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Romeo and Juliet

by William Shakespeare · in Italian

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LA TRAGEDIA DI ROMEO E GIULIETTA

di William Shakespeare

Indice

IL PROLOGO.

ATTO I Scena I. Un luogo pubblico. Scena II. Una strada. Scena III. Stanza nella casa dei Capuleti. Scena IV. Una strada. Scena V. Una sala nella casa dei Capuleti.

ATTO II CORO. Scena I. Uno spazio aperto adiacente al giardino dei Capuleti. Scena II. Il giardino dei Capuleti. Scena III. La cella di frate Lorenzo. Scena IV. Una strada. Scena V. Il giardino dei Capuleti. Scena VI. La cella di frate Lorenzo.

ATTO III Scena I. Un luogo pubblico. Scena II. Una stanza nella casa dei Capuleti. Scena III. La cella di frate Lorenzo. Scena IV. Una stanza nella casa dei Capuleti. Scena V. Una galleria aperta verso la camera di Giulietta, che si affaccia sul giardino.

ATTO IV Scena I. La cella di frate Lorenzo. Scena II. Una sala nella casa dei Capuleti. Scena III. La camera di Giulietta. Scena IV. Una sala nella casa dei Capuleti. Scena V. La camera di Giulietta; Giulietta sul letto.

ATTO V Scena I. Mantova. Una strada. Scena II. La cella di frate Lorenzo. Scena III. Un cimitero; in esso un monumento appartenente ai Capuleti.

Personaggi

ESCALO, principe di Verona. MERCUZIO, parente del principe e amico di Romeo. PARIDE, giovane nobile, parente del principe. Paggio di Paride.

MONTECUCCOLI, capo di una famiglia veronese in lite con i Capuleti. SIGNORA MONTECUCCOLI, moglie di Montecuccoli. ROMEO, figlio di Montecuccoli. BENVOLIO, nipote di Montecuccoli e amico di Romeo. ABRAMO, servo di Montecuccoli. BALTASAR, servo di Romeo.

CAPULETI, capo di una famiglia veronese in lite con i Montecuccoli. SIGNORA CAPULETI, moglie di Capuleti. GIULIETTA, figlia di Capuleti. TIBALDO, nipote della signora Capuleti. CUGINO DI CAPULETI, un vecchio. BALIA di Giulietta. PIETRO, servo della balia di Giulietta. SAMPSON, servo di Capuleti. GREGORIO, servo di Capuleti. Servi.

FRATE LORENZO, francescano. FRATE GIOVANNI, dello stesso ordine. Uno speziale. CORO. Tre musicisti. Un ufficiale. Cittadini di Verona; parecchi uomini e donne, parenti di entrambe le case; mascherati, guardie, guardiani notturni e cortigiani.

SCENA. Per la maggior parte del dramma a Verona; una volta, nel quinto atto, a Mantova.

IL PROLOGO

Entra il Coro.

CORO. Due famiglie, pari in dignità, nella bella Verona, dove poniamo la scena, da antico rancore scatenano nuova violenza, ove il sangue civile rende impure le mani dei cittadini. Dai fatali lombi di questi due nemici nasce una coppia di amanti segnati dalle stelle che consuma la propria vita; la cui avventurosa e pietosa rovina seppellisce con la loro morte la contesa dei genitori. Il pauroso cammino del loro amore segnato dalla morte, e la continuità dell'ira dei loro genitori, che nulla avrebbe potuto spegnere se non la fine dei figli, ora formerà per due ore il traffico del nostro palco; e se voi con orecchi pazienti vorrete attendere, ciò che qui verrà meno, il nostro sforzo si studierà di emendare.

[Esce.]

ATTO I

SCENA I. Un luogo pubblico.

Entrano Sampson e Gregorio armati di spade e scudi.

SAMPSON. Gregorio, sulla mia parola, non saremo portatori di carbone.

GREGORIO. No, perché altrimenti saremmo carbonai.

SAMPSON. Voglio dire, se saremo in collera, sfodereremo.

GREGORIO. Sì, finché vivi, tieni il collo fuori dal cappio.

SAMPSON. Colpisco in fretta, quando sono provocato.

GREGORIO. Ma tu non sei provocato facilmente a colpire.

SAMPSON. Un cane della casa dei Montecuccoli mi muove.

GREGORIO. Muovere è agitare; ed essere valoroso è star fermo: dunque, se sei mosso, te la dai a gambe.

SAMPSON. Un cane di quella casa mi muoverà a star fermo. Mi terrò al muro contro qualsiasi uomo o fanciulla dei Montecuccoli.

GREGORIO. Ciò ti dimostra uno schiavo debole, perché i più deboli vanno al muro.

SAMPSON. Verissimo, e perciò le donne, essendo i vasi più deboli, sono sempre spinte al muro: perciò io spingerò dal muro gli uomini dei Montecuccoli, e al muro vi spingerò le loro fanciulle.

GREGORIO. La contesa è tra i nostri padroni e noi, che siamo i loro uomini.

SAMPSON. È lo stesso, mostrerò di essere un tiranno: quando avrò combattuto con gli uomini, sarò gentile con le fanciulle, ne taglierò le teste.

GREGORIO. Le teste delle fanciulle?

SAMPSON. Sì, le teste delle fanciulle, o le loro verginità; prendilo in qualunque senso tu voglia.

GREGORIO. Dovranno prenderlo in quel senso coloro che lo sentiranno.

SAMPSON. Essi sentiranno la mia presenza finché sarò in grado di reggermi: e si sa che sono un bel pezzo di carne.

GREGORIO. Bene che tu non sia pesce; se lo fossi, saresti stato un povero baccalà. Sfodera il tuo arnese; ecco gente della casa dei Montecuccoli.

Entrano Abramo e Baltasar.

SAMPSON. La mia arma nuda è fuori: lite, ti sosterrò.

GREGORIO. Come? Giri le spalle e fuggi?

SAMPSON. Non temermi.

GREGORIO. No, in verità; temo te!

SAMPSON. Stiamo dalla parte della legge; comincino loro.

GREGORIO. Aggrottinerò le sopracciglia passando, e che la prendano come vorranno.

SAMPSON. No, come oseranno. Morderò il pollice verso di loro, il che è un affronto se lo sopportano.

ABRAMO. Mordete il pollice verso di noi, signore?

SAMPSON. Mordo il mio pollice, signore.

ABRAMO. Mordete il pollice verso di noi, signore?

SAMPSON. La legge è dalla nostra parte se dico di sì?

GREGORIO. No.

SAMPSON. No, signore, non mordo il pollice verso di voi, signore; ma mordo il mio pollice, signore.

GREGORIO. Volete litigare, signore?

ABRAMO. Litigare, signore? No, signore.

SAMPSON. Ma se lo fate, signore, sono per voi. Servo un uomo valente quanto voi.

ABRAMO. Non migliore.

SAMPSON. Bene, signore.

Entra Benvolio.

GREGORIO. Di' meglio; ecco che viene un parente del mio padrone.

SAMPSON. Sì, migliore, signore.

ABRAMO. Menti.

SAMPSON. Sfoderate, se siete uomini. Gregorio, ricordati del colpo a tergo.

[Combattono.]

BENVOLIO. Fermi, sciocchi! Riponete le spade, non sapete quel che fate.

[Abbate le loro spade.]

Entra Tibaldo.

TIBALDO. Che? Sei sfoderato fra questi codardi villani? Voltati, Benvolio, guarda la tua morte.

BENVOLIO. Faccio soltanto il pacificatore, riponi la spada, o adoperala per separare questi uomini con me.

TIBALDO. Che? Sfoderato, e parli di pace? Odio la parola come odio l'inferno, tutti i Montecuccoli e te: guardami, codardo.

[Combattono.]

Entrano tre o quattro cittadini con bastoni.

PRIMO CITTADINO. Bastoni, picche e partigiane! Colpite! Abbatteteli! Abbasso i Capuleti! Abbasso i Montecuccoli!

Entrano Capuleti in veste da camera, e la signora CapuleTI.

CAPULETI. Che strepito è questo? Datemi la mia lunga spada, ehi!

SIGNORA CAPULETI. Una gruccia, una gruccia! Perché chiedi una spada?

CAPULETI. La mia spada, dico! Il vecchio Montecuccoli è venuto, e fa sfoggio della sua lama a mio dispetto.

Entrano Montecuccoli e la signora Montecuccoli.

MONTECUCCOLI. Voi, furfante Capuleti! Non mi trattenete, lasciatemi andare.

SIGNORA MONTECUCCOLI. Non muoverai un piede in cerca di un nemico.

Entra il principe Escalo, con cortigiani.

PRINCIPE. Sudditi ribelli, nemici della pace, profanatori di questo acciaio macchiato dal vicino,— non vogliono udire? Ehi, voi uomini, voi bestie, che spegnete il fuoco della vostra perniciosa rabbia con fontane purpuree sgorganti dalle vostre vene, sotto pena di tortura, da quelle mani insanguinate gettate a terra le vostre armi mal temperate e ascoltate la sentenza del vostro principe commosso. Tre civili risse, nate da una parola vana, da te, vecchio Capuleti, e da Montecuccoli, hanno tre volte turbato la quiete delle nostre vie, e costretto gli antichi cittadini di Verona a deporre i loro gravi e decorosi ornamenti, per brandire vecchie partigiane, in mani altrettanto vecchie, cangrenate dalla pace, per dividere il vostro odio cangrenato. Se mai più disturberete le nostre vie, le vostre vite pagheranno il fio della pace. Per questa volta, tutti gli altri se ne vadano: tu, Capuleti, verrai con me, e tu, Montecuccoli, verrai questo pomeriggio, per conoscere la nostra ulteriore volontà in questa causa, nel vecchio palazzo del tribunale, nostro luogo comune di giudizio. Ancora una volta, sotto pena di morte, tutti si allontanino.

[Escono il principe e i cortigiani; Capuleti, la signora CapuleTI, Tibaldo, i cittadini e i servi.]

MONTECUCCOLI. Chi ha riaperto questa antica contesa? Parla, nipote, eri presente quando cominciò?

BENVOLIO. Qui erano i servi del vostro avversario e i vostri, che combattevano da presso prima che io giungessi. Accorsi per separarli, e in quell'istante sopraggiunse il focoso Tibaldo, con la spada pronta, che, mentre alitava disfida nelle mie orecchie, brandì sopra il capo, e tagliò l'aria, che nulla lesa, lo fischiò in dispregio. Mentre ci scambiavamo stoccate e colpi ne vennero sempre più, e combatterono da una parte e dall'altra, finché non giunse il principe, che divise le due parti.

SIGNORA MONTECUCCOLI. Oh, dov'è Romeo, lo avete visto oggi? Mi rallegro che non fosse a questa rissa.

BENVOLIO. Signora, un'ora prima che l'adorato sole affacciasse il dorato balcone d'oriente, una mente turbata mi spinse a passeggiare, ove sotto il boschetto di sicomori che a occidente mette radici da questo lato della città, così di buon mattino passeggiando vidi vostro figlio. Gli andai incontro, ma si accorse di me, e si dileguò nel folto del bosco. Io, misurando i suoi affetti sui miei, che allora cercavano più là dove meno potevano essere trovati, trovandomi io stesso troppo solo nella mia stanchezza, seguii il mio umore, non il suo, e scansai con gioia chi gioiosamente fuggiva da me.

MONTECUCCOLI. Molte mattine è stato visto là, con lacrime che accrescevano la fresca rugiada del mattino, aggiungendo nubi a nubi coi suoi profondi sospiri; ma non appena il sole che tutto allieta comincia nell'estremo oriente a trarre i cortinaggi ombrosi dal letto d'Aurora, via dalla luce se ne torna a casa il mio triste figlio, e in solitudine nella sua stanza si rinserra, ne chiude le finestre, esclude la bella luce del giorno e si fa una notte artificiale. Nero e sinistro dovrà mostrarsi questo umore, se un buon consiglio non ne rimuove la causa.

BENVOLIO. Mio nobile zio, conoscete voi la causa?

MONTECUCCOLI. Non la conosco, né posso saperla da lui.

BENVOLIO. Lo avete importunato in qualche modo?

MONTECUCCOLI. Sì, da me stesso e da molti altri amici; ma lui, consigliere dei propri affetti, è per sé stesso—non dirò quanto sincero— ma per sé stesso così segreto e così chiuso, così lontano dal confessarsi e dallo scoprirsi, come è il boccio morso da un verme invidioso prima che possa spiegare le sue dolci foglie all'aria, o consacrare la sua bellezza al sole. Se potessimo solo apprendere donde nascono i suoi dolori, tanto volentieri ne offriremmo la cura quanto vorremmo conoscerli.

Entra Romeo.

BENVOLIO. Eccolo, viene. Vogliate voi farvi in disparte? conoscerò il suo tormento o sarò fortemente respinto.

MONTECUCCOLI. Vorrai tu essere così fortunato da restare per ascoltare una vera confessione. Vieni, signora, andiamocene,

[Escono Montecuccoli e la signora Montecuccoli.]

BENVOLIO. Buongiorno, cugino.

ROMEO. Il giorno è così giovane?

BENVOLIO. Ha appena battuto le nove.

ROMEO. Ahimè, le ore tristi sembrano lunghe. Era mio padre colui che se n'è andato così in fretta?

BENVOLIO. Sì, era lui. Quale tristanza allunga a Romeo le ore?

ROMEO. Il non avere ciò che, avendolo, le farebbe brevi.

BENVOLIO. Innamorato?

ROMEO. Fuori.

BENVOLIO. Di amore?

ROMEO. Fuori dal favore di colei di cui sono innamorato.

BENVOLIO. Ahi, che l'amore, così mite in apparenza, sia così tirannico e rude nella prova.

ROMEO. Ahi, che l'amore, il cui sguardo è sempre velato, sappia, senza occhi, trovar vie al suo volere! Dove pranzeremo? Ohimè! Qual rissa fu questa? Eppure non dirmela, perché ho già udito ogni cosa. Qui c'è molto da fare con l'odio, ma più con l'amore: perché dunque, o amor litigioso! O odioso amore! O qualsiasi cosa, dal nulla prima creata! O pesante leggerezza! Seria vanità! Caos deforme di forme belle a vedersi! Piuma di piombo, fumo lucente, fuoco freddo, salute malata! Veglia sempre desta, che non è ciò che sembra! Questo amore sento io, che in esso non sento amore. Non ridi?

BENVOLIO. No, cugino, piango piuttosto.

ROMEO. Buon cuore, di che?

BENVOLIO. Dell'oppressione del tuo buon cuore.

ROMEO. Perché tale è la trasgressione d'amore. I miei propri dolori pesano nel mio petto, che tu vuoi propagare per averlo oppresso con altri dei tuoi. Questo amore che mi hai mostrato aggiunge altro dolore al già troppo mio. Amore è un fumo fatto col vapore dei sospiri; purgato, un fuoco che scintilla negli occhi degli amanti; turbato, un mare nutrito dalle lacrime degli amanti: che altro è mai? Una pazzia molto discreta, un fiele che soffoca, e un dolce che preserva. Addio, cugino mio.

[Andando.]

BENVOLIO. Fermo! Verrò con te: e se mi lasci così, mi fai torto.

ROMEO. Eh! Mi sono perduto; non sono qui. Questo non è Romeo, lui è altrove.

BENVOLIO. Dimmi seriamente chi è colei che ami.

ROMEO. Che? Debbo gemere e dirtelo?

BENVOLIO. Gemere! Via, no; ma dimmi seriamente chi è.

ROMEO. Comanda a un malato di far testamento in gravità, parola male suggerita a uno che è così malato. In gravità, cugino, amo una donna.

BENVOLIO. Ho mirato così vicino quando ti credetti innamorato.

ROMEO. Un buon arciere, e lei che amo è bella.

BENVOLIO. Un bersaglio davvero bello, cugino, è presto colpito.

ROMEO. Ebbene, in quel colpo sbagliate: ella non sarà colpita dalla freccia di Cupido, ha l'accorgimento di Diana; e in forte prova di castità ben armata, dal debole arco infantile d'amore vive incantata. Non vorrà attendere l'assedio di dolci parole, né sostenere l'incontro di sguardi assalitori, né schiudere il grembo all'oro che seduce i santi: oh, ella è ricca di beltà, solo povera che, quando muore, con la beltà muore il suo tesoro.

BENVOLIO. Allora ella ha giurato che vivrà sempre casta?

ROMEO. Sì, e in quel risparmio fa un enorme spreco; ché la beltà, affamata dalla sua severità, taglia la beltà da ogni posterità. Ella è troppo bella, troppo saggia; saggia e bella, per meritare beatitudine facendomi disperare. Ha rinunciato all'amore, e in quel voto io vivo morto, pur vivendo per raccontarlo ora.

BENVOLIO. Lasciati guidare da me, smetti di pensare a lei.

ROMEO. Oh, insegnami come dovrei dimenticare di pensare.

BENVOLIO. Dando libertà ai tuoi occhi; esamina altre beltà.

ROMEO. Questo è il modo per renderne la sua, squisita, ancora più discussa. Queste maschere liete che baciano fronti di belle donne, essendo nere, ci ricordano che celano il bello; chi è accecato non può dimenticare il prezioso tesoro della vista perduta. Mostrami un'amante che sia straordinariamente bella, a che serve la sua beltà se non come nota ove possa leggere chi superò quella beltà? Addio, tu non puoi insegnarmi a dimenticare.

BENVOLIO. Pagherò quel precetto, o morirò indebitato.

[Escono.]

SCENA II. Una strada.

Entrano Capuleti, Paride e un servo.

CAPULETI. Ma Montecuccoli è vincolato al pari di me, alla stessa pena; e non è difficile, credo, per uomini vecchi come noi mantenere la pace.

PARIDE. Di onorevole reputazione siete entrambi, e peccato che siate stati in lite così a lungo. Ma ora, mio signore, che dite della mia richiesta?

CAPULETI. Soltanto ribadendo ciò che ho già detto. Mia figlia è ancora una forestiera nel mondo, non ha visto il mutarsi di quattordici anni; lasciate che due altre estati appassiscano nel loro orgoglio prima che possiamo giudicarla matura per essere sposa.

PARIDE. Più giovani di lei rendono felici madri.

CAPULETI. E troppo presto rovinate sono quelle fatte così presto. La terra ha inghiottito tutte le mie speranze tranne lei, lei è la signora speranza della mia terra: ma corteggiala, gentile Paride, conquistane il cuore, la mia volontà col suo consenso è solo una parte; e se lei acconsente, nel suo libero arbitrio sta il mio consenso e la voce favorevole. Questa notte tengo un antico festino consueto, al quale ho invitato molti ospiti, quali io amo, e tu tra loro, uno più, il più benvenuto, accresce il mio numero. Nella mia povera casa guarda di scorgere questa notte stelle che calpestano la terra e fanno luminoso il cielo buio: tale gioia come provano i gagliardi giovani quando Aprile ben vestito sul calcagno del zoppicante inverno cammina, tale diletto tra freschi boccioli femminili voi questa notte erediterete nella mia casa. Ascoltate tutti, guardate tutti, e preferite colei il cui merito sarà maggiore: la quale, a più largo esame di molti, la mia, essendo una, potrà stare nel numero, ma nel conto nessuna. Vieni, vieni con me. Va', ragazzo, corri per la bella Verona; trova quelle persone i cui nomi sono scritti qui, [dà una carta] e di' loro, la mia casa e il benvenuto restano a loro disposizione.

[Escono Capuleti e Paride.]

SERVO. Trovare coloro i cui nomi sono qui scritti! È scritto che il calzolaio dovrebbe occuparsi del suo cortile e il sarto della sua forma, il pescatore della sua matassa, e il pittore delle sue reti; ma io sono mandato a trovare quelle persone i cui nomi qui sono scritti, e non riesco mai a trovare quali nomi qui abbia scritto chi ha scritto. Devo rivolgermi ai dotti. È il momento giusto!

Entrano Benvolio e Romeo.

BENVOLIO. Eh, uomo, un fuoco ne spegne un altro, un dolore si attenua col tormento altrui; gira vorticoso, e lasciati aiutare girando all'indietro; un dolore disperato si cura con un'altra ambascia: prendi qualche nuova infezione al tuo occhio, e il veleno vigoroso del vecchio morrà.

ROMEO. La tua foglia di piantaggine è eccellente per quello.

BENVOLIO. Per cosa, ti prego?

ROMEO. Per la tua tibia rotta.

BENVOLIO. Perché, Romeo, sei matto?

ROMEO. Non matto, ma legato più di un matto: rinchiuso in prigione, tenuto senza cibo, flagellato e tormentato e—buon dì, compare.

SERVO. Dio vi dia buon dì. Di grazia, signore, sapete leggere?

ROMEO. Sì, la mia sorte nella mia miseria.

SERVO. Forse lo avete imparato a memoria. Ma di grazia, sapete leggere ciò che vedete?

ROMEO. Sì, se conosco le lettere e la lingua.

SERVO. Dite onestamente, state allegro!

ROMEO. Fermo, compare; so leggere.

[Legge la lettera.]

_Signore Martino e sua moglie e figlie; Conte Anselmo e le sue belle sorelle; La vedova signora di Utruvio; Signore Placentio e le sue amabili nipoti; Mercuzio e suo fratello Valentino; Mio zio Capuleti, sua moglie e figlie; La mia bella nipote Rosaline e Livia; Signore Valentio e suo cugino Tibaldo; Lucio e la vivace Elena. _

Una bella assemblea. [Rende la carta] Dove dovrebbero venire?

SERVO. Su.

ROMEO. Dove, a cena?

SERVO. A casa nostra.

ROMEO. Di chi?

SERVO. Del mio padrone.

ROMEO. In verità avrei dovuto chiedervi questo prima.

SERVO. Ora ve lo dico senza che me lo chiediate. Il mio padrone è il grande e ricco Capuleti, e se non siete della casa dei Montecuccoli, vi prego di venire a stappare un bicchiere di vino. State allegro.

[Esce.]

BENVOLIO. A questo stesso antico festino di Capuleti cena la bella Rosaline che tu ami tanto; insieme a tutte le ammirate beltà di Verona. Va' là e con occhio non prevenuto, confronta il suo volto con qualcuna che ti mostrerò, e ti farò pensare che il tuo cigno sia un corvo.

ROMEO. Quando la devota religione del mio occhio mantiene tale falsità, allora volgi le lacrime in fuoco; e quegli occhi, spesso sommersi, che non poterono mai morire, trasparenti eretici, siano arsi come bugiardi. Una più bella del mio amore? Il sole che tutto vede mai vide la sua pari da quando il mondo ebbe inizio.

BENVOLIO. Via, tu la vedevi bella, non essendo altri presente, lei sola paragonata a sé stessa in entrambi gli occhi: ma in quelle cristalline bilance si pesi l'amore della tua signora contro qualche altra fanciulla che ti mostrerò risplendente a questo festino, e quella sembrerà appena bella che ora sembra bellissima.

ROMEO. Verrò, non per vedere tale spettacolo, ma per gioire dello splendore della mia.

[Escono.]

SCENA III. Stanza nella casa dei Capuleti.

Entrano la signora CapuleTI e la Balia.

SIGNORA CAPULETI. Balia, dov'è mia figlia? Chiamamela.

BALIA. Per la mia verginità, a dodici anni anni compiuti, le dissi di venire. Ehi, agnella! Ehi, cocorita! Dio non voglia! Dov'è questa ragazza? Ehi, Giulietta!

Entra Giulietta.

GIULIETTA. Ebbene, chi chiama?

BALIA. Vostra madre.

GIULIETTA. Madama, son qui. Che volete?

SIGNORA CAPULETI. Di questo si tratta. Balia, lascia un momento, dobbiamo parlare in segreto. Balia, torna indietro, mi sono ricordata, tu devi udire il nostro consiglio. Sai che mia figlia è di età già bella.

BALIA. In fede, posso dire la sua età fino all'ora.

SIGNORA CAPULETI. Non ha ancora quattordici anni.

BALIA. Scommetto quattordici dei miei denti, e tuttavia, sia detto per mia noia, non me ne restano che quattro, non ha ancora quattordici anni. Quanto manca a san Lorenzo?

SIGNORA CAPULETI. Una quindicina di giorni e alcuni altri.

NUTRICE. Pari o dispari, di tutti i giorni dell'anno, alla vigilia di san Lorenzo ella compirà quattordici anni. Susanna e lei — Dio conceda riposo a ogni anima cristiana! — erano della stessa età. Bene, Susanna è con Dio; era troppo buona per me. Ma come ho detto, alla vigilia di san Lorenzo ella compirà quattordici anni; li compirà, in fede; me ne ricordo bene. È trascorso ormai undici anni dal terremoto; e fu svezzata — non lo dimenticherò mai — di tutti i giorni dell'anno, proprio in quel giorno: perché allora avevo messo assenzio sul mio seno, sedendo al sole presso il muro della colombaia; il mio signore e voi eravate allora a Mantova: e sì, ho buona memoria. Ma come ho detto, quando gustò l'assenzio sul capezzolo del mio seno e lo trovò amaro, povera sciocchina, vederla stizzita e litigare col seno! La colombaia tremò, non c'era bisogno, vi dico, di ordinarmi di andar via. E da quel tempo sono trascorsi undici anni; già allora sapeva reggersi in piedi; anzi, per la croce, sapeva correre e trotterellare ovunque; giacché il giorno prima si era fatta un bernoccolo in fronte, e allora mio marito — Dio l'abbia in gloria! — era un uomo allegro — raccolse la bambina: «Eh» disse, «cadi sulla faccia? Caderai all'indietro quando avrai più giudizio; non è vero, Giuletta?» e, per la mia corona, la bella creaturina smise di piangere e disse «Sì». Guardate ora come uno scherzo si compie. Scommetto che, dovessi vivere mille anni, non lo dimenticherei mai. «Non è vero, Giuletta?» disse; e la bella sciocchina si fermò, e disse «Sì.»

SIGNORA CAPULETI. Basta con questo; ti prego, sta' zitta.

NUTRICE. Sì, signora, ma non posso fare a meno di ridere, al pensiero che smettesse di piangere e dicesse «Sì»; eppure scommetto che aveva sulla fronte un bernoccolo grosso come il sasso di un giovane galletto; un brutto colpo, e pianse amaramente. «Eh» disse mio marito, «cadi sulla faccia? Caderai all'indietro quando sarai grande; non è vero, Giuletta?» si fermò, e disse «Sì».

GIULIETTA. Smettila anche tu, ti prego, nutrice, dico io.

NUTRICE. Pace, ho finito. Dio ti conceda la sua grazia, eri la più graziosa bimba che mai io abbia allattato: e potessi vivere di vederti sposata una volta, il mio desiderio sarebbe compiuto.

SIGNORA CAPULETI. Sposarsi, ecco il tema stesso del quale sono venuta a parlare. Dimmi, figlia Giulietta, come ti senti disposta al matrimonio?

GIULIETTA. È un onore che non sogno nemmeno.

NUTRICE. Un onore! Se non fossi la tua unica nutrice, direi che hai succhiato saggezza dal mio petto.

SIGNORA CAPULETI. Ebbene, pensa ora al matrimonio: più giovani di te, qui in Verona, dame di stima, sono già madri. Per quanto possa ricordare, io ero tua madre pressappoco a questi anni che tu hai ora da fanciulla. Dunque, in breve; il valente Paride ti cerca per amore.

NUTRICE. Un uomo, giovane signora! Signora, un tale uomo che tutto il mondo — ah, è un uomo modello.

SIGNORA CAPULETI. L'estate di Verona non ha un tal fiore.

NUTRICE. No davvero, è un fiore, in fede, un vero fiore.

SIGNORA CAPULETI. Che dite, potete amare il gentiluomo? Questa notte lo vedrete al nostro banchetto; scorrete il volume del volto del giovane Paride, e troverete il diletto scrittovi con la penna della bellezza. Esaminate ogni lineamento coniugale, e vedete come l'uno all'altro presti compiacimento; e ciò che in questo bel volume giace oscuro, lo troverete scritto nel margine dei suoi occhi. Questo prezioso libro d'amore, questo amante non ancora rilegato, per essere bello, manca solo di copertura: il pesce vive nel mare; ed è sommo vanto per il bel di fuori nascondere il bel di dentro. Quel libro negli occhi di molti partecipa della gloria, che in fermagli d'oro racchiude la storia dorata; così voi parteciperete a tutto ciò che egli possiede, avendo lui, senza divenir voi stessa minore.

NUTRICE. Non minore, anzi maggiore. Le donne crescono grazie agli uomini.

SIGNORA CAPULETI. Parla in breve, puoi gradire l'amore di Paride?

GIULIETTA. Lo guarderò per poterlo amare, se il guardare fa nascere l'amore: ma non lascerò che il mio occhio s'inoltri più addentro di quanto il vostro consenso dia forza di volare.

Entra un Servitore.

SERVITORE. Signora, gli ospiti sono arrivati, la cena è servita, vi si cerca, la giovane padrona è richiesta, la Nutrice è stata maledetta in dispensa, e ogni cosa è nel caos. Devo andare ad attendere, vi prego di seguirmi subito.

SIGNORA CAPULETI. Ti seguiamo.

[Esce il Servitore.]

Giulietta, il Conte attende.

NUTRICE. Va', ragazza, possa tu avere notti felici dopo giorni felici.

[Escono.]

SCENA IV. Una strada.

Entrano Romeo, Mercuzio, Benvolio, con cinque o sei Mascherati; Portatori di torce e altri.

ROMEO. Ebbene, queste parole dovranno esser dette a nostra scusa? O entreremo senza scuse?

BENVOLIO. È passato il tempo di simili lungaggini: non avremo un Cupido bendato con un drappo, che porta l'arco dipinto di un Tartaro, fatto di listelli, spaventando le dame come uno spauracchio; né un prologo a memoria, debolmente recitato dietro il suggeritore, al nostro entrare: ma ci lascino giudicarci come vorranno, noi li misureremo con una danza, e ce ne andremo.

ROMEO. Datemi una torcia, io non sono per questo andare leggero; essendo malinconico, porterò la luce.

MERCUZIO. No, gentile Romeo, dobbiamo farti danzare.

ROMEO. Non io, credimi, voi avete scarpe da danza, con suole agili, io ho un'anima di piombo che mi conficca al suolo, e non posso muovermi.

MERCUZIO. Sei un innamorato, prendi in prestito le ali di Cupido, e vola con esse sopra un comune confine.

ROMEO. Sono troppo crudelmente trafitto dalla sua freccia per volar con le sue lievi piume, e così legato, non posso superare un'altezza sopra un dolore opaco. Sotto il grave peso d'amore io affondo.

MERCUZIO. E per affondarvi, dovresti gravare l'amore; troppa oppressione per una cosa tenera.

ROMEO. È tenera l'amore? È troppo ruvido, troppo rude, troppo turbolento; e punge come spina.

MERCUZIO. Se l'amore è rude con te, sii rude con l'amore; pungi l'amore che punge, e tu lo abbatterai. Datemi una custodia in cui porre il mio viso: [mettendosi una maschera.] Una visiera per una visiera. Che m'importa quale occhio curioso nota difetti? Ecco queste ciglia sporgenti arrossiranno per me.

BENVOLIO. Su, bussate ed entrate; e appena dentro, ognuno si dia alle gambe.

ROMEO. Una torcia per me: lasciano gli sponsierati, lievi di cuore, solleticare le insensibili giunchi coi loro tacchi; ché io ho un proverbio di vecchio nonno, sarò lo spettatore che regge il lume e guarda, il gioco non fu mai così equo, e io sono finito.

MERCUZIO. Bah, è il topo bigio, parola del bargello: se sei bigio, ti trarremo dal fango, o salva il rispetto amore, in cui sei impantanato fino alle orecchie. Suvvia, bruciamo la luce del giorno, ehi.

ROMEO. No, non è così.

MERCUZIO. Voglio dire, signore, che nell'indugio sprechiamo invano le nostre luci, accendiamo luci di giorno. Prendete il nostro buon significato, poiché il nostro giudizio siede cinque volte in quello prima che una volta nei nostri cinque sensi.

ROMEO. E noi siamo ben intenzionati andando a questa mascherata; ma non è saggio andarvi.

MERCUZIO. E perché, si può chiedere?

ROMEO. Ho sognato un sogno questa notte.

MERCUZIO. Ed io pure.

ROMEO. Ebbene, qual era il vostro?

MERCUZIO. Che i sognatori spesso mentono.

ROMEO. A letto, dormendo, mentre sognano cose vere.

MERCUZIO. Oh, allora vedo che la Regina Mab è stata con voi. Ella è la levatrice delle fate, e viene in forma non più grande di una pietra d'agata sul dito indice di un aldermano, tratta da una pariglia di piccoli atomi sopra i nasi degli uomini mentre dormono: i raggi delle sue ruote sono di lunghe zampe di ragno; la copertura, di ali di cavallette; le tirelle, della ragnatela del ragno più piccolo; i collari, dei raggi acquosi del chiar di luna; la frusta, di un osso di grillo; la sferza, di una pellicola; il suo cocchiere, un piccolo moscerino dal manto grigio, non più grande di un piccolo verme rotondo cavato dal dito pigro di una fanciulla: il suo cocchio è una nocciola vuota, fatta dallo scoiattolo falegname o dal vecchio tarlo, da tempo immemorabile costruttore di carrozze delle fate. E in questo stato ella galoppa notte dopo notte attraverso i cervelli degli amanti, ed essi sognano d'amore; sopra le ginocchia dei cortigiani, che sognano d'inchini; sopra le dita degli avvocati, che sognano di parcelle; sopra le labbra delle dame, che sognano subito di baci, che spesso l'ira di Mab punge con vesciche, perché i loro fiati sono guastati da dolciumi: talvolta galoppa sul naso di un cortigiano, ed egli sogna di fiutare l'odore di una causa; e talvolta viene con la coda di un maiale della decima, solleticando il naso di un curato mentre dorme, ed egli sogna allora di un altro beneficio: talvolta ella passa sul collo di un soldato, ed egli sogna di tagliare gole straniere, di brecce, imboscate, lame spagnole, di bevute cinque braccia profonde; e poi subito un tamburo nell'orecchio, al che egli balza e si sveglia; e, così spaventato, biascica una preghiera o due, e si riaddormenta. Questa è proprio quella Mab che intreccia le criniere dei cavalli di notte; e rapprende i bioccoli nei capelli sudici e sporchi, che, una volta districati, presagiscono molte sfortune: questa è la strega che, quando le fanciulle giacciono supine, le preme, e insegna loro per prima a sopportare, facendole donne di buon portamento: questa è lei —

ROMEO. Pace, pace, Mercuzio, pace, tu parli di nulla.

MERCUZIO. Vero, parlo di sogni, che sono i figli di un cervello ozioso, generati dal nulla se non da vana fantasia, la quale è sottile di sostanza come l'aria, e più incostante del vento, che ora corteggia il seno gelato del settentrione, e, adirandosi, soffia via di là, volgendo il fianco al sud che stilla rugiada.

BENVOLIO. Questo vento di cui parli ci soffia via da noi stessi: la cena è finita, e arriveremo troppo tardi.

ROMEO. Temo troppo presto: perché il mio animo presagisce qualche conseguenza ancora sospesa nelle stelle, che amaramente inizierà il suo temibile corso con i bagordi di questa notte; e compirà il termine di una vita disprezzata, chiusa nel mio petto da qualche vile pegno di morte immatura. Ma chi governa il timone del mio viaggio diriga la mia preghiera. Avanti, gagliardi signori!

BENVOLIO. Battete, tamburo.

[Escono.]

SCENA V. Una sala nella casa di Capuleti.

Musici in attesa. Entrano i Servitori.

PRIMO SERVITORE. Dov'è Potpan, che non aiuta a sparecchiare? Lui spostare un tagliere! Lui raschiare un tagliere!

SECONDO SERVITORE. Quando le buone maniere giaceranno tutte nelle mani di uno o due uomini, e per giunta non lavati, è una cosa sudicia.

PRIMO SERVITORE. Via con gli sgabelli, togliete la credenza, badate all'argenteria. Buon uomo, serbami un pezzo di marzapane; e se mi vuoi bene, fa' che il portinaio faccia entrare Susan Grindstone e Nell. Antonio e Potpan!

SECONDO SERVITORE. Sì, ragazzo, pronto.

PRIMO SERVITORE. Siete atteso e chiamato, richiesto e cercato, nel salone grande.

SECONDO SERVITORE. Non possiamo essere qui e là insieme. Coraggio, ragazzi. State allegri un poco, e chi vive più a lungo prenda tutto.

[Escono.]

Entrano Capuleti, &c. con gli Ospiti e le Gentildonne verso i Mascherati.

CAPULETI. Benvenuti, signori, dame che avete gli alluci non tormentati dai calli, avrete un giro con voi. Ah, mie signore, quale di voi tutte vorrà ora rifiutare di danzare? Quella che fa la schifiltosa, quella, vi giuro, ha i calli. Sono forse vicino al segno? Benvenuti, signori! Ho visto il giorno in cui portavo una maschera, e sapevo sussurrare una storia all'orecchio di una bella dama, tale che sarebbe piaciuta; è passato, è passato, è passato, siete i benvenuti, signori! Orsù, musici, suonate. Sala, sala, fate spazio! E ballate, ragazze.

[La musica suona, e danzano.]

Più luce, furfanti; e rovesciate i tavoli, e spegnete il fuoco, la stanza è diventata troppo calda. Ah, compare, questo sollazzo inatteso giunge a proposito. Orsù siedi, orsù siedi, buon cugino Capuleti, poiché voi e io abbiamo passato i giorni del ballo; quanto tempo è trascorso da quando l'ultima volta voi e io fummo in maschera?

CUGINO DI CAPULETI. Per la Madonna, trenta anni.

CAPULETI. Come, compare, non è tanto, non è tanto: è dalle nozze di Lucenzio, di Pentecoste non appena verrà, cinque e venti anni fa; e allora ci mascherammo.

CUGINO DI CAPULETI. Di più, di più, suo figlio è maggiore, signore; suo figlio ha trenta anni.

CAPULETI. Volete dirmi questo? Suo figlio era solo un pupillo due anni fa.

ROMEO. Quale dama è quella, che arricchisce la mano di quel cavaliere laggiù?

SERVITORE. Non lo so, signore.

ROMEO. Oh, ella insegna alle torce a bruciar luminose! Sembra pendere dalla guancia della notte come un ricco gioiello nell'orecchio di un Etiope; bellezza troppo ricca per l'uso, troppo preziosa per la terra! Così appare una candida colomba che si mescola ai corvi, come quella dama sopra le sue compagne mostra. Finita la danza, osserverò il luogo dove si ferma, e toccando la sua, benedirò la mia mano rozza. Ha amato il mio cuore fino ad ora? Rinneghi, o vista! Poiché mai vidi vera bellezza fino a questa notte.

TIBALDO. Dalla voce, questi dev'essere un Montecchi. Fammi venire la mia spada, ragazzo. Come, osa lo schiavo venir qui, coperto d'un volto grotesco, per beffarsi e schernire la nostra solennità? Ora per il lignaggio e l'onore del mio sangue, colpirlo a morte non lo stimo peccato.

CAPULETI. Orsù, come, parente! Perché fate tanto strepito?

TIBALDO. Zio, questi è un Montecchi, nostro nemico; un vile che è venuto qui per dispetto, per deridere la nostra solennità questa notte.

CAPULETI. Giovane Romeo, è lui?

TIBALDO. È lui, quel vile Romeo.

CAPULETI. Calmati, dolce cugino, lascialo stare, si porta da gentiluomo di garbo; e, a dire il vero, Verona si vanta di lui come d'un giovane virtuoso e ben costumato. Non vorrei, per la ricchezza di tutta la città, fargli dispetto qui in casa mia. Perciò sii paziente, non badare a lui, è mia volontà; e se tu la rispetti, mostra un volto sereno e deponi questi bronci, cattiva sembianza per un banchetto.

TIBALDO. Si addice quando un tale vile è un ospite: non lo sopporterò.

CAPULETI. Sarà sopportato. Come, buon uomo ragazzo! Dico che lo sarà, va'; sono io il padrone qui, o tu? Va'. Non lo sopporterai! Dio salvi l'anima mia, solleverai una rivolta tra i miei ospiti! Metterai scompiglio, sarai tu il mattatore!

TIBALDO. Perché, zio, è una vergogna.

CAPULETI. Va', va'! Sei un ragazzo sfrontato. È così, davvero? Questo tiro potrebbe accadere di danneggiarti, so io che cosa. Devi contraddirmi! In fede, è tempo. Ben detto, cuori miei! Sei un presuntuoso; va': stai cheto, o — Più luce, più luce! — Per vergogna! Ti farò star cheto. Orsù, coraggio, cuori miei.

TIBALDO. La pazienza forzata con l'ira sdegnosa fa tremare la mia carne nel loro diverso incontro. Mi ritirerò: ma questa intrusione, ora sembrata dolce, si muterà in fiele amaro.

[Esce.]

ROMEO. [A Giulietta.] Se profano con la mia indegna mano questo santo altare, il peccato gentile è questo, le mie labbra, due pellegrini rossi, son pronte a lisciare il ruvido contatto con un tenero bacio.

GIULIETTA. Buon pellegrino, fate troppo torto alla vostra mano, che mostra in ciò una devozione cortese; poiché i santi hanno mani che toccano mani di pellegrini, e palma a palma è il bacio dei santi pellegrini.

ROMEO. Non hanno i santi labbra, e i santi pellegrini pure?

GIULIETTA. Sì, pellegrino, labbra che devono usare in preghiera.

ROMEO. O, allora, cara santa, lascia che le labbra faccian ciò che fan le mani: esse pregano, concedi tu, che la fede non si muti in disperazione.

GIULIETTA. I santi non si muovono, sebbene concedan per le preghiere.

ROMEO. Allora non muoverti mentre prendo l'effetto della mia preghiera. Così dalle mie labbra, per le tue il mio peccato è purgato. [Baciandola.]

GIULIETTA. Allora le mie labbra hanno il peccato che hanno preso.

ROMEO. Peccato dalle mie labbra? O trasgressione soavemente sollecitata! Rendimi il mio peccato.

GIULIETTA. Voi baciate come dal libro.

NUTRICE. Signora, vostra madre desidera una parola con voi.

ROMEO. Chi è sua madre?

NUTRICE. In fede, giovinotto, sua madre è la signora della casa, ed è buona signora, saggia e virtuosa. Io allattai la figlia con cui parlate. Vi dico, chi può metterle la mano addosso, ne avrà le borse.

ROMEO. È ella una Capuleti? O caro conto! La mia vita è debito del mio nemico.

BENVOLIO. Via, andate; lo spettacolo è al culmine.

ROMEO. Sì, e temo appunto; tanto più è la mia inquietudine.

CAPULETI. No, signori, non vi apprestate ad andarvene, abbiamo un frugale sciocco banchetto in preparazione. È dunque davvero? Ebbene, vi ringrazio tutti; vi ringrazio, onesti signori; buona notte. Più torce qui! Orsù dunque, andiamo a letto. Ah, compare, per la mia fede, si fa tardi, me ne vado al mio riposo.

[Escono tutti tranne Giulietta e la Nutrice.]

GIULIETTA. Vieni qua, Nutrice. Chi è quel gentiluomo?

NUTRICE. Il figlio ed erede del vecchio Tiberio.

GIULIETTA. Chi è colui che ora esce di porta?

NUTRICE. In fede, credo che sia il giovane Petruchio.

GIULIETTA. Chi è colui che segue, che non voleva danzare?

NUTRICE. Non lo so.

GIULIETTA. Va' a chiedere il suo nome. Se egli è maritato, la mia tomba sarà simile al mio letto nuziale.

NUTRICE. Il suo nome è Romeo, ed è un Montecchi, l'unico figlio del vostro grande nemico.

GIULIETTA. Il mio unico amore nato dal mio unico odio! Troppo presto visto ignoto, e conosciuto troppo tardi! Mostruosa nascita d'amore è per me, che io debba amare un nemico aborrito.

NUTRICE. Che è questo? Che è questo?

GIULIETTA. Un verso imparato or ora da uno con cui danzai.

[Una voce chiama dentro, «Giulietta».]

NUTRICE. Subito, subito! Orsù andiamocene, gli estranei se ne sono tutti andati.

[Escono.]

ATTO II

Entra il Coro.

CORO. Ora il vecchio desiderio giace sul letto di morte, e il giovane affetto spalanca la bocca per esserne erede; quella beltà per cui l'amore gemette e vorrebbe morire, abbinata alla tenera Giulietta, ormai non è più bella. Ora Romeo è amato, e ama a sua volta, ugualmente incantato dal fascino degli sguardi; ma al suo nemico creduto deve lamentarsi, ed ella ruba il dolce amo d'amore dagli spaventati uncini: essendo tenuto per nemico, non può aver accesso a sussurrare voti come gli amanti sogliono giurare; ed ella, pur tanto innamorata, ha ancor meno i mezzi di raggiungere il nuovo amato in alcun luogo. Ma la passione dà loro potere, il tempo i mezzi, d'incontrarsi, temperando le estremità con dolcezza estrema.

[Esce.]

SCENA I. Un luogo aperto attiguo al Giardino di Capuleti.

Entra Romeo.

ROMEO. Posso io andare innanzi quando il mio cuore è qui? Torna indietro, terra stupida, e ritrova il tuo centro.

[Egli scavalca il muro e salta giù dentro.]

Entrano Benvolio e Mercuzio.

BENVOLIO. Romeo! Mio cugino Romeo! Romeo!

MERCUZIO. Egli è saggio, e sulla mia vita si è rubato a casa a letto.

BENVOLIO. Egli corse da questa parte, e saltò questo muro del frutteto: chiama, buon Mercuzio.

MERCUZIO. No, anche io lo evocherò. Romeo! Umore! Folle! Passione! Amante! Apparì in sembianza d'un sospiro, di' pure un sol verso, e sarò pago; grida solo «Ahimè!» Pronunzia solo Amore e colomba; parla alla mia confidente Venere una sola parola gentile, un nomignolo per il suo figliolo e erede cieco, il giovane Abramo Cupido, che saettò sì elegante quando il re Cofetua amò la mendicante. Egli non ode, non si scuote, non si muove; la scimmia è morta, e devo evocar lui. T'evoco per gli occhi lucenti di Rosalina, per la sua fronte alta e il suo labbro scarlatto, per il suo piede leggiadro, la gamba diritta, e la coscia tremante, e le regioni che colà adiacenti giacciono, che in sua sembianza tu ci appaia.

BENVOLIO. E se ti ode, tu lo irriterai.

MERCUZIO. Ciò non può irritarlo. L'irriterebbe suscitare uno spirito nel cerchio della sua dama, di qualche strana natura, lasciandolo lì stare finché ella lo avesse giaciuto, e l'avesse congiurato giù; quello sarebbe qualche dispetto. La mia invocazione è onesta e giusta, e nel nome della sua dama, io evoco solo per suscitare lui.

BENVOLIO. Su, egli si è nascosto tra questi alberi per accompagnarsi con l'umida notte. Cieco è il suo amore, e il meglio si addice al buio.

MERCUZIO. Se amore è cieco, amore non può cogliere il segno. Ora si siederà sotto un nespolo, e vorrà che la sua dama fosse quel frutto che le fanciulle chiamano nespole quando ridon sole. O Romeo, che ella fosse, o che ella fosse un corbezzolo e tu un pero popino! Romeo, buona notte. Me ne vo al mio letto a ruote. Questo letto di campo è troppo freddo perché io dorma. Su, ce ne andiamo?

BENVOLIO. Va' pure; ché è invano cercarlo qui, che non intende esser trovato.

[Escono.]

SCENA II. Il Giardino di Capuleti.

Entra Romeo.

ROMEO. Egli scherza sulle cicatrici chi mai sentì ferita.

Giulietta appare sopra a una finestra.

Ma silenzio, qual luce rompe attraverso quella finestra? È l'oriente, e Giulietta è il sole! Sorgi, bel sole, e uccidi l'invidiosa luna, Che già è inferma e pallida di dolore, Perché tu, sua damigella, sei ben più bella di lei. Non esser sua damigella, poiché ella è invidiosa; La sua veste vestale è solo d'inferma e verde, E solo gli sciocchi la indossano; depónila. È la mia dama, oh, è il mio amore! Oh, che ella sapesse d'esserlo! Parla, eppur non dice nulla. Che importa? Il suo occhio favella, io gli risponderò. Sono troppo ardito, non è a me che parla. Due delle più belle stelle in tutto il cielo, Avendo qualche incombenza, pregano i suoi occhi Di scintillare nelle loro sfere finché non tornino. Che se i suoi occhi fossero là, esse nella sua testa? La luminosità della sua guancia farebbe arrossire quelle stelle, Come il giorno fa con una lampada; i suoi occhi in cielo Stillerebbero sì luminosi attraverso la region dell'aria Che gli uccelli canterebbero credendo non esser notte. Guarda come appoggia la guancia sulla mano. Oh, fossi io un guanto su quella mano, Per poter toccare quella guancia.

GIULIETTA. Ahi me.

ROMEO. Parla. Oh, parla ancora, angelo luminoso, poiché tu sei Sì glorioso a questa notte, librato sul mio capo, Come un alato messaggero del cielo Agli occhi bianchi e levati in alto dei mortali Che ricadono indietro per contemplarlo Quando cavalca le pigre gonfie nubi E veleggia sul seno dell'aria.

GIULIETTA. O Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome. O se non vuoi, giurami solo amore, E io non sarò più una Capuleti.

ROMEO. [A parte.] Devo udir di più, o debbo parlare ormai?

GIULIETTA. Solo il tuo nome è mio nemico; Tu sei tu stesso, pur se non un Montecchi. Che cosa è Montecchi? Non è mano né piede, Né braccio, né volto, né alcun'altra parte Appartenente a un uomo. Oh, sii un altro nome. Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa Con qualunque altro nome avrebbe igual profumo; Così Romeo sarebbe, se non fosse chiamato Romeo, Conservando quella cara perfezione che possiede Senza quel titolo. Romeo, deponi il tuo nome, E per il tuo nome, che non è parte di te, Prendimi tutta.

ROMEO. Ti prendo in parola. Chiamami solo amore, e sarò ribattezzato; D'ora innanzi non sarò mai più Romeo.

GIULIETTA. Chi sei tu, tu che, così schermato dalla notte, S'inciampi così nei miei pensieri?

ROMEO. Da un nome Non so come dirti chi sono: Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, Poiché è nemico a te. Se l'avessi scritto, strapperei la parola.

GIULIETTA. Le mie orecchie non hanno ancora bevuto cento parole Dell'espression tua, eppure riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?

ROMEO. Né l'uno né l'altra, bella fanciulla, se l'uno o l'altra ti dispiace.

GIULIETTA. Come sei giunto fin qui, dimmi, e perché? Le mura del giardino sono alte e difficili da scalare, E il luogo è morte, pensando chi tu sei, Se qualcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO. Con le leggere ali d'amore ho sorvolato queste mura, Ché i confini di pietra non possono tenere fuori l'amore, E ciò che l'amore può fare, l'amore osa tentare: Perciò i tuoi parenti non sono ostacolo per me.

GIULIETTA. Se ti vedono, ti uccideranno.

ROMEO. Ahimè, più periglio è nel tuo sguardo Che in venti delle loro spade. Sii solo dolce, E io sarò prova contro la loro inimicizia.

GIULIETTA. Non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.

ROMEO. Ho il manto della notte per nascondermi ai loro occhi, E ma tu amami, lascia che mi trovino qui. La mia vita sarebbe meglio finita dal loro odio Che morte prorogata, priva del tuo amore.

GIULIETTA. Per guida di chi trovasti questo luogo?

ROMEO. Per amore, che primo mi spinse a cercare; Egli mi prestò consiglio, e io gli prestai occhi. Io non sono pilota; eppure fossi tu sì lontana Come quella vasta riva bagnata dal mare più remoto, Io mi avventurerei per tal mercanzia.

GIULIETTA. Tu sai che la maschera della notte è sul mio volto, Altrimenti un rossore di vergine imporporerebbe la mia guancia Per ciò che tu m'hai udita dir stanotte. Volentieri mi tratterrei sulle forme, volentieri, volentieri negherei Quanto ho detto; ma addio complimenti. Mi ami tu? So che dirai sì, E io prenderò la tua parola. Eppure, se tu giuri, Puoi mostrarti falso. Sui giuramenti d'amore, Dicono che Giove ride. O gentile Romeo, Se tu ami, dichiaralo fedelmente. O se pensi ch'io sia troppo presto vinta, Aggrotterò il ciglio e sarò ritrosa, e ti dirò di no, Così tu vorrai corteggiarmi. Ma altrimenti, non per il mondo. In verità, bel Montecchi, sono troppo incline; E perciò puoi creder leggera la mia condotta: Ma credimi, gentiluomo, mi mostrerò più vera Di quelle che hanno più astuzia per parer strane. Dovrei essere stata più riservata, lo confesso, Ma tu hai udito, prima che fossi consapevole, La mia vera passione d'amore; perdonami dunque, E non imputare questa resa ad amore leggiero, Che la notte oscura ha così svelato.

ROMEO. Dama, per quella benedetta luna giuro, Che d'argento incorona le cime di questi frutteti,—

GIULIETTA. Oh, non giurar per la luna, l'incostante luna, Che muta ogni mese nel suo cerchio orbato, Che il tuo amor non si mostri poi altrettanto incostante.

ROMEO. Per che debbo giurare?

GIULIETTA. Non giurar del tutto. O se pur vuoi, giura per te stesso, Che è il dio della mia idolatria, E io ti crederò.

ROMEO. Se il cuor mio, cara amata,—

GIULIETTA. Bene, non giurar. Sebbene io goda in te, Di questo patto non ho gioia stanotte; Esso è troppo precipitoso, troppo sconsiderato, troppo improvviso, Troppo simile al fulmine, che cessa d'esserci Prima che uno possa dire «lampeggia». Dolce, buona notte. Questo germoglio d'amore, per il respiro maturante dell'estate, Può divenir bel fiore alla prossima nostra rincontrata. Buona notte, buona notte. Così dolce riposo e quiete Vengano al tuo cuore come a quello nel mio petto.

ROMEO. Oh, vuoi lasciarmi sì insoddisfatto?

GIULIETTA. Qual soddisfazione puoi avere stanotte?

ROMEO. Lo scambio del fido voto del tuo amor col mio.

GIULIETTA. Io ti diedi il mio prima che tu lo chiedessi; Eppure vorrei poterlo dare di nuovo.

ROMEO. Vuoi ritirarlo? Per quale scopo, amor mio?

GIULIETTA. Solo per esser sincera e dartelo di nuovo. Eppure io non bramo che ciò che già possiedo; La mia generosità è sconfinata come il mare, Il mio amore sì profondo; più ti do, Più ne ho, perché entrambi sono infiniti. Odo un po' di rumore dentro. Caro amore, addio. [La Nutrice chiama dentro.] Vengo, buona Nutrice!—Dolce Montecchi, sii fedele. Resta solo un poco, tornerò.

[Esce.]

ROMEO. O benedetta, benedetta notte. Ho paura, Essendo di notte, che tutto ciò sia solo un sogno, Troppo lusinghiero e dolce per esser sostanziale.

Entra Giulietta di sopra.

GIULIETTA. Tre parole, caro Romeo, e davvero buona notte. Se l'inclinazione del tuo amore sia onorevole, E il tuo fine sia il matrimonio, fammi sapere domani, Per uno ch'io procaccerò che venga a te, Dove e a qual ora tu voglia compiere il rito, E tutte le mie fortune ai tuoi piedi deporrò E ti seguirò, mio signore, per tutto il mondo.

NUTRICE. [Dentro.] Madama.

GIULIETTA. Vengo, subito.—Ma se tu non intendi onestamente, Ti scongiuro,—

NUTRICE. [Dentro.] Madama.

GIULIETTA. Tra poco vengo— Di cessare la tua lotta e lasciarmi al mio dolore. Domani ti manderò.

ROMEO. Così prosperi l'anima mia,—

GIULIETTA. Mille volte buona notte.

[Esce.]

ROMEO. Mille volte il peggio, mancar della tua luce. Amore va verso amore come scolari dai libri, Ma amore da amore, verso scuola con sguardi gravi.

[Ritirandosi lentamente.]

Rientra Giulietta, di sopra.

GIULIETTA. Sst! Romeo, sst! Oh, per una voce di falconiere Per richiamare indietro questo falco gentile. La schiavitù è rauca e non può parlar forte, Altrimenti strapperei la caverna dove giace Eco, E renderei la sua aerea lingua più rauca della mia Col ripetere il nome del mio Romeo.

ROMEO. È l'anima mia che chiama il mio nome. Quanto argenteo-dolce suonano le lingue degli amanti di notte, Come soavissima musica ad orecchie attente.

GIULIETTA. Romeo.

ROMEO. Mia cara?

GIULIETTA. A che ora domani Ti manderò a dire?

ROMEO. All'ora di nove.

GIULIETTA. Non mancherò. Son vent'anni fino ad allora. Ho dimenticato perché ti richiamai.

ROMEO. Lasciami star qui finché tu lo ricordi.

GIULIETTA. Dimenticherò, per averti sempre qui, Ricordando quanto amo la tua compagnia.

ROMEO. E io resterò sempre, per averti sempre dimentica, Dimenticando ogni altra casa fuorché questa.

GIULIETTA. Quasi è mattino; vorrei che tu fossi andato, Eppure non più lontano d'un uccello scherzevole, Che si lascia saltellar un poco dalla mano, Come un povero prigioniero nei suoi ceppi attorti, E con un filo di seta lo riconduce indietro, Sì geloso-amante della sua libertà.

ROMEO. Fossi io il tuo uccello.

GIULIETTA. Dolce, così vorrei: Eppure ti ucciderei con troppe carezze. Buona notte, buona notte. Il separarci è sì dolce dolore Che dirò buona notte finché non sia domani.

[Esce.]

ROMEO. Il sonno dimori sui tuoi occhi, la pace nel tuo petto. Fossi io il sonno e la pace, sì dolci al riposo. Di qui andrò alla cella del mio padre spirituale, Per chiedere il suo aiuto e narrargli il mio caro fato.

[Esce.]

SCENA III. La cella di Frate Lorenzo.

Entra Frate Lorenzo con un paniere.

FRATE LORENZO. Il mattino dagli occhi grigi sorride alla notte corrucciata, Variegando di strie di luce le nuvole orientali; E l'oscurità macchiata vacilla come un ubriaco Dal sentiero del giorno, fatto dalle ruote infuocate di Titano. Or dunque, prima che il sole avanzi il suo occhio ardente, Per rallegrare il giorno e asciugare il rugiadoso umido notturno, Devo empire questo nostro cesto di vimini D'erbe nocive e di fiori di succo prezioso. La terra, che è madre della natura, è sua tomba; Ciò che è sua tomba sepolcrale, è suo grembo: E dal suo grembo figli di vario genere Noi trovan succhiando il suo seno naturale. Molti di molte virtù eccellenti, Nessuno fuorché per qualcosa, e pur tutti diversi. Oh, grande è la possente grazia che giace Nelle piante, nelle erbe, nelle pietre, e nelle loro vere qualità. Poiché nulla sì vile che sulla terra viva Che alla terra non dia qualche bene speciale; Né alcunché sì buono che, distolto da quel giusto uso, Non rivolti dal vero nascimento, inciampando nell'abuso. La virtù stessa diventa vizio essendo mal applicata, E il vizio talvolta dall'azione è nobilitato.

Entra Romeo.

Sotto l'infante scorza di questo fiore debole Dimora il veleno, e il potere della medicina: Poiché questo, odorato, con quella parte conforta ogni parte; Se gustato, uccide ogni senso col cuore. Due sì opposti re si accampano sempre Nell'uomo come nelle erbe,—grazia e rozza volontà; E dove il peggiore è predominante, Subito il tarlo della morte divora quella pianta.

ROMEO. Buon dì, padre.

FRATE LORENZO. Benedicite! Qual lingua mattutina sì dolce mi saluta? Giovane figlio, ciò argomenta una testa sconvolta Il così presto augurar buon dì al tuo letto. L'affanno tiene la guardia in ogni occhio d'un vecchio, E dove l'affanno alloggia il sonno mai giacerà; Ma dove la gioventù non contusa col cervello non stipato Adagia le membra, ivi il dorato sonno regna. Perciò la tua mattiniera levata m'assicura Che sei destato da qualche turbamento; O se non è così, allora qui colpisco nel segno, Il nostro Romeo non è stato a letto stanotte.

ROMEO. L'ultimo è vero; il più dolce riposo fu il mio.

FRATE LORENZO. Dio perdoni il peccato. Eri con Rosaline?

ROMEO. Con Rosaline, mio padre spirituale? No. Ho dimenticato quel nome, e il dolore di quel nome.

FRATE LORENZO. Questo è il mio buon figlio. Ma dove sei stato dunque?

ROMEO. Te lo dirò prima che tu me lo chieda ancora. Sono stato a banchetto col mio nemico, Dove a un tratto uno mi ha ferito Che da me è ferito. Entrambi i nostri rimedi Stanno nel tuo aiuto e nella santa medicina. Non porto odio, uomo benedetto; ché ecco, La mia intercessione giova anche al mio nemico.

FRATE LORENZO. Sii chiaro, buon figlio, e dimesso nel tuo dire; Confessione per enigmi trova solo assoluzione per enigmi.

ROMEO. Sappi allora chiaramente che il caro amor del cuor mio è posto Sulla bella figlia del ricco Capuleti. Come il mio è su lei, così il suo è posto su me; E tutto è congiunto, salvo ciò che tu devi congiungere Per santo matrimonio. Quando, e dove, e come Ci incontrammo, ci corteggiammo, e scambiammo i voti, Te lo dirò strada facendo; ma questo ti chiedo, Che tu consenta di sposarci oggi.

FRATE LORENZO. Santo San Francesco! Qual cambiamento è questo! Rosaline, che amavi sì cara, Sì presto abbandonata? L'amore dei giovani allora giace Non veramente nei lor cuori, ma nei lor occhi. Gesù Maria, quanto mare di lagrime Ha lavato le tue guance pallide per Rosaline! Quanta acqua salata gettata via in spreco, Per condire amor, che di essa non gusta. Il sole non ha ancora terso dai cieli i tuoi sospiri, I tuoi vecchi gemiti ancor risuonano nelle mie antiche orecchie. Ecco, qui sulla tua guancia siede la macchia D'una vecchia lagrima che non è ancor lavata via. Se mai tu fosti te stesso, e questi dolori tuoi, Tu e questi dolori eravate tutti per Rosaline, E ti sei mutato? Pronunzia allora questa sentenza, Le donne possono cadere, quando non v'è forza negli uomini.

ROMEO. Tu mi rimproveravi spesso d'amar Rosaline.

FRATE LORENZO. D'esserne pazzo, non d'amarla, allievo mio.

ROMEO. E mi dicevi di seppellire l'amore.

FRATE LORENZO. Non in una fossa Per metterne uno dentro, e averne fuori un altro.

ROMEO. Ti prego, non sgridarmi; colei che ora amo Rende grazia per grazia e amore per amore. L'altra non faceva così.

FRATE LORENZO. Oh, ella ben sapeva Che il tuo amor leggeva a memoria, ché non poteva compitare. Ma vieni, giovane vacillante, vieni con me, In un rispetto sarò il tuo assistente; Poiché questa alleanza può sì felice riuscire, Da volgere il rancore delle vostre famiglie in puro amore.

ROMEO. Oh, andiamo; sono spinto da improvvisa fretta.

FRATE LORENZO. Saggio e lento; chi corre frettoloso inciampa.

[Escono.]

SCENA IV. Una via.

Entrano Benvolio e Mercuzio.

MERCUZIO. Dove diavolo dovrebbe essere questo Romeo? Non è tornato a casa stanotte?

BENVOLIO. Non da suo padre; ho parlato col suo servo.

MERCUZIO. Via, quella stessa pallida dal cuor duro, quella Rosaline, lo tormenta sì che di certo impazzirà.

BENVOLIO. Tebaldo, il parente del vecchio Capuleti, ha mandato una lettera a casa di suo padre.

MERCUZIO. Una sfida, sulla mia vita.

BENVOLIO. Romeo risponderà.

MERCUZIO. Chiunque sappia scrivere può rispondere a una lettera.

BENVOLIO. No, lui risponderà al padrone della lettera, come egli osi, essendo sfidato.

MERCUZIO. Ahimè, povero Romeo, è già morto, trafitto dall'occhio nero d'una fanciulla bianca; passato attraverso l'orecchio da una canzone d'amore, proprio il pernio del suo cuore spaccato dal dardo del cieco arciere fanciullo. Ed è costui un uomo da incontrare Tebaldo?

BENVOLIO. Orsù, che cos'è Tebaldo?

MERCUZIO. Più che Principe dei gatti. Oh, egli è il coraggioso capitano dei complimenti. Egli combatte come voi cantate a voce spiegata, tiene il tempo, la distanza, e la proporzione. Egli riposa il suo riposo minimo, uno, due, e il terzo nel vostro petto: il vero macellaio d'un bottone di seta, un duellante, un duellante; un gentiluomo della primissima casa, della prima e seconda causa. Ah, l'immortale passado, il punto riverso, l'hay.

BENVOLIO. Il che?

MERCUZIO. La peste di questi sì affettati balbettìi, di queste fantastiche leziosaggini; questi nuovi accordatori d'accenti. Per Gesù, una buona lama, un uomo assai alto, un'ottima bagascia. Orsù, non è cosa da lamentarsene, nonnino, che noi siamo così afflitti da queste strane mosche, da questi mercanti di mode, da questi permessi, che badano tanto alla nuova forma da non poter sedere a lor agio sul vecchio banco? Oh, le loro ossa, le loro ossa!

Entra Romeo.

BENVOLIO. Ecco Romeo che viene, ecco Romeo che viene!

MERCUZIO. Senza la sua roe, come un'aringa secca. O carne, carne, come sei stata infiscata! Ora è tutto per le numerose che Petrarca fluì. Laura, a paragone della sua dama, era solo una serva di cucina,—in fede, ella aveva un miglior amor da rimarle: Didone una sciatta; Cleopatra una zingara; Elena ed Ero delle sguaiate e delle prostitute; Tisbe un occhio grigio o giù di lì, ma non a proposito. Signor Romeo, bonjour! C'è un saluto francese ai vostri calzoni alla francese. Ci deste il cambio assai bene stanotte.

ROMEO. Buon dì a voi entrambi. Qual cambio vi diedi?

MERCUZIO. La svista, signore, la svista; non potete concepire?

ROMEO. Perdono, buon Mercuzio, il mio affare era grande, e in un caso come il mio un uomo può forzare la cortesia.

MERCUZIO. Che è quanto dire, un caso come il vostro costringe un uomo a piegare le ginocchia.

ROMEO. Cioè, a far la riverenza.

MERCUZIO. Hai colpito assai gentilmente.

ROMEO. Una assai cortese spiegazione.

MERCUZIO. No, io sono il fior fiore della cortesia.

ROMEO. Fiore per fiore.

MERCUZIO. Giusto.

ROMEO. Or dunque la mia scarpa è ben fiorata.

MERCUZIO. Spirito arguto, segui questo scherzo, finché tu abbia consumato la tua scarpa, sì che quando l'unica suola di essa sia consumata, lo scherzo possa restare dopo l'usura, unicamente singolare.

ROMEO. Oh, scherzo d'una sola suola, unicamente singolare per la singolarità!

MERCUZIO. Mettiti fra noi, buon Benvolio; il mio ingegno langue.

ROMEO. Sferze e speroni, sferze e speroni; o griderò vincita.

MERCUZIO. No, se il tuo ingegno corre la caccia all'oca selvatica, io sono finito. Perché tu hai più dell'oca selvatica in uno dei tuoi spiriti, di quanto, son certo, io ne abbia in tutti e cinque i miei. Ero con te là per l'oca?

ROMEO. Tu non fosti mai con me per nulla, quando non eri là per l'oca.

MERCUZIO. Ti morderò all'orecchio per quello scherzo.

ROMEO. No, buona oca, non mordere.

MERCUZIO. Il tuo spirito è un'agrodolce assai amara, è una salsa molto piccante.

ROMEO. E non è dunque ben servita in una dolce oca?

MERCUZIO. Oh, ecco un ingegno di pelle di capretto, che si stende da un pollice stretto fino a un braccio largo.

ROMEO. Lo stendo io per quella parola largo, che aggiunta all'oca, ti dimostra una larga oca in lungo e in largo.

MERCUZIO. Orsù, non è meglio questo che gemere per amore? Ora sei socievole, ora sei Romeo; ora sei ciò che sei, per arte oltre che per natura. Poiché questo amore bavoso è come un grande sciocco, che corre qua e là sbavando per nascondere il suo gingillo in un buco.

BENVOLIO. Fermati lì, fermati lì.

MERCUZIO. Tu mi inviti a fermarmi nel mio racconto contro pelo.

BENVOLIO. Altrimenti avresti fatto lungo il tuo racconto.

MERCUZIO. Oh, sei ingannato; lo avrei fatto corto, perché ero giunto al fondo del mio racconto, e intendevo davvero non occupare oltre l'argomento.

Entrano la Nutrice e Pietro.

ROMEO. Ecco un bell'arredo! Una vela, una vela!

MERCUZIO. Due, due; una camicia e una camicia da donna.

NUTRICE. Pietro!

PIETRO. Subito.

NUTRICE. Il mio ventaglio, Pietro.

MERCUZIO. Buon Pietro, per nasconderle il volto; perché il ventaglio è il più bel volto.

NUTRICE. Dio vi dia buon dì, gentiluomini.

MERCUZIO. Dio vi dia buon dì, bella gentildonna.

NUTRICE. È buon dì?

MERCUZIO. Non meno, vi dico; perché la mano spudorata del quadrante è ora sul punto di mezzodì.

NUTRICE. Via, che uomo siete voi!

ROMEO. Uno, gentildonna, che Dio ha fatto per sé a rovina.

NUTRICE. In fede mia, è ben detto; per sé a rovina, disse? Gentiluomini, qualcuno di voi sa dirmi dove posso trovare il giovane Romeo?

ROMEO. Io ve lo posso dire: ma il giovane Romeo sarà più vecchio quando l'avrete trovato di quando lo cercavate. Io sono il più giovane di quel nome, in mancanza d'un peggiore.

NUTRICE. Dite bene.

MERCUZIO. Sì, è il peggio bene? Molto bene inteso, in fede; saggiamente, saggiamente.

NUTRICE. Se siete voi, signore, desidero un po' di confidenza con voi.

BENVOLIO. Ella lo citerà in giudizio per qualche cena.

MERCUZIO. Una mezzana, una mezzana, una mezzana! Ehi, là!

ROMEO. Che hai trovato?

MERCUZIO. No, signore, non una lepre; a meno che non sia una lepre, signore, in una torta di Quaresima, che diventa stantia e muffa prima d'esser consumata.

[Canta.] Una vecchia lepre muffa, E una vecchia lepre muffa, È carne ottima in Quaresima; Ma una lepre che sia muffa Troppa è per una sola scodella, Quando muffa prima d'esser consumata. Romeo, verrete da vostro padre? Noi andremo a desinare colà.

ROMEO. Vi seguirò.

MERCUZIO. Addio, antica dama; addio, dama, dama, dama.

[Escono Mercuzio e Benvolio.]

NUTRICE. Vi prego, signore, che sfacciato mercante era codesto che andava così pieno delle sue ribalderie?

ROMEO. Un gentiluomo, nutrice, che ama sentirsi parlare, e dirà in un minuto più di quanto sosterrà in un mese.

NUTRICE. E se parla una sola parola contro di me, lo metto a posto, fosse anche più gagliardo di quel che è, e di venti tali marioli. E se io non posso, troverò chi possa. Sudicio briccone! Io non son delle sue sgualdrine, non son dei suoi compagni di taverna. —E tu devi startene lì a guardare e soffrire che ogni gaglioffo mi usi a suo talento!

PIETRO. Non vidi alcun uomo usarvi a suo talento; se l'avessi visto, la mia lama sarebbe saltata fuori in un baleno. Ve lo garantisco, so sguainare al pari d'ogni altro, se vedo occasione in una giusta zuffa, e la legge dalla mia parte.

NUTRICE. Ora, davanti a Dio, sono così tormentata che ogni parte di me trema. Sudicio briccone. Di grazia, signore, una parola: e come vi dissi, la mia giovane signora mi ordinò di cercarvi; quel che mi disse di dirvi, lo terrò per me. Ma prima lasciate che vi dica, se la doveste menare in un paradiso degli sciocchi, come si dice, sarebbe un contegno assai grossolano, come si dice; poiché la damigella è giovane. E perciò, se voleste fare il doppio gioco con lei, in verità sarebbe un cattivo affare da proporsi a qualsiasi gentildonna, e un procedere molto vile.

ROMEO. Nutrice, raccomandami alla tua signora e padrona. Ti protesto,—

NUTRICE. Buon cuore, e in fede che glielo dirò. Signore, Signore, sarà una donna contenta.

ROMEO. Che le vuoi dire, nutrice? Non mi stai attenta.

NUTRICE. Le dirò, signore, che voi protestate, che, per quanto intendo, è un'offerta da gentiluomo.

ROMEO. Dille che trovi Qualche mezzo per venire a confessarsi questo pomeriggio, E là, nella cella di frate Lorenzo, Sarà assolta e sposata. Questo è per la tua fatica.

NUTRICE. No davvero, signore; neanche un soldo.

ROMEO. Via, dico che lo prenderai.

NUTRICE. Questo pomeriggio, signore? Bene, ella sarà là.

ROMEO. E bada, buona nutrice, di restare dietro il muro del convento. Entro quest'ora il mio uomo sarà da te, E ti porterà funi fatte come una scala a pioli, Che, fino all'alta cima della mia gioia, Dovranno guidarmi nella notte segreta. Addio, sii fedele, e ricompenserò la tua pena; Addio; raccomandami alla tua padrona.

NUTRICE. Ora Dio in cielo ti benedica. Sentite, signore.

ROMEO. Che dici, mia cara nutrice?

NUTRICE. È fidato il vostro uomo? Non avete mai sentito dire: Due possono serbare un segreto, se ne togli uno?

ROMEO. Ti garantisco che il mio uomo è fedele come l'acciaio.

NUTRICE. Bene, signore, la mia padrona è la più dolce signora. Signore, Signore! Quando era una piccola pettegola,—oh, c'è un gentiluomo in città, un certo Paride, che vorrebbe dar di piglio; ma lei, buon'anima, avrebbe tanto piacere a vedere un rospo, proprio un rospo, quanto a veder lui. Io la stuzzico talvolta, e le dico che Paride è l'uomo più bello, ma vi garantisco, quando lo dico, ella impallidisce come un cencio nel mondo universo. Non cominciano con la stessa lettera il rosmarino e Romeo?

ROMEO. Sì, nutrice; che vuol dire? Tutti e due con una R.

NUTRICE. Ah, burlone! Quello è il nome del cane. La R sta per il—no, so che comincia con un'altra lettera, e lei ha il più grazioso sentenzio, su voi e il rosmarino, che vi farebbe bene a sentirlo.

ROMEO. Raccomandami alla tua signora.

NUTRICE. Sì, mille volte. Pietro!

[Esce Romeo.]

PIETRO. Vengo.

NUTRICE. Presto e di corsa.

[Escono.]

SCENA V. Il giardino dei Capuleti.

Entra Giulietta.

GIULIETTA. Le nove battè quando mandai la nutrice, In mezz'ora promise di tornare. Forse non può trovarlo. Non è così. Oh, ella è zoppa. Gli araldi d'amore dovrebber esser pensieri, Che dieci volte più rapidi scivolano dei raggi del sole, Spingendo indietro le ombre sui poggi scoscesi: Perciò le colombe dall'ala snella traggono amore, E perciò Cupido ha le ali rapide come il vento. Ora il sole è sulla più alta collina Del cammino di questo giorno, e dalle nove a mezzogiorno Son tre lunghe ore, eppure ella non è venuta. S'ella avesse affetti e caldo sangue giovanile, Sarebbe svelta nel muoversi come una palla; Le mie parole la rimbalzerebbero al mio dolce amore, E le sue a me. Ma i vecchi, molti fingon d'esser morti; Lenti, pesanti, grevi e pallidi come piombo.

Entrano la Nutrice e Pietro.

Oh Dio, ella viene. Oh dolce nutrice, che notizie? L'hai incontrato? Manda via il tuo uomo.

NUTRICE. Pietro, resta al cancello.

[Esce Pietro.]

GIULIETTA. Orsù, buona dolce nutrice,—oh Signore, perché sei così triste? Sebbene le notizie sian triste, dille lietamente; Se son liete, svergogni la musica delle dolci novelle Suonandole a me con sì agro viso.

NUTRICE. Sono stanca, lasciami un po'; Eh, come mi dolgon le ossa! Che corsa ho fatta!

GIULIETTA. Vorrei che tu avessi le mie ossa, e io le tue notizie: Orsù, ti prego, parla; buona, buona nutrice, parla.

NUTRICE. Gesù, che fretta? Non puoi attendere un poco? Non vedi che sono senza fiato?

GIULIETTA. Come puoi essere senza fiato, quando hai fiato Per dirmi che sei senza fiato? La scusa che fai in questo indugio È più lunga del racconto che scusi. Son buone o cattive le tue notizie? Rispondi a questo; Di' l'una o l'altra, e io tralascerò i particolari. Lasciami soddisfatta: son buone o cattive?

NUTRICE. Bene, avete fatto una sciocca scelta; non sapete scegliere un uomo. Romeo? No, non lui. Sebbene il suo viso sia migliore d'ogni uomo, le sue gambe superano quelle d'ogni uomo, e quanto a mano e piede, e corpo, benché non se ne debba parlare, son senza confronto. Non è il fior della cortesia, ma vi garantisco ch'è gentile come un agnello. Va' per la tua strada, ragazza, servi Dio. Che, avete desinato a casa?

GIULIETTA. No, no. Ma tutto questo lo sapevo prima. Che dice del nostro matrimonio? Che di ciò?

NUTRICE. Signore, come mi duole il capo! Che testa ho! Martella come se volesse cadere in venti pezzi. Il mio dorso dall'altro lato,—oh mio dorso, mio dorso! Maledetto il vostro cuore per mandarmi attorno A buscarmi la morte a sgambettare su e giù.

GIULIETTA. In fede, mi rincresce che tu non stia bene. Dolce, dolce, dolce nutrice, dimmi, che dice il mio amore?

NUTRICE. Il vostro amore dice come un gentiluomo onesto, E cortese, e gentile, e leggiadro, E vi garantisco virtuoso,—dov'è vostra madre?

GIULIETTA. Dov'è mia madre? Ma, è dentro. Dove dovrebbe essere? Come stranamente rispondi. «Il vostro amore dice, come un gentiluomo onesto, «Dov'è vostra madre?»

NUTRICE. Oh Madonna santa, Siete così focosa? Marito, su, via, mi pare. È questo l'empiastro per le mie ossa dolenti? D'ora innanzi fatevi i vostri messaggi da voi.

GIULIETTA. Ecco un tale trambusto. Via, che dice Romeo?

NUTRICE. Avete ottenuto licenza d'andar a confessarvi oggi?

GIULIETTA. Sì.

NUTRICE. Orsù correte alla cella di frate Lorenzo; Colà aspetta uno sposo per farvi sposa. Ora il sangue voluttuoso vi sale alle guance, Saranno scarlatte tosto a qualsivoglia novella. Correte alla chiesa. Io devo andare per un'altra via, A prender una scala per la quale il vostro amore Dovrà salir fin sul nido d'un uccello, quando è buio. Io sono la sgobbona, e fatico per il vostro piacere; Ma voi porterete il carico ben tosto, a notte. Via. Io vado a desinare; voi correte alla cella.

GIULIETTA. Corro all'alta ventura! Onesta nutrice, addio.

[Escono.]

SCENA VI. La cella di frate Lorenzo.

Entrano frate Lorenzo e Romeo.

FRATE LORENZO. Così sorridano i cieli a questo santo atto Che l'ore venture non ci sgridino con dolore.

ROMEO. Amen, amen, ma venga pur che dolore vuole, Non può compensar lo scambio di gioia Che un breve minuto mi concede in sua vista. Tu non hai che a unire le nostre mani con parole sante, Poi l'amor-divorante morte faccia quel che osa, Mi basta di poterla dir mia.

FRATE LORENZO. Questi violenti piaceri han fini violenti, E nel lor trionfo muoiono; come fuoco e polvere, Che mentre si bacian si consumano. Il più dolce miele È ripugnante nella sua stessa dolcezza, E nel gusto confonde l'appetito. Perciò ama con misura: così fa l'amor che dura; Troppo rapido arriva come troppo tardo quanto troppo lento.

Entra Giulietta.

Ecco che vien la dama. Oh, un piè sì lieve Non logorerà mai l'eterna selce. Un amante può cavalcar i fili di ragnatela Che l'ozioso agosto volteggia nell'estiva aria, E pur non cadere; così lieve è la vanità.

GIULIETTA. Buonasera al mio spirituale confessore.

FRATE LORENZO. Romeo ti ringrazierà, figliuola, per noi due.

GIULIETTA. Altrettanto a lui, altrimenti il suo ringraziamento è troppo.

ROMEO. Ah, Giulietta, se la misura della tua gioia S'accalcasse come la mia, e che l'arte tua fosse più grande Per fregiarla, allora addolcisci col tuo fiato Quest'aria vicina, e lascia che la lingua della ricca musica Spieghi la felicità immaginata che entrambi Riceviamo l'un dall'altra in questo dolce incontro.

GIULIETTA. Il pensiero, più ricco in materia che in parole, Si vanta della sostanza, non dell'ornamento. Son solo mendicanti che possan contar lor valore; Ma il mio vero amore è cresciuto a tal eccesso, Che non posso sommare la somma di metà del mio tesor.

FRATE LORENZO. Venite, venite meco, e faremo breve l'opera, Poiché, col vostro permesso, non resterete soli Finché la santa chiesa non ne incorpori due in uno.

[Escono.]

ATTO III

SCENA I. Un luogo pubblico.

Entrano Mercuzio, Benvolio, un Paggio e Servitori.

BENVOLIO. Ti prego, buon Mercuzio, ritiriamoci: Il giorno è caldo, i Capuleti sono fuori, E se li incontriamo non scamperemo una rissa, Poiché ora, in questi giorni caldi, il sangue forsennato ribolle.

MERCUZIO. Tu sei come uno di quei tali che, quando entra nei confini d'una taverna, batte la spada sul tavolo, e dice «Dio non mi mandi bisogno di te!»; e dopo la seconda coppa attacca lite col garzone, proprio quando non c'è bisogno alcuno.

BENVOLIO. Sono io simile a un tale?

MERCUZIO. Via, via, sei un fegatino sì irritabile nel tuo umore come chicchessia in Italia; e pronto altrettanto a irritarti, e altrettanto irritato a muoverti.

BENVOLIO. E a che fare?

MERCUZIO. Eh, se ce ne fossero due tali, fra poco non ne resterebbe nessuno, perché l'uno ammazzerebbe l'altro. Tu? Ma tu la vorrai con un uomo che abbia un pelo di più o un pelo di meno nella barba di quanto n'abbi tu. Vorrai litigare con un uomo perché sgranocchia nocciuole, non avendo altra ragione se non che tu hai gli occhi di nocciuola. Qual occhio, se non un tale occhio, scoprirebbe una tal lite? Il tuo capo è sì pieno di liti come un uovo è pieno di polpa, e pure il tuo capo è stato battuto quanto un uovo guasto, a forza di litigare. Hai litigato con un uomo perché tossiva in istrada, perché avea destato il tuo cane che dormiva al sole. Non t'accese con un sarto perché portava il suo nuovo giustacuore prima di Pasqua? Con un altro perché allacciava le sue scarpe nuove con un nastro vecchio? E pure vorrai farmi da maestro, perché non litighi!

BENVOLIO. E se io fossi così pronto a litigare come tu sei, un uomo qualunque potrebbe comprar l'assoluto dominio della mia vita per un'ora e un quarto.

MERCUZIO. L'assoluto dominio! Oh, l'assoluto!

Entra Tibaldo con altri.

BENVOLIO. Sul mio capo, ecco i Capuleti.

MERCUZIO. Sul mio calcagno, non m'importa.

TIBALDO. Seguitemi da presso, perché voglio parlar loro. Gentiluomini, buon dì: una parola con uno di voi.

MERCUZIO. E non più che una parola con uno di noi? Accoppiavela con qualcosa; fanne una parola e un colpo.

TIBALDO. Mi troverete abbastanza pronto a questo, signore, se mi darete occasione.

MERCUZIO. Non potreste pigliarvi occasione senza darla?

TIBALDO. Mercuzio, tu bazzichi con Romeo.

MERCUZIO. Bazzicare? Che, ci fai menestrelli? E se ci fai menestrelli, sta' attento a non udire che disarmonie. Ecco il mio archetto, ecco quel che ti farà ballare. Perbacco, bazzicare!

BENVOLIO. Noi parliamo nel pubblico ricetto degli uomini. O ritiratevi in qualche luogo privato, E ragionate a freddo delle vostre querele, O ve ne andate; qui tutti gli occhi stan su noi.

MERCUZIO. Gli occhi degli uomini furon fatti per guardare, e lasciali che mirino. Non mi muoverò per piacer di nessuno, io.

Entra Romeo.

TIBALDO. Bene, pace sia con voi, signore, ecco il mio uomo.

MERCUZIO. Ma vo' lasciarmi impiccar, signore, se porta la vostra livrea. Marito, precedetemi al campo, ei sarà il vostro seguace; Può chiamarlo uomo il vostro onore in quel senso.

TIBALDO. Romeo, l'amore che ti porto non può offrire Miglior parola di questa: tu sei un vile.

ROMEO. Tibaldo, la ragione che ho d'amarti Scusa molto il furore che a un tale saluto Si conviene. Vile io non sono; Perciò addio; vedo che non mi conosci.

TIBALDO. Ragazzo, ciò non scuserà le offese Che m'hai fatto, perciò volgiti e sguaina.

ROMEO. Io protesto che mai t'offesi, Ma t'amo meglio che tu possa ideare, Finché tu sappia il perché del mio amore. E così, buon Capuleti, nome che io carico Sì caro come il mio proprio, sii pago.

MERCUZIO. Oh vile, disonorevole, abbietta sommessione! [Sguaina.] Alla stoccata la vince. Tibaldo, acchiappatore di ratti, volete battervi?

TIBALDO. Che vorresti da me?

MERCUZIO. Buon re dei gatti, nient'altro che una delle vostre nove vite; quella intendo prendersi senza complimenti, e, come userete me appresso, bastonerò le altre otto. Volete cavar la vostra spada dal suo fodero per le orecchie? Fate in fretta, che la mia sia alle vostre orecchie prima che la vostra sia fuori.

TIBALDO. [Sguainando.] Sono con voi.

ROMEO. Gentile Mercuzio, riponi il tuo stocco.

MERCUZIO. Via, signore, il vostro passado.

[Combattono.]

ROMEO. Sguaina, Benvolio; abbatti le loro armi. Gentiluomini, per vergogna, cessate questo eccesso, Tibaldo, Mercuzio, il Principe espressamente Ha proibito questo scambio nelle vie di Verona. Fermati, Tibaldo! Buon Mercuzio!

[Esce Tibaldo coi suoi Seguaci.]

MERCUZIO. Sono ferito. Una peste a entrambe le vostre case. Sono spacciato. Se n'è andato, e non ne ha cavato nulla?

BENVOLIO. Che, sei ferito?

MERCUZIO. Sì, sì, un graffio, un graffio. Marito, è abbastanza. Dov'è il mio paggio? Va' birbante, cerca un chirurgo.

[Esce il Paggio.]

ROMEO. Coraggio, uomo; la ferita non può essere grave.

MERCUZIO. No, non è sì profonda come un pozzo, né sì larga come la porta d'una chiesa, ma è abbastanza, basterà. Cercatemi domani, e mi troverete un uomo sepolto. Sono pepato, vi garantisco, per questo mondo. Una peste a entrambe le vostre case. Perbacco, un cane, un topo, un sorcio, un gatto, da graffiare un uomo a morte. Un fanfarone, un briccone, un vile, che combatte secondo il libro d'aritmetica!—Perché il diavolo vi metteste tra noi? Fui ferito sotto il vostro braccio.

ROMEO. Credevo far bene.

MERCUZIO. Aiutami a entrare in qualche casa, Benvolio, O verrò meno. Una peste a entrambe le vostre case. M'hanno fatto cibo da vermi. L'ho addosso, e gagliardamente. Le vostre case!

[Escono Mercuzio e Benvolio.]

ROMEO. Questo gentiluomo, stretto congiunto del Principe, Mio carissimo amico, ha riportato mortale ferita Per cagion mia; la mia fama macchiata Dalla calunnia di Tibaldo,—Tibaldo, che un'ora Fa era mio cugino. O dolce Giulietta, La tua bellezza m'ha fatto effeminato E nel mio temperamento ha rammollito l'acciaio del valore.

Rientra Benvolio.

BENVOLIO. Oh Romeo, Romeo, il prode Mercuzio è morto, Quello spirito gagliardo è asceso alle nubi, Che troppo immaturamente qui disdegnò la terra.

ROMEO. Il nero fato di questo giorno pende su più giorni; Questo non è che il principio del duolo che altri debbon finir.

Rientra Tibaldo.

BENVOLIO. Ecco che torna il furioso Tibaldo.

ROMEO. Di nuovo in trionfo, e Mercuzio ucciso? Via al cielo, clemenza rispettosa, E fulmine-occhiata furia mi sia guida ora! Orsù, Tibaldo, riprenditi quel «vile» Che poc'anzi mi desti, poiché l'anima di Mercutio È poco sopra le nostre teste, Che aspetta la tua per fargli compagnia. O tu, o io, o tutti e due, dobbiamo andare con lui.

TIBALDO. Tu, sciagurato fanciullo, che qui lo accompagnasti, Andrai con lui.

ROMEO. Questo deciderà.

[Combattono; Tibaldo cade.]

BENVOLIO. Romeo, via, fuggi! I cittadini son sorti, e Tibaldo è ucciso. Non restar stupefatto. Il Principe ti condannerà a morte Se sei preso. Via, fuggi, corri!

ROMEO. Oh, sono il folle della fortuna!

BENVOLIO. Perché ti trattieni?

[Esce Romeo.]

Entrano i Cittadini.

PRIMO CITTADINO. Da qual parte fuggì colui che uccise Mercutio? Tibaldo, quel micidiale, da qual parte fuggì?

BENVOLIO. Ecco là quel Tibaldo.

PRIMO CITTADINO. Sù, signore, venite meco. In nome del Principe ti comando che tu obbedisca.

Entrano il Principe, seguito; Montecchi, Capuleti, le Loro Mogli e altri.

PRINCIPE. Dove sono i vili principi di questa zuffa?

BENVOLIO. Oh nobile Principe, io posso rivelar tutto Lo sfortunato governo di questa rissa fatale. Ecco là l'uomo, ucciso dal giovane Romeo, Che uccise il tuo parente, il prode Mercutio.

LADY CAPULETI. Tibaldo, mio cugino! Oh figlio di mio fratello! Oh Principe! Oh marito! Oh, il sangue è sparso Del mio caro parente! Principe, poiché sei giusto, Per sangue nostro spargi sangue di Montecchi. Oh cugino, cugino.

PRINCIPE. Benvolio, chi cominciò questa sanguinosa rissa?

BENVOLIO. Tibaldo, qui ucciso, che la mano di Romeo trafisse; Romeo, che gli parlò gentile, lo ammonì A considerar come la lite fosse futile, e aggiunse Il vostro alto scontento. Tutto ciò fu detto Con dolce fiato, sguardo calmo, ginocchia umilmente inchine, Non poté aver tregua con la milza indocile Di Tibaldo, sordo alla pace, ma che cozza Con acciar pungente contro il petto del fiero Mercuzio, Che, pari nel fervore, volge il mortale punto a punto, E, con un disdegno marziale, con una mano scaccia Fredda morte da parte, e con l'altra la rimanda A Tibaldo, la cui destrezza La ritorce. Romeo grida ad alta voce: «Fermi, amici! Amici, separatevi!» e più pronto della lingua, Il braccio agile abbatte i loro fatali puntali, E fra loro si slancia; sotto il braccio del quale Una invidiosa stoccata di Tibaldo colse la vita Del prode Mercuzio, e poi Tibaldo fuggì. Ma di lì a poco torna addosso a Romeo, Che avea or ora accolto il pensier di vendetta, E giù si avventano come lampo; ché, prima che io Potessi trar la spada per separarli, il prode Tibaldo fu ucciso; E come cadde, Romeo si volse e fuggì. Questa è la verità, o Benvolio ne muoia.

LADY CAPULETI. È parente dei Montecchi. L'affetto lo fa mentitore, non dice il vero. Una ventina di loro han combattuto in questo nero scontro, E tutti quei venti non han potuto che spegnere una vita. Io chiedo giustizia, che tu, Principe, devi dare; Romeo uccise Tibaldo, Romeo non deve viver.

PRINCIPE. Romeo l'uccise, egli uccise Mercuzio. Chi ora deve il prezzo del suo caro sangue?

MONTECCHI. Non Romeo, Principe, egli era amico di Mercuzio; La sua colpa non conclude se non ciò che la legge dovrebbe finire, La vita di Tibaldo.

PRINCIPE. E per tal colpa Subito lo bandisco di qui. Ho interesse nel corso del vostro odio, Il mio sangue per le vostre rie zuffe giace a sanguinare. Ma vi multerò con sì grave ammenda Che vi pentirete tutti della perdita del mio. Sarò sordo a preghiere e a scuse; Né lacrime né preghiere riscatteranno gli eccessi. Perciò non ne usate. Romeo parta in fretta, Altrimenti, quando sia trovato, quell'ora è l'ultima sua. Portate via questo corpo, e attendete al mio volere. La pietà non fa che uccidere, perdonando quelli che ammazzano.

[Escono.]

SCENA II. Una stanza nella casa dei Capuleti.

Entra Giulietta.

SCENA II. Una stanza nella casa dei Capuleti.

Entra Giulietta.

GIULIETTA. Galoppate veloci, voi destrieri dal piè di fuoco, Verso l'alloggiamento di Febo. Un auriga Qual fu Fetonte vi sferzerebbe verso occidente E porterebbe la notte annuvolata all'istante. Stendi la tua tenda fitta, notte amorosa, Affinché gli occhi del fuggitivo si chiudano, e Romeo Balzi a queste braccia, senza parlarne e non visto. Gli amanti possono scorgere i lor riti amorosi Per le proprie bellezze: o, se amore è cieco, S'accorda meglio con la notte. Vieni, notte cortese, Tu matrona in sobrio vestito, tutta nera, E insegnami come perdere una partita vinta, Giocata per una coppia d'intatte verginità. Cofana il mio sangue non domato, che batte nelle guance, Col tuo nero manto, finché l'amore straniero, fatto ardito, Pensi che il vero amore agì con semplice pudore. Vieni, notte, vieni Romeo; vieni, tu giorno nella notte; Poiché tu giacerai sulle ali della notte Più bianco della neve fresca sul dorso d'un corvo. Vieni, dolce notte, vieni, notte amica dalle nere ciglia, Dammi il mio Romeo, e quando morirò, Prendilo e taglialo in tante stelle piccole, Ed egli farà la volta del cielo così bella Che tutto il mondo s'innamorerà della notte, E non renderà culto al sole abbagliante. Oh, ho comprato la dimora d'un amore, Ma non l'ho posseduta; e benché sia venduta, Non l'ho ancora goduta. Così noioso è questo giorno Come la notte che precede una festa Per un fanciullo impaziente che ha nuove vesti E non può indossarle. Oh, ecco che viene la mia Nutrice, Ed essa porta notizie, e ogni lingua che parla Del nome di Romeo parla d'eloquenza celeste.

Entra la Nutrice, con delle corde.

Orsù, Nutrice, che notizie? Che cos'hai là? Le corde che Romeo ti disse di prendere?

NUTRICE. Sì, sì, le corde.

[Le getta a terra.]

GIULIETTA. Ohimè, che notizie? Perché ti storci le mani?

NUTRICE. Ah, ahi giorno, è morto, è morto, è morto! Siamo rovinate, signora, siamo rovinate. Ahi quel giorno, è andato, è ucciso, è morto.

GIULIETTA. Può il cielo essere sì invidioso?

NUTRICE. Romeo può, Benché il cielo non possa. O Romeo, Romeo. Chi mai l'avrebbe pensato? Romeo!

GIULIETTA. Che diavolo sei tu, che così mi tormenti? Questo strazio dovrebbe esser urlato nell'inferno tetro. S'è Romeo ucciso da sé? Di' pur che Sì, E quella vocale nuda avvelenerò di più Che l'occhio saettante morte di basilisco. Non son io, se ci fosse un tal io; O quegli occhi si chiudano che ti fanno risponder Sì. Se è ucciso, di' Sì; o se no, No. Brevi suoni decideranno della mia sorte o rovina.

NUTRICE. Io vidi la ferita, la vidi con questi occhi, Dio mi guardi!—qui sul suo petto virile. Un corpo pietoso, un corpo sanguinoso pietoso; Pallido, pallido come cenere, tutto lordo di sangue, Tutto in sangue di piaga. Svenni alla vista.

GIULIETTA. Oh, spezzati, mio cuore. Povero fallito, spezzati in una volta. In prigione, occhi; non guardate mai più la libertà. Vile terra alla terra rassegnati; il moto finisci qui, E tu e Romeo premete un'unica bara pesante.

NUTRICE. Oh, Tebaldo, Tebaldo, il miglior amico ch'io avessi. Oh, Tebaldo cortese, onesto gentiluomo! Ch'io debba vivere tanto da vederti morto.

GIULIETTA. Che tempesta è questa che soffia così contraria? È Romeo scannato, ed è Tebaldo morto? Mio cugino carissimo, e mio signore più caro? Allora, tremendo, squilla il giudizio universale, Poiché chi vive, se quei due son morti?

NUTRICE. Tebaldo è andato, e Romeo bandito, Romeo che l'uccise, lui è bandito.

GIULIETTA. Oh Dio! La mano di Romeo sparse il sangue di Tebaldo?

NUTRICE. Lo sparse, lo sparse; ahi il giorno, lo sparse.

GIULIETTA. Oh, cuor di serpe, celato da un fiore in volto! Mai drago tenne una caverna sì bella? Bel tiranno, demonio angelico, Colomba piumata corvo, agnello lupo rapace! Sprezzata sostanza di divin aspetto! Del tutto opposto a ciò che giustamente sembri, Un dannato santo, un onorevole furfante! Oh natura, che avevi tu a che fare nell'inferno Quando albergo il genio d'un demonio In mortal paradiso di sì dolce carne? Fu mai libro contenente sì vile materia Sì leggiadramente legato? Oh, che l'inganno dimori In sì splendido palazzo.

NUTRICE. Non c'è fiducia, Non fede, non onestà negli uomini. Tutti spergiuri, Tutti felloni, tutti indegni, tutti simulatori. Ah, dov'è il mio uomo? Dammi un po' d'acquavite. Questi affanni, questi guai, questi dolori m'invecchiano. Vergogna cali su Romeo.

GIULIETTA. Ti si vescichi la lingua Per un tal voto! Ei non nacque alla vergogna. Sulla sua fronte la vergogna ha vergogna di posarsi; Poiché quella è un trono dove l'onore può esser coronato Solo monarca della terra universale. Oh, che bestia fui a sgridarlo!

NUTRICE. Parlerete bene di lui che uccise vostro cugino?

GIULIETTA. Parlerò male di lui che è mio marito? Ah, mio povero signore, qual lingua liscierà il tuo nome, Quando io, tua moglie di tre ore, l'ho straziato? Ma perché, furfante, uccidesti mio cugino? Quel furfante di cugino avrebbe ucciso mio marito. Indietro, lacrime stolte, indietro alla vostra fonte nativa, Le vostre stille tributarie spettano al dolore, Che scambiando voi offrite alla gioia. Mio marito vive, che Tebaldo avrebbe ucciso, E Tebaldo è morto, che avrebbe ucciso mio marito. Tutto questo è conforto; perché dunque piango io? V'era qualche parola, peggio della morte di Tebaldo, Che m'uccise. Vorrei dimenticarla volentieri, Ma oh, essa preme sulla mia memoria Come le maledette colpe peccaminose sulla mente dei peccatori. Tebaldo è morto, e Romeo bandito. Quel «bandito», quella parola sola «bandito», Ha ucciso dieci mila Tebaldi. La morte di Tebaldo Era già dolore a sufficienza, se lì finiva. O se l'aspro dolore si diletta in compagnia, E per forza si vuol mettere in rango con altri affanni, Perché non seguì, quando disse che Tebaldo era morto, Tuo padre o tua madre, o tutti e due, Che il compianto moderno avrebbe potuto muovere? Ma con un dietro-front seguendo la morte di Tebaldo, «Romeo è bandito»—dire quella parola È padre, madre, Tebaldo, Romeo, Giulietta, Tutti uccisi, tutti morti. Romeo è bandito, Non v'è fine, non limite, misura, confine, Nella morte di quella parola; nessuna parola può quell'angoscia esprimere. Dov'è mio padre e mia madre, Nutrice?

NUTRICE. Che piangono e si lamentano sul corpo di Tebaldo. Volete andare da loro? Vi ci porto.

GIULIETTA. Lacrimino le sue ferite. Le mie si consumeranno, Quando le lor siano asciutte, per la condanna di Romeo. Raccogli quelle corde. Povere funi, siete ingannate, E voi e io; ché Romeo è esiliato. Ei vi fece per una strada al mio letto, Ma io, fanciulla, muoio vergine-vedova. Vieni, funi, vieni, Nutrice, andrò al mio letto nuziale, E morte, non Romeo, prenda la mia verginità.

NUTRICE. Corri alla tua stanza. Troverò Romeo Per confortarvi. So bene dove si trova. Udite, il vostro Romeo sarà qui di notte. Vado da lui; si nasconde nella cella di Lorenzo.

GIULIETTA. Oh, trovalo, dà questo anello al mio fido cavaliere, E digli che venga a prender l'estremo addio.

[Escono.]

SCENA III. La cella di Frate Lorenzo.

Entra Frate Lorenzo.

FRATE LORENZO. Romeo, vieni fuori; vieni fuori, uomo pauroso. L'afflizione è innamorata delle tue parti, E tu sei sposato alla calamità.

Entra Romeo.

ROMEO. Padre, che notizie? Qual è la sentenza del Principe? Qual dolore chiede di me l'amicizia, Che ancora io non conosco?

FRATE LORENZO. Troppo familiare È il mio caro figlio con sì acerba compagnia. Ti porto notizie della sentenza del Principe.

ROMEO. Che cosa meno del giorno del giudizio è la sentenza del Principe?

FRATE LORENZO. Un giudizio più mite svanì dalle sue labbra, Non morte del corpo, ma bando del corpo.

ROMEO. Ah, bando? Di' piuttosto pietoso, morte; Poiché l'esilio ha più terrore nel suo aspetto, Molto più che morte. Non dir bando.

FRATE LORENZO. Via da Verona tu sei bandito. Abbi pazienza, ché il mondo è grande e largo.

ROMEO. Non v'è mondo fuori delle mura di Verona, Ma purgatorio, tortura, l'inferno stesso. Di qui bandito è bandito dal mondo, E l'esilio dal mondo è morte. Dunque bandito È morte mal chiamata. Chiamando la morte bando, Tu mi tagli la testa con un'ascia d'oro, E sorridi al colpo che mi uccide.

FRATE LORENZO. Oh, peccato mortale, oh, rozza ingratitudine! La tua colpa la nostra legge chiama morte, ma il Principe gentile, Prendendo le tue parti, scantonò la legge, E voltò quella nera parola morte in bando. Questa è cara pietà, e tu non la scorgi.

ROMEO. È tortura, e non pietà. Il cielo è qui Dove vive Giulietta, e ogni gatto e cane, E topolino, ogni indegna cosa, Vivono qui in cielo e possono mirarla, Ma Romeo non può. Più validità, Più onorato stato, più corteggiamento vive Nelle mosche da carogne che in Romeo. Esse possono afferrare Il bianco prodigio della man di Giulietta cara, E rubar l'immortale benedizione dal suo labbro, Che anco in pura e vestale verecondia Arrossa pur, pensando lor baci peccato. Ma Romeo non può, è bandito. Ciò possono le mosche, quando io di qui devo fuggire. Loro son uomini liberi, ma io son bandito. E dici tu ancora che l'esilio non è morte? Non avevi tu veleno misto, non coltello affiliato, Non subito mezzo di morte, benché umilissimo, Ma bandito per uccidermi? Bandito? Oh, frate, i dannati usano quella parola nell'inferno. Lamenti l'accompagnano. Come hai tu cuore, Essendo un divino, un confessore spirituale, Un assolvitore di peccati, e amico mio dichiarato, Di stritolarmi con quella parola bandito?

FRATE LORENZO. Tu stolto pazzo, lasciami dirti una cosa,

ROMEO. Oh, tu parlerai ancora di bando.

FRATE LORENZO. Ti darò armatura per tener lontana quella parola, Dolce latte d'avversità, la filosofia, Per confortarti, benché tu sia bandito.

ROMEO. Ancora bandito? Appeso sia la filosofia. Se la filosofia non può fare una Giulietta, Spianare una città, rovesciar la sentenza d'un Principe, Essa non aiuta, non vale, non parlarne più.

FRATE LORENZO. Oh, allora vedo che i pazzi non hanno orecchie.

ROMEO. Come potrebbero, se i savi non hanno occhi?

FRATE LORENZO. Lasciami disputar con te del tuo stato.

ROMEO. Tu non puoi parlar di ciò che non senti. Fossi tu giovane come me, Giulietta il tuo amore, Un'ora solo sposato, Tebaldo ucciso, Impazzito come me, e come me bandito, Allora potresti parlar, allora potresti strappar ti i capelli, E cadere a terra come fo io ora, Prendendo la misura d'una tomba non fatta.

[Bussano dentro.]

FRATE LORENZO. Alzati; bussano. Buon Romeo, nasconditi.

ROMEO. Non io, a meno che il fiato di sospiri malati di cuore Come nebbia non mi avvolga dal cercar degli occhi.

[Bussano.]

FRATE LORENZO. Senti, come bussano!—Chi c'è?—Romeo, alzati, Sarai preso.—Aspetta un poco.—Alzati.

[Bussano.]

Corri nel mio studio.—Or ora.—Volere di Dio, Che semplicità è questa.—Vengo, vengo.

[Bussano.]

Chi bussa sì forte? Donde venite, che volete?

NUTRICE. [Dentro.] Lasciatemi entrare, e saprete la mia ambasciata. Vengo da Madonna Giulietta.

FRATE LORENZO. Benvenuta dunque.

Entra la Nutrice.

NUTRICE. Oh, santo frate, oh, dimmi, santo frate, Dov'è il signore della mia signora, dov'è Romeo?

FRATE LORENZO. Là a terra, ubriaco delle sue proprie lacrime.

NUTRICE. Oh, è proprio nel caso della mia padrona. Giusto nel suo caso! Oh, pietosa compassione! Pitevole condizione. Proprio così giace lei, Singhiozzando e piangendo, piangendo e singhiozzando. Alzati, alzati; su, se sei un uomo. Per amor di Giulietta, per amor suo, alzati e sta' ritto. Perché dovresti cader in un sì profondo O?

ROMEO. Nutrice.

NUTRICE. Ah, signore, ah, signore, la morte è la fine d'ogni cosa.

ROMEO. Parlasti di Giulietta? Come sta ella? Non mi crede ella un vecchio assassino, Ora che ho macchiato l'infanzia della nostra gioia Con sangue poco distante dal suo? Dov'è? E come sta? E che dice La mia nascosta signora al nostro amore cancellato?

NUTRICE. Oh, non dice nulla, signore, ma piange e piange; E ora si getta sul letto, e poi balza su, E chiama Tebaldo, e poi grida su Romeo, E poi ricade giù.

ROMEO. Come se quel nome, Scoccato dal livello mortale d'un moschetto, L'uccidesse, come quella maledetta mano Uccise il suo parente. Oh, dimmi, frate, dimmi, In qual parte vile di questo corpo Alloggia il mio nome? Dimmi, ch'io possa saccheggiare L'odiata magione.

[Snuda la spada.]

FRATE LORENZO. Ferma la tua mano disperata. Sei tu un uomo? La tua forma grida che tu sei. Le tue lacrime son da femmina, i tuoi atti selvaggi dinotano La sragionevole furia d'una bestia. Sconvenevole femmina in un uomo apparente, E sconvenevole bestia in ambedue apparenti! Tu m'hai stupefatto. Pel mio sacro ordine, Credevo la tua indole meglio temprata. Hai tu ucciso Tebaldo? Vuoi uccider te stesso? E uccider la tua dama, che vive nella tua vita, Facendo su te stesso un dannato odio? Perché rampogni la tua nascita, il cielo e la terra? Poiché nascita, e cielo e terra, tutti e tre s'incontrano In te a un tratto; che tu a un tratto vorresti perdere. Fie, fie, tu disonori la tua forma, il tuo amore, il tuo ingegno, Che, qual un usuraio, abbondi in tutto, E nulla usi in quel vero uso infatti Che dovrebbe adornar la tua forma, il tuo amore, il tuo ingegno. La tua nobile forma non è che un'immagine di cera, Che devia dal valore d'un uomo; Il tuo caro amore giurato non è che voto cavo, Che uccide l'amore che giurasti di nutrire; Il tuo ingegno, quell'ornamento a forma e amore, Sfigurato nella condotta d'entrambi, Qual polvere nella fiaschetta d'un soldato inesperto, È dato alle fiamme dalla tua ignoranza, E tu sei smembrato dalla tua propria difesa. Su, scuotiti, uomo. La tua Giulietta è viva, Per il caro amor della quale tu testé eri morto. Là sei tu felice. Tebaldo t'avrebbe ucciso, Ma tu uccidesti Tebaldo; là sei tu felice. La legge che minacciava morte diventa tua amica, E la volge in esilio; là sei tu felice. Un fascio di benedizioni scenda sul tuo dorso; La felicità ti corteggia nel suo miglior assetto; Ma come una fanciulla scontrosa e bieca, Tu rimandi la tua Fortuna e il tuo amore. Bada, bada, ché tali muoiono miseramente. Va', va' al tuo amor com'è prescritto, Sali alla sua stanza, e là la conforta. Ma guarda di non restare finché la guardia sia posta, Poiché allora non potrai passare a Mantova; Dove tu vivrai finché possiam trovar il tempo Di palesar le nozze, riconciliar gli amici, Implorar perdono dal Principe, e richiamarti Con venti centinaia di migliaia di volte più gioia Di quanto partisti in lamento. Va' avanti, Nutrice. Raccomandami alla tua signora, E dille che solleciti tutta la casa al letto, Che il grave dolore li rende pronti a ciò. Romeo viene.

NUTRICE. Oh, signore, avrei potuto restar qui tutta la notte Per udir buoni consigli. Oh, che sapere è! Mio signore, dirò alla mia signora che verrete.

ROMEO. Fallo, e di' alla mia dolce che si prepari a sgridarmi.

NUTRICE. Ecco, signore, un anello che mi disse di darvi, signore. Affrettatevi, ché si fa molto tardi.

[Esce.]

ROMEO. Come il mio conforto è da questo ravvivato.

FRATE LORENZO. Va' pur, buona notte, e qui sta tutto il tuo stato: Oppure partì prima che la guardia sia posta, O innanzi l'alba di qui travestito. Soggiorna a Mantova. Troverò il tuo uomo, Ed egli di tempo in tempo ti significherà Ogni buon caso che qui avvenga. Dammi la mano; è tardi; addio; buona notte.

ROMEO. Ma che una gioia oltre ogni gioia mi chiama, Sarebbe un dolore sì breve il separarmi da te. Addio.

[Escono.]

SCENA IV. Una stanza nella casa dei Capuleti.

Entrano Capuleti, Lady Capuleti e Paride.

CAPULETI. Le cose, signore, son cadute sì disgraziatamente Che non abbiam avuto tempo di muover nostra figlia. Guardate, ella amava di core il parente Tebaldo, Ed io altresì. Ebbene, siam nati per morire. È molto tardi; non scenderà stasera. Vi assicuro, ma per la vostra compagnia, Sarei stato a letto un'ora fa.

PARIDE. Questi tempi di duolo non dan tempo a corteggiare. Madama, buona notte. Raccomandatemi a vostra figlia.

LADY CAPULETI. Lo farò, e saprò il suo pensiero di buon'ora domattina; Stasera è rinserrata nel suo dolore.

CAPULETI. Signor Paride, io farò una disperata offerta Dell'amor di mia figlia. Credo che si lascerà guidare In tutto da me; anzi, più, non ne dubito. Moglie, andate da lei prima d'andar a letto, Informatela dell'amor del signor Paride, E ditele, segnatevi, che mercoledì prossimo, Ma, piano, che giorno è oggi?

PARIDE. Lunedì, mio signore.

CAPULETI. Lunedì! Ah, ah! Ebbene, mercoledì è troppo presto, Un giovedì sia; un giovedì, ditele, Che sarà sposata a questo nobile conte. Sarete pronto? Vi piace questa fretta? Non faremo gran chiasso,—un amico o due, Poiché, udite, Tebaldo essendo ucciso così di recente, Si può pensare che noi lo tenemmo in poco conto, Essendo nostro parente, se facciam baldoria. Perciò avremo circa mezza dozzina d'amici, E poi basta. Ma che dite a giovedì?

PARIDE. Mio signore, vorrei che giovedì fosse domani.

CAPULETI. Ebbene, andatevene. Un giovedì sia dunque. Andate da Giulietta prima d'andar a letto, Prepárate, moglie, a questo giorno di nozze. Addio, mio signore.—Lume alla mia stanza, olà! Per me, è sì molto molto tardi che Potremo chiamarlo presto tra poco. Buona notte.

[Escono.]

SCENA V. Una galleria aperta alla camera di Giulietta, che sovrasta il giardino.

Entrano Romeo e Giulietta.

GIULIETTA. Vuoi tu andartene? Non è ancora vicino il giorno. Era l'usignolo, e non l'allodola, Che punse il cavo pauroso del tuo orecchio; Essa canta di notte su quel melograno. Credimi, amore, era l'usignolo.

ROMEO. Era l'allodola, l'araldo del mattino, Non l'usignolo. Guarda, amore, che invidiose strisce Insegnano le nubi che si dividono a levante. Le candele della notte sono consumate, e il giorno giocondo Sta in punta di piedi sulle cime montane nebbrose. Io debbo andarmene e vivere, o restare e morire.

GIULIETTA. Quella luce non è luce di giorno, lo so, lo so. È qualche meteora che il sole esala Per esserti stanotte un portatore di torcia E illuminarti sulla via di Mantova. Perciò resta ancora, tu non hai bisogno d'andartene.

ROMEO. Mi si prenda, mi si metta a morte, Son contento, se tu lo vuoi così. Dirò che quel grigio non è l'occhio del mattino, È solo il pallido riflesso della fronte di Cinzia. Né quello è l'allodola i cui accenti percuotono Il cielo vôlto sì alto sopra le nostre teste. Ho più cura di restare che voglia d'andare. Vieni, morte, e benvenuta. Giulietta così vuole. Come va, anima mia? Parliamo. Non è giorno.

GIULIETTA. Sì, sì! Via, corri, va' via. È l'allodola che canta sì fuori tono, Sforzando aspre discordanze e acuti spiacevoli. Alcuni dicon che l'allodola fa dolce divisione; Costei non fa così, ché ci divide. Alcuni dicon che l'allodola e l'odiosa rospa si scambian gli occhi. Oh, ora vorrei che avessero scambiato anche le voci, Poiché da braccio a braccio quella voce ci spaventa, Cacciandoti di qui con sveglia alla caccia al giorno. Ora va' via, più luce e luce si fa.

ROMEO. Più luce e luce, più oscuro e oscuro il nostro duolo.

Entra la Nutrice.

NUTRICE. Madama.

GIULIETTA. Nutrice?

NUTRICE. Vostra madre signora viene alla vostra stanza. Il giorno è spuntato, siate cauta, guardate intorno.

[Esce.]

GIULIETTA. Allora, finestra, lascia entrare il giorno, e lascia uscir la vita.

ROMEO. Addio, addio, un bacio, e io scendo.

[Scende.]

GIULIETTA. Sei tu partito così? Amore, signore, ah, marito, amico, Dovrò udir da te ogni giorno nell'ora, Poiché in un minuto vi son molti giorni. Oh, a questo conto sarò molto invecchiata Prima che riveda il mio Romeo.

ROMEO. Addio! Non tralascerò occasione alcuna Che possa recarti i miei saluti, amore.

GIULIETTA. Oh, pensi tu che ci rivedremo mai più?

ROMEO. Non ne dubito, e tutti questi duoli serviranno A dolci discorsi nel tempo a venire.

GIULIETTA. Oh Dio! Ho un'anima mal presaga! Mi par di vederti, ora che sei sì basso, Come uno morto in fondo a una tomba. O la mia vista manca, o tu sei pallido.

ROMEO. E credimi, amore, ne' miei occhi così sei tu. L'asciutto dolore ci beve il sangue. Addio, addio.

[Esce in basso.]

GIULIETTA. Oh, Fortuna, Fortuna! Tutti ti chiamano volubile, Se tu sei volubile, che fai tu di lui Che è rinomato per fede? Sii volubile, Fortuna; Poiché allora, spero, non lo terrai a lungo Ma lo rimanderai.

LADY CAPULETI. [Dentro.] Olà, figlia, sei alzata?

GIULIETTA. Chi è che chiama? È mia signora madre? Non è scesa tanto tardi, o salita tanto presto? Quale insolita causa la conduce qui?

Entra Lady Capulet.

LADY CAPULETI. Orsù, come stai, Giulietta?

GIULIETTA. Signora, non sto bene.

LADY CAPULETI. Sempre piangendo per la morte del cugino? Che, vuoi lavarlo via dalla sua tomba con le lacrime? E se potessi, non potresti farlo rivivere. Lascia dunque perdere: un po' di dolore mostra molto amore, Ma troppo dolore mostra ancor qualche manco di senno.

GIULIETTA. Eppure lasciatemi piangere una così grave perdita.

LADY CAPULETI. Così sentirete la perdita, ma non l'amico Per il quale piangete.

GIULIETTA. Sentendo la perdita, Non posso se non piangere sempre l'amico.

LADY CAPULETI. Bene, fanciulla, tu non piangi tanto per la sua morte Quanto perché il villain vive, che lo sgozzò.

GIULIETTA. Quale villain, signora?

LADY CAPULETI. Quel villain di Romeo.

GIULIETTA. Il villain e lui siano molte miglia lontani. Iddio lo perdoni. Lo perdono con tutto il cuore. Eppure nessun uomo come lui affligge il mio cuore.

LADY CAPULETI. È perché il traditore assassino vive.

GIULIETTA. Sì, signora, fuori dalla portata di queste mie mani. Vorrei che nessuno tranne me potesse vendicare la morte del cugino.

LADY CAPULETI. Avremo vendetta, non temere. Dunque non pianger più. Manderò uno a Mantova, Dove vive quel bandito fuggitivo, Che gli darà una dose così insolita Che ben presto terrà compagnia a Tebaldo: E allora spero sarai soddisfatta.

GIULIETTA. In verità non sarò mai soddisfatta Con Romeo finché non lo vedrò — morto — Così il mio povero cuore è afflitto per un congiunto. Signora, se poteste trovare almeno un uomo Che portasse un veleno, lo tempererei, Sì che Romeo, ricevutolo, Tosto dorma in pace. Oh, come il mio cuore abborrisce Udirlo nominare, e non poter giungere a lui, Per vendicare l'amore che portavo al cugino Sul corpo di colui che lo ha sgozzato.

LADY CAPULETI. Trova tu il mezzo, e io troverò tale uomo. Ma ora ti darò una lieta novella, fanciulla.

GIULIETTA. E la gioia giunge opportuna in sì bisognoso tempo. Quali sono, vi supplico, madonna?

LADY CAPULETI. Orbene, tu hai un padre sollecito, figliuola; Uno che, per toglierti dalla mestizia, Ha fissato un'improvvisa giornata di gioia, Che tu non aspetti, né io m'attendeva.

GIULIETTA. Signora, in buon'ora, qual è questo giorno?

LADY CAPULETI. Davvero, figliuola, il prossimo giovedì mattina Il galante, giovane e nobile gentiluomo, Il Conte Paride, a San Pietro in Chiesa, Ti farà felicemente lieta sposa.

GIULIETTA. Ora per la Chiesa di San Pietro, e per Pietro stesso, Egli non mi farà là lieta sposa. Mi meraviglia questa fretta, che io debba maritarmi Prima che colui che deve essere sposo venga a corteggiarmi. Vi prego di dire al mio signore e padre, signora, Che non mi mariterò ancora; e quando lo farò, giuro Che sarà Romeo, che voi sapete ch'io odio, Piuttosto che Paride. Queste sono novità davvero.

LADY CAPULETI. Ecco che viene tuo padre, diglielo tu stessa, E vedi come la prenderà da te.

Entrano Capuleti e la Nutrice.

CAPULETI. Quando il sole tramonta, l'aria stilla rugiada; Ma pel tramonto del figlio di mio fratello Piove dirottamente. Ebbene? Una fontana, fanciulla? Che, ancora in lacrime? Sempre a scrosciare? In un piccolo corpo Tu contraffai una nave, un mare, un vento. Poiché sempre i tuoi occhi, che posso chiamar mare, Flusso e riflusso fanno di lacrime; la nave è il tuo corpo, Che naviga in questo mare salato, i venti i tuoi sospiri, Che infuriano con le tue lacrime ed esse con loro, Senza un'improvvisa calma rovesceranno Il tuo corpo tempestato. Ebbene, moglie? Le hai comunicato il nostro decreto?

LADY CAPULETI. Sì, signore; ma ella rifiuta, vi ringrazia. Vorrei che la sciocca fosse sposata alla sua tomba.

CAPULETI. Piano. Prendetemi con voi, moglie. Come, rifiuterà? Non ci ringrazia? Non è fiera? Non si crede beata, Indegna com'è, che abbiamo procacciato Un sì degno gentiluomo come suo sposo?

GIULIETTA. Non fiera che l'abbiate, ma grata che l'abbiate. Fiera non posso esser mai di ciò che odio; Ma grata anche per l'odio che vuol esser amore.

CAPULETI. Come, come, logica tritata? Che è questo? Fiera, e vi ringrazio, e non vi ringrazio; E pur non fiera. Ah, signorina favoritella, Non mi ringraziate grazie, non mi siate fiera fiera, Ma acconciate le vostre belle membra per giovedì prossimo Per andare con Paride a San Pietro in Chiesa, O vi trascinerò su un rastro fin là. Fuori, carogne ammorbate! Fuori, bagascia! Faccia di sego!

LADY CAPULETI. Via, via! Che, siete pazzo?

GIULIETTA. Buon padre, vi supplico in ginocchio, Ascoltatemi con pazienza solo una parola.

CAPULETI. Vai, giovane bagascia, disubbidiente sventurata! Ti dico cosa — va' in chiesa giovedì, O non guardarmi mai più in viso. Non parlar, non rispondere, non replicarmi. Mi prudon le dita. Moglie, appena ci credevamo beati Che Dio ci avesse dato solo questa figlia; Ma ora vedo che questa una è una di troppo, E che nel possederla abbiamo una maledizione. Via da lei, ribalda.

NUTRICE. Dio in cielo la benedica. Voi siete da biasimare, signore, a sgridarla così.

CAPULETI. E perché, mia dama saggezza? Tacete, Buona prudenza; ciarlate con le vostre comari, andate.

NUTRICE. Non parlo tradimento.

CAPULETI. O Dio vi faccia buoni!

NUTRICE. Non può uno parlare?

CAPULETI. Pace, mormorante sciocca! Sfoggia la tua gravità sopra una tazza di comari, Qui non ci bisogna.

LADY CAPULETI. Siete troppo acceso.

CAPULETI. Corpo di Dio, mi fa impazzire! Giorno, notte, ora, in sella, tempo, lavoro, gioco, Solo, in compagnia, sempre la mia cura è stata Di maritarla, e avendo ora provvisto Un gentiluomo di nobile stirpe, Di belle possessioni, giovane e nobilmente alleato, Dotto, come dicono, di pregi onorevoli, Proporzionato come il pensier d'un uomo vorrebbe, Ed avere poi una miserabile piagnucolante sciocca, Una frignante bamboccia, nella sua tenera fortuna, Che risponde, 'Non mi mariterò, non posso amare, Son troppo giovane, vi prego, perdonatemi.' Ma se non vi mariterete, vi perdonerò. Pascolate dove vorrete, non starete in casa mia. Badateci, pensateci, non sono uso a scherzare. Giovedì è vicino; mano sul cuore, consigliatevi. E se sarete mia, vi darò al mio amico; E se non lo sarete, impiccatevi, mendicate, crepate, morite per le strade, Poiché sull'anima mia, non vi riconoscerò mai, Né ciò che è mio mai vi farà del bene. Fidatevi, pensateci, non sarò spergiuro.

[Esce.]

GIULIETTA. Non v'è pietà seduta nelle nuvole, Che scorga il fondo del mio dolore? O dolce mia madre, non mi scacciate, Differite questo matrimonio d'un mese, d'una settimana, O, se nol farete, fate il letto nuziale In quel dimesso monumento dove giace Tebaldo.

LADY CAPULETI. Non mi parlate, perché non dirò parola. Fa' come vuoi, ch'io ho finito con te.

[Esce.]

GIULIETTA. O Dio! O Nutrice, come si prevenga ciò? Mio marito è in terra, la mia fede è in cielo. Come tornerà quella fede di nuovo in terra, Se quel marito non me la manda dal cielo Lasciando la terra? Consolami, consigliami. Ahi, ahi, che il cielo debba usare stratagemmi Sì tenero soggetto com'io stessa. Che dici? Non hai una parola di gioia? Qualche conforto, Nutrice.

NUTRICE. In fede, eccolo. Romeo è bandito; e tutto il mondo a nulla Ch'egli non osi mai tornare a cercarvi. O se lo fa, dovrà essere di nascosto. Dunque, poiché il caso sta ora com'è, Credo sia meglio che vi sposiate col Conte. Oh, egli è un leggiadro gentiluomo. Romeo è uno straccio a petto suo. Un'aquila, signora, Non ha sì verde, sì vivido, sì bello un occhio Come Paride. Maledetto il mio cuore, Credo siate felice in questo secondo accoppiamento, Poiché supera il primo: o se nol fa, Il primo è morto, o sarebbe altrettanto che fosse, Come il vivere qui e voi non ne usufruttuate.

GIULIETTA. Parli dal cuore?

NUTRICE. E dall'anima anche, O sian maledetti entrambi.

GIULIETTA. Amen.

NUTRICE. Come?

GIULIETTA. Bene, mi hai confortata mirabilmente. Va' dentro, e dì alla mia signora che son andata, Avendo dispiaciuto a mio padre, alla cella di Lorenzo, A far confessione e a essere assolta.

NUTRICE. In fede, sì; ed è saggiamente fatto.

[Esce.]

GIULIETTA. Antica dannazione! O scelleratissimo demonio! È maggior peccato volermi così spergiura, O disprezzare il mio signore con quella stessa lingua Che lei l'ha lodato sopra confronto Tante mille volte? Va', consigliere. Tu e il mio petto d'ora innanzi sarete disgiunti. Andrò dal Frate a sapere il suo rimedio. Se ogni altro fallisce, io stessa ho potere di morire.

[Esce.]

ATTO IV

SCENA I. La cella di Frate Lorenzo.

Entrano Frate Lorenzo e Paride.

FRATE LORENZO. Giovedì, signore? Il tempo è molto breve.

PARIDE. Mio padre Capuleti lo vuole così; Ed io non son lento a rallentar la sua fretta.

FRATE LORENZO. Dite che non conoscete l'animo della dama. Disuguale è il corso; non mi piace.

PARIDE. Smoderatamente piange la morte di Tebaldo, E perciò ho poco parlato d'amore; Poiché Venere non sorride in una casa di lacrime. Ora, signore, suo padre giudica pericoloso Che ella dia al suo dolore sì gran balìa; E nella sua saggezza, affretta il nostro matrimonio, Per frenar l'inondazione delle sue lacrime, Che, troppo seguita da lei sola, Può essere allontanata dalla compagnia. Or sapete la ragione di questa fretta.

FRATE LORENZO. [A parte.] Vorrei non sapere perché dovesse esser rallentata. — Guardate, signore, ecco la dama verso la mia cella.

Entra Giulietta.

PARIDE. Lieto incontro, mia dama e mia sposa!

GIULIETTA. Può essere, signore, quando io possa esser sposa.

PARIDE. Quel che può essere, deve essere, amore, giovedì prossimo.

GIULIETTA. Ciò che deve essere, sarà.

FRATE LORENZO. È un testo sicuro.

PARIDE. Venite a far confessione a questo padre?

GIULIETTA. Per rispondere, dovrei confessarmi a voi.

PARIDE. Non negate a lui che lo amate.

GIULIETTA. Confesserò a voi che io l'amo.

PARIDE. Così farete, son certo, che mi amate.

GIULIETTA. Se lo faccio, sarà di maggior pregio, Detto alle vostre spalle che in vostra faccia.

PARIDE. Povera anima, la tua faccia è molto offesa dalle lacrime.

GIULIETTA. Le lacrime han piccola vittoria con ciò; Ché già era assai brutta prima del loro livore.

PARIDE. La offendi più che con lacrime con tal detto.

GIULIETTA. Non è calunnia, signore, ciò che è vero, E quel che dissi, lo dissi in mia faccia.

PARIDE. La tua faccia è mia, e tu l'hai calunniata.

GIULIETTA. Può essere, perché non è mia. Siete libero, santo padre, ora, O verrò da voi alla messa della sera?

FRATE LORENZO. Il mio tempo è libero per voi, pensosa figliuola. — Mio signore, dobbiamo pregarvi di lasciarci soli.

PARIDE. Dio guardi che io disturbi la devozione! — Giulietta, giovedì mattina io vi desterò, Frattanto, addio; e serbate questo santo bacio.

[Esce.]

GIULIETTA. O chiudi la porta, e quando l'avrai fatto, Vieni a pianger con me, oltre speranza, oltre cura, oltre aiuto!

FRATE LORENZO. O Giulietta, io conosco già il tuo dolore; Mi sforza oltre la misura del mio senno. Sento che devi, e nulla può prorogarlo, Giovedì prossimo esser maritata a questo Conte.

GIULIETTA. Non mi dire, Frate, che tu ne senti parlare, Se non mi dici come possa impedirlo. Se nella tua saggezza, puoi dar nessun aiuto, Non far che chiamar saggia la mia risoluzione, E con questo coltello l'aiuterò tosto. Iddio congiunse il mio cuore e quello di Romeo, tu le nostre mani; E prima che questa mano, da te suggellata a Romeo, Sia il sigillo ad altro atto, O il mio vero cuore con traditoriale rivolta Si volga ad altro, questo le sgozzerà entrambi. Dunque, dalla tua lunga esperienza, Dammi qualche pronto consiglio, o guarda Fra i miei estremi e me questo sanguinoso coltello Far da padrone, arbitrando ciò Che la commession de' tuoi anni e arte A nessun fine di vero onor recare potrebbe. Non esser sì lento a parlare. Bramo morire, Se ciò che parli non parla di rimedio.

FRATE LORENZO. Ferma, figliuola. Scorgo una specie di speranza, Che richiede sì disperata esecuzione Come quella è disperata che vorremmo impedire. Se, piuttosto che sposar il Conte Paride, Hai la forza di volere ucciderti, Allora è probabile che tu intraprenderai Una cosa simile a morte per cacciar via questa vergogna, Che s'azzarda con la morte stessa per sfuggirla. E se tu osi, ti darò rimedio.

GIULIETTA. O, comandami di saltare, anziché sposar Paride, Dalle merlature di quella torre, O d'andar per vie ladre, o comandami di celarmi Dove serpi sono. Incatenami con orsi ruggenti; O nascondimi di notte in un ossario, Coperto tutto di morti e loro ossa stridenti, Con tibie puzzolenti e gialli teschi senza mascelle. O comandami d'andar in una tomba di fresco fatta, E nascondermi con un morto nel suo sudario; Cose che, a udirle narrate, m'hanno fatto tremare, E le farò senza tema o dubbio, Per viver casta sposa al mio dolce amore.

FRATE LORENZO. Ferma dunque. Va' a casa, sta' lieta, acconsenti A sposar Paride. Mercoledì è domani; Domani notte bada di giacere sola, Non lasciar che la Nutrice giaccia teco nella stanza. Prendi questa ampolla, essendo poi nel letto, E questo liquore distillato bevi tutto, Quando tosto per tutte le tue vene correrà Un freddo e torpido umore; ché nessun polso Terrà il suo corso naturale, ma cesserà. Nessun calore, nessun fiato testificherà che vivi, Le rose nelle tue labbra e guancie appassiranno In pallide ceneri; le finestre degli occhi cadranno, Come la morte quand'ella chiude il giorno di vita. Ogni parte, priva di pieghevole governo, Apparirà rigida, immobile e fredda come morte. E in questa similitudine imprestata di ristretta morte Tu continuerai quarantadue ore, E poi ti desterai come da un sonno giocondo. Quando poi lo sposo al mattino verrà Per destarti dal letto, tu sarai morta. Allora, come il costume del nostro paese, Nelle tue robbe migliori, scoperta, sulla bara, Sarai portata in quell'antica volta Ove giace tutto il parentado dei Capuleti. Nel frattempo, prima che tu ti svegli, Romeo per mie lettere saprà il nostro intento, E qui verrà, ed egli e io Veglieranno al tuo risveglio, e quella stessa notte Romeo ti porterà seco a Mantova. E ciò ti libererà da questa presente vergogna, Se nessun incostante capriccio o femminil paura Togliere al tuo valor nell'eseguirlo.

GIULIETTA. Dammelo, dammelo! O non mi parlar di tema!

FRATE LORENZO. Ferma; vattene, sii forte e prospera In tal proponimento. Manderò un frate sollecito A Mantova, con lettere al tuo signore.

GIULIETTA. Amore, dammi forza, e la forza mi soccorrerà. Addio, caro padre.

[Escono.]

SCENA II. Sala nella casa dei Capuleti.

Entrano Capuleti, Lady Capuleti, la Nutrice e Servitori.

CAPULETI. Invita quanti ospiti qui son scritti.

[Esce il primo Servo.]

Furbo, va' a assumermi venti abili cuochi.

SECONDO SERVO. Non ne avrete mali, signore; ché proverò se sanno leccarsi le dita.

CAPULETI. Come puoi così provarli?

SECONDO SERVO. In fede, signore, è mal cuoco chi non sa leccarsi le proprie dita; perciò chi non può leccarsi le dita non vien meco.

CAPULETI. Va', via.

[Esce il secondo Servo.]

Saremo molto sguarniti per questa volta. Che, è andata mia figlia da Frate Lorenzo?

NUTRICE. Sì, in verità.

CAPULETI. Bene, può darsi che le faccia del bene. È una fastidiosa, caparbia sgualdrina.

Entra Giulietta.

NUTRICE. Ecco dove ella vien da confessarsi con aria lieta.

CAPULETI. Come, mia testarda. Dove sei andata gironzolando?

GIULIETTA. Dove ho imparato a pentirmi del peccato Di disobbediente opposizione A voi e ai vostri comandi; e son comandata Dal santo Lorenzo a prostrarmi qui, A chieder perdono. Perdono, vi supplico. D'ora innanzi sarò sempre retta da voi.

CAPULETI. Mandate a chiamare il Conte, andate a dirgli questo. Questo nodo sarà annodato domani mattina.

GIULIETTA. Ho incontrato il giovane signore alla cella di Lorenzo, E gli ho dato ciò che s'addiceva ad amore, Senza oltrepassar i confini della modestia.

CAPULETI. Orsù, ne son lieto. Ciò è ben fatto. Alzatevi. Ciò è come dovrebbe essere. Fatemi veder il Conte. Sì, in fede. Andate, dico, e menatelo qua. Or dinanzi a Dio, questo reverendo santo Frate, Tutta la nostra città gli è molto obbligata.

GIULIETTA. Nutrice, verrete con me nel mio gabinetto, Per aiutarmi a scegliere quei necessari ornamenti Che giudicate opportuni per domani?

LADY CAPULETI. No, non prima di giovedì. C'è tempo abbastanza.

CAPULETI. Va', Nutrice, va' con lei. Noi andremo in chiesa domani.

[Escono Giulietta e la Nutrice.]

LADY CAPULETI. Saremo scarsi di provvisione, È ormai quasi notte.

CAPULETI. Via, mi darò da fare, E tutto andrà bene, ti garantisco, moglie. Va' tu da Giulietta, aiuta ad acconciarla. Io non andrò a letto stanotte, lasciatemi solo. Farò la massaia per questa volta. — Ebbene, olà! — Son tutti fuori: bene, andrò io stesso Dal Conte Paride, a prepararlo Per domani. Il cuor mio è mirabilmente lieve Da che questa stessa scontrosa fanciulla è sì ravveduta.

[Escono.]

SCENA III. La camera di Giulietta.

Entrano Giulietta e la Nutrice.

GIULIETTA. Sì, quegli abiti son i migliori. Ma, gentile Nutrice, Ti prego lasciami sola stanotte; Ché ho bisogno di molte orazioni Per muovere il cielo a sorridere al mio stato, Che, ben tu sai, è avverso e pien di peccato.

Entra Lady Capuleti.

LADY CAPULETI. Che, siete occupata, olà? Vi bisogna il mio aiuto?

GIULIETTA. No, signora; abbiamo scelto le cose necessarie Che si convengono al nostro stato di domani. Quindi vi piaccia, lasciatemi ora sola, E fate che la nutrice stanotte vegli con voi, Ché son certa che avete le mani piene In sì improvviso affare.

LADY CAPULETI. Buona notte. Va' a letto e riposa, ché n'hai bisogno.

[Escono Lady Capuleti e la Nutrice.]

GIULIETTA. Addio. Dio sa quando ci rivedremo. Un fievole freddo timore mi trae per le vene Che quasi mi agghiaccia il calore della vita. Li chiamerò indietro a confortarmi. Nutrice! — Che dovrebbe far ella qui? La mia scena lugubre convien che io sola agisca. Vieni, ampolla. E se questa mistura non operasse affatto? Sarò maritata dunque domani mattina? No, no! Ciò lo vieterà. Giaci tu là.

[Posa il suo pugnale.]

E se fosse un veleno, che il Frate sottilmente m'ha dato per uccidermi, perché non sia disonorato in questo matrimonio, dato che m'ha prima sposata a Romeo? Temo che sia così. E pur mi pare che non dovrebbe, ché sempre fu provato uom santo. E se, quando sarò deposta nel sepolcro, io mi svegli prima che Romeo giunga a redimermi? C'è un punto tremendo! Non soffocherò forse nella cripta, la cui bocca immonda non lascia entrar aria salubre, e lì morrò strangolata pria che giunga il mio Romeo? Oppure, se vivrò, non è assai probabile che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col terrore di quel luogo, come in una cripta, antico ricettacolo, ove da cento e cento anni giacciono stipate le ossa di tutti i miei antenati sepolti, dove il sanguinoso Tebaldo, verde ancor di terra, giace imputridendo nel suo sudario; dove, come dicono, a certe ore della notte ricorrono gli spiriti — ahi, ahi, non è possibile ch'io, svegliandomi sì presto, fra ributtanti odori e urli simili a mandragore strappate dalla terra, che i vivi mortali, udendoli, impazziscono? O, se mi sveglio, non sarò forsennata, circondata da tutti questi orrendi terrori, e non giuocherò follemente con le ossa dei miei avi? E non strapperò dal sudario Tebaldo sbranato? E in questo furore, con qualche grande osso di parente, come con una mazza, non mi spaccherò il cervello disperato? Oh, guarda, mi par di veder lo spettro del cugino che cerca Romeo, che il corpo di lui gettò sulla punta d'una spada. Resta, Tebalto, resta! Romeo, Romeo, Romeo, ecco il beveraggio! Bevo a te.

[Si getta sul letto.]

**SCENA IV. Sala nella casa dei Capuleti.**

Entrano Lady Capuleti e la Nutrice.

LADY CAPULET. Prendi, tienti queste chiavi e va' a prendere altre spezie, Nutrice.

NUTRICE. Chiedono datteri e mele cotogne nella pasticceria.

Entra Capuleti.

CAPULETI. Su, muovetevi, muovetevi, muovetevi! Il secondo gallo ha cantato, la campana del coprifuoco ha suonato, sono le tre. Abbi cura delle carni al forno, buona Angelica; non badare a spese.

NUTRICE. Va', tu donnicciuola, va', va' a letto; in fede, domani sarai malato per questa veglia fatta stanotte.

CAPULETI. No, neanche un poco. Via! Ho già vegliato altre volte tutta la notte per cause minori, e non sono mai stato male.

LADY CAPULET. Sì, siete stato un donnaiolo a caccia, ai vostri tempi; ma d'ora in poi guarderò io che non vegliate più così.

[Escono Lady Capuleti e la Nutrice.]

CAPULETI. Che gelosia, che gelosia!

Entrano Servitori, con spiedi, legna e canestri.

Ebbene, compare, che c'è?

PRIMO SERVIORE. Cose per il cuoco, signore; ma non so quali.

CAPULETI. Fate presto, fate presto.

[Esce il Primo Servitore.]

—Fanciullo, va' a prendere legna più secca. Chiama Pietro, ti mostrerà dove sono.

SECONDO SERVIORE. Ho una testa, signore, che troverà le legna senza disturbare Pietro per questo.

[Esce.]

CAPULETI. A meraviglia, e ben detto; un brioso furfante, ah! Sarai il caprone. — In fede mia, è giorno. Il Conte sarà qui con la musica tra poco, ché così disse che avrebbe fatto. Lo sento avvicinarsi.

[Suona della musica.]

Nutrice! Moglie! Ehi, ohè! Che, Nutrice, dico!

Rientra la Nutrice.

Va' a svegliare Giulietta, va' e adornala. Io vado a discorrere con Paride. Presto, sbrigati, sbrigati; lo sposo è già arrivato. Sbrigati, dico.

[Escono.]

**SCENA V. La camera di Giulietta; Giulietta sul letto.**

Entra la Nutrice.

NUTRICE. Padroncina! Che, padroncina! Giulietta! Dorme, scommetto, lei. Via, agnellina, via, signorina, vergogna, dormigliona! Via, amor mio, dico! Madama! Cuoricino! Via, sposina! Che, neanche una parola? Godetevi il vostro denaro. Dormite pure una settimana; ché la prossima notte, ve l'assicuro, il Conte Paride vi terrà in modo che riposerete ben poco. Dio mi perdoni! In nome di Dio, amen. Come dorme profonda! Devo pur svegliarla. Madama, madama, madama! Sì, lasciate che il Conte vi prenda nel vostro letto, ve lo farà passar lui, in fede. Non sarà così? Che, vestita, e con le vesti addosso, e di nuovo a letto? Bisogna che vi svegli. Signora! Signora! Signora! Ohimè, ohimè! Aiuto, aiuto! La mia signora è morta! Oh, sciagurato il dì che mai nacqui! Dell'acquavite, presto! Il mio signore! La mia signora!

Entra Lady Capuleti.

LADY CAPULET. Quale strepito è mai questo?

NUTRICE. O giorno di lamento!

LADY CAPULET. Che c'è?

NUTRICE. Guardate, guardate! Oh giorno funesto!

LADY CAPULET. Oh me, oh me! Figlia mia, mia sola vita. Ravvivati, rialzati, o morrò con te. Aiuto, aiuto! Chiamate aiuto.

Entra Capuleti.

CAPULETI. Per vergogna, fate uscire Giulietta, il suo signore è qui.

NUTRICE. È morta, defunta, è morta; ah, sciagura il giorno!

LADY CAPULET. Sciagura il giorno, è morta, è morta, è morta!

CAPULETI. Eh! Lasciate che la veda. Ohimè! È fredda, il sangue si è fermato e le giunture sono rigide. La vita e queste labbra da tempo si son divise. La morte giace su lei come una brinata fuori tempo sopra il più dolce fiore di tutto il campo.

NUTRICE. O giorno di lamento!

LADY CAPULET. O tempo di dolore!

CAPULETI. La morte, che me l'ha tolta per farmi gemere, mi lega la lingua e non mi lascia parlare.

Entrano Frate Lorenzo e Paride con i Musici.

FRATE LORENZO. Su, è pronta la sposa per andare in chiesa?

CAPULETI. Pronta ad andare, ma a non tornare mai. O figlio, la notte prima del dì delle tue nozze la morte s'è giaciuta con la tua sposa. Eccola qui, fiore qual era, da lui deflorata. La morte è il mio genero, la morte è il mio erede; m'ha preso la figlia in moglie. Io voglio morire e lasciar tutto a lui; vita, vivere, tutto è della morte.

PARIDE. Ho io tanto a lungo sospirato di veder il volto di questo mattino, ed ecco che mi dà uno spettacolo come questo?

LADY CAPULET. Maledetto, infelice, misero, odioso giorno. Ora la più miseranda che mai tempo vide nella sua lunga fatica del pellegrinaggio. Ma una, povera una, una sola cara figlia, ma una sola cosa in cui gioire e consolarsi, e la crudele morte me l'ha strappata d'innanzi.

NUTRICE. Ohimè! O giorno luttuoso, luttuoso, luttuoso! Giorno assai lamentabile, giorno assai luttuoso ch'io mai, mai vedessi! O giorno, o giorno, o giorno, o giorno odioso. Non si vide mai sì nero giorno come questo. O giorno luttuoso, o giorno luttuoso.

PARIDE. Ingannato, diviso, offeso, disprezzato, ucciso. O morte detestabilissima, da te ingannato, da te crudele, crudele del tutto rovesciato. O amore! O vita! Non vita, ma amore in morte!

CAPULETI. Disprezzata, afflitta, odiata, martirizzata, uccisa. Tempo sconsolato, perché sei venuto proprio ora a trucidare, trucidare la nostra festa? O figlia! O figlia! Anima mia, e non figlia mia, morta tu sei. Ahi, la mia figlia è morta, e con la mia figlia i miei gaudi son sepolti.

FRATE LORENZO. Pace, ehi, per vergogna. Il rimedio alla confusione non sta in queste confusioni. Il cielo e voi stessi avevate parte in questa bella fanciulla, ora il cielo ha tutto, ed è meglio per la fanciulla. La vostra parte in lei non poteste tenerla immune dalla morte, ma il cielo serba la sua parte in vita eterna. Il massimo che cercavate era la sua promozione, ché il vostro cielo era ch'ella fosse elevata, e piangete ora, vedendo ch'ella è elevata sovra le nuvole, alta quanto il cielo stesso? Oh, in questo amore, voi amate sì male la vostra figlia che impazzite, vedendo che sta bene. Non è ben maritata colei che vive a lungo maritata, ma è maritata nel miglior modo colei che muore giovane sposa. Asciugate le lacrime, e mettete il vostro rosmarino su questo bel cadavere, e, come di costume, nel suo miglior abito portatela in chiesa; ché, sebbene l'amorosa natura ci comandi di piangere, le lacrime della natura sono gioia della ragione.

CAPULETI. Tutte le cose che avevamo ordinato per la festa volgon dal lor uffizio a nero funerale: i nostri strumenti in malinconiche campane, il nostro gaudio nuziale in mesto banchetto funebre; i nostri inni solenni in cupi treni si mutano; i nostri fiori di nozze servon per un corpo sepolto, e ogni cosa si volta al suo contrario.

FRATE LORENZO. Signore, entrate, e voi, madama, entrate con lui, e voi, signor Paride, ognun si prepari a seguire questo bel cadavere fino alla sua tomba. Il cielo vi guarda torvo per qualche colpa; non lo muovete di più contrastando il suo alto volere.

[Escono Capuleti, Lady Capuleti, Paride e il Frate.]

PRIMO MUSICANTE. In fede, possiamo riporre i nostri strumenti e andarcene.

NUTRICE. Onesti bravi uomini, ah, riponete, riponete, ché ben sapete com'è pietosa questa vicenda.

PRIMO MUSICANTE. Sì, in verità, la vicenda si può risanare.

[Esce la Nutrice.]

Entra Pietro.

PIETRO. Musici, oh, musici, "Conforto del cuore", "Conforto del cuore", oh, e se volete che io viva, suonate "Conforto del cuore".

PRIMO MUSICANTE. Perché "Conforto del cuore"?

PIETRO. Oh, musici, perché il mio cuore stesso suona "Il mio cuore è pieno". Oh, suonatemi qualche allegro lamento per confortarmi.

PRIMO MUSICANTE. Da noi nessun lamento, non è tempo di suonare adesso.

PIETRO. Dunque non volete?

PRIMO MUSICANTE. No.

PIETRO. Ebbene, ve lo farò sentire io in piena regola.

PRIMO MUSICANTE. Che cosa ci darete?

PIETRO. Niente denaro, sulla mia fede, ma la beffa! Vi darò il menestrello.

PRIMO MUSICANTE. Allora io vi darò la creatura servizievole.

PIETRO. Ebbene, vi pianterò il pugnale della creatura servizievole sulla zucca. Non porterò crochetti. Vi canterò il do, vi canterò il fa. Mi intendete?

PRIMO MUSICANTE. E se voi ci canterete il do e il fa, ci prendete giù per la nostra nota.

SECONDO MUSICANTE. Di grazia, rimettete il pugnale, e mettete fuori l'ingegno.

PIETRO. Ebbene, eccomi a voi col mio ingegno. Vi picchierò a secco con un ingegno di ferro, e riporrò il mio pugnale di ferro. Rispondetemi da uomini. «Quando acuti affanni il cuore feriscono, e mesti lamenti l'anima opprimono, allora la musica col suo suono argenteo» — Perché "suono argenteo"? Perché "la musica col suo suono argenteo"? Che ne dite, Simone Gattino?

PRIMO MUSICANTE. In fede, signore, perché l'argento ha un dolce suono.

PIETRO. Chiacchiere! Che ne dite, Ugo Ribecca?

SECONDO MUSICANTE. Dico "suono argenteo" perché i musici suonano per argento.

PIETRO. Chiacchiere anche voi! Che ne dite, Giacomo Ponticello?

TERZO MUSICANTE. In fede, non so che dire.

PIETRO. Oh, vi chiedo perdono, siete il cantante. Dirò io per voi. È "la musica col suo suono argenteo" perché i musici non hanno oro per sonare. «Allor la musica col suo suono argenteo con rapido soccorso reca rimedio.»

[Esce.]

PRIMO MUSICANTE. Che gaglioffo pestilenziale è mai costui!

SECONDO MUSICANTE. Impiccalo, Gianni. Via, entriamo qui, aspettiamo i piagnoni, e restiamo a desinare.

[Escono.]

**ATTO V**

**SCENA I. Mantova. Una strada.**

Entra Romeo.

ROMEO. Se posso prestar fede all'occhio lusinghiero del sonno, i miei sogni presagiscon qualche lieto nuovo vicino. Il signore del mio petto siede lieve sul suo trono; e tutto questo dì uno spirito insolito mi solleva da terra con pensieri lieti. Sognai che la mia dama veniva e mi trovava morto — strano sogno, che a un morto lascia pensare! — e mi spirò tal vita coi baci sulle labbra, che io rivissi, e fui un imperatore. Ahimè, com'è dolce lo stesso amore posseduto, quando pur le ombre dell'amore son sì ricche di gioia.

Entra Balthasar.

Notizie da Verona! Ebbene, Balthasar? Non mi rechi lettere del Frate? Come sta la mia signora? Sta bene mio padre? Come sta la mia Giulietta? Lo chiedo di nuovo; ché nulla può andar male, se lei sta bene.

BALTHASAR. Dunque ella sta bene, e nulla può andar male. Il suo corpo dorme nel monumento dei Capuleti, e la sua parte immortale vive con gli angeli. Io la vidi deposta nella cripta dei suoi, e tosto presi la posta per venirvi a dirlo. O, perdonatemi di recar questa trista notizia, poiché lasciaste a me quest'ufficio, signore.

ROMEO. È dunque proprio così? Allora vi sfido, o stelle! Tu sai la mia dimora. Procura inchiostro e carta, e prendi cavalli di posta. Partirò stanotte.

BALTHASAR. Ve ne scongiuro, signore, abbiate pazienza. Il vostro aspetto è pallido e selvaggio, e fa presagire qualche sventura.

ROMEO. Taci, tu t'inganni. Lasciami, e fa' la cosa che t'ordino. Non hai lettere per me dal Frate?

BALTHASAR. No, mio buon signore.

ROMEO. Non importa. Vattene, e prendi quei cavalli. Sarò da te subito.

[Esce Balthasar.]

Bene, Giulietta, stanotte giacerò con te. Cerchiamo i mezzi. O misfatto, sei rapido ad entrar nei pensieri degli uomini disperati. Mi sovviene d'un farmacista — e qui dintorno ei dimora — che poc'anzi notai in cenci sbrendolati, con ciglia cupe, mentre sceglieva semplici, smunto era il suo aspetto, l'acerba miseria l'avea ridotto all'osso; e nella sua bottega squallida pendeva una testuggine, un alligatore imbalsamato, e altre pelli di pesci malformati; e intorno agli scaffali un miserabile sfilza di scatole vuote, vasi di terra verde, vesciche e semi ammuffiti, resti di spago, e vecchie tortine di rose sparsi a rado, per fare mostra. Notando quella penuria, fra me dissi, che se un uomo avesse ora bisogno di veleno, la cui vendita è in Mantova pronta morte, ecco qui un miserabile furfante che glielo venderebbe. Oh, questo stesso pensiero precorse il mio bisogno, e questo stesso miserabile deve vendermelo. Se ben ricordo, questa dev'esser la casa. Essendo giorno di festa, la bottega del mendico è chiusa. Ehi, olà! Farmacista!

Entra il Farmacista.

FARMACISTA. Chi grida sì forte?

ROMEO. Vieni qua, uomo. Vedo che sei povero. Tieni, ci son quaranta ducati. Fammi avere un drammo di veleno, tale una preparazione che agisca rapida che si sparga per tutte le vene, sì che chi beve, stanco di vita, possa cadere morto, e che il corpo sia scaricato del fiato con violenza pari a quella con cui la polvere accesa slanciasi dal ventre del cannone mortale.

FARMACISTA. Tali droghe mortali io ne ho, ma la legge di Mantova condanna a morte chiunque le dispensi.

ROMEO. Sei tu dunque sì nudo e pieno di miseria, e temi di morire? La fame ti sta nelle gote, il bisogno e l'oppressione ti affamano negli occhi, il dispregio e la mendicità ti pendon dal dorso. Il mondo non è tuo amico, né lo è la legge del mondo; il mondo non dà legge che t'arricchisca; dunque non esser povero, ma infrangi la legge e prendi questo.

FARMACISTA. La mia povertà, ma non la mia volontà, acconsente.

ROMEO. Io pago la tua povertà, e non la tua volontà.

FARMACISTA. Metti questo in qualunque liquido tu voglia e bevilo; e, se tu avessi la forza di venti uomini, ti spedirebbe subito.

ROMEO. Ecco il tuo oro, veleno peggiore per l'anime degli uomini, che fa più morti in questo mondo abominevole di questi poveri composti che tu non puoi vendere. Io ti vendo veleno, tu non me n'hai venduto. Addio, compra cibo, e metti carne addosso. Vieni, o cordiale e non veleno, vieni meco alla tomba di Giulietta, ché là debbo adoperarti.

[Escono.]

**SCENA II. La cella di Frate Lorenzo.**

Entra Frate Giovanni.

FRATE GIOVANNI. Santo frate francescano! Fratello, olà!

Entra Frate Lorenzo.

FRATE LORENZO. Questa dev'esser la voce di Frate Giovanni. Benvenuto da Mantova. Che dice Romeo? O, se il suo animo sia scritto, dammi la lettera.

FRATE GIOVANNI. Andando a cercare un frate scalzo, uno del nostro ordine, che m'accompagnasse, qui in città a visitar gli infermi, e trovatolo, i guardiani della città, sospettando che noi due fossimo in una casa dove regnava la peste infettiva, ci sigillarono le porte, e non ci lasciarono uscire, sì che il mio viaggio a Mantova fu fermato.

FRATE LORENZO. Chi dunque portò la mia lettera a Romeo?

FRATE GIOVANNI. Non potei mandarla — eccola di nuovo — né trovare un messo che te la recasse, tanto temevan l'infezione.

FRATE LORENZO. Sventurata fortuna! Per il mio ordine sacro, la lettera non era lieve, ma piena di grave incarico, di caro argomento, e il trascurarla può apportar gran danno. Frate Giovanni, va' di qui, procura un piede di ferro e portalo subito alla mia cella.

FRATE GIOVANNI. Fratello, vado e ve lo porto.

[Esce.]

FRATE LORENZO. Or debbo andare al monumento, solo. Fra tre ore la bella Giulietta si sveglierà. Mi bisticcerà assai che Romeo non abbia avuto notizia di questi accidenti; ma gli scriverò di nuovo a Mantova, e la terrò nella mia cella finché Romeo giunga. Povero vivo corpo, chiuso nella tomba d'un morto.

[Esce.]

**SCENA III. Un camposanto; in esso un Monumento appartenente ai Capuleti.**

Entrano Paride e il suo Paggio, che porta fiori e una torcia.

PARIDE. Dammi la torcia, ragazzo. Va' e tienti discosto. Eppure spegnila, ché non vorrei esser visto. Sotto quel tasso là stenditi a terra, tenendo l'orecchio vicino al suolo cavo; così nessun piede calpesterà il camposanto, smosso, malfermo com'è per lo scavar delle tombe, senza che tu lo oda. Fischia allora a me, come segno che odi qualcosa che s'avvicina. Dammi quei fiori. Fa' come t'ho detto, va'.

PAGGIO. [A parte.] Ho quasi paura a star solo qui nel camposanto; pure mi avventurerò.

[Si ritira.]

PARIDE. Dolce fiore, coi fiori il tuo letto nuziale io cospargo. Ohimè, la tua volta è polvere e sassi, che di dolce acqua ogni notte io bagnerò, o, mancando quella, di lacrime stillate da gemiti. Le esequie che per te vorrò celebrare, ogni notte saranno sparger la tua tomba e piangere.

[Il Paggio fischia.]

Il ragazzo dà avviso che qualcosa s'avvicina. Quale piè maledetto erra di qua stanotte, a traversar le mie esequie e il rito del vero amore? Che, con una torcia! Avvolgimi, o notte, un istante.

[Si ritira.]

Entrano Romeo e Balthasar con una torcia, un piccone, ecc.

ROMEO. Dammi quel piccone e la leva di ferro. Tieni, prendi questa lettera; di buon mattino bada di recapitarla al mio signore e padre. Dammi la luce; sulla tua vita t'impongo, qualunque cosa oda o veda, stammi discosto e non m'interrompere nel mio intento. Perché io scenda in questo letto di morte è in parte per veder il volto della mia dama, ma soprattutto per trar dal suo dito morto un anello prezioso, un anello che debbo usare in un caro ufficio. Perciò, via, vattene. Ma se tu, geloso, torni a spiarmi in ciò che intendo fare di più, per il cielo ti sbranerò membro a membro, e spargerò queste tue membra nel famelico camposanto. L'ora e i miei intenti son selvaggi e feroci; più fiero e più spietato assai dei tigri affamati o del mare ruggente.

BALTHASAR. Me ne andrò, signore, e non vi darò noia.

ROMEO. Così mi mostrerai amicizia. Prendi questo. Vivi, e sii prospero, e addio, buon compare.

BALTHASAR. Con tutto ciò, mi nasconderò qui intorno. Il suo aspetto mi fa temere, e dubito dei suoi intenti.

[Si ritira]

ROMEO. Bocca detestabile, o ventre di morte, satollo del più caro boccone della terra, così io sforzo le tue putride mascelle ad aprirsi,

[Spaccando la porta del monumento.]

e, in tua disfida, t'empierò di maggior cibo.

PARIDE. Questi è quel Montague sbandito e superbo che uccise il cugino del mio amore — per la qual doglia, si suppone, la bella creatura morì — ed ecco che vien qui a far qualche scellerata vergogna ai corpi dei morti. Lo arresterò.

[Avanzandosi.]

Ferma il tuo empio lavoro, vile Montague. Può la vendetta spingersi oltre la morte? Malvagio condannato, io t'arresto. Obbedisci, e vieni meco, ché tu devi morire.

ROMEO. Devo morire davvero; e perciò son venuto qui. Buon giovane gentile, non tentar un uomo disperato. Fuggi via e lasciami. Pensa a quei che son partiti; lascia che t'incutano sgomento. Te ne prego, giovane, non aggiungere un altro peccato sul mio capo spingendomi alla furia. Oh, vattene. Per il cielo, t'amo più di me stesso; poiché vengo qui armato contro me stesso. Non restar, vattene, vivi, e in futuro di' che la pietà d'un forsennato ti fe' fuggire.

PARIDE. Io disprezzo le tue imprecazioni, e t'arresto qui come un malfattore.

ROMEO. Vuoi provocarmi? Ebbene, orsù, ragazzo!

[Combattono.]

PAGGIO. O signore, combattono! Andrò a chiamar la guardia.

[Esce.]

PARIDE. Oh, son trafitto! [Cade.] Se tu sei pietoso, apri la tomba, e giacimi accanto a Giulietta.

[Muore.]

ROMEO. In fede, lo farò. Lasciami guardar questo volto. Parente di Mercuzio, nobile Conte Paride! Che disse il mio valletto, quando l'anima mia sballottata non l'ascoltava cavalcando? Credo ch'ei mi disse che Paride doveva sposar Giulietta. Non lo disse? O io sognai che lo dicesse? O son forsennato, a udir lui parlar di Giulietta, da creder che fosse vero? Oh, dammi la mano, tu scritto con me nel libro della sorte amara. Ti seppellirò in una tomba trionfale. Una tomba? Oh no, un faro, giovane sgozzato, ché qui giace Giulietta, e la sua beltà fa di questa cripta una sala di festa piena di luce. Morte, giaci tu là, da un morto seppellito.

[Deponendo Paride nel monumento.]

Quante volte, quando gli uomini sono sull'orlo della morte, sono stati lieti! I loro custodi la chiamano un baleno prima della morte. Oh, come posso chiamare questo un baleno? Oh, amore mio, sposa mia, la morte che ha succhiato il miele del tuo respiro non ha ancora avuto potere sulla tua beltà. Non sei doma. Lo stendardo della beltà è ancora cremisi sulle tue labbra e sulle tue guance, e la pallida bandiera della morte non vi è ancora innalzata. Tibaldo, tu giaci là nel tuo lenzuolo insanguinato? Oh, qual maggior favore posso farti se non con quella mano che tagliò in due la tua giovinezza, strappare chi fu tuo nemico? Perdonami, cugino. Ah, cara Giulietta, perché sei ancora così bella? Dovrò credere che la morte incorporea sia amorosa, e che il magro, aborrito mostro ti tenga qui nel buio per farsi sua druda? Per timore di ciò, resterò con te, e non partirò mai più da questo palazzo della notte oscura. Qui, qui resterò con i vermi che sono le tue cameriere. Oh, qui stabilirò il mio eterno riposo; e scuoterò il giogo delle stelle infauste da questa carne stanca del mondo. Occhi, guardate per l'ultima volta. Braccia, date l'ultimo amplesso! E labbra, oh voi porte del respiro, suggellate con un giusto bacio un patto senza data con la morte che tutto avvolge. Vieni, amara guida, vieni, scorta nauseabonda. Tu pilota disperato, ora corri d'un colpo sugli scogli infidi la tua nave stanca e malata di mare. Alla mia amore! [Beve.] Oh, vero speziale! I tuoi farmaci sono pronti. Così, con un bacio, muoio. [Muore.]

Entrano, dall'altra parte del cimitero, frate Lorenzo con una lanterna, un piccone e una vanga.

FRATE LORENZO. San Francesco mi assista. Quante volte stanotte i miei vecchi piedi hanno inciampato sulle tombe? Chi va là? Chi è colui che così a tarda ora fa compagnia ai morti?

BALTASAR. Ecco uno, un amico, e uno che vi conosce bene.

FRATE LORENZO. La beatitudine sia con voi. Ditemi, buon amico mio, qual fiamma è quella che invano porge la sua luce a vermi e teschi senza occhi? A quanto discerno, arde nel monumento dei Capuleti.

BALTASAR. Arde, sì, reverendo padre, e là c'è il mio padrone, uno che voi amate.

FRATE LORENZO. Chi è?

BALTASAR. Romeo.

FRATE LORENZO. Da quanto tempo è là?

BALTASAR. Una mezz'ora piena.

FRATE LORENZO. Vieni con me alla cripta.

BALTASAR. Non oso, padre; il mio padrone non sa che me ne sono andato, e minacciò terribilmente di morte se fossi rimasto a vedere i suoi propositi.

FRATE LORENZO. Resta allora, andrò solo. Mi coglie timore. Oh, molto temo qualche sventurata disgrazia.

BALTASAR. Mentre dormivo sotto questo tasso, sognai che il mio padrone e un altro combattevano, e che il mio padrone lo uccise.

FRATE LORENZO. Romeo! [Avanzandosi.] Ahi, ahi, qual sangue è questo che macchia l'ingresso pietroso di questo sepolcro? Che fanno queste spade padrone e insanguinate a giacere scolorite in questo luogo di pace? [Entra nel monumento.]

Romeo! Oh, pallido! Chi altri? Che, anche Paride? E grondante di sangue? Ah, quale empia ora è colpevole di questa luttuosa sciagura? La dama si muove. [Giulietta si desta e si muove.]

GIULIETTA. Oh, frate consolatore, dov'è il mio signore? Ricordo bene dove dovrei essere, e là io sono. Dov'è il mio Romeo? [Rumore dentro.]

FRATE LORENZO. Odo del rumore. Signora, vieni via da quel nido di morte, contagio e innaturale sonno. Un potere più grande di quanto noi possiamo contrastare ha mandato a vuoto i nostri disegni. Vieni, vieni via. Tuo marito giace morto nel tuo seno; e Paride pure. Vieni, ti destinerò presso un consorzio di sante monache. Non indugiare a far domande, perché la ronda sopraggiunge. Vieni, va', buona Giulietta. Non oso più restare.

GIULIETTA. Va', vattene via, perché io non verrò. [Esce frate Lorenzo.]

Che c'è qui? Un calice chiuso nella mano del mio vero amore? Veleno, vedo, è stata la sua morte senza tempo. Oh, villano. Hai bevuto tutto, e non hai lasciato una goccia amica per aiutarmi dopo? Ti bacerò le labbra. Forse qualche veleno ancora vi è attaccato, per farmi morire con un rimedio. [Lo bacia.]

Le tue labbra sono calde!

PRIMA GUARDIA. [Dentro.] Guida, ragazzo. Di qua?

GIULIETTA. Sì, rumore? Allora sarò breve. Oh, felice pugnale. [Afferrando il pugnale di Romeo.]

Questo è il tuo fodero. [si pugnala] Riposa qui, e lasciami morire. [Cade sul corpo di Romeo e muore.]

Entrano le Guardie con il Paggio di Paride.

PAGGIO. Questo è il luogo. Là, dove la torcia arde.

PRIMA GUARDIA. Il suolo è insanguinato. Perquisite il cimitero. Andate, alcuni di voi, chiunque troviate arrestate. [Escono alcune Guardie.]

Spettacolo pietoso! Qui giace il Conte ucciso, e Giulietta che sanguina, calda e appena morta, che qui ha giaciuto sepolta due giorni. Andate a dire al Principe; correte dai Capuleti. Svegliate i Montecchi, altri cerchino. [Escono altre Guardie.]

Noi vediamo il suolo dove questi lutti giacciono, ma la vera origine di tutti questi pietosi mali non possiamo senza indagine discernere.

Rientrano alcune Guardie con Baltasar.

SECONDA GUARDIA. Ecco l'uomo di Romeo. Lo trovammo nel cimitero.

PRIMA GUARDIA. Trattienilo in custodia finché il Principe venga qui.

Rientrano altre Guardie con frate Lorenzo.

TERZA GUARDIA. Ecco un Frate che trema, sospira e piange. Gli prendemmo questo piccone e questa vanga mentre veniva da questo lato del cimitero.

PRIMA GUARDIA. Gran sospetto. Fermate anche il Frate.

Entrano il Principe e il seguito.

PRINCIPE. Qual disgrazia è così mattiniera da chiamare la nostra persona dal riposo del mattino?

Entrano Capuleti, Lady Capuleti e altri.

CAPULETI. Che sarà mai, che urlano così per la strada?

LADY CAPULETI. Oh, la gente nella strada grida Romeo, alcuni Giulietta, e alcuni Paride, e tutti corrono a gran voce verso il nostro monumento.

PRINCIPE. Qual paura è questa che ci scuote le orecchie?

PRIMA GUARDIA. Sovrano, qui giace il Conte Paride ucciso, e Romeo morto, e Giulietta, morta prima, calda e appena uccisa.

PRINCIPE. Cercate, indagate, e sappite come avvenne questo turpe assassinio.

PRIMA GUARDIA. Ecco un Frate, e l'uomo di Romeo sgozzato, con strumenti atti ad aprire queste tombe dei morti.

CAPULETI. Oh, cielo! Oh, moglie, guarda come nostra figlia sanguina! Questo pugnale ha sbagliato, ché, ecco, il suo fodero è vuoto sul dorso del Montecchi, e s'è infoderato nel petto di mia figlia.

LADY CAPULETI. Oh me! Questa vista di morte è come una campana che chiama la mia vecchiaia al sepolcro.

Entrano Montecchi e altri.

PRINCIPE. Vieni, Montecchi, ché tu sei mattiniero per vedere tuo figlio ed erede ancor più mattiniero abbattuto.

MONTECCHI. Ahimè, mio signore, mia moglie è morta stanotte. Il dolore dell'esilio di mio figlio le ha fermato il respiro. Quale ulteriore sciagura congiura contro la mia vecchiaia?

PRINCIPE. Guarda, e vedrai.

MONTECCHI. Oh, tu indisciplinato! Quale costume è mai questo, di precedere tuo padre verso una tomba?

PRINCIPE. Chiudete per un poco la bocca dell'indignazione, finché possiamo chiarire queste ambiguità, e conoscerne la sorgente, il principio, la vera discendenza; e allora sarò guida del vostro dolore, e vi condurrò persino alla morte. Frattanto pazientate, e lasciate che la sventura sia serva della pazienza. Producete le parti sospette.

FRATE LORENZO. Io sono il più grande, capace di fare il meno, e tuttavia il più sospetto, poiché il tempo e il luogo militano contro di me in questo atroce assassinio. E qui sto, insieme ad accusare e a purgarmi, condannato e scusato al tempo stesso.

PRINCIPE. Di' dunque in una volta ciò che sai di questo.

FRATE LORENZO. Sarò breve, perché la mia breve data di respiro non è lunga quanto un tedioso racconto. Romeo, là morto, era marito di quella Giulietta; e lei, là morta, fedele sposa di Romeo. Io li unii; e il loro rubato giorno di nozze fu il giorno del giudizio di Tibaldo, la cui immatura morte bandì dalla città il novello sposo; per il quale, e non per Tibaldo, Giulietta languì. Voi, per togliere da lei quell'assedio di dolore, la fidanzaste, e l'avreste data per forza in moglie al Conte Paride. Allora ella venne da me, e con sguardi smarriti mi chiese di trovar qualche mezzo per liberarla da questo secondo matrimonio, o nella mia cella si sarebbe uccisa. Allora le diedi, così istruita dalla mia arte, una pozione soporifera, che fece effetto come io intendevo, perché le infuse le sembianze della morte. Frattanto scrissi a Romeo che venisse qui in questa atroce notte per aiutarmi a trarla dalla sua tomba presa in prestito, essendo quello il momento in cui la forza della pozione sarebbe cessata. Ma colui che portò la mia lettera, frate Giovanni, fu trattenuto per un caso; e ierisera mi rimandò indietro la lettera. Allora tutto solo, all'ora fissata del suo risveglio, venni per trarla dalla cripta dei suoi, intendendo tenerla nascosta nella mia cella finché potessi convenientemente mandare a Romeo. Ma quando giunsi, qualche minuto prima del tempo del suo risveglio, qui immaturamente giacevano il nobile Paride e il vero Romeo morti. Ella si desta; e la scongiurai di venir via e sopportare con pazienza quest'opera del cielo. Ma poi un rumore mi scacciò dalla tomba; ed ella, troppo disperata, non volle venire con me, ma, a quanto pare, fece violenza su se stessa. Tutto questo io so; e di quel matrimonio è consapevole la sua Nutrice. E se qualcosa in ciò fallì per mia colpa, la mia vecchia vita sia sacrificata, qualche ora prima del suo tempo, al rigore della legge più severa.

PRINCIPE. Ti abbiamo sempre conosciuto per un uomo santo. Dov'è l'uomo di Romeo? Che può dire a questo?

BALTASAR. Io portai al mio padrone la notizia della morte di Giulietta, e allora in fretta egli venne da Mantova a questo stesso luogo, a questo stesso monumento. Questa lettera mi ordinò per tempo di dare a suo padre, e mi minacciò di morte, entrando nella cripta, se me ne fossi andato e l'avessi lasciato là.

PRINCIPE. Datemi la lettera, la esaminerò. Dov'è il Paggio del Conte che diede l'allarme? Ragazzo, che faceva il tuo padrone in questo luogo?

PAGGIO. Venne con fiori per spargere sulla tomba della sua dama, e mi ordinò di star discosto, e così feci. Subito dopo viene uno con una luce per aprire la tomba, e poco dopo il mio padrone gli si avventò addosso, e io corsi via a chiamare la ronda.

PRINCIPE. Questa lettera conferma le parole del Frate, il loro corso d'amore, la notizia della morte di lei. E qui egli scrive che comprò un veleno da uno speziale povero, e con quello venne in questa cripta per morire, e giacere con Giulietta. Dove sono questi nemici? Capuleti, Montecchi, vedete qual flagello è piombato sul vostro odio, che il cielo trova modo di uccidere le vostre gioie con l'amore! E io, per aver chiuso gli occhi sulle vostre discordie, ho perso un paio di parenti. Tutti sono puniti.

CAPULETI. Oh, fratello Montecchi, dammi la mano. Questa è la dote di mia figlia, ché di più non posso chiedere.

MONTECCHI. Ma io posso darti di più, perché innalzerò la sua statua in oro puro, sì che finché Verona sia nota per quel nome, nessuna figura a tal prezzo sarà eretta come quella della vera e fedele Giulietta.

CAPULETI. Non meno ricca sarà quella di Romeo accanto alla sua dama, povere vittime della nostra inimicizia.

PRINCIPE. Una cupa pace questo mattino porta con sé; il sole per il dolore non mostrerà il suo capo. Andatevene, a parlar più oltre di queste tristi cose. Alcuni saranno perdonati, e alcuni puniti, ché mai fu storia di maggior dolore di questa di Giulietta e del suo Romeo. [Escono.]

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