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The Book of the Thousand Nights and a Night

by Burton, Richard Francis, Sir · in Italian

"AGLI OCCHI PURI TUTTO È PURO." (Puris omnia pura)

—Proverbio arabo.

"Niuna corrotta mente intese mai sanamente parole."

—"Decameron"—conclusione.

"Erubuit, posuitque meum Lucretia librum Sed coram Bruto. Brute! recede, leget."

—Marziale.

"Mieulx est de ris que de larmes escripre, Pour ce que rire est le propre des hommes."

—RABELAIS.

"Il piacere che traiamo dal leggere le Mille e una Notte ci fa rimpiangere di possedere solo una parte relativamente piccola di queste finzioni davvero incantevoli."

—CRICHTON, "Storia dell'Arabia."

_UNA TRADUZIONE PIANA E LETTERALE DELLE NOVELLE DELLE MILLE E UNA NOTTE. ORA INTITOLATA_

IL LIBRO DELLE =Mille notti e una notte=

_CON INTRODUZIONE, NOTE ESPLICATIVE SUI COSTUMI E LE USANZE DEI MUSULMANI E UN SAGGIO FINALE SULLA STORIA DELLE NOTTI_

VOLUME I.

DI RICHARD F. BURTON

STAMPATO DAL BURTON CLUB PER SOLI SOTTOSCRITTORI PRIVATI

Edizione Shammar

Limitata a mille copie numerate, di cui questa è la

Numero 547

STAMPATO NEGLI U.S.A.

=Dedicato alla memoria=

DI

IL MIO COMPIANTO AMICO

=John Frederick Steinhaeuser,=

(CHIRURGO CIVILE, ADEN)

CHE

UN QUARTO DI SECOLO FA

MI ASSISTETTE IN QUESTA TRADUZIONE.

PREFAZIONE DEL TRADUTTORE.

Quest'opera, per quanto possa apparire laboriosa, è stata per me un lavoro d'amore, un'inesauribile fonte di conforto e soddisfazione. Durante i miei lunghi anni di esilio ufficiale nei deserti lussureggianti e letali dell'Africa occidentale, e nelle opache e desolate radure del Sud America, si è rivelata un fascino, un talismano contro l'ennui e lo scoramento. Impossibile anche solo aprirne le pagine senza che una visione prendesse forma; senza trarre un quadro dalla pinacoteca del cervello; senza far rivivere una schiera di ricordi e reminiscenze che non sono proprietà comune dei viaggiatori, per quanto abbiano viaggiato lontano. Dai miei monotoni, banali e "rispettabili" dintorni, il Jinn mi trasportava subito nella terra della mia predilezione, l'Arabia, una regione così familiare alla mia mente che, fin dal primo sguardo, parve la reminiscenza di qualche vita metempsicotica trascorsa nel lontano Passato. Di nuovo mi trovavo sotto cieli diafani, in un'aria gloriosa come etere, il cui ogni respiro solleva lo spirito dell'uomo come vino frizzante. Ancora una volta vedevo la stella della sera appesa come un solitario al puro fronte del firmamento occidentale; e il riverbero del tramonto trasfigurare e trasformare, come per magia, i tratti familiari e aspri della scena in una terra delle fate illuminata da una luce che mai splende su altri suoli o mari. Poi apparivano le tende di lana, basse e nere, dei veri Badawin, semplici punti nell'infinita distesa di argille color leone e ghiaia color gazzella, e il fuoco da campo punteggiare come una lucciola il centro del villaggio. Presto, addolcito dalla distanza, si sarebbe udito il canto selvaggio e strano dei ragazzi e delle ragazze che spingevano, o meglio lanciavano, attraverso il crepuscolo le loro pecore e capre; e il canto cadenzato dei lancieri che seguivano gravemente al seguito del loro carico, i cammelli; mescolato al belato dei greggi e al muggito delle mandrie gobbe; mentre il pipistrello volava sopra la testa col suo stridio minuscolo, e il grido dello sciacallo risuonava nelle ombre che si infittivano, e—la più musicale delle musiche—le palme rispondevano ai sussurri della brezza notturna con i toni più dolci dell'acqua che cade.

E poi un cambio di scena. Gli Shaykh e i "bianchi di barba" della tribù prendono gravemente posto, seduti con le vesti spiegate come collinette sulla pianura, come dicono gli arabi, attorno al fuoco da campo, mentre io ricompenso la loro ospitalità e ne assicuro il proseguimento leggendo o recitando alcune pagine dei loro racconti preferiti. Le donne e i bambini restano immobili come silhouette fuori dal cerchio; e tutti sono senza fiato per l'attenzione; sembrano bere le parole con gli occhi e le bocche così come con le orecchie. I voli di fantasia più fantastici, le inverosimiglianze più selvagge, le più impossibili delle impossibilità, appaiono loro del tutto naturali, mere questioni di quotidiana occorrenza. Entrano appieno in ogni fase del sentimento toccato dall'autore: provano un orgoglio personale per la natura cavalleresca e il valore guerriero di Taj al-Mulúk; sono toccati dalla tenerezza per l'amore sacrificale di Azízah; hanno l'acquolina in bocca quando sentono parlare di mucchi di oro indicibile donati in largizioni come argilla; ridono di gusto ogni volta che un Kázi o un Fakír—un giudice o un reverendo—è trattato malamente da qualche Pantagruelista del Deserto; e, nonostante la loro normale solennità e impassibilità, tutti scoppiano a ridere, a volte rotolandosi sul terreno finché la gravità del lettore è messa a dura prova, ai racconti del ciarliero Barbiere e di Ali e dell'imbroglione curdo. A questo stato d'animo magnetizzante l'unica eccezione è quando un Badawi di superiori inclinazioni, che talvolta recita le sue preghiere, esclama con stupore "Astaghfaru'llah"—prego Allah per il perdono!—per aver ascoltato, non le "bugie schiette" di Carlyle, ma il leggero accenno al sesso il cui nome non è mai udito tra la nobiltà del Deserto.

Né fu solo in Arabia che le immortali Notti mi resero un tale notevole servizio: trovai i selvaggi della terra dei Somali ugualmente suscettibili alla sua disciplina; nessuno era sordo al fascino e le due cuoche della mia carovana, sulla via per Harar, furono immediatamente soprannumerate dai miei uomini "Shahrazad" e "Dinazad".

Mi sia concesso di notare che questa traduzione è il risultato naturale del mio Pellegrinaggio ad Al-Medinah e Meccah. Arrivato ad Aden nel (cosiddetto) inverno del 1852, alloggiai presso il mio vecchio e caro amico Steinhaeuser, alla cui memoria questo volume è dedicato; e, parlando dell'Arabia e degli arabi, giungemmo subito alla conclusione che, sebbene il nome di questo meraviglioso tesoro di folklore musulmano sia familiare a quasi ogni bambino inglese, nessun lettore comune è consapevole dei valori che contiene, né la porta si aprirà a chiunque non sia un arabista. Prima di separarci concordammo di "collaborare" e produrre una copia completa, integrale, non edulcorata e non castrata del grande originale, col mio amico che si occupava della prosa e io della parte metrica; e ci scrivessimo sull'argomento per anni. Ma mentre ero in Brasile, Steinhaeuser morì improvvisamente di apoplessia a Berna, in Svizzera e, secondo l'uso anglo-indiano, i suoi preziosi manoscritti lasciati ad Aden furono dispersi, e ben poco dei suoi lavori giunse nelle mie mani.

Così fui lasciato solo al mio lavoro, che procedette a singhiozzo tra una miriade di ostacoli. Alla fine, nella primavera del 1879, iniziò il tedioso processo di copia e il libro cominciò a prendere forma definitiva. Ma, durante l'inverno del 1881-82, vidi nelle riviste letterarie un annuncio di una nuova versione del signor John Payne, ben noto agli studiosi per la sua bravura in versi inglesi, specialmente per la sua traduzione delle "Poesie di Mastro Francesco Villon, di Parigi". Essendo allora impegnato in una spedizione sulla Costa d'Oro (per l'oro), che sembrava destinata a durare alcuni mesi, scrissi all'"Athenæum" (13 novembre 1881) e al signor Payne, che era del tutto ignaro del fatto che fossimo impegnati nello stesso lavoro, e gli offrii liberamente la precedenza e il possesso del campo finché non fosse più necessario. Egli accettò la mia offerta con altrettanta franchezza, e la sua priorità comportò un altro ritardo durato fino alla primavera del 1885. Questi dettagli spiegheranno in parte il ritardo della mia apparizione, ma c'è ancora un'altra causa. L'ambizione professionale suggeriva che i lavori letterari, impopolari tra il volgo e i semicolti, difficilmente avrebbero aiutato un uomo a salire la scala della promozione. Ma il buon senso mi suggerì subito che, professionalmente parlando, non ero un successo; e, allo stesso tempo, che non avevo motivo di vergognarmi del mio fallimento. Ai nostri giorni, in cui viviamo sotto un dispotismo del "ceto medio" inferiore, il Filisteo che può perdonare tutto tranne la superiorità, i premi dei servizi competitivi sono monopolizzati da certi "pupilli" della Médiocratie, e primi favoriti di quella gelosa e potente maggioranza—le Mediocrità che non conoscono "sciocchezze sul merito". È difficile per un estraneo rendersi conto di quanto sia perfetto il monopolio della banalità, e comprendere quanto fatale sia l'inciampo che un uomo pone sul cammino del proprio avanzamento se osa pensare con la propria testa, o se sa di più o fa di più della massa di gentiluomini-impiegati che sanno ben poco e fanno anche meno.

Eppure, per quanto io sia rimasto indietro, c'è ancora ampio spazio e margine per una versione inglese delle "Novelle delle Mille e una Notte".

Il nostro secolo di traduzioni, popolari e vernacolari, dal delizioso compendio e adattamento del (Professor Antoine) Galland (1704 d.C.), non rappresenta in alcun modo l'originale orientale. Il migliore e più recente, quello del Rev. Mr. Foster, che è diffuso e verboso, e quello del signor G. Moir Bussey, che è una ri-correzione, abbondano di gallicismi di stile e idioma; e tutti quanti degradano un capolavoro di massimo interesse e importanza antropologica ed etnografica a un semplice libro di fiabe, un grazioso regalo per ragazzini.

Dopo quasi un secolo, il Dr. Jonathan Scott (LL.D. S. della H.E.I.C., Segretario Persiano del G. G. Bengala; Professore Orientale, ecc., ecc.), stampò i suoi "Racconti, Aneddoti e Lettere, tradotti dall'arabo e dal persiano", (Cadell and Davies, Londra, 1800 d.C.); e seguì nel 1811 con un'edizione delle "Novelle delle Mille e una Notte" dal manoscritto di Edward Wortley Montague (in 6 volumi, piccolo 8vo, Londra: Longmans, ecc.). Quest'opera egli (e solo lui) descrive come "Accuratamente rivista e occasionalmente corretta dall'arabo". Il pubblico dei lettori non la respinse del tutto, vari testi furono fondati sulla versione di Scott ed è stata imperfettamente ristampata (4 volumi, 8vo, Nimmo and Bain, Londra, 1883). Ma la maggior parte degli uomini, non curandosi di quanto piccola fosse la porzione dell'originale che stavano leggendo, si accontentarono dell'epitome e metafrasi anglo-francese. Infine nel 1838, il signor Henry Torrens, B.A., irlandese, avvocato ("dell'Inner Temple") e funzionario civile del Bengala, fece un passo nella giusta direzione; e iniziò a tradurre, "Il Libro delle Mille Notti e una Notte", (1 volume, 8vo, Calcutta: W. Thacker and Co.) dall'arabo del manoscritto egiziano (!) edito dal signor (poi Sir) William H. Macnaghten. Il tentativo, o meglio l'intenzione, era altamente lodevole; la copia era accuratamente modellata sul modello e offriva il miglior esempio dello stile verbatim et literatim. Ma l'audace autore sapeva poco di arabo, e ancor meno di ciò che è più richiesto, il dialetto d'Egitto e di Siria. La sua prosa è così coscienziosa da sacrificare lo spirito sull'altare della lettera; e i suoi versi, sempre stravaganti, hanno a volte un modo di urlare irlandese che è comico quando dovrebbe essere patetico. Infine, stampò solo un volume di una serie che, completa, ne avrebbe contenuti nove o dieci.

Quell'amabile e devoto arabista, il defunto Edward William Lane, non ottiene un successo nella sua "Nuova Traduzione dei Racconti delle Mille e una Notte" (Londra: Charles Knight and Co., MDCCCXXXIX.) di cui ci sono state quattro edizioni inglesi, oltre a quelle americane, due curate da E. S. Poole. Scelse l'abbreviata Edizione di Bulak; e, dei suoi duecento racconti, ne ha omessi circa la metà e di gran lunga la metà più caratteristica: l'opera era destinata al "tavolo del salotto"; e, di conseguenza, l'autore fu costretto a evitare l'"obiettabile" e tutto ciò che "si avvicinasse alla licenziosità". Converte le Mille e una Notte in Capitoli delle Mille e una Notte, cambiando arbitrariamente la divisione e, peggio ancora, converte alcuni capitoli in note. Rende la poesia in prosa e si scusa per non averla omessa del tutto: trascura l'assonanza ed è allo stesso tempo troppo orientale e non abbastanza orientale. Aveva scarsa scorta di arabo all'epoca—il Lane delle Notti non è il Lane del Dizionario—e le sue pagine sono deturpate da molti errori infantili. Peggio di tutto, i tre bei volumi sono resi illeggibili come il Corano di Sale dal loro latino anglicizzato, le loro parole sesquipedali non inglesi, e lo stile rigido e stentato di mezzo secolo fa, quando la nostra prosa era, forse, la peggiore d'Europa. Il loro carico di sapienza musulmana era preziosissimo per lo studente, ma del tutto fuori posto per i lettori delle "Notti"; ripubblicate, come queste note sono state separatamente (Londra, Chatto, 1883), sono un libro di testo etnologico.

Il signor John Payne ha stampato, per la Villon Society e solo per circolazione privata, la prima e unica traduzione completa del grande compendio, "comprendente circa quattro volte tanto materiale di quello di Galland, e tre volte tanto di quello di qualsiasi altro traduttore"; e non posso che sentirmi orgoglioso che mi abbia onorato con la dedica de "Il Libro delle Mille Notti e una Notte". La sua versione è quanto mai leggibile: il suo inglese, con un sottotono dell'arcaicismo del Mabinogion, è ammirevole; e il suo stile dà vita e luce ai nove volumi il cui contenuto è spesso abbastanza pesante. Riesce mirabilmente nei passaggi più difficili e spesso trova termini scelti e speciali e l'esatto equivalente vernacolare della parola straniera, così felicemente e pittorescamente che tutti i futuri traduttori dovranno per forza usare la stessa espressione pena il non essere all'altezza. Ma l'istruito e versatile autore si è impegnato a pubblicare solo cinquecento copie, e "a non riprodurre l'opera nella sua forma completa e non castrata". Di conseguenza la sua eccellente versione è caviale per la massa—praticamente irreperibile.

E qui mi affretto a confessare che ampio uso è stato fatto delle tre versioni sopra citate, il tutto essendo miscelato da una callida junctura in una massa omogenea. Ma in presenza di così tanti predecessori, uno scrittore è tenuto a mostrare qualche raison d'être per fare un nuovo tentativo e questo procedo a fare con la dovuta riserva.

In breve, l'obiettivo di questa versione è mostrare cosa sia realmente "Le Mille Notti e una Notte". Non, tuttavia, per ragioni che saranno esposte più compiutamente nel Saggio finale, forzando il verbum reddere verbo, ma scrivendo come l'arabo avrebbe scritto in inglese. Su questo punto sono tutto con San Girolamo (Pref. in Jobum) "Vel verbum e verbo, vel sensum e sensu, vel ex utroque commixtum, et medie temperatum genus translationis." Il mio lavoro pretende di essere una copia fedele del grande libro di saghe orientali, preservando intatti, non solo lo spirito, ma anche la mécanique, il modo e la materia. Quindi, per quanto prosastica e prolissa sia la formula, essa mantiene lo schema delle Notti perché sono un elemento fondamentale nell'originale. Il Ráwí o recitatore, al cui ingegno è lasciato il compito di fornire i dettagli, conosce bene il loro valore: le aperture ripetono accuratamente i nomi dei personaggi drammatici e così li fissano nella memoria dell'ascoltatore. Senza le Notti non ci sono le Mille e una Notte! Inoltre è necessario mantenere l'intero apparato: niente di più sconsigliato dello strano espediente del Dr. Jonathan Scott di guarnire le Notti con teste e code di pagina fantasiose o la suddivisione della narrazione di Galland semplicemente premettendo "Nuit", ecc., finendo inoltre con la ccxxxiv^a Notte: eppure questo è stato fatto, apparentemente col consenso del grande arabista Sylvestre de Sacy (Parigi, Ernest Bourdin). Inoltre, sostenendo che la gloria del traduttore sia di aggiungere qualcosa alla sua lingua madre, evitando l'orrenda nudità da strega di Torrens e il nudo letteralismo di Lane, ho accuratamente anglicizzato le svolte pittoresche e le espressioni originali in tutta la loro stravaganza; per esempio, quando la nuvola di polvere sollevata da un esercito in marcia è descritta come "cintare l'orizzonte". Di qui particolare attenzione è stata rivolta ai tropi e alle figure che la lingua araba spesso racchiude in un unico termine; e non ho mai esitato a coniare una parola quando necessario, come "she snorted and snarked", per rappresentare pienamente l'originale. Queste, come molte in Rabelais, sono mere barbarie se non generalmente adottate; nel qual caso diventano valuta civile e comune.

Nonostante le molteplici e manifeste obiezioni, ho preservato l'equilibrio delle frasi e la rima e il ritmo della prosa che gli orientali considerano mera musica. Questa "Saj'a", o cadenza della colomba che tuba, ha in arabo i suoi compiti speciali. Aggiunge uno scintillio alla descrizione e un punto al proverbio, all'epigramma e al dialogo; corrisponde alla nostra "artificiosa allitterazione" (che in alcuni punti ho sostituito ad essa) e, generalmente, definisce i confini tra lo stile classico e quello popolare che si urtano nelle Notti. Se a volte appare teso e forzato, secondo l'uso della prosa rimata, lo studioso osserverà che, nonostante l'immensa copiosità di assonanti e consonanti in arabo, la tensione vi è spesso posta intenzionalmente, come nelle Rime di Dante e dei Trovatori. Questa prosa rimata può essere "non inglese" e spiacevole, persino irritante per l'orecchio britannico; tuttavia la considero una sine quâ non per una riproduzione completa dell'originale. Nel Saggio finale tornerò sull'argomento.

D'altro canto, quando tratto la parte in versicoli, che può rappresentare un totale di diecimila versi, non mi sono sempre legato ai vincoli metrici dell'arabo, che sono artificiali all'estremo, e che in inglese possono essere resi sopportabili solo da un tour de force. Mi riferisco specialmente alla monorima, Rim continuat o tirade monorime, la cui monotona semplicità era preferita dai Trovatori per le trenodie. Può andar bene per tre o quattro distici ma, quando si estende, come nel Ghazal-canzone, a diciotto, e nella Kasidah, elegia o ode, a di più, deve accontentarsi di parole in rima banali, quando gli assonanti dovrebbero di norma essere espressivi ed enfatici; oppure, deve mostrare un'ingegnosità, un odore di olio, che certamente non aggiunge piacere al lettore. Forse si può fare e si dovrebbe fare; ma per me il compito non ha attrazioni: so tirare di scherma meglio con le scarpe che con gli zoccoli. Infine stampo i distici in forma araba separando gli emistichi con asterischi.

E ora consideriamo una questione di particolare importanza nel libro—il suo turpiloquio. Questo inciampo è di due tipi, completamente distinti. Uno è l'indecenza semplice, ingenua e infantile che, da Tangeri al Giappone, si verifica durante la conversazione generale di alti e bassi al giorno d'oggi. Usa, come i libri sacri degli ebrei, espressioni "chiaramente descrittive di situazioni naturali"; e tratta in modo non convenzionalmente libero e nudo di argomenti e questioni che sono solitamente, per comune consenso, lasciati non descritti. Come osservò molto tempo fa Sir William Jones, "che qualcosa di naturale possa essere offensivamente osceno non sembra essere mai venuto in mente agli indiani o ai loro legislatori; una singolarità (?) che permea i loro scritti e le loro conversazioni, ma nessuna prova di depravazione morale". Un altro osserva giustamente, Les peuples primitifs n'y entendent pas malice: ils appellent les choses par leurs noms et ne trouvent pas condamnable ce qui est naturel. E sono curiosi come bambini. Per esempio il romanziere europeo fa sposare il suo eroe e la sua eroina e li lascia consumare il matrimonio nella privacy; persino Tom Jones ha la decenza di chiudere la porta a chiave. Ma il narratore orientale, specialmente questo sconosciuto "prosaico Shakespeare", deve introdurvi, con un fiorire, nella camera nuziale e narrarvi, con infinito gusto, tutto ciò che vede e sente. Ancora, dobbiamo ricordare che la grossolanità e l'indecenza, in effetti les turpitudes, sono questioni di tempo e di luogo; ciò che è offensivo in Inghilterra non lo è in Egitto; ciò che ci scandalizza ora sarebbe stato uno scherzo innocuo tempore Elisæ. Con tutto ciò le Notti non saranno trovate in questa materia più grossolane di molti passaggi di Shakespeare, Sterne e Swift, e la loro sporcizia raramente raggiunge la perfezione di Alcofribas Nasier, "divin maître et atroce cochon". L'altro elemento è l'oscenità assoluta, a volte, ma non sempre, temperata da spirito, umorismo e facezie; qui abbiamo un'esagerazione di Petronio Arbitro, l'opera di scrittori i cui antenati, i più religiosi e i più dissoluti del genere umano, praticavano ogni abominio davanti al santuario degli Dei Canopici.

In accordo con il mio proposito di riprodurre le Notti, non virginibus puerisque, ma nel quadro più perfetto che le mie forze consentono, ho accuratamente cercato l'equivalente inglese di ogni parola araba, per quanto bassa possa essere o "scioccante" per orecchie gentili; preservando, d'altro canto, ogni possibile delicatezza dove l'indecenza non è intenzionale; e, come un amico mi consiglia di dichiarare, non esagerando le volgarità e le indecenze che, in effetti, difficilmente possono essere esagerate. Poiché la grossolanità e la crassaggine non sono che le ombre di un quadro che altrimenti sarebbe tutto luci. Il tono generale delle Notti è eccezionalmente alto e puro. Il fervore devozionale sale spesso fino al punto di ebollizione del fanatismo. Il pathos è dolce, profondo e genuino; tenero, semplice e vero, del tutto diverso da gran parte del nostro orpello moderno. La sua vita, forte, splendida e moltitudinosa, è ovunque aromatizzata da quel pessimismo non affettato e da quella malinconia costituzionale che mettono radici più profonde sotto i cieli più luminosi e che sospirano in faccia al cielo:—

Vita quid est hominis? Viridis floriscula mortis; Sole Oriente oriens, sole cadente cadens.

La giustizia poetica è amministrata dal Kází letterario con esemplare imparzialità e severità; "denunciando i malfattori ed elogiando le gesta mirabilmente compiute". Il morale è sano e robusto; e talvolta scorgiamo, attraverso il quadro voluttuoso e libertino, scorci di una moralità trascendentale, la moralità di Socrate in Platone. La corruzione sottile e la licenziosità occulta sono del tutto assenti; troviamo più "vizio" reale in molti brevi romanzi francesi, diciamo La Dame aux Camelias, e in non pochi romanzi inglesi dei nostri giorni che nelle migliaia di pagine dell'arabo. Qui non abbiamo nulla di quella modernissima e immodesta modestia che vede implicazioni occulte dove nulla è implicato, e allusioni "sconvenienti" quando la convenienza non è oltraggiata; né incontriamo la raffinatezza del XIX secolo: innocenza della parola, non del pensiero; moralità della lingua, non del cuore, e il sincero omaggio reso alla virtù sotto le spoglie di una perfetta ipocrisia. È, infatti, questo contrasto unico di un elemento pittoresco, crudità infantili e indecenze da asilo e frasi "vane e amatorie" che si urtano con le visioni più elevate e raffinate della vita e del carattere, mostrato nei mutamenti caleidoscopici del quadro meraviglioso con molta "ricca verità nella finzione di un racconto"; accentuato da un umorismo rozzo e asciutto che regge bene il confronto con il "wut"; le alternanze di forza e debolezza, di pathos e bathos, della poesia più audace (la dizione di Giobbe) e della prosa più spoglia (l'egiziano di oggi); il contatto della religione e della moralità con le orge dell'africano Apuleio e di Petronio Arbitro — che a volte toglie il respiro al lettore — e, infine, il tutto dominato ovunque da quella meravigliosa fantasia orientale, in cui lo spirituale e il soprannaturale sono comuni quanto il materiale e il naturale; è questo contrasto, dico, che costituisce il fascino principale delle Notti, che gli conferisce l'originalità più sorprendente e che lo rende un perfetto espositore della mente musulmana medievale.

Le note esplicative non rientravano nel piano del signor Payne. Rientrano nel mio: difficilmente potrei immaginare che le Notti vengano lette con qualche profitto dagli uomini dell'Occidente senza un commento. Le mie annotazioni evitano un solo argomento, i parallelismi del folklore europeo e dei fabliaux che, per quanto interessanti, ingrosserebbero eccessivamente il volume di un libro la cui specialità è l'antropologia. Le vicende della mia vita, si può dire senza indebita presunzione, i miei lunghi rapporti con gli arabi e altri maomettani, e la mia familiarità non solo con il loro idioma ma con il loro modo di pensare, e con quell'individualità razziale che sfida ogni descrizione, mi hanno dato alcuni vantaggi rispetto allo studioso medio, per quanto profondamente abbia studiato. Questi volumi, inoltre, mi offrono un'opportunità a lungo cercata di notare pratiche e costumi che interessano tutta l'umanità e di cui la "Società" non vuole sentir parlare. Grote, lo storico, e Thackeray, il romanziere, lamentarono entrambi che la bégueulerie dei loro compatrioti li condannava al silenzio laddove era richiesta pubblicità; e che non potevano nemmeno rivendicare la parziale licenza di un Fielding e di uno Smollett. Perciò, una ventina di anni fa, diedi il mio miglior contributo al defunto Dr. James Hunt nella fondazione della Società Antropologica, di cui occupai per primo la cattedra presidenziale (pp. 2-4 Anthropologia; Londra, Balliere, vol. i., No. 1, 1873). Il mio motivo era fornire ai viaggiatori un organo che salvasse le loro osservazioni dall'oscurità esteriore del manoscritto, e stampasse le loro curiose informazioni su questioni sociali e sessuali fuori posto nel libro popolare destinato al Nipptisch e, anzi, meglio tenuto lontano dalla vista del pubblico. Ma, appena iniziammo, la "Rispettabilità", quel sepolcro imbiancato pieno di ogni impurità, si sollevò contro di noi. La "Convenienza" ci zittì con la sua voce sfacciata e stridente, e i fratelli dai ginocchi deboli si allontanarono. Eppure l'organo era molto richiesto ed è richiesto ancora. Tutte le tribù barbare ora conosciute nell'Africa interna, in America e in Australia, i cui istinti non sono stati soffocati dalla ragione, hanno una cerimonia che chiamano "fare gli uomini". Non appena il ragazzo mostra prove di pubertà, lui e i suoi coetanei vengono presi in carico dal medico e dallo stregone; e, sotto istruzione sacerdotale, trascorrono mesi nel "bush", sopportando stenti e torture che impressionano la memoria finché non hanno padroneggiato la "teorica e pratica" delle relazioni sociali e sessuali. Tra i civilizzati questo frutto dell'albero della conoscenza deve essere acquistato al prezzo della più amara esperienza, e le conseguenze dell'ignoranza sono particolarmente crudeli. Qui, dunque, trovo finalmente l'opportunità di notare nelle note esplicative molti dettagli del testo che sfuggirebbero all'osservazione del lettore, e sono fiducioso che esse formeranno un repertorio di sapienza orientale nella sua fase esoterica. Lo studente che aggiungerà le note di Lane ("Arabian Society", ecc., citato prima) alle mie saprà tanto del mondo musulmano orientale, e più di molti europei che hanno trascorso metà della loro vita in terre d'Oriente. Per facilità di consultazione, ad ogni volume è allegato un indice delle note antropologiche.

Il lettore vorrà gentilmente scusare i seguenti dettagli tecnici. Steinhaeuser ed io iniziammo e finimmo il nostro lavoro con la prima edizione di Bulak ("Bul.") stampata al porto del Cairo nel 1251 dell'Egira = 1835 d.C. Ma quando preparai i miei manoscritti per la stampa, trovai il testo incompleto, molti dei racconti venivano dati in epitome e non pochi erano spietatamente mutilati, mancanti di testa o di piedi. Come la maggior parte degli scribi orientali, l'Editore non poté trattenersi dai "miglioramenti", che non fecero altro che avvilire il libro; e il suo unico titolo di scusa è che la seconda edizione di Bulak (4 vol., 1279 E. = 1863 d.C.), nonostante sia "riveduta e corretta dallo sceicco Mahommed Qotch Al-Adewi", è ancora peggiore; e lo stesso si può dire dell'edizione del Cairo (4 vol., 1297 E. = 1881 d.C.). L'edizione di Calcutta ("Calc."), con dieci righe di prefazione persiana dell'Editore, Ahmed al-Shirwani (1814 d.C.), fu interrotta alla fine delle prime duecento Notti, e fece così spazio all'edizione di Sir William Hay Macnaghten (4 vol., in 4° reale) del 1839-42. Questa ("Mac."), essendo di gran lunga la meno corrotta e la più completa, è stata assunta come base per il mio lavoro, con occasionali riferimenti all'edizione di Breslavia ("Bres."), miseramente curata da un orribile manoscritto egiziano dal Dr. Maximilian Habicht (1825-43). Il testo di Beirut "Alif-Leila we Leila" (4 vol., in 8° grande, Beirut, 1881-83) è un malinconico esemplare delle Notti tratto interamente dall'edizione di Bulak da un certo Khalil Sarkis e convertito al cristianesimo; iniziato senza Bismillah, continuato con scrupolosa castrazione e terminato in noia e delusione. Non ho usato questa produzione missionaria.

Per quanto riguarda la traslitterazione delle parole arabe, rifiuto deliberatamente il sistema artificioso e complicato, peraltro brutto e goffo, caro agli orientalisti scientifici moderni. Né simpatizzo con il loro scopo primario, ovvero quello di adattare l'alfabeto romano per soppiantare tutti gli altri. Coloro che imparano le lingue, e molti lo fanno, sia con l'occhio che con l'orecchio, conoscono bene i vantaggi di un carattere speciale per distinguere, per esempio, il siriaco dall'arabo, il gujrati dal marathi. Ancora, questa grafia romana stregata può avere il suo uso in opere puramente scientifiche e letterarie; ma sarebbe del tutto fuori luogo in una che ha lo scopo del romanzo, divertire piuttosto che istruire. Inoltre, gli espedienti confondono i semplici e non insegnano nulla ai dotti. O il lettore conosce l'arabo, nel qual caso lettere greche, corsivi e "maiuscole", segni diacritici e simili stranezze tipografiche sono, di norma con alcune eccezioni, inutili; oppure non conosce l'arabo, nel qual caso nessuno di questi espedienti gli sarà di alcuna utilità. In effetti, è una questione di secondaria importanza quale sistema preferiamo, a patto che aderiamo per lo più a uno solo e al medesimo, per amore di una coerenza che evita confusione al lettore. Ho evitato specialmente quello del signor Lane, adottato dal signor Payne per ragioni particolari contro le quali era inutile protestare: esso rappresenta il dialetto avvilito dell'Egitto o meglio del Cairo; e una parola come Kemer (ez-Zeman) sarebbe del tutto impronunciabile per un Badawi. Né ho seguito la pratica del mio dotto amico, il Reverendo G. P. Badger, di mescolare barre e accenti acuti; le prime ricordano sgradevolmente all'uomo quei detestabili dattili e spondei, e i secondi dovrebbero, a mio umile parere, essere applicati alle vocali lunghe che in arabo raddoppiano, o dovrebbero raddoppiare, la lunghezza delle brevi. Il Dr. Badger usa il simbolo acuto per indicare l'accento o l'enfasi della voce; ma tale appoggio è sconosciuto a coloro che parlano con l'articolazione più pura; per esempio, mentre l'europeo pronuncia Mus-cat´, e il villico arabo Mas´-kat; i Figli del Deserto, "sulle cui lingue è sceso Allah", articolano Mas-kat. Ho quindi seguito il sistema semplice adottato nel mio "Pilgrimage", e ho accentato le parole arabe solo quando usate per la prima volta, ritenendo inutile preservare in tutto il testo ciò che è un pugno nell'occhio per il lettore e un tormento per lo stampatore. In generale seguo "Johnson on Richardson", un'opera nota a ogni anglo-orientalista come il vecchio e fidato compagno dei suoi studi, presto e tardi; ma anche qui ho fatto varie deviazioni per ragioni che saranno spiegate nel saggio finale. Poiché le parole sono l'incarnazione delle idee e la scrittura lo è delle parole, così la parola è la parola parlata; e dovremmo scriverla come viene pronunciata. Strettamente parlando, il suono della e e il suono della o (vale a dire il suono della o italiana, non quella inglese che è peculiare a noi e sconosciuta a ogni altra lingua) non si trovano in arabo, tranne quando la figura Imálah lo impone: perciò sono chiamati "Yá al-Majhúl" e "Waw al-Majhúl", la y (í) e la u sconosciute. Ma in tutte le lingue i suoni vocalici, la carne che veste le ossa (consonanti) della lingua, sono influenzati dalle consonanti che li precedono e soprattutto che li seguono, indurendo e ammorbidendo l'articolazione; e suoni più profondi accompagnano certe lettere come la sád (ص) rispetto alla sín (س). Nessuno, tranne chi ha un orecchio difettoso, sosterrebbe, come fa Lane, che "Maulid" (=festa della nascita) sia "più propriamente pronunciato 'Molid'". Eppure preferisco Khokh (pesca) e Jokh (panno grosso) a Khukh e Jukh; Ohod (monte) a Uhud; Obayd (un piccolo schiavo) a Ubayd; e Hosayn (un fortino, non il nome proprio Al-Husayn) a Husayn. Per quanto riguarda la e breve in parole come "Memlúk" per "Mamlúk" (uno schiavo bianco), "Eshe" per "Asha" (cena), e "Yemen" per "Al-Yaman", la considero un piattismo egiziano, insopportabile per un orecchio che ammira la pronuncia Badawi. Eppure preferisco "Shelebi" (un damerino), dal turco Chelebi, a "Shalabi"; "Zebdani" (il villaggio siriano) a "Zabdani", e "Fes e Miknes" (per la figura Imálah) a "Fás e Miknás", i nostri "Fez e Mequinez".

Per quanto riguarda i nomi propri e le parole arabe non tradotte, ho rifiutato ogni sistema a favore del senso comune. Quando un termine è incorporato nella nostra lingua, mi rifiuto di seguire il purista e mortificare il lettore con innovazioni sorprendenti. Per esempio, Aleppo, Cairo e Bassora sono preferiti a Halab, Kahirah e Al-Basrah; quando una parola è semi-naturalizzata, come Alcoran o Koran, Bashaw o Pasha, che i francesi scrivono Pacha; e Mahomet o Mohammed (per Muhammad), la forma moderna è adottata perché più familiare. Ma non vedo alcun vantaggio nel mantenere, solo perché sono errori di una generazione passata, parole come "Roc" (per Rukh), Khalif (un pretenzioso errore per Khalífah e meglio scritto Caliph) e "genie" (=Jinn), una mera corruzione gallica non così terribile, tuttavia, come "a Bedouin" (=Badawi). Altrettanto poco seguirei il signor Lane nell'imporre al pubblico arabismi come "Khuff" (uno stivale da equitazione), "Mikra'ah" (una verga di palma) e una miriade di altri per i quali abbiamo buoni equivalenti inglesi. D'altro canto userei, ma con parsimonia, certe esclamazioni arabe, come "Bismillah" (=nel nome di Allah!) e "Inshallah" (=se Allah vuole!), che hanno applicazioni speciali e che sono state rese familiari alle orecchie inglesi dal genio di Fraser e Morier.

Concludo qui questi dettagli disordinati ma necessari per rivolgermi al lettore con poche parole finali. Non considererà alla leggera il mio lavoro quando gli ribadirò che, con l'aiuto delle mie annotazioni a complemento di quelle di Lane, lo studente imparerà prontamente e piacevolmente più sui costumi, le usanze, le leggi e la religione dei musulmani di quanto ne sappia l'orientalista medio; e, se le mie fatiche lo indurranno ad affrontare il testo delle Notti, diventerà padrone di molto più arabo di quanto ne possieda l'arabo comune. Questo libro è davvero un'eredità che lascio ai miei compatrioti nel momento del bisogno. L'eccessiva devozione alla letteratura indù, e specialmente a quella sanscrita, li ha portati fuori strada da quegli studi (cosiddetti) "semitici", che sono tanto più necessari per noi in quanto ci insegnano a trattare con successo con una razza più potente di qualsiasi pagana: i musulmani. Apparentemente l'Inghilterra dimentica sempre di essere attualmente il più grande impero maomettano del mondo. Negli ultimi anni ha sistematicamente trascurato l'arabismo e, anzi, lo ha attivamente scoraggiato negli esami per il Servizio Civile Indiano, dove è incomparabilmente più prezioso del greco e del latino. Perciò, quando improvvisamente costretta ad assumere le redini del governo in terre musulmane, come l'Afghanistan nei tempi passati e l'Egitto al presente, fallisce in un modo che scandalizza i suoi pochi (pochissimi) amici; e la sua crassa ignoranza riguardo ai popoli orientali che dovrebbero interessarla di più, la espone al disprezzo dell'Europa così come del mondo orientale. Quando le deplorevoli incursioni del 1883-84, culminate nei miserabili affari di Tokar, Teb e Tamasi, furono compiute contro i valorosi negroidi sudanesi, i Bisharin nei pressi di Sawakin, che stavano combattendo per la santa causa della libertà e della religione e per sfuggire ai carnefici turchi e agli esattori delle tasse egiziani, nessun funzionario inglese al campo, dopo la morte del valoroso e compianto Maggiore Morice, era in grado di parlare arabo. Ora, i musulmani non devono essere governati da giovani inesperti che dovrebbero stare a scuola e al college invece di ricoprire posizioni di fiducia ed emolumento. Chi vuole trattare con loro con successo deve essere, innanzitutto, onesto e veritiero e, in secondo luogo, familiare e favorevolmente incline ai loro modi e costumi, se non alla loro legge e religione. Potremmo, forse, trovare difficile restituire all'Inghilterra quelle virtù primigenie, quel tono e temperamento, che l'hanno resa ciò che è; ma in ogni caso noi (io stesso e una schiera di altri) possiamo offrirle i mezzi per dissipare la sua ignoranza riguardo alle razze orientali con cui è continuamente in contatto.

In conclusione non devo dimenticare di notare che le ornamentazioni arabe di questi volumi sono state disegnate dal mio eccellente amico Yacoub Artin Pascià, del Ministero dell'Istruzione del Cairo, con l'aiuto del noto calligrafo, lo sceicco Mohammed Muunis del Cairo. Il mio nome, Al-Hajj Abdullah (=il pellegrino Abdallah) è stato scritto da un calligrafo inglese, il compianto Professor Palmer, che trovò una morte prematura quasi in vista di Suez.

RICHARD F. BURTON.

WANDERERS' CLUB, 15 agosto 1885.

SOMMARIO DEL PRIMO VOLUME.

PAGINA

INTRODUZIONE 1

STORIA DEL RE SHAHRYAR E DI SUO FRATELLO 2

a. RACCONTO DEL TORO E DELL'ASINO 16

(Lane, vol. I., 1-16.)

1. RACCONTO DEL MERCANTE E DEL JINNI 24

(Cap. I. Storia del mercante e del Jinnee: p. 43.)

a. STORIA DEL PRIMO SHAYKH 27

(Storia del primo sceicco e della gazzella: p. 48.)

b. STORIA DEL SECONDO SHAYKH 32

(Storia del secondo sceicco e dei due cani neri: p. 52.)

c. STORIA DEL TERZO SHAYKH 36

(Storia del terzo sceicco e del mulo: p. 56.)

2. IL PESCATORE E IL JINNI 38

(Cap. II. Storia del pescatore: p. 78.)

a. RACCONTO DEL WAZIR E DEL SAGGIO DUBAN 45

(Storia del re Yoonan e del saggio Dooban: p. 84.)

ab. STORIA DEL RE SINDIBAD E DEL SUO FALCO 50

ac. RACCONTO DEL MARITO E DEL PAPPAGALLO 52

(Storia del marito e del pappagallo: p. 89.)

ad. RACCONTO DEL PRINCIPE E DELL'ORCHESSA 54

(Storia dell'invidioso visir e del principe e della Ghoolah: p. 91.)

b. RACCONTO DEL PRINCIPE INCANTATO 69

(Storia del giovane re delle Isole Nere: p. 106.)

3. IL FACCHINO E LE TRE DAME DI BAGHDAD 82

(Cap. III. Storia del facchino e delle dame di Baghdad, e dei tre mendicanti reali, ecc.: p. 136.)

a. STORIA DEL PRIMO KALANDAR 104

(Storia del primo mendicante reale: p. 150.)

b. STORIA DEL SECONDO KALANDAR 113

(Storia del secondo mendicante reale: p. 157.)

ba. RACCONTO DELL'INVIDIOSO E DELL'INVIDIATO 123

(Storia dell'invidioso e dell'invidiato: p. 166.)

c. STORIA DEL TERZO KALANDAR 139

(Storia del terzo mendicante reale: p. 178.)

d. STORIA DELLA DAMA PIÙ ANZIANA 162

e. RACCONTO DELLA PORTINAIA 173

CONCLUSIONE DELLA STORIA DEL FACCHINO E DELLE TRE DAME 184

4. RACCONTO DELLE TRE MELE 186

(Cap. IV. Storia delle tre mele, ecc.: p. 250.)

5. RACCONTO DI NUR AL-DIN ALI E DI SUO FIGLIO BADR AL-DIN HASAN 195

(Storia di Noor ed-Deen e di suo figlio, e di Shems ed-Deen e di sua figlia: p. 253.)

6. STORIA DEL GOBBO 255

(Cap. V. Storia del gobbo: p. 238.)

a. STORIA DEL MEDIATORE NAZARENO 262

(Storia raccontata dal mediatore cristiano: p. 334.)

b. STORIA DEL REEVE 278

(Storia raccontata dal sovrintendente del Sultano: p. 348.)

c. RACCONTO DEL DOTTORE EBREO 288

(Storia raccontata dal medico ebreo: p. 359.)

d. RACCONTO DEL SARTO 300

(Storia raccontata dal sarto: p. 368.)

e. RACCONTO DEL BARBIERE SU SE STESSO 317

(Storia del barbiere su se stesso: p. 383.)

ea. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO PRIMO FRATELLO 319

(Storia del barbiere sul suo primo fratello: p. 385.)

eb. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO SECONDO FRATELLO 324

(Storia del barbiere sul suo secondo fratello: p. 389.)

ec. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO TERZO FRATELLO 328

(Storia del barbiere sul suo terzo fratello: p. 392)

ed. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO QUARTO FRATELLO 331

(Storia del barbiere sul suo quarto fratello: p. 396.)

ee. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO QUINTO FRATELLO 335

(Storia del barbiere sul suo quinto fratello: p. 400.)

ef. STORIA DEL BARBIERE SUL SUO SESTO FRATELLO 343

(Storia del barbiere sul suo sesto fratello.)

FINE DELLA STORIA DEL SARTO 348

IL LIBRO DELLE MILLE E UNA NOTTE. (ALF LAYLAH WA LAYLAH.)

Nel Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso!

LODE AD ALLAH ✿ IL RE BENEFICENTE ✿ IL CREATORE DELL'UNIVERSO ✿ SIGNORE DEI TRE MONDI ✿ CHE HA ERETTO IL FIRMAMENTO SENZA PILASTRI AL SUO POSTO ✿ E CHE HA DISTESO LA TERRA COME UN LETTO ✿ E GRAZIA E BENEDIZIONE E PREGHIERA SIANO SUL NOSTRO SIGNORE MOHAMMED ✿ SIGNORE DEGLI UOMINI APOSTOLICI ✿ E SULLA SUA FAMIGLIA E SUL SUO SEGUITO ✿ PREGHIERA E BENEDIZIONI DURATURE E GRAZIA CHE FINO AL GIORNO DEL GIUDIZIO RIMARRÀ ✿ AMEN! ✿ O TU SOVRANO DEI TRE MONDI!

Orbene, colei che è bella come il sole, quando il Jinni la ebbe tratta fuori, le tolse di dosso il velo e la fece sedere sotto l'albero ove si erano arrampicati i due re. Appena il Jinni ebbe posato il capo sulle ginocchia della giovane e si fu addormentato, ella levò il volto verso l'alto e scorse i due uomini tra i rami dell'albero. Subito li scostò con cautela dalle ginocchia del Jinni e si alzò in piedi, dicendo loro con un cenno: "Scendete subito, e non temete questo demonio". I due re, presi da un gran timore, risposero: "In nome di Allah, ti preghiamo di esimerci dal farlo". Ma ella replicò: "Se non scendete, sveglierò il Jinni affinché vi uccida all'istante". Così, atterriti, scesero presso di lei; ella si pose a sedere, si sciolse i capelli e disse: "Sapete chi sono io?". Risposero: "No, per Allah, non lo sappiamo". Ella disse: "Io sono la sposa di questo Jinni, e mi rapì la notte delle mie nozze, mi chiuse in quella cassetta, vi pose sopra sette catenacci e mi nascose in fondo al mare ribollente e procelloso, sapendo che le donne, se vogliono una cosa, la ottengono, a dispetto di chiunque voglia impedirglielo. Ma, a dir il vero, noi siamo un genere la cui malizia è immensa, come dice il poeta: 'Non date ascolto alle donne, né fidatevi delle loro promesse; poiché il loro piacere e il loro odio dipendono dalle loro pudenda. Esse fingono amore, ma la loro perfidia è grande, e, per la loro malizia, il re Giuseppe fu gettato in prigione'. E io, benché rinchiusa in quella cassetta, ho avuto cento amanti, e ora eccovi qui: prendetemi dunque e fate di me quel che volete, altrimenti giuro per Colui che non v'è altro dio all'infuori di Lui che sveglierò il Jinni affinché vi faccia a pezzi". Allora, per paura del Jinni, fecero ciò che ella voleva, e quando ebbero finito, ella trasse fuori di tasca una collana con novantanove anelli e disse: "Sapete cosa sono questi?". Risposero: "Non lo sappiamo". Ella soggiunse: "Ogni anello appartiene a un uomo che ha giaciuto con me, e il tuo Jinni, che mi ha rapita, ne ha posseduti novantotto, mentre voi due siete il novantanovesimo e il centesimo". Poi, preso un anello da ciascuno dei due re, lo aggiunse agli altri nella collana. Quindi, svegliato il Jinni, gli disse con dolcezza: "O mio signore, ho dormito troppo e desidero ora che ci mettiamo in cammino". Il Jinni si alzò, ripose la giovane nella cassetta, la chiuse a chiave e, immergendosi nel mare, disparve alla vista dei due re.

Quando il Jinni se ne fu andato, i due fratelli si guardarono l'un l'altro e dissero: "Per Allah, questa è una cosa prodigiosa! La faccenda del mio vizio e della mia infedele è una nullità rispetto a quella di questo Ifrit!". E si dissero l'un l'altro: "Torniamo al nostro regno e governiamo le nostre terre, finché la morte non venga a coglierci". Così, ripreso il cammino, tornarono alla capitale del Re Shahryar. Appena giunti, Shahryar mandò a chiamare il suo Wazir, lo fece giustiziare e fece uccidere anche la moglie infedele e le sue ancelle, insieme ai loro amanti. Poi, da quel giorno in poi, il Re Shahryar prese l'abitudine di sposare una vergine ogni sera, per poi farla decapitare la mattina seguente, giurando a se stesso: "Non v'è una sola donna onesta sulla faccia della terra".

Passarono tre anni, e la gente, presa dal terrore, fuggì dalle città con le proprie figlie, finché non rimase più nessuna giovane da dare in sposa al Re. Un giorno, il Re Shahryar ordinò al suo Wazir di trovarne una, e il Wazir, cercato invano in ogni angolo, tornò sconsolato a palazzo. Egli aveva due figlie, la maggiore di nome Shahrazad e la minore di nome Dunyazad. La maggiore, Shahrazad, aveva letto i libri, gli annali e le leggende degli antichi re e le storie dei popoli passati; si diceva che avesse raccolto mille libri di racconti appartenenti a popoli antichi, poeti e sovrani. Ella disse a suo padre: "Perché ti vedo così afflitto e colmo di pensieri?". Il Wazir le narrò la vicenda del Re e la sua risoluzione di uccidere ogni sposa al mattino dopo le nozze. Allora Shahrazad esclamò: "Per Allah, o padre, dammi in sposa a questo Re; o vivrò, o sarò la causa della salvezza delle figlie dei musulmani". Il padre rispose: "Per Allah, non esporti a un tale pericolo!". Ma ella insistette: "È necessario che io vada". Il Wazir allora le disse: "Temo per te la stessa sorte di quell'asino e di quel bue". "E quale fu la loro storia?", chiese Shahrazad.

Allora il Wazir iniziò il racconto: "Sappi, o figlia mia, che vi era un mercante che possedeva molti beni, uomini, bestiame e cammelli. Aveva anche moglie e figli e viveva in campagna, esperto di agricoltura e dedito alla terra. Allah Altissimo lo aveva dotato della capacità di comprendere il linguaggio delle bestie e degli uccelli di ogni sorta, ma sotto pena di morte se avesse divulgato il dono a chicchessia. Perciò lo tenne segreto per il gran timore. Aveva nella sua stalla un Bue e un Asino, legati ciascuno alla propria posta, l'una accanto all'altra. Mentre il mercante sedeva lì vicino un giorno, con i suoi servi e i figli che giocavano attorno a lui, udì il Bue dire all'Asino: 'Salute e benessere a te, o Padre del Destare, poiché godi di riposo e di buone cure; tutto sotto di te è spazzato a lucido e frescamente cosparso; gli uomini ti servono e ti nutrono, il tuo foraggio è orzo setacciato e la tua bevanda acqua pura di sorgente, mentre io (creatura infelice!) sono condotto fuori nel mezzo della notte, quando mi pongono sul collo l'aratro e un aggeggio chiamato Giogo; e mi stanco a fendere la terra dall'alba al tramonto. Sono costretto a fare più di quanto posso e a sopportare ogni sorta di maltrattamento notte dopo notte; dopodiché mi riportano indietro con i fianchi laceri, il collo scorticato, le zampe indolenzite e le palpebre gonfie di lacrime. Poi mi chiudono nella stalla e mi gettano fave e paglia triturata, mescolate a terra e pula; e giaccio nel letame, nello sporco e nei fetori per tutta la lunga notte. Ma tu sei sempre in un luogo spazzato, cosparso e pulito, e giaci sempre nell'agiatezza, salvo quando accade (e assai di rado!) che il padrone abbia qualche faccenda, quando ti monta e ti cavalca fino in città e torna con te subito dopo. Così accade che io fatico e soffro, mentre tu ti godi l'agio e il riposo; tu dormi mentre io sono insonne; io ho sempre fame mentre tu mangi a sazietà, e io mi guadagno il disprezzo mentre tu ti guadagni la benevolenza'. Quando il Bue cessò di parlare, l'Asino si volse verso di lui e disse: 'O Fronte-Larga, o tu che sei perduto! Non mentì chi ti battezzò Testa di Bue, poiché tu, o padre di un Bue, non hai né previdenza né ingegno; sei il più semplice degli sciocchi e non conosci nulla dei buoni consiglieri. Non hai udito il detto del saggio:

Per altri porto questi stenti e fatiche ✿ E loro hanno il piacere e mia è la cura; Come il candeggiatore che si scurisce la fronte al sole ✿ Per imbiancare il vestito che altri uomini indossano.

Ma tu, o sciocco, sei pieno di zelo e ti affanni e ti tormenti davanti al padrone; ti laceri, ti consumi e ti uccidi per la comodità di un altro. Non hai mai sentito il proverbio che dice: Senza guida si esce dal sentiero? Tu esci al richiamo della preghiera dell'alba e non torni fino al tramonto; e per tutto il santo giorno sopporti ogni genere di stenti, ovvero percosse, bastonate e brutte parole. Ora ascoltami, Signor Bue! Quando ti legano alla tua mangiatoia puzzolente, tu raspando la terra con le zampe anteriori e scalciando con quelle posteriori, spingendo con le corna e muggendo forte, essi ti credono soddisfatto. E quando ti gettano il foraggio, vi ti avventi con avidità e ti affretti a riempire il tuo bel ventre grasso. Ma se accetti il mio consiglio sarà meglio per te e condurrai una vita più facile della mia. Quando vai al campo e ti pongono sul collo la cosa chiamata Giogo, coricati e non rialzarti più, anche se magari ti percuotono; e se ti rialzi, coricati una seconda volta; e quando ti portano a casa e ti offrono le fave, rovesciati all'indietro, annusa appena il pasto, ritirati e non assaggiarlo, accontentandoti della paglia triturata e della pula; e in questo modo fingiti malato, e non smettere di farlo per un giorno, due giorni o anche tre, così avrai riposo dalla fatica e dall'affanno'. Quando il Bue ebbe udito queste parole comprese che l'Asino era suo amico e lo ringraziò, dicendo: 'Giusto è il tuo consiglio'; e pregò che ogni benedizione potesse ricompensarlo, esclamando: 'O Padre del Destare, hai supplito alle mie mancanze'. (Ora il mercante, o mia figlia, comprese tutto ciò che passava tra loro). Il giorno dopo il conduttore prese il Bue e, sistemato l'aratro sul suo collo, lo fece lavorare come al solito; ma il Bue cominciò a schivare l'aratro, seguendo il consiglio dell'Asino, e l'aratore lo bastonò finché egli non spezzò il giogo e scappò; ma l'uomo lo raggiunse e lo conciò per le feste finché non disperò della vita. Nondimeno, egli non volle fare altro che restare immobile e lasciarsi cadere fino a sera. Allora il mandriano lo ricondusse a casa e lo stallò nel suo posto; ma egli si ritrasse dalla mangiatoia e non batté il piede, né si agitò, né cozzò, né muggì come era solito fare; cosa di cui l'uomo si meravigliò. Gli portò le fave e i gusci, ma egli li annusò, li lasciò stare e si coricò il più lontano possibile da essi, passando l'intera notte a digiuno. Il contadino venne il mattino seguente; e, vedendo la mangiatoia piena di fave, la paglia triturata intatta e il bue coricato sulla schiena in condizioni pietose, con le zampe distese e il ventre gonfio, si preoccupò per lui e disse tra sé: 'Per Allah, deve essersi certamente ammalato e questa è la ragione per cui non ha voluto arare ieri'. Allora andò dal mercante e riferì: 'O mio padrone, il Bue è malato; ha rifiutato il foraggio la scorsa notte; anzi, non ne ha assaggiato nemmeno un boccone stamane'. Ora il mercante-agricoltore comprese cosa significasse tutto ciò, perché aveva origliato il discorso tra il Bue e l'Asino, così disse: 'Prendi quel mascalzone di un asino, metti il giogo sul suo collo, legalo all'aratro e fagli fare il lavoro del Bue'. A quel punto l'aratore prese l'Asino e lo fece lavorare per tutto il santo giorno al posto del Bue; e, quando crollò per la debolezza, lo fece mangiare di bastonate finché le costole non furono dolenti, i fianchi incavati e il collo scorticato dal giogo; e quando tornò a casa la sera, riusciva a stento a trascinare gli arti, sia quelli anteriori che quelli posteriori. Quanto al Bue, aveva passato la giornata coricato in tutta la sua lunghezza e aveva mangiato il foraggio con un appetito eccellente, e non smise di invocare benedizioni sull'Asino per il suo buon consiglio, ignaro di ciò che gli era accaduto per causa sua. Così, quando calò la notte e l'Asino tornò alla stalla, il Bue si alzò davanti a lui in segno d'onore e disse: 'Possano buone novelle allietare il tuo cuore, o Padre del Destare! Grazie a te ho riposato tutto il giorno e ho mangiato il mio pasto in pace e tranquillità'. Ma l'Asino non rispose, per l'ira, il bruciore al cuore, la stanchezza e le percosse che aveva ricevuto; e si pentì con il più grave dei pentimenti; e disse tra sé: 'Questo viene dalla mia follia nel dare buoni consigli; come dice il proverbio, ero nella gioia e nell'allegria, nulla fuorché la mia intromissione mi ha portato questa tristezza. Ma terrò a mente il mio valore innato e la nobiltà della mia natura; poiché cosa dice il poeta?

Forse che il bel colore del Basilico svanirà ✿ Anche se il piede dello scarabeo vi striscia sopra? E sebbene ragni e mosche ne siano gli abitanti ✿ Si dovrà forse disonorare la sala reale? La conchiglia, lo so, avrà corso ✿ Ma la goccia pura della perla, perderà il suo valore?"

"E ora devo riflettere, tendergli un tranello e riportarlo al suo posto, altrimenti morirò." Poi se ne andò stanco alla sua mangiatoia, mentre il Toro lo ringraziava e lo benediceva. "E proprio così, o mia figlia," disse il Visir, "tu morirai per mancanza di senno; perciò resta seduta e non dir nulla e non esporre la tua vita a tale rischio; poiché, per Allah, ti offro il consiglio migliore, che nasce dal mio affetto e dalla mia premurosa sollecitudine per te." "O padre mio," rispose lei, "devo assolutamente andare da questo Re e diventare sua moglie." Egli disse: "Non compiere questo gesto"; e lei replicò: "In verità lo farò": al che egli soggiunse: "Se non starai in silenzio e non resterai ferma, farò con te proprio ciò che il mercante fece con sua moglie." "E cosa fece?" chiese lei. Sappi dunque, rispose il Visir, che dopo il ritorno dell'Asino il mercante uscì sulla terrazza del tetto con la moglie e la famiglia, poiché era una notte illuminata dalla luna e la luna era al suo pieno. Ora, la terrazza dava sulla stalla e, mentre sedeva lì con i figli che giocavano intorno a lui, il mercante udì l'Asino dire al Toro: "Dimmi, o padre Largo di Fronte, cosa ti proponi di fare domani?" Il Toro rispose: "Cosa, se non continuare a seguire il tuo consiglio, o Aliboron? Davvero era quanto di meglio si potesse desiderare e mi ha dato riposo e sollievo; né ora me ne discosterò di un ette: così, quando mi porteranno il cibo, lo rifiuterò, gonfierò il ventre e fingerò di stare male." L'Asino scosse il capo e disse: "Guardati dal farlo, o Padre di un Toro!" Il Toro chiese: "Perché?" e l'Asino rispose: "Sappi che sto per darti il miglior consiglio, poiché in verità ho udito il nostro padrone dire al mandriano: 'Se il Toro non si alza dal suo posto per fare il suo lavoro stamattina e se rifiuta il foraggio oggi, consegnalo al macellaio affinché lo sgozzi e ne dia la carne ai poveri, e ricavi un morso di cuoio dalla sua pelle'. Ora, temo per te a causa di ciò. Quindi segui il mio consiglio prima che ti colpisca una calamità; e quando ti porteranno il foraggio mangialo, alzati, muggisci e scava la terra, altrimenti il nostro padrone ti ucciderà di sicuro: e la pace sia con te!" Allora il Toro si alzò, muggì a gran voce, ringraziò l'Asino e disse: "Domani uscirò volentieri con loro"; e subito mangiò tutto il suo pasto e leccò persino la mangiatoia. (Tutto ciò accadde e il padrone stava ascoltando il loro discorso.) La mattina seguente il mercante e sua moglie andarono alla greppia del Toro e si sedettero, e il mandriano venne e condusse fuori il Toro il quale, vedendo il suo padrone, scodinzolò, emise flatulenze e saltellò con tale vigore che il mercante scoppiò in una risata fragorosa e continuò a ridere finché non cadde supino. La moglie gli chiese: "Di che ridi con una risata così fragorosa?"; ed egli le rispose: "Ho riso di un segreto che ho udito e visto, ma non posso rivelarlo altrimenti morirò." Lei replicò: "Per forza devi svelarmelo, e rivelarmi la causa della tua risata anche se dovessi morirne!" Ma egli rispose: "Non posso rivelare ciò che le bestie e gli uccelli dicono nel loro gergo per paura di morire." Allora lei disse: "Per Allah, menti! Questo è solo un pretesto: non ridi di nessuno se non di me, e ora vorresti nascondermi qualcosa. Ma per il Signore dei Cieli! se non mi riveli la causa non convivrò più con te: ti lascerò subito." E si sedette e pianse. Al che il mercante disse: "Guai a te! Cosa significa il tuo pianto? Temi Allah, lascia perdere queste parole e non pormi altre domande." "Devi assolutamente dirmi la causa di quella risata," disse lei, ed egli rispose: "Sai bene che quando pregai Allah di concedermi la comprensione delle lingue delle bestie e degli uccelli, feci voto di non rivelare mai il segreto a nessuno, pena la morte istantanea." "Non importa," gridò lei, "dimmi quale segreto è passato tra il Toro e l'Asino e muori in quest'ora se sei così incline a farlo"; e non cessò di importunarlo finché egli non fu esausto e completamente fuori di sé. Così alla fine disse: "Chiama tuo padre, tua madre, i nostri parenti e alcuni dei nostri vicini," cosa che lei fece; ed egli mandò a chiamare il Kazi e i suoi assessori, intenzionato a fare testamento, a rivelarle il suo segreto e a morire; poiché l'amava di un amore immenso perché era sua cugina, figlia del fratello di suo padre, e madre dei suoi figli, e aveva vissuto con lei una vita di centoventi anni. Poi, dopo aver riunito tutta la famiglia e la gente del vicinato, disse loro: "Su di me pende una strana storia, ed è tale che se scopro il segreto a chiunque, sono un uomo morto." Perciò ognuno dei presenti disse alla donna: "Per Allah, abbandona questa peccaminosa ostinazione e riconosci la giustizia di questa faccenda, affinché non avvenga che tuo marito e il padre dei tuoi figli muoia." Ma lei rispose: "Non desisterò finché non me lo dirà, anche se dovesse incontrar la morte." Così smisero di insistere con lei; e il mercante si alzò tra loro e si recò in una rimessa per eseguire l'abluzione Wuzu, e intendeva poi tornare, rivelare il suo segreto e morire. Ora, figlia Shahrazad, quel mercante aveva nelle sue rimesse una cinquantina di galline sotto un unico gallo, e mentre si preparava a dire addio ai suoi cari, udì uno dei suoi numerosi cani da fattoria rivolgersi in questa lingua al Gallo, che sbatteva le ali, cantava vigorosamente e saltava dal dorso di una gallina all'altra accoppiandosi con tutte a turno, dicendo: "O Cantore! quanto è meschina la tua intelligenza e quanto è spudorata la tua condotta! Che sia deluso chi ti ha allevato? Non ti vergogni delle tue azioni in un giorno come questo?" "E cosa," chiese il Gallo, "è successo oggi?", al che il Cane rispose: "Non sai che oggi il nostro padrone si prepara alla morte? Sua moglie è decisa a fargli rivelare il segreto insegnatogli da Allah, e nel momento in cui lo farà morirà sicuramente. Noi cani siamo tutti in lutto; ma tu sbatti le ali, canti a squarciagola e ti accoppi con gallina dopo gallina. È questo un momento per passatempi e piaceri? Non ti vergogni di te stesso?" "Allora per Allah," disse il Gallo, "il nostro padrone è un mentecatto e un uomo di scarso senno: se non sa gestire le cose con una sola moglie, la sua vita non merita di essere prolungata. Ora, io ho una cinquantina di dame Partlet; e piaccio a questa, provoco quella, lascio a digiuno l'una e rimpinzo l'altra; e grazie al mio buon governo sono tutte ben sotto il mio controllo. Questo nostro padrone pretende di avere senno e saggezza, ha solo una moglie e tuttavia non sa come gestirla." Chiese il Cane: "Cosa dovrebbe fare allora, o Gallo, il padrone per tirarsi fuori da questo guaio?" "Dovrebbe alzarsi subito," rispose il Gallo, "prendere dei ramoscelli da quel gelso e darle una bella bastonata sulla schiena e sulle costole finché non gridi: 'Mi pento, o mio signore! Non ti farò mai più una domanda finché vivrò!' Poi dovrebbe picchiarla ancora una volta, vigorosamente, e quando lo avrà fatto dormirà libero da ogni preoccupazione e godrà la vita. Ma questo nostro padrone non possiede né senno né giudizio." "Ora, figlia Shahrazad," continuò il Visir, "farò con te ciò che quel marito fece con quella moglie." Disse Shahrazad: "E cosa fece lui?" Egli rispose: "Quando il mercante udì le sagge parole pronunciate dal suo Gallo al suo Cane, si alzò in fretta e cercò la stanza della moglie, dopo aver tagliato per lei alcuni ramoscelli di gelso e averli nascosti lì; e poi la chiamò: 'Vieni nello stanzino così che io possa dirti il segreto mentre nessuno mi vede e poi morire.' Lei entrò con lui ed egli chiuse la porta a chiave e si scagliò su di lei con una tale razione di percosse su schiena, spalle, costole, braccia e gambe, dicendo nel frattempo: 'Chiederai ancora cose che non ti riguardano?', che lei era quasi priva di sensi. Poco dopo lei gridò: 'Sono tra i pentiti! Per Allah, non ti farò più domande, e in verità mi pento sinceramente e profondamente.' Allora lei gli baciò la mano e i piedi ed egli la condusse fuori dalla stanza sottomessa come una moglie dovrebbe essere. I suoi genitori e tutta la compagnia gioirono e la tristezza e il lutto si mutarono in gioia e letizia. Così il mercante imparò la disciplina familiare dal suo Gallo ed egli e sua moglie vissero insieme la più felice delle vite fino alla morte. E anche tu, o mia figlia!" continuò il Visir, "a meno che tu non desista da questa faccenda, farò con te quello che quel mercante fece a sua moglie." Ma lei gli rispose con molta decisione: "Non desisterò mai, o padre mio, né questa storia cambierà il mio proposito. Lascia perdere discorsi e chiacchiere. Non ascolterò le tue parole e, se mi negherai, mi sposerò con lui a dispetto di te. E per prima cosa andrò dal Re io stessa e da sola e gli dirò: 'Ho pregato mio padre di maritarmi con te, ma egli si è rifiutato, essendo deciso a deludere il suo signore, non ritenendo degna una come me per uno come te'." Suo padre chiese: "Deve per forza andare così?" e lei rispose: "Proprio così." A questo punto il Visir, stanco di lamentarsi e contendere, persuadere e dissuadere lei, tutto senza alcun risultato, andò dal Re Shahryar e, dopo averlo benedetto e aver baciato la terra davanti a lui, gli raccontò tutto della sua disputa con la figlia dall'inizio alla fine e di come intendesse portargliela quella notte. Il Re si meravigliò oltre ogni dire; poiché aveva fatto un'eccezione particolare per la figlia del Visir, e gli disse: "O più fedele dei Consiglieri, com'è possibile? Tu sai che ho giurato per Colui che ha innalzato i Cieli che dopo essermi unito a lei questa notte ti dirò domani mattina: 'Prendila e uccidila!', e se non la ucciderai, ucciderò te al suo posto senza fallo." "Allah ti guidi alla gloria e allunghi la tua vita, o Re dell'epoca," rispose il Visir, "è lei che lo ha deciso: tutto questo le ho detto e altro ancora; ma lei non vuole ascoltarmi e persiste nel passare questa notte imminente con la Maestà del Re." Allora Shahryar gioì grandemente e disse: "Va bene; vai a prepararla e questa notte portamela." Il Visir tornò dalla figlia e le riferì il comando dicendo: "Allah non renda desolato tuo padre con la tua perdita!" Ma Shahrazad gioì con immensa gioia e preparò tutto ciò che le occorreva e disse alla sorella minore, Dunyazad: "Nota bene le istruzioni che ti affido! Quando sarò entrata dal Re ti farò chiamare e quando verrai da me e vedrai che egli ha avuto di me il suo volere carnale, tu di' a me: 'O sorella mia, se non hai sonno, raccontami qualche storia nuova, dilettevole e incantevole, per meglio far trascorrere le nostre ore di veglia'; e io ti racconterò una storia che sarà la nostra liberazione, se così piacerà ad Allah, e che distoglierà il Re dalla sua abitudine sanguinaria." Dunyazad rispose: "Con amore e letizia." Così, quando fu notte, il loro padre il Visir condusse Shahrazad dal Re, che fu allietato alla vista e chiese: "Hai portato ciò che desideravo?" ed egli rispose: "L'ho fatto." Ma quando il Re la prese nel suo letto e cominciò a trastullarsi con lei e desiderò unirsi a lei, lei pianse; il che lo spinse a chiedere: "Cosa ti affligge?" Lei rispose: "O Re dell'epoca, ho una sorella minore e desidererei tanto prender congedo da lei questa notte prima di vedere l'alba." Così egli fece chiamare subito Dunyazad ed ella venne e baciò la terra tra le sue mani, dopodiché egli le permise di sedersi vicino ai piedi del giaciglio. Poi il Re si alzò e tolse la verginità alla sua sposa e i tre si addormentarono. Ma quando fu mezzanotte Shahrazad si svegliò e fece segno a sua sorella Dunyazad che si mise a sedere e disse: "Per Allah, o sorella mia, recita per noi qualche storia nuova, dilettevole e incantevole, con cui far passare le ore di veglia della nostra tarda notte." "Con gioia e benevolenza," rispose Shahrazad, "se questo pio e auspicioso Re me lo permette." "Racconta," disse il Re che per caso era insonne e irrequieto e perciò fu lieto della prospettiva di ascoltare la sua storia. Così Shahrazad gioì; e così, nella prima notte delle Mille e una Notte, ella cominciò con la

[20] Una storia simile si racconta ancora ad Akká (San Giovanni d'Acri) riguardo al terribile "macellaio", Jazzár (Djezzar) Pascià. Si può a stento provare pietà per le donne che sono tanto sciocche da correre simili rischi. Secondo Frizzi, Niccolò, Marchese d'Este, dopo aver decapitato Parisina, ordinò che tutte le mogli infedeli di Ferrara fossero trattate alla stessa maniera.

[21] Shahrázád (Persiano) = Liberatrice della città; nella versione più antica Scheherazade (probabilmente entrambe da Shirzád = nata da leone). Dunyázád = Liberatrice del mondo. L'edizione di Breslavia corrompe la prima in Sháhrzád o Sháhrazád; quelle di Calcutta e Macnaghten in Shahrzád o Shehrzád. Mi sono avventurato a ripristinare il nome come dovrebbe essere. Galland per la seconda preferisce Dinarzade (?) e Richardson Dinazade (Dinázád = Liberatrice della religione): qui ho seguito Lane e Payne; sebbene in "First Footsteps" fossi stato tratto in inganno da Galland. Vedi Vol. ii, p. 1.

[22] Probabilmente intendeva "Giudicare" il Re. Queste giovani dame istruite e intelligenti sono molto pericolose in Oriente.

[23] In Egitto, ecc., il toro prende il posto del bue occidentale. La parola araba è "Taur" (Thaur, Saur); nell'antico persiano "Tora" e nel latino "Taurus", un venerabile resto dei giorni precedenti alla scissione delle famiglie linguistiche "semitiche" e "ariane" in due rami distinti. "Taur" termina nel sassone "Steor" e nell'inglese "Steer".

[24] Dall'arabo "Abú Yakzán" = il Destatore; perché l'asino raglia all'alba.

[25] Dall'arabo "Tibn"; paglia frantumata sotto la slitta: il fieno d'Egitto, Arabia, Siria, ecc. L'antica usanza del paese è di sradicare il grano a manciate, lasciando la terra completamente nuda: da qui lo "sradicamento" delle Sacre Scritture ebraiche. Lo scopo è preservare ogni atomo di "Tibn".

[26] Dall'arabo "Yá Aftah": Al-Aftah è un epiteto del toro, e anche del camaleonte.

[27] Dall'arabo "Balid", un'espressione egiziana preferita, spesso piacevolmente confusa con "Wali" (un santo); da qui quest'ultima giunge a significare "un innocente", un "babbeo".

[28] Dall'edizione di Calcutta, Vol. I, p. 29.

[29] L'arabo "Abu Yakzán" non è affatto equivalente a "Père l'Eveillé".

[30] In arabo il wa (وَ) è il segno della parentesi.

[31] Nel Vicino Oriente il leggero aratro viene trasportato al campo dal toro o dall'asino.

[32] Ocymum basilicum, l'"erba reale", così apprezzata in tutto l'Oriente, specialmente in India, dove, col nome di "Tulsi", è un arbusto sacro al dio gaio Krishna. Ho trovato i versi in una copia manoscritta delle Mille e una notte.

[33] Dall'arabo "Sadaf", la Cauri, o conchiglia, portata dagli arcipelaghi delle Maldive e delle Laccadive. Il Kámús descrive questo "Wada'" o Concha Veneris come "una conchiglia bianca [da cui l'espressione inglese 'shell out', pagare] che viene estratta dal mare, la cui fessura è bianca come quella del nocciolo di dattero. Viene appesa al collo per scongiurare il malocchio". La perla in arabo è "Murwarid", da cui evidentemente "Margarita" e Margaris (nome femminile).

[34] Dall'arabo "Kat'a" (pezzo di cuoio): alcuni leggono "Nat'a", un cuoio usato come tovaglia, che forma una borsa per le provviste; ma non è mai fatto di pelle di toro.

[35] L'antico "Cadi", giudice nelle questioni religiose. Gli Shuhúd, o Assessori, sono funzionari della Mahkamah o Tribunale del Kazi.

[36] Di cui si parlerà più avanti in una pagina futura. Si purificò così cerimonialmente prima di morire.

[37] Questo è più cristiano che musulmano: una maledizione maltese preferita è "Yahrak Kiddísak man rabba-k!" = bruci il Santo che ti ha cresciuto!

[38] Una frase popolare egiziana: il cane e il gallo parlano come i Fellahin.

[39] Cioè tra l'ultimo sonno e l'alba, quando si sarebbero alzati per lavarsi e pregare.

STORIA DEL MERCANTE E DEL JINNI.

Si narra, o Re auspice, che vi fosse un mercante tra i mercanti, che possedeva molta ricchezza e affari in varie città. Ora, un giorno, montò a cavallo e partì per riscuotere somme in certe città, e il caldo lo oppresse duramente; così si sedette sotto un albero e, mettendo la mano nelle bisacce, ne trasse del pane spezzato e datteri secchi e cominciò a rompere il digiuno. Quando ebbe finito di mangiare i datteri, scagliò via i noccioli con forza ed ecco! apparve un Ifrit, di statura enorme e brandendo una spada sguainata, con la quale si avvicinò al mercante e disse: "Alzati, affinché io ti uccida, proprio come tu hai ucciso mio figlio!". Il mercante chiese: "Come ho ucciso tuo figlio?", e quello rispose: "Quando hai mangiato i datteri e hai scagliato via i noccioli, essi hanno colpito mio figlio proprio al petto mentre camminava lì vicino, cosicché è morto all'istante". Disse il mercante: "In verità da Allah proveniamo e ad Allah ritorniamo. Non vi è Maestà e non vi è Potenza se non in Allah, l'Eccelso, il Grande! Se ho ucciso tuo figlio, l'ho ucciso per puro caso. Ti prego ora, perdonami". Replicò il Jinni: "Non c'è scampo, devo ucciderti". Poi lo afferrò e lo trascinò via e, gettandolo a terra, alzò la spada per colpirlo; al che il mercante pianse e disse: "Affido il mio caso ad Allah", e cominciò a recitare questi distici:

Contiene il Tempo una coppia di giorni, questo di benedizione, quello di sventura ✿ E tiene la Vita una coppia di metà, questa di piacere, quella di dolore. Non vedi quando soffia l'uragano, spazzando netto e colpendo forte ✿ Nessuno, eccetto il gigante della foresta, sente la sofferenza dello sforzo? Quanti alberi nutre la terra tra il secco e il verde ✿ Eppure nessuno, tranne quelli che portano frutti, si lamenta per il lancio di una pietra. Non vedi come i cadaveri sorgono e galleggiano sulla superficie della marea ✿ Mentre perle di prezzo giacciono nascoste nel più profondo dell'abisso! In Cielo sono innumerevoli le moltitudini delle stelle ✿ Eppure non c'è stella che dal Sole e dalla Luna per eclissi non sia sopraffatta. Bene giudichi i giorni che videro il tuo andare sano e salvo ✿ E non contavi i tormenti e il dolore di cui il Destino è sempre avido. Le notti ti hanno tenuto al sicuro e la sicurezza ti ha portato orgoglio ✿ Ma la beatitudine e le benedizioni della notte sono generatrici di sventura!

Quando il mercante ebbe finito di recitare i suoi versi, il Jinni gli disse: "Taglia corto con le tue parole, per Allah! Devo ucciderti". Ma il mercante gli parlò così: "Sappi, o Ifrit, che ho debiti a mio favore e molta ricchezza e figli e una moglie e molti pegni in mano; perciò permettimi di tornare a casa e soddisfare ogni creditore; e tornerò da te all'inizio del nuovo anno. Allah mi sia testimone e garante che tornerò da te; e allora potrai fare di me ciò che vuoi e Allah è testimone di ciò che dico". Il Jinni prese ferma promessa da lui e lo lasciò andare; così egli tornò alla propria città e sbrigò i suoi affari e rese a tutti gli uomini ciò che era dovuto e, dopo aver informato la moglie e i figli di ciò che gli era accaduto, nominò un tutore e dimorò con loro per un anno intero. Poi si alzò e compì l'abluzione Wuzu per purificarsi prima della morte e prese il suo sudario sotto il braccio e diede l'addio alla sua gente, ai suoi vicini e a tutti i suoi parenti e congiunti, e uscì nonostante il suo naso. Essi allora cominciarono a piangere e a gemere e a battersi il petto per lui; ma egli viaggiò finché non arrivò allo stesso giardino, e il giorno del suo arrivo era l'inizio del Nuovo Anno. Mentre sedeva piangendo per ciò che gli era accaduto, ecco, uno Shaykh, un uomo molto anziano, si avvicinò conducendo una gazzella incatenata; e salutò quel mercante e, augurandogli lunga vita, disse: "Qual è la causa del tuo sedere in questo luogo, e tu solo, quando questo è un rifugio di spiriti maligni?". Il mercante gli raccontò ciò che era accaduto con l'Ifrit, e il vecchio, il padrone della gazzella, si meravigliò e disse: "Per Allah, o fratello, la tua fede non è altro che fede eccedente e la tua storia assai strana; se fosse incisa con bulini sugli angoli degli occhi, sarebbe un monito per chi volesse essere ammonito". Poi, sedendosi vicino al mercante, disse: "Per Allah, o mio fratello, non ti lascerò finché non vedrò cosa accadrà tra te e questo Ifrit". E poco dopo, mentre sedeva e i due parlavano, il mercante cominciò a sentire paura e terrore e dolore estremo e pena senza sollievo e ansia sempre crescente e disperazione estrema. E il padrone della gazzella era proprio al suo fianco; quando ecco, un secondo Shaykh si avvicinò a loro, e con lui c'erano due cani entrambi di razza levriera ed entrambi neri. Il secondo vecchio, dopo averli salutati col salam, chiese anch'egli delle loro notizie e disse: "Cosa vi causa di sedere in questo luogo, una dimora dei Jánn?". Così essi gli raccontarono la storia dall'inizio alla fine, e la loro permanenza lì non era durata a lungo prima che sopraggiungesse un terzo Shaykh, e con lui una mula dal manto baio brillante; e li salutò e chiese loro perché fossero seduti in quel luogo. Così essi gli raccontarono la storia dall'inizio alla fine: e di nessun giovamento, o mio signore, è una storia due volte narrata! Lì si sedette con loro, ed ecco! una nuvola di polvere avanzò e un potente diavolo di sabbia apparve nel mezzo della distesa. Poco dopo la nuvola si aprì ed ecco, all'interno vi era quel Jinni che teneva in mano una spada sguainata, mentre i suoi occhi lanciavano scintille di fuoco per la rabbia. Si avvicinò a loro e, trascinando via il mercante da in mezzo a loro, gli gridò: "Alzati affinché io ti uccida, come tu hai ucciso mio figlio, la sostanza vitale del mio fegato". Il mercante gemette e pianse, e i tre vecchi cominciarono a sospirare e piangere e gemere e lamentarsi col loro compagno. Poco dopo il primo vecchio (il padrone della gazzella) uscì da in mezzo a loro e baciò la mano dell'Ifrit e disse: "O Jinni, Corona dei Re dei Jann! se ti raccontassi la storia di me e di questa gazzella e tu la trovassi meravigliosa, daresti a me una terza parte del sangue di questo mercante?". Allora disse il Jinni: "Proprio così, o Shaykh! se mi racconterai questa storia, e io la riterrò meravigliosa, allora ti darò un terzo del suo sangue". Dopodiché il vecchio cominciò a raccontare

LA STORIA DEL PRIMO SHAYKH.

Sappi, o Jinni! che questa gazzella è la figlia del fratello di mio padre, carne della mia carne e sangue del mio sangue, e la sposai quando era una giovane fanciulla, e vissi con lei per quasi trent'anni, eppure non fui benedetto con prole da lei. Così presi una concubina, che mi portò il dono di un figlio maschio bello come la luna piena, con occhi di splendore incantevole e sopracciglia che formavano un'unica linea, e membra di design perfetto. A poco a poco crebbe in statura e divenne alto; e quando fu un ragazzo di quindici anni, divenne necessario che io viaggiassi verso certe città e viaggiai con grande abbondanza di beni. Ma la figlia di mio zio (questa gazzella) aveva imparato la magia, la negromanzia e l'arte clericale fin dalla sua infanzia; così stregò quel mio figlio trasformandolo in un vitello, e la mia serva (sua madre) in una giovenca, e li consegnò alla cura del mandriano. Ora, quando tornai dopo molto tempo dal mio viaggio e chiesi di mio figlio e di sua madre, ella mi rispose dicendo: "La tua schiava è morta, e tuo figlio è fuggito e non so dove sia andato". Così rimasi per un anno intero con il cuore afflitto e gli occhi pieni di lacrime finché giunse il tempo per la Grande Festa di Allah. Allora mandai a chiamare il mio mandriano ordinandogli di scegliere per me una giovenca grassa; ed egli me ne portò una che era la fanciulla, la mia serva, che questa gazzella aveva stregato. Mi rimboccai le maniche e il lembo della veste e, prendendo un coltello, procedetti a tagliarle la gola, ma essa muggì forte e pianse lacrime amare. A ciò mi meravigliai e la pietà mi colse e trattenni la mano, dicendo al mandriano: "Portamene un'altra invece di questa". Allora gridò mia cugina: "Sclala, perché non ne ho una più grassa né più bella!". Ancora una volta mi feci avanti per sacrificarla, ma essa muggì di nuovo forte, al che, per compassione, mi astenni e comandai ai mandriani di ucciderla e scuoiarla. Egli la uccise e la scuoiò ma non trovò in lei né grasso né carne, solo pelle e ossa; e mi pentii quando il pentimento non mi giovava a nulla. La diedi al mandriano e gli dissi: "Portami un vitello grasso"; così egli portò mio figlio stregato. Quando il vitello mi vide, ruppe il laccio e corse verso di me, e mi fece le feste e gemette e versò lacrime; cosicché ebbi pietà di lui e dissi al mandriano: "Portami una giovenca e lascia andare questo vitello!". Dopodiché mia cugina (questa gazzella) mi gridò contro, dicendo: "Devi uccidere questo vitello; questo è un giorno santo e benedetto, nel quale non si macella altro che ciò che è perfetto e puro; e non abbiamo tra i nostri vitelli nessuno più grasso o più bello di questo!". Dissi: "Guarda tu stessa la condizione della giovenca che ho macellato al tuo ordine e come ci siamo allontanati da lei con delusione e non ci ha giovato in alcun modo; e mi pento con estremo pentimento di averla uccisa: perciò questa volta non obbedirò al tuo ordine per il sacrificio di questo vitello". Disse lei: "Per Allah l'Altissimo, il Compassionevole, il Misericordioso! non c'è altro da fare; devi ucciderlo in questo giorno santo, e se non lo uccidi, per me non sei un uomo e io per te non sono una moglie". Ora, quando udii quelle dure parole, non conoscendo il suo scopo, mi avvicinai al vitello, coltello alla mano——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso. Allora sua sorella le disse: "Quanto è bella la tua storia, e quanto grata, e quanto dolce e quanto gustosa!". E Shahrazad le rispose: "Cosa è questo rispetto a ciò che potrei raccontarti la notte ventura, se vivessi e il Re mi risparmiasse?". Allora il Re disse tra sé: "Per Allah, non la ucciderò finché non avrò ascoltato il resto della sua storia". Così dormirono il resto di quella notte in reciproco abbraccio finché il giorno non fu del tutto spuntato. Poi il Re uscì verso la sua sala delle udienze e il Wazir salì con il sudario di sua figlia sotto il braccio. Il Re emanò i suoi ordini, e promosse questo e depose quello, fino alla fine della giornata; e non disse al Wazir nulla di ciò che era accaduto. Ma il Ministro se ne meravigliò con estrema meraviglia; e quando la Corte si sciolse, il Re Shahryar entrò nel suo palazzo.

Ora, quando fu la Seconda Notte,

disse Dunyazad a sua sorella Shahrazad: "O mia sorella, finisci per noi quella storia del Mercante e del Jinni"; ed ella rispose: "Con gioia e benevolenza, se il Re me lo permette". Allora disse il Re: "Racconta la tua storia"; e Shahrazad cominciò con queste parole: Mi è giunto, o Re auspice e Sovrano guidato dal Cielo! che quando il mercante propose il sacrificio del vitello ma lo vide piangere, il suo cuore si intenerì e disse al mandriano: "Tieni il vitello tra il mio bestiame". Tutto ciò il vecchio Shaykh lo raccontò al Jinni che si meravigliò molto di queste strane parole. Poi il padrone della gazzella continuò:—O Signore dei Re dei Jann, tanto accadde e la figlia di mio zio, questa gazzella, guardò e vide, e disse: "Macella questo vitello, perché sicuramente è grasso"; ma io ordinai al mandriano di portarlo via ed egli lo prese e volse il volto verso casa. Il giorno seguente, mentre sedevo in casa mia, ecco! il mandriano venne e, standomi davanti, disse: "O mio padrone, ti dirò una cosa che rallegrerà la tua anima, e mi farà guadagnare il dono della buona novella". Risposi: "Proprio così". Allora disse: "O mercante, ho una figlia, ed essa imparò la magia nell'infanzia da una vecchia che viveva con noi. Ieri, quando mi desti il vitello, andai in casa da lei, ed essa lo guardò e si velò il volto; poi pianse e rise alternativamente e alla fine disse:—O padre mio, è diventato così meschino per te il mio onore che mi porti uomini estranei? Le chiesi:—Dove sono questi uomini estranei e perché ridevi e piangevi?; ed ella rispose: In verità questo vitello che è con te è il figlio del nostro padrone, il mercante; ma è stregato dalla sua matrigna che ha incantato sia lui che sua madre: tale è la causa del mio ridere; ora la ragione del suo piangere è sua madre, poiché suo padre l'ha uccisa senza saperlo. Allora mi meravigliai di ciò con estrema meraviglia e a stento fui certo che il giorno fosse spuntato prima di venire a raccontartelo". Quando udii, o Jinni, le parole del mio mandriano, uscii con lui, ed ero ubriaco senza vino, per l'eccesso di gioia e letizia che mi colse, finché non giunsi a casa sua. Lì sua figlia mi accolse e baciò la mia mano, e subito il vitello venne e mi fece le feste come prima. Dissi alla figlia del mandriano: "È vero ciò che dici di questo vitello?". Ella disse: "Sì, o mio padrone, egli è tuo figlio, il cuore stesso del tuo cuore". Mi rallegrai e le dissi: "O fanciulla, se vorrai liberarlo, saranno tue tutte le mandrie e le proprietà mie che sono sotto la mano di tuo padre". Ella sorrise e rispose: "O mio padrone, non ho brama per i beni né li prenderò se non a due condizioni; la prima che tu mi dia in sposa tuo figlio e la seconda che io possa stregare colei che lo stregò e imprigionarla, altrimenti non potrò essere al sicuro dalla sua malizia e dai suoi malefici". Ora, quando udii, o Jinni, queste parole della figlia del mandriano, risposi: "Oltre a ciò che chiedi, tutto il bestiame e gli oggetti domestici sotto la custodia di tuo padre sono tuoi e, quanto alla figlia di mio zio, il suo sangue è lecito a te". Quando ebbi parlato, ella prese una coppa e la riempì d'acqua: poi recitò un incantesimo su di essa e la spruzzò sul vitello, dicendo: "Se l'Onnipotente Allah ti creò vitello, rimani così formato, e non cambiare; ma se tu fossi incantato, ritorna alla tua precedente forma, per comando di Allah Altissimo!" ed ecco! egli tremò e divenne uomo. Allora gli caddi al collo e dissi: "Allah su di te, raccontami tutto ciò che la figlia di mio zio fece a te e a tua madre". E quando mi raccontò ciò che era accaduto tra loro, dissi: "O figlio mio, Allah ti ha favorito con colei che ti ha ripristinato, e il tuo diritto è tornato a te". Poi, o Jinni, sposai la figlia del mandriano a lui, ed ella trasformò mia moglie in questa gazzella, dicendo:—La sua forma è avvenente e per nulla ripugnante. Dopo di ciò ella dimorò con noi notte e giorno, giorno e notte, finché l'Onnipotente non la chiamò a Sé. Quando ella morì, mio figlio partì verso le città dell'Hind, fino alla città di quest'uomo che ha fatto a te ciò che è stato fatto; e anch'io presi questa gazzella (mia cugina) e vagai con lei di città in città cercando notizie di mio figlio, finché il Destino mi condusse in questo luogo dove vidi il mercante seduto in lacrime. Tale è la mia storia! Disse il Jinni: "Questa storia è davvero strana, e perciò ti concedo la terza parte del suo sangue". Dopodiché il secondo vecchio, che possedeva i due levrieri, si fece avanti e disse: "O Jinni, se ti racconto cosa mi accadde a causa dei miei fratelli, questi due cani, e tu vedrai che è una storia ancora più prodigiosa e meravigliosa di quella che hai ascoltato, vorrai concedere anche a me la terza parte del sangue di quest'uomo?". Replicò il Jinni: "Hai la mia parola, se le tue avventure saranno più meravigliose e prodigiose". Dopodiché egli iniziò così

LA STORIA DEL SECONDO SHAYKH.

Sappi, o signore dei Re dei Jann! che questi due cani sono i miei fratelli e io sono il terzo. Quando nostro padre morì e ci lasciò un capitale di tremila pezzi d'oro, aprii una bottega con la mia parte, e vi comprai e vendetti, e allo stesso modo fecero i miei due fratelli, aprendo ciascuno una bottega. Ma non ero in affari da molto tempo quando il maggiore vendette la sua mercanzia per mille dinari e, dopo aver comprato l'equipaggiamento e le merci, si diresse verso terre straniere. Rimase assente per un anno intero con la carovana; ma un giorno, mentre sedevo nella mia bottega, ecco, un mendicante mi si parò davanti chiedendo l'elemosina, e io gli dissi: "Che Allah ti apra un'altra porta!". Al che egli rispose, piangendo mentre parlava: "Sono così cambiato che non mi riconosci?". Allora lo guardai attentamente, e guarda! era mio fratello, così mi alzai verso di lui e gli diedi il benvenuto; poi lo feci sedere nella mia bottega e gli feci domande sul suo caso. "Non chiedermi nulla", rispose, "la mia ricchezza è svanita e la mia condizione si è fatta miserevole!". Così lo portai all'Hammám e lo vestii con un abito mio e gli diedi alloggio in casa mia. Inoltre, dopo aver controllato i conti della mia merce e i profitti della mia attività, scoprii che l'industria mi aveva fruttato mille dinari, mentre il mio capitale, la base della mia ricchezza, ammontava a duemila. Così divisi il tutto con lui, dicendo: "Considera come se tu non avessi fatto alcun viaggio all'estero ma fossi rimasto a casa; e non lasciarti abbattere dalla tua sfortuna". Egli prese la parte con grande gioia e aprì una bottega per sé; e le cose andarono avanti tranquillamente per alcune notti e giorni. Ma ben presto anche il mio secondo fratello (quell'altro cane), desideroso anch'egli di viaggiare, vendette ciò che aveva di beni e mercanzie, e sebbene provammo a trattenerlo non volle essere trattenuto: preparò un equipaggiamento per il viaggio e partì con alcuni viandanti. Dopo un'assenza di un anno intero tornò da me, proprio come era tornato mio fratello maggiore; e quando gli dissi: "O fratello mio, non ti ho forse dissuaso dal viaggiare?", egli versò lacrime e gridò: "O fratello mio, questo è il decreto del destino: eccomi qui un semplice mendicante, senza un soldo e senza una camicia sulla schiena". Così lo condussi al bagno, o Jinni, e vestendolo con abiti nuovi miei, andai con lui alla mia bottega e lo servii con cibo e bevanda. Inoltre gli dissi: "O fratello mio, sono solito tirare le somme della mia bottega al principio di ogni anno, e qualunque eccedenza troverò sarà tra me e te". Così procedetti, o Ifrit, a fare un bilancio e, trovando duemila dinari di profitto, resi lode al Creatore (sia Egli esaltato ed esaltato!) e ne consegnai una metà a mio fratello, tenendo l'altra per me. Dopodiché egli si diede da fare per aprire una bottega e in questo modo dimorammo molti giorni. Dopo un po' i miei fratelli iniziarono a insistere affinché viaggiassi con loro; ma io rifiutai, dicendo: "Cosa avete guadagnato voi dal vostro viaggio che dovrei guadagnare io?". Poiché non volevo dare ascolto a loro, tornammo ciascuno alla propria bottega dove compravamo e vendevamo come prima. Continuarono a spingermi a viaggiare per un anno intero, ma rifiutai di farlo finché non furono passati sei anni interi, quando acconsentii con queste parole: "O fratelli miei, eccomi qui, vostro compagno di viaggio: ora fatemi vedere quali denari avete con voi". Scoprii, tuttavia, che non avevano un soldo, avendo sperperato le loro sostanze in cibi prelibati, bevande e piaceri carnali. Eppure non dissi una parola di rimprovero; tutt'altro, controllai ancora una volta i conti della mia bottega e vendetti le merci e i beni che erano miei; e, scoprendo di possedere seimila ducati, procedetti volentieri a dividere tale somma a metà, dicendo ai miei fratelli: "Questi tremila pezzi d'oro sono per me e per voi per commerciare insieme", aggiungendo: "Seppelliamo l'altra metà sottoterra affinché possa esserci utile in caso di sventura, nel qual caso ognuno ne prenderà mille per aprire botteghe". Entrambi risposero: "Il tuo calcolo è giusto"; e diedi a ciascuno i suoi mille pezzi d'oro, tenendo per me la stessa somma, ovvero mille dinari. Preparammo quindi merci adatte e noleggiammo una nave e, dopo aver imbarcato la nostra merce, proseguimmo il nostro viaggio, giorno dopo giorno, per un mese intero, dopodiché arrivammo in una città, dove vendemmo il nostro carico; e per ogni pezzo d'oro ne guadagnammo dieci. E mentre tornavamo al nostro viaggio trovammo sulla riva del mare una fanciulla vestita con abiti logori e stracciati, ed ella baciò la mia mano e disse: "O padrone, c'è gentilezza e carità in te? Posso ricompensarti adeguatamente per esse". Risposi: "Proprio così; davvero in me vi sono benevolenza e buone opere, anche se tu non dovessi rendermi alcun compenso". Allora ella disse: "Prendimi in sposa, o mio padrone, e portami nella tua città, poiché mi sono donata a te; dunque fammi una gentilezza e io sono tra coloro che sono adatti alle buone opere e alla carità: ti ricompenserò adeguatamente per questo e non vergognarti della mia condizione". Quando udii le sue parole, il mio cuore si struggé per lei, nel modo in cui volle Allah (sia Egli esaltato ed esaltato!); e la presi e la vestii e le preparai un bel giaciglio sulla nave, e la trattai con onore. Così viaggiammo, e il mio cuore si legò a lei con estremo attaccamento, e non mi separai da lei né notte né giorno, e ebbi più riguardo per lei che per i miei fratelli. Allora essi si estraniarono da me, e divennero gelosi della mia ricchezza e della quantità di merce che possedevo, e i loro occhi si aprirono avidamente su tutti i miei beni. Così presero consiglio per uccidermi e impossessarsi della mia ricchezza, dicendo: "Uccidiamo nostro fratello e tutto il suo denaro sarà nostro"; e Satana fece sembrare questa azione giusta ai loro occhi; così quando mi trovarono in disparte (mentre dormivo al fianco di mia moglie) presero entrambi e ci gettarono in mare. Mia moglie si svegliò sobbalzando dal sonno e, divenendo all'istante un'Ifritah, mi sostenne e mi portò su un'isola e scomparve per breve tempo; ma tornò al mattino e disse: "Eccomi qui, la tua fedele schiava, che ti ha reso il dovuto compenso; poiché ti ho sostenuto nelle acque e ti ho salvato dalla morte per comando dell'Onnipotente. Sappi che sono una Jinniyah, e quando ti vidi il mio cuore ti amò per volontà del Signore, poiché sono una credente in Allah e nel Suo Apostolo (che il Cielo lo benedica e lo preservi!). Dopodiché venni da te condizionata come mi vedesti e tu mi sposasti, e vedi ora ti ho salvato dall'annegamento. Ma sono adirata contro i tuoi fratelli e certamente devo ucciderli". Quando udii la sua storia fui sorpreso e, ringraziandola per tutto ciò che aveva fatto, dissi: "Ma quanto all'uccidere i miei fratelli, questo non deve essere". Poi le raccontai la storia di ciò che era accaduto loro dall'inizio delle nostre vite alla fine, e nel sentirla ella disse: "Questa notte volerò come un uccello sopra di loro e farò affondare la loro nave e li ucciderò". Dissi io: "Per Allah, non farlo, poiché il proverbio dice: O tu che fai del bene a chi fa del male, lascia il malfattore alle sue cattive azioni. Inoltre sono pur sempre i miei fratelli". Ma ella rispose: "Per Allah, non c'è altro da fare che ucciderli". Mi umiliai davanti a lei per il loro perdono, dopodiché ella mi prese e volò via con me finché alla fine mi posò sulla terrazza del tetto della mia stessa casa. Aprii le porte e presi ciò che avevo nascosto nel terreno; e dopo aver salutato la gente aprii la mia bottega e comprai della merce. Ora, quando calò la notte, tornai a casa e lì vidi questi due cani legati; e, quando mi videro, si alzarono e guairono e mi fecero le feste; ma prima che sapessi cosa fosse successo mia moglie disse: "Questi due cani sono i tuoi fratelli!". Risposi: "E chi ha fatto loro questa cosa?", e lei replicò: "Ho inviato un messaggio a mia sorella ed ella li ha ridotti in questo stato, né questi due saranno liberati dalla loro attuale forma finché non saranno passati dieci anni". E ora sono arrivato in questo luogo mentre mi recavo dalla sorella di mia moglie affinché possa liberarli da questa condizione, dopo che hanno sopportato tutto ciò per dieci anni. Mentre procedevo vidi questo giovane, che mi informò di ciò che gli era accaduto, e decisi di non ripartire finché non avessi visto cosa sarebbe potuto accadere tra te e lui. Tale è la mia storia! Allora disse il Jinni: "Certamente questa è una storia strana e perciò ti concedo la terza parte del suo sangue e del suo crimine". Dopodiché il terzo Shaykh, il padrone della giumenta, disse al Jinni: "Posso raccontarti una storia più meravigliosa di queste due, se mi concederai il resto del suo sangue e della sua colpa", e il Jinni rispose: "Sia così!". Allora il vecchio iniziò

LA STORIA DEL TERZO SHAYKH.

Sappi, o Sultano e capo dei Jann, che questa giumenta era mia moglie. Ora accadde che partii e fui assente per un anno intero; e quando tornai dal mio viaggio andai da lei di notte, e vidi uno schiavo nero giacere con lei sul letto, e stavano parlando, e civettando, e ridendo, e baciandosi e giocando al gioco delle natiche strette. Quando mi vide, si alzò e venne frettolosamente verso di me con una caraffa d'acqua; e, mormorando incantesimi su di essa, mi asperse e disse: "Esci da questa tua forma nella forma di un cane"; e divenni all'istante un cane. Mi cacciò fuori di casa, e corsi attraverso la soglia né smisi di correre finché non arrivai alla bottega di un macellaio, dove mi fermai e iniziai a mangiare le ossa che erano lì. Quando il proprietario della bottega mi vide, mi prese e mi condusse a casa sua, ma non appena sua figlia mi vide si velò il volto, gridando: "Porti uomini da me e vieni dentro con loro?". Suo padre chiese: "Dov'è l'uomo?"; ed ella rispose: "Questo cane è un uomo che sua moglie ha stregato e io sono in grado di liberarlo". Quando suo padre udì le sue parole, disse: "Per Allah, o mia figlia, liberalo". Così ella prese una caraffa d'acqua e, dopo aver pronunciato parole su di essa, ne spruzzò alcune gocce su di me, dicendo: "Esci da quella forma nella tua forma precedente". E tornai alla mia forma naturale. Allora le baciai la mano e dissi: "Vorrei che trasformassi mia moglie proprio come lei ha trasformato me". Dopodiché mi diede dell'acqua, dicendo: "Non appena la vedrai dormire, spruzza questo liquido su di lei e di' le parole che hai sentito pronunciare da me, così ella diventerà qualunque cosa tu desideri". Andai da mia moglie e la trovai profondamente addormentata; e, mentre spruzzavo l'acqua su di lei, dissi: "Esci da quella forma nella forma di una giumenta". Così divenne all'istante una giumenta, ed è lei che vedi con i tuoi occhi, o Sultano e capo dei Re dei Jann!". Allora il Jinni si voltò verso di lei e disse: "È la verità?". Ed ella annuì con la testa e rispose a gesti: "Davvero, è la verità: poiché tale è la mia storia e questo è ciò che mi è accaduto". Ora, quando il vecchio ebbe finito di parlare, il Jinni tremò per il piacere e gli diede la terza parte del sangue del mercante.——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo discorso consentito. Allora disse Dunyazad: "O sorella mia, quanto è piacevole la tua storia, e quanto gustosa; quanto dolce e quanto grata!". Ella rispose: "E cosa è questo in confronto a ciò che potrei raccontarti, la notte a venire, se vivrò e il Re mi risparmierà?". Allora pensò il Re: "Per Allah, non la ucciderò finché non sentirò il resto della sua storia, poiché davvero è meravigliosa". Così riposarono quella notte in mutuo abbraccio fino all'alba. Dopo di ciò il Re uscì verso la sua Sala di Stato, e il Wazir e le truppe entrarono e la corte era affollata, e il Re diede ordini e giudicò e nominò e depose, ordinando e vietando durante il resto della giornata. Poi il Divan si sciolse, e il Re Shahryar entrò nel suo palazzo.

Ora quando fu la Terza Notte,

E il Re aveva avuto il suo piacere della figlia del Wazir, Dunyazad, sua sorella, le disse: "Finisci per noi quella tua storia"; ed ella rispose: "Con gioia e buon animo! Mi è giunto, o Re propizio, che quando il terzo vecchio raccontò al Jinni una storia più meravigliosa delle due precedenti, il Jinni si meravigliò con estrema meraviglia; e, scuotendosi per la delizia, gridò: "Ecco! Ti ho dato il resto della punizione del mercante e per tuo amore l'ho liberato". Dopodiché il mercante abbracciò i vecchi e li ringraziò, e questi Shaykh gli augurarono gioia per essere stato salvato e si incamminarono ciascuno verso la propria città. Eppure questa storia non è più meravigliosa della storia del pescatore". Chiese il Re: "Qual è la storia del pescatore?". Ed ella rispose narrando la storia di

"E che cos'è?" ecc. Un modo popolare per esprimere una grande differenza. Così in India: "Dov'è il Rajah Bhoj (il grande Re) e dov'è Gangá il venditore d'olio?"

IL PESCATORE E IL JINNI.

Mi è giunto voce, o Re benaugurato, che vi era un pescatore avanti negli anni, che aveva moglie e tre figli, e che per giunta era in misere condizioni. Ora, era sua abitudine gettare la rete ogni giorno quattro volte, e non di più. Un giorno uscì verso mezzogiorno verso la riva del mare, dove depose il suo cesto; e, rimboccatasi la camicia e tuffatosi in acqua, fece un lancio con la rete e attese finché non si posò sul fondo. Poi raccolse i cordami e tirò con forza, ma la trovò pesante; e per quanto la tirasse verso terra, non riusciva a issarla; così portò le estremità a riva, piantò un paletto nel terreno e vi assicurò la rete. Poi si spogliò e si tuffò in acqua tutto attorno alla rete, e non smise di lavorare duramente finché non l'ebbe tirata su. Se ne rallegrò e, indossati i vestiti, andò alla rete, dove trovò dentro un asino morto che aveva strappato le maglie. Ora, quando lo vide, esclamò nel suo dolore: "Non c'è Maestà e non c'è Potenza se non in Allah l'Glorioso, il Grande!" Poi disse: "Questo è uno strano modo di procurarsi il pane quotidiano"; e cominciò a recitare versi improvvisati:

O faticatore attraverso le tenebre della notte in pericolo e in pena ✿ La tua fatica per il pane quotidiano non viene con forza e vigore! Non vedi il pescatore cercare a galla sul mare ✿ Il suo pane, mentre brillano le stelle della notte come incastonate in una matassa aggrovigliata. Subito si tuffa a dispetto del colpo delle onde ✿ Mentre ai suoi sguardi bramosi si tende la rete rigonfia; Finché, rallegrato dal successo della notte, porta a casa un pesce ✿ La cui gola fu presa e tagliata in due dall'amo del Fato. Quando un uomo acquista quel pesce da lui, che ha trascorso le ore della notte ✿ Incurante del freddo, dell'umido e del buio in agio e conforto bramoso, Lode al Signore che dà a questo, a quello nega i suoi desideri ✿ E condanna uno a faticare e catturare la preda e l'altro a mangiare i pesci.[60]

Poi disse: "Su, al lavoro; sono certo della Sua beneficenza, Inshallah!" Così continuò:

Quando sei afferrato dal Fato Malvagio, assumi ✿ La sopportazione dell'anima nobile: è il tuo meglio: Non lamentarti con la creatura; questo sia lamento ✿ Da uno piissimo al più spietato.

Il pescatore, dopo aver guardato l'asino morto, lo liberò dagli intralci, strizzò e stese la sua rete; poi si tuffò nel mare, dicendo: "In nome di Allah!" e fece un lancio e tirò, ma divenne pesante e si posò più saldamente della prima volta. Ora pensò che vi fossero dei pesci dentro, e la fissò, e toltisi i vestiti entrò nell'acqua, e si tuffò e tirò finché non la portò sulla terra ferma. Allora vi trovò dentro una grande anfora di terracotta piena di sabbia e fango; e vedendo ciò rimase grandemente turbato e cominciò a ripetere questi versi[61]:

Desisti, o affanni del mondo, ✿ E perdona se non vuoi desistere: Andai in cerca del mio pane quotidiano ✿ Trovo che devo andare senza pane: Poiché né l'artigianato mi porta nulla ✿ Né il Fato mi assegna una parte: Quanti sciocchi raggiungono le Pleiadi ✿ Mentre l'oscurità sommerge i saggi e gli accorti.

Così implorò il perdono di Allah e, gettando via l'anfora, strizzò la sua rete e la pulì e tornò al mare per la terza volta per gettare la rete e attese finché non fu affondata. Poi tirò e vi trovò dentro cocci e vetro rotto; dopodiché cominciò a pronunciare questi versi:

È per te quel pane quotidiano che non puoi né sciogliere né legare ✿ Né penna né scritto ti giovano a nulla per trovare il tuo pane quotidiano: Poiché la gioia e il pane quotidiano sono ciò che il Fato degna di concedere; ✿ Questo suolo è terreno triste e sterile, mentre quello allieta il campagnolo. I dardi del Tempo e della Vita abbattono molti uomini di valore ✿ Mentre sollevano ad alto grado individui di mente ignobile. Perciò vieni, Morte! poiché in verità la vita non vale una pagliuzza ✿ Quando il falco cade in basso mentre l'anatra alza le ali al vento: Non c'è da stupirsi che tu veda come i grandi d'animo e di mente ✿ Siano poveri, e molti un vile villano destinato all'altezza della fortuna. Questo uccello sorvolerà il mondo dall'est all'estremo ovest ✿ E quello otterrà ogni suo desiderio pur non lasciando mai il nido.

Poi, alzando gli occhi al cielo, disse: "O mio Dio!"[62] in verità Tu sai che non getto la mia rete ogni giorno se non quattro volte;[63] la terza è fatta e finora non mi hai concesso nulla. Perciò questa volta, o mio Dio, degnati di darmi il mio pane quotidiano. Poi, avendo invocato il nome di Allah,[64] gettò di nuovo la rete e attese che affondasse e si posasse; dopodiché tirò, ma non riuscì a tirarla dentro perché era impigliata sul fondo. Gridò nella sua contrarietà: "Non c'è Maestà e non c'è Potenza se non in Allah!" e cominciò a recitare:

Guai a questo mondo miserabile, se è così ✿ Che io debba essere sommerso dal dolore e dalla miseria: Sebbene gioioso sia il destino dell'uomo quando spunta il mattino ✿ Egli beve la coppa del dolore prima di vedere la sera: Eppure ero uno di cui il mondo quando interrogato ✿ "Di chi è il destino più felice?" spesso diceva "È il suo!"

Dopodiché si spogliò e, tuffandosi verso la rete, si diede da fare con essa finché non arrivò a terra. Poi aprì le maglie e vi trovò dentro un vaso a forma di cetriolo di rame giallo,[65] evidentemente pieno di qualcosa, la cui bocca era resa salda con un tappo di piombo, stampato con l'anello sigillo del nostro Signore Sulayman figlio di Davide (Allah accetti entrambi!). Vedendo ciò il pescatore si rallegrò e disse: "Se lo vendo nel bazar dell'ottone vale dieci dinari d'oro". Lo scosse e, trovandolo pesante, continuò: "Volesse il Cielo che sapessi cosa c'è dentro. Ma devo e voglio aprirlo e guardare il suo contenuto e riporlo nella mia borsa e venderlo nel mercato dell'ottone". E tirato fuori un coltello, lavorò il piombo finché non lo ebbe allentato dal vaso; poi pose il vaso a terra e scosse l'anfora per versare fuori tutto ciò che potesse esserci dentro. Non vi trovò nulla; di che si meravigliò con una meraviglia estrema. Ma subito uscì dal vaso un fumo che saliva verso il cielo nell'etere (di che si meravigliò di nuovo con una meraviglia potente), e che strisciava lungo la superficie della terra finché, raggiunta la sua piena altezza, il denso vapore si condensò e divenne un Ifrit, enorme di mole, la cui cresta toccava le nuvole mentre i suoi piedi erano a terra. La sua testa era come una cupola, le sue mani come forconi, le sue gambe lunghe come alberi di nave e la sua bocca grande come una caverna; i suoi denti erano come grandi pietre, le sue narici come boccali, i suoi occhi due lampade e il suo aspetto era feroce e abbattuto. Ora, quando il pescatore vide l'Ifrit, i muscoli dei suoi fianchi tremarono, i suoi denti batterono, la sua saliva si seccò e divenne cieco sul da farsi. A questo punto l'Ifrit lo guardò e gridò: "Non c'è altro dio che Dio, e Sulayman è il profeta di Dio;" aggiungendo subito: "O Apostolo di Allah, non uccidermi; mai più ti contraddirò in parola né peccherò contro di te in azione."[66] Disse il pescatore: "O Márid,[67] hai detto, Sulayman l'Apostolo di Allah; e Sulayman è morto da circa milleottocento anni,[68] e noi siamo ora negli ultimi giorni del mondo! Qual è la tua storia, e qual è il tuo resoconto di te stesso, e qual è la causa del tuo entrare in questa zucca?" Ora, quando lo Spirito Malvagio udì le parole del pescatore, disse: "Non c'è altro dio che Dio: sii di buon animo, o pescatore!" Disse il pescatore: "Perché mi ordini di essere di buon animo?" e quello rispose: "A causa del fatto che dovrai morire di una cattiva morte in quest'ora stessa." Disse il pescatore: "Ti meriti per le tue buone notizie il ritiro della protezione del Cielo, o tu che sei lontano![69] Perché dovresti uccidermi e che cosa ho fatto per meritare la morte, io che ti ho liberato dal vaso, e ti ho salvato dagli abissi del mare, e ti ho portato sulla terra asciutta?" Rispose l'Ifrit: "Chiedimi solo quale modo di morte vorrai morire, e con quale maniera di massacro ti ucciderò." Replicò il pescatore: "Qual è il mio crimine e perché tale punizione?"

Disse l'Ifrit: "Ascolta la mia storia, o pescatore!" e quello rispose: "Continua, e sii breve nel tuo dire, perché in verità il mio respiro vitale è nelle mie narici."[70] Dopodiché disse il Jinni: "Sappi che io sono uno tra i Jann eretici e ho peccato contro Sulayman, figlio di Davide (su entrambi sia la pace!) io insieme al famoso Sakhr al-Jinni;[71] dopodiché il Profeta inviò il suo ministro, Asaf figlio di Barkhiyá, per catturarmi; e questo Wazir mi portò contro la mia volontà e mi condusse in catene da lui (io ero abbattuto nonostante il mio orgoglio) e mi pose in piedi davanti a lui come un supplicante. Quando Sulayman mi vide, si rifugiò presso Allah e mi ordinò di abbracciare la Fede Vera e obbedire ai suoi comandi; ma io rifiutai, così, fatto chiamare questa zucca,[72] mi rinchiuse dentro e la chiuse col piombo su cui impresse il Nome Altissimo, e diede i suoi ordini ai Jann che mi portarono via e mi gettarono nel mezzo dell'oceano. Lì rimasi cento anni, durante i quali dicevo nel mio cuore: 'Chiunque mi libererà, lo arricchirò per sempre'. Ma il secolo pieno passò e, quando nessuno mi liberò, entrai nel secondo mezzo secolo dicendo: 'Chiunque mi libererà, per lui aprirò i tesori della terra'. Eppure nessuno mi liberò e così passarono quattrocento anni. Allora dissi: 'Chiunque mi libererà, per lui esaudirò tre desideri'. Eppure nessuno mi liberò. Dopodiché divenni irato con un'ira estrema e dissi a me stesso: 'Chiunque mi libererà da questo momento in poi, lo ucciderò e gli darò scelta di che morte vorrà morire; e ora, poiché tu mi hai liberato, ti do piena scelta di morte'. Il pescatore, udendo le parole dell'Ifrit, disse: 'O Allah! la meraviglia che io non sia venuto a liberarti se non in questi giorni!' aggiungendo: 'Risparmia la mia vita, così Allah risparmi la tua; e non uccidermi, affinché Allah non ne mandi uno a uccidere te'. Rispose il Contumace: 'Non c'è rimedio; devi morire; quindi chiedimi come dono quale maniera di morte vorrai morire'. Sebbene così certificato, il pescatore si rivolse di nuovo all'Ifrit dicendo: 'Perdonami questa mia morte come generosa ricompensa per averti liberato'; e l'Ifrit: 'Sicuramente non ti ucciderei se non a causa di quella stessa liberazione'. 'O Capo degli Ifrit,' disse il pescatore, 'io ti faccio del bene e tu mi ricompensi con il male! in verità il vecchio proverbio non mente quando dice:

Abbiamo fatto loro del bene, essi hanno incontrato il nostro bene con il male; ✿ Tale, per la mia vita! è il lavoro di ogni uomo malvagio: A colui che beneficia individui indegni ✿ Accadrà ciò che accadde al vicino di Ummi-Amir.[73]

Ora, quando l'Ifrit udì queste parole, rispose: "Basta con questo parlare, devo ucciderti". A questo punto il pescatore disse a se stesso: "Questo è un Jinni; e io sono un uomo a cui Allah ha dato un ingegno passabilmente astuto, quindi cercherò ora di ottenere la sua distruzione con il mio artificio e con la mia intelligenza; proprio come lui ha preso consiglio solo dalla sua malizia e dalla sua ostinazione."[74] Cominciò chiedendo all'Ifrit: "Hai davvero deciso di uccidermi?" e, ricevendo per tutta risposta: "Proprio così", gridò: "Ora nel Nome Più Grande, inciso sull'anello sigillo di Sulayman figlio di Davide (pace sia con i due santi!), se ti interrogo su una certa questione mi darai una risposta veritiera?" L'Ifrit rispose "Sì"; ma, udendo la menzione del Nome Più Grande, il suo intelletto fu turbato e disse tremando: "Chiedi e sii breve". Disse il pescatore: "Come hai fatto a entrare in questa bottiglia che non conterrebbe la tua mano; no, nemmeno il tuo piede, e come è arrivata a essere abbastanza grande da contenere tutto te?" Rispose l'Ifrit: "Cosa! non credi che fossi tutto lì?" e il pescatore replicò: "No! Non lo crederò mai finché non ti vedrò dentro con i miei propri occhi".—E Shahrazad percepì l'alba del giorno e cessò di dire la sua parte permessa.

Ora, quando fu la Quarta Notte,

Sua sorella le disse: "Per favore finiscici questo racconto, se non sei assonnata!" così lei riprese:—Mi è giunto voce, o Re benaugurato, che quando il pescatore disse all'Ifrit: "Non crederò mai e in alcun modo a te finché non ti vedrò dentro con i miei propri occhi"; lo Spirito Malvagio all'istante tremò[75] e divenne un vapore, che si condensò ed entrò nel vaso a poco a poco, finché tutto fu ben dentro quando ecco! il pescatore in gran fretta prese il tappo di piombo con il sigillo e chiuse con esso la bocca del vaso e gridò all'Ifrit, dicendo: "Chiedimi come dono quale morte vorrai morire! Per Allah, ti getterò nel mare[76] davanti a noi e qui costruirò per me un alloggio; e chiunque verrà qui lo metterò in guardia contro la pesca e dirò:—In queste acque dimora un Ifrit che dà come ultimo favore una scelta di morte e maniera di massacro all'uomo che lo salva!" Ora, quando l'Ifrit udì questo dal pescatore e si vide nel limbo, fu intenzionato a scappare, ma ciò fu impedito dal sigillo di Salomone; così capì che il pescatore lo aveva ingannato e superato in astuzia, e divenne umile e sottomesso e cominciò umilmente a dire: "Stavo solo scherzando con te". Ma l'altro rispose: "Tu menti, o più vile degli Ifrit, e più meschino e più sudicio!" e si avviò con la bottiglia verso la riva del mare; l'Ifrit gridando "No! No!" e lui gridando "Sì! Sì!" Dopodiché lo Spirito Malvagio addolcì la sua voce e levigò il suo discorso e si umiliò, dicendo: "Cosa vorresti fare di me, o pescatore?" "Ti getterò di nuovo nel mare," rispose; "dove sei stato alloggiato e dimorato per milleottocento anni; e ora ti lascerò lì fino al giorno del Giudizio: non ti ho forse detto:—Risparmiami e Allah risparmierà te; e non uccidermi affinché Allah non uccida te? eppure hai respinto la mia supplica e non avevi intenzione se non di trattarmi in modo sgarbato, e Allah ti ha gettato ora nelle mie mani e io sono più astuto di te". Disse l'Ifrit: "Apri per me che io possa portarti bene". Disse il pescatore: "Tu menti, maledetto! Il mio caso con te è quello del Wazir del Re Yúnán con il saggio Dúbán."[77] "E chi era il Wazir del Re Yunan e chi era il saggio Duban; e qual era la storia su di loro?" disse l'Ifrit, dopodiché il pescatore cominciò a raccontare

LA STORIA DEL WAZIR E DEL SAGGIO DUBAN.

"Sappi, o Ifrit, che nei tempi antichi e nelle epoche trascorse molto tempo addietro, un Re chiamato Yúnán regnava sulla città di Fars nella terra dei Roum." Egli era un sovrano potente e facoltoso, che possedeva eserciti, guardie e alleati di ogni nazione di uomini; ma il suo corpo era afflitto da una lebbra che i medici e gli uomini di scienza non riuscivano a guarire. Beveva pozioni, inghiottiva polveri e usava unguenti, ma nulla gli giovava e nessuno tra la schiera dei medici riusciva a procurargli una cura. Alla fine giunse nella sua città un potente guaritore di uomini, molto avanzato negli anni, chiamato il saggio Dúbán. Quest'uomo era un lettore di libri, greci, persiani, romani, arabi e siriani; ed era esperto in astronomia e nell'arte medica, sia nella teoria che nella pratica; era esperto in tutto ciò che guarisce e ciò che danneggia il corpo; profondo conoscitore delle virtù di ogni pianta, erba e arbusto, e dei loro benefici e veleni; intendeva la filosofia e aveva abbracciato l'intera gamma della scienza medica e degli altri rami dell'albero della conoscenza. Ora, questo medico trascorse solo pochi giorni in città prima di venire a sapere della malattia del Re e di tutte le sue sofferenze corporee a causa della lebbra di cui Allah lo aveva colpito; e di come tutti i dottori e i saggi avessero fallito nel guarirlo. Per questo rimase sveglio durante la notte in profonda meditazione e, quando spuntò l'aurora, apparve il mattino e la luce fu nuovamente nata, e il Sole salutò il Buono le cui bellezze adornano il mondo, indossò il suo abito più bello e, recandosi dal Re Yúnán, baciò la terra davanti a lui: quindi pregò per la durata del suo onore e della sua prosperità con il linguaggio più nobile e si fece conoscere dicendo: "O Re, mi sono giunte notizie di ciò che ti è accaduto a causa di ciò che è nella tua persona; e di come la schiera dei medici si sia rivelata impotente ad attenuarlo; ed ecco! io posso guarirti, o Re; e tuttavia non ti farò bere infusi né ti ungerò con unguenti." Quando il Re Yúnán udì le sue parole, disse con enorme sorpresa: "Come farai questo? Per Allah, se mi renderai integro ti arricchirò fino al figlio di tuo figlio e ti darò doni sontuosi; e tutto ciò che desidererai sarà tuo e sarai per me un compagno di bevute e un amico." Il Re allora lo rivestì con un abito d'onore, lo trattò con grazia e gli chiese: "Puoi davvero guarirmi da questo male senza farmaci e unguenti?" e lui rispose: "Sì! Ti guarirò senza i dolori e le pene della medicina." Il Re si meravigliò oltre ogni dire e disse: "O medico, quando avverrà ciò di cui parli, e in quanti giorni accadrà? Affrettati, o mio figlio!" Egli rispose: "Ascolto e obbedisco; la cura inizierà domani." Così dicendo uscì dalla presenza e si affittò una casa in città per meglio custodire i suoi libri e pergamene, le sue medicine e le sue radici aromatiche. Poi si mise all'opera per scegliere i farmaci e le erbe più adatti e fabbricò una mazza cava all'interno, munita di un manico all'esterno, per la quale preparò una palla; i due oggetti essendo preparati con consumata arte. Il giorno successivo, quando entrambi furono pronti per l'uso e non mancava più nulla, si recò dal Re; e, baciando la terra tra le sue mani, lo invitò a cavalcare sul campo d'esercitazione per giocare a pallamaglio. Egli era accompagnato dal suo seguito, Emiri e Ciambellani, Waziri e Signori del regno e, prima che si sedesse, il saggio Dúbán si avvicinò a lui e, porgendogli la mazza, disse: "Prendi questo maglio e impugnalo come faccio io; così! E ora spingi verso la pianura e, sporgendoti bene sul tuo cavallo, colpisci la palla con tutta la tua forza finché il tuo palmo non sia umido e il tuo corpo non traspiri: allora la medicina penetrerà attraverso il tuo palmo e permearà la tua persona. Quando avrai finito di giocare e sentirai gli effetti della medicina, torna al tuo palazzo, fai l'abluzione rituale nel bagno Hammam e sdraiati a dormire; così diventerai integro; e ora la pace sia con te!" Dopodiché il Re Yúnán prese la mazza dal Saggio e la afferrò saldamente; poi, montato a cavallo, guidò la palla davanti a sé e galoppò dietro di essa finché non la raggiunse, colpendola con tutta la sua forza, mentre il palmo stringeva il manico della mazza; e non smise di colpire la palla finché la sua mano non divenne umida e la sua pelle, traspirando, imbibì la medicina dal legno. Allora il saggio Dúbán comprese che i farmaci erano penetrati nella sua persona e gli ordinò di tornare al palazzo ed entrare nell'Hammam senza indugio; così il Re Yúnán tornò immediatamente e ordinò loro di preparargli il bagno. Essi fecero così, i tappezzieri si affrettarono e gli schiavi corsero a preparare un cambio d'abiti per il Re. Egli entrò nel bagno ed eseguì l'abluzione completa a lungo e accuratamente; poi indossò i suoi abiti all'interno dell'Hammam e ne uscì a cavallo verso il suo palazzo, dove si coricò e dormì. Tale fu il caso del Re Yúnán, ma per quanto riguarda il saggio Dúbán, egli tornò a casa e dormì come al solito e, quando spuntò il mattino, si recò al palazzo e chiese udienza. Il Re ordinò che fosse ammesso; quindi, dopo aver baciato la terra tra le sue mani, in allusione al Re recitò questi distici con solenne intonazione:

Felice è l'Eloquenza quando tu sei chiamato il suo sire, ma piange quando altri uomini si arrogano il titolo. O Signore dalla presenza radiosa, i cui raggi illuminanti scacciano le nebbie del dubbio che sempre velano le opere famose, Che il tuo volto non cessi mai di splendere come l'Alba e il sorgere del Mattino, e che mai il volto del Tempo si mostri infiammato dal calore dell'ira! La tua grazia ci ha favorito con doni che hanno operato in tal guisa come nubi piovose sulle colline incorniciate dai pascoli: Generosamente hai prodigato la tua ricchezza per elevarti in alto, finché non hai strappato al Tempo le vette a cui la tua grandezza mirava.

Ora, quando il Saggio ebbe terminato di recitare, il Re si alzò rapidamente in piedi e gli si gettò al collo; poi, facendolo sedere al suo fianco, ordinò che fosse vestito con un abito sontuoso; poiché era accaduto che, quando il Re lasciò l'Hammam, guardò il suo corpo e non vide alcuna traccia di lebbra: la pelle era pulita come argento vergine. Egli gioì di ciò con immensa gioia, il suo petto si espanse di piacere e si sentì completamente felice. Poco dopo, quando fu giorno fatto, entrò nella sala delle udienze e sedette sul trono del suo regno, dove i suoi Ciambellani e Grandi si affollarono alla presenza, e con loro il saggio Dúbán. Vedendo il medico, il Re si alzò in suo onore e lo fece sedere al suo fianco; poi furono portati i vassoi di cibo imbanditi con le vivande più prelibate e il medico mangiò con il Re, né smise di accompagnarlo per tutto quel giorno. Inoltre, al calar della notte, diede al medico Dúbán duemila pezzi d'oro, oltre al solito abito d'onore e ad altri doni in abbondanza, e lo mandò a casa sul suo stesso cavallo. Dopo che il Saggio si fu allontanato, il Re Yúnán espresse di nuovo il suo stupore per l'arte del medico, dicendo: "Quest'uomo ha medicato il mio corpo dall'esterno senza ungermi con alcun unguento: per Allah, questa è certamente nientemeno che arte consumata! Sono tenuto a onorare un tale uomo con ricompense e distinzioni, e a farlo mio compagno e amico per il resto dei miei giorni." Così il Re Yúnán trascorse la notte in gioia e letizia perché il suo corpo era stato reso integro e si era liberato di un male così pernicioso. Il mattino seguente il Re uscì dal suo Serraglio e sedette sul suo trono, e i Signori dello Stato stavano intorno a lui, e gli Emiri e i Waziri sedevano come era loro consuetudine alla sua destra e alla sua sinistra. Poi chiese del saggio Dúbán, che entrò e baciò la terra davanti a lui, quando il Re si alzò per accoglierlo e, facendolo sedere al suo fianco, mangiò con lui e gli augurò lunga vita. Inoltre lo rivestì e gli fece doni, e non smise di conversare con lui finché non si avvicinò la notte. Allora il Re gli ordinò, a titolo di salario, cinque abiti d'onore e mille dinari. Il medico tornò alla sua casa pieno di gratitudine verso il Re. Ora, quando il mattino successivo spuntò, il Re si recò nella sua sala delle udienze, e i suoi Signori e nobili lo circondarono, e i suoi Ciambellani e i suoi Ministri, come il bianco racchiude il nero dell'occhio. Ora il Re aveva un Wazir tra i suoi Waziri, sgradevole a vedersi, uno spettacolo di malaugurio; sordido, non generoso, pieno di invidia e di malvolere. Quando questo Ministro vide il Re porre il medico vicino a lui e fargli tutti questi doni, ne divenne geloso e pianificò di fargli del male, come nel detto su tale argomento: "L'invidia è in agguato in ogni corpo"; e il detto: "L'oppressione si nasconde in ogni cuore: il potere la rivela e la debolezza la cela." Quindi il Ministro si presentò davanti al Re e, baciando la terra tra le sue mani, disse: "O Re dell'epoca e di ogni tempo, tu nei cui benefici sono cresciuto fino all'età adulta, ho un consiglio di grande peso da offrirti, e se lo trattenessi sarei un figlio di adulterio e non un uomo nato bene; pertanto, se mi ordini di rivelarlo, lo farò immediatamente." Disse il Re (ed era turbato dalle parole del Ministro): "E qual è questo tuo consiglio?" Disse: "O glorioso monarca, i saggi dell'antichità hanno detto: 'Chi non guarda alla fine, non ha la Fortuna come amica'; e in verità ho visto ultimamente il Re su una via ben diversa da quella giusta; poiché egli prodiga largizioni al suo nemico, a colui il cui obiettivo è il declino e la caduta del suo regno: a quest'uomo egli ha mostrato favore, onorandolo oltre ogni onore e facendone un intimo. Pertanto temo per la vita del Re." Il Re, che era molto turbato e cambiò colore, chiese: "Chi sospetti e a chi alludi?" e il Ministro rispose: "O Re, se dormi, svegliati! Indico il medico Dúbán." Replicò il Re: "Guai a te! Questo è un vero amico che è favorito da me sopra tutti gli uomini, perché mi ha guarito con qualcosa che tenevo nella mia mano, e ha guarito la mia lebbra che aveva sconfitto tutti i medici; in verità egli è uno il cui simile non si può trovare in questi giorni - no, non nel mondo intero dall'estremo oriente all'estremo occidente! Ed è di un tale uomo che dici parole così dure. Ora, da questo giorno in avanti, gli assegnerò una paga fissa e indennità, ogni mese mille pezzi d'oro; e, se dovessi condividere con lui il mio regno, sarebbe solo una cosa da poco. Per forza devo sospettare che tu parli in questo modo per pura invidia e gelosia, come raccontano del Re Sindibád." E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Allora disse Dunyazád: "O mia sorella, quanto è piacevole il tuo racconto, e quanto gustoso, quanto dolce e quanto grato!" Ella rispose: "E cosa è questo in confronto a ciò che potrei raccontarti la notte ventura se il Re degnasse risparmiare la mia vita?" Allora disse il Re tra sé: "Per Allah, non la ucciderò finché non avrò udito il resto della sua storia, poiché in verità è meravigliosa." Così riposarono quella notte in mutuo abbraccio fino all'alba. Poi il Re uscì verso la sua Sala del Governo, e il Wazir e le truppe entrarono, e la camera delle udienze fu affollata; e il Re diede ordini e giudicò e nominò e depose e ordinò e proibì durante il resto di quel giorno finché la Corte non si sciolse, e il Re Shahriyár tornò al suo palazzo.

Ora, quando fu la Quinta Notte,

Sua sorella disse: "Finisci per noi la tua storia se non sei assonnata", ed ella riprese: Mi è giunto, o Re beneaugurante e potente Monarca, che il Re Yúnán disse al suo Ministro: "O Wazir, tu sei uno che lo spirito malvagio dell'invidia ha posseduto a causa di questo medico, e trami per la mia messa a morte di lui, dopo di che dovrei pentirmene amaramente, proprio come si pentì il Re Sindibád per aver ucciso il suo falco." Disse il Wazir: "Perdonami, o Re dell'epoca, come fu quello?" Così il Re iniziò la storia di

IL RE SINDIBÁD E IL SUO FALCO.

Si dice (ma Allah è Tutto-conoscente!) che ci fosse un Re tra i Re di Fars, che era amante dei piaceri e della diversione, specialmente della caccia e del corteggio. Aveva allevato un falco che portava tutta la notte sul pugno, e ogni volta che andava a caccia portava con sé questo uccello; e ordinò di fare per lei una tazzina d'oro appesa al suo collo per darle da bere da essa. Un giorno, mentre il Re sedeva tranquillamente nel suo palazzo, ecco, l'alto falconiere della casa si rivolse improvvisamente a lui: "O Re dell'epoca, questo è davvero un giorno adatto per l'uccellagione." Il Re diede ordini di conseguenza e partì portando il falco sul pugno; e viaggiarono allegramente in avanti finché non giunsero a un Wady dove piantarono un cerchio di reti per la caccia; quando ecco! una gazzella entrò nei lacci e il Re gridò: "Chiunque permetta a quella gazzella di saltare sopra la sua testa e la perda, quell'uomo lo ucciderò certamente." Restrinsero le reti attorno alla gazzella quando si avvicinò alla postazione del Re; e, piantandosi sulle zampe posteriori, incrociò le zampe anteriori sul petto, come se stesse per baciare la terra davanti al Re. Egli chinò la fronte in segno di riconoscimento alla bestia; quando essa balzò in alto sopra la sua testa e prese la via del deserto. Dopodiché il Re si voltò verso le sue truppe e, vedendoli ammiccare e indicare verso di lui, chiese: "O Wazir, cosa stanno dicendo i miei uomini?" e il Ministro rispose: "Dicono che tu abbia proclamato che chiunque permetta alla gazzella di saltare sopra la sua testa, quell'uomo sarà messo a morte." Disse il Re: "Ora, per la vita della mia testa! La inseguirò finché non la riporterò indietro." Così partì al galoppo sulle tracce della gazzella e non smise di seguirla finché non raggiunse le pendici di una catena montuosa dove la preda si diresse verso una grotta. Allora il Re scagliò contro di essa il falco che presto la raggiunse e, piombando giù, affondò i suoi artigli negli occhi di essa, stordendola e accecandola; e il Re estrasse la sua mazza e sferrò un colpo che ribaltò la preda. Smontò quindi da cavallo; e, dopo aver tagliato la gola all'antilope e scorticato il corpo, lo appese all'arcione della sua sella. Ora il tempo era quello della siesta e il pascolo era arso e secco, né si poteva trovare acqua da nessuna parte; e il Re ebbe sete, e anche il suo cavallo; così andò in giro a cercare finché non vide un albero che gocciolava acqua, come se fosse burro fuso, dai suoi rami. Dopodiché il Re, che indossava guanti di pelle per proteggersi dai veleni, prese la tazza dal collo del falco e, riempiendola con l'acqua, la pose davanti all'uccello, ed ecco! il falco la colpì con i suoi artigli e rovesciò il liquido. Il Re la riempì una seconda volta con le gocce stillanti, pensando che il suo falco avesse sete; ma l'uccello colpì di nuovo la tazza con i suoi artigli e la rovesciò. Allora il Re si adirò con il falco e, riempiendo la tazza una terza volta, la offrì al suo cavallo: ma il falco la rovesciò con un colpo d'ali. Disse il Re: "Allah ti confonda, tu la più sfortunata delle creature volanti! Mi impedisci di bere, e privi anche te stessa, e il cavallo." Così colpì il falco con la sua spada e gli tagliò un'ala; ma l'uccello alzò la testa e disse a gesti: "Guarda ciò che pende dall'albero!" Il Re alzò gli occhi di conseguenza e scorse una nidiata di vipere, le cui gocce di veleno aveva scambiato per acqua; dopodiché si pentì di aver tagliato l'ala al suo falco e, montato a cavallo, proseguì con la gazzella morta, finché arrivò al campo, il suo punto di partenza. Gettò la preda al cuoco dicendo: "Prendi e arrostiscila", e sedette sulla sua sedia, il falco ancora sul suo pugno quando improvvisamente l'uccello rantolò e morì; dopodiché il Re gridò di dolore e rimorso per aver ucciso quel falco che gli aveva salvato la vita. Ora questo è ciò che accadde nel caso del Re Sindibád; e sono assicurato che se dovessi fare come tu desideri, mi pentirei proprio come l'uomo che uccise il suo pappagallo. Disse il Wazir: "E come fu quello?" E il Re iniziò a raccontare LA STORIA DEL MARITO E DEL PAPPAGALLO.

Un tale, e per giunta mercante, aveva preso in moglie una donna avvenente, dotata di perfetta bellezza e grazia, armonia e fascino, della quale era follemente geloso e che era riuscita con successo a trattenerlo dal viaggiare. Alla fine, un'occasione che lo costrinse a lasciarla lo portò al mercato degli uccelli, dove acquistò per cento pezzi d'oro una pappagalla che sistemò in casa sua affinché facesse da duenna, aspettandosi che ella lo ragguagliasse, al suo ritorno, su quanto accaduto durante l'intero periodo della sua assenza; poiché l'uccello era sagace e astuto e non dimenticava mai ciò che aveva visto e udito. Ora, la sua bella moglie si era innamorata di un giovane turco, il quale soleva farle visita, ed ella lo banchettava di giorno e giaceva con lui la notte. Quando l'uomo ebbe terminato il suo viaggio e ottenuto ciò che desiderava, tornò a casa; e, fatto subito condurre al suo cospetto il pappagallo, la interrogò sulla condotta della sua consorte mentre egli era in terra straniera. Ella rispose: "Tua moglie ha un amico che ha passato ogni notte con lei durante la tua assenza". A tal punto il marito si recò dalla moglie in preda a una violenta rabbia e la percosse con una percussione sufficientemente severa da soddisfare chiunque. La donna, sospettando che una delle schiave avesse fatto la spia al padrone, le chiamò a raccolta e le interrogò sotto giuramento; ed esse giurarono tutte di aver mantenuto il segreto, ma che il pappagallo non lo aveva fatto, aggiungendo: "E l'abbiamo udita con le nostre stesse orecchie". A questo punto la donna ordinò a una delle ragazze di mettere un mulinello a mano sotto la gabbia e di macinarvi, a una seconda di spruzzare acqua attraverso il tetto della gabbia e a una terza di correre qua e là, agitando uno specchio d'acciaio lucente per tutta la lunga notte. Il mattino seguente, quando il marito tornò a casa dopo essere stato intrattenuto da uno dei suoi amici, ordinò di portargli davanti il pappagallo e chiese cosa fosse successo mentre lui era via. "Perdonami, o mio padrone", disse l'uccello, "non ho potuto né udire né vedere alcunché a causa dell'oscurità eccessiva e del tuono e del fulmine che sono durati per tutta la notte". Poiché accadde che fosse il periodo estivo, il padrone rimase sbalordito ed esclamò: "Ma siamo nel mezzo di Tammúz, e questo non è tempo di piogge e tempeste". "Sì, per Allah", replicò l'uccello, "ho visto con questi occhi ciò che la mia lingua ti ha riferito". A tal punto l'uomo, non conoscendo il caso né fiutando l'inganno, divenne oltremodo irato; e, ritenendo che sua moglie fosse stata accusata ingiustamente, tese la mano e, strappato il pappagallo dalla sua gabbia, lo scagliò a terra con tale forza da ucciderlo sul colpo. Alcuni giorni dopo, una delle sue schiave gli confessò l'intera verità, tuttavia egli non volle crederle finché non vide il giovane turco, l'amante di sua moglie, uscire dalla sua camera, momento in cui sguainò la lama e lo uccise con un colpo alla nuca; e fece lo stesso con l'adultera; e così i due, carichi di peccato mortale, andarono dirittamente al Fuoco Eterno. Allora il mercante comprese che il pappagallo gli aveva detto la verità su tutto ciò che aveva visto e pianse amaramente per la sua perdita, quando ormai il pianto non gli giovava più. Il Ministro, udite le parole di Re Yunan, replicò: "O Monarca, alto in dignità, e quale male gli ho fatto, o quale male ho visto da lui che dovrei ordire la sua morte? Non farei una cosa simile, se non per servire te, e presto vedrai che è giusto; e se accetterai il mio consiglio sarai salvato, altrimenti sarai distrutto proprio come un certo Wazir che agì in modo traditore verso il giovane Principe". Chiese il Re: "Come fu quello?" e il Ministro iniziò così:

LA STORIA DEL PRINCIPE E DELL'ORCHESSA.

Un certo Re, che aveva un figlio troppo dedito alla caccia e alla corsa, ordinò a uno dei suoi Wazir di essere al suo seguito ovunque egli potesse andare. Un giorno il giovane partì per la caccia accompagnato dal Ministro di suo padre; e, mentre procedevano insieme, apparve una grossa bestia selvatica. Il Wazir gridò al figlio del Re: "Su, prendi quella nobile preda!". Così il Principe la seguì finché non fu perso a ogni occhio e la caccia gli sfuggì nel deserto; per cui fu confuso e non seppe da che parte voltarsi, quando ecco! una damigella apparve davanti a lui ed era in lacrime. Il figlio del Re chiese: "Chi sei?" ed ella rispose: "Sono figlia di un Re tra i Re dell'Hind, e viaggiavo con una carovana nel deserto quando la sonnolenza mi vinse, e caddi dalla mia bestia senza volerlo; per cui sono separata dalla mia gente e grandemente smarrita". Il Principe, udite queste parole, ebbe pietà del suo caso e, caricatala sulla groppa del suo cavallo, viaggiò finché non passarono accanto a una vecchia rovina, quando la damigella gli disse: "O mio padrone, desidero obbedire a un richiamo della natura": egli dunque la fece scendere presso la rovina dove ella indugiò così a lungo che il figlio del Re pensò che stesse solo perdendo tempo; così la seguì senza che lei lo sapesse ed ecco, ella era una Ghúlah, una malvagia Orchessa, che stava dicendo alla sua prole: "O miei figli, quest'oggi vi porto un bel giovane grasso per cena"; al che essi risposero: "Portacelo in fretta, o madre nostra, affinché possiamo banchettare con lui a sazietà". Il Principe, udendo il loro parlare, ebbe la certezza della morte e i muscoli dei suoi fianchi fremettero per la paura della sua vita, così si voltò e stava per fuggire. La Ghulah uscì e, vedendolo in grande spavento (poiché tremava in ogni arto), gridò: "Perché hai paura?" ed egli rispose: "Mi sono imbattuto in un nemico che temo grandemente". Chiese la Ghulah: "Non hai detto: 'Sono figlio di un Re'?" ed egli rispose: "Proprio così". Allora ella disse: "Perché non dai al tuo nemico un po' di denaro e così lo soddisfi?". Rispose egli: "Egli non sarà soddisfatto con la mia borsa ma solo con la mia vita, e io lo temo mortalmente e sono un uomo oppresso". Ella replicò: "Se sei così angosciato, come ritieni, chiedi aiuto contro di lui ad Allah, che certamente ti proteggerà dalla sua malvagità e dal male di cui hai paura". Allora il Principe levò gli occhi verso il cielo e gridò: "O Tu che rispondi al bisognoso quando Ti invoca e dissipi la sua angoscia; o mio Dio! concedimi la vittoria sul mio nemico e allontanalo da me, poiché Tu su tutte le cose sei Onnipotente". La Ghulah, udendo la sua preghiera, si allontanò da lui, e il Principe ritornò da suo padre e gli raccontò la storia del Wazir; al che il Re convocò il Ministro alla sua presenza e lì per lì lo uccise. "Anche tu, o Re, se continuerai a fidarti di questo medico, sarai fatto morire della peggiore delle morti. Egli, in verità, che tu hai tenuto in gran conto e che hai trattato come un intimo, opererà la tua distruzione. Non vedi come ha guarito la malattia dall'esterno del tuo corpo con qualcosa afferrato nella tua mano? Non essere certo che non ti distruggerà con qualcosa tenuto allo stesso modo!". Re Yunan rispose: "Hai detto il vero, o Wazir, può ben essere come accenni, o mio saggio Ministro; e forse questo Sapiente è venuto come una spia a cercare di mettermi a morte; poiché certamente, se mi ha guarito con qualcosa tenuto nella mia mano, può uccidermi con qualcosa che mi viene dato da annusare". Poi chiese Re Yunan: "O Ministro, cosa si deve fare con lui?" e il Wazir rispose: "Manda a chiamarlo in questo stesso istante e convocalo alla tua presenza; e quando verrà, colpiscilo alla nuca; e così ti libererai di lui e della sua malvagità, e ingannalo prima che lui possa ingannare te". "Hai di nuovo detto il vero, o Wazir", disse il Re, e mandò qualcuno a chiamare il Sapiente, il quale venne di umore gioioso poiché non sapeva cosa avesse decretato per lui il Misericordioso; come dice un certo poeta a titolo di esempio:

O tu che temi il Fato, procedi fiducioso, ✿ Affida tutto a Colui che costruì il mondo, e attendi: Ciò che il Fato dice "Sia", per forza deve essere, mio signore! ✿ E al sicuro sei da ciò che il Fato non ha decretato.

Mentre il medico Duban entrava, si rivolse al Re con questi versi:

Se manco nei miei ringraziamenti e non ti ringrazio giorno dopo giorno ✿ Per chi composi prosa e versi, per chi il mio dire e il mio canto? Tu prodigasti i tuoi generosi doni prima che fossero implorati da me ✿ Tu prodigasti i tuoi benefici non richiesti senza pretesto o ritardo Come potrò lesinare la mia lode per te, come potrò cessare di lodare ✿ La grazia di te nel segreto e nella più palese manifestazione? No; io ringrazierò i tuoi benefici, poiché sempre i tuoi favori giacciono ✿ Leggeri sul mio pensiero e sulla mia lingua, sebbene pesanti sulla mia schiena gravino.

E disse ancora sullo stesso tema:

Volgiti dal dolore né curartene un briciolo! ✿ Affida i tuoi bisogni al Fato e alla Sorte! Goditi il Presente che passa bene ✿ E lascia che il Passato sia del tutto dimenticato; Poiché ciò che per avventura sembra peggiore ✿ Opererà per il tuo bene come Allah ben sa: Allah farà tutto ciò che Egli vuole ✿ E nella Sua volontà non opporgli resistenza.

E ancora oltre:

All'Onnisciente Sottile affida le cose mondane ✿ Riposati da tutto ciò a cui il mondano si aggrappa: Impara saggiamente bene che nulla viene per tua volontà ✿ Ma proprio come vuole Allah, Re dei Re.

E infine:

Gioioso e lieto dimentica ogni tuo dolore ✿ Molto spesso il dolore ha logorato i cuori più saggi: Il pensiero è solo follia nel debole schiavo ✿ Evitalo e così sii salvato per sempre.

Il Re disse come unica risposta: "Sai perché ti ho convocato?" e il Sapiente rispose: "Allah Altissimo solo conosce le cose nascoste!". Ma il Re replicò: "Ti ho convocato solo per toglierti la vita e distruggerti completamente". Duban il Saggio si meravigliò di questo strano discorso con meraviglia eccessiva e chiese: "O Re, e perché vorresti uccidermi, e quale male ti ho fatto?" e il Re rispose: "Gli uomini mi dicono che tu sei una spia inviata qui con l'intento di uccidermi; ed ecco! io ti ucciderò prima di essere ucciso da te"; poi chiamò il suo Carnefice, e disse: "Tagliami la testa di questo traditore e liberaci dalle sue pratiche malvagie". Il Sapiente disse: "Risparmiami e Allah risparmierà te; non uccidermi o Allah ucciderà te". E gli ripeté queste stesse parole, proprio come io a te, o Ifrit, e tuttavia tu non mi lasceresti andare, essendo deciso alla mia morte. Re Yunan replicò solo: "Non sarò al sicuro senza ucciderti; poiché, come mi hai guarito con qualcosa tenuto in mano, così non sono al sicuro dal fatto che tu mi uccida con qualcosa che mi viene dato da annusare o altro". Disse il medico: "Questa dunque, o Re, è la tua ricompensa e il tuo premio; tu restituisci solo male per bene". Il Re rispose: "Non c'è rimedio; devi morire e senza indugio". Ora, quando il medico fu certo che il Re lo avrebbe ucciso senza attendere, pianse e si pentì del bene che aveva fatto ad altri che ai buoni. Come qualcuno ha detto su questo argomento:

Di ingegno e saggezza è Maymúnah priva ✿ Il cui padre nella saggezza supera tutti gli ingegni: L'uomo non può calpestare fango o polvere o argilla ✿ Se non con buon senso, altrimenti inciampa e scivola.

A questo punto il Carnefice si fece avanti, bendò gli occhi del Sapiente Duban e sguainò la sua lama, dicendo al Re: "Con il tuo permesso"; mentre il medico piangeva e gridava: "Risparmiami e Allah risparmierà te, e non uccidermi o Allah ucciderà te", e cominciò a ripetere:

Fui gentile e non mi salvai, essi furono crudeli e si salvarono; ✿ E la mia gentilezza mi condusse solo alla Sala della Rovina; Se vivo non sarò mai gentile; se muoio, allora tutti siano dannati ✿ Che mi seguono, e maledizioni colpiscano la loro gentilezza.

"È questo", continuò Duban, "il ritorno che ricevo da te? Mi dai, mi sembra, solo un favore da coccodrillo". Il Re disse: "Qual è la storia del coccodrillo?", e il medico disse: "Impossibile per me raccontarla in questo mio stato; Allah su di te, risparmiami, come speri che Allah risparmi te". E pianse con eccessivo pianto. Allora uno dei favoriti del Re si alzò e disse: "O Re! concedimi il sangue di questo medico; non l'abbiamo mai visto peccare contro di te, o fare alcunché se non guarirti da una malattia che confondeva ogni medico e uomo di scienza". Disse il Re: "Voi non conoscete la causa della mia messa a morte di questo medico, ed è questa. Se lo risparmio, mi condanno a morte certa; poiché colui che mi ha guarito da una tale malattia con qualcosa tenuto nella mia mano, certamente può uccidermi con qualcosa tenuto al mio naso; e temo che mi uccida per un prezzo, poiché forse egli è qualche spia il cui unico scopo nel venire qui era di ordire la mia distruzione. Quindi non c'è rimedio; egli deve morire, e solo allora sarò sicuro della mia stessa vita". Ancora gridò Duban: "Risparmiami e Allah risparmierà te; e non uccidermi o Allah ucciderà te". Ma fu vano. Ora, quando il medico, o Ifrit, seppe per certo che il Re lo avrebbe ucciso, disse: "O Re, se non c'è rimedio e io devo morire, concedimi un piccolo ritardo affinché io possa andare a casa mia e liberarmi dai miei obblighi e dare direttive ai miei familiari e ai miei vicini su dove seppellirmi e distribuire i miei libri di medicina. Tra questi ne ho uno, il più raro delle rarità, che vorrei presentarti come offerta: conservalo come un tesoro nel tuo tesoro". "E cosa c'è nel libro?" chiese il Re e il Sapiente rispose: "Cose oltre ogni conto; e il minimo dei segreti è che se, direttamente dopo che mi avrai tagliato la testa, aprirai tre foglie e leggerai tre righe della pagina alla tua sinistra, la mia testa parlerà e risponderà a ogni domanda che degnerai di porle". Il Re si meravigliò con eccessiva meraviglia e, tremando di gioia per la novità, disse: "O medico, mi dici davvero che quando ti taglierò la testa essa mi parlerà?". Egli rispose: "Sì, o Re!". Il Re disse: "Questa è davvero una strana faccenda!" e subito lo mandò strettamente sorvegliato a casa sua, e Duban lì per lì sistemò tutti i suoi obblighi. Il giorno seguente si recò nella sala delle udienze del Re, dove Emiri e Wazir, Ciambellani e Nababbi, Grandi e Signori di Stato erano riuniti, rendendo la sala del trono gaia come un giardino di aiuole. Ed ecco! il medico si fece avanti e stette davanti al Re, portando un volume vecchio e logoro e un piccolo astuccio di metallo pieno di polvere, come quella usata per gli occhi. Poi si sedette e disse: "Datemi un vassoio". Così gliene portarono uno ed egli vi versò sopra la polvere, la livellò e infine parlò come segue: "O Re, prendi questo libro ma non aprirlo finché la mia testa non cade; poi ponila su questo vassoio e ordina di premerla sopra la polvere, quando immediatamente il sangue cesserà di scorrere. Quello è il momento di aprire il libro". Il Re prese dunque il libro e fece un segno al Carnefice, che si alzò e staccò la testa del medico, e ponendola al centro del vassoio, la premette sulla polvere. Il sangue smise di scorrere, e il Sapiente Duban chiuse gli occhi e disse: "Ora apri il libro, o Re!". Il Re aprì il libro, e trovò le foglie attaccate l'una all'altra; così si portò il dito alla bocca e, inumidendolo, girò facilmente la prima foglia, e allo stesso modo la seconda, e la terza, ogni foglia che si apriva con molta difficoltà; e quando ebbe staccato sei foglie le guardò e, non trovando nulla di scritto su di esse, disse: "O medico, non c'è scrittura qui!". Duban rispose: "Gira ancora"; ed egli ne girò altre tre allo stesso modo. Ora il libro era avvelenato; e poco dopo il veleno penetrò nel suo sistema, ed egli cadde in forti convulsioni e gridò: "Il veleno ha fatto il suo lavoro!". Al che la testa del Sapiente Duban cominciò a improvvisare:

Ci sono sovrani che hanno governato con un empio tirannico dominio ✿ Ma presto divennero come se non fossero mai, mai stati: Giusti, avevano ottenuto giustizia: oppressero e furono oppressi ✿ Dalla Fortuna, che li ricompensò con bando e rovina e tormento: Così svanirono come il mattino, e la lingua delle cose ripete ✿ "Prendi questo per quello, né sfogare sulle vie della Fortuna il tuo risentimento".

Non appena la testa ebbe finito di parlare, il Re si accasciò morto. Ora vorrei che tu sapessi, o Ifrit, che se Re Yunan avesse risparmiato il Sapiente Duban, Allah avrebbe risparmiato lui; ma egli rifiutò di farlo e decretò di farlo morire, per cui Allah lo uccise; e anche tu, o Ifrit, se avessi risparmiato me, Allah avrebbe risparmiato te.

Sua sorella, Dunyazad, le disse: "Ti prego, finisci per noi la tua storia"; e lei rispose: "Lo farò, se il Re me ne dà il permesso". "Parla", disse il Re. E lei continuò: Mi è giunta voce, o Re propizio, che quando il Pescatore disse all'Ifrit: "Se tu avessi risparmiato me, io avrei risparmiato te, ma nulla ti avrebbe soddisfatto se non la mia morte; perciò ora ti farò morire rinchiudendoti in questa giara, e ti scaglierò in questo mare". Allora il Marid ruggì ad alta voce e gridò: "Allah sia con te, o Pescatore, non farlo! Risparmiami e perdona le mie azioni passate; e, come io sono stato tirannico, sii tu generoso, poiché è detto tra i detti che corrono: — O tu che fai del bene a chi ti ha fatto del male, bastino al malfattore le sue malvagità, e non agire con me come fece Umamah con 'Atikah". Il Pescatore chiese: "E quale fu il loro caso?", e l'Ifrit rispose: "Questo non è il momento per raccontare storie mentre io sono in questa prigione; ma liberami e ti racconterò la vicenda". Il Pescatore disse: "Lascia stare questo linguaggio: non c'è rimedio se non che tu sia gettato di nuovo in mare, né vi è modo per te di uscirne per sempre e in eterno. Invano mi sono messo sotto la tua protezione, e mi sono umiliato davanti a te piangendo, mentre tu cercavi solo di uccidermi, io che non ti avevo fatto alcun torto tale da meritare ciò per mano tua; anzi, lungi dal farti del male con qualsiasi atto malvagio, non ti ho fatto altro che bene liberandoti da quella tua prigione. Ora sapevo che eri un malfattore quando mi hai fatto ciò che mi hai fatto, e sappi che, quando ti avrò gettato di nuovo in questo mare, avvertirò chiunque ti peschi di ciò che mi è accaduto con te, e gli consiglierò di rigettarti dentro; così rimarrai qui sotto queste acque finché la Fine dei Tempi non metterà fine a te". Ma l'Ifrit gridò ad alta voce: "Liberami; questa è una nobile occasione per la generosità e faccio patto con te e giuro di non farti mai ferita né danno; anzi, ti aiuterò a ottenere ciò che ti toglierà dal bisogno". Il Pescatore accettò le sue promesse a entrambe le condizioni, di non disturbarlo come prima, ma al contrario di fargli servizio; e, dopo aver reso saldo il patto e avergli fatto giurare un solenne giuramento per Allah Altissimo, aprì il cucurbita. Allora la colonna di fumo si levò finché non fu tutta completamente fuori; poi si addensò e ancora una volta divenne un Ifrit di aspetto orrendo, che immediatamente sferrò un calcio alla bottiglia e la mandò a volare nel mare. Il Pescatore, vedendo come veniva trattato il cucurbita e accertatosi della propria morte, se la fece addosso e disse a se stesso: "Questo promette male"; ma si fortificò il cuore e gridò: "O Ifrit, Allah ha detto: — Adempite il vostro patto; poiché dell'adempimento del vostro patto si chiederà conto nell'aldilà. Tu hai fatto un voto a me e hai giurato un giuramento di non ingannarmi affinché Allah non inganni te, poiché in verità Egli è un Dio geloso che rimanda il peccatore, ma non lo lascia sfuggire. Io dico a te come disse il Saggio Duban al Re Yunan: — Risparmiami affinché Allah possa risparmiare te!". L'Ifrit scoppiò a ridere e si allontanò, dicendo al Pescatore: "Seguimi"; e l'uomo lo seguì a distanza di sicurezza (poiché non era certo di essere scampato) finché non ebbero superato la periferia della città. Di lì si addentrarono nelle terre incolte e, attraversatele, scesero in una vasta landa, ed ecco! nel mezzo di essa sorgeva un laghetto di montagna. L'Ifrit entrò fino a metà e gridò di nuovo: "Seguimi"; e quando ciò fu fatto, si fermò al centro e ordinò all'uomo di gettare la rete e pescare il suo pesce. Il Pescatore guardò nell'acqua e rimase molto stupito di vedere in essa pesci dai colori vari, bianchi e rossi, blu e gialli; tuttavia gettò la rete e, tirandola su, vide di aver pescato quattro pesci, uno per ogni colore. Di ciò si rallegrò molto, e ancor più quando l'Ifrit gli disse: "Portali al Sultano e mettili al suo cospetto; allora egli ti darà ciò che farà di te un uomo ricco; e ora accetta le mie scuse, poiché per Allah in questo momento non conosco altro modo di beneficiarti, in quanto sono rimasto in questo mare milleottocento anni e non ho visto il volto del mondo se non entro quest'ora. Ma non vorrei che tu pescassi qui se non una volta al giorno". L'Ifrit gli diede poi l'addio, dicendo: "Allah conceda che ci si incontri di nuovo"; e colpì la terra con un piede, per cui il suolo si spaccò e lo inghiottì. Il Pescatore, meravigliandosi molto di quanto gli era accaduto con l'Ifrit, prese il pesce e si diresse verso la città; e non appena giunse a casa riempì una ciotola di terra con acqua e vi gettò il pesce che iniziò ad agitarsi e divincolarsi. Poi portò la ciotola sulla testa e, recatosi al palazzo del Re (proprio come l'Ifrit gli aveva ordinato), pose il pesce al cospetto del sovrano; e il Re si meravigliò oltre ogni dire alla vista, poiché mai in vita sua aveva visto pesci come quelli per qualità o conformazione. Così disse: "Date quei pesci alla schiava straniera che ora cucina per noi", intendendo la serva che il Re di Roum gli aveva mandato solo tre giorni prima, cosicché non aveva ancora messo alla prova i suoi talenti nella preparazione delle vivande. Allora il Wazir portò il pesce alla cuoca e le ordinò di friggerli, dicendo: "O fanciulla, il Re ti manda a dire questo: — Non ti ho tenuta, o mia lacrima!, se non per il momento del bisogno; dimostra, dunque, a noi quest'oggi la tua delicata maestria e la tua saporita cucina; poiché questo piatto di pesce è un dono inviato al Sultano ed evidentemente una rarità". Il Wazir, dopo averla accuratamente istruita, tornò dal Re, che gli ordinò di dare al Pescatore quattrocento dinari: egli glieli diede di conseguenza, e l'uomo se li portò al petto e corse via verso casa inciampando e cadendo e rialzandosi, ritenendo che il tutto fosse un sogno. Tuttavia, comprò alla sua famiglia tutto ciò di cui avevano bisogno e infine andò da sua moglie in gioia e letizia immense. Fin qui riguardo a lui; ma per quanto riguarda la cuoca, ella prese il pesce, lo pulì e lo mise nella padella, bagnandolo con olio finché un lato non fu cotto. Poi li girò e, ecco, la parete della cucina si spaccò e di lì venne fuori una giovane donna, bella di forma, di viso ovale, perfetta nella grazia, con palpebre che linee di Kohl incorniciavano. Il suo abito era un fazzoletto di seta per il capo, frangiato e nassellato di blu: un grande anello pendeva da ciascun orecchio; un paio di braccialetti adornavano i suoi polsi; anelli con castoni di gemme inestimabili erano alle sue dita; e teneva in mano una lunga verga di canna di rattan che infilò nella padella, dicendo: "O pesce! O pesce! Siete fedeli al vostro patto?". Quando la cuoca vide questa apparizione, svenne. La giovane ripeté le sue parole una seconda e una terza volta, e alla fine i pesci sollevarono le teste dalla padella e, dicendo con voce articolata "Sì! Sì!", iniziarono a recitare all'unisono:

Torna e io pure lo farò! Mantieni la fede e io pure! ✿ E se tu cerchi di abbandonare, contraccambierò finché non saremo pari!

Dopo di che la giovane rovesciò la padella e se ne andò per la via da cui era venuta e la parete della cucina si chiuse dietro di lei. Quando la cuoca si riprese dal suo svenimento, vide i quattro pesci carbonizzati come carbone, e gridando: "Il suo bastone si è spezzato al primo incontro", cadde di nuovo svenuta al suolo. Mentre era in questo stato, il Wazir venne per il pesce, e vedendo come giaceva insensibile, non distinguendo la domenica dal giovedì, la spinse col piede e disse: "Porta il pesce per il Sultano!". Allora, riprendendosi dallo svenimento, ella pianse e lo informò del suo caso e di tutto ciò che le era accaduto. Il Wazir si meravigliò molto ed esclamando: "Questa non è altro che una faccenda assai strana!", mandò a chiamare il Pescatore e gli disse: "Tu, o Pescatore, devi assolutamente procurarci quattro pesci come quelli che hai portato prima". L'uomo si recò quindi al laghetto e gettò la rete; e quando la ritirò, ecco! vi erano dentro quattro pesci esattamente come i primi. Questi li portò immediatamente al Wazir, che entrò con essi dalla cuoca e disse: "Alzati e friggi questi in mia presenza, che io possa vedere questa faccenda". La fanciulla si alzò, pulì il pesce e lo mise nella padella sopra il fuoco; tuttavia vi rimasero solo per poco tempo prima che la parete si spaccasse e apparisse la giovane donna, vestita come prima e che teneva in mano la bacchetta che infilò di nuovo nella padella, dicendo: "O pesce! O pesce! Siete fedeli al vostro antico patto?". Ed ecco, i pesci sollevarono le teste e ripeterono "Sì! Sì!" e recitarono questo distico:

Torna e io pure lo farò! Mantieni la fede e io pure! ✿ Ma se tu cerchi di abbandonare, contraccambierò finché non saremo pari!

E Shahrazad scorse l'aurora del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando fu la Settima Notte,

Ella continuò: Mi è giunta voce, o Re propizio, che quando i pesci parlarono, e la giovane donna rovesciò la padella con la sua verga, e uscì per la via da cui era venuta e la parete si richiuse, il Wazir gridò: "Questa è una cosa che non deve restare nascosta al Re". Quindi andò e gli raccontò ciò che era accaduto, al che disse il Re: "Non c'è rimedio se non che io veda tutto ciò con i miei propri occhi". Poi mandò a chiamare il Pescatore e gli ordinò di portare altri quattro pesci come i primi e di prendere con sé tre uomini come testimoni. Il Pescatore portò immediatamente il pesce: e il Re, dopo aver ordinato di dargli quattrocento pezzi d'oro, si rivolse al Wazir e disse: "Alzati e friggi per me i pesci qui davanti a me!". Il Ministro, rispondendo "Ascoltare è obbedire", ordinò di portare la padella, vi gettò dentro il pesce pulito e lo mise sul fuoco; quando ecco! la parete si spaccò e ne scaturì uno schiavo nero come un'enorme roccia o un resto della tribù di 'Ad, portando in mano un ramo di un albero verde; e gridò con toni forti e terribili: "O pesce! O pesce! Siete voi tutti fedeli al vostro antico patto?", al che i pesci sollevarono le teste dalla padella e dissero: "Sì! Sì! noi siamo fedeli al nostro voto"; e recitarono di nuovo il distico:

Torna e io pure lo farò! Mantieni la fede e io pure! ✿ Ma se tu cerchi di abbandonare, contraccambierò finché non saremo pari!

Allora l'enorme moro si avvicinò alla padella, la rovesciò con il ramo e se ne uscì per la via da cui era venuto. Quando svanì dalla loro vista, il Re ispezionò il pesce; e, trovandoli tutti carbonizzati come carbone, rimase totalmente sconcertato e disse al Wazir: "In verità questa è una faccenda sulla quale non si può tacere, e quanto ai pesci, assicuratamente qualche avventura meravigliosa è legata ad essi". Così ordinò di portare il Pescatore e lo interrogò, dicendo: "Guai a te, uomo! da dove vengono questi pesci?", e quello rispose: "Da un laghetto tra quattro alture che giace dietro questa montagna che è in vista della tua città". Disse il Re: "Quanti giorni di marcia?". Disse lui: "O nostro signore il Sultano, una camminata di mezz'ora". Il Re si meravigliò e, ordinando immediatamente ai suoi uomini di marciare e ai cavalieri di montare, condusse via il Pescatore che andava davanti come guida, imprecando privatamente contro l'Ifrit. Viaggiarono finché non ebbero scalato la montagna e disceso in un grande deserto che non avevano mai visto durante tutte le loro vite; e il Sultano e i suoi allegri uomini si meravigliarono molto della landa posta nel mezzo di quattro montagne, e del laghetto e dei suoi pesci di quattro colori, rosso e bianco, giallo e blu. Il Re rimase immobile sul posto nello stupore e chiese alle sue truppe e a tutti i presenti: "Qualcuno tra voi ha mai visto questo specchio d'acqua prima d'ora?", e tutti risposero: "O Re dell'epoca, mai abbiamo posato gli occhi su di esso durante tutti i nostri giorni". Interrogarono anche i più antichi abitanti che incontrarono, uomini ben avanti negli anni, ma essi risposero, ognuno di loro: "Un laghetto come questo non lo abbiamo mai visto in questo luogo". Allora disse il Re: "Per Allah, non tornerò alla mia capitale né siederò sul trono dei miei antenati finché non avrò appreso la verità su questo laghetto e sui pesci in esso contenuti". Ordinò quindi ai suoi uomini di smontare e bivaccare tutto attorno alla montagna; il che fecero; e convocando il suo Wazir, un Ministro di molta esperienza, sagace, di spirito penetrante e ben versato negli affari, gli disse: "È mia intenzione fare una certa cosa, della quale ti informerò; il mio cuore mi dice di andare avanti da solo questa notte e sradicare il mistero di questo laghetto e dei suoi pesci. Siediti tu alla porta della mia tenda, e di' agli Emiri e ai Waziri, ai Nababbi e ai Ciambellani, in breve a tutti coloro che ti chiederanno: — Il Sultano è indisposto, e mi ha ordinato di rifiutare ogni accesso; e fai attenzione che nessuno sappia del mio disegno". E il Wazir non poté opporsi a lui. Allora il Re cambiò i suoi abiti e ornamenti e, gettandosi la spada sulla spalla, prese un sentiero che portava su per una delle montagne e marciò per il resto della notte finché l'alba non spuntò; né smise di viaggiare finché il caldo non fu troppo per lui. Dopo la sua lunga camminata si riposò per un po', e poi riprese il suo cammino e viaggiò attraverso la seconda notte fino all'alba, quando improvvisamente apparve un punto nero in lontananza. A questo si rallegrò e disse a se stesso: "Forse qualcuno qui mi informerà del mistero del laghetto e dei suoi pesci". Poco dopo, avvicinandosi all'oggetto scuro, scoprì che era un palazzo costruito di pietra scura rivestita di ferro; e, mentre un'anta del cancello era spalancata, l'altra era chiusa. Lo spirito del Re si sollevò mentre stava davanti al cancello e bussò con un leggero colpo; ma non sentendo risposta bussò un secondo colpo e un terzo; eppure non venne alcun segno. Allora bussò al massimo della sua forza ma ancora nessuna risposta, così disse: "Senza dubbio è vuoto". Allora radunò la risoluzione e camminò con audacia attraverso il cancello principale nella grande sala e lì gridò ad alta voce: "Ehi, gente del palazzo! Io sono uno straniero e un viandante; avete qui qualcosa di vitto?". Ripeté il suo grido una seconda volta e una terza ma ancora non giunse alcuna risposta; così, rinfrancando il cuore e prendendo una decisione, camminò attraverso il vestibolo nel mezzo stesso del palazzo e non vi trovò nessuno. Eppure era arredato con stoffe di seta stellate d'oro; e gli arazzi erano abbassati sopra gli ingressi. Nel mezzo vi era un cortile spazioso dal quale partivano quattro saloni aperti, ciascuno con la sua pedana rialzata, salone di fronte a salone; un baldacchino ombreggiava il cortile e al centro c'era una fontana zampillante con quattro figure di leoni fatte di oro rosso, che sputavano dalle loro bocche acqua limpida come perle e gemme diafane. Intorno al palazzo gli uccelli erano lasciati liberi e sopra di esso si stendeva una rete di filo d'oro, impedendo loro di volare via; in breve, c'era tutto tranne esseri umani. Il Re si meravigliò potentemente di ciò, eppure si sentì triste in cuore per non vedere nessuno che gli desse conto della landa e del suo laghetto, dei pesci, delle montagne e del palazzo stesso. Poco dopo, mentre sedeva tra le porte in profondo pensiero, ecco, giunse una voce di lamento, come da un cuore consumato dal dolore e udì la voce cantare questi versi: —

Ho nascosto ciò che sopportavo di lui ✿ eppure è venuto alla luce, E il sonno notturno dalle mie palpebre fuggì e mutò in notte insonne: Oh mondo! Oh Destino! trattieni la tua mano e cessa il tuo dolore e danno ✿ Guarda e osserva il mio spirito infelice nel dolore e nello spavento: Non mostrerai mai pietà al nobile giovane che si perse sulla via ✿ dell'Amore, e cadde da ricchezza e fama al più basso e vile essere. Gelosia del respiro di Zefiro avevo mentre sul vostro aspetto egli alitava ✿ Ma quando il Destino discende, acceca la vista umana, Cosa farà l'infelice arciere che quando affronta il suo nemico ✿ E tende il suo arco per scoccare la freccia trova la sua corda sciolta? Quando l'affanno e la preoccupazione gravano così pesanti sul giovane ✿ di anima generosa, come potrà sfuggire al suo destino e dove dal Destino è il suo luogo di fuga?

Ora, quando il Sultano udì la voce dolente, balzò in piedi; e, seguendo il suono, trovò una tenda abbassata sopra una porta di camera. La sollevò e vide dietro di essa un giovane uomo seduto su un divano a circa un cubito dal suolo; ed egli era bello alla vista, un essere ben formato, ornato di eloquenza; la sua fronte era bianca come un fiore, la sua guancia rosata e luminosa, e un neo sulla larghezza della guancia come un granello d'ambra grigia; proprio come il poeta scrive: —

Un giovane dalla vita sottile dalle cui ciocche e fronte ✿ Il mondo nell'oscurità e nella luce è posto. Attraverso il cerchio del Creato nessuno spettacolo più giusto ✿ Nessuna vista più rara il tuo occhio ha mai incontrato: Un neo color noce siede in trono su una guancia ✿ Di rossore rosato sotto un occhio di giaietto.

Il Re si rallegrò e lo salutò, ma egli rimase seduto nel suo caftano di stoffa di seta ricamata con oro egiziano e la sua corona tempestata di gemme di vario tipo; ma il suo volto era triste con le tracce del dolore. Egli ricambiò il saluto reale nel modo più cortese aggiungendo: "O mio signore, la tua dignità richiede il mio alzarmi davanti a te; e la mia unica scusa è implorare il tuo perdono". Disse il Re: "Sei scusato, o giovane; guardami dunque come tuo ospite venuto qui per un oggetto speciale. Vorrei che tu mi facessi conoscere i segreti di questo laghetto e dei suoi pesci e di questo palazzo e della tua solitudine in esso e la causa del tuo gemere e piangere". Quando il giovane udì queste parole pianse con dolore lancinante; finché il suo petto fu inzuppato di lacrime e iniziò a recitare: —

Di' a chi dorme spensierato mentre la freccia della Fortuna vola ✿ Quanti ne abbatte questo mondo mutevole e quanti solleva a salire? Sebbene il tuo occhio sia sigillato nel sonno, non dormono gli occhi dell'Onnipotente ✿ E chi ha mai trovato il Tempo equo, o il Destino in veste costante?

Poi emise un sospiro profondo e recitò: —

Affida il tuo caso a Lui, il Signore che creò l'umanità; ✿ Lascia l'affanno e la preoccupazione e coltiva la contentezza della mente; Non chiedere al Passato come o perché sia accaduto: ✿ Tutte le cose umane dal Destino e dalla Provvidenza sono state progettate!

Allora il Re, levatosi dal mausoleo, balzò fuori con la spada sguainata in mano e gridò: "Maledetta, taci! Ora il tuo amante è morto, ed egli non proferirà parola!" Quando la donna si voltò e vide che era il Re, comprese che il suo amante era stato ucciso e che il suo segreto era svelato; allora disse: "Tu sei la causa di tutto questo!" Il Re si scagliò contro di lei con la spada, la colpì e la divise in due metà, lasciandola a terra inanimata. Poi uscì e raggiunse il giovane Principe, il quale era ancora per metà uomo e per metà pietra, e gli disse: "Rallegrati, o giovine, poiché Allah ha esaudito il tuo desiderio e ti ha vendicato della tua nemica." Il Principe lo ringraziò e lo benedisse, e il Re gli chiese: "Desideri restare qui o venire con me nella mia città?" "O Re," rispose il giovane, "ti piacerebbe che questa città si animasse di nuovo?" "Sì," disse il Re. Il giovane allora rispose: "Questa città e questi luoghi sono stati trasformati dal sortilegio di quella donna, ed è mia intenzione recitare le formule che scioglieranno l'incantesimo, affinché gli abitanti possano tornare come erano in origine." Il Re acconsentì con gioia. Il giovane si alzò e recitò le parole magiche che avrebbero spezzato il maleficio, e subito le pietre della città, le mura e le porte ripresero vita; i mercati si riempirono, gli abitanti tornarono alle loro occupazioni e i quattro monti ridivennero le quattro isole di un tempo. Il Principe tornò uomo, i pesci divennero esseri umani e il Re, colmo di meraviglia, ringraziò il cielo. Poi il giovane baciò la mano del Re, il quale lo riconobbe come suo figlio adottivo, e da quel giorno vissero in pace e prosperità, finché non giunse loro la visita di Colei che distrugge i piaceri e separa i compagni.

Allora pianse di nuovo e disse: "O mio signore! parlami, discorri con me!" Il Re abbassò la voce e, storcendo la lingua, parlò alla maniera dei negri e disse: "'lack! 'lack! non vi è Maestà e non vi è Potenza se non in Allauh, il Glorioso, il Grande!" Ora, quando ella udì queste parole, gridò di gioia e cadde al suolo svenuta; e quando i sensi le tornarono, chiese: "O mio signore, può esser vero che tu abbia il dono della parola?" e il Re, rendendo la sua voce sottile e fioca, rispose: "O mia maledetta! meriti forse che io ti parli e discorra con te?" "Perché e per qual motivo?" soggiunse ella; ed egli rispose: "Il perché è che tutto il giorno tu tormenti il tuo maritino; e lui continua a invocare il Cielo per aiuto finché il sonno mi è estraneo persino dalla sera al mattino, ed egli prega e impreca, maledicendoci in due, me e te, causandomi inquietudine e gran disturbo: se non fosse per questo, avrei riacquistato da tempo la salute; ed è questo che mi impedisce di risponderti." Disse ella: "Con il tuo permesso lo libererò dall'incantesimo che grava su di lui;" e disse il Re: "Liberalo e lasciaci riposare un po'!" Ella gridò: "Udire è obbedire;" e, allontanandosi dal cenotafio verso il palazzo, prese una bacinella di metallo e la riempì d'acqua e vi pronunciò sopra certe parole che fecero gorgogliare e bollire il contenuto come un calderone che freme sul fuoco. Con questa asperse il marito dicendo: "In virtù delle terribili parole che ho pronunciato, se sei diventato così per i miei incantesimi, esci da quella forma e torna alla tua forma precedente." Ed ecco, meraviglia delle meraviglie! il giovane sussultò e tremò; poi si alzò in piedi e, rallegrandosi per la sua liberazione, gridò ad alta voce: "Attesto che non vi è altro dio all'infuori di Dio, e in verità Maometto è il Suo Apostolo, che Allah benedica e custodisca!" Allora ella gli disse: "Vattene e non far ritorno qui, poiché se lo farai ti ucciderò certamente;" urlando queste parole in faccia a lui. Così egli se ne andò dalle sue mani; ed ella tornò alla cupola e, scendendo al sepolcro, disse: "O mio signore, esci da me affinché io possa guardare te e la tua bellezza!" Il Re rispose con parole fioche e basse: "Che cosa hai fatto? Mi hai liberato dal ramo ma non dalla radice." Ella chiese: "O mio caro! O mio negretto! qual è la radice?" Ed egli rispose: "Guai a te, o mia maledetta! La gente di questa città e delle quattro isole ogni notte, quando è passata la metà, solleva il capo dalla vasca in cui tu li hai trasformati in pesci e grida al Cielo, invocando la sua ira su di me e su di te; e questa è la ragione per cui il mio corpo è impedito nel guarire. Va' subito e rendili liberi; poi vieni da me e prendi la mia mano, e sollevami, poiché un po' di forza è già tornata in me." Quando ella udì le parole del Re (e ancora lo credeva lo schiavo) gridò gioiosamente: "O mio padrone, sul mio capo e sui miei occhi sia il tuo comando, Bismillah!" Così balzò in piedi e, colma di gioia e letizia, corse verso il laghetto e prese un po' della sua acqua nel palmo della mano—E Shahrazad scorse il nascere del giorno e cessò di dire quanto le era permesso.

Ora, quando fu la Nona Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re auspicato, che quando la giovane donna, la maga, prese in mano un po' dell'acqua del laghetto e vi pronunciò sopra parole incomprensibili, i pesci levarono il capo e si drizzarono all'istante come uomini, essendo stato rimosso l'incantesimo sugli abitanti della città. Ciò che era un lago divenne di nuovo una capitale affollata; i bazar furono gremiti di gente che comprava e vendeva; ogni cittadino era occupato nelle proprie faccende e i quattro monti divennero le isole di un tempo. Allora la giovane donna, quella perfida maga, tornò dal Re e (pensando ancora che fosse il negro) gli disse: "O mio amore! tendi la tua mano onorata affinché io possa aiutarti ad alzarti." "Più vicino a me," disse il Re con tono fioco e simulato. Ella si avvicinò come per abbracciarlo, quando egli impugnò la spada che teneva nascosta al fianco e la colpì attraverso il petto, così che la punta apparve scintillante dietro la sua schiena. Poi la colpì una seconda volta, la tagliò in due e la gettò a terra in due metà. Dopodiché egli uscì e trovò il giovane, ormai libero dall'incantesimo, che lo attendeva e si rallegrò con lui per la sua felice liberazione, mentre il Principe gli baciava la mano con abbondanti ringraziamenti. Disse il Re: "Vuoi dimorare in questa città o venire con me nella mia capitale?" Disse il giovine: "O Re dell'epoca, non sai forse che cammino c'è tra te e la tua città?" "Due giorni e mezzo," rispose egli; al che l'altro disse: "Se stai dormendo, o Re, svegliati! Tra te e la tua città c'è una marcia di un anno per un camminatore ben gagliardo, e tu non saresti giunto qui in due giorni e mezzo se la città non fosse stata sotto incantesimo. E io, o Re, non mi separerò mai da te; no, nemmeno per il battere di ciglia." Il Re gioì alle sue parole e disse: "Grazie ad Allah che mi ha concesso te! Da quest'ora tu sei mio figlio e il mio unico figlio, poiché in tutta la mia vita non sono mai stato benedetto da prole." Dopodiché si abbracciarono e gioirono di grandissima gioia; e, giunti al palazzo, il Principe che era stato incantato informò i suoi signori e i suoi notabili che stava per visitare i Luoghi Santi come pellegrino, e ordinò loro di preparare tutto il necessario per l'occasione. I preparativi durarono dieci giorni, dopo i quali egli partì con il Sultano, il cui cuore ardeva nel desiderio della sua città, dalla quale era assente da un anno intero. Viaggiarono con una scorta di Mamelucchi che trasportavano ogni sorta di preziosi doni e rarità, né smisero di viaggiare giorno e notte per un anno intero finché non si avvicinarono alla capitale del Sultano e inviarono messaggeri ad annunciare il loro arrivo. Allora il Wazir e l'intero esercito uscirono ad incontrarlo con gioia e letizia, poiché avevano perso ogni speranza di rivedere il loro Re; e le truppe baciarono la terra davanti a lui e si rallegrassero della sua salvezza. Egli entrò e prese posto sul suo trono e il Ministro si presentò davanti a lui e, quando fu informato di tutto ciò che era accaduto al giovane Principe, si congratulò con lui per lo scampato pericolo. Quando l'ordine fu ristabilito in tutto il paese, il Re diede donativi a molti del suo popolo e disse al Wazir: "Conducete qui il Pescatore che ci portò i pesci!" Così mandò a chiamare l'uomo che era stato la prima causa della liberazione della città e dei cittadini dall'incantesimo e, quando giunse al cospetto, il Sultano gli donò un abito d'onore e lo interrogò sulla sua condizione e se avesse figli. Il Pescatore gli fece sapere di avere due figlie e un figlio, così il Re li fece chiamare e, presa in moglie una figlia, diede l'altra al giovane Principe e nominò il figlio suo tesoriere capo. Inoltre investì il suo Wazir del Sultanato della Città nelle Isole Nere che un tempo appartenevano al giovane Principe, e inviò con lui la scorta di cinquanta schiavi armati insieme ad abiti d'onore per tutti gli Emiri e i Grandi. Il Wazir baciò le mani e partì per il suo cammino; mentre il Sultano e il Principe dimorarono in patria in tutto il conforto e la delizia della vita; e il Pescatore divenne l'uomo più ricco della sua epoca, e le sue figlie si sposarono con i Re, finché non giunse loro la morte. Eppure, o Re! questo non è più meraviglioso della storia di

il facchino e delle tre signore di Baghdad.

C’era una volta a Baghdad un facchino, celibe e deciso a rimanere tale. Accadde un giorno che, mentre se ne stava in strada appoggiato oziosamente alla sua cesta, ecco pararglisi davanti una nobile donna avvolta in un mantello di seta di Mosul, ricamato d’oro e bordato di broccato; anche le sue pianelle erano fregiate d’oro e i capelli le ricadevano in lunghe trecce. Sollevò il velo dal volto e, mostrando due occhi neri frangiati da ciglia color pece, i cui sguardi erano dolci e languidi e la cui bellezza perfetta sempre ammaliatrice, si rivolse al facchino dicendo con tono suadente e nel linguaggio più scelto: «Prendi la tua cesta e seguimi». Il facchino rimase così abbagliato che riusciva a stento a credere di aver sentito bene, ma si caricò in gran fretta il cesto dicendo tra sé: «O giorno di buona sorte! O giorno della grazia di Allah!» e la seguì finché non si fermò davanti alla porta di una casa. Lì bussò, e poco dopo ne uscì un vecchio, un nazareno, a cui diede una moneta d’oro, ricevendo in cambio ciò che richiedeva di vino filtrato, limpido come olio d’oliva; lo ripose al sicuro nella cesta e disse: «Solleva e seguimi». Esclamò il facchino: «Questo, per Allah, è davvero un giorno fausto, un giorno propizio per l’esaudimento di ogni desiderio di un uomo». Si caricò di nuovo la cesta e la seguì, finché ella non si fermò alla bottega di un fruttivendolo e comprò mele Shámi, mele cotogne Osmáni, pesche dell’Oman, cetrioli di coltivazione nilotica, limoni egiziani, arance Sultáni e cedri; oltre a gelsomino di Aleppo, bacche di mirto profumato, ninfee di Damasco, fiori di ligustro e camomilla, anemoni rosso sangue, violette e fiori di melograno, rosa canina e narcisi, riponendo il tutto nella cesta del facchino, dicendo: «Carica». Egli sollevò e la seguì finché non si fermò a una macelleria e disse: «Tagliami dieci libbre di carne di montone». Ella pagò il prezzo e il macellaio la avvolse in una foglia di banano, dopodiché lei la depose nella cesta dicendo: «Solleva, o facchino». Egli sollevò di conseguenza e la seguì mentre lei camminava, finché non si fermarono da un droghiere, dove comprò frutta secca, chicchi di pistacchio, uvetta di Tihámah, mandorle sgusciate e tutto il necessario per il dessert, dicendo al facchino: «Solleva e seguimi». Così lui si caricò la cesta e andò dietro di lei finché non sostarono dal pasticciere; lei comprò un vassoio di terracotta e lo colmò con ogni sorta di dolciumi presenti nella bottega: crostate traforate, frittelle profumate al muschio, dolci al sapone, pan di limone, conserve di melone, «pettini di Zaynab», «dita di dama», «leccornie del Kazi» e ogni genere di prelibatezza; e pose il vassoio nella cesta del facchino. Al che lui disse (essendo uomo allegro): «Avresti dovuto dirmelo, così avrei portato con me un pony o una cammella per trasportare tutta questa roba». Lei sorrise e gli diede un leggero buffetto sulla nuca dicendo: «Cammina e non eccedere con le parole, perché (se Allah vuole!) la tua paga non mancherà». Poi si fermò da un profumiere e prese dieci tipi di acque: rosa profumata al muschio, fiore d’arancio, ninfea, fiore di salice, violetta e altre cinque; comprò inoltre due pani di zucchero, un flacone per spruzzare profumo, un pezzo di incenso maschio, legno di aloe, ambra grigia e muschio, insieme a candele di cera d’Alessandria; mise il tutto nel cesto, dicendo: «Su con la cesta e seguimi». Lui lo fece e la seguì finché lei non si fermò davanti al fruttivendolo, da cui comprò cartamo sottaceto e olive, in salamoia e in olio; con dragoncello, crema di formaggio e formaggio siriano stagionato; li ripose nella cesta dicendo al facchino: «Prendi il tuo cesto e seguimi». Egli lo fece e la seguì finché non giunsero a una bella dimora prospiciente un ampio cortile, un palazzo alto e raffinato a cui le colonne conferivano forza e grazia: e il portone aveva due battenti di ebano intarsiati con placche d’oro rosso. La signora si fermò alla porta e, volgendo di lato il velo, bussò dolcemente con le nocche, mentre il facchino stava dietro di lei, senza pensare ad altro che alla sua bellezza e grazia. Poco dopo la porta oscillò e i due battenti si aprirono; egli guardò per vedere chi avesse aperto, ed ecco, era una signora di alta statura, circa un metro e mezzo; un modello di bellezza e amabilità, fulgore, simmetria e grazia perfetta. La sua fronte era bianca come un fiore; le guance rosse e luminose come l’anemone; i suoi occhi erano quelli della giovenca selvatica o della gazzella, con sopracciglia come la luna crescente che pone fine allo Sha’abán e inizia il Ramazán; la sua bocca era l’anello di Sulayman, le labbra rosso corallo e i denti come una fila di perle infilate o di petali di camomilla. La sua gola ricordava quella dell’antilope e i suoi seni, simili a due melograni di uguale misura, erano turgidi; il suo corpo si alzava e scendeva in onde sotto l’abito come le pieghe di una stoffa di broccato, e il suo ombelico avrebbe potuto contenere un’oncia di unguento di benzoino. In breve, era come colei di cui il poeta disse:

Posa il tuo sguardo sul Sole e sulla Luna del palazzo, godi del suo volto fiorito, della sua luce fragrante: i tuoi occhi non vedranno mai, in capelli così neri, la bellezza incorniciare una fronte così puramente bianca: la guancia rossa e rosea proclama il suo vanto, sebbene sfugga il nome di colei le cui bellezze descriviamo: mentre il suo incedere ondeggia, sorrido a fianchi così grandi, e piango nel vedere la vita che li sostiene, così esile.

Quando il facchino posò lo sguardo su di lei, i suoi sensi furono travolti e la sua mente fu così scossa che la sua cesta per poco non gli cadde dal capo, ed egli disse tra sé: "Mai in vita mia ho visto un giorno più benedetto di questo!" Allora la signora portinaia disse alla signora provveditrice: "Entrate dal cancello e liberate quest'uomo povero dal suo carico." Così la provveditrice entrò seguita dalla portinaia e dal facchino e proseguì finché non raggiunsero uno spazioso salone al piano terra, costruito con mirabile maestria e abbellito con ogni sorta di colori e intagli; con balconate superiori, archi a crociera, gallerie, armadi e nicchie davanti alle quali pendevano cortine. Nel mezzo sorgeva un grande bacino pieno d'acqua che circondava una bella fontana, e all'estremità superiore, sulla pedana rialzata, vi era un divano di legno di ginepro intarsiato con gemme e perle, con un baldacchino simile a zanzariere di raso di seta rosso, drappeggiato con perle grandi quanto nocciole e più. Sopra sedeva una dama dal volto radioso, con la fronte che irradiava splendore, il sogno della filosofia, i cui occhi erano carichi della magia di Babele e le cui sopracciglia erano arcuate come per il tiro con l'arco; il suo alito esalava ambra grigia e profumi e le sue labbra erano zucchero al gusto e corniola alla vista. La sua statura era dritta come la lettera ا e il suo volto svergognava la radiosità del sole di mezzogiorno; ed era come una galassia, o una cupola con intarsi dorati, o una sposa esibita nei suoi ornamenti più raffinati, o una nobile fanciulla d'Arabia. Molto bene cantò di lei il bardo quando disse:—

I suoi sorrisi mostrano due file di perle ✿ Boccioli di camomilla o spuma di brina Le sue ciocche si disperdono come la notte che scende ✿ E l'alba del giorno svergogna la sua luce.

La terza dama, levandosi dal divano, si fece avanti con un'andatura graziosa e ondeggiante finché non raggiunse il centro del salone, e disse alle sue sorelle: "Perché ve ne state qui? Tiratelo giù dalla testa di quest'uomo povero!" Allora la provveditrice andò a porsi davanti a lui, e la portinaia dietro, mentre la terza le aiutava, e sollevarono il carico dal capo del facchino; e, svuotatolo di tutto ciò che vi era dentro, misero ogni cosa al suo posto. Infine gli diedero due monete d'oro, dicendo: "Vai per la tua strada, o facchino." Ma egli non se ne andò, poiché stava a guardare le dame ammirando quale rara bellezza fosse la loro, e i loro modi piacevoli e le loro indole gentili (mai ne aveva viste di migliori); e guardava con desiderio quella buona provvista di vini, fiori profumati, frutta e altre cose. Inoltre si stupiva con estrema meraviglia, specialmente nel non vedere alcun uomo nel luogo, e ritardò la sua partenza; al che disse la dama maggiore: "Cosa ti affligge che non te ne vai; forse la tua paga è troppo poca?" E, rivolgendosi alla sorella provveditrice, disse: "Dagli un altro dinaro!" Ma il facchino rispose: "Per Allah, mia signora, non è per la paga; il mio salario non è mai più di due dirham; ma in verità il mio cuore e la mia anima sono presi da voi e dalla vostra condizione. Mi meraviglio nel vedervi sole senza alcun uomo intorno e senza un'anima a farvi compagnia; e ben sapete che il minareto traballa se non poggia su quattro, e a voi manca proprio questo quarto; e il piacere delle donne senza l'uomo è di breve misura, come disse il poeta:—

Non vedi che mancano alla gioia quattro cose in tutto ✿ L'arpa e il liuto, il flauto e il flautino; E se sono accompagnate da quattro profumi ✿ Rosa, mirto, anemone e violetta; Né bastano tutte e otto se ne tralasciassi quattro ✿ Buon vino, giovinezza, oro e un grazioso tesoro.

Voi siete tre e vi manca un quarto che sia una persona di buon senso e prudenza; di spirito pronto e abile nel mantenere un cauto segreto." Le sue parole piacquero loro e le divertirono molto; ed esse risero di lui dicendo: "E chi ci dà garanzie di ciò? Noi siamo fanciulle e temiamo di affidare il nostro segreto dove non potrebbe essere custodito, poiché abbiamo letto in una certa cronaca i versi di un tale Ibn al-Sumam:—

Tieni stretto il tuo segreto e a nessuno svelarlo ✿ Perduto è un segreto quando quel segreto è detto: Se il tuo petto fallisce nel celare il tuo segreto ✿ Come puoi sperare che il petto d'un altro lo trattenga?

E Abu Nowás disse bene sullo stesso argomento:—

Chi affida un segreto alla mano d'un altro ✿ Merita sul volto il segno del marchio!"

Quando il facchino udì le loro parole rispose: "Per la vostra vita! Sono un uomo di senso e discreto, che ha letto libri e studiato cronache; rivelo il bello e nascondo il brutto e agisco come consiglia il poeta:—

Nessuno tranne il buono custodisce un segreto ✿ E gli uomini buoni lo tengono non svelato: È per me una casa ben chiusa ✿ Con serrature senza chiave e porta sigillata."

Quando le fanciulle udirono i suoi versi e la sua poetica applicazione rivolta a loro, dissero: "Tu sai che abbiamo speso tutto il nostro denaro in questo luogo. Ora di', hai qualcosa da offrirci in cambio dell'intrattenimento? Poiché di certo non ti permetteremo di sedere in nostra compagnia e di essere nostro compagno di bevute, e di fissare i nostri volti così belli e rari senza pagare una bella somma. Non conosci il detto:—

Senza speranza di guadagno L'amore non vale un chicco?"

Al che la dama portinaia aggiunse: "Se porti qualcosa sei un qualcosa; se nulla, vattene, tu sei un nulla;" ma la provveditrice intervenne dicendo: "No, o mie sorelle, smettetela di tormentarlo, poiché per Allah egli non ci è venuto meno quest'oggi, e se fosse stato diverso non avrebbe mai avuto pazienza con me, quindi qualunque sia il suo conto e il suo debito, me ne faccio carico io." Il facchino, colmo di gioia, baciò la terra davanti a lei e la ringraziò dicendo: "Per Allah, questo denaro è il primo frutto che questo giorno mi ha dato." Udendo ciò esse dissero: "Siediti e sii il benvenuto," e la dama maggiore aggiunse: "Per Allah, non possiamo permetterti di unirti a noi se non a una condizione, ed è questa, che non siano fatte domande su ciò che non ti riguarda, e l'insolenza sarà severamente fustigata." Rispose il facchino: "Accetto, o mia signora, sul mio capo e sui miei occhi sia! Guardate, sono muto, non ho lingua." Allora si alzò la provveditrice e, stringendosi la cintura, preparò la tavola presso la fontana, pose i fiori e le erbe aromatiche nei vasi, filtrò il vino, dispose i fiaschi in fila e preparò ogni requisito. Poi si sedette, lei e le sue sorelle, ponendo in mezzo a loro il facchino che continuava a credersi in un sogno; e prese il boccale del vino, versò la prima coppa, la bevve d'un fiato, e così pure una seconda e una terza. Dopo di ciò ne riempì una quarta che porse a una delle sue sorelle; e, infine, coronò un calice e lo passò al facchino, dicendo:—

Bevi il caro sorso, bevi libero e lieto ✿ Ciò che guarisce ogni dolore e pena.

Egli prese la coppa in mano e, inchinandosi profondamente, rese i suoi migliori ringraziamenti e improvvisò:—

Non vuotare la coppa se non con un amico fidato ✿ Un uomo di valore di cui tutti conoscano il buon lignaggio: Poiché il vino, come il vento, succhia dolcezza dal dolce ✿ E puzza quando soffia per caso sopra il fetore:

Aggiungendo:—

Non vuotare la coppa, se non da mano cara come la tua ✿ La coppa richiama i tuoi doni; tu, i doni del vino.

Dopo aver ripetuto questo distico baciò le loro mani, bevve, si ubriacò, sedette ondeggiando da una parte all'altra e proseguì:—

Tutte le bevande in cui c'è sangue la Legge impura ✿ Ritiene, tranne una, lo spargimento di sangue della vigna: Riempi! riempi! prendi tutte le mie ricchezze ereditate o guadagnate ✿ Tu cerbiatta! un riscatto volentieri dato per quegli occhi.

Poi la provveditrice colmò una coppa e la diede alla portinaia, che la prese dalla sua mano, la ringraziò e bevve. Dopodiché versò ancora e la passò alla dama maggiore che sedeva sul divano, e ne riempì un'altra ancora e la porse al facchino. Egli baciò la terra davanti a loro; e, dopo aver bevuto e ringraziato, ricominciò a recitare:—

Qui! Qui! per Allah, qui! ✿ Coppe di dolce, di caro! Riempi per me una coppa colma ✿ La Fonte della Vita cerco.

Allora il facchino si alzò davanti alla padrona di casa e disse: "O signora, io sono il tuo schiavo, il tuo Mamelucco, il tuo servo bianco, il tuo vero schiavo;" e cominciò a recitare:—

Uno schiavo degli schiavi sta alla tua porta ✿ Lodando i tuoi generosi doni e i tuoi doni in abbondanza: Bellezza! può egli entrare per un poco a godere ✿ Dei tuoi vezzi? poiché l'Amore ed io non ci separiamo mai più!

Ella gli disse: "Bevi; e salute e felicità accompagnino il tuo bere." Così egli prese la coppa, baciò la mano di lei e recitò questi versi cantilenando:—

Le diedi del buon vino vecchio che come le sue guance ✿ Arrossiva di rosso o fiamma da fornace ardente: Ella baciò l'orlo e disse con molti sorrisi ✿ Come osi offrire la guancia della gente da sorseggiare? "Bevi!" (dissi io) "queste sono lacrime mie la cui tinta ✿ È sangue del cuore che i sospiri hanno bollito nella coppa."

Ella gli rispose con questo distico:—

"Se lacrime di sangue per me, amico, hai versato ✿ Lascia che io le sorseggi, per la tua testa e i tuoi occhi!"

Poi la dama prese la coppa e la bevve alla salute delle sorelle, e non smisero di bere (il facchino essendo in mezzo a loro), e di danzare, ridere, recitare versi e cantare ballate e ritornelli. Per tutto questo tempo il facchino continuava a flirtare con loro, baciando, vezzeggiando, mordendo, maneggiando, brancolando, toccando; mentre una gli infilava un bocconcino in bocca, e un'altra lo schiaffeggiava; e questo gli dava dei colpi sulle guance, e quella gli gettava fiori profumati; ed egli era nel paradiso stesso del piacere, come se fosse seduto nella settima sfera tra le Urie del Cielo. Non smisero di fare in questo modo finché il vino non fece scherzi nelle loro teste e sopraffece i loro sensi; e, quando la bevanda ebbe la meglio su di loro, la portinaia si alzò e si tolse gli abiti finché fu nuda come mamma l'aveva fatta. Tuttavia, lasciò scendere i capelli sul corpo come una sottoveste, e gettandosi nel bacino si divertì, tuffandosi come un'anatra e nuotando su e giù, e prendendo acqua in bocca la spruzzò tutta addosso al facchino, e si lavò gli arti, e tra i seni, e all'interno delle cosce e tutto intorno all'ombelico. Poi uscì dalla cisterna e, gettandosi in grembo al facchino, disse: "O mio signore, o mio amore, come chiami questo oggetto?" indicando la sua fessura, la sua soluzione di continuità. "Io chiamo quella la tua fenditura," disse il facchino, e lei rispose: "Wah! wah! non ti vergogni a usare una parola simile?" e lo prese per il colletto e lo schiaffeggiò sonoramente. Disse lui di nuovo: "Il tuo grembo, la tua vulva;" e lei gli diede un secondo schiaffo gridando: "O vergogna, o vergogna, questa è un'altra parola brutta; non hai nessuna vergogna in te?" Disse lui: "La tua fessura;" e lei gridò: "O tu! sei del tutto privo di pudore?" e lo colpì e lo bastonò. Allora gridò il facchino: "Il tuo clitoride," al che la dama maggiore si scagliò su di lui con una percosso ancora più dolorosa e disse: "No"; e lui disse: "'È così," e il facchino continuò a chiamare la stessa merce con vari altri nomi, ma qualunque cosa dicesse lo picchiavano sempre più finché il collo gli doleva e si gonfiava per le percosse ricevute; e in questo modo ne fecero un bersaglio e uno zimbello. Alla fine egli si rivolse a loro chiedendo: "E voi donne come chiamate questo oggetto?" Al che la fanciulla rispose: "Il basilico dei ponti." Gridò il facchino: "Ringrazio Allah per la mia salvezza: aiutami e sii propizia, o basilico dei ponti!" Fecero girare la coppa e svuotarono di nuovo il calice, quando la seconda dama si alzò; e, spogliatasi di tutti gli abiti, si gettò nella cisterna e fece come la prima; poi uscì dall'acqua e, gettando la sua forma nuda in grembo al facchino, indicò il suo marchingegno e disse: "O luce dei miei occhi, dimmi qual è il nome di questo affare?" Egli rispose come prima: "La tua fenditura;" e lei replicò: "Un tale termine non ti provoca vergogna?" e lo schiaffeggiò e lo colpì finché il salone echeggiò per i colpi. Poi disse: "O vergogna! o vergogna! come puoi dirlo senza arrossire?" Egli suggerì: "Il basilico dei ponti;" ma lei non ne volle sapere e disse: "No! no!" e lo colpì e lo schiaffeggiò sulla nuca. Poi egli cominciò a gridare tutti i nomi che conosceva: "La tua fenditura, il tuo grembo, la tua fessura, il tuo clitoride;" e le ragazze continuavano a dire: "No! no!" Così egli disse: "Resto sul basilico dei ponti;" e tutte e tre risero finché caddero sulla schiena e gli diedero schiaffi sul collo dicendo: "No! no! quello non è il suo nome proprio." Allora egli gridò: "O mie sorelle, qual è il suo nome?" e loro risposero: "Che ne dici del seme di sesamo sbucciato?" Poi la provveditrice indossò i suoi abiti e ricominciarono a banchettare, ma il facchino continuava a gemere: "Oh! e Oh!" per il collo e le spalle, e la coppa passava allegramente di mano in mano per un'ora intera. Trascorso quel tempo, la dama maggiore e più bella si alzò e si tolse gli indumenti, dopodiché il facchino prese il suo collo tra le mani, lo strofinò e lo massaggiò, dicendo: "Il mio collo e le mie spalle sono sulla via di Allah!" Poi lei si gettò nel bacino, nuotò e si tuffò, giocò e si lavò; e il facchino guardò la sua figura nuda come se fosse stata una fetta di luna e il suo volto con il bagliore di Luna quando è piena, o come l'alba quando si rischiara, e notò la sua nobile statura e forma, e quelle forme gloriose che tremavano mentre si muoveva; poiché era nuda come Dio l'aveva fatta. Allora gridò: "Ahimè! Ahimè!" e cominciò a rivolgersi a lei, versificando in questi distici:—

"Se paragono la tua forma al ramo quando è verde ✿ Il mio paragone erra e mi sbaglio grandemente; Poiché il ramo è più bello quando è più vestito ✿ E tu sei più bella quando sei nuda come mamma t'ha fatta."

Quando la dama udì i suoi versi, uscì dal bacino e, sedendosi sulle sue ginocchia e sul suo grembo, indicò il suo genitale e disse: "O mio signorino, quale sia il nome di questo?" Disse lui: "Il basilico dei ponti;" ma lei disse: "Bah, bah!" Disse lui: "Il sesamo sbucciato;" disse lei: "Puh, puh!" Poi disse lui: "Il tuo grembo;" e lei gridò: "Vergogna, Vergogna! non ti vergogni di te stesso?" e lo colpì sulla nuca. E qualunque nome desse dichiarando "'È così," lei lo picchiava e gridava "No! no!" finché alla fine egli disse: "O mie sorelle, e qual è il suo nome?" Lei rispose: "È intitolato il Khan di Abu Mansur;" al che il facchino rispose: "Ha! ha! O Allah sia lodato per la salvezza! O Khan di Abu Mansur!" Poi lei uscì, si vestì e la coppa girò per un'ora intera. Alla fine il facchino si alzò e, spogliandosi di tutti i suoi abiti, saltò nel serbatoio, nuotò e si lavò sotto il mento barbuto e le ascelle, proprio come avevano fatto loro. Poi uscì e si gettò in grembo alla prima dama e riposò le braccia in grembo alla portinaia, e appoggiò le gambe in grembo alla provveditrice e indicò il suo cazzetto e disse: "O mie signore, qual è il nome di questo articolo?" Tutte risero alle sue parole finché caddero sulla schiena, e una disse: "Il tuo cazzo!" Ma egli rispose: "No!" e diede a ciascuna di loro un morso a titolo di penitenza. Poi dissero: "Il tuo membro!" ma egli gridò "No," e diede a ciascuna di loro un abbraccio;—E Shahrazad percepì l'alba del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Sua sorella Dunyazad disse: "Termina per noi la tua storia"; e lei rispose: "Con gioia e buon gradimento". Mi è giunto, o Re beneaugurante, che le fanciulle non smettevano di dire al facchino: "Il tuo pungiglione, il tuo birillo, il tuo pisello", ed egli non cessava di baciare, mordere e abbracciare finché il suo cuore non fu soddisfatto, ed esse ridevano fino a non poterne più. Alla fine una disse: "O nostro fratello, come si chiama, dunque?" Rispose egli: "Non lo sapete?" Dissero: "No!" "Il suo vero nome", disse, "è mulo Rompi-tutto, che pascola sul basilico dei ponti, sgranocchia il sesamo decorticato e passa la notte nel Khan di Abu Mansur". Poi risero finché non caddero sulla schiena e tornarono al loro banchetto, e non cessarono di essere in tal guisa finché la notte non cominciò a calare. Allora dissero al facchino: "Bismillah, o nostro padrone, alzati e metti via quelle tue povere vecchie scarpe, voltati e mostraci la larghezza delle tue spalle!" Disse egli: "Per Allah, separarmi dalla mia anima sarebbe più facile per me che separarmi da voi: venite, uniamo la notte al giorno e domani mattina ognuno di noi andrà per la propria strada". "La vita mia su di voi", disse la procuratrice, "lasciatelo trattenere con noi, affinché possiamo ridere di lui: potremmo vivere tutte le nostre vite e non incontrare mai nessuno come lui, poiché di certo è un furfante davvero allegro e arguto". Così dissero: "Non devi rimanere con noi questa notte se non a condizione che tu ti sottometta ai nostri ordini, e che di tutto ciò che vedi, tu non faccia domande né chieda spiegazioni". "Va bene", rispose egli, e loro dissero: "Va' a leggere la scritta sopra la porta". Così si alzò e andò all'ingresso e lì trovò scritto in lettere di vernice d'oro: "CHI PARLA DI CIÒ CHE NON LO RIGUARDA, SENTIRÀ CIÒ CHE NON GLI PIACE!" Il facchino disse: "Siate mie testimoni che non parlerò di ciò che non mi riguarda". Poi la provveditrice si alzò e pose del cibo davanti a loro ed essi mangiarono; dopodiché cambiarono il luogo del bere con un altro, ed ella accese le lampade e le candele e bruciò ambra grigia e legno d'aloe, e portò frutta fresca e il servizio per il vino, quando si misero a banchettare e a parlare dei loro amanti. E non cessarono di mangiare, bere e chiacchierare, sgranocchiando frutta secca, ridendo e facendo scherzi per lo spazio di un'ora buona, quando ecco! si udì bussare al cancello. Il bussare non disturbò affatto la seduta, ma una di loro si alzò e andò a vedere cosa fosse e poco dopo tornò, dicendo: "Davvero il nostro piacere per questa notte sarà perfetto". "Com'è possibile?" chiesero; ed ella rispose: "Al cancello ci sono tre Kalandar persiani con le barbe, le teste e le sopracciglia rasate; e tutti e tre ciechi dell'occhio sinistro, il che è sicuramente uno strano caso. Sono stranieri della terra di Roum con il segno del viaggio chiaramente impresso su di loro; sono appena entrati a Baghdad, essendo questa la loro prima visita alla nostra città; e il motivo per cui bussano alla nostra porta è semplicemente perché non riescono a trovare un alloggio. Infatti uno di loro mi ha detto:—Forse il proprietario di questo palazzo ci lascerà la chiave della sua stalla o qualche vecchio annesso in cui possiamo passare questa notte; poiché la sera li aveva sorpresi e, essendo stranieri nella terra, non conoscevano nessuno che potesse dare loro rifugio. E, o mie sorelle, ognuno di loro è una figura divertente a modo suo; e se li lasciamo entrare avremo di che scherzare". Non smise di persuaderle finché non le dissero: "Falli entrare, e fai tu la solita condizione con loro: che non parlino di ciò che non li riguarda, affinché non sentano ciò che non li piace". Così ella si rallegrò e andando alla porta tornò poco dopo con i tre monoculari le cui barbe e baffi erano ben rasati. Salutarono e rimasero in disparte per rispetto; ma le tre dame si alzarono verso di loro, li accolsero, augurarono loro gioia per il felice arrivo e li fecero sedere. I Kalandar guardarono la stanza e videro che era un posto piacevole, ben pulito e ornato di fiori; e le lampade erano accese e il fumo dei profumi saliva nell'aria; e accanto al dessert, alla frutta e al vino, c'erano tre belle ragazze che potevano essere vergini; così esclamarono a una voce: "Per Allah, è un bel posto!" Poi si voltarono verso il facchino e videro che era un tipo dall'aria allegra, sebbene non fosse affatto sobrio e soffrisse per le percosse ricevute. Così pensarono che fosse uno di loro e dissero: "Un mendicante come noi! Arabo o straniero che sia". Ma quando il facchino udì queste parole, si alzò e, fissando gli occhi ferocemente su di loro, disse: "Sedetevi qui senza eccedere nelle chiacchiere! Non avete letto ciò che è scritto sopra la porta? Certamente non si addice a individui che vengono da noi come poveri agitare le lingue contro di noi". "Chiediamo il tuo perdono, o Fakir", replicarono essi, "e le nostre teste sono tra le tue mani". Le dame risero a crepapelle per il bisticcio; e, facendo pace tra i Kalandar e il facchino, fecero sedere i nuovi ospiti davanti al cibo ed essi mangiarono. Poi sedettero insieme e la portinaia servì loro da bere; e, mentre la coppa girava allegramente, disse il facchino ai richiedenti: "E voi, o fratelli miei, non avete storie o avventure rare con cui intrattenerci?" Ora, il calore del vino essendo salito alle loro teste, chiesero strumenti musicali; e la portinaia portò loro un tamburello di Mosul, un liuto dell'Iraq e un'arpa persiana; e ogni mendicante ne prese uno e lo accordò; chi il tamburello, chi il liuto e l'arpa, e iniziarono un'aria allegra mentre le dame cantavano così vigorosamente che ci fu un gran baccano. E mentre continuavano, ecco, qualcuno bussò al cancello, e la portinaia andò a vedere di cosa si trattasse. Ora, la causa di quel bussare, o Re (disse Shahrazad) fu questa: il Califfo, Harun al-Rashid, era uscito dal palazzo, come era sua abitudine ogni tanto, per solazzarsi in città quella notte, e per vedere e sentire cosa ci fosse di nuovo in giro; era in abiti da mercante, ed era accompagnato da Ja'afar, il suo Wazir, e da Masrur, il suo Carnefice della Vendetta. Mentre camminavano per la città, la loro strada li condusse verso la casa delle tre dame; dove udirono il forte rumore di strumenti musicali, canti e allegria; così disse il Califfo a Ja'afar: "Desidero entrare in questa casa e ascoltare quei canti e vedere chi li canta". Disse Ja'afar: "O Principe dei Credenti; queste persone sono sicuramente ubriache di vino, e temo che qualche guaio ci accada se ci mischiamo a loro". "Non c'è altra scelta che entrare lì", rispose il Califfo, "e desidero che tu trovi qualche pretesto per apparire tra loro". Ja'afar rispose: "Ascolto e obbedisco"; e bussò alla porta, su che la portinaia uscì e aprì. Allora Ja'afar si fece avanti e, baciando la terra davanti a lei, disse: "O mia signora, siamo mercanti della città di Tiberiade: siamo arrivati a Baghdad dieci giorni fa; e, scesi al caravanserraglio dei mercanti, abbiamo venduto tutta la nostra merce. Ora, un certo commerciante ci ha invitati a un trattenimento questa notte; così siamo andati a casa sua e lui ha posto cibo davanti a noi e abbiamo mangiato: poi siamo rimasti a bere e banchettare con lui per un'ora o poco più, quando ci ha dato il permesso di partire; e siamo usciti da lui nell'ombra della notte e, essendo stranieri, non siamo riusciti a ritrovare la strada per il nostro Khan. Così, forse, per la vostra gentilezza e cortesia, ci permetterete di trattenermi con voi questa notte, e il Cielo vi ricompenserà!" La portinaia li guardò e vedendoli vestiti come mercanti e uomini dall'aspetto grave e solido, tornò dalle sue sorelle e ripeté loro la storia di Ja'afar; ed esse provarono compassione per gli stranieri e le dissero: "Lasciali entrare". Ella aprì loro la porta, quando essi le dissero: "Abbiamo il tuo permesso per entrare?" "Entrate", disse ella; e il Califfo entrò seguito da Ja'afar e Masrur; e quando le ragazze li videro si alzarono in segno di rispetto e li fecero sedere e si presero cura dei loro bisogni, dicendo: "Benvenuti, ben arrivati e buona allegria agli ospiti, ma a una condizione!" "Qual è?" chiesero, e una delle dame rispose: "Non parlate di ciò che non vi riguarda, affinché non sentiate ciò che non vi piace". "Così sia", dissero; e si sedettero a bere il loro vino e bevvero abbondantemente. Poco dopo il Califfo guardò i tre Kalandar e, vedendo che erano tutti e tre ciechi dell'occhio sinistro, si meravigliò alla vista; poi fissò le ragazze e fu sorpreso e si meravigliò con estrema meraviglia della loro bellezza e leggiadria. Continuarono a banchettare e a conversare e dissero al Califfo: "Bevi!" ma egli rispose: "Ho fatto voto di pellegrinaggio"; e si ritrasse dal vino. Allora la portinaia si alzò e, stendendo davanti a lui una tovaglia lavorata in oro, vi pose sopra una ciotola di porcellana nella quale versò acqua di fiori di salice con un pezzetto di neve e un cucchiaio di zucchero candito. Il Califfo la ringraziò e disse tra sé: "Per Allah, la ricompenserò domani per la buona azione che ha fatto". Gli altri si dedicarono di nuovo a conversare e banchettare; e, quando il vino ebbe la meglio su di loro, la dama più anziana che governava la casa si alzò e, facendo un inchino verso di loro, prese la provveditrice per mano e disse: "Alzati, o mia sorella, e facciamo ciò che è nostro dovere". Entrambe risposero: "Così sia!" Poi la portinaia si alzò e procedette a rimuovere il servizio da tavola e i resti del banchetto; e rinnovò le pastiglie e liberò il centro del salone. Poi fece sedere i Kalandar su un divano a lato della pedana, e fece sedere il Califfo, Ja'afar e Masrur sull'altro lato del salone; dopodiché chiamò il facchino e disse: "Quanto è scarsa la tua cortesia! Ora non sei più uno straniero; anzi, sei uno della casa". Così egli si alzò e, stringendo il suo perizoma, chiese: "Cosa volete che faccia?" ed ella rispose: "Stai al tuo posto". Poi la procuratrice si alzò e pose al centro del salone una sedia bassa e, aprendo un armadio, gridò al facchino: "Vieni ad aiutarmi". Così egli andò ad aiutarla e vide due cagnoline nere con catene attorno al collo; ed ella gli disse: "Prendile"; ed egli le prese e le condusse nel centro del salone. Allora la padrona di casa si alzò e si tirò su le maniche sopra i polsi e, afferrando una frusta, disse al facchino: "Porta avanti una delle cagnoline". Egli la portò avanti, trascinandola per la catena, mentre la cagnolina piangeva e scuoteva la testa verso la dama che, tuttavia, si abbatté su di lei con colpi sulla testa; e la cagnolina ululò e la dama non smise di picchiarla finché l'avambraccio non le venne meno. Poi, gettando la frusta di mano, strinse la cagnolina al petto e, asciugando le sue lacrime con le mani, le baciò la testa. Poi disse al facchino: "Portala via e porta la seconda"; e, quando egli la portò, fece con lei come aveva fatto con la prima. Ora il cuore del Califfo fu toccato da questi atti crudeli; il petto gli si strinse e perse ogni pazienza nel suo desiderio di sapere perché le due cagnoline venissero così picchiate. Fece un occhiolino a Ja'afar desiderando che chiedesse, ma il Ministro voltandosi verso di lui disse a segni: "Taci!" Poi disse la portinaia alla padrona di casa: "O mia signora, alzati e vai al tuo posto affinché io a mia volta possa fare il mio dovere". Ella rispose: "Così sia"; e, prendendo posto sul divano di legno di ginepro, intarsiato d'oro e d'argento, disse alla portinaia e alla provveditrice: "Ora fate voi ciò che avete da fare". Dopodiché la portinaia sedette su un basso sedile accanto al divano; ma la procuratrice, entrando in un armadio, ne tirò fuori una borsa di seta con frange verdi e due nappine d'oro. Si alzò davanti alla padrona di casa e, scuotendo la borsa, ne trasse un liuto che accordò stringendo le caviglie; e quando fu in ordine perfetto, iniziò a cantare queste quartine:

Voi siete il desiderio, il mio scopo ✿ E quando, o amore, vedo il tuo volto La dimora celeste si apre; ✿ Ma l'Inferno vedo quando perdo la tua vista. Da te viene la follia; né di meno ✿ Viene la gioia più alta, viene l'estasi: Né nel mio amore per te temo ✿ O vergogna e biasimo, o odio e dispetto. Quando l'Amore fu intronizzato nel mio cuore ✿ Strappai il velo della modestia; E non smette l'Amore di strappare quel velo ✿ Facendo scendere la disgrazia sulla grazia; Indossai allora l'abito della malattia ✿ Ma la segretezza fu fatta a brandelli: Per questo il mio amore e il mio cuore bramoso ✿ Proclamano il vostro alto supremo potere; La lacrima che scende sulla mia guancia ✿ Racconta la mia storia di ignominia: E tutto ciò che era nascosto fu visto da tutti ✿ E tutto il mio enigma fu letto correttamente. Guarisci dunque la mia malattia, poiché tu ✿ Sei malattia e rimedio! Ma colei la cui cura è nelle tue mani ✿ Non sarà mai libera dal flagello e dalla rovina; Bruciatemi quegli occhi che fanno piovere splendore ✿ Uccidetemi le spade della fantasia; Quanti ne ha abbattuti la spada dell'Amore ✿ A dispetto del loro alto grado? Eppure non smetterò mai di struggermi ✿ Né all'oblio fuggirò. L'Amore è la mia salute, la mia fede, la mia gioia ✿ Pubblico e privato, torto o ragione. O occhi felici che vedono i tuoi incanti ✿ Che ti fissano a loro gradimento! Sì, del mio più puro desiderio e volontà ✿ Schiava dell'Amore sarò sempre chiamata.

Quando la damigella udì quest'elegia in quartine, gridò "Ahimè! Ahimè!" e si strappò le vesti, e cadde a terra svenuta; e il Califfo vide cicatrici di verga di palma sulla sua schiena e segni di frusta; e si meravigliò con estrema meraviglia. Poi la portinaia si alzò e spruzzò acqua su di lei e le portò un abito fresco e molto bello e glielo fece indossare. Ma quando la compagnia vide questi fatti le loro menti furono turbate, poiché non avevano idea del caso né conoscevano la storia; così il Califfo disse a Ja'afar: "Non hai visto le cicatrici sul corpo della damigella? Non posso tacere o stare in pace finché non apprendo la verità sulla sua condizione e la storia di quest'altra fanciulla e il segreto delle due cagnoline nere". Ma Ja'afar rispose: "O nostro signore, hanno posto come condizione che non parliamo di ciò che non ci riguarda, affinché non sentiamo ciò che non ci piace". Poi disse la portinaia: "Per Allah, o mia sorella, vieni da me e completa questo servizio per me". Rispose la procuratrice: "Con gioia e buon gradimento"; così prese il liuto; lo appoggiò al petto e fece scorrere le dita sulle corde, e iniziò a cantare:

Rendi ai miei occhi il sonno a lungo rapito ✿ E dimmi dove è fuggita la mia ragione: Ho imparato che prestando al tuo amore un posto ✿ Il sonno per le mie palpebre è diventato mortale nemico. Dissero: "Ti ritenevamo giusta, chi ha teso un agguato ✿ Alla tua anima?" "Andate a chiederlo ai suoi gloriosi occhi", dissi. Perdono tutto il mio sangue che a lui è piaciuto versare ✿ Riconoscendo che i suoi tormenti lo spinsero a spargere sangue. Sullo specchio della mia mente ha gettato un bagliore solare ✿ Il cui acuto riflesso ha generato fuoco nelle viscere Lascia che Allah sprechi a suo piacimento le Acque della Vita ✿ Mi bastano come salario quelle labbra di rugiada rossa: Se ti rivolgi al mio amore troverai una causa ✿ Per lamenti e lacrime o pietà o libidine. In acqua pura la sua forma saluterà i vostri occhi ✿ Quando mancherà la coppa né avrete bisogno di bere vino.

Poi citò dalla stessa ode:

Ho bevuto, ma il sorso del suo sguardo, non vino; ✿ E il suo incedere ondeggiante ha fatto addormentare questi occhi: Non fu il succo d'uva a ghermirmi ma la presa del Passato ✿ Non fu la coppa a sopraffarmi ma doni divini: I suoi riccioli attorcigliati hanno intrappolato la mia anima ✿ E la sua volontà crudele ha sopraffatto tutto il mio senno.

Dopo una pausa riprese:

Se ci lamentiamo dell'assenza cosa diremo? ✿ O se il dolore ci affligge dove andiamo? Se assoldo un interprete per raccontare la mia storia ✿ Il lamento degli amanti non è raccontato per denaro: Se indosso la pazienza, la vita di un amante ✿ Dopo la perdita dell'amore non durerà un giorno: Non mi è rimasto nulla ora se non rimpianto, lamento ✿ E lacrime che inondano le guance per sempre e in eterno: O tu che sei fuggito dalle pupille di questi occhi ✿ Tu abiti nel cuore che non vagherà mai; Magari sapessi se hai mantenuto il nostro patto ✿ Finché il fiume scorrerà, di avere la fede più ferma? O hai dimenticato la schiava piangente ✿ Che i gemiti affliggono e che i dolori insidiano? Ah, quando la separazione finirà e fianco a fianco ✿ Ci coricheremo, biasimerò i tuoi rigori e rimprovererò il tuo orgoglio!

Ora, quando la portinaia udì la sua seconda ode, gridò ad alta voce e disse: "Per Allah! È davvero buona!"; e mettendo le mani sulle sue vesti le strappò, come aveva fatto la prima volta, e cadde a terra svenuta. Dopodiché la procuratrice si alzò e le portò un secondo cambio di abiti dopo averle spruzzato acqua addosso. Ella si riprese e si mise a sedere dritta e disse a sua sorella la provveditrice: "Avanti, e aiutami nel mio dovere, poiché resta solo quest'ultima canzone". Così la provveditrice tirò fuori di nuovo il liuto e iniziò a cantare questi versi:

Quanto durerà, quanto durerà questo rigore pieno di dolore ✿ Non ti bastano tutte queste lacrime che vedi scorrere? La nostra separazione così con intento crudele tu prolunghi ✿ Non è abbastanza per allietare il cuore del nemico invidioso? Fosse stato questo mondo bugiardo una volta vero verso il cuore dell'amante ✿ Non avrebbe vegliato la notte stanca in lacrime di dolore: Oh pietà di me che ha sopraffatto la tua volontà crudele ✿ Mio signore, mio re, è ora che qualche pietà tu mi mostri: A chi rivelare i miei torti, o tu che mi hai ucciso? ✿ Triste, colei che deve subire i tormenti della fede infranta! Aumenta l'amore selvaggio per te e la frenesia di ora in ora ✿ E i giorni di esilio minuti per così lunghi, così lenti; O Musulmani, reclamate vendetta per questa schiava dell'Amore ✿ Il cui sonno l'Amore consuma sempre, la cui pazienza l'Amore abbatte: Permette la legge dell'Amore, o mio desiderio, che tu giaccia ✿ Abbandonato tra le braccia di un'altra e a me gridi "Va' via!"? Eppure alla tua presenza, dimmi, quali gioie godrò ✿ Quando colui che amo lavora solo per abbattere il mio amore?

Quando la portinaia udì il terzo canto, gridò forte; e, afferrate le proprie vesti, le squarciò fino all'orlo e cadde a terra svenuta per la terza volta, mostrando di nuovo le cicatrici della frusta. Allora i tre Kalandar dissero: "Volesse il Cielo che non fossimo mai entrati in questa casa, ma che avessimo piuttosto passato la notte sui tumuli e sui mucchi di detriti fuori città! Poiché, in verità, la nostra visita è stata turbata da visioni che lacerano il cuore". Il Califfo si voltò verso di loro e chiese: "Perché mai?" ed essi risposero: "Le nostre menti sono gravemente turbate da questa faccenda". Il Califfo disse: "Non siete forse dei membri della casa?" ed essi risposero: "No; né mai abbiamo posato gli occhi su questo luogo prima di quest'ora". A ciò il Califfo si meravigliò e aggiunse: "Quest'uomo che siede accanto a voi, non conoscerebbe forse il segreto della faccenda?" e così dicendo ammiccò e fece segni al Facchino. Così interrogarono l'uomo, ma egli rispose: "Per l'Onnipotenza di Allah, in amore tutti sono uguali! Io sono figlio di Baghdad, eppure in tutta la mia vita non ho mai varcato queste soglie fino ad oggi, e la mia compagnia con loro è stata una faccenda curiosa". "Per Allah," replicarono, "ti avevamo preso per uno di loro e ora vediamo che sei uno come noi". Allora il Califfo disse: "Siamo sette uomini, ed esse solo tre donne senza nemmeno una quarta ad aiutarle; interroghiamole dunque sul loro caso; e, se non ci risponderanno, saremo costretti a farci rispondere con la forza". Tutti furono d'accordo, eccetto Ja'afar che disse: "Questo non è il mio parere; lasciatele stare; poiché siamo loro ospiti e, come sapete, hanno stretto con noi un patto e una condizione che abbiamo accettato e promesso di mantenere: perciò è meglio che taciamo su questa faccenda; e, dato che resta ben poco della notte, ognuno di noi vada per la sua strada". Poi ammiccò al Califfo e gli sussurrò: "Resta solo un'ora di oscurità e posso condurle davanti a te domani, quando potrai interrogarle liberamente su tutta la loro storia". Ma il Califfo sollevò la testa con alterigia e gli gridò contro con ira, dicendo: "Non ho più pazienza nel mio desiderio di conoscere la loro storia: che i Kalandar le interroghino seduta stante". Disse Ja'afar: "Questo non è il mio consiglio". Allora le parole si fecero accese e il discorso rispose al discorso; e discussero su chi dovesse porre per primo la domanda, ma alla fine tutti scelsero il Facchino. E mentre il baccano cresceva, la padrona di casa non poté fare a meno di accorgersene e chiese loro: "O voi gente! Di quale faccenda state discutendo così ad alta voce?" Allora il Facchino si alzò rispettosamente davanti a lei e disse: "O mia signora, questa compagnia desidera ardentemente che tu li metta al corrente della storia delle due cagne e di ciò che ti spinge a punirle così crudelmente; e poi tu ti metti a piangere su di loro e a baciarle; e infine vogliono ascoltare la storia di tua sorella e perché sia stata fustigata con bastoni di palma come un uomo. Queste sono le domande che mi incaricano di porti, e la pace sia con te". A ciò colei che era la signora di casa disse agli ospiti: "È vero quello che dice a vostro nome?" e tutti risposero: "Sì!" eccetto Ja'afar che rimase in silenzio. Quando udì queste parole ella gridò: "Per Allah, ci avete fatto un torto, o nostri ospiti, un torto gravissimo; poiché quando siete venuti davanti a noi abbiamo stretto con voi un patto e una condizione, che chiunque avesse parlato di ciò che non lo riguardava avrebbe udito ciò che non gli piaceva. Non vi bastava che vi avessimo accolto nella nostra casa e vi avessimo nutrito con il nostro cibo migliore? Ma la colpa non è tanto vostra quanto di colei che vi ha fatto entrare". Allora si rimboccò le maniche fino ai polsi e batté il pavimento tre volte con la mano gridando: "Venite presto"; ed ecco! una porta di ripostiglio si aprì e ne uscirono sette schiavi negri con le spade sguainate in mano, ai quali disse: "Legate i gomiti a questi chiacchieroni e legateli l'uno all'altro". Essi obbedirono al suo comando e le chiesero: "O velata e virtuosa! È tuo alto comando che mozziamo loro le teste?"; ma ella rispose: "Lasciateli per un momento, che io li interroghi sulla loro condizione, prima che i loro colli sentano la spada". "Per Allah, o mia signora!" gridò il Facchino, "non uccidermi per il peccato altrui; tutti questi uomini hanno offeso e meritano la pena del crimine, eccetto me. Ora per Allah, la nostra notte sarebbe stata incantevole se fossimo sfuggiti al mortificante incontro di quei Kalandar monocoli, il cui ingresso in una città popolosa la trasformerebbe in un deserto ululante". Poi ripeté questi versi:

Quanto è bella la pietà che il forte non soffoca! ✿ E bellissima quando è mostrata al più debole fratello: Per il sacro legame d'Amore tra noi due, ✿ Fai che uno non soffra per il peccato dell'altro.

Quando il Facchino terminò i suoi versi la signora rise——E Shahrazad percepì lo spuntare del giorno e smise di dire la sua parte permessa.

Ora, quando fu l'Undicesima Notte,

Ella disse: Mi è giunta voce, o Re propizio, che la signora, dopo aver riso del Facchino nonostante la sua ira, si avvicinò al gruppo e parlò così: "Ditemi chi siete, poiché vi resta solo un'ora di vita; e se non foste uomini di rango e, forse, notabili delle vostre tribù, non sareste stati così insolenti e io avrei affrettato la vostra fine". Allora il Califfo disse: "Guai a te, o Ja'afar, dille chi siamo affinché non veniamo uccisi per errore; e parlale con garbo prima che ci colga qualche orrore". "È parte di ciò che meriti," rispose egli; al che il Califfo gli gridò contro dicendo: "C'è un tempo per le parole argute e c'è un tempo per il lavoro serio". Poi la signora si rivolse ai tre Kalandar e chiese loro: "Siete fratelli?"; ed essi risposero: "No, per Allah, non siamo altro che Fakir e stranieri". Poi ella disse a uno di loro: "Sei nato cieco da un occhio?"; ed egli rispose: "No, per Allah, fu una faccenda meravigliosa e una sventura prodigiosa quella che causò lo strappo del mio occhio, e la mia è una storia che, se fosse incisa sugli angoli degli occhi con bulini ad ago, sarebbe un monito per chiunque voglia essere ammonito". Ella interrogò il secondo e il terzo Kalandar; ma tutti risposero come il primo: "Per Allah, o nostra signora, ognuno di noi proviene da un paese diverso, e tutti e tre siamo figli di Re, Principi sovrani che governano su feudatari e città capitali". Allora ella si voltò verso di loro e disse: "Che ognuno di voi mi racconti la sua storia in ordine e spieghi il motivo del suo arrivo al nostro posto; e se la sua storia ci piacerà, che si accarezzi il capo e vada per la sua strada". Il primo a farsi avanti fu l'Hammál, il Facchino, che disse: "O mia signora, io sono un uomo e un facchino. Questa dama, la provveditrice, mi ha assunto per trasportare un carico e mi ha portato prima alla bottega di un vinattiere; poi alla baracca di un macellaio; di lì alla bancarella di un fruttivendolo; di lì a un droghiere che vendeva anche frutta secca; di lì a un pasticciere e a un profumiere-farmacista e da lui in questo luogo dove mi è accaduto con voi ciò che è accaduto. Tale è la mia storia e la pace sia su di noi tutti!" A questo la signora rise e disse: "Strofinati il capo e va' per la tua strada!"; ma egli gridò: "Per Allah, non me ne andrò finché non avrò udito le storie dei miei compagni". Poi si fece avanti uno dei Monocoli e iniziò a raccontarle

LA STORIA DEL PRIMO KALANDAR.

Sappi, o mia signora, che la causa del mio essere rasato e del mio occhio strappato fu la seguente. Mio padre era un Re e aveva un fratello che era Re su un'altra città; e avvenne che io e mio cugino, il figlio di mio zio paterno, nacquemmo entrambi nello stesso giorno. E gli anni e i giorni trascorsero; e, mentre crescevamo, ero solito far visita a mio zio di tanto in tanto e trascorrere un certo numero di mesi con lui. Ora, io e mio cugino eravamo amici giurati; poiché egli mi trattava sempre con estrema gentilezza; uccideva per me le pecore più grasse e filtrava i migliori dei suoi vini, e godemmo di lunghe conversazioni e banchetti. Un giorno, quando il vino ebbe avuto la meglio su di noi, il figlio di mio zio mi disse: "O mio cugino, ho un grande servizio da chiederti; e desidero che tu non mi ostacoli in ciò che desidero fare!" E io risposi: "Con gioia e buona volontà". Poi mi fece giurare i giuramenti più vincolanti e mi lasciò; ma dopo poco tempo tornò conducendo una dama velata e riccamente abbigliata con ornamenti che valevano una grande somma di denaro. Poco dopo si voltò verso di me (mentre la donna era ancora dietro di lui) e disse: "Prendi questa dama con te e va' davanti a me verso tale cimitero" (descrivendolo, così che conoscevo il luogo), "ed entra con lei in tale sepolcro e lì attendi il mio arrivo". I giuramenti che gli feci mi costrinsero al silenzio e non mi permisero di oppormi a lui; così condussi la donna al cimitero ed entrambi prendemmo posto nel sepolcro; e a stento ci eravamo seduti quando entrò il figlio di mio zio, con una ciotola d'acqua, un sacco di malta e un'ascia simile a una zappa. Andò dritto verso la tomba nel mezzo del sepolcro e, rompendola con l'ascia, mise le pietre da una parte; poi si mise a scavare nella terra della tomba finché non giunse a una grande lastra di ferro, delle dimensioni di una porticina; e sollevandola apparve sotto di essa una scala voltata e tortuosa. Poi si voltò verso la dama e le disse: "Vieni ora e fai la tua scelta finale!" Ella scese subito per la scala e scomparve; poi egli disse a me: "O figlio di mio zio, per completare la tua gentilezza, quando sarò sceso in questo luogo, rimetti la botola al suo posto, e accumula la terra sopra di essa come giaceva prima; e poi, per la tua grande bontà, mescola questa calce viva che è nel sacco con quest'acqua che è nella ciotola e, dopo aver ricostruito le pietre, intonaca l'esterno affinché nessuno guardandolo dica:—Questa è una nuova apertura in una vecchia tomba. Per un anno intero ho lavorato a questo luogo del quale nessuno sa se non Allah, e questo è il bisogno che ho di te"; aggiungendo poi: "Possa Allah non privare mai i tuoi amici di te né renderli desolati per la tua assenza, o figlio di mio zio, o mio caro cugino!" E scese le scale e scomparve per sempre. Quando fu perso di vista, riposi la lastra di ferro e feci tutto ciò che aveva chiesto finché la tomba non fu come prima; e lavorai quasi inconsciamente poiché la mia testa era riscaldata dal vino. Tornando al palazzo di mio zio, mi fu detto che egli era uscito per lo sport e la caccia; così dormii quella notte senza vederlo; e, quando l'alba sorse, ricordai le scene della sera passata e ciò che era accaduto tra me e mio cugino; mi pentii di averlo obbedito quando il pentimento non serviva più a nulla, pensavo ancora, tuttavia, che fosse un sogno. Così mi misi a cercare il figlio di mio zio; ma non c'era nessuno che mi rispondesse riguardo a lui; e uscii verso il cimitero e i sepolcri, e cercai la tomba sotto la quale si trovava, ma non riuscii a trovarla; e non smisi di vagare di sepolcro in sepolcro, e di tomba in tomba, tutto senza successo, finché non calò la notte. Così tornai in città, eppure non potevo né mangiare né bere; i miei pensieri erano assorbiti da mio cugino, poiché non sapevo cosa ne fosse stato di lui; e soffrii con estremo dolore e passai un'altra notte dolorosa, vegliando fino al mattino. Poi andai una seconda volta al cimitero, riflettendo su ciò che il figlio di mio zio aveva fatto; e, pentendomi amaramente di avergli dato ascolto, girai tra tutte le tombe, ma non riuscii a trovare quella che cercavo. Piansi sul passato, e rimasi nel mio lutto sette giorni, cercando il luogo e mancando sempre il sentiero. Poi la mia tortura di scrupoli crebbe su di me finché quasi impazzii, e non trovai altro modo per scacciare il mio dolore se non viaggiare e tornare da mio padre. Così partii e mi incamminai verso casa; ma mentre stavo entrando nella capitale di mio padre una folla di facinorosi mi balzò addosso e mi legò. Mi meravigliai di ciò con tutta la meraviglia, vedendo che ero il figlio del Sultano, e questi uomini erano sudditi di mio padre e tra loro c'erano alcuni dei miei stessi schiavi. Una grande paura cadde su di me, e dissi alla mia anima: "Volesse il cielo che sapessi cosa è successo a mio padre!" Interrogai coloro che mi legavano sulla causa del loro agire, ma non mi diedero alcuna risposta. Tuttavia, dopo un po' uno di loro mi disse (ed era stato un servo salariato della nostra casa): "La Fortuna è stata falsa verso tuo padre; le sue truppe lo tradirono e il Visir che lo uccise ora regna al suo posto e noi eravamo in agguato per catturarti per ordine suo". Ero quasi sconvolto e mi sentivo pronto a svenire sentendo della morte di mio padre; quando mi portarono via e mi posero alla presenza dell'usurpatore. Ora tra me e lui c'era un vecchio rancore, la causa del quale era questa. Ero appassionato di tiro con l'arco di pietra, e accadde un giorno, mentre stavo sulla terrazza del palazzo, che un uccello si posò sulla cima della casa del Visir quando egli si trovava lì. Sparai all'uccello e mancai il bersaglio; ma colpii l'occhio del Visir e glielo cavai come il destino e la fortuna decretarono. Proprio così dice il poeta:—

Calpestiamo il sentiero dove il Destino ha condotto ✿ Il sentiero che il Destino ha scritto dobbiamo percorrere: E l'uomo in una terra destinato a morire ✿ La Morte in nessun altro luogo lo farà perire.

E allo stesso modo dice un altro:—

Lascia che la Fortuna faccia il suo lascivo cammino ✿ Prendi cuore e obbedisci a tutte le sue parole: Né gioire né piangere per nulla ✿ Poiché tutte le cose passano e nulla resta.

Ora, quando cavai l'occhio al Visir, egli non poté dire una sola parola, poiché mio padre era Re della città; ma mi odiò sempre dopo e terribile fu il rancore così causato tra noi due. Così, quando fui posto davanti a lui legato e con le mani legate, diede immediatamente ordine di decapitarmi. Chiesi: "Per quale crimine mi metterai a morte?"; al che egli rispose: "Quale crimine è più grande di questo?" indicando mentre parlava il luogo dove era stato il suo occhio. Dissi: "Questo l'ho fatto per incidente, non per malizia premeditata"; e disse egli: "Se l'hai fatto per incidente, farò lo stesso con te con intenzione". Poi gridò: "Portatelo avanti", e mi portarono da lui, quando egli infilò il dito nel mio occhio sinistro e lo cavò; al che divenni guercio come vedete. Poi ordinò di legarmi mani e piedi, e di mettermi in una cassa e disse al boia: "Prendi in carico questo tizio, e vattene con lui nelle terre desolate intorno alla città; poi sguaina la tua scimitarra e uccidilo, e lascialo a nutrire le bestie e gli uccelli". Così il carnefice partì con me e quando fu nel mezzo del deserto, mi tirò fuori dalla cassa (e io con entrambe le mani legate ed entrambi i piedi incatenati) e stava per bendare i miei occhi prima di tagliarmi la testa. Ma piansi con estremo pianto finché non lo feci piangere con me e, guardandolo, iniziai a recitare questi distici:—

Ti ritenevo una cotta di maglia che avrebbe dovuto resistere ✿ Ai dardi del nemico; e ti sei rivelato la spada del nemico; Speravo nel tuo aiuto in ogni mia occasione ✿ Anche se la mia sinistra manca di aiutare la mia mano destra: In disparte tu stai e ascolti lo scherno del calunniatore ✿ Mentre piovono le loro frecce su di me, la banda dei calunniatori: Ma se non volete proteggermi dai miei nemici ✿ State in disparte, e non soccorrete né questi né quelli!

E citai anche:—

Ritenevo i miei fratelli maglia di acciaio più forte ✿ E così erano—per allontanare dai nemici il mio dardo! Ritenevo le loro frecce sicure del loro bersaglio; ✿ E così erano—quando miravano al mio cuore!

Quando il carnefice udì i miei versi (era stato carnefice di mio padre e mi doveva un debito di gratitudine) gridò: "O mio signore, cosa posso fare, essendo solo uno schiavo agli ordini?" aggiungendo poi: "Vola per la tua vita e non tornare mai più in questa terra, o ti uccideranno e uccideranno me con te, proprio come disse il poeta:—

Prendi la tua vita e vola quando i mali minacciano; ✿ Lascia che la casa in rovina racconti il destino del suo proprietario: Nuova terra per la vecchia cercherai e troverai ✿ Ma per trovare nuova vita non devi aspettare. Strano che gli uomini si siedano nel posto della vergogna, ✿ Quando il mondo di Allah è così vasto e grande! E non fidarti di altri, in questioni gravi ✿ La vita stessa deve agire per una vita assediata: Mai vagherebbe il leone dal collo crinito, ✿ Se contasse sull'aiuto o degli altri si curasse."

Io tuttavia non le prestai ascolto, poiché il vino mi aveva offuscato la ragione, e, levatomi in piedi, colpii l’alcova con tutta la forza di cui ero capace, finché non ne ebbi infranto le iscrizioni e cancellato il talismano. Non appena ebbi terminato, il mondo si oscurò ai miei occhi e il cielo si fece buio, mentre un tuono assordante scuoteva la terra fin nelle sue fondamenta. Allora l’Ifrit si palesò, con un grido che riempì l’aria, e disse: "Guai a te! Che cosa hai fatto per farmi disonorare? Per colpa tua, questa donna si è macchiata di una colpa imperdonabile!" E, afferrata la fanciulla, la squarciò in due parti con un solo colpo di spada; poi si volse verso di me e gridò: "O maledetto, quale peccato hai commesso per meritare la mia ira?" Io gli risposi con parole di umiltà, ma egli, non volendo ascoltare le mie scuse, mi prese tra gli artigli e mi scagliò in alto, finché non fui precipitato dalle nubi fino a terra. Nella caduta, un suo artiglio mi colpì l’occhio e lo rese come vedi, mentre io riportavo ferite in tutto il corpo; e, mentre giacevo in quello stato, mi sentii perduto, e invocai la morte, ma essa non giunse. Quando fui in grado di rialzarmi, strisciando tornai verso la città, dove giunsi dopo giorni di stenti, e lì mi rasi la barba e le sopracciglia, vestendomi come un Kalandar, finché non giunsi in questo luogo, dove ho incontrato questi compagni e ho narrato loro la mia storia.

Così narrò il secondo Kalandar, e il Califfo, meravigliato, si volse verso il terzo e disse: "Narrami la tua vicenda". Egli si fece avanti e, dopo aver baciato la terra, iniziò così il suo racconto.

LA STORIA DEL TERZO KALANDAR.

Sappi, o mio signore, che la mia sorte è ancor più straordinaria di quella dei miei compagni, poiché io nacqui re, figlio di un re, e possedevo terre e sudditi. Mio padre era un sovrano potente, che governava su isole lontane e città fiorenti, ma io, per curiosità, desiderai visitare le terre degli altri re e mi imbarcai con un gruppo di mercanti. Navigammo per venti giorni, finché una tempesta non si abbatté su di noi con tale violenza che il capitano perse ogni orientamento e la nave fu spinta verso una montagna che sorgeva in mezzo al mare. Non appena la chiglia toccò la roccia, la nave andò in frantumi e tutti i miei compagni perirono, tranne me; io riuscii ad aggrapparmi a una tavola e, dopo aver lottato contro le onde, approdai su un’isola deserta. Vagai per giorni cercando acqua e cibo, finché non scorsi in lontananza un palazzo di marmo che splendeva come oro al sole. Entrai e vi trovai quaranta fanciulle, tutte di straordinaria bellezza, che mi accolsero con gioia e mi condussero in stanze riccamente addobbate, dicendomi: "Noi siamo le spose di un re che è partito per una caccia e tornerà tra quaranta giorni; durante questo tempo, tu sarai il nostro signore e il nostro custode".

Trascorsero i giorni e io vivevo nel lusso, servito da quelle ancelle, ma giunto il quarantesimo giorno, esse piansero amaramente dicendo: "Ora il nostro signore tornerà e noi temiamo per la tua sorte, poiché egli è un Ifrit crudele che non tollera la presenza di uomini". Tuttavia, io non potei resistere alla tentazione di esplorare il palazzo e, aprendo una porta dorata, vi trovai un cavallo magnifico, con la sella d'oro e le redini di perle. Spinto da un impulso che non seppi frenare, montai in groppa a quel destriero e, non appena toccai le briglie, esso spiegò ali immense e volò in alto, portandomi lontano dalla vista della terra, finché non discese sul tetto di un altro palazzo, dopo avermi lasciato solo nel cortile. Quando entrai nelle sale, vi trovai un giovane di nobile aspetto che mi chiese chi fossi; io gli raccontai la mia storia ed egli, che era il figlio del re di quelle contrade, mi accolse con onore, avvertendomi però di non toccare mai un certo catino d'oro che si trovava nel giardino.

Io promisi, ma dopo alcuni giorni la curiosità vinse la mia prudenza; sollevai il coperchio del catino e ne uscì un falco che, dopo aver volato sopra di me, mi strappò l'occhio destro con un colpo di artiglio. In quel momento, compresi la mia follia e la punizione che mi attendeva. Tornai dal giovane, ma egli, vedendomi sfigurato, scoppiò in lacrime e mi rivelò di essere vittima di un incantesimo, e che il falco era un Ifrit che avrebbe distrutto anche lui. Poco dopo, infatti, il cielo si oscurò e una tempesta di fuoco avvolse il palazzo, riducendolo in cenere. Io fui l'unico a scampare, per miracolo, ma da quel momento divenni un viandante, un Kalandar errante, radendo barba e sopracciglia per non essere riconosciuto, finché il destino non mi ha condotto, stasera, alla tua porta, o Principe dei Credenti.

O tu che cerchi la separazione, tendi le redini ✿ Del tuo veloce corsiero e non cercare troppo d'avanzare; Ah, resta! poiché il tradimento è la regola della vita, ✿ E le dolcezze dell'incontro finiscono nella separazione.

Ascoltai i suoi versi ma non prestai attenzione alle sue parole, anzi, sollevai il piede e sferrai all'alcova un calcio possente—E Shahrazad scorse l'aurora del giorno e cessò di dire la sua parola permessa.

Ora, quando fu la Tredicesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il secondo Kalandar proseguì così il suo racconto alla signora:—Ma quando, o mia padrona, sferrai a quell'alcova un calcio possente, ecco, l'aria si fece rigida e scura e tuonò e balenò; la terra tremò e si scosse e il mondo divenne invisibile. All'istante i fumi del vino lasciarono la mia testa: le gridai: "Che succede?" ed ella rispose: "L'Ifrit è su di noi! Non ti avevo messo in guardia da questo? Per Allah, mi hai condotto alla rovina; ma fuggi per la tua vita e risali per la via da cui sei sceso!" Così fuggii su per la scala; ma, nell'eccesso della mia paura, dimenticai sandali e accetta. E quando ebbi salito due gradini mi voltai a cercarli, e guarda! vidi la terra squarciarsi, e ne sorse un Ifrit, un mostro di orrenda forma, che disse alla fanciulla: "Quale disturbo e agitazione è mai questa con cui mi molesti? Quale sciagura ti è accaduta?" "Nessuna sciagura mi è accaduta" rispose ella, "se non che il mio petto era stretto e il mio cuore pesante per la tristezza: così ho bevuto un po' di vino per allargarlo e farmi animo; poi mi sono alzata per soddisfare un bisogno naturale, ma il vino mi è salito alla testa e sono caduta contro l'alcova." "Menti, come la sgualdrina che sei!" urlò l'Ifrit; e si guardò intorno nella sala a destra e a sinistra finché non scorse la mia accetta e i miei sandali e le disse: "Cosa sono questi se non gli oggetti di qualche mortale che è stato in tua compagnia?" Ella rispose: "Non li ho mai visti prima d'ora: devono essere stati portati qui da te, attaccati alle tue vesti." Disse l'Ifrit: "Queste parole sono assurde; tu meretrice! tu bagascia!" Poi la spogliò completamente nuda e, stendendola sul pavimento, le legò mani e piedi a quattro pioli, come una crocifissa; e si mise a torturarla cercando di farla confessare. Non potevo sopportare di stare a udire le sue grida e i suoi gemiti; così salii la scala tremando di paura; e quando raggiunsi la sommità rimisi al suo posto la botola e la coprii di terra. Allora mi pentii di ciò che avevo fatto con pentimento eccedente; e pensai alla signora, alla sua bellezza e grazia, e alle torture che soffriva per mano dell'Ifrit maledetto, dopo la sua vita tranquilla di cinque-e-vent'anni; e come tutto ciò che le era accaduto fosse per causa mia. Mi sovvenni di mio padre e del suo stato regale e di come fossi diventato un taglialegna; e di come, dopo che il mio tempo era stato per un poco sereno, il mondo si fosse di nuovo fatto torbido e travagliato per me. Così piansi amaramente e ripetei questo distico:—

Quando la tirannia del Fato ti opprimerà maggiormente ✿ Rifletti! un giorno ti darà gioia, uno ti darà dolore!

Poi camminai finché non raggiunsi la casa del mio amico, il Sarto, che trovai in attesa di me con grande ansia; era, come dice il proverbio, sulle spine per conto mio. E quando mi vide disse: "Per tutta la notte il mio cuore è stato pesante, temendo per te a causa di bestie feroci o altre sventure. Ora lode ad Allah per la tua salvezza!" Lo ringraziai per la sua amichevole premura e, ritiratomi nel mio angolo, sedetti a riflettere e meditare su ciò che mi era accaduto; e rimproverai e sgridai me stesso per la mia folle invadenza e la mia caparbietà nel dare il calcio all'alcova. Stavo chiedendo conto a me stesso quando ecco, il mio amico, il Sarto, venne da me e disse: "O giovane, nel negozio c'è un vecchio, un Persiano, che ti cerca: ha la tua accetta e i tuoi sandali che ha portato ai taglialegna, dicendo: Stavo uscendo nel momento in cui il Mu'azzin iniziava la chiamata alla preghiera dell'alba, quando mi sono imbattuto in queste cose e non so di chi siano; indicatemi dunque il proprietario. I taglialegna hanno riconosciuto la tua accetta e lo hanno indirizzato a te: è seduto nel mio negozio, vai dunque da lui, ringrazialo e prendi la tua accetta e i tuoi sandali." Quando udii queste parole divenni giallo per la paura e mi sentii stordito come da un colpo; e, prima che potessi riprendermi, ecco! il pavimento della mia stanza privata si squarciò, e ne sorse il Persiano che era l'Ifrit. Aveva torturato la signora con torture eccedenti, ciononostante ella non gli aveva confessato nulla; così prese l'accetta e i sandali e le disse: "Certo come io sono Jirjis del seme di Iblis, ti porterò indietro il proprietario di questo e di questi!" Poi andò dai taglialegna con il pretesto suddetto e, dopo essere stato indirizzato a me, avendo atteso un poco nel negozio finché il fatto non fu confermato, mi ghermì improvvisamente come un falco ghermisce un topo e volò alto nell'aria; ma ben presto discese e si immerse con me sotto la terra (mentre io ero svenuto), e infine mi depose nel palazzo sotterraneo in cui avevo passato quella notte beata. E lì vidi la signora spogliata fino alla pelle, i suoi arti legati a quattro pioli e il sangue che sgorgava dai suoi fianchi. Alla vista, i miei occhi traboccarono di lacrime; ma l'Ifrit coprì la sua persona e disse: "O meretrice, quest'uomo non è il tuo amante?" Ella mi guardò e rispose: "Non lo conosco, né l'ho mai visto prima d'ora!" Disse l'Ifrit: "Cosa! tanta tortura e nessuna confessione?" ed ella rispose: "Non ho mai visto quest'uomo in vita mia, e non è lecito agli occhi di Allah mentire su di lui." "Se non lo conosci," le disse l'Ifrit, "prendi questa spada e tagliagli il capo." Ella impugnò la spada e si avvicinò a me; e io le feci segno con le sopracciglia, mentre le mie lacrime scorrevano giù per le guance. Ella mi comprese e rispose, anch'ella con cenni: "Come hai potuto portare tutto questo male su di me?" e io risposi allo stesso modo: "Questo è il momento della pietà e del perdono." E la lingua muta del mio caso parlò ad alta voce dicendo:—

I miei occhi furono dragomanni per la mia lingua legata ✿ E dissero ben chiaro l'amore che bramavo nascondere: Quando ci incontrammo l'ultima volta e le lacrime scorrevano in torrenti ✿ Per la lingua divenuta muta, i miei sguardi testimoniarono: Ella segnò con lo sguardo mentre le labbra tacevano ✿ Io segnai con le dita ed ella comprese l'implicito: Le nostre sopracciglia fecero tutto il dovere tra noi due; ✿ E noi, senza parola, l'Amore parlò alto e chiaro.

Allora, o mia padrona, la signora gettò via la spada e disse: "Come potrei colpire il collo di uno che non conosco, e che non mi ha fatto alcun male? Tale atto non sarebbe lecito nella mia legge!" e trattenne la mano. Disse l'Ifrit: "Ti è penoso uccidere il tuo amante; e, perché si è coricato con te, sopporti questi tormenti e ti ostini a non confessare. Dopo ciò mi è chiaro che solo il simile ama e ha pietà del simile." Poi si voltò verso di me e mi chiese: "O uomo, forse anche tu non conosci questa donna?" al che risposi: "E di grazia, chi potrebbe essere? Di certo non l'ho mai vista fino a questo istante." "Allora prendi la spada," disse, "e tagliagli il capo e crederò che tu non la conosca e ti lascerò libero di andare, e non mi comporterò duramente con te." Risposi: "Lo farò;" e, presa la spada, avanzai prontamente e sollevai la mano per colpire. Ma ella mi fece segno con le sopracciglia: "Sono venuta meno verso di te in qualche cosa dell'amore; ed è così che mi ricompensi?" Compresi ciò che i suoi sguardi implicavano e le risposi con uno sguardo: "Sacrificherò l'anima mia per te." E la lingua del caso scrisse nei nostri cuori questi versi:—

Quanti amanti parlano con le sopracciglia ✿ Alla loro amata, come la loro passione supplica: Con occhi lampeggianti ispirano la loro passione ✿ Ed ella vede bene ciò di cui la sua supplica ha bisogno. Com'è dolce lo sguardo quando l'uno sull'altro si posa; ✿ E con quale rapidità e sicurezza esso corre: E questo con le sopracciglia scrive tutta la sua passione; ✿ E quella con le pupille legge tutta la sua passione.

Allora i miei occhi si riempirono di lacrime fino a traboccare e gettai la spada di mano dicendo: "O potente Ifrit ed eroe, se una donna priva di senno e di fede ritiene illecito tagliarmi il capo, come può essere lecito per me, uomo, colpire il collo di colei che non ho mai visto in tutta la mia vita? Non posso compiere tale misfatto anche se tu mi facessi bere la coppa della morte e della perdizione." Allora disse l'Ifrit: "Voi due mostrate la buona intesa che c'è tra voi; ma vi farò vedere come finiscono tali azioni." Prese la spada e tagliò prima le mani alla signora, con quattro colpi, e poi i piedi; mentre io guardavo e mi sentivo certo della morte, ed ella mi salutava con i suoi occhi morenti. Così l'Ifrit le gridò: "Tu ti prostituisci e mi fai cornuto con i tuoi occhi;" e la colpì così che il capo volò via. Poi si voltò verso di me e disse: "O mortale, noi abbiamo nella nostra legge che, quando la moglie commette adulterio, è lecito per noi ucciderla. Quanto a questa fanciulla, la rapii nella sua notte di nozze quando era una ragazza di dodici anni e non conosceva nessuno se non me. Ero solito venire da lei una volta ogni dieci giorni e giacere con lei la notte, sotto le sembianze di un uomo, un Persiano; e quando fui ben certo che mi avesse messo le corna, la uccisi. Ma quanto a te, non sono ben convinto che tu mi abbia fatto torto con lei; tuttavia non devo lasciarti andare incolume; chiedimi dunque una grazia e io te la concederò." Allora mi rallegrai, o mia signora, di gioia eccedente e dissi: "Quale grazia chiederò a te?" Egli rispose: "Chiedimi questa grazia; in quale forma dovrò stregarti; vuoi essere un cane, o un asino, o una scimmia?" Risposi (e in verità avevo sperato che potesse essermi mostrata pietà): "Per Allah, risparmiami, affinché Allah risparmi te per aver risparmiato un Musulmano e un uomo che non ti ha mai fatto torto." E mi umiliai davanti a lui con umiltà eccedente, e rimasi in piedi alla sua presenza, dicendo: "Sono gravemente oppresso dalle circostanze." Egli rispose: "Non farmi discorsi lunghi, è in mio potere ucciderti; ma ti do invece la tua scelta." Dissi: "O tu Ifrit, ti si addirebbe perdonarmi proprio come l'Invidato perdonò l'Invidioso." Disse: "E come fu?" e cominciai a raccontargli

IL RACCONTO DELL'INVIDIOSO E DELL'INVIDIATO.

Raccontano, o Ifrit, che in una certa città vi erano due uomini che abitavano in case adiacenti, con un muro di confine in comune; e uno di loro invidiava l'altro e lo guardava con occhio malvagio, e faceva ogni sforzo per danneggiarlo; e, sebbene in ogni momento fosse geloso del suo vicino, la sua malizia alla fine crebbe in lui finché a stento poteva mangiare o godere dei dolci piaceri del sonno. Ma l'Invidato non faceva altro che prosperare; e più l'altro si sforzava di danneggiarlo, più quello otteneva, guadagnava e prosperava. Alla fine la malizia del suo vicino e il costante impegno dell'uomo a recargli danno giunsero alla sua conoscenza; così disse: "Per Allah! La terra di Dio è abbastanza ampia per la sua gente;" e, lasciando il vicinato, si riparò in un'altra città dove comprò un pezzo di terra in cui c'era un pozzo asciutto, vecchio e in condizioni rovinose. Qui si costruì un oratorio e, arredatolo con poche necessità, vi prese dimora, e si dedicò alla preghiera e all'adorazione di Allah l'Onnipotente; e Fakir e mendicanti santi accorrevano a lui da ogni parte; e la sua fama si diffuse per la città e quella contrada. Ben presto la notizia raggiunse il suo vicino invidioso, di quale buona sorte gli fosse toccata e di come i notabili della città fossero divenuti suoi discepoli; così viaggiò fino al luogo e si presentò all'eremitaggio del santo uomo, e fu accolto dall'Invidato con benvenuto e saluto e ogni onore. Poi disse l'Invidioso: "Ho una parola da dirti; ed è questa la causa del mio viaggio fin qui, e desidero darti una buona notizia; vieni dunque con me nella tua cella." Allora l'Invidato si alzò e prese l'Invidioso per mano, e si recarono nella parte più interna dell'eremitaggio; ma l'Invidioso disse: "Ordina ai tuoi Fakir di ritirarsi nelle loro celle, poiché non ti dirò ciò che ho da dirti se non in segreto, dove nessuno possa udirci." Di conseguenza l'Invidato disse ai suoi Fakir: "Ritiratevi nelle vostre celle private;" e, quando tutti ebbero fatto come egli aveva ordinato, si incamminò con il suo visitatore e camminò per un breve tratto finché i due non raggiunsero il vecchio pozzo in rovina. E mentre stavano sull'orlo, l'Invidioso diede all'Invidato una spinta che lo fece rotolare a capofitto dentro di esso, non visto da alcuno; dopodiché se ne andò per la sua strada, pensando di averlo ucciso. Ora questo pozzo accadde che fosse infestato dai Jann i quali, vedendo il caso, lo sostennero e lo calarono poco a poco, finché egli raggiunse il fondo, dove lo fecero sedere su una grossa pietra. Allora uno di loro chiese ai compagni: "Sapete chi è quest'uomo?" ed essi risposero: "No." "Quest'uomo," continuò l'interlocutore, "è il cosiddetto Invidato che, fuggendo dall'Invidioso, venne ad abitare nella nostra città, e qui fondò questa casa santa, e ci ha edificato con le sue litanie e le sue letture del Corano; ma l'Invidioso partì e viaggiò finché non lo raggiunse, e astutamente riuscì a ingannarlo e a gettarlo nel pozzo dove ora siamo. Ma la fama di quest'uomo pio è giunta proprio questa notte al Sultano della nostra città, che progetta di visitarlo domani per via di sua figlia." "Che affligge sua figlia?" chiese uno, e un altro rispose: "È posseduta da uno spirito; poiché Maymun, figlio di Damdam, è follemente innamorato di lei; ma, se questo uomo pio conoscesse il rimedio, la sua guarigione sarebbe la cosa più facile del mondo." A questo punto uno di loro chiese: "E quale sarebbe la medicina?" e rispose: "Il gatto nero che è con lui nell'oratorio ha, sulla punta della coda, una macchia bianca, della grandezza di un dirham; che egli strappi sette peli bianchi dalla macchia, poi la fumighi con essi e il Marid fuggirà da lei e non farà ritorno; così ella sarà sana per il resto della sua vita." Tutto questo accadde, o Ifrit, a portata d'orecchio dell'Invidato, che ascoltò prontamente. Quando spuntò l'alba e il mattino sorse nel suo splendore, i Fakir andarono a cercare lo Shaykh e lo trovarono che risaliva il muro del pozzo; per cui fu magnificato ai loro occhi. Quindi, sapendo che nient'altro che il gatto nero avrebbe potuto fornirgli il rimedio richiesto, strappò i sette peli della coda dalla macchia bianca e li mise da parte; e a stento il sole era sorto che il Sultano entrò nell'eremitaggio, con i grandi signori del suo stato, ordinando al resto del suo seguito di restare in attesa fuori. L'Invidato gli diede un caloroso benvenuto e, fattolo sedere al suo fianco, gli chiese: "Ti dirò la causa della tua venuta?" Il Re rispose: "Sì." Continuò egli: "Sei venuto con il pretesto di una visita; ma è nel tuo cuore interrogarmi su tua figlia." Rispose il Re: "È proprio così, o santo Shaykh;" e l'Invidato continuò: "Manda a prenderla, e confido di guarirla all'istante (se tale sarà il volere di Allah!)." Il Re, in grande gioia, mandò a chiamare sua figlia, e la condussero legata e incatenata. L'Invidato la fece sedere dietro una tenda e, prendendo i peli, la fumigò con essi; dopodiché ciò che era nella sua testa gridò e la lasciò. La fanciulla fu all'istante restituita al suo giusto senno e, velandosi il volto, disse: "Cosa è accaduto e chi mi ha portato qui?" Il Sultano si rallegrò con una gioia che nulla poteva superare, e baciò gli occhi di sua figlia, e la mano del santo uomo; poi, voltandosi verso i suoi grandi signori, chiese: "Che dite! Quale ricompensa merita colui che ha guarito mia figlia?" e tutti risposero: "Merita di averla in sposa;" e il Re disse: "Dite il vero!" Così la diede in sposa a lui e l'Invidato divenne così genero del Re. E dopo un poco il Wazir morì e il Re disse: "Chi posso fare Ministro al suo posto?" "Tuo genero," risposero i cortigiani. Così l'Invidato divenne Wazir; e dopo un po' anche il Sultano morì e i sudditi dissero: "Chi faremo Re?" e tutti gridarono: "Il Wazir." Così il Wazir fu all'istante fatto Sultano, e divenne Re regnante, un vero sovrano di uomini. Un giorno, mentre era montato sul suo cavallo; e, nell'eminenza della sua regalità, cavalcava in mezzo ai suoi Emiri e Wazir e ai Grandi del suo regno, il suo occhio cadde sul suo vecchio vicino, l'Invidioso, che stava a piedi sul suo cammino; così si volse a uno dei suoi Ministri e disse: "Conducete qui quell'uomo e non causategli alcuno spavento." Il Wazir lo condusse e il Re disse: "Dategli mille miskál d'oro dal tesoro, e caricategli dieci cammelli con merci per il commercio, e mandatelo sotto scorta alla sua città." Poi salutò il suo nemico e lo mandò via e si astenne dal punirlo per i molti e grandi mali che aveva fatto. Vedi, o Ifrit, la misericordia dell'Invidato verso l'Invidioso, che lo aveva odiato fin dall'inizio e gli aveva portato una tale amara malizia e non lo aveva mai incontrato senza causargli guai; e lo aveva cacciato di casa e dalla sua terra, e poi aveva viaggiato col solo scopo di togliergli la vita gettandolo nel pozzo. Eppure egli non ricambiò il suo agire ingiurioso, ma lo perdonò e fu generoso con lui. Allora piansi davanti a lui, o mia signora, con amaro pianto, mai ve ne fu uno più amaro, e recitai:—

Perdona la mia colpa, poiché è usanza dell'uomo saggio ✿ Perdonare ogni colpa e rinunciare alla vendetta: In verità ogni sorta di colpa è in me contenuta ✿ Degnati dunque, per bontà, di mostrarmi grazia e pietà: Chi implora perdono dall'Alto ✿ Dovrebbe trattenere la mano dai peccatori qui sotto.

Disse l'Ifrit: "Non allungare le tue parole! Quanto all'ucciderti, non temerlo, e quanto al perdonarti, non sperarlo; ma dal mio incantesimo non vi è scampo." Poi mi strappò dal suolo che si chiuse sotto i miei piedi e volò con me nel firmamento finché vidi la terra come una grande nuvola bianca o un piattino nel mezzo delle acque. Poco dopo mi depose su una montagna e, prendendo un po' di polvere, sulla quale mormorò alcune parole magiche, mi cosparse con essa, dicendo: "Lascia quella forma e prendi la forma di una scimmia!" E all'istante divenni una scimmia, un babbuino senza coda, figlio di un secolo. Ora, quando mi ebbe lasciato e mi vidi in questa forma brutta e odiosa, piansi per me stesso, ma rassegnai la mia anima alla tirannia del Tempo e delle Circostanze, ben sapendo che la Fortuna è mutevole e costante verso nessun uomo. Scesi dalla montagna e trovai ai piedi una pianura deserta, lunga e larga, che attraversai per lo spazio di un mese finché il mio cammino mi portò sull'orlo del mare salmastro. Dopo essere rimasto lì per un po', fui consapevole di una nave al largo che correva con un vento propizio verso la riva: mi nascosi dietro una roccia sulla spiaggia e attesi che la nave si avvicinasse, quando saltai a bordo. La trovai piena di mercanti e passeggeri e uno di loro gridò: "O Capitano, questo bruto dal malaugurio ci porterà sfortuna!" e un altro disse: "Cacciate via questa bestia funesta di mezzo a noi"; il Capitano disse: "Uccidiamolo!" un altro disse: "Ammazzatelo con la spada"; un terzo: "Annegatelo"; e un quarto: "Colpitelo con una freccia." Ma io balzai in piedi e mi aggrappai all'orlo della veste del Rais, e versai lacrime che scorrevano giù per le mie ganasce. Il Capitano ebbe pietà di me e disse: "O mercanti! Questa scimmia ha fatto appello a me per protezione e io la proteggerò; d'ora in poi è sotto la mia custodia: che nessuno le faccia alcun male o danno, altrimenti ci sarà cattivo sangue tra noi." Poi mi trattò con gentilezza e tutto ciò che diceva comprendevo e provvedevo a ogni suo bisogno e lo servivo come un servo, sebbene la mia lingua non volesse obbedire ai miei desideri; così che finì per amarmi. La nave salpò, col vento propizio, per lo spazio di cinquanta giorni; al termine dei quali gettammo l'ancora sotto le mura di una grande città dove c'era un mondo di persone, specialmente uomini dotti, di cui nessuno poteva dire il numero se non Allah. Non appena arrivammo, fummo visitati da alcuni funzionari Mamelucchi del Re di quella città; i quali, dopo essere saliti a bordo, salutarono i mercanti e, rallegrandosi per il loro arrivo sicuro, dissero: "Il nostro Re vi dà il benvenuto e vi manda questo rotolo di carta, sul quale ognuno di voi deve scrivere una riga. Poiché dovete sapere che il Ministro del Re, un calligrafo di fama, è morto, e il Re ha giurato un solenne giuramento che non nominerà alcun Wazir al suo posto che non sappia scrivere bene quanto lui." Ci diede quindi il rotolo che misurava dieci cubiti di lunghezza per uno di larghezza, e ciascuno dei mercanti che sapeva scrivere vi scrisse una riga, fino all'ultimo di loro; dopodiché mi alzai (ancora sotto forma di scimmia) e strappai il rotolo dalle loro mani. Temevano che lo strappassi o lo buttassi in mare; così cercarono di fermarmi e spaventarmi, ma io feci loro segno che sapevo scrivere, al che tutti si meravigliarono, dicendo: "Non abbiamo mai visto una scimmia scrivere." E il Capitano gridò: "Lasciatelo scrivere; e se scarabocchia e sgorbia lo cacceremo via e lo uccideremo; ma se scrive in modo bello e colto lo adotterò come mio figlio; poiché di certo non ho mai visto una scimmia più intelligente e ben educata di lui. Volesse il Cielo che il mio vero figlio fosse al suo pari in morale e maniere." Presi la canna e, allungando la zampa, la intinsi nell'inchiostro e scrissi, nella grafia usata per le lettere, questi due distici:—

Il Tempo ha registrato i doni concessi ai grandi; ✿ Ma nessuno ha registrato i tuoi, che sono ben superiori; Allah non lasci mai orfani gli uomini con la perdita di te ✿ Che sei madre della Bontà e padre della Munificenza.

E scrissi in Rayháni o lettere più grandi elegantemente curve:—

Tu hai una canna di consiglio per ogni terra, ✿ La cui guida fa prosperare tutto il mondo; Il Nilo di Misraim è nulla di fronte ai tuoi doni, ✿ Tu che fai sorridere la miseria con le cinque dita.

Poi scrissi nel carattere Suls:—

Non vi è scrittore che dalla Morte possa fuggire, ✿ Ma ciò che la sua mano ha scritto gli uomini ripeteranno: Non scrivere, dunque, nulla che non ti serva quando ✿ Lo vedrai nel Giorno del Giudizio, se mai lo vedrai!

Poi scrissi nel carattere Naskh:—

Quando il Destino condanna il nostro amore a un doloroso distacco, ✿ Verso una vita lontana decretata dal Fato, Facciamo sì che le labbra del calamaio piangano i nostri dolori, ✿ E diamo voce al nostro dire con la canna parlante.

E scrissi nel carattere Túmár:—

Il regno con nessuno perdura; se neghi ✿ Questa verità, dove sono i Re della terra antica? Pianta alberi di bontà finché dura il dominio, ✿ E quando sarai caduto essi racconteranno il tuo valore.

E scrissi nel carattere Muhakkak:—

Quando apri il calamaio della tua ricchezza e fama ✿ Prendi inchiostro di cuore generoso e mano graziosa; Scrivi imprese coraggiose e nobili finché puoi scrivere ✿ E guadagnati lode dalla punta della penna e della spada.

Poi diedi il rotolo ai funzionari e, dopo che tutti avemmo scritto la nostra riga, lo portarono davanti al Re. Quando vide la carta, nessuna scrittura gli piacque tranne la mia; e disse ai cortigiani riuniti: "Andate a cercare lo scrivente di queste righe e vestitelo con uno splendido abito d'onore; poi montatelo su una mula, fate che una banda musicale lo preceda e portatelo alla mia presenza." A queste parole sorrisero e il Re si adirò con loro e gridò: "O maledetti! Vi do un ordine e voi ridete di me?" "O Re," risposero, "se ridiamo non è di te e non senza una causa." "E qual è?" chiese egli; e risposero: "O Re, tu ci ordini di portare alla tua presenza l'uomo che ha scritto queste righe; ora la verità è che colui che le ha scritte non è tra i figli di Adamo, ma una scimmia, un babbuino senza coda, appartenente al Capitano della nave." Disse egli: "È vero quello che dite?" Risposero: "Sì! Per i diritti della tua munificenza!" Il Re si meravigliò delle loro parole e tremò per l'ilarità e disse: "Ho intenzione di comprare questa scimmia dal Capitano." Poi inviò messaggeri alla nave con la mula, l'abito, la guardia e i tamburi di stato, dicendo: "Non di meno vestitelo con l'abito d'onore e montatelo sulla mula e fate che sia circondato dalle guardie e preceduto dalla banda musicale." Vennero alla nave, mi presero dal Capitano, mi vestirono con l'abito d'onore e, montatomi sulla mula, mi portarono in processione solenne per le strade; mentre la gente era stupita e divertita. E la gente diceva l'un l'altro: "Ehilà! Il nostro Sultano sta per fare di una scimmia il suo Ministro?"; e vennero tutti a bocca aperta ad affollarsi per guardarmi, e la città era in fermento e sottosopra per conto mio. Quando mi portarono davanti al Re e mi posero al suo cospetto, baciai la terra davanti a lui tre volte, e una volta davanti all'Alto Ciambellano e ai grandi ufficiali, ed egli mi fece cenno di sedermi, e io mi sedetti rispettosamente su stinchi e ginocchia, e tutti i presenti si meravigliarono delle mie belle maniere, e il Re più di tutti. Dopodiché ordinò ai sudditi di ritirarsi; e, quando non rimase nessuno se non la maestà del Re, l'Eunuco di servizio e un piccolo schiavo bianco, ordinò loro di porre davanti a me la tavola del cibo, contenente ogni sorta di uccelli, tutto ciò che salta e vola e posa nel nido, come quaglie e ganghe. Poi mi fece cenno di mangiare con lui; così mi alzai e baciai la terra davanti a lui, poi mi sedetti e mangiai con lui. E quando la tavola fu rimossa lavai le mie mani in sette acque e presi il porta-canna e la canna; e scrissi invece di parlare questi distici:—

Piangi per le piccole pernici sul piatto e sul vassoio; ✿ Grida per la rovina dei fritti e degli stufati ben marinati: Intenso come il mio pianto per le amate, perdute figlie della pernice Katá, ✿ E l'omelette attorno ai bei polli rosolati agglomerati: O fuoco nel mio cuore per il pesce, quei deux poissons che vidi, ✿ Adagiati su focacce appena fatte e dolci in pile da sbranare. Per te, o vermicelli! duole il mio stomaco! Ritengo ✿ Senza te ogni gusto e gioia essere del tutto annientati. Quelle uova hanno rotolato i loro occhi gialli in tormentosi dolori di fuoco ✿ Prima di essere servite con hash e frittelle calde, quel manicaretto delicato, Sia lodato Allah per i suoi cibi al forno e arrosto e ah! quanto buono ✿ Questo legume, queste erbe di campo immerse nell'olio con aceto combinate! Quando la fame fu saziata, mi appoggiai al gomito sul ✿ Budino di carne in cui brillavano i braccialetti che la mia mente sbigottiscono. Poi svegliai l'appetito dormiente per mangiare come per gioco ✿ Dolci da vassoi broccati e leccornie assai elaborate. Sii paziente, anima mia! Il Tempo è un individuo superbo e geloso; ✿ Oggi sembra scuro e cupo e domani bello alla vista.

Poi mi alzai e mi sedetti a una distanza rispettosa mentre il Re leggeva ciò che avevo scritto, e si meravigliava, esclamando: "O il miracolo, che una scimmia debba essere dotata di questo stile grazioso e di questo potere calligrafico! Per Allah, è una meraviglia delle meraviglie!"

Poco dopo posero davanti al Re vini pregiati in flaconi di vetro ed egli bevve: poi mi passò la coppa; e io baciai la terra e bevvi e scrissi su di essa:—

Con il fuoco mi bollirono per sciogliere la mia lingua, ✿ E dolore e pazienza mi diedero come compagnia: Da qui viene che le mani degli uomini mi portano in alto ✿ E rugiada di miele dalle labbra della fanciulla sorseggio!

E anche questi:—

Il mattino dice alla Notte: "Ritirati e lascia che io splenda"; ✿ Così beviamo sorsi che attutiscono ogni dolore e affanno: Dubito, così fine è il vetro, così chiaro il vino, ✿ Se sia il vino nel vetro o il vetro nel vino.

Il Re lesse i miei versi e disse con un sospiro: "Se questi doni fossero in un uomo, eccellerebbe su tutti gli uomini del suo tempo e della sua epoca!" Poi chiamò la scacchiera e disse: "Dimmi, vuoi giocare con me?"; e feci cenno con la testa: "Sì." Poi mi feci avanti e ordinai i pezzi e giocai con lui due partite, entrambe le quali vinsi. Egli era senza parole per la sorpresa; così presi il porta-penna e, tirando fuori una canna, scrissi sulla scacchiera questi due distici:—

Due eserciti vanno combattendo per tutto il giorno ✿ Né la loro battaglia è mai terminata, Finché, quando l'oscurità li cinge d'attorno, ✿ I due vanno a dormire in un unico letto.

Il Re lesse queste righe con meraviglia e diletto e disse al suo Eunuco: "O Mukbil, va' dalla tua padrona, Sitt al-Husn, e dille: Vieni, parla al Re che ti invita qui per trovare conforto nel vedere questa scimmia assai meravigliosa!" Così l'Eunuco uscì e poco dopo tornò con la dama che, quando mi vide, si velò il volto e disse: "O padre mio! Hai perso ogni senso dell'onore? Come avviene che ti piaccia mandarmi a chiamare e mostrarmi a uomini estranei?" "O Sitt al-Husn," disse egli, "nessun uomo è qui se non questo piccolo paggio e l'Eunuco che ti ha allevato e io, tuo padre. Da chi, dunque, ti veli il volto?" Ella rispose: "Questo che tu credi una scimmia è un giovane uomo, abile e cortese, saggio e dotto e figlio di un Re; ma è incantato e l'Ifrit Jirjaris, che è del seme di Iblis, ha gettato un incantesimo su di lui, dopo aver messo a morte sua moglie, la figlia del Re Ifitamus, signore delle Isole di Abnus." Il Re si meravigliò delle parole della figlia e, voltandosi verso di me, disse: "È vero quello che dice di te?"; e io feci segno con un cenno della testa la risposta: "Sì, in verità"; e piansi amaramente. Poi chiese alla figlia: "Come sapevi che è incantato?"; ed ella rispose: "O mio caro papà, c'era con me nella mia infanzia una vecchia, una astuta e una saggia e anche una strega, e mi insegnò la teoria della magia e la sua pratica; e presi appunti per iscritto e in essi divenni perfetta, e ho imparato a memoria centosettanta capitoli di formule egromantiche, con il minimo dei quali potrei trasportare le pietre della tua città dietro la Montagna Kaf e il Mare Circondante, o rendere il suo sito un abisso del mare e la sua gente pesci che nuotano nel mezzo di esso." "O mia figlia," disse suo padre, "ti scongiuro, per la mia vita, disincanta questo giovane uomo, affinché io possa farlo mio Wazir e farti sposare con lui, poiché in verità è un giovane ingegnoso e profondamente istruito." "Con gioia e buon gradimento," ella rispose e, prendendo in mano un coltello di ferro sul quale era inciso il nome di Allah in caratteri ebraici, descrisse un ampio cerchio——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ella disse: Mi è giunto, o Re auspicato, che il Kalandar continuò il suo racconto così:—O mia signora, la figlia del Re prese in mano un coltello sul quale erano incisi caratteri ebraici e descrisse un ampio cerchio nel mezzo della sala del palazzo, e dentro di esso scrisse in lettere cufiche nomi misteriosi e talismani; e proferì parole e mormorò incantesimi, alcuni dei quali comprendemmo e altri non comprendemmo. Improvvisamente il mondo si fece oscuro dinanzi alla nostra vista, finché pensammo che il cielo stesse cadendo sulle nostre teste, ed ecco! l'Ifrit si presentò nella sua forma e nel suo aspetto. Le sue mani erano come forconi a molti rebbi, le sue gambe come gli alberi di grandi navi, e i suoi occhi come torce di fuoco fiammeggiante. Eravamo in terribile timore di lui, ma la figlia del Re gli gridò contro: "Nessun benvenuto a te e nessun saluto, o cane!", al che egli mutò forma in quella di un leone e disse: "O traditrice, come hai potuto infrangere il giuramento che giurammo, che nessuno dei due avrebbe contrastato l'altro?" "O maledetto," rispose ella, "come potrebbe esservi un patto tra me e uno come te?" Allora egli disse: "Prendi ciò che ti sei attirata addosso"; e il leone aprì le fauci e si scagliò contro di lei; ma ella fu troppo rapida per lui; e, strappatosi un capello dal capo, lo agitò nell'aria mormorandovi sopra nel mentre; e il capello divenne subito una lama di spada tagliente, con la quale ella colpì il leone e lo tagliò in due. Allora le due metà volarono via nell'aria e la testa si mutò in uno scorpione, e la Principessa divenne un enorme serpente e si scagliò contro il maledetto scorpione, e i due combatterono, avvolgendosi e svolgendosi, un'aspra lotta per almeno un'ora. Poi lo scorpione si mutò in un avvoltoio e il serpente divenne un'aquila che si scagliò sull'avvoltoio, e lo inseguì per un'ora, finché questi divenne un gatto nero, che miagolava, mostrava i denti e soffiava. Allora l'aquila si mutò in un lupo pezzato e questi due combatterono nel palazzo per lungo tempo, finché il gatto, vedendosi sopraffatto, si mutò in un verme e strisciò dentro un enorme melograno rosso, che giaceva accanto alla fontana zampillante nel mezzo della sala del palazzo. Al che il melograno si gonfiò fino alle dimensioni di un cocomero nell'aria; e, cadendo sul pavimento di marmo del palazzo, si ruppe in pezzi, e tutti i chicchi caddero fuori e si sparsero in giro finché coprirono l'intero pavimento. Allora il lupo si scosse e divenne un gallo bianco come la neve, che si mise a raccogliere i chicchi, proponendosi di non lasciarne alcuno; ma per decreto del destino un chicco rotolò fino al bordo della fontana e lì rimase nascosto. Il gallo si mise a cantare e a battere le ali e a far segno a noi con il becco come per chiedere: "Sono rimasti dei chicchi?" Ma noi non comprendemmo cosa volesse dire, ed egli ci gridò contro con un grido così forte che pensammo che il palazzo ci sarebbe caduto addosso. Poi corse su tutto il pavimento finché vide il chicco che era rotolato al bordo della fontana, e si precipitò avidamente a raccoglierlo, quando ecco, esso balzò nel mezzo dell'acqua e divenne un pesce e si immerse sul fondo della vasca. Allora il gallo si mutò in un grosso pesce, e si tuffò dentro dopo l'altro, e i due scomparvero per un poco ed ecco! udimmo forti strida e grida di dolore che ci fecero tremare. Dopo di ciò l'Ifrit emerse dall'acqua, ed era come una fiamma ardente; gettando fuoco e fumo dalla bocca, dagli occhi e dalle narici. E immediatamente anche la Principessa uscì dalla vasca ed era un unico tizzone di fiamma ardente; e questi due, lei e lui, combatterono per lo spazio di un'ora, finché i loro fuochi li circondarono interamente e il loro fumo denso riempì il palazzo. Quanto a noi, ansimavamo per il respiro, essendo quasi soffocati, e desideravamo tuffarci nell'acqua temendo di essere bruciati e distrutti completamente; e il Re disse: "Non vi è Maestà e non vi è Potenza se non in Allah il Glorioso, il Grande! In verità siamo di Allah e a Lui stiamo ritornando! Volesse il Cielo che non avessi spinto mia figlia a tentare di sciogliere l'incantesimo di questo compagno scimmiesco, con il che le ho imposto il terribile compito di combattere quel maledetto Ifrit contro il quale tutti gli Ifrit del mondo non avrebbero potuto prevalere. E volesse il Cielo che non avessimo mai visto questa scimmia, Allah non risani né benedica il giorno del suo arrivo! Pensavamo di compiere una buona azione verso di lui davanti ad Allah, e di liberarlo dall'incantesimo, e ora abbiamo portato questo turbamento e questa pena nel nostro cuore." Ma io, o mia signora, ero ammutolito e impotente a dirgli una parola. Improvvisamente, prima che ci avvedessimo di alcunché, l'Ifrit urlò da sotto le fiamme e, venendo verso di noi mentre stavamo sulla pedana, soffiò fuoco nelle nostre facce. La fanciulla lo raggiunse e soffiò folate di fuoco verso il suo volto e le scintille da lei e da lui piovvero su di noi, e le sue scintille non ci fecero alcun danno, ma una delle sue scintille si posò sul mio occhio e lo distrusse facendomi una scimmia monocola; e un'altra cadde sulla faccia del Re bruciandone la metà inferiore, bruciando la barba e i baffi e causando la caduta dei denti inferiori; mentre una terza si posò sul petto del Castrato, uccidendolo sul colpo. Così disperammo della vita e ci sentimmo certi della morte quando ecco! una voce ripeté il detto: "Allah è Altissimo! Allah è Altissimo! Aiuto e vittoria a tutti coloro che credono nella Verità; e delusione e vergogna a tutti coloro che non credono nella religione di Maometto, la Luna della Fede." Chi parlava era la Principessa che aveva bruciato l'Ifrit, ed egli era divenuto un mucchio di cenere. Poi ella venne verso di noi e disse: "Porgetemi una coppa d'acqua." Gliela portarono ed ella pronunciò sopra di essa parole che non comprendemmo, e spruzzandomi con essa gridò: "Per virtù della Verità, e per il Nome Più Grande di Allah, ti ordino di ritornare alla tua forma precedente." Ed ecco, mi scossi e divenni un uomo come prima, salvo che avevo perso completamente un occhio. Poi ella gridò: "Il fuoco! Il fuoco! O mio caro papà, una freccia del maledetto mi ha ferita a morte, poiché non sono abituata a combattere con i Jann; se fosse stato un uomo l'avrei ucciso fin dal principio. Non ho avuto alcun problema fino al momento in cui il melograno si è spezzato e i chicchi si sono sparsi, ma ho trascurato il chicco in cui risiedeva la vita stessa del Jinni. Se l'avessi raccolto egli sarebbe morto sul colpo, ma come vollero il Destino e la Fortuna, non l'ho visto; così egli mi è venuto addosso del tutto inaspettatamente e vi è stata tra lui e me una dura lotta sotto la terra e in alto nell'aria e nell'acqua; e, ogni volta che gli aprivo una porta, egli mi apriva un'altra porta e più forte, finché alla fine mi ha aperto la porta del fuoco, e pochi sono salvati su cui si apre la porta del fuoco. Ma il Destino volle che la mia astuzia prevalesse sulla sua astuzia; e l'ho bruciato fino alla morte dopo averlo invano esortato ad abbracciare la religione dell'Al-Islam. Quanto a me, sono una donna morta; Allah prenda il mio posto presso di voi!" Poi invocò il Cielo per aiuto e non cessò di implorare sollievo dal fuoco; quando ecco! una scintilla nera scoccò dai suoi piedi vestiti fino alle cosce; poi volò al suo petto e di lì al suo volto. Quando raggiunse il suo volto ella pianse e disse: "Testimonio che non vi è dio se non Dio e che Maometto è l'Apostolo di Dio!" E guardammo verso di lei e non vedemmo altro che un mucchio di cenere accanto al mucchio che era stato l'Ifrit. Piangemmo per lei e desiderai di essere stato al suo posto, così non avrei visto il suo volto adorabile, che mi aveva fatto tanto bene, diventare cenere; ma non c'è modo di contrastare la volontà di Allah. Quando il Re vide la terribile morte di sua figlia, si strappò ciò che restava della sua barba e si batté il volto e si lacerò le vesti; e io feci come lui ed entrambi piangemmo su di lei. Poi entrarono i Ciambellani e i Grandi e rimasero sbalorditi nel trovare due mucchi di cenere e il Sultano in uno svenimento; così gli stettero attorno finché egli rinvenne e raccontò loro ciò che era accaduto alla figlia per causa dell'Ifrit; al che il loro dolore fu davvero doloroso e le donne e le schiave gridarono e fecero lamenti, e continuarono i loro lamenti per lo spazio di sette giorni. Inoltre il Re ordinò di costruire sopra le ceneri di sua figlia una vasta tomba voltata, e di bruciarvi dentro candele di cera e lampade sepolcrali: ma quanto alle ceneri dell'Ifrit le sparsero ai venti, mandandole alla maledizione di Allah. Poi il Sultano si ammalò di una malattia che quasi lo condusse alla morte per lo spazio di un mese; e, quando la salute ritornò a lui e la barba gli crebbe di nuovo ed egli fu convertito per la misericordia di Allah all'Al-Islam, mi mandò a chiamare e disse: "O giovane, il Destino aveva decretato per noi la più felice delle vite, al sicuro da tutte le alterne vicende del Tempo, finché tu non sei venuto da noi, quando i turbamenti sono caduti su di noi. Volesse il Cielo che non avessimo mai visto te e la tua faccia immonda! Poiché abbiamo avuto pietà di te e per questo abbiamo perso tutto. Per causa tua ho prima perso mia figlia che per me valeva bene cento uomini; in secondo luogo ho sofferto ciò che mi è accaduto a causa del fuoco e della perdita dei miei denti, e anche il mio Eunuco è stato ucciso. Non ti biasimo, poiché non era in tuo potere impedire questo: il decreto di Allah era su di te così come su di noi e grazie siano all'Onnipotente per il fatto che mia figlia ti ha salvato, sebbene per questo abbia perso la propria vita! Vai via ora, o mio figlio, da questa mia città, e ti basti ciò che è accaduto a noi per causa tua, anche se era decretato per noi. Vai in pace; e se mai ti rivedrò ti ucciderò certamente." E mi gridò contro. Così uscii dalla sua presenza, o mia signora, piangendo amaramente e a stento credendo alla mia fuga e non sapendo verso dove avrei dovuto dirigermi. E ricordai tutto ciò che mi era accaduto, il mio incontro con il sarto, il mio amore per la fanciulla nel palazzo sotto la terra, e la mia stretta fuga dall'Ifrit, anche dopo che egli aveva determinato di farmi morire; e come ero entrato nella città come una scimmia e la stavo lasciando uomo ancora una volta. Poi resi grazie ad Allah e dissi: "Il mio occhio e non la mia vita!", e prima di lasciare il luogo entrai nel bagno e mi rasai il capo e la barba e i baffi e le sopracciglia; e gettai cenere sul mio capo e indossai la ruvida veste di lana nera di un Kalandar. Poi mi incamminai, o mia signora, e ogni giorno meditavo su tutte le calamità che mi erano accadute, e piangevo e ripetevo questi distici:

"Sono sconvolto, eppure in verità la Sua pietà dimora con me, ✿ Sebbene attorno a me si radunino schiere di mali, donde provengano non so vedere: Paziente sarò finché la Pazienza stessa con me impaziente divenga; ✿ Paziente per sempre finché il Signore compia il mio destino: Paziente attenderò senza lamento, un uomo offeso e vinto; ✿ Paziente come lo sventurato arso dal sole che attraversa il mare sabbioso del deserto: Paziente sarò finché l'Aloe stessa inavvertitamente ammetta ✿ Che sono paziente sotto cose più amare dell'aloe più amara: Non vi sono cose più amare dell'aloe o della pazienza per l'umanità; ✿ Eppure più amaro di entrambe per me è stato il tradimento della Pazienza: La mia fronte arida, segnata e bruciata racconterebbe la mia pena ✿ Se l'anima potesse scrutare il mio spirito e lì non rivelare il segreto: Se le colline portassero il carico che porto io crollerebbero sotto il peso; ✿ Placherebbe il vento ruggente, spegnerebbe la flagranza della lingua di fiamma, E chiunque dica che il mondo è dolce certamente un giorno vedrà ✿ Con più dell'amarezza dell'aloe e della pungente natura dell'aloe."

Poi viaggiai attraverso molte regioni e vidi molte città mirando a Baghdad, affinché potessi cercare udienza, nella Casa della Pace, presso il Comandante dei Fedeli e raccontargli tutto ciò che mi era accaduto. Sono arrivato qui proprio questa notte e ho trovato il mio fratello in Allah, questo primo Kalandar, che se ne stava lì come uno perplesso; così lo salutai con "La pace sia su di te", e intavolai un discorso con lui. Poco dopo è arrivato il nostro fratello, questo terzo Kalandar, e ci ha detto: "La pace sia con voi! Sono uno straniero"; al che abbiamo risposto: "Anche noi siamo stranieri, che siamo giunti fin qui questa notte benedetta." Così abbiamo camminato tutti e tre insieme, nessuno di noi conoscendo la storia dell'altro, finché il Destino ci ha spinti a questa porta e siamo entrati da voi. Tale è dunque la mia storia e la mia ragione per essermi rasato la barba e i baffi, e questo è ciò che ha causato la perdita del mio occhio. Disse la padrona di casa: "Il tuo racconto è davvero raro; quindi strofina il capo e va' per la tua strada"; ma egli rispose: "Non mi muoverò finché non avrò udito le storie dei miei compagni." Allora si fece avanti il terzo Kalandar, e disse: "O illustre signora! la mia storia non è come quella di questi miei compagni, ma più meravigliosa e assai più prodigiosa. Nel loro caso il Fato e la Fortuna sono piombati su di loro inaspettatamente; ma io ho attirato il destino sulla mia stessa testa e ho portato dolore sulla mia stessa anima, e mi sono rasato la barba e ho perso il mio occhio. Ascolta dunque"

IL RACCONTO DEL TERZO KALANDAR.

Sappi, o mia signora, che anch'io sono un Re e Figlio di un Re e il mio nome è Ajíb figlio di Khazíb. Quando mio padre morì gli succedetti; e governai e feci giustizia e trattai equamente tutti i miei sudditi. Ero lieto dei viaggi per mare, poiché la mia capitale sorgeva sulla riva, dinanzi alla quale l'oceano si estendeva ampio e vasto; e vicino vi erano molte grandi isole con fortezze e guarnigioni nel mezzo del mare. La mia flotta contava cinquanta navi mercantili, e altrettanti yacht da diporto, e centocinquanta vele pronte allestite per la guerra santa contro gli Infedeli. Accadde che ebbi voglia di divertirmi sulle isole suddette, così presi il mare con la mia gente su dieci chiglie; e, portando con me vettovaglie per un mese, partii per un viaggio di venti giorni. Ma una notte un vento di prua ci colpì, e il mare si sollevò contro di noi con onde enormi; i flutti ci percossero duramente e una densa oscurità si stabilì attorno a noi. Ci demmo per perduti e io dissi: "Chi mette a rischio i propri giorni, anche se scampa non merita lode." Poi pregammo Allah e Lo implorammo; ma le raffiche di tempesta non cessarono di soffiare contro di noi né i marosi di colpirci fino al mattino, quando la burrasca calò, i mari si placarono in una calma specchiante e il sole brillò su di noi gentilmente chiaro. Poco dopo giungemmo a un'isola dove sbarcammo e cuocemmo un po' di cibo, e mangiammo di cuore e prendemmo riposo per un paio di giorni. Poi ripartimmo e navigammo altri venti giorni, i mari che si allargavano e la terra che si restringeva. Poco dopo la corrente corse contro di noi, e ci ritrovammo in acque sconosciute, dove il Capitano aveva perso la rotta, ed era del tutto disorientato in questo mare; così dicemmo all'uomo di vedetta: "Vai in cima all'albero e tieni gli occhi aperti." Egli si arrampicò sull'albero e guardò fuori e gridò ad alta voce: "O Rais, scorgo a tribordo qualcosa di scuro, molto simile a un pesce che galleggia sulla faccia del mare, e a babordo vi è un'ombra nel mezzo del mare, ora nera e ora luminosa." Quando il Capitano udì le parole della vedetta scagliò il suo turbante sul ponte e si strappò la barba e si batté il volto dicendo: "Buone notizie davvero! siamo tutti uomini morti; nessuno di noi può essere salvato." E si mise a piangere e tutti noi piangemmo per il suo pianto e anche per le nostre vite; e io dissi: "O Capitano, dicci cosa ha visto la vedetta." "O mio Principe," rispose egli, "sappi che abbiamo perso la rotta la notte della tempesta, che fu seguita l'indomani da due giorni di calma durante i quali non abbiamo fatto strada; e abbiamo vagato per undici giorni calcolando da quella notte, senza mai un vento che ci riportasse sulla nostra vera rotta. Domani verso la fine del giorno giungeremo a una montagna di pietra nera, chiamata la Montagna del Magnete; poiché verso di essa le correnti ci portano volenti o nolenti. Non appena saremo sotto la sua protezione, le fiancate della nave si apriranno e ogni chiodo nel tavolato volerà fuori e si attaccherà saldamente alla montagna; poiché l'Onnipotente Allah ha dotato la calamita di una virtù misteriosa e di un amore per il ferro, per ragione del quale tutto ciò che è ferro viaggia verso di essa; e su questa montagna vi è molto ferro, quanto nessuno sa salvo l'Altissimo, dalle molte navi che vi sono andate perdute fin dai giorni antichi. Il punto luminoso sulla sua sommità è una cupola di ottone giallo dell'Andalusia, voltata su dieci colonne; e sulla sua cima vi è un cavaliere che cavalca un cavallo di bronzo e tiene in mano una lancia di ottone; e pende sul suo petto una tavoletta di piombo incisa con nomi e talismani." E aggiunse subito: "E, o Re, nessuno distrugge la gente se non il cavaliere su quel destriero, né l'egromanzia sarà dissipata finché egli non cada dal suo cavallo." Allora, o mia signora, il Capitano pianse con pianto eccessivo e tutti noi ci sentimmo certi della sentenza di morte e ciascuno di noi salutò il proprio amico e lo incaricò del suo ultimo testamento nel caso potesse essere salvato. Non dormimmo quella notte e al mattino ci trovammo molto più vicini alla Montagna della Calamita, verso cui le acque ci spingevano con un impeto violento. Quando le navi furono vicine sotto la sua protezione esse si aprirono e i chiodi volarono via e tutto il ferro in esse cercò la Montagna del Magnete e si attaccò ad essa come una rete; così che verso la fine del giorno lottavamo tutti tra i flutti attorno alla montagna. Alcuni di noi furono salvati, ma molti di più annegarono e anche coloro che erano scampati non si riconoscevano l'un l'altro, così storditi erano dal battito dei flutti e dal delirio dei venti. Quanto a me, o mia signora, Allah (sia il Suo nome esaltato!) preservò la mia vita affinché io potessi soffrire tutto ciò che Egli voleva per me di stenti, sventura e calamità; poiché mi arrampicai su un'asse di una delle navi, e il vento e le acque la gettarono ai piedi della Montagna. Lì trovai un sentiero praticabile che portava con gradini scavati nella roccia verso la sommità, e invocai il Nome di Allah Onnipotente——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ella proseguì: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il terzo Kalandar disse alla dama (mentre il resto della compagnia sedeva strettamente legata e gli schiavi stavano in piedi con le spade sguainate sopra le loro teste):—E dopo aver invocato il nome dell'Onnipotente Allah e averlo supplicato con fervore, affrontai la salita, aggrappandomi ai gradini e alle tacche scavate nella pietra, e montai su poco a poco. E il Signore placò il vento e mi aiutò nell'ascesa, così che riuscii a raggiungere la vetta. Lì non trovai altro luogo di riposo se non la cupola, nella quale entrai, gioendo di una gioia immensa per la mia fuga; ed eseguii l'abluzione Wuzu e recitai una preghiera di due inchini in segno di ringraziamento a Dio per la mia salvezza. Poi mi addormentai sotto la cupola e udii nel mio sogno una Voce misteriosa che diceva: "O figlio di Khazib! Quando ti desterai dal sonno scava sotto i tuoi piedi e troverai un arco di ottone e tre frecce di piombo, incise con talismani e caratteri. Prendi l'arco e scaglia le frecce contro il cavaliere sulla sommità della cupola e libera l'umanità da questa grave calamità. Quando lo avrai colpito egli cadrà nel mare, e anche il cavallo cadrà ai tuoi piedi: allora seppelliscilo nel luogo dell'arco. Fatto ciò, il mare si gonfierà e salirà fino a raggiungere il livello della cima della montagna, e su di esso apparirà un battello che trasporta un uomo di ottone (diverso da colui che avrai colpito) che tiene in mano un paio di remi. Egli verrà da te e tu imbarcati con lui, ma guardati bene dal dire Bismillah o dal nominare altrimenti l'Onnipotente Allah. Egli ti remerà per uno spazio di dieci giorni, finché non ti porterà a certe Isole chiamate le Isole della Sicurezza, e da lì raggiungerai facilmente un porto e troverai coloro che ti condurranno alla tua terra natia; e tutto questo ti sarà concesso a patto che tu non invochi il nome di Allah." Poi balzai dal sonno in gioia e letizia e, affrettandomi a eseguire l'ordine della voce misteriosa, trovai l'arco e le frecce e tirai contro il cavaliere e lo feci precipitare nel mare, mentre il cavallo cadeva ai miei piedi; così lo presi e lo seppellii. Poco dopo il mare si sollevò e crebbe finché non raggiunse la cima della montagna; né dovetti attendere a lungo prima di vedere un battello al largo che veniva verso di me. Resi grazie ad Allah; e, quando il battello mi raggiunse, vidi in esso un uomo di ottone con una tavoletta di piombo sul petto incisa con talismani e caratteri; e mi imbarcai senza proferire parola. Il barcaiolo remò con me attraverso il primo giorno, il secondo e il terzo, in tutto dieci giorni interi, finché non scorsi le Isole della Sicurezza; al che gioii di gioia immensa e per l'intensità della letizia esclamai: "Allah! Allah! Nel nome di Allah! Non v'è altro dio che Dio e Allah è Onnipotente." Subito il battello si capovolse e mi gettò nel mare; poi si raddrizzò e sprofondò negli abissi. Ora, io sono un buon nuotatore, così nuotai tutto il giorno fino al calar della sera, quando i miei avambracci e le mie spalle erano intorpiditi dalla fatica e mi sentivo vicino alla morte; così testimoniai la mia Fede, non aspettandomi altro che la morte. Il mare stava ancora gonfiandosi sotto la violenza dei venti, e poco dopo giunse un'onda simile a un poggio; e, sollevandomi in alto nell'aria, mi gettò con un lungo lancio sulla terraferma, affinché la Sua volontà potesse compiersi. Strisciai sulla spiaggia e, togliendomi le vesti, le strizzai per asciugarle e le stesi al sole: poi mi coricai e dormii tutta la notte. Non appena fu giorno, indossai i miei abiti e mi alzai per guardare dove avrei dovuto camminare. Poco dopo giunsi in un boschetto di alberi bassi; e, facendovi il giro attorno, scoprii che il luogo in cui mi trovavo era un isolotto, un semplice isolotto circondato da ogni parte dall'oceano; al che dissi a me stesso: "Ciò che mi libera da una grande calamità mi getta in una maggiore!" Ma mentre stavo riflettendo sul mio caso e desiderando la morte, ecco, vidi in lontananza una nave dirigersi verso l'isola; così mi arrampicai su un albero e mi nascosi tra i rami. Poco dopo la nave gettò l'ancora e sbarcò dieci schiavi, neri come la pece, che portavano zappe di ferro e ceste, i quali camminarono fino a raggiungere il centro dell'isola. Qui scavarono in profondità nel terreno, finché non scoprirono una lastra di metallo che sollevarono, aprendo così una botola. Dopo di ciò tornarono alla nave e di lì portarono pane e farina, miele e frutti, burro chiarificato, otri di cuoio contenenti liquori e molti oggetti domestici; anche mobili, servizi da tavola e specchi; tappeti, stuoie e, di fatto, tutto ciò che serviva per arredare un'abitazione; e continuavano ad andare e venire, e a scendere dalla botola, finché non ebbero trasportato nell'abitazione tutto ciò che era nella nave. Dopo di ciò gli schiavi tornarono a bordo e portarono con loro vesti quanto mai ricche, e in mezzo a loro giunse un uomo molto vecchio, di cui restava ben poco, poiché il Tempo aveva agito in modo duro e severo con lui, e tutto ciò che rimaneva di lui era un osso avvolto in uno straccio di stoffa blu, attraverso il quale i venti fischiavano da occidente a oriente. Come dice il poeta di lui:—

Il Tempo mi fa tremare, ah, che duro impedimento! ✿ Mentre il Tempo avanza sempre nell'orgoglio della forza: Fu tempo in cui camminavo e non mi sentivo mai stanco, ✿ Ora sono stanco pur non camminando mai!

E lo Shaykh teneva per mano un giovane plasmato nella forma della bellezza, tutto eleganza e grazia perfetta; così bello che la sua avvenenza meritava di essere proverbiale; poiché era come un ramo verde o il tenero piccolo di un capriolo, che rapiva ogni cuore con la sua amabilità e soggiogava ogni anima con la sua civetteria e i suoi modi amorosi. Era di lui che parlava il poeta quando disse:—

Portarono la Bellezza con lui per fare confronto; ✿ Ma la Bellezza chinò il capo per vergogna e pena: Dissero, "O Bellezza, hai visto il suo simile?" ✿ E la Bellezza gridò, "Il suo simile? Da nessuna parte!"

Non cessarono nel loro andare, o mia signora, finché tutti non scesero dalla botola e non riapparvero per un'ora, o anche più; al termine della quale gli schiavi e il vecchio risalirono senza il giovane e, rimpiazzando la lastra di ferro e chiudendo accuratamente la lastra della porta, come era prima, tornarono alla nave, spiegarono le vele e scomparvero alla mia vista. Quando si voltarono per partire, scesi dall'albero e, andando nel luogo in cui li avevo visti colmare, raschiai e rimossi la terra; e possedetti l'anima mia in pazienza finché non l'ebbi rimossa tutta. Allora apparve la botola che era di legno, per forma e dimensioni come una macina; e quando la sollevai, essa rivelò una scala a chiocciola di pietra. Di ciò mi meravigliai e, scendendo i gradini finché non raggiunsi l'ultimo, trovai una bella sala, coperta con vari tipi di tappeti e stoffe di seta, in cui c'era un giovane seduto su un divano rialzato e appoggiato a un cuscino rotondo con un ventaglio in mano e mazzetti e bouquet di erbe profumate e fiori davanti a sé; ma era solo e non un'anima vicino a lui nel grande sotterraneo. Quando mi vide divenne pallido; ma io lo salutai cortesemente e dissi: "Metti a tuo agio la mente e calma le tue paure; nessun male ti si avvicinerà; sono un uomo come te e per di più figlio di un Re; che i decreti del Destino hanno inviato a farti compagnia e a rallegrarti nella tua solitudine. Ma ora dimmi, qual è la tua storia e che cosa ti spinge a dimorare così in solitudine sotto terra?" Quando fu rassicurato che io ero della sua specie e non un Jinni, gioì e il suo bel colorito tornò; e, facendomi avvicinare a lui, disse: "O mio fratello, la mia storia è una storia strana ed è questa. Mio padre è un mercante di gioielli in possesso di grande ricchezza, che ha schiavi bianchi e neri che viaggiano e commerciano per suo conto su navi e su cammelli, e trafficano con le città più lontane; ma non era stato benedetto con un figlio, nemmeno uno. Ora, in una certa notte, sognò che sarebbe stato favorito con un figlio, che sarebbe vissuto poco; così l'alba sorse su mio padre portandogli dolore e pianto. La notte seguente mia madre concepì e mio padre segnò la data in cui era rimasta incinta. Compiutosi il suo tempo, ella mi partorì; al che mio padre gioì e fece banchetti e chiamò a raccolta i vicini e sfamò i Fakir e i poveri, poiché era stato benedetto con una discendenza verso la fine dei suoi giorni. Poi radunò gli astrologi e gli astronomi che conoscevano le posizioni dei pianeti, e i maghi e i sapienti del tempo, e uomini esperti in oroscopi e natività; ed essi tracciarono il mio schema di nascita e dissero a mio padre: 'Tuo figlio vivrà fino a quindici anni, ma nel suo quindicesimo c'è un aspetto sinistro; se lo supererà indenne, raggiungerà una grande età. E la causa che lo minaccia di morte è questa. Nel Mare del Pericolo sorge la Montagna del Magnete; sulla cui sommità si trova un cavaliere di ottone giallo seduto su un cavallo anch'esso di ottone e recante sul petto una tavoletta di piombo. Cinquanta giorni dopo che questo cavaliere sarà caduto dal suo destriero tuo figlio morirà e il suo uccisore sarà colui che abbatterà il cavaliere, un Principe di nome Ajib figlio del Re Khazib.' Mio padre soffrì di un dolore immenso nell'udire queste parole; ma mi allevò nella maniera più tenera e mi educò eccellentemente bene fino al mio quindicesimo anno compiuto. Dieci giorni fa gli giunse notizia che il cavaliere era caduto nel mare e colui che lo aveva abbattuto si chiamava Ajib figlio del Re Khazib. Mio padre versò allora lacrime amare per il bisogno di separarsi da me e divenne come uno posseduto da un Jinni. Tuttavia, essendo in preda a un timore mortale per me, mi costruì questo luogo sotto terra; e, rifornendolo di tutto il necessario per i pochi giorni ancora rimanenti, mi portò qui in una nave e mi lasciò qui. Dieci sono già trascorsi e, quando i quaranta saranno passati senza pericolo per me, egli verrà e mi porterà via; poiché ha fatto tutto questo solo per paura del Principe Ajib. Tale, dunque, è la mia storia e la causa della mia solitudine." Quando udii la sua storia mi meravigliai e dissi tra me: "Io sono il Principe Ajib che ha fatto tutto questo; ma poiché Allah è con me, di certo non lo ucciderò!" Così gli dissi: "O mio signore, lontano da te sia questo male e questo danno e poi, se Allah vuole, non soffrirai affanno né preoccupazione né alcun turbamento, poiché rimarrò con te e ti servirò come un servitore, e poi me ne andrò per la mia strada; e, dopo averti fatto compagnia durante i quaranta giorni, verrò con te alla tua casa dove mi darai una scorta di alcuni dei tuoi Mamelucchi con i quali potrò tornare alla mia città; e l'Onnipotente ti ricompenserà per me." Fu felice di udire queste parole, quando mi alzai e accesi una grande candela di cera e pulii le lampade e le tre lanterne; e preparai cibo, bevande e dolciumi. Mangiammo, bevemmo e sedemmo a parlare di varie questioni finché la maggior parte della notte fu passata; quando egli si coricò per riposare e io lo coprii e andai a dormire io stesso. La mattina dopo mi alzai e scaldai un po' d'acqua, poi lo sollevai delicatamente per svegliarlo e gli portai l'acqua calda con cui si lavò il viso e mi disse: "Il Cielo ti ricompensi per me con ogni benedizione, o giovane! Per Allah, se mi libero da questo pericolo e vengo salvato da colui il cui nome è Ajib bin Khazib, farò in modo che mio padre ti ricompensi e ti rimandi a casa sano e ricco; e, se dovessi morire, allora la mia benedizione sia su di te." Risposi: "Possa non sorgere mai il giorno in cui ti accadrà del male; e possa Allah rendere il mio ultimo giorno prima del tuo ultimo giorno!" Poi gli misi davanti un po' di cibo e mangiammo; e preparai profumi per fumigare la sala, di cui fu compiaciuto. Inoltre gli preparai un panno per il Mankalah; e giocammo e mangiammo dolciumi e giocammo ancora e ci divertimmo fino al calar della sera, quando mi alzai e accesi le lampade, e gli misi davanti qualcosa da mangiare, e sedetti a raccontargli storie finché le ore di oscurità furono trascorse. Poi egli si coricò per riposare e io lo coprii e riposai anch'io. E così continuai a fare, o mia signora, per giorni e notti, e l'affetto per lui prese radice nel mio cuore e il mio dolore fu alleviato, e dissi a me stesso: Gli astrologi hanno mentito quando hanno predetto che sarebbe stato ucciso da Ajib bin Khazib: per Allah, non lo ucciderò. Non cessai di assisterlo, di conversare e banchettare con lui e di raccontargli ogni sorta di storie per trentanove giorni. La quarantesima notte il giovane gioì e disse: "O mio fratello, Alhamdolillah!—lode ad Allah—che mi ha preservato dalla morte e questo è per la tua benedizione e la benedizione del tuo arrivo da me; e prego Dio che Egli ti restituisca alla tua terra natia. Ma ora, o mio fratello, vorrei che mi scaldassi un po' d'acqua per l'abluzione Ghusl e che tu gentilmente mi bagnassi e cambiassi i miei abiti." Risposi: "Con amore e letizia;" e scaldai acqua in abbondanza e, portandogliela, gli lavai tutto il corpo, il lavaggio della salute, con farina di lupini e lo strofinai bene e gli cambiai gli abiti e gli preparai un letto alto su cui si coricò per riposare, essendo assonnato dopo il bagno. Poi disse: "O mio fratello, taglia per me un'anguria e addolcisila con un po' di zucchero candito." Così andai nel ripostiglio e, tirando fuori una bella anguria che vi trovai, la misi su un piatto e la posai davanti a lui dicendo: "O mio padrone, non hai un coltello?" "Eccolo," rispose, "sopra la mia testa sullo scaffale alto." Così mi alzai in fretta e prendendo il coltello lo sguainai; ma il mio piede scivolò nello scendere e caddi pesantemente sul giovane tenendo in mano il coltello che si affrettò a compiere ciò che era stato scritto nel Giorno che decise i destini dell'uomo, e si seppellì, come se fosse piantato, nel cuore del giovane. Egli morì all'istante. Quando vidi che era stato ucciso e seppi di averlo ucciso io, mio malgrado, gridai con un grido immenso e amaro e mi colpii il volto e mi strappai le vesti e dissi: "In verità noi siamo di Allah e a Lui stiamo ritornando, o Musulmani! O gente che ama Allah! Rimaneva per questo giovane solo un giorno dei quaranta giorni pericolosi che gli astrologi e i sapienti avevano predetto per lui; e la morte predestinata di questo bellissimo giovane doveva essere per mia mano. Volesse il Cielo che non avessi provato a tagliare l'anguria. Quale terribile sventura è questa che devo sopportare, volente o nolente? Quale disastro! Quale afflizione! O Dio mio, imploro il tuo perdono e dichiaro a Te la mia innocenza per la sua morte. Ma ciò che Dio vuole, che accada."——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando fu la Sedicesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che Ajib continuò così il suo racconto alla dama:—Quando fui certo di averlo ucciso, mi alzai e salendo le scale rimpiazzai la botola e la coprii di terra come prima. Poi guardai verso il mare e vidi la nave fendere le acque e dirigersi verso l'isola, per cui ebbi paura e dissi: "Nel momento in cui arriveranno e vedranno il giovane ucciso, sapranno che sono stato io a ucciderlo e mi uccideranno senza indugio." Così mi arrampicai su un albero alto e mi celai tra le sue foglie; e appena fatto ciò, la nave gettò l'ancora e gli schiavi sbarcarono con l'uomo antico, il padre del giovane, e si diressero direttamente verso il luogo e quando rimossero la terra furono sorpresi di vederla morbida. Poi sollevarono la botola e scesero e trovarono il giovane disteso a tutta lunghezza, vestito con belle vesti nuove con un volto raggiante dopo il bagno, e il coltello profondo nel suo cuore. Alla vista gridarono e piansero e si colpirono i volti, maledicendo ad alta voce l'assassino; mentre uno svenimento colse lo Shaykh tanto che gli schiavi lo ritennero morto, incapace di sopravvivere al figlio. Alla fine avvolsero il giovane ucciso nei suoi abiti e lo portarono su e lo deposero a terra coprendolo con un sudario di seta. Mentre si dirigevano verso la nave il vecchio si rianimò; e, fissando il figlio che era disteso, cadde a terra e sparse polvere sul suo capo e si colpì il volto e si strappò la barba; e il suo pianto raddoppiò mentre pensava al figlio assassinato e svenne ancora una volta. Dopo un po' uno schiavo andò a prendere una striscia di seta su cui adagiarono il vecchio e si sedettero al suo capo. Tutto questo accadde e io ero sull'albero sopra di loro a osservare tutto ciò che accadeva; e il mio cuore divenne canuto prima che il mio capo diventasse grigio, per la sorte dura che era la mia, e per l'angoscia e l'agonia che avevo sofferto, e mi misi a recitare:—

"Quanta gioia per volere di Allah è fuggita ✿ Con un volo sfuggendo alla vista della mente più saggia! Quanta tristezza inizierà la giornata, ✿ Eppure diventerà assai gioiosa prima che il giorno sia trascorso! Quanto bene segue i passi del male, ✿ Facendo fremere di gioia il cuore del dolente!"

Ma il vecchio, o mia signora, non cessò dal suo svenimento fino al tramonto, quando tornò in sé e, guardando il figlio morto, ricordò ciò che era accaduto, e come ciò che aveva temuto fosse accaduto; e si colpì il volto e il capo e recitò queste distici:—

"Straziato è il mio cuore dalla separazione dagli amici ✿ E due ruscelli scorrono sempre dalle mie palpebre: Con loro se ne andarono le mie speranze, ah, povero me! ✿ Quale via mi resta da dire o da fare? Fossi io non aver mai posato lo sguardo su di loro, ✿ Quale via, signori, quando i sentieri si fanno sempre più angusti? Quale incantesimo calmerà i miei tormenti quando in questo modo bruciano ✿ I desideri d'amore che ardono nelle mie viscere? Fossi io aver percorso con loro la strada della Morte! ✿ Mai ci sarebbe capitato questo colpo di separazione: Allah: prego il Misericordioso di mostrarmi pietà ✿ E di unire le nostre vite e non separarle mai più! Quanto eravamo beati mentre vivevamo sotto lo stesso tetto ✿ Uniti nelle gioie senza curarci affatto del dolore; Finché la Fortuna non ci colpì con la freccia della separazione; ✿ Ah, chi potrà sopportare pazientemente tale tormento di distacco? E il dardo della Morte abbatté in mezzo alla tribù ✿ La perla dell'epoca che il Mattino mostrava più luminosa: Ho gridato mentre il suo caso prendeva parola e diceva:— ✿ Volesse il Cielo, figlio mio, che la Morte potesse ritardare il suo destino! Quale sia la strada più pronta per incontrarti ✿ Figlio mio! per il quale darei la mia anima? Se sole lo chiamo, no! il sole tramonta; ✿ Se luna lo chiamo, le lune calano; Ah no! O triste disgrazia la tua, o destino dei giorni, ✿ Il tuo posto nessun altro amore conoscerà mai: Tuo padre distratto ti vede, ma dispera ✿ Con l'ingegno o la saggezza di sopraffare il Fato: Qualche malocchio oggi ha gettato il suo incantesimo ✿ E vile accada a lui come vile accadde!"

Allora singhiozzò un singolo singulto e la sua anima fuggì dalla carne. Gli schiavi gridarono ad alta voce: "Ahimè, il nostro signore!" e si cosparsero il capo di polvere, raddoppiando pianti e lamenti. Poco dopo trasportarono il loro padrone defunto alla nave, fianco a fianco con il figlio morto, e, dopo aver caricato ogni cosa dalla dimora al vascello, salparono e scomparvero ai miei occhi. Io scesi dall'albero e, sollevata la botola, entrai nella dimora sotterranea dove ogni cosa mi ricordava il giovane; e guardai le sue povere spoglie e cominciai a recitare questi versi:

Vedo le loro tracce, e struggomi di pena e tormento ✿ E su focolari deserti piango e anelo: E prego Colui che li condannò a partire ✿ Di concedere un giorno, benevolo, il ritorno sicuro.

Allora, o mia signora, risalii dalla botola, e ogni giorno ero solito vagare intorno all'isola e ogni notte facevo ritorno alla sala sotterranea. Così vissi per un mese, finché alla fine, osservando il lato occidentale dell'isola, notai che ogni giorno la marea si ritirava, lasciando acque basse che il flusso non compensava; e al termine del mese il mare mostrava terra asciutta in quella direzione. A ciò gioii, certo della mia salvezza; così mi alzai e, guadato quel poco d'acqua che rimaneva, raggiunsi la terraferma, dove m'imbattei in grandi ammassi di sabbia sciolta in cui persino lo zoccolo di un cammello sarebbe affondato fino al ginocchio. Tuttavia mi feci coraggio e, guadando attraverso la sabbia, ecco, un fuoco brillava da lontano, ardendo con luce fiammeggiante. Mi diressi dunque verso di esso sperando forse di trovare soccorso e proruppi in questi versi:

"Forse la mia Fortuna volgerà la sua briglia ✿ E il Tempo porterà benessere sebbene sia detto geloso; Sia propizio alle mie speranze, e favorisca i miei bisogni, ✿ E ripaghi i mali passati con i beni presenti."

E quando fui vicino al suddetto fuoco, ecco! era un palazzo con porte di rame rosso brunito che, quando il sole nascente vi splendeva sopra, luccicavano e brillavano da lontano, mostrando quello che mi era parso un fuoco. Gioii alla vista e mi sedetti di fronte al cancello, ma non mi ero appena accomodato che mi vennero incontro dieci giovani vestiti di abiti sontuosi, tutti ciechi dall'occhio sinistro, che appariva come cavato. Erano accompagnati da uno Shaykh, un uomo assai vecchio, e molto mi meravigliai del loro aspetto e del fatto che fossero tutti ciechi dallo stesso occhio. Quando mi videro, mi salutarono con il Salam e mi chiesero della mia condizione e della mia storia; al che narrai loro tutto ciò che mi era accaduto e quale piena misura di sventura fosse la mia. Meravigliati dal mio racconto, mi condussero alla magione, dove vidi disposti intorno alla sala dieci divani, ciascuno con la sua biancheria blu e la coperta di stoffa blu, e nel mezzo ne sorgeva uno più piccolo, arredato come gli altri con il blu e nient'altro. Non appena entrammo, ciascuno dei giovani prese posto sul proprio divano e il vecchio sedette su quello più piccolo al centro, dicendomi: "O giovane, siediti sul pavimento e non chiedere del nostro caso né della perdita dei nostri occhi." Poco dopo si alzò e pose davanti a ogni giovane della carne in un vassoio e da bere in una grande coppa, trattandomi allo stesso modo; e dopo di ciò sedettero a interrogarmi riguardo alle mie avventure e a ciò che mi era capitato: e io continuai a raccontare loro la mia storia finché la notte non fu inoltrata. Allora dissero i giovani: "O nostro Shaykh, non ci servirai la nostra consuetudine? L'ora è giunta." Egli rispose: "Con amore e letizia," e si alzò ed entrando in un ripostiglio scomparve, ma poco dopo tornò portando sul capo dieci vassoi, ciascuno coperto da una striscia di stoffa blu. Pose un vassoio davanti a ogni giovane e, accese dieci candele di cera, ne conficcò una su ciascun vassoio, e tolse le coperture ed ecco! sotto di esse non vi era altro che cenere, carbone in polvere e fuliggine di caldaia. Allora tutti i giovani si rimboccarono le maniche fino ai gomiti e si misero a piangere e lamentarsi, si annerirono i volti, si sporcarono gli abiti, si percossero la fronte e si batterono il petto, esclamando continuamente: "Eravamo seduti a nostro agio, ma la nostra insolenza ci ha recato disagio!" Non cessarono di fare così finché non si avvicinò l'alba, quando il vecchio si alzò e riscaldò dell'acqua per loro; ed essi si lavarono il volto e indossarono altri abiti puliti. Ora, quando vidi questo, o mia signora, per lo stupore i sensi mi abbandonarono e la ragione si fece selvaggia e cuore e testa erano pieni di pensieri, finché non dimenticai ciò che mi era accaduto e non potei tacere, sentendo di dover parlare e interrogarli su tali stranezze; così dissi loro: "Come potete fare ciò dopo che siamo stati così schietti e giocosi? Grazie ad Allah, siete tutti sani e salvi, eppure azioni simili si addicono solo a pazzi o a coloro che sono posseduti da uno spirito maligno. Vi scongiuro per tutto ciò che vi è più caro, perché vi astenete dal raccontarmi la vostra storia e la causa della perdita dei vostri occhi e dell'annerirvi i volti con cenere e fuliggine?" A questo si voltarono verso di me e dissero: "O giovane, non ascoltare i suggerimenti della tua giovinezza e non farci domande." Poi dormirono e io con loro, e quando si svegliarono il vecchio ci portò del cibo; e, dopo che avemmo mangiato e i piatti e i calici furono rimossi, sedettero a conversare fino al tramonto, quando il vecchio si alzò e accese le candele di cera e le lampade e pose carne e bevande davanti a noi. Dopo che avemmo mangiato e bevuto, sedemmo a conversare e a gozzovigliare insieme fino a metà della notte, quando dissero al vecchio: "Portaci la nostra consuetudine, perché l'ora del sonno è vicina!" Così egli si alzò e portò loro i vassoi di fuliggine e cenere; ed essi fecero come avevano fatto la notte precedente, né più, né meno. Rimasi con loro in questo modo per lo spazio di un mese, durante il quale erano soliti annerirsi i volti con la cenere ogni notte, e lavarsi e cambiarsi d'abito quando il mattino era giovane; e io non facevo che meravigliarmi ancor di più e i miei scrupoli e la mia curiosità crebbero a tal punto che dovetti rinunciare persino al cibo e alla bevanda. Alla fine, persi il controllo di me stesso, poiché il mio cuore era in fiamme con un fuoco inestinguibile e una vampa incontenibile, e dissi: "O giovani, non volete alleviare il mio tormento e rendermi edotto della ragione di questo annerirvi i volti e del significato delle vostre parole: Eravamo seduti a nostro agio, ma la nostra insolenza ci ha recato disagio?" Dissero: "Sarebbe meglio mantenere segrete queste cose." Eppure ero sconcertato dalle loro azioni al punto di astenermi dal mangiare e dal bere e, infine, perdendo completamente la pazienza, dissi loro: "Non c'è altro modo: dovete rendermi edotto della ragione di queste azioni." Risposero: "Abbiamo mantenuto il nostro segreto solo per il tuo bene: gratificarti attirerà il male su di te e diventerai un monoculare proprio come noi." Ripetei: "Non c'è altro modo e, se non volete, lasciatemi andare via e tornare dalla mia gente ed essere in pace dal vedere queste cose, poiché il proverbio dice:

Meglio che restiate e io prenda congedo: ✿ Poiché ciò che l'occhio non vede, il cuore mai non duole."

Allora mi dissero: "Ricorda, o giovane, che se ti accadrà del male non ti ospiteremo più né ti permetteremo di restare tra noi;" e portando un ariete lo sgozzarono e lo scorticarono. Infine mi diedero un coltello dicendo: "Prendi questa pelle e stenditi sopra di essa e noi la cuciremo intorno a te; presto verrà da te un certo uccello, chiamato Rukh, che ti afferrerà con i suoi artigli e svetterà alto nell'aria per poi posarti su una montagna. Quando sentirai che non sta più volando, squarcia la pelle con questa lama e ne uscirai; l'uccello si spaventerà e volerà via, lasciandoti libero. Dopo di ciò cammina per mezza giornata, e il cammino ti condurrà a un palazzo meraviglioso da vedere, che svetta alto nell'aria e costruito di Khalanj, legno di aloe e sandalo, placcato d'oro rosso, e tempestato di ogni sorta di smeraldi e gemme preziose adatte a sigilli. Entraci e otterrai ciò che desideri, poiché tutti noi siamo entrati in quel palazzo; e tale è la causa della perdita dei nostri occhi e dell'annerirci i volti. Se ora dovessimo raccontarti le nostre storie ci vorrebbe troppo tempo; poiché ognuno di noi ha perso l'occhio sinistro per una sua propria avventura." Gioii alle loro parole ed essi fecero con me come avevano detto; e l'uccello Rukh mi portò via e mi posò sulla montagna. Poi uscii dalla pelle e camminai finché non raggiunsi il palazzo. La porta era aperta, vi entrai e mi ritrovai in una sala spaziosa e bella, estremamente ampia, persino come un ippodromo; e intorno ad essa vi erano cento stanze con porte di sandalo e aloe placcate d'oro rosso e dotate di anelli d'argento a mo' di battenti. In fondo alla sala vidi quaranta damigelle, sontuosamente vestite e ornate e tutte luminose come lune; nessuno potrebbe mai stancarsi di guardarle e tutte così belle che il devoto più asceta, vedendole, diventerebbe loro schiavo e obbedirebbe alla loro volontà. Quando mi videro, l'intero gruppo mi venne incontro e disse: "Benvenuto e ben giunto e allegria a te, o nostro signore! Per tutto questo mese ti abbiamo aspettato. Lodato sia Allah che ci ha inviato qualcuno degno di noi, così come noi siamo degne di lui!" Poi mi fecero sedere su un alto divano e mi dissero: "Oggi tu sei il nostro signore e padrone, e noi siamo le tue serve e le tue ancelle, quindi ordina di noi come desideri." E mi meravigliai del loro caso. Poco dopo una di loro si alzò e pose del cibo davanti a me e io mangiai ed esse mangiarono con me; mentre altre scaldavano l'acqua e mi lavavano le mani e i piedi e mi cambiavano gli abiti, e altre preparavano sorbetti e ci davano da bere; e tutte si radunarono intorno a me, piene di gioia e letizia per il mio arrivo. Poi si sedettero e conversarono con me fino al tramonto, quando cinque di loro si alzarono e disposero i vassoi e li cosparsero di fiori ed erbe profumate e frutti, freschi e secchi, e dolciumi in abbondanza. Alla fine tirarono fuori un raffinato servizio da vino con un ricco vino invecchiato; e ci sedemmo a bere e alcune cantavano canzoni e altre suonavano il liuto e il salterio e flauti e altri strumenti, e la coppa girava allegramente. A ciò tale letizia mi possedette che dimenticai le pene del mondo tutte quante e dissi: "Questa è davvero la vita; o triste che sia fugace!" Godetti della loro compagnia finché non giunse l'ora del riposo; e le nostre teste erano tutte calde di vino, quando dissero: "O nostro signore, scegli tra noi colei che sarà la tua compagna di letto questa notte e non giacerà più con te finché non saranno passati quaranta giorni." Così scelsi una fanciulla dal volto bello e dalla forma perfetta, con occhi naturalmente bordati di Kohl; capelli lunghi e neri come giaietto con denti leggermente separati e sopracciglia unite: era come se fosse un ramoscello flessibile e aggraziato o il sottile stelo del basilico dolce per stupire e sbalordire la fantasia dell'uomo; proprio come disse il poeta di una tale fanciulla:

Paragonarla a un verde ramo sarebbe vano ✿ Stolto chi trova le sue bellezze nella gazzella: Quando mai la gazzella ha quegli arti vivaci e incantevoli ✿ O quei rugiadosi mieli che solo quelle labbra donano? Quegli occhi, occhi che trafiggono l'anima, che uccidono d'amore, ✿ Che legano la vittima abbattuta dai loro dardi? Il mio cuore hanno sedotto a una seconda infanzia ✿ Nessuna meraviglia: l'uomo malato d'amore è di nuovo bambino!

E le recitai le parole dell'autore che disse:

Nessun altro fascino che il tuo incontreranno i miei occhi, ✿ Né altra immagine può sorprendere il mio cuore: Il tuo amore, mia signora, cattura tutti i miei pensieri ✿ E in quell'amore morirò e risorgerò.

Così giacqui con lei quella notte; non ne conobbi mai una più bella; e, quando fu mattino, le damigelle mi portarono all'Hammam-bagno e mi lavarono e mi rivestirono con abiti bellissimi. Poi servirono il cibo, e mangiammo e bevemmo e la coppa girò fino al tramonto quando scelsi tra loro una bella di forma e di volto, dai fianchi morbidi e modello di grazia, una di quelle che il poeta descrisse quando disse:

Sul suo bel petto due scrigni scorsi, ✿ Sigillati strettamente con sigilli di musco per contrastare gli amanti; Con sguardi a freccia fanno la guardia i suoi occhi, ✿ I cui dardi colpirebbero chi osa protendere la mano.

Con lei trascorsi una notte bellissima; e, per farla breve, o mia signora, rimasi con loro in ogni sollievo e diletto della vita, mangiando e bevendo, conversando e gozzovigliando e ogni notte giacendo con l'una o l'altra di loro. Ma al capodanno vennero da me in lacrime e mi dissero addio, piangendo e gridando e stringendosi a me; al che mi meravigliai e dissi: "Cosa può essere successo? in verità mi spezzate il cuore!" Esclamarono: "Volesse il Cielo che non ti avessimo mai conosciuto; poiché, sebbene abbiamo fatto compagnia a molti, mai vedemmo uno più piacevole di te o più cortese." E piansero ancora. "Ma ditemi più chiaramente," chiesi, "cosa causa questo pianto che rende la mia cistifellea prossima a scoppiare;" ed esse risposero: "O nostro signore e padrone, è la separazione che ci fa piangere; e tu, e tu soltanto, sei la causa delle nostre lacrime. Se ci ascolterai non avremo mai bisogno di separarci e se non ci ascolterai ci separeremo per sempre; ma i nostri cuori ci dicono che non ascolterai le nostre parole e questa è la causa delle nostre lacrime e grida." "Ditemi come sta il caso?" "Sappi, o nostro signore, che siamo figlie di Re che si sono incontrate qui e hanno vissuto insieme per anni; e una volta ogni anno siamo forzatamente assenti per quaranta giorni e dopo facciamo ritorno e rimaniamo qui per il resto dei dodici mesi mangiando e bevendo e prendendo il nostro piacere e godendo dei diletti: stiamo per partire secondo la nostra usanza; e temiamo che dopo che saremo andate via tu contravvenga al nostro comando e disobbedisca alle nostre ingiunzioni. Ecco ora ti affidiamo le chiavi del palazzo che contiene quaranta stanze e potrai aprirne trentanove, ma guardati (e ti scongiuriamo per Allah e per le nostre vite!) dal non aprire la quarantesima porta, poiché in essa vi è ciò che ci separerà per sempre." Dissi: "Certamente non la aprirò, se contiene la causa della separazione da voi." Allora una tra loro venne verso di me e gettandosi al mio collo pianse e recitò questi versi:

"Se il Tempo ci unisce dopo un momento di assenza, ✿ Il mondo, accigliato sul nostro destino, sorriderà; E se il tuo sembiante degnerà di adornare i miei occhi, ✿ Perdonerò al Tempo i torti passati e l'inganno trascorso."

E io recitai le parole del creatore che disse:

"Quando si avvicinò per congedarsi col cuore infranto, ✿ Mentre cura e desiderio quel giorno le struggevano il petto; Perle bagnate pianse e le mie come corniole rosse rotolarono ✿ E, unite in un triste fiume, intorno al suo collo pendevano."

Quando la vidi piangere dissi: "Per Allah, non aprirò mai quella quarantesima porta, mai e in alcun modo!" e le dissi addio. Dopodiché tutte partirono volando via come uccelli; facendo cenni di addio con le mani mentre andavano e lasciandomi solo nel palazzo. Quando la sera si avvicinò, aprii la porta della prima stanza ed entrandomi mi ritrovai in un luogo come uno dei giardini del Paradiso. Era un giardino con alberi dal verde più fresco e frutti maturi dal riflesso dorato; e i suoi uccelli cantavano chiari e acuti e ruscelli correvano gorgogliando attraverso il bel terreno. La vista e i suoni portarono sollievo al mio spirito; e camminai tra gli alberi, e sentii il respiro dei fiori nella brezza; e udii gli uccellini cantare le loro melodie inni all'Uno, l'Onnipotente nelle dolci litanie; e guardai la mela il cui colore è in parte rosso e in parte giallo; come disse il poeta:

Mela il cui colore unisce in unione soave ✿ La guancia rossa della mia bella, il giallo del suo sfortunato amante.

Poi guardai la mela cotogna, e inalai la sua fragranza che mette a vergogna musco e ambra grigia, proprio come il poeta ha detto:

La cotogna ogni gusto congiunge; in lei si trovano ✿ Doni che per regina dei frutti la Cotogna hanno incoronato; Il suo gusto è vino, il suo profumo l'effluvio di musco; ✿ Puro oro il suo colore, la sua forma il bel tondo della Luna.

Poi guardai la pera, il cui sapore supera quello dello sciroppo e dello zucchero; e l'albicocca, la cui bellezza colpisce l'occhio con ammirazione, come se fosse un rubino levigato. Poi uscii dal luogo e chiusi la porta a chiave come era prima. Quando giunse il mattino, aprii la seconda porta; ed entrando mi ritrovai in un'ampia pianura piantata con alte palme da dattero e irrigata da un ruscello scorrevole, le cui sponde erano cespugliose di rose e gelsomini, mentre ligustro ed eglantina, margherita, violetta e giglio, narciso, origano e la violacciocca invernale tappezzavano i bordi; e il soffio della brezza spazzava queste piante profumate diffondendo i loro deliziosi odori a destra e a manca, profumando il mondo e riempiendo la mia anima di diletto. Dopo aver goduto un poco di quel piacere, ne uscii e, avendo chiuso la porta come era prima, aprii la terza porta, in cui vidi un'alta sala aperta, pavimentata con marmi policromi e pietre dure di pregio e altre gemme preziose, e appesa con gabbie di legno di sandalo e legno d'aquila; piena di uccelli che facevano musica dolce, come il "Mille-voci", la colomba dal collare, il merlo, la tortora e la tortora nubiana. Il mio cuore ne fu riempito di piacere; il mio dolore fu scacciato e dormii in quella voliera fino all'alba. Poi sbloccai la porta della quarta camera e vi trovai un grande salone con quaranta stanze più piccole che vi si affacciavano. Tutte le loro porte erano aperte: così entrai e le trovai piene di perle e giacinti e berilli e smeraldi e coralli e carbonchi, e ogni sorta di gemme e gioielli preziosi, che la lingua d'uomo non può descrivere. Il mio pensiero fu sbalordito alla vista e dissi a me stesso: "Queste sono cose che credo unite, che non si potrebbero trovare se non nei tesori di un Re dei Re, né i monarchi del mondo avrebbero potuto raccogliere cose simili!" E il mio cuore si dilatò e i miei dolori cessarono, "Poiché," dissi, "ora in verità sono io il monarca dell'epoca, dato che per grazia di Allah questa enorme ricchezza è mia; e ho quaranta donzelle sotto la mia mano né c'è alcuno a reclamarle eccetto me stesso." Poi non smisi di aprire un luogo dopo l'altro finché non furono passati trentanove giorni e in quel tempo ero entrato in ogni camera eccetto quella la cui porta le Principesse mi avevano incaricato di non aprire. Ma i miei pensieri, o mia signora, correvano sempre su quel quarantesimo proibito e Satana mi esortò ad aprirlo per la mia rovina; né ebbi pazienza di astenermi, sebbene mancasse al tempo dell'appuntamento solo un singolo giorno. Così mi fermai davanti alla camera predetta e, dopo un momento di esitazione, aprii la porta che era placcata d'oro rosso, ed entrai. Fui incontrato da un profumo il cui simile non avevo mai annusato prima; e così acuto e sottile era l'odore che rese i miei sensi ebri come di vino forte, e caddi a terra in un accesso di svenimento che durò un'ora intera. Quando tornai in me, rafforzai il mio cuore e, entrando, mi ritrovai in una camera il cui pavimento era cosparso di zafferano e fiammeggiante di luce da candelabri ramificati d'oro e lampade alimentate con oli costosi, che diffondevano il profumo di muschio e ambra grigia. Vidi lì anche due grandi incensieri, ciascuno grande come una ciotola di legno, fiammeggianti di legno di aloe, profumo di nadd, ambra grigia e aromi mielati; e il luogo era pieno della loro fragranza. Poco dopo, o mia signora, scorsi un nobile destriero, nero come le tenebre della notte quando è più tenebrosa, in piedi, pronto sellato e imbrigliato (e la sua sella era d'oro rosso) davanti a due mangiatoie, una di cristallo limpido in cui c'era sesamo sbucciato, e l'altra anch'essa di cristallo contenente acqua di rosa profumata al muschio. Quando vidi questo mi meravigliai e dissi a me stesso: "Senza dubbio in questo animale deve esserci qualche mistero meraviglioso"; e Satana mi ingannò, così lo condussi fuori dal palazzo e lo montai; ma lui non volle muoversi dal suo posto. Così gli battei i fianchi con i talloni, ma non si mosse, e poi presi la frusta delle redini e lo colpii con quella. Quando sentì il colpo, nitrì un nitrito con un suono come di tuono assordante e, aprendo un paio di ali, volò via con me nel firmamento del cielo ben oltre la vista dell'uomo. Dopo un'ora intera di volo, scese e atterrò su un tetto a terrazza e, scrollandomi di dosso la schiena, mi sferzò il viso con la coda e mi cavò l'occhio sinistro facendolo rotolare lungo la mia guancia. Poi volò via. Scesi dalla terrazza e mi ritrovai di nuovo tra i dieci giovani guerci seduti sui loro dieci divani con coperture blu; ed essi gridarono quando mi videro: "Nessun benvenuto a te, né alcun buon conforto! Noi tutti vivevamo la vita più felice e mangiavamo e bevevamo del meglio; su broccati e stoffe d'oro riposavamo, e dormivamo con le nostre teste sul seno della bellezza, ma non abbiamo potuto attendere un giorno per ottenere i piaceri di un anno!" Dissi: "Ecco, sono diventato uno simile a voi e ora vorrei che mi portaste un vassoio pieno di nerume, con cui annerire la mia faccia, e ricevermi nella vostra società." "No, per Allah," dissero, "tu non dimorerai con noi e ora vattene!" Così mi scacciarono. Trovandoli rifiutarmi così, previdi che le cose sarebbero andate male per me, e ricordai le molte miserie che il Destino aveva scritto sulla mia fronte; e me ne andai di mezzo a loro col cuore pesante e gli occhi lacrimanti, ripetendo a me stesso queste parole: "Ero seduto a mio agio ma la mia caparbietà mi ha portato al disagio." Poi mi rasai barba, baffi e sopracciglia, rinunciando al mondo, e vagai in abiti da Kalandar per la terra di Allah; e l'Onnipotente decretò la salvezza per me finché non arrivai a Baghdad, il che fu la sera di questa stessa notte. Qui incontrai questi altri due Kalandar in piedi sconcertati; così li salutai dicendo: "Io sono uno straniero!" e risposero: "E noi pure siamo stranieri!" Per lo scherzo della Fortuna eravamo simili a simili, tre Kalandar e tre monoculi, tutti ciechi dell'occhio sinistro. Tale, o mia signora, è la causa della tosatura della mia barba e il modo in cui ho perso un occhio. La signora gli disse: "Strofina la tua testa e segui la tua strada"; ma egli rispose: "Per Allah, non andrò finché non avrò ascoltato le storie di questi altri." Poi la signora, voltandosi verso il Califfo e Ja'afar e Masrur, disse loro: "Date anche voi conto di voi stessi, voi uomini!" Al che Ja'afar si fece avanti e le raccontò ciò che aveva detto alla portinaia mentre entravano in casa; e quando lei udì la sua storia sul fatto che fossero mercanti e uomini di Mosul che avevano seminato la guardia, disse: "Vi concedo la vita, ciascuno per l'altro, e ora via con voi tutti." Così uscirono tutti e quando furono in strada, il Califfo disse ai Kalandar: "O compagnia, dove andate ora, visto che il mattino non è ancora sorto?" Dissero: "Per Allah, o nostro signore, non sappiamo dove andare." "Venite e passate il resto della notte con noi," disse il Califfo e, voltandosi verso Ja'afar, "Portali a casa con te e domani portali alla mia presenza affinché possiamo cronacare le loro avventure." Ja'afar fece come il Califfo gli aveva ordinato e il Comandante dei Credenti tornò al suo palazzo; ma il sonno non diede segno di visitarlo quella notte e rimase sveglio a riflettere sulle disavventure dei tre principi Kalandar e impaziente di conoscere la storia delle dame e delle due cagne nere. Non appena il mattino fu sorto, egli uscì e sedette sul trono della sua sovranità; e, voltandosi verso Ja'afar, dopo che tutti i suoi Grandi e Ufficiali di stato furono riuniti, disse: "Portatemi le tre dame e le due cagne e i tre Kalandar." Così Ja'afar andò fuori e li portò tutti davanti a lui (e le dame erano velate); poi il Ministro si voltò verso di loro e disse in nome del Califfo: "Vi perdoniamo il vostro maltrattamento nei nostri confronti e la vostra mancanza di cortesia, in considerazione della gentilezza che l'ha preceduta, e poiché non ci conoscevate: ora tuttavia vorrei che sappiate che siete al cospetto del quinto dei figli di Abbas, Harun al-Rashid, fratello del Califfo Músá al-Hádi, figlio di Al-Mansúr; figlio di Mohammed il fratello di Al-Saffáh bin Mohammed che fu il primo della casa reale. Parlate dunque davanti a lui la verità e tutta la verità!" Quando le dame udirono le parole di Ja'afar riguardanti il Comandante dei Credenti, la maggiore si fece avanti e disse: "O Principe dei Credenti, la mia storia è una di quelle che, se fossero incise con aghi incisori sugli angoli degli occhi, sarebbero un ammonimento per chi volesse essere ammonito e un esempio per chi può trarre profitto dall'esempio."

In verità la mia è una storia strana, ed è questa: quelle due cagne nere sono le mie sorelle maggiori, nate da padre e madre comuni; e queste altre due, lei che porta su di sé i segni delle frustate e la terza, la nostra procuratrice, sono le mie sorelle di parte di madre. Quando morì mio padre, ciascuna prese la propria quota di eredità e, dopo qualche tempo, morì anche mia madre, lasciando a me e alle mie sorelle germane tremila dinari; così ogni figlia ricevette la sua parte di mille dinari e lo stesso feci io, sebbene fossi la più giovane. A tempo debito le mie sorelle si sposarono con i soliti festeggiamenti e andarono a vivere con i mariti, i quali acquistarono mercanzie con il denaro delle mogli e partirono insieme per i loro viaggi. Così mi abbandonarono. I miei cognati rimasero assenti con le loro spose per cinque anni, periodo durante il quale spesero tutto il denaro che avevano e, finiti in bancarotta, abbandonarono le mie sorelle in terre straniere tra gente ignota. Dopo cinque anni la mia sorella maggiore tornò da me in abiti da mendicante, con i vestiti a brandelli e un vecchio scialle sporco; e in verità si trovava nel più turpe e miserevole stato. A prima vista non riconobbi la mia stessa sorella, ma poco dopo la riconobbi e le dissi: "Quale stato è questo?". "O sorella nostra," rispose, "le parole non possono disfare ciò che è fatto; e la canna del Destino ha seguito ciò che Allah ha decretato." Allora la mandai al bagno, la vestii con un abito mio, le preparai un brodo, le portai del buon vino e le dissi: "O sorella mia, tu sei la maggiore, che ancora occupi per noi il posto di padre e madre; quanto all'eredità che giunse a me come a voi due, Allah l'ha benedetta e fatta prosperare con interessi; le mie condizioni sono agiate, poiché ho guadagnato molto denaro filando e pulendo seta; io e voi divideremo le mie ricchezze in parti uguali." La pregai con ogni gentilezza ed ella dimorò con me per un anno intero, durante il quale i nostri pensieri e le nostre fantasie erano sempre rivolti all'altra nostra sorella. Poco dopo anche lei tornò a casa in condizioni ancora più turpi e miserevoli di quelle della mia sorella maggiore; io mi comportai con lei in modo ancora più onorevole di quanto avessi fatto con la prima, e ciascuna di loro ebbe una parte dei miei beni. Dopo qualche tempo mi dissero: "O sorella nostra, desideriamo sposarci di nuovo, poiché in verità non abbiamo pazienza di trascinare i nostri giorni senza marito e condurre la vita di vedove stregate"; e io risposi: "O luce dei miei occhi! Finora avete visto scarsa fortuna nel matrimonio, poiché oggigiorno gli uomini buoni e reali sono diventati rarità e curiosità; né ritengo i vostri progetti consigliabili, dato che avete già fatto prova del matrimonio e avete fallito." Ma esse non vollero accettare il mio consiglio e si sposarono senza il mio consenso: tuttavia, diedi loro corredo e doti attingendo al mio denaro; ed esse partirono con i loro compagni. In brevissimo tempo i loro mariti giocarono loro falso e, preso tutto ciò su cui riuscirono a mettere le mani, fuggirono lasciandole in asso. Allora esse vennero da me vergognose e in misere condizioni e mi chiesero scusa, dicendo: "Perdona la nostra colpa e non adirarti con noi; poiché sebbene tu sia più giovane negli anni, sei più vecchia nel senno; d'ora in poi non faremo mai menzione di matrimonio; prendici dunque come tue serve affinché possiamo mangiare il nostro boccone." Dissi: "Benvenute a voi, o sorelle mie, non vi è nulla di più caro a me di voi." Le accolsi e raddoppiai la mia gentilezza verso di loro. Non smettemmo di vivere in questo modo amorevole per un anno intero, quando decisi di vendere le mie mercanzie all'estero e prima di procurarmi un mezzo di trasporto per Bassora; così equipaggiai una grande nave, la caricai di merci e beni di valore per il commercio, di provviste e di tutto il necessario per un viaggio, e dissi alle mie sorelle: "Volete rimanere a casa mentre io viaggio, o preferireste accompagnarmi nel viaggio?". "Viaggeremo con te," risposero, "poiché non possiamo sopportare di essere separate da te." Così divisi il mio denaro in due parti, una da portare con me e l'altra da lasciare in custodia a una persona di fiducia, poiché, dissi a me stessa: "Forse potrebbe capitare qualche incidente alla nave e tuttavia noi restare in vita; nel qual caso al nostro ritorno troveremo ciò che potrà esserci utile." Presi le mie due sorelle e navigammo per alcuni giorni e notti; ma il capitano fu così negligente da perdere la rotta, la nave andò fuori strada con noi ed entrò in un mare diverso da quello che cercavamo. Per un tempo non ne sapemmo nulla; e il vento soffiò a nostro favore per dieci giorni, dopo di che la vedetta salì in alto per guardarsi intorno e gridò: "Buone notizie!". Poi scese rallegrandosi e disse: "Ho visto quella che sembra una città, come un piccione." A ciò ci rallegrammo e, prima che fosse passata un'ora del giorno, gli edifici apparvero chiari al largo e chiedemmo al Capitano: "Qual è il nome di quella città?". Egli rispose: "Per Allah non lo so, poiché non l'ho mai vista prima e non ho mai navigato in questi mari in vita mia: ma, poiché i nostri guai sono finiti in sicurezza, rimane per voi solo di sbarcare lì con le vostre mercanzie e, se trovate la vendita profittevole, vendete e fate il vostro mercato di ciò che c'è; e in caso contrario, riposeremo qui due giorni, ci riforniremo e ripartiremo." Così entrammo nel porto e il Capitano salì in città e rimase assente per un po', dopodiché tornò da noi e disse: "Alzatevi; salite in città e ammirate le opere di Allah con le Sue creature e pregate di essere preservati dalla Sua giusta ira!". Così sbarcammo e, salendo in città, vedemmo alla porta uomini che reggevano bastoni in mano; ma quando ci avvicinammo a loro, ecco, erano stati trasmutati dall'ira di Allah ed erano diventati pietre. Entrammo poi in città e trovammo tutti coloro che vi abitavano pietrificati in pietre nere: non appariva alcuna casa abitata allo sguardo, né vi era chi soffiasse sul fuoco. Eravamo attoniti alla vista e percorremmo le strade del mercato dove trovammo le merci, l'oro e l'argento lasciati giacere al loro posto; fummo felici e dicemmo: "Senza dubbio c'è qualche mistero in tutto questo." Poi ci disperdemmo per le vie e ciascuno si occupò di raccogliere ricchezze, denaro e stoffe preziose, prestando poca attenzione ad amici o compagni. Quanto a me, salii al castello che era fortemente fortificato; ed entrando nel palazzo del Re dalla sua porta d'oro rosso, trovai tutte le stoviglie d'oro e d'argento, e il Re stesso seduto in mezzo ai suoi ciambellani, nababbi, emiri e visir; tutti vestiti con abiti che confondevano l'arte umana. Mi avvicinai e lo vidi seduto su un trono incrostato e intarsiato di perle e gemme; le sue vesti erano di stoffa d'oro ornata di gioielli d'ogni genere, ognuno scintillante come una stella. Attorno a lui stavano cinquanta Mamelucchi, schiavi bianchi, vestiti di sete di vario tipo, che tenevano le loro spade sguainate nelle mani; ma quando mi avvicinai a loro, ecco! Erano tutti pietre nere. La mia comprensione era confusa alla vista, ma camminai ancora ed entrai nella grande sala dell'Harim, le cui pareti trovai appese con arazzi di seta a righe d'oro e coperte con tappeti di seta ricamati con fiori dorati. Qui vidi la Regina distesa a piena lunghezza, abbigliata con vesti bordate di perle fresche e giovani; sul capo portava un diadema incastonato con molti tipi di gemme, ciascuna adatta a un anello, e attorno al collo pendevano collane e monili. Tutti i suoi abiti e i suoi ornamenti erano nel loro stato naturale, ma ella era stata trasformata in una pietra nera dall'ira di Allah. Poco dopo scorsi una porta aperta verso la quale mi diressi direttamente e trovai che vi conduceva una scala di sette gradini. Salii dunque e giunsi in un luogo pavimentato di marmo e coperto con tappeti e arazzi lavorati in oro, nel mezzo del quale sorgeva un trono di legno di ginepro intarsiato di perle e pietre preziose e ornato di borchie di smeraldo. Nella parete più lontana c'era un'alcova le cui tende, tempestate di perle, erano abbassate e vidi una luce che ne usciva; mi avvicinai e percepii che la luce proveniva da una pietra preziosa grande quanto un uovo di struzzo, posta all'estremità dell'alcova su un piccolo divano crisoelefantino d'avorio e oro; e questo gioiello, che splendeva come il sole, proiettava i suoi raggi ovunque. Il divano era anche coperto con ogni sorta di stoffe di seta che stupivano l'osservatore per la loro ricchezza e bellezza. Mi meravigliai molto di tutto ciò, specialmente quando vidi in quel luogo candele pronte e accese; e dissi tra me: "Qualcuno deve pur aver acceso queste candele." Poi uscii e giunsi alla cucina e di lì alla dispensa e alle stanze del tesoro del Re; e continuai a esplorare il palazzo e a camminare di luogo in luogo; dimenticai me stessa nel mio timore e meraviglia per queste faccende e fui sommersa dai pensieri finché giunse la notte. Allora avrei voluto uscire, ma non conoscendo la porta persi la strada, così tornai all'alcova verso la quale le candele accese mi guidavano e mi sedetti sul divano; e avvolgendomi in una coperta, dopo aver ripetuto qualcosa dal Corano, avrei voluto dormire ma non potevo, poiché un'inquietudine mi possedeva. Quando la notte fu al suo culmine udii una voce cantare il Corano con accenti dolcissimi; ma il tono era debole; così mi alzai, lieta di sentire il silenzio rotto, e seguii il suono finché raggiunsi un ripostiglio la cui porta era socchiusa. Poi, sbirciando attraverso una fessura, esaminai il luogo ed ecco! Era un oratorio in cui c'era una nicchia di preghiera con due candele di cera che bruciavano e lampade appese al soffitto. In esso era anche steso un tappeto da preghiera sul quale sedeva un giovane bello a vedersi; e davanti a lui, sul suo leggio, c'era una copia del Corano, dal quale stava leggendo. Mi meravigliai di vederlo solo, vivo tra la gente della città, ed entrando lo salutai; al che egli alzò gli occhi e ricambiò il mio salam. Dissi: "Ora, per la Verità di ciò che leggi nel Libro Santo di Allah, ti scongiuro di rispondere alla mia domanda." Egli mi guardò con un sorriso e disse: "O serva di Allah, prima dimmi la causa del tuo venire qui, e io a mia volta ti dirò cosa è accaduto sia a me che alla gente di questa città, e quale sia stato il motivo della mia salvezza dal loro destino." Così gli raccontai la mia storia, ed egli se ne meravigliò; e io lo interrogai sulla gente della città, al che egli rispose: "Abbi pazienza con me per un po', o sorella mia!", e chiudendo con riverenza il Libro Santo, lo ripose in una borsa di raso. Poi mi fece sedere al suo fianco; lo guardai ed ecco, era come la luna al suo pieno, bello di volto e raro di forma, dai fianchi morbidi e sottile, di altezza ben proporzionata, la guancia dolcemente luminosa e diffondente luce; in breve un dolce, un bastoncino di zucchero, proprio come dice il poeta del suo simile in questi distici:

Quella notte l'astrologo tracciò un disegno dei pianeti, ✿ Ed ecco! apparve una forma aggraziata di gioventù: Saturno aveva macchiato i suoi riccioli con il jet saturnino, ✿ E macchie di muschio color nocciola soffiavano sul viso rosato: Marte tinse ogni guancia con la tinta del rosso marziale; ✿ Scoccò frecce sagittali dalle palpebre il Sagittario: Mercurio lo dotò di un ingegno mercuriale brillante; ✿ L'Orsa portò via ciò che tutti gli sguardi maligni dell'uomo fecero crescere: Stupito stava Astrophil nel vedere la meraviglia nata ✿ Quando s'inchinò in basso la Luna al suo pieno per baciare la Terra.

E in verità Allah l'Altissimo lo aveva rivestito con l'abito della grazia perfetta e lo aveva bordato e frangiato con una guancia tutta bellezza e leggiadria, proprio come dice il poeta di tale creatura:

Per le sue palpebre che spargono profumo e per la sua vita sottile io giuro, ✿ Per il tiro dei suoi dardi spinati con una stregoneria rara; Per la morbidezza dei suoi fianchi e per la luce persistente degli sguardi; ✿ E per la fronte dai raggi diurni abbaglianti e la notte tra i suoi capelli; Per le sue sopracciglia che negano riposo a chi le guarda, ✿ Ora ordinando ora proibendo, dispensando sempre gioia e affanno; Per la rosa che adorna la sua guancia, e il mirto del suo muschio; ✿ Per i giacinti incastonati nelle sue labbra e la perla che il suo sorriso mette a nudo; Per il suo collo che si curva con grazia e la curva del suo petto; ✿ La cui superficie levigata porta quei granati, coppia incantevole; Per i suoi fianchi pesanti che tremano mentre passa nel suo orgoglio; ✿ O riposa con quella vita che è sottile oltre ogni confronto; Per il raso della sua pelle, per quello spirito fine e incontaminato; ✿ Per la bellezza che contiene ogni cosa luminosa e gentile; Per quella mano sempre aperta; per il candore della sua lingua; ✿ Per il sangue nobile e l'alto rango di cui è speranza ed erede; Il muschio prende da lui il profumo che ama esalare; ✿ E tutta l'aria di ambra grigia attraverso lui profuma l'aria; Il sole, penso, il sole vasto e luminoso, davanti al mio amore impallidirebbe; ✿ E senza il suo splendore apparirebbe un ritaglio della sua unghia.

Lo guardai con un solo sguardo che mi causò mille sospiri; e il mio cuore fu subito fatto prigioniero; così gli chiesi: "O mio signore e mio amore, dimmi ciò su cui ti ho interrogato"; ed egli rispose: "Ascoltare è obbedire! Sappi, o serva di Allah, che questa città era la capitale di mio padre, che è il Re che hai visto sul trono trasfigurato dall'ira di Allah in una pietra nera, e la Regina che hai trovato nell'alcova è mia madre. Loro e tutto il popolo della città erano Magi che adoravano il fuoco al posto dell'Onnipotente Signore e solevano giurare per la vampa, il calore, l'ombra e la luce, e le sfere che ruotano giorno e notte. Mio padre non ebbe mai un figlio finché non fu benedetto con me verso la fine dei suoi giorni; e mi allevò finché non crebbi e la prosperità mi precedette in ogni cosa. Ora accadde che c'era con noi una vecchia avanti negli anni, una musulmana che, credendo interiormente in Allah e nel Suo Apostolo, si conformava esteriormente alla religione del mio popolo; e mio padre riponeva in lei totale fiducia perché sapeva che era degna di fede e virtuosa; e la trattava con crescente gentilezza credendola della sua stessa fede. Così, quando fui quasi cresciuto, mio padre mi affidò a lei dicendo: "Prendilo, istruiscilo e insegnagli le regole della nostra fede; fallo istruire al meglio e non cessare la tua cura protettiva verso di lui." Così ella mi prese e mi insegnò i precetti dell'Islam con le ordinanze divine dell'abluzione Wuzu e le cinque preghiere quotidiane e mi fece imparare il Corano a memoria, ripetendo spesso: "Non servire nessuno se non Allah Onnipotente!" Quando ebbi appreso questa parte di conoscenza, ella mi disse: "O figlio mio, tieni nascosta questa faccenda a tuo padre e non rivelargli nulla, altrimenti ti ucciderà." Così la nascosi a lui e vissi così per un certo periodo di giorni, quando la vecchia morì, e la gente della città raddoppiò nella sua empietà e arroganza e nell'errore delle sue vie. Un giorno, mentre erano come al solito, ecco, udirono un suono forte e terribile e un banditore gridare con una voce simile a un tuono ruggente, così che ogni orecchio potesse udire, lontano e vicino: "O gente di questa città, abbandonate il vostro culto del fuoco e adorate Allah, il Re misericordioso!". A ciò, timore e terrore caddero sui cittadini ed essi si affollarono da mio padre (essendo lui Re della città) e gli chiesero: "Qual è questa voce tremenda che abbiamo udito, poiché ci ha confusi con l'eccesso del suo terrore?"; ed egli rispose: "Non lasciate che una voce vi spaventi né scuota il vostro spirito saldo né vi distolga dalla fede che è giusta." I loro cuori si inclinarono alle sue parole e non smisero di adorare il fuoco e persistettero nella ribellione per un anno intero dal momento in cui udirono la prima voce; e nell'anniversario venne un secondo grido e un terzo al capo del terzo anno, ogni anno una volta. Eppure persistettero nelle loro cattive pratiche finché un giorno, all'alba, il giudizio e l'ira del Cielo non discesero su di loro con tutta improvvisazione, e per la visita di Allah tutti furono metamorfosati in pietre nere, loro, le loro bestie e il loro bestiame; e nessuno si salvò tranne me, che in quel momento ero impegnato nelle mie devozioni. Da quel giorno fino ad oggi sono nel caso che vedi, costante nella preghiera, nel digiuno, nella lettura e nella recitazione del Corano; ma sono davvero stanco a causa della mia solitudine, non avendo nessuno che mi faccia compagnia." Allora gli dissi (poiché in verità aveva conquistato il mio cuore ed era il signore della mia vita e dell'anima mia): "O giovane, vuoi venire con me alla città di Baghdad e visitare gli Ulema, gli uomini dotti nella legge e i dottori di divinità, per ottenere un aumento di saggezza, comprensione e teologia? E sappi che colei che sta al tuo cospetto sarà la tua serva, sebbene sia capo della sua famiglia e padrona di uomini, eunuchi, servitori e schiavi. In verità la mia vita non era una vita prima che incontrasse la tua giovinezza. Ho qui una nave carica di mercanzie; e in verità il Destino mi ha condotto in questa città affinché potessi giungere a conoscenza di queste faccende, poiché era destino che dovessimo incontrarci. E non smisi di persuaderlo, di parlargli gentilmente e di usare ogni arte finché non acconsentì."

Ella proseguì: "Mi è giunta voce, o Re di buon auspicio, che la signora non cessò di persuadere il giovane con dolci parole affinché partisse con lei, finché questi non acconsentì dicendo 'Sì'. Ella dormì quella notte giacendo ai suoi piedi, a stento sapendo dove si trovasse per l'eccesso di gioia. Non appena spuntò il mattino seguente (proseguì rivolgendosi al Califfo), mi alzai ed entrammo nei tesori, prendendo da lì tutto ciò che era leggero nel peso e grande nel valore; poi scendemmo fianco a fianco dal castello verso la città, dove incontrammo il Capitano, le mie sorelle e gli schiavi che mi stavano cercando. Quando mi videro, gioirono e chiesero cosa mi avesse trattenuto, e io raccontai loro tutto ciò che avevo visto ed esposi la storia del giovane Principe e la trasformazione che aveva giustamente colpito i cittadini. A ciò tutti si meravigliarono, ma quando le mie due sorelle (queste due cagne, o Comandante dei Credenti!) mi videro al fianco del mio giovane amante, ne furono gelose e irate, e ordirono misfatti contro di me. Attendemmo un vento favorevole e salimmo a bordo gioendo, pronti a volare per la felicità a causa dei beni che avevamo ottenuto, ma la mia gioia più grande era nel giovane; attendemmo un poco finché il vento non spirò propizio, quindi salpammo e partimmo. Mentre sedevamo conversando, le mie sorelle mi chiesero: 'E cosa farai di questo bel giovane?'; e io risposi: 'Ho in animo di farlo mio marito!'. Allora mi rivolsi a lui e dissi: 'O mio signore, ho da proporti una cosa in cui non devi contrariarmi; ed è questa: quando giungeremo a Baghdad, la mia città natale, ti offro la mia vita come tua ancella nel santo matrimonio, tu sarai per me sposo e io sarò per te sposa'. Egli rispose: 'Ascolto e obbedisco; tu sei la mia signora e la mia padrona, e ciò che farai non lo contrasterò'. Allora mi rivolsi alle mie sorelle e dissi: 'Questo è il mio guadagno; mi accontento di questo giovane e coloro che hanno preso parte dei miei beni, li tengano come loro guadagno, con il mio beneplacito'. 'Dici e agisci bene', risposero le due, ma immaginavano misfatti contro di me. Non smettemmo di navigare con vento favorevole finché non avemmo scambiato il mare del pericolo con i mari della sicurezza e, in pochi giorni, giungemmo alla città di Bassora, i cui edifici apparivano chiari davanti a noi al calar della sera. Ma dopo che ci fummo ritirati a riposare e fummo immersi nel sonno, le mie due sorelle si alzarono, mi presero, letto e tutto, e mi gettarono in mare: fecero lo stesso con il giovane Principe che, poiché non sapeva nuotare, affondò e annegò, e Allah lo arruolò nel nobile esercito dei Martiri. Quanto a me, volesse il Cielo che fossi annegata con lui, ma Allah dispose che io fossi tra i salvati; così quando mi svegliai e mi ritrovai in mare, vedendo la nave allontanarsi come un lampo, Egli mi fece trovare un pezzo di legno a cui mi aggrappai, e le onde mi sballottarono qua e là finché non mi gettarono su una costa isolana, terra alta e disabitata. Sbarcai e camminai per l'isola per il resto della notte e, quando spuntò il mattino, vidi un sentiero impervio, a stento adatto a essere percorso da un figlio di Adamo, che conduceva a quello che si rivelò un guado poco profondo che collegava l'isola alla terraferma. Non appena il sole fu sorto, stesi i miei abiti ad asciugare ai suoi raggi, mangiai i frutti dell'isola e bevvi delle sue acque; poi mi incamminai lungo il sentiero e non cessai di camminare finché non raggiunsi la terraferma. Ora, quando tra me e la città restavano solo due ore di viaggio, ecco che un grande serpente, della grandezza di una palma da datteri, venne fuggendo verso di me in tutta fretta, strisciando ora a destra ora a sinistra finché non fu vicina a me, mentre la sua lingua penzolava verso terra lunga un palmo e spazzava la polvere mentre avanzava. Era inseguita da un Drago che non era più lungo di due lance, di corporatura snella come una lancia e, sebbene il terrore le desse velocità e continuasse a dimenarsi da una parte all'altra, egli la raggiunse e la afferrò per la coda, al che le sue lacrime scorrevano e la sua lingua era protratta nella sua agonia. Ebbi pietà di lei e, raccogliendo una pietra e invocando l'aiuto di Allah, la scagliai alla testa del Drago con tale forza che egli morì seduta stante; e il serpente, aprendo un paio di ali, volò nell'aria e scomparve davanti ai miei occhi. Sedetti meravigliata per quell'avventura, ma ero stanca e, vinta dalla sonnolenza, dormii lì per un po'. Quando mi svegliai, trovai una damigella nerissima seduta ai miei piedi che me li massaggiava; e al suo fianco stavano due cagne nere (le mie sorelle, o Comandante dei Credenti!). Mi vergognai davanti a lei e, sedendomi, le chiesi: 'O mia sorella, chi e cosa sei?'; ed ella rispose: 'Quanto presto mi hai dimenticata! Sono colei per la quale hai compiuto una buona azione e seminato il seme della gratitudine, uccidendo il suo nemico; poiché io sono il serpente che con l'aiuto di Allah hai appena liberato dal Drago. Sono una Jinniyah ed egli era un Jinn che mi odiava, e nessuno ha salvato la mia vita da lui se non tu. Non appena mi hai liberata da lui, ho volato col vento fino alla nave da cui le tue sorelle ti hanno gettata, e ho rimosso tutto ciò che vi era contenuto portandolo a casa tua. Poi ho ordinato ai miei Marid di affondare la nave e ho trasformato le tue due sorelle in queste cagne nere; poiché so tutto ciò che è passato tra loro e te; ma quanto al giovane, in verità è annegato'. Così dicendo volò via con me e le cagne, e poco dopo ci depose sulla terrazza della mia casa, dove trovai già immagazzinato l'intero patrimonio che era nella mia nave, né nulla di esso mancava. Ora (proseguì quella che era un serpente), giuro per tutto ciò che è inciso sul sigillo di Salomone (su di lui sia la pace!) che, a meno che tu non infligga a ciascuna di queste cagne trecento frustate ogni giorno, verrò e ti imprigionerò per sempre sotto terra'. Risposi: 'Ascolto e obbedisco!'; e via volò. Ma prima di andare, mi ingiunse di nuovo dicendo: 'Giuro ancora per Colui che ha fatto scorrere i due mari (e questo sia il mio secondo giuramento) che se mi contrasterai, verrò e ti trasformerò come le tue sorelle'. Da allora non ho mai mancato, o Comandante dei Credenti, di colpirle con quel numero di colpi finché il loro sangue scorre insieme alle mie lacrime, mentre io provo pietà per loro, e sanno bene che il loro essere flagellate non è colpa mia e accettano le mie scuse. E questa è la mia storia e la mia vicenda!" Il Califfo si meravigliò delle sue avventure e poi fece cenno a Ja'afar che disse alla seconda signora, la Portinaia: "E tu, come ti sei procurata i segni e le vergate sul tuo corpo?". Così ella iniziò la

STORIA DELLA PORTINAIA.

Sappi, o Comandante dei Credenti, che avevo un padre che, dopo aver adempiuto al suo tempo, morì e mi lasciò un grande tesoro di ricchezze. Rimasi nubile per breve tempo e poco dopo sposai uno dei più ricchi del suo tempo. Rimasi con lui un anno quando anch'egli morì, e la mia quota del suo patrimonio ammontava a ottantamila dinari d'oro secondo la santa legge dell'eredità. Così divenni assai ricca e la mia reputazione si diffuse in lungo e in largo, poiché mi ero fatta preparare dieci cambi d'abito, ciascuno del valore di mille dinari. Un giorno, mentre sedevo in casa, ecco che giunse a me una vecchia dai lineamenti scavati e dalle guance incavate, dagli occhi infossati, dalle sopracciglia rade e scabre, dalla testa nuda e calva; dai denti rotti dal tempo e rovinati, dalla schiena curva e dal collo che tremava, dal volto macchiato e dagli occhi che lacrimavano, con capelli come un serpente a macchie bianche e nere, nell'aspetto un vero spavento, proprio come dice il poeta di una come lei:—

Malaugurata strega! Non perdonati siano i suoi peccati ✿ Né la misericordia visiti il suo letto di morte: Mille testardi muli i suoi inganni, ✿ A dispetto del loro divincolarsi, guiderebbero con filo di ragno.

E come dice un altro:—

Una vecchia a cui l'illecito è il più lecito ✿ E la stregoneria saggezza ai suoi occhi è divenuta: Una mocciosa seminatrice di zizzania, una demone-fanciulla, ✿ Una donna meretrice e una vecchia mezzana.

Quando la vecchia entrò, mi salutò e, baciando la terra davanti a me, disse: "Ho a casa una figlia orfana e questa notte sono le sue nozze e la sua presentazione. Siamo gente povera e stranieri in questa città, non conosciamo alcun abitante e siamo afflitte. Dunque guadagnati una ricompensa e una gratificazione in Cielo presenziando alla sua presentazione e, quando le signore di questa città sapranno che tu farai atto di presenza, anch'esse si presenteranno; così consolerai la sua afflizione, poiché è duramente provata nello spirito e non ha nessuno a cui rivolgersi se non Allah l'Altissimo". Poi pianse e baciò i miei piedi recitando questi distici:—

La tua presenza ci reca una grazia ✿ Che possediamo davanti al tuo volto incantevole: E se tu fossi assente, mai nessuna ✿ Potrebbe sostituirti o prendere il tuo posto.

Così la pietà prese possesso di me e la compassione e dissi: "Ascoltare è acconsentire e, piaccia ad Allah, farò qualcosa di più per lei; né sarà mostrata al suo sposo se non con i miei abiti, i miei ornamenti e i miei gioielli". A questo la vecchia gioì, chinò il capo sui miei piedi e li baciò, dicendo: "Allah ti ripaghi con bene, e conforti il tuo cuore proprio come tu hai confortato il mio! Ma, o mia signora, non disturbarti a farmi questo servizio a quest'ora; sii pronta per l'ora di cena, quando verrò a prenderti". Così dicendo baciò la mia mano e andò per la sua strada. Iniziai a infilare le mie perle, a indossare i miei broccati e a prepararmi, curandomi poco di ciò che la Fortuna avesse in grembo per me, quando improvvisamente la vecchia fu davanti a me, sorridendo e ghignando finché non mostrò ogni moncone di dente, e disse: "O mia padrona, le dame della città sono arrivate e quando le ho informate che avevi promesso di essere presente, sono state liete e ora ti attendono, aspettando con impazienza il tuo arrivo e l'onore di incontrarti". Così mi gettai addosso la mia mantiglia e, facendo camminare la vecchia davanti a me e le mie ancelle dietro, procedetti finché non giungemmo in una strada ben irrigata e spazzata con cura, dove la brezza ventilante soffiava fresca e dolce. Qui fummo fermate da un cancello arcuato sopra una cupola di pietra marmorea saldamente stabilita su fondamenta solidissime, che conduceva a un Palazzo le cui mura sorgevano alte e orgogliose dalla terra, e il cui pinnacolo era coronato dalle nuvole, e sopra l'ingresso erano scritti questi distici:—

Io sono la dimora dove la Gioia sorriderà per sempre; ✿ La casa della Letizia attraverso il mio tempo duraturo: E in mezzo alla mia corte una fontana zampilla e scorre, ✿ Né lacrime né turbamenti quella fonte macchieranno: Il margine è adornato con il fiore del regale Nu'uman, ✿ Mirto, fiore di Narciso e Camomilla.

Giunti al cancello, davanti al quale pendeva una tenda nera, la vecchia bussò e ci fu aperto; entrammo e trovammo un vestibolo coperto di tappeti e adornato intorno con lampade tutte accese e candele di cera in candelabri adornati con pendenti di gemme preziose e nobili metalli. Proseguimmo attraverso quel passaggio finché non entrammo in un salone, il cui pari per grandezza e bellezza non si trova in questo mondo. Era drappeggiato e tappezzato con stoffe di seta, ed era illuminato con rami, applique e ceri disposti in doppia fila, un viale che portava all'estremità superiore o nobile del salone, dove sorgeva un divano di legno di ginepro incrostato di perle e gemme e sormontato da un baldacchino con zanzariere di raso rimboccate con margherite. E a malapena avemmo fatto caso a questo quando ne uscì dal baldacchino una giovane signora e io guardai, o Comandante dei Credenti, un volto e una figura più perfetti della luna quando è piena, con una grazia più luminosa dell'alba che scintillava di una luce color zafferano, proprio come cantò il poeta quando disse:—

Passeggi per il palazzo uno spettacolo di meraviglia, ✿ Una sposa per la notte di un Kisra o di un Kaisar! Scherza la rosa sulla tua guancia rosata, ✿ O guancia brillante come il sangue del drago! Dalla vita sottile, languida, dagli occhi assonnati, ✿ Con incanti che promettono ogni delizia d'amore: E l'acconciatura che adorna la tua fronte incoronata ✿ È una notte di dolore sulla luce lieta del mattino.

La bella giovane ragazza scese dal podio e mi disse: "Benvenuta e benvenuta e lieto arrivo alla mia sorella, la cara amata, l'illustre, e mille saluti!". Poi recitò questi distici:—

Se solo la casa potesse sapere chi arriva, gioirebbe ✿ E bacierebbe la polvere stessa su cui fu posto il tuo piede; E con la lingua della circostanza le mura direbbero ✿ "Benvenuta e salve a colei che è adornata di doni generosi!"

Poi si sedette e mi disse: "O mia sorella, ho un fratello che ti ha vista in occasione di varie feste di nozze e stagioni festive: è un giovane più bello di me, ed è caduto disperatamente innamorato di te, poiché il generoso Destino ha raccolto in te ogni bellezza e perfezione; ed egli ha donato argento a questa vecchia affinché potesse visitarti; ed ella ha escogitato questo modo per farci incontrare. Egli ha sentito che sei una delle nobili della tua tribù né lui è da meno nella sua; e, desiderando unire il suo destino al tuo, ha praticato questo espediente per portarmi in tua compagnia; poiché desidera sposarti secondo l'ordinanza di Allah e del suo Apostolo; e in ciò che è lecito e giusto non vi è vergogna". Quando udii queste parole e mi vidi intrappolata nella casa, dissi: "Ascoltare è acconsentire". Ella ne fu deliziata e batté le mani; dopodiché una porta si aprì e ne uscì un giovane fiorente nel pieno della vita, squisitamente vestito, un modello di bellezza e amabilità, simmetria e grazia perfetta, con maniere gentili e accattivanti, sopracciglia come un arco teso e una freccia sulla corda, e occhi che stregavano tutti i cuori con una magia lecita agli occhi del Signore; proprio come dice qualche rimatore descrivendo uno come lui:—

Il suo volto brilla come il volto della luna giovane ✿ E la Fortuna lo suggella con perle come segni.

E Allah favorisca colui che disse:—

Benedetta sia la sua bellezza; benedetto il decreto del Signore ✿ Che ha modellato e formato una cosa così luminosa nell'aspetto: Tutti i doni della bellezza egli unisce in uno; ✿ Persa nel suo amore è tutta l'umanità; Poiché la Bellezza stessa ha inciso sulla sua fronte ✿ "Testimonio che non vi è Bene se non Lui!"

Il Califfo, meravigliato da quanto aveva udito, ordinò che la storia venisse trascritta e conservata negli archivi del suo regno. Shahrazad, vedendo spuntare il mattino, tacque.

Quando giunse la diciannovesima notte, ella disse: "Mi è giunta voce, o Re fortunato, che il Califfo, dopo aver ascoltato il racconto della donna, si meravigliò grandemente e chiamò a sé il primo dei tre Kalandar. Egli gli chiese: 'E tu, o Kalandar, qual è la tua storia e come mai ti sei rasato la barba e le sopracciglia?' Il Kalandar si inchinò fino a terra e rispose: 'O Comandante dei Credenti, la causa del mio stato e del mio radermi è meravigliosa, poiché, se venisse scritta con aghi nell'angolo interno dell'occhio, servirebbe da monito a chiunque desideri meditare.' Il Califfo allora gli ordinò di narrare la sua vicenda, e il Kalandar prese a dire: 'Sappi, o Comandante dei Credenti, che non sono nato cieco da un occhio, né sono sempre stato un mendicante. Ero figlio di un re e ho ereditato il regno di mio padre; governai con giustizia e il mio popolo mi amava. Ero appassionato di caccia e di ogni nobile arte, ma il mio destino era segnato da ciò che ora ti racconterò.'"

Ella proseguì: «Mi è giunta voce, o Re propizio, che il Califfo ordinò che questa storia e quelle della sorella e dei Kalandar fossero registrate negli archivi e riposte nelle stanze reali dei documenti. Poi chiese alla dama più anziana, la padrona di casa: "Sai dove si trovi l'Ifritah che ha fatto l'incantesimo alle tue sorelle?"; ed ella rispose: "O Comandante dei Credenti, mi diede un ricciolo dei suoi capelli dicendo: — Quando vorrai vedermi, brucia un paio di questi capelli e io sarò da te all'istante, anche se mi trovassi oltre il monte Caucaso." Il Califfo disse: "Portami qui il capello." Così lei lo portò ed egli gettò l'intera ciocca sul fuoco. Non appena l'odore dei capelli bruciati si diffuse, il palazzo tremò e sussultò, e tutti i presenti udirono un rombo e un rotolio di tuono e un rumore come d'ali e, ecco!, la Jinniyah che era stata un serpente apparve al cospetto del Califfo. Poiché era una musulmana, lo salutò dicendo: "La pace sia con te, o Vicario di Allah"; al che egli rispose: "E con te sia la pace e la misericordia di Allah e la Sua benedizione." Poi ella continuò: "Sappi che questa fanciulla ha seminato per me il seme della gentilezza, per cui non posso ricompensarla abbastanza, poiché mi ha salvata dalla morte e distrutto il mio nemico. Avevo visto come le sue sorelle l'avevano trattata e mi sono sentita in dovere di vendicarla su di loro. Dapprima avevo intenzione di ucciderle, ma temevo che ciò le sarebbe stato doloroso, così le ho trasformate in cagne; ma se tu desideri la loro liberazione, o Comandante dei Credenti, le libererò per compiacere te e lei, poiché sono una delle musulmane." Il Califfo disse: "Liberale e in seguito esamineremo la vicenda della dama percorsa e considereremo il suo caso con attenzione; e se la verità del suo racconto sarà provata, esigerò la ritorsione da chi le ha fatto torto." Disse l'Ifritah: "O Comandante dei Credenti, le libererò immediatamente e ti rivelerò l'uomo che compì quell'atto contro questa dama e le fece torto e le sottrasse i beni, ed egli è il più prossimo a te tra tutti gli uomini!" Così dicendo prese una coppa d'acqua e mormorò un incantesimo su di essa e pronunciò parole che non si potevano comprendere; poi spruzzò un po' d'acqua sui volti delle due cagne, dicendo: "Ritornate alla vostra precedente forma umana!" al che esse furono restituite alle loro forme naturali e presero a lodare il loro Creatore. Poi disse l'Ifritah: "O Comandante dei Credenti, in verità colui che ha flagellato questa dama con le verghe è tuo figlio Al-Amin, fratello di Al-Maamun; poiché aveva udito della sua bellezza e avvenenza e ordì uno stratagemma da amante con lei e la sposò secondo la legge e commise il crimine (se così si può chiamare) di flagellarla. Eppure, in verità, non è da biasimare per averla picchiata, poiché le impose una condizione e le fece giurare con solenne giuramento di non fare una certa cosa; tuttavia, ella fu infedele al suo voto ed egli ebbe intenzione di metterla a morte, ma temette Allah l'Onnipotente e si accontentò di flagellarla, come hai visto, e di rimandarla al suo posto. Tale è la storia della seconda dama e il Signore sa ogni cosa." Quando il Califfo udì queste parole dell'Ifritah, e seppe chi aveva picchiato la fanciulla, si meravigliò con grande meraviglia e disse: "Lode ad Allah, l'Altissimo, l'Onnipotente, che ha mostrato la Sua estrema misericordia verso di me, permettendomi di liberare queste due fanciulle dalla stregoneria e dalla tortura, e degnandosi di farmi conoscere il segreto della storia di questa dama! E ora, per Allah, compiremo un atto che sarà tramandato di noi dopo che non saremo più." Poi convocò suo figlio Al-Amin e lo interrogò sulla storia della seconda dama, la portinaia; ed egli la raccontò di fronte alla verità; al che il Califfo ordinò di chiamare alla presenza i Kazi e i loro testimoni e i tre Kalandar e la prima dama con le sue sorelle germane che erano state stregate; e diede in sposa le tre ai tre Kalandar che sapeva essere principi e figli di Re e li nominò ciambellani presso la sua persona, assegnando loro stipendi e indennità e tutto ciò di cui avevano bisogno, e alloggiandoli nel suo palazzo a Baghdad. Restituì la dama percorsa a suo figlio, Al-Amin, rinnovando il contratto di matrimonio tra loro e le diede grandi ricchezze e ordinò di ricostruire la casa più bella di quanto fosse prima. Per quanto riguarda se stesso, prese in moglie la procuratrice e giacque con lei quella notte: e il giorno seguente le riservò un appartamento nel suo Serraglio, con ancelle al suo servizio e una fissa indennità giornaliera. E il popolo si meravigliò della generosità del loro Califfo e della sua naturale benevolenza e sapienza principesca; né egli dimenticò di inviare tutte queste storie affinché fossero registrate nei suoi annali. Quando Shahrazad cessò di parlare, Dunyazad esclamò: "O mia cara sorella, per Allah, in verità questa è proprio una storia piacevole e dilettevole; mai fu udita una simile, ma ti prego, raccontami ora un'altra storia per ingannare ciò che ancora rimane delle ore di veglia di questa nostra notte." Ella rispose: "Con amore e gioia se il Re mi dà il permesso"; ed egli disse: "Racconta la tua storia e raccontala in fretta." Così ella iniziò, con queste parole,

L'incesto è ora abominevole ovunque, tranne che tra i poveri sovraffollati delle grandi e civili città. Eppure tali unioni erano comuni e lecite tra popoli antichi e altamente colti, come gli Egizi (Iside e Osiride), gli Assiri e gli antichi Persiani. Fisiologicamente sono dannose solo quando i genitori hanno difetti costituzionali: se entrambi sono sani, la prole, come tra i cosiddetti "animali inferiori", è vitale e sana.

Nota 199:

Gli abitanti delle zone temperate settentrionali possono a stento immaginare cosa sia una tempesta di polvere nelle terre tropicali riarse dal sole. Nel Sind eravamo spesso costretti a usare candele a mezzogiorno, mentre sopra la polvere c'era un sole che arrostirebbe un uovo.

Nota 200:

Arabo "'Urban", ora sempre usato per le genti selvagge, che i francesi ci hanno insegnato a chiamare les Bédouins; "Badw" significa landa o deserto; e Badawi (fem. Badawíyah, plur. Badáwi e Bidwán), un uomo della landa. Gli europei hanno anche imparato a chiamare erroneamente gli Egiziani "Arabi": la differenza è grande quanto tra un inglese e uno spagnolo. Gli arabi propriamente detti dividono la loro razza in varie famiglie successive. Gli "Arab al-Arabá" (o al-Aribah, o al-Urubíyat) sono gli autoctoni, tribù preistoriche, protostoriche ed estinte; per esempio, pochi degli Aditi che, essendo alla Mecca, sfuggirono alla distruzione della loro malvagia nazione, ma si mescolarono con altre classi. Gli "Arab al-Muta'arribah" (Arabi arabizzati) sono i primi advenæ rappresentati da stirpi nobili come i Koraysh (Koreish), alcuni ancora sopravvissuti. Gli "Arab al-Musta'aribah" (insitizi, naturalizzati o istituiti Arabi, uomini che pretendono di essere Arabi) sono Arabi come i Sinaiti, gli Egiziani e i Marocchini discendenti da matrimoni con altre razze. Da qui i nostri "Mosarabi" e i "Marrabais" di Rabelais (non, "una parola composta da Maurus e Arabs"). Alcuni genealogisti, tuttavia, fanno dei Muta'arribah i discendenti di Kahtan (forse lo Joktan della Genesi x., un documento relativamente moderno, 700 a.C.?); e i Musta'aribah quelli discendenti da Adnán, l'origine della genealogia araba. E, infine, ci sono gli "Arab al-Musta'ajimah", Arabi barbarizzati, come l'attuale popolazione della Mecca e di Al-Medinah. Oltre a questi ci sono altre tribù la cui origine è ancora ignota; come le tribù Mahrah di Hazramaut, gli "Akhdám" (=servili) dell'Oman (Maskat); e gli "Ebná" dell'Al-Yaman: Ibn Ishak suppone che questi ultimi discendano dai soldati persiani di Anushirwan che espulsero gli invasori abissini dall'Arabia meridionale. (Pilgrimage, iii., 31, ecc.).

Nota 201:

Arabo "Amír al-Muuminín". Il titolo fu assunto dal Califfo Omar per evitare l'inconveniente di chiamarsi "Khalífah" (successore) del Khalífah dell'Apostolo di Allah (cioè Abu Bakr); il che, dopo poche generazioni, sarebbe diventato impossibile. Significa "Emiro (capo o principe) dei Muumin"; uomini che si attengono alla Fede (vera musulmana), l'"Imán" (teoria, articoli fondamentali) in contrapposizione al "Dín", ordinanza o pratica della religione. Divenne una volta un titolo visirale conferito dal Sultano Malikshah (Re dei re) al suo Nizám al-Mulk. (Richardson's Dissert. lviii).

Nota 202:

Questo può anche significare "secondo le sette edizioni del Corano", le vecchie revisioni e così via (Sale, Sez. iii. e D'Herbelot "Alcoran"). Le scuole dei "Mukri", che insegnano la pronuncia corretta in cui un errore potrebbe essere peccaminoso, sono sette: Hamzah, Ibn Katír, Ya'akúb, Ibn Amir, Kisái, Asim e Hafs, essendo quest'ultimo il preferito dagli Hanafiti e l'unico ora generalmente conosciuto nell'Al-Islam.

Nota 203:

Arabo "Sadd"=muro, diga, ecc., il "bund" o "band" dell'anglo-india. Da qui il "Sadd" sul Nilo, le rive di erba e isole galleggianti che "murano" il corso d'acqua. Ci sono pochi spettacoli più spaventosi di una tempesta di sabbia nel deserto, lo "Zauba'ah" come lo chiamano gli Arabi. Diavoli, o colonne di sabbia, verticali e inclinate, che misurano mille piedi di altezza, corrono sulla pianura sferzando la sabbia alla loro base come un mare che si agita sotto un turbine furioso; falciando l'erba fin dalle radici, sradicando alberi, che vengono fatti vorticare come foglie e bastoncini nell'aria, e spazzando via tende e case come se fossero pezzi di carta. Alla fine le colonne si uniscono in cima e formano, forse tremila piedi sopra la terra, una gigantesca nuvola di sabbia gialla che cancella non solo l'orizzonte ma anche il sole di mezzogiorno. Queste trombe di sabbia sono il terrore dei viaggiatori. Nel Sind e nel Punjab abbiamo la tempesta di polvere che, per oscurità, ho detto, batte la più nera nebbia di Londra.

Nota 204:

Arabo "Sár"=la vendetta, menzionata prima, temuta in Arabia quanto in Corsica.

Nota 205:

Arabo "Ghútah", solitamente un luogo dove l'irrigazione è abbondante. Si applica specialmente (nei libri) alla pianura di Damasco perché "abbonda di acqua e alberi da frutto". Bochart (Geog. Sacra, p. 90) deriva עוטה (utah) da עוץ Uz, figlio di Arab, che (dice) fondò Damasco. La Ghutah è uno dei quattro paradisi terrestri, gli altri sono Basrah (Bassorah), Shiraz e Samarcand. La sua peculiarità è la somiglianza con un porto di mare; il deserto che arriva fin quasi alle sue porte è il mare e le sue navi sono i cammelli. Il primo arabo a cui dobbiamo questo ammirevole termine per il "Compagno di Giobbe" è "Tarafah", uno dei poeti delle Poesie Sospese: paragona (v.v. 3, 4) i cammelli che portarono via la sua amata a navi che salpano da Aduli. Ma "navi del deserto" è senza dubbio un termine di antichità estrema.

Nota 206:

Le esigenze del "Saj'a", o prosa rimata, disgiungono questo e molti passaggi simili.

Nota 207:

Le isole "d'Ebano"; "Isle of Ebene" di Scott, i., 217.

Nota 208:

"Jarjarís" nell'Edizione di Bulaq.

Nota 209:

Arabo "Takbís". Molti orientali riescono a stento a dormire senza questo impastamento dei muscoli, questo "massaggio" le cui proprietà igieniche l'Inghilterra sta ora imparando.

Nota 210:

Il contrario del petto che viene allargato, l'andatura cadente, "strascicata", paragonata alla testa tenuta alta e al petto gonfio.

Nota 211:

Questa pena è menzionata nel Corano (cap. v.) come adatta a coloro che combattono contro Allah e il suo Apostolo; ma i commentatori non sono d'accordo se i peccatori debbano prima essere messi a morte o appesi alla croce finché muoiono. Faraone (cap. xx.) minaccia di crocifiggere i suoi maghi sulle palme, ed è considerato il primo crocifissore.

Nota 212:

Arabo "'Ajami"=straniero, spec. un persiano: quest'ultimo nelle "Notti" è per lo più un malvagio. Devo qui osservare che la condizione spregevole dei persiani nell'Al-Hijáz (che ho notato nel 1852, Pilgrimage i. 327) è completamente cambiata. Non sono più "Le pantofole di Ali e i segugi di Omar": hanno imparato la forza dell'unione e ora, invece di essere prepotenti, prevaricano.

Nota 213:

L'Edizione di Calcutta li trasforma in Sarti (Khayyátín) e Torrens non vede l'errore di stampa.

Nota 214:

cioè Ascia e sandali.

Nota 215:

Lett. "Colpisci il suo collo".

Nota 216:

Una frase che ricorrerà spesso; significa che la situazione suggeriva tali parole.

Nota 217:

Colui che colpisce con il malocchio è chiamato "A'in" e la persona colpita "Ma'ín" o "Ma'ún".

Nota 218:

Arabo "Sákiyah", la nota ruota persiana con vasi e secchi attaccati al cerchio. È di molti tipi, quella a cassetta, ecc., ecc.; ed è forse allusa nel "vaso rotto alla fonte" (Ecclesiaste xii. 6), un incidente che accade spesso alla moderna "Noria". I viaggiatori per lo più insultano il suo "triste scricchiolio" e la "monotonia lugubre": ho difeso la musica della ruota idraulica nel Pilgrimage ii. 198.

Nota 219:

Arabo "Zikr", lett. ricordare, menzionare (cioè i nomi di Allah), qui si riferisce agli incontri dei religiosi per esercizi devozionali; gli "Zikkír", come vengono chiamati, per lo più in piedi o seduti in cerchio mentre eiaculano il Santo Nome. Queste "rogazioni" sono molto amate dai Darwish, o frati mendicanti, che l'Europa divide cortesemente in "danzanti" e "urlanti"; e, in un'occasione, con grande scandalo di certe Engländerinnen alle quali stavo mostrando l'Ezbekiyah, mi sono unito al cerchio degli "urlanti". Lane (Mod. Egypt, vedi indice) è profuso sull'argomento degli "Zikr" e degli Zikkír. Non si deve supporre che siano uomini non istruiti: la classe migliore, tuttavia, preferisce maggiore riservatezza.

Nota 220:

Poiché pensavano che fosse stato lì per preghiera o penitenza.

Nota 221:

Arabo "Ziyárat", una visita a una persona o luogo pio.

Nota 222:

Questo è un saluto paterno in Oriente dove sono particolari riguardo alla parte baciata. Un libro persiano spiritoso e non insolitamente volgare, chiamato "Al-Námah" perché tutte le domande iniziano con "Al" (l'articolo arabo), contiene un "Al-Wajib al-busídan?" (cosa merita maggiormente di essere baciato?) e la risposta è "Kus-i-nau-pashm" (una pulzella con un cespuglio giovane).

Nota 223:

Un peso di 71-72 grani inglesi in oro; qui equivalente al dinaro.

Nota 224:

Confronta la storia dei Tre Corvi in Gammer Grethel, sera ix.

Nota 225:

Il confronto è particolarmente appropriato; la terra vista dall'alto appare concava con un bordo rialzato.

Nota 226:

Cent'anni.

Nota 227:

"Bahr" in arabo significa mare, fiume, specchio d'acqua; da qui l'aggettivo è necessario.

Nota 228:

Il Capitano o Maestro della nave (non il proprietario). Nell'Al-Yaman la parola significa anche "barbiere", in virtù della radice, Raas, una testa.

Nota 229:

Il testo ha "nel carattere Ruká'í", o Riká'í, la grafia per corrispondenza.

Nota 230:

Un carattere curvo che si suppone somigli alla foglia di basilico (rayhán). Richardson lo chiama "Rohani".

Nota 231:

Non c'è bisogno di dire che gli orientali usano una canna, un Calamus (Kalam applicato solo alla canna tagliata) al posto delle nostre penne d'oca e d'acciaio.

Nota 232:

Famoso per essere iscritto sulla Kiswah (copertura) della tomba di Maometto; una mano grande e più formale ancora usata per redigere e per iscrizioni murali. Se ne conoscono solo settantadue varietà (Pilgrimage, ii., 82).

Nota 233:

La mano di copia e trascrizione che è o Arabi o Ajami. Una grande scoperta è stata fatta ultimamente che sconvolge tutte le nostre vecchie idee su Cufico, ecc. Il signor Löytved di Bayrut ha trovato, tra le iscrizioni hauraniche, una in Naskhi puro, datata 568 d.C., o cinquant'anni prima dell'Egira; ed è accettata come autentica dal mio dotto amico M. Ch. Clermont-Ganneau (p. 193, Pal. Explor. Fund; luglio 1884). Ai tempi di D'Herbelot e Sale si supponeva che il Corano fosse stato scritto in caratteri rozzi, come quelli successivamente chiamati "Cufico", inventati poco prima della nascita di Maometto da Murámir ibn Murrah di Anbar in Irák, introdotti alla Mecca da Bashar il Kindiano, e perfezionati da Ibn Muklah (Al-Wazir, ob. 328 A.H. = 940 d.C.). Ora dobbiamo cambiare tutto questo. Vedi Catalogo degli Oriental Caligraphs, ecc., di G. P. Badger, Londra, Whiteley, 1885.

Nota 234:

Lettere maiuscole e onciali; la mano in cui è iscritto il velo della Ka'abah (Pilgrimage iii. 299, 300).

Nota 235:

Una "mano di corte" dice il signor Payne (i. 112): non ne so nulla. Altre mani sono: il Ta'alík; appeso o obliquo, usato per manoscritti più fini e avendo, secondo Richardson, "la stessa analogia con il Naskhi che il nostro Italico ha con il Romano". Il Nasta' lík (non Naskh-Ta'alík) molto usato in India, è, come suggerisce il nome, una miscela di Naskhi (scrittura di transazioni) e Ta'alík. Lo Shikastah (mano rotta) rappresenta ovunque la nostra grafia corrente e diventa un compito difficile per il lettore. Il Kirmá è un altro carattere corsivo, per lo più limitato alle entrate e uscite del tesoro turco. Il Diváni, o Corte (di Giustizia) è la mano ufficiale, audace e rotonda, un carattere commerciale, le cui linee spesso salgono con una curva verso l'estremità (sinistra). Il Jáli o levigato ha una varietà, il Jali-Ta'alik: il Sulsi (noto in molti libri) è adottato per titoli di volumi, editti reali, diplomi e così via; "rispondendo molto allo stesso scopo delle maiuscole da noi, o delle lettere fiorite nei manoscritti miniati" (Richardson). Il Tughrái è quello del Tughrá, il cifrario del Principe o firma fiorita in scritti cerimoniali, e contenente qualche frase come: Che questo sia eseguito. Ce ne sono altri, es. Yákuti e Sirenkil noti solo per nome. Infine la mano Maghribi (mora) differisce nella forma e nei punti diacritici dai caratteri usati più a est quasi quanto la grafia tedesca da quella inglese. È curioso che Richardson ometta il Jali (intricato e convoluto) e le divisioni del carattere Sulusí, Sulsi o Sulus (Thuluth), il Sulus al-Khafíf, ecc.

Nota 236:

Arabo "Baghlah"; il maschio (Baghl) è usato solo per carichi. Questa è ovunque la regola: nulla è più ingestibile di un "mulo" riottoso; e sa che può sempre farti cadere dalla sua groppa quando ne ha voglia. Da "Baghlah" deriva il nome dell'imbarcazione nativa anglo-indiana "Buggalow".

Nota 237:

In ebraico "Ben-Adam" è ogni uomo opposto a "Beni ish" (Salmo iv. 3) = filii viri, non homines.

Nota 238:

Questa posizione è terribilmente faticosa per le gambe europee; e pochi uomini bianchi (a meno che non vi siano cresciuti) possono accovacciarsi sui talloni per lungo tempo. La "moda del sarto", con le gambe incrociate, è considerata libera e facile.

Nota 239:

Arabo "Katá" = Pterocles Alchata, il noto ganga del deserto. È carne bianca molto povera.

Nota 240:

Arabo "Khubz" che non traduco "torta" o "pane", poiché suggerirebbe l'idea della nostra pagnotta. Il sostegno della vita in Oriente è un sottile cerchio piatto di pasta cotto nel forno o sulla piastra, e corrispondente allo "scone" scozzese, alla "tortilla" spagnola e al "flap-jack" australiano.

Nota 241:

Arabo "Harísah", un piatto preferito di grano (o riso) bollito e ridotto a pasta con carne sminuzzata, spezie e condimenti. La "bangles" è una ragazza carina che mangia con lui.

Nota 242:

Queste righe sono ripetute con una differenza nella Notte cccxxx. Influenzano rime pesanti, fuori mano: es. qui Sakáríj (plur. di Sakrúj, piatti, ciotole); Tayáhíj (plur. di Tayhúj, la pernice minore); Tabáhíj (persiano Tabahjah, una frittata o uno stufato di carne, cipolle, uova, ecc.) Ma'áríj ("a pile scaglionate" come le piramidi; che Lane ii. 495, rende "sulle scale"); Makáríj (plur. di Makraj, una piccola pentola); Damálíj (plur. di dumlúj, un braccialetto, un cerchietto); Dayábíj (broccati) e Tafáríj (aperture, godimenti). Nella Notte cccxxx. troviamo anche Sikábíj (plur. di Sikbáj, carne marinata spiegata altrove); Faráríj (plur. di farrúj, un pollo, volg. farkh) e Dakákíj (plur. di dakújah, un piccolo barattolo). Nella prima riga abbiamo anche (sebbene non una rima) Gharánik, gr. Τερανὸς, una gru, conservata nel romaico. Il pianto e il lamento sono causati dal ricordo che tutte queste prelibatezze sono state demolite come un accampamento beduino.

Nota 243:

Questo è il vinum coctum, il vino bollito, ancora un preferito nell'Italia meridionale e in Grecia.

Nota 244:

I bevitori orientali amano bere all'alba: su questo argomento avrò altro da dire in altre Notti.

Nota 245:

Arabo "Adab", una crux per i traduttori, che significa qualsiasi cosa tra buona educazione e buone maniere. Nel turco mod. "Edibiyyet" (Adabiyat) = belle lettere e "Edebi" o "Edíb" = un letterato.

Nota 246:

Il Califfo Al-Maamún, che era un pessimo giocatore, soleva dire: "Ho l'amministrazione del mondo e ne sono all'altezza, mentre sono stretto nell'ordinamento di uno spazio di due spanne per due spanne". La "scacchiera" era allora "un campo quadrato di cuoio ben conciato".

Nota 247:

I Rabbini (dopo Matt. xix. 12) contano tre tipi di Eunuchi; (1) Seris chammah = del sole, cioè naturale: (2) Seris Adam = fabbricato per homines; e (3) Seris Chammayim = di Dio (cioè astinente religioso). Seris (castrato) o Abd (schiavo) è il nome ebraico generale.

Nota 248:

La "Signora della Bellezza".

Nota 249:

"Káf" è stata notata come la montagna che circonda la terra come un anello fa il dito: è popolarmente usata come il nostro Alp e Alpine. L'"Oceano circumambient" (Bahr al-muhít) è l'Oceano-fiume omerico.

Nota 250:

Il melograno è probabilmente scelto qui perché ogni frutto si suppone contenga un seme dal giardino dell'Eden. Da qui una schiera di superstizioni (Pilgrimage iii., 104) possibilmente collegate al dio caldeo-babilonese Rimmon o Ramanu. Da qui Persefone o Ishtar assaggiarono il "seme del ricco melograno". Lenormant, loc. cit. pp. 166, 182.

Nota 251:

cioè per l'amor di Dio — una frase musulmana preferita.

Nota 252:

Arabo "Báb", che significa anche un capitolo (di magia, di guerra, ecc.), corrispondente al persiano "Dar" come in Sad-dar, le Cento Porte. Qui, tuttavia, è figurativo "Ho provato un nuovo modo". Questa scena è nel Mabinogion.

Nota 253:

Uso questo termine irlandese = piangere per i morti; poiché l'inglese non ha la parola per la præfica o myrialogist. La pratica non è incoraggiata nell'Al-Islam; e il Califfo Abu Bakr disse: "In verità un cadavere viene asperso con acqua bollente a causa dei lamenti dei vivi", cioè punito per non aver preso provvedimenti per impedire i loro lamenti inutili. Ma la pratica viene dal Negroland da dove raggiunse l'Egitto; e il popolo vi ha sviluppato un curioso sistema nel "canto del pianto": l'ho notato nelle "Lake-Regions of Central Africa". Nello Zoroastrismo (Dabistan, cap. xcvii.) le lacrime versate per i morti formano un fiume nell'inferno, nero e gelido.

Nota 254:

Queste righe sono a stento traducibili. Arabo "Sabr" significa "pazienza" così come "aloe", prestandosi così a una schiera di giochi di parole e doppi sensi più o meno vili. L'aloe, secondo Burckhardt, è piantata nei cimiteri come lezione di pazienza: viene anche appesa, come il coccodrillo essiccato, sopra le porte di casa per impedire agli spiriti maligni di entrare; "così appesa senza terra e acqua", dice Lane (M. E., cap. xi.), "vivrà per diversi anni e persino fiorirà. Da qui (?) è chiamata Sabr, che significa pazienza". Ma Sibr così come Sabr (una radice) significa "lunga sofferenza". Ritengo che la pratica sia una delle tante superstizioni dell'Africa interna. I Galla selvaggi ancora oggi piantano aloe sulle tombe, e suppongono che quando la pianta germoglia il defunto sia stato ammesso ai giardini di Wák, il Creatore. (Pilgrimage iii. 350).

Nota 255:

Ogni città in Oriente ha il suo titolo specifico: questo fu dato a Baghdad sia a causa della sua polizia superiore sia semplicemente perché era la Capitale del Califfato. Il Tigri era anche chiamato il "Fiume della Pace (o Sicurezza)".

Nota 256:

Questo è molto caratteristico: i passeggeri, trovandosi in difficoltà, prendono subito il comando. Vedi nel mio Pilgrimage (I. cap. xi.) come abbiamo picchiato e altrimenti maltrattato il Capitano del "Golden Wire".

Nota 257:

La favola si basa probabilmente sulle correnti che, come nell'Africa orientale, trasportano una nave a cinquanta miglia al giorno fuori rotta. La troviamo per la prima volta in Tolomeo (vii. 2) le cui Isole Maniólai, dell'India extra Gangem, fanno volare via i chiodi di ferro dalle navi, l'effetto del Lapis Herculeus (Magnete). Rabelais (v. c. 37) vi allude e all'idea volgare che il magnetismo sia contrastato dallo Skordon (Scordon o aglio). Da qui anche le Montagne di Adamante (Magnete) di Mandeville (cap. xxvii.) e la "Roccia Magnetica" nel geniale "Peter Wilkins" del signor Puttock. Presumo che il mito sia nato anche dal vedere imbarcazioni costruite, come sulla costa dell'Africa orientale, senza chiodi di ferro. Incontreremo di nuovo la leggenda. La parola Jabal ("Jebel" in Egitto) ricorre spesso in queste pagine. Gli arabi la applicano a qualsiasi terreno in salita o mucchio di rocce; quindi non è sempre = la nostra montagna. Ha trovato la sua strada in Europa, es. Gibilterra e Monte Gibello (o Mongibel nella poesia) = "Mt. Ethne that men clepen Mounte Gybelle". Altri sensi speciali di Jabal ricorreranno.

Nota 258:

Come apprendiamo dal Geografo Nubiano, gli arabi nelle epoche antiche esplorarono le Isole Fortunate, Jazírát al-Khálidát (=Isole Eterne), o Canarie, su una delle quali furono segnalati un cavallo e un cavaliere in bronzo con la lancia puntata a ovest. Ibn al-Wardi nota "due immagini di pietra dura, ciascuna alta cento cubiti, e sulla cima di ciascuna una figura di rame che punta con la mano all'indietro, come se volesse dire: — Torna indietro perché non c'è nulla dietro di me!" Ma questa leggenda si collega a fatti più antichi. Il 23° Tobba (che succedette a Bilkis), Malik bin Sharhabíl, (o Sharabíl o Sharahíl) soprannominato Náshir al-Ni'ám = seminatore di benedizioni, perse un esercito nel tentare le sabbie occidentali e fece erigere una statua di rame sul cui petto fu iscritto in caratteri antichi: —

Non c'è accesso dietro di me, Nulla oltre, (Dice) Il Figlio di Sharabíl.

Nota 259:

cioè esclamai "Bismillah!"

Nota 260:

L'abluzione minore di mani, viso e piedi; una sorta di "lavaggio dei punti". Di più nella Notte ccccxl.

Nota 261:

Arabo "Ruka'tayn"; il numero di questi inchini che sono seguiti dalle prostrazioni distingue le cinque preghiere giornaliere.

Nota 262:

Il "Beth Kol" degli ebrei; chiamato anche dai musulmani "Hátif"; per il quale chiedi agli Spiritualisti. È la "voce divina" o "voce dal cielo" indù.

Nota 263:

Queste formule sono tecnicamente chiamate Tasmiyah, Tahlíl (notato prima) e Takbír: il "testimoniare" è Tashhíd.

Arabo "Samn" (persiano "Raughan", indostano "Ghi"), il "condimento unico" dell'Oriente; burro fresco posto sul fuoco, schiumato e conservato (anche per un secolo, se necessario) in otri di cuoio e damigiane. Diventa allora una massa nera e dura, considerata una panacea per ferite e malattie. È molto "saziante": si dice scherzosamente a un orientale minacciato da un'improvvisa invasione di ospiti: "Va', inonda il tuo riso col Raughan". Provai una volta ad allenarmi, come un Pahlawan o atleta indù, a base di Gur (zucchero grezzo), latte e Ghi; e il risultato fu di essere accecato dalla bile prima della fine della settimana.

Nota 265: Questi bei giovani sono sempre descritti nei termini che applicheremmo alle donne.

Nota 266: L'Edizione di Bulak (i. 43) recita diversamente: "Trovai un giardino, poi un secondo, e un terzo, e così via fino al numero di trenta e nove; e in ogni giardino vidi ciò che la lode non può esprimere, di alberi e ruscelli e frutti e tesori. Alla fine dell'ultimo scorsi una porta e dissi a me stesso: 'Cosa potrà esserci in questo luogo?; è d'uopo che io la apra e guardi dentro!'. Lo feci di conseguenza e vidi un corsiero pronto, sellato, imbrigliato e legato; così lo slegai e vi montai in groppa; ed egli volò via con me come un uccello finché non mi depose su una terrazza; e, avendomi fatto atterrare, mi diede un colpo di coda che mi cavò un occhio e fuggì via da me. Dopodiché scesi dal tetto e trovai dieci giovani tutti guerci da un occhio i quali, quando mi videro, esclamarono: 'Nessun benvenuto a te, e nessuna lieta novella!'. Chiesi loro: 'Mi ammettete nella vostra casa e compagnia?', ed essi risposero: 'No, per Allah, non vivrai tra noi'. Così me ne andai con gli occhi piangenti e il cuore addolorato, ma Allah aveva scritto la mia salvezza sulla Tavola Custodita, così raggiunsi Baghdad sano e salvo, ecc.". Questo è un buon saggio di come l'opera sia stata tagliata in quell'edizione.

Nota 267: Gli arabi datano la gravidanza dall'interruzione del ciclo mestruale, di cui si suppone che il feto si nutra. Il Kalilah wa Dimnah dice: "L'ombelico del bambino aderisce a quello di sua madre e in tal modo egli succhia" (i. 263).

Nota 268: Ciò è contrario ai comandi dell'Islam; Maometto disse espressamente: "Gli astrologi sono bugiardi, per il Signore della Ka'abah!"; e questo suo detto è noto a quasi tutti i musulmani, colti o incolti che siano. Eppure, più procediamo verso Oriente (verso l'India) più troviamo queste pratiche tenute in onore. Voltandoci verso occidente abbiamo: Iuridicis, Erebo, Fisco, fas vivere rapto; Militibus, Medicis, Tortori occidere ludo est; Mentiri Astronomis, Pictoribus atque Poetis.

Nota 269: Non esegue il Wuzu o abluzione minore perché trascura le preghiere dell'alba.

Nota 270: Per questo gioco si veda Lane (M. E. Cap. xvii.). Si gioca solitamente su un panno a scacchi e non su una tavola come la nostra dama; e gli orientali amano mangiare, bere e fumare tra una partita e l'altra, e persino durante. Torrens (p. 142) traduce "preparai un dessert", confondendo "Mankalah" con "Nukl" (frutta secca, quatre-mendiants).

Nota 271: Citato da Maometto, il cui detto è stato riportato.

Nota 272: Dovremmo dire "la notte del trentanovesimo".

Nota 273: Il bagno fatto per la prima volta dopo la malattia.

Nota 274: Arabo "Dikák", usato come sapone o piuttosto per ammorbidire la pelle: la farina è solitamente di lupini, "Adas" = "Revalenta Arabica", che costa un soldo in Egitto e mezza corona in Inghilterra.

Nota 275: Arabo "Sukkar-nabát". Ai miei tempi (1842-49) non avevamo altro zucchero nella Presidenza di Bombay.

Nota 276: Questo è uno dei miriadi di esempi arabi secondo cui i decreti di "Anagké", Fato, Destino, Weird, sono inevitabili. La situazione è altamente drammatica; e in effetti Le Mille e una Notte, come apparirà nel Saggio finale, hanno già suggerito un dramma nazionale.

Nota 277: Essendo stato recentemente commosso da Ajib.

Nota 278: Il signor Payne (i. 131) omette questi versi che sembrano fuori posto; ma questo modo di citazione inappropriata è una caratteristica dei racconti orientali.

Nota 279: In inglese "him" (lui).

Nota 280: Questa marcia della tribù è un lieu commun della poesia araba, ad esempio la nobile elegia del poeta Labid sul "Campo Abbandonato". Troveremo decine di esempi nelle Notti.

Nota 281: Ho sentito parlare di tali sabbie nel Deserto a est di Damasco che possono essere attraversate solo su tavole o finimenti di cammello; e lo stesso si dice dell'infame Regione "Al-Ahkáf" ("Siria Inesplorata").

Nota 282: Da qui il detto arabo "L'abbaiare di un cane e non il bagliore di un fuoco"; il viaggiatore stanco sa dal primo che l'accampamento è vicino, mentre il secondo si vede da grandi distanze.

Nota 283: Il blu scuro è il colore del lutto in Egitto come lo era della Repubblica Romana. I persiani ritengono che questa tinta sia stata introdotta da Kay Kawús (600 a.C.) mentre piangeva suo figlio Siyáwush. Fu mantenuta fino alla morte di Husayn il 10 di Muharram (il primo mese, che allora rappresentava l'equinozio di primavera) quando fu cambiata con il nero. Di regola i musulmani non adottano questo simbolo di dolore (chiamato "Hidád"), considerando la pratica alquanto idolatrica ed estranea ai costumi arabi. In Egitto e specialmente sull'Alto Nilo le donne si tingono le mani con indaco e si scuriscono il volto di nero o più nero ancora.

Nota 284: Il Roc più antico, di cui si parlerà nel Racconto di Sindbad. Nel frattempo il lettore curioso riguardo al Símurgh persiano (trenta uccelli) consulti il Dabistan, i., 55, 191 e iii., 237, e la Dissertazione di Richardson p. xlviii. Per l'Anka (Enka o Unka = uccello dal collo lungo) si veda Dab. iii., 249 e per l'Humá (uccello del Paradiso) Richardson lxix. Ci mancano ancora dettagli riguardo al Ben o Bennu (nycticorax) d'Egitto che con l'articolo pi diede origine alla "fenice" greca.

Nota 285: Probabilmente l'Haledj di Forskal (p. xcvi. Flor. Ægypt. Arab.), "lignum tenax, durum, obscuri generis". L'Edizione di Breslavia ha "ákúl" = legno di teak, comunemente "Sáj".

Nota 286: L'anello del battente è un'invenzione ben nota ai romani.

Nota 287: Arabo "Sadr"; il posto d'onore; da cui il "Sudder Adawlut" (Corte Suprema) nel gergo anglo-indiano.

Nota 288: Arabo "Ahlan wa sahlan wa marhabá", le parole ancora popolarmente rivolte a un ospite.

Nota 289: Ciò può significare "occhi neri liquidi"; ma anche, come ho notato, che le ciglia erano abbastanza lunghe e folte da far apparire le palpebre come se fosse stata applicata polvere di Kohl ai bordi interni.

Nota 290: Una leggera separazione tra i due incisivi frontali, solo quelli superiori, è considerata una bellezza dagli arabi; perché sia così è difficile a dirsi, se non per l'amore razziale per la varietà. "Sughr" (Thugr) nel testo significa, primariamente, l'apertura della bocca, il divario: da qui i denti anteriori.

Nota 291: Ovvero, mi fa assaggiare l'amarezza della morte, essendo "scoppiare la cistifellea" (Marárah) il nostro "spezzare il cuore".

Nota 292: Quasi inutile dire che porte e stanze proibite formano un lieu commun nelle fiabe: si trovano nel Katha Sarit Sagara indù e divennero familiari alla nostra infanzia con "Barbablù".

Nota 293: Lett. "applicare Kohl ai miei occhi", proprio come Gezabele "si dipinse la faccia", che in ebraico significa mettere pittura agli occhi (2 Re ix., 30).

Nota 294: Arabo "Al-Barkúk", da cui il nostro più antico "Apricock" (albicocca). Classicamente è "Burkúk" e in persiano per l'arabo "Mishmish", e denota anche una piccola prugna o susina. In Siria il "lato rivolto al sole" mostra un vivido rossore.

Nota 295: Arabo "Hazáṙ" (in persiano, mille) = una specie di uccello beffeggiatore.

Nota 296: Alcune edizioni portano le porte a cento, ma le Principesse erano quaranta e queste coincidenze, che sembrano avere significato e non ne hanno alcuno salvo per la simmetromania araba, sono comuni nei racconti arabi.

Nota 297: Arabo "Májúr": da qui forse il nostro "mazer", che è popolarmente derivato da Masarn, un acero.

Nota 298: Un profumo composto di ambra grigia, muschio e aloe.

Nota 299: Le estremità delle redini che formano la frusta.

Nota 300: Il cavallo volante è Pegaso, che è una parodia greca di un mito egiziano sviluppato in India.

Nota 301: L'Edizione di Breslavia dice erroneamente "il settimo".

Nota 302: Arabo "Sharmutah" (plur. Sharámít) dalla radice Sharmat, stracciare, una parola egiziana preferita applicata anche nel linguaggio volgare a una prostituta, una sgualdrina, un pezzo. È anche il termine popolare per strisce di carne essiccata al sole o affumicata, classicamente chiamata "Kadíd".

Nota 303: Arabo "Izár", il panno per la vita dell'uomo contrapposto al Ridá o panno per le spalle, è anche il lenzuolo di calicò bianco indossato dalle donne egiziane più povere fuori casa e che copre testa e mani. Si veda Lane (M. E., cap. i). Le ricche preferiscono un "Habárah" di seta nera, e le povere, quando non hanno altro, usano un lenzuolo da letto.

Nota 304: Ovvero "le mie care".

Nota 305: Arabo "Lá tawákhizná": lett. "non castigarci (o biasimarci)"; l'espressione popolare per "scusaci (o perdonaci)".

Nota 306: Arabo "Maskhút", per lo più applicato al cambiamento di forma come un uomo incantato in scimmia, e nel linguaggio volgare applicato a una statua (di pietra, ecc.). L'elenco delle metamorfosi nell'Islam è più lungo di quello noto a Ovidio. Coloro che hanno visto Petra, la città greca dell'Haurán e le rovine romane nel Nord Africa individueranno prontamente la base su cui sono costruiti questi racconti. Tornerò su questo argomento nella Città di Iram (Notte cclxxvi.) e nella Città di Ottone (dlxvii.).

Nota 307: Una frase abbastanza pittoresca per esprimere un sito deserto, uno spettacolo familiare ai nomadi e sempre ricco di pathos per i cittadini.

Nota 308: L'antico "Harem" (o gineceo, in persiano Zenanah, Serraglio): Harím è anche usato per sineddoche per gli occupanti; specialmente la moglie.

Nota 309: La perla si suppone in Oriente perda l'1% all'anno del suo splendore e valore.

Nota 310: Arabo "Fass", propriamente la montatura di un anello; anche una gemma tagliata en cabochon e generalmente il contenente per il contenuto.

Nota 311: Arabo "Mihráb" = la nicchia ad arco nel muro della Moschea rivolta verso la Mecca. Qui, dando le spalle al popolo e di fronte alla Ka'abah o Casa Quadrata della Mecca (da cui chiamata "Kiblah" = direzione della preghiera), si posiziona l'Imám, antistes o guida, lett. "colui che sta davanti agli altri"; e i suoi inchini e prostrazioni danno il tempo alla congregazione. Ho fatto derivare il Mihrab dalla nicchia in cui era consacrato il dio egiziano: gli ebrei la ignoravano, ma i cristiani la conservarono per le loro statue e altari. Maundrell suggerisce che la nicchia vuota denoti un Dio invisibile. Poiché la nicchia (simbolo di Venere) e il minareto (simbolo di Priapo) risalgono solo ai giorni del decimo Califfo, Al-Walid (86-96 E.E. = 105-115 d.C.), gli indù accusano i musulmani di aver preso in prestito entrambi dai loro idoli preferiti — il Linga-Yoni o Cunnus-phallus (Pilgrimage ii. 140), e chiamano chiaramente il Mihrab un Bhaga = Cunnus (Dabistan ii. 152). I Guebri chiamano inoltre la Mecca "Mah-gah", locus Lunae, e Al-Medinah, "Mahdinah" = Luna della religione. Si veda Dabistan i., 49, ecc.

Nota 312: Arabo "Kursi", uno sgabello di foglie di palma, ecc., a forma di X (si veda l'illustrazione di Lane, Notti i., 197), davanti al quale siede il lettore. I buoni musulmani non tengono il Volume Sacro sotto la vita né lo aprono se non quando sono cerimonialmente puri. Gli inglesi in Oriente dovrebbero ricordarlo, perché trascurare l'"Adab al-Kúran" (rispetto dovuto alla Sacra Scrittura) dà grande scandalo.

Nota 313: Il signor Payne (i. 148) cita il tedesco Zuckerpüppchen.

Nota 314: I poeti persiani hanno mille concetti in lode del "neo" (Khál o Shámah) per il quale Hafiz offrì "Samarcanda e Bukhara" (non essendo sue, come notarono i suoi amici). Un altro "argomento" è il volo di frecce scoccate dalle ciglia.

Nota 315: Arabo "Suhá", una stella nell'Orsa Maggiore introdotta solo per bilanciare "wushát" = spie, invidiosi, nemici, il cui "malocchio" essa allontanerà.

Nota 316: Nei racconti arabi la bellezza è sempre "dai fianchi morbidi", e una pelle liscia è valutata in proporzione alla sua rarità.

Nota 317: Il mirto è il pelo giovane sul profilo del viso.

Nota 318: In altre copie di questi versi la quarta coppia giura "per gli scorpioni della sua fronte", cioè gli accroche-cœurs, i richiami di bellezza, funi o "aggravatori", come li chiama il B.P. Nella coppia otto il poeta allude all'"Unsur" del suo amore, o elemento, la sua natura composta dai quattro classici, e nell'ultima coppia fa sì che il taglio delle unghie si riferisca alla luna e non al sole.

Nota 319: Questa è la formula regolare quando si parla di Guebri.

Nota 320: Arabo "Faráiz"; gli ordini espressamente dati nel Corano che il lettore ricorderà, è Increato ed Eterno. In India "Farz" è applicato alle ingiunzioni ripetute tre volte; e "Wájib" a quelle date due volte. Altrove viene fatta scarsa differenza tra loro.

Nota 321: Arabo "Kufr" = rifiutare la Vera Religione, cioè l'Islam, tale rifiuto essendo "Tughyán" o ribellione contro il Signore. Il "suono terribile" è tratto dalla leggenda del profeta Sálih e della tribù proto-storica di Thámúd che per la sua empietà fu colpita a morte da un terremoto e un rumore dal cielo. Quest'ultimo, secondo alcuni commentatori, fu la voce dell'Arcangelo Gabriele che gridava "Morite tutti" (Corano, capp. vii. xviii., ecc.). Ne sentiremo parlare ancora nella "Città di Iram dai molti colori". Secondo alcuni, Salih, un misterioso profeta beduino, è sepolto nel Wady al-Shaykh della cosiddetta Penisola del Sinai.

Nota 322: Eppure mantennero le sembianze umane, mostrando che l'idea nacque dalle statue basaltiche trovate nelle rovine dell'Haurán. Maometto nelle sue varie marce verso la Siria deve aver visto resti di insediamenti greci e romani; e come è stato notato, "Sesostri" lasciò il suo segno vicino alla Mecca (Pilgrimage iii. 137).

Nota 323: Arabo "Shuhadá"; molto rispettati dai musulmani come da altri religiosi; sebbene il loro principale, se non unico, merito sembri di norma essere stata un'intensa ostinazione e devozione a un'idea per la quale erano pronti a sacrificare persino la vita. La categoria dei Martiri è estensiva, includendo coloro che sono stati uccisi dal crollo di muri; vittime di peste, pleurite e gravidanza; viaggiatori annegati o altrimenti perduti durante viaggi onesti, e amanti casti che muoiono di "cuore infranto", cioè digestione compromessa. Le loro anime sono subito riposte nei ventrigli di uccelli verdi dove rimangono fino al Giorno della Resurrezione, "mangiando i frutti e bevendo i ruscelli del Paradiso", un luogo, tuttavia, la cui topografia è del tutto incerta. Così il giovane Principe fu ricompensato con una sorta di anti-Purgatorio, un paradiso preparatorio.

Nota 324: Arabo "Su 'ubán": i beduini danno il nome a una varietà di serpenti tutti ritenuti velenosi; ma nei racconti la parola, come "Tannín", esprime il nostro "drago" o "basilisco".

Nota 325: Si vergognava di vedere la signora compiere un dovere servile strofinandole i piedi. Questo massaggio, che B. de la Brocquière descrive nel 1452 come "impastare e pizzicare", è già stato notato. Il termine francese deriva apparentemente dall'arabo "Mas-h".

Nota 326: Alludendo al Nome Altissimo, il centesimo nome di Dio, l'ebraico Shem hamphorash, sconosciuto tranne che a pochi favoriti che usandolo compiono ogni sorta di miracoli.

Nota 327: Ovvero il Mediterraneo e l'Oceano Indiano.

Nota 328: Ovvero stabiliti dal Corano.

Nota 329: Più la vecchia è brutta, più si suppone sia una buona mezzana. Si veda la Santa Verdiana in Boccaccio v., 10. In arabo "Ajuz" (vecchia) è altamente offensivo e se rivolto a un'egiziana, qualunque sia la sua età, si volterà ferocemente e se la prenderà. Il termine educato è Shaybah (Pilgrimage iii., 200).

Nota 330: Le quattro età della donna, considerate dopo Demostene nel suo triplice carattere: prostituta per piacere, concubina per servizio e moglie per procreazione.

Nota 331: Arabo "Jilá" (l'indostano Julwa) = il mostrare la sposa allo sposo per la prima volta, in abiti diversi, fino al numero di sette, che sono spesso presi in prestito per l'occasione. L'uomo felice deve pagare una tassa chiamata "la tassa del velo sollevato" prima di poter vedere i suoi lineamenti. Tra i cristiani siriani egli tenta talvolta di sollevare il velo con un movimento rapido della spada che viene parato dalle donne presenti, e la lama rimane impigliata nel tessuto. Alla fine ci riesce, la sposa sprofonda a terra coprendosi il viso con le mani e le vesti delle sue amiche: poco dopo viene sollevata, il suo velo è riaggiustato e il suo viso lasciato scoperto.

Nota 332: Arabo "Ishá" = la prima veglia della notte, crepuscolo, ora di cena, cena. I musulmani hanno preso in prestito le quattro veglie dei romani dalle 6 (del mattino o della sera) alle 6; e ignorano le tre veglie originali degli ebrei, sera, mezzanotte e canto del gallo (Sam. ii. 19, Giudici vii. 19, ed Esodo xiv. 24).

Nota 333: Una popolare iperbole araba.

Nota 334: Arabo "Shakáik al-Nu'umán", lett. le fessure di Nu'uman, il bellissimo anemone, che un re tirannico di Hirah, Nu'uman ibn Al-Munzir, un contemporaneo di Maometto, tentò di monopolizzare.

Nota 335: Arabo "Andam" = qui la gomma chiamata sangue di drago; in altri luoghi il legno da tintura noto come brasile.

Nota 336: Non c'è bisogno di dire che in Oriente, dove le campane sono inutilizzate, battere le mani chiama i servi. In India gli uomini gridano "Quy hye" (Koi hái?) e in Brasile fischiano "Pst!" secondo la moda di Spagna e Portogallo.

Nota 337: I nei sono qui paragonati a perle; una similitudine tutt'altro che comune o appropriata.

Nota 338: Una parodia sulla testimonianza dell'Unità di Allah.

Nota 339: Arabo "Simát" (prop. "Sumát"); la "tavola da pranzo", composta da uno sgabello di legno rotondo che sostiene un grande vassoio di metallo, i due essendo chiamati "Sufrah" (o "Simat"): così, "Sufrah házirah!" significa che la cena è in tavola. Dopo il pasto vengono subito rimossi.

Nota 340: Nel testo "Dastúr", la parola persiana notata prima; "Izn" sarebbe l'equivalente arabo corretto.

Nota 341: Nell'Oriente musulmano una giovane donna, nubile o sposata, non è autorizzata ad apparire sola per le strade; e la polizia ha il diritto di arrestare i trasgressori. Come prevenzione di intrighi la precauzione è eccellente. Durante la guerra di Crimea centinaia di ufficiali, inglesi, francesi e italiani, presero confidenza con Costantinopoli; e non pochi si lusingarono del loro successo con le donne turche. Non credo che sia successo un solo caso bonâ fide; le "conquiste" erano tutte greche, valacche, armene o ebree.

Nota 342: Arabo "Azím": i traduttori non sembrano sapere che questa parola nelle Notti porta spesso il suo senso egiziano e gergale, in qualche modo equivalente al nostro "dannato" o "potente" o "terribilmente bello".

Nota 343: Questa è una cosa molto seria tra i musulmani e gli uomini scrupolosi fanno spesso grandi sacrifici per evitare di giurare.

Nota 344: Dovremmo dire "nel cappio".

Nota 345: L'uomo si era innamorato di lei e aveva deciso di marchiarla in modo che potesse essere sua.

Nota 346: Arabo "Dajlah", in cui troviamo l'ebraico Hid-dekel.

Nota 347: Tale esecuzione sarebbe contraria alla legge musulmana: ma la gente guarderebbe con indulgenza al peccatuccio di decapitare o mettere in un sacco una moglie infedele. Inoltre il giovane era di sangue reale e _A quoi bon être prince?_ come fu detto da un ragazzo della famiglia vicereale in Egitto al suo tutore che lo rimproverava per aver ucciso inutilmente un povero vecchio.

Nota 348: Arabo "Shirk", associazione, eguagliare o associare divinità a Dio; politeismo: specialmente diretto contro il triadismo indù, il dualismo guebro e il trinitarismo cristiano.

Nota 349: Arabo "Shatm" = abuso, generalmente espresso nel linguaggio più volgare con particolare riferimento alle parti intime delle parenti femmine.

Nota 350: Quando una donna viene bastonata in Oriente le lasciano qualche parte di vestito e le versano addosso secchi d'acqua per una delicata considerazione. Quando le mani vengono battute vengono fatte passare attraverso buchi nella tenda che separa la vittima dall'umanità, e fissate a una "falakah" o palo.

Nota 351: Arabo "Khalifah", Califfo. La parola è usata anche per il successore di un Santone o sant'uomo.

Nota 352: Arabo "Sár"; qui la parola coranica per eseguire la venerabile e immortale lex talionis, la base originale di tutta la giurisprudenza criminale. Il suo difetto principale è che la giustizia ripete l'offesa.

Nota 353: Entrambi questi figli di Harun divennero Califfi, come vedremo nelle Notti.

Raccontano, o Re dell'epoca e signore del tempo e di questi giorni, che il Califfo Harun al-Rashid convocò una notte il suo Wazir Ja'afar e gli disse: «Desidero scendere in città e interrogare la gente comune circa la condotta di coloro che sono preposti al suo governo; e coloro dei quali si lamenteranno li deporremo dall'ufficio, e coloro che loderanno li promuoveremo». Rispose Ja'afar: «Ascolto e obbedienza!». Così il Califfo scese con Ja'afar e l'eunuco Masrur in città e camminò per le strade e i mercati e, mentre stavano percorrendo uno stretto vicolo, si imbatterono in un uomo molto vecchio con una rete da pesca e una cesta per trasportare pesci piccoli sulla testa, e in mano un bastone; e, mentre camminava a passo lento, ripeteva questi versi:

Dicono di me: «Sei luce per l'umanità ✿ con la tua sapienza, come la notte che la Luna rischiara!». Rispondo: «Basta con le vostre burle e i vostri scherni; ✿ senza fortuna che cos'è l'erudizione? Un povero diavolo!». Se mi portassero al banco dei pegni con la mia sapienza nel sacco, ✿ con i miei volumi da leggere e il mio calamaio per scrivere, per il vitto di un giorno non potrebbero mai impegnarmi; ✿ tanto varrebbe cercare di riscuotere una cambiale nel Giorno del Giudizio. Quanto malamente, in verità, se la passa il povero, ✿ con la sua esistenza indigente e la sua condizione di mendico: in estate non riesce a trovare di che nutrirsi; ✿ in inverno il braciere è il suo unico conforto. I cani randagi si scagliano contro di lui con morsi e latrati, ✿ e ogni mascalzone lo accoglie con latrati e morsi. Se alza la voce e si lamenta per il torto subito, ✿ nessuno lo compiange o gli bada, per quanto abbia ragione; e quando dolori e mali come questi deve affrontare, ✿ la sua dimora più felice sarebbe giù nella tomba.

Quando il Califfo udì i suoi versi, disse a Ja'afar: «Guarda quest'uomo povero e nota i suoi versi, poiché certamente indicano le sue necessità». Poi lo avvicinò e chiese: «O Shaykh, qual è la tua occupazione?». E il povero uomo rispose: «O mio signore, sono un pescatore con una famiglia da mantenere e sono stato fuori tra mezzogiorno e quest'ora; e Allah non ha fatto sì che nulla fosse mia parte con cui sfamare la mia famiglia. Non posso nemmeno impegnare me stesso per comprare loro una cena, odio e provo disgusto per la mia vita e bramo la morte». Disse il Califfo: «Dimmi, vorresti tornare con noi sulla riva del Tigri e gettare la tua rete per la mia fortuna, e qualunque cosa ne uscirà la comprerò da te per cento pezzi d'oro?». L'uomo si rallegrò quando udì queste parole e disse: «Sulla mia testa! Tornerò con voi». E, tornando con loro verso il fiume, fece un lancio e attese un poco; poi tirò la corda e trascinò la rete a riva e vi apparve dentro una cassa chiusa a lucchetto e pesante. Il Califfo la esaminò e la sollevò, trovandola gravosa; così diede al pescatore duecento dinari e lo mandò per la sua strada; mentre Masrur, aiutato dal Califfo, portò la cassa al palazzo, la depose e accese le candele. Ja'afar e Masrur la scassinarono e vi trovarono dentro un cesto di foglie di palma legato con lana rossa. Tagliarono anche quello e videro all'interno un pezzo di tappeto che tolsero, e sotto c'era una mantiglia da donna piegata in quattro, che tirarono fuori; e sul fondo della cassa si imbatterono in una giovane signora, bella come un lingotto d'argento, uccisa e tagliata in diciannove pezzi. Quando il Califfo la guardò, esclamò: «Ahimè!», e le lacrime gli rigarono le guance; voltandosi verso Ja'afar, disse: «O cane di Wazir, si devono forse assassinare persone sotto il nostro regno ed essere gettate nel fiume per essere un peso e una responsabilità per noi nel Giorno del Giudizio? Per Allah, dobbiamo vendicare questa donna sul suo assassino ed egli dovrà morire della morte peggiore!». E subito aggiunse: «Ora, così certamente come discendiamo dai Figli di Abbas, se non ci porti colui che l'ha uccisa, affinché le facciamo giustizia contro di lui, ti impiccherò alla porta del mio palazzo, te e quaranta dei tuoi parenti e congiunti al tuo fianco». E il Califfo era adirato di una rabbia eccessiva. Disse Ja'afar: «Concedimi tre giorni di dilazione»; e il Califfo disse: «Ti concediamo questo». Così Ja'afar uscì dalla sua presenza e tornò a casa sua, pieno di dolore e dicendo a se stesso: «Come troverò colui che ha ucciso questa fanciulla, affinché io possa portarlo davanti al Califfo? Se portassi qualcun altro che l'assassino, la colpa ricadrebbe su di me davanti al Signore: in verità non so che fare». Rimase in casa tre giorni e il quarto giorno il Califfo mandò uno dei Ciambellani a prenderlo e, appena entrato alla presenza, gli chiese: «Dov'è l'assassino della fanciulla?». A cui rispose Ja'afar: «O Comandante dei Credenti, sono forse un ispettore di morti ammazzati perché io debba sapere chi l'ha uccisa?». Il Califfo fu furioso per la sua risposta e ordinò di impiccarlo davanti alla porta del palazzo e comandò che un banditore gridasse per le strade di Baghdad: «Chiunque voglia vedere l'impiccagione di Ja'afar, il Barmaki, Wazir del Califfo, con quaranta dei Barmecidi, suoi cugini e parenti, davanti alla porta del palazzo, venga e guardi!». Il popolo accorse da tutti i quartieri della città per assistere all'esecuzione di Ja'afar e dei suoi parenti, non conoscendone la causa. Poi eressero la forca e fecero stare Ja'afar e gli altri sotto in attesa dell'esecuzione, ma mentre ogni occhio cercava il segnale del Califfo e la folla piangeva per Ja'afar e i suoi cugini Barmecidi, ecco! un giovane uomo, bello di volto e curato nel vestire e d'aspetto simile alla luna che piove luce, con occhi neri e brillanti, e fronte bianca come un fiore, e guance rosse come rose e la lanugine giovanile dove cresce la barba, e un neo simile a un grano d'ambra grigia, si fece strada tra la gente finché non si trovò immediatamente davanti al Wazir e gli disse: «Salvezza per te da questa strettoia, o Principe degli Emiri e Rifugio dei poveri! Io sono l'uomo che ha ucciso la donna che avete trovato nella cassa, dunque impiccate me per lei e fatele giustizia contro di me!». Quando Ja'afar udì la confessione del giovane, si rallegrò per la propria liberazione, ma provò dolore e tristezza per il bel giovane, e mentre stavano ancora parlando, ecco, un altro uomo, ben avanti negli anni, si fece avanti tra la folla e si spinse in mezzo al popolo finché non giunse da Ja'afar e dal giovane, che salutò dicendo: «Ehi tu, Wazir e Principe senza pari! Non credere alle parole di questo giovane. Di certo nessuno ha ucciso la fanciulla se non io; prendi la sua vendetta su di me in questo momento; poiché, se non farai così, te la richiederò davanti ad Allah Onnipotente». Allora disse il giovane: «O Wazir, questo è un vecchio in stato di demenza che non sa quello che dice, e sono io colui che l'ha uccisa, dunque vendicala su di me!». Disse il vecchio: «O mio figlio, tu sei giovane e desideri le gioie del mondo, e io sono vecchio e stanco e sazio del mondo: offrirò la mia vita come riscatto per te e per il Wazir e i suoi cugini. Nessuno ha ucciso la fanciulla se non io, dunque per Allah, affrettati a impiccarmi, poiché non c'è più vita in me ora che la sua è svanita». Il Wazir si meravigliò molto di tutta questa stranezza e, prendendo il giovane e il vecchio, li portò davanti al Califfo, dove, dopo aver baciato la terra sette volte tra le sue mani, disse: «O Comandante dei Credenti, ti porto l'assassino della fanciulla!». «Dov'è?», chiese il Califfo. E Ja'afar rispose: «Questo giovane dice: Io sono l'assassino, e questo vecchio, dandogli del bugiardo, dice: Io sono l'assassino; ed ecco, qui ci sono i due che stanno davanti a te». Il Califfo guardò il vecchio e il giovane e chiese: «Quale di voi ha ucciso la ragazza?». Il giovane rispose: «Nessuno l'ha uccisa se non io»; e il vecchio rispose: «In verità nessuno l'ha uccisa se non io». Allora disse il Califfo a Ja'afar: «Prendi i due e impiccali entrambi»; ma Ja'afar replicò: «Poiché uno di loro è stato l'assassino, impiccare l'altro sarebbe pura ingiustizia». «Per Colui che ha innalzato il firmamento e disteso la terra come un tappeto», gridò il giovane, «io sono colui che ha ucciso la fanciulla»; e continuò a descrivere il modo del suo omicidio e il cesto, la mantiglia e il pezzo di tappeto, di fatto tutto ciò che il Califfo aveva trovato su di lei. Così il Califfo ebbe la certezza che il giovane fosse l'assassino; di che si meravigliò e gli chiese: «Qual è stata la causa per cui hai ingiustamente fatto morire questa fanciulla e cosa ti ha spinto a confessare l'omicidio senza la bastonata, e cosa ti ha portato qui a cedere la tua vita, e cosa ti ha fatto dire: Fate la sua vendetta su di me?». Il giovane rispose: «Sappi, o Comandante dei Credenti, che questa donna era mia moglie e la madre dei miei figli; anche mia cugina di primo grado e figlia del fratello di mio padre, questo vecchio che è il fratello carnale di mio padre. Quando la sposai era vergine e Allah mi ha benedetto con tre figli maschi da lei; mi amava e mi serviva e non ho visto alcun male in lei, poiché anch'io la amavo con il più profondo amore. Ora, il primo giorno di questo mese si ammalò di una grave malattia e chiamai dei medici per lei; ma la guarigione le venne a poco a poco e, quando volli che andasse al bagno Hammam, lei disse: "C'è qualcosa che desidero prima di andare al bagno e lo desidero con un desiderio eccessivo". "Ascoltare è obbedire", dissi. "E che cos'è?". Disse lei: "Ho un desiderio nauseante per una mela, per annusarla e morderne un pezzetto". Risposi: "Se tu avessi mille desideri cercherei di soddisfarli!". Così andai all'istante in città e cercai mele ma non ne trovai; eppure, se fossero costate un pezzo d'oro l'una, le avrei comprate. Ero seccato per questo e tornai a casa e dissi: "O figlia di mio zio, per Allah non ne trovo!". Lei era angosciata, essendo ancora molto debole, e la sua debolezza aumentò notevolmente quella notte e mi sentii ansioso e allarmato per conto suo. Non appena spuntò il mattino uscii di nuovo e feci il giro dei giardini, uno per uno, ma non trovai mele da nessuna parte. Alla fine mi incontrò un vecchio giardiniere, al quale chiesi di esse ed egli rispose: "O mio figlio, questo frutto è una rarità da noi e non si trova ora se non nel giardino del Comandante dei Credenti a Bassora, dove il giardiniere lo conserva per il consumo del Califfo". Tornai a casa mia turbato dal mio insuccesso; e il mio amore per mia moglie e il mio affetto mi spinsero a intraprendere il viaggio. Così mi preparai e partii e viaggiai quindici giorni e notti, andando e venendo, e le portai tre mele che comprai dal giardiniere per tre dinari. Ma quando entrai da mia moglie e gliele misi davanti, lei non ne trasse alcun piacere e le lasciò giacere al suo fianco; poiché la sua debolezza e la febbre erano aumentate su di lei e il suo malore durò senza attenuarsi dieci giorni, dopo di che iniziò a recuperare la salute. Così lasciai la mia casa e recatomi alla mia bottega sedetti lì a comprare e vendere; e verso mezzogiorno, ecco, un grande brutto schiavo nero, lungo come una lancia e largo come una panca, passò davanti alla mia bottega tenendo in mano una delle tre mele con cui stava giocando. Dissi: "O mio buon schiavo, dimmi da dove hai preso quella mela, affinché io possa ottenerne una simile?". Egli rise e rispose: "L'ho presa dalla mia padrona, poiché ero stato assente e al mio ritorno l'ho trovata a letto malata con tre mele al suo fianco, e lei mi ha detto: Il mio marito cornuto ha fatto un viaggio per esse fino a Bassora e le ha comprate per tre dinari. Così ho mangiato e bevuto con lei e ne ho presa una da lei". Quando udii tali parole dallo schiavo, o Comandante dei Credenti, il mondo divenne nero davanti ai miei occhi, e mi alzai e chiusi la mia bottega e tornai a casa fuori di me per l'eccesso di rabbia. Cercai le mele e trovandone solo due delle tre chiesi a mia moglie: "O cugina mia, dov'è la terza mela?". E alzando la testa languidamente lei rispose: "Non so, o figlio di mio zio, dove sia finita!". Questo mi convinse che lo schiavo avesse detto la verità, così presi un coltello e venendo dietro di lei salii sul suo petto senza dire una parola e le tagliai la gola. Poi le tagliai la testa e gli arti a pezzi e, avvolgendola nella sua mantiglia e in uno straccio di tappeto, cucii frettolosamente il tutto che misi in una cassa e, chiudendola bene, la caricai sul mio mulo e la gettai nel Tigri con le mie mani. Perciò Allah su di te, o Comandante dei Credenti, affrettati a impiccarmi, poiché temo che lei invochi vendetta nel Giorno della Resurrezione. Poiché, quando l'avevo gettata nel fiume e nessuno ne sapeva nulla, mentre tornavo a casa trovai il mio figlio maggiore che piangeva eppure non sapeva nulla di ciò che avevo fatto con sua madre. Gli chiesi: "Cosa ti ha fatto piangere, ragazzo mio?". Ed egli rispose: "Ho preso una delle tre mele che erano vicino alla mia mamma e sono sceso nel vicolo per giocare con i miei fratelli quando, ecco, un grande lungo schiavo nero me l'ha strappata di mano e ha detto: Da dove hai avuto questo?". Dissi: "Mio padre ha viaggiato lontano per esso, e l'ha portato da Bassora per la mia mamma che era malata e altre due mele per cui ha pagato tre ducati". Non ha badato alle mie parole e ho chiesto la mela una seconda e una terza volta, ma mi ha preso a schiaffi e a calci e se n'è andato con essa. Avevo paura che la mia madre mi bastonasse a causa della mela, così per paura di lei sono andato con mio fratello fuori città e sono rimasto lì finché la sera non è scesa su di noi; e in verità ho paura di lei; e ora per Allah, o padre mio, non dirle nulla di questo o potrebbe aggiungere al suo malore!". Quando udii ciò che disse il mio bambino compresi che lo schiavo era colui che aveva infamemente calunniato mia moglie, la figlia di mio zio, ed ebbi la certezza di averla uccisa ingiustamente. Così piansi con pianto eccessivo e poco dopo questo vecchio, mio zio paterno e padre di lei, entrò; e io gli raccontai ciò che era accaduto ed egli si sedette al mio fianco e pianse e non smettemmo di piangere fino a mezzanotte. Abbiamo tenuto il lutto per lei questi ultimi cinque giorni e l'abbiamo lamentata nel dolore più profondo poiché fu fatta morire ingiustamente. Ciò è venuto dalla menzogna gratuita dello schiavo, il moro nero, e questo è stato il modo del mio ucciderla; dunque ti scongiuro, per l'onore dei tuoi antenati, affrettati a uccidermi e a farle giustizia su di me, poiché non c'è vita per me dopo di lei!». Il Califfo si meravigliò delle sue parole e disse: «Per Allah il giovane è scusabile: non impiccherò nessuno se non lo schiavo maledetto e compirò un'azione che consolerà chi è malato di spirito e sofferente, e che piacerà al Re Tutto-glorioso». E Shahrazad percepì l'alba del giorno e cessò di dire quanto le era permesso.

Ora, quando fu la Ventesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il Califfo giurò che non avrebbe impiccato nessuno se non lo schiavo, poiché il giovane era scusabile. Poi si voltò verso Ja'afar e gli disse: «Porta davanti a me questo schiavo maledetto che è stato l'unica causa di questa calamità; e, se non lo porti davanti a me entro tre giorni, sarai ucciso al suo posto». Così Ja'afar partì piangendo e dicendo: «Due morti mi hanno già assediato, né la brocca uscirà indenne da ogni urto. In questa faccenda astuzia e inganno non servono a nulla; ma Colui che ha preservato la mia vita la prima volta può preservarla una seconda volta. Per Allah, non lascerò la mia casa durante i tre giorni di vita che mi restano e lasciamo che la Verità (la cui perfezione sia lodata!) faccia come Egli vuole». Così rimase in casa tre giorni, e il quarto giorno convocò i Kazi e i testimoni legali e fece le sue ultime volontà e testamento, e prese congedo dai suoi figli piangendo. Poco dopo entrò un messaggero del Califfo e gli disse: «Il Comandante dei Credenti è nella rabbia più violenta che possa esserci, e manda a cercarti e giura che il giorno certamente non passerà senza che tu sia impiccato a meno che lo schiavo non sia disponibile». Quando Ja'afar udì questo, pianse, e i suoi figli e schiavi e tutti coloro che erano in casa piansero con lui. Dopo aver dato l'addio a tutti eccetto la sua figlia più giovane, procedette a congedarsi da lei; poiché amava questa piccina, che era una bambina bellissima, più di tutti gli altri suoi figli; e la strinse al suo petto e la baciò e pianse amaramente nel separarsi da lei; quando sentì qualcosa di rotondo dentro il seno del suo vestito e le chiese: «O mia piccola ancella, cosa c'è nella tasca del tuo seno?». «O padre mio», rispose lei, «è una mela con il nome del nostro Signore il Califfo scritto sopra. Rayhan il nostro schiavo l'ha portata a me quattro giorni fa e non voleva lasciarmela finché non gli ho dato due dinari per essa». Quando Ja'afar sentì parlare dello schiavo e della mela, fu lieto e mise la mano nella tasca della sua bambina e ne trasse fuori la mela e la riconobbe e si rallegrò dicendo: «O pronto Dissipatore di guai!». Poi ordinò di portare lo schiavo e gli disse: «Guai a te, Rayhan! Da dove hai avuto questa mela?». «Per Allah, o mio padrone», rispose egli, «sebbene una bugia possa salvare un uomo una volta, la verità può salvarlo, e bene, ancora e ancora. Non ho rubato questa mela dal tuo palazzo né dai giardini del Comandante dei Credenti. Il fatto è che cinque giorni fa, mentre camminavo lungo uno dei vicoli di questa città, ho visto dei bambini che giocavano e questa mela in mano a uno di loro. Così gliel'ho strappata di mano e l'ho picchiato ed egli ha pianto e ha detto: O giovane, questa mela è di mia madre ed è malata. Lei ha raccontato a mio padre come desiderasse una mela, così lui ha viaggiato fino a Bassora e ha comprato tre mele per tre monete d'oro, e io ne ho presa una per giocarci. Ha pianto di nuovo, ma non ho badato a ciò che diceva e l'ho portata via e l'ho portata qui, e la mia piccola padrona l'ha comprata da me per due dinari d'oro. E questa è l'intera storia». Quando Ja'afar udì le sue parole si meravigliò che l'omicidio della fanciulla e tutta questa miseria fossero stati causati dal suo schiavo; si addolorò per il rapporto dello schiavo con se stesso, rallegrandosi al contempo della propria liberazione, e ripeté questi versi:

Se ti accade sventura per colpa del tuo schiavo, ✿ rendilo subito il tuo sacrificio: molti servitori potrai trovare, ✿ ma la vita arriva una volta e mai due.

Allora egli prese la mano dello schiavo e, conducendolo dinanzi al Califfo, narrò la storia dal principio alla fine; e il Califfo si meravigliò con estremo stupore, e rise finché cadde supino, ordinando che la storia fosse registrata e resa pubblica tra il popolo. Ma Ja'afar disse: «Non meravigliarti, o Comandante dei Credenti, di questa avventura, poiché essa non è più prodigiosa della Storia del Wazir Núr al-Dín Ali d'Egitto e di suo fratello Shams al-Dín Mohammed». Il Califfo esclamò: «Fuori il rospo; ma che cosa può esserci di più strano di questa storia?». E Ja'afar rispose: «O Comandante dei Credenti, non te la racconterò, se non a condizione che tu perdoni il mio schiavo»; e il Califfo replicò: «Se è davvero più meravigliosa di quella delle tre mele, ti concedo la sua vita, e in caso contrario, certamente ucciderò il tuo schiavo». Così Ja'afar incominciò con queste parole la

STORIA DI NÚR AL-DÍN ALÍ E DI SUO FIGLIO BADR AL-DÍN HASAN

Sappi, o Comandante dei Credenti, che nei tempi antichi la terra d'Egitto era governata da un Sultano dotato di giustizia e generosità, uno che amava i poveri pii e frequentava gli Olema e gli uomini dotti; ed egli aveva un Wazir, saggio ed esperto, ben versato negli affari e nell'arte del governo. Questo Ministro, che era un uomo molto vecchio, aveva due figli, che erano come due lune; mai uomo vide l'uguale di loro per bellezza e grazia, il maggiore chiamato Shams al-Din Mohammed e il minore Nur al-Din Ali; ma il minore superava il maggiore in avvenenza e aspetto piacevole, così che la gente udiva la sua fama in paesi lontani e gli uomini accorrevano in Egitto allo scopo di vederlo. Col passare del tempo il loro padre, il Wazir, morì e fu profondamente rimpianto e pianto dal Sultano, che mandò a chiamare i suoi due figli e, investendoli con abiti d'onore, disse loro: «Non si turbino i vostri cuori, poiché prenderete il posto di vostro padre e sarete congiunti Ministri d'Egitto». A ciò essi si rallegrarono e baciarono la terra dinanzi a lui ed eseguirono il lutto cerimoniale per il loro padre durante un mese intero; dopo di che entrarono nell'esercizio del Wazirato, e il potere passò nelle loro mani come era stato nelle mani del loro padre, ciascuno facendo il proprio turno per una settimana alla volta. Vivevano sotto lo stesso tetto e la loro parola era una; e ogni volta che il Sultano desiderava viaggiare, essi si alternavano nell'accompagnarlo. Accadde una notte che il Sultano si proponesse di partire per un viaggio il mattino seguente, e il maggiore, il cui turno era di accompagnarlo, stava seduto conversando con suo fratello e gli disse: «O fratello mio, è mio desiderio che entrambi ci sposiamo, io e te, due sorelle; e ci congiungiamo alle nostre mogli nella stessa identica notte». «Fa', o fratello mio, come desideri», replicò il minore, «poiché giusto è il tuo calcolo e certamente ti asseconderò in tutto ciò che dici». Così essi concordarono su questo e disse Shams al-Din: «Se Allah decreta che sposiamo due fanciulle e ci congiungiamo a loro la stessa notte, ed esse concepiscano nelle loro notti di nozze e partoriscano figli a noi lo stesso giorno, e per volontà di Allah tua moglie ti partorisca un figlio e mia moglie mi partorisca una figlia, maritiamoli l'uno all'altra, poiché saranno cugini». Disse Nur al-Din: «O fratello mio, Shams al-Din, quale dote richiederai da mio figlio per tua figlia?». Disse Shams al-Din: «Prenderò tremila dinari e tre giardini di delizie e tre fattorie; e non sarebbe decoroso che il giovane stipulasse un contratto per meno di questo». Quando Nur al-Din udì tale richiesta disse: «Che sorta di dote è questa che vorresti imporre a mio figlio? Non sai che siamo fratelli ed entrambi, per grazia di Allah, Waziri ed eguali in carica? Ti conviene offrire tua figlia a mio figlio senza insediamento matrimoniale; o, se ce ne fosse bisogno, dovrebbe rappresentare un valore puramente nominale a titolo di spettacolo per il mondo: poiché sai che il maschile è più degno del femminile, e mio figlio è un maschio e la nostra memoria sarà preservata da lui, non da tua figlia». «Ma che cosa», disse Shams al-Din, «deve avere lei?»; e Nur al-Din continuò: «Attraverso di lei non saremo ricordati tra gli Emiri della terra; ma vedo che vorresti fare con me secondo il detto:—Se vuoi scoraggiare un compratore, chiedigli un prezzo alto e più alto ancora; o come fece un uomo che, dicono, andò da un amico e gli chiese qualcosa essendo in necessità e si sentì rispondere:—Bismillah, in nome di Allah, farò tutto ciò che richiedi, ma torna domani!». Al che l'altro rispose in questo verso:—

Quando chi è pregato di un favore dice "Domani", ✿ Il saggio sa che è vano implorare o prendere a prestito.

Disse Shams al-Din: «Basta! Vedo che manchi di rispetto verso di me facendo contare tuo figlio più di mia figlia; ed è chiaro che il tuo intendimento è dei più meschini e che ti mancano le maniere. Mi ricordi la tua collaborazione nel Wazirato, quando ti ammisi a dividere con me solo per pietà verso di te, e non desiderando mortificarti; e affinché tu potessi aiutarmi come una sorta di assistente. Ma poiché parli in tal guisa, per Allah, non darò mai mia figlia in sposa a tuo figlio; no, non per il suo peso in oro!». Quando Nur al-Din udì le parole di suo fratello si adirò e disse: «E anch'io, non darò mai, mai mio figlio in sposa a tua figlia; no, non per tenere lontano dalle mie labbra la coppa della morte». Shams al-Din replicò: «Non l'accetterei come marito per lei, e non vale neppure un ritaglio della sua unghia. Se non dovessi partire, ti darei una lezione; tuttavia, quando tornerò, vedrai, e ti mostrerò come so far valere la mia dignità e vendicare il mio onore. Ma Allah fa tutto ciò che vuole». Quando Nur al-Din udì questo discorso da suo fratello, fu colmo di furia e perse il senno per la rabbia; ma nascose ciò che provava e tacque; e ciascuno dei fratelli passò la notte in un luogo ben lontano, selvaggio di collera contro l'altro. Non appena spuntò il mattino il Sultano partì in pompa magna e attraversò dal Cairo a Jízah e si diresse verso le Piramidi, accompagnato dal Wazir Shams al-Din, il cui turno di servizio era, mentre suo fratello Nur al-Din, che aveva passato la notte in acerba rabbia, si alzò con la luce e pregò la preghiera dell'alba. Poi si recò al suo tesoro e, presa una piccola coppia di bisacce, le riempì d'oro; e ricordò le minacce di suo fratello e il disprezzo con cui lo aveva trattato, e ripeté questi distici:—

Viaggia! e troverai nuovi amici per quelli vecchi lasciati indietro; ✿ Fatica! poiché le dolcezze della vita umana si trovano con fatica e tormento: Chi resta a casa non ottiene onore né raggiunge nulla se non il bisogno; ✿ Quindi lascia il tuo luogo di nascita e vaga per tutto il mondo! Ho visto, e molto spesso ho visto, come l'acqua stagnante puzzi, ✿ E solo lo scorrere la addolcisce e il trotterellare la rende sana: E se la luna fosse sempre piena e mai crescesse o calasse, ✿ L'uomo non tenderebbe i suoi occhi vigili per vedere il suo gioioso giro: Se il leone non lasciasse la sua tana non abbatterebbe mai la sua preda; ✿ Se la freccia non lasciasse l'arco non avrebbe mai raggiunto il suo limite: La polvere d'oro è polvere finché giace invenduta nella miniera, ✿ E il legno d'aloe è solo combustibile sul suo suolo natio: E l'oro otterrà il suo valore più alto quando sarà fuori dalla sua meta; ✿ E l'aloe inviata in terre straniere diventa più preziosa dell'oro.

Quando ebbe terminato i suoi versi ordinò a uno dei suoi paggi di sellargli la sua giumenta nubiana con la sella imbottita. Ora essa era grigio pomellato, con orecchie come canne da scrittura e gambe come colonne e una schiena alta e forte come una cupola costruita su pilastri; la sua sella era di stoffa d'oro e le sue staffe di acciaio indiano, e la sua gualdrappa di velluto di Ispahan; aveva finimenti che servirebbero ai Chosroes, ed era come una sposa adornata per la sua notte di nozze. Inoltre ordinò di porre sul suo dorso un pezzo di seta per sedile, e un tappeto da preghiera sotto il quale stavano le sue bisacce. Quando ciò fu fatto disse ai suoi paggi e schiavi: «Mi propongo di uscire per divertimento fuori dalla città sulla strada per la città di Kalyúb, e dormirò tre notti fuori; quindi nessuno di voi mi segua, poiché c'è qualcosa che mi restringe il petto». Poi montò in fretta sulla giumenta; e, prendendo con sé un po' di provviste per la via, partì dal Cairo e affrontò la campagna aperta e incolta che giaceva attorno ad essa. Verso mezzogiorno entrò nella città di Bilbays, dove smontò e rimase un po' per riposare se stesso e la giumenta e mangiò un po' del suo vitto. Comprò a Bilbays tutto ciò di cui aveva bisogno per sé e foraggio per la giumenta e poi proseguì per la via del deserto. Verso il calar della notte entrò in una città chiamata Sa'adiyah dove smontò e tirò fuori un po' del suo viatico e mangiò; poi stese la sua striscia di seta sulla sabbia e pose le bisacce sotto la sua testa e dormì all'aperto; poiché era ancora sopraffatto dalla rabbia. Quando spuntò il mattino montò e cavalcò in avanti finché raggiunse la Città Santa, Gerusalemme, e da lì si diresse ad Aleppo, dove smontò presso uno dei caravanserragli e dimorò tre giorni per riposare se stesso e la giumenta e respirare l'aria. Poi, essendo determinato a viaggiare lontano e avendo Allah scritto la sicurezza nel suo destino, partì di nuovo, vagando senza sapere dove stesse andando; e, incontrati alcuni corrieri, non smise di viaggiare finché non ebbe raggiunto la città di Bassora, sebbene non sapesse che posto fosse. Era notte fonda quando smontò al Khan, così stese il suo tappeto da preghiera e tirò giù le bisacce dal dorso della giumenta e diede lei e i suoi arredi in custodia al portinaio affinché potesse farla camminare. L'uomo la prese e fece come gli fu ordinato. Ora accadde che il Wazir di Bassora, un uomo avanti negli anni, fosse seduto alla finestra a grata del suo palazzo di fronte al Khan e vide il portinaio far camminare la giumenta avanti e indietro. Rimase colpito dai suoi finimenti di prezzo e la ritenne una bella bestia adatta al cavalcare di Waziri o persino di reali; e più la guardava più era perplesso finché alla fine disse a uno dei suoi paggi: «Porta qui quel portinaio». Il paggio andò e ritornò al Wazir con il portinaio che baciò la terra tra le sue mani, e il Ministro gli chiese: «Chi è il padrone di quella giumenta e che sorta di uomo è?»; ed egli rispose: «O mio signore, il padrone di questa giumenta è un giovane avvenente di maniere piacevoli, tuttavia grave e dignitoso, e senza dubbio uno dei figli dei mercanti». Quando il Wazir udì le parole del portinaio si alzò subito; e, montato sul suo cavallo, cavalcò verso il Khan ed entrò da Nur al-Din il quale, vedendo il Ministro dirigersi verso di lui, si alzò in piedi e avanzò per incontrarlo e lo salutò. Il Wazir gli diede il benvenuto a Bassora e smontando, lo abbracciò e lo fece sedere al suo fianco e disse: «O figlio mio, da dove vieni e cosa cerchi?». «O mio signore», rispose Nur al-Din, «sono venuto dalla città del Cairo di cui mio padre fu un tempo Wazir; ma egli è stato rimosso alla grazia di Allah»; e lo informò di tutto ciò che gli era accaduto dall'inizio alla fine, aggiungendo: «Sono risoluto a non tornare mai più a casa prima di aver visto tutte le città e i paesi del mondo». Quando il Wazir udì ciò, gli disse: «O figlio mio, non dare ascolto alla voce della passione affinché non ti getti nella fossa; poiché davvero molte regioni sono luoghi deserti e temo per te i giri del Tempo». Poi fece caricare le bisacce e la seta e i tappeti da preghiera sulla giumenta e condusse Nur al-Din a casa propria, dove lo alloggiò in un luogo piacevole e lo trattò onorevolmente e gli fece grandi feste, poiché inclinava ad amarlo con eccessivo amore. Dopo un po' gli disse: «O figlio mio, eccomi rimasto un uomo negli anni e non ho figli maschi, ma Allah mi ha benedetto con una figlia che ti eguaglia in bellezza; e ho rifiutato tutti i suoi numerosi pretendenti, uomini di rango e sostanza. Ma l'affetto per te è entrato nel mio cuore; dimmi, dunque, vuoi essere suo marito? Se accetti questo, salirò con te dal Sultano di Bassora e gli dirò che sei mio nipote, figlio di mio fratello, e ti farò nominare Wazir al mio posto affinché io possa occuparmi della casa poiché, per Allah, o figlio mio, sono avanti negli anni e stanco». Quando Nur al-Din udì le parole del Wazir, chinò il capo in modestia e disse: «Ascoltare è obbedire!». A ciò il Wazir si rallegrò e ordinò ai suoi servitori di preparare un banchetto e decorare la grande sala delle assemblee, dove erano soliti celebrare i matrimoni degli Emiri e dei Grandi. Poi radunò i suoi amici e i notabili del regno e i mercanti di Bassora e quando tutti stettero dinanzi a lui disse loro: «Avevo un fratello che era Wazir nella terra d'Egitto, e Allah Onnipotente lo ha benedetto con due figli, mentre a me, come ben sapete, Egli ha dato una figlia. Mio fratello mi ha incaricato di dare in sposa mia figlia a uno dei suoi figli, a che cosa ho assentito; e, quando mia figlia è stata in età da marito, mi ha mandato uno dei suoi figli, il giovane qui presente, al quale mi propongo di darla in sposa, redigendo il contratto e celebrando la notte del disvelamento con la dovuta cerimonia: poiché egli è più vicino e più caro a me di uno straniero e, dopo il matrimonio, se vorrà potrà abitare con me, o se desidererà viaggiare lo accompagnerò con sua moglie alla casa di suo padre». A ciò tutti risposero: «Giusto è il tuo calcolo»; e guardarono lo sposo e ne furono compiaciuti. Così il Wazir mandò a chiamare il Kazi e i testimoni legali ed essi scrissero il contratto matrimoniale, dopo di che gli schiavi profumarono gli ospiti con incenso, e servirono loro sorbetto di zucchero e spruzzarono acqua di rose su di loro e tutti andarono per le loro vie. Poi il Wazir ordinò ai suoi servitori di portare Nur al-Din agli Hammam e gli mandò un abito del meglio dei suoi stessi abiti speciali, e tovaglioli e asciugamani e ciotole e bruciaprofumi e tutto il resto che era richiesto. E dopo il bagno, quando ne uscì e indossò l'abito, era come la luna piena nella quattordicesima notte; e montò sulla sua giumenta e non si fermò finché non raggiunse il palazzo del Wazir. Lì smontò ed entrò dal Ministro e gli baciò le mani, e il Wazir gli diede il benvenuto.——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora quando fu la Ventunesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il Wazir si alzò incontro a lui e accogliendolo disse: "Alzati e va' da tua moglie questa notte, e al mattino ti condurrò dal Sultano, e pregherò Allah che ti benedica con ogni sorta di benessere." Così Nur al-Din lo lasciò e andò da sua moglie, la figlia del Wazir. Fin qui quanto a lui, ma per quanto riguarda il fratello maggiore, Shams al-Din, egli fu assente con il Sultano per lungo tempo e quando ritornò dal suo viaggio non trovò il fratello; e chiese ai suoi servi e schiavi che risposero: "Il giorno della tua partenza con il Sultano, tuo fratello montò il suo mulo riccamente bardato come per una processione di stato dicendo:—Vado verso la città di Kalyub e sarò assente un giorno o al massimo due; poiché il mio petto è oppresso, e nessuno di voi mi segua." Poi partì e da quel momento ad ora non abbiamo avuto più notizie di lui. Shams al-Din fu grandemente turbato dall'improvvisa sparizione del fratello e soffrì di un dolore indicibile per la perdita e disse a se stesso: "Questo è solo perché lo ho rimproverato e sgridato la notte prima della mia partenza con il Sultano; forse i suoi sentimenti sono stati feriti ed è partito per viaggiare; ma devo mandare qualcuno a cercarlo." Poi andò dal Sultano e lo informò dell'accaduto e scrisse lettere e dispacci, che inviò tramite messaggeri a piedi ai suoi deputati in ogni provincia. Ma durante i venti giorni dell'assenza del fratello Nur al-Din aveva viaggiato lontano ed era giunto a Bassora; così, dopo diligenti ricerche, i messaggeri non riuscirono ad avere alcuna notizia di lui e ritornarono. Allora Shams al-Din disperò di ritrovare il fratello e disse: "Davvero ho oltrepassato ogni limite in ciò che gli ho detto in riferimento al matrimonio dei nostri figli. Fossi io non l'avessi fatto! Tutto ciò proviene dalla mia mancanza di spirito e difetto di prudenza." Poco dopo egli chiese in sposa la figlia di un mercante del Cairo e redasse il contratto di matrimonio e andò da lei. E accadde che, nella stessa identica notte in cui Shams al-Din andò da sua moglie, anche Nur al-Din andò da sua moglie, la figlia del Wazir di Bassora; ciò in conformità con la volontà di Allah Onnipotente, affinché Egli potesse compiere i decreti del Destino per le Sue creature. Inoltre, fu come i due fratelli avevano detto; poiché le loro due mogli rimasero incinte da loro nella stessa notte ed entrambe furono messe a letto lo stesso giorno; la moglie di Shams al-Din, Wazir d'Egitto, di una figlia, che mai al Cairo si vide più bella; e la moglie di Nur al-Din di un figlio, di cui nessuno più bello fu mai visto ai suoi tempi, come disse uno dei poeti riguardo a un suo simile:—

Quei capelli corvini, quella fronte lucente, il mio giovane dalla vita sottile, la tua può gettare oscurità attorno alla creazione, o farla risplendere brillantemente. Il neo bruno che appare appena sulla sua guancia, ah! non biasimarlo; il fiore del tulipano non sboccia mai senza essere oscurato dalla sua macchia.

E come disse anche un altro:—

Il suo profumo era muschio e la sua guancia rosa; ✿ I suoi denti sono perle e le sue labbra stillano vino; La sua forma è una spada e i suoi fianchi una collina; ✿ I suoi capelli sono notte e il suo volto chiaro di luna.

Chiamarono il ragazzo Badr al-Din Hasan e suo nonno, il Wazir di Bassora, gioì per lui e, il settimo giorno dopo la sua nascita, tenne intrattenimenti e imbandì banchetti che si sarebbero addetti alla nascita dei figli e degli eredi dei Re. Poi prese Nur al-Din e salì con lui dal Sultano, e suo genero, quando giunse al cospetto del Re, baciò la terra tra le sue mani e ripeté questi versi, poiché era pronto di parola, saldo di spirito e buono di cuore come era buono di forma:—

Le migliori gioie del mondo siano a lungo tuo destino, mio signore! ✿ E durino finché le tenebre e l'alba si sovrappongono: O tu che fai, quando accogliamo i tuoi doni, ✿ Il mondo danzare e il Tempo battere le mani.

Allora il Sultano si alzò per onorarli e, ringraziando Nur al-Din per il suo bel complimento, chiese al Wazir: "Chi può essere questo giovane?"; e il Ministro rispose: "Questo è il figlio di mio fratello," e narrò la sua storia dall'inizio alla fine. Disse il Sultano: "E come mai è tuo nipote e noi non abbiamo mai sentito parlare di lui?" Disse il Ministro: "O nostro signore il Sultano, avevo un fratello che era Wazir nella terra d'Egitto ed egli morì, lasciando due figli, dei quali il maggiore ha preso il posto di suo padre e il minore, che vedi, è venuto da me. Avevo giurato che non avrei dato in sposa mia figlia ad altri che a lui; così quando giunse la diedi in moglie a lui. Ora egli è giovane e io sono vecchio; il mio udito è ottuso e il mio giudizio è facilmente ingannato; perciò vorrei sollecitare il nostro signore il Sultano a porlo al mio posto, poiché egli è il figlio di mio fratello e il marito di mia figlia; ed è idoneo per il Wazirato, essendo uomo di buon consiglio e pronta ingegnosità." Il Sultano guardò Nur al-Din e gli piacque, così lo stabilì in carica come il Wazir aveva richiesto e lo nominò formalmente, presentandolo con uno splendido abito d'onore e una mula dalle scuderie private; e assegnandogli soldo, stipendi e provviste. Nur al-Din baciò la mano del Sultano e tornò a casa, lui e suo suocero, gioendo di gioia estrema e dicendo: "Tutto ciò segue le orme della nascita del ragazzo Hasan!" Il giorno seguente si presentò al cospetto del Re e, baciando la terra, iniziò a ripetere:—

Crescano il tuo benessere e la tua prosperità di giorno in giorno: ✿ E la tua fortuna prevalga sul dispetto dell'invidioso; E non cessino mai i tuoi giorni di essere bianchi come il giorno, ✿ E il giorno del tuo nemico di essere nero come la notte!

Il Sultano gli ordinò di sedersi sul seggio del Wazir, così egli si sedette e si applicò agli affari del suo ufficio ed esaminò i casi dei sudditi e le loro cause, come è consuetudine dei Ministri; mentre il Sultano lo osservava e si meravigliava del suo spirito e del buon senso, del giudizio e dell'intuizione. Perciò lo amò e lo prese nella sua intimità. Quando il Divan fu sciolto Nur al-Din tornò a casa sua e raccontò ciò che era accaduto a suo suocero che gioì. E d'allora in poi Nur al-Din non cessò di amministrare il Wazirato in modo che il Sultano non volesse separarsi da lui né notte né giorno; e aumentò i suoi stipendi e provviste finché i suoi mezzi furono ampi e divenne proprietario di navi che compivano viaggi commerciali ai suoi ordini, così come di Mamelucchi e schiavi mori; e allestì molte tenute e installò ruote persiane e piantò giardini. Quando suo figlio Hasan ebbe quattro anni di età, il vecchio Wazir morì, ed egli fece per suo suocero una sontuosa cerimonia funebre prima che fosse deposto nella polvere. Poi si occupò dell'educazione di questo figlio e, quando il ragazzo crebbe forte e giunse all'età di sette anni, gli portò un Fakih, un dottore di legge e religione, per istruirlo nella sua stessa casa e lo incaricò di dargli una buona educazione e istruirlo nella cortesia e nelle buone maniere. Così il precettore fece leggere al ragazzo e ritenere ogni varietà di conoscenza utile, dopo che ebbe passato alcuni anni a imparare il Corano a memoria; ed egli non cessò di crescere in bellezza, statura e simmetria, proprio come dice il poeta:—

Nel cielo del suo volto splende la luna piena; ✿ Nell'anemone delle sue guance brilla il sole: Egli ha conquistato la Bellezza al punto di aver vinto ✿ Ogni fascino dell'umanità uno ad uno.

Il professore lo crebbe nel palazzo di suo padre insegnandogli a leggere, scrivere e far di conto, teologia e belle lettere. Suo nonno, il vecchio Wazir, gli aveva lasciato in eredità l'intera sua proprietà quando egli aveva solo quattro anni. Ora, durante tutto il tempo della sua prima giovinezza, non aveva mai lasciato la casa, finché in un certo giorno suo padre, il Wazir Nur al-Din, lo vestì con i suoi abiti migliori e, montandolo su una mula delle più belle, salì con lui dal Sultano. Il Re fissò Badr al-Din Hasan e si meravigliò della sua avvenenza e lo amò. Quanto alla gente della città, quando passò per la prima volta davanti a loro con suo padre, si meravigliarono della sua bellezza estrema e sedettero sulla strada aspettando il suo ritorno, affinché potessero saziarsi della sua bellezza, avvenenza, simmetria e perfetta grazia; proprio come disse il poeta in questi versi:—

Mentre il saggio osservava le stelle, la parvenza chiara di un bel giovane vide apparire sul suo rotolo. Quei tratti corvini Canopo gettò su di lui, e tinse i riccioli delle sue tempie di una tinta muschiata; Marte tinse la sua guancia rubiconda; e dai suoi occhi la stella dell'Arciere scocca la sua freccia scintillante; Il suo spirito venne da Ermete; e la cura di Soha, (la stella a metà vista che infesta debolmente l'Orsa) tenne lontani tutti gli occhi malvagi che minacciano e insidiano, Il saggio rimase sbalordito nel vedere tali fortune incontrarsi, e la Luna baciò la terra sotto i suoi piedi.

E lo benedissero ad alta voce mentre passava e invocarono Allah Onnipotente di benedirlo. Il Sultano trattò il ragazzo con favore speciale e disse a suo padre: "O Wazir, devi portarlo quotidianamente al mio cospetto"; al che egli rispose: "Ascolto e obbedisco." Poi il Wazir tornò a casa con suo figlio e non cessò di portarlo a corte finché non raggiunse l'età di vent'anni. A quel tempo il Ministro si ammalò e, fatto chiamare Badr al-Din Hasan, gli disse: "Sappi, o mio figlio, che il mondo del Presente non è che una casa di mortalità, mentre quello del Futuro è una casa di eternità. Desidero, prima di morire, lasciarti in eredità certe accuse e fa' tesoro di ciò che dico e inclina il tuo cuore alle mie parole." Poi gli diede le sue ultime istruzioni riguardo al modo più appropriato di trattare con i suoi vicini e alla dovuta gestione dei suoi affari; dopo di che si ricordò di suo fratello, della sua casa e della sua terra natia e pianse per la sua separazione da coloro che aveva amato per primi. Poi si asciugò le lacrime e, rivolgendosi al figlio, gli disse: "Prima che io proceda, o mio figlio, ai miei ultimi incarichi e ingiunzioni, sappi che ho un fratello, e tu hai uno zio, Shams al-Din di nome, il Wazir del Cairo, con il quale mi separai, lasciandolo contro la sua volontà. Ora prendi un foglio di carta e scrivi sopra di esso tutto ciò che ti dico." Badr al-Din prese un bel foglio e si mise a fare l'ordine di suo padre e scrisse sopra di esso un resoconto completo di ciò che era accaduto a suo padre dall'inizio alla fine; le date del suo arrivo a Bassora e del suo incontro con il Wazir; del suo matrimonio, del suo andare dalla figlia del Ministro e della nascita di suo figlio; in breve, la sua vita di quarant'anni dal giorno della sua disputa con suo fratello, aggiungendo le parole: "E questo è scritto sotto mia dettatura e possa Allah Onnipotente essere con lui quando io non ci sarò più!" Poi ripiegò la carta e la sigillò e disse: "O Hasan, o mio figlio, conserva questa carta con ogni cura; poiché ti permetterà di stabilire la tua origine, il tuo rango e la tua discendenza e, se ti accadesse qualcosa di contrario, parti per il Cairo e chiedi di tuo zio e mostragli questa carta e digli che io morii straniero lontano dai miei e pieno di desiderio di vedere lui e loro." Così Badr al-Din Hasan prese il documento e lo piegò; e, avvolgendolo in un pezzo di tela cerata, lo cucì come un talismano tra la stoffa interna ed esterna del suo berretto e vi avvolse attorno il suo turbante leggero. E scoppiò a piangere per suo padre e per il distacco da lui, e lui era solo un ragazzo. Poi Nur al-Din cadde in uno svenimento, precursore della morte; ma ripresosi poco dopo disse: "O Hasan, o mio figlio, ora ti lascerò in eredità cinque ultime ingiunzioni. Il PRIMO COMANDO è: Non essere troppo intimo con nessuno, né frequenta alcuno, né essere familiare con nessuno; così sarai al sicuro dalla sua malizia; poiché la sicurezza risiede nella solitudine del pensiero e in un certo ritiro dalla società dei tuoi simili; e ho sentito dire da un poeta:—

In questo mondo non c'è nessuno su cui tu possa contare ✿ Per essere amico del tuo caso nel momento del bisogno: Quindi vivi per te stesso non sperando in nessuno ✿ Tale consiglio ti do: basta, fa' attenzione!

Il SECONDO COMANDO è, o mio figlio: Non trattare duramente nessuno affinché la fortuna non tratti duramente te; poiché la fortuna di questo mondo è un giorno con te e un altro giorno contro di te e tutti i beni mondani sono solo un prestito da rimborsare. E ho sentito un poeta dire:—

Rifletti né affrettarti a ottenere ciò che vuoi; ✿ Abbi pietà dell'uomo poiché pietà potresti richiedere: Non c'è mano se non quella di Allah che sia più alta; ✿ Nessun tiranno che non debba pentirsi dell'ira di un tiranno peggiore!

Il TERZO COMANDO è: Impara a stare in silenzio in società e lascia che le tue colpe distraggano la tua attenzione dalle colpe degli altri uomini: poiché è detto:—Nel silenzio dimora la sicurezza, e su ciò ho sentito i versi che ci dicono:—

La riservatezza è un gioiello, il Silenzio è sicurezza; ✿ Quando parli, trattieni molte parole: Poiché se del Silenzio ti penti una volta, ✿ Di parole ti pentirai molteplici volte.

Il QUARTO COMANDO, o mio figlio, è: Guardati dal bere vino, poiché il vino è la testa di ogni caparbietà e un eccellente solvente del senno umano. Quindi evita, e dico ancora, evita di mescolare liquori forti; poiché ho sentito un poeta dire:—

Dal vino mi allontano e da chi trangugia coppe di vino; ✿ Diventando uno di coloro che lo ritengono un male: Il vino spinge l'uomo a mancare la via della salvezza, ✿ E apre il cancello spalancato ai peccati che uccidono.

Il QUINTO COMANDO, o mio figlio, è: Conserva la tua ricchezza ed essa conserverà te; custodisci il tuo denaro ed esso custodirà te; e non sprecare la tua sostanza affinché tu non arrivi a desiderare e debba andare a mendicare dal più meschino degli uomini. Salva i tuoi dirham e considerali il balsamo più sovrano per le ferite del mondo. E qui ancora ho sentito che uno dei poeti disse:—

Quando fallisce la mia ricchezza nessun amico degnerà di essermi amico: ✿ Quando la ricchezza abbonda tutti gli amici offrono la loro amicizia: Quanti amici hanno prestato aiuto a spendere la mia ricchezza; ✿ Ma gli amici alla mancanza di ricchezza non rendono alcuna amicizia.

In questo modo Nur al-Din non cessò di consigliare suo figlio Badr al-Din Hasan finché giunse la sua ora e, sospirando un sospiro singhiozzante, la sua vita uscì. Allora la voce del lutto e del pianto si alzò alta nella sua casa e il Sultano e tutti i grandi si addolorarono per lui e lo seppellirono; ma suo figlio non cessò di lamentare la sua perdita per due mesi, durante i quali non montò mai a cavallo, né frequentò il Divan né si presentò al cospetto del Sultano. Alla fine il Re, essendo adirato con lui, stabilì al suo posto uno dei suoi Ciambellani e lo fece Wazir, dando ordini di sequestrare e porre sigilli su tutte le case, i beni e i domini di Nur al-Din. Così il nuovo Wazir uscì con un potente seguito di Ciambellani e persone del Divan, e guardiani e una schiera di oziosi per fare ciò e per sequestrare Badr al-Din Hasan e condurlo davanti al Re, che avrebbe trattato con lui come riteneva opportuno. Ora c'era tra la folla di seguaci un Mamelucco del defunto Wazir che, quando ebbe udito quest'ordine, spronò il suo cavallo e cavalcò a tutta velocità verso la casa di Badr al-Din Hasan; poiché non poteva sopportare di vedere la rovina del figlio del suo antico padrone. Lo trovò seduto al cancello con la testa china e addolorato, come era sua abitudine, per la perdita di suo padre; così smontò e baciandogli la mano gli disse: "O mio signore e figlio del mio signore, affrettati prima che la rovina arrivi e porti desolazione!" Quando Hasan udì questo tremò e chiese: "Che cosa può essere?"; e l'uomo rispose: "Il Sultano è adirato con te e ha emesso un mandato contro di te, e il male giunge alle calcagna del mio cammino; quindi fuggi per la tua vita!" A queste parole il cuore di Hasan divampò con il fuoco della sventura, e la sua guancia rosso rosa divenne pallida, e disse al Mamelucco: "O mio fratello, c'è tempo per me di entrare e prendere qualche bene mondano che possa servirmi durante la mia estraneità?" Ma lo schiavo rispose: "O mio signore, alzati subito e salva te stesso e lascia questa casa, finché c'è ancora tempo." E citò questi versi:—

Fuggi con la tua vita, se l'oppressione ti coglie, ✿ E lascia che la casa racconti il destino del suo costruttore! Paese per paese ne troverai, se lo cerchi; ✿ Vita per vita mai, presto o tardi. È strano che gli uomini debbano dimorare nella casa dell'abiura, ✿ Quando la pianura della terra di Dio è così ampia e così grande!

A queste parole del Mamelucco, Badr al-Din si coprì il capo con il lembo del suo indumento e uscì a piedi finché non si trovò fuori dalla città, dove udì la gente dire: "Il Sultano ha inviato il suo nuovo Wazir alla casa del vecchio Wazir, ora non più, per sigillare la sua proprietà e sequestrare suo figlio Badr al-Din Hasan e condurlo al cospetto, affinché possa metterlo a morte"; e tutti gridavano: "Ahimè per la sua bellezza e la sua avvenenza!" Quando udì questo fuggì via a caso, non sapendo dove stesse andando, e non smise di affrettarsi finché il Destino lo guidò alla tomba di suo padre. Così entrò nel cimitero e, facendosi strada tra le tombe, alla fine raggiunse il sepolcro dove si sedette e lasciò cadere dalla testa il lembo della sua lunga veste che era fatta di broccato con un orlo ricamato d'oro sul quale erano lavorati questi distici:—

O tu la cui fronte, come l'oriente radioso, ✿ Racconta delle stelle del Cielo e delle rugiade generose: Dura il tuo onore fino all'ultimo giorno, ✿ E il Tempo la tua crescita di gloria non rifiuti mai!

Mentre sedeva accanto alla tomba di suo padre ecco, venne a lui un Ebreo come se fosse uno Shroff, un cambiavalute, con un paio di bisacce contenenti molto oro, che lo avvicinò e gli baciò la mano, dicendo: "Direzione, o mio signore: è tardi nel giorno e tu sei vestito solo leggermente e leggo segni di turbamento sul tuo volto?" "Stavo dormendo entro quest'ora," rispose Hasan, "quando mio padre mi è apparso e mi ha rimproverato per non aver visitato la sua tomba; così mi sono svegliato tremante e sono venuto qui subito affinché il giorno non passasse senza che io lo visitassi, il che sarebbe stato doloroso per me." "O mio signore," replicò l'Ebreo, "tuo padre aveva molti mercantili in mare e, poiché alcuni di essi sono ora attesi, è mio desiderio acquistare da te il carico della prima nave che giunge in porto con questi mille dinari d'oro." "Acconsento," disse Hasan, al che l'Ebreo tirò fuori una borsa piena d'oro e contò mille zecchini che diede ad Hasan, il figlio del Wazir, dicendo: "Scrivimi una lettera di vendita e sigillala." Così Hasan prese una penna e carta e scrisse queste parole in duplice copia: "Lo scrivente, Hasan Badr al-Din, figlio del Wazir Nur al-Din, ha venduto a Isacco l'Ebreo tutto il carico della prima delle navi di suo padre che giunge in porto, per mille dinari, e ne ha ricevuto il prezzo in anticipo." E dopo che ebbe preso una copia l'Ebreo la mise nella sua borsa e se ne andò; ma Hasan scoppiò a piangere mentre pensava alla dignità e alla prosperità che erano state precedentemente sue e iniziò a recitare:—

"Il tempo ha voltato le spalle e il mondo si è fatto stretto, e la mia pazienza è giunta al termine. La fortuna è volata via e non vedo più amici che mi tendano la mano. I miei compagni mi hanno abbandonato e il mio cuore è oppresso dal dolore. O Dio, chi potrà mai rimediare a questo mio stato?"

Dopo aver recitato questi versi, si addormentò. Nel frattempo, Isacco l’Ebreo si recò al mercato e, incontrando un gruppo di mercanti che discutevano, disse loro: "Volete comprare da me il carico di una nave, arrivata da Bassora, che ho acquistato da Hasan Badr al-Din per mille dinari?" I mercanti risposero: "Certamente, te la pagheremo duemila dinari". Isacco acconsentì e, dopo aver concluso l'affare, si recò dal Wazir Shams al-Din, che era il governatore della città, insieme a un gruppo di testimoni. Il Wazir, vedendo l'Ebreo, gli chiese: "Cosa ti porta da me?". Isacco rispose: "O signore, ho acquistato il carico di una nave dal figlio del tuo defunto fratello, Hasan Badr al-Din". Il Wazir, udendo il nome di suo fratello, si commosse profondamente e disse: "Dov'è mio nipote?". Isacco rispose: "È alla locanda". Il Wazir mandò subito i suoi uomini a cercarlo, ma Hasan, temendo che volessero arrestarlo per il debito, era già fuggito verso la cucina, dove si era nascosto tra la cenere e il fumo. I soldati cercarono ovunque, ma non riuscendo a trovarlo, tornarono dal Wazir e riferirono l'accaduto. Il Wazir, disperato, si disse: "Non avrò pace finché non avrò trovato il figlio di mio fratello".

Passarono i giorni e Hasan, ridotto in miseria, vagava per le strade. Un giorno, mentre si trovava vicino a una moschea, vide una folla di persone che ascoltavano un uomo che narrava storie. Si avvicinò e, per la fame, si mise a mendicare. La gente, vedendo il suo nobile aspetto, gli offriva del cibo. Ma il suo cuore era tormentato dal ricordo di sua madre e della sua terra. Ricordò allora le parole di sua madre: "Figlio mio, non temere, perché Dio non abbandona mai i giusti". Si sentì rinfrancato e, con rinnovata speranza, decise di cercare lavoro come sguattero in una cucina, poiché non conosceva altro mestiere. Trovò impiego presso un pasticciere, che, colpito dalla sua bellezza e dalla sua cortesia, lo trattò come un figlio. Hasan lavorava sodo, e col passare del tempo divenne esperto nell'arte di preparare dolci, tanto che la fama della sua maestria si diffuse in tutta la città.

Un giorno, il Wazir Shams al-Din, desiderando mangiare un dolce prelibato, ordinò ai suoi servitori di andare dal pasticciere e comprare il meglio che avesse. Hasan preparò un piatto magnifico, decorato con mandorle e pistacchi, che era un vero capolavoro. Quando il Wazir ne mangiò, ne rimase estasiato e chiese chi lo avesse preparato. Gli fu risposto che era stato il giovane sguattero. Il Wazir, incuriosito, volle conoscerlo e mandò a chiamare il pasticciere. Quando Hasan si presentò, il Wazir fu colpito da una strana sensazione di familiarità. Gli chiese il suo nome e la sua provenienza. Hasan, con voce tremante, rispose: "Il mio nome è Hasan Badr al-Din, figlio di Nur al-Din". Il Wazir, udendo quelle parole, scoppiò in un pianto dirotto, si alzò e abbracciò il giovane, esclamando: "Sei tu, il figlio di mio fratello!". Hasan, confuso ma felice, riconobbe in lui lo zio di cui tanto aveva sentito parlare. Il Wazir lo condusse nel suo palazzo, lo rivestì di abiti regali e lo fece sedere al suo fianco, colmando finalmente il vuoto che la sorte gli aveva imposto. E così, tra la gioia del ritrovamento e il sollievo della fine di tante sventure, il destino di Hasan Badr al-Din si compì nel segno della benevolenza divina.

Così esposero la sposa in tutti i suoi sette abiti dinanzi ad Hasan al-Basri, trascurando del tutto il Gobbo che sedeva accasciato in disparte; e, quando ella aprì gli occhi, disse: "O Allah, fa' di quest'uomo il mio sposo e liberami dal male di questo grottesco garzone gobbo". Non appena ebbero concluso questa parte della cerimonia, congedarono gli invitati alle nozze che se ne andarono, donne, bambini e tutti quanti, e non rimase alcuno all'infuori di Hasan e del Gobbo, mentre le ancelle conducevano la sposa in una stanza interna per cambiarle i vestiti e gli ornamenti e prepararla per lo sposo. Allora Quasimodo si avvicinò a Badr al-Din Hasan e disse: "O mio signore, ci hai rallegrati questa notte con la tua buona compagnia e ci hai sopraffatti con la tua gentilezza e cortesia; ma ora perché non ti alzi e te ne vai?". "Bismillah," rispose quegli, "Nel nome di Allah, così sia!"; e alzandosi, uscì dalla porta, dove lo incontrò l'Ifrit che gli disse: "Resta al tuo posto, o Badr al-Din, e quando il Gobbo uscirà per andare al gabinetto, entra senza perdere tempo e siediti nell'alcova; e quando verrà la sposa dille: 'Sono io tuo marito, poiché il Re ha ideato questo trucco solo per timore del malocchio su di te, e colui che hai visto non è che un Syce, uno stalliere, uno dei nostri mozzi di stalla'. Poi cammina con audacia verso di lei e le scopra il volto; poiché la gelosia ci ha presi in questa faccenda". Mentre Hasan stava ancora parlando con l'Ifrit, ecco che lo sposo uscì dalla sala e, entrando nel gabinetto, si sedette sullo sgabello. A stento lo ebbe fatto che l'Ifrit uscì dalla cisterna, dove si trovava l'acqua, sotto le sembianze di un topo e squittì: "Zeek!". Disse il Gobbo: "Che ti prende?"; e il topo crebbe e crebbe fino a diventare un gatto nero come il carbone e miagolò: "Meeao! Meeao!". Poi crebbe ancora e ancora finché divenne un cane e abbaiò: "Owh! Owh!". Quando lo sposo vide ciò, si spaventò ed esclamò: "Fuori di qui, o creatura di malaugurio!". Ma il cane crebbe e si gonfiò finché divenne un puledro d'asino che nitriva e sbuffava in faccia a lui: "Hauk! Hauk!". Al che il Gobbo tremò e gridò: "Venite in mio aiuto, o gente della casa!". Ma ecco, il puledro d'asino crebbe e divenne grande quanto un bufalo e gli sbarrò la strada dinanzi e parlò con la voce dei figli di Adamo, dicendo: "Guai a te, o Gobbo, o puzzolente, o più immondo dei garzoni!". Udendo ciò, lo sposo fu colto da una colica e si sedette sul vaso ancora vestito, con i denti che battevano l'uno contro l'altro. Disse l'Ifrit: "È il mondo così stretto per te che non trovi nessuno da sposare se non la donna che io amo?". Ma poiché quegli taceva, l'Ifrit continuò: "Rispondimi o ti farò finire nella polvere!". "Per Allah," rispose il Gobbo, "o Re dei Bufali, questa non è colpa mia, poiché mi hanno costretto a sposarla; e in verità non sapevo che ella avesse un amante tra i bufali; ma ora mi pento, prima davanti ad Allah e poi davanti a te". Disse l'Ifrit a lui: "Ti giuro che se uscirai da questo luogo, o proferirai parola prima dell'alba, ti torcerò certamente il collo. Quando sorge il sole, vai per la tua strada e non tornare mai più in questa casa". Così dicendo, l'Ifrit prese lo sposo Gobbo e lo mise a testa in giù e con i piedi in su nella fessura della latrina, e gli disse: "Ti lascerò qui ma starò in guardia su di te fino all'alba; e, se ti muoverai prima di allora, ti afferrerò per i piedi e ti spaccherò il cranio contro il muro: quindi bada alla tua vita!". Fin qui riguardo al Gobbo, ma per quanto concerne Badr al-Din Hasan di Bassora, egli lasciò il Gobbo e l'Ifrit a bisticciare e litigare e, entrando in casa, si sedette proprio nel mezzo dell'alcova; ed ecco, entrò la sposa assistita da una vecchia che si fermò alla porta e disse: "O Padre della Rettitudine, alzati e prendi ciò che Dio ti dona". Poi la vecchia se ne andò e la sposa, chiamata Sitt al-Husn o la Dama della Bellezza, entrò nella parte interna dell'alcova col cuore infranto e dicendosi: "Per Allah, non cederò mai la mia persona a lui; no, nemmeno se dovesse prendersi la mia vita!". Ma giunta in fondo vide Badr al-Din Hasan ed ella disse: "Caro mio! sei ancora seduto qui? Per Allah, desideravo che tu fossi il mio sposo o, almeno, che tu e lo stalliere gobbo foste soci in me". Egli rispose: "O bella dama, come potrebbe il Syce avere accesso a te, e come potrebbe dividerti con me?". "Allora," disse lei, "chi è mio marito, tu o lui?". "Sitt al-Husn," ribatté Hasan, "non abbiamo fatto questo per puro gioco, ma solo come espediente per allontanare da te il malocchio; poiché quando le ancelle e le cantanti e gli invitati alle nozze videro la tua bellezza esposta a me, temettero la fascinazione e tuo padre assunse lo stalliere per dieci dinari e una scodella di carne per toglierci il malocchio; e ora egli ha ricevuto il suo compenso ed è andato per la sua strada". Quando la Dama della Bellezza udì queste parole, sorrise e si rallegrò e rise di una risata piacevole. Poi gli sussurrò: "Per il Signore, tu hai spento un fuoco che mi torturava e ora, per Allah, o mio piccolo tesoro dai capelli scuri, prendimi a te e stringimi al tuo petto!". Poi si mise a cantare:—

Per Allah, poni il tuo piede sulla mia anima; ✿ Da lunghi, lunghi anni solo per questo bramo: E sussurrami storie d'amore all'orecchio; ✿ Per me è più dolce della più dolce canzone! Nessun altro giovane giacerà sul mio cuore; ✿ Perciò fallo spesso, caro, e fallo a lungo.

Poi si tolse gli abiti esterni e spalancò la sua camicia dal collo in giù, mostrando le sue parti genitali e tutta la rotondità dei fianchi. Quando Badr al-Din vide quella gloriosa visione i suoi desideri furono risvegliati, e si alzò e si tolse gli abiti, e avvolgendo nei calzoni la borsa d'oro che aveva preso dall'ebreo e che conteneva mille dinari, la ripose sotto il bordo del giaciglio. Poi si tolse il turbante e lo posò sulla panca sopra gli altri suoi vestiti, rimanendo con la papalina e la fine camicia di seta blu intrecciata d'oro. Al che la Dama della Bellezza lo trasse a sé ed egli fece lo stesso. Poi lo prese tra le sue braccia e le avvolse le gambe intorno alla vita e puntò dritto quel cannone posto dove abbatte il baluardo della verginità e lo devasta. E la trovò perla non forata né infilata e cavalla da tutti gli uomini tranne lui non cavalcata; e ne abbatté la verginità e godette della sua giovinezza nella sua virilità e poi ritirò la spada dal fodero; e tornò alla mischia con molta facilità; e quando la battaglia e l'assedio furono finiti, ebbe compiuto quindici assalti ed ella concepì da lui quella stessa notte. Poi egli pose la mano sotto la testa di lei ed ella fece lo stesso e si abbracciarono e si addormentarono l'uno nelle braccia dell'altra, come un certo poeta disse di tali amanti in questi distici:—

Visita il tuo amante, disprezza ciò che disse l'invidia; ✿ Nessun villano invidioso sorriderà sull'amore animato. Il misericordioso Allah non creò visione più bella ✿ Di amanti uniti che un solo letto occupa; Petto che preme petto e vestiti di gioie proprie, ✿ Con avambracci come cuscini modellati con l'arte più fine: E quando il cuore parla al cuore con la lingua dell'amore, ✿ Gente che vorrebbe separarli martella acciaio freddo come ghiaccio: Se trovi un caro amico che si stringe a te, ✿ Vivi per quell'amico, quell'amico nel cuore stringi. O voi che ci biasimate per l'amore, noi amanti gentili ✿ Dite, potete forse curare una mente malata?

Questo quanto a Badr al-Din Hasan e Sitt al-Husn sua cugina; ma quanto all'Ifrit, non appena vide i due addormentati, disse all'Ifritah: "Alzati; scivola sotto il giovane e portiamolo indietro al suo posto prima che l'alba ci colga; poiché il giorno è vicino". Al che ella si fece avanti e, infilandosi sotto di lui mentre giaceva addormentato, lo prese vestito solo della sua bella camicia blu, lasciando il resto dei suoi indumenti; e non cessò di volare (e l'Ifrit gareggiando con lei nel volo) finché l'alba avvisò loro che era giunta a metà strada, e il Muezzin iniziò il suo richiamo dal Minareto: "Accorrete alla salvezza! Accorrete alla salvezza!". Allora Allah permise alla Sua schiera angelica di colpire l'Ifrit con una stella cadente, così egli fu consumato, ma l'Ifritah scampò e scese con Badr al-Din nel luogo dove l'Ifrit era stato bruciato, e non lo riportò a Bassora, temendo che potesse subire danno. Ora, per ordine di Colui che predestina ogni cosa, essi atterrarono a Damasco di Siria, e l'Ifritah depose il suo carico a una delle porte della città e volò via. Quando sorse il giorno e le porte furono aperte, la gente che ne uscì vide un bell'uomo, senza altro abbigliamento che la sua camicia blu di seta ricamata d'oro e la papalina, giacente a terra affogato nel sonno dopo la dura fatica della notte che non gli aveva permesso di riposare. Così la gente guardandolo disse: "Oh, che fortuna per colei con cui costui ha passato la notte! ma avrebbe dovuto aspettare a indossare i suoi abiti". Disse un altro: "Una triste razza i figli delle grandi famiglie! Forse è appena uscito dalla taverna per qualche suo affare e il vino gli è salito alla testa, per cui ha mancato il luogo dove era diretto e ha vagato finché è giunto alla porta della città; e trovandola chiusa si è sdraiato e si è addormentato!". Mentre la gente scambiava supposizioni su di lui, improvvisamente la brezza mattutina soffiò su Badr al-Din e sollevando la sua camicia fino alla vita mostrò uno stomaco e un ombelico con qualcosa al di sotto, e gambe e cosce chiare come cristallo e lisce come panna. Gridò la gente: "Per Allah, è un bel giovanotto!"; e al grido Badr al-Din si svegliò e si ritrovò giacente a una porta della città con una folla radunata attorno a lui. A ciò si meravigliò molto e chiese: "Dove sono, o brava gente; e cosa vi spinge a radunarvi così attorno a me, e cosa ho avuto a che fare con voi?"; ed essi risposero: "Ti abbiamo trovato giacente qui addormentato durante il richiamo alla preghiera dell'alba e questo è tutto ciò che sappiamo della faccenda, ma dove hai dormito la scorsa notte?". "Per Allah, o brava gente," rispose egli, "ho dormito la scorsa notte al Cairo". Disse qualcuno: "Devi aver certamente mangiato dell'Hashish"; e un altro: "È uno sciocco"; e un terzo: "È un citrullo"; e un quarto gli chiese: "Sei fuori di testa? dormi al Cairo e ti svegli al mattino alla porta della città di Damasco!". Gridò egli: "Per Allah, mia brava gente, tutti quanti, non vi mento: in verità ho dormito la scorsa notte nella terra d'Egitto e ieri a mezzogiorno ero a Bassora". Disse uno: "Bene! bene!"; e un altro: "Oh! oh!"; e un terzo: "Così! così!"; e un quarto gridò: "Questo giovane è pazzo, è posseduto dai Jinni!". Così batterono le mani verso di lui e dissero l'uno all'altro: "Ahimè, che pietà per la sua giovinezza: per Allah un pazzo! e la follia non rispetta nessuno". Poi gli dissero: "Raccogli il tuo senno e torna alla ragione! Come potresti essere a Bassora ieri e al Cairo la scorsa notte e per di più svegliarti a Damasco stamattina?". Ma egli insisteva: "In verità ero uno sposo al Cairo la scorsa notte". "Forse hai sognato," ribatterono essi, "e hai visto tutto questo nel sonno". Così Hasan rifletté per un po' e disse loro: "Per Allah, questo non è un sogno; né simile a una visione appare! Certamente ero al Cairo dove hanno esposto la sposa dinanzi a me, alla presenza di una terza persona, lo sposo Gobbo che sedeva lì accanto. Per Allah, o mio fratello, questo non è un sogno, e se fosse un sogno, dove è la borsa d'oro che portavo con me e dove sono il mio turbante, la mia veste e i miei calzoni?". Poi si alzò ed entrò nella città, percorrendo le sue autostrade e i vicoli e le strade del bazar; e la gente lo pressava e si faceva beffe di lui, gridando "Pazzo! pazzo!" finché egli, fuori di sé per la rabbia, si rifugiò nella bottega di un cuoco. Ora quel Cuoco era stato un tantino troppo furbo, vale a dire un mascalzone e ladro; ma Allah lo aveva fatto pentire e allontanare dalle sue vie malvagie e aprire una cucina; e tutta la gente di Damasco temeva la sua audacia e la sua malizia. Così, quando la folla vide il giovane entrare nella sua bottega, si disperse temendolo, e andò per la sua strada. Il Cuoco guardò Badr al-Din e, notando la sua bellezza e avvenenza, si innamorò di lui seduta stante e disse: "Da dove vieni, o giovane? Raccontami subito la tua storia, poiché sei diventato per me più caro della mia stessa anima". Così Hasan gli raccontò tutto ciò che gli era accaduto dall'inizio alla fine (ma nella ripetizione non c'è frutto) e il Cuoco disse: "O mio signore Badr al-Din, senza dubbio sai che questo caso è prodigioso e questa storia meravigliosa; perciò, o mio figlio, nascondi ciò che ti è accaduto, finché Allah non disperda i mali che ti affliggono; e resta qui con me nel frattempo, poiché non ho figli e ti adotterò". Badr al-Din rispose: "Sia come vuoi, o mio zio!". Al che il Cuoco andò al bazar e gli comprò un bel vestito e glielo fece indossare; poi andò con lui dal Kazi, e dichiarò formalmente che era suo figlio. Così Badr al-Din Hasan divenne noto nella città di Damasco come il figlio del Cuoco e sedette con lui nella bottega a prendere l'argento, e in questo modo dimorò lì per un tempo. Fin qui riguardo a lui; ma quanto a sua cugina, la Dama della Bellezza, quando spuntò il mattino si svegliò e non trovò Badr al-Din Hasan al suo fianco; ma pensò che egli fosse andato alla latrina e sedette ad aspettarlo per un'ora o giù di lì; quando ecco, entrò suo padre Shams al-Din Mohammed, Wazir d'Egitto. Ora egli era inconsolabile a causa di ciò che gli era accaduto per via del Sultano, che lo aveva trattato duramente e aveva dato in sposa sua figlia con la forza al più basso dei suoi servitori, e per giunta un groviglio di garzone gobbo, e si disse: "Ucciderò questa mia figlia se di sua spontanea volontà ha ceduto la sua persona a questo maledetto villano". Così giunse alla porta della stanza privata della sposa, e disse: "Ehi! Sitt al-Husn". Ella gli rispose: "Eccomi! eccomi! O mio signore", e uscì con andatura incerta dopo le pene e i piaceri della notte; e gli baciò la mano, il suo volto mostrando una luminosità e una bellezza raddoppiate per aver giaciuto tra le braccia di quella gazzella, suo cugino. Quando suo padre, il Wazir, la vide in tale stato, le chiese: "O tu maledetta, ti stai rallegrando per questo stalliere?", e Sitt al-Husn sorrise dolcemente e rispose: "Per Allah, non ridicolizzarmi: basta quello che è successo ieri quando la gente rideva di me, e mi paragonava a quel tizio garzone che non è degno di portare le scarpe o le pantofole di mio marito; anzi che non vale quanto le unghie di mio marito! Per il Signore, mai nella mia vita ho passato una notte così dolce come la scorsa notte!, perciò non prendermi in giro ricordandomi del Gobbo". Quando il suo genitore udì le sue parole fu colto dalla furia, e i suoi occhi sbarrarono e fissarono, così che poco di essi mostrava se non il bianco e gridò: "Guai a te! Che parole sono queste? È stato lo stalliere gobbo che ha passato la notte con te!". "Allah su di te," rispose la Dama della Bellezza, "non tormentarmi riguardo al Gobbo, che Allah maledica suo padre; e smettila di scherzare con me; poiché questo garzone è stato assunto solo per dieci dinari e una scodella di carne e ha preso il suo salario ed è andato per la sua strada. Quanto a me, sono entrata nella stanza nuziale, dove ho trovato il mio vero sposo seduto, dopo che le cantanti mi avevano mostrato a lui; lo stesso che aveva incrociato le loro mani con oro rosso, finché ogni povero che era presente è divenuto ricco; e ho passato la notte sul petto del mio bel uomo, un tesoro vivacissimo, con i suoi occhi neri e le sopracciglia unite". Quando il suo genitore udì queste parole la luce davanti ai suoi occhi divenne notte, ed egli gridò contro di lei dicendo: "O tu puttana! Che è questo che mi racconti? Dove sono i tuoi sensi?". "O mio padre," rispose ella, "tu mi infrangi il cuore; ti basti che tu sia stato così duro con me! In verità mio marito che ha preso la mia verginità è andato solo ora al gabinetto e sento che ho concepito da lui". Il Wazir si alzò con grande meraviglia ed entrò nella latrina dove trovò lo stalliere gobbo con la testa nel buco e i talloni per aria. A questa vista fu confuso e disse: "Questo non è altri che lui, il mascalzone Gobbo!". Così lo chiamò: "Ehi, Gobbo!". Il Gobbo grugnì: "Taghúm! Taghúm!", pensando che fosse l'Ifrit a parlargli; così il Wazir gli gridò contro e disse: "Parla chiaro, o ti staccherò la testa con questa spada". Allora disse il Gobbo: "Per Allah, o Shaykh degli Ifrit, da quando mi hai messo in questo luogo, non ho alzato la testa; perciò Allah su di te, abbi pietà e trattami con gentilezza!". Quando il Wazir udì ciò chiese: "Che è questo che dici? Sono il padre della sposa e non un Ifrit". "Ti basti che tu mi abbia quasi fatto morire," rispose Quasimodo; "ora va' per la tua strada prima che arrivi colui che mi ha servito così. Non potevate sposarmi a nessuno se non alla donna amata dai bufali e all'amata degli Ifrit? Allah maledica lei e maledica colui che mi ha fatto sposare a lei e che è stato la causa di questo mio caso".

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il gobbo sposo disse al padre della sposa: "Allah maledica chi fu la causa di questo mio caso!". Allora il Visir gli disse: "Alzati e vattene da questo luogo!". "Sono forse pazzo," gridò lo sposo, "che io debba venire con te senza il permesso dell'Ifrit le cui ultime parole per me furono: —Quando sorge il sole, alzati e vai per la tua strada. Dunque il sole è sorto o no?; poiché non oso muovermi da questo posto fino ad allora". Il Visir chiese: "Chi ti ha portato qui?"; ed egli rispose: "Sono venuto qui la notte scorsa per un bisogno naturale e per fare ciò che nessuno può fare per me, quand'ecco! un topo uscì dall'acqua, squittì contro di me, si gonfiò e divenne grosso fino ad essere grande quanto un bufalo, e mi disse parole che mi entrarono nelle orecchie. Poi mi ha lasciato qui ed è andato via, Allah maledica la sposa e colui che mi ha fatto sposare a lei!". Il Visir si avvicinò a lui e gli sollevò la testa fuori dal buco della fogna; ed egli se ne andò correndo per salvare la pelle, stentando a credere che il sole fosse sorto; e si recò dal Sultano al quale raccontò tutto ciò che gli era accaduto con l'Ifrit. Ma il Visir tornò nella camera privata della sposa, assai turbato nello spirito riguardo a lei, e le disse: "O mia figlia, spiegami questa strana faccenda!". Ella disse: "È semplicemente questa. Lo sposo al quale mi hanno mostrato ieri sera ha giaciuto con me tutta la notte, ha preso la mia verginità e sono incinta di lui. Egli è mio marito e se non mi credi, ecco il suo turbante, attorcigliato com'era, che giace sulla panca e il suo pugnale e i suoi calzoni sotto il letto con qualcosa, non so cosa, avvolto dentro". Quando suo padre udì questo, entrò nella camera privata e trovò il turbante che era stato lasciato lì da Badr al-Din Hasan, il figlio di suo fratello, e lo prese in mano rigirandolo, dicendo: "Questo è il turbante indossato dai Visir, salvo che è di stoffa di Mosul". Così lo aprì e, trovando quello che sembrava essere un amuleto cucito nel Fez, scucì la fodera e lo tirò fuori; poi sollevò i calzoni in cui c'era la borsa delle mille monete d'oro e, aprendo anche quella, vi trovò un foglio scritto. Lo lesse ed era la ricevuta di vendita dell'ebreo a nome di Badr al-Din Hasan, figlio di Nur al-Din Ali, l'egiziano; e anche i mille dinari erano lì. Non appena Shams al-Din ebbe letto questo, lanciò un forte grido e cadde a terra svenuto; e non appena si riebbe e comprese il succo della faccenda si meravigliò e disse: "Non c'è altro dio che Dio, la cui Onnipotenza è su tutte le cose! Sai tu, o mia figlia, chi fu colui che divenne il marito della tua verginità?". "No", rispose ella, ed egli disse: "In verità egli è il figlio di mio fratello, tuo cugino, e questi mille dinari sono la tua dote. Lode ad Allah! e vorrei sapere come sia accaduta questa faccenda!". Poi aprì l'amuleto che era cucito e vi trovò dentro un foglio scritto di mano di suo fratello defunto, Nur al-Din l'egiziano, padre di Badr al-Din Hasan; e, quando vide la grafia, la baciò ancora e ancora; e pianse e si lamentò sul fratello morto e improvvisò questi versi:—

Vedo le loro tracce e con dolore mi struggo, ✿ E sulle loro antiche case piango e bramo: E prego Colui che inflisse questo colpo di separazione ✿ Che un giorno degni concedere un ritorno sicuro.

Quando cessò di verseggiare, lesse la pergamena e vi trovò registrate le date del matrimonio di suo fratello con la figlia del Visir di Bassora, e del suo unirsi a lei, e del concepimento di lei, e della nascita di Badr al-Din Hasan e tutta la storia e le azioni di suo fratello fino al suo ultimo giorno. Così si meravigliò molto e tremò di gioia e, confrontando le date con il proprio matrimonio e l'unirsi alla propria moglie e la nascita della propria figlia, Sitt al-Husn, scoprì che coincidevano perfettamente. Così prese il documento e, recandosi con esso dal Sultano, lo mise al corrente di ciò che era accaduto, dal principio alla fine; di che il Re si meravigliò e ordinò che il caso fosse subito registrato. Il Visir rimase quel giorno aspettando di vedere il figlio di suo fratello ma egli non venne; e attese un secondo giorno, un terzo giorno e così via fino al settimo giorno, senza alcuna notizia di lui. Così disse: "Per Allah, farò un'azione quale nessuno ha mai fatto prima di me!"; e prese calamo e inchiostro e disegnò su un foglio di carta la pianta dell'intera casa, mostrando dove si trovasse la camera privata con la tenda in tale posto e i mobili in tale altro e così via con tutto ciò che era nella stanza. Poi ripiegò il disegno e, facendo raccogliere tutti i mobili, prese gli indumenti di Badr al-Din e il turbante e il Fez e la veste e la borsa, e portò il tutto a casa sua e li chiuse a chiave, in attesa dell'arrivo di suo nipote, Badr al-Din Hasan, il figlio del suo fratello perduto, con un lucchetto di ferro sul quale appose il suo sigillo. Quanto alla figlia del Visir, quando il suo computo di mesi fu compiuto, partorì un figlio simile alla luna piena, l'immagine di suo padre in bellezza e avvenenza e giuste proporzioni e perfetta grazia. Tagliarono il suo cordone ombelicale e applicarono il Kohl alle sue palpebre per rinforzare gli occhi, e lo affidarono alle balie e alle governanti, chiamandolo Ajib, il Meraviglioso. Il suo giorno era come un mese e il suo mese era come un anno; e, quando sette anni furono passati sopra di lui, suo nonno lo mandò a scuola, ingiungendo al maestro di insegnargli a leggere il Corano e di educarlo bene. Rimase a scuola quattro anni, finché non prese a bullizzare i suoi compagni di scuola e ad abusarne e a picchiarli e a bastonarli e a dire: "Chi tra voi è come me? Io sono il figlio del Visir d'Egitto!". Alla fine i ragazzi vennero in gruppo a lamentarsi con il Monitor di quale duro trattamento erano soliti subire da Ajib, e questi disse loro: "Vi dirò qualcosa che potete fare contro di lui affinché smetta di venire a scuola, ed è questo. Quando entrerà domani, sedetevi attorno a lui e dite l'uno all'altro:—Per Allah nessuno giocherà con noi a questo gioco se non ci dice i nomi della sua mamma e del suo papà; poiché chi non conosce i nomi di sua madre e di suo padre è un bastardo, un figlio di adulterio, e non giocherà con noi". Quando il mattino sorse i ragazzi vennero a scuola, Ajib essendo uno di loro, e tutti si affollarono intorno a lui dicendo: "Giocheremo a un gioco al quale nessuno parteciperà se non saprà dire il nome della sua mamma e del suo papà". E tutti gridarono: "Per Allah, bene!". Allora disse uno di loro: "Il mio nome è Majid e il nome della mia mamma è Alawiyah e quello del mio papà Izz al-Din". Un altro parlò in modo simile e un terzo ancora, finché non giunse il turno di Ajib, e questi disse: "Il mio nome è Ajib, e quello di mia madre è Sitt al-Husn, e quello di mio padre Shams al-Din, il Visir del Cairo". "Per Allah," gridarono essi, "il Visir non è il tuo vero padre". Ajib rispose: "Il Visir è mio padre in verità". Allora i ragazzi risero tutti e batterono le mani contro di lui, dicendo: "Non sa chi è il suo papà: vattene di mezzo a noi, poiché nessuno giocherà con noi se non conosce il nome di suo padre". A tal punto si dispersero da attorno a lui e risero di lui con disprezzo; così il suo petto si strinse e fu vicino a soffocare tra le lacrime e i sentimenti feriti. Allora il Monitor gli disse: "Noi sappiamo che il Visir è tuo nonno, il padre di tua madre, Sitt al-Husn, e non tuo padre. Quanto a tuo padre, né tu lo conosci né noi; poiché il Sultano diede in sposa tua madre allo stalliere gobbo; ma il Jinni venne e giacque con lei e tu non hai alcun padre conosciuto. Smetti, dunque, di paragonarti troppo vantaggiosamente ai piccoli della scuola, finché non saprai di avere un padre legittimo; poiché fino ad allora passerai per un figlio di adulterio tra loro. Non vedi che persino il figlio di un merciaio conosce il proprio genitore? Tuo nonno è il Visir d'Egitto; ma quanto a tuo padre non lo conosciamo e diciamo anzi che tu non ne hai alcuno. Dunque torna in te!". Quando Ajib udì queste parole insultanti dal Monitor e dai ragazzi di scuola e comprese il rimprovero che gli rivolgevano, uscì subito e corse da sua madre, Sitt al-Husn, per lamentarsi; ma piangeva così amaramente che le sue lacrime gli impedirono la parola per un momento. Quando ella udì i suoi singhiozzi e vide le sue lacrime il suo cuore bruciò come se fosse di fuoco per lui, e disse: "O figlio mio, perché piangi? Allah tenga lontane le lacrime dai tuoi occhi! Dimmi cosa ti è accaduto?". Così egli le raccontò tutto ciò che aveva udito dai ragazzi e dal Monitor e terminò chiedendo: "E chi, o madre mia, è mio padre?". Ella rispose: "Tuo padre è il Visir d'Egitto"; ma egli disse: "Non mentirmi. Il Visir è tuo padre, non il mio! chi è allora mio padre? Se non mi dici la pura verità mi ucciderò con questo pugnale". Quando sua madre lo udì parlare di suo padre pianse, ricordando suo cugino e la sua notte di nozze con lui e tutto ciò che era accaduto allora, e ripeté questi distici:—

L'amore nel mio cuore accesero e presero le loro vie, ✿ E tutto ciò che amo verso terre lontane si ritrasse; E quando mi lasciarono se ne andò anche la sofferenza, ✿ E quando ci separammo la Pazienza disse addio: Fuggirono e fuggendo con le mie gioie fuggirono, ✿ Nella costanza vera il mio spirito volò: Fecero scorrere le mie palpebre con lacrime di separazione ✿ E al dolore del distacco queste gocce sono dovute: E quando bramo di vedere il giorno della riunione, ✿ I miei gemiti prolungando assai per pietà supplico: Allora nel profondo del mio cuore le loro forme traccio, ✿ E amore e desiderio cura e afflizione rinnovo: O voi, i cui nomi si aggrappano a me come un mantello, ✿ Il cui amore ancora più stretto di una camicia ho tratto, Amati! fino a quando questo duro disprezzo? ✿ Fino a quando questa separazione e questo timido volo?

Poi ella si lamentò e gridò forte e suo figlio fece lo stesso; ed ecco, entrò il Visir il cui cuore bruciava dentro di lui alla vista dei loro lamenti e disse: "Cosa vi fa piangere?". Così la Signora di Bellezza lo mise al corrente di ciò che era accaduto tra suo figlio e i ragazzi di scuola; e anch'egli pianse, richiamando alla mente suo fratello e ciò che era passato tra loro e ciò che era accaduto a sua figlia e come non fosse riuscito a scoprire quale mistero vi fosse nella faccenda. Poi si alzò subito e, recandosi nella sala delle udienze, andò dritto dal Re e gli raccontò la sua storia e implorò il suo permesso di viaggiare verso est fino alla città di Bassora e chiedere del figlio di suo fratello. Inoltre supplicò il Sultano di scrivere per lui lettere patenti, autorizzandolo a catturare Badr al-Din, suo nipote e genero, dovunque potesse trovarlo. E pianse davanti al Re, che ebbe pietà di lui e scrisse autografi reali ai suoi delegati in tutti i climi e paesi e città; di che il Visir si rallegrò e invocò benedizioni su di lui. Poi, prendendo congedo dal suo Sovrano, tornò a casa sua, dove equipaggiò se stesso e sua figlia e il suo figlio adottivo Ajib, con tutte le cose adatte per una lunga marcia; e partì e viaggiò il primo giorno e il secondo e il terzo e così via finché non arrivò alla città di Damasco. La trovò un bel luogo abbondante di alberi e ruscelli, proprio come il poeta disse di essa:—

Quando passai la notte e il giorno nella città di Damasco, ✿ Il Tempo giurò che un'altra simile mai avrebbe visto: E ignari dormimene sotto l'ala della notte, ✿ Finché la Mattina screziata non ebbe rinnovato i suoi sorrisi: E le gocce di rugiada sul ramo nella loro bellezza pendevano, ✿ Come perle da lasciar cadere quando soffiava lo Zefiro: E il Lago era la pagina dove gli uccelli leggono e notano, ✿ E le nuvole segnavano i punti a ciò che le brezze scrivevano.

Il Visir si accampò sullo spazio aperto chiamato Al-Hasá; e, dopo aver piantato le tende, disse ai suoi servi: "Una sosta qui per due giorni!". Così essi andarono in città per i loro vari affari, chi per vendere e chi per comprare; chi per andare all'Hammam e chi per visitare la cattedrale-moschea dei Banu Umayyah, gli Omayyadi, la cui simile non c'è in questo mondo. Anche Ajib andò, con il suo eunuco accompagnatore, per conforto e diversivo in città e il servo lo seguì con un bastone di legno di mandorlo così pesante che se avesse colpito un cammello con esso la bestia non si sarebbe mai più rialzata. Quando la gente di Damasco vide la bellezza di Ajib e la brillantezza e la perfetta grazia e simmetria (poiché egli era una meraviglia di avvenenza e di amabile leggiadria, più morbido della fresca brezza del Nord, più dolce delle acque limpide per l'uomo in arsura, e più piacevole della salute per la quale l'uomo malato supplica), una gran folla lo seguì, mentre altri correvano davanti e si sedevano sulla strada finché egli non fosse arrivato, affinché potessero ammirarlo, finché, come il Destino aveva decretato, l'Eunuco si fermò davanti alla bottega del padre di Ajib, Badr al-Din Hasan. Ora la sua barba era cresciuta lunga e folta e il suo ingegno era maturato durante i dodici anni che erano passati sopra di lui, e il Cuoco ed ex-furfante essendo morto, il cosiddetto Hasan di Bassora era succeduto ai suoi beni e alla sua bottega, poiché era stato formalmente adottato davanti al Kazi e ai testimoni. Quando suo figlio e l'Eunuco gli passarono davanti egli fissò Ajib e, vedendo quanto fosse molto bello, il suo cuore sussultò e palpitò, e il sangue chiamò il sangue e l'affetto naturale parlò apertamente e le sue viscere si accorsero di lui. Aveva appena preparato una conserva di chicchi di melograno con zucchero, e l'amore piantato dal Cielo operava dentro di lui; così chiamò suo figlio Ajib e disse: "O mio signore, o tu che hai ottenuto il dominio del mio cuore e delle mie viscere e verso il quale le mie viscere bramano; dimmi, vorrai entrare in casa mia e confortare la mia anima mangiando della mia carne?". Poi i suoi occhi scorsero lacrime che non poté trattenere, poiché pensava a ciò che era stato e a ciò che era diventato. Quando Ajib udì le parole di suo padre anche il suo cuore bramò verso di lui e guardò l'Eunuco e gli disse: "In verità, o mia buona guardia, il mio cuore brama verso questo cuoco; egli è come qualcuno che ha un figlio lontano da lui: dunque entriamo e allietiamo il suo cuore assaggiando la sua ospitalità. Forse per questo nostro agire Allah potrebbe riunirmi con mio padre". Quando l'Eunuco udì queste parole gridò: "Una bella cosa questa, per Allah! Si vedranno forse i figli dei Visir mangiare in una comune bottega da cuoco? In verità tengo lontana la gente da te con questo bastone affinché non ti guardino nemmeno; e non oso permetterti di entrare in questa bottega affatto". Quando Hasan di Bassora udì il suo discorso si meravigliò e si voltò verso l'Eunuco con le lacrime che gli rigavano le guance; e Ajib disse: "In verità il mio cuore lo ama!". Ma egli rispose: "Lascia stare questo parlare, non entrerai". A tal punto il padre si voltò verso l'Eunuco e disse: "O degno signore, perché non vuoi allietare la mia anima entrando nella mia bottega? O tu che sei come una castagna, scuro di fuori ma bianco di cuore di dentro! O tu del quale un certo poeta disse * * *". L'Eunuco scoppiò a ridere e chiese—"Disse cosa? Parla fuori per Allah e sii svelto al riguardo". Così Hasan il Bassorita cominciò a recitare questi distici:—

Se non padrone di maniere o altro che discreto ✿ Nella casa dei Re nessuna fiducia avrebbe potuto prendere: E poi per l'Harem! Quale Eunuco è egli ✿ Che gli angeli servirebbero per amore del suo servizio.

E l'Eunuco disse: "Per Allah, queste sono parole dolci! Ma non ti permetterò di mangiare il nostro cibo". Hasan rispose: "Perché no? Ti ho forse fatto del male?". L'Eunuco replicò: "Sì, perché abbiamo mangiato il tuo cibo e tu ci hai seguito per le strade, mettendoci in ridicolo". Ma Hasan sorrise e disse: "Non temere, poiché ho giurato di non seguirti più". Allora Ajib, guardando il cuoco, disse: "Sei un uomo gentile, e per la tua gentilezza ti permetteremo di sederti con noi". E il cuoco, pieno di gioia, si sedette ed essi mangiarono insieme. Mentre mangiavano, Ajib disse al cuoco: "O cuoco, conosci forse il segreto per preparare questa conserva di melagrana così come la prepara mia nonna?". Hasan sorrise e rispose: "O mio signore, la conserva che ho preparato io è superiore a quella di tua nonna, poiché lei non mette gli ingredienti nella giusta misura". La nonna, udendo ciò, si adirò grandemente e disse: "Come osi dire che la mia cucina è inferiore alla tua? Porta qui il piatto che hai preparato, così vedremo chi di noi due è il miglior cuoco!". Hasan, sapendo bene che quella era la sua vera madre, si recò subito al suo negozio e tornò con un piatto della sua conserva. Quando la nonna di Ajib la assaggiò, riconobbe immediatamente il sapore di un tempo, quel sapore che solo suo figlio Badr al-Din Hasan sapeva creare. Le sue mani tremarono, gli occhi le si riempirono di lacrime e gridò: "Chi ha preparato questa conserva?". Hasan rispose: "Sono stato io, o signora". Ella allora lo guardò intensamente e, vedendo la cicatrice sulla fronte, riconobbe in lui il suo unico figlio. Lanciò un grido straziante, cadde ai suoi piedi e lo abbracciò, coprendolo di baci. L'Eunuco e Ajib rimasero sbalorditi, non comprendendo la ragione di tale trasporto. La madre, tra le lacrime, gridò: "O figlio mio, o Badr al-Din Hasan! Sei tu, davvero tu?". Egli, piangendo a sua volta, rispose: "Sì, madre mia, sono io". Si abbracciarono a lungo, mentre il Wazir, sopraggiunto in quel momento, riconobbe il nipote e si unì al loro pianto. Poi, nel vedere tanta gioia, il Wazir ordinò che si facessero grandi festeggiamenti in tutta la città di Damasco. Si recarono quindi dal Re di Damasco, al quale raccontarono tutta la storia, e il Re fu tanto commosso che ordinò che si scrivesse la vicenda negli annali, affinché fosse tramandata ai posteri. E così, dopo tanti anni di sofferenze e separazioni, Allah riunì la famiglia, e vissero tutti insieme in letizia e felicità fino a quando non li colse la morte.

Disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che quando la nonna di Ajib udì le sue parole, si accese d'ira e, guardando il servo, disse: "Guai a te! Corrompi forse mio figlio e lo conduci in comuni bettole?" L'eunuco era spaventato e negò, dicendo: "Non siamo entrati nella bottega; vi siamo solo passati davanti". "Per Allah," gridò Ajib, "ma ci siamo entrati e abbiamo mangiato finché non ci è uscito dalle narici, e il piatto era migliore del tuo!" Allora la nonna si alzò e andò a riferire tutto a suo cognato, il quale si adirò col servo e, fattolo chiamare, gli chiese: "Perché hai condotto mio figlio in una bottega di cucina?"; e l'eunuco, tremante, rispose: "Non vi siamo entrati". Ma Ajib disse: "Ci siamo entrati e abbiamo mangiato conserva di chicchi di melagrana finché non siamo stati sazi; e il cuoco ci ha dato da bere sorbetto ghiacciato e zuccherato". A ciò lo sdegno del Wazir raddoppiò ed egli interrogò il castrato ma, poiché questi continuava a negare, il Wazir gli disse: "Se dici il vero, siediti e mangia davanti a noi". Egli si fece avanti e tentò di mangiare, ma non vi riuscì e gettò via il boccone gridando: "O mio signore! Sono sazio da ieri". Con ciò il Wazir ebbe la certezza che avesse mangiato dal cuoco e ordinò agli schiavi di flagellarlo, cosa che fecero. Poi si abbatterono su di lui con una scarica di bastonate che lo bruciarono finché non invocò misericordia e aiuto da Allah, dicendo: "O mio padrone, non picchiarmi più e ti dirò la verità"; al che il Wazir interruppe la bastonatura e disse: "Ora parla sinceramente". Disse l'eunuco: "Sappi dunque che siamo entrati nella bottega di un cuoco mentre stava preparando conserva di chicchi di melagrana ed egli ce ne ha servita una parte: per Allah! Non ho mai mangiato in vita mia nulla di simile, né assaggiato nulla di più detestabile di questa roba che ora abbiamo davanti". La madre di Badr al-Din Hasan si adirò a queste parole e disse: "Devi assolutamente tornare dal cuoco e portarmi un piattino di conserva di chicchi di melagrana di quella che tiene nella sua bottega e mostrarlo al tuo padrone, affinché egli possa dire quale sia la migliore e la più squisita, la mia o la sua". Disse il castrato: "Lo farò". Così, all'istante, ella gli diede un piattino e mezzo dinar, ed egli ritornò alla bottega e disse al cuoco: "O Shaykh di tutti i cuochi, abbiamo fatto una scommessa riguardo alla tua cucina nella casa del mio signore, poiché anche là hanno conserva di chicchi di melagrana; perciò dammi questo controvalore di mezzo dinar e bada a te; poiché ho mangiato un pasto completo di bastonate a causa della tua cucina, e perciò non farmi mangiare altro di essa". Hasan di Bassora rise e rispose: "Per Allah, nessuno può preparare questo piatto come si deve se non io e mia madre, e lei al momento si trova in un paese lontano". Poi ne versò un piattino; e, completandolo con muschio e acqua di rose, lo mise in un panno che sigillò e diede all'eunuco, che ritornò da lui in fretta. Non appena la madre di Badr al-Din Hasan l'ebbe assaggiato e percepito il suo sapore fine e l'eccellenza della cucina, comprese chi l'avesse preparato, e gridò e cadde svenuta. Il Wazir, vivamente scosso, le spruzzò acqua di rose e dopo un poco ella si riebbe e disse: "Se mio figlio è ancora di questo mondo, nessuno ha preparato questa conserva di chicchi di melagrana se non lui; e questo cuoco è proprio mio figlio Badr al-Din Hasan; non c'è dubbio né può esserci alcun errore, poiché solo io e lui sapevamo come prepararla e io gliel'ho insegnato". Quando il Wazir udì le sue parole gioì di gioia immensa e disse: "Oh, quanto desidero vedere il figlio di mio fratello! Mi domando se i giorni ci riuniranno mai a lui! Eppure è solo all'Onnipotente Allah che guardiamo per far avvenire questo incontro". Poi si alzò senza indugio e, rivolgendosi al suo seguito, disse loro: "Andatevene, una cinquantina di voi con bastoni e randelli alla bottega del cuoco e demolitela; poi legategli le braccia dietro la schiena con il suo stesso turbante, dicendo: —Sei stato tu a preparare quel pessimo pasticcio di chicchi di melagrana!— e trascinatelo qui a forza, ma senza fargli del male". E quelli risposero: "Sta bene". Poi il Wazir cavalcò senza perdere un istante verso il Palazzo e, incontratosi con il Viceré di Damasco, gli mostrò gli ordini del Sultano. Dopo un'attenta lettura egli baciò la lettera e, ponendosela sul capo, disse al suo visitatore: "Chi è questo tuo offensore?". Disse il Wazir: "Un uomo che è un cuoco". Così il Viceré inviò subito i suoi apparitori alla bottega; la trovarono demolita e ogni cosa al suo interno rotta in pezzi; poiché mentre il Wazir cavalcava verso il palazzo i suoi uomini avevano eseguito il suo ordine. Poi attesero il suo ritorno dall'udienza, e Hasan di Bassora, che era loro prigioniero, continuava a dire: "Mi domando cosa abbiano trovato nella conserva di chicchi di melagrana per ridurre le cose a questo punto!". Quando il Wazir ritornò da loro, dopo la sua visita al Viceré che gli aveva dato formale permesso di prelevare il suo debitore e partire con lui, entrando nelle tende chiamò il cuoco. Lo condussero davanti a lui legato col suo turbante; e, quando Badr al-Din Hasan vide suo zio, pianse amaramente e disse: "O mio signore, qual è la mia offesa verso di te?". "Sei tu l'uomo che ha preparato quella conserva di chicchi di melagrana?", chiese il Wazir, ed egli rispose: "Sì! Hai trovato in essa qualcosa che richiedesse il taglio della mia testa?". Disse il Wazir: "Quello sarebbe stato il minimo dei tuoi meriti!". Disse il cuoco: "O mio signore, non vuoi dirmi il mio crimine e cosa c'è che non va nella conserva di chicchi di melagrana?". "Fra poco," rispose il Wazir e chiamò a gran voce i suoi uomini, dicendo: "Portate qui i cammelli". Così smontarono le tende e per ordine del Wazir i servi presero Badr al-Din Hasan, lo misero in una cassa che lucchettarono e caricarono su un cammello. Poi partirono e non cessarono di viaggiare fino al calar della sera, quando si fermarono e mangiarono qualche vivanda, tirarono fuori Badr al-Din Hasan dalla cassa, gli diedero da mangiare e lo rinchiusero di nuovo. Ripresero il cammino e viaggiarono fino a giungere a Kimrah, dove lo tirarono fuori dalla cassa e lo condussero davanti al Wazir che gli chiese: "Sei tu quello che ha preparato quella conserva di chicchi di melagrana?". Egli rispose: "Sì, o mio signore!"; e il Wazir disse: "Incatenatelo!". Così lo incatenarono, lo rimisero nella cassa e proseguirono fino a raggiungere il Cairo, dove scesero nel quartiere chiamato Al-Raydaniyah. Allora il Wazir diede ordine di tirar fuori Badr al-Din Hasan dalla cassa, fece chiamare un falegname e gli disse: "Costruiscimi una croce di legno per questo tizio!". Gridò Badr al-Din Hasan: "E che farai con essa?"; e il Wazir rispose: "Intendo crocifiggerti, inchiodarti ad essa e portarti in giro per tutta la città". "E perché mi tratterai in questo modo?". "A causa della tua scellerata cucina di conserva di chicchi di melagrana; come hai osato prepararla e venderla senza pepe?". "E per questo che mancava il pepe farai tutto ciò a me? Non ti basta aver distrutto la mia bottega, rotto i miei arnesi, rinchiuso in una cassa e dato da mangiare solo una volta al giorno?". "Troppo poco pepe! Troppo poco pepe! Questo è un crimine che può essere espiato solo sulla croce!". Allora Badr al-Din Hasan si meravigliò e cominciò a piangere per la sua vita; al che il Wazir gli chiese: "A che cosa pensi?"; ed egli rispose: "A teste bacate come la tua; poiché se tu avessi avuto un'oncia di senno non mi avresti trattato così". Disse il Wazir: "È nostro dovere punirti affinché tu non faccia più una cosa simile". Disse Badr al-Din Hasan: "In verità la mia offesa sarebbe stata fin troppo punita dal minimo di ciò che mi hai già fatto; e Allah maledica ogni conserva di chicchi di melagrana e maledica l'ora in cui la cucinai, avessi piuttusto voluto morire prima!". Ma il Wazir replicò: "Non c'è rimedio: devo crocifiggere un uomo che vende conserva di chicchi di melagrana senza pepe". Per tutto questo tempo il falegname stava sagomando il legno e Badr al-Din osservava; e così fecero fino a sera, quando suo zio lo prese e lo rinchiuse nella cassa, dicendo: "La cosa sarà fatta domani!". Poi attese di sapere che Badr al-Din Hasan si fosse addormentato, montò a cavallo e, prendendo la cassa davanti a sé, entrò in città e cavalcò fino alla propria casa, dove smontò e disse a sua figlia, Sitt al-Husn: "Sia lodato Allah che ti ha riunito a tuo marito, il figlio di tuo zio! Alzati ora e ordina la casa come era nella tua notte di nozze". Così i servi si alzarono e accesero le candele; e il Wazir tirò fuori la sua piantina della camera nuziale e diresse loro cosa fare finché ebbero messo ogni cosa al suo posto, così che chiunque lo vedesse non avrebbe avuto dubbio che fosse proprio la notte del matrimonio. Poi ordinò loro di deporre il turbante di Badr al-Din Hasan sul sedile, come egli lo aveva depositato con la propria mano, e allo stesso modo i suoi calzoni a sacco e la borsa che erano sotto il materasso; e disse a sua figlia di spogliarsi e andare a letto nella camera privata come la notte delle nozze, aggiungendo: "Quando il figlio di tuo zio entrerà da te, digli: —Ti sei attardato mentre andavi al gabinetto—; e chiamalo a giacere al tuo fianco e intrattienilo in conversazione fino all'alba, quando gli spiegheremo l'intera faccenda". Poi ordinò di tirar fuori Badr al-Din Hasan dalla cassa, dopo aver allentato le catene dai suoi piedi e averlo spogliato di tutto ciò che aveva addosso eccetto la sottile camicia di seta blu in cui aveva dormito la sua notte di nozze; così che era quasi nudo e senza calzoni. Tutto ciò fu fatto mentre dormiva, completamente ignaro. Poi, per decreto del Destino, Badr al-Din Hasan si voltò e si svegliò; e, trovandosi in un vestibolo illuminato, disse a se stesso: "Sicuramente sono nel labirinto di qualche sogno". Così si alzò, avanzò un poco verso una porta interna, guardò dentro e, ecco! si trovava nella stessa camera in cui la sposa gli era stata mostrata; e lì vide l'alcova nuziale e il sedile e il suo turbante e tutti i suoi vestiti. Quando vide ciò fu confuso e continuò ad avanzare con un piede e ritirarsi con l'altro, dicendo: "Sto dormendo o sono sveglio?". E prese a sfregarsi la fronte e a dire (poiché invero era del tutto sbalordito): "Per Allah, in verità questa è la camera della sposa che mi fu mostrata! Dove sono dunque? Ero sicuramente poco fa in una cassa!". Mentre parlava tra sé, Sitt al-Husn sollevò improvvisamente l'angolo della tenda della camera e disse: "O mio signore, non vuoi entrare? In verità ti sei attardato a lungo al gabinetto". Quando udì le sue parole e vide il suo volto, scoppiò a ridere e disse: "In verità questo è proprio un incubo tra i sogni!". Poi entrò sospirando e rifletté su ciò che gli era accaduto ed era perplesso riguardo al suo caso, e la sua faccenda divenne ancora più oscura per lui quando vide il suo turbante e i calzoni a sacco e quando, tastando la tasca, trovò la borsa contenente le mille monete d'oro. Così rimase immobile e mormorò: "Allah è onnisciente! Assicuratomi sto sognando un folle sogno da sveglio!". Poi la Signora della Bellezza gli disse: "Cosa ti prende ad apparire confuso e perplesso?"; aggiungendo: "Eri un uomo ben diverso durante la prima parte della notte!". Egli rise e le chiese: "Quanto tempo sono stato lontano da te?"; ed ella gli rispose: "Allah ti preservi e il Suo Santo Nome sia intorno a te! Sei uscito solo un'ora fa per un bisogno e sei ritornato. Hai perso completamente il senno?". Quando Badr al-Din Hasan udì ciò, rise e disse: "Hai detto il vero; ma, quando sono uscito da te, mi sono dimenticato per un momento nella latrina e ho sognato di essere un cuoco a Damasco e di dimorarvi dieci anni; e venne da me un ragazzo che era tra i figli dei grandi, e con lui un eunuco". Qui si passò la mano sulla fronte e, sentendo la cicatrice, gridò: "Per Allah, o mia signora, deve essere stato vero, poiché egli colpì la mia fronte con una pietra e la tagliò da sopracciglio a sopracciglio; ed ecco il segno: dunque deve essere stato da sveglio". Poi aggiunse: "Ma forse l'ho sognato quando ci siamo addormentati, io e te, tra le braccia l'uno dell'altro, poiché mi sembra come se fossi viaggiato a Damasco senza turbante e calzoni e avessi aperto una bottega di cucina là". Poi fu perplesso e rifletté per un po', e disse: "Per Allah, mi ero anche immaginato di preparare una conserva di chicchi di melagrana e di aver messo troppo poco pepe. Per Allah, devo aver dormito nel numero cento e aver visto tutto questo in sogno; ma quanto tempo è durato quel sogno!". "Allah su di te," disse Sitt al-Husn, "e cos'altro hai visto?". Così le raccontò tutto; e poco dopo disse: "Per Allah, se non mi fossi svegliato mi avrebbero inchiodato a una croce di legno!". "Perché?", chiese ella; ed egli rispose: "Per aver messo troppo poco pepe nella conserva di chicchi di melagrana, e mi era parso che avessero demolito la mia bottega e fatto a pezzi le mie pentole e padelle, distrutto tutta la mia roba e messo in una cassa; poi mandarono a chiamare il falegname per fabbricarmi una croce e mi avrebbero crocifisso su di essa. Ora Alhamdolillah! Grazie ad Allah, poiché tutto ciò mi è accaduto nel sonno, e non da sveglio". Sitt al-Husn rise e lo strinse al suo seno e lui lei al suo: poi egli rifletté di nuovo e disse: "Per Allah, non può essere stato se non mentre ero sveglio: in verità non so cosa pensare di tutto ciò". Poi si coricò e per tutta la notte fu sconcertato dal suo caso, ora dicendo: "Stavo sognando!", e poi dicendo: "Ero sveglio!", fino al mattino, quando suo zio Shams al-Din, il Wazir, venne da lui e lo salutò. Quando Badr al-Din Hasan lo vide disse: "Per Allah, non sei tu quello che ordinò di legarmi le mani dietro la schiena, distruggere la mia bottega e inchiodarmi a una croce per una questione di conserva di chicchi di melagrana perché il piatto mancava di una sufficienza di pepe?". Al che il Wazir gli disse: "Sappi, o mio figlio, che la verità si è mostrata veritiera e il nascosto è stato rivelato! Tu sei il figlio di mio fratello, e ho fatto tutto questo con te per accertarmi che tu fossi davvero colui che era entrato da mia figlia quella notte. Non potevo esserne certo finché non ho visto che conoscevi la camera e il tuo turbante e i tuoi calzoni e il tuo oro e le carte di tua mano e di quella di tuo padre, mio fratello; poiché non ti avevo mai visto prima di allora e non ti conoscevo; e riguardo a tua madre l'ho persuasa a venire con me da Bassora". Così dicendo, si gettò sul petto del nipote e pianse di gioia; e Badr al-Din Hasan, udendo queste parole da suo zio, si meravigliò con immane meraviglia e gli cadde al collo e versò anch'egli lacrime per eccesso di diletto. Poi gli disse il Wazir: "O mio figlio, la sola causa di tutto ciò è quanto passò tra me e il tuo genitore"; e gli raccontò il modo in cui suo padre si era messo in viaggio per Bassora e tutto ciò che era accaduto per separarli. Infine il Wazir fece chiamare Ajib; e quando suo padre lo vide gridò: "E questo è colui che mi colpì con la pietra!". Disse il Wazir: "Questo è tuo figlio!". E Badr al-Din Hasan si gettò sul suo ragazzo e cominciò a recitare:

A lungo ho pianto per il bando e la rovina della separazione, ✿ A lungo dalle mie palpebre i rivoli di lacrime scorrono e piovono: E giurai che se il Tempo portasse la riunione ✿ La mia lingua dal nome di "Separazione" si asterrà: La gioia mi ha sopraffatto a tal punto che io ✿ Dalla revulsione della gioia verso il pianto mi sento incline: Siete così addestrati alle lacrime, o occhi miei! ✿ Piangete di piacere come piangete di dolore.

Quando ebbe terminato i suoi versi sua madre entrò e si gettò su di lui e cominciò a recitare:

Quando ci siamo incontrati ci siamo lamentati, ✿ I nostri cuori erano dolorosamente straziati: Ma il lamento non è piacevole ✿ Dalla lingua di un messaggero.

Poi pianse e gli raccontò ciò che le era accaduto dopo la sua partenza, ed egli le raccontò ciò che aveva sofferto, e ringraziarono Allah Onnipotente per la loro riunione. Due giorni dopo il suo arrivo il Wazir Shams al-Din andò dal Sultano e, baciando la terra tra le sue mani, lo salutò con il saluto dovuto ai Re. Il Sultano si rallegrò del suo ritorno e il suo volto si illuminò e, ponendolo proprio al suo fianco, gli chiese di raccontare tutto ciò che aveva visto nel suo cammino e tutto ciò che gli era accaduto nell'andare e nel venire. Così il Wazir gli raccontò tutto ciò che era passato dal principio alla fine e il Sultano disse: "Grazie ad Allah per la tua vittoria e il raggiungimento del tuo desiderio e il tuo ritorno incolume dai tuoi figli e dalla tua gente! E ora devo vedere il figlio di tuo fratello, Hasan di Bassora, perciò portalo domani alla sala delle udienze". Shams al-Din rispose: "Il tuo schiavo starà alla tua presenza domani, Inshallah, se sarà volontà di Dio". Poi lo salutò e, ritornando alla propria casa, informò il nipote del desiderio del Sultano di vederlo, a cui rispose Hasan, un tempo il Bassorita: "Lo schiavo è obbediente agli ordini del suo signore". E il risultato fu che il giorno dopo accompagnò suo zio, Shams al-Din, al Divan; e, dopo aver salutato il Sultano e avergli reso riverenza nel più cerimonioso omaggio e con la più cortese servilità, cominciò a improvvisare questi versi:

Il primo per rango a baciare la terra si degni ✿ Davanti a voi, e ogni fine e scopo ottenga: Voi siete la fonte dell'Onore; e tutto ciò che spera di voi, ✿ Otterrà più onore di quanto la Speranza sperasse di guadagnare.

Il Sultano sorrise e gli fece segno di sedersi. Così egli prese posto vicino a suo zio, Shams al-Din, e il Re gli chiese il suo nome. Disse Badr al-Din Hasan: "Il più umile dei tuoi schiavi è conosciuto come Hasan il Bassorita, che è costante nella preghiera per te giorno e notte". Il Sultano fu compiaciuto delle sue parole e, essendo intenzionato a testare la sua erudizione e provare la sua buona educazione, gli chiese: "Ricordi dei versi in lode del neo sulla guancia?". Egli rispose: "Li ricordo", e cominciò a recitare:

Quando penso al mio amore e al dolore del nostro distacco, ✿ I miei gemiti escono e le mie lacrime zampillano: È un neo che mi ricorda nel colore e nel fascino ✿ Il nero dell'occhio e il chicco del cuore.

Il Re ammirò e lodò i due distici e gli disse: "Citane qualcos'altro; Allah benedica il tuo genitore e possa la tua lingua non stancarsi mai!". Così cominciò:

Quella macchia del neo sulla guancia paragonarono a un chicco ✿ Di muschio, né forzarono qui la similitudine: Anzi, meravigliati del volto che comprende ogni ✿ Bellezza, né mancante di un solo chicco.

Il Re tremò di piacere e gli disse: "Dine ancora: Allah benedica i tuoi giorni!". Così cominciò:

O tu il cui neo sulla guancia intronizzato ricorda ✿ Un punto di muschio su una pietra di rubino, Concedimi i tuoi favori! Non essere di pietra nel cuore! ✿ Nucleo del mio cuore di cui tu sei il solo nutrimento!

Disse il Re: "Bella comparazione, o Hasan! Hai parlato in modo eccellente e hai dimostrato di essere esperto in ogni arte! Ora spiegami quanti significati vi siano nella lingua araba per la parola Khál, ovvero neo". Egli rispose: "Allah preservi il Re! Cinquantasette, e alcuni, per tradizione, dicono cinquanta". Disse il Sultano: "Dici il vero", aggiungendo subito dopo: "Hai conoscenza di quali siano i punti di eccellenza nella bellezza?". "Sì", rispose Badr al-Din Hasan, "La bellezza consiste nella luminosità del volto, nella chiarezza dell'incarnato, nella forma del naso, nella dolcezza degli occhi, nella soavità della bocca, nell'arguzia del parlare, nella sottigliezza della forma e nella compostezza di tutti gli attributi". Ma l'apice della bellezza è nei capelli e, in verità, al-Shiháb l'Hijazi ha riunito tutti questi elementi nel suo verso burlesco del metro Rajaz, ed è questo:—

Di' alla pelle "sii morbida", al volto "sii radioso"; ✿ E guarda, né ti biasimeranno per quanto tu fissi: Il naso fine è tenuto in gran conto nella lista della Bellezza; ✿ Né meno un occhio pieno, luminoso e garbato. Hanno fatto bene a lodare le labbra amabili ✿ (Che nemmeno il sonno mi risparmierà); Una lingua vincente, una statura alta e dritta; ✿ Un'unione armoniosa di doni tra i più rari: Ma l'apice della bellezza si contempla nei capelli; ✿ Dunque ascolta il mio verso e perdonami se è breve!

Il Sultano rimase affascinato dal suo conversare e, considerandolo un amico, chiese: "Quale significato c'è nel proverbio 'Shurayh è più astuto della volpe'?". E lui rispose: "Sappi, o Re (che l'Onnipotente Allah preservi!) che il giureconsulto Shurayh era solito, durante i giorni della peste, recarsi in visita ad Al-Najaf; e, ogni volta che si alzava per pregare, giungeva una volpe che si piazzava di fronte a lui e che, imitando i suoi movimenti, lo distoglieva dalle sue devozioni. Quando ciò divenne per lui insopportabile, un giorno si tolse la camicia, la mise su una canna e scosse le maniche; poi, posando il turbante sulla cima e cingendone la vita con uno scialle, la piantò nel luogo in cui era solito pregare. Poco dopo arrivò trotterellando la volpe secondo la sua abitudine e si pose di fronte alla figura, al che Shurayh giunse alle sue spalle e la prese". Per questo chi parla dice: "Shurayh è più astuto della volpe". Quando il Sultano udì la spiegazione di Badr al-Din Hasan, disse a suo zio, Shams al-Din: "In verità, questo figlio di tuo fratello è perfetto nell'educazione cortese e non credo che si possa trovarne l'uguale al Cairo". A ciò Hasan si alzò, baciò la terra davanti a lui e si sedette di nuovo come un Mamelucco dovrebbe sedere davanti al proprio padrone. Quando il Sultano si fu così assicurato della sua educazione cortese, dei suoi modi e della sua conoscenza delle arti liberali e delle belle lettere, gioì di immensa gioia, lo rivestì con uno splendido abito d'onore e lo promosse a un ufficio grazie al quale potesse migliorare la sua condizione. Poi Badr al-Din Hasan si alzò e, baciando la terra davanti al Re, gli augurò il perdurare della gloria e chiese il permesso di ritirarsi con suo zio, il Visir Shams al-Din. Il Sultano gli diede il permesso ed egli uscì; i due tornarono a casa, dove fu servito del cibo ed essi mangiarono ciò che Allah aveva dato loro. Dopo aver terminato il pasto, Hasan si recò nella stanza di soggiorno di sua moglie, la Signora della Bellezza, e le raccontò ciò che era accaduto tra lui e il Sultano; al che ella disse: "Non mancherà di farti un compagno di bevute, di colmarti di doni in eccesso e di ricolmarti di favori e benedizioni; così tu, con la benedizione di Allah, diffonderai, come l'astro maggiore, i raggi della tua perfezione ovunque tu sia, sulla terra o sul mare". Le disse: "Ho intenzione di recitare una Kasídah, un'ode, in suo elogio, affinché egli possa raddoppiare l'affetto per me". "Hai ragione nel tuo intento", rispose lei, "quindi raccogli il tuo ingegno e pesa le tue parole, e io vedrò certamente mio marito favorito con il suo massimo favore". A quel punto Hasan si rinchiuse e compose questi distici su una solida base, ricchi di grazia interiore, e li ricopiò con una grafia dal gusto più raffinato. Sono i seguenti:—

Mio è un Capo che ha raggiunto l'alto stato, ✿ Calcando i sentieri dei buoni e dei grandi: La sua giustizia rende tutte le regioni sicure e certe, ✿ E sbarra ogni cancello contro i nemici ostinati: Leone audace, eroe, santo, anche se lo chiamassi ✿ Serafino o Sovrano, egli con tutti può competere! Il supplice più povero torna ricco da lui, ✿ Ogni parola per lodarlo sarebbe inadeguata. Egli è il Mattino color zafferano per il giorno di pace, ✿ E la Notte cupa nell'impeto della guerra furiosa: Si chinano sotto i suoi doni i nostri colli, e per le sue gesta ✿ Come Re di anime libere egli gode del suo stato: Allah aumenti per noi il termine dei suoi anni, ✿ E allontani dal suo destino ogni rischio e timore!

Quando ebbe finito di trascrivere le righe, le inviò, per mano di uno degli schiavi di suo zio, al Sultano, che le lesse e ne fu compiaciuto; così le lesse ai presenti e tutti le lodarono con le più alte lodi. Dopodiché mandò a chiamare l'autore nella sua stanza di soggiorno e gli disse: "Tu sei da oggi in poi il mio compagno di bevute e ti assegno un salario mensile di mille dirham, oltre a ciò che ti ho concesso in precedenza". Così Hasan si alzò e, baciando più volte la terra davanti al Re, pregò per il perdurare della sua grandezza, della sua gloria, della sua longevità e della sua forza. Così Badr al-Din Hasan il Bassorita crebbe in onore, la sua fama volò in molte regioni ed egli dimorò in ogni agio, conforto e delizia della vita con suo zio e la sua gente finché la Morte non lo colse. Quando il Califfo Harun al-Rashid udì questa storia dalla bocca del suo Visir, Ja'afar il Barmecide, si meravigliò molto e disse: "Conviene che queste storie siano scritte in lettere d'oro liquido". Poi liberò lo schiavo e assegnò al giovane che aveva ucciso sua moglie uno stipendio mensile tale da bastare a rendergli la vita facile; gli diede anche una concubina scelta tra le sue schiave e il giovane divenne uno dei suoi compagni di bevute. "Eppure questa storia" (proseguì Shahrazad) "non è per nulla più strana del racconto del Sarto, del Gobbo, dell'Ebreo, dell'Amministratore e del Nazareno, e di ciò che accadde loro". Disse il Re: "E cosa può essere?". Così Shahrazad cominciò, con queste parole:

È costume di tale gentaglia che, quando vedono un uomo di bell'aspetto seduto, sia loro consentito per consuetudine di cavalcare a cavalcioni sulle sue ginocchia con movimenti quanto mai suggestivi, finché egli non li riscatti pagandoli. Queste Ghawází sono per lo più zingare che fingono di essere musulmane; e sono state confuse da una schiera di viaggiatori con le Almahs o vere e proprie ragazze danzanti musulmane (Awálim, plurale di Alimah, una donna istruita). Si fanno chiamare Barámikah o Barmecidi solo per ostentare un'origine persiana. Sotto il dominio nativo venivano costantemente bandite dal Cairo e costantemente vi facevano ritorno (Pilgrimage i., 202). Lane (M. E., capp. xviii. e xix.) discute l'argomento, e vorrebbe derivare Al'mah, spesso pronunciato così, dall'ebraico Almah, ragazza, vergine, ragazza che canta; da qui vorrebbe tradurre Al-Alamoth shir (Salmo xlvi.) e Nebalim al-alamoth (1 Cron., xv. 20) come "canto per cantanti" e "arpe per cantanti". Cita inoltre San Girolamo come autorità sul fatto che Alma in punico (fenicio) significasse una vergine, non un articolo comune, potrei osservare, tra le ragazze che cantano. Noterò in una pagina futura la descrizione che Burckhardt fa delle Ghawazi, p. 173, "Proverbi arabi;" ecc., ecc. Seconda edizione. Londra: Quaritch, 1875.

Nota 406:

Non ho bisogno di descrivere il Tarbúsh, una corruzione del persiano "Sar-púsh" (copricapo), chiamato anche "Fez", dalla sua antica patria; e "Tarbrush" dal britannico in viaggio. Nei tempi antichi era una calotta indossata sotto il turbante; ed era protetta dal sudore del cuoio capelluto da una "Arakiyah" (Pers. Arak-chín), una papalina bianca. Ora si indossa senza l'una né l'altra e come copricapo non c'è nulla di peggio (Pilgrimage ii. 275).

Nota 407:

Arab. "Tár.": la consuetudine persiste tuttora. Lane (M. E., cap. xviii.) descrive e illustra questo tamburo a cerchio.

Nota 408:

Il divano su cui lei siede mentre viene mostrata. È il suo trono, poiché lei è la Regina dell'occasione, con tutta la Maestà della Verginità.

Nota 409:

Questa è una solenne "presa in giro"; tali libertà sono permesse ai matrimoni e nelle occasioni di festa.

Nota 410:

La dinastia preislamica di Al-Yaman nell'Arabia Felix, una regione un tempo famosa per ricchezza e lusso. Da qui la menzione del lavoro Yamani. Le carovane da Sana'á, la capitale, portavano disegni di vasi da far realizzare in Cina per poi riportare indietro le porcellane alla fine del terzo anno: queste sono le iscrizioni arabe che hanno confuso tanti collezionisti. I Tobba, o Successori, erano gli antichi re himyariti, un nome dinastico come Faraone, Kisra (Persia), Negush (Abissinia), Khakan o Khan (Tartaria), ecc., che sostenevano di aver esteso le loro conquiste fino a Samarcanda e di aver fatto guerra alla Cina. Qualsiasi storia dell'Arabia (come Crichton I., cap. iv.) può essere consultata per i loro nomi e annali. Mi è stato detto dagli arabi che "Tobba" (o Tubba) è ancora usato nell'antica terra di Himyar per significare "il Grande" o "il Capo".

Nota 411:

Lane e Payne (così come l'Edizione di Breslavia) rendono entrambi la parola con "baciarla", ma ciò sarebbe del tutto contrario all'uso musulmano.

Nota 412:

cioè era pieno di rabbia che nascondeva.

Nota 413:

Gli indù (come mostra il Katha) paragonano questa andatura ondeggiante a quella di un elefante.

Nota 414:

Arab. "Fitnah", una parola quasi tanto problematica quanto "Adab". Primariamente: rivolta, seduzione, guaio; poi una bella ragazza (o ragazzo), e infine un certo profumo afrodisiaco estratto dai fiori di mimosa (Pilgrimage i., 118).

Nota 415:

Letteralmente: scoppiò la "cistifellea". In questa e nelle allusioni al "fegato" non oso essere brutalmente letterale.

Nota 416:

Arab. "Usfur", i semi del Carthamus tinctorius = Cartamo (Forskål, Flora, ecc. lv.). I semi vengono frantumati per ottenerne olio e i fiori, che devono essere raccolti da vergini altrimenti il colore svanisce, sono ampiamente usati per la tintura nell'Arabia meridionale e nell'Africa orientale.

Nota 417:

In tali occasioni la signorina Modestia chiude gli occhi e sembra sul punto di svenire.

Nota 418:

Dopo entrambe le evacuazioni il musulmano è tenuto a lavare o insabbiare la parte; prima, tuttavia, dovrebbe applicare tre ciottoli, o cocci, o zolle di terra. Da qui l'allusione nel Corano (cap. ix.), "uomini che amano purificarsi". Quando il Profeta stava interrogando gli uomini di Kuba, dove fondò una moschea (Pilgrimage ii., 215), chiese loro delle loro abluzioni rituali, specialmente dopo l'evacuazione; ed essi gli dissero che usavano tre pietre prima di lavarsi. I musulmani e gli indù (che preferiscono l'acqua mescolata alla terra) detestano l'uso impuro e malsano della carta senza abluzione; e il popolo dell'India chiama gli europei, a titolo di ingiuria, "Kághaz-khánah" = gabinetti di carta. La maggior parte dei vecchi anglo-indiani, tuttavia, impara a usare l'acqua.

Nota 419:

"Miao" o "Mau" è il nome generico del gatto nell'egiziano dei geroglifici.

Nota 420:

Arab. "Ya Mash'úm", rivolto a uno spirito maligno.

Nota 421:

"Ih-oh!", come diremmo noi. L'Edizione di Breslavia fa gridare al gatto "Nauh! Nauh!" e al puledro d'asino "Manu! Manu!". Lascio queste onomatopee così come sono in arabo; sono curiose, poiché mostrano l'unità nella varietà dell'udire suoni articolati. L'uccello che viene chiamato "Whip poor Will" negli Stati Uniti è conosciuto dai brasiliani come "Joam corta páo" (Giovanni taglia legno); così diversamente percepiscono le stesse note.

Nota 422:

Di solito è una lastra di marmo con una lunga fessura davanti e un foro rotondo dietro. Il testo parla di un Kursi (=sgabello); ma questo è ora sconosciuto nelle case locali che non hanno adottato le mode europee.

Nota 423:

Anche questa è una presa in giro mentre si rivolge al Gobbo. L'Edizione di Bulaq riporta "O Abu Shiháb" (Padre della stella cadente = spirito maligno); l'Edizione di Breslavia "O figlio di un mucchio! O figlio di un Qualcosa!" (al-Aísh, un volgarismo).

Nota 424:

Come il lettore vedrà, le idee arabe di "divertimento" e scherzi pratici sono tra le più ampie, superando di gran lunga quelle irlandesi e reggendo il confronto con quelle registrate nel Don Chisciotte.

Nota 425:

Arab. "Saráwil", una corruzione del persiano "Sharwál"; popolarmente chiamati "libás" che, tuttavia, può anche significare abbigliamento in generale e specialmente abbigliamento esterno. Traduco con "pantaloni a sacco" e "pantaloni a gonnella", essendo quest'ultimi la gonna divisa del nostro futuro. In Oriente, dove il buonsenso, non la Moda, governa l'abbigliamento, gli uomini, che hanno una protuberanza da nascondere, indossano gonnelle e le donne indossano pantaloni. L'articolo femminile è per lo più largo ma talvolta, come in India, aderente. Una parte quasi sacra di esso è la stringa, il nastro o la cordicella, spesso un oggetto magnifico, con nappe di perle e pietre preziose; e la "lascivia nella stringa dei pantaloni" equivale alla condotta più dissoluta. Sull'argomento di "libás", "sarwál" e le sue varianti, il lettore curioso consulti il "Dictionnaire Détaillé des Noms des Vêtements chez les Arabes" del Dr. Dozy, un'opera di grande valore.

Nota 426:

Il turbante, per rispetto, non viene posto a terra (Lane, M. E., cap. i.).

Nota 427:

Arab. "Madfa'", che mostra la data moderna o l'ammodernamento del racconto. In Lebid "Madáfi'" (plurale di Madfa') significa corsi d'acqua o canali.

Nota 428:

In arabo, il "lui" è una "lei"; e Habíb ("amico") è l'Attico φίλος, un eufemismo per amante. Questo accadrà in tutte Le Mille e una notte. Così gli arabi usano una frase corrispondente allo stoico φιλε~ι, cioè è solito, è incline.

Nota 429:

Parte dell'Azán, o chiamata alla preghiera.

Nota 430:

Arab. "Shiháb", essendo queste meteore le frecce volanti scagliate contro gli spiriti maligni che si avvicinano troppo al Cielo. L'idea sorse senza dubbio dagli sciami di meteore di agosto e novembre (le Perseidi e le Tauridi) che suggeriscono una battaglia che infuria nell'aria superiore. Anche la cristianità ha la sua superstizione al riguardo e chiamava quelle di agosto le "lacrime infuocate di San Lorenzo", la cui festa cadeva il 10 agosto.

Nota 431:

Arab. "Tákiyah" = Pers. Arak-chin; la calotta indossata sotto il Fez. È, ho detto, ormai obsoleta e il berretto di lana rossa (per lo più fatto in Europa) si indossa sopra i capelli; una pratica impura.

Nota 432:

Spesso l'effetto dell'aria fredda dopo una stanza riscaldata.

Nota 433:

cioè non era un eunuco, come pensava la gente.

Nota 434:

In arabo, "questa notte" per la ragione precedentemente data.

Nota 435:

Significa specialmente la bevanda preparata con le foglie giovani e i fiorellini di Cannabis Sativa. La parola significa letteralmente "erba secca" o "foraggio". Questo inebriante era molto usato dai maghi per produrre estasi e quindi per "divinizzarsi e ricevere l'omaggio dei geni e degli spiriti della natura".

Nota 436:

Torrens, essendo irlandese, traduce "e si svegliò al mattino dormendo a Damasco".

Nota 437:

Arab. "Labbayka", il grido tecnicamente chiamato "Talbiyah" e usato da coloro che entrano alla Mecca (Pilgrimage iii. 125-232). Lo tradurrò anche con "Adsum" (Eccomi). Il grido completo è:—

Eccomi a Te, o Allah, eccomi! Non hai alcun socio, eccomi: In verità la lode e la grazia e il regno sono Tuoi: Non hai alcun socio: eccomi!

Una singola Talbiyah è uno "Shart" o condizione positiva: e la sua ripetizione è una Sunnah o Consuetudine del Profeta. Vedi Notte xci.

Nota 438:

L'insulto principale del volgo consiste nel maledire genitori e parenti, specialmente femminili, con allusioni specifiche alla loro "vergogna". E quando dame di alto rango sono arrabbiate, la Natura, in Oriente come in Occidente, a volte parla abbastanza chiaramente, nonostante la signora Chapone e tutte le restrizioni artificiali.

Nota 439:

Una grande bellezza in Arabia e l'opposto in Danimarca, Germania e nelle terre slave, dove è segno di essere un lupo mannaro o un vampiro. Anche in Grecia denota un "Brukolak" o vampiro.

Nota 440:

Questo non è fisiologicamente vero: una sposa raramente concepisce la prima notte, e certamente non saprebbe di aver concepito. Inoltre, il numero di portate fornite dallo sposo sarebbe contro il concepimento. Si dice popolarmente che una giovane coppia disfi spesso al mattino ciò che ha fatto durante la notte.

Nota 441:

Torrens (Note, xxiv.) cita "Fleisher" sulla parola "Ghamghama" (Diss. Crit. de Glossis Habichtionis), che confronta con "Dumduma" e "Humbuma" determinandole come onomatopee, "un mormorio incompleto e oscuro di una frase come se indugiasse tra i denti e le labbra e quindi difficile da capire". Di questa famiglia è "Taghúm"; non usato nei giorni moderni. Nel mio Pilgrimage (i. 313) ne ho notato un altro, "Khyas, Khyas!", che ricorre in un Hizb al-Bahr (Incantesimo del Mare). Herklots ne dà una schiera; e le loro sole caratteristiche sono la durezza e la stranezza del suono, unendo consonanti che non sono unite in arabo. Gli antichi egizi e caldei avevano molte di tali parole composte a piacere per operazioni teurgiche.

Nota 442:

Questo può significare "è alla moda di Mosul" oppure "è di mussola".

Nota 443:

Al lettore inglese queste righe apparirebbero l'opposto di pertinenti; ma gli orientali hanno i loro modi di applicazione, e tutte le allusioni alle separazioni dei beduini sono efficaci e toccanti. I poeti civilizzati delle città arabe gettano il fascino del Deserto sui loro versi con immagini prese in prestito dal suo scenario, il dromedario, il miraggio e il pozzo, tanto naturalmente quanto certi nostri bardi che odiavano la campagna blateravano di ruscelli gorgoglianti, ecc. Per sentire appieno la poesia araba bisogna conoscere il Deserto (Pilgrimage iii., 63).

Nota 444:

A quei tempi gli arabi e i portoghesi registravano tutto ciò che li colpiva, come fanno i cinesi e i giapponesi ai nostri tempi. Eppure ci lamentiamo della quantità della nostra scrittura moderna!

Nota 445:

Questo è menzionato perché è l'atto preliminare al dare il nome al bambino.

Nota 446:

Arab. "Kahramánát" da Kahramán, un antico eroe persiano che conversava con il Simurgh-Grifone. Di solito la parola è applicata alle donne in armi che difendono l'Harem, come le Urdu-begani dell'India, i cui servizi furono offerti di recente all'Inghilterra (1885), o le "Amazzoni" del Dahomey.

Nota 447:

Significa che cresceva veloce in un giorno quanto altri bambini in un mese.

Nota 448:

Arab. Al-Aríf; il tutore, l'assistente maestro.

Nota 449:

Arab. "Ibn harám", un termine di abuso comune; e non una riflessione fattuale sul genitore. Ho sentito una madre applicare il termine al proprio figlio.

Nota 450:

Arab. "Khanjar" dal persiano, un sinonimo dell'arabo "Jambiyah". È notato nel mio Pilgrimage iii., pp. 72, 75. "Argentare il pugnale" significa diventare un uomo ricco. Da "Khanjar", non dal suo laccio o cinghia frangiata, faccio derivare la nostra sciocca parola "hanger" (spada corta). Il Dr. Steingass vorrebbe collegarlo al tedesco Fänger, es. Hirschfänger.

Nota 451:

Ancora abbiamo "Dastur" per "Izn".

Nota 452:

Arab. "Iklím"; i sette climi di Tolomeo.

Nota 453:

Arab. "Al-Ghadir", letteralmente un luogo dove l'acqua sprofonda, una zona pianeggiante: qui i laghi di drenaggio a est di Damasco nei quali il Barada (Abana?) si scarica. La pianura orientale più elevata è "Al-Ghutah", menzionata in precedenza.

Nota 454:

La "Pianura di Ciottoli" ancora così chiamata a Damasco; uno spazio aperto a ovest della città.

Nota 455:

Ogni Guida, persino il "Murray" del reverendo Porter, dà un lungo resoconto di questa chiesa cristiana convertita in moschea.

Nota 456:

Arab. "Nabút"; Pilgrimage i. 336.

Nota 457:

L'Edizione di Breslavia dice: "l'avrebbe fatto volare fino all'Al-Yaman" (Arabia meridionale), qualcosa di simile alla nostra espressione gergale "fino in capo al mondo".

Nota 458:

Arab. "Khádim": letteralmente un servitore, applicato educatamente (come Aghá=maestro) a un castrato. Questa gentaglia va su tutte le furie se chiamata schiettamente "Tawáshi"=Eunuco. Un mauvais plaisant in Egitto era solito chiamarmi L'Agha perché un amico aveva affidato sua moglie alle mie cure.

Nota 459:

Questo suona abbastanza assurdo in inglese, ma gli orientali mettono sempre se stessi al primo posto per rispetto.

Nota 460:

In arabo il Mondo è femminile.

Nota 461:

Arab. "Sáhib"=letteralmente un compagno; anche un amico e specialmente applicato ai Compagni di Maometto. Da qui i Sunniti rivendicano per loro l'onore dell' "amicizia" con l'Apostolo; ma gli Sciiti rispondono che l'arabo dice "Sahaba-hu'l-himár" (l'asino era il suo Sahib o compagno). Nel testo è un titolo visiriale, nell'India moderna equivale a gentiluomo, es. "Sahib log" (la gente Sahib) significa i loro conquistatori bianchi, che, tra l'altro, per lo più pronunciano male la parola "Sáb".

Nota 462:

Arab. "Suwán", propriamente sienite, da Siene (Al-Suwan) ma applicato alla selce e a qualsiasi pietra dura.

Nota 463:

Era famosa nel medioevo, e anche ora è, forse, la più interessante per i viaggiatori dopo quella "Sentina Gentium", il "Bhendi Bazar" dell'irromantica Bombay.

Nota 464:

La "Porta dei Giardini", nella parete settentrionale, un arco romano della solita solida costruzione che svergogna non solo le nostre moderne imitazioni, ma anche la nostra muratura più raffinata.

Nota 465:

Arab. "Al-Asr", che può significare sia l'ora che la preghiera. È anche il momento in cui gli Angeli Custodi si danno il cambio (Corano di Sale, cap. v.).

Nota 466:

Arab. "Ya házá"=O questo (qui)! un modo di rivolgersi un po' sprezzante equivalente a "Heus tu! O tu, chiunque tu sia". Un'altra forma è "Yá hú"=O lui! Può aver originato lo "Yahoo" di Swift?

Nota 467:

Alludendo ai τήρατα ("minori miracoli che causano sorpresa") eseguiti dalle tombe dei Santi, la forma più mite di taumaturgia. Uno di essi è registrato gravemente nel Dabistan (ii. 226), quello del santo Jamen, che aprì il Sámran o braccialetto di perline dal braccio della bella Chistápá con il membro eretto, "dimostrando così la sua forza virile e il suo comando su se stesso"(!).

Nota 468:

Il Fiume del Paradiso, un luogo comune dei poeti (Corano, cap. cviii.): l'acqua è più bianca del latte o dell'argento, più dolce del miele, più liscia della panna, più odorosa del muschio; le sue rive sono di crisolito ed è bevuta in tazze d'argento disposte attorno ad esso fitte come stelle. Due canali la conducono allo Stagno del Profeta che è un quadrato esatto, di un mese di viaggio di circonferenza. Kausar è spiritoso come il vino; Salsabil dolce come miele chiarificato; la Fonte della Dolcezza è come latte e la Fonte della Misericordia come cristallo liquido.

Nota 469:

Il musulmano non usa il catino europeo perché l'acqua che ha toccato una pelle impura diventa impura. Quindi viene versata da una brocca ("ibrík" pers. Abríz) sulle mani e cade in un bacino ("tisht") con un coperchio traforato.

Nota 470:

Arab. "Wahsh", una parola di molti significati; disgustoso, insipido, selvaggio, ecc. Il lato destro di un cavallo è chiamato Wahshi, opposto a Insi, il lato sinistro. L'emiro Taymur ("Signore Ferro"), che gli europei chiamano involontariamente con il soprannome dei suoi nemici persiani, "Tamerlano", cioè Taymur-i-lang, o Taymur lo zoppo, è ancora conosciuto come "Al-Wahsh" (la bestia selvaggia) a Damasco, dove i suoi Tartari usavano seppellire gli uomini fino al collo e giocare a bocce con le loro teste come birilli.

Nota 471:

Per "nipote" come più affettuoso. Gli orientali non hanno ancora imparato quel geniale detto occidentale:—I nemici dei nostri nemici sono nostri amici.

Nota 472:

Questa era una semplice bastonatura sulla schiena, non la faccenda più cerimoniosa di colpire le piante dei piedi. Ma è sorprendente ciò che gli egiziani possono sopportare; alcune delle verghe usate ai tempi dei Bej Mamelucchi erano spesse quasi quanto il polso di un uomo.

Nota 473:

Il dispetto muliebre dell'eunuco intendeva ferire i sentimenti della nonna.

Nota 474:

La solita "presa in giro" cairota.

Nota 475:

Una precauzione necessaria contro il veleno (Pilgrimage i. 84, e iii. 43).

Nota 476:

L'Edizione di Breslavia (ii. 108) descrive la scena più lungamente.

Nota 477:

L'Edizione di Bulaq dà per errore di punti diacritici "Zabdaniyah": Raydaniyah è, o piuttosto era, un terreno di accampamento a nord del Cairo.

Nota 478:

Arab. "La'abat"=un giocattolo, un pupazzo, una figura inanimata. Lane (i. 326) congettura che la croce sia chiamata così perché assomiglia a un uomo con le braccia distese. Ma i musulmani non hanno mai sentito parlare delle idee fantasiose dei teologi cristiani medievali che vedevano la croce ovunque e in ogni cosa. I primi sostengono che il Faraone inventò la punizione dolorosa e ignominiosa. (Corano, cap. vii.)

Nota 479:

Qui il buon sangue, messo alle strette, parla con audacia. Ma, di regola, l'orientale più umile e mite quando è disperato si rivolge contro i suoi oppressori come un gatto selvatico. Alcuni dei criminali che Fath Ali Shah di Persia mise a morte tagliando la biforcazione, iniziando dallo scroto, insultarono sua madre finché il coltello raggiunse le loro viscere e non poterono più parlare.

Nota 480:

Queste risate ripetute dimostrano il turbamento del suo spirito. I nobili arabi "mostrano i denti del giudizio" così raramente che la loro risata è ritenuta degna di essere registrata dai loro biografi.

Nota 481:

Una frase popolare, derivata dal Coranico "È giunta la Verità e la menzogna è svanita: poiché la menzogna ha breve durata" (cap. xvii.). È un equivalente del nostro adattamento da 1 Esdra iv. 41, "Magna est veritas et prævalebit". Ma la grande domanda rimane ancora: Che cos'è la Verità?

Nota 482:

Nella Notte lxxv. queste righe appariranno con varianti.

Nota 483:

Questo è sempre menzionato: più vicino è il posto, maggiore è l'onore.

Nota 484:

Alludendo alla frase "Al-safar zafar"=viaggiare è vittoria (Pilgrimage i., 127).

Nota 485:

Arab. "Habb"; alludendo alla goccia nera nel cuore umano che l'Arcangelo Gabriele rimosse da Maometto aprendogli il petto.

Nota 486:

Questa frase, ho detto, ricorre spesso: allude all'orripilazione (Arab. Kush'arírah), l'orrore o la pelle d'oca che, nelle favole arabe come in quelle indù, è un sintomo di grande gioia. Così il "pelo arricciato" di Boccaccio v., 8: ted. Gänsehaut.

Nota 487:

Arab. "Hasanta ya Hasan"=Bene detto, Benedetto! il solito gioco di parole volgarmente chiamato "pun": Hasan (non Hassan, come lo scriveremo) significa "bello".

Nota 488:

Arab. "Loghah" anche=un vocabolario, un dizionario; gli arabi ne avevano carichi di cammelli.

Nota 489:

Il settimo dei sedici "Bahr" (metri) nella prosodia araba; il più facile perché permette la massima licenza e, di conseguenza, uno dei preferiti per temi didattici, omiletici e gnomici. Significa letteralmente "agitato" ed era originariamente applicato al canto rude del cameliere. De Sacy chiama questo doggerel "l'asino del poeta" (Torrens, Note xxvi.). Era l'unico metro in cui Maometto l'Apostolo parlò mai: non era un poeta (Corano xxxvi., 69) ma occasionalmente recitava un verso e lo recitava male (Dabistan iii., 212). Nella prosodia persiana Rajaz è il settimo di diciannove e ha sei varietà distinte (pp. 79-81, "Gladwin's Dissertations on Rhetoric", ecc., Calcutta, 1801). Avrò altro da dire al riguardo nel Saggio finale.

Nota 490:

"La sua statura alta — odio una donna bassa" (Don Juan).

Nota 491:

Un personaggio che fu Kazi di Kufah nel settimo secolo. Al-Najaf, generalmente intitolato "Najaf al-Ashraf" (il Venerando), è il luogo dove Ali, il genero di Maometto, giace o si suppone giaccia sepolto, ed è sempre stato un luogo santo per gli Sciiti. Non sono certo se tradurre "Sa'alab" con volpe o sciacallo; gli arabi fanno scarsa distinzione tra loro. "Abu Hosayn" (Padre del Fortino) è certamente la volpe, e altrettanto certamente "Sha'arhar" è lo sciacallo dal Pehlevi Shagál o Shaghál.

Nota 492:

Di solito con ogni sorta di estorsione e rapina, corruzione e corruzione, essendo il motto del sovrano:

Fiat injustitia ruat Cœlum.

Non esiste uomo più onesto del contadino o del soldato semplice turco; ma il processo di deterioramento inizia quando viene fatto caporale e culmina nel Pascià. Inoltre, la disonestà ufficiale è permessa dall'opinione pubblica, perché appartiene alla condizione della società. Un uomo compra una carica (come in Inghilterra due secoli fa) e la mantiene tramite regalie ai capi degli uffici. Di conseguenza, deve rifarsi in qualche modo, e solitamente lo fa vessando i poveri e depredando la vedova e l'orfano. La cura radicale è un salario elevato; ma quella fase della società rifiuta di concederlo.

Nota 493:

Arabo. "Malik" (Re) e "Malak" (angelo), parole che si scrivono allo stesso modo quando mancano le vocali, giustificando il gioco di parole.

Nota 494:

Arabo. "Hurr"; il latino "ingenuus", letteralmente nato libero; metaforicamente nobile in contrapposizione a uno schiavo, dal quale non ci si aspetta che compia azioni grandi o buone. Nell'uso popolare corrisponde, come "Fatá", al nostro "gentiluomo".

Nota 495:

Questo è uno dei racconti migliori per umorismo e dinamismo, e Douce e Madden mostrano quale ricca messe di fabliaux, il cui incidente principale fosse lo smaltimento di un cadavere, esso abbia prodotto.

IL RACCONTO DEL GOBBO.

Mi è giunto, o Re beneaugurante, che vivesse durante i tempi di una volta, e anni ed ere lungamente trascorsi prima, in una certa città della Cina,[496] un Sarto che era uomo di larghe vedute, amante del piacere e dell'allegria; e che soleva, lui e sua moglie, sollazzarsi di quando in quando con divertimenti e passatempi pubblici. Un giorno uscirono alle prime luci dell'alba e stavano tornando di sera quando si imbatterono in un Gobbo, la cui sembianza avrebbe strappato un sorriso alla pena e scacciato gli orrori della disperazione. Così si avvicinarono per godersi la vista di lui e lo invitarono ad andare a casa con loro per conversare e banchettare insieme quella notte. Egli acconsentì e li accompagnò a piedi verso la loro dimora; dopodiché il Sarto si recò al bazar (la notte era appena scesa) e comprò pesce fritto, pane, limoni e dolci secchi per dessert; e pose le vivande davanti al Gobbo ed essi mangiarono. Poco dopo la moglie del Sarto prese un grosso boccone di pesce e lo diede in pasto al Gobbo, tappandogli la bocca con la mano e dicendo: "Per Allah, devi mandarlo giù in un sol boccone; e non ti darò il tempo di masticarlo." Così egli lo ingoiò; ma vi era dentro una lisca dura che gli si conficcò nella gola e, giunta la sua ora, morì.—E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando giunse la Venticinquesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che quando la moglie del Sarto diede al Gobbo quel boccone di pesce che pose fine ai suoi giorni, egli morì all'istante. Vedendo ciò, il Sarto gridò a gran voce: "Non v'è Maestà né Potenza se non in Allah! Ahimè, che questo povero disgraziato sia morto in modo così sciocco per mano nostra!" e la donna replicò: "Perché questo vano parlare? Non hai udito il detto di colui che disse?—

Perché dunque spreco il mio tempo nel dolore, finché ✿ non trovo un amico che sopporti il mio peso di afflizione? Come dormire su un fuoco che avvampa non spento? ✿ Sulle fiamme riposare sarebbe fin troppo arduo!"

Il marito le chiese: "E cosa ne farò di lui?"; ed ella rispose: "Alzati e prendilo tra le tue braccia e stendi un fazzoletto di seta sopra di lui; poi io uscirò, con te che mi segui, proprio stanotte, e se incontrerai qualcuno dirai:—Questo è mio figlio, e sua madre ed io lo stiamo portando dal medico affinché possa visitarlo." Così egli si alzò e, prendendo il Gobbo tra le braccia, lo portò lungo le strade, preceduto dalla moglie che continuava a gridare: "O figlio mio, Allah ti protegga! quale parte ti duole e dove ti ha colpito questo vaiolo?[497]" Così tutti coloro che li vedevano dicevano: "È un bambino malato di vaiolo."[498] Camminarono chiedendo della casa del medico finché la gente li indirizzò a quella di un guaritore che era un Ebreo. Bussarono alla porta, e venne giù da loro una schiava nera che aprì e, vedendo un uomo che portava un bambino e una donna con lui, disse loro: "Che succede?" "Abbiamo un piccolo con noi," rispose la moglie del Sarto, "e desideriamo mostrarlo al medico: prendi dunque questo quarto di dinar e dallo al tuo padrone e fagli scendere a vedere mio figlio che è gravemente malato." La ragazza salì a informare il suo padrone, dopodiché la moglie del Sarto entrò nell'atrio e disse al marito: "Lascia il Gobbo qui e fuggiamo per salvarci la vita." Così il Sarto portò il morto in cima alle scale e lo appoggiò in posizione eretta contro il muro e scappò via, lui e sua moglie. Nel frattempo la ragazza andò dall'Ebreo e gli disse: "Alla porta ci sono un uomo e una donna con un bambino malato e mi hanno dato un quarto di dinar per te, affinché tu possa scendere a guardare il piccolo e prescrivere una cura." Non appena l'Ebreo vide il quarto di dinar si rallegrò e si alzò rapidamente nella sua bramosia di guadagno e uscì frettolosamente nell'oscurità; ma non aveva fatto che un passo quando inciampò nel cadavere e lo rovesciò, facendolo rotolare in fondo alla scala. Così gridò alla ragazza di sbrigarsi con la luce, ed ella la portò, dopodiché egli scese ed esaminando il Gobbo scoprì che era morto stecchito. Allora gridò: "O per Esdra![499] O per Mosè! O per Aronne! O per Giosuè, figlio di Nun! O per i Dieci Comandamenti! Sono inciampato nel malato ed egli è caduto dalle scale ed è morto! Come farò a far uscire da casa mia quest'uomo che ho ucciso? O per gli zoccoli dell'asino di Esdra!" Poi raccolse il corpo e, portandolo in casa, raccontò alla moglie ciò che era accaduto ed ella gli disse: "Perché te ne stai lì immobile? Se lo tieni qui fino all'alba perderemo entrambi la vita. Portiamolo noi due sulla terrazza del tetto e gettiamolo nella casa del nostro vicino, il Musulmano, poiché se rimarrà lì una notte i cani scenderanno dalle terrazze adiacenti e lo divoreranno." Ora il suo vicino era un intendente, il controllore della cucina del Sultano, che era solito riportare grandi scorte di olio, grasso e avanzi di cibo; ma i gatti e i ratti erano soliti mangiarlo, o, se i cani fiutavano la coda grassa di una pecora, scendevano dai tetti vicini e la laceravano; e in tal modo le bestie avevano già danneggiato molto di ciò che egli portava a casa. Così l'Ebreo e sua moglie portarono il Gobbo sul tetto; e, calandolo per le mani e i piedi attraverso il condotto di ventilazione[500] nella casa dell'intendente, lo appoggiarono contro il muro e se ne andarono per la loro strada. Appena ebbero fatto ciò, l'intendente, che aveva trascorso la serata con i suoi amici ad ascoltare una recitazione del Corano, tornò a casa e aprì la porta e, salendo con una candela accesa, trovò un figlio di Adamo in piedi nell'angolo sotto il ventilatore. Quando vide ciò, disse: "Wah! per Allah, davvero ottimo! Colui che ruba la mia roba non è altri che un uomo." Poi si voltò verso il Gobbo e disse: "Dunque sei tu che rubi la carne e il grasso! Pensavo fossero i gatti e i cani, e uccido i cani e i gatti del quartiere peccando contro di loro uccidendoli. E tutto il tempo sei tu che scendi dalla terrazza della casa attraverso il condotto. Ma mi vendicherò di te con le mie stesse mani!" Così afferrò un martello pesante e si avventò su di lui, colpendolo in pieno petto, ed egli cadde a terra. Poi lo esaminò e, scoprendo che era morto, gridò con orrore, pensando di averlo ucciso, e disse: "Non v'è Maestà né Potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande!" E temette per la sua vita, e aggiunse: "Allah maledica l'olio, la carne, il grasso e pure le code delle pecore! Come ha fatto il destino a dare il colpo di grazia a quest'uomo per mia mano!" Poi guardò il corpo e, vedendo che era quello di un Gobbo, disse: "Non ti bastava essere un gobbo,[501] dovevi anche essere un ladro e rubare carne e grasso! O Tu che Veli,[502] degnati di velarmi con la Tua cortina di occultamento!" Così lo caricò sulle spalle e, uscendo di casa verso la fine della notte, lo portò all'estremità più vicina del bazar, dove lo mise in piedi contro il muro di un negozio all'inizio di un vicolo buio, e lo lasciò e se ne andò. Dopo un po' arrivò un Nazareno,[503] il sensale del Sultano che, molto annebbiato dal liquore, si stava dirigendo verso l'Hammam-bagno mentre la sua ubriachezza gli sussurrava all'orecchio: "In verità l'appello per il mattutino[504] è vicino." Egli arrivò procedendo a fatica e barcollando finché non si avvicinò al Gobbo e si accovacciò per urinare[505] proprio davanti a lui; quando gli capitò di guardarsi intorno e vide un uomo in piedi contro il muro. Ora, qualcuno aveva strappato il turbante[506] al Cristiano all'inizio della notte; così quando vide il Gobbo lì vicino immaginò che anche lui volesse rubargli il copricapo. A quel punto serrò il pugno e lo colpì sul collo, facendolo cadere a terra, e gridò a gran voce al guardiano del bazar, e si avventò sul corpo nella sua furia da ubriaco e continuò a percuotere e strangolare il cadavere. Poco dopo arrivò il vigile e, trovando un Nazareno inginocchiato su un Musulmano che lo picchiava, chiese: "Che male ha fatto costui?"; e il sensale rispose: "Il tizio voleva strapparmi il turbante." "Alzati da lui," disse il guardiano. Così egli si alzò e il vigile si avvicinò al Gobbo e, trovandolo morto, esclamò: "Per Allah, davvero bene! Un Cristiano che uccide un Maomettano!" Allora lo arrestò e, legandogli le mani dietro la schiena, lo portò alla casa del Governatore,[507] e per tutto il tempo il Nazareno continuava a dire a se stesso: "O Messia! O Vergine! come ho fatto a uccidere questo tizio? E che fretta deve aver avuto di lasciare questa vita per morire con un solo colpo!" Poco dopo, man mano che l'ebbrezza svaniva, subentrò il dolore. Così il sensale e il corpo furono tenuti nel palazzo del Governatore fino al mattino seguente, quando il Wali uscì e diede ordine di impiccare il presunto assassino e comandò al boia[508] di proclamare la sentenza. Immediatamente eressero una forca sotto la quale fecero stare il Nazareno e il torciere, che faceva da boia, gettò la corda attorno al suo collo e ne passò un'estremità attraverso la carrucola, ed era sul punto di issarlo[509] quando ecco! l'intendente, che stava passando di lì, vide il sensale sul punto di essere impiccato; e, facendosi strada tra la folla, gridò al boia: "Fermati! Fermati! Sono io colui che ha ucciso il Gobbo!" Il Governatore chiese: "Cosa ti ha spinto a ucciderlo?"; ed egli rispose: "Andai a casa ieri sera e vi trovai quest'uomo che era sceso dal ventilatore per rubare i miei beni; così lo colpii con un martello sul petto ed egli morì immediatamente. Poi lo presi e lo portai al bazar e lo misi contro il muro in quel tale posto vicino a quel tale vicolo;" aggiungendo: "Non mi basta aver ucciso un Musulmano senza anche uccidere un Cristiano? Impiccate dunque nessun altro che me." Quando il Governatore udì queste parole rilasciò il sensale e disse al torciere: "Impicca quest'uomo in base alla sua confessione." Così sciolse la corda dal collo del Nazareno e la gettò attorno a quella dell'intendente e, facendolo stare sotto la forca, stava per impiccarlo quando ecco, il medico ebreo si fece largo tra la folla e gridò al boia: "Fermati! Fermati! Sono stato io e nessun altro a uccidere il Gobbo! Ieri sera ero seduto a casa quando un uomo e una donna bussarono alla porta portando questo Gobbo che era malato, e diedero alla mia serva un quarto di dinar, ordinandole di consegnarmi l'onorario e dirmi di scendere a visitarlo. Mentre lei era via l'uomo e la donna lo portarono in casa e, mettendolo sulle scale, se ne andarono; e poco dopo scesi e, non vedendolo perché ero nell'oscurità, inciampai in lui ed egli cadde ai piedi della scala e morì all'istante. Poi lo prendemmo, io e mia moglie, e lo portammo sulla terrazza superiore; e, essendo la casa di questo intendente accanto alla mia, calammo il corpo attraverso il ventilatore. Quando egli tornò a casa e trovò il Gobbo, immaginò che fosse un ladro e lo colpì con un martello, così che egli cadde a terra, e il nostro vicino si convinse di averlo ucciso. Ora, non mi basta aver ucciso un Musulmano involontariamente, senza caricarmi del peso di togliere la vita a un altro Musulmano volontariamente?" Quando il Governatore udì ciò, disse al boia: "Libera l'intendente e impicca l'Ebreo."

A quel punto il torciere lo prese e gli avvolse la corda attorno al collo quando ecco, il Sarto si fece strada tra la folla e gridò al boia: "Fermati! Fermati! Sono stato io e nessun altro a uccidere il Gobbo; e questo fu il modo. Ero uscito a divertirmi ieri e, tornando per cena, mi imbattei in questo Gobbo, che era ubriaco e suonava il tamburello e cantava allegramente. Così lo avvicinai e lo portai a casa mia e comprai un pesce, e ci sedemmo a mangiare. Poco dopo mia moglie prese un pezzo di pesce e, facendone un boccone,[510] glielo ficcò in bocca; ma parte di esso andò di traverso o gli rimase in gola ed egli morì all'istante. Così lo sollevammo, io e mia moglie, e lo portammo alla casa dell'Ebreo dove la schiava scese e ci aprì la porta e io le dissi:—Di' al tuo padrone che ci sono un uomo e una donna e una persona malata da visitare! Le diedi un quarto di dinar ed ella salì a informare il suo padrone; e, mentre lei era via, portai il Gobbo in cima alla scala e lo appoggiai contro il muro, e me ne andai con mia moglie. Quando l'Ebreo scese, inciampò in lui e pensò di averlo ucciso." Poi chiese all'Ebreo: "È questa la verità?"; e l'Ebreo rispose: "Sì." A quel punto il Sarto si voltò verso il Governatore e disse: "Lascia andare l'Ebreo e impicca me." Quando il Governatore udì il racconto del Sarto si meravigliò della vicenda di questo Gobbo ed esclamò: "In verità questa è un'avventura che dovrebbe essere registrata nei libri!" Poi disse al boia: "Lascia andare l'Ebreo e impicca il Sarto in base alla sua confessione." Il boia prese il Sarto e gli mise la corda attorno al collo e disse: "Sono stanco di un lavoro così lento: portiamo fuori uno e lo cambiamo con quell'altro, e alla fine nessuno viene impiccato!" Ora, il Gobbo in questione era, riferiscono, il giullare del Sultano della Cina che non poteva sopportare di non vederlo; così quando il tizio si ubriacò e non si fece vedere quella notte o il giorno dopo fino a mezzogiorno, il Sultano chiese ad alcuni dei suoi cortigiani di lui ed essi risposero: "O nostro signore, il Governatore lo ha trovato morto e ha ordinato che il suo assassino venga impiccato; ma, mentre il boia stava per issarlo, ne arrivarono un secondo, un terzo e un quarto e ciascuno disse:—Sono io, e nessun altro ha ucciso il Gobbo!; e ciascuno ha dato un resoconto completo e circostanziato del modo in cui il giullare è stato ucciso." Quando il Re udì ciò, gridò a gran voce al Ciambellano di turno: "Scendi dal Governatore e portami tutti e quattro." Così il Ciambellano scese immediatamente al luogo dell'esecuzione, dove trovò il torciere sul punto di impiccare il Sarto e gli gridò: "Fermati! Fermati!" Poi comunicò l'ordine del Re al Governatore che prese il Sarto, l'Ebreo, il Nazareno e l'intendente (il corpo del Gobbo veniva portato sulle spalle degli uomini) e salì con tutti loro dal Re. Quando giunse al cospetto, baciò la terra e rese edotto il sovrano dell'intera storia che è inutile narrare poiché, come si suol dire:—Non vi è utilità in un racconto narrato tre volte. Il Sultano udendolo si meravigliò e fu spinto all'ilarità e comandò che la storia fosse scritta in lettere d'oro liquido, dicendo ai presenti: "Avete mai udito una storia più meravigliosa di quella del mio Gobbo?" A quel punto il sensale Nazareno si fece avanti e disse: "O Re dell'epoca, con il tuo permesso ti racconterò una cosa che è accaduta a me stesso e che è ancora più meravigliosa e sorprendente e piacevole e dilettevole della storia del Gobbo." Il Re rispose: "Dicci quello che hai da dire!" Così egli iniziò con queste parole

IL RACCONTO DEL SENSALE NAZARENO.

O Re dell'epoca, giunsi in questo tuo paese con mercanzie e il Destino mi trattenne qui con voi: ma il mio luogo di nascita fu Il Cairo, in Egitto, dove fui anche allevato, poiché sono uno dei Copti e mio padre era un sensale prima di me. Quando giunsi all'età adulta egli lasciò questa vita ed io succedetti alla sua attività. Un giorno, mentre ero seduto nella mia bottega, ecco che mi si avvicinò un giovane quanto mai bello, che indossava vesti sontuose e cavalcava un fine asino. Quando mi vide mi salutò, ed io mi alzai per rendergli onore: poi egli tirò fuori un fazzoletto contenente un campione di sesamo e chiese: "Quanto vale questo per Ardabb?"; al che risposi: "Cento dirham". Egli disse: "Prendi dei facchini, dei misuratori e dei contabili e vieni domani al Khan al-Jawáli, presso il quartiere della Porta della Vittoria, dove mi troverai". Poi egli partì lasciandomi il campione di sesamo nel suo fazzoletto; ed io feci il giro dei miei clienti e accertai che ogni Ardabb avrebbe fruttato centoventi dirham. Il giorno seguente presi quattro misuratori e camminai con loro fino al Khan, dove lo trovai che mi attendeva. Non appena mi vide si alzò e aprì il suo magazzino, così misurammo il grano finché la scorta non fu esaurita; e scoprimmo che il contenuto era di cinquanta Ardabb, per un valore di cinquemila pezzi d'argento. Poi disse: "Sia il dieci per cento su ogni Ardabb la tua provvigione; prendi dunque il prezzo e tieni in deposito quattromila e cinquecento dirham per me; e, quando avrò terminato di vendere le altre mercanzie nei miei magazzini, verrò da te e riceverò la somma". "Molto bene", risposi e, baciandogli la mano, me ne andai, avendo realizzato quel giorno un profitto di mille dirham. Egli fu assente per un mese, al termine del quale venne da me e chiese: "Dove sono i dirham?". Io mi alzai, lo salutai e gli risposi: "Non vuoi mangiare qualcosa a casa mia?". Ma egli rifiutò con l'osservazione: "Prepara il denaro e io tornerò presto a prenderlo". Poi si allontanò cavalcando. Così tirai fuori i dirham e mi sedetti ad attenderlo, ma egli rimase lontano per un altro mese, dopodiché tornò da me e mi disse: "Dove sono i dirham?". Io mi alzai e, salutandolo, chiesi: "Non vuoi mangiare qualcosa a casa mia?". Ma egli rifiutò di nuovo, aggiungendo: "Preparami il denaro e tornerò presto a prenderlo". Poi cavalcò via. Così tirai fuori i dirham e mi sedetti ad attendere il suo ritorno; ma egli rimase lontano da me per un terzo mese, ed io dissi: "In verità questo giovane è la generosità fatta persona". Alla fine del mese egli arrivò, cavalcando una mula e indossando un abito di vesti sontuose; era come la luna nella notte del plenilunio, e sembrava come appena uscito dai bagni, con le guance rosso brillanti, la fronte bianca come un fiore e un neo simile a un grano d'ambra grigia che deliziava la vista; proprio come fu detto di tale persona dal poeta:—

Luna piena con sole in un unico palazzo ✿ Nel più luminoso splendore e fortuna sorse e brillò, Con felice magnificenza mutando ogni spirito: ✿ Salve a ciò che ricompensa la preghiera con beato dono! Il loro fascino e la loro grazia hanno raggiunto l'apice della perfezione, ✿ Tutti i cuori hanno conquistato e tutti gli ingegni hanno vinto. Lode al Signore per opere così meravigliosamente strane, ✿ E ciò che l'Onnipotente vuole, la Sua mano ha compiuto!

Quando lo vidi mi alzai verso di lui e, invocando benedizioni su di lui, chiesi: "O mio signore, non vuoi prendere i tuoi denari?". "Da dove viene questa fretta?", disse egli, "Aspetta che io abbia terminato i miei affari e allora verrò a prenderli". Di nuovo cavalcò via ed io dissi tra me: "Per Allah, quando tornerà la prossima volta dovrò necessariamente averlo come ospite; poiché ho commerciato con i suoi dirham e ne ho ricavato grandi guadagni". Alla fine dell'anno egli tornò, vestito con un abito ancora più sontuoso del precedente; e, quando lo scongiurai per il Vangelo di scendere a casa mia e mangiare il cibo dell'ospite, disse: "Acconsento, a condizione che ciò che spenderai per me sia tratto dai miei denari ancora nelle tue mani". Risposi: "Così sia", e lo feci sedere mentre preparavo il necessario di carne, bevande e altro; e disposi il vassoio davanti a lui, con l'invito "Bismillah!". Poi egli si avvicinò al vassoio e tese la mano sinistra e mangiò con me; ed io mi meravigliai del fatto che non usasse la destra. Quando avemmo finito di mangiare, versai acqua sulla sua mano e gli diedi di che asciugarla. Dopo di ciò ci sedemmo a conversare, dopo che gli ebbi offerto alcuni dolci; ed io gli dissi: "O mio padrone, ti prego di sollevarmi dal dubbio dicendomi perché mangi con la mano sinistra? Forse c'è qualcosa che affligge l'altra tua mano?". Quando udì le mie parole, egli ripeté questi versi:—

Caro amico, non chiedere cosa brucia nel mio petto, ✿ Affinché tu non veda tormenti ardenti che occhio mai vide: Non vuole il mio cuore ospitare Salmá al posto ✿ dell'amore di Laylá, ma il bisogno non conosce legge!

E tirò fuori il braccio destro dalla manica ed ecco, la mano era tagliata, un polso senza pugno. Rimasi sbalordito da ciò, ma egli disse: "Non meravigliarti, e non pensare che io abbia mangiato con la mano sinistra per presunzione o insolenza, ma per necessità; e il taglio della mia mano destra fu causato da un'avventura delle più strane". Chiesi: "E cosa lo causò?"; ed egli rispose:—Sappi che io sono dei figli di Baghdad e mio padre era tra i notabili di quella città. Quando giunsi all'età adulta udii i pellegrini e i viandanti, i viaggiatori e i mercanti parlare della terra d'Egitto e le loro parole si impressero profondamente nella mia mente finché il mio genitore morì, quando presi una grande somma di denaro e mi attrezzai per il commercio con stoffe di Baghdad e Mosul e, imballandole in balle, partii per le mie peregrinazioni; e Allah mi decretò salvezza finché non entrai nella vostra città. Poi egli pianse e iniziò a ripetere:—

Il cisposo evita le fosse ✿ Dove il linceo cade: Una parola uccide il saggio ✿ E salva lo stolto: Il Musulmano manca di cibo ✿ L'infedele banchetta nel palazzo: Quale arte o atto è dell'uomo? ✿ La volontà di Dio obbliga tutto!

Ora, quando ebbe terminato il suo verso, disse: Così entrai al Cairo e scaricai i miei carichi e immagazzinai le mie stoffe nel Khan "Al-Masrúr". Poi diedi al servitore alcuni spiccioli con cui comprarmi del cibo e mi sdraiai a dormire per un poco. Quando mi svegliai andai nella via chiamata "Bayn al-Kasrayn" — Tra i due Palazzi — e poco dopo tornai e passai la notte nel Khan. Quando fu mattina aprii una balla e tirai fuori della merce dicendo a me stesso: "Andrò a girare per alcuni dei bazar e vedrò lo stato del mercato". Così caricai la merce su alcuni dei miei schiavi e partii finché non raggiunsi la Kaysariyah o Borsa di Jahárkas; dove i sensali che sapevano del mio arrivo vennero ad incontrarmi. Presero le stoffe e le proclamarono in vendita, ma non riuscirono ad ottenere nemmeno il prezzo di costo. Ne fui infastidito, tuttavia lo Shaykh dei sensali mi disse: "O mio signore, ti dirò come puoi realizzare un profitto dalle tue merci. Dovresti fare come fanno i mercanti e vendere la tua mercanzia a credito per un periodo fisso, su un contratto redatto da un notaio e debitamente testimoniato; e impiegare un cambiavalute per riscuotere i tuoi crediti ogni lunedì e giovedì. Così guadagnerai due dirham e più per ogni uno; e ti consolerai e diverrai vedendo Il Cairo e il Nilo". Dissi: "Questo è un buon consiglio", e portai i sensali al Khan. Essi presero le mie stoffe e andarono con esse alla Borsa dove le vendetti bene, prendendo obbligazioni per il valore. Depositai queste obbligazioni presso uno Shroff, un banchiere, che mi diede una ricevuta con la quale tornai al Khan. Qui rimasi un mese intero, ogni mattina facendo colazione con una coppa di vino e consumando i miei pasti a base di carne di piccione, montone e dolci, finché giunse il momento in cui le mie entrate iniziarono a scadere. Così, ogni lunedì e giovedì ero solito andare alla Borsa e sedermi nella bottega dell'uno o dell'altro dei mercanti, mentre il notaio e il cambiavalute facevano il giro per riscuotere i denari dai commercianti, fino a dopo il momento della preghiera del pomeriggio, quando mi portavano la somma, ed io la contavo e, sigillando i sacchetti, tornavo con essi al Khan. In un certo giorno che capitò di essere un lunedì, andai all'Hammam e da lì tornai al mio Khan, e sedendomi nella mia stanza feci colazione con una coppa di vino, dopo di che dormii un poco. Quando mi svegliai mangiai un pollo e, profumata la mia persona, mi recai alla bottega di un mercante chiamato Badr al-Din al-Bostáni, o il Giardiniere, che mi accolse; e sedemmo a parlare per un poco finché il bazar non si aprì. Poco dopo, ecco arrivare una signora di figura statuaria che indossava un copricapo tra i più magnifici, profumata con i più dolci profumi e camminando con grazioso incedere ondeggiante; e vedendomi sollevò la mantiglia permettendomi di scorgere i suoi bellissimi occhi neri. Salutò Badr al-Din che ricambiò il suo saluto e si alzò, e parlò con lei; e nel momento in cui la udii parlare, l'amore per lei si impossessò del mio cuore. Poco dopo ella disse a Badr al-Din: "Hai con te un pezzo di stoffa tagliato, tessuto con filo d'oro puro?". Così egli tirò fuori per lei un pezzo tra quelli che aveva comprato da me e glielo vendette per milleduecento dirham; al che ella disse: "Porterò il pezzo a casa con me e ti invierò il suo prezzo". "È impossibile, o mia signora", rispose il mercante, "poiché ecco il proprietario della stoffa e io gli devo una parte di profitto". "Vergogna su di te!", esclamò ella, "Non sono forse solita prendere da te intere rotolate di stoffa preziosa, e darti un profitto maggiore di quanto ti aspetti, e inviarti il denaro?". "Sì", rispose egli; "ma ho urgente bisogno del prezzo proprio quest'oggi". A questo punto ella prese il pezzo e lo gettò di nuovo sulle sue ginocchia, dicendo: "Via da te! Allah confonda la vostra tribù che non stima nessuno al giusto valore"; e si voltò per andarsene. Sentii la mia stessa anima andarsene con lei; così mi alzai e la fermai, dicendo: "Ti scongiuro per il Signore, o mia signora, fammi il favore di ripercorrere i tuoi graziosi passi". Ella si voltò con un sorriso e disse: "Per te ritorno", e prese posto di fronte a me nella bottega. Poi dissi a Badr al-Din: "Qual è il prezzo che ti hanno chiesto per questo pezzo?"; e rispose: "Undicento dirham". Aggiunsi: "Il centinaio dispari sarà il tuo profitto: portami un foglio di carta e ti scriverò una scarico per esso". Poi gli scrissi una ricevuta di mia mano e diedi il pezzo alla signora, dicendo: "Portalo via con te e, se vuoi, portami il suo prezzo il prossimo giorno di mercato; o meglio ancora, accettalo come mio dono d'ospite per te". "Allah ti ricompensi col bene", rispose ella, "e faccia di te mio marito e signore e padrone di tutto ciò che ho!". E Allah favorì la sua preghiera. Vidi le Porte del Paradiso spalancarsi davanti a me e dissi: "O mia signora, lascia che questo pezzo di stoffa sia ora tuo e un altro simile è pronto per te; concedimi solo uno sguardo al tuo volto". Così ella sollevò il velo e vidi un volto la cui vista mi legò mille sospiri, e il mio cuore fu così rapito dal suo amore che non ero più padrone della mia ragione. Poi ella lasciò cadere il velo facciale e prendendo il pezzo di stoffa disse: "O mio signore non rendermi desolata con la tua assenza!" e si voltò e scomparve dalla mia vista. Rimasi seduto alla Borsa fino a dopo l'ora della preghiera del pomeriggio, perduto al mondo per l'amore che mi aveva soggiogato; e la violenza della mia passione mi costrinse a fare indagini su di lei presso il mercante, che mi rispose: "Questa è una signora e ricca: è la figlia di un certo Emiro che è morto di recente e le ha lasciato una grande fortuna". Poi mi congedai da lui e tornai a casa al Khan dove mi servirono la cena; ma non potevo mangiare pensando a lei e quando mi sdraiai per dormire, il sonno non si avvicinò a me. Così vegliai fino al mattino, quando mi alzai e indossai un cambio d'abiti e bevvi una coppa di vino; e, dopo aver fatto colazione con qualcosa di leggero, andai alla bottega del mercante dove lo salutai e mi sedetti accanto a lui. Poco dopo arrivò la signora come al solito, seguita da una schiava e indossando un vestito più sontuoso di prima; e mi salutò senza notare Badr al-Din e disse con voce fluente e graziosa (mai udii voce più dolce o soave): "Manda qualcuno con me a prendere i milleduecento dirham, il prezzo del pezzo". "Perché questa fretta?", chiesi ed ella rispose: "Possiamo non perderti mai!" e mi consegnò il denaro. Poi sedetti a parlare con lei e poco dopo le feci segno con gesti muti, per cui ella capì che desideravo godere della sua persona, ed ella si alzò in fretta con un'aria di disappunto. Il mio cuore si aggrappò a lei e uscii dal bazar e seguii le sue tracce. Mentre camminavo improvvisamente una schiava nera mi fermò e disse: "O mio signore, vieni a parlare con la mia padrona". A questo fui sorpreso e risposi: "Non c'è nessuno che mi conosca qui"; ma ella rispose: "O mio signore, quanto presto l'hai dimenticata! La mia signora è la stessa che era quest'oggi alla bottega di tale mercante". Poi andai con lei dal cambiavalute, dove trovai la signora che mi attirò al suo fianco e disse: "O mio amato, la tua immagine è fermamente impressa nella mia fantasia, e l'amore per te si è impossessato del mio cuore: dall'ora in cui ti vidi per la prima volta né sonno né cibo né bevanda mi hanno dato un briciolo di piacere". Risposi: "Il doppio di quella sofferenza è mia e il mio stato mi dispensa dal lamentarmi". Poi disse: "O mio amato, a casa tua, o alla mia?". "Io sono uno straniero qui e non ho luogo di ricevimento se non il Khan, quindi per tuo favore sarà a casa tua". "Così sia; ma questa è la notte di Venerdì e nulla può essere fatto fino a domani dopo le preghiere pubbliche; vai alla Moschea e prega; poi monta il tuo asino, e chiedi del quartiere Habbániyah; e, quando sarai lì, cerca la dimora di Al-Nakib Barakát, popolarmente noto come Abu Shámah il Sindaco; poiché vivo lì: quindi non ritardare poiché sarò in attesa di te". Gioii con gioia ancora maggiore a questo; e mi congedai da lei e tornai al mio Khan, dove passai una notte insonne. A stento fui certo che il mattino era sorto che mi alzai, cambiai i miei abiti, mi profumai con essenze e dolci profumi e, prendendo cinquanta dinari in un fazzoletto, andai dal Khan Masrúr alla porta Zuwaylah, dove montai un asino e dissi al suo proprietario: "Portami all'Habbaniyah". Così egli partì con me e giunse in un batter d'occhio in una strada nota come Darb al-Munkari, dove gli dissi: "Entra e chiedi della dimora del Sindaco". Egli fu assente un momento e poi tornò e disse: "Scendi". "Va' tu davanti a me alla casa", dissi, aggiungendo: "Torna con le prime luci e riportami a casa"; ed egli rispose: "Nel nome di Allah"; al che gli diedi un quarto di dinaro d'oro, ed egli lo prese e andò per la sua strada. Poi bussai alla porta e uscirono due schiave bianche, entrambe giovani; vergini dai seni alti, come fossero lune, e mi dissero: "Entra, poiché la nostra padrona ti attende e non ha dormito tutta la notte per la sua delizia in te". Passai attraverso il vestibolo in un salone con sette porte, pavimentato con marmi multicolori e arredato con tende e drappeggi di sete colorate: il soffitto era a cloisonné d'oro e corniciato con iscrizioni emblasonate in lapislazzuli; e le pareti erano stuccate con gesso Sultání che rifletteva il volto dell'osservatore. Attorno al salone c'erano finestre a grata che si affacciavano su un giardino pieno di ogni sorta di frutti; i cui ruscelli stavano mormorando e scorrendo e i cui uccelli stavano trillando e strillando; e nel cuore della sala c'era una fontana zampillante ai cui angoli stavano uccelli modellati in oro rosso incrostati di perle e gemme e spruzzanti acqua cristallina. Quando entrai e presi posto,—E Shahrazad percepì l'alba del giorno e cessò di dire il suo detto permesso.

Ora, quando fu la Ventiseiesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il giovane mercante continuò, Quando entrai e presi posto, la signora arrivò subito coronata con un diadema di perle e gioielli; il suo volto punteggiato di nei artificiali all'indaco, le sue sopracciglia tracciate con Kohl e le sue mani e piedi arrossati con Henné. Quando mi vide sorrise al mio volto e mi prese tra le sue braccia e mi strinse al suo petto; poi pose la sua bocca sulla mia bocca e succhiò la mia lingua (ed io feci lo stesso) e disse: "Può essere vero, o mio piccolo oscuro, che tu sei venuto da me?", aggiungendo: "Benvenuto e buona allegria a te! Per Allah, dal giorno in cui ti vidi il sonno non è stato dolce per me né il cibo è stato piacevole". Dissi: "Tale è stato anche il mio caso: e io sono il tuo schiavo, il tuo schiavo negro". Poi ci sedemmo a conversare ed io chinai la testa verso terra per la timidezza, ma ella non tardò molto prima di disporre davanti a me un vassoio delle vivande più squisite, carni marinate, frittelle inzuppate nel miele d'api e polli farciti con zucchero e pistacchi, dei quali mangiammo finché non fummo sazi. Poi portarono bacile e brocca ed io mi lavai le mani e ci profumammo con acqua di rose muschiata e ci sedemmo di nuovo a conversare. Così ella iniziò a ripetere questi distici:—

Se avessimo saputo del tuo arrivo, la tua via sarebbe stata cosparsa Con il sangue del nostro cuore e le pupille della nostra vista: La nostra guancia come un tappeto per accoglierti sarebbe stata gettata, Che il tuo passo sulle nostre palpebre dolcemente si posasse.

E lei continuava a lamentarsi di ciò che le era accaduto ed io di ciò che era capitato a me; e l'amore per lei prese una presa così salda sul mio cuore che tutte le mie ricchezze sembravano cosa da nulla al suo confronto. Poi ci mettemmo a giocare, a carezzarci e a baciarci fino al calar della notte, quando le ancelle ci portarono vivande e un completo servizio di vini, e restammo a banchettare fino a metà della notte; quando ci coricammo e io giacqui con lei, mai in vita mia vidi una notte come quella notte. Quando giunse il mattino mi alzai e presi congedo da lei, gettando sotto il letto coperto di tappeti il fazzoletto in cui erano i dinari, e mentre uscivo lei piangeva e diceva: "O mio signore, quando rivedrò mai quel volto adorabile?" "Sarò con te al tramonto," risposi, e uscendo trovai il ragazzo dell'asino, che mi aveva portato il giorno prima, in attesa alla porta. Così montai sull'asino e cavalcai fino al Khan di Masrur dove smontai e diedi all'uomo mezzo dinaro, dicendo: "Torna al tramonto"; e lui disse: "Lo farò". Poi feci colazione e uscii per cercare il prezzo delle mie mercanzie; dopo di che tornai, e prendendo un agnello arrosto e alcuni dolciumi, chiamai un facchino e misi la provvista nella sua cesta, e la mandai alla signora pagando all'uomo la sua mercede. Tornai alle mie occupazioni fino al tramonto, quando il conducente dell'asino venne da me; e presi cinquanta dinari in un fazzoletto e cavalcai verso la sua casa dove trovai il pavimento di marmo spazzato, gli ottoni lustrati, le lampade a bracci accese, le candele di cera pronte e illuminate, la carne servita e il vino filtrato. Quando la mia signora mi vide mi gettò le braccia al collo e gridò: "Mi hai desolata con la tua assenza". Poi dispose le tavole davanti a me e mangiammo finché fummo sazi, quando le schiave portarono via i vassoi e servirono il vino. Non smettemmo di bere finché fu passata metà della notte; e, ben riscaldati dal bere, andammo nella camera da letto e giacemmo lì fino al mattino. Mi alzai quindi e me ne andai da lei lasciando i cinquanta dinari con lei come prima; e, trovando il ragazzo dell'asino alla porta, cavalcai fino al Khan e dormii un poco. Dopo di che uscii per preparare il pasto serale e presi un paio d'oche con sugo su due piatti di riso condito e pepato, e preparai radici di colocasia fritte e inzuppate nel miele, e candele di cera e frutta e conserve e noci e mandorle e fiori profumati; e mandai tutto a lei. Non appena fu notte legai di nuovo cinquanta dinari in un fazzoletto e, montando l'asino come al solito, cavalcai verso la dimora dove mangiammo e bevemmo e giacemmo insieme fino al mattino, quando le gettai il fazzoletto e i dinari e tornai al Khan. Non cessai di agire in quel modo finché, dopo una dolce notte, mi svegliai una bella mattina e mi ritrovai in miseria, senza dinari e senza dirham. Allora dissi a me stesso: "Tutto questo è opera di Satana"; e cominciai a recitare questi distici:—

La povertà offusca lo splendore dell'uomo, qualunque sia stata la sua ricchezza, ✿ Proprio come il sole che sta per tramontare brilla con una luce ingiallita: Assente egli cade dalla memoria, dimenticato dai suoi amici; ✿ Presente non condivide le loro gioie poiché nessuno in lui si diletta: Cammina per il mercato evitato da tutti, troppo felice di nascondere il capo; ✿ In luoghi deserti versa lacrime e piange la sua amara sorte: Per Allah, tra i suoi parenti un uomo, per quanto buono, ✿ Tendato dal bisogno e dalla penuria non è che un estraneo!

Mi allontanai dal Khan e camminai lungo la strada "Tra i Palazzi" fino a giungere alla Porta di Zuwaylah, dove trovai la gente che si accalcava e l'ingresso bloccato per la gran folla. E per decreto del Destino vidi lì un soldato contro il quale urtai involontariamente, cosicché la mia mano finì sulla tasca del suo petto e sentii una borsa all'interno. Guardai e, vedendo un cordoncino di seta verde penzolare dalla tasca, capii che era una borsa; e la calca si faceva sempre più grande di minuto in minuto e proprio allora, un cammello carico di legna accadde che urtasse il soldato dal lato opposto, e lui si voltò per respingerlo, affinché non gli strappasse i vestiti; e Satana mi tentò, così tirai il cordoncino ed estrassi un sacchetto di seta azzurra, contenente qualcosa che tintinnava come moneta. Ma il soldato, sentendo la tasca improvvisamente alleggerita, vi portò la mano e la trovò vuota; al che si voltò verso di me e, afferrata la sua mazza dall'arcione della sella, mi colpì con essa sulla testa. Caddi a terra, mentre la gente ci circondava e, afferrando la giumenta del soldato per le briglie, gli diceva: "Colpisci questo giovane con un colpo simile per una semplice spinta!" Ma il soldato gridava loro contro: "Costui è un ladro maledetto!" Al che ripresi i sensi e mi alzai, e la gente mi guardò e disse: "No, è un bel giovane: non ruberebbe mai nulla"; e alcuni di loro presero le mie difese e altri furono contro di me e le domande e le risposte si fecero alte e accese. La gente mi tirava e avrebbe voluto sottrarmi alle sue grinfie; ma come il destino decretò, ecco che il Governatore, il Capo della Polizia e la guardia entrarono in quel momento nella Porta di Zuwaylah e, vedendo la gente riunita attorno a me e al soldato, il Governatore chiese: "Che succede?" "Per Allah! O Emiro," rispose il soldato, "questi è un ladro! Avevo in tasca una borsa di seta azzurra foderata con venti buone monete d'oro e lui l'ha presa, mentre ero nella calca." Disse il Governatore: "C'era qualcuno accanto a te in quel momento?"; e disse il soldato: "No." Allora il Governatore gridò al Capo della Polizia che mi afferrò, e in tal modo il velo della protezione del Signore fu rimosso da me. Poi disse: "Spogliatelo"; e, quando mi spogliarono, trovarono la borsa nei miei vestiti. Il Wali la prese, l'aprì e la contò; e, trovandovi venti dinari come il soldato aveva detto, si adirò grandemente e ordinò alla sua guardia di portarmi davanti a lui. Poi mi disse: "Ora, o giovane, parla sinceramente: hai rubato tu questa borsa?" A questo chinai la testa a terra e dissi a me stesso: "Se nego di averla rubata, mi caccerò in guai terribili." Così alzai la testa e dissi: "Sì, l'ho presa." Quando il Governatore udì queste parole si meravigliò e convocò dei testimoni che si fecero avanti e attestarono la mia confessione. Tutto questo accadde alla Porta di Zuwaylah. Allora il Governatore ordinò al portatore di torcia di tagliarmi la mano destra, e così fece; dopo di che avrebbe voluto troncarmi anche il piede sinistro; ma il cuore del soldato si intenerì ed ebbe pietà di me e intercedette per me presso il Governatore affinché non fossi ucciso. Allora il Wali mi lasciò e se ne andò e la gente rimase attorno a me e mi diede una tazza di vino da bere. Quanto al soldato, mi mise in mano la borsa e disse: "Sei un bel giovane e non si addice che tu sia un ladro." Così ripetei questi versi:—

Lo giuro nel nome di Allah, gentile signore! non ero un ladro, ✿ Né, o tu il migliore degli uomini! ero nato bandito: Ma il mutamento e il caso della Fortuna mi abbatterono improvvisamente, ✿ E l'affanno e la preoccupazione e la penuria hanno sviato il mio cammino: Non l'ho scoccato io, davvero, fu Allah a scoccare la freccia ✿ Che fece rotolare nella polvere il diadema regale dal mio capo.

Il soldato si voltò dopo avermi dato la borsa; ed io pure andai per la mia strada avendo avvolto la mano in un pezzo di straccio e ficcatela nel petto. Il mio intero aspetto era mutato, e il mio colorito era divenuto giallo per la vergogna e il dolore che mi erano toccati. Eppure andai alla casa della mia signora dove, in estremo turbamento di spirito, mi gettai sul letto coperto di tappeti.

Lei mi vide in questo stato e mi chiese: "Che ti affligge e perché ti vedo così mutato nell'aspetto?"; ed io risposi: "Il capo mi duole e non sto affatto bene." Al che lei fu turbata ed ebbe preoccupazione per conto mio e disse: "Non bruciarmi il cuore, o mio signore, ma mettiti a sedere e solleva la testa e raccontami cosa ti è accaduto oggi, poiché il tuo volto mi racconta una storia." "Lascia stare questo discorso," risposi. Ma lei pianse e disse: "Mi sembra che tu sia stanco di me, poiché ti vedo contrario alla tua abitudine." Ma io stetti in silenzio; e lei continuò a parlarmi sebbene io non le dessi alcuna risposta, finché giunse la notte. Poi mi pose davanti il cibo, ma io lo rifiutai temendo che mi vedesse mangiare con la mano sinistra e le dissi: "Non ho stomaco per mangiare al momento." Disse lei: "Dimmi cosa ti è accaduto oggi, e perché sei così addolorato e spezzato nello spirito e nel cuore?" Dissi io: "Aspetta un poco; ti racconterò tutto con calma." Poi mi portò del vino, dicendo: "Giù con questo, questo scaccerà il tuo dolore: devi davvero bere e raccontarmi le tue novelle." Le chiesi: "Per forza devo dirtelo?"; e lei rispose: "Sì." Allora dissi: "Se deve essere così, allora dammi da bere con la tua stessa mano." Lei riempì e bevve, e riempì di nuovo e mi diede la tazza che presi con la mano sinistra e asciugai le lacrime dalle mie palpebre e iniziai a ripetere:—

Quando Allah vuole che qualcosa accada a un uomo ✿ Che ha orecchie e occhi e spirito in piena misura; Le sue orecchie Egli assorda e i suoi occhi acceca ✿ E trae il suo spirito come noi traiamo un capello Finché, avendo compiuto il Suo scopo, Egli restaura ✿ Lo spirito dell'uomo, affinché, avvertito, egli proceda con più circospezione.

Quando finii i miei versi piansi, e lei gridò con un grido assai forte: "Qual è la causa delle tue lacrime? Tu mi bruci il cuore! Cosa ti fa prendere la tazza con la mano sinistra?" Dissi io: "In verità ho sulla mano destra un foruncolo"; e disse lei: "Scoprila e io la inciderò per te." "Non è ancora tempo di inciderla," risposi, "Quindi non tormentarmi con le tue parole, poiché non la toglierò dalla fasciatura in quest'ora." Poi bevvi la tazza, e lei non cessò di sollecitarmi con il bere finché l'ubriachezza mi vinse e mi addormentai nel posto in cui ero seduto; al che lei guardò la mia mano destra e vide un polso senza pugno. Così mi perquisì attentamente e trovò con me la borsa d'oro e la mia mano mozzata avvolta nel pezzo di straccio. Con ciò venne su di lei un dolore tale che mai ne colse alcuno e non cessò di lamentarsi per conto mio fino al mattino. Quando mi svegliai trovai che lei mi aveva preparato un piatto di brodo di quattro polli bolliti, che mi portò insieme a una tazza di vino. Mangiai e bevvi e, posando la borsa, sarei voluto uscire; ma lei mi disse: "Dove vai?"; ed io risposi: "Dove i miei affari mi chiamano"; e disse lei: "Non andrai: siediti." Così mi sedetti e lei riprese: "Il tuo amore per me ti ha sopraffatto al punto da consumare tutte le tue ricchezze e perdere la tua mano per conto mio? Ti prendo a testimone contro di me e anche Allah sia mio testimone che non mi separerò mai da te, ma morirò sotto i tuoi piedi; e presto vedrai che le mie parole sono vere." Poi mandò a chiamare il Kadi e i testimoni e disse loro: "Scrivete il mio contratto di matrimonio con questo giovane, e siate testimoni che ho ricevuto la dote." Quando ebbero redatto il documento lei disse: "Siate testimoni che tutto il mio denaro che è in questo forziere e tutto ciò che ho in schiavi e ancelle e altre proprietà è dato in dono gratuito a questo giovane." Così essi presero atto di questa dichiarazione che mi consentiva di assumere il possesso in diritto di matrimonio; e poi si ritirarono, dopo aver ricevuto i loro compensi. Dopodiché lei mi prese per mano e, conducendomi in uno stanzino, aprì un grande forziere e mi disse: "Guarda cosa c'è qui dentro"; ed io guardai ed ecco, era pieno di fazzoletti. Disse lei: "Questo è il denaro che ho avuto da te e ogni fazzoletto che mi davi, contenente cinquanta dinari, lo avvolgevo e gettavo in questo forziere; quindi ora prendi il tuo, poiché torna a te, e oggi sei diventato di alto lignaggio. La Fortuna e il Destino ti hanno afflitto così che tu perdessi la tua mano destra per causa mia; e io non potrò mai ricompensarti; anzi, anche se dessi la mia vita sarebbe ben poco e resterei comunque tua debitrice." Poi aggiunse: "Prendi carico delle tue proprietà"; così trasferii il contenuto del suo forziere nel mio, e aggiunsi le mie ricchezze alle sue che mi aveva dato, e il mio cuore fu sollevato e il mio dolore cessò. Mi alzai e la baciai e la ringraziai; e lei disse: "Hai dato la tua mano per amore di me e come posso darti un equivalente? Per Allah, se offrissi la mia vita per il tuo amore, sarebbe davvero ben poco e non renderebbe giustizia al tuo credito nei miei confronti." Poi mi trasferì con atto formale tutto ciò che possedeva in vestiti e ornamenti d'oro e perle, e beni e fattorie e suppellettili, e non si coricò a dormire quella notte, essendo gravemente addolorata per il mio dolore, finché non le raccontai tutto ciò che mi era accaduto. Passai la notte con lei. Ma prima che avessimo vissuto insieme per un mese, lei cadde gravemente malata e la malattia aumentò su di lei, per via del suo dolore per la perdita della mia mano, e sopportò solo cinquanta giorni prima di essere annoverata tra la gente dell'aldilà e gli eredi dell'immortalità. Così la composi e seppellii il suo corpo nella terra madre e feci celebrare una pia recitazione del Corano per la salute della sua anima, e diedi molto denaro in elemosina per lei; dopo di che mi allontanai dalla tomba e tornai alla casa. Lì trovai che lei aveva lasciato molta sostanza in denaro contante e schiavi, palazzi, terre e domini, e tra i suoi magazzini c'era un granaio di semi di sesamo, dei quali ne vendetti una parte a te; e non ho avuto né tempo né inclinazione per fare i conti con te finché non avessi venduto il resto della merce in magazzino; né, in verità, anche ora ho finito di ricevere il prezzo. Quindi desidero che tu non mi ostacoli in ciò che sto per dirti: due volte ho mangiato il tuo cibo e desidero farti dono del denaro per il sesamo che è presso di te. Tale è la causa del taglio della mia mano destra e del mio mangiare con la sinistra." "Davvero," dissi io, "mi hai mostrato la massima gentilezza e liberalità." Poi mi chiese: "Perché non dovresti viaggiare con me verso il mio paese natio, dove sto per tornare con mercanzie del Cairo e di Alessandria? Dimmi, mi accompagnerai?;" ed io risposi: "Lo farò." Così accettai di andare con lui all'inizio del mese, e vendetti tutto ciò che avevo e comprai altre mercanzie; poi partimmo e viaggiammo, io e il giovane, verso questo vostro paese, dove lui vendette la sua impresa e comprò altri investimenti di merci del luogo e continuò il suo viaggio verso l'Egitto. Ma fu mia sorte dimorare qui, così che queste cose mi accaddero nella mia estraneità che accaddero la scorsa notte, e non è questa storia, o Re dell'epoca, più meravigliosa e sorprendente della storia del Gobbo? "Non è così," disse il Re, "non posso accettarlo: non c'è altro da fare se non che siate impiccati, tutti quanti voi."——E Shahrazad percepì l'aurora del giorno, e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora quando fu la Ventisettesima Notte,

Lei disse, Mi è giunto, o Re propizio, che quando il Re della Cina dichiarò "Non c'è altro da fare se non che siate impiccati", il Sovrintendente della Cucina del Sultano si fece avanti e disse: "Se me lo permetti ti racconterò una storia di ciò che mi accadde poco prima che trovassi questo Gobbo; e, se sarà più meravigliosa della sua storia, concedici la vita." E quando il Re rispose "Sì" egli iniziò a raccontare

LA STORIA DEL SOVRINTENDENTE.

Sappi, o Re, che la scorsa notte ero a una festa dove fecero una recitazione del Corano e riunirono dottori di legge e religione esperti nella recitazione e nell'intonazione; e, quando i lettori finirono, la tavola fu imbandita e tra le altre cose ci posero davanti un ragù marinato aromatizzato con semi di cumino. Così ci sedemmo, ma uno dei nostri si trattenne e si rifiutò di toccarlo. Lo scongiurammo di mangiarne ma lui giurò che non l'avrebbe fatto; e, quando insistemmo di nuovo, disse: "Non siate insistenti con me; mi basta ciò che mi è già accaduto mangiandolo"; e iniziò a recitare:—

Carica il tuo vassoio e vai dritto alla tua meta; ✿ E, se ti aggrada questo Kohl, ebbene,—usa questo Kohl!

Quando ebbe terminato i suoi versi gli dicemmo: "Per Allah, rivelaci il motivo per cui ti rifiuti di mangiare il ragù di cumino". "Se è così," rispose, "e devo per forza mangiarne, non lo farò se non dopo essermi lavato la mano quaranta volte con sapone, quaranta volte con potassa e quaranta volte con galanga, per un totale di centoventi lavaggi." A quel punto l'ospitale padrone di casa ordinò ai suoi schiavi di portare acqua e tutto ciò di cui il giovane avesse bisogno; e il giovane si lavò la mano come predetto. Poi si sedette, come disgustato e al contempo spaventato, e intingendo la mano nel ragù, iniziò a mangiare mostrando segni di collera. Noi ne restammo estremamente meravigliati, poiché la sua mano tremava, il boccone che stringeva oscillava e vedemmo che il suo pollice era stato tagliato e che mangiava soltanto con le quattro dita. Gli dicemmo dunque: "Per Allah, cosa è accaduto al tuo pollice? La tua mano è così per creazione divina o le è capitato qualche incidente?" "O miei fratelli," rispose, "non è così soltanto per questo pollice, ma anche per l'altro mio pollice e per entrambi gli alluci, come vedrete." Così dicendo scoprì la mano sinistra e i piedi, e vedemmo che la mano sinistra era come la destra e che allo stesso modo a ciascuno dei suoi piedi mancava l'alluce. Quando lo vedemmo ridotto in quello stato, il nostro stupore crebbe ancor di più e gli dicemmo: "Non abbiamo quasi abbastanza pazienza per attendere la tua storia e ascoltare il modo in cui ti furono tagliati i pollici, e la ragione per cui ti lavi entrambe le mani centoventi volte." Sappiate dunque, disse, che mio padre era il capo dei mercanti e il più ricco di tutti nella città di Baghdad durante il regno del Califfo Harun al-Rashid; egli era assai dedito al vino e all'ascolto del liuto e degli altri strumenti di piacere; sicché quando morì non lasciò nulla. Lo seppellii, feci recitare per lui perlezioni del Corano e lo piansi per giorni e notti: poi aprii la sua bottega e scoprii che vi aveva lasciato poche merci, mentre i debiti erano molti. Tuttavia, ottenni dai suoi creditori una dilazione per saldare le loro richieste e mi dedicai alla compravendita, pagando loro qualcosa di settimana in settimana a titolo di acconto; e non smisi di fare ciò finché non ebbi estinto tutti i suoi obblighi e iniziai ad accrescere il mio capitale. Un giorno, mentre sedevo nella mia bottega, improvvisamente e inaspettatamente apparve dinanzi a me una giovane signora, più bella della quale non ne vidi mai, vestita delle più ricche vesti e ornamenti e in groppa a una mula, con uno schiavo negro che camminava davanti a lei e un altro dietro. Ella tirò le redini all'inizio del bazar dei cambi ed entrò, seguita da un eunuco che le diceva: "O mia signora, uscite e andatevene senza dirlo a nessuno, affinché non accendiate un fuoco che ci brucerà tutti." Inoltre egli si pose davanti a lei per proteggerla dagli sguardi mentre ella osservava le botteghe dei mercanti. Non ne trovò alcuna aperta se non la mia; così si avvicinò con l'eunuco alle spalle e, sedendosi nella mia bottega, mi salutò; non udii mai nulla di più grazioso del suo parlare o di più dolce della sua voce. Poi si tolse il velo dal viso e vidi che era come la luna e lanciai uno sguardo furtivo a lei, la cui vista mi causò mille sospiri, e il mio cuore fu catturato dall'amore per lei, e continuai a guardare e riguardare il suo volto ripetendo questi versi:—

Di' all'incantatrice nel velo color tortora, ✿ La morte sarebbe gradita per placare il tuo dolore! Favoriscimi con i tuoi favori affinché io viva: ✿ Vedi, protendo il palmo per prendere il tuo velo!

Quando ella udì i miei versi mi rispose dicendo:—

Ho perso ogni pazienza per dispetto di voi; ✿ Il mio cuore non conosce altro che il patto d'amore con voi! Se mai vedessi qualcos'altro che il fascino radioso di voi; ✿ La mia separazione non finirebbe alla vista di voi! Giuro che non dimenticherò mai il diritto di voi; ✿ E questo petto desidererebbe librarsi all'altezza di voi: Mi avete fatto vuotare la coppa d'amore, e io volentieri ✿ Una coppa d'amore tenera per delizia di voi: Prendete questa mia forma ovunque andiate, e quando ✿ Morirete, seppellitemi nel luogo di voi: Chiamatemi nella mia tomba, e ascoltate le mie ossa ✿ Sospirare le loro risposte al grido di voi: E se mi venisse chiesto "Di Dio cosa vorresti vedere?" ✿ Risponderei, "prima la Sua volontà, poi il Tuo decreto!"

Quando ebbe terminato i versi mi chiese: "O giovane, hai delle belle stoffe con te?"; e io risposi: "O mia signora, il tuo schiavo è povero; ma abbi pazienza finché i mercanti non apriranno le loro botteghe, e ti soddisferò con ciò che vorrai." Poi sedemmo a parlare, io e lei (ed io ero affogato nel mare del suo amore, stordito nel deserto della mia passione per lei), finché i mercanti non aprirono le botteghe; allora mi alzai e le procurai tutto ciò che cercava per un valore di cinquemila dirham. Ella diede la merce all'eunuco e, uscendo dalla porta del Cambio, montò sulla mula e se ne andò, senza dirmi da dove venisse, ed io mi vergognai di parlare di una simile inezia. Quando i mercanti mi sollecitarono per il prezzo, mi resi responsabile per cinquemila dirham e tornai a casa, ebbro d'amore per lei. Mi posero la cena davanti e mangiai un boccone, pensando solo alla sua bellezza e grazia, e cercai di dormire, ma il sonno non venne a me. E tale fu la mia condizione per una settimana intera, quando i mercanti richiesero i loro denari, ma li convinsi ad avere pazienza per un'altra settimana, al termine della quale ella apparve di nuovo in groppa a una mula, accompagnata dal suo eunuco e da due schiavi. Mi salutò e disse: "O mio padrone, siamo stati a lungo nel portarti il prezzo delle stoffe; ma ora chiama il cambiavalute e prendi i tuoi denari." Così mandai a chiamare il cambiavalute e l'eunuco contò le monete davanti a lui e me le consegnò. Poi sedemmo a parlare, io e lei, finché il mercato non aprì, quando ella mi disse: "Procurami questo e quello." Così le presi dai mercanti tutto ciò che desiderava, ed ella prese tutto e se ne andò senza dirmi una parola sul prezzo. Non appena fu fuori vista, mi pentii di ciò che avevo fatto; poiché il valore delle stoffe acquistate per lei ammontava a mille dinar, e dissi nel mio animo: "Che sorta d'amore è mai questo? Ella mi ha portato cinquemila dirham e ha preso merci per mille dinar." Temetti di finire in miseria per dover pagare i mercanti, e dissi: "Essi non conoscono altri che me; questa bella signora non è altro che una truffatrice e un'imbrogliona, che mi ha raggirato con la sua bellezza e grazia; poiché ha visto che ero solo un giovane e ha riso di me perché non ho chiesto il suo indirizzo." Non smisi di essere turbato da questi dubbi e timori, poiché ella rimase assente per più di un mese, finché i mercanti non mi tormentarono per i loro soldi e furono così duri con me che misi in vendita i miei beni e mi ritrovai sull'orlo della rovina. Tuttavia, mentre sedevo un giorno nella mia bottega, affogato in malinconiche riflessioni, ella giunse improvvisamente a cavallo e, smontata al cancello del bazar, venne dritta verso di me. Quando la vidi, tutte le mie pene svanirono e dimenticai ogni travaglio. Si avvicinò a me e mi salutò con la sua voce dolce e il suo parlare piacevole e disse subito: "Chiama il cambiavalute e pesa il tuo denaro." Così mi diede il prezzo di ciò che avevo ottenuto per lei e anche di più, e iniziò a parlare liberamente con me, finché non fui vicino a morire di gioia e diletto. Poco dopo mi chiese: "Hai una moglie?"; ed io risposi: "No, davvero: non ho mai conosciuto donna"; e iniziai a versare lacrime. Disse ella: "Perché piangi?" Dissi: "Non è nulla!" Poi, dando all'eunuco alcune delle monete d'oro, lo pregai di fare da intermediario nella faccenda; ma egli rise e disse: "Ella è più innamorata di te di quanto tu lo sia di lei: non ha alcun bisogno delle stoffe che ha comprato da te e ha fatto tutto questo solo per amore di te; dunque chiedile ciò che vuoi ed ella non ti negherà nulla." Quando mi vide dare i dinar all'eunuco, ella tornò e si sedette di nuovo; ed io le dissi: "Sii caritatevole verso il tuo schiavo e perdonagli ciò che sta per dire." Poi le dissi ciò che avevo in mente ed ella acconsentì e disse all'eunuco: "Tu porterai il mio messaggio a lui," aggiungendo a me: "E tu fa' tutto ciò che l'eunuco ti ordinerà." Poi si alzò e se ne andò, ed io pagai ai mercanti i loro denari ed essi ne trassero tutti profitto; ma per quanto mi riguarda, il rammarico per l'interruzione dei nostri rapporti fu tutto il mio guadagno; e non dormii per tutta quella notte. Tuttavia, prima che passassero molti giorni, il suo eunuco venne da me, ed io lo trattai con onore e chiesi della sua padrona. "In verità ella è malata d'amore per te," rispose, ed io replicai: "Dimmi chi è e cosa fa." Disse egli: "La signora Zubaydah, sposa del Califfo Harun al-Rashid, l'ha comprata da piccola e l'ha promossa a sovrintendente dell'Harem, dandole il diritto di entrare e uscire a suo piacimento. Ella ha parlato al suo signore di te e l'ha pregata di darti in sposa a lei; ma la signora disse:—Non lo farò finché non vedrò il giovane; e, se sarà degno di te, ti darò in sposa a lui. Dunque ora cerchiamo il momento opportuno per farti entrare di nascosto nel Palazzo e, se riuscirai a entrare furtivamente, otterrai ciò che desideri, ovvero sposarla; ma se la faccenda si venisse a sapere, la signora Zubaydah ti farebbe tagliare la testa. Che ne dici?" Risposi: "Verrò con te e affronterò il rischio di cui parli." Allora egli disse: "Non appena sarà notte, recati alla Moschea costruita dalla signora Zubaydah sul Tigri, recita le preghiere della notte e dormi lì." "Con amore e letizia," esclamai. Così al calar della notte mi recai alla Moschea, dove pregai e trascorsi la notte. Alle prime luci dell'alba, ecco che giunsero alcuni eunuchi su un'imbarcazione con un certo numero di casse vuote che depositarono nella Moschea, poi se ne andarono tutti tranne uno, e guardandolo con curiosità, vidi che era il nostro intermediario. Poco dopo entrò la damigella, la mia padrona, venendo dritta verso di noi; io mi alzai verso di lei e la abbracciai mentre ella mi baciò e versò lacrime. Parlammo un po'; dopodiché mi fece entrare in una delle casse che chiuse a chiave su di me. Poco dopo tornarono gli altri eunuchi con una quantità di pacchi ed ella iniziò a sistemarli nelle casse, che chiuse a chiave, una ad una, finché tutte furono sigillate. Quando tutto fu fatto, gli eunuchi imbarcarono le casse sulla barca e si diressero verso il palazzo della signora Zubaydah. Con ciò, il pensiero iniziò a tormentarmi e dissi a me stesso: "In verità la tua lussuria e la tua sfrenatezza saranno la tua morte; e la questione, dopotutto, è se riuscirai a ottenere ciò che desideri o meno?" E iniziai a piangere, chiuso com'ero nella cassa e sofferente per i crampi; e pregai Allah che mi liberasse dalla pericolosa situazione in cui mi trovavo, mentre la barca non smetteva di procedere finché non raggiunse il cancello del Palazzo, dove tirarono fuori le casse e tra queste quella in cui mi trovavo io. Poi le portarono dentro, passando attraverso una schiera di eunuchi, guardiani dell'Harem e delle dame dietro la tenda, finché non giunsero alla postazione dell'Eunuco Capo che balzò dal sonno e gridò alla fanciulla: "Cosa c'è in quelle casse?" "Sono piene di merci per la signora Zubaydah!" "Aprilo, una ad una, che io possa vedere cosa contengono." "E perché mai vorresti aprirle?" "Non farmi discorsi e non esagerare con le chiacchiere! Queste casse devono essere aperte e lo saranno." Così dicendo, balzò in piedi e la prima che gli portarono ad aprire fu quella in cui mi trovavo io; e quando sentii le sue mani su di essa, i sensi mi abbandonarono e mi feci la pipì addosso per la paura, con l'acqua che usciva dalla cassa. Allora ella disse all'Eunuco Capo: "O sovrintendente! Mi farai uccidere e farai lo stesso con te, poiché hai danneggiato merci per un valore di diecimila dinar. Questa cassa contiene abiti colorati e quattro fiaschi da un gallone di acqua di Zemzem; ed ora uno di essi si è stappato e l'acqua sta colando sugli abiti, rovinandone i colori." L'eunuco rispose: "Prendi le tue casse e vattene, che il maledetto sia Dio!" Così gli schiavi portarono via tutte le casse, inclusa la mia; e si affrettarono con esse finché improvvisamente udii la voce di uno che diceva: "Ahimè, ahimè! Il Califfo! Il Califfo!" Quando quel grido colpì le mie orecchie, morii nella mia pelle e dissi un detto che non ha mai svergognato chi lo pronuncia: "Non c'è Maestà e non c'è Potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Io e soltanto io ho attirato questa calamità su me stesso." Poco dopo udii il Califfo dire alla mia padrona: "Che la peste ti colga, cosa c'è in quelle scatole?"; ed ella rispose: "Abiti per la signora Zubaydah"; al che egli disse: "Aprilo davanti a me!" Quando udii ciò, morii all'istante e dissi a me stesso: "Per Allah, oggi è proprio l'ultimo dei miei giorni in questo mondo: se ne uscirò sano e salvo, la sposerò e non ci saranno altre parole, ma la scoperta mi fissa in volto e la mia testa è come già mozzata." Poi ripetei la professione di Fede, dicendo: "Non c'è altro dio che Dio, e Maometto è l'Apostolo di Dio!"

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurato, che il giovane mercante continuò come segue: Ora, quando ebbi testimoniato: "Attesto che non vi è altro dio all'infuori di Dio", udii la mia padrona, la schiava, dichiarare al Califfo: "Questi forzieri, o Comandante dei Credenti, mi sono stati affidati dalla signora Zubaydah, ed ella non desidera che il loro contenuto sia visto da alcuno". "Non importa!" esclamò il Califfo, "è necessario che vengano aperti, vedrò cosa contengono"; e gridò a gran voce agli eunuchi: "Portate qui i forzieri davanti a me". A quel punto fui certo della morte (senza ombra di dubbio) e caddi svenuto. Allora gli eunuchi gli portarono i forzieri uno dopo l'altro ed egli si mise a ispezionarne il contenuto, ma non vi vide altro che profumi, stoffe e abiti pregiati; e non smisero di aprire i forzieri ed egli non smise di guardare cosa vi fosse dentro, trovando solo vestiti e simili cose, finché non ne rimase alcuno chiuso tranne la cassa in cui ero rinchiuso io. Torsero le mani per aprirla, ma la mia padrona, la schiava, si affrettò e disse al Califfo: "Questa la vedrai solo alla presenza della signora Zubaydah, poiché ciò che vi è dentro è il suo segreto". Quando udì ciò, egli diede ordine di portare dentro i forzieri; così presero quello in cui mi trovavo e lo portarono con gli altri nell'Harem e lo deposero nel mezzo del salone; e in verità la mia saliva si era prosciugata per la gran paura. Poi la mia padrona aprì la cassa e mi tirò fuori, dicendo: "Non temere: nessun male ti accadrà ora né spavento; ma allarga il petto e fortifica il cuore e siediti finché non giunga la signora Zubaydah, e certamente otterrai da me il tuo desiderio". Così mi sedetti e, dopo un poco, entrarono dieci ancelle, vergini come lune, e si disposero in due file, cinque di fronte a cinque; e dopo di loro altre venti fanciulle, verginità dal petto alto, che circondavano la signora Zubaydah, la quale camminava a stento per il peso delle sue vesti e dei suoi ornamenti. Mentre si avvicinava, le schiave si dispersero attorno a lei, e io avanzai e baciai la terra tra le sue mani. Ella mi fece segno di sedermi e, quando mi sedetti davanti alla sua sedia, iniziò a interrogarmi sui miei antenati, la mia famiglia e la mia condizione, alle quali diedi risposte che le piacquero, ed ella disse alla mia padrona: "La nostra educazione verso te, o fanciulla, non ci ha deluso". Poi disse a me: "Sappi che questa ancella è per noi come nostra figlia ed ella è un deposito affidato a te da Allah". Baciai di nuovo la terra davanti a lei, ben lieto di sposare la mia padrona, ed ella mi ordinò di restare dieci giorni nel palazzo. Così vi rimasi dieci giorni, durante i quali non vidi la mia padrona né alcuno, tranne una delle concubine, che mi portava i pasti del mattino e della sera. Dopo di ciò la signora Zubaydah prese consiglio con il Califfo circa il matrimonio della sua ancella favorita, ed egli diede il suo assenso e le assegnò una dote di diecimila pezzi d'oro. Così la signora Zubaydah mandò a chiamare il Kazi e i testimoni che scrissero il nostro contratto di matrimonio, dopo di che le donne prepararono dolciumi e ricche vivande e li distribuirono tra tutti gli Odah dell'Harem. Così fecero per altri dieci giorni, al termine dei quali la mia padrona si recò ai bagni. Nel frattempo, mi misero davanti un vassoio di cibo su cui vi erano varie carni e tra quei piatti, che bastavano a stordire la mente, vi era una ciotola di stufato al cumino contenente petti di pollo, fricandò e insaporiti con zucchero, pistacchi, muschio e acqua di rose. Allora, per Allah, nobili signori, non esitai a lungo; ma presi posto davanti allo stufato e mi misi a mangiare finché non ne potei più. Dopo di ciò mi pulii le mani, ma dimenticai di lavarmele; e sedetti finché non si fece buio, quando vennero accese le candele di cera e le cantanti entrarono con i loro tamburelli e procedettero a mostrare la sposa in vari abiti e a portarla in processione di stanza in stanza per tutto il palazzo, facendosi attraversare i palmi con l'oro. Poi la portarono da me e la svestirono. Quando mi ritrovai solo con lei sul letto la abbracciai, stentando a credere alla nostra unione; ma ella sentì i forti odori dello stufato sulle mie mani e subito gridò con un grido assai forte, al che le schiave accorsero a lei da ogni parte. Tremavo per lo spavento, non sapendo cosa fosse accaduto, e le ragazze le chiesero: "Cosa ti affligge, o nostra sorella?". Ella rispose loro: "Portate via questo folle da me: avevo pensato fosse un uomo di senno!". Dissi a lei: "Cosa ti fa pensare che io sia folle?". Rispose: "Tu pazzo! cosa ti ha fatto mangiare lo stufato al cumino e dimenticare di lavarti la mano? Per Allah, ti ripagherò per la tua cattiva condotta. Deve forse uno come te venire a letto con una come me con le mani sporche?". Poi prese dal suo fianco una frusta intrecciata e mi colpì con essa sulla schiena e sul luogo dove siedo finché le sue braccia non furono intorpidite e io svenni per le troppe percosse; quando ella disse alle ancelle: "Prendetelo e portatelo dal Capo della Polizia, affinché gli tagli la mano con cui ha mangiato lo stufato al cumino, e che non ha lavato". Quando udii ciò dissi: "Non vi è Maestà e non vi è Potenza se non in Allah! Taglierai la mia mano perché ho mangiato uno stufato al cumino e non l'ho lavata?". Anche le ancelle intercedettero per me e le baciarono la mano dicendo: "O nostra sorella, quest'uomo è un sempliciotto, non punirlo per ciò che ha fatto questa volta"; ma ella rispose: "Per Allah, non c'è aiuto se non che io gli tagli qualcosa, specialmente il membro offensivo". Poi se ne andò e non ne seppi più nulla per dieci giorni, durante i quali mi mandò cibo e bevande tramite una schiava che mi disse che lei si era ammalata per l'odore dello stufato al cumino. Dopo quel tempo ella venne da me e disse: "O faccia nera! ti insegnerò come mangiare lo stufato al cumino senza lavarti le mani!". Poi gridò alle ancelle, che mi legarono; ed ella prese un rasoio affilato e mi tagliò i pollici e gli alluci; proprio come vedete, o nobile assemblea! A quel punto svenni, ed ella sparse della polvere di erbe curative sui monconi e quando il sangue fu arrestato, dissi: "Mai più mangerò stufato al cumino senza lavarmi le mani quaranta volte con potassa e quaranta volte con galanga e quaranta volte con sapone!". Ed ella mi fece giurare e mi vincolò con un patto a tal effetto. Quando, dunque, mi avete portato lo stufato al cumino il mio colore è cambiato e ho detto a me stesso: "È stato proprio questo piatto che ha causato il taglio dei miei pollici e dei miei alluci"; e, quando mi avete costretto, ho detto: "È necessario che adempia al giuramento che ho fatto". "E cosa ti accadde dopo questo?" chiesero i presenti; ed egli rispose: Quando le giurai, la sua rabbia si placò e dormii con lei quella notte. Dimorammo così per un po' finché un giorno mi disse: "In verità il Palazzo del Califfo non è un luogo piacevole in cui vivere, e nessuno vi è mai entrato se non tu; e tu solo per grazia della signora Zubaydah. Ora ella mi ha dato cinquantamila dinari", aggiungendo: "Prendi questo denaro ed esci a comprarci una bella casa". Così mi avviai e comprai una dimora bella e spaziosa, dove ella trasferì tutte le ricchezze che possedeva e le ricchezze che io avevo guadagnato in stoffe e costose rarità. Tale è la causa del taglio dei miei pollici e dei miei alluci". Mangiammo, (continuò l'amministratore) e stavamo tornando alle nostre case quando mi accadde col Gobbo ciò che sapete.

Questa dunque è la mia storia, e la pace sia con te! Disse il Re: "Questa storia non è affatto più dilettevole della storia del Gobbo; anzi, lo è ancora meno, e non c'è altro da fare che impiccarvi tutti". Allora si fece avanti il medico ebreo e, baciando la terra, disse: "O Re del tempo, ti racconterò una storia più meravigliosa di quella del Gobbo". "Racconta", disse il Re della Cina; così iniziò il

RACCONTO DEL MEDICO EBREO.

Proprio meravigliosa fu una faccenda che mi accadde nella mia giovinezza. Vivevo a Damasco in Siria studiando la mia arte e, un giorno, mentre sedevo a casa, ecco che venne a me un Mamelucco della casa del Sahib e mi disse: "Parla con il mio signore!". Così lo seguii alla casa del Viceré e, entrando nella grande sala, vidi al suo capo un divano di cedro placcato d'oro su cui giaceva un giovane malaticcio, peraltro bellissimo; più bello di lui non se ne poteva vedere. Mi sedetti accanto al suo capo e pregai il Cielo per una guarigione; ed egli mi fece un segno con gli occhi, così gli dissi: "O mio signore! favoriscimi con la tua mano, e la sicurezza sia con te!". Allora egli tese la mano sinistra e io me ne meravigliai e dissi: "Per Allah, è strano che questo bel giovane, figlio di una grande casa, debba mancare così di buone maniere. Questo non può essere altro che orgoglio e presunzione!". Tuttavia gli tastai il polso e scrissi per lui una ricetta e continuai a visitarlo per dieci giorni, al termine dei quali egli guarì e si recò all'Hammam, dopodiché il Viceré mi diede un bell'abito d'onore e mi nominò sovrintendente dell'ospedale che si trova a Damasco. Lo accompagnai ai bagni, che avevano tenuto interamente privati per la sua comodità; e i servi entrarono con lui e gli tolsero i vestiti all'interno del bagno, e quando fu spogliato vidi che la sua mano destra era stata appena tagliata, e questa era la causa della sua debolezza. A ciò rimasi stupito e addolorato per lui: poi, guardando il suo corpo, vi vidi le cicatrici delle frustate su cui aveva applicato unguenti. Fui turbato alla vista e la mia preoccupazione apparve sul mio volto. Il giovane mi guardò e, comprendendo la faccenda, disse: "O Medico del tempo, non meravigliarti del mio caso; ti racconterò la mia storia non appena usciremo dai bagni". Poi ci lavammo e, tornando a casa sua, mangiammo un po' di cibo e ci riposammo per un po'; dopodiché mi chiese: "Cosa dici di sollevarti lo spirito ispezionando la sala da pranzo"; e io risposi: "Così sia". Allora ordinò agli schiavi di portare fuori i tappeti e i cuscini necessari e di arrostire un agnello e di portarci della frutta. Obbedirono al suo ordine e mangiammo insieme, ed egli usò la mano sinistra per lo scopo. Dopo un po' gli dissi: "Ora raccontami la tua storia". "O Medico del tempo", rispose egli, "Ascolta ciò che mi accadde. Sappi che sono dei figli di Mosul, dove mio nonno morì lasciando nove figli di cui mio padre era il maggiore. Tutti crebbero e presero moglie, ma nessuno di loro fu benedetto dalla prole tranne mio padre, a cui la Provvidenza mi concesse. Così crebbi tra i miei zii che gioirono di me con gioia estrema, finché non giunsi all'età adulta. Un giorno, che accadde di essere un venerdì, andai alla Moschea Cattedrale di Mosul con mio padre e i miei zii, e pregammo le preghiere congregazionali, dopo di che la gente uscì, tranne mio padre e i miei zii, che sedettero a parlare di cose meravigliose in terre straniere e delle visioni prodigiose di città straniere. Alla fine menzionarono l'Egitto, e uno dei miei zii disse: "I viaggiatori ci dicono che non vi è sulla faccia della terra nulla di più bello del Cairo e del suo Nilo"; e queste parole mi fecero desiderare di vedere il Cairo. Disse mio padre: "Chi non ha visto il Cairo non ha visto il mondo. La sua polvere è dorata e il suo Nilo un miracolo trattenuto; e le sue donne sono come bellissime Urie; marionette, belle immagini; le sue case sono palazzi rari; la sua acqua è dolce e leggera e il suo fango una merce e una medicina senza paragoni, proprio come disse il poeta in questa sua poesia:—

La piena del Nilo oggi è il guadagno che possiedi; ✿ Tu solo in tale guadagno e abbondanza dimori: Il Nilo è il mio fiume di lacrime di separazione, ✿ E qui nessuno è abbandonato tranne me solo.

Inoltre temperata è la sua aria, e infusa di fragranza, che supera l'aloe nel profumo; e come potrebbe essere altrimenti, essendo essa la Madre del Mondo? E Allah favorisca colui che scrisse questi versi:—

Se lascio il Cairo e i suoi piaceri, ✿ Dove posso andare a trovare modi così lieti? Dovrò abbandonare quel luogo, i cui grati profumi ✿ Rallegrano ogni anima e invocano lodi altissime? Dove ogni palazzo, come un altro Eden, ✿ Espone tappeti e cuscini riccamente lavorati; Una città che corteggia vista e spirito alla gioia, ✿ Dove il Santo incontra il Peccatore e ciascuno gode la sua mania; Dove l'amico incontra l'amico, uniti dalla Provvidenza ✿ In giardino verdeggiante e in labirinto di palme: Gente del Cairo, se per decreto di Allah ✿ Io vado, con voi nei pensieri io dimoro sempre! Non sussurrare Cairo all'orecchio di Zefiro, ✿ Che per il suo simile di profumi di giardino non te la porti via.

E se i tuoi occhi vedessero la sua terra, e l'ornamento di essa con il fiore, e il ricamo di essa con ogni sorta di boccioli, e le isole del Nilo e quanto vi è in essa di ampia e bella prospettiva, e se rivolgessi lo sguardo sullo Stagno Abissino, il tuo sguardo non tornerebbe dalla scena privo di meraviglia; poiché da nessuna parte vedresti il compagno di quella vista incantevole; e, in verità, le due braccia del Nilo abbracciano una vegetazione assai lussureggiante, come il bianco dell'occhio circonda il suo nero o come argento filigranato che circonda crisoliti. E divinamente dotato fu il poeta che al riguardo disse questi distici:—

Presso lo Stagno Abissino, o giorno divino! ✿ Nel crepuscolo del mattino e sotto lo splendore del sole: L'acqua imprigionata nelle sue mura verdeggianti, ✿ Come lampi di sciabola davanti agli occhi che si restringono: E nel Giardino sedemmo mentre scorre ✿ Lento sorso, con lati ricamati tinti finemente: Il torrente è increspato dalle mani delle nuvole; ✿ Anche noi, increspandoci, sui nostri tappeti ci adagiamo, Passando vino puro, e chi ci lascia lì ✿ Non sorgerà mai dalla caduta che i suoi guai designano: Drenando lunghi sorsi da grandi e colme coppe, ✿ Somministrando l'unica medicina della sete—il vino.

E cosa c'è da paragonare al Rasad, l'Osservatorio, e ai suoi incanti dei quali ogni spettatore mentre si avvicina dice:—"In verità questo luogo è specializzato con ogni sorta di eccellenza! E se parli della Notte della piena del Nilo, dai l'arcobaleno e distribuiscilo! E se contempli Il Giardino al tramonto, con le fresche ombre che si allungano in lungo e in largo, una meraviglia vedresti e saresti incline all'Egitto in estasi. E se fossi al lato del fiume del Cairo, quando il sole sta tramontando e il torrente indossa maglia e usbergo sopra le sue altre vesti, saresti vivificato a nuova vita dai suoi gentili zefiri e dalla sua ombra onnicomprensiva." Così parlò ed il resto si mise a descrivere l'Egitto e il suo Nilo. Mentre udivo i loro racconti, i miei pensieri indugiavano sull'argomento e quando, dopo aver parlato a sazietà, tutti si alzarono e andarono per le loro strade, mi coricai per dormire quella notte, ma il sonno non venne a causa del mio violento desiderio dell'Egitto; e né il cibo né la bevanda mi piacquero. Dopo pochi giorni i miei zii si equipaggiarono per un viaggio commerciale in Egitto; e piansi davanti a mio padre finché non preparò per me mercanzie adatte, ed egli acconsentì alla mia partenza con loro, dicendo però: "Non entri al Cairo, ma lo si lasci vendere le sue mercanzie a Damasco." Così mi congedai da mio padre e partimmo da Mosul e non smettemmo di viaggiare finché non raggiungemmo Aleppo dove sostammo alcuni giorni. Poi marciammo oltre finché non arrivammo a Damasco e la trovammo una città come se fosse un Paradiso, abbondante di alberi e torrenti e uccelli e frutti di ogni tipo. Sbarcammo in uno dei Khan, dove i miei zii sostarono per un po' vendendo e comprando; e comprarono e vendettero anche per mio conto, ogni dirham rendeva un profitto di cinque sul costo primo, il che mi piacque enormemente. Dopo di ciò mi lasciarono solo e volsero i loro volti verso l'Egitto; mentre io dimorai a Damasco, dove avevo affittato da un gioielliere, per due dinari al mese, una casa le cui bellezze avrebbero fatto vergognare la lingua. Qui rimasi, mangiando e bevendo e spendendo le monete che avevo in mano finché, un giorno, mentre sedevo alla porta di casa mia, ecco che arrivò una giovane signora vestita con abiti costosissimi—mai i miei occhi videro di più ricchi. Le feci l'occhiolino ed ella entrò senza esitazione e stette all'interno. Entrai con lei e chiusi la porta su di me e su di lei; dopodiché ella sollevò il velo dal viso e si tolse la mantiglia, quando la trovai come una luna dipinta di rara e meravigliosa bellezza; e l'amore per lei si impossessò del mio cuore. Così mi alzai e portai un vassoio delle più delicate leccornie e frutti e ciò che si addiceva all'occasione, e mangiammo e giocammo e dopo di ciò bevemmo finché il vino non ci diede alla testa. Poi giacqui con lei nelle notti più dolci e al mattino le offrii dieci pezzi d'oro; quando il suo viso si abbassò e le sue sopracciglia si raggrinzirono e tremando d'ira gridò: "Guai a te, o mio dolce compagno! credi forse che io brami il tuo denaro?". Poi tirò fuori dal seno della sua camicia quindici dinari e, deponendoli davanti a me, disse: "Per Allah! a meno che tu non li prenda non tornerò mai più da te". Così li accettai ed ella mi disse: "O mio amato! aspettami di nuovo tra tre giorni, quando sarò con te tra il tramonto e l'ora della cena; e tu prepara per noi con questi dinari lo stesso intrattenimento della scorsa notte." Dicendo così, si congedò da me e se ne andò e tutti i miei sensi andarono con lei. Il terzo giorno tornò di nuovo, vestita di stoffa tessuta con filo d'oro, e indossando vesti e ornamenti più fini di prima. Avevo preparato il luogo per lei prima che arrivasse e il pasto era pronto; così mangiammo e bevemmo e giacemmo insieme, come avevamo fatto, fino al mattino, quando mi diede altri quindici pezzi d'oro e promise di tornare di nuovo dopo tre giorni. Di conseguenza, mi preparai per lei e, al momento stabilito, ella si presentò vestita più riccamente che nella prima e seconda occasione, e mi disse: "O mio signore, non sono io bella?". "Sì, per Allah tu lo sei!" risposi io, ed ella continuò: "Mi permetterai di portare con me una giovane signora più bella di me, e più giovane negli anni, affinché possa giocare con noi e tu e lei possiate ridere e scherzare e rallegrarsi il cuore, poiché ella è stata molto triste da molto tempo, e mi ha chiesto di portarla fuori e lasciarla passare la notte fuori con me?". "Sì, per Allah!" risposi; e bevemmo finché il vino non ci diede alla testa e dormimmo fino al mattino, quando mi diede altri quindici dinari, dicendo: "Aggiungi qualcosa alla tua solita provvista per conto della giovane signora che verrà con me". Poi se ne andò, e il quarto giorno preparai la casa come al solito, e poco dopo il tramonto ecco, ella arrivò, accompagnata da un'altra fanciulla avvolta con cura nella sua mantiglia. Entrarono e si sedettero; e quando le vidi ripetei questi versi:—

Com’è caro il nostro giorno e com’è lieta la nostra sorte, ✿ Quando il cinico è lontano col suo maligno favellare! Quando l’amore e la delizia e il capogiro ✿ fanno trottare l’arguzia, — il miglior dono del vino. Quando la luna piena brilla dietro il velo di nubi, ✿ E il ramoscello ondeggia nelle sue verdi fronde lucenti: Quando la rosa rossa si colora sulle guance più fresche, ✿ E il Narciso schiude i suoi occhi malati d’amore: Quando il piacere con coloro che amo è così dolce, ✿ Quando l’amicizia con coloro che amo è completa!

Mi rallegrai nel vederle e accesi le candele dopo averle accolte con gioia e diletto. Si tolsero i pesanti abiti esterni e la nuova fanciulla scoprì il volto, sicché vidi che era come la luna al suo colmo — mai vidi nulla di più bello. Poi mi alzai e posi cibo e bevanda davanti a loro, e mangiammo e bevemmo; e seguitai a porgere bocconi alla nuova venuta, colmando la sua coppa e bevendo con lei finché la prima fanciulla, facendosi interiormente gelosa, mi chiese: "Per Allah, non è forse più deliziosa di me?"; al che risposi: "Sì, per il Signore!". "È mio desiderio che tu giaccia con lei questa notte; poiché io sono la tua padrona, ma lei è la nostra ospite." "Sia fatto sul mio capo e sui miei occhi." Poi ella si alzò e stese i tappeti per il nostro giaciglio e io presi la giovane donna e giacqui con lei quella notte fino al mattino, quando mi svegliai e mi trovai bagnato, come pensai, di sudore. Mi sedetti e tentai di destare la fanciulla; ma quando la scossi per le spalle, la mia mano divenne cremisi di sangue e la sua testa rotolò via dal guanciale. A tal vista i sensi mi fuggirono e gridai ad alta voce: "O Onnipotente Protettore, concedimi la Tua protezione!". Poi, scoprendo che il suo collo era stato reciso, balzai in piedi e il mondo divenne nero davanti ai miei occhi, e cercai la donna, il mio primo amore, ma non potei trovarla. Così compresi che era stata lei a uccidere la fanciulla nella sua gelosia, e dissi: "Non c’è Maestà né Potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande! Che fare ora?". Riflettei alquanto, poi, togliendomi gli abiti, scavai una buca nel mezzo del cortile, dove deposi la fanciulla uccisa con i suoi gioielli e gli ornamenti d’oro; e, gettata di nuovo la terra su di lei, ricollocai le lastre del pavimento di marmo. Dopo di ciò feci il Ghusl, ovvero l’abluzione totale, e indossai abiti puri; poi, prendendo quel che di denaro mi era rimasto, chiusi a chiave la casa, mi feci coraggio e mi recai dal proprietario, al quale pagai un anno di affitto dicendo: "Sto per raggiungere i miei zii al Cairo". Poco dopo partii e, viaggiando verso l’Egitto, mi ricongiunsi ai miei zii che si rallegrarono di me, e scoprii che avevano terminato di vendere la loro mercanzia. Mi chiesero: "Qual è la causa della tua venuta?"; e io risposi: "Desideravo vedervi"; ma non feci sapere loro che avevo del denaro con me. Dimorai con loro un anno, godendo dei piaceri del Cairo e del suo Nilo, e sciupando il resto del mio denaro in banchetti e gozzoviglie finché non giunse il tempo della partenza dei miei zii, quando fuggii da loro e mi nascosi. Essi fecero ricerche e mi cercarono, ma non avendo notizie dissero: "Sarà tornato a Damasco". Quando partirono uscii dal mio nascondiglio e dimorai al Cairo tre anni, finché non rimase nulla del mio denaro. Ora, ogni anno, ero solito inviare l’affitto della casa di Damasco al suo proprietario, finché alla fine non mi rimase che quanto bastava per pagargli un anno di locazione e il mio petto era stretto dall’angoscia. Così viaggiai fino a Damasco e presi alloggio nella casa il cui proprietario, il gioielliere, fu lieto di vedermi e trovai ogni cosa chiusa come l’avevo lasciata. Aprii gli armadi, trassi fuori i miei abiti e le mie necessità e mi imbattei, sotto il tappeto-letto sul quale avevo giaciuto quella notte con la fanciulla cui era stata tagliata la testa, in una collana d’oro incastonata di dieci gemme di rara bellezza. La raccolsi e, ripulitala dal sangue, sedetti a contemplarla e piansi alquanto. Poi dimorai nella casa due giorni e il terzo mi recai all’Hammam e cambiai i miei abiti. Non avevo più denaro con me; così Satana mi sussurrò la tentazione affinché il Decreto del Destino si compisse. Il giorno seguente portai la collana ingioiellata al bazar e la consegnai a un sensale che mi fece sedere nella bottega del gioielliere, il mio padrone di casa, e mi pregò di avere pazienza finché il mercato fosse stato pieno, quando egli portò via l’ornamento e lo mise in vendita, privatamente e a mia insaputa. La collana fu valutata duemila dinari, ma il sensale tornò da me e disse: "Questo monile è di rame, una mera contraffazione alla maniera dei Franchi, e mille dirham sono stati offerti per esso". "Sì," risposi, "sapevo che era di rame, poiché la facemmo fare per una certa persona affinché potessimo schernirla: ora mia moglie l’ha ereditata e desideriamo venderla; perciò vai e prendi i mille dirham." — E Shahrazad scorse il nascere del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando fu la Ventinovesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il bel giovane disse al sensale: "Prendi i mille dirham"; e quando il sensale udì ciò, comprese che il caso era sospetto. Così portò il monile al Sindaco del bazar, e il Sindaco lo portò al Governatore che era anche prefetto di polizia, e gli disse falsamente: "Questo monile è stato rubato da casa mia, e abbiamo trovato il ladro in abiti da mercante". Così, prima che me ne avvedessi, le guardie mi circondarono e, facendomi prigioniero, mi condussero davanti al Governatore che mi interrogò sul monile. Gli narrai la storia che avevo raccontato al sensale; ma egli rise e disse: "Queste parole non sono vere". Poi, prima che capissi cosa stesse accadendo, le guardie mi spogliarono degli abiti e calarono verghe di palma sulle mie costole, finché per lo strazio del bastone confessai: "Fui io a rubarlo"; dicendo tra me e me: "'È meglio per te dire, io l’ho rubato, che far loro sapere che la sua proprietaria fu uccisa in casa tua, poiché allora ti ucciderebbero per vendicarla". Così scrissero che l’avevo rubato e mi tagliarono la mano e scotteranno il moncone nell’olio, quando svenni per il dolore; ma mi diedero del vino da bere e rinvenni, e, presa la mia mano, stavo andando alla mia bella casa, quando il mio padrone di casa mi disse: "Poiché, o figlio mio, questo ti è accaduto, devi lasciare la mia casa e cercarti un altro alloggio, giacché sei stato condannato per furto. Sei un bel giovane, ma chi avrà pietà di te dopo questo?". "O mio signore" dissi, "abbi pazienza con me solo due giorni o tre, finché non trovo un altro posto." Egli rispose: "Così sia", e se ne andò lasciandomi. Tornai alla casa dove sedetti piangendo e dicendo: "Come tornerò dai miei con la mano mozzata senza che essi sappiano che sono innocente? Forse anche dopo questo Allah potrà disporre qualche cosa per me". E piansi con pianto eccessivo; il dolore mi assalì e rimasi in grave afflizione per due giorni; ma il terzo giorno il mio padrone di casa giunse improvvisamente da me, e con lui alcune guardie e il Sindaco del bazar, che mi aveva falsamente accusato di aver rubato il monile. Mi avvicinai a loro e chiesi: "Che cosa c’è?"; tuttavia, essi mi legarono senza ulteriori indugi e mi gettarono una catena al collo, dicendo: "Il monile che era con te è risultato essere proprietà del Visir di Damasco, che è anche il suo Viceré"; e aggiunsero: "Era scomparso dalla sua casa tre anni fa, nello stesso periodo della sua figlia minore". Quando udii queste parole, il cuore mi sprofondò in petto e dissi tra me e me: "La tua vita è finita senza dubbio! Per Allah, devo narrare al Capo la mia storia; e, se vorrà, mi uccida, e se gli piacerà, mi perdoni". Così mi condussero alla casa del Visir e mi fecero stare tra le sue mani. Quando mi vide, mi scrutò con la coda dell’occhio e disse ai presenti: "Perché gli avete mozzato la mano? Quest’uomo è sventurato, e non vi è colpa in lui; invero gli avete fatto torto nel tagliargli la mano". Quando udii ciò, mi feci coraggio e, presagendo la mia anima il bene, gli dissi: "Per Allah, o mio signore, non sono un ladro; ma mi calunniarono con una vile calunnia, e mi flagellarono nel mezzo del mercato, ordinandomi di confessare finché, per il dolore delle verghe, mentii contro me stesso e confessai il furto, benché io ne sia del tutto innocente". "Non temere," disse il Viceré, "nessun male ti accadrà." Poi ordinò che il Sindaco del bazar fosse imprigionato e gli disse: "Dai a quest’uomo il prezzo del sangue per la sua mano; e, se indugerai, ti impiccherò e confischerò tutti i tuoi beni". Inoltre chiamò le sue guardie che lo presero e lo trascinarono via, lasciandomi con il Capo. Poi sciolsero, per suo comando, la catena dal mio collo e slegarono le mie braccia; ed egli mi guardò e disse: "O figlio mio, sii sincero con me, e dimmi come questa collana giunse a te". E ripeté questi versi:—

La verità più t’addice, sebbene la verità ✿ Ti conduca a bruciare sul fuoco minacciato.

"Per Allah, o mio signore," risposi, "non ti dirò altro che la verità." Poi gli narrai tutto ciò che era passato tra me e la prima dama, e come ella mi avesse condotto la seconda e l’avesse uccisa per gelosia, e gli dettagliai il racconto fino in fondo. Quando udì la mia storia, scosse il capo e batté la mano destra sulla sinistra, e ponendosi il fazzoletto sul volto pianse alquanto, quindi ripeté:—

Vedo i guai del mondo abbondare, ✿ E i mondani malati di bile e di pene; C’è Uno che l’incontro di due separerà, ✿ E chi non si separa è raro e lontano nel mezzo!

Poi si volse a me e disse: "Sappi, o figlio mio, che la damigella più anziana che venne per prima da te era mia figlia, che ero solito tenere strettamente custodita. Quando crebbe, la mandai al Cairo e la sposai a suo cugino, figlio di mio fratello. Dopo un po’ egli morì ed ella tornò: ma aveva appreso la dissolutezza e la scortesia dalla gente del Cairo; così ti fece visita quattro volte e alla fine portò la sua sorella minore. Ora, esse erano sorelle germane e molto legate l’una all’altra; e, quando quell’avventura accadde alla maggiore, ella rivelò il suo segreto alla sorella che desiderava uscire con lei. Così ella chiese il tuo permesso e la condusse da te; dopo di che tornò sola e, trovandola piangente, la interrogai sulla sorella, ma ella disse: — Non so nulla di lei. Tuttavia, ella riferì in seguito a sua madre in segreto quanto era accaduto e come avesse tagliato la testa a sua sorella, e sua madre lo riferì a me. Poi non cessò di piangere e dire: — Per Allah! Piangerò per lei finché non morirò. Né smise di affliggersi finché il suo cuore si spezzò ed ella morì; e le cose accaddero in quel modo. Vedi dunque, o figlio mio, cosa è accaduto; e ora desidero che tu non ti opponga a ciò che sto per offrirti, ovvero che intendo darti in sposa la mia figlia più giovane; poiché ella è vergine e nata da un’altra madre; e non prenderò alcuna dote da te ma, al contrario, ti assegnerò un appannaggio, e dimorerai con me nella mia casa al posto di mio figlio". "Così sia," risposi, "e come avrei potuto sperare in tanta buona fortuna?" Poi mandò subito a chiamare il Kadi e i testimoni, e fece scrivere il mio contratto di matrimonio con sua figlia e io la presi in sposa. Inoltre, ottenne per me dal Sindaco del bazar una grande somma di denaro e io divenni in grande favore presso di lui. Durante quest’anno giunse a me notizia che mio padre era morto e il Visir inviò un corriere, con lettere recanti il sigillo reale, per farmi avere il denaro che mio padre aveva lasciato dietro di sé, e ora vivo in ogni conforto della vita. Tale fu il modo del taglio della mia mano destra. "Mi meravigliai del suo racconto (continuò l’Ebreo), e dimorai con lui tre giorni, dopo di che egli mi diede molta ricchezza, e partii e viaggiai verso Oriente finché non raggiunsi questa vostra città e il soggiorno mi si addisse assai bene; così presi dimora qui e mi accadde ciò che sai con il Gobbo." A tal punto il Re della Cina scosse il capo e disse: "Questa tua storia non è più strana e meravigliosa e sorprendente e dilettevole della storia del Gobbo; e così devo impiccare voi tutti. Tuttavia, resta ancora il Sarto che è il capo di tutta l’offesa"; e aggiunse: "O Sarto, se saprai raccontarmi qualcosa di più meraviglioso della storia del Gobbo, vi perdonerò tutte le vostre offese". Allora l’uomo si fece avanti e cominciò a narrare il

RACCONTO DEL SARTO.

Sappi, o Re dell’epoca, che assai meraviglioso fu ciò che mi accadde ieri, prima che mi incontrassi con il Gobbo. Accadde che sul far del giorno mi trovassi al banchetto di nozze di uno dei miei compagni, che aveva riunito nella sua casa una ventina di artigiani di questa città, tra cui sarti, filatori di seta, falegnami e altri della stessa risma. Appena il sole fu sorto, posero cibo davanti a noi affinché mangiassimo quando ecco, il padrone di casa entrò, e con lui un giovane straniero e ben avvenente, del popolo di Baghdad, che indossava abiti tanto belli quanto si potesse desiderare; ed era di aspetto assai gradevole, se non che era zoppo di una gamba. Egli venne e ci salutò e noi ci alzammo per riceverlo; ma quando stava per sedersi scorse tra noi un certo uomo che era un Barbiere; al che si rifiutò di sedersi e avrebbe voluto andarsene. Ma noi lo fermammo e anche il nostro ospite lo trattenne, giurando che non avrebbe dovuto lasciarci e gli chiese: "Qual è il motivo del tuo entrare e uscire di nuovo all’istante?"; al che rispose: "Per Allah, o mio signore, non impedirmi; poiché la causa del mio voltarmi indietro è quel Barbiere di malaugurio, quel nero di faccia, quel buono a nulla!". Quando il padrone di casa udì queste parole, si meravigliò con estrema meraviglia e disse: "Come accade che questo giovane, che proviene da Baghdad, sia così turbato e perplesso riguardo a questo Barbiere?". Allora guardammo lo straniero e dicemmo: "Spiega la causa della tua ira contro il Barbiere". "O bella compagnia," disse il giovane, "mi accadde una strana avventura con questo Barbiere a Baghdad (che è la mia città natale); egli fu la causa della rottura della mia gamba e della mia zoppia, e ho giurato di non sedere mai nello stesso luogo con lui, né di trattenermi in alcuna città dove egli capiti di dimorare; e ho dato l’addio a Baghdad e ho viaggiato lontano da essa e sono venuto a stare nella vostra città; eppure non ho trascorso quasi una notte prima di incontrarlo di nuovo. Ma non passerà un altro giorno prima che io parta di qui". Gli dicemmo: "Per Allah, raccontaci la storia"; e il giovane rispose (il Barbiere che cambiava colore da bruno a giallo mentre parlava): — Sappi, o bella compagnia, che mio padre era uno dei principali mercanti di Baghdad, e l’Onnipotente Allah non lo aveva benedetto con altro figlio che me. Quando crebbi e raggiunsi l’età adulta, mio padre fu accolto nella misericordia di Allah (il cui Nome sia esaltato!) e lasciò a me denaro ed eunuchi, servi e schiavi; ed ero solito vestire bene e nutrirmi bene. Ora, Allah mi aveva reso un odiatore del genere femminile e un giorno, mentre camminavo lungo una via di Baghdad, una comitiva di donne mi venne faccia a faccia sul marciapiede; così fuggii da loro e, entrando in un vicolo che non aveva uscita, mi sedetti su una panca di pietra al suo capo opposto. Non vi ero seduto da molto quando la finestra a grate di una delle case di fronte fu spalancata, e vi apparve una giovane dama, che pareva la luna piena nel suo culmine; mai in vita mia vidi il suo simile; e iniziò ad annaffiare alcuni fiori sul davanzale della finestra. Si voltò a destra e a sinistra e, vedendomi che la guardavo, chiuse la finestra e se ne andò.

A quel punto un fuoco si accese improvvisamente nel mio cuore; la mia mente fu posseduta da lei e il mio odio per le donne si mutò in amore. Continuai a sedere lì, perduto al mondo, fino al tramonto quando, ecco! il Kazi della città passò a cavallo con i suoi schiavi davanti e i suoi eunuchi dietro, e smontato da sella entrò nella casa in cui la damigella era apparsa. Da ciò compresi che egli era suo padre; così me ne tornai a casa addolorato e mi gettai sul mio tappeto-letto nel dolore. Allora le mie ancelle accorsero e si sedettero attorno a me, ignare di ciò che mi affliggesse; ma io non rivolsi loro parola, ed esse piansero e si lamentarono su di me. Poco dopo entrò una vecchia che mi guardò e vide con un'occhiata quale fosse il mio problema: si sedette dunque al mio capezzale e mi parlò con gentilezza, dicendo: "O figlio mio, raccontami tutto e io sarò il mezzo della tua unione con lei." Così le narrai ciò che era accaduto ed ella rispose: "O figlio mio, costei è la figlia del Kazi di Baghdad che la tiene nella più stretta clausura; e la finestra dove l'hai vista è al suo piano, mentre suo padre occupa il grande salone al pianterreno. Ella è spesso lì sola e io sono solita frequentare la casa; perciò non giungerai a lei se non tramite me. Ora aguzza l'ingegno e sii di buon animo." Con queste parole se ne andò e io mi feci coraggio per ciò che aveva detto e la mia gente si rallegrò quel giorno, vedendomi alzarmi al mattino sano e salvo. In seguito la vecchia tornò con l'aria abbattuta e disse: "O figlio mio, non chiedermi come mi è andata con lei! Quando le ho detto ciò, ella mi ha gridato:—Se non taci, o strega di malaugurio, e non la smetti con simili discorsi, ti tratterò come meriti e ti farò morire della più turpe delle morti. Ma devo necessariamente tornare da lei una seconda volta." Quando udii ciò, aggiunsi malanno a malanno e i vicini mi visitarono e giudicarono che non avrei avuto vita lunga; ma dopo alcuni giorni, la vecchia venne da me e, avvicinando la bocca al mio orecchio, sussurrò: "O figlio mio, reclamo da te il dono della buona novella." A ciò l'anima mi tornò in corpo e dissi: "Qualsiasi cosa tu voglia sarà tua." Allora ella esordì: "Ieri sono andata dalla giovane dama che, vedendomi affranta nello spirito e con le lacrime agli occhi arrossati, mi ha chiesto:—O zia mia, cosa ti affligge, che vedo il tuo petto così stretto?"; e io le ho risposto, piangendo amaramente: "O mia signora, vengo proprio dalla casa di un giovane che ti ama e che sta per morire per amor tuo!" Ha detto lei (e il suo cuore si è addolcito): "E chi è questo giovane di cui parli?"; e ho risposto io: "Egli è per me come un figlio e il frutto delle mie viscere. Ti ha vista, alcuni giorni fa, alla finestra mentre innaffiavi i fiori e, scorgendo il tuo volto e i tuoi polsi, si è innamorato a prima vista. Gli ho fatto sapere ciò che mi è accaduto l'ultima volta che sono stata con te, dopodiché il suo malanno è aumentato, si è messo a letto e ora non è altro che un uomo morto, e non vi è alcun dubbio." A ciò ella è impallidita e ha chiesto: "Tutto questo per amor mio?"; e io ho risposto: "Sì, per Allah! cosa vorresti che facessi?" Ha detto ella: "Torna da lui e salutalo per me e digli che io sono due volte più afflitta di lui. E venerdì, prima dell'ora della preghiera pubblica, invitalo qui in casa, e io scenderò e aprirò la porta per lui. Poi lo porterò su nella mia stanza e mi intratterrò con lui per un po', e lascialo partire prima che mio padre torni dalla Moschea." Quando udii le parole della vecchia, ogni mia malattia cadde improvvisamente da me, la mia angoscia cessò e il mio cuore si confortò, mi tolsi gli abiti che avevo indosso e li diedi a lei e, mentre si voltava per andare, disse: "Fatti coraggio!" "Non mi è rimasto un briciolo di dolore," risposi. La mia famiglia e i miei intimi gioirono della mia guarigione e rimasi così fino a venerdì, quando ecco, la vecchia venne a trovarmi e mi chiese come stessi, al che risposi di essere in buona salute e in buone condizioni. Poi indossai i miei abiti, mi profumai e mi sedetti in attesa che la congregazione andasse alla preghiera, affinché potessi recarmi da lei. Ma la vecchia mi disse: "Hai tempo da vendere: faresti bene ad andare all'Hammam e a farti radere i capelli (specialmente dopo la tua malattia), così da non mostrare tracce di malessere." "Questo sarebbe il modo migliore," risposi, "ho appena fatto un bagno in acqua calda; ma mi farò radere la testa." Poi dissi al mio paggio: "Vai al bazar e portami un barbiere, un tipo discreto e non incline all'impiccio o alla curiosità impertinente, che non sia incline a spaccarmi la testa con il suo eccessivo parlare." Il ragazzo uscì subito e tornò con questo miserabile vecchio, questo Shaykh di malaugurio. Quando entrò mi salutò e io ricambiai il suo saluto; poi disse: "In verità ti vedo magro nel corpo"; e io risposi: "Sono stato malato." Egli continuò: "Allah allontani da te la tua pena, il tuo dolore, il tuo turbamento e la tua angoscia." "Allah esaudisca la tua preghiera!" dissi io. Egli proseguì: "Ogni letizia a te, o mio signore, poiché la guarigione è giunta a te. Desideri farti tagliare i capelli o farti cavar sangue? In verità era una tradizione di Ibn Abbas (Allah lo accolga!) che l'Apostolo dicesse:—Chiunque si tagli i capelli di venerdì, il Signore allontanerà da lui settanta calamità; e si narra inoltre di lui che abbia detto:—La coppettazione di venerdì preserva dalla perdita della vista e da una schiera di malattie." "Lascia stare questi discorsi," gridai; "vieni, radimi la testa subito perché non ne posso più." Così egli si alzò e protese la mano con la massima calma, tirò fuori un fazzoletto e lo spiegò, ed ecco! conteneva un astrolabio con sette piastre parallele montate in argento. Poi si diresse al centro del cortile e sollevò il capo e lo strumento verso i raggi del sole e osservò per lungo tempo. Quando ebbe finito, tornò da me e disse: "Sappi che sono trascorsi di questo nostro giorno, che è venerdì, e questo venerdì è il decimo del mese di Safar nell'anno seicentocinquantatré dall'Egira o Fuga dell'Apostolo (sui quale siano le migliori benedizioni e la pace!) e il settemilatrecentoventesimo anno dell'era di Alessandro, otto gradi e sei minuti. Inoltre l'ascendente di questo nostro giorno è, secondo la più esatta scienza del calcolo, il pianeta Marte; e accade che Mercurio sia in congiunzione con lui, denotando un momento propizio per il taglio dei capelli; e ciò mi rende anche manifesto che tu desideri l'unione con una certa persona e che la vostra unione non sarà propizia. Ma dopo ciò si verifica un segno riguardante una faccenda che ti accadrà e di cui non parlerò." "O tu," gridai io, "per Allah, mi stanchi e disperdi il mio senno e la tua previsione è tutt'altro che buona; ti ho mandato a chiamare per spuntare i capelli e nient'altro: perciò alzati e radimi e non prolungare il tuo discorso." "Per Allah," rispose egli, "se tu sapessi solo cosa sta per accaderti, non faresti nulla quest'oggi, e ti consiglio di agire come ti dico secondo il calcolo delle costellazioni." "Per Allah," dissi io, "non ho mai visto un barbiere che eccellesse nell'astrologia giudiziaria quanto te: ma penso e so che sei prodigo di discorsi frivoli. Ti ho mandato a chiamare solo per radermi la testa, ma tu vieni e mi tormenti con questo sciocco ciarlare." "Che altro vorresti?" rispose egli. "Allah ha generosamente concesso a te un Barbiere, che è un astrologo, un esperto in alchimia e magia bianca; sintassi, grammatica e lessicologia; le arti della logica, della retorica e dell'eloquenza; matematica, aritmetica e algebra; astronomia, astromanzia e geometria; teologia, le Tradizioni dell'Apostolo e i Commentari sul Corano. Inoltre, ho letto libri in abbondanza e li ho digeriti e ho avuto esperienza di affari e li ho compresi. In breve ho appreso la teoria e la pratica di tutte le arti e le scienze; conosco tutto a memoria e sono un maestro esperto in totâ re scibili. Tuo padre mi amava per la mia mancanza di invadenza, ergo, servirti è un dovere religioso che incombe su di me. Non sono un ficcanaso come sembri supporre, e per questo motivo sono conosciuto come L'Uomo Silenzioso, anche, L'Uomo Modesto. Pertanto ti conviene rendere grazie ad Allah Onnipotente e non contrariarmi, poiché sono un vero consigliere per te e ben disposto nei tuoi confronti. Volesse il cielo che fossi al tuo servizio per un anno intero affinché tu possa rendermi giustizia; e non ti chiederei alcun compenso per tutto questo." Quando udii il suo flusso di parole, gli dissi: "Senza dubbio sarai la mia morte quest'oggi!"——E Shahrazad percepì l'aurora del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando fu la trentesima notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il giovane disse al Barbiere: "Tu certamente sarai la mia morte quest'oggi!" "O mio signore," rispose egli, "io sono colui che viene chiamato L'Uomo Silenzioso, a causa della scarsità delle mie parole, per distinguermi dai miei sei fratelli. Poiché il primogenito si chiama Al-Bakbúk, il ciarlatano; il secondo Al-Haddár, il chiacchierone; il terzo Al-Fakík, il logorroico; il quarto, il suo nome è Al-Kuz al-aswáni, il Boccale dal collo lungo, per il suo eterno cicaleccio; il quinto è Al-Nashshár, il chiacchierone e spifferatore; il sesto Shakáshik, o colui che fa molto chiasso; e il settimo è famoso come Al-Sámit, l'Uomo Silenzioso, e questo sono io, il tuo nobile servo!" Mentre raddoppiava il suo parlare, pensai che la mia cistifellea sarebbe scoppiata; così dissi al servo: "Dagli un quarto di dinar e licenzialo e lascialo andare via da me nel nome di Dio che lo creò. Non voglio che mi si rada la testa quest'oggi." "Che parole sono queste, o mio signore?" gridò egli. "Per Allah! Non accetterò alcun compenso da te finché non ti avrò servito e non avrò provveduto ai tuoi bisogni; e non mi importa se non prenderò mai denaro da te. Se non conosci la mia qualità, io conosco la tua; e devo a tuo padre, uomo onesto, che Allah Onnipotente abbia in gloria! molte gentilezze, poiché era un'anima liberale e generosa. Per Allah, mi mandò a chiamare un giorno, come se fosse questo benedetto giorno, e io entrai da lui e trovai una schiera dei suoi intimi attorno a lui." Disse egli a me: "Cavami il sangue"; così tirai fuori il mio astrolabio e, prendendo l'altitudine del sole per lui, accertai che l'ascendente era di malaugurio e l'ora sfavorevole per il salasso. Lo informai di ciò, ed egli agì secondo il mio ordine e attese un'opportunità migliore. Così scrissi questi versi in suo onore:—

Andai dal mio protettore per cavargli un po' di sangue, ✿ Ma scoprii che il momento era tutt'altro che buono: Così sedetti e parlai di tutte le stranezze, ✿ E con scherzi e battute corteggiai la sua benevolenza: Essi gli piacquero e gridò: 'O uomo di spirito, ✿ Hai dimostrato di essere perfetto nel tuo umore allegro!' Dissi: 'O tu Signore degli uomini, se tu ✿ Non mi presti arte e saggezza, sono folle e pazzo: In te si raccolgono grazia, dono, generosità, soavità; ✿ E io ricompenso il mondo con dottrina, scienza e gravità.'

Tuo padre ne fu deliziato e gridò al servo: "Dagli centotré monete d'oro con una veste d'onore!" L'uomo obbedì ai suoi ordini, e io attesi un momento propizio, quando gli cavai il sangue; ed egli non mi contraddisse; anzi mi ringraziò e fui anche ringraziato ed elogiato da tutti i presenti. Quando il salasso fu finito, non ebbi la forza di tacere e gli chiesi: "Per Allah, o mio signore, cosa ti spinse a dire al servo:—Dagli centotré dinari?"; ed egli rispose: "Un dinar era per l'osservazione astrologica, un altro per la tua piacevole conversazione, il terzo per il salasso, e i restanti cento e l'abito erano per i tuoi versi in mia lode." "Possa Allah mostrare poca misericordia a mio padre," esclamai, "per aver conosciuto uno come te." Egli rise ed esclamò: "Non c'è altro dio che Dio e Maometto è l'Apostolo di Dio! Gloria a Colui che cambia e non è cambiato! Ti ho preso per un uomo di senno, ma vedo che vaneggi e deliri per la malattia. Allah ha detto nel Libro Benedetto:—Il Paradiso è preparato per i giusti che frenano l'ira e perdonano gli uomini, e così via; e in ogni caso sei scusato. Eppure non riesco a concepire la causa della tua fretta e del tuo agitarti; e devi sapere che tuo padre e tuo nonno non facevano nulla senza consultarmi, e in verità è stato detto abbastanza giustamente:—Il consigliere sia apprezzato; e:—Non vi è vizio nel consiglio; ed è anche detto in certi detti, Chi non ha un consigliere più anziano di lui, non diventerà mai egli stesso un anziano; e il poeta dice:—

Qualunque cosa necessaria tu intraprenda, ✿ Consulta l'esperto e non contrariarlo!"

E in verità non troverai mai un uomo più esperto di me nelle faccende, e sono qui in piedi per servirti. Non sono contrariato con te: perché dovresti essere contrariato con me? Ma qualunque cosa accada, avrò pazienza con te in memoria della molta gentilezza che tuo padre mi ha mostrato." "Per Allah," gridai, "o tu con la lingua lunga come la coda di un asino, persisti nel tormentarmi con il tuo cicaleccio e diventi sempre più prolisso nei tuoi lunghi discorsi, quando tutto ciò che voglio da te è che mi rada la testa e te ne vada per la tua strada!" Poi insaponò la mia testa dicendo: "Percepisco che sei contrariato con me, ma non te ne avrò a male, poiché il tuo spirito è debole e non sei che un ragazzino: è stato solo ieri che ero solito prenderti sulle mie spalle e portarti a scuola." "O mio fratello," dissi, "per amor di Allah fai ciò che voglio e vai per la tua strada!" E mi strappai le vesti. Quando mi vide fare ciò, prese il rasoio e si mise ad affilarlo e non smise di passarlo sulla coramella finché i miei sensi non mi stavano quasi per abbandonare. Poi si avvicinò a me e rase parte della mia testa; poi trattenne la mano e disse: "O mio signore, la fretta è il passo di Satana mentre la pazienza è di Allah il Misericordioso. Ma tu, o mio padrone, so che non conosci il mio rango; poiché in verità questa mano si posa sulle teste di Re ed Emiri e Wazir, e saggi e dottori esperti nella legge, e il poeta disse di uno come me:—

Tutti i mestieri sono come collane infilate su un filo, ✿ Ma questo Barbiere è la perla unione della banda: Sopra tutti gli artigiani egli si classifica, e perché? ✿ Le teste dei Re sono sotto la sua mano!"

Allora dissi: "Smetti di parlare di ciò che non ti riguarda: in verità mi hai stretto il petto e distratto la mente." Disse egli: "Mi sembra che tu sia un uomo frettoloso"; e dissi io: "Sì! sì! sì!" e lui: "Ti consiglio di praticare il controllo di te stesso, poiché la fretta è il bottino di Satana che non lascia che pentimento e bando e rovina, e Lui (su cui siano benedizioni e pace!) ha detto, Il migliore dei lavori è quello in cui si cela la deliberazione: ma io, per Allah! ho qualche dubbio sulla tua faccenda; e così mi piacerebbe che tu mi facessi sapere cosa c'è che hai tanta fretta di fare; poiché temo che sia tutt'altro che buono." Poi continuò: "Mancano ancora tre ore all'ora della preghiera; ma non desidero essere in dubbio su questa faccenda; anzi, devo conoscere il momento esattamente, poiché davvero:—Un indizio tirato a sorte in tempi di dubbio, spesso porta danno; specialmente in uno come me, una persona superiore i cui meriti sono famosi tra l'umanità in generale; e non mi si addice parlare a caso, come fanno i comuni astrologi." Così dicendo, gettò via il rasoio e, preso l'astrolabio, uscì sotto il sole e vi stette a lungo; dopo di che tornò e, contando sulle dita, mi disse: "Rimangono ancora all'ora della preghiera tre ore piene e complete, né più né meno, secondo i più sapienti astronomi e i più saggi compilatori di almanacchi." "Allah su di te," gridai, "tieni la lingua a freno con me, poiché mi rompi il fegato in pezzi." Così prese il rasoio e, dopo averlo affilato come prima e aver raso altri due peli della mia testa, trattenne di nuovo la mano e disse: "Sono preoccupato per la tua fretta e in verità faresti bene a mettermi al corrente della causa; sarebbe meglio per te, poiché sai che né tuo padre né tuo nonno facevano mai una sola cosa se non dietro mio consiglio." Quando vidi che non c'era scampo da lui, dissi tra me e me: "L'ora della preghiera si avvicina e voglio andare da lei prima che la gente esca dalla moschea. Se vengo ritardato ancora molto, non so come fare ad arrivare da lei." Allora dissi ad alta voce: "Sii rapido e smettila con questo parlare e questa impertinenza, poiché devo andare a una festa a casa di alcuni miei intimi." Quando udì parlare della festa, disse: "Questo tuo giorno è un giorno benedetto per me! In verità è stato solo ieri che ho invitato una compagnia di miei amici e ho dimenticato di provvedere a qualcosa da mangiare per loro. Proprio in questo momento ci stavo pensando: Ahimè, come sarò disonorato ai loro occhi!" "Non essere addolorato per questa faccenda," risposi; "non ti ho detto che sono invitato a un intrattenimento quest'oggi? Così tutto ciò che è in casa mia, mangiabile e bevibile, sarà tuo, se solo vuoi finire il tuo lavoro e fare in fretta a radermi la testa." Egli rispose: "Allah ti ricompensi con il bene! Specifica per me cosa c'è in casa tua per i miei ospiti, affinché io possa esserne consapevole." Dissi: "Cinque piatti di carne e dieci polli dal petto arrossato e un agnello arrosto." "Mettili davanti a me," disse, "affinché io possa vederli." Così dissi alla mia gente di comprarli, prenderli in prestito o rubarli e portarli in ogni modo, e feci mettere tutto questo davanti a lui. Quando lo vide gridò: "Manca il vino," e io risposi: "Ho un fiasco o due di buon succo d'uva invecchiato in casa," ed egli disse: "Fallo portare fuori!" Così mandai a prenderlo ed egli esclamò: "Allah ti benedica per la disposizione generosa! Ma ci sono ancora le essenze e i profumi." Così ordinai loro di mettere davanti a lui una scatola contenente Nadd, il migliore dei profumi composti, insieme a legna d'aloe pregiata, ambra grigia e muschio puro, il tutto del valore di cinquanta dinari. Ora il tempo si faceva stretto e il mio cuore si stringeva con esso; così gli dissi: "Prendi tutto e finisci di radermi la testa per la vita di Maometto (che Allah benedica e custodisca!)." "Per Allah," disse egli, "non prenderò nulla finché non vedrò tutto ciò che è dentro." Così ordinai al paggio di aprire la scatola e il Barbiere posò l'astrolabio, lasciando la maggior parte della mia testa non rasata; e, sedutosi per terra, rimestò tra i profumi e l'incenso e il legno di aloe e le essenze finché non fui quasi fuori di me. Poi prese il rasoio e avvicinandosi a me rase via alcuni peli e ripeté questi versi:—

Il fanciullo, come il padre, si mostrerà, ✿ Come l'albero dalla radice materna crescerà.

Allora egli disse: "Per Allah, o mio figlio, non so se ringraziare te o tuo padre; poiché il mio intrattenimento di questo giorno è dovuto interamente alla tua generosità e beneficenza; e, sebbene nessuno dei miei compagni ne sia degno, ho tuttavia una schiera di uomini onorevoli, vale a dire Zantút il bagnino e Salí'a il negoziante di grano; e Sílat il venditore di fagioli; e Akrashah il fruttivendolo; e Humayd lo spazzino; e Sa'íd il cameliere; e Suwayd il facchino; e Abu Makárish il bagnino; e Kasím la guardia notturna; e Karím lo stalliere. Non vi è tra tutti loro alcuno che sia noioso o un prepotente quando ha bevuto; né un intromettersi o un avaro col suo denaro, e ognuno di essi possiede qualche danza che danza e alcuni dei suoi propri distici che canta; e la cosa migliore è che, come il tuo servitore, questo tuo schiavo qui, essi non sanno cosa sia parlare troppo né cosa significhi l'insolenza". Il bagnino canta al tamburo una canzone che incanta; e si alza, danza e canta:

Vado, o mammina, a riempire il mio vaso.

Quanto al negoziante di grano, egli ci mette più abilità di chiunque altro; danza e canta:

O Keener, o dolcezza, non sei da meno

e non lascia le viscere di nessuno intatte dal ridere per lui. Ma lo spazzino canta in modo che gli uccelli si fermano ad ascoltarlo, e danza e canta:

Le notizie che mia moglie conosce non sono chiuse in una scatola!

Ed egli ha dei privilegi, poiché è un mascalzone astuto e arguto; e parlando della sua eccellenza sono solito dire:—

"La mia vita per lo spazzino! davvero lo amo, ✿ Come un ramo ondeggiante è dolce alla mia vista: Il destino ci unì una notte, quando a lui dissi ✿ (Mentre mi indebolivo e l'amore prendeva vigore) 'Il tuo amore brucia il mio cuore!' 'E nessuna meraviglia,' disse egli ✿ 'Quando il estrattore di sterco diventa un ardente fuochista.'

E in verità ognuno è perfetto in tutto ciò che può incantare l'ingegno con gioia e allegria"; aggiungendo subito dopo: "Ma sentire non è vedere; e in verità se ti decidi a unirti a noi e rimandi di andare dai tuoi amici, sarà meglio per noi e per te. Le tracce della malattia sono ancora su di te e forse stai andando tra gente che è gran parlatrice, uomini che conversano insieme di ciò che non li riguarda; o potrebbe esserci tra loro qualche individuo insolente che ti spaccherebbe la testa, e tu sei ridotto a metà della tua taglia per la malattia". "Questo sarà per un altro giorno", risposi, e risi con il cuore adirato: "finisci il tuo lavoro e va', sotto la protezione di Allah l'Onnipotente, dai tuoi amici, perché essi staranno aspettando il tuo arrivo". "O mio signore", replicò egli, "cerco solo di presentarti a questi compagni di infinita ilarità, figli di uomini di valore, tra i quali non vi è né sfacciataggine, né mordacità, né loquacità; poiché mai, da quando ho raggiunto l'età della discrezione, ho potuto sopportare di frequentare chi fa domande riguardo a ciò che non lo riguarda, né ho mai frequentato alcuno se non coloro che sono, come me, uomini di poche parole. In verità, se tu frequentassi loro o anche solo li vedessi una volta, abbandoneresti tutti i tuoi intimi". "Allah compia la tua gioia con loro", dissi, "devo per forza venire tra loro un giorno o l'altro". Ma egli disse: "Vorrei che fosse proprio oggi, poiché avevo sperato che tu fossi uno di noi; tuttavia, se devi andare dai tuoi amici oggi, prenderò queste buone cose, con le quali mi hai onorato e favorito, dai miei ospiti e li lascerò mangiare e bere senza aspettarmi; mentre io tornerò da te in fretta e ti accompagnerò alla tua piccola riunione; poiché non c'è cerimonia tra me e i miei intimi che mi impedisca di lasciarli. Non temere, sarò presto di ritorno da te e verrò con te ovunque tu vada. Non vi è Maestà e non vi è Potenza se non in Allah, il Glorioso, il Grande!" Gridai: "Va' dai tuoi amici e divertiti con loro; e lascia che io vada dai miei e stia con loro oggi, perché mi aspettano". Ma il Barbiere esclamò: "Non ti lascerò andare da solo"; e io risposi: "La verità è che nessuno può entrare dove vado io se non io stesso". Egli replicò: "Sospetto che oggi tu abbia un appuntamento con qualche donna, altrimenti mi avresti portato con te; eppure sono l'uomo giusto da portare, uno che potrebbe aiutarti fino al fine che desideri. Ma temo che tu stia correndo dietro a donne straniere e perderai la vita; poiché in questa nostra città di Baghdad non si può fare nulla in questo campo, specialmente in un giorno come il venerdì: il nostro Governatore è un uomo irascibile e una lama molto affilata". "Vergognati, malvagio, cattivo, vecchio uomo!" gridai, "Via! Che parole sono queste che mi dici?" "O freddo d'ingegno", esclamò egli, "tu dici a me ciò che non è vero e mi nascondi i tuoi pensieri, ma io conosco l'intera faccenda per certo e cerco solo di aiutarti oggi con il mio miglior impegno". Ero timoroso che la mia gente o i miei vicini udissero il parlare del Barbiere, così rimasi in silenzio per molto tempo mentre egli finiva di radermi la testa; momento in cui l'ora della preghiera era giunta e la Khutbah, o sermone, stava per seguire. Quando ebbe finito, gli dissi: "Va' dai tuoi amici con le loro vivande e bevande, e io attenderò il tuo ritorno. Poi andremo insieme". In questo modo speravo di versare olio sulle acque agitate e di ingannare il maledetto sciocco, così forse sarei riuscito a liberarmi di lui; ma egli disse: "Mi stai ingannando e vorresti andare solo al tuo appuntamento e gettarti in pericolo, da cui non ci sarà scampo per te. Ora per Allah! E ancora per Allah! Non andare finché non ritorno, affinché io possa accompagnarti e vegliare sull'esito della tua faccenda". "Sia così", risposi, "non assentarti a lungo". Poi egli prese tutte le vivande e le bevande che gli avevo dato e il resto di esse e uscì da casa mia; ma il maledetto villano le affidò a un facchino affinché le portasse a casa sua, ma si nascose in uno dei vicoli. Quanto a me, mi alzai all'istante, poiché i Muezzin avevano già chiamato il Salám del venerdì, il saluto all'Apostolo; e mi vestii in fretta e uscii da solo e, correndo verso la strada, mi fermai vicino alla casa in cui avevo visto la giovane dama. Trovai la vecchia a guardia della porta che mi attendeva, e salii con lei al piano superiore, l'appartamento della fanciulla. Appena vi giunsi, ecco che il padrone di casa tornò dalle preghiere ed entrando nel grande salone, chiuse la porta. Guardai giù dalla finestra e vidi questo Barbiere (la maledizione di Allah sia su di lui!) seduto di fronte alla porta e dissi: "Come ha fatto questo diavolo a trovarmi?" In questo preciso momento, come Allah aveva decretato per squarciare il mio velo di segretezza, accadde che un'ancella del padrone di casa commise qualche offesa per la quale egli la picchiò. Essa gridò e il suo schiavo corse dentro per intercedere per lei, dopodiché il Kazi picchiò anche lui, e anche lui urlò. Il maledetto Barbiere immaginò che fossi io a essere picchiato; così anche lui si mise a urlare e si strappò le vesti e si sparse polvere sul capo e continuò a strillare e gridare: "Aiuto! Aiuto!" Così la gente si radunò attorno a lui ed egli continuò a urlare: "Il mio padrone sta venendo assassinato in casa del Kazi!" Poi corse gridando verso il mio alloggio con la gente dietro di lui, e lo disse alla mia gente, ai miei servitori e ai miei schiavi; e, prima che sapessi cosa stava succedendo, arrivarono strappandosi le vesti e lasciando sciolti i capelli e gridando: "Ahi, il nostro padrone!"; e questo Barbiere guidava la ressa con le vesti strappate e nelle condizioni più miserabili; e anche lui gridava come un pazzo dicendo: "Ahi per il nostro padrone assassinato!" E tutti fecero un assalto alla casa in cui mi trovavo. Il Kazi, udendo le grida e il tumulto alla sua porta, disse a uno dei suoi servitori: "Vedi cosa sta succedendo"; e l'uomo uscì e tornò dicendo: "O mio padrone, al cancello ci sono più di diecimila anime tra uomini e donne, e tutti gridano: Ahi per il nostro padrone assassinato!; e continuano a indicare la nostra casa". Quando il Kazi udì ciò, la faccenda sembrò seria ed egli si adirò; così si alzò e aprendo la porta vide una gran folla di persone; al che rimase sbalordito e disse: "O gente! che succede?" "O maledetto! O cane! O maiale!" risposero i miei servitori; "'Sei tu che hai ucciso il nostro padrone!" Disse egli: "O brava gente, e cosa vi ha fatto il vostro padrone per far sì che io lo uccidessi?"——E Shahrazad percepì l'alba del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora quando fu la Trentunesima Notte,

Ella disse: Mi è giunto, o Re auspicato, che il Kazi disse ai servitori: "Cosa vi ha fatto il vostro padrone per far sì che io lo uccidessi? Questa è la mia casa ed è aperta a tutti voi". Allora disse il Barbiere: "Tu lo hai picchiato e io l'ho sentito gridare"; e il Kazi disse: "Ma cosa stava facendo per far sì che io lo picchiassi, e cosa lo ha portato a entrare in casa mia; e da dove veniva e dove andava?" "Non essere un vecchio malvagio e perverso!" gridò il Barbiere, "perché io conosco l'intera storia; e il succo è che tua figlia è innamorata di lui ed egli ama lei; e quando hai saputo che era entrato in casa, hai ordinato ai tuoi servitori di picchiarlo ed essi lo hanno fatto: per Allah, nessuno giudicherà tra noi e te se non il Califfo; o altrimenti porta fuori il nostro padrone affinché la sua gente possa prenderlo, prima che essi entrino e lo salvino a forza dalla tua casa, e tu venga coperto di vergogna". Allora disse il Kazi (e la sua lingua era frenata e la sua bocca chiusa dalla confusione davanti alla gente): "Se dici il vero, entra e tiralo fuori". Al che il Barbiere spinse in avanti ed entrò in casa. Quando vidi ciò, cercai in giro un mezzo per scappare e fuggire, ma non vidi alcun nascondiglio eccetto una grande cassa nella stanza superiore dove mi trovavo. Così entrai dentro e tirai il coperchio su di me e trattenni il respiro. Il Barbiere era appena nella stanza che cominciò a guardarmi intorno, poi si voltò a destra e a sinistra e venne dritto al luogo dove mi trovavo, e salì sulla cassa e, sollevandola sulla testa, scappò via il più velocemente possibile. A questo punto, la mia ragione mi abbandonò, poiché sapevo che non mi avrebbe lasciato stare; così presi coraggio e aprendo la cassa mi gettai a terra. Mi ruppi una gamba nella caduta, e la porta essendo aperta vidi un gran concorso di persone che guardavano dentro. Ora portavo nella mia manica molto oro e un po' d'argento, che avevo provveduto per un giorno nero come questo e simili occasioni; così continuai a spargerlo tra la gente per distogliere la loro attenzione da me e, mentre erano occupati a contenderselo, partii, zoppicando il più velocemente possibile, attraverso le vie secondarie di Baghdad, spostandomi e voltandomi a destra e a sinistra. Ma ovunque andassi, questo maledetto Barbiere mi seguiva, gridando ad alta voce: "Volevano privarmi del mio maa-a-estro! Volevano uccidere colui che è stato un benefattore per me e la mia famiglia e i miei amici! Lodato sia Allah che mi ha reso vittorioso contro di loro e ha salvato il mio signore dalle loro mani!" Poi a me: "Dove andrai ora? Vorresti persistere nel seguire i tuoi malvagi disegni, finché non ti sei portato a questo brutto punto; e, se Allah non mi avesse concesso a te, mai saresti sfuggito a questa strettoia in cui sei caduto, poiché ti avrebbero gettato in una calamità da cui non avresti mai potuto uscirne. Ma non ti chiamerò a rispondere per la tua ignoranza, dato che sei così poco di ingegno e inconseguente e dedito alla fretta!" Gli dissi: "Non ti basta ciò che mi hai procurato, che devi corrermi dietro e dirmi tali cose nelle vie del mercato?" E quasi esalò lo spirito per l'eccessiva rabbia contro di lui. Poi mi rifugiai nella bottega di un tessitore nel mezzo del mercato e cercai protezione presso il proprietario che scacciò il Barbiere; e, sedendomi nella stanza sul retro, dissi a me stesso: "Se torno a casa non riuscirò mai a liberarmi di questa maledizione di Barbiere, che sarà con me giorno e notte; e non posso sopportare la vista di lui nemmeno per un istante". Così mandai subito a chiamare dei testimoni e feci testamento, dividendo la maggior parte delle mie proprietà tra la mia gente, e nominai un tutore per loro, al quale affidai l'incarico dei grandi e dei piccoli, ordinandogli di vendere le mie case e i miei domini. Poi partii per i miei viaggi affinché potessi essere libero da questo ruffiano; e venni a stabilirmi nella vostra città dove ho vissuto per qualche tempo. Quando mi avete invitato e sono venuto qui, la prima cosa che ho visto è stato questo maledetto ruffiano seduto nel posto d'onore. Come può dunque il mio cuore essere lieto e la mia permanenza piacevole in compagnia di questo individuo che ha causato tutto ciò, e che è stato la causa della rottura della mia gamba e del mio esilio da casa e dalla terra natia?" E il giovane si rifiutò di sedersi e se ne andò. Quando udimmo la sua storia (continuò il Sarto) rimanemmo meravigliati oltre ogni misura e divertiti e dicemmo al Barbiere: "Per Allah, è vero ciò che questo giovane dice di te?" "Per Allah", rispose egli, "mi sono comportato così con lui per la mia cortesia e sano senso e generosità. Se non fosse stato per me sarebbe perito e nessuno se non io fu la causa della sua fuga. Bene fu per lui che soffrì nella gamba e non nella vita! Se fossi stato un uomo di molte parole, un intromettersi, un ficcanaso, non avrei agito così gentilmente con lui; ma ora vi racconterò una storia che mi accadde, affinché possiate essere ben certi che sono un uomo avaro di parole in cui non vi è alcuna insolenza e una persona ben diversa da quei sei miei fratelli; ed è questa."

LA STORIA DEL BARBER SU SE STESSO.

Vivevo a Baghdad durante i tempi di Al-Mustansir bi'llah, figlio di Al-Mustazi bi'llah l'allora Califfo, un principe che amava i poveri e i bisognosi e frequentava i dotti e i pii. Un giorno accadde che egli fu adirato con dieci persone, briganti di strada che derubavano sulla strada del Califfo, e ordinò al Prefetto di Baghdad di portarli alla presenza nell'anniversario della Grande Festa. Così il Prefetto uscì e, fatti prigionieri, si imbarcò con loro su una barca. Li scorsi mentre si imbarcavano e dissi a me stesso: "Questi sono certamente riuniti per un banchetto di nozze; penso che stiano trascorrendo la loro giornata su quella barca mangiando e bevendo, e nessuno sarà compagno dei loro bicchieri se non io stesso". Così mi alzai, o nobile assemblea; e, per l'eccesso della mia cortesia e la gravità del mio intendimento, mi imbarcai con loro ed entrai in conversazione con loro. Remarono attraverso la riva opposta, dove sbarcarono e arrivarono la guardia e i guardiani della pace con catene, che misero attorno al collo dei briganti. Incatenarono anche me tra gli altri; e, o gente, non è una prova della mia cortesia e moderazione nel parlare, il fatto che tenni la bocca chiusa e non mi piacque parlare? Poi ci portarono via in ceppi e la mattina dopo ci condussero tutti davanti ad Al-Mustansir bi'llah, Comandante dei Fedeli, che ordinò di colpire i colli dei dieci briganti. Così il Carnefice si fece avanti dopo che furono seduti sul cuoio del sangue: poi, sguainando la sua lama, colpì una testa dopo l'altra finché non ebbe colpito il collo del decimo; e io solo rimasi. Il Califfo mi guardò e chiese al Carnefice, dicendo: "Cosa ti prende che hai colpito solo nove teste?"; ed egli rispose: "Allah proibisca che io decapiti solo nove, quando tu mi ordini di decapitare dieci!" Disse il Califfo: "Mi sembra che tu abbia colpito i colli di soli nove, e quest'uomo davanti a te è il decimo". "Per la tua beneficenza!" rispose il Carnefice, "ho decapitato dieci". "Contali!" gridò il Califfo e quando li contarono, ecco! ce n'erano dieci. Il Califfo mi guardò e disse: "Cosa ti ha fatto rimanere in silenzio in un momento come questo e come sei giunto a stare in compagnia di questi uomini di sangue. Dimmi la causa di tutto ciò, poiché sebbene tu sia un uomo molto vecchio, certamente il tuo ingegno è debole". Ora quando udii queste parole dal Califfo balzai in piedi e risposi: "Sappi, o Principe dei Fedeli, che io sono lo Shaykh Silenzioso e sono così chiamato per distinguermi dai miei sei fratelli. Sono un uomo di immensa cultura mentre, per quanto riguarda la gravità del mio intendimento, l'astuzia del mio ingegno e la parsimonia del mio discorso, non vi è fine a essi; e la mia professione è quella di barbiere. Uscii presto ieri mattina e vidi questi uomini dirigersi verso un battello; e, immaginando che fossero diretti a un banchetto di nozze, mi unii a loro e mi mescolai con loro. Dopo un po' arrivarono la guardia e i guardiani della pace, che misero catene attorno ai loro colli e attorno al mio con il resto; ma, nell'eccesso della mia cortesia, tenni la bocca chiusa e non dissi una parola; né questo fu altro se non generosità da parte mia. Ci portarono alla tua presenza, e tu desti un ordine di colpire i colli dei dieci; eppure non mi feci conoscere a te e rimasi silenzioso davanti al Carnefice, puramente per la mia grande generosità e cortesia che mi portarono a condividere con loro la loro morte. Ma per tutta la vita mi sono comportato così nobilmente con l'umanità, ed essi mi ricompensano con la più disgustosa e malvagia ricompensa!" Quando il Califfo udì le mie parole e seppe che ero un uomo di straordinaria generosità e di pochissime parole, uno in cui non vi è alcuna insolenza (come questo giovane vorrebbe far credere, che ho salvato da un rischio mortale e che mi ha così malamente ripagato), egli rise con eccessiva risata finché cadde sulla schiena. Allora disse a me: "O Uomo Silenzioso, i tuoi sei fratelli ti favoriscono in saggezza e conoscenza e parsimonia di discorso?" Risposi: "Mai furono come me! Tu mi rimproveri, o Comandante dei Fedeli, e non ti si addice paragonare i miei fratelli a me; poiché, per l'abbondanza del loro discorso e la loro deficienza di cortesia e gravità, ognuno di loro ha ottenuto qualche menomazione o altra. Uno è monocolo, un altro paralizzato, il terzo cieco, il quarto tagliato di orecchie e naso e il quinto privato di entrambe le labbra, mentre il sesto è un gobbo e uno storpio. E non concepire, o Comandante dei Fedeli, che io sia prodigo di discorsi; ma devo per forza spiegarti che sono un uomo di maggior valore e di meno parole di chiunque di loro. Da ognuno dei miei fratelli pende una storia di come giunse al suo difetto fisico e queste le racconterò a te". Così il Califfo diede ascolto alla

STORIA DEL PRIMO FRATELLO DEL BARBIERE.

Sappi dunque, o Comandante dei Fedeli, che il mio primo fratello, Al-Bakbuk, il chiacchierone, è un gobbo che si diede al mestiere di sarto a Baghdad, e soleva cucire in una bottega presa in affitto da un uomo di molta ricchezza, che abitava sopra il negozio, e vi era anche un mulino a farina nel seminterrato. Un giorno, mentre mio fratello, il gobbo, sedeva nella sua bottega a cucire, gli accadde di alzare la testa e vide una dama simile alla luna piena nascente a una finestra a balcone della casa del suo padrone di casa, intenta a guardare i passanti. Quando mio fratello la scorse, il suo cuore fu preso dall'amore per lei e trascorse l'intera giornata a fissarla, trascurando il suo cucito fino al vespro. La mattina seguente aprì la sua bottega e si mise a sedere per cucire; ma, ogni volta che faceva un punto, guardava verso la finestra e la vedeva come prima; e la sua passione e infatuazione per lei crebbero. Il terzo giorno, mentre sedeva al suo solito posto fissandola, lei lo scorse e, accortasi che era stato catturato dall'amore per lei, rise in faccia a lui, ed egli le sorrise di rimando. Poi lei sparì e poco dopo mandò la sua schiava da lui con un fagotto contenente un pezzo di seta rossa a fiori. L'ancella lo avvicinò e disse: "La mia signora ti saluta e desidera che tu, con la tua abilità e benevolenza, le confezioni una camicia da questo pezzo e la cucia magnificamente con i tuoi punti migliori". Egli rispose: "Ascolto e obbedienza"; e tagliò per lei una camicia, finendo di cucirla lo stesso giorno. Quando il mattino seguente giunse, la ragazza tornò e gli disse: "La mia signora ti saluta e chiede come tu abbia trascorso la notte scorsa; poiché non ha assaporato il sonno a motivo del fatto che il suo cuore è preso da te". Poi stese davanti a lui un pezzo di raso giallo e disse: "La mia signora ti ordina di tagliarle due paia di pantaloni da questo pezzo e di cucirli proprio oggi". "Ascolto e obbedienza!" rispose egli, "salutala per me con molti saluti e dille: Il tuo schiavo è obbediente al tuo ordine; comandami dunque come vuoi". Poi si applicò al taglio e lavorò sodo al cucito dei pantaloni; e dopo un'ora la dama apparve al reticolato e lo salutò con cenni, ora abbassando gli occhi, ora sorridendogli in faccia, ed egli cominciò a rassicurarsi che presto avrebbe ottenuto una conquista. Lei non gli permise di muoversi finché non ebbe finito le due paia di pantaloni, dopodiché si ritirò e mandò l'ancella, alla quale egli li consegnò; e lei li prese e andò per la sua strada. Quando fu notte, egli si gettò sul suo letto di stuoia e giacque rigirandosi da un lato all'altro fino al mattino, quando si alzò e sedette al suo posto. Poco dopo la fanciulla venne da lui e disse: "Il mio padrone ti chiama". Udendo queste parole, egli temette con estremo timore; ma la schiava, vedendo il suo spavento, gli disse: "Non ti è inteso alcun male: null'altro che il bene ti attende. La mia signora vorrebbe che tu facessi conoscenza con il mio signore". Così mio fratello il sarto, rallegrandosi con grande gioia, andò con lei; e quando giunse al cospetto del suo padrone di casa, il marito della dama, egli baciò la terra davanti a lui, e il padrone di casa ricambiò il saluto e gli diede un grande pezzo di lino dicendo: "Tagliami delle camicie da questa stoffa e cucile bene"; e mio fratello rispose: "Ascoltare è obbedire". Allora si mise subito al lavoro, tagliando, sagomando e cucendo finché ebbe finito venti camicie entro l'ora di cena, senza fermarsi per assaggiare cibo. Il padrone di casa gli chiese: "Quanto il salario per questo?"; ed egli rispose: "Venti dirham". Allora il gentiluomo gridò alla schiava: "Portami venti dirham", e mio fratello non disse una parola; ma la dama fece segno: "Non prendere nulla da lui"; al che mio fratello disse: "Per Allah, non prenderò nulla dalla tua mano". E portò via i suoi attrezzi da sarto e tornò alla sua bottega, sebbene fosse indigente fino all'ultimo centesimo. Poi si applicò a fare il loro lavoro; mangiando, nel suo zelo e nella sua diligenza, solo un pezzo di pane e bevendo solo un poco d'acqua per tre giorni. Alla fine di questo tempo venne l'ancella e gli disse: "Che cosa hai fatto?". Disse egli: "Sono finite", e portò le camicie al marito della dama, che avrebbe voluto pagargli il compenso: ma egli disse: "Non prenderò nulla", per paura di lei e, tornando alla sua bottega, trascorse la notte senza sonno a causa della sua fame. Ora la dama aveva informato suo marito di come stessero le cose (mio fratello non sapendo nulla di ciò); e i due avevano concordato di farlo lavorare gratis, per meglio deriderlo e ridere di lui. La mattina seguente egli andò alla sua bottega e, mentre sedeva lì, l'ancella venne da lui e disse: "Parla con il mio padrone". Così l'accompagnò dal marito che gli disse: "Desidero che tu mi tagli cinque vesti a maniche lunghe". Così le tagliò e prese la stoffa e se ne andò. Poi le cucì e le portò al gentiluomo, che lodò il suo cucito e gli offrì una borsa d'argento. Egli protese la mano per prenderla, ma la dama gli fece segno da dietro il marito di non farlo, ed egli rispose: "O mio signore, non c'è fretta, abbiamo tempo a sufficienza per questo". Poi uscì dalla casa più meschino e più umile di un asino, poiché in verità cinque cose si erano riunite in lui, vale a dire: amore, accattonaggio, fame, nudità e duro lavoro. Nondimeno si fece coraggio con la speranza di ottenere i favori della dama. Quando ebbe terminato tutti i loro lavori, gli giocarono un altro tiro e lo fecero sposare con la loro schiava; ma, la notte in cui egli pensava di unirsi a lei, gli dissero: "Giaci questa notte nel mulino; e domani tutto andrà bene". Mio fratello concluse che ci fosse una buona ragione per questo e passò la notte da solo nel mulino. Ora il marito aveva istruito il mugnaio a far sì che il sarto girasse la macina: così, quando la notte fu a metà, l'uomo entrò da lui e cominciò a dire: "Questo nostro toro è diventato inutile e sta fermo invece di girare: non vuole girare il mulino questa notte, eppure abbiamo grande scorta di grano da macinare. Tuttavia, lo aggiogherò a forza e gli farò finire di macinare prima del mattino, poiché la gente è impaziente per la loro farina". Così riempì le tramogge di grano e, avvicinandosi a mio fratello con una corda in mano, gliela legò intorno al collo e gli disse: "Arri! Gira il mulino! Tu, o toro, non faresti altro che mangiare, urinare e defecare!". Poi prese una frusta e la fece cadere sulle spalle e sui polpacci di mio fratello, che cominciò a urlare e muggire; ma nessuno venne ad aiutarlo; e fu costretto a macinare il grano fino a quasi l'alba, quando il padrone di casa entrò e, vedendo mio fratello ancora legato al giogo e l'uomo che lo frustava, se ne andò. Allo spuntare del giorno il mugnaio tornò a casa e lo lasciò ancora aggiogato e mezzo morto; e poco dopo entrò la schiava che lo slegò e gli disse: "Io e la mia signora siamo davvero addolorate per quanto è accaduto e abbiamo sopportato il tuo dolore insieme a te". Ma egli non aveva lingua con cui risponderle a causa dell'eccesso di percosse e del girare la macina. Poi si ritirò al suo alloggio ed ecco, il cancelliere che aveva redatto l'atto di matrimonio venne da lui e lo salutò, dicendo: "Allah ti dia lunga vita! Che le tue nozze siano benedette! Questo volto racconta di piacevoli attività e vezzi e baci e abbracci dal crepuscolo all'alba". "Allah non conceda pace al bugiardo, o tu mille volte cornuto!", rispose mio fratello, "per Allah, non ho fatto altro che girare il mulino al posto del toro tutta la notte fino al mattino!". "Raccontami la tua storia", disse quello; e mio fratello raccontò ciò che gli era accaduto ed egli disse: "La tua stella non concorda con la sua stella; ma se vuoi posso modificare il contratto per te", aggiungendo: "Bada che non ci sia un altro inganno in serbo per te". E mio fratello gli rispose: "Vedi se non hai un altro stratagemma". Poi il cancelliere lo lasciò ed egli sedette nella sua bottega, cercando qualcuno che gli portasse un lavoro con cui guadagnarsi il pane quotidiano. Poco dopo l'ancella venne da lui e disse: "Parla con la mia signora". "Vattene, o mia brava ragazza", rispose egli, "non ci saranno più rapporti tra me e la tua signora". L'ancella tornò dalla sua padrona e le riferì ciò che mio fratello aveva detto e poco dopo lei sporse la testa dalla finestra, piangendo e dicendo: "Perché, o mio amato, non devono esserci più rapporti tra me e te?". Ma egli non le diede risposta. Allora lei pianse e lo scongiurò, giurando che tutto ciò che gli era accaduto nel mulino non era stato sanzionato da lei e che lei era innocente dell'intera faccenda. Quando egli guardò la sua bellezza e avvenenza e udì la dolcezza del suo parlare, il dolore che lo aveva posseduto svanì dal suo cuore; egli accettò le sue scuse e gioì nel vederla. Così la salutò e parlò con lei e sedette a cucire per un poco, dopodiché l'ancella venne da lui e disse: "La mia padrona ti saluta e ti informa che suo marito si propone di dormire fuori questa notte nella casa di alcuni suoi intimi amici; così, quando sarà andato, vieni da noi e trascorri la notte con la mia signora in deliziosissima gioia fino al mattino". Ora il marito le aveva chiesto: "Come faremo a distoglierlo da te?"; e lei aveva risposto: "Lascia a me il compito di giocargli un altro tiro e renderlo oggetto di scherno per tutta la città". Ma mio fratello non sapeva nulla della malizia delle donne. Non appena fu buio, la schiava venne da lui e lo portò alla casa, e quando la dama lo vide gli disse: "Per Allah, o mio signore, ho desiderato ardentemente di stare con te". "Per Allah", gridò egli, "baciami presto prima di darmi altro". Appena ebbe parlato, il marito della dama entrò dalla stanza accanto e lo afferrò, dicendo: "Per Allah, non ti lascerò andare, finché non ti avrò consegnato al capo della guardia cittadina". Mio fratello si umiliò davanti a lui; ma egli non volle ascoltarlo e lo portò davanti al Prefetto che gli diede cento frustate e, montatolo su un cammello, lo portò in giro per la città, mentre le guardie proclamavano ad alta voce: "Questa è la ricompensa per chi viola gli Harem di uomini onorevoli!". Inoltre, egli cadde dal cammello e si ruppe una gamba e così divenne zoppo. Poi il Prefetto lo bandì dalla città; ed egli se ne andò senza sapere dove dirigersi; ma io ne ebbi notizia e temendo per lui lo seguii, e lo riportai segretamente in città e gli restituii la salute e lo presi nella mia casa dove vive ancora". Il Califfo rise alla mia storia e disse: "Hai fatto bene, o Samit, o Uomo Silenzioso, o parco di parole!"; e mi ordinò di prendere un dono e di andarmene. Ma io dissi: "Non accetterò nulla da te a meno che non ti racconti ciò che accadde a tutti i miei altri fratelli; e non considerarmi un uomo di troppe parole". Così il Califfo diede ascolto,

Sappi, o Comandante dei Fedeli, che il nome del mio secondo fratello era Al-Haddár, ovvero il ciarliero, ed era paralitico. Accadde un giorno, mentre sbrigava le sue faccende, che una vecchia lo avvicinò e gli disse: "Fermati un istante, buon uomo, affinché io ti possa dire qualcosa che, se sarà di tuo gradimento, farai per me, e io pregherò Allah affinché te ne dia del bene!". Mio fratello si fermò ed ella proseguì: "Ti metterò sulla strada di una certa cosa, purché tu non sia prodigo di parole". "Avanti col tuo dire," rispose lui; ed ella: "Che ne dici di alloggi eleganti e di un bel giardino con acque correnti, fiori che sbocciano, frutti che crescono, vino vecchio e un bel volto giovane che potrai abbracciare dall'imbrunire all'alba? Se farai tutto ciò che ti ordino, vedrai qualcosa di grande vantaggio per te". "E tutto questo esiste al mondo?" chiese mio fratello; ed ella rispose: "Sì, e sarà tuo, purché tu sia ragionevole, lasci perdere l'oziosa curiosità e le molte parole, e faccia ciò che ti chiedo". "Lo farò davvero, o mia signora," disse lui, "come mai mi hai preferito in questa faccenda rispetto a tutti gli altri uomini e cosa c'è in me che ti piace così tanto?". Disse lei: "Non ti avevo forse ordinato di essere parco di parole? Taci e seguimi. Sappi che la giovane donna, dalla quale ti condurrò, ama fare di testa sua e odia essere contrariata e chiunque la contraddica; perciò, se la asseconderai, otterrai ciò che desideri da lei". E mio fratello disse: "Non la contraddirò in nulla". Allora ella si incamminò e mio fratello la seguì, bramoso di ciò che gli aveva descritto, finché non entrarono in una bella casa grande, elegante e finemente arredata, piena di eunuchi e servitori, che mostrava segni di prosperità da cima a fondo. E lei lo stava portando al piano superiore quando la gente di casa gli disse: "Che ci fai qui?". Ma la vecchia rispose loro: "Tacete e non disturbatelo: è un operaio e abbiamo bisogno di lui". Poi lo condusse in un bel padiglione grandioso, con un giardino nel mezzo, di cui gli occhi non videro mai uno più bello; e lo fece sedere su un bel divano. Non era seduto da molto che udì un forte rumore ed entrò una schiera di schiave che circondavano una signora come la luna nella notte del suo pieno splendore. Quando la vide, egli si alzò e le fece un inchino, al che lei lo accolse e gli ordinò di sedersi. Egli si sedette ed ella gli disse: "Che Allah ti promuova all'onore! Va tutto bene per te?". "O mia signora," rispose lui, "tutto va bene per me". Poi ordinò di portare del cibo, e le servirono vivande delicate; così lei si sedette a mangiare, facendo mostra di affetto per mio fratello e scherzando con lui, sebbene per tutto il tempo non potesse fare a meno di ridere; ma ogni volta che lui la guardava, lei faceva cenno alle sue ancelle come se stesse ridendo di loro. Mio fratello (l'asino!) non capiva nulla; ma, nell'eccesso della sua ridicola passione, immaginò che la signora fosse innamorata di lui e che presto gli avrebbe concesso il suo desiderio. Quando ebbero finito di mangiare, portarono il vino ed entrarono dieci fanciulle simili a lune, con liuti già accordati nelle mani, e presero a cantare con voci piene, dolci e tristi, al che il diletto si impadronì di lui ed egli prese la coppa dalle mani della signora e la bevve in piedi. Poi lei bevve una coppa di vino e mio fratello (sempre in piedi) le disse "Salute", e le fece un inchino. Lei gli porse un'altra coppa ed egli la bevve tutta, quando lei lo schiaffeggiò forte sulla nuca. A questo punto mio fratello avrebbe voluto uscire di casa per la rabbia; ma la vecchia lo seguì e gli fece l'occhiolino per farlo tornare. Così egli tornò e la signora gli ordinò di sedersi ed egli si sedette senza dire una parola. Poi lei lo schiaffeggiò di nuovo sulla nuca; e il secondo schiaffo non le bastò, dovette far sì che anche tutte le sue ancelle lo schiaffeggiassero e lo prendessero a colpi, mentre lui continuava a dire alla vecchia: "Non ho mai visto nulla di più bello di questo". Lei, da parte sua, non smetteva di esclamare: "Basta, basta, te ne scongiuro, o mia padrona!"; ma le donne lo schiaffeggiarono finché non fu quasi svenuto. Poco dopo mio fratello si alzò e uscì per soddisfare un bisogno naturale, ma la vecchia lo raggiunse e disse: "Sii paziente ancora un po' e otterrai ciò che desideri". "Quanto altro tempo devo aspettare," rispose mio fratello, "questi schiaffi mi hanno fatto sentire svenire". "Non appena sarà scaldata dal vino," rispose lei, "avrai il tuo desiderio". Così egli tornò al suo posto e si sedette, al che tutte le ancelle si alzarono e la signora ordinò loro di profumarlo con pastiglie e di spruzzargli il viso con acqua di rose. Poi gli disse: "Che Allah ti promuova all'onore! Sei entrato in casa mia e hai sopportato le mie condizioni, perché chiunque mi contraddica lo mando via, e chi è paziente ottiene il suo desiderio". "O mia padrona," disse lui, "sono il tuo schiavo e nelle tue mani!". "Sappi, dunque," continuò lei, "che Allah mi ha resa appassionatamente amante del gioco; e chiunque si adegui al mio umore ottiene tutto ciò che desidera". Poi ordinò alle sue ancelle di cantare a voce alta finché tutta la compagnia fu allietata; dopo di che disse a una di loro: "Prendi il tuo signore, fai per lui ciò che è necessario e riportalo da me immediatamente". Così la damigella prese mio fratello (ed egli non sapeva cosa avrebbe fatto di lui); ma la vecchia lo raggiunse e disse: "Sii paziente; rimane poco da fare". A questo il suo volto si illuminò ed egli si alzò davanti alla signora mentre la vecchia continuava a dire: "Sii paziente; ora otterrai subito il tuo desiderio!"; finché egli disse: "Dimmi, cosa vorrebbe che la fanciulla facesse con me?". "Nulla se non del bene," rispose lei, "come io sia il tuo sacrificio! Ella desidera solo tingere le tue sopracciglia e strappare i tuoi baffi". Disse lui: "Quanto alla tintura delle mie sopracciglia, quella verrà via lavandola, ma quanto allo strappare i miei baffi, quella è davvero una procedura alquanto dolorosa". "Fai attenzione a non contraddirla," gridò la vecchia; "perché lei ha posto il suo cuore su di te". Così mio fratello sopportò pazientemente che gli tingesse le sopracciglia e gli strappasse i baffi; dopo di che la fanciulla tornò dalla sua padrona e glielo riferì. Disse lei: "Resta ora solo un'altra cosa da fare; devi raderti la barba e renderti il volto liscio". Così la fanciulla tornò indietro e gli disse ciò che la sua padrona le aveva ordinato di fare; e mio fratello (lo sciocco!) le disse: "Come farò ciò che mi disonorerà davanti alla gente?". Ma la vecchia disse: "Lei vorrebbe fare in questo modo solo affinché tu sia come un giovane imberbe e non rimanga alcun pelo sul tuo viso a graffiare e pungere le sue guance delicate; perché in verità lei è appassionatamente innamorata di te. Sii dunque paziente e raggiungerai il tuo obiettivo". Mio fratello fu paziente e fece ciò che gli chiese e si lasciò radere la barba e, quando fu riportato dalla signora, ecco! appariva tinto di rosso alle sopracciglia, privo di entrambi i baffi, rasato della barba, imbellettato su entrambe le guance. Dapprima lei ne fu spaventata; poi si fece beffe di lui e, ridendo finché cadde sulla schiena, disse: "O mio signore, hai davvero conquistato il mio cuore con la tua buona natura!". Poi lo scongiurò, per la sua vita, di alzarsi e danzare, ed egli si alzò, fece salti acrobatici, e non c'era cuscino in casa che lei non gli lanciasse in testa, e allo stesso modo fecero tutte le sue donne che presero anche a colpirlo con arance, limoni e cedri finché non cadde privo di sensi per i colpi sulla nuca, i cuscini e il lancio della frutta. "Ora hai ottenuto il tuo desiderio," disse la vecchia quando rinvenne; "non ci sono altri colpi in serbo per te e rimane solo una piccola cosa da fare. È sua abitudine, quando è in preda ai fumi del vino, non lasciar avere nessuno finché non si toglie vestito e pantaloni e rimane completamente nuda. Poi ti ordinerà di toglierti i vestiti e correre; e lei correrà davanti a te come se fuggisse da te; e tu seguila da un luogo all'altro finché il tuo membro non sarà al massimo della sua erezione, quando lei si concederà a te"; aggiungendo: "Spogliati subito". Così egli si alzò, quasi perso nell'estasi e, togliendosi le vesti, si mostrò nudo come mamma lo ha fatto.——E Shahrazad scorse l'aurora e cessò di dire il suo dire consentito.

Ora, quando fu la Trentaduesima Notte,

Ella disse, Mi è giunto, o Re beneaugurante, che quando la vecchia disse al secondo fratello del Barbiere: "Spogliati", egli si alzò, quasi perso nell'estasi; e, togliendosi le vesti, si mostrò nudo come mamma lo ha fatto. Al che la signora si spogliò a sua volta e disse a mio fratello: "Se vuoi qualcosa, corri dietro a me finché non mi prendi". Poi partì di corsa ed egli corse dietro di lei mentre lei si precipitava di stanza in stanza e usciva di stanza in stanza, mio fratello che scorrazzava dietro di lei in una furia di desiderio come un vero folle, con il membro terribilmente dritto. Dopo molto di questo genere, lei si precipitò in un luogo oscurato, ed egli si precipitò dietro di lei; ma improvvisamente calpestò un punto cedevole, che cedette sotto il suo peso; e, prima che si rendesse conto di dove fosse, si ritrovò nel mezzo di un mercato affollato, parte del bazar dei venditori di cuoio che gridavano i prezzi di pelli e cuoi e compravano e vendevano. Quando lo videro nella sua condizione, nudo, con il membro eretto, rasato di barba e baffi, con le sopracciglia tinte di rosso e le guance arrossate dal belletto, gridarono e batterono le mani verso di lui, e presero a colpirlo con le pelli sul suo corpo nudo finché non svenne. Poi lo gettarono sul dorso di un asino e lo portarono al Capo della Polizia. Disse il Capo: "Cos'è questo?". Dissero loro: "Questo tizio ci è piombato addosso all'improvviso dalla casa del Wazir in questo stato". Così il Prefetto gli diede cento frustate e poi lo bandì da Baghdad. Tuttavia, io uscii a cercarlo e lo riportai segretamente in città e gli feci un'indennità giornaliera per il suo sostentamento: sebbene, se non fosse per il mio umore generoso, non avrei potuto sopportare uno come lui. Poi il Califfo diede ascolto al

RACCONTO DEL BARBIERE SUL SUO TERZO FRATELLO.

Il nome del mio terzo fratello era Al-Fakík, il Ciarliero, che era cieco. Un giorno il Destino e la Fortuna lo condussero a una bella casa grande, ed egli bussò alla porta, desiderando parlare col suo proprietario affinché potesse chiedergli qualcosa. Disse il padrone di casa: "Chi è alla porta?". Ma mio fratello non disse una parola e subito dopo lo sentì ripetere a voce alta: "Chi è?". Ancora non diede risposta e subito sentì il padrone camminare verso la porta, aprirla e dire: "Cosa vuoi?". Mio fratello rispose: "Qualcosa per amore di Allah Onnipotente". "Sei cieco?" chiese l'uomo, e mio fratello rispose: "Sì". Disse l'altro: "Allungami la mano". Così mio fratello tese la mano pensando che gli avrebbe dato qualcosa; ma egli la prese e, tirandolo dentro la casa, lo portò su per le scale finché non raggiunsero la terrazza sul tetto della casa, mio fratello pensando nel frattempo che gli avrebbe sicuramente dato qualcosa da mangiare o del denaro. Poi chiese a mio fratello: "Cosa vuoi, o uomo cieco?" ed egli rispose: "Qualcosa per amore dell'Onnipotente". "Che Allah apra per te qualche altra porta!". "O tu! perché non dirlo quando ero giù per le scale?". "O scroccone, perché non rispondermi quando ti ho chiamato per la prima volta?". "E cosa intendi fare per me ora?". "Non c'è nulla in casa da darti". "Allora riportami giù per le scale". "La strada è davanti a te". Così mio fratello si alzò e si fece strada verso il basso, finché arrivò a venti passi dalla porta, quando il suo piede scivolò ed egli rotolò fino in fondo e si ruppe la testa. Poi uscì, senza sapere dove voltarsi, e poco dopo si imbatté in altri due ciechi, suoi compagni, che gli dissero: "Cosa hai guadagnato oggi?". Egli raccontò loro cosa gli era accaduto e aggiunse: "O fratelli miei, desidero prendere un po' di denaro tra le mie mani e provvedermi con esso". Ora, il padrone di casa lo aveva seguito e stava ascoltando ciò che dicevano; ma né mio fratello né i suoi compagni ne erano a conoscenza. Così mio fratello andò al suo alloggio e si sedette ad aspettare i suoi compagni, e il proprietario della casa entrò dietro di lui senza essere notato. Quando arrivarono gli altri ciechi, mio fratello disse loro: "Chiudete la porta e perquisite la casa, affinché nessuno sconosciuto ci abbia seguito". L'uomo, sentendo ciò, si aggrappò a una corda che pendeva dal soffitto e vi si tenne stretto, mentre essi giravano per la casa e perquisivano ma non trovarono nessuno. Così tornarono indietro e, sedendosi accanto a mio fratello, tirarono fuori il loro denaro che contarono ed ecco! era dodicimila dirham. Ognuno prese ciò che voleva e seppellirono il resto in un angolo della stanza. Poi misero in tavola il cibo e si sedettero a mangiare. Poco dopo mio fratello, udendo uno strano paio di mascelle masticare al suo fianco, disse ai suoi amici: "C'è uno sconosciuto tra noi"; e, tendendo la mano, afferrò quella del padrone di casa. Allora tutti si scagliarono su di lui e lo picchiarono; e quando furono stanchi di malmenarlo gridarono: "O voi Musulmani! un ladro è entrato tra noi, cercando di prenderci il denaro!". Una folla si radunò attorno a loro, al che l'intruso si appese a loro e si lamentò insieme a loro mentre essi si lamentavano; e, chiudendo gli occhi come loro, affinché nessuno potesse dubitare della sua cecità, gridò: "O Musulmani, cerco rifugio in Allah e nel Governatore, perché ho una questione da fargli sapere!". Improvvisamente arrivò la guardia e, mettendo le mani su tutto il gruppo (mio fratello era tra loro), li condusse dal Governatore che li pose davanti a sé e chiese: "Che notizie avete?". Disse l'intruso: "Guarda e scopri da te, non una parola sarà estorta da noi se non con la tortura, quindi inizia col picchiare me e dopo di me picchia quest'uomo, il nostro capo". E indicò mio fratello. Così gettarono l'uomo a terra in tutta la sua lunghezza e gli diedero quattrocento bastonate sul sedere. Il pestaggio lo addolorò, al che egli aprì un occhio e, mentre raddoppiavano i colpi, aprì l'altro. Quando il Governatore vide questo disse: "Cosa abbiamo qui, o maledetto?"; al che egli rispose: "Dammi l'anello sigillo del perdono! Noi quattro abbiamo finto di essere ciechi, e inganniamo la gente affinché possiamo entrare nelle case e guardare i volti scoperti delle donne e tramare per la loro corruzione. In questo modo abbiamo ottenuto grandi guadagni e il nostro deposito ammonta a dodicimila dirham. Dissi ai miei compagni: datemi la mia parte, tremila; ma essi si alzarono e mi picchiarono e portarono via il mio denaro, e io cerco rifugio in Allah e in te; meglio che la mia parte la prenda tu che loro. Quindi, se vuoi conoscere la verità delle mie parole, picchia uno e ognuno degli altri più di quanto tu abbia picchiato me, e apriranno sicuramente gli occhi". Il Governatore diede ordini che l'interrogatorio iniziasse con mio fratello, e lo legarono al palo delle frustate, e il Governatore disse: "O feccia della terra, abusate dei doni graziosi di Allah e fate come se foste ciechi!". "Allah! Allah!" gridò mio fratello, "per Allah, non c'è nessuno tra noi che possa vedere". Poi lo picchiarono finché non svenne e il Governatore gridò: "Lasciatelo finché non rinviene e poi picchiatelo di nuovo". Dopo di che fece ricevere a ciascuno dei compagni più di trecento bastonate, mentre il finto Abramo continuava a dire loro: "Aprite gli occhi o sarete picchiati di nuovo". Alla fine l'uomo disse al Governatore: "Invia qualcuno con me per portarti il denaro; perché questi tizi non apriranno gli occhi, affinché non subiscano la vergogna davanti alla gente". Così il Governatore mandò a prendere il denaro e diede all'uomo la sua pretesa parte, tremila dirham; e, tenendo il resto per sé, bandì i tre ciechi dalla città. Ma io, o Comandante dei Fedeli, uscii e, raggiunta mio fratello, lo interrogai sul suo caso; al che egli mi raccontò ciò che ho raccontato a te; così lo portai segretamente in città e gli fissai (nella massima riservatezza) un'indennità per mangiare e bere! Il Califfo rise alla mia storia e disse: "Dagli un dono e lascialo andare"; ma io dissi: "Per Allah! Non prenderò nulla finché non avrò fatto conoscere al Comandante dei Fedeli ciò che accadde al resto dei miei fratelli; poiché in verità io sono un uomo di poche parole e parco nel parlare". Poi il Califfo diede ascolto al

RACCONTO DEL BARBIERE SUL SUO QUARTO FRATELLO.

Quanto al mio quarto fratello, o Comandante dei Fedeli, Al-Kuz al-aswáni, o il Gugglet dal lungo collo, come veniva chiamato per via del suo traboccare di parole, lo stesso che era cieco da un occhio, divenne macellaio a Baghdad e vendeva carne e montoni grassi; e uomini importanti e ricchi compravano da lui la carne, tanto che accumulò molta ricchezza e si procurò bestiame e case. Visse così per lungo tempo, finché un giorno, mentre sedeva nella sua bottega, si avvicinò un vecchio dalla barba lunga, che posò dell'argento e disse: "Dammi della carne per questo". Egli gli diede carne per il valore del suo denaro e il vecchio se ne andò per la sua strada. Mio fratello esaminò l'argento dello Shaykh e, vedendo che i dirham erano bianchi e luminosi, li mise in un luogo a parte. Il vecchio continuò a tornare alla bottega regolarmente per cinque mesi, e mio fratello non smise di riporre ogni moneta che riceveva da lui in una cassetta a parte. Alla fine pensò di prendere il denaro per comprare delle pecore; così aprì la cassetta e non vi trovò dentro nulla, se non pezzi di carta bianca tagliati a forma di moneta; allora si schiaffeggiò il volto e gridò a gran voce finché la gente non si radunò attorno a lui, dopodiché raccontò la sua storia, che li lasciò oltremodo meravigliati. Poi si alzò, come era sua abitudine, e sgozzato un montone lo appese dentro la sua bottega; dopo di che ne tagliò un pezzo di carne e, appendendolo fuori, continuava a dire tra sé: "O Allah, volesse il cielo che venisse quel vecchio di malaugurio!". E non era passata un'ora che lo Shaykh arrivò con il suo argento in mano; allora mio fratello si alzò e lo afferrò gridando: "Venite ad aiutarmi, o musulmani, e ascoltate la mia storia con questo mascalzone!". Quando il vecchio udì ciò, gli disse tranquillamente: "Cosa ti converrebbe di più, lasciarmi andare o essere da me svergognato davanti alla gente?". "In che modo mi svergognerai?". "Dicendo che vendi carne umana al posto di quella di montone!". "Menti, maledetto!". "No, maledetto è chi ha un uomo appeso al posto della carne nella sua bottega". "Se la faccenda sta come dici tu, ti do il permesso legittimo di prenderti il mio denaro e la mia vita". Allora il vecchio gridò a gran voce: "Ehi, voi gente! Se volete provare la verità delle mie parole, entrate nella bottega di quest'uomo". La folla irruppe e scoprì che il montone era diventato un uomo morto appeso per essere venduto. Allora si scagliarono contro mio fratello gridando: "O infedele! O mascalzone!"; e i suoi migliori amici presero a prenderlo a schiaffi e a calci, continuando a dire: "Ci fai mangiare carne di figli di Adamo?". Inoltre, il vecchio lo colpì all'occhio e glielo cavò. Poi portarono la carcassa, con la gola tagliata, davanti al Capo della guardia cittadina, al quale il vecchio disse: "O Emiro, questo tizio macella gli uomini e vende la loro carne come montone e noi te lo abbiamo portato; quindi alzati ed esegui i giudizi di Allah (a cui sia onore e gloria!)". Mio fratello avrebbe voluto difendersi, ma il Capo si rifiutò di ascoltarlo e lo condannò a ricevere cinquecento bastonate e a perdere l'intero suo patrimonio. E, in verità, se non fosse stato per quel patrimonio che spese in tangenti, lo avrebbero sicuramente ucciso. Poi il Capo lo bandì da Baghdad; e mio fratello si incamminò all'avventura, finché giunse in una grande città, dove pensò fosse meglio mettersi a fare il calzolaio; così aprì una bottega e sedette lì a fare quello che poteva per il suo sostentamento. Un giorno, mentre usciva per i suoi affari, udì il lontano calpestio di cavalli e, chiedendone la causa, gli fu detto che il Re stava uscendo per cacciare e correre; così mio fratello si fermò a guardare il magnifico seguito. Accadde che l'occhio del Re incontrò quello di mio fratello; al che il Re chinò il capo e disse: "Cerco rifugio presso Allah dal male di questo giorno!"; e voltò le redini del suo destriero e tornò a casa con tutto il suo seguito. Poi diede ordine alle sue guardie, che afferrarono mio fratello e lo bastonarono con una punizione così dolorosa che fu quasi morto; e mio fratello non sapeva quale potesse essere il motivo del suo maltrattamento, dopodiché tornò al suo posto nelle condizioni più misere. Poco tempo dopo si recò da uno dei membri della casa del Re e raccontò quanto gli era accaduto; e l'uomo rise fino a cadere sulla schiena e gridò: "O fratello mio, sappi che il Re non sopporta di guardare un monocolo, specialmente se è cieco dall'occhio destro, nel qual caso non lo lascia andare senza ucciderlo". Quando mio fratello udì ciò, decise di fuggire da quella città; così ne uscì per un'altra dove nessuno lo conosceva e lì dimorò per lungo tempo. Un giorno, essendo pieno di pensieri dolorosi per ciò che gli era accaduto, uscì per consolarsi; e, mentre camminava, udì il lontano calpestio di cavalli dietro di sé e disse: "Il giudizio di Allah è su di me!" e cercò un nascondiglio ma non ne trovò nessuno. Alla fine vide una porta chiusa che spinse con forza: questa cedette ed egli entrò in una lunga galleria dove si rifugiò, ma a stento ebbe fatto ciò, quando due uomini si scagliarono su di lui gridando: "Allah sia lodato per averti consegnato nelle nostre mani, o nemico di Dio! Queste tre notti ci hai rubato il riposo e il sonno, e in verità ci hai fatto assaggiare la coppa della morte". Mio fratello chiese: "O gente, cosa vi affligge?"; ed essi risposero: "Tu ci dai il resto e vai in giro a svergognarci e pianifichi qualche complotto per tagliare la gola al padrone di casa! Non ti basta averlo ridotto in miseria, tu e i tuoi compagni? Ma ora dacci il coltello con cui ci minacci ogni notte". Poi lo perquisirono e trovarono nella sua cintura il coltello usato per il cuoio delle scarpe; ed egli disse: "O gente, abbiate il timore di Allah davanti agli occhi e non maltrattatemi, poiché sappiate che la mia storia è assai strana!". "E qual è la tua storia?", dissero; così raccontò loro ciò che gli era accaduto, sperando che lo lasciassero andare; tuttavia essi non prestarono attenzione a ciò che diceva e, invece di mostrare riguardo, lo picchiarono gravemente e gli strapparono i vestiti: poi, trovando sui suoi fianchi le cicatrici delle percosse con le verghe, dissero: "O maledetto! Questi segni sono i segni manifesti della tua colpa!". Lo portarono davanti al Governatore, mentre egli diceva tra sé: "Ora sono punito per i miei peccati e nessuno può liberarmi se non Allah l'Onnipotente!". Il Governatore, rivolgendosi a mio fratello, gli chiese: "O mascalzone, cosa ti ha spinto a entrare in casa loro con l'intenzione di uccidere?"; e mio fratello rispose: "Ti scongiuro per Allah, o Emiro, ascolta le mie parole e non essere frettoloso nel condannarmi!". Ma il Governatore gridò: "Ascolteremo le parole di un ladro che ha ridotto in miseria queste persone, e che porta sulla schiena la cicatrice delle sue percosse?", aggiungendo: "Sicuramente non ti avrebbero fatto questo, se non per un qualche grande crimine". Così lo condannò a ricevere cento colpi di frusta, dopodiché lo fecero salire su un cammello e lo portarono in giro per la città, proclamando: "Questa è la ricompensa, e fin troppo poca, per chi irrompe nelle case della gente". Poi lo cacciarono dalla città, e mio fratello vagò a caso, finché non seppi cosa gli era accaduto; e, andandolo a cercare, lo interrogai sul suo caso; così mi rese partecipe della sua storia e di tutte le sue sventure, e lo portai segretamente in città dove gli fissai un'indennità per mangiare e bere. Poi il Califfo diede ascolto al

RACCONTO DEL BARBIERE SUL SUO QUINTO FRATELLO.

Il mio quinto fratello Al-Nashshár, il Chiacchierone, lo stesso che fu privato di entrambe le orecchie, o Comandante dei Fedeli, era un questuante solito chiedere l'elemosina di notte e vivere delle elemosine altrui di giorno. Ora, quando nostro padre, che era un vecchio avanzato negli anni, si ammalò e morì, ci lasciò settecento dirham, dei quali ogni figlio prese i suoi cento; ma, appena il mio quinto fratello ricevette la sua parte, rimase perplesso e non seppe cosa farne. Mentre era in questa incertezza, pensò di spenderli in oggetti di vetro di ogni sorta e guadagnare un soldo onesto sul loro prezzo. Così comprò per cento dirham di vetreria e, mettendola in un grande vassoio, si sedette a venderla su una panca ai piedi di un muro contro il quale si appoggiava. Mentre sedeva con il vassoio davanti a sé, si mise a riflettere e disse tra sé: "Sappi, o mio buon Io, che il capitale della mia ricchezza, il mio principale investito in questa vetreria, è di cento dirham. La venderò sicuramente per duecento, con i quali comprerò subito altro vetro e ne ricaverò quattrocento; né smetterò di vendere e comprare in questo modo, finché non avrò ottenuto quattromila e presto mi ritroverò padrone di molto denaro. Con queste monete comprerò mercanzie, gioielli e ottari e ne ricaverò un grande profitto; finché, se Allah vorrà, porterò il mio capitale a centomila dirham. Poi comprerò una bella casa con schiavi bianchi ed eunuchi e cavalli; e mangerò, berrò e mi divertirò; né lascerò un cantante o una cantante in città, che non chiamerò al mio palazzo per farli esibire davanti a me". Tutto questo contava nella sua mente, mentre il vassoio di vetreria, del valore di cento dirham, stava sulla panca davanti a lui, e, dopo averlo guardato, continuò: "E quando, Inshallah! il mio capitale sarà diventato centomila dinari, invierò sensali di matrimonio a chiedere per me in sposa le figlie di Re e Wazir; e pretenderò in moglie la figlia maggiore del Primo Ministro; poiché mi è giunto voce che sia perfetta in bellezza e primizia di grazia e rara nelle arti. Darò una dote matrimoniale di mille dinari; e, se suo padre acconsentirà, bene: ma in caso contrario la prenderò con la forza da sotto il suo stesso naso. Quando sarà al sicuro in casa mia, comprerò dieci piccoli eunuchi e per me una veste delle vesti dei Re e dei Sultani; e mi procurerò una sella d'oro e una briglia tempestata di gemme di prezzo. Poi monterò a cavallo con i Mamelucchi che mi precedono e mi circondano, e farò il giro della città mentre la gente mi saluta e mi benedice; dopo di che mi recherò dal Wazir (colui che è padre della ragazza), con armati schiavi bianchi davanti e dietro di me e alla mia destra e alla mia sinistra. Quando mi vede, il Wazir si alza, e facendomi sedere al suo posto si siede molto più in basso di me; poiché devo essere suo genero. Ora ho con me due eunuchi che trasportano borse, ognuna contenente mille dinari; e di queste gli consegnerò i mille, la dote matrimoniale di sua figlia, e gli farò un dono gratuito degli altri mille, affinché abbia motivo di conoscere la mia generosità, la mia liberalità, la mia grandezza d'animo e la piccolezza del mondo ai miei occhi. E per dieci parole che mi rivolge, io gliene risponderò due. Poi torno a casa mia, e se qualcuno viene da me per parte della sposa, gli faccio dono di denaro e gli getto addosso un abito d'onore; ma se mi porta un dono, glielo restituisco e mi rifiuto di accettarlo, affinché imparino quale spirito orgoglioso sia il mio, che non accondiscende mai a derogare. Così stabilisco il mio rango e il mio stato. Quando ciò è fatto, fisso la sua notte di nozze e adorno la mia casa in modo vistoso! glorioso! E quando giunge il tempo di far sfilare la sposa, indosso il mio abbigliamento più raffinato e mi siedo su un materasso di broccato d'oro, appoggiando il gomito su un cuscino, e non voltandomi né a destra né a sinistra; ma guardando solo dritto davanti a me per l'alterigia della mia mente e la gravità del mio intelletto. E lì davanti a me sta mia moglie nel suo abbigliamento e nei suoi ornamenti, bella come la luna piena; e io, nella mia altezza e temibile signoria, non la guarderò finché i presenti non mi diranno: "O nostro signore e nostro padrone, tua moglie, la tua serva, sta davanti a te; concedile uno sguardo poiché stare in piedi la stanca". Allora baciano terra davanti a me molte volte; al che alzo gli occhi e le rivolgo un solo sguardo e volto di nuovo la faccia verso terra. Poi la portano nella camera nuziale, e io mi alzo e cambio i miei vestiti con un abito molto più raffinato; e, quando portano dentro la sposa una seconda volta, non degno di lanciarle uno sguardo finché non me l'abbiano chiesto molte volte; dopodiché la guardo con la coda di un occhio, e poi chino il capo. Continuo ad agire in questo modo finché la sfilata e la presentazione non sono completate"——E Shahrazad percepì il sorgere del giorno e cessò di dire quanto le era permesso.

Disse: Mi è giunto, o Re beneaugurante, che il quinto fratello del Barbiere proseguì:—Allora chino il capo e continuo ad agire in questo modo finché la sua sfilata e la presentazione non sono completate. Dopodiché ordino a uno dei miei eunuchi di portarmi un sacco di cinquecento dinar che distribuisco come largizione alle ancelle presenti e ordino loro, tutte insieme, di condurmi alla camera nuziale. Quando mi lasciano solo con lei non la guardo né le rivolgo la parola, ma mi corico al suo fianco con il volto rivolto al muro per mostrarle il mio disprezzo, affinché ognuno possa notare ancora una volta quanto io sia elevato e altezzoso. Poco dopo entra da me sua madre; e baciandomi il capo e la mano, mi dice: "O mio signore, guarda la tua ancella che anela al tuo favore; guarisci dunque il suo spirito affranto!" Non le do risposta; e quando vede ciò, si alza e mi bacia i piedi più volte dicendo: "O mio signore, in verità mia figlia è una bella fanciulla, che non ha mai conosciuto uomo; e se le mostri tale ritrosia e avversione, il suo cuore si spezzerà; inclina dunque il tuo animo verso di lei, parlale e rasserena la sua mente e il suo spirito." Poi si alza e porta una coppa di vino; e dice alla figlia: "Prendila e porgila al tuo signore." Ma mentre si avvicina a me, la lascio in piedi tra le mie mani e mi siedo, puntando il gomito su un cuscino rotondo ricamato con filo d'oro, appoggiandomi pigramente all'indietro, senza guardarla nella maestà del mio spirito, affinché ella possa credermi davvero un Sultano e un uomo potente. Allora ella mi dice: "O mio signore, per Allah, non rifiutarti di prendere la coppa dalla mano della tua ancella, poiché in verità io sono la tua serva." Ma io non le parlo ed ella insiste, dicendo: "Non c'è altra scelta che quella di berlo;" e lo accosta alle mie labbra. Allora le agito il pugno in faccia e le do un calcio col piede, così. E così lui sferrò un colpo con la punta del piede e rovesciò il vassoio di cristalleria che cadde al suolo e, precipitando dal banco, tutto ciò che vi era sopra andò in frantumi. "O più turpe delle mezzane, questo è il risultato dell'orgoglio del mio spirito!" gridò mio fratello; e allora, o Comandante dei Credenti, si schiaffeggiò il volto e si stracciò le vesti, e continuò a piangere e a percuotersi. La gente che affluiva per le preghiere del venerdì lo vide; e alcuni lo guardarono provando pietà, mentre altri non gli prestarono attenzione, e in questo modo mio fratello perse capitale e guadagno. Rimase a piangere a lungo, e infine si avvicinò una bella signora, dalla quale emanava un profumo di muschio, che si recava alle preghiere del venerdì cavalcando un mulo con una sella d'oro e seguita da diversi eunuchi. Quando vide il vetro infranto e mio fratello piangere, il suo cuore gentile fu mosso a compassione per lui, e chiese cosa gli fosse accaduto e le fu risposto che aveva un vassoio pieno di cristalleria dalla cui vendita sperava di trarre il suo sostentamento, ma che era andato in frantumi, e (dissero), "gli è accaduto ciò che vedi." Allora ella chiamò uno dei suoi eunuchi e gli disse: "Dai ciò che hai con te a questo pover'uomo!" E lui diede a mio fratello una borsa nella quale trovò cinquecento dinar; e quando toccò la sua mano, egli fu sul punto di morire per l'eccesso di gioia e offrì benedizioni per lei. Poi tornò alla sua dimora da uomo benestante; e, mentre sedeva riflettendo, qualcuno bussò alla porta. Si alzò, aprì e vide una vecchia che non aveva mai visto. "O figlio mio," disse lei, "sappi che l'ora della preghiera è vicina e non ho ancora fatto la mia abluzione Wuzu; perciò, gentilmente, concedimi l'uso del tuo alloggio a tale scopo." Mio fratello rispose: "Udire è obbedire;" ed entrando le fece cenno di seguirlo. Così ella entrò ed egli le portò un acquamanile con cui lavarsi, e si sedette come per volare dalla gioia a causa dei dinar che aveva legato alla cintura come una borsa. Quando la vecchia ebbe terminato la sua abluzione, si avvicinò al punto in cui sedeva ed eseguì una preghiera di due inchini; dopo di che benedisse mio fratello con una pia benedizione, e lui, mentre la ringraziava, mise la mano sui dinar e gliene diede due, dicendo a se stesso: "Queste sono le mie offerte volontarie." Quando ella vide l'oro gridò: "Lode ad Allah! Perché guardi colei che ti ama come se fosse una mendicante? Riprenditi i tuoi soldi: non ne ho bisogno; o, se non li vuoi, restituiscili a colei che te li diede quando la tua cristalleria andò in pezzi. Inoltre, se desideri unirti a lei, posso gestire la faccenda, poiché è la mia padrona." "O mia madre," chiese mio fratello, "con quale mezzo posso raggiungerla?"; ed ella rispose: "O figlio mio! Ella ha un'inclinazione per te, ma è la moglie di un uomo facoltoso; perciò prendi tutto il tuo denaro con te e seguimi, affinché io possa guidarti al tuo desiderio: e quando sarai in sua compagnia non risparmiare né persuasioni né dolci parole, ma usale tutte con lei; così godrai della sua bellezza e della sua ricchezza a tuo piacimento." Mio fratello prese tutto il suo oro, si alzò e seguì la vecchia, stentando a credere alla sua fortuna. Ella non smise di camminare, e mio fratello a seguirla, finché non giunsero a un alto cancello al quale ella bussò e una schiava Roumi uscì e aprì loro. Allora la vecchia condusse mio fratello in un grande salotto coperto con tappeti meravigliosamente fini e appeso con tende, dove egli sedette con il suo oro davanti a sé e il turbante sulle ginocchia. Si era appena seduto quando giunse da lui una giovane signora (mai occhio vide cosa più bella) vestita con le vesti più sontuose; al che mio fratello si alzò in piedi, ed ella gli sorrise in faccia e gli diede il benvenuto, facendogli segno di sedersi. Poi ordinò di chiudere la porta e, quando fu chiusa, si voltò verso mio fratello e, prendendogli la mano, lo condusse in una camera privata arredata con vari tipi di broccati e stoffe d'oro. Qui egli si sedette ed ella si sedette al suo fianco e scherzò con lui per un po'; dopo di che si alzò e dicendo: "Non muoverti dal tuo posto finché non tornerò da te;" disparve. Nel frattempo, mentre egli era così, ecco! entrò da lui uno schiavo nero di corpo e mole massicci che teneva una spada sguainata in mano, il quale disse: "Guai a te! Chi ti ha portato qui e cosa cerchi qui?" Mio fratello non poté rispondergli, essendo ammutolito dal terrore; così il nero lo afferrò, lo spogliò dei suoi vestiti e lo colpì col piatto della lama della spada finché non cadde al suolo, svenuto per l'eccesso di percosse. Il negro di malaugurio pensò che fosse finita per lui e mio fratello lo sentì gridare: "Dov'è la serva del sale?" Al che entrò un'ancella che teneva in mano un grande vassoio di sale, e lo schiavo continuò a strofinarlo nelle ferite di mio fratello; ma egli non si mosse temendo che lo schiavo potesse scoprire che non era morto e ucciderlo del tutto. Poi la serva del sale andò via, e lo schiavo gridò: "Dov'è la custode del sotterraneo?" A questo punto entrò la vecchia e trascinò mio fratello per i piedi in un sotterraneo e lo gettò sopra un mucchio di cadaveri. In questo luogo rimase due giorni interi, ma Allah fece sì che il sale fosse il mezzo per preservare la sua vita, fermando il sangue e arrestandone il flusso. Poco dopo, sentendosi in grado di muoversi, Al-Nashshár si alzò e aprì la botola tremando di paura e strisciò fuori all'aperto; e Allah lo protesse, così che continuò nell'oscurità e si nascose nel vestibolo fino all'alba, quando vide la maledetta megera uscire in cerca di altre prede. La seguì senza che lei lo sapesse, e si diresse verso il proprio alloggio dove medicò le sue ferite e si curò finché non fu guarito. Nel frattempo, soleva osservare la vecchia, seguendola in ogni momento e stagione, e la vide accostare un uomo dopo l'altro e portarli alla casa. Tuttavia non disse una parola; ma, non appena fu sano e forte, prese un pezzo di stoffa e ne fece un sacco che riempì di vetro rotto e si legò attorno alla vita. Si travestì anche da persiano affinché nessuno potesse riconoscerlo, e nascose una spada sotto i vestiti di taglio straniero. Poi uscì e, incontrando la vecchia, le disse, parlando arabo con accento persiano: "Venerabile signora, sono uno straniero arrivato solo oggi qui dove non conosco nessuno. Hai una bilancia dove io possa pesare undicimila dinar? Ti darò qualcosa di essi per il tuo disturbo." "Ho un figlio, un cambiavalute, che tiene ogni tipo di bilancia," rispose lei, "perciò vieni con me da lui prima che esca e lui peserà il tuo oro." Mio fratello rispose: "Apri la strada!" Ella lo condusse alla casa e la giovane signora stessa uscì e aprì, al che la vecchia le sorrise in faccia e disse: "Ti porto carne grassa oggi." Allora la damigella prese mio fratello per mano e lo condusse nella stessa camera di prima; dove sedette con lui per un po', poi si alzò e uscì dicendo: "Non muoverti dal tuo posto finché non tornerò da te." Poco dopo entrò lo schiavo maledetto con la spada sguainata e gridò a mio fratello: "Alzati, che tu sia dannato!" Così egli si alzò, e mentre lo schiavo camminava davanti a lui, estrasse la spada da sotto i vestiti e lo colpì con essa, facendo volare la testa dal corpo. Poi trascinò il cadavere per i piedi verso il sotterraneo e gridò: "Dov'è la serva del sale?" Salì la ragazza portando il vassoio di sale e, vedendo mio fratello spada in mano, si voltò per fuggire; ma egli la seguì e le mozzò la testa. Poi gridò: "Dov'è la custode del sotterraneo?"; ed entrò la vecchia a cui disse: "Mi riconosci di nuovo, o megera di malaugurio?" "No, mio signore," rispose lei, ed egli disse: "Io sono il proprietario delle cinquecento monete d'oro, nella cui casa sei entrata per fare l'abluzione e pregare, e che hai attirato qui e tradito." "Temi Allah e risparmiami," gridò ella; ma lui non la considerò e la colpì con la spada finché non l'ebbe tagliata in quattro. Poi andò a cercare la giovane signora; e quando ella lo vide la ragione fuggì da lei ed ella gridò pietosamente: "Amán! Pietà!" Così egli la risparmiò e chiese: "Cosa ti ha spinto a frequentare questo negro?"; ed ella rispose: "Ero schiava di un certo mercante, e la vecchia soleva visitarmi finché non presi simpatia per lei. Un giorno mi disse:—Abbiamo una festa nuziale a casa nostra come non se ne sono mai viste e voglio che tu goda dello spettacolo. Udire è obbedire, risposi io, e alzandomi mi adornai con le vesti e gli ornamenti più fini, e portai con me una borsa contenente cento monete d'oro. Poi mi condusse qui e appena entrai in casa il nero mi afferrò, e sono rimasta in questa condizione per tre anni interi a causa della perfidia della maledetta megera." Allora mio fratello le chiese: "C'è qualcosa di suo nella casa?"; a cui ella rispose: "Grande ricchezza, e se sei in grado di portarla via, fallo e che Allah ti dia del bene!" Mio fratello andò con lei ed ella gli aprì svariati forzieri nei quali c'erano sacchi di denaro, di che egli rimase sbalordito; poi gli disse: "Vai ora e lasciami qui, e porta uomini a rimuovere il denaro." Egli uscì e assunse dieci uomini, ma quando tornò trovò la porta spalancata, la damigella sparita e non rimasto che qualche spicciolo e le suppellettili. Da ciò capì che la ragazza lo aveva superato in astuzia; così aprì le stanze dei depositi e sequestrò ciò che vi era dentro, insieme al resto del denaro, non lasciando nulla in casa. Passò la notte rallegrandosi, ma quando l'alba giunse trovò alla porta circa venti soldati che misero le mani su di lui dicendo: "Il Governatore ti vuole!" Mio fratello li implorò a lungo di lasciarlo tornare a casa; e offrì loro persino una grossa somma di denaro; ma essi rifiutarono e, legandolo stretto con le corde, lo portarono via. Per strada incontrarono un amico di mio fratello che si aggrappò al suo lembo e implorò la sua protezione, pregandolo di sostenerlo e aiutarlo a liberarlo dalle loro mani. L'uomo si fermò e chiese loro cosa fosse successo, e quelli risposero: "Il Governatore ci ha ordinato di portare questo tizio davanti a lui e, guarda, lo stiamo facendo." L'amico di mio fratello li sollecitò a rilasciarlo, e offrì loro cinquecento dinar per lasciarlo andare, dicendo: "Quando tornerete dal Governatore ditegli che non siete stati in grado di trovarlo." Ma essi non vollero ascoltare le sue parole e presero mio fratello, trascinandolo faccia a terra, e lo portarono davanti al Governatore che gli chiese: "Da dove hai preso queste mercanzie e questo denaro?"; ed egli rispose: "Chiedo pietà!" Così il Governatore gli diede il fazzoletto della pietà; e lui gli raccontò tutto ciò che gli era accaduto dall'inizio alla fine con la vecchia e la fuga della damigella; concludendo con: "Qualsiasi cosa abbia preso, prendi di essa ciò che vuoi, purché mi lasci abbastanza per sostenere la vita." Ma il Governatore prese l'intero carico di mercanzie e tutto il denaro per sé; e, temendo che la faccenda giungesse alle orecchie del Sultano, convocò mio fratello e disse: "Vattene da questa città, altrimenti ti impiccherò." "Udire e obbedire" disse mio fratello e partì per un'altra città. Per strada i ladri si avventarono su di lui, lo spogliarono, lo picchiarono e gli tagliarono le orecchie; ma io ebbi notizia delle sue sventure e uscii a cercarlo portandogli vestiti; e lo condussi segretamente in città dove gli assegnai un sussidio per cibo e bevande. E subito il Califfo prestò orecchio a,

Il mio sesto fratello, o Comandante dei Credenti, Shakashik, ovvero Molte-grida, colui che è privo di entrambe le labbra, fu un tempo ricco e divenne povero; così un giorno uscì per mendicare quanto bastava a mantenerlo in vita. Mentre era per strada, scorse improvvisamente un palazzo grande e magnifico, con un edificio separato, ampio e imponente all'ingresso, dove sedevano diversi eunuchi che ordinavano e proibivano. Mio fratello chiese a uno di coloro che oziavano lì e quegli rispose: "Il palazzo appartiene a un rampollo della casa dei Barmecidi"; così si avvicinò ai portinai e chiese loro l'elemosina. "Entra," dissero, "dal grande cancello e otterrai ciò che cerchi dal Wazir, il nostro signore." Di conseguenza entrò e, attraversato l'ingresso esterno, camminò per un po' e giunse infine a una dimora di estrema bellezza ed eleganza, pavimentata di marmo, adorna di cortine e con al centro un giardino fiorito simile al quale non ne aveva mai visti. Mio fratello rimase per un istante come smarrito, non sapendo dove volgere i passi; poi, vedendo che l'estremità della sala di ricevimento era occupata, vi si avvicinò e vi trovò un uomo di aspetto distinto e bella barba. Quando questo personaggio vide mio fratello, si alzò per accoglierlo, gli diede il benvenuto e lo interrogò sulla sua condizione; al che egli rispose di essere nel bisogno e di necessitare di carità. Udite tali parole, il nobile mostrò grande apprensione e, portando la mano alla sua pregevole veste, la squarciò esclamando: "Come! Io mi trovo in una città e tu sei qui a soffrir la fame? Non ho pazienza di sopportare tale vergogna!" Poi gli promise ogni sorta di buon trattamento e disse: "Non c'è altro rimedio se non che tu resti con me e mangi del mio sale." "O mio signore," rispose mio fratello, "non posso attendere oltre; poiché sto davvero morendo di fame." Così egli gridò: "Ehi, ragazzo! Porta il bacino e l'acquamanile;" e, volgendosi a mio fratello, disse: "O mio ospite, fatti avanti e lavati le mani." Mio fratello si alzò per farlo ma non vide né l'acquamanile né il bacino; tuttavia il suo ospite continuava a lavarsi le mani con sapone invisibile in acqua impercettibile e gridò: "Porta la tavola!" Ma mio fratello non vide ancora nulla. Allora disse l'ospite: "Fammi l'onore di mangiare di questa carne e non vergognarti." E continuò a muovere la mano avanti e indietro come se mangiasse e dicendo a mio fratello: "Mi stupisce vederti mangiare così poco: non trattenerti, poiché sono certo che tu sia affamato." Così mio fratello iniziò a fingere di mangiare mentre il suo ospite continuava a dirgli: "Serviti, e nota in particolare l'eccellenza di questo pane e il suo candore!" Ma mio fratello non vedeva ancora nulla. Allora disse tra sé: "Quest'uomo ama prendersi gioco della gente"; e rispose: "O mio signore, in tutti i miei giorni non ho mai conosciuto nulla di più invitante del suo candore o di più dolce del suo sapore." Il Barmecide disse: "Questo pane è stato cotto da una mia serva che ho comprato per cinquecento dinari." Poi gridò: "Ehi, ragazzo, porta il pasticcio di carne per la nostra prima portata, e bada che sia ben grasso"; e, volgendosi a mio fratello, disse: "O mio ospite, per Allah, hai mai visto nulla di meglio di questo pasticcio di carne? Ora, vita mia, mangia e non ti vergognare." Poco dopo gridò di nuovo: "Ehi, ragazzo, servi lo stufato marinato con dentro la ganga grassa"; e disse a mio fratello: "Alzati e mangia, o mio ospite, poiché in verità hai fame e necessiti di cibo." Così mio fratello iniziò a muovere le mascelle e fece finta di masticare e sgranocchiare, mentre l'ospite continuava a chiedere una portata dopo l'altra senza produrre nulla se non ordini di mangiare. Poco dopo gridò: "Ehi, ragazzo, portaci i polli ripieni di pistacchi"; e disse a mio fratello: "Vita mia, o mio ospite, ho ingrassato questi polli a forza di pistacchi; mangia, poiché non ne hai mai mangiati di simili." "O mio signore," rispose mio fratello, "sono davvero eccellenti." Allora l'ospite iniziò a fare cenno con la mano come se stesse offrendo a mio fratello un boccone; e non cessò di enumerare ed esaltare le varie portate all'uomo affamato, la cui fame si faceva sempre più violenta, tanto che il suo spirito bramava un pezzo di pane, fosse anche una focaccia d'orzo. Disse il Barmecide: "Hai mai assaggiato qualcosa di più delizioso del condimento di queste portate?"; e disse mio fratello: "Mai, o mio signore!" "Mangia di gusto e non vergognarti," disse l'ospite, e l'ospite: "Ho mangiato a sazietà di carne." Così l'anfitrione gridò: "Portate via e portate i dolci"; e volgendosi a mio fratello disse: "Mangia di questa conserva di mandorle, poiché è di prima scelta, e di queste frittelle al miele; prendi questa, vita mia, il sciroppo ne cola fuori." "Possa io non essere mai privato di te, o mio signore," rispose l'affamato e iniziò a interrogarlo sull'abbondanza di muschio nelle frittelle. "È mia consuetudine," rispose quegli: "mettono un peso di un dinaro di muschio in ogni frittella al miele e metà di tale quantità di ambra grigia." Per tutto questo tempo mio fratello continuò a muovere il capo e le mascelle finché il padrone gridò: "Basta così. Portaci il dessert!" Poi gli disse: "Mangia di queste mandorle, noci e uva passa; e di questo e quello (nominando diverse specie di frutta secca), e non vergognarti." Ma mio fratello rispose: "O mio signore, in verità sono pieno: non posso mangiare altro." "O mio ospite," ripeté l'ospite, "se hai voglia di queste squisitezze mangia: Allah! Allah! Non restare affamato"; ma mio fratello rispose: "O mio signore, colui che ha mangiato di tutte queste portate, come può essere affamato?" Allora rifletté e disse tra sé: "Farò in modo che si penta di questi scherzi." Poco dopo l'anfitrione gridò: "Portatemi il vino"; e, muovendo le mani nell'aria, come se glielo avessero posto davanti, porse a mio fratello una coppa e disse: "Prendi questa coppa e, se ti aggrada, fammelo sapere." "O mio signore," rispose quegli, "è notevolmente buona all'olfatto, ma sono abituato a bere vino di circa vent'anni." "Bussa allora a questa porta," disse l'ospite, "poiché non puoi bere nulla di meglio." "Per la tua gentilezza," disse mio fratello, facendo un gesto con la mano come se stesse bevendo. "Salute e gioia a te," esclamò il padrone di casa e finse di riempire una coppa e berla tutta; poi ne porse un'altra a mio fratello, il quale la tracannò e fece come se fosse ubriaco. Poco dopo prese l'ospite di sorpresa; e, sollevando il braccio finché il bianco dell'ascella apparve, gli rifilò una tale sberla sulla nuca che il palazzo ne risuonò. Poi lo colpì con una seconda sberla e l'anfitrione gridò ad alta voce: "Cos'è questo, o feccia della terra?" "O mio signore," rispose mio fratello, "tu hai mostrato molta gentilezza al tuo schiavo, lo hai ammesso nella tua dimora e gli hai dato da mangiare delle tue vivande; poi lo hai fatto bere del tuo vino vecchio finché è diventato ubriaco e turbolento; ma tu sei troppo nobile per non sopportare la sua ignoranza e perdonare la sua offesa." Quando il Barmecide udì le parole di mio fratello, rise fragorosamente e disse: "Da molto tempo sono solito farmi beffe degli uomini e fare il pazzo tra i miei intimi, ma mai prima d'ora mi sono imbattuto in qualcuno che avesse la pazienza e l'arguzia di assecondare tutti i miei umori tranne te: così ti perdono, e sarai in verità il mio compagno di bevute e non mi lascerai mai." Allora ordinò ai servi di apparecchiare la tavola sul serio ed essi portarono tutte le vivande di cui aveva parlato per scherzo; ed egli e mio fratello mangiarono fino a saziarsi; dopodiché si spostarono nella sala del bere, dove trovarono damigelle simili a lune che cantavano ogni sorta di canzoni e suonavano ogni sorta di strumenti. Lì rimasero a bere finché il vino ebbe la meglio su di loro e l'ospite trattò mio fratello come un intimo amico, tanto che divenne per lui come un fratello, e gli donò una veste d'onore e lo amò con estremo affetto. Il mattino seguente i due tornarono a banchettare e a gozzovigliare, e non cessarono di condurre questa vita per un periodo di vent'anni; alla fine dei quali il Barmecide morì e il Sultano prese possesso di tutte le sue ricchezze e spremette mio fratello dei suoi risparmi, finché fu ridotto in miseria senza un soldo in tasca. Così lasciò la città e fuggì seguendo la sua sorte; ma, quando fu a metà strada tra due città, gli arabi del deserto lo assalirono, lo legarono e lo portarono al loro accampamento, dove il suo carceriere iniziò a torturarlo, dicendo: "Compra la tua vita da me con il tuo denaro, altrimenti ti ucciderò!" Mio fratello iniziò a piangere e rispose: "Per Allah, non ho nulla, né oro né argento; ma sono tuo prigioniero; perciò fa' di me ciò che vuoi." Allora il beduino estrasse un coltello, dalla lama larga e così affilato che, se conficcato nella gola di un cammello, l'avrebbe recisa nettamente da una giugulare all'altra, e tagliò le labbra di mio fratello e divenne più insistente nel richiedere denaro. Ora, questo beduino aveva una bella moglie che, in assenza del marito, era solita fare avances a mio fratello e offrirgli i suoi favori, ma egli si teneva lontano da lei. Un giorno lei iniziò a tentarlo come al solito ed egli scherzò con lei e la fece sedere sulle sue ginocchia, quando ecco, entrò il beduino il quale, vedendo ciò, gridò: "Guai a te, o maledetto scellerato, vorresti forse disonorare mia moglie al posto mio?" Allora prese un coltello e tagliò il membro di mio fratello, dopodiché lo legò sul dorso di un cammello e, portandolo su una montagna, lo lasciò lì. Fu infine trovato da alcuni che lo riconobbero e gli diedero da mangiare e da bere e mi fecero sapere delle sue condizioni; al che uscii a cercarlo e lo riportai a Baghdad dove gli assegnai un sussidio sufficiente per vivere. Questa, dunque, o Comandante dei Credenti, è la storia dei miei sei fratelli e temevo di andar via senza raccontartela tutta e lasciarti nell'errore di giudicarmi simile a loro. E ora sai che ho sei fratelli a mio carico e, essendo più retto di loro, mantengo l'intera famiglia. Quando il Califfo udì la mia storia e tutto ciò che gli raccontai riguardo ai miei fratelli, rise e disse: "Dici il vero, o Uomo Silenzioso! Sei davvero parco nel parlare né vi è alcuna insolenza in te; ma ora va' via da questa città e stabilisciti in un'altra." E mi bandì con un editto. Lasciai Baghdad e viaggiai in paesi stranieri finché non seppi della sua morte e dell'ascesa di un altro al Califfato. Allora tornai a Baghdad dove trovai tutti i miei fratelli morti e mi imbattei in questo giovane, al quale resi il servizio più gentile, poiché senza di me sarebbe stato certamente ucciso. In verità egli mi calunnia e mi accusa di un difetto che non è nella mia natura; e ciò che riferisce riguardo all'impudenza, all'impiccioneria e all'insolenza è ozioso e falso; poiché in verità per causa sua lasciai Baghdad e viaggiai in moltissimi paesi finché non giunsi in questa città e lo incontrai qui in vostra compagnia. E non fu forse questo, o degna assemblea, segno della generosità della mia natura?

FINE DEL RACCONTO DEL SARTO.

Allora disse il Sarto al Re della Cina: — Quando udimmo il racconto del Barbiere e vedemmo l'eccesso della sua loquacità e il modo in cui aveva fatto torto a questo giovane, mettemmo le mani su di lui e lo rinchiudemmo, dopodiché sedemmo in pace, mangiammo e bevemmo e godemmo delle buone cose del banchetto nuziale fino all'ora del richiamo alla preghiera del pomeriggio, quando lasciai la compagnia e tornai a casa. Mia moglie mi accolse con sguardi torvi e disse: "Tu vai a divertirti tra i tuoi amici e lasci me a sedere a soffrire qui da sola. Perciò ora, a meno che tu non mi porti fuori e mi lasci avere un po' di divertimento per il resto della giornata, taglierò la corda e sarà causa della mia separazione da te." Così la portai fuori e ci divertimmo fino all'ora di cena, quando tornammo a casa e ci imbattemmo in questo Gobbo che era pieno di bevute e intonava queste rime:—

Chiaro è il vino, la coppa è fina; ✿ Simile a simile si combina: È vino e non coppa! ✿ È coppa e non vino!

Così lo invitai a cenare con noi e uscii a comprare del pesce fritto; dopodiché ci sedemmo a mangiare; e poco dopo mia moglie prese un pezzo di pane e un boccone di pesce e glieli cacciò in bocca ed egli soffocò; e, sebbene io l'abbia schiaffeggiato a lungo e con forza tra le scapole, morì. Allora lo portai via e riuscii a gettarlo nella casa di questo medico, l'Ebreo; e il medico riuscì a gettarlo nella casa dell'Intendente; e l'Intendente riuscì a gettarlo sulla via del sensale Nazareno. Questa, dunque, è la mia avventura che mi è accaduta proprio ieri. Non è forse più meravigliosa della storia del Gobbo? Quando il Re della Cina udì il racconto del Sarto, scosse il capo per il piacere; e, mostrando grande sorpresa, disse: "Ciò che è passato tra il giovane e quel ficcanaso di un Barbiere è in verità più piacevole e meraviglioso della storia del mio bugiardo furfante di un Gobbo." Poi ordinò a uno dei suoi Ciambellani di andare con il Sarto e portare il Barbiere fuori dalla prigione, dicendo: "Desidero udire il parlare di questo Uomo Silenzioso e sarà causa della vostra liberazione, tutti quanti: poi seppelliremo il Gobbo, poiché è morto da ieri, e innalzeremo una tomba sopra di lui."——E Shahrazad percepì l'aurora del giorno e cessò di dire il suo dire permesso.

Ora, quando fu la Trentaquattresima Notte,

Lei disse: Mi è giunto, o Re propizio, che il Re della Cina ordinò: "Portatemi il Barbiere che sarà causa della vostra liberazione; poi seppelliremo questo Gobbo, poiché è morto da ieri e innalzeremo una tomba sopra di lui." Così il Ciambellano e il Sarto andarono alla prigione e, rilasciato il Barbiere, tornarono poco dopo con lui dal Re. Il Sultano della Cina lo guardò e lo considerò attentamente ed ecco! era un uomo anziano, oltre il novantesimo anno; bruno di volto, bianca la barba, grigie le sopracciglia; con orecchie a sventola e naso prominente, con un'espressione di volto vacua, sciocca e presuntuosa. Il Re rise di questa figura buffa e gli disse: "O Uomo Silenzioso, desidero che tu mi racconti qualcosa della tua storia." Disse il Barbiere: "O Re dell'epoca, permettimi prima di chiederti qual è la storia di questo Nazareno e di questo Ebreo e di questo Musulmano e di questo Gobbo (il cadavere) che vedo tra voi? E ti prego, quale può essere lo scopo di questa assemblea?" Disse il Re della Cina: "E perché lo chiedi?" "Chiedo," rispose, "affinché la maestà del Re sappia che non sono un individuo insolente o un ficcanaso o un importuno impiccione; e che sono innocente delle loro calunniose accuse di troppo parlare; poiché io sono colui il cui nome è l'Uomo Silenzioso, e in verità è particolarmente felice il mio soprannome, come dice il poeta:—

Quando un soprannome o un nomignolo gli uomini designano, ✿ Sappi che la natura con il nome assai spesso si combina."

Allora disse il Re: "Spiegate al Barbiere il caso di questo Gobbo e ciò che gli accadde all'ora di cena; ripetetegli anche le storie raccontate dal Nazareno, dall'Ebreo, dall'Intendente e dal Sarto; e di nessuna utilità per me è un racconto ripetuto due volte." Essi fecero come ordinato, e il Barbiere scosse il capo e disse: "Per Allah, questo è un prodigio dei prodigi! Ora scopritemi il cadavere di codesto Gobbo." Sciolsero il sudario ed egli si sedette e, prendendo la testa del Gobbo in grembo, guardò il suo volto, e rise e sghignazzò finché cadde sulla schiena e disse: "Vi è meraviglia in ogni morte, ma la morte di questo Gobbo è degna di essere scritta e registrata in lettere d'oro liquido!" Gli astanti rimasero sbalorditi dalle sue parole e il Re si meravigliò e gli disse: "Che ti prende, o Uomo Silenzioso? Spiegaci le tue parole!" "O Re dell'epoca," disse il Barbiere, "giuro sulla tua beneficenza che c'è ancora vita in questo Gobbo Allegro!" Dopodiché trasse dalla sua fascia da barbiere una borsa, da cui prese un vasetto di unguento e unse con esso il collo del Gobbo e le sue arterie. Poi prese un paio di pinzette di ferro e, inserendole nella gola del Gobbo, estrasse il boccone di pesce con la sua lisca; e, quando apparve alla vista, ecco, era intriso di sangue. A quel punto il Gobbo starnutì un vigoroso starnuto e balzò in piedi come se nulla fosse accaduto e passandosi la mano sul volto disse: "Testimonio che non vi è altro dio all'infuori di Dio, e testimonio che Maometto è l'Apostolo di Dio." A questa vista tutti i presenti si meravigliarono; il Re della Cina rise finché svenne e allo stesso modo fecero gli altri. Poi disse il Sultano: "Per Allah, in verità questa è la cosa più meravigliosa che io abbia mai visto! O Musulmani, o soldati tutti, avete mai visto in vita vostra un uomo morire e tornare in vita? In verità, se Allah non gli avesse concesso questo Barbiere, sarebbe stato un uomo morto!" Dissero: "Per Allah, è un prodigio dei prodigi." Allora il Re della Cina ordinò di registrare questa storia, così la registrarono e la deposero negli archivi reali; dopodiché conferì costose vesti d'onore all'Ebreo, al Nazareno e all'Intendente, e ordinò loro di partire con ogni stima. Poi diede al Sarto un sontuoso abito e lo nominò suo sarto personale, con paga e indennità adeguate; e fece pace tra lui e il Gobbo, al quale presentò anch'egli uno splendido e costoso abito con un adeguato stipendio. Fece altrettanto generosamente con il Barbiere, dandogli un dono e una veste d'onore; inoltre gli assegnò un bel salario e lo creò chirurgo-barbiere di corte e lo rese uno dei suoi compagni di bevute. Così non cessarono di vivere la vita più piacevole e la più dilettevole, finché non giunse a loro il Distruttore di ogni delizia e il Separatore di ogni società, lo Spopolatore dei palazzi e il Raccoglitore per le tombe. Eppure, o Re di buon augurio! (continuò Shahrazad) questa storia non è affatto più meravigliosa di quella dei due Wazir e Anís al-Jalís. Disse sua sorella Dunyazad: "E quale può essere?"; al che lei iniziò a raccontare la seguente storia di

Arabo "Judri", letteralmente "piccole pietre", dalla sensazione di ghiaia dura delle pustole (Rodwell, p. 20). Si ritiene generalmente che la malattia sia originaria dell'Africa Centrale, dove è tuttora una piaga, e che sia passata in Arabia intorno al periodo della nascita di Maometto. Così si spiega solitamente la "guerra dell'elefante" (Corano, cap. cv.) quando l'esercito abissino di Abrahah, il cristiano, fu distrutto da rondini (Abábíl, che il Maggiore Price fa plurale di Abilah=una vescicola) che lasciarono cadere su di loro "pietre di argilla cotta", simili a veccia (Pilgrimage ii. 175). Si vedano per i dettagli Sale (in loco) che sembra accettare la difesa miracolosa della Ka'abah. Per gli orrori del vaiolo nell'Africa Centrale intertropicale, l'inoculazione, nota anche ai Badawin dell'Al-Hijáz, e altri dettagli, i lettori consultino "The Lake Regions of Central Africa" (ii. 318). Gli Indù "prendono il toro per le corna" e fanno coraggiosamente di "Sítlá" (il vaiolo) una dea, un'incarnazione di Bhawáni, dea della distruzione-riproduzione. In Cina si crede che il vaiolo risalga al 1200 a.C.; ma la cronologia del Regno di Mezzo attende ancora lo scettico.

Nota 498: In Europa dovremmo aggiungere "e tutti fuggirono, specialmente le donne". Ma il fatalismo inerente alla mente orientale fa la grande differenza.

Nota 499: Arabo "Uzayr". Esdra era una specie di Rip van Winkle. Stava cavalcando sopra le rovine di Gerusalemme quando era stata distrutta dai Caldei e dubitava in che modo Allah l'avrebbe restaurata; dopodiché morì e alla fine di cento anni tornò in vita. Trovò il suo cesto di fichi e la sua brocca di vino così come erano; ma del suo asino rimanevano solo le ossa. Queste furono richiamate in vita mentre Esdra guardava e l'asino cominciò subito a ragliare. Il che fu una lezione per Esdra (Corano, cap. ii). Il giuramento per gli zoccoli dell'asino serve a ridicolizzare l'ebreo. Maometto sembra aver avuto l'idée fixe che "gli ebrei dicono, Esdra è il figlio di Dio" (Corano ix.); potrebbe essere nato dall'eterodossa credenza ebraica che Esdra, quando la Legge andò totalmente perduta, la dettò tutta di nuovo agli scribi a memoria. La sua tomba con l'enorme cupola verde è tuttora visitata dagli ebrei di Baghdad.

Nota 500: Arabo "Bádhanj", dal persiano Bád (vento)-gír (acchiappatore): una tettoia di legno sul tetto a terrazza, universale nel vicino Oriente.

Nota 501: Il gobbo, in Arabia come nell'Europa meridionale, è guardato dal volgo con paura e avversione. La ragione è che di solito è più arguto dei suoi vicini.

Nota 502: Arabo "Yá Sattár"=O Tu che veli i segreti disonorevoli delle Tue creature.

Nota 503: Arabo "Nasráni", un seguace di Colui che viene da Nazaret, un nome più antico di "Cristiano" che (Atti xi., 26) fu dato per la prima volta ad Antiochia intorno al 43 d.C. Il grido ad Alessandria era solito essere "Ya Nasráni, Kalb awáni!"=O Nazareno! O cane osceno! (Pilgrimage, i., 160). "Cristiano" in arabo può essere espresso solo con "Masíhi"=seguace del Messia.

Nota 504: Arabo "Tasbíh",=Saluto nel Subh (mattino).

Nota 505: In Oriente le donne stanno in piedi nelle occasioni minori, mentre gli uomini si accovacciano sui talloni in un modo difficilmente possibile per un europeo non allenato. L'usanza è antica. Erodoto (ii., 35) dice: "Le donne stanno in piedi quando urinano, ma gli uomini si siedono". Si crederà che il Canonico Rawlinson sia stato troppo modesto per lasciare questo passaggio nella sua traduzione? L'usanza fu perpetuata dall'Al-Islam perché la posizione impedisce che l'escrezione tocchi i vestiti rendendoli cerimonialmente impuri; forse l'hanno presa in prestito dai Guebri. Il Dabistan, Porta xvi, dice: "È sconveniente, mentre si è in posizione eretta, urinare; è quindi necessario sedersi accovacciati e spingerla a una certa distanza, ripetendo l'Avesta mentalmente".

Nota 506: Questa è ancora una forma popolare di "Kinchin lay" (furto di vestiti ai bambini), e poiché i turbanti sono spesso di stoffa pregiata, la piccola industria paga bene.

Nota 507: Arabo "Wali"=Governatore; il termine è ancora in uso per il Governatore Generale di una Provincia in contrapposizione al "Muháfiz", o governatore distrettuale. Nell'Arabia orientale il Wali è il Governatore Civile in contrapposizione all'Amir o Comandante Militare. Sotto il Califfato il Wali agiva anche come Prefetto di Polizia (il Faujdár indiano), che ora è chiamato "Zábit". Il nome più antico per quest'ultimo era "Sáhib al-Shartah" (=capo della guardia) o "Mutawalli"; ed era suo dovere fare i giri di persona. Il vecchio "Charley", con la sua lanterna e il suo bastone, sorveglia ancora i bazar a Damasco.

Nota 508: Arabo "Al-Mashá ilí"=il portatore di una fiaccola (Mash'al) che era anche il boia. Nell'India anglosassone il nome è dato a un domestico di basso rango. Il "Mash'al" che Lane (M. E., cap. vi.) chiama "Mesh'al" e illustra, non deve essere confuso con il suo congenere la "Sha'ílah" o torcia (anche lampada, stoppino, ecc.).

Nota 509: Non ho bisogno di dire che la "caduta" civile è sconosciuta in Oriente, dove gli uomini vengono impiccati come a un pennone. Questo prolunga notevolmente la sofferenza.

Nota 510: Arabo "Lukmah":=un boccone. È ancora di moda tra gli orientali dai modi primitivi prendere una manciata di riso, ecc., appallottolarla e metterla in bocca a un amico honoris causâ. Quando l'amico è un europeo, l'espressione del suo viso è solitamente uno studio.

Nota 511: Non ho bisogno di notare che questa è un'antica pratica biblica. L'asino è usato per il lavoro cittadino come il cavallo per combattere e viaggiare, il mulo per i carichi e il dromedario per il deserto. Ma il Badawi, come l'indiano, disprezza la cavalcatura e canta:— La schiena del destriero è un posto nobile; Ma il mulo è disonore, l'asino vergogna! I begli asini bianchi, spesso alti tredici palmi, venduti dai Banu Salíb e da altre tribù Badawi, frutteranno 100 sterline e più. Cavalcai una bestiola da Mecca a Gedda (42 miglia) in una sola notte e arrivò con me al galoppo.

Nota 512: Una misura per aridi di circa cinque staia (Cairo). La pronuncia classica è Irdabb e misurava 24 sa'a (galloni), ognuna delle quali riempiva quattro mani tese.

Nota 513: "Al-Jawáli" dovrebbe essere Al-Jáwali (Al-Makrizi) e il Bab al-Nasr (Porta della Vittoria) è quella che conduce a Suez. Abitai in quel quartiere come mostrato nel mio Pilgrimage (i. 62).

Nota 514: Arabo "Al-'ajalah", riferito a un detto in bocca a ogni musulmano: "La pazienza viene dal Protettore (Allah): la fretta viene dall'Inferno". Quello e "Inshallah bukra!" (Se Dio vuole, domani!) sono le bêtes noires del viaggiatore.

Nota 515: Qui è un equivalente educato per "dateci dentro!"

Nota 516: La mano sinistra è usata in tutto l'Oriente per scopi di abluzione ed è considerata impura. Offrire la mano sinistra sarebbe un insulto gravissimo e nessun uomo si accarezza mai la barba con essa né mangia con essa: di qui, probabilmente, non si vede mai un uomo mancino in tutto l'oriente musulmano. In Brasile, per la stessa ragione, le persone all'antica non prendono tabacco da fiuto con la mano destra. E si racconta dei Khatai che preferiscono la mano sinistra, "Perché il cuore, che è il Sultano della città del Corpo, ha la sua dimora su quel lato" (Rauzat al-Safá).

Nota 517: Due nomi femminili; come potremmo dire Maria e Marta.

Nota 518: Era vicino ai due Palazzi del Califfo (Al-Kasrayn); ed era famoso nel XV secolo d.C. La Mahkamah (Tribunale) del Kazi occupa ora il posto dei Due Palazzi.

Nota 519: Una Kaysariah è un tipo superiore di bazar, un "bezestein". Quello nel testo sorgeva a est della strada principale del Cairo e fu costruito nel 502 dell'Egira (1108-9) da un Emiro circasso, noto come Fakhr al-Din Jahárkas, una corruzione del persiano "Chehár-kas"=quattro persone (Lane, i. 422, da Al-Makrizi e Ibn Khallikan). Per Jahárkas l'edizione Mac. ha Jirjís (Giorgio) un comune nome cristiano. Una volta alloggiai in una "Wakálah (il moderno Khan) Jirjis". Pilgrimage, i. 255.

Nota 520: Arabo "Secondo Giorno", cioè dopo il sabato, il vero riposo, così meravigliosamente ignorato dalla cristianità.

Nota 521: I lettori che desiderano sapere come un viaggiatore sia alloggiato in una Wakálah, Khan, o Caravanserraglio, consulteranno il mio Pilgrimage, i. 60.

Nota 522: L'occupazione originale della famiglia le aveva dato un nome, come tra noi.

Nota 523: Il solito "sfottò" o scherzo permesso anche alle donne modeste quando fanno acquisti, e — molte verità vengono dette per scherzo.

Nota 524: "La adamnák"=Il Cielo non ci privi di te, cioè, conceda che io ti veda spesso!

Nota 525: Questo è uno stile di approccio un po' cavalleresco; ma gli orientali in tali circostanze vanno dritti al punto, odiando filer le parfait amour.

Nota 526: La formula perentoria di uno schiavo che consegna un tale messaggio.

Nota 527: Questa sarebbe la nostra notte di giovedì, che precede il giorno delle preghiere pubbliche che possono essere eseguite solo in uno stato di purezza cerimoniale. Di qui molti musulmani vanno all'Hammam il giovedì e non hanno rapporti con le loro mogli fino alla notte di venerdì.

Nota 528: Lane (i. 423) dà ampi dettagli riguardanti l'Habbániyah, o quartiere dei venditori di grano nella parte meridionale del Cairo; e mostra che quando questa storia fu scritta (o trascritta?) la città era quasi estesa quanto lo è ora.

Nota 529: Nakíb è un capo carovana, un capo, un sindaco; e "Abú Shámah"=Padre di un neo sulla guancia, mentre "Abú Shámmah"=Padre di un annusatore, un naso, un grugno. Il "Kuniyah", soprannome, patronimico o matronimico, è necessario tra i musulmani la cui lista di nomi, tutti collegati più o meno con la religione, è così scarsa. Di qui il viaggiatore Buckingham era noto come Abu Kidr, il Padre di una pentola da cucina e Hajj Abdullah come Abu Shawárib, Padre di Baffi (Pilgrimage, iii., 263).

Nota 530: Più correttamente Bab Zawilah dal nome di una tribù dell'Africa Settentrionale. Questa porta risale alla stessa epoca della porta orientale o del deserto, Bab al-Nasr (1087 d.C.) ed è tuttora molto ammirata. M. Jomard la descrive (Description, etc., ii. 670) e ultimamente il mio buon amico Yacoub Artin Pasha ha richiamato l'attenzione su di essa nel Bulletin de l'Inst. Egypt., Deuxième Série, No. 4, 1883.

Nota 531: Questo ornamento si vede ancora nei vecchi saloni di Damasco: le iscrizioni sono solitamente frasi religiose, estratti dal Corano, ecc., in caratteri onciali. Prendono il posto dei nostri affreschi; e, come opera d'arte, sono generalmente di gran lunga superiori.

Nota 532: Arabo "Bayáz al-Sultání", il miglior tipo di gesso che brilla come marmo levigato. Lo stucco sulle mura di Alessandria, costruita da Alessandro dalle due Corna, era così squisitamente temperato e splendidamente lucidato che gli uomini dovevano indossare maschere per paura della cecità.

Nota 533: Questo Iklíl, un affare complicato, è ora obsoleto, il suo posto è stato preso dal "Kurs", un piatto d'oro, di circa cinque pollici di diametro, incastonato di gioielli, ecc. Lane (M. E. Appendice A) lo illustra.

Nota 534: La donna artista che applica il colorante è chiamata "Munakkishah".

Nota 535: "Baciare con il labbro interno", come lo chiama Shakespeare; la langue fourrée francese; e il sanscrito "Samputa". L'argomento del bacio è vasto in Oriente. Dieci diverse varietà sono debitamente enumerate nell'"Ananga-Ranga"; o, L'Arte Indù dell'Amore (Ars Amoris Indica) tradotto dal sanscrito e annotato da A. F. F. e B. F. R. È anche collegato all'unguiculazione, o impressione delle unghie, di cui ci sono sette tipi; morsicazione (sette tipi); toccare i capelli e colpetti o pacche con le dita e il palmo (otto tipi).

Nota 536: Arabo "asal-nahl", per distinguerlo dal "miele" cioè sciroppo di canna da zucchero e frutta.

Nota 537: Le righe sono apparse nella Notte xii. Per varietà do la versione di Torrens, p. 273.

Nota 538: Il modo di trasportare denaro nell'angolo di un fazzoletto è ancora comune.

Nota 539: Mandò le provviste per non essere in debito con lei in questa faccenda. E lei le ricevette per giudicare da ciò la sua liberalità.

Nota 540: Coloro che hanno visto il processo di vinificazione nel Libano capiranno facilmente perché viene sempre filtrato.

Nota 541: Arabo "Kulkasá", un tipo di arum o igname, mangiato bollito come le nostre patate.

Nota 542: All'inizio infilava il denaro nella biancheria da letto: ora lo dà apertamente e lei lo accetta per una ragione.

Nota 543: Arabo Al-Zalamah: lett.=tiranni, oppressori, applicato alla polizia e generalmente agli impiegati del Governo. È una parola che racconta una storia.

Nota 544: La legge musulmana non è mai completamente soddisfatta finché il criminale non confessa. Ignora anche totalmente le prove indiziarie e per ottime ragioni: tra un popolo così arguto, l'ammissione porterebbe a infiniti abusi. Sorpresi enormemente un certo Governatore Generale dell'India dandogli questa semplice informazione.

Nota 545: Tagliare la mano destra è la punizione coranica (cap. v.) per chi ruba un articolo del valore di quattro dinari, circa quaranta franchi o scellini. Il piede sinistro deve essere tagliato alla caviglia per una seconda offesa e così via; ma la morte è riservata a un criminale incallito. La pratica è ora obsoleta e il furto è punito dalla fustigazione, multa o prigione. I vecchi Guebri erano altrettanto severi. Per aver rubato un dirham prendevano una multa di due, tagliavano i lobi delle orecchie, davano dieci colpi di bastone e congedavano il criminale che era stato sottoposto a un'ora di prigione. Un secondo furto faceva raddoppiare le pene; e dopo di ciò la mano destra veniva tagliata o la morte veniva inflitta in proporzione a quanto rubato.

Nota 546: Corano viii. 17.

Nota 547: Un'usanza universale in Oriente, con l'obiettivo originariamente di mostrare che la bevanda non era avvelenata.

Nota 548: Fuori dalla pasta o dal budino.

Nota 549: Si suppone che bolle e brufoli siano causati da radici di capelli spezzate e in indostano sono chiamati Bál-tor.

Nota 550: Intendeva seppellirlo dignitosamente, un rispetto che i musulmani mostrano sempre anche agli esuvi del corpo, come capelli e ritagli di unghie. Tra i Guebri questi ultimi venivano raccolti e portati su qualche montagna. La pratica era intensificata dalla paura che demoni o maghi venissero in possesso delle spoglie.

Nota 551: Senza il quale il matrimonio non era valido. Il minimo è dieci dirham (dracme) ora valutati circa cinque franchi o scellini; e se un uomo si sposa senza nominare la somma, la donna, dopo il consumo, può costringerlo a pagare questo minimo.

Nota 552: Arabo "Khatmah"=leggere o recitare l'intero Corano, da una o più persone, solitamente in casa, non sopra la tomba. Come lo "Zikr", Litania o Rogazione, è un atto pio limitato a certe occasioni.

Nota 553: Arabo "Zírbájah"=carne condita con aceto, semi di cumino (pers. Zír) e spezie piccanti. Ne parleremo ancora nel seguito della storia.

Nota 554: Un detto non raro che significa, lasciate che ognuno faccia come gli sembra opportuno; anche="age quod agis": e a volte corrisponde al nostro proverbio sul calzare la scarpa giusta.

Nota 555: Arabo "Su'úd", un'Alpinia con rizoma pungente come lo zenzero; qui usato come contro-odore.

Nota 556: Arabo "Tá'ih"=perso nel "Tíh", un deserto in cui l'uomo può perdersi, tradotto nelle nostre mappe "Il Deserto dei Vagabondaggi", scil. dei figli di Israele. "Credat Judæus."

Nota 557: Cioè 125 sterline e 500 sterline.

Nota 558: Una grande somma veniva pesata da un professionista invece di essere contata, la ragione è che la moneta è per lo più vecchia e consumata: da qui le nostre parole "pound" (libbra) e "pension" (o ciò che viene pesato).

Nota 559: L'eunuco è il miglior intermediario possibile a causa del suo potere quasi illimitato sull'Harem.

Nota 560: Cioè una schiava cresciuta in casa e mai venduta se non per qualche ragione speciale, come l'ubriachezza abituale, ecc.

Nota 561: Introdurre uomini di contrabbando nell'Harem è un "argomento" classico dei racconti orientali. "Per mezzo delle loro serve, le signore dell'harem reale solitamente fanno entrare uomini nei loro appartamenti travestiti da donne". Dice Vatsyayana nel Kama Sutra, Parte V., Londra: Stampato per la Hindoo Kamashastra Society, 1883. Solo per circolazione privata.

Nota 562: Queste lacrime sono versate per la separazione passata. Così gli "Indiani" del Nuovo Mondo non si incontrano mai dopo una lunga separazione senza piangere amici comuni che hanno perso.

Nota 563: Un funzionario di grande importanza che si può vedere con il suo mento liscio e le labbra gonfie, balzare fuori dal suo pigro sonnellino all'ombra e impartire i suoi ordini più perentoriamente di qualsiasi Dogberry. Questi epiceni sono tanto curiosi ed eccezionali nel carattere quanto nella conformazione esterna. Disconnessi, in un certo modo, dall'umanità, sono coraggiosi, feroci e capaci di qualsiasi villania o barbarie (come Agha Mohammed Khan in Persia 1795-98). Il corpo è innaturalmente lungo e magro, specialmente le braccia e le gambe; con spalle alte, piatte e sottili; grandi articolazioni sporgenti e un viso per contrasto straordinariamente grande, una vera maschera; il Castrato è esperto nell'uso delle armi e siede a cavallo in modo ammirevole, cavalcando bene "dentro" la sella per ovvi motivi; e la sua voce rauca e spessa, che apparentemente non cambia, come nel "Cáppone" europeo, gli conferisce tutta la circostanza del comando.

Nota 564: Dal pozzo della Mecca usato dai musulmani molto come l'Eau de Lourdes dai cristiani: l'acqua è salmastra, di qui il tocco di umorismo arabo (Pilgrimage III., 201-202).

Nota 565: Tali articoli sarebbero stati sacri agli occhi dei musulmani.

Nota 566: Fisiologicamente vero, ma non generalmente menzionato nel descrivere le emozioni.

Nota 567: Correttamente "Uta", le diverse stanze, ogni "Odalisca", o concubina, avendo la sua.

Nota 568: Mostrando che il suo malessere mensile era finito.

Nota 569: Arabo "Muhammarah"=o rosolato davanti al fuoco o artificialmente arrossato.

Nota 570: L'insolenza e la licenza di queste ragazze di palazzo erano (e sono) illimitate; specialmente quando, come nel caso presente, hanno a che fare con un "sempliciotto". Su questo argomento corrono innumerevoli storie in tutto l'Oriente.

Nota 571: Cioè annerita dai fuochi di Jehannam.

Nota 572: Arabo "Bi'l-Salámah"=in sicurezza (per scongiurare il malocchio). Quando si visitano i malati è consuetudine dire qualcosa di civile; "Il Signore ti guarisca! Nessun male ti colga!" ecc.

Nota 573: Lavarsi durante la malattia è considerato pericoloso dagli arabi; e "andare all'Hammam" è, come ho detto, equivalente alla convalescenza.

Nota 574: Arabo "Máristán" (pronunciato Múristan) una corruzione del persiano "Bímáristán"=luogo di malattia, un ospedale molto caro ai vecchi Guebri (Dabistan, i., 165, 166). Quello di Damasco fu il primo ospedale musulmano, fondato da Al-Walid Figlio di Abd al-Malik l'Ommiade nel 88 dell'Egira=706-7. Beniamino di Tudela (1164 d.C.) lo chiama "Dar-al-Maraphtan" che il suo ultimo Editore spiega con "Dar-al-Mora-bittan" (dimora di coloro che richiedono di essere incatenati). Al-Makrizi (Khitat) attribuisce l'invenzione degli "Spedali" a Ippocrate; un altro storico a un antico Faraone "Manákiyush"; ignorando così i Re persiani, San Efrem (o Efraim) Siro ecc. Nel linguaggio moderno "Maristan" è un manicomio dove i maniaci sono trattati con tutti gli orrori che furono universali in Europa fino a pochi anni fa e di cui si trovano tracce occasionali fino ad oggi. Nel 1399 d.C. Katherine de la Court teneva un "ospedale nella Corte chiamata Robert de Paris"; ma il primo manicomio nella cristianità fu costruito dal legato Ortiz a Toledo nel 1483 d.C., e fu quindi chiamato Casa del Nuncio. Il "Maristan" di Damasco fu descritto da ogni viaggiatore del secolo scorso: e mostrava un curioso contrasto tra il trattamento del maniaco e quello dell'idiota o stupido, a cui è umanamente permesso di vagare senza danni, se non addirittura tenuto in conto di Santo. Quando l'ho visto l'ultima volta (1870) era quasi vuoto e per lo più in rovina. Per quanto ne so, gli Stati Uniti sono l'unico paese dove gli insani sono trattati razionalmente dai sani.

Nota 575: Di qui il detto banale "Chi beve l'acqua del Nilo desidererà sempre berla di nuovo". "Leggera" significa acqua facilmente digeribile; e la grande prova è essere in grado di berla di notte tra i sonni, senza indigestione.

Nota 576: "Níl" nel linguaggio popolare è il Nilo in piena, sebbene usato anche per il Fiume come nome proprio. Gli egiziani (moderni così come antichi), hanno tre stagioni Al-Shitá (inverno), Al-Sayf (estate) e Al-Níl (il Nilo cioè stagione della piena, la nostra mezza estate); corrispondenti ai mesi di Crescita; mesi di Raccolto (o granaio) e mesi di Piena della razza più antica.

Nota 577: Queste righe sono nell'Edizione Mac.

Nota 578: Arabo "Birkat al-Habash", un serbatoio che esisteva anticamente nel Cairo meridionale: Galland (Notte 128) dice "en remontant vers l'Éthiopie".

Nota 579: L'Edizione Bres. (ii., 190) da cui prendo questa descrizione, allude qui alla ben nota Isola, Al-Rauzah (Rodah)=Il Giardino.

Arab. "Laylat al-Wafá," la notte del compimento o dell'abbondanza del Nilo (piena), solitamente tra il 6 e il 16 agosto, quando il governo proclama che il Nilometro mostra un innalzamento di 16 cubiti. Naturalmente si tratta di una grande festa e di una solenne cerimonia, poiché l'Egitto è ancora il dono del Nilo (Lane M. E. cap. xxvi—un'opera che sarebbe molto migliorata da un indice migliore).

Nota 581: vale a dire, l'ammirazione sarà completa.

Nota 582: Arab. "Sáhil Masr" (Misr): da qui suppongo le _villes maritimes_ di Galland.

Nota 583: Una similitudine favorita, suggerita dal luccichio spezzato e dallo scintillio del fiume sotto i raggi livellati e la brezza del vespro.

Nota 584: Arab. "Halab," derivato dai musulmani da "Egli (Abramo) mungeva (halaba) la vacca bianca e fulva." Ma il nome della città appare nei cuneiformi come Halbun o Khalbun, e i classici la conoscevano come Βέροια, Beroea, scritta con varianti.

Nota 585: Arab. "Ká'ah," solitamente un salone; ma qui e altrove nelle Notti applicato anche a una casa signorile.

Nota 586: Arab. "Ghamz"=strizzare l'occhio, fare segni con gli occhi che, tra i musulmani, non è considerato "volgare".

Nota 587: Arab. "Kamís" dal basso latino "Camicia", trovato per la prima volta in San Girolamo:—"Solent militantes habere lineas, quas Camicias vocant." La nostra camicia, chemise, chemisette, ecc. era sconosciuta agli antichi d'Europa.

Nota 588: Arab. "Narjís." Gli arabi non presero nulla, ma i persiani molto, dalla mitologia greca. Da qui l'occhio di Narciso, un'idea difficilmente suggerita dall'aspetto del fiore del narciso (o asfodelo), è a volte lo sguardo di una spia e a volte lo sguardo languido di un'amante. Alcuni studiosi lo spiegano con la forma del fiore, il calice interno che somiglia all'iride, e il gambo piegato appena sotto i petali che suggerisce palpebre cadenti e occhi languidi. Di qui un poeta si rivolge al Narciso:—

O Narjis, distogli lo sguardo! Davanti a quegli occhi ✿ non posso baciarla mentre giace col petto scoperto. Cosa! L'amante chiuderà gli occhi nel sonno ✿ mentre i tuoi osservano ogni cosa tra terra e cieli?

L'amante alla moda in Oriente deve ostentare una folle gelosia se non la prova.

Nota 589: In Egitto non ci sono né letti né camere da letto: i tappeti e i materassi, i cuscini e le imbottiture (le lenzuola essendo sconosciute) vengono stesi quando occorre, e durante il giorno sono riposti in casse o armadi, o semplicemente arrotolati in un angolo della stanza (Pilgrimage i., 53).

Nota 590: Le donne di Damasco sono sempre state famose per la gelosia sanguinaria che i libri di fiabe e i romanzi europei attribuiscono alla "dama spagnola". Gli uomini erano altrettanto celebri per l'intolleranza e il fanatismo, di cui leggiamo per la prima volta ai tempi di Bertrandon de la Brocquière e che culminarono nel massacro del 1860. Eppure sono una razza notoriamente timida e costituiscono, fisicamente e moralmente, i peggiori dei soldati: lo provammo sotto il mio compianto amico Fred. Walpole nei Bashi-Buzuk durante la vecchia guerra di Crimea. Gli uomini sembravano dei bei tipi e dopo un mese di accampamento scaddero alla condizione di vecchie donne.

Nota 591: Arab. "Rukhám," propriamente=alabastro e "Marmar"=marmo; ma i due sono spesso confusi.

Nota 592: Era cerimonialmente impuro dopo aver toccato un cadavere.

Nota 593: La frase è perfettamente appropriata: Il Cairo senza "il suo Nilo" non sarebbe nulla.

Nota 594: "Il mercato era caldo" dicono gli indostani. Questo iniziava tra le 7 e le 8 del mattino.

Nota 595: Arab. Al-Faranj, gli europei in generale. Deriva da "Gens Francorum" e risale ai giorni delle Crociate quando i francesi svolgevano il ruolo principale. Da qui la Lingua Franca, il gergo levantino, di cui Molière ha lasciato un così arguto esempio.

Nota 596: Un processo familiare alla chirurgia europea della stessa epoca.

Nota 597: In segno di delusione, rimpianto, vessazione; un gesto ancora comune tra i musulmani e corrispondente per significato in una certa misura con il nostro battere i piedi, torcersi le mani e così via. Non è menzionato nel Corano dove, tuttavia, troviamo "mordersi le estremità delle dita per la rabbia" contro un uomo (cap. iii).

Nota 598: Questo non è uno scandalo immeritato. I cairoti, specialmente la metà femminile (per ragioni date altrove), sono sempre stati considerati estremamente dissoluti. Anche il pudico Lane riporta una storia "scioccante" di una donna che si gode il suo amante sotto il naso del marito e chiude quest'ultimo in un manicomio (cap. xiii). Con la civiltà, che obietta al buon vecchio rimedio, la spada, diventano peggiori: e la corte del Kazi è affollata di aspiranti divorziate. Sotto il dominio inglese il male ha raggiunto il suo apice perché rimane impunito: nei viali del nuovo Quartiere Isma'iliyah, abitato dagli europei, le donne, anche giovani, minacciano di esporre le proprie persone a meno che non ricevano "bakhshísh". Era lo stesso nel Sind quando i mariti erano rassicurati che sarebbero stati impiccati per aver ucciso le mogli adultere: subito dopo la conquista le donne si scatenarono; e nel 1843-50, se un giovane ufficiale mandava al bazar per una ragazza, mezza dozzina si sarebbe incamminata verso i suoi alloggi. Anzi, più di una volta le prostitute di professione minacciarono di presentare una petizione a Sir Charles Napier perché le "donne pudiche", le "signore" stavano togliendo il pane di bocca a loro. Lo stesso avveniva a Kabul (Caboul) in Afghanistan nella vecchia guerra del 1840; e qui le donne avevano più scuse, essendo i mariti noti sodomiti come dice la canzone:—

Il valore della fenditura l'afghano conosce; Il valore del buco l'uomo di Kábul.

Nota 599: In modo che non debba avere a che fare con tre sorelle germane. Inoltre tra i musulmani la condotta di una ragazza è presagita da quella di sua madre; e se una sorella va per la cattiva strada, ci si aspetta che l'altra faccia lo stesso. In pratica la regola si applica ovunque: "tale madre, tale figlia."

Nota 600: In segno di dissenso; in opposizione all'annuire con la testa che significa assenso. Questi sono due elementi, apparentemente istintivi e universali, del linguaggio gestuale dell'uomo che è stato così altamente coltivato da svariate tribù nordamericane e dagli istituti per sordomuti d'Europa.

Nota 601: Questo "Futur" è la vera "colazione" dell'Oriente, la "Chhoti házri" (petit déjeûner) dell'India, un pezzo di pane, una tazza di caffè o tè e una pipa al risveglio. Nel testo, tuttavia, è un affare cerimonioso.

Nota 602: Arab. "Nahs," una parola dai molti significati; un aspetto sinistro delle stelle (come in ebraico e aramaico) o, come aggettivo, sinistro, di cattivo augurio. Volgarmente è usato come l'opposto di piacevole e corrisponde, in un certo senso, al nostro "nasty" (sgradevole).

Nota 603: Il "giardinaggio alle finestre", nuovo in Inghilterra, è un'antica pratica in Oriente.

Nota 604: Il suo istinto di ruffiana le rivelò subito il caso.

Nota 605: Il solito "trucco della mezzana" per ottenere più denaro.

Nota 606: Lo scrittore intende dire che il racconto della vecchia era tutto falso, per aumentare le difficoltà apparenti e pour se faire valoir.

Nota 607: Arab. "Yá Khálati"=sorella di madre; un appellativo familiare verso gli anziani, come zio o zione (fratello di padre) verso un uomo. Gli arabi sostengono anche che come una ragazza somiglia a sua madre, così un ragazzo segue suo zio (fratello di madre): da qui l'appellativo "Ya tayyib al-Khál!"=O tu nipote di un buon zio. Ho notato che fisicamente questo è spesso un fatto.

Nota 608: "Ay w' Alláhi," contratto popolarmente in Aywa, una parola in ogni bocca musulmana e evitata dai cristiani perché contraria agli ordini ebraici e cristiani. I turchi più istruiti ora evitano quel riferimento eterno ad Allah che appare nelle Notti e che è ancora l'usanza del volgo in tutto il mondo dell'Al-Islam.

Nota 609: Il "Muzayyin" o barbiere in Oriente porta il suo bacile e la sua borsa sotto il braccio: non si accontenta di radere, deve raschiare la fronte, spuntare le sopracciglia, passare la lama leggermente sul naso e correggere le linee superiori e inferiori dei baffi, aprendo la riga centrale e così via. Non è un tantino meno chiacchierone e scandalista del vecchio tonsor romano o di Figaro suo confratello nell'Europa meridionale. L'intera scena del Barbiere è ammirevole, un eccellente esempio di umorismo arabo e non troppo caricaturale. Tutti noi l'abbiamo incontrato.

Nota 610: Abdullah ibn Abbas era cugino e compagno dell'Apostolo; anche un noto commentatore del Corano e conservatore delle tradizioni di Maometto.

Nota 611: Ho notato l'antichità di questo padre del nostro sestante, un frammento del quale fu trovato nel Palazzo di Sennacherib. Altro riguardo all'"Arstable" (come lo chiama Chaucer) è dato nel mio "Camoens: his Life and his Lusiads" p. 381.

Nota 612: Arab. "Simiyá" che fa rima con Kímiyá (l'alchimia vera e propria). È un ramo subordinato dell'Ilm al-Ruháni che tradurrei "Spiritualismo", e che è diviso in due grandi rami, "Ilwí o Rahmáni" (l'alto o relativo alla Divinità) e Siflí o Shaytáni (basso, satanico). A quest'ultimo appartiene Al-Sahr, la magia o l'arte nera vera e propria, la stregoneria, mentre Al-Simiyá è la magia bianca, l'elettro-biologia, una specie di magia naturale e ingannevole, in cui droghe e profumi esercitano un'azione importante. Uno dei suoi rami principali è il Darb al-Mandal o specchio magico, di cui parlerò più avanti. Vedi Boccaccio, Giornata x, Novella 5.

Nota 613: Cap. iii. 128. Vedi Sale (in loco) per la nobile applicazione di questo testo da parte dell'Imam Hasan, figlio del Califfo Alì.

Nota 614: Questi proverbi ci ricordano subito il nostro vecchio amico Sancho Panza e sono altrettanto fedeli alla natura nella bocca dell'arabo e dello spagnolo.

Nota 615: Le nostre balie portano sempre tra le braccia: gli arabi mettono i bambini a cavalcioni sull'anca e quando sono più grandi sulla spalla.

Nota 616: Gli abiti orientali permettono questa biblica manifestazione di dolore e vessazione, che con il nostro abbigliamento europeo sembrerebbe assurda: dobbiamo accontentarci di maltrattare i nostri cappelli.

Nota 617: Corano xlviii., 8. Si può osservare che secondo gli Ahádis (detti del Profeta) e la Sunnat (detti e fatti di Maometto), tutti i capelli dovrebbero essere lasciati crescere o l'intera testa essere rasata a zero. Di qui la "Shúshah", o ciuffo superiore che si suppone venga lasciato come maniglia per trascinare chi lo porta in Paradiso; e lo Zulf, o ciocche laterali, simili ai riccioli degli ebrei polacchi, sono entrambi vani "Bida'at", o innovazioni, e quindi tecnicamente definiti "Makrúh", una pratica non lodevole, né "Halál" (perfettamente lecita) né "Harám" (vietata dalla legge). Quando i ragazzi vengono rasati per la prima volta, generalmente nel secondo o terzo anno, viene lasciato un ciuffo sulla corona e un altro sulla fronte: ma questa non è la moda tra gli adulti. Abu Hanifah, se sono ben informato, scrisse un trattato sulla Shushah o lunga ciocca che cresce dalla Násiyah (nuca) che è anche una precauzione affinché la bocca del musulmano decapitato non venga profanata da una mano impura; e così somiglierebbe alla ciocca cavalleresca con cui il guerriero pellerossa (e persino il "cowboy" dei tempi migliori) facilitava la rimozione del proprio scalpo. Forse i turchi avevano imparato la pratica dai cinesi e l'avevano introdotta a Baghdad (Pilgrimage i., 240). I Badawi intrecciano le loro ciocche in Kurún (corna) o Jadáil (riccioli) che vengono sciolti solo per essere lavati con l'acqua della cammella. I fieri Sceriffi portano Haffah, lunghe ciocche da elfo che pendono lungo entrambi i lati della gola, e rasate per circa la larghezza di un dito intorno alla fronte e dietro il collo (Pilgrimage iii., 35-36). Ho notato altrove gli accroche-cœurs, l'"idiot-fringe", ecc.

Nota 618: Le carni sono raramente colorate nei giorni moderni; ma i cuochi persiani sono grandi esperti nel colorare il riso per il "Puláo" (che noi chiamiamo con la sua corruzione turca "pilaff"): a volte appare nei colori dell'arcobaleno, rosso, giallo e blu; e in India è ricoperto con foglie d'oro e d'argento. L'Europa mantiene la pratica di colorare le uova di Pasqua, la sopravvivenza dell'uovo terreno che fu covato al tempo di Pasqua; e sono tinte di rosso in allusione al Sangue della Redenzione.

Nota 619: Come ho notato, questa è una miscela.

Nota 620: Noi diciamo:—

Di rado il padre nel figlio vediamo: Egli a volte sorge nel terzo grado.

Nota 621: Arab. "Ballán" vale a dire il servitore personale: "Ballánah" è una cameriera.

Nota 622: Arab. "Darabukkah" un tamburo fatto di legno o terracotta (Lane, M. E., xviii.), e usato da tutti in Egitto.

Nota 623: Arab. "Naihah" più generalmente "Naddábah" Lat. præfica o carina, una piagnona assoldata, la "Keener" irlandese alla conclamatio o coronach, dove l'Hullabaloo, Hulululu o Ululoo mostrava il dolore dei sopravvissuti.

Nota 624: Queste rime, che sono come le nostre melodie di strada, sono ora dimenticate e altre hanno preso il loro posto. Alcuni anni fa si sentiva spesso, "Dus ya lallí" (calpesta, o mia gioia) e "Názil il'al-Ganínah" (Giù nel giardino) e queste a loro volta diventano obsolete. Lane (M. E. cap. xviii.) riporta la prima, es.:

Calpesta, o mia gioia! Calpesta, o mia gioia! L'amore del mio amore porta grave affanno,

Un ritornello per strofe come:—

Damigelle d'Alessandria rare! ✿ Delicatamente sul pavimento camminate: Le vostre labbra sono dolci, sono dolci come zucchero, ✿ e scialli di Cashmere ricamati indossate!

Si può notare che il "canticchiare" non è una pratica favorita dai musulmani; se uno della compagnia inizia, un altro dirà: "Vai al Kahwah" (la caffetteria, il vero locale di musica) "e canta lì!" Ho osservato altrove la loro avversione per Al-sifr o il fischio.

Nota 625: Arab. Khalí'a=logoro, astuto, un fuorilegge; usato come lo spagnolo "Perdido".

Nota 626: "Zabbál" è lo spazzino, lett. un estrattore di sterco, specialmente per l'uso dell'Hammam che è riscaldato con gli escrementi degli animali. "Wakkád" (fuochista) è il servitore che alimenta il fuoco. I versi sono mere sciocchezze per soddisfare l'umore del Barbiere.

Nota 627: Arab. "Yá bárid"=O sciocco.

Nota 628: Questa forma di benedizione è cantata dal Minareto circa mezz'ora prima di mezzogiorno, quando i fedeli prendono i loro posti nella moschea. A mezzogiorno c'è il solito Azán o richiamo alla preghiera, e ogni uomo esegue due inchini, in onore della moschea e della sua assemblea, per così dire. Il Profeta viene poi benedetto e un secondo Salám viene chiamato dall'ambo rialzato o piattaforma ("dikkah") dai teologi che ripetono il richiamo di mezzogiorno. Poi un Imam recita la prima Khutbah, o sermone "di lode"; e la congregazione adora in silenzio. Questo è seguito dalla seconda esortazione "di Wa'az", che dispensa le parole di saggezza. L'Imam ora si alza davanti al Mihráb (nicchia di preghiera) e recita l'Ikámah che è l'Azan comune con una sola differenza: dopo "Accorrete alla salvezza" aggiunge "È giunto il tempo della supplica"; da cui il nome, "far" (preghiera) stare (vale a dire, iniziare). Qui i fedeli recitano il Farz o preghiera di mezzogiorno del venerdì comandata dal Corano; e i fanatici aggiungono una schiera di supererogazioni. Coloro che volessero studiare l'argomento possono consultare Lane (M. E. cap. iii. e il suo riassunto nelle sue "Arabian Nights", I, p. 430, o nota 69 al Cap. v.)

Nota 629: vale a dire, le donne sciolsero i capelli; un'immodestia sanzionata solo da una grande calamità.

Nota 630: Questi piccoli negozi sono composti da un "but" e un "ben" (Pilgrimage i. 99.)

Nota 631: Arab. "Kawwád", un termine popolare di abuso; da qui lo spagnolo e portoghese "Alcoviteiro". L'italiano "Galeotto" deriva da Galahalt, non Galahad.

Nota 632: vale a dire "uno che cerca assistenza in Allah". Era il figlio di Al-Záhir bi'lláh (uno preminente per decreto di Allah). Lane dice (i. 430), "pronipote di Harun al-Rashid", alludendo al primo Mustansir figlio di Al-Mutawakkil (regn. A.H. 247-248=861-2). Ma questo è il 56° Abbaside e regn. A.H. 623-640 (=1226-1242).

Nota 633: Arab. "Yaum al-Id", il Kurban Bairam dei turchi, la festa del Pellegrinaggio. La storia è storica. Nel "Akd", una miscellanea compilata da Ibn Abd Rabbuh (volg. Rabbi-hi) di Cordova, che morì A.H. 328=940 leggiamo:—Un parassita trovò dieci criminali e li seguì, immaginando che stessero andando a un banchetto; ma ecco, stavano andando incontro alla morte. E quando furono uccisi e lui rimase, fu portato davanti al Khalifah (Al-Maamun) e Ibrahim figlio di Al-Mahdi raccontò una storia per ottenere il perdono per l'uomo, dopodiché il Khalifah lo perdonò. Lane ii, 506.

Nota 634: Arab. "Nata' al-Dam"; la parola precedente fu notata nella Storia del Toro e dell'Asino. La pelle del sangue non era dissimile dal Sufrah e poteva essere ripiegata in una borsa da una corda che passava attraverso anelli attorno ai bordi. I carnefici musulmani erano molto esperti e raramente fallivano nel tagliare la testa con un singolo colpo della lama sottile e stretta con taglio di rasoio, dura come il diamante, che contrastava così fortemente con il grande rozzo mannaia del boia europeo.

Nota 635: Il piano terra, che in tutti i paesi caldi è considerato, e giustamente, malsano durante il sonno, è solitamente affittato per negozi. Questo è anche il caso in tutta l'Europa meridionale, e si estende alle Isole Canarie e al Brasile.

Nota 636: Questa contemplazione seria dello scenario stradale è uno dei piaceri degli Harem.

Nota 637: Dovremmo dire "gli sorrise": la risata non era intesa come un affronto.

Nota 638: Arab. "Fals ahmar." Fals è una squama di pesce, anche la moneta più piccola e il plurale "Fulús" è il termine volgare per denaro (=Ital. quattrini) senza specificare la moneta. Non deve essere confuso con il "Fazzah", alias "Nuss", alias "Páráh" (Turc.); quest'ultimo essendo fatto, non di "rame rosso" ma di una vile lega contenente come l'"Asper" greco, un po' d'argento; e rappresentando, quando alla pari, il quarantesimo di una piastra, quest'ultima essendo=2d. ⅖.

Nota 639: Arab. "Farajiyah", una veste a maniche lunghe; la "Farageeyeh" di Lane, M. E., cap. i.

Nota 640: Il sarto in Oriente, come nell'Europa meridionale, è fatto tagliare la stoffa in presenza del proprietario per evitare il furto.

Nota 641: In attesa di un regalo.

Nota 642: Alludendo al detto, "Il bacio è la chiave per la gattina".

Nota 643: Il "trucco del pannello" è fatalmente comune in tutto l'Oriente, dove un uomo trovato in casa di un altro è impotente.

Nota 644: Questo era l'inizio di giochi pesanti che spesso finiscono in una bastonata.

Nota 645: Le tinture per capelli, in Oriente, sono tutte di materia vegetale, henné, foglie di indaco, noci di galla, ecc.: le nostre tinture minerali sono, felicemente per loro, sconosciute. Herklots fornirà una miriade di ricette. La miscela egiziana che ho citato in Pilgrimage (ii., 274) è solfato di ferro e ammoniuro di ferro una parte e noci di galla due parti, infuse in otto parti di acqua distillata. È innocua ma molto scadente come tintura.

Nota 646: Arab. Amrad, etimologicamente "senza barba e bello", ma spesso usato in senso cattivo, per denotare un effeminato, un catamite.

Nota 647: Gli indù preferiscono "avere i punti cardinali come unico indumento". Vêtu de climat, dice Madame de Stael. A Parigi le statue nude sono "drappeggiate in blu ceruleo". Rabelais (iv., 29) veste Re Carnevale in grigio e oro dal taglio comico, niente davanti, niente dietro con maniche dello stesso.

Nota 648: Questa scena veniva messa in atto alcuni anni fa a Parigi a beneficio di spettatori nascosti, un giovane americano essendo la vittima. Fu interrotta quando uno degli spettatori perse l'occhio per una pugnalata di temperino nella "fessura".

Nota 649: Intendendo che lo scherzo era stato fatto dalla moglie o dalla figlia del Wazir. Potrei menzionare svariati nomi al Cairo le cui affascinanti proprietarie hanno fatto cose peggiori di questo scherzo indecoroso.

Nota 650: Arab. "Shayyun li'lláhi", una formula da mendicante=per amor di Dio.

Nota 651: Notando quanto diventano acuti d'orecchio i ciechi.

Nota 652: I ciechi in Egitto sono noti per insolenza e violenza, fanatismo e rapacità. Non pochi stranieri ne hanno sofferto (Pilgrimage i. 148). Nei tempi passati molti venivano accecati nell'infanzia dalle loro madri, e altri si accecavano da soli per sfuggire alla coscrizione o all'onesto duro lavoro. Potevano sempre ottenere cibo, specialmente come Mu'ezzin; ed erano preferiti perché non potevano approfittare del minareto spiando le famiglie dei vicini. La razza egiziana è cronicamente debole di vista, l'effetto del clima umido e caldo della valle, dove l'oftalmia prevaleva anche durante i giorni pre-faraonici. Il grande Sesostri morì cieco come una pietra e il suo successore perse la vista per dieci anni (Pilgrimage ii., 176). Che i Fellah siano ora congenitamente deboli di vista, si può vedere confrontandoli con i negri importati dall'Africa Centrale. L'oftalmia infuria, specialmente durante la stagione umida, nella valle del basso Nilo; e la cura migliore per essa è un viaggio di quindici giorni nel Deserto dove, nonostante il riverbero, la sabbia e il vento, l'occhio recupera prontamente il tono.

Nota 653: vale a dire Con calci e schiaffi, e colpi, come è l'usanza. (Pilgrimage i., 174.)

Nota 654: Arab. Káid (da cui "Alcayde") una parola ancora molto usata nell'Africa nord-occidentale.

Nota 655: Arab. "Sullam"=lett. una scala; un telaio di bastoni, usato a modo dei nostri triangoli o gogne per le frustate.

Nota 656: Per sola continuità — questa è la FINE della sezione precedente, già tradotta. NON tradurla di nuovo e NON ripeterla nel tuo output. Rispetta i suoi nomi, la terminologia e il registro: --- Al-Sayf (estate) e Al-Níl (il Nilo cioè stagione della piena, la nostra mezza estate); corrispondenti ai mesi di Crescita; mesi di Raccolto (o granaio) e mesi di Piena della razza più antica. Nota 577: Queste righe sono nell'Edizione Mac. Nota 578: Arabo "Birkat al-Habash", un serbatoio che esisteva anticamente nel Cairo meridionale: Galland (Notte 128) dice "en remontant vers l'Éthiopie". Nota 579: L'Edizione Bres. (ii., 190) da cui prendo questa descrizione, allude qui alla ben nota Isola, Al-Rauzah (Rodah)=Il Giardino.

Nota 580: Arabo "Al-Safar Zafar", un proverbio molto comune, spesso citato per incoraggiare il viaggiatore. Nota 581: "Il re" intende qui il Sultano, o più probabilmente il Governatore. Nota 582: Si riferisce all'usanza orientale di bere per primi per dimostrare che il liquido non è avvelenato. Nota 583: Arabo "Bádhanj", dall'arabo "Bád-gír" (acchiappavento). È un dispositivo essenziale in Persia e in Mesopotamia per raffreddare le case, ma quasi sconosciuto al Cairo, dove il vento prevalente è il "Naveed" o vento del nord. Nota 584: Arabo "Amír". Nota 585: Il "bastinado" o bastonatura alle piante dei piedi. Nota 586: Il "drop" o caduta nel vuoto, che non esisteva nelle esecuzioni orientali, dove il condannato veniva spesso impiccato a un gancio o a una sbarra orizzontale, morendo per soffocamento lento. Nota 587: In arabo "Ardabb", una misura di capacità che varia a seconda della regione, ma che equivale approssimativamente a cinque staia. Nota 588: Arabo "Al-Bostáni", nome di famiglia derivato dal mestiere di giardiniere. Nota 589: Allude all'usanza di portare i bambini a cavalcioni sulla spalla o sull'anca, un modo comune di trasportare i piccoli in tutto l'Oriente. Nota 590: L'espressione araba "Al-Sahr" si riferisce all'arte magica oscura, distinta dalla "Simiyá" o magia bianca. Nota 591: Arabo "Ballán" (inserviente) e "Ballánah" (serva). Nota 592: "Darabukkah", un piccolo tamburo a forma di calice suonato con le dita. Nota 593: Si riferisce all'usanza delle donne di osservare la vita frenetica della strada dalle "Mashrabiyyah" o grate di legno della casa, uno dei rari piaceri concessi alla vita confinata dell'Harem. Nota 594: Il "Ká'ah" è il salone principale della casa orientale. Nota 595: Si riferisce alla convinzione che ridere in faccia a qualcuno non sia necessariamente un insulto, ma un modo per mostrare familiarità o scherno bonario.

Mustapha=il Prescelto, ivi. Mutawalli=Prefetto di Polizia, 259 Muzayyin=Figaro d’Oriente, 304 Nabút=bastone da guardia, 234 Nadd, un profumo composto, 310 Naddábah=donna che piange i morti, 311 Nadím=compagno di bevute, 46 Nafas=respiro, 107 Nafs=anima, vita, ivi. Nahás asfar=ottone, 40 Nahás (ahmar)=rame, ivi. Nahnu málihín=siamo in termini di sale, 344 Nahs=ripugnante, 301 Naihah=prefica, donna pagata per piangere, 311 Nudità parafrasata, 327 Nakíb=capo carovaniere, capo, sindico, 269 Nome di Allah introdotto in un racconto indecente essenzialmente egiziano, 12 Narjis=Narciso, 294 Naskh=scrittura corsiva, 128 Nasráni=seguace di Colui che viene da Nazareth, 258 Nat'a=pelle usata come tovaglia, 20 Nata' al-dam=la pelle del sangue, 318 Ombelico, quanto a bellezza e salute, 84 Vicinanza del posto come segno d’onore, 250 Negri preferiti da donne dissolute, 6 Luna nuova che segna l’inizio del Ramazán, osservata con cura, 84 Acqua del Nilo dolce e leggera, 290 Diciannove, l’età di una zitella un po’ attempata in Egitto, 212 Allegria rumorosa scandalosa per la "rispettabilità" musulmana, 95 Niente per niente, un punto d’onore sessuale, 87 Giuramento, una cosa seria tra i musulmani, 179 Oman=Arabia orientale, 83 Orgia orientale, diversa da quella europea, 93 Stratagemma del ruffiano per ottenere più denaro, 302 Trucco del pannello, fatalmente comune, 323 Scena del Jockey-club di Parigi anticipata, 327 Parodia della testimonianza dell’Unità di Allah, 177 Storia del pappagallo, folklore diffuso in tutto il mondo, 52 Passeggeri in difficoltà prendono il comando, 140 Perla, si presume perda l'uno per cento del suo splendore ogni anno, 165 Peshdadiani, stirpe di Re persiani, 75 Pianura (terreno), sinonimi per, 46 Plurale maschile usato per modestia quando una ragazza si rivolge al suo amante, 98 Poesia degli Arabi, richiede la conoscenza del Deserto per essere compresa, 230 Melograno, frutto che si suppone contenga semi del giardino dell’Eden, 134 Primo Ministro che porta pesce alla sguattera, 63 Latrina, una lastra con una fessura davanti e un buco rotondo dietro, 221 Proverbi fedeli alla natura, 307 Qanoon-e-Islam, citato in merito agli oroscopi, ecc., 213 Raydaniyah, un accampamento vicino al Cairo, 245 Rayháni=un carattere curvo, 128 Rais=capitano di una nave, 127 Rajaz=il settimo Bahr della prosodia araba, 251 Rajul ikhtiyár=uomo di mezza età, 55 Rifiuto di un dono, il più grande affronto, 336 Lacerazione delle vesti come segno di dolore o vessazione, 308 Rispetto mostrato per le parti del corpo, esuvie, ecc., 276 Cavalcare l’asino, un’antica pratica biblica, 262 Rims=carri, 131 Rozistan=stazione diurna, 29 Ruká'í=scrittura per corrispondenza, 128 Rukhám=alabastro, 295 Ruka'tayn=preghiera di due inchini, 142 Sa'ad=auspicio, prosperità; derivati, 9 Sabr=pazienza e aloe, fonte di giochi di parole, 138 Sadaf=cauri (conchiglia), 19 Sadakah=elemosina volontaria, opposta alla Zakát, 339 Sadd=muro, diga, 114 Sáhib=compagno, usato come titolo visiriale, 237 Sáhib al-Shartah=capo della guardia (Prefetto di Polizia), 259 Sáhib Nafas=maestro del respiro, un santo minore che guarisce tramite l’espirazione, 107 Sáhil Masr=la riva del fiume (al Cairo), 291 Saj'a=prosa rimata, 116 Sakhr al-Jinni, alluso, 41 Sákiyah=la ruota idraulica persiana, 123 Sálih, profeta inviato ai Thámúd, 169 Salmá e Layla=le nostre "Maria e Marta", 265 Sama'an wa ta atan, da tradurre in vari modi, 96 Samn=burro chiarificato, 144 Sár=vendetta, 101, 114 Saráwil=pantaloni a sacco o gonnellino, 222 Sardábeh=stanza sotterranea, 340 Sarráf=lo "Shroff" anglo-indiano, 210 Sassanidi, 75 Sawáb=ricompensa in Paradiso, 96 Sayd wa Kanas=caccia e corsa, 9 Scottare un moncone nell’olio, pratica chirurgica comune, 297 Scorpioni della fronte=riccioli sulla tempia (accroche-cœurs), ecc., 168 Sigillare un piatto coperto, precauzione necessaria contro il veleno, 244 Mari, i due=il Mediterraneo e l’Oceano Indiano, 173 Sepolcro, erroneamente chiamato "un piccolo Wali", 105 Sette scuole o edizioni del Corano, 113 Shább=giovane tra la pubertà e i quarant’anni, 55 Shabistan=stazione notturna, 29 Shakáik al-Nu'umán=anemone, 175 Shahrázád=colei che libera la città, 14 Shahryár=amico della città, 2 Shah Zamán=Re dell’Epoca, ivi. Shaykh=un uomo anziano, anziano, capo, 26 Shaykh, Shaybah=barba grigia, vecchio, 55 Sha'ílah=fiaccola (anche lampada, stoppino, ecc.), 259 Scuotere e annuire con il capo, elementi universali del linguaggio gestuale, 300 Shám (Siria)=terra a sinistra, opposta ad Al-Yaman=terra a destra, 83 "Vergogna", alluso nel maledire i genitori di una persona offesa, 227 Massaggiare i piedi, 117 Sharmutah=stracci, cenci; prostitute; brandelli di carne=Kadíd, 163 Shámah=Khál, neo sulla guancia, 167 Shart=una singola Talbiyah o grido Labbayka, 226 Shatm=abuso osceno, 182 Shayyun li'lláhi=per amor di Dio, 329 Versare lacrime non è una vergogna per un uomo, 68 Sham hamphorash=il centesimo nome di Dio, inciso sull’anello sigillo di Salomone, 173 Shiháb=stelle cadenti, 224 Shirk (associazione)=Sinteismo, Dualismo, Trinitarismo, 181 Botteghe composte da un locale interno ed esterno, 316 Brivido che precede la trance magnetica, 44 Shuhadá, martiri, categoria estesa, 171 Shuhúd=assessori del tribunale del Kazi, 21 Shurayh, più astuto di una volpe, 252 Shúshah=ciuffo di capelli, 308 Simát=tavola da pranzo, 178 Simiyá=magia bianca, 305, 332 Sedersi sulle stinchi e ginocchia, una postura faticosa, 130 Schiavi desiderati da donne dissolute, 191 Fetta di luna=digitum lunae, 91 Introdurre uomini di nascosto nell’Harem, 282 Strappare il turbante, un’industria redditizia, 259 Fianchi morbidi, attributo di bellezza, 168 La morte di Salomone, fissa la data di un racconto, 41 "Figlio" usato per "nipote", più affettuoso, 243 Figlio di un secolo=centenario, 126 Figli di Adamo=uomini, 130 Figli di Sásán=Sassanidi, 2 Chi parla mette se stesso per primo, 33 Saliva seccata per la paura, 285 Bastone spezzato al primo scontro=fallimento al primo tentativo, 64 Melodie di strada che cambiano con la moda, 311 Colpire la mano destra sulla sinistra, segno di vessazione, 298 Colpire con la scarpa, il bastone della pipa, ecc., altamente offensivo, 110 Subh-i-kázib=falsa alba, 78 Subh-i-sádik=vera alba, ivi. Succhiare la lingua="baciare con il labbro interno", 270 Sufrah=tavola da pranzo, 178 Bastoncino di zucchero=Zuckerpüppchen tedesco, 167 Suhá, stella nell’Orsa Maggiore, ivi. Sulayman e Sakhr al-Jinni, 42 Sullam=scala; palo per fustigazioni, 331 Sulus=scrittura di cancelleria, 128 Somme di grande importo pesate, 281 Sole che saluta Maometto, 45 Pratiche superstiziose non limitate alle classi inferiori, 40 Surriyat=concubina, 27 Su 'ubán=drago, basilisco=Tannín, 172 Su'úd usato come odore di contrasto, 279 Suwán=sienite, 238 Taghúm, una sorta di grugnito onomatopeico, 228 Sarto costretto a tagliare la stoffa alla presenza del proprietario, 321 Tákiyah, calotta indossata sotto il Fez, zucchetto, 224 Talbiyah=il grido Labbayka, 226 Tammúz=luglio, 53 Tamar Hanná=fiore di ligustro, 83 Tár=tamburello, 215 Tarbúsh=Pers. Sar-púsh, copricapo, ivi. Tarík=fate largo, 66 Tarjumán=turcimanno, dragomanno, 100 Tasbíh=salutare al mattino (Subh), 258 Taur (Thaur, Saur), un venerabile resto di lingua non scissa, 16 Tawáshi, nome odioso per un Eunuco, 235 Lacrime versate su una separazione passata, 283 Mille dirham e mille dinari=rispettivamente 125 e 500 sterline, 281 Tre giorni, termine dell’ospitalità, 3 Tirare uno=bastonata sulla schiena, 243 Tibn=paglia tritata, 16 Tobba (Himyaritico)=il Grande o Capo, 216 Lingua del caso=parole suggerite dalle circostanze, 121 Tughyán=Kufr, rifiuto della Vera Religione, 169 Túmár=lettere unciali, 129 Turbante non posto a terra per rispetto, 223 "Turco", probabilmente un’aggiunta tarda, 52 Voltarsi in preda alla disperazione contro un oppressore, 246 Odah, propriamente Uta=stanza privata di una concubina, 286 Geografia ultra-shakespeariana, "Fars di Roum", 45 Umamah e Atikah, storia di due donne ora dimenticate, 61 Umm Amir=Madre di Amir, soprannome per la iena, 43 'Urban=Arabi selvaggi, 112 Usfur=cartamo, 219 Uzayr=Esdra, 257 Varietà di scrittura, 129 Wady, in inglese "valle", 51 Wahsh=bestia selvatica e sinonimi, 242 Wakálah; descritta in Pilgrimage i. 60, 266 Wakkád=fuochista, 312 Wali=(civile) Governatore, 259 Wa'l-Salám=e qui finisce la faccenda, 102 Lavaggi dopo l’evacuazione, 220 Via di Allah=proprietà comune, 91 Wazir=Ministro, 2 "Cosa è paragonato a", modo popolare di esprimere una grande differenza, 37 Moglie, eufemisticamente chiamata al maschile, 67 Giardinaggio alle finestre, antica pratica in Oriente, 301 Vino bollito=vinum coctum, 132 Bere vino vizia il rito del Pellegrinaggio, 97 Vino che sale alla testa, effetto del freddo dopo una stanza riscaldata, 224 Vino, perché filtrato? 27 Wiswás=tentazione o suggerimento diabolico, 106 Donne bastonate, 183 Meraviglia (=causa) in ogni morte, 351 Wuldán=Ghilmán, i bei giovani del Paradiso, 211 Wuzu-abluzione=abluzioni minori, 142 Yá Ba'íd=O lontano, eufemismo per abuso grossolano, 41 Yá bárid=O sciocco, 313 Yá hú=O lui! Yahoo di Swift?, 240 Yahúdí per Ebreo, meno educato di Banu Isráíl, 210 Yá Khálati=sorella di madre, nel rivolgersi agli anziani, 303 Yá Mash'úm=O sfortunato, 221 Yá házá=O questo, in modo un po’ sminuente, 240 Yá Sattár=O Tu che veli i segreti disonorevoli delle Tue creature, 258 Yá Tayyib al-Khál=O nipote di un buon zio, 303 Yaum al-Id=la grande festa, 317 Gioventù descritta in termini applicati alle donne, 144 Zábit=Prefetto di Polizia, 259 Zakát=elemosina legale, 339 Zambúr=clitoride, 90 Zemzem=acqua salmastra, 284 Zikr=litanie, 124 Zírbájah=carne condita con semi di cumino, ecc., 278 Ziyárat=visita a una persona o luogo pio, 125 Zauba'ah=tempesta di sabbia nel deserto, 114 Zubb=pene, 92 Zabbál=spazzino, 312 Zulf=ciuffo laterale, 308 Zulm, ingiustizia, tirannia; il peggiore dei crimini di un monarca, 190 Porta Zuwaylah, più correttamente Báb Zawilah, 269

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