La famiglia Dashwood si era stabilita da tempo nel Sussex. La loro tenuta era vasta e la loro residenza si trovava a Norland Park, al centro delle loro proprietà, dove, per molte generazioni, avevano vissuto in modo così rispettabile da conquistarsi la stima generale dei conoscenti del circondario. L'ultimo proprietario di questa tenuta era un uomo celibe, vissuto fino a un'età molto avanzata, che per molti anni della sua vita aveva avuto come compagna costante e governante la sorella. Ma la morte di lei, avvenuta dieci anni prima della propria, produsse un grande mutamento nella sua casa; infatti, per supplire alla sua perdita, invitò e accolse nella propria dimora la famiglia del nipote, il signor Henry Dashwood, erede legittimo della tenuta di Norland e colui al quale intendeva lasciarla in eredità. Nella compagnia del nipote, della nipote e dei loro figli, i giorni dell'anziano signore trascorsero in tutta comodità. Il suo affetto per loro crebbe. La costante attenzione del signor e della signora Henry Dashwood verso i suoi desideri, che nasceva non solo dall'interesse, ma dalla bontà d'animo, gli procurò ogni grado di solido conforto che la sua età potesse ricevere; e l'allegria dei bambini aggiunse un tocco di gusto alla sua esistenza.
Da un precedente matrimonio, il signor Henry Dashwood aveva avuto un figlio: dalla sua attuale consorte, tre figlie. Il figlio, un giovane assennato e rispettabile, era largamente sistemato grazie al patrimonio della madre, che era stato cospicuo e di cui metà era passata a lui al raggiungimento della maggiore età. Anche grazie al proprio matrimonio, avvenuto poco tempo dopo, aveva accresciuto la sua ricchezza. Per lui, dunque, la successione alla tenuta di Norland non era così realmente importante come per le sue sorelle; poiché la loro fortuna, indipendentemente da quanto potesse derivare loro dall'eredità paterna di quella proprietà, non poteva che essere esigua. La loro madre non possedeva nulla e il padre disponeva solo di settemila sterline; infatti, la restante metà del patrimonio della prima moglie era anch'essa garantita al figlio di lei, ed egli ne aveva solo l'usufrutto vitalizio.
L'anziano signore morì: il suo testamento fu letto e, come quasi ogni altro testamento, procurò tanto disappunto quanto piacere. Non fu né così ingiusto né così ingrato da sottrarre la tenuta al nipote, ma la lasciò a lui a condizioni tali da distruggere metà del valore del lascito. Il signor Dashwood l'aveva desiderata più per il bene della moglie e delle figlie che per se stesso o per il figlio; tuttavia, la tenuta fu vincolata al figlio e al figlio del figlio, un bambino di quattro anni, in modo tale da non lasciargli alcun potere di provvedere a coloro che gli erano più cari, e che maggiormente necessitavano di una rendita, tramite alcun onere sulla proprietà o tramite la vendita dei suoi preziosi boschi. Il tutto fu vincolato a beneficio di questo bambino, il quale, nelle visite occasionali fatte con il padre e la madre a Norland, aveva conquistato l'affetto dello zio grazie a doti tutt'altro che insolite in bambini di due o tre anni: un'articolazione imperfetta, un fervido desiderio di fare sempre di testa propria, molti trucchi astuti e un gran chiasso, tanto da superare in valore tutte le attenzioni che, per anni, aveva ricevuto dalla nipote e dalle sue figlie. Non intendeva essere scortese, tuttavia, e, come segno del suo affetto per le tre ragazze, lasciò loro mille sterline a testa.
Il disappunto del signor Dashwood fu, in principio, grave; ma il suo temperamento era allegro e ottimista; e poteva ragionevolmente sperare di vivere ancora molti anni e, vivendo con economia, mettere da parte una somma considerevole dai frutti di una tenuta già vasta e capace di miglioramenti quasi immediati. Ma la fortuna, che era stata così tardiva nell'arrivare, fu sua solo per dodici mesi. Non sopravvisse allo zio più a lungo; e diecimila sterline, inclusi i recenti legati, furono tutto ciò che rimase per la vedova e le figlie.
Il figlio fu fatto chiamare non appena si comprese la gravità del pericolo e, a lui, il signor Dashwood raccomandò, con tutta la forza e l'urgenza che la malattia poteva consentire, gli interessi della matrigna e delle sorelle.
Il signor John Dashwood non aveva i sentimenti intensi del resto della famiglia; ma fu toccato da una raccomandazione di tale natura in un momento simile, e promise di fare tutto ciò che era in suo potere per garantire loro una vita agiata. Il padre si sentì rassicurato da tale promessa, e il signor John Dashwood ebbe poi agio di considerare quanto potesse prudentemente fare per loro.
Non era un giovane malintenzionato, a meno che l'essere piuttosto freddo e un po' egoista non significhi essere malintenzionati: ma era, in generale, ben rispettato, poiché si comportava con proprietà nell'adempimento dei suoi doveri ordinari. Se avesse sposato una donna più amabile, avrebbe potuto essere reso ancora più rispettabile di quanto non fosse; avrebbe potuto persino diventare amabile egli stesso, poiché era molto giovane quando si sposò ed era molto affezionato alla moglie. Ma la signora John Dashwood era una forte caricatura di lui stesso; ancora più gretta ed egoista.
Quando diede la sua promessa al padre, meditò tra sé e sé di incrementare le fortune delle sorelle con il dono di mille sterline a testa. In quel momento si sentiva davvero in grado di farlo. La prospettiva di quattromila sterline l'anno, in aggiunta al suo reddito attuale, oltre alla metà rimanente della fortuna di sua madre, gli scaldava il cuore e lo faceva sentire capace di generosità. "Sì, avrebbe dato loro tremila sterline: sarebbe stato liberale e generoso! Sarebbe bastato a renderle completamente tranquille. Tremila sterline! Poteva permettersi una somma così considerevole con poco disagio." Ci pensò tutto il giorno, e per molti giorni di seguito, e non se ne pentì.
Non appena il funerale del padre fu terminato, la signora John Dashwood, senza inviare alcun preavviso della sua intenzione alla matrigna, arrivò con il figlio e i loro accompagnatori. Nessuno poteva contestare il suo diritto di venire; la casa era di suo marito dal momento della morte del padre; ma l'indelicatezza del suo comportamento era tanto maggiore e, per una donna nella situazione della signora Dashwood, dotata solo di sentimenti comuni, doveva essere stato estremamente sgradevole; ma nel suo animo c'era un senso dell'onore così acuto, una generosità così romantica, che qualsiasi offesa del genere, da chiunque fosse data o ricevuta, era per lei fonte di immutabile disgusto. La signora John Dashwood non era mai stata tra le preferite di nessuno della famiglia del marito; ma non aveva mai avuto l'opportunità, fino a quel momento, di mostrare loro con quanta poca attenzione verso il benessere degli altri potesse agire quando l'occasione lo richiedeva.
Così acutamente la signora Dashwood percepì questo comportamento sgarbato, e così sinceramente disprezzò la nuora per questo, che, all'arrivo di quest'ultima, avrebbe lasciato la casa per sempre, se le suppliche della figlia maggiore non l'avessero indotta prima a riflettere sull'opportunità di andarsene, e il suo tenero amore per tutti e tre i figli non l'avesse poi determinata a restare e, per amor loro, evitare una rottura con il fratello.
Elinor, questa figlia maggiore, i cui consigli erano così efficaci, possedeva una forza di comprensione e una freddezza di giudizio che la qualificavano, sebbene avesse solo diciannove anni, a essere la consigliera di sua madre, e le permettevano spesso di contrastare, a vantaggio di tutte loro, quell'impetuosità d'animo della signora Dashwood che generalmente l'avrebbe condotta all'imprudenza. Aveva un cuore eccellente; la sua indole era affettuosa e i suoi sentimenti erano intensi; ma sapeva come governarli: era una conoscenza che sua madre doveva ancora apprendere; e che una delle sue sorelle aveva deciso di non apprendere mai.
Le capacità di Marianne erano, sotto molti aspetti, del tutto pari a quelle di Elinor. Era sensata e intelligente; ma impetuosa in ogni cosa: i suoi dolori, le sue gioie, non potevano conoscere moderazione. Era generosa, amabile, interessante: era tutto fuorché prudente. La somiglianza tra lei e sua madre era straordinariamente grande.
Elinor vedeva, con preoccupazione, l'eccesso della sensibilità della sorella; ma per la signora Dashwood essa era apprezzata e coltivata. Si incoraggiavano a vicenda ora nella violenza della loro afflizione. L'agonia del dolore che le sopraffece al principio veniva volontariamente rinnovata, ricercata, creata ancora e ancora. Si abbandonavano interamente al loro dolore, cercando un accrescimento di infelicità in ogni riflessione che potesse offrirlo, e risolute a non ammettere mai alcuna consolazione in futuro. Anche Elinor era profondamente afflitta; ma ancora riusciva a lottare, riusciva a farsi forza. Poteva consultarsi con il fratello, poteva ricevere la cognata al suo arrivo e trattarla con la dovuta attenzione; e poteva sforzarsi di spronare la madre a un simile impegno e incoraggiarla a una simile tolleranza.
Margaret, l'altra sorella, era una ragazza di buon umore e ben disposta; ma poiché aveva già assorbito gran parte del romanticismo di Marianne, senza averne molto del buon senso, a tredici anni non prometteva di essere pari alle sorelle in un periodo più avanzato della vita.
Capitolo II.
La signora John Dashwood si insediò ora come padrona di Norland; e sua madre e le cognate furono degradate alla condizione di visitatrici. Come tali, tuttavia, furono trattate da lei con tranquilla cortesia; e dal marito con la massima gentilezza di cui potesse essere capace verso chiunque non fosse se stesso, sua moglie e il loro bambino. Egli le esortò davvero, con una certa sollecitudine, a considerare Norland come la loro casa; e, poiché nessun piano appariva alla signora Dashwood così opportuno come quello di rimanere lì fino a quando non avesse potuto accomodarsi in una casa nel vicinato, il suo invito fu accettato.
Una permanenza in un luogo dove ogni cosa le ricordava le gioie passate era esattamente ciò che si addiceva al suo animo. Nei momenti di allegria, nessun temperamento poteva essere più allegro del suo, o possedere, in misura maggiore, quella ottimistica aspettativa di felicità che è la felicità stessa. Ma nel dolore doveva lasciarsi altrettanto trasportare dalla fantasia, e tanto lontana dalla consolazione quanto nella gioia era lontana da qualsiasi amarezza.
La signora John Dashwood non approvava affatto ciò che suo marito intendeva fare per le sue sorelle. Sottrarre tremila sterline dal patrimonio del loro caro bambino lo avrebbe impoverito in modo spaventoso. Lo pregò di riflettere ancora sull'argomento. Come poteva rispondere a se stesso di derubare suo figlio, e il suo unico figlio per giunta, di una somma così ingente? E quale pretesa potevano mai avere le signorine Dashwood, che erano sue parenti solo per metà sangue, cosa che lei non considerava affatto una parentela, sulla sua generosità per un importo così elevato. Era risaputo che non si supponeva mai esistesse alcun affetto tra i figli di un uomo nati da matrimoni diversi; e perché doveva rovinare se stesso, e il loro povero piccolo Harry, regalando tutto il suo denaro alle sue sorellastre?
"È stata l'ultima richiesta di mio padre nei miei confronti," rispose il marito, "che io assistessi la sua vedova e le sue figlie."
"Non sapeva di cosa stesse parlando, scommetto; dieci contro uno che fosse fuori di testa in quel momento. Se fosse stato in pieno possesso delle sue facoltà mentali, non avrebbe mai pensato di chiederti di regalare metà della tua fortuna sottraendola al tuo stesso figlio."
"Non ha preteso alcuna somma particolare, mia cara Fanny; mi ha solo chiesto, in termini generali, di assisterle e di rendere la loro situazione più confortevole di quanto fosse in suo potere fare. Forse sarebbe stato altrettanto bene se l'avesse lasciato interamente a me. Difficilmente avrebbe potuto supporre che le avrei trascurate. Ma poiché ha richiesto la promessa, non potevo fare di meno che darla; almeno così ho pensato in quel momento. La promessa, dunque, è stata data e deve essere mantenuta. Qualcosa deve essere fatto per loro quando lasceranno Norland e si stabiliranno in una nuova casa."
"Bene, allora, si faccia qualcosa per loro; ma quel qualcosa non ha bisogno di essere tremila sterline. Considera," aggiunse, "che quando il denaro è andato, non può mai tornare. Le tue sorelle si sposeranno, e sarà perduto per sempre. Se, davvero, potesse essere restituito al nostro povero bambino..."
"Beh, certamente," disse il marito, molto gravemente, "questo farebbe una grande differenza. Potrebbe venire il giorno in cui Harry rimpiangerà che una somma così grande sia stata data via. Se dovesse avere una famiglia numerosa, per esempio, sarebbe una aggiunta molto comoda."
"Certamente che lo sarebbe."
"Forse, allora, sarebbe meglio per tutte le parti, se la somma fosse ridotta della metà. Cinquecento sterline sarebbero un aumento prodigioso per le loro fortune!"
"Oh! Al di là di ogni cosa grande! Quale fratello al mondo farebbe la metà per le sue sorelle, anche se fossero davvero le sue sorelle! E come stanno le cose... solo metà sangue! Ma tu hai uno spirito così generoso!"
"Non vorrei fare nulla di meschino," rispose. "Si preferirebbe, in tali occasioni, fare troppo che troppo poco. Nessuno, almeno, può pensare che io non abbia fatto abbastanza per loro: persino loro stesse, possono a stento aspettarsi di più."
"Non si può sapere cosa possano aspettarsi," disse la signora, "ma noi non dobbiamo pensare alle loro aspettative: la questione è cosa tu possa permetterti di fare."
"Certamente, e penso di potermi permettere di dare loro cinquecento sterline a testa. Così come stanno le cose, senza alcuna mia aggiunta, avranno ciascuna circa tremila sterline alla morte della madre, una fortuna molto comoda per qualsiasi giovane donna."
"Certamente che lo è; e, in verità, mi colpisce che possano non aver bisogno di alcuna aggiunta. Avranno diecimila sterline divise tra loro. Se si sposeranno, saranno sicure di stare bene, e se non lo faranno, potranno vivere tutte molto comodamente insieme con gli interessi di diecimila sterline."
"È verissimo, e, pertanto, non so se, nel complesso, non sarebbe più consigliabile fare qualcosa per la loro madre finché è in vita, piuttosto che per loro, qualcosa nel genere di una rendita intendo. Le mie sorelle ne sentirebbero i buoni effetti tanto quanto lei. Cento sterline l'anno le renderebbe tutte perfettamente agiate."
Sua moglie esitò un po', tuttavia, nel dare il suo consenso a questo piano.
"Certamente," disse, "è meglio che separarsi da millecinquecento sterline in una volta. Ma, allora, se la signora Dashwood dovesse vivere quindici anni, saremmo completamente raggirati."
"Quindici anni! mia cara Fanny; la sua vita non può valere la metà di quell'acquisto."
"Certamente no; ma se osservi, le persone vivono sempre per sempre quando c'è una rendita da pagare loro; ed è molto robusta e in salute, e non ha quasi quarant'anni. Una rendita è una faccenda molto seria; si presenta ripetutamente ogni anno, e non c'è modo di sbarazzarsene. Non sei consapevole di ciò che stai facendo. Ho conosciuto un sacco di problemi con le rendite; poiché mia madre era gravata dal pagamento di tre a vecchi servitori in pensione per testamento di mio padre, ed è sorprendente quanto lo trovasse sgradevole. Due volte ogni anno queste rendite dovevano essere pagate; e poi c'era il problema di farle arrivare a loro; e poi si diceva che uno di loro fosse morto, e poi si scopriva che non era affatto vero. Mia madre ne era davvero stufa. Il suo reddito non era suo, diceva, con pretese così perpetue su di esso; ed è stato ancor più scortese da parte di mio padre, perché, altrimenti, il denaro sarebbe stato interamente a disposizione di mia madre, senza alcuna restrizione. Mi ha dato un tale orrore per le rendite, che sono sicura che non mi vincolerei al pagamento di una per tutto l'oro del mondo."
"È certamente una cosa spiacevole," rispose il signor Dashwood, "avere quel tipo di drenaggi annuali sul proprio reddito. La propria fortuna, come dice giustamente tua madre, non è la propria. Essere vincolati al pagamento regolare di una tale somma, a ogni scadenza dell'affitto, non è affatto auspicabile: toglie la propria indipendenza."
"Senza dubbio; e dopo tutto non ne hai alcun ringraziamento. Si sentono al sicuro, tu non fai altro che ciò che è previsto, e non suscita alcuna gratitudine. Se fossi in te, qualunque cosa facessi dovrebbe essere fatta interamente a mia discrezione. Non mi vincolerei a concedere loro nulla annualmente. Potrebbe essere molto scomodo in alcuni anni risparmiare cento, o anche cinquanta sterline dalle nostre spese."
"Credo che tu abbia ragione, amore mio; sarà meglio che non ci sia alcuna rendita nel caso; qualunque cosa io possa dare loro occasionalmente sarà di un aiuto assai maggiore di un'indennità annuale, perché allargherebbero solo il loro stile di vita se si sentissero sicure di un reddito maggiore, e non sarebbero più ricche di sei pence alla fine dell'anno. Sarà certamente il modo migliore. Un regalo di cinquanta sterline, ogni tanto, impedirà loro di trovarsi mai in difficoltà per il denaro, e sarà, penso, un adempimento ampio della mia promessa a mio padre."
"Certamente che lo sarà. In effetti, a dire il vero, sono convinta dentro di me che tuo padre non avesse idea che tu dessi loro del denaro. L'assistenza a cui pensava, scommetto, era solo quella che ci si poteva ragionevolmente aspettare da te; per esempio, come cercare una piccola casa confortevole per loro, aiutarle a traslocare le loro cose, e inviare loro regali di pesce e selvaggina, e così via, ogni volta che sono di stagione. Scommetterei la mia vita che non intendesse nulla di più; in effetti, sarebbe molto strano e irragionevole se lo facesse. Considera solo, mio caro signor Dashwood, quanto eccessivamente comodamente la tua matrigna e le sue figlie possano vivere con gli interessi di settemila sterline, oltre alle mille sterline appartenenti a ciascuna delle ragazze, che portano loro cinquanta sterline l'anno a testa, e, naturalmente, pagheranno la loro madre per la loro pensione con esse. Complessivamente, avranno cinquecento l'anno tra loro, e cos'altro al mondo possono desiderare quattro donne più di questo? Vivranno così a buon mercato! La loro economia domestica non sarà nulla. Non avranno carrozza, né cavalli, e quasi nessun servitore; non frequenteranno nessuno, e non possono avere spese di alcun tipo! Concepisci solo quanto saranno comode! Cinquecento l'anno! Sono sicura di non poter immaginare come spenderanno la metà di ciò; e quanto al fatto che tu dia loro di più, è del tutto assurdo pensarci. Saranno molto più capaci di dare qualcosa a te."
"In fede mia," disse il signor Dashwood, "credo che tu abbia perfettamente ragione. Mio padre certamente non poteva intendere nulla di più con la sua richiesta a me di quanto dici. Lo comprendo chiaramente ora, e adempirò rigorosamente al mio impegno con tali atti di assistenza e gentilezza verso di loro come hai descritto. Quando mia madre si trasferirà in un'altra casa i miei servizi saranno prontamente offerti per sistemarla per quanto posso. Anche qualche piccolo regalo di mobili potrebbe essere accettabile allora."
"Certamente," rispose la signora John Dashwood. "Ma, tuttavia, una cosa deve essere considerata. Quando tuo padre e tua madre si trasferirono a Norland, sebbene i mobili di Stanhill fossero venduti, tutta la porcellana, l'argenteria e la biancheria furono salvate, e sono ora lasciate a tua madre. La sua casa sarà quindi quasi completamente arredata non appena la prenderà."
"Quella è una considerazione materiale senza dubbio. Un lascito prezioso davvero! E tuttavia parte dell'argenteria sarebbe stata una piacevole aggiunta al nostro patrimonio qui."
«Sì; e il servizio da colazione è due volte più bello di quello che appartiene a questa casa. Molto troppo bello, a mio parere, per qualsiasi posto in cui possano mai permettersi di vivere. Ma, tuttavia, così è. Tuo padre pensava solo a loro. E devo dire questo: che non devi alcuna particolare gratitudine a lui, né attenzione ai suoi desideri; poiché sappiamo molto bene che se avesse potuto, avrebbe lasciato loro quasi tutto al mondo».
Questo argomento fu irresistibile. Diede alle sue intenzioni tutta la risolutezza che prima mancava; e infine decise che sarebbe stato assolutamente inutile, se non altamente indecoroso, fare di più per la vedova e le figlie di suo padre, se non quei gentili atti di buon vicinato che sua moglie gli indicava.
CAPITOLO III.
La signora Dashwood rimase a Norland per diversi mesi; non per alcuna avversione a trasferirsi, quando la vista di ogni luogo ben noto smise di suscitare la violenta emozione che aveva prodotto per un po'; poiché quando il suo spirito iniziò a risollevarsi, e la sua mente divenne capace di qualche altro sforzo che non fosse quello di acuire la propria afflizione con malinconici ricordi, fu impaziente di andarsene, e instancabile nelle sue ricerche per un'abitazione adatta nei dintorni di Norland; poiché allontanarsi da quel luogo amato era impossibile. Ma non riuscì a sentir parlare di alcuna sistemazione che rispondesse contemporaneamente alle sue nozioni di comodità e agiatezza, e che si confacesse alla prudenza della sua figlia maggiore, il cui giudizio più saldo scartò diverse case come troppo grandi per il loro reddito, che sua madre avrebbe approvato.
La signora Dashwood era stata informata da suo marito della solenne promessa da parte di suo figlio a loro favore, che diede conforto alle sue ultime riflessioni terrene. Ella non dubitò della sincerità di questa assicurazione più di quanto non ne avesse dubitato lui stesso, e vi pensò per il bene delle sue figlie con soddisfazione, sebbene per quanto riguardava se stessa fosse persuasa che una somma molto inferiore alle 7000 sterline l'avrebbe mantenuta nell'agiatezza. Anche per il bene del loro fratello, per il bene del suo stesso cuore, gioì; e si rimproverò di essere stata ingiusta verso il suo merito in precedenza, credendolo incapace di generosità. Il comportamento premuroso di lui verso lei e le sue sorelle la convinse che il loro benessere gli fosse caro e, per lungo tempo, fece fermo affidamento sulla liberalità delle sue intenzioni.
Il disprezzo che aveva provato, molto presto nella loro conoscenza, per la nuora, era aumentato notevolmente dalla successiva conoscenza del suo carattere, che i sei mesi di residenza nella sua famiglia avevano offerto; e forse, a dispetto di ogni considerazione di cortesia o affetto materno da parte della prima, le due signore avrebbero trovato impossibile convivere così a lungo, se non fosse accaduta una particolare circostanza a dare ancora maggiore idoneità, secondo le opinioni della signora Dashwood, alla permanenza delle sue figlie a Norland.
Questa circostanza era un crescente attaccamento tra la sua figlia maggiore e il fratello della signora John Dashwood, un giovane distinto e piacevole, che fu introdotto alla loro conoscenza poco dopo l'insediamento di sua sorella a Norland, e che da allora aveva trascorso la maggior parte del suo tempo lì.
Alcune madri avrebbero potuto incoraggiare l'intimità per motivi di interesse, poiché Edward Ferrars era il figlio maggiore di un uomo morto molto ricco; e alcune avrebbero potuto reprimerla per motivi di prudenza, poiché, a parte una somma irrisoria, l'intera sua fortuna dipendeva dal testamento di sua madre. Ma la signora Dashwood non era influenzata da nessuna delle due considerazioni. Le bastava che apparisse amabile, che amasse sua figlia e che Elinor ricambiasse quella predilezione. Era contrario a ogni sua dottrina che la differenza di fortuna dovesse tenere separata una coppia attratta dalla somiglianza di carattere; e che il merito di Elinor non fosse riconosciuto da chiunque la conoscesse, era per lei inconcepibile.
Edward Ferrars non era raccomandato alla loro buona opinione da particolari grazie di aspetto o di modi. Non era bello, e i suoi modi richiedevano intimità per essere apprezzati. Era troppo timido per rendere giustizia a se stesso; ma quando la sua naturale riservatezza veniva superata, il suo comportamento dava ogni segno di un cuore aperto e affettuoso. Il suo intelletto era buono e la sua educazione gli aveva dato solide basi. Ma non era adatto né per capacità né per indole a soddisfare i desideri di sua madre e di sua sorella, che bramavano di vederlo distinto — come — quasi non sapevano nemmeno loro. Volevano che facesse una bella figura nel mondo in un modo o nell'altro. Sua madre desiderava interessarlo agli affari politici, farlo entrare in parlamento o vederlo legato a qualche grande uomo del tempo. Anche la signora John Dashwood lo desiderava; ma nel frattempo, finché una di queste benedizioni superiori non fosse stata raggiunta, avrebbe placato la sua ambizione vederlo guidare una carrozza. Ma Edward non aveva inclinazione per i grandi uomini o le carrozze. Tutti i suoi desideri si concentravano sul conforto domestico e sulla quiete della vita privata. Fortunatamente aveva un fratello minore che prometteva di più.
Edward era rimasto diverse settimane in casa prima di attirare molto l'attenzione della signora Dashwood; poiché essa era, a quel tempo, in tale afflizione da essere incurante degli oggetti circostanti. Vide solo che era tranquillo e discreto, e le piacque per questo. Non disturbava la miseria del suo spirito con conversazioni fuori luogo. Fu chiamata per la prima volta a osservarlo e ad apprezzarlo ulteriormente da una riflessione che Elinor fece un giorno sulla differenza tra lui e sua sorella. Era un contrasto che lo raccomandò con la massima forza a sua madre.
«È abbastanza», disse lei; «dire che lui è diverso da Fanny è abbastanza. Implica tutto ciò che è amabile. Lo amo già».
«Credo che ti piacerà», disse Elinor, «quando lo conoscerai meglio».
«Piacermi!» rispose sua madre con un sorriso. «Non provo alcun sentimento di approvazione inferiore all'amore».
«Puoi stimarlo».
«Non ho mai saputo finora cosa significasse separare la stima dall'amore».
La signora Dashwood si sforzò ora di conoscerlo. I suoi modi erano accattivanti e presto bandirono la sua riservatezza. Comprese rapidamente tutti i suoi meriti; la persuasione del suo riguardo per Elinor forse aiutò la sua intuizione; ma si sentiva davvero rassicurata del suo valore: e persino quella quiete di modi, che militava contro tutte le sue idee consolidate su come dovesse essere l'approccio di un giovane, non era più priva di interesse quando sapeva che il suo cuore era caldo e il suo temperamento affettuoso.
Non appena percepì qualche sintomo d'amore nel suo comportamento verso Elinor, considerò il loro serio attaccamento come certo, e guardò al loro matrimonio come rapidamente imminente.
«Tra pochi mesi, mia cara Marianne», disse lei, «Elinor sarà, con ogni probabilità, sistemata per la vita. Ci mancherà; ma sarà felice».
«Oh! Mamma, come faremo senza di lei?»
«Cara mia, sarà a malapena una separazione. Vivremo a poche miglia l'una dall'altra e ci incontreremo ogni giorno della nostra vita. Guadagnerai un fratello, un fratello vero, affettuoso. Ho la più alta opinione al mondo del cuore di Edward. Ma sembri seria, Marianne; disapprovi la scelta di tua sorella?»
«Forse», disse Marianne, «potrei considerarla con un po' di sorpresa. Edward è molto amabile, e lo amo teneramente. Ma tuttavia — non è il tipo di giovane — c'è qualcosa che manca — la sua figura non è sorprendente; non ha nulla di quella grazia che mi aspetterei nell'uomo che potrebbe legare seriamente mia sorella. Ai suoi occhi manca tutto quello spirito, quel fuoco, che annunciano immediatamente virtù e intelligenza. E oltre a tutto questo, temo, mamma, che non abbia vero gusto. La musica sembra a malapena attrarlo, e sebbene ammiri molto i disegni di Elinor, non è l'ammirazione di una persona che possa comprenderne il valore. È evidente, a dispetto della sua frequente attenzione verso di lei mentre disegna, che in realtà non ne sa nulla. Ammira come un amante, non come un intenditore. Per soddisfarmi, quei caratteri devono essere uniti. Non potrei essere felice con un uomo il cui gusto non coincidesse in ogni punto con il mio. Deve entrare in tutti i miei sentimenti; gli stessi libri, la stessa musica devono incantarci entrambi. Oh! Mamma, quanto era privo di spirito, quanto smorto il modo di leggere di Edward ieri sera! Ho sofferto per mia sorella nel modo più atroce. Eppure lei lo ha sopportato con tanta compostezza, sembrava a malapena accorgersene. Riuscivo a stento a restare seduta. Sentire quei bei versi che mi hanno fatto spesso quasi impazzire, pronunciati con tale impenetrabile calma, tale terribile indifferenza!»
«Avrebbe certamente reso più giustizia a una prosa semplice ed elegante. Lo pensavo in quel momento; ma tu volevi dargli Cowper».
«No, mamma, se non deve essere animato da Cowper! — ma dobbiamo concedere qualcosa alla differenza di gusto. Elinor non ha i miei sentimenti, e quindi potrebbe ignorarlo ed essere felice con lui. Ma mi avrebbe spezzato il cuore, se lo avessi amato, sentirlo leggere con così poca sensibilità. Mamma, più conosco il mondo, più sono convinta che non vedrò mai un uomo che possa amare davvero. Richiedo così tanto! Deve avere tutte le virtù di Edward, e la sua persona e i suoi modi devono adornare la sua bontà con ogni possibile fascino».
«Ricorda, cara mia, che non hai diciassette anni. È ancora troppo presto nella vita per disperare di una tale felicità. Perché dovresti essere meno fortunata di tua madre? In una sola circostanza, mia Marianne, possa il tuo destino essere diverso dal suo!»
CAPITOLO IV.
«Che peccato, Elinor», disse Marianne, «che Edward non abbia gusto per il disegno».
«Nessun gusto per il disegno!» rispose Elinor, «perché dovresti pensarlo? Non disegna lui stesso, in effetti, ma ha grande piacere nel vedere le opere di altre persone, e ti assicuro che non è affatto privo di gusto naturale, sebbene non abbia avuto opportunità di migliorarlo. Se fosse mai stato nelle condizioni di imparare, credo che avrebbe disegnato molto bene. Diffida così tanto del proprio giudizio in tali faccende, che è sempre restio a dare la sua opinione su qualsiasi quadro; ma ha un'innata proprietà e semplicità di gusto, che in generale lo guidano perfettamente bene».
Marianne aveva paura di offendere e non disse altro sull'argomento; ma il tipo di approvazione che Elinor descriveva come suscitata in lui dai disegni di altre persone, era molto lontano da quel diletto estasiato che, a suo parere, poteva solo essere chiamato gusto. Eppure, pur sorridendo tra sé dell'errore, onorò sua sorella per quella cieca parzialità verso Edward che lo produceva.
«Spero, Marianne», continuò Elinor, «che tu non lo consideri privo di gusto generale. Davvero, credo di poter dire che non puoi, perché il tuo comportamento verso di lui è perfettamente cordiale, e se quella fosse la tua opinione, sono certa che non potresti mai essere gentile con lui».
Marianne non sapeva quasi cosa dire. Non avrebbe ferito i sentimenti di sua sorella per nulla al mondo, eppure dire ciò che non credeva era impossibile. Alla fine rispose:
«Non essere offesa, Elinor, se la mia lode verso di lui non è in ogni cosa pari alla tua percezione dei suoi meriti. Non ho avuto così tante opportunità di valutare le propensioni più minute della sua mente, le sue inclinazioni e i suoi gusti, come te; ma ho la più alta opinione al mondo della sua bontà e del suo senno. Lo penso come tutto ciò che è meritevole e amabile».
«Sono sicura», rispose Elinor, con un sorriso, «che i suoi amici più cari non potrebbero essere insoddisfatti di un encomio come quello. Non percepisco come potresti esprimerti più calorosamente».
Marianne fu lieta di trovare sua sorella così facilmente soddisfatta.
«Del suo senno e della sua bontà», continuò Elinor, «nessuno può, credo, dubitare, dopo averlo visto abbastanza spesso da coinvolgerlo in una conversazione senza riserve. L'eccellenza del suo intelletto e dei suoi principi può essere nascosta solo da quella timidezza che troppo spesso lo tiene in silenzio. Conosci abbastanza di lui da rendere giustizia al suo solido valore. Ma delle sue propensioni più minute, come le chiami, sei stata tenuta all'oscuro più di me per circostanze particolari. Lui ed io siamo stati talvolta spinti molto l'uno verso l'altra, mentre tu sei stata completamente assorbita dal principio più affettuoso da mia madre. Ho visto molto di lui, ho studiato i suoi sentimenti e ascoltato le sue opinioni su argomenti di letteratura e gusto; e, nel complesso, mi avventuro a dichiarare che la sua mente è ben informata, il godimento dei libri estremamente grande, la sua immaginazione vivace, la sua osservazione giusta e corretta, e il suo gusto delicato e puro. Le sue capacità sotto ogni aspetto migliorano tanto con la conoscenza quanto i suoi modi e la sua persona. A prima vista, il suo approccio non è certo sorprendente; e la sua persona può a stento essere chiamata bella, finché non si percepisce l'espressione dei suoi occhi, che sono insolitamente belli, e la dolcezza generale del suo volto. Al momento, lo conosco così bene, che lo penso davvero bello; o almeno, quasi. Che ne dici, Marianne?»
«Molto presto lo penserò bello, Elinor, se non lo faccio ora. Quando mi dirai di amarlo come un fratello, non vedrò più imperfezione sul suo viso, di quanta ne veda ora nel suo cuore».
Elinor trasalì a questa dichiarazione, e fu dispiaciuta per il calore a cui era stata tradita nel parlare di lui. Sentiva che Edward occupava un posto molto alto nella sua opinione. Credeva che il riguardo fosse reciproco; ma richiedeva una maggiore certezza di ciò per rendere la convinzione di Marianne sul loro attaccamento gradevole per lei. Sapeva che ciò che Marianne e sua madre congetturavano un momento, lo credevano quello successivo — che per loro, desiderare era sperare, e sperare era attendersi. Cercò di spiegare il reale stato delle cose a sua sorella.
«Non tento di negare», disse lei, «che ho una stima molto alta di lui — che lo stimo grandemente, che mi piace».
Marianne qui scoppiò con indignazione —
«Stimarmi! Piacergli! Elinor dal cuore freddo! Oh! Peggio che dal cuore freddo! Vergognarsi di essere altrimenti. Usa di nuovo quelle parole, e lascerò la stanza in questo momento».
Elinor non poté fare a meno di ridere. «Scusami», disse lei; «e sii certa che non intendevo alcuna offesa verso di te, parlando, in modo così calmo, dei miei sentimenti. Credili essere più forti di quanto ho dichiarato; credili, in breve, essere tali che il suo merito, e il sospetto — la speranza del suo affetto per me possano giustificare, senza imprudenza o follia. Ma oltre a questo non devi credere. Non sono affatto certa del suo riguardo per me. Ci sono momenti in cui l'estensione di esso sembra dubbia; e finché i suoi sentimenti non saranno pienamente noti, non puoi meravigliarti che io desideri evitare qualsiasi incoraggiamento della mia parzialità, credendolo o chiamandolo più di quanto sia. Nel mio cuore provo poco — a stento qualche dubbio sulla sua preferenza. Ma ci sono altri punti da considerare oltre alla sua inclinazione. È molto lontano dall'essere indipendente. Cosa sia realmente sua madre non possiamo saperlo; ma, dai cenni occasionali di Fanny sulla sua condotta e opinioni, non siamo mai state propense a pensarla amabile; e mi sbaglio di grosso se Edward stesso non è consapevole che ci sarebbero molte difficoltà sulla sua strada, se volesse sposare una donna che non avesse né una grande fortuna né un rango elevato».
Marianne fu stupita di scoprire quanto l'immaginazione di sua madre e la propria avessero superato la verità.
«E non sei davvero fidanzata con lui!» disse lei. «Eppure accadrà certamente presto. Ma due vantaggi deriveranno da questo ritardo. Non ti perderò così presto, ed Edward avrà maggiore opportunità di migliorare quel gusto naturale per la tua attività preferita che deve essere così indispensabilmente necessario alla tua futura felicità. Oh! Se fosse così stimolato dal tuo genio da imparare a disegnare lui stesso, quanto sarebbe delizioso!»
Elinor aveva dato la sua vera opinione a sua sorella. Non poteva considerare la sua parzialità per Edward in uno stato così prospero come Marianne aveva creduto. C'era, a volte, una mancanza di spirito in lui che, se non denotava indifferenza, parlava di qualcosa di quasi altrettanto poco promettente. Un dubbio sul suo riguardo, supponendo che lui lo provasse, non avrebbe bisogno di dargli più che inquietud. Non sarebbe probabile che producesse quella depressione mentale che lo accompagnava frequentemente. Una causa più ragionevole potrebbe essere trovata nella situazione di dipendenza che proibiva l'indulgenza del suo affetto. Sapeva che sua madre non si comportava con lui in modo da rendere la sua casa confortevole al momento, né da dargli alcuna assicurazione che potesse formarsi una casa per sé, senza prestare stretta attenzione ai suoi desideri per il suo accrescimento. Con una tale conoscenza, era impossibile per Elinor sentirsi tranquilla sull'argomento. Era lontana dal dipendere da quel risultato della sua preferenza per lei, che sua madre e sua sorella consideravano ancora come certo. Anzi, più stavano insieme, più sembrava dubbia la natura del suo riguardo; e talvolta, per pochi minuti dolorosi, credeva che non fosse altro che amicizia.
Ma, qualunque potessero essere realmente i suoi limiti, era abbastanza, quando percepito da sua sorella, per renderla inquieta, e allo stesso tempo, (cosa ancora più comune), per renderla scortese. Colse la prima occasione per offendere la suocera sull'argomento, parlandole in modo così espressivo delle grandi aspettative di suo fratello, della risoluzione della signora Ferrars che entrambi i suoi figli si sposassero bene, e del pericolo che correva ogni giovane donna che tentasse di attirarlo a sé; che la signora Dashwood non poté né fingere di essere ignara, né sforzarsi di essere calma. Le diede una risposta che segnò il suo disprezzo, e lasciò immediatamente la stanza, risolvendo che, qualunque potesse essere l'inconveniente o la spesa di un così improvviso trasloco, la sua amata Elinor non sarebbe stata esposta un'altra settimana a tali insinuazioni.
In questo stato d'animo, le fu consegnata una lettera dalla posta, che conteneva una proposta particolarmente ben programmata. Era l'offerta di una piccola casa, a condizioni molto facili, appartenente a un suo parente, un gentiluomo di rilievo e proprietà nel Devonshire. La lettera era di questo gentiluomo stesso, e scritta nel vero spirito di amichevole disponibilità. Aveva capito che lei aveva bisogno di un'abitazione; e sebbene la casa che ora le offriva fosse semplicemente un cottage, le assicurò che tutto sarebbe stato fatto per essa ciò che lei avrebbe ritenuto necessario, se la posizione le fosse piaciuta. La esortò caldamente, dopo aver dato i particolari della casa e del giardino, a venire con le sue figlie a Barton Park, il luogo della sua stessa residenza, da dove lei avrebbe potuto giudicare, lei stessa, se Barton Cottage, poiché le case erano nella stessa parrocchia, potesse, con qualche modifica, essere reso confortevole per lei. Sembrava davvero ansioso di sistemarle e l'intera sua lettera era scritta in uno stile così amichevole da non poter mancare di dare piacere alla sua cugina; più specialmente in un momento in cui stava soffrendo sotto il comportamento freddo e insensibile dei suoi parenti più stretti. Non aveva bisogno di tempo per deliberare o indagare. La sua risoluzione fu formata mentre leggeva. La posizione di Barton, in una contea così lontana dal Sussex come il Devonshire, che, solo poche ore prima, sarebbe stata un'obiezione sufficiente a superare ogni possibile vantaggio appartenente al luogo, era ora la sua prima raccomandazione. Lasciare il vicinato di Norland non era più un male; era un oggetto di desiderio; era una benedizione, in confronto alla miseria di continuare a essere ospite della sua nuora; e allontanarsi per sempre da quel luogo amato sarebbe stato meno doloroso che abitarlo o visitarlo mentre tale donna ne era la padrona. Scrisse immediatamente a Sir John Middleton il suo ringraziamento per la sua gentilezza, e la sua accettazione della sua proposta; e poi si affrettò a mostrare entrambe le lettere alle sue figlie, affinché potesse essere sicura della loro approvazione prima che la sua risposta fosse inviata.
Elinor aveva sempre pensato che sarebbe stato più prudente per loro stabilirsi a una certa distanza da Norland, piuttosto che immediatamente in mezzo alle loro attuali conoscenze. Su tale punto, dunque, non spettava a lei opporsi all'intenzione di sua madre di trasferirsi nel Devonshire. Anche la casa, come descritta da Sir John, era di proporzioni così modeste, e l'affitto così eccezionalmente contenuto, da non lasciarle alcun diritto di obiezione su entrambi i punti; e pertanto, sebbene non fosse un piano che recasse alcun fascino alla sua fantasia, sebbene fosse un allontanamento dalle vicinanze di Norland che andava oltre i suoi desideri, non fece alcun tentativo per dissuadere sua madre dall'inviare una lettera di assenso.
CAPITOLO V.
Non appena fu spedita la sua risposta, la signora Dashwood si concesse il piacere di annunciare al genero e alla moglie di lui che si era procurata una casa, e che non li avrebbe più incomodati oltre il tempo necessario a rendere ogni cosa pronta per il suo insediamento. La ascoltarono con sorpresa. La signora John Dashwood non disse nulla; ma suo marito sperò cortesemente che non si sarebbe stabilita lontano da Norland. Ebbe grande soddisfazione nel rispondere che si stava recando nel Devonshire. Edward si voltò frettolosamente verso di lei, nell'udir ciò, e, con una voce di sorpresa e preoccupazione che non richiedeva spiegazioni per lei, ripeté: "Il Devonshire! State davvero andando là? Così lontano da qui! E in quale parte?" Lei spiegò l'ubicazione. Si trovava a quattro miglia a nord di Exeter.
"È solo un cottage," proseguì, "ma spero di vedere molti dei miei amici al suo interno. Una stanza o due possono essere facilmente aggiunte; e se i miei amici non troveranno difficoltà a viaggiare così lontano per vedermi, sono certa che io non ne troverò alcuna nell'accoglierli."
Concluse con un invito molto gentile al signor e alla signora John Dashwood a farle visita a Barton; e a Edward ne rivolse uno con ancora maggiore affetto. Sebbene la sua recente conversazione con la nuora l'avesse indotta a decidere di non rimanere a Norland più a lungo di quanto fosse inevitabile, essa non aveva prodotto il minimo effetto su di lei riguardo al punto a cui principalmente tendeva. Separare Edward ed Elinor era lontano dai suoi obiettivi quanto lo era sempre stato; e desiderava mostrare alla signora John Dashwood, con questo invito mirato al fratello, quanto poco considerasse la sua disapprovazione per quel legame.
Il signor John Dashwood disse a sua madre più e più volte quanto fosse estremamente dispiaciuto che avesse preso una casa a una distanza tale da Norland da impedirgli di esserle di qualsiasi aiuto nel trasloco dei suoi mobili. Si sentiva sinceramente contrariato per l'occasione; poiché proprio lo sforzo al quale aveva limitato l'adempimento della sua promessa al padre era reso impraticabile da questa sistemazione. I mobili furono tutti spediti per via d'acqua. Consistevano principalmente in biancheria per la casa, argenteria, porcellane e libri, insieme a un bel pianoforte di Marianne. La signora John Dashwood vide partire i colli con un sospiro: non poté fare a meno di trovare ingiusto che, dato che il reddito della signora Dashwood sarebbe stato così esiguo rispetto al loro, essa dovesse possedere alcun bell'articolo di mobilia.
La signora Dashwood prese la casa per dodici mesi; era già arredata, e poteva prenderne immediato possesso. Non sorse alcuna difficoltà da parte di nessuno dei due contraenti; ed ella attese solo di disporre dei suoi effetti a Norland e di determinare la sua futura servitù, prima di partire per l'ovest; e questo, dato che era estremamente rapida nell'esecuzione di tutto ciò che la interessava, fu presto fatto. I cavalli lasciatele dal marito erano stati venduti poco dopo la sua morte, e offrendosi ora un'opportunità di disporre della sua carrozza, accettò di vendere anche quella, su consiglio accorato della figlia maggiore. Per il conforto delle sue figlie, se avesse consultato solo i propri desideri, l'avrebbe tenuta; ma la discrezione di Elinor prevalse. La sua saggezza limitò pure il numero dei loro servitori a tre; due cameriere e un uomo, con i quali furono presto fornite attingendo a coloro che avevano formato il loro personale a Norland.
L'uomo e una delle cameriere furono mandati subito nel Devonshire, per preparare la casa all'arrivo della loro padrona; poiché, essendo Lady Middleton del tutto sconosciuta alla signora Dashwood, preferì andare direttamente al cottage piuttosto che essere ospite a Barton Park; e si affidò così ciecamente alla descrizione della casa fatta da Sir John, da non provare alcuna curiosità di esaminarla lei stessa finché non vi fosse entrata come sua propria. Il suo desiderio di andarsene da Norland fu preservato dal diminuire dall'evidente soddisfazione della nuora alla prospettiva del suo trasloco; una soddisfazione che si tentava solo debolmente di nascondere dietro un freddo invito a rimandare la partenza. Era giunto il momento in cui la promessa del genero verso il padre avrebbe potuto essere adempiuta con particolare proprietà. Poiché aveva trascurato di farlo al momento del suo primo arrivo nella tenuta, il fatto che lasciassero la sua casa poteva essere considerato il periodo più adatto per il suo compimento. Ma la signora Dashwood cominciò a breve a perdere ogni speranza del genere, e a convincersi, dal tenore generale del suo discorso, che il suo aiuto non si spingesse oltre il loro mantenimento per sei mesi a Norland. Parlava così frequentemente delle crescenti spese di gestione della casa, e delle continue richieste alla sua borsa, alle quali un uomo di una certa importanza nel mondo era esposto oltre ogni calcolo, che sembrava aver più bisogno lui stesso di altro denaro che avere alcun intento di donarne.
Nel giro di pochissime settimane dal giorno che portò la prima lettera di Sir John Middleton a Norland, tutto fu talmente sistemato nella loro futura dimora da permettere alla signora Dashwood e alle sue figlie di iniziare il viaggio.
Molte furono le lacrime versate da loro negli ultimi addii a un luogo così tanto amato. "Cara, cara Norland!" disse Marianne, mentre vagava sola davanti alla casa, la sera del loro ultimo giorno lì; "quando cesserò di rimpiangerti! quando imparerò a sentire altrove una casa! Oh! casa felice, potessi tu sapere cosa soffro nell'osservarti ora da questo punto, da dove forse non ti potrò più vedere! E voi, o alberi ben noti! ma voi resterete gli stessi. Nessuna foglia appassirà perché noi ci siamo trasferite, né alcun ramo diverrà immobile sebbene non possiamo più osservarvi! No; voi resterete gli stessi; inconsapevoli del piacere o del rimpianto che suscitate, e insensibili a qualsiasi cambiamento in coloro che camminano sotto la vostra ombra! Ma chi resterà a godere di voi?"
CAPITOLO VI.
La prima parte del viaggio fu compiuta con un umore troppo malinconico per non essere tedioso e spiacevole. Ma man mano che si avvicinavano alla fine, il loro interesse per l'aspetto di un paese che stavano per abitare superò la loro abbattimento, e la vista della Barton Valley, mentre vi entravano, diede loro allegria. Era un luogo piacevole e fertile, ben boscoso e ricco di pascoli. Dopo essersi snodati lungo di esso per più di un miglio, raggiunsero la loro casa. Un piccolo cortile verde era tutto il suo possedimento di fronte; e un grazioso cancelletto le ammise al suo interno.
Come casa, Barton Cottage, sebbene piccolo, era confortevole e compatto; ma come cottage era difettoso, poiché l'edificio era regolare, il tetto era di tegole, gli scuri delle finestre non erano dipinti di verde, né i muri erano coperti di caprifogli. Uno stretto passaggio conduceva direttamente attraverso la casa nel giardino sul retro. Su ogni lato dell'ingresso c'era un salotto, di circa sedici piedi quadrati; e oltre questi c'erano i servizi e le scale. Quattro camere da letto e due soffitte formavano il resto della casa. Non era stato costruito molti anni prima ed era in buone condizioni. In confronto a Norland, era povero e piccolo davvero! ma le lacrime che il ricordo richiamava mentre entravano in casa furono presto asciugate. Furono rallegrate dalla gioia dei servitori al loro arrivo, e ciascuna, per il bene delle altre, decise di apparire felice. Era l'inizio di settembre; la stagione era bella, e dal vedere per la prima volta il luogo sotto il vantaggio del bel tempo, ricevettero un'impressione a suo favore che fu di materiale aiuto nel raccomandarlo alla loro duratura approvazione.
La posizione della casa era buona. Alte colline sorgevano immediatamente dietro, e a non grande distanza su ogni lato; alcune delle quali erano brughiere aperte, le altre coltivate e boscose. Il villaggio di Barton era situato principalmente su una di queste colline, e formava una vista piacevole dalle finestre del cottage. Il panorama di fronte era più esteso; dominava l'intera valle e raggiungeva il paese oltre. Le colline che circondavano il cottage terminavano la valle in quella direzione; sotto un altro nome, e in un altro corso, essa si ramificava di nuovo tra due delle più ripide.
Con le dimensioni e l'arredamento della casa la signora Dashwood era nel complesso ben soddisfatta; poiché sebbene il suo precedente stile di vita rendesse indispensabili molte aggiunte a quest'ultimo, tuttavia aggiungere e migliorare era una delizia per lei; e disponeva in quel momento di abbastanza contante per provvedere a tutto ciò che era necessario di maggiore eleganza per gli appartamenti. "Quanto alla casa in sé, certo," disse, "è troppo piccola per la nostra famiglia, ma ci renderemo tollerabilmente comode per il momento, dato che è troppo tardi nell'anno per dei lavori. Forse in primavera, se avrò abbondanza di denaro, come oso dire che avrò, potremo pensare di costruire. Questi salotti sono entrambi troppo piccoli per tali gruppi di nostri amici come spero di vedere spesso riuniti qui; e ho qualche idea di unire il passaggio a uno di essi, forse con una parte dell'altro, e lasciare così il resto di quell'altro come ingresso; questo, con un nuovo salotto che può essere facilmente aggiunto, e una camera da letto e una soffitta sopra, lo renderà un cottage molto accogliente. Vorrei che le scale fossero belle. Ma non si deve pretendere tutto; sebbene suppongo che non sarebbe una questione difficile allargarle. Vedrò a che punto sarò con le finanze in primavera, e pianificheremo i nostri miglioramenti di conseguenza."
Nel frattempo, finché tutte queste modifiche non avessero potuto essere fatte con i risparmi di un reddito di cinquecento sterline l'anno da parte di una donna che non aveva mai risparmiato in vita sua, furono abbastanza sagge da accontentarsi della casa com'era; e ognuna di loro era occupata a organizzare le proprie faccende particolari, cercando, sistemando attorno a sé libri e altri averi, di formarsi una casa. Il pianoforte di Marianne fu disimballato e correttamente disposto; e i disegni di Elinor furono affissi alle pareti del loro salotto.
In simili occupazioni furono interrotte poco dopo la colazione del giorno seguente dall'ingresso del loro padrone di casa, che passò a dare loro il benvenuto a Barton, e a offrire loro ogni sistemazione dalla sua casa e dal suo giardino in cui la loro potesse al momento essere carente. Sir John Middleton era un uomo di bell'aspetto di circa quarant'anni. Aveva visitato un tempo Stanhill, ma era passato troppo tempo perché le sue giovani cugine potessero ricordarlo. Il suo volto era del tutto gioviale; e le sue maniere erano amichevoli quanto lo stile della sua lettera. Il loro arrivo sembrava procurargli reale soddisfazione, e il loro conforto essere oggetto di sincera sollecitudine per lui. Disse molto del suo ardente desiderio che vivessero nei termini più socievoli con la sua famiglia, e le pregò così cordialmente di cenare a Barton Park ogni giorno finché non si fossero meglio sistemate a casa, che, sebbene le sue insistenze fossero spinte fino a un punto di perseveranza oltre la cortesia, non potevano offendere. La sua gentilezza non si limitava alle parole; poiché entro un'ora dalla sua partenza, arrivò dal parco un grande cesto pieno di ortaggi e frutta, che fu seguito prima della fine della giornata da un dono di selvaggina. Insistette, inoltre, nel trasportare per loro tutta la posta da e per l'ufficio postale, e non volle farsi negare la soddisfazione di inviare loro il suo giornale ogni giorno.
Lady Middleton aveva inviato un messaggio molto cortese tramite lui, esprimendo la sua intenzione di far visita alla signora Dashwood non appena si fosse potuta assicurare che la sua visita non sarebbe stata di alcun disturbo; e poiché a tale messaggio fu risposto con un invito altrettanto gentile, sua signoria fu presentata loro il giorno successivo.
Erano, naturalmente, molto ansiose di vedere una persona da cui gran parte del loro conforto a Barton dipendeva; e l'eleganza del suo aspetto era favorevole ai loro desideri. Lady Middleton non aveva più di ventisei o ventisette anni; il suo volto era bello, la sua figura alta e sorprendente, e il suo portamento aggraziato. Le sue maniere avevano tutta l'eleganza che mancava a quelle di suo marito. Ma sarebbero state migliorate da una certa dose della sua franchezza e calore; e la sua visita fu abbastanza lunga da sottrarre qualcosa alla loro prima ammirazione, mostrando che, sebbene perfettamente ben educata, era riservata, fredda, e non aveva nulla da dire per sé oltre alla più banale richiesta o osservazione.
La conversazione tuttavia non mancò, poiché Sir John era molto loquace, e Lady Middleton aveva preso la saggia precauzione di portare con sé il loro figlio maggiore, un bel ragazzino di circa sei anni, grazie al quale c'era sempre un argomento a cui le signore potevano ricorrere in caso di estrema necessità, poiché dovevano chiederne il nome e l'età, ammirarne la bellezza, e fargli domande a cui sua madre rispondeva per lui, mentre lui le si stringeva attorno e teneva la testa china, con grande sorpresa di sua signoria, che si stupiva di vederlo così timido davanti agli ospiti, dato che in casa sapeva fare abbastanza chiasso. A ogni visita formale un bambino dovrebbe essere del gruppo, come provvista per il discorso. Nel caso presente ci vollero dieci minuti per determinare se il ragazzo somigliasse più al padre o alla madre, e in quale particolare somigliasse all'uno o all'altra, poiché naturalmente tutti dissentivano, e tutti erano stupiti dell'opinione degli altri.
Un'opportunità fu presto data alle Dashwood di dibattere sugli altri figli, poiché Sir John non volle lasciare la casa senza assicurarsi la loro promessa di cenare al parco il giorno seguente.
CAPITOLO VII.
Barton Park distava circa mezzo miglio dal cottage. Le signore vi erano passate vicino lungo la valle, ma era nascosto alla loro vista da casa dalla proiezione di una collina. La casa era grande e bella; e i Middleton vivevano con uno stile di pari ospitalità ed eleganza. Il primo era per gratificazione di Sir John, il secondo per quella di sua moglie. Non erano quasi mai senza qualche amico ospite in casa, e tenevano più compagnia di ogni genere di qualsiasi altra famiglia nel vicinato. Era necessario alla felicità di entrambi; poiché per quanto dissimili nel temperamento e nel comportamento esteriore, si assomigliavano fortemente in quella totale mancanza di talento e gusto che confinava le loro occupazioni, non connesse con quelle prodotte dalla società, entro un ambito molto ristretto. Sir John era un cacciatore, Lady Middleton una madre. Lui cacciava e sparava, e lei assecondava i suoi figli; e queste erano le loro uniche risorse. Lady Middleton aveva il vantaggio di poter viziare i suoi figli tutto l'anno, mentre le occupazioni indipendenti di Sir John esistevano solo per metà del tempo. Continui impegni in casa e fuori, tuttavia, supplivano a tutte le carenze della natura e dell'educazione; sostenevano il buon umore di Sir John, e davano esercizio alla buona educazione di sua moglie.
Lady Middleton si piccava dell'eleganza della sua tavola, e di tutti i suoi preparativi domestici; e da questo tipo di vanità traeva il suo maggior godimento in ogni loro ricevimento. Ma la soddisfazione di Sir John in società era molto più reale; egli si dilettava a riunire attorno a sé più giovani di quanto la sua casa ne potesse contenere, e più erano chiassosi meglio era contento. Era una benedizione per tutta la parte giovanile del vicinato, poiché in estate formava continuamente gruppi per mangiare prosciutto freddo e pollo all'aperto, e in inverno i suoi balli privati erano numerosi abbastanza per qualsiasi giovane signora che non soffrisse del vorace appetito dei quindici anni.
L'arrivo di una nuova famiglia in campagna era sempre motivo di gioia per lui, e da ogni punto di vista era incantato dagli abitanti che aveva ora procurato per il suo cottage a Barton. Le signorine Dashwood erano giovani, graziose e spontanee. Era abbastanza per assicurarsi la sua buona opinione; poiché essere spontanea era tutto ciò di cui una bella ragazza potesse aver bisogno per rendere la sua mente affascinante quanto la sua persona. La cordialità della sua indole lo rendeva felice nell'ospitare coloro la cui situazione potesse essere considerata, in confronto al passato, come sfortunata. Nel mostrare gentilezza alle sue cugine, dunque, aveva la reale soddisfazione di un buon cuore; e nel sistemare una famiglia di sole donne nel suo cottage, aveva tutta la soddisfazione di un cacciatore; poiché un cacciatore, sebbene stimi solo coloro del suo sesso che sono cacciatori anch'essi, non è spesso desideroso di incoraggiare il loro gusto ammettendoli a una residenza all'interno del proprio feudo.
La signora Dashwood e le sue figlie furono accolte alla porta di casa da Sir John, che diede loro il benvenuto a Barton Park con sincera spontaneità; e mentre le accompagnava al salotto ripeté alle giovani signore la preoccupazione che lo stesso argomento gli aveva tratto il giorno prima, di essere incapace di far incontrare loro qualche brillante giovanotto. Avrebbero visto, disse, solo un gentiluomo lì oltre a lui; un particolare amico che stava al parco, ma che non era né molto giovane né molto allegro. Sperava che avrebbero tutte scusato l'esiguità del gruppo, e poteva assicurare loro che non sarebbe mai più accaduto. Era stato da diverse famiglie quella mattina nella speranza di procurare qualche aggiunta al loro numero, ma c'era la luna piena e ognuno era pieno di impegni. Fortunatamente la madre di Lady Middleton era arrivata a Barton nell'ultima ora, e poiché era una donna molto allegra e piacevole, sperava che le giovani signore non l'avrebbero trovato così noioso come avrebbero potuto immaginare. Le giovani signore, così come la loro madre, erano perfettamente soddisfatte di avere due completi estranei nel gruppo, e non desideravano di più.
La signora Jennings, la madre di Lady Middleton, era una donna anziana, gioviale, allegra e grassoccia, che parlava molto, sembrava molto felice e piuttosto volgare. Era piena di battute e risate, e prima che la cena fosse finita aveva detto molte cose spiritose sul tema degli innamorati e dei mariti; sperava che non avessero lasciato i loro cuori nel Sussex, e fingeva di vederle arrossire, che lo facessero o meno. Marianne ne fu infastidita per il bene di sua sorella, e volse lo sguardo verso Elinor per vedere come sopportasse questi attacchi, con una serietà che diede a Elinor assai più dolore di quanto potesse derivare da una tale banale canzonatura come quella della signora Jennings.
Il colonnello Brandon, l'amico di Sir John, non sembrava più adatto, per somiglianza di modi, a essere suo amico, di quanto Lady Middleton lo fosse a essere sua moglie, o la signora Jennings a essere la madre di Lady Middleton. Era silenzioso e grave. Il suo aspetto tuttavia non era spiacevole, a dispetto del fatto che fosse, nell'opinione di Marianne e Margaret, un assoluto vecchio scapolo, poiché era ben oltre i trentacinque anni; ma sebbene il suo volto non fosse bello, il suo sguardo era sensato, e il suo portamento era particolarmente signorile.
Non c'era nulla in nessuno dei membri del gruppo che potesse raccomandarli come compagni alle Dashwood; ma la fredda insipidezza di Lady Middleton era così particolarmente ripugnante che, in confronto a essa, la gravità del colonnello Brandon, e persino l'irruente allegria di Sir John e di sua suocera, era interessante. Lady Middleton sembrava essere scossa verso il piacere solo dall'ingresso dei suoi quattro chiassosi figli dopo cena, che la tiravano di qua e di là, le strappavano i vestiti e ponevano fine a ogni tipo di discorso eccetto quello relativo a loro stessi.
La sera, poiché si scoprì che Marianne era dotata per la musica, fu invitata a suonare. Lo strumento venne scoperchiato, tutti si prepararono a essere incantati e Marianne, che cantava assai bene, su loro richiesta eseguì le principali tra le canzoni che Lady Middleton aveva introdotto in famiglia al momento del suo matrimonio, e che forse da allora erano rimaste nella stessa posizione sul pianoforte, poiché sua signoria aveva celebrato quell'evento rinunciando alla musica, sebbene, a detta di sua madre, ella avesse suonato in modo eccellente, e a detta sua, ne fosse molto appassionata.
L'esecuzione di Marianne fu vivamente applaudita. Sir John era rumoroso nella sua ammirazione alla fine di ogni canzone, e altrettanto rumoroso nella sua conversazione con gli altri durante l'esecuzione. Lady Middleton lo richiamava frequentemente all'ordine, si meravigliava di come l'attenzione di chiunque potesse essere distolta dalla musica anche solo per un momento, e chiedeva a Marianne di cantare una canzone particolare che Marianne aveva appena terminato. Il colonnello Brandon solo, tra tutti i presenti, la ascoltò senza essere in estasi. Le offrì soltanto il complimento dell'attenzione; e lei provò per lui, in quell'occasione, un rispetto che gli altri avevano ragionevolmente perduto con la loro sfacciata mancanza di gusto. Il piacere che egli provava per la musica, sebbene non giungesse a quel delizioso rapimento che solo avrebbe potuto entrare in sintonia con il proprio, era stimabile se contrapposto all'orribile insensibilità degli altri; e lei fu abbastanza ragionevole da ammettere che un uomo di trentacinque anni potesse ben aver superato ogni acutezza di sentimento e ogni squisita capacità di godimento. Era perfettamente disposta a concedere allo stato avanzato della vita del colonnello ogni indulgenza che l'umanità richiedesse.
CAPITOLO VIII.
La signora Jennings era una vedova con un'ampia rendita vedovile. Aveva solo due figlie, che aveva vissuto abbastanza da vedere rispettabilmente maritate, e non aveva dunque altro da fare che accasare tutto il resto del mondo. Nella promozione di questo scopo era zelantemente attiva, fin dove giungeva la sua capacità; e non perdeva occasione per progettare matrimoni tra tutti i giovani di sua conoscenza. Era straordinariamente rapida nello scoprire gli attaccamenti, e aveva goduto del vantaggio di far arrossire e solleticare la vanità di molte signorine con insinuazioni sul suo potere su tale giovane uomo; e questo genere di discernimento le permise, poco dopo il suo arrivo a Barton, di dichiarare con decisione che il colonnello Brandon era molto innamorato di Marianne Dashwood. Sospettò che fosse così fin dalla prima sera in cui si trovarono insieme, dal modo in cui lui ascoltava così attentamente mentre lei cantava per loro; e quando la visita fu ricambiata con i Middleton che cenarono al cottage, il fatto fu accertato dal modo in cui egli l'ascoltò di nuovo. Doveva essere così. Ne era perfettamente convinta. Sarebbe stato un ottimo partito, poiché lui era ricco e lei era bella. La signora Jennings desiderava vedere il colonnello Brandon ben sposato fin da quando il suo legame con Sir John lo aveva portato per la prima volta a sua conoscenza; ed era sempre ansiosa di trovare un buon marito per ogni bella ragazza.
Il vantaggio immediato per lei non era affatto trascurabile, poiché le forniva infinite battute contro entrambi. Al parco rideva del colonnello, e al cottage di Marianne. Per il primo, la sua derisione era probabilmente, per quanto riguardava solo lui, del tutto indifferente; ma per la seconda era dapprima incomprensibile; e quando ne comprese l'oggetto, non seppe se ridere maggiormente della sua assurdità o censurarne l'impertinenza, poiché la considerava una riflessione insensibile sugli anni avanzati del colonnello e sulla sua condizione di abbandono come vecchio scapolo.
La signora Dashwood, che non riusciva a considerare un uomo di cinque anni più giovane di lei così straordinariamente antico come appariva alla fantasia giovanile della figlia, si avventurò a sollevare la signora Jennings dalla probabilità di voler ridicolizzare la sua età.
"Ma almeno, mamma, non puoi negare l'assurdità dell'accusa, anche se non la ritieni intenzionalmente maligna. Il colonnello Brandon è certamente più giovane della signora Jennings, ma è abbastanza vecchio da essere mio padre; e se mai fosse stato abbastanza animato da innamorarsi, deve aver da tempo superato ogni sensazione del genere. È troppo ridicolo! Quando si può essere al sicuro da tale arguzia, se l'età e l'infermità non proteggono?"
"Infermità!" disse Elinor, "chiami il colonnello Brandon infermo? Posso facilmente supporre che la sua età possa apparirti molto maggiore che a mia madre; ma difficilmente puoi ingannarti sul fatto che egli abbia l'uso degli arti!"
"Non lo hai sentito lamentarsi di reumatismi? E non è questa la più comune infermità dell'età che declina?"
"Carissima figlia," disse la madre, ridendo, "di questo passo devi essere in costante terrore del mio decadimento; e deve sembrarti un miracolo che la mia vita sia stata prolungata fino all'età avanzata di quarant'anni."
"Mamma, non mi rendi giustizia. So molto bene che il colonnello Brandon non è abbastanza vecchio da far sì che i suoi amici debbano già temere di perderlo per cause naturali. Potrebbe vivere altri vent'anni. Ma trentacinque anni non hanno nulla a che vedere con il matrimonio."
"Forse," disse Elinor, "sarebbe meglio che trentacinque e diciassette anni non avessero nulla a che vedere con il matrimonio insieme. Ma se per caso vi fosse una donna nubile a ventisette anni, non credo che il fatto che il colonnello Brandon ne abbia trentacinque costituirebbe un'obiezione per sposarlo."
"Una donna di ventisette anni," disse Marianne, dopo una pausa, "non può mai sperare di provare o ispirare nuovamente affetto, e se la sua casa fosse scomoda o la sua fortuna esigua, posso supporre che potrebbe indursi a sottomettersi alle funzioni di un'infermiera, per amore della sicurezza e della protezione di una moglie. Nel fatto che egli sposi una tale donna, dunque, non vi sarebbe nulla di inappropriato. Sarebbe un patto di convenienza, e il mondo ne sarebbe soddisfatto. Ai miei occhi non sarebbe affatto un matrimonio, ma questo non conterebbe nulla. Per me sembrerebbe solo uno scambio commerciale, in cui ognuno desidera essere beneficiato a spese dell'altro."
"Sarebbe impossibile, lo so," rispose Elinor, "convincerti che una donna di ventisette anni potrebbe provare per un uomo di trentacinque qualcosa di abbastanza vicino all'amore da renderlo un compagno desiderabile per lei. Ma devo oppormi al fatto che tu condanni il colonnello Brandon e sua moglie alla costante reclusione in una camera di malato, semplicemente perché ieri (una giornata molto fredda e umida) ha avuto la ventura di lamentarsi di un leggero fastidio reumatico a una spalla."
"Ma parlava di panciotti di flanella," disse Marianne; "e per me un panciotto di flanella è invariabilmente collegato a dolori, crampi, reumatismi e ogni specie di malanno che possa affliggere i vecchi e i deboli."
"Se avesse avuto solo una febbre violenta, non lo avresti disprezzato neanche la metà. Confessa, Marianne, non c'è qualcosa di interessante per te nella guancia arrossata, nell'occhio incavato e nel polso rapido di una febbre?"
Poco dopo, quando Elinor lasciò la stanza, "Mamma," disse Marianne, "ho un timore riguardo alla salute che non posso nasconderti. Sono certa che Edward Ferrars non stia bene. Siamo qui da quasi quindici giorni, eppure non viene. Nulla se non un'effettiva indisposizione potrebbe causare questo ritardo straordinario. Cos'altro può trattenerlo a Norland?"
"Avevi idea che venisse così presto?" disse la signora Dashwood. "Io nessuna. Al contrario, se ho provato una qualche ansia sull'argomento, è stato nel ricordare che a volte mostrava mancanza di piacere e prontezza nell'accettare il mio invito, quando parlavo del suo venire a Barton. Elinor lo aspetta già?"
"Non gliel'ho mai accennato, ma naturalmente deve farlo."
"Credo proprio che tu ti sbagli, perché quando parlavo con lei ieri dell'acquisto di una nuova griglia per la stanza degli ospiti, ha osservato che non c'era fretta immediata, dato che non era probabile che la stanza servisse per qualche tempo."
"Quanto è strano! Cosa può significare! Ma tutto il loro comportamento reciproco è stato inspiegabile! Quanto freddi, quanto composti sono stati i loro ultimi addii! Quanto languida la loro conversazione l'ultima sera trascorsa insieme! Nell'addio di Edward non vi è stata distinzione tra Elinor e me: erano gli auguri di un fratello affettuoso per entrambe. Due volte li ho lasciati volutamente soli nel corso dell'ultima mattina, e ogni volta egli mi ha inspiegabilmente seguita fuori dalla stanza. E Elinor, nel lasciare Norland e Edward, non ha pianto come me. Persino ora il suo autocontrollo è invariabile. Quando è abbattuta o malinconica? Quando cerca di evitare la società, o appare inquieta e insoddisfatta in essa?"
CAPITOLO IX.
I Dashwood erano ora stabiliti a Barton con una tollerabile comodità. La casa e il giardino, con tutti gli oggetti che li circondavano, erano ormai divenuti familiari, e le occupazioni ordinarie che avevano conferito a Norland metà del suo fascino venivano di nuovo intraprese con un godimento ben maggiore di quanto Norland avesse potuto offrire dopo la perdita del padre. Sir John Middleton, che faceva loro visita ogni giorno per i primi quindici giorni, e che non era abituato a vedere molta attività in casa, non riusciva a nascondere il suo stupore nel trovarle sempre occupate.
I loro visitatori, a eccezione di quelli di Barton Park, non erano molti; poiché, nonostante le pressanti suppliche di Sir John affinché frequentassero di più il vicinato, e le ripetute assicurazioni che la sua carrozza fosse sempre a loro disposizione, l'indipendenza dello spirito della signora Dashwood superava il desiderio di vita sociale per le sue figlie; ed ella era risoluta nel rifiutarsi di visitare qualsiasi famiglia oltre la distanza di una camminata. Erano pochi coloro che potevano essere classificati in tal modo; e non tutti erano raggiungibili. A circa un miglio e mezzo dal cottage, lungo la stretta valle tortuosa di Allenham, che usciva da quella di Barton, come descritto in precedenza, le ragazze avevano, in una delle loro prime passeggiate, scoperto un antico palazzo dall'aspetto rispettabile che, ricordando loro un poco Norland, aveva solleticato la loro immaginazione e fatto desiderare loro di conoscerlo meglio. Ma appresero, dopo essersi informate, che la sua proprietaria, un'anziana signora di ottima reputazione, era sfortunatamente troppo inferma per frequentare il mondo e non usciva mai di casa.
L'intera campagna intorno a loro abbondava di bellissime passeggiate. Le alte colline che le invitavano da quasi ogni finestra del cottage a cercare lo squisito godimento dell'aria sulle loro vette, erano una felice alternativa quando il fango delle valli sottostanti precludeva le loro bellezze superiori; e verso una di queste colline Marianne e Margaret, in un mattino memorabile, diressero i loro passi, attratte dal sole parziale di un cielo piovoso, e incapaci di sopportare oltre la reclusione che la pioggia insistente dei due giorni precedenti aveva causato. Il tempo non era abbastanza invitante da distogliere le altre due dalla matita e dal libro, nonostante la dichiarazione di Marianne che la giornata sarebbe rimasta stabilmente bella e che ogni nuvola minacciosa sarebbe stata spazzata via dalle loro colline; e le due ragazze partirono insieme.
Salirono allegramente le colline, rallegrandosi della loro perspicacia a ogni scorcio di cielo azzurro; e quando avvertirono sul viso le brezze animanti di un alto vento da sud-ovest, provarono pietà per i timori che avevano impedito alla madre e a Elinor di condividere sensazioni così deliziose.
"Esiste una felicità al mondo," disse Marianne, "superiore a questa?—Margaret, cammineremo qui almeno due ore."
Margaret acconsentì, e proseguirono il cammino contro il vento, resistendo con risate di gioia per circa venti minuti ancora, quando improvvisamente le nuvole si unirono sopra le loro teste e una pioggia battente scrosciò proprio sul loro viso. Mortificate e sorprese, furono costrette, sebbene con riluttanza, a tornare indietro, poiché nessun riparo era più vicino della loro stessa casa. Rimaneva tuttavia una consolazione per loro, a cui l'esigenza del momento dava una proprietà più che abituale,—quella di correre con tutta la velocità possibile lungo il fianco scosceso della collina che portava direttamente al cancello del loro giardino.
Partirono. Marianne ebbe dapprima il vantaggio, ma un passo falso la portò improvvisamente a terra; e Margaret, incapace di fermarsi per assisterla, fu involontariamente trascinata via, raggiungendo il fondo incolume.
Un gentiluomo che portava un fucile, con due cani da ferma che giocavano attorno a lui, stava salendo la collina a pochi metri da Marianne, quando accadde l'incidente. Posò il fucile e corse in suo aiuto. Lei si era sollevata da terra, ma il piede si era torto nella caduta ed era a malapena in grado di stare in piedi. Il gentiluomo offrì i suoi servigi; e intuendo che il pudore di lei declinava ciò che la situazione rendeva necessario, la prese tra le braccia senza ulteriore indugio e la portò giù per la collina. Poi, attraversando il giardino, il cui cancello era stato lasciato aperto da Margaret, la trasportò direttamente in casa, dove Margaret era appena arrivata, e non allentò la presa finché non l'ebbe fatta sedere su una sedia nel salotto.
Elinor e sua madre si alzarono stupite al loro ingresso, e mentre gli occhi di entrambe erano fissi su di lui con una evidente meraviglia e un segreto ammirazione che scaturivano ugualmente dal suo aspetto, egli si scusò per l'intrusione raccontandone la causa, in un modo così franco e grazioso che la sua persona, che era straordinariamente bella, ricevette fascino aggiuntivo dalla sua voce e dalla sua espressione. Fosse stato anche vecchio, brutto e volgare, la gratitudine e la gentilezza della signora Dashwood sarebbero state garantite da qualsiasi atto di attenzione verso sua figlia; ma l'influenza della giovinezza, della bellezza e dell'eleganza conferì un interesse all'azione che toccò i suoi sentimenti.
Lo ringraziò ripetutamente; e, con la dolcezza di modi che la accompagnava sempre, lo invitò a sedersi. Ma egli declinò, poiché era sporco e bagnato. La signora Dashwood pregò allora di sapere a chi fosse debitrice. Il suo nome, rispose, era Willoughby, e la sua attuale dimora era ad Allenham, da dove sperava ella gli avrebbe concesso l'onore di chiamare il giorno dopo per informarsi sulla signorina Dashwood. L'onore fu prontamente concesso, e poi egli partì, per rendersi ancora più interessante, in mezzo a una pioggia battente.
La sua bellezza virile e la sua grazia più che comune furono istantaneamente oggetto di ammirazione generale, e la risata che la sua galanteria sollevò contro Marianne ricevette spirito particolare dalle sue attrazioni esteriori. Marianne stessa aveva visto meno di lui rispetto agli altri, poiché la confusione che le imporporò il viso, quando lui la sollevò, le aveva tolto il potere di osservarlo dopo il loro ingresso in casa. Ma ne aveva visto abbastanza da unirsi a tutta l'ammirazione degli altri, e con un'energia che adornava sempre le sue lodi. La sua persona e il suo portamento erano pari a ciò che la sua fantasia aveva sempre disegnato per l'eroe di una storia preferita; e nel fatto che l'avesse portata in casa con così poca formalità precedente, vi era una rapidità di pensiero che raccomandava particolarmente l'azione al suo giudizio. Ogni circostanza che lo riguardava era interessante. Il suo nome era gradevole, la sua residenza era nel loro villaggio preferito, e ben presto scoprì che di tutti gli abiti maschili una giacca da caccia era la più donante. La sua immaginazione era in fermento, le sue riflessioni erano piacevoli, e il dolore della caviglia slogata fu ignorato.
Sir John fece loro visita non appena il successivo intervallo di bel tempo di quella mattina gli permise di uscire di casa; e, raccontatogli l'incidente di Marianne, gli fu chiesto ansiosamente se conoscesse un gentiluomo di nome Willoughby ad Allenham.
"Willoughby!" esclamò Sir John; "come, è in campagna? Questa è una buona notizia tuttavia; cavalcherò fin là domani e lo inviterò a cena giovedì."
"Lo conoscete dunque," disse la signora Dashwood.
"Conoscerlo! Certamente che lo conosco. Perché, è qui ogni anno."
"E che tipo di giovane è?"
"Il miglior tipo di compagno che sia mai vissuto, ve lo assicuro. Un tiratore molto decente, e non c'è cavaliere più audace in Inghilterra."
"Ed è tutto ciò che sapete dire di lui?" esclamò Marianne, indignata. "Ma quali sono i suoi modi in una conoscenza più intima? Quali le sue occupazioni, i suoi talenti e il suo genio?"
Sir John rimase piuttosto perplesso.
"Per l'anima mia," disse, "non so molto di lui riguardo a tutto ciò. Ma è un compagno piacevole, di buon carattere, e ha la più graziosa cagnolina da ferma nera che abbia mai visto. Era fuori con lui oggi?"
Ma Marianne non poté soddisfarlo sul colore del cane da ferma del signor Willoughby, così come lui non poté descriverle le sfumature della sua mente.
"Ma chi è?" disse Elinor. "Da dove viene? Ha una casa ad Allenham?"
Su questo punto Sir John poté dare informazioni più certe; e disse loro che il signor Willoughby non aveva proprietà proprie in campagna; che risiedeva lì solo mentre faceva visita all'anziana signora di Allenham Court, alla quale era imparentato e di cui avrebbe ereditato i possedimenti; aggiungendo, "Sì, sì, vale proprio la pena di accalappiarlo, ve lo dico io, signorina Dashwood; possiede anche una graziosa tenuta nel Somersetshire; e se fossi in voi, non lo lascerei alla mia sorella minore, a dispetto di tutte queste cadute dalle colline. La signorina Marianne non deve aspettarsi di avere tutti gli uomini per sé. Brandon diventerà geloso, se non sta attenta."
"Non credo," disse la signora Dashwood, con un sorriso bonario, "che il signor Willoughby sarà infastidito dai tentativi di nessuna delle mie figlie verso ciò che chiamate accalappiarlo. Non è un'occupazione alla quale sono state educate. Gli uomini sono molto al sicuro con noi, per quanto ricchi possano essere. Sono lieta di scoprire, tuttavia, da ciò che dite, che sia un giovane rispettabile, e la cui conoscenza non sarà inopportuna."
"È il miglior tipo di compagno, credo, che sia mai vissuto," ripeté Sir John. "Ricordo lo scorso Natale a un piccolo ballo al parco, ha ballato dalle otto fino alle quattro, senza mai sedersi."
"Davvero?" esclamò Marianne con occhi scintillanti, "e con eleganza, con spirito?"
"Sì; ed era di nuovo in piedi alle otto per cavalcare verso la caccia."
"Questo è ciò che mi piace; questo è ciò che un giovane dovrebbe essere. Quali che siano le sue occupazioni, la sua bramosia in esse non dovrebbe conoscere moderazione, e non lasciargli alcun senso di fatica."
"Bene, bene, vedo come andrà a finire," disse Sir John, "vedo come andrà a finire. Ora gli farete la corte, e non penserete mai al povero Brandon."
"Questa è un'espressione, Sir John," disse Marianne, calorosamente, "che mi dispiace particolarmente. Detesto ogni frase fatta con cui si intende fare dell'arguzia; e 'fare la corte a un uomo' o 'fare una conquista' sono le più odiose di tutte. La loro tendenza è grossolana e volgare; e se la loro costruzione potesse mai essere ritenuta intelligente, il tempo ha da tempo distrutto ogni sua ingegnosità."
Sir John non comprese molto questo rimprovero; ma rise di cuore come se lo avesse compreso, e poi rispose,
"Ah, farete conquiste a sufficienza, oserei dire, in un modo o nell'altro. Povero Brandon! è già del tutto colpito, e vale proprio la pena di fargli la corte, ve lo dico io, a dispetto di tutti questi ruzzoloni e caviglie slogate."
CAPITOLO X.
Il salvatore di Marianne, come Margaret, con più eleganza che precisione, chiamava Willoughby, chiamò al cottage presto il mattino seguente per le sue personali premure. Fu ricevuto dalla signora Dashwood con più che cortesia; con una gentilezza che il racconto di Sir John su di lui e la sua gratitudine suggerivano; e tutto ciò che avvenne durante la visita tese ad assicurargli il buon senso, l'eleganza, l'affetto reciproco e il conforto domestico della famiglia a cui il caso lo aveva ora presentato. Delle loro grazie personali non aveva avuto bisogno di una seconda intervista per essere convinto.
Miss Dashwood aveva una carnagione delicata, lineamenti regolari e una figura straordinariamente graziosa. Marianne era ancora più bella. La sua forma, sebbene non così corretta come quella della sorella, avendo il vantaggio della statura, era più appariscente; e il suo volto era così incantevole che quando, nel gergo comune degli elogi, veniva chiamata una bella ragazza, la verità era meno violentemente oltraggiata di quanto accada di solito. La sua pelle era molto bruna, ma, per la sua trasparenza, il suo incarnato era insolitamente brillante; i suoi lineamenti erano tutti belli; il suo sorriso era dolce e attraente; e nei suoi occhi, che erano molto scuri, c’era una vivacità, uno spirito, un fervore che difficilmente potevano essere osservati senza diletto. Da parte di Willoughby, la loro espressione era inizialmente trattenuta dall'imbarazzo che il ricordo del suo aiuto creava. Ma quando questo svanì, quando il suo spirito divenne raccolto, quando vide che alla perfetta buona educazione del gentiluomo egli univa franchezza e vivacità, e soprattutto, quando lo sentì dichiarare di essere appassionatamente amante della musica e della danza, gli rivolse uno sguardo di approvazione tale da assicurarsi la maggior parte del suo discorso per il resto della sua permanenza.
Era sufficiente menzionare qualsiasi passatempo preferito per indurla a parlare. Non poteva tacere quando venivano introdotti tali argomenti, e non aveva né timidezza né riserbo nel discuterne. Scoprirono rapidamente che il loro godimento per la danza e la musica era reciproco, e che nasceva da una generale conformità di giudizio in tutto ciò che riguardava entrambe. Incoraggiata da ciò a un ulteriore esame delle sue opinioni, procedette a interrogarlo in merito ai libri; i suoi autori preferiti vennero presentati e approfonditi con un diletto così estatico che qualsiasi giovane di venticinque anni doveva essere davvero insensibile per non diventare un immediato convertito all'eccellenza di tali opere, per quanto trascurate in precedenza. Il loro gusto era sorprendentemente simile. Gli stessi libri, gli stessi passaggi erano idolatrati da ciascuno — o se appariva qualche differenza, se sorgeva qualche obiezione, non durava più a lungo di quanto potesse essere dimostrata la forza delle sue argomentazioni e la brillantezza dei suoi occhi. Egli acconsentì a tutte le sue decisioni, colse tutto il suo entusiasmo; e molto prima che la sua visita si concludesse, conversavano con la familiarità di una conoscenza consolidata da tempo.
"Bene, Marianne," disse Elinor, non appena egli li ebbe lasciati, "per una sola mattinata credo che tu abbia fatto piuttosto bene. Hai già accertato l'opinione del signor Willoughby su quasi ogni questione di importanza. Sai cosa pensa di Cowper e Scott; sei certa che egli valuti le loro bellezze come dovrebbe, e hai ricevuto ogni assicurazione che egli ammiri Pope non più di quanto sia appropriato. Ma come potrà la vostra conoscenza essere mantenuta a lungo, con una tale straordinaria sollecitudine verso ogni argomento di conversazione? Presto avrete esaurito ogni tema preferito. Un altro incontro basterà a spiegare i suoi sentimenti sulla bellezza pittoresca e sulle seconde nozze, e allora non avrai più nulla da chiedere."
"Elinor," esclamò Marianne, "è leale questo? è giusto? sono le mie idee così scarse? Ma vedo cosa vuoi dire. Sono stata troppo a mio agio, troppo felice, troppo franca. Ho peccato contro ogni luogo comune del decoro; sono stata aperta e sincera dove avrei dovuto essere riservata, priva di spirito, noiosa e ingannevole — se avessi parlato solo del tempo e delle strade, e se avessi parlato solo una volta ogni dieci minuti, questo rimprovero mi sarebbe stato risparmiato."
"Cara mia," disse sua madre, "non devi offendersi con Elinor — stava solo scherzando. Sgriderei lei stessa, se fosse capace di voler frenare il diletto della tua conversazione con il nostro nuovo amico." Marianne si intenerì in un istante.
Willoughby, dal canto suo, diede ogni prova del piacere che provava nella loro conoscenza, che un evidente desiderio di coltivarla potesse offrire. Veniva da loro ogni giorno. Chiedere di Marianne era inizialmente la sua scusa; ma l'incoraggiamento della sua accoglienza, a cui ogni giorno conferiva maggiore gentilezza, rese tale scusa superflua prima ancora che avesse cessato di essere possibile, grazie alla perfetta guarigione di Marianne. Ella fu confinata per alcuni giorni in casa; ma mai alcun confinamento era stato meno fastidioso. Willoughby era un giovane di buone capacità, rapida immaginazione, spirito vivace e modi aperti e affettuosi. Era esattamente formato per conquistare il cuore di Marianne, poiché a tutto ciò univa non solo una persona accattivante, ma un ardore naturale di mente che era ora risvegliato e accresciuto dall'esempio di quella di lei, e che lo raccomandava all'affetto di lei più di ogni altra cosa.
La sua compagnia divenne gradualmente il suo piacere più squisito. Leggevano, parlavano, cantavano insieme; i suoi talenti musicali erano considerevoli; e leggeva con tutta la sensibilità e lo spirito di cui Edward era sfortunatamente mancato.
Nella stima della signora Dashwood egli era tanto impeccabile quanto in quella di Marianne; ed Elinor non vedeva nulla da censurare in lui se non una propensione, nella quale somigliava fortemente e deliziava singolarmente sua sorella, di dire troppo quello che pensava in ogni occasione, senza attenzione alle persone o alle circostanze. Nel formare ed esprimere precipitosamente la sua opinione sugli altri, nel sacrificare la cortesia generale al piacere di un'attenzione indivisa dove il suo cuore era coinvolto, e nello trascurare troppo facilmente le forme della convenienza mondana, egli mostrava una mancanza di cautela che Elinor non poteva approvare, a dispetto di tutto ciò che lui e Marianne potevano dire a suo sostegno.
Marianne cominciava ora a percepire che la disperazione che l'aveva colta a sedici anni e mezzo, di vedere mai un uomo che potesse soddisfare le sue idee di perfezione, era stata avventata e ingiustificabile. Willoughby era tutto ciò che la sua fantasia aveva delineato in quell'ora infelice e in ogni periodo più luminoso, come capace di legarsi a lei; e il suo comportamento dichiarava i suoi desideri di essere a quel riguardo tanto sinceri quanto le sue capacità erano forti.
Anche sua madre, nella cui mente non era sorto un solo pensiero speculativo sul loro matrimonio, a causa delle sue prospettive di ricchezza, fu condotta prima della fine di una settimana a sperarlo e aspettarselo; e a congratularsi segretamente con se stessa per aver guadagnato due generi come Edward e Willoughby.
La parzialità del colonnello Brandon per Marianne, che era stata così presto scoperta dai suoi amici, divenne ora per la prima volta percepibile a Elinor, quando cessò di essere notata da loro. La loro attenzione e il loro spirito erano rivolti al suo rivale più fortunato; e la derisione che l'altro aveva incontrato prima che sorgesse qualsiasi parzialità, fu rimossa quando i suoi sentimenti iniziarono davvero a richiedere il ridicolo così giustamente annesso alla sensibilità. Elinor fu costretta, sebbene riluttante, a credere che i sentimenti che la signora Jennings gli aveva attribuito per la propria soddisfazione, fossero ora effettivamente suscitati da sua sorella; e che, per quanto una generale somiglianza di indole tra le parti potesse favorire l'affetto del signor Willoughby, un'ugualmente sorprendente opposizione di carattere non fosse un ostacolo per la considerazione del colonnello Brandon. Lo vide con preoccupazione; poiché cosa poteva sperare un uomo silenzioso di trentacinque anni, quando contrapposto a uno molto vivace di venticinque? e poiché non poteva nemmeno augurargli il successo, desiderava cordialmente che fosse indifferente. Le piaceva — a dispetto della sua gravità e riserbo, scorgeva in lui un oggetto di interesse. I suoi modi, sebbene seri, erano miti; e il suo riserbo appariva piuttosto il risultato di una qualche oppressione dello spirito che di una naturale cupezza d'animo. Sir John aveva lasciato cadere accenni a ferite e delusioni passate, che giustificavano la sua convinzione che egli fosse un uomo sfortunato, e lo guardava con rispetto e compassione.
Forse lo compiangeva e lo stimava maggiormente perché era snobbato da Willoughby e Marianne, i quali, prevenuti contro di lui per non essere né vivace né giovane, sembravano decisi a sottovalutare i suoi meriti.
"Brandon è esattamente il tipo di uomo," disse Willoughby un giorno, quando stavano parlando di lui insieme, "di cui tutti parlano bene, e di cui nessuno si cura; che tutti sono felici di vedere, e che nessuno ricorda di interpellare."
"È esattamente quello che penso di lui," esclamò Marianne.
"Non vantartene, comunque," disse Elinor, "perché è un'ingiustizia da parte di entrambi. Egli è altamente stimato da tutta la famiglia al parco, e io stessa non lo vedo mai senza sforzarmi di conversare con lui."
"Che egli sia protetto da te," rispose Willoughby, "è certamente a suo favore; ma quanto alla stima degli altri, è un rimprovero di per sé. Chi si sottometterebbe all'indegnità di essere approvato da una donna come Lady Middleton e la signora Jennings, potendo ottenere l'indifferenza di chiunque altro?"
"Ma forse l'abuso di persone come te e Marianne compenserà la considerazione di Lady Middleton e di sua madre. Se la loro lode è censura, la vostra censura potrebbe essere lode, poiché essi non sono più ottusi di quanto voi siate prevenuti e ingiusti."
"In difesa del tuo protetto puoi persino essere impertinente."
"Il mio protetto, come lo chiami tu, è un uomo assennato; e il buon senso avrà sempre attrattive per me. Sì, Marianne, anche in un uomo tra i trenta e i quaranta. Ha visto molto del mondo; è stato all'estero, ha letto ed ha una mente che riflette. L'ho trovato capace di darmi molte informazioni su svariati argomenti; e ha sempre risposto alle mie domande con la prontezza della buona educazione e della buona natura."
"Vale a dire," esclamò Marianne con disprezzo, "ti ha detto che nelle Indie Orientali il clima è caldo e le zanzare sono fastidiose."
"Me lo avrebbe detto, non ne dubito, se avessi fatto domande del genere, ma si è dato il caso che fossero punti sui quali ero stata precedentemente informata."
"Forse," disse Willoughby, "le sue osservazioni potrebbero essersi estese all'esistenza di nababbi, monete d'oro e portantine."
"Posso azzardarmi a dire che le sue osservazioni si sono spinte molto oltre il tuo candore. Ma perché dovrebbe starti antipatico?"
"Non mi sta antipatico. Lo considero, al contrario, come un uomo molto rispettabile, che ha la buona parola di tutti e l'attenzione di nessuno; che ha più denaro di quanto possa spendere, più tempo di quanto sappia come impiegare e due cappotti nuovi ogni anno."
"Aggiungi a ciò," esclamò Marianne, "che non ha né genio, né gusto, né spirito. Che il suo intelletto non ha brillantezza, i suoi sentimenti non hanno ardore e la sua voce non ha espressione."
"Giudichi le sue imperfezioni così tanto in blocco," rispose Elinor, "e così tanto sulla forza della tua stessa immaginazione, che l'elogio che sono in grado di fargli è comparativamente freddo e insipido. Posso solo dichiararlo un uomo assennato, ben educato, ben informato, dai modi gentili e, credo, dotato di un cuore amabile."
"Miss Dashwood," esclamò Willoughby, "ora mi stai trattando in modo scortese. Stai cercando di disarmarmi con la ragione e di convincermi contro la mia volontà. Ma non funzionerà. Mi troverai testardo quanto tu puoi essere astuta. Ho tre ragioni inconfutabili per non gradire il colonnello Brandon; mi ha minacciato di pioggia quando volevo che fosse bel tempo; ha trovato da ridire sul montaggio del mio biroccio e non riesco a persuaderlo a comprare la mia cavalla baia. Se può essere una soddisfazione per te, tuttavia, sentirti dire che credo che il suo carattere sia sotto altri aspetti irreprensibile, sono pronto a confessarlo. E in cambio di un riconoscimento che deve procurarmi un qualche dolore, non puoi negarmi il privilegio di non gradirlo quanto sempre."
CAPITOLO XI.
Poco avevano immaginato la signora Dashwood o le sue figlie quando giunsero per la prima volta nel Devonshire, che sarebbero sorti così tanti impegni a occupare il loro tempo come quelli che si presentarono poco dopo, o che avrebbero avuto inviti così frequenti e visitatori così costanti da lasciar loro poco tempo per serie occupazioni. Eppure, così era. Quando Marianne fu guarita, i piani di divertimento in casa e fuori, che Sir John aveva precedentemente formulato, furono messi in esecuzione. Ebbero allora inizio i balli privati al parco; e le gite sull'acqua furono organizzate e realizzate ogni volta che un piovoso ottobre lo permetteva. In ogni incontro del genere Willoughby era incluso; e la facilità e la familiarità che accompagnavano naturalmente queste feste erano esattamente calcolate per dare crescente intimità alla sua conoscenza con le Dashwood, per offrirgli l'opportunità di testimoniare le eccellenze di Marianne, di notare la sua animata ammirazione per lei e di ricevere, nel comportamento di lei verso di lui, la più esplicita assicurazione del suo affetto.
Elinor non poteva essere sorpresa del loro attaccamento. Avrebbe solo desiderato che fosse mostrato meno apertamente; e una o due volte si azzardò a suggerire a Marianne l'opportunità di un po' di autocontrollo. Ma Marianne detestava ogni occultamento dove nessuna vera vergogna potesse accompagnare la franchezza; e mirare alla moderazione di sentimenti che non erano di per sé biasimevoli, le appariva non semplicemente uno sforzo inutile, ma una vergognosa sottomissione della ragione a nozioni comuni e sbagliate. Willoughby pensava lo stesso; e il loro comportamento in ogni momento era un'illustrazione delle loro opinioni.
Quando egli era presente, lei non aveva occhi per nessun altro. Tutto ciò che faceva era giusto. Tutto ciò che diceva era intelligente. Se le loro serate al parco si concludevano con le carte, egli imbrogliava se stesso e tutto il resto del gruppo per procurarle una buona mano. Se la danza formava il divertimento della notte, erano partner per metà del tempo; e quando costretti a separarsi per un paio di balli, stavano attenti a stare vicini e non rivolgevano quasi la parola a nessun altro. Un tale comportamento li rendeva naturalmente oggetto di moltissime risate; ma il ridicolo non poteva vergognarli, e sembrava a stento provocarli.
La signora Dashwood partecipava a tutti i loro sentimenti con un calore che non le lasciava alcuna inclinazione a frenare questa eccessiva manifestazione di essi. Per lei non era che la naturale conseguenza di un forte affetto in una mente giovane e ardente.
Questa era la stagione della felicità per Marianne. Il suo cuore era devoto a Willoughby, e il tenero attaccamento a Norland, che aveva portato con sé dal Sussex, era più probabile che fosse ammorbidito di quanto avesse pensato possibile prima, dagli incanti che la sua compagnia conferiva alla sua attuale casa.
La felicità di Elinor non era così grande. Il suo cuore non era così tranquillo, né la sua soddisfazione nei loro divertimenti così pura. Essi non le offrivano alcun compagno che potesse compensare ciò che si era lasciata alle spalle, né che potesse insegnarle a pensare a Norland con minor rimpianto di sempre. Né Lady Middleton né la signora Jennings potevano supplire per lei alla conversazione che le mancava; sebbene quest'ultima fosse una parlatrice instancabile e fin dall'inizio l'avesse guardata con una gentilezza che le assicurava una gran parte del suo discorso. Aveva già ripetuto la propria storia a Elinor tre o quattro volte; e se la memoria di Elinor fosse stata pari ai suoi mezzi di miglioramento, avrebbe potuto conoscere molto presto nella loro conoscenza tutti i particolari dell'ultima malattia del signor Jennings, e cosa egli avesse detto a sua moglie pochi minuti prima di morire. Lady Middleton era più gradevole di sua madre solo nell'essere più silenziosa. Elinor ebbe bisogno di poca osservazione per percepire che il suo riserbo era una mera calma di modi con cui il buon senso non aveva nulla a che fare. Verso suo marito e sua madre era la stessa che verso di loro; e l'intimità non era dunque né da cercare né da desiderare. Non aveva nulla da dire un giorno che non avesse detto il giorno prima. La sua insipidità era invariabile, poiché persino il suo spirito era sempre lo stesso; e sebbene non si opponesse alle feste organizzate da suo marito, a patto che tutto fosse condotto con stile e i suoi due figli maggiori la accompagnassero, non appariva mai ricevere più godimento da esse di quanto avrebbe potuto sperimentare stando seduta a casa; — e così poco la sua presenza aggiungeva al piacere degli altri, con una qualsiasi partecipazione alla loro conversazione, che a volte venivano ricordati della sua presenza tra loro solo dalla sua sollecitudine verso i suoi fastidiosi ragazzi.
Solo nel colonnello Brandon, tra tutti i suoi nuovi conoscenti, Elinor trovò una persona che potesse in qualche grado pretendere il rispetto delle capacità, eccitare l'interesse dell'amicizia o dare piacere come compagno. Willoughby era fuori discussione. La sua ammirazione e stima, persino la sua stima fraterna, erano tutte sue; ma egli era un amante; le sue attenzioni erano interamente di Marianne, e un uomo molto meno gradevole avrebbe potuto essere più generalmente piacevole. Il colonnello Brandon, sfortunatamente per se stesso, non aveva tale incoraggiamento a pensare solo a Marianne, e conversando con Elinor trovava la maggiore consolazione per l'indifferenza di sua sorella.
La compassione di Elinor per lui aumentò, poiché aveva ragione di sospettare che la miseria dell'amore deluso gli fosse già nota. Questo sospetto le fu dato da alcune parole che accidentalmente gli sfuggirono una sera al parco, quando erano seduti insieme per mutuo consenso, mentre gli altri ballavano. I suoi occhi erano fissi su Marianne e, dopo un silenzio di alcuni minuti, disse, con un debole sorriso: "Tua sorella, ho capito, non approva i secondi legami."
"No," rispose Elinor, "le sue opinioni sono tutte romantiche."
"O piuttosto, come credo, li considera impossibili da esistere."
"Credo di sì. Ma come riesca a pensarlo senza riflettere sul carattere del suo stesso padre, che ebbe egli stesso due mogli, non lo so. Alcuni anni, tuttavia, sistemeranno le sue opinioni sulla base ragionevole del buon senso e dell'osservazione; e allora potranno essere più facili da definire e giustificare di quanto non siano ora, da chiunque altro che da lei stessa."
"Questo sarà probabilmente il caso," rispose; "eppure c'è qualcosa di così amabile nei pregiudizi di una mente giovane, che si è dispiaciuti di vederli cedere alla ricezione di opinioni più generali."
"Non posso essere d'accordo con lei su questo," disse Elinor. "Ci sono inconvenienti che accompagnano sentimenti come quelli di Marianne, che tutti gli incanti dell'entusiasmo e l'ignoranza del mondo non possono compensare. I suoi sistemi hanno tutti lo sfortunato tendenza a non tenere in alcun conto la convenienza; e una migliore conoscenza del mondo è ciò che attendo come il suo più grande vantaggio possibile."
Dopo una breve pausa egli riprese la conversazione dicendo: —
"Sua sorella non fa alcuna distinzione nelle sue obiezioni contro un secondo legame? o è ugualmente criminale in chiunque? Coloro che sono stati delusi nella loro prima scelta, sia per l'incostanza del suo oggetto, sia per la perversità delle circostanze, devono essere ugualmente indifferenti per il resto della loro vita?"
"Per mia parola, non conosco i dettagli dei suoi principi. So solo che non l'ho mai sentita ammettere che un secondo legame sia perdonabile."
"Questo," disse lui, "non può reggere; ma un cambiamento, un cambiamento totale dei sentimenti — No, no, non desiderarlo; poiché quando le raffinatezze romantiche di una mente giovane sono costrette a cedere, quanto frequentemente sono seguite da opinioni che sono fin troppo comuni e fin troppo pericolose! Parlo per esperienza. Conobbi una volta una signora che nel temperamento e nella mente somigliava grandemente a sua sorella, che pensava e giudicava come lei, ma che da un cambiamento forzato — da una serie di sfortunate circostanze —" Qui si fermò improvvisamente; parve pensare di aver detto troppo, e con il suo volto diede origine a congetture che altrimenti non sarebbero entrate nella testa di Elinor. La signora sarebbe probabilmente passata senza sospetto, se non avesse convinto Miss Dashwood che ciò che la riguardava non doveva sfuggire alle sue labbra. Come stavano le cose, bastò un lieve sforzo di fantasia per collegare la sua emozione al tenero ricordo di un passato affetto. Elinor non tentò altro. Ma Marianne, al suo posto, non avrebbe fatto così poco. L'intera storia sarebbe stata rapidamente formata sotto la sua attiva immaginazione; e tutto stabilito nel più malinconico ordine di amore disastroso.
Il giorno seguente, mentre Elinor e Marianne passeggiavano insieme, quest'ultima comunicò alla sorella una notizia che, nonostante tutto ciò che già sapeva dell'imprudenza e della sventatezza di Marianne, la sorprese per la sua stravagante testimonianza di entrambe. Marianne le raccontò, con la massima gioia, che Willoughby le aveva regalato un cavallo, uno che aveva allevato lui stesso nella sua tenuta nel Somersetshire e che era perfettamente adatto a portare una donna. Senza considerare che non era nei piani di sua madre mantenere alcun cavallo, che se avesse dovuto cambiare risoluzione in favore di questo dono, avrebbe dovuto comprarne un altro per il servitore e mantenere un servitore per montarlo, e dopo tutto, costruire una stalla per accoglierli, aveva accettato il regalo senza esitazione, raccontandolo alla sorella in preda all'estasi.
"Ha intenzione di mandare subito il suo stalliere nel Somersetshire a prenderlo", aggiunse, "e quando arriverà cavalcheremo ogni giorno. Condividerai il suo uso con me. Immagina, mia cara Elinor, la gioia di un galoppo su alcune di queste colline."
Era quanto mai restia a risvegliarsi da un simile sogno di felicità per comprendere tutte le infelici verità che accompagnavano la faccenda; e per un certo tempo si rifiutò di sottomettervisi. Per quanto riguarda un servitore aggiuntivo, la spesa sarebbe stata una sciocchezza; era certa che la mamma non vi si sarebbe mai opposta; e qualsiasi cavallo sarebbe andato bene per lui; avrebbe potuto sempre procurarsene uno al parco; quanto a una stalla, la più misera tettoia sarebbe stata sufficiente. Elinor si azzardò allora a dubitare dell'opportunità di ricevere un simile regalo da un uomo conosciuto così poco, o almeno da così poco tempo. Questo era troppo.
"Ti sbagli, Elinor," disse lei calorosamente, "nel supporre che io conosca pochissimo Willoughby. Non lo conosco da molto, è vero, ma ho molta più familiarità con lui che con qualsiasi altra creatura al mondo, eccetto te e la mamma. Non sono il tempo o l'occasione a determinare l'intimità; è solo l'indole. Sette anni sarebbero insufficienti a far conoscere alcune persone tra loro, e sette giorni sono più che sufficienti per altre. Mi riterrei colpevole di una maggiore improprietà nell'accettare un cavallo da mio fratello che da Willoughby. Di John conosco pochissimo, sebbene abbiamo vissuto insieme per anni; ma di Willoughby il mio giudizio è formato da tempo."
Elinor ritenne più saggio non toccare più quel punto. Conosceva il temperamento di sua sorella. L'opposizione su un argomento così delicato l'avrebbe solo legata maggiormente alla sua opinione. Ma facendo appello al suo affetto per la madre, rappresentando gli inconvenienti che quella madre indulgente avrebbe dovuto attirare su di sé se (come probabilmente sarebbe accaduto) avesse acconsentito a questo aumento di spese, Marianne fu ben presto vinta; e promise di non tentare la madre con una tale imprudente gentilezza parlandole dell'offerta, e di dire a Willoughby, quando lo avesse rivisto, che doveva essere rifiutata.
Fu fedele alla parola data; e quando Willoughby passò al cottage, lo stesso giorno, Elinor la sentì esprimere a lui il suo disappunto, a bassa voce, per essere costretta a rinunciare all'accettazione del suo regalo. Le ragioni di questo cambiamento furono allo stesso tempo esposte, ed erano tali da rendere impossibile ogni ulteriore insistenza da parte sua. Il suo rammarico, tuttavia, fu molto evidente; e dopo averlo espresso con fervore, aggiunse, sempre a bassa voce: "Ma, Marianne, il cavallo è ancora tuo, anche se ora non puoi usarlo. Lo terrò solo finché non potrai reclamarlo. Quando lascerai Barton per formare la tua sistemazione in una casa più duratura, Queen Mab ti accoglierà."
Tutto ciò fu udito da Miss Dashwood; e nell'intera frase, nel modo in cui la pronunciò e nel rivolgersi alla sorella solo per nome, colse immediatamente un'intimità così decisa, un significato così diretto, da segnare un perfetto accordo tra loro. Da quel momento non dubitò che fossero fidanzati; e la convinzione di ciò non creò altra sorpresa se non quella che lei, o uno dei loro amici, fosse stato lasciato da caratteri così franchi a scoprirlo per caso.
Il giorno seguente Margaret le raccontò qualcosa che gettò su questa faccenda una luce ancora più chiara. Willoughby aveva trascorso la sera precedente con loro e Margaret, essendo rimasta per qualche tempo in salotto solo con lui e Marianne, aveva avuto l'opportunità di fare osservazioni che, con aria molto importante, comunicò alla sorella maggiore quando rimasero sole.
"Oh, Elinor!" esclamò, "ho un segreto da raccontarti su Marianne. Sono certa che sposerà presto il signor Willoughby."
"Lo hai detto," rispose Elinor, "quasi ogni giorno da quando si sono incontrati per la prima volta a High-church Down; e non si conoscevano da una settimana, credo, prima che tu fossi certa che Marianne portasse il suo ritratto al collo; ma si è rivelato essere solo la miniatura del nostro prozio."
"Ma davvero, questa è tutta un'altra cosa. Sono certa che si sposeranno molto presto, perché lui ha avuto una ciocca dei suoi capelli."
"Fai attenzione, Margaret. Potrebbe essere solo il capello di qualche suo prozio."
"Ma davvero, Elinor, è di Marianne. Sono quasi certa che lo sia, perché l'ho visto mentre gliela tagliava. Ieri sera dopo il tè, quando tu e la mamma siete uscite dalla stanza, sussurravano e parlavano insieme più velocemente che potevano, e lui sembrava chiederle qualcosa, e poco dopo ha preso le sue forbici e le ha tagliato una lunga ciocca di capelli, perché le ricadevano tutti spettinati sulla schiena; e lui l'ha baciata, l'ha ripiegata in un pezzo di carta bianca e l'ha messa nel suo portafoglio."
Per tali particolari, affermati da tale autorità, Elinor non poté negare la sua fiducia; né ne era disposta, poiché la circostanza era in perfetta sintonia con ciò che lei stessa aveva sentito e visto.
La sagacia di Margaret non si manifestava sempre in modo così soddisfacente per sua sorella. Quando la signora Jennings la attaccò una sera al parco per farsi dire il nome del giovane che era il particolare favorito di Elinor, cosa che da tempo era per lei oggetto di grande curiosità, Margaret rispose guardando la sorella e dicendo: "Non devo dirlo, vero, Elinor?"
Questo naturalmente fece ridere tutti; ed Elinor cercò di ridere a sua volta. Ma lo sforzo fu doloroso. Era convinta che Margaret avesse puntato su una persona il cui nome non poteva sopportare con compostezza che diventasse uno scherzo ricorrente con la signora Jennings.
Marianne provò per lei la più sincera partecipazione; ma fece più male che bene alla causa, arrossendo violentemente e dicendo in modo stizzito a Margaret:
"Ricorda che, qualunque siano le tue congetture, non hai alcun diritto di ripeterle."
"Non ho mai avuto congetture al riguardo," rispose Margaret; "sei stata tu stessa a dirmelo."
Ciò aumentò l'ilarità della compagnia e Margaret fu caldamente incitata a dire qualcos'altro.
"Oh! vi prego, Miss Margaret, fateci sapere tutto al riguardo," disse la signora Jennings. "Qual è il nome del gentiluomo?"
"Non devo dirlo, signora. Ma so benissimo qual è; e so anche dove si trova."
"Sì, sì, possiamo indovinare dove si trova; a casa sua a Norland, di sicuro. È il curato della parrocchia, scommetto."
"No, non lo è affatto. Non ha alcuna professione."
"Margaret," disse Marianne con grande calore, "sai che tutto questo è un'invenzione tua e che non esiste nessuna persona del genere."
"Ebbene, allora è morto di recente, Marianne, perché sono certa che un uomo simile è esistito una volta, e il suo nome inizia con una F."
Elinor si sentì molto grata a Lady Middleton per aver osservato, in quel momento, "che pioveva molto forte", sebbene credesse che l'interruzione derivasse meno da una qualche attenzione verso di lei, che dal grande disprezzo di sua signoria per tutti quei soggetti di scherno così ineleganti che deliziavano suo marito e sua madre. L'idea, tuttavia, lanciata da lei, fu immediatamente colta dal colonnello Brandon, che in ogni occasione era attento ai sentimenti degli altri; e molto fu detto sull'argomento della pioggia da entrambi. Willoughby aprì il pianoforte e chiese a Marianne di sedersi; e così, tra i vari tentativi delle diverse persone di abbandonare l'argomento, esso cadde nel dimenticatoio. Ma non altrettanto facilmente Elinor si riprese dall'allarme in cui l'aveva gettata.
Quella sera fu organizzata una comitiva per andare il giorno seguente a visitare un luogo molto bello a circa dodici miglia da Barton, appartenente a un cognato del colonnello Brandon, senza il cui interessamento non avrebbe potuto essere visitato, poiché il proprietario, che allora si trovava all'estero, aveva lasciato ordini rigorosi a tal proposito. I terreni furono dichiarati altamente belli e Sir John, che era particolarmente caloroso nelle sue lodi, poteva essere considerato un giudice tollerabile, poiché aveva organizzato comitive per visitarli almeno due volte ogni estate negli ultimi dieci anni. Contenevano un nobile specchio d'acqua; una gita in barca su di esso doveva costituire gran parte del divertimento della mattinata; si dovevano portare provviste fredde, impiegare solo carrozze aperte e tutto doveva essere condotto nel solito stile di una completa comitiva di piacere.
Ad alcuni della compagnia sembrò un'impresa piuttosto audace, considerando il periodo dell'anno e il fatto che avesse piovuto ogni giorno nelle ultime due settimane; e la signora Dashwood, che aveva già il raffreddore, fu persuasa da Elinor a restare a casa.
CAPITOLO XIII.
La loro escursione programmata a Whitwell si rivelò molto diversa da quanto Elinor avesse previsto. Era pronta a essere inzuppata, affaticata e spaventata; ma l'evento fu ancora più sfortunato, perché non ci andarono affatto.
Alle dieci l'intera comitiva si era riunita al parco, dove dovevano fare colazione. La mattinata era piuttosto favorevole, sebbene avesse piovuto tutta la notte, poiché le nuvole si stavano disperdendo attraverso il cielo e il sole appariva frequentemente. Erano tutti di ottimo umore e spirito, desiderosi di essere felici e determinati a sottomettersi ai più grandi inconvenienti e stenti piuttosto che essere altrimenti.
Mentre facevano colazione arrivarono le lettere. Tra le altre ce n'era una per il colonnello Brandon; egli la prese, ne guardò l'indirizzo, cambiò colore e lasciò immediatamente la stanza.
"Cosa succede a Brandon?" disse Sir John.
Nessuno sapeva dirlo.
"Spero non abbia avuto brutte notizie," disse Lady Middleton. "Deve essere qualcosa di straordinario che possa far lasciare al colonnello Brandon la mia tavola della colazione così improvvisamente."
Dopo circa cinque minuti ritornò.
"Nessuna brutta notizia, colonnello, spero;" disse la signora Jennings, non appena entrò nella stanza.
"Niente affatto, signora, vi ringrazio."
"Era da Avignone? Spero non sia per dire che vostra sorella sta peggio."
"No, signora. Veniva dalla città, ed è semplicemente una lettera d'affari."
"Ma come ha fatto la grafia a scomporvi così tanto, se era solo una lettera d'affari? Via, via, non va bene, colonnello; perciò fateci sentire la verità."
"Mia cara signora," disse Lady Middleton, "ricordate cosa state dicendo."
"Forse è per dirvi che vostra cugina Fanny si è sposata?" disse la signora Jennings, senza badare al rimprovero della figlia.
"No, davvero, non lo è."
"Ebbene, allora so da chi viene, colonnello. E spero che stia bene."
"A chi vi riferite, signora?" disse lui, arrossendo un poco.
"Oh! sapete a chi mi riferisco."
"Sono particolarmente spiacente, signora," disse rivolgendosi a Lady Middleton, "di dover ricevere questa lettera oggi, perché è per affari che richiedono la mia immediata presenza in città."
"In città!" esclamò la signora Jennings. "Cosa potete avere da fare in città in questo periodo dell'anno?"
"La mia perdita è grande," continuò, "nell'essere costretto a lasciare una comitiva così gradevole; ma sono tanto più preoccupato, poiché temo che la mia presenza sia necessaria per ottenere il vostro ingresso a Whitwell."
Che colpo per tutti loro fu questo!
"Ma se scrivete un biglietto alla governante, signor Brandon," disse Marianne, con impazienza, "non sarà sufficiente?"
Lui scosse la testa.
"Dobbiamo andare," disse Sir John. "Non deve essere rimandato ora che ci siamo così vicini. Non potete andare in città fino a domani, Brandon, tutto qui."
"Vorrei che fosse così facilmente risolvibile. Ma non è in mio potere ritardare il mio viaggio di un solo giorno!"
"Se solo ci faceste sapere quali sono i vostri affari," disse la signora Jennings, "potremmo vedere se possono essere rimandati o meno."
"Non sareste in ritardo di sei ore," disse Willoughby, "se doveste rimandare il vostro viaggio al nostro ritorno."
"Non posso permettermi di perdere un'ora."
Elinor sentì allora Willoughby dire, a bassa voce a Marianne: "Ci sono alcune persone che non sopportano una comitiva di piacere. Brandon è una di loro. Aveva paura di prendersi il raffreddore, scommetto, e ha inventato questo trucco per tirarsene fuori. Scommetterei cinquanta ghinee che la lettera l'ha scritta lui stesso."
"Non ne ho dubbi," rispose Marianne.
"Non c'è modo di persuadervi a cambiare idea, Brandon, lo so da tempo," disse Sir John, "quando siete determinato su qualcosa. Ma, comunque, spero che ci ripenserete. Considerate, qui ci sono le due Miss Carey venute da Newton, le tre Miss Dashwood arrivate a piedi dal cottage, e il signor Willoughby si è alzato due ore prima del solito, apposta per andare a Whitwell."
Il colonnello Brandon ripeté di nuovo il suo dispiacere per essere la causa della delusione della comitiva; ma allo stesso tempo dichiarò che era inevitabile.
"Ebbene, allora, quando tornerete?"
"Spero che vi vedremo a Barton," aggiunse sua signoria, "non appena potrete lasciare comodamente la città; e dobbiamo rimandare la gita a Whitwell finché non tornerete."
"Siete molto gentile. Ma è così incerto, quando potrò avere il potere di tornare, che non oso impegnarmi affatto."
"Oh! deve e tornerà," esclamò Sir John. "Se non sarà qui entro la fine della settimana, andrò a prenderlo."
"Sì, fate così, Sir John," esclamò la signora Jennings, "e allora forse potrete scoprire quali sono i suoi affari."
"Non voglio intromettermi negli affari degli altri. Suppongo sia qualcosa di cui si vergogna."
Furono annunciati i cavalli del colonnello Brandon.
"Non andrete in città a cavallo, vero?" aggiunse Sir John.
"No. Solo fino a Honiton. Poi andrò con la posta."
"Ebbene, visto che siete deciso ad andare, vi auguro buon viaggio. Ma fareste meglio a cambiare idea."
"Vi assicuro che non è in mio potere."
Prese poi congedo dall'intera comitiva.
"Non c'è alcuna possibilità di vedere voi e le vostre sorelle in città quest'inverno, Miss Dashwood?"
"Temo di no, affatto."
"Allora devo dirvi addio per un tempo più lungo di quanto vorrei."
A Marianne, fece solo un cenno e non disse nulla.
"Via colonnello," disse la signora Jennings, "prima di andare, fateci sapere cosa state andando a fare."
Lui le augurò un buon giorno e, accompagnato da Sir John, lasciò la stanza.
I lamenti e le rimostranze che la cortesia aveva finora trattenuto, ora eruppero universalmente; e tutti concordarono più e più volte su quanto fosse provocatorio essere così delusi.
"Posso indovinare quali sono i suoi affari, comunque," disse la signora Jennings trionfante.
"Potete, signora?" dissero quasi tutti.
"Sì; riguarda Miss Williams, ne sono certa."
"E chi è Miss Williams?" chiese Marianne.
"Cosa! Non sapete chi è Miss Williams? Sono certa che dovete averne sentito parlare prima. È una parente del colonnello, mia cara; una parente molto stretta. Non diciamo quanto stretta, per paura di scandalizzare le signorine." Poi, abbassando un po' la voce, disse a Elinor: "È la sua figlia naturale."
"Davvero!"
"Oh, sì; e gli somiglia quanto più non si possa dire. Scommetto che il colonnello le lascerà tutta la sua fortuna."
Quando Sir John tornò, si unì molto calorosamente al rammarico generale per un evento così sfortunato; concludendo tuttavia osservando che, poiché erano tutti riuniti, dovevano fare qualcosa per essere felici; e dopo qualche consultazione fu convenuto che, sebbene la felicità potesse essere goduta solo a Whitwell, avrebbero potuto procurarsi una tollerabile compostezza d'animo facendo un giro per la campagna. Le carrozze furono quindi ordinate; quella di Willoughby fu la prima, e Marianne non sembrò mai più felice di quando vi salì. Egli attraversò il parco molto velocemente e presto furono fuori vista; e non si vide più nulla di loro fino al loro ritorno, che non avvenne se non dopo il ritorno di tutti gli altri. Entrambi sembrarono deliziati dalla loro gita; ma dissero solo in termini generali di essere rimasti nei sentieri, mentre gli altri andavano sulle colline.
Fu stabilito che ci sarebbe stato un ballo la sera e che tutti sarebbero stati estremamente allegri per tutto il giorno. Altre delle Carey vennero a cena e ebbero il piacere di sedersi a tavola in quasi venti, cosa che Sir John osservò con grande soddisfazione. Willoughby prese il suo solito posto tra le due sorelle Dashwood maggiori. La signora Jennings sedeva alla destra di Elinor; e non erano seduti da molto, prima che lei si sporgesse dietro lei e Willoughby e dicesse a Marianne, abbastanza forte da essere udita da entrambi: "Vi ho scoperto a dispetto di tutti i vostri trucchi. So dove avete passato la mattinata."
Marianne arrossì e rispose molto frettolosamente: "Dove, vi prego?"
"Non sapevate," disse Willoughby, "che eravamo stati fuori con il mio curricolo?"
"Sì, sì, signor Sfacciataggine, lo so benissimo, ed ero determinata a scoprire dove foste stati. Spero che vi piaccia la vostra casa, Miss Marianne. È molto grande, lo so; e quando verrò a trovarvi, spero che l'avrete riarredata, perché ne aveva molto bisogno quando vi sono stata sei anni fa."
Marianne si voltò in grande confusione. La signora Jennings rise di cuore; ed Elinor scoprì che, nella sua risoluzione di sapere dove fossero stati, aveva effettivamente fatto indagare la propria cameriera dallo stalliere del signor Willoughby; e che con quel metodo era stata informata che erano andati ad Allenham e vi avevano trascorso molto tempo camminando per il giardino e visitando tutta la casa.
Elinor poteva a stento credere che fosse vero, poiché sembrava molto improbabile che Willoughby potesse proporre, o Marianne acconsentire, di entrare in casa mentre la signora Smith vi si trovava, con la quale Marianne non aveva la minima conoscenza.
Non appena lasciarono la sala da pranzo, Elinor la interrogò al riguardo; e grande fu la sua sorpresa quando scoprì che ogni circostanza riferita dalla signora Jennings era perfettamente vera. Marianne era piuttosto arrabbiata con lei per averne dubitato.
"Perché dovresti immaginare, Elinor, che non siamo andati lì, o che non abbiamo visto la casa? Non è ciò che hai spesso desiderato fare tu stessa?"
"Sì, Marianne, ma io non sarei andata mentre la signora Smith vi si trovava, e senza altro compagno che il signor Willoughby."
"Il signor Willoughby, comunque, è l'unica persona che può avere il diritto di mostrare quella casa; e poiché è andato su una carrozza aperta, era impossibile avere altro compagno. Non ho mai passato una mattinata più piacevole in vita mia."
"Temo," rispose Elinor, "che la piacevolezza di un'azione non ne provi sempre l'opportunità."
"Al contrario, nulla può esserne una prova più forte, Elinor; perché se ci fosse stata una reale improprietà in ciò che ho fatto, ne sarei stata consapevole sul momento, poiché sappiamo sempre quando agiamo male, e con una tale convinzione non avrei potuto provare alcun piacere."
"Ma, mia cara Marianne, poiché ti ha già esposto ad alcuni commenti molto impertinenti, non inizi ora a dubitare della discrezione della tua condotta?"
«Se le impertinenti osservazioni della signora Jennings devono essere la prova dell'improprietà di una condotta, siamo tutte in difetto in ogni momento della nostra vita. Non do alcun valore alla sua censura, così come non lo darei al suo encomio. Non mi rendo conto di aver fatto nulla di male nel passeggiare per i terreni della signora Smith, o nel vedere la sua casa. Un giorno saranno del signor Willoughby, e...»
«Se un giorno dovessero essere tuoi, Marianne, non saresti comunque giustificata in ciò che hai fatto.»
Lei arrossì a questa allusione; ma ne fu visibilmente gratificata; e dopo un intervallo di dieci minuti di profonda riflessione, si avvicinò di nuovo alla sorella e disse con grande buon umore: «Forse, Elinor, è stato piuttosto imprudente da parte mia andare ad Allenham; ma il signor Willoughby desiderava particolarmente mostrarmi il posto; ed è una casa incantevole, te lo assicuro. C'è un salottino al piano di sopra straordinariamente grazioso; di dimensioni piacevolmente comode per l'uso quotidiano, e con mobili moderni sarebbe delizioso. È una stanza d'angolo, e ha finestre su due lati. Da un lato si guarda oltre il campo da bocce, dietro la casa, verso un bellissimo bosco pensile, e dall'altro si ha una vista sulla chiesa e sul villaggio, e, oltre essi, su quelle belle colline audaci che abbiamo così spesso ammirato. Non l'ho vista al meglio, perché nulla potrebbe essere più squallido dei mobili, ma se venisse riarredata — un paio di centinaia di sterline, dice Willoughby, la renderebbero una delle stanze estive più piacevoli d'Inghilterra.»
Se Elinor avesse potuto ascoltarla senza l'interruzione degli altri, le avrebbe descritto ogni stanza della casa con uguale delizioso trasporto.
CAPITOLO XIV.
L'improvvisa conclusione della visita del colonnello Brandon al parco, con la sua fermezza nel nasconderne la causa, riempì la mente e sollevò la meraviglia della signora Jennings per due o tre giorni; lei era una grande curiosa, come chiunque debba essere se nutre un vivo interesse per tutti gli andirivieni dei propri conoscenti. Si chiedeva, con poca interruzione, quale potesse esserne il motivo; era certa che dovesse esserci qualche brutta notizia, e passava in rassegna ogni sorta di disgrazia che potesse essergli capitata, con la ferma determinazione che non ne avrebbe scansata nessuna.
«Deve essere successo qualcosa di molto malinconico, ne sono certa», disse. «Potevo vederlo sul suo volto. Pover'uomo! Temo che le sue condizioni economiche possano essere pessime. La tenuta di Delaford non è mai stata valutata più di duemila sterline l'anno, e suo fratello ha lasciato tutto tristemente ingarbugliato. Penso davvero che debba essere stato chiamato per questioni di denaro, perché cos'altro può essere? Mi chiedo se sia così. Darei qualsiasi cosa per conoscere la verità. Forse riguarda la signorina Williams e, a proposito, oso dire che è così, perché è apparso così consapevole quando l'ho menzionata. Può darsi che lei stia male in città; niente al mondo è più probabile, perché ho l'idea che sia sempre piuttosto cagionevole. Scommetterei qualsiasi cosa che riguardi la signorina Williams. Non è così probabile che si trovi in difficoltà economiche ora, perché è un uomo molto prudente, e di sicuro deve aver risanato la tenuta a quest'ora. Mi chiedo cosa possa essere! Può darsi che sua sorella stia peggio ad Avignone, e lo abbia fatto chiamare. Il suo partire in tale fretta sembra proprio suggerirlo. Ebbene, gli auguro di uscire da tutti i suoi guai con tutto il cuore, e di trovare una buona moglie per giunta.»
Così si meravigliava, così parlava la signora Jennings. La sua opinione variava con ogni nuova congettura, e tutte sembravano ugualmente probabili man mano che sorgevano. Elinor, sebbene si sentisse realmente interessata al benessere del colonnello Brandon, non poteva dedicare tutta la meraviglia alla sua improvvisa partenza che la signora Jennings desiderava le sentisse; poiché, oltre al fatto che la circostanza a suo parere non giustificava un tale stupore duraturo o una tale varietà di speculazioni, la sua meraviglia era rivolta altrove. Era assorbita dallo straordinario silenzio di sua sorella e di Willoughby sull'argomento, che dovevano sapere essere particolarmente interessante per tutti loro. Poiché questo silenzio continuava, ogni giorno lo faceva apparire più strano e più incompatibile con l'indole di entrambi. Perché non dovessero dichiarare apertamente a sua madre e a se stessa ciò che il loro costante comportamento reciproco dichiarava essere avvenuto, Elinor non riusciva a immaginarlo.
Poteva facilmente concepire che il matrimonio potesse non essere immediatamente alla loro portata; poiché, sebbene Willoughby fosse indipendente, non c'era motivo di credere che fosse ricco. La sua tenuta era stata valutata da Sir John a circa seicento o settecento sterline l'anno; ma viveva con una spesa a cui quel reddito difficilmente poteva corrispondere, e lui stesso si era spesso lamentato della propria povertà. Ma questo strano tipo di segretezza mantenuto da loro riguardo al loro fidanzamento, che in effetti non nascondeva nulla, non riusciva a spiegarselo; ed era così totalmente in contraddizione con le loro opinioni e pratiche generali, che un dubbio a volte entrava nella sua mente sul fatto che fossero realmente fidanzati, e questo dubbio era sufficiente a impedirle di fare qualsiasi indagine a Marianne.
Nulla poteva essere più espressivo di attaccamento verso tutti loro, del comportamento di Willoughby. Per Marianne aveva tutta la tenerezza distintiva che il cuore di un amante potesse dare, e per il resto della famiglia era l'affettuosa premura di un figlio e di un fratello. Il cottage sembrava essere considerato e amato da lui come la sua casa; molte più ore venivano trascorse lì che ad Allenham; e se nessun impegno generale li riuniva al parco, l'esercizio che lo chiamava fuori al mattino era quasi certo che finisse lì, dove il resto della giornata veniva trascorso da lui al fianco di Marianne, e dal suo cane da ferma preferito ai suoi piedi.
Una sera in particolare, circa una settimana dopo che il colonnello Brandon ebbe lasciato la regione, il suo cuore sembrò più che mai aperto a ogni sentimento di attaccamento verso gli oggetti che lo circondavano; e nel momento in cui la signora Dashwood menzionò il suo progetto di migliorare il cottage in primavera, egli si oppose calorosamente a ogni alterazione di un luogo che l'affetto aveva stabilito come perfetto ai suoi occhi.
«Cosa!» esclamò: «Migliorare questo caro cottage! No. A questo non acconsentirò mai. Non una pietra deve essere aggiunta alle sue mura, non un pollice alle sue dimensioni, se i miei sentimenti vengono presi in considerazione.»
«Non si allarmi», disse la signorina Dashwood, «nulla del genere verrà fatto; poiché mia madre non avrà mai denaro a sufficienza per tentare l'impresa.»
«Ne sono sinceramente lieto», gridò. «Possa essere sempre povera, se non può impiegare meglio le sue ricchezze.»
«Grazie, Willoughby. Ma può star certo che non sacrificherei nemmeno un sentimento del suo attaccamento locale, o di chiunque io ami, per tutti i miglioramenti del mondo. Dipenda dal fatto che qualsiasi somma inutilizzata possa rimanere, quando farò i conti in primavera, preferirei persino lasciarla inutilizzata piuttosto che disporne in un modo così doloroso per lei. Ma è davvero così attaccato a questo posto da non vederne alcun difetto?»
«Lo sono», disse lui. «Per me è senza difetti. Anzi, di più, lo considero l'unica forma di edificio in cui la felicità sia raggiungibile, e se fossi abbastanza ricco, abbatterei istantaneamente Combe, e la ricostruirei esattamente secondo il progetto di questo cottage.»
«Con scale strette e buie e una cucina che fa fumo, immagino», disse Elinor.
«Sì», gridò lui con lo stesso tono ansioso, «con tutto ciò che le appartiene; in nessuna convenienza o inconvenienza che lo riguarda, dovrebbe essere percepibile la minima variazione. Allora, e solo allora, sotto un tale tetto, potrei forse essere felice a Combe quanto lo sono stato a Barton.»
«Mi lusingo», rispose Elinor, «che anche sotto lo svantaggio di stanze migliori e una scala più ampia, troverà in futuro la sua casa altrettanto senza difetti di quanto trovi ora questa.»
«Ci sono certamente circostanze», disse Willoughby, «che potrebbero farmela molto amare; ma questo posto avrà sempre un diritto al mio affetto che nessun altro potrà mai condividere.»
La signora Dashwood guardò con piacere Marianne, i cui begli occhi erano fissi così espressivamente su Willoughby, da denotare chiaramente quanto bene lo comprendesse.
«Quante volte ho desiderato», aggiunse lui, «quando ero ad Allenham dodici mesi fa, che il cottage di Barton fosse abitato! Non sono mai passato in vista di esso senza ammirarne la situazione, e rammaricarmi che nessuno vi abitasse. Quanto poco pensavo allora che la primissima notizia che avrei sentito dalla signora Smith, quando sarei tornato nella regione, sarebbe stata che il cottage di Barton era stato preso: e ho provato un'immediata soddisfazione e interesse per l'evento, che nient'altro che una sorta di preveggenza della felicità che ne avrei tratto può spiegare. Non deve essere stato così, Marianne?» parlandole a voce bassa. Poi continuando col suo tono precedente, disse: «Eppure questa casa lei la rovinerebbe, signora Dashwood? Le ruberebbe la sua semplicità con miglioramenti immaginari! E questo caro salotto in cui la nostra conoscenza ebbe inizio, e nel quale tante ore felici sono state trascorse da noi insieme, lei lo degraderebbe alla condizione di un comune ingresso, e tutti sarebbero ansiosi di passare attraverso la stanza che finora ha contenuto in se stessa più reale sistemazione e conforto di quanto qualsiasi altro appartamento dalle dimensioni più sfarzose del mondo potrebbe mai offrire.»
La signora Dashwood lo rassicurò di nuovo che nessun'alterazione del genere sarebbe stata tentata.
«Lei è una brava donna», rispose calorosamente. «La sua promessa mi tranquillizza. La estenda un po' di più, e mi renderà felice. Mi dica che non solo la sua casa rimarrà la stessa, ma che troverò sempre lei e i suoi cari altrettanto immutati quanto la sua dimora; e che mi considererà sempre con la gentilezza che ha reso tutto ciò che le appartiene così caro a me.»
La promessa fu prontamente data, e il comportamento di Willoughby durante l'intera serata dichiarò al contempo il suo affetto e la sua felicità.
«La vedremo domani per cena?» disse la signora Dashwood, quando stava per lasciarli. «Non le chiedo di venire al mattino, perché dobbiamo camminare fino al parco, per fare visita a Lady Middleton.»
Si impegnò a essere da loro entro le quattro.
CAPITOLO XV.
La visita della signora Dashwood a Lady Middleton ebbe luogo il giorno seguente, e due delle sue figlie andarono con lei; ma Marianne si scusò dal far parte del gruppo, con un pretesto insignificante di occupazione; e sua madre, che concluse che Willoughby avesse fatto la sera prima la promessa di chiamarla mentre loro erano assenti, fu perfettamente soddisfatta del suo rimanere a casa.
Al loro ritorno dal parco trovarono il curricolo di Willoughby e il servitore in attesa al cottage, e la signora Dashwood fu convinta che la sua congettura fosse stata giusta. Fin qui tutto era come aveva previsto; ma entrando in casa vide ciò che nessuna lungimiranza le aveva insegnato ad aspettarsi. Non appena furono nel passaggio, Marianne uscì frettolosamente dal salotto apparentemente in violenta afflizione, con il fazzoletto agli occhi; e senza notarli corse di sopra. Sorpresi e allarmati procedettero direttamente nella stanza che lei aveva appena lasciato, dove trovarono solo Willoughby, che era appoggiato alla mensola del camino con le spalle rivolte a loro. Si voltò al loro arrivo, e il suo volto mostrò che condivideva fortemente l'emozione che sopraffaceva Marianne.
«C'è qualcosa che non va in lei?» gridò la signora Dashwood mentre entrava — «è malata?»
«Spero di no», rispose lui, cercando di sembrare allegro; e con un sorriso forzato aggiunse poco dopo: «Sono io che potrei piuttosto aspettarmi di essere malato — perché sto soffrendo ora per una delusione molto pesante!»
«Delusione?»
«Sì, perché non sono in grado di mantenere il mio impegno con voi. La signora Smith ha questa mattina esercitato il privilegio della ricchezza su un povero cugino dipendente, mandandomi per affari a Londra. Ho appena ricevuto i miei dispacci, e ho preso il mio commiato da Allenham; e per modo di rallegrarmi sono ora venuto a prendere il mio commiato da voi.»
«A Londra! — e parte questa mattina?»
«Quasi in questo momento.»
«Questo è molto sfortunato. Ma la signora Smith deve essere accontentata; — e i suoi affari spero non la tratterranno a lungo da noi.»
Arrossì mentre rispondeva: «Lei è molto gentile, ma non ho idea di ritornare nel Devonshire immediatamente. Le mie visite alla signora Smith non vengono mai ripetute entro dodici mesi.»
«Ed è la signora Smith la sua unica amica? È Allenham l'unica casa nel vicinato dove sarà benvenuto? Vergogna, Willoughby, può aspettare un invito qui?»
Il suo colore aumentò; e con gli occhi fissi a terra rispose solo: «Lei è troppo buona.»
La signora Dashwood guardò Elinor con sorpresa. Elinor provò uguale stupore. Per alcuni istanti tutti rimasero in silenzio. La signora Dashwood parlò per prima.
«Devo solo aggiungere, mio caro Willoughby, che al cottage di Barton sarà sempre il benvenuto; perché non la premerò di tornare qui immediatamente, perché solo lei può giudicare quanto ciò potrebbe essere gradito alla signora Smith; e su questo punto non sarò più disposta a mettere in dubbio il suo giudizio che a dubitare della sua inclinazione.»
«I miei impegni al momento», rispose Willoughby, confuso, «sono di tale natura — che — non oso lusingarmi —»
Si fermò. La signora Dashwood era troppo stupita per parlare, e seguì un'altra pausa. Questa fu interrotta da Willoughby, che disse con un debole sorriso: «È follia indugiare in questo modo. Non mi tormenterò più rimanendo tra amici la cui compagnia è impossibile per me ora godere.»
Prese quindi frettolosamente congedo da tutti loro e lasciò la stanza. Lo videro salire sulla sua carrozza, e in un minuto fu fuori vista.
La signora Dashwood provò troppo per parlare, e lasciò istantaneamente il salotto per dare sfogo in solitudine alla preoccupazione e all'allarme che questa improvvisa partenza causava.
Il disagio di Elinor era almeno uguale a quello di sua madre. Pensò a ciò che era appena passato con ansia e sfiducia. Il comportamento di Willoughby nel prendere congedo da loro, il suo imbarazzo, e l'affettazione di allegria, e, soprattutto, la sua riluttanza ad accettare l'invito di sua madre, una ritrosia così diversa da un amante, così diversa da lui stesso, la disturbò grandemente. Un momento temette che nessun disegno serio fosse mai stato formato da parte sua; e quello dopo che qualche sfortunata lite avesse avuto luogo tra lui e sua sorella; — il disagio in cui Marianne aveva lasciato la stanza era tale che una lite seria poteva spiegare più ragionevolmente, sebbene quando considerasse cosa fosse l'amore di Marianne per lui, una lite sembrasse quasi impossibile.
Ma qualunque potessero essere i particolari della loro separazione, l'afflizione di sua sorella era indubitabile; e pensò con la più tenera compassione a quel violento dolore a cui Marianne era con ogni probabilità non solo cedendo come sollievo, ma alimentando e incoraggiando come un dovere.
Dopo circa mezz'ora sua madre ritornò, e sebbene i suoi occhi fossero rossi, il suo volto non era allegro.
«Il nostro caro Willoughby è ora a qualche miglio da Barton, Elinor», disse, mentre si sedeva al lavoro, «e con quanto cuore pesante viaggia?»
«È tutto molto strano. Andarsene così improvvisamente! Sembra opera di un momento. E ieri sera era con noi così felice, così allegro, così affettuoso? E ora, dopo solo dieci minuti di preavviso — Partito anche senza intenzione di tornare! — Qualcosa di più di quello che ci ha confessato deve essere accaduto. Non ha parlato, non si è comportato come lui stesso. Devi aver visto la differenza anche tu. Cosa può essere? Possono aver litigato? Perché altrimenti avrebbe mostrato tale riluttanza ad accettare il tuo invito qui?»
«Non era l'inclinazione che gli mancava, Elinor; potevo vedere chiaramente che era così. Non aveva il potere di accettarlo. Ci ho pensato sopra, te lo assicuro, e posso spiegare perfettamente ogni cosa che all'inizio sembrava strana a me come a te.»
«Puoi, davvero!»
«Sì. Me lo sono spiegato nel modo più soddisfacente; — ma tu, Elinor, che ami dubitare dove puoi — non ti soddisferà, lo so; ma non mi farai cambiare la mia fiducia in questo. Sono persuasa che la signora Smith sospetti il suo riguardo per Marianne, lo disapprovi, (forse perché ha altri progetti per lui,) e per questo motivo sia ansiosa di farlo andare via; — e che gli affari che lei gli ordina di sbrigare siano inventati come scusa per congedarlo. Questo è ciò che credo sia accaduto. Egli è, inoltre, consapevole che lei disapprova il legame, non osa quindi al momento confessarle il suo fidanzamento con Marianne, e si sente obbligato, dalla sua situazione di dipendenza, a cedere ai suoi piani, e ad assentarsi dal Devonshire per un po'. Mi dirai, lo so, che questo può o non può essere accaduto; ma non ascolterò alcuna cavillazione, a meno che tu non possa indicare qualsiasi altro metodo per comprendere l'affare che sia soddisfacente quanto questo. E ora, Elinor, cosa hai da dire?»
«Nulla, perché hai anticipato la mia risposta.»
«Allora avresti voluto dirmi, che poteva o non poteva essere accaduto. Oh, Elinor, quanto sono incomprensibili i tuoi sentimenti! Preferiresti prendere il male a credito piuttosto che il bene. Preferiresti cercare la miseria per Marianne, e la colpa per il povero Willoughby, piuttosto che una scusa per quest'ultimo. Sei risoluta a pensarlo colpevole, perché ha preso congedo da noi con meno affetto di quanto il suo solito comportamento abbia mostrato. E non si deve fare alcuna concessione per la sbadataggine, o per gli animi depressi da una recente delusione? Non si devono accettare probabilità, semplicemente perché non sono certezze? Non si deve nulla all'uomo che abbiamo tutte tali ragioni di amare, e nessun motivo al mondo per pensare male? Alla possibilità di motivi inconfutabili in se stessi, sebbene inevitabilmente segreti per un po'? E, dopo tutto, di cosa lo sospetti?»
«Posso a stento dirlo a me stessa. Ma il sospetto di qualcosa di sgradevole è l'inevitabile conseguenza di un tale cambiamento come quello a cui abbiamo appena assistito in lui. C'è grande verità, comunque, in ciò che hai ora sostenuto sulle concessioni che dovrebbero essere fatte per lui, ed è mio desiderio essere candida nel mio giudizio su tutti. Willoughby può indubbiamente avere ragioni molto sufficienti per la sua condotta, e spererò che le abbia. Ma sarebbe stato più da Willoughby riconoscerle subito. La segretezza può essere consigliabile; ma ancora non posso fare a meno di meravigliarmi che sia praticata da lui.»
«Non biasimarlo, comunque, per essersi allontanato dal suo carattere, dove la deviazione è necessaria. Ma ammetti davvero la giustizia di ciò che ho detto in sua difesa? — Sono felice — ed egli è assolto.»
«Non interamente. Può essere opportuno nascondere il loro fidanzamento (se sono fidanzati) alla signora Smith — e se questo è il caso, deve essere altamente opportuno per Willoughby essere poco nel Devonshire al momento. Ma questa non è una scusa per nasconderlo a noi.»
«Nasconderlo a noi! mia cara bambina, accusi Willoughby e Marianne di occultamento? Questo è strano davvero, quando i tuoi occhi li hanno rimproverati ogni giorno per imprudenza.»
«Non voglio prove del loro affetto», disse Elinor; «ma del loro fidanzamento sì.»
«Sono perfettamente soddisfatta di entrambi.»
«Eppure non una sillaba è stata detta a te sull'argomento, da nessuno dei due.»
«Non ho cercato sillabe laddove le azioni hanno parlato così chiaramente. Il suo comportamento verso Marianne e verso tutti noi, almeno nell'ultima quindicina di giorni, non ha forse dichiarato che l'amava e la considerava sua futura moglie, e che provava per noi l'attaccamento di un parente stretto? Non ci siamo forse intesi perfettamente? Il mio consenso non è stato forse richiesto quotidianamente dai suoi sguardi, dai suoi modi, dal suo rispetto attento e affettuoso? La mia Elinor, è possibile dubitare del loro fidanzamento? Come ti può essere venuto in mente un simile pensiero? Come si può supporre che Willoughby, persuaso com'egli deve essere dell'amore di tua sorella, dovrebbe lasciarla, e lasciarla forse per mesi, senza parlarle del suo affetto; — che debbano separarsi senza un reciproco scambio di confidenze?»
«Confesso», rispose Elinor, «che ogni circostanza, tranne una, è a favore del loro fidanzamento; ma quell'unica circostanza è il silenzio totale di entrambi sull'argomento, e per me pesa quasi più di ogni altra cosa.»
«Com'è strano questo! Devi avere un'opinione davvero misera di Willoughby, se, dopo tutto ciò che è apertamente intercorso tra loro, puoi dubitare della natura dei termini in cui si trovano. Ha forse recitato una parte nel suo comportamento verso tua sorella per tutto questo tempo? Lo supponi davvero indifferente a lei?»
«No, non posso pensarlo. Deve amarla, e la ama, ne sono certa.»
«Ma con uno strano tipo di tenerezza, se può lasciarla con tale indifferenza, con tale noncuranza per il futuro, come tu gli attribuisci.»
«Devi ricordare, mia cara madre, che non ho mai considerato questa faccenda come certa. Ho avuto i miei dubbi, lo confesso; ma sono più deboli di quanto non fossero, e potrebbero presto svanire del tutto. Se scopriamo che si scrivono, ogni mio timore sarà rimosso.»
«Una concessione davvero grandiosa! Se tu dovessi vederli all'altare, supporresti che stanno per sposarsi. Ragazza ingrata! Ma io non richiedo una tale prova. Nulla a mio parere è mai accaduto che giustifichi il dubbio; non è stato tentato alcun segreto; tutto è stato uniformemente aperto e senza riserve. Non puoi dubitare dei desideri di tua sorella. Deve essere dunque Willoughby quello che sospetti. Ma perché? Non è forse un uomo d'onore e di sentimento? C'è stata qualche incoerenza da parte sua tale da creare allarme? Può essere ingannevole?»
«Spero di no, credo di no», esclamò Elinor. «Amo Willoughby, lo amo sinceramente; e il sospetto sulla sua integrità non può essere più doloroso per te che per me. È stato involontario, e non lo incoraggerò. Sono rimasta sorpresa, lo confesso, dal cambiamento nei suoi modi stamattina; — non parlava come suo solito, e non ha ricambiato la tua gentilezza con alcuna cordialità. Ma tutto questo può essere spiegato da una situazione dei suoi affari come quella che hai supposto. Aveva appena lasciato mia sorella, l'aveva vista separarsi da lui nella più grande afflizione; e se si sentiva obbligato, per paura di offendere la signora Smith, a resistere alla tentazione di tornare presto qui, pur consapevole che rifiutando il tuo invito, dicendo che stava partendo per qualche tempo, sarebbe sembrato agire in modo poco generoso e sospetto verso la nostra famiglia, potrebbe ben essere stato imbarazzato e turbato. In tal caso, un'ammissione chiara e aperta delle sue difficoltà sarebbe stata più onorevole, penso, oltre che più coerente con il suo carattere generale; — ma non solleverò obiezioni contro la condotta di nessuno su un fondamento così poco liberale come una differenza di giudizio dalla mia, o una deviazione da ciò che io possa pensare giusto e coerente.»
«Parli in modo molto appropriato. Willoughby certamente non merita di essere sospettato. Sebbene non lo conosciamo da molto, non è uno straniero in questa parte del mondo; e chi ha mai parlato a suo svantaggio? Se si fosse trovato in una situazione tale da agire in modo indipendente e sposarsi subito, avrebbe potuto essere strano che ci avesse lasciato senza confessarmi tutto immediatamente: ma non è questo il caso. È un fidanzamento per certi versi non iniziato in modo prospero, poiché il loro matrimonio deve essere a una distanza molto incerta; e persino la segretezza, per quanto possa essere osservata, può ora essere molto consigliabile.»
Furono interrotte dall'entrata di Margaret; ed Elinor fu allora libera di riflettere sulle rappresentazioni di sua madre, di riconoscere la probabilità di molte, e di sperare nella giustizia di tutte.
Non videro Marianne fino all'ora di cena, quando ella entrò nella stanza e prese posto a tavola senza dire una parola. I suoi occhi erano rossi e gonfi; e sembrava che le sue lacrime fossero trattenute a stento persino in quel momento. Evitò gli sguardi di tutti, non poté né mangiare né parlare, e dopo un po', al silenzioso stringerle la mano da parte della madre con tenera compassione, il suo piccolo grado di forza d'animo fu completamente sopraffatto, scoppiò in lacrime e lasciò la stanza.
Questa violenta oppressione dello spirito continuò per tutta la sera. Era priva di qualsiasi potere, perché priva di qualsiasi desiderio di controllo su se stessa. Il minimo accenno a qualsiasi cosa relativa a Willoughby la sopraffaceva all'istante; e sebbene la sua famiglia fosse attentissima al suo conforto, era impossibile per loro, se pure parlavano, restare lontani da ogni argomento che i suoi sentimenti collegavano a lui.
CAPITOLO XVI.
Marianne si sarebbe ritenuta molto inescusabile se fosse stata in grado di dormire anche solo un po' la prima notte dopo la separazione da Willoughby. Si sarebbe vergognata di guardare in faccia la sua famiglia la mattina seguente, se non si fosse alzata dal letto con più bisogno di riposo di quando vi si era coricata. Ma i sentimenti che rendevano una tale compostezza una vergogna, non le lasciarono alcun pericolo di incorrerci. Rimase sveglia tutta la notte, e pianse per la maggior parte del tempo. Si alzò con il mal di testa, incapace di parlare e restia a prendere qualsiasi nutrimento; dando dolore a ogni momento a sua madre e alle sorelle, e vietando ogni tentativo di consolazione da parte dell'una o dell'altra. La sua sensibilità era abbastanza potente!
Quando la colazione fu terminata, uscì da sola e vagò per il villaggio di Allenham, indulgendo nel ricordo del piacere passato e piangendo sul presente rovescio per gran parte della mattinata.
La serata trascorse nell'uguale indulgenza del sentimento. Suonò ogni canzone preferita che era solita suonare per Willoughby, ogni aria nelle quali le loro voci si erano unite più spesso, e sedette allo strumento fissando ogni riga di musica che lui aveva scritto per lei, finché il suo cuore fu così pesante che non si poteva ottenere ulteriore tristezza; e questo nutrimento del dolore veniva applicato ogni giorno. Trascorreva intere ore al pianoforte alternando il canto al pianto; la sua voce spesso totalmente sospesa dalle lacrime. Anche nei libri, così come nella musica, corteggiava la miseria che un contrasto tra il passato e il presente era certo di dare. Non leggeva altro che ciò che erano soliti leggere insieme.
Una tale violenza di afflizione, in verità, non poteva essere sostenuta per sempre; si attenuò nel giro di pochi giorni in una malinconia più calma; ma queste occupazioni, alle quali ricorreva quotidianamente, le sue passeggiate solitarie e le meditazioni silenziose, producevano ancora occasionali effusioni di dolore vivaci come sempre.
Nessuna lettera da Willoughby arrivò; e nessuna sembrava attesa da Marianne. Sua madre era sorpresa, ed Elinor tornò a essere inquieta. Ma la signora Dashwood riusciva a trovare spiegazioni ogni volta che ne aveva bisogno, il che almeno soddisfaceva lei stessa.
«Ricorda, Elinor», disse, «quanto spesso Sir John va a prendere le nostre lettere di persona alla posta, e le porta lì. Abbiamo già concordato che la segretezza può essere necessaria, e dobbiamo riconoscere che non potrebbe essere mantenuta se la loro corrispondenza dovesse passare per le mani di Sir John.»
Elinor non poté negare la verità di ciò, e cercò di trovare in esso un motivo sufficiente per il loro silenzio. Ma c'era un metodo così diretto, così semplice e, a suo parere, così opportuno per conoscere il vero stato della faccenda, e per rimuovere istantaneamente ogni mistero, che non poté fare a meno di suggerirlo a sua madre.
«Perché non chiedi a Marianne direttamente», disse, «se è o non è fidanzata con Willoughby? Da te, sua madre, e una madre così gentile, così indulgente, la domanda non potrebbe dare offesa. Sarebbe il risultato naturale del tuo affetto per lei. Era solita essere tutta schiettezza, e verso di te più specialmente.»
«Non farei una tale domanda per nulla al mondo. Supponendo possibile che non siano fidanzati, quale angoscia non infliggerebbe una tale indagine! Ad ogni modo sarebbe oltremodo poco generoso. Non meriterei mai più la sua confidenza, dopo averle estorto una confessione di ciò che al momento si intende non sia riconosciuto a nessuno. Conosco il cuore di Marianne: so che mi ama teneramente, e che non sarò l'ultima alla quale la faccenda verrà resa nota, quando le circostanze renderanno opportuno il rivelarla. Non tenterei di forzare la confidenza di nessuno; di una figlia tanto meno; poiché un senso del dovere impedirebbe la smentita che i suoi desideri potrebbero dettare.»
Elinor pensò che questa generosità fosse esagerata, considerando la giovinezza di sua sorella, e insistette ulteriormente, ma invano; il buon senso, la cura comune, la prudenza comune, erano tutti affondati nella romantica delicatezza della signora Dashwood.
Trascorsero diversi giorni prima che il nome di Willoughby venisse menzionato davanti a Marianne da qualcuno della sua famiglia; Sir John e la signora Jennings, in verità, non erano così delicati; le loro arguzie aggiungevano dolore a molte ore dolorose; — ma una sera, la signora Dashwood, prendendo accidentalmente un volume di Shakespeare, esclamò:
«Non abbiamo mai finito l'Amleto, Marianne; il nostro caro Willoughby se n'è andato prima che potessimo finirlo. Lo metteremo da parte, così che quando tornerà... Ma potrebbero passare dei mesi, forse, prima che ciò accada.»
«Mesi!» esclamò Marianne, con viva sorpresa. «No — né molte settimane.»
La signora Dashwood si pentì di ciò che aveva detto; ma diede piacere a Elinor, poiché produsse una risposta da Marianne così espressiva di fiducia in Willoughby e di conoscenza delle sue intenzioni.
Una mattina, circa una settimana dopo la sua partenza dalla campagna, Marianne fu convinta a unirsi alle sorelle nella loro solita passeggiata, invece di vagare via da sola. Finora aveva evitato accuratamente ogni compagno nelle sue scorribande. Se le sorelle intendevano camminare sulle colline, lei scivolava direttamente verso i sentieri; se parlavano della valle, era altrettanto svelta ad arrampicarsi sui monti, e non poteva mai essere trovata quando le altre partivano. Ma alla fine fu assicurata dagli sforzi di Elinor, che disapprovava fortemente un tale continuo isolamento. Camminarono lungo la strada attraverso la valle, e principalmente in silenzio, poiché la mente di Marianne non poteva essere controllata, ed Elinor, soddisfatta di aver ottenuto un punto, non avrebbe poi tentato altro. Oltre l'ingresso della valle, dove il paesaggio, sebbene ancora ricco, era meno selvaggio e più aperto, un lungo tratto della strada che avevano percorso al loro primo arrivo a Barton giaceva davanti a loro; e giunte a quel punto, si fermarono per guardarsi intorno ed esaminare un panorama che formava la distanza della loro vista dal cottage, da un punto che non era mai capitato loro di raggiungere in nessuna delle loro passeggiate prima d'allora.
Tra gli oggetti nella scena, ne scoprirono presto uno animato; era un uomo a cavallo che cavalcava verso di loro. In pochi minuti poterono distinguere che si trattava di un gentiluomo; e un momento dopo Marianne esclamò con rapimento:
«È lui; è davvero lui; — so che è lui!» — e si stava affrettando ad andargli incontro, quando Elinor gridò:
«Davvero, Marianne, penso che tu ti stia sbagliando. Non è Willoughby. La persona non è abbastanza alta per essere lui, e non ha la sua aria.»
«Ce l'ha, ce l'ha», gridò Marianne, «ne sono certa. La sua aria, il suo cappotto, il suo cavallo. Sapevo quanto presto sarebbe venuto.»
Camminò avidamente mentre parlava; ed Elinor, per proteggere Marianne dalla particolarità, poiché si sentiva quasi certa che non fosse Willoughby, accelerò il passo e la raggiunse. Erano presto a trenta iarde dal gentiluomo. Marianne guardò di nuovo; il suo cuore sprofondò in lei; e voltandosi bruscamente, si stava affrettando a tornare indietro, quando le voci di entrambe le sue sorelle furono alzate per trattenerla; una terza, quasi altrettanto nota quanto quella di Willoughby, si unì a loro nel pregarla di fermarsi, e lei si voltò con sorpresa per vedere e dare il benvenuto a Edward Ferrars.
Era l'unica persona al mondo che in quel momento potesse essere perdonata per non essere Willoughby; l'unica che avrebbe potuto ottenere un sorriso da lei; ma disperse le sue lacrime per sorridergli, e nella felicità della sorella dimenticò per un momento la propria delusione.
Smontò da cavallo e, dando la bestia al suo servitore, tornò indietro con loro a Barton, dove era venuto appositamente per far loro visita.
Fu accolto da tutte loro con grande cordialità, ma specialmente da Marianne, che mostrò più calore di riguardo nella sua accoglienza verso di lui di quanto non facesse persino Elinor stessa. Per Marianne, in verità, l'incontro tra Edward e sua sorella non era che una continuazione di quella inspiegabile freddezza che aveva spesso osservato a Norland nel loro reciproco comportamento. Da parte di Edward, più particolarmente, c'era una carenza di tutto ciò che un amante dovrebbe guardare e dire in una tale occasione. Era confuso, sembrava a malapena sensibile al piacere nel vederle, non appariva né rapito né allegro, disse poco se non ciò che era forzato da domande, e non distinse Elinor con alcun segno di affetto. Marianne osservava e ascoltava con crescente sorpresa. Iniziò quasi a provare antipatia per Edward; e finì, come ogni sentimento deve finire con lei, col riportare i suoi pensieri a Willoughby, i cui modi formavano un contrasto sufficientemente sorprendente con quelli del suo futuro cognato.
Dopo un breve silenzio che succedette alla prima sorpresa e alle domande dell'incontro, Marianne chiese a Edward se venisse direttamente da Londra. No, era nel Devonshire da una quindicina di giorni.
«Una quindicina di giorni!» ripeté lei, sorpresa che fosse rimasto così a lungo nella stessa contea con Elinor senza vederla prima.
Lui sembrò piuttosto turbato mentre aggiungeva di essere stato ospite di alcuni amici vicino a Plymouth.
«Sei stato recentemente nel Sussex?» disse Elinor.
«Sono stato a Norland circa un mese fa.»
«E come appare la cara, cara Norland?» gridò Marianne.
«La cara, cara Norland», disse Elinor, «probabilmente appare molto come sempre in questo periodo dell'anno. I boschi e i sentieri fittamente coperti di foglie morte.»
«Oh», gridò Marianne, «con che sensazione trascinante le ho viste cadere in passato! Come mi sono dilettata, mentre camminavo, a vederle sospinte in piogge attorno a me dal vento! Quali sentimenti hanno ispirato loro, la stagione, l'aria nel complesso! Ora non c'è nessuno a considerarle. Sono viste solo come un fastidio, spazzate via in fretta, e spinte il più possibile fuori dalla vista.»
«Non tutti», disse Elinor, «hanno la tua passione per le foglie morte.»
«No; i miei sentimenti non sono spesso condivisi, non spesso compresi. Ma a volte lo sono.» — Mentre diceva questo, sprofondò in una fantasticheria per pochi istanti; — ma riscuotendosi di nuovo: «Ora, Edward», disse, attirando la sua attenzione sul panorama, «ecco la valle di Barton. Guarda verso di essa, e sii tranquillo se puoi. Guarda quelle colline! Hai mai visto le loro eguali? A sinistra c'è il parco di Barton, tra quei boschi e piantagioni. Puoi vedere l'estremità della casa. E là, sotto quella collina più lontana, che sorge con tale grandezza, c'è il nostro cottage.»
«È un bel paese», rispose lui; «ma questi fondovalle devono essere fangosi in inverno.»
«Come puoi pensare al fango, con tali oggetti davanti a te?»
«Perché», rispose lui, sorridendo, «tra il resto degli oggetti davanti a me, vedo un sentiero molto fangoso.»
«Com'è strano!» disse Marianne tra sé mentre proseguiva.
«Avete un vicinato gradevole qui? I Middleton sono persone piacevoli?»
«No, per nulla», rispose Marianne; «non potremmo essere situati in modo più sfortunato.»
«Marianne», gridò sua sorella, «come puoi dire così? Come puoi essere così ingiusta? Sono una famiglia molto rispettabile, signor Ferrars; e verso di noi si sono comportati nel modo più amichevole. Hai dimenticato, Marianne, quanti giorni piacevoli dobbiamo a loro?»
«No», disse Marianne, a bassa voce, «né quanti momenti dolorosi.»
Elinor non prestò attenzione a questo; e dirigendo la sua attenzione al loro ospite, cercò di sostenere qualcosa di simile a una conversazione con lui, parlando della loro attuale residenza, delle sue comodità, ecc., estorcendogli occasionali domande e osservazioni. La sua freddezza e riserva la mortificarono severamente; era contrariata e mezzo arrabbiata; ma risolvendo di regolare il suo comportamento verso di lui in base al passato piuttosto che al presente, evitò ogni apparenza di risentimento o dispiacere, e lo trattò come pensava dovesse essere trattato in virtù del legame familiare.
CAPITOLO XVII.
La signora Dashwood fu sorpresa solo per un momento nel vederlo; poiché il suo venire a Barton era, a suo parere, tra tutte le cose la più naturale. La sua gioia e l'espressione di riguardo sopravvissero a lungo alla sua meraviglia. Ricevette il più gentile benvenuto da lei; e timidezza, freddezza, riserva non poterono resistere a una tale accoglienza. Avevano iniziato a venir meno prima che entrasse in casa, e furono completamente superate dai modi accattivanti della signora Dashwood. In effetti, un uomo non avrebbe potuto essere molto innamorato di una delle sue figlie, senza estendere la passione a lei; ed Elinor ebbe la soddisfazione di vederlo presto tornare più simile a se stesso. I suoi affetti sembrarono rianimarsi verso tutti loro, e il suo interesse per il loro benessere divenne di nuovo percepibile. Non era di buon umore, tuttavia; lodò la loro casa, ammirò il suo panorama, era attento e gentile; ma ancora non era di buon umore. L'intera famiglia lo percepì, e la signora Dashwood, attribuendolo a una qualche mancanza di liberalità in sua madre, sedette a tavola indignata contro tutti i genitori egoisti.
«Quali sono le intenzioni della signora Ferrars per te al momento, Edward?» disse, quando la cena fu finita e si furono riuniti attorno al fuoco; «devi ancora essere un grande oratore tuo malgrado?»
«No. Spero che mia madre sia ora convinta che io non ho più talenti che inclinazione per una vita pubblica!»
«Ma come deve essere stabilita la tua fama? poiché famoso devi essere per soddisfare tutta la tua famiglia; e senza alcuna inclinazione per le spese, nessun affetto per gli estranei, nessuna professione e nessuna sicurezza, potresti trovare la cosa difficile.»
«Non tenterò. Non ho alcun desiderio di essere distinto; e ho ogni ragione di sperare che non lo sarò mai. Ringraziando il Cielo! Non posso essere costretto a diventare un genio e un eloquente.»
«Non hai ambizione, lo so bene. I tuoi desideri sono tutti moderati.»
«Moderati quanto quelli del resto del mondo, credo. Desidero, come chiunque altro, essere perfettamente felice; ma, come chiunque altro, deve essere a modo mio. La grandezza non mi renderà tale.»
«Strano che lo farebbe!» gridò Marianne. «Cosa hanno a che fare la ricchezza o la grandezza con la felicità?»
«La grandezza ha ben poco», disse Elinor, «ma la ricchezza ha molto a che fare con essa.»
«Elinor, vergognati!» disse Marianne, «il denaro può dare felicità solo dove non c'è nient'altro da dare. Oltre una competenza, non può offrire alcuna vera soddisfazione, per quanto riguarda il sé.»
«Forse», disse Elinor, sorridendo, «potremmo arrivare allo stesso punto. La tua competenza e la mia ricchezza sono molto simili, oso dire; e senza di esse, come va il mondo ora, saremo entrambi d'accordo che ogni sorta di conforto esterno verrebbe a mancare. Le tue idee sono solo più nobili delle mie. Su, qual è la tua competenza?»
«Circa milleottocento o duemila l'anno; non più di quello.»
Elinor rise. «Duemila l'anno! una è la mia ricchezza! Avevo indovinato come sarebbe finita.»
«Eppure duemila l'anno è un reddito molto moderato», disse Marianne. «Una famiglia non può essere mantenuta bene con meno. Sono sicura di non essere stravagante nelle mie richieste. Un adeguato numero di servitori, una carrozza, forse due, e cavalli da caccia, non possono essere mantenuti con meno.»
Elinor sorrise di nuovo, nel sentire sua sorella descrivere così accuratamente le loro future spese a Combe Magna.
«Cavalli da caccia!» ripeté Edward — «ma perché devi avere cavalli da caccia? Non tutti cacciano.»
Marianne arrossì mentre rispondeva: «Ma la maggior parte delle persone lo fa.»
«Vorrei», disse Margaret, con un’idea nuova, «che qualcuno ci desse a tutte una gran bella fortuna!»
«Oh, volesse il cielo!» esclamò Marianne, con gli occhi che brillavano di animazione e le guance accese per la delizia di una tale felicità immaginaria.
«Credo che siamo tutte d’accordo su questo desiderio», disse Elinor, «nonostante l’insufficienza della ricchezza.»
«Oh, cielo!» esclamò Margaret, «quanto sarei felice! Mi chiedo cosa ne farei!»
Marianne sembrò non avere alcun dubbio su quel punto.
«Io sarei in imbarazzo a spendere una fortuna così grande», disse la signora Dashwood, «se le mie figlie dovessero essere tutte ricche senza il mio aiuto.»
«Dovresti cominciare i lavori di miglioramento in questa casa», osservò Elinor, «e le tue difficoltà svanirebbero presto.»
«Che ordini magnifici partirebbero da questa famiglia verso Londra», disse Edward, «in un simile evento! Che giorno felice per librai, venditori di musica e negozi di stampe! Tu, Miss Dashwood, daresti un incarico generale per farti inviare ogni nuova stampa di valore — e quanto a Marianne, conosco la sua grandezza d’animo, non ci sarebbe musica a sufficienza a Londra per accontentarla. E i libri! — Thomson, Cowper, Scott — li comprerebbe tutti più e più volte: credo che comprerebbe ogni singola copia per evitare che finiscano in mani indegne; e vorrebbe ogni libro che le insegni ad ammirare un vecchio albero contorto. Non è così, Marianne? Perdonami se sono molto impertinente. Ma volevo dimostrarti che non ho dimenticato le nostre vecchie dispute.»
«Amo essere richiamata al passato, Edward — che sia malinconico o allegro, amo ricordarlo — e non mi offenderai mai parlando dei tempi andati. Hai molta ragione nel supporre come verrebbe speso il mio denaro — almeno una parte — il mio denaro contante sarebbe certamente impiegato nell’arricchire la mia collezione di musica e libri.»
«E il grosso della tua fortuna verrebbe investito in rendite vitalizie per gli autori o i loro eredi.»
«No, Edward, avrei qualcos’altro da farne.»
«Forse, allora, lo destineresti come ricompensa a quella persona che scrivesse la difesa più capace della tua massima preferita, che nessuno può innamorarsi più di una volta nella vita — la tua opinione su questo punto è immutata, presumo?»
«Senza dubbio. Alla mia età le opinioni sono abbastanza radicate. Non è probabile che io possa ora vedere o ascoltare qualcosa che le cambi.»
«Marianne è ferma come sempre, vedi», disse Elinor, «non è affatto cambiata.»
«È solo diventata un po’ più seria di quanto fosse.»
«Via, Edward», disse Marianne, «non hai bisogno di rimproverarmi. Neanche tu sei molto allegro.»
«Perché pensi questo!» rispose lui, con un sospiro. «Ma l’allegria non è mai stata parte del mio carattere.»
«E non credo che faccia parte di quello di Marianne», disse Elinor; «difficilmente la definirei una ragazza vivace — è molto seria, molto ardente in tutto ciò che fa — a volte parla molto e sempre con animazione — ma non è spesso veramente allegra.»
«Credo che tu abbia ragione», rispose lui, «eppure l’ho sempre considerata una ragazza vivace.»
«Mi sono spesso sorpresa a commettere errori di questo genere», disse Elinor, «in una totale incomprensione del carattere sotto qualche aspetto o un altro: immaginando le persone molto più allegre o gravi, o ingegnose o stupide di quanto non siano in realtà, e non so dire perché o in cosa sia nata l’inganno. A volte ci si lascia guidare da ciò che dicono di se stesse, e molto frequentemente da ciò che gli altri dicono di loro, senza darsi il tempo di riflettere e giudicare.»
«Ma pensavo che fosse giusto, Elinor», disse Marianne, «essere guidati interamente dall’opinione degli altri. Pensavo che il nostro giudizio ci fosse stato dato solo per essere subordinato a quello dei vicini. Questa è sempre stata la tua dottrina, ne sono certa.»
«No, Marianne, mai. La mia dottrina non ha mai mirato alla sottomissione dell’intelletto. Tutto ciò che ho mai cercato di influenzare è stato il comportamento. Non devi confondere il mio significato. Sono colpevole, lo confesso, di aver spesso desiderato che tu trattassi i nostri conoscenti in generale con maggiore attenzione; ma quando ti ho mai consigliato di adottare i loro sentimenti o di conformarti al loro giudizio nelle questioni serie?»
«Non sei riuscita a portare tua sorella dalla tua parte per il tuo piano di cortesia generale», disse Edward a Elinor. «Non guadagni terreno?»
«Tutt’altro», rispose Elinor, guardando Marianne in modo espressivo.
«Il mio giudizio», rispose lui, «è tutto dalla tua parte della questione; ma temo che la mia pratica sia molto più dalla parte di tua sorella. Non desidero mai offendere, ma sono così scioccamente timido che spesso sembro negligente, quando sono solo frenato dal mio naturale imbarazzo. Ho spesso pensato di essere stato destinato dalla natura ad amare la compagnia di gente umile, sono così poco a mio agio tra estranei di buona condizione!»
«Marianne non ha la timidezza a scusare una sua qualunque disattenzione», disse Elinor.
«Conosce troppo bene il proprio valore per soffrire di falsa vergogna», rispose Edward. «La timidezza è solo l’effetto di un senso di inferiorità in un modo o nell’altro. Se potessi convincermi che i miei modi sono perfettamente disinvolti e aggraziati, non sarei timido.»
«Ma saresti comunque riservato», disse Marianne, «e questo è peggio.»
Edward sobbalzò. «Riservato! Sono riservato, Marianne?»
«Sì, molto.»
«Non ti capisco», rispose lui, arrossendo. «Riservato! — come, in che modo? Cosa devo dirti? Cosa puoi supporre?»
Elinor sembrò sorpresa dalla sua emozione; ma cercando di liquidare l’argomento con una risata, gli disse: «Non conosci abbastanza mia sorella da capire cosa intenda? Non sai che chiama riservato chiunque non parli veloce quanto lei e non ammiri ciò che ammira lei con il suo stesso entusiasmo?»
Edward non rispose. La sua gravità e pensosità tornarono su di lui in tutta la loro intensità — e sedette per un po’ silenzioso e abbattuto.
CAPITOLO XVIII.
Elinor vide con grande inquietudine lo spirito abbattuto del suo amico. La sua visita le offriva solo una soddisfazione parziale, mentre il suo stesso piacere in essa appariva così imperfetto. Era evidente che fosse infelice; lei desiderava che fosse altrettanto evidente che la distinguesse ancora con lo stesso affetto che una volta non aveva dubitato di ispirargli; ma finora il perdurare della sua predilezione sembrava molto incerto; e la riservatezza del suo modo di fare verso di lei contraddiceva un momento ciò che uno sguardo più animato aveva lasciato intendere quello precedente.
Si unì a lei e a Marianne nella sala della colazione il mattino seguente prima che gli altri scendessero; e Marianne, che era sempre ansiosa di favorire la loro felicità fin dove poteva, li lasciò presto soli. Ma prima di essere a metà strada sulle scale, udì la porta del salotto aprirsi e, voltandosi, rimase stupita nel vedere Edward in persona uscire.
«Vado al villaggio a vedere i miei cavalli», disse, «dato che non siete ancora pronte per la colazione; sarò di ritorno tra poco.»
Edward tornò da loro con una rinnovata ammirazione per la campagna circostante; nella sua passeggiata verso il villaggio, aveva visto molte parti della valle nel loro aspetto migliore; e il villaggio stesso, in una posizione molto più elevata del cottage, offriva una vista generale dell’insieme che gli era piaciuta moltissimo. Questo fu un argomento che garantì l’attenzione di Marianne, e lei stava iniziando a descrivere la propria ammirazione per quelle scene e a interrogarlo più minuziosamente sugli oggetti che lo avevano colpito particolarmente, quando Edward la interruppe dicendo: «Non devi indagare troppo a fondo, Marianne — ricorda che non ho alcuna conoscenza del pittoresco, e ti offenderò con la mia ignoranza e mancanza di gusto se entriamo nei dettagli. Chiamerò ripidi i colli che dovrebbero essere maestosi; strane e grossolane le superfici che dovrebbero essere irregolari e accidentate; e fuori portata gli oggetti distanti che dovrebbero solo apparire indistinti attraverso il velo soffuso di un’atmosfera nebbiosa. Devi accontentarti di quell’ammirazione che posso offrire onestamente. La chiamo una campagna molto bella — le colline sono ripide, i boschi sembrano pieni di legname pregiato, e la valle appare confortevole e accogliente — con ricchi prati e diverse case coloniche pulite sparse qua e là. Risponde esattamente alla mia idea di bella campagna, perché unisce la bellezza all’utilità — e oso dire che è anche pittoresca, perché tu la ammiri; posso facilmente credere che sia piena di rocce e promontori, muschio grigio e sterpaglie, ma tutto questo va perduto per me. Non so nulla del pittoresco.»
«Temo che sia fin troppo vero», disse Marianne; «ma perché dovresti vantartene?»
«Sospetto», disse Elinor, «che per evitare un tipo di affettazione, Edward cada qui in un altro. Poiché crede che molte persone fingano un’ammirazione per le bellezze della natura superiore a quella che provano realmente, ed è disgustato da tali pretese, ostenta una maggiore indifferenza e minor discernimento nel guardarle di quanto non possieda. È schizzinoso e vuole avere una propria affettazione.»
«È molto vero», disse Marianne, «che l’ammirazione per il paesaggio è diventata un mero gergo. Tutti pretendono di provare e cercano di descrivere con il gusto e l’eleganza di colui che per primo definì cosa fosse la bellezza pittoresca. Detesto il gergo di ogni tipo, e a volte ho tenuto i miei sentimenti per me, perché non riuscivo a trovare un linguaggio per descriverli che non fosse logoro e trito di ogni senso e significato.»
«Sono convinto», disse Edward, «che tu provi davvero tutta la delizia che professi di provare per un bel panorama. Ma, in cambio, tua sorella deve permettermi di non provare più di quanto professo. Mi piace un bel panorama, ma non secondo principi pittoreschi. Non mi piacciono gli alberi tortuosi, contorti, colpiti dai fulmini. Li ammiro molto di più se sono alti, dritti e rigogliosi. Non mi piacciono i cottage in rovina e cenciosi. Non sono appassionato di ortiche o cardi, o fiori di erica. Provo più piacere in una casa colonica accogliente che in una torre di guardia — e una schiera di contadini ordinati e felici mi piace più della più bella banda di briganti del mondo.»
Marianne guardò Edward con stupore, e sua sorella con compassione. Elinor rise soltanto.
L’argomento non fu portato oltre; e Marianne rimase pensierosa e silenziosa, finché un nuovo oggetto attirò improvvisamente la sua attenzione. Era seduta accanto a Edward e, nel prendere il tè dalla signora Dashwood, la sua mano passò così direttamente davanti a lei da rendere molto visibile un anello, con una treccia di capelli al centro, su una delle sue dita.
«Non ti ho mai visto portare un anello prima d’ora, Edward», esclamò. «Sono i capelli di Fanny? Ricordo che ti promise di dartene un po’. Ma avrei pensato che i suoi capelli fossero più scuri.»
Marianne espresse sconsideratamente ciò che sentiva davvero — ma quando vide quanto avesse addolorato Edward, il suo stesso dispiacere per la sua mancanza di riflessione non poteva essere superato da quello di lui. Egli arrossì profondamente e, dando un’occhiata momentanea a Elinor, rispose: «Sì; sono i capelli di mia sorella. L’incastonatura proietta sempre una tonalità diversa, sai.»
Elinor aveva incrociato il suo sguardo e appariva altrettanto consapevole. Che i capelli fossero i suoi, fu istantaneamente certa tanto quanto Marianne; l’unica differenza nelle loro conclusioni era che ciò che Marianne considerava un dono gratuito della sorella, Elinor sapeva doveva essere stato ottenuto tramite qualche furto o stratagemma a lei sconosciuto. Non era dell’umore adatto, tuttavia, per considerarlo un affronto, e fingendo di non accorgersi di quanto accaduto, parlando immediatamente d’altro, decise interiormente di cogliere d’ora in poi ogni occasione per osservare i capelli e per accertarsi, oltre ogni dubbio, che fossero esattamente della sua stessa tonalità.
L’imbarazzo di Edward durò a lungo e terminò in una distrazione ancora più radicata. Rimase particolarmente grave per tutta la mattinata. Marianne si rimproverò severamente per ciò che aveva detto; ma il suo perdono avrebbe potuto essere più rapido, se avesse saputo quanto poco offesa ne fosse rimasta la sorella.
Prima di metà giornata, ricevettero la visita di Sir John e della signora Jennings, i quali, avendo saputo dell’arrivo di un gentiluomo al cottage, vennero a fare un’ispezione dell’ospite. Con l’aiuto della suocera, Sir John non impiegò molto a scoprire che il nome Ferrars iniziava con una F, e questo preparò una futura miniera di scherno contro la devota Elinor, che solo la novità della loro conoscenza con Edward aveva impedito di far esplodere immediatamente. Ma, così com’era, lei apprese soltanto, da alcuni sguardi molto significativi, fin dove arrivasse la loro penetrazione, fondata sulle istruzioni di Margaret.
Sir John non veniva mai dai Dashwood senza invitarli a cenare al parco il giorno seguente, o a prendere il tè con loro quella sera stessa. Nell’occasione presente, per il miglior intrattenimento del loro visitatore, al cui divertimento si sentiva in dovere di contribuire, desiderò impegnarli per entrambi.
«Dovete prendere il tè con noi stasera», disse, «perché saremo del tutto soli — e domani dovete assolutamente venire a cena, perché avremo una grande compagnia.»
La signora Jennings rinforzò la necessità. «E chissà che non riusciate a far partire un ballo», disse. «E quello vi tenterà, Miss Marianne.»
«Un ballo!» esclamò Marianne. «Impossibile! Chi deve ballare?»
«Chi! Beh, voi, e i Carey, e i Whitaker, s’intende. — Cosa! Credevate che nessuno potesse ballare perché una certa persona che non nomineremo se n’è andata!»
«Vorrei con tutta l’anima», esclamò Sir John, «che Willoughby fosse di nuovo tra noi.»
Questo, e il rossore di Marianne, diedero nuovi sospetti a Edward. «E chi è Willoughby?» disse, a bassa voce, a Miss Dashwood, accanto alla quale era seduto.
Lei gli diede una breve risposta. Il volto di Marianne era più comunicativo. Edward vide abbastanza da comprendere non solo il significato degli altri, ma anche quelle espressioni di Marianne che lo avevano perplesso prima; e quando i loro visitatori se ne andarono, egli le si avvicinò immediatamente e disse, sottovoce: «Ho fatto delle ipotesi. Vuoi che ti dica la mia ipotesi?»
«Cosa intendi?»
«Vuoi che te lo dica?»
«Certamente.»
«Ebbene, allora; indovino che il signor Willoughby caccia.»
Marianne fu sorpresa e confusa, eppure non poté fare a meno di sorridere alla quieta arguzia del suo modo di fare e, dopo un momento di silenzio, disse:
«Oh, Edward! Come puoi? — Ma verrà il tempo, spero... sono certa che ti piacerà.»
«Non ne dubito», rispose lui, piuttosto stupito dalla sua serietà e dal suo calore; poiché se non avesse immaginato che fosse uno scherzo per il bene dei suoi conoscenti in generale, fondato solo su un qualcosa o un nulla tra il signor Willoughby e lei, non si sarebbe azzardato a menzionarlo.
CAPITOLO XIX.
Edward rimase una settimana al cottage; fu caldamente pregato dalla signora Dashwood di restare più a lungo; ma, come se fosse votato solo all’auto-mortificazione, sembrò determinato ad andarsene proprio quando il suo divertimento tra gli amici era al culmine. Il suo umore, durante gli ultimi due o tre giorni, sebbene ancora molto altalenante, era notevolmente migliorato — divenne sempre più affezionato alla casa e ai dintorni — non parlava mai di partire senza un sospiro — dichiarava di avere tutto il tempo a disposizione — dubitava persino su quale luogo avrebbe dovuto recarsi quando li avesse lasciati — ma comunque, doveva andare. Mai una settimana era passata così in fretta — riusciva a stento a credere che fosse trascorsa. Lo disse ripetutamente; disse anche altre cose che segnavano il mutare dei suoi sentimenti e smentivano le sue azioni. Non provava alcun piacere a Norland; detestava stare in città; ma o a Norland o a Londra, doveva andare. Apprezzava la loro gentilezza oltre ogni cosa, e la sua felicità più grande era stare con loro. Eppure, doveva lasciarli alla fine di una settimana, nonostante i loro desideri e i propri, e senza alcun vincolo al suo tempo.
Elinor attribuì tutto ciò che c’era di sorprendente in questo modo di agire al conto di sua madre; ed era una fortuna per lei che avesse una madre il cui carattere fosse così imperfettamente conosciuto da lei da fungere da scusa generale per ogni cosa strana da parte del figlio. Delusa, tuttavia, e contrariata come era, e a volte scontenta del suo comportamento incerto verso di lei, era nel complesso ben disposta a considerare le sue azioni con tutte le benevole concessioni e generose attenuanti che erano state, per così dire, strappate da lei, più dolorosamente, per il servizio di Willoughby, da sua madre. La sua mancanza di spirito, di apertura e di coerenza era solitamente attribuita alla sua mancanza di indipendenza e alla sua migliore conoscenza del temperamento e dei disegni della signora Ferrars. La brevità della sua visita, la fermezza del suo proposito di lasciarli, avevano origine nella stessa inclinazione incatenata, la stessa inevitabile necessità di temporeggiare con la madre. La vecchia e ben radicata lamentela del dovere contro la volontà, del genitore contro il figlio, era la causa di tutto. Sarebbe stata lieta di sapere quando queste difficoltà sarebbero cessate, quando questa opposizione avrebbe ceduto, — quando la signora Ferrars si sarebbe ravveduta e il figlio sarebbe stato libero di essere felice. Ma da tali vani desideri era costretta a rivolgersi per conforto al rinnovarsi della sua fiducia nell’affetto di Edward, al ricordo di ogni segno di riguardo nello sguardo o nella parola che egli aveva mostrato mentre era a Barton, e soprattutto a quella prova lusinghiera di esso che egli portava costantemente al dito.
«Penso, Edward», disse la signora Dashwood, mentre facevano colazione l’ultima mattina, «che saresti un uomo più felice se avessi una professione che impegnasse il tuo tempo e desse un interesse ai tuoi piani e alle tue azioni. Qualche disagio per i tuoi amici, in verità, potrebbe derivarne — non saresti in grado di dare loro così tanto del tuo tempo. Ma (con un sorriso) saresti materialmente avvantaggiato in un particolare almeno — sapresti dove andare quando li lascerai.»
«Ti assicuro», rispose lui, «che ho pensato a lungo su questo punto, come pensi tu ora. È stata, ed è, e probabilmente sarà sempre una grave sventura per me, che io non abbia avuto alcun lavoro necessario per impegnarmi, nessuna professione per darmi occupazione, o offrirmi qualcosa che somigli all’indipendenza. Ma sfortunatamente la mia stessa delicatezza, e la delicatezza dei miei amici, hanno fatto di me ciò che sono, un essere ozioso e impotente. Non siamo mai riusciti ad accordarci sulla nostra scelta di una professione. Ho sempre preferito la chiesa, come faccio ancora. Ma non era abbastanza elegante per la mia famiglia. Raccomandarono l’esercito. Era troppo elegante per me. La legge fu ammessa come abbastanza signorile; molti giovani, che avevano studi al Temple, facevano un’ottima figura nei primi circoli e giravano per la città su gig molto alla moda. Ma non avevo alcuna inclinazione per la legge, anche in questo suo studio meno astruso, che la mia famiglia approvava. Quanto alla marina, aveva la moda dalla sua parte, ma ero troppo vecchio quando l’argomento fu sollevato per entrarvi — e, alla fine, dato che non c’era alcuna necessità che io avessi una professione, dato che potevo essere tanto brillante e dispendioso senza una giubba rossa sulla schiena quanto con una, l’ozio fu proclamato nel complesso come il più vantaggioso e onorevole, e un giovane di diciotto anni non è in generale così ardentemente deciso ad essere impegnato da resistere alle sollecitazioni dei suoi amici di non fare nulla. Fui dunque iscritto a Oxford e sono stato debitamente ozioso da allora.»
«La conseguenza del che, suppongo, sarà», disse la signora Dashwood, «poiché il tempo libero non ha promosso la tua felicità, che i tuoi figli saranno cresciuti con tanti inseguimenti, impieghi, professioni e mestieri quanti quelli di Columella.»
«Saranno cresciuti», disse lui, con tono serio, «per essere il più possibile dissimili da me. Nei sentimenti, nelle azioni, nella condizione, in ogni cosa.»
«Via, via; questo è tutto uno sfogo di momentanea mancanza di spirito, Edward. Sei di umore malinconico e immagini che chiunque non sia come te debba essere felice. Ma ricorda che il dolore di separarsi dagli amici sarà provato da chiunque, a volte, qualunque sia la sua educazione o condizione. Conosci la tua felicità. Non ti manca nulla se non la pazienza — o damle un nome più affascinante, chiamala speranza. Tua madre ti assicurerà, a tempo debito, quell'indipendenza che tanto desideri; è suo dovere, e diventerà, dovrà presto diventare, la sua felicità evitare che tutta la tua giovinezza vada sprecata nel malcontento. Cosa non possono fare pochi mesi?»
«Penso», rispose Edward, «di poter sfidare molti mesi a produrre qualcosa di buono per me.»
Questa vena d'animo sconfortata, sebbene non potesse essere comunicata alla signora Dashwood, arrecò ulteriore dolore a tutti loro durante la separazione, che avvenne poco dopo, e lasciò un'impressione spiacevole soprattutto nei sentimenti di Elinor, che richiese un po' di fatica e di tempo per essere vinta. Ma poiché era sua ferma intenzione vincerla, e impedire a se stessa di apparire sofferente più di quanto tutta la sua famiglia soffrisse per la sua partenza, non adottò il metodo così giudiziosamente impiegato da Marianne, in un'occasione simile, per accrescere e fissare il suo dolore, cercando il silenzio, la solitudine e l'ozio. I loro mezzi erano tanto diversi quanto i loro obiettivi, e ugualmente adatti al progresso di ciascuna.
Elinor si sedette al suo tavolo da disegno non appena lui fu fuori di casa, si tenne occupata tutto il giorno, non cercò né evitò la menzione del suo nome, sembrò interessarsi quasi quanto sempre agli affari generali della famiglia e, se con questa condotta non diminuì il proprio dolore, almeno gli impedì un accrescimento non necessario, e sua madre e le sue sorelle furono risparmiate da molta sollecitudine per suo conto.
Un tale comportamento, così esattamente l'opposto del proprio, non apparve più meritevole a Marianne, di quanto il proprio fosse sembrato difettoso a lei. La questione dell'autocontrollo la risolse molto facilmente; — con affetti forti era impossibile, con quelli calmi non poteva avere alcun merito. Che gli affetti di sua sorella fossero calmi, non osava negarlo, sebbene arrossisse nel riconoscerlo; e della forza dei propri, diede una prova molto sorprendente, continuando ad amare e rispettare quella sorella, nonostante questa mortificante convinzione.
Senza chiudersi lontano dalla sua famiglia, o lasciare la casa in una solitudine determinata per evitarli, o restare sveglia tutta la notte a indulgere nella meditazione, Elinor scoprì che ogni giorno le offriva abbastanza tempo libero per pensare a Edward, e al comportamento di Edward, in ogni possibile varietà che il diverso stato del suo spirito in momenti diversi poteva produrre — con tenerezza, pietà, approvazione, censura e dubbio. C'erano momenti in abbondanza in cui, se non per l'assenza di sua madre e delle sue sorelle, almeno per la natura delle loro occupazioni, la conversazione era proibita tra loro, e ogni effetto della solitudine era prodotto. La sua mente era inevitabilmente libera; i suoi pensieri non potevano essere incatenati altrove; e il passato e il futuro, su un argomento così interessante, dovevano essere davanti a lei, dovevano forzare la sua attenzione e assorbire la sua memoria, la sua riflessione e la sua fantasia.
Da una fantasticheria di questo tipo, mentre sedeva al suo tavolo da disegno, fu scossa una mattina, poco dopo la partenza di Edward, dall'arrivo di compagnia. Accadde che fosse del tutto sola. La chiusura del cancelletto, all'ingresso del cortile verde davanti alla casa, attirò i suoi occhi alla finestra, e vide un numeroso gruppo che si incamminava verso la porta. Tra loro c'erano Sir John e Lady Middleton e la signora Jennings, ma ce n'erano altri due, un gentiluomo e una signora, che le erano del tutto sconosciuti. Era seduta vicino alla finestra e, non appena Sir John la scorse, lasciò il resto del gruppo alla cerimonia di bussare alla porta e, attraversando il prato, la costrinse ad aprire la finestra per parlarle, sebbene lo spazio tra la porta e la finestra fosse così breve da rendere quasi impossibile parlare all'una senza essere uditi dall'altra.
«Bene», disse lui, «vi abbiamo portato alcuni estranei. Come vi sembrano?»
«Sst! Vi sentiranno.»
«Non importa se ci sentono. Sono solo i Palmer. Charlotte è molto carina, te lo dico io. Puoi vederla se guardi da questa parte.»
Poiché Elinor era certa di vederla in un paio di minuti, senza prendersi quella libertà, pregò di essere scusata.
«Dov'è Marianne? È scappata perché siamo arrivati? Vedo che il suo strumento è aperto.»
«Sta passeggiando, credo.»
A loro si unì ora la signora Jennings, che non ebbe abbastanza pazienza di aspettare che la porta fosse aperta prima di raccontare la sua storia. Venne gridando verso la finestra: «Come stai, cara? Come sta la signora Dashwood? E dove sono le tue sorelle? Cosa! Tutte sole! Sarete contente di un po' di compagnia per stare con voi. Ho portato l'altro mio figlio e mia figlia a trovarvi. Pensate solo al fatto che siano venuti così all'improvviso! Credevo di aver sentito una carrozza ieri sera, mentre bevevamo il tè, ma non mi è mai passato per la testa che potessero essere loro. Non pensavo ad altro se non che potesse essere il colonnello Brandon tornato di nuovo; così ho detto a Sir John: credo proprio di sentire una carrozza; forse è il colonnello Brandon tornato di nuovo —»
Elinor fu costretta a voltarsi da lei, nel bel mezzo del suo racconto, per ricevere il resto del gruppo; Lady Middleton presentò i due sconosciuti; la signora Dashwood e Margaret scesero le scale nello stesso momento, e tutte si sedettero a guardarsi l'un l'altra, mentre la signora Jennings continuava la sua storia mentre camminava attraverso il corridoio verso il salotto, accompagnata da Sir John.
La signora Palmer era di parecchi anni più giovane di Lady Middleton e del tutto diversa da lei sotto ogni aspetto. Era bassa e tonda, aveva un viso molto carino e la più bella espressione di buon umore che si potesse desiderare. I suoi modi non erano affatto eleganti come quelli di sua sorella, ma erano molto più accattivanti. Entrò con un sorriso, sorrise per tutto il tempo della sua visita, tranne quando rideva, e sorrise quando se ne andò. Suo marito era un giovane dall'aspetto grave di venticinque o ventisei anni, con un'aria più alla moda e di buon senso di sua moglie, ma con meno voglia di piacere o di essere compiaciuto. Entrò nella stanza con un'aria di sufficienza, fece un leggero inchino alle signore, senza dire una parola, e, dopo aver esaminato brevemente loro e le loro stanze, prese un giornale dal tavolo e continuò a leggerlo per tutto il tempo in cui rimase.
La signora Palmer, al contrario, che era fortemente dotata dalla natura di un'inclinazione a essere uniformemente civile e felice, non si era quasi seduta che la sua ammirazione per il salotto e per tutto ciò che vi era dentro scoppiò.
«Bene! Che stanza deliziosa è questa! Non ho mai visto nulla di così incantevole! Pensate solo, mamma, come è migliorata da quando sono stata qui l'ultima volta! L'ho sempre pensata come un posto così dolce, signora! (rivolgendosi alla signora Dashwood) ma l'avete resa così incantevole! Guardate solo, sorella, quanto è delizioso tutto! Come vorrei una casa così per me! Non vorresti anche tu, signor Palmer?»
Il signor Palmer non le diede alcuna risposta e non sollevò nemmeno gli occhi dal giornale.
«Il signor Palmer non mi sente», disse lei, ridendo; «a volte non lo fa mai. È così ridicolo!»
Questa fu un'idea del tutto nuova per la signora Dashwood; non era mai stata abituata a trovare arguzia nella disattenzione di qualcuno, e non poté fare a meno di guardare con sorpresa entrambi.
La signora Jennings, nel frattempo, parlava più forte che poteva e continuava il suo resoconto della loro sorpresa, la sera prima, nel vedere i loro amici, senza sosta finché tutto non fu raccontato. La signora Palmer rise di cuore al ricordo del loro stupore, e tutti concordarono, due o tre volte, che era stata una sorpresa davvero piacevole.
«Potete credere quanto siamo stati tutti contenti di vederli», aggiunse la signora Jennings, sporgendosi in avanti verso Elinor e parlando a bassa voce come se volesse non essere udita da nessun altro, sebbene fossero sedute su lati opposti della stanza; «ma, comunque, non posso fare a meno di desiderare che non avessero viaggiato così in fretta, né che avessero fatto un viaggio così lungo, perché sono venuti passando per Londra a causa di alcuni affari, perché sapete (annuendo in modo significativo e indicando sua figlia) era sbagliato nella sua situazione. Volevo che restasse a casa a riposare stamattina, ma lei ha voluto venire con noi; desiderava così tanto vedervi tutte!»
La signora Palmer rise e disse che non le avrebbe fatto alcun male.
«Si aspetta di essere confinata a febbraio», continuò la signora Jennings.
Lady Middleton non poté più sopportare una tale conversazione e si sforzò quindi di chiedere al signor Palmer se ci fossero notizie sul giornale.
«No, nessuna», rispose lui, e continuò a leggere.
«Ecco che arriva Marianne», esclamò Sir John. «Ora, Palmer, vedrai una ragazza mostruosamente carina.»
Entrò immediatamente nel corridoio, aprì la porta d'ingresso e la fece entrare lui stesso. La signora Jennings le chiese, non appena apparve, se non fosse stata ad Allenham; e la signora Palmer rise così di cuore alla domanda, da mostrare di averla capita. Il signor Palmer alzò lo sguardo al suo ingresso nella stanza, la fissò per alcuni minuti, poi tornò al suo giornale. L'occhio della signora Palmer fu ora catturato dai disegni che erano appesi intorno alla stanza. Si alzò per esaminarli.
«Oh! Dio, quanto sono belli questi! Bene! Che delizia! Guardate solo, mamma, che dolcezza! Dichiaro che sono davvero incantevoli; potrei guardarli per sempre.» E poi sedendosi di nuovo, dimenticò molto presto che c'erano cose del genere nella stanza.
Quando Lady Middleton si alzò per andarsene, anche il signor Palmer si alzò, posò il giornale, si stiracchiò e guardò tutti loro intorno.
«Amore mio, hai dormito?» disse sua moglie, ridendo.
Lui non le diede risposta; e osservò solo, dopo aver esaminato di nuovo la stanza, che era molto bassa di soffitto e che il soffitto era storto. Fece quindi il suo inchino e se ne andò con gli altri.
Sir John era stato molto pressante con tutti loro affinché trascorressero il giorno successivo al parco. La signora Dashwood, che non sceglieva di cenare con loro più spesso di quanto loro cenassero al cottage, rifiutò assolutamente per conto suo; le sue figlie potevano fare come volevano. Ma non avevano alcuna curiosità di vedere come il signor e la signora Palmer mangiassero la loro cena, e nessuna aspettativa di piacere da loro in nessun altro modo. Tentarono, quindi, allo stesso modo, di scusarsi; il tempo era incerto e non sembrava destinato a essere bello. Ma Sir John non voleva essere soddisfatto — la carrozza sarebbe stata mandata per loro e dovevano venire. Anche Lady Middleton, sebbene non premesse sulla loro madre, premette su di loro. La signora Jennings e la signora Palmer unirono le loro suppliche, tutti sembravano ugualmente ansiosi di evitare una festa in famiglia; e le giovani signore furono costrette a cedere.
«Perché dovrebbero chiederci?» disse Marianne, non appena se ne furono andati. «Si dice che l'affitto di questo cottage sia basso; ma lo abbiamo a condizioni molto dure, se dobbiamo cenare al parco ogni volta che qualcuno sta da loro, o da noi.»
«Non intendono essere meno civili e gentili con noi ora», disse Elinor, «con questi frequenti inviti, di quanto lo fossero quelli che abbiamo ricevuto da loro poche settimane fa. Il cambiamento non è in loro, se le loro feste sono diventate noiose e monotone. Dobbiamo cercare il cambiamento altrove.»
CAPITOLO XX.
Mentre le signorine Dashwood entravano nel salotto del parco il giorno successivo, da una porta, la signora Palmer entrò correndo dall'altra, con un aspetto buono e allegro come prima. Prese tutte le loro mani con grande affetto ed espresse grande gioia nel rivederle.
«Sono così contenta di vedervi!» disse, sedendosi tra Elinor e Marianne, «perché è una giornata così brutta che temevo che non sareste venute, il che sarebbe stata una cosa scioccante, dato che partiamo domani. Dobbiamo andare, perché i Weston verranno da noi la prossima settimana, sapete. È stata una cosa così improvvisa venire qui, e non ne sapevo nulla finché la carrozza non è arrivata alla porta, e poi il signor Palmer mi ha chiesto se volevo andare con lui a Barton. È così buffo! Non mi dice mai nulla! Mi dispiace tanto che non possiamo restare più a lungo; comunque ci rivedremo in città molto presto, spero.»
Furono costrette a porre fine a una tale aspettativa.
«Non andare in città!» gridò la signora Palmer, con una risata, «sarò piuttosto delusa se non lo farete. Potrei trovarvi la casa più bella del mondo, accanto alla nostra, in Hanover-square. Dovete venire, davvero. Sono sicura che sarò molto felice di farvi da chaperon in qualsiasi momento fino al mio parto, se alla signora Dashwood non piacesse frequentare il pubblico.»
La ringraziarono; ma furono costrette a resistere a tutte le sue suppliche.
«Oh, amore mio», gridò la signora Palmer a suo marito, che proprio in quel momento entrava nella stanza — «devi aiutarmi a persuadere le signorine Dashwood ad andare in città quest'inverno.»
Il suo amore non diede risposta; e dopo aver fatto un leggero inchino alle signore, iniziò a lamentarsi del tempo.
«Che orrore tutto questo!» disse lui. «Un tempo simile rende tutto e tutti disgustosi. La noia è prodotta tanto al chiuso quanto all'aperto, dalla pioggia. Ti fa detestare tutti i propri conoscenti. Che diavolo intende Sir John non avendo una sala da biliardo in casa sua? Quante poche persone sanno cosa sia il comfort! Sir John è stupido quanto il tempo.»
Il resto della compagnia arrivò presto.
«Temo, signorina Marianne», disse Sir John, «che oggi non sia stata in grado di fare la sua solita passeggiata ad Allenham.»
Marianne sembrò molto seria e non disse nulla.
«Oh, non essere così astuta davanti a noi», disse la signora Palmer; «perché sappiamo tutto, vi assicuro; e ammiro molto il tuo gusto, perché penso che sia estremamente bello. Non viviamo lontano da lui in campagna, sapete. Non più di dieci miglia, ne sono certa.»
«Molto più vicino a trenta», disse suo marito.
«Ah, bene! Non c'è molta differenza. Non sono mai stata a casa sua; ma dicono che sia un posto dolcemente carino.»
«Il posto più vile che io abbia mai visto in vita mia», disse il signor Palmer.
Marianne rimase perfettamente silenziosa, sebbene il suo volto tradisse il suo interesse per ciò che veniva detto.
«È molto brutto?» continuò la signora Palmer — «allora deve essere qualche altro posto quello che è così carino, suppongo.»
Quando furono seduti in sala da pranzo, Sir John osservò con rammarico che erano solo in otto in tutto.
«Cara», disse alla sua signora, «è molto irritante che dovremmo essere così pochi. Perché non hai chiesto ai Gilbert di venire da noi oggi?»
«Non ti ho detto, Sir John, quando me ne hai parlato prima, che non si poteva fare? Hanno cenato con noi l'ultima volta.»
«Tu ed io, Sir John», disse la signora Jennings, «non dovremmo badare a cerimonie.»
«Allora sareste molto maleducati», gridò il signor Palmer.
«Amore mio, contraddici tutti», disse sua moglie con la sua solita risata. «Lo sai che sei piuttosto sgarbato?»
«Non sapevo di contraddire qualcuno nel definire tua madre maleducata.»
«Sì, puoi insultarmi come vuoi», disse la buona vecchia signora, «ti sei tolto Charlotte dalle mani e non puoi restituirmela. Quindi su questo punto ho la meglio su di te.»
Charlotte rise di cuore al pensiero che suo marito non potesse sbarazzarsi di lei; e disse esultante che non le importava quanto fosse scontroso con lei, dato che dovevano vivere insieme. Era impossibile per chiunque essere più completamente bonario, o più determinato a essere felice della signora Palmer. L'indifferenza studiata, l'insolenza e il malcontento di suo marito non le procuravano alcun dolore; e quando lui la rimproverava o la insultava, lei ne era altamente divertita.
«Il signor Palmer è così buffo!» disse lei, sussurrando a Elinor. «È sempre di malumore.»
Elinor non era incline, dopo un po' di osservazione, a dargli il merito di essere così genuinamente e spontaneamente sgarbato o maleducato come voleva apparire. Il suo umore poteva forse essere un po' inacidito dallo scoprire, come molti altri del suo sesso, che a causa di qualche inspiegabile inclinazione a favore della bellezza, era il marito di una donna molto sciocca — ma sapeva che questo tipo di errore era troppo comune perché qualsiasi uomo sensibile ne fosse ferito a lungo. Era piuttosto un desiderio di distinzione, credeva, che produceva il suo trattamento sprezzante verso chiunque e il suo abuso generale verso tutto ciò che aveva davanti. Era il desiderio di apparire superiore alle altre persone. Il motivo era troppo comune per stupirsene; ma i mezzi, per quanto potessero avere successo nello stabilire la sua superiorità nella maleducazione, non erano destinati ad attaccare nessuno a lui, eccetto sua moglie.
«Oh, mia cara signorina Dashwood», disse poco dopo la signora Palmer, «ho un favore da chiedere a te e a tua sorella. Verrete a trascorrere un po' di tempo a Cleveland questo Natale? Ora, vi prego, fatelo — e venite mentre i Weston sono con noi. Non potete immaginare quanto sarò felice! Sarà davvero delizioso! — Amore mio», rivolgendosi al marito, «non vedi l'ora che le signorine Dashwood vengano a Cleveland?»
«Certamente», rispose lui, con un sogghigno — «sono venuto nel Devonshire senza altro scopo.»
«Ecco fatto», — disse sua moglie, «vedi, il signor Palmer vi aspetta; quindi non potete rifiutarvi di venire.»
Entrambe rifiutarono con impazienza e risolutezza il suo invito.
«Ma davvero dovete e verrete. Sono sicura che vi piacerà sopra ogni cosa. I Weston saranno con noi, e sarà davvero delizioso. Non potete pensare che posto dolce sia Cleveland; e siamo così allegri ora, perché il signor Palmer va sempre in giro per il paese a fare campagna elettorale contro le elezioni; e così tante persone sono venute a cenare con noi che non avevo mai visto prima, è davvero incantevole! Ma, povero ragazzo! È molto faticoso per lui! Perché è costretto a farsi piacere da tutti.»
Elinor riuscì a malapena a mantenere la sua espressione mentre acconsentiva alla durezza di un tale obbligo.
«Quanto sarà incantevole», disse Charlotte, «quando sarà in Parlamento! — Non è vero? Come riderò! Sarà così ridicolo vedere tutte le sue lettere indirizzate a lui con un M.P. — Ma sapete, dice che non affrancherà mai per me? Dichiara che non lo farà. Non è vero, signor Palmer?»
Il signor Palmer non le prestò alcuna attenzione.
«Non sopporta di scrivere, sapete», continuò lei — «dice che è piuttosto scioccante.»
«No», disse lui, «non ho mai detto nulla di così irrazionale. Non propinarmi tutti i tuoi abusi di linguaggio.»
«Ecco fatto; vedete quanto è buffo. È sempre così con lui! A volte non mi parla per mezza giornata di fila, e poi se ne esce con qualcosa di così buffo — su qualsiasi cosa al mondo.»
Sorprese Elinor molto, mentre tornavano nel salotto, chiedendole se non le piacesse eccessivamente il signor Palmer.
«Certamente», disse Elinor; «sembra molto gradevole.»
«Bene — sono così contenta che ti piaccia. Pensavo che ti sarebbe piaciuto, è così piacevole; e il signor Palmer è eccessivamente compiaciuto di te e delle tue sorelle, te lo dico io, e non puoi pensare quanto rimarrà deluso se non verrete a Cleveland. — Non riesco a immaginare perché dovreste opporvi.»
Elinor fu di nuovo costretta a declinare l'invito; e, cambiando argomento, pose fine alle sue insistenze. Riteneva probabile che, vivendo nella stessa contea, la signora Palmer potesse essere in grado di fornire un resoconto del carattere generale di Willoughby più preciso di quanto si potesse dedurre dalla parziale conoscenza che ne avevano i Middleton; ed era ansiosa di ottenere da chiunque una conferma dei suoi meriti, tale da poter rimuovere la possibilità di timore da parte di Marianne. Iniziò chiedendo se vedessero spesso il signor Willoughby a Cleveland, e se avessero con lui una stretta confidenza.
«Oh caro, sì; lo conosco estremamente bene», rispose la signora Palmer; «Non che io gli abbia mai parlato, in verità; ma l'ho visto un'infinità di volte in città. Per un verso o per l'altro non mi è mai capitato di soggiornare a Barton mentre lui era ad Allenham. La mamma l'ha visto qui una volta in precedenza; ma io ero con mio zio a Weymouth. Tuttavia, sono certa che lo avremmo visto molto nel Somersetshire, se non fosse accaduto, molto sfortunatamente, che non ci siamo mai trovati in campagna nello stesso momento. Credo che stia molto poco a Combe; ma anche se ci stesse spesso, non credo che il signor Palmer lo frequenterebbe, poiché lui è all'opposizione, sai, e oltretutto è così lontano. So benissimo perché chiedi di lui; tua sorella deve sposarlo. Ne sono mostruosamente contenta, perché così l'avrò come vicina, sai.»
«In verità», rispose Elinor, «ne sapete molto più di me, se avete qualche ragione per aspettarvi un tale matrimonio.»
«Non far finta di negarlo, perché sai che è ciò di cui tutti parlano. Ti assicuro che l'ho sentito dire durante il mio passaggio in città.»
«Mia cara signora Palmer!»
«Sul mio onore è così. Ho incontrato il colonnello Brandon lunedì mattina in Bond-street, proprio prima che lasciassimo la città, e me ne ha parlato direttamente.»
«Mi sorprendete molto. Il colonnello Brandon ve ne ha parlato! Di certo dovete sbagliarvi. Dare una simile notizia a una persona che non potrebbe esserne interessata, anche se fosse vera, non è ciò che mi aspetterei facesse il colonnello Brandon.»
«Ma ti assicuro che è stato così, nonostante tutto, e ti dirò come è successo. Quando l'abbiamo incontrato, è tornato indietro e ha camminato con noi; così abbiamo iniziato a parlare di mio fratello e mia sorella, e di una cosa e dell'altra, e io gli ho detto: "Allora, colonnello, sento dire che è arrivata una nuova famiglia al cottage di Barton, e la mamma mi manda a dire che sono molto carine, e che una di loro sta per sposarsi con il signor Willoughby di Combe Magna. È vero, vi prego? Perché naturalmente dovete saperlo, dato che siete stato nel Devonshire così di recente".»
«E cosa ha detto il colonnello?»
«Oh, non ha detto molto; ma aveva l'aria di chi sa che è vero, così da quel momento l'ho dato per certo. Sarà assolutamente delizioso, te lo assicuro! Quando avrà luogo?»
«Il signor Brandon stava bene, spero?»
«Oh! sì, benissimo; e così pieno di lodi per te, non faceva altro che dire cose bellissime sul tuo conto.»
«Sono lusingata dal suo elogio. Sembra un uomo eccellente; e lo trovo straordinariamente piacevole.»
«Anch'io. È un uomo così affascinante, che è proprio un peccato che sia così serio e noioso. La mamma dice che era innamorato anche di tua sorella. Ti assicuro che è stato un gran complimento se lo era, perché non si innamora quasi mai di nessuno.»
«Il signor Willoughby è molto conosciuto nella vostra parte del Somersetshire?» chiese Elinor.
«Oh! sì, estremamente bene; cioè, non credo che molte persone lo conoscano, perché Combe Magna è così lontana; ma tutti lo ritengono estremamente gradevole, te lo assicuro. Nessuno è più apprezzato del signor Willoughby ovunque vada, e così puoi dirlo a tua sorella. È una ragazza mostruosamente fortunata a prendersi lui, sul mio onore; non che lui non sia molto più fortunato a prendersi lei, perché lei è così bella e gradevole, che nulla può essere abbastanza buono per lei. Tuttavia, non credo che lei sia affatto più bella di te, te lo assicuro; perché penso che siate entrambe eccessivamente carine, e lo pensa anche il signor Palmer, ne sono certa, anche se ieri sera non siamo riusciti a farglielo ammettere.»
Le informazioni della signora Palmer riguardo a Willoughby non furono molto importanti; ma ogni testimonianza a suo favore, per quanto piccola, era gradita a lei.
«Sono così contenta che alla fine ci siamo conosciute», continuò Charlotte. «E ora spero che saremo sempre grandi amiche. Non puoi immaginare quanto desiderassi vederti! È così delizioso che tu debba vivere al cottage! Niente può essere come questo, di certo! E sono così contenta che tua sorella stia per sposarsi bene! Spero che sarete spesso a Combe Magna. È un posto dolce, a quanto si dice.»
«Conoscete il colonnello Brandon da molto tempo, non è vero?»
«Sì, da un gran pezzo; da quando mia sorella si è sposata. Era un particolare amico di Sir John. Credo», aggiunse a bassa voce, «che sarebbe stato molto contento di avere me, se avesse potuto. Sir John e Lady Middleton lo desideravano molto. Ma la mamma non pensava che il matrimonio fosse abbastanza buono per me, altrimenti Sir John ne avrebbe parlato al colonnello, e ci saremmo sposati immediatamente.»
«Il colonnello Brandon non sapeva della proposta di Sir John a vostra madre prima che venisse fatta? Non vi aveva mai confessato il suo affetto?»
«Oh, no; ma se la mamma non si fosse opposta, sono certa che gli sarebbe piaciuto moltissimo. Non mi aveva visto allora più di due volte, perché era prima che lasciassi la scuola. Tuttavia, sono molto più felice come sono. Il signor Palmer è il tipo di uomo che mi piace.»
CAPITOLO XXI.
I Palmer tornarono a Cleveland il giorno seguente, e le due famiglie a Barton furono di nuovo lasciate a intrattenersi a vicenda. Ma non durò a lungo; Elinor aveva appena tolto dalla testa i loro ultimi ospiti, aveva appena finito di meravigliarsi del fatto che Charlotte fosse così felice senza motivo, che il signor Palmer agisse in modo così sciocco, pur avendo buone capacità, e della strana inadeguatezza che spesso esisteva tra marito e moglie, quando lo zelo attivo di Sir John e della signora Jennings per la causa della vita sociale le procurò qualche altra nuova conoscenza da vedere e osservare.
In un'escursione mattutina a Exeter, avevano incontrato due giovani signorine, che la signora Jennings ebbe la soddisfazione di scoprire essere sue parenti, e questo fu abbastanza perché Sir John le invitasse direttamente al parco, non appena i loro impegni attuali a Exeter fossero terminati. I loro impegni a Exeter cedettero istantaneamente di fronte a un tale invito, e Lady Middleton fu gettata in non poco allarme al ritorno di Sir John, sentendo che stava per ricevere molto presto la visita di due ragazze che non aveva mai visto in vita sua, e della cui eleganza — persino della cui tollerabile gentilezza — non poteva avere alcuna prova; poiché le assicurazioni di suo marito e di sua madre su quell'argomento non valevano assolutamente nulla. Il fatto che fossero anche sue parenti rendeva la cosa molto peggiore; e i tentativi di consolazione della signora Jennings furono quindi sfortunatamente infondati, quando consigliò alla figlia di non preoccuparsi del fatto che fossero così alla moda; poiché erano tutte cugine e dovevano sopportarsi a vicenda. Poiché era impossibile, tuttavia, impedire ora il loro arrivo, Lady Middleton si rassegnò all'idea, con tutta la filosofia di una donna ben educata, accontentandosi di dare semplicemente a suo marito un leggero rimprovero sull'argomento cinque o sei volte al giorno.
Le giovani signorine arrivarono: il loro aspetto non era affatto privo di gentilezza o fuori moda. Il loro abbigliamento era molto curato, i loro modi molto civili, erano deliziate dalla casa, ed entusiaste dell'arredamento, e accadde che fossero così perdutamente appassionate di bambini che la buona opinione di Lady Middleton fu conquistata a loro favore prima che fossero passate un'ora al Parco. Le dichiarò ragazze davvero molto gradevoli, il che per la sua signoria era un'ammirazione entusiastica. La fiducia di Sir John nel proprio giudizio crebbe con questo vivace elogio, e partì direttamente per il cottage per informare le signorine Dashwood dell'arrivo delle signorine Steele, e per assicurare loro che erano le ragazze più dolci del mondo. Da un elogio come questo, tuttavia, non c'era molto da imparare; Elinor sapeva bene che le ragazze più dolci del mondo si potevano incontrare in ogni parte dell'Inghilterra, sotto ogni possibile variazione di forma, volto, temperamento e intelletto. Sir John voleva che l'intera famiglia si recasse direttamente al Parco a guardare le sue ospiti. Uomo benevolo e filantropico! Gli era doloroso persino tenere una cugina di terzo grado tutta per sé.
«Venite subito», disse, «vi prego, venite; dovete venire; vi assicuro che verrete. Non potete pensare a quanto vi piaceranno. Lucy è mostruosamente carina, e così di buon umore e gradevole! I bambini le stanno già tutti intorno, come se fosse una vecchia conoscenza. Ed entrambe desiderano vedervi più di ogni altra cosa, perché hanno sentito a Exeter che siete le creature più belle del mondo; e io ho detto loro che è tutto vero, e molto di più. Sarete deliziate da loro, ne sono certo. Hanno portato l'intera carrozza piena di giocattoli per i bambini. Come potete essere così ostinate da non venire? Dopotutto sono vostre cugine, sapete, in un certo senso. Voi siete mie cugine, e loro sono di mia moglie, quindi dovete essere parenti.»
Ma Sir John non riuscì a prevalere. Poté ottenere solo la promessa che avrebbero fatto visita al Parco entro un giorno o due, e poi le lasciò nello stupore per la loro indifferenza, per tornare a casa e vantarsi di nuovo delle loro attrattive con le signorine Steele, come aveva già vantato le signorine Steele con loro.
Quando ebbe luogo la loro promessa visita al Parco e la conseguente presentazione a queste giovani signorine, non trovarono nulla da ammirare nell'aspetto della maggiore, che aveva quasi trent'anni, con un volto molto comune e non intelligente; ma nell'altra, che non aveva più di ventidue o ventitré anni, riconobbero una considerevole bellezza; i suoi lineamenti erano carini, e aveva un occhio acuto e rapido, e una vivacità di modi che, sebbene non conferisse vera eleganza o grazia, dava distinzione alla sua persona. I loro modi erano particolarmente civili, ed Elinor riconobbe presto loro il merito di un certo tipo di buonsenso, quando vide con quale costante e giudiziosa attenzione si stessero rendendo gradevoli a Lady Middleton. Con i suoi figli erano in continue estasi, esaltandone la bellezza, cercando la loro attenzione e assecondando i loro capricci; e il tempo che potevano risparmiare dalle pressanti richieste che questa cortesia imponeva, era speso nell'ammirazione di qualunque cosa la sua signoria stesse facendo, se le capitava di fare qualcosa, o nel prendere i modelli di qualche elegante abito nuovo, in cui la sua apparizione del giorno prima le aveva gettate in una gioia incessante. Fortunatamente per coloro che corteggiano attraverso tali debolezze, una madre affettuosa, sebbene, nella ricerca di lodi per i suoi figli, sia la più rapace degli esseri umani, è anche la più credulona; le sue richieste sono esorbitanti; ma ingoierà qualsiasi cosa; e l'eccessivo affetto e la tolleranza delle signorine Steele verso la sua prole furono quindi visti da Lady Middleton senza la minima sorpresa o diffidenza. Vide con compiacimento materno tutte le importune invadenze e i dispettosi scherzi a cui le sue cugine si sottoponevano. Vide le loro fasce sciolte, i capelli tirati intorno alle orecchie, le loro borse da lavoro perquisite, e i loro coltelli e forbici rubati via, e non ebbe dubbi che fosse un divertimento reciproco. Non suggerì altra sorpresa che il fatto che Elinor e Marianne sedessero così compostamente, senza reclamare una parte in ciò che stava accadendo.
«John è così su di giri oggi!» disse lei, quando lui prese il fazzoletto da tasca della signorina Steele e lo gettò fuori dalla finestra. «È pieno di dispetti da scimmietta.»
E poco dopo, quando il secondo figlio pizzicò violentemente un dito della stessa signorina, osservò affettuosamente: «Com'è giocoso William!»
«E qui c'è la mia dolce piccola Annamaria», aggiunse, accarezzando teneramente una bambina di tre anni, che non aveva fatto rumore negli ultimi due minuti; «Ed è sempre così dolce e tranquilla; non c'è mai stata una creaturina così silenziosa!»
Ma sfortunatamente, nel dispensare questi abbracci, uno spillo nell'acconciatura della sua signoria graffiò leggermente il collo della bambina, producendo da questo modello di gentilezza urla così violente, che difficilmente avrebbero potuto essere superate da qualsiasi creatura dichiaratamente rumorosa. La costernazione della madre fu eccessiva; ma non poté superare lo sconcerto delle signorine Steele, e tutto fu fatto da tutte e tre, in un'emergenza così critica, che l'affetto potesse suggerire come probabile per lenire le agonie della piccola sofferente. Fu fatta sedere in grembo alla madre, coperta di baci, la sua ferita lavata con acqua di lavanda da una delle signorine Steele, che era in ginocchio per assisterla, e la sua bocca riempita di confetti dall'altra. Con una tale ricompensa per le sue lacrime, la bambina fu troppo saggia per smettere di piangere. Continuò a urlare e singhiozzare vigorosamente, sferrò calci ai suoi due fratelli per aver provato a toccarla, e tutte le loro cure congiunte furono inefficaci finché Lady Middleton, ricordando fortunatamente che in una scena di simile angoscia la settimana scorsa, della marmellata di albicocche era stata applicata con successo per una tempia contusa, il medesimo rimedio fu ansiosamente proposto per questo sfortunato graffio, e una leggera interruzione delle urla della giovane signorina nel sentirlo diede loro motivo di sperare che non sarebbe stato rifiutato. Fu quindi portata fuori dalla stanza tra le braccia della madre, in cerca di questa medicina, e poiché i due ragazzi scelsero di seguire, sebbene ardentemente implorati dalla madre di restare indietro, le quattro giovani signorine furono lasciate in una quiete che la stanza non conosceva da molte ore.
«Povere creature!» disse la signorina Steele, non appena furono uscite. «Avrebbe potuto essere un incidente molto triste.»
«Tuttavia non so bene come», esclamò Marianne, «a meno che non fosse stato in circostanze totalmente diverse. Ma questo è il solito modo di accrescere l'allarme, dove non c'è nulla di cui allarmarsi in realtà.»
«Che donna dolce è Lady Middleton!» disse Lucy Steele.
Marianne rimase in silenzio; le era impossibile dire ciò che non provava, per quanto banale fosse l'occasione; e su Elinor, quindi, ricadeva sempre l'intero compito di dire bugie quando la cortesia lo richiedeva. Fece del suo meglio quando chiamata in tal modo, parlando di Lady Middleton con più calore di quanto ne provasse, sebbene con molto meno della signorina Lucy.
«E anche Sir John», esclamò la sorella maggiore, «che uomo affascinante è!»
Anche qui, l'elogio della signorina Dashwood, essendo solo semplice e giusto, arrivò senza alcun eclat. Si limitò a osservare che era perfettamente di buon umore e amichevole.
«E che famiglia affascinante hanno! Non ho mai visto bambini così belli in vita mia. Dichiaro di adorarli già completamente, e in effetti sono sempre perdutamente appassionata di bambini.»
«Lo immaginavo», disse Elinor, con un sorriso, «da ciò che ho testimoniato questa mattina.»
«Ho l'impressione», disse Lucy, «che tu pensi che le piccole Middleton siano un po' troppo viziate; forse potrebbero essere al limite del tollerabile; ma è così naturale in Lady Middleton; e per quanto mi riguarda, amo vedere i bambini pieni di vita e di spirito; non posso sopportarli se sono mansueti e quieti.»
«Confesso», rispose Elinor, «che mentre sono a Barton Park, non penso mai ai bambini mansueti e quieti con alcun orrore.»
Una breve pausa seguì questo discorso, che fu interrotta per prima dalla signorina Steele, che sembrava molto disposta alla conversazione, e che ora disse piuttosto bruscamente: «E come le piace il Devonshire, signorina Dashwood? Suppongo che le sia dispiaciuto molto lasciare il Sussex.»
Con una certa sorpresa per la familiarità di questa domanda, o almeno per il modo in cui era stata pronunciata, Elinor rispose di sì.
«Norland è un posto prodigiosamente bello, non è vero?» aggiunse la signorina Steele.
«Abbiamo sentito Sir John ammirarlo eccessivamente», disse Lucy, che sembrava pensare fossero necessarie delle scuse per la libertà di sua sorella.
«Penso che chiunque debba ammirarlo», rispose Elinor, «chiunque abbia mai visto il posto; sebbene non si debba supporre che chiunque possa valutarne le bellezze come noi.»
«E avete avuto molti bei corteggiatori lì? Suppongo che non ne abbiate così tanti in questa parte del mondo; per quanto mi riguarda, penso che siano sempre una grande aggiunta.»
«Ma perché dovresti pensare», disse Lucy, guardando vergognata sua sorella, «che non ci siano tanti giovani gentili nel Devonshire come nel Sussex?»
«No, cara, sono certa che non pretendo di dire che non ci siano. Sono certa che c'è una gran quantità di bei corteggiatori a Exeter; ma sai, come potrei sapere quali bei corteggiatori potessero esserci intorno a Norland; e temevo solo che le signorine Dashwood potessero trovare noioso stare a Barton, se non ne avessero avuti così tanti come erano abituate ad avere. Ma forse voi signorine non vi interessate ai corteggiatori, e preferireste starne senza che averli. Per quanto mi riguarda, penso che siano infinitamente gradevoli, a patto che si vestano con eleganza e si comportino in modo civile. Ma non posso sopportare di vederli sporchi e trasandati. Ora c'è il signor Rose a Exeter, un giovane prodigiosamente elegante, proprio un bel corteggiatore, impiegato del signor Simpson, sai, eppure se ti capita di incontrarlo di mattina, non è degno di essere visto. Suppongo che suo fratello fosse proprio un bel corteggiatore, signorina Dashwood, prima che si sposasse, visto che era così ricco?»
«In verità», rispose Elinor, «non posso dirglielo, perché non comprendo perfettamente il significato della parola. Ma questo posso dire, che se mai è stato un corteggiatore prima di sposarsi, lo è ancora, poiché non c'è il minimo cambiamento in lui.»
«Oh! caro! uno non pensa mai che gli uomini sposati siano corteggiatori; hanno altro da fare.»
«Dio! Anne», esclamò sua sorella, «non sai parlare d'altro che di corteggiatori; farai credere alla signorina Dashwood che non pensi ad altro.» E poi, per cambiare discorso, iniziò ad ammirare la casa e l'arredamento.
Questo esempio delle signorine Steele fu sufficiente. La volgare libertà e follia della maggiore non le lasciò alcuna raccomandazione, e poiché Elinor non era accecata dalla bellezza, o dall'aspetto astuto della più giovane, dalla sua mancanza di vera eleganza e ingenuità, lasciò la casa senza alcun desiderio di conoscerle meglio.
Non così le signorine Steele. Venivano da Exeter, ben fornite di ammirazione per l'uso di Sir John Middleton, della sua famiglia e di tutti i suoi parenti, e nessuna proporzione avara fu ora elargita alle sue belle cugine, che dichiararono essere le ragazze più belle, eleganti, colte e gradevoli che avessero mai visto, e con le quali erano particolarmente ansiose di conoscere meglio. E il conoscersi meglio, quindi, Elinor scoprì presto che era il loro destino inevitabile, poiché poiché Sir John era interamente dalla parte delle signorine Steele, il loro partito sarebbe stato troppo forte per un'opposizione, e quel tipo di intimità doveva essere subìto, che consiste nel sedere un'ora o due insieme nella stessa stanza quasi ogni giorno. Sir John non poteva fare di più; ma non sapeva che fosse richiesto qualcos'altro: stare insieme era, a suo parere, essere intimi, e mentre i suoi continui stratagemmi per il loro incontro erano efficaci, non ebbe alcun dubbio che fossero amici stabiliti.
Per rendergli giustizia, fece tutto ciò che era in suo potere per promuovere la loro disinvoltura, rendendo le signorine Steele partecipi di qualunque cosa sapesse o supponesse sulle situazioni delle sue cugine nei particolari più delicati; e Elinor non le aveva viste più di due volte, prima che la maggiore di loro le facesse le congratulazioni per il fatto che sua sorella era stata così fortunata da conquistare un corteggiatore molto elegante da quando era arrivata a Barton.
«Sarà una bella cosa vederla sposata così giovane, non c’è che dire», disse lei, «e ho sentito dire che lui è un vero damerino, e prodigiosamente bello. E spero che anche tu possa avere la stessa fortuna presto; ma forse hai già un amico nel cantuccio.»
Elinor non poteva supporre che Sir John fosse più sottile nel proclamare i suoi sospetti riguardo al suo interesse per Edward di quanto non fosse stato nei confronti di Marianne; anzi, era di gran lunga il suo scherzo preferito dei due, essendo un po’ più nuovo e congetturale; e sin dalla visita di Edward, non avevano mai cenato insieme senza che lui brindasse ai suoi migliori affetti con tanta significatività e così tanti cenni e strizzatine d’occhio da attirare l’attenzione generale. Anche la lettera F era stata immancabilmente tirata in ballo, rivelandosi fonte di innumerevoli scherzi, tanto che la sua reputazione di lettera più arguta dell’alfabeto era ormai consolidata presso Elinor.
Le signorine Steele, come lei si aspettava, godevano ora di tutti i benefici di questi scherzi, e nella maggiore di loro essi suscitarono la curiosità di conoscere il nome del gentiluomo in questione, la quale, sebbene spesso espressa in modo impertinente, era perfettamente in linea con la sua generale invadenza verso le faccende della loro famiglia. Ma Sir John non giocò a lungo con la curiosità che si divertiva a suscitare, poiché provava almeno tanto piacere nel rivelare il nome quanto Miss Steele ne provava nell'udirlo.
«Il suo nome è Ferrars», disse con un sussurro ben udibile; «ma vi prego, non ditelo, perché è un gran segreto.»
«Ferrars!» ripeté Miss Steele; «Mr. Ferrars è il fortunato, è lui? Come! Il fratello di vostra cognata, Miss Dashwood? Un giovane molto gradevole, non c’è che dire; lo conosco molto bene.»
«Come puoi dire una cosa simile, Anne?» esclamò Lucy, che solitamente apportava una rettifica a tutte le asserzioni della sorella. «Sebbene l’abbiamo visto una o due volte da mio zio, è un po’ troppo pretendere di conoscerlo molto bene.»
Elinor ascoltò tutto ciò con attenzione e sorpresa. «E chi era questo zio? Dove viveva? Come sono entrate in confidenza?» Desiderava ardentemente che l’argomento continuasse, sebbene non scegliesse di parteciparvi lei stessa; ma non fu detto altro, e per la prima volta in vita sua, pensò che Mrs. Jennings fosse carente o nella curiosità per le piccole informazioni, o nella disposizione a comunicarle. Il modo in cui Miss Steele aveva parlato di Edward accrebbe la sua curiosità; poiché le parve piuttosto malevolo, e suggerì il sospetto che quella signora sapesse, o credesse di sapere, qualcosa a suo svantaggio. Ma la sua curiosità fu vana, poiché il nome di Mr. Ferrars non fu più notato da Miss Steele quando alluso, né fu mai apertamente menzionato da Sir John.
CAPITOLO XXII.
Marianne, che non aveva mai avuto molta tolleranza per nulla che somigliasse a impertinenza, volgarità, inferiorità di spirito, o persino differenza di gusti rispetto ai propri, era in quel momento particolarmente mal disposta, a causa del suo stato d’animo, a farsi piacere le signorine Steele, o a incoraggiare le loro avances; ed è alla costante freddezza del suo comportamento nei loro confronti, che frenava ogni tentativo di intimità da parte loro, che Elinor attribuiva principalmente quella preferenza per se stessa che divenne presto evidente nei modi di entrambe, ma specialmente di Lucy, che non perdeva occasione per coinvolgerla in conversazioni, o per cercare di migliorare la loro conoscenza attraverso una comunicazione disinvolta e franca dei propri sentimenti.
Lucy era naturalmente intelligente; le sue osservazioni erano spesso giuste e divertenti; e come compagna per mezz’ora Elinor la trovava sovente gradevole; ma le sue facoltà non avevano ricevuto alcun aiuto dall’istruzione: era ignorante e analfabeta; e la sua carenza di qualsiasi miglioramento intellettuale, la sua mancanza di informazioni sui particolari più comuni, non potevano essere celate a Miss Dashwood, nonostante il suo costante sforzo di apparire sotto una luce vantaggiosa. Elinor vedeva, e provava compassione per lei, la negligenza di capacità che l’educazione avrebbe potuto rendere così rispettabili; ma vedeva, con minor tenerezza d’animo, la totale mancanza di delicatezza, di rettitudine e di integrità di spirito che le sue attenzioni, le sue assiduità, le sue lusinghe al Park tradivano; e non poteva provare alcuna soddisfazione duratura in compagnia di una persona che univa insincerità e ignoranza; la cui mancanza di istruzione impediva loro di incontrarsi in conversazione su basi di parità, e la cui condotta verso gli altri rendeva ogni dimostrazione di attenzione e deferenza verso se stessa del tutto priva di valore.
«Credo che troverete la mia domanda piuttosto strana», le disse un giorno Lucy, mentre camminavano insieme dal parco al cottage, «ma vi prego, siete personalmente conoscente della madre di vostra cognata, Mrs. Ferrars?»
Elinor pensò davvero che la domanda fosse molto strana, e il suo volto lo espresse, mentre rispondeva di non aver mai visto Mrs. Ferrars.
«Davvero!» replicò Lucy; «mi sorprende, poiché pensavo che l’abbiate dovuta vedere a Norland, talvolta. Allora, forse, non sapete dirmi che tipo di donna sia?»
«No», rispose Elinor, cauta nel dare la sua vera opinione sulla madre di Edward, e non molto desiderosa di soddisfare quella che sembrava una curiosità impertinente; «non so nulla di lei.»
«Sono certa che mi riteniate molto strana, a interrogarvi su di lei in questo modo», disse Lucy, osservando Elinor con attenzione mentre parlava; «ma forse potrebbero esserci dei motivi... vorrei potermi azzardare; ma comunque spero mi farete la giustizia di credere che non intendo essere impertinente.»
Elinor le diede una risposta cortese, e camminarono per alcuni minuti in silenzio. Fu interrotto da Lucy, che riprese l’argomento dicendo, con una certa esitazione:
«Non posso sopportare che mi pensiate impertinentemente curiosa. Sono certa che farei qualsiasi cosa al mondo piuttosto che essere considerata tale da una persona la cui buona opinione valga così tanto la pena di avere come la vostra. E sono certa che non avrei il minimo timore di fidarmi di voi; anzi, sarei ben lieta di avere il vostro consiglio su come gestire una situazione così scomoda come la mia; ma, comunque, non c’è bisogno di disturbarvi. Mi dispiace che non vi capiti di conoscere Mrs. Ferrars.»
«Mi dispiace di non conoscerla», disse Elinor, con grande stupore, «se potesse esservi di qualche utilità conoscere la mia opinione su di lei. Ma davvero non avevo mai capito che foste in alcun modo legata a quella famiglia, e pertanto sono un po’ sorpresa, lo confesso, di un’inchiesta così seria sul suo carattere.»
«Sono certa che lo siate, e non mi meraviglia affatto. Ma se osassi dirvi tutto, non sareste così sorpresa. Mrs. Ferrars non è certamente nulla per me al momento, ma il tempo potrebbe venire, quanto presto dipenderà da lei, in cui potremmo essere molto intimamente legate.»
Abbassò lo sguardo mentre diceva questo, pudica in modo amabile, con un solo sguardo laterale alla compagna per osservarne l’effetto.
«Cielo!» esclamò Elinor, «che cosa volete dire? Siete conoscente di Mr. Robert Ferrars? È possibile?» E non si sentì molto lieta all’idea di una tale cognata.
«No», rispose Lucy, «non di Mr. Robert Ferrars; non l’ho mai visto in vita mia; ma», fissando gli occhi su Elinor, «del suo fratello maggiore.»
Cosa provò Elinor in quel momento? Stupore, che sarebbe stato doloroso quanto intenso, se non fosse stato accompagnato da un’immediata incredulità verso l’asserzione. Si voltò verso Lucy in muto sbigottimento, incapace di divinare la ragione o lo scopo di una tale dichiarazione; e sebbene il suo colorito mutasse, rimase ferma nell’incredulità, e non si sentì in pericolo di una crisi isterica, o di uno svenimento.
«Potete ben essere sorpresa», continuò Lucy; «poiché di certo non potevate averne idea prima; poiché sono certa che non abbia mai lasciato cadere il minimo accenno a voi o a chiunque della vostra famiglia; perché è sempre stato inteso come un gran segreto, e sono certa che è stato fedelmente mantenuto tale da me fino a quest’ora. Non un’anima tra tutti i miei parenti lo sa, a parte Anne, e non ve l’avrei mai menzionato, se non avessi provato la più grande fiducia del mondo nella vostra segretezza; e ho davvero pensato che il mio comportamento nel fare tante domande su Mrs. Ferrars dovesse sembrare così strano, che meritasse una spiegazione. E non credo che Mr. Ferrars possa esserne contrariato, quando saprà che mi sono confidata con voi, perché so che ha la più alta opinione del mondo di tutta la vostra famiglia, e considera voi e le altre Miss Dashwood proprio come le sue sorelle.» Fece una pausa.
Elinor rimase in silenzio per alcuni momenti. Il suo stupore per ciò che udiva era inizialmente troppo grande per le parole; ma alla fine, costringendosi a parlare, e a parlare con cautela, disse, con una calma di modi che celava discretamente la sua sorpresa e sollecitudine: «Posso chiedere se il vostro fidanzamento è di lunga data?»
«Siamo fidanzati da quattro anni.»
«Quattro anni!»
«Sì.»
Elinor, sebbene profondamente scossa, si sentiva ancora incapace di crederci.
«Non sapevo», disse, «che foste persino conoscenti fino all’altro giorno.»
«La nostra conoscenza, tuttavia, risale a molti anni fa. È stato sotto la cura di mio zio, sapete, per un bel po’.»
«Vostro zio!»
«Sì; Mr. Pratt. Non lo avete mai sentito parlare di Mr. Pratt?»
«Credo di sì», rispose Elinor, con uno sforzo di spirito che crebbe con l’aumentare della sua emozione.
«È stato quattro anni con mio zio, che vive a Longstaple, vicino a Plymouth. È stato lì che la nostra conoscenza è iniziata, poiché mia sorella e io eravamo spesso ospiti di mio zio, ed è stato lì che il nostro fidanzamento è stato formato, sebbene non fino a un anno dopo che lui ebbe terminato come allievo; ma è stato quasi sempre con noi in seguito. Ero molto riluttante a intraprenderlo, come potete immaginare, senza la conoscenza e l’approvazione di sua madre; ma ero troppo giovane, e lo amavo troppo, per essere prudente come avrei dovuto. Sebbene non lo conosciate bene quanto me, Miss Dashwood, dovete averne visto abbastanza da rendervi conto che è molto capace di far sì che una donna sia sinceramente legata a lui.»
«Certamente», rispose Elinor, senza sapere cosa dicesse; ma dopo un momento di riflessione, aggiunse, con una rinnovata sicurezza nell’onore e nell’amore di Edward, e nella falsità della sua compagna: «Fidanzata con Mr. Edward Ferrars! Confesso di essere così totalmente sorpresa da ciò che mi dite, che davvero... vi chiedo perdono; ma sicuramente deve esserci qualche errore di persona o di nome. Non possiamo intendere lo stesso Mr. Ferrars.»
«Non possiamo intenderne altri», esclamò Lucy, sorridendo. «Mr. Edward Ferrars, il figlio maggiore di Mrs. Ferrars, di Park Street, e fratello di vostra cognata, Mrs. John Dashwood, è la persona che intendo; dovete ammettere che non è probabile che io sia ingannata riguardo al nome dell’uomo da cui dipende tutta la mia felicità.»
«È strano», replicò Elinor, in una perplessità assai dolorosa, «che io non l’abbia mai sentito nemmeno menzionare il vostro nome.»
«No; considerando la nostra situazione, non era strano. La nostra prima cura è stata mantenere la faccenda segreta. Voi non sapevate nulla di me, o della mia famiglia, e, pertanto, non ci poteva essere occasione per menzionare mai il mio nome a voi; e, poiché lui era sempre particolarmente timoroso che sua sorella sospettasse qualcosa, quella era ragione sufficiente per non menzionarlo.»
Rimase in silenzio. La sicurezza di Elinor crollò; ma il suo autocontrollo non crollò con essa.
«Quattro anni che siete fidanzati», disse con voce ferma.
«Sì; e il cielo sa quanto ancora dovremo aspettare. Povero Edward! Lo fa perdere completamente d’animo.» Poi, tirando fuori una piccola miniatura dalla tasca, aggiunse: «Per evitare la possibilità di errore, siate così buona da guardare questo volto. Non gli rende giustizia, certo, ma tuttavia credo che non possiate essere ingannata riguardo alla persona per cui è stato ritratto. Ce l’ho da più di tre anni.»
Gliela mise tra le mani mentre parlava; e quando Elinor vide il dipinto, qualsiasi altro dubbio la sua paura di una decisione troppo frettolosa, o il suo desiderio di scoprire la falsità potesse far persistere nella sua mente, non ne ebbe alcuno sul fatto che fosse il volto di Edward. Gliela restituì quasi istantaneamente, riconoscendo la somiglianza.
«Non sono mai stata capace», continuò Lucy, «di dargli il mio ritratto in cambio, il che mi tormenta molto, poiché è sempre stato così ansioso di averlo! Ma sono determinata a posare per esso alla primissima occasione.»
«Siete nel giusto», replicò Elinor con calma. Poi proseguirono alcuni passi in silenzio. Lucy parlò per prima.
«Sono certa», disse, «che non ho alcun dubbio al mondo che terrete fedelmente questo segreto, perché dovete sapere di quale importanza sia per noi non farlo giungere a sua madre; poiché non lo approverebbe mai, ne sono certa. Io non avrò alcuna dote, e immagino che sia una donna estremamente orgogliosa.»
«Certamente non ho cercato la vostra confidenza», disse Elinor; «ma non mi fate più che giustizia nell’immaginare che ci si possa fidare di me. Il vostro segreto è al sicuro con me; ma perdonatemi se esprimo una certa sorpresa per una comunicazione così inutile. Avreste dovuto almeno intuire che il fatto che io ne sia a conoscenza non potrebbe accrescerne la sicurezza.»
Mentre diceva questo, guardò con attenzione Lucy, sperando di scoprire qualcosa nel suo volto; forse la falsità di gran parte di ciò che stava dicendo; ma il volto di Lucy non subì alcun cambiamento.
«Temevo che avreste pensato che mi prendessi una gran libertà con voi», disse, «nel raccontarvi tutto questo. Non vi conosco da molto, certo, personalmente almeno, ma conosco voi e tutta la vostra famiglia per descrizione da molto tempo; e appena vi ho vista, mi sono sentita quasi come se foste una vecchia conoscenza. Inoltre, nel caso presente, ho davvero pensato che vi fosse dovuta una spiegazione dopo che ho fatto domande così particolari sulla madre di Edward; e sono così sfortunata da non avere una creatura di cui possa chiedere consiglio. Anne è l’unica persona che ne è a conoscenza, e lei non ha affatto giudizio; anzi, mi fa molto più male che bene, poiché sono nel costante timore che mi tradisca. Non sa come tenere la lingua a freno, come avrete intuito, e sono certa che ero nel terrore più totale l’altro giorno, quando il nome di Edward è stato menzionato da Sir John, che non se ne uscisse con tutto quanto. Non potete immaginare quanto io soffra interiormente per tutto questo. Mi stupisco solo di essere viva dopo ciò che ho patito per amore di Edward in questi ultimi quattro anni. Tutto in tale sospensione e incertezza; e vedendolo così raramente, riusciamo a malapena a vederci più di due volte l’anno. Sono certa che mi stupisco che il mio cuore non sia del tutto spezzato.»
Qui tirò fuori il fazzoletto; ma Elinor non si sentiva molto compassionevole.
«A volte», continuò Lucy, dopo essersi asciugata gli occhi, «penso se non sarebbe meglio per entrambi troncare la faccenda del tutto.» Mentre diceva questo, guardò direttamente la sua compagna. «Ma poi altre volte non ho abbastanza risoluzione per farlo. Non posso sopportare l’idea di renderlo così infelice, come so che la sola menzione di una cosa simile farebbe. E anche per me, così caro com’è per me, non credo di poterne essere all’altezza. Cosa mi consigliereste di fare in un caso simile, Miss Dashwood? Cosa fareste voi stessa?»
«Perdonatemi», rispose Elinor, scossa dalla domanda; «ma non posso darvi alcun consiglio in tali circostanze. Il vostro giudizio deve guidarvi.»
«Certo», continuò Lucy, dopo alcuni minuti di silenzio da entrambe le parti, «sua madre dovrà pur provvedere a lui prima o poi; ma il povero Edward è così avvilito da questo! Non l’avete trovato terribilmente abbattuto quando era a Barton? Era così infelice quando ci ha lasciato a Longstaple, per venire da voi, che temevo avreste pensato che fosse proprio malato.»
«È venuto da vostro zio, dunque, quando ci ha visitato?»
«Oh, sì; era stato quindici giorni con noi. Credevate che venisse direttamente dalla città?»
«No», rispose Elinor, sensibile nel modo più profondo a ogni nuova circostanza a favore della veridicità di Lucy; «ricordo che ci disse che era stato ospite per quindici giorni presso alcuni amici vicino a Plymouth.» Ricordò anche la sua sorpresa, all’epoca, per il fatto che lui non avesse menzionato nulla di più di quegli amici, per il suo totale silenzio persino riguardo ai loro nomi.
«Non l’avete trovato tristemente giù di morale?» ripeté Lucy.
«Lo abbiamo trovato, davvero, particolarmente quando è arrivato la prima volta.»
«L’ho pregato di sforzarsi per timore che poteste sospettare cosa ci fosse; ma lo rendeva così malinconico, non poter restare più di quindici giorni con noi, e vedermi così tanto colpita. Povero ragazzo! Temo che sia esattamente lo stesso per lui ora; poiché scrive in uno stato d’animo pietoso. Ho avuto sue notizie proprio prima di lasciare Exeter;» prendendo una lettera dalla tasca e mostrando sbadatamente l’indirizzo a Elinor. «Conoscete la sua grafia, ne sono certa, è bellissima; ma quella non è scritta bene come al solito. Era stanco, scommetto, poiché aveva appena riempito il foglio per me il più possibile.»
Elinor vide che era la sua grafia, e non poté più dubitare. Questo ritratto, si era concessa di credere, avrebbe potuto essere ottenuto accidentalmente; avrebbe potuto non essere un dono di Edward; ma una corrispondenza tra loro tramite lettere poteva sussistere solo sotto un fidanzamento positivo, non poteva essere autorizzata da nient’altro; per alcuni momenti, fu quasi sopraffatta; il suo cuore sprofondò dentro di lei, e riusciva a malapena a stare in piedi; ma lo sforzo era indispensabilmente necessario; e lottò così risolutamente contro l’oppressione dei suoi sentimenti, che il suo successo fu rapido, e per il momento completo.
«Scriverci», disse Lucy, rimettendo la lettera in tasca, «è l’unico conforto che abbiamo in separazioni così lunghe. Sì, ho un altro conforto nel suo ritratto, ma il povero Edward non ha nemmeno quello. Se avesse almeno il mio ritratto, dice che sarebbe tranquillo. Gli ho dato una ciocca dei miei capelli incastonata in un anello quando era a Longstaple l’ultima volta, e quello è stato un po’ di conforto per lui, disse, ma non uguale a un ritratto. Forse avete notato l’anello quando l’avete visto?»
«Sì», disse Elinor, con una compostezza di voce sotto la quale era celata un’emozione e un’angoscia superiori a qualsiasi cosa avesse mai provato prima. Era mortificata, scossa, confusa.
Fortunatamente per lei, avevano ormai raggiunto il cottage, e la conversazione non poté continuare oltre. Dopo essersi intrattenute con loro alcuni minuti, le signorine Steele tornarono al Park, ed Elinor fu allora libera di pensare e di essere infelice.
Per quanto piccola potesse essere la fiducia di Elinor nella veridicità di Lucy, le era impossibile, dopo una seria riflessione, sospettarla nel caso presente, in cui nessuna tentazione avrebbe potuto giustificare la follia di inventare una menzogna di tale natura. Ciò che Lucy aveva asserito essere vero, dunque, Elinor non poteva, non osava più dubitare; supportato com’era peraltro da ogni parte da tali probabilità e prove, e contraddetto da nulla se non dai propri desideri. La loro occasione di conoscenza in casa del signor Pratt era un fondamento per il resto, al contempo indiscutibile e allarmante; e la visita di Edward vicino a Plymouth, il suo malinconico stato d’animo, la sua insoddisfazione per le proprie prospettive, il suo comportamento incerto nei confronti di lei, l’intima conoscenza delle sorelle Steele riguardo a Norland e ai legami familiari, che l’avevano spesso sorpresa, il ritratto, la lettera, l’anello, formavano nel complesso un tale corpo di prove da vincere ogni timore di condannarlo ingiustamente, e da stabilire come fatto, che nessuna parzialità avrebbe potuto smentire, il suo maltrattamento nei confronti di lei. Il suo risentimento per tale comportamento, la sua indignazione per esserne stata la vittima, per un breve periodo le fecero provare sentimenti solo per se stessa; ma altre idee, altre considerazioni, sorsero presto. Edward l’aveva ingannata intenzionalmente? Aveva finto un riguardo per lei che non provava? Il suo fidanzamento con Lucy era un fidanzamento del cuore? No; qualunque cosa potesse essere stata un tempo, non poteva credere che lo fosse al presente. Il suo affetto era tutto per lei. Non poteva essere ingannata in questo. Sua madre, le sorelle, Fanny, tutti erano stati consapevoli del suo riguardo per lei a Norland; non era un’illusione della propria vanità. Certamente lui la amava. Che conforto per il cuore era questa convinzione! Quanto non avrebbe potuto tentarla a perdonare! Era stato biasimevole, altamente biasimevole, nel rimanere a Norland dopo aver sentito per la prima volta che l’influenza di lei su di lui era più di quanto avrebbe dovuto essere. In questo, non poteva essere difeso; ma se aveva ferito lei, quanto più aveva ferito se stesso; se il caso di lei era pietoso, il suo era senza speranza. La sua imprudenza l’aveva resa infelice per un po’; ma sembrava aver privato lui stesso di ogni possibilità di essere mai altrimenti. Lei avrebbe potuto col tempo ritrovare la tranquillità; ma lui, che cosa aveva da sperare? Avrebbe mai potuto essere tollerabilmente felice con Lucy Steele; avrebbe potuto, se il suo affetto per lei fosse stato fuori questione, con la sua integrità, la sua delicatezza e la sua mente colta, essere soddisfatto di una moglie come lei — analfabeta, astuta ed egoista?
L’infatuazione giovanile dei diciannove anni lo avrebbe naturalmente accecato di fronte a tutto tranne che alla sua bellezza e alla sua indole buona; ma i quattro anni successivi — anni che, se vissuti razionalmente, conferiscono un tale miglioramento all’intelletto, devono avergli aperto gli occhi sui suoi difetti di educazione, mentre lo stesso lasso di tempo, trascorso da parte di lei in una società inferiore e in occupazioni più frivole, l’aveva forse privata di quella semplicità che avrebbe potuto un tempo conferire un carattere interessante alla sua bellezza.
Se nell’ipotesi che lui volesse sposare lei, le sue difficoltà da parte della madre erano sembrate grandi, quanto più grandi erano destinate a essere ora, quando l’oggetto del suo fidanzamento era indubbiamente inferiore per legami, e probabilmente inferiore per fortuna, a lei. Queste difficoltà, in verità, con un cuore così alienato da Lucy, avrebbero potuto non pesare troppo sulla sua pazienza; ma malinconico era lo stato della persona per la quale l’aspettativa di opposizione e ostilità familiare poteva essere avvertita come un sollievo!
Mentre queste considerazioni le occorrevano in dolorosa successione, pianse per lui, più che per se stessa. Sostenuta dalla convinzione di non aver fatto nulla per meritare la sua attuale infelicità, e consolata dalla credenza che Edward non avesse fatto nulla per perdere la sua stima, pensò di poter anche ora, sotto il primo dolore del pesante colpo, dominarsi abbastanza da celare ogni sospetto della verità a sua madre e alle sorelle. E fu così capace di rispondere alle proprie aspettative che, quando si unì a loro a cena solo due ore dopo aver subito per la prima volta l’estinzione di tutte le sue speranze più care, nessuno avrebbe supposto, dall’aspetto delle sorelle, che Elinor stesse piangendo in segreto su ostacoli che dovevano dividerla per sempre dall’oggetto del suo amore, e che Marianne stesse interiormente dimorando nelle perfezioni di un uomo del cui intero cuore si sentiva completamente in possesso, e che si aspettava di vedere in ogni carrozza che passasse vicino alla loro casa.
La necessità di nascondere a sua madre e a Marianne ciò che le era stato affidato in confidenza, sebbene la costringesse a un incessante sforzo, non era un aggravio del tormento di Elinor. Al contrario, era un sollievo per lei essere risparmiata dal comunicare ciò che avrebbe dato loro tale afflizione, e salvarsi allo stesso modo dal sentire quella condanna di Edward che sarebbe probabilmente scaturita dall’eccesso del loro affetto parziale per lei, e che era più di quanto si sentisse in grado di sopportare.
Dal loro consiglio, o dalla loro conversazione, sapeva di non poter ricevere alcun aiuto, la loro tenerezza e il loro dolore avrebbero aggiunto sofferenza alla sua, mentre il suo autocontrollo non avrebbe ricevuto incoraggiamento né dal loro esempio né dalle loro lodi. Era più forte da sola, e il suo buon senso la sosteneva così bene che la sua fermezza era incrollabile, la sua parvenza di allegrezza così invariabile quanto, con rimpianti così strazianti e così freschi, era possibile che fossero.
Per quanto avesse sofferto dalla sua prima conversazione con Lucy sull’argomento, sentì presto un fervido desiderio di rinnovarla; e questo per più di una ragione. Voleva sentire molti particolari del loro fidanzamento ripetuti ancora, voleva comprendere più chiaramente ciò che Lucy provava realmente per Edward, se vi fosse una qualche sincerità nella sua dichiarazione di tenero riguardo per lui, e voleva particolarmente convincere Lucy, con la sua prontezza a tornare sull’argomento e la sua calma nel conversarne, che non ne era interessata se non come amica, cosa che temeva molto che la sua involontaria agitazione, nel loro discorso mattutino, avesse reso quantomeno dubbia. Che Lucy fosse disposta a essere gelosa di lei appariva molto probabile: era chiaro che Edward avesse sempre parlato bene di lei, non solo per l’asserzione di Lucy, ma per il fatto che lei si fosse spinta a confidarle, con una conoscenza personale così breve, un segreto così dichiaratamente ed evidentemente importante. E persino l’informazione scherzosa di Sir John doveva aver avuto un qualche peso. Ma in verità, finché Elinor rimaneva così bene assicurata dentro di sé di essere realmente amata da Edward, non richiedeva altra considerazione di probabilità per rendere naturale che Lucy fosse gelosa; e che lei lo fosse, la sua stessa confidenza ne era una prova. Quale altra ragione per la rivelazione della faccenda poteva esserci, se non che Elinor potesse esserne informata delle pretese superiori di Lucy su Edward, e le venisse insegnato a evitarlo in futuro? Aveva poca difficoltà a comprendere così tanto delle intenzioni della sua rivale, e mentre era fermamente risoluta ad agire verso di lei come ogni principio di onore e onestà dettava, a combattere il proprio affetto per Edward e a vederlo il meno possibile; non poteva negarsi il conforto di tentare di convincere Lucy che il suo cuore era illeso. E poiché ora non avrebbe potuto sentire nulla di più doloroso sull’argomento di quanto già le fosse stato detto, non diffidava della propria capacità di affrontare una ripetizione di particolari con compostezza.
Ma non fu immediatamente che un’opportunità per farlo poté essere ottenuta, sebbene Lucy fosse ben disposta quanto lei ad approfittare di qualsiasi occasione si presentasse; poiché il tempo non era spesso abbastanza bello da permettere loro di unirsi in una passeggiata, dove avrebbero potuto più facilmente separarsi dagli altri; e sebbene si incontrassero almeno una sera sì e una no al parco o al cottage, e principalmente al primo, non si poteva supporre che si incontrassero per il piacere della conversazione. Un tale pensiero non sarebbe mai entrato nella testa né di Sir John né di Lady Middleton; e perciò pochissimo tempo libero veniva mai concesso per una chiacchierata generale, e nessuno affatto per un discorso particolare. Si incontravano per il piacere di mangiare, bere e ridere insieme, giocare a carte, o alle conseguenze, o a qualsiasi altro gioco che fosse sufficientemente rumoroso.
Uno o due incontri di questo tipo avevano avuto luogo, senza offrire a Elinor alcuna possibilità di impegnare Lucy in privato, quando Sir John passò al cottage una mattina, per implorare, in nome della carità, che tutti cenassero con Lady Middleton quel giorno, poiché lui era obbligato a presenziare al club di Exeter, e lei sarebbe altrimenti rimasta completamente sola, eccetto sua madre e le due signorine Steele. Elinor, che prevedeva un’apertura più favorevole per il punto che aveva in vista in una compagnia come questa, più a suo agio tra loro sotto la tranquilla e beneducata direzione di Lady Middleton rispetto a quando suo marito li univa insieme in un unico rumoroso scopo, accettò immediatamente l’invito; Margaret, con il permesso di sua madre, fu altrettanto accondiscendente, e Marianne, sebbene sempre riluttante a unirsi a qualsiasi loro gruppo, fu persuasa da sua madre, che non poteva sopportare di farla isolare da ogni possibilità di divertimento, ad andare ugualmente.
Le signorine andarono, e Lady Middleton fu felicemente preservata dalla spaventosa solitudine che l’aveva minacciata. L’insipidezza dell’incontro fu esattamente tale quale Elinor si aspettava; non produsse nessuna novità di pensiero o espressione, e nulla avrebbe potuto essere meno interessante dell’intero loro discorso sia nella sala da pranzo che nel salotto: a quest’ultimo, i bambini le accompagnarono, e finché rimasero lì, lei fu troppo ben convinta dell’impossibilità di impegnare l’attenzione di Lucy per tentarlo. Lo abbandonarono solo con la rimozione del servizio da tè. Il tavolo da gioco fu allora preparato, ed Elinor iniziò a meravigliarsi di se stessa per aver mai nutrito la speranza di trovare tempo per conversare al parco. Si alzarono tutti in preparazione per un gioco collettivo.
«Sono contenta», disse Lady Middleton a Lucy, «che non andiate a finire il cesto della povera piccola Annamaria stasera; poiché sono certa che deve far male agli occhi lavorare alla filigrana a lume di candela. E faremo alla cara piccola tesoro qualche compenso per la sua delusione domani, e allora spero che non ci baderà molto.»
Questo accenno fu sufficiente, Lucy si ricompose istantaneamente e rispose: «Davvero lei si sbaglia molto, Lady Middleton; sto solo aspettando di sapere se può fare la sua partita senza di me, altrimenti sarei già stata alla mia filigrana. Non deluderei il piccolo angelo per tutto l’oro del mondo: e se ha bisogno di me al tavolo da gioco ora, sono risoluta a finire il cesto dopo cena.»
«Lei è molto gentile, spero che non le faccia male agli occhi — vuole suonare il campanello per delle candele da lavoro? La mia povera bambina sarebbe tristemente delusa, lo so, se il cesto non fosse finito domani, poiché sebbene le abbia detto che certamente non lo sarebbe stato, sono sicura che conta sul fatto che venga terminato.»
Lucy tirò direttamente il suo tavolo da lavoro vicino a sé e si risedette con un’alacrità e un’allegria che sembravano inferire che non poteva gustare diletto maggiore che nel fare un cesto di filigrana per una bambina viziata.
Lady Middleton propose una partita di Casino agli altri. Nessuno fece alcuna obiezione tranne Marianne, che con la sua solita disattenzione alle forme della civiltà generale, esclamò: «Vostra Signoria avrà la bontà di scusarmi — sa che detesto le carte. Andrò al pianoforte; non l’ho toccato da quando è stato accordato.» E senza ulteriori cerimonie, si voltò e camminò verso lo strumento.
Lady Middleton guardò come se ringraziasse il cielo di non aver mai fatto un discorso così rude.
«Marianne non riesce mai a stare lontana da quello strumento per molto, sa, signora», disse Elinor, sforzandosi di smussare l’offesa; «e non me ne meraviglio molto; poiché è il pianoforte dal suono migliore che io abbia mai sentito.»
I cinque restanti dovevano ora pescare le loro carte.
«Forse», continuò Elinor, «se mi capitasse di rimanere esclusa, potrei essere di qualche utilità alla signorina Lucy Steele, nell’arrotolare le sue carte per lei; e c’è così tanto ancora da fare al cesto, che penso debba essere impossibile per lei, lavorando da sola, finirlo stasera. Mi piacerebbe moltissimo il lavoro, se volesse concedermene una parte.»
«Davvero le sarò molto obbligata per il suo aiuto», esclamò Lucy, «poiché trovo che c’è più da fare di quanto pensassi; e sarebbe una cosa scioccante deludere la cara Annamaria dopo tutto.»
«Oh! sarebbe terribile, davvero», disse la signorina Steele. «Cara piccola anima, quanto la amo!»
«Lei è molto gentile», disse Lady Middleton a Elinor; «e siccome il lavoro le piace davvero, forse sarà altrettanto contenta di non entrare fino a un’altra partita, o vuole tentare la sorte ora?»
Elinor approfittò gioiosamente della prima di queste proposte, e così con un po’ di quell’accortezza che Marianne non avrebbe mai potuto degnarsi di praticare, ottenne il proprio scopo, e compiacque Lady Middleton allo stesso tempo. Lucy le fece posto con pronta attenzione, e le due belle rivali furono così sedute fianco a fianco allo stesso tavolo, e, con la massima armonia, impegnate a far avanzare lo stesso lavoro. Il pianoforte al quale Marianne, avvolta nella propria musica e nei propri pensieri, aveva ormai dimenticato che ci fosse qualcun altro nella stanza oltre a lei, era fortunatamente così vicino a loro che la signorina Dashwood giudicò ora di poter tranquillamente, al riparo del suo rumore, introdurre l’argomento interessante, senza alcun rischio di essere ascoltata al tavolo da gioco.
CAPITOLO XXIV.
Con un tono fermo, sebbene cauto, Elinor iniziò così.
«Sarei indegna della confidenza di cui mi avete onorata, se non provassi alcun desiderio per la sua continuazione, o nessuna ulteriore curiosità sul suo soggetto. Non mi scuserò pertanto per averlo tirato fuori di nuovo.»
«Grazie», esclamò Lucy calorosamente, «per aver rotto il ghiaccio; mi avete messo il cuore in pace con questo; poiché in un modo o nell’altro temevo di avervi offesa con ciò che vi ho detto quel lunedì.»
«Offesa! Come avete potuto supporlo? Credetemi», ed Elinor lo disse con la più vera sincerità, «nulla poteva essere più lontano dalla mia intenzione che darvi una tale idea. Potevate avere un motivo per la confidenza, che non fosse onorevole e lusinghiero per me?»
«Eppure vi assicuro», rispose Lucy, i suoi piccoli occhi acuti pieni di significato, «mi è sembrato esserci una freddezza e un disappunto nei vostri modi che mi hanno resa alquanto a disagio. Ero certa che foste arrabbiata con me; e ho litigato con me stessa da allora, per aver preso tale libertà di disturbarvi con i miei affari. Ma sono molto lieta di scoprire che era solo una mia fantasia, e che realmente non mi incolpate. Se sapeste che consolazione è stata per me alleviare il mio cuore parlandovi di ciò a cui sto sempre pensando ogni momento della mia vita, la vostra compassione vi farebbe trascurare ogni altra cosa, ne sono certa.»
«Davvero, posso facilmente credere che sia stato un sollievo molto grande per voi, confessarmi la vostra situazione, e siate certa che non avrete mai motivo di pentirvene. Il vostro caso è molto sfortunato; mi sembrate circondata da difficoltà, e avrete bisogno di tutto il vostro affetto reciproco per sostenervi sotto di esse. Il signor Ferrars, credo, sia interamente dipendente da sua madre.»
«Ha solo duemila sterline di sua proprietà; sarebbe follia sposarsi con quelle, sebbene per parte mia, potrei rinunciare a ogni prospettiva di più senza un sospiro. Sono sempre stata abituata a un reddito molto piccolo, e potrei lottare con qualsiasi povertà per lui; ma lo amo troppo per essere il mezzo egoista di derubarlo, forse, di tutto ciò che sua madre potrebbe dargli se lui si sposasse per piacerle. Dobbiamo aspettare, potrebbero essere molti anni. Con quasi ogni altro uomo al mondo, sarebbe una prospettiva allarmante; ma dell’affetto e della costanza di Edward nulla può privarmi, lo so.»
«Quella convinzione deve essere tutto per voi; ed egli è indubbiamente sostenuto dalla stessa fiducia nel vostro. Se la forza del vostro attaccamento reciproco fosse venuta meno, come tra molte persone, e sotto molte circostanze naturalmente accadrebbe durante un fidanzamento di quattro anni, la vostra situazione sarebbe pietosa, davvero.»
Lucy qui alzò lo sguardo; ma Elinor fu attenta nel proteggere il suo volto da ogni espressione che potesse dare alle sue parole una tendenza sospetta.
«L’amore di Edward per me», disse Lucy, «è stato messo abbastanza bene alla prova, dalla nostra lunga, lunghissima assenza da quando ci siamo fidanzati per la prima volta, ed è rimasto saldo alla prova così bene, che sarei imperdonabile a dubitarne ora. Posso dire con certezza che non mi ha mai dato un momento di allarme a quel riguardo fin dall’inizio.»
Elinor a stento sapeva se sorridere o sospirare a questa asserzione.
Lucy continuò. «Sono piuttosto di un temperamento geloso anche per natura, e dalle nostre diverse situazioni nella vita, dal suo essere così tanto più nel mondo rispetto a me, e dalla nostra continua separazione, ero abbastanza incline al sospetto da aver scoperto la verità in un istante, se ci fosse stata la minima alterazione nel suo comportamento verso di me quando ci incontravamo, o qualsiasi depressione di spirito che non avrei saputo spiegare, o se avesse parlato più di una signora che di un’altra, o sembrasse in qualsiasi rispetto meno felice a Longstaple di quanto non fosse solito essere. Non intendo dire di essere particolarmente osservatrice o perspicace in generale, ma in un caso simile sono certa che non potrei essere ingannata.»
«Tutto questo», pensò Elinor, «è molto carino; ma non può imporsi su nessuna di noi due.»
«Ma quali», disse dopo un breve silenzio, «sono le vostre vedute? o non ne avete nessuna se non quella di attendere la morte della signora Ferrars, che è un’estrema, malinconica e scioccante? — È suo figlio determinato a sottomettersi a questo, e a tutta la noia dei molti anni di sospensione in cui potrebbe coinvolgervi, piuttosto che correre il rischio del suo dispiacere per un po’ ammettendo la verità?»
«Se potessimo essere certi che sarebbe solo per un po’! Ma la signora Ferrars è una donna molto testarda e orgogliosa, e nel suo primo impeto di rabbia sentendolo, molto probabilmente assicurerebbe tutto a Robert, e l’idea di ciò, per il bene di Edward, spaventa via ogni mia inclinazione verso misure affrettate.»
«E anche per il vostro bene, o state portando il vostro disinteresse oltre la ragione.»
Lucy guardò Elinor di nuovo, e rimase in silenzio.
«Conoscete il signor Robert Ferrars?» chiese Elinor.
«Per nulla — non l’ho mai visto; ma immagino che sia molto diverso da suo fratello — sciocco e un gran vanitoso.»
«Un gran vanitoso!» ripeté la signorina Steele, il cui orecchio aveva colto quelle parole per una pausa improvvisa nella musica di Marianne. «Oh, stanno parlando dei loro bellimbusti preferiti, scommetto.»
«No sorella», esclamò Lucy, «ti sbagli in questo, i nostri bellimbusti preferiti non sono gran vanitosi.»
«Posso rispondere per questo che quello della signorina Dashwood non lo è», disse la signorina Jennings, ridendo di cuore; «poiché è uno dei giovani più modesti e dai modi più carini che io abbia mai visto; ma quanto a Lucy, è una creaturina così astuta, non c’è modo di scoprire chi le piaccia.»
«Oh», esclamò la signorina Steele, guardando significativamente intorno a loro, «scommetto che il bellimbusto di Lucy è altrettanto modesto e dai modi carini di quello della signorina Dashwood.»
Elinor arrossì suo malgrado. Lucy si morse il labbro e guardò con rabbia sua sorella. Un silenzio reciproco ebbe luogo per qualche tempo. Lucy pose fine a esso per prima dicendo con tono più basso, sebbene Marianne stesse allora dando loro la potente protezione di un concerto molto magnifico, —
«Ti parlerò onestamente di un piano che mi è balenato in mente di recente, per far sì che le cose vadano a buon fine; in verità, sono tenuta a metterti al corrente del segreto, poiché sei una parte in causa. Oso dire che tu abbia visto abbastanza Edward da sapere che preferirebbe la carriera ecclesiastica a qualsiasi altra professione; ora, il mio piano è che prenda gli ordini non appena possibile e che poi, grazie al tuo interessamento, che sono certa avresti la gentilezza di usare per amicizia nei suoi confronti, e spero anche per un qualche riguardo verso di me, tuo fratello possa essere persuaso a concedergli la parrocchia di Norland; che mi risulta essere molto buona, e il cui attuale titolare non sembra destinato a vivere ancora a lungo. Sarebbe abbastanza per permetterci di sposarci, e per il resto potremmo affidarci al tempo e alla sorte».
«Sarei sempre felice», rispose Elinor, «di dimostrare qualsiasi segno della mia stima e amicizia per il signor Ferrars; ma non ti accorgi che il mio interessamento in una simile occasione sarebbe del tutto superfluo? È fratello della signora John Dashwood: quella deve essere una raccomandazione sufficiente per suo marito».
«Ma la signora John Dashwood non approverebbe molto che Edward prendesse gli ordini».
«Allora sospetto proprio che il mio interessamento servirebbe a ben poco».
Rimasero di nuovo in silenzio per molti minuti. Alla fine, Lucy esclamò con un profondo sospiro:
«Credo che la cosa più saggia sarebbe farla finita una volta per tutte, sciogliendo il fidanzamento. Ci sentiamo così assediati dalle difficoltà da ogni lato che, sebbene ci renderebbe infelici per un po', forse alla fine saremmo più sereni. Ma non vuoi darmi il tuo consiglio, signorina Dashwood?»
«No», rispose Elinor, con un sorriso che celava sentimenti assai agitati, «su un tale argomento non lo farò di certo. Sai benissimo che la mia opinione non avrebbe alcun peso per te, a meno che non fosse in linea con i tuoi desideri».
«Davvero mi fai torto», replicò Lucy con grande solennità; «non conosco nessuno del cui giudizio io pensi così altamente come del tuo; e credo davvero che, se tu mi dicessi: "Ti consiglio con ogni mezzo di porre fine al tuo fidanzamento con Edward Ferrars, sarà per la felicità di entrambi", mi deciderei a farlo immediatamente».
Elinor arrossì per la mancanza di sincerità della futura moglie di Edward e rispose: «Questo complimento mi spaventerebbe efficacemente dal dare qualsiasi opinione in merito, se pure ne avessi formulata una. Alza la mia influenza troppo in alto; il potere di dividere due persone così teneramente legate è troppo per una persona indifferente».
«È proprio perché sei una persona indifferente», disse Lucy, con un certo risentimento, sottolineando in particolare quelle parole, «che il tuo giudizio potrebbe giustamente avere tale peso per me. Se si potesse supporre che tu sia influenzata in qualche modo dai tuoi sentimenti, la tua opinione non varrebbe nulla».
Elinor pensò fosse più saggio non dare risposta a ciò, per timore che potessero provocarsi a vicenda fino a un inadeguato aumento di confidenza e disinvoltura; e fu persino in parte decisa a non menzionare mai più l'argomento. Una nuova pausa, della durata di molti minuti, seguì quindi questa frase, e Lucy fu ancora la prima a interromperla.
«Sarete in città quest'inverno, signorina Dashwood?» disse con tutta la sua consueta compiacenza.
«Certamente no».
«Mi dispiace», ribatté l'altra, mentre i suoi occhi brillavano alla notizia, «mi avrebbe fatto così tanto piacere incontrarvi lì! Ma oso dire che ci andrete nonostante tutto. Di sicuro, vostro fratello e vostra sorella vi chiederanno di andare da loro».
«Non sarà in mio potere accettare il loro invito, se lo faranno».
«Che sfortuna! Contavo proprio di incontrarvi lì. Io e Anne dobbiamo andare alla fine di gennaio da alcuni parenti che desiderano che facciamo loro visita già da diversi anni! Ma ci vado solo per il piacere di vedere Edward. Lui sarà lì a febbraio, altrimenti Londra non avrebbe alcun fascino per me; non ho lo spirito adatto».
Elinor fu presto chiamata al tavolo da gioco dalla conclusione della prima partita, e il colloquio confidenziale delle due signore ebbe quindi termine, cosa a cui entrambe si sottoposero senza alcuna riluttanza, poiché non era stato detto nulla da nessuna delle due parti che le portasse a provare meno antipatia reciproca di quanta ne avessero provata prima; ed Elinor si sedette al tavolo da gioco con la malinconica convinzione che Edward non solo fosse privo di affetto per la persona che doveva essere sua moglie, ma che non avesse nemmeno la possibilità di essere tollerabilmente felice nel matrimonio, cosa che un affetto sincero da parte di lei avrebbe dato, poiché solo l'interesse personale poteva indurre una donna a tenere un uomo legato a un impegno di cui sembrava essere così perfettamente consapevole che lui fosse stanco.
Da quel momento l'argomento non fu mai più ripreso da Elinor, e quando veniva introdotto da Lucy, che raramente perdeva occasione per tirarlo in ballo, ed era particolarmente attenta a informare la sua confidente della propria felicità ogni volta che riceveva una lettera da Edward, veniva trattato dalla prima con calma e cautela, e liquidato non appena la cortesia lo consentiva; poiché sentiva che tali conversazioni erano un'indulgenza che Lucy non meritava e che erano pericolose per lei stessa.
La visita delle signorine Steele a Barton Park si protrasse ben oltre quanto il primo invito lasciasse intendere. Il loro favore crebbe; non si poteva fare a meno di loro; Sir John non voleva sentir parlare della loro partenza; e a dispetto dei loro numerosi e presi da tempo impegni a Exeter, a dispetto dell'assoluta necessità di tornare per adempierli immediatamente, che era in pieno vigore alla fine di ogni settimana, furono persuase a rimanere quasi due mesi al parco, e a contribuire alla dovuta celebrazione di quella festività che richiede una dose più che ordinaria di balli privati e grandi cene per proclamare la sua importanza.
CAPITOLO XXV.
Sebbene la signora Jennings fosse solita trascorrere gran parte dell'anno presso le case dei suoi figli e amici, non era priva di una dimora stabile tutta sua. Dalla morte del marito, che aveva commerciato con successo in una parte meno elegante della città, aveva risieduto ogni inverno in una casa in una delle strade vicino a Portman Square. Verso questa casa, con l'avvicinarsi di gennaio, cominciò a rivolgere i suoi pensieri, e lì un giorno, bruscamente e in modo del tutto inaspettato per loro, chiese alle sorelle Dashwood più grandi di accompagnarla. Elinor, senza osservare la carnagione cangiante della sorella e lo sguardo animato che non rivelava alcuna indifferenza verso il piano, diede immediatamente un grato ma assoluto rifiuto per entrambe, nel quale credeva di esprimere i loro comuni desideri. La ragione addotta fu la loro ferma risoluzione di non lasciare la madre in quel periodo dell'anno. La signora Jennings accolse il rifiuto con una certa sorpresa e ripeté immediatamente il suo invito.
«Oh, Signore! Sono certa che vostra madre possa fare a meno di voi benissimo, e vi prego di volermi favorire della vostra compagnia, perché me lo sono proprio messo in testa. Non pensate che sarete di alcun disturbo per me, perché non cambierò affatto le mie abitudini per voi. Basterà mandare Betty con la carrozza, e spero di potermelo permettere. Noi tre potremo viaggiare benissimo nella mia carrozza; e quando saremo in città, se non vi piacerà andare dove vado io, bene, potrete sempre andare con una delle mie figlie. Sono certa che vostra madre non avrà nulla in contrario; perché ho avuto una tale fortuna nel togliermi di torno i miei figli che penserà che io sia una persona molto adatta ad avere la responsabilità di voi; e se non riesco a far sposare bene almeno una di voi prima di aver finito, non sarà per colpa mia. Dirò una buona parola per voi a tutti i giovanotti, potete contarci».
«Ho l'impressione», disse Sir John, «che la signorina Marianne non avrebbe nulla in contrario a un tale piano, se la sorella maggiore volesse aderirvi. È davvero ingiusto che lei non debba avere un po' di svago solo perché la signorina Dashwood non lo desidera. Quindi consiglierei a voi due di partire per la città, quando sarete stanche di Barton, senza dire una parola alla signorina Dashwood a riguardo».
«No», esclamò la signora Jennings, «sono certa che sarò immensamente contenta della compagnia della signorina Marianne, che la signorina Dashwood venga o meno; dico solo che più siamo, meglio stiamo, e pensavo che sarebbe stato più comodo per loro essere insieme; perché, se si stancassero di me, potrebbero parlare tra loro e ridere dei miei modi stravaganti alle mie spalle. Ma una o l'altra, se non entrambe, le devo avere. Dio mi benedica! Come pensate che possa vivere a marcire da sola, io che sono sempre stata abituata fino a quest'inverno ad avere Charlotte con me. Venite, signorina Marianne, stringiamoci la mano sull'accordo, e se la signorina Dashwood cambierà idea più tardi, beh, tanto meglio».
«La ringrazio, signora, la ringrazio sinceramente», disse Marianne, con calore: «il suo invito si è assicurato la mia gratitudine per sempre, e mi darebbe tale felicità, sì, quasi la più grande felicità di cui sono capace, poterlo accettare. Ma mia madre, la mia carissima, gentilissima madre... sento la giustizia di ciò che Elinor ha sostenuto, e se lei dovesse essere resa meno felice, meno serena dalla nostra assenza... Oh! no, nulla dovrebbe tentarmi di lasciarla. Non dovrebbe, non deve essere una lotta».
La signora Jennings ripeté la sua assicurazione che la signora Dashwood avrebbe potuto fare a meno di loro benissimo; ed Elinor, che ora comprendeva la sorella e vedeva a quale indifferenza verso quasi ogni altra cosa fosse portata dalla sua bramosia di essere di nuovo con Willoughby, non oppose ulteriore diretta resistenza al piano e lo rimise semplicemente alla decisione di sua madre, dalla quale tuttavia non si aspettava di ricevere alcun sostegno nel suo tentativo di impedire una visita che non poteva approvare per Marianne e che, per conto proprio, aveva particolari motivi di evitare. Qualunque cosa Marianne desiderasse, sua madre sarebbe stata ansiosa di promuoverla; non poteva sperare di influenzare quest'ultima alla cautela di condotta in una faccenda riguardo alla quale non era mai riuscita a ispirarle diffidenza; e non osava spiegare il motivo della propria riluttanza ad andare a Londra. Che Marianne, schizzinosa com'era, perfettamente consapevole dei modi della signora Jennings e invariabilmente disgustata da essi, dovesse trascurare ogni inconveniente di quel genere, dovesse ignorare qualunque cosa potesse ferire maggiormente i suoi sentimenti irritabili, nel suo perseguire un unico oggetto, era una prova tale, così forte, così piena, dell'importanza di quell'oggetto per lei, che Elinor, nonostante tutto ciò che era successo, non era preparata a testimoniare.
Informata dell'invito, la signora Dashwood, persuasa che una tale escursione sarebbe stata fonte di molto divertimento per entrambe le sue figlie e percependo, attraverso tutta la sua affettuosa attenzione verso di lei, quanto il cuore di Marianne fosse coinvolto, non volle sentir parlare di declinare l'offerta per causa sua; insistette affinché entrambe la accettassero direttamente; e poi iniziò a prevedere, con la sua solita allegria, una varietà di vantaggi che sarebbero derivati a tutte loro da questa separazione.
«Sono entusiasta del piano», esclamò, «è esattamente ciò che potevo desiderare. Margaret e io ne trarremo beneficio tanto quanto voi. Quando voi e i Middleton sarete partiti, vivremo così tranquillamente e felicemente insieme con i nostri libri e la nostra musica! Troverete Margaret così migliorata quando tornerete! Ho anche un piccolo piano di modifica per le vostre camere da letto, che ora può essere eseguito senza alcun inconveniente per nessuno. È molto giusto che andiate in città; vorrei che ogni giovane donna nella vostra condizione sociale conoscesse i modi e i divertimenti di Londra. Sarete sotto la cura di una brava donna di tipo materno, della cui gentilezza verso di voi non posso avere dubbi. E con ogni probabilità vedrete vostro fratello, e qualunque siano le sue colpe, o le colpe di sua moglie, quando considero di chi è figlio, non posso sopportare che siate così completamente estranee l'una all'altra».
«Sebbene con la tua solita ansia per la nostra felicità», disse Elinor, «tu abbia eliminato ogni impedimento al presente schema che ti è venuto in mente, c'è ancora un'obiezione che, a mio parere, non può essere rimossa così facilmente».
Il volto di Marianne si oscurò.
«E cosa», disse la signora Dashwood, «sta per suggerire la mia cara prudente Elinor? Quale formidabile ostacolo sta per portare avanti ora? Non lasciarmi sentire una parola sulla spesa».
«La mia obiezione è questa: sebbene io pensi molto bene del cuore della signora Jennings, lei non è una donna la cui compagnia possa offrirci piacere, o la cui protezione possa darci lustro».
«È verissimo», rispose sua madre, «ma della sua compagnia, separatamente da quella di altre persone, non avrete quasi nulla, e apparirete quasi sempre in pubblico con Lady Middleton».
«Se Elinor è spaventata dalla sua antipatia per la signora Jennings», disse Marianne, «almeno ciò non deve impedire A ME di accettare il suo invito. Non ho tali scrupoli, e sono certa che potrei sopportare ogni spiacevolezza di quel genere con pochissimo sforzo».
Elinor non poté fare a meno di sorridere a questa manifestazione di indifferenza verso i modi di una persona, con la quale aveva spesso avuto difficoltà a persuadere Marianne a comportarsi con tollerabile cortesia; e risolse dentro di sé che, se sua sorella avesse insistito per andare, sarebbe andata anche lei, poiché non riteneva opportuno che Marianne fosse lasciata alla sola guida del proprio giudizio, o che la signora Jennings fosse abbandonata alla mercé di Marianne per tutta la serenità delle sue ore domestiche. A questa determinazione si riconciliò più facilmente, ricordando che Edward Ferrars, secondo il racconto di Lucy, non sarebbe stato in città prima di febbraio; e che la loro visita, senza alcuna irragionevole abbreviazione, avrebbe potuto concludersi prima.
«Voglio che andiate entrambe», disse la signora Dashwood; «queste obiezioni sono insensate. Avrete molto piacere a stare a Londra, e specialmente a stare insieme; e se Elinor volesse mai degnarsi di anticipare il godimento, lo sognerebbe lì da una varietà di fonti; si aspetterebbe, forse, un po' dal migliorare la sua conoscenza con la famiglia di sua cognata».
Elinor aveva spesso desiderato un'opportunità di tentare di indebolire la dipendenza di sua madre dall'attaccamento di Edward e lei stessa, affinché lo shock potesse essere minore quando l'intera verità fosse stata rivelata, e ora, a questo attacco, sebbene quasi priva di speranza di successo, si sforzò di iniziare il suo piano dicendo, il più caldamente possibile: «Mi piace molto Edward Ferrars e sarò sempre lieta di vederlo; ma per quanto riguarda il resto della famiglia, è per me una questione di perfetta indifferenza se io sia mai nota a loro o meno».
La signora Dashwood sorrise e non disse nulla. Marianne alzò gli occhi con stupore, ed Elinor congetturò che avrebbe fatto meglio a tenere la lingua a freno.
Dopo pochissimo altro discorso, fu finalmente stabilito che l'invito sarebbe stato pienamente accettato. La signora Jennings accolse la notizia con molta gioia e molte assicurazioni di gentilezza e cura; né fu una questione di piacere solo per lei. Sir John era entusiasta; perché per un uomo la cui ansia predominante era il terrore di essere solo, l'acquisizione di due persone nel numero degli abitanti a Londra era qualcosa. Persino Lady Middleton si prese il disturbo di essere entusiasta, il che significava uscire un po' dai suoi schemi; e quanto alle signorine Steele, specialmente Lucy, non erano mai state così felici in vita loro come questa notizia le rese.
Elinor si sottomise all'accordo che contrastava i suoi desideri con meno riluttanza di quanto si fosse aspettata di provare. Per quanto riguardava se stessa, era ormai una questione di indifferenza se andasse in città o meno, e quando vide sua madre così profondamente compiaciuta del piano, e sua sorella rallegrata da esso nello sguardo, nella voce e nei modi, restaurata a tutta la sua solita animazione e elevata a più della sua solita gaiezza, non poté essere insoddisfatta della causa, e difficilmente si sarebbe permessa di diffidare delle conseguenze.
La gioia di Marianne era quasi un grado oltre la felicità, così grande era la perturbazione del suo spirito e la sua impazienza di andarsene. La sua riluttanza a lasciare sua madre era il suo unico ricostituente alla calma; e al momento della partenza il suo dolore su quel fronte fu eccessivo. L'afflizione di sua madre non fu da meno, ed Elinor fu l'unica delle tre che sembrò considerare la separazione come qualcosa di tutt'altro che eterno.
La loro partenza ebbe luogo nella prima settimana di gennaio. I Middleton dovevano seguire dopo circa una settimana. Le signorine Steele mantennero la loro posizione al parco e dovevano lasciarlo solo con il resto della famiglia.
CAPITOLO XXVI.
Elinor non poté trovarsi nella carrozza con la signora Jennings, e iniziare un viaggio verso Londra sotto la sua protezione, e come sua ospite, senza meravigliarsi della propria situazione, così breve era stata la loro conoscenza con quella signora, così totalmente inadatte erano per età e indole, e così tante erano state le sue obiezioni contro una tale misura solo pochi giorni prima! Ma queste obiezioni erano state tutte, con quell'felice ardore della giovinezza che Marianne e sua madre condividevano ugualmente, superate o trascurate; ed Elinor, nonostante ogni occasionale dubbio sulla costanza di Willoughby, non poté testimoniare il rapimento della deliziosa aspettativa che riempiva l'intera anima e brillava negli occhi di Marianne, senza sentire quanto vuota fosse la sua prospettiva, quanto scoraggiante il suo stato d'animo al confronto, e quanto volentieri si impegnerebbe nella sollecitudine della situazione di Marianne per avere lo stesso oggetto animante in vista, la stessa possibilità di speranza. Un breve, un brevissimo tempo tuttavia deve ora decidere quali fossero le intenzioni di Willoughby; con ogni probabilità era già in città. L'ansia di Marianne di andarsene dichiarava la sua dipendenza dal trovarlo lì; ed Elinor era risoluta non solo nell'ottenere ogni nuova luce sul suo carattere che la sua stessa osservazione o l'intelligenza degli altri potessero darle, ma anche nel guardare il suo comportamento verso sua sorella con tale zelante attenzione, da accertare cosa fosse e cosa intendesse, prima che avessero avuto luogo molti incontri. Se il risultato delle sue osservazioni fosse stato sfavorevole, era determinata in ogni caso ad aprire gli occhi di sua sorella; se fosse stato altrimenti, le sue fatiche sarebbero state di natura diversa: doveva allora imparare a evitare ogni confronto egoistico e bandire ogni rimpianto che potesse diminuire la sua soddisfazione nella felicità di Marianne.
Furono tre giorni in viaggio, e il comportamento di Marianne mentre viaggiavano fu un felice esempio di ciò che ci si poteva aspettare come futura compiacenza e socievolezza verso la signora Jennings. Sedette in silenzio quasi per tutto il tragitto, avvolta nelle sue meditazioni, e parlando quasi mai volontariamente, tranne quando qualsiasi oggetto di pittoresca bellezza a loro vista traeva da lei un'esclamazione di delizia rivolta esclusivamente a sua sorella. Per rimediare a questa condotta, quindi, Elinor prese immediatamente possesso del posto di cortesia che si era assegnata, si comportò con la massima attenzione verso la signora Jennings, parlò con lei, rise con lei e la ascoltò ogni volta che poteva; e la signora Jennings da parte sua trattò entrambe con ogni possibile gentilezza, fu sollecita in ogni occasione per la loro comodità e godimento, e solo disturbata dal non poter far loro scegliere le proprie cene alla locanda, né estorcere una confessione che preferissero il salmone al merluzzo, o i polli bolliti alle costolette di vitello. Raggiunsero la città verso le tre del terzo giorno, felici di essere rilasciate, dopo un tale viaggio, dalla costrizione di una carrozza, e pronte a godere di tutto il lusso di un buon fuoco.
La casa era signorile e arredata con eleganza, e alle due giovani fu subito assegnato un appartamento molto confortevole. In precedenza era stato di Charlotte, e sopra la mensola del camino pendeva ancora un paesaggio in sete colorate, opera sua, a riprova del fatto che i sette anni trascorsi in una rinomata scuola di città erano serviti a qualcosa.
Poiché la cena non sarebbe stata pronta prima di due ore dal loro arrivo, Elinor decise di impiegare l'intervallo scrivendo alla madre e si sedette a tale scopo. Dopo pochi istanti, Marianne fece lo stesso. "Sto scrivendo a casa, Marianne," disse Elinor; "non faresti meglio a rimandare la tua lettera di un giorno o due?"
"Non sto scrivendo alla mamma," rispose Marianne, in fretta e come se volesse evitare ulteriori domande. Elinor non aggiunse altro; le balenò subito in mente che dovesse scrivere a Willoughby; e la conclusione che seguì istantaneamente fu che, per quanto misteriosamente volessero condurre la faccenda, dovevano essere fidanzati. Questa convinzione, sebbene non del tutto soddisfacente, le diede piacere, e continuò la sua lettera con maggiore solerzia. Quella di Marianne fu terminata in pochi minuti; per lunghezza non poteva essere più di un biglietto; fu poi ripiegata, sigillata e indirizzata con frettolosa rapidità. Elinor credette di poter distinguere una grande W sull'indirizzo; e non appena fu completata, Marianne, suonando il campanello, chiese al domestico che rispose di far recapitare quella lettera per lei alla posta da due soldi. Questo decise la questione all'istante.
Il suo umore continuava a essere molto alto; ma c'era una agitazione in esso che impediva di arrecare gran piacere alla sorella, e tale turbamento aumentò col passare della sera. Riuscì a malapena a mangiare, e quando in seguito tornarono in salotto, sembrava ascoltare ansiosamente il suono di ogni carrozza.
Fu una grande soddisfazione per Elinor che la signora Jennings, essendo molto impegnata nella propria stanza, potesse vedere poco di ciò che stava accadendo. Fu portato il tè, e già Marianne era rimasta delusa più di una volta da un colpo alla porta vicina, quando se ne udì improvvisamente uno forte che non poteva essere scambiato per quello di nessun'altra casa. Elinor si sentì certa che annunciasse l'arrivo di Willoughby e Marianne, balzando in piedi, si mosse verso la porta. Tutto tacque; questo non si poté sopportare per molti secondi; aprì la porta, avanzò di qualche passo verso le scale e, dopo aver ascoltato per mezzo minuto, tornò nella stanza in tutta l'agitazione che la convinzione di averlo udito avrebbe naturalmente prodotto; nell'estasi dei suoi sentimenti in quell'istante non poté fare a meno di esclamare: "Oh, Elinor, è Willoughby, davvero è lui!" e sembrava quasi pronta a gettarsi tra le sue braccia, quando apparve il colonnello Brandon.
Fu uno shock troppo grande per essere sopportato con calma, ed ella lasciò immediatamente la stanza. Anche Elinor ne fu delusa; ma allo stesso tempo la sua stima per il colonnello Brandon le garantiva un'accoglienza cordiale da parte sua; e si sentì particolarmente ferita che un uomo così parziale verso sua sorella potesse accorgersi che lei non provava altro che dolore e delusione nel vederlo. Vide subito che la cosa non era sfuggita a lui, che osservava persino Marianne mentre usciva dalla stanza, con tale stupore e preoccupazione da non lasciargli quasi il ricordo di ciò che la cortesia richiedeva verso di lei.
"Vostra sorella è malata?" disse lui.
Elinor rispose con una certa sofferenza che lo era, e poi parlò di mal di testa, umore depresso e stanchezza eccessiva; e di tutto ciò a cui potesse dignitosamente attribuire il comportamento della sorella.
Lui la ascoltò con la massima attenzione, ma sembrando riprendersi, non disse altro sull'argomento e iniziò direttamente a parlare del suo piacere nel vederle a Londra, facendo le solite domande sul loro viaggio e sugli amici che avevano lasciato.
In questo modo calmo, con scarso interesse da entrambe le parti, continuarono a parlare, entrambi abbattuti e con i pensieri rivolti altrove. Elinor avrebbe voluto molto chiedere se Willoughby fosse allora in città, ma temeva di dargli dolore con qualsiasi domanda sul suo rivale; e alla fine, tanto per dire qualcosa, chiese se fosse stato a Londra da quando l'avevano visto l'ultima volta. "Sì," rispose lui, con un certo imbarazzo, "quasi sempre; sono stato una o due volte a Delaford per qualche giorno, ma non ho mai avuto modo di tornare a Barton."
Questo, e il modo in cui fu detto, riportò immediatamente alla sua memoria tutte le circostanze della sua partenza da quel luogo, con il disagio e i sospetti che avevano causato alla signora Jennings, e temette che la sua domanda avesse sottinteso molta più curiosità sull'argomento di quanta ne avesse mai provata.
La signora Jennings entrò presto. "Oh! Colonnello," disse, con la sua solita allegria chiassosa, "sono mostruosamente contenta di vedervi; mi spiace non essere potuta venire prima; vi chiedo scusa, ma sono stata costretta a guardarmi un po' intorno e a sistemare le mie cose; perché è un bel pezzo che manco da casa, e sapete che si ha sempre un mondo di piccole strane cose da fare dopo che si è stati via per un po'; e poi ho avuto da sistemare Cartwright. Signore, sono stata occupata come un'ape fin dalla cena! Ma ditemi, Colonnello, come avete fatto a indovinare che sarei stata in città oggi?"
"Ho avuto il piacere di sentirlo dire dai Palmer, dove ho cenato."
"Oh, davvero; bene, e come stanno tutti a casa loro? Come sta Charlotte? Scommetto che a quest'ora è di bella stazza."
"La signora Palmer sembrava stare benissimo, e sono incaricato di dirvi che la vedrete certamente domani."
"Già, ne ero certa. Bene, Colonnello, vedete, ho portato con me due signorine; cioè, ora ne vedete solo una, ma ce n'è un'altra da qualche parte. Anche la vostra amica, Miss Marianne; cosa che non vi dispiacerà sentire. Non so cosa farete voi e il signor Willoughby per lei. Già, è una bella cosa essere giovani e belli. Beh! Anch'io sono stata giovane una volta, ma non sono mai stata molto bella; peggio per me. Comunque, ho avuto un ottimo marito, e non so cosa possa fare di più la più grande delle bellezze. Ah! Pover'uomo! È morto da più di otto anni ormai. Ma Colonnello, dove siete stato da quando ci siamo separati? E come vanno i vostri affari? Su, su, non facciamo segreti tra amici."
Lui rispose con la sua abituale mitezza a tutte le sue domande, ma senza soddisfarne nessuna. Elinor ora iniziò a preparare il tè e Marianne fu costretta a riapparire.
Dopo il suo ingresso, il colonnello Brandon divenne più pensieroso e silenzioso di quanto fosse stato prima, e la signora Jennings non riuscì a convincerlo a restare a lungo. Nessun altro visitatore apparve quella sera, e le signore furono unanimi nell'accordarsi per andare a letto presto.
Marianne si alzò la mattina seguente con lo spirito ritemprato e un aspetto felice. La delusione della sera precedente sembrava dimenticata nell'aspettativa di ciò che doveva accadere quel giorno. Non avevano ancora finito la colazione quando la carrozza della signora Palmer si fermò alla porta, e dopo pochi minuti ella entrò ridendo nella stanza: così lieta di vederli tutti, che era difficile dire se ricevesse più piacere dall'incontrare la madre o di nuovo le signorine Dashwood. Così sorpresa del loro arrivo in città, sebbene fosse ciò che aveva in qualche modo previsto fin dall'inizio; così arrabbiata perché avevano accettato l'invito di sua madre dopo aver declinato il suo, sebbene allo stesso tempo non li avrebbe mai perdonati se non fossero venute!
"Il signor Palmer sarà così felice di vedervi," disse; "Cosa pensate che abbia detto quando ha saputo del vostro arrivo con la mamma? Dimentico cosa fosse ora, ma era qualcosa di così buffo!"
Dopo un'ora o due trascorse in quella che sua madre chiamava una chiacchierata confortevole, o in altre parole, in ogni sorta di indagine riguardo a tutti i loro conoscenti da parte della signora Jennings, e in risate senza motivo da parte della signora Palmer, fu proposto da quest'ultima che tutte l'accompagnassero in alcuni negozi dove aveva faccende da sbrigare quella mattina, a cui la signora Jennings ed Elinor acconsentirono prontamente, avendo anch'esse qualche acquisto da fare; e Marianne, sebbene inizialmente avesse rifiutato, fu indotta ad andare lo stesso.
Ovunque andassero, era evidentemente sempre in allerta. In Bond Street specialmente, dove si svolgeva gran parte delle loro faccende, i suoi occhi erano in continua ricerca; e in qualunque negozio il gruppo fosse impegnato, la sua mente era ugualmente distratta da tutto ciò che avevano davanti, da tutto ciò che interessava e occupava le altre. Irrequieta e insoddisfatta ovunque, sua sorella non riusciva mai a ottenere la sua opinione su alcun articolo da acquistare, per quanto potesse interessare entrambe in egual modo: non provava piacere per nulla; era solo impaziente di tornare a casa, e riusciva a stento a contenere il suo disappunto per la noiosità della signora Palmer, il cui sguardo era catturato da ogni cosa graziosa, costosa o nuova; che era smaniosa di comprare tutto, non riusciva a decidersi su nulla e perdeva tempo tra rapimenti e indecisioni.
Era tardi quando tornarono a casa; e non appena entrarono, Marianne corse ansiosamente di sopra, e quando Elinor la seguì, la trovò che si voltava dal tavolo con un'espressione addolorata, che dichiarava che nessun Willoughby era passato di lì.
"Non è stata lasciata nessuna lettera per me da quando siamo uscite?" disse al domestico che era appena entrato con i pacchi. Le fu risposto negativamente. "Ne siete proprio sicuro?" rispose lei. "Siete certo che nessun servitore, nessun portinaio abbia lasciato alcuna lettera o biglietto?"
L'uomo rispose che non era stato lasciato nulla.
"Che strano!" disse lei, con voce bassa e delusa, voltandosi verso la finestra.
"Che strano, davvero!" ripeté Elinor tra sé, osservando la sorella con inquietudine. "Se non avesse saputo che lui era in città non gli avrebbe scritto, come ha fatto; avrebbe scritto a Combe Magna; e se lui è in città, che strano che non venga né scriva! Oh! mia cara madre, devi aver sbagliato a permettere che un fidanzamento tra una figlia così giovane e un uomo così poco conosciuto venga condotto in modo così dubbio, così misterioso! Desidero indagare; e come verrà presa la mia interferenza?"
Dopo una certa riflessione, decise che se le apparenze fossero rimaste spiacevoli ancora per molti giorni, avrebbe rappresentato nel modo più fermo possibile a sua madre la necessità di una seria indagine sulla faccenda.
La signora Palmer e due anziane signore di stretta conoscenza della signora Jennings, che aveva incontrato e invitato al mattino, cenarono con loro. La prima le lasciò poco dopo il tè per adempiere ai suoi impegni serali; ed Elinor fu costretta ad aiutare a formare un tavolo da whist per le altre. Marianne non era di alcuna utilità in queste occasioni, poiché non voleva mai imparare il gioco; ma sebbene il suo tempo fosse quindi a sua disposizione, la serata non fu affatto più produttiva di piacere per lei che per Elinor, poiché fu trascorsa in tutta l'ansia dell'attesa e nel dolore della delusione. Cercò talvolta per alcuni minuti di leggere; ma il libro fu presto gettato da parte, e lei tornò alla più interessante occupazione di camminare avanti e indietro per la stanza, fermandosi per un momento ogni volta che arrivava alla finestra, nella speranza di distinguere il colpo tanto atteso.
CAPITOLO XXVII.
"Se questo tempo mite dura ancora a lungo," disse la signora Jennings, quando si incontrarono a colazione la mattina seguente, "Sir John non amerà lasciare Barton la prossima settimana; è una cosa triste per gli sportivi perdere un giorno di divertimento. Povere anime! Le compatisco sempre quando succede; sembrano prenderla così tanto a cuore."
"È vero," esclamò Marianne, con voce allegra, camminando verso la finestra mentre parlava, per esaminare la giornata. "Non ci avevo pensato. Questo tempo tratterrà molti sportivi in campagna."
Fu un ricordo fortunato, tutto il suo buon umore ne fu ritemprato. "È un tempo incantevole per loro, davvero," continuò, mentre si sedeva al tavolo della colazione con un'espressione felice. "Quanto devono goderselo! Ma" (con un leggero ritorno di ansia) "non ci si può aspettare che duri a lungo. In questo periodo dell'anno, e dopo una tale serie di piogge, ne avremo certamente ben poco. Le gelate arriveranno presto, e con ogni probabilità con severità. Tra un giorno o due forse; questa estrema mitezza difficilmente può durare più a lungo; anzi, forse gelerà stanotte!"
"Ad ogni modo," disse Elinor, desiderando evitare che la signora Jennings vedesse i pensieri di sua sorella così chiaramente come faceva lei, "oso dire che avremo Sir John e Lady Middleton in città entro la fine della prossima settimana."
"Già, mia cara, ve lo garantisco. Mary ha sempre la sua volontà."
"E ora," congetturò silenziosamente Elinor, "scriverà a Combe con la posta di oggi."
Ma se lo fece, la lettera fu scritta e spedita con una riservatezza che eluse ogni sua vigilanza per accertare il fatto. Qualunque fosse la verità, e per quanto Elinor fosse lontana dal sentirsi del tutto soddisfatta, finché vedeva Marianne di buon umore non poteva sentirsi molto a disagio lei stessa. E Marianne era di buon umore; felice per la mitezza del tempo, e ancora più felice per la sua aspettativa di una gelata.
La mattinata fu trascorsa principalmente a lasciare biglietti da visita presso le case dei conoscenti della signora Jennings per informarli del suo arrivo in città; e Marianne fu tutto il tempo impegnata a osservare la direzione del vento, a scrutare le variazioni del cielo e a immaginare un mutamento nell'aria.
"Non trovi che faccia più freddo di stamattina, Elinor? Mi sembra ci sia una differenza molto netta. Riesco a stento a tenere le mani calde persino nel manicotto. Non era così ieri, credo. Anche le nuvole sembrano diradarsi, il sole uscirà da un momento all'altro e avremo un pomeriggio limpido."
Elinor era alternativamente divertita e addolorata; ma Marianne perseverava, e vedeva ogni notte nella luminosità del fuoco, e ogni mattina nell'aspetto dell'atmosfera, i sintomi certi di una gelata imminente.
Le sorelle Dashwood non avevano motivo di essere insoddisfatte dello stile di vita della signora Jennings e della cerchia di conoscenze, più di quanto lo fossero del suo comportamento verso di loro, che era invariabilmente gentile. Ogni cosa nelle sue faccende domestiche era condotta con il piano più liberale, e ad eccezione di alcuni vecchi amici di città, che, con disappunto di Lady Middleton, non aveva mai abbandonato, non frequentava nessuno la cui presentazione potesse affatto turbare i sentimenti delle sue giovani compagne. Piacendosi di trovarsi più confortevolmente situata sotto quell'aspetto di quanto si aspettasse, Elinor era ben disposta a compensare la mancanza di molto godimento reale da nessuna delle loro feste serali, che, sia in casa che fuori, formate solo per le carte, potevano avere poco da divertirla.
Il colonnello Brandon, che aveva un invito generale per la casa, era con loro quasi ogni giorno; veniva a guardare Marianne e a parlare con Elinor, che spesso traeva più soddisfazione dal conversare con lui che da qualsiasi altro evento quotidiano, ma che vedeva allo stesso tempo con molta preoccupazione la sua continua stima per sua sorella. Temeva fosse una stima che si rafforzava. Le doleva vedere la serietà con cui osservava spesso Marianne, e il suo umore era certamente peggiore di quando erano a Barton.
Circa una settimana dopo il loro arrivo, divenne certo che anche Willoughby era arrivato. Il suo biglietto era sul tavolo quando tornarono dal giro mattutino.
"Dio mio!" esclamò Marianne, "è stato qui mentre eravamo fuori." Elinor, rallegrata dall'essere certa che lui fosse a Londra, si azzardò ora a dire: "Dipendi da me, verrà di nuovo domani." Ma Marianne sembrava a stento ascoltarla, e all'entrata della signora Jennings, scappò via con il prezioso biglietto.
Questo evento, mentre sollevava l'umore di Elinor, restituì a quello di sua sorella tutta, e più di tutta, la loro precedente agitazione. Da questo momento la sua mente non fu mai tranquilla; l'aspettativa di vederlo ogni ora del giorno la rendeva inadatta a qualsiasi cosa. Insistette per essere lasciata indietro, la mattina seguente, quando le altre uscirono.
I pensieri di Elinor erano pieni di ciò che potesse accadere in Berkeley Street durante la loro assenza; ma un solo sguardo a sua sorella quando tornarono fu sufficiente a informarla che Willoughby non aveva fatto alcuna seconda visita. Un biglietto fu proprio allora portato dentro e posato sul tavolo.
"Per me!" esclamò Marianne, facendosi avanti frettolosamente.
"No, signora, per la mia padrona."
Ma Marianne, non convinta, lo prese istantaneamente.
"È davvero per la signora Jennings; che rabbia!"
"Ti aspetti una lettera, allora?" disse Elinor, incapace di tacere più a lungo.
"Sì, un po' — non molto."
Dopo una breve pausa. "Non hai fiducia in me, Marianne."
"No, Elinor, questo rimprovero da te — tu che non hai fiducia in nessuno!"
"Io!" rispose Elinor con una certa confusione; "davvero, Marianne, non ho nulla da dire."
"Nemmeno io," rispose Marianne con energia, "le nostre situazioni allora sono simili. Nessuna di noi due ha nulla da dire; tu, perché non comunichi, e io, perché non nascondo nulla."
Elinor, addolorata da questa accusa di riservatezza in se stessa, che non era libera di smentire, non sapeva come, in tali circostanze, insistere per una maggiore apertura in Marianne.
La signora Jennings apparve presto e, ricevuto il biglietto, lo lesse ad alta voce. Era di Lady Middleton, che annunciava il loro arrivo in Conduit Street la sera prima e richiedeva la compagnia di sua madre e delle cugine la sera seguente. Affari da parte di Sir John, e un violento raffreddore da parte sua, impedivano loro di passare in Berkeley Street. L'invito fu accettato; ma quando l'ora dell'appuntamento si avvicinò, per quanto fosse necessario per la comune cortesia verso la signora Jennings che entrambe l'accompagnassero in una tale visita, Elinor ebbe qualche difficoltà a persuadere la sorella ad andare, poiché non aveva ancora visto nulla di Willoughby; e perciò non era più indisposta al divertimento fuori, quanto poco incline a correre il rischio che lui passasse di nuovo in sua assenza.
Elinor scoprì, quando la serata fu finita, che l'indole non è materialmente alterata da un cambio di dimora, poiché sebbene a stento sistemato in città, Sir John era riuscito a raccogliere attorno a sé quasi venti giovani e a intrattenerli con un ballo. Questa era una faccenda, tuttavia, di cui Lady Middleton non approvava. In campagna, una danza improvvisata era molto ammissibile; ma a Londra, dove la reputazione di eleganza era più importante e meno facilmente ottenibile, era rischiare troppo per la gratificazione di poche ragazze far sapere che Lady Middleton aveva dato un piccolo ballo di otto o nove coppie, con due violini e un semplice rinfresco su una credenza.
I signori Palmer erano del gruppo; dal primo, che non avevano visto prima dal loro arrivo in città, poiché era attento a evitare l'apparenza di qualsiasi attenzione verso sua suocera e perciò non le si avvicinava mai, non ricevettero alcun segno di riconoscimento al loro ingresso. Le guardò di sfuggita, senza sembrare sapere chi fossero, e fece solo un cenno alla signora Jennings dall'altra parte della stanza. Marianne diede un'occhiata alla sala mentre entrava: era abbastanza — lui non c'era — e si sedette, ugualmente poco disposta a ricevere o comunicare piacere. Dopo che furono riuniti da circa un'ora, il signor Palmer si avvicinò lentamente alle sorelle Dashwood per esprimere la sua sorpresa nel vederle in città, sebbene il colonnello Brandon fosse stato il primo a essere informato del loro arrivo a casa sua, e lui stesso avesse detto qualcosa di molto buffo sentendo che dovevano venire.
"Pensavo foste entrambe nel Devonshire," disse.
"Davvero?" rispose Elinor.
"Quando tornate indietro?"
"Non lo so." E così finì il loro discorso.
Mai Marianne era stata così poco incline a ballare in vita sua, come quella sera, e mai così tanto affaticata dall'esercizio. Se ne lamentò mentre tornavano a Berkeley Street.
"Eh già, eh già," disse la signora Jennings, "ne conosciamo bene il motivo; se una certa persona che non starò a nominare fosse stata lì, non saresti stata affatto stanca: e a dire il vero, non è stato molto carino da parte sua non venire a incontrarti quando era stato invitato."
"Invitato!" esclamò Marianne.
"Così mi ha detto mia figlia Middleton, poiché pare che Sir John l'abbia incontrato da qualche parte per strada stamattina." Marianne non disse altro, ma apparve estremamente ferita. Impaziente, in questa situazione, di fare qualcosa che potesse portare sollievo alla sorella, Elinor decise di scrivere la mattina seguente alla madre, sperando, destando i suoi timori per la salute di Marianne, di ottenere quelle indagini che erano state ritardate così a lungo; ed era ancora più risoluta in questo proposito percependo, dopo la colazione dell'indomani, che Marianne stava scrivendo di nuovo a Willoughby, poiché non poteva supporre che fosse a nessun altro.
Verso metà giornata, la signora Jennings uscì da sola per sbrigare delle faccende, ed Elinor iniziò subito la sua lettera, mentre Marianne, troppo inquieta per trovare occupazione, troppo ansiosa per conversare, camminava da una finestra all'altra, o sedeva accanto al fuoco in malinconica meditazione. Elinor fu molto accorata nel suo appello alla madre, riferendo tutto ciò che era accaduto, i suoi sospetti sull'incostanza di Willoughby, esortandola con ogni supplica di dovere e affetto a pretendere da Marianne una spiegazione sulla sua reale situazione nei confronti di lui.
La sua lettera era appena terminata quando un colpo alla porta annunciò un visitatore, e fu annunciato il colonnello Brandon. Marianne, che lo aveva visto dalla finestra, e che odiava qualsiasi tipo di compagnia, lasciò la stanza prima che lui vi entrasse. Egli appariva più grave del solito, e sebbene esprimesse soddisfazione nel trovare Miss Dashwood sola, come se avesse qualcosa in particolare da dirle, rimase seduto per un po' senza dire una parola. Elinor, persuasa che avesse qualche comunicazione da fare che riguardasse sua sorella, ne attendeva impazientemente l'esordio. Non era la prima volta che provava lo stesso tipo di convinzione; poiché, più di una volta in precedenza, iniziando con l'osservazione "sua sorella sembra indisposta oggi", o "sua sorella sembra giù di morale", era apparso sul punto di rivelare, o di chiedere, qualcosa di particolare su di lei. Dopo una pausa di diversi minuti, il loro silenzio fu rotto da lui che le chiedeva, con voce alquanto agitata, quando avrebbe dovuto congratularsi con lei per l'acquisizione di un fratello? Elinor non era preparata a una simile domanda e, non avendo pronta alcuna risposta, fu costretta ad adottare il semplice e comune espediente di chiedere cosa intendesse. Egli cercò di sorridere mentre rispondeva: "Il fidanzamento di sua sorella con il signor Willoughby è generalmente noto."
"Non può essere generalmente noto," ribatté Elinor, "poiché la sua stessa famiglia non lo sa."
Lui apparve sorpreso e disse: "Mi perdoni, temo che la mia domanda sia stata impertinente; ma non avevo supposto che si intendesse mantenere alcun segreto, dato che corrispondono apertamente e il loro matrimonio è universalmente chiacchierato."
"Come può essere? Da chi può aver sentito menzionarlo?"
"Da molti—da alcuni dei quali non sa nulla, da altri con cui lei è in grande confidenza, la signora Jennings, la signora Palmer e i Middleton. Ma comunque potrei non averlo creduto, poiché laddove la mente è forse piuttosto restia a essere convinta, troverà sempre qualcosa a sostegno dei propri dubbi, se non avessi, quando il servitore mi ha fatto entrare oggi, visto accidentalmente una lettera nella sua mano, indirizzata al signor Willoughby con la calligrafia di sua sorella. Sono venuto a informarmi, ma ero convinto prima ancora di poter porre la domanda. È tutto definitivamente stabilito? È impossibile...? Ma non ne ho il diritto, e non potrei avere alcuna possibilità di successo. Mi scusi, Miss Dashwood. Credo di aver sbagliato a dire così tanto, ma so a stento cosa fare, e sulla sua prudenza ho la più ferma fiducia. Mi dica che è tutto assolutamente deciso, che ogni tentativo, che insomma la segretezza, se la segretezza è possibile, è tutto ciò che rimane."
Queste parole, che trasmettevano a Elinor un'esplicita confessione del suo amore per la sorella, la colpirono molto. Non fu immediatamente in grado di dire nulla, e anche quando riprese il controllo, rifletté per un breve momento sulla risposta più opportuna da dare. Il reale stato delle cose tra Willoughby e sua sorella era così poco noto a lei stessa che, nel tentare di spiegarlo, avrebbe potuto rischiare tanto di dire troppo quanto troppo poco. Tuttavia, poiché era convinta che l'affetto di Marianne per Willoughby non potesse lasciare alcuna speranza al successo del colonnello Brandon, qualunque fosse stato l'esito di quell'affetto, e desiderando allo stesso tempo proteggere la sua condotta dalla censura, pensò fosse più prudente e gentile, dopo qualche considerazione, dire più di quanto sapesse o credesse realmente. Riconobbe, dunque, che sebbene non fosse mai stata informata da loro stessi dei termini in cui si trovavano l'uno con l'altra, del loro reciproco affetto non aveva dubbi, e della loro corrispondenza non era stupita di sentir parlare.
Lui la ascoltò in silenzioso ascolto, e quando lei smise di parlare, si alzò immediatamente dal suo posto e, dopo aver detto con voce commossa: "A sua sorella auguro ogni felicità immaginabile; a Willoughby che cerchi di meritarla", si congedò e se ne andò.
Elinor non trasse alcuna sensazione confortante da questa conversazione per alleviare il disagio della sua mente su altri punti; al contrario, rimase con l'impressione malinconica dell'infelicità del colonnello Brandon, e fu impedita persino dal desiderare che venisse rimossa, a causa della sua ansia per l'evento stesso che doveva confermarla.
CAPITOLO XXVIII.
Nulla accadde durante i successivi tre o quattro giorni che facesse pentire Elinor di ciò che aveva fatto nel rivolgersi alla madre; poiché Willoughby non venne né scrisse. Verso la fine di quel periodo, erano impegnate ad accompagnare Lady Middleton a una festa, dalla quale la signora Jennings era rimasta assente a causa dell'indisposizione della figlia minore; e per questa festa Marianne, totalmente avvilita, incurante del suo aspetto e sembrando ugualmente indifferente se andare o restare, si preparò senza uno sguardo di speranza o un'espressione di piacere. Sedette accanto al fuoco del salotto dopo il tè, fino al momento dell'arrivo di Lady Middleton, senza muoversi una volta dal suo posto, o cambiare la sua attitudine, persa nei propri pensieri, e insensibile alla presenza della sorella; e quando alla fine fu detto loro che Lady Middleton le attendeva alla porta, sussultò come se avesse dimenticato che ci si aspettasse qualcuno.
Arrivarono a tempo debito al luogo di destinazione e, non appena la fila di carrozze davanti a loro lo permise, scesero, salirono le scale, sentirono i loro nomi annunciati da un pianerottolo all'altro con voce udibile, ed entrarono in una stanza splendidamente illuminata, pienissima di gente e insopportabilmente calda. Quando ebbero pagato il loro tributo di cortesia facendo l'inchino alla padrona di casa, fu loro permesso di mescolarsi alla folla e di prendersi la loro parte di caldo e disagio, a cui il loro arrivo doveva necessariamente aggiungere. Dopo un po' di tempo passato a dire poco o a far ancor meno, Lady Middleton si sedette a giocare a Cassino, e poiché Marianne non era dell'umore giusto per girare, lei ed Elinor, fortunatamente trovando delle sedie, si sistemarono a non molta distanza dal tavolo.
Non rimasero a lungo in quel modo, prima che Elinor scorgesse Willoughby, in piedi a pochi metri da loro, in fervida conversazione con una giovane donna dall'aspetto molto alla moda. Egli incrociò presto il suo sguardo, e salutò immediatamente, ma senza tentare di parlarle, o di avvicinarsi a Marianne, sebbene non potesse non vederla; e poi continuò il suo discorso con la stessa signora. Elinor si voltò involontariamente verso Marianne, per vedere se potesse essere inosservato da lei. In quel momento lei lo scorse per la prima volta, e il suo volto, illuminato da un'improvvisa gioia, si sarebbe mosso verso di lui all'istante, se la sorella non l'avesse trattenuta.
"Cielo!" esclamò, "è lì—è lì—Oh! perché non mi guarda? perché non posso parlargli?"
"Ti prego, ti prego sii composta," gridò Elinor, "e non tradire ciò che provi a tutti i presenti. Forse non ti ha ancora notata."
Questo, tuttavia, era più di quanto lei stessa potesse credere; ed essere composte in un momento simile non era solo oltre la portata di Marianne, era oltre il suo desiderio. Sedeva in un'agonia di impazienza che influenzava ogni lineamento.
Alla fine lui si voltò di nuovo, e le guardò entrambe; lei scattò in piedi e, pronunciando il suo nome in tono affettuoso, gli tese la mano. Egli si avvicinò e, rivolgendosi piuttosto a Elinor che a Marianne, come se desiderasse evitare il suo sguardo, e determinato a non notare il suo atteggiamento, si informò in modo frettoloso della signora Dashwood, e chiese da quanto tempo fossero in città. Elinor fu privata di ogni presenza di spirito da un simile approccio, e fu incapace di dire una parola. Ma i sentimenti di sua sorella furono espressi all'istante. Il suo volto si fece cremisi, ed esclamò, con voce della massima emozione: "Dio buono! Willoughby, che significato ha tutto ciò? Non hai ricevuto le mie lettere? Non vuoi stringermi la mano?"
Non poté allora evitarlo, ma il suo tocco sembrò doloroso per lui, e tenne la sua mano solo per un istante. Durante tutto questo tempo stava evidentemente lottando per mantenere la calma. Elinor osservò il suo volto e vide la sua espressione farsi più tranquilla. Dopo una pausa di un momento, egli parlò con calma.
"Mi sono preso l'onore di passare a Berkeley Street martedì scorso, e ho molto rimpianto di non essere stato abbastanza fortunato da trovare voi e la signora Jennings in casa. Spero che il mio biglietto non sia andato perso."
"Ma non hai ricevuto i miei biglietti?" gridò Marianne nella più selvaggia ansia. "Qui c'è qualche errore, ne sono certa—qualche terribile errore. Cosa può significare? Dimmelo, Willoughby; per l'amor del cielo dimmi, cosa succede?"
Egli non rispose; il suo colorito cambiò e tutto il suo imbarazzo ritornò; ma come se, incrociando lo sguardo della giovane donna con cui aveva parlato in precedenza, sentisse la necessità di un'immediata reazione, si riprese di nuovo, e dopo aver detto: "Sì, ho avuto il piacere di ricevere l'informazione del vostro arrivo in città, che siete state così gentili da inviarmi", si voltò frettolosamente con un leggero inchino e raggiunse il suo amico.
Marianne, ora pallidissima e incapace di reggersi in piedi, sprofondò nella sua sedia, ed Elinor, aspettandosi a ogni momento di vederla svenire, cercò di proteggerla dall'osservazione degli altri, mentre la rianimava con acqua di lavanda.
"Vai da lui, Elinor," gridò, non appena riuscì a parlare, "e costringilo a venire da me. Digli che devo vederlo ancora—devo parlargli all'istante.—Non posso riposare—non avrò un momento di pace finché questo non sarà spiegato—qualche terribile malinteso o altro. Oh, vai da lui in questo momento."
"Come si può fare? No, mia carissima Marianne, devi aspettare. Questo non è il luogo per spiegazioni. Aspetta solo fino a domani."
Con difficoltà, tuttavia, poté impedirle di seguirlo lei stessa; e persuaderla a frenare la sua agitazione, ad attendere, almeno, con l'apparenza della compostezza, finché non potesse parlargli con più riservatezza e più efficacia, fu impossibile; poiché Marianne continuò incessantemente a cedere in bassa voce alla miseria dei suoi sentimenti, con esclamazioni di infelicità. In poco tempo Elinor vide Willoughby lasciare la stanza dalla porta verso le scale, e dicendo a Marianne che se n'era andato, esortò l'impossibilità di parlargli ancora quella sera, come un nuovo argomento per farla calmare. Ella implorò istantaneamente la sorella di pregare Lady Middleton di riportarle a casa, poiché era troppo infelice per restare un minuto di più.
Lady Middleton, sebbene nel mezzo di una partita, una volta informata che Marianne non si sentiva bene, fu troppo educata per opporsi per un momento al suo desiderio di andarsene, e cedendo le sue carte a un'amica, partirono non appena fu possibile trovare la carrozza. Quasi non fu detta una parola durante il loro ritorno a Berkeley Street. Marianne era in un'agonia silenziosa, troppo oppressa persino per le lacrime; ma poiché la signora Jennings fortunatamente non era ancora tornata a casa, poterono andare direttamente nella loro stanza, dove dell'ammoniaca la riportò un po' a sé. Fu presto svestita e a letto, e poiché sembrava desiderosa di essere lasciata sola, sua sorella allora la lasciò, e mentre attendeva il ritorno della signora Jennings, ebbe tempo a sufficienza per riflettere sul passato.
Che una sorta di fidanzamento fosse sussistito tra Willoughby e Marianne non poteva dubitarlo, e che Willoughby ne fosse stanco sembrava altrettanto chiaro; poiché, per quanto Marianne potesse ancora nutrire i propri desideri, non poteva attribuire un tale comportamento a un errore o a un malinteso di alcun tipo. Nulla se non un completo cambiamento di sentimento poteva spiegarlo. La sua indignazione sarebbe stata ancora più forte di quanto non fosse, se non avesse assistito a quell'imbarazzo che sembrava tradire una consapevolezza della propria cattiva condotta, e le impediva di crederlo così privo di principi da aver giocato con gli affetti di sua sorella fin dal primo momento, senza alcun disegno che potesse reggere a un'indagine. L'assenza avrebbe potuto indebolire il suo riguardo, e la convenienza avrebbe potuto indurlo a superarlo, ma che un tale riguardo fosse esistito in precedenza non riusciva a dubitarne.
Quanto a Marianne, sui tormenti che un incontro così infelice doveva averle già dato, e su quelli ancora più severi che potevano attenderla nella sua probabile conseguenza, non poteva riflettere senza la più profonda preoccupazione. La sua situazione guadagnava nel confronto; poiché finché poteva stimare Edward come sempre, per quanto potessero essere divisi in futuro, la sua mente poteva sempre essere sostenuta. Ma ogni circostanza che potesse amareggiare un tale male sembrava unirsi per accrescere la miseria di Marianne in una rottura definitiva con Willoughby—in una rottura immediata e inconciliabile con lui.
CAPITOLO XXIX.
Prima che la cameriera avesse acceso il fuoco il giorno successivo, o che il sole avesse guadagnato un po' di forza in una fredda e cupa mattina di gennaio, Marianne, solo mezza vestita, era inginocchiata contro uno dei sedili della finestra per amore di tutta la poca luce che poteva trarne, e scriveva veloce quanto un continuo fluire di lacrime le permetteva. In questa situazione, Elinor, svegliata dal sonno dalla sua agitazione e dai singhiozzi, la scorse per la prima volta; e dopo averla osservata per alcuni momenti con ansia silenziosa, disse, con un tono della più premurosa gentilezza:
"Marianne, posso chiedere...?"
"No, Elinor," rispose, "non chiedere nulla; presto saprai tutto."
Il genere di disperata calma con cui questo fu detto non durò più a lungo di quando parlò, e fu immediatamente seguito da un ritorno della stessa eccessiva afflizione. Passarono alcuni minuti prima che potesse continuare la sua lettera, e i frequenti scoppi di dolore che ancora la costringevano, a intervalli, a deporre la penna, erano prove sufficienti del suo sentire quanto fosse più che probabile che stesse scrivendo per l'ultima volta a Willoughby.
Elinor le prestò ogni discreta e non invadente attenzione in suo potere; e avrebbe tentato di lenire e tranquillizzare ancor più, se Marianne non l'avesse implorata, con tutta l'urgenza della più nervosa irritabilità, di non parlarle per nulla al mondo. In tali circostanze, era meglio per entrambe che non rimanessero a lungo insieme; e lo stato irrequieto della mente di Marianne non solo le impediva di rimanere nella stanza un momento dopo essersi vestita, ma richiedendo allo stesso tempo solitudine e un continuo cambiamento di posto, la faceva vagare per la casa fino all'ora di colazione, evitando la vista di chiunque.
A colazione non mangiò, né tentò di mangiare nulla; e l'attenzione di Elinor fu allora tutta impiegata, non nell'esortarla, non nel compiangerla, né nell'apparire di badare a lei, ma nel tentare di attirare l'attenzione della signora Jennings interamente su di sé.
Poiché questo era un pasto preferito dalla signora Jennings, durò un tempo considerevole, e si stavano appena sistemando, dopo di esso, attorno al comune tavolo da lavoro, quando una lettera fu consegnata a Marianne, che lei afferrò avidamente dal servitore e, diventando di un pallore mortale, corse immediatamente fuori dalla stanza. Elinor, che vide con chiarezza da questo, come se avesse visto l'indirizzo, che doveva provenire da Willoughby, provò immediatamente una tale nausea al cuore da riuscire a stento a tenere alta la testa, e sedette in un tale tremito generale da farle temere fosse impossibile sfuggire all'attenzione della signora Jennings. Quella brava signora, tuttavia, vide solo che Marianne aveva ricevuto una lettera da Willoughby, che le apparve come un ottimo scherzo, e che trattò di conseguenza, sperando, con una risata, che l'avrebbe trovata di suo gradimento. Del turbamento di Elinor, era troppo occupata a misurare lunghezze di lana per il suo tappeto per vedere alcunché; e continuando tranquillamente a parlare, non appena Marianne scomparve, disse:
"Per la mia parola, non ho mai visto una giovane donna così disperatamente innamorata in vita mia! Le mie ragazze non erano nulla in confronto a lei, eppure erano solite essere abbastanza sciocche; ma quanto a Miss Marianne, è proprio un'altra creatura. Spero, dal profondo del mio cuore, che lui non la faccia aspettare ancora molto, poiché è proprio doloroso vederla apparire così malata e desolata. Mi dica, quando si sposeranno?"
Elinor, sebbene mai meno disposta a parlare di quel momento, si costrinse a rispondere a un attacco come questo e, cercando quindi di sorridere, replicò: "E si è davvero, signora, convinta del fidanzamento di mia sorella con il signor Willoughby? Pensavo fosse solo uno scherzo, ma una domanda così seria sembra implicare di più; e devo pregarla, quindi, di non illudersi più. Le assicuro che nulla mi sorprenderebbe di più che sentir dire che stanno per sposarsi."
"Vergogna, vergogna, Miss Dashwood! come può parlare così? Non sappiamo tutti che deve essere un matrimonio, che erano perdutamente innamorati l'uno dell'altra dal primo momento in cui si sono incontrati? Non li ho visti insieme nel Devonshire ogni giorno, e per tutto il giorno; e non sapevo che sua sorella fosse venuta in città con me apposta per comprare gli abiti da sposa? Via, via, non funziona. Poiché lei stessa è così riservata al riguardo, pensa che nessun altro abbia buon senso; ma non è affatto così, posso dirglielo, poiché è noto in tutta la città da un sacco di tempo. Lo dico a tutti e lo fa anche Charlotte."
"Davvero, signora," disse Elinor, molto seriamente, "lei è in errore. Davvero, sta facendo una cosa molto poco gentile spargendo la voce, e scoprirà che è così, sebbene non voglia credermi ora."
La signora Jennings rise di nuovo, ma Elinor non aveva lo spirito per dire altro, e desiderosa a ogni costo di sapere cosa avesse scritto Willoughby, corse via nella loro stanza, dove, aprendo la porta, vide Marianne distesa sul letto, quasi soffocata dal dolore, una lettera in mano, e due o tre altre sdraiate accanto a lei. Elinor si avvicinò, ma senza dire una parola; e sedendosi sul letto, prese la sua mano, la baciò affettuosamente diverse volte, e poi si lasciò andare a un pianto che all'inizio fu poco meno violento di quello di Marianne. Quest'ultima, sebbene incapace di parlare, sembrò sentire tutta la tenerezza di questo comportamento, e dopo un po' di tempo trascorso così in comune afflizione, mise tutte le lettere nelle mani di Elinor; e poi, coprendosi il volto con il fazzoletto, quasi urlò per l'agonia. Elinor, che sapeva che un tale dolore, per quanto sconvolgente fosse testimoniarlo, doveva fare il suo corso, vegliò su di lei finché questo eccesso di sofferenza non si fu un po' esaurito, e poi, voltandosi avidamente verso la lettera di Willoughby, lesse quanto segue:
"Bond Street, gennaio."
MIA CARA SIGNORA,
“Ho appena avuto l’onore di ricevere la Sua lettera, per la quale Le porgo i miei più sinceri ringraziamenti. Sono molto addolorato nello scoprire che vi sia stato qualcosa nel mio comportamento della scorsa notte che non abbia incontrato la Sua approvazione; e sebbene io non sappia proprio come scoprire in cosa io sia stato così sfortunato da offenderLa, Le chiedo perdono per ciò che posso assicurarLe essere stato del tutto involontario. Non ripenserò mai alla mia precedente conoscenza con la Sua famiglia nel Devonshire senza il più grato piacere, e mi lusingo che essa non sarà interrotta da alcun errore o fraintendimento delle mie azioni. La mia stima per tutta la Sua famiglia è molto sincera; ma se sono stato così sfortunato da far nascere il convincimento di qualcosa di più di quanto io provassi, o intendessi esprimere, mi rimprovererò di non essere stato più cauto nelle mie manifestazioni di tale stima. Che io abbia mai inteso qualcosa di più, converrà che sia impossibile, quando comprenderà che i miei affetti sono da tempo impegnati altrove, e credo che non passeranno molte settimane prima che questo impegno sia adempiuto. È con grande rammarico che obbedisco ai Suoi ordini nel restituire le lettere di cui sono stato onorato da parte Sua, e la ciocca di capelli che così gentilmente mi ha donato.
“Sono, cara Signora, “Il Suo più obbediente “umile servitore, “JOHN WILLOUGHBY.”
Con quale indignazione una lettera come questa debba essere letta da Miss Dashwood, si può immaginare. Sebbene consapevole, prima ancora di iniziarla, che essa avrebbe dovuto recare una confessione della sua incostanza e confermare la loro separazione per sempre, non si sarebbe mai aspettata che un tale linguaggio potesse essere usato per annunciarla; né avrebbe mai creduto Willoughby capace di allontanarsi così tanto dall’apparenza di ogni sentimento onorevole e delicato — così lontano dal comune decoro di un gentiluomo — da inviare una lettera così impudentemente crudele: una lettera che, invece di recare insieme al suo desiderio di scioglimento qualsiasi professione di rimpianto, non riconosceva alcuna rottura di fede, negava qualsiasi affetto particolare — una lettera di cui ogni riga era un insulto, e che proclamava chi l’aveva scritta come profondamente immerso in una incallita scelleratezza.
Si soffermò su di essa per un po’ di tempo con indignato stupore; poi la lesse e la rilesse; ma ogni lettura serviva solo ad accrescere il suo aborrimento per quell’uomo, e così amari erano i suoi sentimenti verso di lui, che non osò fidarsi di parlare, per non ferire Marianne ancora più profondamente trattando il loro disimpegno, non come una perdita per lei di un qualsiasi bene possibile, ma come una fuga dal peggiore e più irrimediabile di tutti i mali, un legame, per la vita, con un uomo senza principi, come una liberazione la più reale, una benedizione la più importante.
Nelle sue fervide meditazioni sul contenuto della lettera, sulla depravazione di quella mente che poteva dettarla, e probabilmente, sulla mente assai diversa di una persona assai diversa, che non aveva altro legame con la faccenda se non quello che il suo cuore le attribuiva con tutto ciò che accadeva, Elinor dimenticò l’immediata afflizione di sua sorella, dimenticò di avere tre lettere in grembo ancora da leggere, e dimenticò così completamente da quanto tempo si trovasse nella stanza, che quando, udendo una carrozza giungere alla porta, andò alla finestra per vedere chi potesse arrivare così irragionevolmente presto, fu colma di stupore nel scorgere il cocchio di Mrs. Jennings, che sapeva non essere stato ordinato che per l’una. Determinata a non abbandonare Marianne, sebbene senza speranza di contribuire, al momento, al suo sollievo, si affrettò via per scusarsi dal dover ricevere Mrs. Jennings, a causa dell’indisposizione di sua sorella. Mrs. Jennings, con una preoccupazione del tutto bonaria per la causa, ammise la scusa prontamente, ed Elinor, dopo essersi assicurata che fosse partita, tornò da Marianne, che trovò intenta a cercare di alzarsi dal letto, e che raggiunse appena in tempo per evitarle di cadere sul pavimento, svenuta e stordita da una lunga mancanza di riposo e cibo adeguati; poiché erano molti giorni che non aveva appetito, e molte notti che non dormiva davvero; e ora, quando la sua mente non era più sostenuta dalla febbre dell’incertezza, la conseguenza di tutto ciò si faceva sentire in un capo dolente, uno stomaco indebolito e un generale svenimento nervoso. Un bicchiere di vino, che Elinor le procurò immediatamente, la fece sentire più a suo agio, e fu finalmente in grado di esprimere un qualche senso della sua gentilezza, dicendo:
“Povera Elinor! come ti rendo infelice!”
“Desidero solo,” rispose sua sorella, “che ci fosse qualcosa che potessi fare, che potesse esserti di conforto.”
Questo, come ogni altra cosa sarebbe stato, fu troppo per Marianne, che poté solo esclamare, nell’angoscia del suo cuore: “Oh! Elinor, sono davvero infelice”, prima che la sua voce andasse interamente perduta tra i singhiozzi.
Elinor non poté più assistere a questo torrente di dolore incontenibile in silenzio.
“Fatti forza, cara Marianne,” gridò, “se non vuoi uccidere te stessa e tutti coloro che ti amano. Pensa a tua madre; pensa alla sua miseria mentre soffri: per lei devi farti forza.”
“Non posso, non posso,” gridò Marianne; “lasciami, lasciami, se ti affliggo; lasciami, odiami, dimenticami! ma non torturarmi così. Oh! com’è facile per coloro che non hanno dolori propri parlare di farsi forza! Felice, felice Elinor, tu non puoi avere idea di ciò che soffro.”
“Mi chiami felice, Marianne? Ah! se sapessi! — E puoi credermi tale, mentre ti vedo così misera!”
“Perdonami, perdonami,” gettando le braccia attorno al collo della sorella; “so che soffri per me; so che cuore hai; ma tu sei — tu devi essere felice; Edward ti ama — cosa, oh cosa può cancellare una felicità come quella?”
“Molte, molte circostanze,” disse Elinor, solennemente.
“No, no, no,” gridò Marianne con veemenza, “lui ama te, e solo te. Tu non puoi avere alcun dolore.”
“Non posso avere alcun piacere mentre ti vedo in questo stato.”
“E non mi vedrai mai altrimenti. La mia è una miseria che nulla può cancellare.”
“Non devi parlare così, Marianne. Non hai conforto? non hai amici? La tua perdita è tale da non lasciare spiraglio alla consolazione? Per quanto tu soffra ora, pensa a quanto avresti sofferto se la scoperta del suo carattere fosse stata ritardata a un periodo successivo — se il vostro fidanzamento fosse andato avanti per mesi e mesi, come avrebbe potuto, prima che lui decidesse di porvi fine. Ogni giorno in più di infelice fiducia, da parte tua, avrebbe reso il colpo più terribile.”
“Fidanzamento!” gridò Marianne, “non c’è stato alcun fidanzamento.”
“Nessun fidanzamento!”
“No, lui non è così indegno come credi. Non ha infranto alcuna fede con me.”
“Ma ti ha detto di amarti.”
“Sì — no — mai in modo assoluto. Era ogni giorno sottinteso, ma mai professato dichiaratamente. A volte pensavo che lo fosse stato, ma non lo è mai stato.”
“Eppure tu gli hai scritto?”
“Sì: poteva essere sbagliato dopo tutto quello che era successo? Ma non posso parlare.”
Elinor non disse altro, e voltandosi di nuovo verso le tre lettere che ora sollevavano una curiosità molto più forte di prima, ne scorse direttamente il contenuto. La prima, che era quella che sua sorella gli aveva inviato al loro arrivo in città, era di questo tenore.
Berkeley Street, gennaio.
“Quanto sarai sorpreso, Willoughby, nel ricevere questa; e penso che proverai qualcosa di più della sorpresa, quando saprai che sono in città. Un’opportunità di venire qui, sebbene con Mrs. Jennings, era una tentazione a cui non abbiamo potuto resistere. Spero che tu possa riceverla in tempo per venire qui stasera, ma non ci conterò. Ad ogni modo ti aspetterò domani. Per il momento, addio.
“M.D.”
Il suo secondo biglietto, che era stato scritto la mattina dopo il ballo dai Middleton, era in queste parole:—
“Non posso esprimere la mia delusione per averti mancato l’altro ieri, né il mio stupore per non aver ricevuto alcuna risposta a un biglietto che ti ho inviato più di una settimana fa. Sono stata in attesa di sentirti, e ancor più di vederti, ogni ora del giorno. Ti prego di passare di nuovo appena possibile, e di spiegarmi il motivo per cui l’ho aspettato invano. Faresti meglio a venire prima un’altra volta, perché di solito usciamo verso l’una. Siamo state la scorsa notte da Lady Middleton, dove c’è stato un ballo. Mi è stato detto che eri stato invitato a far parte della compagnia. Ma poteva essere vero? Devi essere molto cambiato davvero da quando ci siamo lasciati, se potesse essere il caso, e tu non fossi lì. Ma non voglio supporre che ciò sia possibile, e spero molto presto di ricevere la tua assicurazione personale che sia altrimenti.
“M.D.”
Il contenuto del suo ultimo biglietto per lui era questo:—
“Cosa devo immaginare, Willoughby, dal tuo comportamento della scorsa notte? Ancora una volta chiedo una spiegazione. Ero pronta a incontrarti con il piacere che la nostra separazione aveva naturalmente prodotto, con la familiarità che la nostra intimità a Barton mi sembrava giustificare. Sono stata respinta davvero! Ho passato una notte miserabile nel cercare di scusare una condotta che a stento può essere definita meno che offensiva; ma sebbene io non sia ancora stata in grado di formare una ragionevole scusa per il tuo comportamento, sono perfettamente pronta ad ascoltare la tua giustificazione. Sei stato forse malinformato, o deliberatamente ingannato, in qualcosa che mi riguarda, che potrebbe avermi sminuito nella tua opinione. Dimmi cosa sia, spiega le basi su cui hai agito, e sarò soddisfatta, nel poter soddisfare te. Mi addolorerebbe davvero dover pensare male di te; ma se devo farlo, se devo venire a sapere che non sei quello che finora abbiamo creduto, che il tuo riguardo per noi tutti era insincero, che il tuo comportamento verso di me era inteso solo a ingannare, che venga detto appena possibile. I miei sentimenti sono al momento in uno stato di terribile indecisione; desidero scusarti, ma la certezza da una parte o dall’altra sarà un sollievo rispetto a ciò che ora soffro. Se i tuoi sentimenti non sono più quelli di una volta, restituirai i miei biglietti, e la ciocca dei miei capelli che è in tuo possesso.
“M.D.”
Che lettere simili, così piene di affetto e fiducia, potessero essere state così risposte, Elinor, per amore di Willoughby, sarebbe stata riluttante a credere. Ma la sua condanna verso di lui non la rese cieca all’improprietà del fatto che fossero state scritte affatto; e stava piangendo silenziosamente sopra l’imprudenza che aveva azzardato tali prove di tenerezza non sollecitate, non giustificate da nulla di precedente, e più severamente condannate dall’evento, quando Marianne, accorgendosi che aveva finito le lettere, osservò che esse non contenevano nulla che chiunque non avrebbe scritto nella stessa situazione.
“Mi sentivo,” aggiunse, “solennemente legata a lui, come se il più rigoroso patto legale ci avesse vincolati l’una all’altro.”
“Posso crederlo,” disse Elinor; “ma sfortunatamente lui non provava lo stesso.”
“Lui provava lo stesso, Elinor — per settimane e settimane lo ha provato. So che lo faceva. Qualunque cosa lo abbia cambiato ora, (e nulla se non la più nera arte impiegata contro di me può averlo fatto), una volta ero cara a lui quanto la mia stessa anima potesse desiderare. Questa ciocca di capelli, che ora può così prontamente cedere, mi fu chiesta con la più fervida supplica. Se avessi visto il suo sguardo, il suo modo di fare, se avessi udito la sua voce in quel momento! Hai dimenticato l’ultima sera che siamo stati insieme a Barton? Anche la mattina in cui ci siamo separati! Quando mi disse che potevano passare molte settimane prima di rivederci — la sua angoscia — posso mai dimenticare la sua angoscia?”
Per un momento o due non poté dire altro; ma quando questa emozione fu passata, aggiunse, con tono più fermo:
“Elinor, sono stata trattata crudelmente; ma non da Willoughby.”
“Carissima Marianne, da chi se non da lui? Da chi può essere stato istigato?”
“Da tutto il mondo, piuttosto che dal suo cuore. Potrei credere che ogni creatura della mia conoscenza si sia alleata per rovinarmi nella sua opinione, piuttosto che credere la sua natura capace di tale crudeltà. Questa donna di cui scrive — chiunque essa sia — o chiunque, insomma, tranne la tua cara persona, mamma, ed Edward, potrebbe essere stata così barbara da calunniarmi. Oltre a voi tre, c’è una creatura al mondo che non preferirei sospettare di malvagità piuttosto che Willoughby, il cui cuore conosco così bene?”
Elinor non volle contendere, e rispose solo: “Chiunque sia stato così detestabilmente tuo nemico, che venga privato del suo maligno trionfo, mia cara sorella, vedendo quanto nobilmente la consapevolezza della tua innocenza e delle tue buone intenzioni sostenga il tuo spirito. È un orgoglio ragionevole e lodevole quello che resiste a tale malevolenza.”
“No, no,” gridò Marianne, “una miseria come la mia non ha orgoglio. Non mi importa chi sappia che sono infelice. Il trionfo di vedermi tale può essere aperto a tutto il mondo. Elinor, Elinor, coloro che soffrono poco possono essere orgogliosi e indipendenti quanto vogliono — possono resistere all’insulto, o restituire l’umiliazione — ma io non posso. Devo sentire — devo essere misera — e sono i benvenuti a godere della consapevolezza di ciò, coloro che possono.”
“Ma per il bene di mia madre e mio—”
“Farei di più che per il mio. Ma apparire felice quando sono così misera — Oh! chi può richiederlo?”
Di nuovo rimasero entrambe in silenzio. Elinor era intenta a camminare pensierosa dal camino alla finestra, dalla finestra al camino, senza sapere di ricevere calore dall’uno, o scorgendo oggetti attraverso l’altra; e Marianne, seduta ai piedi del letto, con la testa appoggiata a uno dei suoi montanti, prese di nuovo la lettera di Willoughby, e, dopo aver rabbrividito su ogni frase, esclamò:—
“È troppo! Oh, Willoughby, Willoughby, poteva essere tua! Crudele, crudele — nulla può scusarti. Elinor, nulla può. Qualunque cosa avesse potuto sentire contro di me — non avrebbe dovuto sospendere il suo giudizio? non avrebbe dovuto dirmelo, darmi il potere di discolparmi? ‘La ciocca di capelli, (ripetendolo dalla lettera,) che così gentilmente mi hai donato’ — Questo è imperdonabile. Willoughby, dov’era il tuo cuore quando scrivevi quelle parole? Oh, barbaramente insolente! — Elinor, può essere giustificato?”
“No, Marianne, in nessun modo possibile.”
“Eppure questa donna — chi sa quale possa essere stata la sua arte? — quanto tempo può essere stata premeditata, e quanto profondamente architettata da lei! — Chi è lei? — Chi può essere? — Di chi l’ho mai sentito parlare come giovane e attraente tra le sue conoscenti? — Oh! nessuno, nessuno — parlava con me solo di me stessa.”
Seguì un’altra pausa; Marianne era molto agitata, e finì così.
“Elinor, devo andare a casa. Devo andare a confortare mamma. Non possiamo partire domani?”
“Domani, Marianne!”
“Sì, perché dovrei restare qui? Sono venuta solo per amore di Willoughby — e ora chi si cura di me? Chi mi considera?”
“Sarebbe impossibile partire domani. Dobbiamo a Mrs. Jennings molto più della cortesia; e la cortesia del tipo più comune deve impedire una partenza così precipitosa come quella.”
“Ebbene allora, un giorno o due ancora, forse; ma non posso restare qui a lungo, non posso restare a sopportare le domande e le osservazioni di tutte queste persone. I Middleton e i Palmer — come devo sopportare la loro pietà? La pietà di una donna come Lady Middleton! Oh, cosa direbbe lui di questo!”
Elinor le consigliò di coricarsi di nuovo, e per un momento lo fece; ma nessuna posizione poteva darle sollievo; e nel dolore irrequieto della mente e del corpo si muoveva da una postura all’altra, finché, diventando sempre più isterica, sua sorella riusciva a stento a tenerla sul letto, e per qualche tempo temette di essere costretta a chiamare assistenza. Alcune gocce di lavanda, tuttavia, che alla fine fu persuasa a prendere, furono utili; e da quel momento fino al ritorno di Mrs. Jennings, rimase sul letto tranquilla e immobile.
CAPITOLO XXX.
Mrs. Jennings venne immediatamente nella loro stanza al suo ritorno, e senza aspettare che la sua richiesta di accesso avesse risposta, aprì la porta ed entrò con uno sguardo di sincera preoccupazione.
“Come state, cara?” — disse con voce di grande compassione a Marianne, che voltò il viso senza tentare di rispondere.
“Come sta, Miss Dashwood? Povera cara! ha un aspetto molto brutto. Non c’è da meravigliarsi. Già, è fin troppo vero. Si deve sposare molto presto — un buono a nulla! Non ho pazienza con lui. Mrs. Taylor me l’ha detto mezz’ora fa, e le è stato riferito da un’amica particolare di Miss Grey stessa, altrimenti sono certa che non ci avrei creduto; ed ero quasi pronta a sprofondare così com’era. Ebbene, ho detto, tutto ciò che posso dire è che, se questo è vero, ha trattato in modo abominevole una giovane signorina di mia conoscenza, e spero con tutta l’anima che sua moglie possa tormentargli il cuore. E così dirò sempre, cara, potete contarci. Non ho idea del modo di fare degli uomini; e se mai lo incontrerò di nuovo, gli darò una lavata di capo come non ne riceve da un bel po’ di tempo. Ma c’è un conforto, cara Miss Marianne; non è l’unico giovane al mondo che valga la pena di avere; e con il vostro bel viso non vi mancheranno mai ammiratori. Ebbene, povera cara! non la disturberò più, perché è meglio che si faccia il suo pianto una volta per tutte e la finisca. I Parry e i Sanderson per fortuna vengono stasera, sapete, e questo la divertirà.”
Se ne andò poi via, camminando in punta di piedi fuori dalla stanza, come se supponesse che l’afflizione della sua giovane amica potesse essere accresciuta dal rumore.
Marianne, con sorpresa di sua sorella, decise di cenare con loro. Elinor la sconsigliò persino. Ma “no, sarebbe scesa; poteva sopportarlo molto bene, e il trambusto attorno a lei sarebbe stato minore.” Elinor, lieta di averla guidata per un momento verso un tale motivo, sebbene credesse difficilmente possibile che potesse restare per tutta la cena, non disse altro; e sistemandole l’abito al meglio che poté, mentre Marianne rimaneva ancora sul letto, fu pronta ad aiutarla nella sala da pranzo appena furono chiamate.
Una volta lì, sebbene sembrasse alquanto misera, mangiò di più ed fu più calma di quanto sua sorella si aspettasse. Se avesse provato a parlare, o se fosse stata consapevole di metà delle attenzioni benintese ma mal giudicate di Mrs. Jennings verso di lei, questa calma non avrebbe potuto essere mantenuta; ma nemmeno una sillaba sfuggì alle sue labbra; e l’astrazione dei suoi pensieri la preservò nell’ignoranza di tutto ciò che stava accadendo davanti a lei.
Elinor, che rendeva giustizia alla gentilezza di Mrs. Jennings, sebbene le sue effusioni fossero spesso angoscianti, e talvolta quasi ridicole, le fece quei ringraziamenti, e le restituì quelle cortesie, che sua sorella non poteva fare o restituire per se stessa. La loro buona amica vide che Marianne era infelice, e sentì che le era dovuto tutto ciò che potesse renderla anche solo un poco meno tale. La trattò quindi con tutta l’indulgente tenerezza di un genitore verso un figlio prediletto nell’ultimo giorno delle sue vacanze. Marianne doveva avere il posto migliore accanto al camino, doveva essere tentata a mangiare da ogni prelibatezza in casa, e intrattenuta con il racconto di tutte le notizie del giorno. Se Elinor, nel triste volto di sua sorella, non avesse visto un freno a ogni allegria, avrebbe potuto essere divertita dagli sforzi di Mrs. Jennings per curare una delusione amorosa, con una varietà di dolciumi e olive, e un buon fuoco. Non appena, tuttavia, la consapevolezza di tutto ciò fu forzata dalla continua ripetizione su Marianne, non poté più restare. Con una frettolosa esclamazione di Miseria, e un cenno a sua sorella di non seguirla, si alzò direttamente e si affrettò fuori dalla stanza.
«Povera anima!» esclamò Mrs. Jennings, non appena l'altra fu uscita, «quanto mi addolora vederla! E devo dire, se non se n'è andata senza finire il suo vino! E le ciliegie sciroppate, pure! Signore! pare che nulla le faccia bene. Sono certa che se sapessi di qualcosa che le potrebbe piacere, manderei a cercarlo in tutta la città. Beh, per me è la cosa più strana del mondo, che un uomo possa trattar così male una ragazza così carina! Ma quando c'è un sacco di soldi da una parte, e quasi nessuno dall'altra, che Dio vi benedica! di certe cose non importa più nulla a nessuno!—»
«La signora dunque — Miss Grey credo l'abbia chiamata — è molto ricca?»
«Cinquantamila sterline, cara mia. L'hai mai vista? una ragazza brillante, alla moda dicono, ma non bella. Ricordo molto bene sua zia, Biddy Henshawe; sposò un uomo molto facoltoso. Ma la famiglia è tutta ricca, senza eccezioni. Cinquantamila sterline! e a quanto si dice, non arriveranno troppo presto; perché dicono che lui sia sul lastrico. Non c'è da stupirsi! a scorrazzare in giro con il suo curricolo e i cavalli da caccia! Beh, non serve a nulla parlare; ma quando un giovanotto, chiunque sia, viene a far la corte a una ragazza carina, e promette il matrimonio, non ha alcun diritto di rimangiarsi la parola solo perché diventa povero, e una ragazza più ricca è pronta a prenderlo. Perché non vende i cavalli, affitta la casa, licenzia la servitù e fa una riforma radicale, in un caso simile? Vi garantisco che Miss Marianne sarebbe stata pronta ad aspettare che le cose si sistemassero. Ma questo non va bene oggigiorno; ai giovani d'oggi non si può chiedere di rinunciare a nulla in fatto di piaceri.»
«Sa che tipo di ragazza sia Miss Grey? Si dice che sia amabile?»
«Non ho mai sentito dire nulla di male su di lei; anzi, l'ho sentita menzionare a stento; se non che Mrs. Taylor ha detto stamattina, che un giorno Miss Walker le ha accennato di credere che Mr. e Mrs. Ellison non sarebbero dispiaciuti di veder sposata Miss Grey, perché lei e Mrs. Ellison non vanno mai d'accordo.»
«E chi sono gli Ellison?»
«I suoi tutori, cara mia. Ma ora è maggiorenne e può scegliere per sé; e che bella scelta ha fatto!— Che c'è ora,» dopo una pausa di un momento, «la tua povera sorella è andata nella sua stanza, immagino, a piangere per conto suo. Non c'è nulla che si possa trovare per consolarla? Povera cara, sembra quasi crudele lasciarla sola. Beh, tra poco avremo qualche amico, e questo la divertirà un po'. A cosa giocheremo? So che detesta il whist; ma non c'è nessun gioco di società che le piaccia?»
«Cara signora, questa premura è del tutto superflua. Marianne, ne sono certa, non lascerà più la sua stanza stasera. Cercherò di persuaderla, se posso, ad andare presto a letto, perché sono certa che abbia bisogno di riposo.»
«Sì, credo che sarà la cosa migliore per lei. Lascia che scelga lei stessa la sua cena e vada a letto. Signore! non c'è da stupirsi che sia stata così male e così abbattuta in quest'ultima settimana o due, perché questa faccenda immagino le pesi sul capo da altrettanto tempo. E così la lettera arrivata oggi ha messo la parola fine! Povera anima! sono certa che se ne avessi avuto il minimo sospetto, non l'avrei presa in giro per tutto l'oro del mondo. Ma sai, come potevo indovinare una cosa simile? Ero sicura che non fosse altro che una comune lettera d'amore, e sai, ai giovani piace che si scherzi su queste cose. Signore! quanto saranno costernati Sir John e le mie figlie quando lo sapranno! Se avessi avuto il cervello a posto avrei potuto fermarmi in Conduit Street tornando a casa, e raccontarglielo. Ma li vedrò domani.»
«Sarebbe inutile, ne sono certa, che lei ammonisse Mrs. Palmer e Sir John di non nominare mai Mr. Willoughby, o di fare la benché minima allusione a quanto è accaduto, davanti a mia sorella. La loro stessa naturale bontà dovrebbe suggerire loro la reale crudeltà di mostrare di saperne qualcosa quando lei è presente; e meno si dirà a me stessa sull'argomento, più i miei sentimenti saranno risparmiati, come lei, mia cara signora, potrà facilmente credere.»
«Oh! Signore! sì, davvero, lo credo bene. Deve essere terribile per te sentirne parlare; e quanto a tua sorella, sono certa che non ne farei parola con lei per nulla al mondo. Hai visto che non l'ho fatto per tutta la durata del pranzo. E nemmeno lo farà Sir John, né le mie figlie, perché sono tutte persone molto premurose e delicate; specialmente se darò loro un suggerimento, come certamente farò. Per parte mia, penso che meno si parli di certe cose, meglio è; prima si dimenticano e meglio è. E che bene fa mai il parlarne, lo sai?»
«In questa faccenda può solo fare del male; forse più che in molti casi di natura simile, perché è stata accompagnata da circostanze che, per il bene di tutti i soggetti coinvolti, la rendono inadatta a diventare oggetto di pubblico conversare. Devo rendere giustizia a Mr. Willoughby: non ha infranto alcun impegno formale con mia sorella.»
«Cielo, mia cara! Non fingere di difenderlo. Nessun impegno formale, davvero! dopo averla portata in giro per tutta Allenham House, e aver scelto le stanze stesse in cui avrebbero dovuto vivere in futuro!»
Elinor, per il bene della sorella, non poté insistere oltre sull'argomento, e sperò che non le fosse richiesto per quello di Willoughby; dato che, sebbene Marianne potesse perdere molto, lui avrebbe potuto guadagnare ben poco dal far valere la nuda verità. Dopo un breve silenzio da entrambe le parti, Mrs. Jennings, con tutta la sua naturale ilarità, esplose di nuovo.
«Beh, mia cara, è un detto veritiero quello sul vento cattivo, perché sarà tutto di guadagnato per il Colonnello Brandon. Alla fine l'avrà lei; sì, proprio così. Segnati le mie parole, se non si sposeranno entro l'estate. Signore! come se la riderà sotto i baffi per questa notizia! Spero che venga stasera. Sarà in tutto e per tutto un partito migliore per tua sorella. Duemila sterline l'anno senza debiti né impedimenti — eccetto la piccola figlia illegittima, è vero; sì, me ne ero dimenticata; ma può essere messa a imparare un mestiere con poca spesa, e allora che importanza ha? Delaford è un bel posto, te lo assicuro; esattamente quello che definisco un bel posto vecchio stile, pieno di comfort e comodità; del tutto chiuso da grandi mura di giardino che sono coperte dai migliori alberi da frutto della regione; e un tale gelso in un angolo! Signore! quanto ci siamo abbuffate, Charlotte ed io, l'unica volta che siamo state lì! Poi, c'è una colombaia, dei deliziosi vivai per pesci, e un canale davvero grazioso; e ogni cosa, insomma, che si possa desiderare; e, per di più, è vicino alla chiesa, e a solo un quarto di miglio dalla strada maestra, così non è mai noioso, perché se vai solo a sederti in un vecchio pergolato di tasso dietro la casa, puoi vedere tutte le carrozze che passano. Oh! è un bel posto! Un macellaio proprio lì vicino nel villaggio, e la canonica a un tiro di schioppo. Secondo i miei gusti, mille volte più grazioso di Barton Park, dove sono costretti a mandare a tre miglia di distanza per la carne, e non hanno un vicino più vicino di vostra madre. Beh, incoraggerò il Colonnello non appena potrò. Un chiodo scaccia l'altro, sai. Se riuscissimo solo a far uscire Willoughby dalla sua testa!»
«Sì, se riuscissimo a fare questo, signora,» disse Elinor, «ce la caveremo benissimo con o senza il Colonnello Brandon.» E poi, alzandosi, se ne andò a raggiungere Marianne, che trovò, come si aspettava, nella sua stanza, china, in un silenzio di dolore, sui pochi resti di un fuoco che, fino all'ingresso di Elinor, era stato la sua unica luce.
«Faresti meglio a lasciarmi,» fu tutto il riscontro che la sorella ricevette da lei.
«Ti lascerò,» disse Elinor, «se vai a letto.» Ma a questo, per la momentanea ostinazione della sofferenza impaziente, lei dapprima rifiutò. Le fervide, sebbene gentili, persuasioni della sorella, tuttavia, la ammorbidirono presto fino alla resa, ed Elinor la vide posare il capo dolente sul cuscino, e, come sperava, in modo da trovare un po' di quiete prima di lasciarla.
Nel salotto, dove si recò in seguito, fu presto raggiunta da Mrs. Jennings, con un bicchiere da vino, pieno di qualcosa, in mano.
«Cara,» disse entrando, «mi sono appena ricordata che ho in casa uno dei migliori vini Constantia vecchi che si siano mai assaggiati, così ne ho portato un bicchiere per tua sorella. Il mio povero marito! quanto ne era ghiotto! Ogni volta che aveva un attacco della sua vecchia gotta colica, diceva che gli faceva più bene di qualsiasi altra cosa al mondo. Portalo a tua sorella.»
«Cara signora,» rispose Elinor, sorridendo per la differenza dei disturbi per cui era raccomandato, «quanto è buona! Ma ho appena lasciato Marianne a letto, e, spero, quasi addormentata; e poiché penso che nulla le sarà utile quanto il riposo, se vuole permettermelo, berrò io stessa il vino.»
Mrs. Jennings, sebbene rammaricata di non essere arrivata cinque minuti prima, fu soddisfatta del compromesso; ed Elinor, mentre ne inghiottiva la parte principale, rifletté che, sebbene i suoi effetti su una gotta colica fossero, al momento, di poca importanza per lei, i suoi poteri curativi su un cuore deluso potevano essere provati su di sé con la stessa ragionevolezza che sulla sorella.
Il Colonnello Brandon entrò mentre il gruppo era a prendere il tè, ed Elinor, dal modo in cui lui si guardò intorno per cercare Marianne, immaginò immediatamente che non si aspettasse né desiderasse vederla lì, e, insomma, che fosse già al corrente di ciò che aveva causato la sua assenza. Mrs. Jennings non fu colpita dallo stesso pensiero; poiché poco dopo il suo ingresso, attraversò la stanza verso il tavolino da tè dove Elinor presiedeva, e sussurrò: «Il Colonnello sembra serio come sempre. Non sa nulla di tutto ciò; diglielo tu, cara.»
Poco dopo lui avvicinò una sedia alla sua, e, con uno sguardo che le diede la perfetta certezza della sua buona informazione, chiese di sua sorella.
«Marianne non sta bene,» disse lei. «È stata indisposta tutto il giorno, e l'abbiamo convinta ad andare a letto.»
«Forse, allora,» rispose lui esitando, «ciò che ho sentito stamattina può essere... può esserci più verità di quanto potessi credere possibile all'inizio.»
«Che cosa ha sentito?»
«Che un gentiluomo, che avevo ragione di pensare... insomma, che un uomo, che sapevo essere impegnato... ma come dovrei dirtelo? Se lo sai già, come sicuramente devi, potrei esserne risparmiato.»
«Intende,» rispose Elinor, con forzata calma, «il matrimonio di Mr. Willoughby con Miss Grey. Sì, sappiamo tutto. Sembra che questa sia stata una giornata di generale delucidazione, poiché proprio stamattina ci è stato rivelato. Mr. Willoughby è un enigma! Dove l'ha sentito?»
«In una cartoleria a Pall Mall, dove avevo delle faccende. Due signore stavano aspettando la loro carrozza, e una di loro stava dando all'altra un resoconto del matrimonio in programma, con una voce che tentava così poco di nascondersi, che mi è stato impossibile non sentire tutto. Il nome di Willoughby, John Willoughby, ripetuto frequentemente, ha attirato per primo la mia attenzione; e ciò che è seguito è stata una ferma affermazione che tutto era ormai definitivamente stabilito riguardo al suo matrimonio con Miss Grey — non doveva più essere un segreto — avrebbe avuto luogo addirittura entro poche settimane, con molti dettagli sui preparativi e altre faccende. Una cosa, specialmente, ricordo, perché è servita a identificare l'uomo ancora di più: — non appena la cerimonia fosse finita, sarebbero andati a Combe Magna, la sua residenza nel Somersetshire. Il mio stupore! — ma sarebbe impossibile descrivere ciò che ho provato. La signora comunicativa, ho appreso indagando, poiché sono rimasto nel negozio finché non se ne sono andate, era una certa Mrs. Ellison, e quello, come mi è stato riferito in seguito, è il nome del tutore di Miss Grey.»
«È così. Ma ha anche sentito che Miss Grey ha cinquantamila sterline? In questo, se in qualcosa, possiamo trovare una spiegazione.»
«Può darsi; ma Willoughby è capace... almeno credo» — si fermò un momento; poi aggiunse con una voce che sembrava diffidare di se stessa — «E sua sorella... come ha fatto...»
«Le sue sofferenze sono state molto gravi. Non ho che da sperare che possano essere proporzionalmente brevi. È stata, ed è, una sofferenza crudelissima. Fino a ieri, credo, non ha mai dubitato del suo affetto; e persino ora, forse... ma sono quasi convinta che lui non sia mai stato realmente legato a lei. È stato molto ingannevole! e, sotto certi aspetti, sembra esserci una durezza di cuore in lui.»
«Ah!» disse il Colonnello Brandon, «c'è, davvero! Ma sua sorella non... credo abbia detto così... non la pensa affatto come lei?»
«Conosce il suo carattere, e può credere con quale foga lei vorrebbe ancora giustificarlo, se potesse.»
Lui non rispose; e poco dopo, con la rimozione del servizio da tè e la disposizione dei tavoli da gioco, l'argomento fu necessariamente abbandonato. Mrs. Jennings, che li aveva osservati con piacere mentre parlavano, e che si aspettava di vedere l'effetto della comunicazione di Miss Dashwood in un'allegria così istantanea da parte del Colonnello Brandon, quale si sarebbe addetta a un uomo nel fiore della giovinezza, della speranza e della felicità, lo vide, con stupore, rimanere per tutta la serata più serio e pensieroso del solito.
CAPITOLO XXXI.
Da una notte di sonno più lungo di quanto si aspettasse, Marianne si risvegliò la mattina seguente alla stessa consapevolezza di miseria con cui aveva chiuso gli occhi.
Elinor la incoraggiò quanto più possibile a parlare di ciò che provava; e prima che la colazione fosse pronta, avevano ripercorso l'argomento più e più volte; e con la stessa ferma convinzione e affettuoso consiglio da parte di Elinor, e i medesimi sentimenti impetuosi e opinioni mutevoli da parte di Marianne, come prima. A volte riusciva a credere che Willoughby fosse tanto sfortunato e innocente quanto lei, e in altri momenti perdeva ogni consolazione nell'impossibilità di assolverlo. In un momento era assolutamente indifferente all'osservazione di tutto il mondo, in un altro voleva segregarsene per sempre, e in un terzo riusciva a resistervi con energia. In una cosa, tuttavia, era costante: quando arrivava il momento, evitava, dove possibile, la presenza di Mrs. Jennings, e manteneva un determinato silenzio quando costretta a sopportarla. Il suo cuore era indurito contro la convinzione che Mrs. Jennings potesse partecipare ai suoi dolori con una qualsiasi compassione.
«No, no, no, non può essere,» gridò; «lei non può provare nulla. La sua gentilezza non è comprensione; la sua buona natura non è tenerezza. Tutto ciò che vuole sono pettegolezzi, e le piaccio solo ora perché glieli fornisco.»
Elinor non aveva avuto bisogno di questo per essere certa dell'ingiustizia verso la quale la sorella era spesso condotta nel suo giudizio sugli altri, dal raffinamento irritabile della propria mente, e dal troppo grande peso dato da lei alle finezze di una forte sensibilità, e alle grazie di un modo di fare raffinato. Come metà del resto del mondo, se più della metà ve ne sia che sia intelligente e buona, Marianne, con eccellenti capacità e un'eccellente indole, non era né ragionevole né imparziale. Si aspettava dalle altre persone le stesse opinioni e sentimenti dei propri, e giudicava i loro moventi dall'effetto immediato delle loro azioni su se stessa. Così, una circostanza accadde, mentre le sorelle erano insieme nella loro stanza dopo la colazione, che fece scendere il cuore di Mrs. Jennings ancora più in basso nella sua stima; poiché, per sua stessa debolezza, accadde che risultasse una fonte di nuovo dolore per lei, sebbene Mrs. Jennings fosse guidata in ciò da un impulso di estrema benevolenza.
Con una lettera nella mano protesa, e un volto lietamente sorridente, dalla convinzione di portare conforto, entrò nella loro stanza, dicendo:
«Ora, cara, ti porto qualcosa che sono certa ti farà bene.»
Marianne udì abbastanza. In un momento la sua immaginazione le mise davanti una lettera di Willoughby, piena di tenerezza e contrizione, spiegazione di tutto ciò che era accaduto, soddisfacente, convincente; e istantaneamente seguita da Willoughby stesso, che si precipitava con impazienza nella stanza per ribadire, ai suoi piedi, con l'eloquenza degli occhi, le rassicurazioni della sua lettera. L'opera di un momento fu distrutta da quello successivo. La calligrafia di sua madre, mai fino ad allora sgradita, era davanti a lei; e, nell'acutezza della delusione che seguì un tale estasi di più che speranza, si sentì come se, fino a quell'istante, non avesse mai sofferto.
La crudeltà di Mrs. Jennings nessun linguaggio, alla sua portata nei momenti di più felice eloquenza, avrebbe potuto esprimere; e ora poteva rimproverarla solo con le lacrime che scorrevano dai suoi occhi con passionale violenza — un rimprovero, tuttavia, così interamente perduto sul suo oggetto, che dopo molte espressioni di pietà, lei si ritirò, rimandandola ancora alla lettera di conforto. Ma la lettera, quando fu abbastanza calma da leggerla, portò poco conforto. Willoughby riempiva ogni pagina. Sua madre, ancora fiduciosa nel loro fidanzamento, e confidando con calore di sempre nella sua costanza, era stata solo spinta dalla richiesta di Elinor a implorare da Marianne maggiore apertura verso entrambe; e questo, con tale tenerezza verso di lei, tale affetto per Willoughby, e tale convinzione della loro futura felicità reciproca, che lei pianse di strazio per tutto il tempo.
Tutta la sua impazienza di tornare a casa ritornò ora; sua madre le era più cara che mai; più cara proprio per l'eccesso della sua malriposta fiducia in Willoughby, ed era selvaggiamente ansiosa di andarsene. Elinor, incapace lei stessa di determinare se fosse meglio per Marianne essere a Londra o a Barton, non offrì alcun consiglio proprio se non di avere pazienza finché non si fossero potuti conoscere i desideri della madre; e alla fine ottenne il consenso della sorella ad attendere quella notizia.
Mrs. Jennings le lasciò prima del solito; poiché non riusciva a stare tranquilla finché i Middleton e i Palmer non fossero stati in grado di addolorarsi quanto lei; e rifiutando categoricamente l'offerta di compagnia di Elinor, uscì da sola per il resto della mattinata. Elinor, con il cuore molto pesante, consapevole del dolore che stava per comunicare, e percependo, dalla lettera di Marianne, quanto poco avesse avuto successo nel gettare le basi per esso, si sedette quindi a scrivere a sua madre un resoconto di quanto era accaduto, e a implorare le sue direttive per il futuro; mentre Marianne, che era entrata in salotto all'uscita di Mrs. Jennings, rimase fissa al tavolo dove Elinor scriveva, osservando l'avanzare della sua penna, addolorandosi per lei per la durezza di un tale compito, e addolorandosi ancora più affettuosamente per il suo effetto sulla madre.
In questo modo erano andate avanti per circa un quarto d'ora, quando Marianne, i cui nervi non potevano allora sopportare alcun rumore improvviso, fu scossa da un colpo alla porta.
«Chi può essere?» esclamò Elinor. «Così presto poi! Pensavo che fossimo al sicuro.»
Marianne si spostò verso la finestra.
«È il Colonnello Brandon!» disse, con disappunto. «Non siamo mai al sicuro da lui.»
«Non entrerà, dato che Mrs. Jennings è uscita.»
«Non mi fido,» ribatté, ritirandosi nella sua stanza. «Un uomo che non ha nulla da fare del proprio tempo non ha coscienza nell'intrusione in quello degli altri.»
L'evento diede ragione alla sua congettura, sebbene fosse fondata su ingiustizia ed errore; poiché il Colonnello Brandon entrò davvero; ed Elinor, che era convinta che la sollecitudine per Marianne lo avesse portato lì, e che vedeva quella sollecitudine nel suo sguardo turbato e malinconico, e nella sua ansiosa sebbene breve richiesta di lei, non poté perdonare alla sorella di stimarlo così poco.
«Ho incontrato la signora Jennings in Bond Street,» disse lui, dopo il primo saluto, «e mi ha incoraggiato a venire avanti; e sono stato incoraggiato tanto più facilmente, poiché ho pensato fosse probabile che potessi trovarvi sola, cosa che desideravo molto fare. Il mio scopo — il mio desiderio — il mio unico desiderio nel desiderarlo — spero, credo che sia questo — è quello di essere un mezzo per recare conforto; no, non devo dire conforto — non un conforto immediato — ma convinzione, una convinzione duratura, alla mente di vostra sorella. La mia stima per lei, per voi, per vostra madre — mi permetterete di provarla raccontando alcune circostanze che null'altro se non una stima molto sincera — null'altro se non un fervido desiderio di essere utile — penso di essere giustificato... sebbene, quando si sono trascorse così tante ore a convincere se stessi di essere nel giusto, non c'è forse qualche motivo di temere di poter essere in errore?» Si fermò.
«Vi capisco,» disse Elinor. «Avete qualcosa da dirmi sul signor Willoughby, che svelerà ulteriormente il suo carattere. Il fatto che me lo raccontiate sarà il più grande atto di amicizia che si possa mostrare a Marianne. La mia gratitudine sarà immediatamente assicurata da qualsiasi informazione che tenda a quel fine, e la sua dovrà essere guadagnata col tempo. Vi prego, vi prego, lasciate che io senta.»
«Lo farete; e, per essere breve, quando lasciai Barton lo scorso ottobre — ma questo non vi darà alcuna idea — devo andare più indietro. Mi troverete un narratore molto impacciato, signorina Dashwood; so a stento da dove cominciare. Un breve resoconto su di me, credo, sarà necessario, e sarà breve. Su un tale argomento,» sospirando profondamente, «posso avere poca tentazione di dilungarmi.»
Si fermò un momento per raccogliere i pensieri, e poi, con un altro sospiro, continuò.
«Avete probabilmente dimenticato del tutto una conversazione — (non si deve supporre che possa aver fatto alcuna impressione su di voi) — una conversazione tra noi una sera a Barton Park — era la sera di un ballo — in cui accennai a una signora che avevo conosciuto un tempo, come somigliante, in una certa misura, a vostra sorella Marianne.»
«Davvero,» rispose Elinor, «non l'ho dimenticata.» Lui sembrò compiaciuto di questo ricordo, e aggiunse:
«Se non sono ingannato dall'incertezza, dalla parzialità di un tenero ricordo, c'è una somiglianza molto forte tra loro, sia nello spirito che nella persona. Lo stesso calore di cuore, la stessa vivacità di fantasia e di animo. Questa signora era una delle mie parenti più prossime, orfana fin dall'infanzia, e sotto la tutela di mio padre. Le nostre età erano quasi le stesse, e fin dai nostri anni più teneri siamo stati compagni di giochi e amici. Non riesco a ricordare il tempo in cui non ho amato Eliza; e il mio affetto per lei, mentre crescevamo, era tale che, forse, a giudicare dalla mia attuale gravità desolata e priva di allegria, potreste pensarmi incapace di averlo mai provato. Il suo, per me, era, credo, fervente quanto l'attaccamento di vostra sorella per il signor Willoughby e fu, sebbene per una causa diversa, non meno sfortunato. A diciassette anni fu perduta per me per sempre. Fu sposata — sposata contro la sua inclinazione a mio fratello. La sua fortuna era ingente, e il nostro patrimonio familiare molto gravato da debiti. E questo, temo, è tutto ciò che si può dire per la condotta di colui che era al contempo suo zio e tutore. Mio fratello non la meritava; non l'amava nemmeno. Avevo sperato che la sua stima per me l'avrebbe sostenuta in ogni difficoltà, e per qualche tempo fu così; ma alla fine la miseria della sua situazione, poiché subì grande crudeltà, superò ogni sua risoluzione, e sebbene mi avesse promesso che nulla... ma come racconto ciecamente! Non vi ho mai detto come ciò sia accaduto. Eravamo a poche ore dalla fuga insieme verso la Scozia. Il tradimento, o la follia, della cameriera di mia cugina ci tradì. Io fui bandito nella casa di un lontano parente, e a lei non fu concessa alcuna libertà, alcuna compagnia, alcun divertimento, finché lo scopo di mio padre non fu raggiunto. Avevo fatto troppo affidamento sulla sua fermezza, e il colpo fu duro — ma se il suo matrimonio fosse stato felice, giovane com'ero allora, pochi mesi mi avrebbero riconciliato con esso, o almeno ora non dovrei piangerlo. Non fu questo, tuttavia, il caso. Mio fratello non aveva alcun riguardo per lei; i suoi piaceri non erano quelli che avrebbero dovuto essere, e fin dal principio la trattò crudelmente. La conseguenza di ciò, su una mente così giovane, così vivace, così inesperta come quella della signora Brandon, fu fin troppo naturale. Si rassegnò dapprima a tutta la miseria della sua situazione; e sarebbe stato felice se non fosse vissuta abbastanza da superare quei rimpianti che il ricordo di me le procurava. Ma possiamo meravigliarci che, con un marito tale da provocare l'incostanza, e senza un amico che la consigliasse o la frenasse (poiché mio padre visse solo pochi mesi dopo il loro matrimonio, e io ero con il mio reggimento nelle Indie Orientali), lei sia caduta? Se fossi rimasto in Inghilterra, forse... ma intendevo promuovere la felicità di entrambi allontanandomi da lei per anni, e a tale scopo avevo ottenuto il mio trasferimento. Lo shock che il suo matrimonio mi aveva dato,» continuò, con voce di grande agitazione, «era di peso irrisorio — non era nulla rispetto a ciò che provai quando seppi, circa due anni dopo, del suo divorzio. Fu quello che gettò questa oscurità, anche ora il ricordo di ciò che soffrii...»
Non poté dire altro, e alzandosi in fretta camminò per alcuni minuti per la stanza. Elinor, colpita dal suo racconto, e ancor più dal suo tormento, non poté parlare. Egli vide la sua preoccupazione, e venendo verso di lei, le prese la mano, la strinse e la baciò con rispettosa gratitudine. Alcuni minuti ancora di silenzioso sforzo gli permisero di procedere con compostezza.
«Trascorsero quasi tre anni dopo questo infelice periodo prima che tornassi in Inghilterra. La mia prima premura, quando arrivai, fu naturalmente quella di cercarla; ma la ricerca fu tanto infruttuosa quanto malinconica. Non potei rintracciarla oltre il suo primo seduttore, e c'era ogni ragione di temere che si fosse allontanata da lui solo per sprofondare sempre più in una vita di peccato. Il suo assegno legale non era adeguato alla sua fortuna, né sufficiente per il suo dignitoso mantenimento, e venni a sapere da mio fratello che il potere di riscuoterlo era stato ceduto alcuni mesi prima a un'altra persona. Egli immaginava, e con calma poteva immaginarlo, che la sua stravaganza, e la conseguente indigenza, l'avessero costretta a disporne per un qualche sollievo immediato. Alla fine, tuttavia, e dopo che ero stato sei mesi in Inghilterra, la trovai. La stima per un mio ex servitore, che era caduto in disgrazia, mi portò a fargli visita in una casa di detenzione, dove era rinchiuso per debiti; e lì, nella stessa casa, sotto una simile restrizione, c'era la mia sfortunata sorella. Così alterata — così sfiorita — logorata da acute sofferenze di ogni tipo! A stento potevo credere che la figura malinconica e malata davanti a me fosse ciò che restava della ragazza adorabile, fiorente e in salute, che un tempo avevo adorato. Ciò che sopportai nel vederla così... ma non ho il diritto di ferire i vostri sentimenti tentando di descriverlo — vi ho già addolorato troppo. Che fosse, a quanto pareva, all'ultimo stadio di una tisi, fu... sì, in una tale situazione fu il mio più grande conforto. La vita non poteva fare nulla per lei, se non dare tempo per una migliore preparazione alla morte; e quella fu concessa. La vidi sistemata in alloggi confortevoli, e sotto la cura di assistenti adeguati; la visitai ogni giorno durante il resto della sua breve vita: fui con lei nei suoi ultimi istanti.»
Di nuovo si fermò per riprendersi; ed Elinor espresse i suoi sentimenti in un'esclamazione di tenera sollecitudine per il destino della sua sfortunata amica.
«Vostra sorella, spero, non potrà offendersi,» disse lui, «per la somiglianza che ho immaginato tra lei e la mia povera parente caduta in disgrazia. I loro destini, le loro sorti, non possono essere gli stessi; e se la naturale dolce disposizione dell'una fosse stata protetta da una mente più ferma, o da un matrimonio più felice, avrebbe potuto essere tutto ciò che vivrete per vedere l'altra diventare. Ma a cosa porta tutto questo? Sembra che vi abbia angosciato per nulla. Ah! signorina Dashwood — un argomento come questo — rimasto intoccato per quattordici anni — è pericoloso trattarlo del tutto! Sarò più composto — più conciso. Ella lasciò alle mie cure la sua unica figlia, una bambina, nata dal suo primo colpevole legame, che aveva allora circa tre anni. Amava la bambina, e l'aveva sempre tenuta con sé. Fu un impegno prezioso, sacro per me; e l'avrei volentieri assolto nel senso più stretto, vegliando personalmente sulla sua educazione, se la natura delle nostre situazioni lo avesse permesso; ma non avevo famiglia, né casa; e la mia piccola Eliza fu quindi messa in collegio. La vedevo lì ogni volta che potevo, e dopo la morte di mio fratello (che avvenne circa cinque anni fa, e che mi lasciò in possesso della proprietà di famiglia), lei venne a trovarmi a Delaford. La chiamavo una lontana parente; ma sono ben consapevole di essere stato generalmente sospettato di un legame molto più stretto con lei. Sono trascorsi ormai tre anni (aveva appena raggiunto il suo quattordicesimo anno) da quando la tolsi dal collegio, per porla sotto la cura di una donna molto rispettabile, residente nel Dorsetshire, che aveva la custodia di altre quattro o cinque ragazze della stessa età; e per due anni ho avuto ogni motivo di essere soddisfatto della sua situazione. Ma lo scorso febbraio, quasi dodici mesi fa, scomparve improvvisamente. Le avevo permesso (imprudentemente, come si è rivelato in seguito), al suo fervido desiderio, di andare a Bath con una delle sue giovani amiche, che stava accompagnando suo padre lì per motivi di salute. Sapevo che lui era una persona molto perbene, e avevo una buona opinione di sua figlia — meglio di quanto meritasse, perché, con una ostinata e mal consigliata segretezza, non voleva dire nulla, non voleva fornire alcun indizio, sebbene certamente sapesse tutto. Lui, il padre, un uomo bene intenzionato, ma non molto acuto, poteva davvero, credo, non fornire alcuna informazione; poiché era stato generalmente confinato in casa, mentre le ragazze vagavano per la città e facevano le conoscenze che sceglievano; e tentò di convincermi, così a fondo come lui stesso ne era convinto, che sua figlia fosse del tutto estranea alla faccenda. In breve, non ho potuto apprendere altro se che era partita; tutto il resto, per otto lunghi mesi, è stato lasciato alla congettura. Ciò che ho pensato, ciò che ho temuto, si può immaginare; e anche ciò che ho sofferto.»
«Cielo!» esclamò Elinor, «potrebbe essere — potrebbe Willoughby!»—
«La prima notizia che mi giunse di lei,» continuò, «venne in una lettera scritta da lei stessa, lo scorso ottobre. Mi fu inoltrata da Delaford, e la ricevetti proprio la mattina della nostra progettata gita a Whitwell; e questa fu la ragione per cui ho lasciato Barton così improvvisamente, cosa che sono certo debba essere apparsa strana a tutti all'epoca, e che credo abbia offeso qualcuno. Poco immaginava il signor Willoughby, suppongo, quando i suoi sguardi mi censuravano per la scortesia nell'interrompere la gita, che fossi stato chiamato al sollievo di colei che lui aveva reso povera e infelice; ma se lo avesse saputo, cosa sarebbe servito? Sarebbe stato meno allegro o meno felice tra i sorrisi di vostra sorella? No, aveva già fatto ciò che nessun uomo che sappia provare compassione per un altro farebbe. Aveva lasciato la ragazza la cui giovinezza e innocenza aveva sedotto, in una situazione di estremo disagio, senza una casa rispettabile, senza aiuto, senza amici, ignara del suo indirizzo! L'aveva lasciata, promettendo di tornare; non tornò, né scrisse, né la sollevò.»
«Questo va oltre ogni cosa!» esclamò Elinor.
«Il suo carattere è ora davanti a voi; dispendioso, dissipato, e peggio di entrambi. Sapendo tutto questo, come lo so da molte settimane, indovinate cosa devo aver provato nel vedere vostra sorella affezionata a lui come sempre, e nell'essere certo che dovesse sposarlo: indovinate cosa devo aver provato per il bene di tutti voi. Quando sono venuto da voi la scorsa settimana e vi ho trovata sola, sono venuto determinato a conoscere la verità; sebbene incerto sul da farsi una volta conosciuta. Il mio comportamento vi deve essere sembrato strano allora; ma ora lo comprenderete. Lasciare che tutti voi foste così ingannati; vedere vostra sorella... ma cosa potevo fare? Non avevo speranza di intervenire con successo; e a volte pensavo che l'influenza di vostra sorella potesse ancora redimerlo. Ma ora, dopo un uso così disonorevole, chi può dire quali fossero i suoi disegni su di lei. Qualunque essi siano stati, tuttavia, ella può ora, e in futuro senza dubbio lo farà, volgersi con gratitudine verso la propria condizione, quando la confronterà con quella della mia povera Eliza, quando considererà la situazione misera e senza speranza di questa povera ragazza, e se la raffigurerà, con un affetto per lui così forte, ancora forte come il suo, e con una mente tormentata dal rimorso, che deve accompagnarla per tutta la vita. Certamente questo confronto deve avere la sua utilità per lei. Sentirà che le proprie sofferenze non sono nulla. Non derivano da alcuna cattiva condotta, e non possono recare alcuna disgrazia. Al contrario, ogni amico deve essere reso ancora più suo amico da esse. La preoccupazione per la sua infelicità, e il rispetto per la sua fermezza nel sopportarla, devono rafforzare ogni legame. Usate la vostra discrezione, tuttavia, nel comunicarle ciò che vi ho detto. Voi dovete sapere meglio di chiunque altro quale sarà l'effetto; ma se non avessi creduto seriamente, e dal profondo del cuore, che potesse essere di aiuto, che potesse alleviare i suoi rimpianti, non mi sarei permesso di disturbarvi con questo resoconto delle mie afflizioni familiari, con un racconto che può sembrare essere stato inteso a innalzare me stesso a spese degli altri.»
I ringraziamenti di Elinor seguirono questo discorso con grata sollecitudine; accompagnati anche dalla certezza che si aspettava un vantaggio materiale per Marianne dalla comunicazione di quanto era accaduto.
«Sono stata più addolorata,» disse lei, «dai suoi tentativi di assolverlo che da tutto il resto; perché irrita la sua mente più di quanto possa fare la più perfetta convinzione della sua indegnità. Ora, sebbene all'inizio soffrirà molto, sono certa che presto diventerà più serena. Avete,» continuò, dopo un breve silenzio, «mai visto il signor Willoughby da quando lo avete lasciato a Barton?»
«Sì,» rispose lui gravemente, «una volta. Un incontro era inevitabile.»
Elinor, sorpresa dal suo modo di fare, lo guardò con ansia, dicendo:
«Cosa? lo avete incontrato per...»
«Non potevo incontrarlo in altro modo. Eliza mi aveva confessato, sebbene molto a malincuore, il nome del suo amante; e quando tornò in città, che fu entro una quindicina di giorni dal mio arrivo, ci incontrammo su appuntamento, lui per difendere, io per punire la sua condotta. Tornammo illesi, e l'incontro, pertanto, non si è mai saputo.»
Elinor sospirò sull'immaginaria necessità di tutto ciò; ma verso un uomo e un soldato non osò censurarlo.
«Tale,» disse il Colonnello Brandon, dopo una pausa, «è stata l'infelice somiglianza tra il destino di madre e figlia! E così imperfettamente ho assolto al mio compito!»
«È ancora in città?»
«No; non appena si fu ripresa dal parto, poiché la trovai prossima al parto, trasferii lei e la sua bambina in campagna, e lì ella rimane.»
Ricordando, poco dopo, che probabilmente stava dividendo Elinor da sua sorella, pose fine alla sua visita, ricevendo da lei ancora una volta gli stessi grati riconoscimenti, e lasciandola piena di compassione e stima per lui.
CAPITOLO XXXII.
Quando i particolari di questa conversazione furono ripetuti dalla signorina Dashwood a sua sorella, come avvenne molto presto, l'effetto su di lei non fu del tutto tale quale la prima aveva sperato di vedere. Non che Marianne sembrasse diffidare della verità di alcuna parte di esso, poiché lo ascoltò tutto con la più costante e sottomessa attenzione, non fece né obiezione né osservazione, non tentò alcuna difesa di Willoughby, e sembrò mostrare con le sue lacrime che sentiva che fosse impossibile. Ma sebbene questo comportamento assicurasse Elinor che la convinzione di questa colpa era giunta alla sua mente, sebbene vedesse con soddisfazione l'effetto di ciò nel fatto che lei non evitava più il Colonnello Brandon quando veniva, nel parlargli, persino parlargli volontariamente, con una sorta di rispettosa compassione, e sebbene vedesse i suoi spiriti meno violentemente irritati di prima, non la vide meno infelice. La sua mente divenne calma, ma era calma in un cupo abbattimento. Sentiva la perdita del carattere di Willoughby ancora più pesantemente di quanto avesse sentito la perdita del suo cuore; la sua seduzione e abbandono della signorina Williams, la miseria di quella povera ragazza, e il dubbio su quali potessero essere stati una volta i suoi disegni su di lei, tormentavano talmente tanto il suo spirito che non riusciva a portarsi a parlare di ciò che provava nemmeno con Elinor; e, rimuginando sui suoi dolori in silenzio, causava a sua sorella più dolore di quanto avrebbe potuto esserne comunicato dalla più aperta e frequente confessione di essi.
Riferire i sentimenti o il linguaggio della signora Dashwood nel ricevere e rispondere alla lettera di Elinor sarebbe solo dare una ripetizione di ciò che le sue figlie avevano già sentito e detto; di una delusione non meno dolorosa di quella di Marianne, e un'indignazione persino maggiore di quella di Elinor. Lunghe lettere da parte sua, che si succedevano rapidamente l'una all'altra, arrivarono per raccontare tutto ciò che soffriva e pensava; per esprimere la sua ansiosa sollecitudine per Marianne, e implorare che si facesse forza di fronte a questa sventura. Cattiva doveva essere davvero la natura dell'afflizione di Marianne, quando sua madre poteva parlare di forza d'animo! Mortificante e umiliante doveva essere l'origine di quei rimpianti che ella poteva desiderare che lei non assecondasse!
Contro l'interesse del suo stesso benessere individuale, la signora Dashwood aveva deciso che sarebbe stato meglio per Marianne essere ovunque, in quel momento, che a Barton, dove ogni cosa sotto i suoi occhi avrebbe riportato il passato nel modo più forte e affliggente, ponendo costantemente Willoughby davanti a lei, tale quale lo aveva sempre visto lì. Raccomandò dunque alle sue figlie, con ogni mezzo, di non accorciare la loro visita alla signora Jennings; la cui durata, sebbene mai fissata esattamente, era stata prevista da tutte come di almeno cinque o sei settimane. Una varietà di occupazioni, di oggetti e di compagnia, che non avrebbero potuto essere procurati a Barton, sarebbe stata inevitabile lì, e avrebbe potuto ancora, sperava, ingannare Marianne, a volte, in qualche interesse oltre se stessa, e persino in qualche divertimento, per quanto le idee di entrambe potessero ora essere da lei respinte.
Da ogni pericolo di vedere Willoughby di nuovo, sua madre la considerava almeno altrettanto al sicuro in città che in campagna, poiché la sua conoscenza doveva ora essere interrotta da tutti coloro che si definivano suoi amici. Il disegno non avrebbe mai potuto farli incrociare: la negligenza non avrebbe mai potuto lasciarli esposti a una sorpresa; e il caso aveva meno a suo favore nella folla di Londra che persino nella solitudine di Barton, dove avrebbe potuto forzarlo davanti a lei durante quella visita ad Allenham in occasione del suo matrimonio, che la signora Dashwood, avendolo previsto all'inizio come un evento probabile, era giunta ad aspettarsi come certo.
Aveva ancora un'altra ragione per desiderare che le sue figlie rimanessero dove si trovavano; una lettera da suo genero le aveva detto che lui e sua moglie sarebbero stati in città prima della metà di febbraio, e riteneva giusto che si incontrassero talvolta con il loro fratello.
Marianne aveva promesso di lasciarsi guidare dal parere di sua madre, e vi si sottomise quindi senza opposizione, sebbene si dimostrasse perfettamente diverso da ciò che desiderava e si aspettava, sebbene sentisse che fosse del tutto sbagliato, formato su basi errate, e che richiedendo la sua permanenza più lunga a Londra la privasse dell'unico possibile sollievo alla sua infelicità, la simpatia personale di sua madre, e la condannasse a una società e a scene tali da impedirle di conoscere mai un momento di riposo.
Ma era per lei motivo di grande consolazione che ciò che portava sventura a se stessa avrebbe arrecato beneficio alla sorella; ed Elinor, d’altro canto, sospettando che non sarebbe stata in grado di evitare del tutto Edward, si confortava pensando che, sebbene la loro prolungata permanenza avrebbe quindi militato contro la sua stessa felicità, sarebbe stata migliore per Marianne rispetto a un ritorno immediato nel Devonshire.
La sua premura nel proteggere la sorella dal sentire anche solo menzionare il nome di Willoughby non fu vana. Marianne, pur senza saperlo, ne colse tutti i vantaggi; poiché né Mrs. Jennings, né Sir John, né la stessa Mrs. Palmer parlarono mai di lui in sua presenza. Elinor avrebbe voluto che la stessa indulgenza si fosse potuta estendere verso se stessa, ma era impossibile, ed era costretta ad ascoltare giorno dopo giorno l'indignazione di tutti loro.
Sir John non avrebbe mai creduto fosse possibile. “Un uomo del quale aveva sempre avuto tanta ragione di pensar bene! Un tipo così cordiale! Non credeva esistesse cavaliere più audace in Inghilterra! Era una faccenda inspiegabile. Lo mandava al diavolo con tutto il cuore. Non gli avrebbe rivolto più nemmeno una parola, dovunque lo avesse incontrato, per nulla al mondo! No, nemmeno se fosse stato a fianco del bosco di Barton, e avessero dovuto restare in attesa per due ore di fila. Un tale mascalzone! Un cane così ingannevole! Solo l'ultima volta che si erano incontrati gli aveva offerto uno dei cuccioli di Folly! Ed ecco come è andata a finire!”
Mrs. Palmer, a modo suo, era altrettanto adirata. “Era determinata a interrompere immediatamente ogni conoscenza con lui, ed era molto grata di non aver mai fatto la sua conoscenza affatto. Desiderava con tutto il cuore che Combe Magna non fosse così vicina a Cleveland; ma non aveva importanza, poiché era comunque troppo lontana per farvi visita; lo odiava così tanto che era risoluta a non menzionare mai più il suo nome, e avrebbe raccontato a chiunque incontrasse quanto fosse un buono a nulla.”
Il resto della solidarietà di Mrs. Palmer si manifestò nel procurarsi tutti i dettagli in suo possesso sull’imminente matrimonio e nel comunicarli a Elinor. In breve fu in grado di dire presso quale carrozziere si stesse costruendo la nuova carrozza, da quale pittore fosse stato ritratto Mr. Willoughby e presso quale magazzino si potessero vedere gli abiti di Miss Grey.
La calma e cortese indifferenza di Lady Middleton in quell’occasione fu un felice sollievo per lo spirito di Elinor, oppresso com'era spesso dalla clamorosa gentilezza degli altri. Era un grande conforto per lei essere certa di non suscitare alcun interesse in almeno una persona tra la loro cerchia di amici: un grande conforto sapere che ce n'era una che l'avrebbe incontrata senza provare alcuna curiosità per i dettagli, né alcuna ansia per la salute di sua sorella.
Ogni qualità è talvolta elevata, dalle circostanze del momento, a un valore superiore a quello reale; ed ella era a volte talmente tormentata da officine condoglianze da valutare la buona educazione come più indispensabile al conforto rispetto alla bontà d'animo.
Lady Middleton esprimeva il suo parere sulla faccenda circa una volta al giorno, o due, se l'argomento ricorreva molto spesso, dicendo: “È davvero molto scioccante!”, e per mezzo di questo continuo seppur gentile sfogo, era in grado non solo di vedere le sorelle Dashwood fin dal principio senza la minima emozione, ma molto presto di vederle senza ricordarsi una sola parola della faccenda; e avendo così sostenuto la dignità del proprio sesso, e pronunciato la sua censura decisa su ciò che era sbagliato nell'altro, si ritenne libera di occuparsi degli interessi delle proprie riunioni, e decise quindi (sebbene piuttosto contro il parere di Sir John) che, poiché Mrs. Willoughby sarebbe stata al contempo una donna di eleganza e di fortuna, le avrebbe lasciato il suo biglietto da visita non appena si fosse sposata.
Le premure delicate e discrete del colonnello Brandon non erano mai sgradite a Miss Dashwood. Egli si era abbondantemente guadagnato il privilegio di discutere intimamente della delusione di sua sorella, grazie allo zelo amichevole con cui aveva tentato di attenuarla, e conversavano sempre con confidenza. Il suo premio principale per la dolorosa fatica di rivelare i dolori passati e le presenti umiliazioni gli veniva concesso dallo sguardo pietoso con cui Marianne lo osservava talvolta, e dalla dolcezza della sua voce ogni volta (sebbene non accadesse spesso) che era costretta, o riusciva a costringersi, a parlargli. Queste gli assicuravano che il suo impegno aveva prodotto un accrescimento di benevolenza nei suoi confronti, e queste davano a Elinor speranze che potesse ulteriormente aumentare in futuro; ma Mrs. Jennings, che non sapeva nulla di tutto ciò, che sapeva solo che il colonnello continuava a essere grave come sempre e che non riusciva né a convincerlo a fare la proposta lui stesso, né a incaricarla di farla per lui, cominciò, dopo due giorni, a pensare che, invece di metà estate, non si sarebbero sposati fino a San Michele, e alla fine di una settimana che non sarebbe stato affatto un matrimonio. Il buon rapporto tra il colonnello e Miss Dashwood sembrava piuttosto dichiarare che gli onori del gelso, del canale e del pergolato di tassi sarebbero stati tutti ceduti a lei; e Mrs. Jennings aveva, da qualche tempo, smesso del tutto di pensare a Mrs. Ferrars.
All'inizio di febbraio, a meno di quindici giorni dal ricevimento della lettera di Willoughby, Elinor ebbe il penoso compito di informare la sorella che egli si era sposato. Si era premurata di far giungere la notizia a se stessa, non appena si era saputo che la cerimonia era conclusa, poiché desiderava che Marianne non ricevesse il primo annuncio dai giornali, che vedeva esaminare avidamente ogni mattina.
Ricevette la notizia con risoluta compostezza; non fece alcuna osservazione in merito e all'inizio non versò lacrime; ma dopo poco tempo esse eruppero, e per il resto della giornata fu in uno stato non meno pietoso di quando aveva appreso per la prima volta di doversi aspettare l'evento.
I Willoughby lasciarono la città non appena sposati; ed Elinor ora sperava, poiché non vi poteva essere alcun pericolo di vederli, di convincere la sorella, che non aveva ancora lasciato la casa da quando il colpo l'aveva colpita, a uscire di nuovo a poco a poco come faceva in precedenza.
Verso questo periodo, le due sorelle Steele, arrivate da poco a casa del cugino in Bartlett’s Buildings, Holborn, si presentarono di nuovo al cospetto dei loro parenti più altolocati a Conduit Street e Berkeley Street; e furono accolte da tutti loro con grande cordialità.
Solo Elinor fu dispiaciuta di vederle. La loro presenza le causava sempre dolore, e a stento sapeva come dare una risposta molto cortese alla gioia travolgente di Lucy nel ritrovarla ancora in città.
“Sarei rimasta alquanto delusa se non l’avessi trovata ancora qui”, disse ripetutamente, con una forte enfasi sulla parola. “Ma ho sempre pensato che sarebbe stato così. Ero quasi certa che non avrebbe lasciato Londra così presto; sebbene lei mi avesse detto, sa, a Barton, che non sarebbe rimasta più di un mese. Ma ho pensato, al momento, che avrebbe molto probabilmente cambiato idea quando fosse arrivato il punto. Sarebbe stato un vero peccato essere andati via prima dell'arrivo di suo fratello e sua sorella. E ora di certo non avrà fretta di andarsene. Sono incredibilmente contenta che non abbia mantenuto la parola.”
Elinor la comprese perfettamente e fu costretta a usare tutto il suo autocontrollo per far apparire che non lo facesse.
“Ebbene, mia cara,” disse Mrs. Jennings, “e come avete viaggiato?”
“Non con la diligenza, la assicuro,” rispose Miss Steele, con rapida esultanza; “siamo venute con la posta per tutto il tragitto, e abbiamo avuto un damerino molto elegante ad accompagnarci. Il Dr. Davies stava venendo in città, così abbiamo pensato di unirci a lui in una carrozza postale; ed egli si è comportato in modo molto signorile, pagando dieci o dodici scellini più di noi.”
“Oh, oh!” esclamò Mrs. Jennings; “molto carino, davvero! E il Dottore è un uomo celibe, scommetto.”
“Ecco,” disse Miss Steele, sorridendo con affettazione, “tutti ridono così tanto di me a proposito del Dottore, e non riesco a capire perché. Le mie cugine dicono di essere certe che io abbia fatto una conquista; ma per quanto mi riguarda, le assicuro che non lo penso mai da un'ora all'altra. ‘Signore! ecco che arriva il tuo damerino, Nancy,’ ha detto mia cugina l'altro giorno, quando lo ha visto attraversare la strada verso casa. Il mio damerino, davvero! ho detto — non riesco a capire chi intendi. Il Dottore non è un mio damerino.”
“Sì, sì, è un modo di parlare molto carino — ma non attacca — il Dottore è l'uomo, vedo.”
“No, davvero!” rispose la cugina, con affettata serietà, “e la prego di contraddirlo, se mai sentirà parlarne.”
Mrs. Jennings le diede direttamente la gratificante assicurazione che certamente non lo avrebbe fatto, e Miss Steele fu resa completamente felice.
“Suppongo che andrà a stare con suo fratello e sua sorella, Miss Dashwood, quando verranno in città,” disse Lucy, tornando, dopo una pausa di allusioni ostili, all'attacco.
“No, non credo che lo faremo.”
“Oh, sì, oso dire che lo farete.”
Elinor non volle assecondarla con ulteriori opposizioni.
“Che cosa affascinante è che Mrs. Dashwood possa fare a meno di entrambe per così tanto tempo!”
“Così tanto tempo, davvero!” intervenne Mrs. Jennings. “Beh, la loro visita è appena iniziata!”
Lucy fu messa a tacere.
“Mi dispiace che non possiamo vedere sua sorella, Miss Dashwood,” disse Miss Steele. “Mi dispiace che non stia bene—” poiché Marianne aveva lasciato la stanza al loro arrivo.
“Lei è molto gentile. Mia sorella sarà altrettanto dispiaciuta di perdere il piacere di vedervi; ma è stata molto tormentata ultimamente da mal di testa nervosi, che la rendono inadatta alla compagnia o alla conversazione.”
“Oh, cara, questo è un vero peccato! ma vecchie amiche come Lucy e me!—penso che potrebbe vederci; e sono certa che non diremmo una parola.”
Elinor, con grande civiltà, declinò la proposta. Sua sorella era forse distesa sul letto, o in vestaglia, e quindi non in grado di riceverle.
“Oh, se è solo questo,” esclamò Miss Steele, “possiamo benissimo andare a trovarla.”
Elinor iniziò a trovare questa impertinenza troppo per il suo carattere; ma fu risparmiata dal doverla frenare dal tagliente rimprovero di Lucy, il quale ora, come in molte occasioni, sebbene non desse molta dolcezza ai modi di una sorella, fu vantaggioso nel governare quelli dell'altra.
CAPITOLO XXXIII.
Dopo alcune opposizioni, Marianne cedette alle suppliche della sorella e acconsentì a uscire con lei e Mrs. Jennings una mattina per mezz'ora. Pose espressamente la condizione, tuttavia, di non fare alcuna visita, e non avrebbe fatto altro che accompagnarle da Gray’s in Sackville Street, dove Elinor stava portando avanti una negoziazione per lo scambio di alcuni gioielli fuori moda di sua madre.
Quando si fermarono davanti alla porta, Mrs. Jennings ricordò che c'era una signora all'altro capo della strada dalla quale doveva passare; e poiché non aveva affari da Gray’s, fu deciso che, mentre le sue giovani amiche sbrigavano i loro, lei avrebbe fatto la sua visita per poi tornare a prenderle.
Salendo le scale, le sorelle Dashwood trovarono così tante persone davanti a loro nella stanza che non c'era nessuno libero di occuparsi delle loro richieste; e furono costrette ad aspettare. Tutto ciò che si poteva fare era sedersi a quell'estremità del bancone che sembrava promettere la successione più rapida; solo un gentiluomo era in piedi lì, ed è probabile che Elinor non fosse priva della speranza di stimolare la sua cortesia verso una sbrigatività maggiore. Ma la correttezza del suo sguardo e la delicatezza del suo gusto si rivelarono superiori alla sua cortesia. Stava dando ordini per un portas-stuzzicadenti per se stesso, e finché non ne furono determinati la dimensione, la forma e gli ornamenti, tutte cose che, dopo aver esaminato e discusso per un quarto d'ora su ogni portas-stuzzicadenti nel negozio, furono infine disposte dalla sua stessa estrosa fantasia, non ebbe modo di dedicare altra attenzione alle due signore, se non quella che consisteva in tre o quattro sguardi molto prolungati; una sorta di attenzione che servì a imprimere in Elinor il ricordo di una persona e di un volto di una forte, naturale, autentica insignificanza, sebbene adornata nel primo stile della moda.
Marianne fu risparmiata dai fastidiosi sentimenti di disprezzo e risentimento per questo impertinente esame dei loro lineamenti, e per il damerino dei suoi modi nel decidere su tutti i diversi orrori dei diversi portas-stuzzicadenti presentati alla sua ispezione, rimanendone del tutto ignara; poiché era altrettanto capace di raccogliere i suoi pensieri dentro di sé, ed essere ignara di ciò che accadeva intorno a lei, nel negozio di Mr. Gray, come nella propria camera da letto.
Alla fine la faccenda fu decisa. L'avorio, l'oro e le perle ricevettero tutti la loro destinazione, e il gentiluomo, dopo aver nominato l'ultimo giorno in cui la sua esistenza avrebbe potuto proseguire senza il possesso del portas-stuzzicadenti, si infilò i guanti con lenta cura, e concedendo un'altra occhiata alle sorelle Dashwood, ma tale da sembrare richiedere piuttosto che esprimere ammirazione, si allontanò con un’aria felice di reale presunzione e affettata indifferenza.
Elinor non perse tempo a esporre i suoi affari, ed era sul punto di concluderli, quando un altro gentiluomo si presentò al suo fianco. Rivolse gli occhi verso il suo volto e scoprì con una certa sorpresa che si trattava di suo fratello.
Il loro affetto e il piacere nel ritrovarsi furono appena sufficienti a fare una figura molto decorosa nel negozio di Mr. Gray. John Dashwood era davvero ben lontano dall'essere dispiaciuto di rivedere le sue sorelle; la cosa gli dava piuttosto soddisfazione; e le sue domande su loro madre furono rispettose e attente.
Elinor scoprì che lui e Fanny erano in città da due giorni.
“Desideravo molto venire a trovarvi ieri,” disse, “ma era impossibile, poiché eravamo costretti a portare Harry a vedere le bestie selvatiche all'Exeter Exchange; e abbiamo trascorso il resto della giornata con Mrs. Ferrars. Harry era enormemente soddisfatto. Questa mattina avevo pienamente inteso venire a trovarvi, se avessi potuto trovare una mezz'ora libera, ma si ha sempre così tanto da fare appena giunti in città. Sono venuto qui per ordinare un sigillo per Fanny. Ma domani penso che sarò certamente in grado di passare in Berkeley Street, ed essere presentato alla vostra amica Mrs. Jennings. Mi risulta sia una donna di ottima fortuna. E i Middleton pure, dovete presentarmi a loro. Come parenti di mia suocera, sarò felice di mostrare loro ogni rispetto. Sono eccellenti vicini per voi in campagna, mi risulta.”
“Eccellenti, davvero. La loro attenzione per il nostro conforto, la loro cordialità in ogni particolare, è più di quanto possa esprimere.”
“Sono estremamente lieto di sentirlo, sulla mia parola; estremamente lieto davvero. Ma così dovrebbe essere; sono persone di grande fortuna, sono vostre parenti, e ogni civiltà e comodità che possa servire a rendere la vostra situazione piacevole potrebbe essere ragionevolmente attesa. E così siete sistemate nel modo più confortevole nel vostro piccolo cottage e non vi manca nulla! Edward ci ha portato un racconto davvero affascinante del luogo: la cosa più completa del suo genere, ha detto, che sia mai esistita, e voi tutte sembravate godervelo oltre ogni dire. È stata una grande soddisfazione per noi sentirlo, ve lo assicuro.”
Elinor si vergognò un poco di suo fratello; e non fu dispiaciuta di essere risparmiata dalla necessità di rispondergli, grazie all'arrivo del servitore di Mrs. Jennings, che venne a dirle che la sua padrona le attendeva alla porta.
Mr. Dashwood le accompagnò giù per le scale, fu presentato a Mrs. Jennings alla porta della sua carrozza, e ripetendo la sua speranza di poter passare a trovarle il giorno successivo, si congedò.
La sua visita fu debitamente resa. Venne con la pretesa di una scusa da parte della cognata, per non essere venuta anche lei; “ma era così tanto impegnata con sua madre, che davvero non aveva tempo libero per andare da nessuna parte.” Mrs. Jennings, tuttavia, gli assicurò direttamente che non avrebbe badato alle cerimonie, poiché erano tutte cugine, o qualcosa di simile, e che certamente avrebbe fatto visita a Mrs. John Dashwood molto presto, e portato le sue sorelle a conoscerla. I suoi modi verso di loro, sebbene calmi, furono perfettamente gentili; verso Mrs. Jennings, attentamente cortesi; e all'arrivo del colonnello Brandon, poco dopo di lui, lo osservò con una curiosità che sembrava dire che desiderava solo sapere che fosse ricco, per essere ugualmente cortese con lui.
Dopo essere rimasto con loro mezz'ora, chiese a Elinor di accompagnarlo a Conduit Street e presentarlo a Sir John e Lady Middleton. Il tempo era notevolmente bello, ed ella acconsentì prontamente. Non appena furono fuori di casa, iniziarono le sue domande.
“Chi è il colonnello Brandon? È un uomo di fortuna?”
“Sì; possiede una proprietà molto buona nel Dorsetshire.”
“Ne sono lieto. Sembra un uomo di gran classe; e penso, Elinor, di potermi congratulare con te per la prospettiva di una sistemazione molto rispettabile nella vita.”
“Io, fratello! Cosa intendi dire?”
“Tu gli piaci. L'ho osservato attentamente e ne sono convinto. A quanto ammonta la sua fortuna?”
“Credo circa duemila sterline all'anno.”
“Duemila sterline all'anno;” e poi, incitandosi fino a un punto di generosità entusiastica, aggiunse: “Elinor, desidero con tutto il cuore che fosse il doppio, per il tuo bene.”
“Davvero ti credo,” rispose Elinor; “ma sono certa che il colonnello Brandon non abbia il minimo desiderio di sposarmi.”
“Ti sbagli, Elinor; ti sbagli di grosso. Un minimo sforzo da parte tua lo assicura. Forse proprio al momento potrebbe essere indeciso; la modestia della tua fortuna potrebbe farlo esitare; i suoi amici potrebbero tutti sconsigliarglielo. Ma alcune di quelle piccole attenzioni e incoraggiamenti che le signore possono così facilmente dare lo fisseranno, a dispetto di se stesso. E non ci può essere motivo per cui tu non debba provare a conquistarlo. Non si deve supporre che un precedente attaccamento da parte tua—insomma, sai, riguardo a un attaccamento di quel tipo, è del tutto fuori discussione, le obiezioni sono insormontabili—hai troppo buon senso per non vedere tutto ciò. Il colonnello Brandon deve essere l'uomo; e nessuna cortesia mancherà da parte mia per renderlo soddisfatto di te e della tua famiglia. È un matrimonio che deve dare soddisfazione universale. Insomma, è una specie di cosa che”—abbassando la voce in un sussurro importante—“sarà estremamente gradita a tutte le parti.” Ricomponendosi, tuttavia, aggiunse: “Cioè, intendo dire—i tuoi amici sono tutti sinceramente ansiosi di vederti ben sistemata; Fanny in particolare, poiché ha molto a cuore il tuo interesse, ti assicuro. E anche sua madre, Mrs. Ferrars, una donna molto cordiale, sono certo che le farebbe molto piacere; lo ha detto lei stessa l'altro giorno.”
Elinor non volle degnarsi di alcuna risposta.
“Sarebbe qualcosa di notevole, ora,” continuò, “qualcosa di buffo, se Fanny avesse un fratello e io una sorella che si sistemano nello stesso momento. Eppure non è molto improbabile.”
“Mr. Edward Ferrars,” disse Elinor, con risolutezza, “sta per sposarsi?”
“Non è effettivamente deciso, ma c'è una cosa del genere in cantiere. Ha una madre eccellente. Mrs. Ferrars, con la massima generosità, si farà avanti e gli assegnerà mille sterline all'anno, se il matrimonio avrà luogo. La signora è l'Onorevole Miss Morton, unica figlia del defunto Lord Morton, con trentamila sterline. Un legame molto desiderabile da entrambe le parti, e non ho dubbi che avrà luogo a tempo debito. Mille sterline all'anno sono molte per una madre da regalare, da cedere per sempre; ma Mrs. Ferrars ha uno spirito nobile. Per darti un altro esempio della sua generosità:—L'altro giorno, appena siamo giunti in città, consapevole che il denaro non poteva essere molto abbondante per noi proprio ora, ha messo nelle mani di Fanny banconote per un ammontare di duecento sterline. Ed è estremamente accettabile, poiché dobbiamo vivere con grandi spese mentre siamo qui.”
Egli fece una pausa in attesa del suo assenso e della sua compassione; ed ella si costrinse a dire:
“Le vostre spese, sia in città che in campagna, devono certamente essere considerevoli; ma le vostre entrate sono ingenti.”
“Non così ingenti, oso dire, come molti suppongono. Non intendo lamentarmi, tuttavia; sono indubbiamente confortevoli, e spero che col tempo miglioreranno. La recinzione del Norland Common, che stiamo portando avanti, è un salasso assai serio. E poi ho fatto un piccolo acquisto in questo semestre; la East Kingham Farm, ricorderete certamente il luogo, dove viveva il vecchio Gibson. Il terreno era così desiderabile per me sotto ogni aspetto, così immediatamente adiacente alla mia proprietà, che ho sentito il dovere di acquistarlo. Non avrei potuto giustificarlo alla mia coscienza, lasciandolo cadere in altre mani. Un uomo deve pagare per la propria comodità; e mi è costato una gran quantità di denaro.”
“Più di quanto pensiate valga realmente e intrinsecamente.”
“Beh, spero di no. Avrei potuto rivenderlo, il giorno dopo, per più di quanto ho dato: ma, per quanto riguarda il prezzo d’acquisto, avrei potuto essere davvero molto sfortunato; poiché i titoli erano a quel tempo così bassi che, se non avessi avuto per caso la somma necessaria nelle mani del mio banchiere, avrei dovuto vendere con una perdita assai grande.”
Elinor poté solo sorridere.
“Abbiamo avuto anche altre grandi e inevitabili spese al nostro primo arrivo a Norland. Il nostro rispettato padre, come ben sapete, ha lasciato in eredità a vostra madre tutti i beni di Stanhill rimasti a Norland (ed erano di grande valore). Lungi da me il rammaricarmene; aveva un diritto indubbio di disporre della propria proprietà come meglio credeva, ma, di conseguenza, siamo stati costretti a fare grandi acquisti di biancheria, porcellane, ecc., per supplire a ciò che era stato portato via. Potete immaginare, dopo tutte queste spese, quanto dobbiamo essere lontani dall’essere ricchi, e quanto sia gradita la gentilezza di Mrs. Ferrars.”
“Certamente,” disse Elinor; “e assistiti dalla sua liberalità, spero che possiate vivere ancora in condizioni agiate.”
“Un altro anno o due potrebbero fare molto a questo scopo,” rispose egli gravemente; “ma tuttavia c’è ancora molto da fare. Non c’è una pietra posata della serra di Fanny, e nient’altro che il progetto del giardino fiorito tracciato.”
“Dove sarà la serra?”
“Sul poggio dietro la casa. I vecchi alberi di noce sono stati tutti abbattuti per farle posto. Sarà un elemento di grande pregio da molte parti del parco, e il giardino fiorito digradarà proprio davanti ad essa, e sarà straordinariamente grazioso. Abbiamo ripulito tutti i vecchi rovi che crescevano a chiazze sulla sommità.”
Elinor tenne per sé il proprio disappunto e la propria censura; e fu molto grata che Marianne non fosse presente, a condividere la provocazione.
Avendo ora detto abbastanza per rendere chiara la propria povertà, ed eliminare la necessità di acquistare un paio di orecchini per ciascuna delle sue sorelle, nella sua successiva visita da Gray’s, i suoi pensieri presero una piega più allegra, e iniziò a congratularsi con Elinor per avere un’amica come Mrs. Jennings.
“Sembra una donna davvero preziosa. La sua casa, il suo stile di vita, tutto denota un reddito assai buono; ed è una conoscenza che non solo vi è stata di grande utilità finora, ma alla fine potrebbe rivelarsi materialmente vantaggiosa. Il fatto che vi abbia invitato in città è certamente una cosa grandiosa a vostro favore; e davvero, testimonia nel complesso una tale grande stima per voi che, con ogni probabilità, quando morirà non sarete dimenticate. Deve avere molto da lasciare.”
“Niente affatto, supporrei piuttosto; poiché ha solo il suo appannaggio vedovile, che discenderà ai suoi figli.”
“Ma non è da immaginarsi che viva all’altezza delle sue entrate. Poche persone di comune prudenza lo farebbero, e qualunque cosa risparmi, sarà in grado di disporne.”
“E non pensate che sia più probabile che lo lasci alle sue figlie, piuttosto che a noi?”
“Le sue figlie sono entrambe sposate straordinariamente bene, e perciò non riesco a percepire la necessità che lei si ricordi di loro ulteriormente. Laddove, a mio parere, prendendosi tanta cura di voi e trattandovi in questo modo gentile, vi ha conferito una sorta di diritto alla sua futura considerazione, che una donna coscienziosa non ignorerebbe. Nulla può essere più gentile del suo comportamento; e difficilmente può fare tutto ciò senza essere consapevole dell’aspettativa che suscita.”
“Ma lei non ne suscita nessuna in coloro che sono più direttamente interessati. Davvero, fratello, la vostra ansia per il nostro benessere e la nostra prosperità vi spinge troppo oltre.”
“Beh, certamente,” disse egli, sembrando riprendersi, “le persone hanno poco, hanno assai poco in loro potere. Ma, mia cara Elinor, che cosa succede a Marianne? Sembra molto indisposta, ha perso il colorito ed è diventata piuttosto magra. È malata?”
“Non sta bene, ha un disturbo nervoso che la affligge da diverse settimane.”
“Mi dispiace per questo. Alla sua età, qualsiasi malattia distrugge il fiore della giovinezza per sempre! Il suo è stato davvero breve! Lo scorso settembre era una ragazza bella quanto ne abbia mai viste; e con buone probabilità di attrarre un uomo. C’era qualcosa nel suo stile di bellezza, da piacere loro particolarmente. Ricordo che Fanny diceva che si sarebbe sposata prima e meglio di voi; non che lei non vi voglia un bene dell’anima, ma le era venuto in mente così. Si sbaglierà, tuttavia. Dubito che Marianne ora sposerà un uomo che valga più di cinquecento o seicento sterline l’anno, al massimo, e mi ingannerei molto se voi non faceste di meglio. Dorsetshire! Conosco molto poco il Dorsetshire; ma, mia cara Elinor, sarò straordinariamente lieto di conoscerne di più; e penso di poter garantire che io e Fanny saremo tra i vostri primi e più lieti visitatori.”
Elinor cercò molto seriamente di convincerlo che non c’era alcuna probabilità che lei sposasse il colonnello Brandon; ma era un’aspettativa di troppo piacere per lui per essere abbandonata, ed era davvero risoluto a cercare un’intimità con quel gentiluomo, e a promuovere il matrimonio con ogni possibile attenzione. Aveva appena abbastanza rimorso per non aver fatto nulla per le sue sorelle personalmente, da essere straordinariamente ansioso che chiunque altro facesse molto; e un’offerta da parte del colonnello Brandon, o un lascito da parte di Mrs. Jennings, erano i mezzi più facili per espiare la propria negligenza.
Ebbero la fortuna di trovare Lady Middleton in casa, e Sir John entrò prima che la loro visita terminasse. Un’abbondanza di cortesie fu scambiata da ogni parte. Sir John era pronto ad apprezzare chiunque, e sebbene Mr. Dashwood non sembrasse sapere molto di cavalli, lo classificò presto come un tipo di buon carattere: mentre Lady Middleton vide abbastanza eleganza nel suo aspetto da pensare che la sua conoscenza valesse la pena di essere coltivata; e Mr. Dashwood se ne andò deliziato da entrambi.
“Avrò un resoconto incantevole da portare a Fanny,” disse egli, mentre tornava indietro con sua sorella. “Lady Middleton è davvero una donna elegantissima! Una donna che, ne sono certo, Fanny sarà lieta di conoscere. E anche Mrs. Jennings, una donna straordinariamente beneducata, sebbene non così elegante come sua figlia. Vostra sorella non ha bisogno di avere alcuno scrupolo nemmeno nel farle visita, il che, a dir la verità, è stato un po’ il caso, e molto naturalmente; perché sapevamo solo che Mrs. Jennings era la vedova di un uomo che aveva guadagnato tutto il suo denaro in modo umile; e Fanny e Mrs. Ferrars erano entrambe fortemente prevenute, che né lei né le sue figlie fossero il genere di donne che a Fanny sarebbe piaciuto frequentare. Ma ora posso portarle un resoconto molto soddisfacente di entrambe.”
CAPITOLO XXXIV.
Mrs. John Dashwood aveva tanta fiducia nel giudizio del marito, che fece visita il giorno stesso sia a Mrs. Jennings che a sua figlia; e la sua fiducia fu ricompensata scoprendo che persino la prima, persino la donna con cui le sue sorelle alloggiavano, non era affatto indegna della sua attenzione; e quanto a Lady Middleton, la trovò una delle donne più incantevoli del mondo!
Lady Middleton fu ugualmente soddisfatta di Mrs. Dashwood. Vi era una sorta di egoismo a cuore freddo da entrambe le parti, che le attraeva reciprocamente; e simpatizzavano l’una con l’altra per un’insipida proprietà di contegno, e una generale mancanza di comprensione.
Gli stessi modi, tuttavia, che raccomandarono Mrs. John Dashwood alla buona opinione di Lady Middleton non soddisfacevano i gusti di Mrs. Jennings, e per lei ella non apparve nient’altro che una piccola donna dall’aria orgogliosa e dai modi poco cordiali, che incontrò le sorelle del marito senza alcun affetto, e quasi senza avere nulla da dire loro; poiché del quarto d’ora concesso a Berkeley Street, rimase seduta in silenzio per almeno sette minuti e mezzo.
Elinor desiderava molto sapere, sebbene non volesse chiedere, se Edward fosse allora in città; ma nulla avrebbe indotto Fanny a menzionare volontariamente il suo nome davanti a lei, finché non fosse stata in grado di dirle che il suo matrimonio con Miss Morton era deciso, o finché le aspettative del marito sul colonnello Brandon non fossero state esaudite; poiché credeva che fossero ancora così profondamente legati l’uno all’altra, da non poter essere divisi abbastanza scrupolosamente in parole e fatti in ogni occasione. L’informazione, tuttavia, che ella non voleva dare, fluì presto da un’altra fonte. Lucy venne molto presto a reclamare la compassione di Elinor per non essere in grado di vedere Edward, sebbene fosse arrivato in città con Mr. e Mrs. Dashwood. Non osava recarsi a Bartlett’s Buildings per paura di essere scoperto, e sebbene la loro reciproca impazienza di incontrarsi non potesse essere descritta, non potevano fare nulla al momento se non scrivere.
Edward assicurò loro personalmente della sua presenza in città, entro pochissimo tempo, facendo visita due volte a Berkeley Street. Per due volte il suo biglietto da visita fu trovato sul tavolo, quando tornarono dai loro impegni mattutini. Elinor fu lieta che fosse passato; e ancora più lieta di averlo mancato.
I Dashwood erano così prodigiosamente deliziati dai Middleton che, sebbene non avessero molto l’abitudine di regalare alcunché, decisero di offrire loro una cena; e poco dopo l’inizio della loro conoscenza, li invitarono a cenare in Harley Street, dove avevano preso un’ottima casa per tre mesi. Anche le loro sorelle e Mrs. Jennings furono invitate, e John Dashwood fu attento a assicurarsi il colonnello Brandon, il quale, sempre felice di stare dove si trovavano le signorine Dashwood, ricevette le sue avide cortesie con una certa sorpresa, ma con molto più piacere. Dovevano incontrare Mrs. Ferrars; ma Elinor non riuscì a scoprire se i suoi figli sarebbero stati della partita. L’aspettativa di vederla, tuttavia, era sufficiente a renderla interessata all’impegno; poiché sebbene ora potesse incontrare la madre di Edward senza quella forte ansia che una volta aveva promesso di accompagnare tale presentazione, sebbene potesse ora vederla con perfetta indifferenza riguardo alla sua opinione su di lei, il suo desiderio di stare in compagnia di Mrs. Ferrars, la sua curiosità di sapere come fosse, era vivo come sempre.
L’interesse con cui ella anticipava così la serata fu poco dopo accresciuto, più potentemente che piacevolmente, dall’aver sentito che anche le signorine Steele sarebbero state presenti.
Così bene si erano raccomandate a Lady Middleton, così gradevoli le avevano rese le loro assiduità, che sebbene Lucy non fosse certamente così elegante, e sua sorella neppure raffinata, lei era pronta quanto Sir John a invitarle a trascorrere una settimana o due in Conduit Street; e accadde che fosse particolarmente conveniente per le signorine Steele, non appena l’invito dei Dashwood fu noto, che la loro visita iniziasse pochi giorni prima che la serata avesse luogo.
Le loro pretese all’attenzione di Mrs. John Dashwood, in quanto nipoti del gentiluomo che per molti anni si era preso cura di suo fratello, avrebbero potuto non fare molto, tuttavia, verso il procurare loro un posto alla sua tavola; ma come ospiti di Lady Middleton dovevano essere benvenute; e Lucy, che da tempo desiderava essere conosciuta personalmente dalla famiglia, per avere una visione più ravvicinata dei loro caratteri e delle proprie difficoltà, e per avere l’opportunità di cercare di compiacerli, era stata raramente più felice in vita sua di quanto lo fu nel ricevere il biglietto di Mrs. John Dashwood.
Su Elinor il suo effetto fu molto diverso. Iniziò immediatamente a determinare che Edward, che viveva con sua madre, dovesse essere invitato come sua madre, a una serata offerta da sua sorella; e vederlo per la prima volta, dopo tutto ciò che era passato, in compagnia di Lucy!—riusciva a stento a immaginare come avrebbe potuto sopportarlo!
Queste apprensioni, forse, non erano fondate interamente sulla ragione, e certamente non affatto sulla verità. Furono alleviate tuttavia, non dai suoi ricordi, ma dalla buona volontà di Lucy, che credeva di infliggere una grave delusione quando le disse che Edward certamente non sarebbe stato in Harley Street martedì, e sperava persino di arrecare un dolore ancora maggiore persuadendola che fosse tenuto lontano dall’estremo affetto per lei, che non poteva nascondere quando erano insieme.
Il martedì importante arrivò, che doveva presentare le due giovani signore a questa formidabile suocera.
“Abbiate pietà di me, cara Miss Dashwood!” disse Lucy, mentre salivano le scale insieme—poiché i Middleton arrivarono così subito dopo Mrs. Jennings, che tutti seguirono il servitore nello stesso momento:—“non c’è nessuno qui se non voi, che possa comprendere il mio stato. Dichiaro che riesco a stento a stare in piedi. Santo cielo! Tra un momento vedrò la persona da cui dipende tutta la mia felicità—colei che deve essere mia madre!”
Elinor avrebbe potuto darle un sollievo immediato suggerendo la possibilità che fosse la madre di Miss Morton, piuttosto che la propria, quella che stavano per vedere; ma invece di farlo, la rassicurò, e con grande sincerità, che provava davvero pietà per lei—con lo stupore assoluto di Lucy, la quale, sebbene si sentisse davvero a disagio, sperava almeno di essere oggetto di un’invidia incontenibile per Elinor.
Mrs. Ferrars era una donna piccola, magra, eretta fino alla formalità nella sua figura, e seria, fino all’asprezza, nel suo aspetto. La sua carnagione era giallastra; e i suoi lineamenti piccoli, senza bellezza, e naturalmente senza espressione; ma una fortunata contrazione della fronte aveva salvato il suo volto dalla disgrazia dell’insipidezza, conferendogli i forti tratti dell’orgoglio e della cattiveria. Non era una donna di molte parole; poiché, a differenza delle persone in generale, le proporzionava al numero delle sue idee; e delle poche sillabe che le sfuggirono, nemmeno una cadde in sorte a Miss Dashwood, che osservò con la determinazione piena di spirito di non piacerle a ogni costo.
Elinor non poteva ora essere resa infelice da questo comportamento. Qualche mese fa l’avrebbe ferita straordinariamente; ma non era in potere di Mrs. Ferrars rattristarla per questo ora; e la differenza dei suoi modi verso le signorine Steele, una differenza che sembrava fatta apposta per umiliarla di più, la divertiva soltanto. Non poté che sorridere nel vedere la benevolenza sia della madre che della figlia verso la persona stessa—poiché Lucy era particolarmente distinta—che più di ogni altra, se avessero saputo quanto lei, sarebbero state più ansiose di mortificare; mentre lei stessa, che non aveva comparativamente alcun potere di ferirle, sedeva puntualmente snobbata da entrambe. Ma mentre sorrideva di una benevolenza così mal riposta, non poteva riflettere sulla follia meschina da cui scaturiva, né osservare le studiate attenzioni con cui le signorine Steele ne corteggiavano la continuazione, senza disprezzarle profondamente tutte e quattro.
Lucy era tutta un’esultanza per essere stata così onorevolmente distinta; e Miss Steele desiderava solo essere stuzzicata riguardo al Dr. Davies per essere perfettamente felice.
La cena fu grandiosa, i domestici erano numerosi, e tutto denotava l’inclinazione della Padrona per l’ostentazione, e la capacità del Padrone di sostenerla. Nonostante i miglioramenti e le aggiunte che venivano fatti alla tenuta di Norland, e nonostante il suo proprietario fosse stato una volta a qualche migliaio di sterline dal dover vendere in perdita, nulla dava alcun sintomo di quell’indigenza che egli aveva cercato di inferire da ciò;—nessuna povertà di alcun genere, eccetto che nella conversazione, apparve—ma lì, la deficienza era considerevole. John Dashwood non aveva molto da dire per se stesso che valesse la pena ascoltare, e sua moglie aveva ancora meno. Ma non c’era alcuna particolare disgrazia in questo; poiché era molto il caso della maggior parte dei loro visitatori, che quasi tutti soffrivano dell’una o dell’altra di queste squalifiche per essere gradevoli—Mancanza di buon senso, naturale o coltivato—mancanza di eleganza—mancanza di spirito—o mancanza di carattere.
Quando le signore si ritirarono nel salotto dopo cena, questa povertà fu particolarmente evidente, poiché i gentiluomini avevano alimentato la conversazione con una certa varietà—la varietà della politica, delle recinzioni dei terreni e dell’addestramento dei cavalli—ma poi era tutto finito; e un solo argomento impegnò le signore finché non arrivò il caffè, che era l’altezza comparativa di Harry Dashwood e del secondogenito di Lady Middleton, William, che avevano quasi la stessa età.
Se entrambi i bambini fossero stati lì, la questione si sarebbe potuta determinare troppo facilmente misurandoli all’istante; ma poiché solo Harry era presente, fu tutta un’asserzione congetturale da entrambe le parti; e ognuno aveva il diritto di essere ugualmente categorico nella propria opinione, e di ripeterla più e più volte quante volte voleva.
Le parti stavano così:
Le due madri, sebbene ciascuna realmente convinta che il proprio figlio fosse il più alto, decisero cortesemente a favore dell’altro.
Le due nonne, con non meno parzialità, ma maggiore sincerità, erano ugualmente ardenti nel sostenere il proprio discendente.
Lucy, che era quasi meno ansiosa di compiacere un genitore rispetto all’altro, pensava che i ragazzi fossero entrambi straordinariamente alti per la loro età, e non poteva concepire che potesse esserci la minima differenza al mondo tra loro; e Miss Steele, con ancora maggiore destrezza, la diede, appena poté, a favore di ciascuno.
Elinor, avendo espresso una volta la sua opinione dalla parte di William, con la quale offese ancora di più Mrs. Ferrars e Fanny, non vide la necessità di rafforzarla con ulteriori asserzioni; e Marianne, quando fu chiamata a dare la sua, le offese tutte, dichiarando di non avere alcuna opinione da dare, poiché non ci aveva mai pensato.
Prima del suo trasferimento da Norland, Elinor aveva dipinto un graziosissimo paio di paraventi per sua cognata, che, essendo stati appena montati e portati a casa, ornavano il suo attuale salotto; e questi paraventi, attirando l’occhio di John Dashwood mentre seguiva gli altri gentiluomini nella stanza, furono da lui consegnati premurosamente al colonnello Brandon per la sua ammirazione.
“Questi sono opera della mia sorella maggiore,” disse egli; “e voi, come uomo di gusto, ne sarete, oserei dire, compiaciuto. Non so se vi sia mai capitato di vedere qualcuna delle sue opere in precedenza, ma in generale è ritenuta disegnare estremamente bene.”
Il colonnello, sebbene negasse ogni pretesa di conoscitore, ammirò calorosamente i paraventi, come avrebbe fatto per qualsiasi cosa dipinta da Miss Dashwood; e poiché la curiosità degli altri fu naturalmente eccitata, furono fatti passare per un’ispezione generale. Mrs. Ferrars, non consapevole che fossero opera di Elinor, chiese in particolare di guardarli; e dopo che ebbero ricevuto la gratificante testimonianza dell’approvazione di Lady Middleton, Fanny li presentò a sua madre, informandola premurosamente, allo stesso tempo, che erano stati fatti da Miss Dashwood.
“Hum”—disse Mrs. Ferrars—“molto graziosi,”—e senza considerarli affatto, li restituì a sua figlia.
Forse Fanny pensò per un momento che sua madre fosse stata abbastanza scortese—poiché, arrossendo un poco, disse immediatamente:
“Sono molto graziosi, signora—non è vero?” Ma poi di nuovo, il timore di essere stata troppo civile, troppo incoraggiante lei stessa, probabilmente la colse, poiché aggiunse subito:
“Non pensa che siano qualcosa nello stile di pittura di Miss Morton, signora? Lei dipinge in modo davvero delizioso!—Quanto è splendidamente fatto il suo ultimo paesaggio!”
“Splendidamente davvero! Ma lei fa ogni cosa bene.”
Marianne non poté sopportarlo. Era già grandemente contrariata nei confronti della signora Ferrars; e un elogio così fuori luogo rivolto a un’altra, a spese di Elinor, sebbene non avesse alcuna idea di cosa principalmente sottintendesse, la provocò immediatamente a dire con calore:
“Questa è un’ammirazione di tipo assai particolare!—cosa ci importa di Miss Morton?—chi la conosce, o chi si cura di lei?—è a Elinor che pensiamo e di cui parliamo.”
E dicendo ciò, prese i parafuoco dalle mani della cognata, per ammirarli lei stessa come meritavano di essere ammirati.
La signora Ferrars apparve estremamente adirata e, erigendosi con più rigidità che mai, pronunciò di rimando questa amara filippica: “Miss Morton è la figlia di Lord Morton.”
Anche Fanny sembrò molto adirata e suo marito era tutto in uno stato di spavento per l’audacia della sorella. Elinor fu molto più ferita dal calore di Marianne di quanto non lo fosse stata da ciò che lo aveva provocato; ma gli occhi del colonnello Brandon, mentre erano fissi su Marianne, dichiaravano che egli notava solo ciò che vi era di amabile, il cuore affettuoso che non poteva sopportare di vedere una sorella trascurata anche nel più piccolo particolare.
I sentimenti di Marianne non si fermarono qui. La fredda insolenza del comportamento generale della signora Ferrars verso sua sorella le sembrò presagire tali difficoltà e tribolazioni per Elinor, che il suo cuore ferito le insegnava a considerare con orrore; e spinta da un forte impulso di affettuosa sensibilità, dopo un momento si avvicinò alla sedia della sorella e, mettendole un braccio attorno al collo e una guancia vicino alla sua, disse con voce bassa, ma accorata:
“Cara, cara Elinor, non badare a loro. Non lasciare che ti rendano infelice.”
Non poté dire altro; il suo spirito era del tutto sopraffatto e, nascondendo il volto sulla spalla di Elinor, scoppiò in lacrime. L’attenzione di tutti fu richiamata e quasi tutti ne furono preoccupati.—Il colonnello Brandon si alzò e andò verso di loro senza sapere cosa facesse.—La signora Jennings, con un assai intelligente “Ah! povera cara,” le diede immediatamente i suoi sali; e Sir John si sentì così disperatamente infuriato contro l’autrice di questo turbamento nervoso, che cambiò istantaneamente posto sedendosi accanto a Lucy Steele e le diede, sussurrando, un breve resoconto dell’intera scandalosa faccenda.
Dopo pochi minuti, tuttavia, Marianne si fu ripresa abbastanza da porre fine al tumulto e sedersi tra gli altri; sebbene il suo spirito conservasse l’impressione di quanto accaduto, per tutta la sera.
“Povera Marianne!” disse suo fratello al colonnello Brandon, a bassa voce, non appena poté assicurarsi la sua attenzione: “Non ha una salute così buona come sua sorella,—è molto nervosa,—non ha la costituzione di Elinor;—e bisogna ammettere che c’è qualcosa di molto penoso per una giovane donna che è stata una bellezza, nella perdita delle proprie attrattive personali. Non lo direste forse, ma Marianne era notevolmente bella pochi mesi fa; bella quanto Elinor. Ora vedete che tutto è svanito.”
CAPITOLO XXXV.
La curiosità di Elinor di vedere la signora Ferrars era soddisfatta. Aveva trovato in lei tutto ciò che poteva tendere a rendere indesiderabile un ulteriore legame tra le famiglie. Aveva visto abbastanza del suo orgoglio, della sua meschinità e del suo determinato pregiudizio contro di lei, per comprendere tutte le difficoltà che dovevano aver angustiato il fidanzamento e ritardato il matrimonio di Edward e se stessa, se egli fosse stato altrimenti libero; e aveva visto abbastanza, quasi, per essere grata per il proprio bene che un ostacolo più grande la preservasse dal soffrire sotto qualsiasi altra vessazione creata dalla signora Ferrars, la preservasse da ogni dipendenza dal suo capriccio o da ogni sollecitudine per la sua buona opinione. O almeno, se non riusciva proprio a rallegrarsi del fatto che Edward fosse vincolato a Lucy, determinò che, se Lucy fosse stata più amabile, avrebbe dovuto rallegrarsene.
Si meravigliava che lo spirito di Lucy potesse essere così grandemente elevato dalla cortesia della signora Ferrars;—che il suo interesse e la sua vanità potessero accecarla a tal punto da far apparire come un complimento a lei stessa l'attenzione che sembrava rivoltale solo perché non era Elinor—o da permetterle di trarre incoraggiamento da una preferenza che le veniva concessa solo perché la sua reale situazione era ignota. Ma che fosse così, non era stato solo dichiarato dagli occhi di Lucy in quel momento, ma fu dichiarato di nuovo la mattina seguente più apertamente, poiché, per suo espresso desiderio, Lady Middleton la lasciò in Berkeley Street con la speranza di vedere Elinor da sola, per dirle quanto fosse felice.
La possibilità si rivelò fortunata, poiché un messaggio dalla signora Palmer, poco dopo il suo arrivo, portò via la signora Jennings.
“Mia cara amica,” esclamò Lucy, non appena furono sole, “vengo a parlarti della mia felicità. Potrebbe esserci qualcosa di più lusinghiero del modo in cui la signora Ferrars mi ha trattata ieri? Così straordinariamente affabile come è stata! Sai quanto temessi il pensiero di vederla; ma nel momento stesso in cui sono stata presentata, c’era una tale affabilità nel suo comportamento che sembrava davvero voler dire che aveva preso in simpatia me. Ora non è stato così? Hai visto tutto; e non ne sei rimasta del tutto colpita?”
“È stata certamente molto cortese con te.”
“Cortese!—Non hai visto altro che semplice cortesia?—Io ho visto molto di più. Una tale gentilezza che è toccata in sorte a nessuno se non a me!—Nessun orgoglio, nessuna alterigia, e tua sorella esattamente lo stesso—tutta dolcezza e affabilità!”
Elinor desiderava parlare di altro, ma Lucy continuava a incalzarla affinché ammettesse che aveva motivo di essere felice; ed Elinor fu costretta a proseguire.
“Indubbiamente, se avessero conosciuto il vostro fidanzamento,” disse, “nulla potrebbe essere più lusinghiero del loro trattamento nei tuoi confronti;—ma dato che non era questo il caso—”
“Immaginavo che avresti detto così,”—rispose Lucy prontamente—“ma non c’era alcun motivo al mondo per cui la signora Ferrars dovesse sembrare gradirmi, se non lo avesse fatto, e il fatto che io le piaccia è tutto. Non riuscirai a farmi cambiare idea sulla mia soddisfazione. Sono sicura che finirà tutto bene, e non ci saranno affatto difficoltà, rispetto a ciò che pensavo. La signora Ferrars è una donna affascinante, e così pure tua sorella. Sono entrambe donne deliziose, davvero!—Mi meraviglia che non ti senta mai dire quanto fosse gradevole la signora Dashwood!”
A ciò Elinor non ebbe risposta da dare, e non ne tentò alcuna.
“Sei malata, Miss Dashwood?—sembri abbattuta—non parli;—sicuro che non stai bene.”
“Non sono mai stata in salute migliore.”
“Ne sono lieta con tutto il cuore; ma davvero non ti si direbbe. Mi dispiacerebbe vederti malata; tu, che sei stata il maggior conforto per me al mondo!—Il cielo sa cosa avrei fatto senza la tua amicizia.”
Elinor cercò di dare una risposta cortese, pur dubitando del proprio successo. Ma sembrò soddisfare Lucy, poiché rispose direttamente:
“Davvero sono perfettamente convinta del tuo affetto per me, e dopo l’amore di Edward, è il più grande conforto che abbia. Povero Edward! Ma ora c’è una cosa buona: potremo vederci, e vederci abbastanza spesso, poiché Lady Middleton è entusiasta della signora Dashwood, quindi saremo spesso in Harley Street, ne sono certa, ed Edward trascorre metà del suo tempo con sua sorella—inoltre, Lady Middleton e la signora Ferrars ora si faranno visita;—e la signora Ferrars e tua sorella sono state entrambe così gentili da dire più di una volta che sarebbero sempre state liete di vedermi. Sono donne così affascinanti!—Sono certa che se mai dirai a tua sorella cosa penso di lei, non potrai parlare troppo bene.”
Ma Elinor non volle darle alcun incoraggiamento a sperare che ne avrebbe parlato a sua sorella. Lucy continuò.
“Sono certa che me ne sarei accorta in un istante, se la signora Ferrars avesse preso in antipatia me. Se, per esempio, mi avesse fatto solo un inchino formale, senza dire una parola, e non avesse mai più fatto caso a me, e non mi avesse mai guardata in modo piacevole—sai cosa intendo—se fossi stata trattata in quel modo così respingente, avrei rinunciato a tutto per la disperazione. Non avrei potuto sopportarlo. Perché dove lei prova antipatia, so che è quanto mai violenta.”
Elinor fu impedita dal dare qualsiasi risposta a questo civile trionfo dall’aprirsi della porta, dall’annuncio del servo del signor Ferrars e dal fatto che Edward entrasse immediatamente.
Fu un momento assai imbarazzante; e il volto di ciascuno mostrò che lo era. Sembravano tutti incredibilmente sciocchi; ed Edward sembrava avere tanta inclinazione a uscire di nuovo dalla stanza quanta ad avanzare ulteriormente. La circostanza stessa, nella sua forma più spiacevole, che ciascuno di loro sarebbe stato più ansioso di evitare, era ricaduta su di loro.—Non solo erano tutti e tre insieme, ma erano insieme senza il sollievo di nessun’altra persona. Le signore si ripresero per prime. Non spettava a Lucy farsi avanti, e l’apparenza di segretezza doveva ancora essere mantenuta. Poteva quindi solo guardare con tenerezza e, dopo averlo salutato leggermente, non disse altro.
Ma Elinor aveva di più da fare; e così ansiosa era, per lui e per se stessa, di farlo bene, che si sforzò, dopo un momento di riflessione, di dargli il benvenuto con uno sguardo e un modo che erano quasi disinvolti e quasi aperti; e un altro sforzo, un’altra prova ancora li migliorarono. Non volle permettere che la presenza di Lucy, né la consapevolezza di una certa ingiustizia verso se stessa, la dissuadessero dal dire che era felice di vederlo e che aveva molto rimpianto di essere fuori casa, quando era passato in precedenza in Berkeley Street. Non volle lasciarsi spaventare dal prestargli quelle attenzioni che, come amica e quasi parente, gli erano dovute, dagli occhi osservatori di Lucy, sebbene avvertisse presto che la stavano scrutando attentamente.
I suoi modi diedero un certo rassicuramento a Edward, e lui ebbe abbastanza coraggio da sedersi; ma il suo imbarazzo superava ancora quello delle signore in una proporzione che il caso rendeva ragionevole, sebbene il suo sesso potesse renderlo raro; poiché il suo cuore non aveva l’indifferenza di quello di Lucy, né la sua coscienza poteva avere tutta la tranquillità di quella di Elinor.
Lucy, con un’aria composta e ferma, sembrava determinata a non dare alcun contributo al conforto degli altri, e non voleva dire una parola; e quasi tutto ciò che veniva detto proveniva da Elinor, che era costretta a offrire tutte le informazioni sulla salute di sua madre, sul loro arrivo in città, ecc., riguardo alle quali Edward avrebbe dovuto informarsi, ma non lo faceva mai.
I suoi sforzi non si fermarono qui; poiché poco dopo si sentì così eroicamente disposta da decidere, con il pretesto di andare a prendere Marianne, di lasciare gli altri da soli; e lo fece davvero, e nel modo più signorile, poiché indugiò diversi minuti sul pianerottolo, con la più nobile fortezza, prima di andare da sua sorella. Una volta fatto ciò, tuttavia, fu tempo che gli entusiasmi di Edward cessassero; poiché la gioia di Marianne la spinse immediatamente nel salotto. Il suo piacere nel vederlo era, come ogni altro suo sentimento, forte in sé e fortemente espresso. Lo incontrò con una mano che voleva essere presa e una voce che esprimeva l’affetto di una sorella.
“Caro Edward!” esclamò, “questo è un momento di grande felicità!—Questo compenserebbe quasi ogni cosa!”
Edward cercò di ricambiare la sua gentilezza come meritava, ma davanti a tali testimoni non osò dire metà di ciò che sentiva davvero. Di nuovo si sedettero tutti, e per un momento o due rimasero tutti in silenzio; mentre Marianne guardava con la tenerezza più eloquente, a volte Edward e a volte Elinor, rammaricandosi solo che il loro piacere di stare insieme fosse frenato dalla sgradita presenza di Lucy. Edward fu il primo a parlare, e fu per notare l’aspetto mutato di Marianne ed esprimere il suo timore che Londra non si confacesse a lei.
“Oh, non pensare a me!” rispose lei con vivace fervore, sebbene i suoi occhi fossero pieni di lacrime mentre parlava, “non pensare alla mia salute. Elinor sta bene, vedi. Questo deve bastare per entrambe.”
Questa osservazione non era calcolata per rendere Edward o Elinor più a loro agio, né per conciliare la benevolenza di Lucy, che guardò Marianne con un’espressione non certo benevola.
“Ti piace Londra?” disse Edward, volendo dire qualsiasi cosa che potesse introdurre un altro argomento.
“Per nulla. Mi aspettavo molto piacere, ma non ne ho trovato alcuno. La vista di te, Edward, è l’unico conforto che mi ha offerto; e grazie al cielo! sei quello che sei sempre stato!”
Si fermò—nessuno parlò.
“Penso, Elinor,” aggiunse poco dopo, “dobbiamo incaricare Edward di occuparsi di noi nel nostro ritorno a Barton. Tra una settimana o due, suppongo, partiremo; e, confido, Edward non sarà molto riluttante ad accettare l’incarico.”
Il povero Edward mormorò qualcosa, ma cosa fosse, nessuno lo sapeva, nemmeno lui stesso. Ma Marianne, che vide la sua agitazione e poteva facilmente ricondurla a qualsiasi causa che le facesse più piacere, fu perfettamente soddisfatta e presto parlò di altro.
“Abbiamo trascorso una giornata così, Edward, in Harley Street ieri! Così noiosa, così miseramente noiosa!—Ma ho molto da dirti a questo proposito, che non può essere detto ora.”
E con questa ammirevole discrezione rimandò a quando sarebbero state più in privato la certezza che lei trovasse i loro parenti comuni più sgradevoli che mai, e di essere particolarmente disgustata di sua madre.
“Ma perché non eri lì, Edward?—Perché non sei venuto?”
“Ero impegnato altrove.”
“Impegnato! Ma che cos’era, quando c’erano tali amici da incontrare?”
“Forse, Miss Marianne,” esclamò Lucy, desiderosa di vendicarsi un po’ su di lei, “pensi che i giovani non badino mai agli impegni, se non hanno voglia di mantenerli, piccoli o grandi che siano.”
Elinor era molto arrabbiata, ma Marianne sembrava del tutto insensibile alla frecciata; poiché rispose con calma:
“Non è così, davvero; poiché, parlando seriamente, sono molto sicura che solo la coscienza abbia trattenuto Edward da Harley Street. E credo davvero che abbia la coscienza più delicata del mondo; la più scrupolosa nell’adempiere ogni impegno, per quanto minimo, e per quanto possa andare contro il suo interesse o piacere. È il più timoroso di dare dolore, di ferire le aspettative, e il più incapace di essere egoista, tra tutti quelli che abbia mai visto. Edward, è così, e lo dirò. Cosa! non devi mai sentirti lodare!—Allora non devi essere mio amico; poiché coloro che accettano il mio amore e la mia stima, devono sottostare alle mie lodi aperte.”
La natura delle sue lodi, nel caso presente, tuttavia, accadde di essere particolarmente poco adatta ai sentimenti di due terzi dei suoi uditori, ed era così poco rallegrante per Edward, che egli si alzò molto presto per andarsene.
“Te ne vai così presto!” disse Marianne; “mio caro Edward, questo non deve accadere.”
E tirandolo un po’ in disparte, gli sussurrò la sua persuasione che Lucy non potesse restare ancora molto. Ma anche questo incoraggiamento fallì, poiché lui se ne volle andare; e Lucy, che si sarebbe trattenuta più di lui, se la sua visita fosse durata due ore, poco dopo se ne andò.
“Cosa può portarla qui così spesso?” disse Marianne, quando li lasciò. “Non poteva vedere che volevamo che se ne andasse!—che tormento per Edward!”
“Perché mai?—eravamo tutti suoi amici, e Lucy è quella tra noi che conosce da più tempo. È naturale che gli faccia piacere vedere lei quanto noi.”
Marianne la guardò fissamente e disse: “Sai, Elinor, che questo è un modo di parlare che non posso sopportare. Se speri solo di avere una smentita alla tua asserzione, come devo supporre che sia, dovresti ricordare che sono l’ultima persona al mondo a farlo. Non posso abbassarmi a essere raggirata per ottenere rassicurazioni che non sono realmente desiderate.”
Poi lasciò la stanza; ed Elinor non osò seguirla per dire altro, poiché, vincolata com’era dalla sua promessa di segretezza a Lucy, non poteva dare alcuna informazione che potesse convincere Marianne; e per quanto dolorose potessero essere le conseguenze del suo continuare a essere in errore, fu costretta a sottomettervisi. Tutto ciò che poteva sperare era che Edward non esponesse spesso lei o se stesso al tormento di udire il calore ingannato di Marianne, né alla ripetizione di qualsiasi altra parte del dolore che aveva accompagnato il loro recente incontro—e questo aveva ogni ragione di aspettarselo.
CAPITOLO XXXVI.
Pochi giorni dopo questo incontro, i giornali annunciarono al mondo che la signora di Thomas Palmer, Esq., era stata felicemente consegnata di un figlio ed erede; un paragrafo molto interessante e soddisfacente, almeno per tutti quei legami intimi che lo sapevano già.
Questo evento, altamente importante per la felicità della signora Jennings, produsse un’alterazione temporanea nel modo di disporre del suo tempo e influenzò, in egual misura, gli impegni delle sue giovani amiche; poiché, desiderando essere il più possibile con Charlotte, si recava là ogni mattina non appena era vestita, e non ritornava fino a tarda sera; e le signorine Dashwood, su richiesta particolare dei Middleton, trascorrevano l’intera giornata in Conduit Street. Per il loro conforto avrebbero preferito di gran lunga rimanere, almeno per tutta la mattina, a casa della signora Jennings; ma non era una cosa che si potesse insistere contro i desideri di tutti. Le loro ore furono quindi cedute a Lady Middleton e alle due signorine Steele, dalle quali la loro compagnia, di fatto, era tanto poco apprezzata quanto era dichiaratamente ricercata.
Avevano troppo buon senso per essere compagne desiderabili per la prima; e dalle seconde erano considerate con occhio geloso, come intruse nel loro terreno, che condividevano la gentilezza che esse volevano monopolizzare. Sebbene nulla potesse essere più cortese del comportamento di Lady Middleton verso Elinor e Marianne, non le gradiva affatto. Poiché non adulavano né lei né i suoi figli, non poteva credere che fossero di buon carattere; e poiché amavano leggere, le immaginava satiriche: forse senza sapere esattamente cosa significasse essere satirici; ma ciò non importava. Era una censura di uso comune, e facilmente data.
La loro presenza era un freno sia per lei che per Lucy. Controllava l’ozio dell’una e gli affari dell’altra. Lady Middleton si vergognava di non far nulla davanti a loro, e l’adulazione che Lucy era orgogliosa di pensare e somministrare in altre occasioni, temeva che l’avrebbero disprezzata per averla offerta. Miss Steele era la meno turbata delle tre dalla loro presenza; ed era in loro potere riconciliarla del tutto. Se una delle due le avesse dato solo un resoconto completo e minuzioso dell’intera faccenda tra Marianne e il signor Willoughby, si sarebbe considerata ampiamente ricompensata per il sacrificio del posto migliore vicino al fuoco dopo cena, che il loro arrivo causava. Ma questa conciliazione non fu concessa; poiché sebbene lanciasse spesso espressioni di pietà per sua sorella a Elinor, e più di una volta lasciasse cadere una riflessione sull’incostanza dei corteggiatori davanti a Marianne, non fu prodotto alcun effetto, se non uno sguardo di indifferenza dalla prima, o di disgusto nella seconda. Uno sforzo ancora più lieve avrebbe potuto renderla loro amica. Se solo avessero riso di lei riguardo al Dottore! Ma così poco erano, non più delle altre, inclini a compiacerla, che se Sir John cenava fuori casa, essa poteva trascorrere un’intera giornata senza udire altre battute sull’argomento, se non quelle che lei stessa era così gentile da concedersi.
“Malata? Oh, tutt’altro! Ma non è questo il punto! Ascoltate, mia cara, ascoltate! Il signor Donavan ha detto, con un’aria così misteriosa, che pensava che non ci fosse motivo di allarme per la signora Dashwood, e poi, con un altro sorriso e un altro occhiolino, ha aggiunto: ‘Spero che la notizia non giunga alle orecchie delle signorine prima che sia confermata, poiché, sebbene sia quasi certo, le cose di questo genere sono sempre così delicate! Ma ho saputo da una fonte molto attendibile, proprio lì a Harley Street, che c’è un fidanzamento in vista tra il signor Edward Ferrars e la signorina Lucy Steele!’”
Elinor, sebbene avesse già in parte presagito la natura della rivelazione, ne fu talmente colpita da sentirsi mancare il fiato e la parola. La signora Jennings, che non si aspettava una reazione così silenziosa, continuò con zelo crescente:
“Ebbene, che ne dite, mia cara? Non è la cosa più stravagante che abbiate mai sentito? Il signor Donavan dice che è una certezza; che la signora John Dashwood ne è felicissima; che la signorina Steele è una ragazza così squisita, e che il signor Ferrars è un giovane così affascinante! Oh, sono rimasta talmente sorpresa che quasi mi è caduta la dentiera! Chi l’avrebbe mai detto? La signorina Steele, di tutte le persone! Una ragazza senza un soldo, senza un titolo, senza nulla! E lui, che è l’erede di una fortuna così grande! La signora John Dashwood deve essere davvero innamorata di lei per aver acconsentito a una cosa simile!”
Elinor cercò di dominarsi, e con una voce che, sebbene non ferma, non tradiva la sua estrema agitazione, chiese come il signor Donavan avesse ottenuto tali informazioni.
“Oh, gliel’ha detto la stessa signora John Dashwood! È andato a trovarla questa mattina, e lei era così piena di gioia che non ha potuto fare a meno di parlarne. Ha detto che la signorina Steele è la creatura più meritevole che abbia mai conosciuto, e che il caro Edward non potrebbe fare scelta migliore. E così, mia cara, il mistero è svelato! Ecco perché le due sorelle sono state invitate a casa loro! Ecco perché sono state trattate con tanta sollecitudine! Ma vi rendete conto? La signorina Steele, che fino a un momento fa non conoscevamo affatto, diventerà la cognata di vostra sorella! Che mondo strano, mia cara, che mondo strano!”
Elinor non rispose; non poteva. La verità di quanto udito, per quanto dolorosa, non le lasciava spazio al dubbio. Il carattere della signora John Dashwood, la sollecitudine mostrata verso le sorelle Steele, tutto ora trovava una spiegazione chiara e terribile.
“Ma non vi sembra strano, mia cara?” riprese la signora Jennings, senza aspettare una risposta. “Che il signor Ferrars non sia venuto a dirvelo lui stesso? Sono così amici, credo, o almeno lo sono stati. Ma forse era troppo timido, povero giovane! Gli uomini sono così, a volte. Beh, spero che saranno felici. È una ragazza molto vivace, la signorina Lucy, e sono certa che saprà come tenerlo allegro.”
Elinor, avvertendo il bisogno di solitudine, si scusò con una scusa qualunque e si ritirò nella sua stanza. Lì, finalmente sola, le lacrime che aveva trattenuto con tanta fatica poterono scorrere liberamente. Non era lo stupore a tormentarla, ma la certezza. Tutto ciò che aveva temuto, tutto ciò che aveva cercato di negare a se stessa, era diventato realtà. La lealtà di Edward, la sua costanza, la promessa che lui le aveva fatto—tutto era stato infranto, sacrificato sull’altare dell’ambizione o della debolezza. E la parte più crudele di tutto ciò era la consapevolezza che, nonostante tutto, nonostante il tradimento, il suo cuore non poteva fare a meno di amare ancora l’uomo che l’aveva così profondamente ferita.
«È esattamente ciò che ho detto, cara mia. “Signore!” dico io, “la signora Dashwood è malata?” E così è saltato tutto fuori; e il succo della faccenda, per quanto ne ho potuto apprendere, sembra essere questo. Il signor Edward Ferrars, il giovanissimo uomo con cui ero solita scherzare insieme a te (ma comunque, come stanno le cose, sono mostruosamente lieta che non ci sia mai stato nulla di serio), il signor Edward Ferrars, a quanto pare, è fidanzato da oltre un anno con mia cugina Lucy! Che te ne pare, cara mia! E nessuna creatura sapeva una sillaba della faccenda, eccetto Nancy! Avresti mai creduto una cosa simile possibile? Non c'è gran meraviglia nel fatto che si piacciano; ma che le cose fossero state portate così avanti tra loro, e nessuno sospettarlo! È strano! Non mi è mai capitato di vederli insieme, altrimenti sono certa che l'avrei scoperto subito. Bene, e così tutto questo è stato tenuto come un gran segreto, per paura della signora Ferrars, e né lei né tuo fratello o tua sorella hanno sospettato una parola della faccenda: finché stamattina, la povera Nancy, che, sai, è una creatura benintenzionata, ma non una cima, ha spifferato tutto. “Signore!” pensa tra sé e sé, “a loro Lucy piace tanto, di sicuro non faranno alcuna obiezione;” e così, è corsa da tua sorella, che se ne stava seduta tutta sola a lavorare al telaio, senza sospettare minimamente cosa stesse per arrivare — perché aveva appena detto a tuo fratello, solo cinque minuti prima, che pensava di far sposare Edward con la figlia di qualche lord o qualcun altro, non ricordo chi. Quindi puoi immaginare che colpo sia stato per tutta la sua vanità e il suo orgoglio. È caduta immediatamente in violenta isteria, con tali grida che hanno raggiunto le orecchie di tuo fratello, mentre sedeva nel suo spogliatoio al piano di sotto, a pensare di scrivere una lettera al suo amministratore in campagna. Così è volato su subito, e si è svolta una scena terribile, poiché Lucy era arrivata da loro a quell'ora, senza minimamente sognarsi di cosa stesse accadendo. Povera anima! Mi fa pena. E devo dire, penso sia stata trattata molto duramente; perché tua sorella urlava come una furia, e l'ha presto ridotta a uno svenimento. Nancy si è inginocchiata e ha pianto amaramente; e tuo fratello, camminava per la stanza, dicendo di non sapere cosa fare. La signora Dashwood ha dichiarato che non sarebbero dovute rimanere un minuto di più in casa, e tuo fratello è stato costretto a mettersi in ginocchio anche lui, per convincerla a lasciarle restare finché non avessero impacchettato i loro abiti. Poi è caduta di nuovo in isteria, e lui si è spaventato così tanto che voleva mandare a chiamare il signor Donavan, e il signor Donavan ha trovato la casa in tutto questo scompiglio. La carrozza era alla porta pronta a portar via le mie povere cugine, e stavano appena salendo quando lui è arrivato; la povera Lucy era in tali condizioni, dice, che riusciva a stento a camminare; e Nancy, stava quasi peggio. Dichiaro, non ho pazienza con tua sorella; e spero, con tutto il cuore, che il matrimonio si farà a dispetto di lei. Signore! In che stato sarà il povero signor Edward quando lo verrà a sapere! Vedere il suo amore trattato così sprezzantemente! Perché dicono che lui sia mostruosamente innamorato di lei, come ben può esserlo. Non mi meraviglierei se andasse su tutte le furie! — e il signor Donavan pensa esattamente lo stesso. Lui ed io abbiamo parlato molto della cosa; e il meglio di tutto è che lui è tornato a Harley Street, così da essere reperibile quando la notizia sarà detta alla signora Ferrars, poiché è stata mandata a chiamare non appena le mie cugine hanno lasciato la casa, perché tua sorella era sicura che sarebbe caduta in isteria anche lei; e così può ben fare, per quel che mi importa. Non ho compassione per nessuna delle due. Non concepisco che la gente faccia tutto questo baccano per il denaro e la grandezza. Non c'è motivo al mondo per cui il signor Edward e Lucy non dovrebbero sposarsi; perché sono certa che la signora Ferrars possa permettersi di trattare molto bene suo figlio, e sebbene Lucy non abbia quasi nulla di suo, sa meglio di chiunque altro come trarre il massimo da ogni cosa; oserei dire che, se la signora Ferrars gli concedesse solo cinquecento sterline all'anno, lei farebbe una figura migliore di quanto chiunque altro farebbe con ottocento. Signore! Che sistemazione accogliente potrebbero avere in un cottage come il vostro — o poco più grande — con due cameriere e due uomini; e credo di poter procurar loro una domestica, perché la mia Betty ha una sorella senza impiego, che farebbe proprio al caso loro.»
Qui la signora Jennings tacque, e poiché Elinor aveva avuto tempo a sufficienza per raccogliere i pensieri, fu in grado di dare una risposta e fare osservazioni tali che l'argomento avrebbe potuto naturalmente produrre. Felice di scoprire di non essere sospettata di alcun interesse straordinario in merito; che la signora Jennings (come aveva di recente sperato potesse essere il caso) avesse smesso di immaginarla minimamente legata a Edward; e felice più di ogni altra cosa per l'assenza di Marianne, si sentì molto capace di parlare dell'affare senza imbarazzo e di dare il proprio giudizio, come credeva, con imparzialità sulla condotta di ognuno dei soggetti coinvolti.
Riusciva a malapena a determinare quale fosse realmente la sua aspettativa sull'evento; sebbene cercasse seriamente di scacciare l'idea che fosse possibile che finisse diversamente, alla fine, dal matrimonio tra Edward e Lucy. Cosa avrebbe detto e fatto la signora Ferrars, sebbene non potesse esserci alcun dubbio sulla sua natura, era ansiosa di sentirlo; e ancora più ansiosa di sapere come si sarebbe comportato Edward. Per lui provava molta compassione; — per Lucy assai poca — e le costò qualche sforzo procurarsi quel poco; — per il resto del gruppo, per nulla.
Poiché la signora Jennings non riusciva a parlare di altro, Elinor vide presto la necessità di preparare Marianne alla discussione. Non c'era tempo da perdere nel disilluderla, nel metterla al corrente della verità reale e nel tentare di indurla ad ascoltare la questione discussa da altri, senza tradire alcun disagio per la sorella o alcun risentimento verso Edward.
Il compito di Elinor era doloroso. — Stava per rimuovere ciò che credeva realmente fosse la consolazione principale di sua sorella, — per fornire dettagli su Edward che temeva l'avrebbero rovinato per sempre nella sua buona opinione, — e per far sentire a Marianne, attraverso una somiglianza nelle loro situazioni che alla sua fantasia sarebbe sembrata forte, tutta la sua delusione da capo. Ma per quanto spiacevole potesse essere tale compito, era necessario che fosse fatto, ed Elinor si affrettò quindi a compierlo.
Era ben lontana dal voler indugiare sui propri sentimenti, o dal rappresentarsi come sofferente, se non per quanto l'autocontrollo che aveva praticato fin dalla sua prima conoscenza del fidanzamento di Edward potesse suggerire un indizio di ciò che era praticabile per Marianne. La sua narrazione fu chiara e semplice; e sebbene non potesse essere fornita senza emozione, non fu accompagnata da violenta agitazione, né da dolore impetuoso. Ciò apparteneva piuttosto all'ascoltatrice, poiché Marianne ascoltava con orrore e piangeva eccessivamente. Elinor doveva essere la consolatrice degli altri nelle sue sofferenze, non meno che nelle loro; e tutto il conforto che poteva essere dato da assicurazioni della propria compostezza mentale, e una fervida difesa di Edward da ogni accusa se non quella di imprudenza, fu prontamente offerto.
Ma Marianne per qualche tempo non volle credere a nulla. Edward sembrava un secondo Willoughby; e ammettendo come Elinor faceva, di averlo amato sinceramente, poteva lei stessa sentire meno di lei! Quanto a Lucy Steele, la considerava così totalmente sgradevole, così assolutamente incapace di legare a sé un uomo di buon senso, che non poteva essere persuasa all'inizio a credere, e in seguito a perdonare, alcun precedente affetto di Edward per lei. Non volle nemmeno ammettere che fosse stato naturale; e Elinor la lasciò al compito di convincersene tramite ciò che solo poteva convincerla: una migliore conoscenza del genere umano.
La sua prima comunicazione non era andata oltre lo stato di fatto del fidanzamento e la durata del tempo in cui era esistito. — I sentimenti di Marianne erano quindi intervenuti e avevano posto fine a ogni regolarità di dettagli; e per qualche tempo tutto ciò che poteva essere fatto era lenire il suo disagio, diminuire i suoi allarmi e combattere il suo risentimento. La prima domanda da parte sua, che portò a ulteriori dettagli, fu:
«Da quanto tempo ti è noto, Elinor? Ti ha scritto?»
«Lo so da quattro mesi. Quando Lucy è venuta per la prima volta a Barton Park lo scorso novembre, mi ha confidato il suo fidanzamento.»
A queste parole, gli occhi di Marianne espressero lo stupore che le labbra non potevano proferire. Dopo una pausa di meraviglia, esclamò:
«Quattro mesi! — Lo sai da quattro mesi?»
Elinor confermò.
«Cosa! Mentre mi assistevi in tutta la mia miseria, questo ti pesava sul cuore? E io ti ho rimproverato di essere felice!»
«Non era giusto che tu sapessi allora quanto fossi l'esatto contrario!»
«Quattro mesi!» esclamò di nuovo Marianne. «Così calma! Così allegra! Come sei stata sostenuta?»
«Sentendo che stavo facendo il mio dovere. — La mia promessa a Lucy mi obbligava a tacere. Lo dovevo a lei, dunque, evitare di dare alcun indizio della verità; e lo dovevo alla mia famiglia e ai miei amici, non creare in loro una sollecitudine nei miei confronti che non sarebbe stato in mio potere soddisfare.»
Marianne sembrò molto colpita.
«Molto spesso ho desiderato disilludere te e mia madre,» aggiunse Elinor; «e una o due volte ci ho tentato; — ma senza tradire la mia fiducia, non avrei mai potuto convincervi.»
«Quattro mesi! Eppure lo amavi!»
«Sì. Ma non amavo solo lui; e mentre il conforto degli altri mi era caro, ero lieta di risparmiare loro di sapere quanto soffrissi. Ora posso pensare e parlare di questo con poca emozione. Non vorrei che tu soffrissi per causa mia; perché ti assicuro che non soffro più materialmente io stessa. Ho molte cose a sostenermi. Non sono consapevole di aver provocato la delusione con alcuna imprudenza da parte mia, l'ho sopportata il più possibile senza diffonderla oltre. Assolvo Edward da condotte essenzialmente scorrette. Gli auguro molta felicità; e sono così sicura che faccia sempre il suo dovere, che sebbene ora possa nutrire qualche rimpianto, alla fine deve diventarlo. A Lucy non manca il buon senso, e quella è la base su cui si può costruire ogni cosa buona. E dopo tutto, Marianne, dopo tutto ciò che c'è di ammaliante nell'idea di un attaccamento unico e costante, e tutto ciò che si può dire sulla felicità di qualcuno che dipende interamente da una persona specifica, non è inteso — non è giusto — non è possibile che debba essere così. Edward sposerà Lucy; sposerà una donna superiore per aspetto e intelletto a metà del suo sesso; e il tempo e l'abitudine gli insegneranno a dimenticare di aver mai pensato che un'altra fosse superiore a lei.»
«Se questo è il tuo modo di pensare,» disse Marianne, «se la perdita di ciò che è più caro è così facilmente compensabile con qualcos'altro, la tua risolutezza, il tuo autocontrollo, sono, forse, un po' meno sorprendenti. — Sono entrati maggiormente nella mia comprensione.»
«Ti capisco. Non supponi che io abbia mai provato molto. Per quattro mesi, Marianne, ho avuto tutto questo sulla mente, senza essere libera di parlarne a una sola creatura; sapendo che avrebbe reso te e mia madre infelicissime ogni volta che vi fosse stato spiegato, eppure incapace di prepararvi in minima parte. Mi è stato detto — mi è stato in un certo senso imposto dalla persona stessa, il cui precedente fidanzamento ha rovinato tutte le mie prospettive; e detto, come pensavo, con trionfo. Ai sospetti di questa persona, dunque, ho dovuto oppormi, cercando di apparire indifferente laddove ero stata più profondamente interessata; e non è stata solo una volta; ho dovuto ascoltare le sue speranze e la sua esultanza ancora e ancora. Ho saputo di essere divisa da Edward per sempre, senza ascoltare una sola circostanza che potesse rendermi meno desiderabile il legame. Nulla ha dimostrato che lui non sia degno; né nulla ha dichiarato che lui sia indifferente verso di me. Ho dovuto combattere contro la scortesia di sua sorella e l'insolenza di sua madre; e ho subito la punizione di un attaccamento, senza goderne i vantaggi. E tutto questo è andato avanti in un momento in cui, come sai fin troppo bene, non è stata la mia sola infelicità. Se puoi pensarmi capace di provare mai dei sentimenti, sicuramente puoi supporre che io abbia sofferto ora. La compostezza mentale con cui mi sono indotta al presente a considerare la faccenda, la consolazione che sono stata disposta ad ammettere, sono state l'effetto di uno sforzo costante e doloroso; non sono sorte da sole; non si sono presentate a sollevare il mio spirito all'inizio. No, Marianne. Allora, se non fossi stata vincolata al silenzio, forse nulla avrebbe potuto trattenermi interamente — nemmeno ciò che dovevo ai miei più cari amici — dal mostrare apertamente che ero molto infelice.»
Marianne era completamente vinta.
«Oh! Elinor,» gridò, «mi hai fatto odiare me stessa per sempre. — Quanto sono stata barbara con te! — tu, che sei stata il mio unico conforto, che mi hai sopportato in tutta la mia miseria, che sei sembrata soffrire solo per me! — È questa la mia gratitudine? — È questo l'unico ritorno che posso farti? — Poiché il tuo merito grida contro di me, stavo cercando di annullarlo.»
Le carezze più tenere seguirono questa confessione. In tale stato d'animo come era ora, Elinor non ebbe difficoltà a ottenere da lei qualsiasi promessa richiedesse; e su sua richiesta, Marianne si impegnò a non parlare mai della faccenda a nessuno con la minima parvenza di amarezza; a incontrare Lucy senza tradire la minima traccia di accresciuta avversione verso di lei; e persino a vedere Edward stesso, se il caso li avesse fatti incontrare, senza alcuna diminuzione della sua solita cordialità. Queste erano grandi concessioni; ma dove Marianne sentiva di aver offeso, nessuna riparazione poteva essere troppo grande per lei da fare.
Mantenne la sua promessa di essere discreta, in modo ammirevole. — Ascoltò tutto ciò che la signora Jennings aveva da dire sull'argomento, con un colorito immutato, non dissentì in nulla da lei, e fu sentita tre volte dire, «Sì, signora.» — Ascoltò le sue lodi per Lucy solo spostandosi da una sedia all'altra, e quando la signora Jennings parlò dell'affetto di Edward, le costò solo uno spasmo alla gola. — Tali progressi verso l'eroismo in sua sorella fecero sentire Elinor capace di qualsiasi cosa.
La mattina seguente portò un'ulteriore prova di ciò, in una visita del loro fratello, che arrivò con un aspetto quanto mai serio per discutere la terribile faccenda e portar loro notizie di sua moglie.
«Avete sentito, suppongo,» disse con grande solennità, non appena fu seduto, «della scoperta molto scioccante che ha avuto luogo sotto il nostro tetto ieri.»
Tutti guardarono il loro assenso; sembrava un momento troppo terribile per la parola.
«Tua sorella,» continuò, «ha sofferto terribilmente. La signora Ferrars anche — in breve, è stata una scena di tale complicato disagio — ma spererò che la tempesta possa essere superata senza che nessuno di noi ne sia del tutto sopraffatto. Povera Fanny! è stata in isteria tutto ieri. Ma non vorrei allarmarvi troppo. Donavan dice che non c'è nulla di materialmente da temere; la sua costituzione è buona, e la sua risolutezza pari a qualsiasi cosa. Ha sopportato tutto, con la fortezza di un angelo! Dice che non penserà mai più bene di nessuno; e non si può meravigliarsene, dopo essere stata così ingannata! — incontrando tale ingratitudine, dove era stata mostrata tanta gentilezza, tanta fiducia era stata riposta! È stato proprio per la benevolenza del suo cuore che aveva invitato queste giovani donne a casa sua; semplicemente perché pensava che meritassero qualche attenzione, fossero ragazze innocue e ben educate, e sarebbero state compagne piacevoli; perché altrimenti entrambi desideravamo molto aver invitato voi e Marianne a stare con noi, mentre la vostra gentile amica lì, stava assistendo sua figlia. E ora essere così ricompensata! “Vorrei, con tutto il cuore,” dice la povera Fanny nel suo modo affettuoso, “che avessimo chiesto alle vostre sorelle invece di loro.”»
Qui si fermò per essere ringraziato; cosa che, essendo stata fatta, proseguì.
«Ciò che la povera signora Ferrars ha sofferto, quando Fanny per la prima volta glielo ha comunicato, non è descrivibile. Mentre lei con il più sincero affetto stava pianificando un legame quanto mai auspicabile per lui, si doveva supporre che lui potesse essere tutto il tempo segretamente fidanzato con un'altra persona! — un tale sospetto non avrebbe mai potuto entrare nella sua testa! Se sospettava qualche preconcetto altrove, non poteva essere in quel quarto. “Lì, di sicuro,” diceva lei, “avrei potuto pensare di essere al sicuro.” Era in piena agonia. Abbiamo consultato insieme, tuttavia, su cosa dovesse essere fatto, e alla fine ha deciso di mandare a chiamare Edward. È venuto. Ma mi dispiace riferire cosa è successo. Tutto ciò che la signora Ferrars poteva dire per farlo porre fine al fidanzamento, assistita anche come ben potete supporre dalle mie argomentazioni e dalle suppliche di Fanny, non è servito a nulla. Dovere, affetto, ogni cosa è stata ignorata. Non ho mai pensato che Edward fosse così testardo, così insensibile prima. Sua madre gli ha spiegato i suoi generosi progetti, nel caso avesse sposato la signorina Morton; gli ha detto che gli avrebbe assegnato la tenuta nel Norfolk, che, al netto delle tasse fondiarie, rende ben mille sterline l'anno; ha offerto persino, quando le cose si sono fatte disperate, di farle dodici cento; e in opposizione a questo, se avesse ancora insistito in questo legame umile, gli ha rappresentato la certa indigenza che deve accompagnare l'unione. Le sue stesse due mila sterline, ha protestato, dovrebbero essere tutto ciò che ha; non lo vedrebbe mai più; e così lungi sarebbe stata dall'offrirgli la minima assistenza, che se lui dovesse intraprendere qualsiasi professione con l'obiettivo di un sostegno migliore, farebbe tutto in suo potere per impedirgli di avanzare in essa.»
Qui Marianne, in un'estasi di indignazione, batté le mani insieme e gridò: «Dio misericordioso! può essere possibile!»
«Ben puoi meravigliarti, Marianne,» rispose suo fratello, «dell'ostinazione che poteva resistere ad argomenti come questi. La tua esclamazione è molto naturale.»
Marianne stava per ribattere, ma ricordò le sue promesse e si trattenne.
«Tutto ciò, tuttavia,» continuò, «è stato sollecitato invano. Edward ha detto molto poco; ma quello che ha detto, è stato nel modo più determinato. Nulla dovrebbe prevalere su di lui per rinunciare al suo fidanzamento. Lui vi si sarebbe attenuto, costasse quel che costasse.»
«Allora,» gridò la signora Jennings con schietta sincerità, non più capace di tacere, «ha agito come un uomo onesto! Chiedo scusa, signor Dashwood, ma se avesse fatto diversamente, l'avrei pensato un mascalzone. Ho qualche piccolo interesse nella faccenda, così come voi, poiché Lucy Steele è mia cugina, e credo che non ci sia ragazza più buona al mondo, né una che meriti di più un buon marito.»
John Dashwood fu grandemente stupito; ma la sua natura era calma, non aperta a provocazione, e non desiderava mai offendere nessuno, specialmente nessuno di buona fortuna. Rispose quindi, senza alcun risentimento,
«Non vorrei per nulla al mondo parlare in modo irrispettoso di una vostra parente, signora. Miss Lucy Steele è, ne sono certo, una giovane donna molto meritevole, ma nel caso presente, sapete, il legame deve essere impossibile. E aver stretto un fidanzamento segreto con un giovane uomo sotto la tutela di suo zio, figlio di una donna, per di più, di così grande fortuna come Mrs. Ferrars, è forse, nel complesso, un po’ straordinario. In breve, non intendo muovere critiche al comportamento di alcuna persona che vi stia a cuore, Mrs. Jennings. Auguriamo tutti a lei di essere estremamente felice; e la condotta di Mrs. Ferrars, in tutto questo, è stata quella che ogni madre coscienziosa e buona, in simili circostanze, adotterebbe. È stata dignitosa e liberale. Edward ha estratto la sua sorte, e temo sarà una sorte infausta.»
Marianne sospirò per il suo simile timore; e il cuore di Elinor si strinse per i sentimenti di Edward, che sfidava le minacce di sua madre per una donna che non poteva ricompensarlo.
«Ebbene, signore,» disse Mrs. Jennings, «e come è andata a finire?»
«Mi rincresce dirlo, signora, con una rottura quanto mai infelice: Edward è stato scacciato per sempre dalle attenzioni di sua madre. Ha lasciato la sua casa ieri, ma dove sia andato, o se sia ancora in città, non lo so; poiché noi, naturalmente, non possiamo prendere informazioni.»
«Povero giovane! E cosa ne sarà di lui?»
«Cosa, davvero, signora! È una considerazione malinconica. Nato con la prospettiva di tale ricchezza! Non riesco a concepire una situazione più deplorevole. L’interesse di duemila sterline; come può un uomo viverci? E quando a questo si aggiunge il ricordo che avrebbe potuto, se non fosse stato per la sua stessa follia, nel giro di tre mesi, trovarsi a percepire duemilacinquecento sterline l’anno (poiché Miss Morton possiede trentamila sterline), non riesco a immaginarmi una condizione più miserevole. Dobbiamo tutti provare compassione per lui; e ancor più perché è totalmente fuori dal nostro potere aiutarlo.»
«Povero giovane!» esclamò Mrs. Jennings, «sono certa che sarebbe il benvenuto a vitto e alloggio a casa mia; e glielo direi se potessi vederlo. Non è giusto che debba vivere in giro a proprie spese, ora, in locande e taverne.»
Il cuore di Elinor la ringraziò per tale gentilezza verso Edward, sebbene non potesse trattenersi dal sorridere alla forma in cui era stata espressa.
«Se avesse agito bene nei propri confronti,» disse John Dashwood, «tanto quanto tutti i suoi amici erano disposti a fare per lui, ora si troverebbe nella sua giusta situazione, e non gli mancherebbe nulla. Ma così com’è, dev’essere fuori dal potere di chiunque aiutarlo. E c’è un’altra cosa che si sta preparando contro di lui, che deve essere peggiore di tutto il resto: sua madre ha deciso, con un temperamento di natura molto comprensibile, di assegnare immediatamente a Robert quella proprietà che sarebbe potuta essere di Edward, a condizioni appropriate. L’ho lasciata stamattina con il suo avvocato, a discutere della faccenda.»
«Bene!» disse Mrs. Jennings, «questa è la sua vendetta. Ognuno ha i propri metodi. Ma non credo che il mio sarebbe quello di rendere indipendente un figlio, solo perché un altro mi ha fatto tribolare.»
Marianne si alzò e camminò per la stanza.
«Può esserci qualcosa di più irritante per lo spirito di un uomo,» continuò John, «che vedere il proprio fratello minore in possesso di una proprietà che avrebbe potuto essere sua? Povero Edward! Provo per lui una sincera partecipazione.»
Qualche minuto in più trascorso in questo genere di effusione concluse la sua visita; e con ripetute assicurazioni alle sorelle che credeva davvero non vi fosse alcun pericolo materiale nell’indisposizione di Fanny, e che perciò non avessero motivo di essere troppo inquiete al riguardo, se ne andò; lasciando le tre dame concordi nei loro sentimenti sull’occasione presente, per quanto riguardava almeno la condotta di Mrs. Ferrars, dei Dashwood e di Edward.
L’indignazione di Marianne proruppe non appena egli ebbe lasciato la stanza; e poiché la sua veemenza rendeva la riserva impossibile per Elinor, e non necessaria per Mrs. Jennings, tutte si unirono in una critica molto animata della compagnia.
CAPITOLO XXXVIII.
Mrs. Jennings fu molto calorosa nelle sue lodi per la condotta di Edward, ma solo Elinor e Marianne ne compresero il vero merito. Solo loro sapevano quanto poco avesse avuto per essere tentato di disobbedire, e quanto scarsa fosse la consolazione, oltre alla consapevolezza di agire bene, che poteva restargli nella perdita di amici e fortuna. Elinor esultava per la sua integrità; e Marianne perdonava tutte le sue colpe per compassione verso la sua punizione. Ma sebbene la confidenza tra loro fosse, grazie a questa scoperta pubblica, tornata al suo stato appropriato, non era un argomento su cui nessuna delle due amasse soffermarsi quando erano sole. Elinor lo evitava per principio, poiché tendeva a fissare ancora di più nei suoi pensieri, attraverso le rassicurazioni troppo calde e troppo positive di Marianne, quella convinzione del continuo affetto di Edward per lei che preferiva invece dissipare; e il coraggio di Marianne veniva presto meno nel cercare di conversare su un argomento che la lasciava sempre più insoddisfatta di se stessa che mai, per il confronto che ne scaturiva necessariamente tra la condotta di Elinor e la propria.
Sentiva tutta la forza di quel confronto; ma non come sua sorella aveva sperato, per spingerla a reagire ora; lo sentiva con tutto il dolore di un continuo rimorso, pentendosi amaramente di non essersi mai sforzata prima; ma ciò portava solo la tortura della penitenza, senza la speranza di un miglioramento. La sua mente era così indebolita che immaginava ancora impossibile qualsiasi sforzo presente, e perciò questo la scoraggiava ancor di più.
Non si seppe nulla di nuovo, per un giorno o due in seguito, degli affari in Harley Street o in Bartlett’s Buildings. Ma sebbene gran parte della faccenda fosse già nota loro, tanto che Mrs. Jennings avrebbe potuto avere di che fare nel diffondere ulteriormente quella conoscenza senza cercarne altra, aveva deciso fin dal principio di fare una visita di conforto e di indagine alle sue cugine non appena avesse potuto; e solo l’impedimento di avere più visitatori del solito le aveva impedito di recarsi da loro entro quel tempo.
Il terzo giorno successivo alla conoscenza dei particolari fu una domenica così bella, così splendida, da attirare molti ai Kensington Gardens, sebbene fosse solo la seconda settimana di marzo. Mrs. Jennings ed Elinor erano tra quelli; ma Marianne, che sapeva che i Willoughby erano di nuovo in città e nutriva un costante timore di incontrarli, scelse piuttosto di restare a casa, invece di avventurarsi in un luogo così pubblico.
Un’intima conoscenza di Mrs. Jennings si unì a loro poco dopo il loro ingresso nei Giardini, ed Elinor non fu dispiaciuta che, continuando lei a stare con loro e assorbendo tutta la conversazione di Mrs. Jennings, fosse lasciata a tranquille riflessioni. Non vide i Willoughby, non vide Edward, e per un certo tempo nessuno che potesse in alcun modo, grave o gaio che fosse, esserle di interesse. Ma alla fine si ritrovò con una certa sorpresa a essere avvicinata da Miss Steele, la quale, sebbene apparisse piuttosto timida, espresse grande soddisfazione nell’incontrarle e, ricevendo incoraggiamento dalla particolare gentilezza di Mrs. Jennings, lasciò la propria compagnia per un breve periodo per unirsi alla loro. Mrs. Jennings sussurrò immediatamente a Elinor:
«Fatti dire tutto, mia cara. Ti dirà qualsiasi cosa se glielo chiedi. Vedi che non posso lasciare Mrs. Clarke.»
Fu fortunato, tuttavia, per la curiosità di Mrs. Jennings e anche per quella di Elinor, che lei dicesse qualsiasi cosa senza che le fosse chiesto; poiché altrimenti non si sarebbe appreso nulla.
«Sono così felice di incontrarvi,» disse Miss Steele, prendendola familiarmente per il braccio, «perché desideravo vedervi più di ogni altra cosa al mondo.» E poi, abbassando la voce, «suppongo che Mrs. Jennings sappia tutto. È arrabbiata?»
«Per nulla, credo, con voi.»
«Questa è una buona cosa. E Lady Middleton, è arrabbiata?»
«Non posso supporre sia possibile che lo sia.»
«Ne sono mostruosamente lieta. Buon cielo! Ho passato dei momenti! Non ho mai visto Lucy in tale furia in vita mia. Dapprima giurò che non mi avrebbe mai più guarnito un nuovo cappello, né fatto altro per me, finché avesse vissuto; ma ora si è del tutto calmata, e siamo buone amiche come sempre. Guarda, mi ha fatto questo fiocco per il cappello e ha messo la piuma ieri sera. Ecco, ora riderai di me anche tu. Ma perché non dovrei portare nastri rosa? Non mi importa se è il colore preferito del Dottore. Sono certa, per quanto mi riguarda, che non avrei mai saputo che gli piacesse più di ogni altro colore, se non avesse avuto l’occasione di dirlo. Le mie cugine mi hanno tormentata così tanto! Dichiaro che a volte non so dove guardare in loro presenza.»
Si era allontanata su un argomento su cui Elinor non aveva nulla da dire, e quindi giudicò presto opportuno ritrovare la via per tornare al primo.
«Bene, ma Miss Dashwood,» disse trionfante, «la gente può dire ciò che vuole sul fatto che Mr. Ferrars abbia dichiarato di non volere Lucy, perché non è affatto così, posso dirvelo; ed è davvero una vergogna che vengano messe in giro dicerie così maligne. Qualunque cosa Lucy potesse pensare al riguardo, sapete, non era affare di altri stabilirlo per certo.»
«Non ho mai sentito accennare a nulla del genere prima, ve lo assicuro,» disse Elinor.
«Oh, davvero? Ma veniva detto, lo so bene, e da più di uno; poiché Miss Godby ha detto a Miss Sparks che nessuno sano di mente poteva aspettarsi che Mr. Ferrars rinunciasse a una donna come Miss Morton, con trentamila sterline di dote, per Lucy Steele che non aveva nulla; e l’ho saputo io stessa da Miss Sparks. E oltretutto, mio cugino Richard ha detto lui stesso che, quando si è arrivati al dunque, temeva che Mr. Ferrars si sarebbe tirato indietro; e quando Edward non si è fatto vedere da noi per tre giorni, non sapevo nemmeno io cosa pensare; e credo in cuor mio che Lucy avesse dato tutto per perso; perché siamo venute via da vostro fratello mercoledì, e non l’abbiamo visto per tutto giovedì, venerdì e sabato, e non sapevamo che fine avesse fatto. Una volta Lucy pensò di scrivergli, ma poi il suo spirito si ribellò. Tuttavia stamattina è arrivato proprio mentre tornavamo dalla chiesa; e allora tutto è venuto fuori, come fosse stato chiamato mercoledì in Harley Street, e come avesse parlato con sua madre e tutti gli altri, e come avesse dichiarato davanti a tutti che non amava nessuno se non Lucy, e che non avrebbe avuto nessun’altra se non lei. E come fosse stato così tormentato da ciò che era accaduto, che appena se n’era andato da casa di sua madre, era salito a cavallo e aveva cavalcato in campagna, da qualche parte; e come fosse rimasto in una locanda tutto giovedì e venerdì, apposta per superare la cosa. E dopo averci riflettuto più e più volte, ha detto che gli sembrava che, ora che non aveva una fortuna e non aveva nulla, sarebbe stato alquanto scortese mantenere l’impegno, perché sarebbe stato solo una perdita per lei, poiché lui non aveva che duemila sterline e nessuna speranza di altro; e se avesse preso gli ordini, come aveva pensato, non avrebbe potuto ottenere nulla se non una curazia, e come avrebbero potuto vivere con quella? Non poteva sopportare di pensare che lei non facesse di meglio, e così la pregò, se ne avesse avuto la minima intenzione, di porre fine alla faccenda immediatamente, e lasciarlo arrangiarsi da solo. L’ho sentito dire tutto questo più chiaramente che mai. Ed è stato interamente per il suo bene, e per conto suo, che ha parlato di lasciar perdere, e non per il suo. Giuro che non ha mai lasciato cadere una sillaba sull’essere stanco di lei, o sul desiderare di sposare Miss Morton, o qualcosa di simile. Ma, naturalmente, Lucy non ha voluto dare ascolto a tale genere di discorsi; così gli ha detto subito (con un sacco di cose su dolcezza e amore, sapete, e tutto il resto; oh, cielo! non si possono ripetere certe cose, sapete) gli ha detto subito che non aveva la minima intenzione di lasciar perdere, perché avrebbe potuto vivere con lui con poco, e per quanto poco avesse avuto, sarebbe stata molto felice di averlo tutto, sapete, o qualcosa del genere. Così allora lui è stato mostruosamente felice, e ha parlato per un po’ su cosa avrebbero fatto, e hanno concordato che lui avrebbe preso gli ordini immediatamente, e che avrebbero dovuto aspettare di sposarsi finché non avesse ottenuto un beneficio ecclesiastico. E proprio allora non ho potuto sentire altro, perché mia cugina ha chiamato dal piano di sotto per dirmi che Mrs. Richardson era arrivata in carrozza, e avrebbe portato una di noi ai Kensington Gardens; così sono stata costretta ad andare nella stanza e interromperli, per chiedere a Lucy se le sarebbe piaciuto venire, ma lei non ha voluto lasciare Edward; così sono corsa di sopra, ho messo un paio di calze di seta e sono venuta via con i Richardson.»
«Non capisco cosa intendiate con l’interromperli,» disse Elinor; «eravate tutte nella stessa stanza insieme, non è vero?»
«No, davvero, non noi. Cielo! Miss Dashwood, pensate che la gente faccia l’amore quando c’è qualcun altro vicino? Oh, vergogna! Dovreste saperne di più, certo. (Ridendo in modo affettato.) No, no; erano chiusi insieme nel salotto, e tutto ciò che ho sentito è stato solo origliando alla porta.»
«Come!» esclamò Elinor; «avete ripetuto a me ciò che avete appreso solo origliando alla porta? Mi rincresce non averlo saputo prima; perché certamente non vi avrei permesso di darmi particolari di una conversazione che voi stessa non avreste dovuto conoscere. Come avete potuto comportarvi in modo così scorretto verso vostra sorella?»
«Oh, cielo! non c’è nulla in questo. Sono rimasta solo alla porta e ho sentito quel che potevo. E sono certa che Lucy avrebbe fatto esattamente lo stesso con me; perché un anno o due fa, quando Martha Sharpe ed io avevamo tanti segreti insieme, lei non si faceva alcuno scrupolo a nascondersi in un armadio, o dietro una lastra del camino, apposta per sentire ciò che dicevamo.»
Elinor cercò di parlare d’altro; ma Miss Steele non poté essere trattenuta oltre un paio di minuti da ciò che le premeva di più.
«Edward parla di andare presto a Oxford,» disse lei; «ma ora alloggia al numero —, Pall Mall. Che donna maligna è sua madre, non è vero? E vostro fratello e vostra sorella non sono stati molto gentili! Tuttavia, non dirò nulla contro di loro a voi; e certo ci hanno rimandato a casa con la loro carrozza, il che era più di quanto mi aspettassi. E per quanto mi riguarda, ero tutta in spavento per timore che vostra sorella ci chiedesse gli astucci da cucito che ci aveva dato un giorno o due prima; ma, tuttavia, non è stato detto nulla al riguardo, e mi sono premurata di tenere il mio fuori vista. Edward ha degli affari a Oxford, dice; così deve andarci per un po’; e dopo di ciò, appena potrà trovare un vescovo, sarà ordinato. Mi chiedo quale curazia otterrà! Buon cielo! (ridacchiando mentre parlava) Scommetto la vita che so cosa diranno le mie cugine quando lo sapranno. Mi diranno che dovrei scrivere al Dottore per far ottenere a Edward la curazia del suo nuovo beneficio. Lo so che lo faranno; ma sono certa che non farei una cosa simile per tutto l’oro del mondo. “Cielo!” dirò subito, “mi chiedo come possiate pensare a una cosa simile? Io scrivere al Dottore, davvero!”»
«Bene,» disse Elinor, «è un conforto essere preparate al peggio. Avete la vostra risposta pronta.»
Miss Steele stava per replicare sullo stesso argomento, ma l’avvicinarsi della sua compagnia ne rese necessario un altro.
«Oh, cielo! ecco che arrivano i Richardson. Avevo un sacco di cose da dirvi, ma non devo stare lontano da loro ancora a lungo. Vi assicuro che sono persone molto distinte. Lui guadagna un sacco di soldi e mantengono la loro carrozza. Non ho tempo di parlarne io stessa a Mrs. Jennings, ma vi prego di dirle che sono molto felice di sapere che non è in collera con noi, e lo stesso per Lady Middleton; e se dovesse accadere che voi e vostra sorella dobbiate andarvene, e Mrs. Jennings avesse bisogno di compagnia, sono certa che saremmo molto felici di venire a stare da lei per tutto il tempo che desidera. Suppongo che Lady Middleton non ci inviterà più per questa volta. Addio; mi rincresce che Miss Marianne non fosse qui. Ricordatemi affettuosamente a lei. Cielo! se non avete il vostro mussola a pois! Mi chiedo come non abbiate avuto paura che si strappasse.»
Tale fu la sua preoccupazione nel congedarsi; poiché dopo ciò, ebbe tempo solo di rivolgere i suoi saluti di addio a Mrs. Jennings, prima che la sua compagnia fosse reclamata da Mrs. Richardson; ed Elinor fu lasciata in possesso di conoscenze che potevano nutrire il suo potere di riflessione per un po’, sebbene avesse appreso ben poco più di quanto fosse già stato previsto e pianificato nella sua mente. Il matrimonio di Edward con Lucy era fermamente deciso, e il momento in cui avrebbe avuto luogo rimaneva assolutamente incerto, come lei aveva concluso sarebbe stato; ogni cosa dipendeva, esattamente secondo le sue aspettative, dall’ottenimento di quel beneficio ecclesiastico di cui, al momento, non sembrava esserci la minima possibilità.
Non appena tornarono alla carrozza, Mrs. Jennings fu ansiosa di avere informazioni; ma poiché Elinor desiderava diffondere il meno possibile notizie che in primo luogo erano state ottenute in modo così scorretto, si limitò alla breve ripetizione di quei semplici particolari che riteneva con certezza che Lucy, per amor della propria importanza, avrebbe scelto fossero noti. La continuità del loro fidanzamento e i mezzi che si potevano adottare per promuoverne il fine fu tutto ciò che comunicò; e ciò produsse da parte di Mrs. Jennings la seguente naturale osservazione.
«Aspettare che lui ottenga un beneficio! Sì, sappiamo tutti come andrà a finire: aspetteranno un anno e, scoprendo che non ne viene nulla di buono, si accontenteranno di una curazia di cinquanta sterline l’anno, con l’interesse delle sue duemila sterline e quel poco che Mr. Steele e Mr. Pratt possono darle. Poi avranno un figlio ogni anno! E che Dio li aiuti! quanto saranno poveri! Devo vedere cosa posso dare loro per arredare la casa. Due cameriere e due domestici, davvero! come dicevo l’altro giorno. No, no, devono trovarsi una robusta ragazza tuttofare. La sorella di Betty non andrebbe mai bene per loro ora.»
La mattina seguente portò a Elinor una lettera per posta ordinaria da Lucy stessa. Era la seguente:
«Bartlett’s Building, marzo.
«Spero che la mia cara signorina Dashwood voglia scusare la libertà che mi prendo nello scriverle; ma so che la sua amicizia per me le farà piacere sentirmi dare buone notizie di me e del mio caro Edward, dopo tutte le tribolazioni che abbiamo passato ultimamente, perciò non farò altre scuse, ma procederò dicendo che, grazie a Dio! benché abbiamo sofferto terribilmente, ora stiamo entrambi bene, e felici come dobbiamo sempre essere nell'amore l'uno dell'altra. Abbiamo avuto grandi prove, e grandi persecuzioni, ma tuttavia, allo stesso tempo, riconosciamo con gratitudine molti amici, e lei non è l’ultima tra loro, la cui grande gentilezza ricorderò sempre con gratitudine, come farà anche Edward, a cui ne ho parlato. Sono certa che le farà piacere sapere, così come alla cara signora Jennings, che ho trascorso due ore felici con lui ieri pomeriggio; non voleva sentir parlare di separarci, benché io, come pensavo richiedesse il mio dovere, lo abbia sollecitato caldamente a farlo per prudenza, e mi sarei separata per sempre sul momento, se lui vi avesse acconsentito; ma lui ha detto che non accadrà mai, che non si cura dell'ira di sua madre, finché può avere il mio affetto; le nostre prospettive non sono molto luminose, questo è certo, ma dobbiamo aspettare, e sperare per il meglio; egli sarà ordinato a breve; e se mai fosse in suo potere raccomandarlo a qualcuno che abbia un beneficio da conferire, sono certa che non si dimenticherà di noi, e spero che anche la cara signora Jennings vorrà dire una buona parola per noi a Sir John, o al signor Palmer, o a qualsiasi amico che possa essere in grado di aiutarci. La povera Anne è stata molto biasimevole per ciò che ha fatto, ma lo ha fatto a fin di bene, quindi non dico nulla; spero che la signora Jennings non trovi troppo fastidioso farci visita, se dovesse passare da queste parti una mattina, sarebbe una grande gentilezza, e i miei cugini sarebbero orgogliosi di conoscerla. Il mio foglio mi ricorda di concludere; e pregandola di ricordarmi con la massima gratitudine e rispetto a lei, e a Sir John, e a Lady Middleton, e ai cari bambini, quando avrà occasione di vederli, e affetto alla signorina Marianne,
Sono, ecc.»
Non appena Elinor ebbe finito di leggerla, eseguì quello che riteneva fosse il vero intento dell'autrice, mettendola nelle mani della signora Jennings, che la lesse ad alta voce con molti commenti di soddisfazione e lode.
«Molto bene davvero! — come scrive graziosamente! — sì, è stato proprio opportuno lasciarlo andare, se lui voleva. È stato proprio da Lucy. Povera anima! Vorrei poter procurargli un beneficio, con tutto il cuore. Mi chiama cara signora Jennings, vede. È una ragazza di buon cuore come poche. Molto bene, parola mia. Quella frase è resa molto graziosamente. Sì, sì, andrò a trovarla, di sicuro. Com'è premurosa, a pensare a tutti! — Grazie, mia cara, per avermela mostrata. È una lettera bella quanto mai ne ho viste, e fa molto onore alla testa e al cuore di Lucy.»
CAPITOLO XXXIX.
Le signorine Dashwood erano ormai a Londra da poco più di due mesi, e l'impazienza di Marianne di andarsene aumentava ogni giorno. Sospirava per l'aria, la libertà, la quiete della campagna; e immaginava che se un luogo avesse potuto darle sollievo, quello doveva essere Barton. Elinor non era meno ansiosa di lei di partire, e soltanto meno decisa che ciò avvenisse immediatamente, in quanto consapevole delle difficoltà di un viaggio così lungo, che Marianne non voleva riconoscere. Iniziò, tuttavia, a rivolgere seriamente i propri pensieri alla sua realizzazione, e aveva già accennato ai loro desideri alla loro gentile ospite, che vi si oppose con tutta l'eloquenza della sua benevolenza, quando venne suggerito un piano che, pur trattenendole lontano da casa ancora per qualche settimana, apparve a Elinor nel complesso molto più preferibile di qualsiasi altro. I Palmer si sarebbero trasferiti a Cleveland verso la fine di marzo, per le vacanze di Pasqua; e la signora Jennings, insieme a entrambe le sue amiche, ricevette un caldissimo invito da Charlotte ad andare con loro. Di per sé, questo non sarebbe stato sufficiente per la delicatezza della signorina Dashwood; — ma fu sostenuto con tanta autentica cortesia dallo stesso signor Palmer che, unito al grandissimo miglioramento dei suoi modi verso di loro da quando si era saputo che sua sorella era infelice, la indusse ad accettare con piacere.
Quando comunicò a Marianne ciò che aveva fatto, tuttavia, la sua prima risposta non fu di buon auspicio.
«Cleveland!» — esclamò, con grande agitazione. «No, non posso andare a Cleveland.»
«Dimentichi», disse Elinor gentilmente, «che la sua posizione non è... che non è nei dintorni di...»
«Ma è nel Somersetshire. — Non posso andare nel Somersetshire. — Lì, dove aspettavo di andare... No, Elinor, non puoi aspettarti che io ci vada.»
Elinor non volle discutere sull'opportunità di superare tali sentimenti; — si sforzò soltanto di contrastarli lavorando su altri; — lo presentò, quindi, come una misura che avrebbe stabilito il momento del suo ritorno da quella cara madre, che desiderava tanto vedere, in un modo più opportuno e confortevole di quanto qualsiasi altro piano avrebbe potuto fare, e forse senza alcun ulteriore ritardo. Da Cleveland, che distava poche miglia da Bristol, la distanza da Barton non superava un giorno, sebbene lungo, di viaggio; e il servitore della loro madre avrebbe potuto facilmente venire lì per accompagnarle giù; e poiché non ci sarebbe stato motivo di restare a Cleveland più di una settimana, avrebbero potuto essere a casa in poco più di tre settimane. Poiché l'affetto di Marianne per sua madre era sincero, esso doveva trionfare con poca difficoltà sui mali immaginari che aveva sollevato.
La signora Jennings era così lontana dall'essere stanca delle sue ospiti, che le sollecitò con grande premura a tornare di nuovo con lei da Cleveland. Elinor le fu grata per l'attenzione, ma ciò non poté mutare il suo disegno; e ottenuto prontamente il consenso della madre, tutto ciò che riguardava il loro ritorno fu sistemato per quanto possibile; — e Marianne trovò un certo sollievo nel tracciare un prospetto delle ore che ancora la dividevano da Barton.
«Ah! Colonnello, non so cosa faremo io e lei senza le signorine Dashwood;» — fu l'esordio della signora Jennings quando egli andò a trovarla, dopo che la loro partenza fu stabilita — «perché sono ben decise ad andare a casa dai Palmer; — e quanto ci sentiremo sperduti, quando tornerò! — Signore! ce ne staremo seduti a guardarci l'un l'altro, tristi come due gatti.»
Forse la signora Jennings sperava, con questo vigoroso schizzo del loro futuro tedio, di provocarlo a fare quell'offerta che avrebbe potuto dargli una via d'uscita; e se era così, poco dopo ebbe buoni motivi per pensare che il suo obiettivo fosse stato raggiunto; poiché, mentre Elinor si spostava verso la finestra per prendere più speditamente le misure di una stampa che stava per copiare per la sua amica, egli la seguì con uno sguardo di particolare significato, e conversò con lei lì per diversi minuti. Anche l'effetto del suo discorso sulla signora non poté sfuggire alla sua osservazione, poiché, sebbene fosse troppo onorevole per origliare, e avesse persino cambiato posto, apposta per non sentire, mettendosi vicino al pianoforte su cui stava suonando Marianne, non poté fare a meno di vedere che Elinor cambiava colore, con aria agitata, ed era troppo assorta in ciò che lui diceva per proseguire il suo lavoro. Ancora oltre a conferma delle sue speranze, nell'intervallo in cui Marianne passava da un esercizio all'altro, alcune parole del Colonnello le giunsero inevitabilmente all'orecchio, nelle quali sembrava scusarsi per la bruttezza della sua casa. Ciò mise la faccenda fuori da ogni dubbio. Si stupì, in verità, che egli ritenesse necessario farlo; ma suppose che fosse la corretta etichetta. Cosa rispondesse Elinor non poté distinguere, ma giudicò dal movimento delle sue labbra che lei non lo ritenesse un'obiezione materiale; e la signora Jennings la elogiò in cuor suo per essere così onesta. Continuarono a parlare per qualche minuto ancora senza che lei cogliesse una sillaba, quando un'altra fortunata pausa nell'esecuzione di Marianne le portò queste parole con la voce calma del Colonnello: —
«Temo che non possa avvenire molto presto.»
Stupita e scioccata da un discorso così poco innamorato, fu quasi pronta a esclamare: «Signore! cosa dovrebbe impedirlo?» — ma frenando il suo desiderio, si limitò a questa silenziosa esclamazione.
«È molto strano! — di certo non ha bisogno di aspettare di essere più vecchio.»
Questo ritardo da parte del Colonnello, tuttavia, non sembrò offendere o mortificare minimamente la sua bella compagna, poiché, al termine della conferenza poco dopo, e muovendosi in direzioni diverse, la signora Jennings sentì chiaramente Elinor dire, e con una voce che mostrava che sentiva ciò che diceva:
«Mi riterrò sempre molto obbligata verso di lei.»
La signora Jennings fu deliziata dalla sua gratitudine, e si stupì soltanto che, dopo aver sentito una tale frase, il Colonnello fosse in grado di congedarsi da loro, come fece immediatamente, con la massima sang-froid, e andarsene senza darle alcuna risposta! Non avrebbe mai pensato che il suo vecchio amico potesse essere un corteggiatore così indifferente.
Ciò che era realmente passato tra loro era stato quanto segue.
«Ho sentito dire», disse egli, con grande compassione, «dell'ingiustizia che il suo amico signor Ferrars ha subito dalla sua famiglia; poiché, se intendo bene la faccenda, è stato interamente ripudiato da loro per aver perseverato nel suo fidanzamento con una giovane donna molto meritevole. Sono stato informato correttamente? È così?»
Elinor gli disse di sì.
«La crudeltà, l'impolitica crudeltà», rispose egli, con grande sentimento, «di dividere, o tentare di dividere, due giovani legati da lungo tempo l'uno all'altra, è terribile. La signora Ferrars non sa cosa possa stare facendo... a cosa possa spingere suo figlio. Ho visto il signor Ferrars due o tre volte in Harley Street, e mi è piaciuto molto. Non è un giovane con cui si possa entrare in confidenza in poco tempo, ma ne ho visto abbastanza da augurargli ogni bene per lui stesso, e come suo amico, lo desidero ancora di più. Mi risulta che intenda prendere gli ordini. Sarebbe così gentile da dirgli che il beneficio di Delaford, ora appena vacante, come mi è stato comunicato dalla posta di oggi, è suo, se pensa che valga la pena accettarlo; ma che, forse, trovatosi in circostanze così sfortunate come ora, potrebbe essere sciocco sembrare dubitare; vorrei solo che fosse più redditizio. È una rettoria, ma piccola; il defunto titolare, credo, non facesse più di 200 sterline all'anno, e sebbene sia certamente suscettibile di miglioramento, temo non in misura tale da garantirgli un reddito molto confortevole. Così com'è, tuttavia, il mio piacere nel conferirglielo sarà grandissimo. La prego di assicurarglielo.»
Lo stupore di Elinor per questo incarico non avrebbe potuto essere maggiore se il Colonnello le avesse fatto realmente un'offerta di matrimonio. Il beneficio, che solo due giorni prima aveva considerato senza speranze per Edward, era già provveduto per permettergli di sposarsi; e lei, tra tutte le persone al mondo, era stata scelta per conferirlo! La sua emozione era tale che la signora Jennings l'aveva attribuita a una causa molto diversa; ma qualunque sentimento minore, meno puro, meno piacevole, potesse avere una parte in quell'emozione, la sua stima per la benevolenza generale, e la sua gratitudine per la particolare amicizia, che insieme spingevano il Colonnello Brandon a questo atto, furono sentite profondamente, e calorosamente espresse. Lo ringraziò con tutto il cuore, parlò dei principi e del carattere di Edward con quella lode che sapeva meritassero; e promise di farsi carico dell'incarico con piacere, se fosse stato davvero il suo desiderio affidare un ufficio così piacevole a qualcun altro. Ma allo stesso tempo, non poté fare a meno di pensare che nessuno avrebbe potuto assolverlo meglio di lui stesso. Era un ufficio, insomma, dal quale, non volendo dare a Edward il dolore di ricevere un obbligo da lei, sarebbe stata molto lieta di essere risparmiata lei stessa; ma il Colonnello Brandon, mosso da motivi di uguale delicatezza, declinando anch'egli, sembrava ancora così desideroso che fosse dato tramite lei, che non avrebbe per nulla al mondo opposto ulteriore resistenza. Edward, credeva, era ancora in città, e fortunatamente aveva sentito il suo indirizzo dalla signorina Steele. Poteva quindi impegnarsi a informarlo nel corso della giornata. Dopo che ciò fu stabilito, il Colonnello Brandon iniziò a parlare del proprio vantaggio nel garantirsi un vicino così rispettabile e piacevole, e fu allora che menzionò con rammarico che la casa era piccola e mediocre; un male che Elinor, come la signora Jennings aveva supposto, prese molto alla leggera, almeno per quanto riguardava le sue dimensioni.
«La piccolezza della casa», disse lei, «non posso immaginare sia un inconveniente per loro, poiché sarà proporzionata alla loro famiglia e al loro reddito.»
Con ciò il Colonnello fu sorpreso di scoprire che lei stava considerando il matrimonio del signor Ferrars come la conseguenza certa della presentazione; poiché non riteneva possibile che il beneficio di Delaford potesse fornire un reddito tale che chiunque del suo ceto sociale si azzarderebbe a stabilire, e lo disse.
«Questa piccola rettoria non può fare altro che rendere il signor Ferrars agiato come scapolo; non può permettergli di sposarsi. Mi dispiace dire che il mio patrocinio finisce qui; e il mio interesse non è molto più esteso. Se, tuttavia, per un caso imprevisto fosse in mio potere servirlo ulteriormente, dovrei pensarla molto diversamente di lui da come ora faccio, se non fossi pronto a essergli utile allora come desidero sinceramente di poter essere al momento. Ciò che sto facendo ora, davvero, non sembra nulla, dato che può farlo avanzare così poco verso quello che deve essere il suo principale, il suo unico oggetto di felicità. Il suo matrimonio deve essere ancora un bene lontano; almeno, temo che non possa avvenire molto presto.»
Tale era la frase che, quando fraintesa, offese così giustamente i delicati sentimenti della signora Jennings; ma dopo questa narrazione di ciò che realmente passò tra il Colonnello Brandon ed Elinor, mentre stavano alla finestra, la gratitudine espressa da quest'ultima al congedarsi può, forse, apparire in generale non meno ragionevolmente suscitata, né meno appropriatamente espressa di quanto se fosse nata da un'offerta di matrimonio.
CAPITOLO XL.
«Bene, signorina Dashwood», disse la signora Jennings, sorridendo sagacemente, non appena il gentiluomo si fu ritirato, «non le chiedo cosa le abbia detto il Colonnello; perché sebbene, le giuro, abbia cercato di non ascoltare, non ho potuto fare a meno di cogliere abbastanza da capire il suo affare. E le assicuro che non sono mai stata più contenta in vita mia, e le auguro gioia con tutto il cuore.»
«Grazie, signora», disse Elinor. «È motivo di grande gioia per me; e sento la bontà del Colonnello Brandon in modo assai sensibile. Non ci sono molti uomini che agirebbero come ha fatto lui. Pochi hanno un cuore così compassionevole! Non sono mai stata più stupita in vita mia.»
«Signore! mia cara, lei è molto modesta. Io non sono affatto stupita, poiché ho pensato spesso ultimamente che non ci fosse nulla di più probabile che accadesse.»
«Lei ha giudicato dalla sua conoscenza della benevolenza generale del Colonnello; ma almeno non poteva prevedere che l'opportunità si sarebbe presentata così presto.»
«Opportunità!» ripeté la signora Jennings — «Oh! per quanto riguarda questo, quando un uomo ha deciso una cosa del genere, in un modo o nell'altro troverà presto un'opportunità. Bene, mia cara, le auguro gioia ancora e ancora; e se mai c'è stata una coppia felice al mondo, penso che saprò presto dove cercarla.»
«Intende andare a Delaford a trovarli, suppongo», disse Elinor, con un debole sorriso.
«Sì, mia cara, intendo farlo, davvero. E quanto al fatto che la casa sia brutta, non so cosa voglia il Colonnello, perché è bella quanto ogni altra che abbia mai visto.»
«Parlava del fatto che fosse in cattivo stato di riparazione.»
«Bene, e di chi è la colpa? perché non la ripara? — chi dovrebbe farlo se non lui stesso?»
Furono interrotte dal servitore che entrò ad annunciare che la carrozza era alla porta; e la signora Jennings, preparandosi immediatamente ad andare, disse: —
«Bene, mia cara, devo andare prima di aver terminato metà del mio discorso. Ma, tuttavia, potremo riprenderlo tutto questa sera; perché saremo completamente sole. Non le chiedo di venire con me, perché oso dire che la sua mente è troppo piena della faccenda per curarsi di compagnia; e inoltre, deve desiderare di raccontare tutto a sua sorella.»
Marianne aveva lasciato la stanza prima che la conversazione iniziasse.
«Certamente, signora, lo dirò a Marianne; ma per il momento non ne farò parola a nessun altro.»
«Oh! va bene», disse la signora Jennings alquanto delusa. «Allora non vuole che lo dica a Lucy, perché pensavo di arrivare fino a Holborn oggi.»
«No, signora, nemmeno a Lucy, se le aggrada. Un giorno di ritardo non sarà molto rilevante; e finché non avrò scritto al signor Ferrars, penso che non dovrebbe essere menzionato a nessun altro. Lo farò direttamente. È importante che non si perda tempo con lui, perché naturalmente avrà molto da fare in relazione alla sua ordinazione.»
Questo discorso inizialmente lasciò la signora Jennings estremamente perplessa. Perché si dovesse scrivere al signor Ferrars a riguardo con tanta fretta, non riuscì immediatamente a comprenderlo. Alcuni istanti di riflessione, tuttavia, produssero un'idea molto felice, ed ella esclamò: —
«Oh, oh! — capisco. Il signor Ferrars sarà l'uomo. Bene, tanto meglio per lui. Sì, di sicuro, deve essere ordinato in tempo; e sono molto lieta di scoprire che le cose sono così avanti tra voi. Ma, mia cara, non è un po' fuori luogo? Il Colonnello non dovrebbe scrivere lui stesso? — di certo, è la persona indicata.»
Elinor non comprese del tutto l'inizio del discorso della signora Jennings, né pensò valesse la pena indagare; e quindi rispose solo alla sua conclusione.
«Il Colonnello Brandon è un uomo così delicato che ha preferito che fosse qualcun altro ad annunciare le sue intenzioni al signor Ferrars piuttosto che lui stesso.»
«E così lei è costretta a farlo. Bene, è un tipo di delicatezza strano! Comunque, non la disturberò (vedendola prepararsi a scrivere). Lei sa meglio di chiunque altro le sue faccende. Quindi addio, mia cara. Non ho sentito nulla che mi piacesse così tanto da quando Charlotte ha partorito.»
E se ne andò; ma ritornando un istante dopo,
«Stavo giusto pensando alla sorella di Betty, mia cara. Sarei molto lieta di trovarle una padrona così buona. Ma se andrebbe bene come cameriera personale, non ne sono affatto certa. È un'eccellente domestica, e lavora molto bene di ago. Comunque, penserà a tutto ciò con calma.»
«Certamente, signora», rispose Elinor, non ascoltando molto di ciò che diceva, e più ansiosa di rimanere sola che di diventare padrona dell'argomento.
Da dove iniziare — come esprimersi nel suo biglietto a Edward, era ora tutta la sua preoccupazione. Le particolari circostanze tra loro rendevano difficile ciò che per chiunque altro sarebbe stata la cosa più facile del mondo; ma temeva ugualmente di dire troppo o troppo poco, e sedette a riflettere sul suo foglio, con la penna in mano, finché non fu interrotta dall'ingresso di Edward stesso.
Aveva incontrato la signora Jennings alla porta, mentre si dirigeva alla carrozza, mentre lui arrivava per lasciare il suo biglietto di commiato; e lei, dopo essersi scusata per non poter tornare indietro, lo aveva obbligato a entrare, dicendo che la signorina Dashwood era di sopra, e voleva parlargli di affari molto particolari.
Elinor si era appena congratulata con se stessa, nel mezzo della sua perplessità, del fatto che per quanto potesse essere difficile esprimersi correttamente per iscritto, ciò fosse almeno preferibile al dover dare l'informazione a voce, quando il suo visitatore entrò, costringendola a questo sforzo supremo. Il suo stupore e la sua confusione furono grandissimi per quella sua apparizione così improvvisa. Non lo vedeva da quando il suo fidanzamento era diventato pubblico, e dunque da quando sapeva che lei ne era al corrente; ciò, unito alla consapevolezza di quanto avesse pensato e di quanto dovesse dirgli, la fece sentire particolarmente a disagio per alcuni minuti. Anche lui era molto turbato; e sedettero insieme in uno stato di imbarazzo assai promettente. Se le avesse chiesto perdono per la sua intrusione appena entrato nella stanza, non riusciva a ricordarlo; ma, determinato a non correre rischi, fece le sue scuse formali non appena fu in grado di dire qualcosa, dopo essersi seduto.
«La signora Jennings mi ha detto» esordì, «che desiderava parlarmi, almeno così ho compreso, altrimenti non mi sarei certamente introdotto in tal modo; sebbene, allo stesso tempo, mi sarebbe spiaciuto immensamente lasciare Londra senza vedere lei e sua sorella; specialmente perché sarà molto probabilmente tra un po’ di tempo — non è probabile che io possa avere presto il piacere di incontrarvi di nuovo. Domani parto per Oxford.»
«Non sarebbe partito, tuttavia,» disse Elinor, riprendendosi e determinata a superare quanto temeva così tanto il prima possibile, «senza ricevere i nostri auguri, anche se non fossimo state in grado di porgerli di persona. La signora Jennings ha detto proprio bene. Ho qualcosa di importante da comunicarle, che ero sul punto di affidare alla carta. Sono incaricata di un compito oltremodo gradito (respirando un po’ più velocemente del solito mentre parlava). Il colonnello Brandon, che è stato qui solo dieci minuti fa, mi ha pregato di dirle che, sapendo della sua intenzione di prendere gli ordini, ha grande piacere nell'offrirle il beneficio di Delaford, ora appena vacante, e desidera solo che fosse più redditizio. Mi permetta di congratularmi con lei per avere un amico così rispettabile e giudizioso, e di unirmi al suo augurio che il beneficio — si tratta di circa duecento sterline l'anno — fosse assai più considerevole, e tale da permetterle meglio di... da poter essere più di una sistemazione temporanea per lei; tale, in breve, da realizzare tutti i suoi progetti di felicità.»
Ciò che Edward provò, non potendo dirlo lui stesso, non ci si può aspettare che altri lo dica per lui. Manifestò tutto lo stupore che una notizia così inaspettata e impensata non poteva mancare di suscitare; ma disse solo queste due parole:
«Il colonnello Brandon!»
«Sì,» continuò Elinor, trovando maggiore risolutezza ora che il peggio era passato, «il colonnello Brandon intende questo come una testimonianza del suo rammarico per quanto accaduto di recente — per la crudele situazione in cui l'ingiustificabile condotta della sua famiglia l'ha posto — un rammarico che sono certa Marianne, io stessa e tutti i suoi amici dobbiamo condividere; e allo stesso tempo come prova della sua alta stima per il suo carattere generale e della sua particolare approvazione per il suo comportamento in questa circostanza.»
«Il colonnello Brandon mi offre un beneficio! È possibile?»
«La mancanza di gentilezza dei suoi stessi parenti l'ha resa stupito di trovare amicizia ovunque.»
«No,» rispose lui, con improvvisa consapevolezza, «non di trovarla in lei; poiché non posso ignorare che a lei, alla sua bontà, devo tutto. Lo sento, vorrei esprimerlo se potessi, ma, come ben sa, non sono un oratore.»
«Si sbaglia di grosso. Le assicuro che lo deve interamente, o quasi interamente, al suo merito e al discernimento che il colonnello Brandon ne ha avuto. Non ho avuto alcun ruolo in questo. Non sapevo nemmeno, finché non ho compreso il suo intento, che il beneficio fosse vacante; né mi era mai passato per la mente che egli potesse avere un tale beneficio sotto il suo patronato. Come amico mio, della mia famiglia, egli può, forse... anzi, so che ha un piacere ancora maggiore nel concederlo; ma, le assicuro, non deve nulla alla mia sollecitazione.»
La verità la costrinse a riconoscere un piccolo contributo all'azione, ma era allo stesso tempo così riluttante ad apparire come la benefattrice di Edward, che lo ammise con esitazione; cosa che probabilmente contribuì a fissare nella sua mente quel sospetto che vi era appena entrato. Per un breve momento rimase immerso nei pensieri, dopo che Elinor ebbe smesso di parlare; infine, e come se fosse uno sforzo, disse:
«Il colonnello Brandon sembra un uomo di grande valore e rispettabilità. L'ho sempre sentito definire tale, e so che suo fratello lo stima molto. È senza dubbio un uomo di buon senso e, nei modi, un perfetto gentiluomo.»
«Davvero,» rispose Elinor, «credo che, conoscendolo meglio, lo troverà tutto ciò che le hanno riferito, e siccome sarete vicini di casa (poiché intendo che la canonica sia quasi adiacente alla dimora padronale), è particolarmente importante che egli sia proprio così.»
Edward non rispose; ma quando lei ebbe voltato la testa, le rivolse uno sguardo così serio, così intenso, così poco allegro, da sembrare dire che in futuro avrebbe potuto desiderare che la distanza tra la canonica e la dimora padronale fosse molto maggiore.
«Il colonnello Brandon, credo, alloggi a St. James Street,» disse poco dopo, alzandosi dalla sedia.
Elinor gli indicò il numero della casa.
«Devo affrettarmi, allora, per porgergli quei ringraziamenti che lei non mi permette di dare a lei; per assicurargli che mi ha reso un uomo molto... un uomo straordinariamente felice.»
Elinor non si offrì di trattenerlo; e si separarono, con un'accorata assicurazione da parte di lei dei suoi incessanti auguri per la felicità di lui in ogni cambiamento di situazione che potesse attenderlo; da parte di lui, con un tentativo di ricambiare la stessa benevolenza piuttosto che la capacità di esprimerla.
«Quando lo rivedrò,» disse Elinor a se stessa, mentre la porta si chiudeva dietro di lui, «lo vedrò come marito di Lucy.»
E con questa lieta anticipazione, si sedette a riconsiderare il passato, a richiamare alla mente le parole e a cercare di comprendere tutti i sentimenti di Edward; e, naturalmente, a riflettere sui propri con scontento.
Quando la signora Jennings tornò a casa, sebbene fosse di ritorno dall'aver incontrato persone che non aveva mai visto prima, e di cui dunque doveva avere molto da dire, la sua mente era così occupata dall'importante segreto in suo possesso, più che da qualsiasi altra cosa, che vi ritornò non appena Elinor apparve.
«Bene, cara mia,» esclamò, «ho mandato da te il giovanotto. Non ho fatto bene? E suppongo che tu non abbia avuto grandi difficoltà... Non l'hai trovato molto riluttante ad accettare la tua proposta?»
«No, signora; non era molto probabile.»
«Bene, e quanto presto sarà pronto? Perché sembra che tutto dipenda da questo.»
«Davvero,» disse Elinor, «ne so così poco di questo genere di formalità, che riesco a stento a congetturare sui tempi o sulla preparazione necessaria; ma suppongo che due o tre mesi basteranno per la sua ordinazione.»
«Due o tre mesi!» esclamò la signora Jennings; «Dio! cara mia, come ne parli con calma; e può il colonnello aspettare due o tre mesi! Dio mi benedica! Sono certa che perderei la pazienza! E sebbene si sia ben contenti di fare un favore al povero signor Ferrars, penso che non valga la pena aspettare due o tre mesi per lui. Di sicuro si potrebbe trovare qualcun altro che andrebbe altrettanto bene; qualcuno che ha già preso gli ordini.»
«Cara signora,» disse Elinor, «a cosa può pensare? Perché, l'unico scopo del colonnello Brandon è quello di essere utile al signor Ferrars.»
«Dio ti benedica, cara mia! Non vorrai mica persuadermi che il colonnello ti sposi solo per dare dieci ghinee al signor Ferrars!»
L'inganno non poté continuare dopo questo; e avvenne immediatamente un chiarimento, grazie al quale entrambe trassero un considerevole divertimento per il momento, senza alcuna perdita sostanziale di felicità per nessuna delle due, poiché la signora Jennings scambiò solo una forma di diletto con un'altra, senza comunque rinunciare alla sua aspettativa per la prima.
«Sì, sì, la canonica è solo una piccola casa,» disse, dopo che la prima ebollizione di sorpresa e soddisfazione fu passata, «e molto probabilmente avrà bisogno di riparazioni; ma sentire un uomo scusarsi, come pensavo, per una casa che, per quanto ne so, ha cinque stanze di soggiorno al piano terra, e credo che la governante mi abbia detto che potrebbe preparare quindici letti! E a te, poi, che eri abituata a vivere al Barton cottage! Sembra del tutto ridicolo. Ma, cara mia, dobbiamo spronare il colonnello a fare qualcosa per la canonica e renderla confortevole per loro, prima che Lucy vi si trasferisca.»
«Ma il colonnello Brandon non sembra avere idea che il beneficio sia sufficiente a permettere loro di sposarsi.»
«Il colonnello è un allocco, cara mia; perché lui ha duemila sterline l'anno, pensa che nessun altro possa sposarsi con meno. Credimi, se sarò ancora viva, farò visita alla canonica di Delaford prima di San Michele; e sono certa che non ci andrò se Lucy non sarà lì.»
Elinor era perfettamente del suo parere, circa la probabilità che non aspettassero altro.
CAPITOLO XLI.
Edward, dopo aver portato i suoi ringraziamenti al colonnello Brandon, si recò, col suo carico di felicità, da Lucy; e tale fu l'eccesso di essa nel momento in cui giunse ai Bartlett’s Buildings, che lei fu in grado di assicurare alla signora Jennings, che tornò a trovarla il giorno seguente con le sue congratulazioni, di non averlo mai visto in vita sua di tale umore.
La sua felicità e il suo umore erano, per lo meno, ben certi; e si unì alla signora Jennings con la massima cordialità nella speranza che fossero tutti comodamente insieme nella canonica di Delaford prima di San Michele. Tanto era lontana, allo stesso tempo, da qualsiasi reticenza nel dare a Elinor quel merito che Edward le voleva attribuire, che parlò della sua amicizia per entrambi con il più riconoscente calore, fu pronta a riconoscere ogni loro obbligo verso di lei, e dichiarò apertamente che nessuno sforzo per il loro bene da parte della signorina Dashwood, presente o futuro, l'avrebbe mai sorpresa, poiché la credeva capace di fare qualsiasi cosa al mondo per coloro che apprezzava davvero. Quanto al colonnello Brandon, non solo era pronta ad adorarlo come un santo, ma era inoltre sinceramente ansiosa che fosse trattato come tale in ogni faccenda mondana; ansiosa che le sue decime fossero aumentate al massimo; e risolse segretamente di approfittare, a Delaford, per quanto le fosse possibile, dei suoi servitori, della sua carrozza, delle sue mucche e del suo pollame.
Era ormai passata più di una settimana da quando John Dashwood era passato a Berkeley Street, e poiché da quel momento non era stato preso alcun accenno da parte loro riguardo all'indisposizione della moglie, al di là di una richiesta verbale, Elinor iniziò a sentire il dovere di farle visita. Questo era un obbligo, tuttavia, che non solo contrastava con la sua inclinazione, ma che non aveva l'aiuto di alcun incoraggiamento da parte delle sue compagne. Marianne, non contenta di rifiutarsi categoricamente di andare, fu molto insistente nel voler impedire alla sorella di andarci del tutto; e la signora Jennings, sebbene la sua carrozza fosse sempre a disposizione di Elinor, non amava affatto la signora John Dashwood, tanto che nemmeno la sua curiosità di vedere che aspetto avesse dopo la recente scoperta, né il suo forte desiderio di affrontarla prendendo le parti di Edward, potevano superare la sua riluttanza a trovarsi di nuovo in sua compagnia. La conseguenza fu che Elinor partì da sola per fare una visita per la quale nessuno avrebbe potuto avere meno inclinazione, e a correre il rischio di un tête-à-tête con una donna che nessuna delle altre due aveva tante ragioni di detestare.
La signora Dashwood non era in casa; ma prima che la carrozza potesse allontanarsi, suo marito uscì accidentalmente. Espresse grande piacere nell'incontrare Elinor, le disse che stava giusto andando a far visita a Berkeley Street e, assicurandole che Fanny sarebbe stata molto lieta di vederla, la invitò a entrare.
Salirono al piano di sopra, nel salotto. Non c'era nessuno.
«Fanny è nella sua stanza, suppongo,» disse lui: «Andrò presto da lei, perché sono certo che non avrà la minima obiezione al mondo nel vederla. Tutt'altro, davvero. Ora specialmente non ci può essere... ma comunque, lei e Marianne siete sempre state grandi favorite. Perché Marianne non è voluta venire?»
Elinor trovò la scusa migliore che poté.
«Non mi dispiace vederti da sola,» replicò lui, «perché ho parecchio da dirti. Questo beneficio del colonnello Brandon... può essere vero? L'ha dato davvero a Edward? L'ho sentito ieri per caso, e stavo venendo da te apposta per indagare meglio sulla cosa.»
«È perfettamente vero. Il colonnello Brandon ha dato il beneficio di Delaford a Edward.»
«Davvero! Bene, questo è assai sorprendente! Nessuna parentela! Nessun legame tra loro! E ora che i benefici raggiungono prezzi simili! Qual era il valore di questo?»
«Circa duecento sterline l'anno.»
«Benissimo, e per la prossima presentazione a un beneficio di tale valore... supponendo che l'ultimo titolare fosse vecchio e malaticcio, e probabile che lo rendesse vacante presto... avrebbe potuto ottenere, oserei dire, quattordicento sterline. E com'è che non ha risolto la questione prima della morte di questa persona? Ora, davvero, sarebbe troppo tardi per venderlo, ma un uomo del buon senso del colonnello Brandon! Mi stupisce che sia stato così imprudente su un punto di tale comune, tale naturale interesse! Bene, sono convinto che ci sia una vastissima dose di incoerenza in quasi ogni carattere umano. Suppongo, tuttavia, a ben riflettere, che il caso possa probabilmente essere questo: Edward deve tenere il beneficio solo finché la persona a cui il colonnello ha realmente venduto la presentazione non sia abbastanza vecchia da prenderlo. Sì, sì, questo è il fatto, contaci pure.»
Elinor lo contraddisse, tuttavia, molto decisamente; e raccontando di essere stata lei stessa incaricata di trasmettere l'offerta dal colonnello Brandon a Edward, e che, pertanto, doveva conoscere i termini in cui era stata data, lo costrinse a sottomettersi alla sua autorità.
«È davvero sorprendente!» esclamò, dopo aver ascoltato ciò che lei diceva: «quale potrebbe essere il movente del colonnello?»
«Uno molto semplice: essere utile al signor Ferrars.»
«Bene, bene; qualunque cosa possa essere il colonnello Brandon, Edward è un uomo molto fortunato. Non menzionerai la cosa a Fanny, comunque, poiché, sebbene io gliel'abbia comunicata, e l'abbia presa discretamente bene, non le piacerà sentirne parlare molto.»
Elinor ebbe qualche difficoltà in quel momento a trattenersi dall'osservare che pensava che Fanny avrebbe potuto sopportare con compostezza un'acquisizione di ricchezza per il fratello, dalla quale né lei né il suo bambino avrebbero potuto essere impoveriti.
«La signora Ferrars,» aggiunse lui, abbassando la voce sul tono consono a un argomento così importante, «non sa nulla al riguardo al momento, e credo che sarà meglio tenerlo del tutto nascosto a lei finché sarà possibile. Quando avrà luogo il matrimonio, temo che dovrà venire a sapere tutto.»
«Ma perché si dovrebbe usare tale precauzione? Sebbene non si debba supporre che la signora Ferrars possa provare la minima soddisfazione nel sapere che suo figlio ha abbastanza denaro per vivere, poiché questo deve essere del tutto fuori discussione; ma perché, dopo il suo recente comportamento, si suppone che lei possa provare qualcosa? Ha chiuso col figlio, l'ha cacciato per sempre, e ha fatto sì che tutti coloro sui quali aveva qualche influenza lo cacciassero allo stesso modo. Sicuramente, dopo aver fatto ciò, non si può immaginare che sia soggetta a impressioni di dolore o di gioia per suo conto: non può essere interessata a nulla di ciò che gli accade. Non sarebbe così debole da gettare via il conforto di un figlio e tuttavia trattenere l'ansia di una madre!»
«Ah! Elinor,» disse John, «il tuo ragionamento è molto buono, ma è fondato sull'ignoranza della natura umana. Quando l'infelice unione di Edward avrà luogo, contaci pure, sua madre proverà tanto quanto se non lo avesse mai ripudiato; e, pertanto, ogni circostanza che possa accelerare quel terribile evento deve esserle nascosta il più possibile. La signora Ferrars non potrà mai dimenticare che Edward è suo figlio.»
«Mi sorprendi; avrei pensato che a quest'ora gli fosse quasi uscito dalla memoria.»
«La giudichi malissimo. La signora Ferrars è una delle madri più affettuose del mondo.»
Elinor rimase in silenzio.
«Pensiamo ora,» disse il signor Dashwood, dopo una breve pausa, «al matrimonio di Robert con la signorina Morton.»
Elinor, sorridendo alla grave e decisiva importanza del tono di suo fratello, rispose con calma:
«La signora, suppongo, non ha scelta nella faccenda.»
«Scelta! Che intendi dire?»
«Intendo solo che suppongo, dal tuo modo di parlare, che per la signorina Morton debba essere lo stesso sposare Edward o Robert.»
«Certamente, non può esserci differenza; poiché Robert sarà ora a tutti gli effetti considerato come il figlio maggiore; e per tutto il resto, sono entrambi giovani molto gradevoli: non saprei dire che uno sia superiore all'altro.»
Elinor non disse altro, e anche John rimase per un breve momento in silenzio. Le sue riflessioni terminarono così.
«Di una cosa, cara sorella,» prendendole gentilmente la mano e parlando con un sussurro solenne, «posso assicurarti; e lo farò, perché so che ti deve gratificare. Ho buone ragioni per pensare... anzi, l'ho dalla migliore autorità, altrimenti non lo ripeterei, poiché altrimenti sarebbe molto sbagliato dire qualcosa al riguardo, ma l'ho dalla fonte migliore... non che io abbia mai sentito precisamente la signora Ferrars dirlo lei stessa, ma sua figlia l'ha fatto, e l'ho saputo da lei, che, in breve, qualunque obiezione potesse esserci contro una certa... una certa unione, mi capisci, sarebbe stata di gran lunga preferibile per lei; non le avrebbe dato metà del fastidio che le dà questa. Sono stato sommamente compiaciuto di sentire che la signora Ferrars la considerava sotto questa luce; una circostanza molto gratificante, sai, per tutti noi. ‘Sarebbe stato al di là di ogni confronto,’ ha detto, ‘il male minore dei due, e lei sarebbe lieta di transigere ora con qualcosa di non peggiore.’ Ma comunque, tutto ciò è del tutto fuori discussione, non da pensare o menzionare; riguardo a qualsiasi attaccamento, sai, non potrebbe mai esserci: tutto ciò è acqua passata. Ma ho pensato di dirti solo questo, perché sapevo quanto ti debba far piacere. Non che tu abbia alcuna ragione di rammaricarti, cara Elinor. Non c'è dubbio che tu starai benissimo; esattamente bene, o meglio, forse, viste tutte le cose. Il colonnello Brandon è stato da voi ultimamente?»
Elinor aveva sentito abbastanza, se non per gratificare la sua vanità e accrescere la sua importanza, per agitare i suoi nervi e riempire la sua mente; ed era dunque lieta di essere risparmiata dalla necessità di dire molto in risposta lei stessa, e dal pericolo di sentire altro da suo fratello, dall'ingresso del signor Robert Ferrars. Dopo pochi momenti di chiacchiere, John Dashwood, ricordandosi che Fanny era ancora ignara della presenza della sorella, lasciò la stanza in cerca di lei; ed Elinor fu lasciata a coltivare la sua conoscenza con Robert, che, con la gaia noncuranza, la felice compiacenza di sé dei suoi modi mentre godeva di una così ingiusta divisione dell'amore e della liberalità di sua madre, a pregiudizio del fratello bandito, guadagnati solo dalla sua stessa vita dissipata e dall'integrità di quel fratello, stava confermando la sua opinione più sfavorevole sul suo intelletto e sul suo cuore.
Non erano rimasti soli da appena due minuti, che lui iniziò a parlare di Edward; poiché anche lui aveva sentito parlare del beneficio, ed era molto curioso sull'argomento. Elinor ripeté i dettagli, così come li aveva esposti a John; e il loro effetto su Robert, sebbene molto diverso, non fu meno eclatante di quanto lo fosse stato su di lui. Rise in modo smodato. L'idea di Edward come ecclesiastico, che viveva in una piccola canonica, lo divertiva oltre misura; e quando a ciò si aggiunse l'immaginazione fantastica di Edward che leggeva le preghiere in cotta bianca e pubblicava le pubblicazioni di matrimonio tra John Smith e Mary Brown, non riusciva a concepire nulla di più ridicolo.
Elinor, mentre attendeva in silenzio e con immutabile gravità la conclusione di tale follia, non poté trattenere i suoi occhi dal fissarsi su di lui con uno sguardo che esprimeva tutto il disprezzo che ciò suscitava. Fu uno sguardo, tuttavia, molto ben riposto, poiché sollevò i suoi stessi sentimenti e non rivelò nulla a lui. Fu richiamato dallo spirito alla saggezza, non da alcun rimprovero da parte di lei, ma dalla propria sensibilità.
"Possiamo trattarlo come uno scherzo", disse infine, riprendendosi dalla risata affettata che aveva considerevolmente allungato l'autentica gaiezza del momento; "ma, per l'anima mia, è una faccenda quanto mai seria. Povero Edward! È rovinato per sempre. Mi dispiace immensamente; poiché so che è una creatura dal cuore molto buono; forse una delle persone con le migliori intenzioni al mondo. Non deve giudicarlo, Miss Dashwood, dalla sua scarsa conoscenza. Povero Edward! I suoi modi non sono certamente i più felici al mondo. Ma non siamo tutti nati, sa, con le stesse capacità, la stessa disinvoltura. Poveretto! Vederlo in una cerchia di estranei! Certo era abbastanza pietoso; ma per l'anima mia, credo che abbia un cuore buono quanto chiunque altro nel regno; e dichiaro e protesto che non sono mai stato così scioccato in vita mia come quando tutto è venuto fuori. Non riuscivo a crederci. Mia madre è stata la prima a parlarmene; e io, sentendomi chiamato ad agire con risolutezza, le ho subito detto: 'Cara signora, non so cosa intenda fare in questa occasione, ma per quanto mi riguarda, devo dire che se Edward sposerà questa giovane donna, non lo vedrò mai più'. Questo è ciò che ho detto immediatamente. Sono rimasto incredibilmente scioccato, davvero! Povero Edward! Si è rovinato completamente, si è escluso per sempre da ogni società decente! Ma, come ho detto subito a mia madre, non ne sono affatto sorpreso; dal suo tipo di educazione, c'era sempre da aspettarselo. La mia povera madre era mezza fuori di sé."
"Ha mai visto la signora?"
"Sì; una volta, mentre soggiornava in questa casa, mi è capitato di fare un salto per dieci minuti; e ne ho visto abbastanza. La più goffa ragazza di campagna, senza stile, né eleganza, e quasi senza bellezza. La ricordo perfettamente. Proprio il tipo di ragazza che immagino possa affascinare il povero Edward. Mi sono offerto subito, non appena mia madre mi ha raccontato la faccenda, di parlargli io stesso e dissuaderlo dal matrimonio; ma era già troppo tardi, ho scoperto, per fare qualsiasi cosa, perché sfortunatamente, all'inizio non ero nei paraggi, e non ne ho saputo nulla finché la rottura non era già avvenuta, quando non spettava più a me, sa, interferire. Ma se ne fossi stato informato qualche ora prima, penso che sia molto probabile che si sarebbe potuto trovare una soluzione. Certamente l'avrei rappresentato a Edward sotto una luce molto forte. 'Caro amico', avrei dovuto dire, 'considera cosa stai facendo. Stai stringendo una relazione quanto mai vergognosa, e una di quelle che la tua famiglia disapprova unanimemente'. Non posso fare a meno di pensare, in breve, che si sarebbero potuti trovare dei mezzi. Ma ora è tutto troppo tardi. Deve morire di fame, sa, questo è certo; assolutamente morire di fame."
Aveva appena stabilito questo punto con grande compostezza, quando l'ingresso della signora John Dashwood pose fine all'argomento. Ma sebbene lei non ne parlasse mai fuori dalla propria famiglia, Elinor poteva vederne l'influenza sulla sua mente, nel non meglio precisato turbamento del volto con cui era entrata, e in un tentativo di cordialità nel suo comportamento verso di lei. Si spinse persino al punto di dispiacersi nel constatare che Elinor e sua sorella avrebbero lasciato la città così presto, poiché aveva sperato di vederle di più; un impegno nel quale suo marito, che l'aveva accompagnata nella stanza e pendeva innamorato dalle sue parole, sembrava distinguere tutto ciò che c'era di più affettuoso e aggraziato.
CAPITOLO XLII.
Un'altra breve visita in Harley Street, in cui Elinor ricevette le congratulazioni del fratello per aver viaggiato così lontano verso Barton senza alcuna spesa, e per il fatto che il colonnello Brandon li avrebbe seguiti a Cleveland in un giorno o due, completò le frequentazioni del fratello e delle sorelle in città; e un tenue invito da parte di Fanny, di passare a Norland ogni volta che fosse stato sulla loro strada, il che tra tutte le cose era la più improbabile che accadesse, con una più calorosa, sebbene meno pubblica, assicurazione da parte di John a Elinor sulla sollecitudine con cui sarebbe andato a trovarla a Delaford, fu tutto ciò che preannunciò un eventuale incontro in campagna.
La divertiva osservare che tutti i suoi amici sembravano determinati a mandarla a Delaford; un luogo in cui, più di ogni altro, avrebbe ora meno scelto di recarsi o desiderato risiedere; poiché non solo era considerata la sua futura casa dal fratello e dalla signora Jennings, ma persino Lucy, quando si separarono, le rivolse un pressante invito a visitarla lì.
Molto presto in aprile, e abbastanza presto nel corso della giornata, le due comitive da Hanover Square e Berkeley Street partirono dalle rispettive case per incontrarsi, su appuntamento, lungo la strada. Per la comodità di Charlotte e del suo bambino, avrebbero impiegato più di due giorni nel loro viaggio, e il signor Palmer, viaggiando più speditamente con il colonnello Brandon, li avrebbe raggiunti a Cleveland poco dopo il loro arrivo.
Marianne, per quanto poche fossero state le sue ore di conforto a Londra, e per quanto desiderosa fosse stata a lungo di lasciarla, non poté, quando si giunse al punto, dire addio alla casa in cui aveva per l'ultima volta goduto di quelle speranze, e di quella fiducia in Willoughby, che ora erano estinte per sempre, senza grande dolore. Né poté lasciare il luogo in cui Willoughby rimaneva, occupato in nuovi impegni e nuovi piani, nei quali lei non avrebbe potuto avere alcuna parte, senza versare molte lacrime.
La soddisfazione di Elinor, nel momento del trasferimento, era più positiva. Non aveva un tale oggetto su cui fissare i suoi pensieri indugianti, non lasciava dietro di sé alcuna creatura da cui le sarebbe costato un momento di rimpianto essere divisa per sempre, era lieta di essere libera lei stessa dalla persecuzione dell'amicizia di Lucy, era grata di aver portato via sua sorella senza che Willoughby la vedesse dopo il suo matrimonio, e guardava con speranza a ciò che pochi mesi di tranquillità a Barton avrebbero potuto fare per restaurare la pace mentale di Marianne e confermare la propria.
Il loro viaggio fu compiuto senza incidenti. Il secondo giorno le portò nella cara, o proibita, contea del Somerset, poiché come tale era vissuta a turno nell'immaginazione di Marianne; e nella mattinata del terzo arrivarono a Cleveland.
Cleveland era una casa spaziosa, di costruzione moderna, situata su un prato in pendenza. Non aveva un parco, ma i giardini erano abbastanza estesi; e come ogni altro luogo della stessa importanza, aveva il suo arbusteto aperto e un viale alberato più fitto; una strada di ghiaia liscia che serpeggiava attorno a una piantagione conduceva alla facciata, il prato era punteggiato di alberi, la casa stessa era sotto la tutela di abeti, sorbi montani e acacie, e un fitto schermo di questi alberi nel loro insieme, intervallati da alti pioppi neri, nascondeva le dipendenze.
Marianne entrò nella casa con il cuore che si gonfiava di emozione per la consapevolezza di trovarsi a soli ottanta miglia da Barton, e non a trenta da Combe Magna; e prima che fossero passati cinque minuti tra le sue mura, mentre gli altri aiutavano occupati Charlotte a mostrare il suo bambino alla governante, ne uscì di nuovo, sgattaiolando via attraverso i tortuosi arbusteti, che ora cominciavano appena ad essere in fiore, per raggiungere un'altura distante; dove, dal suo tempio greco, il suo sguardo, vagando su un'ampia distesa di campagna verso sud-est, poteva posarsi con affetto sulla cresta più lontana delle colline all'orizzonte, e immaginare che dalle loro vette si potesse vedere Combe Magna.
In tali momenti di preziosa, inestimabile miseria, gioiva in lacrime di agonia di essere a Cleveland; e mentre tornava alla casa per un giro diverso, sentendo tutto il felice privilegio della libertà di campagna, di vagare da un posto all'altro in una libera e lussuosa solitudine, decise di trascorrere quasi ogni ora di ogni giorno mentre rimaneva dai Palmer, nell'indulgenza di tali solitarie passeggiate.
Tornò appena in tempo per unirsi agli altri mentre lasciavano la casa per un'escursione attraverso le sue pertinenze più immediate; e il resto della mattinata fu facilmente trascorso oziosamente attorno all'orto, esaminando la fioritura sui suoi muri e ascoltando i lamenti del giardiniere sui danni del gelo, gironzolando attraverso la serra, dove la perdita delle sue piante preferite, imprudentemente esposte e colpite dal gelo persistente, suscitava le risate di Charlotte, e visitando il suo pollaio, dove, nelle speranze deluse della sua lattaia, tra galline che abbandonavano i nidi, o che venivano rubate da una volpe, o nel rapido declino di una promettente nidiata, trovava nuove fonti di ilarità.
La mattinata era bella e asciutta, e Marianne, nel suo piano di occupazioni all'aperto, non aveva previsto alcun cambiamento di tempo durante il loro soggiorno a Cleveland. Con grande sorpresa quindi, si trovò impedita da una pioggia costante dall'uscire di nuovo dopo pranzo. Aveva fatto affidamento su una passeggiata al crepuscolo verso il tempio greco, e forse per tutti i giardini, e una serata semplicemente fredda o umida non l'avrebbe distolta da ciò; ma una pioggia forte e costante nemmeno lei poteva immaginarla come un tempo asciutto o piacevole per passeggiare.
La loro comitiva era piccola, e le ore passarono tranquillamente. La signora Palmer aveva il suo bambino, e la signora Jennings il suo lavoro all'uncinetto; parlarono degli amici che avevano lasciato, organizzarono gli impegni di Lady Middleton e si chiesero se il signor Palmer e il colonnello Brandon sarebbero arrivati più lontano di Reading quella notte. Elinor, per quanto poco interessata, si unì al loro discorso; e Marianne, che aveva il dono di trovare la strada in ogni casa verso la biblioteca, per quanto potesse essere evitata dalla famiglia in generale, si procurò presto un libro.
Non mancò nulla da parte della signora Palmer che un costante e amichevole buon umore potesse fare, per farle sentire le benvenute. L'apertura e la cordialità dei suoi modi compensavano più che abbondantemente quella mancanza di concentrazione ed eleganza che la rendevano spesso carente nelle forme della cortesia; la sua gentilezza, raccomandata da un viso così grazioso, era coinvolgente; la sua follia, sebbene evidente, non era disgustosa, perché non era presuntuosa; ed Elinor avrebbe potuto perdonare tutto tranne la sua risata.
I due gentiluomini arrivarono il giorno successivo per una cena molto tardiva, offrendo un piacevole ampliamento della comitiva e una graditissima varietà alla loro conversazione, che una lunga mattinata di quella stessa pioggia continua aveva ridotto a un livello molto basso.
Elinor aveva visto così poco del signor Palmer, e in quel poco aveva visto così tanta varietà nel suo modo di rivolgersi alla sorella e a se stessa, che non sapeva cosa aspettarsi di trovare in lui nel seno della sua famiglia. Trovò tuttavia che era perfettamente il gentiluomo nel suo comportamento verso tutti i suoi ospiti, e solo occasionalmente sgarbato verso sua moglie e sua suocera; scoprì che era molto capace di essere un compagno piacevole, e impedito dall'esserlo sempre solo da una troppo grande attitudine a considerarsi tanto superiore alle persone in generale, quanto deve sentirsi di esserlo rispetto alla signora Jennings e a Charlotte. Per il resto del suo carattere e delle sue abitudini, erano contrassegnati, per quanto Elinor potesse percepire, da tratti affatto insoliti per il suo sesso e la sua età. Era meticoloso nel mangiare, incerto nei suoi orari; affezionato al suo bambino, sebbene fingesse di trascurarlo; e ozioso nelle mattinate a biliardo, che avrebbero dovuto essere dedicate agli affari. Le piaceva, tuttavia, nel complesso, molto più di quanto si aspettasse, e in cuor suo non era dispiaciuta di non poterlo gradire di più; non dispiaciuta di essere spinta, dall'osservazione del suo epicureismo, del suo egoismo e della sua presunzione, a riposare con compiacimento nel ricordo del temperamento generoso di Edward, del gusto semplice e dei sentimenti timidi.
Di Edward, o almeno di alcune sue faccende, ricevette ora notizie dal colonnello Brandon, che era stato nel Dorsetshire di recente; e che, trattandola subito come l'amica disinteressata del signor Ferrars e la gentile confidente di se stesso, le parlò molto della canonica a Delaford, ne descrisse le carenze e le disse cosa intendeva fare lui stesso per porvi rimedio. Il suo comportamento verso di lei in questo, così come in ogni altro particolare, il suo palese piacere nell'incontrarla dopo un'assenza di soli dieci giorni, la sua prontezza a conversare con lei e la sua deferenza per la sua opinione, avrebbero potuto giustificare molto bene la convinzione della signora Jennings del suo attaccamento, e sarebbero stati sufficienti, forse, se Elinor non avesse ancora, come fin dall'inizio, creduto Marianne la sua vera favorita, a farle sospettare lei stessa. Ma così com'era, una tale nozione era a malapena entrata nella sua testa, se non per suggerimento della signora Jennings; e non poté fare a meno di credersi la più fine osservatrice delle due; osservava i suoi occhi, mentre la signora Jennings pensava solo al suo comportamento; e mentre i suoi sguardi di ansiosa sollecitudine per il fastidio di Marianne, alla testa e alla gola, l'inizio di un forte raffreddore, poiché non espressi a parole, sfuggivano completamente all'osservazione di quest'ultima signora; lei poteva scorgere in essi i sentimenti rapidi e l'allarme inutile di un amante.
Due deliziose passeggiate al crepuscolo nella terza e quarta serata del suo soggiorno lì, non solo sulla ghiaia asciutta dell'arbusteto, ma in tutti i giardini, e specialmente nelle parti più distanti di essi, dove c'era qualcosa di più selvaggio che nel resto, dove gli alberi erano i più vecchi e l'erba era la più lunga e umida, avevano, assistite dall'ancor maggiore imprudenza di sedersi con scarpe e calze bagnate, causato a Marianne un raffreddore così violento che, sebbene per un giorno o due sottovalutato o negato, si sarebbe imposto con disturbi crescenti alla preoccupazione di tutti e all'attenzione di lei stessa. Le prescrizioni piovevano da ogni parte, e come al solito, venivano tutte rifiutate. Sebbene febbricitante e pesante, con un dolore agli arti, tosse e mal di gola, un buon riposo notturno avrebbe dovuto guarirla completamente; e fu con difficoltà che Elinor la convinse, quando andò a letto, a provare uno o due dei rimedi più semplici.
CAPITOLO XLIII.
Marianne si alzò la mattina successiva al suo solito orario; a ogni domanda rispose di stare meglio, e cercò di dimostrarsi tale dedicandosi alle sue solite occupazioni. Ma una giornata trascorsa a sedere tremante davanti al fuoco con un libro in mano, che non era in grado di leggere, o a giacere, stanca e languida, su un divano, non deponeva molto a favore del suo miglioramento; e quando, alla fine, andò presto a letto, sempre più indisposta, il colonnello Brandon fu solo stupito della compostezza della sorella, che, sebbene l'avesse assistita e curata tutto il giorno, contro l'inclinazione di Marianne, e forzandola a prendere medicine adeguate la sera, confidava, come Marianne, nella certezza e nell'efficacia del sonno, e non provava alcun vero allarme.
Una notte molto inquieta e febbricitante, tuttavia, deluse l'aspettativa di entrambe; e quando Marianne, dopo aver insistito per alzarsi, confessò di non essere in grado di stare seduta e tornò volontariamente a letto, Elinor fu molto pronta ad adottare il consiglio della signora Jennings, di mandare a chiamare lo speziale dei Palmer.
Egli venne, esaminò la sua paziente, e sebbene incoraggiasse Miss Dashwood ad aspettarsi che pochissimi giorni avrebbero restituito la sorella alla salute, tuttavia, pronunciando che il suo disturbo aveva una tendenza putrida, e lasciando che la parola "infezione" passasse le sue labbra, diede immediato allarme alla signora Palmer, per conto del suo bambino. La signora Jennings, che era stata propensa fin dall'inizio a pensare che il malessere di Marianne fosse più serio di quanto Elinor credesse, ora apparve molto grave riguardo al rapporto del signor Harris, e confermando i timori e la cautela di Charlotte, esortò alla necessità della sua immediata rimozione con il suo neonato; e il signor Palmer, sebbene trattasse le loro apprensioni come vane, trovò l'ansia e l'insistenza di sua moglie troppo grandi per essere contrastate. La sua partenza fu dunque fissata; e entro un'ora dall'arrivo del signor Harris, partì, con il suo bambino e la sua balia, per la casa di un prossimo parente del signor Palmer, che viveva a poche miglia dall'altra parte di Bath; dove suo marito promise, alla sua fervida supplica, di raggiungerla in un giorno o due; e dove lei fu quasi altrettanto urgente con sua madre affinché l'accompagnasse. La signora Jennings, tuttavia, con una bontà d'animo che fece sì che Elinor la amasse davvero, dichiarò la sua risoluzione di non muoversi da Cleveland finché Marianne fosse rimasta malata, e di tentare, con le proprie attente cure, di supplire per lei al posto della madre da cui l'aveva portata via; ed Elinor la trovò in ogni occasione un'aiutante quanto mai volenterosa e attiva, desiderosa di condividere tutte le sue fatiche, e spesso, grazie alla sua maggiore esperienza nell'assistenza agli infermi, di materiale utilità.
La povera Marianne, languida e abbattuta dalla natura della sua malattia, e sentendosi universalmente male, non poteva più sperare che il domani l'avrebbe trovata guarita; e l'idea di ciò che il domani avrebbe prodotto, se non fosse stato per questa sfortunata malattia, rendeva ogni disturbo severo; poiché in quel giorno avrebbero dovuto iniziare il loro viaggio di ritorno; e, assistite per tutta la strada da un servitore della signora Jennings, avrebbero dovuto prendere di sorpresa la loro madre la mattina seguente. Quel poco che disse fu tutto un lamento per questo inevitabile ritardo; sebbene Elinor cercasse di sollevare il suo spirito e farle credere, come allora credeva lei stessa, che sarebbe stato brevissimo.
Il giorno seguente produsse poco o nessun cambiamento nello stato della paziente; certamente non stava meglio, e, a parte il fatto che non c'era alcun miglioramento, non appariva peggiore. La loro comitiva era ora ulteriormente ridotta; poiché il signor Palmer, sebbene molto riluttante ad andarsene sia per vera umanità e buon carattere, sia per un'avversione ad apparire spaventato e messo in fuga da sua moglie, fu convinto alla fine dal colonnello Brandon a mantenere la sua promessa di seguirla; e mentre si preparava ad andare, il colonnello Brandon stesso, con uno sforzo molto maggiore, iniziò a parlare di andarsene a sua volta. Qui, tuttavia, la gentilezza della signora Jennings intervenne in modo quanto mai gradito; poiché mandare via il colonnello mentre il suo amore era in tanta inquietudine per conto della sorella, significava privare entrambi, pensava, di ogni conforto; e quindi dicendogli subito che la sua permanenza a Cleveland era necessaria per lei, che avrebbe avuto bisogno di lui per giocare a piquet la sera, mentre Miss Dashwood era di sopra con sua sorella, ecc., lo esortò così fortemente a restare, che lui, il quale stava gratificando il primo desiderio del proprio cuore con un assenso, non poté a lungo nemmeno fingere di obiettare; specialmente perché la supplica della signora Jennings era calorosamente sostenuta dal signor Palmer, che sembrava provare un sollievo per se stesso nel lasciare dietro di sé una persona così capace di assistere o consigliare Miss Dashwood in qualsiasi emergenza.
Marianne fu, naturalmente, tenuta all'oscuro di tutti questi accordi. Non sapeva di essere stata la causa dell'allontanamento dei proprietari di Cleveland, circa sette giorni dopo il momento del loro arrivo. Non le diede alcuna sorpresa non vedere nulla della signora Palmer; e poiché non le dava nemmeno alcuna preoccupazione, non menzionò mai il suo nome.
Due giorni passarono dal momento della partenza del signor Palmer, e la sua situazione continuò, con poca variazione, a essere la stessa. Il signor Harris, che la visitava ogni giorno, continuava a parlare con audacia di una pronta guarigione, e Miss Dashwood era altrettanto ottimista; ma l’aspettativa degli altri non era affatto così lieta. La signora Jennings aveva stabilito molto presto, fin dall’inizio del malore, che Marianne non ne sarebbe uscita, e il colonnello Brandon, che era utile principalmente per ascoltare i presentimenti della signora Jennings, non era in uno stato d’animo tale da resistere alla loro influenza. Cercò di distogliersi razionalmente da timori che il diverso giudizio del farmacista sembrava rendere assurdi; ma le molte ore di ogni giornata in cui veniva lasciato completamente solo erano fin troppo favorevoli all’accoglimento di ogni idea malinconica, e non riusciva a scacciare dalla mente la convinzione che non avrebbe più rivisto Marianne.
La mattina del terzo giorno, tuttavia, le cupe anticipazioni di entrambi furono quasi svanite; poiché, quando arrivò il signor Harris, dichiarò che la sua paziente era sensibilmente migliorata. Il suo polso era molto più forte e ogni sintomo più favorevole rispetto alla visita precedente. Elinor, confermata in ogni piacevole speranza, era tutta un’allegria; rallegrandosi del fatto che, nelle sue lettere alla madre, avesse seguito il proprio giudizio piuttosto che quello della sua amica, sminuendo molto l’indisposizione che le tratteneva a Cleveland; e quasi fissando il momento in cui Marianne sarebbe stata in grado di viaggiare.
Ma la giornata non si concluse in modo così propizio come era iniziata. Verso sera Marianne tornò a star male, facendosi più pesante, irrequieta e sofferente di prima. Sua sorella, tuttavia, ancora ottimista, era disposta ad attribuire il cambiamento a null’altro che alla fatica di essersi alzata per farsi rifare il letto; e somministrando con cura i cordiali prescritti, la vide, con soddisfazione, sprofondare infine in un sonno, dal quale si aspettava i benefici più grandi. Il suo sonno, sebbene non così tranquillo come Elinor avrebbe desiderato vedere, durò un tempo considerevole; e ansiosa di osservarne lei stessa il risultato, decise di sedersi accanto a lei per tutta la sua durata. La signora Jennings, non sapendo nulla di alcun cambiamento nella paziente, andò a letto insolitamente presto; la sua cameriera, che era una delle infermiere principali, si stava ricreando nella stanza della governante, ed Elinor rimase sola con Marianne.
Il riposo di quest’ultima divenne sempre più disturbato; e sua sorella, che vegliava con attenzione instancabile sul suo continuo cambiare posizione e udiva i frequenti ma inarticolati suoni di lamento che le uscivano dalle labbra, desiderava quasi svegliarla da un sonno così doloroso, quando Marianne, improvvisamente destata da un qualche rumore accidentale in casa, scattò frettolosamente su e, con febrile smarrimento, esclamò:
“La mamma sta arrivando?”
“Non ancora,” esclamò l’altra, nascondendo il proprio terrore e aiutando Marianne a coricarsi di nuovo, “ma arriverà, spero, prima che passi molto tempo. È una lunga strada, sai, da qui a Barton.”
“Ma non deve passare per Londra,” esclamò Marianne, nello stesso modo affrettato. “Non la vedrò mai, se passa per Londra.”
Elinor percepì con allarme che non era del tutto in sé e, mentre tentava di calmarla, le tastò ansiosamente il polso. Era più debole e più rapido che mai! E Marianne, continuando a parlare in modo sconnesso della mamma, il suo allarme crebbe così rapidamente da spingerla a mandare immediatamente a chiamare il signor Harris e a inviare un messaggero a Barton per sua madre. Consultarsi con il colonnello Brandon sul modo migliore per attuare quest’ultima cosa fu un pensiero che seguì immediatamente la risoluzione di compierla; e non appena ebbe chiamato la cameriera per prendere il suo posto accanto alla sorella, si affrettò a scendere in salotto, dove sapeva che egli si trovava solitamente a un’ora molto più tarda di quella.
Non era il momento di esitare. Le sue paure e le sue difficoltà gli si presentarono immediatamente davanti. Le sue paure, non ebbe coraggio né fiducia per tentare di rimuoverle: le ascoltò in silenzioso sconforto; ma le sue difficoltà furono immediatamente ovviate, poiché con una prontezza che sembrava parlare dell’occasione, e del servizio pre-organizzato nella sua mente, si offrì come il messaggero che sarebbe andato a prendere la signora Dashwood. Elinor non oppose alcuna resistenza che non fosse facilmente superata. Lo ringraziò con breve, seppur fervida gratitudine, e mentre egli andava a far partire in fretta il suo servitore con un messaggio per il signor Harris e un ordine per dei cavalli da posta immediati, lei scrisse poche righe a sua madre.
Il conforto di un tale amico in quel momento come il colonnello Brandon — o un tale compagno per sua madre — quanto fu percepito con gratitudine! Un compagno il cui giudizio avrebbe guidato, la cui presenza avrebbe dovuto alleviare, e la cui amicizia avrebbe potuto lenire lei! Per quanto lo shock di una tale convocazione potesse esserle attenuato, la sua presenza, i suoi modi, la sua assistenza, lo avrebbero diminuito.
Egli, nel frattempo, qualunque cosa potesse provare, agì con tutta la fermezza di una mente lucida, prese ogni accordo necessario con la massima sollecitudine e calcolò con esattezza il tempo in cui avrebbe potuto aspettarsi il suo ritorno. Non un momento fu perso in indugi di sorta. I cavalli arrivarono persino prima del previsto, e il colonnello Brandon, solo stringendole la mano con uno sguardo di solennità e poche parole pronunciate troppo sottovoce per giungere al suo orecchio, si affrettò nella carrozza. Erano circa le dodici, ed ella tornò nell’appartamento della sorella per attendere l’arrivo del farmacista e per vegliare accanto a lei per il resto della notte. Fu una notte di sofferenza quasi uguale per entrambe. Ora dopo ora trascorse nel dolore insonne e nel delirio da parte di Marianne, e nella più crudele ansia da parte di Elinor, prima che apparisse il signor Harris. Le sue apprensioni, una volta destate, ripagarono con la loro eccedenza tutta la sua precedente sicurezza; e il servitore che vegliava con lei, poiché non voleva che la signora Jennings venisse chiamata, la torturò solo di più con accenni a ciò che la sua padrona aveva sempre pensato.
Le idee di Marianne erano ancora, a intervalli, fissate in modo incoerente sulla madre, e ogni volta che menzionava il suo nome, ciò dava una pugnalata al cuore della povera Elinor, la quale, rimproverandosi di aver cincischiato con tanti giorni di malattia e disperata per un qualche sollievo immediato, immaginava che ogni sollievo potesse presto essere vano, che ogni cosa fosse stata ritardata troppo a lungo, e si raffigurava la sua sofferente madre arrivare troppo tardi per vedere questa figlia adorata, o per vederla in sé.
Stava per mandare di nuovo a chiamare il signor Harris, o se non fosse potuto venire, per un altro consulto, quando il primo — ma non prima delle cinque — arrivò. La sua opinione, tuttavia, compensò in parte il suo ritardo, poiché pur riconoscendo un’alterazione molto inaspettata e spiacevole nella sua paziente, non volle ammettere che il pericolo fosse rilevante, e parlò del sollievo che un nuovo metodo di trattamento avrebbe dovuto procurare, con una fiducia che, in minor grado, fu comunicata a Elinor. Promise di tornare nel giro di tre o quattro ore, e lasciò sia la paziente che la sua ansiosa assistente più composte di quanto le avesse trovate.
Con forte preoccupazione, e con molti rimproveri per non essere stata chiamata in loro aiuto, la signora Jennings sentì al mattino ciò che era accaduto. Le sue precedenti apprensioni, ora ripristinate con maggiore ragione, non le lasciavano alcun dubbio sull’evento; e sebbene cercasse di dare conforto a Elinor, la sua convinzione del pericolo della sorella non le permetteva di offrire il conforto della speranza. Il suo cuore era veramente addolorato. Il rapido decadimento, la precoce morte di una ragazza così giovane, così adorabile come Marianne, avrebbero colpito con preoccupazione anche una persona meno interessata. Sulla compassione della signora Jennings ella aveva altri diritti. Era stata per tre mesi la sua compagna, era ancora sotto le sue cure, ed era noto che fosse stata gravemente ferita e infelice a lungo. Anche il disagio di sua sorella, particolarmente una preferita, le stava davanti; e quanto alla loro madre, quando la signora Jennings considerava che Marianne potesse probabilmente esserle ciò che Charlotte era per lei, la sua partecipazione alle sue sofferenze era molto sincera.
Il signor Harris fu puntuale nella sua seconda visita; ma venne per rimanere deluso nelle sue speranze su ciò che l’ultima avrebbe prodotto. Le sue medicine avevano fallito; la febbre era immutata; e Marianne solo più tranquilla — non più in sé — rimaneva in un pesante stupore. Elinor, cogliendo tutte, e più di tutte, le sue paure in un momento, propose di chiamare un ulteriore consulto. Ma egli lo giudicò non necessario: aveva ancora qualcos’altro da tentare, qualche altra nuova applicazione, del cui successo era fiducioso quanto del precedente, e la sua visita si concluse con rassicurazioni incoraggianti che giunsero all’orecchio, ma non poterono entrare nel cuore di Miss Dashwood. Era calma, tranne quando pensava a sua madre; ma era quasi senza speranza; e in questo stato continuò fino a mezzogiorno, muovendosi a malapena dal letto della sorella, i suoi pensieri vagando da un’immagine di dolore, da un amico sofferente all’altro, e il suo spirito oppresso al massimo dalla conversazione della signora Jennings, che non si faceva scrupolo di attribuire la gravità e il pericolo di questo attacco alle molte settimane di precedente indisposizione che la delusione di Marianne aveva causato. Elinor sentiva tutta la ragionevolezza dell’idea, e ciò dava nuova miseria alle sue riflessioni.
Verso mezzogiorno, tuttavia, iniziò — ma con cautela — un timore di delusione che per qualche tempo la tenne in silenzio, persino con la sua amica — a immaginare, a sperare di poter percepire un leggero miglioramento nel polso di sua sorella; attese, osservò e lo esaminò ancora e ancora; e alla fine, con un’agitazione più difficile da nascondere sotto la calma esteriore di tutto il suo precedente tormento, si azzardò a comunicare le sue speranze. La signora Jennings, sebbene costretta, all’esame, ad ammettere una ripresa temporanea, cercò di impedire alla sua giovane amica di indulgere al pensiero di una sua continuazione; ed Elinor, rimuginando su ogni ingiunzione di diffidenza, disse anche a se stessa di non sperare. Ma era troppo tardi. La speranza era già entrata; e sentendo tutto il suo ansioso fremito, si chinò sulla sorella per vegliare — non sapeva quasi per cosa. Mezz’ora passò, e il sintomo favorevole la benediva ancora. Altri ne sorsero persino a confermarlo. Il suo respiro, la sua pelle, le sue labbra, tutto lusingava Elinor con segni di miglioramento; e Marianne fissò i suoi occhi su di lei con uno sguardo razionale, sebbene languido. L’ansia e la speranza ora la opprimevano in egual misura, e non le lasciavano alcun momento di tranquillità fino all’arrivo del signor Harris alle quattro; quando le sue rassicurazioni, le sue felicitazioni per una guarigione nella sorella che superava persino la sua aspettativa, le diedero fiducia, conforto e lacrime di gioia.
Marianne era sotto ogni aspetto sensibilmente migliore, ed egli la dichiarò completamente fuori pericolo. La signora Jennings, forse soddisfatta della parziale giustificazione dei suoi presentimenti che era stata trovata nel loro recente allarme, si permise di confidare nel suo giudizio e ammise, con gioia non simulata, e presto con inequivocabile allegria, la probabilità di una completa guarigione.
Elinor non riusciva a essere allegra. La sua gioia era di un tipo diverso, e portava a tutto fuorché all’allegria. Marianne restituita alla vita, alla salute, agli amici e alla sua madre adorante, era un’idea tale da riempire il suo cuore di sensazioni di squisito conforto e da espanderlo in fervente gratitudine; ma non portava ad alcuna manifestazione esteriore di gioia, nessuna parola, nessun sorriso. Tutto all’interno del petto di Elinor era soddisfazione, silenziosa e forte.
Continuò al fianco di sua sorella, con poca interruzione per tutto il pomeriggio, calmando ogni paura, soddisfacendo ogni richiesta dei suoi spiriti indeboliti, fornendo ogni soccorso e vegliando quasi ogni sguardo e ogni respiro. La possibilità di una ricaduta sarebbe naturalmente, in alcuni momenti, occorsa a ricordarle cosa fosse l’ansia — ma quando vide, nel suo frequente e minuzioso esame, che ogni sintomo di guarigione continuava, e vide Marianne alle sei sprofondare in un sonno tranquillo, costante e, a quanto pareva, confortevole, mise a tacere ogni dubbio.
Il tempo stava ormai trascorrendo, quando il colonnello Brandon poteva essere atteso di ritorno. Alle dieci, confidava, o almeno non molto più tardi, sua madre sarebbe stata sollevata dalla terribile suspense in cui doveva ora viaggiare verso di loro. Anche il colonnello! — forse non meno oggetto di pietà! — Oh! — quanto era lento il progresso del tempo che li teneva ancora nell’ignoranza!
Alle sette, lasciando Marianne ancora dolcemente addormentata, raggiunse la signora Jennings in salotto per il tè. Dalla colazione era stata trattenuta dalle sue paure, e dalla cena dal loro improvviso rovesciamento, dal mangiare molto; e il presente ristoro, quindi, con tali sentimenti di contentezza come quelli che vi portava, era particolarmente gradito. La signora Jennings l’avrebbe persuasa, alla sua conclusione, a riposare un po’ prima dell’arrivo di sua madre, e a permetterle di prendere il suo posto accanto a Marianne; ma Elinor non aveva alcun senso di fatica, nessuna capacità di dormire in quel momento attorno a sé, e non si sarebbe lasciata allontanare da sua sorella un istante non necessario. La signora Jennings, quindi, accompagnandola di sopra nella camera del malato, per accertarsi che tutto continuasse bene, la lasciò lì di nuovo alle sue cure e ai suoi pensieri, e si ritirò nella propria stanza per scrivere lettere e dormire.
La notte era fredda e tempestosa. Il vento ruggiva attorno alla casa e la pioggia batteva contro le finestre; ma Elinor, tutta felicità dentro, non vi badava. Marianne dormiva attraverso ogni raffica; e i viaggiatori — avevano una ricca ricompensa in serbo, per ogni inconveniente presente.
L’orologio batté le otto. Fosse stato le dieci, Elinor si sarebbe convinta di sentire in quel momento una carrozza arrivare davanti alla casa; e così forte era la convinzione che lo facesse, nonostante l’impossibilità quasi certa che fossero già arrivati, che si spostò nell’attiguo spogliatoio e aprì un’imposta della finestra, per sincerarsi della verità. Vide immediatamente che le sue orecchie non l’avevano ingannata. Le luci scintillanti di una carrozza erano immediatamente in vista. Alla loro luce incerta pensò di poter discernere che fosse trainata da quattro cavalli; e questo, mentre le diceva l’eccesso dell’allarme della sua povera madre, dava una qualche spiegazione a una tale inaspettata rapidità.
Mai in vita sua Elinor aveva trovato così difficile essere calma, come in quel momento. La consapevolezza di ciò che sua madre doveva provare mentre la carrozza si fermava alla porta — del suo dubbio — della sua paura — forse della sua disperazione! — e di ciò che doveva dirle! — con tale consapevolezza era impossibile essere calmi. Tutto ciò che restava da fare era essere svelti; e quindi, restando solo finché non poté lasciare la cameriera della signora Jennings con sua sorella, si affrettò giù per le scale.
Il trambusto nel vestibolo, mentre passava lungo un atrio interno, le assicurò che erano già in casa. Si precipitò in salotto, — vi entrò, — e vide solo Willoughby.
CAPITOLO XLIV.
Elinor, ritraendosi con uno sguardo di orrore alla sua vista, obbedì al primo impulso del suo cuore nel girarsi immediatamente per lasciare la stanza, e la sua mano era già sulla serratura, quando la sua azione fu sospesa da lui che avanzava in fretta, e dicendo, con voce più di comando che di supplica,
“Miss Dashwood, per mezz’ora — per dieci minuti — la supplico di restare.”
“No, signore,” rispose lei con fermezza, “non resterò. I suoi affari non possono riguardarmi. I servitori, suppongo, hanno dimenticato di dirle che il signor Palmer non è in casa.”
“Se mi avessero detto,” esclamò con veemenza, “che il signor Palmer e tutti i suoi parenti erano al diavolo, non mi avrebbe distolto dalla porta. I miei affari sono con lei, e solo con lei.”
“Con me!” — con estremo stupore — “bene, signore, — faccia in fretta — e se può — meno violento.”
“Si sieda, e sarò entrambi.”
Lei esitò; non sapeva cosa fare. La possibilità che il colonnello Brandon arrivasse e la trovasse lì, le attraversò la mente. Ma aveva promesso di ascoltarlo, e la sua curiosità non meno del suo onore era impegnata. Dopo un momento di riflessione, quindi, concludendo che la prudenza richiedeva sveltezza, e che la sua acquiescenza l’avrebbe favorita al meglio, camminò silenziosamente verso il tavolo e si sedette. Egli prese la sedia opposta, e per mezzo minuto non fu detta una parola da nessuno dei due.
“La prego faccia in fretta, signore,” — disse Elinor, con impazienza; — “non ho tempo da perdere.”
Egli era seduto in un atteggiamento di profonda meditazione, e sembrava non udirla.
“Sua sorella,” disse lui, con bruschezza, un momento dopo — “è fuori pericolo. L’ho sentito dal servitore. Dio sia lodato! — Ma è vero? è davvero vero?”
Elinor non volle parlare. Egli ripeté la richiesta con ancora maggiore ardore.
“Per l’amor di Dio mi dica, è fuori pericolo, o non lo è?”
“Speriamo di sì.”
Egli si alzò e camminò attraverso la stanza.
“Se avessi saputo tanto mezz’ora fa; — ma visto che sono qui,” parlando con una forzata vivacità mentre tornava al suo posto — “cosa importa? Per una volta, Miss Dashwood — sarà l’ultima volta, forse — cerchiamo di essere allegri insieme. Sono in un bell’umore per l’allegria. Mi dica onestamente,” un rossore più profondo si diffuse sulle sue guance, “mi ritiene più un furfante o un folle?”
Elinor lo guardò con maggiore stupore che mai. Iniziò a pensare che dovesse essere sotto l’effetto dell’alcol; — la stranezza di una tale visita, e di tali modi, non sembrava altrimenti intelligibile; e con questa impressione si alzò immediatamente, dicendo,
“Signor Willoughby, le consiglio per il momento di tornare a Combe. Non ho tempo di rimanere con lei più a lungo. Qualunque siano i suoi affari con me, sarà meglio ricordarli e spiegarli domani.”
“La capisco,” rispose lui, con un sorriso espressivo e una voce perfettamente calma; “sì, sono molto ubriaco. Una pinta di birra scura con la mia carne fredda a Marlborough è bastata a stendermi.”
“A Marlborough!” — esclamò Elinor, sempre più incapace di capire cosa volesse ottenere.
“Sì, — ho lasciato Londra stamattina alle otto, e gli unici dieci minuti che ho trascorso fuori dalla mia carrozza da quel momento mi hanno procurato uno spuntino a Marlborough.”
La fermezza del suo modo di fare, e l’intelligenza del suo sguardo mentre parlava, convincendo Elinor che, qualunque altra imperdonabile follia potesse portarlo a Cleveland, non vi era stato portato dall’intossicazione, ella disse, dopo un momento di riflessione,
“Signor Willoughby, lei dovrebbe sentire, e io certamente lo faccio, che dopo quanto è accaduto, il suo venire qui in questo modo, e il suo imporsi alla mia attenzione, richiede una giustificazione molto particolare. Cosa intende dire con ciò?”
“Intendo,” disse lui, con seria energia, “se posso, farmi odiare un grado meno di quanto lei faccia ora. Intendo offrire una qualche spiegazione, una qualche scusa, per il passato; aprire tutto il mio cuore a lei, e convincendola che, sebbene io sia sempre stato uno sciocco, non sono sempre stato un mascalzone, ottenere qualcosa come il perdono da Ma— da sua sorella.”
“È questa la vera ragione della sua venuta?”
“Sulla mia anima lo è,” — fu la sua risposta, con un calore che le riportò alla memoria tutto il Willoughby di un tempo, e a dispetto di se stessa le fece pensare che fosse sincero.
“Se è tutto qui, può ritenersi già soddisfatto; perché Marianne lo fa, lei l’ha perdonata da tempo.”
“Davvero?” esclamò lui, con lo stesso tono ansioso. “Allora mi ha perdonato prima che avrebbe dovuto farlo. Ma dovrà perdonarmi di nuovo, e su basi più ragionevoli. Ora vuole ascoltarmi?”
Elinor chinò il capo in segno di assenso.
“Non so,” disse lui, dopo una pausa che fu di aspettativa da parte di lei e di riflessione da parte sua, “come possiate aver interpretato il mio comportamento verso vostra sorella, o quale diabolico movente abbiate potuto attribuirmi. Forse non avrete un'opinione migliore di me – vale comunque la pena fare un tentativo, e saprete ogni cosa. Quando presi confidenza con la vostra famiglia, non avevo altra intenzione, altro scopo in quella conoscenza che passare il tempo piacevolmente mentre ero costretto a restare nel Devonshire, più piacevolmente di quanto avessi mai fatto prima. La persona incantevole e i modi interessanti di vostra sorella non potevano che piacermi; e il suo comportamento verso di me, quasi fin dal principio, fu di una natura… è sbalorditivo, quando rifletto su ciò che era e su ciò che lei era, che il mio cuore sia stato così insensibile! Ma all'inizio devo confessare, solo la mia vanità ne fu lusingata. Noncurante della sua felicità, pensando solo al mio divertimento, abbandonandomi a sentimenti ai quali ero sempre stato fin troppo abituato a cedere, cercai, con ogni mezzo in mio potere, di rendermi gradito a lei, senza alcun disegno di ricambiare il suo affetto.”
Miss Dashwood, a questo punto, volgendo lo sguardo su di lui con il più acceso disprezzo, lo interruppe dicendo:
“Non vale certo la pena, Mr. Willoughby, che lei racconti, o che io stia ad ascoltare ancora. Un inizio simile non può essere seguito da nulla. Non mi faccia soffrire sentendo altro sull'argomento.”
“Insisto perché lei ascolti tutto,” replicò lui. “La mia fortuna non è mai stata ingente, e sono sempre stato uno spendaccione, sempre abituato a frequentare persone di reddito superiore al mio. Ogni anno da quando ho raggiunto la maggiore età, o credo persino da prima, ha aggiunto debiti ai miei; e sebbene la morte della mia vecchia cugina, Mrs. Smith, dovesse rendermi libero, quell'evento essendo incerto, e forse assai lontano, era da qualche tempo mia intenzione ristabilire le mie condizioni sposando una donna facoltosa. Legarmi a vostra sorella, dunque, non era cosa da prendere in considerazione; e con una bassezza, un egoismo, una crudeltà che nessuno sguardo indignato, nessuno sguardo sprezzante, nemmeno il suo, Miss Dashwood, potrà mai riprovare abbastanza, agivo in questo modo, cercando di conquistare il suo interesse, senza un pensiero di ricambiarlo. Ma una cosa si può dire per me: persino in quel terribile stato di egoistica vanità, non conoscevo l'entità del danno che meditavo, perché non sapevo allora cosa significasse amare. Ma l'ho mai saputo? Ben si può dubitarne; poiché, se avessi amato davvero, avrei potuto sacrificare i miei sentimenti alla vanità, all'avarizia? O, cosa ancor più grave, avrei potuto sacrificare i suoi? Eppure l'ho fatto. Per evitare una povertà relativa, che il suo affetto e la sua compagnia avrebbero privato di ogni orrore, ho, elevandomi all'agiatezza, perso tutto ciò che avrebbe potuto renderla una benedizione.”
“Lei credeva dunque,” disse Elinor, un poco addolcita, “di essere a un certo punto legato a lei?”
“Aver resistito a tali attrattive, aver fatto fronte a tale tenerezza! C'è un uomo sulla terra che avrebbe potuto farlo? Sì, mi sono ritrovato, per gradi insensibili, sinceramente affezionato a lei; e le ore più felici della mia vita sono state quelle trascorse con lei quando sentivo che le mie intenzioni erano rigorosamente onorevoli, e i miei sentimenti irreprensibili. Persino allora, tuttavia, quando ero pienamente determinato a dichiararmi, mi sono permesso in modo assai improprio di rimandare, di giorno in giorno, il momento di farlo, per la riluttanza a contrarre un impegno mentre le mie condizioni erano così gravemente compromesse. Non voglio ragionare qui – né mi fermerò per permetterle di dilungarsi sull'assurdità, e su quanto vi sia di peggio dell'assurdità, nello scrupolo di impegnare la mia parola laddove il mio onore era già vincolato. L'evento ha dimostrato che sono stato uno sciocco astuto, che ha provveduto con grande circospezione a una possibile opportunità di rendersi spregevole e infelice per sempre. Alla fine, però, la mia risoluzione fu presa, e avevo deciso, non appena fossi riuscito a trovarla sola, di giustificare le attenzioni che le avevo così invariabilmente rivolto, e di assicurarle apertamente un affetto che avevo già preso tanta cura di manifestare. Ma nel frattempo – nel frattempo delle pochissime ore che dovevano passare, prima che avessi l'opportunità di parlarle in privato – una circostanza si verificò – una circostanza sfortunata, a rovinare ogni mia risoluzione, e con essa ogni mia serenità. Avvenne una scoperta,” – qui esitò e abbassò lo sguardo. “Mrs. Smith era stata in qualche modo informata, immagino da qualche parente lontano, il cui interesse era privarmi del suo favore, di una faccenda, un legame – ma non ho bisogno di spiegarmi oltre,” aggiunse, guardandola con il volto acceso e un occhio indagatore – “la vostra particolare intimità – avete probabilmente sentito l'intera storia molto tempo fa.”
“L'ho sentita,” replicò Elinor, arrossendo a sua volta, e indurendo di nuovo il cuore contro ogni compassione per lui, “l'ho sentita tutta. E come lei intenda giustificare anche solo una parte della sua colpa in quella terribile faccenda, confesso che va oltre la mia comprensione.”
“Ricordi,” esclamò Willoughby, “da chi ha ricevuto il racconto. Poteva essere imparziale? Riconosco che la sua situazione e il suo carattere avrebbero dovuto essere rispettati da me. Non intendo giustificarmi, ma allo stesso tempo non posso lasciarle supporre che io non abbia nulla da dire – che poiché lei è stata offesa fosse irreprensibile, e poiché io sono stato un libertino, lei debba essere una santa. Se la violenza delle sue passioni, la debolezza del suo intelletto – non intendo, tuttavia, difendermi. Il suo affetto per me meritava un trattamento migliore, e spesso, con grande autocritica, ricordo la tenerezza che, per brevissimo tempo, ebbe il potere di creare un contraccambio. Vorrei – vorrei di cuore che non fosse mai accaduto. Ma ho offeso più di lei; e ho offeso una persona il cui affetto per me (posso dirlo?) era a stento meno caldo del suo; e la cui mente – Oh! quanto infinitamente superiore!”
“La sua indifferenza, tuttavia, verso quella sventurata ragazza – devo dirlo, per quanto spiacevole mi possa essere la discussione di un simile argomento – la sua indifferenza non è una scusa per la sua crudele negligenza verso di lei. Non si creda giustificato da alcuna debolezza, alcun difetto naturale di intelletto da parte sua, nella gratuita crudeltà così evidente da parte sua. Doveva sapere che, mentre lei si divertiva nel Devonshire perseguendo nuovi piani, sempre allegro, sempre felice, lei era ridotta alla più estrema indigenza.”
“Ma, in coscienza, non lo sapevo,” replicò lui calorosamente; “non ricordavo di aver omesso di darle il mio indirizzo; e il buon senso avrebbe potuto suggerirle come trovarlo.”
“Bene, signore, e cosa disse Mrs. Smith?”
“Mi accusò subito dell'offesa, e si può indovinare la mia confusione. La purezza della sua vita, la formalità delle sue idee, la sua ignoranza del mondo – tutto era contro di me. La faccenda in sé non potevo negarla, e vano fu ogni tentativo di addolcirla. Era precedentemente disposta, credo, a dubitare della moralità della mia condotta in generale, ed era inoltre scontenta della ben poca attenzione, della ben poca parte del mio tempo che le avevo concesso in questa visita. In breve, finì in una rottura totale. Con una misura avrei potuto salvarmi. Nell'apice della sua moralità, brava donna! si offrì di perdonare il passato, se avessi sposato Eliza. Non poteva essere – e fui formalmente congedato dal suo favore e dalla sua casa. La notte seguente a questa faccenda – dovevo partire la mattina dopo – fu spesa da me nel deliberare quale dovesse essere la mia condotta futura. La lotta fu grande – ma finì troppo presto. Il mio affetto per Marianne, la mia totale convinzione del suo attaccamento per me – tutto ciò era insufficiente a superare quel terrore della povertà, o a vincere quelle false idee sulla necessità delle ricchezze, che ero naturalmente incline a provare, e che la società dispendiosa aveva accresciuto. Avevo ragione di credermi sicuro della mia attuale moglie, se avessi scelto di rivolgermi a lei, e mi convinsi che nient'altro, secondo il comune buon senso, restasse da fare. Una scena gravosa tuttavia mi attendeva, prima che potessi lasciare il Devonshire; ero impegnato a pranzare da voi proprio quel giorno; qualche scusa era dunque necessaria per il mio venir meno a questo impegno. Ma se dovessi scrivere questa scusa, o consegnarla di persona, fu un punto di lungo dibattito. Vedere Marianne, sentivo, sarebbe stato terribile, e dubitavo persino se avrei potuto rivederla e rimanere fedele alla mia risoluzione. Sotto quel punto, tuttavia, sottovalutai la mia stessa magnanimità, come l'evento dichiarò; poiché andai, la vidi, e la vidi infelice, e la lasciai infelice – e la lasciai sperando di non vederla mai più.”
“Perché è passato, Mr. Willoughby?” disse Elinor, con tono di rimprovero; “un biglietto avrebbe risposto a ogni scopo. Perché era necessario passare?”
“Era necessario per il mio orgoglio. Non potevo sopportare di lasciare il paese in un modo che potesse indurre lei, o il resto del vicinato, a sospettare una parte di ciò che era realmente accaduto tra Mrs. Smith e me – e risolsi dunque di passare dal cottage, sulla mia strada per Honiton. La vista della vostra cara sorella, tuttavia, fu davvero terribile; e, per peggiorare le cose, la trovai sola. Eravate tutte andate non so dove. L'avevo lasciata solo la sera prima, così pienamente, così fermamente risoluto dentro di me a fare la cosa giusta! Poche ore avrebbero dovuto legarla a me per sempre; e ricordo quanto felice, quanto allegro fosse il mio spirito, mentre camminavo dal cottage ad Allenham, soddisfatto di me stesso, deliziato da tutti! Ma in questo, il nostro ultimo colloquio di amicizia, mi avvicinai a lei con un senso di colpa che quasi mi tolse il potere di fingere. Il suo dolore, la sua delusione, il suo profondo rimpianto, quando le dissi che ero costretto a lasciare il Devonshire così immediatamente – non lo dimenticherò mai – unito anche a tanta fiducia, tanta confidenza in me! – Oh, Dio! – che mascalzone dal cuore duro sono stato!”
Rimasero entrambi in silenzio per alcuni istanti. Elinor parlò per prima.
“Le disse che sarebbe tornato presto?”
“Non so cosa le dissi,” replicò lui, con impazienza; “meno di quanto fosse dovuto al passato, senza dubbio, e con ogni probabilità molto più di quanto fosse giustificato dal futuro. Non posso pensarci. – Non serve. – Poi venne la vostra cara madre a torturarmi ulteriormente, con tutta la sua gentilezza e confidenza. Ringrazi il cielo! mi torturò. Ero infelice. Miss Dashwood, lei non può avere un'idea del conforto che mi dà guardare indietro alla mia stessa miseria. Nutro un tale rancore verso me stesso per la stupida, spregevole follia del mio cuore, che tutte le mie sofferenze passate per questo sono solo trionfo ed esultanza per me ora. Bene, partii, lasciai tutto ciò che amavo, e andai da coloro verso i quali, al meglio, ero solo indifferente. Il mio viaggio verso la città – viaggiando con i miei cavalli, e dunque così tediosamente – nessuna creatura con cui parlare – le mie riflessioni così allegre – quando guardavo avanti tutto così invitante! – quando guardavo indietro a Barton, il quadro così consolante! – oh, è stato un viaggio benedetto!”
Si fermò.
“Bene, signore,” disse Elinor, che, pur provando pietà per lui, diveniva impaziente per la sua partenza, “e questo è tutto?”
“Tutto! – no: – ha dimenticato cosa è accaduto in città? Quella lettera infame? Ve l'ha mostrata?”
“Sì, ho visto ogni biglietto che è passato.”
“Quando il primo dei suoi mi raggiunse (come accadde immediatamente, poiché ero in città tutto il tempo), ciò che provai è – nel dire comune, non esprimibile; in uno più semplice – forse troppo semplice per suscitare alcuna emozione – i miei sentimenti furono molto, molto dolorosi. – Ogni riga, ogni parola era – nella metafora logora che la loro cara autrice, se fosse qui, proibirebbe – un pugnale al mio cuore. Sapere che Marianne era in città era – nel medesimo linguaggio – un fulmine. – Fulmini e pugnali! – che rimprovero mi avrebbe fatto! – il suo gusto, le sue opinioni – credo che mi siano più noti dei miei stessi, e sono certo che mi siano più cari.”
Il cuore di Elinor, che aveva subito molti cambiamenti nel corso di questa straordinaria conversazione, era ora di nuovo addolcito; – tuttavia sentiva suo dovere frenare nel suo interlocutore idee come le ultime.
“Questo non è giusto, Mr. Willoughby. – Ricordi che lei è sposato. Racconti solo ciò che in coscienza ritiene necessario che io ascolti.”
“Il biglietto di Marianne, nell'assicurarmi che le ero ancora caro come nei giorni passati, – che a dispetto delle molte, molte settimane in cui eravamo stati separati, lei era così costante nei suoi sentimenti, e così piena di fede nella costanza dei miei come sempre, – risvegliò tutto il mio rimorso. Dico risvegliato, perché il tempo e Londra, gli affari e la dissipazione, lo avevano in qualche misura placato, e stavo diventando un bel mascalzone incallito, immaginandomi indifferente a lei, e scegliendo di immaginare che anche lei fosse diventata indifferente a me; parlando a me stesso del nostro passato attaccamento come di una faccenda oziosa e meschina, stringendomi nelle spalle a riprova che lo fosse, e zittendo ogni rimprovero, superando ogni scrupolo, dicendo segretamente ora e allora: ‘Sarò di cuore lieto di sapere che è ben sposata’. Ma questo biglietto mi fece conoscere meglio. Sentii che lei mi era infinitamente più cara di qualsiasi altra donna al mondo, e che la stavo trattando in modo infame. Ma tutto era allora appena stabilito tra Miss Grey e me. Ritirarsi era impossibile. Tutto ciò che dovevo fare era evitare entrambe. Non mandai alcuna risposta a Marianne, intendendo con ciò preservarmi da una sua ulteriore attenzione; e per qualche tempo fui persino determinato a non passare in Berkeley Street; – ma alla fine, giudicando più saggio simulare l'aria di una fredda, comune conoscenza piuttosto che altro, vi ho osservate tutte uscire sane e salve di casa una mattina, e ho lasciato il mio nome.”
“Ci avete osservate uscire di casa!”
“Proprio così. Sarebbe sorpresa di sentire quanto spesso vi abbia osservate, quanto spesso fossi sul punto di incontrarvi. Sono entrato in molti negozi per evitare la vostra vista, mentre la carrozza passava. Alloggiando come facevo in Bond Street, non c'era quasi giorno in cui non scorgessi l'una o l'altra di voi; e niente se non la più costante vigilanza da parte mia, un desiderio invariabilmente prevalente di tenermi lontano dalla vostra vista, avrebbe potuto separarci così a lungo. Ho evitato i Middleton il più possibile, così come chiunque altro che potesse rivelarsi una conoscenza comune. Non sapendo che fossero in città, tuttavia, mi sono imbattuto in Sir John, credo, il primo giorno del suo arrivo, e il giorno dopo che ero passato da Mrs. Jennings. Mi invitò a una festa, un ballo a casa sua la sera. Se non mi avesse detto come incentivo che lei e sua sorella sareste state lì, l'avrei sentita una cosa troppo certa per fidarmi di avvicinarmi a lui. La mattina dopo portò un altro breve biglietto da Marianne – ancora affettuoso, aperto, ingenuo, fiducioso – tutto ciò che poteva rendere la mia condotta più odiosa. Non potevo rispondere. Ci provai – ma non riuscii a formulare una frase. Ma pensavo a lei, credo, ogni momento della giornata. Se può compatirmi, Miss Dashwood, compianga la mia situazione com'era allora. Con la testa e il cuore pieni di sua sorella, ero costretto a recitare la parte dell'amante felice con un'altra donna! Quelle tre o quattro settimane sono state peggio di tutto. Bene, alla fine, come non c'è bisogno che le dica, siete state forzate su di me; e che bella figura ho fatto! che serata di agonia è stata! Marianne, bella come un angelo da una parte, che mi chiamava Willoughby con un tale tono! Oh, Dio! che mi porgeva la mano, che mi chiedeva una spiegazione, con quegli occhi ammaliatori fissi in tale parlante sollecitudine sul mio volto! e Sophia, gelosa come il diavolo dall'altra parte, che sembrava tutto ciò che – Bene, non importa; è finita ora. Una tale serata! Sono scappato via da voi tutti non appena ho potuto; ma non prima di aver visto il dolce volto di Marianne bianco come la morte. Quello è stato l'ultimo, ultimo sguardo che ho avuto di lei; l'ultimo modo in cui mi è apparsa. È stata una vista orribile! eppure quando ho pensato a lei oggi come realmente morente, è stato una sorta di conforto per me immaginare che sapevo esattamente come sarebbe apparsa a coloro che l'hanno vista per l'ultima volta in questo mondo. Era davanti a me, costantemente davanti a me, mentre viaggiavo, con lo stesso sguardo e colore.”
Una breve pausa di reciproca riflessione seguì. Willoughby, riprendendosi per primo, la ruppe così:
“Bene, lasciate che mi affretti ad andare. Sua sorella è certamente meglio, certamente fuori pericolo?”
“Ne siamo assicurate.”
“La sua povera madre, anche! – che adora Marianne.”
“Ma la lettera, Mr. Willoughby, la sua lettera; ha qualcosa da dire su quella?”
“Sì, sì, quella in particolare. Sua sorella mi scrisse di nuovo, lo sa, la mattina subito seguente. Ha visto cosa diceva. Stavo facendo colazione dai Ellison – e la sua lettera, con alcune altre, mi fu portata lì dai miei alloggi. Accadde che attirasse l'occhio di Sophia prima del mio – e le sue dimensioni, l'eleganza della carta, la grafia nel complesso, le diedero immediatamente un sospetto. Qualche voce vaga le era giunta prima del mio attaccamento a una giovane signora nel Devonshire, e ciò che era passato sotto la sua osservazione la sera precedente aveva segnato chi fosse la giovane signora, e l'aveva resa più gelosa che mai. Affettando quell'aria di giocosità, dunque, che è deliziosa in una donna che si ama, aprì la lettera direttamente, e ne lesse il contenuto. Fu ben ripagata per la sua impudenza. Lesse ciò che la rese infelice. La sua infelicità avrei potuto sopportarla, ma la sua passione – la sua malizia – In ogni caso doveva essere placata. E, in breve – cosa pensa dello stile di scrittura di mia moglie? – delicato – tenero – veramente femminile – non è vero?”
“Sua moglie! – La lettera era della sua grafia.”
“Sì, ma ho avuto solo il merito di copiare servilmente frasi di cui mi vergognavo a mettere il mio nome. L'originale era tutto suo – i suoi felici pensieri e la sua gentile dizione. Ma cosa potevo fare! – eravamo impegnati, tutto in preparazione, il giorno quasi fissato – Ma sto parlando come uno sciocco. Preparazione! Giorno! In parole oneste, il suo denaro mi era necessario, e in una situazione come la mia, tutto doveva essere fatto per prevenire una rottura. E dopo tutto, cosa significava per il mio carattere nell'opinione di Marianne e dei suoi amici, in quale linguaggio fosse redatta la mia risposta? Doveva essere solo per un fine. Il mio compito era dichiararmi un mascalzone, e se lo facessi con un inchino o con una spacconata era di poca importanza. ‘Sono rovinato per sempre nella loro opinione,’ dissi a me stesso: ‘sono escluso per sempre dalla loro società, mi pensano già un individuo senza principi, questa lettera mi farà solo pensare un farabutto.’ Tali erano i miei ragionamenti, mentre, in una sorta di disperata noncuranza, copiavo le parole di mia moglie, e mi separavo dalle ultime reliquie di Marianne. I suoi tre biglietti – sfortunatamente erano tutti nel mio portafoglio, altrimenti avrei negato la loro esistenza, e li avrei custoditi per sempre – fui costretto a metterli via, e non potei nemmeno baciarli. E la ciocca di capelli – anche quella avevo sempre portato con me nello stesso portafoglio, che fu poi perquisito dalla Signora con la più accattivante virulenza, – la cara ciocca, – tutto, ogni ricordo mi fu strappato.”
“Siete in grande errore, Mr. Willoughby, siete assai biasimevole,” disse Elinor, mentre la sua voce, a dispetto di lei stessa, tradiva la sua commossa compassione; “non dovreste parlare in questo modo, né di Mrs. Willoughby né di mia sorella. Avete operato la vostra scelta. Non vi è stata imposta. Vostra moglie ha diritto alla vostra cortesia, al vostro rispetto, almeno. Deve essere legata a voi, altrimenti non vi avrebbe sposato. Trattarla con freddezza, parlare di lei con disprezzo non è un’espiazione per Marianne, né posso supporre che sia un sollievo per la vostra stessa coscienza.”
“Non parlatemi di mia moglie,” disse lui con un pesante sospiro; “lei non merita la vostra compassione. Sapeva che non nutrivo alcun riguardo per lei quando ci siamo sposati. Ebbene, sposati lo siamo stati, e siamo scesi a Combe Magna per essere felici, e in seguito siamo tornati in città per essere gaudenti. E ora, provate pietà per me, Miss Dashwood? O ho detto tutto questo invano? Sono, anche solo di un grado, meno colpevole nella vostra opinione di quanto lo fossi prima? Le mie intenzioni non sono state sempre sbagliate. Ho forse giustificato una qualche parte della mia colpa?”
“Sì, avete certamente rimosso qualcosa, un poco. Vi siete dimostrato, nel complesso, meno fallibile di quanto avessi creduto. Avete dimostrato che il vostro cuore è meno malvagio, molto meno malvagio. Ma difficilmente so… la miseria che avete inflitto… difficilmente so cosa avrebbe potuto renderla peggiore.”
“Volete ripetere a vostra sorella, quando sarà ristabilita, ciò che vi ho detto? Lasciate che io sia un po’ sollevato anche nella sua opinione, oltre che nella vostra. Mi dite che lei mi ha già perdonato. Lasciate che io possa immaginare che una migliore conoscenza del mio cuore, e dei miei attuali sentimenti, tragga da lei un perdono più spontaneo, più naturale, più gentile, meno dignitoso. Parlatele della mia miseria e della mia penitenza; ditele che il mio cuore non è mai stato incostante verso di lei, e se volete, che in questo momento lei mi è più cara che mai.”
“Le dirò tutto ciò che è necessario a ciò che si può, comparativamente, chiamare la vostra giustificazione. Ma non mi avete spiegato la ragione particolare del vostro venire ora, né come avete saputo della sua malattia.”
“Ieri sera, nel vestibolo del Drury Lane, mi sono imbattuto in Sir John Middleton, e quando ha visto chi ero, per la prima volta in questi due mesi, mi ha rivolto la parola. Che mi avesse tagliato fuori fin dal mio matrimonio, l’avevo visto senza sorpresa o risentimento. Ora, tuttavia, la sua anima bonaria, onesta e ottusa, piena di indignazione contro di me e di preoccupazione per vostra sorella, non ha potuto resistere alla tentazione di dirmi ciò che sapeva avrebbe dovuto, sebbene probabilmente non pensasse che lo avrebbe fatto, tormentarmi orribilmente. Con la massima franchezza possibile, mi ha dunque detto che Marianne Dashwood stava morendo di febbre putrida a Cleveland; una lettera ricevuta quella mattina da Mrs. Jennings dichiarava il suo pericolo imminente; i Palmer sono tutti partiti in preda al panico, ecc. Ero troppo scioccato per poter fingere insensibilità persino di fronte all’ignaro Sir John. Il suo cuore si è addolcito nel vedere soffrire il mio; e tanta parte della sua ostilità è svanita, che quando ci siamo separati, mi ha quasi stretto la mano ricordandomi una vecchia promessa riguardo a un cucciolo di pointer. Ciò che ho provato nell'udire che vostra sorella stava morendo, e morendo per di più credendomi il più grande scellerato sulla terra, disprezzandomi, odiandomi nei suoi ultimi momenti – poiché come potevo sapere quali orribili progetti non potessero essermi stati imputati? Una persona ero certo mi avrebbe dipinto come capace di tutto – ciò che ho provato è stato spaventoso! La mia risoluzione è stata presa presto, e alle otto di stamane ero nella mia carrozza. Ora sapete tutto.”
Elinor non rispose. I suoi pensieri erano silenziosamente fissi sull'irreparabile danno che una troppo precoce indipendenza e le conseguenti abitudini di ozio, dissipazione e lusso, avevano arrecato alla mente, al carattere, alla felicità di un uomo che, a ogni vantaggio di persona e talento, univa un’indole naturalmente aperta e onesta, e un temperamento sensibile e affettuoso. Il mondo lo aveva reso stravagante e vanitoso; la stravaganza e la vanità lo avevano reso dal cuore freddo ed egoista. La vanità, cercando il proprio colpevole trionfo a spese di un'altra, lo aveva coinvolto in un vero attaccamento, che la stravaganza, o almeno la sua progenie, la necessità, avevano richiesto fosse sacrificato. Ogni propensione fallace, nel condurlo al male, lo aveva condotto parimenti alla punizione. L’attaccamento, dal quale contro l’onore, contro il sentimento, contro ogni miglior interesse si era esteriormente strappato, ora, quando non più consentito, governava ogni pensiero; e la relazione, per amore della quale aveva, con pochi scrupoli, lasciato la sorella di lei nella miseria, prometteva di rivelarsi una fonte di infelicità per lui stesso di natura assai più incurabile. Da una fantasticheria di questo tipo fu richiamata alla fine di alcuni minuti da Willoughby, il quale, scuotendosi da una riflessione almeno altrettanto dolorosa, balzò in piedi in preparazione per partire, e disse:
“Non serve a nulla restare qui; devo andarmene.”
“Tornate in città?”
“No, a Combe Magna. Ho affari là; da lì in città tra un giorno o due. Addio.”
Le tese la mano. Lei non poté rifiutarsi di dargli la propria; lui la strinse con affetto.
“E pensate davvero qualcosa di meglio di me rispetto a prima?” disse lui, lasciandola cadere e appoggiandosi alla mensola del camino come se dimenticasse di dover andare.
Elinor gli assicurò di sì; che lo perdonava, ne aveva pietà, gli augurava ogni bene; era persino interessata alla sua felicità, e aggiunse qualche gentile consiglio riguardo al comportamento che più probabilmente l'avrebbe favorita. La sua risposta non fu molto incoraggiante.
“Quanto a questo,” disse, “devo farmi strada nel mondo come meglio posso. La felicità domestica è fuori discussione. Se, tuttavia, mi è consentito pensare che voi e i vostri proviate interesse per il mio destino e le mie azioni, potrebbe essere il mezzo… potrebbe tenermi in guardia… almeno, potrebbe essere qualcosa per cui vivere. Marianne, naturalmente, è persa per me per sempre. Fossi anche, per qualche benedetto caso, di nuovo libero…”
Elinor lo fermò con un rimprovero.
“Ebbene,” replicò, “ancora una volta addio. Ora me ne andrò a vivere nel timore di un evento.”
“Cosa intendete?”
“Il matrimonio di vostra sorella.”
“Siete molto in errore. Non potrà mai essere più persa per voi di quanto lo sia ora.”
“Ma sarà guadagnata da qualcun altro. E se quel qualcuno dovesse essere proprio colui che, tra tutti gli altri, meno potrei sopportare… ma non rimarrò qui a privarmi di tutta la vostra compassionevole benevolenza, mostrando che dove ho maggiormente ferito posso meno perdonare. Addio, Dio vi benedica!”
E con queste parole, corse quasi fuori dalla stanza.
CAPITOLO XLV.
Elinor, per qualche tempo dopo che lui la lasciò, per qualche tempo persino dopo che il suono della sua carrozza si fu spento, rimase troppo oppressa da una folla di idee, ampiamente divergenti tra loro, ma di cui la tristezza era il risultato generale, per pensare persino a sua sorella.
Willoughby, lui, che solo mezz'ora prima aveva detestato come il più indegno degli uomini, Willoughby, a dispetto di tutti i suoi difetti, eccitava un grado di commiserazione per le sofferenze da essi prodotte, che la portava a pensare a lui, ora separato per sempre dalla sua famiglia, con una tenerezza, un rimpianto, piuttosto in proporzione – come presto riconobbe dentro di sé – ai suoi desideri che ai suoi meriti. Sentiva che la sua influenza sulla sua mente era accresciuta da circostanze che non avrebbero dovuto, in ragione, avere peso; da quella persona di non comune attrazione, quei modi aperti, affettuosi e vivaci il cui possesso non era un merito; e da quell'ancora ardente amore per Marianne, che non era nemmeno innocente assecondare. Ma sentiva che era così, molto, molto tempo prima che potesse sentire la sua influenza affievolirsi.
Quando alla fine tornò presso l'incosciente Marianne, la trovò appena sveglia, rinfrescata da un sonno così lungo e dolce fino al limite delle sue speranze. Il cuore di Elinor era colmo. Il passato, il presente, il futuro, la visita di Willoughby, la salvezza di Marianne e l’atteso arrivo di sua madre, la gettarono interamente in un'agitazione di spirito che scacciava ogni segno di stanchezza, e la rendeva timorosa solo di tradirsi davanti alla sorella. Breve fu il tempo, tuttavia, in cui quel timore poté influenzarla, poiché mezz'ora dopo la partenza di Willoughby da casa, fu di nuovo chiamata al piano di sotto dal suono di un’altra carrozza. Ansiosa di risparmiare a sua madre ogni non necessario istante di orribile sospensione, corse immediatamente nell'atrio, e raggiunse la porta esterna giusto in tempo per riceverla e sostenerla mentre entrava.
Mrs. Dashwood, il cui terrore mentre si avvicinavano alla casa aveva prodotto quasi la convinzione che Marianne non esistesse più, non aveva voce per chiedere di lei, non aveva voce nemmeno per Elinor; ma lei, non attendendo né saluto né domanda, diede istantaneamente il gioioso sollievo; e sua madre, cogliendolo con tutto il suo solito calore, fu in un attimo sopraffatta dalla sua felicità tanto quanto lo era stata prima dalle sue paure. Fu sostenuta nel salotto tra la figlia e il suo amico; e lì, versando lacrime di gioia, sebbene ancora incapace di parlare, abbracciò Elinor ancora e ancora, voltandosi da lei a intervalli per stringere la mano al Colonnello Brandon, con uno sguardo che esprimeva al contempo la sua gratitudine e la sua convinzione che lui condividesse con lei la beatitudine del momento. Lui la condivideva, tuttavia, in un silenzio ancora maggiore del suo.
Non appena Mrs. Dashwood si fu ripresa, vedere Marianne fu il suo primo desiderio; e in due minuti fu con la sua amata figlia, resa più cara che mai dall'assenza, dall'infelicità e dal pericolo. La gioia di Elinor, nel vedere ciò che ciascuno provava nell'incontro, fu frenata solo dal timore che esso potesse sottrarre a Marianne ulteriore sonno: ma Mrs. Dashwood poteva essere calma, poteva essere persino prudente, quando la vita di una figlia era in gioco, e Marianne, soddisfatta nel sapere sua madre vicino a lei, e consapevole di essere troppo debole per la conversazione, si sottomise prontamente al silenzio e alla quiete prescritti da ogni infermiere attorno a lei. Mrs. Dashwood sarebbe rimasta alzata con lei tutta la notte; ed Elinor, in conformità con la supplica di sua madre, andò a letto. Ma il riposo, che una notte interamente senza sonno e molte ore della più logorante ansia sembravano rendere necessario, fu tenuto lontano dall'irritazione dello spirito. Willoughby, “povero Willoughby”, come ora si permetteva di chiamarlo, era costantemente nei suoi pensieri; non avrebbe voluto per nulla al mondo non aver ascoltato la sua rivendicazione, e ora si incolpava, ora si assolveva per averlo giudicato così duramente prima. Ma la sua promessa di riferirlo a sua sorella era invariabilmente dolorosa. Temeva di adempierla, temeva quale potesse essere il suo effetto su Marianne; dubitava se dopo una tale spiegazione potesse mai essere felice con un altro; e per un momento desiderò che Willoughby fosse vedovo. Poi, ricordando il Colonnello Brandon, si rimproverò, sentì che alle sue sofferenze e alla sua costanza, molto più che a quelle del rivale, era dovuta la ricompensa di sua sorella, e desiderò ogni cosa piuttosto che la morte di Mrs. Willoughby.
Lo shock della missione del Colonnello Brandon a Barton era stato molto mitigato per Mrs. Dashwood dal suo precedente allarme; poiché così grande era la sua inquietudine per Marianne, che aveva già deciso di partire per Cleveland proprio quel giorno, senza attendere ulteriori notizie, e aveva così organizzato il suo viaggio prima del suo arrivo, che i Carey erano attesi da un momento all'altro per portar via Margaret, poiché sua madre non voleva condurla dove avrebbe potuto esserci contagio.
Marianne continuava a migliorare ogni giorno, e la brillante allegria dello sguardo e dello spirito di Mrs. Dashwood dimostrava che lei era, come ripetutamente dichiarava, una delle donne più felici del mondo. Elinor non poteva ascoltare la dichiarazione, né testimoniarne le prove, senza talvolta chiedersi se sua madre si ricordasse mai di Edward. Ma Mrs. Dashwood, fidandosi del resoconto temperato della sua stessa delusione che Elinor le aveva inviato, si lasciava trasportare dall'esuberanza della sua gioia a pensare solo a ciò che l'avrebbe accresciuta. Marianne le era stata restituita da un pericolo nel quale, come ora cominciava a sentire, il suo stesso giudizio errato nell'incoraggiare lo sfortunato attaccamento a Willoughby, aveva contribuito a porla; e nella sua guarigione aveva ancora un'altra fonte di gioia non pensata da Elinor. Le fu così comunicata, non appena si presentò una qualsiasi opportunità di colloquio privato tra loro.
“Finalmente siamo sole. La mia Elinor, non conosci ancora tutta la mia felicità. Il Colonnello Brandon ama Marianne. Me l’ha detto lui stesso.”
Sua figlia, sentendosi a turno sia compiaciuta che addolorata, sorpresa e non sorpresa, era tutta un silenzio attento.
“Tu non sei mai come me, cara Elinor, altrimenti mi meraviglierei della tua compostezza ora. Se mi fossi seduta a desiderare ogni possibile bene per la mia famiglia, avrei fissato nel matrimonio di una di voi con il Colonnello Brandon l'obiettivo più desiderabile. E credo che Marianne sarà la più felice con lui delle due.”
Elinor era mezza incline a chiederle la ragione per cui pensasse ciò, poiché soddisfatta che nessuna, basata su una considerazione imparziale della loro età, carattere o sentimenti, potesse essere data; ma sua madre doveva sempre lasciarsi trasportare dalla sua immaginazione su qualsiasi argomento interessante, e perciò invece di un'indagine, lo superò con un sorriso.
“Mi ha aperto tutto il suo cuore ieri mentre viaggiavamo. È venuto fuori del tutto inavvertitamente, del tutto senza intenzioni. Io, puoi ben credere, non potevo parlare d'altro che di mia figlia; lui non poteva nascondere il suo disagio; ho visto che eguagliava il mio, e lui forse, pensando che la semplice amicizia, come va il mondo ora, non giustificherebbe una simpatia così calda… o meglio, non pensando affatto, suppongo… cedendo a sentimenti irresistibili, mi ha reso partecipe del suo sincero, tenero, costante affetto per Marianne. L'ama, la mia Elinor, fin dal primo momento in cui l'ha vista.”
Qui, tuttavia, Elinor percepì… non il linguaggio, non le professioni del Colonnello Brandon, ma i naturali abbellimenti della fantasia attiva di sua madre, che plasmava tutto ciò che era delizioso per lei come più le aggradava.
“Il suo riguardo per lei, infinitamente superiore a qualsiasi cosa Willoughby abbia mai provato o finto, tanto più caldo, più sincero o costante… comunque dobbiamo chiamarlo… è sussistito attraverso tutta la consapevolezza dell'infelice infatuazione della cara Marianne per quel giovane indegno! E senza egoismo… senza incoraggiare una speranza!… avrebbe potuto vederla felice con un altro… Una mente così nobile!… tale apertura, tale sincerità!… nessuno può essere ingannato su di lui.”
“Il carattere del Colonnello Brandon,” disse Elinor, “come uomo eccellente, è ben stabilito.”
“Lo so che lo è,” replicò sua madre seriamente, “altrimenti dopo un tale avvertimento, sarei l'ultima a incoraggiare un tale affetto, o persino a esserne compiaciuta. Ma il suo venire per me come ha fatto, con tale attiva, pronta amicizia, è sufficiente a dimostrarlo uno dei più degni uomini.”
“Il suo carattere, tuttavia,” rispose Elinor, “non poggia su un singolo atto di gentilezza, al quale il suo affetto per Marianne, se l'umanità fosse fuori discussione, lo avrebbe spinto. A Mrs. Jennings, ai Middleton, è stato a lungo e intimamente noto; essi ugualmente lo amano e lo rispettano; e persino la mia stessa conoscenza di lui, sebbene acquisita di recente, è molto considerevole; e così altamente lo apprezzo e lo stimo, che se Marianne può essere felice con lui, sarò pronta quanto te a pensare che la nostra unione sia la più grande benedizione per noi al mondo. Che risposta gli hai dato? Gli hai permesso di sperare?”
“Oh! mia cara, non potevo allora parlare di speranza a lui o a me stessa. Marianne in quel momento poteva essere in punto di morte. Ma non ha chiesto speranza o incoraggiamento. La sua è stata una confidenza involontaria, un'irrefrenabile effusione verso un'amica confortante, non una richiesta a un genitore. Eppure dopo un po’ ho detto, poiché all'inizio ero del tutto sopraffatta, che se fosse vissuta, come confidavo potesse, la mia massima felicità sarebbe consistita nel promuovere il loro matrimonio; e dal nostro arrivo, dalla nostra deliziosa sicurezza, gliel'ho ripetuto più pienamente, gli ho dato ogni incoraggiamento in mio potere. Il tempo, pochissimo tempo, gli dico, farà tutto; il cuore di Marianne non deve essere sprecato per sempre per un uomo come Willoughby. I suoi stessi meriti lo conquisteranno presto.”
“A giudicare dallo spirito del Colonnello, tuttavia, non lo hai ancora reso altrettanto ottimista.”
“No. Pensa che l'affetto di Marianne sia troppo profondamente radicato per qualsiasi cambiamento in esso prima di molto tempo, e persino supponendo che il suo cuore sia di nuovo libero, è troppo diffidente verso se stesso per credere che, con una tale differenza di età e carattere, potrebbe mai legarla a sé. Lì, tuttavia, si sbaglia di grosso. La sua età è solo così tanto superiore alla sua da essere un vantaggio, da rendere il suo carattere e i suoi principi fissi; e il suo temperamento, ne sono ben convinta, è esattamente quello giusto per rendere felice tua sorella. E la sua persona, anche i suoi modi, sono tutti a suo favore. La mia parzialità non mi acceca; certamente non è così bello come Willoughby; ma allo stesso tempo, c'è qualcosa di molto più piacevole nel suo volto. C'era sempre qualcosa, se ricordi, negli occhi di Willoughby a volte, che non mi piaceva.”
Elinor non riusciva a ricordarlo; ma sua madre, senza attendere il suo assenso, continuò,
“E i suoi modi, i modi del Colonnello non sono solo più piacevoli per me di quanto lo siano mai stati quelli di Willoughby, ma sono di un tipo che so bene essere più solidamente attraente per Marianne. La loro gentilezza, la loro genuina attenzione verso le altre persone, e la loro virile, non studiata semplicità è molto più conforme alla sua vera indole che la vivacità, spesso artificiale, e spesso fuori tempo, dell'altro. Sono io stessa molto sicura che, se Willoughby si fosse rivelato davvero amabile, come si è dimostrato invece il contrario, Marianne non sarebbe mai stata così felice con lui come lo sarà con il Colonnello Brandon.”
Fece una pausa. Sua figlia non poteva essere del tutto d'accordo con lei, ma il suo dissenso non fu udito, e quindi non diede offesa.
“A Delaford, sarà a una distanza agevole da me,” aggiunse Mrs. Dashwood, “anche se rimanessi a Barton; e con ogni probabilità… poiché sento che è un grande villaggio… anzi, deve certamente esserci qualche piccola casa o cottage lì vicino, che si adatterebbe a noi altrettanto bene della nostra situazione attuale.”
Povera Elinor! ecco un nuovo piano per portarla a Delaford! ma il suo spirito era ostinato.
“Anche la sua fortuna! poiché alla mia età sai, tutti si preoccupano di ciò; e sebbene io non sappia né desideri sapere cosa sia realmente, sono certa che deve essere una buona fortuna.”
Qui furono interrotte dall'ingresso di una terza persona, ed Elinor si ritirò per pensare a tutto ciò in privato, per augurare successo al suo amico, e tuttavia, nell'augurarlo, per provare una fitta per Willoughby.
CAPITOLO XLVI.
La malattia di Marianne, sebbene indebolente nel suo genere, non era stata abbastanza lunga da rendere la sua guarigione lenta; e con la giovinezza, la forza naturale e la presenza di sua madre come aiuto, procedette così dolcemente da permetterle di trasferirsi, entro quattro giorni dall'arrivo di quest'ultima, nella stanza da toletta di Mrs. Palmer. Quando fu lì, su sua particolare richiesta, poiché era impaziente di riversare i suoi ringraziamenti a lui per aver portato sua madre, il Colonnello Brandon fu invitato a farle visita.
La sua emozione nell'entrare nella stanza, nel vedere il suo aspetto alterato, e nel ricevere la mano pallida che lei gli tese immediatamente, fu tale che, secondo la congettura di Elinor, doveva scaturire da qualcosa di più del suo affetto per Marianne, o dalla consapevolezza che esso fosse noto agli altri; e scoprì presto nel suo occhio malinconico e nell'incarnato mutevole mentre guardava sua sorella, il probabile ripresentarsi alla sua mente di molte passate scene di miseria, riportate da quella somiglianza tra Marianne ed Eliza già riconosciuta, e ora rafforzata dall'occhio incavato, la pelle malsana, la postura di reclinante debolezza e il caloroso riconoscimento del particolare debito.
La signora Dashwood, non meno attenta di sua figlia a ciò che accadeva, ma con una mente influenzata in modo molto diverso, e che quindi osservava con effetti ben differenti, non vide nel comportamento del Colonnello nulla che non scaturisse dalle sensazioni più semplici ed evidenti, mentre nelle azioni e nelle parole di Marianne si convinse che qualcosa di più della gratitudine stesse già nascendo.
Dopo un altro giorno o due, crescendo Marianne visibilmente più forte ogni dodici ore, la signora Dashwood, spinta egualmente dai desideri propri e di sua figlia, cominciò a parlare del ritorno a Barton. Dai suoi provvedimenti dipendevano quelli dei suoi due amici; la signora Jennings non poteva lasciare Cleveland durante la permanenza dei Dashwood; e il Colonnello Brandon fu presto indotto, dalla loro richiesta congiunta, a considerare la propria permanenza lì come altrettanto determinata, se non altrettanto indispensabile. Alla richiesta congiunta sua e della signora Jennings, la signora Dashwood fu persuasa ad accettare l'uso della sua carrozza per il viaggio di ritorno, per una migliore sistemazione della figlia malata; e il Colonnello, su invito unanime della signora Dashwood e della signora Jennings, la cui attiva buona natura la rendeva amichevole e ospitale tanto con gli altri quanto con se stessa, si impegnò con piacere a ricambiare con una visita al cottage nel giro di qualche settimana.
Giunse il giorno della separazione e della partenza; e Marianne, dopo aver preso un congedo così particolare e prolungato dalla signora Jennings, un congedo così sinceramente grato, così pieno di rispetto e di buoni auspici come pareva dovuto al suo stesso cuore per il segreto riconoscimento di passate disattenzioni, e dopo aver salutato il Colonnello Brandon con la cordialità di un'amica, fu da lui accuratamente aiutata a salire in carrozza, della quale egli sembrava ansioso che lei occupasse almeno la metà. La signora Dashwood ed Elinor seguirono poi, e gli altri furono lasciati soli, a parlare dei viaggiatori e a sentire la propria noia, finché la signora Jennings non fu chiamata alla sua carrozza per trovare conforto nei pettegolezzi della sua cameriera per la perdita delle sue due giovani compagne; e il Colonnello Brandon prese subito dopo la sua via solitaria verso Delaford.
I Dashwood furono due giorni in viaggio, e Marianne lo sopportò in entrambi senza eccessiva fatica. Tutto ciò che il più zelante affetto e la più sollecita cura potevano fare per renderla a suo agio fu compito di ogni vigile compagna, e ognuna trovò la propria ricompensa nella sua tranquillità fisica e nella sua calma di spirito. Per Elinor, l'osservazione di quest'ultima fu particolarmente gradita. Lei, che l'aveva vista settimana dopo settimana soffrire così costantemente, oppressa da un'angoscia di cuore di cui non aveva né il coraggio di parlare, né la forza di nascondere, ora vedeva con una gioia, che nessun altro poteva egualmente condividere, un'apparente compostezza di spirito che, essendo il risultato, come lei sperava, di una seria riflessione, doveva inevitabilmente condurla alla contentezza e alla serenità.
Avvicinandosi a Barton, in effetti, ed entrando in scene di cui ogni campo e ogni albero portava qualche particolare, qualche doloroso ricordo, divenne silenziosa e pensierosa, e voltando il viso lontano dal loro sguardo, sedette osservando intensamente attraverso il finestrino. Ma qui, Elinor non poteva né meravigliarsi né biasimare; e quando vide, mentre aiutava Marianne a scendere dalla carrozza, che aveva pianto, vide solo un'emozione in sé troppo naturale per suscitare qualcosa di meno tenero della pietà, e nella sua discrezione meritevole di lode. Nell'intero suo modo di agire successivo, scorse la direzione di una mente risvegliata a un ragionevole impegno; poiché non appena furono entrate nel loro salotto comune, Marianne volse gli occhi attorno ad esso con uno sguardo di ferma risolutezza, come se determinata a abituarsi subito alla vista di ogni oggetto con cui il ricordo di Willoughby potesse essere collegato. Disse poco, ma ogni frase mirava alla serenità, e sebbene un sospiro a volte le sfuggisse, non passava mai senza l'espiazione di un sorriso. Dopo cena volle provare il suo pianoforte. Si avvicinò; ma la musica su cui il suo sguardo si posò per primo era un'opera, procuratale da Willoughby, contenente alcuni dei loro duetti preferiti, e che portava sul foglio esterno il suo stesso nome nella sua grafia. Non andava bene. Scosse la testa, mise da parte la musica e, dopo aver scorso i tasti per un minuto, si lamentò di una debolezza alle dita e richiuse lo strumento; dichiarando tuttavia con fermezza, mentre lo faceva, che in futuro si sarebbe esercitata molto.
Il mattino seguente non produsse alcuna diminuzione di questi felici sintomi. Al contrario, con mente e corpo ugualmente rinvigoriti dal riposo, guardava e parlava con spirito più genuino, anticipando il piacere del ritorno di Margaret e parlando della cara riunione di famiglia che sarebbe stata allora ripristinata, dei loro reciproci interessi e della loro allegra compagnia, come dell'unica felicità degna di un desiderio.
“Quando il tempo sarà stabile e avrò recuperato le mie forze,” disse, “faremo lunghe passeggiate insieme ogni giorno. Cammineremo fino alla fattoria ai margini della brughiera e vedremo come vanno i bambini; cammineremo fino alle nuove piantagioni di Sir John a Barton Cross e all'Abbeyland; e andremo spesso alle vecchie rovine del Priorato e cercheremo di tracciarne le fondamenta fino a dove ci è stato detto che un tempo giungevano. So che saremo felici. So che l'estate passerà felicemente. Intendo non alzarmi mai più tardi delle sei, e da quel momento fino a cena dividerò ogni momento tra la musica e la lettura. Ho formato il mio piano e sono determinata a intraprendere un corso di studio serio. La nostra biblioteca è troppo nota a me per farvi ricorso per qualcosa che non sia un mero divertimento. Ma ci sono molte opere che vale la pena leggere al Parco; e ce ne sono altre di produzione più moderna che so di poter prendere in prestito dal Colonnello Brandon. Leggendo solo sei ore al giorno, guadagnerò nel corso di un anno una gran quantità di istruzione che ora sento di mancare.”
Elinor la onorò per un piano che nasceva così nobilmente; sebbene sorridesse nel vedere la stessa fantasia avida che l'aveva condotta all'estremo della languida indolenza e dell'egoistico rimpianto, ora all'opera nell'introdurre l'eccesso in uno schema di così razionale occupazione e virtuosa autocontrollo. Il suo sorriso però si mutò in un sospiro quando ricordò che la promessa a Willoughby non era ancora stata mantenuta, e temette di avere qualcosa da comunicare che potesse di nuovo turbare la mente di Marianne e rovinare, almeno per un po', questa bella prospettiva di tranquilla operosità. Desiderosa quindi di ritardare l'ora del male, decise di aspettare finché la salute di sua sorella non fosse stata più sicura, prima di fissarla. Ma la risoluzione fu presa solo per essere infranta.
Marianne era a casa da due o tre giorni prima che il tempo fosse abbastanza bello perché un'invalida come lei potesse avventurarsi fuori. Ma alla fine apparve un mattino mite e sereno; tale da tentare i desideri della figlia e la fiducia della madre; e Marianne, appoggiata al braccio di Elinor, fu autorizzata a camminare finché avesse potuto senza fatica, nel sentiero davanti alla casa.
Le sorelle partirono a un passo lento, come la debolezza di Marianne in un esercizio finora mai tentato dopo la sua malattia richiedeva; ed erano avanzate solo così lontano dalla casa da permettere una visione completa della collina, l'importante collina dietro, quando, fermandosi con gli occhi rivolti verso di essa, Marianne disse con calma:
“Lì, esattamente lì,” indicando con una mano, “su quel dosso sporgente, lì sono caduta; e lì ho visto per la prima volta Willoughby.”
La sua voce si abbassò con la parola, ma riprendendosi subito aggiunse:
“Sono grata di scoprire che posso guardare con così poco dolore quel punto! Parleremo mai di quell'argomento, Elinor?” lo disse esitando. “O sarà sbagliato? Posso parlarne ora, spero, come dovrei fare.”
Elinor la invitò teneramente a essere aperta.
“Quanto al rimpianto,” disse Marianne, “ho chiuso con quello, per quanto riguarda lui. Non intendo parlarti di quali siano stati i miei sentimenti per lui, ma di quali siano ora. Al momento, se potessi essere soddisfatta su un punto, se mi fosse concesso di pensare che non stesse sempre recitando una parte, non sempre ingannandomi; ma soprattutto, se potessi essere rassicurata sul fatto che non è mai stato così malvagio come i miei timori a volte mi hanno fatto immaginare, sin dalla storia di quella sfortunata ragazza—”
Si fermò. Elinor fece tesoro con gioia delle sue parole mentre rispondeva:
“Se potessi esserne rassicurata, pensi che saresti serena.”
“Sì. La mia pace mentale è doppiamente coinvolta in ciò; poiché non solo è orribile sospettare una persona, che è stata ciò che è stato per me, di tali disegni, ma cosa deve farmi apparire a me stessa? Cosa, in una situazione come la mia, se non un affetto vergognosamente sconsiderato, potrebbe espormi a—”
“Come allora,” chiese sua sorella, “giustificheresti il suo comportamento?”
“Lo supporrei, oh, quanto volentieri lo supporrei, solo volubile, molto, molto volubile.”
Elinor non disse altro. Stava discutendo dentro di sé sull'opportunità di iniziare subito il suo racconto o di rimandarlo finché Marianne non fosse stata in salute migliore; e avanzarono per qualche minuto in silenzio.
“Non gli auguro troppo bene,” disse Marianne alla fine con un sospiro, “quando auguro che le sue riflessioni segrete non siano più spiacevoli delle mie. Soffrirà abbastanza in esse.”
“Confronti la tua condotta con la sua?”
“No. La confronto con quella che avrebbe dovuto essere; la confronto con la tua.”
“Le nostre situazioni hanno avuto poca somiglianza.”
“Hanno avuto più somiglianza della nostra condotta. Non lasciare, mia carissima Elinor, che la tua gentilezza difenda ciò che so che il tuo giudizio deve censurare. La mia malattia mi ha fatto riflettere. Mi ha dato tempo e calma per serie considerazioni. Molto prima che fossi abbastanza guarita per parlare, ero perfettamente in grado di riflettere. Ho considerato il passato: ho visto nel mio comportamento, dall'inizio della nostra conoscenza con lui lo scorso autunno, null'altro che una serie di imprudenze verso me stessa e mancanza di gentilezza verso gli altri. Ho visto che i miei stessi sentimenti avevano preparato le mie sofferenze, e che la mia mancanza di forza d'animo nel sopportarle mi aveva quasi condotta alla tomba. La mia malattia, lo sapevo bene, era stata interamente causata da me stessa, da una tale negligenza della mia salute che avevo sentito anche all'epoca essere sbagliata. Se fossi morta, sarebbe stato autodistruzione. Non conoscevo il mio pericolo finché il pericolo non è stato rimosso; ma con sentimenti come quelli che queste riflessioni mi hanno dato, mi meraviglio della mia guarigione, mi meraviglio che l'avidità stessa del mio desiderio di vivere, di avere tempo per l'espiazione verso il mio Dio e verso tutte voi, non mi abbia uccisa all'istante. Se fossi morta, in quale particolare miseria vi avrei lasciate, mia infermiera, mia amica, mia sorella! Tu, che avevi visto tutto l'egoistico malumore dei miei ultimi giorni; che avevi conosciuto tutti i lamenti del mio cuore! Come sarei vissuta nel tuo ricordo! Mia madre pure! Come avresti potuto consolarla! Non posso esprimere il mio orrore verso me stessa. Ogni volta che guardavo al passato, vedevo qualche dovere trascurato o qualche debolezza assecondata. Tutti sembravano offesi da me. La gentilezza, l'incessante gentilezza della signora Jennings, avevo ripagato con ingrato disprezzo. Verso i Middleton, verso i Palmer, gli Steele, verso ogni conoscente comune persino, ero stata insolente e ingiusta; con un cuore indurito contro i loro meriti e un temperamento irritato dalla loro stessa attenzione. A John, a Fanny, sì, persino a loro, per quanto poco meritino, avevo dato meno del dovuto. Ma tu, tu soprattutto, sopra mia madre, eri stata offesa da me. Io, e solo io, conoscevo il tuo cuore e i suoi dolori; eppure a cosa mi ha spinto? Non a una compassione che potesse giovare a te o a me stessa. Il tuo esempio era davanti a me; ma a quale scopo? Ero stata più premurosa di te e del tuo conforto? Avevo imitato la tua pazienza, o diminuito i tuoi pesi, prendendo parte a quegli uffici di generale compiacenza o particolare gratitudine che eri stata finora lasciata a svolgere da sola? No; non meno quando sapevo che eri infelice, di quando ti avevo creduta serena, mi ero voltata da ogni esercizio di dovere o amicizia; permettendo a malapena che il dolore esistesse se non con me, rimpiangendo solo quel cuore che mi aveva abbandonata e offesa, e lasciando te, per la quale professavo un affetto illimitato, a essere infelice per causa mia.”
Qui cessò il rapido fluire del suo spirito autocritico; ed Elinor, impaziente di consolare, sebbene troppo onesta per adulare, le diede immediatamente quella lode e quel sostegno che la sua franchezza e la sua contrizione meritavano così bene. Marianne le strinse la mano e rispose:
“Sei molto buona. Il futuro deve essere la mia prova. Ho stabilito il mio piano, e se sarò capace di attenermi ad esso, i miei sentimenti saranno governati e il mio temperamento migliorato. Non preoccuperanno più gli altri, né tormenteranno me stessa. Vivrò ora solo per la mia famiglia. Tu, mia madre e Margaret dovrete essere d'ora in poi tutto il mondo per me; dividerete i miei affetti interamente tra voi. Da voi, dalla mia casa, non avrò mai più il minimo incitamento ad allontanarmi; e se mi mescolerò ad altra società, sarà solo per mostrare che il mio spirito è umiliato, il mio cuore emendato, e che posso praticare le civiltà, i doveri minori della vita, con gentilezza e pazienza. Quanto a Willoughby, dire che presto o che dimenticherò mai lui, sarebbe ozioso. Il suo ricordo non può essere superato da alcun cambiamento di circostanze o opinioni. Ma sarà regolato, sarà controllato dalla religione, dalla ragione, dal costante impegno.”
Si fermò, e aggiunse a bassa voce: “Se potessi solo conoscere il suo cuore, tutto diventerebbe facile.”
Elinor, che stava da tempo riflettendo sull'appropriatezza o meno di azzardare presto la sua narrazione, senza sentirsi per nulla più vicina a una decisione di quanto lo fosse all'inizio, udì questo; e percependo che poiché la riflessione non faceva nulla, la risoluzione doveva fare tutto, si ritrovò presto a condurre al fatto.
Gestì il racconto, come sperava, con abilità; preparò la sua ansiosa ascoltatrice con cautela; riferì in modo semplice e onesto i punti principali su cui Willoughby basava la sua scusa; rese giustizia al suo pentimento e attenuò solo le sue proteste di attuale considerazione. Marianne non disse una parola. Tremava, i suoi occhi erano fissi a terra e le sue labbra divennero più bianche di quanto la malattia stessa le avesse lasciate. Mille domande sorgevano dal suo cuore, ma non osava sollecitarne una. Coglieva ogni sillaba con ansimante avidità; la sua mano, senza saperlo, stringeva strettamente quella della sorella, e lacrime coprivano le sue guance.
Elinor, temendo che si stancasse, la condusse verso casa; e finché non raggiunsero la porta del cottage, congetturando facilmente quale dovesse essere la sua curiosità sebbene nessuna domanda le fosse permessa, non parlò d'altro che di Willoughby e della loro conversazione; e fu accuratamente minuziosa in ogni particolare di discorso e sguardo, laddove la minuziosità poteva essere tranquillamente concessa. Non appena entrarono in casa, Marianne, con un bacio di gratitudine e queste due parole appena articolate tra le lacrime: “Dillo alla mamma”, si allontanò dalla sorella e salì lentamente le scale. Elinor non volle tentare di disturbare una solitudine così ragionevole come quella che ora cercava; e con una mente che preordinava ansiosamente il suo risultato, e una risoluzione di riprendere l'argomento, qualora Marianne avesse mancato di farlo, tornò in salotto per adempiere alla sua ingiunzione di congedo.
CAPITOLO XLVII.
La signora Dashwood non udì senza commuoversi la giustificazione del suo antico favorito. Si rallegrò che fosse stato scagionato da parte della sua colpa imputata; era dispiaciuta per lui; gli augurava felicità. Ma i sentimenti del passato non potevano essere richiamati. Nulla poteva restituirlo a Marianne con una fede intatta e un carattere immacolato. Nulla poteva cancellare la consapevolezza di ciò che quest'ultima aveva sofferto per suo mezzo, né rimuovere la colpa della sua condotta verso Eliza. Nulla poteva sostituirlo, quindi, nella sua antica stima, né danneggiare gli interessi del Colonnello Brandon.
Se la signora Dashwood, come sua figlia, avesse ascoltato la storia di Willoughby direttamente da lui, se avesse testimoniato il suo tormento e fosse stata sotto l'influenza del suo volto e dei suoi modi, è probabile che la sua compassione sarebbe stata maggiore. Ma non era né in potere di Elinor, né nei suoi desideri, suscitare nell'altra tali sentimenti, con la sua spiegazione riportata, come quelli che erano stati originariamente chiamati in lei stessa. La riflessione aveva dato calma al suo giudizio e sobrietà alla sua opinione sui meriti di Willoughby; desiderava, quindi, dichiarare solo la semplice verità e mettere a nudo fatti che erano realmente dovuti al suo carattere, senza alcun abbellimento di tenerezza per sviare la fantasia.
La sera, quando erano tutte e tre insieme, Marianne cominciò volontariamente a parlare di nuovo di lui; ma che non fosse senza uno sforzo, la pensosità inquieta e irrequieta nella quale sedeva da tempo, il colore che le saliva al volto mentre parlava e la sua voce instabile, lo mostravano chiaramente.
“Voglio assicurarvi entrambe,” disse, “che vedo ogni cosa come voi potete desiderare che io faccia.”
La signora Dashwood l'avrebbe interrotta all'istante con tenero conforto, se Elinor, che desiderava davvero udire l'opinione imparziale di sua sorella, con un segno impaziente non avesse imposto il silenzio. Marianne continuò lentamente:
“È un grande sollievo per me, ciò che Elinor mi ha detto stamattina. Ho udito ora esattamente ciò che desideravo udire.” Per alcuni istanti la sua voce andò persa; ma riprendendosi, aggiunse, e con maggiore calma di prima: “Sono ora perfettamente soddisfatta, non desidero alcun cambiamento. Non avrei mai potuto essere felice con lui, dopo aver saputo, come prima o poi avrei dovuto sapere, tutto questo. Non avrei avuto fiducia, né stima. Nulla avrebbe potuto cancellarlo dai miei sentimenti.”
“Lo so, lo so,” esclamò sua madre. “Felice con un uomo dalle pratiche libertine! Con uno che ha così offeso la pace della più cara delle nostre amiche, e del migliore degli uomini! No, la mia Marianne non ha un cuore che possa essere reso felice da un uomo simile! La sua coscienza, la sua sensibile coscienza, avrebbe provato tutto ciò che la coscienza di suo marito avrebbe dovuto provare.”
Marianne sospirò e ripeté: “Non desidero alcun cambiamento.”
“Consideri la faccenda,” disse Elinor, “esattamente come una buona mente e un sano intelletto devono considerarla; e oso dire che percepisci, come me, non solo in questa, ma in molte altre circostanze, ragioni sufficienti per essere convinta che il tuo matrimonio ti avrebbe coinvolta in molti certi problemi e delusioni, in cui saresti stata scarsamente sostenuta da un affetto, da parte sua, molto meno certo. Se ti fossi sposata, saresti stata sempre povera. La sua dispendiosità è riconosciuta persino da lui stesso, e la sua intera condotta dichiara che l'abnegazione è una parola difficilmente compresa da lui. Le sue richieste e la tua inesperienza insieme, con un reddito piccolo, molto piccolo, avrebbero portato a difficoltà che non sarebbero state meno gravose per te, per essere state del tutto sconosciute e impensate prima. Il tuo senso dell'onore e dell'onestà ti avrebbe portata, lo so, una volta consapevole della tua situazione, a tentare tutta l'economia che ti sarebbe apparsa possibile: e, forse, finché la tua frugalità avesse ridotto solo il tuo conforto, avresti potuto essere lasciata a praticarla, ma oltre ciò, e quanto poco avrebbe potuto fare il massimo della tua gestione individuale per fermare la rovina che era iniziata prima del tuo matrimonio? Oltre ciò, se avessi tentato, per quanto ragionevolmente, di ridurre i suoi godimenti, non c'è da temere che, invece di persuadere sentimenti così egoisti ad acconsentirvi, avresti diminuito la tua influenza sul suo cuore e lo avresti fatto pentire della connessione che lo aveva coinvolto in tali difficoltà?”
Le labbra di Marianne tremarono e ripeté la parola “Egoista?” con un tono che implicava: “credi davvero che sia egoista?”
“L'intero suo comportamento,” rispose Elinor, “dall'inizio alla fine della faccenda, è stato basato sull'egoismo. È stato l'egoismo che per primo lo ha fatto giocare con i tuoi affetti; che in seguito, quando i suoi erano impegnati, lo ha fatto ritardare la confessione, e che infine lo ha portato via da Barton. Il suo godimento, o la sua comodità, era, in ogni particolare, il suo principio dominante.”
“È verissimo. La mia felicità non è mai stata il suo obiettivo.”
«Al momento», continuò Elinor, «egli si pente di ciò che ha fatto. E perché se ne pente? Perché scopre che non ha dato i risultati sperati per lui stesso. Non lo ha reso felice. La sua situazione è ora priva di imbarazzi — non soffre di alcun male di quel genere; e pensa solo di aver sposato una donna di temperamento meno amabile di te. Ma ne consegue forse che, se avesse sposato te, sarebbe stato felice? Gli inconvenienti sarebbero stati diversi. Avrebbe sofferto allora delle ristrettezze pecuniarie che, poiché sono state rimosse, ora considera come nulla. Avrebbe avuto una moglie del cui temperamento non avrebbe potuto lamentarsi, ma sarebbe stato sempre bisognoso — sempre povero; e probabilmente avrebbe presto imparato a classificare gli innumerevoli conforti di un patrimonio netto e di una buona rendita come di gran lunga più importanti, persino per la felicità domestica, del semplice temperamento di una moglie».
«Non ne ho alcun dubbio», disse Marianne; «e non ho nulla di cui pentirmi — nulla se non la mia stessa follia».
«Piuttosto dì l'imprudenza di tua madre, figlia mia», disse la signora Dashwood; «lei deve risponderne».
Marianne non volle lasciarla proseguire; e Elinor, soddisfatta che ciascuna percepisse il proprio errore, desiderava evitare qualsiasi esame del passato che potesse indebolire lo spirito di sua sorella; perciò, perseguendo l'argomento iniziale, continuò immediatamente,
«Un'osservazione può, penso, essere equamente tratta dall'intera storia: che tutte le difficoltà di Willoughby sono scaturite dalla prima offesa alla virtù, nel suo comportamento verso Eliza Williams. Quel crimine è stato l'origine di ogni male minore, e di tutte le sue attuali insoddisfazioni».
Marianne acconsentì con grande partecipazione all'osservazione; e sua madre fu indotta da essa a un'enumerazione delle offese e dei meriti del colonnello Brandon, calda quanto l'amicizia e l'intento potevano congiuntamente dettare. Sua figlia, tuttavia, non sembrava averne ascoltato gran che.
Elinor, secondo le sue aspettative, vide nei due o tre giorni successivi che Marianne non continuava a riacquistare forze come aveva fatto; ma finché la sua risolutezza non era vinta, e continuava ancora a cercare di apparire allegra e disinvolta, sua sorella poteva confidare con sicurezza nell'effetto del tempo sulla sua salute.
Margaret ritornò, e la famiglia fu di nuovo tutta riunita, di nuovo tranquillamente stabilita al cottage; e se non proseguivano i loro soliti studi con altrettanto vigore di quando erano giunte a Barton, almeno pianificavano una vigorosa prosecuzione di essi in futuro.
Elinor divenne impaziente per qualche notizia di Edward. Non aveva saputo nulla di lui dopo la sua partenza da Londra, nulla di nuovo sui suoi piani, nulla di certo nemmeno sulla sua attuale dimora. Alcune lettere erano state scambiate tra lei e suo fratello, in conseguenza della malattia di Marianne; e nella prima di John, c'era stata questa frase: «Non sappiamo nulla del nostro sventurato Edward, e non possiamo fare alcuna indagine su un argomento così proibito, ma concludiamo che si trovi ancora a Oxford»; che era tutta l'informazione su Edward concessale dalla corrispondenza, poiché il suo nome non fu nemmeno menzionato in alcuna delle lettere successive. Non era destinata, tuttavia, a rimanere a lungo nell'ignoranza delle sue mosse.
Il loro servitore era stato mandato una mattina a Exeter per affari; e quando, mentre serviva a tavola, ebbe soddisfatto le richieste della sua padrona sull'esito della commissione, questa fu la sua comunicazione spontanea,
«Suppongo sappiate, signora, che il signor Ferrars si è sposato».
Marianne ebbe un sussulto violento, fissò gli occhi su Elinor, la vide impallidire, e cadde indietro sulla sedia in preda all'isteria. La signora Dashwood, i cui occhi, mentre rispondeva alla domanda del servitore, avevano intuitivamente preso la stessa direzione, fu sconvolta nel percepire dal volto di Elinor quanto realmente soffrisse, e un momento dopo, ugualmente angosciata dalla situazione di Marianne, non seppe a quale figlia rivolgere la sua attenzione principale.
Il servitore, che vedeva solo che la signorina Marianne si era sentita male, ebbe abbastanza buon senso da chiamare una delle cameriere, la quale, con l'aiuto della signora Dashwood, la sostenne nell'altra stanza. A quel punto, Marianne stava un po' meglio, e sua madre, lasciandola alle cure di Margaret e della cameriera, ritornò da Elinor, la quale, sebbene ancora molto turbata, aveva ripreso abbastanza l'uso della ragione e della voce da iniziare appena un'indagine con Thomas, sulla fonte della sua informazione. La signora Dashwood si prese immediatamente tutto quel disturbo; ed Elinor ebbe il beneficio dell'informazione senza lo sforzo di cercarla.
«Chi ti ha detto che il signor Ferrars si è sposato, Thomas?»
«Ho visto il signor Ferrars io stesso, signora, stamattina a Exeter, e anche la sua signora, la signorina Steele che fu. Stavano fermi in una carrozza davanti alla porta della New London Inn, mentre andavo lì con un messaggio da Sally al Park per suo fratello, che è uno dei postiglioni. Mi è capitato di guardare in su mentre passavo accanto alla carrozza, e così ho visto subito che era la più giovane signorina Steele; così mi sono tolto il cappello, e lei mi ha riconosciuto e mi ha chiamato, e ha chiesto di voi, signora, e delle giovani signorine, specialmente della signorina Marianne, e mi ha pregato di porgervi i suoi complimenti e quelli del signor Ferrars, i loro migliori complimenti e omaggi, e quanto dispiaciuti fossero di non avere il tempo di venire a trovarvi, ma avevano molta fretta di proseguire, perché andavano più lontano per un po', ma comunque, quando torneranno, non mancheranno di venire a trovarvi».
«Ma ti ha detto che era sposata, Thomas?»
«Sì, signora. Ha sorriso, e ha detto come avesse cambiato il suo nome da quando era da queste parti. È sempre stata una giovane signorina molto affabile e schietta, e dai modi molto civili. Così, mi sono preso la libertà di augurarle felicità».
«Il signor Ferrars era in carrozza con lei?»
«Sì, signora, l'ho appena visto appoggiato allo schienale, ma non ha guardato in su; non è mai stato un gentiluomo molto incline a parlare».
Il cuore di Elinor poteva facilmente spiegare il motivo per cui non si fosse fatto avanti; e la signora Dashwood probabilmente trovò la stessa spiegazione.
«Non c'era nessun altro in carrozza?»
«No, signora, solo loro due».
«Sai da dove venivano?»
«Venivano dritti dalla città, come mi ha detto la signorina Lucy — la signora Ferrars».
«E stanno andando più a ovest?»
«Sì, signora — ma non per restare a lungo. Saranno presto di ritorno, e allora non mancheranno di passare di qui».
La signora Dashwood guardò ora sua figlia; ma Elinor sapeva bene di non aspettarseli. Riconobbe l'intera Lucy nel messaggio, ed era molto fiduciosa che Edward non si sarebbe mai avvicinato a loro. Osservò a bassa voce, a sua madre, che probabilmente stavano andando dal signor Pratt, vicino a Plymouth.
Le informazioni di Thomas sembravano finite. Elinor sembrava desiderosa di sentirne di più.
«Li hai visti partire, prima di venire via?»
«No, signora — i cavalli stavano appena uscendo, ma non potevo indugiare oltre; avevo paura di fare tardi».
«La signora Ferrars sembrava star bene?»
«Sì, signora, ha detto di stare molto bene; e per quanto mi riguarda è sempre stata una bellissima giovane signorina — e sembrava immensamente contenta».
La signora Dashwood non riuscì a pensare a nessun'altra domanda, e Thomas e la tovaglia, ormai ugualmente inutili, furono subito dopo congedati. Marianne aveva già mandato a dire che non avrebbe mangiato altro. L'appetito della signora Dashwood e di Elinor era ugualmente svanito, e Margaret poteva ritenersi molto fortunata che, con così tanta inquietudine come entrambe le sue sorelle avevano recentemente sperimentato, e con così tanta ragione come avevano spesso avuto per essere negligenti verso i loro pasti, non fosse mai stata costretta a rimanere senza cena prima di allora.
Quando il dessert e il vino furono sistemati, e la signora Dashwood e Elinor furono lasciate sole, rimasero a lungo insieme in una somiglianza di pensieri e silenzio. La signora Dashwood temeva di azzardare qualsiasi osservazione, e non si avventurò a offrire consolazione. Scoprì ora di aver errato nel fare affidamento sulla rappresentazione di sé che Elinor aveva dato; e concluse giustamente che tutto era stato espressamente attenuato al momento, per risparmiarle un aumento di infelicità, soffrendo come allora soffriva per Marianne. Scoprì di essere stata fuorviata dalla premurosa, attenta attenzione di sua figlia, a pensare che l'attaccamento, che un tempo aveva così ben compreso, fosse molto più lieve in realtà di quanto fosse solita credere, o di quanto ora si dimostrasse essere. Temeva che sotto questa persuasione fosse stata ingiusta, disattenta, anzi, quasi scortese, verso la sua Elinor; che l'afflizione di Marianne, perché più riconosciuta, più immediatamente davanti a lei, avesse troppo assorbito la sua tenerezza, e l'avesse portata via a dimenticare che in Elinor avrebbe potuto avere una figlia che soffriva quasi altrettanto, certamente con meno auto-provocazione, e maggiore fortezza.
CAPITOLO XLVIII.
Elinor trovò ora la differenza tra l'aspettativa di un evento spiacevole, per quanto certo la mente possa essere esortata a considerarlo, e la certezza stessa. Scoprì ora che, nonostante se stessa, aveva sempre nutrito una speranza, mentre Edward rimaneva celibe, che sarebbe accaduto qualcosa per impedirgli di sposare Lucy; che qualche sua risoluzione, qualche mediazione di amici, o qualche opportunità di sistemazione più vantaggiosa per la dama, sarebbe sorta per assistere la felicità di tutti. Ma ora era sposato; e condannò il suo cuore per la lusinga latente, che aumentava tanto il dolore della notizia.
Che dovesse sposarsi presto, prima (come immaginava) di poter prendere gli ordini, e di conseguenza prima di poter essere in possesso del beneficio ecclesiastico, la sorprese un poco all'inizio. Ma vide presto quanto fosse probabile che Lucy, nella sua cautela previdente, nella sua fretta di assicurarselo, trascurasse tutto tranne il rischio di un ritardo. Erano sposati, sposati in città, e ora si affrettavano verso la casa dello zio di lei. Cosa aveva provato Edward a trovarsi a quattro miglia da Barton, a vedere il servitore di sua madre, a sentire il messaggio di Lucy!
Sarebbero presto, supponeva, stati stabiliti a Delaford. Delaford, quel luogo nel quale così tanto cospirava per destare il suo interesse; che desiderava conoscere, eppure desiderava evitare. Li vide in un istante nella loro casa parrocchiale; vide in Lucy l'amministratrice attiva e ingegnosa, che univa allo stesso tempo un desiderio di aspetto elegante con la massima frugalità, e vergognosa di essere sospettata di metà delle sue pratiche economiche; perseguire il proprio interesse in ogni pensiero, corteggiare il favore del colonnello Brandon, della signora Jennings, e di ogni facoltoso amico. In Edward, non sapeva cosa vedesse, né cosa desiderasse vedere; felice o infelice, nulla la compiaceva; distolse lo sguardo da ogni bozzetto di lui.
Elinor si lusingava che qualcuno dei loro conoscenti a Londra avrebbe scritto loro per annunciare l'evento, e dare ulteriori dettagli, ma giorno dopo giorno passava, e non portava alcuna lettera, nessuna notizia. Sebbene incerta che qualcuno fosse da biasimare, trovò da ridire su ogni amico assente. Erano tutti sconsiderati o indolenti.
«Quando scrive al colonnello Brandon, signora?» fu un'indagine che scaturì dall'impazienza della sua mente di avere qualcosa in corso.
«Gli ho scritto, cara, la scorsa settimana, e mi aspetto piuttosto di vedere lui, che di ricevere sue notizie. Ho premuto vivamente affinché venisse da noi, e non mi sorprenderebbe vederlo entrare oggi o domani, o in qualsiasi giorno».
Questo era guadagnare qualcosa, qualcosa da attendere con ansia. Il colonnello Brandon doveva avere qualche informazione da dare.
Appena ebbe così stabilito, la figura di un uomo a cavallo attirò i suoi occhi alla finestra. Si fermò al loro cancello. Era un gentiluomo, era il colonnello Brandon in persona. Ora poteva saperne di più; e tremava nell'attesa. Ma non era il colonnello Brandon; né la sua aria, né la sua altezza. Se fosse possibile, doveva dire che doveva essere Edward. Guardò di nuovo. Era appena smontato: non poteva sbagliarsi, era Edward. Si allontanò e si sedette. «Viene dal signor Pratt apposta per vederci. Sarò calma; sarò padrona di me stessa».
In un momento percepì che anche gli altri erano consapevoli dell'errore. Vide sua madre e Marianne cambiare colore; le vide guardare lei stessa, e sussurrarsi alcune frasi l'un l'altra. Avrebbe dato il mondo per essere in grado di parlare, e per far loro capire che sperava che nessuna freddezza, nessuna scortesia, apparisse nel loro comportamento verso di lui; ma non aveva voce, e fu costretta a lasciare tutto alla loro discrezione.
Non una sillaba fu pronunciata ad alta voce. Attesero tutti in silenzio l'apparizione del visitatore. I suoi passi furono uditi lungo il sentiero di ghiaia; in un momento era nel passaggio, e in un altro era davanti a loro.
Il suo volto, mentre entrava nella stanza, non era troppo felice, nemmeno per Elinor. La sua carnagione era bianca per l'agitazione, e sembrava come timoroso della sua accoglienza, e consapevole di non meritare una benevola. La signora Dashwood, tuttavia, conformandosi, come credeva, ai desideri di quella figlia, da cui intendeva allora, nel calore del suo cuore, essere guidata in ogni cosa, gli andò incontro con uno sguardo di forzata compiacenza, gli diede la mano, e gli augurò felicità.
Egli arrossì, e balbettò una risposta inintelligibile. Le labbra di Elinor si erano mosse con quelle di sua madre, e, quando il momento dell'azione fu passato, desiderò di aver stretto la mano anche lei. Ma era allora troppo tardi, e con un volto che intendeva essere aperto, si sedette di nuovo e parlò del tempo.
Marianne si era ritirata il più possibile fuori vista, per nascondere il suo disagio; e Margaret, comprendendo una parte, ma non tutto il caso, pensò che spettasse a lei essere dignitosa, e perciò prese un posto il più lontano possibile da lui, e mantenne un rigoroso silenzio.
Quando Elinor ebbe smesso di rallegrarsi per l'aridità della stagione, ebbe luogo una pausa molto solenne. Fu posta fine ad essa dalla signora Dashwood, che si sentì in dovere di sperare che avesse lasciato la signora Ferrars molto bene. In modo affrettato, egli rispose affermativamente.
Un'altra pausa.
Elinor, risoluta a sforzarsi, sebbene timorosa del suono della propria voce, disse ora,
«La signora Ferrars è a Longstaple?»
«A Longstaple!» rispose, con aria di sorpresa. «No, mia madre è in città».
«Intendevo», disse Elinor, prendendo del lavoro dal tavolo, «chiedere della signora Edward Ferrars».
Non osava guardare in su; ma sua madre e Marianne voltarono entrambe gli occhi su di lui. Egli arrossì, sembrò perplesso, guardò dubbioso, e, dopo qualche esitazione, disse,
«Forse intendete... mio fratello... intendete la signora... la signora Robert Ferrars».
«La signora Robert Ferrars!» fu ripetuto da Marianne e da sua madre in un accento di estremo stupore; e sebbene Elinor non potesse parlare, anche i suoi occhi erano fissi su di lui con la stessa impaziente meraviglia. Si alzò dal suo posto, e camminò verso la finestra, apparentemente per non sapere cosa fare; prese un paio di forbici che giacevano lì, e mentre rovinava sia esse che la loro custodia tagliando quest'ultima in pezzi mentre parlava, disse, con voce affrettata,
«Forse non sapete: potreste non aver sentito che mio fratello è recentemente sposato con... con la più giovane... con la signorina Lucy Steele».
Le sue parole furono riecheggiate con indicibile stupore da tutti tranne Elinor, che sedeva con la testa china sul suo lavoro, in uno stato di tale agitazione da farle a stento sapere dove fosse.
«Sì», disse, «si sono sposati la scorsa settimana, e sono ora a Dawlish».
Elinor non poté più sostenerlo. Corse quasi fuori dalla stanza, e non appena la porta fu chiusa, scoppiò in lacrime di gioia, che all'inizio pensò non avrebbero mai cessato. Edward, che fino ad allora aveva guardato ovunque, piuttosto che a lei, la vide correre via, e forse vide... o addirittura sentì, la sua emozione; poiché subito dopo cadde in una fantasticheria, che nessuna osservazione, nessuna richiesta, nessun indirizzo affettuoso della signora Dashwood poteva penetrare, e alla fine, senza dire una parola, lasciò la stanza, e uscì verso il villaggio... lasciando gli altri nel più grande stupore e perplessità per un cambiamento nella sua situazione, così meraviglioso e così improvviso; una perplessità che non avevano modo di attenuare se non con le proprie congetture.
CAPITOLO XLIX.
Inspiegabili, tuttavia, come le circostanze della sua liberazione potessero apparire all'intera famiglia, era certo che Edward era libero; e a quale scopo quella libertà sarebbe stata impiegata fu facilmente predeterminato da tutti; poiché dopo aver sperimentato le benedizioni di un fidanzamento imprudente, contratto senza il consenso di sua madre, come aveva già fatto per più di quattro anni, nulla di meno ci si poteva aspettare da lui nel fallimento di quello, dell'immediata contrazione di un altro.
La sua commissione a Barton, in effetti, era semplice. Era solo per chiedere a Elinor di sposarlo; e considerando che non era del tutto inesperto in una tale domanda, poteva essere strano che si sentisse così a disagio nel caso presente come realmente si sentiva, così bisognoso di incoraggiamento e aria fresca.
Quanto presto si fosse incamminato verso la risoluzione appropriata, tuttavia, quanto presto si presentò un'opportunità di esercitarla, in che modo si espresse, e come fu ricevuto, non c'è bisogno di dirlo particolarmente. Solo questo bisogna dire: che quando si sedettero tutti a tavola alle quattro, circa tre ore dopo il suo arrivo, egli aveva assicurato la sua dama, ottenuto il consenso di sua madre, e non era solo nella professione estatica dell'amante, ma, nella realtà della ragione e della verità, uno degli uomini più felici. La sua situazione era davvero più che comunemente gioiosa. Aveva più del trionfo ordinario dell'amore accettato per gonfiare il suo cuore, ed elevare il suo spirito. Era liberato senza alcun rimprovero verso se stesso, da un groviglio che aveva formato a lungo la sua miseria, da una donna che aveva da tempo cessato di amare; ed elevato in una volta a quella sicurezza con un'altra, che deve aver pensato quasi con disperazione, non appena aveva imparato a considerarla con desiderio. Era portato, non dal dubbio o dalla suspense, ma dalla miseria alla felicità; e il cambiamento era apertamente espresso in una tale genuina, fluente, grata allegria, come i suoi amici non avevano mai testimoniato in lui prima.
Il suo cuore era ora aperto a Elinor, tutte le sue debolezze, tutti i suoi errori confessati, e il suo primo attaccamento adolescenziale a Lucy trattato con tutta la dignità filosofica dei ventiquattro anni.
«Era un'inclinazione sciocca e oziosa da parte mia», disse, «la conseguenza dell'ignoranza del mondo, e della mancanza di occupazione. Se mia madre mi avesse dato qualche professione attiva quando fui rimosso a diciotto anni dalle cure del signor Pratt, penso, anzi, ne sono sicuro, che non sarebbe mai accaduto; poiché sebbene abbia lasciato Longstaple con quella che pensavo, all'epoca, una preferenza più che invincibile per sua nipote, tuttavia se avessi avuto allora qualche occupazione, qualche oggetto per impegnare il mio tempo e tenermi a distanza da lei per alcuni mesi, sarei molto presto guarito dall'attaccamento immaginario, specialmente mescolandomi di più con il mondo, come in tal caso avrei dovuto fare. Ma invece di avere qualcosa da fare, invece di avere una professione scelta per me, o di essermi permesso di sceglierne una io stesso, sono tornato a casa per essere completamente ozioso; e per il primo anno successivo non ho avuto nemmeno l'occupazione nominale, che l'appartenenza all'università mi avrebbe dato; poiché non sono stato immatricolato a Oxford fino a diciannove anni. Non avevo quindi nulla al mondo da fare, se non immaginarmi innamorato; e poiché mia madre non rendeva la mia casa in ogni rispetto confortevole, poiché non avevo alcun amico, alcun compagno in mio fratello, e non amavo le nuove conoscenze, non era innaturale per me essere molto spesso a Longstaple, dove mi sentivo sempre a casa, ed ero sempre sicuro di un benvenuto; e di conseguenza vi ho trascorso la maggior parte del mio tempo dai diciotto ai diciannove anni: Lucy appariva tutto ciò che era amabile e disponibile. Era anche carina, almeno lo pensavo allora; e avevo visto così poco di altre donne, che non potevo fare confronti, e non vedere difetti. Considerando tutto, quindi, spero, per quanto sciocco fosse il nostro fidanzamento, sciocco come si è poi provato in ogni modo, non fosse all'epoca un pezzo di follia innaturale o imperdonabile».
Il cambiamento che poche ore avevano operato nelle menti e nella felicità delle Dashwood, era tale — così grande — da promettere loro tutta la soddisfazione di una notte insonne. La signora Dashwood, troppo felice per essere tranquilla, non sapeva come amare abbastanza Edward, né lodare abbastanza Elinor, né come essere abbastanza grata per la sua liberazione senza ferire la sua delicatezza, né come concedere loro allo stesso tempo il tempo per una conversazione senza vincoli, godendo al contempo, come desiderava, della vista e della compagnia di entrambi.
Marianne poteva esprimere la sua felicità solo con le lacrime. I confronti sorgevano spontanei — i rimpianti affioravano; e la sua gioia, per quanto sincera come il suo amore per la sorella, era di un tipo che non le dava né spirito né parole.
Ma Elinor — come descrivere i suoi sentimenti? Dal momento in cui apprese che Lucy era sposata con un altro, che Edward era libero, al momento in cui lui giustificò le speranze che erano seguite così istantaneamente, fu ogni cosa a turno, tranne che tranquilla. Ma quando il secondo momento fu passato, quando trovò ogni dubbio, ogni sollecitudine rimossi, confrontò la sua situazione con quella che era stata fino a poco prima — lo vide onorevolmente sciolto dal suo precedente impegno — lo vide approfittare istantaneamente di quella libertà per rivolgersi a lei e dichiarare un affetto tenero e costante come aveva sempre supposto che fosse — fu oppressa, fu sopraffatta dalla sua stessa felicità; e per quanto la mente umana sia felicemente disposta a familiarizzare facilmente con qualsiasi cambiamento in meglio, occorsero diverse ore per dare compostezza al suo spirito, o un qualche grado di tranquillità al suo cuore.
Edward era ora stabilito al cottage almeno per una settimana; poiché, qualunque altra pretesa potesse essere avanzata su di lui, era impossibile che meno di una settimana potesse essere dedicata al godimento della compagnia di Elinor, o bastare a dire la metà di ciò che c’era da dire sul passato, sul presente e sul futuro; poiché, sebbene poche ore spese nel duro lavoro di un parlare incessante possano sbrigare più argomenti di quanti possano realmente essercene in comune tra due creature razionali, con gli innamorati è diverso. Tra loro nessun argomento è concluso, nessuna comunicazione è davvero compiuta, finché non è stata fatta almeno venti volte.
Il matrimonio di Lucy, l'incessante e ragionevole meraviglia tra tutti loro, formò naturalmente una delle prime discussioni degli innamorati; e la conoscenza particolare che Elinor aveva di ciascuna delle parti glielo fece apparire, sotto ogni aspetto, come una delle circostanze più straordinarie e inspiegabili di cui avesse mai sentito parlare. Come potessero essere stati gettati l'uno nelle braccia dell'altra, e da quale attrazione Robert potesse essere stato spinto a sposare una ragazza della cui bellezza lei stessa lo aveva sentito parlare senza alcuna ammirazione — una ragazza, per di più, già promessa sposa a suo fratello, e per conto della quale quel fratello era stato ripudiato dalla sua famiglia — era al di là della sua comprensione. Per il suo cuore era un affare delizioso, per la sua immaginazione era persino ridicolo, ma per la sua ragione, per il suo giudizio, era un completo enigma.
Edward poté solo tentare una spiegazione supponendo che, forse, incontratisi casualmente all'inizio, la vanità dell'uno fosse stata così influenzata dall'adulazione dell'altra, da condurre per gradi a tutto il resto. Elinor ricordò ciò che Robert le aveva detto a Harley Street, riguardo alla sua opinione su cosa la sua mediazione negli affari del fratello avrebbe potuto fare, se richiesta in tempo. Lo ripeté a Edward.
«Era esattamente da Robert», fu la sua immediata osservazione. «E questo», aggiunse poco dopo, «poteva forse essere nella sua testa quando la conoscenza tra loro ebbe inizio. E Lucy forse all'inizio poteva pensare solo a procurarsi i suoi buoni uffici in mio favore. Altri disegni potrebbero essere nati in seguito».
Per quanto tempo la cosa fosse andata avanti tra loro, tuttavia, lui era in difficoltà quanto lei a capirlo; poiché a Oxford, dove era rimasto per scelta fin da quando aveva lasciato Londra, non aveva avuto modo di avere notizie di lei se non da lei stessa, e le sue lettere, fino all'ultimo, non erano state né meno frequenti, né meno affettuose del solito. Non il minimo sospetto, quindi, gli era mai sorto per prepararlo a ciò che seguì; e quando alla fine gli esplose addosso in una lettera della stessa Lucy, era stato per qualche tempo, credeva, mezzo stupito tra la meraviglia, l'orrore e la gioia di una tale liberazione. Mise la lettera nelle mani di Elinor.
«CARO SIGNORE, «Essendo ben certa di aver perso da tempo il vostro affetto, mi sono ritenuta libera di donare il mio a un altro, e non ho dubbi di essere felice con lui come una volta pensavo di poter essere con voi; ma disprezzo accettare una mano quando il cuore era di un altro. Vi auguro sinceramente di essere felice nella vostra scelta, e non sarà colpa mia se non saremo sempre buoni amici, come la nostra stretta parentela ora rende opportuno. Posso dire con certezza che non vi porto rancore, e sono sicura che sarete troppo generoso per farci dei torti. Vostro fratello ha guadagnato interamente il mio affetto, e poiché non potevamo vivere l'uno senza l'altra, siamo appena tornati dall'altare, e siamo ora in viaggio per Dawlish per qualche settimana, posto che il vostro caro fratello ha grande curiosità di vedere, ma ho pensato di disturbarvi prima con queste poche righe, e rimarrò sempre,
«La vostra sincera beneaugurante, amica e sorella, «LUCY FERRARS.
«Ho bruciato tutte le vostre lettere, e vi restituirò il vostro ritratto alla prima occasione. Per favore distruggete i miei scarabocchi — ma l'anello con i miei capelli potete tenerlo molto volentieri».
Elinor lesse e la restituì senza alcun commento.
«Non vi chiederò la vostra opinione su di essa come composizione», disse Edward. «Per nulla al mondo avrei voluto che una sua lettera fosse vista da voi in passato. In una sorella è già abbastanza brutto, ma in una moglie! — come sono arrossito sulle pagine della sua scrittura! — e credo di poter dire che dal primo semestre della nostra sciocca — faccenda — questa è l'unica lettera che abbia mai ricevuto da lei, il cui contenuto mi abbia compensato del difetto dello stile».
«Comunque sia accaduto», disse Elinor, dopo una pausa, «sono certamente sposati. E vostra madre si è attirata una punizione quanto mai appropriata. L'indipendenza che ha stabilito per Robert, per risentimento contro di voi, gli ha dato il potere di fare la sua scelta; e lei ha effettivamente corrotto un figlio con mille sterline l'anno, per compiere proprio quell'azione per cui ha diseredato l'altro. Suppongo che non sarà meno ferita dal fatto che Robert sposi Lucy, di quanto lo sarebbe stata se l'aveste sposata voi».
«Ne sarà più ferita, perché Robert è sempre stato il suo preferito. Ne sarà più ferita, e per lo stesso principio lo perdonerà molto prima».
In quale stato si trovasse la faccenda tra loro al momento, Edward non lo sapeva, poiché non aveva ancora tentato alcuna comunicazione con nessuno della sua famiglia. Aveva lasciato Oxford entro ventiquattro ore dall'arrivo della lettera di Lucy, e con un solo obiettivo davanti a sé, la strada più breve per Barton, non aveva avuto il tempo di formare alcun piano di condotta che non avesse la più intima connessione con quella strada. Non poteva fare nulla finché non fosse stato certo del suo destino con Miss Dashwood; e dalla sua rapidità nel cercare quel destino, si deve supporre che, a dispetto della gelosia con cui aveva pensato un tempo al colonnello Brandon, a dispetto della modestia con cui valutava i propri meriti, e della cortesia con cui parlava dei suoi dubbi, non si aspettasse, tutto sommato, una accoglienza molto crudele. Era suo compito, tuttavia, dire che se l'aspettava, e lo disse in modo molto grazioso. Ciò che avrebbe potuto dire sull'argomento dodici mesi dopo, deve essere rimandato all'immaginazione dei mariti e delle mogli.
Che Lucy avesse certamente intenzione di ingannare, di andarsene con un fiorire di malizia contro di lui nel suo messaggio tramite Thomas, era perfettamente chiaro a Elinor; e lo stesso Edward, ora completamente illuminato sul suo carattere, non ebbe alcuno scrupolo nel crederla capace della massima meschinità di gratuita cattiveria. Sebbene i suoi occhi fossero stati aperti da tempo, ancor prima che iniziasse la sua conoscenza con Elinor, alla sua ignoranza e alla mancanza di apertura mentale in alcune sue opinioni — queste erano state ugualmente attribuite, da lui, alla sua mancanza di educazione; e fino a quando la sua ultima lettera non lo raggiunse, aveva sempre creduto che fosse una ragazza ben disposta, di buon cuore e sinceramente legata a lui. Nulla se non tale convinzione avrebbe potuto impedirgli di porre fine a un fidanzamento che, molto prima che la scoperta di esso lo esponesse alla rabbia di sua madre, era stato per lui una continua fonte di inquietudine e rimpianto.
«Pensavo fosse mio dovere», disse, «indipendentemente dai miei sentimenti, darle la possibilità di continuare il fidanzamento o meno, quando fui rinnegato da mia madre, e mi ritrovai apparentemente senza un amico al mondo che mi aiutasse. In una situazione come quella, dove non sembrava esserci nulla per tentare l'avarizia o la vanità di alcuna creatura vivente, come potevo supporre, quando insisteva così seriamente, così calorosamente nel voler condividere il mio destino, qualunque esso fosse, che fosse spinta da qualcos'altro che non fosse il più disinteressato affetto? E anche ora, non riesco a comprendere su quale movente abbia agito, o quale vantaggio immaginario potesse avere per lei nell'essere incatenata a un uomo per il quale non nutriva il minimo riguardo, e che possedeva solo duemila sterline al mondo. Non poteva prevedere che il colonnello Brandon mi avrebbe dato un beneficio ecclesiastico».
«No; ma poteva supporre che qualcosa sarebbe accaduto a vostro favore; che la vostra stessa famiglia avrebbe potuto col tempo ammorbidirsi. E in ogni caso, non perdeva nulla continuando il fidanzamento, poiché ha dimostrato che non incatenava né la sua inclinazione né le sue azioni. Il legame era certamente rispettabile, e probabilmente le guadagnava considerazione tra i suoi amici; e, se non fosse accaduto nulla di più vantaggioso, sarebbe stato meglio per lei sposare voi che rimanere nubile».
Edward fu, naturalmente, immediatamente convinto che nulla potesse essere più naturale del comportamento di Lucy, né più autoevidente del movente.
Elinor lo rimproverò, duramente come le signore rimproverano sempre l'imprudenza che fa loro dei complimenti, per aver trascorso così tanto tempo con loro a Norland, quando doveva aver sentito la propria incostanza.
«Il vostro comportamento è stato certamente molto sbagliato», disse; «perché — per non parlare della mia convinzione, i nostri parenti sono stati tutti tratti in inganno dal crederlo e dall'aspettarsi ciò che, nella situazione in cui vi trovavate allora, non avrebbe mai potuto essere».
Poteva solo invocare un'ignoranza del proprio cuore e una fiducia malriposta nella forza del suo fidanzamento.
«Ero abbastanza sciocco da pensare che, poiché la mia fedeltà era promessa a un'altra, non potesse esserci pericolo nel trovarmi con voi; e che la consapevolezza del mio fidanzamento dovesse mantenere il mio cuore sicuro e sacro quanto il mio onore. Sentivo di ammirarvi, ma mi dicevo che era solo amicizia; e finché non ho iniziato a fare confronti tra voi e Lucy, non sapevo quanto lontano mi fossi spinto. Dopo di che, suppongo, ho sbagliato a rimanere così tanto nel Sussex, e le argomentazioni con cui mi sono riconciliato con l'opportunità di farlo, non erano migliori di queste: — Il pericolo è mio; non sto facendo alcun danno a nessuno se non a me stesso».
Elinor sorrise e scosse la testa.
Edward sentì con piacere che il colonnello Brandon era atteso al Cottage, poiché desiderava sinceramente non solo conoscerlo meglio, ma avere l'opportunità di convincerlo che non si risentiva più del fatto che gli avesse dato il beneficio di Delaford — «Il quale, al momento», disse, «dopo i ringraziamenti consegnati così sgarbatamente come i miei in quell'occasione, deve pensare che io non l'abbia mai perdonato per averlo offerto».
Ora si sentiva egli stesso stupito di non essere mai stato in quel luogo. Ma aveva preso così poco interesse alla faccenda, che doveva tutta la sua conoscenza della casa, del giardino e del terreno, dell'estensione della parrocchia, delle condizioni della terra e dell'ammontare delle decime, alla stessa Elinor, che ne aveva sentito parlare così tanto dal colonnello Brandon, e l'aveva ascoltato con tanta attenzione, da essere completamente padrona dell'argomento.
Una sola questione dopo questo rimaneva indecisa tra loro, una sola difficoltà doveva essere superata. Erano stati uniti da un reciproco affetto, con la più calorosa approvazione dei loro veri amici; la loro intima conoscenza l'uno dell'altra sembrava rendere la loro felicità certa — e mancava loro solo qualcosa di cui vivere. Edward aveva duemila sterline, ed Elinor mille, che, con il beneficio di Delaford, era tutto ciò che potevano chiamare proprio; poiché era impossibile che la signora Dashwood potesse anticipare alcunché; e nessuno dei due era abbastanza innamorato da pensare che trecentocinquanta sterline all'anno potessero fornire loro gli agi della vita.
Edward non era del tutto senza speranze di un qualche cambiamento favorevole in sua madre nei suoi confronti; e su quello contava per il resto del loro reddito. Ma Elinor non aveva tale dipendenza; poiché dato che Edward sarebbe stato comunque incapace di sposare Miss Morton, e la sua scelta era stata definita nel linguaggio lusinghiero della signora Ferrars solo come un male minore rispetto a quello di scegliere Lucy Steele, temeva che l'offesa di Robert non servisse a altro scopo che ad arricchire Fanny.
Circa quattro giorni dopo l'arrivo di Edward apparve il colonnello Brandon, per completare la soddisfazione della signora Dashwood, e per darle la dignità di avere, per la prima volta da quando viveva a Barton, più compagnia di quanta la sua casa potesse contenerne. A Edward fu concesso di mantenere il privilegio del primo arrivato, e il colonnello Brandon camminò dunque ogni sera verso i suoi vecchi alloggi al Parco; da dove solitamente ritornava al mattino, abbastanza presto da interrompere il primo tête-à-tête degli innamorati prima della colazione.
Una permanenza di tre settimane a Delaford, dove, almeno nelle ore serali, aveva poco da fare se non calcolare la sproporzione tra trentasei e diciassette anni, lo portò a Barton in uno stato d'animo che richiedeva tutto il miglioramento nell'aspetto di Marianne, tutta la gentilezza della sua accoglienza e tutto l'incoraggiamento delle parole di sua madre, per renderlo allegro. Tra amici simili, tuttavia, e tali lusinghe, si riprese. Nessuna voce del matrimonio di Lucy lo aveva ancora raggiunto: — non sapeva nulla di ciò che era successo; e le prime ore della sua visita furono di conseguenza trascorse ad ascoltare e a meravigliarsi. Tutto gli fu spiegato dalla signora Dashwood, e trovò nuove ragioni per rallegrarsi di ciò che aveva fatto per il signor Ferrars, dato che alla fine promuoveva l'interesse di Elinor.
Sarebbe inutile dire che i gentiluomini avanzarono nella buona opinione l'uno dell'altro, man mano che avanzavano nella reciproca conoscenza, poiché non poteva essere altrimenti. La loro somiglianza nei buoni principi e nel buon senso, nella disposizione e nel modo di pensare, sarebbe probabilmente stata sufficiente a unirli in amicizia, senza alcun'altra attrazione; ma il fatto di essere innamorati di due sorelle, e di due sorelle affezionate l'una all'altra, rese inevitabile e immediato quel reciproco riguardo che altrimenti avrebbe atteso l'effetto del tempo e del giudizio.
Le lettere dalla città, che pochi giorni prima avrebbero fatto vibrare di trasporto ogni nervo del corpo di Elinor, arrivarono ora per essere lette con meno emozione che divertimento. La signora Jennings scrisse per raccontare la meravigliosa storia, per sfogare la sua onesta indignazione contro la ragazza traditrice, e versare la sua compassione verso il povero signor Edward, che, ne era sicura, si era follemente innamorato della buona a nulla, ed era ora, a quanto si diceva, quasi col cuore spezzato, a Oxford. «Penso davvero», continuava, «che nulla sia mai stato fatto con tanta astuzia; poiché erano appena due giorni prima che Lucy venisse a sedersi un paio d'ore con me. Nessuno sospettava nulla della faccenda, nemmeno Nancy, che, povera anima! venne a piangere da me il giorno dopo, in grande spavento per paura della signora Ferrars, oltre a non sapere come arrivare a Plymouth; poiché Lucy sembra si sia fatta prestare tutti i suoi soldi prima di andarsene a sposarsi, apposta supponiamo per fare bella figura, e la povera Nancy non aveva sette scellini al mondo; così fui molto felice di darle cinque ghinee per portarla giù a Exeter, dove pensa di stare tre o quattro settimane con la signora Burgess, nella speranza, come le dico, di incontrare di nuovo il dottore. E devo dire che la cattiveria di Lucy di non portarli con sé nella carrozza è peggio di tutto. Povero signor Edward! Non riesco a togliermelo dalla testa, ma dovete mandare a prenderlo a Barton, e Miss Marianne deve cercare di consolarlo».
Le lettere del signor Dashwood erano più solenni. La signora Ferrars era la più sfortunata delle donne — la povera Fanny aveva sofferto agonie di sensibilità — e considerava l'esistenza di entrambe, sotto un tale colpo, con grata meraviglia. L'offesa di Robert era imperdonabile, ma quella di Lucy era infinitamente peggiore. Nessuno dei due doveva mai più essere menzionato alla signora Ferrars; e anche se in futuro lei fosse stata indotta a perdonare suo figlio, sua moglie non sarebbe mai stata riconosciuta come sua nuora, né le sarebbe stato permesso di apparire in sua presenza. La segretezza con cui tutto era stato condotto tra loro era razionalmente trattata come un fattore che accresceva enormemente il crimine, perché, se qualcuno avesse avuto il minimo sospetto, sarebbero state prese le misure appropriate per impedire il matrimonio; e chiamò Elinor a unirsi a lui nel rimpiangere che il fidanzamento di Lucy con Edward non fosse stato piuttosto adempiuto, anziché essere così il mezzo per diffondere miseria più lontano nella famiglia. Continuò così: —
«La signora Ferrars non ha mai menzionato il nome di Edward, il che non ci sorprende; ma, con nostro grande stupore, non è giunta nemmeno una riga da parte sua in occasione di ciò. Forse, tuttavia, è tenuto al silenzio dalla paura di offendere, e darò quindi un accenno a lui, con due righe a Oxford, che sua sorella e io pensiamo entrambi che una lettera di adeguata sottomissione da parte sua, indirizzata forse a Fanny, e da lei mostrata a sua madre, potrebbe non essere presa male; poiché conosciamo tutti la tenerezza del cuore della signora Ferrars, e che non desidera altro che essere in buoni rapporti con i suoi figli».
Questo paragrafo fu di una certa importanza per le prospettive e la condotta di Edward. Lo determinò a tentare una riconciliazione, sebbene non esattamente nel modo indicato dal loro fratello e sorella.
«Una lettera di adeguata sottomissione!» ripeté lui; «vorrebbero che implorassi il perdono di mia madre per l'ingratitudine di Robert verso di lei, e per la violazione dell'onore verso di me? Non posso fare alcuna sottomissione. Non sono diventato né umile né pentito per ciò che è passato. Sono diventato molto felice; ma questo non interesserebbe. Non conosco alcuna sottomissione che sia appropriata per me da fare».
«Potete certamente chiedere di essere perdonato», disse Elinor, «poiché avete offeso; — e dovrei pensare che potreste ora spingervi così lontano da professare un certo rammarico per aver mai formato il fidanzamento che ha attirato su di voi la rabbia di vostra madre».
Fu d'accordo che poteva.
«E quando vi avrà perdonato, forse un po' di umiltà potrebbe essere conveniente mentre si riconosce un secondo fidanzamento, quasi altrettanto imprudente ai suoi occhi del primo».
Non aveva nulla da obiettare, ma resisteva ancora all'idea di una lettera di adeguata sottomissione; e perciò, per renderla più facile per lui, poiché dichiarava una disponibilità molto maggiore a fare meschine concessioni a voce che per iscritto, fu deciso che, invece di scrivere a Fanny, sarebbe andato a Londra, e avrebbe implorato personalmente i suoi buoni uffici in suo favore. «E se davvero si interessano», disse Marianne, nel suo nuovo carattere di franchezza, «a portare a una riconciliazione, penserò che anche John e Fanny non siano del tutto privi di merito».
Dopo una visita da parte del colonnello Brandon di soli tre o quattro giorni, i due gentiluomini lasciarono Barton insieme. Dovevano andare immediatamente a Delaford, affinché Edward potesse avere una conoscenza personale della sua futura casa, e assistere il suo protettore e amico nel decidere quali miglioramenti fossero necessari; e da lì, dopo essere rimasto un paio di notti, doveva proseguire il suo viaggio verso la città.
Dopo una resistenza da parte della signora Ferrars, tanto violenta e costante da preservarla da quel rimprovero che sembrava sempre timorosa di meritare, quello di essere troppo amabile, Edward fu ammesso alla sua presenza e dichiarato nuovamente suo figlio.
La sua famiglia era stata ultimamente assai instabile. Per molti anni della sua vita aveva avuto due figli; ma il crimine e l'annientamento di Edward, poche settimane prima, l'avevano privata di uno; il simile annientamento di Robert l'aveva lasciata per una quindicina di giorni senza alcuno; e ora, con la resurrezione di Edward, ne aveva di nuovo uno.
Nonostante gli fosse concesso di vivere ancora, egli non si sentì sicuro della continuazione della propria esistenza finché non ebbe rivelato il suo attuale fidanzamento; temeva infatti che la pubblicazione di tale circostanza potesse dare una svolta improvvisa alla sua costituzione e portarlo via con la stessa rapidità di prima. Con cautelosa apprensione, dunque, la notizia fu rivelata, e fu ascoltata con inaspettata calma. La signora Ferrars cercò dapprima, ragionevolmente, di dissuaderlo dallo sposare Miss Dashwood con ogni argomento in suo potere; gli disse che in Miss Morton avrebbe avuto una donna di rango superiore e di maggiore fortuna; e rafforzò l'asserzione osservando che Miss Morton era la figlia di un nobile con trentamila sterline, mentre Miss Dashwood era solo la figlia di un gentiluomo privato con non più di tremila; ma quando si accorse che, pur ammettendo perfettamente la verità di quanto rappresentato, egli non era affatto incline a lasciarsene guidare, giudicò più saggio, per l'esperienza del passato, sottomettersi; e così, dopo un ritardo tanto sgarbato quanto dovuto alla propria dignità, e tale da prevenire ogni sospetto di benevolenza, emise il suo decreto di consenso al matrimonio tra Edward ed Elinor.
Restava ora da considerare cosa si impegnasse a fare per aumentare le loro entrate; e qui apparve chiaramente che, sebbene Edward fosse ora il suo unico figlio, non era affatto il primogenito; poiché, mentre Robert era inevitabilmente dotato di mille sterline all'anno, non fu mossa la minima obiezione contro il fatto che Edward prendesse gli ordini per amor di duecentocinquanta sterline al massimo; né fu promesso nulla, né per il presente né per il futuro, oltre le diecimila sterline che erano state date con Fanny.
Era comunque quanto desiderato, e più di quanto ci si aspettasse da Edward ed Elinor; e la signora Ferrars stessa, con le sue scuse evasive, sembrava l'unica persona sorpresa dal fatto di non dare di più.
Con un reddito del tutto sufficiente ai loro bisogni così assicurato, non dovettero aspettare altro, una volta che Edward ebbe preso possesso del beneficio, se non che la casa fosse pronta, alla quale il colonnello Brandon, col vivo desiderio di favorire Elinor, stava apportando notevoli miglioramenti; e dopo aver atteso un certo tempo per il loro completamento, dopo aver sperimentato, come al solito, mille delusioni e ritardi per l'inspiegabile lentezza degli operai, Elinor, come al solito, infranse la prima ferma risoluzione di non sposarsi finché tutto non fosse stato pronto, e la cerimonia ebbe luogo nella chiesa di Barton all'inizio dell'autunno.
Il primo mese dopo il matrimonio fu trascorso con il loro amico alla Mansion-house; da lì poterono sovrintendere al progresso del Parsonage e dirigere tutto come desideravano sul posto; poterono scegliere le carte da parati, progettare giardini e inventare un viale d'accesso. Le profezie della signora Jennings, sebbene un po' confuse, si avverarono principalmente; poiché fu in grado di far visita a Edward e sua moglie al Parsonage verso San Michele, e trovò in Elinor e suo marito, come credeva sinceramente, una delle coppie più felici del mondo. In effetti non avevano altro da desiderare, se non il matrimonio del colonnello Brandon con Marianne e un pascolo un po' migliore per le loro mucche.
Al loro primo insediamento ricevettero le visite di quasi tutti i loro parenti e amici. La signora Ferrars venne a ispezionare la felicità che quasi si vergognava di aver autorizzato; e persino i Dashwood si presero la briga di un viaggio dal Sussex per render loro onore.
«Non dirò che sono deluso, mia cara sorella», disse John, mentre camminavano insieme una mattina davanti ai cancelli di Delaford House, «dire troppo sarebbe, poiché certamente siete stata una delle giovani donne più fortunate del mondo, così com'è. Ma confesso che mi darebbe grande piacere chiamare il colonnello Brandon fratello. La sua proprietà qui, il suo podere, la sua casa, tutto è in condizioni così rispettabili ed eccellenti! E i suoi boschi... non ho visto da nessuna parte nel Dorsetshire un legname come quello che ora si trova al Delaford Hanger! E sebbene, forse, Marianne possa non sembrare esattamente la persona adatta ad attrarlo, penso che sarebbe del tutto consigliabile per voi far sì che stiano spesso da voi ora, poiché, dato che il colonnello Brandon sembra passare molto tempo a casa, nessuno può dire cosa possa accadere; poiché, quando le persone sono molto gettate l'una nelle braccia dell'altra e vedono poco chiunque altro... e sarà sempre in vostro potere metterla in risalto e così via. In breve, tanto vale darle una possibilità: mi capite».
Ma sebbene la signora Ferrars venisse a trovarli e li trattasse sempre con la finzione di un affetto decente, non furono mai insultati dal suo vero favore e dalla sua preferenza. Quelli spettavano alla follia di Robert e all'astuzia di sua moglie; e furono guadagnati da loro prima che passassero molti mesi. L'egoistica sagacia di quest'ultima, che all'inizio aveva trascinato Robert nei pasticci, fu lo strumento principale della sua liberazione; poiché la sua rispettosa umiltà, le sue attenzioni assidue e le sue infinite adulazioni, non appena fu dato il minimo spiraglio per esercitarle, riconciliarono la signora Ferrars con la sua scelta e lo ristabilirono completamente nelle sue grazie.
L'intero comportamento di Lucy nella faccenda, e la prosperità che lo coronò, possono dunque essere additati come un esempio quanto mai incoraggiante di ciò che un'attenzione seria e incessante al proprio interesse, per quanto il suo progresso possa essere apparentemente ostacolato, possa fare nel garantire ogni vantaggio di fortuna, senza altro sacrificio che quello del tempo e della coscienza. Quando Robert cercò per la prima volta la sua conoscenza e la visitò privatamente nei Bartlett’s Buildings, fu solo con lo scopo imputatogli dal fratello. Intendeva semplicemente persuaderla a rinunciare al fidanzamento; e poiché non c'era nulla da superare se non l'affetto di entrambi, si aspettava naturalmente che uno o due colloqui avrebbero risolto la faccenda. Su quel punto, tuttavia, e solo su quello, sbagliò; poiché sebbene Lucy gli desse presto speranze che la sua eloquenza l'avrebbe convinta col tempo, un'altra visita, un'altra conversazione, erano sempre necessarie per produrre questa convinzione. Qualche dubbio persisteva sempre nella sua mente quando si separavano, che poteva essere rimosso solo da un'altra mezz'ora di discorso con lui. La sua frequenza fu in tal modo assicurata, e il resto seguì di conseguenza. Invece di parlare di Edward, arrivarono gradualmente a parlare solo di Robert, un argomento sul quale egli aveva sempre più da dire che su qualsiasi altro, e nel quale lei tradì presto un interesse pari al suo; e in breve, divenne rapidamente evidente a entrambi che egli aveva interamente soppiantato il fratello. Era orgoglioso della sua conquista, orgoglioso di aver giocato Edward e molto orgoglioso di sposarsi privatamente senza il consenso di sua madre. Ciò che seguì immediatamente è noto. Trascorsero alcuni mesi in grande felicità a Dawlish; poiché lei aveva molti parenti e vecchie conoscenze da tagliare fuori — e lui disegnò diversi progetti per magnifici cottage; — e ritornando da lì in città, ottennero il perdono della signora Ferrars con il semplice espediente di chiederlo, che, su istigazione di Lucy, fu adottato. Il perdono, all'inizio, in verità, come era ragionevole, comprese solo Robert; e Lucy, che non doveva alcun dovere alla madre di lui e che quindi non ne aveva trasgredito alcuno, rimase ancora per qualche settimana non perdonata. Ma la perseveranza nell'umiltà della condotta e dei messaggi, nell'autocondanna per l'offesa di Robert e nella gratitudine per la freddezza con cui veniva trattata, le procurò col tempo l'altezzosa attenzione che la vinse con la sua benevolenza, e portò poco dopo, a rapidi gradi, al più alto stato di affetto e influenza. Lucy divenne per la signora Ferrars tanto necessaria quanto Robert o Fanny; e mentre Edward non fu mai cordialmente perdonato per aver una volta inteso sposarla, ed Elinor, sebbene superiore a lei per fortuna e nascita, veniva citata come un'intrusa, lei fu in ogni cosa considerata, e sempre apertamente riconosciuta, come una figlia prediletta. Si stabilirono in città, ricevettero aiuti molto liberali dalla signora Ferrars, erano nei migliori rapporti immaginabili con i Dashwood; e mettendo da parte le gelosie e la malevolenza esistenti continuamente tra Fanny e Lucy, nelle quali i loro mariti presero naturalmente parte, così come i frequenti disaccordi domestici tra Robert e Lucy stessa, nulla poteva superare l'armonia in cui vivevano tutti insieme.
Ciò che Edward avesse fatto per perdere il diritto di primogenito avrebbe potuto lasciare perplessi molti, e ciò che Robert avesse fatto per succedergli avrebbe potuto lasciarli ancora più perplessi. Si trattava, tuttavia, di una sistemazione giustificata nei suoi effetti, se non nella sua causa; poiché nulla apparve mai nello stile di vita o di conversazione di Robert da far sospettare che egli rimpiangesse l'entità delle sue entrate, sia come troppo poco per suo fratello o troppo per sé stesso; e se Edward poteva essere giudicato dal pronto adempimento dei suoi doveri in ogni particolare, da un crescente attaccamento alla moglie e alla casa, e dalla regolare allegrezza del suo spirito, si poteva supporre che non fosse meno contento del suo destino, non meno libero da ogni desiderio di scambio.
Il matrimonio di Elinor la divise dalla sua famiglia quanto meno si potesse escogitare, senza rendere il cottage di Barton del tutto inutile, poiché sua madre e le sue sorelle trascorrevano molto più della metà del loro tempo con lei. La signora Dashwood agiva secondo motivi di politica oltre che di piacere nella frequenza delle sue visite a Delaford; poiché il suo desiderio di unire Marianne e il colonnello Brandon era appena meno ardente, sebbene un po' più liberale di quanto espresso da John. Era ormai il suo obiettivo prediletto. Per quanto preziosa fosse per lei la compagnia della figlia, non desiderava nulla di più che cedere il suo costante godimento al suo stimato amico; e vedere Marianne sistemata alla Mansion-house era ugualmente il desiderio di Edward ed Elinor. Ciascuno di loro sentiva i dolori di lui, e i propri obblighi, e Marianne, per consenso generale, doveva essere la ricompensa di tutto.
Con una tale confederazione contro di lei — con una conoscenza così intima della sua bontà — con la convinzione del suo affetto appassionato per lei, che alla fine, sebbene molto tempo dopo che era evidente a tutti gli altri, scoppiò in lei — cosa poteva fare?
Marianne Dashwood era nata per un destino straordinario. Era nata per scoprire la falsità delle proprie opinioni e per contrastare, con la propria condotta, le sue massime più care. Era nata per superare un affetto formatosi così tardi nella vita, a diciassette anni, e con nessun sentimento superiore a una forte stima e una vivace amicizia, per dare volontariamente la mano a un altro! E quell'altro, un uomo che non aveva sofferto meno di lei per l'evento di un precedente legame, che due anni prima aveva considerato troppo vecchio per sposarsi, e che cercava ancora la salvaguardia costituzionale di un panciotto di flanella!
Ma così fu. Invece di cadere vittima di una passione irresistibile, come una volta si era lusingata di aspettarsi, invece di rimanere persino per sempre con sua madre e trovare i suoi unici piaceri nel ritiro e nello studio, come in seguito nel suo giudizio più calmo e sobrio aveva deciso, si ritrovò a diciannove anni a sottomettersi a nuovi affetti, a intraprendere nuovi doveri, a essere collocata in una nuova casa, una moglie, la padrona di una famiglia e la patrona di un villaggio.
Il colonnello Brandon era ora felice come tutti coloro che più lo amavano credevano che meritasse di essere; in Marianne fu consolato per ogni afflizione passata; il suo riguardo e la sua società restituirono alla sua mente animazione e al suo spirito allegria; e che Marianne trovasse la propria felicità nel formare quella di lui era ugualmente la convinzione e la delizia di ogni amico osservatore. Marianne non poteva mai amare a metà; e tutto il suo cuore divenne, col tempo, tanto devoto a suo marito quanto una volta lo era stato a Willoughby.
Willoughby non poté sentire del suo matrimonio senza una fitta; e la sua punizione fu poco dopo completa nel perdono volontario della signora Smith, la quale, dichiarando il suo matrimonio con una donna di carattere come fonte della sua clemenza, gli diede motivo di credere che, se si fosse comportato onorevolmente verso Marianne, avrebbe potuto essere al tempo stesso felice e ricco. Che il suo pentimento per la cattiva condotta, che portò così la sua punizione, fosse sincero, non c'è da dubitarne; né che pensasse a lungo al colonnello Brandon con invidia e a Marianne con rimpianto. Ma che fosse per sempre inconsolabile, che fuggisse dalla società, o contraesse un'abituale cupezza di carattere, o morisse di crepacuore, non deve essere dato per certo, poiché non fece nulla di tutto ciò. Visse per agire e spesso per godersi la vita. Sua moglie non era sempre di cattivo umore, né la sua casa sempre scomoda; e nella sua razza di cavalli e cani, e nello sport di ogni genere, trovò un grado non trascurabile di felicità domestica.
Per Marianne, tuttavia, nonostante la sua inciviltà nel sopravvivere alla sua perdita, conservò sempre quel deciso riguardo che lo rendeva interessato a tutto ciò che le accadeva e faceva di lei il suo segreto modello di perfezione nella donna; e molte bellezze nascenti sarebbero state da lui trascurate nei giorni a venire, in quanto non reggevano il confronto con la signora Brandon.
La signora Dashwood fu abbastanza prudente da rimanere al cottage, senza tentare un trasloco a Delaford; e fortunatamente per Sir John e la signora Jennings, quando Marianne fu tolta loro, Margaret aveva raggiunto un'età altamente adatta per ballare e non molto inidonea a essere sospettata di avere un amante.
Tra Barton e Delaford vi fu quella costante comunicazione che un forte affetto familiare detterebbe naturalmente; e tra i meriti e la felicità di Elinor e Marianne, non si annoveri come il meno considerevole il fatto che, sebbene sorelle e viventi quasi in vista l'una dell'altra, potessero vivere senza disaccordi tra loro, né producendo freddezza tra i loro mariti.
FINE