminò chiedendo al medico se potesse e volesse curarlo.

"Ho già sentito parlare in parte di questo sfortunato giovane," rispose il dottor Absalom, "e il fatto della sua follia mi è stato comunicato, ma prima di esprimere un parere su ciò che la mia scienza può fare nel suo caso, devo conoscere i dettagli."

Il Conte fece un cenno al signor Morrel, che, essendosi ormai parzialmente ripreso dal suo sconcerto, procedette immediatamente a fornire all'anziano ebreo le informazioni richieste. Quando ebbe concluso, il dottor Absalom disse, con tono calmo e fiducioso:

"Conte di Monte-Cristo, il caso è chiaro. Posso curare e curerò questo giovane italiano colpito!"

"Ne ero certo!" esclamò il Conte, gioioso e trionfante. Il signor Morrel non fu meno felice, ma allo stesso tempo non riusciva a sentirsi fiducioso quanto il suo amico riguardo alla capacità dell'ebreo di mantenere la sua promessa.

Il medico disse alcune parole in ebraico a Monte-Cristo. La risposta di quest'ultimo sembrò dargli piena soddisfazione, poiché disse in italiano:

"In tal caso non ci sarà alcuna opposizione né dalle autorità di Roma né da quelle del manicomio. Sarò al manicomio domani a mezzogiorno, perfettamente preparato a restituire a Massetti la salute e la ragione!"

Il Conte e Maximilian si alzarono e, salutando il saggio, furono condotti da lui fino al corridoio. Furono presto in strada e si allontanarono dal Ghetto il più rapidamente possibile.

CAPITOLO XXIII.

UN MIRACOLO MODERNO.

Monte-Cristo, il cui potere e la cui influenza sembravano essere assolutamente illimitati, si presentò la mattina seguente al manicomio dove il Visconte Massetti era in cura, armato di un permesso del Segretario di Stato pontificio, il cardinale Monti, affinché il medico ebreo, il dottor Israel Absalom, si facesse carico del caso del nobile paziente. Il direttore dell'istituto strinse nelle spalle quando questo permesso gli fu mostrato dal signor Morrel, che aveva accompagnato il Conte allo scopo di presentarlo a quel funzionario.

"Messieurs," disse, in un ottimo francese, "sono tenuto a rispettare questo documento, ma protesto solennemente contro l'affidare il paziente a questo ciarlatano ebreo e mi lavo le mani di ogni responsabilità al riguardo!"

"Signor direttore," rispose Monte-Cristo, con tono dignitoso, "nonostante le ripetute asserzioni del vostro medico, che ha avuto in cura il giovane Massetti sin dal suo arrivo qui, sul fatto che la sua malattia fosse interamente curabile, egli ha fatto ben pochi progressi, se non nessuno, con il sofferente, che oggi è ancora folle. Il dottor Absalom, anche se fosse un ciarlatano come sostenete, ma cosa che, mi perdonerete, devo rifiutarmi di ammettere, non potrebbe fare un fallimento più clamoroso e completo!"

"Signor Conte," disse il direttore, freddamente, non gradendo evidentemente la schiettezza di Monte-Cristo, "tutto ciò che la scienza più avanzata può fare è stato fatto. La follia è una malattia lenta e difficile da curare; il tempo è necessario per produrre risultati e ci vorrà un anno intero prima che il Visconte possa, anche nelle circostanze più favorevoli, essere completamente ristabilito."

"La vostra esperienza dà diritto al vostro parere di essere rispettato," ribatté il Conte, con uguale freddezza, "ma non posso accettare tale parere come definitivo."

"Come volete," disse il funzionario, con alterigia. "Dopo che il vostro medico ebreo, se davvero lo è, avrà vanamente somministrato i suoi intrugli e inefficacemente mormorato i suoi incantesimi, sarete ben lieti di far riprendere al medico regolare del manicomio le funzioni di cui ora ritenete opportuno privarlo così sommariamente."

"Forse," rispose il Conte, sorridendo. "È parte del mio credo non disprezzare mai la scienza, in qualsiasi forma essa si presenti!"

Il direttore si inchinò con cortesia satirica.

A mezzogiorno preciso arrivò il dottor Absalom. Aveva abbandonato il suo abbigliamento sgargiante e fantastico del giorno precedente e appariva nel normale abbigliamento da strada di un europeo. Se era sembrato imponente a Maximilian nella sua casa nel Ghetto, gli appariva ancora più imponente ora, spoglio di tutti gli accessori orientali e facendo affidamento per l'effetto solo sullo straordinario aspetto intellettuale del suo volto. L'unico oggetto di lusso che aveva con sé era un massiccio bastone con il pomello d'oro su cui gli anni lo costringevano ad appoggiarsi pesantemente.

Monte-Cristo e il signor Morrel lo ricevettero con la massima cortesia e deferenza, ma il direttore a stento lo notò e riuscì a malapena a nascondere il suo disgusto. Il saggio ebreo, tuttavia, era abituato al modo incivile in cui gli italiani trattavano le persone della sua nazione e non mostrò il minimo segno di dispiacere, sebbene il Conte e Maximilian riuscissero a stento a trattenersi dal risentirsi per il comportamento insultante del funzionario.

Senza indugio il dottor Absalom fu condotto alla camera del giovane Massetti dal medico che fino a quel momento aveva assistito il paziente. Era un uomo anziano, ma, sebbene italiano, mostrò un marcato rispetto per l'anziano ed ebreo dall'aspetto nobile. Monte-Cristo e il signor Morrel accompagnarono i due sapienti, il primo fiducioso nel potere del dottor Absalom di mantenere la sua promessa, il secondo speranzoso del suo successo, ma dubbioso al riguardo.

Mentre il gruppo entrava nell'appartamento del folle, il medico italiano disse al suo confratello ebreo:

"Dottor Absalom, vorrei molto assistere al vostro modo di procedere. Mi permetterete gentilmente di rimanere nella stanza?"

"Certamente," rispose l'ebreo. "Non ho assolutamente nulla da nascondere; ma," aggiunse, con gli occhi che brillavano, "vi avverto in anticipo che non sarete più saggio dopo aver assistito alle mie operazioni e al loro risultato di quanto non lo siate al momento!"

Il Visconte era seduto in una grande poltrona, il volto nascosto tra le mani. All'ingresso dei quattro uomini mormorò, senza alzare lo sguardo:

"Perché la bellissima visione mi ha lasciato? Perché la divina Giunone mi nega la luce della sua presenza?"

Il dottor Absalom guardò interrogativo i suoi compagni.

"Si riferisce a Valentine, mia moglie," spiegò Maximilian. "Ha fatto ricorso a un piccolo artificio perdonabile per attirarlo qui."

"Che venga fatta chiamare immediatamente," disse l'ebreo. "Avrò bisogno di lei."

"Ma," obiettò Monte-Cristo, "Madame Morrel si sta prendendo cura di mia figlia, la fidanzata di questo povero giovane, che è terribilmente abbattuta per la terribile sventura del suo amante e non può essere lasciata sola."

"La sua fidanzata!" esclamò il dottor Absalom. "Tanto meglio! Che venga portata anche lei! Avrò bisogno anche di lei!"

"Sarete obbedito, Dottore," disse Monte-Cristo, e il signor Morrel fu immediatamente mandato all'Hotel de France con istruzioni di tornare subito con sua moglie e Zuleika.

Quando furono arrivati e la loro presenza in un appartamento adiacente fu annunciata al dottor Absalom da Maximilian, l'ebreo disse:

"Signor Morrel, conducete gentilmente vostra moglie qui, e voi, signor Conte, andate da vostra figlia e restate con lei finché non vi chiamerò. Dite alla povera bambina di farsi coraggio! Che il suo amante le sarà restituito!"

Monte-Cristo lasciò la camera, seguito da Maximilian, che tornò immediatamente con Valentine.

"Madame Morrel," disse il medico ebreo, "andate dal paziente e prendetegli la mano."

Valentine fece come le fu ordinato. Al suo tocco il Visconte scattò in piedi, esclamando, con toni di somma delizia:

"Divina Giunone, perdonami! Ti ho fatto un torto! Pensavo che mi avessi abbandonato, ma mi sbagliavo, poiché tu sei qui!"

Fissò i suoi occhi su di lei, guardandola come incantato, senza prestare alcun riguardo agli altri nell'appartamento. Valentine lanciò un'occhiata al dottor Absalom, che lasciò lentamente il suo posto, scivolando furtivamente al fianco di Massetti. Raddrizzatosi in tutta la sua altezza, protese le mani sopra la testa di Giovanni; quasi istantaneamente l'uomo demente si accasciò sulla sua sedia come premuto da una forza colossale, irresistibile; poi chiuse gli occhi, cadendo in un sonno calmo e pacifico. Valentine, liberata dalla sua stretta, rimase a guardare, persa in uno stupore senza parole. Anche Maximilian fu stupito da questa pronta esibizione del potere dell'ebreo, ma il medico italiano, che aveva osservato intensamente, gli sussurrò all'orecchio:

"L'ebreo è un mesmerizzatore; tutto qui; perlomeno, tutto ciò che è stato sviluppato finora!"

Nel frattempo il dottor Absalom continuò a tenere le mani sopra la testa del paziente, che si chinò sempre più finché non affondò infine sul petto. Per un altro istante l'ebreo mantenne la posizione; poi ritirò le mani, prendendo una piccola fiala dalla tasca della giacca e stappandola; immediatamente un odore potente e sottile pervase l'appartamento, costringendo Valentine, Maximilian e il medico italiano a respirare a fatica, come se soffocassero.

"Che cos'è?" ansimò il signor Morrel, afferrando l'italiano per il braccio.

"Non lo so," rispose quest'ultimo. "Ma guardate Massetti: il suo volto è violaceo, la tonalità preliminare della morte! Se l'ebreo uccide il paziente, nulla potrà salvarlo dalla furia della popolazione romana!"

Il sottile odore aumentò d'intensità e il volto del visconte passò dal violetto a un pallore cinereo.

"È morto!" gridò l'italiano. "Dottor Absalom, lei è un assassino!"

L'ebreo agitò la mano in modo autoritario e, con uno sguardo di estrema dignità e severità, disse:

"State in silenzio e aspettate!"

Tappò la fiala, la ripose in tasca e aprì una finestra. L'aria fresca inondò il locale e gradualmente l'odore opprimente svanì.

Il paziente era ancora di un pallore spettrale. Il dottor Absalom gli tastò il polso, contandone i battiti con il suo orologio. Un sorriso di soddisfazione si diffuse sul suo volto intellettuale.

"Il rimedio ha fatto il suo dovere!" disse. "Ora per la seconda e vitale applicazione! Qualunque cosa accada," aggiunse, in modo impressionante, rivolgendosi al medico italiano, "le ingiungo, sulla sua vita, di non interferire o interrompermi!"

Producendo un'altra fiala, più grande della prima, la sollevò e la scosse, esaminandone il contenuto con la massima attenzione. Gli osservatori, profondamente interessati e alquanto intimoriti, videro un fluido verde brillante lampeggiare alla luce del sole. Soddisfatto del suo esame, l'ebreo stappò la fiala; poi, aprendo la bocca del paziente, versò il liquido color smeraldo gradualmente giù per la gola, goccia a goccia. Per alcuni secondi dopo ciò, nessun cambiamento in Massetti fu percettibile. Sedeva ancora dormendo sulla sua sedia con la testa china, e la tonalità spettrale del suo volto rimaneva inalterata. Il dottor Absalom aveva di nuovo estratto l'orologio dal taschino, dividendo la sua attenzione tra il notare lo scorrere del tempo e l'osservare intensamente il paziente. Così profondo era il silenzio nella stanza che il ticchettio regolare dell'orologio era distintamente udibile in tutte le sue parti.

Improvvisamente Giovanni iniziò a tremare. Seguì una violenta convulsione, che lo scosse dalla testa ai piedi e gli contorse paurosamente il volto, le sue mani che si arricciavano come una striscia di carta graffiata con un coltello. La sua condizione era spaventosa a vedersi. Maximilian e l'italiano osservavano ansiosamente, trattenendo il respiro. Valentine, incapace di sopportare la vista, si voltò, l'emozione e il terrore che combattevano dentro di lei per la supremazia. L'ebreo, tuttavia, era tutto nervi e fiducia. Quando fu trascorso un quarto d'ora, ripose l'orologio. La convulsione di Massetti era passata, le sue mani si erano distese e il suo pallore ultraterreno era stato sostituito da un lieve rossore. Si reclinò sulla sedia come avvolto in un sonno salutare. Poco dopo le sue labbra si schiusero.

"Zuleika!" mormorò. "Oh! mia amata!"

Il dottor Absalom lanciò un'occhiata al medico italiano, significativa, trionfante.

"Il paziente sta sognando," disse, "ed è un buon segno; sta sognando la sua fidanzata che nella sua follia aveva completamente dimenticato; un altro buon segno! Il mio trattamento funziona! Avrò successo!" Voltandosi verso Maximilian, aggiunse: "Mi aiuti a mettere il visconte sul suo letto, se le piace."

Il signor Morrel acconsentì con sollecitudine e Massetti fu immediatamente disteso sul suo giaciglio in una posizione comoda. Il dottor Absalom gli tastò di nuovo il polso, contandolo come prima con il suo orologio; poi disse:

"Il paziente può ora svegliarsi in qualsiasi momento, ma è probabile che trascorrano prima quindici minuti. Si facciano chiamare il conte e sua figlia."

Maximilian aprì la porta e fece cenno di entrare. Monte-Cristo e Zuleika entrarono.

"Figlia mia," disse l'ebreo, prendendo quest'ultima per mano e conducendola al capezzale dell'amante, "guarda il tuo fidanzato! Dorme pacificamente e ti sta sognando! Poco fa ha pronunciato il tuo nome! Coraggio, figlia, coraggio! Il peggio è passato! Le nuvole si stanno diradando dalla mente del giovane per lasciarla chiara e perfetta! Resta qui dove ti metto! È importante che al risveglio gli occhi del paziente riposino su di te!"

Zuleika, sbalordita, sconcertata, fissò il suo amante e con difficoltà resistette all'impulso di gettarglisi al collo.

Monte-Cristo, Maximilian, Valentine e il medico italiano si raggrupparono a breve distanza, aspettando e guardando. Il loro fervore e la loro ansia erano intensi.

Cinque minuti, dieci minuti passarono, poi quindici. Mentre l'orologio del dottor Absalom segnava il quarto d'ora, il visconte aprì tutt'a un tratto gli occhi. Si posarono su Zuleika. L'ansioso interesse degli spettatori era ora al culmine. Il conte, il signor Morrel, Valentine e l'italiano si sporsero in avanti senza fiato. Giovanni portò la mano alla fronte, emise un basso sospiro e poi si mise a sedere, guardando la figlia di Monte-Cristo con sconcerto. Alla fine parlò.

"Zuleika, cara Zuleika!" disse, debolmente, ma molto teneramente, allo stesso tempo estendendo le braccia verso di lei. La ragazza lanciò un'occhiata al dottor Absalom. Egli indicò Giovanni e sorrise. Lei comprese istantaneamente il suo permesso e si gettò nell'abbraccio del suo amante.

"Giovanni, caro Giovanni," mormorò, "sei di nuovo te stesso, non è vero?"

"Io stesso, Zuleika? Sono mai stato altrimenti?"

"Sei stato molto malato, Giovanni."

"Ah! sì. Questo è il motivo per cui sono qui." Guardandosi intorno, aggiunse: "C'è anche tuo padre, ma chi sono quegli stranieri con lui?"

"I medici e due dei nostri amici più devoti, il signor Morrel e sua moglie."

Il visconte si lasciò ricadere sul divano e prese la mano di Zuleika nella sua, stringendola calorosamente.

"Mi sento svenire e debole," disse, "oh! così tanto svenire e debole, ma un terribile, schiacciante peso sembra essere stato rimosso dal mio cervello!"

Parlava razionalmente. Il dottor Absalom aveva compiuto un miracolo moderno: la ragione del giovane era pienamente ripristinata!

Il conte e Maximilian si scambiarono sguardi di gioia. Gli occhi di Valentine erano umidi di lacrime di felicità. Quanto a Zuleika, la sua coppa di felicità era colma. Il dottor Absalom sorrise placidamente. Il medico italiano si fece avanti e gli prese la mano.

"Mi congratulo con lei," disse, cordialmente. "La sua abilità è semplicemente sorprendente!"

L'ebreo si inchinò profondamente.

"Dottore," disse, "ho mantenuto la mia promessa e la mia parte di lavoro è fatta. Il resto rimane a lei da compiere. Deve riprendere in carico il paziente e ripristinare la sua forza."

Con queste parole il vecchio sapiente riprese il cappello, salutò tutti i presenti e, appoggiandosi pesantemente al suo bastone dal pomo d'oro, uscì lentamente dall'appartamento.

Monte-Cristo lo seguì, esprimendo entusiasticamente la sua gratitudine; prendendo dalla tasca un enorme rotolo di banconote, lo offrì all'ebreo, ma quest'ultimo rifiutò fermamente di accettare.

"Ricordo la plebe ateniese, signor Conte!" disse, in modo impressionante.

Mentre passavano davanti all'ufficio del direttore, quel funzionario uscì.

"Ebbene?" disse a Monte-Cristo. "L'ebreo ha fallito, naturalmente!"

"Ha avuto successo!" rispose il conte, con un sorriso di trionfo.

"Non vorrà dirmi che il paziente è tornato in sé!" esclamò il direttore.

"È esattamente ciò che intendo dirle!" ribatté Monte-Cristo, bruscamente.

"Uh! c'è qualche astuto trucco in tutto questo!" gridò il funzionario, tornando nel suo ufficio e chiudendo bruscamente la porta dietro di sé.

Il medico italiano riprese in carico il visconte Massetti, Zuleika e Valentine a turno lo accudivano. In due settimane il giovane lasciò il manicomio tanto pienamente ripristinato nel corpo quanto lo era nella mente.

CAPITOLO XXIV.

UN INCONTRO DISPERATO.

Quando il visconte Massetti lasciò il manicomio, Monte-Cristo gli fornì degli alloggi all'Hotel de France dove potesse essere vicino sia a lui che a sua figlia. Durante il periodo di convalescenza del giovane italiano, il conte si era astenuto dal comunicargli i dettagli della sordida cospirazione rivelata da Peppino, ma non appena il fidanzato di Zuleika fu installato nell'hotel, gli diede tutti i dettagli sorprendenti. Massetti non ne fu stupito, poiché da tempo sospettava almeno una parte della verità, ma la sua indignazione contro il vecchio Pasquale Solara non conosceva confini, e dentro di sé giurò di vendicarsi presto e completamente di lui, sebbene il conte lo avesse avvertito di essere estremamente prudente e di non compromettere il successo delle sue operazioni a suo favore con alcun gesto avventato. Monte-Cristo non informò il giovane italiano dei suoi piani, diffidando della sua naturale testa calda e impetuosità, ma lo esortò ad accontentarsi di lasciare la prosecuzione dello schema di riabilitazione interamente nelle sue mani. Il conte aveva anche istruito il visconte che, in conseguenza delle rivelazioni di Peppino, non aveva ulteriori obiezioni alla sua unione con Zuleika e che il matrimonio avrebbe avuto luogo immediatamente dopo la piena e aperta dimostrazione della sua innocenza agli occhi del mondo. A ciò l'ardente giovane fu deliziato nel profondo del cuore; la certezza della sua felicità imminente e la tenerezza che la ragazza mostrava per lui compensavano in larga misura tutte le sue prove e torture, ma allo stesso tempo era impaziente del ritardo necessario per restituirlo al possesso di un nome e una reputazione immacolati, pensando che Monte-Cristo fosse decisamente troppo cauto e lento.

Ora gli era permesso di vedere Zuleika quasi costantemente e i loro tête-à-tête amorosi erano della descrizione più deliziosa e appassionata. Trascorrevano ore insieme sul vasto balcone superiore dell'hotel nella dolce penombra italiana e nelle serate al chiaro di luna, discorrendo di quelle dolci e tenere banalità così preziose per gli amanti e così insipide per le persone concrete i cui giorni di attaccamento romantico sono finiti. A volte, tuttavia, la loro conversazione era di carattere più pratico; parlavano dei loro progetti per il futuro, di dove sarebbero andati nel loro viaggio di nozze e di cosa avrebbero fatto prima di stabilirsi nella calma, pacifica esistenza di placida gioia matrimoniale. Avevano deciso di stabilire la loro residenza permanente a Parigi; così sarebbero sempre stati vicini a Monte-Cristo, Esperance e Mercedes, vicino ad Albert de Morcerf e sua moglie, vicino a quegli amici degli amici Maximilian e Valentine Morrel; inoltre nella gaia capitale francese, la città delle città, mentre si godevano al massimo potevano sfuggire a tutte le allusioni al passato di Giovanni che non potevano assolutamente sperare di evitare se si fossero stabiliti a Roma, dove ogni volta che la giovane coppia appariva in pubblico, il vecchio scandalo, la vecchia accusa contro il visconte sarebbe stata indubbiamente commentata di fresco e forse velenosamente.

Occasionalmente, quando Zuleika era con suo padre o in compagnia della signora Morrel, il giovane Massetti faceva lunghe passeggiate in campagna allo scopo di respirare l'aria libera e aumentare la sua forza per mezzo di un salutare esercizio. Durante queste passeggiate evitava ogni persona che incontrava, essendo desiderio di Monte-Cristo che evitasse studiatamente di essere osservato.

La notizia della improvvisa e meravigliosa guarigione di Massetti si era diffusa per tutta Roma, ma la gente scuoteva la testa quando ne parlava e concordava con l'opinione espressa dal direttore del manicomio che il dottor Absalom avesse fatto uso di qualche trucco, la cui influenza non avrebbe potuto essere permanente, ma si sarebbe presto dissipata, quando il povero, illuso visconte sarebbe immediatamente caduto in una condizione mentale peggiore di prima.

Indubbiamente il conte Massetti aveva sentito parlare del ritorno alla sanità e alla salute fisica di suo figlio, ma non vi prestò alcuna attenzione, continuando orgogliosamente e alteramente a ignorare il fatto dell'esistenza di Giovanni. Monte-Cristo non aveva fatto visita all'anziano e inflessibile nobile per due ragioni: temeva che la sua indignazione avrebbe avuto la meglio su di lui in un colloquio e, inoltre, sapeva che sarebbe stato del tutto inutile avvicinarsi al conte senza essere armato della completa rivendicazione del giovane Massetti.

Durante una di quelle passeggiate già accennate, il visconte si spinse molto più lontano del solito. Era una mattina luminosa, mite e allegra, e il raggio rallegrante del sole, il verde brillante degli alberi, gli aromi fragranti dei fiori e dell'erba, il cinguettio della vita degli insetti e i canti selvaggi e inebrianti degli uccelli contribuivano tutti a trascinarlo e a fargli dimenticare le ingiunzioni di Monte-Cristo riguardo al restare fuori dalla vista dei passanti.

Notava a malapena in quale direzione camminasse o quale strada prendesse, indulgendo in un incurante, delizioso sogno a occhi aperti pieno di piaceri del dolce far niente. Aveva fissato lo sguardo a terra e stava passeggiando lentamente quando, a un tratto, si rese conto che qualcuno si stava avvicinando. Alzò precipitosamente lo sguardo. Il pedone era ancora a una certa distanza, ma le sue pesanti scarpe stridevano sulla ghiaia della strada con un suono tintinnante. Era evidentemente un vecchio e un contadino. Nella mano destra teneva un bastone e il suo grande cappello a tesa larga era tirato leggermente giù sul volto come per proteggerlo dal calore del sole. Giovanni stava per scostarsi in un piccolo boschetto di castagni accanto alla strada per aspettare lì finché il nuovo venuto fosse passato, ma lanciando un secondo sguardo verso di lui, qualcosa di familiare nel suo aspetto lo bloccò improvvisamente, e per uno di quegli impulsi inspiegabili che a volte prendono possesso di un uomo, si fermò e attese.

Anche il contadino aveva notato Giovanni e la sua azione, ma non rallentò il passo, non sembrò incline a prestargli nemmeno la minima attenzione. Continuò a camminare, raggiunse il visconte e lo superò senza nemmeno un cenno del capo in segno di saluto. Ma Massetti con un sussulto lo riconobbe. Con un rossore di rabbia sul volto e tutto il sangue in ebollizione nelle vene, si voltò, balzò dopo il vecchio e gli posò una mano sulla spalla. Il contadino si fermò bruscamente, si voltò anch'egli, e una feroce imprecazione gli sfuggì dalle labbra. Esaminò l'irato giovane italiano dalla testa ai piedi, con scherno, con cipiglio.

"Perché mi fermi?" disse, bruscamente. "Non ti conosco."

"Ma, Pasquale Solara, io ti conosco!" esclamò il visconte. "Ci siamo incontrati al momento giusto e nel luogo adatto! L'opportunità per la quale ho aspettato a lungo e impazientemente è finalmente arrivata! Sentirai il peso schiacciante della mia vendetta! Risponderai a me per i tuoi spregevoli, i tuoi innaturali crimini! Pasquale Solara, vile miserabile che hai venduto tua figlia a un destino peggiore della morte, ignobile furfante che non hai rispettato i dettami dell'ospitalità, io sono Giovanni Massetti!"

Mentre parlava balzò davanti al burbero pastore, sbarrandogli il passaggio con il corpo.

"Bene, che importanza ha se sei Giovanni Massetti!" rispose il vecchio Pasquale, freddamente e con sfida. "Non mi importa di te! Togliti dal mio cammino e lasciami passare prima che ti colpisca a terra come farei con un bastardino, un cane latrante!"

Con queste parole alzò il bastone in modo minaccioso sopra il giovane italiano. Quest'ultimo, con la rapidità e l'agilità di un cervo, balzò verso il bastone, lo afferrò e lo fece vorticare nel boschetto di castagni. Poi afferrò il vecchio Solara per la gola e una terribile lotta ebbe immediatamente inizio. I due uomini si scontrarono come in una stretta mortale, lottando come una coppia di atleti. Massetti non aveva ancora riguadagnato il suo pieno vigore, ma la sua rabbia gli dava forza. Da parte sua, Pasquale, sebbene vecchio, aveva muscoli d'acciaio e una presa come di ferro. Faceva ruotare il suo avversario attorno a sé, a volte quasi rovesciandolo, ma il visconte lottava virilmente, occasionalmente strappando il pastore dai suoi piedi e sollevandolo di peso in aria. Il respiro di entrambi usciva in brevi, rapidi, affannosi rantoli, mentre i loro volti erano rossi per lo sforzo. Per molto tempo il risultato fu incerto, la lotta continuava ferocemente senza alcun vantaggio deciso da nessuna delle due parti. Spesso il visconte era portato quasi a terra ma invariabilmente si riprendeva, si raddrizzava e riprendeva vigorosamente il conflitto. Non una parola fu pronunciata ora. Le energie concentrate dei contendenti erano piegate sulla lotta, privandoli del potere della parola. Finalmente, con un movimento rapido, Giovanni riuscì a far inciampare Solara, che cadde con un tonfo, il giovane italiano ricadendo sul suo corpo prostrato con grande forza e per un istante quasi bloccandogli la respirazione. Entrambi furono parzialmente storditi dalla caduta e rimasero immobili. Massetti fu il primo a riprendere possesso delle sue facoltà. Si rialzò a metà, posò le ginocchia sul petto del vecchio Pasquale e, estraendo una pistola, la armò.

"Cosa hai intenzione di fare?" ansimò l'uomo sotto di lui, il suo terrore dandogli il potere di parlare.

"Ho intenzione di ucciderti, Pasquale Solara!" sibilò il visconte, tra i denti serrati.

"Assassino!" strillò il pastore, disperatamente, facendo una frenetica lotta per rialzarsi, ma non riuscendoci.

Questa parola sinistra, con tutto il terribile peso di significato che trasmetteva, colpì l'orecchio del giovane italiano come un suono di condanna. Un assassino? Sì, sarebbe stato un assassino, se avesse ucciso il vecchio Solara lì su due piedi, e marchiato con il nero crimine di un assassino avrebbe dovuto rinunciare per sempre a ogni speranza di possedere la sua amata Zuleika, avrebbe dovuto abbandonarla a morire di crepacuore! Forse, inoltre, sarebbe stato preso, processato, condannato e avrebbe incontrato il destino di un criminale sul patibolo ignominioso! Vero, la giustizia romana poteva essere messa a tacere con il denaro, ma lui era un figlio rinnegato e diseredato, un reietto senza un soldo! Questi pensieri lo portarono alla realizzazione delle nere profondità dell'abisso spalancato nel quale stava per precipitare e lo fecero esitare. Ma una rapida idea venne in suo soccorso: se avesse combattuto un duello con il vecchio Solara e lo avesse ucciso così, la legge romana non lo avrebbe perseguitato, non sarebbe stato marchiato con il crimine di un assassino! Lo avrebbe fatto, lo avrebbe combattuto! Balzando in piedi, estrasse una seconda pistola, e, gettandola a terra accanto al suo stupito nemico, gli disse, parlando lentamente e in modo impressionante:

"Pasquale Solara, ti darò una possibilità per la tua vita! Alzati, prendi quella pistola e affrontami! Combatteremo!"

Il pastore si alzò con qualche difficoltà; era considerevolmente ammaccato e aveva, inoltre, seriamente teso una delle sue gambe. Prendendo l'arma, la armò e senza una parola, ma con uno sguardo di ferocia demoniaca e trionfo sul suo volto malvagio, assunse una posizione a circa venti passi dal suo avversario. Istantaneamente entrambi sollevarono le pistole e spararono. Quando il leggero fumo si diradò divenne evidente che nessuno dei due era stato colpito. Il vecchio Solara scagliò via da sé la sua arma scarica con una maledizione e, producendo un paio di coltelli lunghi e affilati, ne lanciò uno verso il visconte.

"Mi hai sfidato e io ho accettato!" disse, con tono aspro. "Ora ti sfido io! Prendi quel coltello e combatti contro di me!"

Massetti esitò, con uno sguardo di orrore sul suo volto. Un duello con i coltelli! Era barbaro! Era degno dei selvaggi rossi delle terre selvagge americane!

"Prendi il coltello, dico!" tuonò il vecchio Solara. "Prendilo e affrontami, o per la volta del cielo ti mostrerò meno misericordia di quella che sei stato così debole da mostrare a me! Ti pugnalerò al cuore dove ti trovi!"

Avanzò con la sua arma omicida nella mano tesa, avendo precedentemente rimboccato la manica e scoperto il suo braccio marrone e nervoso.

Massetti si chinò e raccolse il coltello da dove giaceva. Scoprì anch'egli il braccio, afferrando nervosamente l'elsa dell'arma.

Gli occhi di Pasquale Solara luccicavano come quelli di una tigre vista attraverso l'oscurità di una giungla dell'Indostan. Avevano un bagliore terribile, assetato di sangue. Il pastore ora si sentiva sicuro del fatto suo. Con una pistola non era nulla, con un coltello era una potenza! Giovanni non poteva competere con lui; sarebbe caduto come una facile vittima della sua abilità e astuzia!

Il visconte osservava il vecchio furfante con febbrile ansia, realizzando appieno ciò che stava passando per la sua mente. Che Pasquale lo avrebbe vinto, ucciso, non poteva dubitare, poiché non sapeva nulla di più su come combattere con un coltello di un bambino nella sua culla. Tuttavia, il suo coraggio non lo abbandonò, e risolse di vendere la sua vita il più caro possibile.

Vedendo Giovanni afferrare il coltello e prepararsi al combattimento, Solara si chinò parzialmente in avanti e si scagliò su di lui. Le lunghe e affilate lame si incontrarono con un lampo di fuoco. Il giovane italiano si limitò a porsi sulla difensiva, essendo richiesta la massima attività e vigilanza da parte sua per parare e respingere gli abili e incessanti affondi dell’avversario. Il pastore combatteva con la rapidità sconcertante di un lampo e sembrava trovarsi in mille posti diversi contemporaneamente, tanto agilmente avanzava, indietreggiava e balzava di lato. La sua eccitazione gli faceva dimenticare le ferite.

Alla fine, il braccio di Massetti divenne così teso e affaticato che gli fu impossibile resistere ancora per molto. La sua mano era serrata strettamente attorno all'impugnatura del coltello, ma era così intorpidita che non riusciva a sentire l'arma. Eppure, con l'energia e la risoluzione della disperazione, continuò l'impari conflitto, sperando contro ogni speranza che qualche svolta inaspettata degli eventi potesse dargli il vantaggio.

Nel frattempo il vecchio Solara, diabolicamente fiducioso, lo stava accerchiando in modo costante e sicuro, restringendo il limite della sua ritirata dopo ogni colpo. Infine non arretrò più, ma iniziò a spingere il suo avversario all'indietro verso il boschetto di castagni, sferrando nel contempo colpo su colpo. Poi diede improvvisamente al polso un abile giro e il coltello di Giovanni fu strappato dalla sua presa, cadendo a circa dieci piedi di distanza. All'istante il giovane fu costretto a terra e il vecchio Pasquale gli si parò sopra con le gambe ben divaricate, saldamente piantate per sferrare il colpo mortale. Mentre Massetti giaceva a terra, il suo occhio colse il luccichio del proprio coltello oltre il pastore e, scivolando come un serpente tra le gambe di Solara, lo afferrò, balzò in piedi e, prima che Pasquale potesse riprendersi dalla sorpresa per quella manovra inaspettata, gli seppellì la lama scintillante nel petto. Solara barcollò e cadde sull'erba, dove rimase disteso bagnato di sangue.

"Mi sei sfuggito, Visconte Massetti!" gemette.

Il giovane Massetti riusciva a stento a realizzare cosa fosse accaduto, cosa avesse fatto, tanto miracoloso appariva alla sua mente sbalordita il risultato di quel singolare duello.

Mentre stava lì come in un sogno, udì un suono come di molti passi. Corse precipitosamente nel boschetto di castagni, si guardò indietro e vide il vecchio Solara circondato da un gruppo di uomini di Luigi Vampa.

CAPITOLO XXV.

UNA VISITA AL RIFUGIO.

Tra i dettagli del piano del Conte di Monte-Cristo per la riabilitazione di Giovanni Massetti vi era una visita ad Annunziata Solara presso il Rifugio a Civita Vecchia. Questa visita fu effettuata una mattina in compagnia di Zuleika e del signor e della signora Morrel. Madame de Rancogne fu lieta di vedere il Conte e accolse cordialmente lui e il suo gruppo.

"Dunque questa bella signorina è vostra figlia, Edmond," disse, sedendosi accanto a Zuleika e prendendole la mano. "Come vola rapidamente il tempo. Oggi siamo nel pieno del godimento della giovinezza e domani siamo le persone di mezza età della nostra comunità. Poi, in un altro breve spazio di tempo, siamo i vecchi, dopo di che arriva la morte!"

Zuleika arrossì al complimento di Helena e la guardò con curiosità mentre lei pronunciava la parte finale del suo discorso. Ma la Contessa di Monte-Cristo del passato non era di natura cupa e, sorridendo, aggiunse:

"Il lato più abbagliante e incantevole del quadro della giovinezza è l'amore! Zuleika, Conte, ha mai provato la tenera passione? Sarebbe oltremodo strano se non l'avesse fatto."

La figlia di Monte-Cristo arrossì di nuovo.

Il Conte sorrise rispondendo:

"Sì, Helena, Zuleika ha provato la passione suprema della vita. È fidanzata con il Visconte Giovanni Massetti di Roma."

"Cosa!" esclamò Mme. de Rancogne, colpita da stupore e orrore. "Quel Giovanni Massetti che è stato rinnegato e diseredato da suo padre per aver commesso uno dei crimini più vili e disonorevoli conosciuti al mondo?"

"Lo stesso!" rispose Monte-Cristo, con calma.

Mme. de Rancogne era ora più sbalordita che mai.

"Conoscete il passato di quest'uomo e tuttavia gli permettete di conquistare vostra figlia! Conte, questo non è da voi! Non riesco a capirlo!"

"Helena," replicò Monte-Cristo, "questo povero giovane è stato calunniato, falsamente accusato da persone a lui ostili."

La Superiora dell'Ordine delle Suore del Rifugio scosse lentamente ma con fermezza il capo, guardando nel contempo il Conte e sua figlia con un'espressione di profonda simpatia e compassione sul suo nobile volto.

"Siete stato ingannato, raggirato, Edmond," replicò. "Non può esserci alcun dubbio sulla terribile e dannosa colpevolezza del giovane. Inoltre, la mia asserzione ammette un'immediata verifica e prova. L'infelice vittima di Massetti, la bellissima ragazza contadina Annunziata Solara, è ora ospite di questa istituzione dove si è trascinata quando, sopraffatta dalla vergogna e dalla sofferenza più acuta, cercava di trovare qui un asilo e un chiostro dove occhi indiscreti non potessero trovarla e dove la lingua velenosa dello scandalo non potesse riaprire le sue ferite e farle sanguinare di nuovo. È un membro del nostro Ordine, ha dedicato il resto dei suoi giorni al compimento di buone azioni e al sollevamento delle cadute e tradite del suo sesso. Annunziata Solara è qui, quasi a portata della mia voce, e, sebbene con riluttanza ne sono convinta, confermerà ogni parola che ho pronunciato riguardo al suo codardo e scellerato rapitore!"

"Avere un colloquio con questa sventurata creatura è ciò che mi ha condotto qui con Zuleika e i miei amici Morrel," disse il Conte. "Naturalmente, desideravo vedervi, Helena, e godere ancora una volta del piacere della vostra compagnia," aggiunse, con il suo sorriso gradevole che accompagnava le parole.

La Superiora s'inchinò con grazia e si alzò.

"Posso comprendere allora la vostra ansia di vedere e parlare con Annunziata al più presto possibile. Pertanto, la chiamerò immediatamente in questo appartamento dove il colloquio desiderato potrà aver luogo senza indugio."

Pronunciate queste parole, Mme. de Rancogne uscì in fretta dal salone, ritornando poco dopo con l'ex fioraia di Piazza del Popolo a Roma.

Annunziata rimase per un istante al centro dell'appartamento, fissando interrogativamente i visitatori, poiché Mme. de Rancogne non l'aveva informata dei loro affari, preferendo che Monte-Cristo, nella sua saggezza ed esperienza, conducesse il colloquio ed esprimesse i suoi desideri secondo il suo modo particolare.

Il Conte e Maximilian fissarono la figlia del vecchio Pasquale Solara con un interesse considerevole, ma si trattava di un interesse del tutto maschile. Anche Valentine la guardò attentamente, con quello sguardo indagatore e penetrante che una donna rivolge invariabilmente a un'altra. Quanto a Zuleika, i suoi occhi divoravano letteralmente la ragazza contadina, brillando di ciò che non era esattamente odio per una rivale, quanto piuttosto un timore e una diffidenza istintivi. Era ben consapevole che Giovanni avesse flirtato con quella ragazza, che fosse rimasto affascinato dal suo fascino fisico, che avesse quasi ceduto al suo ascendente, e provava un interesse peculiare per la creatura che aveva, almeno temporaneamente, rubato il cuore del suo amante.

Annunziata aveva tratto grande beneficio dal suo soggiorno nel calmo e tranquillo Rifugio. Con un grande ed eroico esercizio della sua forza d'animo, aveva messo da parte ogni pensiero della sua deplorevole storia, del suo passato improvvisamente offuscato e terribile. Si era abbandonata completamente alla disciplina e ai doveri delle Suore dell'Ordine del Rifugio, e aveva cercato con più o meno successo persino di dimenticare se stessa. La sua vita imperturbabile, trascorsa nel continuo compimento del bene, la riempiva di pace e soddisfazione, e per la prima volta dopo molto tempo si rese pienamente conto di cosa significasse essere perfettamente contenta e felice. Di conseguenza, la sua condizione fisica era migliorata, rispondendo prontamente alla sua serenità mentale. Aveva recuperato la bellezza che aveva perduto durante la sua prigionia nella capanna dei banditi e le sue successive peregrinazioni come emarginata senza tetto e affamata. Anche la sua pienezza era ritornata, e il suo sguardo aveva tutta la luminosità e l'allegria che lo avevano precedentemente distinto. Tuttavia, una raffinatezza generale si era impossessata di lei, e Annunziata non era più la figlia della natura che era stata quando viveva nella romantica capanna nella foresta.

Madame de Rancogne fu la prima a parlare.

"Suor Annunziata," disse, "ecco sua Eccellenza il Conte di Monte-Cristo, Zuleika sua figlia, e il signor e la signora Morrel. Permettetemi di presentarveli e di assicurarvi che sono miei veri amici, su cui si può fare pieno affidamento. Desiderano interrogarvi riguardo a una certa questione. Potete rispondere alle loro domande senza paura e senza la minima esitazione. Il Conte di Monte-Cristo è l'anima stessa della cavalleria e dell'onore!"

Il Conte s'inchinò in segno di riconoscimento per questo discorso ben congegnato e, rivolgendosi ad Annunziata, la quale, nonostante le rassicurazioni di Mme. de Rancogne, aveva iniziato a tremare e a sentirsi a disagio, disse:

"Suor Annunziata, desidero porvi alcune domande importanti come vi ha detto la vostra Superiora. Sto conducendo un'indagine che promette di essere fruttuosa nei migliori risultati del bene più alto possibile. Suor Annunziata, desidero il vostro aiuto per ripulire la reputazione di un uomo innocente, uno che ha sofferto tanto quanto voi e per il quale potete, quindi, provare pietà e simpatia. Mi riferisco al Visconte Giovanni Massetti."

La ragazza ebbe un sussulto improvviso e divenne pallida come un cadavere.

"Il Visconte Giovanni Massetti?" ripeté lei, interrogativamente, dubitando a metà di aver sentito bene il nome.

"Sì," disse Monte-Cristo, "il Visconte Giovanni Massetti, che è stato falsamente accusato di avervi rapita!"

"Falsamente accusato!" gridò Annunziata. "Ma, Signor Conte di Monte-Cristo, lo sciagurato giovane è colpevole di tutto ciò di cui è stato accusato, indipendentemente dal fatto che le accuse siano state mosse da persone a lui ostili o meno!"

I visitatori stavano ancora osservando attentamente la ragazza contadina. Si aspettavano che avrebbe detto esattamente quello che aveva detto e, quindi, non erano minimamente stupiti o sconcertati. La sua serietà e la circostanza che certamente dovesse conoscere l'identità del suo rapitore erano ben calcolate per ispirare fiducia nelle sue affermazioni e indurre a credere alla colpevolezza del giovane Visconte Massetti.

Monte-Cristo rispose ad Annunziata con fermezza ma con riguardo.

"Sorella," disse, "nonostante la vostra convinzione che Massetti sia stato il vostro rapitore, so che il contrario è vero e ho in mio possesso una prova indubitabile di ciò che asserisco!"

Annunziata scosse il capo.

"La prova deve essere davvero conclusiva per scalfire la mia convinzione!" disse, con una leggera traccia di amarezza nel tono.

"È conclusiva!"

"Ma se il giovane Massetti è innocente del mio rapimento e dell'omicidio del mio povero fratello, chi è allora, in nome del Cielo, il colpevole?"

"Luigi Vampa!"

"Luigi Vampa?"

"Sì. Si è introdotto con la forza nella vostra capanna in quella notte fatidica, vi ha rapita e in seguito ha ucciso vostro fratello Lorenzo nella foresta."

"Dite di avere una prova indubitabile di questo. Come è stata ottenuta?"

"Da un uomo di nome Peppino, che ha origliato tutti i dettagli del nefario patto e della cospirazione ordita dal capo brigante e dal vecchio Pasquale Solara."

"Pasquale Solara? Mio padre! Oh! Signor Conte, cosa volete dire?"

"State calma, figlia mia, e ascoltatemi. Vostro padre vi ha venduto vilmente a Luigi Vampa per una grossa somma di denaro e insieme hanno organizzato il rapimento in modo tale che ogni sospetto cadesse con forza schiacciante sulle spalle del giovane italiano!"

Annunziata si portò la mano alla fronte e rimase immobile, radicata sul posto per l'orrore e lo stupore. Non provava un grande amore per il suo padre lunatico e scontroso, che non aveva mai fatto nulla per ispirare affetto in seno a sua figlia, ma, allo stesso tempo, le sembrava incredibile e orribile che il suo genitore fosse stato colpevole di questo comportamento innaturale nei suoi confronti, di questa condotta ignobile riguardo a un ospite innocente che, in tutta confidenza, stava godendo dell'ospitalità offerta dal suo tetto. Guardò Monte-Cristo con dubbio e poi Mme. de Rancogne, che le sorrideva incoraggiante.

"Che Dio mi sia testimone," disse solennemente, "credo che Giovanni Massetti sia stato il mio rapitore!"

"Certamente," replicò Monte-Cristo, "ma siete in errore!"

"Ho visto il suo volto! Sicuramente avrei dovuto essere in grado di riconoscerlo!"

"Certamente; ma, vi dico, tutto era stato organizzato così da ingannarvi facendovi credere che il giovane italiano fosse il criminale, il disprezzabile miserabile che non aveva rispettato l'onore di una donna!"

"Può essere come asserite, ma non riesco a liberarmi della mia ferma e radicata convinzione in merito. Ho perdonato il Visconte Massetti per il grave torto che mi ha fatto, ma fino all'ultimo giorno della mia esistenza terrena crederò che sia colpevole!"

Fissando improvvisamente gli occhi su Zuleika con uno sguardo di intensità sconcertante, Annunziata rimase in piedi come se fosse ansiosa di parlarle di qualche argomento molto importante.

La figlia di Monte-Cristo lo intuì e, avvicinandosi all'ex fioraia, le disse:

"C'è qualcosa che posso fare per voi, Suor Annunziata? Se è così, dovete solo chiedermelo!"

Annunziata posò la mano sulla spalla di Zuleika, chiedendo, con un tono che, nonostante tutti i suoi sforzi per controllarlo, non era poco incerto e tremante:

"Lo amate? — amate il Visconte Massetti?"

"Sì," rispose Zuleika, abbassando lo sguardo sotto l'intensità di quello dell'altra.

"Così pensavo, ma oh! figlia di una nobile famiglia, guardatevi dal perfido giovane! Non esiterà a ingannarvi come ha ingannato me! Poi vi lascerà al vostro destino come ha lasciato me al mio, e il dolore e la miseria per tutta la vita saranno la vostra parte!"

Zuleika guardò con pietà la ragazza contadina.

"Lo avete amato un tempo, non è vero?" chiese.

"Forse sì, forse no!" rispose Annunziata. "Non lo so! Certamente il mio cuore ha parlato per lui, ma quella potrebbe essere stata solo stima amichevole! Tuttavia, dopo il rapimento e gli orribili e vergognosi eventi che ne seguirono, ho iniziato a odiarlo con la più amara specie di odio! Vi ho detto che l'ho perdonato ed era la verità. Ho perdonato e sto cercando di dimenticarlo!"

C'era un luccichio sospetto negli occhi della ragazza mentre parlava, qualcosa che suggeriva la presenza di lacrime, ma il luccichio svanì e, voltandosi verso Mme. de Rancogne, disse:

"I vostri ospiti hanno finito di interrogarmi, Madame la Superiora?"

Mme. de Rancogne guardò interrogativamente Monte-Cristo, che annuì affermativamente.

"Il colloquio è concluso," rispose Helena, "e ora, se lo desiderate, potete tornare al vostro appartamento."

Annunziata, più colpita e agitata da ciò che aveva appena vissuto di quanto volesse ammettere, fece un cenno ai visitatori e alla Superiora e uscì in fretta dal salone.

"Povera ragazza! rimane perfettamente non convinta!" disse Monte-Cristo, dopo la sua partenza.

"E ha ragione!" replicò Mme. de Rancogne, calorosamente. "Ho sentito tutti i dettagli della sua storia e la catena di prove contro il Visconte Giovanni Massetti è del tutto completa. Dubitare della sua colpevolezza sarebbe pura idiozia!"

Dopo un soggiorno di poche altre ore al Rifugio, Monte-Cristo e il suo gruppo tornarono a Roma per lavorare attivamente alla causa di Massetti.

CAPITOLO XXVI.

VAMPA E MONTE-CRISTO.

Dopo il suo spaventoso ed estenuante duello con il vecchio Pasquale Solara, nel quale era stato quasi sconfitto e così segnalatamente favorito dal Destino, il Visconte Massetti si trascinò più che correre attraverso il boschetto di castagni lungo il ciglio della strada, fermandosi di tanto in tanto per guardarsi indietro tra gli alberi e notare cosa stesse accadendo tra i banditi di Vampa. Il suo antagonista ferito era evidentemente privo di sensi, poiché i briganti erano chinati su di lui, alcuni dei quali sembravano essere impegnati in tentativi di riportarlo ai sensi. Un'altra circostanza che tendeva a confermare questa supposizione era l'assenza di inseguimento, poiché, se il pastore fosse stato in grado di fornire anche le più frammentarie informazioni relative all'incontro, gli uomini di Vampa avrebbero immediatamente dedicato la loro attenzione alla ricerca del suo vittorioso assalitore e, nelle attuali condizioni di esaurimento di Giovanni, la sua cattura non avrebbe potuto essere in dubbio.

Il giovane italiano non perse un istante, ma si diresse verso Roma il più rapidamente possibile, sebbene il suo progresso fosse necessariamente faticoso e doloroso all'estremo. Avendo infine raggiunto la riva di un piccolo ruscello a una distanza di sicurezza dal luogo del conflitto, lavò la polvere e il sudore dal suo volto e tenne la mano intorpidita nell'acqua fresca e limpida finché il sangue non riprese la sua circolazione normale. Poi sistemò i suoi indumenti strappati e in disordine in modo da non attirare troppa attenzione dai passanti curiosi che certamente avrebbe incontrato alla periferia della città, riprendendo il suo viaggio rinvigorito e rinfrescato. Contrariamente alle sue aspettative, raggiunse infine l'Hotel de France senza suscitare alcuna osservazione o commento particolare. Una volta nel suo appartamento, chiuse accuratamente la porta e, gettandosi sul letto, respirò liberamente per la prima volta da quando il vecchio Solara era caduto per sua mano.

I suoi pensieri, tuttavia, non erano del tutto rassicuranti. Aveva ottenuto la vendetta di un italiano sul disprezzabile vecchio Pasquale Solara, che certamente meritava tutto ciò che aveva ricevuto, ma come avrebbe guardato Monte-Cristo alla faccenda quando ne fosse venuto a conoscenza, come indubbiamente sarebbe accaduto quando avesse iniziato la sua campagna contro Vampa, se non prima? Senza dubbio con forte disapprovazione e malcontento. Il Conte lo aveva ammonito di non farsi vedere, di frenare la sua impetuosità, e lui non aveva fatto né l'una né l'altra cosa. Al contrario, si era mostrato al pastore, aveva dichiarato la sua identità e si era assunto la responsabilità di trattare con lui, sebbene, a dire il vero, gli avesse dato una possibilità di difendersi. Se Solara fosse morto, se fosse spirato senza fare alcuna rivelazione, il suo segreto era al sicuro e nemmeno Monte-Cristo avrebbe potuto portarlo alla luce, ma la morte del vecchio Pasquale non avrebbe privato il Conte di un testimone importantissimo, un fattore importantissimo nella sua riabilitazione? Forse sì, forse no, poiché non era affatto certo che Monte-Cristo potesse costringere Solara a confessare e a fare almeno una parziale e tardiva ammenda per le sue atroci nefandezze. Era altamente probabile che il padre sciagurato di Annunziata, anche se messo alle strette, avrebbe persistito nel mantenere un silenzio di pietra e ininterrotto, non avrebbe fatto alcuna ammissione. Considerando questo punto di vista, il Visconte si sentì sollevato e, composto sul suo giaciglio, cedette all'influenza di un'estrema stanchezza e si addormentò. Il suo sonno fu profondo e senza sogni. Non sapeva esattamente quanto avesse dormito, ma nel frattempo un evento tanto inaspettato quanto presago di sventura si verificò quasi a portata d'orecchio da dove giaceva, un evento provocato dalla sua azione sconsiderata e avventata di quella mattina.

Il salotto di Montecristo era di fronte alla stanza di Massetti, con un ampio corridoio a separare i due appartamenti. Era tardi nel pomeriggio e il Conte, seduto alla scrivania, stava rimuginando sui suoi piani in relazione al Visconte. Le cose non erano procedute con la rapidità che aveva sperato. D'altronde, un ulteriore ritardo sembrava inevitabile. Massimiliano, naturalmente, non poteva far nulla, almeno per il momento, e la capacità di Valentina di essere utile era limitata a incoraggiare Zuleika e a esercitare un adeguato grado di sorveglianza sugli innamorati quando tale sorveglianza fosse stata possibile. Anche Peppino e Beppo erano relativamente inutili, sebbene, con indagini attente e ben dirette, avessero accertato che Luigi Vampa e la sua banda avevano cambiato dimora rispetto al vecchio ritrovo, sistemandosi in un fortilizio che non poteva essere avvicinato senza grandi difficoltà e pericoli. Nessuno dei briganti visitava più Roma e persino Vampa stesso sembrava diffidente verso il futuro. Secondo le informazioni raccolte da Peppino e Beppo, egli andava costantemente in giro sotto vari travestimenti che sfidavano ogni tentativo di scoperta, evitando accuratamente tutti i suoi soliti luoghi di ritrovo. Riguardo alle azioni del capo dei briganti, Montecristo non poteva avere che una di queste due opinioni: o era pieno di rimorso per la sua condotta vergognosa verso la povera Annunziata Solara e per la sua complicità col vecchio Pasquale nel far cadere l'innocente Visconte sotto sospetto, il che era dubbio, o temeva che la giustizia romana, stimolata dal giovane Massetti e dagli amici che ancora gli restavano, lo avrebbe raggiunto, il che era più probabile. Il Conte non aveva sperato molto in Annunziata Solara, sebbene avesse fatto un certo affidamento sull'effetto che avrebbe avuto su di lei la sua assicurazione di possedere prove conclusive dell'innocenza di Giovanni. Il suo recente colloquio con la ragazza, tuttavia, aveva stabilito il fatto che lei credeva fermamente il Visconte colpevole, ed era lecito presumere che avrebbe mantenuto la sua convinzione a dispetto di tutto, con tutta la proverbiale ostinazione femminile. D'altronde, dopo tutto, quali erano le sue prove conclusive? Semplicemente le affermazioni non corroborate di un ex membro della banda di Vampa, che nel farle era stato chiaramente mosso dal desiderio di vendetta personale contro il vecchio Pasquale Solara!

Il Conte non era poco scoraggiato, ma la sua convinzione sulla verità delle dichiarazioni di Peppino era forte come sempre e, nonostante tutti gli ostacoli apparentemente insormontabili, non dubitava che alla fine avrebbe trovato il modo di costringere Vampa e il pastore a una piena conferma di ogni dettaglio diabolico riferito dall'ex bandito nella cella del posto di polizia a Parigi.

Mentre sedeva così a meditare sui suoi cupi pensieri e a riflettere sul fatto che il ritardo avrebbe potuto prolungarsi per molti mesi, si udì bussare alla porta e, in risposta al suo permesso, Peppino entrò nel salotto.

Un'occhiata al volto pallido e agitato dell'uomo fu sufficiente a dire a Montecristo che era accaduto qualcosa di insolito.

"Bene," disse, fissandolo intensamente, "di che si tratta?"

L'uomo si guardò frettolosamente intorno nell'appartamento e, essendosi accertato che il suo padrone fosse solo, si avvicinò a lui, chinandosi e sussurrandogli all'orecchio:

"Signor Conte, un visitatore strano è di sotto e chiede di vedervi. È vestito come un nobile romano e il suo viso è truccato con pitture e cosmetici come quello di un attore sul palcoscenico di un teatro. Tuttavia, credo di aver trapassato il suo travestimento e che non sia altro che Luigi Vampa in persona!"

"Ah!" disse il Conte, alzandosi con un sorriso di soddisfazione. "Il cielo voglia che abbiate ragione! Se Vampa è qui, la sua visita semplificherà le cose."

"Ma non intendete ricevere il capo dei briganti, vero, Signor Conte?" disse Peppino, con tono allarmato.

"Perché, vi prego, non dovrei riceverlo, quando da così tanto tempo aspetto con impazienza un'opportunità per incontrarlo?" chiese Montecristo, con stupore.

"Perché," rispose l'italiano, con un'inconfondibile dimostrazione di paura, "potrebbe aver intuito la vostra missione a Roma e il suo affare con voi oggi potrebbe essere l'assassinio!"

Montecristo rise di cuore.

"Mio caro amico," disse con tono rassicurante, "scaccia i tuoi terrori infantili. Vampa non oserà nemmeno tentare di farmi del male! Fai salire il misterioso visitatore e lasciamo che il problema della sua identità venga risolto!"

"Conosco il vostro potere su Vampa, Signor Conte," replicò Peppino, esitando, "ma in questo caso particolare potrebbe venirvi meno!"

"Sciocchezze!" disse il Conte, con impazienza. "Ti dico che non temo Vampa. Fallo salire subito."

Peppino lasciò il salotto molto a malincuore, ritornando poco dopo con il sospetto visitatore.

Montecristo avanzò incontro al nuovo arrivato, il quale indicò silenziosamente Peppino, facendo un cenno verso la porta. Il Conte fece un cenno all'ex bandito che, con passo lento, lasciò la stanza.

Sebbene Vampa fosse accuratamente travestito e persino elegantemente vestito secondo la moda dell'aristocrazia romana, Montecristo, come Peppino, non ebbe alcuna difficoltà a riconoscerlo.

"Bene, Luigi Vampa!" disse, affrontando il suo visitatore e incrociando le braccia con calma non appena furono soli. "Cosa volete da me?"

Il capo dei briganti non sembrò né sconcertato né sorpreso, nemmeno minimamente. Ricambiò con audacia lo sguardo del suo ospite e disse:

"Sapevo che mi avreste riconosciuto subito, perché sono ben consapevole della vostra straordinaria acutezza e penetrazione, Signor Conte, ma, a dire il vero, il mio travestimento non era inteso a ingannarvi; il suo unico scopo era garantirmi un ingresso e un'uscita sicuri da Roma che, ultimamente, è diventata pericolosa per gli uomini della mia professione!"

Il Conte sorrise nel suo modo peculiare.

"Cosa volete da me, Luigi Vampa?" ripeté. "La vostra commissione deve essere di vasta importanza, visto che vi siete preso tanta pena per eseguirla!"

"È di vasta importanza, Signor Conte. Questa mattina, uno dei membri più efficienti della mia banda, il vecchio Pasquale Solara, è stato attaccato e gravemente ferito dal vostro protetto, il Visconte Giovanni Massetti!"

"Il vecchio Solara attaccato e gravemente ferito dal Visconte Massetti? Impossibile!"

Il Conte era molto contrariato da questa notizia; non riuscì a celare il suo disappunto. L'avventatezza e l'impetuosità del Visconte avrebbero rovinato tutto!

"Ciò che dico è vero," continuò Vampa, "e sono venuto da voi per protestare. Dovete trattenere questo Visconte Massetti, questo pazzo spericolato! Professa di nutrire rancore verso Pasquale Solara e non si può dire a che lunghezze potrebbe arrivare se non lo tenete a freno. Se Pasquale fosse stato in grado di parlare quando è stato trovato disteso in un bagno di sangue sulla strada maestra da alcuni membri della mia banda, il giovane Massetti sarebbe stato inseguito, catturato e costretto a pagare con la vita la sua aggressione omicida; ma è stato solo più tardi, quando è stato portato al mio cospetto, che è tornato abbastanza cosciente da raccontare quanto accaduto. Signor Conte, desidero rispettare i vostri amici, ma essi, da parte loro, devono rispettare me e la mia banda!"

"Luigi Vampa," rispose Montecristo con severità, "dite che il giovane Massetti nutre rancore verso il vecchio Pasquale Solara! Ciò che cercate di sminuire con il nome di rancore è semplicemente la giusta indignazione per un oltraggio quale esseri umani raramente commettono! Questo lo sapete! Voi, a cui Solara ha vilmente venduto sua figlia! Voi, che avete complottato con quel vecchio scellerato affinché l'accusa di rapimento e omicidio potesse cadere sulle spalle innocenti del Visconte, quando voi, Luigi Vampa, eravate il colpevole!"

Il capo dei briganti ebbe un sussulto e impallidì sotto la pittura e i cosmetici di cui il suo volto era densamente ricoperto.

"Siete stato ingannato, Signor Conte!" balbettò, colto in svantaggio, ma parlando tuttavia con cautela e cercando di mantenere un contegno audace. "La ragazza stessa, Annunziata Solara, vi giurerà che il Visconte Giovanni Massetti è stato il suo rapitore e l'autore della sua rovina!"

"Sì," rispose Montecristo con amarezza, "lo dice e lo dirà, perché è stata completamente accecata dagli stratagemmi astuti e diabolici a cui siete ricorso, aiutato e spalleggiato da quell'infame scellerato del vecchio Pasquale Solara, per il quale una morte lenta sulla ruota dell'antica Inquisizione spagnola non sarebbe una punizione sufficiente!"

"Parlate con molta sicurezza, Signor Conte," disse Vampa, riacquistando la sua fredda padronanza di sé. "Vi prego, ditemi come pensate di provare tutto questo?"

"Sarei davvero sciocco se lo facessi," rispose Montecristo, vedendo la trappola del capo dei briganti ed evitando abilmente di caderci. "Tuttavia, basti dire che posso e voglio dimostrare tutto ciò che ho asserito! Persino Annunziata Solara stessa ne sarà pienamente convinta!"

"Signor Conte," disse Vampa implorante, "siamo stati a lungo buoni amici, ci siamo capiti a lungo perfettamente. Non lasciate che le chiacchiere oziose che persone interessate vi hanno versato nelle orecchie distruggano quell'amicizia e quell'intesa!"

"Non ho ascoltato chiacchiere oziose da parte di persone interessate," replicò il Conte. "Ciò che ho ascoltato è stata una esposizione piana e semplice della verità. So come il vecchio Solara vi abbia chiamato con il suo fischio di richiamo, come abbiate contrattato con lui per la sua bella figlia e come alla fine l'abbiate comprata da lui! So come abbiate rapito la ragazza mentre il suo infame padre attendeva fuori dalla capanna con una torcia, come l'abbiate portata via tra le braccia attraverso la foresta, uccidendo suo fratello e incontrando a vostra volta mio figlio Esperance e il Visconte Massetti. So come l'abbiate condotta alla capanna che avevate preparato, come l'abbiate tenuta prigioniera lì, sorvegliata dai membri della vostra banda, finché il vostro vergognoso scopo non è stato raggiunto! So come abbiate scritto quella lettera firmata Tonio che intendeva influenzare la convinzione di Annunziata sulla colpevolezza del Visconte, e so come il vecchio Solara l'abbia nascosta dove sua figlia l'ha poi trovata e letta! Ora, Luigi Vampa, siete soddisfatto? Poco fa avete detto che ci siamo a lungo capiti. Spero che non ci sarà alcun malinteso da parte vostra quando vi dirò che intendo costringere sia voi che il vecchio Solara a confessare i vostri crimini e a ripararvi per quanto possibile!"

"Allora dichiarate guerra contro di noi?" gridò il capo dei briganti.

"Lo faccio!" rispose Montecristo freddamente.

"Allora, a nome mio e di Pasquale Solara, vi sfido, Edmond Dantès, Conte di Montecristo!"

Indietreggiò verso la porta come se temesse che il Conte potesse attaccarlo. Quando la raggiunse, si voltò, la spalancò e uscì nel corridoio, trovandosi immediatamente nelle mani di Peppino e Beppo, i quali lo consegnarono subito a una squadra di poliziotti, il cui ufficiale al comando disse:

"Vi arresto, Luigi Vampa! Seguitemi!"

CAPITOLO XXVII.

LE RAPPRESAGLIE DEI BANDITI.

Montecristo rimase sbalordito quando vide Luigi Vampa arrestato dal poliziotto romano e la sua squadra; il suo primo pensiero fu che Peppino, non volendo lasciarsi sfuggire un'occasione così propizia per ottenere vendetta, avesse tradito il capo dei briganti alle autorità; quest'idea fu apparentemente confermata dalla parte che i due ex banditi avevano preso nella cattura del loro ex capo; quindi, dopo che gli ufficiali e il loro prigioniero se ne furono andati, si voltò furiosamente verso Peppino e disse, con tono di rabbia:

"Questo è un bel lavoro da far fare a uno dei miei servitori, specialmente a uno di cui ci si fida come di te!"

"Signor Conte," rispose Peppino umilmente, "vi sbagliate. Non ho avuto alcuna parte in tutto ciò, se non obbedire all'ordine dell'ufficiale al comando della polizia."

"Davvero!" esclamò il Conte con incredulità.

"Sì," continuò Peppino con la stessa voce umile, "e Beppo qui è ugualmente innocente. L'ufficiale ha seguito Vampa fino all'albergo ed è stato informato che io lo avevo condotto al vostro cospetto. Ha quindi mandato a chiamarmi, ordinandomi senza ulteriori indugi di prendere Beppo, che per caso era in mia compagnia, e di catturare il capo, che gli era personalmente ignoto, nell'istante in cui avesse lasciato il vostro salotto. Confido che la vostra Eccellenza ci perdonerà, poiché non potevamo far altro che obbedire."

"In tal caso," disse Montecristo, "nessuna colpa ricade su nessuno di voi, ma, nondimeno, l'arresto di Vampa in questo momento critico interferirà seriamente con le mie operazioni programmate."

La polizia aveva condotto le cose molto silenziosamente; tuttavia, il calpestio di molti piedi nel corridoio aveva svegliato il Visconte e lo aveva riempito di terrore. Conoscendo l'audacia senza pari dei banditi, giunse subito alla conclusione che un gruppo di loro fosse entrato a Roma e avesse preso possesso dell'Hotel de France con l'obiettivo di catturarlo come assassino del vecchio Pasquale Solara, che non dubitava fosse morto. Quando il calpestio dei piedi, che il Conte e Vampa erano troppo presi per sentire, si fermò proprio davanti alla sua porta, si convinse definitivamente di ciò e balzò dal letto in preda a un folle allarme. Si guardò freneticamente intorno in cerca di una via di fuga, ma non ce n'erano. Se i briganti erano fuori, era in trappola e sarebbe caduto rapidamente nelle loro mani. Ascoltò con la massima ansia, aspettandosi da un momento all'altro che la sua porta venisse sfondata e i suoi spietati nemici irrompessero nella camera. Nessun movimento del genere, tuttavia, fu fatto. Regnava un silenzio di morte. Che significato aveva tutto ciò? Cosa stava accadendo o stava per accadere? Se gli uomini nel corridoio non erano i banditi di Luigi Vampa, chi erano? Il Visconte si perse in un confuso labirinto di congetture. Non osava fare un esame personale e accertarsene. Nel mezzo delle sue congetture, udì una porta aprirsi proprio di fronte al corridoio e capì che era quella di Montecristo. Poi una voce di severo comando ruppe il silenzio, ma non riuscì a distinguere cosa fosse stato proferito, sebbene gli sembrò di carpire l'ominosa parola "arresto", che fu quasi immediatamente seguita da un rinnovato calpestio di piedi. Questo suono si spense rapidamente e tornò il silenzio. Il giovane Massetti era più perplesso che mai. Non riusciva a cavare un ragno dal buco nel complesso problema che gli si presentava. Improvvisamente lo colse un pensiero che gli fece imperlare la fronte di sudore freddo. Montecristo era stato arrestato e portato via in una prigione romana! Poi udì la ben nota voce del Conte rivolgersi con rabbia a qualcuno e questo pensiero allarmante svanì rapidamente come era venuto. La parte arrestata, se un arresto era stato effettuato, non era quindi Montecristo, ma qualcun altro, qualcuno che era venuto dal salotto del Conte. Chi poteva mai essere? Massimiliano Morrel? No, l'idea era assurda, poiché cosa avrebbe mai fatto il giovane francese per provocare un arresto? Alla fine, non potendo più sopportare l'incertezza e la suspense, il Visconte aprì cautamente la porta e diede un'occhiata nel corridoio. I suoi occhi si posarono su Montecristo, Peppino e Beppo. Il primo lo vide e si avvicinò subito a lui.

"Cosa è successo?" chiese Massetti con ansia.

"Luigi Vampa era qui ed è stato portato via prigioniero dalla polizia," rispose il Conte.

"Luigi Vampa!" gridò il giovane italiano con stupore.

"Sì, Luigi Vampa," rispose Montecristo, con la fronte che si oscurava.

"Cosa lo ha portato all'Hotel de France?"

"È venuto a lamentarsi di voi!"

"Di me?"

"L'ho detto."

"E voi lo avete fatto arrestare?"

"Non l'ho fatto. Il suo arresto è dovuto interamente alla sua stessa avventatezza. La polizia lo ha seguito fin qui e lo ha preso nel momento in cui lasciava il mio appartamento."

Mentre parlava, Montecristo entrò nella camera di Giovanni. Chiudendo la porta alle sue spalle, rimase a guardare il Visconte con aria cupa.

"Giovanni Massetti," disse con tono lento e misurato, "avete ignorato le mie ingiunzioni e con la vostra impetuosità avete messo a repentaglio tutti i miei piani! Avete agito male, molto male, nell'attaccare il vecchio Pasquale Solara stamane!"

"Ne sono profondamente consapevole ora, dopo una calma riflessione," rispose il Visconte con pentimento. "Ma tuttavia dovete concedermi qualche attenuante. Mi sono imbattuto improvvisamente nel pastore e la mia indignazione e il desiderio di vendetta hanno avuto così tanto la meglio su di me alla vista di lui che non ho potuto controllarmi. Tuttavia, gli ho dato una possibilità di salvarsi la vita. Abbiamo combattuto un duello disperato ed è stato ferito, ma se mortalmente o meno mi è impossibile dirlo, poiché gli uomini di Vampa hanno fatto la loro apparizione subito dopo la sua caduta, e sono stato costretto a una fuga precipitosa."

"Se Solara dovesse morire," disse Montecristo malinconicamente, "ci avrete privato di un testimone importantissimo, poiché contavo di costringerlo a parlare, a rivelare ogni dettaglio dell'infame cospirazione contro di voi. Ma come voi, non conosco le sue condizioni attuali, poiché Vampa non mi ha concesso alcuna informazione a tal proposito. Posso solo sperare che non sia gravemente ferito e che si riprenda."

"Sono singolarmente sfortunato," disse il Visconte umilmente. "Tutto ciò che faccio sembra essere sbagliato."

"Perché siete governato solo dall'impulso e non aspettate che il vostro giudizio più calmo venga in vostro aiuto," rispose Montecristo. Poi aggiunse con fermezza: "Giovanni Massetti, o vi sottometterete totalmente a me per il futuro, lasciandovi guidare interamente dai miei desideri, o sarò costretto a lasciarvi al vostro destino! Non c'è bisogno che vi dica che vi abbandonerò molto a malincuore, ma dovrò abbandonarvi a meno che non cessiate di ostacolare i miei sforzi per voi!"

Il giovane italiano afferrò convulsamente la mano del suo benefattore.

"Vostra Eccellenza," esclamò supplicando, "non abbandonatemi, non lasciatemi al mio destino in questo momento critico! Vi cederò cieca e implicita sottomissione e obbedienza! Per il futuro non farò nulla, non farò nemmeno il minimo, più insignificante passo senza la vostra diretta autorizzazione o espresso comando!"

"Va bene, Giovanni," disse il Conte, evidentemente molto sollevato nel trovare il suo ardente protetto così trattabile. "Continuerò il lavoro che ho iniziato e cercherò anche di portarlo a una conclusione rapida e di successo. L'arresto di Vampa e il ferimento del vecchio Solara hanno complicato le cose fino a un certo punto, ma confido che un breve lasso di tempo sarà sufficiente a districare le complicazioni e gli intrecci, e allora il risultato sarà la felicità per tutti noi, la ricompensa più ricca possibile!"

"Dio lo voglia!" gridò Massetti con fervore.

"Ora," disse il Conte, "non dovete lasciare l'Hotel de France nemmeno per un momento senza il mio permesso! Me lo promettete?"

"Non solo lo prometto, lo giuro!" esclamò il Visconte, sollevando gli occhi e la mano destra verso il Cielo.

"Va bene," ripeté Montecristo gioiosamente e, voltandosi, lasciò la stanza di Massetti.

Era stato pianificato che il Conte avrebbe portato Zuleika a cavalcare la mattina seguente, ma il desiderio di sapere cosa fosse successo a Luigi Vampa e cosa le autorità si proponessero di fare nel suo caso impedì a Montecristo di mantenere la promessa fatta a sua figlia. Egli, tuttavia, decise di non privare Zuleika del piacere che si aspettava dalla sua passeggiata e, quindi, quando la carrozza e i suoi cavalli vivaci furono portati alla porta dell'albergo, fece sedere Peppino a cassetta col fedele Ali per agire come guardia e protettore aggiuntivo.

Zuleika, dopo aver dato al padre un tenero addio, fu aiutata da lui a salire sull'elegante veicolo e Ali partì, governando i destrieri scalpitanti e vivaci con tutto lo slancio e l'abilità di un veterano cocchiere parigino.

Percorsero il Corso, che come al solito era affollato di equipaggi splendidi e gaudenti passanti, facendosi infine strada verso la vasta e bellissima Piazza del Popolo, che presentava una scena ancora più animata e vivace del Corso. Gli eleganti equipaggi erano lì integrati da cavalieri superbamente montati e i vari sentieri erano vivi di belle ragazze e dei loro galanti, mentre, frammisti alle classi migliori, c'erano contadini di entrambi i sessi riccamente abbigliati, alcuni semplicemente a bighellonare, altri a vendere piccole merci e fiori.

Stancatasi alla fine delle solite viste di Roma, Zuleika ordinò ad Ali di spingersi per un breve tratto in campagna. Egli obbedì con notevole riluttanza, poiché era ben consapevole dei pericoli da incontrare nei dintorni della città, e Peppino, da parte sua, era anch'egli a disagio, sebbene non si azzardasse a protestare contro quella che considerava una capricciosa censurabile della sua giovane padrona.

Tuttavia, guidarono per parecchi chilometri senza che accadesse il minimo incidente che giustificasse i timori di Ali e Peppino o turbasse la serenità di Zuleika. La giovane ragazza si godette immensamente la campagna aperta, con i suoi alberi maestosi, il verde e i profumi rinfrescanti, e si congratulò interiormente con se stessa per aver variato il suo programma lasciando la polverosa Roma dietro di sé per un po'.

Nel frattempo Ali, con l’abituale fatalismo della sua nazione, si era rassegnato in anticipo a qualunque cosa potesse accadere e proseguiva dritto con lo sguardo impassibile fisso sui cavalli. Non così Peppino; l’astuto e ben informato italiano era costantemente in allerta, scrutando ogni macchia, gruppo di alberi o curva della strada con uno sguardo indagatore molto tempo prima di raggiungerli; sebbene nulla di sospetto avesse ancora incontrato il suo sguardo, non era affatto soddisfatto né rassicurato.

Infine si avvicinarono a una piccola locanda lungo la strada e Zuleika, lamentando sete, ordinò che la carrozza fosse fermata e che Peppino scendesse dal suo posto, entrasse nella locanda e procurasse del vino per lei. Peppino fece una smorfia a questo comando, ma non ebbe il coraggio di spiegare alla figlia di Monte-Cristo che obbedendole correva il rischio di incontrare alcuni dei suoi vecchi compagni che avrebbero potuto rivelarsi troppo curiosi. Scese lentamente dalla carrozza e con un’espressione estremamente afflitta si diresse verso la locanda. Non se n’era andato da un istante che riapparve improvvisamente, correndo verso la carrozza ed emettendo alte grida di allarme. Una mezza dozzina di uomini dall’aspetto rozzo lo inseguivano e prima che potesse raggiungere il veicolo fu catturato. Contemporaneamente un altro gruppo di malviventi uscì dalla locanda, afferrando i cavalli per le briglie proprio mentre Ali stava per ripartire.

"Non così in fretta, mio bruno amico!" disse uno degli uomini. "Dobbiamo fare la conoscenza della tua bella giovane padrona!"

Zuleika sedeva senza parole, gelata dal terrore. Ali sollevò la frusta per colpire il malvivente che aveva parlato così sfacciatamente della figlia di Monte-Cristo, ma l’indignato muto fu istantaneamente sopraffatto e trascinato a terra.

Nel frattempo gli uomini che tenevano Peppino nelle loro grinfie lo stavano esaminando attentamente.

"Giurerei," disse uno di loro, "che questo è il nostro vecchio compagno, Peppino, che è scappato da noi così senza cerimonie, portando con sé tutto ciò su cui ha potuto mettere le mani!"

"È Peppino," aggiunse un altro. "Lo riconosco nonostante la faccia sporca e la livrea! Per la Santa Vergine!" aggiunse, "conosco anche la livrea! È di Monte-Cristo!"

"Allora anche la carrozza e i cavalli sono di Monte-Cristo!" disse il primo interlocutore. "Nessun dubbio, inoltre, che quella giovane donna lì sia un membro della famiglia del Conte. Abbiamo seguito Peppino per un po’ di divertimento, compagni, ma siamo incappati in un colpo di fortuna raro! Monte-Cristo è responsabile dell’arresto di Vampa ieri, poiché il capo è stato preso mentre lasciava la sua stanza. Ora possiamo fare delle rappresaglie!"

"Eccellente!" gridò un altro della banda. "Possiamo fare delle rappresaglie e ottenere almeno un ostaggio di valore per la salvezza di Vampa! Signora," disse alla terrorizzata Zuleika, "chi siete?"

La povera ragazza, controllando la voce come meglio poteva, rispose con una certa dignità:

"Sono Zuleika, figlia del Conte di Monte-Cristo! In suo nome esigo che ci rilasciate immediatamente!"

"Così!" disse l’uomo, voltandosi verso i suoi compagni deliziati. "Sua figlia! Possiamo ora contare sulla salvezza di Vampa senza l’ombra di un dubbio!"

Il capo dei banditi uscì ora dalla locanda; dopo essere stato informato dell’importante cattura fatta dai suoi uomini, si strofinò le mani per la gioia. Voltandosi verso i suoi luogotenenti, disse:

"Mettete una guardia sulla carrozza accanto alla figlia di Monte-Cristo e fate sì che un altro compagno guidi il mezzo fino al ritrovo della banda. Quanto al conducente di colore, lasciatelo tornare a piedi a Roma e porti la notizia al suo padrone con i complimenti degli uomini di Vampa!"

"Cosa si farà con Peppino?" chiese uno dei luogotenenti.

"Impiccatelo all’albero più vicino!" rispose il capo, ma, dopo una seconda riflessione, aggiunse: "No. Tenetelo! Forse Monte-Cristo attribuisce un qualche valore a questo scellerato e non sarebbe una cattiva strategia trattenerlo come ostaggio aggiuntivo!"

Peppino, che aveva ascoltato attentamente le parole del capo, tirò un profondo sospiro di sollievo. Avrebbe certamente subito un trattamento duro, ma almeno la sua vita era salva. Si sottomise quindi a farsi legare senza un mormorio e sorrise persino mentre veniva portato via.

Gli ordini del capo riguardanti Zuleika e il mezzo furono prontamente eseguiti, e presto la figlia di Monte-Cristo fu una prigioniera in una cella rocciosa del covo sotterraneo dei banditi.

Ali, non appena liberato, partì per Roma per dare l’allarme.

CAPITOLO XXVIII.

IL RAID CONTRO I BANDITI.

Quando Ali raggiunse l’Hotel de France e si trascinò fino all’appartamento del suo padrone, cosa che avvenne solo a pomeriggio inoltrato, le sue condizioni erano davvero deplorevoli. Con i piedi doloranti e pronto a cadere per l’estrema fatica, barcollava come un uomo ubriaco. Era coperto di polvere e un sudore profuso faceva luccicare la sua pelle scura. Il fedele muto si gettò subito ai piedi del Conte, abbracciandogli le ginocchia e nella sua meravigliosa pantomima supplicando eloquentemente perdono.

Monte-Cristo, che soffriva tormenti a causa della prolungata assenza della sua amata figlia, intuì immediatamente che le era capitato qualche terribile incidente e divenne quasi folle di dolore e apprensione. Sollevando Ali, gli disse con voce rotta e ansiosa:

"Dimmi cosa è successo senza giri di parole o ritardi, e dimmi tutto!"

Il nubiano fece un profondo salaam in segno di sottomissione e obbedienza. Poi procedette, nel suo modo peculiare di narrare eventi con cui Monte-Cristo aveva così tanta familiarità e che in questo caso interpretò fin troppo prontamente e infallibilmente, a raccontare i particolari del fatale viaggio verso la periferia della città e della cattura di Zuleika, Peppino e del mezzo da parte dei briganti.

Monte-Cristo sedette per un istante dopo che ebbe concluso come uno stupefatto, così totalmente sopraffatto era dall’inaspettata e distraente notizia. Poi balzò in piedi e iniziò a camminare per la stanza, borbottando mentre camminava:

"Quindi i miserabili hanno sequestrato mia figlia e il servitore a titolo di rappresaglia e intendono tenerli come ostaggi per la salvezza di Luigi Vampa! Cosa si deve fare? Lasciatemi pensare, lasciatemi pensare!"

Si mise una mano sulla fronte e accelerò il passo, andando avanti e indietro con tale febbrile rapidità che persino Ali, impassibile com’era per natura, mostrò allarme, temendo l’effetto di tutto questo spaventoso ed estenuante eccitamento sul suo adorato padrone, per salvare il quale dal minimo problema o dolore avrebbe dato liberamente e senza esitazione la vita. Monte-Cristo continuò a borbottare:

"Vampa è un prigioniero, strettamente rinchiuso in una prigione del Castello di Sant’Angelo. Sarà processato per i suoi numerosi crimini, tra i quali ho fatto includere il rapimento di Annunziata Solara e il suo tentativo di infangare la buona reputazione del Visconte Massetti. La sua condanna e punizione come bandito possono essere accettate come certe, qualunque possa essere il destino degli altri capi d’accusa nell’oscuro atto d’accusa contro di lui, poiché folle di coloro che ha derubato e maltrattato testimonieranno, e le autorità romane sono per qualche motivo diventate improvvisamente i suoi mortali, implacabili nemici; non gli mostreranno alcuna pietà! Ma il resto dell’infame banda, cosa si deve fare con loro? Nulla, assolutamente nulla, per quanto ho potuto apprendere! Perché? Forse perché la polizia teme di attaccare i briganti nella loro roccaforte! Ma cambierò questa voce del programma... sì, la cambierò! Andrò subito dal Cardinale Monti, mi lamenterò che mia figlia è stata sequestrata dai banditi e offrirò, con l’aiuto del Capitano Morrel, di guidare un distaccamento di soldati contro di loro. Animati da Maximilian e da me, i militari mostreranno coraggio per una volta. Il risultato non può essere in dubbio. Cattureremo l’intera banda, insieme alla loro famosa roccaforte, e salveremo Zuleika. Anche Peppino sarà liberato. Non porterò Massetti con me... no, è troppo impulsivo e potrebbe compromettere il successo dell’impresa... no, non lo prenderò, non lo informerò nemmeno di ciò che mi propongo di fare. Il Cardinale difficilmente oserà rifiutarmi. Se dovesse esitare, tuttavia, lo costringerò ad acconsentire per vergogna, lo minaccerò di invocare l’aiuto del ministro francese! No, non mi rifiuterà! Ora alla prova del mio potere! Oh! Zuleika, mia cara bambina, ti salverò, ti salverò!"

Indossando in fretta il cappello e gettandosi addosso un mantello leggero, il Conte di Monte-Cristo partì per la sua missione, una missione certamente del tutto caratteristica di quell’uomo meraviglioso.

Il Cardinale Monti lo ricevette cordialmente, ascoltò la sua lamentela e, dopo aver tergiversato leggermente, accettò la sua offerta di guidare i soldati contro i temibili briganti, accettando di mettere duecento uomini della Guardia Svizzera, adeguatamente guidati e equipaggiati, a disposizione sua e del Capitano Morrel. Fu deciso che la spedizione sarebbe partita dal Castello di Sant’Angelo alle dieci di quella notte e sarebbe stata guidata da un contadino fidato, allora al servizio del Cardinale, che sosteneva di conoscere l’esatta ubicazione del rifugio dei banditi e il percorso più sicuro per arrivarci.

Sistemati questi preliminari in modo soddisfacente, Monte-Cristo, con il cuore che traboccava di gioia, tornò immediatamente all’Hotel de France per avvisare il Signor Morrel e per fare i preparativi per la campagna imminente. Dopo essere stato informato del sequestro di Zuleika da parte dei fuorilegge e della parte che suo padre desiderava che prendesse nella sua liberazione, Maximilian acconsentì istantaneamente, fin troppo felice di avere una tale importante opportunità di servire il suo benefattore. La sventura di Zuleika, tuttavia, lo rattristò grandemente.

"Valentine sa della cattura di tua figlia?" chiese al Conte.

"No," rispose Monte-Cristo, "e ti prego di non dirglielo finché non si conoscerà il risultato della spedizione. Desidero mantenere l’intera faccenda un segreto stretto affinché il giovane Massetti non ne venga a conoscenza e rovini i nostri piani con la sua solita sconsideratezza. Con questo intento ho già istruito Ali, l’unica persona oltre a te nell’Hotel de France a conoscenza del terribile colpo che mi ha colpito, di astenersi dal comunicare la notizia a chiunque. È meglio così, perché i briganti hanno indubbiamente spie a Roma in questo momento ed è consigliabile la massima cautela."

Il Signor Morrel acconsentì prontamente alla saggezza della politica di completo silenzio del Conte, e i due si separarono per prepararsi silenziosamente alla perigliosa ed eccitante avventura della notte.

Alle nove e mezza Monte-Cristo e Maximilian entrarono nel cortile del cupo Castello di Sant’Angelo, dove il distaccamento della Guardia Svizzera era già schierato sotto le armi in attesa di ordini. Il Conte indossava un abito semimilitare e aveva una spada al fianco, mentre il suo amico era vestito con l’uniforme completa di Capitano dell’Esercito di Francia e parimenti dotato dell’arma di regolamento. Sia lui che Monte-Cristo avevano un paio di pistole alle cinture, fresche e accuratamente caricate.

Il Capitano della Guardia Svizzera li ricevette e presentò il contadino che il Cardinale Monti aveva inviato per fare da guida. Poi passò il comando dei suoi uomini al Capitano Morrel, che si rivolse loro brevemente in francese, lingua con cui avevano molta familiarità, informandoli che lui e Sua Eccellenza, il Conte di Monte-Cristo, contavano su ogni uomo affinché facesse il suo dovere nel sopprimere i banditi e salvare dalle loro rozze grinfie una bellissima giovane ragazza francese, nientemeno che la figlia del Conte stesso.

Al termine di questo discorso i soldati salutarono, l’unico modo in cui i regolamenti militari permettevano loro di rispondere.

Monte-Cristo e il Signor Morrel ebbero poi un breve colloquio con la guida contadina, che sembrava molto intelligente e perfettamente al corrente riguardo ai banditi e alla loro roccaforte. Le informazioni che diede furono sotto ogni aspetto soddisfacenti e fu abbondantemente chiaro che ci si poteva fidare ciecamente dell’uomo.

Tutto era ora pronto e, mentre l’ora delle dieci veniva suonata dall’orologio del Castello di Sant’Angelo, le truppe guidate dal Capitano Morrel e dal Conte uscirono dal cortile e iniziarono la loro marcia. Quando fu raggiunta la campagna aperta, la guida prese posizione un tantino avanti al distaccamento e aprì la strada. Fu mantenuto un silenzio completo e fu prestata la massima cura per attutire il calpestio dei piedi dei soldati.

Dopo aver marciato fino a quasi mezzanotte, la guida con un sussurro basso e cauto informò il Conte e Maximilian che la roccaforte dei banditi era vicina. Fu ordinata immediatamente una breve sosta per riposo e recupero; poi l’avanzata fu ripresa, seguita da una lotta con la sentinella dei briganti, che fu afferrata e sopraffatta prima che potesse dare anche il minimo allarme.

"Ora, uomini," disse il Capitano Morrel, con tono fermo e autoritario, "per uno scatto pronto e intrappoleremo tutti i lupi nella loro tana sotterranea!"

La grotta aveva due ingressi. Il Conte, a capo di metà delle truppe, si impadronì rapidamente di uno e Maximilian, con il resto del distaccamento, occupò prontamente l’altro.

Fin qui il successo della spedizione era stato completo. I fuorilegge erano in gabbia e non potevano scappare, ma, ciononostante, era probabile che avrebbero opposto una resistenza disperata e sanguinosa. Contemporaneamente Monte-Cristo e il Capitano Morrel penetrarono nelle tenebrose profondità con i loro uomini e una dozzina di torce rapidamente accese illuminarono la caverna come per magia. Istantaneamente si levò un coro di grida selvagge emesse dai banditi sorpresi, che, armati fino ai denti, accorsero da ogni direzione. Ne seguì una feroce battaglia corpo a corpo, con la caverna che riecheggiava il crepitio dei moschetti, i colpi di pistola e il cozzare delle spade.

Come previsto i briganti combatterono disperatamente e con la massima furia. Erano coraggiosi, uomini robusti, e sebbene accerchiati da ogni lato speravano evidentemente di trionfare sugli invasori della loro roccaforte e di scacciarli nel disordine e nel terrore. La loro precedente esperienza con la Guardia Svizzera e la polizia garantiva loro di nutrire questa speranza, ma nell’occasione presente avevano fatto i conti senza l’oste, poiché i soldati non avevano mai avuto prima capi così intrepidi, determinati e abili.

La battaglia durò per oltre un’ora e non fu finché molti non furono uccisi e feriti da entrambe le parti che i fuorilegge iniziarono a mostrare segni di cedimento. Monte-Cristo e il Capitano Morrel compirono prodigi di valore, animando e incoraggiando le loro truppe sia con le parole che con l’esempio. Alla fine i fuorilegge furono completamente sottomessi, e quelli di loro che non erano stati uccisi furono fatti prigionieri. Il Conte scappò senza un graffio, ma Maximilian fu leggermente ferito alla mano sinistra.

Quando il fuoco e il cozzare delle spade cessarono, il Capitano Morrel diede l’ordine di perquisire la caverna per Zuleika e Peppino, ponendo prima delle sentinelle agli ingressi per proteggersi da sorprese e impedire la fuga di alcuno dei banditi che nel mezzo della confusione potesse scivolare via dai loro catturatori.

"Dove sono le celle?" chiese Monte-Cristo alla guida contadina, che aveva virilmente fatto la sua parte nella lotta.

"Seguitemi," rispose l’uomo. "Vi porterò da loro."

Monte-Cristo, ora che l’eccitazione dello scontro lo aveva abbandonato, era pieno di ansia per sua figlia. Cosa le era successo da quando era stata prigioniera nel covo dei banditi? Il suo onore era stato rispettato così come la sua vita? La sua suspense era la tortura più terribile possibile da concepire. Riusciva a malapena a trattenersi fino a quando non avesse appreso la verità, fosse essa fatale o favorevole. Maximilian era quasi altrettanto agitato, ma riuscì a mantenere un aspetto relativamente calmo affinché potesse meglio sostenere e incoraggiare il suo amico in questa sua ora di amaro bisogno.

Il contadino, tenendo una torcia sopra la testa, li condusse in un corridoio buio e umido, seguito da diversi soldati al comando di un tenente. Il gruppo non aveva fatto molti passi quando divennero udibili le grida di un uomo, provenienti da una cella poco distante. La porta di questa cella era fissata solo da una barra di ferro, per rimuovere la quale ci volle solo un istante, quando si scoprì che le grida provenivano da Peppino, che avendo udito il rumore del conflitto e concluso che i soccorsi erano vicini, aveva iniziato subito a gridare per poter rivelare la sua posizione agli invasori. L’ex bandito fu rimesso in libertà e la perquisizione continuò.

Poco dopo, un gemito basso colpì l’orecchio attento del Conte.

"Che cos’era?" chiese, con un sussulto.

"Un gemito che è stato senza dubbio emesso da vostra figlia!" rispose la guida.

"Mia figlia!" gridò il Conte. "Allora, grazie a Dio, è viva!"

Raggiunsero un’altra cella, la porta della quale, come quella di Peppino, era fissata da una barra. All’interno della cella il gemito basso continuava. Monte-Cristo afferrò la barra, la fece ruotare da parte e spalancò la porta; poi balzò nella cella, chiamando freneticamente sua figlia.

Zuleika giaceva in un angolo su un mucchio di paglia e gemeva pietosamente. Al suono della voce del padre, tuttavia, fu in piedi in un istante e si gettò estasiata tra le sue braccia.

"Sei al sicuro, mia cara bambina?" disse il Conte, coprendole il viso di baci. "I banditi ti hanno rispettata?"

"Sono al sicuro, caro padre," rispose Zuleika, "al sicuro e illesa. I banditi mi hanno spaventato e la solitudine e i terrori di questa buia, tetra prigione sono stati terribili da sopportare. Ma tutti i miei problemi sono finiti ora che siete qui!"

Il Conte ordinò poi alla guida di condurli alle stalle dei banditi e lì furono trovati i suoi cavalli e la carrozza. Il mezzo fu portato all’aria aperta e, dopo aver fatto salire sua figlia sulla vettura, il Conte la lasciò in custodia a Peppino e a diversi soldati della Guardia Svizzera, tornando alla caverna per portare a termine il lavoro della spedizione.

Quando Monte-Cristo raggiunse il punto in cui la Guardia Svizzera e i loro prigionieri erano riuniti, trovò il Capitano Morrel che sovrintendeva al posizionamento di un bandito anziano su una barella improvvisata.

"Durante la vostra assenza, Conte," disse lui, con il volto radioso di gioia, "abbiamo fatto la cattura più importante della notte! Questo vecchio è Pasquale Solara!"

"Dove l’avete trovato?" chiese il Conte.

"In una grande cella usata dai fuorilegge come infermeria. Dice di essere ferito a morte e che sta lentamente morendo, che la sua ferita è stata inflitta da un nobile romano che lo ha incontrato sulla strada maestra... una storia molto verosimile, davvero!"

"È un fatto," rispose Monte-Cristo. "Il nobile romano che lo ha ferito è stato Giovanni Massetti! Ma, grazie a Dio, è ancora vivo e probabilmente durerà fino al processo di Vampa, durante il quale potrei essere in grado di costringerlo a parlare. Fatelo assistere con cura, Maximilian!"

I prigionieri furono messi in fila e, non essendoci nessuno troppo disabile per camminare, tranne il vecchio Solara che veniva trasportato sulla sua barella, furono condotti a Roma circondati dalla trionfante Guardia Svizzera. Monte-Cristo, Maximilian e Zuleika seguivano nella carrozza del Conte, con Peppino che fungeva da cocchiere.

CAPITOLO XXIX.

IL PROCESSO DI VAMPA.

Il risultato di successo del raid contro i banditi rese Monte-Cristo e il Capitano Morrel gli eroi del momento a Roma. Ovunque andassero, le folle si radunavano per fissarli ed erano accolti con applausi cordiali e forti acclamazioni di gioia. A dire il vero, il popolo romano, sia alto che basso, aveva molto di cui ringraziarli. La banda dei fuorilegge era completamente sciolta e ogni suo membro era al sicuro nelle prigioni del Castello di Sant’Angelo, dove, come già detto, languiva anche il temibile capo, il famigerato capo brigante Luigi Vampa in persona, in attesa di qualunque disposizione le autorità potessero scegliere di prendere nei suoi confronti, con tutto fuorché stoicismo, poiché non dubitava che sarebbe andata male per lui. L’arresto di Vampa era considerato direttamente dovuto a Monte-Cristo, poiché se non fosse venuto a trovare il Conte era improbabile che sarebbe mai stato catturato. Anche su consiglio di Monte-Cristo il rifugio sotterraneo dei banditi era stato riempito di polvere e fatto saltare in atomi. Non c’è da stupirsi, dunque, che i romani fossero grati all’illustre francese e al suo abile assistente Capitano Morrel.

Il vecchio Pasquale Solara era stato collocato in un ospedale dove era strettamente sorvegliato e aveva l’assistenza di un medico competente, poiché il Conte aveva assicurato al Cardinale Monti che avrebbe potuto forse essere reso un testimone importante contro Vampa al suo imminente processo. Dopo aver esaminato la ferita del pastore il medico aveva dato la sua opinione che fosse fatale, ma che ricorrendo a misure appropriate e giudiziose la vita del vecchio poteva essere prolungata abbastanza da permettergli di testimoniare.

Valentine fu molto colpita quando udì dalle labbra di Zuleika il racconto del suo sequestro da parte dei briganti e della sua prigionia nell'oscura e umida cella della loro roccaforte sotterranea, ma la sua emozione era temperata dalla gioia per il fatto che la sua amata amica fosse scampata senza altro danno se non lo shock derivante dallo spavento e dalle naturali apprensioni.

Quando Giovanni apprese della pericolosa avventura della sua promessa sposa e dei pericoli che l'avevano circondata, la sua indignazione non conobbe limiti e, inoltre, si sentì considerevolmente ferito dal fatto che Monte-Cristo non gli avesse permesso di partecipare al suo salvataggio. Il Conte e sua figlia, tuttavia, riuscirono a calmarlo e a convincerlo che tutto era stato fatto per il meglio. Fu ulteriormente rassicurato dall'assicurazione di Monte-Cristo che ora avrebbe potuto agire apertamente e senza timore di pregiudicare il suo caso, poiché i criminali erano assicurati alla giustizia e la fine era certamente vicina.

Il Cardinale Monti decise che il processo a Vampa dovesse svolgersi entro una settimana e che la prima accusa da indagare dovesse essere quella relativa al rapimento di Annunziata Solara e alla cospirazione contro il Visconte Massetti. Questa decisione fu presa grazie all'influenza del Conte di Monte-Cristo, che rappresentò al Segretario di Stato Papale l'importanza di utilizzare la testimonianza del vecchio Pasquale Solara finché era ancora in condizioni di fornirla.

Il Conte decise di fare un ultimo tentativo per convincere Annunziata Solara dell'innocenza di Giovanni, sebbene avesse stabilito di utilizzare comunque la sua deposizione, confidando negli avvocati e nella Corte per estorcerle ammissioni tali da dimostrare che si era sbagliata riguardo all'identità del suo rapitore. Sapeva che l'ex fioraia era coscienziosa e credeva fermamente nella sua teoria, ma non era privo di speranza che potesse essere indotta a vedere le cose per come stavano realmente. Inoltre, se suo padre avesse ritenuto opportuno confessare, lei non avrebbe potuto fare a meno di essere convinta della colpevolezza di Vampa e, in tal caso, l'espressione della sua convinzione sarebbe stata di estremo valore.

Nel perseguire il suo piano, Monte-Cristo si mise subito in contatto con Mme. de Rancogne al Rifugio di Civita Vecchia, supplicandola di portare Annunziata a Roma senza un istante di ritardo. Lei rispose prontamente presentandosi all'Hotel de France con la sua protetta e il Conte organizzò un colloquio tra quest'ultima e il giovane Massetti nel suo salone. Quando Annunziata, accompagnata dalla Superiora dell'Ordine delle Suore del Rifugio, entrò nell'appartamento e trovò Giovanni ad attenderla, arrossì profondamente e iniziò a tremare.

"Coraggio, povera figlia mia," disse Mme. de Rancogne in tono consolatorio, "coraggio!"

"Sorella Annunziata," disse il Conte, che si trovava anch'egli nel salone, "non abbiate paura. Tutto ciò che desideriamo in questa faccenda particolarmente sfortunata è arrivare alla verità. Ascoltate ciò che il Visconte ha da dire in sua difesa: è solo giustizia!"

Al rossore sul bel volto della ragazza succedette un pallore cinereo, ma alla fine riuscì a riprendere il controllo di sé. Abbassando gli occhi, disse:

"Ascolterò ciò che il Visconte Massetti ha da dire, ma egli non negherà, non può negare, la sua condotta vergognosa e disonorevole nei miei confronti!"

Giovanni, non meno colpito della ragazza che si riteneva sua vittima, avanzò verso di lei e le prese la mano. Lei non si rifiutò di lasciargliela tenere, ma si astenne accuratamente dal guardarlo in faccia.

"Annunziata," disse Massetti, umilmente, "non nego che la mia condotta nei tuoi confronti in passato sia stata del tutto riprovevole e imperdonabile. Non nego che le circostanze si siano configurate in modo tale da farmi apparire ai tuoi occhi come un miserabile e spregevole criminale; ma, Annunziata, mi sono fermato prima della colpa vera e propria e, come il Cielo mi è testimone, non ho avuto alcuna parte né nel tuo rapimento né negli orribili eventi che lo hanno accompagnato e seguito! Questo giuro, e questa è la santa verità!"

Annunziata sollevò gli occhi e gli rivolse uno sguardo scrutatore.

"Capisco la tua ansia di discolparti," disse lentamente. "Con una macchia sul tuo nome non puoi sposare la bella figlia del Conte di Monte-Cristo!"

Fu un colpo acuto, tagliente, che fece sussultare Giovanni, ma egli si riprese istantaneamente.

"Sono ansioso di pulire il mio nome affinché io possa sposare Zuleika," rispose, fermo e risoluto, "ma sono ansioso anche perché sono innocente di ogni azione criminale: innocente del tuo rapimento, del tuo disonore e del sangue di tuo fratello! Annunziata, rifiuti ancora di credere alle mie solenni affermazioni?"

"Vorrei crederci volentieri se potessi," rispose la ragazza; "ma, ahimè! Non posso! Ho visto il tuo volto quando la maschera è caduta in quella terribile notte nella foresta! Ho udito il tono della tua voce in seguito, nella capanna sorvegliata dai briganti! Quale prova più convincente potrei richiedere?"

"Ti sei sbagliata, Annunziata, ti sei terribilmente sbagliata!" gridò il giovane italiano, mentre una disperazione travolgente si impadroniva di lui, schiacciando la speranza nel suo cuore. Non riusciva a convincere l'ex fioraia, non riusciva nemmeno a scuotere le sue convinzioni! Aveva fallito con lei come Monte-Cristo aveva precedentemente fallito al Rifugio di Civita Vecchia! Fino a quel momento aveva continuato a tenere la mano di Annunziata, ma ora la lasciò cadere come se fosse stata un serpente velenoso.

Annunziata era profondamente colpita, ma la sua emozione nasceva da una causa del tutto diversa. Sentiva la sua vergogna e il suo disonore ed era, inoltre, inorridita all'idea di essere stata un tempo appesa alle parole mielate di un tale mascalzone, come ai suoi occhi si era rivelato il Visconte Massetti.

Monte-Cristo era ormai pienamente soddisfatto che Giovanni non potesse ottenere nulla da Annunziata e che un ulteriore prolungamento del colloquio avrebbe solo comportato ulteriori sofferenze sia per la ragazza che per il giovane Massetti; chiese quindi a Mme. de Rancogne di condurre la sua protetta nel suo appartamento e, quando ebbero lasciato il salone, disse al Visconte:

"Dobbiamo affidare questa ragazza agli avvocati e ai giudici, Giovanni. Forse saranno abbastanza scaltri da scuotere la sua testimonianza, anche nel caso in cui il vecchio Solara scegliesse di mantenere il silenzio sull'argomento che ci riguarda da vicino."

All'ora stabilita, il processo a Luigi Vampa ebbe inizio nella Sala del Giudizio del Vaticano, che era gremita al massimo della sua capienza; uomini e donne erano presenti e si sforzavano di farsi avanti per riuscire a scorgere il famigerato capo brigante e la prima testimone, Annunziata Solara.

Il Cardinale Monti presiedette in persona, assistito da due cardinali subordinati. Nella parte della sala recintata per l'uso del foro sedevano Monte-Cristo e il Visconte Massetti con i loro avvocati, i migliori e più acuti patrocinatori di Roma, mentre appena fuori dalla transenna si trovavano M. Morrel ed Esperance; quest'ultimo era giunto da Parigi appositamente per assistere al processo, sebbene, su sua richiesta, non gli fosse stata richiesta la testimonianza. Appena dentro la transenna, accanto a Maximilian e al figlio di Monte-Cristo, sedevano Valentine e Zuleika, entrambe strettamente velate. Vicino a loro sedevano Mme. de Rancogne e la sfortunata Annunziata Solara, vestite con le scure abitudini grigie dell'Ordine delle Suore del Rifugio, i loro volti bianchi chiaramente visibili sotto le cuffie da suora di lino immacolato che indossavano. Peppino sedeva accanto al Conte.

Vi fu un sommesso mormorio di conversazione nella Sala del Giudizio, mentre il pubblico discuteva del probabile esito del processo ed esprimeva opinioni divergenti, sebbene tutti fossero d'accordo sul fatto che, qualunque fosse stata la decisione della Corte riguardo al rapimento e alla cospirazione, Luigi Vampa non sarebbe sfuggito alla punizione per i crimini commessi in qualità di capo dei briganti.

Improvvisamente il Cardinale Monti si alzò, magnifico nel suo abbigliamento principesco e negli splendenti gioielli, agitando la mano per chiedere silenzio. Al suo gesto fu obbedito istantaneamente e l'intera sala divenne silenziosa come una tomba. Poi il Cardinale riprese il suo posto sul banco giudiziario e, rivolgendosi al cancelliere della Corte, gli ordinò di proclamare aperta la sessione. Ciò fu fatto, dopodiché il Cardinale disse, con una voce distintamente udibile in tutte le parti del vasto ambiente:

"Portate dentro l'accusato!"

Un istante dopo Luigi Vampa entrò in un recinto sopraelevato che fungeva da banco degli imputati, sotto la custodia di due robusti poliziotti militari pesantemente armati. Il suo volto era cinereo, ma si guardò intorno con noncuranza e aria di sfida. Quando i suoi occhi si posarono su Monte-Cristo e sul Visconte Massetti, sorrise in un modo particolare, come se si sentisse convinto che tutti i loro sforzi sarebbero stati vani. Improvvisamente vide le due donne vestite di grigio con le loro cuffie da suora in lino, sussultando leggermente quando riconobbe Annunziata Solara, ma per il resto senza mostrare alcuna emozione.

Gli uomini e le donne nelle parti distanti della sala salirono sulle panche, allungando il collo per vedere l'accusato, e ne scaturì un mormorio, un debole sibilo, che fu prontamente interrotto dai vigili ufficiali di Corte che marciavano qua e là con i loro lunghi bastoni bianchi tra le mani e i loro berretti neri sul capo.

Poi il Cardinale Monti si alzò di nuovo, parlando con voce profonda e impressionante:

"Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra," disse, "sei qui accusato di molti gravi crimini, ma l'accusa che la Corte prenderà per prima in considerazione è più nera di tutte le altre; quell'accusa, Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, è che tu abbia rapito e successivamente sedotto una ragazza contadina di nome Annunziata Solara e, in collusione con suo padre, Pasquale Solara, abbia cospirato per gettare l'onere e il sospetto del tuo crimine su un uomo innocente, il Visconte Giovanni Massetti. Cosa rispondi, Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, sei colpevole o non colpevole?"

"Non colpevole, Eminenza!" rispose l'imperturbabile capo brigante.

A ciò seguì un altro mormorio nella sala, prontamente represso come prima.

"Accusato, potete sedervi," disse il Cardinale.

Vampa fece come ordinato, mentre i poliziotti rimanevano in piedi ai suoi lati con le spade sguainate nelle mani.

"Che sia chiamato il primo testimone," disse il Cardinale, rivolgendosi al cancelliere della Corte.

Quell'ufficiale si alzò e chiamò a gran voce:

"Annunziata Solara!"

L'ex fioraia si fece avanti, lentamente e timidamente, e salì sull'elevato banco dei testimoni, dove il consueto giuramento le fu somministrato dal cancelliere.

Di nuovo vi fu un generale allungare di colli, con le donne che mostravano la massima ansia di scorgere la ragazza che si diceva fosse stata vittima di Vampa.

Con voce bassa e tremante, Annunziata iniziò a rendere la sua testimonianza. Ripeté la sua triste storia esattamente come aveva fatto in precedenza, scagionando completamente il capo brigante e gettando tutto il peso del crimine sulle spalle del Visconte Massetti.

Questo era l'opposto di ciò che il pubblico si aspettava e il mormorio di sorpresa fu universale.

Il prigioniero lanciò a Monte-Cristo e a Massetti uno sguardo radioso di trionfo.

Gli avvocati del Visconte presero allora in mano la testimone, ma per quanto scaltri e capaci fossero, fallirono miseramente nel farla deviare anche solo di un capello dalla sua deposizione. Lei tornò al suo posto accanto a Mme. de Rancogne, fiduciosa di aver fatto il suo dovere e di non aver pronunciato nemmeno una sillaba che non fosse vera.

Peppino la seguì. Ripeté quasi parola per parola i dettagli che aveva fornito al Conte di Monte-Cristo a Parigi. Il suo racconto fu così vivido, così circostanziato, che fece una meravigliosa impressione sia sulla Corte che sul pubblico. Quando parlò dell'infame vendita, da parte del vecchio Pasquale Solara, della sua bella figlia a Luigi Vampa, gli uditori maschi riuscirono a stento a trattenere la propria indignazione e le donne gridarono di puro orrore, tanto che furono necessari i massimi sforzi degli ufficiali di Corte per riportarle a una sorta di quiete. Un'altra sensazione fu causata dall'esposizione di Peppino della nefasta cospirazione con cui l'innocente giovane Visconte era stato portato e mantenuto sotto il sospetto di omicidio e rapimento. Quando concluse la sua narrazione e lasciò il banco dei testimoni, lui e Vampa si scambiarono sguardi di amaro e vendicativo odio, e ci volle tutta la forza dei poliziotti di guardia al prigioniero per impedirgli di balzare dal banco degli imputati e tentare di farsi giustizia sommaria sul coraggioso e schietto testimone.

Il Visconte Massetti salì ora sul banco. Diede l'intera storia della sua conoscenza con Annunziata Solara dall'incontro in Piazza del Popolo fino all'incontro con Vampa nella foresta e alla somministrazione del giuramento di silenzio, parlando con una sincerità e un sentimento così evidenti che la sua testimonianza ne acquisì un peso aggiuntivo. Il capo brigante lo osservava attentamente, ascoltando la sua deposizione con un sorriso sprezzante. Quando il giovane italiano tornò da Monte-Cristo e riprese il suo posto, il suo volto pallido era una maschera di sudore e una grande agitazione si era impadronita di lui.

"Chiamate Pasquale Solara," disse il Cardinale al cancelliere, dopo aver fatto riferimento a un foglio sulla scrivania davanti a lui.

"Pasquale Solara!" gridò immediatamente il cancelliere.

Ci fu un movimento nel pubblico e quattro soldati della Guardia Svizzera avanzarono verso il banco giudiziario, portando una barella sulla quale era disteso il corpo emaciato dell'anziano pastore.

Mentre suo padre veniva portato oltre lei, Annunziata emise un grido e si alzò per andare da lui, ma Mme. de Rancogne la tirò gentilmente indietro sulla sedia, sussurrandole che era sotto la custodia della Corte e che avrebbe potuto vederlo solo dopo la conclusione del processo, quando sarebbe stato ottenuto il necessario permesso.

Il vecchio Pasquale fu sollevato dalla barella da un paio di soldati e aiutato a salire sul banco dei testimoni. Era così debole e fiacco che fu necessario sostenerlo in posizione eretta dopo che ebbe, con grande difficoltà, salito il banco. Anche allora tremava come un paralitico e passarono alcuni istanti prima che potesse rispondere alle domande rivoltegli. Vampa lo guardava con intensa ansia, sporgendosi avidamente in avanti per cogliere i suoni deboli, quasi impercettibili, che uscivano dalle sue labbra.

"Possa piacere a Vostra Eminenza," disse il vecchio Pasquale, fermandosi dolorosamente dopo ogni parola, "sono un uomo morente. Il medico dell'ospedale che mi ha accompagnato ed è ora nella Sala del Giudizio mi assicura che mi restano al massimo pochi giorni. Sono stato un grande peccatore, ma non desidero presentarmi dinanzi al mio Dio adirato con tutto il peso della mia iniquità addosso; perciò, ho deciso di parlare, di dire tutto ciò che so!"

Gli spettatori nel corpo della sala rabbrividirono. La voce del vecchio Solara non li raggiungeva, ma sentivano istintivamente che una qualche terribile rivelazione stava per essere o era appena stata fatta. Monte-Cristo e Massetti si alzarono a metà dai loro posti; erano abbastanza vicini da comprendere il senso di ciò che il pastore aveva detto e l'effetto su di loro fu assolutamente travolgente; si aspettavano che Pasquale raccontasse una storia astutamente fabbricata, calcolata per proteggere Vampa, o si rifugiasse in un silenzio ostinato e di pietra, ma invece stava per fare una confessione completa di tutto il terribile crimine! Anche Annunziata aveva udito e stava ascoltando ciò che sarebbe seguito con un volto quasi bianco come la sua cuffia da suora. Mme. de Rancogne le prese le mani e le tenne ferme; anche lei era scossa oltre ogni dire dalle parole del vecchio Solara e temeva l'effetto di ulteriori rivelazioni sulla sua protetta. Zuleika, Valentine, M. Morrel ed Esperance erano troppo lontani dal banco dei testimoni per comprendere una sillaba, ma come gli spettatori nella sala, intuirono ciò che stava per accadere, trattenendo il fiato per la paura e l'attesa. Quanto a Vampa, riusciva a stento a stare fermo; le sue dita lavoravano nervosamente come se desiderasse strangolare il testimone morente, e lo guardava con gli occhi fiammeggianti di una tigre feroce messa all'angolo.

Il vecchio Pasquale continuò, nel più profondo silenzio:

"Non cerco di proteggere me stesso. Vampa è colpevole sia del rapimento che del complotto per rovinare il Visconte Massetti, ma io sono stato il suo tentatore e a me deve il suo crimine! Tuttavia, con l'omicidio di mio figlio Lorenzo non ho avuto nulla a che fare: il capo è il solo responsabile di quello! Ma l'ho tentato con la bellezza della mia povera figlia Annunziata! Avido di oro, l'ho venduta a lui! Il rapimento è stato proposto da me ed eseguito da lui! Anche il piano per gettare il giovane Massetti sotto sospetto è nato da me, con Vampa e me stesso che lo abbiamo portato a compimento insieme. Nel formare il piano, ero spinto dal desiderio di ottenere vendetta sul vecchio Conte Massetti per un torto che mi fece in passato! Ora, Eminenza, conoscete l'intera nera storia!"

Pasquale Solara tacque e sprofondò tra le braccia dei due soldati che lo sostenevano, totalmente sopraffatto dalle terribili fatiche che aveva compiuto nel rendere la sua schiacciante testimonianza, e rimase lì come una massa inerme e tremante. Mentre stavano per rimuoverlo dal banco dei testimoni, un pensiero improvviso lo colse e, con uno sforzo erculeo, si raddrizzò, facendo segno alla Corte di avere altro da comunicare.

"Parlate, testimone," disse il Cardinale Monti, in risposta a quel cenno.

"Vostra Eminenza," riprese il pastore, lentamente e dolorosamente, "desidero dire ancora un'altra parola. Ho ricevuto la mia ferita mortale per mano del Visconte Massetti!"

Vi fu un rapido movimento tra coloro che udirono questa accusa inaspettata e una ventina di occhi, inclusi quelli del Cardinale Monti e dei suoi associati sul banco giudiziario, furono istantaneamente fissati sul giovane italiano, che lanciò a Monte-Cristo e agli avvocati uno sguardo di costernazione. Il Conte stava per rivolgersi alla Corte per dare spiegazioni, quando il vecchio Solara, che si era fermato per riprendere fiato, aggiunse:

"Ma merito riccamente ciò che ho ricevuto ed è giusto che io muoia per mano dell'uomo che ho cercato di rovinare! La ferita, tuttavia, mi è stata inflitta in un duello perfettamente leale e col mio ultimo respiro scagionerò il Visconte da ogni colpa nella faccenda, come faccio ora!"

La parte conclusiva dell'ultimo discorso del vecchio Solara fu una sorpresa. Massetti trasse un lungo respiro di sollievo. Era assai improbabile che venisse perseguito dalle autorità romane per aver combattuto un duello con il pastore nelle circostanze date, e l'uomo ferito aveva volontariamente rimosso ogni sospetto di comportamento scorretto da lui. Monte-Cristo e gli avvocati lanciarono sguardi di congratulazione al giovane italiano. La sua riabilitazione ora necessitava solo della condanna di Vampa per essere perfetta, e non si poteva dubitare per un istante che sarebbe seguita rapidamente.

L'effetto della testimonianza, o meglio confessione, di suo padre su Annunziata era stato sorprendente. Aveva completamente infranto tutte le sue convinzioni, ponendo le sue disgrazie in una luce nuova e orribile. Il Visconte era innocente come aveva costantemente asserito, e il suo genitore le appariva rivelato in tutta la sua orribilità morale; era un mostro, un demone; aveva fatto le sue terribili rivelazioni solo quando la morte era su di lui e la riparazione era impossibile; inoltre, non c'era nulla di nobile o elevativo nel suo rimorso: era del tutto caratteristico dell'uomo, totalmente egoista, indotto unicamente dalla paura delle conseguenze nell'altro mondo. Annunziata sentiva come se ogni fede nell'umanità le fosse stata sottratta, e man mano che realizzava il pieno significato delle parole di suo padre, chiuse gli occhi e con un sussulto svenne tra le braccia di Mme. de Rancogne, che, non meno scossa e sorpresa della povera ragazza stessa, usò ogni sforzo per rianimarla, riuscendoci infine.

Nel piccolo gruppo composto da Zuleika, Valentine, M. Morrel ed Esperance prevalse per alcuni istanti l'incertezza. Non erano riusciti a cogliere ciò che il vecchio Solara aveva detto, a ricavare più di un'idea generale che la sua testimonianza fosse stata contro Vampa. Non appena, tuttavia, la sua emozione glielo permise, Giovanni andò da loro e comunicò la lieta novella. Zuleika era quasi sopraffatta dall'immensità della sua gioia e a stento si trattenne dall'abbracciare il suo amante direttamente davanti all'augusta Corte e agli spettatori riuniti. Valentine era pronta a piangere per la felicità e suo marito provava tanto trionfo come se avesse ottenuto una vittoria decisiva sui nemici combinati della Francia. Quanto a Esperance, era al contempo estasiato e vergognoso: estasiato che la scura macchia fosse rimossa dal nome di Giovanni e vergognoso di essere stato così cieco e ingiusto da sospettare erroneamente di lui.

Quando il succo della testimonianza di Pasquale Solara fu sussurrato tra il pubblico, gli ufficiali del Tribunale non riuscirono a contenere le espressioni di orrore e di entusiasmo. Se il pastore non fosse stato sorvegliato da vicino dai soldati, sarebbe certamente stato fatto a pezzi e calpestato, tanto grande era l'ondata di indignazione popolare contro di lui. Alla fine, tuttavia, il tumulto si placò e il cardinale Monti, rivolgendosi al capo dei briganti, disse:

"Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, hai ascoltato la testimonianza. Cosa hai da dire a tua difesa?"

Vampa, costretto ad alzarsi in piedi dai gendarmi, rispose con ostinazione e cupo malumore:

"Niente!"

Il cardinale Monti si voltò quindi verso i suoi associati sul banco giudiziario e seguì una breve consultazione, dopo di che si alzò e, affrontando Vampa, disse solennemente:

"Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, il giudizio del Tribunale Papale è che tu sei colpevole, in primo luogo dell'omicidio di Lorenzo Solara, sebbene, poiché egli ti ha aggredito, il crimine sia stato declassato al secondo grado; in secondo luogo, del rapimento di Annunziata Solara; e in terzo luogo, di cospirazione per infangare indelebilmente la reputazione di un degno nobile romano, il visconte Giovanni Massetti. Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, la sentenza del Tribunale Papale è che tu sia condotto da qui di ritorno alla tua prigione nel Castello di Sant'Angelo, per ivi subire l'ergastolo in isolamento. Poiché tale sentenza rende non necessario procedere all'esame dell'altra, meno importante accusa contro di te, quella di rapina sulle pubbliche vie e di maltrattamento dei tuoi prigionieri, il tuo processo è ora concluso. Luigi Vampa, prigioniero alla sbarra, che Dio abbia pietà di te e ti conduca al pentimento e alla salvezza finale!"

Il cardinale Monti riprese il suo posto tra alti mormorii di plauso e soddisfazione. Quando questi si spensero, il cancelliere dichiarò la Corte sciolta, il condannato fu rimosso e il pubblico si disperse lentamente.

Mme. de Rancogne e Annunziata Solara tornarono immediatamente al Rifugio di Civita Vecchia, dove la povera ragazza rimase prostrata per molte settimane. Dopo la confessione delle sue infami azioni, non ebbe più alcun desiderio di rivedere il suo spregevole e degradato padre.

Monte-Cristo e il suo seguito tornarono gioiosamente all'Hotel de France nella carrozza del Conte.

Quella sera non esistevano sulla terra persone più felici di Giovanni e Zuleika.

CAPITOLO XXX.

GIOIA SENZA CONFINI.

La notizia dell'esito del processo di Luigi Vampa si diffuse con la massima rapidità in tutta Roma e suscitò i festeggiamenti più sfrenati, aumentando ulteriormente la popolarità di Monte-Cristo e del capitano Morrel, ai quali la popolazione romana attribuiva il merito di aver provocato la condanna del temuto capo brigante e ispirato la sua sentenza. Ovunque, mentre l'enorme importanza della testimonianza del vecchio Pasquale Solara veniva riconosciuta e ammessa, lo sciagurato pastore stesso veniva esecrato come un padre snaturato e senza cuore, come un demoniaco furfante privo di un solo tratto positivo. Il fatto di essere diventato testimone dell'accusa lo salvò dalla mano pesante della legge, ma la sua ferita mortale avrebbe presto liberato il mondo da lui, e questa circostanza fu motivo di sentite congratulazioni ovunque.

Il mattino successivo al processo di Vampa, arrivò all'Hotel de France un messo dal conte Massetti, portando un breve biglietto in cui l'anziano nobile pregava il figlio di recarsi da lui immediatamente. Giovanni mostrò trionfalmente questo biglietto a Zuleika e agli amici che avevano lavorato così instancabilmente e con successo per la sua causa, e, insieme al conte di Monte-Cristo e al signor Morrel, si recò subito a Palazzo Massetti nella carrozza di Monte-Cristo. Il vecchio Conte accolse suo figlio a braccia aperte e salutò cordialmente Monte-Cristo e Maximilian.

"Giovanni," disse francamente, "ammetto di essermi sbagliato, di essere stato sviato da quelle che mi sembravano prove convincenti. Il mio orgoglio e il mio onore si sono ribellati alla macchia apparentemente gettata su di essi e ho agito come avrebbe fatto quasi ogni padre romano. Riconosco di essere stato precipitoso, di aver agito con estrema durezza senza la dovuta riflessione o esame. Queste ammissioni in presenza dei tuoi nobili e altruisti amici mi costano care, ma vedi che non mi tiro indietro, nonostante la profonda umiliazione. Ti chiedo umilmente perdono e ti restituisco tutto ciò che ti ho tolto. Di nuovo sei il mio amato figlio ed erede."

L'anziano nobile si fermò, visibilmente commosso; i suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di contrizione e delizia mescolate. L'emozione del visconte fu tale che per un istante non fu in grado di rispondere. Recuperò tuttavia il controllo di sé con un enorme sforzo e disse, con voce tremante per la sua gioia colossale:

"Padre, non ho nulla da perdonare. Le apparenze giustificavano tutto ciò che hai fatto, e posso solo ringraziare il Cielo che la verità sia venuta alla luce prima che fosse troppo tardi!"

Con queste parole si gettò al collo dell'antico patrizio. Il Conte lo abbracciò, stringendolo al cuore, e le loro lacrime si mescolarono, poiché anche Giovanni stava piangendo ora.

Lentamente, e come se fosse riluttante a lasciare il figlio ritrovato e riabilitato, il Conte si rivolse al signor Morrel.

"Capitano," disse, "vi devo ampie scuse per il mio trattamento altezzoso e imperioso quando mi avete esposto l'oggetto della vostra missione a Roma. Le porgo in questo momento e oso sperare che le accetterete, anche se giungono all'undicesima ora!"

"Conte," rispose Maximilian, "sarei peggio di un villano se non le accettassi. Ecco la mia mano in segno della nostra rinnovata amicizia e stima."

Il vecchio Massetti prese la mano offerta dal Capitano e la strinse calorosamente.

"Sostenete appieno la reputazione della grande nazione a cui appartenete," disse con la massima cordialità, "siete tanto nobile quanto generoso!"

"Conte," rispose il signor Morrel, inchinandosi profondamente, "mi adulate! Dite piuttosto che sono un soldato francese e, come tale, non rifuggo mai dal mio dovere, qualunque forma esso prenda!"

"Come volete, Capitano," rispose l'anziano nobile con un sorriso gradevole. "Alle mie scuse devo tuttavia aggiungere la mia gratitudine per tutto ciò che avete fatto per aiutare Giovanni, e nell'esprimere tale gratitudine devo includere Mme. Morrel, della cui eroica impresa al Colosseo e della successiva devozione verso mio figlio nella sua ora di oscurità mentale sono venuto a conoscenza."

Maximilian si inchinò di nuovo profondamente.

Avanzando verso il conte di Monte-Cristo, il vecchio Massetti disse:

"Ora, vostra Eccellenza, tocca a voi. Il vostro nome e le vostre imprese mi sono familiari da tempo, ma a chi non lo sono! Eppure, sebbene abbiate onorato spesso Roma con la vostra illustre presenza, non ho mai avuto il piacere di incontrarvi fino a questo giorno felice in cui anch'io sono incluso nella lunga lista di coloro che hanno ricevuto benefici travolgenti dalle vostre mani. Edmond Dantès, conte di Monte-Cristo, devo a voi il ritorno alla sanità di mio figlio, ottenuto con poco meno di un miracolo, una benedizione quasi grande quanto la sua riabilitazione, per la quale anch'io sono nell'infinito registro dei vostri debitori."

Monte-Cristo si inchinò, ma non diede risposta.

"Il mio debito, per quanto vasto," continuò il vecchio Massetti, "apprendo che deve essere ulteriormente accresciuto da un'alleanza tra le nostre due case, e non ho bisogno di dirvi che questo aumento dei miei obblighi sarà un peso di gioia che accetterò con ringraziamenti al Cielo per il segnale favore mostratomi!"

Monte-Cristo ripeté l'inchino e disse:

"Ratificate dunque il patto tra i nostri due figli, conte Massetti?"

"Con più delizia di quanto possa esprimere!" rispose entusiasta quest'ultimo. "Posso chiedervi un altro favore, vostra Eccellenza?" aggiunse improvvisamente.

"Certamente," disse Monte-Cristo, alquanto stupito e gettando uno sguardo indagatore verso il suo venerabile ospite.

"In tal caso," riprese l'anziano nobile, "vorrei accogliere vostra figlia immediatamente a Palazzo Massetti!"

"Sarà mandata a chiamare senza un istante di ritardo," rispose Monte-Cristo. "Giovanni, torna con la carrozza all'Hotel de France e porta Zuleika da tuo padre!"

Il giovane obbedì gioiosamente e in brevissimo tempo la figlia di Monte-Cristo entrò timidamente e arrossendo al cospetto del conte Massetti, appoggiata al braccio del suo fidanzato, il cui volto risplendeva di felicità. La giovane coppia era accompagnata da Mme. Morrel.

Quando furono fatte le presentazioni, il venerabile patrizio rimase per un momento a contemplare la sua futura nuora.

"Dunque questa è Zuleika!" disse alla fine. "È una ragazza bella e affascinante, e non dubito che le attrattive della sua mente siano pienamente pari a quelle della sua persona! Figlia mia," continuò, rivolgendosi alla figlia di Monte-Cristo, "ti do il benvenuto nella mia casa e nel mio cuore! Rendi Giovanni felice quanto so che lui renderà felice te! Ora, figli miei, accettate la benedizione di un padre!"

La giovane coppia si inginocchiò ai piedi del vecchio ed egli protese le mani sopra le loro teste. Quando si alzarono, prese Zuleika tra le braccia e la baciò teneramente.

Nella gioia generale, Valentine non fu dimenticata, e il vecchio Conte le rinnovò l'espressione di gratitudine che aveva precedentemente rivolto al marito per conto suo.

Fu infine stabilito che il contratto di matrimonio venisse firmato entro una settimana, e questa formalità fu adempiuta alla presenza di molti parenti del giovane visconte, di Monte-Cristo, Mercedes, del signor e della signora Albert de Morcerf, di Esperance e del signor e della signora Morrel, essendo Mercedes e i Morcerf giunti in fretta e furia a Roma per prendere parte al fausto evento. Monte-Cristo donò a sua figlia la dote di una principessa e la sua liberalità fu pienamente eguagliata da quella del conte Massetti, che assegnò a Giovanni una fortuna pari a quella di un potente orientale.

Il matrimonio ebbe luogo a Roma e fu un grande evento, con i festeggiamenti nuziali che durarono tutto il giorno e fino a notte fonda. La felice occasione ebbe il carattere di un giubilo pubblico, poiché la popolazione, grata al conte di Monte-Cristo e a Maximilian Morrel per la soppressione di Luigi Vampa e dei suoi pericolosi fuorilegge, che per anni erano stati il terrore di ricchi e poveri allo stesso modo, sfilò per le strade in vaste schiere in onore delle nozze di Zuleika con l'uomo che il famigerato capo dei briganti era quasi riuscito a sopraffare con una rovina e una disgrazia irreparabili.

Dalle prime ore del mattino Palazzo Massetti fu circondato da folle plaudenti ed entusiaste, e verso le otto i vasti giardini dei Massetti furono aperti liberamente a chiunque volesse entrare. I preparativi erano su scala gigantesca e principesca. Grandi tavole erano state disposte in vari ampi viali e gemevano letteralmente sotto il peso di abbondanti e invitanti rinfreschi, mentre vaste botti di vini eccellenti erano pronte alla spina. Un esercito di servitori attendeva il popolo, rifornendolo generosamente con i cibi appetitosi e l'inebriante prodotto della vendemmia. Le bandiere papali e francesi erano esposte ovunque insieme, e la bellezza delle decorazioni dei giardini era tale da suscitare meraviglia e ammirazione universali. La salute del visconte Massetti e della sua affascinante sposa fu brindata migliaia di volte tra acclamazioni di gioia, ma in tutto il colossale raduno fu preservato un ordine perfetto, con la polizia militare in servizio che trovò la propria occupazione una sinecura.

Proprio davanti a Palazzo Massetti era stato eretto un arco di trionfo. Era ricoperto dagli emblemi intrecciati di Roma e di Francia e al suo apice recava un motto appropriato formato da fiori d'arancio bianco crema e rose scarlatte.

L'interno del palazzo rivaleggiava nello splendore abbagliante con la più superba e meravigliosa visione che abbia mai incantato un devoto dell'hashish mentre sognava sotto la potente influenza della sua droga preferita.

Nel salone principale erano riuniti molti personaggi familiari al lettore, tutti in abiti festivi: il conte di Monte-Cristo e la sua amata moglie Mercedes, i loro amici Maximilian e Valentine Morrel, Esperance, Mlle. Louise d'Armilly e il signor e la signora Albert de Morcerf. Erano presenti anche molti nobili parenti dello sposo, per non parlare di schiere di conoscenti. Il vecchio conte Massetti, che sembrava ringiovanito e il cui volto venerabile era solcato da sorrisi di gioia, si muoveva tra i suoi ospiti come il più felice tra i felici.

A un tratto una porta fu spalancata, un valletto annunciò gli sposi e Giovanni entrò orgogliosamente con l'incantevole Zuleika che pendeva dal suo braccio, la sua bellezza accresciuta dai rossori e dalla timidezza. Indossava un magnifico abito di raso bianco che una regina avrebbe potuto invidiare, e il fulgore di diamanti di inestimabile valore brillava da una raffinata collana che adornava la sua gola perlacea; sui suoi capelli neri come la notte riposava una corona di fiori d'arancio e il suo fluente velo nuziale era fissato da una scintillante spilla di smeraldo. Un mormorio di ammirazione e approvazione si levò dagli ospiti mentre contemplavano la figlia di Monte-Cristo e notavano le sue impareggiabili attrattive.

Il corteo verso San Pietro fu testimoniato da folle compatte di spettatori, che acclamarono rumorosamente la sposa e lo sposo e salutarono con tumultuosi applausi tutti i personaggi ben noti man mano che apparivano.

All'interno della vasta cattedrale il concorso era immenso, ma veniva mantenuto a una distanza adeguata dagli uscieri in uniforme.

Il Papa stesso unì la giovane coppia nei santi vincoli del matrimonio, avendo acconsentito a farlo in conseguenza della sua alta stima per la casa Massetti, la più antica e aristocratica dei suoi domini, e per riguardo verso il conte di Monte-Cristo, la cui meravigliosa storia era penetrata persino negli augusti portali del Vaticano. Al termine dell'imponente cerimonia, Sua Santità benedisse il neo-marito e la neo-moglie, e subito dopo il grande organo esplose con un rintocco trionfale, un coro invisibile intonò un giubilante inno nuziale, dopodiché gli sposi, circondati dalle loro damigelle e dai testimoni, con Esperance che occupava il primo posto tra questi ultimi, ricevettero le congratulazioni dei loro parenti e amici.

Quella notte ci fu una festività senza confini a Palazzo Massetti, con la lieta celebrazione che terminò con un gran ballo e una cena elaborata. La mattina dopo, Giovanni e Zuleika partirono per un lungo viaggio di nozze che doveva abbracciare le parti più interessanti d'Europa.

Alla fine si stabilirono a Parigi, come avevano deciso in origine, dove Giovanni acquistò una magnifica residenza, arredandola con tutto il lusso dell'oriente.

La loro vita coniugale fu felice quanto favorita, e Zuleika non ebbe mai occasione di pentirsi di essere rimasta accanto a Giovanni quando tutto il resto del mondo sembrava averlo abbandonato.

Esperance e il giovane marito divennero subito amici intimi come sempre, e la nube scura che li aveva separati in passato fu completamente dimenticata.

Il conte di Monte-Cristo e Mercedes continuarono a condurre un'esistenza tranquilla e affascinante nel palazzo di Rue du Helder. Dopo l'ascesa al potere di Luigi Napoleone, il Conte, che diffidava di lui e dei suoi intrighi, abbandonò per sempre la politica e l'agitazione della vita pubblica, accontentandosi di fare tutto il bene possibile e di aiutare i bisognosi in modo quieto e senza ostentazione. Sua figlia e il marito trascorrevano gran parte del loro tempo nella dimora di famiglia, e il Conte e Mercedes ne traevano ulteriore delizia. Albert de Morcerf, sua moglie e Mlle. Louise d'Armilly rimasero ospiti della residenza di Monte-Cristo, contribuendo non poco a promuovere il benessere e la felicità dei loro generosi e gradevoli ospiti.

Maximilian Morrel e sua moglie tornarono a Marsiglia, ma furono spesso a Parigi e non mancarono mai di trovare grande divertimento e gratificazione nella società dei Monte-Cristo, dei Massetti e dei loro amici.

Il padre di Giovanni morì un anno o due dopo il matrimonio del figlio, lasciandogli il titolo, i palazzi, il vigneto e tutta la sua colossale ricchezza; ma nemmeno questo cambiamento nella sua condizione indusse il giovane Conte a tornare a Roma, dove le tristi associazioni del passato erano troppo potenti per lui.

Il vecchio Solara spirò nell'ospedale di Roma pochi giorni dopo il processo di Vampa, e Annunziata visse a lungo con Mme. de Rancogne nel Rifugio di Civita Vecchia, traendo quanta consolazione poteva da abbondanti buone opere.

Peppino e Beppo rimasero al servizio del conte di Monte-Cristo, conducendo vite oneste e rette.

Waldmann e Siebecker furono colti con le mani nel sacco mentre commettevano un omicidio e terminarono la loro iniqua associazione sul patibolo, con il coltello della ghigliottina che liberò il mondo da due furfanti estremamente pericolosi.

Quanto a Danglars, scomparve improvvisamente da Parigi un giorno e non se ne seppe più nulla.

FINE.

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