PAUL CLIFFORD
Di Edward Bulwer-Lytton
PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DEL 1840.
Questo romanzo differisce dalle altre opere di narrativa dello stesso autore in quanto cerca di trarre il proprio interesse da fonti pratiche piuttosto che ideali. Su circa dodici romanzi, che abbracciano, per quanto inadeguatamente, una grande varietà di scene e personaggi — da “Pelham” a “I pellegrini del Reno”, da “Rienzi” a “Gli ultimi giorni di Pompei” — “Paul Clifford” è l’unico nel quale un rapinatore sia stato reso protagonista, o in cui le peculiari fasi della vita che egli illustra siano state portate in una qualche descrizione di rilievo.
Senza soffermarmi a indagare quale regno di costumi o quale ordine di crimini e dolori sia aperto all’arte e capace di servire ai fini propri della narrativa, mi sia permesso osservare che il presente soggetto è stato scelto, e il romanzo scritto, con un duplice obiettivo: primo, attirare l’attenzione su due errori delle nostre istituzioni penali; vale a dire, una viziosa disciplina carceraria e un codice criminale sanguinario — l’abitudine di corrompere il ragazzo con la punizione stessa che dovrebbe redimerlo, e poi impiccare l’uomo alla prima occasione, come il modo più facile per sbarazzarsi dei nostri errori. Tra l’esempio di crimine che il principiante apprende dai galeotti nel cortile della prigione e l’orribile leggerezza con cui la folla si raduna attorno alla forca a Newgate, vi è un legame che a uno scrittore si può perdonare di abbandonare le regioni più elevate dell’immaginazione per rintracciare e rilevare. Fin qui questo libro è meno un quadro della strada maestra del re che della strada reale della legge verso la forca — una satira sulla scorciatoia stabilita tra la Casa di Correzione e la Cella dei Condannati. Un secondo e più leggero obiettivo nel romanzo di “Paul Clifford” (e da qui l’introduzione di un tono semi-burlesco o di parodia nei primi capitoli) era mostrare che non vi è nulla di essenzialmente diverso tra il vizio volgare e il vizio alla moda, e che lo slang dell’uno è solo una facile parafrasi del gergo dell’altro.
I Saggi Supplementari, intitolati “Tomlinsoniana”, che contengono i corollari a vari problemi suggeriti nel romanzo, sono stati ripristinati nella presente edizione.
CLIFTON, 25 luglio 1840.
PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DEL 1848.
La maggior parte degli uomini che, con una certa serietà di mente, esaminano i misteri del nostro stato sociale, attraverserà forse quella fase di autoeducazione in cui fu composto questo romanzo. Il contrasto tra le frodi convenzionali, accettate come componenti del grande sistema di civiltà, e le meno ingannevoli violazioni delle leggi che distinguono il *meum* dal *tuum*, è allettante per una satira che non è priva di giustizia. Le tragiche verità che giacciono nascoste in quella che potrei chiamare la Filosofia della Circostanza colpiscono la nostra immaginazione attraverso la nostra filantropia. Vediamo masse di nostri simili vittime di circostanze sulle quali non avevano alcun controllo — contaminati fin dall’infanzia dall’esempio dei genitori, la loro intelligenza spenta o rivolta contro di loro, a seconda che la coscienza venga soffocata nell’ignoranza o pervertita in scuse per il vizio. Un bambino cullato nell’ignominia, il cui maestro è il galeotto, la cui accademia è la Casa di Correzione — che respira un’atmosfera in cui la virtù è avvelenata, dove la religione non penetra — diventa meno un essere umano responsabile e razionale che una bestia feroce che lasciamo vagare nel deserto, finché non si aggira vicino alle nostre case, e noi la uccidiamo per legittima difesa.
Sotto questo aspetto, il romanzo di “Paul Clifford” è un grido forte alla società affinché emendi la circostanza, affinché riscatti la vittima. È un appello dell’Umanità alla Legge. E in questo, se non poteva pretendere di influenzare o guidare lo spirito dei tempi, era almeno un presagio di un cambiamento imminente. Tra la letteratura dell’immaginazione e gli interessi pratici di un popolo, esiste un’armonia tanto completa quanto misteriosa. Il cuore di un autore è lo specchio della sua epoca. L’ombra del sole viene proiettata sulla superficie immobile della letteratura molto prima che la luce penetri nella legge; ma è sempre dal sole che cade l’ombra, e nel momento in cui vediamo l’ombra possiamo essere certi della luce.
Da quando quest’opera è stata scritta, la società si è occupata dei mali verso i quali allora era silenziosamente acquiescente. Il vero movimento degli ultimi quindici anni è stato il progresso di un’idea: la Riforma Sociale. Essa avanza con un passo costante e silenzioso dietro ogni questione più rumorosa di cambiamento costituzionale. Rendiamo giustizia al nostro tempo. Ci sono stati periodi di azione più brillante sui destini degli Stati, ma non vi è epoca visibile nella Storia in cui vi sia stato un desiderio così sincero e generale di migliorare la condizione del corpo principale del popolo. In ogni circolo della comunità quel desiderio salutare è in fermento. Unisce in un unico obiettivo uomini delle parti più opposte; offre il nucleo più attraente per le riunioni pubbliche; ha ripulito il codice penale dal sangue; sta liberando il mondo dal boia. Anima il clero di tutte le sette nei distretti più remoti; spinge il proprietario terriero a migliorare i cottage e a suddividere gli appezzamenti. Le scuole sorgono in ogni villaggio; nei libri più leggeri, la Grande Idea colora la pagina e lascia in eredità la morale. Solo il Governo (nonostante le professioni su cui si fondava l’attuale Ministero) rimane non penetrato dal genio comune dell’epoca; ma su quella questione, con tutte le sottigliezze che comporta e gli esperimenti che richiede — non certo secondo i sogni di una filosofia insana, ma secondo le leggi immutabili che proporzionano le ricompense del lavoro al rispetto per la proprietà — un Governo dovrà alla fine essere formato.
Vi è in quest’opera una questione più sottile suggerita, ma non risolta — quella questione che ci tormenta nell’ardore generoso della nostra prima giovinezza — che, insoddisfacente come tutta la metafisica, preferiamo sfuggire piuttosto che decidere man mano che avanziamo con gli anni; vale a dire, facciamo pure le leggi che vogliamo, l’uomo che vive entro il limite può essere cattivo quanto quello che ne sta fuori. Confrontate il Paul Clifford della finzione con William Brandon — il figlio braccato con il padre onorato, il reietto della legge con il dispensatore della legge, il galeotto con il giudice; e mentre alla fine si affrontano — uno sul banco della giustizia, l’altro alla sbarra dell’imputato — chi può mettersi una mano sul cuore e dire che Paul Clifford sia un uomo peggiore di William Brandon.
Non c’è immoralità in una verità che impone questa domanda; perché sono proprio quelle offese con le quali la società non può interferire che la società richiede alla finzione di esporre. La società ha ragione, sebbene la gioventù sia riluttante ad ammetterlo. La società può formare solo determinati regolamenti necessari alla sua difesa — meno ce ne sono, meglio è — punire chi li viola, lasciare in pace chi li rispetta. Ma la finzione segue la verità in tutte le roccaforti della convenzione; colpisce attraverso il travestimento, solleva la maschera, mette a nudo il cuore e lascia una morale ovunque marchi una falsità.
Fuori da questa gamma di idee la mente dell’Autore è forse emersa in un’atmosfera che egli ritiene più congeniale all’Arte. Ma non può rammaricarsi di averla attraversata più di quanto possa rammaricarsi che, mentre vi dimorava, il suo cuore, come i suoi anni, fosse giovane. La simpatia per la sofferenza che appare più reale, l’indignazione per le frodi che sembrano più accettate come virtù, sono le emozioni naturali della giovinezza, se sincera. Più sensibile in seguito alle prerogative, come agli elementi, dell’Arte, l’Autore, almeno, cerca di fuggire dove l’uomo non può, e di guardare al mondo pratico attraverso quello più sereno dell’ideale.
Con il completamento di quest’opera si chiuse un’era nell’autoeducazione dello scrittore. Da “Pelham” a “Paul Clifford” (quattro opere di narrativa, tutte scritte in età molto giovane), l’Autore osserva piuttosto che immaginare; si occupa piuttosto della superficie ordinaria della vita umana che tentare, per quanto umilmente, di elevarsi al di sopra di essa o di immergersi al di sotto. Dal ritrarre in “Paul Clifford” gli errori della società, è stato quasi il progresso naturale della riflessione passare a quelli che si gonfiano fino al crimine nel solitario cuore umano — dai mali audaci e aperti che scaturiscono dall’ignoranza e dall’esempio, rintracciare quelli che giacciono attorcigliati negli intrecci della conoscenza raffinata e dell’orgoglio speculativo. Guardando indietro a questa distanza di anni, posso vedere chiaramente come se fosse tracciato davanti a me, i sentieri che hanno condotto attraverso il confine dell’invenzione da “Paul Clifford” a “Eugene Aram”. E, terminata quell’ultima opera, non meno chiaramente posso vedere dove i primi bagliori di una fantasia più bella si fecero strada e si posarono su quelle immagini più ideali che cercai con mano debole di trasferire a “I pellegrini del Reno” e “Gli ultimi giorni di Pompei”. Noi autori, come i bambini nella favola, seguiamo il nostro viaggio attraverso il labirinto con i sassolini che spargiamo lungo il percorso. Ad altri che vagano dietro di noi, potrebbero non attirare alcuna attenzione, o, se notati, sembrar loro solo sparsi dal capriccio del caso; ma noi, quando la nostra memoria vuole ripercorrere i nostri passi, rivediamo negli umili sassi i testimoni del nostro progresso, i punti di riferimento della nostra via.
Kenelworth, 1848.
PAUL CLIFFORD.
CAPITOLO I.
Dite, voi oppressi da qualche fantastico dolore, Da qualche nervo che contrasta il vostro riposo, Che premete il letto di piume mentre gli schiavi avanzano Con timido occhio a leggere il lontano sguardo, Che con tristi preghiere tormentate il medico stanco Per nominare la malattia senza nome, sempre nuova, Che con finta pazienza sopportate mali terribili, Che solo il dolore reale, e quello soltanto, può curare, Come sopportereste di giacere nel dolore reale Disprezzati, trascurati, lasciati soli a morire? Come sopportereste di trarre il vostro ultimo respiro Dove tutto ciò che è misero spiana la via alla morte? — Crabbe.
Era una notte buia e tempestosa; la pioggia cadeva a torrenti, tranne che a intervalli occasionali, quando veniva interrotta da una violenta raffica di vento che spazzava le strade (poiché è a Londra che si svolge la nostra scena), facendo sferragliare i tetti delle case e agitando ferocemente la scarsa fiamma dei lampioni che lottavano contro l’oscurità. Attraverso uno dei quartieri più oscuri di Londra, e tra ritrovi poco amati dai signori della polizia, un uomo, evidentemente dei ceti più bassi, stava percorrendo la sua strada solitaria. Si fermò due o tre volte presso diversi negozi e case di una descrizione corrispondente all’aspetto del quartiere in cui erano situati, e chiese informazioni su un articolo o un altro che non sembrava facile da trovare. Tutte le risposte che ricevette furono in negativo; e mentre si voltava da ogni porta, mormorava tra sé, con una fraseologia non molto elegante, il suo disappunto e scontento. Alla fine, presso una casa, il padrone, un robusto macellaio, dopo aver dato la stessa risposta che l’interrogante aveva finora ricevuto, aggiunse: “Ma se questo va bene, Dummie, è tutto a tuo servizio!”. Fermandosi riflessivo per un momento, Dummie rispose che pensava che la cosa offerta potesse andare bene; e infilandola nella sua ampia tasca, si allontanò con un movimento rapido quanto il vento e la pioggia consentivano. Giunse presto a un nido di edifici bassi e squallidi, all’ingresso dei quali, in caratteri mezzo cancellati, era scritto “Thames Court”. Fermandosi al più cospicuo di questi edifici, una locanda o bettola, attraverso le cui finestre socchiuse brillavano in confortevole rossore i raggi dell’ospitale focolare, bussò frettolosamente alla porta. Fu ammesso da una signora di una certa età, dotata di una piacevole rotondità di volto e di persona.
“L'hai preso, Dummie?” disse lei, rapidamente, mentre chiudeva la porta sull'ospite.
“No, no! non esattamente; ma penso che...”
“Pish, sciocco!” gridò la donna, interrompendolo stizzita. “Perché, non serve a nulla ingannarmi. Sai che sei passato solo dalla mia bettola a un’altra, e non sei andato affatto a cercare il libro. Così c’è la povera creatura che vaneggia e sta morendo, e tu...”
“Lasciami parlare!” interruppe Dummie a sua volta. “Ti dico che sono andato prima da Madre Bussblone, che, lo so, vende libri ai giovani signori, e ho chiesto lì una Bibbia; e lei dice, dice lei, 'Ho solo una “Compagna del Patibolo”, ma troverai una Bibbia, credo, dal Maestro Talkins, il calzolaio che predica'. Così vado dal Maestro Talkins, e lui dice, dice lui, 'Non ho bisogno della Bibbia... perché? Ho bisogno di altro; ma forse la troverai dal macellaio oltre la strada... perché? Il macellaio sarà dannato!'. Così vado oltre la strada, e il macellaio dice, dice lui, 'Non ho una Bibbia, ma ho un libro di opere teatrali rilegato proprio come quella, e forse la povera creatura non noterà la differenza'. Così prendo le opere, signora Margery, ed eccole qui di sicuro! E come sta la povera Judy?”
“Terribile! non supererà la notte, credo.”
“Bene, salirò da lei!”
Così dicendo, Dummie salì una scala senza porta, attraverso l’ingresso della quale una coperta, tesa ad angolo dal muro al camino, offriva una sorta di schermo; e poco dopo si trovò in una camera che il cupo e doloroso genio di Crabbe avrebbe potuto dilettarsi a ritrarre. Le pareti erano imbiancate a calce, e in vari punti figure strane e caratteri grotteschi erano stati tracciati da qualche ospite allegro, in un contorno nero come l'estremità di un bastoncino affumicato o il bordo di un pezzo di carbone è solito produrre. La luce pallida e tremolante offerta da una candela di sego dava una sorta di cupezza e minaccia a queste realizzazioni dell’arte pittorica, specialmente perché ricevevano più di una volta abbellimenti da ritratti di Satana così come è solito essere disegnato. Un fuoco basso bruciava cupamente nella griglia fuligginosa, e sul bordo del camino sibilava “la voce sottile e sommessa” di un bollitore di ferro. Su un tavolo rotondo di legno d'abete c’erano due fiale, una tazza incrinata, un cucchiaio rotto di qualche metallo opaco, e sopra due o tre sedie mutilate erano sparsi vari articoli di abbigliamento femminile. Su un altro tavolo, posto sotto una finestra alta, stretta e senza imposte (attraverso la quale, invece di una tenda, un grembiule a scacchi era stato appeso liberamente, e ora ondeggiava a tratti nelle raffiche di vento che facevano facile ingresso attraverso molte fessure e crepe), c’erano uno specchio, vari accessori da toeletta, una scatola di rossetto grossolano, pochi ornamenti di più apparenza che valore, e un orologio, il cui ticchettio regolare e calmo produceva quella sensazione indicibilmente dolorosa che, temiamo, molti dei nostri lettori che hanno udito il suono in una camera di malato possono facilmente ricordare. Un grande letto con baldacchino stava di fronte a questo tavolo, e lo specchio rifletteva parzialmente tende a righe sbiadite, e di tanto in tanto (mentre la posizione della sofferente seguiva l'inquieto moto di una mente disordinata) scorci del volto di colei su cui la Morte stava rapidamente incalzando. Accanto a questo letto stava ora Dummie, un uomo piccolo e magro vestito con una giubba di velluto logora, dalla quale le gocce di pioggia gocciolavano lentamente, e con una fisionomia sottile, gialla e astuta, grottescamente orribile nei tratti, ma non positivamente malvagia nell'espressione. Dall'altra parte del letto stava un bambino di circa tre anni, vestito come se appartenesse alle classi migliori, sebbene l'abbigliamento fosse alquanto logoro e scolorito. Il povero bambino tremava violentemente ed evidentemente guardava con un senso di sollievo l'ingresso di Dummie. E ora lentamente, e con molti sospiri tisiici, si trascinò verso i piedi del letto la pesante figura della donna che aveva abbordato Dummie di sotto, e lo aveva seguito, *haud passibus aequis*, nella stanza della sofferente; essa stava in piedi con una bottiglia di medicina in mano, scuotendone il contenuto su e giù, e con una gentile ma timida compassione sparsa su un volto cremisi per le libagioni abituali. Questo costituiva la scena — salvo che su una sedia accanto al letto giaceva un’abbondanza di lunghi boccoli dorati e lucenti, che erano stati tagliati dalla testa della sofferente quando la febbre aveva iniziato a salire, ma che, con una gelosia che ritraeva la cara piccolezza di un cuore vanitoso, lei aveva afferrato e insistito a tenere vicino a sé; e salvo che, accanto al fuoco, perfettamente disattento all'evento che stava per accadere all'interno della camera, e a cui noi della razza bipede attribuiamo una tale terribile importanza, giaceva un grande gatto grigio, raggomitolato in una palla, e che sonnecchiava con gli occhi socchiusi, e orecchie che di tanto in tanto denotavano, con una lieve inflessione, l'impatto di un suono più forte o più vicino del solito sui suoi sensi letargici. La donna morente non badò dapprima all'ingresso né di Dummie né della donna ai piedi del letto, ma si voltò verso il bambino, e afferrandogli il braccio ferocemente, lo trasse verso di sé, e fissò i suoi tratti terrorizzati con uno sguardo in cui l'esaurimento e un'eccessiva pallidezza del colorito erano persino orribilmente contrastati dal bagliore e dall'energia del delirio.
“Se sei come lui,” mormorò, “ti strangolerò, lo farò! Sì, trema, dovresti tremare quando tua madre ti tocca, o quando lui viene menzionato. Hai i suoi occhi, li hai! Fuori con loro, fuori, il diavolo siede a ridere dentro di essi! Oh, piangi, vero, piccolo? Bene, ora, resta fermo, amore mio; sta’ zitto! Non ti farei del male! Male... O Dio, lui è mio figlio dopo tutto!” E a queste parole strinse il bambino appassionatamente al seno e scoppiò in lacrime.
“Su, ora, su,” disse Dummie, in tono consolatorio; “prendi la medicina, Judith, e poi parleremo del monello!”
La madre allentò la presa sul bambino e, voltandosi verso l'oratore, lo fissò per alcuni istanti con uno sguardo smarrito; alla fine sembrò ricordarsi lentamente di lui, e disse, mentre si sollevava su una mano e puntava l'altra verso di lui con un gesto indagatore: “Hai portato il libro?”
Dummie rispose sollevando il libro che aveva portato dall'onesto macellaio.
“Libera la stanza, allora,” disse la sofferente, con quell'aria di finto comando così comune ai folli. “Vogliamo stare soli!”
Dummie fece l’occhiolino alla brava donna ai piedi del letto; e lei (sebbene generalmente non fosse una persona facile da comandare o persuadere) lasciò, senza riluttanza, la camera della malata.
“Se sta per pregare,” mormorò la nostra padrona di casa (poiché questo ufficio ricopriva la buona matrona), “posso davvero andarmene anch'io, perché non è molto confortevole per chi è vecchio sentire tutto quel che dice!”
Con questa pia riflessione, l'ostessa del Boccale — così si chiamava la locanda — discese pesantemente le scale scricchiolanti. “Ora, uomo,” disse la sofferente, severamente, “giura che non rivelerai mai... giura, dico! E dal grande Dio i cui angeli sono intorno questa notte, se mai romperai il giuramento, tornerò a perseguitarti fino al giorno della tua morte!”
Il volto di Dummie impallidì, poiché era superstiziosamente influenzato dalla veemenza e dal linguaggio della donna morente, e rispose, mentre baciava la finta Bibbia, che giurava di mantenere il segreto, per quanto ne sapeva, il che, doveva essere sensibile, disse, era molto poco. Mentre parlava, il vento spazzò con una forte e improvvisa raffica giù per il camino, e scosse il tetto sopra di loro così violentemente da allentare molte delle tegole fatiscenti, che caddero l'una dopo l'altra, con un fragore, sul marciapiede sottostante. Dummie sussultò per lo spavento; e forse la sua coscienza lo punse per l'inganno che aveva giocato riguardo alla falsa Bibbia. Ma la donna, i cui nervi eccitati e scossi la portavano fuori strada da un argomento all'altro con una rapidità soprannaturale, disse, con una risata isterica: “Vedi, Dummie, vengono in pompa magna per me; dammi la cuffia... laggiù... e portami lo specchio!”
Dummie obbedì; e la donna, mentre pronunciava a bassa voce qualcosa sul colore poco adatto dei nastri, aggiustò la cuffia sulla testa, e poi, dicendo con voce addolorata e petulante: “Perché avranno tagliato i miei capelli? Che deturpazione!”, ordinò a Dummie di pregare la signora Margery di salire ancora una volta da lei.
Rimasta sola con il suo bambino, il volto della misera madre si addolcì nel guardarlo, e tutte le frivolezze e tutte le veemenze — se possiamo usare questo termine — che, nel tumulto convulso del suo delirio, erano state portate a galla nella sua mente, ora gradualmente affondarono man mano che la morte progrediva, e l'ansia di una madre risalì al livello naturale da cui era stata turbata e abbassata. Prese il bambino al seno e, stringendolo tra le braccia che si facevano più deboli a ogni istante, lo cullò con quella sorta di canto che le balie intonano per i loro piccoli irrequieti; ma la sua voce era incrinata e cava, e sentendo che lo era, gli occhi della madre si riempirono di lacrime. La signora Margery rientrò in quel momento; e rivolgendosi alla padrona di casa con una calma d'animo impressionante che stupì e intimidì l'interlocutrice, la moribonda indicò il bambino e disse:
“Siete stata gentile con me, molto gentile, e che Dio vi benedica per questo! Ho scoperto che coloro che il mondo chiama i peggiori sono spesso i più umani. Ma non vi ringrazierò come dovrei, bensì vi chiederò un ultimo e grandissimo favore. Proteggete il mio bambino finché non sarà cresciuto. Avete detto spesso di volergli bene... voi stessa non avete figli... e un boccone di pane e un riparo per la notte, che è tutto ciò che vi chiedo di dargli, non impoverirà pretendenti più legittimi.”
La povera signora Margery, piangendo dirottamente, giurò che sarebbe stata una madre per il bambino e che si sarebbe sforzata di allevarlo onestamente; sebbene una taverna, confessò, non fosse il posto migliore per dare buoni esempi.
“Prendetelo,” gridò la madre con voce roca, mentre la voce, venendole meno le forze, gracchiò in modo indistinto e quasi le morì in gola. “Prendetelo, allevatelo come volete, come potete; qualsiasi esempio, qualsiasi tetto, meglio che...” Qui le parole divennero inudibili. “E oh, che possa essere una maledizione e una... Datemi la medicina; sto morendo.”
La padrona di casa, allarmata, si affrettò a obbedire; ma prima che tornasse al capezzale, la sofferente era priva di sensi, né riacquistò più la parola o il movimento. Solo un gemito basso e raro testimoniò che la vita continuava, e nel giro di due ore anche quello cessò, e lo spirito se n'era andato. A quell'ora la nostra buona padrona di casa era lei stessa fuori dal mondo, avendo sostenuto il proprio spirito durante le veglie della notte con così tanti piccoli stimolanti liquidi da sprofondare infine in quel torpore che generalmente segue l'eccitazione. Approfittando, forse, dell'opportunità offerta dall'incoscienza della padrona di casa, Dummie, al raggio morente della candela che ardeva nella camera mortuaria, aprì frettolosamente una grande cassa (che di solito era nascosta sotto il letto e conteneva il guardaroba della defunta) e frugò con mano irriverente tra le lenzuola e le sete, finché proprio in fondo al baule non scoprì alcuni pacchetti di lettere; li afferrò e li nascose tra gli scomparti dei suoi abiti. Poi, alzandosi e rimettendo a posto la cassa, lanciò uno sguardo bramoso verso l'orologio sul tavolino da toeletta, che era d'oro; ma ritrasse lo sguardo e con un sospiro lamentoso osservò tra sé: “La vecchia svergognata lo sa, che il diavolo la porti! Ma comunque, prenderò questo: chi lo sa, potrebbe tornare utile. Ciò che oggi è un nulla, domani potrebbe essere un tesoro!” E posò la sua mano grossolana sulle ciocche dorate e setose che abbiamo descritto. “È una faccenda strana, e mi confonde; ma bocca chiusa per il mio piccolo collo.”
Con questo breve soliloquio Dummie scese le scale e uscì di casa.
CAPITOLO II.
L'immaginazione si china affettuosamente a tracciare Gli splendori del salotto in quel luogo festoso. Il villaggio abbandonato.
C'è poco di interessante nella narrazione della prima infanzia, a meno che, naturalmente, non si stia scrivendo di educazione. Non ci soffermeremo, dunque, sull'infanzia del bambino senza madre lasciato sotto la protezione della signora Margery Lobkins, o, come veniva talvolta chiamata familiarmente, Peggy, o Piggy, Lob. La buona dama, traendo un reddito più che sufficiente dai profitti di una casa che, sebbene situata in una località oscura, godeva di una fama molto generale e redditizia, ed essendo una vedova sola, senza parenti né affini, non ebbe alcuna tentazione di rimangiarsi la parola data alla defunta, e lasciò che l'orfano crescesse in forza e intelligenza fino all'età di dodici anni, periodo in cui stiamo per reintrodurlo ai nostri lettori.
Il ragazzo dimostrò una grande durezza di carattere e una non trascurabile prontezza d'intelletto. In tutto ciò che tentava, il suo successo era rapido, e una notevole forza di membra e muscoli assecondava bene i dettami di un'ambizione rivolta, bisogna confessarlo, più all'esercizio fisico che a quello mentale. Non si deve pensare, tuttavia, che la sua vita da ragazzo trascorresse in una tranquillità ininterrotta. Sebbene la signora Lobkins fosse nel complesso una brava donna e molto legata al suo protetto, era violenta e rozza nel carattere, o, come lei stessa diceva in modo più lusinghiero, “i suoi sentimenti erano insolitamente forti”; e litigi e riconciliazioni alternati costituivano le occupazioni principali della vita domestica del protetto. Poiché, prima di diventare pupillo della signora Lobkins, non aveva mai ricevuto altro appellativo che “il bambino”, il compito di battezzarlo spettò alla nostra padrona di casa del Mug; e dopo qualche deliberazione, lo benedisse con il nome di Paul. Era un nome di buon auspicio, poiché era appartenuto al nonno della signora Lobkins, che era stato tre volte deportato e due volte impiccato (al primo verificarsi di quest'ultima circostanza, era stato rianimato dai chirurghi, con grande disappunto di un giovane anatomista che avrebbe dovuto avere l'onore di sezionarlo). Il ragazzo non sembrava destinato a meritare l'illustre appellativo che portava, poiché non mostrava alcuna notevole predisposizione per le proprietà altrui. Anzi, sebbene a volte svuotasse le tasche di qualche visitatore occasionale della sala da caffè della signora Lobkins, sembrava un atto originato più dall'amore per lo scherzo che dal desiderio di profitto; poiché dopo che la persona derubata era stata tormentata a sufficienza dalla perdita, magari, di oggetti utili come una tabacchiera o un fazzoletto; dopo che egli aveva, con segreta gioia di Paul, perquisito ogni angolo della stanza, battuto i piedi, si era irritato ed esposto con la sua petulanza alla amara rampogna della signora Lobkins, il nostro giovane amico riusciva quietamente e improvvisamente a fare in modo che l'oggetto smarrito tornasse da solo nella tasca da cui era scomparso. E così, come i nostri lettori avranno senza dubbio sperimentato quando hanno disturbato la pace di un'intera casa per la perdita di un tesoro portatile che si scopre poi di aver smarrito noi stessi, lo sfortunato vittima dell'onesta ingegnosità di Paul, esposto all'indignazione collettiva degli spettatori, e sprofondando da accusatore a colpevole, imprecava segretamente contro l'infelice destino che non solo lo tormentava con la perdita dei suoi beni, ma rendeva ancora più fastidioso recuperarli.
Se fosse perché, scoprendo questi scherzi, la signora Lobkins tremasse per il futuro orientamento dell'abilità che essi mostravano, o se pensasse che la follia di rubare senza guadagno richiedesse una correzione rapida e permanente, non possiamo deciderlo; ma la buona signora divenne infine estremamente ansiosa di assicurare a Paul i benefici di un'istruzione liberale. La chiave della conoscenza (l'arte di leggere) l'aveva, in verità, ottenuta per lui due anni prima della data attuale; ma questo era ben lontano dal soddisfare la sua coscienza; anzi, sentiva che se non avesse potuto ottenere per lui anche la discrezione per usarla, sarebbe stato saggio persino trattenere una chiave che il ragazzo sembrava applicare perversamente a tutte le serrature tranne che a quella giusta. In una parola, desiderava che egli ricevesse un'istruzione di gran lunga superiore a quella di coloro che vedeva intorno a sé; e attribuendo, come la maggior parte delle persone ignoranti, troppi vantaggi all'apprendimento, concepì che per vivere decorosamente quanto il parroco della parrocchia, fosse solo necessario conoscere altrettanto latino.
Una sera in particolare, mentre la dama sedeva accanto al suo allegro fuoco, questa fonte di ansia era insolitamente attiva nella sua mente, e di tanto in tanto dirigeva sguardi inquieti e irrequieti verso Paul, che sedeva su una panca nell'angolo opposto del focolare, diligentemente impegnato a leggere la vita e le avventure del celebre Richard Turpin. La panca su cui sedeva il ragazzo era consumata fino a una levigatezza vitrea, tranne che in certi punti, dove qualche pigro ingegnoso o l'altro si era divertito a incidere svariati nomi, epiteti e raffinatezze linguistiche epigrammatiche. Si dice che l'organo dell'intaglio sul legno sia sviluppato in modo prominente in tutti i teschi inglesi; e il saggio signor Combe ha collocato questo organo nella parte posteriore della testa, in giustapposizione a quello della distruttività, che è ugualmente grande tra i nostri compatrioti, come è notevolmente dimostrato su tutte le ringhiere, i sedili, i templi e altre cose appartenenti ad altre persone.
Di fronte al camino c'era un grande tavolo di legno di abete, al quale Dummie, soprannominato Dunnaker, seduto vicino alla dama, stava tranquillamente ruminando su un bicchiere di gin e acqua. Più lontano, a un altro tavolo nell'angolo della stanza, un gentiluomo con una parrucca rossa, abiti molto logori e biancheria che sembrava bollita nello zafferano, fumava la sua pipa, in disparte, silenzioso e apparentemente immerso nella meditazione. Questo gentiluomo non era altro che il signor Peter MacGrawler, il redattore di un magnifico periodico intitolato “L'Asinaeum”, che era stato scritto per dimostrare che tutto ciò che è popolare è necessariamente cattivo; una verità preziosa e recondita, che “L'Asinaeum” aveva dimostrato in modo soddisfacente rovinando tre stampatori e demolendo un editore. Non c'è bisogno di aggiungere che il signor MacGrawler fosse scozzese di nascita, poiché crediamo sia abbastanza noto che tutti i periodici di questo paese siano stati, da tempo immemorabile, monopolizzati dai signori della Terra dei Dolci. Non sappiamo come sia di moda mangiare tali dolci in Scozia, ma qui i bravi emigranti sembrano preferirli accuratamente imburrati su entrambi i lati. Al fianco dell'editore stava un grande boccale di peltro; sopra di lui pendeva un'incisione del “meravigliosamente grasso cinghiale un tempo in possesso del signor Fattem, allevatore”. Alla sua sinistra sorgeva la forma scura di un orologio sottile e verticale in una cassa di quercia; oltre l'orologio, uno spiedo e un moschetto erano fissati in parallelo alla parete. Sotto quei due emblemi di guerra e cucina c'erano quattro scaffali, contenenti piatti di peltro e ceramica, e terminanti, in modo simile a un centauro, in una sorta di credenza. Dall'altro lato di queste comodità domestiche c'era un quadro della signora Lobkins, in un corpetto scarlatto e con cappello e piuma. Dietro la bella padrona di casa si stendeva la coperta di cui abbiamo parlato prima. Come sollievo alla superficie monotona di questo semplice schermo, varie ballate e leggende dotte erano appuntate alla coperta. Lì potevi leggere in versi, patetici e non adornati, come:
“Sally amava un marinaio Che combatté col famoso Shovel!”
Lì potevi apprendere, se di due fatti così istruttivi eri prima inconsapevole, che:
“Ben l'ubriacone amava la sua bottiglia... Charley amava solo le ragazze!”
Quando di queste e varie altre effusioni poetiche eri alquanto stanco, i frammenti letterari in prosa più umile ti offrivano pari edificazione e diletto. Lì potevi illuminarti completamente riguardo alle “Strane e Meravigliose Notizie da Kensington, essendo una relazione piena e vera di come una fanciulla lì sia supposta essere stata portata via da uno Spirito Maligno mercoledì 15 aprile scorso, verso mezzanotte”. Lì, pure, non meno interessante e non meno veritiero, c'era quell'aneddoto non comune riguardante il capo di molte potenze troneggianti intitolato “Il Diavolo di Mascon; o, la vera Relazione delle Cose Principali che uno Spirito Impuro fece e disse a Mascon, in Borgogna, nella casa di un certo signor Francis Pereaud: ora reso inglese da uno che ha una Conoscenza Particolare della Verità della Storia”.
Né questi materiali per la storia satanica erano le sole cronache prosaiche e fedeli che la coperta bibliotecaria offriva. Ugualmente meraviglioso, e ugualmente indiscutibile, era il resoconto di “una giovane signora, figlia di un duca, con tre gambe e la faccia di un porcospino”. Né meno lo era “L'Awful Judgment of God upon Swearers, come esemplificato nel caso di John Stiles, che cadde morto dopo aver imprecato un Grande Giuramento; e nello spogliare l'infelice trovarono 'Non giurare affatto' scritto sulla coda della sua camicia!”
Due volte la signora Lobkins aveva emesso un lungo sospiro, mentre i suoi occhi si voltavano da Paul al volto tranquillo di Dummie Dunnaker, e ora, risistemandosi sulla sedia, mentre un'ansia materna le si leggeva in volto:
“Paul, mio caro ragazzo,” disse, “che gibberish hai lì?”
“Turpin, il grande bandito!” rispose il giovane studente, senza sollevare gli occhi dalla pagina, attraverso la quale stava faticosamente leggendo.
“Oh! È un pezzo di pane, dama!” disse il signor Dunnaker, mentre applicava la pipa a un pezzo di carta illuminato. “Cavalcherà un cavallo nato da una ghianda ancora, lo garantisco!”
A questa profezia la dama rispose solo con uno sguardo di indignazione; e dondolandosi avanti e indietro sulla sua enorme sedia, rimase per alcuni istanti in silenzio a riflettere. Alla fine guardò di nuovo con malinconia il ragazzo promettente e, chiamandolo al suo fianco, comunicò un ordine in un sussurro abbattuto. Paul, dopo averlo ricevuto, scomparve dietro la coperta e tornò poco dopo con una bottiglia e un bicchiere. Con un gesto astratto e un'aria che tradiva una meditazione continua, la buona dama prese il cordiale ispiratore dalla mano del suo giovane coppiere:
“E prima che un uomo avesse il potere di dire 'Ecco!' Le fauci della Lobkins lo avevano divorato: Così veloci le cose luminose giungono alla confusione!”
La bevanda nettarea sembrò operare allegramente sul sistema della matrona; e ponendo la mano sulla testa riccia del ragazzo, disse (come Andromaca, dakruon gelasasa, o, come dice Scott, “Con un sorriso sulla guancia, ma una lacrima nell'occhio”):
“Paul, il tuo cuore è buono, il tuo cuore è buono; non hai versato una goccia del liquore! Dimmi, tesoro mio, perché hai picchiato Tom Tobyson?”
“Perché,” rispose Paul, “ha detto che saresti dovuta essere impiccata molto tempo fa.”
“Tom Tobyson è un buono a nulla,” replicò la dama, “e merita di essere frustato [sul retro del carro]; ma oh, figlio mio, non essere troppo avventato nel prendere le difese di una donna; è stata la rovina di molti uomini prima di te; e quando due uomini vanno a litigare per una donna, non conoscono la natura della cosa per cui litigano. Pensa alla tua fine, Paul, e rispetta i vecchi, senza chiedere cosa siano stati prima di passare nella valle degli anni. Puoi prendermi la pipa, Paul; è di sopra, sotto il cuscino.”
Mentre Paul stava compiendo questa commissione, la signora del Mug, fissando gli occhi sul signor Dunnaker, disse: “Dummie, Dummie, se il piccolo Paul dovesse finire impiccato!”
“Zitto!” mormorò Dummie, guardando oltre la spalla verso MacGrawler; “forse quel gentiluomo...” Qui la sua voce divenne a malapena udibile persino per la signora Lobkins; ma il suo sussurro sembrava implicare un'insinuazione che l'illustre editore de “L'Asinaeum” potesse essere un informatore, o uno di quegli eroi di cui vive un informatore.
La risposta della signora Lobkins, formulata sulla stessa nota, sembrò soddisfare Dunnaker, poiché con uno sguardo di grande disprezzo scosse la testa e disse: “Oho! Tutto qui, è?”
Paul riapparve con la pipa; e la dama, dopo aver riempito il tubo, si sporse in avanti e accese l'erba della Virginia dal braciere del signor Dunnaker. Poiché in questa interessante occupazione le teste della padrona di casa e dell'ospite si avvicinarono, la luce incandescente giocava allegramente sul volto di ciascuno, c'era un'onesta semplicità nel quadro che avrebbe meritato il genio vivace e vigoroso di un Cruikshank. Non appena la scintilla prometea fu pienamente comunicata al tubo della signora, la signora Lobkins, ancora posseduta dall'idea cupa che aveva evocato, ripeté:
“Ah, Dummie, se il piccolo Paul dovesse finire impiccato!”
Dummie, ritraendo la pipa dalla bocca, emise un soffio solidale, ma rimase in silenzio; e la signora Lobkins, voltandosi verso Paul, che se ne stava con la bocca aperta e le orecchie tese a questa profezia, disse:
“Pensi, Paul, che avrebbero il coraggio di impiccarti?”
“Penso che avrebbero la corda, dama!” rispose il giovane.
“Ma non hai bisogno di andare a cacciarti il collo nel cappio!” disse la matrona; e poi, ispirata dallo spirito di moralizzazione, si voltò verso il giovane e, fissando il suo volto attento, lo apostrofò con le seguenti ammonizioni:
“Pensa al tuo catechismo, figlio, e rispetta la vecchiaia. Non rubare mai, specialmente quando qualcuno è nei paraggi. Non fare mai comunella con chi è più vecchio di te; perché? Più vecchio è un tipo, più si preoccupa di se stesso e meno del suo socio. A vent'anni, imbrogliamo il pubblico; a quarant'anni, imbrogliamo i nostri amici! Sii modesto, Paul, e resta al tuo posto nella vita. Non andare con i gentiluomini della strada, che bruciano come una candela che ha un ladro dentro; tutta vampa, e via in un soffio! Lascia il liquore ai vecchi, che non possono farne a meno. Il liquore spesso si rivela un cappio, e non c'è rovina come quella del gin! Leggi la tua Bibbia e parla come un pio. La gente bada più alle tue parole che alle tue azioni. Se vuoi ciò che non è tuo, prova a farne a meno; e se non puoi farne a meno, portalo via con insinuazione, non con arroganza. Coloro che truffano fanno di più e rischiano meno di quelli che rubano; e se imbrogli alla grande, puoi ridere della forca. E ora vai a giocare.”
Paul afferrò il suo cappello, ma indugiò; e la dama, intuendo il significato della pausa, tirò fuori e pose nella mano del ragazzo la somma di cinque mezzi centesimi e un quarto.
“Tieni, ragazzo,” disse, e gli accarezzò la testa con affetto mentre parlava, “fai bene a non giocare per niente; è una perdita di tempo; ma gioca con quelli più piccoli di te, e così potrai batterli se dicono che cerchi di imbrogliare!”
Paul svanì; e la dama, posando la mano sulla spalla di Dummie, disse:
“Non c'è niente come un amico nel bisogno, Dummie; e in qualche modo, penso che tu sappia più dell'origine di quel ragazzo di chiunque altro di noi!”
“Io, dama!” esclamò Dummie, con uno sguardo di stupore.
“Ah, tu! Tu sai come la madre vide più te proprio prima di morire di chiunque altro di noi. No, ora, no, ora! Raccontaci tutto di lui. L'ha rubato, pensi?”
“Cavolo, Madre Margery, credi che io sappia? Cosa ti ha messo in testa un tale ghiribizzo?”
“Bene!” disse la dama, con un sospiro di delusione, “ho sempre pensato che ne sapessi più di quanto ammetti. Cara, cara, non dimenticherò mai la notte in cui Judith portò qui la povera creatura... sai che era stata qualche mese in casa mia prima ancora che vedessi il monello; e quando lo portò, sembrava così pallida e spettrale che non ho avuto il cuore di dire una parola, così ho fissato il marmocchio, e lui ha teso le sue manine verso di me. E la madre si accigliò e me lo gettò in grembo.”
“Ah! Era una donna orribile, quella!” disse Dummie, scuotendo la testa. “Ma comunque, il monello è caduto in buone mani; perché sono sicuro che sei stata una madre migliore per lui della vera!”
“Sono sempre stata una sciocca con i bambini,” replicò la signora Lobkins; “e penso che il piccolo Paul sia stato mandato per essere un conforto per la mia vecchiaia! Riempi il bicchiere, Dummie.”
“Ho sentito dire che Judith era stata una volta amante di un gran signore!” disse Dummie.
“Molto probabile!” rispose la signora Lobkins, “molto probabile! È sempre stata una mia favorita, perché aveva uno spirito grande quanto il mio; e pagava l'affitto come una brava persona, nonostante fosse fuori di testa, o giù di lì.”
“Sì, so bene che ti era cara, e perché? Non è da te affittare una camera a una donna! Dici sempre che non è rispettabile, e che ti piace solo che gli uomini frequentino il Mug!”
“E non è che mi piacciano tutti quelli che vengono qui!” rispose la signora, “specialmente per il bene di Paul; ma che può fare una donna sola? Sono molti i gentiluomini fuorilegge che vengono da queste parti, il cui denaro è buono quanto quello del sagrestano. E quando ho uno scellino in mano, che importa di chi fosse prima?”
“È quello che chiamo essere sensata e pratica,” disse Dummie, approvando. “E dopotutto, sebbene tu abbia un po' di tutto, non conosco osteria dove un tizio sia trattato meglio, o dove la domenica si incontri compagnia più elegante che al Mug!”
Qui la conversazione, che il lettore deve sapere essere stata tenuta su un tono impercettibile a una terza persona, subì una battuta d’arresto da parte del signor Peter MacGrawler, il quale, finita la sua fantasticheria e il suo boccale, si alzò per andarsene. Prima, tuttavia, avvicinandosi alla signora Lobkins, osservò di aver fatto credito per alcuni giorni, e richiese l’ammontare del suo conto. Lanciando un’occhiata a certi geroglifici a gesso inscritti sul muro dall’altra parte del caminetto, la signora rispose che il signor MacGrawler le doveva la somma di uno scellino, nove pence e tre farthing.
Dopo una breve ricerca preparatoria nelle tasche del panciotto, il critico scovò in un angolo una solitaria mezza corona e, avendola afferrata tra il dito e il pollice, la diede alla signora Lobkins chiedendo il resto.
Non appena la matrona sentì la sua mano unta con quello che è stato chiamato da un qualche ingegnoso Johnson di St. Giles “l’olio delle palme”, il suo volto si addolcì in un sorriso compiacente; e quando diede il resto dovuto al signor MacGrawler, sperò graziosamente che egli raccomandasse il Mug al pubblico.
“Di questo puoi starne certa,” disse l’editore dell’“Asinaeum”. “Non c’è posto in cui mi sento tanto a casa.”
Con ciò, il dotto scozzese si abbottonò il cappotto e andò per la sua strada.
“Quanto è maligno il mondo!” disse la signora Lobkins, dopo una pausa, “specialmente se una donna tiene una specie di locale pubblico alla moda! Quando Judith morì, Joe, quello che vende la carne per cani, disse che per me era tutto di guadagnato, e che mi aveva lasciato un tesoro per tirare su il moccioso. Si direbbe che un bel colpo renda un uomo più ricco, e perché? Tutti danno colpi! Non ho avuto altro che un orologio e dieci ghinee quando Judy morì, e di sicuro hanno a malapena pagato il funerale.”
“Ti dimentichi le due ghinee che ti diedi per la vecchia scatola di stracci... che tesoro ci ho trovato!” disse Dummie, con perfidia servile.
“Sì,” esclamò la signora, ridendo, “immagino che tu non sia rimasto soddisfatto dell’affare. Pensavo fossi un cenciaiolo troppo vecchio per essere così generoso con il denaro; comunque, suppongo sia stata la sottana di lustrini a fregarti!”
“Come è successo a molti uomini più saggi del sottoscritto,” replicò Dummie, che alle sue varie professioni segrete aggiungeva quella dichiarata di cenciaiolo e commerciante di vetro rotto.
Il ricordo del suo buon affare con la scatola di stracci aprì il cuore della padrona di casa.
“Bevi, Dummie,” disse, con buonumore, “bevi; mi vergogno di segnare da bere a un amico.”
Dummie espresse la sua gratitudine, riempì di nuovo il bicchiere, e la ospitale matrona, scuotendo dalla pipa le ceneri morenti, proseguì così:
“Vedi, Dummie, sebbene io picchi spesso il ragazzo, gli voglio bene come se fossi la sua vera madre; voglio fare di lui un onore per il suo paese, e un’eccezione per la mia famiglia!”
“Che hanno tutti mostrato i denti al Surgeons' Hall!” aggiunse il metaforico Dummie.
“Vero!” disse la signora; “sono morti coraggiosi, e non me ne vergogno. Ma ho un dovere verso la madre di Paul, e voglio che Paul abbia una lunga vita. Lo manderei a scuola, ma sai che i ragazzi si corrompono solo a vicenda. E così, mi piacerebbe trovare un uomo decente, come precettore, per insegnare al ragazzo il latino e la virtù!”
“Accidenti!” esclamò Dummie, sbigottito dalla grandiosità di questo desiderio.
“Il ragazzo è abbastanza sveglio, e ama leggere,” continuò la signora; “ma non credo che i libri che si procura gli insegneranno il modo di diventare vecchio.”
“E come ha imparato a leggere, comunque?”
“Ranting Rob, l’attore girovago, gli ha insegnato le lettere, e diceva che aveva un sacco di genio.”
“E perché Ranting Rob non dovrebbe insegnare al ragazzo il latino e la virtù?”
“Perché Ranting Rob, pover’uomo, è stato deportato per aver fatto un furto!” rispose la signora, sconsolata.
Ci fu un lungo silenzio; fu rotto dal signor Dummie. Dandosi una pacca sulla coscia con la veemenza gesticolante di un Ugo Foscolo, quel gentiluomo esclamò:
“Ce l’ho... ho pensato a un precettore per il piccolo Paul!”
“Chi è? Mi spaventi davvero; non hai pietà per i miei nervi,” disse la signora, stizzita.
“Beh, è il signore che scrive,” disse Dummie, mettendosi un dito sul naso, “il signore che ti ha pagato così generosamente!”
“Cosa! Il signore scozzese?”
“Proprio lui!” replicò Dummie.
La signora si voltò sulla sedia e riempì di nuovo la pipa. Era evidente dai suoi modi che il suggerimento del signor Dunnaker aveva fatto colpo su di lei. Ma riconobbe due dubbi riguardo alla sua fattibilità: uno, se il gentiluomo proposto sarebbe stato all’altezza del compito; l’altro, se sarebbe stato disposto a intraprenderlo.
Nel mezzo delle sue meditazioni su questa faccenda, la signora fu interrotta dall’ingresso di alcuni richiedenti la sua ospitalità; e Dummie, dopo essersene andato poco dopo, la suspense della mente della signora Lobkins riguardo all’istruzione del piccolo Paul rimase per tutto quel giorno e quella notte assolutamente irrisolta.
CAPITOLO III.
Confesso di essere invidioso del piacere che proverai nel trovarti più istruito degli altri ragazzi, persino di quelli più grandi di te. Che onore ti farà questo! Quali distinzioni, quali applausi ti seguiranno ovunque tu vada! — LORD CHESTERFIELD: Lettere al figlio.
L’esempio, ragazzo mio, l’esempio vale mille precetti. — MAXIMILIAN SOLEMN.
Tarpeia fu schiacciata sotto il peso degli ornamenti. Il linguaggio del volgo è una sorta di Tarpeia. Lo abbiamo quindi liberato di quante più gemme abbiamo potuto, e nella scena precedente lo abbiamo presentato allo sguardo dei nostri lettori simplex munditiis. Tuttavia, potremmo timidamente immaginare alcuni esseri più gentili del gentil sesso piuttosto contrariati dal tono del dialogo che abbiamo riportato, se non ricordassimo quanto siano deliziate dalle barbarie provinciali del regno fratello, ogni volta che le incontrano riversate sulle pagine di qualche narratore scozzese. Poiché, sfortunatamente per il genere umano, lo scozzese stretto non è ancora la lingua universale d’Europa, supponiamo che le nostre connazionali non avranno molta più familiarità con il dialetto dei propri ceti inferiori che con quello che spira melodie nasali sul paradiso del Nord.
Era il giorno seguente, all’ora del crepuscolo, quando la signora Margery Lobkins, dopo un soddisfacente tête-à-tête con il signor MacGrawler, ebbe la felicità di pensare di aver provveduto a un precettore per il piccolo Paul. Il critico, dopo averle recitato una parte considerevole del Propria quae maribus, non ebbe più dubbi sulle sue capacità di insegnamento; e d’altra parte, quando la signora Lobkins entrò nel merito della remunerazione, lo scozzese si professò perfettamente disposto a insegnare tutto ciò che il più esigente dei tutori potesse richiedere. Fu infine stabilito che Paul frequentasse il signor MacGrawler due ore al giorno; che il signor MacGrawler avesse diritto a tali conforti materiali di cibo e bevande che il Mug offriva e, inoltre, allo stipendio settimanale di due scellini e sei pence — gli scellini per l’istruzione nei classici e i sei pence per tutte le altre discipline umanistiche; o, come la signora Lobkins la espresse, “due scellini per il latino, e sei pence per la virtù”.
Non voglia la tua mente, gentile lettore, censurarci per una deviazione dalla probabilità nel rendere un gentiluomo così eccellente e dotto come il signor Peter MacGrawler l’ospite abituale della signora del Mug. In primo luogo, devi sapere che la nostra storia è ambientata in un periodo antecedente a quello attuale, e in cui i vecchi scherzi sulle condizioni di autore e critico avevano il loro fondamento nella verità; in secondo luogo, devi sapere che, per una curiosa concatenazione di circostanze, né un ufficiale giudiziario né un suo aiutante furono mai visti entro le quattro mura della signora Margery Lobkins; in terzo luogo, il Mug era più vicino di qualsiasi altro luogo di ritrovo pubblico alla dimora del critico; in quarto luogo, offriva un’eccellente birra scura; e in quinto luogo, o lettore, faresti un grave torto alla signora Margery Lobkins se supponessi che la sua porta fosse aperta solo a quella gente mercuriale afflitta dalla morbosa curiosità di spiare i misteri delle tasche dei vicini — altri visitatori, di buona reputazione, non erano di rado partecipi dell’ospitalità della buona matrona; sebbene si debba ammettere che generalmente occupavano la stanza privata in preferenza a quella pubblica. E in sesto luogo, dolce lettore (ci addolora essere così prolissi), vorremmo solo accennarti che il signor MacGrawler era uno di quei saggi dalla mente vasta che, occupati a contemplare la morale su grande scala, non disperdono il proprio intelletto con una vile attenzione ai dettagli minuziosi. Così che se un discendente di Langfanger attraversava talvolta il venerabile scozzese durante la sua visita al Mug, l’apparizione non rivoltava quel benevolo moralista tanto quanto, se non fosse per il suggerimento di cui sopra, la tua ignoranza potrebbe portarti a immaginare.
Si dice che Atenodoro lo Stoico abbia contribuito notevolmente con la sua conversazione a emendare i difetti di Augusto, e a effettuare il cambiamento visibile in quell’uomo fortunato dopo la sua ascesa all’Impero Romano. Se ciò è vero, può gettare una nuova luce sul carattere di Augusto, e invece di essere un ipocrita, era forse un convertito. Certo è che ci sono pochi vizi che non possano essere vinti dalla saggezza; eppure, malinconico a dirsi, le istruzioni di Peter MacGrawler produssero ben scarsa ameliorazione nelle abitudini del giovane Paul. Quel giovinastro ingegnoso aveva, come abbiamo già visto, sotto la tutela di Ranting Bob, imparato l’arte di leggere; anzi, poteva persino costruire e collegare insieme certi curiosi ghirigori, che egli stesso e la signora Lobkins erano soliti definire graziosamente “scrittura”. Fin qui, dunque, la strada di MacGrawler era spianata e preparata.
Ma, sfortunatamente, tutti gli insegnanti esperti ammettono che la difficoltà principale non è imparare, ma disimparare; e la mente di Paul era già occupata da un vasto numero di miscellanee eterogenee che resistevano tenacemente all’ingresso sia del latino che della virtù. Nulla poteva svezzarlo da un’ominosa affezione per la storia di Richard Turpin; era per lui ciò che, si è detto, gli autori greci dovrebbero essere per l’accademico: uno studio di giorno e un sogno di notte. Era abbastanza docile durante le lezioni, e talvolta persino troppo rapido nella concezione per il solenne incedere dell’intelletto del signor MacGrawler. Ma non di rado accadeva che, quando quel gentiluomo tentava di alzarsi, si trovasse, come la Signora nel “Comus”, ad aderire a:
“Un seggio avvelenato imbrattato di gomme di glutinoso calore;”
o le sue gambe erano state segretamente legate sotto il tavolo, e il nodo non poteva essere sciolto senza la rovina dei poteri superiori. Queste, e varie altre piccole macchinazioni giocose con cui Paul era solito alleviare la monotonia della letteratura, giungevano quasi a disgustare l’erudito critico della sua impresa. Ma “il nastro” e il tesoro della signora Lobkins riappianavano, per così dire, le setole irritate della sua mente, ed egli continuava le sue fatiche con questa riflessione filosofica: “Perché tormentarmi? Se un allievo ha successo, è chiaramente merito del suo maestro; in caso contrario, è a suo svantaggio”. Naturalmente, un suggerimento simile non si impose mai alla mente del dottor Keate. A Eton l’anima stessa dell’onesto preside è consumata dal suo zelo per il benessere dei piccoli gentiluomini con le cravatte rigide.
Ma per Paul, che era predestinato a godere di un certo quantum di conoscenza, accaddero circostanze, all’inizio del secondo anno del suo apprendistato, che accelerarono prodigiosamente il progresso della sua carriera scolastica.
Nell’appartamento di MacGrawler, Paul incontrò una mattina il signor Augustus Tomlinson, un giovane di grandi promesse, che perseguiva la pacifica occupazione di cronista in un importante quotidiano di “Oribili omicidi”, “Meloni enormi” e “Circostanze notevoli”. Questo gentiluomo, avendo il vantaggio di alcuni anni di anzianità su Paul, fu lento a sciogliere la sua dignità; ma osservando alla fine l’attenzione avida e rispettosa con cui il giovinastro ascoltava un resoconto veridicissimo di cinque uomini inumanamente assassinati nella Cattedrale di Canterbury dal Reverendo Zedekiah Fooks Barnacle, fu toccato dall’impressione che aveva creato e, stringendo la mano di Paul con grazia, gli disse che c’era un sacco di naturale astuzia nel suo volto, e che il signor Augustus Tomlinson non dubitava che egli (Paul) potesse avere l’onore di essere assassinato lui stesso un giorno o l’altro. “Mi capisci,” continuò il signor Augustus, “intendo assassinato in effigie, assassinato sulla carta stampata, mentre tu stesso, inconsapevole della circostanza, ti godi tranquillamente quella che immagini essere la tua esistenza. Non uccidiamo mai le persone comuni; a dir la verità, il nostro principale accanimento è contro la Chiesa; distruggiamo i vescovi all’ingrosso. A volte, in effetti, facciamo fuori qualche avvocato di spicco o giù di lì, ed esprimiamo l’angoscia dei praticanti per una perdita così distruttiva per i loro interessi. Ma quello è solo un colpo isolato, e l’avvocato ucciso spesso vive per diventare Procuratore Generale, rinnegare i principi Whig e perseguire la stessa Stampa che lo ha distrutto. I vescovi sono il nostro nutrimento ideale; li mandiamo in paradiso su una sorta di grifone volante, di cui il dorso è un’apoplessia e le ali sono gonfi di lodi. Il Vescovo di..., che abbiamo spedito in questo modo l’altro giorno, essendo un personaggio piuttosto faceto, ci scrisse per protestare, osservando che sebbene il paradiso fosse un’ottima traduzione per un vescovo, in casi del genere preferiva “l’originale alla traduzione”. Come uccidiamo i vescovi, così c’è un’altra classe di persone che affliggiamo solo con malattie letali. Quest’ultima tribù consiste in Sua Maestà e nei ministri di Sua Maestà. Ogni volta che non possiamo abusare dei loro provvedimenti, attacchiamo sempre la loro salute. Il re approva una legge popolare? Immediatamente insinuiamo che la sua costituzione sia agli sgoccioli. Il ministro agisce come un uomo di buon senso? Osserviamo istantaneamente, con grande rincrescimento, che la sua carnagione è straordinariamente pallida. C’è un vantaggio manifesto nell’ammalare le persone invece di distruggerle assolutamente: il pubblico può contraddirci categoricamente nel primo caso, ma mai nel secondo; è facile provare che un uomo è vivo, ma assolutamente impossibile provare che è in salute. E se qualche giornale avversario prendesse le difese per conto suo, e asserisse che la vittima di tutti i mali di Pandora, che noi spediamo barcollante verso la tomba, trascorre metà della giornata a stancare una “distinta compagnia” a una battuta di caccia, e l’altra metà a superare la stessa “distinta compagnia” dopo cena? E se l’individuo afflitto scrivesse lui stesso dicendo che non è mai stato meglio in vita sua? Dobbiamo solo scuotere misteriosamente la testa e osservare che contraddire non è provare, che è ben poco probabile che la nostra autorità sia caduta in errore, e (siamo molto amanti di un confronto storico), pregare i nostri lettori di ricordare che quando il Cardinale Richelieu stava morendo, nulla lo faceva infuriare tanto quanto l’insinuazione che fosse malato. In breve, se Orazio ha ragione, noi siamo i veri principi dei poeti; poiché oso dire, signor MacGrawler, che lei — e anche lei, mio piccolo gentiluomo, ricordate perfettamente le parole del saggio vecchio romano:
“Ille per extentum funem mihi posse videtur Ire poeta, meum qui pectus inaniter angit, Irritat, mulcet, falsis terroribus implet.”
Avendo pronunciato questa citazione con considerevole autocompiacimento, e avendo così completato interamente la sua conquista su Paul, il signor Augustus Tomlinson, voltandosi verso MacGrawler, concluse i suoi affari con quel gentiluomo — i quali erano di natura letteraria, ovvero una composizione congiunta contro un uomo che, essendo sotto i venticinque anni e troppo povero per offrire cene, aveva avuto l’impudenza di scrivere un poema sacro. I critici erano estremamente amari su questo; e avendo ben poco da dire contro il poema, i giornali di Corte chiamarono l’autore un “vanitoso”, e quelli liberali “figlio di un pantalone!”
C’era una disinvoltura, uno spirito, una vita nel signor Augustus Tomlinson che catturavano i sensi del nostro giovane eroe; poi, inoltre, era vestito in modo estremamente elegante, indossava tacchi rossi e una parrucca a sacchetto, aveva quella che a Paul sembrava proprio l’aria di un “uomo alla moda”; e, soprattutto, declamava il latino con una grazia notevole!
Alcuni giorni dopo, MacGrawler mandò il nostro eroe agli alloggi del signor Tomlinson, con la sua parte dell’abuso congiunto sul poeta.
La riverenza di Paul per il signor Augustus Tomlinson fu doppiamente aumentata alla vista della sua dimora. Lo trovò sistemato in una zona elegante della città, in un salotto molto curato, i cui contenuti manifestavano l’ingegno universale dell’abitante. Ci è stato obiettato, da un critico molto perspicace, che siamo dediti al disegno di “geni universali”. Ci dichiariamo non colpevoli nei casi precedenti; ammettiamo la lieve accusa nel caso del signor Augustus Tomlinson. Sopra il suo caminetto erano disposti guantoni da pugilato e fioretti da scherma; sul suo tavolo giacevano una cremona e un flauto. Su un lato del muro c’erano scaffali contenenti il Covent Garden Magazine, la giustizia di Burn, un Orazio tascabile, un libro di preghiere, Excerpta ex Tacito, un volume di commedie, la filosofia resa facile e una chiave per tutta la conoscenza. Inoltre, c’erano su un altro tavolo una frusta da equitazione, una frusta da carrozza, un paio di speroni e tre ghinee, con una piccola montagna di argento sciolto. Il signor Augustus era un giovane alto e biondo, con una carnagione lentigginosa, occhi verdi e palpebre rosse, una bocca sorridente, piuttosto prognata, un naso affilato e un paio di orecchie prodigiosamente grandi. Era vestito con una vestaglia di damasco verde; e ricevette il tenero Paul molto graziosamente.
C’era qualcosa di molto attraente nel nostro eroe. Non solo era di bell’aspetto e franco nell’aspetto, ma aveva quell’apparenza di vivacità e intelletto che appartiene a un furfante in erba. Il signor Augustus Tomlinson professava la massima considerazione per lui, gli chiese se sapesse pugilare, gli fece indossare un paio di guantoni e, molto condiscendentemente, lo buttò a terra tre volte consecutivamente. Poi gli suonò, sia con il flauto che con la cremona, alcune delle arie più alla moda. Inoltre, gli cantò una canzoncina di sua composizione. Poi, prendendo la frusta da carrozza, colpì una mosca dal muro opposto e, gettandosi (naturalmente stanco per le sue numerose fatiche) sul divano, osservò, con tono noncurante, che lui e il suo amico Lord Dunshunner erano universalmente stimati i migliori cocchieri della metropoli. “Io,” disse il signor Augustus, “sono il migliore sulla strada; ma il mio signore è un diavolo nel girare l’angolo.”
Paul, che fino ad allora aveva vissuto una vita troppo ingenua per essere consapevole dell’importanza che un lord avrebbe naturalmente avuto agli occhi del signor Augustus Tomlinson, non fu così colpito dalla grandiosità della conoscenza quanto l’assassino dei giornali si aspettava. Si limitò a osservare, per fargli un complimento, che il signor Augustus e il suo compagno sembravano essere dei “ladri scaltri”.
Un po’ contrariato da questa osservazione metaforica — poiché si può notare che “ladro scaltro” è, tra gli eruditi in tale sapere, l’espressione consueta per un “furfante alla moda” — l’universale Augustus si prese quella libertà alla quale, per la sua età e posizione, così superiori a quelle di Paul, si riteneva autorizzato, e rimproverò gentilmente il nostro eroe per il suo uso indiscriminato di espressioni gergali.
«Un ragazzo della tua levatura», disse, «poiché vedo dai tuoi occhi che sei sveglio, dovrebbe vergognarsi di usare espressioni così volgari. Abbi uno spirito più nobile, una più alta emulazione, Paul, di quella che distingue i piccoli straccioni della strada. Sappi che in questo paese il genio e l'istruzione aprono ogni porta; e se ti comporterai in modo appropriato, potresti, un giorno o l'altro, arrivare in alto nel mondo quanto il sottoscritto».
A questo discorso, Paul guardò con desiderio l'elegante salotto e pensò a quanto sarebbe stato bello essere signore di un tale dominio, insieme agli strumenti del mestiere: flauto e violino, guantoni da boxe, libri, frustino scaccia-mosche, tre ghinee, con quella piccola montagna d'argento e la reputazione – condivisa solo con Lord Dunshunner – di essere il miglior cocchiere di Londra.
«Sì», continuò Tomlinson, con consapevole orgoglio, «devo la mia ascesa a me stesso. L'istruzione vale più di case e terre. 'Doctrina sed vim', ecc. Sai cosa dice il vecchio Orazio? Beh, signore, non ci crederesti, ma sono stato io l'uomo che ha ucciso Sua Maestà il Re di Sardegna nel giornale di ieri. Nulla è troppo arduo per il genio. Studia sodo, ragazzo mio, e potresti rivaleggiare (poiché la cosa, sebbene difficile, potrebbe non essere impossibile) con Augustus Tomlinson!»
Alla conclusione di questa filippica, udendosi bussare alla porta, Paul se ne andò e incontrò nell'atrio una persona dall'aspetto distinto, vestita secondo l'ultima moda e con un paio di fibbie prodigiosamente grandi sulle scarpe. Paul guardò e il suo cuore si gonfiò. «Potrei rivaleggiare», pensò, «quelle sono state le sue esatte parole, potrei rivaleggiare (poiché la cosa, sebbene difficile, non è impossibile) con Augustus Tomlinson!» Assorto nella meditazione, se ne tornò a casa in silenzio. Il giorno seguente le memorie del grande Turpin furono date alle fiamme, e si notò che da quel momento Paul osservò una proprietà di linguaggio più ricercata, che assunse un'aria di dignità più raffinata e che prestò molta più attenzione di prima alle lezioni del signor Peter MacGrawler. Sebbene si debba ammettere che i progressi del nostro giovane eroe nelle lingue dotte non fossero sorprendenti, una precoce passione per la lettura, rafforzata dall'applicazione, lo ripagò infine con una discreta conoscenza della lingua madre. Dobbiamo tuttavia aggiungere che i suoi studi preferiti e più cari non erano certo di quella natura che un precettore prudente avrebbe caldamente raccomandato. Riguardavano principalmente romanzi, opere teatrali e poesia – quest'ultima coltivata a tal punto che egli stesso divenne in qualche modo un poeta. Ciononostante, queste occupazioni letterarie, per quanto infruttuose potessero sembrare, conferirono ai suoi gusti una certa raffinatezza che difficilmente avrebbero acquisito al Mug; e mentre risvegliavano la sua ambizione di vedere un po' della vita gaia che descrivevano, infondevano nel suo carattere un tono di intraprendenza e di sconsiderata generosità che forse contribuì molto a contrastare quelle cattive influenze verso i vizi minori a cui gli esempi che lo circondavano dovevano aver esposto la sua tenera giovinezza. Ma, ahimè! Una grande delusione per la speranza di Paul di ricevere assistenza e compagnia nei suoi studi letterari lo colse all'improvviso. Il signor Augustus Tomlinson, una bella mattina, scomparve, lasciando detto ai suoi numerosi amici che andava ad accettare un impiego redditizio nel nord dell'Inghilterra. Nonostante lo shock che ciò causò al cuore affettuoso e al temperamento ambizioso del nostro amico Paul, non ne diminuì l'ardore in quel campo della scienza che sembrava essere stato coltivato con tanto successo dall'illustre assente. Poco a poco, si impadronì (oltre al bagaglio letterario a cui abbiamo accennato) di tutto ciò che era in potere del saggio e profondo Peter MacGrawler di trasmettergli; e all'età di sedici anni cominciò (oh, la presunzione della gioventù!) a credersi più istruito del suo maestro.
CAPITOLO IV.
Era ormai diventato un giovane alla moda, e quanto mai répandu nella società, come ogni bramoso di celebrità londinese avrebbe potuto desiderare. Era, naturalmente, membro dei circoli, ecc. Era, in breve, di quella schiera, spesso descritta, dinanzi alla quale ogni bellimbusto minore scompare nell'insignificanza, o tra i cui ranghi finiscono per ottenere un grado subalterno, sacrificando una debita porzione della propria fortuna. – Almack's Revisited.
Per l'anima del grande Malebranche, che fece una “Ricerca della verità” e scoprì ogni cosa bella eccetto quella che cercava – per l'anima del grande Malebranche, che il vescovo Berkeley trovò sofferente di un'infiammazione ai polmoni e, con molta cortesia, discorse fino a farlo morire (un esempio di capacità di conversazione degno dell'invidiosa emulazione di tutti i grandi metafisici e polemisti) – per l'anima di quell'illustre uomo, è sorprendente per noi quanti siano i frammenti di verità spezzati e sparsi qua e là per il mondo. Che magnifico museo potrebbe allestire un uomo di minerali preziosi, se solo uscisse col suo cestino sottobraccio e gli occhi ben aperti! Noi stessi abbiamo raccolto proprio oggi un piccolo pezzo di verità, con cui ci proponiamo di spiegare a te, gentile lettrice, una svolta sinistra nelle fortune di Paul.
«Ovunque», dice un saggio vivente, «vedi dignità, puoi essere certo che sia necessaria una spesa per sostenerla». Così era per Paul. Un giovane gentiluomo che era erede presuntivo del Mug, e che godeva di un bell'aspetto e di una mente coltivata, apparteneva necessariamente a una certa classe sociale, ed era oggetto di rispetto agli occhi delle mamme manovriere nei dintorni di Thames Court. Molte furono le feste di piacere a Deptford e Greenwich a cui Paul si sentì costretto a partecipare; e non abbiamo bisogno di rimandare i nostri lettori ai romanzi sulla vita mondana per informargli che nella buona società i gentiluomini pagano sempre per le signore! Né questa era l'unica spesa a cui le sue aspettative lo esponevano. Un gentiluomo difficilmente poteva presenziare a queste eleganti festività senza dedicare un po' di attenzione al proprio abbigliamento; e un sarto alla moda gioca brutti scherzi al gruzzolo annuale.
Noi che risiediamo, sia noto a te, lettore, a Little Brittany, non siamo molto pratici delle maniere delle classi superiori di St. James's. Ma c'era un grande vizio tra la gente elegante nei dintorni di Thames Court che non dubitiamo non esista da nessun'altra parte, ovvero: queste persone eleganti erano sempre in agonia per sembrare più eleganti di quanto non fossero; e più arie un gentiluomo o una signora si davano, più diventavano importanti. Joe, il venditore di carne per cani, era entrato in società proprio grazie alla sua capacità di dire cose impertinenti a tutti; e gli esclusivisti più in gamba del posto, che raramente visitavano qualcuno dove non ci fosse una teiera d'argento, pensavano che Joe avesse molto dentro di sé perché spingeva il carretto a testa alta e un giorno diede proprio al sagrestano della parrocchia il “servito diretto”.
Ora, questo desiderio di essere così straordinariamente eleganti non solo rendeva la società nei dintorni di Thames Court sgradevole, ma costosa. Ognuno gareggiava col suo vicino; e poiché lo spirito di rivalità è particolarmente forte nei petti giovanili, non c'è da stupirsi che abbia condotto Paul in molte stravaganze. Il male di tutti i circoli che si dichiarano esclusivi è il gioco d'azzardo; e la ragione è ovvia: le persone che hanno il potere di concedere a un altro un vantaggio che egli brama preferirebbero venderlo piuttosto che donarlo; e Paul, crescendo gradualmente in popolarità e ton, si ritrovò, a dispetto della sua educazione classica, non all'altezza dei raffinati, o meglio, dei finitori gentiluomini con cui iniziò ad associarsi. Il suo primo accesso alla ristretta cricca di questi uomini di mondo avvenne a casa di Bachelor Bill, una persona di grande notorietà tra quella porzione dell'élite che si definisce enfaticamente “Flash”. Tuttavia, poiché è nostra ferma intenzione in quest'opera non ritrarre a lungo alcun personaggio episodico, possiamo offrire ai nostri lettori solo un breve e rapido schizzo di Bachelor Bill.
Questo personaggio era di origini del Devonshire. Sua madre aveva tenuto la locanda più piacevole della città e, alla sua morte, Bill ereditò le sue proprietà e la sua popolarità. Tutte le giovani signorine del vicinato di Fiddler's Row, dove risiedeva, gli facevano la corte: tutti i truffatori o rapinatori di strada più alla moda cercavano di averlo nel loro giro; e la più avvenente ragazza di Londra avrebbe dato le orecchie in qualsiasi momento per una parola affettuosa da parte di Bachelor Bill. Ma Bill era un tipo previdente, prudente e di un temperamento straordinariamente cauto. Evitava il matrimonio e l'amicizia; vale a dire, non veniva né derubato né tradito. Era un tipo alto, aristocratico, di modi dannatamente curati e molto galante, in modo onesto, con le ragazze. Come la maggior parte degli uomini celibi, essendo molto signore per quanto riguardava il denaro, offriva loro molti “banchetti” e di tanto in tanto un ballo molto piacevole. Il suo brandy era ineccepibile; e quanto al suo gin, era votato come la cosa più brillante in natura. In brevissimo tempo, grazie ai suoi ricevimenti e al suo celibato – poiché gli uomini singoli raggiungono sempre l'apice dell'haut ton più facilmente dei coniugati – divenne lo specchio della moda; e molti erano gli apprendisti stretti, persino all'estremità ovest della città, che si voltavano ad ammirare Bachelor Bill quando, la domenica pomeriggio, guidava il suo calesse sgangherato verso il suo piccolo rifugio ai margini di Turnham Green. La felicità di Bill non era, tuttavia, del tutto priva di leghe. Le signore di piacere sono sempre così eccessivamente arrabbiate quando un uomo non fa loro la corte, che non c'è nulla che non direbbero contro di lui; e le belle matrone nei dintorni di Fiddler's Row sparsero ogni sorta di voci infondate contro il povero Bachelor Bill. A poco a poco, tuttavia – poiché, come ha detto Tacito, senza dubbio con occhio profetico verso Bachelor Bill, “la verità guadagna col tempo” – queste voci iniziarono a svanire insensibilmente; e Bill, ormai vicino ai confini della mezza età, i suoi amici stabilirono comodamente per lui che sarebbe rimasto Bachelor Bill per tutta la vita. Per il resto, era un ottimo ragazzo: dava gli avanzi del cibo ai poveri, professava un orientamento liberale e, in tutte le liti tra le ragazze (le vostre ragazze più in vista sono un gruppo litigioso!), prendeva sempre le parti delle più deboli. Sebbene Bill fingesse di essere molto selettivo nella sua compagnia, non dimenticava mai i suoi vecchi amici; e poiché la signora Margery Lobkins era stata molto buona con lui quando era un ragazzino in giubbetto scheletrico, gli inviava invariabilmente un biglietto per le sue serate. La brava signora, tuttavia, non aveva negli ultimi anni abbandonato il suo angolo del camino. In effetti, il frastuono della vita mondana era troppo per i suoi nervi; e l'invito era diventato una forma consuetudinaria che non ci si aspettava venisse accolta, ma non per questo utilizzata con minore regolarità. Poiché Paul aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anno ed era un bel ragazzo aitante, la dama pensò che avrebbe fatto un eccellente rappresentante della padrona del Mug; e che, per il suo protetto, un ballo a casa di Bill non sarebbe stato un cattivo inizio della “Vita a Londra”. Di conseguenza, fece capire al Bachelor un desiderio in tal senso; e Paul ricevette il seguente invito da Bill:
«Il signor William Duke offre un ballo e un banchetto in tono quieto lunedì prossimo, e spera che il signor Paul Lobkins sarà della partita. N. B. I gentiluomini sono tenuti a presentarsi con le scarpe da ballo».
Quando Paul entrò, trovò Bachelor Bill che apriva le danze sulle note di “Drops of Brandy” con una giovane signora con la quale, poiché era stata un'attrice girovaga, le Ladies Patronesses di Fiddler's Row avevano ritenuto opportuno comportarsi con una civiltà molto sprezzante. Il buon Bachelor non aveva idea, come diceva lui, di tali capricci, e fece circolare tra le più raffinate ragazze che si aspettava che chiunque venisse a dimenarsi a casa sua si comportasse in modo decente ed educato con la giovane signora Dot. Questa intimazione, trasmessa alle signore con tutta quella polsatura insinuante per cui Bachelor Bill era così straordinariamente noto, produsse un effetto notevole; e la signora Dot, essendo stata ora invitata a ballare dal brillante Bachelor, fu sopraffatta dalle cortesie per il resto della serata.
Quando il ballo finì, Bill strinse molto educatamente la mano a Paul e colse l'occasione per presentarlo ad alcuni dei più “noti personaggi” della città. Tra questi c'erano l'elegante signor Allfair, l'insinuante Henry Finish, l'allegro Jack Hookey, lo scaltro Charles Trywit e molti altri ugualmente noti per la loro abilità nel vivere sfarzosamente grazie al proprio ingegno e ai beni personali altrui. A dire il vero, Paul, che a quel tempo era un ragazzo onesto, fu meno affascinato di quanto avesse previsto dalla conversazione di questi cavalieri d'industria. Fu più colpito dalle osservazioni intelligenti, sebbene autosufficienti, di un gentiluomo con una capigliatura straordinariamente bella, che vorremmo introdurre al lettore in modo più impressionante degli altri sotto l'appellativo di signor Edward Pepper, generalmente chiamato Long Ned. Poiché questo degno individuo era destinato in seguito a essere un intimo socio di Paul, la nostra ragione principale per frequentare il ballo di Bachelor Bill è quella di notare, come l'importanza dell'evento merita, l'epoca dell'inizio della loro conoscenza.
Long Ned e Paul si ritrovarono seduti l'uno accanto all'altro a cena, e conversarono insieme così amichevolmente che Paul, nell'ospitalità del suo cuore, espresse la speranza di vedere il signor Pepper al Mug!
«Mug... Mug!» ripeté Pepper, socchiudendo gli occhi, con l'aria di un dandy che sta per essere impertinente; «ah, il nome di una cappella, non è vero? C'è una setta chiamata Muggletoniani, credo?»
«Per quanto riguarda questo», disse Paul, arrossendo per questa insinuazione contro il Mug, «la signora Lobkins non ha più religione dei suoi superiori; ma il Mug è una casa eccellente, frequentata dalla miglior compagnia possibile».
«Non ne dubito!» disse Ned. «Ricordo ora che una volta sono stato lì e ho visto un certo Dummie Dunnaker... non è questo il nome? Ricordo qualche anno fa, quando ho iniziato a frequentare, che Dummie e io abbiamo avuto un'avventura insieme; a dire il vero, non è il tipo di cosa che farei ora. Ma... ci crederesti, signor Paul?... questo poveretto è stato piuttosto sgarbato con me l'unica volta che l'ho incontrato da allora; vale a dire, l'unica volta che sono entrato al Mug. Non ho idea di tali arie in un mercante... un mercante di stracci! Quei tipi commerciali stanno diventando del tutto insopportabili».
«Mi sorprendi», disse Paul. «Il povero Dummie è l'ultima persona a essere sgarbata; è una creatura civile come poche».
«O come poche nel vendere stracci», disse Ned. «Possibile! Non dubito minimamente delle sue qualità amabili. Passami il brandy, amico mio. Roba stupida, questo ballare!»
«Dannatamente stupido!» fece eco Harry Finish, dall'altra parte del tavolo. «Supponiamo di trasferirci a Fish Lane e far tintinnare gli avori! Che ne dici, signor Lobkins?»
Timoroso della “risata severa dell'alta società, che a stento il filosofo orgoglioso può disprezzare”, e non essendo molto incline a ballare, Paul acconsentì alla proposta; e un gruppetto, composto da Harry Finish, Allfair, Long Ned e il signor Hookey, si trasferì a Fish Lane, dove c'era un club, celebre tra gli uomini che vivono d'ingegno, in cui “alcol” e “tabacco” venivano offerti gratuitamente nella maniera più magnifica. Qui la serata trascorse in modo molto piacevole e Paul tornò a casa senza un “soldo” in tasca.
Da quel momento le visite di Paul a Fish Lane divennero purtroppo regolari; e in brevissimo tempo, ci addolora dirlo, Paul divenne quel personaggio distinto, un gentiluomo dei “tre fuori”: “fuori tasca, fuori gomiti e fuori credito”. Le uniche due persone che trovò disposte ad accomodarlo con un piccolo prestito, come dicono gli annunci firmati X. Y., furono il signor Dummie Dunnaker e il signor Pepper, soprannominato il Lungo. Quest'ultimo, tuttavia, mentre obbligava l'erede del Mug, non si degnò mai di entrare in quel noto luogo di ritrovo; e il primo, ogni volta che apriva bonariamente i cordoni della borsa, lo faceva con un accorato avvertimento di evitare la conoscenza di Long Ned: «un tipo», diceva Dummie, «di moralità molto pericolosa, e non è affatto un compagno adatto per un giovane gentiluomo di carattere come il piccolo Paul!» Così sincero era questo avvertimento, e così specialmente rivolto a Long Ned – sebbene la compagnia del signor Allfair o del signor Finish si potesse dire non meno pregiudizievole – che è probabile che quella statuaria schizzinosità nei modi che Lord Normanby giustamente osserva, in uno dei suoi eccellenti romanzi, fa così tanti nemici nel mondo, e che a volte caratterizzava il comportamento di Long Ned, specialmente verso gli uomini del commercio, fosse una ragione principale per cui Dummie era così acutamente e particolarmente vivo alle immoralità di quel signore dalla lunga statura. Allo stesso tempo dobbiamo osservare che quando Paul, ricordando ciò che Pepper aveva detto riguardo alla sua prima avventura con il signor Dunnaker, lo ripeté al mercante, Dummie non poté nascondere una certa confusione, sebbene si limitasse a osservare, con una sorta di risata, che non valeva la pena parlarne; e apparve evidente a Paul che qualcosa di sgradevole per l'uomo degli stracci, che non era condiviso dall'inconsapevole Pepper, aleggiasse nel ricordo della loro conoscenza passata. Comunque sia, la circostanza scivolò dall'attenzione di Paul il momento dopo; e egli prestò, ci preoccupa dirlo, altrettanto poca attenzione agli avvertimenti contro Ned di cui Dummie lo deliziava.
Forse (poiché dobbiamo ora rivolgere uno sguardo alle sue faccende domestiche) una grande causa che spinse Paul a Fish Lane era la vita scomoda che conduceva a casa. Perché sebbene la signora Lobkins fosse estremamente affezionata al suo protetto, era dotata, come i suoi clienti notavano enfaticamente, “di un temperamento da diavolo”; e la sua naturale volgarità non essendo mai stata ammorbidita da quelle immagini di società gaia che avevano, in molti romanzi e farse comiche, raffinato il temperamento del romantico Paul, il suo modo di sfogare i rimproveri materni non era certo poco rivoltante per un ragazzo di una certa sensibilità. In effetti, gli capitava spesso di pensare di lasciare del tutto la sua casa e cercare fortuna da solo, alla maniera dell'ingegnoso Gil Blas o dell'intraprendente Roderick Random; e questa idea, sebbene vinta e rivinta, si gonfiava e cresceva gradualmente nel suo cuore, proprio come si gonfia quella palla di peli trovata nello stomaco di qualche giovenca sofferente dopo il decesso. Tra questi progetti di impresa il lettore noterà in seguito che una precoce visione della grotta della Foresta Verde, in cui Turpin era solito, con un amico, un prosciutto e una moglie, nascondersi, balenava nella sua mente. A quel tempo non era forse incline al modo di vivere praticato dall'eroe delle strade; ma certamente si aggrappava non meno affettuosamente all'idea della grotta.
Il flusso malinconico della vita del nostro eroe stava ora, tuttavia, per essere deviato da una svolta inaspettata, e i pensieri acerbi della giovinezza per esplodere, “come la palma gigante di Ghilan”, nel frutto di una risoluzione virile.
Tra i tratti salienti della mente della signora Lobkins c'era un disprezzo sovrano per gli insuccessi. L'imprudenza e la sfortuna di Paul le causavano tanto disprezzo quanto compassione; e quando per la terza volta in una settimana egli rimase, col viso sconsolato e le tasche vuote, accanto alla grande sedia della dama, richiedendo un'ulteriore fornitura, le maree della sua ira si gonfiarono fino a straripare.
«Ascolta, ragazzo mio», disse – e per dare particolare dignità al suo aspetto, indossò mentre parlava un enorme paio di occhiali di latta – «se pensi che io debba andare a rifornire le tue viziose necessità, ti ritroverai piantato a Queer Street. Mi venisse un colpo, se ti do un altro soldo».
«Ma devo una ghinea a Long Ned», disse Paul; «e Dummie Dunnaker mi ha prestato tre corone. Non si addice al tuo erede apparente, mia cara dama, evitare i propri debiti d'onore».
«Sciocchezze, non pensare di raggirarmi con i tuoi debiti e il tuo onore», disse la dama, in un impeto d'ira. «Il lungo Ned ha le forchette [le dita] lunghe tanto quanto la schiena; che il diavolo se lo porti! E quanto a Dummie Dunnaker, mi meraviglio come tu, cresciuto da signore e benedetto dalla migliore delle educazioni, possa pensare di frequentare simili compari volgari. Ti dico una cosa, Paul: farai bene a chiudere con loro, su due piedi e senza indugi, o non vedrai un solo soldo da Peg Lobkins, che mi venga un colpo». Detto ciò, la vecchia signora si voltò sulla sedia e si preparò una pipa di tabacco.
Paul fece due passi avanti e indietro per la stanza, e alla fine si fermò di fronte alla sedia della dama. Era un giovane di grande spirito; e sebbene fosse di buon cuore e nutrisse un affetto per la signora Lobkins che le sue cure e il suo affetto per lui meritavano pienamente, era tuttavia di temperamento rude e non sempre garbato nei modi. È vero che il cuore gli si stringeva in seguito, ogni volta che diceva qualcosa per infastidire la signora Lobkins, ed era sempre il primo a cercare una riconciliazione; ma le parole aspre producono un rispetto freddo, e il dolore per il passato non è sempre efficace nel migliorare il futuro. Paul allora, gonfiato dalla vanità della sua educazione raffinata e dall'amicizia del lungo Ned (che andava a Ranelagh e indossava calze d'argento ricamate), si fermò davanti alla sedia della signora Lobkins e disse con grande solennità:
«Il signor Pepper, signora, dice molto giustamente che devo avere denaro per mantenermi da gentiluomo; e poiché voi non volete darmelo, sono determinato, con molti ringraziamenti per i vostri passati favori, a gettarmi nel mondo e cercare la mia fortuna».
Se Paul non era di temperamento oleoso e blando, la dama Margaret Lobkins, come si è visto, non aveva vantaggi sotto questo aspetto. (Osiamo dire che il lettore avrà osservato che nulla fa arrabbiare le persone da cui si dipende quanto una dichiarazione espressa di voler cercare l'indipendenza). Fissando dunque per un momento il volto aperto ma risoluto di Paul, mentre tutto il sangue delle sue vene sembrava raccogliersi in fuoco e scarlatto sulle guance che si ingrossavano, la dama Lobkins disse:
«Perbacco, messere tutto orgoglio e stracci! Cercherai la tua fortuna da solo, eh? Ecco cosa ottengo per averti cresciuto e aver lasciato che mangiassi il pane dell'ozio e della carità, rospo che non sei altro! Prendi questo e che tu sia maledetto!» e, accompagnando l'azione alla parola, il tubo che aveva tolto dalla bocca per proferire il suo gentile rimprovero sibilò nell'aria, sfiorò la guancia di Paul e concluse la sua carriera terrena entrando in violento contatto con l'occhio destro di Dummie Dunnaker, che in quel preciso momento entrava nella stanza.
Paul si era scostato per un istante per evitare il proiettile; subito dopo rimase perfettamente eretto. Le sue guance ardevano, il petto si gonfiava; e l'ingresso di Dummie Dunnaker, che fu così reso spettatore dell'affronto che aveva ricevuto, agitò il suo sangue in una rabbia più profonda e in una più amara umiliazione di sé. Tutte le sue precedenti risoluzioni di partenza, tutte le parole dure, le allusioni grossolane, gli insulti pratici che aveva ricevuto in qualsiasi momento, si precipitarono su di lui in una volta sola. Lanciò solo uno sguardo alla vecchia, la cui rabbia era ora per metà placata, e si voltò lentamente e in silenzio verso la porta.
C'è spesso qualcosa di allarmante in un evento semplicemente perché è ciò che meno ci aspettiamo. L'astuta signora Lobkins, ricordando il temperamento robusto e le passioni focose di Paul, si era aspettata qualche scoppio di rabbia, qualche replica veemente; e quando incrociò con un occhio errabondo il suo sguardo d'addio e lo vide voltarsi così passivamente e mutamente verso la porta, il cuore le mancò, si alzò dalla sedia e si diresse verso di lui. Sfortunatamente per le sue possibilità di riconciliazione, quel giorno aveva bevuto dal boccale più abbondantemente del solito; e i segni di intossicazione visibili nella sua andatura incerta, nel suo occhio privo di significato, nel suo sguardo vacuo, nella sua guancia color rubino, ispirarono tutti a Paul sentimenti che al momento convertirono il risentimento in qualcosa di molto simile all'avversione. Balzò dalla sua presa verso la soglia.
«Dove vai, piccolo diavolo del mondo?» gridò la dama. «Torna dentro e non dire altro sulla faccenda; sii un bravo ragazzo, molla i prepotenti e avrai il denaro!»
Ma Paul non prestò ascolto a questo invito.
«Non mangerò più il pane dell'ozio e della carità», disse sgarbatamente. «Addio; e se mai riuscirò a pagarti quello che ti sono costato, lo farò».
Si voltò mentre parlava; e la dama, accendendosi di risentimento per il suo sconveniente ritorno alla sua offerta di gentilezza, gli urlò dietro e ordinò a quel gentiluomo di colore che tiene l'ufficio del fuoco laggiù di andare con lui.
Gonfio di rabbia, orgoglio, vergogna e una sensazione mezzo gioiosa di emancipata indipendenza, Paul camminava, non sapeva dove, con la testa alta e le gambe che si disponevano in un'andatura militare di sfida. Non era andato lontano quando udì il suo nome pronunciato dietro di lui; si voltò e vide la faccia dolente di Dummie Dunnaker.
Molto inoffensivamente quella rispettabile persona era stata impiegata durante l'ultima parte della scena che abbiamo descritto ad accarezzarsi l'occhio afflitto e a mormorare osservazioni filosofiche sul pericolo corso da tutti coloro che hanno a che fare con dame dal temperamento collerico; quando la signora Lobkins, voltandosi dopo la partenza di Paul e vedendo la figura pietosa di quel Dummie Dunnaker, il cui nome ricordava che Paul aveva menzionato nel suo discorso iniziale, e che quindi, con una illogica confusione di idee, considerava una parte in causa nella disputa, esaurì su di lui tutta quella rabbia di cui era necessario per il suo conforto che si liberasse da qualche parte.
Afferrò il piccolo uomo per il colletto — il posto più tenero di tutti per i gentiluomini in circostanze simili riguardo ai modi di vivere — e, dandogli un colpo che ebbe effetto sul suo altro occhio, finora intatto, gridò:
«Ti insegnerò, succhiasangue che non sei altro, a scroccare su chi ha delle aspettative! Ti insegnerò a raggirare l'erede del Mug, fantasma dal naso che cola e faccia di siero di latte di un lumino da un soldo! Cosa! Presterai tre corone al mio Paul, eh, quando sai bene di avermi detto che non potevi pagarmi un misero soldino? Oh, sei un tipo strano, te lo assicuro; ma non prenderai in giro Margery Lobkins. Fuori dalla mia vista, cane rognoso! Fuori dalla mia vista; e se mai ti rivedrò, o se mai saprò che hai fatto lo sciocco del mio Paul, che mi venga un colpo se non ti tesso un collare di canapa — ti impiccherò, cane che non sei altro, lo farò. Cosa! Mi risponderai, eh? Oh, vipera, sgombra e vattene!»
Fu vano che Dummie protestasse la sua innocenza. Un violento calcio interruppe ogni ulteriore parlantina. Svuotò la Mug; e la padrona di casa, barcollando verso la sua poltrona, cercò un'altra pipa e, come tutte le persone fantasiose quando il mondo va storto con loro, si consolò per l'assenza di realtà con le creazioni del fumo.
Nel frattempo Dummie Dunnaker, mormorando e borbottando fantasie amare, raggiunse Paul e accusò quel giovane di essere stato l'occasione delle ferite che aveva appena subito. Paul non era in quel momento nell'umore più adatto per sopportare pazientemente le accuse. Rispose al signor Dunnaker molto bruscamente; e quel rispettabile individuo, ancora dolorante per le contusioni, rispose con uguale asprezza. Le parole si alzarono e alla fine Paul, desideroso di concludere la conferenza, strinse il pugno e disse al redoutable Dummie che lo avrebbe «steso». C'è qualcosa di particolarmente aspro e sbalorditivo in quei tre monosillabi duri, tesi, robusti e testardi. Il loro suono stesso ti fa stringere il pugno se sei un eroe, o il passo se sei un uomo pacifico. Produssero un effetto istantaneo su Dummie Dunnaker, aiutati com'erano dall'effetto di una figura atletica e giovanile, che si avvicinava già rapidamente all'altezza di sei piedi, una guancia arrossata e un occhio che denotava sia passione che risoluzione. La voce del mercante di stracci si abbassò immediatamente e con l'espressione di un Cassio offeso piagnucolò:
«Stendermi? O piccolo Paul, che brutte parole sono queste! Cosa! Dummie Dunnaker, che ti ha cullato sulle ginocchia molte volte e spesso! Perché, il cuore del tizio è duro come la corda vecchia, e orgoglioso come il cane di un giardiniere con un mazzo di fiori legato alla coda». Questo patetico rimprovero ammorbidì la rabbia di Paul.
«Beh, Dummie», disse ridendo, «non volevo farti del male, e con questo chiudiamola; e mi dispiace molto per la cattiva condotta della dama; e quindi ti auguro un buon mattino».
«Perché, dove stai trottando, piccolo Paul?» disse Dummie, afferrandolo per la coda della giacca.
«Il diavolo mi porti se lo so», rispose il nostro eroe; «ma penso che farò un salto dal lungo Ned».
«Fermo lì!» disse Dummie, parlando sottovoce; «se non spifferi, ti dirò un piccolo segreto. Ho sentito dire che il lungo Ned è partito per l'Hampshire questa santa mattina per un affare di strada [rapina]!»
«Ha!» disse Paul, «allora impiccatemi se so cosa fare!»
Mentre pronunciava queste parole, un senso più completo della sua indigenza (se avesse perseverato nel lasciare la Mug) di quanto avesse finora provato lo colse; poiché Paul aveva progettato per un po' di gettarsi sull'ospitalità del suo amico patagonico, e ora che scopriva che l'amico era assente da Londra e in una spedizione così pericolosa, era un po' confuso su cosa fare con quel tesoro di intelletto e saggezza che portava in giro sulle sue gambe. Aveva già acquisito sufficiente penetrazione (poiché Charles Trywit e Harry Finish erano eccellenti maestri per iniziare un uomo alla conoscenza del mondo) per percepire che una persona, per quanto ammirevoli possano essere le sue qualità, non trova facilmente un benvenuto senza un soldo in tasca. Nel quartiere di Thames Court aveva, in verità, molte conoscenze; ma la raffinatezza del suo linguaggio, acquisita dalla sua educazione, e l'eleganza del suo portamento, in cui cercava di fondere in felice associazione la galante sfacciataggine del signor Long Ned con la graziosa negligenza del signor Augustus Tomlinson, gli avevano fatto molti nemici tra quelle conoscenze; e non era disposto — così grande era l'orgoglio del nostro eroe — a gettarsi sulla sorte del loro benvenuto, o a pubblicare, per così dire, il suo stato esiliato e avvilito. Quanto a quei compagni di bevute che lo avevano aiutato a rendere un deserto le sue tasche, aveva già scoperto che quella era l'unica specie di assistenza che erano disposti a rendergli. In una parola, non riusciva per nulla al mondo a congetturare in quale quartiere avrebbe trovato i benefici di vitto e alloggio. Mentre stava in piedi con il dito sulle labbra, indeciso e pensieroso, ma pienamente risoluto almeno su una cosa — non tornare alla Mug — il piccolo Dummie, che era un bravo ragazzo in fondo, sbirciò il suo viso e disse:
«Perché, Paul, figlio mio, sembri giù di corda; tirati su — la preoccupazione uccise il gatto!»
Osservando che questo fatto di storia naturale appropriato e incoraggiante non diminuiva la nuvola sulla fronte di Paul, l'acuto Dummie Dunnaker procedette immediatamente alla grande panacea per tutti i mali, secondo la sua profonda stima.
«Paul, mio buon compagno», disse con un occhiolino sapiente, dando una gomitata al giovane sul fianco sinistro, «che ne dici di un goccio di gin? O, visto che ti piace essere raffinato, non mi importa se ti offro un bicchiere di porto!» Mentre Dunnaker proferiva questo invito, una improvvisa reminiscenza balenò attraverso Paul: pensò subito a MacGrawler; e decise immediatamente di recarsi presso la dimora di quell'illustre saggio, e chiedere almeno alloggio per l'imminente notte. Non appena fu giunto a questa determinazione, si scrollò di dosso la presa dell'amabile Dummie e, rifiutando con molti ringraziamenti il suo ospitale invito, gli chiese di sottrarre dalla casa della dama, e custodire presso la propria fino a quando non fosse stato richiesto, quegli articoli di biancheria e vestiario che appartenevano a Paul e che potevano essere facilmente presi, durante una delle sieste serali della matrona, dall'astuto Dunnaker. Il mercante promise che la commissione sarebbe stata eseguita rapidamente; e Paul, stringendogli la mano, si diresse alla dimora di MacGrawler.
Dobbiamo ora tornare un po' indietro nel corso naturale della nostra narrazione e osservare che tra le cause minori che avevano cospirato con quella grande del gioco d'azzardo per portare il nostro eccellente Paul alla sua situazione attuale, c'era la sua intimità con MacGrawler; poiché quando gli anni crescenti di Paul e le sue abitudini girovaghe avevano messo fine alle istruzioni del saggio, era stato così troncato dalle finanze del precettore la somma settimanale di due scellini e sei pence, così come la libertà della cantina e della dispensa della dama; e poiché, nella reazione dei sentimenti e nel corso perverso degli affari umani, le persone generalmente si pentono di più di quelle azioni una volta più ardentemente intraprese, così la povera signora Lobkins, immaginando che le irregolarità di Paul fossero interamente dovute alla conoscenza che aveva acquisito dalle istruzioni di MacGrawler, si rimproverava gravemente per la sua precedente follia nel cercare un'educazione superiore per il suo protetto; anzi, sfogò persino sul capo sacro di MacGrawler stesso la sua insoddisfazione per i risultati delle sue istruzioni. Allo stesso modo, quando un uomo che sa sillabare finisce per essere impiccato, gli anti-educatori accusano il sillabario del suo omicidio. Seguirono parole grosse tra l'ammiratore dell'innocenza ignorante e il propagatore della scienza intellettuale, che terminarono con l'espulsione finale di MacGrawler dalla Mug.
Ci sono alcuni giovani gentiluomini dei giorni nostri dediti all'adozione della poesia di Lord Byron, con l'alterazione di nuove rime, che si compiacciono gentilmente di informarci che sono nati per essere la rovina di tutti coloro che li amano — un fatto interessante, senza dubbio, ma che potrebbero anche tenere per sé. Sembrerebbe dal contenuto di questo capitolo come se la stessa sventura fosse destinata a Paul. L'esilio di MacGrawler, gli insulti offerti a Dummie Dunnaker — entrambi causati da lui — sembrano sanzionare quell'opinione. Sfortunatamente, sebbene Paul fosse un poeta, non era molto sentimentale; e non ci ha mai dato i delirii edificanti del suo rimorso su quegli argomenti. Ma MacGrawler, come Dunnaker, era risolto che il nostro eroe dovesse percepire la maledizione della sua fatalità; e poiché conservava ancora una certa influenza sulla mente del suo ex allievo, le sue accuse contro Paul, come origine del suo bando, furono accompagnate da un successo maggiore di quanto non lo fossero i lamenti di Dummie Dunnaker su una simile calamità. Paul, che, come la maggior parte delle persone che non servono a nulla, aveva un cuore eccellente, era estremamente addolorato per il bando di MacGrawler a causa sua; e cercò di rimediare con tali consolazioni pecuniarie che era in grado di offrire. Queste MacGrawler (puramente, possiamo supporre, da un benevolo desiderio di diminuire il rimorso del ragazzo) non si fece scrupolo di accettare; e così, così simili spesso sono gli effetti della virtù e del vizio, l'esemplare MacGrawler cospirò con lo spregiudicato Long Ned e il cuore freddo Henry Finish nel produrre quello stato invidiabile di vacuità che ora rattristava le tasche di Paul.
Mentre il nostro eroe camminava lentamente verso la dimora del saggio, dipendendo dalla sua gratitudine e amicizia per un rifugio temporaneo, uno di quei lampi di pensiero che spesso illuminano il più profondo abisso dell'afflizione balenò nella sua mente. Richiamando l'immagine del critico, ricordò di aver visto quell'ornamento di «The Asinaeum» ricevere varie somme per le sue lucubrazioni critiche.
«Perché», disse Paul, cogliendo quel fatto e fermandosi di colpo per strada, «perché non dovrei diventare critico anch'io?»
L'unica persona a cui si pone mai una domanda con una tollerabile certezza di ricevere una risposta soddisfacente è se stessi. Nel momento in cui Paul lanciò questo suggerimento luminoso, gli sembrò di aver scoperto le miniere di Potosi. Bruciando dall'impazienza di discutere con il grande MacGrawler la fattibilità del suo progetto, accelerò il passo quasi fino a correre, e in pochissimi minuti, avendo solo rovesciato uno spazzacamino e due venditrici di mele lungo la via, arrivò alla porta del saggio.
CAPITOLO V.
O regni ancora non rivelati alla vista umana, O canne attraverso le mani sfortunate che scrivono, O capi critici — permettetemi di narrare Le mistiche meraviglie del vostro stato silenzioso!
VIRGILIO, Eneide, libro vi.
La fortuna aveva sorriso al signor MacGrawler da quando aveva intrapreso per la prima volta l'istruzione del protetto della signora Lobkins. Ora abitava al secondo piano e sfidava lo sceriffo e i suoi spiriti maligni. Era al crepuscolo della sera che Paul lo trovò a casa e solo.
Davanti al potente uomo c'era un boccale di birra scura di Londra; una candela, con uno stoppino trascurato, gettava la sua luce solitaria sui suoi lavori; e un gattino giocava allegramente ai suoi piedi eruditi, ingannando i momenti stanchi con i resti del berretto a spirale con cui, invece dell'alloro, il critico aveva finora adornato ogni notte le sue sopracciglia.
Non appena MacGrawler, penetrando attraverso la foschia cupa che aleggiava nella camera, percepì la figura dell'intruso, un cipiglio si posò sulla sua fronte.
«Non ti ho detto, giovanotto», ringhiò, «di non entrare mai nella stanza di un gentiluomo senza bussare? Ti dico, signore, che le buone maniere non sono meno essenziali alla felicità umana della virtù; perciò, non disturbare mai un gentiluomo nelle sue occupazioni, e siediti senza molestare il gatto!»
Paul, che sapeva che il suo rispettato tutore non amava che qualcuno rintracciasse la fonte dello spirito meraviglioso che infondeva nelle sue composizioni critiche, fece finta di non notare l'Ippocrene di peltro e, con molte scuse per la sua mancanza di cortesia preparatoria, si sedette come ordinato. Fu allora che seguì la seguente conversazione edificante.
«Gli antichi», disse Paul, «erano uomini molto grandi, signor MacGrawler».
«Lo erano, signore», rispose il critico; «facciamo regola nella nostra professione di asserire questo fatto».
«Ma, signore», disse Paul, «avevano torto di tanto in tanto».
«Mai, Ignorante; mai!»
«Lodavano la povertà, signor MacGrawler!» disse Paul, con un sospiro.
«Hem!» disse il critico, un po' sbalordito; ma riprendendo subito il suo acume caratteristico, osservò: «È vero, Paul; ma quella era la povertà degli altri».
Ci fu una leggera pausa. «La critica», riprese Paul, «deve essere un'arte difficilissima».
«A-hem! E quale arte c'è, signore, che non sia difficile — almeno, da padroneggiare?»
«Vero», sospirò Paul; «o altrimenti--»
«O altrimenti cosa, ragazzo?» ripeté il signor MacGrawler, vedendo che Paul esitava, sia per paura della sua conoscenza superiore, come suggeriva la vanità del critico, o per (cosa altrettanto probabile) mancanza di una parola per esprimere il suo significato.
«Perché, stavo pensando, signore», disse Paul, con quel coraggio disperato che dà un'intonazione distinta e alta alla voce di tutti coloro che mettono, o pensano di mettere, il loro destino su un lancio di dadi — «stavo pensando che vorrei diventare critico anch'io!»
«W-h-e-w!» fischiò MacGrawler, alzando le sopracciglia; «w-h-e-w! grandi fini sono derivati da inizi minori!»
Per quanto incoraggiante fosse questa asserzione, provenendo dalle labbra di un uomo così grande e di un critico così grande, proprio nel momento in cui ci si aspettava che nient'altro che un anatema contro l'arroganza e la presunzione uscisse da quei portali della saggezza, tuttavia tale è la fallacia di tutte le speranze umane, che quelle di Paul di sicuro sarebbero state un po' meno esaltate, se, nello stesso momento in cui le sue orecchie bevevano il balsamo di quelle parole gentili, fosse stato in grado di immergersi nella fonte da cui emanavano.
«Conosci te stesso!» era un precetto che il saggio MacGrawler si era sforzato di osservare; di conseguenza, il risultato della sua obbedienza fu che, persino da parte sua, era più noto che stimato. Per quanto potesse apparire agli altri, in realtà non nutriva alcuna vana fede nell'infallibilità dei propri talenti e delle proprie risorse; tanto varrebbe che un macellaio si ritenesse un perfetto anatomista per la frequente amputazione di cosciotti di montone, quanto che il critico de «The Asinaeum» si fosse «cosparso l'anima di quell'unzione lusinghiera» di essere davvero esperto nell'arte della critica, o anche solo a conoscenza di una delle sue regole più comuni, per il solo fatto di poter smembrare e disarticolare in tutta fretta qualsiasi opera, dalla più piccola alla più grande, dalla più superficiale alla più eccelsa; ed era così che non gli mancava mai la franchezza di ingannare se stesso riguardo ai propri talenti. Il desiderio di Paul, dunque, non appena espresso, fece illuminare il cervello di MacGrawler da un vago ma aureo disegno di profitto futuro; in una parola, decise che Paul avrebbe d'ora in poi condiviso la fatica delle sue critiche; e che lui, MacGrawler, avrebbe ricevuto l'intero guadagno in cambio dell'onore così conferito al suo coadiutore.
Guardando dunque il nostro eroe con aria benevola, il signor MacGrawler continuò così:
«Sì, ripeto, grandi fini sono scaturiti da inizi ben minori! Roma non fu costruita in un giorno; e io, Paul, io stesso non sono sempre stato l'editore de 'The Asinaeum'. Dici bene, la critica è una grande scienza, una scienza davvero grande; e può essere divisa in tre rami, vale a dire: 'solleticare, squarciare e stuccare'. In ciascuno di questi tre credo, senza vanità, di essere un profondo esperto! Ti inizierò a tutti. Il tuo lavoro inizierà proprio questa sera. Ho tre opere sul mio tavolo; devono essere spedite entro domani sera. Prenderò la più ardua; abbandono a te le altre. Le tre consistono in un romanzo, un poema epico in dodici libri e un'indagine sulla mente umana in tre volumi. Io, Paul, solleticherò il romanzo; tu, proprio questa sera, stuccherai l'epica e squarcerai l'indagine!»
«Cielo, signor MacGrawler!» esclamò Paul, costernato, «che cosa intende dire? Non sarei mai in grado di leggere un'epica in dodici libri, e mi addormenterei alla prima pagina dell'indagine. No, no, mi lasci il romanzo e prenda gli altri due sotto la sua protezione!»
Sebbene il grande genio sia sempre benevolo, il signor MacGrawler non poté trattenere un sorriso di ineffabile disprezzo per la semplicità del suo allievo.
«Sappi, giovane gentiluomo», disse solennemente, «che il romanzo in questione deve essere solleticato; non è dato ai principianti alle prime armi conquistare quel grande mistero della nostra scienza».
«Prima di procedere oltre, spieghi i termini dell'arte», disse Paul impazientemente.
«Ascolta, dunque», replicò MacGrawler; e mentre parlava, la candela gettava un sinistro barlume sul suo volto. «Squarciare è, parlando grammaticalmente, impiegare il caso accusativo, o caso accusatorio; devi far a pezzi il tuo libro a destra e a manca, da cima a fondo, dalle radici ai rami. Stuccare un libro significa impiegare il caso dativo, o caso di dare; e devi conferire all'opera tutti i superlativi della lingua, devi spalmare la tua lode con abbondanza, e non lasciare neppure una crepa senza stucco. Ma solleticare, signore, è una parola onnicomprensiva, e comprende tutte le infinite varietà che colmano l'intervallo tra lo squarciare e lo stuccare. Questa è la raffinatezza dell'arte, e puoi acquisirla solo con la pratica; pochi esempi basteranno a darti un'idea della sua delicatezza.
«Inizieremo con il solletico incoraggiante: 'Sebbene quest'opera sia piena di difetti, sebbene i personaggi siano innaturali, la trama del tutto improbabile, i pensieri banali e lo stile sgrammaticato, tuttavia non vorremmo affatto scoraggiare l'autore dal procedere; e nel frattempo raccomandiamo con fiducia la sua opera all'attenzione del pubblico dei lettori'.»
«Prendi, ora, il solletico che consiglia: 'C'è una buona dose di merito in questi piccoli volumi, sebbene dobbiamo rammaricarci dell'evidente fretta con cui sono stati scritti. L'autore potrebbe fare di meglio, gli raccomandiamo lo studio dei migliori scrittori'; poi concludi con una citazione latina, che puoi trarre da uno dei motti dello 'Spectator'.»
«Ora, giovane gentiluomo, ecco un esempio di solletico metaforico: 'Preghiamo questo aspirante poeta di ricordare il destino di Pireneo, il quale, tentando di inseguire le Muse, dimenticò di non avere le ali delle dee, si gettò dall'ascesa più alta che poté raggiungere e perì'.»
«Questo, vedi, Paul, è un genere di solletico più elevato ed erudito, e può essere riservato a una delle Quarterly Reviews. Non sprecare mai una similitudine inutilmente.»
«Ora un saggio di solletico faceto: 'Il signor... ha ottenuto una notevole reputazione! Alcune belle dame lo credono un grande filosofo, ed è stato lodato in nostra presenza da alcuni membri dell'università di Cambridge per la sua conoscenza della società alla moda'.»
«Per questo tipo di solletico usiamo solitamente il più noioso della nostra tribù; e ho selezionato l'esempio precedente dalle critiche di un distinto scrittore de 'The Asinaeum', che noi chiamiamo, per eccellenza, l'Asino.»
«Esistono svariati altri solletici, il familiare, il volgare, il garbato, il bonario, l'amaro; ma in generale si può supporre che tutti i solletici significhino, per quanto camuffati, l'uno o l'altro di questi concetti: 'Questo libro sarebbe eccellente se non fosse pessimo'; oppure, 'questo libro sarebbe pessimo se non fosse eccellente'.»
«Hai ora, Paul, un'idea generale dell'arte superiore richiesta dal solletico?»
Il nostro eroe manifestò il suo assenso con una sorta di suono isterico, a metà tra una risata e un gemito. MacGrawler continuò:
«C'è un'altra grande difficoltà che accompagna questa classe di critica; è generalmente necessario leggere alcune pagine dell'opera; perché raramente solletichiamo senza estrarre, e ci vuole un certo giudizio per far sì che il contesto si accordi con l'estratto. Ma non è spesso necessario estrarre quando si squarcia o quando si stucca; quando si squarcia, è meglio in generale concludere con: 'Dopo quanto abbiamo detto, è superfluo aggiungere che non possiamo offendere il gusto dei nostri lettori con alcuna citazione da questa esecrabile spazzatura'. E quando si stucca, si può concludere con: 'Ci rammarichiamo che i nostri limiti non ci consentano di proporre alcun estratto da quest'opera meravigliosa e senza rivali. Dobbiamo rimandare i nostri lettori al libro stesso'.»
«E ora, signore, credo di averle dato un quadro sufficiente della nobile scienza di Scaligero e MacGrawler. Senza dubbio lei è riconciliato con il compito che le ho assegnato; e mentre io solleticherò il romanzo, lei squarcerà l'indagine e stuccherà l'epica!»
«Farò del mio meglio, signore!» disse Paul, con quella modesta ma nobile semplicità che si addice ai virtuosamente ambiziosi; e MacGrawler gli diede subito penna e carta, e lo fece sedere al suo compito.
Ebbe la fortuna di compiacere MacGrawler, il quale, dopo aver apportato alcune correzioni allo stile, dichiarò che mostrava un genio particolare in quel ramo della composizione. E fu allora che Paul, reso presuntuoso dalla lode, disse, guardando con disprezzo il suo precettore e facendo oscillare le gambe avanti e indietro:
«E cosa riceverò, signore, per l'epica stuccata e l'indagine squarciata?»
Come il volto dello scolaro che, indovinando, come crede, il significato di qualche parola misteriosa in Cornelio Nepote, non riceve l'addolcito epiteto di lode, ma un colpo improvviso sugli os humerosve, così, vuoto, confuso e folgorato, divenne il volto del signor MacGrawler alla brusca e sbalorditiva audacia di Paul.
«Ricevere!» ripeté, «ricevere! Perché, insolente, ingrato cagnolino, vorresti rubare il pane al tuo vecchio maestro? Se riesco a ottenere per i tuoi articoli rozzi un'ammissione nelle illustri pagine de 'The Asinaeum', non sarai abbastanza pagato, signore, dall'onore? Rispondimi. Un altro uomo, giovane gentiluomo, ti avrebbe addebitato un premio per le sue istruzioni; e qui io, in una sola lezione, ti ho trasmesso tutti i misteri della scienza, e gratis! E tu mi parli di 'ricevere! ricevere!' Giovane gentiluomo, con le parole dell'immortale bardo, 'preferirei che mi avessi parlato di polvere per topi!'»
«Insomma, dunque, signor MacGrawler, non riceverò nulla per il mio disturbo?» disse Paul.
«Certamente no, signore; il miglior scrittore de 'The Asinaeum' riceve solo tre scellini ad articolo!» Quasi più di quanto meriti, avrebbe potuto aggiungere il critico; perché chi scrive per nessuno non dovrebbe ricevere nulla!
«Allora, signore», disse il venale Paul, profanamente, e alzandosi, prese a calci il gatto, l'epica e l'indagine fino all'altra parte della stanza, «allora, signore, potete andare tutti al diavolo!»
Non cerchiamo, o gentile lettore, di scusare questo anatema frettoloso. Le abitudini dell'infanzia talvolta riemergono a dispetto delle benedizioni successive dell'istruzione; e non proponiamo Paul alla tua imitazione come quel modello di virtù e di saggezza che intendiamo farti scoprire in MacGrawler.
Quando quel grande critico percepì che Paul si era alzato e si stava ritirando in gran furia verso la porta, si alzò anch'egli e, ripetendo le ultime parole di Paul, disse:
«'Andare al diavolo!' Non così in fretta, giovane gentiluomo, festina lente, tutto a suo tempo. Che importa se io, stupito dalla tua richiesta prematura, ho detto che non avresti ricevuto nulla; il mio grande amore per te può indurmi ad agire per tuo conto. Il 'Asinaeum', è vero, dà solo tre scellini ad articolo in generale; ma io ne sono l'editore e intercederò presso i proprietari per tuo conto. Sì, sì; vedrò cosa si può fare. Aspetta un momento, ragazzo mio.»
Paul, sebbene molto irascibile, si lasciò facilmente placare; si risiedette e, prendendo la mano di MacGrawler, disse:
«Mi perdoni per la mia petulanza, mio caro signore; ma, per dirle la pura verità, sono molto a corto di mezzi in questo momento, e devo procurarmi del denaro in un modo o nell'altro; in breve, devo o borseggiare o scrivere (non gratuitamente) per 'The Asinaeum'.»
E senza ulteriori preamboli Paul raccontò le sue circostanze attuali al critico, dichiarò la sua determinazione a non tornare al Mug e richiese, almeno, dall'amicizia del suo vecchio precettore, l'ospitalità per quella notte.
MacGrawler rimase estremamente sconcertato nell'udire un resoconto così pessimo delle finanze e delle prospettive del suo allievo, poiché aveva segretamente inteso rallegrarsi quella sera con una coppa di punch, per la quale intendeva che Paul pagasse; ma poiché conosceva la prontezza d'ingegno posseduta dal giovane, così come il grande affetto nutrito per lui dalla signora Lobkins, che con ogni probabilità avrebbe sollecitato il suo ritorno il giorno seguente, non ritenne improbabile che Paul avrebbe goduto della stessa buona sorte che presiedeva al suo compagno felino, il quale, sebbene fosse appena stato calciato all'altra parte della stanza, stava ora riprendendo la sua precedente occupazione, illeso e non meno allegramente di prima. Ritenne quindi imprudente congedare il suo ex allievo, a dispetto della sua attuale povertà; e, inoltre, sebbene il primo felice progetto di intascare tutti i profitti derivabili dall'industria di Paul fosse ora abbandonato, percepiva ancora una grande facilità nell'intascare una parte di quegli stessi introiti. Rispose quindi a Paul molto calorosamente, dicendo che simpatizzava pienamente con lui nella sua attuale melanconica situazione; che, per quanto lo riguardava, avrebbe diviso il suo ultimo scellino con il suo amato allievo, ma che si rammaricava in quel momento di avere solo undici pence e mezzo in tasca; che si sarebbe, tuttavia, prodigato al massimo per procurare un'apertura al genio letterario di Paul; e che, se Paul avesse voluto assumersi la parte di squarcio e stucco dell'attività, gliela avrebbe volentieri ceduta, cedendogli tutti i profitti, quali che fossero. En attendant, si rammaricò che un violento reumatismo gli impedisse di cedere il proprio letto al suo allievo, ma che avrebbe potuto, con tutto il piacere immaginabile, dormire sul tappeto davanti al fuoco. Paul fu così colpito da questa gentilezza del degno uomo che, sebbene non molto incline alla commozione, versò lacrime di gratitudine. Insistette, tuttavia, sul non ricevere l'intera ricompensa dei suoi lavori; e alla fine fu stabilito, sebbene con una nobile riluttanza da parte di MacGrawler, che sarebbe stata equamente divisa tra il critico e il protetto del critico; la metà dei profitti venendo ragionevolmente assegnata a MacGrawler per le sue istruzioni e la sua raccomandazione.
CAPITOLO VI.
I cattivi eventi fanno capolino dalla coda dei buoni propositi. -- Bartholomew Fair.
Non passò molto tempo prima che ci fosse un visibile miglioramento nelle pagine de «The Asinaeum». La parte dedicata allo squarcio di quell'incomparabile giornale fu improvvisamente concepita e condotta con un vigore e uno spirito che stupirono i pochi consacrati che ne contribuivano alla circolazione. Non fu difficile vedere che un nuovo soldato era stato arruolato al servizio; c'era qualcosa di così fresco e cordiale nell'abuso che non avrebbe mai potuto provenire dalla logora asprezza di un vecchio squarciatore. Certo, una certa ignoranza di fatti ordinari e un metodo innovativo di applicare le parole a significati che non erano mai stati intesi denotare erano di tanto in tanto distinguibili nelle critiche del nuovo Achille; tuttavia, era facile attribuire queste peculiarità a un originale modo di pensare; e l'ascesa del giornale, all'apparire di una serie di articoli sugli autori contemporanei scritti da questa «mano eminente», fu così notevole che cinquanta copie, un numero assolutamente senza precedenti negli annali de «The Asinaeum», furono vendute in una sola settimana; in effetti, ricordando il principio su cui era fondato, un robusto vecchio scrittore dichiarò che il giornale avrebbe presto fatto da sé e sarebbe diventato popolare. C'era una notevole particolarità riguardo al debuttante letterario che si firmava «Nobilitas»: non solo dava vecchi significati a nuove parole, ma usava parole che non erano mai state usate prima tra la massa degli scrittori. Ciò era particolarmente notevole nell'applicazione di epiteti pesanti agli autori. Una volta, nel censurare un popolare scrittore per compiacere il pubblico e diventare così ricco, la «mano eminente» terminò con: «Chi accumula surrettiziamente bustle [denaro] non è, in effetti, nulla di meglio di un buzz gloak!» [borseggiatore].
Queste parole enigmatiche e frasi recondite conferivano un grande tono di erudizione allo stile del nuovo critico; e dall'inintelligibile sublimità della sua dizione, sembrava dubbio se fosse un poeta di Highgate o un filosofo di Konigsberg. In ogni caso, il recensore conservava il suo incognito, e mentre le sue lodi risuonavano non meno di tre tavole da tè, persino la gloria gli appariva meno deliziosa del travestimento.
In questo incognito, lettore, hai già scoperto Paul; e ora dobbiamo allietarti con un pezzo di moralità senza pari nell'eccellente MacGrawler. Quel degno Mentore, percependo che c'era un'innata propensione alla dissipazione e alla stravaganza nel nostro eroe, decise magnanimamente di attirare su di sé i peccati di tradimento e appropriazione indebita piuttosto che permettere al suo amico ed ex allievo di incorrere in quelli dello sperpero e della profusione. Contrariamente quindi all'accordo preso con Paul, invece di dare a quel giovane la metà di quei profitti conseguenti alle sue brillanti lucubrazioni, gliene impartì solo un quarto e, con la massima tenerezza per la salvezza di Paul, applicò le altre tre porzioni alle proprie necessità. Le azioni migliori sono, ahimè! spesso interpretate male in questo mondo; e stiamo per registrare un notevole esempio di quella melanconica verità.
Una sera MacGrawler, avendo «inumidito la sua virtù» nello stesso modo in cui si dice abbia fatto il grande Catone, nella confusione che tale processo talvolta provoca nelle menti meglio regolate, diede a Paul quello che gli sembrava il canovaccio di un certo articolo che desiderava fosse riempito in modo squarciante, ma che in realtà era il seguente appunto dell'editore di un periodico mensile:
SIGNORE, -- Comprendendo che il mio amico, il signor..., proprietario de «The Asinaeum», concede al molto distinto scrittore che lei ha introdotto al mondo letterario, e che si firma «Nobilitas», solo cinque scellini ad articolo, la prego, per suo tramite, di offrirgli il doppio di tale somma. L'articolo richiesto sarà di lunghezza ordinaria.
Sono, signore, ecc.
Ora, proprio quella mattina, MacGrawler aveva informato Paul di questa offerta, alterando solo, per i motivi benevoli che abbiamo già spiegato, la somma di dieci scellini in quella di quattro; e non appena Paul lesse la comunicazione che abbiamo posto davanti al lettore, invece di provare gratitudine verso MacGrawler per la sua considerazione delle infermità morali di Paul, concepì contro quel gentiluomo il risentimento più amaro. Non sfogò tuttavia i suoi sentimenti subito sullo scozzese, infatti, in quel momento, dato che il saggio era in un sonno profondo sotto il tavolo, sarebbe stato inutile se avesse dato briglia sciolta alla sua indignazione, ma decise senza perdere tempo di lasciare la dimora del critico. «E, in effetti», disse tra sé e sé, «sono stanco di questa vita, e sarò molto felice di cercare qualche altra occupazione. Fortunatamente, ho accumulato cinque ghinee e quattro scellini; e con quell'indipendenza in mio possesso, dato che ho rinunciato al gioco d'azzardo, non posso facilmente morire di fame.»
A questo soliloquio seguì una fantasticheria misantropica sull'infedeltà degli amici; e la meditazione terminò con Paul che preparò un piccolo fagotto di vestiti, ecc., che Dummie era riuscito a rimuovere dal Mug, e che Paul aveva preso dalla dimora dello straccivendolo una mattina in cui Dummie era fuori.
Quando questo compito agevole fu concluso, Paul scrisse una breve e pungente nota al suo illustre precettore, e la lasciò aperta sul tavolo. Poi, rovesciando la boccetta d'inchiostro sul volto dormiente di MacGrawler, partì dalla casa e vagò senza meta.
La sera si chiudeva gradualmente mentre Paul, ruminando i suoi pensieri amari, si ritrovò sul London Bridge. Si fermò lì e, sporgendosi dal ponte, fissò malinconicamente le acque cupe che scorrevano in avanti, non curandosi affatto delle numerose incantevoli giovani dame che hanno ritenuto opportuno annegarsi in quelle onde spietate, privando così molti buoni padroni di casa di un'eccellente domestica o di una cuoca inestimabile, e molti traditori di nome Faone di lettere che iniziavano con «Spergiuro briccone» e finivano con «La tua affettuosa ma melanconica Molly».
Mentre così meditava, fu improvvisamente avvicinato da un gentiluomo in stivali e speroni, con un frustino in una mano e l'altra mano infilata nella tasca degli inesprimibili. Il cappello del galante era messo con grazia e cura, così da scompigliare il meno possibile una profusione di ricci scuri che, grondanti di unguenti, ricadevano bassi non solo su entrambi i lati del viso, ma sul collo e persino sulle spalle del proprietario. Il volto era saturnino e dai tratti marcati, ma bello e sorprendente. C'era un misto di fronzoli e severità nella sua espressione, qualcosa tra Madame Vestris e T.P. Cooke, o tra la «bella Sally» e un «Capitano audace di Halifax». La statura di questo personaggio era notevolmente alta, e la sua figura era robusta, muscolosa e ben fatta. In fine, per completare il suo ritratto e dare ai nostri lettori odierni un'idea esatta di questo eroe del passato, aggiungeremo che era del tutto quel genere di gentiluomo che si vede pavoneggiarsi nel Burlington Arcade, con i capelli e il cappello di lato e un mantello militare gettato sulle spalle; o aggirarsi in Regent Street, verso sera, con i baffi e il sigaro.
Appoggiando la mano sulla spalla del nostro eroe, questo gentiluomo disse, con un'intonazione affettata:
«Come va, mio bravo ragazzo? È passato molto tempo dall'ultima volta che ti ho visto! Accidenti, ma tu sembri peggiorato. Che cosa hai fatto di te?»
«Ah!» esclamò il nostro eroe, ricambiando il saluto dello straniero, «e chi vedo, il lungo Ned? Sono davvero felice di incontrarti; e dimmi, amico mio, spero che quello che ho sentito su di te non sia vero!»
«Piano!» disse il lungo Ned, guardandosi attorno con timore e abbassando la voce; «non parlare mai di ciò che senti dire sui gentiluomini, a meno che tu non voglia portarli al loro ultimo discorso e confessione di morte. Ma vieni con me, ragazzo mio; c'è una taverna qui vicino e tanto vale discutere la faccenda davanti a una pinta di vino. Hai un aspetto dannatamente sciupato, non c’è che dire; ma potrò dire a Bill il cameriere – un tipo famoso, quel Bill! – che tu sei uno dei miei affittuari, venuto a lamentarsi del mio amministratore che ti ha appena pignorato i beni per l'affitto, brutto cane! Non c'è da stupirsi che tu sembri così logoro nel cordame. Vieni, seguimi. Non posso camminare con te. Sembrirebbe troppo come se Northumberland House e la bottega del macellaio della porta accanto facessero una passeggiata insieme.»
«Davvero, signor Pepper,» disse il nostro eroe, arrossendo e per nulla compiaciuto dell'ingegnosa comparazione del suo amico, «se si vergogna dei miei abiti, che ammetto potrebbero essere più nuovi, non la ferirò con il mio...»
«Puh! ragazzo mio, puh!» gridò il lungo Ned, interrompendolo; «non offenderti mai. Io non lo faccio mai. Non prendo mai nulla se non denaro, eccetto, in verità, gli orologi. Non intendo ferire i tuoi sentimenti; siamo stati tutti poveri, una volta. Accidenti, ricordo quando non avevo uno straccio addosso; e ora, mi vedi... mi vedi, Paul! Ma vieni, è solo per le strade che devi stare separato da me. Tieni un po' dietro, molto poco; basterà. Sì, così va bene,» ripeté il lungo Ned, borbottando tra sé; «lo prenderanno per un ufficiale giudiziario. Fa figura, di questi tempi, essere così accompagnati; dimostra che un tempo si aveva credito!»
Nel frattempo Paul, sebbene per nulla compiaciuto del disprezzo espresso per il suo aspetto personale dal suo lungo associato, e colpito da un senso più acuto che mai dei crimini del suo cappotto e dei vizi dell'altro indumento – «Oh, non pronunciarne il nome!» – seguiva ostinatamente e scontroso i passi baldanzosi dell'egocentrico signor Pepper. Quel personaggio arrivò infine a una piccola taverna e, fermando un cameriere che correva lungo il corridoio verso la sala da caffè con un piatto di manzo affumicato, richiese (senza dubbio per una piacevole anticipazione di una simile catastrofe pendula) un piatto della stessa eccellente vivanda, da servire, insieme a una bottiglia di porto, in una stanza privata. Non appena si trovò solo con Paul, il signor Ned, scoppiando in una fragorosa risata, esaminò il suo compagno dalla testa ai piedi attraverso un monocolo che portava fissato all'asola con un nastro blu.
«Bene, accidenti ora,» disse, fermandosi di tanto in tanto come per ridere più di cuore, «che mi venga un colpo, ma sei una macchietta comica. Mi chiedo cosa direbbero le donne se vedessero l'audace Edward Pepper, Esquire, camminare sottobraccio con te a Ranelagh o a Vauxhall! Via, uomo, non essere abbattuto; se rido di te, è solo per farti apparire un po' più allegro tu stesso. Perché, sembri un libro di mio nonno intitolato l’'Anatomia della malinconia' di Burton; e in fede mia, una copia rilegata peggio non ne ho mai vista.»
«Questi scherzi sono un po' pesanti,» disse Paul, lottando tra la rabbia e il tentativo di sorridere; e poi, ricordando le sue recenti occupazioni letterarie e i numerosi estratti che aveva tratto dalle “Gleanings of the Belles Lettres” per infondere eleganza alle sue critiche, agitò la mano teatralmente e declamò con volto solenne:
«'Di tutti i dolori che affliggono i tribolati, Il più amaro è certo uno scherzo sprezzante!'»
«Bene, ora, ti prego perdonami,» disse il lungo Ned, ricomponendo i lineamenti, «e dimmi solo cosa hai fatto negli ultimi due mesi.»
«Tagliato e cucito!» disse Paul, con consapevole orgoglio.
«Tagliato e cosa? Il ragazzo è pazzo. Che intendi, Paul?»
«In altre parole,» disse il nostro eroe, parlando molto lentamente, «sappi, o lunghissimo Ned! che sono stato critico per 'The Asinaeum'.»
Se il compagno di Paul aveva riso all'inizio, ora rideva dieci volte più allegramente di prima. Si distese in tutta la lunghezza dei suoi arti su un divano vicino e rotolò letteralmente in convulsioni cachinnatorie; né le sue emozioni risibili si placarono finché l'ingresso del manzo affumicato non lo ricondusse alla ragione. Vedendo, allora, che una nuvola oscurava il volto di Paul, si avvicinò a lui con una sorta di gravità, chiese scusa per la sua mancanza di cortesia e lo invitò a lavare via ogni risentimento con un bicchiere di porto. Paul, le cui eccellenti disposizioni abbiamo già avuto occasione di notare, non fu impermeabile alle scuse dell'amico. Assicurò al lungo Ned di averlo perdonato per aver deriso l'alta posizione di cui lui (Paul) aveva goduto nel mondo letterario; che era dovere di un censore pubblico non serbare rancore, e che sarebbe stato molto lieto di fare la sua parte nell'interramento del manzo affumicato.
La coppia si sedette ora al banchetto; e Paul, che si era nutrito assai frugalmente in quel Tempio di Atena su cui presiedeva MacGrawler, rese ampia giustizia alle vivande davanti a sé. A poco a poco, mentre mangiava e beveva, il suo cuore si aprì al compagno; e, mettendo da parte quella dignità da Asinaeum che all'inizio aveva ritenuto doveroso assumere, intrattenne Pepper con tutti i particolari della vita che aveva condotto ultimamente. Gli narrò della sua rottura con Dame Lobkins, del suo accordo con MacGrawler, della gloria che aveva acquisito e dei torti che aveva subito; e concluse, mentre appariva la seconda bottiglia, dichiarando il suo desiderio di scambiare con una professione più attiva quella carriera sedentaria che aveva così promettentemente iniziato.
Quest'ultima parte delle confessioni di Paul deliziò segretamente l'anima del lungo Ned; poiché quell'esperto collezionista delle strade maestre – Ned era, infatti, di una professione non meno nobile – aveva da tempo puntato il nostro eroe come uno che pensava potesse essere un onore per quell'intraprendente vocazione che sposava, e un utile assistente per se stesso. Non aveva, nella sua prima conoscenza con Paul, quando il giovane era sotto il tetto e la sorveglianza della pratica e cauta signora Lobkins, ritenuto prudente esporre l'esatta natura delle proprie attività, e si era accontentato di far maturare gradualmente la mente e le finanze di Paul verso quello stato in cui la proposta di un salto da una siepe non avrebbe probabilmente rivoltato troppo la persona a cui veniva fatta. Ora pensava che quel momento fosse vicino; e, riempiendo il bicchiere del nostro eroe fino all'orlo, si rivolse a lui con astuzia:
«Coraggio, amico mio! La tua narrazione mi ha dato un piacere sensibile; perché mi venga un colpo se non ha rafforzato la mia opinione preferita: che tutto avviene per il meglio. Se non fosse stato per la bassezza di quel miserabile di MacGrawler, potresti essere ancora ispirato dalla meschina ambizione di guadagnare pochi scellini a settimana e diffamare un gruppo di poveri diavoli in quello come-si-chiama, con un nome difficile; laddove ora, mio buon Paul, confido di poter aprire al tuo genio una nuova carriera, in cui le ghinee si ottengono solo chiedendole, in cui puoi indossare bei vestiti e lanciare occhiate alle signore a Ranelagh; e quando sarai stanco della gloria e della libertà, Paul, ebbene, non devi far altro che fare un inchino a un'ereditiera, o a una vedova con una cospicua rendita, e lasciare il brusio degli uomini come un Cincinnato!»
Sebbene la percezione di Paul riguardo ai rami più abstrusi della morale non fosse molto acuta – e in quel momento il vino porto aveva considerevolmente confuso le poche nozioni che possedeva sulla “bellezza della virtù” – pure non poté non percepire che l'insinuante proposta del signor Pepper era ben lontana dall'essere una di quelle che il banco dei vescovi o un sinodo di moralisti avrebbero coscienziosamente approvato. Di conseguenza rimase in silenzio; e il lungo Ned, dopo una pausa, continuò:
«Conosci la mia genealogia, mio buon amico? Ero il figlio dell'avvocato Pepper, un vecchio astuto, ma caldo come Calcutta; e il nipote del sagrestano Pepper, un grande autore, che scriveva versi sulle lapidi e gestiva una bancarella di opuscoli religiosi a Carlisle. Mio nonno, il sagrestano, era quello dal carattere migliore della famiglia; perché tutti noi siamo un po' inclini ad avere la bocca calda. Bene, mio bravo ragazzo, mio padre mi ha lasciato la sua benedizione e questa diavoleria di capelli. Ho vissuto per alcuni anni sulle mie risorse. Ho trovato che fosse un modo di vivere particolarmente scomodo, e ultimamente mi sono messo a vivere del pubblico. Mio padre e mio nonno lo facevano prima di me, sebbene in un settore diverso. È il piano più piacevole del mondo. Segui il mio esempio e il tuo cappotto sarà elegante quanto il mio. Maestro Paul, alla tua salute!»
«Ma, o più lungo dei mortali!» disse Paul, riempiendo il suo bicchiere, «sebbene il pubblico possa permetterti di mangiare il tuo montone sulle loro spalle per un breve periodo, alla fine scalceranno e rovesceranno te e il tuo banchetto; in altre parole (perdona la mia metafora, caro Ned, in ricordo della parte che ho recentemente sostenuto in 'The Asinaeum', il più magnifico e metaforico dei giornali!), in altre parole, la polizia ti acciufferà alla fine; e avrai il distinto destino, come già hai la caratteristica distintiva, di Absalom!»
«Intendi dire che sarò impiccato,» disse il lungo Ned, «ciò può essere o meno; ma chi teme la morte non gode mai la vita. Considera, Paul, che sebbene l'impiccagione sia un brutto destino, morire di fame è peggio; perciò riempi il tuo bicchiere e beviamo alla salute di quel grande asino, il popolo, e che non ci manchino mai le selle per cavalcarlo!»
«Al grande asino,» gridò Paul, tracannando il bicchiere; «che le tue orecchie siano altrettanto lunghe! Ma ti confesso, amico mio, che non posso entrare nei tuoi piani. E, in segno della mia risoluzione, non berrò più, perché i miei occhi iniziano già a danzare nell'aria; e se ascoltassi ancora la tua irresistibile eloquenza, i miei piedi potrebbero fare la stessa fine!»
Così dicendo, Paul si alzò; né alcuna supplica, da parte del suo intrattenitore, poté convincerlo a riprendere posto.
«Beh, come vuoi,» disse Pepper, ostentando un tono noncurante e sistemandosi la cravatta davanti allo specchio, «beh, come vuoi. Ned Pepper non richiede la compagnia di nessuno contro la sua volontà; e se la nobile scintilla dell'ambizione non è nel tuo petto, è inutile sprecare il mio fiato a soffiare su ciò che esisteva solo nella mia fin troppo lusinghiera opinione delle tue qualità. Così dunque, ti proponi di tornare da MacGrawler (quel vecchio imbroglione!), e passare l'inglorioso resto della tua vita nel massacrare autori e nell'omicidio della grammatica? Va', mio buon amico, va'! scarabocchia ancora e per sempre per MacGrawler, e lascia che viva del tuo cervello invece di permettere al tuo cervello di...»
«Fermo!» gridò Paul. «Sebbene io possa avere alcuni scrupoli che mi impediscono di adottare quella linea di vita in ascesa che mi hai proposto, pure ti sbagli di grosso se immagini che io sia così privo di spirito da sottomettermi ancora alle frodi di quel mascalzone di MacGrawler. No! La mia intenzione attuale è di fare visita alla mia vecchia nutrice. Mi sembra oltremodo strano che, sebbene io l'abbia lasciata da tante settimane, non si sia mai addolcita abbastanza da rintracciarmi, il che si sarebbe pensato non fosse stata un'impresa difficile; e ora, vedi, che sto abbastanza bene, avendo cinque ghinee e quattro scellini tutti miei, e lei difficilmente potrà pensare che io voglia il suo denaro, il mio cuore si scioglie verso di lei, e andrò a chiedere perdono per la mia fretta!»
«Puh! sentimentale,» gridò il lungo Ned, un po' allarmato all'idea che Paul scivolasse via da quegli artigli che pensava ora si fossero chiusi così saldamente su di lui. «Perché, non vorrai mica, dopo aver assaggiato una volta le gioie dell'indipendenza, tornare al covo di bevute, e sopportare tutti i capricci da ubriaca di Madre Lobkins! Meglio essere rimasti con MacGrawler, tra i due!»
«Mi fraintendi,» rispose Paul; «intendo unicamente fare pace con lei, e ottenere il suo permesso per vedere il mondo. La mia intenzione ultima è... viaggiare.»
«Giusto,» gridò Ned, «sulla strada maestra... e a cavallo, spero.»
«No, mio Colosso delle Strade! no. Sono in dubbio se arruolarmi in un reggimento di fanteria o... Dammi il tuo consiglio su questo! Immagino di avere una grande inclinazione per il palcoscenico, da quando ho visto Garrick nel 'Riccardo'. Dovrei diventare un girovago? Deve essere una vita allegra.»
«Oh, al diavolo!» gridò Ned. «Io stesso una volta feci Cassio in un fienile, e tutti giurarono che avessi recitato la scena dell'ubriaco alla perfezione; ma non hai idea di che vita lamentabile sia per un uomo di una qualche sensibilità. No, amico mio, no! C'è solo una riga in tutte le vecchie opere degna della tua attenzione:
“'Toby [La strada maestra] o non toby, questo è il problema.'
Dimentico il resto!»
«Beh,» disse il nostro eroe, rispondendo con lo stesso tono scherzoso, «confesso di avere 'l'alta ambizione dell'attore'. È sorprendente come il mio cuore abbia battuto quando Riccardo ha gridato: 'Vieni, datti da fare, datti da fare!' Sì, Pepper, via!--
“'Mille cuori sono grandi nel mio petto.'”
«Bene, bene,» disse il lungo Ned, stiracchiandosi, «visto che sei così appassionato di teatro, che ne dici di un'escursione là stasera? Garrick recita.»
«Fatto!» gridò Paul.
«Fatto!» fece eco pigramente il lungo Ned, alzandosi con quell'aria blasé che distingue l'uomo di mondo maturo dal principiante entusiasta, «fatto! e dopo ci trasferiremo al White Horse.»
«Ma aspetta un momento,» disse Paul; «se ricordi, ti dovevo una ghinea quando ti ho visto l'ultima volta... eccola!»
«Sciocchezze,» esclamò il lungo Ned, rifiutando il denaro, «sciocchezze! Hai bisogno del denaro al momento; pagami quando sarai più ricco. Via, non fare il timido al riguardo; i debiti d'onore non si pagano più come una volta. Noi ragazzi del Fish Lane Club abbiamo cambiato tutto questo. Bene, bene, se devo!»
E il lungo Ned, vedendo che Paul insisteva, intascò la ghinea. Quando questa delicata faccenda fu sistemata: «Vieni,» disse Pepper, «vieni, prendi il tuo cappello; ma, accidenti! ho dimenticato una cosa.»
«Cosa?»
«Beh, mio buon Paul, considera. Il teatro è un posto di un certo livello; guarda il tuo cappotto e il tuo panciotto, tutto qui!»
Il nostro eroe rimase ammutolito di fronte a questo *argumentum ad hominem*. Ma il lungo Ned, dopo essersi goduto il suo imbarazzo, lo sollevò dicendogli che conosceva un onesto commerciante che teneva un negozio di abiti pronti proprio vicino al teatro, e che avrebbe potuto vestirlo in un momento.
Di fatto, il lungo Ned fu di parola; portò Paul da un sarto, che gli diede per la somma di trenta scellini – metà in contanti, metà a credito – un cappotto verde con pizzo d'oro appannato, un paio di pantaloni rossi e un panciotto color pepe e sale. È vero, erano un po' troppo grandi, poiché un tempo erano appartenuti a nientemeno che al lungo Ned in persona; ma Paul non badava allora a quelle finezze dell'abbigliamento, come gli fu successivamente insegnato dal Gentleman George (un personaggio che introdurremo in seguito al nostro lettore), e andò a teatro soddisfatto di sé come se fosse stato il signor T---- o il Conte de ----.
I nostri avventurieri sono ora tranquillamente seduti a teatro; e non riterremo necessario dettagliare gli spettacoli che videro o le osservazioni che fecero. Il lungo Ned era uno di quegli esseri superiori della strada che non si sarebbero abbassati per nulla al mondo ad apparire altrove se non nei palchi; e, di conseguenza, gli amici si procurarono un paio di posti nel settore dei palchi d'onore. Nel palco accanto a quello che i nostri avventurieri adornavano, notarono, più specialmente degli altri spettatori, un gentiluomo e una giovane signorina seduti l'uno accanto all'altra; quest'ultima, che aveva circa tredici anni, era così straordinariamente bella che Paul, nonostante il suo entusiasmo drammatico, riusciva a malapena a distogliere gli occhi dal suo volto verso il palcoscenico. I suoi capelli, di un biondo ramato chiaro e luminoso, pendevano in profusi riccioli attorno al collo, gettando una sfumatura più dolce su un incarnato in cui le rose sembravano appena sbocciare, per così dire, in un rossore. I suoi occhi, grandi, blu e più languidi che brillanti, erano velati dalle ciglia più scure; la sua bocca sembrava letteralmente cinta di sorrisi, tanto numerose erano le fossette che, ogni volta che le labbra piene, mature e umide si schiudevano, salivano in vista; e l'incanto delle fossette era aiutato da due file di denti più abbaglianti delle perle più ricche che avessero mai brillato su una sposa. Ma il fascino principale del volto era la sua eccessiva e toccante aria di innocenza e morbidezza infantile; si sarebbe potuto guardare per sempre quel primo fiore indicibile, quella peluria del tutto intatta e immacolata, che sembrava come se un solo respiro potesse rovinarla. Forse il volto avrebbe potuto mancare di animazione; ma forse, anche, ne prendeva a prestito un'attrazione da quella mancanza. Il riposo dei lineamenti era così dolce e gentile che l'occhio vi vagava con lo stesso diletto, e lo lasciava con la stessa riluttanza, che prova nel soffermarsi o nell'abbandonare quelle tonalità che si trovano in maggiore armonia con la sua visione. Ma mentre Paul nutriva il suo sguardo su questa giovane bellezza, i sguardi acuti del lungo Ned avevano trovato un oggetto non meno affascinante in un grande orologio d'oro che il gentiluomo che accompagnava la fanciulla portava di tanto in tanto al suo occhio, come se stesse diventando un po' stanco della lunghezza dei pezzi o del lento progredire del tempo.
«Che bel volto!» sussurrò Paul.
«È d'oro il volto, allora, oltre al retro?» sussurrò il lungo Ned, di rimando.
Il nostro eroe sobbalzò, si accigliò e, nonostante la statura gigantesca del suo compagno, gli disse, molto rabbiosamente, di trovare qualche altro argomento per scherzare. Ned a sua volta fissò, ma non diede risposta.
Nel frattempo Paul, sebbene la signorina fosse piuttosto troppo giovane per innamorarsene, iniziò a chiedersi quale parentela avesse il suo compagno con lei. Sebbene il gentiluomo fosse nel complesso avvenente, pure i suoi lineamenti e l'intero carattere del suo volto erano ampiamente diversi da quelli su cui Paul posava lo sguardo con tale diletto. Non aveva, apparentemente, più di quarantacinque anni, ma la sua fronte era contratta in molte linee e solchi; e nei suoi occhi la luce, sebbene indagatrice, era più sobria e posata di quanto si addicesse ai suoi anni. Un'espressione sgradevole aleggiava attorno alla bocca; e la forma del volto, che era lungo e magro, sminuiva considerevolmente l'effetto attraente di un bel naso aquilino, denti fini e un colorito scuro, virile, sebbene pallido. C'era un'aria mescolata di astuzia e distrazione nell'espressione del suo volto. Sembrava prestare pochissima attenzione allo spettacolo, o a qualsiasi cosa attorno a lui; ma testimoniò una prontezza davvero considerevole, quando lo spettacolo fu finito, nel mettere il mantello attorno alla sua giovane compagna e nell'aprirsi la strada attraverso la folla fitta che i palchi stavano ora riversando fuori.
Paul e il suo compagno silenziosamente, ed entrambi con motivi ben diversi l'uno dall'altro, li seguirono. Erano ora alla porta del teatro.
Un servitore si fece avanti e informò il gentiluomo che la sua carrozza era a pochi passi di distanza, ma che avrebbe potuto passare del tempo prima che potesse arrivare davanti al teatro.
«Puoi arrivare a piedi alla carrozza, cara?» disse il gentiluomo alla sua giovane protetta; e lei rispondendo affermativamente, entrambi lasciarono l'edificio, preceduti dal servitore.
«Avanti!» disse il lungo Ned, frettolosamente, e camminando nella stessa direzione che gli stranieri avevano preso. Paul acconsentì prontamente. Presto raggiunsero gli stranieri. Il lungo Ned camminò più vicino al gentiluomo e lo sfiorò nel passare. Poco dopo una voce gridò: «Al ladro!» e il lungo Ned, dicendo a Paul: «Arrangiati, corri!» scattò dal fianco del nostro eroe tra la folla e svanì in un battibaleno. Prima che Paul potesse riprendersi dallo stupore, si ritrovò improvvisamente afferrato per il colletto; si voltò bruscamente e vide il volto scuro del compagno della giovane signorina.
«Mascalzone!» gridò il gentiluomo, «il mio orologio!»
«Orologio!» ripeté Paul, confuso, e solo per il bene della giovane signorina si trattenne dal buttar giù il suo arrestatore... «orologio!»
«Sì, giovanotto!» gridò un tizio con un cappotto lungo, che ora apparve improvvisamente dall'altra parte di Paul; «l'orologio di questo gentiluomo. Per favore, vostro onore,» rivolgendosi al querelante, «anch'io sono una guardia; devo prendere questo tizio?»
«Certamente», gridò il gentiluomo; «non avrei perso il mio orologio per due volte il suo valore. Posso giurare di aver visto il compagno di questo tizio sgraffignarlo dal mio taschino. Il ladro è scappato; ma abbiamo almeno il complice. Lo affido alle sue strette cure, guardiano; si assuma le responsabilità se lo lascia scappare». Il guardiano rispose, con aria torva, che non voleva essere minacciato e che sapeva come svolgere il proprio dovere.
«Non mi risponda, compadre!» disse il gentiluomo, con alterigia; «faccia come le dico!» E dopo un breve colloquio, Paul si ritrovò improvvisamente trascinato via tra due energumeni che sembravano prodigiosamente inclini a divorarlo. A quel punto aveva superato la sorpresa e lo sgomento. Non gli mancava la perspicacia per capire che il suo compagno aveva realmente commesso il reato di cui era accusato; e previde anche che la circostanza avrebbe potuto comportare conseguenze spiacevoli per lui. Considerando tutti gli aspetti del caso, pensò che un tentativo di fuga non sarebbe stato un gesto imprudente da parte sua; di conseguenza, dopo aver percorso qualche passo in modo molto quieto e passivo, colse l’occasione propizia, si divincolò dalla presa del gentiluomo alla sua sinistra e portò la mano così liberata contro la guancia del gentiluomo alla sua destra con tale vigore da costringerlo ad allentare la presa e arretrare di diversi passi verso le bocche di lupo, in posizione obliqua. Ma quel tipo di colpo rotatorio con il pugno sinistro è molto sfavorevole al mantenimento di un saldo equilibrio; e prima che Paul potesse riprendersi abbastanza da darsi alla fuga in modo efficace, fu prostrato al suolo da un colpo dell'altro guardiano, rimasto illeso, che lo privò completamente dei sensi; e quando recuperò quegli utili averi (di cui un uomo può ragionevolmente vantarsi di privarsi, dato che è solo una minoranza a possederli), si ritrovò disteso su una panca nel corpo di guardia.
CAPITOLO VII.
Cinto da molti un prode schiavo, Vestito come si conviene al coraggioso, Il vecchio Giaffir sedeva nel suo divano: . . . . . . . Molto dubito che questo ragazzo ribelle Un giorno mi darà maggior tormento. La sposa di Abido.
Il dotto e ingegnoso John Schweighaeuser (un nome facile da scrivere e mellifluo da pronunciare) si è compiaciuto, in quell’Appendix continens particulam doctrinae de mente humana, che chiude il volume dei suoi “Opuscula Academica”, di osservare (traduciamo a memoria) che, “nell’infinita varietà di cose che nel teatro del mondo si offrono allo sguardo di un uomo, o che in un modo o nell’altro influenzano il suo corpo o la sua mente, la gran parte è così congegnata da recargli piuttosto un qualche senso di piacere che di dolore o disagio”. Assumendo che ciò valga in generale per le costituzioni ben formate, indichiamo un notevole esempio nel caso del Paul incarcerato; poiché sebbene quel giovane non si trovasse in una situazione piacevole nel momento presente, e sebbene nulla di molto incoraggiante gli sorridesse dalle prospettive del futuro, tuttavia, non appena ebbe recuperato conoscenza e si fu dato una scrollata rinvigorente, trovò un’immediata fonte di piacere nello scoprire, primo, che diverse dame e signori gli facevano compagnia nella sua prigionia; e, secondo, nell’accorgersi di una enorme brocca d’acqua a portata di mano, che, dato che la sua sensazione al risveglio era quella di una sete bruciante, svuotò con delizia in un sol sorso. Poi, stiracchiandosi, si guardò intorno con malinconica serietà e scoprì una schiena rivolta verso di lui, distesa sul pavimento, che al primo sguardo gli apparve familiare. “Sicuramente”, pensò, “conosco quel cappotto di frisia e la particolare curva di quelle spalle strette”. Soliloquiando così, si alzò e, allungando la gamba, diede un colpetto alla figura distesa. “Borbottando strani giuramenti”, la figura si voltò e, sollevandosi su quella parte inospitale del corpo in cui l’introduzione di piedi estranei è considerata tutt’altro che un onore, fissò i suoi spenti occhi azzurri sul volto del disturbatore dei suoi sonni, aprendoli gradualmente sempre di più, finché non parvero essersi allargati in proporzioni adatte a inghiottire l’importante verità che vi irrompeva, e allora dalla bocca della creatura uscì:
«Che mi si fulminino gli occhi, se quello non è il piccolo Paul!»
«Sì, Dummie, eccomi! Non è passato molto tempo prima di finire dietro le sbarre, vedi! La vita è breve; dobbiamo sfruttare al meglio il nostro tempo!»
A questo, il signor Dunnaker (non era altri che questo rispettabile personaggio) si arrampicò dal pavimento e, sedendosi sulla panca accanto a Paul, disse con tono compassionevole:
«Vvvia, cielo santo! se non ti hanno fracassato il cranio! La tua zucca è insanguinata come la faccia di Murphy quando gli tagliano la gola!»
[“La faccia di Murphy”, lettore ignorante, pare significare, in frase irlandese, “testa di maiale”.]
«È solo la fortuna della guerra, Dummie, e una pura inezia; le teste fabbricate a Thames Court non si guastano facilmente. Ma dimmi, come sei finito qui?»
«Vvvia, stavo bevendo pesantemente del bagnato...»
«Finché non ti sei sentito leggero alla testa, eh... e sei caduto nel rigagnolo?»
«Sì.»
«La mia è una faccenda peggiore di quella, temo»; e con ciò Paul, a voce più bassa, raccontò al fidato Dummie la serie di incidenti che l’avevano condotto al suo attuale asilo. La faccia di Dummie si allungò mentre ascoltava; tuttavia, quando la narrazione fu conclusa, tentò quei palliativi consolatori che gli vennero in mente. Rappresentò, primo, la possibilità che il gentiluomo non si prendesse il disturbo di presentarsi; secondo, la certezza che nessun orologio era stato trovato addosso a Paul; terzo, il fatto che, persino secondo la confessione del gentiluomo, Paul non era stato l’effettivo autore del reato; quarto, se proprio doveva andare male, cosa erano poche settimane o persino mesi di prigione?
«Che mi si strozzi!» disse Dummie, «se non è un modo di passar il tempo tanto buono quanto uno che ama la comodità possa desiderare!»
Questa osservazione non offrì conforto a Paul, che si ritrasse, con tutta la timidezza verginale di chi non ha familiarità con simili unioni, da un’alleanza matrimoniale con la comodità della Casa di Correzione. Confidava piuttosto in un’altra fonte di consolazione. In una parola, si incoraggiava nella lusinghiera convinzione che Long Ned, scoprendo che Paul era stato preso al posto suo, avrebbe avuto la generosità di farsi avanti ed esonerarlo dall’accusa. Accennando a questa idea a Dummie, quel navigato “uomo di mondo” non poté per un po’ credere che un ingenuo potesse essere così completamente ignaro del mondo da intrattenere seriamente una nozione così ridicola; e, in effetti, è alquanto notevole che una tale speranza abbia mai raccontato la sua storia lusinghiera a qualcuno cresciuto nella casa della signora Margaret Lobkins. Ma Paul, l’abbiamo visto, aveva formato molte delle sue nozioni sui libri; e nutriva le stesse raffinate teorie sul “furfante morale” che possiedono le menti dei giovani patrioti quando lasciano il college per la Camera dei Comuni, e pensano che l’integrità sia una cosa più carina della carica.
Il signor Dunnaker esortò Paul, seriamente, a scacciare dal suo petto un’idea così vaga e infantile, e a pensare piuttosto a quale linea di difesa fosse meglio per lui perseguire. Esaurito finalmente questo argomento, Paul tornò alla signora Lobkins e chiese se Dummie avesse recentemente onorato quella signora con una visita.
Il signor Dunnaker rispose di sì, sebbene con molta difficoltà, avendo placato la sua rabbia contro di lui per il suo presunto sostegno agli eccessi di Paul, e che ultimamente lei aveva avuto svariate conversazioni con Dummie riguardo al nostro eroe stesso. Interrogando ulteriormente Dummie, Paul apprese le ragioni della buona matrona per non mostrare quella sollecitudine per il suo ritorno che il nostro eroe aveva ragionevolmente previsto. Il fatto era che lei, non avendo alcuna fiducia nelle sue risorse indipendenti da lei, non era stata dispiaciuta di un’opportunità per umiliare efficacemente, come sperava, quell’orgoglio che l’aveva così disgustata; e gratificava la sua vanità anticipando il momento in cui Paul, affamato fino alla sottomissione, avrebbe cercato di nuovo e pentito il riparo del suo tetto, e, domato per così dire dall’esperienza, non si sarebbe mai più ribellato al giogo che la sua prudenza materna riteneva opportuno imporgli. Si accontentò, dunque, di ottenere da Dummie l’informazione che il nostro eroe era sotto il tetto di MacGrawler, e quindi fuori da ogni pericolo concreto per la vita e l’incolumità; e poiché non poteva prevedere le ingegnose esercitazioni d’intelletto con cui Paul si era trasformato nella “Nobilitas” dell’“Asinaeum”, salvandosi così dall’indigenza assoluta, era perfettamente convinta, dalla sua conoscenza del carattere, che l’illustre MacGrawler non avrebbe continuato a lungo quella protezione al ribelle protetto che, a suo parere, era la sua unica difesa dal borseggio o dalla fame. A quest’ultima decente alternativa sapeva che Paul nutriva una grande e puerile avversione; e di conseguenza non temeva molto per la sua moralità o la sua incolumità, abbandonandolo così per un po’ al caso. Ogni ansia, inoltre, che avrebbe altrimenti potuto provare intensamente era smorzata dall’abituale intossicazione che cresceva nella buona signora con l’età, e che, sebbene a volte potesse essere eccitata fino a tutta la sua caratteristica veemenza, manteneva i suoi sensi per la maggior parte immersi in uno stupore letargico, o, per parlare più cortesemente, in una poetica astrazione dalle cose del mondo esterno.
«Ma», disse Dummie, mentre impartiva gradualmente la soluzione della condotta della dama all’orecchio ascoltante del suo compagno, «ma spero che, quando sarai fuori da questo guaio, piccolo Paul, farai attenzione e lascerai perdere la conoscenza di Meester Pepper (che, devo dire, sono sempre stato dispiaciuto vederti incoraggiare), e tornerai a casa al Mug, e accarezzerai la vecchia, perché non è stata la stessa creatura da quando sei partito. È una donna dal cuore delicato, quella Piggy Lob!»
Un così appropriato panegirico sulla signora Margaret Lobkins avrebbe potuto in un altro momento eccitare i muscoli risibili di Paul; ma in quel momento sentì davvero rimorso per il modo poco cerimonioso in cui l’aveva lasciata, e la dolcezza dell’affetto rimpiantito infondeva i suoi colori santificanti persino all’immagine di Piggy Lob.
In conversazioni di questa natura intellettuale e domestica, la notte e la mattina seguente trascorsero, finché Paul non si trovò al cospetto del temibile giudice Burnflat. Diversi casi furono risolti prima del suo; e tra gli altri il signor Dummie Dunnaker ottenne il rilascio, sebbene non senza una severa ramanzina per il suo peccato di ebbrezza, che senza dubbio colpì sensibilmente l’animo ingenuo di quel nobile carattere. Finalmente arrivò il turno di Paul. Sentì, mentre prendeva posizione, un brusio generale. Dapprima immaginò che fosse per il suo aspetto interessante; ma alzando gli occhi, percepì che era per l’ingresso del gentiluomo che doveva diventare il suo accusatore.
«Silenzio», disse qualcuno vicino a lui, «è l’avvocato Brandon. Ah, è un tipo scaltro! Sarà dura per la persona di cui si lamenta».
C’era un felice fondo di elasticità di spirito nel nostro eroe; e sebbene non avesse la fortuna di avere “un cuore spezzato” — una circostanza che, secondo i poeti e i filosofi del giorno d’oggi, si suppone ispiri un uomo con meraviglioso coraggio e lo renda impermeabile a tutte le sventure — tuttavia si sostenne con meraviglioso coraggio sotto la sua attuale situazione provante, e fu tutt’altro che sopraffatto, sebbene fosse certamente un po’ smorzato dall’osservazione che aveva appena sentito.
Il signor Brandon era, infatti, un avvocato di considerevole reputazione, e in alta stima nel mondo, non solo per il talento, ma anche per una grande austerità di modi, che, sebbene un po’ mescolata a severità e asprezza per gli errori degli altri uomini, era naturalmente considerata più meritoria per questo motivo; essendoci, come le persone di esperienza sanno senza dubbio, due divisioni nella prima classe della moralità: imprimis, un grande odio per i vizi del proprio prossimo; secondo, il possesso di virtù in se stessi.
Il signor Brandon fu ricevuto con grande cortesia dal giudice Burnflat; e poiché arrivò, orologio alla mano (un orologio preso in prestito), dicendo che il suo tempo valeva cinque ghinee al momento, il giudice procedette immediatamente agli affari.
Nulla avrebbe potuto essere più chiaro, più breve o più soddisfacente della testimonianza del signor Brandon. Seguì la testimonianza corroborante del guardiano; e poi Paul fu chiamato a difendersi. Questa fu breve quanto l’accusa; ma, ahimè! non altrettanto soddisfacente. Consisteva in una ferma dichiarazione della sua innocenza. Il suo compagno, confessò, avrebbe potuto rubare l’orologio; ma suggerì umilmente che quella era esattamente la ragione per cui lui non l’aveva rubato.
«Da quanto tempo, tizio», chiese il giudice Burnflat, «conosci il tuo compagno?»
«Circa mezzo anno.»
«E qual è il suo nome e la sua professione?» Paul esitò e rifiutò di rispondere.
«Una triste faccenda!» disse il giudice, con tono malinconico, e scuotendo il capo in modo premonitore.
L’avvocato acconsentì all’aforisma, ma con grande magnanimità osservò che non voleva essere duro con il giovane. La sua giovinezza era a suo favore, e il suo reato era probabilmente la conseguenza di cattive compagnie. Suggerì, pertanto, che poiché doveva essere perfettamente a conoscenza dell’indirizzo del suo amico, avrebbe dovuto ricevere un perdono completo se avesse immediatamente favorito il magistrato con quell’informazione. Concluse osservando, con singolare filantropia, che non era la punizione del giovane, ma il recupero del suo orologio, ciò che desiderava.
Il giudice Burnflat, avendo debitamente impresso nella mente del nostro eroe la disinteressata e cristiana misericordia del querelante, e l’eterno obbligo che Paul aveva verso di lui per averla mostrata, ripeté ora, con doppia solennità, quelle domande riguardanti l’abitazione e il nome di Long Ned che il nostro eroe aveva prima rifiutato di rispondere.
Siamo addolorati di confessare che Paul, ingrato e totalmente non toccato dalla bella benignità dell’avvocato Brandon, rimase fermo nel suo ostinato rifiuto di tradire il suo compagno; e con uguale ostinazione continuò a insistere sulla propria innocenza e sull’incontaminata rispettabilità del suo carattere.
«Il tuo nome, giovane?» disse il giudice. «Il tuo nome, dici, è Paul... Paul cosa? Hai molti alias, ne sono certo».
Qui il giovane esitò di nuovo; alla fine rispose:
«Paul Lobkins, vostra signoria».
«Lobkins!» ripeté il giudice. «Lobkins! Vieni qui, Saunders; non abbiamo quel nome nei nostri libri neri?»
«Sì, piaccia a vostra signoria», disse un uomo piccolo e tarchiato, molto utile sotto molti aspetti al Festus della polizia, «c’è una certa Peggy Lobkins, che tiene una locanda, una specie di ritrovo per malviventi, chiamato il Mug, a Thames Court, non esattamente nel nostro giro, vostra signoria».
«Oh, oh!» disse il giudice Burnflat, facendo l’occhiolino al signor Brandon, «dobbiamo indagare un po’ su questo. Ditemi, signor Paul Lobkins, che parentela ha la buona padrona di casa del Mug, a Thames Court, con voi?»
«Nessuna, signore», disse Paul, frettolosamente; «è solo un’amica!»
A questo ci fu una risata in tribunale.
«Silenzio!» gridò il giudice. «E oso dire, signor Paul Lobkins, che questa vostra amica garantirà per la rispettabilità del vostro carattere, su cui vi compiacete tanto?»
«Non ne ho dubbi, signore», rispose Paul; e ci fu un’altra risata.
«E c’è qualche altro amico vostro, altrettanto importante e lodevole, che vi farà lo stesso favore?»
Paul esitò; e in quel momento, con sorpresa della corte, ma soprattutto con totale e sbalorditiva sorpresa di se stesso, due gentiluomini, vestiti all’ultima moda, si fecero avanti e, inchinandosi al giudice, si dichiararono pronti a garantire la totale rispettabilità e l’inattaccabile carattere del signor Paul Lobkins, che, dissero, conoscevano da molti anni e per il quale nutrivano il massimo rispetto. Mentre Paul stava esaminando le persone di questi gentili amici, che non ricordava di aver mai visto prima in vita sua, l’avvocato, che era un tipo molto sveglio, sussurrò al magistrato; e quel dignitario, annuendo come in assenso e squadrando i nuovi arrivati, chiese i nomi dei testimoni del signor Lobkins.
“Signor Eustace Fitzherbert” e “Signor William Howard Russell”, furono le varie risposte.
Nomi così aristocratici produssero una sensazione generale. Ma l’impenetrabile giudice, chiamando lo stesso signor Saunders a cui si era rivolto prima, gli chiese di esaminare bene i volti degli amici del signor Lobkins.
Come l’alguazil squadrò i tratti del memorabile Don Raphael e dell’illustre Manuel Morales, quando il primo di quei personaggi raffinati ritenne conveniente assumere la dignità di viaggio di un principe italiano, figlio del sovrano delle valli che giacciono tra la Svizzera, il Milanese e la Savoia, mentre il secondo si accontentava di essere servitore di Monseigneur le Prince; proprio così, con molto più fervore che rispetto, il signor Saunders squadrò i tratti di quei gentiluomini di alto lignaggio, i signori Eustace Fitzherbert e William Howard Russell; ma dopo una lunga ispezione ritirò gli occhi, fece un gesto insoddisfacente e di non riconoscimento al magistrato e disse:
«Piaccia a vostra signoria, non sono del mio gregge; ma Bill Troutling ne sa più di me di questo genere di tipi eleganti».
«Che appaia Bill Troutling!» fu l’ordine laconico.
A quel nome una certa modesta confusione avrebbe potuto essere visibile sui volti del signor Eustace Fitzherbert e del signor William Howard Russell, se l’attenzione della corte non fosse stata immediatamente diretta a un altro caso. Una povera donna era stata condannata a sette giorni nella Casa di Correzione con l’accusa di mancanza di rispettabilità. Suo marito, la persona più interessata alla faccenda, si fece ora avanti per confutare l’accusa; e con l’aiuto dei suoi vicini ci riuscì.
«È tutto molto vero», disse il giudice Burnflat; «ma poiché vostra moglie, mio buon uomo, sarà fuori tra cinque giorni, varrà a malapena la pena rilasciarla ora».
[Un fatto accaduto nel mese di gennaio 1830. Si veda “The Morning Herald”.]
Una decisione così giudiziosa non poteva non soddisfare il marito; e il pubblico divenne da quel momento illuminato riguardo a una verità molto notevole: vale a dire che cinque giorni su sette hanno una proporzione straordinariamente piccola rispetto ai due rimanenti; e che le persone in Inghilterra hanno un amore così prodigioso per la punizione che, sebbene non valga la pena rilasciare una donna innocente di prigione cinque giorni prima di quanto si sarebbe altrimenti fatto, vale estremamente la pena rinchiuderla in prigione per sette!
Quando il marito, passandosi la mano ruvida sugli occhi e borbottando una qualche volgare impertinenza o un’altra, si fu ritirato, il signor Saunders disse:
«Ecco Bill Troutling, vostra signoria!»
«Oh, bene», disse il giudice; «e ora, signor Eustace Fitz... Ehi, com’è questa! Dove sono il signor William Howard Russell e il suo amico signor Eustace Fitzherbert?»
“L’eco rispose... dove?”
Quei nobili gentiluomini, avendo una naturale avversione a essere messi a confronto con una persona così umile come il signor Bill Troutling, erano, nell’istante in cui l’interesse pubblico fu distolto da loro, silenziosamente scomparsi da una scena dove il loro rango nella vita sembrava così poco considerato. Se, lettore, dovessi essere ansioso di apprendere da quale parte del mondo apparvero quei visitatori transitori, sappi che erano spiriti inviati da quel mago inimitabile, Long Ned, in parte per riferire come andassero le cose in tribunale; poiché il signor Pepper, perseguendo quella vecchia politica che insegna che più la volpe è vicina ai cacciatori, più ha probabilità di essere trascurata, si era, immediatamente dopo la sua brusca partenza da Paul, tuffato in una casa nella stessa via dove la sua ingegnosità si era manifestata, e nella quale ostriche e birra attiravano e rallegrano ogni notte un’assemblea che, a parlar imparzialmente, era più numerosa che selezionata. Lì aveva appreso come un borseggiatore fosse stato arrestato per illecito affetto verso l’orologio di un altro uomo; e lì, mentre condiva tranquillamente le sue ostriche, aveva, con la sua caratteristica acutezza, soddisfatto la sua mente con la convinzione che quello sfortunato arrestato non fosse altri che Paul. In parte, quindi, come precauzione per la propria sicurezza, affinché potesse ricevere tempestive notizie qualora la difesa di Paul rendesse opportuno un cambio di residenza, e in parte (per l’amichevolezza del sodalizio) per sostenere il suo compagno con quell’aiuto che la testimonianza favorevole di due persone ben vestite, poco note “in città”, poteva conferire, aveva inviato quegli esseri celestiali che erano apparsi sotto i nomi mortali di Eustace Fitzherbert e William Howard Russell alla corte imperiale del giudice Burnflat. Avendo così spiegato l’apparizione (la scomparsa non richiede commenti) degli “amici” di Paul, ritorniamo a Paul stesso.
Nonostante i pericoli da cui era circondato, il nostro giovane eroe combatté fino all’ultimo; ma il giudice non era affatto disposto a dispiacere al signor Brandon e, osservando che un sogghigno incredulo e pungente rimaneva fisso sulle labbra di quel gentiluomo per tutta la durata della difesa di Paul, non poté che conformare la propria decisione alla ben nota acutezza del celebre avvocato. Paul fu condannato a ritirarsi per tre mesi in quella casa di campagna situata a Bridewell, nella quale gli ingrati funzionari della giustizia bandiscono spesso i loro cittadini più attivi.
Non appena fu emessa la sentenza, Brandon, i cui occhi acuti non vedevano alcuna speranza di recuperare il suo tesoro perduto, dichiarò che il mascalzone aveva perfettamente l’aria da Old Bailey e che non dubitava, se mai fosse vissuto abbastanza da diventare giudice, di poter vivere anche per pronunciare una condanna ben diversa nei confronti del reo.
Così dicendo, decise di non perdere altro tempo e lasciò l’ufficio in modo assai brusco, senza altro conforto se non il ricordo che, in ogni caso, aveva mandato il ragazzo in un luogo dove, per quanto potesse essere innocente al momento, era certo che ne sarebbe uscito incline alla colpa quanto i suoi amici potessero desiderare; unito a tale riflessione morale che la tragedia di Bombastes Furioso avrebbe potuto offrire a lui stesso in quel verso sentenzioso e conciso:
“Il tuo orologio è andato… gli orologi sono fatti per andare.”
Nel frattempo Paul veniva condotto in pompa magna al suo ritiro, in compagnia di altri due delinquenti: uno un uomo di mezza età, sebbene un “filibustiere” molto vecchio, condannato per aver ottenuto denaro con false pretese, e l’altro un ragazzino colpevole di aver dormito sotto un colonnato; essendo la bellezza speciale della legge inglese quella di non fare distinzioni sottili e insensate tra vizio e sventura, e il suo metodo peculiare di proteggere gli onesti quello di creare più furfanti possibile nel minor tempo possibile.
CAPITOLO VIII.
Buon Senso. Qual è il fine della punizione riguardo all’individuo punito?
Consuetudine. Renderlo migliore!
Buon Senso. Come punite i giovani delinquenti che sono (per la loro età) particolarmente sensibili all’esempio, e che è quindi più facile rovinare o riformare rispetto agli adulti?
Consuetudine. Li mandiamo alla Casa di Correzione, ad associarsi con i più maledetti furfanti del paese!
Dialogo tra Buon Senso e Consuetudine. — Molto raro.
Poiché era piuttosto tardi quando Paul fece il suo primo ingresso a Bridewell, trascorse quella notte nella “stanza di accoglienza”. La mattina seguente, non appena fu esaminato dal chirurgo e rivestito con l’uniforme consueta, fu introdotto, secondo la sua classificazione, tra la buona compagnia che era stata ritenuta colpevole di quel reato riassuntivo, “un misfatto”. Qui un gentiluomo alto gli si fece incontro e gli si rivolse in un certo linguaggio, che potrebbe essere chiamato la massoneria del gergo, e che Paul, sebbene non comprendesse parola per parola, intese correttamente come una richiesta per sapere se fosse un furfante consumato e un mascalzone completo. Rispose metà confuso, metà in collera; e la sua replica fu talmente dannosa per qualsiasi influenza favorevole che avrebbe potuto altrimenti esercitare sull’interrogatore, che quest’ultimo, dandogli un pizzicotto all’orecchio, gridò: “Ramp, ramp!”, e a quella parola significativa e terribile, Paul si ritrovò circondato in un attimo da un’intera schiera di ingegnosi aguzzini. Uno tirava questo arto, un altro pizzicava quello; uno lo colpiva davanti, un altro lo bastonava dietro. Come intermezzo a questa piacevole occupazione, lo spogliarono delle pochissime cose che aveva conservato nel cambio d’abito. Uno portò via il fazzoletto, un secondo il fazzoletto da collo e un terzo, più fortunato di entrambi, s’impadronì di un paio di bottoni per camicia di corniola, dati a Paul come pegno d’amore da una giovane signora che vendeva arance vicino alla Torre. Fortunatamente, prima che questo processo iniziatico — tecnicamente chiamato “ramping”, ed esercitato su tutti i nuovi arrivati che sembrano avere una scintilla di decenza in sé — avesse ridotto le ossa di Paul, che combatteva con le unghie e con i denti per difendersi, allo stato di magnesia, un uomo dall’aspetto grave, che fino ad allora aveva scucito la sua stoppa in silenzio, si alzò improvvisamente, si spinse tra la vittima e gli assalitori e ordinò a questi ultimi, come chi ha autorità, di lasciare in pace il ragazzo e di andare a farsi maledire.
Questa proposta di ricorrere a un altro luogo per divertirsi, sebbene pronunciata in modo molto grave e tranquillo, produsse quell’effetto istantaneo che gli ammonimenti dei grandi furfanti producono solitamente su quelli piccoli. I signori “rampers” cessarono i loro divertimenti; e il capo della banda, dando una pacca vigorosa sulla schiena di Paul, dichiarò che era un tipo in gamba e che si era trattato solo di uno scherzo, che sperava non avesse dato offesa.
Paul, ancora stringendo i pugni, stava per rispondere in un umore tutt’altro che pacifico, quando un carceriere, che non si curava affatto di quanti uomini rinchiudesse per un reato, ma che non amava affatto il disturbo di controllare qualcuno del suo gregge per vedere che il reato non venisse commesso, apparve improvvisamente tra il gruppo; e dopo averli rimproverati per l’eccessivo tormento che gli causavano, portò via due dei più poveri della banda per l’isolamento. Accadde, naturalmente, che questi due non avessero preso la minima parte al disturbo. Finita questa scena, la compagnia tornò a scucire la stoppa; il tapis roulant, quell’invenzione mirabilmente giusta per cui un uomo forte non subisce fatica e uno debole perde la salute per tutta la vita, non era stato ancora introdotto nei nostri eccellenti istituti per la correzione del crimine. Amaramente e con molti sentimenti cupi e iracondi, in cui il senso dell’ingiustizia della punizione era l’unica cosa a sostenerlo contro le umiliazioni a cui era sottoposto — amaramente e con il cuore gonfio, in cui i pensieri che portano al crimine si facevano già strada attraverso un terreno improvvisamente riscaldato per la loro crescita, Paul si chinò sul suo lavoro. Si sentì toccare il braccio; si voltò e vide che il gentiluomo che lo aveva così gentilmente liberato dai suoi aguzzini era ora seduto accanto a lui. Paul fissò a lungo e intensamente il suo vicino, lottando con il pensiero di aver visto quel volto sagace in tempi più felici, sebbene ora, ahimè! fosse alterato non solo dal tempo e dalle vicissitudini, ma da quell’aria di gravità che le cure dell’età adulta diffondono gradualmente sul volto dei più spensierati — finché ogni dubbio si sciolse ed esclamò:
“È lei, signor Tomlinson? Che gioia vederla qui!”
“E io”, rispose l’ex assassino per i giornali, con un tono nasale, “dovrei essere ben felice di vedermi altrove.”
Paul non rispose; e Augusto continuò:
“‘Per un uomo saggio tutti i luoghi sono uguali’ — così è stato detto. Non ci credo, Paul — non ci credo. Ma tregua alle riflessioni! Ti ho riconosciuto nel momento in cui ti ho visto, anche se sei cresciuto sorprendentemente. Come sta il mio amico MacGrawler? — ancora al lavoro per ‘The Asinaeum’?”
“Credo di sì”, disse Paul, scontroso, affrettandosi a cambiare discorso; “ma mi dica, signor Tomlinson, come è finito qui? Avevo saputo che era andato nel nord dell’Inghilterra per un impiego lucrativo.”
“Possibilmente! Il mondo travisa sempre le azioni di coloro che sono costantemente sotto i suoi occhi.”
“È verissimo”, disse Paul; “e l’ho detto io stesso cento volte su ‘The Asinaeum’, perché non siamo mai stati troppo prodighi di verità in quel magnifico giornale. È sorprendente quanta strada facessimo fare a tre idee.”
“Mi ricordi me stesso e il mio lavoro giornalistico”, replicò Augusto Tomlinson. “Non sono del tutto sicuro che avessi tante idee da sprecare, nemmeno tre; perché, come dici tu, è sorprendente quanto lontano possa andare quel numero, se gestito correttamente. È con gli scrittori come con gli attori girovaghi: le stesse tre idee che andavano bene per i Turchi in una scena, vanno bene per gli Highlander in quella successiva; ma mi devi raccontare la tua storia un giorno o l’altro, e ascolterai la mia.”
“Le sarei eccessivamente obbligato per la sua confidenza”, disse Paul, “e non dubito che la sua vita debba essere estremamente divertente. La mia, finora, è stata solo insipida. Le vite degli uomini di lettere non sono piene di avventure; e mi chiedo se ogni scrittore di ‘The Asinaeum’ non abbia condotto un’esistenza pressoché identica a quella che ho sostenuto io stesso.”
In conversazioni di questo tipo i nostri amici appena ritrovati passarono il resto della giornata, fino alle quattro e mezza, quando i prigionieri devono supporre che sia iniziata la notte ed essere rinchiusi nelle loro stanze. Tomlinson allora, che era felice di ritrovare una persona che lo aveva conosciuto nei suoi beaux jours, parlò privatamente al carceriere; e il risultato della conversazione fu l’accoppiamento di Paul e Augusto nella stessa camera, che era una specie di scatola di pietra, che generalmente ospitava tre persone, ed era — poiché l’abbiamo misurata, come avremmo misurato la cella del prigioniero di Chillon — di soli otto piedi per sei.
Non intendiamo, lettore, indicare, con colori vivaci e in lunghi dettagli, il deterioramento morale del nostro eroe; perché abbiamo scoperto, per esperienza, che tali sforzi da parte nostra non fanno altro che farti incolpare la nostra stupidità invece di lodare la nostra intenzione. Elaboreremo quindi la nostra morale solo attraverso sottili accenni e brevi commenti; e ora ci accontenteremo di ricordarti che finora hai visto Paul onesto a dispetto delle circostanze. Nonostante il contagio del Mug, nonostante i suoi associati a Fish Lane, nonostante la sua intimità con Long Ned, lo hai visto sfidare la tentazione e guardare a una carriera diversa da quella della rapina o della frode. Anzi, persino nella sua miseria, quando fu cacciato dalla dimora della sua infanzia, hai osservato come, invece di ricorrere a qualche via di vita più piacevole o libertina, si sia rivolto subito al tetto grigio e agli impieghi insipidi di MacGrawler, preferendo guadagnarsi onestamente il sostentamento col sudore del suo cervello piuttosto che ricorrere a uno dei numerosi modi di vivere alle spalle degli altri, di cui la sua esperienza tra la parte peggiore della società doveva essere abbondante, e che, a dir poco, sono più allettanti per i giovani e gli avventurosi rispetto ai sentieri sterili del lavoro letterario. In effetti, per confidarti un segreto, era stata l’audace ambizione di Paul elevarsi a degno membro della comunità. Le sue attuali circostanze, come si vedrà in seguito, furono la causa di un grande cambiamento nei suoi desideri; e la conversazione che tenne quella notte con l’ingegnoso e abile Augusto contribuì a renderlo l’eroe di quest’opera più di tutte le abitudini della sua infanzia o delle scene della sua prima giovinezza. I giovani sono inclini, erroneamente, a credere che sia un male essere eccessivamente malvagi. La Casa di Correzione è chiamata così perché è un luogo dove un’idea così ridicola viene invariabilmente corretta. Il giorno dopo Paul fu sorpreso da una visita della signora Lobkins, che aveva saputo della sua situazione e delle sue cause dall’amico Dummie, e che era riuscita a ottenere dal giudice Burnflat un ordine di ammissione. Si incontrarono, come Piramo e Tisbe, con un muro, o meglio un cancello di ferro, tra loro; e la signora Lobkins, dopo un’esclamazione di disperazione per l’ostacolo, scoppiò piangendo nel patetico rimprovero:
“Oh Paul, hai portato i tuoi maiali a un bel mercato!”
“È un mercato adatto ai maiali, cara signora”, disse Paul, che, sebbene con una lacrima nell’occhio, non rifiutò una battuta tanto amara quanto inelegante; “perché, tra tutti gli altri, è il posto dove un uomo impara a prendersi cura della propria pelle.”
“Taci!” gridò la signora, con rabbia. “Che affare hai tu di chiacchierare così mentre sei al limbo?”
“Ah, cara signora”, disse Paul, “non possiamo evitare questi urti e inciampi sulla nostra strada verso la carriera!”
“Strada verso il patibolo!” gridò la signora. “Ti dico, ragazzo, che vivrai per essere impiccato a dispetto di tutta la mia cura e attenzione per te, sebbene ti abbia educato come uno studioso, e abbia sempre sperato che tu crescessi per essere un onore per il tuo…”
“Re e patria”, interruppe Paul. “Diciamo sempre, onore al re e alla patria, il che significa diventare ricchi e pagare le tasse. ‘Più tasse un uomo paga, maggiore onore è per entrambi’, come dice Augusto. Bene, cara signora, ogni cosa a suo tempo.”
“Cosa! Sei allegro, vero? Perché non piangi? Il tuo cuore è duro come un mattone. Sembra del tutto innaturale e da iena essere così spensierato!” Così dicendo, le lacrime della brava signora sgorgarono con l’amarezza di una disperata Parisina.
“No, no”, disse Paul, che, sebbene soffrisse molto più intensamente, sopportava la sofferenza molto più facilmente della sua protettrice, “non possiamo migliorare la situazione piangendo. Supponiamo che tu veda cosa si può fare per me. Oso dire che potresti riuscire ad ammorbidire la sentenza del giudice con un po’ di ‘olio di palma’; e se riesci a farmi uscire prima che io sia completamente corrotto — un giorno o due in più in questo posto infernale faranno il lavoro — ti prometto che non solo vivrò onestamente io stesso, ma con persone che vivono allo stesso modo.”
“Baciami, Paul”, disse la tenera signora Lobkins, “baciami… Oh! ma dimentico il cancello. Vedrò cosa si può fare. E tieni, ragazzo mio, ecco qualcosa per te nel frattempo… una goccia di liquore, per predicare conforto al tuo povero stomaco. Sst! contrabbandalo, o ti vedranno.”
Qui la signora tentò di spingere una bottiglia di pietra attraverso le sbarre del cancello; ma, ahimè! sebbene il collo passasse, il corpo si rifiutò, e la signora fu costretta a ritirare il “liquore”. A questo punto, la donna dal cuore gentile rinnovò i suoi singhiozzi; e così assorta nel suo dolore, dimenticando apparentemente per quale scopo avesse portato la bottiglia, l’applicò alla propria bocca e si consolò con quell’elisir di lunga vita che aveva originariamente destinato a Paul.
Questo la ristorò alquanto; e dopo una scena commoventissima la signora si allontanò barcollando con i passi vacillanti naturali al dolore, promettendo, mentre se ne andava, che se l’amore o il denaro avessero potuto accorciare la prigionia di Paul, nessuno dei due sarebbe mancato. Siamo piuttosto in difficoltà a congetturare l’esatta influenza che il primo di questi argomenti, sollecitato dall’adorabile Margaret, avrebbe potuto avere sul giudice Burnflat.
Quando la brava signora se ne fu andata, Paul si affrettò a tornare a scucire la sua stoppa e a ricongiungersi con il suo amico. Trovò il degno Augusto che vendeva privatamente piccoli lussi eleganti, come tabacco, gin e razioni di viveri più prelibati di quanto la prigione consentisse; poiché Augusto, avendo più denaro del resto dei suoi compagni, riusciva, tramite l’amicizia del carceriere, ad acquistare segretamente e a rivendere a circa il quattrocento per cento, tali comfort che i prigionieri bramavano particolarmente.
[Una pratica molto comune a Bridewell. Il Governatore a Coldbath-Fields, apparentemente un uomo molto intelligente e attivo, in ogni modo adatto a un compito assai arduo, ci ha informato, nell’unica conversazione che abbiamo avuto l’onore di intrattenere con lui, che pensava di aver quasi o del tutto distrutto nella sua giurisdizione questo metodo illegale di commercio.]
“Una prova”, disse Augusto, asciutto, a Paul, “che con prudenza e impegno, anche in quei luoghi in cui un uomo non può girarsi, può riuscire a guadagnare un soldo.”
CAPITOLO IX.
“Narrami per esteso, mio ospite divino”, disse lei, “gli stratagemmi greci… la città tradita!” DRYDEN: Virgilio, Eneide, libro II.
Discendendo di lì, fuggirono! — Ibid.
Un grande miglioramento aveva avuto luogo nel carattere di Augusto Tomlinson da quando Paul aveva incontrato per l’ultima volta quell’uomo illustre. Allora Augusto aveva finto l’uomo di piacere, l’erudito ozioso in città, il Pericle onnisciente dei giornali, che citava gaiamente Orazio, fiancheggiando gravemente una mosca dall’editoriale di Lord Dunshunner. Ora un’aria più seria, ma non meno superba, si era stabilita sui suoi lineamenti; la pretesa di moda aveva lasciato il posto alla pretesa di saggezza; e dall’uomo di piacere Augusto Tomlinson era diventato il filosofo. Con questa elevazione soltanto, inoltre, non era soddisfatto: univa il filosofo al politico; e l’ingegnoso furfante si compiaceva particolarmente di vantarsi di essere “un Whig moderato”!
“Paul”, soleva osservare, “credimi, il Whiggismo moderato è un credo eccellente. Si adatta a ogni possibile cambiamento, a ogni concepibile varietà di circostanze. È l’unica politica per noi che siamo gli aristocratici di quel corpo libero che si ribella contro le leggi tiranniche; perché, accidenti, non sono uno dei vostri democratici. Ci siano prigioni e carcerieri per i bassi furfanti che strappano i vestiti dalla siepe dove sono appesi ad asciugare, o che strisciano in un seminterrato in cerca di un cucchiaio d’argento; ma le case di correzione non sono fatte per uomini che hanno ricevuto un’educazione illuminata — che detestano i vostri piccoli furti quanto può fare un giudice di pace — che non dovrebbero mai essere definiti disonesti nei loro affari, ma, se scoperti, ‘sfortunati nelle loro speculazioni’! Una bella cosa, davvero, che ci debbano essere distinzioni di rango tra gli altri membri della comunità e nessuna tra noi! Dov’è la vostra vantata Costituzione britannica, vorrei sapere, dove sono i vostri privilegi di aristocrazia, se io, che sono un gentiluomo di nascita, conosco il latino e ho vissuto nella migliore società, dovessi essere cacciato in questo luogo abominevole con un sudicio individuo nato in una cantina e che non potrebbe mai guadagnare più di quanto basterebbe per acquistare una salsiccia? No, no! niente dei vostri principi di livellamento per me! Sono liberale, Paul, e amo la libertà; ma, ringraziando il Cielo, disprezzo le vostre democrazie!”
Così, metà seriamente, metà velando una naturale propensione al sarcasmo, questo Whig moderato continuava per un’ora intera durante quelle lunghe notti, che iniziavano alle quattro e mezza, in cui lui e Paul si facevano compagnia.
Una sera, quando Tomlinson era così amaramente disposto a essere prolisso che Paul si sentiva alquanto stanco della sua eloquenza, il nostro eroe, desideroso di un cambio di conversazione, ricordò ad Augusto la sua promessa di comunicargli la sua storia; e il Whig filosofico, per nulla riluttante a parlare di sé, si schiarì la gola e cominciò.
“Non importa chi fosse mio padre, né quale fosse il mio luogo natio! Il mio primo antenato fu Tommy Linn (il suo erede divenne il figlio di Tom Linn) — hai sentito la ballata fatta in suo onore,
“‘Tommy Linn è uno scozzese di nascita, La sua testa è calva e la sua barba è rasata; Aveva un berretto fatto di pelle di lepre, Un uomo più anziano è Tommy Linn!’
“C’era una specie di profezia riguardante i discendenti del mio antenato oscuramente insinuata nella strofa conclusiva di questa ballata:
“‘Tommy Linn, e sua moglie, e la madre di sua moglie, Caddero tutti nel fuoco insieme; Quelli che giacevano sotto ebbero la pelle scottata…
“‘Non siamo abbastanza!’, disse Tommy Linn’.”
“Vedi la profezia: è applicabile sia ai gentiluomini furfanti che ai Whig moderati; perché entrambi sono i più in basso nel mondo, ed entrambi gridano perpetuamente: ‘Non siamo abbastanza!’”
«Inizierò la mia storia dicendo che frequentai una scuola del Nord, dove mi feci notare per la mia prontezza nell'apprendere e per la mia abilità nel "prisoner's base" – parola mia, non intendevo fare un gioco di parole! Ero destinato alla Chiesa. Desiderando, per tempo, istruirmi sulle sue cerimonie, convinsi la domestica del mio maestro ad aiutarmi a promuovere un battesimo. A mio padre non piacque questo amore prematuro per i sacri riti. Mi riportò a casa e, desiderando dare una piega diversa al mio ardore clericale, mi preparò alla scrittura di sermoni leggendomene una dozzina al giorno. Mi stancai di questo, per quanto possa sembrarvi strano. "Padre", dissi una mattina, "è inutile parlare; non entrerò in Chiesa, questo è certo. Datemi la vostra benedizione e cento sterline, e andrò a Londra a procurarmi da vivere invece di una curazia". Mio padre andò su tutte le furie, ma alla fine ebbi la meglio. Parlai di diventare un precettore privato; giurai di aver sentito dire che non c’era nulla di più facile: le uniche cose necessarie erano gli allievi, e l'unico modo per ottenerli era andare a Londra e far conoscere la mia erudizione. Il mio povero padre... beh, ora non c'è più, e ne sono felice!" La voce di chi parlava vacillò. "Ebbi la meglio, dico, e venni in città, dove avevo un parente libraio. Grazie al suo interessamento, scrissi un libro di Viaggi in Etiopia per il figlio di un conte, che voleva diventare un leone; e un Trattato sulla particella greca, dedicato al primo ministro, per un decano che voleva diventare vescovo: il greco essendo, subito dopo le aderenze, la strada migliore per la mitra. Questi due successi furono pagati generosamente; così presi un appartamento al primo piano e decisi di tentare il tutto per tutto per trovare moglie. Cosa pensate che feci? No, non indovinate nemmeno; sarebbe inutile. Per prima cosa andai dal miglior sarto e mi feci cucire i vestiti addosso; in secondo luogo, imparai a memoria l'almanacco dei pari e le sue genealogie; in terzo luogo, una sera marciai, con la più fredda deliberazione possibile, dentro la casa di una duchessa che stava dando un immenso ricevimento! I giornali mi avevano ispirato questa idea. Avevo letto delle folle immense che una signora "a casa" cercava di attirare nella propria dimora. Avevo letto di scalinate impraticabili e di signore portate fuori in preda a un malore; e il buon senso mi diceva quanto fosse impossibile che la bella padrona di casa conoscesse la legittimità di ogni importazione. Decisi dunque di tentare la fortuna e... entrai nel corpo di Augustus Tomlinson come un pezzo di merce rubata. Perbacco! La prima sera ero timido: rimasi appiccicato alla scalinata e lanciai occhiate a una vecchia nubile di nobile lignaggio, che avevo sentito annunciare come Lady Margaret Sinclair. Senza dubbio non era mai stata adocchiata prima; ed era evidentemente rapita dai miei sguardi. La sera dopo lessi di un ballo presso la casa della Contessa di -------. Il cuore mi batteva come se stessi per essere frustato; ma mi feci coraggio e mi recai da sua signoria. Lì vidi di nuovo la divina Lady Margaret; e osservando che diventava gialla, a mo' di rossore, quando mi vide, approfittai del porto che avevo bevuto come incoraggiamento per il mio ingresso, e avvicinandomi nel modo più alla moda possibile, ricordai a sua signoria un’introduzione alla quale dissi di essere stato una volta onorato presso il Duca di Dashwell, e le chiesi la mano per la successiva contraddanza. Oh, Paul, immagina il mio trionfo! La vecchia donzella disse, con un sospiro, che si ricordava benissimo di me, ah, ah, ah! E io la portai via per la contraddanza come un altro Teseo che porta via una seconda Arianna. Per non essere prolisso su questa parte della mia vita, andavo sera dopo sera a balli e ricevimenti, per l'ammissione ai quali metà dei gentiluomini eleganti di Londra avrebbe dato le orecchie. E sfruttai così bene il mio tempo con Lady Margaret, che era padrona di se stessa e aveva 5.000 sterline – una dote dannatamente misera per alcuni, ma non da ridere per me – che iniziai a pensare a quando fissare il giorno felice. Nel frattempo, poiché Lady Margaret mi presentava ad alcuni suoi amici e il mio alloggio era in una buona posizione, fui onorato di alcuni veri inviti. Le uniche due domande che mi vennero mai poste furono (con noncuranza): "Eravate figlio unico?" e alla mia risposta veritiera "Sì!", "Quale" (questo fu chiesto con più calore), "quale era la vostra contea?". Fortunatamente la mia contea era vasta, lo Yorkshire; e chiunque dei suoi abitanti, che le belle interroganti avrebbero potuto interrogare su di me, avrebbe potuto solo rispondere che non ero nella loro parte di essa.
"Beh, Paul, divenni così audace grazie al successo che il diavolo un giorno mi mise in testa di andare a una grande cena dal Duca di Dashwell. Andai, cenai, non accadde nulla; me ne andai, e la mattina dopo lessi sui giornali:
"'Fatto misterioso: persona che va in giro ultimamente, prime case, le feste più alla moda, nessuno sa chi sia, dal Duca di Dashwell ieri. Il Duca non ha voluto creare disturbo, essendoci la presenza reale'."
"Il giornale mi cadde dalle mani. In quel momento la ragazza di casa mi diede un biglietto di Lady Margaret: alludeva all'articolo; si chiedeva chi fosse 'Lo Straniero'; sperava di vedermi quella sera da Lord A-----, alla cui festa dissi di essere stato invitato; di parlare poi più ampiamente di quelle questioni che avevo toccato! Insomma, caro Paul, un'epistola tenera! Tutti i grandi uomini sono fatalisti: io lo sono ora; il destino ha fatto di me un pazzo. Proprio di fronte a questo nefasto paragrafo feci appello al mio coraggio e andai quella sera da Lord A-----. Il fatto è che i miei affari erano nel caos, ero pesantemente indebitato. Sapevo che era necessario terminare la mia conquista di Lady Margaret il prima possibile; e la casa di Lord A----- sembrava il posto migliore per lo scopo. Anzi, ritenevo il ritardo così pericoloso, dopo quel maledetto paragrafo, che un giorno avrebbe potuto smascherarmi, e sarebbe stato quindi meglio non perdere un'ora nel finire la commedia de 'Lo Straniero' con la farsa de 'La Luna di Miele'. Eccomi dunque da Lord A-----, mentre porto via Lady Margaret per la danza. Eccomi a sussurrarle le cose più dolci all'orecchio. Immaginala mentre approva la mia corte e mi rimprovera dolcemente per aver parlato di Gretna Green. Concepite tutto ciò, mio caro amico, e proprio all'apice del mio trionfo, dilatate gli occhi della vostra immaginazione, e guardate la figura maestosa di Lord A-----, il mio nobile ospite, che marcia verso di me, mentre una voce che, sebbene bassa e quieta come una brezza serale, mi fece affondare il cuore nelle scarpe, disse: 'Credo, signore, che lei non abbia ricevuto alcun invito da Lady A-----?'
"Non potei proferire parola, Paul, non una parola. Se fosse stata la strada maestra invece di una sala da ballo, avrei potuto parlare abbastanza ad alta voce; ma ero sotto un incantesimo. 'Ehem!', balbettai alla fine, 'e-h-e-m! Un qualche equivoco, io... io...'. Lì mi fermai.
"'Signore', disse il conte, guardandomi con una severità grave, 'farebbe meglio ad andarsene'.
"'Dio mio! Cosa succede?' esclamò Lady Margaret, lasciando il mio braccio paralizzato e fissandomi come se si aspettasse che parlassi come un eroe.
"'Oh', dissi, 'eh-e-m, eh-e-m... spiegherò domani... ehem, e-h-e-m'. Mi diressi alla porta; tutti gli occhi nella stanza sembravano trasformati in lenti ustionanti, e mi bruciarono la pelle del viso. Udii un leggero grido mentre lasciavo l'appartamento: Lady Margaret sveniva, suppongo! Lì finì il mio corteggiamento e le mie avventure nell''alta società'.
"Mi sentivo malinconico per il mancato successo del mio piano. Dovete ammettere che era un progetto magnifico. Che coraggio morale! Mi ammiro quando ci penso. Senza un'introduzione, senza conoscere un'anima, diventare, tutto per mia sola risoluzione, libero di entrare nelle case più belle di Londra, ballare con le figlie dei conti, e arrivare quasi a portarmi via la figlia di un conte come moglie. Se l'avessi fatto, gli amici avrebbero dovuto fare qualcosa per me; e Lady Margaret Tomlinson avrebbe forse introdotto il giovane genio del suo Augustus in parlamento o al ministero. Oh, che caduta fu quella! Eppure, perbacco, ah, ah, ah! Non potevo fare a meno di ridere, nonostante il mio dispetto, quando ricordavo che per tre mesi avevo imposto la mia presenza a questi 'delicati esclusivi', ed ero stato letteralmente invitato da molti di loro, che non avrebbero chiesto ai figli cadetti dei loro stessi cugini, semplicemente perché vivevo in una buona strada, mi dichiaravo figlio unico e parlavo delle mie proprietà nello Yorkshire! Ah, ah! Quanto devono essersi sentiti amareggiati gli allocchi mercenari quando si è scoperto tutto! Che pillola per le buone matrone che avevano accoppiato la mia immagine con quella di qualche filiale Mary o Jane... ah, ah, ah! Il trionfo valeva quasi la mortificazione. Tuttavia, come ho detto prima, mi sentii malinconico al riguardo, specialmente perché i miei creditori divennero minacciosi. Così andai a consultare mio cugino il libraio. Mi consigliò di scrivere per i giornali e mi ottenne un'offerta. Mi misi al lavoro con molta pazienza per un breve periodo e strinsi alcune piacevoli amicizie con gentiluomini che incontrai in una tavola rotonda a St. James's. Eppure, i miei creditori, sebbene li pagassi a gocce, erano la piaga della mia vita. Lo confessai a uno dei miei nuovi amici. 'Vieni a Bath con me', disse, 'per una settimana, e tornerai ricco come un ebreo'. Accettai l'offerta e andai a Bath nella carrozza del mio amico. Lui prese il nome di Lord Dunshunner, un pari irlandese che non era mai uscito dal Tipperary, e che quindi non rischiava di essere conosciuto a Bath. Prese anche una casa per un anno; la riempì di vini, libri e una credenza di argenteria. Poiché parlava vagamente di far candidare suo fratello minore per la città al prossimo parlamento, comprò questi beni dai commercianti della città, al fine di incoraggiare il loro commercio. Riuscii segretamente a trasportarli a Londra e a venderli; e poiché li smerciammo al cinquanta per cento sotto il prezzo di costo, i nostri clienti, i banchi dei pegni, non furono molto inquisitori. Vestimmo una vita allegra a Bath per un paio di mesi e partimmo una notte, lasciando la nostra governante a rispondere a tutte le domande. Avevamo preso la precauzione di indossare dei travestimenti, imbottirci e cambiare i toni dei capelli. Il mio nobile amico era un esperto in queste trasformazioni; e sebbene la polizia non dormisse sulla faccenda, non inciampò mai in noi. Sono particolarmente contento che non siamo stati scoperti, perché Bath mi piaceva eccessivamente; e intendo tornarci un giorno o l'altro, e ritirarmi dal mondo... con un'ereditiera!"
"Beh, Paul, poco dopo questa avventura feci la tua conoscenza. Continuai ostensibilmente la mia professione letteraria, ma solo come maschera per i lavori che non dichiaravo. Una circostanza mi costrinse a lasciare Londra piuttosto precipitosamente. Lord Dunshunner mi raggiunse a Edimburgo. Al diavolo, invece di fare qualcosa lì, fummo noi ad essere raggirati! Il più misero monello che abbia mai strisciato lungo l'High Street è più che degno del più scientifico degli inglesi. Con noi è arte; con gli scozzesi è natura. Ti svaligiano le tasche senza usare le dita per farlo; e impediscono la rappresaglia non avendo nulla da farti rubare.
"Lasciammo Edimburgo con facce molto lunghe, e a Carlisle trovammo necessario separarci. Per quanto mi riguarda, andai come cameriere di un nobile che aveva appena perso il suo ultimo servo a Carlisle a causa di una febbre; il mio amico mi diede le migliori referenze! Il mio nuovo padrone era un uomo molto intelligente. Stupiva le persone a cena con gli improvvisi che preparava a colazione; in una parola, era un uomo di spirito. Presto vide, poiché era colto egli stesso, che avevo ricevuto un'educazione classica, e mi impiegò nella capacità confidenziale di trovare citazioni per lui. Le classificai alfabeticamente e sotto tre capi: 'Parlamentare, Letterario, A cena fuori'. Queste erano ulteriormente suddivise in 'Fine, Erudito e Faceto'; così il mio padrone sapeva subito dove rivolgersi per genio, saggezza e spirito. Era deliziato dalla mia gestione del suo intelletto. In omaggio a lui, prestai più attenzione alla politica di quanto avessi fatto prima; poiché era un 'grande Whig', e straordinariamente liberale in tutto... tranne che nel denaro! Da qui, Paul, l'origine dei miei principi politici; e ringrazio il Cielo che ora non c'è un furfante in Inghilterra che sia migliore... vale a dire, più moderato Whig, del vostro umile servitore! Rimasi con lui quasi un anno. Mi licenziò per una colpa degna del mio genio: altri servi potrebbero perdere l'orologio o il cappotto del loro padrone; io mirai a una preda più nobile, e gli feci perdere... il suo carattere privato!"
"Che cosa intendi?"
"Beh, mi ero invaghito di una signora che non mi avrebbe guardato come signor Tomlinson; così presi i vestiti del mio padrone e occasionalmente la sua carrozza, e feci la corte alla mia ninfa come Lord. La sua vanità la rese indiscreta. I giornali Tory ne vennero a conoscenza; e il mio padrone, in un cambio di ministri, fu dichiarato da Giorgio III 'troppo allegro per un Cancelliere dello Scacchiere'. Un vecchio gentiluomo che aveva avuto quindici figli da una moglie simile a una Gorgone, fu scelto al posto del mio padrone; e sebbene il nuovo ministro fosse uno sciocco nella sua capacità pubblica, il pubblico morale era perfettamente contento di lui, a causa delle sue virtù private!
"Il mio padrone era furioso, fece le indagini più rigorose, mi scoprì e cacciò anche me!
"Un Whig non al potere ha una scusa per non amare la Costituzione. La mia angoscia mi rese quasi un repubblicano; ma, fedele al mio credo, devo confessare che avrei livellato solo verso l'alto. Ero particolarmente scontento della disuguaglianza delle ricchezze; guardavo con malumore ogni carrozza che passava; aggrottavo persino la fronte come un secondo Catilina al vapore della cucina di un gentiluomo! La mia ultima situazione non era stata redditizia; avevo trascurato i miei guadagni, nel mio ardore per la politica. Il mio padrone, inoltre, si rifiutò di darmi delle referenze: chi mi avrebbe preso senza?
"Mi stavo ponendo questa malinconica domanda una mattina, quando incontrai improvvisamente uno degli amici eleganti che avevo raccattato nel mio vecchio ritrovo, la tavola rotonda a St. James's. Si chiamava Pepper."
"Pepper!" esclamò Paul.
Senza badare all'esclamazione, Tomlinson continuò: "Andammo in una taverna e bevemmo una bottiglia insieme. Il vino mi rese comunicativo; aprì anche il cuore del mio compagno. Mi chiese di fare un giro con lui quella notte verso Hounslow. Lo feci, e trovai una borsa."
"Che fortuna! Dove?"
"Nella tasca di un gentiluomo. Ero così contento della mia fortuna che feci la stessa strada due volte a settimana, per vedere se potevo raccattare altre borse. Il destino mi favorì, e vissi per molto tempo la vita dei beati. Oh, Paul, non sai... non sai che vita gloriosa sia quella del brigante di strada; ma l'assaggerai uno di questi giorni, lo farai, sul mio onore.
"Ora vivevo con un club di bravi ragazzi. Ci chiamavamo 'Gli Esclusivi', perché eravamo tremendamente riservati nei nostri associati, e solo coloro che facevano affari su grande scala erano ammessi nel nostro gruppo. Per quanto mi riguarda, con tutto il mio amore per la mia professione, mi piaceva l'ingegno ancora più della forza, e preferivo ciò che il volgo chiama truffa, persino alla strada maestra. In una spedizione di questo tipo, entrai una volta in una città di campagna, e vidi una folla riunita in un angolo; mi unii ad essa, e i miei sentimenti! Vidi il mio povero amico Visconte Dunshunner che stava per essere impiccato! Cavalcare via il più velocemente possibile, pensai di vedere Jack Ketch alle mie calcagna. Il mio cavallo mi disarcionò presso una siepe, e mi ruppi la clavicola. Nel confinamento che seguì, idee cupe fluttuarono davanti a me. Non mi piaceva essere impiccato; così ragionai contro i miei errori, e mi pentii. Recuperai lentamente, tornai in città e mi recai dal mio cugino il libraio. A dire il vero, gli avevo fatto un piccolo scherzo: raccolto alcuni suoi debiti per un errore, molto naturale nella confusione incidente alle mie angosce. Tuttavia, fu estremamente sgarbato al riguardo; e l'errore, naturale com'era, mi era costato la sua conoscenza.
"Andai ora da lui con l'aspetto penitente del figliol prodigo; e, perbacco, non avrebbe fatto una brutta figura come vitello grasso da uccidere al mio ritorno, tanto sembrava corpulento e depresso! 'Sgraziato reprobo!', esordì, 'il tuo povero padre è morto!' Fui estremamente scioccato; ma... non temere, Paul, non sto per essere patetico. Mio padre aveva diviso la sua fortuna tra tutti i suoi figli; la mia parte era di 500 sterline. Il possesso di questa rese presto la mia penitenza molto più sincera agli occhi del mio buon cugino; e dopo una scena molto patetica, mi prese ancora una volta in favore. Consultai ora con lui il metodo migliore per investire il mio capitale e recuperare il mio carattere. Non riuscimmo a escogitare alcuno schema alla prima conferenza; ma la seconda volta che lo vidi, mio cugino disse con volto allegro: 'Fatti animo, Augustus, ti ho trovato una situazione. Il signor Asgrave il banchiere ti prenderà come impiegato. È un uomo degnissimo; e avendo una grande quantità di erudizione, ti rispetterà per le tue acquisizioni'. Lo stesso giorno fui presentato al signor Asgrave, che era un uomo piccolo con una bella testa calva e benevola; e dopo una lunga conversazione che fu lieto di intrattenere con me, divenni uno dei suoi scrivani. Non so come sia successo, ma poco a poco sono salito nelle grazie del mio padrone. Lo propiziai, immagino, disponendo delle mie 500 sterline secondo il suo consiglio; le investì per me, su quella che disse essere una famosa garanzia, su una proprietà terriera. Il signor Asgrave aveva abitudini sociali, aveva una casa di capitale e vini eccellenti. Poiché non era molto esigente nella sua compagnia, né ambizioso di frequentare i grandi, spesso mi permetteva di far parte della sua tavola, ed era lieto di intrattenere lunghe discussioni con me sugli antichi. Scoprii presto che il mio padrone era un grande filosofo morale; ed essendo io stesso in salute debole, sazio delle ordinarie occupazioni del mondo, nelle quali la mia esperienza aveva preceduto i miei anni, e naturalmente di un temperamento contemplativo, rivolsi la mia attenzione agli studi morali che così affascinavano il mio datore di lavoro. Lessi nove scaffali pieni di metafisici e conoscevo esattamente i punti in cui quegli illustri pensatori litigavano tra loro, con grande progresso della scienza. Il mio padrone e io eravamo soliti tenere molte lunghe discussioni sulla natura del bene e del male; poiché, con l'aiuto della sua fronte benevola e una voce chiara e testarda, sembrava sempre al nostro pubblico essere l'uomo più saggio e migliore dei due, era molto soddisfatto delle nostre dispute. Questo gentiluomo aveva una figlia unica, un'orribile bisbetica, con una faccia come un'accetta, ma i filosofi superano i difetti personali; e pensando solo al bene che la sua ricchezza mi avrebbe permesso di fare ai miei simili, le feci segretamente la corte. Direte che è stato fare al mio padrone un brutto scherzo per la sua gentilezza. Niente affatto; il mio padrone stesso mi aveva convinto che non esisteva una virtù chiamata gratitudine. Era un errore dei moralisti volgari. Cedetti ai suoi argomenti e alla fine sposai privatamente sua figlia. Il giorno dopo che ciò ebbe luogo, mi convocò nel suo studio. 'Dunque, Augustus', disse, molto dolcemente, 'hai sposato mia figlia: no, non mostrarti confuso; ho visto molto tempo fa che eri deciso a farlo, e ne sono stato molto contento'.
"Tentai di balbettare qualcosa come ringraziamenti. 'Mai interrompermi!', disse. 'Ho avuto due ragioni per essere contento: primo, perché mia figlia era la piaga della mia vita, e volevo qualcuno che me la togliesse di torno; secondo, perché richiedevo la tua assistenza su un punto particolare, e non potevo azzardarmi a chiederlo a nessuno se non a mio genero. In breve, desidero prenderti in società!'
"'Società!', gridai, cadendo in ginocchio. 'Nobile, generoso uomo!'"
«"Rimani un po'", continuò mio suocero. "Quali fondi ritieni necessari per gestire una banca? Sembri perplesso! Nemmeno uno scellino! Metterai esattamente quanto metto io. Metterai persino un po' di più; poiché una volta versasti 500 sterline, che sono state spese da un pezzo. Io non ci metto uno scellino di tasca mia. Vivo dei miei clienti, e ti offro molto volentieri la metà di loro!"
"Immagina, caro Paul, il mio stupore, il mio sgomento! Mi vedevo sposato con un'orrenda bisbetica, genero di un furfante senza un soldo, e truffato dell'intera mia fortuna! Confronta questa visione della questione con quella che mi era balenata davanti quando contemplavo l'idea di diventare genero del ricco signor Asgrave. Dapprincipio andai su tutte le furie. Il signor Asgrave prese il 'Sull'avanzamento del sapere' di Bacone e non rispose nulla finché non fui calmato dall'esplosione. Noterai che, quando la passione si placò, vidi necessariamente che non mi restava altro che adottare la proposta di mio suocero. Così, per la fatalità che mi perseguitava proprio nel momento in cui intendevo redimermi, fui costretto alla canagliescaggine, e fui spinto a frodare un gran numero di persone per l'incidente di essere genero di un grande moralista. Poiché il signor Asgrave era un uomo indolente, che passava le mattine in speculazioni sulla virtù, fui reso io il socio attivo. Passavo la giornata al banco commerciale; e quando tornavo a casa per riposarmi, mia moglie mi graffiava gli occhi."
"Ma non sei mai stato riconosciuto come 'lo straniero' o 'l'avventuriero' nella tua nuova veste?"
"No; poiché naturalmente assumevo, in tutti i miei mutamenti, sia pseudonimi che travestimenti. E, a dirti il vero, il mio matrimonio mi alterò a tal punto che, tra un soprabito color tabacco e una parrucca castana arruffata, con una penna dietro l'orecchio destro, sembravo il ritratto vivente della contegnosa rispettabilità. La mia faccia si allungava di un pollice ogni giorno. Nulla è così rispettabile quanto una faccia lunga; e un'espressione del volto dimessa è il segno più sicuro della prosperità commerciale. Ebbene, andammo avanti abbastanza splendidamente per circa un anno. Nel frattempo ero meravigliosamente migliorato in filosofia. Non hai idea di come una moglie brontolona sublimi e rarefaccia l'intelletto. Il tuono pulisce l'aria, sai! Alla fine, infelicemente per la mia fama (poiché contemplavo una magnifica storia morale dell'uomo, che, se fosse vissuta un anno di più, avrei completato), mia moglie morì di parto. Mio suocero ed io stavamo discutendo dell'evento, e biasimando la civiltà per le abitudini snervanti a causa delle quali le donne muoiono dei propri figli invece di darli alla luce senza nemmeno essere consce della circostanza, quando un pezzetto di carta, sigillato male, fu consegnato al mio socio. Egli vi gettò uno sguardo, terminò la discussione, e poi mi disse che la nostra banca aveva sospeso i pagamenti. 'Ora, Augustus', disse, accendendosi la pipa con quel pezzetto di carta, 'vedi il bene che c'è nell'aver nulla da perdere.'"
"Non pagammo neppure sei pence per sterlina; ma il mio socio fu ritenuto così sfortunato che il pubblico britannico fece una colletta per lui, ed egli si ritirò con una rendita, grandemente rispettato e molto compianto. Poiché io non ero stato così noto come moralista, e non avevo il pregevole vantaggio di una testa calva e benevola, non fu fatto nulla per me, e fui rigettato ancora una volta nel vasto mondo, a moralizzare sulle vicissitudini della fortuna. Mio cugino il libraio non c'era più, e suo figlio mi voltò le spalle. Presi una soffitta in Warwick Court, e con pochi libri, la mia unica consolazione, tentai di ritemprare la mia mente per il futuro. Fu in questo periodo, Paul, che i miei studi mi giovarono davvero. Meditai molto, e divenni un vero filosofo, vale a dire, uno pratico. Le mie azioni furono da allora regolate dal principio; e prima o poi, ti convincerò che la strada della vera morale non evita mai le tasche del tuo prossimo. Non appena la mia mente ebbe fatto la grande scoperta che il signor Asgrave aveva fatto prima di me, ovvero che si dovrebbe vivere secondo un sistema — poiché se commetti un errore, allora è il tuo sistema che sbaglia, non tu — mi misi sulla strada, senza nessuno di quei morsi di coscienza che fino a quel momento mi avevano infastidito in simili avventure. Formai parte di un magnifico nucleo di 'Liberi Agenti', che ti presenterò un giorno o l'altro, e presto ascesi a distinzione tra loro. Ma circa sei settimane fa, non meno che in passato preferendo le scorciatoie alle strade maestre, tentai di impossessarmi di una carrozza, per rivenderla a sconto. Fui assolto dal reato di furto, ma mandato qui dal giudice Burnflat per la contravvenzione. Fin qui, mio giovane amico, è giunta finora la vita di Augustus Tomlinson." La storia di questo gentiluomo fece una profonda impressione su Paul. L'impressione fu rafforzata dalle conversazioni tenute successivamente con Augustus. Quel degno individuo era un pericoloso e sottile persuasore. Aveva letto davvero una buona dose di storia, e qualcosa di morale; e aveva un modo ingegnoso di difendere le sue pratiche da mascalzone mediante sillogismi tratti dalla seconda, ed esempi tratti dalla prima. Queste teorie le corroborava, per così dire, con un riferimento alla politica esistente del giorno. I truffatori del pubblico, con falsi pretesti, amava definirli "Whig moderati"; gli aggressivi esattori della tua borsa erano "alti Tory"; e il furto in banda era "l'effetto dello spirito di parte". C'era questa differenza tra Augustus Tomlinson e Long Ned: Ned era il furfante d'azione, Augustus quello raziocinante; e possiamo vedere perciò, con una piccola riflessione, che Tomlinson era un compagno assai più pericoloso di Pepper: poiché le teorie appariscenti sono sempre più seducenti per i giovani e gli intelligenti che gli esempi persuasivi, e la vanità dei giovani li rende più compiaciuti nell'essere convinti di una cosa che nell'essere adescati ad essa.
Un giorno o due dopo la narrazione del signor Tomlinson, Paul fu nuovamente visitato dalla signora Lobkins, poiché i regolamenti contro i visitatori frequenti non erano allora applicati così rigorosamente come comprendiamo siano ora; e la buona donna venne a deplorare lo scarso successo del suo colloquio con il giudice Burnflat.
Risparmiamo al lettore dal cuore tenero un resoconto dell'toccante colloquio che ne seguì. In effetti, fu solo una ripetizione di quello che abbiamo narrato in precedenza. Diremo solo, come prova della tenerezza di cuore di Paul, che quando prese congedo dalla buona matrona, e le disse "Dio ti benedica", la sua voce tremò, e le lacrime gli brillarono agli occhi: proprio come erano solite fare agli occhi di Giorgio III, quando quell'eccellente monarca era compiaciuto di concedere graziosamente il bis di "God save the King!"
"Impiccato sarò", soliloquiò il nostro eroe, mentre volgeva lentamente il passo verso il sottile Augustus, "impiccato sarò (uhm! la denuncia è profetica), se non mi sento così grato alla vecchia signora per la sua premura verso di me come se non mi avesse mai maltrattato. Per quanto riguarda i miei genitori, credo di avere ben poco di cui essere grato o orgoglioso da quella parte. La mia povera madre, stando a quanto si dice, sembra a stento aver posseduto persino la virtù bruta della tenerezza materna; e secondo ogni umana probabilità non saprò mai se ho avuto un padre o cinquanta. Ma che importa? Preferisco piuttosto essere indipendente; e, dopo tutto, che cosa otteniamo, nove decimi di noi, dai nostri genitori se non un brutto nome, e consigli che, se seguiamo, siamo infelici, e se trascuriamo, veniamo diseredati?"
Consolandosi con questi pensieri, che forse prendevano la loro tinta filosofica dalle conversazioni che aveva tenuto di recente con Augustus, e che si spezzavano nel bisbigliata aria di:
"Perché dovremmo litigare per le ricchezze?"
Paul si riparò alle sue consuetudinarie occupazioni.
Nella terza settimana della prigionia del nostro eroe, Tomlinson gli comunicò un piano di fuga che era balenato al suo cervello sagace. Nel cortile destinato ai divertimenti dei gentiluomini "contravventori", c'era un tubo dell'acqua che, costeggiando il muro, passava sopra la porta attraverso la quale ogni mattina i pii prigionieri passavano nel loro cammino verso la cappella. Tramite questo, Tomlinson propose di fuggire; poiché al tubo che giungeva dalla porta al muro, in una direzione obliqua e facile, c'era una sorta di battiscopa; e un uomo destro e agile avrebbe potuto facilmente, con l'aiuto di questo asse, trasportarsi lungo il tubo, finché il progresso di quel conduttore utile (che era fortunatamente molto breve) non fosse stato fermato dalla cima del muro, dove trovava un seguito in un altro tubo, che discendeva al suolo sul lato opposto del muro. Ora, su questo lato opposto c'era il giardino della prigione; in questo giardino c'era una guardia, e questa guardia era il babau del piano di Tomlinson: "Poiché supponendoci al sicuro nel giardino", disse, "cosa faremo con questo maledetto tipo?"
"Ma non è tutto", aggiunse Paul; "poiché anche se non ci fosse la guardia, c'è un muro terribile, che ho notato specialmente la settimana scorsa, quando siamo stati messi a lavorare in giardino, e che non ha alcun tubo, se non uno perpendicolare, che un uomo deve avere le gambe di una mosca per poter scalare!"
"Sciocchezze!" rispose Tomlinson; "ti mostrerò come scalare il muro più ostinato della cristianità, se uno ha solo la costa libera. È la guardia, la guardia, che dobbiamo..."
"Cosa?" chiese Paul, osservando che il suo compagno non concludeva la frase.
Passò del tempo prima che il saggio Augustus rispondesse; poi disse con tono pensieroso:
"Stavo pensando, Paul, se sarebbe coerente con la virtù, e con quel rigido codice di morale da cui tutte le mie azioni sono regolate, di... uccidere la guardia!"
"Gran Dio!" esclamò Paul, inorridito.
"E ho deciso", continuò Augustus, solennemente, senza curarsi dell'esclamazione, "che l'azione sarebbe perfettamente giustificabile!"
"Villano!" esclamò Paul, ritraendosi all'altro capo della cella di pietra — poiché era notte — in cui erano rinchiusi.
"Ma", proseguì Augustus, che sembrava soliloquiare, e la cui voce, che suonava calma e riflessiva, come quella di Young nel famoso monologo dell'"Amleto", denotava che non badava all'incivile interruzione, "ma l'opinione non influenza sempre la condotta; e sebbene possa essere virtuoso assassinare la guardia, non ho il coraggio di farlo. Confido che nella mia futura storia non sarò troppo severamente censurato dai moralisti discernenti per una debolezza di cui il mio temperamento fisico è l'unico da incolpare!"
Nonostante il tono del soliloquio, passò molto tempo prima che Paul potesse riconciliarsi a un'ulteriore conversazione con Augustus; e fu solo per la convinzione che il moralista avesse inclinato verso la vena scherzosa che alla fine riprese la consultazione.
I cospiratori non portarono tuttavia il loro piano quella notte a nessuna decisione definitiva. Il giorno successivo Augustus, Paul, e alcuni altri della compagnia furono messi al lavoro in giardino; e Paul osservò allora che il suo amico, spingendo una carriola vicino al punto in cui stava la guardia, ne rovesciò il contenuto. La guardia fu abbastanza bonaria da aiutarlo a riempire di nuovo la carriola; e Tomlinson approfittò così bene dell'occasione che quella notte informò Paul che non avrebbero avuto nulla da temere dalla vigilanza della guardia. "Ha promesso", disse Augustus, "per certe con-si-de-ra-zioni, di permettermi di stenderlo; ha anche promesso di essere così tanto ferito da non essere in grado di muoversi finché non saremo oltre il muro. La nostra difficoltà principale ora, dunque, è il primo passo, vale a dire, scalare il tubo senza essere visti!"
"Quanto a questo", disse Paul, che sviluppò, durante l'intero piano, organi di sagacia, audacia e inventiva che affascinarono il suo amico, e certamente promettevano bene per la sua futura carriera, "quanto a questo, penso che possiamo gestire la prima ascesa con minor pericolo di quanto immagini. Le mattine ultimamente sono state molto nebbiose; sono quasi buie all'ora in cui andiamo in cappella. Chiudiamo noi la fila: il tubo passa proprio sopra la porta; le nostre mani, come abbiamo provato, possono raggiungerlo; e un salto di non grande agilità ci permetterà di elevarci fino a poggiare i piedi sul tubo e sul battiscopa."
"La scalata allora è facile; e tra la nebbia densa e la nostra rapidità, penso che avremo poche difficoltà a raggiungere il giardino. Le uniche precauzioni che dobbiamo usare sono di attendere una mattina molto buia, ed essere sicuri di essere gli ultimi della fila, così che nessuno dietro possa dare l'allarme..."
"O tentare di seguire il nostro esempio, e rovinare la torta con una prugna superflua!" aggiunse Augustus. "Consigli in modo ammirevole; e uno di questi giorni, se non verrai impiccato nel frattempo, sarai, oso presagire, un grande logico."
La mattina successiva fu limpida e gelida; ma il giorno dopo fu, per usare la similitudine di Tomlinson, "buio come se tutti i negri d'Africa fossero stati stufati nell'aria". "Avresti potuto tagliare la nebbia con un coltello", come dice il proverbio. Paul e Augustus non riuscivano nemmeno a vedere quanto significativamente ognuno guardasse l'altro.
Fu un tratto notevole dell'audace temperamento del primo che, giovane com'era, fu deciso che dovesse guidare il tentativo. All'ora, dunque, per la cappella i prigionieri passarono come al solito attraverso la porta. Quando giunse il turno di Paul, si tirò su con le mani verso il tubo, e poi strisciando lungo il suo corso sinuoso, raggiunse il muro prima ancora di aver ripreso fiato. Più goffamente, Augustus seguì l'esempio del suo amico. Una volta il piede gli scivolò, e fu quasi giù. Estese le mani involontariamente, e afferrò Paul per una gamba. Fortunatamente il nostro eroe aveva allora raggiunto il muro, a cui si stava aggrappando; e per una volta, un mascalzone si issò senza far cadere un altro. Ecco Tomlinson e Paul ora seduti per un istante sul muro a riprendere fiato; il secondo poi — la discesa al suolo non era molto grande — lasciando scendere il proprio corpo con le mani, si lasciò cadere nel giardino.
"Ferito?" chiese il prudente Augustus, in un sussurro rauco, prima di scendere dalla sua "cattiva eminenza", essendo persino disposto:
"A sopportare quei mali che aveva, Piuttosto che volare verso altri che non conosceva"
"No!" senza prendere ogni precauzione precedente in suo potere, fu la risposta nella stessa voce, e Augustus si lasciò cadere.
Non appena quest'ultimo degno individuo ebbe superato lo shock della sua caduta, non perse un momento a correre all'altro capo del giardino. Paul seguì. Lungo la strada Tomlinson si fermò presso un mucchio di spazzatura, e raccolse una pietra immensa. Quando giunsero alla parte del muro che avevano convenuto di scalare, trovarono la guardia — della quale non avevano bisogno, sia detto di passaggio, di essersi preoccupati; poiché se non fosse stato organizzato che dovesse incontrarli, la nebbia fitta avrebbe effettivamente impedito a lui di vederli. Questo fedele guardiano Augustus stese, non con una pietra, ma con dieci ghinee; estrasse poi dai suoi abiti una corda abbastanza spessa, che si era procurato alcuni giorni prima dal secondino, e fissando la pietra fermamente a un'estremità, gettò quell'estremità oltre il muro. Ora il muro aveva (come i muri di grande forza per lo più hanno) una sorta di merlatura sporgente su entrambi i lati; e la pietra, quando fu gettata oltre e tirata fino al limite della corda a cui era attaccata, si agganciò necessariamente contro questa sporgenza; e così la corda fu per così dire fissata al muro, e Tomlinson fu messo in grado con essa di tirarsi su fino alla cima della barriera. Compì questa prodezza con destrezza ginnica, come uno che l'avesse spesso praticata; sebbene il discreto avventuriero non avesse menzionato nella sua narrazione a Paul alcuna occasione precedente per la pratica. Non appena ebbe raggiunto la cima del muro, gettò giù la corda al suo compagno, e, in considerazione dell'inesperienza di Paul in quel modo di scalare, diede al fissaggio della corda una sicurezza aggiuntiva tenendolo lui stesso. Con lentezza e fatica Paul si issò; e poi, trasferendo la pietra sull'altro lato del muro, dove fece naturalmente un analogo aggancio, i nostri due avventurieri furono messi in grado successivamente di scivolare giù, e consumare la loro fuga dalla Casa di Correzione.
"Seguimi ora!" disse Augustus, mentre se la dava a gambe; e Paul lo inseguì attraverso un labirinto di vicoli e stradine, attraverso le quali saettava e schivava con una variabile e mutevole celerità che, se Paul non gli fosse rimasto vicino, lo avrebbe molto presto, combinata con la nebbia, sottratto agli occhi del suo giovane alleato. Fortunatamente l'immaturità della mattina, l'oscurità delle strade attraversate, e soprattutto l'estrema oscurità dell'atmosfera, impedirono quell'individuazione e quell'arresto che le vesti del prigioniero avrebbero altrimenti loro assicurato. Alla fine si ritrovarono nei campi; e strisciando lungo le siepi, e evitando diligentemente la strada maestra, continuarono a fuggire in avanti, finché non si furono inoltrati per diverse miglia nelle "viscere della terra". A quel tempo le "viscere" di Augustus Tomlinson iniziarono a ricordargli le loro pretese; e suggerì di conseguenza l'opportunità di sequestrare il primo contadino che avessero incontrato, e di fargli scambiare gli abiti con uno dei fuggitivi, che sarebbe stato così in grado di entrare in una locanda e provvedere alle loro necessità comuni. Paul concordò con questa proposta, e di conseguenza attesero la loro opportunità e catturarono un aratore. Augustus lo spogliò della sua casacca, del cappello e delle calze di lana; e Paul, indurito dalla necessità e dalla compagnia, aiutò a legare il povero aratore a un albero. Continuarono poi la loro progressione per circa un'ora, e, mentre le ombre della sera cadevano attorno a loro, scoprirono una locanda. Augustus entrò, e ritornò dopo pochi minuti carico di pane, formaggio e una bottiglia di birra. Il vitto della prigione cura un uomo dalla schizzinosità, e i due fuggitivi cenarono con queste vivande casalinghe con considerevole compiacimento. Ripresero poi il loro viaggio, e alla fine, stanchi per lo sforzo, arrivarono a un solitario pagliaio, dove decisero di riposare per un'ora o due.
CAPITOLO X.
Diversamente dal ribaldo, la cui licenziosa facezia Inquina il suo banchetto, e insulta il suo ospite, Dalla ricchezza e dalla grandezza facile a discendere, Tu gioisci di perdere il padrone nell'amico. Attorno alla tua tavola vediamo i lieti servitori, allegri — con il sorriso di blanda uguaglianza; Nessuna cura sociale il grazioso signore disdegna; L'amore spinge all'amore, e la riverenza riverenza guadagna.
Traduzione di LUCANO a Paso, Prefissa al Dodicesimo Articolo del "The Rambler".
Timidamente brillavano giù le timide stelle sopra i nostri avventurieri, mentre, dopo un breve pisolino dietro il pagliaio, si stiracchiarono, e guardandosi l'un l'altro, scoppiarono in una risata involontaria e ilare per la prospera terminazione della loro impresa.
Finora erano stati troppo occupati, prima dalla loro fuga, poi dalla fame, poi dalla fatica, per auto-compiacersi; ora si strofinavano le mani, e scherzavano come scolari fuggitivi per la loro fuga.
A poco a poco i loro pensieri si volsero dal passato al futuro; e "Dimmi, mio caro amico", disse Augustus, "cosa intendi fare. Confido di averti convinto molto tempo fa che non è peccato 'servire i nostri amici' e 'essere fedeli al nostro partito'; e perciò, suppongo, deciderai di metterti sulla strada."
"È molto strano", rispose Paul, "che io abbia ancora degli scrupoli dopo le tue lezioni sull'argomento; ma ti confesso francamente che, in un modo o nell'altro, ho dei dubbi sul fatto che rubare sia davvero la professione più onesta che potrei seguire."
«Ascoltami, Paul», rispose Augustus; e la sua replica non è indegna di nota. «Ogni crimine ed ogni eccellenza dipendono da una buona scelta di parole. Vedo che hai un’aria perplessa; ti spiegherò. Se prendi del denaro dal pubblico e dici di aver rubato, hai indubbiamente commesso un grande crimine; ma se fai la stessa cosa e dici di aver sollevato le necessità dei poveri, hai compiuto un’azione eccellente. Se, nel dividere poi questo denaro con i tuoi compagni, dici di aver spartito un bottino, hai commesso un’offesa contro le leggi del tuo paese; ma se osservi di aver diviso con i tuoi amici i guadagni della tua operosità, hai compiuto una delle azioni più nobili dell’umanità. Spaccare la testa a un uomo non è né virtuoso né colpevole, ma dipende dal linguaggio applicato all’azione farne un omicidio o una gloria. Perché non dire, dunque, di aver testimoniato il coraggio di un eroe, piuttosto che l’atrocità di un mascalzone? È perfettamente chiaro, non è vero?»
[Osserviamo in un paragrafo di un giornale americano, copiato senza commento nel “Morning Chronicle”, una singolare prova della verità della filosofia di Tomlinson! “Il signor Rowland Stephenson”, così recita l’estratto, “il celebre banchiere inglese, ha appena acquistato un considerevole tratto di terra”, ecc. Filosofo dei paragrafisti! “Celebre banchiere inglese!” — quella frase è un’illustrazione dei sofismi verbali migliore di tutti i trattati di Bentham messi insieme. “Celebre!” O Mercurio, che epiteto ingegnoso!]
«Sembra di sì», rispose Paul.
«È così evidente che è il modo in cui tutti i governi vengono gestiti. Perciò, mio buon Paul, facciamo solo ciò che fanno tutti gli altri legislatori. Non siamo mai furfanti finché ci definiamo onest’uomini, e non commettiamo mai un crimine finché possiamo definirlo una virtù. Che ne dici ora?»
Paul sorrise, e rimase in silenzio alcuni istanti prima di replicare: «C’è ben poco dubbio che tu abbia torto; eppure, se lo hai tu, lo ha tutto il resto del mondo. Non serve a nulla essere l’unica pecora bianca del gregge. Perciò, mio caro Tomlinson, in futuro sarò un ottimo cittadino, solleverò le necessità dei poveri e condividerò i guadagni della mia operosità con i miei amici».
«Bravo!» gridò Tomlinson. «E ora che la cosa è sistemata, prima sarai inaugurato meglio sarà. Poiché la luce delle stelle è spuntata, vedo che mi trovo in un luogo che dovrei conoscere molto bene; o, se ti piace essere sospettoso, puoi credere che ti abbia portato apposta in questa direzione. Ma prima lasciami chiedere se senti un gran desiderio di passare la notte vicino a questo pagliaio, o se ti piacerebbero una canzone e la ciotola del punch quasi quanto l’aria aperta, con la possibilità di essere mangiato in un pizzico di fieno da qualche mucca errante».
«Puoi immaginare la mia scelta», rispose Paul.
«Bene, allora, c’è un ottimo compagno qui vicino, che tiene un’osteria ed è un saldo alleato e generoso patrono dei ragazzi della croce. A certi intervalli tengono riunioni settimanali a casa sua: questa è una di quelle sere. Che ne dici? Devo presentarti al club?»
«Sarò molto lieto se vorranno ammettermi», rispose Paul, che molti pensieri contrastanti rendevano laconico.
«Oh! Non temere, sotto i miei auspici. A dire il vero, sebbene siamo una combriccola tollerante, accogliamo ogni nuovo proselito con entusiasmo. Ma sei stanco?»
«Un poco; la casa non è lontana, dici?»
«Circa un miglio», rispose Tomlinson. «Appoggiati a me».
I nostri viandanti ora, lasciando il pagliaio, attraversarono parte di Finchley Common; poiché la dimora del degno oste era felicemente situata, e la scena in cui i suoi ospiti celebravano le loro festività era vicina a quella in cui spesso compivano le loro imprese.
Mentre procedevano, Paul interrogò il suo amico riguardo al nome e al carattere del “nostro ospite”; e l’onnisciente Augustus Tomlinson gli rispose, alla maniera quacchera, con una domanda:
«Non hai mai sentito parlare di Gentleman George?»
«Cosa! Il noto capo di una taverna per malviventi in campagna? Certo che l’ho sentito, spesso; la mia povera balia, Dame Lobkins, soleva dire che era l’uomo che parlava meglio nel mestiere!»
«Sì, lo è ancora. In gioventù, George era un bel ragazzo, ma un po’ troppo dedito alla sua ragazza e alla sua bottiglia per compiacere suo padre, un vecchio gentiluomo molto posato, che passeggiava la domenica con una parrucca corta e un bastone dal pomello d’oro, e che era un agricoltore molto migliore nei giorni feriali di quanto fosse un oste. George soleva essere un tipo straordinariamente elegante, e lo è ancora oggi. Ha molto spirito, è un ottimo giocatore di whist, ha una cantina eccellente ed è così amante di vedere i suoi amici ubriachi che ha comprato qualche tempo fa una grande misura di peltro in cui sei uomini possono stare in piedi. Le ragazze, o meglio le vecchie, con le quali era molto più cortese, l’hanno sempre amato; dicono che nulla sia così bello come i suoi bei discorsi, e gli danno il titolo di 'Gentleman George'. È un uomo gentile e di buon cuore in molte cose. Preghi il cielo che non avremo motivo di rimpiangerlo quando se ne andrà! Ma, a dire il vero, prende più della sua parte della nostra borsa comune».
«Cosa! È avaro?»
«Tutt’altro; ma è così dannatamente appassionato di costruzioni che investe tutto il suo denaro (e vuole che investiamo tutto il nostro) in case; e c’è un cane di un muratore che gli presenta conti terribili, un tizio chiamato 'Cunning Nat', che è altrettanto abile nello sprecare terreno e nel migliorare la rendita del terreno».
«Cosa intendi dire?»
«Ah! Dietro questo c’è una storia. Ma siamo vicini al posto ora; vedrai una combriccola curiosa».
Mentre Tomlinson diceva questo, la coppia si avvicinò a una casa che sorgeva isolata, e apparentemente senza alcun’altra dimora nelle vicinanze. Era di forma curiosa e grottesca, dipinta di bianco, con un camino gotico, un’insegna cinese (su cui era dipinto un gentiluomo a pesca, con le parole “The Jolly Angler” scritte sotto), e un portico che sarebbe stato greco se non fosse stato olandese. Sorgeva in un piccolo campo, con una siepe dietro e il terreno comune davanti. Augustus si fermò alla porta; e mentre esitava, scoppi di risate risuonarono allegramente all’interno.
«Ah, i ragazzi allegri!» mormorò; «non vedo l’ora di essere con loro»; e poi con il pugno chiuso bussò quattro volte alla porta. Ci fu un silenzio improvviso che durò circa un minuto, e fu interrotto da una voce all’interno, che chiedeva chi fosse. Tomlinson rispose con una parola cabalistica; la porta fu aperta e un ragazzino si presentò.
«Bene, ragazzo mio», disse Augustus, «e come sta il tuo padrone? Robusto e in forze, se devo giudicare dalla sua voce».
«Sì, Master Tommy, sì, sta bevendo di gusto nel retrobottega con Mr. Pepper e Fighting Attie, e una decina di altri. Sarà strabiliantemente felice di vederti, scommetto».
«Accompagna questo gentiluomo al bar», aggiunse Augustus, «mentre io vado a porgere i miei omaggi all’onesto Geordie».
Il ragazzo fece una sorta di inchino e, conducendo il nostro eroe al bar, lo consegnò alle cure di Sal, una prosperosa barista che faceva onore al gusto del padrone di casa e che accolse Paul con spiccata distinzione e un bicchiere di brandy.
Paul non dovette fare l’amabile per molto tempo, prima che Tomlinson lo raggiungesse con l’informazione che Gentleman George sarebbe stato felicissimo di vederlo nel retrobottega, e che lì avrebbe trovato un vecchio amico nella persona di Mr. Pepper.
«Cosa! È qui?» gridò Paul. «Il miserabile furfante, lasciarmi rinchiudere al suo posto!»
«Piano, piano; niente applicazioni improprie di termini!» disse Augustus. «Quella non era furfanteria; quella era prudenza, la più grande di tutte le virtù, e la più rara. Ma vieni, e Pepper spiegherà domani».
Attraversando una galleria o corridoio, Augustus precedette il nostro eroe, aprì una porta e lo introdusse in un lungo appartamento basso, dove sedevano, attorno a un tavolo imbandito con pipe e liquori, una decina di uomini, mentre a capotavola, su una poltrona, presiedeva Gentleman George. Quel dignitario era un gentiluomo corpulento e di bell’aspetto, con uno sguardo astuto e una parrucca gallese, portata, come dice il “Morning Chronicle” del cappello di Sua Maestà, “in modo disinvolto, da un lato”. Essendo afflitto dalla gotta, il suo piede sinistro riposava su uno sgabello; e l’atteggiamento rivelava, nonostante una calza di lana d’agnello, i resti di una gamba eccellente.
Poiché Gentleman George era una persona di maestosa dignità tra i Cavalieri della Croce, confidiamo che non saremo considerati irriverenti nell’applicare alcune delle parole con cui il suddetto “Morning Chronicle” descrisse Sua Maestà il giorno in cui pose la prima pietra del monumento di suo padre alla descrizione di Gentleman George.
«Aveva addosso un bel cappotto blu e un panciotto bianco»; inoltre, «rideva in modo bonario», mentre, voltandosi verso Augustus Tomlinson, lo salutò con:
«Dunque questo è il giovanotto che ci presenti? Benvenuto al Jolly Angler! Dacci la tua mano, giovane signore; sarò felice di soffiare una nuvola con te».
«Con tutta la dovuta sottomissione», disse Mr. Tomlinson, «penso che potrebbe essere meglio introdurre prima il mio allievo e amico ai suoi futuri compagni».
«Parli come un tipo sveglio», gridò Gentleman George, stringendo ancora la mano al nostro eroe; e voltandosi sulla sua poltrona, indicò ciascun membro, mentre presentava i suoi ospiti a Paul.
«Ecco», disse, «ecco un bel tipo alla mia destra» (la persona così designata era una figura magra dall’aspetto militare, con una giubba da equitazione logora, e con un volto aquilino audace e dominante, un po’ rovinato dall’uso), «ecco un bel tipo per te! Fighting Attie lo chiamiamo; è un diavolo sulla strada. 'Fermati, consegna, devi e dovrai, non puoi e non potrai, fai come ti dico, o vai al diavolo!' Questo è tutto il chiacchiericcio di Fighting Attie; e, perdio, ha un modo meraviglioso di andare al punto! Un famoso tipo è il mio amico Attie, un vecchio soldato, ha visto il mondo e sa cos’è cosa; ha un sacco di buon senso, e neanche un po’ di adulazione. Comunque, gli aristocratici non lo amano; e quando prende il denaro delle persone, non ha bisogno di essere così sgarbato al riguardo. Attie, lasciami presentare un nuovo compagno». Paul fece il suo inchino.
«Riposo, uomo!» disse il veterano, senza togliere la pipa di bocca.
Gentleman George continuò poi; e dopo aver indicato quattro o cinque dei presenti (tra i quali il nostro eroe scoprì, con sua sorpresa, i suoi vecchi amici Mr. Eustace Fitzherbert e Mr. William Howard Russell), arrivò, finalmente, a uno con una faccia molto rossa e una struttura corporea vigorosa. «Quel gentiluomo», disse, «è Scarlet Jem; un tipo pericoloso per una folla, sebbene dica che gli piace rubare da solo ora, perché una folla generale non è affatto una cosa buona come lo era un tempo. Non hai idea di che mano abbia Scarlet Jem nel travestirsi. Ha una vecchia parrucca con cui solitamente fa affari; e non andresti a riconoscerlo quando si nasconde sotto la parrucca. Oh, è un prezioso furfante, Scarlet Jem! Quanto al tipo dall’altra parte», continuò l’oste del Jolly Angler, indicando Long Ned, «tutto ciò che posso dire di lui, bene, male o indifferente, è che ha una testa di capelli incredibilmente bella; e ora, giovanotto, dato che lo conosci, suppongo che andrai a sederti accanto a lui, e lui ti presenterà al resto; perché, che mi venga un colpo!» (Gentleman George era un po’ incline a bestemmiare) «se non sono stanco; e quindi alla tua salute; e se il tuo nome è Paul, possa tu sempre derubare Pietro [una borsa] per pagare Paolo!»
Questo motto dell’oste essendo ricevuto in modo eccellente, Paul andò, tra le risate generali, a prendere possesso del posto vacante accanto a Long Ned. Quel gentiluomo alto, che fino a quel momento era stato intento a nuvolare (come Omero chiama Giove) in un profondo silenzio, ora si voltò verso Paul con la più calda cordialità, si dichiarò felicissimo di incontrare ancora una volta il suo vecchio amico, e si congratulò con lui sia per la sua fuga da Bridewell che per la sua ammissione ai consigli di Gentleman George. Ma Paul, memore di quell’esercizio di “prudenza” da parte di Mr. Pepper per il quale era stato lasciato al suo destino e alla mercé del giudice Burnflat, ricevette le sue avances in modo molto scontroso. Questa freddezza irritò Ned, che era naturalmente collerico, tanto che voltò le spalle al nostro eroe e, essendo di spirito aristocratico, mormorò qualcosa su “arrampicatori sociali e borseggiatori volgari ammessi alla compagnia di eleganti banditi”. Questo mormorio fece affluire tutto il sangue di Paul alle guance; perché sebbene fosse stato punito come borseggiatore, nessuno sapeva meglio di Long Ned se fosse innocente o meno; e un rimprovero da parte sua giunse quindi con doppia ingiustizia e severità. Nella sua ira afferrò Mr. Pepper per l’orecchio e, dicendogli che era un furfante meschino, lo sfidò a duello.
Un invito così piacevole non essendo annunciato sottovoce, ma con un tono adatto all’importanza della proposizione, tutti i presenti lo sentirono; e prima che Long Ned potesse rispondere, la voce piena di Gentleman George tuonò:
«Mantenete la pace, giovanotto! Cosa! Sei appena stato ammesso alle nostre allegrie e devi già litigare? Ascoltate, signori, sono stato abbastanza tormentato dalle vostre liti prima d’ora; e il primo tipo che rompe la quiete del Jolly Angler sarà cacciato via a calci, non è vero, Attie?»
«Dietro front, marcia!» disse l’eroe.
«Sì, questa è la parola, Attie», disse Gentleman George. «E ora, Mr. Pepper, se c’è del cattivo sangue tra te e il ragazzo, lavalo via in un bicchiere di brandy, e non sentiamo più nulla al riguardo».
«Sono disposto», gridò Long Ned, con l’aria deferente di un cortigiano, porgendo la mano a Paul. Il nostro eroe, essendo alquanto imbarazzato dalla novità della sua situazione e dal rimprovero di Gentleman George, accettò, sebbene con una certa riluttanza, la cortesia offerta.
Ripristinato l’ordine, la conversazione dei conviviali iniziò ad assumere una piega affascinante. Parlavano con infinito gusto delle somme che avevano riscosso dal pubblico e delle peculazioni che avevano commesso per quello che uno chiamava il bene della comunità, e l’altro, l’ordine costituito, intendendo se stessi. Era facile vedere in quale scuola il perspicace Augustus Tomlinson avesse imparato il valore delle parole.
C’era qualcosa di edificante nell’ascoltare quei furfanti! Così raffinato era il loro linguaggio, e così onesto il loro entusiasmo per i propri interessi, che si sarebbe potuto immaginare di ascoltare un gruppo di ministri di gabinetto che discutevano di tasse o di gratifiche.
«Possano i Comuni fiorire a lungo!» gridò il faceto Georgie, riempiendo il suo bicchiere; «è dai comuni che siamo nutriti, e possano non conoscere mai la coltivazione!»
«Tre volte tre!» gridò Long Ned; e il brindisi fu bevuto come propose Mr. Pepper.
«Una piccola coltivazione moderata dei comuni, per parlare francamente», disse Augustus Tomlinson, modestamente, «potrebbe non essere fuori luogo; perché indurrebbe le persone a credere di poter viaggiare in sicurezza; e, dopo tutto, una siepe o un campo d’orzo sono buoni quanto una brughiera sterile, dove non abbiamo riparo se veniamo inseguiti!»
«Dici sciocchezze, babbeo!» gridò un rapinatore di nota, chiamato Bagshot; che, essendo anziano ed essendo stato il servitore di un avvocato, era talvolta denominato “Old Bags”. «Dici sciocchezze; questi aratri innovatori sono la nostra rovina. Ogni spiga di grano in un comune è un’invasione della costituzione e dei diritti dei gentiluomini banditi. Sono vecchio e potrei non vivere abbastanza per vedere queste cose; ma segnati le mie parole, verrà un momento in cui un uomo potrà andare da Lunnun a Johnny Groat’s senza perdere un centesimo per colpa di uno di noi; quando Hounslow sarà sicura e Finchley tranquilla. Occhi miei, che cosa triste sarà per noi!»
Il venerabile vecchio divenne improvvisamente silenzioso e le lacrime gli salirono agli occhi. Gentleman George aveva un grande orrore della tristezza e in particolare non amava tutti gli argomenti sgradevoli.
«Tuoni e fulmini, Old Bags!» disse l’oste del Jolly Angler, «questo non va bene; siamo tutti riuniti qui per essere allegri, e non per ascoltare le tue malinconiche lagne. Dico, Ned Pepper, suppongo che ci offrirai una canzone, e io terrò il tempo con le nocche».
Long Ned, togliendo la pipa di bocca, tentò, come la Lady Heron di Walter Scott, una o due graziose scuse; queste essendo sommerse da un grido universale, l’avvenente furfante diede la seguente canzone, sull’aria di “Time has not thinned my flowing hair”.
CANZONE DI LONG NED.
Oh, se le mie mani aderiscono al contante, I miei guanti sono almeno puliti, E raramente si sono visti gentiluomini eleganti Vestiti con abiti più curati.
Dolce Pubblico, poiché le tue casse devono Alleviare i nostri bisogni, Oh! non dà conforto cedere la polvere A un ladro così affascinante?
«'E John può ridere dei miei', — eccellente!» gridò Gentleman George, accendendo la pipa e facendo l’occhiolino ad Attie; «sento dire che sei un tipo famoso con le ragazze».
Ned sorrise e rispose: «Nessuno dovrebbe vantarsi; ma —» Pepper si fermò in modo significativo, e poi guardando Attie, disse: «Parlando di ragazze, è il mio turno di chiamare un gentiluomo per una canzone, e chiamo Fighting Attie».
«Non canto mai», disse il guerriero.
«Tradimento, tradimento!» gridò Pepper. «È la legge, e devi obbedire alla legge; quindi inizia».
«È vero, Attie», disse Gentleman George.
Non c’era appello contro il decreto dell’onesto oste; quindi, in modo rapido e laconico, essendo il dogma preferito di Attie che meno si dice prima si risolve, il guerriero cantò quanto segue:
CANZONE DI FIGHTING ATTIE.
Aria: “He was famed for deeds of arms.”
Non ho mai derubato una carrozza Se non con l’aria di un amante; E sebbene tu possa rimproverare il mio corso, Non potresti mai i miei capelli.
Alzarsi alle sei, cenare alle due, Derubare il tuo uomo senza indugio, Queste le mie massime; se dubiti Della loro saggezza, dietro front!
(Facendo segno a un gentiluomo dal volto giallastro dallo stesso lato del tavolo di far passare la ciotola del brandy.)
Fai passare il brandy, — per una pistola, Tu, figlio ammuffito, cupo e roco! John Bull, che ama uno scherzo innocuo, È incline a sghignazzare di me; Ma perché essere arrabbiati con la gente che ride, A meno che non ridano e vincano? John Bull ha denaro nella sua cassa; E sebbene il suo spirito sia divino, Lasciatemi ridere dei boccoli di Johnny, E John può ridere dei miei.
[Gran parte dell’eventuale divertimento causato dalle travestiture (confidiamo) non malevole di certi personaggi eminenti in questa parte della nostra opera quando fu pubblicata per la prima volta, come tutte le allusioni politiche, perde di efficacia e diventa oscura man mano che le applicazioni cessano di essere familiari. È già necessario, forse, dire che Fighting Attie in questo contesto tipizza o illustra l’improvviso licenziamento del signor Huskisson da parte del Duca di Wellington.]
IL GENTILUOMO DAL VOLTO GIALLASTRO (con voce roca).
Attie, il brandy è ora con me; Non posso ancora cederlo, vedi!
ATTIE (afferrando la ciotola).
Cedi, cedilo, — smettila con le tue chiacchiere! (Strappandola via e guardando ferocemente il gentiluomo dal volto giallastro.) L’hai ceduto, e devi.
CORO.
L’hai ceduto, e devi.
Mentre il coro, ridendo del bevitore sconfitto, gridava le parole enfatiche dell’eroico Attie, quel personaggio svuotò il brandy d’un fiato, riprese la pipa e, nel minor numero di parole possibile, chiamò Bagshot per una canzone. L’eccellente vecchio bandito, con grande timidezza, obbedì alla richiesta, si schiarì la voce e iniziò con una canzonetta sulla melodia di “The Old Woman”.
CANZONE DI OLD BAGS.
Sono andati i giorni, quando su Hounslow Heath Mostravamo i nostri ronzini, Quando i petti più audaci tremavano sotto La voce di Bags? Mai il mio lavoro a metà incompiuto, per paura di essere preso Lento era il vecchio Bags, ma non cessava mai Finché il tutto non era preso.
CORO. Finché il tutto non era preso.
Quando la carrozza lenta si fermava, e i gentiluomini infuriavano, Io portavo il peso; E l’unico suono che le mie labbra gravi formavano Era “soldi”, — sempre “soldi”!
Oh, quei giorni gioviali non si dimenticano mai! Ma il nastro rallenta-- Quando sarò morto, berrete un boccale Al povero vecchio Bags!
CORO. Al povero vecchio Bags!
“Ah, questo lo faremo, mio caro Bagshot,” gridò Gentleman George, affettuosamente; ma osservando una lacrima nell'occhio del buon vecchio, aggiunse: “Su con il morale! Ehi, là! Su con il morale! I tempi miglioreranno, e la Provvidenza potrebbe ancora mandarci un buon anno, quando sarete di nuovo benestante come un tempo. Scuotete il capo. Ebbene, non lasciatevi abbattere, ma stendete un gentiluomo.”
Scacciando via la goccia di sensibilità, il veterano stese Gentleman George in persona.
“Oh, diavolo!” disse George, con un'aria di dignità, “dovrei tirarmi indietro, visto che sono io a trovare il liquore; ma comunque, ecco che si va.”
CANZONE DI GENTLEMAN GEORGE.
Aria: “Old King Cole.”
Io sono il tizio, il vecchio tizio allegro, Del cui liquore tutti i mascalzoni cantano; E un tizio che beve, penso, per Giove, È grande quanto un re sobrio!
CORO. È grande quanto un re sobrio!
Qualunque sia il rumore fatto dai ragazzi Al bancone mentre bevono, Il diavolo mi porti se un rumore turba la mia pace Finché i mascalzoni pagano!
CORO. Finché i mascalzoni pagano!
Che importa se incastro le mie pietre e i miei mattoni Con la malta che tolgo agli snob? Tutti coloro che hanno a cuore il bene pubblico Amano che la taverna sia vivace.
CORO. Amano che la taverna sia vivace.
“Ecco, signori!” disse il taverniere, interrompendosi, “questo è il succo della questione, e mi venisse un colpo se non ho il fiato corto ora. Quindi fate girare il brandy, Augustus; tu, vecchio volpone, te lo tieni tutto per te.”
A quel punto l'intera congrega era più che alticcia, o, come espresse Augustus Tomlinson, “le loro qualità più austere erano state rilassate da un piacevole e innocente svago.” Gli occhi di Paul vacillavano e la sua lingua andava a briglia sciolta. A poco a poco la stanza cominciò a girare, i volti dei suoi compagni mutarono, l'espressione del Vecchio Bags assunse un'aria terribile e minacciosa. Pensò che Long Ned lo avesse insultato, e che il Vecchio Bags prendesse le parti dell'aggressore, serrò il pugno e minacciò di mandare la testa del querelante in tribunale se avesse disturbato la pace dell'adunanza. Altri mali immaginari lo assalirono. Pensò di aver rapinato una diligenza in compagnia di Pepper; che Tomlinson avesse fatto la spia contro di lui, e che Gentleman George avesse ordinato che venisse impiccato; in breve, soffriva di un delirio temporaneo, causato da un improvviso rovescio di fortuna--dall'acqua al brandy; e l'ultima cosa di cui conservò memoria, prima di sprofondare sotto il tavolo, in compagnia di Long Ned, Scarlet Jem e del Vecchio Bags, fu di partecipare al ritornello di quelli che gli sembravano i cori di ultime parole e confessioni di moribondi, ma che in realtà era una canzone fatta in onore di Gentleman George, e cantata dai suoi grati ospiti come finale dei festeggiamenti. Diceva così:--
IL GRANDE BRINDISI DEL LADRO.
Un bicchiere di gin, riempi, riempi per me! Il nastro rosso chi vuole può scolarlo; Ma qualunque sia il liquore, deve essere un brindisi abbondante, Se non dovessimo bere mai più un brindisi! Ora--ora nel covo, dove un mascalzone può giacere, Senza paura che le guardie lo tormentino, Con una goccia in bocca, e una goccia nell'occhio, Ecco a Gentleman George--Dio lo benedica! Dio lo benedica, Dio lo benedica! Ecco a Gentleman George--Dio lo benedica!
Tra i compari del principe ho sentito dire che è l'usanza, Prima di aver bevuto abbastanza, Ravvivare il punch con il miglior curaçao, Per rendere la roba più raffinata. Non mi vanto di tale liquore; ma chiunque non gradisca Il suo bicchiere, sarò impiccato se lo costringo! In piedi, ragazzi miei--girate, girate, lasciatelo passare! Ecco a Gentleman George--Dio lo benedica! Dio lo benedica, Dio lo benedica! Ecco a Gentleman George--Dio lo benedica!
Guardate, guardate, il bravo ragazzo si indebolisce sulle gambe; Assistetelo, voi mascalzoni, a stare in piedi! Perché, non vi muovete di un passo! Siete tutti giù di morale? Fighting Attie, vai, dagli una mano!
(I ladri si accalcano intorno a Gentleman George, ognuno, con il pretesto di sostenerlo, tirandolo prima da una parte e poi dall'altra.)
Vieni, appoggiati a me--sono al tuo servizio! Allontanati dal suo gomito, cucciolo! Lo farai solo cadere--quei tizi lì fingono soltanto! Ecco a Gentleman George--Dio lo aiuti! Dio lo aiuti, Dio lo aiuti! Ecco a Gentleman George, Dio lo aiuti!
CAPITOLO XI.
Non vanto alcuna canzone ricca di magiche meraviglie; Ma tuttavia, o Natura! non v'è nulla da apprezzare, Familiare nelle tue scene di vita dal seno materno? E dimora nei cieli salubri della verità alla luce del giorno Nessuna forma con cui l'anima possa simpatizzare? Giovane, innocente, sulla cui dolce fronte mite Il ricciolo diviso brillava con semplicità estrema, Un'ospite nella casa di Albert sorrideva, O benediva la sua passeggiata di mezzogiorno--era la sua unica figlia.
Gertrude of Wyoming.
O tempo, tu hai giocato strani scherzi con noi; e benediciamo le stelle che ci hanno fatto diventare un romanziere, e ci permettono ora di contraccambiare. Lasciando Paul alle istruzioni di Augustus Tomlinson e ai festeggiamenti del Jolly Angler, e permettendogli, per gradi lenti ma sicuri, di acquisire le grazie e la reputazione dell'esperto e perfetto appropriatore dei beni altrui, salteremo il trascorrere degli anni con la stessa sconsiderata rapidità con cui essi sono scivolati su di noi, e chiameremo il nostro lettore verso una scena molto diversa da quelle che probabilmente accoglierebbero i suoi occhi, se stesse seguendo le avventure del nostro nuovo Telemaco. Né tu, caro lettore, di cui facciamo l'arbitro tra noi stessi e coloro che non leggono mai--i critici; tu che hai, nel vero spirito della gentile educazione, viaggiato con noi in luoghi dove la novità della scena ha, temiamo, a malapena compensato la rozzezza, non dandoti arie da damina schizzinosa--non cianciando, come un lacchè, sulla bassa compagnia che hai incontrato--né tu, caro e amichevole lettore, avrai motivo di temere che stancheremo la tua pazienza con una “dannata iterazione” delle stesse località. Fermandoci per un momento a dare un'occhiata alle divisioni della nostra storia, che ci sta davanti come una mappa, sentiamo di poter promettere in futuro di condurti tra aspetti della società più familiari alle tue abitudini; dove gli eventi scorrono verso il loro golfo assegnato attraverso paesaggi di varietà più piacevole e tra tribù di una civiltà più lussuosa.
Sulle rive di uno dei fiumi più belli della bella Inghilterra, e a circa cinquanta miglia di distanza da Londra, sorge ancora una dimora all'antica, che qui chiameremo Warlock Manorhouse. È un edificio di mattoni, variato da coperture in pietra, e coperto in gran parte di edera e gelsomino. Intorno ad esso giacciono le rovine della parte più antica della struttura; e queste sono sufficientemente numerose per estensione e importanti nell'aspetto da testimoniare che la dimora un tempo non era priva di pretese di magnificenza. Questi resti di potere, alcuni dei quali risalgono al regno di Enrico III, sono avvalorati dal carattere della campagna nelle immediate vicinanze del vecchio maniero. Una vasta distesa di terra incolta, intervallata da boschetti di antichi alberi capitozzati, e qua e là da irregolari e sinuose creste di tumuli verdi, rivelano all'occhio esperto l'evidenza di una riserva di caccia o di un parco smantellato, che originariamente doveva essere di dimensioni non comuni. Su un lato della casa il prato digrada verso il fiume, diviso da una terrazza, che costituisce il più importante abbellimento dei giardini, da quella recinzione a cui è stato dato l'ingegnoso e significativo nome di “ha-ha!”. Alcuni alberi sparsi di crescita gigantesca sono gli unici ostacoli che interrompono la vista del fiume, che ci è spesso sembrato, in quel particolare passaggio del suo corso, scorrere con insolita calma e serenità. Sul lato opposto del torrente c'è una catena di ripide colline, celebrate per nulla di più romantico della loro proprietà di conferire alle greggi che brucano su quell'erba corta e apparentemente stentata un sapore particolarmente gradito agli amanti di quell'animale pastorale che cambia il suo nome in montone dopo il suo decesso. Su queste colline il vestigio di un'abitazione umana non è visibile; e a volte, quando nessuna barca deturpa la solitaria levigatezza del fiume, e la sera ha placato i suoni del lavoro e della vita, conosciamo poche scene così totalmente tranquille, così immerse nella quiete, come quella presentata dalla vecchia casa dallo stile stravagante e dai suoi antichi terreni--il prato liscio, il silenzioso, e (a dire il vero, sebbene in modo sprezzante) il fiume alquanto pigro, insieme alle grandi colline (alle quali sappiamo, per cause semplici sebbene metafisiche, come si leghi in modo particolare un'idea così completa di quiete e immobilità), e le greggi bianche--quelle più pacifiche delle creature di Dio--che in grappoli lanosi costellano la salita.
A Warlock House, all'epoca a cui facciamo riferimento, viveva un gentiluomo di nome Brandon. Era vedovo, e aveva raggiunto il suo cinquantesimo anno senza nutrire molto rimpianto per il passato o provare molta ansia per il futuro. In una parola, Joseph Brandon era uno di quegli uomini spensierati, quiescenti, indifferenti, dai quali un pensiero su qualsiasi argomento non viene mai ripreso senza una necessità molto urgente. Era bonario, innocuo e debole; e se non era un cittadino incomparabile, era almeno un eccellente vegetale. Apparteneva a una famiglia di alta antichità, e un tempo di considerevole fama. Per le ultime quattro o cinque generazioni, tuttavia, i proprietari di Warlock House, perdendo gradualmente qualcosa sia dai loro acri che dalla loro importanza, non avevano lasciato ai loro discendenti un rango superiore a quello di un piccolo proprietario terriero di campagna. Uno era stato un giacobita, e aveva bevuto mezza dozzina di fattorie in onore di Charley oltre l'acqua; Charley oltre l'acqua non era una persona molto pericolosa, ma Charley oltre il vino era piuttosto più rovinoso. Il Brandon successivo era stato un cacciatore di volpi, e i cacciatori di volpi vivono abbondantemente come i politici patriottici. Pausania ci dice che lo stesso popolo che era più noto per il suo amore per il vino era anche il più noto per la negligenza degli affari. I tempi non sono molto cambiati da quando scriveva Pausania, e l'osservazione vale tanto per gli inglesi quanto per i Figalei. Dopo questo Brandon ne venne uno che, sebbene non disprezzasse lo sportivo, assumeva piuttosto il ruolo del gentiluomo raffinato. Sposò un'ereditiera, che naturalmente contribuì a rovinarlo; non desiderando alcuna assistenza in un'occupazione così piacevole, la ribaltò (forse non apposta), in un nuovo tipo di carrozza che stava imparando a guidare, e la buona signora rimase uccisa sul colpo. Lasciò al gentiluomo raffinato due figli--Joseph Brandon, l'attuale signore--e un fratello di qualche anno più giovane. Il maggiore, essendo dell'età adatta, fu mandato a scuola, e sfuggì in qualche modo al contagio del palazzo paterno. Ma il giovane Brandon, avendo raggiunto solo il suo quinto anno al momento del decesso della madre, fu trattenuto a casa. Se fosse bello o intelligente o impertinente, o simile a suo padre negli occhi (il più grande di tutti i meriti), non lo sappiamo; ma il vedovo divenne così affezionato a lui che fu in un periodo avanzato e con grande riluttanza che infine lo affidò alla provvidenza di una scuola.
Tra prostitute e giocatori d'azzardo e lord e truffatori, e gentiluomini delle guardie, insieme ai loro frequenti accompagnamenti--le guardie dei gentiluomini, vale a dire, gli ufficiali giudiziari--William Brandon trascorse la prima fase della sua giovinezza. Aveva circa tredici anni quando fu mandato a scuola; ed essendo un ragazzo di notevole talento, recuperò il tempo perduto così bene che quando all'età di diciannove anni si trasferì all'Università, vi aveva risieduto a malapena per un solo trimestre prima di aver portato via due dei più alti premi assegnati al merito accademico. Dall'Università partì per il “grand tour”, all'epoca considerato così necessario per completare il gentiluomo; andò in compagnia di un giovane nobile, la cui amicizia aveva conquistato all'Università, rimase all'estero più di due anni, e al suo ritorno si stabilì nella professione legale.
Nel frattempo suo padre morì, e la sua fortuna, come fratello minore, essendo letteralmente quasi nulla, e la tenuta di famiglia (poiché suo fratello non era restio ad aiutarlo) essendo terribilmente coinvolta, si credette che egli lottasse per alcuni anni con circostanze molto imbarazzate e penuriose. Durante questo intervallo della sua vita, tuttavia, egli fu assente da Londra, e da suo fratello si suppose che fosse tornato nel Continente; alla fine, sembra, egli trasse profitto da un rinnovo della sua amicizia con il giovane nobile che lo aveva accompagnato all'estero, riapparve in città, e ottenne tramite il suo nobile amico uno o due incarichi legali di rispettabile emolumento. Poco dopo ottenne un incarico in una causa in cui un maggiore aveva reclutato un corpo per il suo collega, con il consenso della moglie del collega piuttosto che del collega stesso. Le abilità di Brandon qui, per la prima volta nella sua professione, trovarono uno sfogo adeguato; la sua reputazione sembrò fatta all'istante, salì rapidamente nella sua professione, e, al momento di cui parliamo, stava navigando lungo la piena marea della fama e della ricchezza, l'invidia e l'oracolo di tutti i giovani Templari e avvocati, i quali, essendo stati affamati loro stessi per dieci anni, iniziarono ora a calcolare la possibilità di affamare i loro clienti. All'inizio della sua carriera aveva, grazie ai buoni uffici del nobile che abbiamo menzionato, ottenuto un seggio nella Camera dei Comuni; e sebbene la sua eloquenza fosse di un ordine molto più adatto al foro che al senato, aveva tuttavia acquisito una reputazione molto considerevole in quest'ultimo, ed era considerato da molti come probabile che vincesse le stesse brillanti fortune dell'elegante Mansfield--un grande uomo, i cui principi politici e modi urbani Brandon si supponeva imitasse specialmente come proprio modello. Di un'integrità senza macchia nella vita pubblica--poiché, poiché sosteneva tutte le cose che esistono con la più inflessibile rigidità, non poteva essere accusato di incoerenza--William Brandon era (come abbiamo detto in un luogo precedente di triste memoria per il nostro eroe) stimato nella vita privata il più onorevole, il più morale, persino il più austero degli uomini; e la sua grave e severa fama su questo punto, unita allo splendore della sua eloquenza e dei suoi poteri forensi, aveva sconfitto in gran parte il rancore dell'ostilità di partito, e ottenuto per lui un carattere di virtù quasi alto ed invidiabile quanto quello che aveva acquisito per le sue abilità.
Mentre William stava così percorrendo una carriera nota e onorevole, suo fratello maggiore, che aveva sposato una donna di una famiglia di ecclesiastici, e perso presto la sua consorte, aveva risieduto con la sua unica figlia, una fanciulla di nome Lucy, nel suo palazzo paterno in indisturbata oscurità. Il carattere e le abitudini screditabili dei precedenti signori di Warlock, che avevano affondato la loro rispettabilità nella contea così come ridotto le loro proprietà, avevano reso la nobiltà terriera circostante poco ansiosa di coltivare l'intimità dell'attuale proprietario; e la mente pesante e i modi ritirati di Joseph Brandon non erano calcolati per controbilanciare le colpe dei suoi antenati, né per reintegrare il nome di Brandon nella sua antica popolarità e stima. Sebbene ottuso e poco colto, il signorotto non era senza il suo “orgoglio appropriato”; non tentò di intromettersi dove non era benvenuto, evitò le riunioni di contea e i balli di contea, fumava la sua pipa con il parroco, e non di rado con il chirurgo e il sollecitatore, e permetteva a sua figlia Lucy di istruirsi con l'aiuto della moglie del parroco, e di maturare (poiché la Natura le era più favorevole dell'Arte) nella ragazza più carina che l'intera contea--ci piacerebbe dire l'intero paese--in quel momento potesse vantare. Mai uno specchio restituì un'immagine più adorabile di quella di Lucy Brandon all'età di diciannove anni. I suoi capelli ramati cadevano nella più ricca lussureggiante abbondanza su una fronte mai increspata, e una guancia dove il sangue non dormiva mai; a ogni istante il colore variava, e a ogni variazione quella guancia liscia, pura, verginale sembrava ancora più incantevole di prima. Aveva la risata più bella che chi amava la musica potesse immaginare--argentea, bassa, e tuttavia così piena di gioia! Tutti i suoi movimenti, come diceva il vecchio parroco, sembravano tenere il tempo con quella risata, poiché l'allegria costituiva una gran parte del suo carattere innocente e infantile; e tuttavia l'allegria era femminile, mai rumorosa, né come quella delle giovani signore che avevano ricevuto l'ultimo tocco nelle accademie di Highgate. Tutto ciò che era gioioso la colpiva, e all'istante--aria, fiori, sole, farfalle. A differenza delle eroine in generale, piangeva molto raramente, e non vedeva nulla di affascinante nell'avere i vapori. Ma non sembrava mai così bella come nel sonno; e mentre il respiro leggero usciva dalle sue labbra socchiuse, e le palpebre d'avorio si chiudevano su quegli occhi che solo nel sonno erano silenziosi--e il suo atteggiamento nel sonno assumeva quella grazia ineffabile appartenente solo all'infanzia, o alla fresca giovinezza in cui l'infanzia si fonde--era proprio ciò che si potrebbe immaginare una Margherita addormentata, prima che quella più semplice e gentile di tutte le visioni poetiche della femminilità avesse incontrato Faust, o i suoi sonni fossero stati increspati da un sogno d'amore.
Non possiamo dire molto delle conquiste intellettuali di Lucy; sapeva, grazie alla moglie del parroco, sillabare abbastanza bene, e scrivere una calligrafia tollerabile; faceva conserve, e a volte indovinelli--era più difficile mettere in dubbio l'eccellenza delle prime che rispondere ai quesiti dei secondi. Lavorava all'ammirazione di tutti coloro che la conoscevano, e chiediamo il permesso di dire che riteniamo quella “una cosa eccellente in una donna”. Faceva berretti per se stessa e camicie per i poveri, e di tanto in tanto compiva il lavoro più letterario di un romanzo randagio che era giunto al Manorhouse, o un compendio di storia antica, in cui era omesso tutto tranne i nomi propri. A queste conquiste aggiungeva un certo modico di abilità sulla spinetta, e il potere di cantare vecchie canzoni con la voce più ricca e dolce che mai facesse inumidire gli occhi o battere il cuore.
Le sue qualità morali erano più pienamente sviluppate di quelle mentali. Era la più gentile degli esseri umani; il cane stesso che non l'aveva mai vista prima conosceva quella verità al primo sguardo, e non perdeva tempo nel fare la sua conoscenza. La bontà del suo cuore riposava sul suo volto come il sole, e la vecchia moglie alla portineria diceva poeticamente e giustamente dell'effetto che produceva, che “ci si sentiva caldi quando la si guardava”. Se potessimo astrarre dalla descrizione una certa trasparenza raggelante, i seguenti squisiti versi di un poeta dimenticato potrebbero esprimere la purezza e il lustro del suo volto:--
“Il suo volto era come la via lattea nel cielo, Un incontro di luci gentili senza nome.”
Era circondata da animali domestici di ogni tipo, brutti e belli--dal corvo Ralph a Beauty il fagiano, e da Bob, il cane da pastore senza coda, a Beau, il Blenheim con i nastri blu intorno al collo; tutte le cose la amavano, e lei amava tutte le cose. Sembrava dubbio in quel momento se avrebbe mai avuto abbastanza fermezza e forza di carattere. La sua bellezza e il suo carattere apparivano così essenzialmente femminili--morbidi ma vivaci, esuberanti ma carezzevoli--che difficilmente avresti potuto riporre in lei quella dipendenza morale che avresti potuto in un carattere meno amabile ma meno arrendevolmente femminile. Il tempo, tuttavia, e la circostanza, che alterano e induriscono, dovevano decidere se la natura interiore non possedesse alcune proprietà latenti e ancora non scoperte. Tale era Lucy Brandon nell'anno ----; e in quell'anno, in una bellissima serata autunnale, la presentiamo per la prima volta personalmente ai nostri lettori.
Era seduta su una panca da giardino in riva al fiume, con suo padre, che stava deliberatamente studiando il giornale serale di una settimana precedente, e condendo gravemente le antiche notizie con le ispirazioni di quell'erba che così amaramente eccitò l'indignazione reale del nostro Salomone britannico. Succede, sfortunatamente per noi--poiché le peculiarità esteriori sono a malapena degne della dignità a cui aspira la commedia, sia nel dramma che nella narrazione--che il signorotto Brandon possedesse così pochi tratti distintivi della mente che lascia al suo delineatore poco con cui designarlo, tranne un'abitudine di parlare confusa e parentetica, per la quale appariva molto spesso a coloro che non approfittavano di una lunga esperienza o di un'attenta osservazione, dire esattamente, e in modo alquanto ridicolo, ciò che non intendeva trasmettere.
“Dico, Lucy,” osservò il signor Brandon, senza però sollevare gli occhi dal giornale, “dico, il grano è calato; pensaci, ragazza, pensaci! Questi tempi, a mio parere (e anche a parere di teste più sagge della mia, sebbene io non voglia dire di non avere una certa esperienza in tali faccende, il che è più di quanto si possa dire di tutti i nostri vicini), sono molto curiosi e persino pericolosi.”
“Davvero, papà!” rispose Lucy.
“E dico, cara Lucy,” riprese il gentiluomo di campagna, dopo una breve pausa, “c'è stato (ed è anche molto strano, se si considera il vicinato affollato... Dio mio! che tempi sono questi!) un orribile omicidio commesso su (il ferma-tabacco, eccolo lì) — pensaci, sai, ragazza — proprio vicino a Epping! Un vecchio gentiluomo!”
“Oh, che orrore! Da chi?”
“Eh, questa è la domanda! L'inchiesta del coroner ha (che benedizione è vivere in un paese civile, dove un uomo non muore senza sapere il perché e il percome!) esaminato il corpo, e ha dichiarato (è molto strano, ma non sembrano aver fatto molta scoperta; perché, infatti? Sapevamo altrettanto anche prima) che il corpo è stato trovato (è stato trovato sul pavimento, Lucy) assassinato; assassino o assassini (nello scrittoio, che è stato scassinato, hanno trovato il denaro lasciato del tutto intatto) ignoti!”
Qui ci fu di nuovo una leggera pausa; e passando a un'altra pagina del giornale, il signor Brandon riprese, con tono più svelto: “Ha! bene, ora questa è strana! Ma è un tipo in gamba, Lucy! Quel mio fratello ha (e in modo molto onorevole, per giunta, il che sono certo sia altamente a credito della famiglia, sebbene non mi abbia degnato di troppa attenzione ultimamente... una circostanza che, considerando che sono suo fratello maggiore, mi fa un po' arrabbiare) distinto se stesso in un discorso, notevole, dice il giornale, per la sua grande (mi chiedo, tra l'altro, se William potrebbe recuperarmi quel denaro dell'agistamento! È una gran cosa da perdere; ma andare in tribunale, come soleva dire il mio povero padre, è come pescare i ghiozzi [non un brutto pesciolino; possiamo averne per cena] con le ghinee) competenza legale, così come per la sua splendida e travolgente (io amo Will per mantenere alto l'onore della famiglia; sono certo sia più di quanto io abbia fatto, ehi-ho!), eloquenza!”
“E su quale argomento ha parlato, papà?”
“Oh, un argomento molto fine; quello che chiami un (è sorprendente che in questo paese ci sia un tale desiderio di togliere la reputazione alla gente, cosa che, per quanto mi riguarda, non vedo sia un briciolo più divertente di quello che fai sempre tu... giocare con quegli uccelli stupidi) libello!”
“Ma lo zio William non scenderà a trovarci? Aveva promesso di farlo, e la cosa ti ha reso felice... papà, per due giorni. Spero che non ti deluda; e sono certa che non sia colpa sua se a volte sembra trascurarti. Quando l'ho visto, ha parlato di te con me nel modo più gentile e affettuoso. Penso davvero, mio caro padre, che ti voglia molto bene.”
“Ahem!” disse il gentiluomo di campagna, visibilmente lusingato, eppure non convinto. “Mio fratello Will è un tipo molto acuto, e non ho... mia cara bambina... alcun dubbio, se non che (quando avrai visto tanto mondo quanto ne ho visto io, diventerai sospettosa) pensasse che ogni buona parola spesa per me con mia figlia potesse (vedi, Lucy, io sono perspicace quanto i miei vicini, anche se non mi do tutte le loro arie; cosa che potrei benissimo fare, considerando che il mio tris-tris-trisnonno, Hugo Brandon, ebbe una parte nello sventare la congiura delle polveri) essermi riferita!”
“No, ma sono assolutamente certa che mio zio non abbia mai parlato di te con me con quell'intenzione.”
“Possibilmente, mia cara bambina; ma quando (le serate sono molto più corte di quanto non fossero!) hai parlato con tuo zio di me?”
“Oh, quando ero ospite della signora Warner, a Londra; certo, sono passati sei anni, ma me lo ricordo perfettamente. Ricordo in particolare che ha parlato di te molto bene a Lord Mauleverer, che cenò con lui una sera quando ero lì, e quando mio zio fu così gentile da portarmi a teatro. In seguito mi dispiacque molto che fosse stato così di buon animo, poiché perse (ricordi che ti ho raccontato la storia) un orologio di gran valore.”
“Eh, eh, ricordo tutto a riguardo, e così (quanto dura a lungo l'amicizia con certe persone!) Lord Mauleverer cenò con William! Che bella cosa è per un uomo (è una cosa che non ho mai fatto, davvero; mi piace essere quello che chiamano 'il gallo del pollaio'... fammi vedere, ora che ci penso, Pillum viene stasera per fare una partita a tric-trac) stringere amicizia con un grand'uomo presto nella (eppure Will non lo fece molto presto, pover'uomo! Lottò prima con un bel po' di dolore... privazioni, intendo) vita! Sono molti anni ormai che Will è pappa e ciccia con il mio (è un po' un cagnolino) Lord Mauleverer. Cosa pensi di sua signoria?”
“Di Lord Mauleverer? Davvero l'ho appena osservato; ma sembrava un bell'uomo, ed era molto educato. La signora Warner disse che era stato una persona molto malvagia da giovane, ma ora sembra abbastanza di buon animo, papà.”
“A proposito,” disse il gentiluomo di campagna, “sua signoria è appena stato nominato (questo nuovo ministero sembra molto diverso dal vecchio, il che mi confonde alquanto; poiché penso sia mio dovere, vedi, Lucy, votare sempre per il governo di Sua Maestà, specialmente vedendo che il vecchio Hugo Brandon ebbe una parte nello sventare la congiura delle polveri; ed è un po' strano, almeno all'inizio, pensare che sia buono ora ciò che si è sempre pensato fosse abominevole) Lord Luogotenente della contea.”
“Lord Mauleverer il nostro Lord Luogotenente?”
“Sì, figlia mia; e dato che sua signoria è un tale amico di mio fratello, dovrei pensare, considerando specialmente che siamo un'antica famiglia della contea... non che desideri intromettermi dove non sono ritenuto importante quanto gli altri... che sarebbe più attento a noi di quanto lo fosse Lord --------; ma questo, mia cara Lucy, mi fa venire in mente Pillum; e così, forse, ti piacerebbe fare una passeggiata dal pastore, dato che è una bella serata. John verrà a prenderti alle nove con (la luna non è ancora sorta allora) la lanterna.”
Appoggiandosi al braccio volenteroso della figlia, il buon vecchio si alzò e camminò verso casa; e non appena lei ebbe girato la sua poltrona, sistemato la scacchiera per il tric-trac sul tavolo e augurato al vecchio gentiluomo una facile vittoria sul suo atteso avversario, il farmacista, Lucy si allacciò il cappellino e si incamminò verso la canonica.
Quando arrivò alla residenza clericale ed entrò nel salotto, fu sorpresa di trovare la moglie del pastore, una vecchia signora buona, semplice e letargica, correre verso di lei, apparentemente in uno stato di grande agitazione nervosa e piangendo:
“Oh, mia cara signorina Brandon! Da che parte sei venuta? Non hai incontrato nessuno per strada? Oh, sono così spaventata! Un tale incidente al povero caro dottor Slopperton! Fermato sulla pubblica via, derubato di un po' di denaro delle decime che aveva appena ricevuto dal fattore Slowforth! Se non fosse stato per quell'angelo, quel buon giovane uomo, Dio solo sa se non sarei potuta essere una vedova inconsolabile a quest'ora!”
Mentre l'affettuosa matrona continuava a parlare così, lo sguardo di Lucy, vagando per la stanza, scoprì in una poltrona la figura tonda e oleosa del dottor Slopperton, con un volto dal quale tutte le tonalità garofano, eccetto una protuberanza circolare sul membro nasale, rimasta come l'ultima rosa d'estate a fiorire solitaria, erano sbiadite in un aspetto di pallore miserabile. Il piccolo uomo cercò di evocare un sorriso mentre la moglie stava narrando la sua disavventura, e di mormorare qualche sillaba di indifferenza; ma sembrava, nonostante la sua spavalderia, così eccessivamente spaventato che Lucy avrebbe, suo malgrado, riso di gusto, se il suo occhio non si fosse posato sulla figura di un giovane uomo che era stato seduto accanto al reverendo, ma che si era alzato all'ingresso di Lucy, e che ora stava fissando intensamente lei, ma con un'aria di grande rispetto. Arrossendo profondamente e involontariamente, distolse lo sguardo in fretta e, avvicinandosi al buon dottore, chiese informazioni sul suo attuale stato nervoso, con un tono più grave di quanto un minuto prima avesse immaginato le fosse possibile mantenere.
“Ah! mia brava giovane signorina,” disse il dottore, stringendole la mano, “io... posso, posso dire la Chiesa... poiché non ne sono io il ministro? Ero in pericolo imminente... ma questo eccellente gentiluomo ha impedito il sacrilegio, almeno in gran parte. Ho perso solo alcuni dei miei diritti... i miei giusti diritti... per i quali mi consolo pensando che l'infame e abbandonato malvagio soffrirà nell'aldilà.”
“Non può esserci il minimo dubbio,” disse il giovane. “Se avesse solo derubato la diligenza, o fosse entrato in casa di un gentiluomo, l'offesa potrebbe essere espiabile; ma derubare un ecclesiastico, e un rettore per giunta!... Oh, il cane sacrilego!”
“Il suo calore le fa onore, signore,” disse il dottore, iniziando ora a riprendersi; “e sono molto orgoglioso di aver fatto la conoscenza di un gentiluomo di opinioni così sinceramente religiose.”
“Ah!” esclamò lo straniero, “il mio debole, signore... se così posso dire... è una sorta di fervore entusiasta per l'Istituzione Protestante. Anzi, signore, non passo mai davanti alla navata della chiesa senza provare un'emozione indescrivibile... una sorta di simpatia, per così dire... con... con... lei mi capisce, signore... temo di esprimermi male.”
“Niente affatto, niente affatto!” esclamò il dottore: “tali sentimenti sono rari in qualcuno così giovane.”
“Signore, li ho imparati presto nella vita da un amico e precettore mio, il signor MacGrawler, e confido che possano continuare con me fino al mio giorno di morte.”
Qui entrò il servitore del dottore con (prendiamo in prestito una frase dal romanzo di ----------) “il servizio da tè;” e la signora Slopperton, dedicandosi alla sua sovrintendenza, chiese con più compostezza di quanto finora le fosse appartenuto, che tipo di creatura fosse il ruffiano.
“Te lo dirò, cara, te lo dirò, signorina Lucy, tutto quanto. Stavo tornando a casa dal signor Slowforth, con i suoi soldi in tasca, pensando, amore mio, di comprarti quella croce di topazio che desideravi avere.”
“Caro, buon uomo!” esclamò la signora Slopperton; “che demone deve essere stato per derubare una creatura così eccellente!”
“E,” riprese il dottore, “mi è anche venuto in mente che il Madeira era quasi finito... il Madeira, intendo, con il sigillo rosso; e pensavo che non sarebbe stato male dedicare parte del denaro per comprarne sei dozzine in più; e il resto, amore mio, che sarebbe stato circa una sterlina e diciotto, pensavo di dividerlo... 'perché chi dà ai poveri presta al Signore!'... tra le trenta famiglie povere del comune; cioè, se si fossero comportate bene, e le mele nel giardino sul retro non fossero state sottratte illecitamente!”
“Eccellente, caritatevole uomo!” esclamò la signora Slopperton. “Mentre meditavo così, ho sollevato gli occhi e ho visto davanti a me due uomini... uno di prodigiosa altezza, e con una grande profusione di capelli sulle spalle; l'altro era più piccolo, e portava il cappello calato sul viso: era un cappello molto grande. La mia attenzione è stata catturata dalla singolarità dei capelli dell'individuo alto, e mentre sorridevo alla loro lussureggiante chioma, l'ho sentito dire al suo compagno: 'Bene, Augustus, dato che sei un tale moralista, lui è del tuo genere, non del mio; quindi lo lascio a te.' Poco pensavo che quelle parole si riferissero a me. Non appena furono pronunciate, il tallone alto saltò oltre un cancello e scomparve; l'altro tizio, poi marciando verso di me, molto dolcemente mi chiese la strada per la chiesa, e mentre gli spiegavo di girare prima a destra e poi a sinistra, e così via... perché la strada migliore è, sai, eccessivamente tortuosa... l'ipocrita mascalzone mi ha preso per il colletto e ha gridato: 'I soldi o la vita!' Ti assicuro che non ho mai tremato così tanto... non, mia cara signorina Lucy, tanto per conto mio, quanto per conto delle trenta famiglie povere del comune, i cui bisogni avevo intenzione di alleviare. Ho ceduto il denaro, trovando che le mie preghiere ed esortazioni erano vane; e il cane poi, brandendo sopra la mia testa un enorme bastone, ha detto... che linguaggio abominevole!... 'Penso, dottore, che porrò fine a un'esistenza disonorevole per te stesso e inutile per gli altri.' In quel momento il giovane gentiluomo accanto a me ha saltato lo stesso cancello da cui il alto ruffiano era scomparso, e ha gridato: 'Fermo, malvagio!' Nel vedere il mio salvatore, il codardo è balzato indietro e si è tuffato in un bosco vicino. Il buon giovane gentiluomo l'ha inseguito per qualche minuto, ma poi tornando in mio aiuto, mi ha condotto a casa; e come usavamo dire a scuola...
“'Te rediisse incolumem gaudeo,'--
che, tradotto, significa (signore, scusi il gioco di parole, sono certo che un così grande amico della Chiesa capisce il latino) che sono molto lieto di tornare sano e salvo al mio tè. He! he! E ora, signorina Lucy, devi ringraziare quel giovane gentiluomo per aver salvato la vita al tuo insegnante pastorale, atto che senza dubbio sarà ricordato nel Grande Giorno!”
Mentre Lucy, guardando verso lo straniero, diceva qualcosa in complimento, osservò un vago, e per così dire coperto sorriso sul suo volto, che immediatamente e come per simpatia ne evocò uno sul proprio. L'eroe dell'avventura, tuttavia, con tono molto grave rispose al suo complimento, inchinandosi allo stesso tempo profondamente:
“Non lo menzioni, signora! Sarei indegno del nome di britannico e di uomo, se potessi passare sulla pubblica via senza alleviare il disagio o alleggerire il fardello di un mio simile. E,” continuò lo straniero, dopo una pausa momentanea, arrossendo mentre parlava, e concludendo con l'alta galanteria del giorno, “penso sarebbe una ricompensa sufficiente, avessi salvato l'intera Chiesa invece di uno dei suoi membri più preziosi, ricevere i ringraziamenti di una signora che potrei ragionevolmente prendere per uno di quegli esseri celesti verso cui ci è stato piamente insegnato che la Chiesa è particolarmente premurosa!”
Sebbene potesse esserci qualcosa di realmente ridicolo in questo complimento forzato, accoppiato com'era con la preservazione del dottor Slopperton, tuttavia, provenendo dalla bocca di quello che Lucy considerava la persona più bella che avesse mai visto, non le sembrò affatto assurdo; e per molto tempo dopo il suo cuore fremette di piacere quando ricordò che la guancia dell'oratore era avvampata e la sua voce aveva tremato mentre lo diceva.
La conversazione ora, passando dai ladri in particolare, si soffermò sulle rapine in generale. Era edificante sentire l'onesta indignazione con cui lo straniero parlava dei predoni senza legge di cui il paese, in quel giorno di Macheath, era infestato.
“Un branco di infami mascalzoni!” disse lui, in un fervore, “che tentano di giustificare le loro malefatte con l'esempio di uomini onesti, e che dicono di non fare altro che quello che viene fatto da avvocati e dottori, soldati, ecclesiastici e ministri di Stato. Pietosa illusione, o piuttosto spudorata ipocrisia!”
“Tutto nasce dall'educare i poveri,” disse il dottore. “Nel momento in cui pretendono di giudicare la condotta dei loro superiori, è la fine di ogni ordine! Non vedono nulla di sacro nelle leggi, anche se impicchiamo i cani più velocemente che possiamo; e i pari stessi del regno, spirituali e temporali, cessano di essere venerabili ai loro occhi.”
“Parlando di pari,” disse la signora Slopperton, “sento che Lord Mauleverer deve passare per questa strada stasera sulla via per Mauleverer Park. Conosce sua signoria, signorina Lucy? È molto intimo con suo zio.”
“L'ho visto solo una volta,” rispose Lucy.
“È sicura che sua signoria passerà da questa strada?” chiese lo straniero, distrattamente. “Ne ho sentito parlare stamattina, ma non sapevo fosse stabilito.”
“Oh, certamente!” replicò la signora Slopperton. “Il signore di sua signoria ha scritto per avere cavalli da posta per incontrare sua signoria a Wyburn, a circa tre miglia dall'altra parte del villaggio, alle dieci di stasera. Sua signoria è molto impaziente per i ritardi.”
“La prego,” disse il dottore, che non aveva prestato molta attenzione a questa svolta nella conversazione, ed era ora “intento a premure ospitali”, “la prego, signore, se non è impertinente, lei è in visita o alloggia nel vicinato; o vuole prendere un letto da noi?”
“Lei è estremamente gentile, mio caro signore, ma temo di doverle presto augurare la buona sera. Devo occuparmi di una piccola proprietà che ho a qualche miglio di distanza, la quale, in effetti, mi ha portato in questa parte del mondo.”
“Proprietà!... in che direzione, signore, se posso chiedere?” disse il dottore; “conosco il paese per miglia.”
“Lo conosce davvero? Dov'è la mia proprietà, dice? Beh, è piuttosto difficile descriverla, ed è, dopo tutto, una mera inezia; è solo un po' di terreno comune vicino alla strada principale, e sono sceso per tentare l'esperimento di siepi e drenaggio.”
“È un buon piano, se si ha capitale e non si richiede un rapido ritorno.”
“Sì; ma a uno piace un buon interesse per la perdita del capitale, e un ritorno rapido è sempre desiderabile... sebbene, ahimè! sia spesso accompagnato da rischi!”
“Spero, signore,” disse il dottore, “se deve lasciarci così presto, che la sua proprietà la porterà spesso nel nostro vicinato.”
“Lei mi sopraffà con tanta inaspettata bontà,” rispose lo straniero. “A dire la verità, nulla può darmi maggior piacere che incontrare di nuovo coloro che mi hanno fatto una volta un favore.”
“Che lei ha favorito, piuttosto!” esclamò la signora Slopperton; e poi aggiunse, in un sussurro ad alta voce a Lucy, “Che modesto! ma è sempre così con il vero coraggio!”
“La assicuro, signora,” rispose il benevolo straniero, “che non penso mai due volte ai piccoli favori che rendo ai miei simili; la mia unica speranza è che possano essere dimentichi quanto me.”
Incantati da tanta spontanea bontà d'animo, il dottore e la signora Slopperton intonarono ora una sorta di duetto in lode del loro ospite: dopo aver sopportato le loro lodi e complimenti per alcuni minuti con molte smorfie di diniego e timidezza, la modestia dello straniero sembrò alla fine soffrire per l'eccesso della loro gratitudine; e di conseguenza, indicando l'orologio, che era a pochi minuti dalle nove, disse:
“Temo, mio rispettato ospite e ammirata padrona di casa, che debba ora lasciarvi; ho molta strada da fare.”
“Ma lei stesso non ha paura dei briganti?” esclamò la signora Slopperton, interrompendolo.
“I briganti!” disse lo straniero, sorridendo; “no; non li temo; inoltre, ho ben poco addosso che valga la pena rubare.”
“Sovraintende lei stesso alla sua proprietà?” disse il dottore, che coltivava la propria gleba e che, riluttante a separarsi da un ospite così affascinante, lo prese ora per il bottone.
“Sovraintenderci io stesso! Beh, non esattamente. C'è un fattore, le cui vedute sulle cose non concordano con le mie, e che di tanto in tanto mi dà un bel po' di problemi.”
“Allora perché non lo licenzia del tutto?”
“Ah! vorrei poterlo fare; ma è un male necessario. Noi proprietari terrieri, mio caro signore, dobbiamo sempre essere tormentati da qualcosa del genere. Per quanto mi riguarda, ho scoperto che quei maledetti fattori porterebbero via, se potessero, tutta la piccola proprietà che uno ha cercato di accumulare. Ma,” cambiando bruscamente modo in uno di grande dolcezza, “potrei non offrire i miei servizi e la mia compagnia a questa giovane signora? Mi permetterebbe di ricondurla a casa, e in effetti imprimere questo giorno nella mia memoria come uno dei pochi deliziosi che abbia mai conosciuto?”
“Grazie, caro signore,” disse la signora Slopperton, rispondendo subito per Lucy; “è molto premuroso da parte sua... E sono certo, amore mio, che non potrei pensare di lasciarti tornare a casa da sola con il vecchio John, dopo una tale avventura al povero caro dottore.”
Lucy accennò una scusa che la buona signora non volle ascoltare. Ma poiché il servitore che il signor Brandon avrebbe dovuto mandare con una lanterna per accompagnare la figlia a casa non era ancora arrivato, e poiché la signora Slopperton, malgrado le sue prevenzioni favorevoli verso il salvatore del marito, non prese neppure per un momento in considerazione che lui accompagnasse, senza altro seguito, la sua giovane amica attraverso i campi a quell'ora inopportuna, lo straniero fu costretto, per il momento, a riprendere posto. Un clavicembalo aperto a un'estremità della stanza gli diede l'opportunità di fare qualche osservazione sulla musica; e ciò, introducendo un elogio della voce di Lucy da parte della signora Slopperton, terminò necessariamente con la richiesta alla signorina Brandon di voler allietare lo straniero con una canzone. Mai Lucy, che non era una ragazza timida – era troppo innocente per essere impacciata –, si era sentita nervosa finora nel cantare davanti a uno sconosciuto; ma ora esitò e balbettò, e attraversò un'intera serie di piccole naturali affettazioni prima di acconsentire alla richiesta. Scelse una canzone composta un po' secondo la vecchia scuola inglese, che in quel periodo stava tornando di moda. Il canto, pur trasmettendo una sorta di concetto, non era forse del tutto privo di tenerezza; era un brano preferito da Lucy, quasi non sapeva perché, e faceva così:
LA CANZONE DI LUCY.
Perché dormite, gentili fiori, ah, perché, Quando la tenera sera cala, E il chiar di stella beve il felice sospiro Di venti che chiamano le fate? Chiamano con nota bassa e querula, Molto simile a un tortoro che rimprovera, O a un flauto fioco udito da una barca lontana Che scivola su acque levigatissime. Ecco, attorno a voi ruba la brezza suadente; Ecco, su voi cade la rugiada! O dolcezze, svegliatevi, poiché a stento queste Possono incantare se mancate voi! Non vi svegliate ancora, mentre quaggiù veloce Il tempo d'argento fugge? O cuore mio, quei fiori non mostrano che Il tuo proprio essere contento. Il crepuscolo preserva solo la fioritura, Il sole può solo far marcire Quel calore che reca il ricco profumo E invece ruba via la vita. O cuore, godi la tua calma presente, Riposa in pace nell'ombra, E temi il sole che offre il balsamo Per far appassire il bocciolo.
Quando Lucy terminò, l'elogio dello straniero fu meno rumoroso di quello del dottore o di sua moglie; ma quanto più dolce fu! E per la prima volta nella sua vita Lucy fece la scoperta che gli occhi sanno lodare tanto quanto le labbra. Per quanto ci riguarda, abbiamo spesso pensato che tale scoperta sia un'epoca nella vita.
Fu allora che la signora Slopperton dichiarò la sua totale convinzione che lo straniero stesso sapesse cantare. Aveva quel non so che, disse, che la rendeva certa di ciò.
“Davvero, cara signora,” disse lui, con il suo solito sorriso indefinibile, metà franco, metà latente, “la mia voce è solo così così, e la mia memoria così indifferente che persino nei passaggi più semplici arrivo presto a un punto morto. Le mie note migliori sono nel falsetto; e quanto alla mia esecuzione... Ma non parliamone.”
“No, no; siete così modesto,” disse la signora Slopperton. “Sono certa che potreste obbligarci se voleste.”
“Il vostro comando,” disse lo straniero, spostandosi verso il clavicembalo, “è più che sufficiente; e poiché voi, signora,” voltandosi verso Lucy, “avete scelto una canzone secondo la vecchia scuola, posso trovare perdono se faccio lo stesso? La mia selezione è, di certo, tratta da un canzoniere fuorilegge, e si suppone sia una ballata di Robin Hood, o almeno di uno dei suoi allegri compagni – una specie ben diversa di fuorilegge dai furfanti che vi hanno attaccata, signore!”
Con questa premessa lo straniero cantò su un'aria selvaggia eppure gioviale, con una voce tollerabile, la seguente effusione:
L'AMORE PER LA NOSTRA PROFESSIONE; O LA VITA DEL LADRO.
Sul torrente del mondo, la vita del ladro È portata dall'onda più allegra; Ora balza nella luce in una lieta contesa, Ora ride nella sua caverna nascosta.
Alla finestra della sua bella frena le briglie; Com'è immobile il suo nobile destriero (Ma immobile come un vento quando pende sul mare Nel petto della nube presaga),
Col morso masticato e la cresta arcuata, E l'occhio di un cervo in ascolto, Come il valore, inquieto più nel riposo, Meno irritato quando è in carriera.
Degno schiavo di un signore che tutti gli altri rifiutano Di salvare nel suo disperato bisogno; Per la mia fede! penso che chiunque il mondo perseguiti Abbia diritto a un destriero galante.
“Via, mia amata, sento i loro passi! Ti soffio un bacio, mia bella, E prometto di portarti, al nostro prossimo incontro, Un nastro per i tuoi bei capelli.
Evviva! per il bottino! il mio destriero, evviva! Attraverso cespugli, attraverso siepi, andiamo; E la luna timida sorride al nostro allegro cammino, Come il mio amore – timidamente.”
Il pastore cavalca con una borsa tintinnante, Come chiacchiera dei poveri derubati! Il cortigiano ozia nella sua carrozza dorata, –Come sa di sinecura!
L'avvocato rimugina nella sua carrozza vorticosa Dolci pensieri di un male compiuto; E la signora che conosce la carta che gioca Sta contando le sue ghinee vinte!
“Ehi, signora! Cosa, olà, voi uomini senza peccato! La mia pretesa potete a stento rifiutare; Poiché quando la gente onesta vive alle spalle dei vicini, allora Invade i diritti del ladro!”
La signora cambiò colore come una fanciulla timida, L'avvocato parlò meravigliosamente bene, Il pastore bestemmiò, e il cortigiano pregò, E il ladro portò via la sua parte.
“Evviva! per il banchetto! il mio destriero, evviva! Attraverso cespugli, attraverso siepi, andiamo! È sempre una virtù, quando pagano gli altri,
Fare baldoria allegramente!”
Oh, non ci fu mai vita come quella del ladro, –così allegra e audace e libera! E la sua fine– perché, un applauso dalla folla sottostante, E un salto da un albero senza foglie!
Terminato questo brano assai morale, la signora Slopperton dichiarò che era eccellente; sebbene confessasse di trovare i sentimenti piuttosto licenziosi. Forse il gentiluomo poteva essere indotto a favorirli con una canzone di taglio più raffinato e moderno... qualcosa di sentimentale, insomma. Dando un'occhiata verso Lucy, lo straniero rispose di conoscere solo una canzone del tipo specificato dalla signora Slopperton, ed era così breve che avrebbe a stento stancato la sua pazienza esaudendo la sua richiesta.
In quel momento il fiume, che si scorgeva facilmente dalle finestre della stanza, brillava alla luce delle stelle; e volgendo lo sguardo verso l'acqua, come se la scena gli avesse suggerito i versi che cantava, intonò le seguenti strofe con un tono molto basso e dolce, e con un gusto ben più puro di quanto, forse, si sarebbe addetto alla precedente e più rozza canzone.
IL DESIDERIO.
Come dorme la sognante Sera quaggiù, La sua stella più santa veglia lassù, E quell'onda là comincia a splendere, Come amicizia che brilla verso l'Amore!
Ah, fosse il tuo seno quel torrente, Mai corteggiato se non dall'aria vergine! Ah, fossi io quella stella, il cui raggio Guarda giù e trova la sua immagine lì!
A stento fu finita la canzone, che fu annunciato l'arrivo del servitore della signorina Brandon; e il suo designato scortatore, scattando in piedi, l'assistette galantemente con il mantello e il cappuccio – felice, senza dubbio, di sfuggire in qualche misura ai complimenti travolgenti dei suoi intrattenitori.
“Ma,” disse il dottore, mentre stringeva la mano al suo salvatore, “con quale nome dovrò ricordare e” (sollevando i suoi occhi reverendi) “pregare per il gentiluomo a cui sono così tanto debitore?”
“Siete molto gentile,” disse lo straniero; “il mio nome è Clifford. Signora,” voltandosi verso Lucy, “posso offrirvi il mio braccio lungo le scale?”
Lucy accettò la cortesia; e lo straniero era a metà della scalinata, quando il dottore, allungando il suo collo sottile, esclamò:
“Buonasera, signore! Spero davvero che ci rivedremo.”
“Non temete!” disse il signor Clifford, ridendo gaiamente; “sono un viaggiatore troppo grande perché quella speranza sia una questione impossibile. Fate attenzione, signora... un altro gradino.”
La notte era calma e abbastanza limpida, sebbene la luna non fosse ancora sorta, mentre Lucy e il suo accompagnatore attraversavano i campi, con il servitore che li precedeva a breve distanza con la lanterna.
Dopo una pausa piuttosto lunga, Clifford disse, con una piccola esitazione, “La signorina Brandon è parente del celebre avvocato che porta il suo nome?”
“È mio zio,” disse Lucy; “lo conoscete?”
“Solo vostro zio?” disse Clifford, con vivacità, ed evitando la domanda di Lucy. “Temevo... ehm! ehm!... cioè, pensavo che potesse essere un parente più stretto.” Ci fu un'altra pausa, ma più breve, quando Clifford riprese, a voce bassa: “La signorina Brandon mi troverà molto presuntuoso se dico che un volto come il suo, una volta visto, non può mai essere dimenticato; e credo che, alcuni anni fa, ebbi l'onore di vedervi a Londra, a teatro? Fu solo uno sguardo momentaneo e distante che potei ottenere allora; e tuttavia,” aggiunse in modo significativo, “bastò!”
“Sono stata solo una volta a teatro mentre ero a Londra, alcuni anni fa,” disse Lucy, un po' imbarazzata; “e in effetti uno spiacevole incidente accaduto a mio zio, con il quale ero, è sufficiente a farmelo ricordare.”
“Ah! E quale fu?”
“Beh, uscendo dal teatro il suo orologio fu rubato da qualche abile borseggiatore.”
“Il furfante fu preso?” chiese lo straniero.
“Sì; e fu mandato il giorno dopo a Bridewell. Mio zio disse che era estremamente giovane, eppure del tutto indurito. Ricordo che fui così sciocca, quando seppi della sua condanna, da implorare con insistenza mio zio affinché intercedesse per lui; ma invano.”
“Avete davvero interceduto per lui?” disse lo straniero, con un tono così serio che Lucy arrossì per la ventesima volta quella sera, senza vedere alcuna necessità per quel rossore. Clifford continuò, con un tono più gaio: “Bene, è sorprendente come i furfanti stiano insieme. Non sarei molto sorpreso se la persona che ha spogliato vostro zio fosse della stessa banda del mascalzone che ha terrorizzato così tanto il vostro degno amico il dottore. Ma questo bel posto antico è la vostra casa?”
“Questa è la mia casa,” rispose Lucy; “ma è un luogo strano e vecchio stile; e poche persone, a cui non fosse caro per via di associazioni, lo troverebbero bello.”
“Perdonatemi!” disse il compagno di Lucy, fermandosi e osservando con uno sguardo di grande interesse l'edificio singolare, che ora sorgeva proprio davanti a loro; i suoi mattoni scuri, le testate a timpano e le pareti ricoperte di edera, tinte dalla luce stellata dei cieli, e in contrasto con il fiume, che scorreva in silenzio sotto. Le persiane della grande finestra a trifora della stanza in cui il signorotto sedeva solitamente erano ancora aperte, e la luce costante e calda dell'appartamento brillava all'esterno, proiettando un bagliore persino sulle acque placide del fiume; nello stesso momento, inoltre, si udì l'abbaiare amichevole del cane da guardia, come in segno di benvenuto; e fu seguito dal rintocco della grande campana, che annunciava l'ora dell'ultimo pasto della famiglia ospitale e vecchio stile.
“C'è un piacere in tutto questo,” disse lo straniero, inconsciamente, e con un mezzo sospiro; “vorrei avere una casa!”
“E non avete una casa?” disse Lucy, con ingenuità. “Quanto può averne uno scapolo, forse,” rispose Clifford, recuperando senza sforzo la sua gaiezza e la sua disinvoltura. “Ma sapete, noi girovaghi non abbiamo il diritto di vantare lo stesso dei più fortunati Benedict; mandiamo i nostri cuori in cerca di una casa, e perdiamo l'uno senza guadagnare l'altra. Ma vi trattengo al freddo, e siamo ormai alla vostra porta.”
“Entrerete, naturalmente!” disse la signorina Brandon, “e parteciperete al nostro ristoro serale.”
Lo straniero esitò per un istante, e poi disse con tono rapido:
“No! Mille, mille grazie; è già tardi. La signorina Brandon accetterà la mia gratitudine per la sua condiscendenza nel permettere l'accompagnamento di uno a lei sconosciuto?” Mentre parlava così, Clifford si inchinò profondamente sulla mano della sua bellissima protetta; e Lucy, augurandogli la buonanotte, si affrettò con passo leggero al fianco di suo padre.
Nel frattempo Clifford, dopo essersi attardato un minuto, quando la porta fu chiusa dietro di lui, si voltò bruscamente; e mormorando tra sé, si diresse con passi rapidi verso qualunque obiettivo avesse allora in vista.
CAPITOLO XII.
Su, svegliatevi dunque, Miei allegri, allegri uomini! –JOANNA BAILLIE.
Quando la luna sorse quella notte, c'era un punto su cui splendeva pallida, a circa dieci miglia di distanza da Warlock, che il viaggiatore avvertito non sarebbe stato ansioso di oltrepassare, ma che avrebbe potuto offrire un buono studio ad artisti che abbiano colto dal selvaggio pittore degli Appennini un amore per il selvaggio e l'avventuroso. Alberi scuri, sparsi lontano e ovunque su un manto erboso rotto ma verdeggiante, costituivano lo sfondo; la luna scintillava tra i rami mentre usciva lentamente dal suo padiglione di nuvole, e versava un raggio più ampio su due figure appena avanzate oltre gli alberi. Più chiaramente portato alla luce dai suoi raggi rispetto al compagno, ecco un cavaliere, vestito con un corto mantello che copriva a stento la groppa del suo destriero, stava controllando l'innesco di una grande pistola che aveva appena estratto dalla fondina. Un cappello a falde abbassate e una maschera di crespo nero cospiravano con l'azione per gettare un naturale sospetto sulle intenzioni del cavaliere. Il suo cavallo, un bellissimo grigio scuro, stava del tutto immobile, con il collo arcuato e le orecchie corte che si muovevano rapidamente avanti e indietro, dimostrative di quell'attenzione saggia e anticipatrice che caratterizza il più nobile di tutti gli animali domati; non si sarebbe percepita l'impazienza del destriero, se non per la schiuma bianca che si accumulava attorno al morso, e per un occasionale e infrequente scossone della testa. Dietro questo cavaliere, e parzialmente gettato nell'ombra scura degli alberi, un altro uomo, vestito in modo simile, era occupato a stringere i sottopancia di un cavallo di grande forza e stazza. Mentre lo faceva, canticchiava, con un mormorio non privo di musicalità, l'aria di una popolare canzone da bevuta.
“Per tutti i diavoli, Ned!” disse il suo compagno, che era rimasto per qualche tempo immerso in un silenzio reverenziale, – “Per tutti i diavoli! perché non riesci a soffocare il tuo amore per le belle arti in un momento come questo? Quel tuo canticchiare diventa più forte ogni momento; alla fine mi aspetto che esploda in un ruggito completo. Ricordati che non siamo da Gentleman George adesso!”
“Tanto peggio, Augustus,” rispose Ned. “Su, Little John; woaho, signore! Una bella notte lunga come questa è fatta apposta per bere. Volete, signore? state fermo allora!”
“L'uomo non è mai, ma sempre destinato a essere benedetto,” disse il moralizzatore Tomlinson; “vedi, sospiri per altre scene anche quando hai davanti una bella notte e la possibilità di un dono di Dio.”
“Sì, la notte è abbastanza bella,” disse Ned, che era piuttosto un brontolone, mentre, terminata la sua operazione da stalliere, montava lentamente. “Diavolo, Oliver! [La luna] guarda fuori in modo così ampio come se stesse per spifferare. Per quanto mi riguarda, amo una notte scura, con una stella qui e là che ci fa l'occhiolino, come a dire, 'Vi vedo, ragazzi miei, ma non dirò una parola al riguardo,' e una pioggerellina sottile, che impedisce di sentire gli zoccoli di Little John, e copre la ritirata, per così dire. Inoltre, quando si è un po' bagnati, è sempre necessario bere di più, per tenere il freddo lontano dallo stomaco quando si torna a casa.”
“O in altre parole,” disse Augustus, che amava le massime dal profondo del cuore, “l'umido leggero nutre l'umido pesante!”
“Bene!” disse Ned, sbadigliando. “Che diamine, vorrei che il capitano arrivasse. Sai che ore sono? Poco meno delle undici, suppongo?”
“Circa! Zitto, è una carrozza quella? No, è solo un improvviso alzarsi del vento.”
“Molto autosufficiente da parte del signor Vento permettersi di essere alzato senza il nostro aiuto!” disse Ned; “a proposito, dobbiamo naturalmente tornare alla Caverna Rossa?”
“Così dice il Capitano Lovett. Dimmi, Ned, cosa ne pensi del nuovo inquilino che Lovett ha messo nella caverna?”
“Oh, ho strani dubbi al riguardo,” rispose Ned, scuotendo le folte chiome del suo capo. “Non mi piace per niente; considera che la caverna è la nostra roccaforte, e dovrebbe essere conosciuta solo...”
“Da uomini di provata virtù,” interruppe Tomlinson. “Sono d'accordo con te; devo provare a far sì che Lovett scarti il suo singolare protetto, come dicono i francesi.”
“Perbacco, Augustus, come hai fatto a ottenere tanta erudizione? Conosci tutti i poeti a memoria, per non parlare del latino e del francese.”
“Oh, che diamine, sono stato educato, come il capitano, a uno stile di vita letterario.”
“È questo che ti rende così intimo con lui, suppongo. Scrive (e canta anche) una canzone tollerabile, ed è certamente un tipo dannatamente intelligente. Che ascesa nel mondo ha fatto! Ricordi in che misero stato si trovava quando lo presentasti da Gentleman George? E ora è il Capitano Crank della banda.”
“La banda! La compagnia, vuoi dire. Banda, davvero! Si direbbe che tu stia parlando di un nodo di borseggiatori. Sì, Lovett è un tipo intelligente; e, grazie a me, un filosofo molto decente!” È impossibile trasmettere al nostro lettore il grave tono di importanza con cui Tomlinson fece la sua lode conclusiva. “Sì,” disse, dopo una pausa, “ha un modo audace e semplice di vedere le cose, e, come Voltaire, diventa un filosofo essendo un Uomo di Senso! Zitto! guarda le orecchie del mio cavallo! Qualcuno sta arrivando, anche se non lo sento! Fate la guardia!”
I ladri si fecero silenziosi; il suono di zoccoli distanti si sentì indistintamente, e, man mano che si avvicinava, ci fu uno scricchiolio di rami, come se qualcuno avesse cavalcato attraverso una siepe. Poco dopo la luna brillò pittorescamente sulla figura di un cavaliere, che si avvicinava attraverso il bosco alle spalle dei ladri.
Ora era visto a metà tra le sinuosità del suo sentiero nella foresta; ora in piena vista, ora del tutto nascosto; poi il suo cavallo nitrì con impazienza; ora tornava in vista, e in un altro momento ancora aveva raggiunto la coppia! Il nuovo arrivato era di corporatura alta e nervosa, e nel primo fiore della virilità. Una giubba verde scuro, bordata con un sottile pizzo d'argento, e abbottonata dalla gola fino a metà, dava il giusto effetto a un portamento eretto, un torace ampio e una vita sottile ma arrotondata, che non aveva bisogno della compressione del sarto. Un corto mantello da equitazione, allacciato alla gola con una fibbia d'argento, pendeva pittorescamente sopra una spalla, mentre le sue gambe erano inguainate in stivali militari che, sebbene salissero sopra il ginocchio, non erano evidentemente né pesanti né d'intralcio ai vigorosi tendini del cavaliere. Le bardature del destriero – il morso, la briglia, la sella, la fondina – erano secondo la moda più approvata del giorno; e il destriero stesso era in ottime condizioni, e di una bellezza notevole. L'aria del cavaliere era eretta e audace; un paio di piccoli ma nerissimi baffi esaltava l'espressione risoluta del suo labbro corto e ricurvo; e da sotto il grande cappello che sovrastava la sua fronte i suoi lunghi capelli sfuggivano, e ondeggiavano scuri nella pungente aria notturna. Nel complesso, cavaliere e cavallo esibivano un aspetto galante e persino cavalleresco, che l'ora e la scena esaltavano fino a un effetto drammatico e romantico.
“Ah! Lovett.”
“Come state, miei allegri uomini?” furono i saluti scambiati.
“Che notizie?” disse Ned.
“Ottime notizie! Fate attenzione. Il mio signore e la sua carrozza passeranno tra dieci minuti al massimo.”
“Avete ottenuto qualcos'altro dal pastore che ho spaventato così gloriosamente?” chiese Augustus.
“No; di questo parleremo più avanti. Ora alla nostra nuova preda.”
“Siete certo che il nostro nobile amico sarà così presto a portata di mano?” disse Tomlinson, accarezzando il suo destriero, che ora scalpitava in eccitata ilarità.
“Certo! L'ho visto cambiare i cavalli; ero nel cortile della stalla in quel momento. È sceso per mezz'ora, per mangiare, immagino. Siate certi che nel frattempo gli ho giocato un tiro.”
“Per cosa?” chiese Ned.
“Per me e il servitore.”
“I postiglioni?”
“Ah, li ho dimenticati. Non importa, voi, dovete spaventarli.”
“Avanti!” gridò Ned; e il suo cavallo scattò sotto il suo tallone armato.
“Un momento,” disse Lovett; “devo mettermi la maschera. Su, Robin, su! Ora tocca a noi, avanti!”
Mentre gli alberi sparivano rapidamente dietro di loro, i cavalieri entrarono, al galoppo, in una vasta distesa di terra desolata intervallata da fossati e occasionalmente recinzioni di ostacoli, sopra i quali i loro cavalli balzavano come quadrupedi ben abituati a tali imprese.
Certamente in quel momento, tra l'aria fresca, il chiarore intermittente della luna che ora si squarciava ampio, ora si perdeva in una nuvola vagante, l'esercizio eccitante e quel fremito vivace e danzante del sangue che ogni azione, sia essa malvagia o nobile per natura, solleva nelle nostre vene; tra tutto questo, non possiamo fare a meno di ammettere il fascino di quella vita senza legge, un fascino così grande che uno dei più noti gentiluomini briganti dell'epoca, uno peraltro che aveva ricevuto un'eccellente educazione e frequentato società tutt'altro che inferiori, si dice abbia detto, quando il cappio era al suo collo e il buon Ordinario lo esortava a pentirsi della sua vita mal spesa: "Mal spesa, cane che non sei altro! Perbacco!" (schioccando le labbra) "è stata deliziosa!"
"Fie! Fie! Signor -------, innalzate i vostri pensieri al Cielo!"
"Ma un galoppo attraverso la brughiera... oh!" mormorò il criminale; e la sua anima galoppò verso l'eternità.
Così vivacemente balzò il cuore del capo dei tre che, mentre giungevano in vista della strada principale e il lontano rumore di una ruota di carro giungeva all'orecchio, egli sollevò la mano destra con un gesto gioioso ed esplose in un'esclamazione adolescenziale di ilarità e diletto.
"Silenzio, capitano!" disse Ned, frenando il proprio spirito con un'aria simulata di gravità, "comportiamoci come gentiluomini; sono solo i tizi di basso rango che si lasciano andare a spiriti così dannatamente elevati; uomini di mondo come noi dovrebbero fare ogni cosa come se avessero il cuore infranto."
"La malinconia è sempre compagna della Sublimezza, e il Coraggio è sublime," disse Augustus, con la pompa di un autore di massime.
[Una massima che avrebbe compiaciuto Madame de Staël, la quale pensava che la filosofia consistesse in bei sentimenti. Nella "Vita di Lord Byron", appena pubblicata dal signor Moore, l'illustre biografo fa un'affermazione simile a quella del saggio Augustus: "Quando mai un pensiero sublime è sorto nell'anima senza che la malinconia, per quanto latente, si trovasse nelle sue vicinanze?" Ora, con la dovuta deferenza verso il signor Moore, questa è una sciocchezza assai malsana, che non ha nemmeno un atomo di verità su cui reggersi. "Dio disse: Sia la luce, e luce fu!" - ci piacerebbe sapere dove giace la malinconia in quella frase sublime. "La verità", dice Platone, "è il corpo di Dio, e la luce è la sua ombra." In nome del buon senso, in quale possibile angolo nelle vicinanze di quella sublime immagine si cela il volto itterico di questa eterna bête noire del signor Moore? Ancora, in quel passaggio più sublime nel più sublime dei poeti latini (Lucrezio), che erompe in onore di Epicuro, c'è qualcosa che ci parla di tristezza? Al contrario, nei tre passaggi a cui abbiamo fatto riferimento, specialmente nei due primi citati, c'è qualcosa di splendidamente luminoso e rallegrante. La gioia è spesso una grande fonte del sublime; la repentinità dei suoi sfoghi basterebbe da sola a renderla tale. Cosa può esserci di più sublime dei trionfanti Salmi di David, intossicati come sono da un quasi delirio di trasporto? Anche nei passaggi più cupi dei poeti, dove riconosciamo la sublimità, non troviamo spesso la malinconia. Siamo colpiti dal terrore, sgomenti dallo stupore, ma raramente inteneriti dalla tristezza. Di fatto, la malinconia appartiene piuttosto a un'altra classe di sentimenti rispetto a quelli eccitati da un passaggio sublime o a quelli che ne generano la composizione. Da un lato, nei voli più elevati di Omero, Milton e Shakespeare, sfidiamo un critico a scoprire questa "malattia verde" che il signor Moore vorrebbe convertire nella magnificenza della peste. Dall'altro lato, dov'è la prova che la malinconia abbia costituito il temperamento abituale di quegli uomini divini? Di Omero non sappiamo nulla; di Shakespeare e Milton, abbiamo motivo di credere che il temperamento ordinario fosse costituzionalmente allegro. Il secondo se ne vanta. Mille istanze, in contraddizione a un'asserzione che non varrebbe la pena contraddire, se non fosse così generalmente popolare, così altamente sanzionata e così eminentemente perniciosa per tutto ciò che è virile e nobile in letteratura, affollano la nostra memoria. Ma pensiamo di aver già citato abbastanza per smentire la frase, che l'illustre biografo ha egli stesso smentito in più di venti passaggi, che, se gli fa piacere dimenticare, ringraziamo il Cielo che i posteri mai faranno. Ora che siamo in argomento su questa Vita, così eccellente sotto molti aspetti, non possiamo fare a meno di osservare che riteniamo l'intero ambito della sua filosofia del tutto indegno dell'intelletto colto dello scrittore; la filosofia consiste in un'imperdonabile distorsione di verità generali, per adattarle alle peculiarità di un individuo, nobile davvero, ma proverbialmente morboso ed eccentrico. Un esempio lampante di ciò si verifica nella laboriosa asserzione che i poeti non siano che tristi personaggi domestici. Cosa! Perché si dice che Lord Byron sia stato un cattivo marito, lo è stato (per non andare più indietro per esempi) Walter Scott un cattivo marito, o lo è stato Campbell, o lo è il signor Moore stesso? Perché, in nome della giustizia, si dovrebbe insinuare che Milton fosse un cattivo marito, quando, per quanto chiunque possa giudicare la questione, era la signora Milton la cattiva moglie? E perché, oh! perché dovremmo sentirci dire dal signor Moore - un uomo che, a giudicare da Captain Rock e The Epicurean, non manca né di erudizione né di diligenza - perché dovremmo sentirci dire, con particolare enfasi, che Lord Bacon non si sposò mai, quando Lord Bacon non solo si sposò, ma il suo matrimonio fu così vantaggioso da costituire un'assoluta epoca nella sua carriera? Davvero, davvero, si comincia a credere che non esista una cosa come un fatto al mondo!]
"Ora verso la siepe!" gridò Lovett, senza curarsi dei suoi compagni; e il suo cavallo balzò sulla strada.
I tre uomini ora erano fermi, del tutto immobili a lato della siepe. L'ampia strada giaceva davanti a loro, curvando fuori vista da entrambi i lati; il terreno si stava indurendo sotto una precoce tendenza al gelo, e il netto rintocco degli zoccoli in avvicinamento risuonò all'orecchio dei rapinatori, presago, forse, del tintinnio di "metallo più attraente" che, se la Speranza non raccontava una storia lusinghiera, stava per diventare loro.
Poco dopo, il veicolo atteso da tempo fece la sua apparizione alla curva della strada, e rotolò rapidamente trainato da quattro veloci cavalli da posta.
"Tu, Ned, con il tuo grande destriero, ferma i cavalli; tu, Augustus, intimidisci i postiglioni; lascia a me il resto," disse il capitano.
"Come pattuito," rispose Ned, laconicamente. "Ora, guardami!" e il cavallo del vanitoso brigante balzò dal suo riparo. Così istantanee furono le operazioni di questi esperti tattici, che gli ordini di Lovett furono quasi eseguiti in un tempo più breve di quello che gli era costato impartirli.
Fermata la carrozza, e con i postiglioni bianchi e tremanti, con due pistole (puntate da Augustus e Pepper) armate alle loro teste, Lovett, smontando, spalancò la portiera della carrozza e con un tono molto civile e un modo di fare molto blando si rivolse all'occupante.
"Non si allarmi, milord, è perfettamente al sicuro; richiediamo solo il suo orologio e il suo portafoglio."
"Davvero," rispose una voce ancora più dolce di quella del rapinatore, mentre un volto marcato e alquanto francese, coronato da un berretto di pelliccia, faceva capolino verso l'assalitore - "Davvero, signore, la vostra richiesta è così modesta che sarei peggio che crudele a rifiutarvela. Il mio portafoglio non è molto pieno, e tanto vale che lo abbiate voi piuttosto che uno dei miei furfanteschi creditori; ma al mio orologio sono affezionato, e..."
"La capisco, milord," interruppe il brigante. "A quanto valuta il suo orologio?"
"Uhm! Per voi potrebbe valere una ventina di ghinee."
"Mi permetta di vederlo!"
"La vostra curiosità è estremamente gratificante," rispose il nobile, mentre con grande riluttanza estraeva una ripetizione d'oro, incastonata, come era talvolta moda di quei giorni, in pietre preziose. Il brigante guardò di sfuggita il gingillo.
"Vostra signoria," disse con grande gravità, "è stata troppo modesta nel suo calcolo; il suo gusto le fa ancor più onore. Mi permetta di assicurarle che il suo orologio vale almeno cinquanta ghinee per noi. Per mostrarle che lo penso sinceramente, o lo terrò io, e non ne parleremo più, o glielo restituirò sulla sua parola d'onore che mi darà un assegno di cinquanta ghinee pagabile, dai suoi veri banchieri, al 'portatore per sé'. Scelga lei; per me è del tutto indifferente!"
"Sulla mia parola, signore," disse il viaggiatore, con una certa sorpresa che si faceva strada sul suo volto, "la sua freddezza e padronanza di sé sono davvero ammirevoli. Vedo che conosce il mondo."
"Vostra signoria mi lusinga!" rispose Lovett, facendo un inchino. "Come decide?"
"Ebbene, è possibile scrivere tratte senza inchiostro, penna o carta?"
Lovett fece un passo indietro, e mentre cercava nelle sue tasche gli strumenti per scrivere, che portava sempre con sé, il viaggiatore colse l'opportunità e, strappando improvvisamente una pistola dalla tasca della carrozza, la puntò dritta alla testa del rapinatore. Il viaggiatore era un eccellente ed esperto tiratore - era quasi a portata di mano dalla sua vittima designata - le sue pistole erano l'invidia di tutti i suoi amici irlandesi. Premette il grilletto - la polvere fece cilecca nel focone; e il brigante, senza nemmeno cambiare espressione, estrasse un piccolo calamaio e, inseritavi una penna d'acciaio, la porse al nobile, dicendo, con incomparabile sang-froid: "Le piacerebbe, milord, provare l'altra pistola? Se è così, mi faccia il favore di mirare in fretta, poiché deve vedere la necessità di fare presto. Altrimenti, ecco il retro di una lettera, sul quale può scrivere la tratta."
Il viaggiatore non era un uomo incline a imbarazzarsi per nulla se non per le sue finanze; ma si sentì certamente un po' scomposto e confuso mentre prendeva la carta e, pronunciando alcune parole sconnesse, scriveva l'assegno. Il brigante vi diede un'occhiata, vide che era scritto secondo le regole, e poi, con un inchino di freddo rispetto, restituì l'orologio e chiuse la portiera della carrozza.
Nel frattempo il servitore era rimasto a tremare davanti, chiuso in quella solitaria comodità definita, non eufonicamente, un "dickey". A lui il rapinatore si rivolse ora brevemente.
"Cosa hai addosso che appartenga al tuo padrone?"
"Solo le sue pillole, vostro onore! Che ho dimenticato di mettere nel..."
"Pillole! Gettamele giù!" Il valletto estrasse tremando dalla tasca laterale una piccola scatola, che gettò giù e che Lovett afferrò in mano.
Aprì la scatola, contò le pillole - "Una, due, quattro, dodici... aha!" Riaprì lo sportello della carrozza. "Sono queste le sue pillole, milord?"
Il nobile meravigliato, che aveva cominciato a sistemarsi di nuovo nell'angolo della sua carrozza, rispose che lo erano.
"Milord, vedo che è in un alto stato di febbre; era un po' delirante poco fa quando ha fatto scattare una pistola in faccia al suo amico. Mi permetta di consigliarle una prescrizione: inghiotta tutte queste pillole!"
"Mio Dio!" gridò il viaggiatore, scosso in una serietà improvvisa; "che cosa intende dire? Dodici di quelle pillole ucciderebbero un uomo!"
"Ascoltatelo!" disse il rapinatore, rivolgendosi ai suoi compagni, che ruggirono dalle risate. "Cosa, milord, vorrebbe ribellarsi al suo medico? Fie, fie! si lasci convincere."
E con un gesto rassicurante tese la scatola delle pillole verso il naso che si ritraeva del viaggiatore. Ma sebbene fosse un uomo capace, come chiunque altro, di trarre il meglio da una brutta situazione, il viaggiatore era particolarmente attento alla sua salute; ed era così ostinato laddove questa era in gioco, che avrebbe preferito sottomettersi all'operazione definitiva di un proiettile piuttosto che correre il rischio dell'operazione di una pillola di troppo. Egli dunque, con grande indignazione, mentre la scatola era ancora tesa verso di lui, la strappò dalla mano del rapinatore e, gettandola attraverso la strada, disse con dignità:
"Fate il vostro peggio, furfanti! Ma se mi lascerete vivo, vi pentirete dell'oltraggio offerto a un membro della casa di Sua Maestà!" Poi, come se si rendesse conto del ridicolo di ostentare troppo nella sua situazione attuale, aggiunse con tono mutato: "E ora, per l'amor del Cielo, chiudete la porta; e se dovete uccidere qualcuno, c'è il mio servitore sul sedile - è pagato per questo."
Questo discorso fece ridere i rapinatori più che mai; e Lovett, a cui piaceva uno scherzo anche più di un portafoglio, chiuse immediatamente la portiera della carrozza, dicendo:
"Addio, milord; e mi permetta di darle un consiglio: ogni volta che scende in una locanda di campagna e si ferma mezz'ora mentre cambiano i cavalli, porti le sue pistole con sé, o potrebbe rischiare che la carica venga scaricata."
Con questo monito il brigante si ritirò; e vedendo che il valletto gli porgeva un lungo portafoglio verde, disse, scuotendo gentilmente la testa:
"I furfanti non dovrebbero predare l'uno sull'altro, mio buon amico. Tu derubi il tuo padrone; così facciamo noi. Che ognuno tenga ciò che ha ottenuto."
Long Ned e Tomlinson, facendo arretrare i loro cavalli, la carrozza fu liberata; e i postiglioni partirono a un ritmo che sembrava mostrare minor riguardo per la vita di quanto ne avessero mostrato i rapinatori stessi.
Nel frattempo il capitano rimontò sul suo destriero, e i tre confederati, balzando con stile galante oltre la siepe attraverso la quale avevano in precedenza raggiunto la strada, galopparono via nella stessa direzione da cui erano venuti; la luna che di tanto in tanto portava in luce le loro figure in fuga, e il suono di una risata gioiosa che risuonava in lontananza lungo l'aria gelida.
CAPITOLO XIII
Cosa c'è qui?
Oro?
Tanto di questo renderà nero il bianco, vile il nobile.
Timon d'Atene.
Venne un certo signore, pulito, elegantemente vestito, Fresco come uno sposo.
Enrico IV.
Non conosco l'uomo che dovrei evitare Così presto come quel magro Cassio! Legge molto. È un grande osservatore; e guarda Fin dentro le azioni degli uomini. Spesso sorride; ma sorride in tal modo, Come se deridesse se stesso o disprezzasse il suo spirito, Che poteva essere mosso a sorridere di qualsiasi cosa.
Giulio Cesare.
Il giorno seguente, a tarda ora, mentre Lucy sedeva con suo padre, non impegnata come al solito nel lavoro o nella lettura, ma apparentemente del tutto inattiva, con il suo grazioso piede sullo sgabello per la gotta del signore, e gli occhi fissi sul tappeto, mentre le sue mani (non ci sono mai state mani così morbide e così piccole come quelle di Lucy, sebbene potessero essere state eclissate nel biancore) erano leggermente giunte insieme e riposavano svogliate sulle sue ginocchia - il chirurgo del villaggio entrò bruscamente con un volto pieno di notizie e orrore. Il vecchio signor Brandon era una di quelle persone che ascoltano sempre le notizie, qualunque esse siano, più tardi di chiunque dei loro vicini; e non fu che quando tutti i pettegoli del vicinato ebbero spolpato l'osso della faccenda, che egli fu ora informato, per mezzo del signor Pillum, che Lord Mauleverer era stato, la notte precedente, fermato da tre briganti sulla strada per la sua tenuta di campagna, e derubato di una somma considerevole.
La fama della disavventura del degno dottor Slopperton essendo ormai giunta lontano, l'intero vicinato fu naturalmente gettato in grande costernazione. Furono inviati messaggi ai magistrati, presi in prestito cani di grossa taglia, puliti i moschettoni e fatta una colletta in tutta la parrocchia per l'istituzione di una pattuglia. Non sembravano esserci dubbi che i colpevoli in entrambi i casi fossero membri della stessa orda; e il signor Pillum, nel suo intimo, era perfettamente convinto che avessero intenzione di invadere il suo commercio e distruggere tutti i proprietari di casa circostanti che valevano la pena.
La settimana successiva trascorse nei tentativi più diligenti, da parte dei magistrati e della milizia vicina, di individuare e catturare i rapinatori; ma le loro fatiche furono del tutto infruttuose; e un giudice di pace, che era stato particolarmente attivo, fu egli stesso completamente "ripulito" da un vecchio signore che, sotto il nome di signor Bagshot - un cognome piuttosto presago - si offrì di condurre l'inconsapevole magistrato proprio nel punto in cui i malfattori potevano essere catturati. Non appena, tuttavia, ebbe allontanato il povero giudice dai suoi compagni in una parte solitaria della strada, lo spogliò fino alla camicia. Non lasciò nemmeno al suo onore le mutande di flanella, sebbene il clima fosse amaro come nei giorni di canicola del 1829.
"Non è il mio modo," disse il canuto mascalzone, quando il giudice chiese almeno per quell'ultimo articolo di abbigliamento, "non è il mio modo. Sono lento nel mio lavoro, ma lo faccio a fondo; quindi giù gli stracci, vecchio."
Questa fu, tuttavia, l'unica istanza aggiuntiva di aggressione nelle vicinanze della dimora di Warlock; e a poco a poco, con il declinare dell'autunno e il mancato perpetrarsi di ulteriori enormità, la gente cominciò a cercare un nuovo argomento di conversazione. Questo fu loro offerto da una inaspettata fortuna per Lucy Brandon:
La signora Warner - una vecchia signora a cui era leggermente imparentata, e presso la quale aveva soggiornato durante la sua breve e unica visita a Londra - morì improvvisamente, e nel suo testamento dichiarò Lucy sua unica erede. La proprietà, che era nei Fondi e che ammontava a 60.000 sterline, doveva essere goduta dalla signorina Brandon immediatamente dopo aver raggiunto il suo ventunesimo anno; nel frattempo gli esecutori testamentari avrebbero dovuto pagare alla giovane ereditiera la somma annuale di 600 sterline. La gioia che questa notizia creò nella dimora di Warlock può essere facilmente immaginata. Il signore progettava miglioramenti qui e riparazioni là; e Lucy, povera ragazza, che non aveva idea del denaro per sé, oltre all'acquisto di un nuovo pony o di un vestito da Londra, assecondava con affettuoso piacere tutti i suggerimenti di suo padre, e si deliziava nel riflesso che quei bei piani, che avrebbero reso i Brandon più grandi di quanto i Brandon fossero mai stati prima, dovevano essere realizzati dai suoi, proprio suoi soldi! Fu in questo identico periodo che la nobiltà circostante fece una simultanea e grandiosa scoperta, vale a dire, gli sorprendenti meriti e il grande buon senso del signor Joseph Brandon. Era un peccato, osservavano, che egli fosse di un carattere così riservato e timido - non si addiceva a un gentiluomo di una famiglia così antica; ma perché non avrebbero dovuto tentare di trarlo dal suo ritiro verso quelle scene più pubbliche che era senza dubbio ben calcolato ad adornare?
Di conseguenza, non appena il primo mese di lutto fu trascorso, diverse carrozze, cocchi, chaise e cavalli che non erano mai stati visti prima alla dimora di Warlock arrivarono lì uno dopo l'altro nel modo più amichevole immaginabile. I loro proprietari ammiravano tutto - la casa era una reliquia così bella dei vecchi tempi! - per parte loro apprezzavano una scala di quercia! - e quelle belle vecchie finestre! - e che bel pavone! - e, Dio li salvi! quel magnifico castagno valeva una foresta! Il signor Brandon fu pregato di unirsi alla caccia di contea, non che egli cacciasse ancora personalmente, ma perché il suo nome avrebbe dato tanta importanza alla cosa! La signorina Lucy doveva venire a trascorrere una settimana con le sue care amiche, le Onorevoli signorine Sansterre! Augustus, il loro fratello, aveva un cavallo così dolce per signora! In breve, il consueto cambiamento che ha luogo nel carattere delle persone dopo l'acquisizione di una fortuna avvenne nel carattere del signor Brandon e della signorina Brandon; e quando le persone diventano improvvisamente amabili, non c'è da stupirsi che guadagnino improvvisamente una vasta accessione di amici.
Ma Lucy, sebbene avesse visto così poco del mondo, non era del tutto cieca; e il signore, sebbene piuttosto ottuso, non era del tutto uno sciocco. Se non erano scortesi con i loro nuovi visitatori, non erano affatto sopraffatti dalla gratitudine per la loro condiscendenza. Il signor Brandon declinò di sottoscriversi alla caccia, e la signorina Lucy rise in faccia all'Onorevole Augustus Sansterre. Tra i loro nuovi ospiti, tuttavia, ce n'era uno che alla grande conoscenza del mondo univa una estrema e persino brillante levigatezza di maniere, che almeno impediva all'inganno di essere sgradevole, se non del tutto di essere invisibile: questo era il nuovo luogotenente della contea, Lord Mauleverer.
Sebbene possedesse una proprietà immensa in quel distretto, Lord Mauleverer fino ad allora aveva risieduto ben poco nelle sue tenute. Era uno di quei gaudenti signori, ormai piuttosto rari in questo paese una volta raggiunta la piena maturità, che conducono una vita facile e dissoluta, più tra i propri parassiti che tra i propri pari, e che tuttavia, grazie a modi gradevoli, talenti naturali e una certa graziosa e leggera cultura dello spirito (non meno piacevole per il fatto di essere universalmente tinta di mondanità e da un riguardo per sé stessi divertente piuttosto che offensivo), non perdono mai la loro legittima posizione nella società; che sono oracoli in fatto di abbigliamento, equipaggi, cucina e bellezza, e che, non avendo una personalità propria, sono in grado di affibbiare con una sola parola una personalità a chiunque altro. Così, mentre Mauleverer viveva piuttosto la vita dissoluta di un giovane nobile, che preferisce la compagnia di gradevoli donne di dubbia reputazione a quella di noiose duchesse, anziché mantenere il decoroso stato che si addice a un'età matura e a un immenso interesse nel paese, egli era popolare a corte, dove occupava una posizione domestica, tanto quanto nel retroscena dei teatri, dove incantava ogni attrice al di qua dei quarant'anni. Una parola da parte sua nei legittimi centri di potere valeva più di un'arringa di chiunque altro; e persino le puritane – almeno tutte quelle che avevano figlie – confessavano che il suo signore era un personaggio molto interessante. Come Brandon, suo intimo amico, aveva fatto carriera nel mondo (da barone irlandese a conte inglese) senza aver mai cambiato le sue posizioni politiche, che erano ultra-conservatrici; e non occorre osservare che era considerato, al pari di Brandon, un modello di integrità pubblica. Possedeva due incarichi governativi, sei voti alla Camera dei Comuni e otto benefici ecclesiastici; e dobbiamo aggiungere, in giustizia verso i suoi leali e religiosi princìpi, che non vi era nei tre regni un amico più saldo delle istituzioni esistenti.
Ogni volta che un nobile non si sposa, la gente cerca di rovinargli la reputazione. Lord Mauleverer non si era mai sposato. I Whig erano stati molto amari sull'argomento; vi alludevano persino alla Camera dei Comuni, quell'assemblea casta dove l'infallibile oggetto di rimprovero contro il signor Pitt era il non essere di temperamento amoroso; ma fino a quel momento non avevano prevalso contro il celibato del risoluto conte. È vero che se era privo di moglie, si era assicurato un'abbondanza di sostituti; la sua professione era quella dell'uomo galante; e sebbene evitasse le figlie, lo faceva solo per fare la corte alle madri. Ma il suo signore aveva ormai raggiunto una certa età, e finalmente circolò tra i suoi amici la voce che avesse intenzione di cercare una Lady Mauleverer.
“Risparmi le sue carezze”, disse il suo adulatore capo a una certa duchessa, che aveva tre figlie senza dote; “Mauleverer ha giurato che non sceglierà tra le vostre. Conoscete la sua alta politica e non vi stupirete nel sentirlo dichiararsi avverso al matrimonio, così come alla morale, verso una comunione di beni.”
L'annuncio del progetto matrimoniale del conte e la diffusione di questo aneddoto misero tutte le figlie dei pastori d'Inghilterra in uno stato di fervente aspettativa; e quando Mauleverer giunse nello shire, avendo ottenuto l'onore della luogotenenza, per visitare le sue tenute e corteggiare l'amicizia dei suoi vicini, non vi fu una signorina di quarant'anni, dedita al ricamo a punto largo e che non fosse mai stata a Londra più di una settimana alla volta, che non ritenesse sé stessa esattamente il tipo di persona destinata ad affascinare il suo signore.
Era tardi nel pomeriggio quando la carrozza da viaggio di questo distinto personaggio, preceduta da due postiglioni nella livrea di gala del conte in verde scuro, si fermò davanti alla porta d'ingresso di Warlock House. Il proprietario era in casa, letteralmente e metaforicamente; poiché non sognava mai di negarsi a nessuno, nobile o semplice che fosse. Aperta la portiera della carrozza, ne discese un uomo piccolo e minuto, riccamente vestito (poiché pizzi e vesti di seta non erano ancora del tutto abbandonati, sebbene stessero gradualmente passando di moda), e dall'aria accattivante e distinta piuttosto che dignitosa. I suoi anni – poiché il suo volto, sebbene bello, era profondamente segnato ed esibiva i segni della dissolutezza – sembravano più numerosi di quanto non fossero in realtà; e sebbene non avesse ancora superato la mezza età, Lord Mauleverer avrebbe potuto essere giustamente insignito dello spiacevole epiteto di anziano. Tuttavia, il suo passo era fermo, la sua andatura eretta e la sua figura era considerevolmente più giovanile della sua fisionomia. Esauriti i primi convenevoli della giornata, e avendo Lord Mauleverer espresso il suo rammarico per il fatto che la sua lunga e frequente assenza dalla contea gli avesse finora impedito di fare la conoscenza del signor Brandon, fratello di uno dei suoi più antichi e stimati amici, la conversazione divenne da entrambe le parti piuttosto una fatica. Il signor Brandon introdusse per primo l'argomento del tempo e delle rape; chiese se il suo signore non fosse molto appassionato (da parte sua era solito esserlo, ma ultimamente il reumatismo lo aveva debilitato; sperava che il suo signore non fosse soggetto a quel disturbo) di caccia!
Cogliendo solo le ultime parole – poiché, oltre all'orribile complessità delle frasi del proprietario, Mauleverer era leggermente affetto dal disturbo aristocratico della sordità – il conte rispose, con un sorriso:
“Il disturbo della caccia! Molto bene davvero, signor Brandon; è raro che io abbia udito una frase così arguta. No, non sono affatto afflitto da quell'epidemia. È un disordine molto diffuso in questa contea.”
“Mio signore!” disse il proprietario, piuttosto perplesso; e poi, osservando che Mauleverer non continuava, ritenne opportuno cambiare argomento.
“Sono rimasto eccessivamente addolorato nell'apprendere che il suo signore, viaggiando verso Mauleverer Park (quella è una strada molto brutta che attraversa il terreno incolto; le strade in questo paese sono in generale piuttosto buone; da parte mia, quando ero magistrato ero molto severo al riguardo), sia stato rapinato. Non avete ancora, credo, individuato (da parte mia, sebbene non pretenda di essere un grande politico, penso davvero che negli affari di rapina vi sia molta negligenza da parte dei ministri) i furfanti!”
“Il nostro amico è un malcontento!” pensò il lord luogotenente, immaginando che l'ultimo termine opprobrioso fosse applicato ai rispettabili personaggi specificati tra parentesi. Facendo un inchino con un sorriso educato al proprietario, Mauleverer rispose ad alta voce che era estremamente dispiaciuto che la loro condotta (riferendosi ai ministri) non incontrasse l'approvazione del signor Brandon.
“Bene”, pensò il proprietario, “questo significa fare il cortigiano con rabbia!—Incontrare la mia approvazione!” disse, calorosamente; “come può il suo signore pensare che io (poiché, sebbene io non sia uno dei vostri santi, sono, spero, un buon cristiano; un eccellente cristiano, a giudicare dalle sue parole, il suo signore deve esserlo!) sia così parziale verso il crimine!”
“Io parziale verso il crimine!” replicò Mauleverer, pensando di essersi imbattuto inavvertitamente in qualche democratico oltraggioso, pur sorridendo con la solita delicatezza; “lei mi giudica duramente, signor Brandon! Deve rendermi più giustizia, e può farlo solo conoscendomi meglio.”
Qualunque risposta sfortunata il proprietario potesse aver dato fu interrotta dall'ingresso di Lucy; e il conte, segretamente deliziato dall'interruzione, si alzò per renderle omaggio e per ricordarle la presentazione che aveva avuto in precedenza la fortuna di ottenere tramite l'amicizia del signor William Brandon – un'“amicizia”, disse il galante nobile, “alla quale sono stato spesso debitore in passato, ma che non è mai stata esercitata più piacevolmente a mio favore.”
A questo punto Lucy, che sebbene fosse stata così dolorosamente timida durante il suo incontro con il signor Clifford, non provava alcuna soverchiante soggezione in presenza di un personaggio così superiore, rispose ridendo, e il conte replicò con un secondo complimento. La conversazione non era più una fatica; e Mauleverer, il più consumato degli epicurei, che persino la regalità temeva di invitare senza preparazione, essendo stato invitato dall'inconsapevole proprietario a partecipare al pranzo di famiglia, accettò con entusiasmo l'invito. Era passato molto tempo da quando le mura cavalleresche di Warlock erano state onorate dalla presenza di un ospite così cortese. Il buon proprietario riempì il piatto dell'ospite con una profusione di manzo bollito; e mentre il povero conte contemplava con sgomento le Alpi su Alpi che ci si aspettava che divorasse, il maggiordomo dai capelli grigi, ansioso di servirlo con solerzia, portò via il piatto sovraccarico e, poco dopo, lo restituì ancora più incredibilmente ricolmo di un ulteriore mondo di una composizione dal colore pietroso e dall'aspetto sudorifero, che, dopo aver esaminato in silenzio attento per alcuni istanti, e aver rimosso con cura fin dove possibile verso l'estremo bordo del suo piatto, il conte scoprì essere budino di sego.
“Lei non mangia nulla, mio signore”, esclamò il proprietario; “si lasci servire... questo è più al sangue”, tenendo tra lama e forchetta a mezz'aria un frammento ripugnante di colore scarlatto, scuotendo i suoi capelli insanguinati... “un'altra fetta.”
Rapido al comando cadde sul piatto di Mauleverer il dito simile a un'arpia e il pollice spietato del maggiordomo dai capelli grigi. “Non un boccone di più”, gridò il conte, lottando con il domestico omicida. “Mio caro signore, mi scusi; le assicuro che non ho mai mangiato un pranzo simile prima d'ora... mai!”
“Via, su!” disse il proprietario, protestando, “lei davvero (e quest'aria è così pungente che il suo signore dovrebbe assecondare il suo appetito, se segue il consiglio del medico) non mangia nulla!”
Ancora una volta Mauleverer era in difficoltà.
“I medici hanno ragione, signor Brandon”, disse, “molta ragione, e sono costretto a vivere in modo astemio; infatti non so se, dovessi eccedere alla sua ospitale tavola e attaccare tutto ciò che vorrebbe offrirmi, riuscirei mai a riprendermi. Dovrebbe cercare un nuovo luogotenente per la sua affascinante contea, e sulla tomba dell'ultimo Mauleverer l'erede ipocrita e non imparentato scriverebbe: 'Morto per la visita del Manzo, John, Conte, ecc.'”
Per quanto il significato di questo discorso potesse sembrare chiaro ad altri, il proprietario rise solo dell'appetito effeminato dell'oratore, e fu propenso a considerarlo un eccellente compagno per scherzare così bonariamente sulla propria infermità fisica. Ma Lucy possedeva il tatto del suo sesso e, provando pietà per la disastrosa situazione del conte, sebbene certamente non ne avesse mai intuito l'entità, prese parte con tanta grazia e disinvoltura alla conversazione che lui cercava di instaurare tra loro, che il gentiluomo di Mauleverer, finora messo da parte dallo zelo del maggiordomo dai capelli grigi, trovò l'opportunità, mentre il proprietario rideva e il maggiordomo fissava, di sottrarre il piatto sovraccarico senza essere sospettato né visto.
Nonostante, tuttavia, questi mali di vitto e alloggio, Mauleverer fu estremamente soddisfatto della sua visita; né la concluse finché le ombre della sera non iniziarono a calare, e la distanza dalla sua residenza, unita all'esperienza, gli ricordò che era possibile per l'audacia di un brigante attaccare l'equipaggio persino di Lord Mauleverer. Quindi rientrò a malincuore nella sua carrozza e, ordinando ai postiglioni di correre il più velocemente possibile, si avvolse nel suo roquelaire e divise i suoi pensieri tra Lucy Brandon e l'astice gratinato con cui si proponeva di consolarsi immediatamente al suo ritorno a casa. Tuttavia, il Fato, che schernisce le nostre speranze più care, dispose che, arrivato a Mauleverer Park, il proprietario fosse improvvisamente afflitto da una perdita di appetito, un freddo agli arti, un dolore al petto e vari altri spiacevoli sintomi di una malattia imminente. Lord Mauleverer andò dritto a letto; vi rimase per alcuni giorni e, quando si riprese, i suoi medici gli ordinarono le terme di Bath. I metodisti Whig, che lo odiavano, attribuirono la sua malattia alla Provvidenza; e il suo signore era fermamente dell'opinione che dovesse essere attribuita al manzo e al budino. Comunque sia, ci fu una fine, per il momento, alle speranze delle signorine di quarant'anni e ai festeggiamenti previsti a Mauleverer Park.
“Buon Dio!” disse il conte, mentre le ruote della sua carrozza si allontanavano dai cancelli, “che perdita per i commercianti locali può essere causata da un pezzo di manzo poco cotto, specialmente se bollito!”
Circa una quindicina di giorni erano trascorsi dalla meteorica visita di Mauleverer a Warlock House, quando il proprietario ricevette dal fratello la seguente epistola:
MIO CARO JOSEPH, – Conosci le mie numerose occupazioni e, nel mezzo della mole di affari che mi circonda, sono certo che mi perdonerai per essere un corrispondente molto negligente e trascurato. Tuttavia, ti assicuro, nessuno può simpatizzare più sinceramente di me per quella buona fortuna che è toccata alla mia affascinante nipote, e di cui la tua ultima lettera mi ha informato. Ti prego, porgile i miei migliori auguri e dille con quanta compiacenza attendo il brillante effetto che susciterà, quando la sua bellezza sarà intronizzata in quel rango che, sono certo, prima o poi comanderà.
Non sei consapevole, forse, mio caro Joseph, che da qualche tempo mi trovo in uno stato di salute molto debole e declinante. Il vecchio disturbo nervoso al viso mi ha recentemente attaccato gravemente, e l'angoscia è talvolta così grande che sono a malapena in grado di sopportarla. Credo che l'enorme richiesta che la mia professione fa su un fisico mai robusto, e che ora inizia a sentire prematuramente le infermità del tempo, sia la vera causa dei miei mali. Alla fine, tuttavia, devo assolutamente punire il mio portafoglio e assecondare le mie inclinazioni con una breve tregua dalla fatica. I medici – amici giurati, sai, degli avvocati, poiché fanno causa comune contro il genere umano – mi hanno ordinato perentoriamente di riposare e di tentare un breve ciclo di aria, esercizio, divertimenti sociali e le acque di Bath. Fortunatamente è tempo di vacanze e posso permettermi di perdere qualche settimana di emolumenti, per assicurarmi, forse, molti anni di vita. Mi propongo, dunque, all'inizio della prossima settimana, di recarmi in quel malinconico serbatoio dei gaudenti, dove le persone danzano fuori dalla vita e vengono accompagnate col violino attraverso lo Stige. In una parola, sarò uno degli avventurieri in cerca di salute che cercano la dea alla sala della pompa di Re Bladud. Vorrai tu e la cara Lucy unirvi a me lì? Lo chiedo alla vostra amicizia, e sono certo che nessuno dei due si ritrarrà sgomento di fronte alla proposta di consolare il vostro parente invalido. Nello stesso tempo in cui recupero la salute, la mia graziosa nipote vendicherà Plutone, consegnando ai suoi domini molti eroi migliori e più giovani al posto mio. E sarà un doppio piacere per me vedere tutti i cuori, ecc. – Interrompo, perché cosa posso dire su quell'argomento che la piccola civetta non abbia già previsto? È giunto il momento che Lucy veda il mondo; e sebbene ci siano molti – a Bath, soprattutto, a cui l'ereditiera sarà oggetto di attenzioni interessate, tuttavia ci sono anche molti in quella città affollata che non sono affatto indegni della sua attenzione. Che ne dici, caro Joseph? Ma lo so già: non ti rifiuterai di farmi compagnia nella mia piccola vacanza; e gli occhi di Lucy stanno già brillando all'idea di nuovi cappellini, Milsom Street, mille adoratori e la sala della pompa.
Sempre, caro Joseph, tuo affettuosamente,
WILLIAM BRANDON.
P. S. Trovo che il mio amico Lord Mauleverer sia a Bath; confesso che è una ragione in più per portarmi laggiù; da una lettera ricevuta l'altro giorno da lui, vedo che ti ha fatto visita, e ora delira riguardo al suo ospite e all'ereditiera. Ah, Miss Lucy, Miss Lucy! stai per conquistare colui che tutta Londra ha, per anni più di quanti mi curi di dire (tuttavia non molti, perché Mauleverer è ancora giovane), assalito invano? Rispondimi!
Questa lettera creò un notevole fermento a Warlock House. Il vecchio proprietario era estremamente affezionato a suo fratello e addolorato nel profondo nel trovare che parlasse in modo così scoraggiante della sua salute. Né il proprietario esitò per un momento ad accettare la proposta di raggiungere il suo distinto parente a Bath. Anche Lucy – che nutriva per suo zio, forse a causa della sua profusa ma non indelicate lusinghe, un grande riguardo e interesse, sebbene lo avesse visto poco – esortò il proprietario a non perdere tempo nell'organizzare i preparativi per la loro partenza, così da precedere l'avvocato e preparare ogni cosa per il suo arrivo. Essendo il padre e la figlia così d'accordo, ci fu poca occasione di ritardo; una risposta alla lettera dell'invalido fu inviata col ritorno della posta, e al quarto giorno dal ricevimento della suddetta epistola, il buon vecchio proprietario, sua figlia, una ragazza di campagna in funzione di cameriera, il maggiordomo dai capelli grigi e due o tre animali domestici, della taglia e abitudini più convenienti per viaggiare, erano in viaggio verso una città che all'epoca era più gaia, almeno, sebbene leggermente meno splendida, della metropoli.
Al secondo giorno dal loro arrivo a Bath, Brandon (come in futuro, per evitare confusione, chiameremo il fratello minore, lasciando al maggiore il suo titolo patriarcale di proprietario) li raggiunse.
Era un uomo apparentemente piuttosto incline alla parata, sebbene in cuor suo la detestasse e disprezzasse. Si recò al loro alloggio, che non era stato scelto nella parte migliore della città, su una carrozza a sei cavalli, ma accompagnato solo da un servitore favorito.
Lo trovarono con un aspetto migliore e uno spirito migliore di quanto avessero previsto. Poche persone, quando lo desiderava, potevano essere più gradevoli di William Brandon; ma a volte si mescolava alla sua conversazione un sarcasmo amaro, probabilmente un'abitudine acquisita nella sua professione, o un'occasionale sfumatura di tristezza scontrosa e altera, forse conseguenza della sua salute cagionevole. Eppure il suo disturbo, che si avvicinava alquanto a quella dolorosa afflizione nota come tic douloureux, sebbene con crisi più rare in occorrenza di quanto non siano quelle di tale malanno, non sembrava mai, nemmeno per un istante, operare sul suo umore, qualunque esso fosse. Quella malattia lavorava invisibile; non un muscolo del suo volto sembrava tremare; il sorriso non svaniva mai dalla sua bocca, la soavità della sua voce non si indeboliva mai come per il dolore, e, nel mezzo di un'intensa tortura, la sua mente risoluta e severa vinceva ogni indicazione esterna; né lo sconosciuto più osservatore avrebbe potuto notare il momento in cui la crisi lo attaccava o lo rilasciava. Vi era qualcosa di imperscrutabile nell'uomo. Si percepiva di prendere il suo carattere sulla fiducia, e non sulla propria conoscenza. La frequentazione di anni vi avrebbe lasciato ugualmente all'oscuro riguardo ai suoi vizi o alle sue virtù. Variava spesso, eppure in ogni variazione era ugualmente inafferrabile. Stava interpretando una serie di parti, o erano i mutamenti ordinari del vero temperamento di un uomo che vedevate in lui? Solitamente dolce, quieto, attento, lusinghiero nelle interazioni sociali, era noto al senato e nei tribunali per un'aspra freddezza e un veleno caustico, raramente rivaleggiato persino in quelle arene di contesa. Sembrava quasi che i sentimenti più amari che frenava nella vita privata, si dilettasse a sfogarli in pubblico. Eppure persino lì non cedeva a momentanea petulanza o passione irruente; tutto sembrava in lui sarcasmo sistematico o severità abituale. Non oltraggiava alcuna forma cerimoniale o sociale. Pungeva, senza sembrare consapevole della puntura; e il suo avversario non si contorceva solo sotto la tortura della sua satira, ma anche sotto il disprezzo schiacciante del suo autocontrollo. Freddo, pronto, armato e difeso su tutti i fronti, solido nella conoscenza, infallibile nell'osservazione, ugualmente consumato nella sofistica quando richiesto da sé stesso, e istantaneo nel rilevare la sofistica in un altro; non disprezzando alcuna arte, per quanto penosa; non lesinando alcuna fatica, per quanto gravosa; minuzioso nei dettagli, eppure non meno capace di comprendere l'intero soggetto in una presa; tale era il carattere legale e pubblico che William Brandon aveva stabilito, e tale era la fama che univa alla purezza immacolata della sua reputazione morale. Ma ai suoi amici sembrava solo l'uomo gradevole, intelligente, vivace e, se possiamo usare l'espressione innocentemente, mondano – che non ostentava mai una santità superiore, o un'eccessiva ansia per le forme, eccetto nelle grandi occasioni; e rendendo la sua austerità di modi più ammirata, perché la faceva sembrare così priva di ipocrisia.
“Bene”, disse Brandon, mentre sedeva dopo cena solo con i suoi parenti, e aveva visto gli occhi di suo fratello chiudersi nel sonno diurno, “dimmi, Miss Lucy, cosa pensi di Lord Mauleverer; lo trovi gradevole?”
“Molto; troppo, davvero!”
“Troppo! È un difetto non comune, Lucy, a meno che tu non intenda insinuare che lo trovi troppo gradevole per la tua pace mentale.”
“Oh, no! non c’è molto da temere in questo senso. Tutto ciò che intendevo esprimere è che sembra fare dell’essere gradevole l’unico scopo della sua vita, e che viene da pensare che abbia raggiunto questo fine a costo di alcune qualità che avremmo preferito vedere in lui.”
“Uhm! E quali sarebbero?”
“Verità, sincerità, indipendenza e onestà intellettuale.”
“Mia cara Lucy, è stato lo studio professionale di tutta la mia vita scoprire il carattere di un uomo, specialmente per quanto riguarda la sincerità, nel minor tempo possibile; ma tu mi superi in intuizione, se riesci a dire se vi sia sincerità nel carattere di un cortigiano al primo colloquio che hai con lui.”
“Ciononostante, sono sicura della mia opinione”, disse Lucy ridendo; “e ti dirò un esempio che ho osservato tra i cento. Lord Mauleverer è un po’ sordo e, durante la conversazione, ha immaginato che mio padre avesse detto una cosa – si trattava di un argomento molto banale, il discorso di qualche membro del parlamento [l’avvocato sorrise] – quando in realtà intendeva dirne un’altra. Lord Mauleverer, nel modo più caloroso del mondo, gli ha fatto eco, si è mostrato pienamente del suo parere, ha applaudito ai suoi sentimenti e ha augurato che tutto il paese la pensasse come lui. All’improvviso mio padre ha parlato; Lord Mauleverer ha teso l’orecchio e ha scoperto che i sentimenti che aveva tanto lodato erano esattamente quelli che mio padre favoriva di meno. Non appena ha fatto questa scoperta, ha virato di nuovo – destramente e con grazia, lo ammetto; ha condannato tutto ciò che prima aveva esaltato e ha esaltato tutto ciò che prima aveva insultato!”
“E questo è tutto, Lucy?” disse Brandon, con un sogghigno sul labbro più pungente di quanto l’occasione richiedesse. “Ma questo è ciò che fanno tutti; solo alcuni con più gravità di altri. Mauleverer in società, io al foro, il ministro in parlamento, amico con amico, amante con amante, amante con amante – metà di noi è impegnata a dire che il bianco è nero, e l’altra metà a giurare che il nero è bianco. C’è solo una differenza, mia graziosa nipote, tra l’uomo intelligente e lo sciocco: lo sciocco dice il falso mentre i colori gli stanno davanti agli occhi e gli danno del bugiardo; ma l’uomo intelligente prende, per così dire, un pennello e trasforma letteralmente il nero in bianco e il bianco in nero prima di fare l’affermazione, che allora risulta vera. Lo sciocco cambia ed è un mentitore; l’uomo intelligente fa cambiare i colori ed è un genio. Ma questo non è ancora per la tua giovane età, Lucy.”
“Ma non vedo la necessità di sembrare d’accordo con le persone”, disse Lucy, semplicemente; “di sicuro sarebbero altrettanto soddisfatte se dissentissi da loro in modo civile e rispettoso?”
“No, Lucy”, disse Brandon, sempre sogghignando; “per farsi benvolere, non è necessario essere altro che compiacenti. Menti, imbroglia, rendi ogni parola un laccio e ogni atto una falsificazione; ma non contraddire mai. Sii d’accordo con le persone e ti faranno un giaciglio nei loro cuori. Conosci la storia di Dante e del buffone. Entrambi erano intrattenuti alla corte del vanitoso pedante che si faceva chiamare Principe Scaligero – il primo poveramente, il secondo sontuosamente. ‘Come mai’, disse il buffone al poeta, ‘io sono così ricco e tu così povero?’ ‘Sarò ricco quanto te’, fu la pungente e veritiera risposta, ‘quando riuscirò a trovare un mecenate che mi somigli quanto il Principe Scaligero somiglia a te!’”
“Eppure i miei uccellini”, disse Lucy, accarezzando il cardellino che si rannicchiava al suo petto, “non sono come me, e li amo. Anzi, spesso penso che potrei amare meglio coloro che dissentono da me più di chiunque altro. Lo sento così nei libri – quando, per esempio, leggo un romanzo o una commedia; e tu, zio, ti piaccio quasi in proporzione al fatto che non percepisco in me nulla in comune con te.”
“Sì”, disse Brandon, “hai in comune con me l’amore per le vecchie storie di Sir Hugo e Sir Rupert, e di tutti gli altri ‘Sir’ della nostra stirpe ammuffita e passata. Quindi mi canterai la ballata di Sir John de Brandon e del drago che uccise in Terra Santa. Ci sposteremo in salotto, per non disturbare tuo padre.”
Lucy acconsentì, prese il braccio dello zio, si recò in salotto e, sedutasi al clavicembalo, cantò con un’aria stimolante ma un po’ rozza la ballata di famiglia che suo zio aveva richiesto.
Sarebbe stato divertente notare sul volto rigido dell’uomo indurito e abitudinario della pace e delle pergamene un certo entusiasmo che di tanto in tanto gli attraversava le guance, mentre i versi della ballata si soffermavano su qualche allusione alla cavalleresca Casata dei Brandon e alla sua antica fama. Era un pregiudizio antico, che erompeva a dispetto di se stesso – un lampo di carattere, sprigionato dal duro fossile in cui era incastonato. Si sarebbe supposto che la più sciocca di tutte le vanità (poiché la vanità del denaro, sebbene più meschina, è meno insensata), la vanità di famiglia, fosse l’ultima debolezza che in quel momento il calloso e astuto avvocato avrebbe confessato, persino a se stesso.
“Lucy”, disse Brandon, quando la canzone cessò ed egli fissò la sua bellissima nipote con un certo orgoglio nel suo aspetto, “non vedo l’ora di assistere alla tua prima apparizione nel mondo. Questo alloggio, mia cara, non è adatto – Ma perdonami! Quello che stavo per dire è questo: tu e tuo padre siete qui su mio invito, e a casa mia dovete dimorare; siete i miei ospiti, non i miei padroni di casa. Ho quindi già ordinato al mio servitore di procurarmi una casa e di provvedere al necessario personale; e non dubito, essendo lui un tipo svelto, che entro tre giorni tutto sarà pronto. Tu dovrai allora essere il magnete della mia dimora, Lucy; e nel frattempo dovrai spiegare questo a mio fratello e – poiché conosci la sua gelosa ospitalità – ottenere il suo consenso.”
“Ma...” esordì Lucy.
“Ma non farmi ma”, disse Brandon, rapidamente, ma con un tono di affettuosa caparbietà; “e ora, poiché mi sento molto affaticato dal viaggio, devi permettermi di cercare la mia stanza.”
“Ti ci accompagnerò io stessa”, disse Lucy, poiché era ansiosa di mostrare al fratello di suo padre la cura e la previdenza che aveva profuso nei preparativi per il suo conforto. Brandon la seguì in un appartamento che il suo occhio seppe a colpo d’occhio essere stato sottoposto a quella sovrintendenza femminile che trae tali usi da ciò che gli uomini scartano come insignificante; e la ringraziò con più della sua solita amenità per la grazia che aveva presieduto e la gentilezza che aveva dettato i suoi preparativi. Non appena fu lasciato solo, avvicinò la sua poltrona al fuoco chiaro e luminoso e, appoggiando il viso sulla mano, nell’atteggiamento di un uomo che si prepara, per così dire, all’indulgenza della meditazione, mormorò:
“Sì! Queste donne sono, in primo luogo, ciò che la Natura le fa, e questo è un bene; in secondo luogo, ciò che l’uso le fa, e questo è un male! Ora, se potessi convincermi che dovremmo essere meticolosi riguardo all’uso che facciamo di questi poveri burattini, esiterei a imporre il destino che ho segnato per questa ragazza. Ma questa è una considerazione meschina, ed è uno sciocco attore colui che perde il suo denaro per salvare i suoi gettoni. Quindi la giovane signora deve andare come un altro punteggio alle fortune di William Brandon. Dopo tutto, chi soffre? Non lei. Avrà ricchezza, rango, onore. Soffrirò io, a cedere una gemma così graziosa e pura alla corona di... Puh! Come disprezzo quel cane; ma come potrei odiare, schiacciare, sbranare lui, se potessi credere che lui disprezzasse me! Potrebbe farlo? Uhm! No, ho risolto tra me e me che è impossibile. Bene, speriamo che quella questione matrimoniale sia risolta; e ora lasciatemi considerare quale sarà il prossimo passo per me stesso – me stesso, sì, solo me stesso! Con me perisce l’ultimo maschio dei Brandon; ma la luce non deve spegnersi sotto il moggio.”
Mentre diceva questo, il soliloquizzante sprofondò in una fantasticheria più assorta e silenziosa, dalla quale fu disturbato dall’entrata del suo servitore. Brandon, che non era mai un sognatore se non quando era solo, si scosse immediatamente dalle sue riflessioni.
“Hai obbedito ai miei ordini, Barlow?” disse.
“Sì, signore”, rispose il domestico. “Ho preso la casa migliore ancora libera; e quando la signora Roberts [la governante di Brandon] arriverà da Londra, tutto sarà, confido, esattamente secondo i vostri desideri.”
“Bene! E hai dato il mio biglietto a Lord Mauleverer?”
“Con le mie mani, signore; sua signoria vi attenderà a casa per tutto domani.”
“Molto bene! E ora, Barlow, fa’ in modo che la tua stanza sia a portata di chiamata [i campanelli, sebbene noti, non erano comuni a quei tempi], e fai sapere che sono andato a letto e non devo essere disturbato. Che ora è?”
“Proprio allo scoccare delle dieci, signore.”
“Metti su quel tavolo il mio portalettere e il calamaio. Passa, per aiutarmi a svestirmi, all’una e mezza; andrò a letto a quell’ora. E... resta... assicurati, Barlow, che mio fratello creda che io mi sia ritirato per la notte. Non conosce le mie abitudini e si affliggerebbe se pensasse che resto sveglio così tardi nel mio attuale stato di salute.”
Avvicinando il tavolo con i suoi strumenti di scrittura al suo padrone, il servitore lasciò Brandon ancora una volta ai suoi pensieri o alle sue occupazioni.
CAPITOLO XIV.
Servitore. Vattene, dico, con quel brutto campanaccio.
Punch. Chiami questo un campanaccio? (picchiettandolo.) È un organo.
Servitore. Dico che è un campanaccio, un brutto campanaccio!
Punch. Dico che è un organo (colpendolo con esso). Cosa dici che sia adesso?
Servitore. Un organo, signor Punch!
La Commedia Tragica di Punch e Judy.
La mattina seguente, prima che Lucy e suo padre lasciassero i loro appartamenti, Brandon, che era un mattiniero straordinario, aveva disturbato il lussurioso Mauleverer nel suo primo sonno. Sebbene il cortigiano possedesse una villa a qualche miglio da Bath, preferiva un alloggio in città, sia perché era più caldo di una casa di campagna raramente abitata, sia perché, per un uomo indolente, era più immediatamente comodo per le gaiezze e le acque della città medicinale. Non appena il conte si fu stropicciato gli occhi, stiracchiato e preparato all’inopportuno colloquio, Brandon riversò le sue scuse per l’ora che aveva scelto per una visita. “Non parlarne, mio caro Brandon”, disse il bonario nobile, con un sospiro; “sono felice a qualsiasi ora di vederti, e sono molto certo che ciò che hai da comunicare valga sempre la pena di essere ascoltato.”
“Era solo per affari pubblici, sebbene di natura un po’ più importante del solito, che mi sono azzardato a disturbarti”, rispose Brandon, sedendosi su una sedia accanto al letto. “Questa mattina, un’ora fa, ho ricevuto per corriere privato una lettera da Londra, che afferma che sarà positivamente fatto un nuovo accordo nel Gabinetto – anzi, nominando le promozioni e i cambiamenti stessi. Confesso che, poiché il mio nome compariva, così come il tuo, in queste nomine, ero ansioso di avere il beneficio della tua necessariamente accurata conoscenza sull’argomento, così come del tuo consiglio.”
“Davvero, Brandon”, disse Mauleverer, con un sorriso mezzo stizzito, “qualsiasi altra ora del giorno sarebbe andata bene per ‘gli affari della nazione’, come chiamano i giornali quella fastidiosa farsa che mettiamo in scena; e avevo immaginato che non avresti interrotto il mio sonno notturno se non per qualcosa di veramente importante – la scoperta di una nuova bellezza o l’invenzione di un nuovo piatto.”
“Né l’una né l’altra avresti potuto aspettarti da me, mio caro signore”, replicò Brandon. “Conosci le aride banalità in cui si consuma la vita di un avvocato; e bellezze e piatti non hanno alcuna attrazione per noi, a meno che le prime non siano donzelle abbandonate e i secondi brevetti invasi. Ma le mie notizie, dopo tutto, valgono la pena di essere ascoltate, a meno che tu non le abbia già sentite prima.”
“Io no! Ma suppongo che le sentirò nel corso della giornata. Possa il Cielo far sì che io non sia mandato a partecipare a qualche piaga di consiglio. Inizia!”
“In primo luogo, Lord Duberly decide di dimettersi, a meno che questa negoziazione per la pace non sia fatta diventare una questione di Gabinetto.”
“Sciocchezze! Che si dimetta. Mi sono opposto alla pace così a lungo che non se ne parla nemmeno. Naturalmente, Lord Wansted non ci penserà, e può contare sui miei borghi. Una pace! Una proposta vergognosa, disonorevole, vile!”
“Ma, mio caro signore, la mia lettera dice che questa inaspettata fermezza da parte di Lord Duberly ha prodotto una sensazione così grande che, vedendo l’impossibilità di formare un Gabinetto duraturo senza di lui, il re ha acconsentito alla negoziazione, e Duberly resta!”
“Il diavolo! Cosa succede dopo?”
“Raffden e Sternhold escono in favore di Baldwin e Charlton, e nella speranza che tu voglia prestare il tuo aiuto a...”
“Io!” disse Lord Mauleverer, molto rabbiosamente – “Io prestare il mio aiuto a Baldwin, il giacobino, e a Charlton, il figlio di un birraio!”
“Verissimo!” continuò Brandon. “Ma nella speranza che tu possa essere persuaso a guardare ai nuovi accordi con occhio indulgente, si parla di te invece del Duca di per il vacante giarrettiera e l’ufficio di ciambellano.”
“Non intenderai davvero!” gridò Mauleverer, balzando dal letto.
“Altre poche (ma, ho sentito, principalmente legali) promozioni devono essere fatte. Tra gli altri, il mio dotto fratello, il democratico Sarsden, deve avere una toga di seta; Cromwell deve essere procuratore generale; e, tra noi due, mi hanno offerto un posto da giudice.”
“Ma la giarrettiera!” disse Mauleverer, udendo a stento il resto delle notizie dell’avvocato – “l’intero oggetto, scopo e ambizione della mia vita. Quanto è stato veramente gentile il re! Dopo tutto”, continuò il conte, ridendo e buttandosi all’indietro, “le opinioni sono variabili, la verità non è uniforme. I tempi cambiano, non noi; e dobbiamo avere la pace invece della guerra!”
“Le tue massime sono indiscutibili, e la conclusione a cui giungi è eccellente”, disse Brandon.
“Perché, tu ed io, mio caro amico”, disse il conte, “che conosciamo gli uomini e che abbiamo vissuto tutta la vita nel mondo, dobbiamo ridere dietro le quinte del cant che avvolgiamo in orpelli e mandiamo a camminare sul palcoscenico. Sappiamo che il nostro Coriolano dell’integrità Tory è un caporale mantenuto da una prostituta, e il Bruto della libertà Whig è un lacchè cacciato dal posto per aver rubato i cucchiai; ma non dobbiamo dirlo al mondo. Quindi, Brandon, devi scrivermi un discorso per la prossima sessione, e assicurati che abbia molte massime generali e si concluda con ‘la mia nazione sanguinante!’”
L’avvocato sorrise. “Acconsenti dunque all’espulsione di Sternhold e Raffden? Perché, dopo tutto, è questa la questione. La nostra nave britannica, come chiamano lo Stato i maledetti mercanti di metafore, trasporta il bene pubblico al sicuro nella stiva come il brandy; ed è solo quando la paura, la tempesta o il diavolo fanno litigare i furfanti tra loro e rompere le botti, che si riesce ad averne più di un ditale alla volta. Continueremmo a combattere con il resto del mondo per sempre, se i ministri non avessero iniziato a combattere tra loro.”
“Quanto a Sternhold”, disse il conte, “è un cane volgare e ha votato per la riforma economica. Inoltre, non lo conosco; può andare al diavolo, per quanto mi riguarda; ma Raffden deve essere trattato generosamente, o, a dispetto della giarrettiera, tornerò tra i Whig, che, dopo tutto, danno cene tollerabili.”
“Ma perché, mio signore, Raffden deve essere trattato meglio del suo collega recalcitrante?”
“Perché mi ha mandato, nel modo più elegante possibile, una botte di quel meraviglioso Madeira, che sai considero il vanto principale delle mie cantine, e ha rinunciato a un progetto di navigazione su canale, che avrebbe arricchito l’intera sua contea, quando sapeva che avrebbe danneggiato la mia proprietà. No, Brandon, al diavolo il cant pubblico! Sappiamo cos’è quello. Ma siamo gentiluomini, e i nostri amici privati non devono essere gettati a mare – a meno che, almeno, non lo facciamo nel modo più civile che possiamo.”
“Non temere”, disse l’avvocato; “devi solo dire la parola, e il Gabinetto può preparare un’ambasciata alle Owhyhee, e mandare lì Raffden con uno stipendio di cinquemila sterline l’anno.”
“Ah! Questo è ben pensato; o potremmo concedergli una donazione di centomila acri in una delle colonie, o lasciargli comprare terre della corona con uno sconto dell’ottanta per cento. Quindi è deciso.”
“E ora, mio caro amico”, disse Brandon, “ti dirò francamente perché vengo così presto; mi è richiesto di dare una risposta affrettata alla proposta che ho ricevuto, ovvero quella del posto da giudice. La tua opinione?”
“Un posto da giudice! Tu un giudice? Cosa! Abbandonare la tua brillante carriera per una dignità così meschina? Scherzi!”
“Per nulla. Ascolta. Sai quanto amaramente mi sono opposto a questa pace, e quali nemici accaniti mi sono fatto tra i nuovi amici dell’amministrazione. Da un lato, questi nemici insistono per sacrificarmi; e dall’altro, se dovessi restare alla Camera Bassa e parlare per ciò a cui prima mi sono opposto, perderei il sostegno di una gran parte del mio stesso partito. Odiato da un corpo e diffidato dall’altro, un seggio alla Camera dei Comuni cessa di essere un obiettivo. È proposto che io mi ritiri nella dignità di giudice, con la promessa positiva e impegnata, sebbene segreta, della prima vacanza tra i capi. Il posto di giudice capo o barone capo è davvero l’unica remunerazione equa per la mia rinuncia ai guadagni della mia professione e l’abbandono della mia carriera parlamentare e legale; il titolo, che sarà naturalmente ad esso allegato, potrebbe andare (almeno, con un esercizio di interesse) al figlio maggiore di mia nipote – nel caso sposasse un borghese – o”, aggiunse dopo una pausa, “al suo secondo figlio nel caso sposasse un pari.”
“Ha, vero!” disse Mauleverer, rapidamente, e come colpito da un pensiero improvviso; “e la tua affascinante nipote, Brandon, sarebbe degna di qualsiasi onore, sia per i suoi figli che per se stessa. Non sai quanto sono rimasto colpito da lei. C’è qualcosa di così aggraziato nella sua semplicità; e nel suo modo di smussare le piccole rugosità di Warlock House c’era una dignità così genuina e così facile che dichiaro di essermi quasi sentito giovane di nuovo, e capace dell’autoinganno di credermi innamorato. Ma, oh! Brandon, immaginarmi alla tavola di tuo fratello – io, per cui le ortolane sono troppo sostanziose, e che sento, quando cammino, la minima disuguaglianza nei tappeti di Tournay – immaginarmi, caro Brandon, in una stanza dal rivestimento in legno nero, appesa attorno ai tuoi antenati in parrucche castane con mazzolini all’occhiello; un fuoco immenso da una parte, e una corrente d’aria dall’altra; un cerchio enorme di manzo davanti a me, fumante come il Vesuvio, e grande il doppio; un piatto colmo (il piatto era di peltro – non c’è un metallo chiamato così?) di questa fiamma e lava mescolate mandato fin sotto la mia narice, e sotto pena di cattiva educazione da dover essere mandato giù per la mia bocca; un vecchio gentiluomo in calzoni di fustagno e calze di lana, nelle vesti di maggiordomo, che mi versa una pinta di birra, e il tuo degno fratello che mi chiede se non preferirei il porto; un magro lacchè in livrea – tale livrea, o dei! – scarlatto, blu, giallo e verde, un arcobaleno fatto male! – dal lato opposto della tavola, che guarda il ‘Signore’ con occhi e bocca ugualmente aperti, e abbastanza grandi da inghiottirmi; e il tuo eccellente fratello stesso a capotavola che brilla attraverso le nebbie del manzo, come il sole nascente in un’insegna; e poi, Brandon, voltandomi da questa immagine, contempla accanto a me la bella, delicata, aristocratica, eppure semplice bellezza di tua nipote, e... Ma sembri arrabbiato; ti ho offeso?”
Era giunto il momento che Mauleverer ponesse quella domanda, poiché durante l'intero racconto del conte il volto scuro del suo compagno aveva letteralmente bruciato di rabbia; e qui possiamo osservare quanto generalmente l'egoismo, che forgia l'uomo di mondo, impedisca al suo possessore, per una sorta di paradosso, di esserlo in modo consumato. Poiché Mauleverer, occupato dal piacere che provava per il proprio spirito, e non avendo mai quella magica simpatia per gli altri che crea l'osservatore incessantemente acuto, non aveva pensato per un istante di offendere nel vivo l'orgoglio celato dell'avvocato. Anzi, così poco sospettava delle vere debolezze di Brandon che lo credeva un filosofo che avrebbe riso allo stesso modo dei principi e delle persone, per quanto vicine a lui potessero essere le seconde, e per quanto importanti le prime. Dominando con un solo sforzo, che restituì alla guancia il suo consueto colore fermo, i segni esteriori del suo disappunto, Brandon replicò:
«Offendermi! Nient'affatto, mio caro lord. Non mi meraviglia la vostra penosa situazione nella casa di un vecchio gentiluomo di campagna, che non offre da secoli scene adatte alla presenza di un ospite così illustre; mai, potrei dire, dai tempi in cui Sir Charles de Brandon intrattenne Elisabetta a Warlock, e il vostro antenato (conoscete i miei vecchi studi polverosi su quei punti di oscura antichità), John Mauleverer, che fu un noto orefice di Londra, fornì l'argenteria per l'occasione.»
«Ben ribattuto», disse Mauleverer, sorridendo; poiché sebbene il conte nutrisse un grande disprezzo per le origini umili innalzate a posizioni elevate in altri uomini, era del tutto privo di orgoglio per la propria famiglia, «ben ribattuto! Ma non intendevo nient'altro che una risata sull'amministrazione domestica di vostro fratello; uno scherzo certamente permesso a un uomo la cui stessa ricercatezza su tali questioni è un argomento di derisione costante. Ma, per il cielo, Brandon! Per allontanarci da questi argomenti, vostra nipote è la ragazza più graziosa che abbia visto da vent'anni a questa parte; e se volesse dimenticare che sono il discendente di John Mauleverer, il noto orefice di Londra, può essere Lady Mauleverer non appena le piaccia.»
«Orsù, ora, siamo seri e parliamo del posto da giudice», disse Brandon, fingendo di trattare la proposta come uno scherzo.
«Per l'anima di Sir Charles de Brandon, sono serio!» esclamò il conte; «e come prova di ciò, spero mi lascerete porgere i miei omaggi a vostra nipote oggi; non ancora con la mia offerta in mano, poiché deve essere un matrimonio d'amore da entrambe le parti.» E il conte, dando un'occhiata a uno specchio di fronte, che rifletteva i suoi lineamenti attenuati ma gradevoli sotto la berretta da notte di velluto bordata di pizzo di Mechlin, rise a metà trionfante mentre parlava.
Un sogghigno attraversò appena le labbra di Brandon, e svanì altrettanto istantaneamente, mentre Mauleverer continuava:
«E quanto al posto da giudice, caro Brandon, vi consiglio di accettarlo, sebbene voi sappiate meglio di chiunque altro; e credo davvero che nessun uomo avrebbe una possibilità più equa di diventare primo giudice; o, sebbene sia alquanto insolito per gli avvocati "comuni", perché non il seggio del Lord Cancelliere? Come dite voi, il secondogenito di vostra nipote potrebbe ereditare la dignità di un titolo nobiliare!»
«Bene, ci rifletterò favorevolmente», disse Brandon; e poco dopo lasciò il nobile per riprendere il suo riposo interrotto.
«Non riesco a ridere di quell'uomo», disse Mauleverer tra sé, mentre si voltava nel letto, «sebbene abbia molto di cui dovrei ridere in un altro; e, in fede mia, c'è una piccola questione per cui potrei ben disprezzarlo, se non fossi un filosofo. È una bella ragazza, sua nipote, e con le giuste istruzioni potrebbe farmi onore; inoltre, ha 60.000 sterline in contanti; e, in fede mia, non ho uno scellino per il mio piacere, sebbene io abbia – o ahimè! ho avuto – cinquantamila all'anno per quello della mia casa! Con ogni probabilità sarà l'erede dell'avvocato, e lui deve aver accumulato almeno altrettanto oltre alla sua dote; né lui, povero diavolo, ha una salute molto solida. Inoltre, se dovesse salire al rango di pari? E il secondogenito... Bene! bene! Non sarebbe affatto un cattivo affare nemmeno per il discendente dell'orefice!»
Con questo pensiero, Lord Mauleverer si addormentò. Si alzò verso mezzogiorno, si vestì con insolita cura e stava proprio per uscire in visita a Miss Brandon, quando ricordò improvvisamente che suo zio non aveva menzionato il suo indirizzo né il proprio. Consultò il biglietto dell'avvocato della sera precedente; non vi era scritto alcun recapito; e Mauleverer fu costretto, con grande disappunto, a rinunciare per quel giorno al piacere che si era promesso.
In verità, l'accorto avvocato, che, come abbiamo detto, disprezzava lo sfarzo e le apparenze esteriori quanto chiunque altro, era tuttavia consapevole del loro effetto anche agli occhi di un amante; e inoltre, Lord Mauleverer era una persona le cui abitudini di vita erano calcolate per destare un certo grado di vigilanza sui punti di sfarzo domestico anche nel più disattento. Brandon decise dunque che Lucy non sarebbe stata visitata dal suo ammiratore finché il trasloco nella loro nuova dimora non fosse stato effettuato; né fu che il terzo giorno da quello in cui Mauleverer aveva tenuto con Brandon il colloquio che abbiamo registrato, che il conte ricevette un biglietto da Brandon, apparentemente incentrato solo su questioni politiche, ma recante l'indirizzo e le indicazioni in piena forma.
Mauleverer rispose di persona. Trovò Lucy in casa, e più bella che mai; e da quel giorno la sua mente fu decisa, come dicono le mamme, e le sue visite divennero costanti.
CAPITOLO XV.
Vi è una festa dove cavalieri e dame, E chiunque vanti ricchezza o nobile stirpe, Appaiono.
È lui... come giunse fin qui? Che fa egli qui? Lara.
Vi sono due situazioni affascinanti nella vita per una donna: una, la prima freschezza dell'essere ereditiera e bella; l'altra, la vedovanza giovanile, con una cospicua rendita. Fu almeno fortuna di Lucy godere della prima. Non appena fu lanciata nel bel mondo, divenne oggetto di idolatria universale. Folle la seguivano ovunque si muovesse; non si parlava d'altro, non si sognava altro, non si brindava o si scommetteva su altro che su Lucy Brandon; persino la sua semplicità, e l'assoluta ignoranza delle arti della vita mondana, accrescevano l'eclat della sua reputazione. In un modo o nell'altro, le giovani persone del gentil sesso sono raramente maleducate, persino nelle loro eccentricità; e vi è spesso una grande grazia nell'inesperienza. Suo zio, che l'accompagnava ovunque, lui stesso non lieve magnete di attrazione, osservava il suo successo con un trionfo compiacente che non permetteva a nessuno, tranne che a suo padre o a lei stessa, di notare. Alla liscia freddezza dei suoi modi, nulla sarebbe sembrato più estraneo dell'orgoglio per l'attenzione guadagnata da una bellezza, o dell'esultanza per qualsiasi favore ottenuto dai capricci della moda. Quanto al buon vecchio gentiluomo, si sarebbe immaginato lui molto più invalido del fratello. Non lo si vedeva quasi mai; poiché sebbene andasse ovunque, era una di quelle persone che sprofondano in un angolo non appena entrano in una stanza. Chiunque lo scoprisse nel suo rifugio, porgeva le mani ed esclamava: «Dio mi benedica! Voi qui! Non vi vediamo da un'eternità!» Ora e allora, se in una nicchia molto buia della stanza era stato piazzato un tavolo da gioco, il degno gentiluomo faticava attraverso un oscuro rubber; ma più frequentemente sedeva con le mani giunte e la bocca aperta, contando il numero di candele nella stanza, o calcolando «quando quella musica stupida sarebbe finita».
Lord Mauleverer, sebbene uomo raffinato e cortese, il cui grande obiettivo era necessariamente quello di ingraziarsi il padre della sua futura sposa, aveva un orrore di annoiarsi che superava ogni altro sentimento nella sua mente. Non poteva quindi persuadersi a sottoporsi al malinconico dovere di ascoltare i "lunghi discorsi intrecciati" del gentiluomo. Scivolava sempre oltre la postazione dell'onesto uomo, apparentemente in una fretta eccessiva, con un «Ah, mio caro signore, come state? Quanto sono deliziato di vedervi! E la vostra incomparabile figlia? Oh, eccola! Perdonatemi, caro signore... vedete la mia attrazione».
Lucy, in effetti, che non dimenticava mai nessuno (eccetto se stessa occasionalmente), cercava il rifugio di suo padre ogni volta che poteva; ma i suoi impegni erano così incessanti che non appena perdeva un partner, veniva reclamata e portata via da un altro. Tuttavia, il gentiluomo sopportava la sua solitudine con tollerabile allegrezza, e dichiarava sempre che «si divertiva molto; sebbene balli e concerti fossero necessariamente un po' noiosi per chi proveniva da un bel posto antico come Warlock Manor-house, e non fosse la stessa cosa che piaceva alle giovani signore (poiché, per loro, quel giocherellare e ridacchiare fino alle due del mattino poteva essere un modo molto carino per ammazzare il tempo) e ai loro papà!»
Ciò che aggiunse considerevolmente alla celebrità di Lucy fu l'attenzione marcata e l'ammirazione di un uomo di rango e ton così elevati come Lord Mauleverer. Quel personaggio, che conservava ancora molto di una mente e di un temperamento giovanili, e che era per natura più negligente che superbo, non mantenne quasi alcuno sfarzo nei suoi rapporti con i festaioli mondani di Bath. Non gli importava dove andasse, purché fosse al seguito della giovane bellezza; e il nobile più schizzinoso della corte inglese era visto in ogni cerchia di secondo e terzo ordine di una grande località termale: l'accompagnatore, il corteggiatore, e spesso lo zimbello della figlia di un oscuro e quasi insignificante gentiluomo di campagna. Nonostante l'onore di un amante così illustre, e nonostante tutte le novità della sua situazione, la testolina di Lucy Brandon era finora, tuttavia, perfettamente equilibrata; e quanto al suo cuore, l'unica impressione che avesse mai ricevuto era stata fatta da quell'ospite errante del rettore del villaggio, che non aveva mai più visto, ma che tuttavia si aggrappava alla sua immaginazione, investito non solo di tutte le grazie che possedeva di diritto grazie a una persona singolarmente bella, ma di quelle a cui non avrebbe mai potuto avanzare pretesa: più pericoloso per la sua pace, per la stessa circostanza della loro origine nella sua fantasia, non nei suoi meriti.
Erano ormai da qualche tempo a Bath, e la breve tregua di Brandon era quasi del tutto scaduta, quando fu annunciato un ballo pubblico di attrazione insolita e molteplice. Doveva essere onorato non solo dalla presenza di tutte le famiglie circostanti, ma anche da quella della regalità stessa; essendo un fatto riconosciuto che le persone ballano molto meglio e mangiano molta più cena quando è presente un parente di un re.
«Devo restare per questo ballo, Lucy», disse Brandon, che, dopo aver trascorso la giornata con Lord Mauleverer, tornò a casa in uno stato d'animo più che mai allegro, «devo restare per questo unico ballo, Lucy, e assistere al tuo trionfo completo, anche se sarà necessario lasciarti proprio la mattina successiva.»
«Così presto!» esclamò Lucy.
«Così presto!» fece eco lo zio, con un sorriso. «Quanto sei buona a parlare così a un vecchio valetudinario, la cui compagnia ti deve aver stancato a morte! Via, niente graziose smentite! Ma il grande obiettivo della mia visita in questo luogo è compiuto: ti ho vista, ho assistito al tuo debutto nel gran mondo, con, potrei dire, più che l'esultanza di un padre, e torno ai miei aridi impegni con la soddisfazione di pensare che il nostro antico e avvizzito albero genealogico abbia prodotto un fiore degno dei suoi giorni più freschi.»
«Zio!» disse Lucy, in tono di rimprovero, e alzando il dito affusolato con un sorriso malizioso, mescolato a un rossore, nel quale la vanità della donna parlava, a sua insaputa.
«E perché quello sguardo, Lucy?» disse Brandon.
«Perché... perché... bene, non importa! Sei stato educato a quel mestiere in cui, come dici tu stesso, gli uomini dicono falsità per gli altri finché perdono ogni verità per se stessi. Ma parliamo di te, non di me; sei davvero abbastanza in salute per lasciarci?»
Semplici e persino fredde come appaiono le parole della domanda di Lucy, quando scritte, nella sua bocca presero un tono così tenero, così ansioso, che Brandon, il quale non aveva né amici, né moglie, né figli, né alcuno nella sua casa in cui l'interesse per la sua salute o il suo benessere fosse una cosa scontata, e che era di conseguenza del tutto disabituato all'accento della gentilezza, si sentì d'un tratto toccato e colpito.
«Perché, in effetti, Lucy», disse, in una voce meno artificiale di quella con cui parlava di solito, «mi piacerebbe ancora profittare delle tue cure, e dimenticare le mie infermità e i miei dolori nella tua società; ma non posso: la marea degli eventi, come quella della natura, non attende il nostro piacere!»
«Ma possiamo scegliere il nostro momento per salpare!» disse Lucy.
«Ah, questo viene dal parlare in metafora», replicò Brandon, sorridendo; «coloro che iniziano ne hanno sempre la peggio. In parole povere, cara Lucy, non posso dedicare più tempo ai miei malanni. Un avvocato non può fare il bighellone durante il trimestre giudiziario senza...»
«Perdere qualche ghinea!» disse Lucy, interrompendolo.
«Peggio di quello: la sua pratica e il suo nome.»
«Meglio quelli che la salute e la pace della mente.»
«Via, no!» disse Brandon, rapidamente, e quasi ferocemente. «Sprechiamo tutta la freschezza e il midollo della nostra vita nello sforzarci di ottenere una schiavitù distinta; e quando è ottenuta, non dobbiamo pensare che un'umile indipendenza sarebbe stata migliore. Se ammettiamo mai quel pensiero, che sciocchi, che sciocchi prodighi siamo stati! No!» continuò Brandon, dopo una momentanea pausa, e in un tono più mite e allegro, sebbene non meno caratteristico della testardaggine di volontà dell'uomo, «dopo aver perso tutti i piaceri della giovinezza e l'ozio della virilità, affinché in vecchiaia la mente, la mente che tutto conquista, si faccia finalmente strada nelle opinioni acclamanti degli uomini, sarei davvero un ozioso effeminato, se permettessi, finché le sue parti stridenti reggono insieme, o finché ho il potere di comandare le sue membra, a questo corpo debole di frustrare il lavoro della sua parte migliore e più nobile, e comandare ciò che è destinato a servire.»
Lucy non sapeva, mentre ascoltava, metà per paura, metà per ammirazione, il suo singolare parente, che proprio nel momento in cui parlava così, la sua malattia lo stava tormentando in uno dei suoi stati d'animo più implacabili, senza il potere di strappargli un singolo segno esteriore della sua tortura. Ma non le mancava nulla per accrescere la sua pietà e il suo affetto per un uomo che, in conseguenza, forse, della sua superficie ordinaria di proprietà mondane e fredde di temperamento, non mancava mai di lasciare un'impressione indelebile su tutti coloro che avevano visto quel temperamento infranto da sentimenti più profondi sebbene spesso più malvagi.
«Andrai alla serata di Lady...?» chiese Brandon, scivolando facilmente indietro verso argomenti comuni. «Lord Mauleverer mi ha chiesto di domandartelo.»
«Dipende da te e da mio padre.»
«Se da me, rispondo di sì», disse Brandon. «Mi piace ascoltare Mauleverer, specialmente tra persone che non lo capiscono. C'è un sarcasmo raffinato e sottile che corre attraverso i luoghi comuni della sua conversazione, che taglia i bravi sciocchi, come la spada invisibile nella favola, che tagliava le teste senza causare ai proprietari altra sensazione che un piacevole e compiaciuto solletico. Quanto è immensamente superiore nei modi e nell'eloquio a tutti coloro che incontriamo qui! Non ti colpisce?»
«Sì... no... non posso dire che lo faccia esattamente», replicò Lucy.
«È quella confusione tenera?» pensò Brandon.
«In una parola», continuò Lucy, «Lord Mauleverer è uno che trovo gradevole senza fascino, e divertente senza brillantezza. È evidentemente compiuto nella mente e aggraziato nei modi, e con ciò la persona più priva di interesse che abbia mai incontrato.»
«Le donne non l'hanno pensato spesso», disse Brandon. «Non posso credere che possano pensare altrimenti.»
Una certa espressione, che partecipava allo scherno, giocò sui lineamenti duri di Brandon. Era un tratto notevole in lui che, sebbene fosse ansioso di impressionare Lucy con un'opinione favorevole di Lord Mauleverer, non fosse mai del tutto in grado di mascherare una certa soddisfazione per qualsiasi scherzo a spese del conte, o qualsiasi opinione denigratoria al suo carattere generale per piacere al sesso opposto; e questa soddisfazione non era appena concepita che era immediatamente combattuta dal fastidio che provava per il fatto che Lucy non sembrasse condividere il suo stesso desiderio che lei diventasse la moglie del cortigiano. Sembrava quasi che in quel rispetto vi fosse una contesa nella sua mente tra l'interesse da un lato e l'antipatia privata o il disprezzo dall'altro.
«Giudichi le donne erroneamente!» disse Brandon. «Le signore non si conoscono mai; di tutte le persone, Mauleverer è il meglio calcolato per conquistarle, e l'esperienza ha provato la mia asserzione. Il destino più orgoglioso che conosca per una donna sarebbe la conquista completa di Lord Mauleverer; ma è impossibile. Può essere galante, ma non sarà mai sottomesso. Sfidando l'intero mondo femminile, e con giustizia e impunità. Basta di lui. Canta per me, cara Lucy.»
Il tempo per il ballo si avvicinava; e Lucy, che era una ragazza affascinante e non aveva nulla dell'angelo, era abbastanza appassionata di allegria, danza, musica e ammirazione da sentire il suo cuore battere forte all'aspettativa dell'evento.
Alla fine arrivò il giorno stesso. Brandon cenò da solo con Mauleverer, avendo preso accordi che lui, con il conte, si unisse al fratello e alla nipote al ballo. Mauleverer, che odiava lo sfarzo, eccetto nelle grandi occasioni, quando nessun uomo lo sfoggiava con una grazia migliore, non permetteva mai ai suoi servitori di servire a cena quando era solo o con uno dei suoi amici particolari. Gli attendenti rimanevano fuori, ed erano chiamati a piacimento da un campanello posto accanto all'ospite.
La conversazione era senza freni.
«Sono perfettamente certo, Brandon», disse Mauleverer, «che se tu vivessi tollerabilmente bene, presto avresti la meglio sui tuoi disturbi nervosi. È tutta povertà di sangue, credimi. Ancora un po' di pinne, eh? No! Oh, al diavolo la tua astemenza; è dannatamente poco amichevole mangiare così poco! A proposito di pinne e amici, il Cielo mi difenda dal formare mai più un'intimità con un epicureo pedante, specialmente se fa giochi di parole!»
«Perché, che ha a che fare un pedante con le pinne?»
«Te lo dirò... ah, questo madeira... suggerii a Lord Dareville, che si dà arie da buongustaio, che cosa si potrebbe fare di un piatto tutto a base di pinne (pinne di rombo). "Ottimo!" disse lui, in estasi; "ceniamoci domani". "Volontiers!" dissi io. Il giorno dopo, dopo essermi abbandonato a una piacevole fantasticheria tutta la mattina su come il cuoco di Dareville, che non è privo di genio, avrebbe realizzato la grande idea, mi recai puntualmente al mio impegno. Ci crederesti? Quando fu rimosso il coperchio, il cane sacrilego di un Anfitrione aveva messo nel piatto il "De Finibus" di Cicerone. "Ecco un'opera tutta a base di pinne!" disse lui.»
«Atroce scherzo!» esclamò Brandon, solennemente.
«Non lo era? Ogni volta che i gastronomi istituiranno un'inquisizione religiosa, confido che arrostiranno ogni mascalzone empio che tratta il divino mistero con leggerezza. Giocare a far giochi di parole sulla cucina, davvero! A proposito di Dareville, sta per entrare nell'amministrazione.»
«Mi stupite!» disse Brandon. «Non l'ho mai sentito; non lo conosco. Ha pochissimo potere; ha qualche talento?»
«Sì, uno molto grande... acquisito, però.»
«Qual è?»
«Una bella moglie!»
«Mio lord!» esclamò Brandon, bruscamente, e alzandosi a metà dal suo posto.
Mauleverer guardò su in fretta, e nel vedere l'espressione del volto del suo compagno arrossì profondamente; ci fu un silenzio per alcuni istanti.
«Dimmi», disse Brandon, con indifferenza, servendosi di verdure, poiché toccava raramente la carne; e un contrasto più divertente può difficilmente essere concepito di quello tra l'epicureismo serio di Mauleverer e il disprezzo negligente per la sublime arte manifestato dal suo ospite, «dimmi, tu che necessariamente sai tutto, se il governo è davvero stabilito; se devi avere la giarrettiera, e io (nota la differenza!) il posto da giudice.»
«Perché così, immagino, sarà organizzato; vale a dire, se acconsentirai a impiccare i furfanti invece di vivere a spese degli sciocchi!»
«Si possono unire entrambe le cose!» replicò Brandon. «Ma credo, in generale, che sia viceversa; poiché viviamo dei furfanti, ed è solo gli sciocchi che siamo in grado di impiccare. Mi chiedi se accetterò il posto da giudice. Non lo farei... no, preferirei tagliarmi la mano», e l'avvocato parlò con grande amarezza, «abbandonare la mia presente carriera, nonostante tutti gli ostacoli che ora l'ingombrano, se pensassi che questo corpo miserabile mi permetterebbe per due anni ancora di perseguirla.»
«Mi scandalizzi!» disse Mauleverer, un poco scosso, pur applicando con la solita infallibile delicatezza di tatto il pepe di Caienna al suo cetriolo, «mi scandalizzi; ma stai considerevolmente meglio di prima.»
«Non è», continuò Brandon, che stava parlando più a se stesso che al suo amico, «non è che io sia incapace di vincere il dolore e di dominare i nervi ribelli; ma mi sento diventare sempre più debole sotto il continuo sforzo delle mie forze residue, e morirò prima di aver ottenuto la metà dei miei scopi, se non lascio le fatiche che mi stanno letteralmente facendo a pezzi.»
«Ma», disse Lord Mauleverer, che era il più ozioso degli uomini, «la carica di giudice non è un facile sinecura.»
«No; ma in quella posizione c'è una richiesta minore per la mente rispetto alla mia attuale;» e Brandon fece una pausa prima di continuare. «Francamente, Mauleverer, non pensi che mi inganneranno... non pensi che intendano lasciarmi a questa morte politica senza scrivere 'Resurgam' sopra lo stemma?»
«Non oserebbero!» disse Mauleverer, tracannando il suo quarto bicchiere di madeira.
«Bene, ho deciso per il mio cambio di vita», disse l'avvocato, con un leggero sospiro.
«Anch'io per il mio cambio di opinione», fece eco il conte. «Ti dirò a cosa mi sembrano somigliare le opinioni.»
«A cosa?» disse Brandon, distrattamente.
«Agli alberi!» rispose Mauleverer, bizzarramente. «Se possono essere resi utili restando in piedi, non separartene neanche per un bastoncino; ma quando sono di quella crescita che si vende bene, o ogni volta che ostruiscono una bella visuale, abbattili e spediscili via con ogni mezzo! E ora passiamo alla seconda portata.»
«Mi chiedo», disse il conte, quando i nostri degni politici furono di nuovo soli, «se sia mai esistito un ministro a cui importasse un fico secco della gente; a molti importa del loro partito, ma quanto al paese...»
«È tutta una sciocchezza!» aggiunse l'avvocato, con più significato che grazia.
«Giusto; è tutta una sciocchezza, come dici concisamente tu. Re, Costituzione e Chiesa, per sempre! Il che, tradotto, significa: primo, influenza del Re o della Corona, cariche giudiziarie e giarrettiere; secondo, Costituzione, ovvero onorari agli avvocati, posti agli statisti, leggi per i ricchi e leggi sulla caccia per i poveri; terzo, Chiesa, ovvero prebende per i nostri figli cadetti, e stenti per i loro curati!»
«Ah, ah!» disse Brandon, ridendo sardonicamente; «conosciamo la natura umana!»
«E come può essere raggirata!» disse il cortigiano. «Alla salute di tua nipote; e possa non passare molto prima che tu la saluti come la sposa del tuo amico!»
«Sposa, et cetera», disse Brandon, con un sogghigno destinato solo alla propria soddisfazione. «Ma ascoltami, mio caro lord, non essere troppo sicuro di lei. È una ragazza singolare, e di maggiore indipendenza rispetto alla generalità delle donne. Non penserà al tuo rango e alla tua posizione nel valutarti; penserà solo al loro possessore; e perdonami se suggerisco a te, che conosci così bene il sesso femminile, un piano che potrebbe non essere sconsigliabile perseguire. Non lasciare che creda di averti interamente sua; risveglia la sua gelosia, stuzzica il suo orgoglio, falle credere che tu sia inconquistabile, e a meno che lei non sia diversa da tutte le donne, vorrà conquistarti.»
Il conte sorrise. «Devo tentare la sorte!» disse, con tono sicuro.
«Il vecchio vanesio!» mormorò Brandon, tra i denti; «ora la sua follia rovinerà tutto.»
«E questo mi ricorda», continuò Mauleverer, «che il tempo passa e la cena non è finita; non abbiamo fretta, ma restiamo in silenzio, per godere di più. Questi tartufi allo champagne... assaggiali; riporterebbero in vita i morti.»
L'avvocato sorrise e accettò la cortesia, sebbene lasciò intatta la prelibatezza; e Mauleverer, la cui anima era nel suo piatto, non vide il rifiuto sprezzante.
Nel frattempo la giovane bellezza era già entrata nel teatro del piacere, ed era ora seduta con lo scudiero all'estremità superiore della sala da ballo semipiena.
Una signora allegra, alla moda di quel tempo e di quel rango a metà strada a cui apparteneva l'aristocrazia di Bath — una di quelle curiose persone che incontriamo negli ammirevoli romanzi di Miss Burney, come appartenenti all'ordine delle dame alla moda — formava il trio con la nostra ereditiera e suo padre, e indicava loro per nome i vari personaggi che entravano nelle sale. Era ancora nel pieno flusso dello scandalo, quando una sensazione insolita divenne visibile nei dintorni della porta; tre sconosciuti dall'aspetto marcato, abiti vivaci e un'aria che, sebbene differisse in ognuno, era in tutti ugualmente notevole per una sorta di sicurezza «spavalda», fecero il loro ingresso. Uno era di altezza non comune e possedeva un'eccezionale capigliatura; un altro era di aspetto più tranquillo e senza pretese, ma ciononostante indossava sul volto un'espressione superba ma non malvagia; il terzo era di molti anni più giovane dei suoi compagni, straordinariamente bello di volto e di figura, nel complesso di gusto migliore nel vestire, e dotato di un modo che, sebbene avesse pari disinvoltura, non era ugualmente degno di nota per impudenza e tracotanza.
«Chi possono essere?» disse l'amica di Lucy, con tono meravigliato. «Non li ho mai visti prima... devono essere grandi personaggi... hanno tutta l'aria di persone di qualità! Dio, che strano che io non li conosca!»
Mentre la buona signora, che, come tutte le buone signore di quel calibro, pensava che le persone di qualità avessero arie, stava così lamentando la sua ignoranza riguardo ai nuovi arrivati, un sussurro generale di simile tenore circolava già per la stanza: «Chi sono?» e la risposta universale era: «Non saprei... mai visti prima!»
I nostri sconosciuti non sembravano affatto dispiaciuti dell'evidente e immediata impressione che avevano fatto. Si posero nella parte più visibile della sala, godendosi tra loro una conversazione a bassa voce, frequentemente interrotta da scoppi di risa — segni, non c'è bisogno di aggiungere, della loro supereminente buona educazione. La bella figura del più giovane sconosciuto e la grazia semplice e apparentemente inconsapevole dei suoi atteggiamenti non erano, tuttavia, indegne dell'ammirazione che suscitava; e persino la sua risata, per quanto rozza in realtà, mostrava una fila di denti così abbagliante ed era accompagnata da occhi così brillanti che, prima che fosse in sala da dieci minuti, non c'era quasi una giovane donna sotto i trentanove anni che non fosse disposta a innamorarsi di lui.
Apparentemente incuranti delle varie osservazioni che giungevano alle loro orecchie, i nostri sconosciuti, dopo aver sufficientemente osservato dalle loro postazioni le bellezze del ballo, passeggiarono sottobraccio attraverso le sale. Dopo aver bighellonato per la sala da ballo e quella da gioco, superarono la porta che conduceva al passaggio d'ingresso e guardarono, con altri curiosi, i nuovi arrivati che salivano le scale. Qui i due sconosciuti più giovani ripresero la loro conversazione sussurrata, mentre il maggiore, che era anche il più alto, appoggiandosi distrattamente contro il muro, si occupò per qualche istante di infilare le dita tra i capelli. Nel terminare questa occupazione, lo stato peculiare dei suoi polsini si impose all'osservazione del nostro gentiluomo, il quale, dopo aver fissato per alcuni istanti un invidioso strappo nel polsino destro, mormorò alcune parole indistinte, come «il cane di quella maledetta pistola», e poi rimboccò l'ornamento mutilato con un movimento particolarmente agile delle dita della mano sinistra; l'istante successivo, distratto da una nuova premura, lo sconosciuto applicò le sue membra digitali a sistemare e accarezzare una spilla straordinariamente splendida, incastonata nel petto di una camicia la cui trama rozza formava un singolare contrasto con la magnificenza dell'ornamento e la finezza dell'unico polsino che il nostro Iperione moderno si era lasciato apparire sotto la manica del cappotto color cannella. Completate queste piccole sistemazioni personali, e liberata una sfolgorante tabacchiera dalla prigionia di una tasca laterale, tamburellato tre volte e alleggerita di due pizzichi del suo stuzzicante lusso, lo sconosciuto diresse ora, con l'occhio vigile dell'amicizia, uno sguardo indagatore all'abito dei suoi amici. Lì tutto appariva adatto al suo più rigoroso esame, tranne, in verità, che lo sconosciuto dall'aspetto superbo, avendo appena estratto i guanti, la fodera della tasca del cappotto — che era per giunta piuttosto sporca — non era tornata alla sua posizione interna; lo sconosciuto alto, vedendo questa piccola ineleganza, infilò gentilmente tre dita con un tuffo improvviso e leggero nella tasca dell'amico, e respinse efficacemente l'audacia della fodera intrusiva. Lo sconosciuto superbo non appena sentì il tocco scattò all'indietro e sussurrò al suo zelante compagno:
«Cosa! tra amici, Ned! Vergogna ora; doma la tua natura per una notte almeno.»
Prima che quello dalle ciocche fluenti avesse il tempo di rispondere, il maestro di cerimonie, che per gli ultimi tre minuti aveva osservato gli sconosciuti attraverso il suo monocolo, si fece avanti con un inchino scivolato; e il bel gentiluomo, assumendosi la superiorità e la precedenza sui suoi compagni, fu il primo a ricambiare la cortesia. Lo fece con tale grazia e tale espressione piacevole sul volto che il censore degli inchini ne rimase subito incantato, e con un secondo e più profondo saluto annunciò se stesso e la sua carica. «Vorreste ballare probabilmente, signori?» chiese, lanciando un'occhiata a ciascuno, ma rivolgendo le parole a quello che lo aveva conquistato.
«Lei è molto gentile», disse il bell'aspetto sconosciuto; «e, per quanto mi riguarda, le sarò estremamente debitore per l'esercizio delle sue funzioni in mio favore. Mi permetta di tornare con lei nella sala da ballo, e potrò indicarle lì gli oggetti della mia speciale ammirazione.»
Il maestro di cerimonie si inchinò come prima, e lui e il suo nuovo conoscente passeggiarono verso la sala da ballo, seguiti dai due compagni di quest'ultimo.
«È da molto a Bath, signore?» chiese il monarca delle sale.
«No, davvero! Siamo arrivati solo questa sera.»
«Da Londra?»
«No; abbiamo fatto un piccolo giro attraverso il paese.»
«Ah! molto piacevole, questo bel tempo.»
«Sì; specialmente la sera.»
«Oho! romantico!» pensò l'uomo dei balli, mentre replicava ad alta voce: «Beh, le notti sono gradevoli, e la luna ci è particolarmente favorevole.»
«Non sempre!» disse lo sconosciuto.
«Vero, vero, la notte prima dell'ultima era buia; ma, in generale, sicuramente la luna è stata molto luminosa.»
Lo sconosciuto stava per rispondere, ma si trattenne e semplicemente chinò il capo in segno di assenso.
«Mi chiedo chi siano!» pensò il maestro di cerimonie. «Mi scusi, signore», disse a bassa voce, «quel gentiluomo, quel gentiluomo alto, è in qualche modo imparentato con Lord ----------? Non posso fare a meno di pensare di vedere una somiglianza di famiglia.»
«Per nulla imparentato con il suo lord», rispose lo sconosciuto; «ma appartiene a una famiglia che ha fatto rumore nel mondo; sebbene lui, così come l'altro mio amico, sia un semplice cittadino!» dando enfasi all'ultima parola.
«Nulla, signore, può essere più rispettabile di un cittadino di famiglia», rispose il cortese signor -------, con un inchino.
«Sono d'accordo con lei, signore», rispose lo sconosciuto, con un altro. «Ma, cielo!» — e lo sconosciuto trasalì; poiché in quel momento il suo occhio colse per la prima volta, in fondo alla sala, il volto giovane e brillante di Lucy Brandon — «vedo bene, o quella è Miss Brandon?»
«È proprio quella incantevole giovane signora», disse il signor -------. «Mi congratulo con lei per conoscere una persona così ammirata. Immagino che lei, essendo benedetto dalla sua conoscenza, non abbia bisogno della formalità della mia presentazione?»
«Umph!» disse lo sconosciuto, piuttosto bruscamente e in modo scortese. «No! Forse sarebbe meglio se mi presentasse!»
«Con quale nome avrò questo onore, signore?» chiese discretamente il nomenclatore.
«Clifford!» rispose lo sconosciuto; «Capitano Clifford!» A questo punto il compassato maestro di cerimonie, facendosi strada attraverso la sala che ormai si stava riempiendo rapidamente, si avvicinò a Lucy per obbedire alla richiesta del signor Clifford. Nel frattempo quel gentiluomo, prima di seguire i passi dello spirito tutelare del luogo, fece una pausa e disse ai suoi amici, con un tono incurante ma non privo di comando: «Ascoltate, signori; obbligatemi ad essere cortesi e silenziosi quanto più potete; e non intromettetevi, come siete soliti fare, ogni volta che non vedete l'opportunità di concedermi tale onore con il minimo segno di convenienza!» Detto questo, e non aspettando risposta, il signor Clifford si affrettò dietro il maestro di cerimonie.
«Il nostro amico diventa terribilmente imperioso!» disse il Lungo Ned, che i nostri lettori hanno già riconosciuto nello sconosciuto alto.
«È il modo dei geni emergenti», rispose il moralizzatore Augustus Tomlinson. «Supponiamo di andare nella sala da gioco e fare una partita!»
«Ben pensato», disse Ned, sbadigliando — cosa che era molto incline a fare in società; «e non auguro niente di peggio a coloro che provano le nostre partite se non che possano essere ben ripuliti da esse.» A questo motto, il Colosso delle Strade, lanciando uno sguardo verso lo specchio, si pavoneggiò, sottobraccio al suo compagno, verso la sala da gioco.
Durante questa breve conversazione la reintroduzione del signor Clifford (lo sconosciuto del Rettorato e salvatore del dottor Slopperton) a Lucy Brandon era avvenuta, e la mano dell'ereditiera era già impegnata, secondo l'uso di quel tempo, per i due balli successivi.
Erano passati circa venti minuti da quando la presentazione sopra citata aveva avuto luogo, quando Lord Mauleverer e William Brandon entrarono nelle sale; e il brusio non si era ancora placato, prima che arrivasse il personaggio reale atteso per nobilitare la «scena festosa» (come dicono i giornali di una grande sala con molta gente dall'aspetto miserabile al suo interno). Le persone più attraenti d'Europa si possono trovare tra la famiglia reale d'Inghilterra, e il grande personaggio allora a Bath, in conseguenza di certi intrighi politici, desiderava, in quel momento specialmente, rendersi il più popolare possibile. Dopo aver fatto il giro delle vecchie signore, e aver assicurato loro, come il «Court Journal» assicura le vecchie signore ai giorni nostri, che erano «stelle del mattino» e «meraviglie simili a cigni», il principe scorse Brandon e gli fece subito cenno con un gesto familiare. Il liscio ma saturnino avvocato si avvicinò alla presenza reale con il modo che lo distingueva peculiarmente, e che fondeva in una miscela non sgraziata una specie di rigidità che passava tra la folla per innata indipendenza, con un'insinuazione supplichevole che era solitamente considerata il segno di una benevolenza di cuore latente. C'era qualcosa, in effetti, nell'approccio di Brandon che piaceva sempre ai grandi; e gli volevano bene tanto più perché, sebbene non si basasse su oziosi punti politici, mere divergenze nella visione presa di un capello — come una legge sul grano o un disegno di legge cattolico, un'alterazione nella Chiesa o una riforma in parlamento — tuttavia parlava invariabilmente così come un uomo d'onore (eccetto quando era con Mauleverer) che la sua urbanità sembrava attaccamento agli individui, e le sue concessioni al potere sacrifici di opinione privata per il gusto di compiacere i suoi amici.
«Sono davvero molto lieto», disse il personaggio reale, «di vedere il signor Brandon apparire così meglio. Mai la corona ebbe maggior bisogno dei suoi servizi; e se le voci dicono il vero, presto saranno richiesti in un altro dipartimento della sua professione.»
Brandon si inchinò e rispose:
«Se piace alla vostra altezza reale, saranno sempre al comando di un re dal quale ho sperimentato tanta gentilezza, in qualsiasi capacità per la quale Sua Maestà possa ritenerli adatti.»
«È vero, dunque!» disse la sua altezza reale, significativamente. «Mi congratulo con lei! La tranquilla dignità del banco deve sembrarle un grande cambiamento dopo una carriera così frenetica e inquieta.»
«Temo che la sentirò così all'inizio, vostra altezza reale», rispose Brandon, «poiché mi piace persino la fatica della mia professione; e in questo momento, quando sono in piena attività, più che mai... Ma» (trattenendosi subito) «i desideri di Sua Maestà, e la mia soddisfazione nel conformarmi ad essi, sono più che sufficienti a rimuovere qualsiasi momentaneo rimpianto che avrei potuto altrimenti provare nel lasciare quelle fatiche che sono ora diventate per me una seconda natura.»
«È possibile», replicò il principe, «che Sua Maestà abbia preso in considerazione il delicato stato di salute che, insieme a tutto il pubblico, mi addolora vedere che i giornali hanno attribuito a uno dei più illustri ornamenti del foro.»
«Se piace alla vostra altezza reale», rispose Brandon, freddamente, e con un sorriso che l'occhio più penetrante non avrebbe potuto credere la maschera all'agonia che allora rodeva i suoi nervi, «è interesse dei miei rivali esagerare i piccoli disturbi di una costituzione debole. Ringrazio la Provvidenza di essere ora completamente guarito; e in nessun momento della mia vita sono stato meno incapace di assolvere — per quanto le mie incapacità native e mentali lo consentano — i doveri di qualsiasi occupazione, per quanto ardua. Anzi, come la bestia si abitua al mulino, così sono diventato sposato agli affari; e persino il breve relax che mi sono ora concesso mi sembra piuttosto fastidioso che piacevole.»
«Mi rallegro di sentirla parlare così», rispose la sua altezza reale, calorosamente; «e confido per molti anni, e», aggiunse, a voce più bassa, «nella camera più alta del senato, che possiamo trarre profitto dai suoi talenti. I tempi sono quelli in cui si presentano molte occasioni che obbligano tutti i veri amici della Costituzione ad abbandonare impieghi minori per quella grande funzione costituzionale che riguarda tutti noi, i più alti e i più umili; e» (la voce reale si abbassò ancora di più) «mi sento giustificato nell'assicurarle che la carica di giudice supremo da sola non è considerata da Sua Maestà come una ricompensa sufficiente per il suo generoso sacrificio della presente ambizione alle difficoltà del governo.»
Il cuore orgoglioso di Brandon si gonfiò, e in quel momento le pene più atroci dell'inferno si sarebbero a malapena sentite.
Mentre l'ambizioso intrigante era così piacevolmente impegnato, Mauleverer, scivolando attraverso la folla con quella grazia che incantava tutti, vecchi e giovani, e rivolgendo a tutti coloro che conosceva qualche osservazione vivace o affettuosa, si fece strada verso i ballerini, tra i quali aveva appena intravisto Lucy. «Mi chiedo», pensò, «con chi stia ballando. Spero sia quel ridicolo tipo, Mossop, che racconta una buona storia contro se stesso; o quell'asino attraente, Belmont, che guarda le proprie gambe, invece di sembrare non avere occhi per nessuno tranne che per la sua partner. Ah! se Tarquinio avesse conosciuto le donne bene quanto me, non avrebbe avuto ragione di essere brutale con Lucrezia. È un vero peccato che l'esperienza arrivi, nelle donne come nel mondo, proprio quando inizia a non esserci più utile!»
Mentre faceva queste riflessioni morali, Mauleverer raggiunse i ballerini e vide Lucy ascoltare, con gli occhi abbassati e le guance che visibilmente arrossivano, un giovane che Mauleverer riconobbe subito come uno dei tipi più belli che avesse mai visto. Il volto dello sconosciuto, nonostante un'estrema oscurità di carnagione, era, a dire il vero, per la grande regolarità dei lineamenti, piuttosto effeminato; ma, d'altra parte, la sua figura, sebbene snella e aggraziata, tradiva a un occhio esperto una straordinaria proporzione di tendini e muscoli; e persino quel pizzico di effeminatezza nel volto era accompagnato da un'aria così virile e franca, e così perfettamente priva di ogni vanità o presunzione, che non diminuiva minimamente l'effetto accattivante del suo aspetto. Un dolore rabbioso e amaro attraversò quella porzione della struttura di Mauleverer che il conte riteneva opportuno, per mancanza di un altro nome, chiamare cuore. «Quanto maledettamente compiaciuta sembra!» mormorò lui. «Per il Cielo! quello sguardo rubato sotto la palpebra sinistra, abbassato improvvisamente quanto alzato; e lui... ah! quanto saldamente tiene quella manina! Mi sembra di vederlo accarezzarla; e poi quello sguardo serio e intenso del cane... e lei tutta arrossisce, sebbene non osi alzare lo sguardo per incontrare il suo, sentendolo per intuizione. Oh, la pudica, modesta, vergognosa ipocrita! Quanto è silenziosa! Può chiacchierare abbastanza con me! Darei la mia giarrettiera promessa se solo parlasse con lui. Parla, parla, ridi, chiacchiera, solo sorridi, in nome di Dio, e sarò felice. Ma quel silenzio timido e arrossito... è insopportabile. Grazie al Cielo, il ballo è finito! Grazie al Cielo, ancora! Non ho sentito tali dolori dall'ultimo incubo che ho avuto dopo aver cenato con suo padre!»
Con il volto tutto sorrisi, ma con un portamento in cui era indossata più dignità di quanta ne assumesse solitamente, Mauleverer si mosse ora verso Lucy, che era appoggiata al braccio del suo partner. Il conte, che aveva ampio tatto laddove il suo consumato egoismo non lo distorceva, sapeva bene come agire da amante, senza cadere ridicolmente nella follia di sembrare il vecchio corteggiatore. Cercava piuttosto di essere vivace che sentimentale; e sotto lo spirito nascondeva il pretendente.
Dopo aver rivolto, dunque, con trascurata galanteria i suoi primi complimenti, egli intraprese una conversazione così animata, inframmezzata da tante osservazioni ingenue eppure palpabilmente giuste sui personaggi presenti, che forse non era mai apparso sotto una luce più brillante. Alla fine, mentre la musica stava per ricominciare, Mauleverer, con un’occhiata distratta al compagno di Lucy, disse: «Miss Brandon mi concederà ora l'aggradevole dovere di scortarla da suo padre?»
«Credo,» rispose Lucy, e la sua voce divenne improvvisamente timida, «che, secondo le regole della sala, io sia impegnata con questo gentiluomo per un altro ballo.»
Clifford, con tono sicuro e disinvolto, rispose in segno di assenso.
Mentre parlava, Mauleverer lo onorò di un esame più accurato di quanto gli avesse concesso finora; e, che vi fosse o meno un’espressione di disprezzo o di alterigia in quello sguardo, fu sufficiente a far salire il sangue dell’indignazione sulle guance di Clifford. Ricambiando l’occhiata con interesse, egli disse a Lucy: «Credo, Miss Brandon, che il ballo stia per iniziare;» e Lucy, obbedendo all’accenno, lasciò l’aristocratico Mauleverer alle sue meditazioni.
In quel momento il maestro di cerimonie passò inchinandosi, quasi timoroso di rivolgersi a un personaggio così importante come Mauleverer, ma desideroso di mostrare il proprio rispetto con la profondità del suo saluto.
«Aha! mio caro signor -------!» disse il conte, protendendo entrambe le mani verso il Licurgo delle sale; «come sta? La prego, può informarmi chi sia quel giovane che sta ballando con Miss Brandon?»
«È--vediamo--oh! è un Capitano Clifford, mio lord! un giovanotto davvero eccellente, mio lord! Sua signoria non l’ha mai incontrato?»
«Mai! Chi è? Qualcuno sotto il suo particolare patrocinio?» disse il conte, sorridendo.
«Nient’affatto!» rispose il maestro di cerimonie, con un sogghigno di compiacimento; «so a malapena chi sia ancora; il capitano ha fatto la sua comparsa qui stasera per la prima volta. È venuto con altri due gentiluomini,--ah! eccoli lì!» e indicò l’attenzione scrutatrice del conte verso le eleganti figure del signor Augustus Tomlinson e del signor Ned Pepper, che stavano appena emergendo dalle sale da gioco. L’andatura spavalda di quest’ultimo gentiluomo era così singolarmente importante che Mauleverer, per quanto adirato, non poté trattenersi dal ridere. Il maestro di cerimonie notò l’espressione del conte e osservò che «quell’uomo dall’aspetto distinto sembrava incline a darsi delle arie.»
«A giudicare dall’aspetto del gentiluomo,» disse il conte, asciutto (il volto di Ned, a dir la verità, tradiva la sua predilezione per la bottiglia), «immaginerei che sia molto più abituato a darsi delle buone sorsate!»
«Ah!» riprese l’arbiter elegantiarum, che non aveva udito l’osservazione di Mauleverer, pronunciata a voce molto bassa,--«ah! sembrano dei veri damerini!»
«Damerini!» ripeté Mauleverer; «vero, merciai!» Il lungo Ned ora, essendosi disimpegnato discretamente bene al tavolo da gioco, pensava di essersi guadagnato il diritto di pavoneggiarsi per le sale e di mostrare alle signore di che pasta fosse fatto un Pepper.
Appoggiandosi con la mano sinistra al braccio di Tomlinson, e impiegando la destra per farsi vento furiosamente con il suo enorme chapeau bras, il lungo avventuriero avanzava lentamente, portando ora una gamba avanti con aria disinvolta, ora l’altra, e lanciando alle «signore» un’occhiata di tipo irlandese,--vale a dire, uno sguardo a metà tra un ammiccamento e una fissazione.
Liberata dalla presenza di Clifford, che manteneva un certo freno sui suoi compagni, l’apparizione di Ned divenne sfacciatamente vistosa; e ovunque passasse, seguiva un sussurro universale.
«Chi potrà mai essere?» disse la vedova Matemore. «È una creatura buffa; ma che capigliatura!»
«Per quanto mi riguarda,» rispose la zitella Sneerall, «penso che sia un mercante di tessuti sotto mentite spoglie; perché l’ho sentito parlare al suo compagno di 'nastro'.»
«Bene, bene,» pensò Mauleverer, «sarebbe un atto di cortesia cercare Brandon e accennargli in quale compagnia sembra essere caduta sua nipote!» E così pensando, scivolò verso l’angolo dove, con un vecchio politico dai capelli grigi, l’astuto avvocato stava esaminando gli affari d’Europa.
Nel frattempo il secondo ballo era terminato, e Clifford stava accompagnando Lucy al suo posto, entrambi affascinati l’uno dall’altra, quando si sentì dare bruscamente una pacca sulla schiena, e voltandosi in allarme,--poiché tali pacche non gli erano estranee,--vide il volto impassibile del lungo Ned, con un dito saggiamente appoggiato accanto al naso.
«Che c’è?» disse Clifford, tra i denti digrignati; «non ti avevo forse detto di tenere quella tua enorme stazza il più lontano possibile da me?»
«Humph!» grugnì Ned; «se questi sono i miei ringraziamenti, tanto vale che mi tenga la mia gentilezza; ma sappi, ragazzo mio, che l’avvocato Brandon è qui, e sta scrutando tra la folla proprio in questo momento, per riuscire a dare un’occhiata a quella tua faccia da donna.»
«Ha!» rispose Clifford, con tono molto rapido; «vattene, allora! Ti incontrerò fuori dalle sale immediatamente.» Clifford si voltò quindi verso la sua dama e, inchinandosi profondamente, in realtà per nascondere il volto a quegli occhi acuti che l’avevano visto una volta al tribunale di Justice Burnflat, disse: «Confido, madama, che avrò l’onore di incontrarvi ancora. È, se mi è permesso chiedere, presso il vostro celebre zio che alloggiate, o--»
«Presso mio padre,» rispose Lucy, completando la frase che Clifford aveva lasciato in sospeso; «ma mio zio è stato con noi, sebbene temo che ci lasci domani.»
Gli occhi di Clifford brillarono; non rispose, ma inchinandosi di nuovo, si ritirò tra la folla e scomparve. Parecchie volte quella notte gli occhi più luminosi del Somersetshire vagarono ansiosi per le sale in cerca del nostro eroe; ma egli non fu più visto.
Fu sulle scale che Clifford incontrò i suoi compagni; prendendo un braccio di ciascuno, raggiunse la porta senza alcun’avventura degna di nota, salvo che, essendo stato trattenuto dalla folla per alcuni istanti, il moralizzatore Augustus Tomlinson, che onorava i Whig moderati iscrivendosi tra le loro file, prese, pour passer le temps, un alto bastone dal pomello d’oro, e pesandolo tra le dita con aria pensierosa, disse: «Ahimè! tra i nostri sostenitori incontriamo spesso teste altrettanto pesanti, ma di che metallo diverso!» La folla ora permettendo, Augustus si stava allontanando con i suoi compagni e, in quell’assenza di spirito caratteristica dei filosofi, portando inconsciamente con sé l’oggetto dal pomello d’oro oggetto della sua riflessione, quando un solenne servitore, facendosi avanti, disse: «Signore, il mio bastone!»
«Bastone, pover’uomo!» disse Tomlinson. «Ah, sono così distratto! Ecco il tuo bastone. Pensa che ho portato via il bastone dell’uomo, Ned! Ha, ha!»
«Distratto davvero!» grugnì un esperto facchino, osservando le figure che si allontanavano dei tre gentiluomini; «corpo di mille balene! ma era il bastone che stava per essere distratto!»
CAPITOLO XVI.
Whackum. Miei cari furfanti, cari ragazzi, Bluster e Dingboy! siete i più coraggiosi che abbiano mai setacciato finora!--SHADWELL: Scourers.
Catone, il Tessalo, soleva dire che alcune cose possono essere fatte ingiustamente, che molte cose possono essere fatte giustamente.--LORD BACON (essendo una giustificazione di ogni mascalzonata).
Sebbene i nostri tre degni compari avessero preso alloggio in uno splendido appartamento in Milsom Street, che, per compiacere Ned, si trovava sopra il negozio di un parrucchiere, tuttavia, invece di ritornarvi, o di riparare in taverne che potessero sembrare più consone alla loro moda e al loro abbigliamento, si diressero immediatamente dalle parti allegre della città, e non sostarono finché non raggiunsero una bettola dall’aspetto meschino in una periferia remota.
La porta fu aperta loro da una signora anziana; e Clifford, avanzando prima dei suoi compagni in un appartamento sul retro della casa, chiese se gli altri gentiluomini fossero già arrivati.
«No,» rispose la dama. «Il vecchio signor Bags è rientrato circa dieci minuti fa; ma sentendo che c’era dell’altro lavoro da fare, è uscito di nuovo.»
«Porta il bere e le pipe, vecchia megera!» gridò Ned, gettandosi su una panca; «non siamo mai a corto di compagnia!»
«Voi, in verità, non potete mai esserlo, essendo sempre inseparabilmente legati all’oggetto della vostra ammirazione,» disse Tomlinson, asciutto, e prendendo un vecchio giornale. Ned, che, sebbene collerico, era un tipo eccezionale e poteva sopportare uno scherzo su se stesso, sorrise e, tirando fuori un paio di forbicette, iniziò a tagliarsi le unghie.
«Maledizione,» disse, dopo un momento di silenzio, «se questo non è maledettamente più piacevole che fare il gran gentiluomo in quella grande sala, con una rosa all’occhiello! Che ne dici, Maestro Lovett?»
Clifford (come d’ora in avanti, nonostante i suoi altri alias, denomineremo il nostro eroe), che si era gettato a tutta lunghezza su una panca in fondo alla stanza, e che sembrava sprofondato in una cupa fantasticheria, alzò ora lo sguardo per un momento, e poi, voltandosi e presentando la parte dorsale del suo corpo al lungo Ned, mormorò: «Pesce!»
«Ascolta, Maestro Lovett!» disse il lungo Ned, arrossendo. «Non so cosa ti sia preso ultimamente; ma vorrei che imparassi che i gentiluomini hanno diritto alla cortesia e a un comportamento educato; e quindi, vedi un po’, se cavalchi il tuo cavallo superbo con me, che io venga squartato se non ne avrò soddisfazione!»
«Shh, uomo! sii calmo,» disse Tomlinson, filosoficamente, spegnendo le candele,--
«'Per i compagni litigare, È estremamente immorale.'
«Non vedi che il capitano è in una fantasticheria? Quale uomo dabbene ama mai essere interrotto nelle sue meditazioni? Persino Alfredo il Grande non poteva sopportarlo! Forse in questo momento, con la vera ansia di un degno capo, il capitano sta progettando qualcosa per il nostro benessere!»
«Capitano, davvero!» mormorò il lungo Ned, lanciando uno sguardo collerico a Clifford, che non si era degnato di prestare alcuna attenzione alla minaccia del signor Pepper; «per quanto mi riguarda, non riesco a concepire cosa ci sia preso quando abbiamo scelto questo ramoscello verde della forca come nostro capitano del distretto. Certo, ha fatto molto bene all’inizio, e quella rapina al vecchio lord non è stata pianificata male; ma ultimamente--»
«No, no,» disse Augustus, interrompendo il gigantesco brontolone; «la natura dell’uomo è incline al malcontento. Ammetti che il nostro attuale progetto di impostare il gaudente Lothario, e tentare la fortuna a Bath per un’ereditiera, è dovuto tanto alla prontezza di Lovett quanto alla nostra invenzione.»
«E che bene ne verrà?» replicò Ned, mentre accendeva la pipa; «rispondimi questo. Non ero vestito bene come un lord, e non ho camminato tre volte su e giù per quella grande sala senza esserne minimamente avvantaggiato?»
«Ah! ma non sai quante conquiste segrete potresti aver fatto. Non puoi vincere un premio limitandoti a guardarlo.»
«Humph!» grugnì Ned, dedicandosi scontento alla giovane esistenza della sua pipa.
«Quanto alla compagna del capitano,» riprese Tomlinson, che si dilettava maliziosamente a eccitare la gelosia dell’avvenente «esattore delle tasse»,--poiché quella era la designazione con cui Augustus riteneva opportuno definire se stesso e i compagni,--«diventerò Tory se non è già mezza innamorata di lui; e hai sentito il vecchio gentiluomo che si è unito alla nostra partita dire che bella fortuna avesse? Per la fede, Ned, è una fortuna per noi due che abbiamo tutti accettato di dividere le quote nelle nostre speculazioni matrimoniali; immagino che il degno capitano penserà che sia un pessimo affare per lui.»
«Non ne sono così sicuro, signor Tomlinson,» disse il lungo Ned, osservando acidamente il suo compagno. «Alcune donne possono essere catturate da una pelle liscia e modi vistosi; ma la vera bellezza maschile,--occhi, colore e capelli,--signor Tomlinson, deve alla fine farsi strada; quindi passami il brandy e smettila di ciarlare.»
«Bene, bene,» disse Tomlinson, «ti propongo un brindisi,--'La ragazza più carina d’Inghilterra', e quella è Miss Brandon!»
«Non farai alcun brindisi del genere, signore!» disse Clifford, scattando dalla panca. «Che diavolo c’entra Miss Brandon con te? E ora, Ned,» vedendo che il lungo eroe lo guardava con aria sfavorevole, «ecco la mia mano; perdonami se sono stato scortese. Tomlinson ti dirà, in una massima, che gli uomini sono mutevoli. Alla tua salute; e non sarà colpa mia, signori, se non passeremo una serata allegra!»
Questo discorso, per quanto breve, incontrò grande applauso dai due amici; e Clifford, in qualità di presidente, si sistemò su una grande sedia a capotavola. Appena ebbe assunto questa dignità, la porta si aprì e una mezza dozzina di gentiluomini confederati entrarono in modo alquanto rumoroso nell’appartamento.
«Piano, piano, messieurs,» disse il presidente, recuperando tutta la sua gaiezza costituzionale, pur mescolandola con un certo comando negligente,--«rispetto per la sedia, se vi piace! È la stessa cosa con tutte le assemblee dove la borsa pubblica è una questione di interesse deferente!»
«Ascoltatelo!» gridò Tomlinson.
«Cosa, il mio vecchio amico Bags!» disse il presidente; «non sei venuto a mani vuote, lo giuro; la tua faccia onesta è come l’indice delle buone cose nelle tue tasche!»
«Ah, Capitano Clifford,» disse il veterano, gemendo e scuotendo la sua venerabile testa, «ho visto giorni in cui non c’era ragazzo in Inghilterra che rubasse così largamente, così in modo comprensivo, come facevo io. Ma, come dice Re Lear a Common Garden, 'sono vecchio ormai!'»
«Ma il tuo zelo è giovanile come sempre, mio bravo compagno,» disse il capitano, in tono conciliante; «e se non ripulisci il pubblico così a fondo come un tempo, non è colpa delle tue inclinazioni.»
«No, questo no!» gridarono gli «esattori delle tasse» all’unanimità.
«E se mai una tasca deve essere frugata in modo netto, silenzioso ed efficace,» aggiunse il compiacente Clifford, «non conosco ancora oggi, in tutti e tre i regni, un set di dita più netto, più silenzioso e più efficace di quello del vecchio Bags!»
Il veterano si inchinò con modestia e prese posto tra gli auguri sinceri dell’intera assemblea.
«E ora, signori,» disse Clifford, non appena i festaioli si furono riforniti dei loro soliti lussi, potatori e fumosi, «sentiamo le vostre avventure, e rallegriamo i nostri occhi con il loro prodotto. Il galante Attie inizierà; ma prima, un brindisi,--'Possa chi salta da una siepe non saltare mai da un albero!'»
Bevuto questo brindisi con entusiasmo, Fighting Attie iniziò il racconto della sua piccola storia.
«Vedete, Capitano,» disse, mettendosi in posizione marziale e guardando Clifford dritto in faccia, «che non sono dedito a troppe chiacchiere. Poca lana e molta grida è il mio motto. Alle dieci del mattino ho visto il nemico--sotto le sembianze di un Dottore in Divinità. 'Che mi venga un colpo', dico al vecchio Bags, 'ma farò la festa a sua riverenza!' 'Che mi venga un colpo', dice il vecchio Bags, 'ma non lo farai,--ci farai impiccare se tocchi la Chiesa.' 'Mia nonna!' dico io. Bags lo dice agli amici,--tutti agitati per la cosa,--che me ne importa? Metto un abito decente e vado dal dottore come un soldato decaduto che rifornisce i negozi di tornitura. Sua riverenza--un grasso tipo allegro come non ne avete mai visti--era a cena davanti a un bel maiale arrosto; così gli dico che ho degli affari a casa per lui. Che io sia squartato, se il dottore non ha pensato di aver fatto un affare; così si mette gli stivali e viene con me a casa mia. Ma quando lo porto in un vicolo, fuori vengono le mie pistole. 'Arrenditi, Dottore,' dico io; 'altri devono condividere i beni della Chiesa ora.' Non avete idea di che baccano abbia fatto; ma ho fatto la cosa, e fine della storia.»
«Bravo, Attie!» gridò Clifford; e la parola riecheggiò attorno al tavolo. Attie mise una borsa sul tavolo, e il gentiluomo successivo fu chiamato alla confessione.
«Non serve, non giova,» gentilissimi lettori, registrare ciascuna delle narrazioni che seguirono una dopo l’altra. Il vecchio Bags, in particolare, mantenne la sua meritata reputazione svuotando sei tasche, che erano state riempite con ogni possibile descrizione di piccoli oggetti di valore. Contadino e principe sembravano essere finiti allo stesso modo sotto le sue mani; e forse il buon vecchio aveva fatto in città più per ottenere un’uguaglianza di beni tra i diversi ranghi che tutti i Riformatori, dalla Cornovaglia a Carlisle. Eppure così acuto era il suo appetito per lo sport che il veterano appropriatore scoppiò letteralmente in lacrime per non aver «frugato di più.»
«Amo un entusiasmo caloroso,» gridò Clifford, maneggiando gli oggetti mobili, mentre guardava amorevolmente l’antico ladruncolo. «Possano i nuovi casi non farci mai dimenticare il vecchio Bags!»
Non appena questo «sentimento» fu debitamente brindato, e il signor Bagshot ebbe asciugato le sue lacrime e si fu dedicato alla sua bevanda preferita,--che, tra l’altro, era «blue ruin» [gin economico],--ebbe luogo l’opera di divisione. La discrezione e l’imparzialità del capitano in questa parte ardua del suo dovere attirarono l’ammirazione universale; e ciascun gentiluomo avendo accuratamente intascato la sua parte, il giovane presidente schiarì la voce tre volte, e la società divenne consapevole di un discorso programmato.
«Signori!» iniziò Clifford,--e il suo principale sostenitore, il sapiente Augustus, gridò: «Ascoltate!»--«signori, sapete tutti che quando alcuni mesi fa siete stati compiaciuti, in parte su istigazione di Gentleman George--Dio lo benedica!--in parte per l’esagerata buona opinione espressa su di me dai miei amici, di eleggermi all’alto onore del comando di questo distretto, io stesso non ero affatto ambizioso di assumere quel rango, che sapevo bene essere ben oltre i miei meriti, e quella responsabilità che sapevo con uguale certezza essere troppo pesante per le mie forze. Le vostre voci, tuttavia, hanno prevalso sulla mia; e come il signor Muddlepud, il grande metafisico, in quell’eccellente giornale, 'L’Asinaeum', soleva osservare, 'le suscettibilità, innate, estensibili, incomprensibili ed eterne', esistenti nel mio petto, erano infinitamente più potenti dei suggerimenti superficiali della ragione,--quella cosa ridicola che tutti gli uomini saggi e i giudiziosi Asinaeani soffocano assiduamente.»
«Che la peste colga l’uomo! di cosa sta parlando?» disse il lungo Ned, che abbiamo visto essere di temperamento invidioso, in un sussurro al vecchio Bags. Il vecchio Bags scosse la testa.
«In una parola, signori,» riprese Clifford, «la vostra gentilezza mi ha sopraffatto; e nonostante le mie inclinazioni più fredde, ho accettato la vostra lusinghiera proposta. Da allora ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di promuovere i vostri interessi; ho tenuto d’occhio vigile tutti i miei vicini; ho, di contea in contea, stabilito numerosi corrispondenti; e le nostre fatiche sono state condotte con una prontezza che ha assicurato il successo.
«Signori, non desidero vantarmi; ma in queste notti di riunioni periodiche, quando ogni trimestre ci porta a fare a metà--quando ci incontriamo in privato per discutere gli affari del pubblico, mostrare i nostri guadagni come in un consiglio privato, e dividerli amichevolmente come nel Gabinetto ['Ascoltate! ascoltate!' dal signor Tomlinson],--è consuetudine per il vostro capitano di turno ricordarvi i suoi servizi, chiedere il vostro perdono per le sue carenze, e i vostri buoni auspici per le sue future fatiche. Signori, è mai stato detto di Paul Lovett che abbia sentito di un premio e si sia dimenticato di comunicarvi la notizia? ['Mai! mai!' applausi fragorosi.] È mai stato detto di lui che abbia mandato altri a sequestrare il bottino, e sia rimasto a casa a pensare a come dovesse essere speso? ['No! no!' applausi ripetuti.] È mai stato detto di lui che abbia preso una quota minore del dovuto del vostro pericolo, e maggiore delle vostre ghinee? [Grida al negativo, accompagnate da veemente applauso.] Signori, vi ringrazio per queste lusinghiere e udibili testimonianze in mio favore; ma i punti su cui mi sono soffermato, per quanto necessari al mio onore, dimostrerebbero poco per i miei meriti; potrebbero essere degni di nota in un vostro compagno, voi esigete compiti più sottili nel vostro capo. Signori, è mai stato detto di Paul Lovett che abbia mandato uomini coraggiosi in missioni disperate; che abbia rischiato le vostre teste con tentativi avventati nell’acquisizione di ritratti di Re Giorgio; che lo zelo, insomma, sia stato maggiore in lui della cautela, o che il suo amore per una ghinea lo abbia mai reso incurante della vostra giusta avversione per una prigione? [Applausi all’unanimità.]
«Signori, da quando ho avuto l’onore di presiedere al vostro benessere, la Fortuna, che favorisce gli audaci, non è stata crudele con voi! Tuttavia, tre dei nostri compagni mancano ai nostri pacifici festeggiamenti. Uno, signori, l’ho espulso io stesso dal nostro corpo per pratiche indegne di un gentiluomo; scassinava le tasche per rubare fazzoletti – era un’occupazione volgare. Alcuni di voi, signori, hanno fatto lo stesso per divertimento; Jack Littlefork lo faceva per mestiere. Ho discusso con lui in pubblico e in privato; il signor Pepper ha interrotto la sua frequentazione; il signor Tomlinson gli ha letto un saggio sulla Vera Grandezza d’Animo: tutto è stato vano. È stato preso a pedate dalla plebe per il furto di un fazzoletto a motivi geometrici. La colpa l’avevo tollerata, ma la scoperta è stata imperdonabile; l’ho espulso. Chi c’è qui così vile da voler essere un cacciatore di fazzoletti? Se c’è qualcuno, parli; perché è lui che ho offeso! Chi c’è qui così rozzo da non voler essere un gentiluomo? Se c’è qualcuno, parli; perché è lui che ho offeso! Attendo una risposta! Come, nessuno! Allora non ho offeso nessuno.» [Fragorosi applausi.] «Signori, posso aggiungere in verità di non aver fatto a Jack Littlefork nulla di più di quanto voi dovreste fare a Paul Lovett! Il posto vacante successivo tra i nostri ranghi è stato causato dalla perdita di Patrick Blunderbull. Sapete, signori, i veementi sforzi che ho fatto per salvare quella creatura traviata, che avevo tentato non meno seriamente di istruire. Ma ha scelto di truffare sotto il nome di "Onorevole Capitano Smico"; la Paria lo ha smentito all’istante; il suo caso era aggravato dal fatto che era così straordinariamente brutto da "non destare alcun interesse". Ci ha lasciato per un esilio straniero; e se come uomo lo piango, confesso a voi, signori, che come "esattore delle tasse" mi consolo facilmente.»
«La nostra terza perdita deve essere fresca nella vostra memoria. Peter Popwell, un uomo audace come pochi altri, non c’è più!» [Un movimento tra i presenti.] «Pace all’anima sua! È morto sul campo di battaglia; freddato da un colonnello scozzese, che il povero Popwell pensava di derubare di nulla con una pistola scarica. La sua memoria, signori... in solenne silenzio!»
«Questi costituiscono il catalogo delle nostre perdite», riprese il giovane capo, non appena la «rossa coppa ebbe coronato la memoria» di Peter Popwell; «sono orgoglioso, persino nel dolore, di pensare che la colpa di tali perdite non ricada su di me. E ora, amici e seguaci! Gentiluomini della Strada, della Via, del Teatro e della Bottega! Ladri, Briganti, e Signori dell’Incrocio! Secondo le leggi della nostra Società, rimetto nelle vostre mani quel potere che per due trimestri avete affidato al mio, pronto a ridiscendere tra i vostri ranghi come compagno, né riluttante a rinunciare al doloroso onore che ho portato; portato con molta debolezza, è vero, ma almeno con un sincero desiderio di servire quella causa che mi avete affidato.»
Così dicendo, il capitano scese dalla sua sedia tra gli applausi più fragorosi; e non appena il primo scoppio fu parzialmente scemato, Augustus Tomlinson, alzandosi con una mano nella tasca dei calzoni e l’altra protesa, disse:
«Signori, propongo che Paul Lovett sia nuovamente scelto come nostro capitano per il prossimo trimestre di tre mesi.» [Applausi assordanti.] «Molto potrei dire sui suoi meriti superiori; ma perché soffermarsi su ciò che è ovvio? La vita è breve! Perché i discorsi dovrebbero essere lunghi? Le nostre vite, forse, sono più brevi di quelle degli altri uomini; perché le nostre arringhe non dovrebbero avere una brevità adeguata? Signori, dirò solo una parola in favore del mio eccellente amico; del mio, ho detto? Sì, del mio, del vostro. È un amico per tutti noi! Un primo ministro non è più utile ai suoi seguaci e più gravoso per il pubblico di quanto io sia orgoglioso di dire che sia Paul Lovett.» [Fragorosi applausi.] «Ciò che solleciterò in suo favore è semplicemente questo: l’uomo che partiti opposti si uniscono nel lodare deve possedere un merito supereminente. Tra tutti i vostri compagni, signori, Paul Lovett è l’unico uomo che possa vantare tale merito.» [Applausi.] «Sapete tutti, signori, che il nostro corpo è stato a lungo diviso in due fazioni; ciascuna gelosa dell’altra, ciascuna desiderosa di ascendere, ed ciascuna emula nel cercare di infilare il maggior numero di dita nella torta pubblica. Nel linguaggio del volgo, una fazione verrebbe chiamata "truffatori" e l’altra "briganti". Io, signori, che amo trovare nuovi nomi per le cose e per le persone, e sono un po’ un politico, chiamo i primi Whig e gli altri Tory.» [Applausi clamorosi.] «Del primo gruppo sono considerato un membro non privo di influenza; della seconda fazione il signor Bags è giustamente considerato il più fulgido ornamento. Il signor Attie e il signor Edward Pepper difficilmente possono dirsi appartenere interamente all’una o all’altra; uniscono le buone qualità di entrambe. "Composti britannici", li chiamano alcuni; io li chiamo Aristocratici Liberali!» [Applausi.] «Ora invito tutti voi, Whig o Truffatori, Tory o Briganti, "Composti Britannici" o Aristocratici Liberali; vi invito tutti a indicarmi un solo uomo che siate tutti d’accordo di eleggere.»
Tutti: «Lovett per sempre!»
«Signori», continuò il sagace Augustus, «quell’urlo è sufficiente; senza un’altra parola, propongo come vostro capitano il signor Paul Lovett.»
«E io appoggio la mozione!» disse il vecchio signor Bags.
Il nostro eroe, ora restaurato alla sedia del comando dall’applauso unanime dei suoi confederati, ringraziò con un elegante discorso; e Scarlet Jem dichiarò, con grande solennità, che faceva pari onore alla sua testa e al suo cuore.
Placati i tuoni dell’eloquenza, guizzi di fulmine, o, come dice il volgo, bicchieri di gin, brillarono intorno. Il buon vecchio signor Bags rimase fedele al suo gin, e Attie alla bottiglia di acquavite; alcuni, tra cui Clifford e il saggio Augustus, chiesero vino; e Clifford, che si prodigò al massimo nel sostenere i gai doveri della sua posizione, si assicurò che la canzone variasse i piaceri della coppa. Delle canzoni siamo riusciti a conservarne solo due. La prima è di Long Ned; e sebbene confessiamo di non trovarci granché, tuttavia (forse per qualche allusione familiare di cui siamo necessariamente all’oscuro) produsse una sensazione prodigiosa. Faceva così:
LA RICETTA DEL FURFANTE
Per far di un onesto sciocco un mariuolo, il più grande che si possa veder, signore, due ladri consumati devi prender solo, e porre il tuo sciocco tra i due, in calore.
La virtù è un gallo che si vergogna, se accoppiato a chi è preda di caccia; e gli elefanti più selvaggi si soggioga se tra due addomesticati li si allaccia.
L’altra effusione con cui abbiamo l’onore di gratificare i nostri lettori è un duetto molto divertente che ebbe luogo tra il bellicoso Attie e un rapinatore alto e magro, un tipo pericoloso in mezzo alla folla, e perciò chiamato Mobbing Francis; fu iniziato da quest’ultimo:
MOBBING FRANCIS:
Il miglior rapinatore che io abbia mai conosciuto È l’audace Fighting Attie, della strada il tributo! Fighting Attie, mio eroe, ti ho visto oggi Un portafoglio pieno d’oro arraffare; E siccome al momento son scarso nei paraggi, Un quid mi presteresti, se vuoi stare a sentire? Oh! audace Fighting Attie, scaltro e sbarazzino, Dobbiamo tutti confessarlo per certo, Sebbene i tuoi compari siano ladri al mattino, Un soldato è sempre il meglio, scoperto.
FIGHTING ATTIE:
Taci le tue chiacchiere (Stai zitto) Vuoi fregarmi? Prestarti i miei quindici? Nemmeno per sogno, per Dickey.
MOBBING FRANCIS:
Oh, che bestia è un manigoldo tirchio, Che arraffa e ruba tutto per sé! Dannazione, vecchio, ti do un pugno al cerchio, Se non mi dai un pizzico del tuo tesoro, per me. Non hai cuore per la miseria generale, Non ti importa un fico se la nostra banda va a fondo, E se Scarlet Jem non fosse bravo nel suo male, Per Dio, saremmo spacciati in tutto il mondo! Oh, Scarlet Jem, lui è leale e preciso, Come la parrucca alla testa, la coscienza ha al viso; Ma giuro che disprezzo chi preferisce Solo il proprio fine al bottino popolare; E il soldato che per sé e i suoi amici arricchisce, Dovrebbe come un traditore al blocco terminare.
L’aspra risposta di Mobbing Francis non scompose minimamente la calma costituzionale di Fighting Attie; ma l’accorto Clifford, vedendo che Francis aveva perso la pazienza, e vigile su ogni minimo segno di turbamento tra i compagni, richiese istantaneamente un’altra canzone, e Mobbing Francis stese sgarbatamente il vecchio Bags.
La notte era inoltrata, e così pure l’intelletto degli onesti esattori delle tasse, quando il presidente impose il silenzio, e i convitati seppero che il loro capo stava per impartire gli ordini per il trimestre successivo. Nulla poteva essere più tempestivo di tali direttive, durante l’allegria e prima dell’oblio.
«Signori», disse il capitano, «ora, con il vostro permesso, vi comunicherò i piani che ho formato per ciascuno di voi. Tu, Attie, ti recherai a Londra: la strada di Windsor e i dintorni di Pimlico saranno tua particolare cura. Bada, mio eroe, a queste lettere; ti informeranno di molto lavoro. Non ho bisogno di raccomandarti il silenzio. Come un’ostrica, non apri mai la bocca se non per qualcosa. Onesto vecchio Bags, un ricco allevatore sarà a Smithfield giovedì; si chiama Hodges, e avrà qualcosa come mille sterline nel suo borsello. È ingenuo, inesperto e avido; offriti di aiutarlo a frodare i suoi vicini in un affare, e non cessare finché non avrai fatto con lui ciò che egli desiderava fare agli altri. Sii, eccellente vecchio, come il pesce-rana, che pesca altri pesci con due corna che somigliano a esche; la preda scatta verso le corna e finisce in gola in un istante! – Per te, carissimo Jem, queste lettere annunciano un premio: grasso è il Parroco Pliant; pieno è il suo borsello; e cavalca da Henley a Oxford venerdì... non ho altro da aggiungere! Quanto al resto di voi, signori, su questo foglio vedrete fissate le vostre destinazioni. Vi garantisco che troverete abbastanza lavoro fino a quando ci rivedremo tra tre mesi esatti. Io stesso, Augustus Tomlinson e Ned Pepper rimaniamo a Bath; abbiamo tra le mani affari, signori, di primaria importanza; se per caso doveste incontrarci, non riconosceteci mai... siamo in incognito; colpiamo la grossa selvaggina e indossiamo piume di falco per agire nel personaggio... capite; ma questo incidente difficilmente potrà verificarsi, poiché nessuno di voi rimarrà a Bath; entro domani sera, possa la strada accogliervi. E ora, signori, fate correre il bicchiere, e vi darò un motto come sprone:
"Molto più dolce del miele È il denaro degli altri!"»
La massima del nostro eroe fu accolta con tutto l’entusiasmo che i luoghi comuni gradevoli solitamente creano. E il vecchio signor Bags si alzò per rivolgersi al presidente; sfortunatamente per l’edificazione dell’uditorio, il piede del veterano scivolò prima che fosse andato oltre un «Signor Presidente»; cadde a terra con una sorta di oscillazione...
«Come stelle cadenti cadde per non rialzarsi più!»
Il suo corpo divenne un ottimo poggiapiedi per il lussuoso Pepper. Ora Augustus Tomlinson e Clifford, scambiandosi sguardi, si presero ogni cura per promuovere l’ilarità della serata; e prima che la terza ora del mattino suonasse, ebbero la soddisfazione di testimoniare gli effetti delle loro benevole fatiche nelle forme prostrate di tutti i loro compagni. Long Ned, naturalmente più capiente degli altri, soccombette per ultimo.
«Come le foglie degli alberi», disse il presidente, agitando la mano,
«"Come le foglie degli alberi è la stirpe dell’uomo, Ora fresca di rugiada, ora avvizzita al suolo."»
«Ben detto, mio Ettore delle Autostrade», gridò Tomlinson; e poi, servendosi da bere mentre usava le gambe per spostare le forme supine di Scarlet Jem e Long Ned, continuò la citazione omerica con tono pomposo e autocelebrativo:
«"Così fioriscono queste quando quelle sono passate!"»
«Siamo riusciti a sbarazzarci dei nostri amici», esordì Clifford...
«Come i Whig al potere», interruppe il politico.
«Giusto, Tomlinson, grazie alle proprietà più blande del nostro bere, e forse alle qualità più forti delle nostre teste; e ora dimmi, amico mio, cosa pensi delle nostre probabilità di successo? Cattureremo un’ereditiera o no?»
«Perché, davvero», disse Tomlinson, «le donne sono come quei calcoli in aritmetica che non si riesce mai a far quadrare esattamente; per quanto mi riguarda, imbottirò i polpacci e cercherò una vedova. Tu, mio caro amico, sembri avere buone probabilità con Miss...»
«Oh, non nominarla!» gridò Clifford, arrossendo persino attraverso il rossore che il vino aveva steso sul suo volto. «Le nostre non sono le labbra da cui il suo nome dovrebbe essere pronunciato; e, in fede mia, quando penso a lei, lo faccio in modo anonimo.»
«Cosa, hai mai pensato a lei prima di questa sera?»
«Sì, da mesi», rispose Clifford. «Ricordi qualche tempo fa, quando formammo il piano per rapinare Lord Mauleverer, come, più per gioco che per profitto, rapinasti il dottor Slopperton, di Warlock, mentre io accompagnavo compassionevolmente a casa il vecchio gentiluomo. Ebbene, a casa del parroco incontrai Miss Brandon... bada, se parlo di lei per nome, tu non devi farlo; e, per il Cielo!... Ma non voglio giurare. L’ho accompagnata a casa. Sai, prima del mattino rapinammo Lord Mauleverer; l’affare fece rumore, e temevo di mettere in pericolo tutti voi se fossi apparso nelle vicinanze della rapina. Da allora, gli affari hanno distolto i miei pensieri; abbiamo formato il piano di tentare una speculazione matrimoniale a Bath. Sono venuto qui... indovina la mia sorpresa nel vederla...»
«E la tua gioia», aggiunse Tomlinson, «nel sentire che è ricca quanto è carina.»
«No!» rispose Clifford, rapidamente; «quel pensiero non mi dà alcun piacere. Fissi lo sguardo. Cercherò di spiegare. Sai, caro Tomlinson, non sono un bigotto, eppure il mio cuore si contrae quando guardo quel volto innocente, e ascolto quella voce dolce e felice, e penso che il mio amore per lei non possa essere che rovina e disonore; anzi, che il mio stesso approccio sia una contaminazione, e il mio stesso sguardo verso di lei un insulto.»
«Ehilà!» esclamò Tomlinson; «sei stato sotto le mie istruzioni, hai imparato il vero valore delle parole, e puoi ancora avere scrupoli su un punto di coscienza così facile? Vero, potresti chiamare "inganno" il rappresentarti a lei come un gentiluomo non professionale, e così conquistare il suo affetto; ma perché chiamarlo inganno quando "genio per l’intrigo" è una frase molto più raffinata? Allo stesso modo, sposando la giovane signora, se dici di averla rovinata, meriti giustamente di essere annientato; ma perché non dire che hai salvato te stesso? E allora, mio caro amico, avrai fatto la cosa più giustificabile del mondo.»
«Via, uomo!» disse Clifford, irritato; «niente dei tuoi sofismi e sarcasmi!»
«Per l’anima di Sir Edward Coke, sono serio! Ma bada, amico mio! Questa non è una questione in cui sia conveniente avere una coscienza dai piedi teneri. Vedi questi compagni a terra, tutti dannatamente intelligenti e così via; ma tu ed io siamo di un altro ordine. Ho avuto un’educazione classica, ho visto il mondo e ho frequentato società decenti; anche tu, non sei stato a lungo membro del nostro club prima di distinguerti sopra tutti noi. La Fortuna ha sorriso alla tua audacia giovanile. Sei diventato particolare nei cavalli e nell’abbigliamento, hai frequentato luoghi pubblici, ed essendo un tipo dannatamente di bell’aspetto, con un’aria innata di gentilezza e una sorta di istruzione, sei diventato abbastanza ben accolto da acquisire in breve tempo il modo e il tono di un... cosa devo dire?... un gentiluomo, e il gusto di apprezzare associati adeguati. Questo è anche il mio caso! Nonostante le nostre fatiche per il bene pubblico, gli ingrati cani vedono che siamo superiori a loro; un solo petto invidioso è sufficiente per consegnarci al boia. Abbiamo convenuto che siamo in pericolo; abbiamo convenuto di fare una ritirata onorevole; non possiamo farlo senza denaro. Conosci il distico volgare tra i nostri. Nulla può essere più vero:
"L’impiccagione è assai Più sgradevole della fame!"
Non porterai via nulla del fondo comune, sebbene io pensi che potresti giustamente farlo, considerando quanto ci hai messo dentro. Cosa faremo, allora? Lavorare non possiamo, mendicare non vogliamo; e, tra me e te, siamo maledettamente stravaganti! Cosa rimane se non il matrimonio?»
«È vero», disse Clifford, con un mezzo sospiro.
«Puoi ben sospirare, mio buon amico. Il matrimonio è un procedimento languido, nel migliore dei casi; ma non c’è altra risorsa. E ora, quando hai preso in simpatia una giovane signora che è ricca come una Creso in gonnella, e hai dorato la pillola brillante come la carrozza di un Lord Sindaco, che diavolo c’entrano gli scrupoli?»
Clifford non diede risposta, e ci fu una lunga pausa; forse non avrebbe parlato così francamente se il vino non gli avesse aperto il cuore.
«Quanto sarebbe orgogliosa», riprese Tomlinson, «la buona vecchia matrona di Thames Court se sposassi una signora! Non l’hai vista ultimamente?»
«Non da anni», rispose il nostro eroe. «Povera vecchia anima! Credo che sia in buona salute, e mi assicuro che non sia povera in tasca.»
«Ma perché non andarla a trovare? Forse, come tutti i grandi uomini, specialmente di spirito liberale, ti vergogni dei vecchi amici, eh?»
«Mio buon amico, ti sembro il tipo? Sai bene che i damerini del nostro gruppo mi guardano storto perché non mantengo la mia dignità, rapinando solo in compagnia di gentiluomini ben vestiti, e truffando sotto il nome di un nipote di un lord. No, le mie ragioni sono queste: primo, devi sapere che la vecchia signora aveva riposto il suo cuore nel vedermi diventare un uomo onesto.»
«E così sei diventato», interruppe Augustus, «onesto verso la tua parte; cosa vorresti di più da un ladro o da un politico?»
«Credo», continuò Clifford, senza badare all’interruzione, «che la mia povera madre, prima di morire, desiderasse che fossi cresciuto onestamente; e per quanto strano possa sembrarti, Dame Lobkins è una donna coscienziosa a modo suo... non è colpa sua se sono diventato quello che sono. Ora so bene che le si spezzerebbe il cuore a vedermi quello che sono. In secondo luogo, amico mio, sotto i miei nuovi nomi, vari come sono... Jackson e Howard, Russell e Pigwiggin, Villiers e Gotobed, Cavendish e Solomons... puoi ben supporre che le brave persone del vicinato di Thames Court non abbiano alcun sospetto che l’avventuroso e colto mascalzone, attualmente capitano di questo distretto, sotto il nuovo appellativo di Lovett, non sia in realtà altri che l’oscuro e senza nome Paul del Boccale. Ora tu ed io, Augustus, abbiamo letto la natura umana, seppur in caratteri neri; e so bene che se dovessi fare la mia comparsa a Thames Court, e se la vecchia signora (come certamente farebbe, non per cattiveria, ma per ubriachezza... non che mi ami meno, ma ama di più il liquore) dovesse divulgare il segreto di quell’apparizione...»
«Sai bene», interruppe il vivace Tomlinson, «che l’identità della tua precedente meschinità con la tua attuale grandezza sarebbe facilmente rintracciabile; l’invidia e la gelosia dei tuoi primi compagni si risveglierebbero; un accenno al tuo rifugio e ai tuoi alias sarebbe dato alla polizia, e tu saresti acciuffato, con una lieve possibilità di una consumazione di canapa.»
«Mi comprendi esattamente!» rispose Clifford. «Il fatto è che ho osservato come in nove casi su dieci i nostri uomini più coraggiosi siano stati portati via dal tradimento di qualche primo amore o dall’invidia di qualche amico d’infanzia. Il mio destino non è ancora segnato. Sono degno di cose migliori di una corsa sul carro con un mazzolino in mano; e sebbene non mi importi molto della morte in sé, sono risoluto, se possibile, a non morire da brigante. Da qui la mia cautela e quella cura prudente per la segretezza e i rifugi sicuri, che uomini meno saggi di te hanno così spesso pensato essere un contrasto innaturale con la mia condotta sulla strada.»
«Sciocchi!» disse il filosofico Tomlinson; «che cosa ha a che fare il coraggio di un guerriero con l’assicurare la sua casa contro l’incendio?»
«Comunque», disse Clifford, «mando alla mia buona balia un bel regalo di tanto in tanto per rassicurarla della mia incolumità; e così, nonostante la mia assenza, mostro il mio affetto con i miei presenti... scusami il gioco di parole.»
«E non sei mai stato scoperto da nessuno dei tuoi compagni di un tempo?»
«Mai! Ricorda in quale sfera di vita assai più elevata sono stato gettato; e chi potrebbe riconoscere lo scapestrato Paul con una giacca di fustagno nel gentiluomo Paul con un panciotto gallonato? Inoltre, ho evitato diligentemente ogni luogo in cui avrei potuto incontrare coloro che mi videro nell'infanzia. Sai quanto poco frequento i covi dei malviventi, e quanto sia scrupoloso nell’ammettere nuovi compari nella nostra banda; tu e Pepper siete i soli due dei miei soci--a parte il mio protetto, come lo chiami tu, che non abbandona mai la grotta--a possedere conoscenza della mia identità con il perduto Paul; e poiché avete entrambi prestato quel tremendo giuramento al silenzio, disobbedire al quale, finché io sia effettivamente in prigione o sulla forca, equivale quasi ad essere assassinati, ritengo che il mio segreto difficilmente verrà svelato, se non con il mio consenso.»
«Vero», disse Augustus, annuendo; «ancora un bicchiere, e a letto, signor Presidente.»
«Brindo a te, amico mio; il nostro ultimo bicchiere sarà bevuto filantropicamente: "A tutti gli sciocchi, e che il loro denaro sia presto separato da loro!"»
«A tutti gli sciocchi!» gridò Tomlinson, riempiendo un bicchiere fino all'orlo; «ma dissento dalla saggezza del tuo brindisi. Possano gli sciocchi essere ricchi, e i furfanti non saranno mai poveri! Mi guadagnerei meglio da vivere con uno sciocco ricco che con una proprietà terriera.»
Così dicendo, il contemplativo e sempre sagace Tomlinson buttò giù il suo bicchiere; e la coppia, dopo aver gentilmente fatto rotolare con spinte pedali il corpo di Long Ned in un angolo sicuro e tranquillo della stanza, salì le scale, sottobraccio, in cerca di sistemazioni sonnambule.
CAPITOLO XVII
Quel contrasto tra l’incallito e il maturo, La fronte calma che medita sul progetto oscuro, Con il cuore limpido e amorevole, e lo spirito puro Della giovinezza, amo, eppure, odiando, amo osservare!
H. FLETCHER.
Nella mattinata del giorno dopo il ballo, la carrozza di William Brandon, imballata e pronta, era alla porta della sua dimora a Bath; nel frattempo l’avvocato era chiuso in colloquio con suo fratello.
«Mio caro Joseph», disse il barone, «non ti lascio senza essere pienamente consapevole della tua gentilezza dimostratami, sia nel venire fin qui, contrariamente alle tue abitudini, sia nell’accompagnandomi ovunque, a dispetto dei tuoi gusti.»
«Non parlarne, mio caro William», disse il buon gentiluomo di campagna, «poiché la tua deliziosa compagnia è per me la più piacevole (ed è ciò che posso dire di pochissime persone come te; poiché, per quanto mi riguarda, trovo generalmente gli uomini più intelligenti i più spiacevoli) del mondo! E penso che gli avvocati in particolare (molto diversi, davvero, dalla tua tribù!) siano perfettamente intollerabili!»
«Ho ora», disse Brandon, che con la sua solita nervosa rapidità di movimento stava camminando a grandi passi avanti e indietro per la stanza, e a malapena notò il complimento del fratello, «ho ora un altro favore da chiederti. Considera questa casa e questi servitori tuoi per il prossimo mese o due, almeno. Non interrompermi, non è un complimento, parlo per il bene della nostra famiglia.» E poi, sedendosi accanto alla poltrona del fratello, poiché un attacco di gotta rendeva il gentiluomo un prigioniero, Brandon spiegò al fratello il suo caro progetto di far sposare Lucy a Lord Mauleverer. Nonostante la costanza delle attenzioni del conte verso l’ereditiera, l’onesto gentiluomo non aveva mai sognato il loro palese obiettivo; e fu sopraffatto dalla sorpresa quando udì le aspettative dell’avvocato.
«Ma, mio caro fratello», esordì, «un partito così grande per la mia Lucy, il Lord Luogotenente della Con--»
«E con ciò?» gridò Brandon, orgogliosamente, interrompendo il fratello. «La stirpe dei Brandon, che ha imparentato i suoi rampolli con la regalità, non è forse assai più nobile di quella della schiatta di parvenu dei Mauleverer? Cosa c’è di presuntuoso nella speranza che il discendente dei conti di Suffolk possa dorare nuovamente un nome sbiadito con un po’ della polvere preziosa degli ex argentieri di Londra? Inoltre», continuò, dopo una pausa, «Lucy sarà ricca, molto ricca, e prima di due anni il mio rango potrebbe forse essere dello stesso ordine di quello di Mauleverer!»
Il gentiluomo rimase a bocca aperta; e Brandon, non dandogli il tempo di rispondere, riprese. È inutile dettagliare la conversazione; basti dire che l’astuto avvocato non lasciò il fratello finché non ebbe ottenuto ciò che voleva, finché Joseph Brandon non ebbe promesso di rimanere a Bath in possesso della casa e dell’istituzione di suo fratello; di non frapporre alcun ostacolo alla corte di Mauleverer; di coltivare la società, come prima; e soprattutto, di non allarmare Lucy, che evidentemente non favoriva ancora Mauleverer esclusivamente, accennandole alle speranze e alle aspettative di suo zio e suo padre. Brandon, prendendo ora congedo dal fratello, salì al salotto in cerca di Lucy. La trovò china sulla gabbia dorata di uno dei suoi pennuti preferiti, e intenta a parlare alla piccola ospite in quel linguaggio grazioso e giocoso in cui tutti i pensieri, innocenti eppure teneri, dovrebbero essere rivestiti. Così bella appariva Lucy, mentre era così impegnata nel suo occuparsi fanciullesco e premuroso, e così totalmente diversa da chi sia adatta ad essere lo strumento di disegni ambiziosi e il sacrificio di calcoli mondani, che Brandon si fermò, improvvisamente colpito al cuore, nel contemplarla. Non fu, tuttavia, lento a riprendersi; si avvicinò. «Felice lui», disse l’uomo di mondo, «per il quale carezze e parole come queste sono riservate!»
Lucy si voltò. «Sta male!» disse, indicando l’uccellino, che sedeva con le piume rigide ed erette, muto e incurante persino di quella voce che era musicale quanto la sua.
«Povero prigioniero!» disse Brandon; «nemmeno le gabbie dorate e i toni dolci possono compensarti per la perdita dell’aria e dei boschi selvaggi!»
«Ma», disse Lucy, ansiosa, «non è la prigionia che lo fa stare male! Se lo pensi, lo libererò immediatamente.»
«Da quanto tempo lo hai?» chiese Brandon.
«Da tre anni!» disse Lucy.
«Ed è il tuo preferito principale?»
«Sì; non canta così graziosamente come l’altro, ma è assai più sensibile, e così affettuoso!»
«Puoi liberarlo allora?» chiese Brandon, sorridendo. «Non sarebbe meglio vederlo morire sotto la tua custodia che lasciarlo vivere e non vederlo mai più?»
«Oh, no, no!» disse Lucy, con fervore; «quando amo qualcuno, o qualsiasi cosa, desidero che sia felice, non me!»
Mentre diceva questo, prese l’uccellino dalla gabbia; e portandolo alla finestra aperta, lo baciò, e lo tenne sulla mano nell’aria. Il povero uccello volse un occhio languido e malaticcio attorno a sé, come se la vista delle case affollate e delle strade trafficate non presentasse nulla di familiare o invitante; e non fu che quando Lucy, con un tenero coraggio, lo scosse gentilmente via da sé, che esso si avvalse della libertà offerta. Volò prima verso un balcone opposto; e poi, ripresosi da una breve e, per così dire, sorpresa pausa, compì un breve giro sopra le case; e dopo essere scomparso per alcuni minuti, volò indietro, fece il giro della finestra e, rientrando, si posò ancora una volta sulla bella figura della sua padrona e si rannicchiò nel suo seno.
Lucy lo coprì di baci. «Vedi che non vuole lasciarmi!» disse.
«Chi potrebbe?» disse lo zio, calorosamente, affascinato per un momento da ogni pensiero se non quello di gentilezza per la giovane e dolce creatura davanti a lui, «chi potrebbe», ripeté con un sospiro, «se non un vecchio e avvizzito asceta come me? Devo lasciarti davvero; vedi, la mia carrozza è alla porta! La mia bellissima nipote, tra le allegrie che la circondano, si degnerà di tanto in tanto di ricordare l’arcigno avvocato, e di assicurarlo con due righe della sua felicità e salute? Sebbene scriva raramente note che non siano quelle su cause legali, tu, almeno, puoi essere sicura di una risposta. E dimmi, Lucy, se vi sia in tutta questa città qualcuno così sciocco da pensare che queste oziose gemme, utili solo come sfogo per il mio orgoglio per te, possano aggiungere un solo fascino a una bellezza superiore a ogni ornamento?»
Così dicendo, Brandon produsse un astuccio di pelle; e toccando una molla, l’imperiale bagliore di diamanti, che avrebbe rallegrato molti cuori patrizi, esplose in modo abbagliante agli occhi di Lucy.
«Niente ringraziamenti, Lucy», disse Brandon, in risposta alla gratitudine dissimulante e ritrosa di sua nipote; «faccio onore a me stesso, non a te; e ora ti benedica, mia cara ragazza. Addio! Qualora si presentasse qualche occasione in cui richiedessi un consigliere immediato, al contempo gentile e saggio, ti supplico, mia carissima Lucy, come richiesta d’addio, di non avere alcuno scrupolo nel consultare Lord Mauleverer. Oltre alla sua amicizia per me, è molto interessato a te, e puoi consultarlo con maggiore sicurezza e tranquillità; poiché» (e l’avvocato sorrise) «è forse l’unico uomo al mondo di cui la mia Lucy non potrebbe far innamorare di sé. La sua galanteria può apparire adulazione, ma non è mai affine all’amore. Promettimi che non esiterai in questo.»
Lucy diede la promessa prontamente; e Brandon continuò con tono noncurante: «Sento che ieri sera hai ballato con un giovane gentiluomo che nessuno conosceva, e i cui compagni avevano un aspetto molto strano. In un luogo come Bath, la società è troppo eterogenea per non rendere assolutamente necessaria la massima cautela nel formare conoscenze. Devi perdonarmi, mia carissima nipote, se faccio notare che una giovane signora deve non solo a se stessa ma ai suoi parenti osservare la più rigida circospezione di condotta. Questo è un mondo malvagio, e il fiore della reputazione, simile a quello della pesca, si sfrega via facilmente. Su questi punti Mauleverer può esserti di grande utilità. La sua conoscenza del carattere, la sua penetrazione negli uomini e il suo tatto nei modi sono infallibili. Ti prego, fatti guidare da lui; chiunque egli ti sconsigli, puoi essere certa che non è degno della tua conoscenza. Dio ti benedica! Mi scriverai spesso e francamente, cara Lucy; dimmi tutto ciò che ti accade, tutto ciò che ti interessa, anzi, tutto ciò che ti dispiace.»
Brandon allora, che aveva apparentemente ignorato i rossori con cui durante il suo discorso le guance di Lucy erano state cosparse, strinse la nipote tra le braccia e si affrettò, come per nascondere i suoi sentimenti, nella sua carrozza. Quando i cavalli ebbero voltato l’angolo della strada, ordinò ai postiglioni di fermarsi da Lord Mauleverer. «Ora», disse tra sé, «se riesco a ottenere che questo abile damerino sostenga i miei schemi, e giochi secondo il mio gioco e non secondo la sua vanità, avrò un cavaliere della giarrettiera come nipote acquisito!»
Nel frattempo Lucy, tutta in lacrime, poiché amava molto suo zio, corse giù dal gentiluomo per mostrargli il magnifico regalo di Brandon.
«Ah», disse il gentiluomo, con un sospiro, «pochi uomini sono nati con più buone, generose e grandi qualità (peccato solo che il suo desiderio principale fosse quello di farsi strada nel mondo; per quanto mi riguarda, penso che nessun motivo crei furfanti più grandi e più freddi) di mio fratello William!»
CAPITOLO XVIII
Perché lo amò? Sciocco curioso, sta’ zitto! L’amore umano è il prodotto della volontà umana? Per lei lui poteva essere gentilezza!
LORD BYRON.
Tre settimane dopo il suo arrivo, il capitano Clifford era l’uomo più ammirato di Bath. È vero che i gentiluomini, che hanno un tatto più rapido riguardo alla rispettabilità del proprio sesso rispetto alle donne, avrebbero potuto guardarlo un po’ di traverso, se egli stesso non avesse evitato in modo particolare di apparire invadente, e anzi avesse piuttosto evitato la società degli uomini anziché cercarla; così che, dopo aver combattuto un duello con un baronetto (figlio di un calzolaio), che lo aveva chiamato un certo Clifford, e aver esibito un cavallo tarlato, ammesso essere il più bello di Bath, egli ascese insensibilmente a un certo grado di rispetto con l’uno dei sessi così come di popolarità con l’altro. Ma ciò che attirava sempre e manteneva viva la sospettosità era la sua intimità con un gentiluomo così peculiare e spavaldo come Mr. Edward Pepper. La gente poteva superare una certa franchezza nell’approccio di Clifford, ma i più indulgenti erano sbalorditi dallo spavalderia di Long Ned. Clifford, tuttavia, non insensibile al ridicolo collegato ai suoi conoscenti, riuscì presto a perseguire le sue occupazioni da solo; anzi, prese un alloggio per conto suo, e lasciò Long Ned e Augustus Tomlinson (quest’ultimo per fungere da freno sul primo) al tranquillo godimento degli appartamenti del parrucchiere. Egli stesso frequentava tutte le allegrie pubbliche; e il suo portamento, e l’apparenza di ricchezza che manteneva, gli procurarono l’accesso in diversi circoli privati che pretendevano di essere esclusivi, come se le persone che avevano figlie potessero mai essere esclusive! Molti furono gli sguardi gentili, e non poche le lettere invitanti che ricevette; e se il suo unico obiettivo fosse stato quello di sposare un’ereditiera, non avrebbe trovato alcuna difficoltà a raggiungerlo. Ma egli si dedicò interamente a Lucy Brandon; e per conquistare uno sguardo da lei, avrebbe rinunciato a tutte le ereditiere del regno. Molto fortunatamente per lui, Mauleverer, la cui salute era facilmente alterabile, si era ammalato proprio il giorno in cui William Brandon lasciò Bath; e sua signoria fu così resa incapace di sorvegliare i movimenti di Lucy, e di minare o prevenire totalmente il successo del suo amante. Miss Brandon, in effetti, aveva all’inizio, sciolta dalla gentilezza di suo zio, e colpita dal senso del suo ammonimento (poiché non era una giovane signorina caparbia, determinata ad essere innamorata), ricevuto le avances del capitano Clifford con una freddezza che, dal suo comportamento la prima sera che si erano incontrati a Bath, gli procurò non meno sorpresa che mortificazione. Si ritirò, e ripiegò sul gentiluomo, che, paziente e audace, come al solito, era segregato nel suo angolo preferito. Per caso, Clifford calpestò il dito affetto da gotta del gentiluomo; e scusandosi per l’offesa, fu così colpito dalla natura buona e dalla peculiarità di esprimersi del vecchio gentiluomo, che senza sapere chi fosse, entrò in conversazione con lui. C’era una sorta di vivacità e candore disinvolti, per non dire arguzia, in Clifford, che avevano sempre un fascino per gli anziani, che generalmente amano la franchezza sopra tutte le virtù cardinali; il gentiluomo fu straordinariamente compiaciuto di lui. La conoscenza, una volta iniziata, fu naturalmente continuata senza difficoltà quando Clifford accertò chi fosse il suo nuovo amico; e la mattina seguente, incontrandosi nella sala delle pompe, il gentiluomo invitò Clifford a cena. L’ingresso in casa così ottenuto, il resto fu facile. Molto prima che Mauleverer recuperasse la salute, il danno effettuato dal suo rivale era quasi oltre ogni rimedio; e il cuore della pura, semplice, affettuosa Lucy Brandon era più che mezzo perduto al cavaliere senza legge e vagabondo che funge da eroe di questo racconto.
Una mattina, Clifford e Augustus uscirono insieme. «Lasciamo», disse quest’ultimo, che era in uno stato d’animo malinconico, «le strade affollate, e indulgiamo in una conversazione filosofica sulla natura dell’uomo, mentre ci godiamo un po’ di aria fresca in campagna.» Clifford acconsentì alla proposta, e la coppia si incamminò lentamente su una delle colline che circondano la città di Bladud.
«Ci sono certi momenti», disse Tomlinson, guardando pensieroso le sue ghette di casimirre, «in cui siamo come la volpe della filastrocca, "La volpe aveva una ferita, non sapeva dove" – ci sentiamo estremamente infelici, e non sappiamo perché. Una malinconia cupa e triste cresce su di noi; evitiamo il volto dell’uomo; ci avvolgiamo nei nostri pensieri come bachi da seta; mormoriamo frammenti di canzoni lugubri; le lacrime ci vengono agli occhi; richiamiamo tutte le sventure che ci sono mai accadute; ci curviamo nell’andatura, e seppelliamo le mani nelle tasche dei calzoni; diciamo: "Cos’è la vita? – una pietra da scagliare in uno stagno!" Agogniamo un cuore congeniale, e abbiamo un desiderio pruriginoso di parlare prodigiosamente di noi stessi; tutti gli altri argomenti sembrano stanchi, stantii e inutili. Ci sentiamo come se una mosca potesse abbatterci, e siamo dell’umore giusto per innamorarci, e farne un affare molto triste. Eppure, con tutta questa debolezza, abbiamo in questi momenti un’opinione migliore di noi stessi di quanto non avessimo mai avuto prima. Chiamiamo i nostri vapori la malinconia di un’anima sublime, gli struggimenti di un’indigestione li denominiamo struggimenti verso l’immortalità, anzi, a volte "una prova della natura dell’anima!" Possa io trovare un biografo che comprenda bene tali sensazioni, e possa egli definire quelle emozioni struggenti il prodotto del carattere poetico, che, in realtà, sono il prodotto di – una costoletta di montone!»
[Si veda la “Vita di Byron” di Moore, in cui viene dimostrato in modo soddisfacente che se un uomo digiuna quarantotto ore, poi mangia tre aragoste, e beve Dio sa quante bottiglie di claret; se, quando si sveglia la mattina seguente, si vede abusato come un demone dalla metà dei periodici del paese, – se, in una parola, è distrutto nella salute, irregolare nelle abitudini, sfortunato negli affari, infelice in casa, e se allora dovesse essere così estremamente eccentrico da essere depresso e misantropico, gli spiriti bassi e la misantropia non sono affatto da attribuire alle piacevoli circostanze di cui sopra, ma, Dio lo sa, al “carattere poetico”!]
«Scherzi abbastanza piacevolmente sui tuoi spiriti bassi», disse Clifford; «ma io ho una causa per i miei.»
«Quale allora?» gridò Tomlinson. «Tanto più facile è curarli. La mente può curare i mali che scaturiscono dalla mente. È solo uno sciocco e un ciarlatano e un balbettante quando pretende di guarire i mali che scaturiscono dal corpo. I miei spiriti maligni scaturiscono dal corpo; di conseguenza la mia mente, che, come sai, è una mente particolarmente saggia, non lotta contro di essi. Dimmi francamente», riprese Augustus, dopo una pausa, «ti penti mai? Pensi mai, se fossi stato un garzone di bottega con un grembiule bianco attorno alla vita, che saresti stato un membro della società più felice e migliore di quanto non lo sia ora?»
«Pentirmi!» disse Clifford, ferocemente; e la sua risposta aprì più del suo cuore segreto, dei suoi motivi, dei suoi ragionamenti e delle sue peculiarità di quanto fosse spesso discernibile, – «pentirmi! quella è la parola più oziosa della nostra lingua. No; nel momento in cui mi pento, in quel momento mi riformo! Mai può sembrarmi un’espiazione per il crimine il mero rimpiangerlo. La mia mente mi porterebbe, non a rimpiangere, ma a riparare! Pentirmi! no, non ancora. Più invecchio, più vedo degli uomini e delle vocazioni della vita sociale, più io, un furfante dichiarato, provo nausea per le disonestà velate e nascoste intorno. Non riconosco alcuna fedeltà alla società. Dalla mia nascita a quest’ora, non ho ricevuto un solo favore dai suoi costumi o dalle sue leggi; apertamente combatto contro di essa, e pazientemente incontrerò la sua vendetta. Questo può essere un crimine; ma appare leggero ai miei occhi quando mi guardo intorno, e osservo da ogni parte i traditori mascherati che riconoscono grandi debiti verso la società, che professano di obbedire alle sue leggi, adorano le sue istituzioni e, soprattutto – oh, quanto giustamente! – attaccano tutti coloro che la attaccano, e che tuttavia mentono e imbrogliano e frodano e peculano – pubblicamente raccogliendo tutte le comodità, privatamente sgraffignando tutti i profitti. Pentirmi! – di cosa? Vengo al mondo senza amici e povero; trovo un corpo di leggi ostile ai senza amici e ai poveri! Verso quelle leggi ostili a me, allora, riconosco ostilità a mia volta. Tra noi ci sono le condizioni di guerra. Lasciamo che espongano una debolezza, – insisto sul mio diritto di cogliere il vantaggio; lascino che mi sconfiggano, e concedo il loro diritto di distruggere.» – [L’autore non ha bisogno, spera, di osservare che questi sentimenti sono del signor Paul Clifford, non suoi.]
«La passione», disse Augustus, freddamente, «è il solito nemico della ragione; nel tuo caso è l’amica.»
La coppia aveva ora raggiunto la cima di una collina che dominava una vista della città sottostante. Qui Augustus, che era un po’ affannato, si fermò per riprendere fiato. Non appena ebbe fatto ciò, indicò con l’indice la scena sottostante, e disse entusiasticamente: «Che soggetto per la contemplazione!»
Clifford stava per rispondere, quando improvvisamente si udì il suono di risate e voci dietro di loro. «Fuggiamo!» gridò Augustus; «in questo giorno di milza l’uomo non mi delizia – o la donna nemmeno.»
«Resta!» disse Clifford, con accento tremante; poiché tra quelle voci ne riconobbe una che aveva già acquisito su di lui un potere irresistibile e ammaliante. Augustus sospirò, e a malincuore rimase immobile. Poco dopo una curva della strada portò in vista una comitiva di piacere, alcuni a piedi, alcuni a cavallo, altri nei piccoli veicoli che anche a quei tempi infestavano le località termali, e si chiamavano “Mosche” o “Rondini”.
Ma tra quella gaia processione, Clifford non aveva occhi che per una sola persona! Camminando con quel passo elastico che così raramente sopravvive alla prima epoca della giovinezza, al fianco della pesante carrozzella in cui veniva trainato suo padre, la candida bellezza di Lucy Brandon gettava – almeno agli occhi del suo innamorato – una magia e uno splendore sull'intero gruppo. Egli rimase per un momento immobile, placando il cuore che balzava al suo sguardo luminoso e alla letizia della sua risata innocente; poi, ripresosi, camminò lentamente, e con una certa consapevolezza dell'effetto della propria persona singolarmente avvenente, verso il gruppo. Il buon gentiluomo lo accolse con la solita gentilezza e lo informò, secondo quel lucidus ordo che prediligeva in modo particolare, di tutti i dettagli della loro escursione. Vi era qualcosa degno dello schizzo di un artista nella scena di quel momento: il vecchio signore sulla sua carrozzella, con il volto benevolo rivolto verso Clifford e le mani posate sul bastone, Clifford stesso che chinava il suo capo fiero per ascoltare i dettagli del padre; la bella figlia dall'altra parte della carrozzella, la sua risata improvvisamente placata, il suo incedere insensibilmente più composto, e rossore dopo rossore che rincorrevano la levigata e pescaia leggiadria delle sue guance; il gruppo, di ogni statura, età e abbigliamento, che offriva ampio spazio al caricaturista; e la figura pensierosa di Augustus Tomlinson (il quale, per inciso, somigliava straordinariamente a Liston) che se ne stava in disparte dal resto, sul ciglio della collina dove Clifford lo aveva lasciato, moraleggiando sulla variopinta processione, con una mano nascosta nel panciotto e l'altra ad accarezzarsi il mento, che lentamente e pendulamente, insieme al resto del capo, si muoveva su e giù.
Mentre il gruppo si avvicinava al ciglio della collina, la vista della città sottostante era così sorprendente che vi fu una sosta generale per ammirare il panorama. Una giovane signora in particolare tirò fuori la matita e iniziò a disegnare, mentre la mamma osservava compiaciuta e, con aria distratta, divorava un panino. Fu in quel momento, durante la sosta generale, che Clifford e Lucy si ritrovarono – il Cielo sa come! – l'uno accanto all'altra, e a una distanza sufficiente dal signore e dal resto della comitiva da sentirsi in qualche misura soli. Vi fu un silenzio tra entrambi che nessuno dei due osò rompere; quando Lucy, dopo aver guardato e giocherellato con un fiore che aveva portato dal luogo che la comitiva era andata a visitare, lo lasciò cadere accidentalmente; e, mentre lei e Clifford si chinavano nello stesso istante per raccoglierlo, le loro mani si incontrarono. Involontariamente, Clifford trattenne le dita morbide nelle proprie; i suoi occhi, che incontrarono quelli di lei, la incantarono e la bloccarono a tal punto che, per una volta, ella non abbassò lo sguardo sotto il suo; le sue labbra si mossero, ma emozioni molteplici e veementi soffocarono la sua voce, così che nessun suono ne uscì. Ma tutto il cuore era negli occhi di ciascuno; quel momento fissò i loro destini. D'ora in avanti vi fu un'era da cui datarono una nuova esistenza; un nucleo attorno al quale i loro pensieri, i loro ricordi e le loro passioni si aggrapparono. Il grande abisso era superato; stavano sulla stessa riva e sentivano che, sebbene ancora separati e divisi, su quella riva non vi era creatura vivente se non loro! Nel frattempo Augustus Tomlinson, trovandosi circondato da persone desiderose di guardare e di ascoltare, uscì dal suo malumore e dalla sua riservatezza. Guardando fisso il suo vicino e facendo roteare la mano destra in aria, finché non la lasciò riposare in direzione delle case e dei camini sottostanti, ripeté quell'esclamazione morale che era andata sprecata su Clifford, con una gravità più solenne e meno appassionata di prima: «Che soggetto, signora, per la contemplazione!»
«Detto in modo molto sensato, davvero, signore», disse la signora interpellata, che era di indole piuttosto seria.
«Non vedo mai», riprese Augustus con un tono più alto, guardandosi attorno in cerca di uditori, «non vedo mai una grande città dalla cima di una collina senza pensare a una farmacia!»
«Signore Iddio!» esclamò la signora. Lo scopo di Tomlinson era raggiunto. Colpita dalla stravaganza dell'idea, una piccola folla si radunò istantaneamente attorno a lui per sentirla meglio sviluppata.
«A una farmacia, signora!» ripeté Tomlinson. «Lì giacciono i vostri semplici, i vostri purganti, i vostri cordiali e i vostri veleni: tutte cose per guarire, per rafforzare e per distruggere. Ci sono abbastanza droghe in quella collezione per salvarvi, per guarirvi tutti; ma nessuno di voi sa come usarle, né quali medicine chiedere, né quali dosi prendere; cosicché la maggior parte di voi ingoia la dose sbagliata e muore a causa del rimedio!»
«Ma se la città è la farmacia, cosa rappresenta, nel piano della vostra idea, il farmacista?» chiese un vecchio gentiluomo, che intuì dove Tomlinson volesse andare a parare.
«Il farmacista, signore», rispose Augustus, rubando l'idea a Clifford e abbassando la voce affinché il vero proprietario non lo sentisse (Clifford era altrimenti occupato), «il farmacista, signore, è la LEGGE! È la legge che sta dietro il bancone e dispensa a ogni uomo la dose che deve prendere. Ai poveri dà droghe scadenti gratuitamente; ai ricchi, pillole per stimolare l'appetito; a questi ultimi, premi per il lusso; ai primi, solo rapidi rifugi dalla vita! Ahimè! O il vostro farmacista non è che un ciarlatano ignorante, o la sua scienza stessa è ancora nella culla. Egli commette tanti errori quanti ne fareste voi se foste lasciati alla vostra scelta. Coloro che fanno ricorso a lui raramente parlano con gratitudine della sua abilità. Egli vi solleva, è vero, ma dal vostro denaro, non dalla vostra malattia; e l'unico ramo della sua professione in cui è esperto è quello che gli permette di salassarvi! Oh umanità!» continuò Augustus, «che creature nobili dovreste essere! Avete le chiavi di tutte le scienze, di tutte le arti, di tutti i misteri, tranne uno! Non avete la minima idea di come dovreste essere governati; non riuscite a formulare una legge tollerabile, per quanto vi sforziate! Vi rendete la vita insopportabile con ogni sorta di istituzione irritante e vessatoria, e ne date la colpa al "Fato". Stabilite regole che è impossibile comprendere, figuriamoci obbedire; e vi chiamate a vicenda mostri, perché non potete sconfiggere l'impossibilità! Inventate ogni sorta di vizio, col pretesto di fare leggi per preservare la virtù; e le artificiosità anomale di condotta che voi stessi producete, dite di averle fin dalla nascita; costruite una macchina con l'arte più perversa che vi venga in mente e la chiamate, con un sospiro, "Natura Umana". Con una schiera di buone inclinazioni che lottano nei vostri petti, insistete nel diffamare l'Onnipotente, dichiarando che vi voleva malvagi. Anzi, chiamate perfino malizioso e sedizioso l'uomo che vi prega e vi implora di essere un briciolo migliori di quanto siete. Oh umanità! Siete come un mazzo di fiori comprato a Covent Garden. I fiori sono incantevoli, il profumo delizioso. Osservate quella tonalità gloriosa; contemplate quel petalo che sboccia! Quanto siete belle, quanto profumate di salute, di natura, della rugiada e del respiro e della benedizione del Cielo, tutte voi! Ma quanto a quel pezzo di spago sporco che vi tiene insieme, verrebbe da pensare che l'abbiate raccolto nel rigagnolo.»
Così dicendo, Tomlinson voltò i tacchi, si staccò dalla folla e scese solennemente la collina. Il gruppo in gita lo seguì lentamente; e Clifford, ricevendo un invito dal signore a prendere parte alla sua cena di famiglia, camminò al fianco di Lucy e si sentì come se il suo spirito fosse ebbro dell'aria dell'Eden.
Un altro signore, che tra le gaiezze di Bath era quasi desolato quanto lo stesso Joseph Brandon, prese parte all'ospitalità del Signore di Warlock. Quando i tre gentiluomini si ritirarono nel salotto, i due anziani si sedettero per una partita a backgammon e Clifford fu lasciato all'indisturbato godimento della conversazione di Lucy. Ella era seduta vicino alla finestra quando Clifford la raggiunse. Sul tavolo al suo fianco erano sparsi libri, il cui fascino (erano principalmente poesie) aveva imparato a scoprire solo di recente; vi erano anche sparsi vari piccoli capolavori di ingegno femminile, in cui le dita fatate di Lucy Brandon erano particolarmente portate a eccellere. Le ombre della sera si allungavano rapidamente sulle strade vuote; e nel cielo, che era senza nuvole e straordinariamente limpido, le stelle apparvero gradualmente una a una, finché...
«Come l'acqua in una spugna, così la loro luce soffusa Riempì il vuoto, cavo, universale etere.»
Bella sera! (se anche noi, come Augustus Tomlinson, possiamo concederci un'apostrofe) – bella sera! Per te tutti i poeti hanno avuto un canto, e ti hanno circondata di ruscelli e cascate e rugiade e fiori e pecore e pipistrelli e malinconia e civette; eppure dobbiamo confessare che per noi, che in questa epoca così sentimentale siamo persone affaccendate, mondane, dalla mente dura, che sgomitano con i vicini e pensano all'utile – per noi non sei mai così incantevole come quando ti incontriamo a camminare con il tuo cappuccio grigio per le strade che si svuotano e tra i suoni morenti di una città. Amiamo sentire la quiete dove tutto, due ore prima, era clamore. Amiamo vedere le dimore cupe del Commercio e del Lusso – quei pazienti irrequieti della febbre costante della terra – contrastate e coperte da un cielo pieno di purezza, di quiete e di pace. Amiamo riempire il nostro pensiero con speculazioni sull'uomo, anche se l'uomo fosse il venditore di muffin, piuttosto che con oggetti inanimati – colline e ruscelli – cose su cui sognare, non su cui meditare. L'uomo è soggetto di contemplazione assai più nobile, di speranza assai più ardente, di una vena di sentimento assai più pura e più elevata, di tutte le "valli e pendii" dell'universo; e questa, dolce sera! è una ragione per cui ci piace che i pensieri sinceri e teneri che susciti in noi siano circondati piuttosto dalle fatiche e dai simboli della nostra specie che da pecore e pipistrelli e malinconia e civette. Ma se, o sera benedetta! ci delizi in campagna o in città, ci disponi ugualmente a fare e a sentire l'amore! Sei la causa di più matrimoni e di più divorzi di qualsiasi altro momento delle ventiquattr'ore! Occhi che prima erano per noi occhi comuni, toccati dalle tue ombre incantevoli e magiche, diventano ispirati e ci predicano il paradiso. Una morbidezza si posa sui lineamenti che ci erano apparsi duri mentre il sole brillava; una dolce "luce d'amore" riposa sulla carnagione che di giorno avremmo immerso "a cinque braccia di profondità" in un mare di lozione della signora Gowland. Cosa, dunque, modesta ipocrita! per coloro che già amano profondamente – cosa, dunque, di pericolo e di paradiso porti tu?
Silenziosi, e placando il respiro che si sollevava in entrambi in modo rapido e irregolare, Lucy e Clifford sedevano insieme. Le strade erano completamente deserte; e la solitudine, mentre guardavano in basso, faceva loro sentire più intensamente non solo le emozioni che si gonfiavano dentro di loro, ma l'indefinita ed elettrica simpatia che, nell'unirli, li divideva dal resto del mondo. La quiete intorno fu interrotta da un lontano lamento di musica rozza; e man mano che si avvicinava, due figure di ordine non poetico divennero visibili. Una era quella di un povero cieco, che stava traendo dal suo flauto toni in cui la bellezza malinconica dell'aria compensava qualsiasi deficienza (la deficienza era minima) nell'esecuzione. Una donna molto più giovane del musicista, e con una certa bellezza nel volto, lo accompagnava, tenendo in mano un cappello logoro e guardando con malinconia verso le finestre della strada silenziosa. Abbiamo detto due figure; abbiamo fatto l'ingiustizia di dimenticarne un'altra – un amico rozzo e semplice, è vero, ma che sia il menestrello che la moglie avevano molte e toccanti ragioni di amare. Si trattava di un piccolo terrier nervoso, dagli occhi scuri e penetranti, che guardavano rapidamente e sagacemente in ogni direzione da sotto la copertura irsuta che li circondava. L'animale si muoveva lentamente in avanti, tirando delicatamente la corda con cui era tenuto e con cui guidava il suo padrone. Una volta la sua fedeltà fu tentata: un altro cane lo invitò a giocare; il povero terrier guardò ansiosamente e dubbiosamente attorno, e poi, emettendo un basso ringhio di diniego, proseguì...
«Il quieto andamento del suo cammino.»
La piccola processione si fermò sotto la finestra dove sedevano Lucy e Clifford; poiché l'occhio rapido della donna li aveva percepiti, ed ella posò la mano sul braccio del cieco e gli sussurrò qualcosa. Egli colse il suggerimento e cambiò la sua melodia in una d'amore. Clifford lanciò un'occhiata a Lucy; la sua guancia era tinta di rossore. L'aria terminò; ne seguì un'altra – era dello stesso genere; una terza – il tema era ancora immutato; e poi Clifford gettò in strada una moneta, e il cane scodinzolò con la sua coda mozza e nana e, scattando in avanti, la raccolse con la bocca; e la donna (aveva un volto gentile!) accarezzò l'amico premuroso, ancor prima di ringraziare il donatore, e poi lasciò cadere la moneta con una parola o due di conforto nella tasca del cieco, e i tre viandanti si allontanarono lentamente. Poco dopo arrivarono in un punto in cui la strada era stata riparata e le pietre giacevano sparse. Qui la donna non si affidò più alla guida del cane, ma si affrettò ansiosamente verso il musicista e lo condusse con evidente tenerezza e minuziosa attenzione lungo la via accidentata. Quando ebbero superato il pericolo, l'uomo si fermò; e prima di rilasciare la mano che lo aveva guidato, la strinse con gratitudine, e poi sia il marito che la moglie si chinarono e accarezzarono il cane. Questa piccola scena – una di quelle copie grezze della bellezza degli affetti umani, di cui tante sono sparse lungo le strade del mondo – entrambi gli innamorati l'avevano guardata involontariamente; e ora, mentre ritiravano gli occhi – quegli occhi si posarono l'uno sull'altro – quelli di Lucy nuotavano in lacrime.
«Per essere amato e accudito da colei che amo», disse Clifford, a bassa voce, «camminerei cieco e scalzo su tutta la terra!»
Lucy sospirò molto dolcemente; e posando le sue graziose mani (l'una intrecciata sull'altra) sulle ginocchia, guardò in basso con malinconia, ma non rispose. Clifford avvicinò la sedia e la fissò, mentre sedeva; le lunghe ciglia scure abbassate sugli occhi, a contrastare le palpebre color avorio; il suo profilo delicato mezzo voltato verso di lui, e che prendeva una bellezza più toccante dalla luce soffusa che vi dimorava; e il suo seno pieno ma ancora appena sviluppato che si sollevava a pensieri che ella non analizzava, ma che si accontentava di sentire al tempo stesso vaghi e deliziosi. Egli guardava, e le sue labbra tremavano; desiderava parlare; desiderava dire solo quelle parole che trasmettono ciò che volumi hanno cercato di esprimere e hanno solo indebolito con i dettagli – «Io amo». Come egli abbia resistito ai desideri del suo cuore, non lo sappiamo – ma resistette; e Lucy, dopo una pausa confusa e imbarazzata, prese una delle poesie sul tavolo e gli pose alcune domande su un particolare passaggio di un'antica ballata che lui le aveva fatto notare una volta. Il passaggio riguardava un capo di frontiera, uno degli Armstrong di un tempo, che, essendo stato catturato dagli inglesi e condannato a morte, sfogò i suoi ultimi sentimenti in un appassionato discorso alla propria casa – la sua rozza torre – e alla sua sposa novellamente unita. «Credete», disse Lucy, mentre la loro conversazione iniziava a fluire, «che uno così fuorilegge e avido di spargimento di sangue e discordia come viene descritto questo brigante, possa essere così capace di affetti gentili?»
«Lo credo», disse Clifford, «perché egli non era consapevole di essere così criminale come voi lo stimate. Se un uomo nutre l'idea che le sue azioni non siano malvage, conserverà nel suo cuore tutte le sue sensazioni migliori e più gentili come se non avesse mai peccato. Il selvaggio uccide il suo nemico e, quando torna a casa, non è meno devoto al suo amico o meno ansioso per i suoi figli. Per indurire e abbrutire le inclinazioni gentili, non dobbiamo solo indulgere nella colpa, ma sentire di essere colpevoli. Oh! molti che il mondo carica del suo obbrobrio sono capaci di atti – anzi, hanno commesso atti – che in altri il mondo riverirebbe e adorerebbe. Volete sapere se il cuore di un uomo sia chiuso al potere dell'amore? Chiedete cosa sia, non per i suoi nemici, ma per i suoi amici! Il crimine, inoltre», continuò Clifford, parlando velocemente e con veemenza, mentre i suoi occhi brillavano e il sangue scuro gli affluiva alle guance, «il crimine – cos'è il crimine? Gli uomini incarnano i loro peggiori pregiudizi, le loro passioni più malvage, in un codice eterogeneo e contraddittorio; e tutto ciò che infrange questo codice lo chiamano crimine. Quando non fanno distinzione nella pena – vale a dire, nella valutazione – assegnata sia all'omicidio che a un piccolo furto imposto alla volontà debole dalla carestia, non chiediamo altro per convincerci che essi ignorano la natura stessa della colpa, e che compensano con la ferocia la mancanza di saggezza.»
Lucy guardò con allarme il volto animato e ardente dell'oratore. Clifford si riprese dopo una pausa di un momento e si alzò dal suo posto, con la risata gaia e franca che costituiva una delle sue caratteristiche peculiari. «C'è una singolarità nella politica, Miss Brandon», disse, «che oso dire avrete spesso osservato: ovvero, che coloro che sono meno importanti sono sempre i più rumorosi, e che le persone principali che perdono la pazienza sono quelle che non hanno nulla da guadagnare in cambio.»
Mentre Clifford parlava, le porte furono spalancate e vennero annunciati alcuni visitatori per Miss Brandon. Il buon signore era ancora immerso nelle vicissitudini della sua partita; e l'unico compito di ricevere e intrattenere "la compagnia", come dicono le cameriere, spettò, come al solito, a Lucy. Fortunatamente per lei, Clifford era una di quelle rare persone che possiedono in modo eminente i talenti della società. Vi era molto nel suo temperamento gaio e galante, accompagnato com'era da sentimento e ardore, che somigliava al nostro ideale di quei cavalieri, ordinariamente peculiari del Continente – eroi ugualmente nel salotto e sul campo. Osservatore, cortese, spiritoso e versato nelle varie conquiste che uniscono (quella più infrequente di tutte le unioni!) vivacità e grazia, era particolarmente formato per quel mondo brillante dal quale le sue circostanze tendevano a escluderlo. Sotto auspici diversi, avrebbe potuto essere... Bah! Stiamo correndo in un luogo comune privo di senso; cosa potrebbe essere un uomo sotto auspici diversi da quelli da cui la sua vita è stata guidata? La musica succedette presto alla conversazione, e la voce di Clifford fu necessariamente messa in gioco. Miss Brandon si era appena alzata dal clavicembalo, mentre lui si sedeva per compiere la sua parte; ed ella rimase accanto a lui con il resto del gruppo mentre lui cantava. Solo due volte il suo occhio rubò uno sguardo a quel punto che il respiro e la forma di lei rendevano sacro per lui; una volta quando iniziò, e una volta quando concluse la sua canzone. Forse il ricordo della loro conversazione lo ispirò; certamente essa indugiava nella sua mente in quel momento – gettava un rossore più ricco sulla sua fronte e infondeva una morbidezza più significativa e sentita nel suo tono.
STANZE.
Quando ti lascio, oh! non chiedere al mondo cosa quel cuore Che ti adora possa essere per gli altri! So che pecco quando mi allontano da te, Ma la mia colpa non ricadrà su te!
La mia vita è un fiume che specchia un raggio Che si è degnato di scendere dall'alto; Qualunque siano le rive che oscurano il suo cammino, Esso riflette la luce del tuo amore.
Sebbene le onde possano farsi alte quando il vento notturno si desta, E affretti il torrente verso la sua caduta; Sebbene infranti e selvaggi siano i flutti che esso crea, La tua immagine trema ancora su tutti!
Mentre questo amore sinistro tra Clifford e Lucy trovava così nuovo alimento in ogni incontro e in ogni opportunità, lo sfortunato Mauleverer, fermamente convinto che il suo malessere fosse una ricaduta di quella che definiva la "dispepsia dello stregone", stava ingaggiando una guerra terribile con i resti del manzo e del budino, che tra le lacrime assicurava ai suoi medici "essersi annidati nella sua costituzione". Poiché Mauleverer, sebbene compiacente verso tutti i suoi conoscenti, a prescindere dal loro rango, come la maggior parte degli uomini di inequivocabile nobiltà, possedeva pochissimi amici tanto intimi da poter entrare nella sua camera da letto, e nessuno di quei pochi si trovava a Bath, si comprenderà facilmente che egli ignorava beatamente le crescenti fortune del suo rivale; e, a dire il vero, la malattia, che spinge i pensieri di un uomo a concentrarsi molto su se stesso, scacciò molte delle idee più tenere che solitamente aleggiavano nella sua mente intorno all'immagine di Lucy Brandon. La sua pillola soppiantò la sua passione; e sentì che al mondo vi sono pozioni più potenti nei loro effetti di quelle contenute nelle fiale di Alcidonis. [Vedere il grazioso racconto di Marmontel "Les Quatres Flacons".] Pensava molto spesso, è vero, a quanto sarebbe stato piacevole che Lucy gli lisciasse il cuscino e che Lucy preparasse quella mistura; ma Mauleverer aveva un eccellente cameriere, che sperava di recitare la parte svolta da Gil Blas verso l'onesto Licenziato, e di accudire un'eredità mentre accudiva il suo padrone. E il conte, che era di carattere abbastanza buono, fu costretto a confessare che sarebbe stato difficilmente possibile per chiunque "conoscere le sue abitudini meglio di Smoothson". Così, durante la sua malattia, la bella figura della sua futura sposa turbò ben poco la pace del nobile adoratore. E fu solo quando si ritrovò in grado di consumare tre buoni pranzi consecutivi, con un appetito tollerabile, che Mauleverer si ricordò di essere violentemente innamorato. Non appena quest'idea fu pienamente reintegrata nella sua memoria, e gli fu permesso dal suo medico di concedersi "un po' di lieta compagnia", Mauleverer decise di recarsi alle sale per un'ora o due.
Si può osservare che la maggior parte dei grandi personaggi ha qualche luogo favorito, una sorta di Baia prediletta, in cui amano spogliarsi della loro solennità e recitare la parte dell'amabile invece di quella dello splendido; e Bath, a quel tempo, per la sua gaiezza, la sua disinvoltura, la varietà di caratteri che si potevano trovare nei suoi luoghi di ritrovo e il modo compiacente in cui tali personaggi si esponevano al ridicolo, era esattamente il luogo calcolato per compiacere un uomo come Mauleverer, che amava allo stesso tempo essere ammirato e fare satira. Era quindi un personaggio idolatrato nella città di Bladud; e non appena entrò nelle sale fu circondato da un'intera schiera di imitatori e adulatori, lieti di vedere sua signoria apparire così migliorata e dichiararsi così convalescente. Non appena il conte ebbe fatto abbastanza inchini, sorrisi e strette di mano per sostenere la sua reputazione, si aggirò verso i ballerini in cerca di Lucy. La trovò non solo esattamente nello stesso punto in cui l'aveva vista l'ultima volta, ma a ballare con esattamente lo stesso partner che aveva già provocato tutta la gelosia e l'ira del galante nobile. Mauleverer, sebbene non fosse affatto incline a preparare i complimenti in anticipo, aveva appena meditato un discorso delicato per Lucy; ma non appena la figura del suo partner gli balzò davanti, l'intera lusinga svanì all'istante dalla sua memoria. Si sentì impallidire; e quando Lucy si voltò e, vedendolo vicino, gli si rivolse con il tono ansioso e dolce che riteneva dovuto all'amico di suo zio per la sua guarigione, Mauleverer s'inchinò, confuso e silenzioso; e quella passione dagli occhi verdi, che avrebbe sconvolto la mente di un vero amante, alterando un poco il corso della sua furia, disturbò efficacemente il contegno del cortigiano.
Ritiratosi in una parte oscura della sala, dove poteva vedere tutto senza essere notato, Mauleverer si dedicò a osservare i movimenti e gli sguardi della giovane coppia. Era naturalmente un osservatore penetrante e rapido, e in questo caso la gelosia affinò i suoi talenti; vide abbastanza da convincersi che Lucy fosse già legata a Clifford; ed essendo, da tale convinzione, pienamente persuaso che Lucy fosse necessaria alla propria felicità, decise di non perdere un istante per bandire il Capitano Clifford dalla sua presenza, o almeno per avviare tali indagini sui parenti, il rango e la rispettabilità di quel gentiluomo che avrebbero, sperava, reso tale bando una conseguenza necessaria della ricerca.
Pieno di questa determinazione, Mauleverer si recò subito al rifugio del gentiluomo di campagna e, coinvolgendolo in una conversazione, gli chiese bruscamente con chi diavolo stesse ballando la signorina Brandon.
Il gentiluomo, un po' piccato per quella bruscheria, rispose con un lungo elogio di Paul; e Mauleverer, dopo averlo ascoltato fino in fondo con il sorriso più blando che si potesse immaginare, disse al gentiluomo, molto cortesemente, di essere certo che la buona natura del signor Brandon lo avesse tratto in inganno. "Clifford!" disse, ripetendo il nome, "Clifford! È uno di quei nomi che vengono scelti appositamente da persone che nessuno conosce, primo, perché il nome è buono, e secondo, perché è comune. La mia lunga e cara amicizia con suo fratello mi fa sentire particolarmente ansioso su qualsiasi punto relativo a sua nipote; e, in verità, mio caro William, sopravvalutando, forse, la mia conoscenza del mondo e la mia influenza nella società, ma non il mio affetto per lui, mi ha spinto ad assumermi la libertà di considerarmi un amico, anzi, persino un parente suo e della signorina Brandon; così spero che lei non consideri la mia cautela impertinente."
Il lusingato gentiluomo lo assicurò che ne era particolarmente onorato, ben lungi dal considerare sua signoria (il che non avrebbe mai potuto accadere con persone così distinte come sua signoria, specialmente!) impertinente.
Lord Mauleverer, incoraggiato da questo discorso, riprese astutamente il filo e riuscì, se non a convincere il gentiluomo che l'avvenente capitano fosse un personaggio sospetto, almeno a persuaderlo che la comune prudenza richiedesse che scoprisse esattamente chi fosse l'avvenente capitano, specialmente perché era solito cenare con il gentiluomo tre volte alla settimana e ballare con Lucy ogni sera.
"Vede," disse Mauleverer, "si sta avvicinando a lei proprio ora; io mi ritirerò sulla sedia vicino al caminetto e lei lo interrogherà, non ho dubbi che lo farà con la massima delicatezza."
Così dicendo, Mauleverer prese possesso di un posto da cui non era assolutamente fuori portata d'udito (per quanto leggermente sordo fosse) del colloquio che seguì, sebbene la posizione del suo seggio lo schermasse alla vista. Mauleverer era stimato un uomo del più puntiglioso onore nella vita privata, e non si sarebbe fatto vedere per nulla al mondo nell'atto di origliare la conversazione altrui.
Schiarendosi la voce con aria importante e ricomponendosi mentre Clifford si avvicinava, il gentiluomo iniziò abilmente l'attacco: "Ah, ah! mio buon Capitano Clifford, come va? L'ho visto (e sono molto lieto, amico mio, come chiunque altro, di vederla) in lontananza. E dove ha lasciato mia figlia?"
"La signorina Brandon sta ballando con il signor Muskwell, signore," rispose Clifford.
"Oh! è così! Il signor Muskwell... hum! Buona famiglia quella dei Muskwell, provengono da Primrose Hall. Mi dica, Capitano, non che voglia sapere per mio conto, perché sono una persona strana, singolare, credo, e sono pienamente convinto (alcune persone sono censorie, e altre, grazie a Dio, non lo sono!) della sua rispettabilità... da quale famiglia proviene? Non penserà che la mia... la mia cautela sia impertinente?" aggiunse l'astuto anziano, prendendo in prestito quella frase che riteneva così amichevole sulla bocca di Lord Mauleverer.
Clifford arrossì per un momento, ma rispose con una tranquilla malizia nello sguardo: "Famiglia! oh, mio caro signore, vengo da un'antica famiglia, un'antichissima famiglia, davvero."
"Così ho sempre pensato; e in quale parte del mondo?"
"In Scozia, signore; tutta la nostra famiglia proviene dalla Scozia; ovvero, tutti quelli che vivono a lungo, il resto muore giovane."
"Ah, l'aria particolare si adatta a costituzioni particolari. Io, per esempio, non potrei vivere in tutti i paesi; non... mi capisce... al Nord!"
"Pochi uomini onesti possono vivere là," disse Clifford, asciutto.
"E," riprese il gentiluomo, un po' imbarazzato dalla natura del suo compito e dalla fredda sicurezza del suo giovane amico, "e mi dica, Capitano Clifford, a quale reggimento appartiene?"
"Reggimento? oh, i Fucilieri!" rispose Clifford. ("Il diavolo mi porti," mormorò tra sé, "se riesco a resistere a una battuta, anche a costo di rompermi il collo.")
"Un corpo di uomini molto valoroso," disse il gentiluomo.
"Non c'è dubbio, signore!" replicò Clifford.
"E pensa, Capitano Clifford," riprese il gentiluomo, "che sia un buon corpo per fare carriera?"
"È piuttosto pessimo per scapparne," mormorò il Capitano; e poi a voce alta: "Beh, non abbiamo molto ascendente a corte, signore."
"Oh! ma allora c'è una portata più ampia, come dice mio fratello l'avvocato, e nessuno ne sa più di lui, per il merito. Oserei dire che ha visto molti uomini elevati dai ranghi?"
"Niente di più comune, signore, di tale elevazione; e così grande è la virtù del nostro corpo che ho anche conosciuto non pochi uomini disposti a trasferire l'onore ai loro commilitoni."
"Non mi dica!" esclamò il gentiluomo, sgranando gli occhi davanti a tanta disinteressata magnanimità.
"Ma," disse Clifford, che cominciava a credere di poter spingere l'equivoco troppo oltre, e che pensava, a dispetto delle sue burle, che fosse possibile imboccare una vena di conversazione più gradevole, "ma, signore, se ricorda, non ha ancora finito quell'avventura di caccia giovanile, quando i segugi si persero a Burnham Copse."
"Oh, verissimo," gridò il gentiluomo, dimenticando del tutto i suoi recenti sospetti; e immediatamente iniziò una storia che prometteva di essere lunga quanto la caccia che narrava. Fu talmente incantato, quando ebbe finito, dal carattere del gentiluomo che lo aveva ascoltato con tanta delizia, che nel ricongiungersi a Mauleverer, disse al conte, con aria importante, di aver severamente esaminato il giovane capitano e di essersi pienamente convinto dell'eccellenza della sua famiglia, oltre che della rettitudine della sua morale. Mauleverer ascoltò con un volto di cortese incredulità; aveva udito ben poco della conversazione avvenuta tra i due; ma interrogando il gentiluomo su svariati particolari riguardo la nascita, la parentela e il patrimonio di Clifford, lo trovò esattamente ignorante come prima. Il cortigiano, tuttavia, vedendo che ulteriori rimostranze erano vane, si accontentò di picchiettare sulla spalla del gentiluomo e di dire, con una misteriosa urbanità: "Ah, signore, lei è troppo buono!"
Con queste parole voltò i tacchi e, non ancora disperando, cercò la figlia. Trovò la signorina Brandon appena uscita dal ballo e, con una sorta di galanteria paterna, le offrì il braccio per passeggiare tra le sale. Dopo qualche preambolo e il riferimento per la millesima volta alla sua amicizia per William Brandon, il conte le parlò di quel "bel giovane che si fa chiamare Capitano Clifford".
Sfortunatamente per Mauleverer, divenne un po' troppo imprudente, man mano che il suo risentimento contro l'interferenza di Clifford si scaldava con le sue parole, e lasciò cadere, nella sua rabbia, una o due parole di cautela che offesero particolarmente la delicatezza della signorina Brandon.
"Si guardi bene dal come incoraggio, mio signore!" disse Lucy, con le guance in fiamme, ripetendo le parole che l'avevano così offesa, "la devo davvero pregare di..."
"Intende, cara signorina Brandon," interruppe Mauleverer, stringendole la mano con rispettosa tenerezza, "che devo pregarla di scusarmi per la mia involontaria espressione. Lo faccio molto sinceramente. Se avessi provato meno interesse per la sua felicità, mi creda, sarei stato più cauto nel linguaggio."
La signorina Brandon fece un inchino rigido e il cortigiano vide, con rabbia segreta, che la bellezza di campagna non si lasciava placare facilmente, nemmeno da una scusa di Lord Mauleverer. "Ho visto tempi," pensò, "in cui le giovani signorine non sposate avrebbero considerato un affronto da parte mia un onore! Sarebbero cadute in isteria davanti a delle scuse!" Prima che avesse il tempo di fare pace, il gentiluomo li raggiunse; e Lucy, prendendo il braccio del padre, espresse il desiderio di tornare a casa. Il gentiluomo fu entusiasta della proposta. Sarebbe stato cortese da parte di Mauleverer offrire il suo aiuto in quelle piccole attenzioni preparatorie alla partenza femminile dai balli. Esitò per un momento. "Ti tiene così a lungo in quelle maledette correnti d'aria," pensò, rabbrividendo. "Inoltre, è appena possibile che io non la sposi, e non serve a nulla rischiare un raffreddore (soprattutto all'inizio dell'inverno) per nulla!" Pieno di questa prudente politica, Mauleverer lasciò quindi Lucy a suo padre e, mormorandole all'orecchio che "il suo dispiacere lo rendeva il più infelice degli uomini", concluse il suo addio con un inchino penitenzialmente aggraziato.
Circa cinque minuti dopo, si ritirò egli stesso. Mentre avvolgeva il suo tesoro corporeo nel suo roquelaire di zibellino, prima di immergersi nella sua carrozza, ebbe la mortificazione di vedere Lucy, che con suo padre, per una ragione o per l'altra, era stata ritardata nell'atrio, accompagnata alla carrozza dal Capitano Clifford. Se il conte avesse osservato più attentamente di quanto, nelle ansie dovute a se stesso, fosse in grado di fare, avrebbe notato, per sua consolazione, che Lucy diede la mano con aria distolta e fredda, e che i lineamenti espressivi di Clifford avevano più l'aspetto della mortificazione che del trionfo.
Non vide, tuttavia, altro che l'azione; e mentre veniva portato verso casa con le sue torce e i suoi valletti che lo precedevano, e l'attento Smoothson al fianco del piccolo veicolo, mormorò la sua determinazione di scrivere con la posta successiva a Brandon tutta la sua rabbia per Lucy e tutta la sua gelosia per il suo evidente amante.
Mentre questa risoluzione coraggiosa animava la grande anima di Mauleverer, Lucy raggiunse la propria stanza, sbarrò la porta e, gettandosi sul letto, scoppiò in un lungo e amaro parossismo di pianto. Così insoliti erano tali visitatori per il suo temperamento felice ed esuberante, che vi era qualcosa di quasi allarmante nella serietà e nell'ostinazione con cui ora piangeva.
"Cosa!" disse, amaramente, "ho riposto i miei affetti su un uomo di carattere incerto, e la mia infatuazione è così chiara che un conoscente osa accennare alla sua imprudenza? Eppure il suo modo... il suo tono! No, no, non può esserci motivo di vergogna nell'amarlo!" E mentre diceva questo, il suo cuore si sentì in colpa per la freddezza del suo atteggiamento verso Clifford al momento dei saluti per la serata. "Sono," pensò, piangendo ancora più violentemente di prima, "sono così mondana, così vile, da sentirmi alterata verso di lui nel momento in cui sento sussurrare una sillaba contro il suo nome? Non avrei dovuto, al contrario, aggrapparmi alla sua immagine con un amore più grande, se fosse stato attaccato dagli altri? Ma mio padre, il mio caro padre, e il mio gentile, prudente zio... qualcosa è dovuto a loro; e spezzerebbero il loro cuore se io amassi qualcuno che essi ritengono indegno. Perché non dovrei farmi coraggio e parlargli dei sospetti che lo riguardano? Una parola sincera li dissiperebbe. Sicuramente sarebbe solo gentile da parte mia verso di lui, offrirgli l'opportunità di smentire ogni falsa e disonorante congettura. E perché questa riserva, quando così spesso, con sguardi e cenni, se non con esplicite dichiarazioni, ha dichiarato di amarmi, e sa... deve sapere... che non gli sono indifferente? Perché non parla mai dei suoi genitori, dei suoi parenti, della sua casa?"
E Lucy, mentre poneva questa domanda, trasse da un seno la cui tonalità e forma avrebbero potuto rivaleggiare con quelle di colei che convinse Cimone a diventare saggio, [Vedere la poesia di Dryden "Cimone e Ifigenia".] un disegno che lei stessa aveva segretamente fatto del suo amante, e che, sebbene fatto in modo artificioso e persino rozzo, aveva colto l'ispirazione della memoria e traspirava proprio i lineamenti e l'aria che erano già stampati indelebilmente su un cuore troppo santo per un idolo così offuscato. Fissò il ritratto come se potesse rispondere alla sua domanda sull'originale; e mentre guardava e guardava, le sue lacrime cessarono lentamente, e il suo volto innocente ricadde gradualmente nella sua solita ed eloquente serenità. Mai, forse, il ritratto di Lucy avrebbe potuto essere preso in un momento più favorevole. La grazia inconscia della sua postura; il suo abito allentato; la modesta e giovanile voluttà della sua bellezza; la guancia tenera a cui il fiore verginale, svanito per un poco, stava ora ritornando tutto raggiante; la piccola mano bianca e morbida su cui quella guancia si appoggiava, mentre l'altra conteneva l'immagine di cui i suoi occhi si nutrivano; il mezzo sorriso appena evocato sulle sue labbra piene, rosse e rugiadose, e svanito un istante dopo, eppure ancora ripristinato... tutto creava un quadro di tale incantevole bellezza che dubitiamo che Shakespeare stesso avrebbe potuto immaginare una forma terrena più adatta a incarnare la visione di una Miranda o di una Viola. La quieta e virginale pulizia della stanza dava risalto al fascino; e c'era poesia persino negli arredi nivei del letto, nelle persiane parzialmente socchiuse che lasciavano entrare un barlume della luna d'argento, e nella lampada solitaria che lottava appena con il raggio più puro dei cieli, proiettando così una luce mista e ammorbidita intorno alla camera.
Stava ancora fissando il disegno, quando un flebile flusso di musica si insinuò attraverso l'aria sotto la sua finestra, e salì gradualmente finché il suono di una chitarra divenne distinto e chiaro, adattandosi alla quiete notturna illuminata dalla luna, senza turbarla. La galanteria e il romanticismo di un tempo passato, sebbene all'epoca della nostra storia in declino, non erano del tutto svaniti; e le serenate notturne sotto le finestre di una bellezza distinta non erano affatto un evento raro. Ma Lucy, mentre la musica fluttuava sul suo orecchio, arrossì sempre di più, come se avesse una fonte più cara al suo cuore rispetto alla comune galanteria; e sollevandosi su un braccio dalla sua posizione supina, si sporse in avanti per cogliere il suono con maggiore e più infallibile certezza.
Dopo un preludio di alcuni istanti, una voce chiara e dolce accompagnò lo strumento, e le parole della canzone erano le seguenti:
LA SERENATA DI CLIFFORD.
Vi è un mondo dove ogni notte Il mio spirito incontra e cammina col tuo; E speranze che non oso dirti risplendono, Come stelle d'Amore, quel mondo è il mio!
Dormi! al mondo che si desta, il mio cuore È ormai, mi pare, divenuto estraneo; Ah, dormi! affinché io possa sentire che tu sei Dentro un mondo che è solo mio.
Mentre la musica svaniva, Lucy si adagiò di nuovo, e il disegno che teneva stretto fu premuto (con le guance in fiamme, sebbene invisibili, per l'atto) contro le sue labbra. E sebbene il carattere del suo amante non fosse stato chiarito, sebbene lei stessa non fosse giunta a nessuna risoluzione distinta nemmeno di informarlo delle voci contro il suo nome, tuttavia, così facilmente ripristinata era la sua fiducia in lui, e così confortante il solo pensiero della sua vigilanza e del suo amore, che prima che fosse passata un'ora, i suoi occhi si chiusero nel sonno. Il disegno fu deposto, come un incantesimo contro il dolore, sotto il suo cuscino; e nei suoi sogni mormorò il suo nome e, ignara della realtà e del futuro, sorrise teneramente mentre lo faceva!
Non dobbiamo supporre che i modi e il tono di Clifford fossero nei confronti di Lucy Brandon come apparivano agli altri. L'amore raffina ogni asprezza; e quella verità che nutre la tenerezza non è mai priva di grazia. Quali che fossero le abitudini e i compagni della vita di Clifford, egli possedeva nel profondo molte buone e generose qualità. Non erano spesso percepibili, è vero; in primo luogo, perché era di indole allegra e sconsiderata; in secondo luogo, perché non era facilmente influenzabile da circostanze esterne; e in terzo luogo, perché aveva la politica di mostrare tra i suoi compagni solo quelle qualità che avrebbero potuto dargli influenza su di loro. Tuttavia, il suo genio migliore emergeva ogni volta che se ne presentava l'occasione. Sebbene non fosse un “Corsaro”, romantico e irreale, un'ombra ossianica che diviene tanto più vasta quanto più si allontana dalla sostanza; sebbene non fosse una menzogna magnificamente immaginata alle belle proporzioni della natura umana, ma un uomo errante in un mondo assai prosaico e familiare, Clifford mescolava pur sempre una certa generosità e uno spirito cavalleresco di iniziativa persino alle pratiche della sua professione. Sebbene il nome di Lovett, con il quale era principalmente conosciuto, fosse uno particolarmente distinto negli annali degli avventurosi, non era mai stato associato a voci di crudeltà o violenza; ed era spesso collegato ad aneddoti di coraggio, cortesia, buon umore o clemenza. Era uno che un amore sincero era particolarmente destinato ad ammorbidire e a redimere. L'audacia, il candore, l'altruismo del suo temperamento erano componenti della natura su cui l'affetto fa invariabilmente una presa forte e profonda. Inoltre, Clifford era di natura desiderosa e ambiziosa; e lo stesso temperamento e le stesse capacità che in pochissimi anni lo avevano innalzato per influenza e popolarità ben al di sopra di tutta la banda cavalleresca a cui era legato, una volta infiammati ed elevati da una passione più alta, avrebbero potuto risvegliare la sua ambizione dal livello delle sue occupazioni attuali, e riformarlo, prima che fosse troppo tardi, in un utile, anzi, persino onorevole membro della società. Confidiamo che il lettore abbia già percepito che, nonostante le sue prime circostanze, i suoi modi e il suo contegno non erano tali da renderlo inadatto all'amore di una dama. La relativa raffinatezza del suo aspetto è facile da spiegare, poiché possedeva una gentilezza naturale e innata, un rapido spirito di osservazione, un pronto senso sia del ridicolo che della grazia; e questi sono materiali che vengono presto e facilmente lavorati dalla grossolanità alla raffinatezza. Era stato gettato, inoltre, tra i capi e gli eroi della sua banda; molti non assolutamente bassi di nascita, né degradati nelle abitudini. Aveva frequentato i Barrington dell'epoca, gentiluomini che erano ammirati a Ranelagh e facevano discorsi degni di Cicerone, quando venivano chiamati a giudizio. Aveva recitato la sua parte in luoghi pubblici; e come Tomlinson era solito dire secondo la sua moda classica, “i trionfi compiuti sul campo erano stati pianificati nella sala da ballo”. In breve, era uno di quei banditi di strada colti ed eleganti di cui leggiamo ancora meraviglie, e dai quali sarebbe stato delizioso essere rapinati: e l'attitudine dell'intelletto che cresceva in arguzia con gli amici, si ammorbidiva in sentimento con la sua amante. C'è qualcosa, inoltre, nella bellezza (e la persona di Clifford, come abbiamo detto prima, era dotata di attrattive persino non comuni) che eleva un mendicante alla nobiltà; e c'era una distinzione nel suo portamento e nel suo sguardo che forniva l'aria del rango e il tono delle corti. Gli uomini, in effetti, esperti come Mauleverer nelle sottigliezze dei modi, avrebbero forse potuto facilmente individuare in lui la mancanza di quell'essenza indescrivibile posseduta solo da persone cresciute nella buona società; ma essendo quella mancanza condivisa da tante persone di indiscutibile nascita e fortuna, non comportava alcun particolare rimprovero. A Lucy, infatti, cresciuta in isolamento e non vedendo a Warlock nessuno calcolato per raffinare il suo gusto nella moda di un'aria o di una frase verso un canone di perfezione molto esigente, questa mancanza era perfettamente impercettibile; ella notava nel suo amante solo una figura ovunque ineguagliata, un occhio sempre eloquente di ammirazione, un passo dal quale la grazia non poteva mai essere divorziata, una voce che parlava in una tonalità d'argento e pronunciava lusinghe delicate nel pensiero e poetiche nella parola; persino una certa originalità di mente, di osservazione e di carattere, che talvolta si avvicinava al bizzarro, ma a volte anche all'elevato, possedeva un fascino per l'immaginazione di una giovane donna non priva di entusiasmo, e contrastava favorevolmente, piuttosto che il contrario, con la noiosa insipidezza di coloro che vedeva abitualmente. Né siamo sicuri che il mistero che lo circondava, fastidioso com'era per lei, e screditante come appariva agli altri, fosse del tutto inefficace nell'accrescere il suo amore per l'avventuriero; e così il Destino, che trasmuta nel suo crogiolo magico tutti i metalli opposti in quello che desidera produrre, accrebbe la ricchezza di una passione mal riposta e sinistra proprio grazie alle circostanze che avrebbero dovuto contrastarla e distruggerla.
Siamo intenzionati, con ciò che abbiamo detto, non a difendere Clifford, ma a riscattare Lucy nell'opinione dei nostri lettori per aver amato così imprudentemente; e quando ricordano la sua giovinezza, la sua educazione, la sua privazione di una madre, di ogni amicizia femminile, persino della cura vigile e incessante di qualche protettore dell'altro sesso, non pensiamo che ciò che era così naturale sarà considerato da qualcuno imperdonabile.
Mauleverer si svegliò la mattina dopo il ballo in salute migliore del solito, e di conseguenza più innamorato che mai. Secondo la sua risoluzione della sera precedente, si sedette a scrivere una lunga lettera a William Brandon: era divertente e arguta come al solito; ma l'astuto nobile riuscì, sotto la copertura dell'arguzia, a trasmettere alla mente di Brandon un serio timore che il suo caro progetto matrimoniale potesse fallire del tutto. Il resoconto su Lucy e sul Capitano Clifford contenuto nell'epistola instillò, in effetti, una doppia dose di amarezza nella mente professionalmente acida dell'avvocato; e poiché accadde che leggesse la lettera appena prima di recarsi in tribunale per un caso in cui era consulente della corona, i testimoni dalla parte opposta della questione sentirono i pieni effetti del malumore dell'avvocato. Il caso era uno in cui l'imputato era stato coinvolto in transazioni truffaldine per una somma molto ingente; e tra i suoi agenti e assistenti c'era una persona dei ceti più bassi, la quale, godendo apparentemente di ampie conoscenze e possedendo naturale acutezza e abilità, sembrava essere stata di grande utilità nel ricevere e smaltire tali beni ottenuti fraudolentemente. Come testimone contro quest'ultima persona apparve un banco dei pegni, che produsse alcuni articoli che erano stati impegnati a lui in momenti diversi da questo umile agente. Ora, Brandon, nell'interrogare il colpevole intermediario, divenne tanto più terribilmente severo quanto più l'uomo mostrava quella parvenza di incoscienza ottusa che gli ordini inferiori possono assumere così ingegnosamente, e che è così particolarmente adatta a far infuriare e confondere i signori del foro. Alla fine, Brandon, sottomettendo e reprimendo completamente la testarda ipocrisia del colpevole, l'uomo rivolse verso di lui uno sguardo tra l'ira e la supplica, mormorando:
“Aha! se così fosse, Consigliere Prandon, lei sapesse ciò che so io. Non andrebbe a bullizzarmi così!”
“E ditemi, mio buon uomo, cosa sapete che dovrebbe spingermi a trattarvi come se vi credessi un uomo onesto?”
Il testimone era ora ricaduto nella scontrosità, e rispose solo con una sorta di grugnito. Brandon, che sapeva bene come pungere un testimone per renderlo comunicativo, continuò il suo interrogatorio finché il testimone, riacceso dall'ira, e forse dall'indiscrezione, disse a bassa voce:
“Chieda al signor Swoppem il banco dei pegni cosa gli ho venduto il 15 di febbraio, esattamente ventitré anni fa.” Brandon indietreggiò, le sue labbra divennero bianche, strinse le mani con uno spasmo convulsivo; e mentre tutti i suoi lineamenti sembravano distorti da un'intensa eppure paurosa intensità di aspettativa, riversò una raffica di domande, così incoerenti e così irrilevanti da essere immediatamente richiamato all'ordine dal suo dotto fratello dalla parte opposta. Nulla di più poté essere estratto dal testimone. Il banco dei pegni fu richiamato: apparve alquanto sconcertato da un appello alla sua memoria risalente a ventitré anni prima; ma dopo aver preso del tempo per riflettere, durante il quale l'agitazione del solitamente freddo e composto Brandon fu notevole per tutta la corte, dichiarò di non ricordare alcuna transazione whatsoever con il testimone in quel momento. Vani furono tutti gli sforzi di Brandon per ottenere una risposta più esplicativa. Il banco dei pegni era impenetrabile, e l'avvocato fu costretto a malincuore a congedarlo. Nel momento in cui il testimone lasciò il banco, Brandon sprofondò in una cupa astrazione; sembrò dimenticare completamente gli affari e i doveri del tribunale; e così negligentemente continuò a concludere il caso, così senza scopo fu il resto del suo esame e controesame, che la causa fu completamente rovinata, e un verdetto di “Non colpevole” fu restituito dalla giuria.
Nel momento in cui lasciò il tribunale, Brandon si recò dal banco dei pegni; e dopo una conversazione con il signor Swoppem, in cui convinse quell'onesto commerciante che il suo scopo era piuttosto premiare che intimidire, Swoppem confessò che ventitré anni fa il testimone lo aveva incontrato in una taverna a Devereux Court, in compagnia di altri due uomini, e gli aveva venduto diversi articoli in argento, ornamenti, ecc. La gran parte di questi articoli aveva, naturalmente, lasciato da tempo la dimora del banco dei pegni; ma pensava ancora che un ninnolo o due, non di valore sufficiente per essere rimontato o rimodellato, né di moda sufficiente per trovare una pronta vendita, indugiassero nei suoi cassetti. Avidamente, e con mani tremanti, Brandon rovesciò il contenuto eterogeneo dei serbatoi di mogano che il banco dei pegni ora sottoponeva al suo esame. Niente sulla terra è una prospettiva così malinconica come il cassetto di un banco dei pegni! Quei piccoli, stravaganti, inutili ornamenti, quei nodi d'amore, quei medaglioni ovali, quegli anelli ammaccati, circondati da iniziali, o qualche breve iscrizione di riguardo o di dolore; quali storie di passati affetti, speranze e dolori non raccontano! Ma nessun sentimento di tal genere rese mai triste la mente dura di William Brandon, e ora meno che in ogni altro momento tali riflessioni avrebbero potuto occorrergli. Impazientemente gettò sul tavolo, uno dopo l'altro, i gingilli un tempo custoditi forse con il più tenero rispetto, finché alla fine i suoi occhi scintillarono, e con una presa nervosa afferrò un vecchio anello che era inciso con lettere, e circondava un cuore contenente capelli. L'iscrizione era semplicemente: “W. B. a Julia.” Strana e oscura fu l'espressione che si stabilì sul volto di Brandon mentre guardava questo ninnolo apparentemente inutile. Dopo un momento di sguardo, emise un'esclamazione inarticolata e, ficcandolo in tasca, rinnovò la sua ricerca. Trovò una o due altre inezie di natura simile; una era una miniatura malfatta incastonata in argento, e recante sul retro svariate lettere mezzo cancellate, che Brandon interpretò immediatamente (sebbene nessun altro occhio potesse farlo) come “Sir John Brandon, 1635, AEtat. 28”; l'altra era un sigillo stampato con il nobile stemma della casata di Brandon, 'Una testa di toro, ducalmente coronata e armata, d'Oro.' Non appena Brandon si fu impossessato di questi tesori, e giunto alla convinzione che il posto non ne contenesse altri, assicurò il coscienzioso Swoppem del suo riguardo per la sicurezza di quella persona, lo ricompensò munificentemente e andò per la sua strada a Bow Street per un mandato contro il testimone che lo aveva raccomandato al banco dei pegni. Sulla strada per recarsi lì, gli occorse una nuova risoluzione. “Perché rendere tutto pubblico,” mormorò tra sé, “se si può evitare? e si può evitare!” Esitò un momento, poi ripercorse la strada verso il banco dei pegni e, dopo un breve ordine al signor Swoppem, tornò a casa. Nel corso della stessa serata il testimone a cui facciamo riferimento fu portato alla casa dell'avvocato dal signor Swoppem, e lì ebbe una lunga e privata conversazione con Brandon; il risultato di questo sembrò un patto di reciproca soddisfazione, poiché l'uomo se ne andò sano e salvo, con una borsa pesante e un cuore leggero, sebbene svariate ombre e dubbi attraversassero certamente di tanto in tanto quest'ultimo; mentre Brandon si gettava all'indietro sul suo sedile con l'aria trionfante di chi ha compiuto una grande impresa, e il suo volto scuro tradiva in ogni lineamento una gioia e una speranza che erano ospiti poco frequenti, bisogna ammetterlo, sia per il suo volto che per il suo cuore.
Un così buon uomo d'affari, tuttavia, era William Brandon che non permise all'evento di quel giorno di rimandare oltre la notte la sua attenzione ai suoi piani per l'aggrandimento di sua nipote e della sua casata. All'alba del giorno successivo aveva scritto a Lord Mauleverer, a suo fratello e a Lucy. Alla prima la sua lettera, espressa in tutta l'ansia dell'affetto e la cautela dell'affettuosa esperienza, era ben calcolata per causare quella mescolanza di vergogna e dolore che l'accorto avvocato giudicava giustamente sarebbe stata il nemico più efficace di una passione nascente. “Ho sentito accidentalmente,” scrisse, “da un mio amico, appena arrivato da Bath, delle palesi attenzioni rivoltevi da un Capitano Clifford; non vorrei, mia carissima nipote, ferirvi ripetendo ciò che anche ho sentito del vostro modo di riceverle. Conosco la malvagità e l'invidia del mondo; e non immagino per un momento che la mia Lucy, della quale sono così giustamente orgoglioso, possa incoraggiare, per una piccola civetteria, le avances di uno che non potrebbe mai sposare, o mostrare a un pretendente una parzialità sconosciuta ai suoi parenti, e certamente posta in un settore che non potrebbe mai ricevere la loro approvazione. Non credo ai rapporti degli oziosi, mia cara nipote; ma se non ci credo, non dovete ignorarli. Faccio appello alla vostra prudenza, alla vostra delicatezza, alla vostra discrezione, al vostro senso del giusto, affinché mettiate fine una volta per tutte e in modo efficace a ogni voce impertinente: non ballate più con questo giovane uomo; non lasciate che sia del vostro gruppo in alcun luogo di divertimento, pubblico o privato; evitate persino di vederlo se potete, e gettate nel vostro modo di porvi verso di lui quella decisa freddezza che il mondo non può fraintendere.” Molto altro scrisse l'abile zio, ma tutto allo stesso scopo, e per favorire lo stesso disegno. La sua lettera al fratello non era meno astuta. Gli disse subito che la preferenza di Lucy per il corteggiamento di un bell'avventuriero in cerca di fortuna era sulla bocca di tutti, e lo supplicò di non perdere un momento nel soffocare la voce. “Potete farlo facilmente,” scrisse, “evitando il giovane uomo; e se fosse molto importuno, tornate subito a Warlock. Il benessere di vostra figlia deve esservi più caro di ogni altra cosa.”
A Mauleverer, Brandon rispose con una lettera che si concentrava prima sulle questioni pubbliche, e poi scivolava con noncuranza nell'argomento delle informazioni del conte.
Tra gli ammonimenti che osò dare a Mauleverer, si soffermò, non senza ragione, sulla mancanza di tatto mostrata dal conte nel non manifestare quel fasto e quello spettacolo che la sua posizione nella vita gli consentiva di fare. “Ricordate,” esortò, “non siete tra i vostri pari, dai quali l'inutile parata inizia a essere considerata un'ostentata volgarità. Il metodo più sicuro per abbagliare i nostri inferiori è lo splendore, non il gusto. Tutte le giovani persone, tutte le donne in particolare, sono colte dallo spettacolo, e innamorate della magnificenza. Assumete uno stato maggiore, e sarete più chiacchierato; e la notorietà conquista il cuore di una donna più della bellezza o della giovinezza. Avete, perdonatemi, fatto il ragazzo troppo a lungo; una certa dignità conviene alla vostra virilità; le donne non vi rispetteranno se vi permettete di diventare 'stantio e a buon mercato per la compagnia volgare'. Siete come un uomo che ha cinquanta vantaggi, e ne usa solo uno per ottenere il suo scopo, quando fate affidamento sulla vostra conversazione e sui vostri modi, e gettate via le risorse della vostra ricchezza e della vostra posizione. Qualsiasi gentiluomo privato può essere amabile e arguto; ma qualsiasi gentiluomo privato non può chiamare in suo aiuto la lampada di Aladino posseduta in Inghilterra da un facoltoso pari. Badate a questo, mio caro lord! Lucy in fondo è vana, o non è una donna. Abbagliatela, allora, abbagliate! L'amore può essere cieco, ma deve essere reso tale dall'eccesso di luce. Avete una casa di campagna a poche miglia da Bath. Perché non stabilirvi lì invece che in un misero alloggio in città? Date intrattenimenti sontuosi, rendete necessario che tutto il mondo vi partecipi, escludete, naturalmente, questo Capitano Clifford; incontrerete allora Lucy senza un rivale. Attualmente, eccetto solo il vostro titolo, combattete su un terreno livellato con questo avventuriero, invece che da un'eminenza dalla quale potreste in un istante spazzarlo via. Anzi, è più forte di voi; ha le opportunità offerte da una partecipazione a balli dove voi non potete apparire in modo vantaggioso; è, dite voi, nel primo fiore della giovinezza, è bello. Riflettete! il vostro destino, per quanto riguarda Lucy, è nelle vostre mani. Passo ad altri argomenti,” ecc. Mentre Brandon rileggeva, prima di firmare, quest'ultima lettera, un sorriso amaro si posò sui suoi lineamenti duri eppure belli. “Se,” disse tra sé, “posso attuare questo oggetto, se Mauleverer sposa davvero questa ragazza, perché tanto meglio che lei abbia un altro, un più bello e più gradito amante. Per il grande principio di disprezzo dentro di me, che mi ha permesso di schernire ciò che le menti più deboli adorano, e fare uno sgabello di quell'onore mondano che gli sciocchi innalzano come un trono, sarebbe per me più dolce della fama, sì, o persino del potere, vedere questo lord filato finemente uno scherno nelle bocche degli uomini, un cornuto, un cornuto!” e mentre diceva l'ultima parola Brandon rise apertamente. “E pensa anche,” aggiunse, “di essere sicuro della mia fortuna; altrimenti, forse, lui, il discendente dell'orefice, non dignificherebbe la nostra casata con le sue proposte; ma potrebbe sbagliare lì, potrebbe sbagliare lì,” e, terminando il suo soliloquio, Brandon terminò anche la sua lettera con: “Addio, mio caro lord, il vostro affezionatissimo amico”!
Non è difficile congetturare l'effetto prodotto su Lucy dalla lettera di Brandon. La rese infelice; si rifiutò per giorni di uscire; si chiuse nel suo appartamento e consumò il tempo in lacrime e lotte con il proprio cuore. A volte ciò che concepiva essere il suo dovere vinceva, e risolveva di rinnegare il suo amante; ma la notte disfaceva il lavoro del giorno, poiché di notte, ogni notte, il suono della voce del suo amante, accompagnato dalla musica, scioglieva la sua risoluzione e la rendeva ancora una volta tutta tenerezza e fiducia. Le parole, inoltre, cantate sotto la sua finestra erano particolarmente adatte ad influenzarla; respiravano una malinconia che la toccava tanto più per la sua armonia con i suoi stessi pensieri. Una volta si lamentavano dell'assenza, un'altra accennavano alla negligenza; ma c'era sempre in esse un tono di umiliazione, non di rimprovero; esprimevano un senso di indegnità nell'amante e confessavano che persino l'amore era un crimine: e nella misura in cui riconoscevano la mancanza di merito, Lucy si aggrappava più fermamente alla convinzione che il suo amante fosse meritevole.
Il vecchio gentiluomo di campagna era grandemente scombussolato dalla lettera del fratello. Sebbene fosse imbevuto dell'idea di importanza personale e dell'amore per il sangue ragionevolmente puro, comuni alla maggior parte dei proprietari terrieri, non era affatto ambizioso per sua figlia. Al contrario, lo stesso sentimento che a Warlock lo aveva spinto a scegliere i propri compagni tra la piccola nobiltà lo rendeva avverso al pensiero di un genero proveniente dal parìa. Nonostante la bonarietà di Mauleverer, la disinvoltura stessa del conte lo infastidiva, e non si sentiva mai a proprio agio in sua compagnia. Per Clifford nutriva una grande simpatia; e, essendosi convinto che non vi fosse nulla di sospetto nel giovane gentiluomo, non vedeva alcun motivo terreno per cui un compagno così gradevole non potesse essere un gradevole genero. “Se è povero”, pensava il gentiluomo, “sebbene non sembri tale, Lucy è ricca!” E questo truismo gli sembrava rispondere a ogni obiezione. Tuttavia, William Brandon possedeva una notevole influenza sulla mente più debole del fratello; e il gentiluomo, sebbene con grande riluttanza, decise di seguire il suo consiglio. Chiuse le porte a Clifford, e quando lo incontrava per strada, invece di salutarlo con la solita cordialità, lo oltrepassava con un frettoloso “Buon giorno, Capitano!”, che, dopo il primo o il secondo giorno, si trasformò in un cenno distante. Ogni volta che persone molto buone sono scortesi, e ingiustamente, la scortesia è estrema. Il gentiluomo trovava così gravoso essere meno familiare di quanto non fosse in passato con Clifford, che il suo unico desiderio rimasto era ormai quello di troncare del tutto i rapporti; e a questa conclusione della conoscenza il saluto che si raffreddava gradualmente sembrava approssimarsi rapidamente. Nel frattempo Clifford, impossibilitato a vedere Lucy, evitato dal padre di lei, e ottenendo in risposta a ogni richiesta sguardi torvi dal servitore, che solo il più risoluto controllo sui muscoli gli impediva di abbattere, iniziava a sentire forse, per la prima volta in vita sua, che un carattere equivoco è almeno una sventura non equivoca. Ad aggiungersi al suo disagio, “i guadagni della sua precedente industriosità”--usiamo l'espressione cara al saggio Tomlinson--andavano gradualmente scemando sotto le spese di Bath; e le voci mormoranti dei suoi due compagni iniziavano già a rimproverare al loro capo la sua ingloriosa pigrizia, e ad accennare alla necessità di una pronta iniziativa.
CAPITOLO XX.
Whackum. Guardate un po' lì, ora! Bene, tutta l'Europa non può mostrare un gruppo di ingegni più fini e gentiluomini più coraggiosi.
Dingboy. In fede mia, sono uomini piuttosto svegli.
SHADWELL: Scourers.
Il mondo di Bath fu improvvisamente allietato dalla notizia che Lord Mauleverer si era recato a Beauvale (la bellissima dimora posseduta da quel nobile nei dintorni di Bath), con l'intenzione di tenervi una serie di sontuosi intrattenimenti.
Le prime persone a cui l'allegro conte annunciò il suo “ospitale proposito” furono il signor Brandon e la signorina; si recò a casa loro e dichiarò la sua risoluzione di non andarsene finché Lucy (che era nella sua stanza) non avesse acconsentito a gratificarlo con un colloquio e con la promessa di essere la regina del suo progettato festival. Lucy, tormentata dal padre, scese in salotto, priva di spirito e pallida; e il conte, colpito dal cambiamento del suo aspetto, le prese la mano e fece le sue indagini con una parvenza di gentilezza così interessante e sentita da predisporre il padre per la prima volta a suo favore, e toccò persino la figlia. Così premurosa, inoltre, fu la sua richiesta che ella onorasse i suoi festeggiamenti con la sua presenza, e con una lusinga così abile fu espressa, che il gentiluomo si impegnò a promettere il favore a nome di lei; e quando il conte, dichiarando di non accontentarsi di quella promessa da parte di altri, fece appello a Lucy stessa, il suo rifiuto si sciolse presto in un positivo, sebbene riluttante, assenso.
Deliziato dal suo successo, e più colpito dalla bellezza di Lucy, raffinata com'era dal suo pallore, di quanto lo fosse mai stato prima, Mauleverer lasciò la casa e calcolò, con maggiore precisione di quanto avesse fatto finora, la probabile fortuna che Lucy avrebbe ereditato da suo zio.
Non appena furono emessi gli inviti per la festa di Lord Mauleverer, non si parlò d'altro nei circoli che a Bath la gente amava definire “il Mondo”.
Ma nel frattempo si confezionavano cuffie e scorrevano chiacchiere a Bath; e quando si scoprì che Lord Mauleverer--il bonario Lord Mauleverer, l'obbligante Lord Mauleverer--aveva davvero intenzione di essere esclusivo, e tra mille conoscenti di selezionarne solo ottocento, è sorprendente come la sua popolarità si sia approfondita in rispetto. Ora, dunque, vennero l'ansia e il trionfo; colei che era invitata voltava le spalle a colei che non lo era,--vecchie amicizie si dissolsero,--Independence scriveva lettere per un biglietto,--e, poiché l'Inghilterra è il paese più libero del mondo, tutte le signore Hodge e Snodge imploravano di potersi prendere la libertà di portare le loro figlie più giovani.
Lasciando l'invidiabile Mauleverer,--la causa divina di tanta felicità e dolore, trionfo e abbattimento,--salite con noi, o lettore, in quegli eleganti appartamenti sopra il negozio del parrucchiere, presi in affitto dal signor Edward Pepper e dal signor Augustus Tomlinson. Era l'ora della sera; il Capitano Clifford aveva cenato con i suoi due amici; la tovaglia era stata tolta e la conversazione scorreva su una tavola adornata da due bottiglie di porto, una ciotola di punch per la discussione speciale del signor Pepper, due piatti di nocciole, un altro di biscotti speziati, e un quarto di tre crudità pomariane, che nessuno toccò.
Il focolare era stato spazzato a fondo, il fuoco bruciava alto e chiaro, le tende erano abbassate e la luce esclusa. I nostri tre avventurieri e le loro stanze sembravano il ritratto del comfort. Così pensava il signor Pepper; poiché, guardandosi intorno nella stanza e mettendo i piedi sul parafuoco, disse,--
“Se si dovesse fare il mio ritratto, signori, è proprio così come sono ora che vorrei essere disegnato!”
“E,” disse Tomlinson, rompendo le sue nocciole,--Tomlinson era appassionato di nocciole,--“se dovessi scegliere una casa, è in una casa come questa che vorrei sempre essere acquartierato.”
“Ah, signori,” disse Clifford, che era rimasto silenzioso per un po', “è più che probabile che entrambi i vostri desideri possano essere ascoltati, e che possiate essere disegnati, squartati, e anche qualcos'altro, proprio nel luogo che meritate!”
“Bene,” disse Tomlinson, sorridendo dolcemente, “sono felice di sentirvi scherzare di nuovo, Capitano, anche se a nostre spese.”
“Spese!” fece eco Ned; “già, questo è il problema! Chi diavolo deve pagare le spese della nostra cena?”
“E le nostre cene dell'ultima settimana?” aggiunse Tomlinson. “Questa noce vuota sembra di cattivo auspicio; certamente ha una caratteristica grandiosa che somiglia in modo sorprendente alle mie tasche.”
“Heigho!” sospirò Long Ned, rivoltando le tasche del gilet con un gesto significativo, mentre l'esperto Tomlinson, che era amante della poesia lamentosa, indicò i vacua sconsolati, ed esclamò,
“Persino quando le arti più luminose della Moda attirano, Il cuore sconsolato chiede se questa sia gioia!”
“In verità, signori,” aggiunse, depositando solennemente lo schiaccianoci sul tavolo, e posando, come era sua abitudine quando stava per essere illuminante, il dito destro sul palmo sinistro,--“in verità, signori, gli affari si stanno facendo seri per noi, e diventa necessario escogitare immediatamente un mezzo sicuro per ottenere una decente competenza.”
“Sono tormentato in modo sconcertante,” gridò Ned.
“E,” continuò Tomlinson, “nessuna persona di delicatezza ama essere soggetta all'importunità di creditori volgari; dobbiamo quindi raccogliere denaro per la liquidazione dei nostri debiti. Capitano Lovett, o Clifford, come preferiate essere chiamato, facciamo appello a voi affinché ci assistiate in uno scopo così lodevole.”
Clifford volse gli occhi prima sull'uno e poi sull'altro; ma non diede risposta.
“Imprimis,” disse Tomlinson, “che ognuno di noi produca il proprio capitale disponibile; per quanto mi riguarda, sono libero di confessare--perché quale vergogna c'è in quella povertà che i nostri sforzi stanno per alleviare?--che ho solo due ghinee, quattro scellini e tre pence e mezzo!”
“E io,” disse Long Ned, prendendo un ornamento di porcellana dal caminetto e svuotandone il contenuto nella mano, “sono in una condizione ancora più pietosa. Vedete, ho solo tre scellini e una cattiva ghinea. Ho dato la ghinea al cameriere al White Hart ieri; il cane me l'ha riportata oggi, e sono stato costretto a cambiarla con il mio ultimo scellino. Peste colga la cosa! L'ho comprata da un ebreo per quattro scellini, e ho perso una sterlina e cinque nell'affare.”
“La fortuna frustra i nostri piani più saggi,” replicò il moralizzatore Augustus. “Capitano, volete produrre i miseri resti della vostra ricchezza?”
Clifford, ancora silenzioso, gettò una borsa sul tavolo. Augustus la svuotò con cura e contò cinque ghinee; un'espressione di grave sorpresa si posò sulla fronte contemplativa di Tomlinson, e tendendo le monete verso Clifford, disse in tono malinconico,--
“Tutte le tue care creature? Hai detto tutte?”
Uno sguardo di Clifford rispose all'interessante interrogativo. “Questi, dunque,” disse Tomlinson, raccogliendo in mano il bene comune,--“questi, dunque, sono tutti i nostri tesori rimasti!” Mentre parlava, fece tintinnare le monete tristemente nel palmo, e fissandole con aria paterna, esclamò,--
“Ahimè! ignare del loro destino, le piccole vittime giocano!”
“Oh, al diavolo!” disse Ned, “niente sentimentalismi! Veniamo al sodo una volta per tutte. A dire il vero, io, per quanto mi riguarda, sono stanco di questa caccia all'ereditiera, e un uomo può spendere una fortuna nell'inseguimento prima di poterne vincere una.”
“Disperate dunque, positivamente, della vedova che avete corteggiato così a lungo?” chiese Tomlinson.
“Totalmente,” replicò Ned, i cui approcci erano stati limitati esclusivamente alle dame della classe media, e che si era immaginato a un certo punto, come esprimeva con un gioco di parole, sicuro di una cara costola da Cheapside,--“totalmente; era molto gentile con me all'inizio, ma quando ho proposto, mi ha chiesto, con un rossore, le mie 'referenze'. 'Referenze?' ho detto; 'perché, voglio il posto di vostro marito, mia incantatrice, non del vostro servitore!' La dama era inesorabile, disse che non poteva prendermi senza una referenza, ma accennò al fatto che sarei potuto essere l'amante invece dello sposo; e quando ho disprezzato il suggerimento e ho insistito per il parroco, mi ha detto senza mezzi termini, con la sua sfortunata pronuncia cittadina, 'che non mi avrebbe mai accompagnato al capestro!'”
“Ah, ah, ah!” gridò Tomlinson, ridendo. “Si può a stento biasimare la buona signora per questo. L'amore raramente tollera legami così permanenti. Ma non avete nessun'altra signora sott'occhio?”
“Non per il matrimonio,--tutte le strade fuorché quelle per la chiesa!” Mentre questa coppia dissoluta conversava così, Clifford, appoggiato alla pannellatura, li ascoltava con una sensazione di degradazione amara e malata, che fino a pochi giorni prima era stata un'estranea al suo petto. Fu infine destato dal suo silenzio da Ned, che, sporgendosi in avanti e posando la mano sul ginocchio di Clifford, disse bruscamente,--
“In breve, Capitano, dovete guidarci ancora una volta verso la gloria. Abbiamo ancora i nostri cavalli, e tengo la mia maschera nel portafoglio, insieme al mio pettine. Prendiamo la strada domani sera, precipitiamoci attraverso il paese verso Salisbury, e dopo una breve visita in quel vicinato a una banda di miei vecchi amici--ragazzi audaci, che avrebbero fermato il diavolo stesso quando era al lavoro su Stonehenge,--facciamo un giro per Reading e Henley e finiamo con un tuffo a Londra.”
“Avete parlato bene, Ned!” disse Tomlinson, approvando. “Ora, nobile capitano, la vostra opinione?”
“Messieurs,” rispose Clifford, “approvo vivamente la vostra escursione intenzionale, e mi rammarico solo di non poter essere vostro compagno.”
“No! e perché?” gridò il signor Pepper, stupito.
“Perché ho affari qui che lo rendono impossibile; forse, prima di molto, potrò raggiungervi a Londra.”
“No,” disse Tomlinson, “non c'è necessità che noi andiamo a Londra, se volete rimanere qui; né abbiamo bisogno al momento di ricorrere a un espediente così disperato come la strada,--un po' di lavoro tranquillo a Bath servirà al nostro scopo; e per quanto mi riguarda, come ben sapete, amo esercitare il mio ingegno in qualche piano più degno di esso che l'autostrada,--una professione più adatta a un bullo che a un uomo di genio. Pianifichiamo dunque, Capitano, un progetto di arricchimento sulla proprietà di qualche commerciante credulone! Perché ricorrere a misure rozze finché possiamo trovare sciocchi facili?”
Clifford scosse la testa. “Vi confesserò francamente,” disse, “che non posso al momento prendere parte alle vostre imprese; anzi, come vostro capo devo impartirvi i miei ordini positivi di astenervi da ogni esercizio dei vostri talenti a Bath. Rubate, se volete: il mondo è davanti a voi; ma questa città è sacra.”
“Corpo di mille!” gridò Ned, arrossendo, “ma questo è troppo. Non mi lascerò dettare ordini in questo modo.”
“Ma, signore,” rispose Clifford, che aveva imparato nella sua professione oligarchica il modo di comandare,--“ma, signore, lo farete, o se ammutinate lascerete il nostro gruppo, e allora il boia non avrà poche possibilità di avervi tra le mani. Via, via! ingrato come sei, cosa saresti senza di me? Quante volte ho già salvato quella tua lunga carcassa dalla corda, e ora avresti la bassezza di ribellarti? Via!”
Sebbene il signor Pepper fosse ancora adirato, si morse il labbro in silenzioso malumore e non permise alla sua passione di averla vinta; mentre Clifford, alzandosi, dopo una breve pausa continuò: “Guardate, signor Pepper, conoscete i miei ordini; considerateli perentori. Vi auguro successo e abbondanza! Addio, signori!”
“Ci lasciate già?” gridò Tomlinson. “Siete offeso.”
“Certamente no!” rispose Clifford, ritirandosi verso la porta. “Ma un impegno altrove, sapete!”
“Già, vi ho capito,” disse Tomlinson, seguendo Clifford fuori dalla stanza e chiudendo la porta dietro di sé. “Già, vi ho capito!” aggiunse, sussurrando, mentre fermava Clifford in cima alle scale. “Ma ditemi, come procedete con l'ereditiera?”
Soffocando quella sensazione al cuore che rendeva Clifford, spericolato com'era, infuriato e vergognoso, ogni volta che dalle labbra dei suoi compagni usciva una qualsiasi allusione a Lucy Brandon, il capo rispose: “Temo, Tomlinson, di essere già sospettato dal vecchio gentiluomo! All'improvviso mi evita, chiude la sua porta contro di me; la signorina Brandon non va da nessuna parte, e anche se lo facesse, cosa potrei aspettarmi da lei dopo questo improvviso cambiamento nel padre?”
Tomlinson sembrò smarrito e scombussolato. “Ma,” disse, dopo un momento di silenzio, “perché non mostrare una buona faccia alla faccenda, andare dal gentiluomo e chiedergli il motivo della sua scortesia?”
“Perché, guardate, amico mio; sono abbastanza audace con tutti gli altri, ma questa ragazza mi ha reso timido come una fanciulla in tutto ciò che riguarda lei stessa. No, ci sono momenti in cui penso di poter conquistare ogni sentimento egoistico e rallegrarmi per il suo bene che mi sia sfuggita. Potessi vederla ancora una volta, potrei--sì! sento--sento che potrei--rinunciare a lei per sempre!”
“Humph!” disse Tomlinson; “e che ne sarà di noi? Davvero, mio capitano, il vostro senso del dovere dovrebbe portarvi a sforzarvi; i vostri amici muoiono di fame davanti ai vostri occhi, mentre voi temporeggiate riguardo alla vostra amante. Non avete viscere per l'amicizia?”
“Tregua con queste sciocchezze!” disse Clifford, arrabbiato.
“È senso,--sobrio senso,--e tristezza pure,” replicò Tomlinson. “Ned è scontento, i nostri debiti sono imperiosi. Supponiamo, ora,--supponiamo soltanto,--che facciamo un balzo al chiaro di luna da Bath, dirà bene di voi che lasciamo indietro? Eppure dobbiamo farlo, se non escogitate qualche metodo per riempire le nostre borse. O, dunque, acconsentite a unirvi a noi in un piano adatto ai nostri bisogni, o pagate i nostri debiti in questa città, o fuggite con noi a Londra, e scacciate ogni pensiero di quell'amore che è così raramente amichevole ai progetti dell'ambizione.”
Nonostante il modo in cui Tomlinson fece questa triplice proposta, Clifford non poté che riconoscere il senso e la giustizia in essa contenuti; e uno sguardo alla faccenda fu sufficiente a mostrare quanto rovinosa per il suo carattere, e quindi per le sue speranze, sarebbe stata la fuga dei suoi compagni e il clamore dei loro creditori.
“Parlate bene, Tomlinson,” disse, esitando; “eppure, per la mia vita, non posso aiutarvi in alcun piano che possa disonorarci con la scoperta. Nulla può riconciliarmi con l'apprensione che la signorina Brandon scopra chi e cosa fosse il suo corteggiatore.”
“Mi sento per voi,” disse Tomlinson, “ma date a me e a Pepper almeno il permesso di arrangiarci; confidate nella mia nota prudenza per trovare qualche metodo per sollevare il vento senza creare polvere; in altre parole (questo maledetto Pepper mi rende così volgare!), di depredare il pubblico senza essere scoperti.”
“Non vedo alternative,” rispose Clifford, riluttante; “ma se possibile, state tranquilli per il momento. Portate pazienza con me per qualche giorno ancora, datemi solo il tempo sufficiente per vedere ancora una volta la signorina Brandon, e mi impegnerò a tirarvi fuori dalle vostre difficoltà!”
“Parlato come voi stesso, francamente e nobilmente,” rispose Tomlinson; “nessuno ha una maggiore fiducia nel vostro genio, una volta esercitato, di quanto ne abbia io!”
Così dicendo, la coppia si strinse la mano e si separò. Tomlinson raggiunse il signor Pepper.
“Bene, avete sistemato qualcosa?” disse quest'ultimo.
“Non esattamente; e sebbene Lovett abbia promesso di impegnarsi tra pochi giorni, tuttavia, poiché il pover'uomo è innamorato, e il suo genio sotto una nuvola, ho poca fede nelle sue promesse.”
“E io non ne ho nessuna!” disse Pepper; “inoltre, il tempo stringe! Pochi giorni!--pochi diavoli! Siamo certamente fiutati qui, e vado in giro come una botte di birra a Natale, sotto l'apprensione oraria di essere stappato!”
“È molto strano,” disse il filosofico Augustus; “ma penso che ci sia un istinto nei commercianti per cui possono riconoscere un mascalzone a prima vista; e non posso ottenere (per quanto io mi vesta bene) più credito con la mia lavandaia di quanto i miei amici Whig possano con la gente.”
“In breve, dunque,” disse Ned, “dobbiamo ricorrere subito alla strada; e dopodomani ci sarà un'eccellente opportunità. Il vecchio conte con il nome difficile dà una colazione, o festa, o qualche tale pagliacciata. Capisco che la gente rimarrà fino a dopo il calar della notte; guardiamo alla nostra opportunità, siamo cavalcati in modo famoso, e qualche carrozza più tardi della fila generale potrebbe fornirci tutto ciò che i nostri cuori possono desiderare!”
“Bravo!” gridò Tomlinson, stringendo calorosamente la mano al signor Pepper; “vi do gioia della vostra ingegnosità, e potete fidarvi di me per fare pace in seguito con Lovett. Qualsiasi impresa che gli sembri galante è sempre ben disposto a perdonarla; e poiché non pratica altro ramo della professione che quello della strada (per il quale confesso che lo ritengo sciocco), sarà più pronto a sorvolare sulle nostre imprese in quella linea che in qualsiasi altra più sottile ma meno eroica.”
“Bene, lascio a voi propiziare il compagno o meno, come preferite; e ora che abbiamo sistemato il punto principale, finiamo il liquore!”
“E,” aggiunse Augustus, prendendo un mazzo di carte dal caminetto, “possiamo nel frattempo fare una partita tranquilla a cribbage per degli scellini.”
“Affare fatto!” gridò Ned, sparecchiando il dessert.
Se i cuori redoubted del signor Edward Pepper, e quell'Ulisse dei ladri, Augustus Tomlinson, battevano forte mentre le ore portavano la festa di Lord Mauleverer, il loro capo non era senza ansia e aspettativa per lo stesso evento. Era non invitato, è vero, alla scena allegra; ma aveva sentito in pubblico che la signorina Brandon, ripresasi dalla sua recente malattia, sarebbe certamente stata lì; e Clifford, straziato dalla suspense, e desideroso ancora una volta, anche se per l'ultima volta, di vedere l'unica persona che avesse mai trafitto la sua anima con un acuto senso dei suoi errori o crimini, risolse di rischiare tutti gli ostacoli e incontrarla da Mauleverer.
«La mia vita», disse, sedendo solo nel suo appartamento, osservando le braci morenti del suo fuoco immobile e letargico, «potrebbe presto giungere al termine; è, in verità, fuori da ogni probabilità che io possa sfuggire a lungo al destino della mia condizione; e quando, come ultima speranza di sollevarmi dal mio stato disperato verso la rispettabilità e la redenzione, venni qui e meditai di procurarmi l'indipendenza attraverso il matrimonio, ero cieco di fronte alla maledetta scelleratezza dell'azione! Felice, dopo tutto, che le mie intenzioni fossero rivolte a colei che così presto e così ardentemente ho imparato ad amare! Se avessi corteggiato chi amavo meno, non avrei forse esitato a ingannarla con il matrimonio. Così com'è... beh, è ozioso per me pensare in questo modo alla mia risoluzione, quando non ho nemmeno l'opzione di scegliere; quando suo padre, forse, ha già sollevato il velo dalle mie presunte dignità, e la figlia già si ritrae inorridita dal mio nome. Eppure la vedrò! Guarderò ancora una volta quel volto angelico, udirò dalle sue stesse labbra la confessione del suo disprezzo, vedrò quell'occhio luminoso lampeggiare d'odio su di me, e potrò poi tornare ancora una volta alla mia fatale carriera, e dimenticare di aver mai rimpianto che fosse iniziata. Eppure, quale altra alternativa avrei potuto avere? Senza amici, senza casa, senza nome... un orfano, peggio che un orfano... figlio di una prostituta, padre persino ignoto; eppure tormentato da precoci aspirazioni e inquietudine, e da un barlume di conoscenza, e da una brama assoluta per tutto ciò che sembrava intraprendenza... quale meraviglia che io abbia scelto qualsiasi cosa piuttosto che il lavoro quotidiano e la perenne contumelia? Dopo tutto, la colpa è della fortuna e del mondo, non mia! Oh, Lucy! se solo fossi nato nella tua sfera, se solo avessi posseduto il titolo per meritarti, cosa non avrei fatto, osato e conquistato per amor tuo!»
Tali, o simili a questi, erano i pensieri di Clifford durante l'intervallo tra la sua risoluzione di vedere Lucy e il momento di attuarla. I pensieri non erano di natura piacevole, sebbene eccitante; né erano molto leniti dall'ingegnosa occupazione di ingannare se stesso credendo che, se era un brigante di strada, fosse interamente colpa delle strade.
CAPITOLO XXI.
Sogno. Lasciatemi solo vederla, caro Leontins. Humorous Lieutenant.
Hempskirke. Era il tizio, di certo. Wolfort. Chi sei, furfante? Beggar's Bush.
O tu spirito divino che bruci in ogni petto, incitando ciascuno col sublime desiderio di apparire raffinato; che sproni i grandi a diventare piccoli per sembrare più grandi, e che spingi una duchessa a mendicare un insulto in cambio di una referenza... tu che ti compiaci di così tante forme, multiforme eppure identico; spirito che rendi spregevole l'alto, e il nobile più meschino del suo valletto; ugualmente grande sia che tu inganni un amico o che tu pugnali un padre; che vernici tutto ciò che tocchi con una brillante volgarità che i tuoi devoti immaginano essere oro... tu che spedisci i pochi ai balli alla moda e i molti ai romanzi alla moda; che colpisci persino il Genio come la Follia, facendo sì che i favoriti degli dei si vantino di una conoscenza che non hanno con le grazie di una nobiltà da fungo, piuttosto che della sapienza che hanno delle Muse di un eterno Elicona... tu che non lasci nel grande oceano dei nostri costumi alcun lembo asciutto per il piede dell'indipendenza; che stanchi l'occhio stanco con un panorama mobile e avvolgente di bassezze imbrattate, e che polverizzi le anime dei britannici nati liberi in una polvere più minuta degli angeli che danzano a miriadi sulla punta di uno spillo... chiunque tu sia, o spirito, che tu ti definisca Moda o Ton, o Ambizione o Vanità o Adulazione o Ipocrisia o qualsiasi altro titolo ugualmente alto e sublime... volesse il cielo che dalle tue ali potessimo ottenere anche solo una singola piuma! Volentieri descriveremmo, con tono consono, i festeggiamenti di quel memorabile giorno in cui il benevolo Lord Mauleverer ricevette e benedisse l'ammirato universo di Bath.
Ma per essere meno poetici, come dicono certi scrittori quando hanno scritto sciocchezze... ma per essere meno poetici e più esatti, il mattino, sebbene nel cuore dell'inverno, era luminoso e limpido, e Lord Mauleverer si sentiva particolarmente in salute. Nulla avrebbe potuto essere pianificato meglio dell'insieme dei suoi preparativi. A differenza di quelli che solitamente vengono scelti per l'esplicita ragione di essere quanto più estranei possibile alla natura del nostro clima, tutti quelli di Lord Mauleverer furono resi adatti a un'atmosfera groenlandese. I templi e i padiglioni estivi, disseminati nei giardini, furono allestiti, alcuni come capanne eschimesi, altri come padiglioni russi; i fuochi venivano mantenuti con cura; Mauleverer si assicurò che i musicisti avessero tutto il vino che desideravano; furono collocati abilmente in punti dove non erano visti, ma dove potevano essere uditi. Furono eretti uno o due edifici temporanei per chi amava ballare; e poiché Mauleverer, calcolando male i principi della natura umana, pensò che i gentiluomini potessero essere avversi all'esibizione ostentata, aveva ingaggiato persone per pattinare minuetti e figure a otto sui suoi laghi, per il divertimento di coloro che amavano il pattinaggio. Tutte le persone che avessero avuto la cortesia di vestirsi con costumi strani e di fare rumori bizzarri, che chiamavano canto, il conte le aveva accuratamente ingaggiate e piazzate nei posti migliori per farle sembrare ancora più strane di quanto non fossero.
C'era anche abbondanza da mangiare, e più che abbondanza da bere. Mauleverer sapeva bene che i nostri compatrioti e le nostre compatriote, qualunque sia il loro rango, amano vedere i propri spiriti esaltati. In breve, l'intero déjeuner fu così mirabilmente congegnato che era probabile che gli ospiti non sembrassero molto più malinconici durante i divertimenti di quanto non avrebbero fatto se fossero stati altrimenti impegnati a un funerale.
Lucy e il gentiluomo di campagna furono tra i primi arrivi. Mauleverer, avvicinandosi al padre e alla figlia con il suo fare più cortese, insistette per prendere quest'ultima sotto la propria scorta, facendole da cicerone attraverso la serie dei preparativi.
Man mano che la folla si infittiva, e si osservava quanto galanti fossero le attenzioni testimoniate verso Lucy dal padrone di casa, molti e invidiosi furono i sussurri degli ospiti! Quei bravi cittadini, naturalmente irritati al pensiero che due individui potessero sposarsi, si divisero in due fazioni: una insultava Lucy, l'altra Lord Mauleverer; la prima denigrava la sua astuzia, la seconda la sua follia. «Pensavo che avrebbe giocato bene le sue carte, creatura ingannevole!» diceva la prima. «Gennaio e Maggio», mormorava l'altra; «l'uomo ha sessant'anni!» Era notevole che la fazione contro Lucy fosse composta principalmente da signore, quella contro Mauleverer da uomini; quel comportamento deve essere davvero odioso se attira l'indignazione del proprio sesso!
Inconsapevole dei suoi crimini, Lucy avanzava, appoggiata al braccio dell'affascinante conte, e sorrideva languidamente, con il cuore lontano, ai suoi tentativi di divertirla. C'era qualcosa di interessante nel puro contrasto della coppia; così toccante appariva la bellezza della giovane ragazza, con la sua guancia delicata, la figura virginale, la palpebra abbassata e la quieta semplicità dell'aria, in confronto al volto mondano e alla grazia artificiale del suo compagno.
Dopo qualche tempo, mentre si trovavano in una parte appartata dei giardini, Mauleverer, osservando che nessuno era nei paraggi, entrò in una capanna rustica; e così affascinato era in quel momento dalla bellezza della sua ospite, e così opportuna gli sembrava l'occasione per la sua confessione, che a stento represse l'ammissione che saliva alle sue labbra, e adottò il piano più prudente di sondare e preparare, per così dire, la strada.
«Non posso dirle, mia cara signorina Brandon», disse, premendo leggermente la bella mano appoggiata al suo braccio, «quanto io sia felice di vederla ospite... regina, piuttosto... di casa mia! Ah! potesse il fiore della giovinezza tornare con i suoi sentimenti! Il tempo non è mai così crudele come quando, mentre ci ruba il potere di piacere, ci lascia in pieno vigore l'infelice privilegio di essere affascinati!»
Mauleverer si aspettava almeno una contraddizione arrossita all'implicita applicazione di un sentimento così toccante; ne rimase deluso. Lucy, meno attenta del solito al sentimentale, o al suo opposto, percepì a stento il suo significato, e rispose semplicemente che era molto vero. «Questo succede a essere, come il mio amico Burke, troppo raffinati per il proprio pubblico», pensò Mauleverer, sussultando un po' per l'inaspettata risposta. «Eppure!» riprese, «non vorrei rinunciare al mio potere di ammirare, futile, anzi, doloroso com'è. Anche ora, mentre la guardo, il mio cuore mi dice che il piacere che provo, è in suo potere spegnerlo all'istante e per sempre nella miseria; ma mentre me lo dice, io guardo!»
Lucy sollevò gli occhi, e qualcosa della sua naturale vivacità giocò nella loro espressione.
«Credo, milord», disse, allontanandosi dalla capanna, «che sarebbe meglio unirsi ai vostri ospiti: i muri hanno orecchie; e quale sarebbe il rimorso del gaio Lord Mauleverer se sentisse di nuovo dei suoi bei complimenti a...»
«Alla persona più affascinante d'Europa!» esclamò Mauleverer, con veemenza; e la mano che prima aveva sfiorato ora la strinse. In quell'istante Lucy vide di fronte a sé, seminascosta da un boschetto di sempreverdi, la figura di Clifford. Il suo viso, che sembrava pallido e smunto, non era rivolto verso il punto in cui lei si trovava, ed evidentemente non percepiva né Mauleverer né lei stessa; eppure così grande fu l'effetto che questo scorcio di lui produsse su Lucy, che tremò violentemente e, emettendo inconsciamente un debole grido, ritrasse la mano da Mauleverer.
Il conte sussultò e, cogliendo l'espressione dei suoi occhi, si voltò istantaneamente verso il punto in cui il suo sguardo sembrava fissato. Non aveva udito il fruscio dei rami, ma vide, con la sua abituale prontezza di osservazione, che tremavano ancora, come se fossero stati appena spostati; e colse attraverso i loro interstizi il barlume di una figura che si allontanava. Scattò in avanti con un'agilità molto insolita per i suoi soliti movimenti; ma prima di raggiungere il boschetto, ogni traccia dell'intruso era svanita.
Che schiavi siamo del momento! Mentre Mauleverer tornava indietro per ricongiungersi a Lucy, che, agitata quasi fino allo svenimento, si appoggiava alla rozza parete della capanna, avrebbe pensato più presto a volare che a fare quella generosa offerta di sé, ecc., che l'istante prima ardeva dal desiderio di rendere a Lucy. I vanitosi sono sempre sensibilmente gelosi; e Mauleverer, ricordando Clifford e i rossori di Lucy nel ballare con lui, attribuì istantaneamente la sua agitazione alla sua causa. Con aria molto grave si avvicinò all'oggetto della sua recente adorazione e chiese di sapere se non fosse stato qualche brusco intruso a causare il suo allarme. Lucy, sapendo a stento cosa dicesse, rispose a bassa voce che lo era stato davvero, e pregò di ricongiungersi immediatamente al padre. Mauleverer offrì il braccio con grande dignità; e la coppia passò nella parte frequentata dei giardini, dove Mauleverer tornò a illuminarsi di sorrisi e cortesia verso tutti coloro che lo circondavano.
«È certamente accettato!» disse il signor Shrewd a Lady Simper.
«Che immenso partito per la ragazza!» fu la replica di Lady Simper.
Tra la musica, la danza, la folla, il rumore, Lucy trovò facile riprendersi; e sciogliendo il braccio da Lord Mauleverer, non appena scorse suo padre, si ricongiunse al gentiluomo e rimase un'ascoltatrice paziente dei suoi commenti finché, a giorno inoltrato, divenne una cosa sottintesa che ci si aspettasse che la gente andasse in una lunga sala per mangiare e bere. Mauleverer, ora attento ai doveri della sua posizione, e sentendosi estremamente arrabbiato con Lucy, fu più riconciliato di quanto altrimenti avrebbe potuto essere con l'etichetta che lo obbligava a selezionare come oggetto delle sue premure ospitali una vecchia duchessa vedova invece della bellezza della festa; ma si prese cura di indicare al gentiluomo i posti assegnati a lui e alla figlia, che erano, sebbene a una certa distanza dal conte, sotto la provvidenza della sua vigile sorveglianza.
Mentre Mauleverer deificava la duchessa vedova e rinfrescava i suoi spiriti con un pollo e un bicchiere medicinale di madeira, la conversazione vicino a Lucy virò, con suo infinito sgomento, su Clifford. Qualcuno lo aveva visto nei giardini, stivalato e in un abbigliamento da cavallerizzo (a quei tempi la gente raramente cavalcava e ballava con la stessa foggia di cappotto); e poiché Mauleverer era una persona precisa su quelle piccole questioni di etichetta, questa negligenza di Clifford divenne un vero e proprio argomento di discussione. A poco a poco la conversazione si trasformò nel vecchio interrogativo su chi fosse questo Capitano Clifford; e proprio mentre raggiungeva quel punto, giunse anche alle orecchie leggermente sorde di Lord Mauleverer.
«Vi prego, milord», disse la vecchia duchessa, «poiché è uno dei vostri ospiti, voi, che sapete chi e cosa è ognuno, potete forse informarci della vera famiglia di questo bellissimo signor Clifford?»
«Uno dei miei ospiti, avete detto?» rispose Mauleverer, irritato grandemente oltre la sua solita quiete di modi. «Davvero, vostra grazia mi fa torto. Potrebbe essere ospite del mio valletto, ma assicuratamente non è il mio; e se dovessi incontrarlo, lascerò al mio valletto il compito di dargli il congedo oltre all'invito!»
Mauleverer, alzando la voce mentre osservava dall'altra parte del tavolo un alternarsi di pallore e rossore sul volto di Lucy, che pungeva tutte le passioni più rabbiose, generalmente torpide in lui, fino al veleno, si guardò intorno, concludendo, con un'aria altezzosa e sarcastica. Così alto era stato il suo tono, così pungente l'insulto, e così morto il silenzio al tavolo mentre parlava, che tutti sentirono che l'offesa doveva essere portata immediatamente all'udito di Clifford, qualora fosse stato nella stanza. E dopo che Mauleverer ebbe cessato, ci fu un'universale nervosa e indistinta aspettativa di una risposta e di una scena; tutto era immobile, e divenne presto certo che Clifford non era nell'appartamento. Quando il signor Shrewd si fu pienamente convinto di questo fatto... poiché c'era uno spirito audace in Clifford che pochi desideravano attirare su di sé... quel personaggio ruppe la pausa osservando che nessun uomo che pretendesse di essere un gentiluomo si sarebbe intrufolato, non invitato e sgradito, in alcuna società; e Mauleverer, cogliendo l'osservazione, disse (bevendo vino nello stesso momento con il signor Shrewd) che indubbiamente un tale comportamento giustificava pienamente le voci riguardanti il signor Clifford, ed escludeva totalmente lui da quel rango al quale, in precedenza, si sospettava più che altro non avesse alcun diritto.
Un'opinione così luminosa e soddisfacente da una tale autorità, una volta avanzata, fu immediatamente e universalmente riecheggiata; e molto prima che il banchetto fosse finito, sembrò essere tacitamente convenuto che il Capitano Clifford dovesse essere mandato in esilio, e se avesse mormorato contro l'esilio, non avrebbe avuto alcun diritto di insistere per essere mandato da lì al diavolo.
Il buon vecchio gentiluomo, memore della sua precedente amicizia per Clifford, e non incline a cambiare rotta, stava per iniziare un discorso sull'occasione, quando Lucy, toccandogli il braccio, lo implorò di tacere; e così spettrale fu il pallore della sua guancia mentre parlava, che gli occhi del gentiluomo, ottusi come generalmente era, si aprirono all'istante al vero segreto del suo cuore. Non appena la verità gli balenò davanti, si meravigliò, ricordando la grande bellezza personale di Clifford e le marcate attenzioni, che non gli fosse balenata davanti prima; e appoggiandosi allo schienale della sedia, sprofondò in una delle più spiacevoli fantasticherie che avesse mai concepito.
A un dato segnale la musica per i danzatori ricominciò, e a un accenno in tal senso dal padrone di casa, le persone si alzarono senza cerimonie per riparare ad altri divertimenti, e lasciare che gli ospiti che finora erano stati esclusi dal mangiare occupassero il posto dei rinunciatari. Lucy, lieta di scappare, fu una delle prime a rassegnare la sua posizione, e col gentiluomo tornò nei giardini. Durante il banchetto, la sera era calata, e la scena ora diventava davvero fiabesca e pittoresca; lampade pendevano da molti alberi, riflettendo la luce attraverso le tonalità più ricche e soffici; la musica stessa suonava più musicalmente che durante il giorno; tende da zingari erano montate in angoli selvaggi e boschetti, e i luminosi fuochi di legna che ardevano in esse bruciavano allegramente nell'aria fredda eppure allegra della notte incipiente. La vista era davvero nuova e invitante; e poiché era stata una cosa sottintesa che le signore dovessero portare pellicce, mantelli e stivali, tutte coloro che pensavano di apparire bene in tale assetto formarono piccoli gruppi e si sparsero per i giardini e nelle tende. Coloro, al contrario, in cui «la luce purpurea dell'amore» era incline dal gelo a essere spinta dalle guance verso l'ornamento centrale del viso, o che pensavano che un fuoco in una stanza fosse piacevole quanto un fuoco in una tenda, rimasero dentro, e contemplarono la scena attraverso le finestre aperte.
Lucy desiderava tornare a casa, né il gentiluomo era riluttante; ma, sfortunatamente, mancava un'ora al momento in cui la carrozza era stata ordinata, e lei si unì meccanicamente a un gruppo di ospiti che avevano convinto il bonario gentiluomo a dimenticare la sua gotta e ad avventurarsi fuori per guardare le illuminazioni. Il suo gruppo fu presto raggiunto da altri, e il gruppo si infittì gradualmente fino a diventare una folla; la folla rimase ferma per alcuni minuti davanti a un piccolo tempio nel quale i fuochi d'artificio avevano appena iniziato un'attrazione aggiuntiva alla scena. Di fronte a questo tempio, così come sul suo retro, i vialetti e gli alberi erano stati lasciati deliberatamente in relativa oscurità, al fine di aumentare l'effetto dei fuochi d'artificio.
«Dichiaro», disse Lady Simper, guardando lungo uno dei vicoli che sembravano allungarsi nel buio... «dichiaro che sembra proprio un viale degli innamorati. Che gentilezza in Lord Mauleverer!... una tale delicata attenzione...»
«Per vostra signoria!» aggiunse il signor Shrewd, con un inchino. Mentre, una di questa folla, Lucy osservava distrattamente le lunghe scie di luce che di tanto in tanto sfrecciavano contro il cielo, sentì la mano afferrata improvvisamente, e allo stesso tempo una voce sussurrò: «Per l'amor di Dio, legga questo ora e accolga la mia richiesta!»
La voce, che sembrava levarsi dal cuore stesso di chi parlava, Lucy la riconobbe immediatamente; tremò violentemente e rimase per alcuni minuti con gli occhi che non osavano guardare da terra. Sentì che un biglietto le era stato lasciato in mano; e il tono agonizzante e sincero di quella voce, che le era più caro della pienezza di tutta la musica, la rendeva impaziente eppure timorosa di leggerlo. Mentre riprendeva coraggio, si guardò intorno, e vedendo che l'attenzione di tutti era concentrata sui fuochi d'artificio, e che suo padre in particolare, appoggiato al suo bastone, sembrava godersi lo spettacolo con la gioia assorta di un bambino, scivolò via dolcemente e, entrando non vista in uno dei vicoli, lesse, alla luce di una lampada solitaria che ardeva al suo ingresso, le seguenti righe, scritte a matita e in modo frettoloso, apparentemente su un foglio strappato da un taccuino:--
La imploro, la supplico, signorina Brandon, di vedermi, se solo per un momento. Mi propongo di strapparmi via dal luogo in cui risiede, di andare all'estero, di lasciare persino il punto santificato dal suo passo. Dopo questa notte la mia presenza, la mia presunzione, non la degraderanno più. Ma questa notte, per l'amor del cielo, mi veda, o impazzirò! Le parlerò solo un istante: questo è tutto ciò che chiedo. Se mi concede questa preghiera, il viale a sinistra dove si trova, all'ingresso del quale c'è una lampada viola, offrirà un'opportunità alla sua misericordia. Pochi passi lungo quel viale la incontrerò... nessuno può vederci o sentirci. Mi concederà questo? Non lo so, non oso pensare; ma in ogni caso, il suo nome sarà l'ultimo sulle mie labbra. P. C.
Mentre Lucy leggeva questo scartafaccio frettoloso, lanciò uno sguardo verso il lampione sopra di lei e vide che era entrata per caso proprio nel viale indicato nel messaggio. Si fermò, esitò; l'improprietà, la singolarità della richiesta la colpirono all'istante; d'altro canto, la voce ansiosa che ancora le risuonava nelle orecchie, l'incoerente veemenza del biglietto, il rischio, l'obbrobrio che Clifford aveva corso solo – le sussurrò il cuore – per vederla, tutto concorreva, insieme al suo temperamento semplice, ai suoi sentimenti gentili e al suo amore per il richiedente, a indurla ad acconsentire. Lanciò un'occhiata alle spalle: tutti sembravano occupati con pensieri ben lontani dal badare a lei; guardò ansiosamente davanti a sé: tutto appariva cupo e indistinto; ma improvvisamente, a poca distanza, scorse una figura scura in movimento. Sentì le ginocchia tremare, il cuore battere violentemente; fece qualche passo avanti, si fermò di nuovo e si guardò indietro. La figura davanti a lei si muoveva come per avvicinarsi; riprese coraggio e avanzò: la figura era al suo fianco.
“Quanto è generosa, quanto è condiscendente questa bontà in Miss Brandon!” disse la voce, che lottava così tanto con un'emozione segreta e forte che Lucy la riconobbe a stento come quella di Clifford. “Non osavo sperarlo; e ora... ora che vi incontro...” Clifford esitò, come cercando le parole; e Lucy, anche attraverso l'oscurità, percepì che il suo strano compagno era potentemente eccitato; attese che continuasse, ma osservando che egli camminava in silenzio, disse, sebbene con voce tremante: “Davvero, Mr. Clifford, temo che sia molto, molto sconveniente da parte mia incontrarvi così; nient'altro che le forti espressioni nella vostra lettera... e... e... insomma, il mio timore che meditaste qualche disegno disperato, che non potevo indovinare, mi ha spinta a cedere al vostro desiderio di un colloquio.” Si fermò e, continuando Clifford a mantenere il silenzio, aggiunse, con un po' di freddezza nel tono: “Se avete davvero qualcosa da dirmi, dovete permettermi di chiedervi di parlare in fretta. Questo incontro, dovete esserne consapevole, dovrebbe finire quasi non appena inizia.”
“Ascoltatemi, dunque!” disse Clifford, padroneggiando il suo imbarazzo e parlando con voce ferma e chiara; “è vero quello che ho appena sentito... è vero che si è parlato di me in vostra presenza con termini di insulto e affronto?”
Toccò ora a Lucy sentirsi in imbarazzo; timorosa di dare dolore, eppure ansiosa che Clifford sapesse, per poter smentire, lo scherno e il sospetto che il mistero attorno a lui attirava sul suo nome, tentennò tra i due sentimenti e, senza soddisfare il secondo, riuscì a realizzare il timore del primo.
“Basta!” disse Clifford, con un tono di profonda mortificazione, mentre il suo orecchio attento coglieva e interpretava, ancora più umiliantemente della verità, il significato della sua risposta balbettante e confusa: “basta! Vedo che è vero, e che l'unico essere umano al mondo alla cui buona opinione non sono indifferente è stato testimone del modo offensivo in cui altri hanno osato parlare di me!”
“Ma,” disse Lucy, con fervore, “perché dare agli invidiosi o agli oziosi qualsiasi scusa? Perché non permettere che la vostra origine e la vostra famiglia siano pubblicamente note? Perché siete qui” – e la sua voce scese su un tono più basso – “proprio oggi, non invitato, e quindi soggetto alle cavillazioni di tutti coloro che ritengono la povera distinzione di un invito un onore? Perdonatemi, Mr. Clifford; forse vi offendo. Vi ferisco parlando così francamente; ma il vostro buon nome dipende da voi stesso, e i vostri amici non possono che essere irritati dal fatto che voi giochiate con esso.”
“Madama,” disse Clifford; e gli occhi di Lucy, ormai abituatisi all'oscurità, percepirono un sorriso amaro sulle sue labbra, “il mio nome, buono o cattivo che sia, è oggetto di poca cura per me. Ho letto di filosofi che si vantano di non dare alcun valore alle opinioni del mondo. Annoveratemi tra quella setta. Ma io sono... confesso di esserlo... ansioso che voi sola, tra tutto il mondo, non mi disprezziate; e ora che sento che lo fate, che dovete farlo, tutto ciò per cui valga la pena vivere o sperare è passato!”
“Disprezzarvi!” disse Lucy, e i suoi occhi si riempirono di lacrime; “davvero mi fate torto, e lo fate a voi stesso. Ma ascoltatemi, Mr. Clifford. Ho visto, è vero, poco del mondo, eppure ho visto abbastanza da farmi desiderare di poter vivere per sempre in ritiro. La qualità più rara tra i due sessi, sebbene sia la più semplice, mi sembra la bontà d'animo; e l'unica occupazione di quelli che vengono definiti 'gente alla moda' sembra essere quella di parlar male l'uno dell'altro. Niente dà tanto sfogo allo scandalo quanto il mistero; niente lo disarma come la franchezza. Io so, i vostri amici sanno, Mr. Clifford, che il vostro carattere può sostenere un esame; e io credo, per parte mia, lo stesso della vostra famiglia. Perché non dichiarare allora chi e cosa siete?”
“Quella franchezza sarebbe davvero la mia migliore difesa,” disse Clifford, con un tono che risuonò sgradevolmente all'orecchio di Lucy; “ma in verità, madama, ripeto, non mi importa una goccia di questo sangue senza valore cosa dicano gli uomini di me: quel tempo è passato, e per sempre; forse non è mai esistito intensamente per me... non importa. Sono venuto qui, Miss Brandon, senza sprecare un pensiero su queste nauseanti follie, o sull'ozioso canuto da cui sono offerte. Sono venuto qui solo per vedervi ancora una volta, per sentirvi parlare, per guardarvi muovere, per dirvi” – e la voce di chi parlava tremava, tanto da essere appena udibile – “per dirvi, se si presentasse una qualsiasi ragione per la rivelazione, che ho avuto l'audacia, il crimine, di amare... di amare... O Dio! di adorarvi; e poi di lasciarvi per sempre!”
Pallida, tremante, salvata a stento dal cadere dall'albero contro cui si appoggiava, Lucy ascoltò questa brusca confessione. “Oso toccare questa mano?” continuò Clifford, mentre si inginocchiava e la prendeva timidamente e con riverenza. “Non sapete, non potete immaginare, quanto sia indegno colui che così presume; eppure non del tutto indegno, finché è consapevole di un sentimento così profondo, così santo come quello che nutre per voi. Dio vi benedica, Miss Brandon! Lucy, Dio vi benedica! E se in futuro mi sentirete soggetto a sospetti ancora più neri o a un esame più severo di quello che ora sostengo; se anche la vostra carità e bontà non riusciranno a trovare una difesa per me; se il sospetto diventerà certezza e l'esame finirà in condanna... credete almeno che le circostanze mi abbiano trascinato oltre la mia natura, e che sotto auspici migliori sarei potuto essere diverso da come sono!”
La lacrima di Lucy cadde sulla mano di Clifford mentre parlava; e mentre il suo cuore si scioglieva dentro di lui sentendola e conoscendo la sua propria disperata e non redenta condizione, aggiunse:
“Tutti vi corteggiano... i superbi, i ricchi, i giovani, i nobili... tutti sono ai vostri piedi! Sceglierete uno di quel numero come vostro marito; possa egli vegliare su di voi come avrei fatto io! Amarvi come vi amo io, non può! Sì, lo ripeto,” continuò Clifford, con veemenza, “non può! Nessuno tra l'allegra, felice, serica folla dei vostri pari e seguaci può provare per voi quella passione singolare e predominante che fa di voi per me ciò che tutto il resto unito... patria, potere, ricchezza, reputazione, un nome onesto, pace, sicurezza comune, la quiete dell'aria comune – sono, come bene minimo e massimo, per tutti gli altri! Ancora una volta, possa Dio in cielo vegliare su di voi e preservarvi! Mi strappo, lasciandovi, da tutto ciò che allieta, o benedice, o innalza, o avrebbe potuto salvarmi! Addio!”
La mano che Lucy aveva abbandonato al suo strano pretendente fu premuta ardentemente sulle sue labbra, lasciata cadere nello stesso istante, ed ella seppe di essere di nuovo sola.
Ma Clifford, affrettandosi rapidamente tra gli alberi, si diresse verso il cancello più vicino che conduceva fuori dal dominio di Lord Mauleverer; quando lo raggiunse, una folla di ospiti più anziani occupava l'ingresso, e una di questi era una dama di tale distinzione che Mauleverer, nonostante la sua avversione per qualsiasi superflua esposizione all'aria notturna, si era obbligato ad accompagnarla alla carrozza. Era di pessimo umore per quella costretta cortesia, specialmente perché la carrozza tardava molto a liberarlo dal suo incarico, quando vide, alla luce del lampione, Clifford passare vicino a lui e farsi strada verso il cancello. Dimenticando del tutto la sua prudenza mondana, che avrebbe dovuto renderlo avverso a scene con chiunque, specialmente con un nemico in fuga, e un uomo con il quale, se credeva bene, poca gloria c'era da guadagnare nel conquistare, e molto meno nel contrastare; e ricordando solo la rivalità di Clifford e il proprio odio verso di lui per la presunzione, Mauleverer, mormorando una frettolosa scusa alla dama al suo braccio, fece un passo avanti e, opponendosi al progresso di Clifford, disse, con un inchino di tranquillo insulto: “Mi perdoni, signore, ma è su mio invito o su quello di uno dei miei servitori che mi ha onorato della sua compagnia quest'oggi?”
I pensieri di Clifford al momento di questa interruzione erano di quella natura davanti alla quale tutte le meschine sfortune si riducono a nulla; se, dunque, sussultò per un momento all'indirizzo del conte, non tradì alcun imbarazzo nella risposta, ma inchinandosi con aria di rispetto, e non prestando attenzione all'affronto implicito nel discorso di Mauleverer, rispose:
“Vostra signoria non ha che da degnarsi di dare un'occhiata al mio abbigliamento per vedere che non mi sono intrufolato nei vostri possedimenti con l'intenzione di reclamare la vostra ospitalità. Il fatto è, e confido nella cortesia di vostra signoria perché ammetta la scusa, che lascio questo vicinato domani, e per un bel po' di tempo. Una persona che ero molto ansioso di vedere prima di partire era uno degli ospiti di vostra signoria; l'ho saputo e sapevo che non avrei avuto altra opportunità di incontrare la persona in questione prima della mia partenza; e ora devo affidarmi alla nota cortesia di Lord Mauleverer per perdonare una libertà che nasce da un affare che si avvicina molto a una necessità.”
L'indirizzo di Lord Mauleverer a Clifford aveva radunato un'immediata folla di ascoltatori ansiosi e in attesa; ma così tranquillamente rispettosi e veramente signorili erano l'aria e il tono di Clifford nello scusarsi, che l'intera folla fu colpita da un'improvvisa delusione.
Lord Mauleverer stesso, sorpreso dal temperamento e dal portamento dell'ospite non invitato, fu in difficoltà per un momento; e Clifford stava per approfittare di quel momento e scivolare via, quando Mauleverer, con un secondo inchino, più civile del precedente, disse:
“Non posso non essere felice, signore, che il mio povero posto vi abbia offerto qualsiasi comodità; ma se non sono troppo impertinente, mi permetterete di chiedere il nome del mio ospite con il quale avete richiesto un incontro?”
“Mio signore,” disse Clifford, raddrizzandosi e parlando gravemente e severamente, sebbene ancora con una certa deferenza, “non ho certo bisogno di far notare al buon senso e al buon sentimento di vostra signoria che la vostra stessa domanda implica un dubbio, e di conseguenza un affronto, e che il tono di essa non è tale da giustificare da parte mia quella concessione che l'ulteriore spiegazione che richiedete implicherebbe!”
Pochi sarcasmi parlati potevano essere così amari come quello silenzioso che Mauleverer poteva comandare con un sorriso, e con questa espressione complimentosa sulle sue labbra sottili e sulla fronte sollevata, il conte rispose: “Signore, onoro l'abilità testimoniata dalla vostra risposta; deve essere il risultato di una profonda esperienza in questi affari. Vi auguro, signore, una buona notte; e la prossima volta che mi favorirete con una visita, sono certo che i vostri motivi per concedermi tale indulgenza non saranno meno degni di voi di quanto lo siano attualmente.”
Con queste parole Mauleverer si voltò per raggiungere la sua bella dama. Ma Clifford era un uomo che aveva visto in breve tempo molto del mondo e conosceva abbastanza bene le teorie della società, se non la pratica dei suoi dettagli; inoltre, era di temperamento acuto e risoluto, e queste proprietà della mente, naturali e acquisite, gli dicevano che si trovava ora in una situazione in cui era diventato più necessario sfidare che conciliare. Invece dunque di ritirarsi, camminò deliberatamente verso Mauleverer e disse:
“Mio signore, lascerò al giudizio dei vostri ospiti decidere se avete agito da nobile e da gentiluomo nel fare così, nei vostri domini, insultando uno che vi ha dato tale spiegazione della sua intrusione da giustificarlo pienamente agli occhi di tutte le persone premurose o cortesi. Lascerò anche a loro decidere se il tono della vostra richiesta mi abbia permesso di darvi qualsiasi ulteriore scusa. Ma mi prenderò la responsabilità, mio signore, di esigere da voi un'immediata spiegazione del vostro ultimo discorso.”
“Insolente!” gridò Mauleverer, arrossendo per l'indignazione, e quasi per la prima volta in vita sua perdendo il controllo assoluto sul proprio temperamento; “scambiate parole con me? Andatevene, o ordinerò ai miei servitori di sbattervi fuori!”
“Andatevene, signore! Andatevene!” gridarono diverse voci in eco a Mauleverer, da parte di quelle persone che ritenevano fosse ormai giunto il tempo di schierarsi con il potente.
Clifford mantenne la sua posizione, guardandosi intorno con uno sguardo di rabbioso e provocatorio disprezzo, che, unito alla sua corporatura atletica, al suo occhio scuro e feroce, e a un pesante frustino da equitazione, che, come meccanicamente, sollevò a metà, impedì efficacemente ai mormoratori di passare alla violenza.
“Povero pretendente all'educazione e al buon senso!” disse, voltandosi con sdegno verso Mauleverer; “con un tocco di questa frusta potrei svergognarvi per sempre, o costringervi a scendere dal livello del vostro rango a quello del mio, e l'azione sarebbe solo un lieve ritorno al vostro linguaggio. Ma preferisco insegnarvi piuttosto che correggervi. Secondo il mio credo, mio signore, vince di più in buona educazione chi più sopporta... il disprezzo mi permette di sopportare! Addio!”
Con ciò, Clifford voltò le spalle e si allontanò a grandi passi. Un mormorio, prossimo a un gemito, da parte della parte più giovane o più sciocca dei parassiti (i maturi e i sensati non hanno emozioni extra da sprecare), lo seguì mentre scompariva.
CAPITOLO XXII.
Fuorilegge. Fermi, signore, e gettateci ciò che avete addosso!
Val. Ruffiani, rinunciate a quel tocco rude e incivile!
I due gentiluomini di Verona.
Lasciando la scena in cui era stato un ospite così sgradito, Clifford si affrettò verso la piccola locanda dove aveva lasciato il suo cavallo. Montò in sella e tornò a Bath. I suoi pensieri erano assenti e lasciò inconsciamente che il cavallo dirigesse il suo corso dove preferiva. Questo fu naturalmente verso il luogo di sosta più vicino che l'animale ricordava; e questo luogo di sosta era presso quella illustre taverna, nei sobborghi della città, in cui abbiamo prima commemorato la rielezione di Clifford alla dignità di capo. Era una casa di reputazione consolidata; e qui si potevano sempre ottenere notizie di uno qualsiasi dei confederati assenti. Questa circostanza, aggiunta all'eccellenza del suo drink, alla sua comodità e alla catena elettrica delle abitudini precoci, la rendeva un ritrovo preferito, anche nonostante i loro attuali inseguimenti gai e alla moda, con Tomlinson e Pepper; e qui, quando Clifford cercava la coppia in orari inopportuni, era per la maggior parte sicuro di trovarli. Mentre le sue meditazioni erano interrotte dall'improvvisa fermata del suo cavallo sotto la nota insegna, Clifford, mormorando una rabbiosa maledizione sull'animale, lo spronò in avanti in direzione della propria casa. Aveva già raggiunto la fine della strada, quando la sua risoluzione sembrò cambiare, e mormorando a se stesso: “Sì, potrei anche organizzare proprio questa notte la nostra partenza!” voltò indietro la testa del cavallo e fu di nuovo alla porta della taverna. Gettò le briglie su una ringhiera di ferro e, bussando con un suono particolare alla porta, fu presto ammesso.
“------ e ------- sono qui?” chiese alla vecchia, mentre entrava, menzionando le parole gergali con cui, tra amici, Tomlinson e Pepper erano solitamente conosciuti.
“Sono andati entrambi a caccia stasera,” rispose la vecchia signora, sollevando la sua candela non smoccolata verso il volto dell'interlocutore con uno sguardo intelligente; “Oliver (la luna) è assonnato, e i ragazzi ne approfitteranno del suo pisolino.”
“Intendete,” rispose Clifford, replicando sullo stesso tono, che ci prendiamo la libertà di parafrasare, “che sono fuori per qualche spedizione vera e propria?”
“Di sicuro,” aggiunse la dama. “Coloro che si attardano sulla strada potrebbero aver bisogno di soldi per la cena!”
“Ha! quale strada?”
“Siete un bel tipo per essere un capitano!” replicò la dama, con un buon sarcasmo nel tono. “Perché, il Capitano Gloak, pover'uomo! conosceva ogni svolta dei suoi uomini fin nei dettagli, e non aveva mai bisogno di chiedere cosa stessero facendo. Ah, era un uomo! non uno dei vostri mudger dalla faccia di ragazza, che corteggiano le signore, perbacco... una bella donna non ha bisogno di guardare lontano per un bacio quando lui era nella stanza, lo garantisco, per quanto rozzi potessero essere i suoi abiti; e perdindirindina! ma il capitano era un uomo sensato, e gli piaceva una mucca tanto quanto un vitello.”
“Così, così! sono sulla strada, vero?” gridò Clifford, pensieroso, e senza prestare attenzione all'attacco insinuato al suo decoro. “Ma rispondetemi, qual è il piano? Fate in fretta!”
“Perché,” rispose la dama, “c'è qualche signore altolocato che dà una festa oggi; e i ragazzi, anime care! pensano di giocare il tiro mancino a qualche ritardatario.”
Senza pronunciare una parola, Clifford scattò fuori dalla casa e fu rimontato in sella prima che la vecchia avesse il tempo di riprendersi dalla sorpresa.
“Se volete vederli,” gridò lei, mentre spronava il suo cavallo, “mi hanno ordinato di avere la cena pronta alle...” Gli zoccoli del cavallo coprirono le ultime parole della dama; e riabboccando attentamente la porta, e mormorando un odioso confronto tra il Capitano Clifford e il Capitano Gloak, la brava padrona di casa tornò a quelle operazioni culinarie destinate a rallegrare i cuori di Tomlinson e Pepper.
Torniamo noi stessi a Lucy. Accadde che la carrozza dello scudiero fosse l'ultima ad arrivare; poiché il cocchiere, a lungo non iniziato tra le ombre di Warlock alla dissipazione della vita mondana, entrò al suo debutto a Bath, con tutto il vigore caldo delle passioni mature per la prima volta rilasciate, nei festeggiamenti dell'osteria, e avendo un padrone più mite della maggior parte dei suoi compagni, la paura del dispiacere era meno forte nel suo petto auriga dell'amore per la compagnia; così che durante il tempo in cui questo signore si divertiva, Lucy ebbe ampio agio per godersi tutti i mille e uno rapporti sulla scena tra Mauleverer e Clifford che le allietavano le orecchie. Tuttavia, qualunque fossero stati i suoi sentimenti a quei piacevoli racconti, una certa gioia vaga predominava su tutto. Un uomo prova solo una leggera felicità comparativa nell'essere amato, se sa che è invano; ma per una donna quella semplice conoscenza è sufficiente a distruggere la memoria di mille afflizioni, e non è finché non ha detto al suo cuore più e più volte di essere amata, che inizierà persino a chiedere se sia invano.
Era una notte parzialmente stellata ma fioca e oscura, poiché la luna era stata per l'ultima ora o due circondata da nebbia e nuvole, quando alla fine la carrozza arrivò; e Mauleverer, per la seconda volta quella sera giocando da scorta, condusse Lucy al veicolo. Ansioso di sapere se avesse visto o fosse stata avvicinata da Clifford, il sottile conte, mentre la conduceva al cancello, si soffermò in particolare sull'intrusione di quella persona, e dal tremito della mano che riposava sul suo braccio, non trasse alcun delizioso presagio per le proprie speranze. “Comunque,” pensò, “l'uomo va via domani, e allora il campo sarà libero; la ragazza è ancora una bambina, e perdono la sua follia.” E con un'aria di cavalleresca venerazione, Mauleverer s'inchinò verso l'oggetto del suo perdono nella sua carrozza.
Non appena Lucy si sentì sola con suo padre, le emozioni così a lungo represse dentro di lei forzarono uno sfogo, e appoggiandosi contro la carrozza, pianse, sebbene in silenzio, lacrime, lacrime brucianti, di dolore, conforto, agitazione, ansia.
Il buon vecchio gentiluomo di campagna fu lento a scorgere l'emozione della figlia; gli sarebbe sfuggita del tutto se, spinto da un amorevole calore del cuore verso di lei, nato dal suo nuovo sospetto riguardo all'amore di lei per Clifford, non le avesse cinto il collo con il braccio; e questa carezza inattesa scosse così completamente i nervi di Lucy che ella si gettò subito sul petto del padre, e il suo pianto, finora così sommesso, divenne distinto e udibile.
“Consolati, mia cara, cara figlia!” disse il gentiluomo, quasi commosso fino alle lacrime egli stesso; e la sua emozione, destandolo dalla sua abituale confusione mentale, rese le sue parole meno intricate ed equivoche di quanto non fossero solite essere. “E ora spero davvero che tu non ti tormenti; il giovane è davvero — e, ti assicuro, l'ho sempre pensato — un gentiluomo molto affascinante, non si può negare. Ma che possiamo farci? Vedi cosa dicono tutti di lui, ed è stato davvero — dobbiamo ammetterlo — molto inopportuno da parte sua venire senza essere stato invitato. Inoltre, mia carissima figlia, è molto sbagliato, davvero molto sbagliato, amare qualcuno senza sapere chi sia; e... e... ma non piangere, amore mio, non piangere così; tutto andrà benissimo, ne sono certo, assolutamente certo!”
Mentre diceva questo, il buon vecchio trasse la figlia più vicino a sé, e sentendo la mano ferita da qualcosa che lei portava nascosto e che premeva contro di essa, chiese, col sospetto che l'amore potesse essersi spinto fino a pegni d'amore, che cosa fosse.
“È il ritratto di mia madre”, disse Lucy, semplicemente, mettendolo da parte.
Il vecchio gentiluomo aveva amato teneramente sua moglie; e quando Lucy diede questa risposta, tutti i ricordi affettuosi e calorosi della sua giovinezza si riversarono su di lui. Pensò anche a quanto ardentemente, sul letto di morte, quella moglie avesse raccomandato alla sua vigile cura la loro unica figlia, ora piangente sul suo petto: ricordò come, soffermandosi su quello che per tutte le donne sembra il grande momento della vita, ella avesse detto: “Non lasciare mai che i suoi affetti vengano calpestati; non lasciarti mai persuadere dal tuo ambizioso fratello a farla sposare dove non ama, o a ostacolarla, senza una valida ragione, dove ama: sebbene ora sia solo una bambina, conosco abbastanza di lei da sentirmi convinta che se mai amerà, amerà troppo bene per la sua stessa felicità, anche con ogni cosa a suo favore”. Queste parole, questi ricordi, uniti al ricordo del piano spietato di William Brandon, che egli si era lasciato convincere a favorire, e alla sua stessa debolezza verso l'amore crescente di Lucy per Clifford, finché la resistenza non divenne al contempo necessaria e troppo tardiva, lo colpirono tutti con un dolore pieno di rimorso, e singhiozzando egli stesso, disse: “Tua madre, figlia mia! Ah, se solo fosse viva, non ti avrebbe mai trascurata come ho fatto io!”
Il rimprovero che il gentiluomo fece a se stesso fece cessare all'istante le lacrime di Lucy; e mentre copriva le mani del padre di baci, ella rispose solo con veementi accuse contro se stessa e lodi della sua fin troppo grande tenerezza e affetto paterno. Questo piccolo sfogo, da entrambe le parti, di amore onesto e semplice terminò in un silenzio colmo di pensieri teneri e confusi; e mentre Lucy restava aggrappata al petto del vecchio, rozzo com'era nel carattere, persino al di sotto della mediocrità nell'intelletto, e in assoluto l'ultima persona per età, mente o abitudine che sembrasse adatta a essere confidente nell'amore di una ragazza giovane ed entusiasta, sentì la vecchia verità familiare che, nonostante tutti gli svantaggi, in questo mondo vacuo vi sono pochi in cui si possa riporre la fiducia in modo così sicuro, pochi che rispettino la confidenza in modo così delicato e sottile, come coloro da cui discendiamo.
Il padre e la figlia rimasero in silenzio per alcuni minuti, e il primo stava per parlare, quando la carrozza si fermò bruscamente. Il gentiluomo udì una voce rozza alle teste dei cavalli; guardò fuori dal finestrino per vedere, attraverso la nebbia della notte, cosa potesse mai essere successo, e in quell'azione si trovò davanti, ad appena un pollice dalla fronte, la canna sporgente e lucente di una pistola da sella. Possiamo credere, senza riflettere sul suo coraggio, che il signor Brandon si sia gettato all'indietro nella sua carrozza con tutta la sollecitudine possibile; e nello stesso momento la portiera fu aperta, e una voce disse, non con un tono minaccioso ma dolce:
“Signore e signori, mi dispiace disturbarvi, ma il bisogno è imperioso; favoritemi il vostro denaro, i vostri orologi, i vostri anelli e qualsiasi altro piccolo oggetto di natura simile!”
A una richiesta così delicata il gentiluomo non ebbe il coraggio di opporsi, tanto più che sapeva di non avere armi per difendersi; di conseguenza tirò fuori un portafoglio, non molto pieno, bisogna ammetterlo, insieme a un enorme orologio da caccia d'argento, con un pezzetto di nastro nero attaccato.
“Ecco, signore”, disse con un gemito, “non spaventate la giovane signora”.
Il gentile richiedente, che in realtà non era altri che lo specioso Augustus Tomlinson, fece scivolare il portafoglio nella tasca del panciotto, dopo averne saggiato il contenuto con dita rapide e scientifiche.
“Il vostro orologio, signore”, disse — e mentre parlava lo infilò con noncuranza nella tasca della giacca, come uno scolaretto infilerebbe una trottola — “è pesante; ma fidandomi dell'esperienza, dato che mi è negato un esame accurato, temo che sia più prezioso per il suo peso che per la sua fattura: tuttavia, non ferirò la vostra vanità fingendo di essere schizzinoso. Ma sicuramente la giovane signora, come la chiamate — poiché vi faccio il complimento di credere alla vostra parola riguardo alla sua età, nella misura in cui la notte è troppo buia per permettermi la felicità di un'ispezione personale — la giovane signora ha sicuramente qualche piccolo ninnolo di cui può fare a meno. 'La bellezza senza ornamenti', sapete, eccetera.”
Lucy, che, sebbene molto spaventata, non perse né i sensi né la presenza di spirito, rispose solo tirando fuori un piccolo portamonete di seta, che conteneva ancora meno dell'arnese di cuoio del gentiluomo; a questo aggiunse una catena d'oro; e Tomlinson, prendendoli con un'affettuosa stretta di mano e una cortese scusa, stava per ritirarsi, quando i suoi occhi sagaci furono improvvisamente colpiti dal luccichio di gioielli. Il fatto era che, nel cambiare la posizione del ritratto di sua madre, che era stato incastonato nei pochi diamanti ereditari posseduti dal Signore di Warlock, Lucy lo aveva lasciato pendere all'esterno dell'abito, e chinandosi in avanti per dare al rapinatore gli altri suoi averi, i diamanti apparvero subito in piena vista, e luccicarono ancora più invitanti nell'oscurità della notte.
“Ah, signora”, disse Tomlinson, allungando la mano, “vorreste giocarmi un tiro mancino, vero? Il tradimento non dovrebbe mai rimanere impunito. Favoritemi immediatamente il piccolo ornamento che avete al collo!”
“Non posso, non posso!” disse Lucy, afferrando il suo tesoro con entrambe le mani; “è il ritratto di mia madre, e mia madre è morta!”
“I bisogni degli altri, signora”, ribatté Tomlinson, che non avrebbe potuto per nulla al mondo rubare in modo immorale, “sono sempre più degni della vostra attenzione dei pregiudizi familiari. Seriamente, datelo, e subito; abbiamo fretta, e i vostri cavalli si stanno imbizzarrendo come demoni: romperanno la vostra carrozza in un istante... fate presto!”
Il gentiluomo era un uomo coraggioso nel complesso, sebbene non un eroe; e i nervi di un vecchio cacciatore di volpi si riprendono presto da un piccolo spavento. Il ritratto della moglie sepolta era ancora più inestimabile per lui di quanto non lo fosse per Lucy, e a questa nuova richiesta il suo spirito si risvegliò dentro di lui.
Strinse i pugni e facendosi avanti come sul suo sedile, gridò ad alta voce:
“Vattene, furfante! Ti ho già dato — per parte mia credo così — fin troppo; e, per Dio, non avrai il ritratto!”
“Non costringetemi a usare la violenza”, disse Augustus; e mettendo un piede sulla pedana della carrozza, portò la pistola a pochi centimetri dal petto di Lucy, giudicando giustamente, forse, che mostrare il pericolo per lei sarebbe stato il metodo migliore per intimidire il gentiluomo. In quell'istante il valoroso moralista si sentì improvvisamente afferrato con una presa potente alla spalla; e una voce bassa, tremante di passione, sibilò al suo orecchio. Quali che fossero le parole che scossero i suoi organi, agirono come un incantesimo istantaneo; e con loro stupore, il gentiluomo e Lucy videro il loro assalitore ritirarsi bruscamente. La portiera della carrozza fu chiusa di scatto, e non erano trascorsi a malapena due minuti che, essendo il rapinatore risalito in sella, il suo compagno, finora di stanza alle teste dei cavalli, spronò il proprio destriero, e il suono gradito degli zoccoli in allontanamento colpì le orecchie sbalordite del padre e della figlia.
La portiera della carrozza fu aperta di nuovo; e una voce, che rese Lucy più pallida del terrore precedente, disse:
“Temo, signor Brandon, che i rapinatori abbiano spaventato vostra figlia. Non c'è, tuttavia, nulla da temere; i furfanti se ne sono andati”.
“Dio mi benedica!” disse il gentiluomo; “perché, è il Capitano Clifford?”
“Lo è; e si ritiene troppo fortunato per essere stato del minimo servizio al signor e alla signor Brandon”.
Dopo essersi convinto che era stato davvero al signor Clifford che doveva la sua salvezza così come quella di sua figlia, che credeva essere stata in un pericolo ben più imminente di quanto non lo fosse in realtà — poiché a dirti la verità, lettore, la pistola di Tomlinson era calcolata più per spettacolo che per uso, avendo una canna particolarmente lunga e lucente senza nulla dentro — il gentiluomo era assolutamente in perdita su come esprimere la sua gratitudine; e quando si volse verso Lucy per pregarla di ringraziare lei stessa il loro galante liberatore, scoprì che, sopraffatta da varie emozioni, era svenuta per la prima volta in vita sua.
“Gran Dio!” gridò il padre allarmato, “è morta... la mia Lucy, la mia Lucy, l'hanno uccisa!”
Aprire la portiera vicino a Lucy, portarla fuori dalla carrozza tra le sue braccia, fu per Clifford opera di un istante. Del tutto ignaro della presenza di chiunque altro... ignaro persino di ciò che diceva, riversò mille espressioni selvagge, appassionate, ma a metà udibili; e mentre la portava verso una sponda lungo la strada, e sedendosi la sosteneva contro il suo petto, sarebbe stato difficile forse dire se qualcosa di delizia — di ardente e palpitante delizia — non fosse mescolata alla sua ansia e al suo terrore. Le sfregò le piccole mani tra le sue; il suo respiro, tutto tremante e caldo, ardeva sulla guancia di lei; e una volta, ma solo una, le sue labbra si avvicinarono, e soffiando via la ricchezza spettinata delle sue ciocche, si attaccarono in un lungo e silenzioso bacio a quelle di lei.
Nel frattempo, con l'aiuto del valletto, che aveva ormai riacquistato un po' i suoi sensi sbalorditi, il gentiluomo scese dalla carrozza e si avvicinò con passi vacillanti al luogo in cui giaceva la figlia. Nell'istante in cui le prese la mano, Lucy cominciò a riprendersi; e la prima azione, nell'inconsapevolezza confusa del risveglio, fu quella di gettare il braccio intorno al collo del suo sostenitore.
Se tutte le ore e le realtà di speranza, gioia, piacere, nella vita precedente di Clifford fossero state sciolte e concentrate in un'unica emozione, quell'emozione sarebbe stata solo blanda di fronte al rapimento della momentanea e innocente carezza di Lucy! E in un periodo successivo, sebbene non lontano, quando nella cella del condannato il volto cupo della Morte gli ringhiava contro, si può mettere in dubbio se i suoi pensieri non indugiassero molto più spesso sul ricordo di quel momento delizioso che sull'amarezza e l'ignominia di un destino imminente.
“Respira... si muove... si sveglia!” gridò il padre; e Lucy, tentando di alzarsi, e riconoscendo la voce del gentiluomo, disse debolmente:
“Grazie a Dio, mio caro padre, non sei ferito! E se ne sono davvero andati?... e dove... dove siamo?”
Il gentiluomo, sollevando Clifford dal suo incarico, avvolse la figlia tra le braccia, mentre nel suo modo esplicativo le informò dove si trovava e con chi. Gli amanti stavano faccia a faccia l'uno con l'altra; ma quali deliziosi arrossamenti la notte, che nascondeva tutto tranne il profilo delle loro forme, nascose agli occhi di Clifford!
Il cuore onesto e gentile del signor Brandon fu felice di un sollievo per i sentimenti indulgenti che aveva sempre nutrito verso il sospettato e diffamato Clifford, e voltandosi ora da Lucy, si riversò francamente sul suo liberatore. Lo strinse calorosamente per mano e insistette perché li accompagnasse a Bath nella carrozza, e lasciasse che il valletto montasse il suo cavallo. Questa offerta era ancora in sospeso, quando il valletto, che era andato a sincerarsi della salute e del conforto del suo collega, venne a informare il gruppo, con un accento doloroso, di qualcosa che, nella confusione e nell'oscurità della notte, non avevano ancora appreso: ovvero, che i cavalli e il cocchiere erano spariti!
“Spariti!” disse il gentiluomo, “spariti! Perché, i furfanti non possono (per quanto mi riguarda, non credo mai, sebbene abbia sentito tali meraviglie di, quei giochi di prestigio) averli messi in sacco!”
Qui fu udibile un basso gemito; e il valletto, guidato con simpatia nel punto da cui emanava, trovò l'enorme corpo del cocchiere depositato in modo sicuro, con la faccia verso il basso, nel mezzo del fosso. Dopo che questo degno era stato sollevato in piedi, e si era scrollato di dosso per riprendere i sensi, si scoprì che quando il rapinatore aveva trattenuto i cavalli, il cocchiere, che richiedeva ben poco per sopraffare le sue facoltà più bellicose, aveva — disse lui stesso, per un violento colpo del furfante, sebbene, forse, la causa risiedesse più vicino a casa — abbandonato la cassetta della carrozza per il fosso, i cavalli si spaventarono, e dopo essersi dimenati e impennati finché non gli importò più di occuparsi del loro arresto, il bandito aveva molto tranquillamente tagliato le redini, e al momento presente, non era impossibile che i cavalli fossero quasi alla porta delle loro stalle a Bath.
Il valletto che aveva informato il gentiluomo di questa disgrazia fu, a differenza della maggior parte dei portatori di notizie, il primo a offrire consolazione. “C'è un'eccellente locanda”, disse, “a circa mezzo miglio di distanza, dove vostra signoria potrebbe trovare dei cavalli; o, magari, se Miss Lucy, povero cuore, è svenuta, potrebbe voler fermarsi per la notte”.
Sebbene una camminata di mezzo miglio in una notte buia e in altre circostanze non sarebbe sembrata una proposta gratificante, tuttavia al presente, quando l'immaginazione del gentiluomo gli aveva solo prospettato le alternative di passare la notte nella carrozza o di strisciare a piedi fino a Bath, sembrò solo un disagio molto insignificante; e infilando il braccio della figlia sotto il proprio, mentre con voce gentile diceva a Clifford “di sostenerla dall'altro lato”, il gentiluomo ordinò al valletto di guidare la strada con il cavallo di Clifford, e al cocchiere di seguire o di andare al diavolo, a sua scelta.
In silenzio Clifford offrì il braccio a Lucy, e silenziosamente ella accettò la cortesia. Il gentiluomo fu l'unico a parlare; e il tema che scelse non fu sgradito a Lucy, poiché era l'elogio del suo amante. Ma Clifford ascoltava a malapena, poiché mille pensieri e sentimenti combattevano dentro di lui; e il tocco leggero della mano di Lucy sul suo braccio sarebbe stato da solo sufficiente a distrarre e confondere la sua attenzione. L'oscurità della notte, l'eccitazione precedente, il bacio rubato che ardeva ancora sulle sue labbra, il ricordo dell'agitazione lusinghiera di Lucy nella scena con lei da Lord Mauleverer, quello ancora più caldo dell'abbraccio inconsapevole, che formicolava ancora attraverso ogni nervo del suo corpo, cospirarono tutti con la deliziosa emozione che ora provava alla sua presenza e al suo contatto per inebriarlo e infiammarlo. Oh, quei momenti brucianti nell'amore, quando il romanticismo si è appena ammorbidito in passione, e senza perdere nulla della sua lussuosa vaghezza mescola l'entusiasmo dei suoi sogni con gli ardenti desideri della realtà e della terra! Quello è il momento esatto in cui l'amore ha raggiunto il suo punto più alto... quando tutti i sentimenti, tutti i pensieri, l'intera anima e l'intera mente, sono colti e assorbiti... quando ogni difficoltà pesata nella bilancia opposta sembra più leggera della polvere... quando rinunciare all'oggetto amato è il sacrificio più mortale e duraturo... e quando in tanti petti, dove l'onore, la coscienza, la virtù, sono molto più forti di quanto possiamo credere che siano mai stati in un criminale come Clifford, l'onore, la coscienza, la virtù, sono periti all'istante e improvvisamente in cenere davanti a quel fuoco potente e irresistibile.
Il servitore, che aveva avuto precedenti opportunità di accertare la topografia della “locanda” di cui parlava, e che era forse tollerabilmente riconciliato col suo recente terrore nell'anticipazione di rinnovare la sua intimità con “gli spiriti del passato”, ora diresse l'attenzione dei nostri viaggiatori verso una piccola locanda proprio davanti a loro. Il padrone di casa non si era ancora ritirato per il riposo, e non fu necessario bussare due volte prima che la porta venisse aperta.
Un fuoco luminoso, una locandiera premurosa, un oste comprensivo, una bevanda calda e la promessa di letti eccellenti, tutto sembrò al nostro gentiluomo compensare ampiamente la notizia che la locanda non era autorizzata a noleggiare cavalli da posta; e avendo l'oste promesso di mandare subito due robusti compari, una corda e un cavallo da tiro per portare la carrozza al riparo (poiché il gentiluomo apprezzava il veicolo perché aveva vent'anni), e inoltre di far riparare l'imbracatura e avere i cavalli pronti di buon'ora il giorno successivo, il buon umore del signor Brandon salì a un'ilarità positiva. Lucy si ritirò sotto gli auspici della locandiera a letto; e il gentiluomo, dopo aver bevuto una ciotola di vino speziato e scoperto mille nuove virtù in Clifford, specialmente quella di non interrompere mai una bella storia, batté una mano sulla spalla al capitano, e facendogli promettere di non lasciare la locanda finché non l'avesse rivisto, si ritirò anche lui al riposo del suo cuscino. Clifford rimase al piano di sotto, fissando astrattamente il fuoco per qualche tempo dopo; né fu finché la sonnolenta cameriera lo ebbe informato per tre volte dei comfort preparati del suo letto, che si congedò per la sua camera. Persino allora sembra che il sonno non abbia visitato le sue palpebre; poiché un ricco allevatore, che giaceva nella stanza sottostante, si lamentò amaramente la mattina successiva di qualcuno che camminava di sopra “in ogni sorta di falcate, proprio per tutto il mondo come un'apparizione in stivali”.
CAPITOLO XXIII.
Viola. E mi ami? Lisandro... Amarti, Viola? Non ti sfuggo forse quando il mio essere beve luce dai tuoi occhi? — quella fuga è tutta la mia risposta!
La Sposa, Atto ii. sc. 1.
Le meditazioni della buonanotte del gentiluomo non erano state senza il frutto di una risoluzione. Il suo cuore caldo si riaprì immediatamente alla simpatia che aveva precedentemente concepito per Clifford; desiderava ardentemente un'opportunità per espiare la sua passata scortesia, e per testimoniare la sua presente gratitudine; inoltre, si sentiva al contempo indignato e vergognoso della sua recente condotta nell'unirsi alla popolare, e, come ora credeva pienamente, infondata prevenzione contro il suo giovane amico, e davanti a un sentimento più presente e più forte la sua abituale deferenza per i consigli di suo fratello svanì facilmente. Accoppiati con questi sentimenti favorevoli verso Clifford c'erano i suoi sagaci sospetti, o meglio certezza, dell'attaccamento di Lucy al suo bel liberatore; e aveva almeno abbastanza penetrazione per percepire che non era probabile che ella lo amasse di meno per l'avventura della notte. A tutto questo si aggiunse il tenero ricordo delle parole di commiato di sua moglie; e le lacrime e l'agitazione rivelatrice di Lucy nella carrozza furono sufficienti alla sua mente semplice, che non sapeva quanto leggermente le lacrime di una fanciulla vengano versate e asciugate, per confermare la predizione della cara defunta. Né i sentimenti più generosi e gentili del gentiluomo erano del tutto privi di considerazioni egoistiche. Orgoglioso, ma non minimamente ambizioso, era sempre più pronto a conferire un onore che a riceverne uno, e in cuor suo era segretamente lieto all'idea di scambiare, come genero, il raffinato e poco familiare Mauleverer con l'aggradevole e socievole Clifford. Tali, in “ammirevole disordine”, erano i pensieri che rotolavano attraverso il cervello fecondo di Joseph Brandon; e prima che si fosse girato sul fianco sinistro, cosa che faceva sempre in preparazione all'abbandonarsi al sonno, il gentiluomo era giunto pienamente a una determinazione quanto mai fatale ai piani dell'avvocato e alle speranze del conte.
La mattina seguente, mentre Lucy stava lavorando a maglia
“La sciolta coda dei suoi capelli color ambra”
davanti al piccolo specchio della sua stanza, che anche attraverso il vetro appannato e oscurato rimandava un volto che avrebbe potuto far vergognare una visione greca di Aurora, un leggero picchiettio alla porta annunciò il padre. C'era, nel suo volto roseo e avvenente, quell'espressione generalmente caratteristica di un uomo soddisfatto di sé, e persuaso di essere in procinto di dare piacere.
“Mia cara figliola,” disse il gentiluomo, accarezzando affettuosamente la chioma rigogliosa di Lucy e baciandole la guancia di damasco, “sono venuto per fare due chiacchiere con te. Siediti ora, e (per quanto mi riguarda, amo parlare comodamente; e, a proposito, chiudi la finestra, cara, tira un vento da est) desidero che giungiamo a un'intesa chiara e distinta. Ehm! dammi la tua mano, figliola mia, credo che su queste faccende non si possa parlare in modo troppo preciso e pertinente; sebbene io sia ben consapevole (poiché, da parte mia, desidero sempre agire con tutti, con te specialmente, mia carissima figlia, con la massima considerazione) che dobbiamo procedere con tanta delicatezza quanta concisione. Conosci questo Capitano Clifford, è un giovane coraggioso, non è vero? Bene, via, non arrossire così profondamente; non c'è nulla (poiché in queste faccende non si possono avere tutti i propri desideri, non si può avere tutto) di cui vergognarsi! Dimmi ora, figliola, credi che sia innamorato di te?”
Se Lucy non rispose immediatamente a parole, le sue graziose labbra si mossero come se potessero replicare prontamente; e infine si distesero in un sorriso così dolce e così sicuro che il gentiluomo, per quanto amante di informazioni “precise”, non ebbe bisogno di alcuna risposta più completa alla sua domanda.
“Sì, sì, signorina,” disse lui, guardandola con tutto l'affetto di un padre, “vedo come stanno le cose. E, avanti ora, perché ti volti dall'altra parte? Credi, se, come credo, sebbene vi siano persone invidiose al mondo, come sempre accade quando un uomo è bello, intelligente o coraggioso, sebbene, per inciso, il che è una cosa molto buffa ai miei occhi, non invidino, almeno non in modo malevolo, un uomo per il fatto di essere un lord o ricco, ma, al contrario, il rango e il denaro sembrano far loro pensare che uno possieda tutte le virtù cardinali. Humph! Se, dico, questo signor Clifford dovesse rivelarsi un gentiluomo di famiglia, poiché sai che ciò è essenziale, dato che i Brandon sono stati, come probabilmente ti avrà detto mio fratello, una grande stirpe molti secoli fa, credi, figlia mia, che potresti rinunciare (il gatto è uscito dal sacco) a questo vecchio lord, e sposare un semplice gentiluomo?”
La mano che il gentiluomo aveva tenuto fu ora portata con maliziosa tenerezza alla sua bocca, e quando la riafferrò, Lucy nascose il volto raggiante sul suo petto; e fu solo con un sussurro, come se la stessa aria fosse pettegola, che egli riuscì a trarre (poiché ora insisteva per una risposta verbale) la sua felice replica.
Non temiamo che il nostro lettore ci rimproveri per non aver dettagliato il resto del colloquio tra padre e figlia: non durò più di un'ora; poiché il gentiluomo dichiarò che, per parte sua, detestava più parole di quante ne fossero necessarie. Il signor Brandon fu il primo a scendere per la colazione, borbottando mentre scendeva le scale: “Bene ora, impiccato se non sono contento che questo sia tolto (poiché non mi piace pensare troppo a una faccenda così sciocca) dalla mia mente. E quanto a mio fratello, non glielo dirò finché non sarà tutto finito e sistemato. E se sarà arrabbiato, lui e il vecchio lord possono, sebbene non intenda essere poco fraterno, andare al diavolo insieme!”
Quando i tre furono riuniti al tavolo della colazione, non si sarebbe forse potuto trovare da nessuna parte un contrasto più forte di quello che il volto radioso di Lucy offriva rispetto all'espressione emaciata e logora che deturpava i bei lineamenti del suo amante. Così marcato era il cambiamento che una notte sembrava aver operato su Clifford, che persino il gentiluomo ne rimase sorpreso e allarmato. Ma Lucy, la cui innocente vanità si compiaceva di spiegare l'alterazione, si consolò con la speranza di vedere presto un'espressione ben diversa sul volto del suo amante; e sebbene fosse silenziosa, e la sua felicità giacesse quieta e profonda dentro di lei, tuttavia nei suoi occhi e nelle sue labbra c'era ciò che a Clifford sembrava un insulto alla propria miseria, e lo punse al cuore. Tuttavia, si sforzò di seguire la conversazione del gentiluomo e di mascherare meglio che poté l'evidenza del conflitto che ancora infuriava dentro di lui.
La mattinata era umida e cupa; era quella pioggia piovigginosa e nebbiosa che è così particolarmente nutriente per la crescita dei demoni blu, e il gioviale gentiluomo non mancò di stuzzicare il suo giovane amico sulla sua suscettibilità femminile alle influenze del tempo. Clifford rispose scherzando; e lo scherzo, se cattivo, era abbastanza buono da accontentare il beffeggiatore. In questo modo faceto passò il tempo, finché Lucy, su richiesta del padre, lasciò la stanza per prepararsi al loro ritorno a casa.
Avvicinando la sua sedia a quella di Clifford, il gentiluomo iniziò allora in modo reale e affettuoso le sue operazioni, che aveva già pianificato, nel seguente ordine: innanzitutto, informarsi e apprendere il rango, la famiglia e le prospettive di Clifford; in secondo luogo, accertate le proprietà dell'uomo esteriore, dovevano esaminare lo stato di quello interiore; e in terzo luogo, se il nostro abile indagatore avesse trovato confermate le sue supposizioni sull'affetto di Clifford per Lucy, dovevano espellere il timore modesto di un rifiuto, che il gentiluomo ammetteva fosse abbastanza naturale, e condurre l'oggetto dell'indagine alla consapevolezza della felicità che, col consenso di Lucy, avrebbe potuto essergli riservata. Mentre, con il suo consueto ingegno, il gentiluomo perseguiva i suoi benevoli disegni, Lucy rimaneva nella sua stanza, in meditazioni e sogni come erano naturali per un cuore così sanguigno ed entusiasta.
Era sola da più di mezz'ora, quando la cameriera della locanda bussò alla sua porta e le consegnò un messaggio del gentiluomo, che la pregava di scendere da lui nel salotto. Con un cuore che batteva così violentemente da sembrare quasi consumare la sua stessa vita, Lucy scese lentamente e con passi tremanti verso il salotto. Aprendo la porta, vide Clifford in piedi nell'incavo della finestra; il suo volto era parzialmente voltato lontano da lei, e i suoi occhi abbassati. Il buon vecchio gentiluomo sedeva in una poltrona, e una sorta di compiacimento perplesso e mezzo soddisfatto dava espressione ai suoi lineamenti.
“Vieni qui, figliola,” disse, schiarendosi la voce; “il Capitano Clifford, ehm, ti ha fatto l'onore di, e oso dire che sarai molto sorpresa, non che, per parte mia, pensi ci sia molto da meravigliarsi, ma tale può essere la mia opinione parziale (ed è certamente molto naturale in me), di farti una dichiarazione d'amore. Dichiara, inoltre, di essere il più miserabile degli uomini, e che morirebbe piuttosto che avere la presunzione di sperare. Pertanto vedi, mia cara, ti ho mandata a chiamare, per dargli il permesso di distruggersi in qualsiasi modo desideri; e lo lascio a lui per mostrare la causa per cui (è un destino che prima o poi capita a tutti i suoi simili) la condanna a morte non dovrebbe essere emessa contro di lui.” Dopo aver pronunciato questo discorso con maggiore proprietà di parola di quanto solitamente gli toccasse, il gentiluomo si alzò frettolosamente e zoppicò fuori dalla stanza.
Lucy affondò nella sedia che il padre aveva lasciato; e Clifford, avvicinandosi a lei, disse con voce roca e bassa:
“Vostro padre, Miss Brandon, dice giustamente che morirei piuttosto che alzare gli occhi nella speranza verso di voi. Pensavo ieri di avervi vista per l'ultima volta; il caso, non la mia follia o presunzione, mi ha portato di nuovo davanti a voi; e persino le poche ore che ho trascorso sotto lo stesso tetto con voi mi hanno fatto sentire come se il mio amore, la mia follia, non avessero mai raggiunto il loro apice finora.” Oh, Lucy!” continuò Clifford, con un tono più appassionato, e, come per un impulso improvviso e irresistibile, gettandosi ai suoi piedi, “se potessi sperare di meritarvi, se potessi sperare di elevarmi, se potessi... Ma no, no, no! Sono tagliato fuori da ogni speranza, e per sempre!”
C'era un'angoscia e un rimorso così profondi, così amari, così sentiti nella voce con cui queste ultime parole furono pronunciate, che Lucy, colta alla sprovvista e dimenticando ogni cosa in una simpatia e compassione meravigliate, rispose, tendendo la mano verso Clifford, che, ancora inginocchiato, la afferrò e la coprì di baci di fuoco:
“Non parlate così, signor Clifford; non accusatevi di ciò che sono sicura, assolutamente sicura, non potete meritare. Forse, perdonatemi, la vostra nascita, la vostra fortuna, sono al di sotto dei vostri meriti, e avete penetrato la debolezza di mio padre sul primo punto; o forse voi stesso non avete evitato tutti gli errori in cui gli uomini sono trascinati, forse siete stato imprudente o sconsiderato, forse avete (la moda è contagiosa) giocato oltre i vostri mezzi o contratto debiti: questi sono difetti, è vero, e da rimpiangere, tuttavia certamente non irreparabili.”
Per quell'istante ci si può meravigliare che tutta la risoluzione e l'abnegazione di Clifford lo abbandonarono, e alzando gli occhi, raggianti di gioia e gratitudine, verso il volto che si chinava in benevola innocenza verso di lui, esclamò:
“No, Miss Brandon! no, Lucy! cara, angelica Lucy! i miei difetti sono meno veniali di questi, ma forse non sono meno la conseguenza delle circostanze e del contagio; forse potrebbe non essere troppo tardi per ripararvi. Voleste voi, voi degnarvi davvero di essere la mia custode, potrei non disperare di essere salvato!”
“Se,” disse Lucy, arrossendo profondamente e guardando in basso, mentre parlava velocemente e con ansia, come per evitare di umiliarlo con la sua offerta, “se, signor Clifford, la mancanza di ricchezza vi ha causato in qualche modo disagio o, o errore, credetemi, intendo noi, vostri amici così tanto da non esitare un istante nel sollevarci di una piccola parte del nostro debito della scorsa notte verso di voi.”
“Cara, nobile ragazza!” disse Clifford, mentre si contraeva sulle sue labbra uno di quei sorrisi di potente sarcasmo che a volte distorcevano i suoi lineamenti, e impressionavano in modo brividoso su Lucy una somiglianza con qualcuno molto diverso per reputazione e carattere dal suo amante, “non attribuite le mie sventure a una fonte così meschina; non è di denaro che avrò bisogno finché vivo, sebbene ricorderò fino al mio ultimo respiro questa delicatezza in voi, e la confronterò con certi bassi ricordi nella mia stessa mente. Sì! tutti i pensieri e i ricordi passati mi faranno d'ora in poi adorarvi ancora più di quanto faccio ora; mentre nel vostro cuore, a meno che il Cielo non mi conceda una preghiera, vi faranno disprezzare e detestare me!”
“Per pietà, non parlate così!” disse Lucy, fissando con vago allarme i tratti scuri e agitati del suo amante. “Disprezzarvi, detestarvi! Impossibile! Come potrei, dopo il ricordo della scorsa notte?”
“Sì! della scorsa notte,” disse Clifford, parlando tra i denti stretti, “c'è molto in quel ricordo destinato a vivere a lungo in entrambi; ma voi, voi, bell'angelo” (e tutta la durezza e l'ironia svanirono all'istante dalla sua voce e dal suo volto, cedendo a una tristezza tenera e profonda, mescolata a un rispetto che rasentava la venerazione), “non avreste mai potuto sognare altro che pietà per uno come me, non avreste mai potuto abbassarvi dalla vostra alta e abbagliante purezza per provare per me un solo pensiero come quello che arde nel mio cuore per voi, voi, sì, ritirate la vostra mano, non sono degno di toccarla!” E stringendo le proprie mani davanti al viso, divenne bruscamente silenzioso; ma le sue emozioni erano mal celate, e Lucy vide la struttura muscolare davanti a lei sollevarsi e convulsionarsi per passioni che erano più intense e laceranti perché era solo per pochi istanti che conquistavano la sua volontà e lottavano per trovare sfogo.
Se in seguito, ma molto in seguito, Lucy, ricordando il mistero delle sue parole, confessò a se stessa che tradivano colpevolezza, allora era troppo colpita per pensare ad altro che al suo amore e alla sua emozione. Si chinò, e con un abbandono infantile e affettuoso a cui nessuno avrebbe potuto resistere, pose entrambe le mani sulle sue. Clifford sussultò, alzò lo sguardo e nell'istante successivo l'aveva stretta al cuore; e mentre le uniche lacrime che aveva versato fin dall'inizio della sua carriera criminale cadevano veloci e calde sul suo volto, le baciò la fronte, la guancia, le labbra in un trasporto appassionato e selvaggio. La sua voce morì dentro di lui, non poteva fidarsi di parlare; solo un pensiero, persino in quella apparente dimenticanza di lei e di se stesso, si agitava e parlava al suo petto: la fuga. Più sentiva di amare, più tenero e fiducioso era l'oggetto del suo amore, più urgente diventava la necessità di lasciarla. Tutti gli altri doveri erano stati trascurati, ma lui amava con un amore reale; e l'amore, che gli insegnò un dovere, lo portò trionfalmente attraverso la sua amara prova.
“Avrete mie notizie stasera,” mormorò; “credete che io sia pazzo, maledetto, criminale, ma non del tutto un mostro! Non chiedo opinione più misericordiosa!” Si trasse dalla sua posizione pericolosa e partì bruscamente.
Quando Clifford raggiunse la sua casa, trovò i suoi degni coadiutori che lo aspettavano con allarme e terrore sui volti. Una vecchia impresa, in cui si erano distinti, aveva attirato da tempo la rigida attenzione della polizia, e alcuni agenti erano stati visti a Bath, e alcune indagini erano state avviate, che non presagivano nulla di buono per la sicurezza del saggio Tomlinson e del valoroso Pepper. Vennero, umilmente e penitenti, chiedendo perdono per la loro inconsapevole aggressione alla carrozza del gentiluomo, e implorando il consiglio immediato del loro capitano. Se Clifford aveva precedentemente vacillato nella sua determinazione disinteressata, se visioni di Lucy, di felicità e di riforma erano fluttuate nella sua corsa solitaria troppo frequentemente e troppo luminosamente davanti ai suoi occhi, la vista di quegli uomini, la loro conversazione, il loro pericolo, tutto bastò a ripristinare la sua risoluzione. “Dio misericordioso!” pensò, “ed è al compagno di tali criminali senza legge, a un uomo, come loro, esposto ogni ora alle più ignominiose delle morti, che ho per una frazione di un momento sognato di affidare l'innocente e generosa ragazza, la cui fiducia o amore è l'unico crimine che potrebbe privarla del destino più brillante?”
Brevi furono le istruzioni di Clifford ai suoi seguaci, e facciamo così tanto meccanicamente, che furono consegnate con la sua solita previdenza e precisione. “Lascerete la città immediatamente; non andate, per le vostre vite, a Londra, o a ricongiungervi con alcuno dei vostri compagni. Cavalcate verso la Grotta Rossa; le provviste sono immagazzinate lì, e, dalla nostra recente modifica dell'interno, offrirà ampio spazio per nascondere i vostri cavalli. La notte del secondo giorno da questo mi unirò a voi. Ma assicuratevi di entrare nella grotta di notte, e non abbandonatela per nessun motivo finché non arrivo!”
“Sì!” disse, quando fu solo, “mi unirò a voi di nuovo, ma solo per abbandonarvi. Un altro reato contro la legge, o almeno una somma strappata dalle mani gonfie dei ricchi sufficiente a equipaggiarmi per un esercito straniero, e lascerò il paese della mia nascita e dei miei crimini. Se non posso meritare Lucy Brandon, sarò un po' meno indegno. Forse, perché no? Sono giovane, i miei nervi non sono deboli, il mio cervello non è ottuso, forse potrei in qualche campo di avventura onorevole guadagnare un nome che prima del mio letto di morte potrei non vergognarmi di confessarle!”
Mentre questa risoluzione batteva alta nel petto di Clifford, Lucy tristemente e in silenzio continuava con il gentiluomo il suo breve viaggio verso Bath. Quest'ultimo era molto curioso di sapere perché Clifford fosse andato via, e cosa avesse confessato; e Lucy, a malapena in grado di rispondere, ripose tutto nella promessa lettera della notte.
“Sono contento,” mormorò il gentiluomo a lei, “che stia per scrivere; poiché, in un modo o nell'altro, sebbene lo abbia interrogato molto strettamente, è scivolato attraverso il mio controinterrogatorio, ed esplodendo subito riguardo al suo amore per te, mi ha lasciato tanto sapiente su di lui quanto lo ero prima: senza dubbio (per parte mia non vedo cosa dovrebbe impedire che sia un grande uomo in incognito) questa lettera spiegherà tutto!”
A notte fonda arrivò la lettera. Lucy, fortunatamente per lei, era sola nella sua stanza; la aprì e lesse quanto segue:
LETTERA DI CLIFFORD.
Ti ho promesso di scriverti, e mi siedo per mantenere quella promessa. In questo momento il ricordo della tua bontà, della tua generosa considerazione, è vivo in me: e mentre devo scegliere parole calme e comuni per esprimere ciò che dovrei dire, il mio cuore è alternativamente sciolto e straziato da pensieri che richiederebbero parole, oh, quanto diverse! Tuo padre mi ha interrogato spesso sulle mie origini e sulla mia nascita; finora ho eluso le sue domande. Impara ora chi sono. In una dimora misera, circondato dagli abitanti della povertà e del vizio, risalgono i miei primi ricordi. Mio padre mi è ignoto come a chiunque altro; mia madre — a te non oso dire chi o cosa fosse — morì durante la mia infanzia. Senza un nome, ma non senza un'eredità (la mia eredità era grande: era infamia!), fui gettato nel mondo. Avevo ricevuto per caso un po' di istruzione, e assorbito alcune idee non naturali alla mia condizione; da allora ho recitato molte parti nella vita. Non ho trascurato libri e uomini al punto da non aver ricavato a intervalli una piccola conoscenza da entrambi. Perciò, se ti sono sembrato migliore di quello che sono, ne comprenderai la causa. Le circostanze mi hanno reso presto padrone di me stesso; mi hanno reso anche qualcuno che gli uomini onesti non amano guardare; le mie azioni sono state, e il mio carattere è, al pari della mia nascita e delle mie fortune. Sono venuto in questa città con la nobile speranza di elevarmi e redimermi dorando il mio destino con un matrimonio facoltoso. Ho visto te, che avevo già incontrato una volta. Ho saputo che eri ricca. Odiame, Miss Brandon, odiami! Risolsi di fare della tua rovina la causa della mia redenzione. Fortunatamente per te, ti conoscevo a malapena prima di amarti; quell'amore si è approfondito, ha attinto qualcosa di puro ed elevato da te stessa. La mia risoluzione mi ha abbandonato; anche ora potrei gettarmi in ginocchio e ringraziare Dio che tu, tu, la più cara e nobile degli esseri umani, non sia mia moglie. Ora, la mia condotta ti è chiara? Se non lo è, immaginami tutto ciò che c'è di più scellerato, eccetto che in un punto, dove tu sei coinvolta, e non rimarrà un'ombra di mistero. Il tuo gentile padre, sopravvalutando il meschino servizio che ti ho reso, avrebbe acconsentito a rimettere il mio destino alla tua decisione. Arrossisco indignato per lui, per te, che un uomo vivente abbia potuto sognare una tale profanazione per Miss Brandon. Eppure io stesso sono stato trascinato e inebriato da una speranza così improvvisa e così dolce; persino io ho osato levare gli occhi su di te, stringerti a questo cuore colpevole, dimenticare me stesso e sognare che tu potessi essere mia! Puoi perdonarmi per questa follia? E in futuro, nella tua alta e sfolgorante sfera di felicità coniugale, potrai ricordare la mia presunzione e frenare il tuo disprezzo? Forse pensi che con una confessione così tardiva ti abbia già ingannata. Ahimè! Non sai cosa mi costi ora confessare! Avevo solo una speranza nella vita: che tu potessi ancora, molto tempo dopo aver cessato di vedermi, immaginarmi non del tutto inferiore al branco con cui vivi. Questa bruciante ma egoistica vanità la strappo via da me, e ora vado dove nessuna speranza può seguirmi. Nessuna speranza per me stesso, eccetto una che difficilmente merita questo nome, poiché è piuttosto un desiderio rozzo e visionario che un'aspettativa: è che sotto un altro nome e sotto auspici diversi tu possa sentir parlare di me in un tempo lontano; e quando ti farò sapere che sotto quel nome potrai riconoscere colui che ti ama più di ogni cosa creata, potrai sentire allora, almeno, nessuna ragione di vergogna per il tuo amante. Cosa sarai allora? Una sposa felice, una madre, il centro di mille gioie, amata, ammirata, benedetta quando l'occhio ti vede e l'orecchio ti ascolta! E questo è ciò che dovrei sperare, questa è la consolazione che dovrebbe rallegrarmi; forse tra poco tempo lo farà. Non che ti amerò di meno, ma che ti amerò in modo meno bruciante, e quindi meno egoistico. Ora ti ho scritto tutto ciò che ti compete ricevere da me. Il mio cavallo attende di sotto per portarmi via da questa città, e per sempre lontano dalla tua vicinanza. Per sempre! Sì, tu sei l'unica benedizione per sempre proibitami. Ricchezza potrei guadagnare, un buon nome, forse persino aspirare alla gloria; verso il cielo stesso potrei trovare un sentiero; ma di te nemmeno i miei sogni possono darmi l'ombra di una speranza. Non dico, se potessi trafiggere la mia anima mentre scrivo, che avresti pietà di me. Potresti trovarlo strano, ma non vorrei la tua pietà per nulla al mondo; penso che preferirei persino il tuo odio; la pietà sembra così simile al disprezzo. Ma se sapessi quale sforzo mi ha permesso di addolcire il mio linguaggio, di frenare i miei pensieri, di impedirmi di dare corpo a ciò che ora fa vorticare il mio cervello e sentire la mia mano come se il fuoco vivo la consumasse; se sapessi cosa mi ha permesso di trionfare sulla follia del mio cuore e risparmiarti ciò che, se scritto o detto, sembrerebbe il delirio di un folle, non potresti disprezzarmi, per quanto potresti aborrirmi.
E ora il Cielo ti protegga e ti benedica! Nulla sulla terra potrebbe farti del male. E persino gli empi che ti hanno guardata imparano a pregare; io ho pregato per te!
Così, brusca e senza firma, terminò l'attesa lettera. Lucy scese la mattina seguente alla solita ora e, a parte il fatto che era molto pallida, nulla nel suo aspetto sembrava annunciare dolore o emozione passata. Il signore le chiese se avesse ricevuto la lettera promessa. Lei rispose, con voce chiara sebbene debole, che l'aveva avuta, che il signor Clifford aveva confessato di essere di origini troppo umili per sperare in un matrimonio con la famiglia del signor Brandon; che confidava che il signore avrebbe mantenuto il suo segreto; e che l'argomento non sarebbe mai più stato menzionato da nessuno dei due. Se in questo discorso c'era qualcosa di estraneo all'indole ingenua di Lucy, e doloroso per la sua mente, ella lo sentì come un dovere verso il suo precedente amante di non tradire l'intera confessione che gli era stata così amaramente estorta. Forse, inoltre, c'era in quella lettera un fascino che le sembrava troppo sacro per essere rivelato a chiunque; e i misteri non erano esclusi nemmeno da un amore così mal riposto e apparentemente così transitorio come il suo.
La risposta di Lucy toccò il signore nel suo punto debole. "Un uomo di origini decisamente umili", confessò, "era del tutto fuori questione; tuttavia, il giovane ha mostrato una grande dose di candore nella sua rivelazione". Promise prontamente di non toccare mai un argomento necessariamente così sgradevole; e sebbene sospirasse nel finire il suo discorso, l'estrema quiete dei modi di Lucy lo rassicurò; e quando percepì che ella riprendeva, sebbene languidamente, le sue solite occupazioni, provò ben pochi dubbi sul fatto che ella avrebbe presto superato il ricordo di quella che sperava fosse solo un'infatuazione adolescenziale e fugace. Cedette, con avidità, alla sua proposta di ritornare a Warlock; e nella stessa settimana in cui Lucy aveva ricevuto la misteriosa lettera del suo amante, il padre e la figlia iniziarono il loro viaggio verso casa.
CAPITOLO XXIV.
Butler. Cosa sono questi, signore?
Yeoman. E di che natura, a quale uso?
Latroc. Immagina. La tragedia di Rollo.
Quickly. È nel seno di Arturo, se mai un uomo andò nel seno di Arturo. Enrico V.
Il flusso della nostra narrazione ci conduce ora di nuovo a William Brandon. Le promozioni legali precedentemente previste erano state completate; e con sorpresa del pubblico, l'invidiatissimo avvocato, subendo l'umiliazione del cavalierato, aveva, al momento in cui ritorniamo a lui, appena cambiato le sue faticose occupazioni con la serena dignità del banco. Qualunque rimpianto questo astuto e ambizioso intrigante potesse altrimenti aver provato per un'elevazione considerevolmente meno distinta di quanto avrebbe potuto ragionevolmente aspettarsi, fu interamente rimosso dalle speranze che gli venivano offerte di una rapida traslazione a una carica più brillante: si sussurrava tra coloro che non erano inclini a prevedere tali eventi, che l'interesse del governo richiedesse i suoi talenti nella Camera dei Lord. Proprio in quel momento, inoltre, la terribile malattia, le cui devastazioni Brandon tentava, gelosamente quanto più possibile, di nascondere al pubblico, era apparsa improvvisamente cedere all'abilità di un nuovo medico; e grazie alla somministrazione di medicine che un uomo meno severo o risoluto avrebbe tremato ad adottare (così potente e per la maggior parte mortale era la loro natura), passò da uno stato di tortura quasi insopportabile a un eliso di tranquillità e agio. Forse, tuttavia, le medicine che cambiarono alterarono anche la sua costituzione; ed era osservabile che in due casi in cui il medico aveva ottenuto un simile successo con gli stessi mezzi, i pazienti erano morti improvvisamente, esattamente nel momento in cui la loro cura sembrava essere finalmente completata. Tuttavia, Sir William Brandon appariva molto poco presago del pericolo. Il suo modo di fare divenne più allegro e uniforme di quanto non fosse mai stato prima; c'era una certa leggerezza nel suo passo, una certa euforia nella sua voce e nei suoi occhi, che sembravano i segni di qualcuno da cui un pesante fardello era stato improvvisamente sollevato, e a cui non era più impedito di seguire l'ardore della speranza dalle pretese assorbenti di un dolore fisico. Era sempre stato affabile in società, ma ora la sua cortesia respirava meno artificio: assumeva un tono più cordiale. Un altro cambiamento era discernibile in lui, ed era precisamente l'opposto di ciò che ci si sarebbe potuti aspettare. Divenne più parsimonioso, più attento alle spese della vita di quanto fosse stato. Sebbene disprezzasse lo sfarzo e l'ostentazione, e fosse fin troppo duro per essere dedito al lusso, era un architetto troppo scientifico delle debolezze altrui per non aver mantenuto durante la sua carriera pubblica un aspetto opulento e una tavola ospitale. La professione che aveva adottato richiede, forse, meno esteriorità per sostenerla di qualsiasi altra; tuttavia Brandon aveva finto di preservare l'importanza parlamentare oltre che legale; e sebbene la sua casa fosse situata in un quartiere interamente professionale, era stato abituato a riunire attorno alla sua tavola ospitale tutti coloro che erano eminenti, nel suo partito politico, per rango o per talento. Ora, tuttavia, quando l'ospitalità e una certa larghezza di spese avrebbero meglio addetto alla sua posizione, divenne più chiuso e più esatto nella sua economia. Brandon non avrebbe mai potuto degenerare in un avaro; il denaro, per uno abitudinariamente saggio come lui, non avrebbe mai potuto passare da mezzo a oggetto; ma aveva evidentemente, per un motivo o per l'altro, formato la risoluzione di risparmiare. Alcuni dicevano che fosse il risultato di una salute ritrovata, e della speranza di una vita prolungata, a cui molti obiettivi per i quali la ricchezza è desiderabile potrebbero presentarsi. Ma quando fu accidentalmente accertato che Brandon aveva fatto diverse indagini riguardo a una grande proprietà nei pressi di Warlock, precedentemente in possesso della sua famiglia, i pettegoli (poiché Brandon era un uomo su cui si facevano pettegolezzi) non furono più a corto di un motivo, falso o reale, per la parsimonia del giudice.
Fu poco dopo la sua elevazione al banco, e prima che questi segni di cambiamento fossero diventati notevoli, che lo stesso strano cencioso che abbiamo menzionato prima, come introdotto dal signor Swoppem a una conferenza privata con Brandon, fu ammesso alla presenza del giudice.
"Bene", disse Brandon, impazientemente, nel momento in cui la porta fu chiusa, "le tue notizie?"
"Be', vostro onore", disse l'uomo, timidamente, facendo roteare una cosa che fungeva da cappello, "penso che sarò in grado di soddisfare l'onore di vostra signoria!" Poi, avvicinandosi al giudice e assumendo un'aria importante, sussurrò: "È come pensavo!"
"Mio Dio!" gridò Brandon, con veemenza. "E lui è vivo, e dove?"
"Credo", rispose il decoroso confidente di Sir William Brandon, "che sia vivo; e se è vivo, che io possa perdere i denti in una vetrinetta, se non lo stanerò; ma quanto al dire dove si trovi in questo preciso istante, che io sia dannato se posso!"
"È in questo paese", disse Brandon, "o credi che sia andato all'estero?"
"Be', un po' dell'uno e non poco dell'altro!" disse l'eufonico confidente.
"Come! Parla chiaro, uomo; cosa intendi?"
"Be', intendo, vostro onore, che non so dire dove sia."
"E questa", disse Brandon, con una bestemmia sussurrata, "questa è la tua vantata notizia, vero? Cane! Dannato, dannato cane! Se ti prendi gioco di me o mi inganni, ti farò impiccare, per il Dio vivente, lo farò!"
L'uomo si ritrasse involontariamente dalla fronte vendicativa e dagli occhi accesi di Brandon; ma con l'astuzia peculiare del basso vizio, rispose, sebbene con un tono più umile:
"E che bene farà ciò a vostro onore? Se anche doveste farmi impiccare, metterà questo vostra signoria sulla strada per trovarlo?"
Non c'è mai stato un ostacolo nella grammatica attraverso il quale una verità robusta non potesse farsi strada; e Brandon, dopo una pausa cupa, disse con voce più mite:
"Non intendevo spaventarti! Non importa quello che ho detto; ma puoi sicuramente indovinare dove si trovi, o quale mezzo di sostentamento persegua. Forse", e un pallore momentaneo attraversò il volto scuro di Brandon, "forse è stato spinto alla disonestà per mantenersi!"
L'informatore rispose con grande ingenuità che una cosa del genere non era impossibile! E Brandon entrò quindi in una serie di controinterrogatori apparentemente negligenti ma astuti, che l'ignoranza o l'astuzia dell'uomo gli permisero di confutare. Dopo qualche tempo Brandon, deluso e insoddisfatto, abbandonò il suo compito professionale; e conferendo all'uomo molte istruzioni sagaci e minuziose, oltre a una donazione molto liberale, fu costretto a congedare il suo misterioso visitatore, e ad accontentarsi dell'assicurazione che se l'oggetto delle sue indagini non fosse già andato all'inferno, lo strano gentiluomo impiegato per scoprirlo lo avrebbe certamente, prima o poi, portato dal giudice.
Questa asserzione, e il colloquio che la precedette, ispirarono certamente Sir William Brandon con un sentimento simile alla compiacenza, sebbene fosse mescolato a una considerevole lega.
"Non vedo", pensò, concludendo le sue meditazioni quando fu lasciato solo, "non vedo cos'altro posso fare! Poiché appare che il ragazzo non avesse nemmeno un nome quando partì da solo dalla sua misera dimora, temo che un annuncio avrebbe ben poche possibilità persino di designarlo, tanto meno di trovarlo, dopo una così lunga assenza. Inoltre, potrebbe rendermi preda di impostori; e con ogni probabilità ha lasciato il paese, o ha adottato qualche modo di vivere che gli impedirebbe di osare svelarsi!" Questo pensiero immerse il soliloquista in una cupa astrazione, che durò diversi minuti, e dalla quale si scosse, mormorando ad alta voce:
"Sì, sì! Oso crederlo, sperarlo. Ora per il ministro e la parìa!" E da quel momento la radice dell'ambizione di Sir William Brandon si diffuse con una presa più ferma ed estesa sulla sua mente.
Ci addolora molto che il corso della nostra storia ci obblighi ora a registrare un evento che avremmo volentieri risparmiato a noi stessi il dolore di narrare. Il buon vecchio signore di Warlock Manor-house era appena giunto a casa al suo ritorno da Bath, prima che William Brandon ricevesse la seguente lettera dal maggiordomo dai capelli grigi di suo fratello:
ONORATO SIGNORE, invio questa con ogni sollecitudine, sebbene con cuore pesante, per informarvi dell'improvvisa (e si teme dai suoi cari amici e benintenzionati, che questi ultimi, a dire il vero, sono tutti coloro che lo conoscono) pericolosa malattia del signore. È stato colto, povero caro gentiluomo (poiché Dio non ne ha mai fatto uno migliore, nessuna offesa al vostro Onore), nel momento in cui ha messo piede nella sua Sala, e ciò che mi è rimasto appeso attorno come una macina da mulino sin da allora, è che invece del suo solito "Come state, Sampson?", come era sua abitudine ogni volta che ritornava da parti straniere, come Bath, Londra e simili, ha detto: "Dio vi benedica, Sampson!", il che mi fa pensare in qualche modo che saranno le sue ultime parole; poiché non ha più parlato da allora, nonostante Miss Lucy sia continuamente al suo capezzale. Lei, povera cara, non si lascia andare per niente, riguardo al piangere e a tali lavori da donna, ma sembra nondimeno, per tutto il mondo, proprio come un cadavere. Invio Tom il postiglione con questo espresso, sapendo che è bravo al galoppo, avendo, non sedici anni fa, battuto alcuni dei migliori in una corsa. Sperando che il vostro Onore non perda tempo nel venire in questa "casa del lutto", rimango, con tutto il rispetto, Umile servitore di vostro Onore ai vostri ordini, JOHN SAMPSON.
[Il lettore, che ha senza dubbio notato come invariabilmente i servitori di lunga data acquisiscano un certo tono da quello del loro padrone, può osservare che l'onesto John Sampson aveva preso dal signore l'abitudine alla composizione tra parentesi.]
Sir William Brandon non si diede il tempo di rileggere questa lettera, per renderla più comprensibile, prima di scrivere a uno dei suoi colleghi professionisti, chiedendogli di occupare il suo posto durante la sua inevitabile assenza, in occasione della melanconica circostanza della prevista morte di suo fratello; e fatto ciò, partì immediatamente per Warlock. Inspiegabile persino a se stesso era quel sentimento, così vicino a un dolore reale, che l'avvocato mondano provava alla prospettiva di perdere il suo ingenuo e non speculatore fratello. Che sia perché le menti turbolente e ambiziose, nello scegliere per i loro affetti vacillanti gli esatti opposti di se stesse, sentano (nel perdere la compagnia di quei caratteri calmi e limpidi che non hanno mai incrociato il loro cammino accidentato) come se perdessero, perdendoli, una specie di rifugio per i propri pensieri inquieti e disegni tormentati dalle tempeste! Sia come sia, certo è che quando William Brandon giunse alla porta di suo fratello, e fu informato dal vecchio maggiordomo, che per la prima volta fu lento ad accoglierlo, che il signore aveva appena esalato l'ultimo respiro, la sua natura austera lo abbandonò all'istante, e provò lo shock con una severità forse ancora più acuta di quella che un cuore più gioviale e affettuoso avrebbe sperimentato.
Non appena ebbe recuperato la padronanza di sé, Sir William chiese della nipote; e scoprendo che dopo una veglia incessante durante l'intera breve malattia del signore, la natura le era venuta meno alla sua morte, ed era stata portata priva di sensi dalla sua camera alla propria, Brandon camminò con un passo ben diverso dalla sua solita andatura statuaria verso la stanza dove giaceva suo fratello. Era uno degli appartamenti più antichi della casa, e gran parte dell'antico splendore che apparteneva alla dimora prima che le sue dimensioni fossero ridotte, insieme alle fortune dei suoi successivi proprietari, distingueva ancora la camera. L'enorme mensola del camino che ascendeva al soffitto intagliato in pilastri grotteschi, e i fregi del più nero rovere, con gli stemmi inquartati di Brandon e Saville inquartati al centro; le pareti rivestite di pannelli dello stesso scuro rivestimento in legno; l'armadio di ebano; le sedie dallo schienale alto, con i loro sedili arazzati; il letto alto, con i suoi pennacchi funebri e drappeggi di un damasco cremisi che sembrava, tanto massiccia era la sostanza e così prominenti i fiori, come se fosse più un intaglio che una seta: tutto cospirava con le dimensioni della stanza a darle una solennità feudale, forse non adatta al resto della casa, ma ben calcolata a colpire un cupo timore nel petto dell'uomo orgoglioso e mondano che ora entrava nella camera mortuaria di suo fratello.
Silenziosamente William Brandon fece cenno agli attendenti di allontanarsi, e silenziosamente si sedette accanto al letto, fissando a lungo e con malinconia il volto calmo e placido del defunto. È difficile indovinare cosa passasse dentro di lui durante lo spazio di tempo in cui rimase solo in quella stanza. L'appartamento stesso non avrebbe potuto occuparlo in un altro periodo senza provare un'emozione segreta. Era quello in cui, da ragazzo, era solito dormire; e, già allora intrigante e ambizioso, la sola vista della stanza bastava a richiamare tutte le speranze e le visioni, i progetti inquieti e i desideri febbrili che ora lo avevano condotto all'invidiatolo stato di celebrità riconosciuta e di corpo distrutto. Deve esserci stato qualcosa di terribile nella combinazione di quei ricordi attivi con la causa che lo aveva condotto in quell'appartamento; e c'era un'omelia nel volto sereno del morto, che predicava con più efficacia al cuore del vivo di quanto William Brandon avrebbe mai voluto ammettere. Era lì da più di un'ora, e la sera aveva già iniziato a gettare ombre profonde attraverso i piccoli vetri della finestra socchiusa, quando Brandon fu fatto sussultare da un leggero rumore. Alzò lo sguardo e vide Lucy di fronte a lui. Lei non lo vide; ma gettandosi sul letto, prese la mano fredda del defunto e, dopo un lungo silenzio, scoppiò in un impeto di pianto.
“Padre mio!” singhiozzò, “padre mio gentile e buono! Chi mi amerà ora?”
“Io!” disse Brandon, profondamente commosso; e girando attorno al letto, prese la nipote tra le braccia: “Io sarò tuo padre, Lucy, e tu – l'ultima della nostra stirpe – sarai per me come una figlia!”
CAPITOLO XXV.
La falsità in lui non era la menzogna inutile Dell'orgoglio vantatore o della vanità ridente: Era l'arte guadagnatrice, persuasiva, ecc.
CRABBE.
Avanti con i cavalli – via verso Canterbury, Zoccoli, zoccoli sopra i ciottoli, e schizzi, schizzi nelle pozzanghere; Evviva! Con che rapidità corre il postiglione così allegro! ............... “Qui le leggi sono tutte inviolate: nessuno pone Trappole al viaggiatore; ogni strada è libera; Qui...” fu interrotto da un coltello, Con un “Dannazione ai vostri occhi! I vostri soldi o la vostra vita!”
Don Juan.
Le sventure sono come le creature di Cadmo – si distruggono a vicenda! Risvegliata dal torpore mentale causato dalla perdita del suo amante durante l'improvvisa malattia del signore, Lucy non aveva pensieri per sé, nessun pensiero per nessuno, per nulla se non per suo padre, finché molto tempo dopo che la terra ebbe chiuso i suoi resti. L'attività stessa di quest'ultimo dolore era meno pericolosa della quiete del primo; e quando la prima acutezza del dolore svanì, e la sua mente ritornò gradualmente e meccanicamente al ricordo di Clifford, fu con un'intensità meno forte e meno fatale per la sua salute e felicità di prima. Considerava innaturale e criminale permettere a qualsiasi altra cosa di addolorarla, mentre aveva un dolore così sacro come quello della sua perdita; e la sua mente, una volta risvegliata alla resistenza contro la passione, tradiva una forza nativa che ben poco ci si sarebbe aspettati dal suo carattere apparente. Sir William Brandon non perse tempo a tornare in città dopo la sepoltura di suo fratello. Insistette per portare la nipote con sé; e, sebbene con riluttanza, lei cedette ai suoi desideri e lo accompagnò. Per testamento del signore, infatti, Sir William era stato nominato tutore di Lucy, e a lei mancava ancora più di un anno alla maggiore età. Brandon, con una delicatezza molto insolita per lui quando si trattava di donne (poiché era un convinto misogino), provvide a tutto ciò che pensava potesse in qualche modo contribuire al suo conforto. Ordinò che si intendesse nel suo stabilimento che lei ne era la padrona. Arredò e fornì, secondo quello che immaginava fosse il suo gusto, una suite di appartamenti per la sua esclusiva sistemazione; una carrozza separata e dei servitori furono destinati al suo uso; e cercò, con continui regali di libri, fiori o musica, di occupare i suoi pensieri e compensare la solitudine alla quale i suoi doveri professionali lo costringevano a relegarla così costantemente. Queste attenzioni, che mostravano quest'uomo strano sotto una nuova luce, sembravano far emergere molte piccole amabilità latenti, solitamente incastonate nelle callosità della sua natura rocciosa; e, persino a dispetto delle sue ragioni di dolore e della profonda malinconia che la consumava, Lucy era toccata dalla gratitudine per una gentilezza doppiamente lenitiva in qualcuno che, per quanto urbano e raffinato, non era affatto dedito alle piccole attenzioni che sono considerate così gratificanti dalle donne, e per le quali esse spesso disprezzano, pur amandolo, colui che le offre. C'era molto in Brandon che si avvolgeva insensibilmente attorno al cuore. Per qualcuno più esperto di Lucy, questa attrazione involontaria non sarebbe potuta essere incompatibile con il sospetto, e difficilmente sarebbe stata associata alla stima; eppure per tutti coloro che lo conoscevano intimamente, persino per il penetrante ed egoista Mauleverer, l'attrazione esisteva. Senza principi, astuto, ipocrita, persino vile quando serviva al suo scopo; segretamente sprezzante verso i creduloni che creava, e non conoscendo altro codice se non quello dell'interesse e dell'ambizione; vedendo gli uomini solo come macchine e le opinioni solo come scale – c'era tuttavia un tono di sentimento potente talvolta evocato da un cuore che avrebbe potuto nello stesso momento sacrificare un intero popolo al più meschino degli obiettivi personali: e talvolta con Lucy l'eloquenza o l'ironia della sua conversazione si approfondivano in una malinconia, una gentilezza di sentimento semisoppressa, che si accordava con lo stato d'animo di lei e interessava potentemente i suoi sentimenti gentili. Erano queste peculiarità nel suo conversare a far sì che Lucy amasse ascoltarlo; e imparò gradualmente ad attendere con un piacere cupo l'ora in cui, dopo le occupazioni della giornata, era solito raggiungerla.
“Sembri poco bene, zio, stasera,” disse lei, quando una sera lui entrò nella stanza con un aspetto più affaticato del solito; e alzandosi, si sporse teneramente su di lui e gli baciò la fronte.
“Ah!” disse Brandon, per nulla conquistato, e anzi noncurante della carezza, “il nostro modo di vivere passa presto nella foglia secca e ingiallita; e quando Macbeth si addolorava di non poter sperare di avere ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia, era diventato demente e si addolorava per ciò che era senza valore.”
“No, zio, 'onore, amore, obbedienza, schiere di amici', questi valevano sicuramente la pena di essere sospirati?”
“Puh! Non valgono un solo sospiro! I desideri sciocchi che formiamo in gioventù hanno qualcosa di nobile e qualcosa di fisico in essi; ma quelli della vecchiaia sono ombre assolute, e le ombre dei pigmei! Perché, cos'è l'onore, dopo tutto? Cos'è questo buon nome tra gli uomini? Solo una sorta di idolo pagano, eretto per essere adorato da una schiera di sciocchi e disprezzato da un'altra. Non noti, Lucy, che l'uomo che senti più lodato dalla parte che incontri oggi è più abusato da quella che incontri domani? Gli uomini pubblici sono lodati solo dal loro partito; e il loro partito, dolce Lucy, sono servi così vili che fa venire la milza pensare di essere così piccoli da essere utili a loro. Così un buon nome è solo il buon nome di una setta, e i membri di quella setta sono solo dei furfanti meravigliosamente perbene.”
“Ma i posteri rendono giustizia a coloro che meritano veramente la fama.”
“I posteri! Puoi credere che un uomo che sa cosa sia la vita si curi dei fischietti di latta dei bambini cresciuti dopo la sua morte? I posteri, Lucy – no! I posteri non sono che la stessa perpetuità di sciocchi e mascalzoni; e anche se la giustizia fosse desiderabile per loro, non potrebbero dispensarla. Gli uomini sono d'accordo se Carlo Stuart fosse un bugiardo o un martire? Per quante ere abbiamo creduto che Nerone fosse un mostro! Uno scrittore ora chiede, come se dimostrasse un problema, quale vero storico potrebbe dubitare che Nerone fosse un modello? I patriarchi delle Scritture sono stati dichiarati dalla filosofia moderna come una serie di geroglifici astronomici; e, con maggiore parvenza di verità, ci viene assicurato che il patriota Tell non è mai esistito! I posteri! La parola ha ingannato abbastanza uomini senza che io aggiunga al numero. Io, che detesto i vivi, difficilmente posso venerare i non ancora nati. Lucy, credimi, nessuno può mescolarsi largamente con gli uomini nella vita politica e non disprezzare tutto ciò che in gioventù adorava! La vecchiaia ci lascia solo un sentimento – il disprezzo!”
“Sei calunniato, dunque?” disse Lucy, indicando un giornale, l'organo del partito opposto a Brandon: “sei calunniato quando qui vieni chiamato 'ambizioso'? Quando ti chiamano 'egoista' e 'avido', so che ti fanno un torto; ma confesso di averti pensato ambizioso; eppure può chi disprezza gli uomini desiderare la loro buona opinione?”
“La loro buona opinione!” ripeté Brandon, beffardo: “vogliamo il raglio degli asini che cavalchiamo? No!” riprese, dopo una pausa. “È il potere, non l'onore; è la speranza di elevarsi sotto ogni aspetto, nel mondo esterno così come nel mondo della propria mente: è questa speranza che mi fa lavorare dove potrei riposare, e continuerà il lavoro fino alla tomba. Lucy,” continuò Brandon, fissando i suoi occhi acuti sulla nipote, “non hai ambizione – il potere, lo sfarzo e la posizione non hanno alcun fascino per la tua mente?”
“Nessuno!” disse Lucy, con calma e semplicità.
“Davvero! Eppure ci sono volte in cui ho pensato di riconoscere il mio sangue nelle tue vene. Discendi da una stirpe un tempo nobile, ma decaduta. Sei mai suscettibile alla debolezza dell'orgoglio ancestrale?”
“Tu dici,” rispose Lucy, “che non dovremmo curarci di coloro che vivono dopo di noi; molto meno, immagino, dovremmo curarci di coloro che sono vissuti ere prima!”
“Ben risposto,” disse Brandon, sorridendo. “Ti racconterò prima o poi quale effetto quella debolezza che disprezzi ha avuto già una volta, molto dopo la tua età, su di me. Sei precocemente saggia su alcuni punti; approfitta della mia esperienza e sii tale su tutto.”
“Vale a dire, nel disprezzare tutti gli uomini e tutte le cose!” disse Lucy, sorridendo a sua volta.
“Bene, non importa il mio credo – tu puoi essere saggia secondo il tuo; ma fidati di uno, carissima Lucy, che ti ama in modo puro e disinteressato, e che ha pesato con bilance bilanciate al capello tutti i vantaggi che si possono trarre da una terra in cui credo veramente che il raccolto sia stato mietuto prima che vi fossimo messi – fidati di me, Lucy, e non pensare mai che l'amore, quel sogno da fanciulla, sia prezioso quanto il rango e il potere: rifletti bene prima di cedere al primo; accetta i secondi nel momento in cui ti vengono offerti. L'amore ti mette ai piedi di un altro, e quell'altro è un tiranno; il rango mette gli altri ai tuoi piedi, e tutti coloro che sono così sottomessi sono tuoi schiavi!”
Lucy spostò la sedia in modo che la nuova posizione le nascondesse il volto, e non rispose; e Brandon, con un tono mutato, continuò –
“Penseresti, Lucy, che una volta fui abbastanza sciocco da immaginare che l'amore fosse una benedizione, e da cercare avidamente? Rinunciai alle mie speranze, alle mie possibilità di ricchezza, di distinzione – tutto ciò che aveva bruciato dagli anni della fanciullezza fino al mio cuore. Scelsi la povertà, l'oscurità, l'umiliazione; ma scelsi anche l'amore. Quale fu la mia ricompensa? Lucy Brandon, fui ingannato – ingannato!”
Brandon si fermò; e Lucy gli prese la mano affettuosamente, ma non ruppe il silenzio. Brandon riprese –
“Sì, fui ingannato! Ma io a mia volta ebbi una vendetta, e una vendetta appropriata; perché non fu la vendetta dell'odio, ma” (e l'oratore rise in modo sardonico) “del disprezzo. Basta con questo, Lucy! Ciò che volevo dirti è questo – gli uomini e le donne cresciuti sanno più della verità delle cose di quanto voi giovani pensiate. L'amore è un mero gingillo, e nessun essere umano ha mai scambiato per esso un vantaggio solido senza pentirsene. Credi a questo; e se il rango si mette mai sotto quei bei piedi, assicurati di non calpestare lo sgabello.”
Così dicendo, con una leggera risata, Brandon accese la candela della sua camera e lasciò la stanza per la notte.
Non appena l'avvocato raggiunse il suo appartamento, scrisse a Lord Mauleverer la seguente epistola:
“Perché, caro Mauleverer, non vieni in città? Ho bisogno di te, il tuo partito ha bisogno di te; forse il R--e ha bisogno di te; e certamente, se sei serio riguardo a mia nipote, la cura della tua stessa corte d'amore dovrebbe indurti tu stesso a voler venire qui. Ho spianato la strada per te; e penso, con un po' di abilità, potresti anticipare un rapido successo. Ma Lucy è una ragazza strana; e, forse, dopo tutto, sebbene tu debba essere sul posto, faresti meglio a lasciarla il più possibile nelle mie mani. Conosco la natura umana, Mauleverer, e quella conoscenza è il motore con cui lavorerò per il tuo trionfo. Quanto al giovane amante, non sono del tutto sicuro che non sia meglio per noi che Lucy abbia sperimentato una delusione su quel punto; perché quando una donna ha amato una volta, e l'amore è del tutto senza speranza, mette tutte le idee vaghe di altri amanti completamente fuori dalla sua testa; diventa contenta con un marito che può stimare! Dolce canter! Ma tu, Mauleverer, vuoi che Lucy ti ami! E così farà – dopo che l'avrai sposata! Ti amerà in parte per i vantaggi che trae da te, in parte per familiarità (per non parlare delle tue buone qualità). Per quanto mi riguarda, penso che la domesticità arrivi al punto che credo che una donna sia sempre incline a essere affettuosa verso un uomo che ha visto una volta con la papalina da notte. Comunque, dovresti venire in città; la recente morte del mio povero fratello ci permette di non vedere nessuno – la costa sarà libera dai rivali; il dolore ha ammorbidito il cuore di mia nipote; in una parola, non potresti avere un'opportunità migliore. Vieni!
“A proposito, dici che uno dei motivi che ti hanno fatto pensare male di questo Capitano Clifford è stata la tua impressione che nella figura di uno dei suoi compagni tu abbia riconosciuto qualcosa che ti è sembrato somigliare a uno dei tizi che ti hanno rapinato qualche mese fa. Mi risulta che in questo momento la polizia sia all'inseguimento attivo di tre rapinatori molto esperti; né sarei affatto sorpreso se proprio in questo Clifford si trovasse il capo della banda, vale a dire, il famigerato Lovett. Sento dire che il suddetto capo è un tipo intelligente e di bell'aspetto, di modi gentili, e che i suoi associati abituali sono due uomini dell'esatta risma dei degni individui che mi hai descritto in modo così divertente. L'ho saputo ieri da Nabbem, l'agente di polizia con cui ho fatto conoscenza una volta durante un processo; e nel mio rancore verso il tuo rivale, ho accennato al mio sospetto che lui, il Capitano Clifford, potrebbe non impossibilmente rivelarsi questo Rinaldo Rinaldini delle strade. Nabbem ha colto il mio accenno subito; così che, se è fondato su una vera intuizione, posso lusingare la mia coscienza così come la mia amicizia con la speranza di aver avuto qualche mano nell'impiccare questo Adone di mia nipote. Che la mia intuizione sia vera o meno, Nabbem dice di essere sicuro di questo Lovett; poiché uno della sua banda ha promesso di tradirlo. Impiccare questi cani ambiziosi! Pensavo che il tradimento fosse limitato alla politica; e quel pensiero mi fa volgere alle questioni pubbliche, in cui tutte le persone si rivoltano con la celerità più edificante....”
L'epistola di Sir William Brandon trovò Mauleverer in uno stato d'animo adatto per Lucy e per Londra. Il nostro degno pari era stato non poco contrariato dall'improvvisa partenza di Lucy da Bath; e mentre era in dubbio se seguirla o meno, i giornali lo avevano informato della morte del signore. Mauleverer, essendo allora pienamente consapevole dell'impossibilità di sollecitare immediatamente la sua corte, cercò, da vero filosofo qual era, di riconciliarsi con la sua speranza rimandata. Poche persone erano più facilmente suscettibili di consolazione di Lord Mauleverer. Trovò una signora gradevole, dal volto meno sfiorito della sua reputazione, alla quale affidò il compito di sollevare i suoi momenti di svago dalla noia; e essendo una donna vivace, la confidente assolse al compito con grande soddisfazione per Lord Mauleverer, per lo spazio di una quindicina di giorni, così che egli cominciò naturalmente a sentire il suo amore per Lucy svanire gradualmente, per assenza e altri legami; ma proprio mentre il trionfo del tempo sulla passione stava diventando decisivo, la signora lasciò Bath in compagnia di un alto ufficiale delle guardie, e Mauleverer ricevette la lettera di Brandon. Questi due eventi richiamarono il nostro eccellente amante a un senso della sua fedeltà; e non essendoci ora a Bath alcuna attrazione particolare per controbilanciare l'ardore del suo affetto, Lord Mauleverer ordinò i cavalli alla sua carrozza e, accompagnato solo dal suo valletto, partì per Londra.
Niente, forse, potrebbe offrire un ritratto migliore del favorito viziato del mondo di una vista dei lineamenti sottili e schizzinosi di Lord Mauleverer, che sbirciano attraverso la finestra chiusa della sua lussuosa carrozza da viaggio; il resto dell'uomo esterno accuratamente avvolto in pellicce, una mezza dozzina di romanzi che spargono il sedile della carrozza, e un cane francese magro, straordinariamente simile al suo padrone, che annusa invano l'aria fresca, che, all'immaginazione di Mauleverer, era popolata da ogni sorta di asma e catarro! Mauleverer scese dalla sua carrozza a Salisbury, per sgranchirsi le membra e per divertirsi con una cotoletta. Il nostro nobile era ben noto sulle strade; e siccome nessuno poteva essere più affabile, era altrettanto popolare. L'ufficioso proprietario si affrettò nella stanza, per servire personalmente sua signoria e raccontare tutte le notizie del posto.
“Bene, signor Cheerly,” disse Mauleverer, dando uno sguardo penetrante alla sua cotoletta, “i tempi cattivi, vedo, non hanno rovinato il vostro cuoco.”
“Davvero, mio signore, vostra signoria è molto gentile, e i tempi, davvero, sono molto cattivi – molto cattivi davvero. C'è abbastanza sugo? Forse vostra signoria vorrà provare le cipolline sottaceto?”
“Le cosa? Cipolle! – oh! ah! niente può essere meglio; ma non le tocco mai. Allora, le strade sono buone?”
“Vostra signoria ha, spero, trovato che siano buone fino a Salisbury?”
“Ah! credo di sì. Oh! di sicuro, eccellenti fino a Salisbury. Ma come sono per Londra? Abbiamo avuto tempo piovoso ultimamente, credo!”
“No, mio signore. Qui il tempo è stato asciutto come un osso.”
“O una cotoletta!” mormorò Mauleverer; e l'oste continuò –
“Quanto alle strade stesse, mio signore, per quanto riguarda le strade, sono abbastanza buone, mio signore; ma non posso dire che non ci sia qualcosa in esse che potrebbe essere migliorato.”
“Per nulla improbabile! Intendete le locande e i pedaggi?” replicò Mauleverer.
“Vostra signoria si diverte a essere faceto; no! intendevo qualcosa di peggio di quelli.”
“Cosa! i cuochi?”
“No, mio signore, i briganti di strada!”
“I briganti di strada! davvero?” disse Mauleverer, ansiosamente; poiché aveva con sé un cofanetto di diamanti, che a quel tempo in grandi occasioni erano spesso gli ornamenti dell'abbigliamento di un gentiluomo, sotto forma di bottoni, fibbie, ecc. Aveva anche una somma di denaro contante abbastanza grande con sé – una benedizione che ultimamente aveva cominciato a trovare molto rara. “A proposito, i mascalzoni mi hanno già rapinato su questa stessa strada. Le mie pistole saranno cariche questa volta. Signor Cheerly, faresti meglio a ordinare i cavalli; tanto vale evitare il calar del sole.”
“Certamente, mio signore, certamente. – Jem, i cavalli subito! – Vostra signoria vorrà un'altra cotoletta?”
“Nemmeno un boccone!”
“Una torta?”
“Al diav...! non per tutto l'oro del mondo!”
“Porta il formaggio, John!”
“Molto obbligato a lei, signor Cheerly, ma ho cenato; e se non ho reso giustizia alla vostra buona tavola, ringraziate voi stessi e i briganti di strada. Dove attaccano questi briganti?”
“Perché, mio signore, il vicinato di Reading è, credo, la parte peggiore; ma sono molto fastidiosi lungo tutta la strada fino a Salthill.”
“Dannazione! Proprio il vicinato in cui i furfanti mi hanno rapinato prima! Potete ben chiamarli fastidiosi! Perché al diavolo la polizia non ripulisce il paese da una specie di disturbo così mobile?”
“Davvero, mio signore, non lo so; ma dicono che il Capitano Lovett, il famoso rapinatore, sia uno della banda; e nessuno può prenderlo, temo!”
“Perché, suppongo, il cane ha il buon senso di corrompere oltre che di bullizzare. Qual è il numero generale di questi furfanti?”
“Perché, mio signore, a volte uno, a volte due, ma raramente più di tre.”
Mauleverer si raddrizzò. “I miei cari diamanti e la mia bella borsa!” pensò; “potrei salvarvi ancora!”
“Siete tormentati da tempo da questi tizi?” chiese, dopo una pausa, mentre stava pagando il conto.
«Perché, mio signore, a volte sì e a volte no. Mi par di capire che abbiano una specie di covo vicino a Reading, poiché a volte sono intollerabili proprio da quelle parti, e a volte se ne stanno quieti per mesi interi! Per esempio, mio signore, credevamo se ne fossero andati tutti tempo fa; ma ultimamente hanno fermato regolarmente chiunque, sebbene senta dire che non abbiano ancora fatto un gran bottino.»
Qui il cameriere annunciò i cavalli, e Mauleverer risalì lentamente nella sua carrozza, tra gli inchini e i sorrisi degli spiriti incantati dell'osteria.
Durante il giorno Mauleverer, che era naturalmente di temperamento galante e impavido, non pensò più ai briganti, una specie di pericolo così comune a quel tempo che gli uomini consideravano quasi vergognoso lasciar che il timore di esso fosse causa di ritardo lungo la strada. I viaggiatori raramente ritenevano opportuno perdere tempo per risparmiare denaro; e portavano con sé un cuore saldo e un paio di pistole, invece di dormire tutta la notte per strada. Mauleverer, piuttosto un preux chevalier, era esattamente di questo stampo di viandanti; e una notte in una locanda, quando era possibile evitarla, era per lui, come per la maggior parte dei ricchi inglesi, una tediosa tortura da evitare con zelo. Non passò dunque mai per la testa del nostro eccellente nobile, nonostante la sua esperienza, che i suoi diamanti e la sua borsa avrebbero potuto essere salvati da ogni pericolo se avesse acconsentito a depositarli, insieme alla propria persona, in qualche luogo di ospitale accoglienza; né, invero, fu che quando fu a una tappa da Reading, e il crepuscolo si era interamente chiuso, che si preoccupò molto della faccenda. Ma mentre venivano attaccati i cavalli, chiamò a sé i postiglioni; e dopo aver scrutato i loro volti con l'occhio di un uomo abituato a leggere la fisiognomia, si rivolse loro così eloquentemente:
«Signori, sono informato che c'è un certo pericolo di essere derubati tra questa città e Salthill. Ora, vi prego di informarvi che ritengo quasi impossibile che quattro cavalli, opportunamente diretti, vengano fermati da meno di quattro uomini. A quel numero probabilmente cederò; a un numero inferiore non darò certamente altro che proiettili. Mi avete capito?»
I postiglioni fecero un ghigno, si toccarono il cappello; e Mauleverer continuò lentamente:
«Se, dunque — notate bene! — uno, due o tre uomini fermeranno i vostri cavalli, e io scoprirò che l'uso delle vostre fruste e dei vostri speroni è inefficace nel liberare gli animali dalla presa dei rapinatori, intendo con queste pistole — le osservate? — sparare ai signori che vi trattengono; ma poiché, sebbene io sia generalmente un tiro infallibile, la mia vista vacilla un po' al buio, penso sia molto possibile che io possa avere la sventura di sparare a voi, signori, invece che ai rapinatori! Vedete, i furfanti vi saranno vicini, abbastanza da mettervi in pericolo, a meno che non li facciate cadere col calcio delle vostre fruste. Menziono solo questo, affinché siate preparati. Se dovesse verificarsi un tale errore, non dovete essere inquieti in anticipo, perché mi prenderò ogni possibile cura delle vostre vedove; se non dovesse accadere, e dovessimo raggiungere Salthill sani e salvi, intendo testimoniare il mio apprezzamento per l'eccellenza della vostra guida con un regalo di dieci ghinee a testa! Signori, ho finito con voi. Vi do la mia parola d'onore che sono serio in ciò che vi ho detto. Fatemi il favore di montare.»
Mauleverer chiamò poi il suo servitore preferito, che sedeva nel dickey davanti (i rumble-tumbles non erano allora in uso). «Smoothson,» disse, «l'ultima volta che siamo stati attaccati proprio su questa strada, vi siete comportati in modo dannato. Badate di fare meglio questa volta, o potrebbe andarvi peggio. Avete delle pistole stasera con voi, eh? Bene, è giusto! E siete sicuro che siano cariche? Molto bene! Ora, dunque, se veniamo fermati, non perdete un momento. Saltate giù e sparate una delle vostre pistole al primo rapinatore. Tenete l'altra per un mirare sicuro. Un colpo serve a intimidire, il secondo a uccidere. Comprendete? Le mie pistole sono in ottime condizioni, suppongo. Prestatemi la bacchetta. Così, così! Niente giochetti questa volta!»
«Ucciderebbero una mosca, mio signore, a condizione che vostra signoria sparasse dritto su di essa.»
«Non ne dubito,» disse Mauleverer; «accendete le lanterne e dite ai postiglioni di partire.»
Era una notte gelida e abbastanza limpida. Il buio del crepuscolo era svanito sotto la luna che era appena sorta, e la brina bianca scintillava dai cespugli e dal prato, rompendosi in mille diamanti non appena catturava i raggi delle stelle. I cavalli proseguivano vivacemente, il loro respiro fumava contro l'aria fresca, e i loro zoccoli risuonavano allegramente sul terreno duro. Il rapido movimento della carrozza, la rinvigorente freschezza della notte e l'eccitazione provocata dall'ansia e dal presagio del pericolo, tutto cospirava a spronare il sangue languido di Lord Mauleverer in una sensazione vigorosa ed esilarante, naturale in gioventù per il suo carattere, ma del tutto contraria alla natura che aveva imbibito dalle usanze della sua maturità.
Sentì le sue pistole, e le sue mani tremarono un po' mentre lo faceva, non minimamente per paura, ma per quella irrequietezza e impazienza peculiari alle persone nervose poste in una nuova situazione.
«In questo paese,» disse a se stesso, «sono stato derubato solo una volta nel corso della mia vita. Fu allora un po' colpa mia; perché prima di ricorrere alle mie pistole, avrei dovuto essere certo che fossero cariche. Stasera sarò sicuro di evitare una simile gaffe; e le mie pistole hanno un'eloquenza nelle loro canne che è straordinariamente commovente. Humph, un altro miglio! Questi tizi guidano bene; ma stiamo entrando in un punto dall'aspetto carino per i Messieurs discepoli di Robin Hood!»
Era, davvero, un punto pittoresco quello in cui la carrozza stava ora vorticando rapidamente. A poche miglia da Maidenhead, sulla strada di Henley, i nostri lettori ricorderanno probabilmente un piccolo tratto di terra boschiva, che giace su entrambi i lati della strada. A sinistra la distesa verde si allontana tra alberi e cespugli; e chi è esperto del paese può passare da quel punto, attraverso un paesaggio poco abitato quanto lo era un tempo la verde Sherwood, nelle catene di brughiere selvagge e profondi boschi di faggi che bordano una certa parte dell'Oxfordshire, e contrastano così magnificamente le caratteristiche generali di quella contea.
Al tempo di cui parliamo, il paese era ancora molto più selvaggio di quanto non lo sia ora; e proprio in quel punto in cui le strade di Henley e Reading si uniscono vi era un luogo (che comunicava allora con la terra incolta che abbiamo descritto), rispetto al quale, forse, pochi luoghi avrebbero potuto essere più adatti agli scopi di quegli uomini veri che ricorrono alla legge primaria della natura. Certo era che in questa parte della strada Mauleverer guardava più ansiosamente dal suo finestrino di quanto non avesse fatto finora, e apparentemente la crescente serietà della sua ispezione non fu del tutto priva di ricompensa.
A circa cento iarde sulla sinistra, tre oggetti oscuri erano appena distinguibili nell'ombra; un momento dopo, e gli oggetti emergendo crebbero nelle forme di tre uomini, ben montati, e che cavalcavano a un trotto svelto.
«Solo tre!» pensò Mauleverer, «questo è bene;» e sporgendosi dal finestrino anteriore con una pistola in ogni mano, Mauleverer gridò ai postiglioni con tono severo: «Guidate avanti, e ricordate quello che vi ho detto! Ricordate!» aggiunse al suo servitore. I postiglioni si voltarono a stento; ma i loro speroni furono sepolti nei loro cavalli, e gli animali volarono via come un fulmine.
I tre stranieri fecero una sosta, come in conferenza; la loro decisione fu pronta. Due virarono dal loro compagno e scattarono al galoppo sfrenato vicino alla carrozza. La pistola di Mauleverer era già protesa dal finestrino anteriore, quando con suo stupore, e per il totale sconcerto del suo ingegnoso ammonimento ai suoi guidatori, vide i due postiglioni abbattuti dai loro cavalli l'uno dopo l'altro con una rapidità che gli consentì a stento un'esclamazione; e prima che avesse recuperato la sua padronanza di sé, i cavalli spaventandosi (e il loro spavento venendo abilmente sfruttato dai rapinatori), la carrozza fu vorticosamente gettata in un fossato sul lato destro della strada, e ribaltata. Nel frattempo Smoothson era balzato dalla sua postazione davanti; e avendo sparato, sebbene senza effetto, al terzo rapinatore, che si avvicinava minacciosamente verso di lui, guadagnò il tempo per aprire lo sportello della carrozza ed estrarre il suo padrone.
Nel momento in cui Mauleverer si trovò su terra ferma, preparò il suo coraggio per misure offensive; e lui e Smoothson, stando fianco a fianco davanti allo sfortunato veicolo, non presentavano un aspetto poco formidabile al nemico. I due rapinatori che si erano così decisamente sbarazzati dei postiglioni agirono con non meno determinazione verso i cavalli. Uno di loro smontò, tagliò le cinghie, e lasciò che i quadrupedi imbizzarriti andassero dove volevano. Questa misura non fu, tuttavia, consentita senza impunità; un proiettile dalla pistola di Mauleverer attraversò il cappello del brigante con una mira così leggermente errata che sibilò tra i riccioli dello sbalordito eroe con un suono che mandò un terrore al suo cuore, non meno per amore della sua testa che per ansia per i suoi capelli. Lo shock lo fece vacillare per un momento; e un secondo colpo dalle mani di Mauleverer avrebbe probabilmente finito la sua carriera terrena, se il terzo rapinatore, che finora era rimasto quasi inattivo, non si fosse gettato dal suo cavallo, che, istruito a tale docilità, rimase perfettamente immobile, e avanzando con passo audace e una pistola puntata verso Mauleverer e il suo servitore, disse con voce risoluta: «Signori, è inutile lottare; siamo ben armati, e risoluti nel compiere il nostro scopo. Le vostre persone saranno al sicuro se deporrete le armi, e anche quella parte dei vostri beni che potreste desiderare in particolare di conservare; ma se resistete, non posso rispondere delle vostre vite!»
Mauleverer aveva ascoltato pazientemente questo discorso per avere più tempo per regolare la sua mira. La sua risposta fu un proiettile, che sfiorò il fianco dell'oratore e strappò via la pelle, senza infliggere alcuna ferita più pericolosa. Imprecando contro l'errore della sua mira, e risoluto fino all'ultimo quando il suo sangue era una volta salito, Mauleverer indietreggiò di un passo, sguainò la spada, e si gettò nell'atteggiamento di un campione ben esperto nell'uso dello strumento che portava.
Ma quel personaggio incomparabile era sulla buona strada per accertare quale felicità nel mondo a venire sia riservata a un uomo che non ha risparmiato alcuno sforzo per rendersi confortevole in questo. Poiché i primi due e più attivi rapinatori, avendo finito l'impresa dei cavalli, si avvicinarono ora a Mauleverer; e il più alto di loro, ancora indignato per il recente pericolo ai suoi capelli, gridò con voce stentorea:
«Per Giove! vecchio sciocco, se non butti giù la tua forchetta, ti farò fuori!»
L'oratore accompagnò l'azione alla parola armando un'immensa pistola. Mauleverer mantenne la sua posizione; ma Smoothson si ritirò, e inciampando contro la ruota della carrozza, cadde all'indietro; l'istante successivo, il secondo brigante si era impossessato delle pistole del valletto, e, tranquillamente seduto sullo stomaco dell'uomo caduto, si divertiva a ispezionare il contenuto delle tasche del domestico. Mauleverer era ora solo; e la sua testardaggine infuriò così tanto l'alto prepotente che la sua mano era già sul grilletto, quando il terzo rapinatore, il cui fianco era stato sfiorato dal proiettile di Mauleverer, si spinse tra i due.
«Fermo, Ned!» disse, spingendo indietro la pistola del suo compagno. «E voi, mio signore, la cui avventatezza dovrebbe costarvi la vita, imparate che gli uomini possono rapinare generosamente.» Così dicendo, con un colpo destro dalla frusta da equitazione del rapinatore, la spada di Mauleverer volò verso l'alto, e atterrò alla distanza di dieci iarde dal suo proprietario.
«Avvicinati ora,» disse il vincitore ai suoi compagni. «Svaligiate la carrozza, e con tutta sollecitudine!»
L'alto brigante si affrettò a eseguire quest'ordine; e quello minore, avendo finito soddisfacentemente l'inquisizione nelle tasche di Mr. Smoothson, trasse fuori dalla propria sacca una corda abbastanza spessa; con questa legò le mani del valletto prostrato, moralizzando mentre avvolgeva la corda attorno ai polsi dell'uomo caduto, nel seguente tono edificante:
«Sta' fermo, signore, sta' fermo, vi supplico! Tutti gli uomini saggi sono fatalisti; e nessun proverbio è più incisivo di quello che dice: 'Ciò che non può essere curato deve essere sopportato'. Sta' fermo, vi dico! Poco, forse, pensate che state compiendo una delle più nobili funzioni dell'umanità; sì, signore, state riempiendo le tasche dei bisognosi; e con la mia azione presente vi sto salvando da ogni debolezza della carne suscettibile di ostacolare un fine così lodevole, e così mettere a repentaglio l'eccellenza della vostra azione. Ecco, signore, le vostre mani sono strette, sta' fermo e rifletti.»
Mentre diceva questo, con tre gentili applicazioni dei suoi piedi, il moralista rotolò Mr. Smoothson nel fossato, e si affrettò a raggiungere il suo compagno allampanato nella sua piacevole occupazione.
Nel frattempo Mauleverer e il terzo rapinatore (che, nel vero spirito di governo, rimaneva dignitoso e inattivo mentre i suoi seguaci depredavano ciò che certamente intendeva condividere, se non monopolizzare) stavano a pochi piedi l'uno dall'altro, faccia a faccia.
Mauleverer si era ora convinto che ogni sforzo per salvare la sua proprietà fosse senza speranza, e aveva anche la consolazione di pensare di aver fatto del suo meglio per difenderla. Ordinò quindi a tutti i suoi pensieri di tornare alla cura della sua persona. Si sistemò il colletto di pelliccia attorno al collo con grande sang froid, si infilò i guanti, e, accarezzando il suo barboncino terrorizzato, che sedeva tremando sulle zampe posteriori con una zampa alzata e nervosamente tremante, disse:
«Voi, signore, sembrate essere una persona civile, e mi sarei davvero sentito molto dispiaciuto se avessi avuto la sventura di ferirvi. Non siete ferito, confido. Vi prego, se posso chiedere, come devo procedere? La mia carrozza è nel fossato, e i miei cavalli a quest'ora sono probabilmente alla fine del mondo.»
«Per quanto riguarda la questione,» disse il rapinatore, il cui viso, come quelli dei suoi compagni, era strettamente mascherato secondo la moda approvata dei briganti di quel giorno, «credo che dovrete camminare fino a Maidenhead, non è lontano, e la notte è bella!»
«Un disagio davvero trascurabile!» disse Mauleverer, ironicamente; ma il suo nuovo conoscente non fece alcuna risposta, né sembrò affatto desideroso di entrare in alcuna ulteriore conversazione con Mauleverer.
Il conte, quindi, dopo aver osservato le operazioni degli altri rapinatori per alcuni momenti, voltò i tacchi, e rimase canticchiando un'aria d'opera con dignitosa indifferenza finché la coppia non ebbe finito di svaligiare la carrozza, e afferrando Mauleverer, procedettero a svaligiare lui.
Con un labbro arricciato e un sopracciglio alzato, quel personaggio supremo lasciò che, come espresso dal rapinatore più alto, lo «ripulissero». Il suo orologio, i suoi anelli, la sua borsa e la sua tabacchiera, tutto andò. Era passato molto tempo da quando i furfanti avevano catturato un tale bottino.
Avevano appena finito quando i postiglioni, che avevano ora iniziato a guardarsi intorno, emisero un grido simultaneo, e a una certa distanza un carro fu visto avvicinarsi pesantemente. Mauleverer voleva davvero i suoi soldi, per non dire dei suoi diamanti; e non appena percepì assistenza a portata di mano, una nuova speranza scoccò dentro di lui. La sua spada giaceva ancora a terra; balzò verso di essa, la afferrò, emise un grido d'aiuto, e si gettò ferocemente sul brigante che lo aveva disarmato; ma il rapinatore, parando la lama con la sua frusta, si ritirò verso la sua sella, che riuscì, nonostante gli affondi di Mauleverer, a riguadagnare con impunità.
Gli altri due erano già montati, e entro un minuto dopo non un vestigio del trio era visibile. «Questo è ciò che può essere giustamente chiamato solitudine felice!» disse Mauleverer, mentre, lasciando cadere la sua spada inutile, infilava le mani nelle tasche.
Lasciando il nostro impareggiabile pari a trovare la sua strada per Maidenhead a piedi, accompagnato (per non parlare del barboncino) da un carrettiere, due postiglioni e il rilasciato Mr. Smoothson, tutti e quattro che lo confortavano con le loro condoglianze, seguiamo con la nostra storia i passi dei tre alieni appetentes.
CAPITOLO XXVI.
I furfanti erano molto allegri per il loro bottino. Dissero mille cose che mostravano la malvagità della loro morale.---Gil Blas.
Fissarono un punto dove fecero una caverna, che era abbastanza grande da ricevere loro e i loro cavalli. Questa caverna era racchiusa all'interno di una specie di boschetto di cespugli e rovi. Da questa stazione erano soliti uscire, ecc.---Memorie di Richard Turpin.
Non fu per diversi minuti dopo che la loro fuga era iniziata che alcuna conversazione passò tra i rapinatori. I loro cavalli volarono come il vento; e il paese attraverso il quale cavalcavano presentava alla loro velocità nessun altro ostacolo se non una siepe occasionale, o una scorciatoia attraverso lo spessore di qualche bosco di faggi senza foglie. Le stelle prestavano loro una luce allegra, e gli spiriti di due di loro almeno erano pienamente in sintonia con l'esilarazione del ritmo e dell'aria. Forse, nel terzo, un certo presentimento che la presente avventura sarebbe finita meno allegramente di quanto era iniziata, cospirò, con altre cause di tristezza, a frenare quell'esaltazione del sangue che generalmente segue un'impresa riuscita.
Il sentiero che i rapinatori presero si snodava lungo i lati di lunghi boschi o attraverso grandi tratti di terra incolta; né incontrarono nulla di vivente lungo la strada, salvo di tanto in tanto un gufo solitario, che faceva girare il suo corpo grigio attorno ai bordi dei boschi spogli, o occasionalmente truppe di conigli, che perseguivano i loro giochi e si godevano il loro cibo di mezzanotte nei campi.
«Cieli!» gridò il rapinatore alto, il cui incognito non dobbiamo più preservare, e che, come i nostri lettori sono senza dubbio consapevoli, rispondeva al nome di Pepper, — «cieli!» gridò lui, guardando verso l'alto i cieli stellati in una sorta di estasi, «che vita allegra è questa! Ad alcuni tizi piace la caccia; dannazione! che caccia è come la strada? Se c'è sport nel cacciare una brutta volpe, quanto più ce n'è nel cacciare una bella carrozza di un nobile pulito! Se c'è gioia nell'ottenere una coda, quanto più ce n'è nell'ottenere una borsa! Se è piacevole volare sopra una siepe in pieno giorno, impiccato se non è dieci volte più bello farlo di notte, — ecco che si va! Guardate come le siepi corrono via da noi! e la stupida vecchia luna danza attorno, come se la vista di noi mettesse la buona signora di buon umore! Quelle vecchie zitelle sono sempre felici di avere un occhio su tali bei, sbarazzini giovani.»
«Sì,» gridò il più erudito e sentenzioso Augustus Tomlinson, risvegliato dal successo dalla sua solita sobrietà filosofica; «nessun lavoro è così piacevole come il lavoro notturno, e le streghe che i nostri antenati bruciavano avevano ragione a cavalcare sulle loro scope con i gufi e le stelle. Noi siamo i loro successori ora, Ned. Noi siamo i vostri veri uccelli notturni!»
«Solo,» disse Ned, «siamo maledettamente molto più intelligenti di loro; perché giocavano la loro partita senza essere un po' più ricchi per questo, e noi — dico, Tomlinson, dove diavolo hai messo quella custodia di marocchino rosso?»
«L'esperienza non illumina mai gli sciocchi,» disse Tomlinson, «o avresti saputo, senza chiedere, che l'avevo messa nella tasca più sicura del mio cappotto. Caspita, quanto è pesante!»
«Bene,» gridò Pepper, «non posso dire di desiderare che fosse più leggero! Solo pensare a noi che derubiamo il mio signore due volte, e sulla stessa strada!»
«Dico, Lovett,» esclamò Tomlinson, «non era strano che dovessimo inciampare nel nostro amico di Bath così senza cerimonie? Fortunati noi che siamo così rigorosi nel rapinare con le maschere! Non avrebbe pensato meglio della compagnia di Bath se avesse visto le nostre facce.»
Lovett, o meglio Clifford, era finora rimasto in silenzio. Ora si voltò lentamente nella sua sella, e disse: «Com'era, il povero diavolo era molto vicino a essere spedito. Il lungo Ned stava facendo un lavoro breve con lui, se non fossi intervenuto!»
«E perché lo hai fatto?» disse Ned.
«Perché non voglio uccisioni; è la maledizione del nobile arte della nostra professione avere professori passionali come te.»
«Appassionati!» ripeté Ned. «Beh, sono un po' collerico, lo ammetto; ma non è un difetto così grande sulla strada quanto lo sarebbe in un furto in casa. Non conosco cosa che richieda tanta freddezza e autocontrollo quanto ripulire una casa da cima a fondo... con calma e garbo, badi bene!»
«È per questo, suppongo, allora,» disse Augustus, «che hai rinunciato del tutto a quella carriera. La tua prima avventura fu un furto in casa, mi pare di averti sentito dire. Confesso che fu un debutto volgare... non degno di te!»
«No! Harry Cook mi sedusse; ma l'esemplare che vidi quella notte mi fece passare la voglia di scassinare serrature; ti mette in contatto con compagni così meschini. Pensa solo, c'era un mercante, un rigattiere, in quella banda!»
«Faugh!» disse Tomlinson, con solenne disgusto.
«Sì, puoi ben arricciare il labbro; non sono mai più entrato in una casa per rubare.»
«Chi erano i tuoi altri compagni?» chiese Augustus. «Solo Harry Cook... [Un noto brigante.]... e una donna davvero singolare...»
Qui la narrazione di Ned fu interrotta da una gola oscura attraverso un bosco, che permetteva il passaggio a un solo cavaliere alla volta. Proseguirono per questo sentiero tetro per diversi minuti, finché alla fine li condusse sull'orlo di una grande valle, ricoperta di cespugli e che si estendeva all'incirca a forma di rozzo semicerchio. Qui i rapinatori smontarono e condussero i loro cavalli fumanti lungo la discesa. Il Lungo Ned, che procedeva per primo, si fermò presso un ammasso di cespugli che sembravano così fitti da sfidare ogni intrusione, ma che, cedendo da entrambi i lati alla mano esperta del rapinatore, rivelarono quella che sembrava la bocca di una caverna. Pochi passi lungo il passaggio di questo abisso li condussero a una porta che, anche vista alla luce di una torcia, sarebbe apparsa così esattamente simile nel colore e nel materiale alle rozze pareti su entrambi i lati da ingannare qualsiasi occhio ignaro, e che, nell'oscurità consueta che la avvolgeva, avrebbe potuto rimanere per secoli inosservata. Toccando un chiavistello segreto, la porta si aprì e i rapinatori furono nei sicuri recinti della «Grotta Rossa». Si ricorderà che tra i primi studi del nostro eroico esemplare le memorie di Richard Turpin avevano formato una parte cospicua; e si ricorderà anche che nelle avventure eterogenee di quel gentiluomo nulla aveva deliziato maggiormente l'immaginazione giovanile dello studente quanto la descrizione della caverna nella foresta in cui il galante Turpin era solito nascondere se stesso, il suo amico, il suo cavallo,
«E quella dolce santa che giaceva al fianco di Turpin;»
o, per parlare in termini più domestici, la rispettabile signora Turpin. Una presa così forte, in effetti, aveva fissato quella prima reminiscenza nella mente del nostro eroe, che non appena fu assurto a eminenza tra i suoi amici, mise in esecuzione il progetto della sua infanzia. Aveva scelto per la scena della sua ingegnosità un luogo ammirevole. In un paese scarsamente popolato, circondato da terre comuni e boschi, e tuttavia, come direbbe il signor Robins se dovesse disporne all'asta, «a una facile cavalcata» da strade popolose e molto frequentate, possedeva tutti i vantaggi della segretezza per sé e della comodità per le depredazioni. Pochissimi della banda, e solo quelli che erano stati impiegati nella sua costruzione, erano stati messi a conoscenza del segreto di questa caverna; e poiché i nostri avventurieri vi si recavano raramente, e solo in occasioni di urgente necessità o di sicuro nascondiglio, era rimasta per più di due anni sconosciuta e insospettata.
La caverna, originariamente scavata dalla natura, doveva ben poco alle decorazioni dell'arte; tuttavia, la ruvidità delle pareti era celata da un rozzo ma confortevole arazzo di stuoie; quattro o cinque sedili di quelli che i rapinatori stessi potevano costruire erano disposti attorno a un piccolo ma vivace fuoco di legna, che, non essendoci camino, diffondeva un sottile volume di fumo nell'ambiente. L'altezza della grotta, aggiunta al riconciliatore universale (l'abitudine), impediva tuttavia che questo inconveniente fosse seriamente sgradevole; e, in effetti, come gli inquilini di una capanna irlandese, forse i membri attribuivano un certo grado di conforto a una circostanza che era legata alle loro più care associazioni domestiche. Un tavolo, formato da un'asse piallata grossolanamente e sostenuto da quattro gambe di dimensioni irregolari, rese uguali dall'inserimento di blocchi o zeppe tra le gambe e il pavimento, stava a riscaldare il suo rozzo corpo vicino al fuoco. In un angolo, un carro coperto costituiva un pezzo d'arredamento cospicuo, senza dubbio utile sia per trasportare refurtiva che provviste; accanto alle ruote erano gettati con noncuranza due o tre rozzi attrezzi da falegname e le utilità più bellicose di un moschetto, un fucile e due spade larghe. Nell'altro angolo c'era una credenza aperta, contenente file di piatti di peltro, boccali, ecc. Di fronte al camino, che si trovava a sinistra dell'ingresso, uno scavo era stato trasformato in dormitorio; e di fronte all'ingresso c'era un paio di ampi e robusti gradini di legno, che salivano verso una grande cavità a circa otto piedi da terra. Quello era l'ingresso alle stalle; e non appena i loro proprietari allentarono le redini dei cavalli, i docili animali procedettero uno ad uno tranquillamente su per i gradini, alla maniera dei quadrupedi educati al seminario pubblico di Astley, e scomparvero all'interno dell'apertura.
Questi gradini, quando venivano sollevati – il che, tuttavia, data la loro estrema goffaggine, richiedeva la forza combinata di due uomini comuni e non era quel lavoro istantaneo che avrebbe dovuto essere – rendevano il luogo sovrastante una roccaforte abbastanza solida; poiché la parete era perfettamente perpendicolare e livellata, e solo mettendo le mani sulla sporgenza, e sollevandosi così ginnasticamente verso l'alto, un assalitore attivo avrebbe potuto raggiungere l'eminenza; un lavoro che ai difensori ugualmente attivi, si può facilmente supporre, non sarebbe piaciuto permettere.
Questa grotta superiore – poiché i nostri rapinatori prestavano più attenzione ai loro cavalli che a se stessi, essendo gli animali più nobili delle due specie – era evidentemente allestita con una certa fatica. Le stalle erano grossolanamente divise, la lettiera di felce secca era pulita, le mangiatoie erano piene di avena e una grande tinozza era stata rifornita da uno stagno poco distante. Un basto da carro e alcune vecchie casacche da carrettiere erano fissate a pioli sulla parete; mentre all'estremità di queste singolari stalle c'era una porta fortemente sbarrata, e appena abbastanza grande da far passare il corpo di un uomo. I confederati avevano fatto legge espressa di non entrare mai nel loro dominio da questa porta, né di usarla, se non allo scopo di fuggire, qualora la grotta venisse mai attaccata; nel qual caso, mentre uno o due difendevano l'ingresso dalla grotta interna, un altro avrebbe potuto sbarrare la porta, e poiché questa si apriva sulla parte più fitta del bosco, attraverso la quale era stato tagliato con grande ingegno un sentiero labirintico, non facilmente rintracciabile da inseguitori ignoranti, queste precauzioni dei briganti avevano fornito una discreta speranza di una fuga almeno temporanea da qualsiasi nemico invasore.
Tali erano le disposizioni domestiche della Grotta Rossa; e si concederà che almeno una certa abilità era stata dimostrata nella scelta del luogo, sebbene mancasse il gusto nei suoi adornamenti.
Mentre i cavalli stavano compiendo la loro ascesa notturna, i nostri tre eroi, dopo aver assicurato la porta, si diressero subito verso il fuoco. E lì, o lettore! furono accolti dal benvenuto di qualcuno – un vecchio e riverito conoscente – che in una tale scena ti sbalordirà e ferirà allo stesso modo nel rivedere.
Sappi, dunque – Ma prima descriveremo a te l'occupazione e l'abito del personaggio augusto a cui alludiamo. Piegato su una grande graticola, delicatamente ricoperta di bistecche di groppa grassa, l'INDIVIDUO stava, con il braccio destro scoperto sopra il gomito, e la mano destra che impugnava quel tridente mimico noto ai gastronomi con il monosillabo «forchetta». La sua testa senza parrucca era adornata da un berretto da notte di cotone. Il suo indumento superiore era stato scartato, e un grembiule biancastro scendeva con grazia lungo la sua figura mediana. Le sue calze erano senza giarrettiere, e permettevano tra il ginocchio e il polpaccio sguardi interessanti del rozzo carnale. Una scarpa di tela e una di manifattura di cuoio calzavano i suoi piedi ampi. L'intraprendenza, o il nobile bagliore della sua presente professione culinaria, diffondevano un rossore ancora più roseo su un volto precocemente tinto da generose libagioni, e da sotto la cortina delle sue pallide ciglia i suoi grandi e rotondi globi brillavano abbaglianti sui nuovi venuti. Tale, o lettore! era l'aspetto e l'occupazione del venerabile uomo che da tempo ti abbiamo insegnato ad ammirare; tale, ahimè per le mutevolezze della terra! era – Solo un nuovo capitolo può contenere il nome.
CAPITOLO XXVII.
Calibano. Non sei caduto dal cielo? La Tempesta.
PETER MacGRAWLER!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
CAPITOLO XXVIII.
Dio benedica il nostro Re e il Parlamento, E faccia sì che tali mascalzoni si pentano! Canzoni leali contro il Parlamento Rump.
Oh, tradimento! le mie guardie, la mia scimitarra! BYRON.
Quando l'irriverente signor Pepper si fu scaldato le mani abbastanza da poterle trasferire dal fuoco, sollevò il palmo destro e, con un'indecente giocondità di spirito, apostrofò l'ex ornamento dell'«Asinaeum» con un sonoro schiaffo sulla schiena, o qualche parte simile della sua conformazione.
«Ah, vecchio mio!» disse, «è questo il modo in cui tieni la casa per noi? Un fuoco non abbastanza grande da arrostire un pidocchio, e una cena troppo piccola per ingrassarlo in anticipo! Ma come diavolo dovresti saper provvedere a dei gentiluomini? Scommetto che pensavi di essere in Scozia!»
«Forse lo pensava quando guardava te, Ned!» disse Tomlinson, gravemente; «è ben raro fuori dalla Scozia che un uomo possa vedere un furfante così grande in uno spazio così piccolo!»
Il signor MacGrawler, nei cui occhi la chiromanzia del Lungo Ned aveva portato lacrime di sincero sentimento, e che fino a quel momento si era strofinato la parte afflitta, ora brontolò:
«Potete dire quello che volete, signor Pepper, ma non è spesso nel mio paese che uomini di genio vengono visti recitare la parte del cuoco per i rapinatori!»
«No!» disse Tomlinson, «stanno recitando la parte più redditizia di rapinatori per i cuochi, eh!»
«Maledizione, ti sbagli,» gridò il Lungo Ned, «perché in quel paese o non ci sono rapinatori, perché non c'è nulla da rubare; o gli abitanti sono tutti rapinatori, che si sono depredati a vicenda e hanno fatto sparire il bottino!»
«Che il diavolo ti colga!» disse MacGrawler, punto sul vivo – perché, come tutti gli scozzesi, era un patriota; molto sullo stesso principio di una donna che ha i figli peggiori e fa la madre migliore.
«Il diavolo,» disse Ned, imitando il «suono d'argento», come sir W. Scott si era compiaciuto di chiamare scherzosamente la «lingua di montagna» (gli scozzesi in generale sembrano pensare che sia d'argento, la tengono così accuratamente) «il diavolo – MacDiavolo, intendi, certo, il gentiluomo deve essere stato uno scozzese!»
Il saggio fece un sogghigno di dispetto; ma ricordando la pazienza di Epitteto quando era schiavo, e memore anche del braccio forte del Lungo Ned, frenò il suo temperamento e girò le bistecche con la forchetta.
«Bene, Ned,» disse Augustus, gettandosi su una sedia, che tirò verso il fuoco, mentre accarezzava gentilmente le membra massicce del signor Pepper, come per ammonirlo che non erano così trasparenti come il vetro, «guardiamo il fuoco; e, a proposito, tocca a te occuparti dei cavalli.»
«Al diavolo!» gridò Ned; «è sempre il mio turno, penso. Ehi, tu scozzese della pentola! non puoi dimostrare che ho strigliato io le bestie l'ultima volta? Ti darò una corona per farlo.»
Il saggio MacGrawler tese le orecchie.
«Una corona!» disse, «una corona! Intendete insultarmi, signor Pepper? Ma, di certo, vi siete occupato voi dei cavalli l'ultima volta; e questo degno gentiluomo, il signor Tomlinson, deve ricordarlo anche lui.»
«Come!» gridò Augustus; «vi sbagliate, e vi darò mezza ghinea per dimostrarlo.»
MacGrawler spalancò gli occhi sempre di più, proprio come si può vedere un piccolo cerchio nell'acqua allargarsi all'enormità, se si disturba l'equanimità della superficie con l'intrusione di una sostanza estranea.
«Mezza ghinea!» disse; «no, no, scherzate. Non sono mercenario. Pensate che io lo sia! Via, via! vi sbagliate; sono un uomo che intende bene, un uomo di veracità, e dirò la verità a dispetto di tutte le mezze ghinee del mondo. Ma certamente, ora comincio a pensarci, il signor Tomlinson si è occupato delle creature l'ultima volta; e, signor Pepper, tocca a voi.»
«Un vero Daniele!» disse Tomlinson, ridacchiando nel suo solito modo secco. «Ned, non senti i cavalli nitrire?»
«Oh, al diavolo i cavalli!» disse il volubile Pepper, dimenticando tutto il resto, mentre infilava le mani in tasca e sentiva i guadagni della notte; «guardiamo prima alle nostre vincite!»
Detto ciò, marciò verso il tavolo e ne svuotò le tasche. Tomlinson, per nulla riluttante, seguì l'esempio. Cielo! quali esclamazioni di gioia uscirono dalle labbra dei furfanti, mentre, uno ad uno, ispezionavano le loro nuove acquisizioni!
«Ecco una creatura magnifica!» gridò Ned, maneggiando quell'orologio superbo tempestato di gioielli che il povero conte aveva già una volta inutilmente riscattato – «una ripetizione, per Giove!»
«Spero di no,» disse il flemmatico Augustus; «le ripetizioni non parleranno bene per la tua conversazione, Ned! Ma, potenze che siete! guardate questo anello – un diamante di prima acqua!»
«Oh, lo scintillante! fa venire l'acquolina in bocca tanto quanto lui. Per la morte, ecco una preziosa scatola per tabacco – un'immagine dentro e rubini fuori! Il vecchio aveva un gusto eccellente; sarebbe incantato di vedere quanto siamo contenti della sua scelta di gioielli!»
«Parlando di gioielli,» disse Tomlinson, «avevo quasi dimenticato la custodia in marocchino. Tra me e te, immagino che abbiamo un premio lì; sembra uno scrigno di gioielli!»
Detto ciò, il rapinatore aprì quella custodia che in molti giorni di festa aveva dato lustro alla persona lucidata di Mauleverer. Oh, lettore, lo scoppio di estasi che ne seguì! Immaginalo! non possiamo esprimerlo. Come il pittore greco, lasciamo cadere un velo su emozioni troppo profonde per le parole.
«Ma qui,» disse Pepper, quando ebbero quasi esaurito i loro trasporti alla vista dei diamanti – «qui c'è una borsa, cinquanta ghinee! E cos'è questo? Banconote, per Giove! Dobbiamo cambiarle domani prima che vengano bloccate. Maledetti quei tipi della Banca! imitano sempre noi, blocchiamo i loro soldi e loro non perdono un momento a bloccare anche i nostri. Trecento sterline! Capitano, che ne dite della nostra fortuna?» Clifford era rimasto seduto a guardare cupamente durante le operazioni dei rapinatori; ora, assumendo una corrispondente allegria di maniere, fece una risposta adeguata, e dopo una conversazione generale ebbe luogo il lavoro di divisione.
«Siamo i migliori aritmetici del mondo,» disse Augustus, mentre intascava la sua parte; «addizione, sottrazione, divisione, riduzione – le abbiamo tutte pronte come 'L'Assistente del Precettore'; e, cosa migliore, le rendiamo tutte applicabili alla Regola del Tre.»
«Hai tralasciato la moltiplicazione!» disse Clifford, sorridendo. «Ah! perché quella funziona diversamente. Le altre regole si applicano alle specie del regno; ma quanto alla moltiplicazione, temo che non moltiplichiamo altra specie che la nostra!»
«Fie, gentiluomini!» disse MacGrawler, austeramente – perché c'è un meraviglioso decoro nei vostri veri scozzesi. «Le azioni sono inezie; nulla può essere più pulito delle loro parole!»
«Oh, ci metti dentro la tua saggezza, vero?» disse Ned. «Suppongo che tu voglia la tua parte di bottino!»
«Parte!» disse il sottilizzante Tomlinson. «Ne ha nove volte più parti di quante ne abbiamo già noi. Non è un critico, e non ha le parti del discorso sulla punta delle dita?»
«Sciocchezze!» disse MacGrawler, sollevando istintivamente le mani, con la forchetta che cadeva tra le dita distese del palmo destro.
«Sciocchezze tu,» gridò Ned; «hai una parte in ciò che non hai mai preso! Un bel tipo, davvero! Fatti gli affari tuoi, signor scozzese, e non infilzare nient'altro che le bistecche!»
Con ciò Ned si voltò verso le stalle e presto scomparve tra i cavalli; ma Clifford, fissando il volto deluso ed avido del saggio culinario, prese dieci ghinee dalla propria parte e le spinse verso il suo ex precettore.
«Ecco!» disse, enfaticamente.
«No, no,» grugnì MacGrawler; «non voglio i soldi – è nel mio carattere disprezzare tale scoria!» Detto ciò, intascò le monete e si voltò, mormorando tra sé e sé, verso il rinnovo dei suoi preparativi festivi.
Nel frattempo una conversazione sussurrata ebbe luogo tra Augustus e il capitano, e continuò finché Ned non ritornò.
«E le vivande della notte fumavano lungo la mensa!»
Anime di Don Raffaele e Ambrogio Lamela, che cosa affascinante è essere un furfante per un po' di tempo! Come sono allegri gli uomini quando hanno imbrogliato i loro fratelli! I vostri ingenui mammoletti non hanno mai fatto una cena così allegra come fecero i nostri eroi della strada. Clifford, forse, recitava una parte, ma l'ilarità dei suoi compagni era sincera. Era un contrasto delizioso – il fragoroso «ha, ha!» del Lungo Ned e la risatina segreta, secca e calcolatrice di Augustus Tomlinson. Era Rabelais contro Voltaire. Erano uniti solo negli oggetti dei loro scherzi, e il primo di quegli oggetti (la saggezza è sempre il bersaglio dei frivoli!) era il grande Peter MacGrawler.
I cani senza grazia erano particolarmente allegri sull'argomento della precedente occupazione del saggio.
«Vieni, Mac, taglia tu questo prosciutto,» disse Ned; «hai fatto pratica a fare a pezzi.»
L'uomo dotto il cui nome era così irrispettosamente abbreviato procedette a compiere ciò che gli era stato ordinato. Stava per sedersi a tal fine, quando Tomlinson sottrasse furtivamente la sua sedia – il saggio cadde.
«Nessuno scherzo su MacGrawler,» disse il malizioso Augustus; «qualunque siano i suoi difetti come critico, vedete che è ben fondato, e arriva subito al fondo di un argomento. Mac, supponiamo che il tuo prossimo lavoro sia intitolato Una Coda di Guai!»
Gli uomini che hanno grandi menti sono raramente flessibili – non colgono uno scherzo prontamente; così era con MacGrawler. Si alzò in una furia violenta; e se i rapinatori fossero stati più penetranti di quanto si degnarono di essere, avrebbero potuto notare qualcosa di pericoloso nei suoi occhi. Com'era, Clifford, che era stato spesso prima il protettore del suo precettore, intervenne in suo favore, trasse al saggio un posto vicino a sé e gli riempì il piatto. Era interessante vedere questa deferenza del Potere verso l'Apprendimento! Era Alessandro che rendeva omaggio ad Aristotele!
«C'è solo una cosa che rimpiango,» gridò Ned, con la bocca piena, «riguardo al vecchio signore – è stato un gran peccato non averlo fatto ballare! Ricordo il giorno, Capitano, in cui avresti insistito. Che tipo allegro eri una volta! Ti ricordi, una luminosa notte di luna, proprio come quella presente, per esempio, quando eravamo di servizio vicino a Staines, come giurasti che ogni persona che avessimo fermato, sopra i cinquant'anni, avrebbe dovuto ballare un minuetto con te?»
«Sì!» aggiunse Augustus, «e il primo fu un vescovo con una parrucca bianca. Per fede, come lo ha ballato rigidamente sua signoria! E come Lovett si è inchinato gravemente davanti a lui, col cappello in mano, quando tutto fu finito, e gli ha restituito l'orologio e le dieci ghinee – valeva il sacrificio!»
«E la successiva fu una vecchia zitella di qualità,» disse Ned, «magra come un avvocato. Non ti ricordi come ha saltellato?»
«Certo,» disse Tomlinson; «e tu l'hai chiamata spiritosamente un palo da luppolo!»
«Quanto era deliziata dalla soavità del capitano! Quando le ha restituito gli orecchini e l'aigrette, lei lo ha pregato con un tenero sospiro di tenerli per amor suo – ha! ha!»
«E il terzo era un damerino!» gridò Augustus; «e Lovett ha ceduto il suo diritto di compartecipazione a me. Ti ricordi come ho fatto ballare la sua damerinità nel fosso? Ah! eravamo tipi folli allora; ma ci saziamo – blases, come dicono i francesi – man mano che invecchiamo!»
«Guardiamo solo al sodo ora,» disse Ned. «L'avarizia sostituisce l'intraprendenza,» aggiunse il sentenzioso Augustus.
«E il nostro capitano si dedica al vino con un'h dopo la w!» continuò il metaforico Ned.
«Via, siamo malinconici,» disse Tomlinson, scolando un bicchiere. «Mi sembra che stiamo invecchiando davvero, ci pentiremo presto, e il prossimo passo sarà – l'impiccagione!»
«Per Dio!» disse Ned, servendosi da solo, «non essere così corvo. Ci sono due classi di gentiluomini diffamati, che dovrebbero sempre stare attenti a evitare certi colori nel vestire; odio vedere un vero ragazzo in nero, o un diavolo in blu. Ma ecco il mio ultimo bicchiere per stasera! Sono dannatamente assonnato, e ci alziamo presto domani.»
«Giusto, Ned,» disse Tomlinson; «facci una canzone prima di ritirarti, e che sia quella che Lovett ha composto l'ultima volta che siamo stati qui.»
Ned, sempre lieto di avere un’opportunità per mettersi in mostra, si schiarì la voce e acconsentì.
UNA CANZONETTA DA SHERWOOD.
I. Ridete con noi del principe e del palazzo, Nella vita boschiva c’è un miglior conforto; Volete al riparo dai rancori del vicino il vostro sollazzo, Raccoglietelo nei nostri granai, qui a porto. Alcuni re spremono ricchezza dai sudditi loro, Mentre coi nemici s’impoveriscono ancor di più; Liberi vanno gli uomini del saggio re del bosco, E solo sui nemici poniamo noi il tributo, e più. Lasciate gli inganni del commercio alla scaltra massaia, Lasciate che i vecchi siano furfanti in tutta quiete; Via con la marea di quella vita che si scaglia, Che è agitata da un vento costante, e da vane reti!
II. Ridete con noi quando udite l’inganno E i solenni furfanti vi dicono quali mascalzoni noi siamo; Il commercio e la legge hanno un metodo di danno Peggiore di un fermo all’albero del fuorilegge che amiamo. Dite, la fanciulla che amiamo disprezzerà Galantuomini almeno tra loro leali? Ammetto che calpestiamo i vincoli di legalità, Ma ho udito che anche l’Amore disdegna tali mali. Coraggio, dunque – coraggio, ragazzi allegri, Cui lo sciocco impone balzelli da briccone! Oh! chi, amato dal mondo, gode tra gli integri Tanto quanto l’uomo che ne riceve l’avversione?
«Bravissimo, Ned!» gridò Tomlinson, tamburellando sul tavolo; «bravissimo! La tua voce è superba stasera, e la tua canzone ammirevole. Davvero, Lovett, fa grande onore al tuo genio poetico; alquanto filosofica, in fede mia.»
«Bravissimo!» disse MacGrawler, annuendo solennemente con la testa. «La voce del signor Pepper è dolce quanto una cornamusa! Ah! una tale canzone sarebbe stata inestimabile per l’"Asinaeum", quando ebbi l’onore di...»
«Essere il Vicario di Bray di quella istituzione,» interruppe Tomlinson. «Ti prego, MacGrawler, perché chiamano Edimburgo la moderna Atene?»
«Per via degli uomini dotti e grandi che produce,» rispose MacGrawler, con consapevole orgoglio.
«Puh! Puh! – stai pensando all’antica Atene. La tua città è chiamata la moderna Atene perché siete tutti così simili ai moderni ateniesi... i più grandi furfanti immaginabili, se i viaggiatori non mentono sul loro conto.»
«Via,» interruppe Ned, che era intenerito dagli applausi del critico, «Mac è un buon diavolo, risparmialo. Signori, alla vostra salute. Vado a letto, e suppongo che non tarderete molto dopo di me.»
«Fidati di noi per questo,» rispose Tomlinson; «il capitano ed io discuteremo degli affari di domani, e ti raggiungeremo nel batter d’occhio, come è stato argutamente espresso.»
Ned sbadigliò il suo ultimo «buonanotte» e scomparve nel dormitorio. MacGrawler, sbadigliando a sua volta, ma con uno sbadiglio più grave, come si addiceva alla sua saggezza, si dedicò al compito di rimuovere l’armamentario della cena: dopo essersi affaccendato sobriamente per alcuni minuti, abbassò un letto a scomparsa nell’angolo della caverna (poiché non dormiva nell’appartamento dei rapinatori) e, svestendosi, apparve presto sepolto nel seno di Morfeo. Ma il capo e Tomlinson, avvicinando i sedili alle braci morenti, sfidarono il pigro dio ed entrarono in un colloquio serrato e ansioso, a voce bassa.
«Così, dunque,» disse Augustus, «ora che hai realizzato fondi sufficienti per il tuo scopo, ci abbandonerai davvero? Hai ben ponderato i pro e i contro? Ricorda che nulla è così pericoloso per il nostro stato quanto la riforma; nel momento in cui un uomo diventa onesto, la banda lo abbandona; il magistrato perde la sua tangente; l’informatore tradisce; e il recalcitrante finisce impiccato.»
«Ho ben ponderato tutto questo,» rispose Clifford, «e ho deciso la mia rotta. Ho indugiato solo finché i miei mezzi potessero sostenere la mia volontà. Con la mia parte del nostro bottino presente e passato, mi recherò nel Continente. La Prussia offre fiducia facile e pronta promozione a tutti coloro che si arruolano al suo servizio. Ma questo linguaggio, mio caro amico, sembra strano sulle tue labbra. Sicuramente ti unirai a me nella mia separazione dal corpo? Cosa! Scuoti la testa! Non sei lo stesso Tomlinson che a Bath concordò con me che eravamo in pericolo a causa dell’invidia dei nostri compagni, e che la ritirata era divenuta necessaria alla nostra sicurezza? Anzi, non era questo il tuo argomento principale per la nostra spedizione matrimoniale?»
«Perché, guarda, caro Lovett,» disse Augustus, «siamo tutti blocchi di materia, formati dagli atomi dell’abitudine; in altre parole, siamo un meccanismo, di cui l’abitudine è la molla. Cosa potrei fare in una carriera onesta? Sono molti anni più vecchio di te. Ho vissuto come un furfante finché non ho altra natura che la furfanteria. Dubito che non sarei un codardo se diventassi soldato. Sono certo che sarei il più consumato dei mascalzoni se fingessi di essere onesto. No: mi sono sbagliato quando ho parlato di separazione. Devo trascinarmi avanti con i miei vecchi compagni, e nei miei vecchi modi; finché non mi trascinerò nel cappio di canapa o... malinconica alternativa!... il cappio matrimoniale.»
«Questa è pura follia,» disse Clifford, dalla cui mente nervosa e maschile le abitudini si scuotevano facilmente. «Non abbiamo per tanti anni scartato tutte le leggi servili degli altri, per essere gli abbietti schiavi delle nostre debolezze. Forza, mio caro amico, scuotiti. Il cielo sa, se dovessi soccombere alla debolezza del mio cuore, sarei davvero perduto. E forse, per quanto io lotti strenuamente, non lotto via ciò che si attacca dentro di me, e mi ucciderà, anche se a poco a poco. Ma non siamo codardi, e lasciamo che il destino ci anneghi piuttosto che nuotare. In una parola, fuggi con me prima che sia troppo tardi. Una nave di contrabbandieri mi aspetta al largo della costa del Dorset: tra tre giorni da oggi salpo. Sii il mio compagno. Entrambi sappiamo cavalcare un cavallo focoso e maneggiare una buona spada. Finché gli uomini faranno guerra l’uno contro l’altro, tali doti impediranno al loro possessore di morire di fame, o...»
«Se impiegato sul campo, non sulla strada,» interruppe Tomlinson, con un sorriso, «di essere impiccato. Ma non può essere! Ti auguro ogni gioia, ogni successo nella tua carriera. Sei giovane, audace e capace; e hai sempre avuto uno spirito più elevato del mio. Furfante sono, e furfante devo essere fino alla fine del capitolo!»
«Come vuoi,» disse Clifford, che non era uomo di molte parole, ma parlò con riluttanza: «se è così, devo cercare la mia fortuna da solo.»
«Quando ci lasci?» chiese Tomlinson.
«Domani, prima di mezzogiorno. Visiterò Londra per poche ore, e poi partirò subito per la costa.»
«Londra!» esclamò Tomlinson; «cosa, la tana stessa del pericolo? Puh! non sai quello che dici: o pensi sia filiale accarezzare Madre Lobkins prima di partire?»
«Non quello,» rispose Clifford. «Ho già accertato che è al di sopra di ogni bisogno; e i suoi giorni, povera anima! non possono, temo, essere molti. Con ogni probabilità mi riconoscerebbe a stento; poiché le sue abitudini non devono aver migliorato molto la sua memoria. Potessi dire lo stesso dei suoi vicini! Se dovessi essere visto nei dintorni della bassa malavita, sai, bene quanto me, che qualche ruba-fazzoletti diventerebbe un informatore contro il famigerato Capitano Lovett.»
«Cosa ti porta, allora, in città? Ah! volti via il viso. Indovino! Bene, l’Amore ha rovinato molti eroi prima d’ora; possa tu non essere la vittima peggiore del suo dio!»
Clifford non rispose, e la conversazione subì una pausa improvvisa e lunga; Tomlinson la ruppe.
«Sai, Lovett,» disse, «sebbene io abbia poco cuore come la maggior parte degli uomini, tuttavia provo per te più di quanto avrei pensato possibile. Vorrei unirmi a te; credo ci sia dell’ottimo tabacco in Germania; e, dopo tutto, non c’è così tanta differenza tra la vita di un ladro e quella di un soldato.»
«Fai tesoro di un’osservazione così sensata,» disse Clifford. «Rifletti! Quanto è certa la distruzione sul sentiero che ora calchi; la forca e i pontoni sono le uniche mete!»
«Le prospettive non sono piacevoli, lo ammetto,» disse Tomlinson; «né è desiderabile essere preservati per un altro secolo nell’immortalità di una teca di vetro nel Surgeons’ Hall, sogghignando da un orecchio all’altro, come se si fosse fatto il finale più allegro immaginabile. Bene! Ci dormirò sopra, e avrai la mia risposta domani; ma il povero Ned?»
«Non si unirebbe a noi?»
«Certamente no; il suo collo è fatto per una corda, e la sua mente per l’Old Bailey. Non c’è speranza per lui; eppure è un eccellente compagno. Non dobbiamo nemmeno dirgli della nostra meditata diserzione.»
«Assolutamente no. Lascerò una lettera al nostro capo di Londra; spiegherà tutto. E ora a letto. Considero la tua compagnia come stabilita.»
«Humph!» disse Augustus Tomlinson.
Così terminò la conferenza dei rapinatori. Circa un’ora dopo che era cessata, e quando nessun suono tranne il respiro pesante di Long Ned rompeva la quiete della notte, l’intelligente volto di Peter MacGrawler si sollevò lentamente dal cuscino solitario su cui si era appoggiato.
A poco a poco la schiena del saggio si irrigidì in perpendicolarità, e sedette per alcuni istanti eretto sul suo seggio d’onore, apparentemente in deliberazione meditativa. Soddisfatto del profondo silenzio che, salvo l’unica interruzione che abbiamo specificato, regnava intorno, il dotto discepolo di Vatel si alzò dolcemente dal letto, si infilò i vestiti, scivolò in punta di piedi verso la porta, la sbarrò con mano silenziosa e svanì. Dolce lettore! mentre ti stai meravigliando della sua assenza, supponiamo di render conto della sua apparizione.
Una sera Clifford e il suo compagno Augustus si stavano godendo il razionale divertimento a Ranelagh, e stavano appena lasciando quel celebre luogo quando furono fermati da una folla all’ingresso. Quella folla era radunata attorno a un borseggiatore; e quel borseggiatore... oh virtù, oh saggezza, oh Asinaeum!... era Peter MacGrawler! Abbiamo detto prima che Clifford possedeva un buon portamento e un modo di fare imponente, e questi vantaggi furono in quel momento particolarmente efficaci nel preservare il nostro Orbilius dalla pompa. Non appena Clifford riconobbe il volto magistrale del sapiente scozzese, si spinse audacemente nel mezzo della folla e, prendendo per il colletto l’intraprendente cittadino che aveva preso per il colletto MacGrawler, dichiarò di essere pronto a garantire l’onestà della persona assai rispettabile la cui identità era stata evidentemente così grossolanamente scambiata. Augustus, probabilmente prevedendo qualche ingegnosa astuzia del suo compagno, assecondò istantaneamente la difesa. La plebe, che non scorge mai alcuna differenza tra impudenza e verità, cedette; arrivò un agente, prese le parti dell’amico di due gentiluomini così ineccepibilmente vestiti; i nostri amici se ne andarono; la folla si pentì della propria precipitazione e, per farsi perdonare, immerse nell’acqua il gentiluomo le cui tasche erano state svaligiate. Fu vano per lui difendersi, poiché aveva un impedimento nel linguaggio; e i messeri della plebe, avendolo immerso una volta per la sua colpa, lo immersero una seconda volta per il suo imbarazzo.
Nel frattempo Clifford aveva condotto il suo antico Mentore nell’asilo di un caffè; e mentre l’anima di MacGrawler si espandeva con il vino, egli narrò le cause del suo dilemma. Sembra che quell’incomparabile giornale “L’Asinaeum”, nonostante una serie di articoli assai popolari sugli scritti di “Aulus Prudentius”, ai quali era stata aggiunta una squisita serie di dialoghi, scritti in un tono di umorismo schietto, ovvero, scozzese schietto (con gli scozzesi è tutto la stessa cosa), nonostante questi inestimabili miscellanei, per non parlare di alcuni gloriosi articoli politici, in cui era chiaramente provato, con soddisfazione dei ricchi, che meno i poveri diavoli mangiano meglio è per la loro costituzione... nonostante, diciamo, queste grandi acquisizioni alla letteratura britannica, “L’Asinaeum” vacillò, cadde, seppellì il suo libraio e schiacciò il suo autore. Solo MacGrawler... scampando, come Teodoro dall’enorme elmo di Otranto... solo MacGrawler sopravvisse. “L’amore”, dice Sir Philip Sidney, “fa vedere a un uomo meglio di un paio di occhiali”. L’amore per la vita ha un effetto assai diverso sull’ottica... rende un uomo tristemente scarso di ispezione, e talvolta lo spinge a vedere la proprietà altrui nella borsa di un altro uomo! Questa deceptio visus, impose essa a Peter MacGrawler? Andò a Ranelagh. Lettore, conosci il resto!
Il vino e l’ingegnosità dei rapinatori avendo estorto questa narrazione a MacGrawler, le barriere della superflua delicatezza furono facilmente rimosse.
I nostri eroi offrirono al saggio un’introduzione al loro club; l’offerta fu accettata; e MacGrawler, dopo essere stato prima ubriacato, fu poi reso un rapinatore. La banda lo impiegò in varie piccole faccende, nelle quali ci addolora riferire che, sebbene le sue intenzioni fossero eccellenti, il suo successo fu così scarso da far infuriare completamente i suoi datori di lavoro; anzi, furono sul punto, una volta, quando volevano ingraziarsi la giustizia, di consegnarlo al potere secolare, quando Clifford intervenne in suo favore. Da rapinatore, il saggio si ridusse a sguattero; uffici servili (i rapinatori, quei bugiardi mascalzoni, dichiaravano che tali uffici fossero i più adatti al genio del suo paese!) seguirono a nobili imprese, e il peggiore dei rapinatori divenne il migliore dei cuochi. Quanto è vana ogni saggezza se non quella della lunga esperienza! Sebbene Clifford fosse un uomo sensibile e acuto, sebbene sapesse che il nostro saggio era un furfante, non sognò mai che potesse essere un traditore. Lo riteneva troppo indolente per essere malizioso, e... umanità miope!... troppo sciocco per essere pericoloso. Affidò al saggio il segreto della caverna; e Augustus, che era un po’ un epicureo, si sottomise, sebbene presago, alla scelta, a causa dell’abilità dello scozzese nell’arrostire.
Ma MacGrawler, come Bruto, nascondeva un cuore intrigante sotto una maschera stolida. L’arresto del noto Lovett era divenuto oggetto di serio desiderio; la polizia non poteva più essere corrotta, anzi, ora erano loro bramosi di corrompere. MacGrawler aveva atteso il suo momento, venduto il suo capo, ed era ora sulla strada per Reading per incontrare e guidare alla caverna il signor Nabbem di Bow Street e quattro dei suoi attendenti.
Avendo così, il più rapidamente possibile, tracciato le cause che hanno portato così sorprendentemente alla vostra attenzione il più incomparabile dei critici, ora, lettore, torniamo ai nostri rapinatori.
«Hist, Lovett!» disse Tomlinson, mezzo addormentato, «mi è parso di udire qualcosa nella caverna esterna.»
«È lo scozzese, suppongo,» rispose Clifford: «hai badato, naturalmente, alla porta?»
«Di sicuro!» mormorò Tomlinson, e dopo due minuti era di nuovo addormentato.
Non così Clifford: molti e ansiosi pensieri lo tenevano sveglio. Da un lato, quando anticipava l’apertura di una nuova carriera, un po’ dello spirito agitato e alto che ancora si muoveva tra le abitudini colpevoli e confuse della sua mente rendeva il suo polso febbrile e le sue membra inquiete; dall’altro, un ricordo straziante... il ricordo di Lucy in tutto il suo fascino, la sua bellezza, il suo amore, il suo cuore tenero e innocente... Lucy tutta perfetta, e perduta per lui per sempre... bandiva ogni altra riflessione, e gli lasciava solo la sensazione malata di sconforto e disperazione. «Cosa giova la mia lotta per un nome migliore?» pensava. «Qualunque sia il mio futuro destino, lei non potrà mai condividerlo. La mia punizione è fissata... è peggiore di una morte di vergogna; è una vita senza speranza! Ogni istante sento, e sentirò fino alla fine, la pressione di una catena che non potrà mai essere spezzata o allentata! Eppure, sciocco che sono! Non posso lasciare questo paese senza vederla ancora, senza dirle che ho davvero guardato per l’ultima volta. Ma non gliel’ho detto due volte? Strana fatalità! Solo due volte le ho parlato d’amore, e ogni volta è stato per strapparmi da lei nel momento della mia confessione. E anche ora qualcosa a cui non ho potere di resistere mi costringe alla stessa oziosa e debole indulgenza. Il destino mi spinge? Sì, forse verso la mia distruzione! Ogni ora mille morti mi circondano. Ho ottenuto ora tutto ciò per cui sembravo indugiare. Ho vinto, con un nuovo crimine, abbastanza per portarmi in un’altra terra, e provvedermi lì un destino da soldato. Non dovrei perdere un’ora nella fuga, eppure mi precipito nel nido dei miei nemici, solo per una parola vana con lei; e questo, pure, dopo che le ho già detto addio! È questo il destino? Se lo è, cosa importa? Non mi importa più di una vita che, dopo tutto, riformerei invano se non potessi riformarla per lei; eppure... eppure, egoista e perduto che sono! non sarà nulla pensare in seguito di averla riscattata dalla disgrazia di aver amato un reietto e un criminale? Se posso ottenere onore, non rifletterà esso, nel mio cuore almeno... non rifletterà, per quanto tenuemente e distantemente, su di lei?»
Tali, confuse, insoddisfacenti, eppure ancora intrise dei colori di quel vero amore che eleva anche i più bassi, furono le meditazioni notturne di Clifford; terminarono, verso il mattino, in un sonno inquieto e intermittente. Da questo fu svegliato da un forte sbadiglio proveniente dalla gola di Long Ned, che era sempre il primo ad alzarsi del suo gruppo.
«Ehi!» disse, «è quasi l’alba; e se vogliamo incassare le nostre note e spostare i gioielli del vecchio signore, dovremmo già essere in cammino.»
«Che la peste ti colga!» disse Tomlinson, da sotto la copertura del suo berretto di lana; «era proprio un istante fa che stavo sognando che stavi per essere impiccato, e ora mi svegli nella parte più piacevole del sogno!»
«Che tu sia fucilato!» disse Ned, tirando una gamba fuori dal letto; «a proposito, hai preso più della tua parte ieri sera, perché mi dovevi tre ghinee per la nostra ultima partita a cribbage! Ti prego di pagarmi prima che ci separiamo oggi: conti brevi fanno amici lunghi!»
«Per quanto vera possa essere quella massima,» rispose Tomlinson, «ne conosco una molto più vera... vale a dire, amici lunghi faranno conti brevi! Devi chiedere a Jack Ketch questo giorno tra un mese se mi sbaglio!»
«Questo è ciò che chiami arguzia, suppongo!» ribatté Ned, mentre ora, lottando per entrare nei suoi calzoni, cercava la strada verso la caverna esterna.
«Ehi, Mac!» gridò mentre andava, «muovi quelle bobine che ti compiaci di chiamare gambe; accendi una luce, e che tu sia dannato!»
«Una luce per te,» disse Tomlinson, profanamente, mentre lasciava con riluttanza il suo giaciglio, «sarà davvero una 'luce per illuminare i Gentili!'»
«Perché, Mac, Mac!» gridò Ned, «perché non rispondi? fede, penso che lo scozzese sia morto!»
«Arrendetevi, uomini! Cedete, signori!» gridò una voce severa e improvvisa dall’oscurità; e in quell’istante due lanterne oscure furono girate, e la loro luce inondò le forme sbalordite di Tomlinson e del suo compagno ossuto! Nell’ombra scura dello sfondo erano visibili anche, indistintamente, quattro o cinque figure; e il raggio delle lanterne brillava sulle lame delle sciabole e sulle canne di armi ancora meno facilmente contrastabili.
Tomlinson fu il primo a recuperare la sua calma. La luce brillava proprio sul primo gradino della scala che portava alle stalle, lasciando il resto nell’ombra. Fece un passo verso il posto accanto al carro, dove, avevamo detto, giacevano alcune delle armi dei rapinatori; era stato preceduto... le armi erano sparite. L’istante successivo Tomlinson era balzato sui gradini.
«Lovett! Lovett! Lovett!» gridò.
Il capitano, che aveva seguito i suoi compagni nella caverna, era già nelle grinfie di due uomini. Da pochi mortali comuni, tuttavia, si potevano scegliere due uomini come temibili avversari contro un uomo come Clifford... un uomo in cui una parte molto più grande di muscoli di quanto solitamente sia il destino persino dei forti era stata indurita, da un esercizio perpetuo, in una consistenza e fermezza di ferro che legava forza e attività in un’unione a stento meno notevole di quella immortalata nella gloriosa bellezza del gladiatore scolpito. La sua mano destra è sulla gola di un assalitore; la sua sinistra blocca, come in una morsa, il polso dell’altro; si ha a malapena il tempo di respirare! Il primo è a terra, la pistola del secondo è strappata dalla sua stretta, Clifford è sul gradino; una pallottola... un’altra... gli sfreccia accanto; è al fianco del fedele Augustus!
«Apri la porta segreta!» sussurrò Clifford al suo amico; «tirerò su i gradini da solo.»
Aveva appena parlato, che i gradini stavano già, sebbene lentamente, ascendendo sotto la forza disperata del rapinatore. Nel frattempo Ned stava lottando, come meglio poteva, con due robusti ufficiali, che sembravano restii a usare le armi senza un’assoluta necessità, e che tentavano, con la pura forza, di catturare e trattenere il loro avversario.
«Badate bene alla porta!» gridò la voce del funzionario principale, «e appendete più lanterne!»
Due o tre lanterne supplementari furono prontamente portate avanti; e su tutto l’interno della caverna una luce fioca ma sufficiente ora circondava rapidamente la scena, conferendo al luogo e ai combattenti un aspetto pittoresco e selvaggio.
Il rapido sguardo del capo ufficiale scorse in un istante l’ascesa dei gradini e il vantaggio che i rapinatori ne stavano traendo. Egli e due dei suoi uomini si lanciarono in avanti, afferrarono la scala, se così la si può chiamare, la trascinarono ancora una volta a terra e salirono. Ma Clifford, afferrando con entrambe le mani il timone spezzato di un carro che si trovava a portata di mano, accolse il primo invasore con un saluto che lo mandò a terra, stordito, in mezzo ai suoi compagni. Il secondo ebbe la stessa sorte; e il corpulento capo dei nemici, che, come un vero generale, si era tenuto nelle retrovie, esitò ora a metà dei gradini, sgomento sia dall’accoglienza riservata ai suoi amici sia dalla figura atletica che torreggiava sopra di lui, con le armi alzate e un atteggiamento minaccioso. Forse quel momento sembrò al giudizioso signor Nabbem più favorevole al parlamento che al conflitto. Si schiarì la voce e si rivolse così al nemico:
«Lei, signore, Capitano Lovett, alias Howard, alias Jackson, alias Cavendish, alias Solomons, alias Diavolo... perché la conosco bene e potrei giurare su di lei con mezzo occhio, con i suoi vestiti o senza... lei posi giù quel suo bastone e mi permetta di avvicinarmi, e mi troverà mansueto come un agnello; perché sono abituato ai gentiluomini per tutta la vita, e so come trattarli quando li ho in pugno!»
«Ma se non permetto che lei “si avvicini a me”, allora che succede?»
«Ebbene, dovrò mandare una di queste mie pistole attraverso il suo cranio, tutto qui!»
«No, signor Nabbem, sarebbe troppo crudele! Non vorrebbe certo fare del male a qualcuno che nutre tanta stima per lei? Non ricorda il modo in cui l’ho tirato fuori dai guai con il giudice Burnflat, quando fu accusato, lei sa se giustamente o...»
«Lei è un bugiardo, Capitano!» gridò Nabbem, furioso, temendo che trapelasse qualcosa di non adatto alle orecchie dei suoi compagni. «Lei sa bene di esserlo! Scenda, o mi lasci salire; altrimenti non sarò responsabile delle conseguenze!»
Clifford gettò uno sguardo oltre la spalla. Un bagliore della luce grigia del giorno filtrava già attraverso una fessura nella porta segreta, che Tomlinson aveva ormai sbloccato e stava per aprire.
«Mi ascolti, signor Nabbem,» disse, «e forse potrò concederle ciò che richiede! Cosa farebbe di me se mi avesse in pugno?»
«Ora parla come un uomo di buon senso,» rispose Nabbem; «e questo mi va a genio. Vede, Capitano, il suo tempo è giunto, e non può più temporeggiare. Ha avuto il suo bel da fare; i suoi anni sono contati e deve morire come un uomo! Ma le do la mia parola di gentiluomo che, se si arrende, la porterò dagli uomini della giustizia con tanta delicatezza come se lei fosse fatto di cotone.»
«Si faccia da parte per un momento,» disse Clifford, «così che io possa fissare meglio i gradini per lei.»
Nabbem si ritirò a terra; e Clifford, che era stato, abbastanza bonariamente, poco disposto a danneggiare inutilmente un funzionario così prezioso, non perse l’occasione che gli veniva offerta. I gradini precipitarono fragorosamente, schiantandosi pesantemente tra gli altri ufficiali e cadendo come una valanga sulla spalla di uno degli arrestatori di Long Ned.
Nel frattempo Clifford balzò dietro Tomlinson attraverso l’apertura e si ritrovò in presenza di quattro ufficiali, guidati dall’astuto MacGrawler. Un colpo di randello sulla guancia destra e sulla tempia di Augustus abbatté quell’eroe. Ma Clifford balzò oltre il corpo del suo compagno, schivò il colpo mirato a lui, afferrò a mano aperta il colpo mirato da un altro assalitore, strappò il randello all’ufficiale, lo colpì a terra con la sua stessa arma e, scattando in avanti attraverso il labirinto del bosco, iniziò la sua fuga con un passo troppo rapido per consentire la speranza di un inseguimento riuscito.
CAPITOLO XXIX.
«In breve, Isabella, vi offro me stesso!» «Cieli!» esclamò Isabella, «cosa sento? Voi, mio signore?» Il castello di Otranto.
Un romanzo è come un barometro: dove appare l’uomo in un momento, la donna in un altro. Variabili come l’atmosfera, i cambiamenti della nostra storia ripresentano ora Lucy al lettore.
Quella graziosa giovane persona – che, si può notare, è (fatta eccezione per suo padre) l’unico personaggio ingenuo e incontaminato nelle pagine di una storia in qualche misura concepita per mostrare, nelle depravazioni del carattere, le depravazioni di quello stato sociale in cui i caratteri si formano – sedeva sola nel suo appartamento nel periodo in cui torniamo a lei. Poiché il tempo, e quel fondo innato e insensibile di guarigione che la Natura ha posto nei petti dei giovani affinché la sua grande legge, il passare dei vecchi, non lasci una ferita troppo duratura e acuta, avevano attenuato la sua prima angoscia per la morte del padre, il ricordo di Clifford aveva ripreso il suo antico dominio nel suo cuore. La solitudine della sua vita, l’assenza di divertimenti, persino la sensibilità e il languore che seguono al dolore, cospirarono per investire l’immagine del suo amante in una veste più tenera e impressionante. Ricordava le sue parole, le sue azioni, le sue lettere, e si impiegava intere ore, intere giornate e notti, nel tentativo di decifrarne il mistero. Chi, tra coloro che sono stati amati, non riconoscerà la singolare e potente forza con cui una ragazza, lei stessa innocente, si aggrappa alla convinzione dell’innocenza del proprio amante? Nei petti giovani e non abituati al mondo, c’è una credulità così pura nell’esistenza di un bene puro, una riluttanza così ferma a pensare che laddove amiamo possa esserci ciò che non stimeremmo, o laddove ammiriamo possa esserci ciò che dovremmo biasimare, che si potrebbe quasi ritenerlo un argomento a favore del nostro potere naturale di raggiungere una maggiore eminenza nella virtù di quanto le abitudini e le arti del mondo esistente ci permetteranno mai di conseguire. Forse non è paradossale dire che difficilmente potremmo credere alla perfezione negli altri, se non fosse per il germe della perfettibilità nelle nostre stesse menti! Quando un uomo ha vissuto alcuni anni tra le reali contese delle fazioni senza assorbire il pregiudizio insieme all’esperienza, con quanto stupore sorride al suo culto di antichi idoli, che colore diverso assume la storia per lui, quanto è cauto ora nel lodare, quanto lento nell’ammirare, quanto propenso a cavillare! La natura umana è diventata la natura umana dell’arte; ed egli non la stima da ciò che potrebbe essere, ma da ciò che, nelle corruzioni di una semi-civiltà, essa è! Ma nello stesso modo in cui il giovane studente si aggrappa alla convinzione che il saggio o il menestrello, che ha illuminato la sua ragione o incatenato la sua immaginazione, sia nel carattere come nel genio elevato sopra la mandria ordinaria, libero dalle passioni, dalle frivolezze, dalle piccole meschinità e dai vizi oscuranti di cui la carne ordinaria è erede, così una donna che ama per la prima volta si aggrappa all’eccellenza immaginata di colui che ama. Quando Evelina è così scioccata dall’idea di un occasionale attacco di intossicazione nel suo «nobile, il suo ineguagliabile» amante, chi non riconosce quanto fossero naturali i suoi sentimenti? Se Evelina fosse stata sposata da sei anni, e lo stesso amante, allora suo marito, fosse stato realmente colpevole di ciò che lei sospettava, chi non sente che sarebbe stato molto innaturale rimanere minimamente scioccati dall’accaduto? Non lo avrebbe amato meno, né ammirato meno, né egli sarebbe stato meno «il nobile e l’ineguagliabile» – avrebbe alzato un po’ troppo il gomito, avrebbe scherzato la mattina seguente sull’evento, e la gentile Evelina gli avrebbe preparato una tazza di tè; ma ciò che sarebbe stata una questione di scherzo nel marito, sarebbe stata materia di dannazione in un amante. Ma torniamo a Lucy.
Se è così difficile, così repellente, credere un amante colpevole persino di un errore banale, possiamo facilmente supporre che Lucy non abbia mai ammesso per un momento l’ipotesi che Clifford fosse stato realmente colpevole di un grave errore o di un crimine volontario. È vero che le espressioni nella sua lettera erano più che sospette; ma c’è sempre un fascino nella sincerità dell’autocondanna. Come è difficile credere all’eccellenza di coloro che lodano se stessi, così è difficile immaginare criminali coloro che si condannano. Qual è, inoltre, il processo del ragionamento di una donna? Ahimè! è una fisiognomista troppo credulona. La curvatura di una gola, per lei, è l’infallibile segno di nobiltà d’animo; e nessuno può essere colpevole di un peccato se è benedetto da una bella fronte! Quanto teneramente, quanto fanaticamente Lucy amava! Aveva raccolto un tesoro prezioso e segreto: un guanto, una penna, un libro, una foglia di rosa appassita; tesori resi inestimabili perché egli li aveva toccati; ma più di tutto, possedeva la serie delle sue lettere – dal primo biglietto formale scritto a suo padre, inteso per lei, in cui rispondeva a un invito e richiedeva l’accettazione da parte di Miss Brandon della musica che desiderava avere, fino all’ultima lettera selvaggia e, per lei, inspiegabile in cui l’aveva rinunciata per sempre. Su queste reliquie i suoi occhi si nutrivano per ore; e mentre le studiava, e studiava pensieri troppo profondi non solo per le lacrime ma per ogni espressione o comunicazione, si sarebbe potuto quasi letteralmente osservare lo sbiadire della sua ricca guancia e l’indebolirsi della sua forma rotonda ed elastica.
Era esattamente in uno stato d’animo simile che era immersa quando suo zio bussò alla porta per chiedere di entrare. Lei nascose frettolosamente i suoi tesori e si affrettò ad accoglierlo e salutarlo.
«Sono venuto,» disse lui, sorridendo, «a implorare il piacere della tua compagnia per un vecchio amico che cena con noi oggi. Ma, aspetta, Lucy, i tuoi capelli sono in disordine. Non lasciare che io disturbi un’occupazione così importante come la tua toilette; vestiti, cara mia, e unisciti a noi.»
Lucy si voltò, con un sospiro soffocato, verso lo specchio. Lo zio indugiò per qualche istante, osservandola con un misto di orgoglio e dubbio; poi lasciò lentamente la stanza.
Lucy scese poco dopo nel salotto e vide con un po’ di sorpresa (poiché non aveva avuto abbastanza curiosità per chiedere il nome dell’ospite) la forma slanciata e i lineamenti gradevoli di Lord Mauleverer. Il conte si avvicinò con la stessa grazia che nella sua prima giovinezza lo aveva reso quasi irresistibile, ma che ora, per il contrasto degli anni con i modi, conteneva un leggero misto di comico. Fece i suoi complimenti e, facendoli, dichiarò che doveva lasciare al suo amico, Sir William, il compito di spiegare tutto il pericolo che aveva osato, per il gusto di soddisfare se stesso che Miss Brandon non era meno incantevole di quando l’aveva vista l’ultima volta.
«Sì, davvero,» disse Brandon, con un sogghigno appena percepibile, «Lord Mauleverer ha letteralmente sopportato gli incidenti di percorso di acque e terre; poiché è stato quasi sterminato da un bandito di strada, e quasi annegato in un fosso!»
«Raccomandatemi a un amico per mettersi in mostra nel modo migliore,» disse Mauleverer, allegramente. «Invece di attirare la vostra simpatia, vedete, Brandon mi esporrebbe al vostro ridicolo; giudicate voi stessi se lo merito!» e Mauleverer procedette a dare, con tutta l’animazione che apparteneva al suo carattere, i dettagli di quell’avventura con cui il lettore ha molta familiarità. Non sentì, possiamo esserne certi, alcuno scrupolo nel rappresentare se stesso e la sua prodezza sotto i colori più favorevoli.
La storia era appena finita quando fu annunciata la cena. Durante quel pasto Mauleverer si sforzò di essere amabile con infinita destrezza. Adattando la sua conversazione, più di quanto avesse finora degnato di fare, al temperamento di Lucy, e più ansioso di ammorbidire che di abbagliare, non gli era certamente mai apparso così attraente prima d’ora. Siamo tenuti ad aggiungere che il punto di attrazione non andò oltre la confessione che egli era un uomo anziano molto gradevole.
Forse, se non ci fosse stata una certa vena di malinconia nella sua conversazione, forse meno incompatibile con sua signoria dal ricordo dei suoi diamanti perduti e dall’impressione che il cuoco di Sir William Brandon fosse considerevolmente peggiore del suo, potrebbe non aver avuto così tanto successo nel compiacere Lucy. Quanto a lui, tutte le impressioni precedenti che lei aveva fatto su di lui ritornarono con colori ancora più vividi; persino il cast delicato e sommesso di bellezza che era succeduto al suo precedente splendore era assai più affascinante per il suo gusto schizzinoso e cortese rispetto al suo precedente bagliore di spirito e salute. Si sentì molto innamorato durante la cena; e dopo che fu finita, e Lucy si fu ritirata, disse a Brandon, con aria appassionata, che adorava sua nipote fino alla distrazione!
L’astuto giudice finse di ricevere l’informazione con indifferenza; ma sapendo che un’assenza troppo lunga è dannosa per una *grande passion*, non trattenne Mauleverer troppo a lungo davanti al suo vino.
Il conte tornò con entusiasmo nel salotto e implorò Lucy, con una voce in cui l’affettazione sembrava svenire per la delizia, di concedergli una canzone. Sempre più incantato dal suo assenso, tirò lo sgabello del pianoforte verso il clavicembalo, pose una sedia accanto a lei e apparve presto perso nel trasporto. Nel frattempo Brandon, voltato verso la coppia, si coprì il viso con il fazzoletto e in apparenza si arrese alla voluttuosità di un riposo dopo cena.
Il libro di canzoni di Lucy si aprì accidentalmente su una canzone che era stata lodata da Clifford; e mentre cantava, la sua voce assunse un tono più ricco e tenero di quanto in presenza di Mauleverer avesse mai assunto prima.
IL LAMENTO DELLE VIOLETTE CHE PERDONO IL LORO PROFUMO A MAGGIO.
Nell’ombra che cade dalla collina silenziosa Dormivamo, nei nostri verdi rifugi E gli acquazzoni d’aprile erano soliti riempire I nostri cuori di dolcezze.
E sebbene giacessimo in un umile pergolato, Tuttavia ogni cosa ci amava bene, E l’ape al risveglio lasciava il suo fiore più bello, Per dimorare con noi.
Ma il caldo Maggio arrivò nel suo orgoglio a corteggiare La ricchezza della nostra scorta di miele; E i nostri cuori sentirono appena il suo respiro, e seppero Che le loro dolcezze non c’erano più!
E l’estate regna nel luogo tranquillo Dove dimoriamo, e i suoi soli e i suoi acquazzoni Portano balsamo ai cuori delle nostre sorelle, ma non... Ah! non ai nostri.
Viviamo, fioriamo, ma per sempre finito È il fascino della terra e del cielo; Alla nostra vita, o cieli, restituite quel balsamo, O... fateci morire!
Mentre con gli occhi soffusi di molti ricordi, e una voce che svaniva in un pathos indescrivibile e avvincente, Lucy cessò la sua canzone, Mauleverer, incantato fuori di sé, prese gentilmente la sua mano e, tenendo il morbido tesoro nelle sue, non meno morbido, mormorò:
«Angelo, continua a cantare! La vita sarebbe come la tua musica, se potessi respirarla via ai tuoi piedi!»
C’era stato un tempo in cui Lucy avrebbe riso apertamente di questa dichiarazione; e anche così, un sorriso soppresso e mezzo malizioso giocava nelle fossette della sua bella bocca, e contrastava in modo affascinante la morbidezza vibrante dei suoi occhi.
Trattando un presagio piuttosto errato da quel sorriso, Mauleverer continuò con entusiasmo, continuando a trattenere la mano che Lucy cercava di liberare:
«Sì, incantevole Miss Brandon! Io, che per tanti anni mi sono vantato del mio cuore invulnerabile, sono finalmente sottomesso. Ho lottato a lungo, molto a lungo, contro il mio attaccamento per voi. Ahimè! è vano; e mi vedete ora completamente alla vostra mercé. Rendetemi l’uomo più infelice o il più invidiabile. Incantatrice, parlate!»
«Davvero, mio signore,» disse Lucy, esitando, pur alzandosi e liberandosi dalla sua mano, «trovo difficile supporvi serio; e forse questa è solo una galanteria verso di me a titolo di esercitazione su altre.»
«Dolce Lucy, se posso chiamarvi così,» rispose Mauleverer, con uno sguardo ardente, «non, vi imploro, nemmeno per un momento, fingete di fraintendermi! Non scherzate per un momento su ciò che, per me, è la rovina o la beatitudine della vita! Oso sperare che la mia mano e il mio cuore, che ora vi offro, non siano degni della vostra derisione?»
Lucy fissò il suo adoratore con uno sguardo di seria indagine; Brandon sembrava ancora dormire.
«Se fate sul serio, mio signore,» disse Lucy, dopo una pausa, «ne sono veramente e profondamente dispiaciuta. Per l’amico di mio zio avrò sempre stima; credete che io sia veramente sensibile all’onore che mi rendete, quando aggiungo il mio rammarico per non poter provare altro sentimento che la stima.»
Un vuoto e confuso smarrimento oscurò per un momento i tratti espressivi di Mauleverer; poi svanì. «Quanto è dolce il vostro rimprovero!» disse. «Sì; non merito ancora alcun altro sentimento se non la stima. Non siete da conquistare precipitosamente; una lunga prova, un lungo corso di attenzioni, una lunga conoscenza del mio devoto e ardente amore, solo questo mi darà il diritto di sperare in un sentimento più caldo nel vostro petto. Fissate dunque il vostro tempo di corteggiamento, angelica Lucy! – una settimana, anzi, un mese! Fino ad allora, non vi costringerò nemmeno a fissare quel giorno che per me sarà il più bianco della mia vita!»
«Mio signore!» disse Lucy, non sorridendo più nemmeno per metà maliziosamente, «dovete perdonarmi se credo che la vostra proposta non possa essere altro che uno scherzo; ma qui, vi supplico, lasciatela riposare per sempre. Non menzionatemi più questo argomento.»
«Per i cieli!» gridò Mauleverer, «questo è troppo crudele. Brandon, intercedete per me presso vostra nipote.»
Sir William sussultò, naturalmente abbastanza, dal suo sonno, e Mauleverer continuò:
«Sì, intercedete per me; voi, il mio più vecchio amico, siate il mio più grande benefattore! Chiedo alla vostra nipote; lei finge di non credere. Volete convincerla della mia verità, della mia devozione, della mia adorazione?»
«Non vi crede!» disse il mite giudice, con lo stesso segreto sogghigno che solitamente aleggiava agli angoli della sua bocca. «Non mi meraviglia che sia lenta a credere all’onore che le avete fatto, e per il quale le damigelle più nobili d’Inghilterra hanno sospirato invano. Lucy, sarete crudele con Lord Mauleverer? Credetemi, mi ha spesso confidato il suo amore per voi; e se l’esperienza di alcuni anni giova, non c’è dubbio sul suo onore e sulla sua verità. Lascio il suo destino nelle vostre mani.»
Brandon si voltò verso la porta.
«Restate, caro signore,» disse Lucy, «e invece di intercedere per Lord Mauleverer, intercedete per me.» Il suo sguardo si stabilì ora in una calma e decisa serietà di espressione. «Mi sento molto lusingata dalla proposta di sua signoria, che, come dite, potrei ben dubitare sia seriamente intesa. Gli auguro ogni felicità con una dama di meriti superiori; ma parlo da una determinazione inalterabile, quando dico che non potrò mai accettare la dignità di cui vorrebbe investirmi.»
Così dicendo, Lucy si incamminò rapidamente verso la porta e svanì, lasciando i due amici a commentare come volessero la sua condotta.
«Hai rovinato tutto con la tua precipitazione,» disse lo zio.
«Precipitazione! dannazione, cosa vorresti? Ho impiegato cinquant’anni per decidermi a sposarmi; e ora che non ho un giorno da perdere, tu parli di precipitazione!» rispose l’amante, gettandosi in una poltrona.
«Ma non hai impiegato cinquant’anni per deciderti a sposare mia nipote,» disse Brandon, seccamente.
«Essere rifiutato, positivamente rifiutato, da una ragazza di campagna!» continuò Mauleverer, soliloquiando ad alta voce; «e questo pure alla mia età e con tutta la mia esperienza! – una ragazza di campagna senza rango, *ton*, realizzazioni! Per i cieli! non m’importa se tutto il mondo l’ha sentito, perché nessuna anima al mondo ci crederà mai.»
Brandon sedette senza parole, osservando il viso mortificato del cortigiano con una compiacenza malevola, e ci fu una pausa di parecchi minuti. Sir William poi, padroneggiando lo strano sentimento che lo faceva sempre gioire di qualsiasi cosa gettasse ridicolo sul suo amico, si avvicinò, posò gentilmente la mano sulla spalla di Mauleverer e gli parlò di conforto e incoraggiamento. Il lettore crederà che Mauleverer non fosse un uomo che fosse impossibile incoraggiare.
Prima che arrivasse, ogni cosa mi amava, e avevo più cose da amare di quante ne potessi contare sui capelli del mio capo. Ora sento di poter amare solo una persona, e quella persona mi ha abbandonato... Ebbene, sia così, – perisca lei, sia qualunque cosa tranne che mia! – Melmoth.
La mattina seguente, di buon’ora, Sir William Brandon rimase chiuso a lungo con la nipote, prima della sua partenza per gli uffici del suo incarico. Ansioso e allarmato per il successo di uno dei progetti prediletti della sua ambizione, non risparmiò alcuna arte nella conversazione con Lucy, che la sua grande ingegnosità nell'eloquenza e la sua meravigliosa intuizione della natura umana potessero suggerire, al fine di ottenere almeno una base per l'edificazione del suo piano. Tra le altre risorse del suo tatto mondano, accennò all'amore di Lucy per Clifford; e (sebbene in modo oscuro e sottile, come si addiceva alla purezza di colei a cui si rivolgeva) questa persona scaltra e dissoluta non si fece scrupolo di accennare anche alla possibilità di assecondare quell'amore dopo il matrimonio; sebbene denunciasse, come l'ultima delle sconvenienze, il crimine di incoraggiarlo prima. Questo accenno, tuttavia, cadde innocuo sull'orecchio ingenuo di Lucy. Ella non ne comprese minimamente il significato; soltanto, con la guancia accesa e il labbro imbronciato, si risentì dell'allusione a un amore che considerava insolente anche solo sospettare da parte di chiunque.
Quando Brandon lasciò l'appartamento, la sua fronte era offuscata e il suo sguardo assente e pensieroso: era evidente che ci fosse stato ben poco nel colloquio con la nipote da compiacerlo o soddisfarlo. La stessa Miss Brandon era molto agitata; poiché vi era, nella natura di suo zio, quel segreto silenzioso e impressionante di influenzare o comandare gli altri che quasi invariabilmente e tuttavia così quietamente ottiene i desideri del suo possessore; e Lucy, che lo amava e lo ammirava sinceramente – forse non meno per un certo modico timore – era molto addolorata nel percepire quanto fosse radicato in lui il desiderio di quel matrimonio che lei sentiva essere un'impossibilità morale. Ma se Brandon possedeva il segreto del dominio, Lucy era dotata in modo non meno singolare del segreto della resistenza. Si ricorderà, nel descrivere il suo carattere, che ne parlammo come di una persona che sembrava, ai superficiali, di un temperamento troppo arrendevole e dolce. Ma le circostanze smentirono i modi, e dimostrarono che ella possedeva in modo eminente una quieta fermezza e una risoluzione latente, che conferivano alla sua mente una nobiltà e un potere degno di fiducia che non sarebbero mai stati sospettati da coloro che la incontravano lungo i sentieri ordinari della vita.
Brandon non se n'era andato da molto, quando la cameriera di Lucy venne a informarla che un gentiluomo, il quale si era espresso come molto desideroso di vederla, attendeva di sotto. Il sangue rifluì dalle guance di Lucy a questo annuncio, per quanto semplice potesse sembrare. "Quale gentiluomo poteva essere desideroso di vederla? Era... era Clifford?" Rimase per alcuni istanti immobile, e letteralmente incapace di muoversi; alla fine si fece coraggio, e sorridendo con disprezzo di sé per un'idea che le appariva, dopo aver riflettuto, del tutto assurda, scese nel salotto. Il primo sguardo che diresse verso lo sconosciuto, il quale stava vicino al camino con le braccia incrociate, fu sufficiente... era impossibile sbagliare, sebbene il volto fosse voltato, l'ineguagliabile figura del suo amante. Avanzò con impazienza con un debole grido, si trattenne e si accasciò sul divano.
Clifford si voltò verso di lei e fissò i suoi occhi sul suo volto con uno sguardo intenso e malinconico, ma non proferì sillaba; e Lucy, dopo aver fatto una pausa in attesa della sua voce, alzò lo sguardo e colse, con allarme, l'aspetto strano e peculiare dei suoi lineamenti. Le si avvicinò lentamente, e ancora silenzioso; ma il suo sguardo sembrava farsi più fervido e funereo man mano che avanzava.
"Sì," disse infine, con voce rotta e indistinta, "ti vedo ancora una volta, dopo tutte le mie promesse di lasciarti per sempre... il mio solenne addio, dopo tutto ciò che ti sono costato; perché, Lucy, tu mi ami, tu mi ami, e rabbrividisco mentre lo sento; dopo tutto ciò che io stesso ho sopportato e a cui ho resistito, vengo ancora una volta volontariamente al tuo cospetto! Come ho bruciato e sofferto per questo momento! Come ho detto: 'Lasciami contemplarla ancora una volta, solo ancora una volta, e il Destino potrà poi fare il suo peggio!' Lucy! Cara, cara Lucy! Perdonami per la mia debolezza. È ora, in amara e cruda realtà, l'ultima di cui posso essere colpevole!"
Mentre parlava, Clifford si accasciò accanto a lei. Le prese entrambe le mani nelle sue, e stringendole, sebbene senza pressione, guardò di nuovo con passione il suo volto innocente ed eloquente. Sembrava come se fosse commosso oltre tutti i sentimenti ordinari di ricongiungimento e di amore. Non tentò di baciare le mani che teneva; e sebbene il tocco le facesse fremere ogni vena e fibra del corpo, la sua stretta era leggera come quella in cui la prima timidezza dell'amore di un ragazzo si avventura a imprimersi!
"Sei pallida, Lucy," disse lui, con tristezza, "e la tua guancia è molto più scavata di quando ti ho vista per la prima volta. Quando ti ho vista per la prima volta! Ah! volesse il cielo, per amor tuo, che ciò non fosse mai accaduto! Il tuo spirito era leggero allora, Lucy; la tua risata veniva dal cuore, il tuo passo sfidava la terra. La gioia brillava dai tuoi occhi, ogni cosa che respirava intorno a te sembrava piena di felicità e allegria; e ora, guardami, Lucy! alza quegli occhi dolci, e insegna loro a lanciare su di me sdegno e disprezzo! Oh, non così, non così! Potrei lasciarti felice... sì, letteralmente beata... se potessi immaginarvi meno indulgente, meno gentile, meno angelica!"
"Cosa ho da perdonare?" disse Lucy, teneramente.
"Cosa! Tutto ciò per cui un essere umano può perdonare un altro. L'inganno e il danno non sono stati i miei crimini contro di te? La tua pace mentale, la tua serenità di cuore, la tua vivacità di temperamento... li ho rovinati o no?"
"Oh, Clifford!" disse Lucy, elevandosi da se stessa e da ogni pensiero egoistico, "perché, perché non vuoi fidarti di me? Non mi conosci, davvero non mi conosci... sei ignorante persino della natura stessa di una donna, se mi credi indegna della tua confidenza! Credi che potrei tradirla, o pensi che se avessi fatto ciò per cui tutto il mondo ti ha abbandonato, io potrei abbandonarti?"
La voce di Lucy vacillò alle ultime parole; ma affondò, come una pietra che cade in acque profonde, fino al centro stesso del cuore di Clifford. Trasportato via da ogni risoluzione e da ogni tolleranza, le avvolse le braccia intorno in una lunga e appassionata carezza; e Lucy, mentre il suo respiro si mescolava al suo e la guancia si posava sul suo petto, sentì davvero come se il passato non potesse contenere alcun segreto abbastanza potente da indebolire l'affetto con cui il suo cuore si aggrappava al suo. Fu lei la prima a sciogliersi dal loro abbraccio. Ritrasse il volto dal suo, e sorridendogli attraverso le lacrime, con una luminosità che i sorrisi della sua prima giovinezza non avevano mai superato, disse:
"Ascoltami. Raccontami la tua storia o no, come preferisci. Ma credimi, l'ingegno di una donna spesso non è un consigliere disprezzabile. Coloro che si accusano più amaramente non sono spesso quelli che è più difficile perdonare; e devi scusarmi se dubito dell'entità della colpa che vorresti imputare così generosamente a te stesso. Ora sono sola al mondo" (qui il sorriso svanì dalle labbra di Lucy). "Il mio povero padre è morto. Non posso ferire nessuno con la mia condotta; non c'è nessuno sulla terra a cui io sia vincolata dal dovere. Sono indipendente, sono ricca. Affermi di amarmi. Sono sciocca e vana, e ti credo. Forse, anche, ho la folle speranza che così spesso rende stolte le donne... la speranza che se hai sbagliato, io possa redimerti; se sei stato sfortunato, io possa consolarti! So, Mr. Clifford, che sto dicendo cose per cui molti mi disprezzerebbero, e per cui, forse, dovrei disprezzare me stessa; ma ci sono momenti in cui parliamo solo come se una forza nei nostri cuori ci costringesse, nostro malgrado... ed è così che ti ho parlato ora."
Era con un'aria molto inusuale per lei che Lucy aveva concluso il suo discorso, poiché la sua caratteristica abituale era piuttosto la dolcezza che la dignità; ma, come per correggere il significato delle sue parole, che avrebbero potuto altrimenti apparire poco pudiche, vi era una casta, orgogliosa, e tuttavia non meno tenera e dolce proprietà e dignitosa franchezza nel suo sguardo e nei suoi modi; così che sarebbe stato del tutto impossibile per chiunque l'avesse ascoltata non rendere giustizia alla nobiltà dei suoi motivi, o non sentirsi sia toccato che penetrato, tanto dal rispetto quanto da qualsiasi sentimento più caldo o più familiare.
Clifford, che si era alzato mentre lei parlava, ascoltava con un volto che mutava a ogni parola che lei pronunciava... ora tutto speranza, ora tutto abbattimento. Quando lei tacque, l'espressione si indurì in una risoluzione ferma e coercitiva.
"Va bene!" disse lui, borbottando. "Sono degno di questo... molto, molto degno! Generosa, nobile ragazza! Se fossi stato un imperatore, mi sarei prostrato davanti a te in adorazione; ma avvilirti, degradarti... no! no!"
"C'è avvilimento nell'amore?" mormorò Lucy.
Clifford la fissava con una sorta di orgoglio entusiasta e compiaciuto; forse si sentiva fiero di essere così amato e da una tale creatura, anche nelle circostanze più misere a cui potesse mai essere esposto. Trasse il respiro a stento, strinse i denti e rispose:
"Potresti amare, dunque, un reietto, senza nascita, fortuna o carattere? No! ora credi questo, ma non potresti.
"Potresti abbandonare il tuo paese, i tuoi amici e la tua casa... tutto ciò per cui sei nata e a cui sei adatta? Potresti accompagnare qualcuno su cui pende la spada, attraverso una vita soggetta ogni ora alla scoperta e alla disgrazia? Potresti essere soggetta tu stessa alla lunaticità di una memoria malvagia e al cupo silenzio del rimorso? Potresti essere la vittima di uno che non ha altro merito se non il suo amore per te, e che, se quell'amore ti distrugge, viene completamente redento? Sì, Lucy, mi sbagliavo... ti renderò giustizia; tutto questo, anzi, di più, potresti sopportare, e la tua natura generosa sdegnerebbe il sacrificio. Ma devo essere tutto egoista, e tu tutta devota? Devi cedere tutto a me, e io accettare tutto e non cedere nulla? Ahimè! non ho che un bene, una benedizione da cedere, e quella sei tu. Lucy, ti merito; ti supero in generosità. Tutto ciò che abbandoneresti per me non è nulla... O Dio!... nulla rispetto al sacrificio che faccio per te! E ora, Lucy, ti ho vista, e devo ancora una volta dirti addio; sono alla vigilia di lasciare questo paese per sempre. Mi arruolerò in un servizio straniero. Forse" (e gli occhi scuri di Clifford brillarono di fuoco) "sentirai ancora parlare di me, e non arrossirai quando lo farai! Ma" (e la sua voce vacillò, perché Lucy, nascondendo il viso con entrambe le mani, si abbandonò alle sue lacrime e alla sua agitazione), "ma, sotto un aspetto, hai vinto. Avevo creduto che tu non potresti mai essere mia... che la mia vita passata mi avesse privato per sempre di quella speranza! Ora inizio, con un rapimento che può portarmi attraverso tutte le ordalie, a formare una visione più audace. Una macchia può essere cancellata... un nome malvagio può essere riscattato... il passato non è fissato e sigillato, senza il potere di revocare ciò che è stato scritto. Se posso guadagnarmi il diritto di meritare la tua pietà, mi getterò in essa senza riserve; fino ad allora, o fino alla morte, non mi vedrai più!"
Cadde in ginocchio, lasciò il suo bacio e le sue lacrime sulla mano fredda di Lucy; l'istante dopo lei udì il suo passo sulle scale, la porta si chiuse pesantemente e fragorosamente dietro di lui, e Lucy sentì un amaro dolore, e, per qualche tempo almeno, non sentì nient'altro!
CAPITOLO XXXI.
Molte cose cadono tra la coppa e il labbro! Il tuo uomo mi compiace Con la sua arguzia. ............... Arriva il Canonico Hugh equipaggiato come vedi Travestito! E così devo ingannare il conestabile? Ora fatevi sotto per un uomo d'arme. ............... L'alto conestabile era di più, sebbene Abbia messo Dick Tator con le spalle al muro. BEN JONSON – Tale of a Tub.
Nel frattempo Clifford procedeva rapidamente attraverso le strade che circondavano la casa del giudice e, voltando verso un quartiere più oscuro della città, entrò in un vicolo o stradina cupa. Qui fu bruscamente avvicinato da un uomo avvolto in un cappotto ispido, di aspetto alquanto sospetto.
"Aha, Capitano!" disse costui, "sei oltre il tuo orario, ma tutto va bene!"
Tentando, con scarso successo, la disinvoltura che generalmente caratterizzava il suo modo di rivolgersi ai compagni, Clifford, ripetendo le parole dello sconosciuto, rispose:
"Tutto va bene! Cosa! i prigionieri sono stati rilasciati?"
"No, per fede!" rispose l'uomo, con una risata roca, "non ancora; ma tutto a tempo debito. È un po' troppo aspettarsi che i magistrati facciano il nostro lavoro, sebbene, per il Signore Harry, spesso facciamo il loro!"
"Cosa allora?" chiese Clifford, con impazienza.
"Perché, i poveri diavoli erano stati portati nella città di -----, e condotti davanti al queer cuffin (magistrato) prima che arrivassi, sebbene io sia partito nel momento in cui me lo dicesti, e ho fatto il viaggio in quattro ore. L'esame è durato tutto ieri, e sono stati rinviati a oggi... vediamo, non è ancora mezzogiorno; potremmo essere lì prima che sia finito."
"E questo è ciò che chiami bene!" disse Clifford, con rabbia. "No, Capitano, non fare il brillo! Non hai ancora sentito tutto! Sembra che l'unica cosa che abbia pesato contro di loro sia stata quella di un robusto allevatore, al quale è stato gridato 'Fermati!' a una cinquantina di miglia dalla città; così il queer cuffin pensa di mandare i poveri diavoli nella prigione della contea dove hanno fatto il colpo!"
"Ah! questo potrebbe lasciare qualche speranza per loro! Dobbiamo stare attenti al loro viaggio; se arrivano in prigione, le loro uniche possibilità sono la lima e la tangente. Sfortunatamente, nessuno dei due è fortunato come me in quel mestiere!"
"No, davvero, non c'è un muro di pietra in Inghilterra attraverso cui il grande Capitano Lovett non potrebbe strisciare, lo giuro!" disse il satellite ammirato.
"Sella i cavalli e carica le pistole! Ti raggiungerò tra dieci minuti. Tieni pronto il mio abito da fattore, i capelli finti, ecc. Scegli il tuo assetto. Fai in fretta; il Three Feathers è il luogo di incontro."
"E in dieci minuti solo, Capitano?"
"Puntualmente!"
Lo sconosciuto girò l'angolo e sparì dalla vista. Clifford, borbottando, "Sì, io sono stato la causa del loro arresto; ero io quello che cercavano; è giusto che io colpisca un colpo per la loro fuga prima di tentare la mia," continuò il suo percorso finché non giunse alla porta di una taverna. L'insegna di un marinaio dondolava in alto, ritraendo il gioviale marinaio con un bel boccale di peltro in mano, considerevolmente più grande della sua circonferenza. Un enorme carlino sedeva alla porta, con la lingua fuori, come se, essendosi rimpinzato fino alla lingua, fosse costretto a lasciar fuori quel membro utile dal suo posto proprio. Le persiane erano socchiuse, ma i suoni di un'allegria grossolana uscivano giovialmente.
Clifford sconcertò il carlino; e varcata la soglia, gridò a voce alta: "Janseen!"
"Qui!" rispose una voce roca; e Clifford, passando oltre, giunse in un piccolo salotto adiacente alla mescita. Lì, seduto a un tavolo di quercia rotondo, trovò il padrone di casa... un personaggio rosso, feroce, segnato dalle intemperie, ma dall'aspetto gonfio, come Dick Hatteraick affetto da idropisia.
"Come va, Capitano!" gridò lui, con un accento gutturale, e infarcendo il suo discorso con certe grazie olandesi, che con il permesso del nostro lettore ometteremo, non essendo in grado di scriverle; "come va! non ancora partito!"
"No! Parto per la costa domani; gli affari mi trattengono oggi. Sono venuto a chiedere se ci si possa fidare pienamente di Mellon?"
"Sì, onesto fino al midollo."
"E sei sicuro che nonostante i miei recenti ritardi non avrà lasciato il villaggio?"
"Sicuro! Cosa potrei essere altrimenti? Non conosco Jack Mellon da vent'anni! Resta fermo come un tronco in bonaccia per dieci mesi di fila, senza muoversi di un capello, se è agli ordini."
"E la sua imbarcazione è veloce e ben equipaggiata, in caso di inseguimento da parte di un ufficiale?"
"La 'Black Molly' veloce? Chiedilo a tua nonna. La 'Black Molly' supererebbe uno squalo."
"Allora addio, Janseen; ecco qualcosa per tenere accesa la tua pipa. Non ci incontreremo più entro i tre mari, credo. L'Inghilterra è tanto troppo calda per me quanto l'Olanda per te!"
"Sei un tipo in gamba!" gridò il padrone di casa, stringendo la mano a Clifford; "e quando i ragazzi verranno a sapere della loro perdita, sapranno di aver perso il più coraggioso e vero compagno che abbia mai intrapreso la strada; quindi addio, e che tu sia dannato!"
Con questa benedizione di commiato il padrone di casa lasciò andare Clifford; e il brigante si affrettò verso il suo appuntamento al Three Feathers.
Trovò tutto pronto. Si mise frettolosamente il travestimento; e il suo seguace portò fuori il suo cavallo... un nobile animale della grande razza irlandese, di notevole forza e ossatura, e a parte il fatto che era alquanto affilato nei quarti (un difetto che coloro che cercano la velocità oltre alla grazia perdoneranno facilmente), di una bellezza ineguagliabile nella sua simmetria e proporzioni.
Bene conosceva il destriero, e orgogliosamente rendeva omaggio al suo padrone; sbuffando con impazienza e impennandosi dalla mano del brigante attendente, l'animale saggio si liberò della redine, e mentre scuoteva la sua lunga criniera nella brezza dell'aria fresca, arrivò trotterellando nel luogo dove Clifford stava.
"Così, Robin! così! Cosa, ti irriti perché ho lasciato il tuo compagno al Red Cave! Lui potremmo non vederlo mai più. Ma finché avrò vita, non ti lascerò, Robin!" Con queste parole il brigante accarezzò affettuosamente il collo lucente del suo destriero preferito; e mentre l'animale ricambiava la carezza strofinando la testa contro le mani e il petto atletico del suo padrone, Clifford sentì al cuore un po' di quel vecchio e intenso fremito del sangue che una volta era stato per lui il fascino principale della sua professione criminale, e che nel recente cambiamento dei suoi sentimenti aveva quasi dimenticato.
"Bene, Robin, bene," riprese, mentre baciava il muso del suo destriero... "bene, avremo ancora qualche giorno come i nostri vecchi; tu dirai, Ha! ha! alla tromba, e porterai il tuo padrone in imprese più gloriose di quelle per cui finora ti ha ringraziato di aver condiviso. Tu sarai ora il mio unico familiare, il mio unico amico, Robin; noi due saremo stranieri in terra straniera. Ma tu ti renderai benvenuto più facilmente del tuo signore, Robin; e dimenticherai i vecchi giorni e i tuoi vecchi compagni e i tuoi vecchi amori, quando... Ha!" e Clifford si voltò bruscamente verso il suo attendente, che si rivolgeva a lui; "È tardi, dici. Vero! Ascolta, sarà imprudente per entrambi lasciare Londra insieme. Conosci la sesta pietra miliare; raggiungimi lì, e potremo proseguire in compagnia!"
Non riluttante a trattenersi per un brindisi d'addio, il compagno acconsentì alla prudenza del piano proposto; e dopo una o due parole aggiuntive di cautela e consiglio, Clifford montò a cavallo e partì dal cortile della locanda. Mentre passava attraverso gli alti cancelli di legno verso la strada, il riflesso imperfetto del sole invernale che cadeva su di lui e sul suo destriero, era difficilmente possibile, persino nonostante il suo travestimento e i panni rozzi, concepire un esemplare più galante e sorprendente della tribù senza legge e audace a cui apparteneva; l'altezza, la forza, la bellezza e l'aspetto squisitamente curato visibile nel destriero; lo sguardo scintillante, il profilo audace, il petto nervoso, gli arti aggraziati e l'equitazione disinvolta e praticata del cavaliere.
Guardando il suo capo con uno sguardo lungo e ammirato, il brigante disse allo stalliere della locanda, un uomo anziano e avvizzito, che aveva visto nove generazioni di banditi sorgere e svanire:
"Lì, Joe, quando hai mai guardato un eroe simile? Il cuore più coraggioso, la mano più franca, il miglior giudice di un cavallo, e l'uomo più bello che abbia mai fatto onore a Hounslow!"
“Nonostante tutto,” replicò lo stalliere, scuotendo il capo paralitico e voltandosi verso la taverna, “nonostante tutto, padrone, il suo tempo è scaduto. Segnatevi le mie parole, il Capitano Lovett non supererà l’anno... no, e forse nemmeno il mese!”
“Perché, vecchio mascalzone, che cosa ti rende così sapiente? Non farai la spia, suppongo!”
“Io la spia! Nemmeno per sogno! Ma non c’è mai stato un gentiluomo della strada, grande o piccolo, astuto o stupido, che sia sopravvissuto al suo settimo anno. E questo sarà il settimo anno del capitano, il 21 del prossimo mese; ma è un bel tipo, e andrò al suo impiccagione!”
“Pah!” disse il rapinatore, stizzito — egli stesso si stava avvicinando alla fine del suo sesto anno — “pah!”
“Badate, ve lo dico io, padrone; e in un modo o nell’altro penso — e ho esperienza in queste cose — dal fatum, dal suo occhio e dal modo in cui gli cade il labbro, che il tempo del capitano scadrà oggi!”
Qui il rapinatore perse ogni pazienza e, spingendo contro il muro l'incanutito foriero di sventura, voltò i tacchi e cercò un compagno più gradevole con cui dividere il bicchiere della staffa.
Era la mattina del giorno successivo a quello in cui si erano svolte le suddette conversazioni che il sagace Augustus Tomlinson e il valoroso Edward Pepper, ammanettati e in catene, procedevano lungo la strada in una carrozza postale, con il signor Nabbem stretto al fianco del primo, e altri due gentiluomini di fiducia del signor Nabbem montati sul cassone della carrozza, interferendo tristemente, come osservò brontolando il Lungo Ned, con “la bellezza del panorama”.
“Ah, bene!” disse Nabbem, spingendo inevitabilmente il gomito nel fianco di Tomlinson, mentre estraeva la sua tabacchiera e si serviva abbondantemente della polvere inebriante; “fareste meglio a prepararvi, signor Pepper, a un cambiamento di prospettive. Credo che ci sia ben poco che possa piacervi nel guod [prigione].”
“Nulla rende gli uomini così faceti quanto la sfortuna degli altri!” disse Augustus, moralizzando, e voltandosi, per quanto gli era possibile, per liberare il proprio corpo dal gomito appuntito del signor Nabbem. “Quando un uomo è a terra nel mondo, tutti gli astanti, che prima erano dei gran noiosi, diventano improvvisamente spiritosi!”
“Voi alludete a me,” disse il signor Nabbem. “Beh, non ha la minima importanza; perché non appena facciamo il nostro dovere, voi ceffi diventate ingrati in modo sfacciato!”
“Ingrati!” disse Pepper; “che peste dovremmo ringraziare? Suppongo pensiate che dovremmo dirvi che siete il miglior amico che abbiamo, perché ci avete schiacciati, collo e testa, in questo buco orribile, come tacchini ingrassati per Natale. Morte! I capelli sono schiacciati come una frittella; e quanto alle gambe, fareste meglio a tagliarcele via subito piuttosto che rannicchiarle in un posto di un piede quadrato... per non parlare di questi ferri da farabutti!”
“Gli unici ferri perdonabili ai tuoi occhi, Ned,” disse Tomlinson, “sono i ferri per arricciare, eh?”
“Ora, se questo non è troppo!” gridò Nabbem, contrariato; “vi opponete ad andare su un carro come il resto della vostra professione; e quando mi faccio in quattro per compiacervi con una carrozza, voi mi insultate per questo!”
“Pace, buon Nabbem!” disse Augustus, con la dignità di un saggio; “dovete concedere un po’ di malumore a uomini che si trovano in una situazione così infelice come la nostra.”
La risposta mite placa l’ira. La risposta di Tomlinson ammorbidì Nabbem; e, a titolo di conciliazione, tese la tabacchiera al naso del suo sfortunato prigioniero. Chiudendo gli occhi, Tomlinson aspirò a lungo e con fervore quel lusso, e non appena l’ufficiale ebbe asciugato dalla proboscide, con il proprio fazzoletto giallo a macchie, alcuni granelli rimasti, Tomlinson parlò così:
“Ci vedete ora, signor Nabbem, in uno stato di opposizione allo sbando; ma anche il nostro spirito non è a pezzi. A suo tempo abbiamo avuto a che fare con l’amministrazione; e il nostro conforto attuale è il conforto dei ministri decaduti!”
“Oho! Eravate sulla linea metodista prima di mettervi sulla strada?” disse Nabbem.
“Non è così!” rispose Augustus, gravemente. “Eravamo i metodisti della politica, non della chiesa; ovvero, vivevamo sul nostro gregge senza un’autorità legale per farlo, e ciò che la legge ci negava, il nostro ingegno lo forniva. Ma ditemi, signor Nabbem, siete dedito alla politica?”
“Beh, dicono che lo sia,” disse il signor Nabbem, con un sogghigno; “e per quanto mi riguarda, penso che tutti coloro che servono il re dovrebbero sostenerlo e prendersi cura delle loro piccole famiglie!”
“Dite ciò che gli altri pensano!” rispose Tomlinson, sorridendo a sua volta. “E ora, visto che vi piace la politica, vi indico ciò che oso dire non abbiate osservato prima.”
“Che cos’è?” disse Nabbem.
“Una meravigliosa somiglianza tra la vita dei gentiluomini che adornano il senato di Sua Maestà e la vita dei gentiluomini che state conducendo alla prigione di Sua Maestà.”
IL PARALLELO DIFFAMATORIO DI AUGUSTUS TOMLINSON.
“Iniziamo la nostra carriera, signor Nabbem, come i vostri ministri in embrione entrano in parlamento: tramite corruzione e tangenti. C’è questa differenza, in verità, tra i due casi: noi siamo tentati a entrare dalle corruzioni e dalle tangenti altrui; loro entrano spontaneamente in virtù delle proprie. All’inizio, illusi da visioni romantiche, amiamo la gloria della nostra carriera più del profitto, e nella nostra generosità giovanile professiamo di attaccare i ricchi unicamente per considerazione verso i poveri! A poco a poco, man mano che diventiamo più incalliti, ridiamo di questi sogni adolescenziali: contadino o principe che sia, per le nostre mani imparziali il trattamento è lo stesso; afferriamo il secchio, ma non disdegniamo il ditale; usiamo la parola ‘gloria’ solo come trappola per proseliti e apprendisti; le nostre dita, come la porta di un ufficio, sono aperte a tutto ciò che può arrivarci; consideriamo i ricchi come il nostro salario, i poveri come i nostri emolumenti extra. Che cos’è questo, se non un ritratto del vostro membro del parlamento che matura in ministro, del vostro patriota che si addolcisce in un impiegato statale? E notate bene, signor Nabbem! Non è forse il linguaggio stesso di entrambi simile quanto le azioni? Qual è la frase che entrambi amiamo impiegare? ‘Salvare’. Che cosa? ‘Il Pubblico’. E non lo salviamo entrambi invariabilmente dalla stessa cosa, ovvero la sua borsa? Vogliamo una scusa per condividere l’oro dei nostri vicini, o per abusarne se resistono? Non è forse la nostra scusa reciproca, la più succinta, la ‘Distretta’? Vero, il vostro patriota la chiama ‘distretta del paese’; ma intende mai, anche solo un briciolo più di noi, una distretta che non sia la sua? Quando siamo ridotti in miseria, e i nostri cappotti sono logori, non scuotiamo entrambi la testa parlando di ‘riforma’? E quando, oh! quando siamo in alto nel mondo, non prendiamo entrambi a calci la ‘riforma’ verso il diavolo? Quanto spesso il vostro uomo di parlamento ‘lascia il seggio’, solo allo scopo di riprenderlo con una borsa più pesante? Quanto spesso, caro Ned, i nostri seggi sono stati lasciati per lo stesso fine! A volte, in verità, egli finisce davvero la sua carriera accettando le Centurie: è ‘accettando le centurie’ che anche la nostra può finire! [Ned tirò un lungo sospiro.] Osservateci ora, signor Nabbem, allo zenit della nostra prosperità: abbiamo riempito le tasche, siamo diventati grandi sulla bocca del nostro partito. I nostri compari ci ammirano e le nostre ragazze ci adorano. Che cosa facciamo in questa estate di breve durata? Risparmiare ed essere parsimoniosi? Ah, no! Dobbiamo offrire cene e fare poco conto del nostro liquore. Facciamo sfoggio di cavalli alle corse e facciamo i grossi davanti alla moltitudine che abbiamo ingannato. Non è forse questo il vostro ministro appena entrato in carica? Non vi ricorda la sua carrozza, il suo palazzo, i suoi piatti d’argento? In entrambi i casi, guadagnati facilmente, sperperati stravagantemente; e il pubblico, il cui denaro abbiamo intascato, può almeno avere il piacere di restare a bocca aperta davanti allo splendore che facciamo con esso! Questo, dunque, è il nostro raccolto di felicità; i nostri nemici, i nostri amici, sono pronti a divorarci dall’invidia: eppure, che cosa c’è di così poco invidiabile come la nostra posizione? Non abbiamo entrambi i nostri fastidi comuni e le nostre reciproche inquietudini? Non corrompiamo entrambi [Nabbem scosse il capo e si abbottonò il panciotto] i nostri nemici, blandiamo i nostri partigiani, prepotiamo sui nostri dipendenti e litighiamo con i nostri soli amici, ovvero noi stessi? Non è forse la domanda segreta di ognuno: ‘È tutto maledettamente bello; ma quanto durerà?’ Ora, signor Nabbem, notate bene: invertite il ritratto: siamo caduti, la nostra carriera è finita: la strada ci è preclusa, e nuovi saccheggiatori stanno derubando le carrozze che un tempo rubavamo noi. Non è forse questo il destino di... No, no! Mi illudo! I vostri ministri, i vostri affaristi, per la maggior parte mungono la vacca popolare finché c’è una goccia nella mammella. Il vostro cancelliere declina su una pensione; il vostro ministro si attenua su una sovvenzione; i piedi dei vostri grandi furfanti possono essere lontani dai banchi del tesoro, ma hanno le loro manine nel tesoro. I loro passati servigi sono ricordati da Sua Maestà; i nostri solo annotati dal Registratore. Loro si salvano, perché si tengono a vicenda; noi andiamo al diavolo, perché ci teniamo da soli. Abbiamo il nostro piccolo giorno di gloria con il pubblico, e tutto finisce; ma per loro non finisce mai. Entrambi diamo la caccia alla stessa volpe; ma noi siamo i vostri cavalieri onesti, loro sono quelli che sanno il fatto loro: noi facciamo il salto e ci rompiamo l’osso del collo; loro sgattaiolano attraverso i cancelli e vanno avanti fino all’ultimo!”
Quando ebbe concluso, la testa di Tomlinson ricadde sul petto, ed era facile vedere che dolorosi confronti, mescolati forse a segreti mormorii sull’ingiustizia della fortuna, stavano rodendo il suo animo. Il Lungo Ned sedeva in un silenzio cupo; e persino il cuore duro del severo signor Nabbem fu intenerito dal parallelo toccante che aveva ascoltato. Procedevano in silenzio da due o tre miglia quando il Lungo Ned, fissando gli occhi su Tomlinson, esclamò:
“Sai, Tomlinson, penso che sia stata una vergogna bruciante da parte di Lovett permettere che ci portassero via come montoni, senza tentare di salvarci per strada! È tutta colpa sua se siamo qui; perché era lui che Nabbem voleva, non noi.”
“Molto vero,” disse l’astuto poliziotto; “e se fossi in voi, signor Pepper, impiccatemi se non mi comporterei come un uomo di spirito, mostrando così poco interesse per lui quanto lui ne mostra per voi! Perché, santo cielo, non voglio tentarvi; ma questo lo so, i giudici sono molto ansiosi di prendere Lovett; e chi lo consegna, e dice una parola o due sul suo carattere, in modo da rendere la condanna certa, può essere lui stesso certo di un perdono totale per tutti i piccoli eccessi e così via!”
“Ah!” disse il Lungo Ned, con un sospiro, “tutto questo va bene, signor Nabbem, ma andrò al patibolo come un gentiluomo, e non farò la spia sui miei compagni; e ora che ci penso, Lovett avrebbe difficilmente potuto aiutarci. Un uomo solo, persino Lovett, per quanto sia abile, non avrebbe potuto forzarci fuori dalle grinfie vostre e dei vostri mirmidoni, signor Nabbem! E quando siamo stati una volta a-----, si sono presi cura eccellente di noi. Ma ditemi ora, mio caro Nabbem,” e la voce del Lungo Ned si insinuò in qualcosa di simile alla dolcezza, “ditemi, pensate che il mandriano confermerà tutto?”
“Senza dubbio,” disse l’impassibile Nabbem. Il volto del Lungo Ned si abbatté. “E cosa succederà se lo fa?” disse; “possono solo deportarci!”
“Non illudetevi, Mastro Pepper!” disse Nabbem: “siete troppo vecchio per il viaggio verso le colonie. Sono risoluti a fare mele da forca di tutti i pezzi unici come voi!”
Ned lanciò uno sguardo cupo all’ufficiale.
“Un bel conforto sei!” disse. “Sono stato in una carrozza postale con un tipo più piacevole, lo giuro! Potete chiamarmi mela se volete, ma, credo, non sono una mela che vi piacerebbe vedere sbucciata.”
Con questo gioco di parole pugilistico e minaccioso, il lungo eroe ricadde in un silenzio meditativo.
I nostri viaggiatori stavano ora entrando in una strada costeggiata da un lato da una zona comune di una certa estensione, e dall’altro da una fitta siepe, che attraverso le sue interruzioni offriva scorci occasionali di boschi e maggesi, intervallati da strade secondarie e piccoli ruscelli.
“Ecco che passa un bel tipo!” disse Nabbem, indicando un uomo dall’aspetto atletico, che cavalcava davanti alla carrozza, vestito con abiti da fattore e montato su un grande e potente cavallo di razza irlandese. “Oserei dire che ha molta familiarità con il vostro mandriano, signor Tomlinson; ha un aspetto dannatamente simile a uno della stessa risma; e qui ne arriva un altro” (mentre allo sconosciuto si univa un uomo basso, tarchiato e rubicondo in camice da carrettiere, su un cavallo meno appariscente di quello del compagno, ma di quella razza lunga, filiforme, magra, eppure muscolosa, su cui un fantino esperto scommetterebbe volentieri). “Ora, quello è ciò che chiamo un bel ragazzo!” continuò Nabbem, indicando quest’ultimo cavaliere; “nessuno di quei tipi magri, scuri e robusti come quel Capitano Lovett, di cui le ragazze vanno pazze, ma un bel corpicino solido, con una faccia da carota! Quella è una bellezza per i miei soldi! L’onestà è stampata sul suo volto, signor Tomlinson! Oserei dire” (e l’ufficiale sogghignò, poiché era stato un tipo poco raccomandabile ai suoi tempi), “oserei dire, povero sciocco innocente, che non conosce nessuna delle vie della città di Londra; e se non ha una vita così allegra come certa gente, forse ne avrà una più lunga. Ma una vita allegra per sempre per ragazzi come noi, signor Pepper! Dico, avete sentito di come Bill Fang sia andato in Scozia e sia stato giustiziato per aver spacciato carta falsa [ovvero, impiccato per aver messo in circolazione banconote contraffatte]? È morto dannatamente da coraggioso; perché quando suo padre, che era un prete dai capelli grigi, andò a trovarlo dopo la sentenza, egli disse al governatore, disse: ‘Datemi una mancia, vecchio, per pagare le spese e morire decentemente’. Il prete gli tira fuori dieci monete d’oro, predicando tutto il tempo come un matto. Bob ne fa cadere una tra le dita e dice: ‘Ehi, papà, mi hai dato solo nove monete gialle! Proprio ora avevi detto che erano dieci!’ Su questo, il prete parrocchiale, che era povero come se fosse stato un topo di chiesa anziché il curato, ne tira fuori un’altra; e Bob, voltandosi verso il carceriere, grida: ‘Ho fregato il governatore di una ghinea, per Dio!’ [Fatto] Ora, questo è ciò che chiamo continuare fino all’ultimo!”
Il signor Nabbem aveva appena finito questo aneddoto quando lo sconosciuto dall’aspetto da fattore, che era rimasto al fianco della carrozza, cavalcò improvvisamente fino al finestrino e, toccandosi il cappello, disse con accento di Norfolk:
“I gentiluomini che abbiamo incontrato sulla strada appartenevano al vostro gruppo? Stavano chiedendo di una carrozza a due cavalli.”
“No!” disse Nabbem, “non ci sono gentiluomini che appartengono al nostro gruppo!” Così dicendo, fece un occhiolino complice al fattore e lanciò un’occhiata sopra la spalla ai prigionieri.
“Cosa! Andate tutti soli?” disse il fattore.
“Sì, certamente,” rispose Nabbem; “non molta paura, penso, durante il giorno, con il sole fuori grande quanto sei pence, che è grande quanto l’ho mai visto in questo paese!”
In quel momento lo sconosciuto più basso, il cui aspetto aveva attirato le lodi del signor Nabbem (quel personaggio era lui stesso molto basso e rubicondo), e che finora aveva cavalcato vicino ai cavalli della carrozza, parlando con gli ufficiali sul cassone, si gettò improvvisamente dal suo destriero e, nello stesso istante in cui fermava i cavalli della carrozza, colpì il postiglione a terra con un manganello corto e pesante che trasse dal suo camice. Si udì un fischio, al quale fu risposto come da un segnale: tre uomini, armati di manganelli, saltarono dalla siepe; e nel frattempo il finto fattore, smontando, spalancò la porta della carrozza e, afferrando il signor Nabbem per il colletto, lo scaraventò a terra con una celerità che si addiceva alla rotondità circolare della figura del poliziotto piuttosto che alla deliberata gravità del suo dignitoso ufficio.
Rapido e istantaneo come era stato questo lavoro, non fu senza un contrattempo. Sebbene i poliziotti non avessero sognato un salvataggio in pieno giorno e sulla strada maestra, la loro professione non era tale da permettere loro di essere facilmente sorpresi. I due guardiani sul retro balzarono agilmente a terra; ma prima che avessero il tempo di usare le loro armi da fuoco, due dei nuovi aggressori, apparsi dalla siepe, li circondarono e li gettarono a terra. Mentre avveniva questa colluttazione, il fattore aveva disarmato il prostrato Nabbem e, affidandolo al complice rimasto, aveva fatto uscire Tomlinson e il suo compagno dalla carrozza.
“Sst!” disse in un sussurro, “attenzione al mio nome; il mio travestimento mi nasconde al momento. Appoggiatevi a me... solo attraverso la siepe; un carro attende lì, e sarete al sicuro!”
Con queste parole tronche assistette i rapinatori al meglio che poté, nonostante le loro manette, attraverso la stessa parte della siepe dalla quale erano balzati i tre alleati. Erano già oltre la barriera — solo le lunghe gambe di Ned Pepper indugiavano dietro — quando all’estremità della strada, che era perfettamente rettilinea, divenne visibile la carrozza di un gentiluomo. Una mano forte dall’interno della siepe, afferrando Pepper, lo trascinò attraverso; e Clifford — poiché al lettore non occorre dire chi fosse il fattore — percependo l’avvicinarsi dei rinforzi, gridò immediatamente di fuggire. Il rapinatore che aveva sorvegliato Nabbem, e che in realtà non era altri che Old Bags, per quanto fosse abitualmente lento, non perse un istante a mettersi in salvo; prima che potessi dire “Laudamus”, era dall’altra parte della siepe. I due uomini impegnati con gli ufficiali di polizia non furono capaci di un’uguale celerità; ma Clifford, gettandosi nella mischia e affrontando i poliziotti, diede ai rapinatori l’opportunità di fuga. Essi si arrampicarono attraverso la recinzione; gli ufficiali, tipi tenaci e agguerriti, si aggrappavano vigorosamente a loro, finché uno non fu abbattuto da Clifford e l’altro, impigliatosi in un ceppo, fu costretto a mollare la presa; egli balzò allora di nuovo sulla strada e si preparò per Clifford, che ora, tuttavia, si occupava piuttosto di misure di fuga che belliche. Nel frattempo, nel momento in cui gli altri soccorritori avevano superato il Rubicone della siepe, la loro fuga, e quella dei gentiluomini che li avevano preceduti, ebbe inizio. Su questo lato mistico della siepe c’era una strada secondaria, che si addentrava subito attraverso una parte intricata e boscosa del paese, il che consentiva rapide e ampie opportunità di dispersione. Qui un carro leggero, trainato da due cavalli veloci in tandem, attendeva i fuggitivi. Il Lungo Ned e Augustus furono stipati sul fondo di questo veicolo; tre uomini limarono via i loro ferri, e un quarto, che finora era rimasto inglorioso con il carro, diede la frustata — e la diede con perizia — ai destrieri. Il veicolo sferragliò via; e così fu compiuta una fuga ancora memorabile negli annali degli eletti, e citata a lungo come una delle imprese più audaci e audaci che l’impresa illecita abbia mai realizzato.
Clifford e il suo compagno equestre rimasero soli sul campo, o meglio, sulla strada. Il primo balzò immediatamente in sella; il secondo non tardò a seguire l’esempio. Ma il poliziotto, il quale, come si è detto, frustrato nel tentativo di trattenere i fuggitivi tra le siepi, era balzato di nuovo sulla strada, non era rimasto inattivo nel frattempo. Quando vide Clifford sul punto di montare a cavallo, invece di tentare di afferrare il nemico, ricorse alla sua pistola, che nella recente lotta corpo a corpo non aveva potuto usare, e prendendo bene la mira su Clifford, che aveva giudicato subito essere il capo del salvataggio, gli conficcò una pallottola nel fianco destro proprio nel momento in cui questi aveva spronato il cavallo e si era voltato per fuggire. La testa di Clifford si reclinò sull’arcione. Il cavallo scattò ferocemente in avanti. Il rapinatore cercò, nonostante i sensi che vacillavano, di rimanere in sella; una volta sollevò la testa, una volta rinvigorì i suoi arti allentati e inerti, e poi, con un debole gemito, cadde a terra. Il cavallo fece solo un altro passo, e, fedele all’addestramento ricevuto, si fermò bruscamente. Clifford si sollevò con grande difficoltà su un braccio; con l’altra mano estrasse una pistola. La puntò deliberatamente verso l’ufficiale che lo aveva ferito. L’uomo rimase immobile, rannicchiato e come incantato, sotto lo sguardo dilatato del rapinatore. Fu solo per un istante che l’uomo ebbe motivo di temere; poiché, borbottando tra i denti stretti: “Perché sprecarla su un nemico?”, Clifford volse la canna verso la testa dell’inconsapevole destriero, che sembrava chinarsi verso di lui con tristezza e nostalgia. “Tu”, disse, “che ho nutrito e amato, non conoscerai mai stenti per mano di un altro!”, e con una crudele pietà si trascinò un passo più vicino al suo amato destriero, pronunciò una parola a lui ben nota, che portò la docile creatura al suo fianco, e posizionando la canna della pistola vicino al suo orecchio, fece fuoco, ricadendo privo di sensi per lo sforzo. L’animale barcollò e cadde morto.
Nel frattempo il compagno di Clifford, approfittando della sorpresa e dell’improvviso panico dell’ufficiale, era già fuori portata, e scattando attraverso il terreno comune, lui e il suo ronzino spelacchiato svanirono rapidamente.
CAPITOLO XXXII
Non perdo io Con lui ciò che la sorte poteva concedere in vita? Non perdo io la speranza, cordiale della vita? .............. Di fatto, le lezioni che dalla prudenza traeva Erano scritte nella sua mente come in un libro; Lì leggeva cosa fare e cosa evitare, E tutto ciò che era comandato veniva fatto con prontezza. Sembrava procedere senza una passione, .............. Eppure alcuni credevano che quelle passioni solo dormissero! CRABBE.
Reliquie d’amore, e di primavera incantata della vita! A. WATTS: Nel bruciare un pacco di lettere.
Molti e tristi e profondi Erano i pensieri ripiegati nel tuo seno silenzioso! Anche tu potesti vegliare e piangere! MRS. HEMANS.
Mentre Sir William Brandon perseguiva i suoi ambiziosi progetti e, nonostante il fermo e deciso rifiuto di Lucy verso Lord Mauleverer, era ancora determinato a quel matrimonio mal assortito; mentre Mauleverer stesso giorno dopo giorno si presentava a casa del giudice e, sebbene non parlasse d’amore, lo esprimeva con tutte le sue forze, divenne evidente a tutti, tranne che all’amante e al tutore, che Lucy stessa stava rapidamente declinando nell’aspetto e nella salute. Fin dal giorno in cui aveva visto Clifford per l’ultima volta, il suo spirito, prima grandemente scosso, si era rifiutato di ritrovare anche solo una parvenza del suo tono naturalmente allegro e felice. Divenne silenziosa e assorta; persino la sua gentilezza d’animo si alterava a tratti in un umore lunatico e irritabile. Né ai libri né alla musica, né ad alcuna arte con cui si inganna il tempo, ricorreva per un momentaneo sollievo ai sentimenti amari nel suo cuore, o per un fugace oblio del loro pungiglione. L’intero mondo della sua mente era stato scosso. Il suo orgoglio era ferito, il suo amore umiliato; la sua fiducia in Clifford cedette infine a cupi e oscuri sospetti. Nulla, sentiva ora, se non un nome oltre a fortune completamente abbandonate, avrebbe potuto giustificarlo per la testardaggine di cuore con cui era fuggito e l’aveva abbandonata. La sua stessa auto-assoluzione non la consolava più nell’afflizione. Condannava se stessa per la sua debolezza, dalla nascita di quel suo amore sfortunato fino alla crisi che ora aveva raggiunto. “Perché non ho lottato fin dall’inizio?”, diceva amaramente. “Perché mi sono permessa così facilmente di amare uno sconosciuto, ed equivoco nella posizione sociale, nonostante gli avvertimenti di mio zio e i sussurri del mondo?” Ahimè! Lucy non ricordava che, all’epoca in cui si era resa colpevole di questa debolezza, non aveva ancora imparato a ragionare come da allora aveva fatto. Le sue facoltà erano solo imperfettamente risvegliate; la sua esperienza del mondo era ignoranza totale. Sapeva a malapena di amare, e non sapeva affatto che il sentimento delizioso ed eccitato che riempiva il suo essere potesse mai diventare così produttivo di male e pericolo come lo era ora; e anche se la sua ragione fosse stata più sviluppata, e le sue risoluzioni più forti, il ricorso alla ragione e alla risolutezza è sempre utile contro la passione dominante? L’amore, è vero, non è invincibile; ma quanti hanno mai, mente e anima, bramato la conquista? La delusione fa un voto, ma il cuore non lo registra. O, nell’immagine nobile di colei che ha così teneramente e così fedelmente ritratto i sentimenti del suo stesso sesso:
“Facciamo Una scala dei nostri pensieri dove gli angeli passano, Ma dormiamo noi stessi ai piedi!” [The History of the Lyre, di L. E. L.]
Prima che Clifford la vedesse l’ultima volta, abbiamo osservato che Lucy (ed era una consolazione) si era aggrappata alla convinzione che, nonostante le apparenze e la sua stessa confessione, la sua vita passata non fosse stata tale da porlo fuori dal raggio dei suoi giusti affetti; e c’erano frequenti momenti in cui, ricordando che la morte di suo padre aveva rimosso l’unico essere che potesse far valere un’incontestabile pretesa di dettare le sue azioni, pensava che Clifford, sapendo che la sua mano era interamente a sua disposizione, potesse riapparire, e sollecitare di nuovo una richiesta che sentiva poche circostanze avrebbero potuto indurla a negare. Tutta questa serie di ragionamenti e speranze, parzialmente riconosciuta ma sincera, svanì dal momento in cui egli aveva lasciato la casa di suo zio. Le sue parole non ammettevano interpretazioni errate. Non aveva ceduto nemmeno alla sua stessa condiscendenza, e la guancia le bruciava nel ricordarlo. Eppure lui l’amava. Lo vedeva, lo sapeva in ogni sua parola e sguardo! Amaro, dunque, e oscuro deve essere quel rimorso che avrebbe potuto vincere ogni argomento tranne quello che lo spingeva a lasciarla, quando avrebbe potuto reclamarla per sempre. È vero che, quando la sua lettera la congedò formalmente, si ricorse al medesimo linguaggio di auto-accusa, ai medesimi oscuri accenni e allusioni a infamia o colpa; tuttavia mai fino ad allora li aveva interpretati rigidamente, e mai fino ad allora aveva sognato quanto lontano potesse estendersi il loro significato. Eppure, quali crimini avrebbe potuto commettere? I veri crimini non vennero mai in mente a Lucy. Rabbrividiva al solo chiederselo, e soffocava i suoi dubbi in un cupo e torpido silenzio. Ma attraverso tutte le sue accuse contro se stessa, e attraverso tutti i suoi risvegliati sospetti contro Clifford, non poteva non riconoscere che qualcosa di nobile e non indegno di lei si mescolava alla sua condotta, e causava la sua resistenza a lei e a se stesso; e questa convinzione, forse, la irritava pur toccandola, e manteneva i suoi sentimenti in una perenne lotta e conflitto che la sua gracile costituzione e la sua mente delicata erano ben poco in grado di sopportare. Quando i nervi si spezzano una volta, come si spezza con essi il carattere! Quanti asceti, inariditi e inaspriti, incontriamo nel mondo, che se non fosse stato per un colpo al cuore e alla forma avrebbero potuto sbagliare sul versante della mitezza! Che provenga dal dolore o dalla malattia, il colpo che danneggia una singola fibra causa strani sconvolgimenti nella mente. Siamo schiavi dei nostri muscoli, e marionette della molla del sangue capriccioso; e la grande anima, con tutte le sue capacità, i suoi solenni attributi e le altisonanti pretese, è, mentre è sulla terra, solo uno scherzo per questo ciarlatano, il corpo, dal sogno che gioca con esso per un’ora, alla follia che lo riduce in frammenti, ridendo mentre gioca con i propri rottami, e barcollando nel buio e accecato verso la tomba!
Abbiamo detto prima che Lucy era affezionata sia a suo zio che alla sua compagnia; e ancora, ogni volta che l’argomento di Lord Mauleverer e della sua corte veniva lasciato intatto, c’era qualcosa nella conversazione di Sir William Brandon che risvegliava un interesse nella sua mente, assorbita e autodistruttiva com’era diventata. Il dolore, infatti, e il compagno del dolore, la riflessione, la rendevano sempre più capace di comprendere un carattere molto sottile e complesso. Non c’è segreto per scoprire il cuore umano come l’afflizione, specialmente l’afflizione che nasce dalla passione. Se uno scrittore vi stupisce con la sua intuizione sulla vostra natura, state certi che ha sofferto; tale erudizione è l’alchimia delle lacrime. Da qui l’insensibile e quasi universale confusione di idee che confonde la malinconia con la profondità, e trova solo vuota inanità nel simbolo di una risata. Errore pietoso! La riflessione ci conduce prima alla cupezza, ma il suo stadio successivo è verso la luminosità. Il filosofo ridente aveva raggiunto il traguardo della Saggezza; Eraclito piagnucolava al punto di partenza. Ma abbastanza per Lucy guadagnare almeno il vestibolo della filosofia.
Nonostante il risentimento che naturalmente proviamo verso tutti coloro che sollevano pertinacemente un argomento spiacevole, e a dispetto quindi dell’incoraggiamento di Brandon al corteggiamento di Mauleverer, Lucy si sentiva incline stranamente, e con qualcosa dell’affetto di una figlia, verso questo essere enigmatico; a dispetto, inoltre, di tutto il vizio freddo e misurato del suo carattere, la dura e invernale grigiore del cuore con cui considerava il benessere degli altri, o le sostanze della Verità, dell’Onore e della Virtù, la insensibilità dei suoi affetti fossilizzati, che nessun essere umano inteneriva se non per un momento, e nessun impulso caldo e salutare colpiva, se non in un lampo evanescente e ozioso; a dispetto di questa consumata durezza e mondanità di temperamento, non è paradossale dire che c’era qualcosa nell’uomo che Lucy trovava a volte analogo al proprio io vivido e generoso. Questo, tuttavia, era notevole solo quando lo portava a parlare dei tempi passati, e quando a poco a poco l’avvocato sarcastico dimenticava il presente, e diventava eloquente, non sulle azioni, ma sui sentimenti del passato. Le parlava per ore dei suoi sogni giovanili, delle sue occupazioni, o dei suoi progetti, da ragazzo. Soprattutto, amava conversare con lei su Warlock, i suoi resti di antica magnificenza, le verdi rive del placido fiume che arricchiva i suoi domini, e lo sfarzo estivo dei boschi e delle brughiere, tra i quali le visioni del suo mezzogiorno erano state nutrite.
Quando parlava di queste scene e di questi giorni, il suo volto si addolciva, e qualcosa nella sua espressione, ricordando a Lucy l’immagine di qualcuno ancora più caro, la faceva bramare verso di lui ancora di più. Un ghiaccio sembrava rompersi dalla sua mente, e flussi di sentimenti liberati e gentili, mescolati a sentimenti gentili e generosi, fluivano fuori. Improvvisamente un pensiero, una parola, lo riportava al presente: i suoi lineamenti si inaridivano bruscamente nella loro fredda placidità o nel sogghigno latente; il sigillo si chiudeva improvvisamente sull’incantesimo spezzato e, come la vittima di una fiaba, condannata a un’ora prestabilita ad assumere un’altra forma, l’essere stesso che avevate ascoltato sembrava svanito, e sostituito da uno che vi spaventava vedere. Ma c’era un’epoca della sua vita sulla quale era sempre silenzioso, e quello era il suo primo esordio nel mondo reale, il periodo della sua prima lotta verso la ricchezza e la fama. Tutto quello spazio di tempo sembrava come un oscuro abisso, sul quale era passato, ed era diventato subito cambiato, come un viaggiatore che sbarca in un clima strano può adottare, nel momento in cui tocca la sua riva, il suo costume e la sua lingua.
Tutti gli uomini, i più modesti, hanno un difetto comune; ma è uno che spesso assume il domino e la maschera: l’orgoglio! Brandon era, tuttavia, orgoglioso in un grado molto raro negli uomini che sono ascesi e fioriti nel mondo. Dai rottami di tutti gli altri sentimenti questo imperiale sopravvissuto fece un grande palazzo per la sua residenza, e chiamò il tessuto “Disdegno”. Il disprezzo era la vera essenza della natura di Brandon; anche nei travestimenti più blandenti, nella fluidità della sua voce, nell’insinuazione del suo sorriso, nelle grazie popolari e duttili dei suoi modi, una derisione oleosa fluttuava, raramente discernibile, è vero, ma proporzionando la sua forza e il suo quanto alla calma che produceva.
Nell’interim, mentre il suo carattere così si mostrava e si contraddiceva nella vita privata, la sua fama stava rapidamente salendo nella stima pubblica. A differenza di molti dei suoi fratelli, il brillante avvocato aveva superato le aspettative, e brillava ancora più cospicuamente nei doveri meno assistiti fortuitamente del giudice. L’invidia stessa, e la virulenza politica di Brandon avevano, nonostante la sua affabilità personale, fatto molti nemici, era costretta a riconoscere la profondità della sua conoscenza legale, e ad ammirare il modo in cui le funzioni peculiari della sua nuova dignità venivano espletate. Nessun avvocato giovanile lo intimidiva, nessun casuista banale lo confondeva; anche la sua attenzione non vagava mai dal caso più noioso sottoposto al suo tribunale. Un pittore, desideroso di imprimere sulla sua tela il ritratto di un giudice retto, avrebbe difficilmente trovato una realizzazione più fine per il suo ideale che l’austero, composto, acuto, eppure maestoso volto di Sir William Brandon, così come appariva negli ornamenti dell’ufficio e dal seggio della giustizia.
I giornali non furono lenti nel registrare la singolare cattura del famigerato Lovett. L’audacia con cui aveva pianificato ed eseguito il salvataggio dei suoi compagni, unita alla suspense in cui la sua ferita per qualche tempo tenne il pubblico, riguardo alla sua fuga da una morte attraverso la porta di servizio di un’altra, causò un fermento e un’eccitazione considerevoli nella mente popolare; e, per alimentare l’impulso, i giornalisti furono poco pigri nel raccontare ogni aneddoto, vero o falso, che potevano raccogliere riguardante le passate avventure dell’audace brigante. Molta buona storia venne allora alla luce, che partecipava tanto del comico quanto del tragico, poiché nemmeno una delle avventure del rapinatore era nota per crudeltà o spargimento di sangue; molte di esse denotavano piuttosto uno spirito esilarante e gioviale di impresa scherzosa. Sembrava come se avesse pensato alla strada come a una capitale arena per scherzi, e avesse rapinato solo per sfogare un’affezione ridondante per la burla. Le persone sentivano quasi un peccato essere severe con un uomo di un’indole così allegra; ed era particolarmente osservabile che nessuna delle signore che erano state spogliate dal rapinatore poteva essere persuasa a perseguire; al contrario, parlavano sempre dell’evento come uno dei ricordi più piacevoli della loro vita, e sembravano nutrire una provocante gratitudine verso il bell’offensore, piuttosto che risentimento. Tutti i gentiluomini non erano, tuttavia, di un temperamento così placabile; e due robusti agricoltori, con un allevatore per giunta, erano pronti a giurare, “attraverso ogni cosa”, sull’identità del prigioniero con un cavaliere che aveva civilmente tenuto compagnia a ciascuno di loro per un’ora nelle loro varie corse verso casa da certe fiere, e aveva portato il piacere della sua compagnia, affermavano molto gravemente, ben oltre uno scherzo; così che lo stato degli affari del prigioniero assumeva un aspetto molto cupo, e l’avvocato, una vecchia mano, incaricato della sua causa, dichiarò confidenzialmente che non c’era alcuna possibilità. Ma un’accusa ancora più pesante, perché proveniva da un settore molto più nobile, attendeva Clifford. Nella caverna dei rapinatori furono trovati diversi articoli che rispondevano esattamente alla descrizione di quei valori sottratti fraudolentemente alla persona di Lord Mauleverer. Quel nobile partecipò per ispezionare gli articoli, e per vedere il prigioniero. I primi si trovò in grado di giurare, con una coscienza molto tranquillizzata; il secondo lo vide febbricitante, attenuato, e in un momento di delirio, sul letto di malattia a cui la sua ferita lo aveva portato. Non ebbe difficoltà, tuttavia, a riconoscere nel criminale imprigionato il gaio e conquistatore Clifford, che una volta aveva persino onorato con la sua invidia. Sebbene i suoi precedenti vaghi e sfumati sospetti su Clifford fossero così confermati, il pari di buon cuore provò un leggero rimorso nell’apparire come suo accusatore. Questo rimorso, tuttavia, svanì nel momento in cui lasciò l’appartamento del malato; e dopo una piccola conversazione patriottica con i magistrati riguardo alla necessità del dovere pubblico, un tema che portò lacrime virtuose negli occhi di quei rispettabili funzionari, rientrò nella sua carrozza, tornò in città, e dopo una vivace cena a tu per tu con una vecchia *chere amie*, che, di tutti i suoi fascini, aveva conservato solo l’attrazione della conversazione e la capacità di gustare un salame, Mauleverer, la sera stessa del suo ritorno, si diresse a casa di Sir William Brandon.
Quando entrò nell’atrio, Barlow, il servitore preferito del giudice, lo incontrò, con un’aria piuttosto confusa e misteriosa, e fermandolo mentre stava passeggiando nella biblioteca di Brandon, lo informò che Sir William era particolarmente impegnato, ma che si sarebbe unito a sua signoria nel salotto. Mentre Barlow stava ancora parlando, e Mauleverer stava piegando l’orecchio destro (con cui sentiva meglio) verso di lui, la porta della biblioteca si aprì, e un uomo con un abbigliamento molto rozzo e da farabutto si inchinò goffamente verso l’uscita.
“Quindi questo è l’impegno particolare”, pensò Mauleverer, “uno strano Sir Pandaro; ma quei vecchi hanno gusti buffi”.
“Posso entrare ora, amico mio, suppongo?” disse sua signoria a Barlow; e senza aspettare risposta, entrò nella biblioteca. Trovò Brandon solo, e chino seriamente su alcune lettere che spargevano il suo tavolo. Mauleverer si avvicinò distrattamente, e si gettò su una sedia opposta. Sir William sollevò la testa, quando udì il movimento; e Mauleverer, spericolato com’era quel personaggio, fu raffreddato e quasi intimorito dall’espressione del volto del suo amico. Il volto di Brandon era uno che, per quanto flessibile, indossava quasi sempre un carattere pervasivo: la calma; sia nella fluidità della cortesia sociale, o nell’austerità della sua posizione ufficiale, o nel sarcasmo amaro che gli sfuggiva a intervalli non infrequenti, ancora una certa durezza e inflessibile secchezza marchiavano sia i suoi lineamenti che la sua aria. Ma in quel momento una varietà di sentimenti non ordinariamente eloquenti nell’uomo esteriore lottava nel suo volto scuro, espressivo di tutta l’energia e la passione della sua potente e maschile natura; sembrava parlare dai suoi lineamenti e dagli occhi qualcosa di vergogna e rabbia e trionfo e rimpianto e disprezzo. Tutte queste varie emozioni, che sembra quasi un paradosso asserire si incontrassero nella stessa espressione, erano tuttavia così individualmente e quasi paurosamente impresse da trasmettere immediatamente il loro significato alla mente di Mauleverer. Egli guardò verso le lettere, in cui la scrittura sembrava debole e scolorita dal tempo o dall’umidità; e poi ancora una volta guardando il volto di Brandon, disse con un tono piuttosto ansioso e sommesso:
“Cieli, Brandon! sei malato; o è successo qualcosa? Mi allarmi!”
“Riconosci questi boccoli?” disse Brandon, con una voce profonda; e da sotto le lettere trasse alcuni riccioli di una tonalità ramata, e li spinse con un volto voltato verso Mauleverer.
Il conte li raccolse, li guardò per alcuni istanti, cambiò colore, ma scosse la testa con un gesto negativo, mentre li posava ancora una volta sul tavolo.
“Questa calligrafia, allora?” rinnovò il giudice, con una voce ancora più impressionante e dolorosa; e indicò le lettere.
Mauleverer ne sollevò una, e la tenne tra il suo viso e la lampada, così che ciò che i suoi lineamenti avrebbero potuto tradire era nascosto dal suo compagno. Alla fine lasciò cadere la lettera con una finta noncuranza, e disse:
“Ah, riconosco la scrittura anche a questa distanza di tempo; questa lettera è diretta a te!”
“Lo è; così sono tutte queste”, disse Brandon, con la stessa voce di soprannaturale e tesa compostezza. “Sono tornate a me dopo un’assenza di quasi venticinque anni; sono le lettere che lei mi scrisse ai tempi del nostro corteggiamento” (qui Brandon rise sprezzante), “lei le portò via con sé, sai quando; e (una bella zolla di coerenza è la donna!) le ha conservate, sembra, fino al suo ultimo giorno”.
L’argomento in discussione, qualunque esso fosse, sembrava una ferita aperta per Mauleverer; si voltò a disagio sulla sua sedia, e disse alla fine:
«Bene, povera creatura! Sono ricordi dolorosi, visto com’è finita in modo così infelice; ma non è stata colpa nostra, caro Brandon. Eravamo uomini di mondo; conoscevamo il valore delle... delle donne, e le abbiamo trattate di conseguenza!»
«Giusto! giusto! giusto!» esclamò Brandon con veemenza, ridendo in uno sdegno selvaggio e fragoroso, la cui intensità sarebbe vano tentare di esprimere. «Giusto! E, per la fede, mio caro lord, non mi rammarico né mi pento.»
«Così, così, va bene!» disse Mauleverer, ancora a disagio, affrettandosi a cambiare discorso. «Ma, mio caro Brandon, ho strane notizie per te! Ti ricordi quel tizio, Clifford, che ha avuto l’insolenza di rivolgersi alla tua adorabile nipote? Ti ho detto che sospettavo che quel suo lungo amico avesse fatto la mia conoscenza in modo alquanto spiacevole, e perciò dubitavo dello stesso Clifford. Ebbene, mio caro amico, questo Clifford è – chi pensi che sia? – nientemeno che il signor Lovett, celebrità di Newgate!»
«Non dirai sul serio!» replicò Brandon, con apatia, mentre raccoglieva lentamente le sue carte per riporle in un cassetto.
«È proprio vero; e quel che è più, Brandon, questo tizio è uno dei briganti identici a quello che mi ha rapinato sulla strada da Bath. Senza dubbio mi ha fatto lo stesso gentile servizio sulla strada per Mauleverer Park.»
«Possibile,» disse Brandon, che sembrava assorto in un sogno a occhi aperti.
«Ebbene!» rispose Mauleverer, piccato da tale indifferenza. «Ma non ne vedi le conseguenze per tua nipote?»
«Mia nipote!» ripeté Brandon, scuotendosi.
«Certamente. Mi addolora dirlo, mio caro amico, ma era giovane, molto giovane, quando era a Bath. Ha permesso a questo tizio di rivolgersi a lei troppo apertamente. Anzi – sarò franco – si sospettava che ne fosse innamorata!»
«Era innamorata di lui,» disse Brandon, seccamente, fissando il freddo maligno del suo sguardo sul pretendente. «E, per quanto ne so,» aggiunse, «lo è ancora in questo momento.»
«Sei crudele!» disse Mauleverer, sconcertato. «Spero di no, per il bene dei miei continui corteggiamenti.»
«Mio caro lord,» disse Brandon, prendendo con urbanità la mano del cortigiano, mentre l’anguis in herba del suo sogghigno aleggiava attorno alle labbra serrate – «mio caro lord, siamo vecchi amici e non abbiamo bisogno di ingannarci a vicenda. Vuoi sposare mia nipote perché è un’ereditiera di grande fortuna, e presumi che la mia ricchezza accrescerà con ogni probabilità la sua. Inoltre, è più bella di qualsiasi altra giovane donna di tua conoscenza e, raffinata dal tuo esempio, potrebbe far onore al tuo gusto così come alla tua prudenza. In queste circostanze, sono certo che guarderai con indulgenza ai suoi errori giovanili, e non l’amerai meno perché la sua folle fantasia la persuade di essere innamorata di un altro.»
«Ehm!» fece Mauleverer, «vedi la faccenda con più senso che sentimento; ma bada, Brandon, dobbiamo cercare, per il bene di entrambi, se possibile, di far sì che l’identità di Lovett con quella di Clifford non venga scoperta. Non vedo perché dovrebbe esserlo. Senza dubbio era in guardia mentre faceva il galante, e non ha commesso alcuna atrocità a Bath. Il nome di Clifford è finora perfettamente immacolato. Nessuna frode, nessuna violenza sono associate a quell’appellativo; e se il furfante terrà per sé il suo segreto, potremo impiccarlo senza che la faccenda trapeli.»
«Ma se ben ricordo,» disse Brandon, «i giornali dicono che questo Lovett sarà processato a soli settanta o ottanta miglia da Bath, e questo dà una possibilità di riconoscimento.»
«Sì, ma sarà alterato in modo diabolico, immagino; poiché la sua ferita è stata già un pessimo abbellimento per il suo viso. Inoltre, se il cane ha un minimo di delicatezza, non vorrà naturalmente essere riconosciuto come il galante di quella città gaia dove ha brillato con tanto successo, e si travestirà meglio che può. Sento meraviglie dei suoi poteri di auto-trasformazione.»
«Ma potrebbe tradirsi su questo punto tra ora e il suo processo,» disse Brandon.
«Penso di accertare quanto sia probabile, mandando il mio cameriere da lui (sai che si trattano questi signori briganti con una certa considerazione, e li si impicca con tutto il dovuto rispetto per i loro sentimenti), per accennargli che sarà senza dubbio molto spiacevole per lui, nelle sue 'attuali sfortunate circostanze' (non è questa la frase?), essere conosciuto come il gentiluomo che godeva di una così meritata popolarità a Bath, e che, sebbene 'le leggi del mio paese mi costringano' a perseguirlo, tuttavia, se lo desidera, può essere certo che manterrò il suo segreto. Suvvia, Brandon, che dici di questa manovra? Risponderà al mio scopo e farà sì che il gentiluomo – poiché senza dubbio è tutto sensibilità – versi lacrime per la mia generosa tolleranza!»
«Non è una cattiva idea,» disse Brandon. «Ti lodo per questo. In ogni caso, è necessario che mia nipote non conosca la situazione del suo amante. È una ragazza dal temperamento singolare, e la fortuna l’ha resa indipendente. Chi sa che non possa commettere qualche follia, scrivere petizioni al re e supplicarmi di presentarle, o andare – poiché ha un mondo di romanticismo in sé – in prigione, per consolarlo; o, in ogni caso, chiederebbe i miei buoni uffici per suo conto – una richiesta particolarmente imbarazzante, poiché con ogni probabilità avrò l’onore di processarlo.»
«Già, a proposito, sarà così. E immagino che l’audacia del povero furfante non ti renderà meno severo di quanto tu sia solitamente. Dicono che prometti di creare più pendoli umani di chiunque altro dei tuoi confratelli.»
«Dicono così, vero?» disse Brandon. «Bene, confesso di avere dell’astio contro la mia specie; detesto la loro follia e i loro mezzi vizi. 'Ridet et odit' – 'Ride e odia' – è il mio motto; e ammetto che non è la filosofia che rende gli uomini misericordiosi!»
«Bene, la saggezza di Giovenale sia tua, la mia sia quella di Orazio!» replicò Mauleverer, mentre si puliva i denti; «ma sono lieto che tu veda l’assoluta necessità di tenere questo segreto lontano dal sospetto di Lucy. Non legge mai i giornali, suppongo? Le ragazze non lo fanno mai!»
«No! E mi preoccuperò di non farli capitare sotto i suoi occhi; e poiché, in conseguenza della recente morte del mio povero fratello, non vede nessuno tranne noi, c’è poca possibilità, nel caso in cui il diritto di Lovett al nome di Clifford venisse scoperto, che la cosa arrivi alle sue orecchie.»
«Ma quei maledetti servitori?»
«È vero! Ma considera che prima che lo sappiano loro, lo sapranno i giornali; cosicché, se fosse necessario, avremo tutto il tempo per ammonirli. Mi basterà dire alla cameriera di Lucy: 'Un povero gentiluomo, amico del defunto scudiero, con cui la tua padrona era solita ballare, e che devi aver visto – il Capitano Clifford – deve essere processato per la sua vita. Sarà uno shock per lei, poverina! nel suo attuale stato di salute, dirle di un evento così triste per l’amico di suo padre; perciò taci, se tieni al tuo posto e a dieci ghinee' – e potrò essere ragionevolmente certo della prudenza!»
«Dovresti presiedere la Commissione per i Modi e i Mezzi!» esclamò Mauleverer. «La mia mente ora è tranquilla; e una volta che il povero Clifford sarà andato – caduto da un’alta posizione – potremo affrontare la faccenda delicatamente con lei; e poiché intendo in quell’occasione essere molto rispettoso, molto premuroso, ecc., non potrà che essere sensibile alla mia gentilezza e al mio vero affetto!»
«E se un cane vivo è meglio di un leone morto,» aggiunse Brandon, «sicuramente un lord in vita sarà meglio di un brigante impiccato!»
«Secondo la logica ordinaria,» replicò Mauleverer, «quel sillogismo è abbastanza chiaro; e sebbene io creda che una ragazza possa aggrapparsi di tanto in tanto alla memoria di un amante defunto, non credo che lo farà quando la memoria è legata alla vergogna. L’amore non è altro che vanità compiaciuta; ferisci la vanità e distruggi l’amore! Lucy sarà costretta, dopo aver fatto una scelta così cattiva di un amante, a farne una buona in un marito, per recuperare la propria stima!»
«E perciò sei certo di lei!» disse Brandon, ironicamente.
«Grazie alla mia stella, alla mia giarrettiera, al mio antenato, il primo barone, e a me stesso, il primo conte, spero di esserlo,» disse Mauleverer; e la conversazione cambiò. Mauleverer non rimase molto altro tempo con il giudice; e Brandon, rimasto solo, tornò ancora una volta a leggere le sue lettere.
Sappiamo a stento quali sensazioni avrebbe provato chi avesse conosciuto Brandon solo nei suoi ultimi anni, se avesse potuto leggere quelle lettere che si riferivano a una data tanto anteriore. C’era nel carattere acuto e arido dell’uomo così poco che richiamasse l’idea del corteggiamento o della galanteria giovanile che una corrispondenza di quella natura sarebbe apparsa quasi innaturale quanto gli amori delle piante o le tenerezze amatorie di un minerale. La corrispondenza ora davanti a Brandon era descrittiva di sentimenti vari, ma tutti appartenenti alla stessa classe; la maggior parte erano apparenti risposte a lettere da lui inviate. A volte rispondevano teneramente a espressioni di tenerezza, ma lasciavano intendere un dubbio sul fatto che la scrivente sarebbe stata capace di costituire la sua felicità futura e di espiare certi sacrifici di nascita, fortuna e prospettive ambiziose, a cui lei accennava: in altri momenti, una vena di latente civetteria sembrava pervadere lo stile – un’indescrivibile aria di freddezza e riserbo contrastava i passaggi precedenti della corrispondenza, ed era calcolata per trasmettere al lettore l’impressione che i sentimenti dell’amante non fossero del tutto adeguatamente ricambiati. Frequentemente la scrivente, come se Brandon avesse espresso di essere consapevole di questa convinzione, lo rimproverava per l’ingiusta gelosia e l’indegno sospetto. E il tono del rimprovero variava in ogni lettera; a volte era gaio e satirico; in altri momenti dolce e di esortazione; in altri ancora gravemente ragionativo, e spesso fieramente indignato. Tuttavia, in tutta la corrispondenza, da parte della dama, vi era un’impronta di individualità sufficiente a dare a un attento esaminatore una probabile congettura sul carattere della scrivente. L’avrebbe giudicata, forse, capace di sentimenti forti e ardenti, ma ordinariamente di un carattere leggero e capriccioso, e apparentemente incline a immaginare e a risentirsi per un’offesa. Con queste lettere erano mescolate altre scritte da Brandon – di che genere diverso, di che descrizione appassionata! Tutto ciò che un carattere profondo, orgoglioso, meditativo ed esigente poteva sognare di dare in amore, o richiedere in amore ricambiato, era versato bruciante sulle pagine; eppure erano piene di rimproveri, di gelosia, di un’osservazione sottile e torturante, calcolata per ferire tanto quanto l’ardore poteva essere adatto a incantare; e spesso l’amara tendenza allo sdegno che distingueva il suo temperamento trapelava attraverso la più tenera entusiastica cortesia o i più dolci sfoghi d’amore.
«Non mi hai visto ieri,» scriveva in una lettera, «ma io ti ho vista; tutto il giorno ti sono stato accanto: non hai dato uno sguardo che sia passato inosservato; non hai fatto un movimento che io non abbia registrato nella mia memoria. Julia, tremi quando ti dico questo? Sì, se hai un cuore, so che queste parole lo pugnalerebbero al centro! Puoi fingere di rispondermi con sdegno! Saggia dissimulatrice! è molto abile, molto, assumere rabbia quando non hai alcuna replica. Ripeto, durante l’intera festa di piacere (piacere! bene, i tuoi gusti, bisogna riconoscerlo, sono squisiti!) di cui hai goduto ieri, e alla quale mi hai chiesto così debolmente di partecipare, il mio occhio era su di te. Non sapevi che ero nel bosco quando hai preso il sogghigno dell’incomparabile Digby, con una così graziosa parvenza di allarme nel momento in cui il serpente che il mio piede ha disturbato strisciava sul tuo cammino. Non sapevi che ero a portata d’orecchio della tenda dove hai fatto un banchetto così piacevole, e dalla quale le tue risate mandavano echi così numerosi. Risate! Oh Julia, puoi dirmi che ami, eppure essere felice, fino all’allegria, quando sono lontano! Amore! Oh Dio, quanto diversa è la mia sensazione! La mia costituisce il mio intero principio di vita! La tua! Ti dico che penso a momenti che preferirei il tuo odio al tiepido sentimento che nutri per me, e che onori con il nome di affetto. Bella frase! Non provo alcun affetto per te! Non darmi quella parola malaticcia; ma prova con me, Julia, a inventare qualche espressione che non abbia mai filtrato un significato meschino attraverso le labbra di un altro! Affetto! perché, quella è una parola da sorella, una parola da ragazza per il suo scoiattolo domestico! Mai è stata fatta per quella bocca rubina e matura! Devo venire a casa tua questa sera? Tua madre mi ha invitato, e tu – tu l’hai sentita, e non hai detto nulla. Oh! ma quello era riserbo verginale, non è vero? E il riserbo verginale ti ha fatto prendere un libro nel momento in cui ti ho lasciata, come se la mia compagnia fosse solo un divertimento ordinario da sostituire immediatamente con un altro! Quando ti ho vista, la società, i libri, il cibo, tutto mi è odioso; ma tu, dolce Julia, puoi leggere, vero? Perché, quando ti ho lasciata, mi sono trattenuto vicino alla finestra del salotto per ore, fino al crepuscolo, e tu non hai mai sollevato gli occhi, né mi hai visto passare e ripassare. Almeno ho pensato che avresti guardato i miei passi quando ho lasciato la casa; ma sbaglio, affascinante moralista! Secondo te, quella vigilanza sarebbe stata meschinità.»
In un’altra parte della corrispondenza un più grave, se non più profondo, impeto di sentimento lottava per trovare espressione.
«Dici, Julia, che se dovessi sposare qualcuno che pensa così tanto a ciò a cui rinuncia per te, e che richiede da te un così vasto ritorno d’amore, tremeresti per la felicità futura di entrambi. Julia, la banalità di quella paura dimostra che non ami affatto. Io non tremo per la nostra futura felicità; al contrario, l’intensità della mia passione per te mi fa sapere che non potremo mai essere felici, mai oltre la prima estasi della nostra unione. La felicità è un sentimento quieto e tranquillo. Nessun sentimento che io possa provare per te riceverà mai quegli epiteti – so che sarò infelice e maledetto quando sarò unito a te. Non sussultare! Ti dirò subito perché. Ma non sogno la felicità, né (se potessi scandagliare una goccia dell’oscuro e illimitato oceano delle mie emozioni) chiameresti per me quella parola. Non è il calcolo mercantile e insensibile delle possibilità per la 'felicità futura' (quale omelia ti ha fornito un termine così scelto?) che entra nel cuore che nutre un amore onnipervadente. La passione guarda solo a un oggetto, a nient’altro; ho sete, consumo, non per la felicità, ma per te. Se il tuo possesso dovesse inevitabilmente portarmi a un abisso di angoscia e vergogna, pensi che lo desidererei un briciolo di meno! Se nutri un pensiero, una speranza, una vaga fantasia, oltre l’evento che ti rende mia, potresti essere più degna della stima degli altri, ma sei assolutamente immeritevole del mio amore.
....................
«Ti dirò ora perché so che non possiamo essere felici. In primo luogo, quando dici che sono orgoglioso della nascita, che sono morbosamente ambizioso, che sono ansioso di brillare nel gran mondo, e che dopo che la prima inebriazione dell’amore sarà passata proverò amarezza contro colei che ha così umiliato il mio orgoglio e oscurato le mie prospettive, non sono sicuro che tu sbagli del tutto. Ma sono sicuro che il rimedio istantaneo è in tuo potere. Hai pazienza, Julia, di ascoltare una sorta di storia di me stesso, o meglio dei miei sentimenti? Se è così, forse potrebbe essere il metodo migliore per spiegare tutto ciò che vorrei trasmettere. Vedrai, allora, che il mio orgoglio familiare e la mia ambizione mondana non sono fondati del tutto su quelle basi che muovono le mie risate in un altro; se i miei sentimenti al riguardo sono realmente, comunque, come vorresti insinuare, materia altrettanto degna di derisione, guarda, mia Julia, posso ridere ugualmente di essi! Così piacevole è per me lo scherno, che preferirei disprezzare me stesso piuttosto che non avere nessuno da disprezzare! Ma alla mia narrazione! Devi sapere che siamo solo due, figli di uno scudiero di campagna, di antica famiglia, che un tempo possedeva grandi proprietà e una certa fama storica. Vivevamo in una vecchia tenuta di campagna; mio padre era un tipo conviviale, un cacciatore di volpi, un ubriacone, eppure a modo suo un gentiluomo raffinato – e un membro molto poco rispettabile della società. I primi sentimenti verso di lui che riesco a ricordare furono quelli di vergogna. Non molta materia di orgoglio familiare qui, dirai! Vero, e questa è esattamente la ragione che mi ha fatto nutrire orgoglio familiare altrove. La casa di mio padre era piena di ospiti – alcuni alti e alcuni bassi; tutti si univano nel ridicolizzare l’ospite. Presto ho rilevato la risata, e puoi immaginare che non mi sia piaciuta. Nel frattempo il vecchio cacciatore, la cui famiglia era antica quasi quanto la nostra, e i cui antenati avevano esercitato le sue funzioni per gli antenati del suo padrone fin dai tempi antichi, mi raccontava storia dopo storia sui Brandon di un tempo. Sono passato dalle storie a una storia più legittima, e ho trovato che le leggende erano abbastanza vere. Ho imparato ad ardere a questa scoperta; l’orgoglio, umiliato quando ricordavo il mio sire, rinasceva quando ricordavo i miei antenati. Sono diventato risoluto a emularli, a restaurare un nome caduto, e ho giurato un mondo di sciocchezze sull’argomento. L’abitudine di rimuginare su queste idee è cresciuta in me. Non ho mai sentito uno scherzo fatto sul mio guardiano paterno, non ho mai colto lo sguardo ebete dei suoi occhi vacillanti, né ho ascoltato qualche squisita inanità dalle sue labbra stordite, senza che i miei pensieri volassero istantaneamente ai Sir Charles e ai Sir Robert della mia stirpe, e mi sono confortato con la speranza che l’attuale degenerazione dovesse passare. Da qui, Julia, il mio orgoglio familiare; da qui, anche, un altro sentimento che non ti piace in me – il disprezzo! Ho imparato prima a disprezzare mio padre, l’ospite, e poi ho disprezzato i miei conoscenti, i suoi ospiti; perché vedevo, mentre ridevano di lui, che lo adulavano, e che la loro allegria non era l’unica cosa che si lasciava nutrire a sue spese. Così il disprezzo è cresciuto con me, e non ho avuto nulla per controllarlo; perché quando mi guardavo intorno non vedevo una cosa vivente che potessi rispettare. Questo mio padre aveva il buon senso di pensare che non fossi un idiota. Era orgoglioso (pover’uomo!) dei 'miei talenti', cioè dei premi vinti a scuola, e delle lettere di congratulazioni dei miei maestri. Mi ha mandato al college. La mia mente ha fatto un balzo lì; ti dirò, bellissima, quale fu! Prima di andarci avevo alcune belle vaghe visioni sulla virtù. Pensavo di far rivivere i miei onori ancestrali essendo buono; in breve, ero un embrione di Re Pipino. Mi sono svegliato da questo sogno all’Università. Lì, per la prima volta, ho percepito la reale conseguenza del rango.
«A scuola, sai, Julia, ai ragazzi non importa nulla di un lord. Un buon giocatore di cricket, un ottimo compagno, vale tutti i conti del parìa. Ma al college tutto questo cessa; le mazze e le palle affondano nel nulla in cui coralli e campanelli erano affondati prima. Si diventa uomini, e si adorano corone e carrozze. Ho visto che era una gran cosa ottenere un premio, ma era dieci volte più bello ubriacarsi con un nobile. Così, quando avevo fatto la prima cosa, la mia risoluzione di essere degno dei miei antenati mi ha fatto fare la seconda – non, davvero, esattamente; non mi sono mai ubriacato: mio padre mi ha disgustato di quel vizio per tempo. Alla sua gola devo la mia dieta vegetariana, e alla sua ebbrezza la mia dedizione all’acqua. No, non mi sono ubriacato con i nobili; ma ero altrettanto piacevole per loro come se fossi stato ugualmente abbrutito. Conoscevo intimamente tutti i 'Cappelli' dell’Università, e d’ora in poi sono stato ammirato dai 'Berretti', come se la mia testa avesse guadagnato l’altezza di ogni cappello che conoscevo.
[A Cambridge i figli dei nobili e i figli maggiori dei baronetti possono portare cappelli invece del berretto accademico.]
Ma non l’ho fatto immediatamente. Devo raccontarti due piccoli aneddoti che per primi mi hanno iniziato al segreto della vera grandezza.»
«Il primo fu questo: ero seduto a cena con alcuni membri di un college, uomini seri e intelligenti. Due di loro, non conoscendomi, stavano conversando sul mio conto; avevano sentito dire, affermavano, che non sarei mai stato un buon compagno quanto mio padre, né avrei mai avuto una cantina simile o tenuto una casa dello stesso prestigio. "Ho incontrato sei conti e un marchese da lui", disse l'altro anziano. "E suo figlio", ribatté il primo docente, "credo frequenti soltanto i sizars". "Ebbene", dissi tra me e me, "per meritare la lode persino di uomini intelligenti, bisogna possedere vini pregiati, conoscere un gran numero di conti e rinnegare i sizars". Nulla avrebbe potuto essere più veritiero della mia conclusione.
Il secondo aneddoto è questo: il giorno in cui ottenni un importante premio universitario, invitai i miei amici a cena con me. Quattro di loro rifiutarono perché avevano altri impegni (erano stati invitati dopo che io avevo chiesto loro di venire), e da chi? Dall'uomo più ricco dell'Università. Questi eventi, accaduti nello stesso momento, mi gettarono in una profonda riflessione. Mi svegliai e divenni un uomo di mondo. Non decisi più di essere virtuoso e di inseguire la gloria dei vostri Romani e dei vostri Ateniesi; decisi di diventare ricco, potente e di godere di reputazione mondana.
Abiurai i miei onesti sizars e, come ho detto prima, corteggiai alcuni ricchi "Cappelli". Ecco il mio primo grande passo nel mondo! Divenni il parassita e l'adulatore. Cosa! Il mio orgoglio avrebbe sofferto per questo? In verità, sì, il mio orgoglio ne era deliziato; poiché placava il mio spirito di disprezzo poter sfruttare quei bei tipi! Mi calmava vedere con quanta facilità potessi raggirarli e a quanta varietà di scopi potessi applicare persino la tediosa ripugnanza della loro conoscenza. Nulla è più sciocco che dire che i grandi oziosi non servono a nulla; possono essere impiegati per qualsiasi fine un uomo saggio sia incline a perseguire. Ebbene, Julia, ecco! Il mio carattere già formato; l'orgoglio familiare, il disdegno e l'ambizione mondana, eccoli qui per te. Le circostanze successive non fecero che rafforzare l'impressione già ricevuta. Desideravo, lasciando il college, andare all'estero; mio padre non aveva denaro da darmi. Cosa significava? Mi guardai attorno con noncuranza in cerca di una comodità più ricca della mensa paterna; la trovai in un Lord Mauleverer. Era stato al college con me e lo sopportavo facilmente come compagno, poiché possedeva doti, spirito e buon carattere. Lo feci desiderare di andare all'estero e gli feci credere che sarebbe morto di noia se non lo avessi accompagnato. Alla sua richiesta in tal senso acconsentii con riluttanza e vidi tutto in Europa, che lui trascurava di osservare, a sue spese. Ciò che mi divertiva di più era la percezione che io, il parassita, fossi rispettato da lui; e lui, il mecenate, fosse ridicolizzato da me! Non sarebbe stato così se fossi dipeso dalla "mia virtù". Ebbene, dolcissima Julia, il mondo, come ho detto, diede alla mia esperienza universitaria un'autorità sacra. Tornai in Inghilterra; e mio padre morì, lasciandomi non un soldo, e a mio fratello una tenuta così ipotecata da non poterne godere, e così vincolata da non poterla vendere. Era giunto il momento per me di trarre profitto dall'esperienza di cui mi vantavo. Vidi che era necessario intraprendere una professione. Le professioni sono le maschere del vostro furfante indigente; danno rispettabilità all'imbroglio e un diploma per nutrirsi alle spalle degli altri. Analizzai i miei talenti e guardai alle usanze del mio paese; il risultato fu la mia risoluzione di dedicarmi all'avvocatura. Possedevo un'inesauribile capacità di applicazione; ero acuto, scaltro e audace. Tutte queste qualità "contano" nei tribunali. Feci il mio numero legittimo di termini; venni chiamato; feci il giro del circuito; non ottenni nemmeno un mandato, nemmeno uno, Julia! La mia salute, mai robusta, cedette sotto il peso dello studio e dell'irritazione. Mi fu ordinato di ritirarmi in campagna. Venni in questo villaggio, come luogo al contempo salubre e oscuro. Presi alloggio nella casa di tua zia; tu venivi qui ogni giorno, io ti vedevo, tu conosci il resto. Ma dove erano, in tutto questo tempo, i miei nobili amici? dirai tu. Per tutti i diavoli, da quando avevamo lasciato il college, avevano imparato un po' della saggezza che io possedevo allora; non erano disposti a dare qualcosa in cambio di nulla; avevano fratelli minori, cugini e amanti e, per quanto ne so, figli da mantenere. Inoltre, avevano le loro spese; più un uomo è ricco, meno ha da dare. Uno di loro mi avrebbe concesso un beneficio se fossi entrato nella Chiesa; un altro, un grado militare se mi fossi unito al suo reggimento. Ma sapevo che il tempo era passato sia per il prete che per il soldato; e non era semplicemente vivere, no, né vivere comodamente, ma godere del potere, ciò che desideravo; così rifiutai queste offerte. Altri miei amici sarebbero stati felici di tenermi in casa loro, banchettare con me, scherzare con me, cavalcare con me, niente di più! Ma avevo già il buon senso di capire che se un uomo danza per distinguersi, non è mai con i passi dell'accompagnatore. Bisogna ricevere favori e corteggiare il patrocinio, ma con l'aria di un uomo indipendente. I miei vecchi amici, resi così inutili, i miei studi legali mi impedirono di farne di nuovi, anzi, mi allontanarono persino dai vecchi; poiché la gente può dire ciò che vuole sulla somiglianza di opinioni necessaria all'amicizia, ma la somiglianza di abitudini lo è molto di più. È l'uomo con cui pranzi, fai colazione, alloggi, cammini, cavalchi, giochi d'azzardo o rubi, che è tuo amico; non l'uomo che ama Virgilio tanto quanto te e concorda con te nell'ammirazione per Handel. Nel frattempo la mia preda principale, Lord Mauleverer, se n'era andata; aveva preso la Dulcinea di un altro uomo e cercato un rifugio in Italia. Da quel momento a oggi non ho mai avuto sue notizie né l'ho visto; non conosco nemmeno il suo indirizzo. Fatta eccezione per qualche sparuto guadagno da mio fratello, che, buon uomo accomodante qual è! potrei spogliare maggiormente, se non fossi deciso a non rovinare il patrimonio di famiglia, sono stato abbandonato a me stesso; il risultato è che, sebbene furbo quanto i miei simili, ho evitato per un soffio la fame; se i miei bisogni fossero stati meno semplici, non ci sarebbe stato alcuno scampo; ma un uomo non muore facilmente di fame se beve acqua e mangia con il contagocce. Un destino più efficace avrebbe potuto colpirmi. La delusione, l'ira, la speranza frustrata, l'orgoglio umiliato, tutte queste cose, che mi rodevano il cuore, avrebbero potuto consumarlo molto tempo fa; avrei potuto logorarmi come un indumento divorato dalle tarme, se non fosse stato per quel fondo di ostinata e ferrea durezza che la natura — chiedo scusa, non esiste la natura — la circostanza mi ha concesso. Questo mi ha sostenuto e mi sosterrà ancora attraverso il tempo, la vergogna, la debolezza fisica e la febbre mentale, finché la mia ambizione non avrà raggiunto una certa altezza e il mio disdegno per la piccolezza umana non avrà banchettato alle fonti esterne della fortuna, così come a una fontana interiore di amarezza e di nutrimento solitario. Eppure, oh, Julia! Non so se anche questo mi avrebbe sostenuto se in quell'epoca della vita, quando ero più ferito, più colpito nel corpo, più amareggiato nello spirito, il mio cuore non avesse incontrato e non si fosse legato al tuo. Ti ho vista, ti ho amata; e la vita è diventata per me un nuovo obiettivo. Anche ora, mentre ti scrivo, tutta la mia amarezza, il mio orgoglio, svaniscono; tutto ciò che ho desiderato scompare; la mia stessa ambizione è svanita. Non ho speranza se non in te, Julia; bellissima, adorata Julia! quando ti amo, amo persino il mio prossimo. Oh, tu non conosci il potere che possiedi su di me! Non tradirlo; puoi ancora farmi diventare tutto ciò che la mia giovinezza ha sognato, oppure puoi indurire ogni mio pensiero, sentimento, sensazione, in pietra.
................
Ti dovevo dire perché non cerco la felicità nella nostra unione. Hai visto ormai la mia natura. Hai ripercorso la storia della mia vita, ripercorrendo la storia del mio carattere. Vedi cosa sacrifico nel conquistarti. Non nego il sacrificio. Rinuncio agli elementi essenziali della mia mente e della mia anima attuali. Smetto di essere mondano. Non posso elevarmi, non posso far rivivere il mio nome ancestrale; anzi, lo abbandonerò per sempre. Adotterò un appellativo camuffato. Sprofonderò in un altro grado sociale. In qualche villaggio remoto, per mezzo di una professione più umile di quella che seguo ora, dobbiamo guadagnarci da vivere e sorridere dell'ambizione. Ti dico francamente, Julia, quando chiudo gli occhi del cuore, quando ti escludo dal mio sguardo, questo sacrificio mi atterrisce. Ma anche allora ti imponi davanti a me e sento che uno sguardo dei tuoi occhi vale per me più di ogni altra cosa. Se tu potessi sopportarmi, se potessi calmarmi, se quando una nube è su di me potessi lasciarla passare inosservata e sorridermi nel momento in cui svanisce, oh Julia! non ci sarebbe allora estremo di povertà, nessuna umiliazione di fortuna, nessun abbandono di antichi sogni che non mi sembrerebbero estasi se uniti alla beatitudine di sapere che sei mia. Mai le mie labbra, mai il mio sguardo dovrebbero dirti che esiste sulla terra qualcosa per cui mi lamento o che potrei desiderare. No, Julia, potessi lusingare il mio cuore con questa speranza, non mi troveresti a sognare l'infelicità nostra uniti. Ma tremo, Julia, quando penso al tuo temperamento e al mio; concepirai uno sguardo cupo da parte di chi non è mai allegro come un insulto, e sentirai ogni sfogo di passione sulla Fortuna o sugli altri come un rimprovero verso di te. Poi, inoltre, non puoi penetrare nella mia natura; non puoi scendere nelle sue caverne; non puoi vedere, tanto meno puoi degnarti di calmare, l'esigente e vigile gelosia che vi abita. Dolcissima Julia! ogni tuo respiro, ogni tuo tocco, ogni tuo sguardo, li bramo oltre ogni desiderio di una madre per il figlio che le è stato strappato da anni. La tua testa poggiava su un vecchio albero (lo ricordi, vicino a ------?), e io andavo ogni giorno, dopo averti vista, a baciarlo. Ti meravigli che io sia geloso? Come posso amarti come ti amo ed essere altrimenti! Tutto il mio essere è intossicato da te!
................
Questo dunque, il tuo orgoglio e il mio, il tuo piacere nell'ammirazione altrui, la tua leggerezza, Julia, mi fanno presagire una fonte eterna e zampillante di tortura per la mia mente. Non mi importa; non mi importa nulla purché tu sia mia, anche solo per un'ora.»
Sembra che, nonostante la natura strana, a tratti poco amante e ferocemente egoista di queste lettere di Brandon, qualcosa di un tono di passione genuino, forse la loro originalità, aiutato senza dubbio da una certa eloquenza manifesta dello scrivente e da una traditrice inclinazione da parte dell'amante, abbia infine conquistato; e che un'unione così poco propensa a ricevere il sorriso di una stella prospera sia stata alla fine conclusa. La lettera che pose fine alla corrispondenza era di Brandon: fu scritta la sera prima del matrimonio, che, come appariva dalla stessa lettera, doveva essere privato e nascosto. Dopo un rapido scoppio di speranza e gioia, continuava così:
«Sì, Julia, mi rimangio le mie parole; non credo che tu o io avremo mai motivo di essere infelici in futuro. Quegli occhi che indugiavano così teneramente sui miei; quella mano la cui pressione persiste ancora in ogni nervo del mio corpo; quelle labbra voltate così schivamente, eppure, dovrei dire, con riluttanza lontano da me, tutto mi dice che mi ami; e le mie paure sono bandite. L'amore, che ha conquistato la mia natura, conquisterà l'unica cosa che desidererei vedere cambiata nella tua. Nulla potrebbe mai farmi adorare te di meno, sebbene tu finga di temerlo, nulla se non la consapevolezza che sei indegna di me, che hai un pensiero per un altro; allora non ti odierei. No; il privilegio della mia esistenza passata si risveglierebbe; sguazzerei in un lusso di disprezzo, ti disprezzerei, ti schernirei e sarei ancora una volta quello che ero prima di conoscerti. Ma perché parlo così? La mia sposa, la mia benedizione, perdonami!»
Nel concludere i nostri estratti da questa corrispondenza, desideriamo che il lettore noti, in primo luogo, che l'amore professato da Brandon sembra di quella natura veemente e corporea che, pur essendo spesso la meno duratura, è spesso la più suscettibile ai più feroci estremi di odio o persino di disgusto; in secondo luogo, che il carattere svelato da questo sarcastico candore richiedeva evidentemente in un'amante una devozione assoluta o una condotta abile; e in terzo luogo, che abbiamo accennato a tali qualità nella gentile corrispondente che non sembravano promettere in modo ottimistico nessuno di questi elementi essenziali.
Mentre con un labbro arricciato e spesso tremante l'austero e sarcastico Brandon si costringeva lentamente al compito di procedere attraverso questi monumenti di follia passata ed emozione giovanile, l'ulteriore chiarimento di quegli eventi, che ormai spingevano rapidamente verso una catastrofe fatale e terribile, si dispiega davanti a noi in una narrazione accaduta molti anni prima del momento in cui siamo giunti.
CAPITOLO XXXIII.
Clem. Solleva il velo oscuro degli anni! Dietro, cosa attende? Un cuore umano. Vasta città, dove risiedono Tutte le glorie e tutte le turpitudini; mentre immondo, Eppure silenzioso, attraverso il ruggito delle passioni scorre Il fiume del Peccato Prediletto, e porta Una vita e insieme un veleno nel suo flusso. .............. Clem. Tua moglie?
Vict. Lontano! Ho cambiato quella parola in "disprezzo"!
Clem. Tua figlia?
Vict. Ah, questo colpisce al cuore, mia figlia, mia figlia!
Amore e Odio, di --------
In una cittadina oscura dello ------shire giunse a risiedere una giovane coppia, il cui aspetto e le cui abitudini attirarono su di loro da parte dei vicini pettegoli un'attenzione più che ordinaria. Portavano il nome di Welford. L'uomo intraprese la professione di avvocato. Arrivò senza introduzioni o raccomandazioni; il suo modo di vivere denotava povertà; il suo portamento era riservato e persino scontroso; e nonostante l'attenzione e l'esame con cui era guardato, non guadagnò alcun cliente e non fece alcuna causa. La mancanza di tutte quelle decorose ciarlatanerie che gli uomini di ogni professione sono quasi costretti a impiegare, e la natura improvvisa e non annunciata del suo arrivo furono, forse, la causa di questo scarso successo. "La sua casa era troppo piccola", diceva la gente, "per la rispettabilità". E poco bene si poteva ottenere da un avvocato le cui ringhiere intorno alla porta avevano un disperato bisogno di essere ridipinte! Poi, inoltre, la signora Welford si fece un gran numero di nemici. Era, oltre ogni espressione, bella; e c'era una certa civetteria nel suo modo di fare che mostrava che era consapevole delle sue attrattive. Tutte le signore di ------- la odiavano. Pochi fecero visita alla giovane coppia. Welford li riceveva freddamente; i loro inviti non venivano accettati e, cosa peggiore, non venivano mai ricambiati. Il diavolo in persona non avrebbe potuto sostenere un procuratore in tali circostanze. Riservato, trasandato, povero, sgarbato, senza presentazioni, una brutta casa, una ringhiera non dipinta e una bella moglie! Tuttavia, sebbene Welford non fosse impiegato, era, come abbiamo detto, osservato. Al loro primo arrivo, che fu in estate, la giovane coppia veniva spesso vista camminare insieme nei campi o nei boschi che circondavano la loro casa. A volte camminavano affettuosamente insieme, e si osservava con quanta cura Welford aggiustasse il mantello o lo scialle di sua moglie attorno alla sua figura slanciata, man mano che il fresco della sera aumentava. Ma spesso il suo braccio veniva ritirato; lui indugiava indietro e continuavano la passeggiata o tornavano verso casa in silenzio e distanti. A poco a poco circolarono sussurri in tutta la città che la coppia di novelli sposi non vivesse affatto felicemente. Gli uomini davano la colpa al marito dall'aspetto severo; le donne, alla civetta di moglie. Tuttavia, l'unica domestica che tenevano dichiarò che, sebbene il signor Welford a volte aggrottasse le sopracciglia e la signora Welford a volte piangesse, erano estremamente legati l'uno all'altra e litigavano solo per amore. La cameriera aveva avuto lei stessa quattro amanti ed era forse esperta in tali questioni. Non ricevevano visitatori, né da vicino né da lontano; e il postino dichiarò di non aver mai visto una lettera indirizzata a nessuno dei due. Così una sorta di mistero aleggiava sulla coppia, e li rendeva ancora più osservati e ancora più detestati - il che è dire molto - di quanto non sarebbero stati altrimenti. Per quanto povero fosse Welford, il suo portamento e il suo modo di camminare denotavano eminentemente ciò che le persone comuni chiamano gentilità. E in questo aveva un grande vantaggio sulla sua bellissima moglie, che, sebbene non ci fosse certamente nulla di volgare o plebeo nel suo aspetto, mancava completamente della raffinatezza di modi, sguardo e frase che caratterizzavano Welford. Per circa due anni vissero in questo modo, e così frugalmente e tranquillamente che, sebbene Welford non avesse alcun mezzo visibile di sussistenza, nessuno poteva ben chiedersi in che modo vivessero. Verso la fine di quel periodo Welford investì improvvisamente una piccola somma in una speculazione della contea. Nel corso di questa avventura, con grande sorpresa dei suoi vicini, mostrò una straordinaria propensione per il calcolo, e le sue abitudini denotavano chiaramente un uomo sia di affari che di capacità. Questa disposizione di capitale portò un rendimento sufficiente a sostenere i Welford, se avessero voluto, in uno stile piuttosto migliore di quello precedente. Rimasero, tuttavia, più o meno nello stesso stato; e l'unica differenza che l'evento produsse fu il ritiro del signor Welford dalla professione che aveva intrapreso. Non era più un avvocato! Bisogna ammettere che non rinunciò a grandi vantaggi in questo ritiro. Circa in quel periodo alcuni ufficiali erano di stanza a ------; e uno di loro, un bel tenente, fu così colpito dal fascino della signora Welford, che vide in chiesa, che non perse occasione di testimoniare la sua ammirazione. Fu malignamente, ma non senza fondamento, osservato che, sebbene nessuna assoluta improprietà potesse essere rilevata nei modi della signora Welford, lei sembrava certamente tutt'altro che dispiaciuta dall'evidente omaggio del giovane tenente. Un rossore le tingeva la guancia quando lo vedeva; e il galante damerino asseriva che quel rossore non era sempre privo di un sorriso. Incoraggiato dalle interpretazioni della sua vanità, e contrapponendo, come tutti gli altri, il proprio volto animato e l'abbigliamento scintillante al volto ascetico e cupo, all'abbigliamento trascurato e all'andatura austera che distruggevano in Welford l'effetto di una persona realmente avvenente, il nostro tenente pensò bene di esprimere la sua passione con una lettera, che fece pervenire al banco della signora Welford. La signora Welford non andò in chiesa quel giorno; la lettera fu trovata da un vicino di buon cuore e chiusa in forma anonima al marito.
Qualunque cosa, nella segretezza dei rapporti domestici, sia accaduta in merito a questo evento, rimase necessariamente ignota; ma la domenica successiva il volto del signor Welford, che non era mai apparso prima in chiesa, fu scorto da un vicino vigile – probabilmente l'amico anonimo – non nello stesso banco della moglie, ma in un angolo remoto del sacro edificio. E una volta, mentre il tenente stava osservando il volto della signora Welford per leggervi una qualche risposta alla sua epistola, lo stesso zelante ispettore dichiarò che il volto di Welford assunse un ghigno sardonico e avvizzente che gli fece accapponare la pelle. Comunque sia, il tenente lasciò il suo alloggio e la reputazione della signora Welford rimase insoddisfacentemente intonsa. Poco dopo, la speculazione della contea fallì e si venne a sapere che i Welford stavano per lasciare la città, verso dove nessuno sapeva – alcuni dissero in prigione; ma poi, sfortunatamente, non fu possibile scoprire alcun debito. Le loro fatture erano state "quasi nulle"; ma, almeno, erano state pagate regolarmente. Tuttavia, prima che avvenisse la vociferata emigrazione, si verificò una circostanza altrettanto meravigliosa per la brava gente di. Una luminosa mattina di primavera una comitiva di piacere proveniente da una grande casa nelle vicinanze attraversò quella città. Il più cospicuo di loro era un giovane cavaliere, riccamente vestito e di un aspetto straordinariamente appariscente e avvenente. Non poco consapevole della sensazione che creava, questo cavaliere si attardò dietro i suoi compagni per scrutare più deliberatamente certe damigelle appostate a una finestra, le quali erano ben pronte a ricambiare i suoi sguardi con interesse. In quel momento il cavallo, che si agitava ferocemente contro la redine che lo tratteneva dai suoi compagni, si spaventò per un arrotino, scartò violentemente di lato e l'aggraziato cavaliere, che non stava pensando all'atteggiamento migliore per mantenere l'equilibrio, ma per mostrare la sua figura, fu scagliato con una certa forza su un mucchio di mattoni e macerie che da tempo, con scandalo del vicinato, sorgeva davanti alle ringhiere prive di vernice attorno alla casa del signor Welford. Welford stesso uscì in quel momento e si sentì in dovere – poiché non era affatto uno le cui emozioni empatiche fluissero facilmente – di dare un'occhiata alle condizioni di un uomo che giaceva immobile davanti alla sua stessa porta. Il cavaliere riprese rapidamente i sensi, ma si ritrovò incapace di alzarsi; una delle sue gambe era rotta. Sostenuto tra le braccia del suo stalliere, si guardò intorno e il suo occhio incontrò quello di Welford. Un istantaneo riconoscimento diede vita al volto del primo e gettò un oscuro rossore sui lineamenti cupi del secondo.
"Cielo!" disse il cavaliere, "è quello..."
"Silenzio, mio signore!" gridò Welford, interrompendolo rapidamente e guardandosi intorno. "Ma siete ferito... volete entrare in casa mia?"
Il cavaliere fece cenno di assenso e, tra lo stalliere e Welford, fu portato all'interno della squallida porta dell'ex procuratore. Lo stalliere fu poi mandato con una scusa alla comitiva, molti dei quali stavano già accorrendo attorno alla casa; e sebbene uno o due si fossero effettivamente fatti forza per varcare l'inospitale soglia, non appena ebbero pronunciato qualche imprecazione e sentito il loro sguardo affondare sotto la cupa e gelida asprezza del padrone di casa, si convinsero che, sebbene fosse maledettamente sfortunato per il loro amico, non potevano fare nulla per lui al momento; e promettendo di mandare a chiedere notizie il giorno seguente, risalirono in sella e tornarono verso casa, con un occhio più attento del solito al movimento dei loro destrieri. Non partirono, tuttavia, finché il chirurgo della città non fu apparso e non ebbe dichiarato che il paziente non doveva essere spostato per alcun motivo. La gamba di un lord era un colpo di fortuna che non capitava tutti i giorni al chirurgo di. Per tutto questo tempo possiamo immaginare lo stato di ansia provato in città e l'agonizzante resistenza di quei nervi rurali che si creano nelle popolazioni scarse e che hanno una così taliacoziana simpatia per gli affari delle altre persone. Un giorno, due giorni, tre giorni, una settimana, una quindicina, anzi, un mese passò, e il lord era ancora l'ospite della dimora del signor Welford. Lasciando i pettegoli a nutrirsi della loro curiosità – "cannibali dei loro stessi cuori" – dobbiamo dare un'occhiata verso l'interno dell'inospitale dimora dell'ex procuratore.
Era verso sera, il sofferente era sostenuto su un divano e la bellissima signora Welford, che aveva fatto da infermiera, stava sistemando il cuscino sotto l'arto frantumato. Lui stesso stava tentando di afferrarle la mano, che lei ritrasse timidamente, pronunciando cose più dolci e raffinate di quante ne avesse mai ascoltate prima. In quel momento Welford entrò dolcemente; non fu notato da nessuno dei due; e rimase sulla porta a contemplarli con un sorriso di calma e auto-compiaciuta derisione. Il volto di Mefistofele che osserva Margherita e Faust potrebbe suggerire qualche idea del quadro che intendiamo dipingere; ma il volto di Welford era più nobile, oltre che più avvenente, nel carattere, sebbene non meno maligno nell'espressione di quello che l'incomparabile Retsch ha dato al demone beffardo. Così assoluto, così congratulatorio, così signorile era il disprezzo sui lineamenti scuri e sorprendenti di Welford, che sebbene egli si trovasse in quella situazione in cui il ridicolo solitamente si attacca al marito, erano il galante e la moglie che sarebbero apparsi all'osservatore sotto una luce umiliante e non invidiabile.
Dopo una momentanea pausa Welford si avvicinò con passo pesante. La moglie sussultò; ma con un'espressione blanda e soave, che dal suo soggiorno nella città di era stata raramente visibile nel suo aspetto, il padrone di casa si unì alla coppia, sorrise all'infermiera e si congratulò con il paziente per i suoi progressi verso la guarigione. Il nobile, ben istruito negli usi del mondo, rispose facilmente e allegramente; e la conversazione scorreva abbastanza allegramente finché la moglie, che era rimasta seduta assorta e in disparte, rubando di tanto in tanto sguardi timidi verso il marito e sguardi di significato più dolce verso il paziente, si ritirò dalla stanza. Welford diede poi una svolta alla conversazione; ricordò al nobile i giorni piacevoli trascorsi in Italia, le avventure condivise e gli intrighi goduti. Mentre la conversazione si scaldava, assunse una piega più libera e licenziosa; e non poco, crediamo, sarebbe rimasta stupita la brava gente di se avesse potuto ascoltare le gaie battute e le massime libertine che fluivano dalle labbra sottili di quel freddo e severo Welford, il cui volto smentiva l'allegria. Delle donne in generale parlarono con quel vivace disprezzo che è il tono abituale degli uomini di mondo; solo che in Welford assumeva un carattere più amaro, più profondo e più filosofico di quanto non facesse nel suo ospite più animato ma meno energico.
Il nobile sembrava affascinato dal suo amico; la conversazione era proprio di suo gusto; e quando Welford lo ebbe accompagnato a letto, gli strinse cordialmente la mano e sperò di rivederlo presto in circostanze ben diverse. Quando la porta del pari fu chiusa su Welford, egli rimase immobile per alcuni istanti; poi, con passo felpato, salì nella propria camera. Sua moglie dormiva profondamente; accanto al letto c'era la culla del bambino. Mentre i suoi occhi cadevano su quest'ultima, l'ironia rigida, ormai abituale ai suoi lineamenti, si distese; si chinò sulla culla a lungo e nel profondo silenzio. Il volto della madre, fuso con quello del padre, era impresso sul volto dormiente e angelico davanti a lui; e quando finalmente, destandosi dalla sua fantasticheria, lo baciò dolcemente, mormorò:
"Quando ti guardo voglio credere che lei mi abbia amato una volta. Pah!" disse bruscamente, e alzandosi, "questo sentimento paterno per l'offerta di un è squisito in me!" Detto questo, senza guardare verso la moglie, che, disturbata dal volume delle sue ultime parole, si mosse a disagio, lasciò la stanza e scese in quella dove aveva conversato con il suo ospite. Chiuse la porta con cautela e, camminando avanti e indietro per l'umile appartamento, diede sfogo a pensieri schierati in qualche modo nello schieramento spezzato in cui appaiono ora al lettore:
"Sì, sì, lei è stata la mia rovina! E se fossi uno dei vostri deboli sciocchi che fanno un vangelo delle più stupide e stucchevoli follie di questo stato sociale, lei sarebbe ora la mia vergogna; ma invece della mia vergogna, farò di lei il mio sgabello per l'onore e la ricchezza. E poi, al diavolo lo sgabello! Sì! Per due anni ho sopportato ciò che era abbastanza da trasformare tutto il mio sangue in fiele – inattività, disperazione, un cuore e una vita sprecati in me; contumelia dal mondo; freddezza, bisticci, ingratitudine da colei per la quale (oh, asino che sono stato!) ho rinunciato alla parte più cara della mia natura – anzi, alla mia natura stessa! Due anni ho sopportato tutto questo, e ora avrò la mia vendetta. La venderò – la venderò! Dio! La venderò come la più comune bestia di mercato! E questo misero pezzo di moneta falsa comprerà me – il mio mondo! La vendetta degli altri uomini nasce dall'odio – un sentimento basso, avventato, non filosofico! La mia nasce dal disprezzo – l'unico stato saggio in cui la ragione può riposare. La vendetta degli altri uomini rovina se stessi; la mia mi salverà! Ha! Come ride la mia anima quando guardo questa coppia pietosa, che pensa che io non li veda, e so che ogni loro movimento è su una maglia della mia rete! Eppure," e Welford si fermò lentamente, "eppure non posso fare a meno di schernire me stesso quando penso all'arcano inganno che la follia di questo ragazzo, l'amore – l'amore, davvero! la parola stessa mi nausea per il disgusto – ha fatto di me. Se quella donna, sciocca, debole, automatica com'è, mi avesse davvero amato; se fosse stata sensibile all'indicibile sacrificio che avevo fatto per lei (quello di Antonio non era nulla – lui perse solo un mondo reale; il mio era il mondo dell'immaginazione); se solo si fosse degnata di imparare la mia natura, di sottomettere il diavolo della donna alla propria – avrei potuto continuare a vivere in questo chiacchierone eremitaggio per sempre e immaginarmi felice e rassegnato – sarei potuto diventare un essere diverso. Immagino che sarei potuto diventare ciò che i vostri moralisti (ciarlatani!) chiamano 'buono'. Ma questa frivolezza di cuore irritante, questa brama di lodi da sciocchi, questa irritabilità di temperamento, questa cupezza in risposta al pensiero lunatico, che in me lei non ha né sondato né perdonato, questo volgare, quotidiano, orario struggimento per i miseri pizzichi della povertà del corpo, il piagnisteo domestico, la lamentela casalinga – quando io – io non ho un pensiero per tali pietose prove di affetto; e tutto questo tempo le mie maledizioni, la mia speranza sepolta e lo spirito mascherato e il nome affondato non pensati; la grandezza della mia resa a lei nemmeno compresa; anzi, i suoi 'inconvenienti' – un focolare fioco, suppongo, o una tavola senza delicatezze – paragonati, sì, assolutamente paragonati, con tutto ciò che ho abbandonato per lei! Come se non bastasse – fossi stato uno sciocco, uno sciocco senza ambizione e senza anima – il solo pensiero di aver legato il mio nome a quello di un commerciante – chiedo perdono, un commerciante in pensione! – come se quella conoscenza – una conoscenza che strangolerei la mia intera razza, chiunque mi abbia mai incontrato, visto, piuttosto che la penetrassero – non fosse abbastanza, quando parla di 'confrontare', da farmi rodere la carne dalle ossa! No, no, no! Non c'è mai stata una svolta così brillante nel mio destino come quando questo damerino titolato, con la sua voce soave e i suoi ghirigori vistosi, è venuto qui! Farò di lei uno strumento per scolpire la mia fuga da questa caverna in cui mi ha precipitato. Fomenterò la passione del 'mio signore', finché 'il mio signore' non penserà che 'la passione' (la passione di una farfalla!) valga qualsiasi prezzo. Metterò poi le mie condizioni, legherò 'il mio signore' alla segretezza e mi libererò di mia moglie, della mia vergogna e dell'oscurità del signor Welford per sempre. Brillanti, brillanti prospettive! Lasciate che chiuda gli occhi per godervele! Ma dolcemente! Il mio nobile amico si definisce un uomo di mondo, esperto nella natura umana e derisore dei suoi pregiudizi; abbastanza vero, a modo suo – grazie non a vedute allargate, ma a una viziata esperienza – così è! Il libro del mondo è un vasto miscuglio; è perfettamente a conoscenza, senza dubbio, di quelle pagine che trattano di moda – profondamente versato, ve lo garantisco, nel 'Magasin des Modes' attaccato alla fine dell'indice. Ma sarò io, anche con tutta la maestria che la mia mente deve esercitare sulla sua – sarò in grado di liberarmi completamente nella mente di questo 'pari del mondo' da un ricordo degradante? Cornuto! Cornuto! È una parola brutta; un cornuto comodo, volenteroso, ehm! – non c'è grandezza, non c'è vernice filosofica nella frase. Vediamo – sì! Ho un rimedio per tutto questo. Mi sono sposato in privato – bene! sotto nomi camuffati – bene! È stato un matrimonio rubato, lontano dalla sua città – bene! testimoni a lei ignoti – bene! prove facilmente assicurate al mio possesso – eccellente! Lo sciocco crederà che sia un matrimonio falso, un'ingegnosa galanteria la mia; laverò via la macchia di cornuto con l'acqua di un'altra parola; farò mercato di un'amante, non di una moglie. Lo avvertirò di non metterla al corrente di questo segreto; lasciatemi considerare per quale motivo – oh! La legittimità di mio figlio potrebbe essermi utile in futuro. Capirà quel motivo e avrò il suo 'onore' al riguardo. E a proposito, mi importa di quella legittimità e custodirò le prove. Amo mio figlio – gli uomini ambiziosi amano i loro figli. Potrei diventare lord io stesso e potrei desiderare che un lord mi succeda; e quel figlio è mio, ringraziando il cielo! Sono sicuro su quel punto – l'unico figlio, inoltre, che mai nascerà da me. Mai, lo giuro, mi metterò di nuovo fuori dal mio potere! Tutta la mia natura, eccetto una passione, ho finora dominato; quella passione sarà d'ora in poi la mia schiava, il mio unico pensiero sarà l'ambizione, la mia unica amante sarà il mondo!"
Mentre terminava così la fantasticheria di un uomo che le circostanze sociali del mondo erano calcolate, come per sistema, a rendere eminentemente e vilmente malvagio, Welford salì lentamente le scale e rientrò nella sua camera. Sua moglie stava ancora dormendo. La sua bellezza era dell'ordine biondo, infantile e armonizzato, che amanti e poeti esprimerebbero con la parola "angelico"; e mentre Welford guardava il suo volto, silenzioso e quasi santificato dal sonno, una certa debolezza e irresolutezza avrebbero potuto essere discernibili nelle linee forti dei suoi lineamenti alteri. In quel momento, come per distruggere per sempre il ritorno della speranza o della virtù a entrambi, le sue labbra si mossero, pronunciarono una parola – era il nome dell'ospite cortese di Welford.
Circa tre settimane dopo quella sera la signora Welford fuggì con il giovane nobile e la mattina seguente a quell'evento il marito distratto con il suo bambino scomparve per sempre dalla città di. Da quel giorno nessuna notizia di sorta che lo riguardasse raggiunse mai le orecchie solleticate dei suoi ansiosi vicini; e dubbio, curiosità, discussione si stabilizzarono gradualmente nella convinzione che la sua disperazione lo avesse spinto al suicidio.
Sebbene la sfortunata signora Welford fosse in realtà di indole leggera e frivola e, soprattutto, suscettibile alla vanità personale, non era priva di ardenti affetti e sensibilità acute. Il suo matrimonio era stato d'amore – vale a dire, da parte sua, l'ordinario amore delle ragazze, che non amano tanto attraverso un sentimento effettivo e naturale quanto per una predisposizione forzata. La sua scelta era ricaduta su uno superiore a lei per nascita e, soprattutto, per persona e modi, che aveva abitualmente incontrato. Così la sua vanità aveva aiutato il suo affetto, e qualcosa di strano ed eccentrico nel temperamento e nella mente di Welford aveva, sebbene a volte avesse suscitato la sua paura, contribuito notevolmente a infiammare la sua immaginazione. Poi, anche, sebbene fosse un amante poco cortese, era stato un amante appassionato e romantico. Era consapevole che lui aveva rinunciato per lei a molto di ciò che aveva precedentemente ritenuto necessario alla sua esistenza; e non si fermò a indagare quanto questa devozione potesse durare, o quale condotta da parte sua potesse meglio perpetuare i sentimenti da cui era nata. Era fuggita con lui. Aveva acconsentito a un matrimonio privato. Aveva trascorso un mese felice, e poi l'illusione svanì! La signora Welford non era una donna che potesse dare alla realtà, o trovare in essa, il fascino pari all'illusione. Era perfettamente incapace di comprendere il carattere intricato e pericoloso di suo marito.
Lei non possedeva la chiave delle sue virtù, né l’incantesimo per i suoi vizi. Né la condizione a cui la povertà li costringeva era ben calcolata per quella tenera meditazione, acuita dall’assenza e nutrita nell’indolenza, che così spesso fornisce a chi ama il segreto sulla natura dell’amato. Sebbene non pari al marito per nascita o per prospettive iniziali, la signora Welford era stata abituata a certi agi, spesso più sentiti da coloro che appartengono alle classi inferiori che da quelli appartenenti alle più elevate, i quali, perdendo un lusso, spesso rinunceranno con allegria a tutti gli altri. Una gran dama può sopportare più stenti della sua cameriera; e ogni gentiluomo che viaggi sorride dinanzi alle privazioni che tormentano il suo valletto. La povertà e i suoi cupi compagni aprirono la strada a un’intera schiera di piccole irritazioni e lagnanze stizzose; e poiché nessun ospite o visitatore sollevava mai il malcontento domestico, o interrompeva le domestiche bisticciate, esse finivano generalmente in quel cupo risentimento che trova così spesso l’amore sepolto nel pentimento. Nulla rende le persone stanche l’una dell’altra come una familiarità che ammette la trascuratezza nel litigare e la grossolanità nel lamentarsi. Il morso dello scherno di Welford dava acredine al mormorio di sua moglie; e una volta che ognuno ebbe concepito l’altro come il carnefice, o sé stesso come il danneggiato, era vano sperare che l’uno fosse più cauto, o l’altra più indulgente. Entrambi esigevano troppo, e la moglie in particolar modo concedeva troppo poco. La signora Welford era del tutto ed enfaticamente ciò che un libertino chiama “una donna”, così come un’educazione frivola rende una donna: generosa nelle grandi cose, meschina nelle piccole; vana, irritabile, piena della piccolezza di sé stessa e delle proprie lagnanze, pronta a tuffarsi in un abisso con il suo amante, ma ugualmente pronta a logorare ogni amore con i rimproveri una volta compiuto il salto. Di tutti gli uomini, Welford era quello che poteva sopportarlo meno. Una donna dal cuore più grande, dall’esperienza più consolidata e da un intelletto capace di apprezzare il suo carattere e sondarne tutte le qualità, avrebbe potuto forse renderlo un uomo utile e grande, e, almeno, il suo amante per la vita. In mezzo a un raccolto di sentimenti malvagi, la pura forza della sua natura lo rendeva particolarmente capace di sentimenti intensi ed emozioni generose. Chi si affidava a lui era al sicuro; chi si ribellava a lui si affidava solo al capriccio del suo disprezzo. Tuttavia, per due anni, l’amore, sebbene si indebolisse a ogni ora, continuò a combattere in entrambi i petti, e difficilmente si poteva dire interamente vinto nella moglie, anche quando ella fuggì con il suo attraente seduttore. Uno scrittore francese ha detto in modo assai arguto: “Confrontate per un momento l’apatia di un marito con l’attenzione, la galanteria, l’adorazione di un amante, e potete chiederne il risultato?” Era uno scrittore francese; ma la signora Welford aveva nel temperamento molto della donna francese. Una paziente sofferente, giovane, avvenente, ben versata nelle arti dell’intrigo, contrapposta a un marito cupo che non aveva mai compreso, a lungo temuto, e di cui ultimamente aveva dubitato se non detestasse, ah! un contrasto assai più debole ha reso molte donne, assai migliori, cibo per gli avvocati! La signora Welford fuggì; ma provò una rinnovata tenerezza per il marito proprio la mattina in cui lo fece. Portò via con sé le sue lettere d’amore così come le proprie, che quando si erano sposati per la prima volta aveva raccolto insieme in un’ora di affetto, allora un tesoro inestimabile, e mai il suo nuovo amante ricevette dalle sue belle labbra un bacio metà così appassionato come quello che lei lasciò sulla guancia del suo bambino. Per alcuni mesi godette con il suo amante di tutto ciò per cui aveva sospirato nella sua casa. Colui per il quale aveva abbandonato i suoi legami legittimi era una persona così abitualmente allegra, cortese e ciò che viene ordinariamente definito “di buon carattere” (sebbene avesse in sé tanto dell’essenza dell’egoismo quanto ogni nobile può decentemente avere), che continuò a esserle galante senza sforzo molto tempo dopo aver iniziato a pensare che fosse possibile stancarsi persino di un volto così incantevole. Eppure vi furono momenti in cui la moglie volubile ricordò il marito con rammarico, e contrastandolo con il suo seduttore, non trovò tutte le sfumature del contrasto lusinghiere per quest’ultimo. Vi è qualcosa in un carattere potente e marcato che le donne e tutte le nature deboli si sentono costrette a rispettare; e il carattere di Welford si stagliava così in un rilievo audace e perciò vantaggioso, sebbene cupo, quando contrapposto alle frivolezze e alle debolezze dell’attuale adoratore di questa donna colpevole. Comunque sia, il dado era tratto; e sarebbe stata prudenza per la signora trarre il meglio dalla sua attuale partita. Ma colei che aveva mormorato da moglie non fu compiacente da amante. I rimproveri facevano da intermezzo alle carezze, cosa che il nobile amante non ammirava affatto. Non era uomo da replicare, era troppo indolente; ma non era nemmeno uomo da tollerare. “Mia cara amica,” disse un giorno, dopo una scena, “ti stanchi di me, nulla di più naturale! Perché tormentarci a vicenda? Dici che ti ho rovinata; mia dolce amica, lascia che ti faccia riparazione. Diventa indipendente; stabilirò una rendita per te; fuggi da me, cerca la felicità altrove, e lascia il tuo sfortunato, il tuo disperato amante al suo destino.”
“Mi schernite, mio signore?” gridò l’adirata bella; “o credete che il denaro possa sostituire i diritti di cui mi avete derubata? Potete rendermi di nuovo una moglie, una moglie felice, rispettata? Fate questo, mio signore, e vi riconcilierete con me!”
Il nobile sorrise e scrollò le spalle. La signora ripeté la domanda con ancor maggior rabbia. L’amante rispose con un’allusione che la stupì e la infuriò doppiamente. Ella chiese ansiosamente spiegazioni; e il suo signore, che si era spinto oltre quanto intendeva, lasciò la stanza. Ma le sue parole erano sprofondate nel petto di questa infelice donna, ed ella decise di ottenerne il chiarimento. In conformità con la politica che spogliò il viaggiatore della favola del suo mantello, ella mise da parte la tempesta e preferì il sole: vegliò su un momento di tenerezza, volse l’opportunità a suo vantaggio, e a poco a poco si impossessò di un segreto che la nauseò di vergogna, disgusto e sgomento. Venduta! Barattata! L’oggetto di un mercanteggiare sprezzante tra l’acquirente e il venditore, venduta, per di più, con una menzogna che la degradò istantaneamente a oggetto per il quale persino la pietà era mescolata al disprezzo! Derubata già del nome e dell’onore di una moglie, e trasferita come una prostituta dalle braccia stanche di un amante alle carezze capricciose di un altro! Tale era l’immagine che si ergeva dinanzi a lei; e mentre nel momento stesso suscitava tutte le sue passioni più feroci in follia, umiliava, con quello successivo, la sua vanità nella polvere. Lei, che conosceva la passione dominante di Welford, vide in un baleno l’oggetto di disprezzo e derisione che era diventata per lui. Mentre si immaginava la traditrice, era stata tradita; vide vividamente dinanzi a sé (e rabbrividì nel vedere) il sorriso gelido del marito, il suo occhio da serpente, i suoi lineamenti intrisi di sarcasmo, e tutta la sua anima derisoria impressa sul volto, la cui minima derisione era così irritante. Si allontanò da questo quadro e vide il volto cortese dell’acquirente, il suo sorriso sommesso ai suoi rimproveri, il suo sogghigno latente alle sue pretese verso una posizione che era stato indotto dal grande cospiratore a credere ella non avesse mai posseduto. Vide la sua precoce stanchezza per le sue attrattive, espressa con rispetto, invero, un rispetto insultante, ma sentita senza alcuno scrupolo di rimorso. Vide nell’uno e nell’altro, come intorno a sé, solo una reciprocità di disprezzo. Era in una rete di profonda umiliazione. Anche quell’orgoglioso dolore di coscienza per il crimine commesso verso un altro, che se punge non umilia, era inghiottito da una sensazione assai più straziante, per una così vana come l’adultera: il bruciante senso di vergogna per essere stata lei stessa, mentre peccava, la raggirata e l’ingannata. La sua stessa anima era sgomenta della sua umiliazione. La maledizione della vendetta di Welford era su di lei, ed era stata consumata fino all’ultimo! Qualunque sentimento benevolo potesse aver provato verso il suo protettore, fu inghiottito d’un tratto da questa scoperta. Non poteva sopportare il pensiero di incontrare lo sguardo di chi aveva tratto vantaggio da questo ignominioso baratto; le debolezze e le fragilità dell’amante assunsero una tinta spregevole oltre che odiosa. E nel sentirsi degradata, lo detestò. Il giorno dopo aver fatto la scoperta a cui abbiamo accennato, la signora Welford lasciò la casa del suo protettore, nessuno sapeva dove. Per due anni da quella data, ogni traccia della sua storia andò perduta. Alla fine di quel periodo, cosa era Welford? Un uomo in rapida ascesa nel mondo, distinto al foro, dove la sua prima causa lo aveva sollevato all’attenzione, iniziando una carriera lusinghiera nel senato, ricoprendo uffici lucrativi e onorevoli, stimato per l’austera rettitudine del suo carattere morale, raccogliendo le opinioni d’oro di tutti gli uomini, mentre procedeva verso la reputazione pubblica. Aveva riassunto il suo nome ereditario; la sua storia iniziale era sconosciuta; e nessuno nell’oscura e lontana città di ------ aveva mai indovinato che l’umile Welford fosse il William Brandon la cui lode era riecheggiata in tanti giornali, e il cui genio nascente era riconosciuto da tutti. Quell’asprezza, rozzezza e cupezza che lo avevano caratterizzato a ------, e che, essendo naturali in lui, non si degnò di dissimulare in una posizione non congeniale ai suoi talenti e al di sotto delle sue speranze, erano ora sfolgorantemente verniciate da un’ipocrisia ben calcolata per aiutare la sua ambizione. Così dotto poteva quest’uomo singolare adattarsi agli altri che pochi tra i grandi lo incontravano come compagno, né lo lasciavano senza l’indole di diventare suo amico. Attraverso il suo nobile rivale, vale a dire (per rendere la “garanzia doppiamente sicura” per il nostro lettore), attraverso Lord Mauleverer, aveva acquisito il suo primo ufficio lucrativo, un certo patrocinio dal governo, e il suo seggio in parlamento. Se aveva perseverato al foro piuttosto che darsi interamente agli intrighi di Stato, era solo perché i suoi talenti erano eminentemente più calcolati per farlo avanzare nel primo percorso verso l’onore che nel secondo. Così dedito era divenuto alla vita pubblica che si era permesso di coltivare solo una fonte privata di godimento: suo figlio. Poiché nessuno, nemmeno suo fratello, sapeva che fosse stato sposato (durante i due anni del suo nome camuffato, si era supposto fosse all’estero), l’apparizione di questo figlio costituì l’unico pezzo di scandalo sussurrato contro la rigida moralità della sua buona fama; ma egli stesso, attendendo il proprio tempo per dichiarare un erede legittimo, fece sapere che era il bambino orfano di un caro amico che aveva conosciuto all’estero; e la puritana ritrosia non solo di vita, ma di modi, che assunse, ottenne una abbastanza ampia credenza all’affermazione. Questo figlio Brandon lo idolatrava. Come abbiamo rappresentato lui stesso dire, gli uomini ambiziosi sono comunemente affezionati ai propri figli, oltre l’affetto degli altri padri. Il perpetuo riferimento che gli ambiziosi fanno ai posteri ne è forse la ragione principale. Ma Brandon era anche affezionato ai bambini in generale; la filoprogenitività era un tratto marcato del suo carattere, e sembrerebbe smentire la durezza e l’artificio appartenenti a quel carattere, se lo stesso amore non fosse così frequentemente notabile nei duri e negli artificiali. Sembra quasi che un sentimento semi-consapevole ma piacevole che anche loro un tempo fossero gentili e innocenti, li faccia deliziare nel ravvivare ogni simpatia con il loro stato iniziale.
Spesso dopo gli applausi e la fatica del giorno, Brandon si recava nella camera del figlio e ne osservava il sonno per ore; spesso prima che la sua fatica mattutina iniziasse, cullava il bambino tra le braccia con tutta la naturale tenerezza e la gioia prorompente di una donna; e spesso, mentre un sentimento più grave e caratteristico si impossessava di lui, diceva mentalmente: “Tu costruirai il nostro nome infranto su una base migliore di quella di tuo padre. Io inizio troppo tardi nella vita, e lavoro lungo una strada dolorosa e sassosa; ma renderò il viaggio verso la Fama agevole e accessibile per te. Mai, inoltre, mentre aspirerai all’onore, indurirai il tuo cuore alla tranquillità. Per te, figlio mio, saranno le gioie della casa e dell’amore, e una mente che non si nausea del passato, e che non si tende, per mera dimenticanza, verso una distinzione solitaria e sterile per il futuro. Non solo ciò che tuo padre guadagna godrai, ma ciò che lo ha maledetto la tua vigilanza ti porterà a evitare!”
Era così non solo che i suoi sentimenti più teneri, ma tutti quelli migliori e più nobili, che persino nel peggiore e più duro petto trovano qualche radice, si volgevano verso il suo bambino, e che l’uomo vuoto e vizioso prometteva di diventare il genitore affettuoso e forse saggio.
Una notte Brandon stava tornando a casa a piedi da una cena ministeriale. La notte era gelida e limpida, l’ora era tarda, e la sua via giaceva attraverso le strade più lunghe e meglio illuminate della metropoli. Era, come al solito, immerso nei pensieri, quando fu improvvisamente scosso dalla sua fantasticheria da un tocco leggero posato sul suo braccio. Si voltò, e vide una delle infelici persone che infestano le strade notturne delle città, in piedi proprio davanti al suo cammino. Lo sguardo di ciascuno cadde sull’altro; ed era così, per la prima volta da quando avevano posato le teste sullo stesso guanciale, che il marito incontrava la moglie. I cieli erano intensamente limpidi, e la luce dei lampioni era brillante e calma sui volti di entrambi. Non vi era dubbio nella mente di nessuno dei due. Improvvisamente, e con una sorpresa e spettrale consapevolezza, si riconobbero. La moglie barcollò, e si aggrappò a un palo per sostenersi; lo sguardo di Brandon era calmo e impassibile. L’ora che il suo spirito amaro e maligno aveva bramato era giunta; i suoi nervi si espansero in una voluttuosa calma, come per concedergli un deliberato godimento della sua speranza realizzata. Qualunque fossero le parole che in quell’incontrollata e quasi terribile intervista passarono tra loro, possiamo essere certi che Brandon non risparmiò un atomo del suo potere. La moglie perduta e abbandonata tornò a casa; e tutta la sua natura, abbrutita com’era divenuta dalla colpa e dalle vili abitudini, si indurì nella vendetta, quel sentimento soprannaturale che può essere chiamato la speranza della disperazione.
Tre notti dopo quell’incontro la casa di Brandon fu scassinata. Come le case di molti uomini di legge, giaceva in una pericolosa e scarsamente popolata periferia della città, ed era facilmente accessibile al furto. Fu svegliato da un rumore; balzò, e si ritrovò nella morsa di due uomini. Ai piedi del letto stava una donna, che sollevava una luce; e il suo volto, logorato da passioni brucianti, e spettrale con il biancore leproso della malattia e dell’imminente morte, fissava pienamente lui.
“È ora il mio turno,” disse la donna, con un sogghigno di disprezzo che lo stesso Brandon avrebbe potuto invidiare; “tu mi hai maledetta, e io ti restituisco la maledizione! Mi hai detto che mio figlio non mi nominerà mai se non per arrossire. Sciocco! Io trionfo su di te; lui non ti conoscerà mai fino al giorno della sua morte! Mi hai detto che a mio figlio e al figlio di mio figlio (una lunga trasmissione di esecrazione) il mio nome, il nome della moglie che hai vilmente venduto alla rovina e all’inferno, dovrebbe essere lasciato come un lascito di odio e vergogna! Uomo, tu non insegnerai a quel bambino nessuna lezione ulteriore: non saprai se viva o muoia, o se abbia figli per portare avanti la tua vantata stirpe; o se, se ne avesse, quei figli non siano reietti della terra, i maledetti dagli uomini e da Dio, la degna progenie della cosa che hai fatto di me. Miserabile! Ti scaglio contro la denuncia con cui, quando ci siamo incontrati tre notti fa, avresti schiacciato la vittima della tua stessa perfidia. Percorrerai il sentiero della tua ambizione senza figli, senza scopo e senza speranza. La malattia porrà il suo marchio sul tuo corpo. Il verme banchetterà sul tuo cuore. Avrai onori e non li godrai; otterrai la tua ambizione, e disperazione; sospirerai per tuo figlio, e non lo troverai; o, se lo trovi, maledirai l’ora in cui è nato. Segnati le mie parole, uomo, sto morendo mentre parlo, so di essere una profetessa nella mia maledizione. Da quest’ora sono vendicata, e tu sei il mio disprezzo!”
Poiché le nature più dure affondano sgomente davanti all’occhio di pietra del maniaco, così, nel morto della notte, legato dai malviventi, la voce selvaggia e solenne, acuita dalla passione e dalla parziale follia, della spettrale figura davanti a lui che gli raggelava il sangue, persino il carattere orgoglioso e audace di William Brandon vacillò! Non proferì parola. Fu trovato la mattina seguente legato con corde robuste al suo letto. Non parlò quando fu liberato, ma andò in silenzio nella camera di suo figlio: il bambino era sparito! Diversi articoli di proprietà furono anch’essi rubati; i disperati strumenti che la madre aveva impiegato non lavorarono forse senza la loro ricompensa.
Non c’è bisogno di aggiungere che Brandon mise in moto ogni ingranaggio e canale della giustizia per la scoperta di suo figlio. Tutta la particolare astuzia e acutezza del suo stesso carattere, aiutata dalla sua esperienza professionale, impiegò per anni nella stessa ricerca. Ogni ricerca fu totalmente vana; nessuna traccia più remota verso la scoperta poté essere rintracciata finché non furono trovati (abbiamo registrato quando) alcuni degli articoli che erano stati rubati. Il Fato tesaurizzava nel suo cupo grembo, del tutto ignorata dall’uomo, l’ora e la scena in cui il desiderio più ardente di William Brandon doveva essere realizzato.
Le cure di Sir William Brandon avevano efficacemente tenuto lontano dalle orecchie di Lucy la conoscenza dell’ignominiosa situazione del suo amante. Invero, data la sua salute cagionevole, persino il duro sguardo di Brandon e l’occhiata sconsiderata di Mauleverer percepivano il pericolo di una tale scoperta. Il conte, che ora attendeva l’attacco decisivo a Lucy finché il sipario non fosse calato per sempre su Clifford, procedeva con grande cautela e delicatezza nel corteggiamento della sua promessa sposa. Attendeva con tanta maggior pazienza in quanto aveva già tratto un anticipo dal suo amico Sir William su una parte della fortuna dell’ereditiera; ed egli ammetteva volentieri che non avrebbe potuto trovare, nel frattempo, miglior avvocato di quanto avesse trovato in Brandon. Così persuasiva, davvero, e così sottile era l’eloquenza di questo abile sofista, che spesso, nelle sue arti conversazioni con la nipote, lasciava persino nella mente non viziata e forte, sebbene semplice, di Lucy un’inquietante e irrequieta impressione, che il tempo avrebbe potuto far maturare in un’inclinazione verso i vantaggi mondani del matrimonio a sua disposizione. Brandon non era un mediatore maldestro o un persecutore violento. Sembrava accondiscendere al rifiuto di lei verso Mauleverer. Ricorreva a malapena all’evento. Raramente lodava il conte stesso, se non per le ovvie qualità di vivacità e buonumore. Ma parlava, con tutti i colori vividi che poteva infondere a suo piacimento nelle proprie parole, dei piaceri e dei doveri del rango e della ricchezza. Sapeva bene fare appello allo stesso modo a tutti i pregiudizi e a tutte le debolezze del petto umano, e governare la virtù attraverso le sue fragilità. Lucy era stata cresciuta, come le figlie della maggior parte dei gentiluomini di campagna di antica famiglia, in una indebita e oziosa consapevolezza di una nascita superiore; ed era tutt’altro che inaccessibile al calore e persino al sentimento (poiché qui Brandon era sincero) con cui suo zio parlava del dovere di risollevare un nome galante caduto in discredito, e di sacrificare la propria inclinazione per il ripristino del decaduto splendore di coloro che ci hanno preceduto. Se la confusione di idee causata da una vaga pomposità di frasi, o l’infantile inculcazione di un sentimento che viene scambiato per una virtù, rende così spesso stolti i saggi in fatto di antenati; se offuscava persino il senso sarcastico e acuto di Brandon stesso, possiamo perdonarne l’influenza su una ragazza così poco versata nelle arti del sano ragionamento come la povera Lucy, la quale, si può dire, non aveva mai imparato a pensare finché non aveva imparato ad amare. Tuttavia, l’impressione fatta da Brandon, nei suoi momenti più felici di persuasione, era ancora soltanto transitoria; svaniva davanti al primo pensiero di Clifford, e non le suggeriva mai nemmeno un dubbio sulla proposta di Mauleverer.
Quando giunse il giorno in cui Sir William Brandon doveva partire per il circuito, chiamò Barlow e ingiunse a quel servitore acuto e intelligente la massima cautela riguardo a Lucy. Gli ordinò di negarla a chiunque, di qualunque rango, e di esaminare attentamente ogni giornale che le venisse portato, oltre a trattenere ogni lettera, tranne quelle a lei indirizzate dalla grafia stessa del giudice. Brandon aveva già conquistato al silenzio la cameriera di Lucy; e lo zio ora si compiaceva nel pensare di aver posto un efficace baluardo contro ogni possibilità di scoperta. L’identità di Lovett con Clifford non era stata ancora nemmeno sussurrata; e Mauleverer aveva giudicato giustamente Clifford, quando credette che il prigioniero avrebbe egli stesso preso ogni precauzione contro la rivelazione di quel fatto. Clifford rispose al biglietto del conte e promise, in una lettera espressa con un tono di gratitudine così toccante eppure così virile che persino Brandon ne fu commosso quando la lesse. E, sin dalla sua reclusione e dal parziale ristabilimento della salute, il prigioniero si era tenuto strettamente isolato e aveva rifiutato ogni visitatore. Incoraggiato da questa riflessione e dalla fiducia nella sicurezza delle sue precauzioni, Brandon prese congedo da Lucy. “Addio!” disse, mentre l’abbracciava affettuosamente. “Assicurati di scrivermi, e perdonami se non ti risponderò puntualmente. Abbi cura di te, mia dolce nipote, e fa’ sì che io veda un colore più fresco su quella guancia delicata al mio ritorno!”
“Abbi cura di te, piuttosto, mio caro, carissimo zio,” disse Lucy, stringendosi a lui e piangendo, come ultimamente i suoi nervi indeboliti la portavano a fare al minimo turbamento. “Perché non posso venire con te? Mi sei sembrato più pallido del solito negli ultimi tre o quattro giorni, e ieri ti sei lamentato. Lascia che io venga con te. Non sarò un peso, nessuno affatto; ma sono certa che tu abbia bisogno di una infermiera.”
“Vuoi spaventarmi, mia graziosa Lucy,” disse Brandon, scuotendo la testa con un sorriso. “Sto bene, molto bene. È vero, ho sentito una strana affluenza di sangue alla testa ieri; ma oggi mi sento più forte e più leggero di quanto non sia stato da anni. Ancora una volta, Dio ti benedica, figlia mia!”
E Brandon si strappò via e iniziò il suo viaggio.
Il percorso errabondo e drammatico della nostra storia ci conduce ora in un vicolo oscuro della metropoli, che conduce al Tamigi, e ci rende spettatori di un toccante addio tra due persone, che l’ingiustizia del destino e le persecuzioni degli uomini stavano forse per dividere per sempre.
“Addio, amico mio!” disse Augustus Tomlinson, mentre se ne stava a guardare fisso quel segmento del volto di Edward Pepper che rimaneva non celato da un cappello enorme e da un fazzoletto rosso da collo. Tomlinson stesso era vestito con il costume completo di un dignitoso ecclesiastico. “Addio, amico mio, visto che rimarrai in Inghilterra... addio! Io sono, sono lieto di dire, non meno sincero patriota di te. Il Cielo mi sia testimone di quanto a lungo abbia guardato con ripugnanza alla proposta del povero Lovett di lasciare la mia amata patria. Ma ogni speranza di vita qui è ormai finita; e in verità, negli ultimi dieci giorni sono stato così cacciato da un angolo all’altro, così tormentato da inviti gentili, simili a quelli fatti dalla moglie di un fattore alle sue anatre: 'Dilly, dilly, dilly, venite a farvi uccidere!', che il mio patriottismo si è prodigiosamente raffreddato, e non rifuggo più dal pensiero dell’auto-esilio. 'La terra', mio caro Ned, come un saggio greco ha molto bene osservato, 'la terra è la stessa ovunque!' e se mi si chiede della mia patria, posso indicare, come Anassagora, il cielo!”
“Per l’anima mia, mi commuovi!” disse Ned, parlando a stento, sia per il dolore che per la pressione del fazzoletto da collo sulla bocca; “è davvero bellissimo sentirti parlare!”
“Fatti forza, caro amico,” continuò Tomlinson; “fatti forza contro le tue presenti afflizioni. Cosa sono, per un uomo che si fortifica con la ragione e con la riflessione sulla brevità della vita, le piccole calamità del corpo? Cos’è la prigionia, o la persecuzione, o il freddo, o la fame? A proposito, non dimenticare di mettere i panini nella tasca del mio cappotto!”
“Zitto!” sussurrò Ned, e si mosse involontariamente; “vedo un uomo dall’altra parte della strada.”
“Affrettiamo il passo,” disse Tomlinson; e la coppia procedette verso il fiume.
“E ora,” esordì Ned, che pensava avrebbe potuto dire qualcosa su se stesso; poiché finora Augustus, nell’ardore della sua amicizia, aveva discusso solo dei propri piani, “e ora... vale a dire, quando ti lascerò... mi affretterò a tuffarmi per trovare rifugio, finché la tempesta non sarà passata. Non mi piace molto vivere in una cantina e indossare una casacca da lavoro; ma quei nascondigli hanno qualcosa di interessante, dopo tutto! Il posto più sicuro e accogliente che conosco è il Pays Bas, dalle parti di Thames Court; quindi penso di affittare un appartamento sotterraneo e consumare i miei pasti nei vecchi quartieri del povero Lovett, il Mug... la polizia non sognerebbe mai di cercare in questi ritrovi volgari un uomo della mia classe.”
“Non riesci dunque a strapparti dall’Inghilterra?” disse Tomlinson.
“No, maledizione! I tizi sono così dannatamente poco virili dall’altra parte dell’acqua. Odio il loro vino e il loro parley-woo. Inoltre, non c’è divertimento lì.”
Tomlinson, che era assorto nei propri pensieri, non fece alcun commento sulle eccellenti ragioni del suo amico contro il viaggiare; e la coppia si avvicinò ora alla riva del fiume. Una barca era in attesa per ricevere e condurre alla nave, su cui aveva preso posto per Calais, l’illustre emigrante. Ma non appena l’occhio di Tomlinson cadde improvvisamente sui rozzi barcaioli e sulla piccola barca che doveva portarlo via dalla sua terra natia; non appena diede un’occhiata, pure, attraverso le acque blu, che un vento vivace agitava selvaggiamente, e pensò a quanto sarebbe stato più mosso in mare, dove “la sua anima” invariabilmente “si sentiva male al moto dell’onda”... un’intera marea di profonde e dolorose emozioni si riversò su di lui.
Si voltò. Il punto in cui si trovava era un pezzo di terreno da affittare (come annunciava un cartello) con un contratto di costruzione; sotto, scendevano i gradini che dovevano condurlo alla barca; intorno, lo spazio desolato gli permetteva di vedere in estensione ampia e lontana le guglie, le cupole e i camini della grande città i cui abitanti avrebbe potuto non derubare mai più. Mentre guardava e guardava, le lacrime gli salirono agli occhi, e con una folata di entusiasmo, poco consonante con il suo carattere temperato e filosofico, sollevò la mano destra dalla tasca dei pantaloni neri e scoppiò nel seguente addio alla metropoli delle sue sponde native:--
“Addio, mia amata Londra, addio! Dove potrò mai trovare una città come te? Mai, fino ad ora, ho sentito quanto inesprimibilmente cara mi fossi. Sei stata mio padre e mio fratello e la mia amante e il mio sarto e il mio calzolaio e il mio cappellaio e il mio cuoco e il mio mercante di vini! Tu ed io non ci siamo mai fraintesi. Non ho brontolato quando vedevo quali belle case e buone casse forti davi ad altri uomini. No! Gioivo della loro prosperità. Ero deliziato nel vedere un uomo ricco... la mia unica delusione era inciampare in uno povero. Tu davi ricchezze ai miei vicini; ma, o generosa Londra, tu davi quei vicini a me! Strade magnifiche, tutte le virtù cristiane dimorano in voi! La carità è comune quanto il fumo! Dove, in quale angolo del mondo abitabile, troverò esseri umani con così tante superfluità? Dove potrò così facilmente adescare, dalla benevola credulità, quelle superfluità per me stesso? Solo il Cielo sa, mia cara, cara, adorabile Londra, cosa perdo in te! O pubbliche carità! O istituzioni pubbliche! O banche che smentiscono gli assiomi matematici e fanno mucchi dal nulla! O antica costituzione sempre da mettere in discussione! O moderni miglioramenti che non rispondono mai! O speculazioni! O compagnie! O leggi sull’usura che proteggono dagli usurai, creandone il maggior numero possibile! O chiese nelle quali nessuno trae profitto, se non il pastore e le vecchie che affittano le panche di sera! O teatri superbi, troppo piccoli per i parchi, troppo enormi per le case, che escludono la commedia e il comfort, e hanno il monopolio di rappresentare assurdità in modo gigantesco! O case di gesso, costruite in un giorno! O palazzi alti quattro iarde, con una cupola nel mezzo, destinati a essere invisibili!
[Non dobbiamo supporre che questa apostrofe sia un anacronismo. Tomlinson, naturalmente, si riferisce a qualche palazzo del suo tempo; una delle scatole... scatole di Natale... date al re dalla sua economica nazione di bottegai. Supponiamo che sia stato demolito o abbattuto molto tempo fa; è senza dubbio dimenticato ormai, eccetto che dagli antiquari. Nulla è così effimero come le grandi case costruite dal popolo. I vostri re giocano al diavolo con i loro giocattoli!]
“O negozi che valgono migliaia, e o bottegai che non valgono uno scellino! O sistema di credito per cui i mendicanti sono principi, e i principi sono mendicanti! O prigionia per debiti, che lascia rubare la giumenta e poi chiude a chiave la briglia! O truffatori, bolle, senatori, damerini, taverne, bordelli, club, case private e pubbliche... O LONDRA, in una parola, ricevi il mio ultimo addio! Possa tu fiorire a lungo in pace e abbondanza! Possano i tuoi furfanti essere spiritosi, e i tuoi sciocchi ricchi! Possa tu cambiare solo due cose... i tuoi dannati trucchi di deportazione e impiccagione! Quelli sono i tuoi unici difetti; ma per quelli non ti abbandonerei mai. Addio!”
Qui Tomlinson voltò la testa, e poi, stringendo frettolosamente la mano di Long Ned con una stretta tremante e calda, si affrettò a scendere le scale ed entrò nella barca. Ned rimase immobile per alcuni istanti, seguendolo con gli occhi mentre sedeva in fondo alla barca, agitando un fazzoletto bianco. Alla fine una fila di chiatte lo strappò alla vista di colui che indugiava; e Ned, voltandosi lentamente, mormorò: “Sì, ho sempre sentito dire che quella di Dame Lobkins era il rifugio più sicuro per la sventura come la mia. Andrò subito in cerca di un alloggio, e domani farò colazione al Mug!”
Sia nostro piacevole compito, caro lettore, anticipare il buon rapinatore, e tornare, all’ora del sorgere del sole del giorno successivo alla partenza di Tomlinson, sulla scena in cui ebbe inizio la nostra storia. Siamo ora ancora una volta alla casa della signora Margery Lobkins.
La stanza che serviva a così tanti scopi era ancora la stessa di quando Paul la trasformò nell’arena dei suoi dispettosi scherzi. La credenza, con i suoi scaffali di ceramica e peltro mescolati, occupava la sua antica e importante posizione. Solo si poteva notare che il peltro era più opaco di un tempo, e che svariate crepe compivano i loro errabondi vagabondaggi sulla superficie gialla della ceramica. L’occhio della padrona era diventato meno acuto di quanto fosse in passato, e la cura della serva si era, per necessità, allentata. Il pendolo alto batteva ancora nel suo avvertimento monotono; il paravento di coperte, forse innocente di sapone da quando lo descrivemmo l’ultima volta, a molti strati e pieno di ballate, spiegava ancora i suoi ampi lembi “ricchi delle spoglie del tempo”; lo spiedo e il moschetto pendevano ancora dal muro in amichevole vicinanza. E la panca lunga e liscia, “con molti testi sacri sparsi sopra”, offriva ancora riposo al viandante stanco, e un oggetto al vuoto sguardo della signora Margery Lobkins, mentre si crogiolava sul suo sedile opposto e dimenticava il mondo. Ma la povera Piggy Lob!... ecco l’alterazione! L’anima della donna se n’era andata; lo spirito era evaporato dalla bottiglia umana! Sedeva, con la bocca aperta e l’occhio vitreo, sulla sua sedia, dondolandosi avanti e indietro, con il suono basso e irritabile della vecchiaia fastidiosa e del dolore fisico; a volte questo mormorio querulo si acuiva in un rimprovero stridulo ma privo di senso: “Ecco ora, tu impiccato! hai preso il liquore senza segnarlo col gesso; vuoi imbrogliare la povera vedova; ma ti vedo, ti vedo! La Provvidenza protegge gli anziani e gli innocenti... Oh, oh! questi spasmi saranno la mia morte. Dov’è Martha? Tu sgualdrina, tu! tu vipera di una serva, porta il nastro; non vedi come soffro? Non hai viscere, da lasciare che una povera creatura cristiana perisca per mancanza d’aiuto! È così con loro, è così! Nessuno si cura di me ora... nessuno ha rispetto per i capelli grigi della vecchia!” E poi la voce diminuiva nel piagnucoloso “tenore del suo cammino”.
Martha, una ragazza robusta con capelli rossi che le ricadevano sulle sue “colline di neve”, non era, tuttavia, disattenta ai bisogni della sua padrona. “Chi sa,” diceva a un uomo che sedeva accanto al focolare, bevendo tè da una tazza blu e abbrustolendo con grande cura due o tre enormi fette di pane per il proprio nutrimento privato e speciale... “chi sa,” diceva, “cosa potremmo diventare noi stessi?” E, così dicendo, posò un bicchiere fumante accanto al gomito della sua padrona.
Ma nella prostrazione profonda del suo intelletto, la vecchia era insensibile persino a quella consolazione. Sorseggiava e beveva, è vero; ma come se il liquido non riscaldasse la regione intorpidita attraverso cui passava, continuava a mormorare in una tonalità folle e lamentosa:
“È questa la tua gratitudine, serpe! Perché non porti il nastro, ti dico? Sono forse in età da bere acqua come un ronzino, brutta cosa! Oh, pensare che potrei mai vivere per essere abbandonata!”
Disattenta a questi mormorii, che riteneva irragionevoli, la prosperosa Martha lasciò ora la stanza per dedicarsi alle sue occupazioni “di casa superiore”. L’uomo al focolare era l’unico compagno rimasto alla vedova. Fissandola per un momento, mentre sedeva a piagnucolare, con una rozza compassione negli occhi, e masticando lentamente il suo toast, che aveva ora imburrato e posato su un piatto di ceramica sul bordo del camino, questa persona iniziò in modo consolatorio:
“Ah, Dame Lobkins, se fosse che il piccolo Paul fosse qui con voi, sarebbe un conforto da impiccato per voi nel vostro ultimo fine!”
Il nome di Paul fece inclinare la testa della buona donna verso l’oratore; un raggio di coscienza scoccò attraverso il suo cervello offuscato.
“Il piccolo Paul... eh, signore! dov’è Paul? Paul, dico, mio buon compagno. Ahimè! se n’è andato... ha lasciato la sua povera vecchia nutrice a morire come un gatto in una cantina. Oh, Dummie, non vivere mai fino a essere vecchio, uomo! Ci lasciano a noi stessi, e poi si portano via tutto il liquore con loro! Non ho una goccia di conforto nel mondo universale!”
Dummie, che in questo momento aveva le sue ragioni per consolare la dama, ed era ansioso di sfruttare al meglio l’opportunità di una conversazione non testimoniata come quella, rispose teneramente, e con un’astuzia atta a promuovere il suo fine, rimproverò amaramente Paul per non aver mai informato la dama del suo dove si trovasse e dei suoi procedimenti. “Ma venite, dama,” concluse, “venite, immagino che egli stia meglio di tutto ciò, e che non abbiate bisogno di battervi il vecchio cervello per pensare dove giaccia, o cosa stia facendo. Che mi venga un colpo, Madre Lob... chiedo scusa, signora Margery, dovrei dire... se non darei cinque scellini, sì, e cinque in aggiunta a quelli, per sapere cosa sta facendo il povero ragazzo; nutro un interesse mortale per quel tizio!”
“Oh! oh!” gemette la vecchia, sui cui sensi paralizzati le astute indagini di Dummie Dunnaker cadevano innocue; “il mio povero corpo peccatore! in che stato si trova!”
Astutamente di nuovo Dummie Dunnaker, per nulla sconfitto, rinnovò il suo attacco; ma la fortuna non favorisce sempre i saggi, e fallì a Dummie ora, per una duplice ragione... primo, perché non era possibile per la dama comprenderlo; secondo, perché anche se lo fosse stato, lei non aveva nulla da rivelare. Alcuni dei doni pecuniari di Clifford erano stati inviati anonimamente, tutti senza indicazioni o data; e per la maggior parte erano stati appropriati dalla saggia Martha, nelle cui mani cadevano, per i suoi usi privati. Né la dama necessitava della carità grata di Clifford; poiché era una donna abbastanza benestante in questo mondo, considerando quanto si stava avvicinando a un altro. Più a lungo, tuttavia, Dummie avrebbe potuto tentare la sua via infruttuosa, se la porta della locanda non avesse scricchiolato sui suoi cardini, e la forma voluminosa di un uomo alto in camiciotto, ma con una testa di capelli straordinariamente bella, non avesse oscurato la soglia. Egli onorò la dama, che gettò su di lui un occhio spento, con un cenno scontroso eppure ambrosiaco, afferrò una bottiglia di liquori e un bicchiere, accese una candela, trasse una piccola pipa tedesca e una tabacchiera dalla sua borsa, pose questi vari lussi su un tavolino, lo spinse in un angolo lontano della stanza, e gettandosi su una sedia, e le gambe su un’altra, godette del risultato delle sue fatiche in un silenzio lunatico e altezzoso. A lungo e seriamente il mite Dummie fissò il volto del gentiluomo davanti a lui. Erano passati alcuni anni dall’ultima volta che l’aveva visto; ma era uno che non sfuggiva facilmente alla memoria; e sebbene il suo proprietario fosse un uomo che aveva fatto carriera nel mondo, e aveva guadagnato l’apice della sua professione (una posizione ben oltre la sfera diurna di Dummie Dunnaker), e l’umile ladruncolo fosse quindi stupito di incontrarlo in queste regioni inferiori, tuttavia il ricordo di Dummie lo riportava a un giorno in cui avevano condiviso il bottino insieme senza rispetto per le persone, ed erano stati proprio allegri partner nel gioco pratico del rovinare il prossimo. Mentre, tuttavia, Dummie Dunnaker, che era un po’ incline a essere timido, deliberava circa l’opportunità di reclamare conoscenza, un ragazzo sporco, con un volto che tradiva il gelo, come Dummie stesso diceva, come una prugna che muore di scarlattina, entrò nella stanza, con un giornale nella zampa destra.
«Grandi notizie! Grandi notizie!» gridò il monello, imitando i suoi vociferanti originali per strada; «tutto sul famoso Capitano Lovett, grande quanto la vita stessa!»
«Tientela per te la tua ciarla, piccolo sfrontato!» disse Dummie, con tono di rimprovero, afferrando il giornale.
«Il padrone dice che deve averlo per mandarlo a Clapham, e non può farne a meno per più di un'ora!» disse il ragazzo, mentre si ritirava.
«Mi ricordo il giorno», disse Dummie, con lo zelo di un membro del clan, «in cui il Mug prendeva un giornale tutto per sé invece di prenderlo a noleggio per l'occasione!»
Dopodiché aprì il giornale con uno schiocco e si diede alla lettura. Ma l'alto straniero, alzandosi a metà con un sussulto, esclamò:
«Non avete le maniere di essere comunicativo? Pensate che a nessuno importi del Capitano Lovett tranne che a voi?» A questo, Dummie si voltò sulla sedia e, con un «Accidenti a me, siete il benvenuto, ne sono certo», iniziò come segue (copiamo il giornale, non la dizione del lettore):
«Il processo del famigerato Lovett inizia oggi. Grandi sforzi sono stati compiuti da persone di ogni classe per procurarsi posti nella Town Hall, che sarà piena a un livello mai visto prima in questa pacifica provincia. Si dice che non meno di sette capi d'imputazione attendano il prigioniero; è stato concordato che la rapina a Lord Mauleverer sarà la prima a essere trattata. Si ritiene che il testimone principale in questo caso contro il prigioniero sia il teste dell'accusa, MacGrawler. Nessuna notizia è ancora circolata riguardo ai sospetti complici, Augustus Tomlinson ed Edward Pepper. Si crede che il primo abbia lasciato il paese e che il secondo si stia nascondendo tra i bassifondi della colpa di cui il cuore della metropoli abbonda. La cronaca parla bene della persona e dei modi di Lovett. Si suppone anche che sia un uomo di un certo talento, ed era in passato impegnato in un oscuro periodico curato da MacGrawler, denominato 'Althenaeum', o 'Asinaeum'. Tuttavia, temiamo che la sua origine sia straordinariamente bassa, e adatta alla natura delle sue occupazioni. Il prigioniero sarà fortunatissimo nel giudice. Mai nessuno che abbia ricoperto la stessa alta carica di Sir William Brandon si è guadagnato una pari reputazione in così poco tempo. I Whig sono soliti deriderci quando insistiamo sulle virtù private dei nostri uomini pubblici. Guardino a Sir William Brandon e confessino che la morale più austera può essere legata alla conoscenza più solida e al genio più brillante. Il discorso di apertura dell'istruito giudice alla giuria a-------è forse il pezzo di eloquenza più impressionante e solenne della lingua inglese!»
Una causa per questo elogio potrebbe forse trovarsi in un'altra parte del giornale, in cui si diceva:
«Tra i circoli più elevati, comprendiamo, si è sparsa la voce che Sir William Brandon debba essere richiamato alla sua vecchia carriera parlamentare in uno scenario più elevato. Tanto sono rispettati i talenti di questo gentiluomo da Sua Maestà e dai ministri, che si riferisce siano ansiosi di assicurarsi la sua assistenza nella Camera dei Lord!»
Quando Dummie ebbe completato la sua "faticosa marcia" attraverso il primo degli estratti di cui sopra, si voltò verso l'alto straniero e, osservandolo con una sorta di significato ammiccante, disse:
«Così MacGrawler fa la spia... spiffera tutto sui suoi compari, eh! Beh, ora, ho sempre sospettato quel figlio di buona donna! Sapete, era solito venire al Mug molti giorni, a dare lezioni al nostro piccolo Paul, e io dicevo a Piggy Lob, dicevo: 'Che mi venga un colpo, ma quel tipo è strano! E se non finisce impiccato', dicevo, 'sarà solo perché farà il difficile e impiccherà uno dei suoi compari!' Quindi vedete» (qui Dummie si guardò intorno e la sua voce scese a un sussurro), «quindi vedete, Messer Pepper, non ero uno sciocco, lì!»
Long Ned lasciò cadere la pipa e disse aspramente e con un cipiglio sospettoso: «Cosa! Tu mi conosci?»
«Di sicuro e certamente che lo faccio», rispose il piccolo Dummie, avvicinandosi al tavolo dove sedeva il rapinatore. «Non mi conosci tu?»
Ned guardò l'interrogante con uno sguardo cupo, che gradualmente si illuminò di riconoscimento. «Ah!» disse, con l'aria di un Brummel, «Mr. Bummie, o Dummie, credo, eh! Dammi la zampa... sono felice di vederti. Ricordi l'ultima volta che ti ho visto, mi hai piuttosto offeso. Non importa. Scommetto che non intendevi farlo.»
Incoraggiato da questa affabile accoglienza da parte del bandito, sebbene un po' imbarazzato dall'allusione di Ned a una sua condotta passata, che sentiva essere giusta, Dummie fece un sogghigno, spinse uno sgabello vicino a Ned, si sedette e, evitando accuratamente qualsiasi risposta immediata alle lamentele di Ned, replicò:
«Sapete, Messer Pepper, mi avete lasciato di sasso! Non avrei mai supposto che oggigiorno vi sareste degnato di venire al Mug, dove non vi ho mai visto prima d'ora se non una volta. Dio vi benedica, dicono che andate in tutti i posti eleganti in gale, con un paio di pistole d'argento nella tasca del gilet! Perché, i ragazzi qui in giro dicono che voi e Messer Tomlinson, e questo povero diavolo in gattabuia, eravate i più bei gentiluomini in città; e, Signore, pensare alla vostra civiltà verso un pietoso rigattiere come me!»
«Ah!» disse Ned, gravemente, «ci sono tristi principi in circolazione ora. Vogliono eliminare tutte le distinzioni di rango... rendere un duca non migliore del suo valletto, e un bandito gentiluomo classificarsi con un ladruncolo di fazzoletti. Ma, dannazione, se non penso che la sfortuna ci livelli tutti abbastanza; e la sfortuna mi porta qui, piccolo Dummie.»
«Ah! Volete stare lontano dalla portata dei poliziotti!»
«Giusto. Da quando il povero Lovett è stato preso, il che devo dire fu colpa del suo stesso maledettissimo comportamento da gentiluomo verso me e Augustus (hai sentito di Guz, dici), il nostro gruppetto sembra del tutto spezzato. I propri amici sembrano inclini a tradirti; e davvero, i poliziotti girano così attivamente intorno a noi che ho pensato fosse sicuro nascondermi per un po'. Così ho preso una stanza in una cantina e intendo per i prossimi tre mesi mangiare al Mug. Ho sentito che posso essere sicuro di stare tranquillo qui. Dummie, alla tua salute! Dacci il tabacco.»
«Dico, Messer Pepper», disse Dummie, schiarendosi la gola, quando ebbe obbedito alla richiesta, «mi sapete dire, se per caso avete incontrato nei vostri viaggi il nostro piccolo Paul? Povero ragazzo! Sapete come e perché fu mandato in gattabuia dal Giudice Burnflat. Beh, quando è uscito, è andato a farsi benedire, o qualcosa del genere, e non abbiamo saputo più nulla di lui da allora. Ricordate il ragazzo... un giovanotto davvero fine, alto e dritto come un fuso!»
«Perché, sciocco che sei», disse Ned, «non sai»... poi trattenendosi improvvisamente, «Ah! A proposito, quel giuramento complicato! Non dovevo dirlo; anche se ora non importa più, temo! Non serve guardare la ceralacca quando la lettera è bruciata.»
«Che mi venga un colpo», gridò Dunnaker, con veemenza non affettata, «vedo che sai cosa gli è successo! Molti favori ti farò, se solo me lo dirai.»
«Perché, ti deve una dozzina di scellini, o cosa, Dummie?» disse Ned.
«Non lui... non lui», gridò Dummie.
«E allora, vuoi fargli un dispetto di qualche tipo?»
«Fare un dispetto al piccolo Paul!» esclamò Dummie; «perché, conosco il giovanotto da quando era alto così! No, ma voglio fargli un grande servizio, Messer Pepper, e anche a me stesso... e a voi per giunta, per quanto ne so, Messer Pepper.»
«Humph!» disse Ned... «humph! Che intendi dire? Io so, è vero, dove si trova Paul; ma devi dirmi prima perché vuoi saperlo, altrimenti puoi andare a chiederlo a tuo nonno per quanto mi riguarda.»
Un lungo, acuto, pensieroso sguardo lanciò Mr. Dummie Dunnaker intorno a sé prima di replicare. Tutto sembrava sicuro e conveniente per una comunicazione confidenziale. I tratti supini di Mrs. Lobkins erano sopiti in un torpore sonnolento; anche il gatto grigio che giaceva accanto al fuoco era raggomitolato nell'abbraccio di Morfeo. Tuttavia, fu in un sussurro stretto che Dummie parlò.
«Scommetto, Messer Pepper, che ricordate bene quando Harry Cook, il grande bandito... pover'uomo! è andato dove tutti dobbiamo andare... portò voi, allora proprio un ragazzino, per la prima volta nel piccolo retrobottega al Cock and Hen, a Devereux Court?»
Ned annuì in segno di assenso.
«E ricordate come incontrai Harry e voi lì, e ne avevo paura... perché? Non vi avevo mai visto prima, e stavamo per scassinare la casa di un riccone. E Harry prese le mie difese e disse che, sebbene foste appena entrato nel giro, eravate già abilissimo nell'inganno. Ricordate, eh?»
«Sì, ricordo tutto», disse Ned; «fu la prima e unica casa che abbia mai avuto una parte nello scassinare. Harry era un tipo dalle abitudini basse; così lasciai perdere la sua conoscenza e mi dedicai esclusivamente alla strada, o a qualche occasione ingegnosa di tanto in tanto. Non ho idea di un gentiluomo che diventa scassinatore.»
«Beh, così veniste con noi, e vi facemmo passare attraverso un vetro della finestra della cucina. Eravate il più piccolo di noi, per quanto siate grande ora; e giraste intorno e ci aprite la porta; e quando aprite la porta, vedeste che una donna si era unita a noi, e vi spaventaste allora, e rimaneste fuori dalla casa, a fare la guardia mentre entravamo.»
«Bene, bene», gridò Ned, «che diavolo c'entra tutto questo lungo discorso con Paul?»
«Ora non fate il permaloso, ma lasciatemi andare dritto al punto. Beh, quando uscimmo, ricordate come la donna avesse un fagotto tra le braccia, e voi le parlaste; e lei vi rispose bruscamente, e ci lasciò tutti, e andò dritta a casa; e noi andammo a ricettare il bottino quella stessa notte e in seguito prendemmo la nostra parte. E di sicuro ci faceste ridere di cuore, Messer Pepper, quando diceste: 'Quella donna è una strana tipa'. Così era, Messer Pepper!»
[Il lettore ha probabilmente osservato l'uso fatto da Dummie e Mrs. Lobkins di fraseologia o pronuncia irlandese. Questo è un tratto notevole nel dialetto degli ordini più bassi a Londra, dovuto, supponiamo, alla loro costante associazione con immigrati dal "primo fiore della terra". Forse è un'affettazione alla moda tra i gentiluomini di St. Giles, proprio come noi arricchiamo la nostra lingua madre con il francese a Mayfair.]
«Oh, risparmiami», disse Ned, con affettazione, «e fai in fretta; mi tieni tutto all'oscuro. A proposito, ricordo che scherzavi su di me riguardo al fagotto; e quando chiesi cosa la donna avesse avvolto dentro, giurasti che era un bambino. Molto più probabile che la ragazza, chiunque fosse, avesse lasciato un bambino dietro di sé piuttosto che portarne via uno!» Il volto di Dummie crebbe di importanza consapevole.
«Beh, ora, non ci credereste; ma era tutto vero. Quel fagotto era il bambino della donna... suppongo un frutto innaturale di un gentiluomo; lei ci fece entrare in casa a condizione che l'aiutassimo a portarlo via. E, che mi venga un colpo, ma ci pagammo bene per il nostro disturbo. Quella donna era una creatura strana; dicono che fosse stata l'amante di un lord; ma comunque, era irascibile e strana come se non lo fosse stata. Ci fu un putiferio del diavolo sulla faccenda, e la ricompensa per la nostra scoperta fu così grande che, siccome non eravate ancora molto esperto, Harry pensò fosse meglio portarvi con lui giù in campagna, e vi disse che era tutta una balla sul bambino nel fagotto!»
«Per fede», disse Ned, «gli credetti abbastanza prontamente; e il povero Harry fu impiccato poco dopo, e io andai in Irlanda per sicurezza, dove rimasi due anni... e un dannato buon claret ho bevuto lì!»
«Così, mentre eravate lì», continuò Dummie, «la povera Judy, la donna, morì... morì proprio in questa casa, e lasciò l'orfano all'affetto di Piggy Lob, che ne era davvero affezionata! Oh, ma ricordo che notte fu quando la povera Judy morì; il vento fischiava come un matto, e la pioggia cadeva come se avesse avuto una vacanza; e lì la povera creatura giaceva delirando proprio sopra la testa di questa stanza in cui sediamo! Dio mio, che spettacolo era!»
Qui Dummie fece una pausa e sembrò richiamare con l'immaginazione la scena a cui aveva assistito; ma sulla mente di Long Ned un raggio di luce si ruppe lentamente.
«Whew!» disse, alzando l'indice, «whew! Sento puzza di bruciato; questo bambino rubato, allora, non era altro che Paul. Ma, prego, a chi apparteneva la casa? Perché quel fatto Harry non me lo comunicò mai. Ho solo sentito che il proprietario era un avvocato, o un prete, o qualcosa del genere.»
«Perché ora, ve lo dirò, ma non fate il permaloso. Così, vedete, quando Judy morì, e Harry fu impiccato, io ero il solo vivente a conoscere il segreto; e quando Madre Lob stava bevendo un goccio per consolarsi quando Judy se n'era andata, apro una grande cassa in cui la povera Judy teneva i suoi stracci e cianfrusaglie, e di sicuro trovo in fondo alla cassa tantissime lettere e simili... perché sapevo che erano lì; così le prendo e le porto a casa con me, e poco dopo, Madre Lob mi vendette la cassa di stracci per due sterline... perché? Ero un rigattiere. Così ora decisi, dato che il segreto era tutto nelle mie mani, di tenerlo stretto stretto; perché prima, vedete, avevo paura che sarei stato impiccato se fossi andato a raccontarlo... perché? Avevo rubato un orologio, e molto altro, oltre al monello; e poi temevo che la madre potesse tornare e perseguitarmi come Sall perseguitò Villy, perché era una notte orribile quando la sua anima prese il volo. E oltre a questo, Messer Pepper, pensavo che qualcosa potesse saltar fuori col tempo, in cui sarebbe stato meglio per me tenermi tutto per me e intascare la ricompensa, se mai avessi osato farmi conoscere.»
Qui Dummie procedette a narrare quanto si fosse spaventato che Ned scoprisse tutto, quando (come si può ricordare, Pepper informò Paul all'inizio di questa storia) incontrò quel degno a casa di Dame Lobkins; come questa paura lo avesse indotto a testimoniare a Pepper quella freddezza e rudezza che aveva fatto infuriare così tanto l'altezzoso bandito; e quanto fosse stato grande il suo sollievo e piacere nello scoprire che Ned non tornava più al Mug. Procedette poi a informare il suo nuovo confidente del suo incontro con il padre (il lettore saggio sa dove e quando), e di ciò che avvenne in quell'occasione. Disse come, nella sua prima negoziazione con il padre, risolvendo prudentemente di comunicare goccia a goccia le informazioni che possedeva, si limitò, oltre a confessare una parte nella rapina, a dichiarare che pensava di conoscere la casa, ecc., a cui il neonato era stato consegnato... e che, se così fosse, era ancora vivo; ma che avrebbe indagato. Raccontò poi come il padre ottimista, che vide che impiccare Dummie per la rapina a casa sua potrebbe non essere un metodo efficace quanto la corruzione e la conciliazione per recuperare il figlio, non solo gli perdonò il precedente oltraggio, ma stimolò il suo appetito alla ricerca ricompensandolo per la sua rivelazione. Procedette poi a dichiarare come, non riuscendo a trovare Paul da nessuna parte, o alcuna traccia di lui, intrattenne il padre di volta in volta con scuse false; come, all'inizio, le somme che riceveva lo rendevano per nulla desideroso di affrettare una scoperta che avrebbe posto fine a entrate così soddisfacenti; come alla fine la grandezza della ricompensa offerta, unita alle minacce del padre, lo avesse reso seriamente ansioso di apprendere il vero destino e l'attuale "luogo" di Paul; come, l'ultima volta che aveva visto il padre, avesse, a titolo di espiazione e primizia, portato a lui tutte le carte lasciate dalla sfortunata madre e nascoste da lui stesso; e come fosse ora felice di scoprire che Ned era a conoscenza dell'indirizzo di Paul. Poiché disperava di trovare Paul solo con i propri sforzi, divenne meno tenace del suo segreto; e ora offrì a Ned, alla scoperta di Paul, un terzo di quella ricompensa che una volta aveva sperato di accaparrarsi interamente.
Gli occhi e la bocca di Ned si spalancarono a questa proposta. «Ma il nome... il nome del padre? Non me l'hai ancora detto!» gridò impazientemente.
«No, no!» disse Dummie, con malizia, «non vi dico tutto, finché non mi dite qualcosa. Dov'è il piccolo Paul, dico; e dove possiamo arrivare a lui?»
Ned sospirò.
«Per quanto riguarda il giuramento», disse, pensieroso, «sarebbe un peccato mantenerlo, ora che infrangerlo non può fargli alcun male, e può fargli del bene, specialmente perché, in caso di prigionia o morte, il giuramento non è considerato vincolante; tuttavia temo che sia troppo tardi per la ricompensa. Il padre difficilmente ti ringrazierà per aver trovato suo figlio! Sappi, Dummie, che Paul è in prigione, e che lui è la stessa identica persona del Capitano Lovett!» Lo stupore non scrisse mai in caratteri più leggibili di quanto fece ora sui tratti rozzi di Dummie Dunnaker. Così forti sono le simpatie di una professione rispetto a tutte le altre, che il primo pensiero confuso di Dummie fu quello di orgoglio. «Il grande Capitano Lovett!» balbettò.
«Il piccolo Paul al vertice della professione! Signore, Signore! Ho sempre detto che aveva l'ambizione di salire!»
«Bene, bene, ma il nome del padre?»
A questa domanda l'espressione del volto di Dummie cadde; un orrore improvviso lottò nei suoi occhi...
CAPITOLO XXXV.
Perché accade che a momenti ci assale un timore, un terrore, soverchiante ma indefinito? Perché rabbrividiamo senza una causa, e sentiamo il caldo sangue vitale fermarsi nei suoi corsi? Sono i morti troppo vicini? FALKLAND
Ha! dici così! Pensiero orribile, lo sento attorcigliarsi Sopra il mio cuore gelato, come si avvolge intorno alla sua preda Il serpente sicuro e mortale! ............ Cosa! Nel silenzio e nella solitudine È passata quell'anima terribile? Amore e Odio.
La sera precedente a quella mattina in cui avvenne la conversazione di cui sopra, Brandon la passò solo nel suo alloggio a --------. Si era sentito troppo poco bene per partecipare alla consueta baldoria, e sedeva pigramente a meditare nella solitudine della camera in stile antico a cui era stato destinato. Lì, due candele di cera sul tavolo liscio e curioso lottavano debolmente contro l'oscurità dei pesanti pannelli, che erano sollevati a intervalli infrequenti da ritratti in cornici di quercia, squallidi, severi e importanti con lo sfarzo di abiti ricamati e parrucche fluenti. La predilezione della padrona di casa per i gusti moderni aveva, infatti, su ogni lato dell'enorme camino sospeso capolavori più nuovi delle belle arti. In splendore emblematico pendevano i quadri delle quattro Stagioni, ragazze giunoniche tutte, tranne l'Inverno, che era deformemente rappresentato nelle sembianze di un vecchio villano. Questi erano intervallati da un'incisione di Lord Mauleverer, il luogotenente della contea vicina, che appariva estremamente maestoso nelle sue vesti da pari; e da tre tipificazioni di Fede, Speranza e Carità... dame con le quali si può dubitare che l'allegro conte abbia mai coltivato prima una tale intimità. Tende, di quell'antico chintz in cui fasci di strisce sono alternati a file di fiori, riempivano gli interstizi di tre finestre; una pesante credenza occupava la maggior parte di un lato della stanza; e sul lato opposto, dietro Brandon, un vasto paravento distendeva la sua lenta lunghezza lungo, e alleviava il comfort spopolato e per così dire desolato dell'appartamento.
Pallida e imperfettamente diffusa, la luce scivolava sul volto di Brandon, seduto nella sua ampia poltrona, la guancia appoggiata a una mano, lo sguardo fisso sul fuoco vivido con l’inconsapevole intensità dell’astrazione. In quel momento, un’intera falange di pensieri cupi attraversava la sua mente in una schiera successiva. La sua ambizione giovanile, il suo matrimonio funesto, le cause della sua successiva ascesa in un mondo dal giudizio fallace, il primo albeggiare della sua reputazione, i suoi rapidi e lusinghieri successi, la sua elevazione attuale, la sua ambiziosa speranza di cariche ben più alte e onori più patrizi: tutti questi fantasmi gli passavano dinanzi in un chiaroscuro che si intrecciava; ma con ognuno di essi procedeva sempre un ricordo oscuro e inquietante: la perdita del suo unico figlio.
Intessendo la propria ambizione con il desiderio di far rivivere l’orgoglio del suo nome ereditario, ogni acquisizione di fortuna o di fama lo rendeva ancora più ansioso di ritrovare l’unico che potesse perpetuare questi vuoti privilegi per la sua stirpe.
«Lo ritroverò ancora!» esclamò all’improvviso ad alta voce. Mentre parlava, un dolore rapido, lancinante, spasmodico corse brividoso attraverso tutto il suo corpo, per poi fissarsi per un istante al cuore con una stretta simile agli artigli di un rapace; svanì, seguito da un senso di nausea mortale. Brandon si alzò e, riempitosi un grande bicchiere d’acqua, bevve con avidità. La nausea svanì come il dolore precedente; ma quella sensazione, ultimamente, era stata spesso avvertita da Brandon, e ignorata, poiché poche persone erano meno afflitte dall’autotortura dell’ipocondria; tuttavia, quella notte, che fosse più acuta del solito o che il suo pensiero avesse toccato la corda che vibra naturalmente sulle più allarmanti delle umane anticipazioni, non lo sappiamo, ma, mentre riprendeva posto, l’idea dell’imminente dissoluzione gli trapassò il petto come un dardo di ghiaccio.
Così intento era quest’uomo intrigante agli oggetti vivi del mondo, e così poco i suoi pensieri erano avvezzi a volgersi verso la meta ultima di tutte le cose, che quest’idea, irrompendo bruscamente in lui, lo scosse con un terrore spettrale. Sentì il colore defluire dalle sue guance, e un formicolio e un dolore involontario vagare attraverso i canali del suo sangue, fin dalle radici dei capelli alle piante dei piedi. Ma l’animo austero di Brandon non era di quelli che le ombre potessero spaventare a lungo. Si fece forza per affrontare il cupo pensiero così imposto al suo occhio mentale, e lo fissò con uno sguardo fermo e duraturo.
«Ebbene,» pensò, «sta giungendo la mia ora, o ho ancora da attendermi il termine ordinario della natura mortale? È vero, ho sofferto ultimamente questi strani sconvolgimenti del corpo con una frequenza alquanto allarmante; forse questa medicina, che ha guarito l’angoscia di un’infermità, ne ha prodotta un’altra più immediatamente letale. Eppure perché dovrei pensare questo? Il mio sonno è profondo e calmo, le mie abitudini temperate, la mia mente attiva e chiara come ai suoi giorni migliori. In gioventù non ho mai tradito la mia costituzione; perché dovrebbe abbandonarmi proprio sulla soglia della vecchiaia? No, no, non sono che scosse passeggere, brividi di un sangue che comincia a farsi sottile. Dovrò imparare a essere meno rigoroso nella dieta? Forse il vino potrà ricompensare la mia astinenza nell’evitarlo per i miei lussi, divenendo un cordiale per le mie necessità! Sì, consulterò... consulterò, non devo morire ancora. Ho... vediamo, tre... quattro gradi da guadagnare prima che la scala sia scalata. E, soprattutto, devo ritrovare mio figlio! Lucy sposata a Mauleverer, io pari del regno, mio figlio sposato a chi? Preghi Dio che non sia già sposato! I miei nipoti e i miei figli nobili! La casa di Brandon restaurata, il mio potere in alto nello sguardo degli uomini, la mia fama posta su una base più duratura dell’abilità nei cavilli della legge... queste devono ancora venire; non morirò finché non le avrò godute! Gli uomini non muoiono finché i loro destini non sono compiuti. Lo spirito che si gonfia e si innalza dentro di me dice che il destino di William Brandon è solo all’inizio!»
Con questa conclusione, Brandon cercò il suo cuscino. Quali furono le riflessioni del prigioniero che egli doveva giudicare? Dobbiamo chiedercelo? Immaginiamo la sua salute distrutta, il languore della malattia che accresce la cupezza che rende l’aria stessa di una prigione; la sua certezza della condanna che sta per essergli inflitta; la consapevolezza che lo zio di Lucy Brandon sarebbe stato il suo giudice, che Mauleverer sarebbe stato il suo accusatore, e che con ogni probabilità umana l’unica donna che avesse mai amato avrebbe, prima o poi, appreso la criminalità della sua vita e l’ignominia della sua morte; diamo solo uno sguardo alla suddetta oscurità delle circostanze che lo circondavano, e sembrerebbe che vi sia ben poco dubbio riguardo alla natura dei suoi pensieri! Forse, davvero, persino in quell’ora terribile e desolata, un volto dolce brillò su di lui, «e spazzò via tutta l’oscurità». Forse, anche, quali che potessero essere i morsi della sua coscienza, un pensiero, un ricordo di una tentazione vinta e di un peccato evitato, portarono ai suoi occhi lacrime che erano dolci e sanatrici nella loro fonte. Ma il cuore di un uomo nella terribile situazione di Clifford è oscuro e imperscrutabile; e spesso, quando le circostanze esterne più selvagge e cupe ci circondano, il loro riflesso dorme come un’ombra, calmo e immobile sulla mente.
La mattina seguente, l’intera città di (una città in cui, ci rincresce dire, un incidente trattenne una volta noi stessi per tre giorni miserevoli, e che possiamo, parlando perciò per profonda esperienza, affermare essere in tempi ordinari il più malinconico e spopolato assembramento di case che una sobria immaginazione possa concepire) esibì una scena di tale agitazione, animazione e gioviale ansia come solo il processo per la vita o la morte di un proprio simile può eccitare nei petti flemmatici degli inglesi. Attorno al tribunale la folla si infittiva di momento in momento, finché l’intero mercato in cui si trovava il palazzo municipale divenne un’unica massa vivente. Le finestre delle case erano gremite di donne, alcune delle quali avevano colto l’occasione per organizzare colazioni; e piccoli tavoli rotondi, con tè e pane tostato sopra, attiravano gli occhi dei popolani sogghignanti mentre guardavano verso l’alto con impazienza.
«Ben,» disse un robusto fattore, lanciando in aria una mezza corona e afferrando la suddetta moneta nella mano destra, che coprì immediatamente con la sinistra, «Ben, testa o croce che Lovett viene impiccato; testa impiccato, croce no, per una corona.»
«Sottane, di sicuro,» disse Ben, mangiando una mela; ed era testa!
«Diavolo, hai perso!» gridò il fattore, sfregandosi le mani ruvide con gioia.
Sarebbe stato un bello spettacolo per Asmodeo, se avesse potuto appollaiarsi su uno dei tetti del mercato di --------, e guardare il mormorante e ondeggiante mare di mortalità sottostante. Oh! Lo spettacolo di una folla attorno a un tribunale o a una forca dovrebbe far scoppiare il diavolo dalle risate.
Mentre la plebe fremeva, spingeva, imprecava, sogghignava, scommetteva, borseggiava, calpestava piedi, strappava vesti e si arrampicava sempre più vicino alle porte e alle finestre del tribunale, Brandon stava lentamente concludendo il suo pasto astemio, preparatorio alla partecipazione ai suoi doveri giudiziari. Il suo lacchè entrò con una lettera. Sir William diede una rapida occhiata al sigillo (uno di quei immensi sacrifici di ceralacca usati a quel tempo), adornato con un enorme stemma, sormontato da una corona di conte, e decorato su entrambi i lati con quei sostegni così cari al gusto araldico. Strappò quindi la lettera e lesse quanto segue:
MIO CARO SIR WILLIAM, — Lei sa che nell’ultima conversazione che ho avuto l’onore di intrattenere con Lei ho accennato, sebbene forse alquanto vagamente, alla stima che Sua Maestà ha espresso personalmente per i Suoi principi e talenti, e al suo desiderio di testimoniarla alla prima occasione. Vi sarà, come Lei è senza dubbio consapevole, un’immediata creazione di quattro parie. Il Suo nome figura al secondo posto nella lista. La scelta del titolo Sua Maestà la lascia cortesemente a Lei; ma ha suggerito che la rispettabile antichità della Sua famiglia lo renderebbe più compiaciuto se Lei selezionasse il nome della Sua dimora di famiglia, che, se non erro, è Warlock. Lei mi darà istruzioni a suo agio su come debba essere redatto il brevetto, riguardante la successione, ecc. Forse (mi scusi la licenza di un vecchio amico) questo evento potrebbe indurLa ad abbandonare il Suo celibato a lungo coltivato. Non ho bisogno di aggiungere che questo accesso al rango sarà accompagnato da un’elevazione professionale. Vedrà dai giornali che la morte di -------- lascia vacante la dignità di Chief Baron; e sono finalmente autorizzato a offrirLe una posizione proporzionata al Suo carattere e ai Suoi talenti.
Con grande considerazione, mi creda, mio caro Sir, Molto devotamente Suo,
Privato e Confidenziale.
L’occhio oscuro di Brandon passò rapidamente dalla firma del primo ministro, apposta a questa comunicazione, allo specchio di fronte a lui. Vi si avvicinò e scrutò il proprio volto con uno sguardo lungo e pensieroso. Mai, pensiamo, un giovane galante in procinto di recarsi al luogo dell’appuntamento, in cui un bell’aspetto costituisce il più grande dei vantaggi terreni, guardò più ansiosamente allo specchio imparziale di quanto fece ora l’ascetico e sprezzante giudice; e mai, crediamo, l’occhio di tale galante si ritrasse con un’espressione più soddisfatta e trionfante.
«Sì, sì!» mormorò il giudice, «nessun segno di infermità è ancora scritto qui; il sangue scorre abbastanza chiaro e caldo; anche la guancia appare ferma, e alquanto piena, per uno che è sempre stato delle vacche magre. Aha! Questa lettera è un cordiale, un elisir vitae. Mi sento come se fosse stato concesso un nuovo contratto all’inquilino riluttante. Lord Warlock, il primo Barone di Warlock, Lord Chief Baron... cos’altro?»
Mentre parlava, camminava inconsciamente, incrociando le braccia con quel tipo di gesto gioioso e compiacente che sottintende l’idea di un uomo che si abbraccia in un piacere silenzioso. Certamente, se il più abile medico avesse allora guardato il volto ardente e illuminato, il passo fermo, il corpo elastico e muscoloso, l’aria vigorosa di Brandon, mentre continuava mentalmente il suo soliloquio, avrebbe predetto per lui una presa sulla longevità altrettanto salda di quanto le possibilità della vita mortale consentano. Fu interrotto dall’ingresso del servitore.
«Sono le nove e venticinque, signore,» disse rispettosamente.
«Signore... signore!» ripeté Brandon. «Ah, bene! Così tardi!»
«Sì, signore, e la carrozza dello sceriffo è quasi alla porta.»
«Uhm! Ministro... Pari... Warlock... successione. Mio figlio, mio figlio! Volesse Iddio che io potessi trovarti!»
Tali furono gli ultimi pensieri di Brandon mentre lasciava la stanza. Fu con grande difficoltà, tanto era densa la folla, che il giudice arrivò al tribunale. Mentre la carrozza passava lentamente, gli spettatori si premevano contro i finestrini del veicolo e stavano in punta di piedi per scorgere il celebre avvocato. Il volto di Brandon, mai a lungo indicativo dei suoi sentimenti, si era ora assestato nella sua solita gravità; e la severa alterigia del suo sguardo gelò, pur soddisfacendola, la curiosità del volgo. Era stato ordinato che nessuna persona venisse ammessa finché il giudice non avesse preso posto sul banco; e quest’ordine causò tanto ritardo, a causa della pressione accumulata del gruppo vasto e eterogeneo, che passò più di mezz’ora prima che il tribunale riuscisse a ottenere quell’ordine decente confacente alla solennità dell’occasione. Alle nove e cinquantacinque un movimento universale e indescrivibile annunciò che il prigioniero era stato condotto al banco degli imputati. Leggiamo in uno dei giornali di quel giorno che «all’essere posto al banco, il prigioniero si guardò intorno con uno sguardo lungo e ansioso, che alla fine si posò sul giudice, per poi abbassarsi, mentre si osservò il prigioniero mutare leggermente espressione. Lovett indossava un abito scuro semplice; sembrava essere alto circa un metro e ottanta; e sebbene magro e consumato, probabilmente per l’effetto della sua ferita e della prigionia, è notevolmente ben fatto, ed esibisce l’aspetto esteriore di quella grande forza fisica che si dice possegga, e che non di rado è la caratteristica dei criminali audaci. Il suo volto è bello e attraente, gli occhi e i capelli scuri, e la carnagione pallida, possibilmente per gli effetti della sua reclusione; vi era una certa severità nel suo volto durante la maggior parte del processo. Il suo comportamento era notevolmente composto e raccolto. Il prigioniero ascoltò con la massima attenzione l’atto d’accusa, che il lettore troverà in un’altra parte del nostro giornale, che lo accusa della rapina a mano armata ai danni di Lord Mauleverer, la notte del ------ di ------ scorso. Inclinava occasionalmente il corpo in avanti, e volgeva l’orecchio verso il tribunale; ed è stato osservato, mentre i giurati prestavano giuramento, guardare fisso in volto ognuno di loro. Respirava in modo pesante e affannoso quando i vari pseudonimi che aveva assunto (Howard, Cavendish, Jackson, ecc.) venivano letti; ma sorrise con un’espressione inesplicabile quando l’elenco fu completato, come se esultasse per le varietà del suo ingegno. Alle dieci e venticinque il signor Dyebright, l’avvocato della corona, espose il caso alla giuria.»
Il signor Dyebright era un avvocato di grande eminenza; era stato un Whig per tutta la vita, ma era diventato ultimamente notevole per la sua insincerità e servilismo verso i desideri dei poteri forti. I suoi talenti erano peculiari ed efficaci. Se aveva poca eloquenza, aveva molta forza; e la sua conoscenza legale era solida ed estesa. Molti dei suoi confratelli lo superavano in esibizione; ma nessuno, come lui, possedeva il segreto di rivolgersi a una giuria. Accattivante e familiare; apparentemente candido a un punto tale da non rendere quasi giustizia alla propria causa, come se fosse in agonia per il timore di persuaderti a inclinare di un capello la tua opinione dalla sua parte del caso più di quanto la giustizia permetterebbe; apparentemente tutto composto di sentimenti buoni, casalinghi e virtuosi, un riguardo disinteressato per la verità, un’onestà schietta ma tenera, condita con alcuni amabili pregiudizi domestici, che colpiscono sempre il cuore dei padri di famiglia e dei britannici di razza; versato in tutte le sottigliezze del linguaggio e nella magia dei nomi; se stava difendendo un crimine, chiamandolo attentamente disavventura; se attaccava una disavventura, chiamandola costantemente crimine; il signor Dyebright era esattamente l’uomo nato per pervertire la giustizia, per solleticare i giurati, per ingannare la verità con un sorriso amichevole e per ottenere una vasta reputazione come eccellente avvocato. Iniziò con un lungo svolazzo preliminare sull’importanza del caso. Disse che avrebbe evitato con la più scrupolosa delicatezza ogni osservazione calcolata per sollevare pregiudizi inutili contro il prigioniero. Non avrebbe fatto allusione alla sua infelice notorietà, alle sue associazioni con i più bassi fondi. (Qui balzò in piedi l’avvocato della difesa, e il signor Dyebright fu richiamato all’ordine.) «Dio sa,» riprese il dotto signore, guardando con nostalgia la giuria, «che il mio dotto amico avrebbe potuto risparmiarsi questo avvertimento. Dio sa che preferirei che cinquanta dei miserabili inquilini di questa prigione di contea fuggissero illesi piuttosto che un capello del prigioniero che vedete al banco degli imputati fosse toccato ingiustamente. La vita di un essere umano è in gioco; saremmo noi stessi colpevoli di un crimine che sul letto di morte tremeremmo nel ricordare, se lasciassimo che qualsiasi considerazione, sia essa di interesse o di pregiudizio, o di indebita paura per le nostre proprietà e vite, ci influenzasse anche solo per la deviazione di una pagliuzza contro l’infelice prigioniero. Signori, se mi trovate a viaggiare di un solo pollice lontano dal mio caso... se mi trovate a dire una sola parola calcolata per danneggiare il prigioniero ai vostri occhi, e non supportata dalle prove che chiamerò... allora vi imploro di non dipendere dalla vigilanza del mio dotto amico, ma di conservare questi miei errori nella vostra memoria, e di considerarli come altrettanti argomenti in favore del prigioniero. Se, signori, potessi per qualsiasi possibilità immaginare che il vostro verdetto sarebbe favorevole al prigioniero, posso, senza affettazione e dal profondo del mio cuore, dichiararvi che gioirei; un caso potrebbe essere perso, ma un proprio simile sarebbe salvato! Per quanto insensibili siamo ritenuti noi della professione legale, abbiamo sentimenti come voi; e chiedo a chiunque di voi, signori della giuria, chiunque abbia mai provato i piaceri della vita sociale, la gioia della carità, la ricompensa del cuore della benevolenza... chiedo a chiunque di voi, se fosse posto nella situazione ardua in cui mi trovo ora, se tutte le persuasioni della vanità non svanirebbero all’istante dalla sua mente, e se la sua sconfitta come avvocato non gli sarebbe resa cara dalle comuni e carnali simpatie di un uomo. Ma, signori,» (la voce del signor Dyebright si fece a un tratto più profonda e tremante), «vi è un dovere, un dovere doloroso, che dobbiamo al nostro paese; e mai, nel lungo corso della mia esperienza professionale, ricordo un’istanza in cui sia stato più richiesto che nel presente. La misericordia, signori, è cara, molto cara a tutti noi; ma è il danno più letale che possiamo infliggere all’umanità quando viene acquistata a spese della giustizia.»
Il dotto signore, dopo alcune ulteriori osservazioni introduttive, procedette a esporre come, nella notte di ------- scorso, Lord Mauleverer fosse stato fermato e derubato da tre uomini mascherati, di una somma di denaro superiore a 350 sterline, una tabacchiera di diamanti, anelli, orologio e un astuccio di gioielli preziosissimi; come Lord Mauleverer, nel tentare di difendersi, avesse sparato un proiettile attraverso gli abiti di uno dei rapinatori; come sarebbe stato provato che gli indumenti del prigioniero, trovati in una grotta nell’Oxfordshire, e giurati positivamente da un testimone che avrebbe prodotto, esibivano uno strappo simile a quello che un proiettile avrebbe prodotto; come, inoltre, sarebbe stato giurato positivamente dallo stesso testimone, che il prigioniero Lovett era giunto alla caverna con due complici non ancora catturati, dopo la loro liberazione da parte del prigioniero, e si era vantato della rapina appena commessa; che negli abiti e nella stanza da letto del rapinatore furono trovati gli oggetti rubati a Lord Mauleverer; e che la borsa contenente le banconote per 300 sterline, l’unica cosa che il prigioniero avrebbe probabilmente avuto il tempo di portare via con sé, la mattina in cui la grotta fu occupata dagli agenti di polizia, fu trovata sulla sua persona il giorno in cui aveva tentato la liberazione dei suoi compagni, ed era stato arrestato in quel tentativo. Dichiarò, inoltre, che l’abito trovato nella caverna, e giurato da un testimone che avrebbe prodotto come appartenente al prigioniero, rispondeva esattamente alla descrizione degli abiti indossati dal rapinatore principale, e giurati da Lord Mauleverer, dal suo servitore e dai postiglioni. Allo stesso modo, il colore di uno dei cavalli trovati nella caverna corrispondeva a quello montato dal bandito. Su queste prove circostanziali, aiutate dalla testimonianza immediata del testimone della corona (quel testimone che avrebbe prodotto), basò un caso che poteva, affermò, non lasciare alcun dubbio nelle menti di una giuria imparziale. Tali, brevemente e chiaramente allegati, costituirono la sostanza dei dettagli esposti dal dotto avvocato, che procedette quindi a chiamare i suoi testimoni. La testimonianza di Lord Mauleverer (che soggiornava a Mauleverer Park, che distava poche miglia da --) fu breve e chiara (fu notata come una circostanza singolare che, al termine della testimonianza, il prigioniero si inchinò rispettosamente al suo signore). La testimonianza dei postiglioni e del valletto non fu meno concisa; né tutta l’ingegnosità dell’avvocato di Clifford poté scuotere alcuna parte della loro deposizione nel controinterrogatorio. Il testimone principale su cui faceva affidamento la corona fu allora convocato, e il volto solenne di Peter MacGrawler si levò agli occhi della giuria. Uno sguardo di freddo e avvizzente disprezzo cadde su di lui dall’occhio del prigioniero, che non si degnò di guardarlo di nuovo durante l’intera sua deposizione.
La deposizione di MacGrawler fu resa con una pomposità degna dell’ex editore dell’«Asinaeum». Tuttavia, grazie all’abilità del signor Dyebright, fu resa una storia sufficientemente chiara da lasciare sulla giuria un’impressione dannosa agli interessi del prigioniero. L’avvocato della parte opposta non fu lento nel percepire il terreno acquisito dalla parte avversa; così, schiarendosi la voce, si alzò con aria sprezzante per il controinterrogatorio.
«Dunque, dunque», esordì il signor Botheram, inforcando un paio di occhiali straordinariamente grandi, con i quali guardò truculento il testimone, «dunque, dunque, signor MacGrawler… è questo il vostro nome, eh, eh? Ah, è così, è vero? Un nome assai rispettabile, ve lo garantisco. Ebbene, signore, guardatemi. Ora, sotto giuramento, ricordate, siete mai stato l’editore di una certa cosa pubblicata ogni mercoledì, e chiamata l’“Athenaeum”, o l’“Asinaeum”, o qualche nome simile?»
Cominciando con questa domanda insidiosa e autolesionistica, l’istruito avvocato procedette poi, con tutta l’astuzia di cui era capace, attraverso una serie di interrogatori calcolati per danneggiare il carattere, il rispettabile carattere, di MacGrawler, e indebolire la sua testimonianza agli occhi della giuria. Riuscì a suscitare nel pubblico quel sentimento di ilarità con cui il volgo è sempre così lieto di inframmezzare la noiosa serietà dell’impiccare un essere umano. Ma sebbene la giuria stessa sghignazzasse, non ne rimase convinta. Lo scozzese si ritirò dal banco dei testimoni «ammaccato», forse, nella reputazione, ma non «ucciso» quanto alla testimonianza. Fu proprio prima che questo testimone concludesse che Lord Mauleverer fece consegnare al giudice un piccolo foglietto, contenente solo queste parole a matita:
CARO BRANDON, una cena vi attende a Mauleverer Park, a sole tre miglia da qui. Lord... e il Vescovo di... vi incontreranno. Molte notizie da Londra, e una lettera su di voi, che non mostrerò a nessuno finché non ci vedremo. Fate in fretta a impiccare questo poveraccio, così potrò vedervi al più presto; ed è nocivo per entrambi aspettare a lungo per un pasto regolare come la cena. Non posso trattenermi oltre, fa così caldo, e i miei nervi sono sempre stati suscettibili.
Vostro, MAULEVERER.
Se verrete, fatemi un cenno. Conoscete la mia ora, è sempre la stessa.
Il giudice, dando un’occhiata al biglietto, chinò gravemente il capo verso il conte, che si ritirò; e un minuto dopo, un pesante e affannoso silenzio calò su tutta l’aula. Il prigioniero fu chiamato a presentare la propria difesa: fu singolare quale sensazione diversa da quella esistente nei loro petti un momento prima serpeggiasse brividendo attraverso il pubblico. Tacque ogni sussurro, svanì ogni sorriso che il precedente controinterrogatorio aveva suscitato; un improvviso e gelido senso della terribile importanza del tribunale si fece bruscamente sentire nelle menti di tutti i presenti.
Forse, come nella cupa satira di Hogarth (il Mefistofele morale dei pittori), la stretta vicinanza del dolore all’allegria fece sì che il primo arrivasse al cuore con uno scossone più familiare; comunque sia, un’ansia gelida, che intorpidiva il polso e si agitava nell’aria, fece sì che ogni uomo in quella folla eterogenea provasse una simpatia di timore reverenziale per il suo vicino, eccetto soltanto il giudice indurito e gli avvocati abitudinari, e uno spettatore: un idiota che si era spinto dentro con la massa generale, e se ne stava, a pochi passi dal prigioniero, ghignando inconsciamente, e ogni tanto facendo l’occhiolino con un occhio vitreo a qualcuno in lontananza, la cui vigilanza aveva probabilmente eluso.
Il volto e l’aspetto, persino l’atteggiamento del prigioniero, erano ben adatti ad accrescere l’effetto che naturalmente sarebbe stato creato da qualsiasi uomo sotto la stessa terribile condanna. Se ne stava proprio davanti alla sbarra, e la sua figura alta e nobile era eretta in tutta la sua altezza; un bagliore di eccitazione si diffuse gradualmente su lineamenti sempre notevoli, e illuminò uno sguardo naturalmente eloquente, a cui varie emozioni in quel momento davano un’espressione più che comunemente profonda e impressionante. Cominciò così:
«Mio signore, ho poco da dire, e posso subito sollevare dall’ansia il mio avvocato, che ora mi guarda con malinconia, e aggiungere che quel poco abbraccerà a stento l’oggetto della difesa. Perché dovrei difendermi? Perché dovrei cercare di protrarre una vita che pochi giorni, più o meno, termineranno, secondo i calcoli ordinari del caso? Così com’è e come è stata, la mia vita è votata alla legge, e la legge avrà la sua offerta. Se potessi sfuggire a questo atto d’accusa, so che ne attendono altri sette, e che per l’uno o per l’altro di questi la mia condanna e la mia sentenza dovranno arrivare. La vita può essere dolce per tutti noi, mio signore; e se fosse possibile che la mia venisse risparmiata ancora per un po’, quella vita continuata potrebbe costituire un’espiazione migliore per le azioni passate di una morte che, brusca e prematura, invoca il pentimento mentre proibisce la riparazione.
«Ma quando il lato oscuro delle cose è la nostra unica scelta, è inutile guardare a quello luminoso; è ozioso fissare gli occhi sulla vita, quando la morte è vicina; inutile parlare di contrizione, quando ci viene negata la sua prova. È la solita politica dei prigionieri nella mia situazione rivolgersi ai sentimenti e adulare i pregiudizi della giuria; disquisire sull’eccellenza delle nostre leggi, mentre tentano di disarmarle; lodare la giustizia, eppure chiedere clemenza; parlare di aspettarsi l’assoluzione, eppure vantarsi di sottomettersi senza un mormorio alla condanna. Per me, per il quale tutti gli interessi terreni sono morti, questa politica è oziosa e superflua. Non esito a dirvi, signor giudice, a proclamare a voi, signori della giuria, che le leggi che ho infranto durante la mia vita le disprezzo nella morte! Le vostre leggi appartengono solo a due classi; l’una crea criminali, l’altra li punisce. Ho sofferto per la prima; sto per perire per la seconda.
«Mio signore, è stato il giro di una pagliuzza a rendermi ciò che sono. Sette anni fa fui mandato al riformatorio per un reato che non commisi. Vi entrai, un ragazzo che non aveva mai infranto una sola legge; ne uscii, poche settimane dopo, un uomo pronto a infrangerle tutte! Da dove veniva questo cambiamento? Era colpa mia, o di chi mi condannò? Mi avevate prima fatto torto con una punizione che non meritavo; mi avete fatto torto ancor più profondamente quando (anche se fossi stato colpevole del primo reato) fui condannato a stare con delinquenti incalliti, e laureati nel vizio e nei metodi di sostentamento del vizio. Le leggi stesse mi hanno causato l’infrangere le leggi: primo, impiantando in me il pungente senso dell’ingiustizia; secondo, sottomettendomi alla corruzione dell’esempio. Così, ripeto, e spero che le mie parole affonderanno solennemente nei cuori di tutti i presenti, la vostra legislazione mi ha reso ciò che sono; e ora mi distrugge, come ha distrutto migliaia di persone, per essere ciò che ha fatto di me! Se non fosse stato per questa, la prima aggressione contro di me, sarei potuto essere ciò che il mondo chiama onesto; sarei potuto avanzare verso la vecchiaia e una tomba pacifica attraverso gli innocui inganni del commercio o le onorate menzogne di una professione. Anzi, avrei potuto sostenere le leggi che ora ho sfidato; come l’avvocato che mi si oppone, avrei potuto ingrassare sui vizi degli altri, e avanzare verso l’onore grazie alla mia ingegnosità nell’impiccare i miei simili! La parte ipocrita e pregiudiziale della stampa ha finto di mettere davanti a voi i meriti dell’“onesta capacità”, o del “laborioso commercio”, in opposizione ai miei reati. Quali sono, vi prego, i sostegni della vostra “onesta” fatica, i profitti del “commercio”? Non ci sono tangenti ai servi? Non c’è adulterazione delle merci? I ricchi non vengono mai raggirati nel prezzo che pagano? I poveri non vengono mai danneggiati nella qualità che ricevono? C’è onestà nel pane che mangiate, in una singola necessità che vi veste, vi nutre o vi riscalda? Lasciate che coloro che la legge protegge la considerino un protettore: quando ha mai protetto me? Quando ha mai protetto il povero? Il governo di uno Stato, le istituzioni della legge, pretendono di provvedere a tutti coloro che “obbediscono”. Notate! Un uomo ha fame, lo nutrite? È nudo, lo vestite? Se non lo fate, infrangete il vostro patto, lo respingete verso la prima legge della natura, e lo impiccate, non perché sia colpevole, ma perché lo avete lasciato nudo e affamato!» [Un mormorio tra la folla sottostante, placato con grande difficoltà.] «Una cosa sola aggiungerò, e non per muovere la vostra pietà, no, né per investire il mio destino di un interesse ozioso e momentaneo, ma perché ci sono alcune persone in questo mondo che non mi hanno conosciuto come il criminale che sta davanti a voi, e alle quali la notizia del mio destino potrebbe giungere in futuro; e non vorrei che quelle persone mi vedessero con colori più neri di quanto meriti. Tra tutte le voci, signori, che vi hanno raggiunto, attraverso tutti i racconti e le favole accesi dalla mia infelice notorietà e dal mio imminente destino, vi chiedo se abbiate sentito dire che io abbia commesso una sola azione sanguinaria o una sola frode rovinosa e deliberata. Avete sentito che sono vissuto del saccheggio dei ricchi; non nego l’accusa. Dallo sfruttamento dei poveri, dall’abitudinario sopraffare o dal sistematico furto ai danni dei miei vicini, la mia coscienza è libera quanto lo è dall’accusa di crudeltà e spargimento di sangue. Quegli errori li lascio all’onesta mediocrità o alla virtuosa fatica! Potreste forse scoprire, inoltre, che la mia vita non ha attraversato una carriera di oltraggi senza spargere alcuni benefici lungo la strada. Distruggendomi, è vero che avrete la consolazione di pensare che tra i benefici che deriverete dalla mia sentenza ci sarà l’incoraggiamento salutare che darete ad altri delinquenti a offendere fino all’ultimo grado, e a non privare l’oltraggio di alcuna aggravante! Ma se questo non vi sembra un incentivo molto potente, potreste esitare prima di tagliare ogni emendamento a un uomo che sembra né del tutto indurito né del tutto oltre l’espiazione. Mio signore, il mio avvocato avrebbe voluto chiamare testimoni, alcuni a testimoniare punti di riscatto nel mio stesso carattere, altri a invalidare il giuramento del testimone contro di me, un uomo che ho salvato dalla distruzione affinché potesse distruggermi. Non credo che nessuno dei due sia necessario. La stampa pubblica ha già detto di me quel poco di bene che non urta la verità; e se non avessi posseduto qualcosa di quelle qualità che la società non disistima, non mi avreste visto qui a quest’ora! Se mi fossi salvato, così come i miei compagni, avrei lasciato questo paese, forse per sempre, e avrei iniziato una carriera molto diversa all’estero. Ho commesso dei reati; vi ho elusi; ho commesso quello che, nel mio caso, era un atto di dovere: sono stato preso, e perisco. Ma è la debolezza del mio corpo a distruggermi, non la forza della vostra malizia. Se avessi» (e mentre il prigioniero parlava, il movimento altero e rapido, l’ingrandirsi della forma, prodotto dalla passione del momento, rese impressionantemente visibile a tutti la notevole potenza del suo fisico), «se avessi solo la mia solita salute, il mio solito comando su queste membra e queste vene, non avrei chiesto a nessun amico, a nessun alleato, di favorire la mia fuga. Vi dico, motori e guardiani della legge, che avrei deriso le vostre catene e sfidato le vostre mura, come sapete che le ho derise e sfidate prima. Ma il mio sangue ora striscia solo a gocce attraverso i suoi percorsi; e il cuore che avevo un tempo si agita debolmente e pesantemente dentro di me.» Il prigioniero fece una pausa per un momento, e riprese con un tono alterato: «Lasciando, dunque, il mio carattere al vaglio della cronaca, non posso forse fare di meglio che lasciare allo stesso criterio quello del testimone contro di me. Ammetterò francamente che in altre circostanze avrebbe potuto essere diversamente. Confesserò candidamente che avrei potuto allora usare i mezzi che la vostra legge mi concede per ottenere un’assoluzione e per prolungare la mia esistenza, sebbene in una nuova scena; così com’è, che importa la causa per cui ricevo la mia sentenza? Anzi, è persino meglio soffrire per la prima che languire fino all’ultima. È una consolazione non stare di nuovo dove sto ora; attraversare le umilianti solennità che ho sopportato oggi; vedere il sorriso di alcuni, e rispondere al cipiglio di altri; lottare con l’ansia del cuore, e dipendere dal capriccio dei nervi eccitati. È qualcosa sentire che una parte del dramma della vergogna è finita, e che posso aspettare indisturbato nella mia tana finché, per una sola volta, non sarò di nuovo il bersaglio degli spensierati e il mostro della folla. Mio signore, ho finito! A voi, che la legge ritiene l’avvocato del prigioniero, a voi, signori della giuria, a cui ha delegato il suo destino, lascio le sorti della mia vita.»
Il prigioniero tacque; ma lo stesso pesante silenzio che, salvo quando interrotto da un solitario mormorio, era calato sull’aula durante il suo discorso, continuò ancora per diversi istanti dopo che quella voce profonda e ferma era svanita all’orecchio. Così diversa era stata la difesa del prigioniero da quella che era stata prevista; così sicuramente la parte più abitudinaria del pubblico, proprio mentre procedeva, immaginava che con qualche svolta astuta si sarebbe infine inerpicato nei soliti percorsi di difesa, che quando i suoi accenti fermi e quasi severi si fermarono, gli uomini non erano preparati a sentire che il suo discorso era finito, e la pausa li colpì involontariamente come fuori tempo e brusca. Alla fine, quando ognuno dei presenti si svegliò lentamente alla convinzione che il prigioniero avesse effettivamente concluso la sua arringa, un movimento, eloquente di sentimenti liberati da una sospensione, che era stata forse tanto più seria e tanto più intrisa di timore reverenziale, per l’audacia e la novità delle parole su cui si era soffermata, circondò l’aula. I giurati si guardarono confusi, ma nessuno di loro parlò, nemmeno con un sussurro; i loro sentimenti, che erano stati risvegliati dal discorso del prigioniero, non erano stati, per la sua brevità, la sua singolarità e l’altera impoliticità del suo tono, così guidati dal suo corso da stabilizzarsi in alcuno stato d’animo chiaramente favorevole a lui, o al contrario; così che ogni uomo aspettava che il suo vicino parlasse per primo, affinché potesse trovare, per così dire, in un altro, una sorta di indizio ai sentimenti indistinti ed eccitati che cercavano espressione in lui stesso.
Il giudice, che era stato fin dall’inizio attratto dall’aria e dall’aspetto del prigioniero, aveva forse, nonostante la durezza del suo animo, ascoltato la difesa più favorevolmente di chiunque altro presente; poiché nel disprezzo per le vuote istituzioni e la finta onestà della vita sociale, così provocatoriamente manifestato dal prigioniero, Brandon riconosceva elementi di mente notevolmente affini ai propri; e questa simpatia era accentuata dalla durezza del nervo fisico e dall’intrepidezza morale mostrate dal prigioniero, qualità che tra uomini di stampo simile formano spesso il motivo più forte di stima, e talvolta (come leggiamo del Corsaro Imperiale e dei suoi capi) l’unico punto di attrazione! Brandon fu, tuttavia, presto richiamato al suo sé freddo da un mormorio di vaga approvazione che circolava in tutta la folla comune, tra i quali l’impulso generale si manifesta sempre per primo, e ai quali le opinioni del prigioniero, sebbene solo imperfettamente comprese, arrivavano più immediatamente di quanto facessero alle classi migliori e più ricche del pubblico. Sempre attento ai decori della forma, Brandon ordinò istantaneamente il silenzio in aula; e quando fu di nuovo ristabilito, e fu pienamente compreso che la difesa del prigioniero era chiusa, il giudice procedette a riassumere.
È degno di nota che molte delle qualità della mente che sembrano più sgradevoli nella vita privata spesso portino con una singolare felicità ai fini di quella pubblica; e così la ferma durezza caratteristica di Brandon fu una causa principale che lo rese ammirevole come giudice, poiché gli uomini in carica non sbagliano meno per i loro sentimenti che per i loro interessi.
Dando un’occhiata ai suoi appunti, il giudice si inclinò verso la giuria e iniziò con quella voce d’argento squillante che distingueva particolarmente l’eloquenza di Brandon, e che portava con sé in alte posizioni un tono di persuasione così maestoso e candido. Indicò, con una chiara brevità, i vari punti della prova; si soffermò per un momento sul tentativo di gettare discredito sulla testimonianza di MacGrawler, ma richiamò una debita attenzione sul fatto che il tentativo non era stato sostenuto da testimoni o prove. Mentre procedeva, l’impressione fatta dal prigioniero sulle menti della giuria svanì lentamente; e forse, tanto gli uomini si addolciscono quando vedono chiaramente il volto di un loro simile dipendere da loro per la vita, agì in modo svantaggioso per gli interessi di Clifford, che durante il riassunto si appoggiò allo schienale nel banco degli imputati e impedì che il suo volto venisse visto. Quando la prova fu esaminata, il giudice concluse così:
«Il prigioniero, che nella sua difesa (sui cui principi e opinioni ora mi astengo dal commentare) ha certamente mostrato i segni di un’educazione superiore e di un’alta, sebbene pervertita, capacità, ha alluso ai rapporti fatti circolare dalla stampa pubblica, e ha fatto pesare un po’ le varie aneddoti tendenti a suo vantaggio, che presume abbiano raggiunto le vostre orecchie. Non sono affatto disposto a che il prigioniero venga privato di qualsiasi beneficio che possa derivare da una tale fonte; ma non è in questo luogo, né in questo momento, che può essergli utile. Tutto ciò che dovete considerare è la prova che avete davanti. Tutto ciò su cui dovete decidere è se il prigioniero sia o meno colpevole della rapina di cui è accusato. Non dovete sprecare un pensiero su ciò che riscatta o accresce un presunto crimine; dovete decidere solo sul crimine stesso. Allontanate dalle vostre menti, ve ne prego, tutto ciò che interferisce con il caso principale. Allontanate anche dai vostri motivi di decisione ogni preveggenza di altri possibili atti d’accusa a cui il prigioniero ha alluso, ma con i quali siete necessariamente ignari. Se dubitate della prova, sia di un testimone che di tutti, il prigioniero deve ricevere da voi il beneficio di quel dubbio. Se no, siete giurati su un solenne giuramento, che vi ordina di rinunciare a ogni considerazione minore, che vi costringe a guardare attentamente affinché non siate influenzati dalle infermità naturali a noi tutti, ma criminali in voi, a pendere verso il lato di una clemenza che sarebbe resa dal vostro giuramento uno spergiuro verso Dio, e dal vostro dovere come cittadini imparziali un tradimento verso il vostro paese. Vi congedo alla grave considerazione del caso importante che avete ascoltato; e confido che Colui a cui tutti i cuori sono aperti e tutti i segreti sono noti, vi concederà il temperamento e il giudizio per formare una decisione giusta!»
C’era nell’aspetto maestoso e nella voce brividente di Brandon qualcosa che rendeva la forma più comune di parole solenne e impressionante; e l’ipocrita, consapevole di questa felicità di modi, generalmente, come ora, aggiungeva peso alle sue parole conclusive con un’allusione religiosa o una fraseologia scritturale. Tacque; e la giuria, riprendendosi dall’effetto della sua esortazione, consultò per un momento tra sé e sé. Il capogiuria quindi, rivolgendosi alla corte per conto dei suoi compagni giurati, chiese il permesso di ritirarsi per deliberare. Essendo stato giurato un ufficiale giudiziario, leggiamo sui giornali dell’epoca, che notavano le divisioni del tempo con quella consueta scrupolosità resa terribile dalla riflessione di quanto presto tutti i tempi e le stagioni possano perire per l’eroe della scena, che «fu alle due meno venticinque che la giuria si ritirò».
Forse, in tutto il corso di un processo penale, non vi è momento più tremendo di quello occupato dalla deliberazione della giuria. Nel caso presente il prigioniero, come se fosse acutamente consapevole della sua situazione, rimase nel retro del banco degli imputati e nascose il volto tra le mani. Coloro che gli stavano vicino osservarono, tuttavia, che il suo petto non sembrava sollevarsi con l'emozione convulsiva consueta alle persone nel suo stato, e che nemmeno un sospiro o un movimento agitato gli sfuggirono. La giuria era assente da circa venti minuti, quando si udì un rumore confuso in aula. Il volto del giudice si voltò con severità imperiosa verso la direzione da cui proveniva. Scorse un uomo dalle vesti rozze e dall'aspetto meschino che tentava in modo rude e violento di farsi strada tra la folla verso il banco, e nello stesso istante vide uno degli ufficiali della corte avvicinarsi al disturbatore della sua tranquillità senza intenzioni amichevoli. L'uomo, consapevole del proposito del gendarme, esclamò con grande veemenza: «Lo darò io al mio signore giudice, che mi venga un colpo se non lo faccio!» e mentre parlava sollevò alto sopra la testa un lembo di carta sporca, piegato goffamente a forma di lettera. Nel momento in cui lo sguardo di Brandon colse i tratti rozzi dello straniero invadente, egli fece cenno con una lentezza di gesto persino minore del solito a uno dei suoi satelliti ufficiali. «Mi porti immediatamente quella carta!» sussurrò.
L'ufficiale si inchinò e obbedì. L'uomo, che sembrava un po' alticcio, la consegnò con uno sguardo di ridicolo trionfo e importanza di sé.
«Si faccia da parte, uomo!» aggiunse al gendarme, che ora gli aveva messo una mano sul colletto. «Vedrà quel che dice il giudice a codesto pezzo di carta; e lo vedrà anche il prigioniero, pover'uomo!»
Questa scena, così indegna della dignità della corte, attirò l'attenzione e (immediatamente attorno all'intruso) l'ilarità della folla; e molti sguardi furono diretti verso Brandon, mentre con calma gravità apriva il biglietto e ne scorreva il contenuto. In una calligrafia da scolaretto — era la mano di Long Ned — erano scritte queste poche parole:
MIO SIGNORE GIUDICE, — Mi prendo la libertà di implorarLa di fare tutto il possibile per il prigioniero al banco degli imputati, poiché egli non è altri che il “Paul” di cui ho parlato alla Vostra Signoria. Sa cosa intendo.
DUMMIE DUNNAKER.
Mentre leggeva questo biglietto, si notò il capo del giudice chinarsi improvvisamente, come per un malore o uno spasmo; ma egli si riprese istantaneamente e, sussurrando all'ufficiale che gli aveva portato il biglietto, disse: «Si assicuri che quel folle venga immediatamente rimosso dalla corte e lo chiuda a chiave da solo. È così fuori di sé da essere pericoloso!»
L'ufficiale non perse un momento nell'eseguire l'ordine. Tre robusti gendarmi trascinarono lo sbalordito Dummie fuori dall'aula in un istante, e tanto più spietatamente quanto più egli esclamava:
«Eh, signori, che succede? Vi dico che ho salvato la carne e il sangue del giudice! Via, ora, con calma; ve ne pentirete, bel tipo! Non ti preoccupare, Paul, amico mio; ti ho fatto un gran bene...»
«Silenzio!» proclamò la voce del giudice; e quella voce scaturì con un tono di potere così imperioso da intimidire Dummie, nonostante l'ebbrezza. Un momento dopo, e prima che avesse il tempo di riprendersi, egli fu fuori dall'aula. Durante questo strano tumulto, che tuttavia durò a stento più di due o tre minuti, il prigioniero non aveva sollevato una sola volta la testa, né era apparso destato in alcun modo dalla sua fantasticheria; e l'intruso era appena stato allontanato quando la giuria ritornò.
Il verdetto fu, come tutti avevano previsto, «Colpevole»; ma era accompagnato da una forte raccomandazione alla clemenza.
Al prigioniero fu poi chiesto, nella forma consueta, se avesse qualcosa da dire sul perché la condanna a morte non dovesse essere pronunciata contro di lui.
Mentre queste terribili parole colpivano il suo orecchio, il prigioniero si alzò lentamente. Diresse prima verso la giuria uno sguardo breve e acuto, e i suoi occhi si posarono poi pienamente, e con una severa significatività, sul volto del suo giudice.
«Mio signore,» esordì, «ho una sola ragione da addurre contro la sentenza della legge. Se lei ha interesse a prevenirla o mitigarla, quella ragione, credo, basterà a schierarla in mio favore. Ho detto che la prima causa di quelle offese contro la legge che mi portano a questo banco è stata l'avermi rinchiuso in prigione con un'accusa della quale ero del tutto innocente! Mio signore giudice, lei fu l'uomo che mi accusò di quell'accusa e mi sottopose a quella prigionia! Mi guardi bene, mio signore, e potrà rintracciare nei lineamenti del criminale incallito che sta per condannare a morte i tratti di un ragazzo che, circa sette anni fa, lei accusò davanti a un magistrato di Londra del furto del suo orologio. Sotto giuramento d'uomo che ha un piede sulla soglia della morte, l'accusa era ingiusta. E, degno ministro delle leggi che rappresenta! lei, che ora decreterà la mia fine... Lei fu la causa dei miei crimini! Mio signore, ho finito. Sono pronto ad aggiungermi alla lunga e oscura lista di vittime che vengono prima contaminate e poi sacrificate dalla cecità e dall'ingiustizia dei codici umani!»
Mentre Clifford parlava, ogni occhio si volse da lui al giudice, e ognuno fu sconvolto dal cambiamento spettrale e pauroso che era calato sul volto di Brandon. Gli uomini dissero, in seguito, di avervi visto scritte, con terribile chiarezza, le cifre della morte; e vi era certamente qualcosa di tremendo e soprannaturale nella calma esangue e scarna dei suoi lineamenti orgogliosi. Eppure il suo occhio non vacillò, né i muscoli delle sue labbra tremarono; e con ancora più della sua solita alterigia, sostenne lo sguardo del prigioniero. Ma, mentre solo, evidente in mezzo alla folla immobile e senza fiato, il giudice e il criminale fissavano l'uno l'altro, e mentre gli occhi degli spettatori vagavano dall'uno all'altro, un'impressione elettrizzante e vibrante di una potente somiglianza tra il condannato e il condannatore colpì, per la prima volta nel processo, il pubblico, e accrebbe, sebbene ne sapessero a stento il motivo, la sensazione di dolore e terrore che le ultime parole del prigioniero avevano eccitato. Forse poteva essere derivata principalmente da una comune espressione di feroce emozione vinta da un carattere di ferro e severo; o forse, ora che il pallore cinerino dell'esaurimento era succeduto al rossore eccitato sul volto del prigioniero, la somiglianza di carnagione così ottenuta rendeva il legame più ovvio di prima; o forse gli spettatori non avevano finora fissato uno sguardo così indagatore, o, se possiamo dirlo, così alternato sui due. Comunque sia, la somiglianza tra gli uomini, posti come erano in circostanze così ampiamente diverse — quella somiglianza che, come abbiamo accennato, era occorsa a momenti in modo sorprendente a Lucy — era chiara e inevitabilmente lampante: lo stesso colore scuro delle loro carnagioni; lo stesso profilo altero e romano dei loro volti; la stessa altezza della fronte; la stessa persino spiacevole e sarcastica rigidità della bocca, che costituiva il tratto più cospicuo in Brandon, e che era l'unico punto che sminuiva la singolare bellezza di Clifford. Ma, soprattutto, lo stesso spirito inflessibile, sprezzante, ostinato, sebbene in Brandon assumesse il tono maestoso della regalità, e in Clifford sembrasse la disperata asprezza del bravo, si impresse in entrambi. Sebbene Clifford avesse smesso, non riprese il suo posto, ma rimase nella stessa attitudine in cui aveva rovesciato l'ordine delle cose, e fuso il supplicante nell'accusatore; e Brandon stesso, senza parlare o muoversi, continuò ancora a scrutarlo; così, con fronti erette e volti di marmo, nei quali ciò che era sprezzante e risoluto non placava del tutto il lievito mortale del dolore e del terrore, apparivano come avrebbero potuto apparire i due uomini nel racconto orientale che avevano il potere di fissarsi l'un l'altro fino alla morte.
Cosa stesse infuriando in quel momento nel cuore di Brandon, è vano indovinarlo. Non dubitò per un momento di contemplare davanti a sé il suo figlio perduto da tempo, ansiosamente cercato! Ogni fibra, ogni angolo della sua complessa e tenebrosa anima, quella certezza raggiunse, e folgorò con un bagliore orribile e irresistibile. Il primo, forse il più forte, sebbene spesso il meno riconosciuto principio della sua mente era il desiderio di ricostruire gli onori decaduti della sua casa; il suo ultimo rampollo ora vedeva davanti a sé, coperto dalle più oscure ignominie della legge! Aveva bramato onori mondani; ne vedeva il legittimo successore in un criminale condannato! Aveva accumulato i pochi affetti che aveva risparmiato dagli oggetti di orgoglio e ambizione, nel figlio. Quel figlio stava per mandarlo al patibolo e al boia! Di recente aveva accresciuto le speranze di riconquistare il suo tesoro perduto, fino a una certezza esultante. Ecco! le speranze erano compiute! Come? Con questi pensieri in guerra, in un modo che non osiamo esprimere nemmeno con un epiteto, dentro di lui, possiamo gettare un rapido sguardo all'orrore dell'aggravante che patirono, quando udì il prigioniero accusare Lui come la causa della sua presente condanna, e si sentì al tempo stesso l'assassino e il giudice di suo figlio!
Minuti erano trascorsi da quando la voce del prigioniero era cessata; e Brandon ora estrasse il cappuccio nero. Mentre lo posava lentamente sopra le sue sopracciglia, il crescente biancore cadaverico del suo volto divenne più vistosamente visibile, per il contrasto che questo terribile copricapo presentava. Due volte, mentre tentava di parlare, la sua voce gli venne meno, e un mormorio indistinto uscì dalle sue labbra prive di colore, e svanì come un vento incostante e debole. Ma col terzo sforzo la risolutezza e la lunga auto-tirannia dell'uomo vinsero, e la sua voce risuonò chiara e ferma attraverso la folla, sebbene la severa dolcezza dei suoi soliti toni fosse svanita, e suonasse strana e cava alle orecchie che la bevevano.
«Prigioniero al banco! è diventato mio dovere annunziarle la fine della sua carriera mortale. Lei è stato accusato di un'audace rapina, e dopo un processo imparziale una giuria dei suoi compatrioti e le leggi del suo paese hanno deciso contro di lei. La raccomandazione alla clemenza» (qui, solo in tutto il suo discorso, Brandon ansimò convulsivamente in cerca di respiro) «così umanamente aggiunta dalla giuria, sarà inoltrata al potere supremo; ma non posso lusingarla con molta speranza di successo.» (Gli avvocati si guardarono con una certa sorpresa; si aspettavano un mandato ben più incondizionato, per abiurare ogni speranza dalla raccomandazione della giuria.) «Prigioniero, per le opinioni che ha espresso, lei è ora responsabile solo davanti al suo Dio; mi astengo dal giudicarle. Per l'accusa che ha lanciato contro di me, vera o falsa che sia, e per l'angoscia che mi ha dato, possa lei trovare perdono presso un altro tribunale! Non mi resta che — sotto una riserva troppo lieve, come ho detto, per offrirle una leale promessa di speranza — solo per — per» (tutti gli occhi erano su Brandon; egli lo sentì, si sforzò per un ultimo impegno, e proseguì) — «pronunciare su di lei la tagliente sentenza della legge! Essa è, che lei sia ricondotto alla prigione da cui è venuto, e di lì (quando l'autorità suprema lo stabilirà) al luogo dell'esecuzione, per esservi impiccato per il collo finché non sia morto; e il Signore Dio Onnipotente abbia pietà della sua anima!»
Con questo discorso si concluse quel memorabile processo; e mentre la folla, in un tumulto frettoloso e rumoroso, si spingeva verso la porta, Brandon, celando fino all'ultimo con un coraggio spartano l'angoscia che gli rodeva le viscere, si ritirò dalla terribile rappresentazione. Per la mezz'ora successiva rimase chiuso a chiave con lo strano intruso nei procedimenti della corte. Alla fine di quel tempo lo straniero fu congedato; e in circa il doppio dello stesso periodo il servitore di Brandon lo riammise, accompagnato da un altro uomo, con un cappello a falde abbassate e in una casacca da carrettiere. Il lettore non ha bisogno di essere informato che il nuovo arrivato era l'amichevole Ned, la cui testimonianza era invero un prezioso corroborante a quella di Dummie, e il cui riguardo per Clifford, aiutato da un appetito per le ricompense, lo aveva indotto ad avventurarsi nella città di -----, sebbene fosse rimasto nascosto in un sicuro sobborgo, finché non fu rassicurato da una promessa scritta di Brandon di incolumità per la sua persona, e una somma per la quale avremmo potuto quasi dubitare se non avesse acconsentito (tanto a lungo aveva scambiato i mezzi per il fine) a essere impiccato egli stesso. Brandon ascoltò i dettagli di quei complici; e quando ebbero finito, si rivolse a loro così: «Vi ho ascoltati, e sono convinto che siate bugiardi e impostori. Ecco il denaro che vi ho promesso» (gettando a terra un portafoglio), — «prendetelo; e, sentite bene, se mai oserete sussurrare, sì, anche solo un soffio della atroce menzogna che avete ora forgiato, siate certi che vi farò trascinare dal recesso o dalla nicchia di infamia in cui potreste nascondere le vostre teste, e impiccare per i crimini che avete già commesso. Non sono l'uomo da rimangiarsi la parola. Via! lasciate questa città immediatamente! Se tra due ore da adesso sarete trovati qui, il vostro sangue ricada sulle vostre teste! Via, dico!»
Queste parole, aiutate da un volto ben adatto in ogni momento a espressioni di carattere minaccioso e spietato, sbalordirono e sbigottirono allo stesso tempo i complici. Lasciarono la stanza in frettolosa confusione; e Brandon, ora solo, camminava con passi irregolari (la cui allarmante debolezza e vacillazione egli stesso non sentiva) su e giù per l'appartamento. L'inferno del suo petto era stampato sui suoi lineamenti, ma pronunciò ad alta voce solo un pensiero:
«Posso... sì, sì... posso ancora celare questa disgrazia al mio nome!»
Il suo servitore bussò alla porta per dire che la carrozza era pronta, e che Lord Mauleverer lo aveva pregato di ricordare al suo padrone che cenavano puntualmente all'ora stabilita.
«Arrivo!» disse Brandon, con una lenta e sorprendente enfasi su ogni parola. Ma prima si sedette e scrisse una lettera al settore ufficiale, sostenendo fortemente la raccomandazione della Giuria; e possiamo concepire come l'orgoglio si aggrappasse a lui fino all'ultimo, quando sollecitò la sostituzione della morte con la deportazione a vita! Non appena ebbe sigillato questa lettera, convocò un corriere, diede i suoi ordini con freddezza e distinzione, e tentò con la sua solita alterigia di passo di attraversare un lungo corridoio che portava alla porta esterna. Si sentì mancare. «Venga qui,» disse al suo servitore, «mi dia il suo braccio!»
Tutti i domestici di Brandon, tranne quello lasciato con Lucy, nutrivano soggezione per lui; e fu con una certa esitazione che il suo servitore si azzardò a chiedere se il suo padrone si sentisse bene.
Brandon lo guardò, ma non diede risposta. Entrò nella sua carrozza con lieve difficoltà, e dicendo al cocchiere di guidare il più velocemente possibile, abbassò (un'abitudine generale per lui) tutte le tendine dei finestrini.
Nel frattempo Lord Mauleverer, con sei amici, attendeva impazientemente l'arrivo del settimo ospite.
«Il nostro augusto amico indugia!» disse il Vescovo di -------, con le mani incrociate sul suo capiente stomaco. «Temo che il rombo di cui parlava vostra signoria possa non giovare della durata del processo.»
«Pover'uomo!» disse il Conte di --------, sbadigliando leggermente.
«A chi si riferisce?» chiese Lord Mauleverer, con un sorriso, — «al vescovo, al giudice, o al rombo?»
«A nessuno dei tre, Mauleverer, — parlavo del prigioniero.»
«Ah, quel bel cagnaccio! Me ne ero dimenticato,» disse Mauleverer. «Davvero, ora che lo menziona, devo confessare che mi ispira una grande compassione; ma, in verità, è molto scorretto da parte sua far attendere il giudice così a lungo!»
«Quei disgraziati incalliti hanno così tanto da dire,» borbottò il vescovo, acido.
«Vero!» disse Mauleverer; «un mascalzone religioso avrebbe avuto qualche viscera per lo stato della chiesa esuriente.»
«È proprio vero, Mauleverer,» chiese il Conte di ------, «che Brandon sta per succedere?»
«Così sento dire,» disse Mauleverer. «Cielo, che fame che ho!»
Un gemito del vescovo fece eco alla lamentela.
«Suppongo sarebbe contro ogni decoro sedersi a cena senza di lui?» disse Lord --------.
«Perché, davvero, temo di sì,» rispose Mauleverer. «Ma la nostra salute... la nostra salute è in gioco; aspetteremo solo altri cinque minuti. Per Giove, ecco la carrozza! Chiedo scusa per il mio giuramento pagano, mio signor vescovo.»
«La perdono!» disse il buon vescovo, sorridendo.
Il gruppo così impegnato nel colloquio era appostato a una finestra che dava sulla strada di ghiaia, lungo la quale si vedeva ora la carrozza del giudice avvicinarsi rapidamente; questa finestra era a pochi passi dal portico, ed era stata parzialmente aperta per meglio perlustrare l'arrivo dell'ospite atteso.
«Tiene ancora le tendine abbassate! Distrazione, o vergogna per l'imprecisione... quale ne è la causa, Mauleverer?» disse uno del gruppo.
«Non vergogna, temo!» rispose Mauleverer. «Persino l'indecente immoralità di ritardare la nostra cena potrebbe a stento portare un rossore sulla pelle di pergamena del mio dotto amico.»
Qui la carrozza si fermò al portico; lo sportello della carrozza fu aperto.
«Sembra esserci uno strano ritardo,» disse Mauleverer, stizzito. «Perché non scende?»
Mentre parlava, un mormorio tra gli assistenti, che sembravano in modo alquanto strano accalcarsi attorno alla carrozza, colpì le orecchie del gruppo.
«Cosa dicono... cosa?» disse Mauleverer, portando la mano all'orecchio.
Il vescovo rispose frettolosamente; e Mauleverer, mentre udiva la replica, dimenticò per una volta la sua suscettibilità al freddo, e si precipitò allo sportello della carrozza. I suoi ospiti seguirono.
Trovarono Brandon appoggiato contro l'angolo più lontano della carrozza... un cadavere. Una mano teneva la cordicella di richiamo, come se avesse tentato involontariamente ma inefficacemente di tirarla. Il lato destro del suo volto era parzialmente distorto, come da convulsione o paralisi; ma non sufficientemente da distruggere quella notevole espressione di alterigia e severità che aveva caratterizzato i lineamenti in vita. Allo stesso tempo la distorsione che aveva sollevato da un lato i muscoli della bocca si era approfondita in una sorprendente ampiezza nel mezzo ghigno di derisione che solitamente si annidava attorno alla parte inferiore del suo volto. Così senza testimoni e brusca era stata la separazione dell'argilla e dello spirito di un uomo che, se attraversò la vita come un audace, intrigante, ostinato, incrollabile ipocrita, non era privo di qualcosa di elevato persino tra la sua bassezza, il suo egoismo e i suoi vizi; che sembrava meno aver amato il peccato che per una strana perversione della ragione aver disdegnato la virtù, e che, per una solenne e tremenda improvvisità del destino (poiché chi oserà indicare il giudizio dell'arcana e invisibile Provvidenza, anche quando appare all'occhio mortale la meno oscurata?), ottenne i sogni, gli oggetti, i trionfi della speranza, per esserne folgorato nel momento dell'acquisizione!
CAPITOLO XXXVI.
E ULTIMO.
Sottile, Burbero, — Mammona, Dol, L'ardente Anania, Dapper, Dragger... tutti Con i quali commerciavo. L'Alchimista.
Come quando un cittadino di campagna, ritiratosi per una breve vacanza lontano dalle cure del mondo e dallo strepitumque Romae – "e dal ruggito di Roma" – verso le dolci ombre di Pentonville o le più remote pianure di Clapham, conduce un visitatore deliziato attraverso le complessità di quel capolavoro dedaleo che egli si compiace di chiamare labirinto – ora sorridendo furtivamente per lo smarrimento dell'ospite, ora ascoltando con calma superiorità le sue congetture futili ed errate, ora accompagnandolo maliziosamente lungo un sentiero lusinghiero in cui l'avventuriero confuso viene improvvisamente arrestato dalle spoglie fattezze di una siepe senza uscita, ora tremando nel vedere l'ospite inciampare inavvertitamente sul percorso giusto, e ora sollevato nel vederlo, dopo una pausa di riflessione, avventurarsi in quello sbagliato – proprio così, o piacevole lettore! il saggio romanziere ti conduce attraverso il labirinto del suo racconto, divertendosi con i tuoi autoinganni e filando, in prolisso piacere, il quieto filo del suo intrattenimento dagli intrecci che causano il tuo struggente fervore e la tua perplessità. Ma come quando, grazie alla buona natura o alla stanchezza del padrone di casa, il mistero viene infine svelato e all'ospite è concesso di penetrare fino alla fine nascosta del labirinto frondoso, l'onesto borghese, soddisfatto delle piacevoli fatiche già profuse per il suo visitatore, non lo costringe alla pena di ripercorrere i passi che ha calpestato così erraticamente, ma lo conduce in tre falcate, attraverso un sentiero più semplice, direttamente alla bocca del labirinto, congedandolo altrove per divertirsi; proprio così il prudente narratore, una volta dispiegate le complicazioni della sua trama, non causerà ritardi stantii e infruttuosi al suo lettore stanco, ma lo condurrà, con la massima brevità conveniente, fuori dal labirinto che ha cessato di mantenere l'interesse di un segreto.
Dobbiamo pertanto, in ossequio alla politica del borghese, narrare il più rapidamente possibile la parte della nostra storia che ancora rimane inespressa. Sulla persona di Brandon fu trovato il foglio che conteneva così fatali notizie sul conto del figlio; e quando fu portato a Lord Mauleverer, le parole colpirono quel personaggio (che sapeva che Brandon era stato alla ricerca del figlio perduto, il quale, come abbiamo visto, gli era stato insegnato a considerare illegittimo, sebbene sia probabile che molti dubbi sul fatto che fosse stato ingannato debbano essere sorti alla sua naturale sagacia) come sufficientemente importanti da meritare un'indagine sullo scrivente. Dummie fu trovato facilmente, poiché non aveva ancora voltato le spalle alla città quando la notizia dell'improvvisa morte del giudice vi fu portata; e approfittando di tale circostanza, l'amichevole Dunnaker rimase del tutto in città (sebbene il suo compagno di lunga data l'avesse abbandonata con la massima fretta), e ingannò il tempo presentandosi alla prigione e, dopo alcuni tentativi infruttuosi, riuscendo a farsi strada fino a Clifford. Facilmente rintracciato per il nome che aveva dato al governatore del carcere, fu condotto lo stesso giorno da Lord Mauleverer; e il suo racconto, per quanto confuso e proveniente da una fonte così sospetta, fece fremere quegli organi digestivi, che in Mauleverer facevano le veci di un cuore, con sentimenti tanto simili al timore e all'orrore quanto il nostro buon pari era capace di provare. Già scosso dalla sua filosofia mondana dell'indifferenza per la morte di Brandon, egli era più suscettibile a un'impressione rimorso e salutare in quel momento di quanto avrebbe potuto esserlo in qualsiasi altro; e non poteva, senza qualche fitta di coscienza, pensare alla rovina che aveva portato sulla madre dell'essere che aveva appena perseguito fino alla morte. Congedò Dummie e, dopo una breve riflessione, ordinò la carrozza e, lasciando i preparativi per il funerale dell'amico alle cure del suo amministratore, partì per Londra, e in particolare per la casa del Segretario del Ministero dell'Interno. Non vorremmo ingiustamente recare torto al nobile penitente; ma azzardiamo il sospetto che non avrebbe preferito una richiesta personale di grazia per il prigioniero a una scritta, se non avesse provato certi spiacevoli scrupoli nel rimanere in una casa di campagna oscurata da cerimonie così funeree come quelle della morte. La lettera di Brandon e la richiesta di Mauleverer ottennero per Clifford una commutazione della pena. Fu condannato alla deportazione perpetua. Una nave stava già per salpare; e Mauleverer, contento di avergli salvato la vita, non era affatto ansioso che la sua partenza dal paese fosse gravata da alcun ritardo superfluo.
Nel frattempo, la prima voce che raggiunse Londra riguardo al destino di Brandon fu che era stato trovato colto da un malore e giaceva pericolosamente malato a casa di Mauleverer; e prima che giungesse il secondo e più fatalmente sicuro rapporto, Lucy aveva colto, dal visibile sgomento di Barlow, che aveva interrogato ansiosamente e che, amando sinceramente il suo padrone, era stato facilmente indotto a parlare, la prima e più lusinghiera notizia. Con segreto diletto di Barlow, ella insistette immediatamente per partire verso il presunto malato; e accompagnata da Barlow e dalla sua cameriera, l'affettuosa ragazza si affrettò verso la casa di Mauleverer la sera dopo il giorno in cui il conte l'aveva lasciata. Lucy non aveva fatto molta strada quando Barlow apprese, dai pettegolezzi della strada, il vero stato delle cose. Infatti, fu alla prima sosta che, con volto mesto, egli si avvicinò alla portiera della carrozza e, annunciando l'inutilità di procedere oltre, pregò Lucy di tornare indietro. Non appena Miss Brandon ebbe superato il primo shock che questa notizia le aveva causato, disse con calma:
"Ebbene, Barlow, se è così, abbiamo ancora un dovere da compiere. Dite ai postiglioni di proseguire!"
"Davvero, signora, non vedo a cosa possa servire tormentarsi così, e lei è così debole. Se vuole lasciarmi andare, mi assicurerò che ogni attenzione sia prestata alle spoglie del mio povero padrone."
"Quando mio padre giacque morto", disse Lucy, con una grave e triste severità nel modo di fare, "colui che ora non c'è più non inviò alcun delegato a compiere gli ultimi doveri di un fratello; né io ne invierò uno per assolvere quelli di una nipote, e dimostrare di aver dimenticato la gratitudine di una figlia. Proseguite!"
Abbiamo detto che c'erano momenti in cui uno spirito veniva infuso in Lucy, non comune a lei in generale; e ora il comando di suo zio sedeva sulla sua fronte. I cavalli galopparono e per diversi minuti Lucy rimase in silenzio. La sua cameriera non osava parlare. Alla fine Miss Brandon si voltò e, coprendosi il volto con le mani, scoppiò in lacrime così violente da allarmare la sua accompagnatrice ancora più della sua precedente immobilità. "Il mio povero, povero zio!" singhiozzò; e quelle furono tutte le sue parole.
Dobbiamo sorvolare sull'arrivo di Lucy alla casa di Lord Mauleverer; dobbiamo sorvolare sui giorni stancanti che trascorsero finché quel corpo privo di sensi non fu consegnato alla polvere con la quale, se avesse potuto conservare ancora una scintilla del suo spirito altero, si sarebbe rifiutato di mescolare i suoi atomi. Ella aveva amato il defunto incomparabilmente oltre i suoi meriti e, resistendo a ogni rimostranza contraria e a tutte le forme della consuetudine ordinaria, assistette personalmente alla tetra cerimonia che affidava le spoglie umane di William Brandon al riposo e al verme. In quello stesso giorno Clifford ricevette la commutazione della sua pena, e in quel giorno un'altra prova attendeva Lucy. Pensiamo di comunicare brevemente al lettore quale fosse quella scena; dobbiamo solo osservare che Dummie Dunnaker, attirato dal suo grande amore per il piccolo Paul, che deliziato diceva di aver trovato non per nulla "montato per la sua grande fama e elevazione", indugiava ancora in città, ed era non solo consapevole della parentela tra i cugini, ma aveva carpito da Long Ned, mentre viaggiavano verso ------, l'affetto nutrito da Clifford per Lucy. Del modo in cui la notizia raggiunse Lucy, non abbiamo bisogno di parlare; basti dire che, nel giorno in cui aveva compiuto l'ultimo dovere verso lo zio, apprese per la prima volta la situazione del suo amato.
Quella sera, nella cella del condannato, i cugini si incontrarono.
Il loro colloquio fu sommesso, poiché il carceriere si trovava a portata di udito; e fu interrotto dai singhiozzi convulsi di Lucy. Ma la voce di colui i cui nervi d'acciaio non erano indegni della prole di William Brandon, era chiara e udibile al suo orecchio, anche se pronunciata in un sussurro che a stento muoveva le sue labbra. Sembrava che Lucy, colpita nel cuore più profondo dalla generosità con cui il suo amante si era strappato da lei nel momento in cui la sua ricchezza avrebbe potuto elevarlo, in qualsiasi altro paese, ben al di sopra dei pericoli e dei crimini della sua carriera in questo; percependo ora, per la prima volta e in tutta la loro forza, le cause della sua condotta misteriosa; sciolta dalla loro parentela e dimenticando se stessa del tutto nella desolazione e nella cupa situazione in cui vedeva colui che, quali che fossero i suoi crimini, non era stato criminale verso di lei; sembrava che, trascinata da queste emozioni, si fosse arresa completamente alla tenerezza e alla devozione della sua natura, che avesse desiderato lasciare casa, amici e fortuna, e condividere con lui la sua punizione e la sua vergogna.
"Perché", balbettò, "perché... perché no? Siamo tutto ciò che resta l'uno all'altra al mondo! Tuo padre e il mio erano fratelli; lascia che io sia per te come una sorella. Cosa mi resta qui? Non un solo essere che io ami, o che si curi di me... non uno!"
Fu allora che Clifford riunì tutto il suo coraggio, mentre rispondeva. Forse, ora che sentiva (sebbene qui la sua conoscenza fosse necessariamente confusa e imperfetta) che la sua nascita non era inferiore alla sua; ora che leggeva, o credeva di leggere, nella sua guancia pallida e nel corpo esile che la diserzione per lei era la morte, e che la generosità e il sacrificio di sé erano giunti troppo tardi... forse questi pensieri, unendosi a un amore in lui indicibile, e a un amore in lei a cui era sovrumano resistere, lo conquistarono e lo soggiogarono del tutto. Eppure, come abbiamo detto, la sua voce spirava calma al suo orecchio; e solo il suo occhio, che si illuminava di una speranza ferma e risoluta, tradiva la sua mente. "Vivi, dunque!" disse, concludendo. "Mia sorella, la mia amante, la mia sposa, vivi! Tra un anno da questo giorno... lo ripeto... te lo prometto!"
Il colloquio terminò e Lucy tornò a casa a passo fermo. Era a piedi. La pioggia cadeva a dirotto, eppure, nel suo stato precario, la sua salute non ne risentì; e quando, entro una settimana da quel momento, lesse che Clifford era partito verso il luogo della sua punizione, lesse la notizia con occhio fermo e labbra che, se si fecero più pallide, non tremarono.
Poco tempo dopo, Miss Brandon partì per una città oscura sul mare; e lì, rifiutando ogni compagnia, continuò a risiedere. Poiché la nascita di Clifford era nota solo a pochi, e la sua legittimità non era sospettata da alcuno eccetto, forse, da Mauleverer, Lucy succedette alla grande ricchezza di suo zio; e questa circostanza la rese più che mai un oggetto di attrazione agli occhi del suo nobile adoratore. Trovandosi nell'impossibilità di vederla, le scrisse più di una commovente epistola; ma poiché Lucy continuava a essere inflessibile, alla fine, disgustato dalla sua mancanza di gusto, cessò il suo inseguimento e si rassegnò alla continua sterilità della vita non sposata. Con il passare dei mesi, Miss Brandon sembrò stancarsi del suo ritiro; e immediatamente al raggiungimento della maggiore età, cosa che avvenne circa otto mesi dopo la morte di Brandon, trasferì il grosso della sua ricchezza in Francia, dove si intendeva (poiché era impossibile che la voce pubblica dormisse su un'ereditiera e una bellezza) che intendesse risiedere in futuro. Persino Warlock (quell'incantesimo per il cuore orgoglioso di suo zio) cessò di conservare. Fu offerto al parente più prossimo della famiglia a una somma che egli non esitò ad accettare; e per le comuni vicissitudini della Fortuna, la tenuta degli antichi Brandon è ora, percepiamo da un giornale settimanale, appena passata nelle mani di un ricco assessore.
Era passato quasi un anno dalla morte di Brandon quando una lettera recante un timbro postale straniero giunse a Lucy. Da quel momento il suo spirito – che prima, sebbene soggetto a momenti di astrazione, era stato uniforme e sommesso, non triste – si sollevò in tutta l'allegria e la vivacità della sua prima giovinezza. Si occupò attivamente dei preparativi per la sua partenza dal paese; e alla fine il giorno fu fissato e la nave ingaggiata. Ogni giorno fino a quello, Lucy camminava verso il mare e, salendo sulla scogliera più alta, passava ore, finché la sera non calava, a osservare, con sguardo apparentemente ozioso, le navi che punteggiavano il mare; e con ogni giorno la sua salute sembrava rafforzarsi, e il colore tenue e lucido che un tempo aveva indossato, rifiorire sulla sua guancia.
Prima della sua partenza, Miss Brandon congedò i suoi servi e ne ingaggiò solo una, una straniera, per accompagnarla. Un certo tono di quieto comando, precedentemente a lei sconosciuto, caratterizzava queste misure, così audacemente indipendenti per una persona del suo sesso ed età. Il giorno arrivò... era l'anniversario del suo ultimo incontro con Clifford. Entrando nella nave si notò che tremava violentemente e che il suo volto era pallido come la morte. Uno sconosciuto, che era rimasto in disparte avvolto nel suo mantello, si slanciò in avanti per aiutarla; quello fu l'ultimo che i suoi servitori licenziati e piangenti videro di lei dal molo dove stavano a guardare.
Null'altro in questo paese fu mai conosciuto del destino di Lucy Brandon; e poiché la sua cerchia di conoscenti era ristretta e l'interesse per il suo destino non esisteva vivacemente in nessuno se non in pochi cuori umili, la congettura non fu mai intensamente risvegliata e presto si raffreddò nell'oblio. Se favorì, dopo il trascorrere degli anni, un'idea più di un'altra, fu che ella fosse perita tra le vittime della Rivoluzione Francese.
Nel frattempo diamo un'occhiata ai destini dei nostri conoscenti più subordinati.
Augustus Tomlinson, lasciando Long Ned, era riuscito a raggiungere Calais; e dopo un rapido tour attraverso il Continente, si dedicò infine a una certa città letteraria in Germania, dove divenne distinto per il suo acume metafisico e aprì una scuola di morale sul modello greco, insegnata in lingua francese. Riuscì, grazie al patrocinio che ricevette e agli allievi che illuminò, a ottenere un reddito molto decente; e poiché scrisse un tomo contro Locke, provò che gli uomini hanno sentimenti innati e affermò che dovremmo riferire ogni cosa non alla ragione, ma ai sentimenti dell'anima, divenne molto rispettato per la sua straordinaria virtù. Alcune piccole scoperte furono fatte dopo la sua morte, che forse avrebbero un po' diminuito l'odore generale della sua santità, se gli ammiratori della sua scuola non avessero accuratamente messo a tacere la faccenda, probabilmente per rispetto ai "sentimenti dell'anima!"
Pepper, che la polizia non desiderava distruggere così ansiosamente come i suoi due compagni, avrebbe potuto riuscire, forse molti anni ancora, a pascolare sui terreni comuni pubblici, se una lettera, scritta in modo un po' imprudente, non fosse caduta in mani sbagliate. Questa, sebbene dopo aver creato un certo scalpore sembrò svanire, visse nella memoria della polizia e infine cospirò, con vari peccatucci, a produrre la sua caduta. Fu arrestato, processato e condannato a sette anni di deportazione. Impiegò così vantaggiosamente il suo tempo a Botany Bay e organizzò le cose lì così comodamente per se stesso, che allo scadere della sua condanna si rifiutò di tornare a casa. Fece un ottimo matrimonio, si costruì una casa eccellente e rimase nella "terra dei beati" fino alla fine dei suoi giorni, noto fino all'ultimo per la sovrabbondanza dei suoi capelli e un certo feroce vanitoso aspetto.
Per quanto riguarda Fighting Attie e Gentleman George, per Scarlet Jem e per Old Bags, confessiamo di essere privi di qualsiasi informazione certa sulle loro fini. Possiamo solo aggiungere, riguardo a Fighting Attie: "Buona fortuna con lui ovunque vada!", e per il padrone di casa del Jolly Angler, che, sebbene non abbiamo la costituzione fisica per trangugiare "un bicchiere di gin", saremo molto felici, davanti a qualsiasi vino tollerabile e in compagnia di qualsiasi conviviale gradevole, di fare la nostra parte nel colto coro di:
"Alla salute di Gentleman George, Dio lo benedica!"
La signora Lobkins partì da questa vita come un agnello; e Dummie Dunnaker ottenne la licenza per gestire l'attività a Thames Court. Si vantò, fino all'ultimo, della sua conoscenza con il grande Capitano Lovett e dell'affabilità con cui quel distinto personaggio lo trattava. Aveva storie, anche, sul giudice Brandon, ma nessuno ne credeva una sillaba; e Dummie, indignato per l'incredulità, accrebbe, per veemenza, la meraviglia delle storie, così che, alla fine, ciò che veniva aggiunto quasi inghiottiva ciò che era originale, e Dummie stesso avrebbe potuto essere confuso nel soddisfare la propria coscienza su ciò che era falso e ciò che era vero.
L'erudito Peter MacGrawler, tornando in Scozia, scomparve lungo la strada. Una persona singolarmente somigliante al saggio fu in seguito vista a Carlisle, dove assolveva agli utili e lodevoli doveri di boia. Ma se questo rispettabile funzionario fosse o meno il nostro autentico Simon Pure, il nostro ex-editore dell' "Asinaeum", non ci assumeremo l'onere di affermarlo.
Lord Mauleverer, risolvendosi infine a una vita da celibe, trascorse il resto dei suoi anni in indolente tranquillità. Quando morì, i giornali asserirono che Sua Maestà era profondamente colpita dalla perdita di un amico così vecchio e stimato. I suoi mobili e vini furono venduti a prezzi straordinariamente alti; e un Grande Uomo, suo intimo particolare, che acquistò i suoi libri, sorpreso di trovare, da segni a matita, che il nobile defunto ne aveva letti alcuni, esclamò, non del tutto senza verità:
"Ah! Mauleverer avrebbe potuto essere un tipo dannatamente intelligente... se gli fosse piaciuto!"
Il conte era solito mostrare come curiosità un anello di grande valore, che aveva ricevuto in modo piuttosto singolare. Una mattina gli fu recapitato un pacchetto che trovò contenere una somma di denaro, l'anello menzionato e una lettera del famigerato Lovett, nella quale quella persona, nel supplicare di restituire a sua signoria le somme di cui aveva contribuito due volte a derubarlo, lo ringraziava, con premuroso calore, per la considerazione testimoniata verso di lui nel non rivelare la sua identità con il Capitano Clifford; e si avventurava, come una lieve testimonianza di rispetto, ad accludere il suddetto anello con la somma restituita.
Circa nel periodo in cui Mauleverer ricevette questo curioso pacchetto, diversi aneddoti di natura simile apparvero nei giornali pubblici; e sembrò che Lovett avesse agito secondo un principio generale di restituzione... non sempre, bisogna ammettere, frutto del pentimento di un rapinatore. Mentre gli oziosi si meravigliavano di questi aneddoti, giunse la tardiva notizia che Lovett, dopo un solo mese di soggiorno nel suo luogo di condanna, aveva, nel modo più audace e singolare, effettuato la sua fuga. Se, nel suo procedere verso l'entroterra, fosse morto di fame o ucciso dai nativi, o se, più fortunato, avesse infine trovato i mezzi per attraversare i mari, era ancora ignoto. Lì terminarono le avventure del galante rapinatore; e così, per una strana coincidenza, lo stesso mistero che avvolgeva il destino di Lucy coinvolgeva anche quello del suo amante. E qui, gentile lettore, potremmo far calare il sipario sulla nostra scena conclusiva, se non pensassimo che potrebbe farti piacere tenerlo sollevato ancora un momento, e darti un'altra visione del mondo che vi sta dietro.
In una certa città di quel Grande Paese dove le scarpe sono lucidate in modo imperfetto--[Vedi la recente opera del Capitano Hall sull'America]--e le opinioni non sono perseguite, risiedeva, vent'anni dopo la data della partenza di Lucy Brandon dall'Inghilterra, un uomo tenuto in alta e universale considerazione, non solo per la rettitudine della sua condotta, ma per le energie della sua mente e gli scopi ai quali esse erano rivolte. Se chiedevi chi avesse coltivato quel terreno incolto, la risposta era: "Clifford!"; chi avesse procurato l'istituzione di quell'ospedale: "Clifford!"; chi avesse ottenuto la riparazione di un tale pubblico torto: "Clifford!"; chi avesse lottato per e ottenuto un tale beneficio popolare: "Clifford!". Nella parte più gentile dei suoi progetti e delle sue imprese--in quella parte, soprattutto, che riguardava i malati o i bisognosi--questo utile cittadino era coadiuvato, o meglio superato, da un essere sulla cui straordinaria bellezza il Tempo sembrava essere volato con un'ala gentile e incantevole. Vi era qualcosa di notevole e toccante nell'amore che questa coppia (poiché la donna a cui ci riferiamo era la moglie di Clifford) nutriva l'uno per l'altra; come la pianta nelle pianure di Hebron, il tempo che portava a quell'amore una forza aggiuntiva vi portava anche una verzura più morbida e più fresca. Sebbene i loro attuali vicini fossero ignari degli eventi della loro vita precedente al loro insediamento a ----------, si sapeva che erano stati ricchi nel momento in cui erano arrivati per la prima volta a risiedervi, e che, per una serie di fatalità, avevano perduto tutto. Ma Clifford aveva resistito virilmente alla fortuna; e in un nuovo paese, dove gli uomini che preferiscono il lavoro alla dipendenza non possono facilmente morire di fame, era stato in grado di faticare risalendo attraverso le severe fasi della povertà e delle privazioni con un'onestà e un vigore di carattere che gli valsero, forse, una stima più sentita per ogni sforzo successivo di quanto l'ostentazione delle sue ricchezze perdute avrebbe mai potuto procurargli. Le sue fatiche e le sue abilità ottennero un successo graduale ma sicuro; e ora godeva delle benedizioni di una competenza guadagnata con la più scrupolosa integrità e spesa con la più gentile benevolenza. Una traccia delle prove che avevano attraversato era discernibile in ciascuno; quelle prove avevano rubato la rosa dalle guance della moglie, e avevano seminato rughe premature sull'ampia fronte di Clifford. Vi erano momenti, anche, ma erano solo momenti, in cui quest'ultimo sprofondava dalla sua consueta elastica e sana allegria di spirito in una cupa e astratta fantasticheria; ma questi momenti la moglie li sorvegliava con una gelosa e affettuosa ansia, e un solo suono della sua dolce voce aveva il potere di dissiparne l'influenza; e quando Clifford alzava gli occhi, e gettava uno sguardo dal suo tenero sorriso attorno alla sua casa felice e ai suoi figli in crescita, o scorgeva attraverso le finestre stesse della sua stanza i benefici pubblici che aveva creato, qualcosa di orgoglio e letizia brillava sul suo volto, ed egli diceva, sebbene con occhi lucidi e voce sommessa, mentre i suoi sguardi tornavano ancora una volta verso sua moglie: "Devo questi a te!".
Un tratto della mente caratterizzava specialmente Clifford: l'indulgenza verso le colpe degli altri. "Le circostanze creano la colpa", soleva dire; "cerchiamo di correggere le circostanze, prima di inveire contro la colpa!". I suoi figli promettevano di calcare lo stesso sentiero utile e onorevole che lui stesso calcava. Felice era considerata quella famiglia che avesse la speranza di allearsi con la sua.
Tale fu il destino successivo di Clifford e Lucy. Chi ci condannerà per aver preferito la morale di quel destino alla morale che viene estorta dal patibolo e dai pontoni, che crea spauracchi, non fari; terrorizza la nostra debolezza, non scalda la nostra ragione. Chi non ammette che è meglio riparare che perire, meglio, anche, espiare come cittadino che pentirsi come eremita? Oh, John Wilkes, Aldermanno di Londra e Drawcansir della Libertà, la tua vita non è stata di uno iota troppo perfetta, il tuo patriottismo avrebbe potuto essere infinitamente più puro, la tua morale avrebbe ammesso una definizione indefinita di emendamento, non sei un grande favorito nostro o del resto del mondo, ma hai detto una cosa eccellente, per la quale ti guardiamo con benevolenza, anzi, quasi con rispetto. Sappiamo a malapena se sorridere alla sua arguzia o sospirare alla sua saggezza. Segnate questa verità, o voi gentiluomini d'Inghilterra che vorreste fare la legge come i Romani facevano i fasci, un fascio di verghe con una scure nel mezzo, segnatela e ricordatela! Lunga possa essa vivere, alleata con la speranza in noi stessi, ma con gratitudine nei nostri figli, molto tempo dopo che il libro che ora "adorna" e "indica" sia andato al suo polveroso sonno, molto, molto tempo dopo che la mano febbrile che ora la scrive non possa più difenderla o farla rispettare: "IL PEGGIOR USO CHE POTETE FARE DI UN UOMO È IMPICCARLO!".
NOTA.
Nella seconda edizione di questo romanzo erano qui inseriti due "caratteri" di "Fighting Attie" e "Gentleman George", omessi nella successiva edizione pubblicata dal sig. Bentley nei "Standard Novels". Su richiesta di alcuni ammiratori di quei personaggi eminenti, che consideravano gli schizzi biografici in questione imparziali in se stessi, e contribuenti alla completezza del disegno per il quale uomini così illustri erano stati introdotti, essi sono qui mantenuti, sebbene nella forma più onorevole di un avviso separato e supplementare.
FIGHTING ATTIE.
Quando morirà, la strada avrà perso un grande uomo, il cui piede era raramente fuori dalla staffa, e la cui mente lucida guidava una mano audace. Portò il buon senso alla sua perfezione, e rese il sentiero dritto il più sublime. Le sue parole erano poche, le sue azioni erano molte. Era lo spartano dei Tobymen, e il laconismo era la breve anima della sua legislazione professionale!
In qualunque modo lo si guardi, si vedono quelle proprietà della mente che comandano la fortuna; pochi pensieri che non si confondono tra loro, elementi semplici e audaci. Il suo carattere in azione può essere riassunto in due frasi: "un fatto colto e un colpo inferto". Se il suo intelletto fosse stato più lussurioso, la sua risolutezza avrebbe potuto essere meno tenace; e la sua tenacia faceva la sua grandezza. Era uno di quelli che brillano solo nell'azione, camini (per adattare la similitudine di Sir Thomas More) che sembrano inutili finché non accendi il fuoco. Così nei momenti di calma non sognavi la sua utilità, e solo sulla strada rimanevi muto di fronte all'eruzione del suo genio. In qualunque situazione fosse chiamato, trovavi in lui ciò che cercavi invano negli altri; poiché il suo forte senso dava ad Attie ciò che una lunga esperienza dovrebbe, ma spesso non riesce a dare ai suoi possessori. La sua energia trionfava sul senso della circostanza nuova, e rompeva in un momento le ragnatele che intrappolavano nature minori per anni. Il suo occhio vedeva un risultato finale e ignorava il dettaglio. Derubava il suo uomo senza cavilli; e prendeva la sua borsa chiedendola piuttosto che tramando. Se i suoi nemici desiderano sminuire il suo merito, un merito grande, abbagliante e tuttavia solido, possono forse dire che il suo genio lo rendeva più adatto a continuare le imprese che a idearle; e così che, oltre alla fama che può giustamente reclamare, egli spesso monopolizzava interamente quella gloria che avrebbe dovuto essere condivisa da altri: intraprendeva l'impresa dove essa cessava per la fatica, e la portava avanti, dove era premiata con la Gloria. Persino questa accusa prova un nuovo merito di abilità, e non diminuisce il merito meno complicato che gli abbiamo riconosciuto prima. La fama che ha acquisito può eccitare la nostra emulazione; l'invidia che non ha placato può consolarci per l'oscurità.
Una strofa di poesia greca--Così, non troppo vigorosamente, tradotta dal sig. West,--
"Ma avvolta nell'errore è la mente umana, E la beatitudine umana è sempre insicura--Sappiamo quale fortuna rimarrà indietro? Sappiamo quanto durerà il presente?"
GENTLEMAN GEORGE.
Per te, Gentleman George, per te, quale congedo conclusivo rimane? Ahimè! da quando abbiamo iniziato la strana e mimica scena in cui per primo tu fosti introdotto, il truce nemico ha bussato tre volte alle tue porte; e ora, mentre scriviamo--[Nel 1830]--tu sei partito di là, non sei più! Un nuovo signore presiede alla tua poltrona, una nuova voce risuona dalla tua allegra tavola, sei dimenticato! sei già, come queste pagine, un racconto che viene narrato a una memoria che non trattiene! Dove sono i tuoi motti e le tue arguzie; dove le tue maestose vanità e i tuoi regali ornamenti? La tua casa e la tua pagoda, il tuo camino gotico e il tuo cartello cinese, questi chiedono ancora la mano conclusiva. La tua mano è fredda; il loro completamento, e il godimento che il completamento procura, sono per un altro! Tu semini, e il tuo seguace raccoglie; tu costruisci, il tuo successore detiene; tu pianti, e il tuo erede siede sotto l'ombra dei tuoi alberi,--
"Neque harum, quas colis, arborum Te, praeter invisas cupressos, Ulla brevem dominum sequetur!"
["Né alcuno di questi alberi che coltivasti seguirà te, signore di breve vita, eccetto gli odiosi cipressi!"]
In questo momento la tua vita--poiché eri un Grande Uomo per il tuo ordine, e hanno aggiunto la tua biografia a quella di Abershaw e Sheppard--la tua vita è davanti a noi. Che omelia nei suoi eventi! Allegramente ridevi nella tua giovinezza, e correvi attraverso i corsi della tua maturità. L'arguzia sedeva alla tua tavola, e il Genio era il tuo compagno. La Bellezza era la tua ancella; e la Frivolezza giocava attorno a te, un buffone che deridevi, e deridendo godevi! Chi tra noi può guardare indietro alla tua brillante epoca, e non sospirare al pensiero che gli uomini meravigliosi che ti circondavano, e in mezzo ai quali eri un centro e un nucleo, sono per lui solo cose della storia, e fantasmi di una tradizione senza corpo? Quei brillanti banchetti, scintillanti di bellezza, la cui memoria rende un luogo (ancora ereditato da Bachelor Bill) un terreno infestato e fatato; tutti coloro che si riunivano in quel cerchio di Armida--i Grammont e i Beauvillier e i Rochefoucauld d'Inghilterra e della Strada--chi non sente che averli visti, sebbene solo come Gil Blas vide i festeggiamenti dei suoi attori, dalla credenza e dietro la sedia, sarebbe stato un trionfo per i sentimenti più terreni della sua vecchiaia da ricordare? Cosa deve essere stato, allora, averli visti come tu li vedevi, tu, il defunto e il dimenticato!--visti dall'altezza della tua giovinezza e potere e rango (poiché presto fosti gestore di un locale pubblico), e spiriti sconsiderati, e robuste capacità di gioia? Quali piaceri dove il senso prodigava le sue innumerevoli varietà? Quali baldorie dove il vino era l'eccitazione minore?
Lasciamo che la scena cambi. Quanto è emozionante il cambiamento! Trionfo e sfarzo e conquista! Poiché il tuo pubblico era un pubblico di fama; lì venivano i Guerrieri del Ring--gli Eroi della Croce--e tu, il loro protettore, eri elevato sulla loro fama! "Principes pro victoria pugnant, comites pro Principe."--[I capi combattono per la vittoria,--per i capi i soldati]--Quali visioni ci travolgono! Quali glorie hai testimoniato! Su quali conquiste hai presieduto! L'epoca più potente, gli eventi più meravigliosi che il mondo, il tuo mondo, abbia mai conosciuto--di questi non fu davvero, e abbagliantemente, tuo--
"Condividere il trionfo e partecipare alla burrasca"?
Lasciamo che la scena cambi. La maturità è toccata dall'età; ma la Lussuria è "tallonata" dal Lusso, e lo Sfarzo è l'erede del Piacere; gingilli e ornamenti, invece della gloria, ti circondano, ti rallegrano e ti lusingano fino alla fine. Lì sorgono le tue costruzioni; lì giacciono, segreti ma sontuosi, i tabernacoli della tua comodità; e i guadagni dei tuoi amici, e le ricchezze della gente che essi saccheggiano, sono acque per il tuo turbine imperiale. Sei avvolto nell'agiatezza, come un baco da seta; e la profusione scorre dal tuo alto e invisibile asilo come la pioggia si riversa da una nuvola.--Molto hai fatto per abbellire le cime dei camini, molto per adornare i nascondigli dove dimoravi. Il furto con te assumeva una forma sostanziale; e le rapine del pubblico passavano in una metempsicosi di malta, e diventavano osterie. Così lì e allora, costruendo e progettando, hai filato il tuo ultimo filo, finché la Morte non ti è giunta; e quando ci siamo guardati attorno, ecco! tuo fratello era sul tuo focolare. E i tuoi parassiti e i tuoi compagni e i tuoi antichi compari e le tue corpulente amanti, fecero un mormorio, e impacchettarono i loro beni; ma si voltarono prima di partire, e avrebbero adorato tuo fratello come adoravano te, ma lui non volle! E il tuo cartello è già sparito e marcito; e al Jolly Angler è succeduto il Jolly Tar! E la tua immagine sta scomparendo rapidamente dalle stamperie, e il tuo nome dalle bocche degli uomini! E tuo fratello, che nessuno lodava mentre tu vivevi, è su un campanile di panegirico costruito sopra il cimitero che contiene la tua tomba. Oh mutevoli e volatili cuori degli uomini! Chi vorrebbe essere gestore di un locale pubblico? Chi dispensare il vino e i succhi che rallegrano, quando, nel momento in cui il battito della banda cessa, il vino e i succhi sono dimenticati?
Alla Storia--poiché il tuo nome sarà preservato in quel registro che, sia esso il calendario di Newgate o delle nazioni, racconta a noi allo stesso modo come gli uomini soffrono e peccano e periscono--alla Storia lasciamo la somma e il bilancio dei tuoi meriti e delle tue colpe. I peccati che furono tuoi furono quelli dell'uomo per il quale il piacere è tutto: tu eri, dalla radice al ramo, linfa e cuore, ciò che i moralisti chiamano il libertino; da qui il corteggiamento leggero, la rapida diserzione, la fede infranta, la perfidia organizzata, che manifestavano il tuo comportamento verso quelle creature più gentili che ti chiamavano 'Gentleman George'. Mai verso una solitaria donna, fino all'ultima fiamma opaca della tua demenza, ti sei comportato in modo da non dare fondamento a lamentele e non dare voce al torto. Ma chi dirà sii onesto con una, ma ridi della perfidia verso un'altra? Chi confinerà interamente il tradimento a un solo sesso, se per quel sesso egli non ritiene il tradimento alcuna offesa? Così in te, come in tutta la tua tribù, vi era una lassità di principio, un'insincerità di fede, persino verso gli uomini: i tuoi amici, quando l'occasione era adatta, potevi abbandonarli; e i tuoi lussi ti erano più cari della giustizia verso coloro che li fornivano. Gli uomini che amano e vivono per il piacere come te, sono solitamente di buon carattere; poiché la loro devozione al piacere nasce dalla forza della loro costituzione, e la forza della loro costituzione li preserva dalle irritazioni dei nervi più deboli. Così eri di buon carattere e spesso generoso; e spesso con la tua generosità univi una delicatezza che mostrava che avevi un'originale e tenera simpatia per gli uomini. Ma come coloro che perseguono il piacere sono sopra ogni altro impazienti di interruzioni, così verso coloro che interferivano con il tuo scopo principale testimoniavi una rabbia profonda, duratura e vendicativa. Eppure non si giudichino troppo severamente tali vizi di temperamento! Poiché ti furono dati i due tentatori più persuasivi dell'uomo, fisico e morale: Salute e Potere! I tuoi talenti, tali quali erano--ed erano i talenti di un uomo di mondo--ti hanno sviato piuttosto che guidato, poiché hanno dato alla tua mente quella demi-filosofia, quell'indifferenza verso motivi elevati, che si trova generalmente in un astuto libertino. La tua educazione era miserevole; avevi un'infarinatura di Orazio, ma non sapevi scrivere l'inglese, e le tue lettere tradiscono che eri penosamente ignorante di logica. La finezza del tuo gusto è stata esagerata; eri ignaro della nobiltà della semplicità; la tua idea di un insieme era grottesca e sovraccarica, e la tua fantasia nei dettagli era sgargiante e meretricia. Ma avevi la mano costantemente nella borsa pubblica, e avevi piani e consiglieri sempre davanti a te; più di tutto, trovavi le case in quel vicinato in cui costruivi così preternaturalmente orrende che richiedevi ben poca scienza per essere meno spaventoso nelle tue creazioni. Se non hai migliorato il tuo villaggio natio e le tue varie case con un gusto solido, elevato e nobile, hai tuttavia singolarmente migliorato. E la tua posterità, nell'evitare gli errori della tua muratura, sarà grata per gli effetti della tua ambizione. La stessa demi-filosofia che ti influenzava nella vita privata esercitava un potere assai più benigno e felice su di te in pubblico. Non eri oziosamente vessatorio nei consigli parrocchiali, né ordinariamente tirannico nella tua parrocchia; se eri mai arbitrario era solo quando il tuo piacere era ostacolato, o la tua vanità ferita. Altre volte lasciavi che gli eventi seguissero il loro corso legittimo, così che nei tuoi ultimi anni eri giustamente popolare nella tua parrocchia; e nella tomba la tua grande buona fortuna eclisserà le tue poche cattive qualità, e gli uomini diranno di te con un giudizio gentile, non errante: "Nella vita privata non era peggiore dei Rufer che venivano in questo locale; nella vita pubblica era migliore di coloro che tenevano un locale pubblico prima di lui". Ascolta! quegli applausi! qual è il ritornello di quel coro? Oh, grati e mai opportunisti britannici, avete modificato già per un altro la canzone che avete creato così esclusivamente in onore di Gentleman George: e dobbiamo, per non perdere la clientela del pubblico e le cose buone della mescita--dobbiamo ruggire con gole ancora rauche per il nostro fervore per le vecchie parole, la nostra ardore per le nuove--
"Ecco al Marinaio Bill, Dio lo benedica! Dio lo benedica! Dio lo benedica! Ecco al Marinaio Bill, Dio lo benedica!"
TOMLINSONIANA;
O,
GLI SCRITTI POSTUMI
DEL CELEBRE
AUGUSTUS TOMLINSON,
PROFESSORE DI FILOSOFIA MORALE ALL'UNIVERSITÀ DI -------
INDIRIZZATI AI SUOI ALLIEVI,
E COMPRENDENTI
I MASSIME SULL'ARTE POPOLARE DI CREARE, ILLUSTRATE DA DIECI CARATTERI, ESSENDO UN'INTRODUZIONE A QUELLA NOBILE SCIENZA PER LA QUALE OGNI UOMO PUÒ DIVENIRE IL LADRO DI SE STESSO.
II BRACHYLOGIA; O, SAGGI CRITICI, SENTIMENTALI, MORALI E ORIGINALI.
INTRODUZIONE.
Avendo recentemente viaggiato in Germania, ho trascorso del tempo in quell'Università in cui Augustus Tomlinson presiedeva come Professore di Filosofia Morale. Ho scoperto che quel grande uomo morì, dopo una lunga malattia, all'inizio dell'anno 1822, perfettamente rassegnato al suo destino, e conversando, anche sul letto di morte, sui divini misteri della Filosofia Etica. Nonostante i piccoli peccadilli a cui ho alluso nelle ultime pagine di "Paul Clifford", e che i suoi allievi ritennero opportuno nascondere da--
"Il giorno sgargiante, chiacchierone e senza rimorso",
la sua memoria era ancora tenuta in una tenera venerazione. Forse, come nel caso dell'illustre Burns, i difetti di un grande uomo rendono caro il suo genio. Nei suoi ultimi giorni il PROFESSORE era solito indossare una vestaglia di seta verde chiaro, e, poiché era perfettamente calvo, una piccola cuffia di velluto nero; i suoi calzoni erano pepe e sale. Questi fatti interessanti li ho appresi da uno dei suoi allievi. La sua vecchiaia fu consumata in lezioni, in conversazioni e nella composizione dei piccoli morceaux di saggezza che presentiamo al pubblico. In questi saggi e massime, per quanto brevi siano, sembra aver concentrato la saggezza della sua vita industriosa e onorevole. Con grande difficoltà ho ottenuto dai suoi esecutori testamentari i manoscritti che venivano allora preparati per la stampa tedesca. Un considerevole compenso ha indotto quei gentiluomini a diventare filantropici, e a considerare le inestimabili benedizioni che avrebbero conferito a questo paese permettendomi di dare i seguenti saggi alla luce, nel loro abito nativo e inglese, lo stesso giorno in cui appaiono in Germania nelle grazie di un travestimento straniero.
A un'età in cui, mentre l'Ipocrisia procede furtiva, sorride, si insinua, pavoneggia e zoppica attraverso il paese, anche la Verità inizia a osservare il suo avversario in ogni movimento, non posso che pensare che queste lezioni di Augustus Tomlinson siano particolarmente tempestive. Le aggiungo come un'Appendice appropriata a un Romanzo che non può inappropriatamente essere definito un Trattato sulle Frodi Sociali; e se esse contengono al loro interno quella prova di diligente attenzione e quel principio di bene in cui la satira del Vizio è solo il germe della sua individuazione, potrebbero, forse, non passare del tutto inosservate; né essere persino condannate a quella lettura frettolosa in cui l'Indifferenza di oggi è solo il preludio all'Oblio di domani.
SOMMARIO.
MASSIME SULL'ARTE POPOLARE DI TRUFFARE, Illustrate da Dieci Caratteri, essendo un'Introduzione a quella nobile Scienza per la quale ogni Uomo può divenire il Ladro di se stesso
BRACHYLOGIA: Sulla Moralità insegnata dai Ricchi ai Poveri Emulazione Cautela contro gli schernitori del "Ciarlatanismo" Ira popolare per l'imprudenza individuale Dum deflnat Amnis Auto-glorificatori Pensiero sulla Fortuna Arguzia e Verità Auto-teologia Gloriosa Costituzione Risposta al Cant popolare che la Bontà in uno Statista è meglio dell'Abilità Buon senso Amore e scrittori sull'Amore Il Grande Vincolo La Rigenerazione di un Furfante Stile
MASSIME
SULL'
ARTE POPOLARE DI TRUFFARE,
ILLUSTRATE DA DIECI CARATTERI;
ESSENDO UN'INTRODUZIONE A QUELLA NOBILE SCIENZA PER LA QUALE OGNI UOMO PUÒ DIVENIRE IL LADRO DI SE STESSO.
Prendi un ladro per catturare un ladro.---Proverbio.
I.
Ogni volta che state per pronunciare qualcosa di sorprendentemente falso, cominciate sempre con: “È un fatto riconosciuto”, ecc. Sir Robert Filmer era un maestro di questo metodo di scrittura. Dunque, con che faccia solenne quel grand’uomo tentò d'ingannare! “È una verità innegabile che non possa esservi alcuna moltitudine di uomini, sia essa grande o piccola, ecc., ma che in tale moltitudine vi sia un uomo tra loro che per natura ha il diritto di essere Re di tutti gli altri, in quanto prossimo erede di Adamo!”
II.
Quando volete qualcosa dal pubblico, addossate la colpa della richiesta al principio più sacro che riusciate a trovare. Un comune mendicante può darvi lezioni squisite su questa, la più importante massima nell’arte dell’inganno popolare. “Per l’amor di Dio, signore, un soldo!”
III.
Ogni volta che su una qualsiasi materia, morale, sentimentale o politica, vi troviate totalmente ignoranti, parlate immediatamente delle “Leggi di Natura”. Poiché tali leggi non sono scritte da nessuna parte,--[Locke]--non sono conosciute da nessuno. Se qualcuno dovesse chiedervi come vi capiti di conoscere tale o talaltra dottrina come dettame della Natura, portatevi la mano al cuore e dite: “Qui!”
IV.
Cedete ai gusti di un uomo, ed egli cederà al vostro interesse.
V.
Quando parlate ai semi-saggi, farneticate; quando parlate agli ignoranti, vantatevi; quando parlate ai sagaci, mostratevi molto umili e chiedete la loro opinione.
VI.
Tenete sempre a mente, miei diletti allievi, che i mezzi di sostentamento non dipendono dalle virtù, ma dai vizi degli altri. L'avvocato, lo statista, il boia, il medico, sono pagati dai nostri peccati; anzi, persino le professioni comuni--il sarto, il carraio, il tappezziere, il mercante di vini--traggono le loro fortune, se non la loro esistenza, da quei vizi minori che sono le nostre debolezze. La vanità è la cifra che precede gli zeri della Necessità. Perciò, oh miei diletti allievi! non badate a quali siano le virtù di un uomo; non sprecate tempo ad apprenderle. Aggrappatevi subito alle sue infermità. Fate all’Uno ciò che, se foste un uomo onesto, fareste ai Molti. Questo è il modo di essere un furfante individualmente, come un avvocato è un furfante professionalmente. I bricconi sono come i critici,--[Nullum simile est quod idem.--EDITORE.]--“mosche che si nutrono della parte piagata, e non avrebbero di che vivere se il corpo fosse in salute.”--[Tatler].
VII.
Ogni uomo trova desiderabile avere lacrime agli occhi a volte,--si ha una certa simpatia per le palpebre umide. La Provvidenza ha provveduto beneficamente a questo bisogno, e ha dato a ogni uomo, nel suo divino preveggente disegno, sventure dolorose da ricordare. Di qui, probabilmente, quelle calamità umane contro le quali l'ateo si scaglia! Perciò, quando state pronunciando qualche sentimento toccante al vostro previsto ingenuo, pensate alla più grande sventura che abbiate mai avuto nella vostra vita; l'abitudine renderà presto l'associazione tra le lacrime e quel ricordo malinconico costantemente felice. Conoscevo, miei cari allievi, un intelligentissimo francese, che ottenne un lascito incantevole da un vecchio poeta ripetendo i versi del bardo con gli occhi colmi di pianto. “Come riuscivate a piangere a comando?” chiesi io (ero giovane allora, miei allievi). “Je pensois,” rispose egli, “a mon pauvre pere, qui est mort.” L'unione del sentimento con l'abilità di truffare fece di quel francese una creatura affascinantissima!
VIII.
Non commettete mai l'errore degli eccessivamente scaltri, e non giudicate la natura umana peggiore di quanto sia. La natura umana è così dannatamente buona che, se non fosse per l'arte umana, noi bricconi non potremmo vivere. Gli elementi primari della mente di un uomo non ci sostengono; è ciò che egli deve alle “cure prodigate per la sua educazione” e alle “benedizioni della società civile!”
IX.
Ogni volta che dubitate, miei allievi, se il vostro uomo sia un ciarlatano o meno, decidete la questione vedendo se il vostro uomo sia un assertore positivo. Nulla indica l'impostura come la confidenza. Volney dice bene, “che il più celebre dei ciarlatani--[Maometto]--e il più audace dei tiranni inizia il suo straordinario tessuto di menzogne con queste parole: 'Non vi è alcun dubbio in questo libro!'”
X.
C'è un modo di ingannare la gente peculiare delle Isole Britanniche, e che, miei allievi, vi raccomando caldamente di importare qui,--ingannare tramite sottoscrizione. Alla gente piace essere derubata in compagnia; l'ingenuità si trasforma allora in spirito di parte. Così un ciarlatano chiese molto seriamente ad alcune persone di armare una nave per lui e di mandarlo in giro per il mondo come suo capitano per fare scoperte; e un altro suggerì patriotticamente che si dovessero sottoscrivere 10.000 sterline--per cosa?--per metterlo in parlamento! Nessuno di questi individui avrebbe potuto estorcere a un singolo uomo uno scellino se glielo avesse chiesto in un angolo; ma una lista stampata, con “Sua Altezza Reale” in cima, fa il diavolo con le ghinee inglesi. Una sottoscrizione per individui può essere considerata una società per l'ostentato incoraggiamento dell'ozio, dell'impudenza, dell'accattonaggio, dell'impostura e di altre virtù pubbliche!
XI.
Ogni volta che leggete la vita di un grand’uomo, intendo un uomo eminentemente di successo, noterete che tutte le qualità a lui attribuite sono le qualità necessarie persino a un furfante mediocre. “Egli possedeva,” dice il biografo, “la massima abilità [ovvero, la facoltà di raggirare]; il più ammirevole coraggio [ovvero, la facoltà di intimidire]; la più nobile fortezza [ovvero, la facoltà di sopportare di essere intimiditi]; la più singolare versatilità [ovvero, la facoltà di dire una cosa a un uomo, e il suo contrario a un altro]; e il più meraviglioso dominio sulla mente dei suoi contemporanei [ovvero, la facoltà di vittimizzarne le borse o sedurne le azioni].” Perciò, se la fortuna vi pone in una vita umile, studiate assiduamente le biografie dei grandi, al fine di perfezionarvi come furfanti; se in una cerchia sociale più elevata, siate profondamente versati nelle vite dei furfanti: così vi renderete idonei a essere eminenti!
XII.
L'ipocrisia della virtù, miei diletti allievi, è un po' fuori moda oggigiorno; è talvolta meglio fingere l'ipocrisia del vizio. Apparite generosamente dissoluti, e giurate con faccia schietta che non pretendete di essere migliori della generalità dei vostri vicini. La sincerità non è meno una copertura della menzogna; un pastrano di friso vi avvolge bene quanto un mantello spagnolo.
XIII.
Quando state per eseguire un qualche grande piano, e per frodare un certo numero di persone, fate sì che i primi uno o due del numero assegnato siano i tipi più intelligenti e scaltri che riusciate a trovare. Avrete allora un riferimento che basterà da solo a ingannare il resto del mondo. “Quel signor Lynx è soddisfatto,” basterà ampiamente a convincere il signor Mole dell'onestà delle vostre intenzioni! E gli uomini scaltri non sono i più difficili da raggirare; essi confidano nella propria forza: gli eroi invulnerabili sono necessariamente i più coraggiosi. Parlate loro in modo affaristico, e rimandate subito il vostro progetto al loro avvocato. Il mio amico John Shamberry era un modello in questo grande colpo d'arte. Truffò dodici persone per la somma di alcune migliaia, senza altro disturbo di quello che gli costò inizialmente truffare--chi pensate?--il Segretario della Società per la Soppressione delle Truffe!
XIV.
Dividete le vostre arti in due classi,--quelle che vi costano poca fatica, quelle che ne costano molta. Le prime,--l'adulazione, l'attenzione, rispondere alle lettere col ritorno della posta, attraversare una strada per compiacere l'uomo che intendete rovinare; tutte queste non dovete mai trascurarle. L'uomo più insignificante merita di essere conquistato con un piccolo costo. E inoltre, mentre servite voi stessi, ottenete anche la reputazione di cortesia, diligenza e buon carattere. Ma le arti che vi costano molta fatica--una lunga subordinazione a un individuo irascibile; scimmiottare la parvenza di una virtù, di una qualità o di un ramo del sapere che non possedete, di fronte a una persona difficile da accecare,--tutte queste non iniziatele mai se non per fini grandi, degni non solo della perdita di tempo, ma del rischio di essere scoperti. Grandi pene per piccoli guadagni è la massima dell'avaro. Il furfante dovrebbe avere più grandeur d'ame!--[Grandezza d'animo].
XV.
Perdonate sempre.
XVI.
Se un uomo vi deve una somma di denaro--per quanto allievi miei, potreste una volta nella vita essere così sciocchi da prestare--e trovate difficile riaverla indietro, fate appello, non alla sua giustizia, ma alla sua carità. Le componenti della giustizia lusingano pochi uomini! Chi ama sottomettersi a un disagio perché dovrebbe farlo,--senza lode, senza nemmeno auto-compiacimento? Ma la carità, miei cari amici, solletica deliziosamente l'ostentazione umana. La carità implica superiorità; e il sentimento di superiorità è gratissimo alla natura sociale. Da qui la comunanza della carità, in proporzione alle altre virtù, in tutto il mondo; e da qui noterete specialmente che, in proporzione a quanto le persone sono altezzose e arroganti, esse loderanno l'elemosina e incoraggeranno le istituzioni caritatevoli.
XVII.
I vostri furfanti gentiluomini non osservano abbastanza la scaltrezza di quelli volgari. Il mendicante vero trae vantaggio da ogni piaga; ma il truffatore morale è imperdonabilmente ottuso riguardo alla felicità di un'infermità fisica. Per ottenere un favore, non trascurate alcun metodo che possa attirare compassione. Conoscevo un degno curato che ottenne due benefici ecclesiastici grazie alla felicità di una tosse tisiaca, e un fratello minore che visse per dieci anni a spese della sua famiglia in virtù di un lento consumo.
XVIII.
Quando volete entrare in possesso di una piccola somma, ricordate che la piccola somma va messa in giustapposizione con una grande. Non mi esprimo chiaramente--prendete un esempio. A Londra ci sono truffatori che pubblicizzano 70.000 sterline da anticipare al quattro per cento; si tratta solo con i presidi. Il gentiluomo che desidera tale somma su ipoteca va a vedere l'inserzionista; l'inserzionista dice che deve correre a vedere la proprietà su cui il denaro deve essere anticipato; il suo viaggio e le spese gli costeranno una mera inezia,--diciamo, venti ghinee. Lasciatelo parlare con sicurezza; lasciate che il gentiluomo desideri molto il denaro all'interesse dichiarato, e tre contro uno il nostro truffatore ottiene le venti ghinee,--una somma così misera in confronto a 70.000 sterline, sebbene una somma così seria se la faccenda avesse riguardato pochi spiccioli!
XIX.
Lord Coke ha detto: “Tracciare un errore fino alla sua sorgente significa confutarlo.” Ora, miei giovani allievi, do per scontato che siate interessati alla conservazione dell'errore; non desiderate, dunque, che venga tracciato fino alla sua sorgente. Ogni volta, quindi, che vedete un tipo scaltro che lo rintraccia, avete due modi per sistemare la faccenda. Potete dire, con un sorriso: “Via, ora, signore, divenite speculativo,--ammiro la vostra ingegnosità;” oppure assumere un’aria grave, arrossire e dire: “Immagino, signore, che non vi sia garanzia per questa asserzione nella più sacra di tutte le autorità!” Il Diavolo può citare le Scritture, sapete; ed è anche un Diavolo molto assennato!
XX.
Rochefoucauld ha detto: “L'odio per i favoriti non è altro che l'amore per il favore.” L'idea è un po' ristretta; l'odio che nutriamo verso qualsiasi uomo è solo il risultato del nostro amore per qualche bene che immaginiamo egli possieda, o che, essendo in nostro possesso, immaginiamo egli abbia attaccato. Così l'invidia, la specie più comune di odio, nasce dal nostro valore per la gloria, o l'argenteria, o la contentezza che vediamo; e la vendetta nasce dal nostro riguardo per la nostra fama che è stata ferita, o i nostri acri molestati, o i nostri diritti invasi. Ma il più rumoroso di tutti gli odi è l'odio per i ricchi, derivante dall'amore per le ricchezze. Osservate bene il povero diavolo che si scaglia sempre contro le carrozze a quattro cavalli! Segnatelo come uomo da corrompere!
XXI.
Miei diletti allievi, pochi hanno ancora studiato a sufficienza l'arte per cui la pratica degli scherzi diventa subordinata alla scienza dei truffatori. Il cuore di un inferiore è sempre affascinato da una facezia. Gli uomini lo sanno nella furfanteria delle elezioni. Sappiatelo ora, miei allievi, nella furfanteria della vita! Quando date a quel calzolaio una pacca così affettuosa sulla spalla, è colpa vostra se non date contemporaneamente una pacca al vostro scopo dentro di lui. Notate come Shakespeare (che studiate giorno e notte,--nessun uomo ha spiegato meglio i misteri della furfanteria!) faccia sì che il suo più grande e compiuto malvagio, Riccardo III, si rivolga ai suoi buoni amici, gli assassini, con un panegirico faceto su quella durezza di cuore su cui, senza dubbio, quei poveracci più si piccavano,--
“I vostri occhi lasciano cadere macine, dove gli occhi degli sciocchi lasciano cadere lacrime-- Mi piacete, ragazzi!”
Non riuscite a immaginare il ghigno saputo con cui i cani ricevettero questo complimento, e il piccolo pugno furtivo nello stomaco con cui Riccardo lasciò cadere quelle parole amorevoli: “Mi piacete, ragazzi!”
XXII.
Come la buonaggine è la caratteristica dell'ingenuo, così il buonumore dovrebbe essere quella del briccone; i due si incastrano l'uno nell'altro come giunture. Fortunatamente, la buonaggine è un Narciso, e s'innamora della propria somiglianza. E il buonumore sta alla buonaggine come la Florimel di neve stava alla Florimel di carne,--un'esatta somiglianza fatta dei materiali più freddi.
XXIII.
ESSENDO L'ELOGIO DELLA FURFANTERIA.
Un briccone è un filosofo, sebbene un filosofo non sia necessariamente un briccone. Che ha a che fare un briccone con le passioni? Ogni desiderio irregolare egli deve sopprimere; ogni debolezza egli deve estirpare; tutta la sua vita è spesa nell'acquisizione di conoscenza: perché cos'è la conoscenza?--la scoperta degli errori umani! Egli è l'unico uomo sempre coerente eppure sempre indagatore; egli conosce un solo fine, eppure esplora ogni mezzo; il pericolo, la cattiva reputazione, tutto ciò che terrorizza gli altri uomini, non lo scoraggia; egli sfida tutto, ma è salvato da tutto: perché sostengo che un briccone cessa di essere il briccone--egli è passato a essere lo sciocco--nel momento in cui gli accade una disgrazia. Egli professa l'arte di ingannare; ma l'arte di ingannare è ingannare senza pericolo. Egli è teres et rotundus; i colpi volano via dalla lubrificazione della sua levigatezza, e dai mutamenti della sua formazione circolare. Chi è insensibile alla gloria della sua professione, chi è aperto solo al profitto, non è un mio discepolo. Sostengo della furfanteria, come Platone ha detto della virtù, “Potesse essa essere vista incarnata, genererebbe un'adorazione personale!” Nessuno, tranne coloro che sono ispirati da un generoso entusiasmo, trarrà beneficio dalle massime di cui sopra, né (e qui vi avverto solennemente dal terreno sacro, finché la vostra testa non sia scoperta, e i vostri piedi non siano nudi nel timore della venerazione) entrerà con profitto nelle seguenti descrizioni di carattere,--quel Tempio dei Dieci Statuti, in cui ho conservato e consacrato le reliquie più preziose dei miei pensieri viaggiati e della mia esperienza raccolta.
DIECI CARATTERI.
I.
L'uomo mite, irresoluto, bonario e indolente. Queste qualità sono accompagnate da buoni sentimenti, ma da nessun principio. La mancanza di fermezza dimostra anche la mancanza di un sistema di pensiero particolare o profondamente radicato. Un uomo che studia un singolo e prediletto soggetto di meditazione finisce per sposare l'una o l'altra delle opinioni su cui riflette. Un uomo universalmente irresoluto ha generalmente condotto una vita disultoria, e non ha mai prestato attenzione a lungo a una sola cosa. Questo è un uomo facilissimo da truffare, miei diletti amici; lo truffate persino a occhi aperti. L'indolenza gli è più cara di ogni cosa; e se lo prendete da solo e gli ponete una domanda a bruciapelo, egli non può rispondere, No.
II.
L'uomo timido, sospettoso, egoista e freddo. Generalmente un carattere di questa descrizione è un eccellente uomo d'affari, e sembrerebbe a prima vista confondere il più ingegnoso truffatore. Ma avete una speranza,--l'ho raramente trovata ingannevole,--quest'uomo è solitamente ostentato. Una persona fredda, timorosa, eppure mondana, ha sempre un occhio sugli altri; nota l'effetto che certe cose producono su di loro; è ansioso di apprendere le loro opinioni, per non trasgredire; gli piace sapere cosa il mondo dice di lui; anzi, la sua timidezza lo rende ansioso di riporre il suo egoismo sulla loro buona reputazione. Da qui egli diviene ostentato, ama quell'effetto che è favorevolmente discusso, e quella mostra che vince considerazione. Colpitelo su questo punto, miei allievi!
III.
Il carattere malinconico, ritirato, sensibile, intellettuale. Un ottimo soggetto questo per le vostre furfanterie, miei giovani amici, sebbene richieda grande discernimento e delicatezza. Questo carattere possiede una considerevole porzione di morbosa sospettosità e irritazione,--da queste dovete guardarvi; allo stesso tempo il suo tratto predominante è una vanità potente ma non riconosciuta. È generalmente una buona opinione di sé, e un sentimento di non essere apprezzato dagli altri, che rendono un uomo riservato; egli si ritiene inadatto al mondo a causa della delicatezza del suo temperamento, e della mancanza di una corrispondente insensibilità in coloro che vede! Questa è la vostra maniglia su cui lavorare. Egli è particolarmente lusingato, inoltre, sul piano della devozione e dell'affetto; egli esige troppo in amore, come dal mondo. È un Lara, le cui femmine devono essere Medore; e persino i suoi amici maschi dovrebbero essere estremamente simili a Kaled! Pover'uomo! vedete quanto facilmente può essere raggirato. Nota.--Tra le persone di questo carattere si trovano solitamente quelle stranezze, umori e peculiarità che sono ciascuna una maniglia. Nessun uomo vive fuori dal mondo impunemente per la solidità del proprio carattere. Ogni nuovo sbocco per l'umore è un nuovo ingresso per il cuore.
IV.
L'uomo audace, generoso, franco e affettuoso,--solitamente una persona di salute robusta. La sua costituzione lo mantiene di spirito, e il suo spirito in coraggio e in benevolenza. Egli ovviamente non è un carattere duro, miei bravi giovani amici, da ingannare per voi; perché gli manca il sospetto, e tutte le sue buone qualità vi mettono a disposizione. Ma diffidate della sua rabbia quando vi scopre! È un terribile Otello quando la sua natura viene punta una volta. Nota.--Un buon tipo di carattere da sedurre in pratiche illegali; fa un tollerabile traditore o un eccellente contrabbandiere. Voi stessi non dovete mai commettere alcun reato illegale,--non ci sono forse i gatti per le castagne? Poiché tutte le leggi sono oppressioni (solo oppressioni necessarie e spesso sacre, che non avete bisogno di spiegargli), e il suo carattere è specialmente ostile all'oppressione, seducete facilmente la persona che descriviamo nello sfidare le leggi del suo paese. Sì! l'uomo audace, generoso, franco e affettuoso deve solo nascere in una vita umile per essere sicuro di un capestro!
V.
L'uomo audace, egoista, chiuso, avido, con ogni probabilità vi trufferà, miei cari amici. Poiché un tale carattere crea il maestro-furfante, la materia di cui la Natura forma un Riccardo Terzo. Fareste meglio a lasciare tale uomo del tutto in pace. È cattivo persino da servire. Rompe i suoi strumenti quando ha finito con loro. No, non potete fare nulla con lui, miei bravi giovani uomini!
VI.
L'uomo che mangia, beve, spensierato, sensuale, meccanico,--l'animale ordinario. Una tale creatura ha astuzia, ed è codarda o feroce; raramente in queste qualità mantiene una via di mezzo. Non è affatto facile da raggirare. La Natura difende i suoi bruti mentali con lo spessore della loro pelle. Conquistate la sua amante se possibile; è la persona migliore per gestirlo. Tali creature sono la preda naturale delle donne astute; la loro stessa stoltezza copre tutto tranne la sensualità. Al Sansone--la Dalila.
L'uomo gaio, ingannevole, astuto, raffinato, capace; il cortigiano, l'uomo di mondo. Nella vita pubblica e movimentata questo è l'antagonista adatto; spesso il rivale vincente e trionfatore del Carattere V. Percepite che un uomo simile varia enormemente nell'intelletto--dal talento da farfalla al genio più raro, dalla persona che vedete al gioco a quella che vedete nei Gabinetti, dal ----- al Chesterfield, dal Chesterfield al Pericle--tanto che è difficile darvi un'idea esatta dei punti deboli di un carattere così vario. Ma mentre egli raggira i suoi pari e i suoi superiori, ritengo, miei attenti allievi, che non sia affatto un carattere difficile da raggirare per un inferiore. E dovete procedere in questo modo. Non tentate l'ipocrisia; vi scoprirà in un istante. Lasciate che vi consideri subito, e a prima vista, un furfante. Siate schietti al riguardo voi stessi; ma lasciate che vi consideri un furfante utile. Servitelo bene e con zelo; ma ammettete di farlo perché considerate il vostro interesse coinvolto in questo. Questo ragionamento lo soddisfa; e poiché gli uomini di questo carattere sono solitamente generosi, ne riconoscerà la giustizia gettandovi un sacco di bocconi e stimolandovi con generosi cordiali. Se non vi soddisfa in questo, apparite soddisfatti; e approfittate nel tradirlo (questo è il modo migliore per imbrogliarlo), non per le sue manchevolezze, ma per l'opportunità. Non osservate il suo carattere, ma il vostro tempo.
VIII.
Il carattere vanitoso, arrogante, coraggioso, amoroso, appariscente. Questo tipo di carattere lo attribuivamo un tempo ai francesi, ed è ancora più comune nel Continente che in quell'amata isola che non vedrò mai più! Una creatura di questa descrizione è fatta di molte false virtù; sopra ogni altra, è sempre profusa laddove si fa appello al suo egoismo, non altrimenti. Dovete scoprire, dunque, cosa le piace, e assecondare i suoi gusti. Così la imbroglierete, oppure la imbroglierete anche fingendo le false virtù che essa stessa ammira; imbellettate pesantemente i vostri sentimenti e lasciate che sfilino con aria tragica; in terzo luogo, miei bravi giovani, la imbroglierete con un'adulazione profusa, e chiamandola in modo speciale "lo specchio della cavalleria".
IX.
L'uomo semplice, sensato, onesto; un esemplare favorevole, ma non elevato, della nostra razza. Questo carattere, miei amati allievi, potete ingannarlo una volta, ma mai due. Né potete ingannare un uomo simile come uno straniero; deve essere vostro amico o parente, o aver conosciuto intimamente una parte della vostra famiglia. Un uomo di questo carattere è sempre aperto, sebbene in grado moderato e calmo, ai doveri e ai legami della vita. Farà sempre qualcosa per servire il suo amico, suo fratello, o l'uomo il cui padre tirò il padre di lui fuori dal Serpentine. Non usate con lui alcuna vernice; non esercitate alcun artificio nel tentare di ottenere la sua assistenza. Dichiarate candidamente il vostro desiderio per tale o talaltro servizio, esponete sensatamente le vostre pretese, accennate modestamente alla vostra gratitudine. Così potrete ingannarlo una volta, poi lasciatelo stare per sempre!
X.
L'uomo affettuoso, sciocco, credulone, tutto impulso e nessuna riflessione; come mi si gonfia il cuore quando contemplo questo eccellente carattere! Quale Canaan vi presenta! Vi invidio mentre vi lanciate nel mondo con la speranza ottimistica di trovare tutti gli uomini così! Delizioso entusiasmo della giovinezza; volesse il cielo che la speranza potesse realizzarsi! Qui c'è l'incarnazione stessa della credulità. Dovete solo farvi amare da lui, e nessun riccio ha mai succhiato un uovo come voi potete succhiare lui. Non abbiate mai paura della sua indignazione; tornate da lui ancora e ancora; gettatevi solo al suo collo e piangete. Ingannarlo una volta significa ingannarlo sempre; ottenete il suo primo scellino, e poi calcolate cosa farete con il resto della sua fortuna. Non abbandonate mai un uomo così buono per nuovi amici; sarebbe ingrato da parte vostra! E portate con voi, a proposito, miei bravi giovani, questa massima conclusiva: Gli uomini sono come le terre; otterrete di più prodigando tutto il vostro lavoro ancora e ancora su quella facile che arando nuovo terreno in quella sterile! Legislatori; uomini saggi, buoni, pii; i Pollicino della scienza morale, che creano prima i giganti e poi li uccidono; voi pensate che le lezioni di cui sopra siano scellerate. Onoro la vostra penetrazione. Non sono prove della mia scelleratezza, ma della vostra follia! Rileggetele e vedrete che sono concepite per mostrare che, mentre voi ogni giorno imprigionate, deportate e impiccate migliaia di persone, un uomo con un discreto modico di astuzia potrebbe mettere in pratica ognuna di quelle lezioni che vi sembrano così odiose, e nessuna delle vostre leggi potrebbe toccarlo!
BRACHYLOGIA;
O,
SAGGI, CRITICI, SENTIMENTALI, MORALI E ORIGINALI.
INDIRIZZATI AI SUOI ALLIEVI
DA AUGUSTUS TOMLINSON.
L'ironia nei saggi precedenti viene spesso trascurata in quello presente. La malattia di quest'uomo grande, avvenuta mentre componeva queste piccole perle, lo rese forse più serio che quando era in salute robusta. --Nota dell'editore.
SULLA MORALITÀ INSEGNATA DAI RICCHI AI POVERI.
Non appena il monello indigente riesce a barcollare fuori dalle porte, gli viene insegnato a togliersi il cappello e a tirarsi i capelli davanti ai nobili. "Un bravo ragazzino", dice il signorotto; "ecco un mezzo soldo per te". Il bravo ragazzino brilla di orgoglio. Quel mezzo soldo instilla profondamente la lezione dell'umiltà. Ora il nostro monello va a scuola. Poi arriva l'insegnamento domenicale, prima della chiesa, che ingiunge ai poveri di essere umili e di onorare ogni uomo che stia meglio di loro. Una libbra di onore al signorotto e un'oncia al sagrestano. Poi il ragazzo cresce; e il Signore del Maniero lo istruisce così: "Sii un bravo ragazzo, Tom, e ti sarò amico. Segui le orme di tuo padre; era un uomo eccellente e una grande perdita per la parrocchia; era una creatura molto civile, laboriosa, ben educata; conosceva il suo posto; bada bene, e fai come lui!" Così il lavoro duro perpetuo e l'abbondanza di servilismo fanno sì che le virtù ancestrali si perpetuino nei contadini fino al giorno del giudizio! Un'altra distillazione insidiosa di moralità viene trasmessa attraverso un elogio generale dei poveri. Sentite falsi amici del popolo, che si definiscono Liberali e Conservatori, che hanno un'idea della morale metà cavalleresca, metà pastorale, concordi nel lodare le sfortunate creature che tengono al lavoro per loro. Ma notate le virtù per cui i poveri devono sempre essere lodati: industria, onestà e contentezza. La prima virtù viene esaltata fino al cielo, perché l'industria dà ai ricchi tutto ciò che hanno; la seconda, perché l'onestà impedisce che anche un solo iota di detto "tutto" venga portato via di nuovo; e la terza, perché la contentezza deve impedire a questi poveri diavoli di obiettare mai a una sorte così comoda per le persone che ne traggono profitto. Questa, miei allievi, è la moralità insegnata dai ricchi ai poveri!
EMULAZIONE.
Il grande errore dell'emulazione è questo: emuliamo gli effetti senza indagare sulle cause. Quando leggiamo delle grandi azioni di un uomo, ardiamo di compiere le stesse imprese, senza cercare di accertare le precise qualità che hanno permesso all'uomo che imitiamo di compiere le azioni che ammiriamo. Se potessimo scoprirle, quanto spesso potremmo scoprire che la loro origine era un certo temperamento del corpo, una certa peculiarità di costituzione, e che, se volessimo lo stesso successo, dovremmo esaminare la natura dei nostri corpi piuttosto che affilare le facoltà delle nostre menti; dovremmo usare i manubri, forse, invece dei libri; anzi, d'altro canto, contrarre qualche grave malattia piuttosto che perfezionare la nostra salubrità morale. Chi direbbe se Alessandro sarebbe stato un eroe se il suo collo fosse stato dritto; o Boileau un satirico, se non fosse mai stato beccato da un tacchino? Sarebbe piacevole vedervi, miei amati allievi, dopo aver letto "Quinto Curzio", torcervi la gola a vicenda; o, freschi di Boileau, correre al cortile dei polli nella speranza di essere mutilati fino all'esecuzione di un secondo "Lutrin".
AVVERTIMENTO CONTRO GLI SCHERNITORI DEL "BUGIA".
Miei amati allievi, c'è una serie di persone nel mondo, in aumento quotidiano, contro le quali dovete stare molto in guardia; c'è un fascino in loro. Sono persone che si dichiarano veementemente opposte alle bugie; begli uomini liberali, lungimiranti, eppure franchi. Quando questi sentimenti nascono dalla riflessione, bene e bene; sono i migliori sentimenti del mondo; ma molti li prendono di seconda mano. Sono molto invitanti per l'indolenza della folla di gentiluomini che vedono il romanticismo di un principio nobile, non la sua utilità. Quando un uomo guarda tutto attraverso questa filosofia rimpicciolente, tutto ha un grande modico di bugia. Ridete con lui quando deride la bugia nella religione, la bugia nella politica, la bugia nell'amore, la bugia nelle plausibilità del mondo; ma potreste piangere, miei cari allievi, quando deride ciò che è spesso la più sicura di tutte da deridere praticamente: la bugia nell'onestà comune! Gli uomini sono onesti per religione, saggezza, pregiudizio, abitudine, paura e stupidità; ma solo i pochi sono saggi; e le persone di cui parliamo deridono la religione, sono oltre il pregiudizio, non intimidite dall'abitudine, troppo indifferenti per la paura e troppo esperte per la stupidità.
IRA POPOLARE PER L'IMPRUDENZA INDIVIDUALE.
Dovete sapere, miei cari giovani amici, che mentre l'apparenza di magnanimità è molto adatta a voi, e così via, vi procurerà un sacco di ostilità se tenterete di praticarla a vostro discapito. I vostri vicini sono così invariabilmente, sebbene forse insensibilmente, guidati dall'interesse personale--interesse personale--[Il signor Tomlinson ha torto qui; ma la sua etica era troppo ristretta ai principi utilitaristici.--EDITORE]--è così interamente, sebbene ogni chiacchierone lo neghi, l'asse del mondo morale--che vanno su tutte le furie con chi sembra ignorarlo. Quando un uomo si rovina, sentite solo gli abusi che riceve; i suoi vicini lo prendono come un affronto personale!
DUM DEFLUAT AMNIS.
Una ragione principale per cui gli uomini che sono stati grandi sono delusi, quando si ritirano alla vita privata, è questa: la memoria diventa una fonte principale di godimento per coloro che smettono di sperare avidamente; ma la memoria dei grandi richiama solo quella vita pubblica che li ha disgustati. La loro vita privata è scivolata via insensibilmente, lasciando deboli tracce del dolore o della gioia che li ha trovati troppo occupati per prestare attenzione alle impressioni semplici e tranquille della mera vicissitudine domestica.
AUTO-GLORIFICATORI.
La Provvidenza sembra aver fatto a una certa serie di persone--che vedono sempre le proprie cose attraverso un mezzo di ingrandimento, ritengono la loro casa la migliore del mondo, il loro fucile il più preciso, il loro stesso cane da punta un miracolo--come il Colonnello Hanger suggerì di fare agli economisti; ovvero, fornire ai loro servitori ognuno un paio di grandi occhiali, in modo che un'allodola possa apparire grande quanto un pollame, e una pagnotta da due soldi grande quanto una da quattro.
PENSIERO SULLA FORTUNA.
È spesso la mossa più facile che completa la partita. La fortuna è come la dama che un amante portò via da tutti i suoi rivali aggiungendo un pizzo in più alle sue livree.
ARGUZIA E VERITÀ.
La gente può parlare della finzione come fonte di fantasia, e dell'arguzia in contrasto con la verità. Ora, alcune delle cose più argute del mondo sono argute solo per la loro verità. La verità è l'anima di un buon detto. "Voi asserite", osserva il Socrate dei tempi moderni, "che abbiamo una rappresentazione virtuale; benissimo, facciamo anche una tassazione virtuale!" Qui l'arguzia è nella fedeltà del sequitur. Quando Colombo ruppe l'uovo, dov'era l'arguzia? Nella completezza della convinzione nell'uovo rotto.
AUTO-TEOLOGIA.
Non solo ogni setta, ma ogni individuo modifica gli attributi generali della Divinità verso un'assimilazione con il proprio carattere: l'uomo giusto si sofferma sulla giustizia, quello severo sull'ira; gli attributi che non piacciono al fedele li dimentica insensibilmente. Perciò, o miei allievi, non sorriderete quando leggerete in Barnes che i pigmei dichiararono che Giove stesso era un pigmeo. La pia vanità dell'uomo lo porta ad adorare le proprie qualità con il pretesto di adorare quelle del suo Dio.
GLORIOSA COSTITUZIONE.
Una frase è a volte buona quanto un volume. Se un uomo vi chiede di dargli qualche idea delle leggi dell'Inghilterra, la risposta è breve e facile: Nelle leggi dell'Inghilterra ci sono circa centocinquanta leggi per le quali un povero può essere impiccato, ma nemmeno una per la quale può ottenere giustizia gratuitamente!
RISPOSTA AL CANT POPOLARE CHE LA BONTÀ IN UNO STATISTA È MIGLIORE DELL'ABILITÀ.
Come nel mondo dobbiamo guardare alle azioni, non ai motivi, così un furfante è l'uomo che vi danneggia; e voi non chiedete se il danno sia frutto di malizia o necessità. Mettete, dunque, uno sciocco al potere, e diventa inconsciamente il furfante. Il signor Addington inciampò nelle due tasse peggiori e più scellerate che la malizia umana potesse aver inventato: una sulle medicine, l'altra sulla giustizia. Quale spaventosa ingegnosità di tiranno potrebbe affliggerci più che impedendo allo stesso tempo il risarcimento per i nostri torti e la cura per le nostre malattie? Il signor Addington era lo sciocco in sé, e quindi il furfante in carica; ma, benedetto voi! non l'ha mai fatto apposta!
SENSO COMUNE.
Senso comune, senso comune; di tutte le frasi, di tutti gli slogan, questo è spesso il più ingannevole e il più pericoloso. Guardate, in modo speciale, con sospetto al senso comune ogni volta che si oppone alla scoperta. Il senso comune è l'esperienza di ogni giorno. La scoperta è qualcosa contro l'esperienza di ogni giorno. Non c'è da stupirsi, dunque, che quando Galileo proclamò una grande verità, il grido universale fu: "Poffarbacco! Il senso comune vi dirà il contrario". Parlate a un uomo sensato per la prima volta della teoria della visione, e sentite cosa dirà il suo senso comune a riguardo. In una lettera ai tempi di Bacone, lo scrittore, lui stesso di non scarso intelletto, dice: "È un peccato che il cancelliere debba contrapporre la sua opinione all'esperienza di tanti secoli e ai dettami del senso comune". Il senso comune, dunque, così utile nelle questioni domestiche, è meno utile nel mondo legislativo e scientifico di quanto sia stato generalmente ritenuto. Naturalmente, sostenitore di ciò che è stato provato e avverso a ciò che è speculativo, esso si oppone alla nuova filosofia che fa appello alla ragione, e si aggrappa alla vecchia che è sostenuta dalla sanzione.
AMORE, E SCRITTORI SULL'AMORE.
Miei caldi, impulsivi, ardenti giovani amici, siete nel fiore della vostra vita, e scrivete versi sull'amore; diciamo una parola sull'argomento. Ci sono due specie di amore comuni a tutti gli uomini e alla maggior parte degli animali: [La maggior parte degli animali; poiché alcuni sembrano insensibili all'amore dell'abitudine] una nasce dai sensi, l'altra cresce per abitudine. Ora, nessuna di queste, miei cari giovani amici, è l'amore che pretendete di provare, l'amore degli amanti. La vostra passione, avendo solo il suo fondamento (e quello non riconosciuto) nei sensi, deve tutto il resto all'immaginazione. Ora, l'immaginazione della maggioranza è diversa nel colore e nel grado in ogni paese e in ogni epoca; così pure, e di conseguenza, è l'amore dell'immaginazione. Come prova, osservate che simpatizzate con l'amore romantico di altri tempi o nazioni solo nella misura in cui simpatizzate con la loro poesia e letteratura immaginativa. L'amore che si aggira attraverso l'"Arcadia" o l'"Amadigi di Gaula" è per la gran massa dei lettori freddamente insipido o solennemente ridicolo. Ahimè! quando quelle opere eccitavano entusiasmo, lo faceva anche l'amore che descrivono. I lunghi discorsi, i gelidi complimenti, esprimevano il sentimento del giorno. I madrigali d'amore del tempo di Shenstone, o le galanterie in broccato dei poeti francesi del secolo scorso, qualsiasi donna oggi li considererebbe vuoti o infantili, imbecilli o artificiali. Un tempo le canzoni erano naturali e l'amore seducente. E ora, miei giovani amici, nell'anno 1822, in cui scrivo, e probabilmente morirò, l'amore che brilla attraverso Moore, e cammina così ambiziosamente ambiguo attraverso i versi di Byron; l'amore che considerate ora così profondo e così vero; l'amore che formicola attraverso i cuori delle vostre giovani signore, e fa sì che voi giovani gentiluomini fissiate la stella della sera; tutto quell'amore diventerà anch'esso non familiare o ridicolo per un'epoca successiva; e le giovani aspirazioni e i sogni al chiaro di luna e i vaghi bla bla bla che ora ritenete così toccanti e così sublimi andranno, miei cari ragazzi, dove la "Mistress" di Cowley e la "Sacharissa" di Waller sono andate prima; andranno con le Saffo e le Cloe, le eleganti "belle affascinanti" e le cavalleresche "bellissime principesse"! L'unica poesia d'amore che resiste attraverso tutti i tempi e fa appello a tutti i cuori è quella che si fonda su una o entrambe le specie di amore naturali a tutti gli uomini: l'amore dei sensi e l'amore dell'abitudine. In quest'ultimo è incluso ciò che gli uomini di mezza età chiamano l'attaccamento razionale, il fascino delle menti affini, così come l'accumulo familiare e più caldo di piccoli ricordi di semplice gentilezza, o la mera abitudine bruta di vedere un volto come si vedrebbe una sedia. Questi, a volte singolarmente, a volte abilmente mescolati, fanno il tema di coloro che hanno forse amato più onestamente e più umanamente; questi rendono ancora Tibullo patetico, e Ovidio un maestro negli affetti teneri; e questi, soprattutto, rendono quell'ispirazione irresistibile e toccante che soggioga il romantico, il calcolatore, il vecchio, il giovane, il cortigiano, il contadino, il poeta, l'uomo d'affari, nella gloriosa poesia d'amore di Robert Burns.
IL GRANDE EREDITATO.
La grande eredità dell'uomo è un Commonwealth di errori. Una razza passa la vita a rattoppare gli errori trasmessi loro da un'altra; e la causa principale di tutti gli errori politici, cioè di tutti i peggiori e più generali, è questa: la stessa regola che applichiamo ai casi individuali non vogliamo applicarla a quelli pubblici. Tutti gli uomini concordano sul fatto che truffare per un cavallo è truffa; puniscono il colpevole e condannano la colpa. Ma in uno Stato non c'è tale unanimità. La truffa, Dio vi aiuti! è chiamata con qualche nome altisonante; e l'imbroglio diventa grandiloquente, e si definisce "Politica". Di conseguenza c'è sempre una battaglia tra coloro che chiamano le cose con i loro nomi giusti e coloro che danno loro pertinacemente quelli sbagliati. Da qui ogni sorta di confusione. Questa confusione si estende molto presto alle leggi fatte per i casi individuali; e così negli Stati antichi, sebbene il mondo sia ancora d'accordo che la truffa privata sia truffa privata, c'è la difficoltà del diavolo nel punire la truffa del pubblico. L'arte della truffa oggi è una cosa diversa dall'arte della truffa di cent'anni fa; ma le leggi rimangono le stesse. L'adattamento nei casi privati è innovazione nel pubblico; così, senza abrogare le vecchie leggi, ne fanno di nuove. A volte sono efficaci, ma più spesso no. Ora, miei amati allievi, una legge è un fucile che se manca un piccione uccide sempre un corvo; se non colpisce il colpevole, colpisce qualcun altro. Poiché ogni crimine crea una legge, così a sua volta ogni legge crea un crimine; e quindi continuiamo a moltiplicare peccati ed errori, colpe e abbagli, finché la società diventa il disordine organizzato per rubare nelle tasche.
LA RIGENERAZIONE DI UN FURFANTE.
Un uomo che inizia il mondo essendo uno sciocco spesso lo finisce diventando un furfante; ma colui che inizia come furfante, se è un uomo ricco (e quindi non impiccato), può finire, miei amati allievi, diventando una creatura pia. E questo è il perché: "un furfante presto" ottiene presto conoscenza del mondo. Un vizio consumato ci rende più saggi di cinquanta precettori. Ma la saggezza ci porta ad amare la quiete, e nella quiete non pecchiamo. Colui che è saggio e non pecca può difficilmente mancare di fare del bene; perché gli basti pronunciare una nuova verità, e nemmeno la sua immaginazione può concepire il limite del bene che può aver fatto all'uomo!
Comprendete bene che cosa meravigliosa sia lo stile? Credo di no; poiché negli esercizi che mi avete inviato, i vostri stili tradivano il fatto che non vi era stata profusa molta seria considerazione. Sappiate, dunque, che dovete riflettere bene prima di adottare un qualsiasi modello di stile. Dal vostro stile dipende spesso il vostro stesso carattere, quasi sempre il carattere che il mondo vi attribuisce. Se adottate lo stile elevato, se inanellate frasi nobili e sonanti, avete espresso, dichiarato, una disposizione d'animo che desidererete impercettibilmente mantenere all'altezza; il desiderio genera gradualmente la capacità. La vita del Dr. Parr è lo stile del Dr. Parr messo in azione; e Lord Byron rende se stesso infelice per tutta l'esistenza per essere accidentalmente scivolato in un malinconico corso di parole. Ma supponendo che sfuggiate a questa calamità per una peculiare audacia di temperamento, non sfuggirete al marchio dell'opinione pubblica. Addison dovrà sempre essere considerato dal volgo come il più amabile degli uomini, a causa dell'amenità sociale della sua dizione; e gli ammiratori del linguaggio considereranno sempre Burke uno spirito più nobile di Fox, a causa della grandiosità delle sue frasi. Quanti detti saggi sono stati chiamati scherzi perché espressi in modo arguto! Quante inezie hanno gonfiato il loro autore fino a farlo diventare un saggio, anzi, un santo, perché messe insieme dalla vecchia suora ipocrita, la Gravità!