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Oliver Twist, Vol. 2 (of 3)

by Charles Dickens · in Italian

OLIVER TWIST.

CAPITOLO XX.

IN CUI OLIVER VIENE CONSEGNATO AL SIGNOR WILLIAM SIKES.

Quando Oliver si svegliò al mattino, fu alquanto sorpreso di trovare un paio di scarpe nuove, con suole spesse e resistenti, posate accanto al letto, e che le sue vecchie erano state portate via. Dapprima fu contento della scoperta, sperando che fosse il preludio alla sua liberazione; ma tali pensieri furono rapidamente dissipati quando si sedette a far colazione da solo con l'ebreo, il quale gli disse, con un tono e un modo che accrebbero il suo allarme, che quella notte sarebbe stato condotto alla residenza di Bill Sikes.

“Per—per—restare lì, signore?” chiese Oliver, ansioso.

“No, no, caro mio, non per restare lì,” rispose l'ebreo. “Non ci piacerebbe perderti. Non aver paura, Oliver, tornerai di nuovo da noi. Ah! ah! ah! Non saremo così crudeli da mandarti via, caro mio. Oh no, no!”

Il vecchio, che era chino sul fuoco ad abbrustolire un pezzo di pane, si voltò mentre scherzava così con Oliver, e ridacchiò come per mostrare che sapeva bene che sarebbe stato comunque felicissimo di andarsene se avesse potuto.

“Suppongo,” disse l'ebreo, fissando gli occhi su Oliver, “che tu voglia sapere perché vai da Bill—eh, caro mio?”

Oliver arrossì involontariamente nello scoprire che il vecchio ladro gli aveva letto nel pensiero; ma disse coraggiosamente: “Sì, voleva saperlo”.

“Perché, che ne pensi?” chiese Fagin, schivando la domanda.

“Davvero non lo so, signore,” rispose Oliver.

“Bah!” disse l'ebreo, voltandosi con un'espressione delusa dopo aver scrutato attentamente il volto del ragazzo. “Aspetta che te lo dica Bill, allora.”

L'ebreo sembrò molto contrariato dal fatto che Oliver non mostrasse maggiore curiosità sull'argomento; ma la verità è che, sebbene si sentisse molto ansioso, era troppo confuso dall'astuzia sincera degli sguardi di Fagin, e dalle sue stesse congetture, per fare ulteriori domande in quel momento. Non ne ebbe altra occasione; poiché l'ebreo rimase molto scontroso e silenzioso fino a sera, quando si preparò a uscire.

“Puoi accendere una candela,” disse l'ebreo, mettendone una sul tavolo; “ed ecco un libro da leggere finché non verranno a prenderti. Buona notte!”

“Buona notte, signore!” rispose Oliver, dolcemente.

L'ebreo si diresse alla porta, guardandosi indietro verso il ragazzo mentre procedeva e, fermandosi all'improvviso, lo chiamò per nome.

Oliver alzò lo sguardo; l'ebreo, indicando la candela, gli fece segno di accenderla. Egli fece così; e, mentre posava il candeliere sul tavolo, vide che l'ebreo lo stava fissando intensamente con le sopracciglia basse e contratte dall'estremità buia della stanza.

“Stai attento, Oliver! stai attento!” disse il vecchio, agitando la mano destra davanti a lui in modo ammonitore. “È un uomo rozzo, e non pensa nulla del sangue quando gli sale alla testa. Qualunque cosa accada, non dire nulla e fai ciò che ti ordina. Intesi!” Ponendo una forte enfasi sull'ultima parola, lasciò che i suoi lineamenti si risolvessero gradualmente in un ghigno spettrale; e, annuendo col capo, lasciò la stanza.

Oliver appoggiò la testa sulla mano quando il vecchio scomparve, e meditò con il cuore tremante sulle parole che aveva appena udito. Più pensava all'ammonimento dell'ebreo, più si sentiva incapace di indovinarne il vero scopo e significato. Non riusciva a pensare a nessun cattivo obiettivo da raggiungere mandandolo da Sikes che non sarebbe stato altrettanto ben soddisfatto rimanendo con Fagin; e dopo aver meditato a lungo, concluse che era stato scelto per svolgere alcuni comuni lavori servili per lo scassinatore, finché non si fosse potuto trovare un altro ragazzo più adatto ai suoi scopi. Era troppo abituato a soffrire, e aveva sofferto troppo dove si trovava, per lamentarsi troppo severamente della prospettiva di un cambiamento. Rimase assorto nei suoi pensieri per alcuni minuti, e poi con un profondo sospiro smorzò la candela e, preso il libro che l'ebreo gli aveva lasciato, cominciò a leggere.

Voltò le pagine distrattamente al principio, ma, imbattutosi in un passo che attirò la sua attenzione, divenne presto intento nel volume. Era una storia delle vite e dei processi di grandi criminali, e le pagine erano sporche e consumate dall'uso. Qui, lesse di crimini terribili che fanno gelare il sangue; di omicidi segreti che erano stati commessi lungo la strada solitaria, e corpi nascosti agli occhi dell'uomo in fosse profonde e pozzi, che non li avrebbero trattenuti, per quanto profondi fossero, ma li avrebbero infine restituiti, dopo molti anni, e avrebbero così fatto impazzire gli assassini alla vista, tanto che nel loro orrore avevano confessato la propria colpa e urlato per il patibolo che ponesse fine alla loro agonia. Qui, inoltre, lesse di uomini che, distesi nei loro letti nel cuore della notte, erano stati tentati e condotti dai propri pensieri malvagi a tale terribile spargimento di sangue da far accapponare la pelle e tremare gli arti al solo pensiero. Le terribili descrizioni erano così reali e vivide, che le pagine giallastre sembravano tingersi di rosso di sangue, e le parole su di esse risuonavano nelle sue orecchie come se fossero sussurrate in cupi mormorii dagli spiriti dei morti.

In un parossismo di paura il ragazzo chiuse il libro e lo spinse via da sé. Poi, cadendo in ginocchio, pregò il Cielo di risparmiarlo da tali azioni, e di volere piuttosto che morisse subito, piuttosto che essere riservato a crimini così spaventosi e terrificanti. A poco a poco divenne più calmo, e implorò con voce bassa e rotta di poter essere salvato dai suoi attuali pericoli, e che se mai dovesse sorgere aiuto per un povero ragazzo abbandonato, che non aveva mai conosciuto l'amore di amici o parenti, potesse giungere a lui ora, quando, desolato e abbandonato, si trovava solo in mezzo alla malvagità e alla colpa.

Aveva concluso la sua preghiera, ma rimaneva ancora con la testa sepolta tra le mani, quando un fruscio lo destò.

“Cos'è quello!” gridò, balzando in piedi e scorgendo una figura in piedi vicino alla porta. “Chi è là?”

“Io—solo io,” rispose una voce tremante.

Oliver alzò la candela sopra la sua testa e guardò verso la porta. Era Nancy.

“Abbassa la luce,” disse la ragazza, voltando la testa; “mi fa male agli occhi.”

Oliver vide che era molto pallida e chiese gentilmente se stesse male. La ragazza si gettò su una sedia, dandogli le spalle, e si torse le mani; ma non rispose.

“Dio mi perdoni!” gridò dopo un po', “non ho mai pensato a tutto questo.”

“È successo qualcosa?” chiese Oliver, “Posso aiutarti? Lo farò se posso; lo farò, davvero.”

Lei si dondolava avanti e indietro, si afferrò alla gola e, emettendo un suono gorgogliante, lottò e boccheggiò per il respiro.

“Nancy!” gridò Oliver, molto allarmato, “Cos'è?”

La ragazza si batté le mani sulle ginocchia e i piedi sul terreno e, fermandosi all'improvviso, si strinse lo scialle intorno e rabbrividì per il freddo.

Oliver attizzò il fuoco. Avvicinandole la sedia, lei rimase seduta lì per un po' senza parlare, ma alla fine alzò la testa e si guardò intorno.

“Non so cosa mi prenda a volte,” disse la ragazza, fingendo di occuparsi a sistemarsi l'abito; “è questa stanza umida e sporca, credo. Ora, Nolly, caro, sei pronto?”

“Devo andare con te?” chiese Oliver.

“Sì; vengo da parte di Bill,” rispose la ragazza. “Devi venire con me.”

“Perché?” disse Oliver, indietreggiando.

“Perché!” ripeté la ragazza, alzando gli occhi e distogliendoli di nuovo nel momento in cui incontravano il volto del ragazzo. “Oh! per nulla di male.”

“Non ci credo,” disse Oliver, che l'aveva osservata attentamente.

“Fai come vuoi,” ribatté la ragazza, fingendo di ridere. “Per nulla di bene, allora.”

Oliver poteva vedere che aveva un certo potere sui sentimenti migliori della ragazza, e per un istante pensò di fare appello alla sua compassione per la sua condizione indifesa. Ma poi il pensiero gli balenò in mente che erano appena le undici, e che molte persone erano ancora per le strade, tra le quali sicuramente qualcuna si sarebbe potuta trovare a prestare fede al suo racconto. Mentre la riflessione gli veniva in mente, fece un passo avanti e disse piuttosto frettolosamente di essere pronto.

Né la sua breve riflessione né il suo scopo sfuggirono alla sua compagna. Lo osservò attentamente mentre parlava, e gli rivolse uno sguardo d'intesa che mostrava sufficientemente che aveva intuito cosa gli fosse passato per la testa.

“Zitto!” disse la ragazza, chinandosi su di lui e indicando la porta mentre si guardava cautamente intorno. “Non puoi farci nulla. Ho provato duramente per te, ma tutto inutilmente. Sei circondato da ogni parte, e se mai dovrai liberarti di qui, questo non è il momento.”

Colpito dall'energia del suo modo di fare, Oliver alzò lo sguardo verso il suo volto con grande sorpresa. Sembrava dire la verità; il suo volto era bianco e agitato, e lei tremava per la stessa intensità.

“Ti ho salvato dall'essere maltrattato una volta, e lo farò ancora, e lo faccio ora,” continuò la ragazza ad alta voce; “perché quelli che sarebbero venuti a prenderti, se non l'avessi fatto io, sarebbero stati molto più rozzi di me. Ho promesso che saresti stato tranquillo e silenzioso; se non lo sarai, farai solo del male a te stesso e anche a me, e forse sarai la mia morte. Guarda qui! Ho già sopportato tutto questo per te, come è vero che Dio mi vede.”

Indicò frettolosamente alcuni lividi lividi sul collo e sulle braccia, e continuò con grande rapidità.

“Ricordatelo, e non farmi soffrire di più per te proprio ora. Se potessi aiutarti lo farei, ma non ne ho il potere. Non intendono farti del male, e qualunque cosa ti costringano a fare, non è colpa tua. Zitto! ogni tua parola è un colpo per me. Dammi la mano—fai in fretta, la tua mano!”

Lei afferrò la mano che Oliver istintivamente pose nella sua e, spegnendo la luce, lo trascinò dietro di sé su per le scale. La porta fu aperta rapidamente da qualcuno avvolto nell'oscurità, e altrettanto rapidamente chiusa quando furono usciti. Un cabriolet a nolo era in attesa; e, con la stessa veemenza che aveva mostrato nel rivolgersi a Oliver, la ragazza lo tirò dentro con sé e tirò le tende. Il conducente non ebbe bisogno di indicazioni, ma frustò il suo cavallo a tutta velocità senza il ritardo di un istante.

La ragazza teneva ancora Oliver stretto per mano, e continuava a versare nelle sue orecchie gli avvertimenti e le assicurazioni che gli aveva già impartito. Tutto fu così rapido e affrettato che ebbe a malapena il tempo di ricordare dove fosse, o come ci fosse arrivato, quando la carrozza si fermò davanti alla stessa casa verso la quale si erano diretti i passi dell'ebreo la sera precedente.

Per un breve istante Oliver lanciò un rapido sguardo lungo la strada vuota, e un grido d'aiuto rimase sospeso sulle sue labbra. Ma la voce della ragazza era nelle sue orecchie, implorandolo in toni di tale agonia di ricordarsi di lei, che non ebbe il cuore di pronunciarlo; mentre esitava, l'opportunità fu persa, poiché era già in casa e la porta era chiusa.

“Da questa parte,” disse la ragazza, allentando la presa per la prima volta. “Bill!”

“Ehi!” rispose Sikes, apparendo in cima alle scale con una candela. “Oh! questo è il momento giusto. Avanti!”

Questa fu un'espressione di approvazione molto forte, e un benvenuto insolitamente cordiale da parte di una persona del temperamento del signor Sikes. Nancy, apparendo molto gratificata da ciò, lo salutò cordialmente.

“Bullseye è andato a casa con Tom,” osservò Sikes, mentre li illuminava. “Sarebbe stato d'intralcio.”

“Va bene,” ribatté Nancy.

“Allora hai preso il ragazzino,” disse Sikes, quando furono tutti giunti nella stanza: chiudendo la porta mentre parlava.

“Sì, eccolo qui,” rispose Nancy.

“È venuto tranquillo?” chiese Sikes.

“Come un agnello,” ribatté Nancy.

“Sono contento di sentirlo,” disse Sikes, guardando torvo Oliver, “per il bene della sua giovane carcassa, che altrimenti ne avrebbe pagato le conseguenze. Vieni qui, ragazzino, e lascia che ti legga una predica, che è bene sbrigare subito.”

Rivolgendosi così al suo nuovo protetto, il signor Sikes si tolse il berretto e lo gettò in un angolo; e poi, prendendolo per la spalla, si sedette accanto al tavolo e fece stare Oliver di fronte a lui.

“Ora prima, sai cos'è questo?” chiese Sikes, prendendo una pistola da tasca che giaceva sul tavolo.

Oliver rispose affermativamente.

“Bene allora, guarda qui,” continuò Sikes. “Questa è polvere, quello lì è un proiettile, e questo è un pezzettino di un vecchio cappello per borra.”

Oliver mormorò di aver compreso i diversi corpi a cui si riferiva, e il signor Sikes procedette a caricare la pistola con grande precisione e deliberazione.

“Ora è carica,” disse il signor Sikes, quando ebbe finito.

“Sì, vedo che lo è, signore,” rispose Oliver, tremando.

“Bene,” disse il rapinatore, afferrando strettamente il polso di Oliver e mettendo la canna così vicino alla sua tempia che si toccarono, momento in cui il ragazzo non poté reprimere un grido; “se dici una parola quando sei fuori con me, tranne quando ti parlo io, quella carica sarà nella tua testa senza preavviso—quindi, se decidi di parlare senza permesso, dì prima le tue preghiere.”

Dopo aver lanciato un'occhiataccia all'oggetto di questo avvertimento, per aumentarne l'effetto, il signor Sikes continuò,—

“Per quanto ne so, non c'è nessuno che chiederebbe molto specificamente di te, se venissi fatto fuori; quindi non avrei bisogno di prendermi questo diavolo-d'una-fatica per spiegarti le cose se non fosse per il tuo bene. Mi senti?”

“Il succo di ciò che intendi,” disse Nancy, parlando in modo molto enfatico e aggrottando leggermente la fronte verso Oliver come per richiamare la sua seria attenzione alle sue parole, “è che se verrai ostacolato da lui in questo lavoro che avete in mano, gli impedirai di raccontare storie in seguito sparandogli un colpo in testa, e correrai il rischio di finire appeso per questo come fai per molte altre cose nel corso degli affari ogni mese della tua vita.”

“Proprio così!” osservò il signor Sikes, approvando; “le donne riescono sempre a mettere le cose in poche parole, tranne quando stanno per esplodere, e allora le allungano. E ora che è completamente al corrente, facciamo cena, e facciamoci un sonnellino prima di partire.”

In seguito a questa richiesta, Nancy apparecchiò rapidamente la tavola e, scomparendo per pochi minuti, tornò poco dopo con un boccale di porter e un piatto di teste di pecora, che diedero occasione a diversi piacevoli motti di spirito da parte del signor Sikes, basati sulla singolare coincidenza dei “jemmies” essendo un termine gergale comune a loro e a un ingegnoso strumento molto usato nella sua professione. In effetti, il degno gentiluomo, stimolato forse dall'immediata prospettiva di essere in servizio attivo, era di grande spirito e buon umore; a riprova del che, si può qui notare che bevve umoristicamente tutta la birra d'un fiato, e non pronunciò, con un calcolo approssimativo, più di ottanta imprecazioni durante l'intero svolgimento del pasto.

Terminata la cena—si può facilmente immaginare che Oliver non avesse grande appetito per essa—il signor Sikes si fece un paio di bicchieri di alcolici e acqua, e si gettò sul letto, ordinando a Nancy, con molte imprecazioni in caso di fallimento, di chiamarlo alle cinque precise. Oliver si distese vestito, per comando della stessa autorità, su un materasso sul pavimento; e la ragazza, ravvivato il fuoco, sedette davanti ad esso, pronta a svegliarli al momento stabilito.

Per molto tempo Oliver rimase sveglio, pensando non impossibile che Nancy potesse cercare quell'opportunità per sussurrare qualche altro consiglio; ma la ragazza sedette a meditare davanti al fuoco senza muoversi, se non di tanto in tanto per ravvivare la luce. Stanco di vegliare e dell'ansia, alla fine si addormentò.

Quando si svegliò, il tavolo era coperto con il servizio da tè, e Sikes stava infilando vari articoli nelle tasche del suo soprabito, che pendeva dallo schienale di una sedia, mentre Nancy era intenta a preparare la colazione. Non era ancora giorno, poiché la candela stava ancora bruciando, e fuori era completamente buio. Una pioggia pungente, inoltre, batteva contro i vetri delle finestre, e il cielo appariva nero e nuvoloso.

“Ora, allora!” ringhiò Sikes, mentre Oliver balzava in piedi; “le cinque e mezza! Fai in fretta, o non avrai colazione, perché è tardi com'è.”

Oliver non impiegò molto a farsi la toeletta; e, dopo aver fatto colazione, rispose a un'indagine scontrosa di Sikes dicendo di essere pronto.

Nancy, guardando a malapena il ragazzo, gli lanciò un fazzoletto da legarsi intorno alla gola, e Sikes gli diede un grande mantello ruvido da abbottonarsi sulle spalle. Così abbigliato, diede la mano al rapinatore, che, facendo solo una pausa per mostrargli, con un gesto minaccioso, di avere la pistola nella tasca laterale del suo soprabito, la strinse fermamente nella sua e, scambiando un saluto con Nancy, lo portò via.

Oliver si voltò per un istante quando raggiunsero la porta, nella speranza di incontrare uno sguardo della ragazza. Ma lei aveva ripreso il suo vecchio posto davanti al fuoco, e sedeva perfettamente immobile davanti ad esso.

CAPITOLO XXI.

LA SPEDIZIONE.

Era un mattino freddo quando scesero in strada, spirava vento e pioveva forte, e le nuvole apparivano cupe e tempestose. La notte era stata molto piovosa, poiché grandi pozze d'acqua si erano raccolte nella strada e i canali di scolo straripavano. C'era un debole luccichio del giorno che stava per arrivare nel cielo, ma aggravava piuttosto che alleviare la cupezza della scena, la luce tetra serviva solo a impallidire quella fornita dai lampioni, senza gettare tinte più calde o luminose sui tetti bagnati e sulle strade desolate. Non sembrava esserci nessuno in movimento in quella parte della città, poiché le finestre delle case erano tutte serrate, e le strade che attraversavano erano silenziose e vuote.

Quando ebbero svoltato nella strada di Bethnal Green, il giorno aveva cominciato a spuntare. Molti dei lampioni erano già spenti; alcuni carri di campagna stavano faticosamente procedendo verso Londra; e di tanto in tanto una diligenza, coperta di fango, passava velocemente, con il cocchiere che, passando, scagliava una frustata ammonitrice al pesante carrettiere che, stando sul lato sbagliato della strada, aveva messo in pericolo il suo arrivo all'ufficio un quarto di minuto dopo l'orario previsto. Le osterie, con le luci a gas accese all'interno, erano già aperte. A poco a poco altri negozi cominciarono ad essere aperti, e si incontrarono alcune persone sparse. Poi arrivarono gruppi sparsi di operai che andavano al lavoro; poi uomini e donne con cesti di pesce sulla testa; carretti trainati da asini carichi di verdure, calessi pieni di bestiame o carcasse intere di carne; lattaie con secchi; e un flusso ininterrotto di persone che arrancavano fuori con varie provviste verso i sobborghi orientali della città. Man mano che si avvicinavano alla City, il rumore e il traffico aumentavano gradualmente; e quando attraversarono le strade tra Shoreditch e Smithfield, si era gonfiato in un ruggito di suoni e trambusto. Era chiara quanto lo sarebbe stato fino a quando non fosse arrivata di nuovo la notte, e la frenetica mattina di metà della popolazione di Londra era iniziata.

Svoltando in Sun-street e Crown-street, e attraversando Finsbury-square, il signor Sikes s'incamminò, per via di Chiswell-street, verso Barbican, da lì in Long-lane, e così in Smithfield, dal quale ultimo luogo s'alzò un tumulto di suoni discordanti che riempì Oliver Twist di sorpresa e stupore.

Era mattina di mercato. Il suolo era coperto di sporcizia e fango quasi fino alla caviglia; e un denso vapore, che si levava incessantemente dai corpi fumanti del bestiame e si mescolava alla nebbia che pareva posarsi sui comignoli, gravava pesantemente sopra ogni cosa. Tutti i recinti nel centro della vasta area, e quanti altri provvisori se ne fossero potuti stipare nello spazio libero, erano pieni di pecore; e, legati ai pali lungo il rigagnolo, c'erano lunghe file di bestie e buoi, tre o quattro per fila. Paesani, macellai, mandriani, venditori ambulanti, ragazzi, ladri, sfaccendati e vagabondi di ogni infimo ordine erano mescolati insieme in una massa densa; il fischio dei mandriani, l'abbaiare dei cani, il muggito e il divincolarsi delle bestie, il belato delle pecore, il grugnire e lo stridere dei maiali; le grida degli ambulanti, le urla, le imprecazioni e i litigi da ogni parte; il rintocco delle campane e il boato delle voci che uscivano da ogni taverna; l'accalcarsi, lo spingere, il guidare, il percuotere, il vociare e lo strillare; il frastuono orrendo e discordante che risuonava da ogni angolo del mercato; e le figure non lavate, non sbarbate, squallide e sporche che correvano costantemente avanti e indietro, irrompendo dentro e fuori dalla folla, rendevano la scena stordente e sconcertante, tale da confondere del tutto i sensi.

Il signor Sikes, trascinandosi dietro Oliver, si fece largo a gomitate attraverso il più fitto della folla, e prestò pochissima attenzione ai numerosi spettacoli e suoni che tanto stupivano il ragazzo. Annuì due o tre volte a un conoscente che passava e, resistendo ad altrettanti inviti a bere un goccio mattutino, proseguì con passo costante finché non furono fuori dal tumulto e si furono fatti strada attraverso Hosier-lane verso Holborn.

“Ora, giovanotto!” disse Sikes in tono burbero, guardando l'orologio della chiesa di St. Andrew, “quasi le sette! Devi sbrigarti. Su, non restare indietro fin d'ora, gambe-pigre!”

Il signor Sikes accompagnò queste parole con uno strattone feroce al polso del suo piccolo compagno; e Oliver, accelerando il passo in una sorta di trotto, tra una camminata veloce e una corsa, tenne il passo con le rapide falcate dello scassinatore al meglio che poté.

Continuarono la loro marcia a questo ritmo finché non ebbero superato Hyde Park Corner e furono sulla strada per Kensington, quando Sikes rallentò il passo finché un carro vuoto, che si trovava a poca distanza dietro di loro, non li raggiunse: allora, vedendo scritto sopra “Hounslow”, chiese al conducente, con quanta più cortesia potesse simulare, se volesse dare loro un passaggio fino a Isleworth.

“Saltate su,” disse l'uomo. “È tuo figlio?”

“Sì, è il mio ragazzo,” rispose Sikes, guardando fisso Oliver e infilando la mano distrattamente nella tasca dove teneva la pistola.

“Il tuo papà cammina un po' troppo svelto per te, vero, ragazzo mio?” chiese il conducente, vedendo che Oliver era senza fiato.

“Niente affatto,” rispose Sikes, intromettendosi. “Ci è abituato. Su, prendi la mia mano, Ned. Sali!”

Rivolgendosi così a Oliver, lo aiutò a salire sul carro; e il conducente, indicando un mucchio di sacchi, gli disse di sdraiarsi lì e riposarsi.

Mentre superavano i vari segnavia, Oliver si chiedeva sempre di più dove il suo compagno intendesse portarlo. Kensington, Hammersmith, Chiswick, Kew Bridge, Brentford, furono tutti superati; eppure proseguivano con tale costanza come se avessero appena iniziato il loro viaggio. Alla fine giunsero a una taverna chiamata Coach and Horses, poco oltre la quale un'altra strada sembrava deviare. E qui il carro si fermò.

Sikes scese con grande precipitazione, tenendo sempre Oliver per mano; e, calandolo giù immediatamente, gli lanciò uno sguardo furioso e picchiettò la tasca laterale con il pugno in modo assai significativo.

“Addio, ragazzo,” disse l'uomo.

“È imbronciato,” rispose Sikes, scuotendolo; “è imbronciato, quel cagnaccio! Non farci caso.”

“Non io!” replicò l'altro, risalendo sul carro. “È una bella giornata, dopo tutto.” E partì.

Sikes attese finché non se ne fu andato del tutto, e poi, dicendo a Oliver che poteva guardarsi intorno se voleva, lo condusse ancora una volta avanti nel suo viaggio.

Svoltarono a sinistra poco dopo la taverna e poi, imboccando una strada sulla destra, camminarono a lungo, passando accanto a molti grandi giardini e case signorili su entrambi i lati della via, e non fermandosi per nulla se non per un po' di birra, finché non raggiunsero una città, nella quale, contro il muro di una casa, Oliver vide scritto a lettere piuttosto grandi, “Hampton”. Qui indugiarono nei campi per alcune ore. Alla fine, tornarono in città e, proseguendo oltre una taverna che recava l'insegna del Red Lion, e costeggiando per un breve tratto il fiume, giunsero a una vecchia taverna con un'insegna sbiadita, e ordinarono la cena accanto al fuoco della cucina.

La cucina era una vecchia stanza dal soffitto basso, con una grande trave che attraversava la metà del soffitto, e panche dagli schienali alti vicino al fuoco, sulle quali sedevano diversi uomini dall'aspetto rozzo in camici da lavoro, che bevevano e fumavano. Non badarono a Oliver, e ben poco a Sikes; e, dato che Sikes badava ben poco a loro, lui e il suo giovane compagno sedettero in un angolo per conto proprio, senza essere troppo disturbati dalla compagnia.

Mangiarono della carne fredda per cena, e vi sedettero così a lungo dopo, mentre il signor Sikes si concedeva tre o quattro pipe, che Oliver cominciò a sentirsi del tutto certo che non avrebbero proseguito oltre. Essendo molto stanco per la camminata e per essersi alzato così presto, sonnecchiò un poco all'inizio, e poi, sopraffatto dalla fatica e dai fumi del tabacco, cadde in un sonno profondo.

Era ormai buio pesto quando fu svegliato da una spinta di Sikes. Risvegliatosi abbastanza da mettersi a sedere e guardarsi intorno, trovò quel degno individuo in stretta compagnia e comunicazione con un lavoratore, davanti a una pinta di birra.

“Così, state andando a Lower Halliford, eh?” chiese Sikes.

“Sì, è così,” rispose l'uomo, che sembrava aver bevuto un po' troppo — o un po' meglio, a seconda dei casi; “e non vado nemmeno a rilento. Il mio cavallo non ha un carico dietro tornando indietro, come ne aveva venendo su stamattina, e non ci metterà molto. Alla salute sua! Acciderba! È un buon animale!”

“Potresti dare un passaggio a me e al mio ragazzo fino a là?” chiese Sikes, spingendo la birra verso il suo nuovo amico.

“Se andate subito, posso,” rispose l'uomo, guardando fuori dal boccale. “Andate a Halliford?”

“Proseguiamo per Shepperton,” rispose Sikes.

“Sono il vostro uomo fin dove arrivo,” rispose l'altro. “È tutto pagato, Becky?”

“Sì, l'altro gentiluomo ha pagato,” rispose la ragazza.

“Dico!” disse l'uomo, con un'ebbra gravità, “non si può fare, sapete.”

“Perché no?” replicò Sikes. “Voi ci ospitate, e cosa c'è che m'impedisce di offrire una pinta o due in cambio?”

Lo straniero rifletté su questo argomento con faccia molto profonda e, fatto ciò, afferrò Sikes per mano, dichiarando che era un vero buon compagno. Al che il signor Sikes rispose che stava scherzando; come se fosse stato sobrio, ci sarebbero state buone ragioni per supporre che lo fosse.

Dopo lo scambio di qualche altro complimento, augurarono la buona notte alla compagnia e uscirono; la ragazza raccoglieva i boccali e i bicchieri mentre lo facevano, e si attardava sulla porta, con le mani piene, per vedere il gruppo partire.

Il cavallo, la cui salute era stata brindata in sua assenza, stava fuori, già attaccato al carro. Oliver e Sikes salirono senza ulteriori cerimonie, e l'uomo a cui apparteneva, dopo essersi attardato un minuto o due “per incoraggiarlo” e per sfidare il garzone e il mondo intero a trovarne uno uguale, montò a sua volta. Poi fu detto al garzone di lasciare la testa al cavallo e, avendogliela lasciata, questi ne fece un uso assai sgradevole, scuotendola in aria con grande sdegno e correndo contro le finestre del salotto dall'altra parte della strada; dopo aver compiuto tali prodezze, e essersi sostenuto per un breve tempo sulle zampe posteriori, partì a gran velocità e sferragliò fuori dalla città in modo davvero galante.

La notte era molto buia. Una nebbia umida si alzava dal fiume e dal terreno paludoso circostante, spargendosi sui campi desolati. Faceva anche un freddo pungente; tutto era cupo e nero. Non fu detta una parola, poiché il conducente era diventato assonnato e Sikes non era dell'umore adatto per trascinarlo in una conversazione. Oliver sedeva rannicchiato in un angolo del carro, sbalordito dall'allarme e dall'apprensione, e immaginando strane figure nei rami scarni degli alberi, che ondeggiavano lugubremente avanti e indietro, come in una fantastica gioia per la desolazione della scena.

Mentre passavano davanti alla chiesa di Sunbury, l'orologio suonò le sette. C'era una luce alla finestra della casa del traghettatore, di fronte, che attraversava la strada e gettava in un'ombra più cupa un tasso scuro con le tombe sotto di esso. C'era un sordo rumore di acqua che cadeva non lontano, e le foglie del vecchio albero si muovevano dolcemente nel vento notturno. Sembrava una musica quieta per il riposo dei morti.

Attraversarono Sunbury e tornarono sulla strada solitaria. Altre due o tre miglia, e il carro si fermò. Sikes scese e, prendendo Oliver per mano, camminarono ancora una volta.

Non si voltarono in nessuna casa a Shepperton, come il ragazzo stanco aveva sperato, ma continuarono a camminare, nel fango e nell'oscurità, attraverso vicoli cupi e su fredde lande aperte, finché non videro le luci di una città a poca distanza. Guardando intensamente in avanti, Oliver vide che l'acqua era appena sotto di loro e che stavano arrivando ai piedi di un ponte.

Sikes tirò dritto finché non furono vicini al ponte, e poi svoltò improvvisamente lungo un argine sulla sinistra. “L'acqua!” pensò Oliver, sentendosi male per la paura. “Mi ha portato in questo luogo solitario per assassinarmi!”

Stava per gettarsi a terra e tentare un'ultima lotta per la sua giovane vita, quando vide che si trovavano davanti a una casa solitaria, del tutto in rovina e decadente. C'era una finestra su ogni lato dell'ingresso fatiscente, e un piano sopra; ma non si vedeva alcuna luce. Era buia, smantellata e, a quanto pareva, disabitata.

Sikes, con la mano di Oliver ancora nella sua, si avvicinò dolcemente al portico basso e alzò il chiavistello. La porta cedette alla pressione ed entrarono insieme.

CAPITOLO XXII.

IL FURTO.

“EHI!” gridò una voce alta e rauca, non appena ebbero messo piede nel corridoio.

“Non fare tutto questo chiasso,” disse Sikes, chiudendo la porta con il catenaccio. “Mostra un lume, Toby.”

“Aha! compare mio,” gridò la stessa voce; “un lume, Barney, un lume! Fai entrare il gentiluomo, Barney; e svegliati prima, se ti è comodo.”

Chi parlava sembrò scagliare un cavadenti, o un oggetto simile, verso la persona a cui si rivolgeva, per destarla dai suoi sonni; poiché si udì il rumore di un corpo di legno che cadeva violentemente, e poi un mormorio indistinto, come di un uomo tra il sonno e la veglia.

“Senti?” gridò la stessa voce. “C'è Bill Sikes nel corridoio senza nessuno che gli faccia gli onori di casa; e tu che dormi lì, come se prendessi laudano ai pasti, e niente di più forte. Sei più sveglio ora, o vuoi che ti svegli del tutto con il candeliere di ferro?”

Un paio di piedi scalzi strascicarono frettolosamente sul pavimento nudo della stanza mentre veniva posta questa domanda; e da una porta sulla destra uscì, dapprima una candela fioca, e poi la figura dello stesso individuo descritto in precedenza come affetto dall'infermità di parlare attraverso il naso, e che faceva da cameriere alla taverna di Saffron Hill.

“Bister Sikes!” esclamò Barney, con gioia vera o simulata; “cub id, signore; cub id.”

“Qui! Vai avanti tu,” disse Sikes, mettendo Oliver davanti a sé. “Più svelto! O ti calpesterò i talloni.”

Mormorando una maledizione per la sua lentezza, Sikes spinse Oliver davanti a sé ed entrarono in una stanza bassa e buia con un fuoco fumoso, due o tre sedie rotte, un tavolo e un divano molto vecchio, sul quale, con le gambe molto più alte della testa, un uomo riposava a figura intera, fumando una lunga pipa di terracotta. Era vestito con una giacca color tabacco dal taglio elegante, con grandi bottoni d'ottone, un fazzoletto da collo arancione, un gilet grezzo e vistoso a motivi scialle, e calzoni color cuoio. Il signor Crackit (poiché era lui) non aveva una grande quantità di capelli, né sulla testa né sul viso, ma quelli che aveva erano di una tinta rossastra, e torturati in lunghi riccioli a cavatappi, attraverso i quali infilava di tanto in tanto alcune dita molto sporche, ornate da grandi anelli comuni. Era di poco sopra la taglia media, e apparentemente piuttosto debole di gambe; ma questa circostanza non sminuiva affatto la sua ammirazione per i propri stivali, che contemplava nella loro posizione elevata con viva soddisfazione.

“Bill, ragazzo mio!” disse questa figura, voltando la testa verso la porta, “sono contento di vederti. Avevo quasi paura che avessi rinunciato, nel qual caso avrei fatto un tentativo personale. Ehi!”

Pronunciando questa esclamazione con un tono di grande sorpresa, mentre i suoi occhi si posavano su Oliver, il signor Toby Crackit si mise in posizione seduta e chiese chi fosse.

“Il ragazzo, solo il ragazzo!” rispose Sikes, tirando una sedia verso il fuoco.

“Wud dei ragazzi di Bister Fagid,” esclamò Barney, con un sogghigno.

“Di Fagin, eh!” esclamò Toby, guardando Oliver. “Che ragazzo inestimabile che sarà per le tasche delle vecchie signore nelle cappelle. La sua faccia è una fortuna per lui.”

“Basta, basta così,” intervenne Sikes, impaziente, e chinandosi sul suo amico disteso sussurrò alcune parole al suo orecchio, al che il signor Crackit rise immensamente e onorò Oliver con un lungo sguardo di stupore.

“Ora,” disse Sikes, riprendendo il suo posto, “se ci dai qualcosa da mangiare e da bere mentre aspettiamo, ci darai un po' di coraggio, o a me, in ogni caso. Siediti vicino al fuoco, giovanotto, e riposati; perché dovrai uscire di nuovo con noi stasera, anche se non molto lontano.”

Oliver guardò Sikes con muto e timido stupore e, avvicinando uno sgabello al fuoco, sedette con la testa dolente tra le mani, sapendo a malapena dove fosse o cosa stesse accadendo intorno a lui.

“Ecco,” disse Toby, mentre il giovane ebreo posava alcuni frammenti di cibo e una bottiglia sul tavolo, “successo al colpo!” Si alzò per onorare il brindisi e, depositando con cura la sua pipa vuota in un angolo, avanzò verso il tavolo, riempì un bicchiere di liquore e ne bevve il contenuto. Il signor Sikes fece lo stesso.

“Un goccio per il ragazzo,” disse Toby, riempiendo a metà un bicchiere da vino. “Giù tutto, innocenza.”

“Davvero,” disse Oliver, guardando pietosamente il volto dell'uomo; “davvero, io——”

“Giù tutto!” fece eco Toby. “Credi che non sappia cosa fa bene a te? Digli di berlo, Bill.”

“Farebbe meglio,” disse Sikes, mettendo la mano sulla tasca. “Che mi brucino, se non è più fastidioso di un'intera famiglia di Dodger. Bevilo, piccolo impuro perverso; bevilo!”

Spaventato dai gesti minacciosi dei due uomini, Oliver inghiottì frettolosamente il contenuto del bicchiere e cadde immediatamente in un violento attacco di tosse, che deliziò Toby Crackit e Barney, e trasse persino un sorriso al burbero signor Sikes.

Fatto questo, e avendo Sikes soddisfatto il suo appetito (Oliver non riuscì a mangiare nulla se non una piccola crosta di pane che lo costrinsero a ingoiare), i due uomini si sdraiarono sulle sedie per un breve riposino. Oliver mantenne il suo sgabello vicino al fuoco; e Barney, avvolto in una coperta, si distese sul pavimento, proprio fuori dal parafuoco.

Dormirono, o sembrarono dormire, per qualche tempo; nessuno si muoveva se non Barney, che si alzò una o due volte per gettare carbone sul fuoco. Oliver cadde in un pesante torpore, immaginandosi di vagare lungo i vicoli cupi, o di aggirarsi nel cimitero buio, o di ripercorrere una o l'altra delle scene della giornata passata, quando fu svegliato da Toby Crackit che balzava in piedi dichiarando che era l'una e mezza.

In un istante gli altri due furono in piedi, e tutti furono attivamente impegnati in frenetici preparativi. Sikes e il suo compagno avvolsero i colli e i menti in grandi scialli scuri e indossarono i loro cappottoni, mentre Barney, aprendo un armadio, ne trasse diversi articoli, che infilò frettolosamente nelle tasche.

“Le pistole per me, Barney,” disse Toby Crackit.

“Eccole,” rispose Barney, producendo un paio di pistole. “Le hai caricate tu stesso.”

“Tutto a posto!” rispose Toby, mettendole via. “I persuasori?”

“Li ho io,” rispose Sikes.

“Crespo, chiavi, succhielli, lanterne cieche, nulla dimenticato?” chiese Toby, fissando un piccolo piede di porco a un cappio all'interno del lembo della sua giacca.

“Tutto a posto,” replicò il suo compagno. “Porta quei pezzi di legno, Barney: questo è il momento buono.”

Con queste parole prese un bastone spesso dalle mani di Barney, il quale, dopo averne consegnato un altro a Toby, si occupò di allacciare il mantello di Oliver.

“Ora allora!” disse Sikes, tendendo la mano.

Oliver, che era completamente intontito dall'esercizio insolito, dall'aria e dal liquore che era stato costretto a bere, mise la mano meccanicamente in quella che Sikes tendeva allo scopo.

“Prendi l'altra mano, Toby,” disse Sikes. “Fai attenzione, Barney.”

L'uomo andò alla porta e tornò per annunciare che tutto era tranquillo. I due ladri uscirono con Oliver in mezzo a loro; e Barney, dopo aver chiuso tutto a chiave, si raggomitolò come prima e fu presto di nuovo addormentato.

Era ormai intensamente buio. La nebbia era molto più fitta di quanto non lo fosse stata nella prima parte della notte, e l'atmosfera era così umida che, sebbene non cadesse pioggia, i capelli e le sopracciglia di Oliver, pochi minuti dopo aver lasciato la casa, erano diventati rigidi per l'umidità semiglaciale che fluttuava intorno. Attraversarono il ponte e proseguirono verso le luci che aveva visto prima. Non erano a grande distanza; e, poiché camminavano piuttosto svelti, giunsero presto a Chertsey.

“Dritto per la città,” sussurrò Sikes; “non ci sarà nessuno in giro stasera a vederci.”

Toby acconsentì; e si affrettarono attraverso la strada principale della cittadina, che a quell'ora tarda era completamente deserta. Una luce fioca brillava a intervalli da qualche finestra di camera da letto, e l'abbaiare rauco dei cani rompeva di tanto in tanto il silenzio della notte; ma non c'era nessuno in giro, e avevano lasciato la città mentre la campana della chiesa suonava le due.

Accelerando il passo, imboccarono una strada sulla sinistra. Dopo aver camminato per circa un quarto di miglio, si fermarono davanti a una casa isolata circondata da un muro, sulla cui cima Toby Crackit, a malapena fermandosi per riprendere fiato, si arrampicò in un battibaleno.

“Il ragazzo per secondo,” disse Toby. “Tiralo su: lo prenderò io.”

Prima che Oliver avesse il tempo di guardarsi intorno, Sikes lo aveva afferrato sotto le braccia e, in tre o quattro secondi, lui e Toby erano stesi sull'erba dall'altra parte. Sikes seguì immediatamente e si avvicinarono cautamente verso la casa.

E ora, per la prima volta, Oliver, quasi folle di dolore e terrore, vide che lo scasso e la rapina, se non l'omicidio, erano gli obiettivi della spedizione. Giunse le mani e, involontariamente, emise un'esclamazione soffocata di orrore. Una nebbia gli apparve davanti agli occhi, il sudore freddo gli imperlò il volto cereo, le membra gli vennero meno e si accasciò in ginocchio.

“Alzati!” mormorò Sikes, tremante di rabbia e estraendo la pistola dalla tasca; “alzati, o spargerò il tuo cervello sull'erba.”

“Oh! per l'amor di Dio lasciatemi andare!” gridò Oliver; “lasciatemi scappare e morire nei campi. Non mi avvicinerò mai più a Londra; mai, mai! Oh! vi prego abbiate pietà di me, e non costringetemi a rubare. Per l'amore di tutti gli angeli luminosi che riposano in cielo, abbiate pietà di me!”

L'uomo a cui era rivolto questo appello imprecò terribilmente e aveva armato la pistola, quando Toby, colpendola per togliergliela di mano, pose la mano sulla bocca del ragazzo e lo trascinò verso la casa.

«Zitto!» gridò l'uomo; «qui non serve a niente. Dite ancora una parola e vi sbrigherò io, con una botta in testa che non fa rumore, è altrettanto sicura e molto più signorile. Su, Bill, spalancate l'imposta. È abbastanza coraggioso, ora, ve lo garantisco. Ne ho visti di più esperti alla sua età ridotti allo stesso modo per un minuto o due in una notte gelida.»

Sikes, invocando terribili imprecazioni sul capo di Fagin per aver mandato Oliver in una simile faccenda, manovrò il piede di porco con vigore, ma con poco rumore; dopo qualche indugio e un po' di assistenza da parte di Toby, l'imposta a cui aveva fatto riferimento oscillò sui cardini.

Era una piccola finestra a inferriata, a circa cinque piedi e mezzo da terra, sul retro della casa, che apparteneva a un retrocucina, o piccolo locale per la birra, in fondo al corridoio: l'apertura era così piccola che gli occupanti probabilmente non avevano ritenuto valesse la pena difenderla più accuratamente; era però abbastanza larga da far passare un ragazzo della stazza di Oliver. Un brevissimo esercizio dell'arte di Mr. Sikes bastò a superare la chiusura dell'inferriata, e presto anch'essa fu spalancata.

«Ora ascolta, razza di marmocchio,» sussurrò Sikes, estraendo una lanterna cieca dalla tasca e proiettando il riverbero dritto sul volto di Oliver; «ti farò passare di lì. Prendi questa luce, sali piano i gradini dritto davanti a te, e percorri il piccolo atrio fino alla porta d'ingresso: scostala e facci entrare.»

«C'è un chiavistello in alto che non riuscirai a raggiungere,» intervenne Toby. «Sali su una delle sedie dell'atrio. Ce ne sono tre, Bill, con un bel grande unicorno blu e un forcone d'oro sopra, che sono gli stemmi della vecchia signora.»

«Stai zitto, non puoi?» rispose Sikes, con uno sguardo minaccioso. «La porta della stanza è aperta, vero?»

«Spalancata,» rispose Toby, dopo aver sbirciato dentro per accertarsene. «Il trucco è che la lasciano sempre accostata con un fermo, così il cane, che ha la cuccia qui dentro, può camminare avanti e indietro per il corridoio quando si sente sveglio. Ah! ah! Barney l'ha attirato via stasera, così bene.»

Sebbene Mr. Crackit parlasse in un sussurro appena udibile e ridesse senza rumore, Sikes gli ordinò imperiosamente di tacere e di mettersi al lavoro. Toby obbedì producendo prima la sua lanterna, posandola a terra; e poi piazzandosi saldamente con la testa contro il muro sotto la finestra e le mani sulle ginocchia, in modo da fare un gradino con la schiena. Non appena ciò fu fatto, Sikes, montandogli sopra, fece passare Oliver dolcemente attraverso la finestra, prima con i piedi; e, senza lasciargli il colletto, lo posò al sicuro sul pavimento all'interno.

«Prendi questa lanterna,» disse Sikes, guardando nella stanza. «Vedi le scale davanti a te?»

Oliver, più morto che vivo, boccheggiò: «Sì;» e Sikes, puntando la canna della pistola verso la porta d'ingresso, gli consigliò brevemente di notare che era sempre a tiro e che se avesse esitato sarebbe caduto morto all'istante.

«Si fa in un minuto,» disse Sikes, nello stesso basso sussurro. «Appena ti lascio, fai il tuo dovere. Senti!»

«Cos'è?» sussurrò l'altro uomo.

Ascoltarono intensamente.

«Niente,» disse Sikes, lasciando la presa su Oliver. «Ora!»

Nel breve tempo che aveva avuto per raccogliere i sensi, il ragazzo aveva fermamente deciso che, fosse morto nel tentativo o meno, avrebbe fatto un tentativo per scattare su per le scale dall'atrio e dare l'allarme alla famiglia. Pieno di quest'idea, avanzò subito, ma furtivamente.

«Torna indietro!» gridò improvvisamente Sikes ad alta voce. «Indietro! indietro!»

Spaventato dall'improvvisa rottura della calma mortale del luogo e da un grido forte che ne seguì, Oliver lasciò cadere la lanterna e non seppe se avanzare o fuggire.

Il grido fu ripetuto — apparve una luce — una visione di due uomini terrorizzati e seminudi in cima alle scale nuotò davanti ai suoi occhi — un lampo — un forte rumore — fumo — uno schianto da qualche parte, ma dove non sapeva — e barcollò all'indietro.

Sikes era scomparso per un istante; ma era di nuovo su, e lo aveva preso per il colletto prima che il fumo si fosse diradato. Sparò la sua pistola contro gli uomini che stavano già battendo in ritirata e trascinò via il ragazzo.

«Stringi il braccio più forte,» disse Sikes, mentre lo tirava attraverso la finestra. «Dammi uno scialle qui. L'hanno colpito. Presto! Dannazione, come sanguina il ragazzo!»

Poi giunse il forte rintocco di una campana, mescolato al rumore delle armi da fuoco e alle grida degli uomini, e la sensazione di essere trasportato su un terreno irregolare a ritmo serrato. E poi i rumori si fecero confusi in lontananza, e una sensazione fredda e mortale strisciò sul cuore del ragazzo, ed egli non vide né udì più nulla.

CAPITOLO XXIII.

CHE CONTIENE LA SOSTANZA DI UNA PIACEVOLE CONVERSAZIONE TRA MR. BUMBLE E UNA SIGNORA; E MOSTRA CHE ANCHE UN BIDELLO PUÒ ESSERE SUSCETTIBILE SU CERTI PUNTI.

La notte era gelida. La neve giaceva sul terreno gelata in una crosta dura e spessa, così che solo i mucchi che si erano accumulati nei vicoli e negli angoli erano colpiti dal vento tagliente che ululava all'aperto, il quale, come se sfogasse una furia crescente su una tale preda, la ghermiva selvaggiamente in nuvole e, turbinandola in mille vortici nebbiosi, la sparpagliava nell'aria. Desolata, buia e di un freddo pungente, era una notte per chi aveva un tetto e cibo per stringersi attorno al fuoco luminoso e ringraziare Dio di essere a casa, e per lo sventurato senzatetto per sdraiarsi e morire. Molti emarginati consumati dalla fame chiudono gli occhi nelle nostre strade nude in tali momenti, i quali, qualunque siano stati i loro crimini, difficilmente possono riaprirli in un mondo più amaro.

Tale era l'aspetto delle faccende all'aperto quando Mrs. Corney, la matrona del ricovero, al quale i nostri lettori sono già stati presentati come luogo di nascita di Oliver Twist, si sedette davanti a un fuoco allegro nella sua stanzetta, e lanciò uno sguardo non privo di compiacimento a un tavolino rotondo, sul quale poggiava un vassoio di dimensioni corrispondenti, fornito di tutto il necessario per il pasto più grato di cui le matrone godano. Infatti, Mrs. Corney stava per consolarsi con una tazza di tè: e mentre gettava lo sguardo dal tavolo al camino, dove il più piccolo dei bollitori possibili stava cantando una piccola canzone con una voce sottile, la sua soddisfazione interiore aumentava visibilmente — tanto che, infatti, Mrs. Corney sorrise.

«Bene,» disse la matrona, appoggiando il gomito sul tavolo e guardando pensierosa il fuoco, «sono certa che abbiamo tutti molto di cui essere grati — molto, se solo lo sapessimo. Ah!»

Mrs. Corney scosse la testa tristemente, come se deplorasse la cecità mentale di quei poveri che non lo sapevano, e spingendo un cucchiaio d'argento (proprietà privata) nei recessi più profondi di una scatola da tè in latta da due once, procedette a preparare il tè.

Quanto è piccola la cosa che può turbare l'equanimità delle nostre fragili menti! La teiera nera, essendo molto piccola e facilmente riempibile, traboccò mentre Mrs. Corney moralizzava, e l'acqua scottò leggermente la mano di Mrs. Corney.

«Maledetta teiera!» disse la degna matrona, posandola molto frettolosamente sul bordo del camino; «una cosina stupida, che tiene solo un paio di tazze! A che serve a qualcuno? — eccetto,» disse Mrs. Corney, esitando, — «eccetto che per una povera creatura desolata come me. Oh Dio!»

Con queste parole la matrona si lasciò cadere sulla sedia e, ancora una volta poggiando il gomito sul tavolo, pensò al suo destino solitario. La teiera piccola e la tazza singola avevano risvegliato nella sua mente tristi ricordi di Mr. Corney (che non era morto da più di venticinque anni), ed era sopraffatta.

«Non ne avrò mai un altro!» disse Mrs. Corney, stizzita; «non ne avrò mai un altro — come lui.»

Se questa osservazione si riferisse al marito o alla teiera è incerto. Potrebbe essere stata la seconda; poiché Mrs. Corney la guardò mentre parlava, e la prese in mano in seguito. Aveva appena assaggiato la sua prima tazza, quando fu disturbata da un leggero picchiettio alla porta della stanza.

«Oh, entrate, avanti!» disse Mrs. Corney, bruscamente. «Qualcuna delle vecchie che sta morendo, suppongo; — muoiono sempre quando sto mangiando. Non restate lì a far entrare l'aria fredda, no. Cosa succede ora, eh?»

«Niente, signora, niente,» rispose una voce d'uomo.

«Dio mio!» esclamò la matrona, con un tono molto più dolce, «è Mr. Bumble?»

«Al vostro servizio, signora,» disse Mr. Bumble, che si era fermato fuori per pulirsi le scarpe e scrollare la neve dal cappotto, e che ora faceva la sua apparizione, portando il tricorno in una mano e un fagotto nell'altra. «Chiudo la porta, signora?»

La signora esitò modestamente a rispondere, per timore che ci fosse qualche improprietà nel tenere un colloquio con Mr. Bumble a porte chiuse. Mr. Bumble, approfittando dell'esitazione ed essendo molto freddo lui stesso, la chiuse senza ulteriore permesso.

«Tempo rigido, Mr. Bumble,» disse la matrona.

«Rigido davvero, signora,» rispose il bidello. «Tempo antiparrocchiale questo, signora. Abbiamo distribuito, Mrs. Corney — abbiamo distribuito una ventina di pagnotte da un quarto e un chilo e mezzo di formaggio proprio questo benedetto pomeriggio; eppure quei poveri non sono contenti.»

«Naturalmente no. Quando lo sarebbero mai, Mr. Bumble?» disse la matrona, sorseggiando il suo tè.

«Quando, infatti, signora!» replicò Mr. Bumble. «Perché, c'è un uomo che, in considerazione della moglie e della numerosa famiglia, ha una pagnotta da un quarto e una buona libbra di formaggio, peso pieno. È grato, signora — è grato? Nemmeno un centesimo di gratitudine! Cosa fa, signora, se non chiedere un po' di carbone, se è solo una manciata, dice! Carbone! — cosa ne farebbe del carbone? — Tostare il formaggio con quello, e poi tornare per chiederne ancora. È così con questa gente, signora; — dategli un grembiule pieno di carbone oggi, e torneranno per un altro dopodomani, sfacciati come l'alabastro.»

La matrona espresse il suo totale accordo con questa intelligibile similitudine, e il bidello continuò.

«Non ho mai,» disse Mr. Bumble, «visto nulla del genere. L'altro ieri, un uomo — lei è stata una donna sposata, signora, e posso parlarne con lei — un uomo, con addosso a stento degli stracci (qui Mrs. Corney guardò il pavimento), va alla porta del nostro sovrintendente quando ha ospiti a cena, e dice che deve essere aiutato, Mrs. Corney. Dato che non voleva andarsene, e ha scandalizzato molto gli ospiti, il nostro sovrintendente gli ha mandato fuori una libbra di patate e mezzo litro di farina d'avena. "Mio Dio!" dice il cattivo ingrato, "a che mi serve questo? Tanto varrebbe darmi un paio di occhiali di ferro." "Molto bene," dice il nostro sovrintendente, riprendendoseli, "non otterrete nient'altro qui." "Allora morirò per strada!" dice il vagabondo. "Oh no, non lo farai," dice il nostro sovrintendente.»

«Ah! ah! — è stato molto bello! — così simile a Mr. Grannet, non è vero?» intervenne la matrona. «Bene, Mr. Bumble?»

«Bene, signora,» replicò il bidello, «se n'è andato ed è morto davvero per strada. Ecco a voi un povero ostinato!»

«Supera tutto ciò che avrei potuto credere,» osservò la matrona, enfaticamente. «Ma non pensa che l'assistenza esterna sia una cosa pessima in ogni caso, Mr. Bumble? Lei è un gentiluomo d'esperienza, e dovrebbe saperlo. Dica.»

«Mrs. Corney,» disse il bidello, sorridendo come sorridono gli uomini consapevoli di informazioni superiori, «l'assistenza esterna, gestita correttamente — gestita correttamente, signora — è la salvaguardia parrocchiale. Il grande principio dell'assistenza esterna è dare ai poveri esattamente ciò che non vogliono, e così si stancano di venire.»

«Dio mio!» esclamò Mrs. Corney. «Beh, questa è bella, davvero!»

«Sì. Tra noi due, signora,» rispose Mr. Bumble, «questo è il grande principio; e questo è il motivo per cui, se guarda qualsiasi caso che finisce in quei giornali audaci, noterà sempre che le famiglie malate sono state soccorse con fette di formaggio. Questa è la regola ora, Mrs. Corney, in tutto il paese. — Ma, comunque,» disse il bidello, chinandosi per disfare il suo fagotto, «questi sono segreti ufficiali, signora; di cui non parlare se non, si può dire, tra i funzionari parrocchiali, come noi. Questo è il vino porto, signora, che il consiglio ha ordinato per l'infermeria — vero, fresco, genuino vino porto, uscito dalla botte solo questo pomeriggio — limpido come una campana, e senza sedimenti.»

Dopo aver tenuto la prima bottiglia contro la luce e averla scossa bene per testarne l'eccellenza, Mr. Bumble le pose entrambe sopra una cassettiera, piegò il fazzoletto in cui erano state avvolte, lo mise accuratamente in tasca e prese il cappello come per andarsene.

«Avrà una camminata molto fredda, Mr. Bumble,» disse la matrona.

«Tira vento, signora,» rispose Mr. Bumble, alzando il colletto del cappotto, «abbastanza da tagliarsi le orecchie.»

La matrona guardò dal bollitore al bidello che si stava muovendo verso la porta, e mentre il bidello tossiva, preparandosi a darle la buonanotte, chiese timidamente se — se non volesse prendere una tazza di tè?

Mr. Bumble istantaneamente riabbassò il colletto, posò il cappello e il bastone su una sedia e ne avvicinò un'altra al tavolo. Mentre si sedeva lentamente, guardò la signora. Lei fissò gli occhi sulla teiera. Mr. Bumble tossì di nuovo e sorrise leggermente.

Mrs. Corney si alzò per prendere un'altra tazza e un piattino dall'armadio. Mentre si sedeva, i suoi occhi incontrarono ancora una volta quelli dell'intrepido bidello; arrossì e si applicò al compito di preparargli il tè. Di nuovo Mr. Bumble tossì — più forte questa volta di quanto avesse fatto finora.

«Dolce? Mr. Bumble,» chiese la matrona, prendendo la zuccheriera.

«Molto dolce, davvero, signora,» rispose Mr. Bumble. Fissò gli occhi su Mrs. Corney mentre diceva questo; e se mai un bidello ebbe un aspetto tenero, Mr. Bumble era quel bidello in quel momento.

Il tè fu preparato e servito in silenzio. Mr. Bumble, dopo aver steso un fazzoletto sulle ginocchia per evitare che le briciole sporcassero lo splendore dei suoi calzoni, iniziò a mangiare e bere; variando questi divertimenti di tanto in tanto con un profondo sospiro, il quale, tuttavia, non ebbe alcun effetto dannoso sul suo appetito, ma, al contrario, sembrò facilitare le sue operazioni nel dipartimento del tè e del pane tostato.

«Avete un gatto, signora, vedo,» disse Mr. Bumble, lanciando un'occhiata a una gatta che, in mezzo alla sua famiglia, si scaldava davanti al fuoco; «e anche dei gattini, devo dire!»

«Sono così affezionata a loro, Mr. Bumble, non può immaginare,» rispose la matrona. «Sono così felici, così giocherelloni e così allegri, che mi fanno davvero compagnia.»

«Animali molto carini, signora,» rispose Mr. Bumble, approvando; «così tanto domestici.»

«Oh, sì!» replicò la matrona, con entusiasmo; «così attaccati alla loro casa, che è un vero piacere, ne sono certa.»

«Mrs. Corney, signora,» disse Mr. Bumble, lentamente, e segnando il tempo con il cucchiaino, «intendo dire questo, signora, che qualsiasi gatto o gattino che potesse vivere con lei, signora, e non essere affezionato alla sua casa, deve essere un asino, signora.»

«Oh, Mr. Bumble!» protestò Mrs. Corney.

«Non serve mascherare i fatti, signora,» disse Mr. Bumble, agitando lentamente il cucchiaino con una sorta di dignità amorosa che lo rendeva doppiamente impressionante; «lo angherei io stesso con piacere.»

«Allora lei è un uomo crudele,» disse la matrona vivacemente, mentre tendeva la mano per la tazza del bidello, «e anche un uomo dal cuore molto duro.»

«Cuore duro, signora,» disse Mr. Bumble, «duro!» Mr. Bumble rassegnò la sua tazza senza un'altra parola, strinse il mignolo di Mrs. Corney mentre lei la prendeva, e infliggendosi due schiaffi a mano aperta sul gilet guarnito, lanciò un sospiro possente e spostò la sedia di un millimetro più lontano dal fuoco.

Era un tavolo rotondo; e siccome Mrs. Corney e Mr. Bumble erano seduti l'uno di fronte all'altra, senza molto spazio tra loro, e di fronte al fuoco, si vedrà che Mr. Bumble, allontanandosi dal fuoco e restando comunque al tavolo, aumentò la distanza tra sé e Mrs. Corney; procedura che alcuni lettori prudenti saranno senza dubbio inclini ad ammirare, e a considerare un atto di grande eroismo da parte di Mr. Bumble, essendo egli in qualche modo tentato dal tempo, dal luogo e dall'opportunità di dare sfogo a certe dolci sciocchezze, che, per quanto possano stare bene sulle labbra dei leggeri e degli spensierati, sembrano immensamente al di sotto della dignità dei giudici del paese, dei membri del parlamento, dei ministri di stato, dei lord-mayor e di altri grandi funzionari pubblici, ma più in particolare al di sotto della solennità e della gravità di un bidello, che (come è noto) dovrebbe essere il più austero e inflessibile tra tutti loro.

Quali che fossero le intenzioni di Mr. Bumble, comunque — e senza dubbio erano delle migliori — quali che fossero, accadde sfortunatamente, come è stato già notato due volte, che il tavolo fosse rotondo; di conseguenza, Mr. Bumble, muovendo la sedia poco a poco, iniziò presto a diminuire la distanza tra sé e la matrona e, continuando a viaggiare lungo il bordo esterno del cerchio, portò a tempo la sua sedia vicino a quella in cui era seduta la matrona. Infatti, le due sedie si toccarono; e quando ciò avvenne, Mr. Bumble si fermò.

Ora, se la matrona avesse spostato la sedia a destra, sarebbe stata bruciata dal fuoco, e se a sinistra, sarebbe dovuta cadere tra le braccia di Mr. Bumble; così (essendo una matrona discreta, e prevedendo senza dubbio queste conseguenze a colpo d'occhio) rimase dov'era e porse a Mr. Bumble un'altra tazza di tè.

«Cuore duro, Mrs. Corney?» disse Mr. Bumble, mescolando il tè e guardando in faccia la matrona; «ha il cuore duro, Mrs. Corney?»

«Dio mio!» esclamò la matrona, «che domanda molto curiosa da parte di un uomo celibe. Che cosa vuole sapere, Mr. Bumble?»

Il bidello bevve il tè fino all'ultima goccia, finì un pezzo di pane tostato, scacciò le briciole dalle ginocchia, si asciugò le labbra e baciò deliberatamente la matrona.

«Mr. Bumble,» gridò quella signora discreta in un sussurro, perché lo spavento era così grande che aveva perso completamente la voce, «Mr. Bumble, urlerò!» Mr. Bumble non rispose, ma in modo lento e dignitoso mise il braccio attorno alla vita della matrona.

Poiché la signora aveva dichiarato la sua intenzione di urlare, naturalmente avrebbe urlato a questa ulteriore audacia, se lo sforzo non fosse stato reso superfluo da un bussare frettoloso alla porta, che non appena udito, Mr. Bumble scattò con molta agilità verso le bottiglie di vino e iniziò a spolverarle con grande violenza, mentre la matrona chiedeva bruscamente chi fosse. È degno di nota, come curioso esempio fisico dell'efficacia di un'improvvisa sorpresa nel contrastare gli effetti di un'estrema paura, che la sua voce avesse completamente recuperato tutta la sua asprezza ufficiale.

«Se vi piace, padrona,» disse una vecchia mendicante raggrinzita, orrendamente brutta, mettendo la testa dentro la porta, «la vecchia Sally se ne sta andando in fretta.»

«Bene, e a me che importa?» chiese rabbiosamente la matrona. «Non posso tenerla in vita, vero?»

«No, no, padrona,» rispose la vecchia; «nessuno può; è ben oltre la portata di qualsiasi aiuto. Ho visto morire molte persone, bambini piccoli e grandi uomini forti, e so bene quando arriva la morte. Ma è turbata nella sua mente; e quando non ha le crisi — e non è spesso, perché sta morendo molto duramente — dice di avere qualcosa da raccontare che dovete sentire. Non morirà mai in pace finché non verrete, padrona.»

A questa notizia la degna Mrs. Corney mormorò una varietà di invettive contro le vecchie che non potevano nemmeno morire senza infastidire intenzionalmente i loro superiori; e, avvolgendosi in uno scialle spesso che aveva afferrato frettolosamente, richiese brevemente a Mr. Bumble di aspettare finché non fosse tornata, temendo che potesse accadere qualcosa di particolare, e ordinando al messaggero di camminare veloce e non stare tutta la notte a zoppicare su per le scale, la seguì fuori dalla stanza con molta poca grazia, brontolando per tutto il tempo.

Il comportamento di Mr. Bumble nel ritrovarsi da solo fu piuttosto inspiegabile. Aprì l'armadio, contò i cucchiaini da tè, pesò le pinze per lo zucchero, ispezionò da vicino una lattiera d'argento per accertarsi che fosse di metallo genuino; e, avendo soddisfatto la sua curiosità su questi punti, si mise il tricorno di traverso e danzò con molta gravità quattro volte distinte attorno al tavolo. Avendo completato questa straordinaria esibizione, si tolse di nuovo il tricorno e, distendendosi davanti al fuoco con la schiena rivolta ad esso, sembrò mentalmente impegnato a fare un inventario esatto dell'arredamento.

TRATTA DI UN ARGOMENTO MOLTO POVERO, MA BREVE, E CHE POTREBBE RIVELARSI IMPORTANTE IN QUESTA STORIA.

NON fu un messaggero della morte inadatto quello che aveva disturbato la quiete della stanza della matrona. Il suo corpo era curvo per l'età, i suoi arti tremavano per la paralisi e il suo volto, distorto in un sogghigno farfugliante, somigliava più alla forma grottesca di un tratto di matita selvaggio che all'opera della mano della Natura.

Ahimè! Quanto pochi sono i volti della Natura che ci allietano con la loro bellezza! Le preoccupazioni, i dolori e le fatiche della fame nel mondo li mutano così come mutano i cuori, ed è solo quando quelle passioni dormono e hanno perso la loro presa per sempre, che le nuvole torbide passano oltre e lasciano limpida la superficie del cielo. È cosa comune che i volti dei morti, persino in quello stato fisso e rigido, si plachino nell'espressione a lungo dimenticata dell'infanzia dormiente, e si assestino proprio nel look della prima età; così calmi, così pacifici tornano a essere, che coloro che li conobbero nella loro felice fanciullezza s'inginocchiano al fianco della bara con timore reverenziale, e vedono l'angelo anche sulla terra.

La vecchia megera procedeva barcollando lungo i corridoi e su per le scale, mormorando risposte indistinte ai rimproveri della sua compagna; e, costretta alla fine a fermarsi per riprendere fiato, le diede il lume e rimase indietro a seguire come poteva, mentre la più agile superiore si dirigeva verso la stanza dove giaceva l'ammalata.

Era una soffitta spoglia, con una luce fioca che bruciava nell'estremità più lontana. C'era un'altra vecchia a vegliare accanto al letto, e l'apprendista dello speziale parrocchiale stava in piedi vicino al fuoco, a fabbricarsi uno stuzzicadenti da una penna d'oca.

“Notte fredda, signora Corney,” disse questo giovane gentiluomo, non appena la matrona entrò.

“Molto fredda davvero, signore,” rispose la signora, con i suoi toni più civili, accennando un inchino mentre parlava.

“Dovrebbe farsi dare carboni migliori dai suoi fornitori,” disse l'aiutante dello speziale, rompendo un pezzo sulla sommità del fuoco con l'attizzatoio arrugginito; “questi non sono affatto il tipo adatto per una notte fredda.”

“Sono quelli scelti dal consiglio, signore,” ribatté la matrona. “Il meno che potrebbero fare sarebbe tenerci piuttosto al caldo, perché i nostri posti sono abbastanza duri.”

La conversazione fu qui interrotta da un gemito della donna malata.

“Oh!” disse il giovane, voltando il viso verso il letto, come se avesse precedentemente dimenticato del tutto la paziente, “è tutto finito lì, signora Corney.”

“È così, signore?” chiese la matrona.

“Se dura un paio d'ore, sarò sorpreso,” disse l'apprendista dello speziale, intento sulla punta dello stuzzicadenti. “È un cedimento dell'intero sistema. È assopita, vecchia mia?”

L'accompagnatrice si chinò sul letto per accertarsene e annuì affermativamente.

“Allora forse se ne andrà in quel modo, se non fate chiasso,” disse il giovane. “Mettete il lume sul pavimento; non lo vedrà da lì.”

L'accompagnatrice fece come le era stato ordinato, scuotendo intanto la testa per far intendere che la donna non sarebbe morta così facilmente; e, fatto ciò, riprese il suo posto accanto all'altra infermiera, che nel frattempo era tornata. La padrona, con un'espressione d'impazienza, si avvolse nello scialle e sedette ai piedi del letto.

L'apprendista dello speziale, completata la fabbricazione dello stuzzicadenti, si piazzò davanti al fuoco e ne fece buon uso per dieci minuti circa, quando, apparentemente annoiandosi un po', augurò alla signora Corney buona fortuna per il suo lavoro e se ne andò in punta di piedi.

Quando furono rimaste in silenzio per un po', le due vecchie si alzarono dal letto e, accovacciate sul fuoco, protesero le loro mani avvizzite per catturare il calore. La fiamma gettava una luce spettrale sui loro volti raggrinziti e rendeva la loro bruttezza perfettamente terribile, mentre in quella posizione iniziarono a conversare a bassa voce.

“Ha detto altro, cara Anny, mentre ero via?” chiese la messaggera.

“Non una parola,” rispose l'altra. “Si è graffiata e strappata le braccia per un po'; ma le ho tenuto le mani e si è presto riaddormentata. Non ha molta forza in corpo, quindi l'ho tenuta calma facilmente. Non sono così debole per essere una vecchia, anche se vivo con il sussidio parrocchiale; no, no!”

“Ha bevuto il vino caldo che il dottore ha detto doveva avere?” domandò la prima.

“Ho provato a farglielo mandare giù,” replicò l'altra; “ma aveva i denti serrati e stringeva la tazza così forte che è stato tutto quello che ho potuto fare per riprenderla. Così l'ho bevuto io, e mi ha fatto bene.”

Guardandosi cautamente intorno per accertarsi di non essere ascoltate, le due streghe si rannicchiarono più vicino al fuoco e ridacchiarono di gusto.

“Ricordo il tempo,” disse la prima, “in cui l'avrebbe fatto anche lei, e ne avrebbe fatto una bella risata dopo.”

“Già, proprio così,” replicò l'altra; “aveva un cuore allegro. Quanti, quanti bei cadaveri ha composto, carini e ordinati come statue di cera. I miei vecchi occhi li hanno visti; sì, e queste vecchie mani li hanno anche toccati; perché l'ho aiutata decine di volte.”

Protendendo le dita tremanti mentre parlava, la vecchia creatura le scosse con esultanza davanti al viso e, frugando in tasca, tirò fuori una vecchia tabacchiera di latta scolorita dal tempo, dalla quale scosse alcuni chicchi nel palmo proteso della compagna, e pochi altri nel proprio. Mentre erano così occupate, la matrona, che aveva atteso con impazienza che la moribonda si svegliasse dal suo stupore, si unì a loro presso il fuoco e chiese bruscamente quanto ancora dovesse aspettare.

“Non molto, padrona,” rispose la seconda donna, guardandola in volto. “Nessuno di noi ha molto da aspettare per la Morte. Pazienza, pazienza! Sarà qui abbastanza presto per tutti noi.”

“Taci, vecchia idiota rimbambita!” disse la matrona, severamente. “Tu, Martha, dimmi; è già stata così in passato?”

“Spesso,” rispose la prima donna.

“Ma non lo sarà mai più,” aggiunse la seconda; “cioè, non si sveglierà mai più se non un'ultima volta; e badi bene, padrona, non sarà per molto.”

“Lungo o corto che sia,” disse la matrona, stizzita, “non mi troverà qui quando accadrà, e fate attenzione, tutte e due, a come mi disturbate ancora per nulla. Non fa parte del mio dovere vedere morire tutte le vecchie della casa, e non lo farò; questo è quanto. Mettetelo bene in testa, voi vecchie megere insolenti. Se mi farete fare la sciocca un'altra volta, vi guarirò presto, ve lo assicuro!”

Stava per andarsene via furiosamente, quando un grido delle due donne, che si erano voltate verso il letto, la fece voltare. La malata si era sollevata in posizione eretta e stava tendendo le braccia verso di loro.

“Chi è?” gridò, con voce cava.

“Silenzio, silenzio!” disse una delle donne, chinandosi su di lei, “stenditi, stenditi!”

“Non mi stenderò mai più da viva!” disse la donna, agitandosi. “Glielo dirò! Vieni qui, più vicino. Lasciami sussurrare al tuo orecchio.”

Afferrò la matrona per il braccio e, costringendola su una sedia accanto al letto, stava per parlare, quando, guardandosi intorno, scorse le due vecchie chine in avanti in un atteggiamento di ansioso ascolto.

“Mandale via,” disse la donna, assonnata; “fai presto, fai presto!”

Le due vecchie megere, intonando insieme, iniziarono a riversare molte pietose lamentazioni sul fatto che la povera cara fosse troppo vicina alla fine per riconoscere le sue migliori amiche, e pronunciando svariate proteste sul fatto che non l'avrebbero mai lasciata, quando la superiore le spinse fuori dalla stanza, chiuse la porta e tornò al capezzale. Una volta escluse, le vecchie signore cambiarono tono e gridarono attraverso la serratura che la vecchia Sally era ubriaca; il che, in effetti, non era improbabile, poiché, oltre a una moderata dose di oppio prescritta dallo speziale, stava subendo gli effetti di un ultimo assaggio di gin e acqua che era stato somministrato di nascosto, nella loro generosità, dalle degne vecchiette stesse.

“Ora ascoltami,” disse la morente, ad alta voce, come se facesse un grande sforzo per ravvivare una scintilla latente di energia. “In questa stessa stanza, in questo stesso letto, una volta accudii una graziosa creaturina, che fu portata in casa con i piedi tagliati e contusi dal camminare, e tutti sporchi di polvere e sangue. Diede alla luce un maschio e morì. Fammi pensare, che anno era?”

“Non importa l'anno,” disse l'impaziente uditrice; “che mi dici di lei?”

“Già,” mormorò la malata, ricadendo nel suo precedente stato di torpore, “che mi dici di lei? Che mi dici... lo so!” gridò, saltando ferocemente su: il volto arrossato e gli occhi che le uscivano dalle orbite, “l'ho derubata, ecco cosa ho fatto! Non era fredda, ti dico che non era fredda, quando l'ho rubato!”

“Rubato cosa, in nome di Dio?” gridò la matrona, con un gesto come se volesse chiamare aiuto.

“Quello!” rispose la donna, posando la mano sulla bocca dell'altra, “l'unica cosa che aveva. Aveva bisogno di vestiti per stare al caldo e di cibo per mangiare; ma l'aveva tenuto al sicuro, e l'aveva nel seno. Era oro, ti dico! Oro prezioso, che avrebbe potuto salvarle la vita!”

“Oro!” fece eco la matrona, chinandosi avidamente sulla donna mentre ricadeva. “Continua, continua, sì, che ne è stato? Chi era la madre? Quando è successo?”

“Mi incaricò di tenerlo al sicuro,” rispose la donna, con un gemito, “e si fidò di me come dell'unica donna accanto a lei. Lo rubai nel mio cuore quando me lo mostrò per la prima volta appeso al collo; e forse la morte del bambino è pure sulla mia coscienza! L'avrebbero trattato meglio se avessero saputo tutto!”

“Saputo cosa?” chiese l'altra. “Parla!”

“Il ragazzo era cresciuto così simile a sua madre,” disse la donna, divagando e non dando ascolto alla domanda, “che non potevo mai dimenticarlo quando vedevo il suo viso. Povera ragazza! Povera ragazza! Era così giovane, poi! Un agnellino così gentile! Aspetta, c'è altro da raccontare. Non ti ho detto tutto, vero?”

“No, no,” rispose la matrona, inclinando la testa per cogliere le parole mentre uscivano più deboli dalla moribonda. “Fai presto, o potrebbe essere troppo tardi!”

“La madre,” disse la donna, facendo uno sforzo più violento di prima, “la madre, quando i dolori della morte la presero per la prima volta, mi sussurrò all'orecchio che se il suo bambino fosse nato vivo e fosse cresciuto, il giorno poteva venire in cui non avrebbe sentito tanta vergogna nel sentir nominare la sua povera giovane madre. ‘E oh, mio Dio!’ disse, ripiegando le sue mani sottili, ‘che sia maschio o femmina, suscita degli amici per lui in questo mondo travagliato, e abbi pietà di un bambino solo e desolato, abbandonato alla sua misericordia!’”

“Il nome del ragazzo?” domandò la matrona.

“Lo chiamarono Oliver,” rispose la donna, debolmente. “L'oro che ho rubato era...”

“Sì, sì, che cos'era?” gridò l'altra.

Si stava chinando avidamente sulla donna per sentire la sua risposta, ma si ritrasse istintivamente quando quella si sollevò di nuovo lentamente e rigidamente in posizione seduta e, stringendo la coltre con entrambe le mani, mormorò alcuni suoni indistinti in gola, per poi cadere senza vita sul letto.

* * * * *

“Morta stecchita!” disse una delle vecchie, accorrendo appena la porta fu aperta.

“E niente da dire, dopo tutto,” ribatté la matrona, allontanandosi con noncuranza.

Le due megere erano, a quanto pareva, troppo occupate nei preparativi per i loro terribili doveri per dare alcuna risposta, e furono lasciate sole a gironzolare attorno al corpo.

CAPITOLO XXV.

DOVE QUESTA STORIA RITORNA AL SIGNOR FAGIN E COMPAGNIA.

MENTRE queste cose accadevano nel ricovero di campagna, il signor Fagin sedeva nel vecchio covo, lo stesso dal quale Oliver era stato portato via dalla ragazza, rimuginando davanti a un fuoco fiacco e fumoso. Teneva un paio di mantici sulle ginocchia, con i quali apparentemente aveva tentato di ravvivarlo in un'azione più allegra; ma era sprofondato in pensieri profondi e, con le braccia incrociate su di essi e il mento appoggiato sui pollici, fissava gli occhi assenti sulle barre arrugginite.

A un tavolo dietro di lui sedevano l'Artful Dodger, il Maestro Charles Bates e il signor Chitling, tutti intenti a una partita a whist; l'Artful giocava col morto contro il Maestro Bates e il signor Chitling. Il volto del primo gentiluomo, particolarmente intelligente in ogni momento, acquisì un grande interesse aggiuntivo dalla sua attenta osservazione del gioco e dalla sua minuziosa analisi della mano del signor Chitling, sulla quale, di volta in volta, secondo l'occasione, posava una varietà di sguardi seri, regolando saggiamente il proprio gioco in base al risultato delle sue osservazioni sulle carte del vicino. Essendo una notte fredda, il Dodger indossava il cappello, come, in effetti, era spesso sua abitudine al chiuso. Sosteneva anche una pipa di terracotta tra i denti, che rimuoveva solo per un breve lasso di tempo quando riteneva necessario ricorrere a un rinfresco da un boccale sul tavolo, che stava lì pronto, pieno di gin e acqua per la comodità della compagnia.

Anche il Maestro Bates era attento al gioco; ma essendo di natura più eccitabile del suo esperto amico, era osservabile che si applicasse più frequentemente al gin e acqua e, inoltre, indulgesse in molti scherzi e osservazioni irrilevanti, tutti altamente disdicevoli per un rubber scientifico. In effetti, l'Artful, presumendo del loro stretto legame, colse più di una volta l'occasione per ragionare seriamente con il suo compagno su queste improprietà: tutti i rimproveri che il Maestro Bates prese estremamente bene, limitandosi a chiedere al suo amico di andare "al diavolo", o di infilarsi la testa in un sacco, o rispondendo con qualche altro motto di spirito ben architettato di tipo simile, la cui felice applicazione suscitò notevole ammirazione nella mente del signor Chitling. Era notevole che quest'ultimo gentiluomo e il suo partner perdessero invariabilmente, e che la circostanza, lungi dall'irritare il Maestro Bates, sembrasse offrirgli il massimo divertimento, tanto che rideva fragorosamente alla fine di ogni mano e protestava di non aver mai visto un gioco così allegro in tutti i suoi giorni.

“Sono due doppi e il rubber,” disse il signor Chitling, con una faccia molto lunga, mentre estraeva mezza corona dalla tasca del panciotto, “non ho mai visto un tipo come te, Jack; vinci tutto. Anche quando abbiamo buone carte, Charley e io non riusciamo a cavarne nulla.”

Sia la sostanza che il modo di questa osservazione, che fu fatta molto mestamente, divertirono Charley Bates così tanto che il suo conseguente scoppio di risa risvegliò l'ebreo dal suo torpore e lo indusse a chiedere cosa fosse successo.

“Cosa, Fagin!” gridò Charley. “Avessi guardato giocare. Tommy Chitling non ha vinto il punto, e io sono diventato socio con lui contro l'Artful e il morto.”

“Ay, ay!” disse l'ebreo, con un ghigno, che dimostrò sufficientemente che non era in difficoltà a capirne il motivo. “Provate ancora, Tom; provate ancora.”

“Niente più per me, grazie, Fagin,” rispose il signor Chitling; “ne ho avuto abbastanza. Quel tizio del Dodger ha una tale fortuna che non c'è modo di resistergli.”

“Ah! ah! mio caro,” rispose l'ebreo, “devi alzarti molto presto al mattino per vincere contro il Dodger.”

“Mattina!” disse Charley Bates; “devi metterti gli stivali dalla sera prima e avere un telescopio a ogni occhio, e un binocolo tra le spalle, se vuoi superarlo.”

Il signor Dawkins ricevette questi bei complimenti con molta filosofia e si offrì di tagliare le carte con qualsiasi gentiluomo in compagnia per la prima figura, a uno scellino a volta. Nessuno accettando la sfida, e la sua pipa essendo ormai esaurita, procedette ad divertirsi abbozzando sul tavolo una planimetria di Newgate con il pezzo di gesso che gli era servito al posto dei gettoni; fischiettando nel frattempo con particolare acume.

“Come sei dannatamente noioso, Tommy!” disse il Dodger, fermandosi bruscamente quando ci fu un lungo silenzio, e rivolgendosi al signor Chitling. “Cosa pensi che stia pensando, Fagin?”

“Come faccio a sapere, mio caro?” rispose l'ebreo, guardandosi intorno mentre azionava i mantici. “Alle sue perdite, forse; o al piccolo ritiro in campagna da cui è appena tornato, eh? Ah! ah! È questo, mio caro?”

“Per niente,” rispose il Dodger, interrompendo l'argomento del discorso mentre il signor Chitling stava per rispondere. “Che ne dici, Charley?”

“Direi,” rispose il Maestro Bates, con un ghigno, “che è incredibilmente cotto di Betsy. Guarda come arrossisce! Oh, occhio mio! Ecco un carosello! Tommy Chitling è innamorato! Oh, Fagin, Fagin! Che spasso!”

Completamente sopraffatto dall'idea che il signor Chitling fosse vittima della passione amorosa, il Maestro Bates si gettò all'indietro sulla sedia con tale violenza che perse l'equilibrio e finì sul pavimento, dove (l'incidente non diminuendo nulla della sua ilarità) giacque a tutta lunghezza finché la sua risata non fu finita, quando riprese la posizione precedente e ne iniziò un'altra.

“Non badare a lui, mio caro,” disse l'ebreo, facendo l'occhiolino al signor Dawkins e dando al Maestro Bates un colpetto di rimprovero con il beccuccio dei mantici. “Betsy è una bella ragazza. Fatti sotto, Tom: fatti sotto.”

“Quello che intendo dire, Fagin,” rispose il signor Chitling, molto rosso in volto, “è che questo non è affare di nessuno qui.”

“Infatti non lo è,” rispose l'ebreo. “Charley parlerà. Non badare a lui, mio caro; non badare a lui. Betsy è una bella ragazza. Fa' quello che ti dice, Tom, e farai fortuna.”

“È quello che faccio, faccio quello che mi dice,” rispose il signor Chitling; “non sarei stato rinchiuso se non fosse stato per il suo consiglio. Ma si è rivelato un buon affare per te, vero Fagin? E cosa sono sei settimane di questo? Deve succedere prima o poi; e perché non in inverno quando non hai tanta voglia di uscire a spasso; eh, Fagin?”

“Ah, certamente, mio caro,” rispose l'ebreo.

“Non ti dispiacerebbe ancora, Tom, vero,” chiese il Dodger, facendo l'occhiolino a Charley e all'ebreo, “se Bet fosse a posto?”

“Intendo dire che non mi dispiacerebbe,” rispose Tom, con rabbia; “ecco, ora! Ah! Chi dirà lo stesso, mi piacerebbe sapere; eh, Fagin?”

“Nessuno, mio caro,” rispose l'ebreo; “non un'anima, Tom. Non ne conosco uno che lo farebbe oltre a te; nessuno di loro, mio caro.”

“Avrei potuto farla franca se avessi spifferato tutto su di lei; non è vero, Fagin?” proseguì con rabbia il povero ingenuo ritardato. “Una parola da parte mia lo avrebbe fatto; non è vero, Fagin?”

“Certamente lo avrebbe fatto, mio caro,” rispose l'ebreo.

“Ma non ho spifferato, vero Fagin?” domandò Tom, riversando domande su domande con grande loquacità.

“No, no, certamente,” rispose l'ebreo; “eri troppo coraggioso per questo; decisamente troppo coraggioso, mio caro.”

“Forse lo ero,” replicò Tom, guardandosi intorno; “e se lo ero, cosa c'è da ridere; eh, Fagin?”

L'ebreo, percependo che il signor Chitling era considerevolmente agitato, si affrettò ad assicurargli che nessuno stava ridendo e, per provare la serietà della compagnia, fece appello al Maestro Bates, il principale colpevole; ma sfortunatamente Charley, nell'aprire la bocca per rispondere che non era mai stato più serio in vita sua, non fu in grado di impedire la fuga di un ruggito così violento che l'abusato signor Chitling, senza alcuna cerimonia preliminare, si precipitò attraverso la stanza e mirò a un colpo contro il colpevole, il quale, essendo abile nell'evitare l'inseguimento, si abbassò per evitarlo e scelse il tempo così bene che il colpo si abbatté sul petto del gaio vecchio gentiluomo, facendolo barcollare verso il muro, dove rimase ansimante, mentre il signor Chitling osservava con intenso sgomento.

“Ascolta!” gridò il Dodger in quel momento, “ho sentito il campanello.” Afferrando il lume, si insinuò dolcemente al piano di sopra.

Il campanello suonò di nuovo con una certa impazienza mentre il gruppo era al buio. Dopo una breve pausa, il Dodger riapparve e sussurrò misteriosamente a Fagin.

“Cosa!” gridò l'ebreo, “da solo?”

Il Dodger annuì affermativamente e, ombreggiando la fiamma della candela con la mano, diede al Maestro Bates un segnale privato a gesti che sarebbe stato meglio non essere buffo proprio in quel momento. Avendo adempiuto a questo amichevole ufficio, fissò gli occhi sul volto dell'ebreo e attese le sue direttive.

Il vecchio si morse le dita gialle e meditò per alcuni secondi; il suo volto lavorava per l'agitazione nel frattempo, come se temesse qualcosa e avesse paura di conoscere il peggio. Alla fine sollevò la testa.

“Dov'è?” chiese.

Il Dodger indicò il piano di sopra, e fece un gesto come per lasciare la stanza.

“Sì,” disse l'ebreo, rispondendo alla muta domanda; “portalo giù. Zitto! — Calma, Charley! — piano, Tom! Piano, piano!”

Questa breve istruzione a Charley Bates e al suo recente antagonista di ritirarsi, fu prontamente e silenziosamente obbedita. Non vi fu alcun rumore del loro passaggio quando il Dodger scese le scale tenendo il lume in mano, seguito da un uomo con un rozzo camiciotto, il quale, dopo aver lanciato un rapido sguardo intorno alla stanza, si tolse un grande scialle che gli celava la parte inferiore del volto, rivelando — tutto smunto, sudicio e sbarbato, i tratti del ricercato Toby Crackit.

“Come va, Fagey?” disse il degno compare, facendo un cenno all'ebreo. “Metti via quello scialle nel mio cappello, Dodger, così saprò dove trovarlo quando me la squaglio; questo è il momento giusto! Sarai un bravo scassinatore prima del vecchio volpone, adesso.”

Con queste parole si tirò su il camiciotto e, avvolgendoselo intorno alla vita, avvicinò una sedia al fuoco e appoggiò i piedi sulla piastra della stufa.

“Guarda lì, Fagey,” disse, indicando con sconforto i suoi stivali; “non una goccia di lucido Day and Martin da quando sai tu; non una bolla di nero, per ———! ma non guardarmi in quel modo, uomo. Tutto a suo tempo; non posso parlare di affari finché non ho mangiato e bevuto, quindi tira fuori il nutrimento, e lasciami fare una scorpacciata in pace per la prima volta in questi tre giorni!”

L'ebreo fece cenno al Dodger di mettere sul tavolo quel poco cibo che c'era; e, sedutosi di fronte allo scassinatore, attese con pazienza.

A giudicare dalle apparenze, Toby non aveva affatto fretta di iniziare la conversazione. Dapprima l'ebreo si accontentò di osservare pazientemente il suo volto, come per trarre dalla sua espressione qualche indizio sulla notizia che portava; ma invano. Sembrava stanco e logoro, ma c'era la stessa compiacente calma sui suoi lineamenti che avevano sempre, e attraverso lo sporco, la barba e le basette, brillava ancora intatto il sogghigno soddisfatto del ricercato Toby Crackit. Poi l'ebreo, in un'agonia di impazienza, osservò ogni boccone che lui metteva in bocca, facendo avanti e indietro per la stanza nell'attesa irrefrenabile. Fu tutto inutile. Toby continuò a mangiare con la massima indifferenza esteriore finché non poté più mangiare; e poi, ordinando al Dodger di uscire, chiuse la porta, si preparò un bicchiere di liquore e acqua, e si dispose a parlare.

“Primo fra tutti, Fagey,” disse Toby.

“Sì, sì!” intervenne l'ebreo, avvicinando la sedia.

Il signor Crackit si fermò per bere un sorso di liquore e acqua, e per dichiarare che il gin era eccellente; e poi, appoggiando i piedi contro la bassa mensola del camino, in modo da portare gli stivali all'altezza dei suoi occhi, riprese con calma.

“Primo fra tutti, Fagey,” disse lo scassinatore, “come sta Bill?”

“Cosa!” urlò l'ebreo, balzando dal suo sedile.

“Perché, non vorrai mica dire...” iniziò Toby, facendosi pallido.

“Dire cosa!” gridò l'ebreo, scalciando furiosamente a terra. “Dove sono? — Sikes e il ragazzo — dove sono? — dove sono stati? — dove si nascondono? — perché non sono venuti qui?”

“Il colpo è fallito,” disse Toby, debolmente.

“Lo so,” rispose l'ebreo, strappando un giornale dalla tasca e indicandolo. “Cos'altro?”

“Hanno sparato e colpito il ragazzo. Siamo scappati attraverso i campi sul retro con lui in mezzo a noi — dritti come il volo del corvo — tra siepi e fossati. Ci hanno inseguiti. Accidenti! l'intero paese era sveglio, e i cani erano alle nostre calcagna.”

“Il ragazzo!” ansimò l'ebreo.

“Bill lo aveva sulla schiena, e correva come il vento. Ci siamo fermati per prenderlo di nuovo tra noi; la sua testa penzolava, ed era freddo. Erano alle nostre calcagna: ognuno per sé, e ognuno lontano dalla forca. Ci siamo separati, e abbiamo lasciato il ragazzino sdraiato in un fossato. Vivo o morto, questo è tutto ciò che so di lui.”

L'ebreo non si fermò ad ascoltare altro; ma emettendo un forte grido, e intrecciando le mani tra i capelli, si precipitò fuori dalla stanza e dalla casa.

CAPITOLO XXVI.

NEL QUALE UN PERSONAGGIO MISTERIOSO APPARE SULLA SCENA, E MOLTE COSE INSEPARABILI DA QUESTA STORIA VENGONO FATTE ED ESEGUITE.

Il vecchio aveva raggiunto l'angolo della strada prima di iniziare a riprendersi dall'effetto della notizia di Toby Crackit. Non aveva rallentato affatto la sua inusuale velocità, ma stava ancora premendo in avanti in quel modo selvaggio e disordinato, quando l'improvviso passaggio di una carrozza e un grido fragoroso dei passanti, che videro il suo pericolo, lo respinsero sul marciapiede. Evitando il più possibile tutte le strade principali, e strisciando solo attraverso le stradine e i vicoli, emerse infine su Snow Hill. Qui camminò ancora più velocemente di prima; né si trattenne finché non ebbe svoltato di nuovo in un cortile, quando, come se fosse consapevole di trovarsi ora nel suo elemento, riprese il suo solito passo strascicato, e sembrò respirare più liberamente.

Vicino al punto in cui Snow Hill e Holborn Hill si incontrano, si apre, sulla mano destra uscendo dalla città, un vicolo stretto e cupo che porta a Saffron Hill. Nei suoi negozi sudici sono esposti in vendita enormi mazzi di fazzoletti di seta di seconda mano, di tutte le dimensioni e modelli — poiché qui risiedono i commercianti che li acquistano dai borseggiatori. Centinaia di questi fazzoletti penzolano da pioli fuori dalle finestre, o sventolano dagli stipiti delle porte; e gli scaffali all'interno ne sono pieni. Per quanto limitati siano i confini di Field Lane, essa ha il suo barbiere, la sua caffetteria, la sua birreria e il suo deposito di pesce fritto. È una colonia commerciale a sé stante, l'emporio del piccolo furto, visitato al primo mattino e al calar della sera da mercanti silenziosi, che trafficano in oscuri retrobottega, e se ne vanno così stranamente come sono venuti. Qui il venditore di vestiti, il ciabattino e il rigattiere espongono la loro merce come insegne per il ladruncolo; e depositi di vecchio ferro e ossa, e mucchi di frammenti ammuffiti di lana e lino, arrugginiscono e marciscono nelle cantine sporche.

Fu in questo luogo che l'ebreo svoltò. Era ben noto agli abitanti pallidi del vicolo, poiché quelli di loro che erano in cerca di comprare o vendere annuivano familiarmente al suo passaggio. Egli rispondeva ai loro saluti allo stesso modo, ma non concesse alcun riconoscimento più stretto finché non raggiunse l'estremità del vicolo, quando si fermò per rivolgersi a un venditore di piccola statura, che aveva schiacciato tanta parte della sua persona in una sedia da bambino quanta la sedia ne poteva contenere, e stava fumando una pipa alla porta del suo magazzino.

“Ehi, la vista di lei, signor Fagin, curerebbe l'oftalmia!” disse questo rispettabile commerciante, in riconoscimento della richiesta dell'ebreo circa la sua salute.

“Il vicinato era un po' troppo caldo, Lively,” disse Fagin, alzando le sopracciglia e incrociando le mani sulle spalle.

“Beh! Ho sentito quella lamentela una o due volte prima,” rispose il commerciante; “ma si raffredda presto di nuovo; non lo trova anche lei?”

Fagin annuì in segno di assenso, e indicando in direzione di Saffron Hill, chiese se ci fosse qualcuno lassù stasera.

“Ai Cripples?” chiese l'uomo.

L'ebreo annuì.

“Vediamo,” proseguì il mercante, riflettendo. “Sì; ci sono circa una mezza dozzina di loro che sono entrati, che io sappia. Non credo che il suo amico sia lì.”

“Sikes non c'è, immagino?” chiese l'ebreo, con un'espressione delusa.

“Non istwentus, come dicono gli avvocati,” rispose l'ometto, scuotendo la testa e sembrando incredibilmente furbo. “Ha qualcosa per me stasera?”

“Niente stasera,” disse l'ebreo, voltandosi.

“Va ai Cripples, Fagin?” gridò l'ometto, chiamandolo. “Aspetti! Non mi dispiacerebbe farmi un goccetto lì con lei!”

Ma siccome l'ebreo, guardandosi indietro, agitò la mano per far intendere che preferiva stare solo; e, inoltre, siccome l'ometto non poteva liberarsi molto facilmente dalla sedia, l'insegna dei Cripples fu, per un momento, privata del vantaggio della presenza del signor Lively. Quando fu riuscito a mettersi in piedi, l'ebreo era scomparso; così il signor Lively, dopo essere rimasto inutilmente in punta di piedi, nella speranza di scorgerlo, si costrinse di nuovo nella piccola sedia, e, scambiando un cenno del capo con una signora nel negozio di fronte, in cui dubbio e sfiducia erano chiaramente mescolati, riprese la sua pipa con un contegno grave.

Il Three Cripples, o meglio i Cripples, che era l'insegna con cui lo stabilimento era familiarmente conosciuto dai suoi avventori, era la stessa osteria in cui il signor Sikes e il suo cane hanno già fatto la loro comparsa. Facendo solo un segno a un uomo al banco, Fagin salì dritto al piano di sopra, e aprendo la porta di una stanza, e insinuandosi dolcemente nella camera, guardò ansiosamente intorno, ombreggiandosi gli occhi con la mano, come se fosse alla ricerca di una particolare persona.

La stanza era illuminata da due luci a gas, il cui bagliore era impedito dall'essere visibile all'esterno dalle persiane sbarrate e dalle tende strettamente tirate di rosso sbiadito. Il soffitto era annerito per evitare che il suo colore venisse danneggiato dallo sfavillio delle lampade; e il luogo era così pieno di denso fumo di tabacco, che all'inizio era quasi impossibile discernere altro. A poco a poco, tuttavia, man mano che un po' di esso si diradava attraverso la porta aperta, si poteva scorgere un insieme di teste, confuso quanto i rumori che accoglievano l'orecchio; e man mano che l'occhio si abituava alla scena, lo spettatore diventava gradualmente consapevole della presenza di una numerosa compagnia, maschi e femmine, accalcati attorno a un lungo tavolo, alla cui estremità superiore sedeva un presidente con un martello d'ufficio in mano, mentre un gentiluomo di professione, con il naso bluastro e il volto fasciato per il beneficio di un mal di denti, presiedeva a un pianoforte tintinnante in un angolo remoto.

Mentre Fagin entrava dolcemente, il gentiluomo di professione, scorrendo sui tasti a mo' di preludio, provocò un grido generale di ordine per una canzone; il quale, essendosi placato, una giovane signora procedette a intrattenere la compagnia con una ballata in quattro strofe, tra ciascuna delle quali l'accompagnatore suonava l'intera melodia più forte che poteva. Quando questa fu finita, il presidente espresse un sentimento; dopo di che, i gentiluomini di professione alla destra e alla sinistra del presidente si offrirono volontari per un duetto, e lo cantarono con grande applauso.

Era curioso osservare alcuni volti che spiccavano in modo prominente tra il gruppo. C'era il presidente stesso, (il locandiere della casa), un tipo rozzo, rude e robusto, che, mentre le canzoni procedevano, faceva rotolare gli occhi qua e là, e, sembrando abbandonarsi alla giovialità, aveva un occhio per tutto ciò che veniva fatto, e un orecchio per tutto ciò che veniva detto — e anche acuti. Vicino a lui c'erano i cantanti, che ricevevano, con indifferenza professionale, i complimenti della compagnia, e si dedicavano a turno a una dozzina di bicchieri di liquore e acqua offerti dai loro ammiratori più turbolenti, i cui volti, espressivi di quasi ogni vizio in quasi ogni grado, attraevano irresistibilmente l'attenzione proprio per la loro ripugnanza. Astuzia, ferocia e ubriachezza in tutte le sue fasi, erano lì nei loro aspetti più forti; e donne — alcune con l'ultimo residuo persistente della loro freschezza iniziale quasi sbiadito mentre le guardavi, e altre con ogni segno e marchio del loro sesso completamente battuto fuori, e presentando solo un disgustoso vuoto di dissolutezza e crimine — alcune mere ragazze, altre solo giovani donne, e nessuna oltre il fiore degli anni — formavano la parte più cupa e triste di questo tetro quadro.

Fagin, non turbato da gravi emozioni, guardava avidamente di volto in volto mentre questi procedimenti erano in corso, ma, apparentemente, senza incontrare quello che stava cercando. Riuscendo, alla fine, a catturare lo sguardo dell'uomo che occupava la sedia, gli fece un leggero cenno, e lasciò la stanza con la stessa calma con cui vi era entrato.

“Cosa posso fare per lei, signor Fagin?” chiese l'uomo, mentre lo seguiva fuori sul pianerottolo. “Non vuole unirsi a noi? Ne saranno tutti entusiasti, ognuno di loro.”

L'ebreo scosse la testa con impazienza, e disse in un sussurro, “È qui?”

“No,” rispose l'uomo.

“E nessuna notizia di Barney?” chiese Fagin.

“Nessuna,” rispose il padrone di casa dei Cripples; poiché era lui. “Non si muoverà finché non sarà tutto sicuro. Dipenda dal fatto che sono sulle tracce laggiù, e che se si muovesse, rovinerebbe tutto subito. Barney sta bene, altrimenti avrei avuto notizie di lui. Scommetto che Barney si sta gestendo adeguatamente. Lo lasci stare per questo.”

“Sarà qui stasera?” chiese l'ebreo, ponendo la stessa enfasi sul pronome di prima.

“Monks, intende?” chiese il padrone di casa, esitando.

“Zitto!” disse l'ebreo. “Sì.”

“Certamente,” rispose l'uomo, estraendo un orologio d'oro dal taschino; “lo aspettavo qui prima di ora. Se vuole aspettare dieci minuti, sarà...”

“No, no,” disse l'ebreo, frettolosamente, come se, per quanto desideroso potesse essere di vedere la persona in questione, fosse tuttavia sollevato dalla sua assenza. “Gli dica che sono venuto qui per vederlo, e che deve venire da me stasera; no, dica domani. Dato che non è qui, domani sarà tempo sufficiente.”

“Bene!” disse l'uomo. “Nient'altro?”

“Non una parola ora,” disse l'ebreo, scendendo le scale.

“Dico,” disse l'altro, guardando oltre la ringhiera, e parlando con un sussurro rauco; “che momento sarebbe questo per una soffiata! Ho qui Phil Barker, così ubriaco che un ragazzo potrebbe portarselo via.”

“Aha! Ma non è il momento di Phil Barker,” disse l'ebreo, guardando in su. “Phil ha qualcosa di più da fare prima che possiamo permetterci di separarci da lui; quindi torni alla compagnia, caro mio, e dica loro di condurre vite allegre — *finché durano*. Ha! ha! ha!”

Il padrone di casa ricambiò la risata del vecchio, e tornò dai suoi ospiti. L'ebreo non appena fu solo, vide il suo volto riprendere la precedente espressione di ansia e pensiero. Dopo una breve riflessione, chiamò un calesse, e disse all'uomo di guidare verso Bethnal Green. Lo congedò a circa un quarto di miglio dalla residenza del signor Sikes, e percorse la breve distanza rimanente a piedi.

“Ora,” mormorò l'ebreo, mentre bussava alla porta, “se c'è qualche gioco sporco qui, lo tirerò fuori da te, ragazza mia, per quanto astuta tu sia.”

Era nella sua stanza, disse la donna; così Fagin strisciò dolcemente al piano di sopra, ed entrò senza alcuna cerimonia preliminare. La ragazza era sola, sdraiata con la testa sul tavolo, e i capelli che le ricadevano sopra.

“Ha bevuto,” pensò l'ebreo, freddamente, “o forse è solo infelice.”

Il vecchio si voltò per chiudere la porta mentre faceva questa riflessione, e il rumore così causato svegliò la ragazza. Lei scrutò attentamente il suo volto astuto, mentre chiedeva se ci fossero novità, e ascoltò il suo racconto della storia di Toby Crackit. Quando fu concluso, sprofondò nel suo precedente atteggiamento, ma non disse una parola. Spinse la candela via con impazienza, e una o due volte, mentre cambiava febbrilmente posizione, trascinò i piedi sul pavimento; ma questo fu tutto.

Durante questo silenzio, l'ebreo guardò irrequieto intorno alla stanza, come per assicurarsi che non ci fossero segni che Sikes fosse segretamente tornato. Apparentemente soddisfatto della sua ispezione, tossì due o tre volte, e fece altrettanti tentativi per iniziare una conversazione; ma la ragazza non gli prestò più attenzione che se fosse stato fatto di pietra. Alla fine fece un altro tentativo, e, sfregandosi le mani insieme, disse, nel suo tono più conciliante,

“E dove penseresti che sia Bill ora, cara mia — eh?”

La ragazza emise un gemello quasi inintelligibile, che non poteva dirlo, e sembrò, dal rumore mezzo soffocato che le sfuggì, piangere.

“E anche il ragazzo,” disse l'ebreo, sforzando gli occhi per intravedere il suo volto. “Povero ragazzino! — lasciato in un fossato, Nance; pensa un po'!”

“Il bambino,” disse la ragazza, alzando improvvisamente lo sguardo, “sta meglio dove è che tra noi: e se non viene alcun danno a Bill da ciò, spero che giaccia morto nel fossato, e che le sue ossa giovani possano marcire lì.”

“Cosa!” gridò l'ebreo, con stupore.

“Sì, lo spero,” rispose la ragazza, incontrando il suo sguardo. “Sarò lieta di non averlo più davanti agli occhi, e di sapere che il peggio è finito. Non sopporto di averlo intorno. La sua vista mi rivolta contro me stessa e tutti voi.”

“Pooh!” disse l'ebreo, con disprezzo. “Sei ubriaca, ragazza.”

“Lo sono?” gridò la ragazza, amaramente. “Non è colpa tua se non lo sono! non vorresti mai che fossi altro se fosse per te, eccetto ora; — l'umore non ti va bene, eh?”

“No!” replicò l'ebreo, furiosamente. “Non va bene.”

“Cambialo, allora!” rispose la ragazza, con una risata.

“Cambialo!” esclamò l'ebreo, esasperato oltre ogni limite dall'inaspettata ostinazione della sua compagna, e dal fastidio della notte, “Lo cambierò! Ascoltami, sgualdrina! ascoltami, io che con sei parole posso strangolare Sikes con la stessa sicurezza di come se avessi la sua gola taurina tra le dita ora. Se torna, e lascia quel ragazzo dietro di sé, — se se la cava libero, e, morto o vivo, fallisce nel restituirmelo, uccidilo tu stessa se vuoi che scappi a Jack Ketch, e fallo nel momento in cui mette piede in questa stanza, o, stammi bene a sentire, sarà troppo tardi!”

“Cos'è tutto questo?” gridò la ragazza, involontariamente.

“Cos'è?” proseguì Fagin, pazzo di rabbia. “Questo — Quando il ragazzo vale centinaia di sterline per me, devo perdere ciò che il caso mi ha messo sulla strada di ottenere in sicurezza, attraverso i capricci di una banda di ubriachi di cui potrei far sparire le vite fischiando, — e io legato, oltretutto, a un diavolo nato che vuole solo la volontà, e ha il potere di, di...”

Ansimando per il respiro, il vecchio balbettò cercando una parola, e in quell'istante frenò il torrente della sua ira, e cambiò tutto il suo contegno. Un momento prima, le sue mani serrate afferravano l'aria, i suoi occhi si erano dilatati, e il suo volto era diventato livido per la passione; ma ora si rimpicciolì su una sedia, e, rannicchiandosi, tremò per il timore di aver egli stesso rivelato qualche malvagità nascosta. Dopo un breve silenzio, si azzardò a guardarsi intorno verso la sua compagna, e sembrò alquanto rassicurato nel vederla nel medesimo atteggiamento svogliato dal quale l'aveva inizialmente scossa.

“Nancy, cara!” gracchiò l'ebreo, con la sua solita voce. “Mi hai ascoltato, cara?”

“Non mi disturbare, ora, Fagin!” rispose la ragazza, alzando la testa languidamente. “Se Bill non l'ha fatto questa volta, lo farà un'altra. Ha fatto molti buoni lavori per te, e ne farà molti altri quando potrà; e quando non potrà, non lo farà; quindi basta così.”

“Riguardo a questo ragazzo, cara mia?” disse l'ebreo, sfregando i palmi delle mani nervosamente insieme.

“Il ragazzo deve tentare la sorte con gli altri,” interruppe Nancy, frettolosamente; “e dico di nuovo, spero che sia morto, e fuori dai guai, e fuori dai tuoi — cioè, se Bill non incorre in alcun danno, e se Toby se l'è svignata, è abbastanza sicuro che lo farà, perché vale più di due di lui in qualsiasi momento.”

“E riguardo a quello che stavo dicendo, cara mia?” osservò l'ebreo, mantenendo il suo occhio scintillante fisso su di lei.

“Devi dirlo tutto da capo se è qualcosa che vuoi che faccia,” replicò Nancy: “e se lo è, faresti meglio ad aspettare fino a domani. Mi hai agitata per un minuto, ma ora sono di nuovo intorpidita.”

Fagin pose diverse altre domande, tutte col medesimo intento di accertarsi se la ragazza avesse fatto tesoro dei suoi suggerimenti imprudenti; ma lei rispose con tale prontezza e fu, per giunta, così del tutto imperturbabile di fronte ai suoi sguardi indagatori, che la sua impressione iniziale, ovvero che fosse più che leggermente brilla, ne fu pienamente confermata. Nancy, in effetti, non era esente da un vizio assai comune tra le allieve dell'ebreo, e che, nei loro anni più teneri, veniva piuttosto incoraggiato che represso. Il suo aspetto trasandato e un profumo di Ginevra che pervadeva l'appartamento su vasta scala offrivano una solida prova a conferma della giustezza della supposizione dell'ebreo; e quando, dopo essersi abbandonata a quella temporanea manifestazione di violenza sopra descritta, si calmò, dapprima nell'ottusità e in seguito in un misto di sentimenti, sotto l'influsso dei quali versava lacrime un minuto e quello dopo dava sfogo a varie esclamazioni come “Mai dire mai!” e a svariati calcoli su quanto potesse ammontare la posta finché una signora o un gentiluomo fossero felici, il signor Fagin, che aveva avuto una notevole esperienza in tali faccende a suo tempo, vide, con grande soddisfazione, che era davvero andata molto oltre.

Essendosi tranquillizzato con questa scoperta, e avendo compiuto il suo duplice obiettivo di comunicare alla ragazza ciò che aveva udito quella notte e di accertarsi con i propri occhi che Sikes non fosse tornato, il signor Fagin volse nuovamente il viso verso casa, lasciando la sua giovane amica addormentata con la testa sul tavolo.

Mancava meno di un'ora a mezzanotte e, poiché il tempo era buio e il freddo pungente, non aveva gran tentazione di bighellonare. Il vento tagliente che spazzava le strade sembrava averle ripulite tanto dai passanti quanto dalla polvere e dal fango, poiché poche persone erano in giro e, a quanto pareva, si stavano affrettando a tornare a casa. Soffiava dalla parte giusta per l'ebreo, tuttavia, e dritto davanti ad esso proseguì, tremando e rabbrividendo ogni volta che una nuova raffica lo spingeva rudemente lungo la sua strada.

Aveva raggiunto l'angolo della propria via e stava già frugando in tasca in cerca della chiave di casa, quando una figura scura emerse da un ingresso sporgente che giaceva in profonda ombra e, attraversando la strada, scivolò verso di lui non notata.

“Fagin!” sussurrò una voce vicino al suo orecchio.

“Ah!” disse l'ebreo, voltandosi rapidamente, “sei tu——”

“Sì!” lo interruppe bruscamente lo sconosciuto. “Sono rimasto qui ad aspettare per queste due ore. Dove diavolo sei stato?”

“Per i tuoi affari, caro mio,” rispose l'ebreo, lanciando un'occhiata inquieta al suo compagno e rallentando il passo mentre parlava. “Per i tuoi affari tutta la notte.”

“Oh, naturalmente!” disse lo sconosciuto con un sogghigno. “Bene; e che cosa ne è venuto fuori?”

“Niente di buono,” disse l'ebreo.

“Niente di male, spero?” disse lo sconosciuto, fermandosi di colpo e volgendo uno sguardo allarmato al suo compagno.

L'ebreo scosse la testa e stava per rispondere, quando lo sconosciuto, interrompendolo, fece cenno verso la casa davanti alla quale erano ormai arrivati, e osservò che avrebbe fatto meglio a dire ciò che aveva da dire al riparo, poiché il sangue gli si era raggelato a forza di stare lì fuori tanto a lungo, e il vento lo attraversava da parte a parte.

Fagin parve come se avrebbe voluto volentieri scusarsi dal portare a casa un visitatore a quell'ora inopportuna, e mormorò qualcosa riguardo al non avere fuoco; ma il suo compagno, ripetendo la sua richiesta in modo perentorio, sbloccò la porta e gli chiese di chiuderla piano, mentre prendeva un lume.

“È buio come la tomba,” disse l'uomo, procedendo a tastoni per qualche passo. “Fai presto. Odio questo posto!”

“Chiudi la porta,” sussurrò Fagin dall'estremità del corridoio. Mentre parlava, questa si chiuse con un forte rumore.

“Non è stata opera mia,” disse l'altro uomo, tastando la strada. “Il vento l'ha spinta, o si è chiusa da sola; l'una o l'altra cosa. Fai in fretta col lume, o mi spaccherò il cervello contro qualcosa in questo buco maledetto.”

Fagin scese furtivamente le scale della cucina e, dopo una breve assenza, tornò con una candela accesa e la notizia che Toby Crackit dormiva nella stanza sul retro di sotto, e i ragazzi in quella davanti. Facendo segno all'altro uomo di seguirlo, aprì la strada di sopra.

“Possiamo dire le poche parole che abbiamo da dire qui, caro mio,” disse l'ebreo, spalancando una porta al primo piano; “e poiché ci sono buchi nelle persiane, e non mostriamo mai luci ai nostri vicini, metteremo la candela sulle scale. Ecco!”

Con queste parole, l'ebreo, chinandosi, posò la candela su una rampa di scale superiore, esattamente di fronte alla porta della stanza, e aprì la strada nell'appartamento, che era privo di ogni mobile eccetto una poltrona rotta e un vecchio divano o sofa senza rivestimento, che stava dietro la porta. Su questo pezzo d'arredamento lo sconosciuto si gettò con l'aria di un uomo stanco, e l'ebreo, tirando a sé la poltrona di fronte, si sedettero faccia a faccia. Non era del tutto buio, perché la porta era parzialmente aperta e la candela di fuori gettava un fioco riflesso sulla parete opposta.

Conversarono per qualche tempo a bassa voce; sebbene nulla della conversazione fosse distinguibile al di là di poche parole sconnesse qua e là; un ascoltatore avrebbe facilmente percepito che Fagin sembrava difendersi da alcune osservazioni dello sconosciuto e che quest'ultimo fosse in uno stato di notevole irritazione. Potrebbero aver parlato così per un quarto d'ora o più, quando Monks — nome con cui l'ebreo aveva designato lo strano uomo diverse volte nel corso del loro colloquio — disse, alzando un poco la voce:

“Ti dico di nuovo che è stato pianificato male. Perché non tenerlo qui in mezzo agli altri e farne subito un borseggiatore strisciante e piagnucolante?”

“Ascoltatelo!” esclamò l'ebreo, stringendosi nelle spalle.

“Beh, vuoi dire che non avresti potuto farlo se avessi voluto?” chiese Monks, severamente. “Non l'hai fatto con altri ragazzi decine di volte? Se avessi avuto pazienza per un anno, al massimo, non avresti potuto farlo condannare e mandare al sicuro fuori dal regno, forse per tutta la vita?”

“Di chi sarebbe stato il turno, caro mio?” chiese umilmente l'ebreo.

“Mio,” rispose Monks.

“Ma non il mio,” disse l'ebreo, sottomesso. “Avrebbe potuto tornarmi utile. Quando ci sono due parti in un affare, è solo ragionevole che l'interesse di entrambi sia consultato; non è così, mio buon amico?”

“E allora?” chiese Monks, stizzito. “Ho visto che non era facile addestrarlo al mestiere,” rispose l'ebreo; “non era come gli altri ragazzi nelle stesse circostanze.”

“Maledizione, no!” mormorò l'uomo, “o sarebbe stato un ladro molto tempo fa.”

“Non avevo presa su di lui per renderlo peggiore,” continuò l'ebreo, osservando ansiosamente il volto del suo compagno. “La sua mano non era allenata; non avevo nulla con cui spaventarlo, cosa che dobbiamo sempre avere all'inizio, o lavoriamo invano. Cosa potevo fare? Mandarlo fuori con il Dodger e Charley? Ne abbiamo avuto abbastanza all'inizio, caro mio; ho tremato per tutti noi.”

“Quello non è stato opera mia,” osservò Monks.

“No, no, caro mio!” riprese l'ebreo, “e non me ne lamento ora, perché, se non fosse mai accaduto, potresti non aver mai posato gli occhi sul ragazzo per notarlo, e così giungere alla scoperta che era lui quello che cercavi. Bene; te l'ho riportato per mezzo della ragazza, e poi lei inizia a favorirlo.”

“Strozza la ragazza!” disse Monks, impaziente.

“Beh, non possiamo permetterci di farlo proprio ora, caro mio,” rispose l'ebreo, sorridendo; “e inoltre, quel genere di cose non è nel nostro stile, o un giorno di questi potrei essere lieto che venisse fatto. So bene cosa sono queste ragazze, Monks. Non appena il ragazzo inizierà a indurirsi, non le importerà più di lui che di un blocco di legno. Tu vuoi che sia reso un ladro: se è vivo, posso renderlo tale da questo momento; e se—se—” disse l'ebreo, avvicinandosi all'altro, “non è probabile, bada—ma se il peggio viene al peggio, e lui è morto——”

“Non è colpa mia se lo è!” intervenne l'altro uomo, con uno sguardo di terrore, e afferrando il braccio dell'ebreo con mani tremanti. “Ricordatelo, Fagin; non c'entro nulla. Qualsiasi cosa tranne la sua morte, ti ho detto fin dal principio. Non voglio spargere sangue; si viene sempre scoperti, e tormenta un uomo oltretutto. Se gli hanno sparato, non sono io la causa; mi senti? Dai fuoco a questo covo infernale!—cos'è quello?”

“Cosa!” gridò l'ebreo, afferrando il vigliacco attorno al corpo con entrambe le braccia mentre balzava in piedi. “Dove?”

“Laggiù!” rispose l'uomo, fissando la parete opposta. “L'ombra—ho visto l'ombra di una donna, in mantello e cuffia, passare lungo il rivestimento di legno come un soffio!”

L'ebreo allentò la presa e si precipitarono tumultuosamente fuori dalla stanza. La candela, consumata dalla corrente d'aria, stava dove era stata posta, e mostrava loro la scala vuota e i loro volti bianchi. Ascoltarono intensamente, ma un profondo silenzio regnava in tutta la casa.

“È la tua fantasia,” disse l'ebreo, prendendo il lume e voltandosi verso il suo compagno.

“Giuro che l'ho vista!” rispose Monks, tremando violentemente. “Si stava chinando in avanti quando l'ho vista per la prima volta, e quando ho parlato è scattata via.”

L'ebreo lanciò uno sguardo sprezzante al volto pallido del suo socio e, dicendogli che poteva seguirlo se voleva, salì le scale. Guardarono in tutte le stanze; erano fredde, nude e vuote. Scesero nel corridoio e da lì nelle cantine sottostanti. L'umidità verdastra pendeva sulle basse pareti, e le tracce della lumaca e della limaccia luccicavano alla luce; ma tutto era immobile come la morte.

“Che cosa ne pensi ora?” disse l'ebreo, quando ebbero riguadagnato il corridoio. “Oltre a noi, non c'è una creatura in casa eccetto Toby e i ragazzi, e sono abbastanza al sicuro. Guarda qui!”

Come prova del fatto, l'ebreo tirò fuori due chiavi dalla tasca; e spiegò che quando era sceso la prima volta le aveva chiuse dentro, per evitare qualsiasi intrusione nella conferenza.

Questa testimonianza accumulata fece vacillare efficacemente il signor Monks. Le sue proteste erano diventate gradualmente sempre meno veementi man mano che procedevano nella loro ricerca senza fare alcuna scoperta; e ora diede sfogo a diverse risate molto cupe e confessò che poteva essere stata solo la sua immaginazione eccitata. Rifiutò qualsiasi ripresa della conversazione, tuttavia, per quella notte, ricordando improvvisamente che era passata l'una: e così l'amabile coppia si separò.

CAPITOLO XXVI.

RIPARA ALLA SCORTESIA DI UN CAPITOLO PRECEDENTE, CHE HA ABBANDONATO UNA SIGNORA MOLTO SENZA CERIMONIA.

POICHÉ non sarebbe affatto conveniente per un umile autore tenere un personaggio così potente come un sagrestano ad aspettare con la schiena rivolta al fuoco e le falde della giacca raccolte sotto le braccia, fino al momento in cui potrebbe piacergli di sollevarlo; e poiché sarebbe ancora meno consono al suo rango, o alla sua galanteria, coinvolgere nella stessa negligenza una signora sulla quale quel sagrestano aveva guardato con occhio di tenerezza e affetto, e al cui orecchio aveva sussurrato dolci parole che, provenendo da una tale fonte, potrebbero ben far fremere il seno di fanciulla o matrona di qualunque grado; il fedele storico la cui penna traccia queste parole, confidando di conoscere il suo posto e di nutrire una riverenza conveniente per coloro che sulla terra detengono un'autorità alta e importante, si affretta a rendere loro quel rispetto che la loro posizione richiede, e a trattarli con tutta quella cerimoniosa deferenza che il loro rango elevato e (di conseguenza) grandi virtù reclamano imperiosamente dalle sue mani. Verso questo fine, infatti, si era riproposto di introdurre in questo luogo una dissertazione riguardante il diritto divino dei sagrestani, ed esplicativa della posizione, che un sagrestano non può sbagliare, il che non avrebbe mancato di essere tanto piacevole quanto profittevole per il lettore di sani principi, ma che è sfortunatamente costretto, per mancanza di tempo e spazio, a rimandare a qualche più opportuna e adatta occasione; al cui arrivo, sarà pronto a mostrare, che un sagrestano correttamente costituito — vale a dire, un sagrestano parrocchiale, addetto a un ospizio parrocchiale e che presenzia nella sua veste ufficiale alla chiesa parrocchiale — è, in diritto e virtù del suo ufficio, in possesso di tutte le eccellenze e migliori qualità dell'umanità; e che a nessuna di tali eccellenze possono i semplici sagrestani di compagnie, o sagrestani di tribunali, o persino sagrestani di cappelle succursali (salvo questi ultimi, e in un grado assai basso e inferiore) avanzare la più remota pretesa sostenibile.

Il signor Bumble aveva contato i cucchiaini, ripesato le pinze per lo zucchero, fatto un'ispezione più ravvicinata della lattiera e accertato con precisione la condizione esatta dei mobili fino ai sedili in crine delle sedie; e aveva ripetuto ogni procedimento per ben mezza dozzina di volte, prima di iniziare a pensare che fosse ora che la signora Corney tornasse. Pensare genera pensare; e, poiché non c'erano suoni dell'avvicinarsi della signora Corney, venne in mente al signor Bumble che sarebbe stato un modo innocente e virtuoso di trascorrere il tempo se avesse ulteriormente placato la sua curiosità con una rapida occhiata all'interno della cassettiera della signora Corney.

Dopo aver ascoltato dal buco della serratura per assicurarsi che nessuno si stesse avvicinando alla camera, il signor Bumble, iniziando dal fondo, procedette a familiarizzare con il contenuto dei tre lunghi cassetti, i quali, essendo riempiti con vari indumenti di buona fattura e tessuto, accuratamente conservati tra due strati di vecchi giornali, punteggiati di lavanda essiccata, sembrarono dargli una soddisfazione estrema. Arrivato, col passare del tempo, al cassetto nell'angolo destro (in cui si trovava la chiave), e scorgendovi una piccola scatola con lucchetto che, scossa, emise un suono piacevole, come di tintinnio di monete, il signor Bumble tornò con passo maestoso al camino e, riprendendo la sua vecchia posa, disse, con aria grave e determinata: “Lo farò!” Seguì questa notevole dichiarazione scuotendo la testa in modo scherzoso per dieci minuti, come se stesse rimproverando se stesso per essere un tipo così simpatico, e poi diede un'occhiata alle sue gambe di profilo con molto apparente piacere e interesse.

Era ancora placidamente impegnato in quest'ultima ispezione, quando la signora Corney, entrando in fretta nella stanza, si gettò, in uno stato di affanno, su una sedia accanto al fuoco e, coprendosi gli occhi con una mano, pose l'altra sul cuore e ansimò per la mancanza di respiro.

“Signora Corney,” disse il signor Bumble, chinandosi sulla matrona, “che cos'è, signora? è successo qualcosa, signora? Vi prego di rispondermi; sono su—su—” il signor Bumble, nel suo allarme, non riuscì immediatamente a pensare alla parola “spine”, così disse, “bottiglie rotte.”

“Oh, signor Bumble!” gridò la signora, “sono stata così terribilmente turbata!”

“Turbata, signora!” esclamò il signor Bumble; “chi ha osato—? Lo so!” disse il signor Bumble, frenandosi, con maestosità innata, “sono quei viziati poveri!”

“È terribile a pensarci!” disse la signora, rabbrividendo.

“Allora non ci pensi, signora,” replicò il signor Bumble.

“Non posso farne a meno,” piagnucolò la signora.

“Allora prenda qualcosa, signora,” disse il signor Bumble, in tono consolatorio. “Un po' di vino?”

“Non per tutto l'oro del mondo!” rispose la signora Corney. “Non potrei,—oh! Il ripiano superiore nell'angolo destro—oh!” Pronunciando queste parole, la buona signora indicò distrattamente l'armadio e subì una convulsione da spasmi interni. Il signor Bumble corse all'armadio e, afferrando una bottiglia di vetro verde da una pinta dallo scaffale così incoerentemente indicato, riempì una tazza da tè con il suo contenuto e la tenne alle labbra della signora.

“Sto meglio ora,” disse la signora Corney, ricadendo all'indietro, dopo averne bevuto metà.

Il signor Bumble alzò gli occhi piamente al soffitto in segno di ringraziamento e, riportandoli sul bordo della tazza, la sollevò al naso.

“Menta piperita,” spiegò la signora Corney, con voce debole, sorridendo gentilmente al sagrestano mentre parlava. “Lo provi; c'è un po'—un po' di qualcos'altro dentro.”

Il signor Bumble assaggiò la medicina con uno sguardo dubbioso; si schioccò le labbra, ne prese un altro assaggio e posò la tazza vuota.

“È molto confortante,” disse la signora Corney.

“Davvero molto, signora,” disse il sagrestano. Mentre parlava, tirò una sedia accanto alla matrona e chiese teneramente cosa fosse successo per turbarla.

“Niente,” rispose la signora Corney. “Sono una creatura sciocca, eccitabile e debole.”

“Non debole, signora,” ribatté il signor Bumble, avvicinando un po' la sedia. “È lei una creatura debole, signora Corney?”

“Siamo tutte creature deboli,” disse la signora Corney, stabilendo un principio generale.

“Così siamo,” disse il sagrestano.

Non fu detto nulla da nessuna delle due parti per un minuto o due dopo; e allo scadere di quel tempo, il signor Bumble aveva illustrato la posizione spostando il suo braccio sinistro dallo schienale della sedia della signora Corney, dove aveva precedentemente riposato, al nastro del grembiule della signora Corney, attorno al quale si intrecciò gradualmente.

“Siamo tutte creature deboli,” disse il signor Bumble.

La signora Corney sospirò.

“Non sospiri, signora Corney,” disse il signor Bumble.

“Non posso farne a meno,” disse la signora Corney. E sospirò di nuovo.

“Questa è una stanza molto confortevole, signora,” disse il signor Bumble, guardandosi intorno. “Un'altra stanza e questa, signora, sarebbe una cosa completa.”

“Sarebbe troppo per una sola,” mormorò la signora.

“Ma non per due, signora,” replicò il signor Bumble, con accenti dolci. “Eh, signora Corney?”

La signora Corney chinò il capo quando il sagrestano disse questo, e il sagrestano chinò il suo per ottenere una visuale del volto della signora Corney. La signora Corney, con grande proprietà, voltò la testa e lasciò la mano per prendere il fazzoletto, ma insensibilmente la ripose in quella del signor Bumble.

“Il consiglio le concede il carbone, non è vero, signora Corney?” chiese il sagrestano, premendo affettuosamente la sua mano.

“E le candele,” rispose la signora Corney, ricambiando leggermente la pressione.

“Carbone, candele e affitto gratuito,” disse il signor Bumble. “Oh, signora Corney, che angelo che è!”

La signora non fu immune a questa esplosione di sentimento. Si abbandonò tra le braccia del signor Bumble; e quel gentiluomo, nella sua agitazione, impresse un bacio appassionato sul suo casto naso.

“Tale perfezione parrocchiale!” esclamò il signor Bumble, con rapimento. “Lei sa che il signor Slout sta peggio stasera, mia incantatrice?”

“Sì,” rispose la signora Corney, timidamente.

“Non può vivere una settimana, dice il dottore,” continuò il signor Bumble. “È lui il capo di questo stabilimento; la sua morte causerà una vacanza; quella vacanza deve essere colmata. Oh signora Corney, che prospettiva apre tutto ciò! Che opportunità per un unione di cuori e gestione domestica!”

La signora Corney singhiozzò.

“La parolina?” disse il signor Bumble, chinandosi sulla timida bellezza—“quella una piccola, piccola, piccola parola, mia benedetta Corney?”

“Sì—sì—sì!” sospirò la matrona.

“Ancora una,” continuò il sagrestano; “componga i suoi cari sentimenti per una soltanto ancora. Quando deve avvenire?”

La signora Corney tentò due volte di parlare e due volte fallì. Alla fine, facendosi coraggio, gettò le braccia attorno al collo del signor Bumble e disse che avrebbe potuto essere non appena gli fosse piaciuto, e che lui era “un papero irresistibile”.

Essendo le cose così amichevolmente e soddisfacentemente sistemate, il contratto fu solennemente ratificato in un'altra tazza di miscela di menta piperita, che fu resa ancora più necessaria dal batticuore e dall'agitazione dello spirito della signora. Mentre veniva smaltita, mise al corrente il signor Bumble del decesso della vecchia.

“Molto bene,” disse quel gentiluomo, sorseggiando la sua menta piperita. “Passerò da Sowerberry mentre torno a casa e gli dirò di mandare qualcuno domattina. È stato quello a spaventarla, cara?”

“Non è stato nulla di particolare, caro,” disse la signora, evasivamente.

“Deve essere stato qualcosa, cara,” insistette il signor Bumble. “Non vuole dirlo al suo B.?”

“Non ora,” replicò la signora; “un giorno di questi,—dopo che saremo sposati, caro.”

“Dopo che saremo sposati!” esclamò il signor Bumble. “Non è stata nessuna impertinenza da parte di qualcuno di quei poveri maschi che——”

“No, no, caro!” intervenne la signora, in fretta.

“Se pensassi che lo fosse stato,” continuò il signor Bumble,—“se pensassi che qualcuno di loro avesse osato sollevare i suoi volgari occhi su quel volto incantevole——”

“Non avrebbero osato farlo, caro,” rispose la signora.

“Farebbero meglio a non farlo!” disse il signor Bumble, stringendo il pugno. “Lasci che veda un uomo, parrocchiale o extra-parrocchiale, che oserebbe farlo, e posso dirgli che non lo farebbe una seconda volta!”

Privo di qualsiasi violenza di gestualità, questo sarebbe potuto suonare come un complimento non molto alto per le grazie della signora; ma, siccome il signor Bumble accompagnava la minaccia con molti gesti bellicosi, lei fu molto toccata da questa prova della sua devozione, e protestò, con grande ammirazione, che egli era davvero una colomba.

La colomba si alzò quindi il bavero della giacca, si mise il cappello a due punte e, dopo aver scambiato un lungo e affettuoso abbraccio con la sua futura compagna, sfidò ancora una volta il vento freddo della notte; fermandosi solo per pochi minuti nel reparto dei poveri maschi per strapazzarli un po’, nell'ottica di convincersi di poter ricoprire l'incarico di direttore dell'ospizio con la necessaria asprezza. Assicurato delle proprie qualifiche, il signor Bumble lasciò l'edificio con il cuore leggero e visioni luminose della sua futura promozione, che servirono a occupare la sua mente finché non raggiunse la bottega del becchino.

Ora, essendo il signor e la signora Sowerberry usciti per il tè e la cena, e non essendo Noah Claypole in alcun momento disposto a sobbarcarsi una quantità di sforzo fisico maggiore di quella necessaria a un comodo adempimento delle due funzioni del mangiare e del bere, la bottega non era chiusa, sebbene fosse passata la solita ora di chiusura. Il signor Bumble picchiettò più volte con il suo bastone sul bancone; ma, non attirando alcuna attenzione e scorgendo una luce splendere attraverso il vetro della finestrella del piccolo salotto, sul retro della bottega, prese l'audacia di sbirciare dentro per vedere cosa stesse succedendo; e, quando vide cosa stava succedendo, non fu poco sorpreso.

La tavola era apparecchiata per la cena ed era coperta di pane e burro, piatti, bicchieri, una brocca di birra scura e una bottiglia di vino. All'estremità superiore del tavolo, il signor Noah Claypole se ne stava sdraiato negligentemente su una poltrona, con le gambe gettate sopra uno dei braccioli, un coltello a serramanico aperto in una mano e un pezzo di pane imburrato nell'altra; vicino a lui stava Charlotte, che apriva ostriche da un barile, che il signor Claypole si degnava di ingoiare con notevole avidità. Un rossore più che normale nella regione del naso del giovane gentiluomo, e una sorta di strizzatina d'occhio fissa nel suo occhio destro, indicavano che era in un leggero stato di ebbrezza; e questi sintomi erano confermati dall'intenso piacere con cui mangiava le sue ostriche, per il quale nulla se non una forte apprezzamento delle loro proprietà rinfrescanti, in casi di febbre interna, avrebbe potuto essere una giustificazione sufficiente.

“Ecco un'ostrica grassa e deliziosa, caro Noah!” disse Charlotte; “assaggiala, dai; solo questa.”

“Che cosa deliziosa è un'ostrica!” osservò il signor Claypole, dopo averla ingoiata. “Che peccato che una quantità di esse debba mai farti sentire a disagio, non è vero, Charlotte?”

“È una vera crudeltà,” disse Charlotte.

“Proprio così,” acconsentì il signor Claypole. “Non ti piacciono le ostriche?”

“Non troppo,” rispose Charlotte. “Mi piace vederti mangiarle, caro Noah, più che mangiarle io stessa.”

“Accidenti!” disse Noah, riflettendo; “che strano!”

“Prendine un'altra,” disse Charlotte. “Eccone una con una barba così bella e delicata!”

“Non riesco a mangiarne altre,” disse Noah. “Mi dispiace molto. Vieni qui, Charlotte, e ti bacerò.”

“Cosa!” disse il signor Bumble, irrompendo nella stanza. “Dillo di nuovo, signore.”

Charlotte lanciò un grido e nascose il viso nel grembiule; mentre il signor Claypole, senza fare alcun ulteriore cambiamento nella sua posizione se non lasciar toccare terra alle sue gambe, fissava il bidello nel terrore dell'ubriaco.

“Dillo di nuovo, vile, sfacciato individuo!” disse il signor Bumble. “Come osi menzionare una cosa del genere, signore? E come osi incoraggiarlo, insolente civetta? Baciarla!” esclamò il signor Bumble, con forte indignazione. “Pah!”

“Non intendevo farlo!” disse Noah, piagnucolando. “È lei che mi bacia sempre, che mi piaccia o no.”

“Oh, Noah!” gridò Charlotte, con rimprovero.

“È vero, sai che è vero!” ribatté Noah. “Lo fa sempre, signor Bumble, signore; mi tira il mento, la prego signore, e fa ogni sorta di moine!”

“Silenzio!” gridò il signor Bumble, severamente. “Vattene di sotto, signora. Noah, tu chiudi la bottega e non dire un'altra parola finché il tuo padrone non torna a casa, a tuo rischio e pericolo; e, quando torna, digli che il signor Bumble ha detto che deve mandare la cassa di una vecchia dopo la colazione di domani mattina. Mi hai sentito, signore? Baciare!” gridò il signor Bumble, alzando le mani. “Il peccato e la malvagità degli ordini inferiori in questo distretto parrocchiale è spaventoso; se il parlamento non prende in considerazione le loro abominevoli condotte, questo paese è rovinato e il carattere della popolazione rurale perduto per sempre!” Con queste parole, il bidello si allontanò, con aria altera e cupa, dai locali del becchino.

E ora che lo abbiamo accompagnato fin qui sulla strada di casa, e abbiamo fatto tutti i preparativi necessari per il funerale della vecchia, iniziamo a fare qualche ricerca sul giovane Oliver Twist, e accertiamoci se si trovi ancora nel fosso dove Toby Crackit lo ha lasciato.

CAPITOLO XXVIII.

CERCA OLIVER E PROSEGUE CON LE SUE AVVENTURE.

“I lupi vi strappino la gola!” mormorò Sikes, digrignando i denti. “Vorrei essere in mezzo a qualcuno di voi; ululereste più rauco per questo.”

Mentre Sikes ringhiava questa imprecazione, con la ferocia più disperata di cui la sua indole disperata fosse capace, appoggiò il corpo del ragazzo ferito sul ginocchio piegato e voltò la testa per un istante per guardare i suoi inseguitori.

C'era poco da distinguere nella nebbia e nell'oscurità; ma le grida forti degli uomini vibravano nell'aria e l'abbaiare dei cani del vicinato, svegliati dal suono della campana d'allarme, risuonava in ogni direzione.

“Fermati, vigliacco cane!” gridò il rapinatore, urlando a Toby Crackit, che, sfruttando al meglio le sue lunghe gambe, era già davanti — “fermato!”

La ripetizione della parola portò Toby a un arresto improvviso, poiché non era del tutto convinto di essere fuori dalla portata del colpo di pistola, e Sikes non era dell'umore giusto per scherzare.

“Dai una mano con il ragazzo,” ruggì Sikes, facendo segno furiosamente al suo complice. “Torna indietro!”

Toby fece mostra di tornare, ma si azzardò, a bassa voce, rotta per la mancanza di fiato, a far intendere una notevole riluttanza mentre arrivava lentamente.

“Più in fretta!” gridò Sikes, posando il ragazzo in un fosso asciutto ai suoi piedi ed estraendo una pistola dalla tasca. “Non fare lo sciocco con me.”

In quel momento il rumore si fece più forte e Sikes, guardandosi di nuovo intorno, poté scorgere che gli uomini che avevano inseguito stavano già scavalcando il cancello del campo in cui si trovava, e che un paio di cani erano qualche passo avanti a loro.

“È finita, Bill,” gridò Toby; “molla il ragazzo e dacci dentro con le gambe.” Con questo consiglio d'addio, il signor Crackit, preferendo la possibilità di essere colpito dal suo amico alla certezza di essere preso dai suoi nemici, se la diede a gambe levate e scappò a tutta velocità. Sikes strinse i denti, diede un'occhiata intorno, gettò sulla forma distesa di Oliver il mantello in cui era stato frettolosamente avvolto, corse lungo il davanti della siepe, come per distrarre l'attenzione di chi stava dietro dal punto in cui giaceva il ragazzo, si fermò per un secondo davanti a un'altra siepe che la incontrava ad angolo retto e, facendo roteare la sua pistola in alto nell'aria, la superò con un balzo e se ne andò.

“Ehi, ehi, là!” gridò una voce tremante nelle retrovie. “Pincher, Neptune, venite qui, venite qui!”

I cani, che, insieme ai loro padroni, sembravano non avere particolare gusto per lo sport in cui erano impegnati, risposero prontamente a questo comando: e tre uomini, che nel frattempo avevano avanzato una certa distanza nel campo, si fermarono a consultarsi insieme.

“Il mio consiglio, o, almeno, dovrei dire, i miei ordini, è,” disse l'uomo più grasso del gruppo, “che torniamo immediatamente a casa.”

“Sono d'accordo con tutto ciò che è gradito al signor Giles,” disse un uomo più basso, che non era affatto di corporatura snella, e che era molto pallido in volto, e molto educato, come spesso lo sono gli uomini spaventati.

“Non vorrei sembrare maleducato, signori,” disse il terzo, che aveva richiamato i cani, “il signor Giles dovrebbe sapere.”

“Certamente,” rispose l'uomo più basso; “e qualunque cosa dica il signor Giles non è compito nostro contraddirlo. No, no, conosco la mia posizione — grazie al cielo, conosco la mia posizione.” A dire il vero, l'ometto sembrava conoscere la sua posizione, e sapere perfettamente che non era affatto desiderabile, poiché i suoi denti battevano in testa mentre parlava.

“Hai paura, Brittles,” disse il signor Giles.

“Non è vero,” disse Brittles.

“Ce l'hai,” disse Giles.

“Lei dice il falso, signor Giles,” disse Brittles.

“Lei dice una bugia, Brittles,” disse il signor Giles.

Ora, queste quattro repliche nascevano dalla provocazione del signor Giles, e la provocazione del signor Giles era nata dalla sua indignazione per aver avuto la responsabilità di tornare a casa imposta a se stesso sotto forma di complimento. Il terzo uomo pose fine alla disputa nel modo più filosofico.

“Vi dico com'è, signori,” disse, “abbiamo tutti paura.”

“Parli per lei, signore,” disse il signor Giles, che era il più pallido del gruppo.

“Così faccio,” rispose l'uomo. “È naturale e appropriato avere paura, in tali circostanze. Io ce l'ho.”

“Anch'io,” disse Brittles; “solo che non c'è motivo di dire a un uomo che ce l'ha, così sfacciatamente.”

Queste franche ammissioni addolcirono il signor Giles, che ammise subito di aver avuto paura; al che tutti e tre si voltarono e tornarono indietro con la più completa unanimità, finché il signor Giles (che aveva il fiato più corto del gruppo, ed era ingombrato da un forcone) insistette gentilmente per fermarsi a chiedere scusa per la sua precipitazione nel parlare.

“Ma è meraviglioso,” disse il signor Giles, quando ebbe spiegato, “cosa può fare un uomo quando ha il sangue che ribolle. Avrei commesso un omicidio, so che l'avrei fatto, se avessimo catturato uno di quei farabutti.”

Poiché gli altri due erano colpiti da un presentimento simile, e il loro sangue, come il suo, si era tutto calmato, ne seguì una certa speculazione sulla causa di questo improvviso cambiamento nel loro temperamento.

“So cos'era,” disse il signor Giles; “era il cancello.”

“Non mi stupirei se lo fosse,” esclamò Brittles, cogliendo l'idea.

“Puoi contarci,” disse Giles, “che quel cancello ha fermato il flusso dell'eccitazione. Ho sentito tutta la mia svanire improvvisamente mentre lo stavo scavalcando.”

Per una notevole coincidenza, gli altri due erano stati visitati dalla stessa sgradevole sensazione in quel preciso momento; quindi era del tutto conclusivo che fosse il cancello, specialmente perché non c'erano dubbi riguardo al momento in cui il cambiamento aveva avuto luogo, poiché tutti e tre ricordavano di aver visto i rapinatori nell'istante stesso in cui si era verificato.

Questo dialogo si tenne tra i due uomini che avevano sorpreso i ladri e un calderaio ambulante, che aveva dormito in una rimessa e che era stato svegliato, insieme ai suoi due cani bastardi, per unirsi all'inseguimento. Il signor Giles agiva nella duplice veste di maggiordomo e amministratore della vecchia signora del palazzo, e Brittles era un ragazzo di bottega tuttofare che, essendo entrato al suo servizio da bambino, era trattato ancora come un ragazzo promettente, sebbene avesse superato i trent'anni.

Incoraggiandosi a vicenda con conversazioni come questa, ma rimanendo comunque molto vicini, e guardandosi intorno con apprensione ogni volta che una nuova raffica sbatteva tra i rami, i tre uomini si affrettarono a tornare verso un albero dietro il quale avevano lasciato la loro lanterna, affinché la sua luce non informasse i ladri in quale direzione sparare. Afferrata la luce, si avviarono verso casa, al piccolo trotto; e molto tempo dopo che le loro sagome scure avevano cessato di essere distinguibili, si sarebbe potuta vedere brillare e danzare in lontananza, come un'esalazione dell'atmosfera umida e cupa attraverso la quale veniva trasportata rapidamente.

L'aria divenne più fredda mentre il giorno arrivava lentamente, e la nebbia rotolava lungo il terreno come una fitta nuvola di fumo; l'erba era bagnata, i sentieri e i luoghi bassi erano tutti fango e acqua, e il respiro umido di un vento malsano passava languidamente con un gemito cavo. Eppure Oliver giaceva immobile e insensibile nel punto in cui Sikes lo aveva lasciato.

Il mattino si avvicinava rapidamente; l'aria divenne più pungente e penetrante, mentre la sua prima tonalità spenta — la morte della notte piuttosto che la nascita del giorno — brillava debolmente nel cielo. Gli oggetti che erano apparsi sfocati e terribili nell'oscurità divennero sempre più definiti e gradualmente si risolsero nelle loro forme familiari. La pioggia scendeva fitta e veloce, e picchiettava rumorosamente tra i cespugli spogli. Ma Oliver non lo sentiva, mentre lo batteva, perché giaceva ancora disteso, indifeso e incosciente, sul suo letto di argilla.

Alla fine, un basso grido di dolore ruppe la quiete che prevaleva, ed emettendolo, il ragazzo si svegliò. Il suo braccio sinistro, rozzamente fasciato in uno scialle, pendeva pesante e inutile al suo fianco, e la fasciatura era satura di sangue. Era così debole che riusciva a malapena a sollevarsi in posizione seduta, e quando lo fece, si guardò debolmente intorno in cerca di aiuto e gemette per il dolore. Tremando in ogni articolazione, per il freddo e l'esaurimento, fece uno sforzo per stare in piedi, ma, rabbrividendo dalla testa ai piedi, cadde prostrato a terra.

Dopo un breve ritorno dello stupore in cui era stato a lungo immerso, Oliver, spinto da una nausea strisciante al cuore, che sembrava avvertirlo che se fosse rimasto lì sarebbe sicuramente morto, si alzò in piedi e tentò di camminare. La testa gli girava e barcollava avanti e indietro come un ubriaco; ma si mantenne comunque, e, con la testa china languidamente sul petto, andò avanti inciampando, non sapeva dove.

E ora, schiere di idee sconcertanti e confuse venivano ad affollarsi nella sua mente. Sembrava ancora camminare tra Sikes e Crackit, che stavano discutendo con rabbia, poiché le parole stesse che dicevano risuonavano nelle sue orecchie: e quando richiamava la propria attenzione, per così dire, facendo qualche sforzo violento per salvarsi dalla caduta, scopriva che stava parlando con loro. Poi era solo con Sikes, arrancando come avevano fatto il giorno precedente, e mentre persone ombrose li oltrepassavano, sentiva la presa del rapinatore sul suo polso. Improvvisamente, sobbalzò al colpo di armi da fuoco, e nell'aria si levarono grida e urla forti; luci brillavano davanti ai suoi occhi, e tutto era rumore e tumulto, mentre qualche mano invisibile lo portava via frettolosamente. Attraverso tutte queste rapide visioni correva una consapevolezza indefinita e inquieta del dolore, che lo stancava e lo tormentava incessantemente.

Così barcollò avanti, strisciando quasi meccanicamente tra le sbarre dei cancelli, o attraverso le fessure delle siepi, man mano che si presentavano, finché non raggiunse una strada; e qui la pioggia iniziò a cadere così pesantemente che lo svegliò.

Guardò intorno e vide che a poca distanza c'era una casa, che forse avrebbe potuto raggiungere. Vedendo le sue condizioni, avrebbero potuto avere compassione di lui, e se non l'avessero avuta, sarebbe stato meglio, pensò, morire vicino agli esseri umani che nei solitari campi aperti. Raccolse tutte le sue forze per un ultimo tentativo e rivolse i suoi passi vacillanti verso di essa.

Mentre si avvicinava a questa casa, una sensazione lo assalì, di averla già vista. Non ricordava nulla dei suoi dettagli, ma la forma e l'aspetto dell'edificio gli sembravano familiari.

Quel muro del giardino! Sull'erba all'interno era caduto in ginocchio la scorsa notte e aveva implorato la misericordia dei due uomini. Era proprio la stessa casa che avevano tentato di rapinare.

Oliver sentì una tale paura assalirlo quando riconobbe il luogo che, per un istante, dimenticò l'agonia della sua ferita e pensò solo alla fuga. Fuga! Riusciva a malapena a stare in piedi; e se fosse stato in pieno possesso di tutte le migliori facoltà della sua esile e giovane corporatura, dove sarebbe potuto fuggire? Spinse contro il cancello del giardino; non era chiuso a chiave e oscillò aperto sui cardini. Barcollò attraverso il prato, salì i gradini, bussò debolmente alla porta e, venendogli meno ogni forza, si accasciò contro uno dei pilastri del piccolo portico.

Accadde che proprio in quel momento, il signor Giles, Brittles e il calderaio si stavano ritemprando dopo le fatiche e i terrori della notte, con tè e altro, in cucina. Non che fosse abitudine del signor Giles ammettere a troppa familiarità gli umili servitori, verso i quali era piuttosto solito comportarsi con un'elevata affabilità che, pur gratificandoli, non mancava di ricordare loro la sua posizione superiore nella società. Ma la morte, gli incendi e i furti con scasso rendono tutti gli uomini uguali; e il signor Giles sedeva con le gambe distese davanti al parafocolare della cucina, appoggiando il braccio sinistro sul tavolo, mentre, con il destro, illustrava un resoconto circostanziato e minuzioso della rapina, al quale i suoi ascoltatori (ma specialmente la cuoca e la cameriera, che facevano parte del gruppo) ascoltavano con interesse mozzafiato.

“Erano circa le due e mezza,” disse il signor Giles, “o non giurerei che non potessero essere quasi le tre, quando mi sono svegliato e, girandomi nel letto, come potrebbe essere così, (qui il signor Giles si girò sulla sedia e si tirò il lembo della tovaglia per imitare le coperte,) ho immaginato di sentire un rumore.”

A questo punto della narrazione, la cuoca impallidì e chiese alla cameriera di chiudere la porta, la quale lo chiese a Brittles, che lo chiese al calderaio, che fece finta di non sentire.

“—Sentire un rumore,” continuò il signor Giles. “Dico, all'inizio, 'Questa è un'illusione;' e mi stavo preparando per dormire, quando ho sentito di nuovo il rumore, distinto.”

“Che tipo di rumore?” chiese la cuoca.

“Una specie di rumore di scoppio,” rispose il signor Giles, guardandosi intorno.

“Più come il rumore di polverizzare una sbarra di ferro su una grattugia per la noce moscata,” suggerì Brittles.

“Era, quando l'hai sentito, signore,” replicò il signor Giles; “ma, in questo momento, aveva un suono di scoppio. Ho tirato giù le coperte,” continuò Giles, riavvolgendo la tovaglia, “mi sono seduto sul letto e ho ascoltato.”

La cuoca e la cameriera esclamarono simultaneamente, “Oh!” e avvicinarono le sedie l'una all'altra.

“L'ho sentito ora, abbastanza chiaramente,” riprese il signor Giles. “‘Qualcuno,’ dico, ‘sta forzando una porta, o una finestra; cosa si deve fare? Chiamerò quel povero ragazzo, Brittles, e lo salverò dall'essere assassinato nel suo letto, o la sua gola,’ dico, ‘potrebbe essere tagliata dall'orecchio destro al sinistro, senza che lui lo sappia mai.’”

Qui tutti gli occhi si voltarono su Brittles, che fissò i suoi sull'oratore e lo guardò con la bocca spalancata e il viso espressivo del più assoluto orrore.

“Ho gettato via le coperte,” disse Giles, gettando via la tovaglia e fissando intensamente la cuoca e la cameriera, “sono sceso dolcemente dal letto, ho infilato un paio di—”

“Signore presenti, signor Giles,” mormorò il calderaio.

“—Di scarpe, signore,” disse Giles, voltandosi verso di lui e dando grande enfasi alla parola, “ho afferrato la pistola carica che va sempre di sopra con il cesto delle posate, e ho camminato in punta di piedi verso la sua stanza. ‘Brittles,’ dico, quando l'avevo svegliato, ‘non aver paura!’”

“Così fece,” osservò Brittles, a bassa voce.

“‘Siamo uomini morti, credo, Brittles,’ dico,” continuò Giles; “‘ma non essere in allarme.’”

“Era spaventato?” chiese la cuoca.

“Per niente,” rispose il signor Giles. “Era fermo — ah! quasi quanto lo ero io.”

“Sarei morta subito, ne sono certa, se fossi stata io,” osservò la cameriera.

“Sei una donna,” ribatté Brittles, facendosi coraggio.

“Brittles ha ragione,” disse il signor Giles, annuendo con la testa, in segno di approvazione; “da una donna non c'era da aspettarsi altro. Noi, essendo uomini, abbiamo preso una lanterna sorda, che stava sulla stufa di Brittles, e abbiamo brancolato per le scale nel buio pesto — come potrebbe essere così.”

Il signor Giles si era alzato dal suo posto e aveva fatto due passi con gli occhi chiusi, per accompagnare la sua descrizione con un'azione appropriata, quando sussultò violentemente, insieme al resto della compagnia, e si affrettò a tornare sulla sua sedia. La cuoca e la cameriera urlarono.

“Era un colpo,” disse il signor Giles, assumendo una perfetta serenità; “aprite la porta, qualcuno.”

Nessuno si mosse.

«Mi sembra una cosa assai strana, un bussare a un’ora simile del mattino», disse il signor Giles, scrutando i volti pallidi che lo circondavano e apparendo egli stesso molto smarrito; «ma la porta deve essere aperta. Avete sentito, qualcuno?»

Il signor Giles, mentre parlava, guardò Brittles; ma quel giovanotto, essendo di natura modesta, probabilmente considerò di non essere nessuno, e quindi ritenne che la richiesta non potesse rivolgersi a lui: ad ogni modo, non diede alcuna risposta. Il signor Giles rivolse uno sguardo implorante al calderaio, ma questi si era improvvisamente addormentato. Le donne erano fuori discussione.

«Se Brittles preferisse aprire la porta in presenza di testimoni», disse il signor Giles, dopo un breve silenzio, «sono pronto a farne uno io».

«Anch’io», disse il calderaio, svegliandosi con la stessa improvvisazione con cui si era addormentato.

Brittles capitolò a queste condizioni; e il gruppo, alquanto rassicurato dalla scoperta (fatta spalancando le persiane) che era ormai in pieno giorno, si diresse di sopra, con i cani in testa e le due donne, che avevano paura di restare al piano di sotto, a chiudere la fila. Seguendo il consiglio del signor Giles, parlarono tutti ad alta voce, per avvertire chiunque fosse malintenzionato fuori che erano numerosi; e, con un colpo di genio originatosi nel cervello dello stesso ingegnoso gentiluomo, le code dei cani vennero ben pizzicate nell’ingresso per farli abbaiare ferocemente.

Prese queste precauzioni, il signor Giles si tenne stretto al braccio del calderaio (per impedirgli di scappare, come disse scherzosamente) e diede l’ordine di aprire la porta. Brittles obbedì e il gruppo, sbirciando timorosamente oltre le spalle l’uno dell’altro, non scorse oggetto più temibile del povero piccolo Oliver Twist, senza parole ed esausto, che sollevò i suoi occhi pesanti e sollecitò mutamente la loro compassione.

«Un ragazzo!» esclamò il signor Giles, spingendo valorosamente il calderaio sullo sfondo. «Che succede al... eh? Perché... Brittles... guarda qui... non lo conosci?»

Brittles, che si era messo dietro la porta per aprirla, non appena vide Oliver, lanciò un grido acuto. Il signor Giles, afferrando il ragazzo per una gamba e un braccio — fortunatamente non l’arto rotto — lo trascinò dritto nell’ingresso e lo depose a piena lunghezza sul pavimento.

«Eccolo!» urlò Giles, chiamando, in un grande stato di eccitazione, su per la scala; «ecco uno dei ladri, signora! Ecco un ladro, signorina... ferito, signorina! Gli ho sparato io, signorina; e Brittles teneva la luce».

«In una lanterna, signorina», gridò Brittles, applicando una mano al lato della bocca, affinché la sua voce potesse viaggiare meglio.

Le due domestiche corsero di sopra per portare la notizia che il signor Giles aveva catturato un rapinatore; e il calderaio si affaccendò nel tentativo di rianimare Oliver, affinché non morisse prima di poter essere impiccato. In mezzo a tutto questo rumore e scompiglio, si udì una dolce voce femminile, che lo placò all’istante.

«Giles!» sussurrò la voce dalla cima della scala.

«Sono qui, signorina», rispose il signor Giles. «Non si spaventi, signorina; non sono molto ferito. Non ha opposto una resistenza molto disperata, signorina; ho avuto presto la meglio io su di lui».

«Zitto!» rispose la giovane signorina; «spaventi mia zia quanto hanno fatto i ladri. Il povero essere è molto ferito?»

«Ferito disperatamente, signorina», rispose Giles, con indicibile compiacimento.

«Sembra che stia per andarsene, signorina», urlò Brittles, nello stesso modo di prima. «Non le piacerebbe venire a guardarlo, signorina, nel caso in cui dovesse...?»

«Zitto, ti prego, bravo uomo!» replicò la giovane signorina. «Aspetta tranquillamente un istante, mentre parlo con mia zia».

Con un passo morbido e gentile quanto la voce, la donna si allontanò in fretta e tornò presto, con l’ordine che il ferito fosse trasportato con cura di sopra nella stanza del signor Giles, e che Brittles sellasse il pony e si recasse immediatamente a Chertsey, dal quale luogo avrebbe dovuto inviare, con tutta fretta, un agente e un dottore.

«Ma non vuole dargli un’occhiata, prima, signorina?» chiese il signor Giles, con tanto orgoglio come se Oliver fosse un uccello dal piumaggio raro che aveva abbattuto abilmente. «Non una sbirciatina, signorina?»

«Non ora per tutto l’oro del mondo», rispose la giovane signorina. «Povero ragazzo! Oh! trattalo con gentilezza, Giles, se non altro per amor mio!»

Il vecchio servitore guardò la donna, mentre si voltava, con uno sguardo orgoglioso e ammirato come se fosse stata sua figlia. Poi, chinandosi su Oliver, aiutò a portarlo di sopra con la cura e la sollecitudine di una donna.

CAPITOLO XXIX.

CONTIENE UN RESOCONTO INTRODUTTIVO DEGLI ABITANTI DELLA CASA IN CUI OLIVER SI È RIFUGIATO, E NARRA CIÒ CHE PENSAVANO DI LUI.

In una bella stanza — sebbene il suo arredamento avesse più l’aria di un comfort vecchio stile che di un’eleganza moderna — sedevano due signore a una tavola da colazione ben imbandita. Il signor Giles, vestito con scrupolosa cura in un completo nero, era al loro servizio. Aveva preso posizione a metà strada tra la credenza e la tavola da colazione e, con il corpo eretto in tutta la sua altezza, la testa gettata all’indietro e inclinata di un soffio da una parte, la gamba sinistra avanzata e la mano destra infilata nel panciotto, mentre la sinistra pendeva lungo il fianco reggendo un vassoio, sembrava colui che soffrisse di un senso molto piacevole dei propri meriti e della propria importanza.

Delle due signore, una era avanti con gli anni, ma la sedia di quercia dallo schienale alto in cui sedeva non era più dritta di lei. Vestita con la massima accuratezza e precisione, in un bizzarro miscuglio di costumi d’altri tempi con alcune lievi concessioni al gusto prevalente, che servivano piuttosto a sottolineare piacevolmente lo stile antico che a indebolirne l’effetto, sedeva in modo maestoso con le mani giunte sul tavolo davanti a sé, e i suoi occhi, di cui l’età aveva offuscato ben poco la luminosità, fissi attentamente sulla sua giovane compagna.

La signora più giovane era nel fiore incantevole e nella primavera della femminilità; a quell’età in cui, se mai gli angeli vengono intronizzati in forme mortali per i buoni propositi di Dio, si può, senza empietà, supporre che dimorino in quelle come la sua.

Non aveva superato i diciassette anni. Modellata in una forma così lieve e squisita; così mite e gentile, così pura e bella, che la terra non sembrava il suo elemento, né le sue creature rozze i suoi degni compagni. L’intelligenza stessa che brillava nei suoi occhi azzurri profondi, e che era impressa sulla sua testa nobile, sembrava a malapena della sua età o di questo mondo; eppure l’espressione mutevole di dolcezza e buon umore, le mille luci che giocavano intorno al viso e non vi lasciavano alcuna ombra; soprattutto il sorriso — il sorriso allegro e felice — erano intrecciati con le migliori simpatie e affetti della nostra natura.

Era impegnata nei piccoli servizi della tavola e, casualmente sollevando gli occhi mentre la signora anziana la stava guardando, si scostò giocosamente i capelli, che erano semplicemente intrecciati sulla fronte, e gettò in uno sguardo radioso un tale afflato di affetto e ingenua bellezza, che gli spiriti benedetti avrebbero potuto sorridere nel guardarla.

La signora anziana sorrise; ma il suo cuore era pieno e si asciugò una lacrima mentre lo faceva.

«E Brittles se n’è andato da più di un’ora, vero?» chiese la vecchia signora, dopo una pausa.

«Un’ora e dodici minuti, signora», rispose il signor Giles, riferendosi a un orologio d’argento che estrasse tramite un nastro nero.

«È sempre lento», osservò la vecchia signora.

«Brittles è sempre stato un ragazzo lento, signora», rispose il domestico. E notando, tra l’altro, che Brittles era stato un ragazzo lento per oltre trent’anni, non sembrava esserci grande probabilità che diventasse mai veloce.

«Peggiora invece di migliorare, credo», disse la vecchia signora.

«È molto imperdonabile da parte sua se si ferma a giocare con altri ragazzi», disse la giovane signora, sorridendo.

Il signor Giles stava apparentemente considerando la convenienza di concedersi egli stesso un sorriso rispettoso, quando un calesse si avvicinò al cancello del giardino, dal quale saltò fuori un signore grasso, che corse dritto verso la porta e, entrando rapidamente in casa tramite un processo misterioso, irruppe nella stanza e rovesciò quasi il signor Giles e la tavola da colazione insieme.

«Non ho mai sentito una cosa simile!» esclamò il signore grasso. «Mia cara signora Maylie... che Dio mi benedica... nel silenzio della notte, poi... non ho mai sentito una cosa simile!»

Con queste espressioni di cordoglio, il signore grasso strinse la mano a entrambe le signore e, tirando una sedia, chiese come si sentissero.

«Dovreste essere morte... positivamente morte dallo spavento», disse il signore grasso. «Perché non avete mandato a chiamare? Santo cielo, il mio uomo sarebbe arrivato in un minuto, e così avrei fatto io, e il mio assistente sarebbe stato entusiasta, o chiunque altro, ne sono certo, in tali circostanze; caro, caro... così inaspettato... nel silenzio della notte, poi!»

Il dottore sembrava particolarmente turbato dal fatto che la rapina fosse stata inaspettata e tentata durante la notte, come se fosse l’usanza consolidata dei gentiluomini del mestiere dei ladri d’appartamento condurre gli affari a mezzogiorno e fissare un appuntamento, tramite il servizio postale, un giorno o due prima.

«E lei, signorina Rose», disse il dottore, voltandosi verso la giovane signora, «io...»

«Oh! Moltissimo, davvero», disse Rose, interrompendolo; «ma c’è un povero essere di sopra, che mia zia desidera che lei veda».

«Ah! Certo», rispose il dottore, «c’è anche quello. Quella è stata opera tua, Giles, mi pare di capire».

Il signor Giles, che era stato febbrilmente a sistemare le tazze da tè, arrossì molto e disse che aveva avuto quell’onore.

«Onore, eh?» disse il dottore; «beh, non so; forse è tanto onorevole colpire un ladro in una cucina sul retro quanto colpire il proprio uomo a dodici passi. Immagini che lui abbia sparato in aria, e tu hai combattuto un duello, Giles».

Il signor Giles, che pensava che questo trattamento leggero della faccenda fosse un ingiusto tentativo di sminuire la sua gloria, rispose rispettosamente che non spettava a uno come lui giudicare al riguardo, ma pensava piuttosto che non fosse uno scherzo per la controparte.

«Accidenti, è vero!» disse il dottore. «Dov’è? Mi mostri la strada. Ripasserò mentre scendo, signora Maylie. Quella è la finestrella da cui è entrato, eh? Beh, non avrei potuto crederci». Parlando per tutto il tragitto, seguì il signor Giles di sopra; e mentre sta salendo le scale, si può informare il lettore che il signor Losberne, un chirurgo del vicinato, noto in un raggio di dieci miglia come “il dottore”, era ingrassato più per buonumore che per buona tavola, ed era un vecchio scapolo gentile, cordiale ed eccentrico, come se ne troveranno in cinque volte quello spazio da qualsiasi esploratore vivente.

Il dottore fu assente molto più a lungo di quanto lui o le signore avessero previsto. Una grande scatola piatta fu portata fuori dal calesse, il campanello della camera da letto fu suonato molto spesso e i servi corsero su e giù per le scale perpetuamente; da questi indizi si concluse giustamente che stava accadendo qualcosa di importante di sopra. Alla fine tornò; e in risposta a un’ansiosa richiesta sul suo paziente, apparve molto misterioso e chiuse la porta con cura.

«Questa è una cosa molto straordinaria, signora Maylie», disse il dottore, stando con le spalle alla porta, come per tenerla chiusa.

«Non è in pericolo, spero?» disse la vecchia signora.

«Beh, quella non sarebbe una cosa straordinaria, date le circostanze», rispose il dottore; «sebbene non credo che lo sia. Avete visto questo ladro?»

«No», replicò la vecchia signora.

«Né sapete nulla di lui?»

«No».

«Chiedo scusa, signora», intervenne il signor Giles; «ma stavo per dirglielo quando è entrato il dottor Losberne».

Il fatto era che il signor Giles non era riuscito all’inizio a decidersi ad ammettere di aver sparato solo a un ragazzo. Tali encomi erano stati tributati al suo coraggio che non poté, per la vita che aveva, fare a meno di rimandare la spiegazione per alcuni deliziosi minuti, durante i quali aveva sfoggiato proprio allo zenit di una breve reputazione di coraggio intrepido.

«Rose desiderava vedere l’uomo», disse la signora Maylie; «ma non ho voluto sentirne parlare».

«Mh!» replicò il dottore. «Non c’è nulla di molto allarmante nel suo aspetto. Avete qualche obiezione a vederlo in mia presenza?»

«Se è necessario», rispose la vecchia signora, «certamente no».

«Allora penso che sia necessario», disse il dottore; «ad ogni modo, sono assolutamente certo che vi pentireste profondamente di non averlo fatto, se lo rimandaste. Ora è perfettamente calmo e a suo agio. Mi permetta... signorina Rose, vuole permettermi? Non c’è il minimo timore, le do la mia parola d’onore».

Con molte altre assicurazioni loquaci che sarebbero state piacevolmente sorprese dall’aspetto del criminale, il dottore infilò il braccio della giovane signora in uno dei suoi e, offrendo la mano libera alla signora Maylie, le condusse, con molta cerimonia e solennità, di sopra.

«Ora», disse il dottore, in un sussurro, mentre girava dolcemente la maniglia della porta di una camera da letto, «sentiamo cosa ne pensate. Non è stato rasato molto di recente, ma non sembra affatto feroce nonostante ciò. Aspettate, però... fatemi vedere prima che sia in ordine per ricevere visite».

Passando davanti a loro, guardò nella stanza e, facendo loro cenno di avanzare, chiuse la porta quando furono entrate e scostò delicatamente le tende del letto. Su di esso, invece del malfattore ostinato e dal volto nero che si aspettavano di vedere, giaceva un semplice bambino, logorato dal dolore e dall’esaurimento, e sprofondato in un sonno profondo. Il suo braccio ferito, fasciato e steccato, era incrociato sul petto e la sua testa poggiava sull’altro, che era seminascosto dai suoi lunghi capelli, mentre scorrevano sul cuscino.

L’onesto gentiluomo tenne la tenda in mano e guardò, per un minuto o poco più, in silenzio. Mentre stava osservando così il paziente, la signora più giovane scivolò dolcemente oltre e, sedendosi su una sedia vicino al letto, raccolse i capelli di Oliver dal suo viso e, mentre si chinava su di lui, le sue lacrime caddero sulla sua fronte.

Il ragazzo si mosse e sorrise nel sonno, come se quei segni di pietà e compassione avessero risvegliato qualche sogno piacevole di un amore e un affetto che non aveva mai conosciuto; come una melodia di musica gentile, o il gorgoglio dell’acqua in un luogo silenzioso, o il profumo di un fiore, o persino la menzione di una parola familiare, a volte richiamano improvvise e tenui rimembranze di scene che non sono mai state, in questa vita, che svaniscono come un respiro, e che qualche breve ricordo di un’esistenza più felice, ormai lontana, sembrerebbe aver risvegliato, poiché nessun potere della mente umana può mai richiamarle.

«Cosa può significare questo?» esclamò la vecchia signora. «Questo povero bambino non può essere stato l’allievo dei ladri!»

«Il vizio», sospirò il chirurgo, riposizionando la tenda, «prende dimora in molti templi; e chi può dire che un bell’esterno non possa custodirlo?»

«Ma in un’età così precoce!» insistette Rose.

«Mia cara giovane signora», replicò il chirurgo, scuotendo tristemente la testa, «il crimine, come la morte, non è limitato solo ai vecchi e agli avvizziti. I più giovani e i più belli sono troppo spesso le sue vittime prescelte».

«Ma, può lei... oh, signore! può, davvero credere che questo ragazzo delicato sia stato il socio volontario dei peggiori reietti della società?» disse Rose, ansiosa.

Il chirurgo scosse la testa in un modo che suggeriva che temesse che fosse molto possibile; e osservando che avrebbero potuto disturbare il paziente, condusse la strada in un appartamento adiacente.

«Ma anche se fosse stato malvagio», continuò Rose, «pensi a quanto è giovane; pensi che potrebbe non aver mai conosciuto l’amore di una madre, o nemmeno il conforto di una casa, e che il maltrattamento e i colpi, o la mancanza di pane, possano averlo spinto a unirsi agli uomini che lo hanno costretto alla colpa. Zia, cara zia, per l’amor di Dio, ci pensi prima di lasciarli trascinare questo bambino malato in una prigione, che in ogni caso deve essere la tomba di tutte le sue possibilità di emendamento. Oh! come mi ama, e sa che non ho mai sentito la mancanza di genitori nella sua bontà e nel suo affetto, ma che avrei potuto farlo, e avrei potuto essere altrettanto indifesa e non protetta quanto questo povero bambino, abbia pietà di lui prima che sia troppo tardi».

«Mia cara!» disse la vecchia signora, mentre stringeva al seno la ragazza in lacrime, «pensi che farei del male a un capello della sua testa?»

«Oh, no!» rispose Rose, ansiosamente; «non lei, zia, non lei!»

«No», disse la vecchia signora, con un labbro tremante; «i miei giorni si stanno avviando alla conclusione, e possa la misericordia essere mostrata a me come io la mostro agli altri. Cosa posso fare per salvarlo, signore?»

«Mi faccia pensare, signora», disse il dottore; «mi faccia pensare».

Il signor Losberne si infilò le mani in tasca e fece diversi giri su e giù per la stanza, fermandosi spesso ed equilibrandosi sulle punte dei piedi, e accigliandosi spaventosamente. Dopo varie esclamazioni di “ce l’ho fatta” e “no, non ce l’ho fatta”, e altrettanti rinnovi della camminata e dell’accigliamento, alla fine fece una sosta morta e parlò come segue:

«Penso che se lei mi conferisce un mandato pieno e illimitato per intimidire Giles e quel ragazzino, Brittles, posso farcela. È un uomo fedele e un vecchio servitore, lo so; ma può compensarlo in mille modi, e ricompensarlo per essere stato un così buon tiratore oltre a tutto. Lei non ha obiezioni?»

«A meno che non ci sia qualche altro modo per preservare il bambino», rispose la signora Maylie.

«Non ce n’è un altro», disse il dottore. «Nessun altro, mi creda sulla parola».

«Allora zia la investe di pieni poteri», disse Rose, sorridendo attraverso le lacrime; «ma la prego, non sia più duro con quei poveri uomini di quanto sia indispensabilmente necessario».

«Sembra che lei pensi», replicò il dottore, «che tutti siano disposti a essere dal cuore duro oggi, eccetto lei. Spero solo, per il bene del genere maschile nascente in generale, che lei possa essere trovata in uno stato d’animo altrettanto vulnerabile e tenero dal primo giovane idoneo che farà appello alla sua compassione; e vorrei essere un giovane uomo, così da poter approfittare sul momento di un’opportunità così favorevole per farlo come questa».

«Lei è un ragazzo grande quanto il povero Brittles», rispose Rose, arrossendo.

«Beh», disse il dottore, ridendo di cuore, «questa non è una faccenda molto difficile. Ma per tornare a questo ragazzo: il punto principale del nostro accordo deve ancora venire. Si sveglierà tra un’ora o poco più, oserei dire; e sebbene abbia detto a quel poliziotto dalla testa dura di sotto che non deve essere spostato o interpellato, pena la vita, penso che possiamo conversare con lui senza pericolo. Ora, faccio questa clausola: che lo esaminerò in sua presenza, e che se da ciò che dice, giudichiamo, e io potrò dimostrare alla soddisfazione della sua fredda ragione, che è un vero e totale cattivo (il che è più che possibile), sarà lasciato al suo destino, senza ulteriori interferenze da parte mia, ad ogni modo».

«Oh no, zia!» supplicò Rose.

«Oh sì, zia!» disse il dottore. «È un patto?»

«Non può essere incallito nel vizio», disse Rose; «è impossibile».

«Molto bene», replicò il dottore; «allora tanto più motivo per acconsentire alla mia proposta».

Infine, il trattato fu stipulato e le parti interessate si sedettero ad aspettare, con una certa impazienza, finché Oliver non si fosse svegliato.

La pazienza delle due signore era destinata a subire una prova più lunga di quanto il signor Losberne avesse dato loro a credere, poiché ora dopo ora trascorrevano, e Oliver continuava a dormire pesantemente. Era sera, infatti, prima che il dottore dal cuore gentile portasse loro la notizia che si era finalmente svegliato abbastanza per essere interpellato. Il ragazzo stava molto male, disse, e debole per la perdita di sangue; ma la sua mente era così turbata dall’ansia di rivelare qualcosa, che riteneva fosse meglio dargli l’opportunità, piuttosto che insistere perché rimanesse tranquillo fino alla mattina seguente, cosa che avrebbe fatto altrimenti.

Il colloquio fu lungo, poiché Oliver raccontò loro tutta la sua semplice storia, ed era spesso costretto a fermarsi per il dolore e la mancanza di forze. Fu una cosa solenne ascoltare, nella stanza oscurata, la voce debole del bambino malato che ripercorreva un logorante catalogo di mali e calamità che uomini duri gli avevano arrecato. Oh! Se, quando opprimiamo e vessiamo i nostri simili, dedicassimo anche un solo pensiero alle oscure testimonianze dell'errore umano, che, come nubi dense e pesanti, stanno salendo, lentamente è vero, ma non meno certamente, verso il Cielo, per riversare la loro successiva vendetta sulle nostre teste — se ascoltassimo anche solo per un istante, con l'immaginazione, la profonda testimonianza delle voci dei morti, che nessun potere può soffocare e nessun orgoglio può escludere, dove sarebbero l'ingiuria e l'ingiustizia, la sofferenza, la miseria, la crudeltà e il torto che la vita di ogni giorno porta con sé?

Il cuscino di Oliver fu raddrizzato da mani di donna quella notte, e bellezza e virtù vegliarono su di lui mentre dormiva. Si sentiva calmo e felice, e avrebbe potuto morire senza un mormorio.

Il momento cruciale del colloquio non era ancora concluso, e Oliver non si era ancora ricomposto per riposare, che il dottore, dopo essersi asciugato gli occhi e averli rimproverati per essere stati deboli tutt'a un tratto, si diresse al piano di sotto per affrontare il signor Giles. E non trovando nessuno nei salotti, gli venne in mente che avrebbe forse potuto iniziare i procedimenti con maggior effetto in cucina; così in cucina andò.

Erano riuniti, in quella parte bassa del parlamento domestico, le domestiche, il signor Brittles, il signor Giles, il calderaio (che aveva ricevuto un invito speciale a rifocillarsi per il resto della giornata, in considerazione dei suoi servizi) e il commissario. Quest'ultimo gentiluomo aveva un bastone grande, una testa grande, lineamenti grandi e stivaletti grandi, e sembrava come se avesse assunto una proporzionata dose di birra, come in effetti aveva fatto.

Le avventure della notte precedente erano ancora in discussione, poiché il signor Giles stava parlando con enfasi della propria presenza di spirito quando il dottore entrò; e il signor Brittles, con un boccale di birra in mano, stava confermando ogni cosa prima ancora che il suo superiore finisse di parlare.

"Restate seduti," disse il dottore, agitando la mano.

"Grazie, signore," disse il signor Giles. "La padrona desiderava che fosse servita un po' di birra, signore; e dato che non mi sentivo affatto incline a starmene nella mia stanzetta, signore, e desideravo compagnia, sto bevendo la mia in mezzo a loro qui."

Brittles guidò un sommesso mormorio, con il quale si intese che le signore e i signori in generale esprimevano la gratificazione che derivava loro dalla condiscendenza del signor Giles; e il signor Giles si guardò intorno con aria paternalistica, come a dire che finché si fossero comportati bene, non li avrebbe mai abbandonati.

"Come sta il paziente stasera, signore?" chiese Giles.

"Così così," rispose il dottore. "Temo che vi siate cacciato in un bel guaio, signor Giles."

"Spero non intenda dire, signore," disse il signor Giles, tremando, "che sta per morire. Se lo pensassi, non sarei mai più felice. Non vorrei troncare la vita di un ragazzo, no, nemmeno di Brittles qui, non per tutto l'argento del paese, signore."

"Non è questo il punto," disse il dottore, misteriosamente. "Signor Giles, siete protestante?"

"Sì, signore, spero di sì," balbettò il signor Giles, che era diventato molto pallido.

"E voi cosa siete, ragazzo?" disse il dottore, voltandosi bruscamente verso Brittles.

"Dio mi benedica, signore!" rispose Brittles, sussultando violentemente; "sono lo stesso del signor Giles, signore."

"Allora ditemi questo," disse il dottore, ferocemente, "tutti e due — tutti e due; avete intenzione di prendervi la responsabilità di giurare che quel ragazzo di sopra è il ragazzo che è stato fatto passare attraverso la finestrella la notte scorsa? Sputate il rospo! Avanti; siamo pronti per voi."

Il dottore, che era universalmente considerato una delle creature più bonarie sulla terra, fece questa richiesta con un tono di rabbia così terribile che Giles e Brittles, che erano considerevolmente confusi dalla birra e dall'eccitazione, si fissarono l'un l'altro in uno stato di stupore.

"Prestate attenzione alla risposta, commissario, volete?" disse il dottore, agitando l'indice con grande solennità e picchiettandosi il ponte del naso, per sollecitare l'esercizio della massima acume di quel degno uomo. "Qualcosa potrebbe venire fuori da tutto ciò, prima o poi."

Il commissario apparve il più saggio possibile e prese il suo bastone d'ufficio, che era rimasto oziosamente appoggiato nell'angolo del camino.

"È una semplice questione di identità, noterete," disse il dottore.

"È proprio quello che è, signore," rispose il commissario, tossendo violentemente; poiché aveva finito la birra in fretta e una parte era andata di traverso.

"Ecco una casa scassinata," disse il dottore, "e un paio di uomini scorgono per un solo istante un ragazzo in mezzo al fumo della polvere da sparo, e in tutta la distrazione dell'allarme e dell'oscurità. Ecco un ragazzo che viene in quella stessa casa la mattina dopo, e perché gli capita di avere il braccio fasciato, questi uomini gli mettono le mani addosso violentemente; facendo ciò, mettono la sua vita in grave pericolo e giurano che sia il ladro. Ora, la domanda è: questi uomini sono giustificati dal fatto? E se non lo sono, in che situazione si mettono?"

Il commissario annuì profondamente e disse che se quella non era legge, sarebbe stato lieto di sapere cosa lo fosse.

"Ve lo chiedo di nuovo," tuonò il dottore, "siete, sotto il vostro solenne giuramento, in grado di identificare quel ragazzo?"

Brittles guardò dubbiosamente il signor Giles, il signor Giles guardò dubbiosamente Brittles; il commissario si portò la mano dietro l'orecchio per cogliere la risposta; le due donne e il calderaio si sporsero in avanti per ascoltare; e il dottore guardò acutamente intorno, quando si udì un suono al cancello, e nello stesso istante, il rumore di ruote.

"Sono gli agenti!" gridò Brittles, apparentemente molto sollevato.

"Chi!" esclamò il dottore, a sua volta sbalordito.

"Gli ufficiali di Bow-street, signore," rispose Brittles, prendendo una candela; "io e il signor Giles li abbiamo fatti chiamare stamattina."

"Cosa!" gridò il dottore.

"Sì," rispose Brittles; "ho mandato un messaggio con il cocchiere, e mi meraviglio solo che non siano arrivati prima, signore."

"Lo avete fatto, eh? Allora al diavolo le vostre... lente carrozze quaggiù; tutto qui," disse il dottore, allontanandosi.

CAPITOLO XXX.

IMPLICA UNA POSIZIONE CRITICA.

"CHI è?" chiese Brittles, aprendo la porta di poco, con la catena inserita, e sbirciando fuori, schermando la candela con la mano.

"Aprite la porta," rispose un uomo di fuori; "siamo gli ufficiali di Bow-street, che sono stati chiamati oggi."

Molto confortato da questa rassicurazione, Brittles aprì la porta al massimo e si trovò di fronte un uomo corpulento con un soprabito, che entrò senza dire altro e si pulì le scarpe sullo zerbino con tanta calma come se vivesse lì.

"Mandate qualcuno fuori a dare il cambio al mio compagno, volete, giovanotto?" disse l'ufficiale; "è nel calesse a badare al ronzino. Avete una rimessa qui dove potreste metterlo per cinque o dieci minuti?"

Brittles rispondendo affermativamente e indicando l'edificio, l'uomo corpulento tornò al cancello del giardino e aiutò il suo compagno a sistemare il calesse, mentre Brittles faceva loro luce, in uno stato di grande ammirazione. Fatto ciò, tornarono in casa e, condotti in un salotto, si tolsero soprabiti e cappelli, e apparvero per quello che erano. L'uomo che aveva bussato alla porta era un personaggio robusto di media altezza, di circa cinquant'anni, con capelli neri lucidi, tagliati piuttosto corti, mezze basette, un viso rotondo e occhi acuti. L'altro era un uomo ossuto dai capelli rossi, con stivali alti, con un volto piuttosto sgradevole e un naso all'insù dall'aspetto sinistro.

"Dite al vostro padrone che Blathers e Duff sono qui, volete?" disse l'uomo più robusto, lisciandosi i capelli e appoggiando un paio di manette sul tavolo. "Oh! Buonasera, padrone. Posso scambiare due parole con voi in privato, per favore?"

Questo era rivolto al signor Losberne, che ora faceva la sua comparsa; quel gentiluomo, facendo cenno a Brittles di ritirarsi, fece entrare le due signore e chiuse la porta.

"Questa è la signora di casa," disse il signor Losberne, indicando la signora Maylie.

Il signor Blathers fece un inchino e, invitato a sedersi, posò il cappello sul pavimento e, prendendo una sedia, fece segno a Duff di fare lo stesso. Quest'ultimo gentiluomo, che non sembrava molto abituato alla buona società, o molto a suo agio in essa, una delle due, si sedette, dopo aver subito diverse contrazioni muscolari agli arti, e si ficcò la testa del bastone in bocca con un certo imbarazzo.

"Ora, riguardo a questa rapina, padrone," disse Blathers. "Quali sono le circostanze?"

Il signor Losberne, che sembrava desideroso di guadagnare tempo, le raccontò molto a lungo e con molta circonlocuzione: i signori Blathers e Duff sembravano molto competenti nel frattempo, scambiandosi di tanto in tanto un cenno.

"Non posso dire con certezza finché non vedo il posto, naturalmente," disse Blathers; "ma la mia opinione immediata è, — non mi dispiace impegnarmi fino a questo punto, — che questo non è stato fatto da uno zotico — eh, Duff?"

"Certamente no," rispose Duff.

"E, traducendo la parola zotico per il beneficio delle signore, presumo che il vostro significato sia che questo tentativo non è stato fatto da un campagnolo?" disse il signor Losberne, con un sorriso.

"Proprio così, padrone," rispose Blathers. "È tutto qui quello che riguarda la rapina?"

"Tutto," rispose il dottore.

"Ora, cos'è questa storia di questo ragazzo di cui parlano i servitori?" disse Blathers.

"Niente affatto," rispose il dottore. "Uno dei servitori spaventati ha deciso di mettersi in testa che avesse qualcosa a che fare con questo tentativo di irruzione in casa; ma è un nonsenso — pura assurdità."

"Molto facile da risolvere," osservò Duff.

"Quello che dice è del tutto corretto," osservò Blathers, annuendo in modo confermativo e giocherellando distrattamente con le manette, come se fossero un paio di nacchere. "Chi è il ragazzo? Che resoconto dà di sé? Da dove viene? Non è mica caduto dalle nuvole, vero, padrone?"

"Naturalmente no," rispose il dottore, con uno sguardo nervoso alle due signore. "Conosco tutta la sua storia; — ma ne possiamo parlare tra poco. Vorreste vedere il posto dove i ladri hanno fatto il loro tentativo, prima, immagino?"

"Certamente," aggiunse il signor Blathers. "È meglio ispezionare prima i locali e interrogare i servitori dopo. È il solito modo di fare affari."

Furono quindi procurate delle luci e i signori Blathers e Duff, assistiti dal commissario locale, Brittles, Giles e praticamente tutti gli altri, andarono nella piccola stanza in fondo al corridoio e guardarono fuori dalla finestra, e poi fecero il giro dal prato e guardarono dentro dalla finestra, e dopo ciò, si fecero dare una candela per ispezionare l'imposta, e dopo ciò, una lanterna per seguire le impronte, e dopo ciò, un forcone per frugare tra i cespugli. Fatto ciò, tra l'interesse senza fiato di tutti gli astanti, rientrarono, e il signor Giles e Brittles furono sottoposti a una rappresentazione melodrammatica della loro parte nelle avventure della notte precedente, che eseguirono circa sei volte, contraddicendosi l'un l'altro non più di una volta importante la prima volta, e non più di una dozzina l'ultima. Raggiunta questa conclusione, Blathers e Duff sgomberarono la stanza e tennero un lungo consiglio, al confronto del quale, per segretezza e solennità, una consultazione di grandi dottori sui punti più spinosi della medicina sarebbe stata solo un gioco da ragazzi.

Nel frattempo, il dottore camminava avanti e indietro nella stanza accanto in uno stato molto inquieto, e la signora Maylie e Rose osservavano con volti ansiosi.

"Perbacco," disse, fermandosi, dopo un gran numero di giri molto rapidi, "non so quasi cosa fare."

"Sicuramente," disse Rose, "la storia del povero bambino ripetuta fedelmente a questi uomini sarà sufficiente a scagionarlo."

"Ne dubito, mia cara signorina," disse il dottore, scuotendo la testa. "Non credo che lo scagionerebbe né con loro né con funzionari legali di grado superiore. Cos'è, dopotutto, direbbero? — un fuggitivo. Giudicata da semplici considerazioni e probabilità mondane, la sua storia è molto dubbia."

"Voi le credete, sicuramente?" interruppe Rose, in fretta.

"Io le credo, per quanto strana sia, e forse potrei essere un vecchio sciocco a farlo," aggiunse il dottore; "ma non credo che sia esattamente il racconto per un ufficiale di polizia esperto, tuttavia."

"Perché no?" chiese Rose.

"Perché, mia graziosa interrogatrice," rispose il dottore, "perché, visti con i loro occhi, ci sono così tanti punti brutti in essa; lui può provare solo le parti che sembrano cattive, e nessuna di quelle che sembrano buone. Al diavolo i tizi, vogliono il perché e il percome, e non danno nulla per scontato. Secondo quanto egli stesso mostra, vedete, è stato compagno di ladri per qualche tempo; è stato portato in un ufficio di polizia con l'accusa di aver rubato il portafoglio a un gentiluomo, ed è stato portato via con la forza dalla casa di quel gentiluomo in un luogo che non può descrivere o indicare, e di cui non ha la minima idea della posizione. È stato portato a Chertsey da uomini che sembrano aver preso una violenta simpatia per lui, volente o nolente, e fatto passare attraverso una finestra per svaligiare una casa, e poi, proprio nel momento in cui sta per dare l'allarme agli occupanti, e così fare esattamente la cosa che metterebbe tutto a posto, si precipita sulla via quel cane maldestro di un maggiordomo mezzo sangue, e gli spara, come se lo facesse apposta per impedirgli di fare qualcosa di buono per se stesso. Non vedete tutto questo?"

"Lo vedo, naturalmente," rispose Rose, sorridendo all'impetuosità del dottore; "ma ancora non vedo nulla in tutto ciò che incrimini il povero bambino."

"No," rispose il dottore; "naturalmente no! Benedetti i luminosi occhi del vostro sesso! Non vedono mai, nel bene o nel male, più di un lato di qualsiasi questione, ed è, invariabilmente, quello che si presenta loro per primo."

Avendo dato sfogo a questo risultato dell'esperienza, il dottore si mise le mani in tasca e camminò avanti e indietro per la stanza con ancora maggiore rapidità di prima.

"Più ci penso," disse il dottore, "più vedo che causerà infiniti problemi e difficoltà mettere questi uomini a conoscenza della vera storia del ragazzo. Sono certo che non sarà creduta; e anche se non potessero fargli nulla alla fine, comunque trascinarla fuori e dare pubblicità a tutti i dubbi che verranno gettati su di essa, deve interferire materialmente con il vostro benevolo piano di salvarlo dalla miseria."

"Oh! Che cosa si deve fare?" gridò Rose. "Caro, caro! Perché hanno mandato a chiamare queste persone?"

"Perché, davvero!" esclamò la signora Maylie. "Non li avrei voluti qui per nulla al mondo."

"Tutto quello che so è," disse il signor Losberne alla fine, sedendosi con una sorta di disperata calma, "che dobbiamo provare a cavarcela con una faccia tosta, tutto qui. L'obiettivo è buono, e questa deve essere la scusa. Il ragazzo ha forti sintomi di febbre addosso, e non è in condizione di essere più interrogato; questa è una consolazione. Dobbiamo trarne il meglio che possiamo; e se il peggio è il meglio, non è colpa nostra. — Avanti."

"Bene, padrone," disse Blathers, entrando nella stanza, seguito dal suo collega, e assicurando la porta prima di dire altro. "Questa non era una cosa organizzata."

"E che diavolo è una cosa organizzata?" chiese il dottore, impaziente.

"La chiamiamo rapina organizzata, signore," disse Blathers, rivolgendosi a loro, come se compiangesse la loro ignoranza, ma avesse disprezzo per quella del dottore, "quando i servitori ci sono dentro."

"Nessuno li ha sospettati, in questo caso," disse la signora Maylie.

"Molto probabilmente no, signora," rispose Blathers, "ma potrebbero esserci stati dentro nonostante ciò."

"Più probabilmente proprio per questo motivo," disse Duff.

"Abbiamo scoperto che è stata opera di un esperto della città," disse Blathers, continuando il suo rapporto; "perché lo stile del lavoro è di prim'ordine."

"Molto carino davvero," osservò Duff, sottovoce.

"C'erano due di loro," continuò Blathers, "e avevano un ragazzo con loro; è chiaro dalle dimensioni della finestra. Questo è tutto ciò che si può dire al momento. Vedremo questo ragazzo che avete di sopra subito, se volete."

"Forse vorranno bere qualcosa prima, signora Maylie?" disse il dottore, il suo viso si illuminò come se gli fosse venuto in mente un nuovo pensiero.

"Oh! Certamente!" esclamò Rose, con entusiasmo. "Lo avrete immediatamente, se volete."

"Beh, grazie, signorina!" disse Blathers, passando la manica della giacca sulla bocca; "è un lavoro arido, questo tipo di servizio. Qualsiasi cosa sia a portata di mano, signorina; non vi scomodate per conto nostro."

"Cosa sarà?" chiese il dottore, seguendo la giovane signora verso la credenza.

"Un goccio di liquore, padrone, se è lo stesso," rispose Blathers. "È un viaggio freddo da Londra, signora; e trovo sempre che gli alcolici arrivino più caldi ai sentimenti."

Questa interessante comunicazione fu indirizzata alla signora Maylie, che la ricevette molto graziosamente. Mentre veniva trasmessa a lei, il dottore scivolò fuori dalla stanza.

"Ah!" disse il signor Blathers, non tenendo il bicchiere di vino dal gambo, ma afferrandone il fondo tra il pollice e l'indice della mano sinistra, e mettendolo davanti al petto; "ho visto un bel po' di faccende come questa, ai miei tempi, signore."

"Quello scasso giù nel vicolo dietro a Edmonton, Blathers," disse il signor Duff, assistendo la memoria del suo collega.

"Quello era qualcosa di simile, vero?" aggiunse il signor Blathers; "quello fu fatto da Conkey Chickweed, quello."

"L'hai sempre attribuito a lui," rispose Duff. "Era il Family Pet, ti dico, e Conkey non aveva più a che fare con esso di quanto ne avessi io."

"Ma vai!" replicò il signor Blathers; "ne so di più. Ti ricordi quella volta che Conkey fu derubato dei suoi soldi, però? Che colpo fu! Meglio di qualsiasi libro di romanzi che abbia mai visto!"

"Cos'era?" chiese Rose, ansiosa di incoraggiare qualsiasi sintomo di buonumore nei sgraditi visitatori.

"Era una rapina, signorina, che quasi nessuno avrebbe mai sospettato," disse Blathers. "Questo Conkey Chickweed qui..."

"Conkey significa Nasone, signora," intervenne Duff.

«Certamente la signora lo sa, non è vero?» domandò il signor Blathers. «Interrompi sempre, socio. Dunque, questo tale Conkey Chickweed, signorina, gestiva un’osteria dalle parti di Battlebridge, e aveva una cantina dove un bel po’ di giovani signori andavano a vedere i combattimenti di galli, la caccia al tasso e cose del genere; e le scommesse erano condotte in una maniera assai intellettuale, perché io stesso ne sono stato testimone spesso. A quel tempo non faceva ancora parte della famiglia, e una notte fu derubato di trecentoventisette ghinee contenute in un sacchetto di tela, che gli furono sottratte dalla camera da letto nel cuore della notte da un uomo alto con una benda nera sull’occhio, il quale si era nascosto sotto il letto e, dopo aver compiuto il furto, era saltato dritto fuori dalla finestra, che era solo al primo piano. Fu molto svelto. Ma anche Conkey fu svelto; perché, svegliato dal rumore, schizzò fuori dal letto, sparò un colpo di moschetto dietro di lui e mise in allarme il vicinato. Diedero immediatamente l’allarme e, quando si misero a frugare in giro, scoprirono che Conkey aveva colpito il rapinatore; infatti c’erano tracce di sangue fino a una staccionata a buona distanza, dove le persero. Tuttavia, quello era scappato col malloppo e, di conseguenza, il nome del signor Chickweed, oste patentato, apparve nella Gazzetta tra i vari bancarottieri; e ogni sorta di colletta e sottoscrizione, e non so cos’altro, fu organizzata per il pover’uomo, che era in uno stato d’animo assai depresso per la perdita, e andò su e giù per le strade per tre o quattro giorni, strappandosi i capelli in modo così disperato che molte persone temettero che potesse compiere qualche gesto estremo. Un giorno si presentò all’ufficio tutto trafelato e ebbe un colloquio privato con il magistrato, il quale, dopo un bel po’ di chiacchiere, suonò il campanello, fece entrare Jem Spyers (Jem era un agente attivo) e gli disse di andare ad assistere il signor Chickweed nell’arresto dell’uomo che gli aveva svaligiato la casa. “L’ho visto, Spyers”, disse Chickweed, “passare davanti a casa mia ieri mattina”. “E perché non l’hai preso per il colletto?”, dice Spyers. “Ero così sconvolto che avresti potuto rompermi il cranio con uno stuzzicadenti”, dice il pover’uomo; “ma siamo sicuri di prenderlo, perché tra le dieci e le undici di sera è ripassato”. Spyers, non appena sentì questo, si mise un po’ di biancheria pulita e un pettine in tasca, nel caso avesse dovuto fermarsi un giorno o due; e se ne va, e si piazza a una delle finestre dell’osteria dietro una tendina rossa, col cappello in testa, pronto a scattare al minimo segnale. Stava fumando la pipa lì a tarda notte, quando tutt’a un tratto Chickweed urla: “Eccolo! Al ladro! Assassinio!”. Jem Spyers si precipita fuori; e vede Chickweed che corre giù per la strada a perdifiato. Spyers lo segue; Chickweed continua a correre; la gente si gira; tutti gridano “Al ladro!” e Chickweed stesso continua a strillare tutto il tempo, come un matto. Spyers lo perde di vista per un momento mentre gira un angolo, sfreccia intorno, vede una piccola folla, vi si tuffa in mezzo. “Dov’è l’uomo?”, “Maledizione!”, dice Chickweed, “l’ho perso di nuovo!”.

«Fu un episodio notevole, ma non si riuscì a scovarlo da nessuna parte, così tornarono all’osteria; e la mattina dopo, Spyers riprese il suo posto e guardò da dietro la tendina in cerca di un uomo alto con una benda nera sull’occhio, finché i suoi due occhi non gli fecero male dal dolore. Alla fine, non poté fare a meno di chiuderli per riposarli un minuto, e nel momento stesso in cui lo fece, sentì Chickweed urlare: “Eccolo!”. Parte di nuovo, con Chickweed a metà strada giù per la strada davanti a lui; e dopo una corsa lunga il doppio di quella del giorno prima, l’uomo è perso di nuovo! Questo si ripeté ancora una o due volte, finché metà dei vicini giunse alla conclusione che il signor Chickweed fosse stato derubato dal diavolo, che si stava divertendo alle sue spalle, e l’altra metà che il povero signor Chickweed fosse impazzito dal dolore».

«Cosa disse Jem Spyers?», chiese il medico, che era tornato nella stanza poco dopo l’inizio del racconto.

«Jem Spyers», riprese l’agente, «per molto tempo non disse nulla, e ascoltò tutto senza darlo a vedere, il che dimostrava che conosceva il fatto suo. Ma una mattina entrò al bar e, tirando fuori la tabacchiera, disse: “Chickweed, ho scoperto chi ha fatto questo furto”. “Davvero?”, disse Chickweed. “Oh, mio caro Spyers, lasciami solo avere vendetta e morirò contento! Oh, mio caro Spyers, dov’è il furfante?”. “Andiamo!”, disse Spyers, offrendogli una presa di tabacco, “basta con queste frottole! L’hai fatto tu stesso”. Ed era vero; e ci aveva fatto anche un bel po’ di soldi; e nessuno l’avrebbe mai scoperto se non fosse stato così terribilmente ansioso di salvare le apparenze; ecco tutto!», disse il signor Blathers, posando il bicchiere di vino e facendo tintinnare le manette.

«Molto curioso, davvero», osservò il medico. «Ora, se volete, potete andare di sopra».

«Se vuole, signore», rispose il signor Blathers; e seguendo da vicino il signor Losberne, i due agenti salirono verso la camera da letto di Oliver, con il signor Giles che precedeva il gruppo reggendo una candela accesa.

Oliver stava sonnecchiando, ma sembrava peggiorato ed era più febbricitante di quanto non fosse apparso finora. Assistito dal medico, riuscì a mettersi seduto a letto per un minuto o poco più e guardò gli estranei senza capire affatto cosa stesse succedendo e, in effetti, senza sembrare ricordare dove si trovasse o cosa fosse accaduto.

«Questo», disse il signor Losberne, parlando a bassa voce, ma con grande veemenza nonostante ciò, «questo è il ragazzo che, essendo stato ferito accidentalmente da una trappola a molla durante qualche ragazzata nei terreni del signor Come-si-chiama, qui dietro, viene alla casa in cerca di assistenza stamattina, e viene immediatamente afferrato e maltrattato da quell’ingegnoso gentiluomo con la candela in mano, che ha messo la sua vita in serio pericolo, come posso certificare professionalmente».

I signori Blathers e Duff guardarono il signor Giles, così raccomandato alla loro attenzione; e lo sbalordito maggiordomo guardò da loro verso Oliver, e da Oliver verso il signor Losberne, con un misto assai buffo di paura e perplessità.

«Non vorrete negarlo, suppongo?», disse il medico, adagiando di nuovo gentilmente Oliver.

«È stato tutto fatto per il, per il meglio, signore!», rispose Giles. «Sono certo di aver pensato che fosse il ragazzo, altrimenti non mi sarei immischiato. Non sono di indole inumana, signore».

«Pensato che fosse quale ragazzo?», chiese l’agente anziano.

«Il ragazzo del ladro, signore!», rispose Giles. «Loro, loro avevano certamente un ragazzo».

«Bene, lo pensate anche adesso?», chiese Blathers.

«Pensare cosa, adesso?», rispose Giles, guardando nel vuoto il suo interlocutore.

«Pensare che sia lo stesso ragazzo, testone?», replicò il signor Blathers, impaziente.

«Non lo so; davvero non lo so», disse Giles, con un’espressione afflitta. «Non potrei giurarlo».

«Cosa ne pensate?», chiese il signor Blathers.

«Non so cosa pensare», rispose il povero Giles. «Non credo sia il ragazzo; anzi, sono quasi certo che non lo sia. Sapete che non può essere lui».

«Quest’uomo ha bevuto, signore?», chiese Blathers, rivolgendosi al medico.

«Che tipo incredibilmente confuso sei!», disse Duff, rivolgendosi al signor Giles con supremo disprezzo.

Il signor Losberne aveva tastato il polso del paziente durante questo breve dialogo; ma ora si alzò dalla sedia accanto al letto e osservò che, se gli agenti avessero avuto dubbi in merito, avrebbero forse gradito passare nella stanza accanto e interrogare Brittles.

Seguendo questo suggerimento, si trasferirono in una stanza vicina, dove il signor Brittles, una volta chiamato, coinvolse se stesso e il suo rispettato superiore in un tale meraviglioso labirinto di nuove contraddizioni e impossibilità che non contribuì a fare alcuna luce su nulla, se non sul fatto della sua stessa grande confusione; eccetto, in verità, per le sue dichiarazioni che non avrebbe riconosciuto il vero ragazzo se gli fosse stato messo davanti in quell’istante; che aveva preso Oliver per lui solo perché il signor Giles aveva detto che lo era; e che il signor Giles aveva, cinque minuti prima, ammesso in cucina di cominciare a temere di essere stato un po’ troppo precipitoso.

Tra le altre ingegnose congetture, fu sollevata la questione se il signor Giles avesse davvero colpito qualcuno, e, all’esame della pistola gemella di quella con cui aveva sparato, risultò non avere altro caricamento distruttivo che polvere da sparo e carta da pacchi; una scoperta che fece una notevole impressione su tutti tranne che sul medico, il quale aveva estratto la pallottola circa dieci minuti prima. Su nessuno, tuttavia, fece un’impressione maggiore che sullo stesso signor Giles; il quale, dopo aver penato per ore col timore di aver mortalmente ferito un suo simile, si aggrappò avidamente a questa nuova idea e la sostenne al massimo. Infine, gli agenti, senza preoccuparsi troppo di Oliver, lasciarono il poliziotto di Chertsey in casa e si fermarono per quella notte in città, promettendo di tornare la mattina seguente.

Con la mattina seguente giunse la voce che due uomini e un ragazzo si trovavano nelle prigioni di Kingston, essendo stati arrestati la notte precedente in circostanze sospette; e verso Kingston si diressero di conseguenza i signori Blathers e Duff. Le circostanze sospette, tuttavia, risolvendosi, dopo un’indagine, nel solo fatto che erano stati scoperti a dormire sotto un pagliaio, il che, sebbene sia un grande crimine, è punibile solo con la reclusione, e agli occhi misericordiosi della legge inglese, e del suo onnicomprensivo amore per tutti i sudditi del re, non è considerato una prova soddisfacente, in assenza di ogni altra testimonianza, che il dormiente, o i dormienti, abbiano commesso un furto con scasso accompagnato da violenza, e si siano quindi resi passibili della pena di morte; i signori Blathers e Duff tornarono indietro sapienti tanto quanto erano partiti.

In breve, dopo qualche altro esame e molte altre conversazioni, un magistrato dei dintorni fu facilmente indotto ad accettare la cauzione congiunta della signora Maylie e del signor Losberne per la comparizione di Oliver, qualora fosse stato mai richiesto; e Blathers e Duff, ricompensati con un paio di ghinee, tornarono in città con opinioni contrastanti sulla loro spedizione: il secondo gentiluomo, dopo un’attenta considerazione di tutte le circostanze, propendendo per la convinzione che il tentativo di furto fosse nato dal "Preferito della Famiglia", e il primo essendo ugualmente disposto ad attribuire l’intero merito al grande signor Conkey Chickweed.

Nel frattempo, Oliver prosperava gradualmente sotto le cure congiunte della signora Maylie, di Rose e del buon cuore del signor Losberne. Se le preghiere ferventi, scaturite da cuori colmi di gratitudine, vengono ascoltate in cielo — e se non lo fossero, quali preghiere lo sarebbero? — le benedizioni che il bambino orfano invocava su di loro scesero nelle loro anime, diffondendo pace e felicità.

CAPITOLO XXXI.

DELLA FELICE VITA CHE OLIVER COMINCIÒ A CONDURRE CON I SUOI CARI AMICI.

I malanni di Oliver non erano né lievi né pochi. Oltre al dolore e alla lentezza derivanti da un arto rotto, la sua esposizione al bagnato e al freddo aveva causato febbre e brividi, che lo tennero in scacco per molte settimane e lo ridussero tristemente. Ma alla fine cominciò, a poco a poco, a migliorare e a essere capace di dire talvolta, in poche parole piene di lacrime, quanto profondamente sentisse la bontà delle due dolci signore, e quanto ardentemente sperasse che, quando fosse tornato forte e in salute, avrebbe potuto fare qualcosa per dimostrare la sua gratitudine; solo qualcosa che facesse loro vedere l’amore e la dedizione di cui era colmo il suo petto; qualcosa, per quanto lieve, che provasse loro che la loro gentilezza non era stata sprecata, ma che il povero ragazzo che la loro carità aveva salvato dalla miseria, o dalla morte, era ansioso e desideroso di servirle con tutto il suo cuore e la sua anima.

«Povero ragazzo!», disse Rose, quando Oliver, un giorno, stava debolmente cercando di pronunciare le parole di ringraziamento che gli salivano alle labbra pallide, «avrai molte opportunità di servirci, se vorrai. Andremo in campagna e mia zia intende che tu ci accompagni. Il posto tranquillo, l’aria pura e tutti i piaceri e le bellezze della primavera ti rimetteranno in pochi giorni, e ti impiegheremo in cento modi quando potrai sopportare la fatica».

«La fatica!», esclamò Oliver. «Oh! Cara signora, se potessi lavorare per voi, se potessi solo darvi piacere annaffiando i vostri fiori, o guardando i vostri uccellini, o correndo su e giù per tutto il giorno per rendervi felici, cosa darei per farlo!».

«Non darai nulla, affatto», disse Miss Maylie, sorridendo; «perché, come ti ho detto prima, ti impiegheremo in cento modi; e se farai solo metà della fatica per compiacerci che prometti ora, mi renderai molto felice, davvero».

«Felice, signora!», esclamò Oliver; «oh, che gentile da parte vostra dire così!».

«Mi renderai più felice di quanto possa dirti», rispose la giovane signora. «Pensare che la mia cara, buona zia possa essere stata il mezzo per salvare qualcuno da una tale triste miseria come quella che ci hai descritto, sarebbe per me un piacere indicibile; ma sapere che l’oggetto della sua bontà e compassione fosse sinceramente grato e di conseguenza affezionato, mi diletterebbe più di quanto tu possa immaginare. Mi capisci?», chiese, osservando il volto pensieroso di Oliver.

«Oh sì, signora, sì!», rispose Oliver, ansiosamente; «ma stavo pensando che sono ingrato, ora».

«Verso chi?», chiese la giovane signora.

«Verso il gentile gentiluomo e la cara vecchia infermiera che si sono presi tanta cura di me prima», replicò Oliver. «Se sapessero quanto sono felice, ne sarebbero contenti, ne sono certo».

«Sono certa che lo sarebbero», replicò la benefattrice di Oliver; «e il signor Losberne è già stato così gentile da promettere che, quando sarai abbastanza in forze per sopportare il viaggio, ti porterà a trovarli».

«L’ha fatto, signora?», esclamò Oliver, col volto che si illuminava di piacere. «Non so cosa farò per la gioia quando rivedrò ancora una volta i loro volti gentili!».

In breve tempo Oliver fu abbastanza guarito da sopportare la fatica di questa spedizione; e una mattina lui e il signor Losberne partirono di conseguenza in una piccola carrozza che apparteneva alla signora Maylie. Quando giunsero al ponte di Chertsey, Oliver divenne molto pallido e lanciò un’esclamazione acuta.

«Cosa succede al ragazzo?», gridò il medico, come al solito, tutto in fermento. «Vedi qualcosa, senti qualcosa, provi qualcosa, eh?».

«Quella, signore», esclamò Oliver, indicando fuori dal finestrino della carrozza. «Quella casa!».

«Sì; bene, cosa c’è? Fermati, cocchiere. Accosta qui», gridò il medico. «Cosa c’è riguardo alla casa, figliolo, eh?».

«I ladri, la casa in cui mi hanno portato», sussurrò Oliver.

«Al diavolo!», esclamò il medico. «Ehi, là! Fatemi scendere!». Ma prima che il cocchiere potesse smontare dalla sua cassetta, era rotolato fuori dalla carrozza, in un modo o nell’altro, e, correndo verso l’edificio deserto, iniziò a prendere a calci la porta come un forsennato.

«Ehi!», disse un ometto gobbo e sgradevole, aprendo la porta così improvvisamente che il medico, per lo slancio del suo ultimo calcio, cadde quasi in avanti nel corridoio. «Cosa succede qui?».

«Cosa succede!», esclamò l’altro, afferrandolo per il colletto senza un attimo di riflessione. «Molto. Si tratta di una rapina».

«Ci scapperà anche l’assassinio», rispose l’uomo gobbo, con freddezza, «se non togli le mani di dosso. Mi senti?».

«Ti sento», disse il medico, scuotendo energicamente il suo prigioniero. «Dov’è... maledetto il tizio, qual è il suo nome da canaglia... Sikes, ecco. Dov’è Sikes, razza di ladro?».

L’uomo gobbo fissò come se fosse colto da estremo stupore e indignazione; e, divincolandosi abilmente dalla presa del medico, ringhiò una raffica di orribili imprecazioni e si ritirò in casa. Prima che potesse chiudere la porta, tuttavia, il medico era passato nel salotto, senza una parola di trattativa. Guardò ansiosamente intorno: nemmeno un mobile, non un vestigio di alcunché, animato o inanimato, nemmeno la posizione delle credenze corrispondeva alla descrizione di Oliver!

«Ora», disse l’uomo gobbo, che lo aveva osservato attentamente, «cosa intendi per entrare in casa mia in questo modo violento? Vuoi derubarmi o assassinarmi? Cos’è?».

«Hai mai visto un uomo uscire per fare una delle due cose su una carrozza con due cavalli, ridicolo vecchio vampiro?», disse l’irritabile medico.

«Cosa vuoi, allora?», domandò il gobbo, ferocemente. «Te ne andrai prima che ti faccia del male? Maledetto te!».

«Appena lo riterrò opportuno», disse il signor Losberne, guardando nell’altro salotto, che, come il primo, non aveva alcuna somiglianza con il racconto di Oliver. «Ti scoverò un giorno, amico mio».

«Davvero?», sbeffeggiò lo storpio dall’aspetto malevolo. «Se mai avrai bisogno di me, io sono qui. Non ho vissuto qui da matto, e tutto solo, per venticinque anni, per farmi spaventare da te. Pagherai per questo; pagherai per questo». E dicendo così, il piccolo demone deforme lanciò un urlo orrendo e ballò sul terreno come se fosse fuori di sé dalla rabbia.

«Piuttosto stupido, questo», mormorò il medico tra sé; «il ragazzo deve aver fatto un errore. Ecco; mettiti questo in tasca e chiuditi di nuovo dentro». Con queste parole lanciò al gobbo una moneta e tornò alla carrozza.

L’uomo seguì fino allo sportello della carrozza, pronunciando le maledizioni e le imprecazioni più sfrenate lungo tutto il percorso; ma mentre il signor Losberne si voltava a parlare al cocchiere, guardò dentro la carrozza e fissò Oliver per un istante con uno sguardo così acuto e feroce, e allo stesso tempo così furioso e vendicativo, che, sveglio o dormiente, non poté dimenticarlo per mesi dopo. Continuò a pronunciare le maledizioni più temibili finché il cocchiere non ebbe ripreso il suo posto, e quando furono di nuovo in viaggio, poterono vederlo a una certa distanza dietro, battere i piedi a terra e strapparsi i capelli in preda a una rabbia frenetica.

«Sono un asino!», disse il medico, dopo un lungo silenzio. «Lo sapevi prima, Oliver?».

«No, signore».

«Allora non dimenticarlo un’altra volta».

«Un asino», disse di nuovo il medico, dopo un ulteriore silenzio di alcuni minuti. «Anche se fosse stato il posto giusto, e i tipi giusti fossero stati lì, cosa avrei potuto fare da solo? E se avessi avuto assistenza, non vedo che bene avrei fatto, se non portare alla mia stessa esposizione e a un’inevitabile dichiarazione del modo in cui ho messo a tacere questa faccenda. Mi starebbe bene, però. Mi caccio sempre in qualche guaio o nell’altro agendo d’impulso, e avrebbe potuto farmi bene».

Ora il fatto era che l’eccellente medico non aveva mai agito su altro che impulsi per tutta la vita; e non era un cattivo complimento alla natura degli impulsi che lo governavano il fatto che, lungi dall’essere coinvolto in particolari guai o sventure, godeva del più caldo rispetto e stima di tutti coloro che lo conoscevano. Se si deve dire la verità, era un po’ di cattivo umore, per un minuto o due, per essere rimasto deluso nel procurarsi prove corroboranti del racconto di Oliver proprio alla prima occasione in cui avrebbe avuto la possibilità di ottenerne. Si riprese presto, tuttavia, e scoprendo che le risposte di Oliver alle sue domande erano ancora così dirette e coerenti, e ancora pronunciate con tanta apparente sincerità e verità, come lo erano sempre state, si convinse a prestare loro piena fede da quel momento in poi.

Poiché Oliver conosceva il nome della strada in cui risiedeva il signor Brownlow, poterono guidare direttamente fin lì. Quando la carrozza vi svoltò, il suo cuore batteva così violentemente che riusciva a malapena a respirare.

«Ora, ragazzo mio, qual è la casa?», chiese il signor Losberne.

«Quella, quella!», rispose Oliver, indicando con impazienza fuori dal finestrino. «La casa bianca. Oh! Fai in fretta! Ti prego, fai in fretta! Mi sento come se dovessi morire: mi fa tremare così tanto».

«Su, su!», disse il buon medico, picchiettandogli la spalla. «Li vedrai subito, e saranno felicissimi di trovarti sano e salvo».

«Oh! Spero di sì!», esclamò Oliver. «Sono stati così buoni con me; così molto molto buoni con me, signore».

La carrozza proseguì. Si fermò. No; quella non era la casa giusta. La porta accanto. Proseguì per qualche passo e si fermò di nuovo. Oliver guardò le finestre con lacrime di felice aspettativa che gli rigavano il volto.

Ahimè! La casa bianca era vuota e alla finestra c’era un avviso: “Affittasi”.

«Bussa alla porta accanto», gridò il signor Losberne, prendendo Oliver sottobraccio. «Che fine ha fatto il signor Brownlow, che abitava nella casa adiacente, lo sai?»

La domestica non lo sapeva, ma sarebbe andata a informarsi. Poco dopo tornò e disse che il signor Brownlow aveva venduto i suoi averi ed era partito per le Indie Occidentali sei settimane prima. Oliver giunse le mani e si lasciò cadere debolmente all'indietro.

«Se n’è andata anche la governante?», chiese il signor Losberne dopo un attimo di pausa.

«Sì, signore», rispose la domestica. «Il vecchio gentiluomo, la governante e un gentiluomo, un amico del signor Brownlow, sono partiti tutti insieme».

«Allora gira di nuovo verso casa», disse il signor Losberne al cocchiere, «e non fermarti a dar da mangiare ai cavalli finché non saremo fuori da questa maledetta Londra!»

«Il libraio, signore?», disse Oliver. «Conosco la strada per andare lì. Lo veda, la prego signore! Vada a vederlo!»

«Povero ragazzo, questa è una delusione sufficiente per un giorno solo», disse il medico. «Abbastanza per entrambi. Se andassimo dal libraio, scopriremmo certamente che è morto, o che ha dato fuoco alla sua casa, o che è scappato. No; dritti verso casa!» E in obbedienza al primo impulso del medico, verso casa tornarono.

Questa amara delusione causò a Oliver molto dolore e afflizione, persino nel mezzo della sua felicità; poiché si era dilettato molte volte, durante la malattia, a pensare a tutto ciò che il signor Brownlow e la signora Bedwin gli avrebbero detto, e a quanto sarebbe stato delizioso raccontare loro quanti lunghi giorni e notti avesse trascorso a riflettere su ciò che avevano fatto per lui e a piangere la sua crudele separazione da loro. Anche la speranza di riuscire infine a discolparsi con loro e di spiegare come fosse stato portato via a forza, lo aveva rincuorato e sostenuto in molte delle sue recenti tribolazioni; e ora l’idea che essi potessero essersi spinti così lontano, portando con sé la convinzione che lui fosse un impostore e un ladro — una convinzione che avrebbe potuto restare incrollabile fino al giorno della sua morte — era quasi più di quanto potesse sopportare.

La circostanza non provocò, tuttavia, alcun mutamento nel comportamento dei suoi benefattori. Dopo un’altra quindicina di giorni, quando il bel tempo caldo era ormai iniziato e ogni albero e fiore metteva fuori le sue tenere foglie e i ricchi germogli, fecero i preparativi per lasciare la casa di Chertsey per alcuni mesi. Dopo aver mandato l’argenteria, che aveva tanto eccitato la cupidigia dell’ebreo, dal banchiere, e aver lasciato Giles e un altro servitore a guardia della casa, partirono per un cottage in campagna, a una certa distanza, portando Oliver con loro.

Chi può descrivere il piacere e la gioia, la pace interiore e la dolce tranquillità che il ragazzo malaticcio provava nell’aria balsamica, tra le verdi colline e i ricchi boschi di un villaggio dell’entroterra! Chi può dire come le scene di pace e quiete penetrino nelle menti degli abitanti logorati dal dolore in luoghi angusti e rumorosi, e portino la loro freschezza in profondità nei loro cuori stanchi! Uomini che hanno vissuto in strade affollate e soffocanti, attraverso intere vite di fatica, e non hanno mai desiderato un cambiamento; uomini per i quali l’abitudine è diventata davvero una seconda natura, e che sono arrivati quasi ad amare ogni mattone e pietra che formava i confini ristretti delle loro passeggiate quotidiane — anche loro, con la mano della morte su di sé, hanno desiderato infine uno scorcio del volto della Natura; e trasportati lontano dalle scene dei loro antichi dolori e piaceri, sono sembrati passare subito in un nuovo stato di essere, e strisciando giorno dopo giorno verso qualche punto verde e soleggiato, hanno visto risvegliarsi dentro di sé tali ricordi, alla sola vista del cielo, della collina, della pianura e dell'acqua luccicante, che un assaggio del paradiso stesso ha lenito il loro rapido declino, e sono sprofondati nelle loro tombe così pacificamente come il sole — il cui tramonto avevano osservato dalla finestra della loro solitaria stanza solo poche ore prima — svaniva dalla loro vista fioca e debole! I ricordi che le scene di campagna pacifiche richiamano non sono di questo mondo, né dei suoi pensieri o speranze. La loro influenza gentile può insegnarci a intrecciare ghirlande fresche per le tombe di coloro che abbiamo amato, può purificare i nostri pensieri e abbattere vecchie inimicizie e odio; ma sotto tutto ciò, persiste nella mente meno riflessiva una vaga e indefinita consapevolezza di aver nutrito tali sentimenti molto tempo prima in un tempo remoto e lontano, che richiama solenni pensieri sui tempi futuri e piega l’orgoglio e la mondanità sotto di sé.

Era un luogo incantevole quello in cui si erano rifugiati, e Oliver, i cui giorni erano trascorsi tra folle squallide e in mezzo a rumori e risse, sembrò iniziare una nuova esistenza lì. La rosa e il caprifoglio si aggrappavano alle pareti del cottage, l’edera strisciava attorno ai tronchi degli alberi e i fiori del giardino profumavano l’aria con odori deliziosi. Lì vicino c’era un piccolo cimitero: non affollato di alte e sgradevoli lapidi, ma pieno di umili tumuli, coperti di erba fresca e muschio, sotto i quali i vecchi del villaggio riposavano. Oliver vagava spesso qui e, pensando alla misera tomba in cui giaceva sua madre, a volte si sedeva e singhiozzava senza essere visto; ma, quando sollevava gli occhi verso il cielo profondo sopra di lui, smetteva di pensare a lei come a qualcuno che giaceva sotto terra, e la piangeva tristemente, ma senza dolore.

Erano giorni felici. I giorni erano pacifici e sereni, e le notti non portavano con sé paura o preoccupazione; nessun languire in una misera prigione, o frequentare uomini meschini: nient’altro che pensieri piacevoli e felici. Ogni mattina andava da un vecchio dai capelli bianchi, che viveva vicino alla chiesetta, il quale gli insegnava a leggere meglio e a scrivere, e parlava così gentilmente e si prendeva tale premura, che Oliver non riusciva mai a impegnarsi abbastanza per compiacerlo. Poi passeggiava con la signora Maylie e Rose, e le sentiva parlare di libri, o magari sedeva vicino a loro, in qualche luogo ombreggiato, e ascoltava mentre la giovane signorina leggeva, cosa che avrebbe potuto fare finché non diventava troppo buio per vedere le lettere. Poi aveva la sua lezione per il giorno successivo da preparare, e su questo lavorava sodo, in una piccola stanza che dava sul giardino, finché la sera arrivava lentamente, quando le signore uscivano di nuovo a passeggiare, e lui con loro; ascoltando con tale piacere tutto ciò che dicevano, ed essendo così felice se desideravano un fiore che lui poteva arrampicarsi a cogliere, o avevano dimenticato qualcosa che lui poteva correre a prendere, che non riusciva mai a essere abbastanza veloce. Quando diventava del tutto buio e tornavano a casa, la giovane signorina si sedeva al piano e suonava qualche aria malinconica, o cantava, con voce bassa e gentile, qualche vecchia canzone che faceva piacere alla zia ascoltare. Non c’erano candele in quei momenti, e Oliver sedeva vicino a una delle finestre, ascoltando la dolce musica, mentre lacrime di gioia tranquilla gli scendevano sul volto.

E quando arrivava la domenica, quanto diversamente il giorno veniva trascorso rispetto a qualsiasi altro modo in cui l’aveva passato fino ad allora! E quanto felicemente, anche; come tutti gli altri giorni in quel tempo felicissimo! C’era la piccola chiesa, al mattino, con le foglie verdi che sventolavano alle finestre, gli uccelli che cantavano fuori e l’aria profumata che si intrufolava nel basso portico, riempiendo l’edificio semplice col suo fragrante odore. La povera gente era così ordinata e pulita, e si inginocchiava così devotamente in preghiera, che sembrava un piacere, non un compito noioso, il loro riunirsi lì insieme; e sebbene il canto potesse essere rozzo, era autentico e suonava più musicale (almeno alle orecchie di Oliver) di qualsiasi cosa avesse mai sentito in chiesa prima d'ora. Poi c’erano le passeggiate come al solito, e molte visite alle case pulite dei lavoratori; e la sera, Oliver leggeva un capitolo o due dalla Bibbia, che aveva studiato tutta la settimana, e nell’adempimento di tale dovere si sentiva più orgoglioso e soddisfatto che se fosse stato il sacerdote stesso.

Al mattino, Oliver era in piedi alle sei, vagando per i campi e ispezionando le siepi, in lungo e in largo, in cerca di mazzolini di fiori selvatici, con i quali tornava a casa carico, e che richiedevano grande cura e attenzione per essere disposti nel modo migliore, per l’abbellimento della tavola della colazione. C’era anche del senecione fresco per gli uccellini della signorina Maylie, con il quale Oliver — che aveva studiato l’argomento sotto la capace tutela del sacrestano del villaggio — decorava le gabbie nel gusto più approvato. Quando gli uccelli erano resi tutti pimpanti e arzilli per la giornata, c’era solitamente qualche piccolo incarico di carità da sbrigare nel villaggio; o, in mancanza di quello, c’era sempre qualcosa da fare in giardino, o attorno alle piante, a cui Oliver — che aveva studiato anche questa scienza sotto lo stesso maestro, che era giardiniere di professione — si dedicava con buona volontà finché la signorina Rose non faceva la sua comparsa, momento in cui c’erano mille elogi da dispensare per tutto ciò che aveva fatto, per i quali uno di quei sorrisi belli e spensierati era una ricompensa più che sufficiente.

Così tre mesi scivolarono via; tre mesi che, nella vita del più benedetto e favorito dei mortali, sarebbero stati felicità pura; ma che, nell’aurora travagliata e offuscata di Oliver, erano davvero felicità suprema. Con la più pura e amabile generosità da una parte, e la più sincera, calda e sentita gratitudine dall’altra, non c’è da meravigliarsi che, alla fine di quel breve periodo, Oliver Twist fosse diventato completamente parte della famiglia della vecchia signora e di sua nipote; e che il fervido attaccamento del suo cuore giovane e sensibile fosse ripagato dal loro orgoglio e affetto per lui.

CAPITOLO XXXII.

IN CUI LA FELICITÀ DI OLIVER E DEI SUOI AMICI SUBISCE UN IMPROVVISO ARRESTO.

LA PRIMAVERA volò via rapidamente e giunse l’estate; e se il villaggio era stato bello all’inizio, ora era nel pieno splendore e nella lussureggiante ricchezza. I grandi alberi, che nei mesi precedenti erano apparsi rattrappiti e spogli, erano ora esplosi in una vita forte e sana, e stendendo le loro braccia verdi sopra il terreno assetato, trasformavano i punti aperti e spogli in angoli scelti, dove c’era un’ombra profonda e piacevole da cui osservare l’ampio panorama, immerso nel sole, che si stendeva oltre. La terra aveva indossato il suo mantello di verde più brillante e diffuso i suoi profumi più ricchi. Era il culmine e il vigore dell’anno, e ogni cosa era lieta e fiorente.

Tuttavia la stessa vita tranquilla proseguiva nel piccolo cottage, e la stessa allegra serenità prevaleva tra i suoi abitanti. Oliver era diventato da tempo robusto e sano; ma la salute o la malattia non facevano alcuna differenza nei suoi sentimenti caldi verso coloro che lo circondavano (sebbene la facciano nei sentimenti di molte persone), ed era sempre la stessa creatura gentile, devota e affettuosa che era stata quando il dolore e la sofferenza gli avevano consumato le forze, ed era dipendente per ogni minima attenzione e conforto da coloro che si prendevano cura di lui.

Una bellissima sera avevano fatto una passeggiata più lunga del solito, poiché la giornata era stata insolitamente calda, c’era una luna brillante e si era levato un vento leggero, che era insolitamente rinfrescante. Rose era stata di ottimo umore, e avevano camminato, in conversazione allegra, finché avevano superato di gran lunga i loro confini abituali. La signora Maylie era affaticata e tornarono a casa più lentamente. La giovane signorina, gettando via semplicemente il suo cappellino, si sedette al piano, come al solito; dopo aver scorso distrattamente i tasti per pochi minuti, cadde in un’aria bassa e molto solenne; e mentre la suonava, la sentirono singhiozzare come se stesse piangendo.

«Rose, cara mia?», disse la signora anziana.

Rose non rispose, ma suonò un po’ più velocemente, come se il suono l’avesse risvegliata da pensieri dolorosi.

«Rose, tesoro mio!», gridò la signora Maylie, alzandosi frettolosamente e chinandosi su di lei. «Cos’è questo? Il tuo viso è bagnato di lacrime. Mia cara bambina, cosa ti tormenta?»

«Niente, zia, niente», rispose la giovane. «Non so cosa sia; non riesco a descriverlo; ma mi sento così giù stasera, e…»

«Non malata, tesoro?», intervenne la signora Maylie.

«No, no! Oh, non malata!», rispose Rose, rabbrividendo, come se un freddo mortale la stesse attraversando mentre parlava; «almeno, starò meglio tra poco. Chiudi la finestra, ti prego».

Oliver si affrettò a soddisfare la richiesta; e la giovane, facendo uno sforzo per ritrovare la sua allegria, cercò di suonare qualche melodia più vivace; ma le sue dita caddero senza forza sui tasti e, coprendosi il viso con le mani, affondò su un divano e diede sfogo alle lacrime che non riusciva più a trattenere.

«Figlia mia!», disse la signora anziana, avvolgendola tra le sue braccia, «non ti ho mai vista così prima d’ora».

«Non vorrei allarmarti se potessi evitarlo», aggiunse Rose; «ma davvero ho cercato con tutte le mie forze e non posso farne a meno. Temo di essere malata, zia».

Lo era, davvero; perché, quando portarono le candele, videro che nel brevissimo tempo trascorso dal loro ritorno a casa, la carnagione del suo volto era mutata in un candore marmoreo. La sua espressione non aveva perso nulla della sua bellezza, eppure era cambiata, e c’era uno sguardo ansioso e scavato su quel viso gentile che non aveva mai avuto prima. Un altro minuto, ed era soffusa di un rossore cremisi, e una pesante frenesia scese sull’occhio azzurro e dolce; di nuovo questo scomparve, come l’ombra proiettata da una nuvola che passa, ed era di nuovo mortalmente pallida.

Oliver, che osservava la vecchia signora con ansia, notò che lei era allarmata da queste manifestazioni, e così, in verità, lo era anche lui; ma vedendo che lei fingeva di sminuirle, cercò di fare lo stesso; e riuscirono in tal misura che, quando Rose fu persuasa dalla zia a ritirarsi per la notte, era di spirito migliore, appariva persino in salute migliore, e li rassicurò sul fatto che si sentiva certa che si sarebbe svegliata al mattino del tutto bene.

«Spero, signora», disse Oliver, quando la signora Maylie tornò, «che non ci sia nulla di grave? La signorina Maylie non sembra stare bene stasera, ma…»

La vecchia signora gli fece cenno di non parlare e, sedutasi in un angolo buio della stanza, rimase in silenzio per un po’. Alla fine disse, con voce tremante:

«Spero di no, Oliver. Sono stata molto felice con lei per alcuni anni — troppo felice, forse, e potrebbe essere giunto il momento che io debba affrontare qualche sventura; ma spero che non sia questa».

«Quale sventura, signora?», chiese Oliver.

«Il duro colpo», disse la vecchia signora, quasi inarticolatamente, «di perdere la cara ragazza che è stata per tanto tempo il mio conforto e la mia felicità».

«Oh! Dio non voglia!», esclamò Oliver, frettolosamente.

«Amen a questo, figlio mio!», disse la vecchia signora, torcendosi le mani.

«Sicuramente non c’è pericolo di qualcosa di così terribile!», disse Oliver. «Due ore fa stava benissimo».

«Ora sta molto male», replicò la signora Maylie, «e starà peggio, ne sono certa. La mia cara, cara Rose! Oh, cosa farei senza di lei!»

La signora sprofondò nei suoi pensieri scoraggiati e si lasciò andare a un dolore così grande che Oliver, reprimendo la propria emozione, si azzardò a farle delle rimostranze e a supplicarla vivamente che, per amore della cara giovane stessa, fosse più calma.

«E consideri, signora», disse Oliver, mentre le lacrime gli venivano agli occhi, nonostante i suoi sforzi contrari, «oh! consideri quanto è giovane e buona, e che piacere e conforto dà a tutti quelli che le stanno intorno. Sono sicuro — certo — del tutto certo — che, per amor vostro, che siete così buona voi stessa, e per amore suo, e per amore di tutti quelli che rende così felici, non morirà. Dio non permetterà mai che lei muoia ancora».

«Silenzio!», disse la signora Maylie, posando la mano sulla testa di Oliver. «Tu ragioni come un bambino, povero ragazzo; e sebbene ciò che dici possa essere naturale, è sbagliato. Ma mi insegni comunque il mio dovere. L’avevo dimenticato per un momento, Oliver, e spero di poter essere perdonata, perché sono vecchia e ho visto abbastanza malattia e morte per conoscere il dolore che lasciano a chi resta. Ho visto anche abbastanza per sapere che non sono sempre i più giovani e i migliori a essere risparmiati a chi li ama; ma questo dovrebbe darci conforto piuttosto che dolore, perché il Cielo è giusto, e tali cose ci insegnano in modo impressionante che esiste un mondo ben più luminoso di questo, e che il passaggio ad esso è rapido. Sia fatta la volontà di Dio! Ma io la amo, e Lui solo sa quanto!»

Oliver fu sorpreso di vedere che, mentre la signora Maylie diceva queste parole, frenò i suoi lamenti come per un solo sforzo e, raddrizzandosi mentre parlava, divenne del tutto composta e ferma. Fu ancora più stupito di scoprire che questa fermezza durava e che, sotto tutte le cure e la veglia che seguirono, la signora Maylie era sempre pronta e raccolta, svolgendo tutti i doveri che le spettavano con fermezza e, a ogni apparenza esterna, persino con allegrezza. Ma lui era giovane e non sapeva di cosa sono capaci le menti forti in circostanze difficili. Come avrebbe potuto, d’altronde, quando i loro possessori così raramente conoscono se stessi?

Seguì una notte ansiosa e, quando arrivò il mattino, le predizioni della signora Maylie furono fin troppo ben verificate. Rose era al primo stadio di una febbre alta e pericolosa.

«Dobbiamo essere attivi, Oliver, e non lasciarci andare a un inutile dolore», disse la signora Maylie, posando il dito sulle labbra mentre guardava fisso il suo volto; «questa lettera deve essere inviata, con ogni possibile sollecitudine, al signor Losberne. Deve essere portata alla città di mercato, che non dista più di quattro miglia, attraverso il sentiero tra i campi, e da lì spedita con un espresso a cavallo direttamente a Chertsey. La gente alla locanda si incaricherà di farlo, e so di potermi fidare di te per far sì che avvenga».

Oliver non poté rispondere, ma espresse con lo sguardo la sua ansia di partire subito.

«Ecco un’altra lettera», disse la signora Maylie, fermandosi a riflettere; «ma se spedirla ora, o aspettare finché vedrò come va Rose, a stento lo so. Non la inoltrerei a meno di non temere il peggio».

«È per Chertsey anche questa, signora?», chiese Oliver, impaziente di eseguire il suo incarico, e tendendo la mano tremante per la lettera.

«No», rispose la vecchia signora, dandogliela meccanicamente. Oliver la guardò e vide che era indirizzata al signor Harry Maylie, presso la casa di qualche lord in campagna; dove, non riuscì a capire.

«Deve partire, signora?», chiese Oliver, guardando in su con impazienza.

«Credo di no», rispose la signora Maylie, riprendendola. «Aspetterò fino a domani».

Con queste parole diede a Oliver la sua borsa, ed egli partì senza ulteriori indugi alla massima velocità che riuscì a racimolare.

Corse velocemente attraverso i campi e lungo i sentierini che a volte li dividevano, ora quasi nascosto dal grano alto su entrambi i lati, e ora emergendo in un campo aperto, dove i falciatori e i fienaioli erano occupati al loro lavoro; né si fermò una volta, se non di tanto in tanto, per pochi secondi, per riprendere fiato, finché emerse, in un grande caldo e coperto di polvere, nella piccola piazza del mercato della città.

Qui si fermò e si guardò intorno per cercare la locanda. C’era una banca bianca, un birrificio rosso e un municipio giallo; e in un angolo una grande casa, con tutto il legno attorno dipinto di verde, davanti alla quale c’era l’insegna di “The George”, verso la quale si affrettò non appena gli cadde l’occhio.

Oliver parlò a un postiglione che stava sonnecchiando sotto l’androne e che, dopo aver sentito ciò che voleva, lo indirizzò allo stalliere; il quale, dopo aver sentito di nuovo tutto ciò che aveva da dire, lo indirizzò al padrone di casa, che era un gentiluomo alto con una cravatta blu, un cappello bianco, calzoni color camoscio e stivali con risvolti coordinati, e stava appoggiato contro una pompa vicino alla porta della stalla, pulendosi i denti con uno stuzzicadenti d’argento.

Questo gentiluomo si incamminò con molta ponderazione verso il bancone per redigere il conto, la cui stesura richiese un tempo considerevole; una volta pronto e saldato, fu necessario sellare un cavallo e vestire un uomo, il che portò via altri dieci buoni minuti. Nel frattempo, Oliver si trovava in uno stato di tale disperata impazienza e ansia che si sentiva come se potesse balzare lui stesso in sella al cavallo e galoppare a tutta birra verso la tappa successiva. Alla fine, tutto fu pronto e, dopo che il piccolo pacchetto fu consegnato con molte raccomandazioni e suppliche per una consegna rapida, l'uomo spronò il cavallo e, sferragliando sul selciato irregolare della piazza del mercato, fu fuori città e al galoppo lungo la strada maestra nel giro di un paio di minuti.

Era qualcosa, sentire la certezza che fosse stato inviato aiuto e che non fosse andato perduto del tempo. Oliver si affrettò a risalire il cortile della locanda con il cuore un po' più leggero e stava svoltando fuori dal portone quando inciampò accidentalmente in un uomo alto, avvolto in un mantello, che in quel momento stava uscendo dalla porta della locanda.

"Ah!" gridò l'uomo, fissando gli occhi su Oliver e ritraendosi all'improvviso. "Che diavolo è questo?"

"Chiedo scusa, signore," disse Oliver; "avevo molta fretta di tornare a casa e non l'ho visto arrivare."

"Morte!" borbottò l'uomo tra sé, fissando il ragazzo con i suoi grandi occhi scuri. "Chi l'avrebbe mai detto! Macinarlo in cenere! Balzerebbe fuori da una bara di marmo pur di intralciarmi!"

"Mi dispiace, signore," balbettò Oliver, confuso dallo sguardo selvaggio dello strano uomo. "Spero di non averla fatta male?"

"Che marciscano le sue ossa!" mormorò l'uomo, in preda a un'orribile rabbia, tra i denti serrati; "se solo avessi avuto il coraggio di dire la parola, avrei potuto liberarmi di lui in una notte. Maledizioni sul tuo capo e morte nera sul tuo cuore, piccolo diavolo! Cosa ci fai qui?"

L'uomo agitò il pugno e digrignò i denti mentre pronunciava queste parole in modo incoerente; e avanzando verso Oliver, come con l'intenzione di sferrargli un colpo, cadde violentemente a terra, contorcendosi e schiumando, in preda a una crisi.

Oliver fissò per un momento le terribili convulsioni del folle (poiché tale lo riteneva) e poi scattò all'interno dell'edificio in cerca di aiuto. Dopo averlo visto trasportare al sicuro nell'hotel, volse il volto verso casa, correndo il più velocemente possibile per recuperare il tempo perduto e ripensando, con grande stupore e un po' di timore, allo straordinario comportamento della persona da cui si era appena separato.

La circostanza non rimase però a lungo nei suoi ricordi; perché quando raggiunse il cottage, c'era abbastanza da occupare la sua mente e da scacciare completamente ogni considerazione per se stesso dalla sua memoria.

Rose Maylie era rapidamente peggiorata e prima di mezzanotte era in delirio. Un medico, che risiedeva sul posto, era costantemente al suo fianco e, dopo aver visto la paziente, aveva preso in disparte la signora Maylie, dichiarando che il suo disturbo era di natura assai allarmante. "In effetti," disse, "sarebbe poco meno di un miracolo se si riprendesse."

Quante volte Oliver balzò dal letto quella notte e, uscendo furtivamente con passo silenzioso verso la scala, tese l'orecchio al minimo suono proveniente dalla camera della malata! Quante volte un tremito scosse le sue membra e gocce fredde di terrore gli imperlarono la fronte, quando un improvviso calpestio lo portò a temere che qualcosa di troppo terribile da pensare fosse ormai accaduto. E quale era stata la fervidezza di tutte le preghiere che aveva mai pronunciato, rispetto a quelle che riversava ora, nell'agonia e nella passione della sua supplica, per la vita e la salute della creatura gentile che stava vacillando sull'orlo della profonda tomba!

La suspense, la spaventosa, acuta suspense di stare oziosamente a guardare mentre la vita di qualcuno che amiamo teneramente è in bilico — i pensieri tormentosi che si affollano nella mente e fanno battere violentemente il cuore, e il respiro farsi affannoso, per la forza delle immagini che evocano — l'ansia disperata di fare qualcosa per alleviare il dolore, o diminuire il pericolo, che non abbiamo il potere di mitigare; e l'affondamento dell'anima e dello spirito che il triste ricordo della nostra impotenza produce, — quali torture possono eguagliare queste, e quali riflessioni o sforzi possono, nel pieno della marea e della febbre del momento, placarle!

Venne il mattino e il piccolo cottage era solitario e silenzioso. La gente parlava sottovoce; volti ansiosi apparivano al cancello di tanto in tanto, e donne e bambini se ne andavano in lacrime. Per tutto il giorno, e per ore dopo che si era fatto buio, Oliver passeggiava dolcemente su e giù per il giardino, alzando gli occhi ogni istante verso la camera della malata e rabbrividendo nel vedere la finestra oscurata come se la morte vi giacesse distesa all'interno. A notte fonda, arrivò il signor Losberne. "È dura," disse il buon dottore, voltandosi mentre parlava; "così giovane, così tanto amata, ma c'è ben poca speranza."

Un altro mattino, il sole splendeva luminoso, — così luminoso come se non guardasse alcuna miseria o affanno; e, con ogni foglia e fiore in piena fioritura intorno a lei, — con la vita, la salute e suoni e visioni di gioia che la circondavano da ogni parte, la bella giovane creatura giaceva consumandosi rapidamente. Oliver si allontanò verso il vecchio cimitero e, sedendosi su uno dei tumuli verdi, pianse per lei in silenzio.

C'era una tale pace e bellezza nella scena, così tanta luminosità e allegria nel paesaggio soleggiato, una tale musica gioiosa nel canto degli uccelli estivi, una tale libertà nel rapido volo della cornacchia che volteggiava sopra la testa, così tanta vita e letizia in tutto, che quando il ragazzo sollevò gli occhi dolenti e guardò intorno, gli venne istintivo il pensiero che quello non fosse un momento per la morte; che Rose certamente non sarebbe mai potuta morire quando le cose più umili erano tutte così liete e vivaci; che le tombe erano per l'inverno freddo e desolato, non per la luce del sole e il profumo. Pensò quasi che i sudari fossero per i vecchi e i rimpiccioliti, e che non avvolgessero mai la forma giovane e aggraziata nelle loro pieghe spettrali.

Un rintocco della campana della chiesa ruppe aspramente questi pensieri giovanili. Un altro, ancora! Stava suonando per il servizio funebre. Un gruppo di umili persone in lutto entrò dal cancello, e indossavano coccarde bianche, perché il cadavere era giovane. Rimasero a capo scoperto accanto a una tomba; e c'era una madre, una madre una volta, tra il corteo piangente. Ma il sole splendeva luminoso e gli uccelli continuavano a cantare.

Oliver si voltò verso casa, pensando alle molte gentilezze che aveva ricevuto dalla giovane signora e desiderando che il tempo potesse tornare indietro, affinché non smettesse mai di mostrarle quanto fosse grato e legato a lei. Non aveva motivo di rimproverarsi per negligenza o mancanza di pensiero, poiché si era dedicato al suo servizio; eppure cento piccole occasioni gli tornarono alla mente in cui immaginava di essere stato più zelante e più premuroso, e desiderava di esserlo stato. Dobbiamo stare attenti a come trattiamo chi ci circonda, perché ogni morte porta con sé, per una piccola cerchia di sopravvissuti, pensieri di tanto omesso e così poco fatto, — di tante cose dimenticate e tante altre che avrebbero potuto essere riparate, che tali ricordi sono tra i più amari che possiamo avere. Non c'è rimorso così profondo come quello che è inutile; se vogliamo essere risparmiati dalle sue torture, ricordiamocelo in tempo.

Quando raggiunse casa, la signora Maylie era seduta nel piccolo salotto. Il cuore di Oliver sprofondò alla sua vista, poiché lei non aveva mai lasciato il capezzale di sua nipote, e tremava al pensiero di quale cambiamento avesse potuto allontanarla. Venne a sapere che era caduta in un sonno profondo, dal quale si sarebbe risvegliata o per la guarigione e la vita, o per dare loro l'addio e morire.

Sedettero ad ascoltare, timorosi di parlare, per ore. Il pasto non toccato fu rimosso; e con sguardi che mostravano che i loro pensieri erano altrove, guardarono il sole mentre affondava sempre più in basso e, alla fine, gettava su cielo e terra quelle tonalità brillanti che annunciano la sua partenza. Le loro orecchie attente colsero il suono di un passo che si avvicinava, ed entrambi balzarono involontariamente verso la porta, mentre entrava il signor Losberne.

"Che ne è di Rose?" gridò l'anziana signora. "Ditemelo subito! Posso sopportarlo; qualsiasi cosa tranne la suspense! Oh, ditemelo! In nome del Cielo!"

"Dovete calmarvi," disse il dottore, sostenendola. "State calma, mia cara signora, vi prego."

"Lasciatemi andare, in nome di Dio!" ansimò la signora Maylie. "La mia cara bambina! È morta! Sta morendo!"

"No!" gridò il dottore, appassionatamente. "Come Lui è buono e misericordioso, lei vivrà per benedirci tutti per gli anni a venire."

La signora cadde in ginocchio e cercò di giungere le mani; ma l'energia che l'aveva sostenuta così a lungo volò in Cielo con il suo primo ringraziamento, ed ella ricadde nelle braccia amiche che erano tese per riceverla.

CAPITOLO XXXIII.

CONTIENE ALCUNI PARTICOLARI INTRODUTTIVI RELATIVI A UN GIOVANE GENTILUOMO CHE ORA ARRIVA SULLA SCENA, E UNA NUOVA AVVENTURA CHE ACCADDE A OLIVER.

Era quasi troppa felicità da sopportare. Oliver si sentiva stordito e intontito dall'inaspettata notizia; non riusciva a piangere, né a parlare, né a riposare. Aveva a malapena la capacità di comprendere tutto ciò che era passato, finché, dopo una lunga passeggiata nella quieta aria serale, un impeto di lacrime venne in suo soccorso, e sembrò risvegliarsi tutto in una volta alla piena consapevolezza del gioioso cambiamento che era avvenuto e del carico quasi insopportabile di angoscia che era stato tolto dal suo petto.

La notte si stava chiudendo rapidamente quando tornò verso casa, carico di fiori che aveva colto con particolare cura per l'abbellimento della camera della malata. Mentre camminava spedito lungo la strada, udì dietro di sé il rumore di un veicolo che si avvicinava a passo furioso. Guardandosi intorno, vide che era una carrozza postale, guidata a grande velocità; e poiché i cavalli galoppavano e la strada era stretta, rimase appoggiato a un cancello finché non lo ebbe superato.

Mentre sfrecciava, Oliver intravide un uomo con una papalina bianca, il cui volto gli sembrava familiare, sebbene la sua visione fosse così breve che non riuscì a identificare la persona. In un altro secondo o due, la papalina fu spinta fuori dal finestrino della carrozza e una voce stentorea gridò al conducente di fermarsi, cosa che fece non appena riuscì a tirare su i cavalli, quando la papalina apparve di nuovo e la stessa voce chiamò Oliver per nome.

"Ehi!" gridò la voce. "Mastro Oliver, che notizie ci sono? La signorina Rose... Mastro O-li-ver."

"Siete voi, Giles?" gridò Oliver, correndo verso lo sportello della carrozza.

Giles tirò fuori di nuovo la papalina, preparandosi a dare una risposta, quando fu improvvisamente tirato indietro da un giovane gentiluomo che occupava l'altro angolo della carrozza, e che domandò ansiosamente quali fossero le notizie.

"In una parola," gridò il gentiluomo, "meglio o peggio?"

"Meglio, molto meglio!" rispose Oliver, frettolosamente.

"Ringraziato il Cielo!" esclamò il gentiluomo. "Ne siete sicuro?"

"Certamente, signore," rispose Oliver; "il cambiamento è avvenuto solo poche ore fa e il signor Losberne dice che ogni pericolo è finito."

Il gentiluomo non disse un'altra parola, ma, aprendo lo sportello della carrozza, balzò fuori e, prendendo Oliver frettolosamente per il braccio, lo condusse in disparte.

"È tutto certo? Non c'è alcuna possibilità di errore da parte vostra, ragazzo mio, vero?" domandò il gentiluomo, con voce tremante. "Vi prego, non ingannatemi risvegliando speranze che non debbano essere realizzate."

"Non lo farei per tutto l'oro del mondo, signore," rispose Oliver. "Davvero potete credermi. Le parole del signor Losberne sono state che lei vivrà per benedirci tutti per molti anni a venire. L'ho sentito dirlo."

Le lacrime riempirono gli occhi di Oliver mentre ricordava la scena che era l'inizio di tanta felicità, e il gentiluomo voltò il viso altrove e rimase in silenzio per alcuni minuti. Oliver pensò di averlo sentito singhiozzare più di una volta, ma temeva di interromperlo con qualsiasi ulteriore osservazione — poiché poteva ben intuire quali fossero i suoi sentimenti — e così rimase in disparte, fingendo di essere occupato con il suo mazzolino.

Per tutto questo tempo, il signor Giles, con la papalina bianca in testa, era rimasto seduto sui gradini della carrozza, appoggiando un gomito su ogni ginocchio e asciugandosi gli occhi con un fazzoletto di cotone blu a pois bianchi. Che l'onesto uomo non avesse finto emozione fu abbondantemente dimostrato dagli occhi molto rossi con cui guardò il giovane gentiluomo, quando questi si voltò e si rivolse a lui.

"Credo sia meglio che tu prosegua verso casa di mia madre nella carrozza, Giles," disse lui. "Preferirei camminare lentamente, in modo da guadagnare un po' di tempo prima di vederla. Puoi dire che sto arrivando."

"Chiedo scusa, signor Harry," disse Giles, dando una lucidata finale al suo volto sconvolto con il fazzoletto; "ma se volesse lasciare che sia il postiglione a dirlo, gliene sarei molto grato. Non sarebbe appropriato che le cameriere mi vedessero in questo stato, signore; non avrei mai più alcuna autorità su di loro se lo facessero."

"Bene," rispose Harry Maylie, sorridendo, "puoi fare come vuoi. Lascia che prosegua con le valigie, se lo desideri, e tu seguici. Solo, prima cambia quella papalina con un copricapo più appropriato, o saremo presi per pazzi."

Il signor Giles, ricordatosi del suo costume poco consono, si strappò via e mise in tasca la papalina, sostituendola con un cappello dalla forma sobria e composta che prese dalla carrozza. Fatto ciò, il postiglione partì e Giles, il signor Maylie e Oliver seguirono con calma.

Mentre camminavano, Oliver lanciava di tanto in tanto sguardi pieni di interesse e curiosità al nuovo arrivato. Sembrava avere circa venticinque anni ed era di media statura; il suo volto era schietto e attraente, e il suo comportamento singolarmente disinvolto e accattivante. Nonostante le differenze tra giovinezza ed età, portava una somiglianza così forte con l'anziana signora che Oliver non avrebbe avuto grandi difficoltà a immaginare la loro parentela, anche se non avesse già parlato di lei come di sua madre.

La signora Maylie stava aspettando con ansia di ricevere suo figlio quando raggiunse il cottage, e l'incontro non avvenne senza grande emozione da entrambe le parti.

"Oh, madre!" sussurrò il giovane, "perché non avete scritto prima?"

"Ho scritto," rispose la signora Maylie; "ma, riflettendoci, ho deciso di trattenere la lettera finché non avessi ascoltato il parere del signor Losberne."

"Ma perché," disse il giovane, "perché correre il rischio che accadesse ciò che quasi si è avverato? Se Rose fosse... non riesco a pronunciare quella parola ora... se questa malattia fosse finita diversamente, come avreste mai potuto perdonarvi, o io essere di nuovo felice?"

"Se fosse stato il caso, Harry," disse la signora Maylie, "temo che la tua felicità sarebbe stata effettivamente stroncata, e che il tuo arrivo qui un giorno prima o dopo sarebbe stato di ben poca importanza."

"E chi può meravigliarsi se fosse così, madre?" replicò il giovane; "o perché dovrei dire, se? È... è... voi lo sapete, madre... dovete saperlo!"

"So che lei merita bene il miglior e più puro amore che il cuore di un uomo possa offrire," disse la signora Maylie; "so che la devozione e l'affetto della sua natura non richiedono un ritorno ordinario, ma uno che sia profondo e duraturo. Se non sentissi questo, e sapessi, inoltre, che un comportamento cambiato in qualcuno che lei amava le spezzerebbe il cuore, non sentirei il mio compito così difficile da compiere, né dovrei affrontare così tante lotte nel mio stesso petto, quando intraprendo quella che mi sembra essere la linea rigorosa del dovere."

"Questo è scortese, madre," disse Harry. "Pensate ancora che io sia così tanto un ragazzo da non conoscere la mia mente, o da scambiare gli impulsi della mia stessa anima?"

"Penso, caro ragazzo," rispose la signora Maylie, posando la mano sulla sua spalla, "che la giovinezza abbia molti impulsi generosi che non durano; e che tra essi ve ne siano alcuni che, una volta soddisfatti, diventano solo più fugaci. Soprattutto, penso," disse la signora, fissando gli occhi sul volto di suo figlio, "che se un giovane entusiasta, ardente e ambizioso ha una moglie sul cui nome c'è una macchia, la quale, sebbene non abbia origine da alcuna colpa sua, possa essere fatta pesare da persone fredde e venali su di lei, e anche sui suoi figli, e, in esatta proporzione al suo successo nel mondo, le venga rinfacciata e fatta oggetto di scherni contro di lui, egli possa... non importa quanto generosa e buona sia la sua natura... un giorno pentirsi del legame che formò nella prima giovinezza, e lei possa avere il dolore e la tortura di sapere che egli lo fa."

"Madre," disse il giovane, impazientemente, "sarebbe un mero bruto egoista, indegno tanto del nome di uomo quanto della donna che descrivete, colui che agisse così."

"La pensi così ora, Harry," rispose sua madre.

"E sempre lo farò!" disse il giovane. "L'agonia mentale che ho sofferto durante gli ultimi due giorni strappa da me la dichiarazione senza veli verso di voi di una passione che, come sapete bene, non è di ieri, né che io abbia formato con leggerezza. Su Rose, dolce, gentile ragazza! il mio cuore è fissato così saldamente come mai il cuore di un uomo è stato fissato su una donna. Non ho pensiero, o prospettiva, o speranza, nella vita oltre lei; e se vi opponete a me in questa grande posta in gioco, prendete la mia pace e felicità nelle vostre mani e le gettate al vento. Madre, pensateci meglio, e pensate meglio a me, e non ignorate i sentimenti caldi che sembrate considerare così poco."

"Harry," disse la signora Maylie, "è perché penso così tanto ai cuori caldi e sensibili che vorrei risparmiare loro di essere feriti. Ma abbiamo detto abbastanza, e più che abbastanza, su questo argomento proprio ora."

"Lasciatelo riposare su Rose, allora," intervenne Harry. "Non insisterete con queste vostre opinioni eccessive fino al punto di frapporre alcun ostacolo sulla mia strada?"

"Non lo farò," replicò la signora Maylie; "ma vorrei che consideraste..."

"Ho considerato!" fu la risposta impaziente, — "ho considerato per anni, considerato quasi da quando sono capace di seria riflessione. I miei sentimenti rimangono immutati, come sempre saranno; e perché dovrei soffrire il dolore di un ritardo nel dar loro sfogo, che non può essere produttivo di alcun bene terreno? No! Prima di lasciare questo posto, Rose mi ascolterà."

"Lo farà," disse la signora Maylie.

"C'è qualcosa nel vostro modo di fare che vorrebbe quasi sottintendere che lei mi ascolterà freddamente, madre," disse il giovane, ansiosamente.

"Non freddamente," rispose l'anziana signora; "tutt'altro."

"Come allora?" incalzò il giovane. "Non ha formato nessun altro legame?"

"No, davvero," rispose sua madre; "tu hai, o mi sbaglio, una presa troppo forte sui suoi affetti già."

"Ciò che vorrei dire," riprese l'anziana signora, fermando suo figlio mentre stava per parlare, "è questo: Prima che tu scommetta tutto su questa possibilità, — prima che tu ti lasci trasportare al punto più alto della speranza, rifletti per pochi istanti, caro figlio, sulla storia di Rose, e considera quale effetto la conoscenza della sua dubbia nascita possa avere sulla sua decisione, — devota com'è verso di noi, con tutta l'intensità della sua nobile mente, e quel perfetto sacrificio di sé che, in ogni faccenda, grande o banale, è sempre stato la sua caratteristica."

"Cosa intendete?"

"Questo lascio a te scoprirlo," rispose la signora Maylie. "Devo tornare da Rose. Che Dio ti benedica!"

"Vi rivedrò stasera?" disse il giovane, ansiosamente.

"Tra poco," rispose la signora; "quando lascerò Rose."

"Le direte che sono qui?" disse Harry.

"Certamente," rispose la signora Maylie.

"E dite quanto sono stato ansioso, e quanto ho sofferto, e quanto desidero vederla — non rifiuterete di fare questo, madre?"

"No," disse l'anziana signora; "glielo dirò," e stringendo affettuosamente la mano del figlio, si affrettò a uscire dalla stanza.

Il signor Losberne e Oliver erano rimasti all'altro capo della stanza mentre questa frettolosa conversazione aveva luogo. Il primo porse ora la mano a Harry Maylie e tra loro furono scambiati saluti cordiali. Il dottore comunicò poi, in risposta alle molteplici domande del suo giovane amico, un resoconto preciso della situazione della paziente, che era altrettanto consolatorio e promettente di quanto le parole di Oliver lo avessero indotto a sperare; e al tutto il signor Giles, che fingeva di essere occupato con i bagagli, ascoltò con orecchie avide.

"Hai abbattuto qualcosa di particolare ultimamente, Giles?" chiese il dottore, quando ebbe concluso.

"Niente di particolare, signore," rispose il signor Giles, arrossendo fino agli occhi.

"O preso qualche ladro, o identificato qualche scassinatore?" disse il dottore, malignamente.

"Niente affatto, signore," rispose il signor Giles, con molta gravità.

"Bene," disse il dottore, "mi dispiace sentirlo, perché fai quel genere di cose così bene. Dimmi, come sta Brittles?"

"Il ragazzo sta molto bene, signore," disse il signor Giles, recuperando il suo consueto tono di superiorità; "e manda i suoi rispettosi ossequi, signore."

"Bene," disse il dottore. "Vederti qui mi ricorda, signor Giles, che il giorno prima di quello in cui fui chiamato via così frettolosamente, ho espletato, su richiesta della vostra buona padrona, un piccolo incarico in vostro favore. Fate un passo in questo angolo per un momento, volete?"

Il signor Giles camminò verso l'angolo con molta importanza e un certo stupore, e fu onorato di una breve conferenza sottovoce con il dottore; al termine della quale fece molti inchini e si ritirò con passi di insolita solennità. L'oggetto di questa conferenza non fu rivelato in salotto, ma la cucina ne fu rapidamente illuminata; poiché il signor Giles vi si diresse direttamente e, dopo aver chiesto un boccale di birra, annunciò, con un'aria di maestosa maestosità che fu altamente efficace, che era piaciuto alla sua padrona, in considerazione del suo galante comportamento in occasione di quel tentato furto, di depositare nella cassa di risparmio locale la somma di venticinque sterline per il suo esclusivo uso e beneficio. A questo, le due domestiche alzarono mani e occhi, e supposero che il signor Giles avrebbe cominciato a essere proprio orgoglioso ora; al che il signor Giles, tirandosi il colletto della camicia, rispose: "No, no," — e che se avessero notato che era minimamente altezzoso verso i suoi inferiori, li avrebbe pregati di dirglielo. E poi fece molte altre osservazioni, non meno illustrative della sua umiltà, che furono accolte con uguale favore e applausi, e che erano peraltro tanto originali, e tanto pertinenti, quanto lo sono comunemente le osservazioni dei grandi uomini.

Al piano di sopra, il resto della serata trascorse allegramente, poiché il dottore era di ottimo umore e, per quanto Harry Maylie potesse essere stato stanco o pensieroso all'inizio, non fu immune al buon umore del degno gentiluomo, che si manifestò in una grande varietà di facezie e ricordi professionali, e in un'abbondanza di piccole battute che a Oliver parvero le cose più buffe che avesse mai sentito, e lo fecero ridere in proporzione, con evidente soddisfazione del dottore, che rideva smoderatamente di se stesso e faceva ridere Harry quasi altrettanto di cuore, per la pura forza della simpatia. Così furono una compagnia piacevole quanto, date le circostanze, avrebbero potuto essere, e fu tardi prima che si ritirassero, con cuori leggeri e riconoscenti, a prendere quel riposo di cui, dopo il dubbio e la suspense che avevano recentemente vissuto, avevano tanto bisogno.

Oliver si alzò il mattino seguente con animo migliore e si dedicò alle sue solite occupazioni mattutine con più speranza e piacere di quanto avesse conosciuto da molti giorni. Gli uccellini vennero di nuovo appesi a cantare al loro vecchio posto, e i fiori di campo più dolci che si potessero trovare furono di nuovo raccolti per rallegrare Rose con la loro bellezza e fragranza. La malinconia che agli occhi tristi del ragazzo ansioso era sembrata aleggiare per giorni su ogni oggetto, per quanto tutti belli, fu dissipata come per magia. La rugiada sembrava scintillare più luminosa sulle foglie verdi, l'aria frusciare tra di esse con una musica più dolce, e il cielo stesso apparire più azzurro e luminoso. Tale è l'influenza che la condizione dei nostri stessi pensieri esercita persino sull'aspetto degli oggetti esterni. Gli uomini che guardano la natura e i loro simili, e gridano che tutto è buio e cupo, hanno ragione; ma i colori cupi sono riflessi dei loro stessi occhi e cuori itterici. Le tonalità reali sono delicate e richiedono una visione più chiara.

È degno di nota, e Oliver non mancò di notarlo all'epoca, che le sue spedizioni mattutine non venivano più fatte da solo. Harry Maylie, dopo il primissimo mattino in cui incontrò Oliver tornare carico, fu colto da una tale passione per i fiori, e mostrò un tale gusto nella loro disposizione, da lasciare il suo giovane compagno molto indietro. Se Oliver era in ritardo sotto questi aspetti, tuttavia, sapeva dove si potessero trovare i migliori, e mattino dopo mattino setacciavano insieme la campagna, riportando a casa i più belli che sbocciassero. La finestra della camera della giovane signorina era aperta ora, poiché ella amava sentire la ricca aria estiva fluire dentro e ravvivarla con la sua freschezza; ma lì stava sempre nell'acqua, proprio dentro l'inferriata, un particolare mazzetto che veniva composto con grande cura ogni mattina. Oliver non poté fare a meno di notare che i fiori appassiti non venivano mai gettati via, sebbene il piccolo vaso fosse regolarmente rifornito; né poté fare a meno di osservare che, ogni volta che il dottore entrava in giardino, invariabilmente alzava gli occhi verso quell'angolo particolare e annuiva in modo molto espressivo, mentre si avviava per la sua passeggiata mattutina. In attesa di queste osservazioni, i giorni volavano via e Rose stava recuperando rapidamente e sicuramente.

Né il tempo di Oliver pesava su di lui, sebbene la giovane signorina non avesse ancora lasciato la sua camera e non vi fossero passeggiate serali, se non di tanto in tanto per un breve tratto con la signora Maylie. Si dedicò con raddoppiata assiduità alle istruzioni del vecchio gentiluomo dai capelli bianchi e lavorò così duramente che il suo rapido progresso sorprese persino se stesso. Fu mentre era impegnato in questa ricerca che fu grandemente spaventato e angosciato da un evento del tutto inaspettato.

La piccola stanza in cui era solito sedersi, quando era occupato con i suoi libri, era al piano terra, sul retro della casa. Era proprio una stanza da cottage, con una finestra a grata, attorno alla quale c'erano grappoli di gelsomino e caprifoglio, che strisciavano sopra l'infisso e riempivano il luogo con il loro delizioso profumo. Dava su un giardino, da cui un cancelletto si apriva su un piccolo pascolo; tutto oltre era costituito da bei prati e boschi. Non c'era altra abitazione vicina in quella direzione, e la prospettiva che dominava era molto estesa.

Una bella sera, quando le prime ombre del crepuscolo cominciavano a posarsi sulla terra, Oliver sedeva a questa finestra, intento ai suoi libri. Vi aveva indugiato sopra per un po'; e poiché la giornata era stata insolitamente afosa, e si era sforzato molto, non è un discredito per gli autori, chiunque essi possano essere stati, dire che gradualmente e a poco a poco si addormentò.

C'è una sorta di sonno che ci coglie a volte, che, mentre tiene prigioniero il corpo, non libera la mente da una percezione delle cose che la circondano, e le permette di vagare come vuole. Per quanto un'opprimente pesantezza, una prostrazione della forza e un'assoluta incapacità di controllare i nostri pensieri o il nostro potere di movimento possano essere chiamate sonno, questo lo è; eppure abbiamo una consapevolezza di tutto ciò che sta accadendo attorno a noi, e anche se sogniamo, le parole che sono realmente pronunciate, o i suoni che realmente esistono al momento, si adattano con sorprendente prontezza alle nostre visioni, finché la realtà e l'immaginazione diventano così stranamente fuse che è poi quasi una questione di impossibilità separare le due cose. Né questo è il fenomeno più sorprendente incidentale a tale stato. È un fatto accertato che, sebbene i nostri sensi del tatto e della vista siano per il momento morti, tuttavia i nostri pensieri nel sonno, e le scene visionarie che ci passano davanti, saranno influenzati, e materialmente influenzati, dalla mera presenza silenziosa di qualche oggetto esterno, che potrebbe non essere stato vicino a noi quando abbiamo chiuso gli occhi, e della cui vicinanza non abbiamo avuto alcuna consapevolezza da svegli.

Oliver sapeva perfettamente di essere nella sua piccola stanza, che i suoi libri giacevano sul tavolo davanti a lui, e che l'aria dolce si agitava tra le piante rampicanti all'esterno — eppure dormiva. Improvvisamente, la scena cambiò, l'aria divenne chiusa e confinata, e pensò, con un bagliore di terrore, di essere di nuovo nella casa dell'ebreo. Lì sedeva l'orribile vecchio, nel suo solito angolo, puntando il dito verso di lui e bisbigliando a un altro uomo con il volto voltato che sedeva accanto a lui.

"Zitto, caro mio!" pensò di sentire dire all'ebreo; "è lui, sicuramente. Vieni via."

"Lui!" sembrò rispondere l'altro uomo; "potrei sbagliarmi su di lui, pensi? Se una folla di diavoli si mettesse nella sua esatta forma, e lui stesse in mezzo a loro, c'è qualcosa che mi direbbe come indicarlo. Se lo seppellissi a cinquanta piedi di profondità, e mi portassi sulla sua tomba, saprei, se non ci fosse un segno sopra, che lui giace sepolto lì. Che la sua carne avvizzisca, lo farei!"

L'uomo sembrò dirlo con tale odio spaventoso che Oliver si svegliò per la paura e balzò in piedi.

Buon Dio! cosa era stato a far formicolare il sangue al suo cuore e a privarlo della voce, o del potere di muoversi! Lì — lì — alla finestra — proprio davanti a lui — così vicino, che avrebbe potuto quasi toccarlo prima di scattare indietro — con gli occhi che scrutavano nella stanza e incontravano i suoi — lì stava l'ebreo! E accanto a lui, bianco di rabbia, o paura, o entrambe, c'erano le fattezze accigliate proprio dell'uomo che lo aveva avvicinato nel cortile della locanda.

Fu solo un istante, uno sguardo, un lampo, davanti ai suoi occhi, ed erano spariti. Ma essi avevano riconosciuto lui, ed egli loro; e il loro sguardo era impresso nella sua memoria con la stessa fermezza come se fosse stato profondamente scolpito nella pietra e posto davanti a lui fin dalla nascita. Rimase paralizzato per un momento, e poi, balzando dalla finestra nel giardino, gridò forte aiuto.

CAPITOLO XXXIV.

CONTENENTE L'INSODDISFACENTE RISULTATO DELL'AVVENTURA DI OLIVER E UNA CONVERSAZIONE DI UNA CERTA IMPORTANZA TRA HARRY MAYLIE E ROSE.

QUANDO gli abitanti della casa, attirati dalle grida di Oliver, si affrettarono verso il punto da cui provenivano, lo trovarono, pallido e agitato, puntare in direzione dei prati dietro la casa, e a malapena capace di articolare le parole: "L'ebreo! l'ebreo!"

Il signor Giles non sapeva comprendere cosa significasse questo grido; ma Harry Maylie, le cui percezioni erano un po' più rapide, e che aveva sentito la storia di Oliver da sua madre, la comprese subito.

"Che direzione ha preso?" chiese, afferrando un pesante bastone che stava in un angolo.

"Quella," rispose Oliver, indicando la direzione che gli uomini avevano preso; "li ho persi tutti in un istante."

"Allora sono nel fosso!" disse Harry. "Seguitemi e restate il più vicino possibile a me." Così dicendo, saltò oltre la siepe e scattò via con una velocità che rendeva assai difficile per gli altri stargli vicino.

Giles lo seguì al meglio che poté, e anche Oliver lo seguì; e nel giro di un minuto o due, il signor Losberne, che era uscito a passeggiare ed era appena tornato, rotolò oltre la siepe dietro di loro e, rialzandosi con più agilità di quanto si sarebbe potuto supporre, imboccò la stessa direzione a una velocità non disprezzabile, gridando tutto il tempo prodigiosamente per sapere cosa fosse successo.

Continuarono tutti; né si fermarono una volta per respirare, finché il leader, deviando in un angolo del campo indicato da Oliver, iniziò a perquisire attentamente il fosso e la siepe adiacente; il che diede il tempo al resto del gruppo di arrivare e a Oliver di comunicare al signor Losberne le circostanze che avevano portato a un inseguimento così vigoroso.

La ricerca fu tutta vana. Non c'erano nemmeno tracce di passi recenti da vedere. Ora si trovavano sulla cima di una piccola collina, che dominava i campi aperti in ogni direzione per tre o quattro miglia. C'era il villaggio nell'avvallamento a sinistra; ma, per raggiungerlo, dopo aver inseguito la traccia che Oliver aveva indicato, gli uomini avrebbero dovuto fare un giro di terreno aperto, che era impossibile avessero potuto compiere in così poco tempo. Un fitto bosco costeggiava il prato in un'altra direzione; ma non avrebbero potuto raggiungere quel riparo per lo stesso motivo.

"Deve essere stato un sogno, Oliver?" disse Harry Maylie, portandolo da parte.

"Oh no, davvero, signore," rispose Oliver, rabbrividendo al solo ricordo del volto del vecchio miserabile; "l'ho visto troppo chiaramente per quello. Li ho visti entrambi chiaramente come vedo te ora."

"Chi era l'altro?" chiesero Harry e il signor Losberne insieme.

"Proprio lo stesso uomo di cui vi ho parlato, che mi è venuto incontro così all'improvviso alla locanda," disse Oliver. "Avevamo gli occhi fissi l'uno sull'altro, e potrei giurare su di lui."

"Hanno preso questa strada?" chiese Harry; "ne sei certo?"

"Come lo sono che gli uomini erano alla finestra," rispose Oliver, indicando in basso, mentre parlava, la siepe che divideva il giardino del cottage dal prato. "L'uomo alto è saltato oltre proprio lì; e l'ebreo, correndo pochi passi a destra, è strisciato attraverso quella fessura."

I due gentiluomini osservarono il volto serio di Oliver mentre parlava e, guardando da lui l'uno all'altro, sembrarono sentirsi soddisfatti dell'accuratezza di ciò che diceva. Eppure, in nessuna direzione c'erano segni di calpestio di uomini in fuga precipitosa. L'erba era lunga, ma non era calpestata da nessuna parte, se non dove i loro stessi piedi l'avevano schiacciata. I lati e i bordi dei fossi erano di argilla umida, ma in nessun punto riuscivano a scorgere l'impronta delle scarpe di uomini, o il minimo segno che indicasse che dei piedi avessero premuto il terreno per ore prima.

"Questo è strano!" disse Harry.

"Strano!" fece eco il dottore. "Blathers e Duff stessi non riuscirebbero a ricavarne nulla."

Nonostante la natura evidentemente inefficace della loro ricerca, tuttavia, non desistettero finché l'arrivo della notte non rese vana ogni ulteriore prosecuzione, e anche allora vi rinunciarono con riluttanza. Giles fu mandato nelle diverse osterie del villaggio, munito della migliore descrizione che Oliver potesse dare dell'aspetto e dell'abbigliamento degli stranieri; dei quali l'ebreo era, in ogni caso, abbastanza notevole da essere ricordato, supponendo che fosse stato visto bere, o bighellonare; ma tornò senza alcuna informazione atta a dissipare o attenuare il mistero.

Il giorno seguente, furono fatte ulteriori ricerche e le indagini rinnovate, ma con nessun miglior successo. Il giorno seguente, Oliver e il signor Maylie si recarono alla città mercato, nella speranza di vedere o sentire qualcosa degli uomini lì; ma questo sforzo fu altrettanto infruttuoso; e dopo pochi giorni, la faccenda cominciò a essere dimenticata, come la maggior parte delle faccende, quando la meraviglia, non avendo cibo fresco per sostentarsi, muore da sola.

Nel frattempo, Rose stava guarendo rapidamente. Aveva lasciato la sua stanza, era in grado di uscire e, mescolandosi di nuovo con la famiglia, portava gioia nei cuori di tutti.

Ma sebbene questo felice cambiamento avesse un effetto visibile sulla piccola cerchia, e sebbene voci allegre e risate festose si sentissero di nuovo nel cottage, c'era, a volte, una insolita ritrosia in alcuni lì — persino in Rose stessa — che Oliver non poté fare a meno di notare. La signora Maylie e suo figlio erano spesso chiusi insieme per lungo tempo, e più di una volta Rose apparve con tracce di lacrime sul volto. Dopo che il signor Losberne ebbe fissato un giorno per la sua partenza per Chertsey, questi sintomi aumentarono, e divenne evidente che c'era qualcosa in corso che influenzava la pace della giovane signorina, e di qualcun altro oltre a lei.

Alla fine, una mattina, quando Rose era sola nel salotto della colazione, Harry Maylie entrò e, con una certa esitazione, chiese il permesso di parlare con lei per pochi istanti.

"Pochi — pochissimi — basteranno, Rose," disse il giovane, avvicinando la sua sedia a lei. "Ciò che avrò da dire si è già presentato alla tua mente; le speranze più care del mio cuore non ti sono ignote, sebbene dalle mie labbra tu non le abbia ancora sentite esporre."

Rose era stata molto pallida dal momento del suo ingresso, sebbene quello potesse essere l'effetto della sua recente malattia. Si limitò a un cenno, e chinandosi su alcune piante che stavano vicino, attese in silenzio che egli procedesse.

"Io — io — sarei dovuto partire prima da qui," disse Harry.

"Avresti dovuto, davvero," rispose Rose. "Perdonami per averlo detto, ma vorrei che lo avessi fatto."

"Sono stato portato qui dalla più terribile e straziante di tutte le apprensioni," disse il giovane; "la paura di perdere l'unico caro essere su cui ogni mio desiderio e speranza sono centrati. Eri in fin di vita — tremante tra terra e cielo. Sappiamo che quando i giovani, i belli e i buoni sono visitati dalla malattia, i loro spiriti puri si volgono insensibilmente verso la loro luminosa dimora di riposo eterno, ed è per questo che i migliori e i più belli della nostra specie spesso sbiadiscono nel fiorire."

C'erano lacrime negli occhi della dolce ragazza mentre queste parole venivano pronunciate, e quando una cadde sul fiore su cui ella si chinava, e brillò luminosa nel suo calice, rendendolo più bello, sembrò come se gli effluvi di un cuore giovane e fresco reclamassero una parentela comune con le cose più belle della natura.

"Un angelo," continuò il giovane, appassionatamente, "una creatura bella e innocente di inganno quanto uno degli angeli di Dio stesso, ha aleggiato tra la vita e la morte. Oh! chi poteva sperare, quando il mondo lontano a cui era affine si apriva a metà alla sua vista, che sarebbe tornata al dolore e alla calamità di questo! Rose, Rose, sapere che ti stavi spegnendo come una morbida ombra, che una luce dall'alto proietta sulla terra — non avere speranza che tu fossi risparmiata a coloro che indugiano qui, e non conoscere alcuna ragione per cui dovresti — sentire che appartenevi a quella sfera luminosa dove tante creature dotate, nell'infanzia e nella giovinezza, hanno spiegato il loro volo precoce — eppure pregare, in mezzo a tutte queste consolazioni, che tu potessi essere restituita a coloro che ti amavano — queste sono distrazioni quasi troppo grandi da sopportare. Erano mie di giorno e di notte, e con esse giungeva un torrente impetuoso di paure, e apprensioni, e rimpianti egoistici, per timore che tu morissi e non sapessi mai quanto devotamente ti amavo, che quasi abbatté il buon senso e la ragione nel suo corso. Sei guarita — giorno dopo giorno, e quasi ora dopo ora, qualche goccia di salute è tornata, e mescolandosi al flusso di vita esausto e debole che circolava languidamente dentro di te, lo ha gonfiato di nuovo fino a una marea alta e impetuosa. Ti ho osservata cambiare quasi dalla morte alla vita, con occhi che si inumidivano per la loro stessa ansia e profondo affetto. Non dirmi che desideri che io avessi perso questo; perché ha addolcito il mio cuore verso l'intera umanità."

"Non intendevo questo," disse Rose, piangendo; "vorrei solo che tu fossi partito da qui, così che tu potessi tornare a occupazioni alte e nobili — a occupazioni degne di te."

“Non c'è ricerca più degna di me — più degna della natura più elevata che esista — della lotta per conquistare un cuore come il tuo,” disse il giovane, prendendole la mano. “Rose, mia cara, mia cara Rose, per anni — per anni, ti ho amata, sperando di farmi strada verso la fama, per poi tornare orgogliosamente a casa e dirti che era stata cercata solo perché tu la condividessi; pensando nei miei sogni a occhi aperti a come ti avrei ricordato, in quel felice momento, i molti segni silenziosi che ti avevo dato dell'affetto di un ragazzo, e ti avrei preso in giro per essere arrossita nel notarli, per poi reclamare la tua mano, come a riscatto di qualche vecchio contratto muto che era stato sigillato tra noi. Quel momento non è giunto; ma qui, senza alcuna fama conquistata e senza alcuna giovane visione realizzata, dono a te il cuore che è tuo da così tanto tempo, e metto tutto in gioco sulle parole con cui accoglierai questa offerta.”

“Il tuo comportamento è sempre stato gentile e nobile,” disse Rose, dominando le emozioni da cui era agitata. “Poiché credi che io non sia insensibile o ingrata, ascolta la mia risposta.”

“È che io possa cercare di meritarti — non è così, cara Rose?”

“È,” rispose Rose, “che tu devi cercare di dimenticarmi — non come tua vecchia e caramente affezionata compagna, poiché ciò mi ferirebbe profondamente, ma come oggetto del tuo amore. Guarda il mondo, pensa a quanti cuori che saresti altrettanto orgoglioso di conquistare vi si trovino. Confidami qualche altra passione, se vuoi, e io sarò l'amica più vera, più calorosa e più fedele che tu abbia.”

Ci fu una pausa, durante la quale Rose, che si era coperta il volto con una mano, diede libero sfogo alle sue lacrime. Harry le teneva ancora l'altra. “E le tue ragioni, Rose,” disse infine, a voce bassa; “le tue ragioni per questa decisione — posso chiedertele?”

“Hai il diritto di conoscerle,” replicò Rose. “Non puoi dire nulla per cambiare la mia risoluzione. È un dovere che devo compiere. Lo devo tanto agli altri quanto a me stessa.”

“A te stessa?”

“Sì, Harry; lo devo a me stessa, affinché io, una ragazza senza amici e senza dote, con una macchia sul mio nome, non dia al mondo motivo di sospettare che io abbia ceduto sordidamente alla tua prima passione, e mi sia attaccata, come un impedimento, a tutte le tue speranze e ai tuoi progetti. Lo devo a te e ai tuoi cari, per impedirti di opporre, nel calore della tua natura generosa, questo grande ostacolo al tuo progresso nel mondo.”

“Se le tue inclinazioni concordano con il tuo senso del dovere——” iniziò Harry.

“Non concordano,” rispose Rose, arrossendo profondamente.

“Allora ricambi il mio amore?” disse Harry. “Dì solo questo, Rose; dì solo questo, e addolcisci l'amarezza di questa dura delusione!”

“Se avessi potuto farlo senza recare un grave torto a colui che amavo,” replicò Rose, “avrei potuto——”

“Avresti accolto questa dichiarazione in modo molto diverso?” disse Harry, con grande premura. “Non nascondermelo, almeno questo, Rose.”

“Avrei potuto,” disse Rose. “Fermati,” aggiunse, sciogliendo la mano, “perché dovremmo prolungare questo colloquio doloroso? Molto doloroso per me, e tuttavia produttivo di una felicità duratura nonostante tutto; poiché sarà una felicità sapere che un tempo ho occupato l'alto posto che occupo nel tuo riguardo, e ogni trionfo che otterrai nella vita mi animerà con nuova forza d'animo e fermezza. Addio, Harry! Perché come ci siamo incontrati oggi, non ci incontreremo più: ma in relazioni diverse da quelle in cui questa conversazione ci avrebbe posti, possiamo noi essere a lungo e felicemente intrecciati; e possa ogni benedizione che le preghiere di un cuore vero e sincero possono invocare da dove tutto è verità e sincerità, rallegrarti e prosperare!”

“Un'altra parola, Rose,” disse Harry. “La tua ragione nelle tue stesse parole. Dalle tue stesse labbra lascia che io la senta.”

“La prospettiva davanti a te,” rispose Rose, fermamente, “è brillante; tutti gli onori ai quali grandi talenti e potenti legami possono aiutare gli uomini nella vita pubblica sono in serbo per te. Ma quei legami sono orgogliosi, e io non mi mescolerò con coloro che disprezzano la madre che mi ha dato la vita, né porterò vergogna o fallimento al figlio di colei che ha così ben sostituito il posto di quella madre.” In una parola,” disse la giovane, voltandosi, mentre la sua temporanea fermezza l'abbandonava, “c'è una macchia sul mio nome che il mondo riversa su teste innocenti: non la porterò in nessun sangue se non nel mio, e il rimprovero ricadrà solo su di me.”

“Una parola ancora, Rose — cara Rose! Ancora una!” gridò Harry, gettandosi davanti a lei. “Se fossi stato meno, meno fortunato, come direbbe il mondo — se una qualche vita oscura e pacifica fosse stata il mio destino — se fossi stato povero, malato, indifeso — ti saresti allontanata da me allora? O il mio probabile avanzamento verso ricchezze e onori ha dato vita a questo scrupolo?”

“Non spingermi a rispondere,” rispose Rose, “la domanda non si pone, e mai si porrà. È ingiusto, è poco gentile, sollecitarla.”

“Se la tua risposta fosse ciò che quasi oso sperare che sia,” replicò Harry, “getterebbe un barlume di felicità sulla mia strada solitaria, e illuminerebbe il cupo sentiero davanti a me. Non è una cosa vana fare così tanto, con l'espressione di poche brevi parole, per qualcuno che ci ama oltre ogni altra cosa. Oh, Rose! In nome del mio ardente e duraturo attaccamento — in nome di tutto ciò che ho sofferto per te, e di tutto ciò a cui mi condanni di subire — rispondi a quella domanda!”

“Allora, se il tuo destino fosse stato gettato diversamente,” replicò Rose; “se tu fossi stato anche solo un poco, ma non così tanto, al di sopra di me; se avessi potuto essere un aiuto e un conforto per te in qualche umile scena di pace e ritiro, e non una macchia e un ostacolo in folle ambiziose e distinte, mi sarei risparmiata questa prova. Ho ogni ragione per essere felice, molto felice, ora; ma allora, Harry, confesso che sarei stata più felice.”

Ricordi frenetici di vecchie speranze, carezzate da ragazza molto tempo fa, affollarono la mente di Rose mentre faceva questa confessione; ma portarono con sé lacrime, come fanno le vecchie speranze quando tornano appassite, e la sollevarono.

“Non posso evitare questa debolezza, e rende il mio scopo più forte,” disse Rose, tendendo la mano. “Devo lasciarti ora, davvero.”

“Chiedo una promessa,” disse Harry. “Una volta, e solo un'altra volta — diciamo entro un anno, ma potrebbe essere molto prima — lascia che ti parli di nuovo di questo argomento per l'ultima volta.”

“Non per spingermi a cambiare la mia giusta determinazione,” rispose Rose, con un sorriso malinconico; “sarà inutile.”

“No,” disse Harry; “per sentirti ripeterla, se vuoi; ripeterla finalmente. Deporrò ai tuoi piedi qualsiasi posizione o fortuna io possa possedere, e se ancora aderirai alla tua presente risoluzione, non cercherò con parole o atti di cambiarla.”

“Allora che sia così,” replicò Rose; “è solo una pena in più, e per quel tempo potrei essere in grado di sopportarla meglio.”

Tese di nuovo la mano, ma il giovane la attirò al suo seno e, imprimendo un bacio sulla sua bella fronte, si affrettò fuori dalla stanza.

CAPITOLO XXXV.

NE È UNO MOLTO BREVE, E PUÒ SEMBRARE DI NESSUNA GRANDE IMPORTANZA AL SUO POSTO, MA DOVREBBE ESSERE LETTO CIÒNONOSTANTE, COME SEGUITO AL PRECEDENTE, E CHIAVE PER UNO CHE SEGUIRÀ QUANDO SARÀ IL SUO MOMENTO.

“E così sei risoluto a essere il mio compagno di viaggio stamattina — eh?” disse il dottore, mentre Harry Maylie raggiungeva lui e Oliver al tavolo della colazione. “Perché, non sei della stessa idea o intenzione per due mezz'ore di seguito.”

“Mi racconterai una storia diversa uno di questi giorni,” disse Harry, arrossendo senza alcuna ragione percepibile.

“Spero di averne buona causa,” rispose il signor Losberne; “sebbene confappi che non credo che l'avrò. Ma ieri mattina avevi deciso, in gran fretta, di restare qui e accompagnare tua madre, come un figlio premuroso, al mare; prima di mezzogiorno, annunci che mi farai l'onore di accompagnarmi fin dove arrivo sulla tua strada per Londra; e di notte, mi sproni con grande mistero a partire prima che le signore siano in movimento; la conseguenza di ciò è che il giovane Oliver qui è inchiodato alla sua colazione quando dovrebbe vagare per i prati dietro fenomeni botanici di ogni tipo. Troppo male, non è vero, Oliver?”

“Sarei stato molto dispiaciuto di non essere a casa quando lei e il signor Maylie siete partiti, signore,” replicò Oliver.

“Quello è un bravo ragazzo,” disse il dottore; “dovrai venire a trovarmi quando ritorni. Ma, per parlare seriamente, Harry, qualche comunicazione dai pezzi grossi ha prodotto questa improvvisa ansia da parte tua di andartene?”

“I pezzi grossi,” rispose Harry, “sotto la cui denominazione, presumo, tu includa il mio zio più austero, non hanno comunicato affatto con me da quando sono qui, né, in questo periodo dell'anno, è probabile che accadrebbe qualcosa da rendere necessaria la mia immediata presenza tra loro.”

“Bene,” disse il dottore, “sei un tipo strano. Ma naturalmente ti faranno entrare in parlamento alle elezioni prima di Natale, e questi improvvisi spostamenti e cambiamenti non sono una cattiva preparazione alla vita politica. C'è qualcosa in questo; un buon addestramento è sempre desiderabile, sia che la corsa sia per un posto, una coppa o scommesse.”

Harry Maylie sembrò come se avesse potuto seguire questo breve dialogo con una o due osservazioni che avrebbero fatto vacillare il dottore non poco, ma si accontentò di dire, “Vedremo,” e non approfondì ulteriormente l'argomento. La carrozza postale arrivò alla porta poco dopo, e Giles, entrando per i bagagli, il buon dottore si affaccendò per vederli caricare.

“Oliver,” disse Harry Maylie, a voce bassa, “lascia che ti dica una parola.”

Oliver camminò verso la rientranza della finestra a cui il signor Maylie lo chiamò; molto sorpreso dal miscuglio di tristezza e spiriti vivaci che tutto il suo comportamento mostrava.

“Ora sai scrivere bene,” disse Harry, posando la mano sul suo braccio.

“Spero di sì, signore,” rispose Oliver.

“Non sarò più a casa, forse per un po'; vorrei che mi scrivessi — diciamo una volta ogni quindici giorni, ogni lunedì alterno, al General Post Office di Londra: vorrai?” disse il signor Maylie.

“Oh! certamente, signore; sarò orgoglioso di farlo,” esclamò Oliver, molto deliziato dall'incarico.

“Mi piacerebbe sapere come — come stanno mia madre e la signorina Maylie,” disse il giovane; “e potrai riempire un foglio raccontandomi quali passeggiate fate, di cosa parlate, e se lei — loro, intendo, sembrano felici e in ottima salute. Mi capisci?”

“Oh! perfettamente, signore, perfettamente,” rispose Oliver.

“Preferirei che tu non lo menzionassi a loro,” disse Harry, affrettando le parole; “perché potrebbe rendere mia madre ansiosa di scrivermi più spesso, ed è un disturbo e una preoccupazione per lei. Che sia un segreto tra te e me, e bada di dirmi ogni cosa; conto su di te.”

Oliver, tutto esaltato e onorato da un senso della sua importanza, promise fedelmente di essere segreto ed esplicito nelle sue comunicazioni, e il signor Maylie prese congedo da lui con molte calde assicurazioni del suo riguardo e protezione.

Il dottore era nella carrozza; Giles (che, era stato stabilito, sarebbe rimasto indietro) teneva la porta aperta in mano; e le serve erano in giardino a guardare. Harry lanciò un solo sguardo fugace alla finestra a grate, e saltò nella carrozza.

“Avanti!” gridò, “forte, veloce, al galoppo pieno; nulla meno del volo terrà il mio passo oggi.”

“Ehi!” gridò il dottore, abbassando il vetro anteriore in gran fretta, e urlando al postiglione, “qualcosa di molto meno del volo terrà il mio passo. Hai capito?”

Tintinnando e sferragliando, finché la distanza rese il suo rumore impercettibile, e il suo rapido progresso percepibile solo all'occhio, il veicolo si snodò lungo la strada quasi nascosto in una nuvola di polvere, ora scomparendo del tutto, e ora diventando di nuovo visibile, man mano che oggetti intermedi o le complessità del percorso lo permettevano. Non fu finché anche la nuvola polverosa non fu più visibile che gli spettatori si dispersero.

E c'era un osservatore, che rimase con gli occhi fissi sul punto in cui la carrozza era scomparsa, molto tempo dopo che era a molte miglia di distanza; poiché dietro la tenda bianca che l'aveva celata alla vista quando Harry alzò gli occhi verso la finestra, sedeva Rose stessa.

“Sembra di buon umore e felice,” disse, alla fine. “Temevo per un momento che potesse essere altrimenti — mi sbagliavo. Sono molto, molto contenta.”

Le lacrime sono segni di gioia tanto quanto di dolore; ma quelle che solcavano il volto di Rose, mentre sedeva pensierosa alla finestra, ancora fissando nella stessa direzione, sembravano raccontare più di dolore che di gioia.

CAPITOLO XXXVI.

IN CUI IL LETTORE, SE RICORRE AL QUINTO CAPITOLO DI QUESTO SECONDO LIBRO, PERCEPIRÀ UN CONTRASTO NON NON COMUNE NEI CASI MATRIMONIALI.

IL signor Bumble sedeva nel salotto dell'ospizio, con gli occhi malinconicamente fissi sulla grata senza allegria, da cui, essendo tempo d'estate, non procedeva bagliore più luminoso del riflesso di certi raggi malaticci del sole, che venivano rimandati dalla sua superficie fredda e lucente. Una gabbia di carta per mosche dondolava dal soffitto, verso cui occasionalmente alzava gli occhi in cupo pensiero; e, mentre gli insetti incauti si libravano attorno alla rete variopinta, il signor Bumble emetteva un profondo sospiro, mentre un'ombra più cupa si spargeva sul suo volto. Il signor Bumble stava meditando, e poteva essere che gli insetti riportassero alla mente qualche passaggio doloroso della sua stessa vita passata.

Né il cupo umore del signor Bumble era l'unica cosa calcolata per risvegliare una piacevole malinconia nel seno di uno spettatore. Non mancavano altre apparenze, e quelle strettamente connesse alla sua stessa persona, che annunciavano che un grande cambiamento aveva avuto luogo nella posizione dei suoi affari. La giacca a pizzi e il cappello a tre punte, dove erano? Indossava ancora calzoni al ginocchio e calze di cotone scuro sulle membra inferiori, ma non erano quelli i calzoni. La giacca era ad ampie falde, e sotto questo aspetto simile alla giacca, ma, oh, quanto diversa! Il possente cappello a tre punte era sostituito da uno modesto rotondo. Il signor Bumble non era più un bidello.

Ci sono alcune promozioni nella vita che, indipendentemente dalle ricompense più sostanziali che offrono, acquisiscono valore e dignità particolari dalle giacche e dai panciotti connessi a esse. Un maresciallo di campo ha la sua uniforme, un vescovo il suo grembiule di seta, un avvocato la sua toga di seta, un bidello il suo cappello a tre punte. Spogliate il vescovo del suo grembiule, o il bidello del suo cappello a tre punte e dei pizzi d'oro, cosa sono? Uomini — semplici uomini. La dignità, e persino la santità a volte, sono più questioni di giacca e panciotto di quanto alcuni immaginino.

Il signor Bumble aveva sposato la signora Corney, ed era padrone dell'ospizio. Un altro bidello era entrato in carica, e su di lui il cappello a tre punte, la giacca con pizzi d'oro e il bastone, erano tutti e tre discesi.

“E domani a due mesi è stato fatto!” disse il signor Bumble, con un sospiro. “Sembra un'era.”

Il signor Bumble avrebbe potuto intendere che aveva concentrato un'intera esistenza di felicità nel breve spazio di otto settimane; ma il sospiro — c'era un sacco di significato nel sospiro.

“Mi sono venduto,” disse il signor Bumble, seguendo lo stesso treno di riflessione, “per sei cucchiaini, un paio di pinze da zucchero, e una lattiera, con una piccola quantità di mobili di seconda mano, e venti sterline in denaro. Sono andato via molto ragionevolmente — a buon mercato, a prezzo di straccio.”

“A buon mercato!” gridò una voce stridula nell'orecchio del signor Bumble: “Saresti stato caro a qualsiasi prezzo; e abbastanza caro ho pagato per te, il Signore lassù lo sa!”

Il signor Bumble si voltò e incontrò il volto della sua interessante consorte, che, comprendendo imperfettamente le poche parole che aveva udito della sua lamentela, aveva azzardato l'osservazione precedente per tentativi.

“Signora Bumble, signora!” disse il signor Bumble, con sentimentale severità.

“Bene?” gridò la signora.

“Abbia la bontà di guardarmi,” disse il signor Bumble, fissando i suoi occhi su di lei.

“Se lei resiste a un occhio come quello,” disse il signor Bumble tra sé, “può resistere a qualsiasi cosa. È un occhio che non ho mai saputo fallire con i poveri, e se fallisce con lei il mio potere è andato.”

Se un'espansione eccessivamente piccola dell'occhio sia sufficiente a sedare i poveri, che, essendo nutriti leggermente, non sono in ottime condizioni, o se la defunta signora Corney fosse particolarmente a prova di sguardi d'aquila, sono questioni di opinione. Il fatto è che la matrona non era affatto sopraffatta dal cipiglio del signor Bumble, ma al contrario, lo trattava con grande disprezzo, e persino ne rideva, il che suonava come se fosse genuino.

Sentendo questo suono del tutto inaspettato, il signor Bumble sembrò prima incredulo, e poi, stupito. Ricadde poi nel suo stato precedente; né si scosse finché la sua attenzione non fu di nuovo risvegliata dalla voce della sua compagna.

“Hai intenzione di restare seduto a russare tutto il giorno?” chiese la signora Bumble.

“Ho intenzione di restare seduto qui per tutto il tempo che ritengo opportuno, signora,” replicò il signor Bumble; “e sebbene non stessi russando, russa, sbadiglierò, starnutirò, riderò o piangerò, come mi prende l'umore, essendo questa la mia prerogativa.”

“La tua prerogativa!” schernì la signora Bumble, con ineffabile disprezzo.

“Ho detto la parola, signora,” osservò il signor Bumble. “La prerogativa di un uomo è comandare.”

“E qual è la prerogativa di una donna, in nome della bontà?” gridò la vedova del signor Corney, defunto.

“Obbedire, signora,” tuonò il signor Bumble. “Il suo defunto sfortunato marito avrebbe dovuto insegnarglielo, e allora, forse, potrebbe essere vivo ora. Vorrei che lo fosse, pover'uomo!”

La signora Bumble, vedendo a colpo d'occhio che il momento decisivo era ormai arrivato, e che un colpo sferrato per il comando da una parte o dall'altra doveva necessariamente essere finale e conclusivo, non appena sentì questa allusione ai morti e sepolti, crollò su una sedia, e con un grido acuto, che il signor Bumble era un bruto dal cuore duro, cadde in un parossismo di lacrime.

Ma le lacrime non erano le cose per trovare la loro strada verso l'anima del signor Bumble; il suo cuore era impermeabile. Come i cappelli di castoro lavabili, che migliorano con la pioggia, i suoi nervi venivano resi più solidi e più vigorosi da scrosci di lacrime, che, essendo segni di debolezza, e finora ammissioni tacite del suo stesso potere, lo compiacevano ed esaltavano. Osservò la sua brava signora con sguardi di grande soddisfazione, e la pregò, in modo incoraggiante, di piangere quanto più poteva, essendo l'esercizio visto dai medici come fortemente favorevole alla salute.

“Apre i polmoni, lava il volto, esercita gli occhi, e ammorbidisce il temperamento,” disse il signor Bumble; “quindi continua a piangere.”

Mentre si liberava di questa facezia, il signor Bumble prese il suo cappello da un piolo, e mettendoselo piuttosto sfacciatamente da un lato, come un uomo potrebbe fare se sentisse di aver affermato la sua superiorità in modo appropriato, infilò le mani nelle tasche, e si incamminò verso la porta con molta facilità e arguzia dipinte in tutto il suo aspetto.

Ora, la signora che era Corney aveva provato le lacrime, perché erano meno fastidiose di un assalto manuale; ma era del tutto pronta a fare una prova di quest'ultimo modo di procedere, come il signor Bumble non tardò a scoprire.

La prima prova che sperimentò del fatto fu trasmessa da un suono cavo, seguito immediatamente dal volo improvviso del suo cappello all'estremità opposta della stanza. Questo procedimento preliminare lasciando nuda la sua testa, l'esperta signora, stringendolo forte intorno alla gola con una mano, inflisse una pioggia di colpi (sferrati con singolare vigore e destrezza) su di essa con l'altra. Fatto questo, creò un po' di varietà graffiandogli il volto e strappandogli i capelli, e avendo, a questo punto, inflitto tanta punizione quanta ne riteneva necessaria per l'offesa, lo spinse su una sedia, che era fortunatamente ben situata per lo scopo, e lo sfidò a parlare ancora della sua prerogativa se osava.

“Alzati!” disse la signora Bumble, con voce di comando, “e vattene da qui, a meno che tu non voglia che io faccia qualcosa di disperato.”

Il signor Bumble si alzò con un volto molto triste, domandandosi molto cosa potesse essere qualcosa di disperato, e, raccogliendo il suo cappello, guardò verso la porta.

“Te ne vai?” chiese la signora Bumble.

«Certamente, mia cara, certamente,» replicò il signor Bumble, facendo un movimento più rapido verso la porta. «Non intendevo… sto andando, mia cara… sei così violenta che, davvero, io…»

In quell’istante, la signora Bumble fece un passo in avanti frettoloso per risistemare il tappeto, che era stato sollevato nella colluttazione; e il signor Bumble schizzò immediatamente fuori dalla stanza, senza concedere un altro pensiero alla sua frase incompiuta, lasciando la defunta signora Corney in pieno possesso del campo.

Il signor Bumble era stato colto decisamente di sorpresa, e battuto lealmente. Possedeva una spiccata propensione alla prepotenza, traeva un piacere non trascurabile dall’esercizio di meschine crudeltà e, di conseguenza, era (inutile dirlo) un codardo. Questo non è affatto un disprezzo per il suo carattere; poiché molti personaggi ufficiali, tenuti in grande rispetto e ammirazione, sono vittime di simili infermità. L’osservazione è fatta, anzi, piuttosto a suo favore che altrimenti, e con l’intento di imprimere nel lettore un giusto senso delle sue qualifiche per l’incarico.

Ma la misura della sua degradazione non era ancora colma. Dopo aver fatto il giro della casa, e aver pensato, per la prima volta, che le leggi sui poveri fossero davvero troppo dure verso la gente, e che gli uomini che fuggivano dalle proprie mogli, lasciandole a carico della parrocchia, dovessero, in giustizia, non essere puniti affatto, ma piuttosto premiati come individui meritevoli che avevano sofferto molto, il signor Bumble giunse in una stanza dove alcune delle povere donne venivano solitamente impiegate a lavare la biancheria parrocchiale, e da dove proveniva ora il suono di voci in conversazione.

«Ehm!» disse il signor Bumble, richiamando tutta la sua dignità naturale. «Queste donne almeno dovranno continuare a rispettare la prerogativa. Olà! olà là! cosa significa questo chiasso, brutte svergognate?»

Con queste parole, il signor Bumble aprì la porta e camminò dentro con un modo molto feroce e adirato, che fu subito sostituito da un’aria assai umiliata e pavida, non appena i suoi occhi si posarono inaspettatamente sulla figura della sua signora moglie.

«Mia cara,» disse il signor Bumble, «non sapevo che tu fossi qui.»

«Non sapevi che fossi qui!» ripeté la signora Bumble. «Cosa ci fai tu qui?»

«Pensavo che stessero chiacchierando un po’ troppo per fare il loro lavoro come si deve, mia cara,» replicò il signor Bumble, lanciando uno sguardo distratto a un paio di vecchie donne al mastello, che stavano confrontando le loro note di ammirazione per l’umiltà del custode dell’ospizio.

«Pensavi che stessero chiacchierando troppo?» disse la signora Bumble. «Che affare è mai il tuo?»

«Beh, mia cara…» incalzò il signor Bumble, sottomesso.

«Che affare è il tuo?» domandò la signora Bumble, di nuovo.

«È verissimo, tu sei la matrona qui, mia cara,» si sottomise il signor Bumble; «ma pensavo che potessi non essere d’intralcio proprio in quel momento.»

«Ti dirò una cosa, signor Bumble,» replicò la sua signora, «non vogliamo nessuna tua interferenza, e sei decisamente troppo incline a ficcare il naso in cose che non ti riguardano, facendo ridere tutti in casa nel momento in cui ti volti, e facendoti sembrare un idiota ogni ora del giorno. Vattene; su!»

Il signor Bumble, vedendo con sentimenti strazianti la delizia delle due vecchie povere che ridacchiavano insieme con grande godimento, esitò per un istante. La signora Bumble, la cui pazienza non tollerava ritardi, afferrò una bacinella di acqua saponata e, indicandogli la porta, gli ordinò di partire immediatamente, pena il ricevere il contenuto sulla sua persona corpulenta.

Cosa poteva fare il signor Bumble? Si guardò intorno abbattuto e si dileguò; e, mentre raggiungeva la porta, i ridacchii delle povere si trasformarono in uno squillante risolino di irrefrenabile diletto. Mancava solo questo. Era degradato ai loro occhi; aveva perso casta e posizione davanti agli stessi poveri; era caduto da tutta l’altezza e la pompa della carica di sagrestano fino al gradino più basso della più sottomessa soggezione coniugale.

«Tutto in due mesi!» disse il signor Bumble, colmo di pensieri cupi. «Due mesi… non più di due mesi fa, non ero solo il padrone di me stesso, ma di chiunque altro, per quanto riguardava l’ospizio parrocchiale, e ora!——»

Era troppo. Il signor Bumble diede uno schiaffo al ragazzo che gli apriva il cancello (poiché aveva raggiunto il portale immerso nei suoi pensieri) e camminò distratto per la strada.

Camminò su per una via e giù per un’altra, finché l’esercizio non ebbe placato la prima passione del suo dolore, e poi la repulsione del sentimento lo rese assetato. Passò davanti a molte taverne e alla fine sostò davanti a una in una stradina, il cui salottino, come dedusse da una rapida occhiata oltre le persiane, era deserto, salvo che per un cliente solitario. In quel momento iniziò a piovere a dirotto, e questo lo determinò; il signor Bumble entrò e, ordinando qualcosa da bere mentre passava dal bancone, entrò nella stanza in cui aveva guardato dalla strada.

L’uomo che era seduto lì era alto e bruno, e indossava un grande mantello. Aveva l’aria di uno straniero e sembrava, da una certa emaciatezza nel suo sguardo, così come dalle tracce polverose sui suoi vestiti, aver viaggiato per una certa distanza. Squadrò Bumble di sbieco mentre entrava, ma si degnò appena di annuire con la testa in segno di riconoscimento del suo saluto.

Il signor Bumble aveva abbastanza dignità per due, supponendo anche che lo straniero fosse stato più familiare, così bevve il suo gin-tonic in silenzio e lesse il giornale con grande ostentazione di pompa e importanza.

Accadde però — come accade molto spesso, quando gli uomini si trovano in compagnia in tali circostanze — che il signor Bumble sentisse di tanto in tanto un potente impulso, a cui non poteva resistere, di rubare un’occhiata allo straniero; e che ogni volta che lo faceva ritirava gli occhi in una certa confusione, scoprendo che lo straniero stava in quel momento rubando un’occhiata a lui. L’imbarazzo del signor Bumble era accresciuto dalla notevolissima espressione dell’occhio dello straniero, che era acuto e brillante, ma ombreggiato da un’espressione di sfiducia e sospetto, diversa da qualsiasi cosa avesse mai osservato prima, e assai ripugnante da guardare.

Quando si furono incrociati lo sguardo diverse volte in questo modo, lo straniero, con una voce aspra e profonda, ruppe il silenzio.

«Stavi cercando me,» disse, «quando hai sbirciato dalla finestra?»

«Non che io sappia, a meno che lei non sia il signor ——» Qui il signor Bumble si fermò di colpo, poiché era curioso di conoscere il nome dello straniero e pensò, nella sua impazienza, che avrebbe potuto colmare il vuoto.

«Vedo che non è così,» disse lo straniero, un’espressione di quieto sarcasmo che giocava attorno alla sua bocca, «altrimenti avresti conosciuto il mio nome. Non lo sai, e ti consiglierei di non informarti.»

«Non intendevo offendere, giovane uomo,» osservò il signor Bumble, maestosamente.

«E non l’hai fatto,» disse lo straniero.

Un altro silenzio seguì questo breve dialogo, che fu nuovamente interrotto dallo straniero.

«Ti ho già visto prima, credo,» disse. «Eri vestito diversamente a quel tempo, e ti ho solo incrociato per strada, ma ti riconoscerei di nuovo. Eri sagrestano qui una volta, non è vero?»

«Lo ero,» disse il signor Bumble, con un certo stupore; «sagrestano parrocchiale.»

«Proprio così,» replicò l’altro, annuendo con la testa. «È stato in quella veste che ti ho visto. Cosa sei ora?»

«Padrone dell’ospizio,» replicò il signor Bumble, lentamente e in modo impressionante, per frenare ogni indebita familiarità che lo straniero avrebbe potuto altrimenti assumere. «Padrone dell’ospizio, giovane uomo!»

«Hai lo stesso occhio per il tuo interesse che hai sempre avuto, non ne dubito,» riprese lo straniero, guardando intensamente negli occhi del signor Bumble, mentre li sollevava stupito alla domanda. «Non farti scrupolo a rispondere liberamente, uomo. Ti conosco piuttosto bene, vedi.»

«Suppongo, un uomo sposato,» rispose il signor Bumble, schermandosi gli occhi con la mano e scrutando lo straniero dalla testa ai piedi in evidente perplessità, «non sia più avverso a guadagnare un soldo onesto quando può di quanto lo sia uno scapolo. Gli ufficiali parrocchiali non sono pagati così bene da potersi permettere di rifiutare una piccola mancia extra, quando arriva loro in modo civile e appropriato.»

Lo straniero sorrise e annuì di nuovo con la testa; come a dire che constatava di non essersi sbagliato sul suo conto: poi suonò il campanello.

«Riempi di nuovo questo bicchiere,» disse, porgendo il bicchiere vuoto del signor Bumble al padrone di casa. «Fallo forte e caldo. Ti piace così, suppongo?»

«Non troppo forte,» replicò il signor Bumble, con una tosse delicata.

«Hai capito cosa significa, oste!» disse lo straniero, seccamente.

L’oste sorrise, scomparve e poco dopo tornò con una bevanda fumante, il cui primo sorso portò le lacrime agli occhi del signor Bumble.

«Ora ascoltami,» disse lo straniero, dopo aver chiuso la porta e la finestra. «Sono venuto in questo posto oggi per trovarti e, per una di quelle coincidenze che il diavolo mette talvolta sulla strada dei suoi amici, sei entrato proprio nella stanza in cui ero seduto mentre eri al centro dei miei pensieri. Voglio delle informazioni da te, e non ti chiedo di darle per niente, per quanto scarse siano. Metti via questo per cominciare.»

Mentre parlava, spinse un paio di sovrane sul tavolo verso il suo compagno con cura, come se non volesse che il tintinnio del denaro fosse udito fuori; e quando il signor Bumble ebbe scrupolosamente esaminato le monete, per vedere che fossero autentiche, e le ebbe messe via, con molta soddisfazione, nel taschino del suo panciotto, proseguì:

«Riporta la memoria indietro… vediamo… dodici anni, l’inverno scorso.»

«È molto tempo,» disse il signor Bumble. «Molto bene. L’ho fatto.»

«La scena, l’ospizio.»

«Bene!»

«E il momento, notte.»

«Sì.»

«E il luogo, quel buco fatiscente, ovunque fosse, in cui miserabili sgualdrine davano alla luce la vita e la salute così spesso negate a loro stesse… davano alla luce bambini piagnucolosi che la parrocchia doveva crescere, e nascondevano la loro vergogna, che le prendesse, nella tomba!»

«La stanza del parto, suppongo, intenda quella?» disse il signor Bumble, non seguendo del tutto l’eccitata descrizione dello straniero.

«Sì,» disse lo straniero. «Un bambino è nato lì.»

«Molti bambini,» osservò il signor Bumble, scuotendo la testa, avvilito.

«Una maledizione sui piccoli diavoli!» gridò lo straniero, impazientemente; «parlo di uno, un segugio dall’aspetto mite e dal volto pallido, che fu mandato a bottega qui da un fabbricante di bare (vorrei che avesse fatto la sua bara, e avesse avvitato il suo corpo dentro!) e che in seguito scappò a Londra, come si presumeva.»

«Perché, intende Oliver… il giovane Twist?» disse il signor Bumble; «lo ricordo, naturalmente. Non c’era un ragazzaccio più ostinato…»

«Non è di lui che voglio sentire; ne ho sentito abbastanza,» disse lo straniero, fermando il signor Bumble proprio all’inizio di una tirata sul tema dei vizi del povero Oliver. «È di una donna, la vecchia strega che ha fatto da infermiera a sua madre. Dov’è?»

«Dov’è?» disse il signor Bumble, che il gin-tonic aveva reso faceto. «Sarebbe difficile dirlo. Non c’è ostetricia da quelle parti, ovunque sia andata; quindi suppongo sia fuori servizio in ogni caso.»

«Cosa intendi?» domandò lo straniero, severamente.

«Che è morta l’inverno scorso,» replicò il signor Bumble.

L’uomo lo guardò fissamente quando gli ebbe dato questa informazione, e sebbene non ritirasse gli occhi per un po’ di tempo dopo, il suo sguardo divenne gradualmente vacuo e distratto, e sembrò perso nei pensieri. Per un po’, parve in dubbio se dovesse essere sollevato o deluso dalla notizia, ma alla fine respirò più liberamente e, ritirando gli occhi, osservò che non era di grande importanza, e si alzò come per partire.

Il signor Bumble era abbastanza astuto, e vide subito che si era aperta un’opportunità per il redditizio smaltimento di qualche segreto in possesso della sua dolce metà. Ricordava bene la notte della morte della vecchia Sally, che gli eventi di quel giorno gli avevano dato buona ragione di ricordare, come l’occasione in cui aveva fatto la proposta alla signora Corney; e sebbene quella signora non gli avesse mai confidato la rivelazione di cui era stata l’unica testimone, aveva sentito abbastanza per sapere che riguardava qualcosa che era accaduto durante l’assistenza della vecchia donna, come infermiera dell’ospizio, alla giovane madre di Oliver Twist. Richiamando frettolosamente alla mente questa circostanza, informò lo straniero, con un’aria di mistero, che una donna era rimasta chiusa con la vecchia megera poco prima che morisse, e che avrebbe potuto, come aveva ragione di credere, gettare un po’ di luce sull’oggetto della sua indagine.

«Come posso trovarla?» disse lo straniero, colto alla sprovvista, e mostrando chiaramente che tutte le sue paure (qualunque esse fossero) erano state risvegliate dalla notizia.

«Solo tramite me,» replicò il signor Bumble.

«Quando?» gridò lo straniero, frettolosamente.

«Domani,» replicò Bumble.

«Alle nove di sera,» disse lo straniero, tirando fuori un pezzetto di carta e scrivendovi sopra un indirizzo oscuro vicino all’acqua, con caratteri che tradivano la sua agitazione; «alle nove di sera, portala da me lì. Non c’è bisogno che ti dica di essere discreto, perché è nel tuo interesse.»

Con queste parole, aprì la strada verso la porta, dopo essersi fermato a pagare il liquore che era stato bevuto; e osservando brevemente che le loro strade erano diverse, se ne andò, senza altra cerimonia che un’enfatica ripetizione dell’ora dell’appuntamento per la notte seguente.

Dando un’occhiata all’indirizzo, il funzionario parrocchiale osservò che non conteneva alcun nome. Lo straniero non si era allontanato molto, così lo inseguì per chiederglielo.

«Chi è?» gridò l’uomo, voltandosi rapidamente, mentre Bumble lo toccava sul braccio, «che mi segue!»

«Solo per fare una domanda,» disse l’altro, indicando il pezzetto di carta. «Quale nome devo chiedere?»

«Monks!» replicò l’uomo, e si allontanò frettolosamente.

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