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The Car of Destiny

by C. N. (Charles Norris) Williamson · in Italian

IL CARRO DEL DESTINO DI C. N. E A. M. WILLIAMSON [Logo]

Illustrazioni di Armand Both

NEW YORK THE McCLURE COMPANY MCMVII

*ALTRI LIBRI DEGLI STESSI AUTORI*

Lady Betty Across the Water, My Friend the Chauffeur, The Princess Virginia, ecc.

Copyright, 1907, by The McClure Company Copyright, 1906, by McClure, Phillips & Co.

[Lady Monica]

LADY MONICA

A Doña María del Pilar Harvey, Dedichiamo questa storia spagnola

C.N. e A.M. Williamson

INDICE

L'auto del Re La ragazza L'ospite non invitato "Non minaccio, avverto" Un mistero riguardante uno chauffeur Indovinello: trova l'auto L'impertinenza di mostrare un fazzoletto Oltre il confine Un inseguimento serrato L'imprevedibilità di Miss O'Donnel María del Pilar in soccorso Sotto un balcone Cosa accadde nella cattedrale Qualche piccola idea di Dick Come cambiò il Duca Un segreto del Re Come un ladro nella notte L'uomo che amava Pilar Un pacco per il tenente O'Donnel La parola magica La mano della Duchessa La fortuna del libro dei sogni La glorificazione di Monica La benevolenza di Mariquita Cosa mancava a Cordoba Nel palazzo dei Re Chiaro di luna nel giardino Lascia parlare il tuo cuore Il giardino dei gigli fiammeggianti La mano sotto le tende Dietro una grata di ferro Sulla strada per Cadice I sette uomini di Ecija La gara La luna nella landa desolata Inganni e incantesimi Sogni e un risveglio La fontana Dopodomani Attraverso la notte Il quinto toro; e dopo

I

L'AUTO DEL RE

"Andare in auto a Biarritz? Devi essere pazzo", disse Dick Waring.

"Perché?", chiesi, sebbene ne conoscessi il motivo tanto quanto lui. "Un bel modo di ricevere un invito."

"Se proprio devi saperlo, è perché il Re di Spagna sarà lì, in visita alla sua fidanzata inglese", rispose Dick.

"Gli auguro felicità", dissi. "Ho sentito dire che è un bel giovane. Perché non c'è posto a Biarritz per il Re e per me?"

"I detective non la penseranno così, né ti daranno credito per i tuoi generosi sentimenti", disse Dick.

"Non sapranno che ci sono."

"Sapevano quando sei andato a Barcellona, da Marsiglia."

Questo era un tasto dolente. Non è colpa mia se mio padre è stato un generale tanto temerariamente coraggioso e un partigiano tanto ostinatamente determinato quanto chiunque abbia mai avuto Don Carlos. Se fossi nato in quei giorni, è possibile che avrei fatto come lui; ma non ero nato, e quindi non ero responsabile. Né era colpa del Re se perdemmo le nostre tenute che i miei antenati possedevano ai tempi di Carlo V; né che perdemmo la nostra fortuna, noi Casa Triana; né che mio padre fu bandito dalla Spagna. Perché il Re non era nato, quindi non era responsabile; allora perché dovrei incolparlo per tutto ciò che mi è accaduto?

Era forse imprudente visitare la terra di mio padre, dato che per lui era stata una terra proibita. Ma pochi mesi dopo la sua morte, quando avevo ventun anni, il desiderio di vedere la Spagna era diventato un'ossessione. E deve essere stata la mia cattiva stella a influenzare un anarchico affinché lanciasse una bomba contro un personaggio reale proprio il giorno in cui arrivai a Barcellona, "travestito" in modo sommario sotto un nome inglese.

La mia identità fu scoperta immediatamente, in quanto figlio del grande defunto carlista. Fui sospettato e rinchiuso in una cella, in attesa che la mia innocenza potesse essere provata. Non fu facile; ma, d'altra parte, non c'erano prove contro di me; e dopo un'esperienza che fustigò il mio orgoglio e svuotò la mia borsa, fui rilasciato, solo per essere gentilmente ma fermamente consigliato di non mostrare mai più l'indesiderabile volto di un Casa Triana in Spagna.

Fu dopo questo che mi lanciai verso la Russia e, grazie a influenze amiche, ottenni un incarico nell'esercito. Ebbi alcune avventure durante la rivolta dei Boxer; e sebbene il Cielo sappia che non nutro rancore contro i giapponesi, il combattimento che sostenni in seguito dalla parte dei russi mi diede qualcosa da fare per due anni. Dopo la Pace con l'Oziosità, arrivò la mania dei motori, e per un po' non pensai ad altro. Ma quando hai guidato la tua auto per mesi, andare in auto per il gusto di farlo cessa di essere tutto. Ti chiedi quale paese ti piacerebbe di più visitare con la macchina che ami.

L'orgoglio mi impedì di rispondere a quella domanda con il nome "Spagna"; ma fu proprio perché Biarritz è alle porte della Spagna che avevo appena invitato Dick Waring — il migliore degli amici, il più delizioso degli americani, che combatté al mio fianco, per divertimento, in Cina — a guidare fino a lì sulla mia auto Gloria.

"Sì, sapevano quando sono andato a Barcellona", ammisi; poiché Dick conosceva bene la storia. "Ma quella volta era diverso. Comunque, vado a Biarritz, qualunque cosa accada. Tu puoi fare come preferisci."

"Se tu ci vai, ci vengo anch'io", disse Dick; "e se accadrà qualcosa, sarò dentro insieme a te. Ma potresti pentirti della tua temerarietà."

"Non mi sono mai pentito della temerarietà", dissi. "Le cose fatte d'impulso finiscono sempre per il meglio."

Così partimmo da Parigi il giorno seguente, e facemmo un viaggio splendido, attraverso scenari capaci di far cantare lo spirito in sintonia con il ronzio del motore.

Qualunque cosa dovesse accadere a Biarritz, e allora ero ben lontano dall'immaginarlo, non accadde nulla lungo la strada; e arrivammo in una mattinata d'oro e azzurro.

Ci sistemammo in un albergo privato lontano dalle vie alla moda; e, siccome la mia infanzia e la mia prima giovinezza erano trascorse in Inghilterra, potevo usare un nome inglese senza rendermi ridicolo con un accento straniero. Quanto al mio viso bruno e agli occhi neri, molti abitanti della Cornovaglia hanno il viso altrettanto bruno e gli occhi altrettanto neri; perciò, adattai il nome di Triana in Trevenna, tipico della Cornovaglia, e cambiai Cristóbal, il mio secondo nome, in Christopher.

Facemmo il nostro primo pasto al ristorante, e tutti ai tavolini vicini parlavano del Re e della "Principessa Ena"; di quanto fosse carina, di quanto lui fosse innamorato; di quanto fosse affascinante il loro romanticismo. Il mio cuore si scaldò sinceramente verso il mio giovane sovrano, che ha sette anni in meno di me su questa terra. Sentivo che, se avessi avuto una giusta possibilità, sarei stato il suo suddito leale.

"Mi piacerebbe dargli un'occhiata", dissi a Waring dopo pranzo. "La signora col naso che sedeva alla nostra sinistra ha detto al marito col mento che il Re e le due Principesse vanno in auto ogni pomeriggio. Andremo in auto anche noi; e dove vanno loro, andremo anche noi."

"Fai attenzione", disse Dick.

"Un gatto può guardare un re. Anche Chris Trevenna può farlo."

"Non serve a nulla consigliarti prudenza."

"Naturalmente no. Non ti importerebbe un fico di me se servisse."

"Davvero? Comunque, Chris Trevenna potrebbe anche indossare degli occhialoni."

"Oggi non c'è polvere", dissi. "È piovuto durante la notte."

"Mi arrendo", disse Dick. E se arrendersi significava uscire con me sulla mia grande auto blu subito dopo pranzo, allora mantenne la parola. Ropes, il mio chauffeur e braccio destro, che siede sempre nel tonneau, aveva già sentito tutto sull'automobile del Re, ed era ben informato sui dettagli. Si sporse per descriverne l'aspetto, oltre a menzionare la marca; e quando un'auto come quella che stava descrivendo ci superò, svoltando in una curva della strada che porta in Spagna, non ci fu modo di sbagliarsi.

"Seguiamola", dissi.

Dick sospirò, ma naturalmente non prestai alcuna attenzione a ciò.

C'erano cinque persone nell'auto del Re. Il giovane e snello proprietario, tre dame, due molto esili e giovani, e lo chauffeur, tutti e cinque mascherati o con gli occhialoni, così che era impossibile vedere i loro volti.

"Vorrei che accadesse loro qualcosa", dissi.

Waring sembrò scioccato.

"Solo qualcosa di abbastanza importante da fermare l'auto e tentare le dame a togliersi i veli da viaggio. Potrei non avere mai più un'altra occasione di vedere la futura Regina di Spagna."

Quando ero un ragazzino in Inghilterra, ero solito sdraiarmi sotto un melo preferito nel frutteto della vecchia proprietà dove vivevamo, e desiderare con tutte le mie forze la caduta di una certa mela su cui erano fissati i miei occhi e il mio cuore. Era straordinario quante volte la mela cadesse.

In un lampo ricordai quei desideri e quelle mele mentre iniziavamo a guadagnare terreno sull'auto del Re. Il suo ritmo rallentò, e poi si fermò. Lo chauffeur saltò fuori, e due delle dame stavano sollevando i loro veli spessi mentre noi arrivavamo.

Poiché non si supponeva che conoscessimo il Re, che era "incognito", le normali cortesie tra automobilisti erano d'obbligo. Rallentai e, togliendomi il cappello, chiesi in francese se ci fosse qualcosa che potessi fare.

Le due ragazze, che si erano sbrigativamente tolte i veli, si voltarono e mi guardarono. Entrambe erano più che graziose; bionde, dagli occhi color violetto, con carnagioni radiose; ma una mi sembrò bella come la Beata Damigella che guarda giù dalla finestra del cielo incorniciata di stelle; e fui improvvisamente malato di gelosia verso il Re, perché credevo che lei fosse la sua Principessa.

Fu lui a rispondere, in un francese migliore del mio. Mi ringraziò per la mia gentile offerta e mi rimandò al suo chauffeur, che non aveva ancora scoperto la causa dell'improvvisa perdita di potenza dell'auto. Ma proprio mentre parlava, il mistero fu risolto. C'era una perdita nel serbatoio della benzina, vicino al fondo; l'ultima goccia di essenza era scivolata via e, dato che erano usciti per un breve giro, non ce n'era in riserva.

Sembrò uno strano caso che portasse me, il figlio di un ribelle bandito, in aiuto del Re; ma la vita è strana. Mi rallegrai perché era strana, e ancor di più a causa della ragazza.

Avevo una tanica di riserva di benzina che, con convenzionali espressioni di piacere, diedi al mio compagno automobilista. Ci scambiammo complimenti, e siccome nessuno mi fissò con sospetto, ebbi motivo di credere che né le parole, né le azioni, né gli sguardi fossero fuori posto. Eppure ciò che dissi e feci fu detto e fatto senza altra guida della mente che i gesti e il discorso di una bambola meccanica.

Ero consapevole solo degli occhi della ragazza, perché avevo compiuto quella cosa irragionevole e indefinibile: mi ero innamorato a prima vista, ed ero caduto molto lontano e molto in profondità. Lei non mi guardava spesso, e dopo la prima volta la guardai a stento, temendo che i miei occhi fossero indiscreti. Era la cosa più curiosa del mondo, e ben oltre qualsiasi cosa mi fosse mai accaduta; ma sapevo già che non avrei potuto perderla dalla mia vita. Piuttosto avrei potuto perdere la vita stessa. Se lei fosse stata la Principessa destinata a essere Regina di Spagna, l'avrei seguita a Madrid, qualunque cosa fosse successa, solo per la gioia di respirare l'aria che lei respirava, di vederla passare davanti a me nella sua carrozza a volte. Mi ero chiesto, conoscendo le tradizioni della nostra famiglia, molte delle quali tragiche, quando sarebbe arrivato l'amore per me. Ora era arrivato in fretta, in un momento; ma non per andarsene come era venuto. Esso ed io saremmo stati una cosa sola, per sempre. La ragazza era poco più di una bambina, ma sapevo che sarebbe stata l'unica donna per me; e questo era ciò che temevo i miei occhi potessero rivelarle. Così non guardai; eppure l'aria sembrava carica di elettricità pronta a trasmettere mille messaggi, e il mio sangue formicolava con la certezza che lei avesse ricevuto il mio messaggio, che inconsciamente stesse rimandando un messaggio a me.

Tutto questo avveniva nel mio io interiore, mentre l'involucro esterno si prodigava in cose convenzionali.

Una perdita fu riparata, un serbatoio riempito, mentre la mia vita veniva rifatta. Poi ci furono inchini, sollevamenti di berretti, molte gentilezze, e l'auto del Re sfrecciò via.

"Che succede?", chiese Waring poco dopo.

"Niente", risposi. "Perché me lo chiedi?"

"Ti comporti come se avessi avuto un colpo. Non hai intenzione di ripartire?"

"No. Sì. Sto tornando indietro", dissi, e girai l'auto.

"Non intendi seguirli, allora?"

"C'è qualcosa che devo fare subito a Biarritz", risposi. Era vero. Dovevo scoprire se lei fosse la Principessa, o... solo una ragazza.

II

LA RAGAZZA

Fu facile scoprire che non era la Principessa. Lo feci entrando in una cartoleria e chiedendo una fotografia degli amanti reali. Non fu altrettanto facile scoprire chi fosse, senza appuntare il mio nuovo segreto sulla manica; ma per fortuna tutti a Biarritz si vantavano di conoscere gli affari del Re e gli affari della graziosa Principessa. Christopher Trevenna si rese gradevole dopo cena alla signora col naso, la quale probabilmente si sarebbe ritratta per paura se avesse saputo che stava parlando col Marqués de Casa Triana.

Io, nel mio personaggio di Trevenna, scoprii che la Principessa aveva un'amica, Lady Monica Vale, figlia della contessa vedova di Vale-Avon, che, quando era a casa, viveva nell'Isola di Wight. Al momento, le due soggiornavano a Biarritz, in una villa; e Lady Monica, una ragazza di diciotto o diciannove anni, aveva talvolta l'onore di uscire con le Principesse, nell'auto del Re.

C'erano anche altri amici privilegiati; ma la descrizione di Lady Monica Vale, sebbene dipinta con un pennello incolore, era inconfondibile.

Casualmente chiesi il nome della casa dove Lady Vale-Avon e sua figlia soggiornavano, e avendolo appreso, inventai una scusa per sfuggire alla signora col naso.

Erano le dieci e mezza, e una notte inondata di chiaro di luna. Uscii a passeggiare, fumando una sigaretta, e in dieci minuti mi ritrovai davanti al cancello del giardino di Villa Esmeralda.

C'erano luci in tre o quattro finestre, che scintillavano tra alberi a crescita fitta; e non avevo ancora finito la mia seconda sigaretta, quando una carrozza svoltò l'angolo e si fermò.

Mi spostai in secondo piano. Un groom saltò giù, slacciò il cancello e, dopo aver aperto la portiera del brougham, aiutò rispettosamente una signora di mezza età a scendere.

Il chiaro di luna mi mostrò un profilo chiaro e orgoglioso, e accese i diamanti in un diadema che coronava una testa di capelli grigi ondulati.

C'erano onde di raso viola e pizzo per proteggersi dal terreno; e mentre il groom aiutava chi li indossava ad aggiustarli sotto il suo cappotto di cincillà, una ragazza saltò fuori dalla carrozza, la sua figura bianca e i capelli fluttuanti d'oro narciso in pieno chiaro di luna.

Rimasi come un uomo che vede una visione, respirando a stento. Non feci alcun rumore, eppure lei si voltò e mi vide, riparato com'ero dal tronco chiazzato di un alto platano. Fu come se avessi chiamato e lei avesse risposto.

Sapevo che si ricordava di me e che non fraintendeva la mia presenza. Non c'era rabbia sul suo volto, solo sorpresa e una luce che venne nascosta mentre abbassava la testa e proseguiva attraverso il cancello.

Avrei potuto cantare la canzone delle stelle. Non mi aveva dimenticato dal pomeriggio. Lo sguardo nei miei occhi, allora, aveva arrestato un qualche suo pensiero e mi aveva distinto nella sua mente dagli altri uomini.

Non era una stupida presunzione a farmi sentire questo, ma una sorta di convinzione esaltata.

Quando il cancello fu chiuso, mi tolsi il cappello e guardai le finestre illuminate. Potevo far sì che le importasse di me. Mi dissi: "Siamo destinati l'uno all'altra. E se questo è vero, anche se tutte le montagne del mondo fossero ammucchiate come barriere tra noi, le attraverserei."

Quello fu un voto. E durante le ore rimanenti della notte cercai di pianificare come sarebbe stato meglio iniziare a realizzarlo.

Gli uomini che hanno attraversato una campagna come amici intimi hanno pochi segreti l'uno per l'altro; e io non ne avevo nessuno da Dick Waring. Tuttavia, ora ne avrei tenuto uno se fosse stato possibile; ma non lo era. Se non glielo avessi detto, avrebbe indovinato, e allora avrebbe potuto pensare di avere il diritto di prendermi in giro per aver perso la testa.

È solo un amante felice che può sopportare di essere preso in giro, tuttavia, e poche parole furono sufficienti a mostrare al mio accorto americano dove mettere i piedi sul sentiero scivoloso.

Anche lui aveva visto la ragazza; perciò non poteva sorprendersi del mio stato d'animo. Ma se ne rammaricava, e insisteva che la cosa migliore che potessi fare era andarmene, prima che il pensiero di lei avesse preso una presa troppo profonda su di me.

"Vedi", disse, "sei in una posizione senza speranza; ed è meglio guardare i fatti in faccia. Se ti fossi innamorato di quasi qualsiasi altra ragazza, eccetto la Principessa Ena stessa, avresti potuto sperare. Ma così com'è, cosa hai da aspettarti? Non saresti dovuto venire a Biarritz. Nelle circostanze attuali, e con il Re qui, è stata una bravata. Amici suoi, nemici tuoi, potrebbero persino dire che è stato di cattivo gusto, il che è peggio. E poi, essendoci venuto, procedi a seguire l'auto del Re; ti innamori perdutamente di una ragazza a bordo, un'amica della promessa sposa, alla quale il tuo vero nome, se non lo ha già sentito, potrebbe facilmente sembrare anathema maranatha. Ma non è tutto. Sei qui sotto un nome non tuo. Se dovessi per fortuna o sfortuna avere la possibilità di incontrare Lady Monica, non potresti essere presentato a lei come Christopher Trevenna; sarebbe una falsa pretesa; ancor meno potresti gettarle in faccia il tuo vero nome; perché tra il Re di Spagna come amico e tu come conoscente, la ragazza si troverebbe in una posizione scomoda, a dir poco. No, caro amico, non puoi incontrare questa giovane signora; e l'unica cosa per la tua tranquillità, se ti sei davvero innamorato, è andartene."

Non avevo argomenti con cui controbattere a quelli di Dick. Ascoltai in silenzio, ma... non feci alcun preparativo per la partenza. Se non c'era nulla da guadagnare restando, almeno c'era altrettanto poco da guadagnare andando via; perché sapevo che non avrei dimenticato la ragazza. Se fossi diventato cieco, il suo volto vivrebbe ancora per i miei occhi, bianco e puro contro uno sfondo di oscurità.

Rimanemmo a Biarritz, ma mi comportai con circospezione e non feci ulteriori tentativi di mettermi sulla strada del Re, sebbene arrivasse a Villa Mouriscot ogni mattina da San Sebastian. Dick approvò la mia condotta e, impietosito dalla mia depressione, forse si pentì della sua durezza. Trovò diversi amici parigini a Biarritz, e quando eravamo lì da tre giorni, tornò in albergo dal Casinò una sera con aria importante.

"Strano come si sia tentati di fare cose che si sa di non dover fare", disse. "Ora, è imprudente dirti che ho incontrato un uomo che conosce Lady Monica Vale, eppure lo sto facendo."

"Cosa ha detto l'uomo?", chiesi.

"Parecchie cose, affascinanti, naturalmente. Non è fidanzata, se questo è una consolazione."

"Oh, lo sapevo."

"Come?"

"Dai suoi occhi."

"A quanto pare ha osservato anche i tuoi."

"Cosa? Ha parlato di... lei..."

"La sorella del mio uomo è un'amica di Lady Monica. Ha raccontato alla sorella dell'avventura dell'automobile."

"Per amor di Dio, non costringermi a fare domande."

"Non lo farò. Ho un cuore tenero, che spesso è stata la mia rovina. Ha detto di aver visto l'uomo più interessante del mondo. Non svenire."

"Non fare l'asino."

"Non sto scherzando. Ha detto proprio così, giuro. Almeno, ho la parola di Henri de la Mole. Sua sorella era a scuola al convento della Vergine delle Lacrime con Lady Monica Vale. Lady Monica supponeva l'altro giorno che fossimo entrambi francesi, il che è un complimento al tuo accento. Ha detto che avrebbe voluto scoprire 'chi fosse l'uomo bruno dagli occhi'. Sono un pazzo ad avertelo detto, però, eh? Non può farti bene, e probabilmente ti farà peggiorare."

"Ma mi ha fatto bene."

«Ti ha lusingato la vanità. Tuttavia, non ti ho ancora detto tutto. De la Mole dice che la madre è un drago, dura come il ferro, fredda come l’acciaio, che vive solo per l’ambizione. Alla morte del marito è rimasta povera, poiché le proprietà di Vale-Avon sono andate col titolo a un lontano parente, e la ragazza è stata cresciuta per fare un matrimonio brillante. Le è stata impartita ogni sorta di educazione sotto il cielo, per aggiungersi alla sua bellezza; e poiché la famiglia è una delle più antiche della Gran Bretagna, imparentata con la casa reale in un modo o nell’altro ai tempi degli Stuart, ci si aspetta che Lady Monica concluda un matrimonio di altissimo rango. De la Mole ha sentito dire che l’attuale Lord Vale-Avon è stato il favorito della madre fino a poco tempo fa, sebbene sia vicino all’essere un idiota. Il fidanzamento della Principessa Ena con il Re di Spagna ha cambiato tutto. Vedi, Lady Vale-Avon e sua figlia vivono non lontano dalla Principessa, nell’Isola di Wight. Quando il Re venne a fare la corte in Inghilterra, arrivò anche, sebbene non esattamente nel suo seguito, un altro spagnolo, il Duca di Carmona, e—»

«Non farlo,» interruppi; «non voglio sentire il suo nome in relazione al suo. Quel bruto mezzo moro!»

«Potrà avere un pizzico di sangue moro, ma non è mezzo moro; e se è un bruto, è un bel bruto, secondo de la Mole, inoltre è uno dei giovani più ricchi di Spagna. Lady Vale-Avon—»

Balzai in piedi e fermai Dick. «Sono serio,» dissi. «Non sopporto di ascoltare. So il genere di cose che diresti. Ma non farlo. Se lo farai, credo che ucciderò quel tizio.»

«L’hai mai incontrato?»

«No. Gli uomini della mia casata e della sua sono nemici da generazioni. Ma ho sentito parlare di certe imprese.»

«Sta venendo qui per stare con sua madre, la vecchia Duchessa, che ha passato l’inverno a Biarritz. Un altro motivo per cui dovresti svignartela.»

«Intendi dire, per restare. Quantomeno, non avrà campo libero.»

«Non vedo come tu possa sperare di sbarrargli la strada.»

«Lo farò—in qualche modo.»

«Senza dubbio vali cento volte lui, ma—il destino ti ha penalizzato per un posto di rilievo nel mercato matrimoniale. Tu sei—»

«Un uomo senza patria e senza un soldo. Non esitare a esporre la situazione francamente.»

«Beh, l’hai detto tu. Mentre l’altro è ricco, e un grande di Spagna. E, sebbene de la Mole dica che al Re non piaccia, a causa di qualcosa legato alla guerra ispano-americana, è destinato a diventare persona grata a Corte se sposa un’amica della giovane Regina; e, senza dubbio, questo influenza la sua scelta.»

«Ringraziando il cielo, Lady Monica non è spagnola.»

«Ah, ma la Spagna va di moda adesso. E non hai sentito tutte le mie novità. Henri de la Mole dice che Lady Monica è stata richiesta come damigella d’onore per la giovane Regina di Spagna, l’unica inglese che avrà al suo seguito.»

«Almeno il matrimonio non sarà prima di giugno. Siamo solo alla fine di febbraio. Ho più di tre mesi.»

«Non ne hai nemmeno uno. Poco dopo che le Principesse lasceranno Biarritz, Lady Vale-Avon e Lady Monica andranno a trovare la vecchia Duchessa di Carmona in Spagna.»

«Cosa, vanno a Siviglia?»

«Se la sua casa è lì. Ti sto dicendo quello che mi è stato riferito.»

«La dimora principale del Duca è a Siviglia, sebbene abbia una proprietà vicino a Granada, e un appartamento a Madrid in sostituzione di un bel palazzo che è bruciato.»

«Allora Siviglia è dove saranno. Comunque, assisteranno al grande spettacolo della Settimana Santa lì.»

Fu come se Dick mi avesse improvvisamente inondato di acqua ghiacciata.

Per alcuni secondi non parlai. Poi dissi: «Stai cercando di farmi capire che il matrimonio è combinato?»

«Ti ho detto che Lady Monica non è fidanzata.»

«E io ti ho detto che sapevo che non lo era. Ma questo non vuol dire che la madre, la donna "dura come il ferro e fredda come l’acciaio", non abbia pianificato il futuro di sua figlia, una ragazza così giovane e sempre tenuta sotto controllo.»

«Sembra che il vento stia spirando in quella direzione. Una persona del tipo di Lady Vale-Avon difficilmente accetterebbe un simile invito se non avesse intenzione di farne scaturire qualcosa.»

«Sei certo che l’invito sia stato accettato?»

«Certo. Angèle de la Mole è stata con suo fratello in Spagna, e Lady Monica le ha chiesto consiglio su cosa portare e cosa indossare. Il Duca stesso è a Parigi, a comprare una nuova automobile; almeno, così dice sua madre; ma altri dicono che sia a Monte Carlo. Comunque, è atteso qui in tempo per il ballo.»

«Quale ballo?»

«Non te l’ho detto? Un ballo in maschera che la vecchia Duchessa darà in onore della Principessa Ena. Sarà un grande evento, dice de la Mole. C’è stata gelosia riguardo agli inviti, che sono stati accuratamente selezionati.»

«Io e te accetteremo,» dissi.

«È improbabile che ne avremo l’occasione.»

«A volte un uomo deve crearsi un’occasione. Incontrerò Lady Monica al ballo della Duchessa.»

«Va bene. Supponiamo che tu vada nei panni di un pellegrino?»

«Eh?»

«Stavo pensando a un altro primo incontro, caso non dissimile, sai, Romeo e Giulietta. Mio povero, folle amico, c’è più speranza per un Montecchi con una Capuleti che per un Casa Triana con un’amica della futura Regina di Spagna, e figlia di una Lady Vale-Avon.»

«Romeo conquistò Giulietta.»

«Non fu esattamente un matrimonio fortunato. Senti qui, se hai intenzione di recitare la parte di Romeo, non serve che mi chieda di fare Mercuzio.»

Guardai Dick e sorrisi. «Non chiederò nulla,» dissi. «Eppure—»

«Eppure, sai benissimo che, se vuoi un Mercuzio, sarò pronto a rivestire il ruolo in qualsiasi momento, tutto per amore dei tuoi beaux yeux. Beh, hai ragione. C’è qualcosa di strano in te, Ramón, che rende noi altri felici di fare ciò che possiamo, anche se dovesse costarci la vita. Se fossi stato un re in esilio, non avresti avuto problemi a trovare seguaci. Dal tuo valletto francese ai tuoi soldati russi; dal tuo autista inglese al tuo amico americano, è praticamente la stessa cosa. Mi aspetto che arriverai a quel ballo in maschera.»

«Se non ci riuscissi, non sarebbe per mancanza di tentativi,» dissi.

«Ma—»

«Ma cosa—»

«Questa tua faccenda finirà in tragedia—per qualcuno,» disse Dick.

III

L’OSPITE NON INVITATO

Durante i due o tre giorni successivi trovai molto da fare. Feci in modo che Dick mi presentasse al suo amico Henri de la Mole, non come Christopher Trevenna, ma col mio vero nome, e quando lui e sua sorella furono incuriositi da quella che scelsero di considerare una storia romantica, potei apprendere attraverso di loro che, curiosamente, Lady Vale-Avon aveva predisposto che sua figlia si presentasse al ballo nei panni di Giulietta.

Il costume, a quanto pareva, si era deciso da sé, perché si dava il caso che tra i possedimenti ereditati e più preziosi di Lady Vale-Avon ci fosse un interessante copricapo di perle nella foggia convenzionale di Giulietta. Era stato fatto venire dall’Inghilterra; e se fossi riuscito ad arrivare al ballo, come avevo pienamente intenzione di fare, avrei avuto poche difficoltà a identificare il capo che adoravo.

Se non avessi messo de la Mole più o meno a parte della mia confidenza, non avrebbe fatto nulla per favorire i miei interessi; ma, se possiedo davvero un potere come quello a cui alludeva Dick Waring, lo usai per arruolare de la Mole dalla mia parte. Alla fine non solo acconsentì, ma si offrì di aiutarmi a entrare nella casa della Duchessa di Carmona come uno dei suoi ospiti mascherati. Gli era stato chiesto di stare alla porta quella sera, e di pregare ogni persona, o in ogni caso l’uomo di ogni gruppo, di sollevare la maschera per un istante. Questo, per tenere fuori giornalisti e intrusi di ogni genere; e la sua promessa fu di lasciarmi passare senza obiezioni. Potevo contare sui suoi buoni uffici, non solo in quel modo, ma in qualsiasi altro modo possibile, poiché «tutto il mondo ama un amante», disse. E mi augurò buona fortuna, sebbene sembrasse dubitare che l’avrei avuta.

Probabilmente era sciocco e presuntuoso, ma non potei resistere alla tentazione di recitare il ruolo suggerito da Dick. Lei sarebbe stata Giulietta. Io sarei stato Romeo.

A quel punto, senza dubbio, gli invitati della Duchessa avevano i costumi quasi pronti; io dovevo procurarmi il mio, e l’unico modo per avere qualcosa di degno dell’occasione era andare a Parigi. Ci andai, e fui di ritorno a Biarritz in due giorni.

Il resto filò liscio, senza intoppi. Arrivò la sera del ballo. Mi vestii e andai da solo, piuttosto che trascinare Dick in una faccenda che avrebbe potuto finire male.

Non mi feci avanti, ma stetti per un po’ a osservare i ballerini, aspettando la mia occasione.

Carmona era arrivato il giorno prima. Non l’avevo mai incontrato, ma ciò che avevo sentito non mi piaceva; e avendolo visto una o due volte a Londra, da lontano, era riconoscibile in un costume copiato da un famoso ritratto di quel Duca d’Alba che fu una figura imponente ai tempi di Filippo II. A causa di una leggera differenza tra le due spalle, nell’altezza, era difficile da mascherare; e sebbene la foggia del costume avesse lo scopo di nascondere la particolarità, era percepibile.

Quando il «Duca d’Alba» ebbe ballato due volte di seguito con Giulietta Capuleti, non potei più sopportare il mio ruolo di spettatore. Inoltre, sapevo di non avere molto tempo da perdere. Per rispetto verso de la Mole, che aveva corso il rischio di ammettere uno sconosciuto, dovevo svanire prima dell’ora in cui le maschere sarebbero cadute. Quando mi tolsi il berretto e m’inchinai davanti a quella Giulietta bianca con le trecce d’oro intrecciate di perle, lei mi fissò attraverso la sua maschera di velluto nel silenzio della sorpresa. Non potevo indovinare se si stesse arrovellando su cosa ci fosse sotto la mia parrucca castano-dorata e la mia maschera; ma almeno doveva sapere che era Romeo a supplicare un ballo.

Non feci valere la mia pretesa su una tale scusa, tuttavia, temendo che potesse suscitare l’opposizione di Carmona e spingerlo a tenermi lontana la ragazza se avesse potuto. Dissi semplicemente: «Il prossimo è il nostro ballo», rischiando un rifiuto; ma non arrivò.

«Sì,» disse, quasi timidamente. Era la prima volta che la sentivo parlare, e la sua voce mi toccò il cuore.

Il Duca mi fissava, come se avesse voluto strapparmi la maschera per pura forza di curiosità. Ma dovette lasciar andare la ragazza; e quando la musica iniziò, lei era tra le mie braccia. Quasi non osavo credere alla mia fortuna. Nessuno dei due parlò. Ero perso nella sensazione della sua vicinanza, nella consapevolezza che era la musica a darmi il diritto di tenerla così, e che quando la musica fosse finita avrei dovuto lasciarla andare.

Ma un pensiero rapido mi attraversò. Se avessimo ballato il valzer fino in fondo, Carmona o qualcun altro l’avrebbe reclamata per il successivo. Se fossi riuscito a nascondere la ragazza prima che finisse, forse avrei potuto tenerla per un po’. In effetti, dovevo tenerla, se questo incontro non doveva finire in un fallimento; poiché c’erano cose che dovevo dire.

Il giardino d’inverno era troppo ovvio; e la scala poco profonda con le sue balaustre inghirlandate di rose, e il suo spesso cuscino di seta su ogni gradino, sarebbe stata presto invasa da una dozzina di coppie. Cosa fare, dunque? Avrei dato molto per conoscere la casa.

«Devo parlarle,» dissi alla fine. «Dove possiamo andare?»

Lei non rispose a sua volta: «Allora mi conosci?» o qualsiasi altra cosa convenzionale. La speranza in me che si fosse ricordata abbastanza bene da indovinare chi fossi, si illuminò. Non avrebbe risposto a una persona che considerava un estraneo come aveva risposto a me.

«C’è una sala da gioco in fondo al corridoio a sinistra, fuori dal grande salone, dove potremmo riposare per un momento o due,» disse. «Ma non devo fermarmi a lungo.»

«No,» promisi. «Non cercherò di trattenerla. Chiedo solo pochi istanti. Non so come ringraziarla per avermeli concessi.»

Lanciai un’occhiata in giro per Carmona, e lo vidi ballare con una maestosa Maria Stuarda. Indovinai che la sua compagna fosse Lady Vale-Avon; e se avessi avuto ragione, era un cattivo presagio. Non era una donna a cui interessasse ballare per caso, perciò favoriva Carmona in particolare.

Tuttavia, per il momento era occupato; e quando gli voltò le spalle, trascinai Lady Monica fuori dalla sala da ballo, oltre la scala decorata nell’atrio quadrato, fino alla stanza in fondo al corridoio. Lì scostai un portière e la seguii dentro.

Aveva ragione; la stanza era vuota, sebbene due o tre tavoli da bridge fossero pronti per i giocatori. In un angolo c’era un piccolo divano. La ragazza si sedette, lasciando accuratamente nessuno spazio per me, anche se avessi osato; e, sporgendosi in avanti, intrecciò nervosamente le sue manine attorno alle ginocchia.

Poi mi guardò attraverso la maschera; e non la feci attendere.

«Non ho un invito questa sera,» dissi. «Ma dovevo venire. Sono venuto per vederla. Mi perdona per averlo detto?»

«Io—credo di sì,» rispose.

«Ne sarebbe certa, se sapesse tutto.»

«Lo so. Almeno—voglio dire—ma naturalmente, non dovrei essere qui con lei.»

«Secondo le convenzioni non dovrebbe. Eppure—»

«Non sto pensando alle convenzioni. Ma—oh, odierei che lei fraintendesse!»

«Non potrei mai fraintendere.»

Mi strappai la maschera e rimasi a guardarla dall’alto, sapendo che il mio volto avrebbe detto ciò che era nel mio cuore, e non desiderando più nascondere il segreto.

«Lei sa,» dissi, «che l’ho adorata fin dal primo momento in cui l’ho vista. Era impossibile incontrarla in modo ordinario, poiché lei non ha alcun amico che le presenti il Marqués de Casa Triana. Ha mai sentito questo nome prima d’ora, Lady Monica?»

«Sì,» rispose francamente. «L’ho sentito ieri. Da Angèle de la Mole.»

«Suo fratello è amico del mio miglior amico.»

«Lo so.»

«Se non fosse stato per lui, avrei avuto grandi difficoltà ad arrivare qui stasera. Eppure sarei venuto. Mademoiselle de la Mole le ha detto che l’amavo?»

Lady Monica chinò il capo e non rispose, ma le manine erano serrate strettamente insieme.

«Sono sempre stato orgoglioso del mio nome,» dissi, «sebbene sia considerato una sfortuna portarlo; ma quando l’ho vista, allora ho saputo per la prima volta quanto grande possa essere una sventura.»

«Perché?»

«Perché la mia unica felicità può venire ora dall’averla come mia moglie; e anche se riuscissi a conquistare il suo amore, non le sarebbe permesso sposare il figlio di mio padre.»

«Suo padre potrebbe essersi sbagliato,» disse la ragazza esitante. «Credo davvero che lo fosse. Ma era un uomo gloriosamente coraggioso. Anche i nemici contro cui ha combattuto devono rispettare la sua memoria. Io—ho letto di lui. Io—ho comprato un libro ieri. Vede—ho pensato a lei. Non potevo farne a meno. Ci siamo visti solo quei pochi minuti, e non abbiamo nemmeno parlato; eppure in qualche modo è stato diverso da qualsiasi altra cosa mi sia mai accaduta.»

«È stato il destino,» dissi. «Eravamo destinati a incontrarci, e io ero destinato ad amarla. Se pensassi di poter far sì che lei si affezionasse a me, ciò mi darebbe un diritto che non potrei avere altrimenti; il diritto di tentare di conquistare il suo amore, e di abbattere ogni ostacolo.»

«Io potrei—io mi sono affezionata,» sussurrò. «Anche se non dovessi rivederla mai più, non dimenticherei. Questa—sarebbe la storia della mia vita.»

«Angelo!» dissi. E allora lei si tolse la maschera, con un sorriso così divino che avrei potuto inginocchiarmi ai suoi piedi come al santuario di una santa.

«Non è meraviglioso?» chiese. «Non ho scoperto il suo nome fino a ieri, sebbene ci avessi provato prima; e non ci conosciamo affatto—»

«Perché, ci conosciamo da quando il mondo è iniziato. La mia anima aspettava di ritrovare la sua, e l’ha trovata l’altro pomeriggio, sulla strada per la mia terra. È quello che la gente che non capisce chiama "amore a prima vista".»

«Credo debba essere così; perché non c’era mai stato nulla come quel primo minuto in cui lei mi ha guardata.»

«Se avessi potuto saperlo, mi avrebbe risparmiato notti insonni. Perché ora lei è mia, mia cara, proprio come io sono suo. Nulla può portarmela via ora.»

«Ah, ho paura! Anche se—tutto fosse diverso nella sua vita, sarebbe difficile; poiché—c’è già qualcun altro nella mia.»

«Non può esserci nessun altro, dato che lei prova qualcosa per me.»

«Non veramente nella mia vita. Ma c’è qualcuno che mia madre vuole che io sposi.»

«Il Duca di Carmona.»

«Lei sapeva?»

«Vede, non ho pensato ad altro che a lei; e ho imparato tutto ciò che potevo su ciò che la riguarda.»

«Non mi piace, nemmeno come amico. È abbastanza bello, ma sono certa che abbia un temperamento orribile. Potrei averne paura. Credo di avere paura. E la madre—lei non la conosce, ma—quando si mette in testa che lei deve fare una certa cosa, si ritrova a farla. È uno dei motivi per cui ero così felice quando è venuto stasera, e ha detto: "Il prossimo è il nostro ballo", in un modo così determinato. Non solo mi ha portata via da lui, ma—ho sentito che avrebbe cercato di tenermi lontana da lui, alla fine.»

«Cercato!» ripetei. «La terrò. Si fidi di me, mia cara. Sono stato sciocco a venire a Biarritz sotto un altro nome. Questa non è la Spagna; e anche un Casa Triana ha il diritto di essere qui. Ma fortunatamente non è stato fatto molto danno. Attraverso i de la Mole sarò presentato a Lady Vale-Avon; le dirò che, sebbene rispetto ai giorni in cui la mia gente contava qualcosa nella storia della Spagna, io sia senza un soldo, tuttavia mio padre mi ha lasciato abbastanza per vivere e mantenere una moglie che mi ami più di quanto ami la società. Dirò a Lady Vale-Avon che ci sono paesi in cui il mio nome è tenuto in gran conto, anche in questi tempi tranquilli; che lì farò qualcosa che valga la pena di fare—»

«Lei ha già fatto cose che valgono la pena,» intervenne la ragazza; «cose splendide.»

«Non ho ancora fatto nulla, ma cambierò la situazione. Chiederò a sua madre di darmi una possibilità—di aspettare—»

«No,» insistette. «La madre rifiuterebbe, e tutto sarebbe peggio che mai.»

«Mia cara, non potrebbero essere peggio. Perché ora, sto facendo ciò che non dovrei, sebbene mi sia stato imposto dal mio amore. Per meritarla minimamente, devo essere aperto nei miei intenti. Devo parlare a Lady Vale-Avon.»

«Lei non acconsentirà mai.»

«Almeno avrò fatto la cosa giusta. Ora che abbiamo avuto questa conversazione, ora che lei sa di essere tutto il mondo, e il paradiso oltre, per me, persino per il bene di sua madre non mi abbandonerà, vero?»

«No, mille volte no. Non avrei mai sognato che amare sarebbe stato così. Mi ucciderebbe rinunciare a lei.»

«Allora nulla può separarci.»

«Mi fa sentire coraggiosa sentirglielo dire. Ma—lei non conosce la madre.»

«Conosco me stesso, e mi fido di lei.»

«Sono così giovane, e—non mi è mai stato permesso di fare a modo mio. Ho sempre ceduto.»

«Perché era sola, senza nessuno che la aiutasse. Ora ha me.»

«È vero. Ma—»

«Preziosa mia, non c’è alcun "ma".»

«Vorrei poterlo pensare! Eppure qualcosa sembra dirmi che se parlerà con la madre, saremo perduti. Io l’amo—ma—lasci che resti un segreto per un po’.»

«Con quale scopo?»

«Non saprei. Solo, ho la netta premonizione che sarebbe la cosa migliore.»

«E io ho la ferma convinzione che non solo sarebbe sbagliato, ma che lei non mi rispetterebbe se acconsentissi.»

«La prego, aspetti almeno che i reali lascino Biarritz prima di dire alla madre, o a chiunque, chi lei sia.»

Non potei fare a meno di sorridere, sebbene piuttosto amaramente. «Ha sentito della mia avventura a Barcellona?»

«Sì, da Angèle. Non potrei sopportarlo se lei avesse dei problemi qui.»

«Non c’è pericolo di questo.»

«Non si può mai dire. Circostanze che non prevedi potrebbero sembrarti coinvolgerti in qualche complotto. Oh, se mi ami, aspetta che i reali se ne siano andati.»

Come avrei potuto rifiutare quegli occhi dolci e quelle manine giunte?

Afferrai le mani e le schiacciai contro le mie labbra, le dita rosee che profumavano di giaggiolo e le unghie levigate come gioielli rosa. Mentre mi chinavo sulla mia amata, la tenda che copriva l'ingresso si mosse come per una folata di vento.

Rapida come la luce, Monica ritrasse le mani, ma era troppo tardi. Carmona stava scostando il portiere per Lady Vale-Avon.

Doveva averci osservato. Doveva sapere che avevo condotto Lady Monica in quella stanza. Doveva aver portato la madre della ragazza apposta per trovarci insieme.

Questi erano i pensieri nella mia mente mentre affrontavo i due, maschera alla mano.

Mi avevano visto baciare le dita di Monica. Era inutile sperare che non l'avessero fatto.

«Lasciate immediatamente la stanza, mia figlia», disse Lady Vale-Avon con voce bassa. Anche lei si era tolta la maschera.

Era una situazione disastrosa per me, e fin troppo difficile da gestire con dignità.

«Madame», dissi. «Sono il Marqués de Casa Triana. Ho conosciuto Lady Monica qualche tempo fa, e in questo momento le ho detto che la amo. Ora, chiedo il vostro consenso per...»

«Casa Triana qui!» esclamò Carmona, con un tono che non avrebbe potuto esprimere maggior orrore, nemmeno se fossi stato un bandito a piede libero.

«Non abbiate timore per la vostra casata», non potei fare a meno di sogghignare.

Mi lanciò uno sguardo che un uomo non può perdonare a un altro uomo. «Non ho tale timore», disse; «ma ci sono persone qui la cui incolumità mi è cara; e il vostro nome non è tra quelli che dovrebbero essere pronunciati sotto lo stesso tetto.»

Fu così che scelse di informare Lady Vale-Avon, se ne fosse stata all'oscuro, che ero un personaggio famigerato.

«Volete dirmi», continuò, «come avete fatto a trovare la strada per la casa di mia madre, dove nessuno che porti il vostro nome potrebbe essere un ospite invitato?»

«C’è una finestra», dissi, pensando di salvare de la Mole, «dalla quale il mondo e sua moglie potrebbero entrare.»

«Vi ho visto, mascherato, nella sala da ballo mezz'ora fa.»

Mezza ora fa! Forse non esagerava. Ma quei trenta minuti, se trenta erano stati, erano passati come uno solo.

«Ero lì», ammisi, «in cerca di Lady Monica Vale. Abbiamo ballato insieme e io l'ho condotta qui...»

«Chi è quest'uomo, Duca?» Sebbene parlasse a lui, gli occhi di Lady Vale-Avon, freddi come punte d'acciaio, trapassarono i miei.

«Una persona che, quali che siano le sue intenzioni, non dovrebbe trovarsi a Biarritz mentre il Re Alfonso è qui.»

«Ora ricordo il nome. Ed è venuto a casa vostra, non invitato; propone di sposare mia figlia... un uomo che non ho mai visto! Avete la vostra risposta, Marqués de Casa Triana, se ne avete bisogno. È no. Vi prego di accettarlo con calma e di smettere di perseguitarci, altrimenti dovrò chiedere al Duca di agire per me, non avendo né marito né figli. È abbastanza?»

«Non è abbastanza», replicai. «Amo vostra figlia e confido che lei ricambi. Non rinuncerò a lei.»

«Monica, ti avevo detto di andare, e mi disobbedisci», esclamò Lady Vale-Avon. «Ora, ti ordino di mandare via quest'uomo.»

«Madre... io lo amo», balbettò la ragazza. «Aspetta... quando avrai sentito... quando saprai chi è...»

«Parli come una bambina, Monica», disse sua madre. «Sei una bambina. È la tua unica scusa; ma quest'uomo, che deve averti ipnotizzata, ha raggiunto l'età della ragione. Se non se ne va dalla stanza, lo faremo noi.»

«Me ne andrò, Lady Vale-Avon», dissi, «ma prima permettetemi di dire ancora una volta, francamente, che non rinuncerò mai a vostra figlia.» Poi guardai dritto negli occhi Monica. «Fidati di me», dissi, «come io mi fido di te; e abbi coraggio.»

Detto questo mi inchinai e uscii dalla finestra dalla quale speravo il Duca pensasse fossi entrato.

«Non sono sicuro», lo sentii dire a Lady Vale-Avon, «che non dovrei informare la polizia. A Barcellona, sei o sette anni fa...»

Non aspettai altro.

IV

«NON MINACCIO, AVVERTO»

In giardino mi fermai, nascondendo un frammento di fazzoletto di pizzo che avevo rubato; chiedendomi se fossi stato del tutto in errore, pur non riuscendo a vedere quale altra strada fosse stata percorribile.

Indugiando vicino alla finestra vidi Lady Vale-Avon avvicinarsi a Monica e tenerla per mano mentre parlava con Carmona. Scambiarono solo poche parole. Poi il Duca aprì la porta e le due signore uscirono, senza che Monica alzasse lo sguardo nemmeno una volta.

Non appena se ne furono andate, Carmona si incamminò verso la finestra e, vedendomi nella notte scintillante, mi raggiunse.

«Questa è la casa di mia madre», disse in spagnolo.

«E il suo giardino, vorrete aggiungere», risposi.

«Sì.»

«Ma c’è qualcosa qui che appartiene a me.»

«Non c'è nulla qui che sia tuo.» La sua voce, studiata freddamente all'inizio, si scaldò di rabbia.

«Sarà mia un giorno, nonostante... tutto.»

«Ti vanti, Marqués de Casa Triana.»

«No. Perché Lady Monica Vale ha promesso di sposarmi.»

Carmona trattenne il respiro su una parola con cui, se non si fosse fermato a pensare, mi avrebbe dato del bugiardo. Ma qualcosa lo trattenne e rise invece. «Al posto tuo non conterei sul mantenimento della sua promessa», disse. «Lady Monica è una ragazzina. Ti direi, per il tuo stesso bene, che la cosa migliore che puoi fare è dimenticare di averla mai vista; ma sarebbe fiato sprecato. Quello che dirò è che faresti bene a lasciare Biarritz prima che accada qualcosa di spiacevole.»

«Ho intenzione di lasciare Biarritz», dissi con calma.

«Sono lieto di sentirlo.»

«Quando Lady Monica e sua madre se ne andranno.»

«Intendi perseguitare queste signore!»

«Niente affatto. Ma quando andranno a visitare la Duchessa di Carmona, quello sarà... il momento che sceglierò per lasciare Biarritz.»

«Chi ha parlato di una tale visita?»

«Una persona di cui mi fido.»

Rimase in silenzio per un momento, se per sorpresa o per rabbia non saprei dire. Ma alla fine disse: «Sono meno informato del tuo amico riguardo ai piani di Lady Vale-Avon e di sua figlia. Potrebbero tornare in Inghilterra; potrebbero andare da amici a Parigi, potrebbero visitare mia madre. Ma questo non riguarda estranei come te; e il mio consiglio al Marqués de Casa Triana è: accada quel che accada, stacci lontano dalla Spagna.»

«Mi stai minacciando?» chiesi.

«Non minaccio, avverto.»

«Grazie per le vostre gentili intenzioni. Mi danno materiale su cui riflettere.»

«Tanto meglio. Sarà meno probabile che tu dimentichi.»

«Non dimenticherò», risposi. «Anzi, farò tesoro del vostro consiglio.» E con ciò mi allontanai, indossando la maschera.

Poiché Romeo non aveva saputo a che ora avrebbe desiderato lasciare la casa dei Capuleti, non aveva ordinato né la propria automobile né una carrozza; ma fortunatamente una vettura indugiava nei paraggi in cerca di una corsa. Fui lieto di non dover tornare al mio hotel nelle vesti di Romeo; e raggiunsi i miei alloggi senza incrociare sguardi curiosi nei corridoi.

Come mi aspettavo, Dick era nel nostro salotto privato, a fumare e leggere un romanzo.

«Bene, che fortuna, amico Romeo?» chiese.

«Fortuna e sfortuna», dissi. Poi raccontai la storia della serata.

«Accidenti! Ti sei cacciato in un bel pasticcio», fu il suo commento alla fine.

«Lo chiami "pasticcio" quando per miracolo la ragazza più dolce che esista si è innamorata di te?»

«Proprio così, se la ragazza non è abbastanza grande da conoscere la propria mente e ha una madre che non glielo permetterebbe se potesse. Ti sei spinto così lontano che ora dovrai andare oltre...»

«Fino alla fine del mondo, se necessario.»

«Oh! Voi uomini latini, con i vostri occhi di fuoco, le vostre passioni bollenti e le vostre espressioni esagerate! Cosa vediamo in voi noi Yankees e altre persone di buon senso?»

«Il cielo lo sa», dissi, scrollando le spalle.

«Ne dubito. Perché, in nome del buon senso, visto che sei arrivato all'età di ventisette anni senza preoccuparti dell'amore, non potevi aspettare fino a ventisette anni e un quarto, venire tranquillamente nel mio paese con me, che è di gran lunga meglio della "fine del mondo", e fare la proposta a un'affascinante ragazza americana di età ragionevole e con un sacco di dollari?»

«Un'età ragionevole?»

«Oltre i diciotto, comunque. Credo che voi latini abbiate un debole per queste piccole ingenue bianche, che non sanno da che parte è girata la loro fetta di pane, o come dire altro che "Sì, grazie" e "No, grazie". Quando verrà il mio turno, la ragazza dovrà avere ventidue anni ed essere una brava, patriottica americana.»

«Le ragazze americane sono affascinanti, ma mi capita di essere innamorato di un'inglese, ed è una sfortuna sua e mia, non colpa nostra, che abbia diciotto anni invece di ventidue.»

«Una bella sfortuna. Non devi rapire una bambina. È questo che rende le cose imbarazzanti. Come ho detto, non puoi tirarti indietro ora.»

«Non finché vivo.»

«Non essere così spagnolo. Ma pensandoci bene, immagino tu non possa farci nulla. Cosa intendi fare ora?»

«Osservare. E mandare un messaggio a Monica.»

«Angèle de la Mole farà quello che può per te.»

«Lo spero. Poi tutto il resto dovrà dipendere dalla ragazza.»

Il volto magro e abbronzato di Dick era per metà perplesso, per metà triste.

«Tutto il resto dovrà dipendere dalla ragazza», ripeté. «Mi chiedo cosa accadrebbe se qualcuno provasse a puntellare un peso di cento libbre contro un bocciolo di giglio.»

V

UN MISTERO RIGUARDANTE UN AUTISTA

Per molti giorni dopo questo, il giovane Re di Spagna viaggiò in auto tra San Sebastian e Biarritz per visitare la donna del suo amore; ma alla fine le due Principesse salutarono Villa Mouriscot e partirono per Parigi. Lady Vale-Avon e Monica rimasero; ma per il momento la ragazza era al sicuro da Carmona, poiché il Duca seguì il Re a Madrid.

Per quanto Monica fosse, sia e sarà sempre incantevole, e per quanto non avessi dubbi che Carmona fosse sinceramente innamorato di lei, iniziai comunque a credere che Dick Waring avesse ragione, e che il desiderio del Duca di conquistare l'amica della Principessa Ena fosse tanto per il favore di corte quanto per la ragazza stessa. Trascorsero diverse settimane e Monica e sua madre continuarono a essere inquiline di Villa Esmeralda. Uscivano poco, se non per visitare l'anziana Duchessa di Carmona, che evidentemente faceva tutto il possibile per favorire gli interessi del figlio con inviti a pranzi e cene; ma per quanto mi sforzassi non riuscii mai a ottenere un colloquio.

Fortunatamente per me, Lady Vale-Avon mi aveva visto solo in costume; il costume di Romeo, con una ridicola parrucca ondulata marrone-giallastra, su cui il costumista aveva insistito contro le mie argomentazioni. Ora, lo benedicevo per la sua ostinazione; poiché potevo superare Lady Vale-Avon per strada senza essere riconosciuto, e una volta riuscii ad avvicinarmi abbastanza da infilare nella mano di Monica un biglietto che avevo frettolosamente scarabocchiato su un foglio di taccuino.

«Sei disposta a farmi tentare di nuovo la fortuna con tua madre?» avevo scritto. «In caso contrario, acconsentiresti a una fuga d'amore con un uomo che ti ama più della sua stessa vita?»

Il giorno seguente arrivò una risposta tramite Mademoiselle de la Mole.

Monica mi pregava di non parlare con sua madre. «Si immagina che tu te ne sia andato», scriveva la ragazza. «Se ti facessi vivo, credo che telegraferebbe al Duca di Carmona, dato che gli scrive quasi ogni giorno; e farebbe tutto ciò che è in suo potere per farmi sposare lui all'istante. Non odiarmi per essere una codarda. Non lo sono, eccetto con la mamma. Non posso farci nulla con lei. È diversa da chiunque altro. Ho sentito la Duchessa dirle ieri che, se dovessi sposare un grande di Spagna, diventerei una dama di compagnia della Regina invece che damigella d'onore; quindi so cosa hanno sempre in mente. Ma finché la mamma spera che tu abbia rinunciato a me, e che io sia molto brava, forse ci lasceranno in pace.

«Vorrei avere il coraggio di scrivere alla Principessa riguardo a te; solo che, vedi, a causa di tuo padre e di quel terribile incidente accaduto a Barcellona, potrebbe fraintenderti, e le cose peggiorerebbero. Ma se scoprissi che la mamma intende davvero provare a costringermi, allora fuggirò con te. Altrimenti, preferirei aspettare, per il bene di entrambi.

«Quando tornerò in Inghilterra, ci sono alcuni miei cari cugini che potrebbero aiutarci, ma non serve scrivere. Dovrei vedere e parlare loro io stessa. Ad ogni modo, se fossi lì, riuscirebbero a non farmi sposare con uno straniero che odio; e io e te potremmo continuare a esserci fedeli l'un l'altro per un po', finché tutto non potrà essere organizzato.

«La cosa peggiore è che la mamma non intende tornare in Inghilterra ancora. È questo che mi spaventa, e che abbia un piano di cui non intende parlare fino all'ultimo minuto. Ma non ha detto nulla ultimamente riguardo a visitare la Duchessa di Carmona in Spagna, e spero che ci stia rinunciando. Non appena saprò qualcosa di definitivo te lo farò sapere in qualche modo. Credo di poterlo promettere, sebbene possa essere difficile, poiché la mamma non permetterà mai ad Angèle e a me di restare sole nemmeno per un minuto, se può evitarlo. Il giorno dopo il ballo stavamo parlando nella mia stanza quando è arrivata mia madre, e forse ha intuito che stavo raccontando delle cose ad Angèle. Da allora non mi è più permesso di andare da Angèle; e sebbene lei venga a trovarmi, la mamma trova sempre qualche scusa per stare con noi.»

Dopo questa lettera di Monica avevo almeno un'idea di come stessero le cose; e nelle circostanze non sembrava esserci altro da fare che starle vicino e aspettare.

Fu solo verso la fine di marzo che il Duca di Carmona tornò alla villa di sua madre a Biarritz.

Il suo arrivo non fu annunciato sul giornale locale, tuttavia ne venni a conoscenza; e il giorno dopo, Mademoiselle de la Mole mi inviò un'altra lettera di Monica, solo poche righe, evidentemente scritte in grande fretta.

Dovevano fare visita alla Duchessa di Carmona a Siviglia, e sarebbero arrivate lì in tempo per le famose cerimonie della Settimana Santa; questo era tutto ciò che sapeva. Il momento della partenza non era ancora deciso, o forse non si riteneva opportuno che lo sapesse con troppo anticipo.

«Sono infelice all'idea di andare», scriveva la ragazza; «ma cosa posso fare? Un tempo pensavo che sarebbe stato magnifico vedere la Spagna, ma ora sono spaventata. Ho la terribile sensazione che non tornerò mai più. So che è chiedere troppo, e non vedo come tu possa farlo se anche lo chiedessi, visto che non posso dirti nulla dei nostri piani; ma se solo, solo tu potessi starmi vicino, a portata di mano, sarei al sicuro. Immagino sia inutile sperarlo? Ad ogni modo, qualunque cosa accada, ti amerò sempre.»

A questo scrissi una risposta, ma Angèle temeva di non riuscire a farla arrivare alla sua amica. Il contratto d'affitto della villa di Biarritz di Lady Vale-Avon era appena scaduto, e madre e figlia si stavano trasferendo da quella della Duchessa di Carmona per qualche giorno. Per qualche motivo, la Duchessa non aveva più invitato Angèle a casa sua dopo il ballo. Potrebbe non essere in grado di vedere Monica; e sarebbe stato molto rischioso affidarsi alla posta.

Fu la sera del giorno in cui ebbi questa notizia che il mio autista bussò alla porta del nostro salotto in hotel.

«Ho pensato», disse, «che fosse meglio riferire a vostra signoria qualcosa che è appena accaduto. Potrebbe essere importante; potrebbe non esserlo affatto.»

Ora, tanto vale spiegare che Peter Ropes non è un autista comune. È il figlio del vecchio cocchiere che servì mio padre per molti anni in Inghilterra; fu il mozzo del mio primo pony; venne all'estero con me come tuttofare; fu al mio fianco durante la maggior parte delle mie avventure; quando iniziai a guidare, si offrì volontario per andare in fabbrica e imparare a fondo la nobile arte di guidare; e a quel tempo capiva un'automobile, e la amava, come capiva e amava un cavallo; ha la mia stessa età quasi al giorno; e suppongo starà con me in qualche veste fino a quando uno dei due morirà. Ha un volto bruno, che avrebbe potuto essere scolpito nel legno di quercia; gli occhi di un soldato; e non pronuncia mai una parola più del necessario.

«Avete detto che potevo andare alla pelota questo pomeriggio», continuò. «Quando sono tornato sono andato al garage e ho trovato uno strano autista che esaminava la vostra Gloria. Sono rimasto a distanza, dietro l'auto del Re d'Inghilterra, e ho guardato cosa avrebbe fatto. M. Levavasseur, il proprietario del garage, è arrivato proprio in quel momento, e ho chiesto a bassa voce chi fosse il tizio. Non lo sapeva; ma l'uomo aveva chiesto dell'autista del signor Trevenna, dicendo, quando ha saputo che ero fuori, di essere un mio amico. Ho dato a Levavasseur il suggerimento di stare zitto e io stesso mi sono tolto di mezzo. Poco dopo l'autista si è avvicinato a Levavasseur e ha detto, in francese, che non avrebbe aspettato oltre.»

«Bene, e poi, Ropes?» chiesi.

«Se n'è andato e io l'ho seguito. Non mi ha visto e non credo che mi avrebbe riconosciuto neanche se mi avesse visto in faccia. Si è fermato a un altro garage e ho pensato fosse meglio non entrare. Ma ho aspettato, e dopo un po' un gentiluomo molto scuro e alto, che sembrava spagnolo, è entrato nel garage. Cinque minuti dopo lui e l'autista sono usciti insieme. Si sono separati all'ingresso, e questa volta è stato il gentiluomo che ho seguito. È andato verso una grande e bellissima villa; e una persona che ho incontrato mi ha detto che era la casa della Duchessa di Carmona. Questo è il motivo per cui ho pensato che la cosa fosse importante.»

«Ma perché, esattamente?» insistetti, intuendo cosa avrebbe detto Ropes.

«Perché penso che il gentiluomo fosse il Duca di Carmona.»

«E se lo fosse?»

«Ho sentito voci che è ansioso di stare bene con il Re di Spagna. Mi è venuto in mente che potesse avere un interesse politico nel cercare di scoprire il vero nome del signor Trevenna, se mi perdonate questo pensiero. Potrebbe aver mandato il suo autista a guardare la vostra auto, e farne rapporto; e se lo ha fatto, qualunque ne fosse il motivo, non significherebbe nulla di buono per vostra signoria. Ho pensato che dovreste saperlo, ed essere in guardia, nel caso succedesse qualcosa.»

«Grazie», dissi. «Hai fatto bene a parlare, e potrebbe darsi che mi abbiate reso un servizio inestimabile.»

Ropes raggiante; ma avendo detto tutto ciò che aveva da dire, un'altra parola sarebbe stata uno spreco di buon materiale, cosa che non era uomo da scialacquare.

VI

ENIGMA: TROVA L'AUTO

«Cosa pensi che significhi?» chiese Dick, quando l'autista se ne fu andato.

«Mi è appena venuto in mente che potrebbe significare che Carmona intende scappare via con i suoi ospiti nella sua nuova automobile, e che voleva scoprire qualcosa sulla mia, com'era fatta e così via, nel caso fossi venuto a conoscenza dell'idea e lo avessi seguito.»

«È la stessa cosa che è venuta in mente a me. Non andrebbe a spiare di persona, ma ha mandato il suo autista, probabilmente un nuovo arrivato, a dare un'occhiata alla Gloria e a descriverla. Mi chiedo come abbia saputo che ne avevi una.»

«Facile. Naturalmente ha scoperto in qualche modo, forse impiegando un detective, che Chris Trevenna e Casa Triana sono la stessa persona. Non può farne molto uso per disturbarmi da questo lato della frontiera, ma...»

«Sì; un grande ma.»

«Sembra abbastanza certo che la sua auto debba essere arrivata, o stia arrivando, e che intenda usarla per entrare in Spagna, altrimenti non avrebbe sviluppato questo improvviso interesse per la mia.»

«Sembra di sì. Ora sa che, se una Gloria blu scuro incrocia la sua strada, è l'auto dell'innamorato che lo insegue, e—»

«Stavo giusto pensando che una Gloria blu scuro non incrocerà la sua strada.»

«Non vorrai dire—»

«Voglio dire che non sarà prudente né per l'auto di Casa Triana né per quella di Chris Trevenna seguire la sua, ovunque intenda andare.»

«Cosa, rinuncerai a—»

«È probabile?»

«Mi stai superando.»

«Ciò che voglio è restare con te, nella tua auto.»

«Magari ne avessi una!» disse Dick.

«Ne avrai una in prestito. Ti andrebbe meglio un'auto grigia o una rossa?»

«Capisco. Rossa, per favore. Dicono che la vernice rossa asciughi più in fretta.»

Ridgemmo entrambi.

«La tua auto rossa deve avere dei nuovi fanali,» continuai, «e un nuovo numero, e qualsiasi altra piccola cosa che possa essere montata in fretta. E faresti meglio a procurarti un passaporto se non ne hai uno. I gentiluomini che viaggiano in terre straniere sono talvolta sottoposti a interrogatori che potrebbero essere scomodi a meno che non abbiano un sacco di burocrazia su cui contare.»

«Farò scorta. Ti andrebbe bene se fossi il corrispondente accreditato, per i festeggiamenti del matrimonio spagnolo, di un giornale o due?»

«Idea fantastica. Potresti farcela?»

«Facile come cadere da un tronco, o forare uno pneumatico. Sistemerò tutto col telegrafo, Londra e New York.»

«Grande vecchio.»

«Grazie. Meglio aspettare finché non avrò combinato qualcosa. Che mi dici della tua parte nello spettacolo?»

«Un umile amico, che accompagna l'importante corrispondente di giornale nei suoi viaggi.»

«Va bene. Ma la faccenda Trevenna è finita.»

«Un nuovo nome da viaggio è facile da adattare quanto un cappotto da viaggio.»

«Non proprio, a meno che tu non riesca ad abbinarlo a una nuova faccia da viaggio.»

«Fortunatamente Carmona conosce la faccia di Romeo meglio della mia. E, comunque, un abbigliamento da automobilista può essere quasi un travestimento.»

«È vero. Dietro gli occhialoni Apollo non ha molto vantaggio su Apollyon, e puoi farti crescere i baffi. Sì. Penso che possiamo farcela, finché si tratta di questo. Ma si è sempre sentito dire che le strade spagnole sono impraticabili.»

«Non saranno peggiori per noi che per Carmona,» obiettai. «Inoltre, la maggior parte dei libri più noti sulla Spagna è superata. Il Re ha reso l'automobilismo di moda ultimamente, e devono esserci stati alcuni tentativi di rendere le strade in condizioni passabili.»

«Mi è capitato di sentire un americano che è qui con una Panhard da sessanta cavalli, intenzionato ad andare a Siviglia, dire a un altro tizio di essere stato avvertito che non avrebbe potuto andare oltre Madrid.»

«Non mi sono mai curato molto degli avvertimenti in vita mia. Di solito sono andato avanti, scoprendo le cose da solo.»

«Continueremo sulla stessa linea. E, comunque, ovunque andremo, siamo sicuri di avere una guida; il nostro amico il nemico.»

Il passo successivo fu scoprire se il Duca avesse davvero portato un'automobile a Biarritz; ma per quanto ci provassimo, non riuscimmo a sapere nulla. Furono fatte indagini alle stazioni ferroviarie, sia a Bayonne che a Biarritz, per sapere se fosse stata spedita di recente un'automobile; ma, a quanto pareva, nessuna auto di alcun tipo era arrivata via ferrovia in entrambe le direzioni durante l'ultima quindicina di giorni.

Furono visitati anche tutti i principali garage di Bayonne e Biarritz, nella speranza di trovare un'auto misteriosa che potesse essere quella del Duca di Carmona; ma non ce ne fu una di cui non riuscimmo a risalire al proprietario. Inviammo poi qualcuno a Bordeaux, e persino a St. Jean de Luz; ma in entrambi i casi la nostra missione fu vana. Se Carmona aveva un'automobile nel sud della Francia, era ben nascosta.

Quanto allo chauffeur che aveva ispezionato la mia auto, e in seguito incontrato Carmona in un altro garage, era sparito, a quanto pare, nel nulla.

Ciononostante, Dick ed io formulammo la teoria che la nuova automobile, di cui avevamo sentito tante voci, fosse effettivamente a Biarritz; che fosse stata guidata in città dopo il tramonto, e che ora fosse tenuta da qualche amico di Carmona in un garage privato. E se avevamo ragione nelle nostre congetture, sentivamo di poterlo prendere come un segno sicuro che il Duca non solo stava pianificando un importante tour, ma non stava dimenticando un dettaglio di precauzione che potesse impedirmi di conoscere le sue intenzioni.

Poiché non potevamo mettere sotto sorveglianza lo chauffeur, mettemmo sotto sorveglianza il Duca; e fu Ropes che, con notevole piacere, si fece carico del compito. Non volevo coinvolgere un estraneo nella faccenda; e di Ropes potevo fidarmi come mi fidavo di me stesso. Perciò fu Ropes a pedinare con discrezione i passi di Carmona dal momento in cui il Duca usciva al mattino, fino al momento in cui rientrava la sera.

Nel frattempo, Dick prese accordi per diventare corrispondente del *The Daily Despatch* di Londra e del *The New York Recorder*, di cui conosceva personalmente i redattori. Spese una gran quantità di denaro in telegrammi, ma la sua ricompensa fu il successo e, come disse lui, era «orgoglioso del suo lavoro», che intendeva svolgere con la stessa fedeltà come se scrivere impressioni per i giornali fosse l'occupazione della sua vita.

Inoltre, facemmo riverniciare l'auto; comprammo fanali di tipo diverso; ordinammo dei cestini laterali da attaccare, di un rosso che si abbinasse al nuovo colore; facemmo mettere il monogramma di Dick Waring, di pessimo gusto, sulle portiere; mentre ultimo e più importante cambiamento di tutti, da numero A12,901, l'automobile divenne, illegalmente ma in modo convincente, M14,317. Il trucco più astuto di tutti fu che Ropes sostituì i coprimozzo della mia Gloria con quelli di una Frenzel, tanto simile a una Gloria quanto una Fiat è simile a una Mercédès; così che solo un esperto di grande esperienza avrebbe saputo che l'auto non era una Frenzel.

Fu usata una vernice a rapida essiccazione e in due giorni fummo pronti a tutto. Speravo ancora in una lettera di Monica, con qualche indizio sui piani di sua madre, ma non arrivò nulla; e quando avemmo una giornata vuota, senza notizie di attività nel campo nemico, fu un sollievo vedere Ropes arrivare in albergo al mattino proprio mentre mi ero vestito.

Capii dal momento in cui vidi la sua faccia che era successo qualcosa di eccitante.

«Il Duca se n'è andato, mio signore,» riferì; «se n'è andato su un'auto grigio scuro, coperta; non sono riuscito ad avvicinarmi abbastanza per essere sicuro di cosa fosse, ma sembra una Lecomte. È partito in questo momento.»

«Non da solo?»

«No, mio signore. Le dirò esattamente cosa è successo. Ero alla finestra nella stanzetta che ho affittato sopra un negozio tre giorni fa, in vista dei cancelli d'ingresso di Villa Isabella. Erano appena le sette di stamattina quando è entrata una bella auto grigia, grande, poteva essere una quaranta cavalli, di tipo Lecomte. Lo chauffeur indossava occhialoni, ma la sua figura era come quella del tizio che è venuto l'altro giorno al nostro garage. Circa mezz'ora dopo, l'auto è uscita di nuovo, il Duca alla guida, una signora seduta accanto a lui, altre due signore nel tonneau, lo chauffeur ai piedi del Duca e un bel po' di bagagli sul tetto. Al cancello hanno svoltato come per andare a San Sebastián; e io sono venuto ad avvisarla.»

«Va bene. Si prepari subito per la partenza, e porti l'auto qui appena può.»

«L'auto è pronta ora, mio signore, e lo sono anch'io.»

«Bene. Ma non mi chiami "mio signore". Ora che sono il signor George Smith è ancora più importante ricordarselo che ai tempi di Trevenna. E non dimentichi che l'auto è del signor Waring.»

«Non lo dimenticherò, signore.»

Lui corse al garage, e io bussai alla porta di Dick.

Dick si stava allacciando la cravatta. «Pronto a partire in cinque minuti,» disse.

«Come hai indovinato cosa stava succedendo?»

«La tua faccia, d'Artagnan.»

«Perché d'Artagnan? Non ho già abbastanza nomi a disposizione?»

«Ne ho scelto uno adatto alla situazione. D'Artagnan si è fatto carico di una missione. Anche tu; e dovrai superare tante difficoltà prima di compierla, se ci riuscirai, quante ne ha avute lui.»

«Sciocchezze. Stiamo partendo per restare in contatto con un altro gruppo di automobilisti.»

«In un paese vietato a uno di noi.»

«Quello può badare a se stesso. Se una signora su un'altra auto dovesse aver bisogno di qualcuno che le resti vicino, noi saremo sul posto per restarle vicino, tutto qui.»

«Sì; tutto qui,» disse Dick, ridendo. «E tutto quello che d'Artagnan doveva fare era recuperare alcuni bottoni di diamanti che una signora voleva indossare a un ballo. Sembra semplice, eh? Ma d'Artagnan si è divertito lungo la strada, e scommetterei l'ultimo dollaro che ho che ci divertiremo anche noi. Maledetta cravatta! Ecco; sono pronto. Abbiamo tempo per un caffè e un pezzo di pane?»

VII

L'IMPERTINENZA DI MOSTRARE UN FAZZOLETTO

Quindici minuti dopo eravamo partiti.

Amo guidare la mia auto, come amo il respiro della vita, e sono abbastanza presuntuoso da immaginare che nessun altro, nemmeno Ropes, possa tirarne fuori quello che posso io. Eppure, questa non era destinata a essere esattamente una gita di piacere, e la prudenza mi impose di cedere il timone a Dick. È un guidatore abbastanza bravo; e l'auto ora era la sua; io non ero che un passeggero insignificante, con un astuccio di biglietti da visita in tasca, appena inciso col nome del signor George Smith. Mi sedetti sul sedile anteriore accanto a Dick, comunque, criticando in silenzio ogni sua mossa; Ropes era nel tonneau; i bagagli che avevamo, sul tetto.

Erano appena le otto, e c'era così poco traffico in città che non dovemmo preoccuparci di alcun limite legale. Scivolammo velocemente lungo la strada bianca e dissestata verso la stazione ferroviaria, oltre grandi ville e prati verdi, e prendemmo la brusca svolta a destra che conduce dalla piacevole terra di Francia direttamente alla romantica Spagna, il paese dei miei sogni. Sfrecciammo oltre case che si affacciavano dai loro profondi boschi riparatori su un lago d'argento, e in lontananza scorgemmo scorci di mare. Davanti a noi c'erano montagne aggraziate e imponenti, la massa merlata de Les Trois Couronnes che scintillava di diamanti invernali. Contro il cielo del mattino, si stagliava, limpido e freddo, il cono della lontana La Rune.

Guardando avanti, nelle mie orecchie cantava il canto del mio sangue, dolce di speranza, mentre il nome della ragazza che amo e la terra che amo si mescolavano insieme in musica.

Raggiungendo la prima periferia della dispersiva St. Jean de Luz, i miei occhi e quelli di Dick caddero nello stesso momento su qualcosa davanti a noi; una grande automobile grigia, il tetto pieno di bagagli, ferma sul ciglio della strada, uno chauffeur impegnato a sollevare le ruote motrici, un uomo alto in piedi a guardare il lavoro, le mani nelle tasche del suo cappotto di pelliccia. Immediatamente Dick rallentò la nostra auto, per sporgersi non appena fummo a distanza di parola, mentre io restavo seduto, al sicuro dal riconoscimento dietro occhialoni elaboratamente orribili.

«C'è qualcosa che possiamo fare?» chiese Dick con la generosità di un automobilista in piena marea di fortuna verso un altro in sfortuna. Notai, mentre parlava, che marcava il suo accento americano il più possibile; così marcato che era quasi come issare la bandiera a stelle e strisce sulla Gloria trasformata e riverniciata.

«No, grazie,» disse Carmona; perché era lui che stava sulla strada a guardare mentre il suo chauffeur lavorava. Aveva alzato lo sguardo con ansia e fastidio sul suo volto scuro e senza occhialoni, al primo rumore di un'auto che si avvicinava, e sapevo bene quale pensiero gli balenasse in testa. Ma un'auto rossa, con un americano alla guida, non era quello che si aspettava di vedere. Fu visibilmente sollevato; ciononostante, fu abbastanza lento nel rispondere da costringerci a fermarci, mentre scrutava i nostri coprimozzo.

Il nome ingannevole, che scintillava ai suoi occhi, lo rassicurò così evidentemente che una tentazione mi assalì, e cedetti senza lottare.

Ero arrivato pronto a un rapido segnale per Monica ogni volta che se ne fosse presentata l'occasione, e, poiché ero ansioso di farle sapere che non era senza protezione, mi parve che la prima possibilità di farlo fosse migliore della seconda.

In una tasca interna del mio cappotto avevo il fazzoletto di pizzo che avevo rubato la notte del ballo. Mentre Dick interrogava Carmona, e Carmona rispondeva, feci balenare il lembo di pizzo e lo passai sulle labbra, senza voltarti a guardare bene la figura sottile con il cappotto grigio sul sedile anteriore, pur consapevole con un'occhiata di lato che un volto velato ci stava osservando.

Ciò che feci fu fatto così velocemente che penso sarebbe passato inosservato al Duca; ma Monica, colta completamente di sorpresa, si sporse improvvisamente in avanti; poi, ricordando il bisogno di cautela, si appoggiò frettolosamente allo schienale.

Carmona colse il suo movimento nervoso, vide con quanto imbarazzo, quasi rigidamente, si sedette quando si fu ripresa, e, sospetto istantaneamente all'erta, puntò uno sguardo da riflettore su di noi.

Il fazzoletto di pizzo era svanito. Ero seduto con indifferenza, con le braccia incrociate, il mio interesse concentrato sullo chauffeur indaffarato. Eppure sentivo che non c'era dettaglio della mia figura e dei miei abiti da automobilista che Carmona non stesse annotando mentre spiegava a Dick la natura del suo contrattempo.

«Una semplice foratura,» disse. «E abbiamo tutti i mezzi necessari per ripararla, grazie.»

Dick ed io ci togliemmo i cappelli davanti alle signore e proseguimmo per la nostra strada; ma non fu finché non superammo l'incantevole casa rinascimentale dove nacque Luigi XIV che Waring fece qualche commento sull'incidente.

«Se quel tizio dalla faccia da moro non ha intuito il gioco, si sta facendo maledettamente "caldo", come dicono i bambini,» osservò seccamente.

«Non può esserne certo,» dissi. «Anche se avesse visto la mia faccia, non potrebbe giurare di identificarla, dato che l'unica volta che mi ha visto è stato con quella stupida parrucca bionda di Romeo. Inoltre, Romeo non aveva i baffi e, grazie al tuo consiglio, io li ho. È l'unica cosa che è appariscente sotto gli occhialoni.»

«Una specie di "l'evento futuro che proietta la sua ombra davanti". Non ho detto che lo sa. Ho detto che l'ha intuito. Ascolta, mentre aspetta il suo pneumatico, potremmo telegrafare da questa città alla frontiera in tempo per farti fermare?»

«Dovremmo arrivare lì prima di qualsiasi telegramma che possa mandare,» dissi, speranzoso. «Comunque, ci saranno un sacco di formalità alla dogana. Potrebbero prenderci prima che finiamo. Ma, incerto com'è, varrebbe a malapena la pena—»

«Non ci scommetterei molto,» disse Dick.

«Sbrighiamoci,» dissi.

«Troppo rischioso. Ti sentiresti un tale stupido a essere trattenuto da un poliziotto grasso alle porte della Spagna, mentre Carmona e Lady Monica passano e spariscono.»

«Sparerei prima al poliziotto grasso.»

«Ecco, stai tornando spagnolo, proprio quando dovresti sviluppare un po' di buonsenso.»

Questo mi mise alla prova, e in due minuti avevo pensato a un piano, mentre Dick fischiava e rifletteva.

Era un piano piuttosto strano, e poteva essere attuato solo con l'aiuto di un altro. Ma quell'altro non mi aveva mai deluso finora, quando erano necessarie lealtà o devozione; e non avevo ancora terminato metà del suggerimento che lui capì tutto, e mi pregò di fare ciò che avevo a malapena osato chiedere.

Impiegammo esattamente otto minuti, secondo l'orologio di Dick, per prendere accordi per affrontare un'emergenza che speravo non si verificasse se la nostra velocità fosse stata buona e la nostra fortuna avesse tenuto.

Già Hendaye, l'ultima città francese, era appena oltre la nostra vista. L'attraversammo ad alta velocità, proseguimmo attraverso la piccola Béhobie; e un istante dopo i nostri pneumatici stavano rotolando attraverso una miscela marrone di fango francese e spagnolo sul ponte internazionale che attraversa la vorticosa Bidasoa. Eravamo passati dalla Gallia all'Iberia. Al lampione di ferro centrale, che porta da un lato la "R.F." della Francia, dall'altro lo Stemma Reale di Spagna, mi tolsi il cappello in segno di saluto alla mia terra natale, proprio dove, se fossi stato inglese, l'avrei tolto ai ricordi del grande vecchio Wellington.

Il fiume largo scorreva, verde e veloce, verso Fuenterrabia e il mare, vorticando oltre la piccola Ile des Faisans, dove è stata fatta tanta storia; dove i Cardinali trattavano per matrimoni reali; dove Francesco I, prigioniero, fu scambiato per i suoi due figli. Eravamo oltre l'acqua di confine ora, a Irun, e su suolo spagnolo. Soldati spagnoli dal colletto alto, oziando vicino alle loro garitte, ci guardarono intensamente, ma non fecero alcuna mossa, non immaginando minimamente che l'accusato attentatore di Barcellona stesse passando davanti a loro attraverso questo ingresso romantico per la Spagna. Svoltammo bruscamente a destra e, sperando ancora di sfuggire ai problemi, ci fermammo alla dogana.

Frettare un funzionario spagnolo, avevo spesso sentito dire da mio padre, ai vecchi tempi, è una cosa impossibile, ed evitammo un'aria di ansia. I tre uomini sulla grande auto rossa sembravano non desiderare altro che attardarsi in compagnia dei doganieri. Ciononostante, lo chauffeur fu sollecito nei suoi movimenti quanto osava essere.

Fu lui a saltare giù dal tonneau e in uno spagnolo passabile chiese al nostro inquisitore quale, se mai, delle nostre valigie volesse aprire. Allo stesso istante fu offerta e accettata una sigaretta propiziatoria.

Attentamente l'uomo col cappotto scelse con lo sguardo un bagaglio sul tetto dell'auto. La fortuna era dalla nostra parte. Era quello più facile da sbloccare.

In un batter d'occhio (un occhio americano, non spagnolo), la cosa fu giù e nell'ufficio. Il doganiere stava per ispezionare, a modo suo, quando entrò un contadino con alcuni sacchi da pesare.

Naturalmente il funzionario si mise a chiacchierare col nuovo arrivato, e fu necessario ricordargli che avevamo il diritto di precedenza. Ogni istante era importante, poiché c'era già stato tempo per l'arrivo di un telegramma. Presto ci sarebbe stato tempo anche per agire secondo le sue istruzioni. E in quel momento mi resi conto, come non avevo fatto prima, di tutto ciò che avrebbe significato per me l'umiliazione e la sconfitta fallire ignominiosamente sulla soglia della mia avventura.

Era difficile non mostrare impazienza mentre la mano pigra e macchiata di sigaretta del doganiere vagava tra il contenuto della valigia. Quando qualche articolo lo lasciava perplesso, si fermava; un altro minuto prezioso andato. Ma alla fine, dopo essersi fatto spiegare un rasoio di sicurezza, fu soddisfatto dell'ispezione dei bagagli e indicò che potevano essere riposti. Poi arrivò la questione del deposito di denaro per l'auto, entrando in Spagna.

Molto attentamente l'imperturbabile funzionario esaminò ogni banconota spagnola che offrivamo; laboriosamente redasse la ricevuta. Se avesse voluto trattenerci, i suoi movimenti, le sue parole, non avrebbero potuto essere più deliberati. Quanto avevo desiderato di sentire di nuovo la lingua spagnola parlata dagli spagnoli in Spagna, eppure quanto poco ero in grado di apprezzare l'esaudimento del mio desiderio a lungo accarezzato! Alla fine, tuttavia, ogni formalità fu espletata, e fummo liberi di andare.

Con tutta la velocità prendemmo l'uomo in parola. Lo chauffeur con il cappotto di pelle e le ghette di cuoio fece andare il cuore del motore in sincrono con il proprio, si lanciò nel tonneau, e non aveva ancora chiuso lo sportello quando Waring innestò la frizione, mormorando «Evviva!»

Un altro secondo e saremmo stati oltre il richiamo; ma a malapena il freno fu tolto che dovette andare a sbattere di nuovo per evitare di investire un sergente e due soldati che accorsero e balzarono davanti a noi, sbuffando con inusuale fretta.

In mano il sergente teneva un telegramma aperto.

«Parla spagnolo?» ansimò.

«Un po',» disse Dick. «Francese meglio.»

«Non conosco il francese, señor,» rispose il sergente, «Ma il mio affare non è tanto con lei quanto con questo gentiluomo,» lanciò un'occhiata al telegramma, «con il cappotto grigio col colletto di pelliccia, il berretto grigio, gli occhialoni in una maschera di feltro grigio, i piccoli baffi scuri, i guanti di pelle di daino grigia.» (Carmona aveva notato tutto.) «Le nostre istruzioni sono di impedire al Marqués de Casa Triana di entrare in Spagna.»

«Casa Triana? Cosa vuole dire?» gridò Dick. Poi rise. «La persona di cui parla è uno spagnolo?»

«Lo è, señor.»

Dick rise molto di più. «Beh, immagino che dovrà cercare da qualche altra parte. C'è un errore. Il gentiluomo col cappotto grigio e tutte le altre cose grigie ha a malapena abbastanza spagnolo per capire di cosa sta parlando.»

Il sergente strinse le spalle e assunse un’espressione risoluta. «Non c’è alcun errore nelle mie istruzioni, señor. Mi dispiace, ma è mio dovere trattenere quel gentiluomo. Se c’è uno sbaglio, ci saranno delle scuse.»

«Direi proprio che c’è un errore, perbacco», sbottò Dick, nella sua selvaggia combinazione di spagnolo, inglese e americano. «George, mostra il tuo tesserino. Pensa che tu sia uno spagnolo, uno che è "ricercato".»

Il gentiluomo col cappotto grigio mostrò i biglietti da visita del signor George Smith, e il soldato spagnolo li esaminò con aria cupa. «Chiunque potrebbe averli», disse, a metà tra noi e un gruppo di suoi compatrioti. «Señor, devo chiederle a malincuore di scendere e di venire con me. Sarà molto meglio farlo tranquillamente.»

«Di tutte le mostruose angherie», gridò Dick. «Sono un corrispondente di giornale in missione speciale. Manderò un telegramma al ministro americano a Madrid, e anche all’ambasciatore inglese. Io—»

Ma il gentiluomo col cappotto grigio aveva obbedito al sergente. Si era anche tolto gli occhialoni.

«Andrà tutto bene tra qualche ora, o tra qualche giorno», disse in inglese. «Dovete proseguire. Non preoccupatevi per me.»

«Proseguire senza di te?» fece eco Dick, lanciandosi di nuovo in uno spagnolo sbalorditivo a beneficio del funzionario. «Beh, se davvero non ti dispiace, dato che ho una fretta del diavolo. Puoi seguirci in treno, sai, non appena avrai dimostrato a questi ottusi che sei George Smith.»

«Se lei è il señor George Smith, sarà libero non appena la fotografia del Marqués de Casa Triana sarà stata inviata dalla polizia di Madrid», disse il sergente. «In caso contrario—» non finì la frase; ma la pausa fu significativa. E i soldati si fecero avanti per separare il presunto George Smith dai suoi compagni di auto, temendo che all'ultimo momento potessero tentare un salvataggio.

«Faremo pentire loro di questo, George», disse Dick. «Ma visto che qui non possiamo fare molto per te, andremo avanti da qualche altra parte, dove potremo.»

«Devo chiedere anche il nome del proprietario di questo automobile, e quello del suo autista», insistette il sergente, «prima di potervi lasciar andare.»

«Oh, va bene», disse Dick, seccato, tirando fuori il passaporto e i biglietti con i nomi dei giornali per cui si era impegnato a scrivere. «Ropes, tira fuori le tue credenziali.»

L’autista esibì i suoi documenti francesi e indicò il nome di Peter Ropes. Il sergente annotò diligentemente tutto sul suo taccuino, unto e respingente.

«È soddisfacente», disse con dignità; «potete procedere, señores.»

Il motore non era mai stato spento durante la scena; e mentre il gentiluomo col cappotto grigio veniva condotto verso il corpo di guardia con una folla spagnola che lo spintonava alle calcagna, l’auto rossa di cui era stato passeggero fino a poco prima scivolò via, lasciandolo indietro.

Attraversò le strade di Irun a passo di funerale, quasi in segno di rispetto e rimpianto per un amico perduto; ma una volta fuori, nel verde paesaggio ondulato, prese un grande slancio di velocità, dopo che l'autista ebbe fatto in tempo a balzare sul sedile anteriore.

«Per tutti i fulmini, ma ho un caldo come se fossi appena uscito da un bagno turco», ringhiò Dick.

«Sono stati dieci minuti caldi», dissi io. «Povero vecchio Ropes, che Dio lo benedica!» E mandai un sospiro di gratitudine all'amico fedele nel mio soprabito grigio, berretto, occhialoni e guanti, alla cui lealtà dovevo la libertà.

VIII

OLTRE IL CONFINE

Eccomi qui in Spagna, la mia Spagna, grazie a Ropes; e, di nuovo grazie a lui, probabilmente fuori pericolo dai sospetti di Carmona per un po' di tempo, incidenti a parte.

Avrebbe fatto delle indagini a Irun una volta arrivato, e sapendo che la persona sgradita era stata trattenuta in base alle informazioni ricevute da lui, sarebbe passato oltre trionfalmente. Anche quando il destino avesse fatto incontrare la sua auto con la nostra, come speravo sarebbe accaduto spesso, vedere i due passeggeri rimasti, l'automobilista americano e il suo autista dagli occhialoni grotteschi, gli avrebbe causato divertimento piuttosto che inquietudine.

Si sarebbe detto che, per quanto lo riguardava, nessun danno era stato fatto, anche se nessun bene era stato compiuto; poiché se il passeggero bandito fosse stato davvero Casa Triana, aveva fatto bene a sbarazzarsene. Se, dopo tutto, il suo rapido sospetto fosse stato troppo azzardato e avesse causato l'arresto di un turista innocente, quel turista non avrebbe mai saputo a chi doveva la sua avventura e sarebbe stato impotente nel dare fastidio al Duca di Carmona. Quanto a Ropes, quando la fotografia scattata anni fa dalla polizia di Barcellona fosse arrivata alla polizia di Irun, si sarebbe visto che due giovani di ventisette anni, alti, magri e con i baffi scuri, non devono necessariamente assomigliarsi in altri dettagli. Il signor George Smith sarebbe stato generosamente perdonato per aver occupato l'attenzione della polizia al posto del Marqués de Casa Triana, e sarebbe stato libero di ricongiungersi ai suoi compagni di viaggio.

Durante i tre o quattro minuti di discussione che avevamo avuto prima di fare il "cambio rapido" che trasformava il padrone in servitore, avevamo stabilito di comunicare con Ropes tramite inserzioni su La Independencia. Avremmo inviato in anticipo del denaro a quel giornale, abbastanza per pagare diverse inserzioni, e avremmo potuto telegrafare la nostra posizione all'ultimo minuto, ogni volta che i movimenti dell'auto di Carmona ci avessero dato il segnale.

Questo era il miglior accordo che potevamo fare in fretta e, quando abbiamo avuto tempo di riflettere, non ci è sembrato che, nelle circostanze, avremmo potuto fare di meglio.

E così, qualunque cosa fosse successa, il fuorilegge aveva varcato il confine ed era nel paese proibito dei suoi desideri e del suo cuore.

Nonostante il rimorso per Ropes, ero felice, disperatamente felice. Ero libero di vegliare sulla ragazza che amavo e che mi amava; e stavo bevendo l'aria della patria. Sembrava davvero più dolce e vitale che in qualsiasi altra parte del mondo.

Dick rise quando menzionai questa impressione e disse che avrei dovuto provare il clima dell'America prima di giudicare; ma ammise la straordinaria, sebbene quasi indefinibile, individualità del paesaggio e dell'architettura, che colpiva l'occhio istantaneamente appena varcato il confine.

Era facile classificare come peculiarmente spagnole le vecchie chiese basche, le lunghe linee scure di case cupe irte di balconcini, e scintillanti di finestre sporgenti, i cui complessi vetri offrivano correnti d’aria verso l’alto nella stagione calda. Tutto questo, e molto altro, era evidente in città o villaggio; ma Dick ed io discutevamo sulle caratteristiche distintive del paesaggio senza comprendere il mistero che lo distingueva dagli altri.

Cosa c’era di così peculiare? C’erano siepi, pioppi e altri alberi che avevamo visto mille volte altrove. C’era una bella strada, anche se non stravagante, dal fondo discreto che si stendeva davanti a noi, parallelamente al mare, offrendo scorci qua e là di porti riparati con carboniere e navi mercantili all'ancora. C’era un lontano sfondo di montagne innevate e un primo piano mutevole di erba primaverile e fiori di primavera; rami intrecciati ricamati con nuove foglie di quel giallo rosato che precede il verde estivo.

Non avrebbe dovuto esserci nulla di notevole, a parte le figure in movimento che qua e là lo rendevano pittorico; uomini scuri ed eretti in gilet rossi, che guidavano asini; ragazze dagli occhi di velluto, senza nulla a coprire il capo se non le loro lucenti corone di capelli neri come la pece, e nulla per i loro piedi e caviglie abbronzati, sebbene portassero le scarpe in mano; preti in abito nero; monaci in abito marrone; ufficiali eleganti; soldati con shako rigidi e luccicanti, e guanti verdi; buoi con cuscinetti di lana sulle loro teste classiche color biscotto. Ciononostante, Dick era d'accordo con me nel trovare il paesaggio notevole.

Alla fine iniziammo a chiederci se la differenza non risiedesse nel colore e nell'atmosfera. Gli effetti del cielo erano abbastanza radiosi da far cantare l'anima di un artista, a causa delle luci opali, le banchi di nuvole violette con frange di pioggia frastagliate e cristalline, i bagliori di diamante sprigionati dalle cime innevate; eppure, nonostante questa radiosità eterea, c’era una strana solennità nelle vaste distese della campagna spagnola, una ricca oscurità che aleggiava sul paesaggio con il suo colore pensoso, mai brillante, mai allegro.

«È un paese da vetrata dipinta», dissi. «Vetro antico, dipinto da qualche famoso artista morto nel XIV secolo, e un po' sbiadito... no, attenuato dal tempo.»

«Hai colto nel segno», disse Dick. «C’è un aspetto da vecchia vetrata in una cattedrale in penombra riguardo al cielo. Ti dà un sentimento di tipo religioso, o comunque, come se venissi gettato fuori dal quadro se fossi troppo frivolo.»

«Mi sento tutt'altro che frivolo», dissi. «Ma sono eccitato. Guarda qui; saremo a San Sebastian e fuori da San Sebastian presto, se continuiamo così. Ma non dobbiamo continuare; perché se lo facciamo potremmo perdere l'altra auto, e allora sarei messo male come se fossi al posto di Ropes a Irun.»

«Sappiamo che stanno andando a Siviglia», disse Dick.

«È una lunga strada per Siviglia. E Carmona potrebbe voler viaggiare passando per Madrid, attraverso Vitoria e Burgos, o potrebbe voler prendere una strada che Levavasseur a Biarritz mi ha detto essere migliore, puntando su Siviglia via Santander e Salamanca. Dipende se vuole fermarsi nella capitale, immagino. Comunque, dato che sta inconsciamente facendo i nostri programmi oltre ai suoi, non c’è altro da fare che fermarci finché non passerà e ci darà il via.»

«Per me è lo stesso se ci fermiamo o corriamo», disse Dick. «Ho più tempo che altro. Questo è il tuo circo; io sono solo il "migliore amico del prigioniero", come dicono nella corte marziale. Ma se dovessimo andare a Burgos, ho una commissione da fare, se non ti dispiace.»

«Perché dovrebbe dispiacermi?» chiesi.

«È per fare visita a una giovane signora.»

«Non hai mai menzionato di avere amici lì.»

«È un’amica di Angèle de la Mole. Tutto quello che so è che è irlandese, di nome O’Donnel; che ha un padre innocuo e necessario, e un fratello per il quale la mia anima profetica mi dice che Angèle è interessata; che papà e figlia stanno facendo visita al fratello, che è nell’esercito spagnolo per qualche strana ragione inspiegabile, e di stanza a Burgos. Ho promesso di portare un pacco con un regalo di Angèle alla signorina O’Donnel se ci fossimo fermati abbastanza a Burgos, o, se non ci fossimo andati, di spedirlo. Ho anche una lettera che ci presenta al papà. Angèle ha detto che era possibile che conoscesse tuo padre, quindi probabilmente deve aver vissuto molto in Spagna in un momento o nell’altro, altrimenti l’idea non le sarebbe venuta. Pensava, se fossimo andati a trovare gli O’Donnel, che papà avrebbe potuto essere utile nel caso tu gli rivelassi chi sei veramente; ma non dovevo disturbarti per andare fuori strada per conto loro; motivo per cui non li ho menzionati fino ad ora, quando hai parlato di Burgos.»

«Se Carmona va in quella direzione, è quasi certo che passerà la notte lì», dissi, sulla base della conoscenza che molto studio delle mappe stradali spagnole mi aveva dato. «In tal caso, passeremo la notte anche noi, e ci sarà tempo per te per andare a trovare i tuoi O’Donnel; ma per quanto mi riguarda, non so se sarebbe saggio mettere estranei a conoscenza del mio segreto. E, se non ti deluderà, spero che non dovremo passare per Burgos, sebbene dicano che la cattedrale sia una delle più belle del mondo, perché se la strada è brutta come dicono le voci, deve essere abominabile.»

«Beh, hai le molle legate con un milione di metri di corda robusta, apposta; e quei tamponi extra di gomma che Ropes ha messo per evitare che i pneumatici stridessero contro i parafanghi; quindi dovremmo cavarcela piuttosto bene nel peggiore dei casi», osservò Dick. «Quanto a me, mi sentirò defraudato se l'auto non inizierà presto a saltare come un camoscio da un ostacolo terribile all'altro, lungo la superficie della strada, tali cose spaventose mi sono state strombazzate nelle orecchie sulla Castiglia e La Mancha. Finora, non abbiamo nulla di cui lamentarci, e siamo stati sul velluto, rispetto ad alcune atrocità del selciato che uno ricorda in Belgio e nel nord della Francia.»

«Scommetto che arriveremo ancora all'atto del camoscio», dissi. «Ma, finora, siamo ancora nel cuore della civiltà. Ecco San Sebastian, ed ecco un caffè vicino a dove Carmona deve passare, quindi fermiamoci e restiamo in attesa.»

IX

UN INSEGUIMENTO SPIETATO

Eravamo alla periferia di San Sebastian, e per raggiungere il caffè svoltammo dalla strada principale e portammo l'auto in una strada laterale. Lì, senza essere noi stessi appariscenti, potevamo vedere tutto ciò che passava lungo la strada oltre. Prendemmo del vermouth, seduti a un tavolino di ferro fuori dalla porta del caffè, per giustificare la nostra presenza. Ogni momento ci aspettavamo di vedere l'auto del Duca sfrecciare via, ma il tempo passava, e non arrivava. Finimmo la nostra prima edizione di vermouth e ne prendemmo una seconda, con la quale giocherellammo senza bere, per mantenere il nostro posto.

Avevano forato un altro pneumatico? Carmona si era fermato a Irun, ed era successo qualche incidente lì che avrebbe potuto, dopo tutto, mettere la polizia sulle mie tracce?

Dick ed io stavamo iniziando a diventare inquieti, e ci interrogavamo a vicenda con le sopracciglia sollevate, quando la grande automobile grigia caricò oltre la fine della nostra strada. Nemmeno una testa nell'auto si voltò nella nostra direzione; e posando un paio di pesetas sul tavolo saltammo a manovrare la nostra nave stradale. Così rapida fu la nostra partenza che, quando sbucammo sulla strada, c'era ancora il nostro battistrada in vista.

Avevo sentito mio padre parlare spesso di San Sebastian, che, situata nel cuore del paese basco, era stata il grande centro carlista, e anche quando le speranze carliste morirono, conservò con estrema fermezza le tradizioni carliste. Ma, carlista com'era nel cuore fino al giorno della sua morte, non poteva non apprezzare il tatto della regina Cristina, per il cui desiderio una villa estiva reale era sorta sulle acque della baia. Grazie a questo colpo di abile politica, una città povera e scontenta fu trasformata nella località balneare più alla moda di Spagna, e certamente, sebbene lentamente, il malcontento si fuse in una prospera soddisfazione.

A causa delle storie che avevo sentito raccontare da mio padre, mi sarebbe piaciuto esplorare il luogo; ma l'unica cosa importante ora era tenere l'auto grigia in vista finché non fossimo certi di quale strada avrebbe preso; quindi c’era tempo solo per brevi sguardi a destra e a sinistra mentre sfrecciavamo.

Attraverso strade con alte case moderne, più parigine che spagnole, arrivammo infine su un ampio viale che ci condusse lungo il mare. C’era stata una foto a casa della baia profonda, simile a una conchiglia, sorvegliata dagli imponenti promontori di Monte Urgull e Monte Igueldo, teatro di molti combattimenti nella guerra carlista. Il palazzo reale, Villa Miramar, era nuovo per me, tranne che per le molte fotografie che ne avevo visto a Biarritz; ma non abbiamo avuto che un fugace sguardo alla modesta casa di mattoni rossi sulla collina, prima di attraversare un tunnel che perforava un promontorio roccioso, ed uscire in aperta campagna.

Ora il nostro progresso si trasformò in un inseguimento spietato. A causa di una svolta sbagliata in una strada di San Sebastian perdemmo l'auto davanti per pochi istanti, ma oltre la città, dove il fango, fresco dopo un recente acquazzone, giaceva alto un pollice sulla strada, ci imbattemmo nelle tracce del nemico in fuga.

C’era la scia dei "pneus" chiara da leggere come un messaggio scritto, e seguimmo, sollevati da ogni dubbio.

Avanti, avanti andammo verso sud, e le montagne di Navarra, e la mia mente era finalmente abbastanza libera dalla tensione per esultare a ogni nuovo scorcio della terra per cui anelavo.

Da quando ero abbastanza grande per leggere, mi ero immerso nella storia e nella leggenda del mio paese. Conoscevo tutte le sue guerre, e dove furono combattute; conoscevo i nomi delle città e dei villaggi, insignificanti in sé, forse, resi famosi da grandi vittorie o sconfitte; e c’era tempo per pensarci ora, mentre passavamo lungo la strada che gli eroi della Guerra Peninsulare avevano preso; ma non c’era tempo per indugiare sui punti di riferimento, nemmeno a Hernani, dove la legione britannica di De Lacy Evans fu distrutta dall'esercito carlista nel 1836, e dove, nella chiesa, avremmo potuto vedere la tomba di quel soldato spagnolo che, a Pavia, fece prigioniero Francesco I.

La pioggia cadeva in scrosci rapidi e feroci, ma ci lasciava asciutti sotto la copertura della nostra auto; e mentre sfrecciavamo, improvvisi bagliori di luce solare che brillavano sui marciapiedi di pietra bagnata di piccoli villaggi marroni, trasformavano le strade in argento scintillante; mentre oltre, gli alberi spruzzavano oro come fontane magiche contro il candore bianco di lontane cime innevate.

Così percorremmo la strada tortuosa lungo il fiume Urumea, facendoci strada in profondità nel cuore delle montagne; salendo sempre più in alto con una vista più ampia che si dispiegava ai nostri occhi: una vista nuova, strana per me quanto per Dick Waring. Eppure mi sentivo a casa, come se l'avessi conosciuta da sempre.

Mentre salivamo, le strade facevano ciò che potevano per meritare la loro cattiva reputazione. La pioggia di qualche giorno fa era stata neve sulle montagne. La superficie della strada divenne come colla, e nonostante le fasce antiscivolo, e l'attenta guida di Waring, l'auto dichiarò una tendenza sportiva a valzare. Presto la colla si liquefò. Stavamo sfrecciando attraverso strati di zuppa gialla, che zampillavano dai nostri pneus in due grandi onde curve, schizzando dalla testa ai piedi i pochi viandanti che incontravamo. Lungo il vetro anteriore scorreva una cataratta di fango, e Waring poteva guidare solo guardando di lato. Sollevato dalle ruote sterzanti, il torrente giallo picchiava sul tetto, così che guidavamo sotto un arco volante di terra spagnola liquida.

Con l'avvicinarsi a una città, tuttavia, la via migliorò. Il luogo era Tolosa, e al suono del nostro motore in lontananza, un grido di "Automovile, automovile" venne acuto da una ventina di gole infantili. Anche gli adulti uscirono di corsa, ed erano molto più eccitati di quanto ci saremmo aspettati in questa parte della Spagna tra Biarritz e Madrid, frequentata dalle auto. In una città francese delle stesse dimensioni a malapena una testa si sarebbe voltata se un'automobile fosse passata; qui le persone erano contente come se fossimo stati un circo, anche se solo pochi istanti prima dovevano aver avuto la gioia di vedere passare l'auto di Carmona.

«Se è così nel nord, cosa deve essere a sud di Madrid?» dissi. «Qui sono tutti meravigliosamente bonari; deliziati da noi nelle città e nei villaggi — credo che pagherebbero per vederci se dovessero farlo! — gli stradini fanno saluti militari, e anche gli uomini i cui muli e asini sono spaventati sorridono mentre coprono i volti delle stupide bestie con i loro scialli.»

«Questo perché ci comportiamo come esseri umani decenti invece che come scorpioni dal cuore di marmo», disse Dick, con un'originalità di similitudine che coltiva. «Quando vediamo che stiamo spaventando qualcosa rallentiamo, stacchiamo la frizione e scivoliamo così furtivamente che la creatura non ha scuse per le isterie. Pensavo prima che tu mi insegnassi a guidare, e che avessi l'esperienza e la responsabilità io stesso, che sprecassi tempo a umiliarti di fronte ai pregiudizi degli animali; ma ho cambiato idea. Ho imparato che non c’è divertimento da trarre dall'egoismo da maiali sulla strada, e lasciandosi dietro una scia di angoscia.»

«Se non fossi arrivato a sentirti così, non avrei potuto affidarti la mia auto», dissi. «La brutalità stradale sarebbe particolarmente brutale in Spagna, dove l'automobilismo è uno sport nuovo, e i contadini devono essere abituati ad esso. Ogni automobilista che rallenta per gli animali spaventati, o scende per aiutare, sta spianando la strada ai futuri automobilisti.»

«In un certo senso non credo che Carmona spianerà molta strada per noi», disse Dick, ridacchiando.

«Monica non lo sopporterà se non lo farà», dissi. «Ha lei seduta accanto a lui, il mendicante; ed è il suo mestiere compiacerla.»

Avevamo perso le tracce degli pneumatici, ma man mano che il paesaggio cambiava le ritrovammo. Eravamo immersi tra gli alberi ora, e i fianchi delle montagne erano verdi di querce e pioppi, sebbene, man mano che scendevamo, il paesaggio si incupisse in una desolazione. L'angolo desolato di mondo verso il quale stavamo correndo aveva quell'aspetto informe e privo di tratti che si vede sui volti comuni, come se fosse stato mescolato con noncuranza dal grande Creatore in un momento di distrazione.

Nessun panorama può risultare sgradevole a un automobilista finché la sua auto va bene e il dolce vento gli accarezza il viso; ma persino io dovetti ammettere che questa terra — illuminata solo dalle montagne innevate che cingevano l'orizzonte — sarebbe stata insopportabile nella calura morta dell'estate.

La mia mappa, che consultavo mentre Dick guidava, diceva che eravamo passati dalla Navarra all'Alava; e all'improvviso notai che avevamo superato lo spartiacque, poiché i limpidi ruscelli, invece di correre verso il Golfo di Biscaglia, filavano come fili d'argento verso l'Ebro, pronti a tuffarsi nel Mediterraneo vicino a Tarragona.

Qua e là il mio desiderio di bizzarro e pittoresco veniva appagato dalla grazia tragica di un'alta torre di guardia in rovina che incoronava una collina desolata, vivido ricordo dei giorni in cui segnali di fuoco rosso lampeggiavano di colle in colle per chiamare i bravi cristiani alle armi contro i Mori. A volte ondate color crema di pecore dei Pirenei circondavano la nostra auto, creature aggraziate e belle con strascichi di lana al vento, e volti poco meno intelligenti di quelli del cane grigio che le radunava, e del pastore bruno in vesti svolazzanti di rosso e blu.

Più ci spingevamo a sud, più scuri diventavano i buoi dagli occhi miti che la nostra automobile spaventava. A Biarritz e oltre erano color biscotto pallido; qui, il sole sembrava averli cotti fino a un marrone più ricco.

Tuttavia, quel sole oggi non ci riservava un caloroso benvenuto. Eravamo punti dal vento pungente, che ci colpiva tanto più gelidamente quanto più eravamo affamati; e verso le due non fummo dispiaciuti di vedere, nel mezzo di una vasta pianura, la Concha de Alava: una grande città che sapevamo essere Vitoria.

Lì si poteva contare sul pranzo. Faceva troppo freddo perché un picnic fosse fattibile con le signore, pertanto l'auto di Carmona doveva fermarsi per un'ora o due, ed era chiaro ormai che lui sarebbe passato per Burgos; di conseguenza, era probabile che la lettera di Angèle de la Mole venisse consegnata a mano.

Ci intrufolammo furtivamente a Vitoria, guardandoci intorno alla ricerca di una grande Lecomte grigia; ma non passò molto prima di avvistarla in lontananza, nella via principale, ferma davanti all'albergo più importante.

Avrei dato molto se fossi riuscito a far avere mie notizie a Monica; perché, anche se avesse visto l'auto rossa seguirci fin da Irun, era probabilmente infelice al pensiero che io fossi stato respinto alla porta della Spagna.

Naturalmente, per paura di disgustarla, Carmona avrebbe potuto tenere il sipario abbassato sul piccolo dramma che aveva messo in scena. Tuttavia, nasconderlo sarebbe stato difficile, poiché doveva aver firmato il suo telegramma alla polizia; e arrivando alla dogana, alcuni fatti sarebbero trapelati inevitabilmente alle orecchie di Monica.

Era crudele che lei dovesse soffrire per causa mia oltre che per la propria; ma il mio primo assalto di scherma con il Duca mi aveva messo in guardia contro l'avventatezza, e decisi che non si poteva fare nulla finché non avessimo raggiunto Burgos. Lì, in qualche modo, avrei trovato il modo di farle sapere che ero stato io, e non il Duca, ad avere la meglio.

Prima di raggiungere Dick a pranzo, ingaggiai un ragazzino che vendeva giornali per strada affinché ci avvisasse quando l'altra auto fosse ripartita. Era per evitare che ci sfuggissero per qualche imprevisto; ma si rivelò una precauzione inutile, poiché inghiottimmo un menù spagnolo e l'auto grigia dormiva ancora sotto il suo strato di fango più grigio davanti all'albergo prescelto; pertanto Dick ed io consumammo una rapida impressione di Vitoria, così come avevamo divorato il nostro pranzo.

Lui leggeva ad alta voce mentre camminavamo, pezzi di una guida su Wellington, su Re Giuseppe e sulla battaglia di Vitoria che aveva deciso le sorti della guerra d'indipendenza spagnola; ma, come andarono le cose, fui più interessato a uno strano effetto di luce e oscurità nel cielo che per un momento creò un quadro indimenticabile.

Un'altra tempesta primaverile e selvaggia si stava preparando, e dove ci trovavamo nella piazza, sotto la lunga scalinata di pietra, l'alta cattedrale sovrastante sembrava costruita contro un muro di nuvole d'ebano. Una lunga sciabolata di luce solare colpì la torre e gettò un raggio d'oro riflesso sulla Vergine bianca nella sua nicchia. Su tutta la città non c'era altro barlume di luce, e il pomeriggio si era oscurato a tal punto che era come se un velo di lutto pendesse tra i nostri occhi e il cielo solenne.

All'improvviso le campane dal tono profondo della cattedrale rintoccarono; e le porte si aprirono, centinaia di donne vestite di nero, con mantiglie nere ripiegate strettamente, si riversarono fuori, giù per la doppia scalinata verso la piazza.

Man mano che si avvicinavano, e ogni figura assumeva un significato individuale con lo squarciarsi delle nubi, i ricchi bruni e i grigi sfumati di blu degli edifici — profondi e morbidi come velluto — acquisirono un valore raffinato come sfondo per i volti incorniciati dal pizzo e i colori vivaci dei mantelli dei bambini piccoli.

Per un singolo istante dimenticai persino Monica, nella sensazione vibrante che la vita della Spagna pulsasse intorno a me, ma un tocco sul braccio mi riportò a lei con un balzo.

«L'auto grigia si sta preparando a partire, señor», mormorò una voce spagnola, mentre due occhi spagnoli guardavano — speranzosi di pesetas — nei miei.

X

L'IMPREVEDIBILITÀ DELLA SIGNORINA O’DONNEL

Credo che né Carmona né chiunque altro sulla Lecomte abbia mai visto l'auto che, con l'incrollabile ostinazione di un segugio, continuava a seguire la fresca traccia degli pneumatici che era ricominciata fuori Vitoria; poiché finché avevamo la traccia eravamo soddisfatti di restare sempre oltre la portata visiva di quelli davanti.

Avevamo una folla a vederci lasciare la città, una folla ridente che sembrava meravigliarsi del perché persone dotate di buon senso corressero per il mondo quando avrebbero potuto restare a casa a fare la siesta. E anche i contadini lungo la strada erano incredibilmente bonari, sebbene disturbassimo le loro occupazioni e sconvolgessimo i calcoli dei loro animali.

Solenni señores spagnoli, i cui lunghi mantelli bruni o indaco strisciavano sul dorso dei loro muli, sorridevano pensierosi e non ci invidiavano, forse ci compativano. Donne a piedi nudi con scialli gialli offrivano sorrisi gentili e lanciavano sguardi da occhi come stelle, spesso blu come neri, ma sempre singolarmente celtici. Quasi ogni volto era dotato di tratti celtici austeri; poiché questi popoli erano Celti molto prima di essere Spagnoli; e non c'è tipo così persistente, eccetto quello ebraico.

Un bell'anziano su un asino perse talmente il controllo della sua bestia quando apparimmo, che fu sbalzato via e sarebbe caduto faccia a terra se non avesse impigliato le ginocchia in un complicato intreccio di corde. L'animale spaventato girava e rigirava in mezzo alla strada, come un gatto che insegue la propria coda, col cavaliere che traballava, il suo naso ben scolpito che per poco non raschiava il terreno.

La nostra auto si fermò e io fui fuori in un momento, sebbene debba essere stato un momento lungo e vertiginoso per quel filatoio umano. Pochi secondi confusi, e l'avevo sbrogliato e fatto risalire, non aspettandomi gratitudine. Ma con mia sorpresa, quando rimisi in piedi il vecchio, lo trovai coronato di sorrisi, che mi inondava di ringraziamenti e auguri per il mio buon viaggio. Ricordando esperienze in altre terre che si definiscono illuminate, arrossii per l'orgoglio verso i miei connazionali, specialmente quando la vittima del progresso rifiutò cortesemente cinque pesetas.

Man mano che ci avvicinavamo alla Vecchia Castiglia, l'antica terra dei molti castelli, mi sentivo come un uomo quando finalmente arriva in una casa che è sua, sebbene mai fino ad ora avesse tenuto la chiave ed fosse stato libero di entrare.

Le province settentrionali, popolate da misteriosi Baschi a noi estranei per sangue e lingua, riuscivo a stento a considerarle Spagna. Ma in Castiglia vidi il cuore e la cittadella della mia terra natia. Mio padre era andaluso; mia madre castigliana, e lei soleva dire che nel mio carattere erano unite le qualità delle due province: l'orgoglio e la testardaggine castigliana; l'allegria e la sventatezza del vero andaluso.

Speravo che qualche cambiamento di scenario, qualche segno dato dalla Natura, potesse segnare il passaggio nella Castilla la Vieja; pertanto fui grato quando l'auto corse su un maestoso ponte, sospeso sopra un ampio fiume che era un torrente d'oro appannato. Di lì guardammo verso l'antica città fortificata e balconata di Miranda del Ebro, strana e persino sorprendente nella sua cornice selvaggia di montagne bianche; e mentre rallentavamo in ammirazione, da un tunnel buio e segreto che era la strada principale del luogo, sembrò soffiare via, come petali di fiori sospinti dal vento, uno stormo di ragazze in giallo oro, rosso tulipano e blu iris. Poi, mentre guardavamo, seguì una fila di muli neri con finimenti cremisi, spinti in avanti da una dozzina di giovani in pantaloni blu corti, col capo coperto come i Baschi dal berretto rosso.

Era come entrare in un quadro che il nostro arrivo aveva, in qualche modo magico, dotato di vita; e l'effetto non svanì mentre correvamo nel tunnel d'ombra, dove la polvere bruna si illuminava di fiammate di colore. Sotto i balconi che spuntavano sopra strette calles, piccole botteghe e bancarelle brillavano di peperoni rossi e verdi, risplendevano di arance e dell'oro più pallido dei limoni, scintillavano di perle giganti che erano cipolle spagnole.

Miranda, pensai, era degna della Vecchia Castiglia; e quando poco più avanti la via sembrò bloccata da un'alta catena di montagne gettata sul nostro cammino, cominciai a sperare che il paese di mia madre — quella patria del più alto orgoglio e onore spagnolo — avesse una qualche vera magnificenza di scenario da offrirci. Ci avvolgemmo nello splendido buio della gola di Pancorbo, tagliata come un colpo di spada nella roccia; e dissi che questa scena da sola valeva un viaggio in Spagna.

C'era spazio solo per la strada, e l'Oroncillo schiumante che si faceva strada tra la montagna. In alto sopra le nostre teste, dove le dita della luce solare frugavano, la ferrovia da Parigi a Madrid avvolgeva la sua ragnatela lungo il precipizio, snodandosi attraverso tunnel sopra tunnel in miniatura rivale con le sublimità del San Gottardo. Sotto, nel profondo dell'ombra della gola, si rannicchiava il triste villaggio di Pancorbo stesso, colpito, desolato, articolato solo nei suoi due castelli in rovina sulle alture, Santa Engracia e Santa Marta, che imploravano il Cielo con un appello silenzioso. Ancora più in alto, svettava una montagna guardiana di stupefacente maestà, che sembrava sorreggere in alto su un cuscino pietrificato una corona reale di ferro. Era un luogo da richiamare alla memoria a occhi chiusi. Questo fu il maestoso ingresso in Castiglia; ma sollevò le mie speranze solo per schiacciarle. Una volta passati gli aghi seghettati e le dita di roccia dolomitica che facevano la grandezza della gola, tornammo alla monotonia del profilo, e iniziammo a comprendere la Castiglia com'è: una vasta e solitaria steppa, spazzata dal vento, delimitata da un orizzonte infinito.

Senza alberi, silenziosa, non interrotta da siepi o confini, sorvegliata da una torre di guardia in rovina su ogni collina che si gonfiava, la pianura illimitata giaceva cupa e impressionante.

Non si vedevano lavoratori; non c'erano villaggi in vista, da dove gli uomini potessero venire a coltivare la terra; tuttavia, ovunque c'erano segni di coltivazione da parte di mani invisibili, raccolti da mietere da uomini che sarebbero spuntati da non si sa dove.

Eppure la monotonia di questi spazi tremendi era riscattata da un tale mutevole splendore di colore come non ne avevo mai visti. Ondulazioni rigonfie, degne di essere chiamate montagne, erano calde del viola dell'erica, sebbene nessuna erica crescesse su di esse. A volte si sarebbe potuto immaginare, da un improvviso scoppio di radiosità su una collina lontana, che un arcobaleno si fosse steso a riposare. E in tutto ciò non era mai assente quell'impressione che questa fosse una terra da vetrata colorata con i suoi ricchi toni di cremisi e violetto, i suoi cieli pallidamente luminosi e la solennità delle sue tinte miscelate. C'era sempre un effetto ossessionante di tristezza, persino nella purezza primaverile di quegli archi di fiori bianchi che decoravano la monotonia bruna delle nostre strade.

Il cielo bruciava ancora di un rosso cupo quando, nel mezzo di un'ampia pianura, le svettanti guglie gemelle di Burgos si stagliarono davanti ai nostri occhi contro un velo rosa di tramonto appuntato dalle teste di diamante delle stelle. Lontano alla nostra sinistra, mentre correvamo verso la città, c'era un edificio scuro come la cappella dell'Eton College che sorgeva su una collina spazzata dal vento; e questo sapevo essere il convento di Miraflores, dove Isabella la Cattolica ingaggiò Gil de Siloe per creare per suo padre e sua madre la "tomba più bella del mondo".

Provai un senso di possesso per la grande città antica, arrivandoci così al suo meglio; ed ero felice che il destino mi avesse condotto nella mia terra en automobile. Anche se, seguendo Carmona per vegliare sulla ragazza che entrambi amavamo, potessi dover restare spesso sul sentiero battuto reso banale dai turisti, la strada non sarebbe mai stata davvero banale, come per i visitatori che fanno il giro ordinario in treno.

Ogni nuova ora di vita sulla strada avrebbe costruito per me la conoscenza della mia gente e del mio paese. Non l'avrei studiato in alcun modo ovvio da guida turistica, e avrei imparato più sulla vera Spagna in poche settimane che in mesi di coscienzioso arrancare ferroviario da un punto all'altro.

Non c'era dubbio su quale hotel Carmona potesse scegliere. Sarebbe andato al migliore; di conseguenza, persone discrete le cui speranze risiedevano nel restare sullo sfondo, dovevano sceglierne uno meno buono.

Ci fermammo fuori città, mentre consultavo una guida per la fonda più spagnola di Burgos. Quando, sforzando gli occhi nell'oscurità, lessi un nome, Dick esclamò: "È lì che alloggiano gli amici di Angèle, gli O'Donnel".

"Tanto meglio," dissi io. "Puoi svolgere il tuo incarico senza problemi. Forse li vedrai a cena. Saranno sicuramente gli unici stranieri lì, quindi sarà facile distinguere i loro volti irlandesi in una sala da pranzo piena di spagnoli."

C'era poco spazio nella mia mente per la famiglia O'Donnel, comunque. Eravamo vicini a Monica ora, e il mio unico desiderio era farle sapere che non avevo fallito.

Attraversammo un bel portale antico, salimmo lungo una strada ampia e superammo grandi caserme, di fronte alle quali si trovava l'albergo dove Carmona si sarebbe fermato. Ma la sua Lecomte era già scomparsa; e sebbene Dick reclamasse la cena, aspettai solo il tempo necessario per assicurarmi delle stanze nella nostra fonda e mettere via l'auto, prima di uscire in cerca di informazioni.

A quell'ora il Duca e i suoi amici stavano cenando, e potevo avventurarmi fino agli uffici inferiori del loro albergo senza troppa paura di essere visto dagli occhi acuti di Carmona. In ogni caso, decisi di rischiare, e lungo la strada tracciai un piano d'azione.

Un paio di facchini erano nell'atrio spoglio del piano terra mentre entravo. Entrando con aria professionale, dissi in spagnolo: "Avete qui delle persone che sono arrivate con un'automobile rossa? Sarebbero dovute arrivare questa sera."

"No, señor," rispose uno degli uomini. "Abbiamo un gruppo che soggiorna per la notte arrivato con un'automobile grigia."

Bravo ragazzo, come ha giocato bene a mio favore! Nascondendo la gioia dietro uno sguardo di delusione, dissi che i miei amici erano in un'automobile rossa. "Potrebbero aver fatto ritardo," continuai. "Probabilmente si faranno vivi prima di mezzanotte. Spero che avrete delle buone stanze da dare loro, sul lato anteriore della casa. Sono molto esigenti."

"Temo che tutte le nostre stanze migliori siano occupate," disse l'uomo. "Il señor che è arrivato con l'automobile grigia ha preso cinque stanze lungo il lato anteriore, al primo piano, con un salotto privato. Sfortunatamente, i vostri amici dovranno accontentarsi di qualcosa sul retro."

Espressi rincrescimento e me ne andai gioioso, avendo stupito il facchino dandogli due pesetas. Ora sapevo tutto ciò che volevo apprendere, persino — all'incirca — la posizione della stanza di Monica; e intravidi un modo per inviarle un messaggio.

Dick era pronto per la cena quando tornai, ma non misi a dura prova la sua pazienza a lungo. Aveva chiesto se gli O'Donnel fossero ancora nell'albergo, e gli era stato detto che lo erano, sebbene stessero per partire entro un giorno o due. Questo era tutto ciò che sapevamo quando entrammo nella sala da pranzo, ma, poiché molte persone erano ancora sedute al lungo tavolo e ai numerosi tavoli piccoli, ci guardammo intorno in cerca degli amici di Mademoiselle de la Mole.

Non c'era un volto che non avresti giurato con sicurezza fosse spagnolo, se lo avessi incontrato al Polo Nord.

Dick ed io ci sedemmo a un tavolino e iniziammo a parlare in inglese, mentre attorno a noi da ogni lato la lingua spagnola — castigliano puro, e andaluso sciatto e mellifluo — sgorgava come una fontana d'oro.

La fame, a lungo insoddisfatta, all'inizio portò Dick a una visione cinica della vita in generale, e della vita negli hotel spagnoli in particolare, ma il suo umore migliorò man mano che il pasto procedeva, e mi perdonò persino per aver abbandonato un uomo affamato.

"Nessun segno degli O'Donnel," disse. "Forse hanno una sala da pranzo privata."

"Dubito che ce ne sia una in tutta la casa," risposi.

"Beh, mi informerò più tardi," continuò Dick. "Ho guardato ogni volto qui, e..."

"A uno in particolare," interruppi.

Dick arrossì. "Spero di non aver fissato," disse; "ma è la ragazza spagnola ideale, non è vero? Se fossi un artista, vorrei dipingerla." Mentre parlava, i suoi occhi vagavano verso il tavolo accanto al nostro, che, da quando un piatto di peperoni, riso e pollo spagnolo lo aveva rimesso in sesto, aveva monopolizzato tutta l'attenzione che poteva risparmiare dalla cena.

L'avevo notato; da qui la mia frecciata. Ma Dick non aveva tutti i torti sulla ragazza.

Il suo posto a tavola la metteva di fronte a lui; e la sua compagna era un uomo rotondo, bruno, con la faccia raggiante di un cherubino di mezza età, e l'abitudine di mormorare i suoi contributi alla conversazione in una voce andalusa, con un accento andaluso mellifluo come il miele andaluso.

La ragazza stessa era una vera andalusa, sebbene di un tipo molto diverso dalla persona cherubica che (sperava Dick) fosse suo padre. Nessuna stella di occhi bruni si era mai aperta sul mondo fuori dall'Andalusia; né alcun altro, eccetto un'andalusa, sapeva, senza che glielo si insegnasse, come lanciare quegli sguardi liquidi, eppure innocenti, che occasionalmente brillavano da sotto le sue lunghe ciglia verso Dick, quando il Cherubino non guardava.

Era una giovane snella, con un viso a forma di cuore di un'avvincente pallore olivastro; una bocca graziosa e autocosciente, che cambiava in modo incantevole da un momento all'altro; e pesanti masse di capelli scuri acconciati in alto alla moda spagnola, come per adattarsi a una mantiglia — capelli così lisci e lucenti che, da una certa distanza, davano l'effetto di essere stati scolpiti da un blocco d'ebano.

"È perfetta nel suo genere," dissi; "ma pensavo che preferissi i tipi americani."

"Sciocchezze!" disse Dick. "I paragoni sono odiosi. Dico, ringraziamo il cielo per una bella ragazza, qualunque cosa sia. Ma c'è qualcosa di particolarmente affascinante in questa."

"Vedo una seria obiezione nei suoi confronti dal tuo punto di vista," continuai. "È troppo giovane. Tu metti un limite alle ventiduenne. Scommetto che non vedrà i ventidue per un paio d'anni ancora."

"Potrebbe valere la pena aspettarla," disse Dick.

"Non serve a nulla. Sarà sposata molto prima dei ventidue anni. Tutte le ragazze spagnole che si rispettano lo sono. Faresti meglio a non pensarci più. Dimenticala, e cerca la signorina O'Donnel."

«Angèle de la Mole dice che la signorina O’Donnel è carina», disse Dick. Mentre parlava, fece cenno a un cameriere; e notai che la ragazza con gli occhi non faceva più alcun finto tentativo di nascondere il proprio interesse per Dick. Sussurrò persino qualcosa alla sua compagna, la quale, dopo aver ascoltato ciò che aveva da dire, si voltò a guardarci con benevola curiosità.

«Chiedi se conosce di vista il colonnello O’Donnel e la signorina O’Donnel», ordinò Dick quando apparve il cameriere, che esalava benevolenza e aglio in egual misura. Era timido all'idea di sfoggiare il suo spagnolo davanti a una sala piena di spagnoli.

Chiesi; il cameriere sembrò sorpreso e, con grande imbarazzo di Dick e mio stupore, indicò gli occupanti del tavolo accanto.

«Il colonnello e la señorita», disse. Fu così sorprendentemente simile a una presentazione che l’uomo paffuto e bruno scattò in piedi e si inchinò; e la ragazza, chinandosi sul mazapán nel suo piatto, ci lasciò intravedere proprio la sommità della crocchia che le adornava il capo.

Dick, sopraffatto e ricordando ogni parola che avevamo detto, come un uomo che annega ricorda ogni atto malvagio della propria vita fin dall'infanzia, si alzò in piedi e iniziò a balbettare spiegazioni.

«Beh, questo dimostra che razza di idiota possa diventare un uomo», disse. «La signorina — Mademoiselle de la Mole mi ha dato una lettera di presentazione e un pacchetto con un piccolo regalo, e stavo guardandomi intorno per cercarvi. Mi chiamo Richard Waring; non so se mademoiselle abbia scritto di me. Comunque...»

«Señor», annunciò il colonnello O’Donnel, addolorato per il turbamento di Dick; «no entiendo.»

«Habla usted español?» chiese la ragazza. «No Inglees, we, much.» E fece un sorriso con le fossette, rivolto direttamente a Dick, con un’occhiata di sfuggita per me.

Dick era, per usare contro di lui una delle sue parole preferite, sbalordito. «Allora non siete il colonnello e la signorina O’Donnel?» disse. «Pensavo che non poteste esserlo, ma...»

«Si, si», lo rassicurò il Cherubino, annuendo. «O’Donnel. Aw—right.» Rise in modo così contagioso che ridemmo anche noi; e sentii il mio cuore scaldarsi per questi inaspettati e sorprendenti amici di Angèle de la Mole.

«Me María del Pilar Inés O’Donnel y Alvarez», si presentò la ragazza. «Angèle de la Mole, mi—mi fren.» Dopo aver tentennato così tanto tra spagnolo e inglese, si lanciò a capofitto nella sua lingua madre. Questo fu il segnale perché anche il Cherubino iniziasse a dare spiegazioni fluenti, entrambi parlando in andaluso insieme, e così velocemente che Dick (istruito faticosamente da me in un po' di castigliano nei momenti liberi) si ritrovò in alto mare, e a bordo.

Dovetti tradurgli quei fatti della storia della famiglia O’Donnel che riuscii a districare dall'ingarbugliata matassa. Il mistero degli amici irlandesi di lingua spagnola di Angèle de la Mole (che lei doveva essersi astenuta dallo spiegare per fare uno scherzo a Dick) fu risolto in una frase. Un nonno O’Donnel aveva combattuto in Spagna sotto Wellington nella guerra d’indipendenza spagnola, ed era rimasto in Spagna perché amava una ragazza spagnola che possedeva molti acri. Il padre del Cherubino era nato in Spagna e parlava poco inglese. Il Cherubino stesso non ne parlava affatto, o solo una o due parole. Era un colonnello dell’esercito spagnolo, ora in pensione. Tutto qui; tranne per il fatto che suo figlio e sua figlia avevano studiato una volta una grammatica inglese, finché non erano arrivati ai verbi; poi avevano smesso, perché la vita è breve e piena di altre cose. «Ma», disse orgogliosamente la signorina O’Donnel, «me know, two, three, word. Lo-vely. Varry nice. Aw raight. Yes.»

Quando mostrava così la sua scorta di conquiste, punteggiata dalle fossette, qualsiasi uomo non perdutamente innamorato di un’altra ragazza avrebbe dato gli occhi per baciarla. Mi dispiaceva per Dick. Quanto a me, mi ritrovai a desiderare di raccontare tutto a Doña María del Pilar Inés O’Donnel y Alvarez riguardo a Lady Monica Vale, con la convinzione che il suo aiuto sarebbe stato di inestimabile valore.

Tale è il potere degli occhi di una ragazza su un uomo debole, anche quando egli adora un paio di occhi molto diversi; ed era già strano ricordare il mio rigido diniego al desiderio di conoscere gli O’Donnel. Li avevo definiti «estranei». Che asino ottuso!

XI

MARÍA DEL PILAR IN SOCCORSO

Alla fine, quando la confusione generale si fu placata, riuscii a far comprendere all’incantevole coppia che, se solo avessero parlato molto lentamente e si fossero gentilmente presi la briga di pronunciare una parola di tre sillabe, diciamo, due di esse (un’abitudine pedante disapprovata in Andalusia), il signor Waring sarebbe stato in grado di partecipare alla conversazione. Con la vera bontà d’animo spagnola fecero del loro meglio, anche se il cielo sa cosa deve essere loro costato. Anche Dick fece del suo meglio, con una coscienziosa pronuncia americana; ma dove le lingue si arrestavano, gli occhi parlavano una lingua universale, e andammo tutti così d’accordo che in dieci minuti avremmo potuto conoscerci da dieci anni.

Allo scadere di quei minuti fummo invitati nel salotto degli O’Donnel, che era stato ricavato da una camera da letto; e lì Dick tirò fuori la famosa lettera di presentazione e il pacchetto di carta bianca legato con un nastro rosa.

Il mio nome non era stato menzionato da Angèle. Ero semplicemente un «amico del signor Waring»; e, a quanto pareva, ero stato designato vagamente così in una lettera precedente in cui il nostro arrivo era stato profetizzato. Questo era stato il modo di Angèle di lasciarmi libero di presentarmi come preferivo; ma ora non c’era alcun segreto di cui non mi sarei sentito sicuro di affidare ai nostri vecchi amici O’Donnel, così diedi loro il mio vero nome.

Il volto del Cherubino si illuminò. «Conoscevo bene tuo padre», disse. «Imparammo a fare i soldati insieme da ragazzi, sebbene lui fosse di quattro o cinque anni più grande di me, ed era l’eroe della mia giovinezza. Le nostre idee» — tossì in un momento di imbarazzo — «erano diverse. Questo ci separò. Ma non l’ho mai dimenticato. Era un grande uomo; ed è un evento incontrare suo figlio. Quando ti ho visto di sotto nella sala da pranzo, è stato come tornare indietro di trent’anni. Un giovane uomo come lo sei tu ora, era tuo padre quando l’ho visto l’ultima volta. Sei il suo ritratto vivente.»

Ci stringemmo la mano; e credo che, con il minimo incoraggiamento, il caro vecchio compagno mi avrebbe stampato un bacio su entrambe le guance. Che non lo facesse, fu un tributo alla mia educazione inglese.

La cosa successiva fu che, su richiesta di Dick, stavo raccontando loro tutto; e mentre Pilar ascoltava la storia che precedeva la mia missione in Spagna, i suoi occhi, che erano stati stelle, divennero soli. Quando pronunciai il nome di Carmona, lei e suo padre emisero un’esclamazione.

«El Duque de Carmona!» fece eco il Cherubino.

«Lui!» gridò Pilar. E si guardarono l’un l’altro.

Per un solo secondo, mi chiesi se la mia franchezza fosse stata un errore.

«Conoscete il Duca?» chiesi.

«Santa María, se lo conosciamo!» mormorò la ragazza. «Vorrei poterti dire di no.»

«Non vi piace?»

«Ci piace il Duca, papà?»

Il buon Cherubino scosse la testa in modo minaccioso. «Il Duca di Carmona è un uomo cattivo», disse. «Non ci ha fatto alcun male...»

«Oh—oh!» Pilar lo interruppe. «Non ha forse spinto in un convento una delle mie amiche più care?»

«Mia figlia si riferisce a una triste storia», spiegò suo padre. «A Madrid fece scalpore all’epoca. Ha lasciato una compagna di scuola di Pilarcita. È una cosa quasi inaudita in Spagna; ma lui l’ha fatto. La famiglia della giovane ragazza ebbe dei guai a Corte — un affare insignificante; ma il Duca è ambizioso di favori. Aveva qualcosa da recuperare, dopo lo scandalo durante la guerra ispano-americana, quando era ancora un uomo molto giovane — non più di ventiquattro anni — e...»

«Intendete la storia che speculò sui cavalli — comprò miseri ronzini a basso costo e li vendette all’esercito per la cavalleria, con la complicità dei veterinari che si suppone abbia corrotto?»

«Sì. Riuscì a scagionarsi; ma i reali lo guardarono con freddezza, e lui non è un uomo da sopportare una cosa simile. Il padre della ragazza — l’amica di Pilarcita — era un tempo molto amato dal giovane Re, e la gente pensava che fosse quello il movente di Carmona per fidanzarsi. Al primo soffio della tempesta il Duca se ne andò; e la fidanzata abbandonata entrò come novizia nel convento dove lei e mia figlia andavano a scuola. Ecco perché Pilarcita non lo ama affatto...»

«Ma non è tutto!» gridò la ragazza. «Che mi dici del toro grigio, il povero Corcito.»

Il colonnello O’Donnel rise con la sua risata gentile e sommessa.

«La nostra casa è vicina a una ganadería — un allevamento di tori del Duca vicino a Siviglia», spiegò con indulgenza. «I luoghi confinano; e poiché ho permesso a questa Pilarcita di crescere come una ragazza selvaggia, molto diversa dalle giovani signore di Siviglia che dovrebbe emulare, ha fatto amicizia con il bestiame del Duca. C’era, alcuni anni fa, un toro grigio che era mansueto con lei come un cane da compagnia; ma provò antipatia per il Duca, che venne una volta a dare un’occhiata ai suoi tori, e lo attaccò. Si dice che il sangue moresco nei Carmona dia loro un temperamento crudele. Comunque sia, Carmona non riuscì a perdonare al toro la sua mancanza di rispetto e lo mandò prontamente al macello, sebbene fosse un toro bravo.»

«È da lui», dissi.

«Non c’è nulla che non farebbe contro un nemico, o per ottenere una cosa che desidera», disse Pilar, voltandosi verso di me. «Fai attenzione, ora lui vuole qualcosa che tu vuoi.»

«È stato così tra le nostre famiglie per generazioni», dissi. «Mio nonno scappò con la ragazza che il suo nonno voleva sposare, e mio padre e il suo in gioventù ebbero una furiosa disputa legale.»

«Chi vinse?» chiese la ragazza.

«Mio padre.»

«Sii certo che se lo ricorderà», disse lei. «Oh, come vorrei poterti aiutare! Sarebbe una tale vendetta contro di lui per la povera Eulalia e per Corcito. Papà, non possiamo fare qualcosa?»

«Se potessimo», fece eco il Cherubino, «per il figlio di suo padre!»

Improvvisamente la ragazza balzò in piedi e batté le mani. «Oh, ho pensato alla cosa!» gridò. «Sarebbe come in una recita.» Ma il suo viso si rabbuiò. «Non so come proporlo», disse. «Forse tu e il signor Waring disapprovereste. E come potremmo invitarci da soli...»

Si fermò; ma la feci continuare. «Ti prego, dillo a noi», dissi. «Sarà sicuramente un piano splendido. E qualsiasi cosa associata a voi porterebbe fortuna.»

«Questa sarebbe molto associata a noi», disse lei, ridendo; «perché l’idea è che, invece di tornare a casa in treno come intendevamo fare dopodomani, proseguiamo nella tua auto con voi, fingendo di essere ospiti del signor Waring, e tu spacciato per mio fratello Cristóbal.»

«Pilarcita, qualche uccello selvatico ha costruito il suo nido nel tuo cervello», disse il Cherubino.

«Aspetta che finisca!» comandò la ragazza. Ed era facile vedere che, sebbene suo padre scuotesse la testa, lei era una figlia viziata che non poteva sbagliare.

«Vorrei solo che Cristóbal fosse qui», continuò, senza fiato; «ma c’era una cena del reggimento e ha dovuto lasciarci. Verrà più tardi, e lo incontrerete, e sentirete cosa dice del piano. Oh, non c’è molta paura che si opponga, quando sei amico di Angèle, e lei sta facendo tutto il possibile per te. Attraverserebbe il fuoco per compiacere Angèle. E questo non sarebbe che rinunciare al suo permesso — o almeno al tornare a casa con noi — e prestarti la sua uniforme, che sono certa ti starebbe a pennello.»

Non potei fare a meno di ridere del modo in cui disponeva di suo fratello e dei suoi piani, per non parlare di quelli che stava facendo per me; ma lei proseguì, ansiosa di giustificare il suo consiglio.

«Non hai ancora capito», insistette. «È un’idea meravigliosa. Vedi, papà ed io abbiamo incontrato il Duca a Madrid, a casa di amici. Gli ho parlato a malapena, perché le ragazze spagnole non hanno molte possibilità di parlare con gli uomini, ma lui si ricorderà di me, e anche di papà. La cosa fortunata è che non vede mio fratello da quando Cristóbal era un ragazzino, e allora non più di una o due volte, quando venne nel suo allevamento. Deve sapere, se si ferma a riflettere, che papà ha un figlio; tutto qui. E tu dici che il Duca ti ha visto solo al ballo in maschera, in costume da Romeo, con una parrucca bionda. Quando Lady Monica Vale fece quello scatto in avanti e ti guardò nell’automobile, sebbene tu avessi reso la tua auto diversa, immaginò che potessi essere tu, e telegrafò per far fermare l’uomo che sospettava a Iran. Bene, è stato intelligente da parte tua scambiare il posto con il tuo autista; ma comunque, se prosegui vestito da autista, non potrai mai avere la possibilità di avvicinarti a Lady Monica. E se appari come te stesso, anche se il Duca non è sicuro che sia tu, terrà Lady Monica lontana da te. E sua madre lo aiuterà, dato che vuole che si sposino. Ma pensa quanto sarebbe diverso per mio fratello! Ci incontriamo tutti per caso — supponiamo che sia nella cattedrale — e papà dice: “Come va? Non ti ricordi Cristóbal?” Dovrebbe semplicemente accettarti come Cristóbal, sebbene potrebbe trovare Cristóbal piuttosto simile a quel fastidioso Marqués de Casa Triana.»

«Casa Triana è anche Cristóbal», risi io. «Ramón Cristóbal.»

«Tanto meglio. Non dovremmo inventare bugie. Ho sempre detto che Cristóbal è il santo più fortunato da avere come patrono. Guarda come ti sta offrendo il suo aiuto. E oh, sapevi che è il santo patrono degli automobilisti? Domani ti darò una medaglia di Cristóbal da inchiodare sulla tua auto. Sono fatte apposta; che tesori! Ma ora inizi a capire cosa intendo, e che non era solo impudenza suggerire che noi andassimo nella tua automobile, papà ed io? Con noi, e San Cristóbal, dovresti riuscire a mettere il piede sulla testa del Duca.»

«Ma che dire di tuo fratello Cristóbal?»

«Oh, lui! Dobbiamo tutti ringraziare San Cristóbal che ha questo permesso, altrimenti il Duca potrebbe facilmente scoprire tutto; ma invece di andare a casa può andare — beh, può andare a Biarritz, dove vedrà Angèle, quindi sarà bello per tutti. E immagina te stesso nella sua uniforme, che cammini con noi nella cattedrale, dove il Duca porterà sicuramente Lady Monica e sua madre — altrimenti, perché fermarsi a Burgos? Si viene per questo, e nient’altro, a meno che non si abbia un fratellino nella guarnigione. Ora cosa dici, Don Ramón?»

«Dico che sei un angelo», risposi prontamente. «Ma dico anche che il colonnello O’Donnel non permetterà un simile accordo.»

«Oh, non lo farà?» esclamò Pilar. «Pensi che io sia una normale ragazza del sud della Spagna, che dice “sì, sì” e “no, no” come desiderano i suoi genitori, e guarda a terra mentre la vita passa? Solo pensare di essere così è abbastanza per far venire i baffi a una donna e farle venire l’embonpoint dalla pura noia. È il mio cuore irlandese che tiene in vita mio padre e mio fratello; e quando voglio fare una cosa, si affrettano a lasciarmela fare per paura che io abbia una crisi — di cui sarei capace.»

«Poiché sei una Cristóbal», disse il Cherubino con dolcezza, «si potrebbe fare, se ti piacesse, senza che dobbiamo andare a confessarci più di una volta in più. Potrei portare il peccato sulla mia coscienza, se potessi farlo tu; e se potessi indossare anche l’uniforme di mio figlio.»

«Mi piacerebbe vedere la faccia di Carmona quando verrai presentato», osservò Dick, nel suo lento spagnolo.

«La vedrai», esclamò Pilar; e con ciò, la porta si aprì e l’altro Cristóbal entrò.

XII

SOTTO UN BALCONE

Il fratello mi piacque perché aveva gli occhi di sua sorella, e — essendo l’ordinario, egoista, umano uomo — mi piacque ancora di più per il suo entusiastico desiderio di aiutare l’ultimo dei Casa Triana. Se il suo entusiasmo fosse per amore di Casa Triana, o di Angèle de la Mole, era un dettaglio. Aveva lo stesso effetto sui miei affari; e avendo dedicato pochissimo tempo alla riflessione, mi lasciai trascinare via dalla corrente.

Pilar — tanto diversa da una ragazza spagnola nello spirito quanto simile nell’aspetto — ci diresse tutti come una regista. Accettammo semplicemente le nostre parti nella commedia, io con gratitudine, gli altri con calma.

Il fratello Cristóbal, forse, non era dispiaciuto di fare un volo inaspettato a Biarritz, con la notizia di Dick e mia come scusa, invece di trascorrere il suo permesso noiosamente a casa. C’era, in ogni caso, una sospetta prontezza nel modo in cui accettò di scomparire il prima possibile il giorno seguente. Poiché indossava l’uniforme che doveva essere ceduta a me, fu deciso che l’avrebbe portata nella mia stanza la mattina dopo prima di andare a messa in cattedrale. Fu idea di Pilar che io andassi lì con lui, uscendo prima che la fonda fosse pienamente in fermento, e cercassi rifugio negli angoli bui di cappelle remote finché i miei amici non fossero arrivati.

«Scopriremo quando il Duca e sua madre porteranno Lady Monica a vedere la cattedrale», disse la ragazza, godendo della propria ingegnosità; «e poi partiremo anche noi. Sebbene non possiamo sopportare il Duca, siamo sempre stati civili con lui e sua madre ogni volta che ci siamo incontrati a Madrid, lode ai santi, quindi non possono essere scortesi con noi ora. Se andiamo da loro e parliamo, dovranno presentarci a Lady Vale-Avon e a Lady Monica. Mi prenderò una gran simpatia a prima vista per Lady Monica, naturalmente; e non mi stupirei se riuscissi a farmi piacere da lei. Il resto sarà facile per tutto il viaggio. Oh, ci divertiremo!»

Iniziai a pensare che ci saremmo divertiti, e che, grazie al complotto di una ragazza, avrei avuto la strada spianata nonostante Carmona. Ma poiché iniziavo a vedere terra all’orizzonte, ero ancora più ansioso di dare pace alla mente di Monica; e quando dicemmo buonanotte agli O’Donnel verso le dieci e mezza, mi misi in cammino per portare a termine il piano a cui avevo pensato prima di cena.

Sul muro dell’ufficio del padrone di casa, fuori dall’atrio principale, avevo visto una chitarra appesa. Apparteneva a suo figlio, un giovane dall’aspetto romantico, la cui anima comprensiva era lieta di prestare l’aiuto nazionale al corteggiamento, senza fare una sola domanda.

Non sarei un vero spagnolo se non sapessi suonare la chitarra; e infatti mia madre mi aveva dato una certa destrezza con lo strumento, prima che avessi dieci anni. L’avevo trascurato per anni; tuttavia, le mie dita non dovettero far altro che toccare le corde per essere in confidenza con loro.

Madrid e Siviglia si sarebbero probabilmente svegliate alla vita più piena a quest’ora; ma nelle città di provincia si va a letto presto perché non c’è nient’altro di più divertente da fare.

Alle undici le finestre dell’hotel principale erano buie; e senza essere guardato con curiosità da alcun passante, mi appostai sotto i balconi del primo piano, con la mia chitarra.

Non sapevo quale fosse la stanza di Monica, ma sapevo che non poteva essere lontana; e contavo sulla possibilità che pensieri ansiosi potessero impedirle di dormire profondamente.

Dolcemente, e poi più audacemente, iniziai a pizzicare l’aria del valzer ungherese che avevano suonato quella sera dalla Duchessa di Carmona, mentre dicevo a Monica che la amavo. Spesso il suo ritornello appassionato aveva echeggiato nelle mie orecchie da allora, e mi aveva riportato la scena davanti agli occhi. Speravo che anche Monica potesse ricordare.

Passarono cinque minuti, e continuai a suonare, ma non accadde nulla. Poi, quando avevo iniziato a temere il fallimento, udii un debole suono sopra di me. Una finestra si stava aprendo. Non c’era bagliore di luce, nessun sussurro; ma qualcosa di morbido e piccolo cadde vicino ai miei piedi. Mi chinai e lo raccolsi. Era una rosa, appesantita da un guanto di camoscio grigio, legato attorno allo stelo; e il guanto era profumato di iris, la stessa delicata fragranza che mi aveva raggiunto quando avevo baciato la mano di Monica, e le sue lettere.

Aveva ricevuto il mio messaggio e vi aveva risposto.

XIII

COSA SUCCESSE NELLA CATTEDRALE

Prima delle sei del mattino seguente, Cristóbal O’Donnel stava bussando alla mia porta, con l’uniforme promessa e l’equipaggiamento nascosti sotto il cappotto militare che doveva essere messo a mia disposizione.

Udite le nostre voci, Waring apparve sulla porta della stanza adiacente, sbadigliando, e ci fu un bel po’ di risate soffocate tra noi tre, mentre mi infilavo i miei abiti presi in prestito, rossi e blu. Le cose andavano bene abbastanza, dato che ho solo un pollice o due di vantaggio sull’altro Cristóbal, e persino il berretto si adattò alla mia testa quasi fosse stato fatto per me. Quando fui pronto per la parte assegnatami da Pilar, Dick disse che non ero mai stato così bene prima, e probabilmente non lo sarei mai più stato.

Le mie valigie erano pronte, e il programma che Dick doveva eseguire quando O’Donnel ed io fossimo partiti era di saldare il nostro conto all’albergo, far sistemare i bagagli sul tetto dell’auto e, infine, guidare fino alla porta della cattedrale, per partire da lì alla fine, senza tornare alla fonda o al garage. Ci stavamo lamentando dell’assenza del povero Ropes, quando ci fu un discreto bussare alla porta e Ropes stesso apparve non appena la aprimmo, come un diavolo a molla.

Il suo sorriso felice si trasformò in uno sguardo di sorpresa alla vista di me nell’uniforme di un ufficiale spagnolo, ma fedele al suo addestramento eliminò ogni espressione dai suoi lineamenti in un istante, e si concesse di apparire solo decorosamente compiaciuto quando Dick ed io lo accogliemmo con entusiasmo.

“Ben fatto!” dissi. “Sei scappato di prigione?” Ma a dire il vero ero leggermente a disagio; perché, se lo avesse fatto, avrebbe significato guai per tutti noi di lì a poco, una volta che fossimo stati rintracciati dalla polizia. Ma non avrei dovuto dubitare del fedele Ropes.

“No, signore, non sono scappato,” rispose. “Non l’avrei fatto in ogni caso, anche se non mi piaceva pensare al mio lavoro nelle sue mani. Ma le racconterò com’è andata, se non la disturbo.”

O’Donnel, che non capiva una parola, pensò di doversene andare, poiché voleva ascoltare la messa e prendere il treno per Biarritz. Lo lasciai andare senza di me, dunque; e dopo i nostri saluti, Dick ed io reclamammo la storia di Ropes.

“È stata una faccenda strana in tutto e per tutto, signore,” disse. “Mi hanno portato all’ufficio principale di polizia a Irun, e il capo mi ha fatto ogni sorta di domande; ma io continuavo a ripetere ‘no comprendo’ e a mostrare i biglietti del signor George Smith. Non riuscivo a capire tutto il loro chiacchiericcio, ma hanno fatto il suo nome, e dal modo in cui mi guardavano quando assumevo i miei atteggiamenti stupidi, ho pensato che stessero iniziando ad avere dei dubbi. Il capo della polizia mi ha fatto segno di restare dove ero e ha ordinato a due uomini di andare da qualche parte. Dal mio posto, riuscivo a vedere il ponte e i due poliziotti che sembravano cercare qualcosa.”

“Di lì a poco arrivò il rombo di un’automobile, e potei dire che era una Lecomte. Un minuto dopo, i tizi fuori stavano parlando con il Duca di Carmona, che fermò la sua auto dove si trovavano loro. Parlarono un po’; poi lasciò il volante al suo autista ed entrò nell’ufficio di polizia. Il capo lo trattò con molta deferenza; si misero a confabulare in un angolo, ma potevo vederli leggere un telegramma, e di tanto in tanto davano un’occhiata a me.”

“Sapevo troppo per lasciar intendere che sospettassi che il Duca avesse una parte nella faccenda, ma avendolo sentito rispondere al signor Waring riguardo allo pneumatico in un inglese buono quanto il mio, sono scattato in piedi e ho chiesto se potesse farmi da interprete con la polizia. Ho spiegato cosa era successo, ho mostrato il mio biglietto e ho detto che c’era stato un errore sciocco che mi stava causando una quantità di fastidi senza fine. Poi ho detto che avrei scritto al Times riguardo al tipo di cose che capitavano agli inglesi che viaggiavano in Spagna, e ho parlato dell’Ambasciata a Madrid.”

“Per tutto il tempo in cui ho parlato, il Duca si è tirato i baffi e mi ha fissato così intensamente che, se avessi avuto dei baffi finti o una parrucca, o qualsiasi cosa del genere, sarebbe stato certo di scoprirlo. Sembrava contrariato e anche perplesso; ma alla fine ha detto che, siccome ero inglese e credeva che stessero cercando uno spagnolo, doveva esserci un errore, e che avrebbe fatto del suo meglio per aiutarmi. Suppongo debba aver detto loro che erano sulla pista sbagliata dopo tutto, perché, dopo che se n’era andato e che loro ebbero confabulato per un po’ e compilato un sacco di carte, hanno detto che, dato che una persona molto importante certificava che ero il signor George Smith, potevo andare.”

“A quel punto era pomeriggio, e volevo andare avanti il prima possibile, così ho preso il treno successivo per San Sebastian e ho cercato un posto dove noleggiare una moto. Non sapevo dove foste andati dopo, quindi non potevo prenotare col treno; ma ho contato sul fatto di trovare la vostra pista se fossi rimasto sulla strada.”

“Come potevi sperare di farlo, visto che devono esserci un sacco di automobili che vanno avanti e indietro tra Biarritz e San Sebastian, anche in questo periodo dell’anno?” dissi.

“Beh, dagli antiscivolo, signore. Riconoscerei i nostri ovunque. Ci sono tre dei perni d’acciaio consumati fino in fondo sulla ruota motrice esterna, il che lascia uno strano piccolo segno nella polvere o nel fango. Potevo persino vedere, una volta che mi sono messo sulle tracce, che avevate seguito l’auto del Duca, perché le vostre tracce venivano a volte su quelle sue, cancellando quasi la sua scia per un po’. Le dico, signore, che mi ha rallegrato trovare le vostre tracce in quel modo. Mi ha fatto sentire a casa in un paese straniero. Anche la moto mi ha portato avanti piuttosto bene; ma per quanto potessi fare, è scesa la notte senza che vi raggiungessi. Per paura di perdere le tracce, mi sono fermato in una posada, mi sono messo in viaggio al primo raggio dell’alba e vi ho trovati qui chiedendo in giro.”

“Sei un vero Sherlock Holmes oltre che un tipetto in gamba, Ropes,” dissi. “Ora, mangia qualcosa; riporta la motocicletta a San Sebastian in treno e sii pronto per un’altra partenza.”

Con questo me ne andai, lasciandolo a Dick. Tirai su il bavero del grande cappotto di Cristóbal fino agli occhi, abbassai il berretto abbastanza da toccarlo quasi e uscii, pregando di non incontrare nessuno dei colleghi ufficiali di Cristóbal.

Il vento selvaggio per cui Burgos è famosa gemeva attraverso le lunghe strade porticate con i loro alti edifici gialli, e tentava di scacciarmi dal grande portale color miele con le sue torri e pinnacoli, dove mi sarei fermato a cercare la statua del Cid tra le altre statue malconce in nicchie segnate dalle intemperie.

I pochi uomini che passavano, avvolti in nere capas rovesciate di blu o cremisi, avevano i lineamenti sottili e malinconici di chi vive nel freddo del nord, e i loro sguardi erano gelidi quanto il tempo. Ma era meglio che se avessero preso troppo interesse per un volto estraneo in un’uniforme familiare; e ci sarebbe voluto ben più di uno sguardo gelido per guastare la primavera nel mio cuore, poiché stavo andando da Monica.

Ero pronto ad amare Burgos per amore dell’eroe della mia infanzia, il coraggioso vecchio Cid, a cui ogni pietra sembrava essere associata. Questa era la città del Cid così come il paese del Cid; e se fossi venuto nella mia terra natale come turista, e non come amante, sarei andato in pellegrinaggio alla sua tomba presso il convento di San Pedro de Cárdeña, a pochi chilometri da Burgos, quella Città delle Battaglie.

Così com’era, avrei dovuto accontentarmi di leggerne in qualche libro, perché Carmona non avrebbe abbandonato la sua auto per andarci; e dove andava Carmona, dovevo andare anche io.

Almeno bevvi una tazza di caffè al “Café del Cid” sulla strada per la cattedrale; e il primo punto di riferimento che cercai in quel trionfo di grandezza gotica fu la cassa del Cid. Sapevo che avrei potuto avere ore da aspettare prima che gli altri arrivassero, sebbene per raggiungere Valladolid a un’ora decente non dovessero tardare troppo. Ma prima o poi sarebbero certamente arrivati, perché Carmona non avrebbe potuto, per vergogna, portare via Monica da Burgos senza mostrarle la gloria di Burgos. E nel frattempo, poiché solo un’anima meschina avrebbe potuto fermarsi, il Tempo, pesante nei suoi passi, era un compagno in quel regno di splendore ombreggiato.

Era la prima delle famose cattedrali di Spagna su cui io, figlio reietto, avevo posato gli occhi; e uno scorcio delle torri gemelle da lontano mi aveva dato qualche intuizione della sua bellezza. Avvolte nelle fiamme del tramonto, avevo visto le torri come se fossero tagliate in pietre preziose, cesellate, secondo la leggenda, dagli angeli, come il braccialetto di una regina, adornate come un antico reliquiario. Mi ero detto che il vasto edificio era una festa selvaggia nella pietra, un canto di bravura in architettura. E se ricordavo, mentre guardavo, altre torri gemelle che sono la gloria del Reno, cercavo di scacciare quel ricordo, perché volevo che le cattedrali di Spagna fossero diverse da quelle di qualsiasi altro paese. Volevo che mi parlassero con la loro ispirazione nazionale. E stamattina, mentre scivolavo con le altre ombre nel solenne crepuscolo della grande navata, ero soddisfatto. Non trovai alcuna ispirazione tedesca qui. Ogni dettaglio colpiva la stessa nota curiosamente nazionale, dal raro lavoro in ferro alla lanterna ottagonale, un miracolo di design plateresco, che si elevava, limpido e luminoso, sopra il centro della grande chiesa. Forse l’effetto risiedeva in parte nel colore magnifico, un colore mai pacchiano, mai volgare, come l’avevo visto a volte in Italia; o forse nei meravigliosi rilievi; statue in nicchie d’oro, pietre fiorite, arabeschi, colonne d’alabastro, immagini dai toni ricchi; ma non importava da dove venisse, era lì, e non avrebbe potuto essere in nessun altro posto se non in Spagna.

Vagai di cappella in cappella, vidi la strana figura simile a una mummia del Cristo di Burgos, che si suppone versi sangue ogni venerdì; ammisi i tesori della sacrestia; e, mi vergogno a metà a dirlo, avevo appena dedicato una candela per propiziare San Cristóbal, quando il mio cuore fece un balzo alla vista di quattro persone che apparvero da dietro il grandioso coro che riempie la navata.

La vecchia Duchessa di Carmona, bruna, tarchiata, eppure in qualche modo maestosa, e la figura alta di Lady Vale-Avon avanzavano verso di me, fianco a fianco. Dietro venivano Monica, fresca e dolce nel suo cappello grigio dalle ali bianche e nell’abito da viaggio, e il Duca di Carmona, scuro come un moro in contrasto con la sua giovane luminosità.

Non osai presentarmi a lei inaspettatamente, dopo la mia esperienza di ieri, così mi voltai e, entrando in una cappella, mi interessai a una tomba che è il gioiello prezioso della cattedrale.

Quanto a lungo avrei potuto mantenere la mia pazienza sotto provocazione non saprei dirlo; ma la mia forza d’animo non era stata messa alla prova per cinque minuti quando sentii la voce della mia sorella adottiva Pilarcita. Lei e l’eccellente Cherub stavano reclamando conoscenza con il Duca.

Erano vicini alla cappella in cui mi trovavo. Voltandomi a metà vidi il gruppo, che consisteva di sei persone. Dick non era tra loro, e mi chiesi se fosse assente per progetto o per caso.

Ora la Duchessa e il Cherub stavano parlando insieme. Ora gli O’Donnel venivano presentati a Lady Vale-Avon e Monica. Le due ragazze iniziarono a chiacchierare insieme. Cara Pilar, che gioiello di sorella era!

“Ti ricordi di Cristóbal?” la sentii chiedere improvvisamente a Carmona, con una voce alzata a una tale chiara distinzione che indovinai che avesse visto un’uniforme dietro la cancellata di ferro della porta della cappella socchiusa. “Credo che tu abbia visto mio fratello, quando era un bambino. Ora è di stanza qui; siamo venuti a trovarlo.”

Presi questo come il mio segnale, e voltandomi dalla figura dormiente del vescovo Alonso de Cartagena, uscii dalla cappella per unirmi alla mia famiglia adottiva.

“Ma ecco Cristóbal!” esclamò Pilar.

Poi, in un lampo, mi fece presentare a tutti, lasciando Monica per ultima, così che la ragazza potesse avere il tempo di riprendere fiato dopo il primo shock della sorpresa.

Se fosse stato che ieri le aveva dato una lezione di autocontrollo, o se Pilar fosse riuscita a sussurrare qualche parola riguardo a suo fratello, non saprei dire; ma se Monica cambiò colore non potei vederlo, forse perché un oscuramento del cielo all’esterno aveva iniziato ad approfondire il ricco crepuscolo della cattedrale.

Per il suo stesso bene non osavo quasi guardarla; e il mio silenzio deve essere passato agli altri per la timidezza di un giovane soldato tra estranei. Ma guardai Carmona, sentendo i suoi occhi su di me, e incontrai uno sguardo penetrante come raggi Röntgen.

Il suo volto non è facile da leggere; ma per una volta le finestre della sua mente erano spalancate. Se mi avesse riconosciuto e avesse indovinato il trucco che gli era stato giocato, avrebbe avuto un’espressione molto diversa; ma era sconcertato, a disagio, come lo era stato ieri quando vide Monica sporgersi in avanti, arrossendo, per fissare un uomo mascherato in un’auto.

Realizzò la somiglianza tra Cristóbal O’Donnel y Alvarez e il suo pericoloso, sebbene ineleggibile rivale, Casa Triana. Potevo vedere il pensiero balenare nella sua mente e tormentarlo; potevo vederlo spingerlo in un angolo oscuro riservato alle cianfrusaglie dell’immaginazione. Sapevo come si stesse dicendo che non poteva esserci alcun legame o collusione tra la famiglia O’Donnel e Casa Triana. Speravo che placasse anche la sua ansia ricordandosi che, con ogni probabilità, Casa Triana, nell’auto Gloria blu vista una volta dal suo autista, si stava dando da fare per dimenticare Monica Vale in qualche parte lontana dell’Europa. Carmona aveva ammesso un errore ieri: non sarebbe stato pronto a cadere in un altro oggi.

Anche Lady Vale-Avon stava fissando piuttosto acutamente il giovane ufficiale spagnolo, fratello di quelle vecchie conoscenze del Duca. Ma ora ingannò la sua vista alzando un lorgnon che, nei panni di Mary Stuart, non aveva potuto portare la notte del nostro precedente incontro; e quando uno sguardo interrogativo a Carmona non incontrò alcuna risposta allarmante, il cipiglio sospettoso svanì dalla sua fronte.

Dopo poche parole tutti noi, come se fossimo d’accordo, iniziammo a muoverci per il tour di ispezione; e ancora non c’era traccia di Dick.

Sfiderei chiunque a resistere per più di cinque minuti al fascino del Cherub. Senza alzare la voce sopra un sussurro mieloso, e senza nulla di particolare da dire, per pura forza di fascino andaluso cherubico nei modi, affascinò la Duchessa di Carmona, e persino Lady Vale-Avon, alla quale era un tipo nuovo. Lei aveva studiato lo spagnolo con un occhio al futuro, poiché capiva e rispondeva al colonnello O’Donnel; ma con apparente innocenza e reale sottigliezza lui riuscì a tenere il Duca occupato a spiegare lui, e mormorò così tante cose divertenti che persino Carmona fu costretto di tanto in tanto a scoppiare a ridere.

Nel frattempo, Monica, Pilar e io restavamo a seguire dietro, molto contro la volontà del Duca, come indovinai dall’atteggiamento imbronciato delle sue spalle.

“Presto, presto, in questa cappella,” sussurrò Pilar, “prima che si guardino intorno. Allora non sapranno dove siamo spariti, e avrai cinque minuti di grazia.” Mentre parlava, afferrò Monica per il braccio e la trascinò nella Capilla del Condestable. Una volta dietro la grata di ferro, schizzò via come mossa da un’improvvisa passione per ammirare la pala d’altare scolpita.

“Che meraviglia!” disse Monica. Afferrai le sue mani, che lei mi tese, e poi ridemmo l’uno negli occhi dell’altra, in pura felicità e trionfo sul destino. “Pensare che tu sia qui, dopo tutto.”

“Ovunque tu sia, ci sarò io, finché mi vorrai,” dissi, “e finché non sapremo se dovrò portarti via.”

“Avrei dovuto sapere che non mi avresti deluso,” disse. “Ma ero così infelice ieri. Quando ho visto quel fazzoletto ho saputo subito chi eri, sebbene non l’avrei mai indovinato, con quegli orribili occhiali, e non ho potuto fare a meno di fare un salto e diventare rossa. Ma non sarò mai più così stupida. Sarò preparata a tutto. Solo un sussurro della Señorita O’Donnel è bastato questa volta. Mentre ci stringevamo la mano ha detto: ‘Sta per succedere qualcosa.’ Così ero pronta. Solo che sembra davvero troppo bello per essere vero.”

“Ecco il guanto e la rosa che mi hai lanciato,” dissi, mostrandoglieli dentro il cappotto.

“Ecco la musica che mi hai suonato,” rispose lei, toccandosi il cuore; e avrei dato un anno della mia vita per baciarla. “Oh, dimmi, la signorina O’Donnel è una tua parente, davvero?”

“Solo un’ottima e intelligente amica,” dissi, perché non c’era molto tempo da perdere a spiegare cose più o meno irrilevanti. “Tutto questo è stata una sua idea, per darmi la possibilità di avvicinarmi a te. E, dato che Cristóbal è anche il mio nome, oltre che di suo fratello, la cosa è stata gestita senza una bugia. Il fratello Cristóbal ha un permesso. L’amico Cristóbal lo trascorrerà con la famiglia; cioè, andranno tutti su quell’auto rossa che hai visto ieri, ovunque tu vada. Risparmierebbe un sacco di ansia se potessi dire dove sarà.”

“Non posso,” disse Monica. “Credo che la mamma abbia paura che potrei trovare qualche modo per fartelo sapere; comunque, il Duca parla sempre di quanto sia piacevole non fare piani in anticipo, ma lasciare che ogni giorno si organizzi da solo. Non so come o dove trascorreremo il tempo prima di arrivare a Siviglia; ma per la Settimana Santa saremo a casa del Duca. Non ho paura di nulla, però, ora che sei vicino; e penso che mi lascerò andare ad essere felice, a dispetto del Duca, perché la tua Spagna è gloriosa, e io la amo. Vorrei che non fosse anche la Spagna del Duca!”

“Lui pensa che sia tutta sua,” dissi. “Ti sta dando molto fastidio?”

“No. È gentile con me. Sai, l’ho rifiutato a Biarritz; ma la mamma è entrata mentre lo stavo facendo e gli ha detto che ero troppo giovane per conoscere i miei sentimenti; che doveva essere paziente, e lei poteva quasi promettere che avrei cambiato idea. Ho detto che non l’avrei fatto, ma non ha fatto alcuna differenza. E siccome la mamma voleva venire in questo viaggio, ho dovuto venire anch’io. Ho l’idea che abbiano fatto un piano tra loro che io sia lasciata in pace fino a Siviglia, se mi comporto bene. Se sospettano chi sei veramente, però, sarà terribile. Non so cosa succederà.”

“Non possono costringerti a sposare Carmona,” dissi.

“No. Come potrebbero? certe cose non si possono fare di questi tempi; almeno, suppongo che non si possano fare; eppure, quando le persone sono forti e determinate, e anche senza scrupoli, non si sa mai cosa possano stare pianificando, di cosa possano essere capaci. Spesso, nella notte, cerco di pensare a cosa potrebbero fare, e mi dico che non potrebbero fare nulla, a meno che io non acconsentissi, cosa che, naturalmente, non farei mai. Oh, sarò molto felice e al sicuro ora. Sarà persino divertente, o lo sarebbe se fossi sicura che il Duca non possa farti del male.”

“Ci ha provato ieri e ha fallito,” dissi. “Se ci riprova, fallirà di nuovo. Ma per il momento, pensa che sia stato un falso allarme, e forse crede che io sia rimasto a Biarritz, a fare il broncio.”

“È stato pericoloso per te venire,” disse Monica.

Risi. “Non sembro il tipo di uomo che può prendersi cura di se stesso, e forse anche della ragazza che ama?”

“Sì, sì,” rispose. “Quanto ti amo, e quanto sono fiera di te. Se dovessi smettere di volermi bene, se dovessi scoprire che non ne valeva la pena—”

“Abbiamo troppi pochi momenti insieme per discutere di impossibilità.”

“Ah, ma mi conosci da così poco tempo. Supponi che dovessi vedere qualcun’altra—” e lanciò un’occhiata al viso grazioso, a forma di cuore, di Pilar, e agli occhi di velluto sollevati in contemplazione di una Madonna scolpita.

“Non c’è nessun altro al mondo all’infuori di te,” avevo iniziato, quando Pilar mi fece segno. “Stanno arrivando,” disse. “Deve guardare questo grazioso pannello, Lady Monica. Cristóbal, vada subito a fissare con tutta l’intensità possibile San Gerónimo dall’altra parte. Guardi, quel tesoro che sta torcendo i suoi cari piedi.”

Fu così che ci trovarono; le due ragazze che chiacchieravano sulla perfezione delle tombe del connestabile e di sua moglie; il soldato cieco al fascino della compagna di sua sorella, e assorto in reverente contemplazione di un capolavoro in legno.

“Siamo stati così stupidi a perdervi,” disse Pilar. “Ma pensavamo che sareste sicuramente tornati da questa parte più tardi.”

XIV

QUALCHE PICCOLA IDEA DI DICK

Ci salutammo poco dopo, ancora nella cattedrale, tutti molto educati e convenzionalmente interessati alle faccende altrui. Pilar espresse ingenuamente la speranza che potessimo incontrarci di nuovo a Madrid. Il Duca disse che lo sperava anche lui, ma non ne era certo, poiché viaggiavano in automobile e si fermavano ogni giorno dove suggeriva il capriccio. Pilar lo trovò affascinante e disse che anche noi avremmo fatto un piccolo viaggio in automobile. Un amico americano ci aveva invitato.

In quel preciso istante l’amico americano era visibile in lontananza, in piedi con le spalle a noi, intento a fissare una tomba di alabastro. Si sarebbe potuto pensare che avesse qualche motivo per evitarci, o per sfuggire a un’introduzione agli altri, poiché lasciò che uscissero dalla cattedrale prima di strapparsi dalla sua osservazione del cardinale dormiente. Quando furono svaniti, tuttavia, si diresse verso di noi con una vivacità che dimostrava come avesse preso più interesse ai nostri movimenti di quanto non sembrasse.

“È andata a meraviglia!” ci informò Pilar. “E lei ha fatto esattamente la cosa giusta, Señor Waring. Vede,” disse a me, “a pensarci bene, si è capito che era meglio che si tenesse alla larga, per timore che il Duca potesse iniziare a fare due più due, proprio mentre notava che Cristóbal somigliava piuttosto a qualcun altro. Ha intravisto il volto del Señor Waring ieri, in macchina, e sarà più sicuro per lui non vederci su quell’auto finché non saremo andati un po’ più avanti. Allora avrà avuto il tempo di abituarsi al volto di mio fratello, come quello di mio fratello. Non è stata una mia idea intelligente?”

La lodammo tutti; e la lodammo ancora quando spiegò la sua tattica di aver fatto cadere un accenno sul nostro amico automobilista americano, in modo da non destare il sospetto di aver cercato di nascondere qualcosa quando l’auto fosse apparsa sulla scena.

“L’auto del Duca era alla porta quando sono entrato,” disse Dick. “Deve aver visto la nostra.”

“Sì. Ma ha visto anche te, che ti aggiravi per la cattedrale da solo. Suppongo che tu abbia tanto diritto quanto lui di viaggiare in auto in Spagna, a visitare le attrazioni?”

Era vero. E poiché l’auto grigia se n’era probabilmente andata, era tempo che la nostra partisse all’inseguimento.

Ropes era al suo posto, coperto e con le ghette di cuoio ancora una volta, e così ben protetto dagli occhialoni che non c’era motivo per cui dovesse essere associato in alcuna mente a quel Mr. George Smith che aveva minacciato di esporre i suoi torti sul Times. Aveva visto l’altra macchina partire, quindi dovevamo seguirla. Attraversammo l’Arlanzón e guardai indietro con rimpianto la cittadella di Burgos, che si stagliava nel mezzo della città. Non avevamo avuto il tempo di visitare quel castello in cui è stata scritta tanta storia. Lì fu sposato il Cid; lì tenne prigioniero Alfonso di León; lì Edoardo Primo d’Inghilterra sposò Eleonora di Castiglia; e lì Pedro il Crudele vide la luce per la prima volta. Ma se c’era un rimpianto più pressante di un altro, era quello di non poter andare al Municipio a rendere omaggio a quelle ossa del Cid, e di Ximena sua moglie, così stranamente restituite a Burgos dopo i loro straordinari vagabondaggi fino alla lontana Sigmaringen.

“Chi è questo Thith di cui continuate a parlare?” domandò Dick, mentre l’auto sfrecciava lungo la riva del fiume.

“Cielo, non dirmi che sei cresciuto nell’ignoranza del nostro eroe nazionale!” esclamai. “Se avessi immaginato una cosa simile, non avrei potuto farmi amico di te. Ma questa era la sua città. Si è sposato nella cittadella. Lui—”

“Come si scrive?” chiese Dick, con cautela.

“C-i-d, naturalmente.”

“Per tutti i fulmini! Non vorrai dirmi che il mio vecchio amico il Cid era il Thith tutto il tempo, e non l’ho mai saputo? Che colpo! Non capisco perché C-i-d non dovrebbe leggersi Cid, anche in spagnolo; come Thith non posso rispettarlo.”

“Allora lascialo andare nella tomba con te come il Cid,” dissi. “Ma sai, o dovresti sapere, che la ‘C’, la ‘Z’ e talvolta la ‘D’ sono ‘th’ da noi.”

“Non mi sono mai preoccupato molto di cercare di pronunciare le lingue straniere,” disse Dick. “Mi limito a lottare con le parole al meglio delle mie possibilità in puro americano. Ma ora — ho sempre pensato fosse maleducato menzionarlo prima — capisco perché voi spagnoli sembrate sibilare, e sputare le vostre ultime sillabe come segreti. Quanto al posto dove stiamo andando dopo—”

“Valladolid?” Lo pronunciai come fa uno spagnolo, “Valyadoleeth”.

“Sì. Questo batte il Thith. La mia lingua non è fatta per questo, e lo chiamerò semplicemente Val.”

Tra i mormorii di rimpianto del Cherubino per il fatto che noi stranieri voltassimo le spalle a Burgos senza vedere tutti i suoi tesori, e i sospiri di Pilar per la Cartuja de Miraflores, e la più bella tomba scolpita sulla terra, rivolgemmo i nostri volti verso Valladolid.

La nostra strada tagliava l’arida pianura che si era distesa davanti a noi ieri. Pochi alberi punteggiavano il triste canto della sua monotonia; ma sempre in lontananza sorgevano colline gialle come leoni accovacciati nel sonno, luci e ombre che veleggiavano sopra le loro teste con l’audace slancio di uccelli titanici. Più di una volta incrociammo la povera, singola linea ferroviaria, la via principale tra Parigi e Madrid, e Dick disse che la Spagna aveva bisogno di qualche americano per svegliarla. Tre treni al giorno, davvero, e una velocità di quindici miglia all’ora! La gente scuoteva la testa e ti diceva che la Spagna non era un paese in cui viaggiare in auto. Bene, di certo non era un paese in cui viaggiare in treno, a meno che tu non volessi dimenticare dove stavi andando prima di arrivarci. Avrebbe voluto essere un amministratore delegato; o no, a pensarci bene, la cosa che avrebbe preferito sarebbe stata migliorare il futuro dell’industria automobilistica. Insomma, c’era una fortuna da raccogliere per qualche tizio con un po’ di iniziativa e un po’ di capitale. Guarda queste strade, ora; non così male, nessuna di esse, per quanto avevamo visto; alcune, buone come in Francia; altre, solo accidentate perché la scienza non era stata impiegata nel costruirle; dopo la pioggia diventavano molli e fangose, e poi indurivano in solchi. Ma qualche migliaio di dollari, ben spesi, lo cambierebbe. Poi, con un buon servizio di automobili, guarda cosa si potrebbe fare nel trasporto dei prodotti del mercato e centinaia di altre cose. Cosa c’era che non andava negli spagnoli, che non mettevano in piedi qualche piano del genere?

Il Cherubino, ascoltando educatamente lo spagnolo notevole di Dick, e capendone forse la metà, rispose con mitezza che sarebbe stato un sacco di problemi, e agli spagnoli non piacciono i problemi.

“Ma suppongo che agli spagnoli piaccia diventare ricchi, no?” disse Dick, che si stava riposando, lasciando che Ropes guidasse, mentre faceva il quarto nel tonneau.

“Non sono ansiosi. È meglio stare comodi,” mormorò l’irlando-spagnolo. “Inoltre, è volgare essere troppo ricchi, e rende infelici i propri vicini. È una cosa che non farei io stesso.”

“È vero,” disse Pilar. “Non è quella che chiamate uva acerba. Papà potrebbe essere ricco se volesse. Abbiamo rame sulla nostra terra, molto rame. Uomini sono venuti a dire a papà che se avesse scelto di lavorarlo avrebbe potuto avere una delle migliori miniere di rame in Spagna.”

“E non ha voluto?” chiese Dick.

“Non per tutto l’oro del mondo,” disse il Colonnello O’Donnel, con un lampo di orgoglio nei suoi miti occhi castani. “Non provengo da quel genere di persone. Sono un ufficiale. Non sono un minatore.”

“Ma,” insistette Dick, sconcertato da questo nuovo tipo di uomo, che si rifiutava di aprire la propria porta e lasciar rotolare dentro il denaro, tonnellate di denaro, “ma potrebbe vendere la terra e fare un profitto enorme. Potrebbe tenere delle azioni, e—”

“Non ho alcun desiderio di vendere,” rispose il Cherubino.

“Beh, potrebbe lasciare che altri lavorino la miniera per lei.”

“Ma preferisco viverci sopra. È una terra bellissima. Non vorrei che fosse resa brutta. I miei antenati si alzerebbero dalle loro tombe e griderebbero contro di me.”

“Eppure, siamo poveri,” disse Pilar. “Nuovo fratello, ti prego di stare attento ai vestiti di Cristóbal,” e rise allegramente. “Passerà molto tempo prima che possiamo permetterci di comprarne altri.”

“E tutto quel rame che si logora sottoterra,” boccheggiò Dick.

“Abbiamo cugini che sono più orgogliosi di noi riguardo a queste cose,” disse Pilar. “Due ragazze e la loro madre, che vivono a Siviglia. Hanno una bellissima casa antica con giardini incantevoli, ma nient’altro. Come facciano a non morire di fame, lo sanno i santi. Hanno venduto le loro porcellane e i loro gioielli—tutto tranne le loro mantillas—per mantenere la loro carrozza; e devono condividerla con altre due famiglie di cugini, ognuna a turno; ma hanno tre porte sulla carrozza—una porta con lo stemma di famiglia di una, una porta con lo stemma della seconda, e un’altra con la terza; così nessuno fuori lo sa. Una compagnia scozzese vuole comprare la loro casa e la terra per un albergo, e ha offerto abbastanza denaro da renderle ricche per la vita; ma preferirebbero morire piuttosto che rinunciare al posto. E sebbene una delle mie cugine sappia dipingere magnificamente, e potrebbe guadagnare molto vendendo graziosi schizzi di Siviglia, sua madre non glielo permette. Penso davvero che sia un orgoglio portato troppo lontano; ma conosco un sacco di gente che è così.”

“Mi sento come se fossi passato attraverso una settimana di malattia solo a sentire tutto questo,” disse Dick. “Non riesco a riprendermi da quel rame.”

Attraverso villaggio dopo villaggio sfrecciammo dolcemente, tutti felici di vederci tranne i cani, che si risentivano del nostro arrivo e rendevano la guida difficile, finché Ropes non imparò un trucco che di solito serviva a tenere cani e auto fuori pericolo gli uni dagli altri. Sollevava le braccia all’improvviso e il cane, pensando a una frusta o a una pietra, saltava meccanicamente fuori dalla via. Per quel momento saremmo già sfrecciati oltre.

Dopo un breve tratto raggiungemmo Torquemada, casa del Grande Inquisitore; attraversammo il Pisuerga con un ponte dalle lunghe gambe che scavalcava il letto del fiume; avemmo un fugace scorcio di Venta de Baños; arrivammo a un canale tagliato diritto di acqua color verde berillo (che Dick definì cupamente una sorprendente prova di energia in Spagna), e rallentammo per meravigliarci di un villaggio di abitazioni rupestri, scavate a gradoni nel fianco della collina, sopra la strada alla nostra destra.

Era un posto come quello che Crockett descrive in modo eccitante in uno dei suoi libri d’avventura. Tutto il lungo fianco giallo della collina era a nido d’ape con piccole porticine scure e finestre beffarde, da cui guardavano volti selvaggi. Dai camini nodosi si alzava il fumo di fuochi nascosti che bruciavano nel cuore della terra; mentre giù sulla strada uno o due asini, con la testa in sacchi gialli e le zampe anteriori legate insieme con una corda, cercavano di saltellare via su per la ripida collina, come se fossero conigli giganteschi.

Vicino all’acqua sorgevano alberi capitozzati, scarni e neri, allineati lungo la riva come nudi ragazzi negri, dalla testa grossa, con grumi di lana arruffata, che esitavano prima di un tuffo. Le strade sabbiose erano benvenute dopo le pietre, e improvvisamente il paesaggio iniziò a copiare l’Africa, con deserti di sabbia gialla che si spostavano, spazzati da ombre viola del Sahara. Lontano, le montagne, che rotolavano lungo l’ampio orizzonte, luccicavano di blu, rosa, ocra e bianco, come marmo colorato o un mosaico moresco. Ancora una volta superammo in un lampo un villaggio troglodita su un fianco di collina; attraversammo un magnifico ponte, che persino Dick approvò; serpeggiammo attraverso un labirinto di strade strane come le strade in un incubo, e strade all’altezza; sentimmo profumi mescolati di incenso, bracieri accesi, sigarette e aglio (il vero e intimo odore della Spagna rurale); vedemmo Dueñas, dove la bella Isabella la Cattolica incontrò Ferdinando nella creazione del più romantico dei corteggiamenti reali; sfrecciammo attraverso Cabezon: e poi, mentre entravamo a Valladolid, iniziammo a sobbalzare e a saltare sopra voragini e solchi come non avevano ancora insultato le nostre ruote in Spagna.

“Cielo! Cosa possono pensare i Padri della Città?” boccheggiò Dick, tra gli scossoni che nemmeno le migliori molle potevano nascondere. Andammo avanti, attraverso quella famosa vecchia città che Filippo Secondo scelse come capitale della Spagna; e ogni strada era una rivelazione più terribile dell’altra. L’auto beccheggiava e rollava come un vascello in un mare mosso, rabbrividendo per raddrizzarsi tra i frangenti, sebbene Ropes guidasse a passo d’uomo. “Chi ha mai sentito dire che le strade siano a posto fuori da una città, e vadano a pezzi al suo interno?” continuò Dick. “Insomma, in America—”

“Ma questa è la Spagna,” gli ricordò il Cherubino.

Avevamo lasciato Burgos alle dieci e mezza, ed erano le due quando ci tuffammo nella città che Dick accorciava in “Val”. Lì approfittai del ruolo che recitavo, e cercai l’albergo presso il quale Carmona doveva pranzare o forse passare la notte; ma con mio stupore non si trovava in nessuna delle due possibili fondas. Ero affamato, poiché non avevo fatto colazione se non con una tazza di caffè al Segno del Cid; ma non avrei mangiato finché il mistero non fosse stato risolto.

L’auto grigia era stata vista entrare in città, e nessuno l’aveva vista uscire; ciononostante essa, con tutti i suoi passeggeri, era svanita. Mentre gli altri esaminavano un altisonante menu francese nell’albergo al primo posto sulla guida, Ropes ed io facemmo il lavoro da detective. Fu lui, in realtà, a raccogliere le tracce della Lecomte, quando fummo tornati a piedi verso la strada in cui doveva essere entrata per prima; e persino per Ropes questa si sarebbe rivelata un’impresa impossibile se le nostre automobili non fossero state le uniche due passate dopo le forti piogge. “Ho il disegno di quegli pneumatici antislittamento impresso nel mio cervello, signore, da ieri,” disse. “Quello che non so su di loro, non vale la pena di saperlo.”

Così balzò sulla spessa, dritta, linea punteggiata nel fango, e, perdendola spesso, ma trovandola sempre di nuovo, girammo e serpeggiammo finché la traccia non si fermò davanti a una casa privata. Più tardi, proseguì; ma era evidente che l’auto aveva fatto una pausa. Il fango era molto calpestato, e probabilmente i bagagli erano stati scaricati.

Presumemmo, dunque, che coloro che cercavamo fossero all’interno; ma la cosa successiva era trovare il luogo di riposo della Lecomte, affinché non svanisse e ci lasciasse nei guai, ignari della sua destinazione. Fortunatamente per noi, il peggio era passato. La traccia portava a una stalla non lontano, e poiché le porte erano spalancate avemmo il gioioso sollievo di vedere l’auto mentre veniva ripulita dal suo ricco strato di fango. L’autista stava supervisionando, con la schiena rivolta alle porte, e camminammo in fretta per evitare che scorgesse un cappotto di pelle e indovinasse che il suo stesso gioco veniva giocato contro di lui.

“Ora può stare tranquillo, signore,” disse Ropes. “Quell’auto non lascerà questa città senza che io lo sappia; e sarà dura se non sarò in grado di dirle nel corso della prossima ora se è prevista la partenza per oggi o per domani.”

Risi con gratitudine. “Grazie, Ropes,” dissi. “Non chiederò come intende ottenere le sue informazioni. Quando dice che può fare una cosa, so che è come fatta.”

“Sono io a ringraziarla, signore—per tutto,” rispose, arrossendo di piacere.

Poi tornammo all’albergo. E se Ropes abbia pranzato o meno non saprei dire; ma io lo feci, con buon appetito, mentre Dick e la mia famiglia adottiva si attardavano a tavola per sentire le mie notizie.

In tre quarti d’ora Sherlock Holmes mantenne la parola inviandomi un breve biglietto, indirizzato (come avevo suggerito) a Waring. “Onorevole Signore,” c’era scritto, “La Lecomte resta la notte. Il padrone e gli amici si fermano dai suoi parenti. Le farò sapere l’orario di partenza al mattino, e avrò la nostra auto pronta—Rispettosamente, P. Ropes.”

Qualche servitore della casa o garzone di stalla aveva senza dubbio guadagnato qualche peseta. Proprio come fosse stato fatto il trucco, era di poca importanza, poiché era stato fatto. Con il cuore leggero nel petto, e l’uniforme di Cristóbal O’Donnel y Alvarez ancora inopportunamente a decorare la mia schiena, andai con gli altri a fare un po’ di visite turistiche, e a cercare Monica.

Vagammo piuttosto senza meta per le strade, fermandoci davanti a qualsiasi edificio che catturasse il nostro interesse; fissando le finestre dietro le quali Cervantes scrisse parte del “Don Chisciotte” quando era tornato dalla schiavitù; ammirando il grazioso mirador di quella casa d’angolo dove nacque Filippo Secondo; (“Molto meglio di quanto si meriti, dato che il mondo sarebbe stato un posto migliore se non fosse mai nato affatto,” disse Dick, che ha antenati olandesi e una lunga memoria;) cercando di identificare il luogo dove Gil Blas studiò medicina con il Dottor Sangrado; vagando in due o tre chiese, ma senza perdere tempo nella cattedrale rovinata da Churriguera.

“Come spagnolo, qual è la sua opinione sull’Inquisizione?” chiese improvvisamente Dick al Cherubino, come se stesse chiedendo l’ora. Ci eravamo fermati per un momento in Plaza Mayor dove Filippo aveva guardato gli eretici bruciare nelle loro camicie gialle, dipinte con fiamme, nel primo grande auto-da-fé che organizzò.

Come un altro spagnolo, so che questa è la domanda di tutte le altre, forse, che non è saggio porre a uno spagnolo, nemmeno in questo confortevole ventesimo secolo. Ma Dick o non lo sapeva, o desiderava apparire come se non lo sapesse; e osservai l’effetto delle parole. Ma il Cherubino fu all’altezza della situazione—e della sua natura cherubica.

Si guardò intorno istintivamente, come un uomo avrebbe potuto fare qualche secolo fa, per assicurarsi che nessuno origliasse; poi sorridendo lentamente, rispose: “Non sono un giudice, señor; sono mezzo irlandese.”

Pilar era sembrata turbata, ma emise un piccolo sospiro a questo, dicendo: “Vieni, andiamo a vedere il museo.”

Da nessuna parte in Spagna può esserci una cosa più bella di quella facciata, ben chiamata Plateresco per la sua somiglianza con il lavoro degli argentieri; e all’interno del museo trovammo una collezione di figure in legno intagliato meravigliose abbastanza, come disse Dick, da “battere il mondo”. C’erano crocifissioni, santi dipinti e vergini piangenti di Hernandez e Berruguete, modellate in modo impeccabile, così vivide e belle da essere quasi sorprendenti; e sperai che Monica potesse arrivare mentre ci attardavamo. Ma non arrivò, né la vedemmo nel Colegio de San Gregorio. Lì, nel grazioso cortile interno, tuttavia, trovai un piccolo guanto grigio sul pavimento di marmo, e sembrava così simile a un certo altro guanto che lo presi, per confrontarlo con quell’altro che viveva nel taschino del mio petto con la sua amica la rosa.

Il paio corrispondeva per dimensione, colore e forma graziosa. Persino il profumo di giaggiolo aleggiava intorno ad esso, e seppi che questo secondo guanto non era stato lasciato cadere per caso. Monica era stata lì, e aveva lasciato un messaggio per me da leggere se l’avessi seguita.

XV

COME IL DUCA CAMBIÒ

“La Lecomte si sta preparando, signore,” furono le prime parole di Ropes per me il mattino seguente; “e ho portato la nostra auto alla porta.”

Aveva anche altre notizie. Un’automobile era arrivata la notte scorsa da Madrid, una Merlin da sessanta cavalli, e l’autista aveva riferito di neve profonda mezzo metro sulle montagne. La Merlin si era bloccata, disse, e aveva dovuto essere tirata fuori con i buoi. Supponendo che il Duca intendesse andare a Madrid invece di svoltare per la via di Salamanca, lui—e incidentalmente noi—sembravamo destinati a imbatterci in un’avventura.

Avevamo tutti preso caffè e panini nelle nostre stanze, poiché nessuno sognerebbe di scendere a fare colazione in un albergo spagnolo; e poco dopo le otto stavamo sobbalzando fuori da “Val” attraverso strade asfaltate in modo esecrabile quanto quelle da cui eravamo entrati. Avevamo fatto aspettare Ropes dopo il suo annuncio solo il tempo necessario per legare i bagagli sul tetto; e dato che anche l’altra vettura doveva caricare bagagli e passeggeri, arrivammo giusto in tempo per vederla lasciare la casa dei parenti del Duca con tutti a bordo.

Mentre la Lecomte prendeva la strada verso sud lasciando la città, ci diede la certezza che non si sarebbe diretta verso Salamanca; ma c’era ancora incertezza riguardo ai suoi spostamenti. Poteva andare direttamente a Madrid oltre le alture innevate della Sierra de Guadarrama, oppure poteva fare visita all’Escorial. Poteva persino fermarsi lì per la notte; e poiché c’erano così tante alternative, eravamo ansiosi di tenere il nostro leader costantemente in vista.

Il vento era gelido e Pilar tremava nel suo mantello, che non era fatto per andare in automobile. Quando Dick lo vide, prima che potessi parlare, si era già tolto il suo cappotto foderato di pelliccia, insistendo perché lei lo indossasse. “Posso prendere quello di Casa Triana,” disse, “visto che sta ancora facendo la parte del soldato di Spagna.” E un’occhiata mi avvertì di non commettere l’errore di chiedere perché, in nome del buon senso, lei non dovesse prendere il mio che non stavo usando, invece del suo, che aveva indosso. Voleva che lei indossasse il suo cappotto, e al diavolo il buon senso!

Dopo un istante di stupido sconcerto capii, e non potei fare a meno di ridacchiare. Da quanti giorni la conosceva? Due e un po’. A Biarritz mi aveva dato ottimi consigli sui miei affari; non riusciva a capire questa faccenda dell’innamorarsi a prima vista; pensava che una ragazza non valesse un centesimo bucato finché non avesse ventidue anni; non si vedeva fare il sentimentale in nessuna circostanza; aveva intenzione di aspettare a fare la sua scelta finché non fosse tornato in America; credeva che un uomo dovesse al proprio paese di mettere al primo posto le sue connazionali; e comunque non sopportava una ragazza che non fosse in grado di conversare razionalmente. Eppure Pilar, se avesse dovuto parlare con lui nella sua lingua, avrebbe dovuto per forza limitare i suoi guizzi a “Varry nice, lo-vely, all raight”; mentre, se lui si fosse cimentato con la sua, difficilmente sarebbe potuto andare oltre i limiti di un frasario.

Il linguaggio degli occhi rimaneva; ma quello non ha posto nel regno del buon senso. Il mio soprabito donava straordinariamente poco a Dick; ma lui raggiante di felicità ci stava dentro, mentre guardava Pilar comodamente avvolta nel suo; e osservando la scena, mi vennero in mente certe cose che avrei potuto dire a Dick quando lo avessi avuto solo. Ma alla fine pensai che le avrei tenute per riderci sopra da solo.

In questa mattina di vento pungente e sole brillante, c’era ancora più bagliore di neve a illuminare le vette delle montagne; e sebbene la strada fosse noiosa, la bellezza degli effetti atmosferici valeva il viaggio in Spagna. La strada che percorrevamo e i prati vicini sembravano, mentre sfrecciavamo, l’unico terreno solido in vista; come se fossimo atterrati su un’isola che fluttuava alla velocità di trenta miglia all’ora, attraverso un vasto mare di tinte traslucide che cambiavano con la luce, come cambia un opale.

Foreste di pini “a ombrello” stranamente cespugliosi erano macchie di inchiostro verde scuro schizzate contro il cielo; e non passavano nemmeno cinque minuti senza che vedessimo il dito di una vecchia torre di guardia puntare verso le nuvole da una collina. A volte la nostra strada, dividendo infiniti campi di grano, si stendeva davanti a noi lunga e dritta per miglia, sopra un susseguirsi di dossi, come se le colline si rincorressero senza mai riuscire a raggiungersi. Poi, quando ci eravamo abituati a tale panorama, la strada svoltava così improvvisamente che sembrava saltarci in faccia. Si ripiegava su se stessa e si contorceva come un cobra ferito, prima di riuscire a strisciare di nuovo avanti.

Il nostro era un mondo silenzioso e disabitato, senza una casa visibile da nessuna parte, salvo qua e là qualche rovina di pietra, un punto di riferimento della Guerra d’indipendenza spagnola. Non si poteva che pensare che dei gnomi sgattaiolassero fuori di notte dai buchi sotto le colline, per coltivare la terra per proprietari assenti; poiché gli illimitati campi erano coltivati fino all’ultimo pollice. Condividevamo la strana impressione di esserci smarriti in un paese che nessun occhio umano vedeva da secoli; ma quando attraversammo l’ampio Douro che scorre verso il Golfo di Biscaglia e Oporto, e guidammo l’auto a scatti attraverso il villaggio malridotto di Mojales, a una svolta brusca della strada eravamo in un mondo diverso: un deserto di pietre.

Giganti preistorici avevano giocato con dolmen e massi ciclopici, e avevano lasciato i loro giocattoli sparsi in confusione. Stonehenge avrebbe potuto essere copiata da una delle loro strane strutture; e avevano dato alle razze successive un’idea approssimativa di forti e città. Bambini giganti avevano modellato elefanti di pietra, teste di guerrieri, cani seduti sui quarti posteriori, coppe per bere di granito e cesti deformi, tutti di dimensioni sorprendenti. O era stata l’acqua, lenta come i mulini degli dei, e altrettanto inesorabile, ad aver forgiato tutti questi disegni fantastici, e ad aver accumulato questi enormi blocchi l’uno sull’altro?

Un alto ponte di pietra attraversava un burrone roccioso scavato da quella forza lenta in pochi milioni di anni di svago; e lì, al riparo dal vento, sarebbe stato un posto ideale per gli automobilisti per fare un picnic. Ma il Duca non faceva picnic, quindi noi non dovevamo. Seguendolo da vicino, proseguimmo, sempre più su nel mondo montano, ancora nel parco giochi dei giganti scomparsi, serpeggiando lungo una strada selvaggia come il sentiero per il Montenegro. Alzandosi a intervalli regolari davanti a noi, su entrambi i lati si ergevano alte colonne di pietra, simili a sentinelle, poste a coppie per guidare i viandanti attraverso i cumuli bianchi durante le tempeste invernali. Il paese era boscoso e cominciava ad avere l’aria di un parco privato, sebbene le alture fossero ormai vicine sopra di noi, e la nostra strada salisse costantemente. Dallo scenario del Montenegro finimmo dritti nella Foresta Nera; e Baden-Baden avrebbe potuto trovarsi nella valle sotto queste montagne appuntite vestite di pini in lutto.

*Squish!* La fanghiglia marrone della neve sciolta sgorgava in fontane mentre i nostri pneumatici grassi vi passavano sopra, e da entrambi i lati giaceva intatta in verginale purezza sotto i pini. Mezzo miglio più in alto, e nemmeno il traffico dei pesanti carri trainati dai buoi e il fuoco feroce del sole avevano avuto il potere di rompere il pavimento di marmo. Era frantumato e scheggiato, scavato in solchi profondi da ruote di legno; ma non c’erano venature fangose di marrone. Dieci minuti ancora, e il nostro motore iniziò a faticare. Poi, prima che ci fosse il tempo di contare gli istanti, eravamo nella neve fino agli assali.

Il cuore del motore batteva forte, ma con un rumore robusto e affidabile che confortava Pilar, che era mezza ridente e mezza spaventata da questa sua prima avventura. In qualsiasi istante ora avremmo potuto imbatterci nella Lecomte bloccata nella trappola di neve che minacciava di catturare noi.

Ropes mantenne l’auto negli ampi solchi creati dai carri di buoi, ma anche con la sua buona guida ondeggiavamo a destra e a sinistra, uscendo dalla pista accidentata e finendo in cumuli pericolosamente vicini al bordo del precipizio, o sbandando come se pattinassimo su ghiaccio levigato, senza riuscire a far presa sulla superficie gelata.

Ora era il momento di dare sollievo al volenteroso motore. Dick ed io saltammo fuori, e il Colonnello O’Donnel seguì, sebbene lo avessimo persuaso a rimanere al suo posto. Solo Pilar fu lasciata nell’auto, con Ropes alla guida, mentre noi tre uomini, con la neve fino alle ginocchia, mettevamo le spalle per aiutare la Gloria mentre compiva lo sforzo supremo. Spingendo, e scivolando a ogni passo, il nostro sangue (che era corso pigramente per il freddo) che correva nelle vene, stavamo mettendo in atto un grande scatto di forza unita, quando, doppiando galantemente una curva, mancammo di poco di tamponare il retro dell’auto di Carmona.

Eccola lì, bloccata in un cumulo come un’onda gelata; ed ecco Carmona stesso fino alle ginocchia nella polvere di diamanti, che supervisionava cupamente il suo autista mentre riempiva di neve il radiatore per raffreddare il motore surriscaldato.

Tutta la potenza extra della Lecomte non dava alcun vantaggio rispetto alla Gloria in quella situazione. Il Destino aveva preparato il palcoscenico per noi, e dovevamo obbedire al segnale. Nessuna ingegnosità di Pilar avrebbe potuto nasconderci ancora tra le quinte, e dovevamo recitare le nostre parti come il Destino suggeriva.

Solo una cosa era chiara. Carmona non poteva aver avuto idea fino a ora che gli O’Donnel (con quel giovane soldato così simile all’Uomo Proibito) stessero viaggiando nell’auto rossa da cui aveva già prelevato un passeggero sospetto. La coincidenza gli sarebbe sembrata strana; e se fosse stato abbastanza sicuro del fatto suo da rischiare un altro errore, probabilmente mi avrebbe denunciato alla polizia nella prossima grande città. Travestire il mio io rinnegato da ufficiale in un reggimento spagnolo non sarebbe stato un punto a mio favore; ma... non poteva fare nulla ora. Monica era qui, e il momento era mio.

C’era una gioia selvaggia nella situazione, nata dall’esaltazione, dall’alta quota e dall’incertezza su ciò che sarebbe potuto accadere in seguito.

“Starai alla larga?” chiese Dick; poiché eravamo ancora protetti dalla vista di Carmona dalla nostra stessa auto, che Ropes aveva fermato con uno stridore del freno; e il volto di Pilar era velato.

“Io no. Voglio divertirmi un po’,” risposi. “Deve succedere prima o poi, meglio prima, o a che serve fare la parte di Cristobal O’Donnel?”

Detto questo, apparvi da dietro l’auto, e gli altri mi seguirono, mentre Pilar si sporgeva fuori in ansiosa attesa.

“Come state?” dissi, in un andaluso pigro quanto quello che avrebbe potuto usare l’altro Cristóbal. Mi tolsi il berretto davanti alle signore, e così fecero Dick e il Cherubino, esponendo fronti accaldate, umide per l’onesto lavoro. “Mi dispiace trovarvi in tale difficoltà. Ma vi tireremo fuori presto, non è vero, Señor Waring? Ecco tre di noi con spalle robuste e cuori volenterosi.”

“Quattro, contando il mio autista,” disse Dick in inglese, stando al mio gioco, dato che non c’era modo di fermarmi ora. “Siamo lieti di fare tutto ciò che possiamo.”

Carmona fissò come fissa un animale quando è alle strette; solo che un animale può attaccare i suoi nemici, e lui non poteva attaccare noi; poiché non era sicuro se fossimo nemici o meno, e se non si stesse rendendo ridicolo se ci avesse fatto capire cosa passava per la sua mente.

Era evidente che pensò molto intensamente per un momento, ed era indeciso su cosa fosse meglio fare. Ma improvvisamente lo sguardo vessato svanì dal suo viso, come un’ombra scacciata dal sole, e intuii che gli era venuto in mente un corso d’azione di cui era ben soddisfatto. Questo sembrava di cattivo auspicio per me, e avrei dato qualcosa per leggere i suoi pensieri.

Rispose al nostro “Come state?” con grande cordialità — per lui; disse che era stato colto di sorpresa, all’inizio, poiché non aveva idea che il giro in automobile di cui parlava la Señorita Pilar sarebbe iniziato così presto, o ci avrebbe portati sulle sue tracce. Era una buona cosa per lui, comunque, che fossimo lì, e non solo era lieto di vederci per il nostro bene, ma sarebbe stato lieto di accettare la nostra gentile offerta.

Nel frattempo Pilar aveva sollevato il velo, e lei e Monica stavano scambiando saluti. Quanto a Lady Vale-Avon, anche il suo velo era alzato, e i suoi lorgnon agli occhi. Non dubitavo che lei e il Duca avessero confrontato le impressioni riguardo alla nostra comitiva di famiglia, dopo l’episodio a Burgos, impressioni sorprendentemente confermate ora, e la cordialità di Carmona in tali circostanze doveva averla resa perplessa. Quanto alla Duchessa, il suo viso grande era nascosto dietro un fitto schermo di tessuto color piombo, e non potevo giudicare nulla dei suoi sentimenti.

Quando Monica sentì la proposta per spingere l’auto grigia attraverso i cumuli, ebbe la portiera aperta in un istante, e sarebbe uscita nella neve alta, se non l’avessimo fermata.

“Dovete restare tutti dove siete,” disse Carmona frettolosamente, temendo, forse, che qualche opportunità per una parola venisse colta a dispetto di lui, se fossi stato davvero Casa Triana. “Il peso di tre donne non fa alcuna differenza; non è vero, señor?” e si rivolse a Dick, che, secondo la nostra storia, era il proprietario dell’automobile rossa nonché l’ospite della comitiva.

Naturalmente Dick fu d’accordo, e così fummo tutti, che le signore non dovevano assolutamente scendere. L’autista del Duca saltò di nuovo al suo posto e, con un giro della manovella di avviamento, il motore stanco vibrò fin nelle sue viscere di ferro. Ci fu un improvviso risveglio di carburatore, pistoni, candele, valvole, ruttore, ogni parte che era stata a riposo dopo il lungo sforzo, cercando di obbedire al suo padrone. Con un grido sospirante degli ingranaggi, l’auto barcollò in avanti e verso l’alto, la nostra forza unita messa al servizio. Barcollando, sprofondando, spingendo, demmo tutto l’aiuto possibile, e per alcuni minuti sembrò che con il nostro aiuto il motore si sarebbe fatto strada fino al punto più alto.

I nostri cuori battevano nei petti, e mandavano il sangue caldo a saltare nelle nostre teste come in simpatia con la possente lotta del motore. Ma i quaranta cavalli della Lecomte, e la forza e la buona volontà di cinque uomini — contando Carmona, che faceva meno lavoro possibile — non erano abbastanza. Le ruote affondarono fino agli assali, girando a vuoto nella neve senza spingere l’auto; con il motore incapace di fare la sua parte, noi soli non potevamo fare tutto. L’automobile non voleva muoversi nonostante tutte le nostre spinte; e, vedendo che la fatica era vana, ci fermammo per respirare e alzare le sopracciglia interrogativamente l’uno verso l’altro. Carmona, allarmato nel constatare che le sue castagne non potevano essere tolte dal fuoco da nessuna zampa di gatto al suo servizio, si chiese ad alta voce cosa dovesse fare.

“Qualcuno che è venuto a Valladolid la scorsa notte è stato trainato attraverso i cumuli dai buoi,” dissi. E proprio mentre parlavo, come un ariete catturato nei cespugli pronto per il sacrificio, scorsi nella bianca distanza la sagoma nera di un enorme bue.

Non era solo, poiché uno sguardo più penetrante mostrò che aveva un compagno di giogo grande e nero quanto lui; e guidati da un ragazzo con la fascia rossa, sciarpa e scialle, avanzavano verso di noi lentamente ma così sicuramente che sospettai qualcosa di più di una coincidenza. I grandi animali goffi erano come macchie di inchiostro contro la neve, e la figura agile del ragazzo creava un bel punto di colore mentre camminava davanti alle sue bestie, il suo bastone ai loro musi come se fosse una calamita che loro, ancorati testa a testa con una trave di legno, erano costretti a seguire.

Mi balenò in mente che questo giovane e i suoi buoi non stavano vagando attraverso i cumuli di neve di montagna per nulla. I lupi che ululano nelle stesse zone selvagge in una notte d’inverno sentono la preda; e così pensai facesse il ragazzo, con il banale sostituto della benzina per il sangue. Questo giovane aveva fatto un buon bottino (in tutti i sensi) per caso ieri; era fuori a cercare altri bottini oggi, e lo sarebbe stato finché la neve fosse durata.

Lo chiamammo. Egli finse sorpresa, ed esitò, come per aumentare il suo valore. Poi, abbassando le lunghe ciglia mentre ascoltava la nostra proposta, finse di considerare i pro e i contro. Sarebbe stato un terribile sforzo per i suoi animali trascinare un peso così grande, ma... oh, certamente sarebbero stati in grado di farlo. Erano docili e forti. Quasi ogni giorno trascinavano pesanti carichi di tronchi tagliati sulle montagne. Per venti pesetas avrebbe rischiato di ferire i suoi buoi, ma non un real di meno; e avrebbero trascinato l’auto grigia fino alla cima del passo, quello lo poteva promettere.

“Che estorsione!” protestò Carmona, che non è famoso per la generosità, se non quando se ne può ricavare qualcosa.

“Oh, è troppo bello per trattare!” supplicò Monica.

Questo risolse la questione. Per compiacerla avrebbe dato il doppio di venti pesetas per metà della distanza. Il ragazzo fu ingaggiato senza ulteriori contrattazioni; gli animali furono attaccati alla grande Lecomte con una corda che il giovane “casualmente” aveva; e con un grido elettrizzante di “A-r-r-r-i! O-lah!”, colpì i due dorsi neri con il pungolo.

“Non sopporto di guardare!” gridò Monica, coprendosi gli occhi, mentre le grandi teste venivano abbassate per regolare lo sforzo, e ogni muscolo nei corpi potenti e docili si contorceva e si gonfiava con lo sforzo tremendo. Grandi com’erano, sembrava impossibile che due buoi potessero fare per l’auto, con passeggeri e bagagli, ciò che il suo stesso motore si rifiutava di fare; tuttavia l’enorme cosa si mosse, dapprima con uno scossone tremante, poi con un lento, seppur goffo, strisciare.

“O-lah!” gridò il ragazzo; “tonf” sulla pelle spessa sopra i muscoli tesi cadde il pungolo, e così l’auto barcollò attraverso la neve profonda, tutti noi che seguivamo eccetto Ropes, che avendo versato neve sciolta nel radiatore, e lasciato che il flusso di raffreddamento scorresse attraverso i tubi dell’acqua, stava portando avanti la Gloria lentamente, con la sua stessa potenza. Aveva ora solo due passeggeri, e non la metà dei bagagli della Lecomte, il che forse spiegava la sua prodezza; tuttavia ero orgoglioso. “Brava, Gloria!” mi sarebbe piaciuto gridare.

Avrei potuto ora spingermi avanti, e tenendo il passo con l’auto di Carmona, mentre i buoi lottavano nobilmente su per il passo, aver tentato qualche parola con Monica. Ma forse Lady Vale-Avon si aspettava una tale mossa da parte del giovane ufficiale molesto; e per precauzione si era accalcata vicino alla ragazza nel tonneau. Una conversazione degna di questo nome sarebbe stata senza speranza così spiata, e delusi la chaperon non facendo alcun tentativo del genere.

Con mia sorpresa, Carmona camminò con noi, invece di procedere accanto alla sua auto. La sua cordialità mi lasciava perplesso. Ogni sguardo diretto al mio viso era acuto come un succhiello, sebbene le sue parole fossero cordiali; ma lo shock finale arrivò quando annunciò che era diretto all’Escorial, e chiese se avremmo voluto unirci alla sua comitiva.

“Conosco il palazzo come le mie tasche — meglio di quanto conosca la maggior parte dei libri,” disse; “e se non ci siete mai stati, posso farvi entrare in luoghi solitamente non mostrati.”

Il Cherubino ringraziò il Cielo di non esserci mai stato; e lungi da lui andarci oggi o in qualsiasi altro giorno. Aveva contemplato l’Escorial dall’esterno, ed era rimasto depresso fino alle lacrime. Spesso, da allora, si era consolato per varie sventure riflettendo che, nel peggiore dei casi, non le stava subendo all’Escorial. Ma si sarebbe seduto nell’automobile e si sarebbe composto per schiacciare un pisolino mentre i suoi cari figli e amici venivano martirizzati nel Monastero.

“Lei è molto gentile a farci da guida personale,” Dick rispose al Duca, “ma non abbiamo tempo per l’Escorial.”

“Varrebbe la pena trovare il tempo,” mi affrettai a intervenire, sebbene Dick lanciasse un’occhiata di avvertimento che diceva: “Tu stupido asino, non vedi che l’uomo sta preparando una trappola, e tu ci stai cadendo dentro?”

Ero pronto a rischiare quella trappola e, rendendomi conto che avevo intenzione di andare fino in fondo, Dick non oppose ulteriori obiezioni.

XVI

UN SEGRETO DEL RE

Pilar disse che i buoi erano degli idioti cari a spezzarsi il cuore per nulla, nemmeno una percentuale sulle venti pesetas. Ma le bestie a quattro zampe sono tragicamente coscienziose, e questi martiri dell’aia compirono il loro compito senza un gemito, mentre la Gloria strisciava vicino dietro con la sua stessa potenza.

Ringraziai il santo patrono delle mucche quando le bestie tese arrivarono in cima. La sommità del passo era coronata da un leone su un piedistallo di granito; un leone con un’aria fredda di orgoglio nella sua missione di segnare il limite tra Vecchia e Nuova Castiglia. Anche per me segnava qualcosa per cui gli dovevo gratitudine; la mia avanzata più profonda nel cuore della mia terra.

Vicino al nostro luogo di sosta in cima al passo c’era una capanna rozza, e uno o due carri che avevano faticato a salire dall’altro lato stavano fermando le loro mute fumanti. Qui, seduti di nuovo nell’automobile, mentre aspettavamo di vedere i buoi sbrigliati e il ragazzo pagato, una ragazza uscì dalla piccola casa con un grosso volume, nel quale ci chiese di apporre le nostre firme. Il Cherubino scarabocchiò qualcosa; e mentre Dick stava scribacchiando, Carmona si avvicinò passeggiando, per vedere se avessi o meno affidato il mio nome al libro. Avevo intenzione di non farlo, ma ora avrei cambiato idea se il Colonnello O’Donnel non mi avesse fermato. "Ho scritto il tuo nome, Cristóbal," disse con la sua voce ambrosiale; e la situazione fu salvata. Carmona fece un’osservazione banale per giustificare il suo avvicinamento, e si allontanò con la schiena impacciata, mentre lo sguardo di Pilar e quello di Monica attraversavano la distanza tra le due automobili e si incontravano maliziosamente.

L’auto grigia riprese il comando, e a una svolta della strada sembrò che il mondo intero giacesse ai nostri piedi; eppure non era nemmeno tutta la Vecchia Castiglia, tanto è vasto il mio paese, la Spagna.

Fin dove l’occhio poteva arrivare si stendeva la bella terra, verde con il tenero verde della primavera, gialla con chiazze di sabbia dorata, cupamente punteggiata di boschi; colpita da frecce di luce volanti, circondata da un azzurro etereo.

Nulla avrebbe potuto rubarmi questo messale illuminato di ricordi, e se dovessi essere bandito domani, avrei la Spagna da custodire nel mio cuore, dissi, mentre ci precipitavamo giù per la ripida via tortuosa che serpeggiava lungo il pendio meridionale della Guadarrama. Era una strada da rompicollo, ma nobilitata dall’ingegneria, che si ripiegava su se stessa in molti avvolgimenti, lasciandoci volare con la velocità di un uccello verso livelli più bassi; e sembrò che a stento fossimo scesi oltre l’orlo della montagna che eravamo già alla svolta a destra che avrebbe condotto all’Escorial.

Proprio davanti a noi, ergendosi dal fianco nudo della montagna e sembrandone parte, torreggiava ed era disteso un edificio più vasto di qualsiasi cosa avessi visto persino negli spazi sconfinati del regno dei sogni. Se non fosse stato per la sua fredda regolarità, avrei pensato di avvicinarmi a un altro deserto di giganti che facevano giocattoli di monoliti e obelischi; ma queste cupole e torri spaventose potevano essere opera dell’uomo soltanto. Non c’era gioco qui; tutto era proibitivo e cupo; poiché questo era l’Escorial — immenso, sinistro, come se fosse stato plasmato dal cupo prodotto di quelle miniere di ferro che gli diedero il nome.

Potevo immaginare la fanatica soddisfazione che la mente arida di Filippo aveva trovato nel progettare questo monumento che rappresentasse la graticola sulla quale San Lorenzo fu martirizzato. Colui che doveva passare alla storia come il grande Inquisitore, doveva costruire il suo monastero e palazzo in onore di un martire! Ma Filippo era l’ultimo uomo ad avere il senso dell’umorismo; ed era da lui cercare di placare un santo offeso donandogli una chiesa mille volte più grande di quella distrutta proprio nel giorno di San Lorenzo, nella battaglia di San Quentin.

"L’Escorial non sarebbe orrendo se fosse in un posto diverso da questo?" chiese Pilar.

Aveva ragione; poiché sulla Sierra sembrava un’espressione della Sierra; e nonostante Filippo, piuttosto che grazie a lui, era splendido nella forza malinconica che lo rendeva fratello delle montagne.

Pranzammo con cibo estremamente spagnolo in una fonda di fronte all’Escorial; e quando giunse l’ora della visita — un’ora per noi, ma non per il pubblico — il Duca iniziò radunandoci tutti, eccetto la stanca Duchessa e il pigro Cherubino, attraverso la grande porta sorvegliata da San Lorenzo. Una volta dentro, vedemmo i tesori, come un uccello in volo vede le bellezze di una città sopra la quale plana; ma li vedemmo, e una volta ebbi tre parole e uno sguardo da Monica, prima che venisse in mente a Lady Vale-Avon di allacciare un braccio a quello della figlia, in un’improvvisa esplosione di affetto materno.

Carmona aveva fatto una questione di principio sull’"influenza" che poteva aprirci porte che, per altri, sarebbero rimaste chiuse; e ci fece effettivamente entrare di contrabbando nella Biblioteca dei Manoscritti, nell’Oratorio della Regina e nella Capilla Mayor per vedere le tombe reali. Ma dopo che ci fummo fermati più a lungo di quanto desiderasse nella chiesa, e nel Coro, dove Filippo seppe che Lepanto aveva salvato l’Europa dai Turchi, e ascoltammo la triste musica del requiem di Maria Stuarda, il Duca promise qualcosa di ancora migliore, nel palazzo. "Ciò che vedrete lì," disse, "è un segreto. Era un segreto di Re Filippo — un segreto così grande che persino gli autori delle guide non ne sanno nulla; mentre, se un turista dovesse averne sentito una voce e fatto una domanda, gli addetti direbbero: ‘Non esiste una cosa simile’. Solo la Famiglia Reale lo sa, poche persone privilegiate a Corte, e i guardiani dell’Escorial. Quanto a me, me lo ha detto qualcuno qui — qualcuno che io stesso ho piazzato nel palazzo."

La mia curiosità fu eccitata; e persino Dick, che era risentito per questa spedizione, sembrò interessato quando arrivammo al palazzo — l’impugnatura della grande graticola. All’ingresso Carmona si separò dal resto del gruppo, dicendo che doveva scambiare due parole in privato con l’addetto che avrebbe mostrato le stanze di Filippo Secondo. Camminò in avanti, impegnò la guida in livrea marrone in una conversazione a bassa voce, e sembrò porre una domanda con una certa impazienza.

Osservando la pantomima da lontano, immaginai che, per qualche ragione, a Carmona sarebbe stato negato il privilegio di cui si era vantato; ma, a quanto pare, non intendeva accettare la sconfitta senza combattere. Lui e la guida si spostarono, poi si fermarono di nuovo per discutere — questa volta dandoci le spalle; ma, dal movimento dei gomiti di Carmona, giudicai che avesse messo la mano in tasca. Cinque o sei minuti più tardi tornò, per annunciare che dopo qualche difficoltà era riuscito a ottenere ciò che voleva. Potevamo andare, senza accompagnatori, negli appartamenti privati di Filippo Secondo; e mentre fossimo stati lì, gli altri visitatori sarebbero stati tenuti fuori. "Se ce ne sono, saranno portati per un altro giro," disse Carmona, "e non saranno pronti a venire nelle stanze del Re finché noi non saremo pronti a uscirne."

La guida ci condusse lungo la stretta scala fino alla porta esterna degli appartamenti di Filippo, poi si allontanò, chiudendo la porta dietro di sé. Lady Vale-Avon e Monica (la madre ancora aggrappata al braccio della figlia), Pilar, Dick, Carmona e io eravamo ora soli tra le mura cupe dietro le quali il bigotto e despota aveva vissuto la sua misera vita e incontrato la sua misera morte.

C’era un freddo in quel luogo funereo che gelava lo spirito; eppure io, per conto mio, non mi sentivo triste. Ero consapevole solo di un’eccitata aspettativa, come se stessi aspettando che accadesse qualcosa.

Lasciammo che la nostra immaginazione collocasse la figura magra di Filippo sulla sua sedia, o vicino alla scrivania alla quale era solito scrivere; esaminammo le cupe reliquie della sua esistenza monastica; e infine ci spostammo nella camera della morte, allestita come un palco a teatro, accanto all’altare maggiore della cappella.

La stanza era così piccola che fu riempita dal nostro piccolo gruppo di sei persone; eppure sentii lì un’altra presenza che nessuno di noi poteva vedere — un fantasma grigio che si tormentava per i suoi peccati, attraverso un’eternità desolata.

Anche Monica lo sentì, poiché rabbrividì ed esclamò: "Andiamocene. Questa stanza sembra infestata dal male. Non riesco a respirare qui dentro."

"Ma ora passiamo al segreto," disse Carmona. "Indovinereste qualche apertura nascosta in queste pareti?"

Guardammo criticamente attorno, e io iniziai a tastare la pannellatura, ma il Duca mi fermò. "Non troveresti mai il posto," disse; "e ho promesso alla persona che me lo ha rivelato di non svelare il segreto; ma questo non mi impedisce di mostrarvi cosa c’è dietro la porta."

Si avvicinò al muro, rimase per un istante, poi fece un passo indietro, mentre sentimmo un leggero scatto, come il rumore di una molla sul coperchio di una vecchia scatola. Allo stesso tempo, una parte della pannellatura scivolò via, lasciando una stretta apertura.

Dall’altra parte era buio, ma Carmona prese una scatola di fiammiferi d’oro dalla tasca e accese un mazzetto di piccoli fosfori di cera.

"Filippo fece costruire questa cella come luogo di penitenza e auto-tortura," disse, "ed è esattamente come era durante la sua vita, prima che fosse troppo malato per potervi ancora entrare. Il suo flagello di filo ritorto è lì, con il suo sangue sopra, la sua camicia di crine, e una cintura irta di piccole punte acuminate. Volete dare un’occhiata, Lady Vale-Avon? Non posso venire con voi, perché la cella non è abbastanza grande per due, ma terrò i fiammiferi alla porta."

Lady Vale-Avon è il tipo di donna a cui piace vedere cose del genere; e sebbene lei stessa non si sarebbe torturata se avesse vissuto in epoca feudale, sono certo che avrebbe cenato con calma sopra una segreta sotterranea dove un nemico — un disgraziato scomodo come me, per esempio — soffriva i morsi della fame.

Si infilò nella cella, scendendo un paio di gradini, rimase per due o tre minuti, e ne uscì, dichiarandola estremamente interessante.

"Ora, Lady Monica, tocca a lei," disse Carmona; ma Monica si tirò indietro. "Odio vedere oggetti di tortura," disse, "e il sangue, anche il sangue vecchio e malvagio come quello di Filippo, che un tempo pensavo, leggendo di lui sui libri di storia, che avrei amato versare. No, non entrerò, grazie."

Anche Pilar rifiutò, perché se fosse entrata avrebbe certamente avuto un incubo sognando di essere murata viva; così rimasero solo i tre uomini a ispezionare gli orrori nascosti.

Carmona mi porse la sua scatola di fiammiferi, dicendo che quando avessimo visto il posto avrebbe guardato anche lui per rinfrescare i suoi ricordi. Ma Dick si servì con calma di diversi fosfori e prese il primo turno, sospettando probabilmente qualcosa come un oubliette, preparata appositamente per me.

Riapparve poco dopo, tuttavia, con i suoi sospetti placati. "Un buco disgustoso," osservò; "quasi abbastanza brutto per Filippo, anche se ha grigliato alcuni dei miei migliori antenati."

Presi un paio di fiammiferi, accendendoli sulla scatola del Duca; poi, chinando la testa e spingendo dentro una spalla alla volta, mi divincolai attraverso l’apertura. Nel farlo, tuttavia, riuscii a inciampare sul piede di Carmona, che doveva essere stato spinto in avanti, barcollai contro la parete opposta della stretta cella e persi entrambi i vestiti accesi. Carmona esclamò, io inciampai, e quasi simultaneamente la porta scivolò al suo posto con uno scatto secco.

Non c’era spazio per cadere lungo distesi. Persi semplicemente l’equilibrio, e salvai la testa da una botta proteggendola con un braccio sollevato. Mi stabilizzai in un secondo o due; ma ero nel buio più totale. Fuori potevo sentire un confuso mormorio di voci, e avrei dato qualcosa per sapere cosa stesse dicendo Dick in quel momento.

Stavo pensando che non mi sarebbe piaciuto essere prigioniero in questo buco (appena abbastanza grande per l’oscillazione del flagello di Filippo) per molte ore di fila, quando arrivò un picchiettare imperativo. "Ehi!" risposi, aspettandomi di sentire Dick parlare in risposta; ma fu la voce di Carmona a rispondere. Evidentemente stava parlando con la bocca vicina alla porta segreta.

"Mi dispiace molto per questo incidente," disse distintamente. "Quando sei inciampato, hai urtato il mio braccio, e mi hai fatto toccare la molla. Sfortunatamente la porta si è chiusa con un tale schianto, che la molla sembra fuori uso, e non riesco a muoverla. Ma se sarai paziente per qualche minuto, cercherò un addetto che capisce la cosa, per tirarti fuori di galera."

Se fossi stato il Tenente Cristóbal O’Donnel non avrei udito altro nella rima di quelle parole "galera" e "tirare fuori" di quanto arrivasse all’orecchio, ma essendo l’uomo che ero — l’uomo che lui sospettava che io fossi — udii di più; e credetti che volesse che cogliessi un doppio senso.

"Pensa di consegnarmi alla polizia ora, su sospetto?" mi chiesi nella mia cella nera — "davanti agli occhi di Monica?" Ma ad alta voce dissi: "Grazie; non stare via troppo a lungo, o sarò tentato di sfondare la porta."

"Lo troverai impossibile," rispose Carmona. "Non preoccuparti se sembrerò via un’eternità. C’è solo un uomo di servizio oggi che conosce il segreto di questa stanza; l’ho chiesto quando siamo arrivati, ma il suo compagno ha detto che era via in permesso fino alle quattro. Deve essere quell’ora adesso, e lo avrò qui il prima possibile. Sarà ancora più felice di liberarti, visto che è un tuo vecchio amico. Ricordi il piccolo Rafael Calmenare?"

Rimasi in silenzio, vedendo, come per il bagliore di un fulmine, l’intero disegno della trappola, e sembrando vedere anche il trionfo che doveva esserci negli occhi di Carmona. Ma la pausa non si era allungata di un secondo, quando udii la voce di Pilar, che parlava anch’essa vicino alla porta.

"Certo che ti ricordi, Cristóbal. Rafael Calmenare della ganaderia del Duca. Ma è passato molto tempo da quando se n’è andato."

"Dopo che fu incornato da Nero e perse la salute, grazie all’influenza di un amico a Corte gli ho trovato un posto qui," udii dire Carmona. Poi alzando la voce per le mie orecchie, continuò: "Il povero Rafael sarà felice di rivederti. Devi aver giocato con lui da ragazzo. Vado a cercarlo ora."

Il silenzio seguì queste ultime parole. Potevo immaginare la costernazione di Dick e Pilar. Nessuno dei due poteva fare nulla per aiutarmi, né potevo aiutarmi da solo. Potevo solo aspettare in questo soffocante buco nero il momento in cui uno sconosciuto mi avrebbe dato luce, ed esclamato: "Questo non è Don Cristóbal!"

Quasi ammiravo Carmona per il suo spirito pronto. Dopo alcuni momenti di rabbia, alla vista dell’uomo sospettato della Cattedrale di Burgos sulle sue tracce nell’auto rossa, il pensiero dell’Escorial e del suo vecchio servitore doveva essergli balzato in mente.

Se Calmenare fosse stato disponibile subito, Carmona sarebbe stato risparmiato dal fastidio di rinchiudermi nella camera di tortura di Filippo il Bigotto; ma, messo alle strette per trovare una scusa per trattenerci all’Escorial fino al ritorno del suo uomo, mi aveva messo dove avrei potuto essere custodito finché necessario. E ora che se n’era andato in cerca di Rafael, noi tre leali compagni non potevamo discutere la situazione, a causa della presenza di Lady Vale-Avon.

Un colpo di genio di Carmona, farmi tradire da qualcuno che non fosse lui, così che Monica potesse non serbargli rancore! Chi era questa persona che si spacciava per un ufficiale dell’esercito spagnolo? sarebbe stata la prima domanda della polizia. E la risposta non avrebbe tardato ad arrivare. Il Duca aveva motivo di congratularsi con se stesso; ero stato uno sciocco a cadere come una mosca nella sua rete, e ora che ci ero dentro, non vedevo via d’uscita.

"Oh, come vorrei che potessimo aprire la porta segreta!" udii esclamare Monica.

"Non riesco nemmeno a vedere esattamente dove sia ora," disse Pilar. "Cristóbal?"

"Sì," risposi.

"Il povero piccolo Rafael; un bravo ragazzo, vero?"

"Molto bravo," risposi. A che fine stava lavorando? mi chiesi. Ma non dovevo essere reso più saggio. Prima che avesse tempo di finire il suggerimento, udii Carmona parlare.

"Ho mandato a chiamare Calmenare, che è tornato, e sarà qui tra pochi minuti," mi chiamò. Era da lui tornare di corsa, così che in nessun modo i tre sospettati potessero raggiungere un’intesa.

I momenti si trascinavano, e avrei potuto frustarmi con il flagello di Filippo per la furia verso la temerarietà che poteva coinvolgere l’intera famiglia O’Donnel nel mio disastro. Mai ero stato in grado di pensare meno lucidamente; ma forse era l’atmosfera soffocante della cella che mi faceva sentire come se dita in un guanto di ferro fossero strette attorno alle mie tempie.

Fuori, le voci ronzavano; ma coloro che parlavano dovevano essersi tenuti a distanza, perché non riuscivo a cogliere le parole. Poi, alla fine, ci fu una nuova voce nella stanza. Calmenare era arrivato.

"Come sta, Don Rafael?" esclamò Pilar, educatamente come se si fosse rivolta a un suo pari. "Sono felice di rivederla. L’ho aspettata con impazienza. Pensi solo, *il mio caro fratello Cristóbal, che lei conosce così bene*, è in quel posto terribile e non può uscire, perché il Señor Duque lo ha chiuso dentro — per sbaglio — e ha rotto la molla."

"Non trovo che sia rotta, señorita," rispose la nuova voce.

"Non sono riuscito a farla funzionare," disse Carmona frettolosamente.

Click! fece la molla sotto dita esperte. La porta scorrendo indietro mi diede un afflusso di luce e aria che mi fece sbattere le palpebre per un secondo o due; e lì stavo in piedi, alla mercé dello sconosciuto.

Ciò che vidi, quando le mie pupille improvvisamente contratte si dilatarono, fu un ometto in livrea di palazzo; un ometto pallido dai tratti insignificanti e grandi occhi fermi. Non c’era assolutamente alcuna espressione sul suo volto mentre per un breve istante i nostri sguardi si incontrarono. Poi — "Dio sia con lei, Don Cristóbal," disse. "Sono felice di esserle stato anche solo di questo lieve servizio. Spero, señorito, che non abbia sofferto per la mancanza d’aria?"

"Molto poco," dissi. Porsi la mia mano. Lui la prese rispettosamente.

"È da molto che non vi vedete?" chiese Carmona, pallido e rosso a tratti.

"Circa due anni soltanto, Señor Duque," rispose il suo ex-servitore, privo di espressione come prima, e quietamente rispettoso verso tutti. "Non potevo dimenticare la data, poiché il Señor Coronel e la señorita, così come il señorito stesso, sono sempre stati molto buoni con me."

Il Duca fu ridotto al silenzio. Il test inventato da lui stesso era fallito. Calmenare mi accettava come Cristóbal O’Donnel; era obbligato ad accettarmi — almeno per il momento.

"Usciamo da questo posto?" disse a Lady Vale-Avon.

Lei trascinò via la figlia; ma Monica ebbe uno sguardo all’indietro per me, scintillante ora di malizia verso Carmona, radiante di sollievo per Casa Triana.

Salutammo Calmenare in presenza del Duca; e avrei voluto premere una moneta d’oro nella sua mano per aver "aperto la porta della mia prigione", ma lui non volle accettarla. In seguito, mentre seguivamo l’auto grigia sulla strada in discesa verso Madrid, Pilar raccontò l’intera storia con effetto drammatico al Cherubino.

"La mia unica speranza era in Rafael," disse. "Sono stata buona con lui, ricordi, quando era malato. E lui ed io avevamo una grande simpatia per Corcito, il caro toro grigio. Ho pregato che non avesse mai perdonato il Duca per quel crimine, e che mi fosse ancora grato. Bene, ho guardato Rafael dritto negli occhi quando ho detto: ‘Mio fratello Cristóbal è in quel posto, chiuso dal Duca, che ha rotto la molla’. Con tutta l’anima ho voluto che capisse, e lui l’ha fatto. ‘Se la señorita sceglie di avere un gentiluomo straniero come fratello, è suo fratello per me,’ è ciò che si è detto; niente di più! Ma se non l’avesse fatto?"

"È lì che sarei intervenuto io," osservò Dick.

"Cosa avresti fatto?" chiese Pilar, senza fiato.

"Non lo so," disse Dick. "So solo che l’avrei fatto; e che se l’avessi fatto, forse Carmona non si sentirebbe così bene come si sente ora."

XVII

COME UN LADRO NELLA NOTTE

Il Duca non desiderava più la nostra compagnia. Aveva recitato la sua piccola commedia di cordialità, ed era finita, sebbene non fosse terminata secondo le sue speranze. L’auto grigia fece del suo meglio da quaranta cavalli per seminarci sulla strada per Madrid, ma la strada — così buona che forse non perdemmo nulla nella deviazione per l’Escorial — distribuì i suoi favori equamente. Rimanemmo vicini alle calcagna volanti della Lecomte finché uno dei nostri quattro cilindri andò a dormire, e Ropes dovette scendere per svegliarlo controllando l’accensione.

Altri automobilisti si sarebbero fermati per offrire aiuto, ma la Lecomte era sempre un Levita quando si trattava di noi; e quando fummo pronti a ripartire, l’auto grigia non era nemmeno un punto in lontananza. Fortunatamente, tuttavia, c’erano pochi o nessun dubbio su dove si sarebbero alloggiati i suoi occupanti.

Sebbene la casa madrilena dei Carmona fosse stata bruciata dieci anni prima (da quando la Duchessa aveva stabilito la sua dimora nell’antico palazzo di Siviglia), non c’era quasi giornale continentale che non avesse descritto gli splendori dell’appartamento del Duca in uno dei più raffinati condomini moderni di Madrid. Naturalmente, egli avrebbe intrattenuto sua madre e i suoi ospiti lì, per cui sarebbe stato difficile svignarsela con loro a nostra insaputa.

Ciò che non sapevo era per quanto tempo intendesse restare nella capitale; ma poiché doveva mostrare Siviglia durante la Settimana Santa, e più tardi forse altri luoghi nel sud della Spagna, a Lady Vale-Avon e a Monica prima del loro ritorno a Madrid per il matrimonio reale, era quasi certo che sarebbe ripartito nel giro di un paio di giorni.

Gli O’Donnel ci consigliarono l’Hotel Inglés, il miglior albergo spagnolo di Madrid, nonché il più divertente, e fu con il cuore relativamente leggero che attesi con ansia di vedere per la prima volta la capitale del mio paese. Come si sarebbe confrontata con Parigi, con Vienna, con Londra? Quali avventure mi attendevano lì? Quale sarebbe stata la prossima mossa in questo strano duello con Carmona?

Ma non avrei avuto bisogno di cercare paragoni. Mentre irrompevamo a Madrid senza passare attraverso alcuna periferia — poiché la città non ne ha affatto — scoprii che non somigliava a nessun altro luogo.

Sfrecciammo dalla aperta campagna verso un parco ombroso, disseminato di chioschi e giardini della birra; attraversammo un massiccio portale ed eravamo nel cuore di Madrid. I tram elettrici sibilavano in modo confuso attorno a noi, e molto al di sopra del frastuono di tale traffico si stagliava orgogliosa una collina coronata da un enorme palazzo. Non c’era bisogno di chiedere se fosse il palazzo reale, poiché era essenzialmente reale, una dimora degna di un re.

Mio padre aveva combattuto per mettere lì Don Carlos — Don Carlos, lontano ormai a Venezia; ma nonostante tutta la mia ammirazione per il suo coraggioso figlio Don Jaime, le mie simpatie fluivano lealmente verso il giovane abitante di quelle altezze.

Scivolammo sotto e attorno alla collina del palazzo, come diretto dal Colonnello O’Donnel. Nonostante le sue istruzioni, tuttavia, Dick sbagliò strada due volte, infilandosi in svolte errate; ma la seconda volta che accadde, sembrò che San Cristóbal — la cui medaglia ora adornava la nostra Gloria e plasmava i nostri destini — dovesse aver sterzato il volante. Lì, davanti alla porta di un edificio ufficiale sorvegliato da sentinelle, ansimava l’auto grigia di Carmona; e tra i suoi passeggeri, Carmona solo era assente.

“Quello è il Ministero della Guerra,” disse il Cherubino, e con un rapido pensiero chiesi a Dick di rallentare. Approfittando della tardiva cordialità del figlio, parlai alla Duchessa.

“Pensavamo di avervi persi,” dissi con leggerezza. “Spero non ci sia nulla che non vada, che vi fermate qui?”

“Niente affatto, grazie,” rispose freddamente la Duchessa.

Ma Monica parlò coraggiosamente. “Il Duca non ci ha detto perché voleva entrare. Ha solo detto che non ci avrebbe trattenuto molti minuti. Señorita O’Donnel, resterete a Madrid a lungo?”

“Solo pochi giorni,” disse Pilar. “E voi?”

“Saremo di nuovo qui al tempo del matrimonio,” rispose prontamente Monica; “quindi credo che il Duca e la Duchessa saranno—”

“È indeciso,” interruppe Lady Vale-Avon prima che la ragazza potesse farci dono dei piani di Carmona. “Potremmo fare delle escursioni. Dato che c’è una buona strada per Barcellona, potremmo andare lì e a Montserrat; e il Duca ha accennato qualcosa su Bilbao—”

“Ma, madre, di sicuro andremo a Siviglia per la Settimana Santa!” esclamò Monica.

“Non c’è motivo per cui dovremmo arrivare prima del Giovedì Santo,” rispose Lady Vale-Avon, nascondendo il fastidio. “Ma non è quello il Duca che esce? Spero non farà tardi. C’è vento qui, e ti sta venendo un raffreddore, mia cara Duchessa.”

Fummo congedati; e sollevando di nuovo i cappelli proseguimmo, mentre Pilar agitava una piccola mano incoraggiante verso Monica. “Non faranno nessuna di quelle cose,” disse la ragazza spagnola. “Qualcosa mi dice che intendono partire per Siviglia non appena possono.”

“Qualcosa lo dice anche a me,” dissi. “E qualcosa mi dice che la commissione di Carmona al Ministero della Guerra è di scoprire se il Tenente Cristóbal O’Donnel y Alvarez è davvero lontano da Burgos in licenza.”

“È quello che stavo pensando,” mormorò il Cherubino. “Ma il pensiero non porterà un capello bianco. Cristóbal è in licenza; e ha detto ai suoi colleghi ufficiali che contava di andare con la sua famiglia a Siviglia. È stato all’ultimo minuto che i suoi piani sono cambiati. Nessuno è stato messo a parte della sua confidenza; e sarà molto negligente da parte di San Cristóbal lasciarlo incontrare a Biarritz qualche comune conoscente suo e di Carmona.”

“Ripongo la mia fede in San Cristóbal,” dissi. “Ma siccome ha un bel po’ di cose a cui badare, meno mi mostro a Madrid, dove il mio fratello adottivo deve essere conosciuto, meglio è.”

“Non è stato qui spesso come Pilar e me,” disse il Cherubino, “quindi conosce poche persone. Tuttavia, l’uniforme di Cristóbal dovrebbe ora essere riposta, e Cristóbal dovrebbe indossare abiti civili.”

“Certamente lo farà,” risposi, ridendo. E il Colonnello O’Donnel si dedicò a dirigere Dick sulla strada da prendere, dato che eravamo nel centro più affollato ora, vicino alla Puerta del Sol.

Questo grande spazio aperto, a forma di parallelogramma, circondato da alberghi, edifici governativi e negozi, mi colpì come una combinazione spagnola di Piccadilly Circus e della Mansion House, fuse insieme. Dieci strade trafficate riversavano il loro flusso nel luogo; linee intricate di tram convergevano lì. I marciapiedi erano affollati di oziosi che avevano l’aria di non fare mai nulla se non oziare, e attendere emozioni. C’era un gran viavai di pedoni rilassati, che parlavano e ridevano, tutte le classi mescolate insieme; uomini in cilindro diretti ai loro club a chiacchierare con uomini in capa e sombrero grigi, che appartenevano a club molto diversi; eleganti ufficiali in uniforme spalla a spalla con toreri le cui piccole codine di capelli neri apparivano sotto i cappelli inclinati; mendicanti straccioni ma belli che si consideravano validi quanto, se non fortunati quanto, i loro fratelli in panno pregiato; ragazzi allegri che gridavano i giornali della sera, donne dagli occhi neri e uomini che vendevano gioielli economici ma colorati, cartoline, giocattoli e dolci meravigliosi. Era una scena gaia come se ne potevano trovare in qualsiasi capitale, e mi sembrò che questa democrazia assoluta fosse dopo tutto la vera nota della Spagna moderna. Qualunque altra cosa possiamo essere, non siamo mai stati, mai saremo una nazione di snob, noi spagnoli il cui santo preferito è il contadino Isidro.

Sterzando con cautela attraverso la folla che a stento si disturbava a muoversi davanti a noi, prendemmo una delle arterie principali che uscivano dalla Puerta del Sol (dove non si vedeva alcun segno di porta), e svoltammo nelle profonde ombre blu di Calle Echegaray verso il nostro albergo.

Avevo già scoperto che non è abitudine dei proprietari spagnoli scendere dall’importante primo piano al poco importante piano terra per dare il benvenuto ai loro ospiti. Sono felici che tu venga se lo desideri, ma non gli importa se stai lontano, perché ce ne sono molti altri; e che tu sia cugino del Re d’Inghilterra o un milionario americano, o un commesso viaggiatore spagnolo, molto timido e appena agli inizi, riceverai la stessa accoglienza, a meno che non sfoggi "arie di superiorità", nel qual caso ti verrà mostrato che faresti meglio ad andare altrove. Ma con un vecchio amico, tutto è diverso; tutti diedero il benvenuto al Cherubino e alla señorita; per loro conto tutti diedero il benvenuto a Dick e a me. Fui presentato vagamente come un parente — nessun nome dato; nessun nome, nel trambusto del saluto, chiesto; poiché la Spagna non è come la Francia o la Germania, dove la prima cosa da fare è scrivere tutti i dettagli su di sé su un pezzo di carta.

Ropes portò l’auto in un garage, e fummo condotti in stanze che ci fecero realizzare che avevamo lasciato le province alle spalle ed eravamo giunti nella capitale.

“Grazie al cielo stanotte avrò un cuscino su cui dormire,” disse Dick, “invece di fare il numero del cavaliere scolpito su una tomba di marmo. Ho guardato in particolare i due blocchi netti e arrotondati che quei tipi nella cattedrale di Burgos avevano per appoggiare la testa, e i presunti cuscini sul mio letto ne erano una copia esatta, durezza inclusa.”

“A me piacciono duri,” dissi.

“Giusto! Difendi le istituzioni spagnole.”

“Ce n’è una comunque che non credo criticheresti,” osservai.

“Quale?”

“Le ragazze spagnole.”

Cenemmo di ottimo umore quella sera, nel grande ristorante scarlatto e oro; e nel ricco Marqués de Riscal rosso, Dick bevve alla confusione del Duque de Carmona. Il Cherubino ci aveva detto dove si trovava l’appartamento di Carmona, dicendo che la sua auto sarebbe stata forse tenuta sotto lo stesso tetto con la sua carrozza e la vettura di gala.

La compagnia era interessante da osservare. Leoncavallo aveva come ospite il famoso ex-torero Mazzantini; un principe russo intratteneva diverse bellezze dell’Opera; e c’erano due o tre politici molto in vista. Avevamo fame; la cena era buona; c’era molto di cui discutere; e tutto sembrava procedere bene.

Ma verso le dieci e mezza, quando Pilar se n’era andata, e il Cherubino stava facendo una "chiacchierata" e fumando un sigaro nel salotto della nostra suite, apparve Ropes, con un’aria seria.

“È successo qualcosa di brutto, signore; e ne do la colpa a me stesso,” disse.

“Qualcosa che non va con l’auto,” chiesi prontamente.

“Qualcosa che non va all’auto, signore,” corresse. “L’albero principale del cambio.”

“Impossibile!” dissi. “Un’auto non può andare in giro perdendo i suoi ingranaggi, come una donna perde la borsa!”

“No, signore. Ma può, per così dire, subire un borseggio. Dopo tutto quello che è successo, avrei dovuto tenere gli occhi aperti.”

“Sputa il rospo, mio buon uomo,” dissi; “non cercare di preparaci alla notizia.”

“L’auto è stata scassinata, signore. Ho trovato il garage, tutto bene, l’ho lasciata sana e salva, sono tornato qui, ma dopo cena ho pensato di fare un salto di nuovo per armeggiare un po’ con l’auto in caso di una partenza anticipata domani. Quando sono arrivato al posto c’erano tre nuovi tizi di turno, e sembravano stupiti quando hanno visto che intendevo lavorare sulla Gloria. Lo chauffeur che si occupava di quell’auto era stato lì, hanno detto; e può credermi, signore, ho drizzato le orecchie. Aveva lavorato come un demonio, dicevano, aprendo la scatola del cambio e smontando l’albero principale. Poi se n’è andato con quello in spalla, dopo aver detto al caposquadra che il suo padrone non avrebbe creduto che i pignoni fossero così usurati da dover essere sostituiti, e che glielo avrebbe mostrato. Erano sorpresi, glielo assicuro, signore, quando ho detto che eravamo stati derubati, e che il ladro non era il suo chauffeur. Ma proprio in quel momento uno del vecchio gruppo è entrato, e ha testimoniato che ero io l’uomo giusto. Sembrava un brutto sogno, ma un’occhiata alla scatola del cambio mi ha mostrato che era abbastanza reale. Sono stato uno sciocco a non avvertire qualcuno, o pagare un uomo per stare vicino all’auto.”

“Non vedo che tu avessi motivo di essere sospettoso,” dissi, “anche se è un oltraggio da mascalzoni, e mi fa sentire omicida. Hanno descritto il presunto chauffeur?”

“Sì, signore; e mi aspettavo di riconoscere la descrizione. Ma non l’ho fatto; sono troppo furbi per questo.”

“Pensi che lo conosciamo?”

“Ne sono certo, signore. Niente di più facile di un po’ di travestimento.”

“Potrebbe essere un comune ladro d’auto, che voleva un albero principale per un’auto Gloria.”

“E poi di nuovo, signore, potrebbe non esserlo.”

“Comunque,” dissi, “la cosa da fare sarebbe rivolgersi alla polizia, far braccare e arrestare il furfante, non importa quale sia la sua posizione. Il peggio è, però, che non sono ansioso di avere l’occhio della polizia spagnola rivolto su di me, e ci sono quelli che contano su questo fatto.”

“Non mi piacerebbe spaccargli la testa per questo! Non mi piacerebbe fracassare la loro auto!” ringhiò Dick.

“No. Sarebbe giocare troppo sporco,” dissi.

Ropes arrossì sotto la sua pelle bruciata dal sole, e iniziò a cercare polvere inesistente sul berretto di cuoio che aveva in mano.

“Ha ragione, signore, senza dubbio,” disse, con voce mite.

Ero a metà pentito che lui, o chiunque altro, fosse d’accordo con me. Sembrava in qualche modo come se il mio chauffeur stesse prendendo questa cosa mostruosa troppo tranquillamente. “Beh, il fatto resta che siamo fregati,” dissi, con furia repressa. “Se il Duca di Carmona ha messo mano a questo atto, è segno che intende svignarsela mentre noi siamo bloccati in attesa che arrivi un nuovo albero e i pignoni — probabilmente fin da Parigi. Lui può andarsene domani—”

“Chiedo scusa, signore; non può, non con la sua auto,” disse Ropes. “Se noi non possiamo partire, nemmeno lui può.”

“Perché, cosa hai fatto?” Cercai di parlare con severità.

“Oh, quasi nulla, signore. Un piccolo tocco al suo accenditore a magnete, e un solletico alla sua bobina, giusto quanto basta per tenerlo in ospedale finché non sarà curato.”

L’espressione di Ropes era così infantile che Dick ed io scoppiammo a ridere. “Demone!” dissi. “Come sei arrivato all’auto?”

“Più o meno allo stesso modo in cui loro hanno fatto con la nostra, anche se non pretendo di essere furbo quanto alcuni. Mi sono detto, visto che questa auto del Duca è nuova, e lui non la guida da solo, le probabilità sono che non abbia mai avuto un’auto prima, e non avrebbe un garage a Madrid, anche se vive qui parte dell’anno e deve avere delle belle stalle. Ho chiesto quale fosse il miglior garage oltre al nostro, e ho fatto un giro, pensando che lo chauffeur fosse andato dritto dal Duca con la sua notizia. Ho trovato il posto, e tutti i tizi stavano fuori dalle porte aperte, a guardare un paio di cani che litigavano. Sono entrato, senza dire una parola a nessuno, anche se avrei detto di venire dal Duca se avessi dovuto. Lì c’era l’auto; e prima che uno di quei benedetti cani avesse masticato il naso all’altro, avevo finito il mio lavoretto. Poi sono venuto da voi, sentendomi un po’ meglio di qualche minuto prima.”

“Dovresti essere distrutto dal rimorso,” dissi; ma temo di aver fatto un sorriso; e Dick osservò che se fosse stato il Re d’Inghilterra avrebbe conferito a Ropes il cavalierato.

“Il cielo sa quale sarà la prossima mossa,” commentai, quando il vendicatore se ne fu andato, non troppo abbattuto nello spirito. “Comincia a sembrare che il nemico non si fermerà davanti a nulla, e non possiamo continuare a ripagare pan per focaccia.”

“Non agirà apertamente contro di te per il momento,” disse il Cherubino, “poiché non è sicuro che tu non sia Cristóbal O’Donnel; e sei avvertito se cerca di colpire nell’ombra. Probabilmente ha scoperto attraverso il Ministero della Guerra che Cristóbal è in licenza, così per liberarsi della tua compagnia ha fatto ricorso all’unico mezzo che gli è venuto in mente.”

“Devo ringraziarla che non abbia avuto mezzi più sicuri,” dissi.

“È la moda in Spagna, se un amico vuole una cosa, dirgli che è sua,” rispose il Colonnello O’Donnel. “Tu volevi me come padre, Pilar come sorella. Ho detto, ‘Siamo vostri’. Non c’è molto di cui ringraziare. Farei dieci volte di più per il figlio di tuo padre; e il mio confessore è un uomo comprensivo. Inoltre, per confidarti un mio segreto che nemmeno Pilar conosce, sebbene abbia quasi tutti gli altri sulla punta delle dita, tua madre è stata il mio primo amore. L’adoravo! Hai i suoi occhi!”

Dopodiché strinsi la mano al Cherubino.

XVIII

L’UOMO CHE AMAVA PILAR

Quando Ropes se ne fu andato a mandare un telegramma a Parigi, Dick ed io discutemmo la faccenda da così tanti punti di vista che il Colonnello O’Donnel sembrò addormentarsi. Fu solo quando scoppiai in vituperi contro Carmona che l’eccellente uomo mostrò improvvisamente segni di vita.

“Ci ho pensato,” disse, e mi ritrovai a rincuorarmi a quella dichiarazione; poiché avevo notato che, sebbene il Cherubino avesse spesso l’aria di essere silenzioso per pigrizia; che dal suo mellifluo andaluso scartava tutte le consonanti possibili come scarterebbe le lische di un pesce; eppure, con i suoi mormorii, invariabilmente rotolava dalla lingua qualche gioiello di buon senso.

“Abbiamo un amico vicino a Madrid,” disse, “che ha un’automobile. So poco di queste cose; ma quando ho sentito che avevi una Gloria da ventiquattro cavalli vapore, ho pensato, ‘È la stessa del Conde de Roldan’. Ci vorranno giorni prima che i tuoi pezzi nuovi possano arrivare da Parigi, anche se mandi Ropes; e ci sono poche automobili in vendita qui, se ce ne sono. È cento contro uno che potresti ottenere pezzi adatti alla tua auto in quel modo. Ma se l’auto di Don Cipriano è quella che penso, ti darà quello che vuoi. Quando arriveranno i pezzi nuovi, saranno per lui.”

“Colonnello O’Donnel,” disse Dick, “lei e la sua famiglia siete d’oro!”

“È vero,” dissi; “ma se riuscisse a persuadere il suo amico a un tale atto di generosità, non potrei accettare. Io—”

“Oh,” disse il buon uomo, con astuzia cherubica, “darebbe la sua mano sinistra per una tale occasione di compiacerci! Forse non hai notato che la mia nina è piuttosto attraente; ma ciò non è sfuggito all’osservazione di Don Cipriano.”

Così il vento soffiava da quella direzione! Lanciai un’occhiata a Dick e vidi sul suo volto la stessa espressione di disorientato amour propre che una volta avevo visto quando un proiettile passò fischiando vicino al suo naso. Ma non disse nulla riguardo a nessuno dei due proiettili; e ora toccava a me giustificare il nostro apprezzamento per la señorita.

Ordinariamente, se c’è una cosa che il Cherubino ama, è bighellonare, ma ora si alzò senza un sospiro e osservò che non c’era tempo da perdere. Doveva andare a prendere Pilar.

“Sarà andata a letto,” obiettai.

Il Cherubino sorrise. Pilar andare a letto alle dieci e mezza la sua prima notte a Madrid dopo mesi di assenza? Non lei. Suo padre era disposto a scommettere che fosse alla sua finestra a guardare giù verso la strada, e a desiderare di essere nata uomo per poter essere lì. “La notte è il momento per il divertimento a Madrid,” disse. “Si può stare a letto fino al pomeriggio senza perdersi nulla; ma di notte — quello è il momento per essere vivi qui! E sebbene la nostra casa sia nel sud, quando siamo a Madrid la mia Pilar ed io, siamo veri Madrileños. Se lei ed io fossimo stati soli, mi avrebbe fatto portarla a teatro o al circo. Non saremmo tornati a casa fino all’una: e allora avrei dovuto darle la cena. Oh, sarà incantata quando la richiamerò alla vita!”

Con ciò trotterellò via, e prima che sembrasse che potesse aver spiegato qualcosa, ci aveva portato Pilar in trionfo, il cappello in testa, fossette sulle guance e stelle negli occhi. “Sono pronta!” esclamò.

“Pronta?” ripetei. “Per cosa?”

“Beh, per venire con voi tutti da Don Cipriano! Cos’altro? Non dobbiamo perdere un minuto, o la nostra fata cattiva avrà il tempo di operare qualche altro incantesimo maligno prima che abbiamo rimediato al primo. Oh, potrò essere solo una ragazza, e non di importanza; ma Don Cipriano mi pensa importante, e dovrò essere lì per fargli dei sorrisi. Lui ha una Gloria, ed è di ventiquattro cavalli vapore. Padre ha mandato a ordinare una carrozza mentre io mettevo il cappello e il cappotto. La tenuta di Don Cipriano è solo a mezz’ora da Madrid, anche con un ‘simón’. Allevava cavalli, e oh, che cani! Venite — venite!”

“A quest’ora di notte?” disse Dick. “Penserà che siamo pazzi!”

“È sempre presto fino a domani mattina a Madrid,” rise Pilar. “Ah, che bello avere un’emozione!”

“Non sarà in casa,” disse Dick.

“Sì, lo sarà. San Cristóbal lo terrà lì.”

Prima ancora di renderci conto di ciò che stavamo facendo, questo piccolo turbine spagnolo ci aveva trascinati giù per le scale al suo seguito, dentro la carrozza che era effettivamente arrivata, e fuori, nel bel mezzo di una scena notturna vivace come una fiera. Molti negozi erano aperti e brillantemente illuminati. Le vetrine dei caffè scintillavano come diamanti; metà della popolazione di Madrid era per le strade, e un forestiero avrebbe potuto pensare che fosse accaduto qualcosa di insolito; ma Pilar ci assicurò che era “sempre così”. “Potete vivere per strada, se volete, a Madrid”, disse, “e credo che molte persone davvero affascinanti lo facciano. Ci sono dolci e frutta quando hai fame, acqua, vino e latte fresco di capra quando hai sete, portoni freschi o marciapiedi piacevolmente caldi su cui dormire quando sei stanco, con foglie di lattuga o un cavolo come cuscino, tutto al costo di un soldo o due al giorno; e se sei furbo, qualcuno che passa di lì ti darà quel soldo. Quindi, ricchi o poveri, con un palazzo o senza una casa, si può essere felici a Madrid”.

“Chissà come ti troveresti a New York?” mormorò Dick.

“Dipende dalla persona con cui vivrei!” disse Pilar.

Presto lasciammo il bagliore dorato e cremisi delle strade, e ci ritrovammo nell’azzurro della notte. Attraversammo il Puente de Toledo e proseguimmo lungo un’ampia strada bianca.

Pilar aveva detto che avremmo raggiunto la nostra destinazione in mezz’ora; ma il suo entusiasmo correva più veloce dei nostri cavalli; ed era quasi mezzanotte quando ci fermammo davanti a un alto arco che brillava nell'oscurità. Fu necessario tirare una campana tintinnante, a cui fece eco l’abbaiare melodioso di molti cani. “I miei tesori!” esclamò Pilar. “Riconosco le loro voci. È Melampo, e Cubillon, e Lubina, i più cari di tutti; chiamati come i cani che accompagnarono i pastori a vedere il Bambin Gesù nella Sua culla — ricordate? — così non possono mai diventare rabbiosi”.

A quel punto il cancello era aperto, e un’ondata di splendidi levrieri ci circondò, sebbene richiamati imperativamente da un uomo che sembrava un incrocio tra un portiere e un guardiacaccia. Poi ci fu uno scambio cordiale di riconoscimenti tra il Cherubino, Pilar e il servitore. Entrammo in un cortile, e prima ancora di poter scendere dalla carrozza, il padrone di casa era apparso sulla soglia illuminata, alto, bruno, rubicondo, pittoresco nei suoi pantaloni da equitazione spagnoli e nella giacca corta; un uomo avvenente di trentacinque anni, forse, il cui volto passò dalla sorpresa all'estasi alla vista di Pilar. Anche Dick ed io ricevemmo un benvenuto, sebbene potessi vedere che il Conde de Roldan non era del tutto tranquillo riguardo a quei giovani che sembravano in rapporti di intimità con i suoi amici.

Dal cortile passammo attraverso un portone in un patio, e dal patio in una stanza eterogenea che non avrebbe potuto appartenere ad altri che a uno scapolo e a uno sportivo. C'era, tuttavia, una madre, e la povera signora sarebbe stata tirata giù dal letto per accogliere i graditi ospiti, se il padre e la figlia non avessero protestato. Domani, se tutto fosse andato bene, sarebbero tornati a trovare la cara Doña Rosita; ma ora, bisognava lasciarla dormire. Eravamo lì per affari.

“Posso spiegare?” Pilar si appellò a me. “Don Cipriano è affidabile. E voglio che si interessi”.

Povero Don Cipriano! Ebbe visibilmente un brutto momento, tremando al pensiero che fossimo corsi lì per annunciare il mio fidanzamento con l'adorabile Pilarcita; ma fu bello vedere la luce tornare nei suoi occhi quando sentì che io — verme cieco — mi ero innamorato di un’altra ragazza. La furba Pilarcita chiarì questo fatto, così che il cuore geloso di Don Cipriano potesse scaldarsi verso di me prima di sapere cosa fosse richiesto. Anche Dick divenne tollerabile, come un amico che seguiva le tracce delle mie avventure; e presto il pover’uomo fu pronto a mettere non solo gli ingranaggi della sua automobile, ma la sua casa e tutto ciò che conteneva, al nostro servizio.

Benedisse il suo santo patrono per averci portati alla sua porta, e per avergli permesso di essere rincasato da una fattoria lontana in tempo per accoglierci; imprecò sonoramente contro il Duca di Carmona, consegnandolo al Purgatorio per un periodo più lungo del solito; e quando ognuno di noi (tranne Dick) fu nel migliore degli umori con tutti gli altri, andammo a visitare la sua auto.

Avrebbe potuto, in tutto tranne che nel colore, essere gemella della mia. Sembrava esserci motivo di sperare che i pignoni di questa Gloria si adattassero all'altra Gloria, e affinché non si perdesse tempo nel fare l’esperimento, il Conde de Roldan si offrì di portarci a Madrid, lasciando che il nostro “simón” tornasse indietro vuoto. Se ci fossimo ingannati, piuttosto che io venissi ritardato (disse), la sua auto era mia per andare ovunque volessi, e il Cherubino mi pestò un piede per frenare un rifiuto.

C'era uno chauffeur in questa interessante famiglia, ma era anche parecchie altre cose, ed era un medico migliore dei veterinari per i cani. In quel momento stava assistendo a un’aggiunta alla famiglia della figlia di Lubina; ma in ogni caso, protestò Don Cipriano, non avrebbe permesso a nessuno di guidarci se non a se stesso.

Corremmo verso Madrid in un quarto del tempo che avevamo impiegato per arrivare; e due ore dopo il momento in cui avemmo notizia del disastro, arrivammo al garage della mia Gloria ferita.

Un portiere notturno assonnato (una delle poche persone a Madrid che sembravano usare la notte per dormire) ci lasciò entrare; e al suono del nostro ingresso la figura di un uomo balzò dai cuscini della mia auto. Pilar emise un grido, che si trasformò in una risata quando vide che era Ropes.

“San Cristóbal ti ha abbandonato per qualche minuto stasera, vero? Ma ora si farà perdonare”, disse. “E io starò a guardare mentre lo fa, anche se dovesse volerci tutta la notte”.

Invano il Cherubino cercò di convincerla che sarebbe stato meglio lasciarsi riaccompagnare a casa, dato che l'esperimento sarebbe stato una faccenda lunga. Nessuno appoggiò i suoi sforzi, e, anche se lo avessero fatto, c’erano dieci probabilità contro una che Pilarcita avrebbe dato ascolto. Mai, in tutta la sua vita, disse, aveva conosciuto nulla di simile alle emozioni degli ultimi giorni, ed era fin troppo probabile che non l’avrebbe mai più fatto.

Con ciò, si arrampicò al suo vecchio posto nel tonneau della mia Gloria, i suoi occhi luminosi ammalianti nella luce gialla incerta; e, incantato dalla prospettiva di mantenere la sua compagnia, Don Cipriano propose una festa. Non volle ascoltare obiezioni, ma trascinò il confuso guardiano in un ristorante vicino, da dove apparve un cameriere con la velocità della magia. La cena fu ordinata; pollo, insalata, champagne, tutto ciò che si poteva trovare di meglio; e dulces per la señorita.

Mentre Ropes ed io lavoravamo come se fosse una scommessa, uno sciame di camerieri divertiti ronzava intorno al garage, portando sedie, un tavolo, piatti che tintinnavano, coltelli e forchette che risuonavano, e secchi d'argento nei quali tintinnava il ghiaccio avvolgendo bottiglie dalle etichette dorate.

Ropes è impareggiabile come meccanico, e io non sono maldestro con gli attrezzi, così che tra noi due, sotto l’ispirazione degli occhi luminosi e dei detti di Pilar, avevamo estratto i pignoni dall’auto di Don Cipriano nel tempo in cui lo champagne si raffreddò. Poi, mentre i tappi saltavano, il grande esperimento fu tentato. “Si adattano! Si adattano!” esclamai, e gioiosamente brindammo alla salute delle due Glorie.

Mance come quelle che ricevettero quella notte, quei camerieri e quel guardiano non ne avevano mai viste. Senza dubbio ci avrebbero presi per pazzi, e forse lo eravamo; ma era in parte colpa di San Cristóbal.

XIX

UN PACCHETTO PER IL TENENTE O’DONNEL

Non c’è mai stato un uomo come Don Cipriano, Conde de Roldan. Non contento di prestarmi le sue ali affinché io potessi volare mentre lui era costretto a strisciare, propose di colmare di altri favori l’amico dei suoi amici.

Mi offrì asilo nella sua tenuta per la mia auto ringiovanita, affinché il nemico in ricognizione non scoprisse il nostro segreto prima del tempo; e, cosa ancora migliore, si offrì di visitare il campo di quel nemico e scoprire i suoi piani.

Essendo un conoscente della dama che Carmona aveva abbandonato, non era un ammiratore del Duca. Ciononostante, era membro di un circolo che Carmona frequentava quando era a Madrid, e pensò che il Duca si sarebbe fatto vedere il giorno dopo. Anche se avesse deciso di procedere in treno, dopo aver scoperto come “in due si può giocare allo stesso gioco”, un tale cambio di programma avrebbe significato un ritardo; pertanto, Carmona e il suo gruppo avrebbero trascorso almeno un giorno a Madrid. Don Cipriano si offrì di andare presto al circolo e di non andarsene finché non avesse visto il Duca. Nel momento in cui avesse avuto notizie, ce le avrebbe portate.

Accettai l’invito del mio nuovo amico di ospitare la Gloria, poiché la sua tenuta era così vicina alla città che Ropes o io avremmo potuto riportarla indietro con poco preavviso; e all'alba, quando la gaia Madrid pensava ad andare a letto, la mia auto rimorchiò la sua smontata. Pilar e suo padre erano tornati a casa a sognare le loro buone azioni; Dick, quando seppe che avremmo viaggiato dietro i cavalli del Conte, ebbe un mal di testa, e Ropes ed io dovemmo sbrigare la faccenda da soli.

Facemmo il bagno e colazione in campagna, e tornammo a Madrid mentre il mondo gaio dormiva. Ora, annunciò Don Cipriano, avrebbe trascorso la giornata in città, di guardia; ma siccome non avrebbe avuto notizie fino al pomeriggio, avrei potuto visitare le gallerie d'arte se volevo. “Ti faranno sentire orgoglioso del tuo paese”, disse; e lo avrebbero fatto, senza dubbio. Ma decisi di sacrificarle nel timore che, dopotutto, Carmona potesse sfuggirmi se gli avessi dato una tale possibilità.

Non avevo mai visto Dick così cupo come quando tornai da lui, e quel cane nero non fu scacciato dalle mie lodi per Don Cipriano. Si rallegrò, tuttavia, alla prospettiva di fare turismo con il Cherubino e Pilar; il Cherubino martirizzato; Pilar gioiosa al pensiero di mostrare i Murillo e i Velázquez che adorava.

Girarono l’Armeria e le gallerie d'arte per tutta la mattina, finché non furono abbattuti dalla fatica; tornarono barcollando su una carrozza malandata, reclamando il pranzo e le mie novità; ripartirono nel pomeriggio per finire ciò che avevano lasciato in sospeso.

Nel frattempo non avevo saputo nulla; e la giornata, trascorsa in attesa di Don Cipriano o di qualche pettegolezzo raccolto da Ropes, fu lunga.

Ma le cinque e Don Cipriano arrivarono insieme. Carmona era stato al circolo. Il Conde de Roldan non gli aveva parlato, ma il Duca aveva conversato con un altro uomo, un amico automobilista del Re. Forse, con pochi altri, il Duca sarebbe stato così espansivo. Aveva detto: “Sono a Madrid solo per oggi. Sarei dovuto ripartire stamattina, con mia madre e due dame che andranno a farle visita a Siviglia, ma ho avuto un incidente con la mia automobile, che mi ha dato un sacco di noie. Spero di partire, però, domani”. Poi aveva chiesto della salute di una certa attrice, e l'argomento era stato decisamente cambiato.

Questo fu un trionfo. Ringraziai di cuore Don Cipriano, sentendomi tutto il tempo in colpa; poiché se fossi stato leale con Dick e gli avessi augurato buona fortuna, avrei dovuto essere sleale e augurare la sconfitta al mio benefattore.

Parlammo della strada, che lui conosceva, e disse che non era troppo brutta; e dei briganti, di cui si faceva un gran parlare proprio in quel periodo. “Faresti meglio a procurarti delle armi, se non ne avete”, disse Don Cipriano; “ma non c’è molto pericolo da questa parte di Siviglia”.

Aveva portato una mappa stradale; e la stavamo esaminando, nella sala di lettura dell'hotel, chiedendoci se Carmona avrebbe preso la via diretta attraverso Manzanares, Valdepeñas e Cordoba, o un'altra che Don Cipriano considerava migliore, sebbene più lunga, passando per Talavera de la Reina, Trujillo e Zafra, quando il portiere venne a dire che un messaggero con un pacchetto desiderava vedermi.

“Deve trattarsi di un errore”, risposi.

“Ha chiesto del Teniente O’Donnel; e ha un pacchetto per lei”.

“Lo porti dentro, per favore, e mi faccia vedere com'è indirizzato”.

“Non vuole consegnarlo, signore, senza vederla di persona. Queste sono le sue istruzioni”.

Mi alzai con impazienza e andai nell'atrio, dove un ragazzo con la livrea di qualche negozio mi consegnò un piccolo pacco. Non c'era alcun indirizzo sopra, e mi chiesi se non fosse qualche acquisto di Pilar, rispedito a me. Tuttavia, decisi di aprirlo e non trovai nulla all'interno se non un piccolo tagliacarte d'acciaio con la parola Toledo incisa sul manico nero e oro.

Fissai l'oggetto stupidamente per un momento, mentre cercavo una mancia da dare al messaggero, quando mi venne in mente che avrebbe potuto spiegare il mistero. “Una signora ha comprato questo?” chiesi; “una giovane signora, con un signore alto, anch'egli giovane, e un'altra di mezza età?”

“Una giovane signora? Sì, signore. Ma era solo con un signore e due señoras, entrambe della stessa età”.

“Le hai viste?”

“Sì, signore”.

“Descrivile tutte e quattro, e avrai due pesetas invece di una”.

“Una señora era spagnola, bruna, grassa, con occhi spenti in un viso grande e morbido con due menti. L'altra era alta e straniera, bella, ma con un’aria! Non vorrei essere il suo servitore. Il signore era distinto. Bruno, con un naso sottile che piegava verso il basso, come i suoi baffi; il viso di un vecchio quadro; una spalla più alta dell'altra”.

“Ma la giovane signora?”

“Oh, signore, la señorita era un angelo bianco e oro, fatto di un raggio di sole! È stata lei a comprare il coltello, mentre gli altri sceglievano una cosa per la signora alta. L'ha dato rapidamente, insieme ai soldi, a un commesso, con l'indirizzo, dicendo che doveva essere messo nelle mani del signore stesso”.

Diedi al ragazzo cinque pesetas invece di due.

Un tagliacarte con la parola Toledo incisa sopra, da Monica per me! Nessun messaggio, solo quello! Ma non era forse esso stesso un messaggio — l'unico che avesse trovato il modo di inviare?

Tornai da Don Cipriano. “Ho appena saputo”, dissi, “che quando Carmona partirà, intende andare a Toledo”.

XX

LA PAROLA MAGICA

Quando gli altri tornarono e il tagliacarte fu mostrato, tutti concordarono con me sul fatto che non potesse significare altro che una cosa. La parte migliore era che per andare a Toledo l'auto grigia doveva passare davanti alla tenuta del Conde de Roldan, dove giaceva la mia Gloria; e tutto ciò che dovevamo fare era attendere il momento in cui la Lecomte fosse sfrecciata via. Allora avremmo potuto fare una sorpresa a Carmona.

Nessuno di noi dubitava che lui dovesse intuire la causa del suo incidente, come noi intuimmo il nostro; ciononostante, il colpo che aveva inflitto era assai più grave della nostra ritorsione, e senza dubbio sperava che, nonostante il nostro graffio vendicativo, potesse scivolare via da Madrid lasciandoci hors de combat.

Don Cipriano cenò con noi quella sera e andò con gli altri al Teatro Español, dove la grande Guerrero e suo marito stavano recitando. Non si pensò bene che io apparissi, per paura che il Duca fosse lì e dicesse a qualche conoscente: “Vedi gli O’Donnel? È quello il figlio che è nell'esercito?”

Quando tornarono, Pilar aveva delle novità. Carmona, con la Duchessa, Lady Vale-Avon e Monica erano stati tutti a teatro in un palco.

“Sapevo che quella ragazza era bella”, disse Pilar, “ma non sapevo quanto fosse bella fino a stasera! Con la sua pelle perlata e i capelli dorati tra tutte quelle teste scure, brillava come una perla in mezzo ai carbonchi, e tutti la guardavano. Sai quanto ammiriamo le bellezze bionde, e quanto ci aspettiamo di adorare la giovane regina quando arriverà? Bene, se fosse stata la Principessa Ena in persona, la gente non avrebbe potuto fissarla di più, e il Duca era raggiante. Vuole tutto ciò che c'è di meglio per se stesso, e che gli altri lo apprezzino. Era così orgoglioso di Lady Monica tra gli atti, e continuava a chinarsi su di lei come se gli appartenesse. Non credo ci abbia visti; ma ero contenta che tu non fossi lì, o saresti stato capace di buttarti su di lui”.

“Mi fai venire voglia di farlo proprio ora”, dissi.

“Abbi un po' di pazienza, e te la porterai via”, disse Pilar.

“Se solo me lo permettesse! Ma non lo farà”.

“Chissà cosa sarà disposta a fare se la mettono alle strette? E dopo stasera, poi! Sembrava quasi averne paura, come se iniziasse a rendersi conto sempre più di chi è. Oh, se tu non fossi qui, vorrei compiere un gesto disperato e portarmela via io stessa! Gli piace che venga ammirata, finché non è ancora sua; ma ha abbastanza del Moro in sé da rinchiudere una moglie, affinché nessun altro uomo possa vedere la sua bellezza. E poi, presto, si stancherebbe e diventerebbe crudele”.

“Non parliamone”, dissi. “Non accadrà”.

Sebbene fosse così tardi prima di dormire, eravamo vestiti a un'ora improponibile — secondo il Cherubino — e partivamo con il bagaglio leggero che ci accompagnava in auto, verso la tenuta di Don Cipriano sulla strada di Toledo.

Ropes vi aveva trascorso la notte, e la Gloria era pronta. Il bagaglio fu sistemato; e Don Cipriano e sua madre — una fata madrina di una vecchia signora, con una cupola bianca di capelli sotto una inestimabile mantiglia di pizzo nero — erano determinati a fornirci cibo e bevande come se dovessimo resistere a un assedio.

C’era un prosciutto stagionato nella neve di Trevelez, il più rinomato in Andalucía. C’era delizioso pane fatto in casa, cuernos, molletes e panecillos; e olive grandi come uva. C’era formaggio bianco rappreso; marmellata di mele cotogne o carne de membrillo; capelli d'angelo, fatti di meloni sfilacciati col miele; mazapan, che profumava di mandorle e modellato come figure di santi, serpenti e cavalli; arance di Siviglia e Tarifa; fichi grassi essiccati sui rametti; e, cosa più meravigliosa di tutte, un otre di vino del paese, così vecchio che il sapore della pelle era svanito una generazione fa, e gonfio di tanto buon vino rosso quanto ne avrebbero contenuto sei bottiglie.

“Avrete bisogno di queste cose”, insistette la vecchia signora, dando al Cherubino una pacca amichevole sul braccio, mentre cingeva la vita di Pilar. “È diverso sulla strada tra Madrid e Siviglia, da quelle che avete percorso. Vorrete pranzare all'aperto, al sole, perché non troverete cose buone come queste in nessuna piccola venta. Lo so, perché ci sono stata con mio figlio. Sono un'eroina, dicono i miei amici. Imballeremo tutto bene per voi”.

“E l'otre dovete appenderlo al fianco dell'auto”, disse Don Cipriano, premuroso verso il nostro benessere, pover’uomo, credendo felicemente, come faceva ormai, che né Dick né io fossimo pericolosi. “Non c’è cura per la polvere spagnola se non il vino spagnolo. Inoltre, attraverserete una terra selvaggia dove le automobili si vedono di rado. Se i contadini fossero inclini a tirare sassi, la vista di un buon otre di vino dovrebbe addolcirli. E quale vero uomo rischierebbe di danneggiare un otre di vino?”

Quella fata madrina, Doña Rosita, prese in simpatia Dick, il quale flirtò con lei nel suo spagnolo zoppicante in modo così oltraggioso da deliziarla. Le faceva tornare la voglia di sentirsi giovane, diceva, ed era stato uno shock scoprire che fosse americano. Non aveva ancora perdonato l'America per la guerra di Cuba, che non aveva compreso minimamente. “Ma voi non siete malvagi!” esclamò. “Pensavo che tutti gli uomini americani fossero malvagi e pronti a tutto per denaro. Ay de mi! Suppongo che dovrò perdonare di nuovo Colombo per aver scoperto il vostro paese; sebbene in questi ultimi anni io abbia spesso detto quanto sarebbe stato meglio se l'avesse lasciato stare. Durante la guerra, ero solita fermare la mia carrozza vicino alla statua di Cristóbal Colón nel Prado e ridere nel vedere la gente tirargli addosso degli oggetti, perché erano infastiditi da lui per i guai che aveva causato. Eppure ora vedo che, dopo tutto, c’è qualcosa per cui ringraziarlo.” Quest'ultima frase con uno sguardo a Dick che avrebbe dovuto sciogliere il suo cuore americano come acqua se lei avesse avuto l'età di Pilarcita. Ma cosa avrebbe detto se avesse saputo che, indirettamente, Colombo aveva mandato in Spagna un rivale per il suo adorato Cipriano?

Essendo l'ignoranza una beatitudine, la deliziosa madre e il figlio erano ospiti e padroni di casa quasi fin troppo ospitali.

Come se i cesti stipati nell'auto non bastassero, ci fu offerta una colazione tremenda su un tavolo carico di fiori. Ma proprio mentre ci sedevamo, alle dieci, un servitore in servizio come vedetta apparve, ansimante dopo una corsa attraverso i campi, per dire che era passata un'automobile. Il nostro autista mandò a dire che era quella giusta ed era pronto a far partire la nostra auto.

Questo fu il segnale per la confusione, grida di rimpianto, auguri di buona fortuna, risate ed esclamazioni. Pilar e il Cherubino furono convinti a finire le loro tazze di cioccolata densa, aromatizzata alla cannella, mentre Dick ed io bevemmo il nostro caffè forte e lasciammo il nostro aguardiente.

Partimmo, baciando i piedi alla señora con fiorito linguaggio spagnolo, mentre lei baciò le nostre mani; Don Cipriano balzò a cavallo per salutarci, con tutti i suoi cani attorno; e dieci minuti dopo i nostri pneus stavano premendo la pista nella polvere bianca lasciata dalla Lecomte.

Presto perdemmo di vista la gaia Madrid, con le sue cupole e guglie nettamente delineate contro le montagne bianche, per correre attraverso un paesaggio verde di grano nascente e uva, vigneti incorniciati ai nostri occhi da colline distanti che fiammeggiavano nei colori spagnoli, rosso e oro. Il colonnello O’Donnel indicò un rilievo isolato che disse essere l'esatto centro della Spagna; e naturalmente c'era un convento sulla sua cima. Ogni altra collina aveva una torre di guardia in rovina, marrone contro un cielo di un blu più profondo e pensieroso di quello radioso e turchese dell'Italia. Gli uomini che incontrammo cavalcavano dritti come statue su nobili animali andalusi, grandiosi come cavalli da guerra nei quadri medievali; ma alcuni non disdegnavano di scartare bruscamente alla vista e al suono della nostra auto, per andare al galoppo attraverso i campi a una distanza prudente. I carrettieri con muli nervosi tenevano tappeti a righe davanti ai volti delle creature finché non li avevamo superati; gli asini ragliavano ed esitavano se sedersi o scappare, ma finivano per non fare né l'una né l'altra cosa; eppure nessuno si accigliò.

Dick disse che ora, finalmente, cominciava a sentirsi davvero in Spagna, perché incontravamo il giusto tipo di volti spagnoli, l'unico che fosse disposto ad accettare come spagnolo. Era rimasto soddisfatto delle qualità fortemente caratteristiche di tutto il resto (specialmente i balconi, il marchio di fabbrica dell'architettura domestica in Spagna); la cucina ricca e oleosa; i cuscini, oh, i cuscini di pietra! le maniere della gente e i costumi di Castiglia. Ma i lineamenti delle persone non erano stati, fino a oggi, abbastanza tipici da soddisfarlo. Si era aspettato nel nord baschi dall'aspetto misterioso; poi, qualcosa di gotico o iberico, se non moresco, con un tocco di berbero per dare un'ulteriore curva aquilina al naso. Ma neanche per sogno! I nasi erano piatti come in Inghilterra, Irlanda o America, e avrebbero potuto benissimo crescere lì. Solo stamattina avevamo sfrecciato accanto a pochi tratti spagnoli da libro illustrato e feroci baffi arricciati.

“Aspetta di arrivare più a sud,” mormorò il Cherubino, “vedrai i bei contadini. Mettono in imbarazzo gli abitanti della città.”

“E le mantiglie—voglio le mantiglie,” disse Dick. “Ne ho vista solo una finora, a parte in lontananza a Vitoria; mi aspettavo che ogni donna ne indossasse una. Ora tu, señorita, lo devi al tuo paese.”

Pilar rise. “Immagina una mantiglia in un'automobile. Non mi avete ancora visto, señores—no, nemmeno quando sono andata a teatro. Quando saremo a Siviglia, beh, allora vi presenterò la Vera Me. Guardate, ho un solo cappello in questo vasto mondo, oltre a questa cosa da automobilismo che ho contrattato a Burgos. Non avete idea di cosa costi un cappello—un cappello che una señorita che si rispetti può mettere sulla testa che Dio ha creato—in questa terra di Spagna. Il doppio, il triplo di quanto costerebbe altrove, dicono le donne che viaggiano, e per averne uno elegante è necessario almeno un viaggio a Biarritz. Quanto a Doña Rosita, lei è all'antica e indossa sempre la mantiglia; infatti, nel suo viaggio di nozze a Parigi ha dovuto comprare il suo primo cappello a Marsiglia, dice; perché trent'anni fa, in Spagna se ne trovava a stento uno. Ora, la maggior parte delle signore a Madrid porta il cappello, tranne che per la corrida; ma nella cara Siviglia è diverso. Non avrò più il mal di testa per gli spilli che pizzicano questi miei capelli. Santa María Purísima, vedrete cosa vedrete.”

Parlava come se lo dicesse a me; ma lanciò un'occhiata a Dick, il quale—sebbene dovesse ancora fingere di essere il proprietario dell'auto—stava prendendo gusto al tonneau, mentre Ropes guidava. Guai a Don Cipriano se avesse visto quello sguardo!

Più tardi svoltammo via dalla strada principale a Getafe e rimanemmo bloccati dalle sbarre chiuse a un passaggio a livello.

“Probabilmente staremo qui un'ora, tanto vale pranzare,” disse il Cherubino rassegnato; ma quando un treno merci dall'aspetto umile si era avvicinato, rimase così colpito dalla nostra aria di superiore importanza che, con nostra sorpresa, fece marcia indietro piuttosto che ostruire il nostro onorevole cammino; e i cancelli furono spostati perché potessimo passare davanti al piccolo muso educato della locomotiva.

Fu una corsa di sole cinquanta miglia da Madrid alle piantagioni di ulivi (le prime che vedevo in Spagna) vicino a Toledo; ma il manto stradale non era di velluto; e dovemmo spesso rallentare per gli animali che odiavano, perché non comprendevano, quella bestia più fedele e leale che è l'automobile. Perciò era quasi l'una quando la nobile vecchia città si erse in selvaggia maestà davanti a noi sulla sua collina di granito a forma di ferro di cavallo, cinta dal letto d'oro scuro del Tago.

Madrid vista da lontano non era stata affatto impressionante, ma questa Roma di Spagna—sebbene non ci fossimo avvicinati passando per il ponte famoso in tutto il mondo—era più grandiosa di quanto qualsiasi immagine mi avesse portato a credere.

Non avevamo ancora visto l'auto grigia, nemmeno una nuvola di polvere, ma sapevamo che doveva essere qui, e ognuno di noi non vedeva l'ora di osservare il volto del Duca quando saremmo entrati nella sala da pranzo del miglior albergo, dove a quest'ora lui e il suo gruppo stavano probabilmente per pranzare.

Tra pochi minuti avrei visto Monica, forse sarei stato vicino a lei come alla fonda dell'Escurial. Questo era il pensiero più assorbente; eppure il mio spirito era in ginocchio davanti a questo antico trono di re.

Riuscivo a stento a credere che il cupo torrente giallo che si faceva strada attraverso la gola, e spingeva via enormi rocce come se fossero ciottoli, fosse davvero il Tago, fiume incantato dei miei sogni infantili—il fiume che mio padre amava—il fiume dorato che avevo a stento osato sperare di vedere.

Non c'era leggenda del Tago o di Toledo che io non conoscessi, mi ricordai sognante. Sapevo come, nei grandi vecchi giorni della gloria della città, gli ebrei di Gerusalemme avessero rispettosamente mandato una delegazione ai saggi ebrei di Toledo, chiedendo: “Quest'uomo che dice di essere il Figlio di Dio deve essere consegnato alla legge romana e morire?” E come gli ebrei di Toledo si fossero affrettati a rispondere: “Non commettete affatto questo grande crimine, perché crediamo dalle prove che Egli sia davvero il Redentore tanto atteso.” Come la carovana avesse fatto tutto il possibile per tornare indietro, arrivando troppo tardi; e come, grazie alla loro saggezza e pietà, gli ebrei di Toledo fossero stati risparmiati dall'Inquisizione quando tutti gli altri bruciavano.

Sapevo come, in un tempo di disastro e povertà per Toledo, San Alonzo, un uomo povero, avesse pregato di cuore la Vergine, durante la cui vita era stata iniziata la cattedrale, implorando il suo aiuto per la città; come lei fosse venuta al suo richiamo e, guardandosi intorno per vedere cosa potesse fare, avesse toccato la roccia, che pulsava sotto le sue dita come un cuore, finché tutte le sue vene non fluirono di ferro fuso; come questo ferro fosse stato bevuto dal Tago a tal punto che l'acqua era diventata del colore dell'oro vecchio; e come dopo di allora la città fosse diventata ricca e famosa grazie alla qualità meravigliosa del suo acciaio, che, secondo i fedeli, deve il suo valore al Tago impregnato di ferro.

Sapevo come il Re dei Visigoti fosse qui diventato cristiano e avesse fatto di Toledo la capitale ecclesiastica della Spagna. Sapevo come il Cid avesse cavalcato fino alla città su Babieca, accanto al traditore Alonzo. Sapevo come Filippo II fosse stato scacciato dall'alterigia del clero, fingendo un amore maggiore per Madrid, quella città costruita per soddisfare il capriccio di un re. Sapevo come, proprio come nelle montagne intorno a Granada, in ogni caverna tra le rocce della gola selvaggia dorma un moro incantato in armatura, su un destriero incantato, a guardia di un tesoro nascosto o in attesa della parola magica che lo libererà per combattere per i suoi governanti banditi. Eppure, eccomi qui a entrare in questa antica cittadella potente nella storia e nella favola, in un'automobile, con una macchina fotografica!

“Ma anche tu sei un principe bandito,” disse Pilar, quando espressi qualcosa di ciò che avevo in mente. “E sei uscito dalla tua caverna incantata con la parola magica. Quella parola magica è—Amore.”

XXI

LA MANO DELLA DUCHESSA

In alto sulla collina il colonnello O’Donnel indicò l'Alcázar dalle molte vicissitudini, da tempo trasformato in un'accademia militare, che ha reso Toledo per la Spagna ciò che Woolwich è per l'Inghilterra. “Lì tuo padre ed io siamo andati a scuola,” disse. “Ci vengo ogni anno o due e vado in giro con i miei pensieri.”

Detto questo, iniziò a inchinarsi a destra e a manca ai giovani ufficiali che passeggiavano all'interno del cancello. Quasi tutti lo conoscevano e sembravano felici di vederlo; in effetti, chi potrebbe vedere l'eccellente Cherubino e non esserne contento?

Lui stesso era felice. “Lì andiamo tuo padre ed io!” esclamò, indicando i due bambini dall'aspetto migliore in una processione di ragazzini incredibilmente piccoli che indossavano orgogliosamente un'uniforme elegante. “Oh, dove sono le ragazze che erano solite sorriderci?”

Così entrammo nella fortezza dall'aspetto moresco, attraverso un labirinto di tunnel in ripida ascesa che erano strade. Erano così stretti che non avrei creduto che l'auto potesse passare senza distruggere i parafanghi, se il Cherubino non ci avesse coraggiosamente spronato ad andare avanti, con la certezza che si poteva fare. E in effetti passammo sempre, i lati della Gloria così vicini alle porte e alle finestre aperte che avremmo potuto allungare la mano nelle stanze buie e servirci di pagnotte di pane, recipienti di rame, grossolana ceramica verde, vasi di fiori o bambini stupiti.

Non c'era spazio per gli abitanti di questi vicoli in ombra per correre fuori dalle loro case prima della nostra auto, quando avvisati dal “ciuf, ciuf” del motore mentre sferragliavamo sulle “pietre del tormento”, che stava arrivando qualcosa di straordinario; ma le madri urlavano per i loro figli, mentre le ragazze chiamavano le amiche allo spettacolo gratuito; e uomini, donne e bambini si spintonavano bonariamente a ogni finestra e porta mentre ci avvicinavamo, riversandosi al nostro seguito, sebbene sembrassero ancora mezzo spaventati che il drago potesse tornare indietro a caricare su di loro.

Bellissimi volti sbirciavano da dietro inferriate arrugginite, con occhi da tentare qualsiasi uomo a “mangiare ferro”, come si suol dire. Uomini bruni con occhi riscaldati dal sole e teste nere avvolte in fazzoletti di seta scarlatta fissavano con curiosità il velo di Pilar; e quando emersimo dal labirinto di pietra e gesso, in uno spazio più ampio dove l'hotel sorge come un antico palazzo, fummo sommersi dalla folla ridente che si era formata in una processione al trotto dietro di noi.

Proprio mentre il candore marmoreo del patio rinfrescava i nostri occhi, giù per le scale vennero coloro con cui i miei pensieri avevano corso in avanti; la Duchessa di Carmona; Monica e sua madre; dietro di loro il Duca.

Monica divenne rosso rosa alla nostra vista. I suoi anziani, non al corrente della confidenza del Duca riguardo ai difetti della Gloria, apparvero tanto poco sorpresi quanto compiaciuti; ma le varie e visibili emozioni di Carmona includevano un estremo stupore. Lo guardai, con il berretto in mano per le signore, sorridente e disinvolto come se non fosse successo nulla dal nostro ultimo incontro; e nonostante l'autocontrollo ereditato da antenati orientali, per un istante cercò invano di nascondere rabbia e sconcerto mescolati. Forse avrebbe potuto immaginare che fossimo arrivati in treno, se Ropes non avesse messo in moto l'auto in quel momento, diretto verso qualche luogo di riposo che si spacciava per garage; e il “ciuf, ciuf” della mia Gloria entrò attraverso le porte aperte come una risata di sfida.

Poi deve essersi chiesto come, per tutti i diavoli, fossimo riusciti a seguirlo fino a Toledo!

“Questa è una vera sorpresa, Señor Duque!” dissi, mentre ci incontravamo nel patio ai piedi delle scale.

“Sì,” rispose, tirandosi i baffi e desiderando noi e la nostra auto su qualche pianeta disabitato.

“E un grande piacere!”

“Um—er—naturalmente,” mormorò; e non osai incontrare gli occhi ridenti di Monica, per timore che anche le nostre labbra ridessero.

Andarono a pranzare; ma noi non fummo di molto indietro, e Pilar, mormorando al mio orecchio: “I gatti possono guardare un re, che al re piaccia o no,” scelse allegramente un tavolo accanto agli altri. Poi mantenne un flusso di conversazione con Monica, scambiandosi impressioni su Madrid. “Non avete amato i negozi?” chiese. “E comprerete cose di Toledo oggi; spille da sciarpa e spilli per cappelli e tagliacarte; o ne avete comprati troppi ieri?”

“Penso di averne comprati appena abbastanza,” disse Monica, con un sorriso rapido. “Ma ne prenderò altri qui. Andremo in una bottega di lavorazione dei metalli, dopo la cattedrale.”

Ma questa era pura audacia, e fu punita come temevo che sarebbe stata.

Non volendo inseguire con una violenza troppo vistosa, per non fallire il nostro obiettivo, lasciammo che il gruppo di Carmona uscisse dalla sala da pranzo prima di noi. Un quarto d'ora dopo seguimmo, uscendo nelle strane strade grigie, infestate da uomini e donne che hanno fatto la storia. Dick (armato di un libro di Leonard Williams, il più grande esperto di Spagna) fu autorizzato a camminare accanto a Pilar, mentre il più ignaro e gentile degli chaperon, il Cherubino, concedeva la sua compagnia a me. Ma, secondo la sua abitudine, era spesso silenzioso, dandomi il tempo di sognare il passato di Toledo.

Piuttosto pittoresche erano le figure di oggi nella vecchia capitale grigia dei Visigoti, eppure non erano reali per me quanto altre figure che solo l'occhio della mia mente poteva vedere.

Ecco la lunga, piatta facciata dell'edificio che la leggenda aveva scelto come palazzo di Wamba il Benefattore—il Re Contadino. Vidi il vecchio risvegliarsi alla vita nella prigione dove il tradimento di qualcuno amato e di cui si fidava lo aveva gettato, vestito con l'abito monastico che mai più avrebbe potuto essere cambiato per abiti di stato. Vidi una compagnia emaciata di ebrei marciare verso “Tarsis”, segnata e sanguinante dalle persecuzioni di Nabucodonosor che li aveva scacciati da Gerusalemme. Vidi uomini moreschi combattere per prendere Toledo—il “Belvedere”, “la Luce del Mondo”, e combattere di nuovo per salvarla per se stessi.

Lì, nell'imponente Alcázar, Rodrigo aveva tradito la sua bellissima regina, Egilona, per la ancora più bella Florinda, figlia di Giuliano, Espatorios di Spagna; almeno così diceva la leggenda, mescolando la musica romantica delle sue ballate inestricabilmente con le profonde note d'organo della storia. Più in basso, sulla scogliera sopra il Tago, nella Torre di Ercole, Rodrigo aveva tolto i panni di lino dipinto dallo scrigno incantato e visto l'orribile visione dell'orda moresca con la sua stessa figura che fuggiva davanti a loro, un giorno in cui dimenticò la profezia che avvertiva tutti i re di Spagna dal varcare quella misteriosa porta chiusa.

Su per questa stretta strada in città, dietro quella finestra sbarrata con le sue curiose decorazioni a palla di cannone, forse l'incomparabile Doña Flor del “Bandito” di Dumas aveva sorriso e trafitto il cuore del “Corriere dell'Amore” con la sua bellezza.

Fu come svegliarsi da un sogno brillante quando il Cherubino si fermò bruscamente per indicare in alto la vasta, incongrua mole della cattedrale che svettava su di noi. Ma non c'era nulla di incongruo nel ricco splendore gotico all'interno; e il mio unico shock di delusione arrivò quando persi la speranza di trovare Monica.

L'avevano punita cambiando il loro piano d'azione, e dovevo cercarla altrove. Ma non potevo strappare i miei amici da questo grande monumento della gloria spagnola, solo perché mi premeva di più guardare il volto di Monica Vale che quello di qualsiasi santo, scolpito o dipinto dalla mano di un maestro.

Rimasi, quindi, trovando la consolazione che potevo nel bagliore ingioiellato di rari vetri antichi, la magnificenza delle porte di bronzo; tombe di re ed eroi; e tutte le meraviglie di oro, argento, perle e diamanti che, conservate in sagrestia, rendono onore alla famosa Vergine Nera, la Regina della cattedrale.

Uscire di nuovo in città fu come fare un solo passo indietro dall'Europa all'Africa; perché in nessun luogo le civiltà musulmana e cristiana possono essere più strettamente intrecciate che a Toledo. Le strade moresche erano come colpi di scimitarra fenduti in profondità nella città; strette voragini fiancheggiate da case riservate, che offrivano qui e là uno scorcio di qualche luminoso patio fiorito, attraverso porte socchiuse borchiate di ferro, e abbastanza pesanti da resistere a un assedio; eppure sopra i tetti di tegole svettavano guglie cristiane nell'azzurro traslucido.

Nessuno si curava di noi ora che non eravamo più dei in un'auto, eccetto un occasionale mendicante, al quale il Cherubino mormorava: “Dio ti aiuterà, sorella!” “Perdonami, fratello!” e poi, cambiando idea, faceva cadere un soldo in una mano avvizzita o in un palmo infantile e rosa.

“Lasceranno lo shopping per ultimo, perché Lady Monica ci aveva detto che doveva essere fatto per primo,” disse Pilar saggiamente; così vagammo attraverso i viottoli squallidi del Mercato delle Pulci, Pilar sperando contro ogni speranza di dissotterrare un tesoro; perché, un uomo non aveva forse raccolto, per un piffero, un Greco che valeva una fortuna, e non si trovava sempre qualcosa di almeno divertente nel Mercato delle Pulci di Madrid? Di lì andammo alla moschea moresca, che i Visigoti avevano iniziato, e così a San Juan de los Reyes, che, disse Pilar, doveva piacermi più di ogni altra cosa a Toledo, perché piaceva a lei. Con aria di possesso spiegò le catene votive dei cristiani prigionieri che festonavano oscuramente le mura esterne, e non le dissi che avevo sentito quella storia molto tempo fa. Lei rabbrividì indicando il crocifisso che era solito accompagnare la processione dell'auto-da-fé. “Solo pensare a quanto sono diversi i tempi ora!” disse. “Quando Filippo II stava per sposarsi con la sua sposa, non ancora quattordicenne, un grande spettacolo in onore del matrimonio fu un rogo di eretici, qui nello Zoco—il mercato di Toledo! Non mi sarebbe importato molto di vedere un matrimonio reale allora. Non mi piace nemmeno guardare quel crocifisso, mi dà tali pensieri. Ma guarda, non sono quelle gallerie di pietra scolpita dove Ferdinando e Isabella usavano ascoltare la messa, come due grandi calici d'argento cesellato? Spero che il re e la regina non si siano mai seduti lì a guardare i poveri disgraziati legati prima di marciare verso lo Zoco per morire; ma sono sicura che Isabella non lo avrebbe fatto: era così dolce, deve aver spesso desiderato di non aver fatto quella terribile promessa a Torquemada.”

«Sei cattolica, eppure dici questo!» esclamai, mentre stavamo lì a osservare gli splendidi scudi dei Reyes Católicos. Dick era vicino, in ascolto con un’ansia malcelata per la risposta della ragazza – e non c’era da stupirsi, dato che era protestante e non il tipo da rinnegare la propria fede, nemmeno per amore.

«Oh sì, sono cattolica,» disse lei. «Ma,» aggiunse quasi sussurrando, «gli spagnoli, anche i più ardenti cattolici, non amavano davvero l’Inquisizione. Fu loro imposta; e – immagino che in quei brutali tempi antichi fosse un’emozione orribile assistere ai roghi. È naturale per noi latini cercare emozioni; e dopo anni di quelle così terribili che abbiamo avuto in quei tempi, vi stupite che la gente chieda a gran voce le corride?»

«Allora non pensi che noi protestanti meritiamo il rogo?» chiese Dick, fissando il crocifisso.

«Come puoi farmi una domanda simile?»

«Ma tu... non potresti diventare vera amica di uno di noi, suppongo, o – ehm – permetterti di tenere davvero a qualcuno di noi?»

«Cercherei di convertirlo – o convertirla.»

«Supponendo che tu non ci riuscissi?»

«Allora, dovrei volergli – o volerle – bene nonostante tutto. E lui – o lei – dovrebbe lasciar stare la mia religione. Ma sono stanca di cose solenni; e frate Cristóbal muore dalla voglia di comprare oggetti in metallo.»

Non credo che Dick sapesse se fosse stato incoraggiato o meno. E deve essersi ricordato che il Conde de Roldan è il migliore e più ambito dei cattolici. Povero Dick! Forse stava iniziando a capire quanto sia più facile consigliare a un altro uomo di essere ragionevole che esserlo se stessi.

Pilar aveva avuto ragione nelle sue congetture riguardo al funzionamento della mente di Carmona. Quando arrivammo alla sala espositiva della Fabrica de Espadas, dove il crepuscolo era attraversato da mille bagliori e luccichii di armi strane, c’erano proprio coloro che fino a quel momento avevamo cercato invano. La Duchessa, gialla per la fatica, stava riposando la sua figura tarchiata su una panca nella lunga stanza bassa, con Lady Vale-Avon accanto, dall'aria stanca e annoiata. Ma Carmona era al bancone coperto di vetro, a chiedere il consiglio di Monica nella scelta dei suoi acquisti.

Ci volgeva le spalle mentre entravamo e, senza che se ne accorgesse, lo vedemmo sollevare verso la luce un piccolo pugnale affilato, dal manico splendidamente decorato. Stava indicando con il dito, per beneficio di Monica, il delicato traforo sull'oro quando, avvertito dalla mancanza di attenzione e dagli sguardi erranti della sua compagna, si voltò nella nostra direzione. Poi, posando in fretta il pugnale, lo spinse via come se si risentisse dell'intrusione dei nostri occhi.

«Dopotutto, siamo andati alla Grotta di Ercole,» disse Monica, «e alla casa dove si suppone siano stati assassinati i nobili moreschi; così vi abbiamo persi quando siamo arrivati alla cattedrale. Señorita O’Donnel, venga ad aiutarmi a scegliere dei regali per alcune ragazze a casa, in Inghilterra.»

Parlava in modo brillante, eppure malinconico, come se si stesse chiedendo se le sarebbe stato permesso di tornare da quelle ragazze, essendo lei stessa una ragazza e potendo chiamare l'Inghilterra casa.

Pilar si avvicinò subito a lei, e Dick ed io seguimmo. Il buon Cherubino, con tatto, impegnò l'attenzione della Duchessa e di Lady Vale-Avon, apparendo così innocente che per loro fu impossibile essere sgarbate nei suoi confronti. E mentre il Duca teneva il broncio, scegliemmo coltelli e forchette meravigliosi per i nostri cestini da picnic, e sottili bastoni animati di cuoio che imitavano il bambù e nascondevano lame così flessibili da poter essere arrotolate come molle di orologio.

«Compriamoci tutti dei regali, in memoria della giornata,» suggerì Dick; e iniziò offrendo a Pilar un paio di splendidi spilli per cappello. Lei ricambiò con dei gemelli; così, incoraggiato da questo preludio, pregai Monica di accettare una spilla a forma di scudo. «Ora non mi mancherà mai protezione,» disse lei, con dolce enfasi; e fu un bene per me che il Cherubino stesse mostrando a Lady Vale-Avon alcune meravigliose parate di scherma. «Vediamo,» continuò la ragazza, dopo aver appuntato con aria di sfida il gingillo alla sua cravatta di pizzo, sotto lo sguardo furioso di Carmona. «Cosa ti darò per buona fortuna? Sarà un pugnale? Dov'è quello che stavi guardando, Duca?»

«Non lo so,» rispose lui, così arrabbiato con me per la mia presunzione che riusciva a stento a parlare, sebbene non osasse mostrare i suoi veri sentimenti e mettere a repentaglio le sue possibilità. «Sembra sparito. Ma dobbiamo davvero andare subito. Mia madre è stanca e abbiamo ancora diverse cose da vedere prima che io possa riportarti all'hotel a riposare.»

Di proposito, parlò a voce alta, e Lady Vale-Avon udì attraverso i mormorii mielosi del Cherubino. Si alzò e chiamò Monica, che fu trascinata via senza aver trovato il pugnale.

Era l'ora di cena quando tornammo al nostro hotel; ma il gruppo di Carmona non si fece vedere in sala da pranzo. Aspettammo sperando che venissero, finché non fu inutile sperare oltre, e mentre bevevamo il caffè nero nel patio, il Colonnello O’Donnel chiese a un cameriere dove fossero le persone che avevano pranzato con noi. «Hanno preso un salottino privato,» rispose l'uomo, il che fu un sollievo, poiché stavo iniziando a essere perseguitato dalla nera paura che Carmona fosse fuggito nella notte.

A poco a poco le lunghe ciglia di Pilar si abbassarono e il Cherubino, cogliendola nel tentativo di soffocare uno sbadiglio, la mandò a letto ridendo. «Non hai dormito abbastanza in queste ultime notti per tenere in vita un sigarron,» disse lui. Poco dopo, i suoi stessi occhi iniziarono a sembrare quelli di un bambino assonnato e si congedò con tutta la cerimonia dei saluti spagnoli. Dick ed io rimanemmo soli e stavamo discutendo su cosa avrebbe potuto portare il domani, quando un cameriere si avvicinò a noi, inchinandosi.

«L'Excelentísima Señora Duquesa de Carmona riterrebbe un favore se il Señor Waring e il Teniente O’Donnel volessero farle visita nel suo salottino,» annunciò.

Stavano forse per cadere i cieli? Le mie sopracciglia sollevate e quelle di Dick si interrogarono a vicenda nello sconcerto. Ma le nostre labbra rimasero mute mentre seguivamo il servitore.

Il salottino della “Excelentísima Señora” era al primo piano, forse una grande camera da letto trasformata in fretta. Cosa ci aspettassimo di vedere quando il cameriere aprì la porta, a stento lo so; ma di certo non ci aspettavamo di vedere la Duchessa seduta da sola.

Il tavolo dove il gruppo aveva cenato era ora coperto da un pezzo di vistoso ricamo pseudo-moresco e adornato di fiori. Alcuni libri di viaggio e romanzi erano sparsi in giro, e nella mano la Duchessa teneva un volume con la copertina di carta, come se stesse leggendo. Ma l'espressione del volto scuro e pesante contraddiceva la sua posa. Potevamo vedere che era agitata.

«Perdonate se non mi alzo, poiché sono stanca,» disse, mentre entravamo. «È gentile da parte vostra essere così solleciti, e vi ringrazio.» Poi fece una pausa e noi attendemmo.

«Vi prego di sedervi. Voglio il piacere di una chiacchierata.»

Obbedimmo. E attendemmo ancora.

«Sono un po' in imbarazzo,» continuò la Duchessa. «Dovete essere pazienti. Ciò che desidero dire è difficile. Eppure il Señor Teniente, essendo lui stesso spagnolo, capirà. Siamo in Spagna, la terra della formalità e della rigida etichetta, tra persone della nostra classe. Che un'automobile con due giovani uomini non sposati a bordo (e persino il Colonnello O’Donnel è vedovo, non anziano) – che tale automobile segua da vicino la nostra che contiene una bella ragazza, è cosa atta a causare pettegolezzi. Ovunque andiamo lungo questo percorso, mio figlio ed io abbiamo conoscenti, amici; e già ci sono state chiacchiere, che volano da un posto all'altro in lettere di pettegolezzi tra donne. Sono certa che non vi piacerebbe pensare di avermi causato questo disagio a causa della mia dolce giovane ospite e di sua madre?»

Non ero mai stato preso più alla sprovvista. Ci aveva in pugno; perché come può un uomo combattere contro una donna?

«Stiamo viaggiando nella vostra direzione,» dissi fiaccamente. «Le coincidenze della strada ci portano a stare insieme.»

«Ah! Ma vi chiedo, come può una donna della mia età chiedere un favore a giovani uomini come voi, señores, di non sfruttare tali coincidenze. Se è come dite – e naturalmente vi credo – che vi capita di viaggiare sulla nostra strada, non sarebbe un grande sacrificio ritardare e darci un vantaggio maggiore. Ricordate, è per il bene di una ragazza e per la pace mentale di una vecchia. Farete dunque questa gentilezza per me?»

Mi aveva lasciato ammutolito. Non sapevo come risponderle, e lei lo sapeva. Persino Dick, con il suo rapido spirito yankee, per una volta non fu pronto. E in effetti, la Duchessa ci aveva messo in una posizione odiosamente svantaggiata.

«Abbiamo un po' di fretta, Señora Duquesa,» balbettai goffamente.

«Allora, piuttosto che causarvi una perdita di tempo, partiremo molto presto e andremo il più lontano possibile durante il giorno. Se partissimo – diciamo alle sette di domani – non sarebbe troppo scomodo per voi aspettare fino alle nove? Questo è tutto ciò che chiedo; e di pernottare a Manzanares invece di cercare di arrivare in qualche altro luogo di sosta. Se promettete questo, siete uomini d'onore, e so che manterrete la parola.»

Aveva imparato bene la lezione e l'aveva evidentemente provata con il figlio, poiché questa donna linfatica e dagli occhi stanchi non era certo il tipo da conoscere in anticipo i nomi delle località di sosta di un tour automobilistico. Era intelligente da parte di Carmona usare la mano paffuta di sua madre come zampa di gatto per tirare le sue castagne dal fuoco; ma non era coraggioso, perché doveva sapere che non avremmo potuto lasciare che toccasse le fiamme.

Pensai per un momento in silenzio. Solo dei cafoni avrebbero potuto rifiutare a chiare lettere una tale richiesta, posta con apparente franchezza da una donna abbastanza anziana da poter essere loro madre. Eppure, non dovevo lasciarmi intrappolare nel promettere alcunché che potesse separarmi da Monica.

Stare vicino a lei, sempre al suo servizio, era l'unica cosa di suprema importanza; ma gettare via i panni di pecora e dichiararmi lupo avrebbe significato perderla; poiché nell'istante in cui Carmona fosse stato certo della mia identità, mi avrebbe denunciato. Sarei stato mandato oltre frontiera mentre Monica sarebbe rimasta con lui, senza protezione se non quella della madre, che era sua leale amica. Questo sarebbe accaduto di sicuro, anche senza contare i guai che avrei potuto causare al Colonnello O’Donnel se fossi stato arrestato mentre mi spacciavo per suo figlio.

Mi sembrò che dovessimo acconsentire a fare ciò che la Duchessa chiedeva e, pur mantenendo la lettera della nostra promessa, prendere provvedimenti per vedere Monica a Siviglia. Lì, avrei dovuto farle sapere tutto ciò che era accaduto, anche se non fossi riuscito a comunicare con lei prima. E avrei dovuto implorarla di venire via con me, per timore che nel frattempo fosse stato ordito qualche complotto alle mie spalle.

«Cosa ne pensi, Waring?» dissi. Poi, suggerendogli una battuta, «Sento che dobbiamo acconsentire, anche se potremmo non vedere le cose dal punto di vista della Duchessa.»

«Beh, naturalmente, un uomo non può rifiutare una signora; una signora di solito lo sa,» rispose Dick, vendicando i nostri torti con una stoccata tagliente.

Ci ringraziò in modo effusivo. «Allora posso contare su di voi?» chiese, guardandomi.

«Potete contare su di noi,» dissi. «E vi prego, non preoccupatevi di partire in orario scomodo. Il mio amico ed io vi promettiamo due ore di vantaggio.»

XXII

LA FORTUNA DEL LIBRO DEI SOGNI

Era tardi e Monica doveva essere andata a letto, quindi era impossibile inviarle un messaggio. La mattina seguente mi alzai presto e feci colazione con caffè e panino su un tavolino nel patio, nella speranza di scambiare una parola con lei. Ma scese accompagnata così da vicino da sua madre e dalla Duchessa che sembrava una regina con le sue dame di compagnia. Ebbi solo la possibilità di salutare, poiché erano pronte a partire; e quando avrei voluto aggiungere una frettolosa spiegazione del nostro ritardo, la Duchessa iniziò a parlare, così che Monica fu portata via senza sentire.

«Cattiva – vecchia – gatta!» fu l'esclamazione di Pilar quando Dick le raccontò la storia del dilemma della sera precedente. Ma quando le fu chiesto cosa avrebbe fatto al posto nostro, la sua inventiva venne meno; e il Cherubino approvò la nostra condotta.

Gli altri avevano approfittato appieno della nostra generosità e non avevano lasciato Toledo fino alle nove. Pertanto, secondo il nostro contratto, eravamo obbligati ad aspettare fino alle undici, sorprendendo Ropes con la nostra procrastinazione.

Ma proprio mentre stavamo per ripartire dall'hotel, un capraio svoltò l'angolo alla testa del suo gregge irsuto. L'uomo, abbronzato di un bronzo scuro per la costante esposizione, portava i suoi stracci con l'aria di un re che marcia alla conquista e, piuttosto che mostrare una volgare curiosità, passò oltre senza degnare l'automobile di uno sguardo, per quanto fosse probabile che fosse la prima che avesse mai visto. Le sue capre, altrettanto indifferenti, vagavano tra le nostre ruote senza fretta e, quando scelsero, si allontanarono con gran gioco di piccoli zoccoli fessi sui ciottoli. Una nota di contrasto più netta difficilmente avrebbe potuto essere colpita, ci dicemmo Dick ed io. Un incontro tra l'automobile, ultimo prodotto dell'inquieta invenzione dell'uomo, fatta per volare attraverso stati e continenti, e il capraio, la cui conoscenza del mondo poteva estendersi dieci miglia oltre il luogo in cui, fin dalla nascita, aveva esercitato una delle professioni più antiche del globo. Così le epoche sembravano unite, e Virgilio e Teocrito portati improvvisamente faccia a faccia con Maeterlinck e Henley; e un istante dopo avevamo fatto una piccola escursione nel medioevo della superstizione. Pilar ci raccontò gravemente che in un volume di “Sogni e Leggende d'Amore”, apprezzato sopra ogni altro libro dalle giovani ragazze dell'Andalusia, si leggeva che portasse fortuna agli innamorati incontrare un gregge di capre quando si inizia un viaggio al mattino.

Così incoraggiati a sperare in ciò che non osavo aspettarmi, partimmo, trovandoci più e più volte in difficoltà a far girare il lungo telaio della Gloria attorno agli angoli stretti delle stradine. Più di una volta fu possibile solo facendo retromarcia, un'impresa che fu testimoniata con grida di stupore da una folla di venditori d'acqua con recipienti di latta dipinti, lattai a dorso d'asino, arrotini e cherubini alla Murillo che ci seguivano per vederci partire. Così accompagnati scendemmo la ripida collina che si snodava oltre le antiche fortificazioni di Toledo e ci portò finalmente sul Puente de Alcántara, quel ponte meraviglioso sopra ogni altro al mondo.

Il Tago, il fiume più grande di Spagna, dorato come il vecchio padre Tevere stesso, si tuffava attraverso la sua stretta gola cento piedi sotto l'arco di pietra, e su entrambi i lati si ergevano le scogliere arse dal sole, con Toledo seduta sulla loro sommità, incoronata di torri, come un'imperatrice sul suo trono. Lontano sotto, nel vortice d'acqua gialla, c'erano mulini moreschi, bianchi per l'età, che macinavano il grano per i loro nuovi padroni.

Mentre attraversavamo il ponte al passo tra file di muli nappe e tintinnanti, piccoli asini grigi carichi di otri di vino, brocche marroni di olio d'oliva o sacchi di farina, e bambini incantevoli che ci offrivano rose per una perrilla, avemmo l'ultima visione delle guglie della cattedrale. La voce di una ragazza, che lavava vestiti bianchi e blu in una vasca d'acqua corrente, ci diede il buon viaggio. La sua testa era fasciata in un fazzoletto scarlatto; e sorridendoci mentre batteva il bucato, cantò una strana canzone, un mezzo canto, con quel selvaggio ritmo orientale che è stato tramandato dai Mori ai figli e alle figlie di Spagna.

«Sta improvvisando una copla!» esclamò Pilar. «Ascolta; è per te, fratello Cristóbal.»

Così ascoltai, e udii che i miei occhi, sebbene scuri come cieli senza stelle, potevano brillare come il sole d'amore, e che la benedizione di una povera ragazza che non aveva nessuno a cui importasse di lei era rivolta alla ragazza ricca che custodiva il tesoro del mio cuore.

«Devi mandarle un bacio per ricompensarla della canzone,» disse Pilar. «Non lo sai? Ma poi, non sei in Spagna da molto – eccetto che nei tuoi pensieri. È quello che ci si aspetta; proprio come una ragazza deve baciare educatamente la mano a un torero se lui la bacia a lei; poiché se non lo fa, gli getta il malocchio; e quasi certamente lui verrà incornato la prossima volta che entrerà nell'arena. Oh, adoro le coplas! E quella donna non cantava in un buon spagnolo? Anche la gente comune parla bene qui, perché lo spagnolo di Valladolid e Toledo è il migliore di Spagna.»

Mi voltai indietro e mandai un bacio alla ragazza, che si sarebbe sentita offesa se avessi gettato del denaro; e sollevando ancora una volta gli occhi verso la città torreggiante, vidi uno sfondo medievale come i vecchi maestri amano dare ai loro quadri.

Il paesaggio era selvaggio, e immutato in ogni apparenza dai giorni in cui la Mezzaluna e la Croce combattevano per la supremazia su quelle colline pietose e in quelle gole selvagge. Ancora una volta, mi sentii un anacronismo rozzo, nella mia automobile, né l'impressione mi lasciò quando Toledo fu nascosta dietro un angolo; né quando sfrecciammo davanti ad antiche norias orientali, fatte girare lentamente da cavalli assonnati o asini indignati; né con scorci di torri di guardia, o castelli in rovina – quei “castelli in Spagna” che Don Pedro promise ai soldati del Principe Nero – e che raramente dava se valevano qualcosa.

Ora, il nostro compito era tornare sulla strada maestra tra Madrid e Siviglia – quella strada su cui Dick pianificava con parsimonia il suo rapido servizio di automobili per passeggeri e ortolani; ma oggi non c'era nulla di quell'emozione dell'inseguimento a cui eravamo abituati. Ero depresso nonostante il buon auspicio delle capre e l'incontro con un mulo che aveva quattro piedi bianchi – un segno di qualche straordinaria fortuna, secondo il Libro dei Sogni di Pilar. Il paese dolcemente ondulato, argentato dagli ulivi, con i suoi rari villaggi lontani e le belle guglie delle chiese, non mi interessava, e non ero grato quanto avrei dovuto per la buona strada.

Alla fine avevamo lasciato la zona delle città brune e dei villaggi dai toni cupi, per entrare nella zona delle abitazioni abbaglianti di bianco, il che significava che ci stavamo avvicinando alla terra del sud, amata dal sole. Le enormi fattorie semi-fortificate e dalle alte mura, che sorgevano in spazi solitari, erano bianche come grandi conchiglie che fluttuavano solitarie su mari di verde ondeggiante. I gruppi di cottage strettamente raggruppati insieme per reciproca protezione avrebbero potuto essere tagliati da blocchi di marmo; e i loro affittuari erano creature vivide, che bruciavano come fiori tropicali contro il bianco abbagliante delle loro pareti grezze.

Mai per dieci minuti il paesaggio fu lo stesso. Dalle piantagioni di ulivi ci precipitammo in una terra desolata di colline selvagge, dove i mulini a vento piantati sulle rocce chiamavano con braccia che si muovevano lentamente; poi giù in valli fiorite con un filo di fiume d'argento intrecciato tra le erbe vicino a una lunga strada bianca. E sempre l'orizzonte era rotto da montagne abbattute, viola, oro e rosa, che nuotavano in un mare di luce e colori cangianti.

«Presto saremo nel paese di Cervantes,» disse il Cherubino; «ed è un buon paese – per la caccia. Io stesso vengo a volte con gli amici, per il cinghiale; e ci sono molti conigli quando non c'è nulla di meglio.»

«Non parlare di conigli,» disse Dick. «Mi fa venire fame pensarci; e siccome nessuno ha detto nulla sul pranzare, e stiamo facendo un ottimo percorso, non ho voluto menzionarlo. Eppure, c'è quel prosciutto andaluso e Dio solo sa quante altre cose che sprecano la loro dolcezza...»

Il Cherubino scosse la testa. «Non dobbiamo fermarci qui. Sarà meglio aspettare fino a quando arriveremo alla casa di un cantoniere. Siamo sicuri di passarne una prima o poi. Allora accosteremo e le donne ci porteranno acqua o qualsiasi cosa vogliamo.»

«Credo che ciò a cui stai pensando davvero siano i briganti!» esclamò Pilar.

«Beh,» sorrise il Cherubino, «forse qualcosa del genere era nella mia mente; anche se non devi aver paura, mia Pilarcita.»

«Come se ne avessi – essendo figlia di un soldato!» sogghignò Pilarcita. «Vorrei che incontrassimo i Sette Uomini di Ecija, o El Vivillo stesso – se non l'hanno ancora preso. Sarebbe divertente.»

«Niente divertimento con te tra noi, bambina», disse il Cherubino. «I cavallereschi bandoleros del passato esistono al giorno d'oggi solo nei libri di favole e nelle ballate. Vivillo è un bruto scellerato, e poco più a sud non troveremo nessuno sulla strada che si curi di pronunciare il suo nome. Lo chiameranno Señor Coso. Quanto ai Sette Uomini di Ecija, si dice che si siano sciolti molto tempo fa, eppure corre voce che esistano ancora; e a proposito, Don Ramón, per generazioni quella famosa banda di sette briganti ha avuto un legame — almeno nei pettegolezzi delle vecchie — con i Duchi di Carmona».

«Come sarebbe a dire?» chiesi, interessato; poiché, sebbene avessi sentito molte cose su quella casata, non avevo udito la storia a cui alludeva il colonnello O’Donnel.

«Mi meraviglia che tu non lo sappia!» disse lui. «Beh, si racconta che, più di cent'anni fa, l'erede bambino dei Carmona fosse malaticcio. Se lo avessero perso, il titolo sarebbe passato a un altro ramo della famiglia; ma la Duchessa era morta pochi giorni dopo la sua nascita, e non si riusciva a trovare alcuna balia che desse salute al bambino. Allora il Duca fece sapere in lungo e in largo che, se una qualsiasi donna fosse riuscita a salvare il suo ragazzo, avrebbe avuto una pensione a vita, sufficiente a mantenere lei e tutta la sua famiglia nell'agiatezza; e che sua figlia e la figlia di sua figlia sarebbero state, se lei avesse scelto di stipulare il contratto, balie dei futuri Duchi di Carmona. In risposta a questo proclama giunse una donna di Ecija, la città dei briganti; una creatura degna di Giunone. Allattò l'erede malaticcio riportandolo in salute, e quando il bambino si fu affezionato a lei, trapelò il segreto che era la sorella sposata del terribile prete che guidava la banda di briganti. Ma non fu mandata via per questo motivo. Invece, il Duca usò con successo la sua influenza per ottenere la grazia per il marito di lei, il cognato del prete, quando fu preso in flagrante per rapina e omicidio tra Carmona e Siviglia; e in gratitudine per questo, l'uomo promise che i suoi figli e i figli dei suoi figli sarebbero stati sempre a disposizione della casata ducale. Per il resto, si dice che più di una volta nel secolo scorso questa promessa sia stata esatta e mantenuta in segreto».

«Non mi stupirei se l'attuale Carmona avesse un covo di banditi nella manica», disse Dick. «È una manica piuttosto nera, se alcune delle cose che si sentono sono vere. Ma ecco la casetta di un cantoniere. Che ne dite di fermarci e fare il verso a El Vivillo?»

«Andrà benissimo», rispose il Cherubino. «Nel caso peggiore, potremmo difenderci bene dall'interno».

«Onestamente, non ci stai prendendo in giro riguardo ai briganti?» chiese Dick, tra il sarcastico e il divertito, mentre rallentavamo.

«No», disse il Cherubino. «Non sto scherzando, se è questo che intendi; perché ora siamo ai confini del paese dei bandidos. Ci vorranno anni prima che il brigantaggio venga estirpato in Spagna; e devi aver letto dei problemi che ci sono stati ultimamente. Non che io pensi ci siano molte possibilità di un incontro, ma è bene essere preparati; perché se un gruppo di uomini ti salta addosso con le carabine alla spalla, non c'è verso di tirare fuori i revolver».

«Uhm!» mormorò Dick. «Suppongo che tu sappia di cosa stai parlando; ma scommetterei che questa gente riderebbe se chiedessimo: "Che mi dite dei briganti?"»

«Va bene; chiediamolo», disse il Cherubino con calma.

A quel punto l'auto si era fermata vicino a una minuscola casa bianca come una scatola, situata a pochi metri dalla strada, con una striscia d'erba a far da prato; e un vecchio, evidentemente un ex soldato, con una moglie florida e una bella figlia stavano uscendo. Ci scambiammo vari complimenti; dicemmo che, col gentile permesso di sua signoria il cantoniere, avremmo pranzato vicino a casa sua; ci fu risposto che la casa, insieme a chiunque e qualunque cosa vi si trovasse, era a disposizione delle nostre signorie; e infine il Cherubino mormorò una domanda sul fatto se fossero stati visti bandidos ultimamente.

Il vecchio lanciò sguardi di qua e di là prima di rispondere. Poi, sottovoce, replicò che, guarda caso, quattro gentiluomini della professione erano passati non più di tre o quattro ore prima. Non erano stati fortunati, perché erano stati braccati dalla guardia civile; e siccome avevano fame, erano andati verso destra, lì, per vedere cosa si potesse rimediare alla fattoria più vicina. Quanto a questo posto, era abbastanza sicuro, perché non c'era nulla che neppure un brigante avrebbe preso; e bisognava essere gentili con queste persone, se si fermavano a riposare o a chiacchierare; era più prudente.

«Vedi, avresti perso i tuoi soldi se avessi accettato la tua scommessa, Señor Waring», disse il Cherubino.

Non ci fu mai pranzo migliore di quello che consumammo lungo la strada. Lavorammo tutti a spargere il contenuto dei cesti, mentre il cantoniere e la sua famiglia si affaccendavano, non come inferiori speranzosi in una mancia, ma aiutandoci come amici e padroni di casa.

Quando arrivammo, non si vedeva anima viva, a parte gli abitanti della scatola bianca. Gli unici esseri viventi, oltre al trio e a noi, erano le allodole che balzavano verso il cielo riversando gioielli dalle loro gole palpitanti, e alcuni uccelli sconosciuti di un rosso e giallo brillanti, come petali di fiore alla deriva. Ma che siano stati questi uccelli a portare la notizia, o che essa sia soffiata sul paese con il vento profumato, è certo che si radunò un pubblico a fissarci, come nuvole che ribollono sopra un orizzonte limpido.

Non era una folla invadente quella che arrivò; né si avvicinarono in modo offensivo, né fissarono con volgare curiosità. I suoi componenti — tre o quattro bei giovani mulattieri, principeschi nella loro trasandatezza; un anziano lavoratore della terra, con gli occhi e il profilo di un falco mezzo addomesticato; una vecchia e una giovane ragazza simili a madonne nei loro mantelli col cappuccio, mentre cavalcavano i loro pazienti asini; e un paio di bambini timidi con gli occhi da cervi spaventati — ronzavano attorno, si fermavano e ruminavano, pronti a spiccare il volo, come creature selvatiche della foresta, a uno sguardo rozzo o a una parola di scherno.

Ma non ricevettero sguardi rozzi o parole di scherno da noi, sebbene non osassimo sorridere troppo invitanti, per paura che fraintendessero e fuggissero via, offesi. Ci inchinammo gravemente; essi si inchinarono gravemente in risposta. Poi, seguendo un frettoloso sussurro di consiglio del tattico Cherubino, continuammo il nostro pasto. Ma poco dopo, panino alla mano, egli si incamminò verso il gruppo sparso, si mescolò ad esso e mormorò. Ciò che mormorò, noi in auto e attorno ad essa non potemmo udirlo; ma il freddo incerto su quei volti scuri si illuminò di divertita simpatia.

«Sta raccontando loro di noi e dell'automobile», ridacchiò Pilarcita. «Oh, lo conosco! Probabilmente sta inventando sciocchezze sull'auto e sul suo funzionamento. Tra un minuto saranno suoi schiavi, e amici di tutti noi».

Mentre sussurrava, la figura florida tornò indietro. «Penso che ora sia sicuro offrire loro una parte del nostro cibo», disse, nel modo di chi comunica un segreto delizioso. «Muoiono dalla voglia di averne; ma rifiuteranno a meno che non ci muoviamo nel modo giusto, perché sono orgogliosi quanto noi».

A Pilar non fu permesso di muoversi, perché, in Spagna, le donne devono essere adorate da lontano e non devono mescolarsi con gli estranei. Ma passò i piatti delle prelibatezze fornite da Doña Rosita a Dick e a me, e così carichi ci incamminammo verso il nostro pubblico.

«Offrite prima qualcosa alla famiglia del cantoniere», suggerì il Cherubino, e obbedimmo. «Probabilmente non avete fame», fu il suo preambolo. «Perché dovreste averne, quando avete abbondanza di cibo buono come il nostro, forse migliore? Ma qui ci sono cose che vengono da Madrid. Può darsi che siano nuove per voi. Ci farebbe piacere se le assaggiaste».

Allora dita orgogliose e titubanti non esitarono più, ma si avventarono su sottili fette di prosciutto, uova sminuzzate e zuccherate, formaggio e marzapane. Nessuno tradì avidità, ma i volti si illuminarono, specialmente quando il cantoniere, orgoglioso di noi come se fossimo stati suoi parenti, fece il giro con il nostro otre, invitando cordialmente ogni uomo a portarlo alle labbra.

Mentre la compagnia mangiava e beveva, il Cherubino circolava tra loro, e presto fu al corrente della breve storia di vita di ogni persona, sebbene apparentemente non avesse fatto domande. In qualche modo, il primo impulso dell'anima più riservata era confidarsi con il Cherubino; e quando il pasto fu terminato, e non rimase più alcuna scusa per indugiare, gli uccelli selvatici, addomesticati dalla gentilezza, volarono via con rammarico.

«Dopo questo, avranno tutti buone parole da spendere per gli automobilisti», disse Pilar.

«Finché qualche mascalzone non arriverà sfrecciando, ribaltando i loro carri e infrangendo le loro illusioni», aggiunse Dick.

Quando fummo pronti a ripartire, la moglie del cantoniere non si sarebbe accontentata se Pilar non avesse dato un'occhiata alla casa, cosa che lei fece, tornando entusiasta. «Stanze minuscole, ma pulite come la cera», riferì. «Quadri, crocifissi e coltelli di Toledo sulle pareti bianco neve, e bellissimo rame brillante in cucina. Credo che potrei essere felice a vivere lì — con qualcuno che amo».

C'era l'immagine di Don Cipriano nella sua mente mentre diceva questo? O il volto abbronzato e gli stravaganti occhi grigi di Dick? O pensava solo a un'esistenza nella società di suo padre?

«Attenti ai fossati!» fu l'ultima parola del cantoniere mentre ci allontanavamo; e fummo grati dell'avvertimento; perché nonostante la guida attenta, pochi secondi di disattenzione avrebbero potuto farci schiantare dentro e sopra un profondo solco attraverso la strada, seminascosto dalla polvere spessa. C'erano molti di questi fossati, che avrebbero potuto essere messi sotto forma di tombini; ma, come osservò il Cherubino, visto che nessuno si prende la briga di lamentarsi, in Spagna, perché qualcuno dovrebbe preoccuparsene?

C'erano anche tratti rotti, dove qualcuno aveva iniziato a costruire un ponte, per poi dimenticarsi apparentemente di proseguire; ma fortunatamente c'erano piste laterali fatte da altri pionieri, dalle quali, con attenzione, si poteva aggirare il grande buco quadrato e atterrare sani e salvi dall'altra parte.

Così arrivammo davanti a una città murata con una porta moresca; e, nonostante tutti i cambiamenti che erano avvenuti dai giorni di chi l'aveva eretta, il luogo avrebbe potuto essere sotto un incantesimo, una specie di «malattia del sonno», per almeno cinquecento anni impercettibili.

Le nostre mappe dicevano che era Ciudad Real; il colonnello O’Donnel aggiunse che, tra tutte le città di guarnigione, era quella che i giovani ufficiali odiavano di più. E mentre l'auto sostava col motore ansimante per una discussione sulla strada da prendere, due giovani scuri a bordo strada si interessarono alla nostra situazione. Avevano fazzoletti rossi attorcigliati intorno alla testa, e il più elegante dei due indossava due sombreros, uno sopra l'altro — un modo semplice per portare il cappello della domenica nei giorni feriali; e alzarono lo sguardo da un pasto di pane di mais e cipolle per entrare in conversazione.

Le nostre signorie avevano qualche dubbio sulla strada? Se fosse così, e le nostre signorie si degnassero di menzionare la destinazione desiderata, avrebbero potuto avere la felicità di aiutarci.

Volevamo andare a Manzanares, risposi.

In quel caso, rispose il proprietario dei due sombreros, c'era una scorciatoia che sarebbe stata d'aiuto. Non solo ci avrebbe risparmiato un brutto tratto di strada, ma anche un'ora di tempo. Non dovevamo passare attraverso la città, ma girare a sinistra attorno alle mura, né dovevamo entrare nel villaggio che avremmo visto presto, ma aggirare anche quello. Presto saremmo arrivati a campi piantati a ulivi, e la nostra via ci avrebbe condotto attraverso di essi. Non dovevamo scoraggiarci se fosse apparsa selvaggia e accidentata. Saremmo stati in grado di passare, e alla fine saremmo stati contenti di aver usufruito di tale consiglio.

Dando per scontato tutto ciò, diedi a ciascuno dei ragazzi una peseta, che accettarono più come un loro giusto diritto che come un favore. Per evitare la città, sembrava che dovessimo dirigerci verso il caos, vuoto e senza forma; ma c'erano solo poche centinaia di metri di deserto. Oltre, ci ritrovammo su una buona strada, che portava al villaggio bianco che ci si era detto di aspettarci; e lì, siccome eravamo già pieni di informazioni, non perdemmo tempo a fare domande. Invece, ci tuffammo in aperta campagna, con un panorama di ulivi nella distanza grigio-verde. Da discreta, la strada si ridusse a dubbia; poi alla certezza di essere cattiva. Si strinse; si ammorbidì in un banco di sabbia; si indurì in una landa di rocce e pietre sparse tra profondi solchi scavati dalle ruote dei carri trainati dai buoi. Apparentemente nessun altro veicolo al di fuori di questi aveva mai superato i terrori di questo passaggio; eppure perseverammo; perché ecco gli ulivi promessi, così vicini, davvero, che ci urtavamo contro di essi mentre oscillavamo da una parte all'altra. Eravamo stati avvertiti di non scoraggiarci qualunque cosa accadesse, e ci incoraggiammo a vicenda coraggiosamente, mentre le nostre teste battevano contro il tetto. «Ne usciremo presto», ansimammo. «Sarà sicuramente tutto a posto tra poco».

Nel frattempo, però, era un incubo; il tipo di cosa che un autista delirante potrebbe sognare e vaneggiare, in preda alla febbre; e invece di migliorare, la via peggiorava.

«È possibile che quei tipi ci abbiano ingannato di proposito?» tirai fuori tra i denti che battevano, mentre l'auto balzava da un solco profondo un metro in un altro, nonostante le manovre di Ropes.

«Scommetto che è un trucco di Carmona», ansimò Dick, a rischio di mordersi la lingua. «Pensavo che quel tipo con i due cappelli sembrasse una volpe».

«Li ho visti ridere quando ho dato un'occhiata indietro dopo che siamo passati», disse Pilar, agitata come se cavalcasse un cavallo al trotto. «Ma io... pensavo... che fossero contenti delle pesetas».

«Mi aspetto che abbiano avuto più di quanto abbiamo dato, per mandarci nella direzione sbagliata», ringhiò Dick. «Dobbiamo aver sognato a non pensarci».

«Non possiamo andare in giro sospettando che chiunque incontriamo sia al soldo di Carmona», dissi io. «Ci sbaglieremmo tanto spesso quanto avremmo ragione, e poi ci sentiremmo piccoli. Dopo tutto, non c'è gran danno fatto».

«È un miracolo che non abbiamo fracassato qualcosa, signore», sospirò il molto paziente Ropes.

«È quello che Carmona pregava i suoi demoni che facessimo», disse Dick.

«Scommetterò su San Cristóbal contro tutti loro», dissi io.

«Inoltre, c'era il mulo con i quattro piedi bianchi, e il capraio», mi ricordò Pilar.

«Non posso dire che ci abbiano portato fortuna».

«Aspetta», disse Pilar.

«Intanto torniamo indietro», disse Dick. «Altre cento iarde così, e anche se non distruggiamo il differenziale o il telaio, Ropes avrà uno slittamento cerebrale. Mezz'ora di guida del genere deve equivalere a una settimana in Purgatorio per un autista».

Tornammo indietro e, sentendoci più vecchi di anni, arrivammo ancora una volta al punto da cui eravamo partiti. Avremmo dato qualcosa per vedere l'uomo con i due cappelli, e il suo compagno, ma si erano prudentemente dileguati, come avvoltoi sazi. Questa volta non facemmo domande, ma ci affidammo al nostro intuito e alle nostre mappe, che, senza mai contraddirsi l'un l'altra, ci condussero su una strada decente che sembrava un sentiero per il paradiso dopo tutto ciò che avevamo sopportato.

Recuperando il tempo perduto, e godendo della gioia del movimento, mettemmo la nostra velocità migliore, che per alcuni istanti portò i pali del telegrafo lungo la strada vicini come abeti in una foresta norvegese. Ma improvvisamente il motore rallentò, e si fermò con un sospiro stanco in vista di un villaggio bianco come argento appena lucidato.

«Benzina finita», disse Ropes. «Non dovrebbe essere così, ma lo è. Lo sforzo extra in quella scorciatoia del Duca l'ha consumata».

Scese e sciolse un bidone dalla riserva fissata sulla pedana. Ma la latta era leggera in mano come una piuma. Fece un fischio sommesso, e un'ombra oscurò il suo volto, un'ombra che non era fatta dalla tesa del suo berretto da automobilista mentre chinava il capo per esaminare il bidone.

«C'è una perdita qui, signore», mi disse — poiché, sebbene Dick fosse ora considerato il suo padrone, nei momenti di stress si aggrappava alle vecchie abitudini. «Sembra che la latta sia stata bucata con qualche strumento appuntito. Uhm! Non mi meraviglierei se fosse così. Sarebbe in linea con tutto il resto».

«Vuoi dire a Toledo?»

«Sì, signore. Tutto era a posto, allora. Comprai abbastanza benzina a Madrid per arrivare a Cordoba, più o meno tutto quello che potevamo trasportare, e ne ordinai altra per incontrarci lì, grande vitesse, nel caso non fossi riuscito a prenderla — come aveva detto che eravamo sicuri di fare quella strada».

«Bene, diamo un'occhiata agli altri tuoi bidoni. Saremo nei guai se restiamo bloccati qui».

«Altri due vuoti», annunciò Ropes. «E tre bidoni non si mettono a perdere all'improvviso, da soli. Suppongo che se avessi avuto il cervello a posto, avrei controllato, a Toledo, prima di partire; ma chi può pensare a tutto? Ho fatto un controllo accurato dell'auto, per paura di qualche guaio, ma ho dimenticato i bidoni. Comunque, ce n'è uno con cui andare avanti, ne sono abbastanza sicuro; perché è stivato in un posto a cui nessuno penserebbe, se dovesse fare l'atto del malvagio in fretta».

Dopodiché tirò fuori un bidone nuovo dalla cassetta degli attrezzi, ed entrambi tirammo un sospiro di sollievo nel vedere che era intatto. Almeno, ora avevamo abbastanza per arrivare a Manzanares; e nel peggiore dei casi potevamo solo restare bloccati lì mentre Ropes tornava in treno fino a Madrid per comprare benzina.

Mentre stavamo facendo queste scoperte, tuttavia, il villaggio stava scoprendo noi. Non era il periodo dell'anno, come disse Pilar, per l'arrivo di orsi e scimmie per strada, perciò quando si vide qualcosa avvicinarsi rapidamente e fermarsi all'improvviso, gli abitanti della città bianca non avevano potuto sopportare la suspense. Qualcuno aveva dato la voce che c'era una cosa da vedere, e Torralba venne fuori riversandosi a centinaia, una brillante processione lunga un buon quarto di miglio.

Gioventù e bellezza prendevano il comando. Ragazze con le braccia gettate sulle spalle delle giacche blu, rosa o gialle delle altre saltellavano lungo la strada abbagliante come grazie contadine. Piccoli ragazzi bruni dagli occhi stellati avevano apparentemente preso la briga di scendere dalle tele di Murillo per scoprire cosa fossimo, mentre le loro sorelline che inciampavano piangevano per essere state lasciate indietro. Dietro di questi venivano uomini, di mezza età e anziani, con cappelli dalla forma strana come secchi per il carbone in pelliccia e cuoio, donne con teste nere nude, o fazzoletti blu sbiaditi che ombreggiavano volti avvizziti, e mendicanti che zoppicavano sui loro bastoni; un esercito che gridava e rideva riversando il suo torrente di colori brillanti lungo la linea bianca della strada dritta. E prima che la Gloria fosse stata rinfrescata con la sua lunga bevuta di benzina, l'onda di vita si era infranta attorno al suo cofano. Occhi luminosi fissavano, mani brune ci toccavano quasi; e i bambini non sapevano se strillare per la paura o ridere per la gioia vedendosi riflessi nel vetro rivolto contro il nostro tetto. Ma al primo colpo di tosse del motore, mentre palpitava tornando alla vita, la folla rotolò indietro, dividendosi per lasciarci passare, come se l'auto l'avesse divisa in due, e riunendosi di nuovo per correre a casa sulla nostra scia.

Tutte le donne abili che non erano uscite a incontrarci sedevano davanti alle porte delle loro case bianche, facendo mantiglie e balze di pizzo per la giovane Regina eletta, — Torralba è famosa per le sue merlettaie, — e salutavano con le mani logore dal lavoro mentre correvamo via, augurandoci buon viaggio, o lanciando una copla improvvisata dietro la Gloria che svaniva.

Eravamo ormai nella terra di Don Chisciotte; e se fossimo tornati ai suoi tempi mentre entravamo nel suo paese, la Mancia, la nostra auto rossa avrebbe a stento potuto suscitare maggiore eccitazione. Villaggio dopo villaggio si riversava in strada per noi; sempre gli stessi colori sfarzosi sullo sfondo di case bianche e dell'arco azzurro del cielo; sempre gli stessi occhi brillanti e i volti bruni e ricchi, con labbra scarlatte che ridevano. Fu addirittura un sollievo dalla monotonia incontrare una banda di giovani carrettieri dagli occhi feroci, schierati in fila con grossi sassi tra le mani, desiderosi di spaccare i lineamenti dell'aristocratico, se gli aristocratici avessero spaventato i loro muli. Ma né gli aristocratici né i muli mostrarono paura. Pilar si sporse persino in fuori, come per sfidare quei quattro o cinque ceffi imbronciati a scagliare le pietre sul viso di una ragazza, e le loro braccia ricaddero innocue.

“Non credo che alcuno spagnolo, per quanto cattivo, farebbe del male a una donna che non gli ha fatto alcun torto!” esclamò.

La strada, con la sua superficie solcata e irritante, sembrava infinita. Eravamo partiti tardi, secondo la nostra promessa, e avendo perso più di un'ora sulla “scorciatoia”, le ali grigie del crepuscolo iniziarono finalmente ad avvolgere il paesaggio. Era passato molto tempo dall'ultimo villaggio; Manzanares non era ancora vicina e cominciai a chiedermi se la Gloria non avrebbe di nuovo avuto sete prima che potessimo darle da bere.

Curva dopo curva; sempre lo stesso sussulto; sempre la stessa scena, finché le nostre menti si stancarono. Poi, svoltando improvvisamente, ci imbattemmo in qualcosa che fece dimenticare a ognuno di noi la noia.

C'era l'auto del Duca — l'auto grigia che avevamo giurato di evitare — bloccata in un caniveau che tagliava la strada in due. C'erano Carmona e il suo autista che fissavano con aria minacciosa il meccanismo interno del motore; c'erano la Duchessa e Lady Vale-Avon, impolverate e sconsolate, sedute tristemente sui dossi del ciglio stradale; e c'era Monica, senza velo, che camminava avanti e indietro impaziente con le manine affondate nelle tasche del cappotto grigio, mentre l'ultimo barlume del tramonto trovava una nota di risposta nell'oro dei suoi capelli.

“Che cosa ti avevo detto!” esclamò Pilar. “Il capraio! Il mulo con le zampe bianche! È la fortuna del Libro dei Sogni!”

XXIII

LA GLORIFICAZIONE DI MONICA

Rallentando, fummo quasi sopra il gruppo; e per una volta eravamo i benvenuti per i nostri nemici. Persino il volto di Carmona si illuminò, un barlume di speranza accese gli occhi grigi di Lady Vale-Avon e la Duchessa ci corteggiò deliberatamente con un sorriso.

Quanto a Monica, era radiosa come una bambina sorpresa dal ritorno a casa delle persone amate; eppure c'era una nuova malinconia nei suoi occhi, nonostante la gioia che mostrava.

“Oh, com'è glorioso che siate venuti in nostro soccorso!” gridò, tutta fossette e rose. Eppure, guardava da me a Pilar, e da Pilar a me, come se desiderasse porre all'una o all'altro una domanda che era impossibile pronunciare; e dissi a me stesso che sarebbe stata dura per me se non avessi scoperto, prima che passassero molte ore, quale fosse quella domanda.

Qualsiasi porto è gradito durante una tempesta o tra compagni automobilisti, se sei bloccato al ciglio della strada con diverse signore mentre scende la notte; e le prime parole di Carmona mostrarono che non aveva alcuno scrupolo a servirsi di noi. Ma con le prove che aveva dovuto affrontare, e la sua naturale preferenza per l'aiuto di qualsiasi altra auto piuttosto che dell'odiata Gloria, era di umore nero. Voleva essere civile, per timore che fossimo spinti a lasciarlo nei guai; eppure era chiaramente uno sforzo tale che avrei potuto ridere ad alta voce. Pilar sarebbe stata in grado di citare paragrafo e pagina del suo Libro dei Sogni.

Il danno peggiore all'auto era una molla rotta, sebbene qualcosa sembrasse non funzionare neanche con l'accensione in quel disastroso urto nel caniveau. Erano lì dove li avevamo trovati da un paio d'ore, ammise Carmona, senza incontrare alcun veicolo o animale che potesse rimorchiarli. La prima speranza era stata quella di arrivare a fatica a Manzanares (che inizialmente avevano intenzione di superare) con una molla rotta; ma l'ape nel cofano del motore non ne voleva sapere di ronzare e, per la disperazione, Carmona stava per mandare il suo autista a piedi in cerca di un mezzo per le signore e i loro bagagli. Altre ore sarebbero dovute passare, al meglio, prima che l'uomo potesse tornare in soccorso, e tutti avevano già fame.

Le signore del seguito del Duca dovettero essere trasferite sulla Gloria; e Dick, con aria di superiorità, addusse vaghe e prolisse ragioni per cui avrei dovuto essere il loro compagno nella tonneau. Eravamo noi i padroni della situazione, e il volto di Carmona, costretto a sedersi accanto all'autista che doveva guidare l'auto al traino, mi ripagò di gravi torti.

Pilar, per non essere superata in ingegno da Dick, fece per me ciò che non potevo fare da solo, facendo in modo che mi sedessi accanto a Monica. Anche se non potevo dirle nulla che altre orecchie non potessero sentire, era una gioia sentire la sua spalla esile accoccolata contro il mio braccio, sapere che non poteva essermi strappata da sua madre o da Carmona, ma che così come era ora, doveva essere per molti momenti, forse un'ora, a venire. C'era anche soddisfazione nel fatto che il mio nemico, sobbalzando dietro nella sua auto disabilitata (spinta dalla nostra generosità e potenza), stesse fissando con malizia, invidia e ogni mancanza di carità la mia schiena.

Il mio unico rimpianto in questi momenti che avrebbero dovuto essere perfetti, era che la mia anima profetica non mi avesse spinto a scrivere una lunga lettera a Monica, che avrei potuto far scivolare nella sua mano al riparo dalle coperte e dall'oscurità.

Ropes dovette accendere i fari prima che vedessimo di Manzanares qualcosa di più di un'illusorio campanile che continuava ad apparire e scomparire come un fuoco fatuo. Ma la benzina tenne e il respiro della Gloria fu regolare, nonostante il peso che doveva rimorchiare su solchi e cunette. Una volta, però, Ropes si voltò a guardarmi con un movimento espressivo delle spalle che interpretai come: “siamo fortunati se arriviamo!” così avrei potuto gridare “evviva!” alla vista delle prime case, sebbene portassero il mio ultimo momento di felicità.

Un altro istante, e la popolazione di Manzanares rispondeva al ronzio del nostro motore, come i soldati al richiamo del tamburo. Da qualche parte, solo i loro santi sapevano dove, un esercito di bambini si riversò nella lunga strada dritta, e mentre rallentavamo per evitare un massacro, approfittarono della nostra premura per sciamare sull'auto come formiche. Corsero urlando al nostro fianco, si arrampicarono sulle pedane, si appesero dietro, lottando così spietatamente per le posizioni migliori che per poco non caddero sotto le ruote. Non si sarebbe supposto che potessero esserci altri bambini rimasti in Spagna. Come potesse esserci spazio per loro nella città di Manzanares era una meraviglia; come potessero essersi riversati tutti al secondo a migliaia, era un miracolo; e la loro prontezza avrebbe fatto onore a qualsiasi comandante.

Le grida acute di questa legione, coprendo il suono del motore e crescendo man mano che il contingente si ingrossava da ogni strada laterale, svegliarono la città. Le famiglie lasciarono le tavole e corsero alla porta, con la cena in mano. I fornai dalle braccia bianche lasciarono il pane del domani nelle madie; un gruppo di maniscalchi che ferrava un cavallo smise di lavorare, finché il ferro incandescente impallidì. I negozianti che avevano illuminato le loro vetrine con un bagliore di elettricità, corsero in strada. Muli e asini legati agli stipiti delle porte condividevano l'eccitazione generale, si impennarono davanti all'avanzata del frangente umano con l'auto sulla cresta, spezzarono le loro corde e si precipitarono nelle case dei loro padroni.

Mai, tra tutti i nostri successi, avevamo avuto un tale succés fou come questo; ma poi, mai prima di allora avevamo avuto un'auto al traino. Metà del nostro trionfo apparteneva alla Lecomte; eppure ognuno di noi avrebbe volentieri fatto a meno di tutto; e se non fosse stato per un piccolo ma determinato poliziotto che lottava per preservare il credito della città, avremmo potuto passare metà della notte a combattere per farci strada verso un albergo.

Distribuii colpi ed esortazioni indiscriminatamente, ci guidò attraverso strade laterali in cui non ci sarebbe mai venuto in mente di entrare, e con sforzi degni di colui che “tenne da solo il ponte”, ci aiutò a creare un varco per le signore affinché potessero scattare verso la porta della piccola fonda.

Era una porta di ferro con un elaborato traforo, che conduceva, alla moda moresca, attraverso un vestibolo poco profondo in un patio — il primo che avevamo visto sulla nostra strada verso sud; e se non fosse stata sbattuta con un forte scatto da qualcuno all'interno, metà Manzanares si sarebbe riversata dietro i fuggitivi.

Assicurata la sicurezza delle signore, gli uomini delle due parti (apparentemente) unite rimasero ad aiutare gli autisti e un padrone di casa sbalordito a scaricare i bagagli. Travolto da un'onda di bambini in crescita e da una fitta pioggia di neonati, l'uomo di Carmona perse la presenza di spirito. Le due auto si erano appena fermate che le piccole creature erano già dentro, sopra e sotto, cercando di pizzicare gli pneumatici, suonando il clacson, strillando, ridendo, piangendo. “Mon Dieu, c’est une obsession!” gemette lo sfortunato francese; e persino l'imperturbabile Ropes mostrò segni di “nervi”.

Non appena i goblin che premevano venivano scacciati, tornavano su con forza raddoppiata; ma erano così allegri, e così bello era ogni audace volto bruno, con i suoi occhi abbaglianti, che era impossibile arrabbiarsi. In qualche modo, recuperammo i bagagli e con l'aiuto del padrone di casa li lanciammo, o facemmo scivolare, o rotolare attraverso la porta, momentaneamente aperta.

“Per l'amor di Dio, signore, mi aiuti a uscirne!” implorò Ropes, notando che gli uomini del gruppo erano sul punto di seguire i bagagli. “Odio disturbarla, ma non credo che il mio spagnolo possa bastare.” Per pietà salii sull'auto per andare con lui verso la stalla che il padrone di casa indicò come nostro garage. Fu un'esperienza da ricordare negli incubi; eppure c'era una sorta di piacere da scolari. Sembravamo aver combattuto contro l'intera forza dell'esercito schierato contro di noi; ciononostante, quando tornammo alla fonda, trascinati da una numerosa guardia del corpo, trovammo un reggimento riunito attorno alla porta. Come riuscimmo ad attraversarlo fu materiale per un altro sogno selvaggio, ma ci riuscimmo, per restare ansimanti dall'altra parte della grata, nel patio.

Dozzine di volti scuri erano premuti contro le sbarre, come file su file di viole del pensiero luminose in un'aiuola; e conoscemmo finalmente la sensazione di coloro che sono gli osservati, non gli osservatori, in un serraglio.

Tutti erano nel patio, dove le luci elettriche appese ai balconi si mescolavano alla ricca luce gialla delle lampade e al rossore del fuoco che proveniva dalla cucina. Tutti i bagagli erano ammucchiati alla rinfusa, in un cumulo caotico che traboccava di valigie, in fermento di borse da toilette; mentre vicino, come Mario e un amico o due tra le rovine di Cartagine, stavano la Duchessa, Lady Vale-Avon, Carmona, Dick e il Cherubino. Monica e Pilar avevano parlato a distanza con una giovane ragazza della casa, ma vedendomi gravitare nella loro direzione, Lady Vale-Avon chiamò sua figlia.

“Le signore dicono che non possono restare qui”, annunciò Dick, con la voce in sintonia con un luccichio negli occhi.

“Io non lo sto dicendo”, intervenne Monica. “Penso che sarà divertente; una vera avventura. La padrona di casa è meravigliosa, e tutte le sue figlie e nipoti sono bellezze. Se saremo gentili con loro, saranno adorabili con noi.”

“Il posto è una tana!” esclamò Lady Vale-Avon. “Deve esserci qualcosa di meglio in città.”

“Temo di no”, disse il Duca. “Questo incidente mi ha reso impotente. Mi dispiace terribilmente; ma non possiamo andare da nessuna parte stanotte.”

“Possiamo restare sveglie”, disse la Duchessa, “nell'automobile.”

“Lasciateci almeno guardare le stanze”, implorò Monica. “E non facciamo vedere che stiamo trovando difetti. I loro sentimenti saranno feriti.”

“Che sciocchezza!” rispose Lady Vale-Avon. “Come se avessero dei sentimenti!”

“Se non li considerate, non si prenderanno la briga di rendervi le cose comode”, dissi, conoscendo per istinto le persone con cui avevamo a che fare. “Stanno già iniziando a sospettare che qualcosa non vada, e a giudicare dall'espressione dei loro volti basterà poco perché il padrone di casa dica che non ha stanze. Allora potremmo davvero dover restare seduti nelle automobili.”

Il custode della fonda e la sua famiglia, che erano venuti così calorosamente ad accogliere gli stranieri, ora si aggiravano in disparte, silenziosi e sospettosi, con lo spirito abbattuto dagli sguardi sprezzanti di Lady Vale-Avon e della Duchessa. In piedi nella semi-oscurità, il volto del padrone di casa era una macchia di ombra bruna, priva di lineamenti, eccetto per un paio di occhi enormi che bruciavano di un'emozione che non era più ospitalità. Sua moglie, la cui spalla larga era premuta contro quella del marito come per formare una linea di difesa, era una donna dalle sopracciglia scure, simile a una zingara, che doveva essere stata bellissima e ora poteva essere formidabile. Dietro di loro erano raggruppati un bel ragazzo e tre o quattro ragazze straordinariamente graziose con rose rosse e bianche nei capelli.

“Non oserebbero cacciarci!” esclamò Lady Vale-Avon. “Non possono aver mai avuto persone del nostro genere prima.”

“Se glielo chiedeste, probabilmente risponderebbero che Duchi e Marchesi sono comuni come more”, dissi io.

Lei lanciò un'occhiata a Carmona, sperando nel suo sostegno, ma lui scrollò le spalle con disperazione; e uno sguardo da parte mia fu il segnale per il Cherubino di farsi avanti.

L'atmosfera aveva iniziato a vibrare, e in pochi istanti ancora sarebbe potuta essere troppo tardi per fare pace con queste persone orgogliose e rispettose di sé, che non si erano mai sottomesse a un'indegnità. Ma nello spazio di sei secondi il magnetismo del Cherubino aveva iniziato a fare il suo lavoro. Mormorò, annuì e sorrise, rese la famiglia partecipe con pochi gesti eloquenti, spiegò che le signore erano scosse da un incidente, fece appello alla cavalleria del padrone di casa e al cuore della padrona. Le espressioni accigliate furono scacciate dai sorrisi; e quando Monica mostrò le sue fossette al ragazzo e alle ragazze con uno sguardo che chiedeva gentilezza, la battaglia fu combattuta e vinta.

Non avevano molte camere da letto. Parecchie erano occupate da viaggiatori di commercio, ma questi signori sarebbero stati stipati in una sola stanza, i loro vestiti e bagagli spostati subito. Oh, non avrebbero obiettato quando avessero saputo che si trattava di sistemare delle signore; o se l'avessero fatto, avrebbero dovuto mangiarsi le loro obiezioni a cena; non importava. E il padrone e la padrona di casa avrebbero rinunciato alla loro camera, una buona, le loro signorie non dovevano temere. Tutto sarebbe stato pronto in un batter d'occhio. Ma nel frattempo avremmo cenato? C'era sempre abbastanza per qualche ospite inatteso.

Ascoltato fin qui, il Cherubino si voltò blandamente verso Carmona. Questi accordi non dovevano includere il seguito del Señor Duque, a meno che non lo desiderasse, naturalmente, ma — le sue palme furono estese come per ricevere la decisione. Cadde dritta nelle sue mani. Tutti dovevano restare e trarre il meglio dalla situazione.

Così le signore furono raggruppate in una stanza dove potessero liberarsi della polvere, e gli uomini in un'altra; stanze pulite, con pareti imbiancate, spoglie se non per un santo dipinto o due dai colori vivaci; pavimenti coperti di stuoie grezze e luminose; e letti di ferro con cuscini ricamati e bordati di pizzo.

In un quarto d'ora tutti furono pronti per la cena, ma cinque di quei quindici minuti li avevo dedicati al rapido scarabocchio di una nota a matita per Monica. Speravo di farla scivolare nella sua mano in sala da pranzo, ma lei era strettamente sorvegliata; e Carmona si annesse quattro posti a capotavola lungo, manovra con cui si assicurò l'isolamento per il suo gruppo. Era al sicuro da qualsiasi nostra sortita, poiché c'era un contingente sparso di viaggiatori di commercio già impegnati seriamente a cenare su entrambi i lati del tavolo. Due uomini educati a sinistra e tre a destra, tutti con tovaglioli infilati sotto il mento, si alzarono, offrendosi di spostarsi piuttosto che dividere gli amici; ma Carmona assicurò loro che il sacrificio non era necessario. Poiché erano tutti paralizzati dalla bellezza di Monica, di un tipo così diverso da qualsiasi a cui fossero abituati, non ebbero l'autocontrollo per protestare; e mentre la cena proseguiva (in molte portate di cui il padrone di casa era evidentemente orgoglioso), riuscivano a malapena a rendere giustizia alla loro merluza servita con limone grigliato e peperoncino rosso tritato; alla loro tortilla di uova, patate, piselli e prosciutto; ai loro piccioni con olive, o persino ai loro maccheroni appena sfornati, per fissare languidamente la visione di rosa, bianco e oro.

Tali fascini come quelli di Pilar, sebbene insuperabili nel loro genere, non valsero nulla con questi gentiluomini ardenti; e persino il figlio del padrone di casa, le figlie e le nipoti che servivano i loro ospiti, dimenticarono metà dei loro doveri in un'ammirazione abietta. “Un angelo!” “una santa!” “una principessa delle fate!” erano alcuni dei loro aggettivi sussurrati; e quando l'oggetto della loro adorazione fu portato via da sua madre e dalla Duchessa, prima che fosse portato il formaggio di capra, una tristezza scese sulla stanza. I viaggiatori di commercio galopparono attraverso il resto del pasto e uscirono, sperando forse, se avessero passeggiato per la strada, di avere la gioia di vedere una luce nella finestra dell'essere radioso. Le graziose ragazze della casa svanirono con scuse mormorate, lasciandoci in balia del ragazzo, che sospirò gravemente, fece cadere una zuccheriera e rovesciò il caffè a un soffio dalla spalla del Cherubino.

Pilar poco dopo scomparve anche lei, lasciando i suoi tre uomini soli al tavolo, osservati solo da poche dozzine di volti ansiosi premuti contro le sbarre di ferro che proteggevano la finestra aperta.

Presto sentimmo risate fragorose dal patio; le graziose ragazze stavano uscendo per una spedizione di foraggiamento alla ricerca di uno scaldino per riscaldare i letti delle tre grandi signore, che temevano l'umidità. In venti minuti tornarono e noi arrivammo nel patio in tempo per vedere l'ingresso trionfale di quattro o cinque creature affascinanti, che portavano tra loro un vaso di ottone a manico lungo che probabilmente esisteva fin dai tempi di Filippo II. Ma questo era solo l'inizio del divertimento; e inventammo una scusa con le nostre sigarette per indugiare e sentire ciò che non potevamo vedere.

Non era un patio bellissimo; e il pubblico continuava a premere fuori dalla porta con le grate di ferro nella speranza di ulteriori approfondimenti sulla vita privata del serraglio itinerante; ma i nostri bagagli erano stati portati nelle stanze che erano ora pronte (grazie alla compiacenza degli abbagliati viaggiatori di commercio), e c'erano sedie da giardino, sulle quali ci sistemammo nonostante il freddo nell'aria della sera.

Dalle stanze al piano di sopra udimmo risate e grida estatiche. Evidentemente lo scaldino stava facendo scalpore mentre faceva il suo giro, o qualcos'altro era successo; e quando finalmente le ragazze scesero le scale dal balcone, feci loro segno di venire verso di noi. Saltellarono verso di noi, folli di gioia alla prospettiva di aprire i loro cuori a un pubblico riconoscente.

Il grande scaldino, pieno di braci che brillavano e impallidivano, fu posato sul pavimento piastrellato mentre le ragazze si intrecciavano in un gruppo, con le braccia conserte.

“Perché siete così felici?” chiesi.

“Felici? Siamo state in paradiso, con gli angeli”, rispose la ragazza più carina con rose cremisi infilate in una cascata di capelli ramati.

“C'era un solo angelo”, obiettò la cugina mora.

“È vero. Le due vecchie credono di essere tutto, ma sono meno di niente. Non scambierei i miei anni per i loro, con i loro gioielli e i loro quarti di nobiltà. Grazie a Dio, nella nostra Spagna, siamo tutti nobili quanto i nobili, o almeno in questa provincia!”

“Siete anche tutte bellissime!” dissi io.

“Che lei possa dirlo, señor, dopo aver visto quella meraviglia!” esclamò la figlia maggiore del padrone di casa, una creatura color garofano e fiamma. “Ah, la gioia di ciò, l'abbiamo spogliata!”

“Se avesse potuto vederla, con i capelli d'oro fino alle ginocchia!” ansimò una zingara di quindici anni. “E quando le abbiamo tolto il vestito, ed era nella sua...”

«Zitta, Micaela! Non è conveniente che tu menzioni tali indumenti in presenza di señores!» intervenne la ragazza dalla corona color rame.

«Ora sei cattiva quanto lo ero io, Mariquita!»

ORA SEI CATTIVA QUANTO LO ERO IO, MARIQUITA

«Ma perché, allora, visto che sono bellissimi? Lo sai bene, Mariquita, sei stata tu a dire che sembravano il lavoro di fate, e le sue spalle...»

«Taci, sciocca, o dovrò bruciarti il naso con lo scaldaletto!»

«E cosa hanno detto le dame più anziane alle nuove cameriere della giovane signorina?» chiesi rapidamente, mentre grandi occhi cominciavano a brillare e labbra scarlatte a imbronciarsi.

I sorrisi tornarono, e le fanciulle scoppiarono in un accesso di ridarella da collegiali.

«C’era una sola Maestà lì, sia lodato il cielo, quella inglese, che è senza dubbio la madre della nostra signorina angelo. Hanno due stanze tra loro, ma quella della señorita è minuscola, senza una porta propria, e solo un buco quadrato con il vetro come finestra, sebbene il letto sia buono quanto ogni altro, e le abbiamo dato la biancheria migliore. Quando abbiamo portato dentro lo scaldaletto, il nostro angelo ha cercato di dire in spagnolo che era certa che i nostri letti fossero asciutti e ben aerati, come in effetti erano. Si era tolta il corpetto e si stava sciogliendo i capelli, che erano così belli che avremmo potuto inginocchiarci e pregarla come una santa. Poi non abbiamo potuto resistere, ma abbiamo iniziato ad aiutarla a svestirsi, parlando della sua bellezza. Non si è offesa, anche se le abbiamo baciato le mani, e quella sciocca di Micaela uno dei suoi minuscoli piedi bianchi dopo che le avevamo sfilato la calza...»

«Ora sei cattiva quanto lo ero io, Mariquita.»

«No, davvero; cos’è una calza? Una cosa di cui si può fare a meno tanto quanto indossarla. È diverso. L’angelo ha riso finché non è stata vicina alle lacrime, e ha detto che eravamo cameriere molto più gentili di quella che sua madre aveva mandato col treno partendo in automobile. Dopo questo, sarebbe stata viziata per le altre; e ci ha dato un regalo a testa. A Lola, due meravigliosi spilli per cappello con pietre blu in argento — non che lei sopporterebbe mai le torture di un cappello, ma è una gran cosa possederli. A Teresa, una dolce borsa rotonda di pelle blu, della grandezza per contenere una moneta da cinque pesetas; a Micaela, un fazzoletto con il pizzo sul bordo, e a me un velo ricamato come una ragnatela. Cosa ci importava che Sua Maestà la madre ci avrebbe licenziate se avesse potuto? Non aveva abbastanza spagnolo per farci capire ciò che non volevamo capire, e alla fine ha risparmiato il fiato per un altro giorno. Ma a quel punto avevamo finito, poiché avevamo messo il nostro angelo nella sua camicia da notte, una cosa di ragnatele e pizzo tenuta insieme da nastri blu, che avrei ritenuto abbastanza buona per una regina da indossare nel salire sul suo trono.»

«Dovete mostrarci i vostri regali», dissi, con deliberata astuzia. Tutti furono esibiti all'istante, tra chiacchiere, risate e clamorose rivendicazioni di meriti rivali. Ma il velo era la cosa che guardavo per desiderarla. Lei lo aveva indossato un giorno dopo la pioggia, quando le strade erano state sgombre dalla polvere, e il suo viso aveva brillato attraverso il pizzo come una stella brilla attraverso un velo di nuvole fluttuanti. Sentivo che non potevo vederlo in mani diverse dalle mie.

Mentre il Cherubino confrontava i doni con eloquenza, trassi Mariquita in disparte. «Voglio molto quel velo», dissi; «così tanto che ti darò cento pesetas se te ne separerai.»

Lei spalancò i suoi occhi color tabacco. «Ma il señor è solo un uomo, e non può sapere che quel pezzo di rete ricamata non vale, in denaro, più di quindici pesetas al massimo.»

«Non era al suo valore in denaro che pensavo.»

«A—ah, capisco! Il señorito... sì, naturalmente, sarebbe strano se non lo facesse! Amo il mio nuovo velo, non solo perché è carino, ma più perché mi è giunto dalla più bella señorita che io abbia mai visto. Tuttavia, dato che il señorito lo apprezzerà ancora più di quanto io possa fare, glielo darò, anche se non per le cento pesetas. Glielo darò per nulla se non per i suoi ringraziamenti.»

Dissi alla ragazza che era troppo buona; che non potevo derubarla del dono appena ricevuto; ma lei insistette, e vidi che il suo orgoglio sarebbe stato ferito se avessi rifiutato. Così accettai, mentre un modo per avvantaggiare me stesso e ricompensare lei mi balenava in mente.

«Vedi come stanno le cose con me», dissi, con aria confidenziale. «Sei stata molto generosa. Sarai anche utile?»

«Può fidarsi di me», rispose. «Amo le storie d'amore, specialmente se c'è difficoltà. Spero di avere presto un novio dichiarato io stessa. È un torero, solo un principiante, ma un giorno sarà grande, e sebbene mio padre abbia fatto una faccia lunga all'inizio, ora alza le spalle; e quando si fa così, c'è sempre speranza. Sua Maestà la madre fa la faccia lunga, vero?»

Annuii.

«Alzerà le spalle, col tempo.»

«Ne dubito. Ma nel frattempo, ho scritto una lettera. Proveresti a darla alla giovane signorina?»

«Sì», disse Mariquita. «Farò del mio meglio. Penso di poterlo fare. Non stasera, perché è andata a letto, e non ci sarebbe scusa per tornare nella sua stanza, dato che devo passare per quella di Sua Maestà. Ma domani mattina porterò l'acqua calda alle signore, con una faccia così innocente! E porterò anche la lettera.»

«Grazie molte volte», dissi.

«La cosa non è ancora fatta.»

«È per la tua buona volontà che ti ringrazio in anticipo. E questo è per il tuo torero, come regalo dalla sua novia.»

Estrassi la mia spilla da cravatta. Il suo viso si arrossì di piacere, come non sarebbe arrossito per nessuna somma di denaro. Avrebbe potuto rifiutare un regalo per sé, ma non poté resisterne a uno per il novio, e fui ringraziato ben oltre il merito del dono.

Se lei andò a dormire felice, lo feci anch'io, poiché credevo che Monica avrebbe avuto la mia lettera al mattino; e se la malinconia nei suoi occhi significava qualche nuovo guaio in cui io avevo una parte, speravo che le parole che avevo scritto potessero scacciarlo.

XXIV

LA BUONA VOLONTÀ DI MARIQUITA

Tuttavia non riuscii a dormire sui miei guanciali duri ma puliti, per il pensiero di quello sguardo di Monica e del suo significato; e ogni volta che chiudevo gli occhi, orde di figure rosse e gialle si riversavano fuori dalle case bianche sulle strade bianche, formando irritanti motivi caleidoscopici sulla mia retina stanca.

Ogni ora che passava veniva gridata dal guardiano, lontano, e poi proprio sotto la mia finestra; un grido spaventoso come un gemito di agonia emesso da un pazzo in uno spasmo mortale.

Fui felice quando giunse il mattino; e dopo un bagno come solo due o tre brocche in miniatura d'acqua permettevano (il ragazzo dagli occhi di cervo si chiedeva nel nome di tutti i santi cosa potessi fare con così tanta), mi scossi di dosso le nubi cerebrali di una notte insonne.

Tra non molto Monica avrebbe avuto la mia lettera. Avrebbe saputo — se avesse potuto dubitare — che se l'avevo amata all'inizio, ora la adoravo. Avrebbe saputo perché non avevamo seguito più da vicino ieri; e perché — a meno che Carmona non scegliesse di accettare di nuovo il nostro aiuto — saremmo andati avanti davanti all'auto grigia oggi. Avrebbe saputo anche che la mia speranza più fervida era portarla via, fuori dalla portata del male.

Ero vestito, e avevo preso il mio caffè e il panino duro e grasso di pane spagnolo, entro le sette e mezza, poiché ero certo che Ropes avrebbe voluto vedermi. Non avrei disturbato Dick, che dormiva in una stanza attraverso il patio, ma lo trovai nella sala da pranzo, a lottare con un bicchiere di cioccolata densa e un biscotto dolce a forma di dito. «Sto cercando di apprezzare le usanze spagnole», disse.

Risi.

«Perché, se ho intenzione di portare a termine quel mio progetto sul traffico automobilistico, potrei dover vivere sul posto, vede.»

«Oh!» dissi. «E per quanto riguarda le miniere di rame del colonnello O’Donnel? Ha pensato a un mezzo per persuaderlo che è suo dovere farle lavorare?»

«In un certo senso, sì», rispose Dick seccamente. «Una sorta di modo indiretto. Che mi dice della nostra benzina? Ha sentito qualcosa?»

«No. Vado a trovare Ropes.»

«Piuttosto una fregatura per Carmona, se avesse davvero ordinato di bucare i nostri bidoni, sentirsi dire che è colpa sua se siamo bloccati quanto lui.»

«C'è Ropes nel patio», dissi. «Vado a interrogarlo.»

«Che novità?» chiesi.

«Bene, signore, ho fatto quello che ha detto il padrone di casa ieri sera, e ho provato a cercare moto-nafta — come la chiamano qui — dal farmacista.»

«Ne avevano?»

«Oh sì, signore, ne avevano un po'. Tanto quanto mezzo litro a testa, nei due negozi. Volevano venderla a oncia.»

Dick ed io ridemmo, sebbene la mia ilarità non fosse spensierata. Avevo visioni di rimanere bloccato in questo posto finché Ropes non avesse fatto un viaggio a Madrid e ritorno, con l'auto di Carmona che scivolava via molto prima che fossimo pronti.

«Temevo fosse senza speranza cercare benzina qui», dissi, cercando la rassegnazione, anche se vedevo Mariquita salire le scale con due lattine ammaccate di acqua calda.

«Non ancora, signore. Un uomo che mi ha sentito chiedere moto-nafta dal farmacista, mi ha consigliato di provare al cimitero.»

«Il cimitero? Ha frainteso la parola.»

«No, signore; era cimitero. E per di più, ha detto che il sindaco la tiene lì per uccidere le aragoste.»

Questa affermazione, pronunciata un po' nervosamente, fu accolta con derisione.

«Il tizio la stava prendendo in giro», disse Dick.

«Non credo, signore.»

«Allora è pazzo», insistetti. «Pescare aragoste con la moto-nafta in un cimitero a Manzanares è una storia su cui il Barone di Munchausen ci avrebbe pensato due volte prima di raccontare.»

«Langostas significa aragoste, suppongo, signore?» chiese Ropes.

«Sì», risposi pensieroso. Poi un fulmine balenò attraverso l'oscurità della mia mente. «Significa anche locuste», dissi. «Usano la benzina per uccidere le locuste, e per qualche ragione nota solo a loro la tengono al cimitero. Andremo, Ropes, e li persuaderemo a venderci più di un'oncia.»

«Bene, signore. Subito?»

«Tra un momento», dissi.

Mariquita, a mani vuote, stava scendendo le scale. La intercettai, sotto quella parte del balcone nascosta dalla finestra della stanza di Lady Vale-Avon.

«Hai consegnato la lettera?» chiesi.

«Sì, señor.»

«Alla giovane signorina in persona?»

«A lei in persona. Ma devo dirle ciò che mi preoccupa, señor. Mentre stavo lasciando la stanza esterna, ho sentito un suono come un grido di dolore, dalla stanza interna. Mi sono voltata, e Sua Maestà la madre era entrata. Questo è tutto ciò che so. Non potevo fare nulla, qualunque cosa fosse successa, e ho sentito che sarebbe stato meglio scappare prima di poter essere interrogata.»

«Cosa pensi sia successo?»

«Come posso dirlo, señor? A meno che la terribile signora non abbia strappato la sua lettera all'angelo.»

«Almeno, spero che l'angelo avesse avuto il tempo di leggerla.»

«Non lo so, señorito. Non c'era molto tempo; ma avrebbe potuto essere veloce; e se la lettera non era lunga, c'è ancora speranza.»

Questo era una magra consolazione. Tutte le mie gioiose anticipazioni infrante, cercai di pensare a qualche modo per scoprire se Monica avesse letto la mia lettera, e se ci fosse qualche modo di farne arrivare un'altra a lei.

Il biglietto era stato scritto in tanta fretta, che a malapena sapevo cosa avessi detto. Nessun nome era stato firmato; tuttavia, se Lady Vale-Avon avesse letto ciò che avevo scritto, avrebbe detto a se stessa: «Non è Cristóbal O’Donnel che dice queste cose, ma un uomo più pericoloso.» Se avesse avuto la lettera, avrebbe potuto mostrarla a Carmona; ma, mentre riflettevo sulla faccenda, decisi che era improbabile che lo facesse.

Gli spagnoli, specialmente gli spagnoli con sangue moresco nelle vene, non amano pensare che le ragazze che amano siano capaci di intrattenere corrispondenza segreta con altri uomini; e immaginai che Lady Vale-Avon fosse una donna da intuire questo. Già Carmona sapeva che Lady Monica era interessata a qualcun altro, o aveva un capriccio adolescenziale per lui, che avrebbe potuto o meno essere spaventato via. Ma il suo desiderio per lei non sarebbe stato stimolato dal fatto che lei riceveva lettere da quel qualcun altro, forse inviandogliele; e mi colpì che Lady Vale-Avon avrebbe nascosto la corrispondenza, piuttosto che ostentarla in faccia a Carmona. Se avessi avuto ragione, allora ero al sicuro come prima dalla gelosia del Duca; ma, Monica aveva letto la mia lettera?

Vigile come sarebbe stata ora sua madre, avrei trovato più difficile che mai comunicare con la ragazza. Eppure non potevo sopportare di lasciare Manzanares temendo un malinteso.

Nulla di più poteva essere fatto al momento, tuttavia; e trascinai via Ropes affinché potessimo finire la nostra commissione e tornare per quando Monica fosse scesa.

Sembrava che l'uomo che si era offerto volontario con le informazioni sulla moto-nafta stesse aspettando per farci da guida. Era ancora dal farmacista, e da lì ci condusse alla Casa Consistorial. Alla Casa Consistorial c'erano due poliziotti nell'atrio, a scaldarsi su un buco nel terreno, dove brillavano braci di carbone. Ma il sindaco non era arrivato. Senza di lui nulla poteva essere organizzato. Inoltre, anche se fosse stato presente e disposto a dare il consenso, la chiave del cimitero era presso il cura, che poteva essere ovunque.

Sfrecciammo via verso la casa del cura, e appena in tempo. Cinque minuti dopo, e avremmo potuto dover aspettare ore per lui. Ma eccolo lì, un delizioso vecchio dai capelli bianchi, che sarebbe stato lieto di aprire il cimitero per le vostre adorazioni, dato che non era per seppellirci; ma non poteva muoversi in quella direzione senza l'onorevole concorso del sindaco.

Indietro, quindi, corremmo alla Casa Consistorial, con la sensazione di volani, giocati tra racchette con intenti contrastanti.

Ma alla fine la seconda racchetta era pronta a mandarci nella direzione giusta. Il sindaco, un giovane uomo, che sembrava un avvocato con cappello a cilindro e finanziera, era cortese come solo uno spagnolo può essere. Mise se stesso, e la sua casa, e Manzanares al nostro servizio. Era qualcosa come ricevere la libertà di Londra; e ciò che era più importante di ogni altra cosa, ci offrì tanta moto-nafta quanta ne possedeva la città, a qualsiasi prezzo avessimo voluto pagare.

La domanda era, quanta ne possedeva la città; un singolo litro, o cento galloni? Il sindaco stesso non era sicuro, così sferragliammo in un antico “simón” verso il cimitero per scoprirlo; e fortunatamente fummo in grado di portare via tutto ciò di cui avremmo potuto aver bisogno per i due giorni successivi, lasciandone un po' per le locuste. Ma tra la Casa Consistorial, la casa del cura, il lontano cimitero e il viaggio di ritorno alla nostra scuderia-garage, ci erano volute quasi tre ore per raggiungere il nostro scopo. Poi c'era stato un po' di indugiare con l'auto, per essere sicuri che tutto fosse a posto e che non fossero stati fatti altri scherzi; e la camminata verso la fonda esaurì l'ultima della mia pazienza. Non mi aspettavo di stare via più di un'ora, ed ero stato via tre. Nel frattempo, mi dicevo, quasi tutto avrebbe potuto succedere. La mia idea era stata di tornare per quando Monica fosse vestita, e ora, per quanto ne sapevo, poteva essere partita.

Dick rise di questo suggerimento, perché, disse, l'autista di Carmona non era un operatore di miracoli eccetto, forse, sulle auto degli altri uomini; e non avrebbe potuto rimettere in sesto quella del suo padrone e pronta a partire. I suoi argomenti erano ragionevoli; tuttavia, come molte altre deduzioni plausibili, erano sbagliati; poiché la prima notizia che sentimmo all'hotel fu che l'automobile grigia era partita quasi un'ora prima. L'autista, sembrava, era rimasto sveglio tutta la notte a lavorare, e aveva avuto assistenza la mattina presto presso un'officina meccanica. I danni erano stati rattoppati, e ci si aspettava che l'auto arrivasse ad Andujar, o Linares se un certo ponte fosse stato finito.

Dopotutto, non era così male come se non avessimo fatto alcuna promessa alla Duchessa. Eravamo vincolati a non stare in agguato per, o seguire da vicino, l'auto di suo figlio; e se non fosse stato per la “fortuna del Libro dei Sogni”, Carmona e il suo seguito sarebbero stati lontani la scorsa notte quando arrivammo a Manzanares. Se non fossi stato torturato dai dubbi sulla sorte della mia lettera, avrei potuto essere abbastanza filosofo da dire: «Pazienza, fino a Siviglia!»

Com'era, la pazienza era l'ultima virtù che potevo coltivare; e per ciò che rimase di quel giorno, non riuscii a trovare il minimo piacere nell'andare in auto.

Di nuovo eravamo sulla strada maestra tra Madrid e Siviglia; eppure i solchi ondeggianti e le creste di fango indurito erano cosparsi di una velatura verde di erba, come in un traditore tentativo di occultamento. La polvere si arricciava dietro di noi come fumo, strisciando sotto il telone che copriva i nostri bagagli sul tetto, e nelle nostre valigie, impolverando i nostri vestiti come zucchero bianco fine.

Nonostante le buone molle e i cuscini profondi dell'auto, il corpo leggero di Pilar ballava su e giù, come diceva Dick, come un pezzo di popcorn americano su un fuoco vivo; e i nostri due ospiti, che si erano ritenuti entusiasti del motore, non risposero ardentemente alle lodi forzate di Dick per lo sport.

Quanto glorioso, diceva lui (ogni altra parola enfatizzata con un sobbalzo), quanto glorioso non essere legati agli orari fissi e scomodi dei treni. Fermarsi dove e quando si vuole; ripartire quando si sceglie; non vedere mai la propria vista del pezzo di scenario più scelto oscurata in una galleria; non essere sporcati da nessun fumo ferroviario; sentire sempre il viso accarezzato da una brezza fresca, che punge con l'ozono; leggere — se si avesse l'occhio capace di vedere — l'intera vita del paese scritta sulla strada; le tracce dei carri pesanti; le delicate impronte dei piedi degli asini, al trotto verso il mercato carichi di vino o frutta; il tracciato delle ruote delle diligenze, o carrozze all'antica sulla strada per una corrida; le orme dei contadini che portavano economicamente le scarpe sulle spalle; l'impronta a trifoglio dei piccoli zoccoli delle pecore, e delle capre; le zampe dei cani da pastore. Sfrecciare attraverso scorci cinematografici di terre di vigneti e terre di uliveti, e graziose forme blu di montagne; vedere strani villaggi di cui non si conoscerebbe mai l'esistenza quando si procede faticosamente in treno; volare da un promemoria vivente di Don Chisciotte a un altro, come stavamo facendo oggi (non avevamo visto la locanda dove fu fatto cavaliere?) — Bang! Mai prima d'ora posso ricordare di aver salutato con gioia il colpo simile a una pistola che può significare una sola cosa; lo scoppio di uno pneumatico. Ma ero incantato che l'eloquenza di Dick dovesse essere interrotta.

Avevamo sobbalzato attraverso la vinicola Valdepeñas, dove il succo rosso dell'uva sembra zampillare da una valle grigia di pietre; avevamo superato, nel pittoresco mercato, la posada che Don Chisciotte conosceva; avevamo rimbalzato attraverso Santa Cruz de Mudela, con la sua bella chiesa del XV secolo, e avevamo visto le sue famose e gagliardamente colorate giarrettiere esposte in vendita nei negozi; e ora eravamo lontani da città o villaggi, fuori nel paese.

Fortunatamente, tutti erano pronti per il pranzo, e Pilar e il Cherubino avevano avuto la preveggenza di ordinare cose che non sarebbero venute in mente a Dick o a me. Non lontano, sulla cresta di un'onda di collina, sorgeva la casa di un cantoniere, con un forno esterno in adobe come un enorme alveare. Ci strisciammo verso di esso, viaggiando sullo pneumatico sgonfio, e fummo serviti da una deliziosa famiglia bruna; serviti come se fossimo stati il Re e il suo seguito che avevano pranzato (così diceva la famiglia bruna) su quel posto poche settimane fa. Uscirono le sedie su cui il Re e i suoi amici si erano seduti, piatti e bicchieri dai quali il Re e i suoi amici avevano bevuto; e le persone semplici traevano un piacere infantile dal soffermarsi sull'episodio.

Come prima, la notizia della nostra presenza sembrò guizzare nell'aria e portare, nello stesso modo misterioso, un pubblico fuori dal nulla. Pilar disse che le persone giunte erano in realtà uccelli selvatici, visti dai nostri occhi sofisticati sotto forma di esseri umani; e come se fossero stati uccelli selvatici, li abbiamo adescati, finché non si sono fidati di noi e hanno mangiato con noi, bevendo dal nostro otre il sangue dell'uva spagnola, quasi privo di alcol. La dolce lingua spagnola, mentre cadeva dalle loro labbra, era ricca come il gusto di quel vino spagnolo sulla lingua, e suscitava nel mio cuore un orgoglio di parentela.

Mentre noi altri pranzavamo, Ropes sollevò la Gloria col cric e cambiò la camera d'aria, fermandosi di tanto in tanto per sgranocchiare un panino o trangugiare un sorso di vino con l'aria imperturbabile che lo caratterizzava. Quando il cantoniere menzionò che quattro bandidos erano stati catturati al mattino dalla guardia civile, sulla strada che avevamo percorso, la sua espressione non mutò per il fremito di un muscolo. In verità, sembrava capace di sbarazzarsi di mezza dozzina di briganti senza l'aiuto di una singola guardia civile.

Dopo quaranta minuti lungo il ciglio della strada, partimmo per penetrare più a fondo in quel paese malinconico che Cervantes amava, e quasi subito fummo nella Venta de Cordeñas, quella distesa ampia e sassosa dove Don Chisciotte cavalcò per fare la sua penitenza. Gli spiriti più allegri devono essere stati abbattuti dalla cupezza della prigione autoimposta del cavaliere, e i miei non ne trassero giovamento. Ebbi l'inquietante impressione che la voce di Monica, invocando un appello, giungesse riecheggiando dalle pareti montuose.

Naturalmente, non c'era nulla di vero, se non sciocche superstizioni di cui avrei dovuto vergognarmi; eppure non riuscivo a chiudere le orecchie alla sua voce, che sembrava gridare le parole che le sue dita avevano scritto una volta: "Non abbandonarmi! Non lasciarmi sola!"

Sempre l'eco seguiva, mentre l'auto saliva più in alto sui pendii della Sierra Morena, e tali glorie di Spagna si aprivano davanti ai nostri occhi come non ne avevamo viste ancora, nemmeno nella splendida Gola di Pancorbo.

Cresta dopo cresta, grandi catene di montagne tagliavano il liscio zaffiro del cielo; e mentre serpenteggiavamo nella loro stretta più ravvicinata, ogni ansa della strada alpina offriva una nuova e più fantastica combinazione di roccia e torrente. L'auto si stava addentrando in una gola di stupefacente sublimità, un colpo di martello di Vulcano che aveva squarciato la montagna e lasciato dietro di sé schegge di rame, di oro, d'argento e una ricca spolverata di gemme preziose.

Mentre il martello del dio cadeva, dalle rovine che creava prendevano forma meraviglie; castelli olimpici e statue giganti, immagini di creature così selvagge come quelle che vagavano devastando la terra nei giorni in cui l'uomo era nella sua infanzia.

Persino il volto calmo di Ropes fu trasfigurato da questo scoppio di splendore. "Ti fa dimenticare che le strade possono essere cattive e gli pneumatici guastarsi, non è vero, signore?" mi disse. "Potrei guidare attraverso posti come questi, giorno e notte di seguito, senza cibo né bevande, senza mai sapere se sono esausto."

E un elogio da parte di un autista è un elogio davvero!

Eravamo nel passo di Despeñaperros, la gola più terrificante e, allo stesso tempo, la più nobile di Spagna; e avrei dovuto riconoscerla dalle storie raccontate da mio padre, che una volta aveva combattuto con i bandoleros proprio su questa strada. Giù nel fiume che sollevava bianchi pennacchi di schiuma molto in basso, aveva scagliato un uomo, mentre un altro sparava colpo su colpo dalla sua carabina, schermato dietro una roccia sul lato opposto del burrone, a stento a un tiro di schioppo di distanza.

Molto tempo prima, inoltre, la storia era stata fatta in questo passaggio montano le cui pareti avevano risuonato con suoni più selvaggi dello stridio della nostra sirena. Le grida di battaglia rivali di mori e spagnoli erano echeggiate tra le rocce, e il sangue cristiano e quello pagano si erano mescolati nella spuma bianca del fiume.

Pensai a queste cose, mentre guardavo giù nelle silenziose profondità del golfo, e vedevo le venature scintillanti del granito, e le masse violacee di ardesia brillare di vita vulcanica e colore. Ma ancora udivo l'eco ossessionante della voce di Monica, nella solitudine attraverso la quale doveva essere passata di recente, forse lasciando qualche messaggio, se solo potessi sapere.

Era solo un fantastico gioco dei miei nervi, o era il suo spirito che chiamava, cercando di farsi udire e comprendere?

Fu Pilar a rompere l'incantesimo con un improvviso battere di mani. "Andalucía! cara Andalucía!" gridò; e ognuno di noi, soggiogato e zittito dalla maestosità della scena, sobbalzò come se si svegliasse dal sonno.

Indicava un obelisco di pietra, guardando il quale suo padre sorrise e si levò il cappello.

"Niente più freddo," disse; "niente più venti a pizzicarci il naso. Ecco la linea di demarcazione tra i paesi del nord e il paese del sole."

Poi, come se l'obelisco fosse stato il dito di qualche genio che invocava un cambiamento magico, un incantesimo sfocò i tratti severi del paesaggio. Era come se il volto feroce di un gigante arrabbiato fosse stato trasformato in quello di una donna bellissima e ridente con il sole negli occhi.

La gola si aprì quando fummo scivolati oltre un paio di borghi montani seminascosti; si allargò in una valle luminosa di colori come i gioielli sulla coda spiegata di un pavone; e come una barca, l'auto cavalcava un mare ondulato di verde, azzurro e oro, che scintillava come se una pioggia di diamanti fosse gettata nell'aria con la velocità del nostro procedere.

A Santa Elena eravamo in una Spagna che non avevo visto. A La Carolina irrompemmo in un mondo bello e fertile come il Giardino dell'Eden; e ricordai la leggenda moresca secondo cui il Paradiso è costruito sull'azzurro che pende sopra l'Andalucía.

Siepi di aloe brandivano spade e dardi di zinco; cactus si sparpagliavano e sogghignavano lungo il ciglio della strada; incastonati nel verde vivido del grano che maturava, gli uliveti sembravano scolpiti nella giada; o le nude spalle rosee dei fianchi collinari volgevano per contrasto le loro tinte pallide in argento appannato. Viti con giovani foglie dorate trascinavano la terra violacea; viali di acacie grondavano profumi; e mentre il sole pendeva verso ovest, la luce rosa vibrante sulle montagne violette conferiva all'Andalucía la colorazione vivida, quasi violenta, che si vede nei manifesti sensazionali.

Ogni ragazza che superavamo indossava un fiore luminoso come una stella tra la nuvola nera dei suoi capelli. Gli uomini avevano scartato i berretti orlati di pelliccia di Luigi XI per gli ampi sombreros de Cordoba grigi, e i cavalli o i muli erano imbrigliati con allegre macchie di colore rosso e blu, e nappe ondeggianti.

Avevamo parlato di Linares, la città mineraria del piombo, come punto di sosta per la notte, poiché eravamo impegnati a non rintracciare il Lecomte; e alla periferia di Bailen, mentre calava il crepuscolo, la Gloria fu portata a una sosta improvvisa in mezzo a una folla pulsante, affinché potessimo chiedere la strada.

Se noi suscitavamo la loro curiosità, essi stuzzicavano noi alla stessa emozione, poiché la maggior parte degli uomini, e ce n'erano centinaia, non solo indossavano sulle gambe una sorta di grembiule diviso, ma portavano sulla schiena un apparato che avrebbe eccitato meraviglia in qualsiasi altro luogo che non fosse questo paese delle fate.

La macchina mi ricordò a prima vista un estintore; poi qualche apparecchio usato dai minatori per contenere una riserva di ossigeno. Una parte di me desiderava sapere cosa fosse lo strumento; l'altra preferiva rimanere nell'ignoranza, temendo che la spiegazione si rivelasse troppo banale. Ma Waring aveva tutta la mia curiosità e nessuno dei miei scrupoli; così pose una domanda con un gesto più intelligibile del suo spagnolo; e proprio come avevo temuto, lo strano connubio di serbatoi e ugelli non era altro che un congegno per spruzzare le viti per proteggerle dalla fillossera.

Come sempre, portammo le fascinazioni del Cherub a pesare sulla folla, come si punta l'ultimo cannone sul nemico; e il suo canticchiare fece emergere fatti che fecero pensare a Dick che fosse giunto il momento di rimettere le cose in ordine e il suo servizio automobilistico in funzione. Sembrava che un tempo fosse stata costruita una buona strada da Bailen a Linares, ma la strada era attraversata da un fiume; e quando i supporti in muratura per un ponte furono costruiti, si scoprì che le travi erano state dimenticate. In qualche modo, non era compito di nessuno sollecitare la memoria di qualcun altro, e la faccenda era finita lì, così tanto tempo fa che erba e fiori erano germogliati tra le pietre inutili.

Sembrava la cosa più naturale del mondo per gli abitanti di Bailen, che erano abituati a guadare il fiume, quando volevano attraversarlo, con i cavalli; ma sebbene il tempo fosse stato secco negli ultimi giorni, i recenti torrenti che erano caduti sulle montagne, gonfiavano ancora il volume d'acqua a un'altezza tale che poteva "spegnere il fuoco nell'automobile".

Fui contento di sentirlo, perché se avesse spento il nostro fuoco, avrebbe spento quello di Carmona; e poiché era prudente in questioni riguardanti la sua auto, probabilmente si sarebbe fermato ad Andujar; così il destino mi avrebbe portato di nuovo vicino a Monica, nonostante la nostra promessa.

La ragione principale per andare a Linares era perché il Cherub credeva che ci fosse un buon albergo, costruito per ospitare gli inglesi riuniti per l'estrazione del piombo; quindi fu senza rimpianti che volgemmo la Gloria a seguire la carretera per Cordoba.

I nostri consiglieri corsero dietro di noi con un avvertimento di evitare i ciottoli grezzi di Bailen prendendo la ronda che costeggia la città sulla sinistra. Così lentamente, nel crepuscolo che fioriva di blu come il fiore del mirto, passammo all'esterno della città, riprendemmo la strada maestra, balzando a velocità in un mondo di ampi spazi argentati e mistero di conche violette, immergendoci nella profonda valle del fiume gonfio, e gioendo di una superficie dura di buon macadam per quindici miglia o più.

Così arrivammo ad Andujar, le luci dei nostri grandi fari ad acetilene (accesi prima che il cielo virasse dall'opale all'ametista) frugavano in porte e finestre oscure come i raggi Röntgen frugano attraverso la carne fino all'osso.

Nel bagliore bianco, graziose ragazze nelle porte sembravano attrici in una recita in costume, in attesa dietro le quinte di "entrare in scena". Ma nessuna grida di una folla teatrale fu mai così realistica come quelle della banda non provata che ululava sopra la mia povera Gloria mentre depositava i suoi passeggeri alla fonda; e Ropes ed io la spingemmo attraverso un muro di esseri umani verso un garage-stalla, dove il suo volano gettò una protesta di scintille infuocate sull'alto gradino di pietra dell'ingresso.

La fonda era passabile; ma Carmona e il suo gruppo non erano lì; né erano da nessun'altra parte ad Andujar, come ci facemmo carico di scoprire; e intuimmo che l'auto grigia doveva dopotutto essersi avventurata a Linares.

Poiché era svanita, eravamo liberi di partire quando volevamo la mattina seguente. Così scegliemmo un'ora presto, volando su buone strade attraverso una terra ricamata con lo scarlatto dei papaveri, il blu della genziana, il rosa del trifoglio e l'oro dei ranuncoli, cuciti insieme con l'argento di piccoli ruscelli correnti.

" 'Dateci pane e dateci tori', è il grido di questo paese," disse il Cherub, salutando con sguardi gioiosi ogni tratto della sua amata Andalucía.

"Suona come un panino di manzo," rifletté Dick ad alta voce; ma Pilar lo rimproverò per la sua frivolezza. "Non devi fare battute sul pane in Andalucía!" esclamò. "Ed è considerato un peccato persino gettare via una briciola. Perché è il dono del Cielo, se ne fai cadere un pezzetto devi raccoglierlo e scusarti baciandolo."

"Perché non mangiarlo invece?" chiese Dick.

"Puoi farlo dopo. E se il pane è fatto con dei buchi, devi tenerlo con il lato bucato verso l'alto, perché lo spirito di Dio entra attraverso i buchi per benedirti."

"Pensavo che solo le olive fossero sacre in Andalucía," disse Dick, fissando oltre enormi distese degli alberi grigio-argento che crescevano su un terreno di rame, ondeggianti fin dove l'occhio poteva seguire, verso la linea fluttuante di montagne di un azzurro etereo.

"Sono sacre anche loro," acconsentì Pilar. "Lo sapevi, ai vecchi tempi venivano vendute solo per oro, oro trasportato a dorso di mulo in grandi sacchi, e scambiato sul posto, per gli alberi—tanti per tanto? Noi abbiamo ulivi nella nostra tenuta, e vengono raccolti in un modo così carino e all'antica; papà non si cura dei nuovi metodi, anche se fanno guadagnare un po' di più. È bello da guardare. Mi piacerebbe che tu lo vedessi, solo—il Señor Waring non ama le cose all'antica."

"Temo che a me piaccia fare quel 'po' di più'," confessò Dick.

"A volte piacciono anche a me i soldi—quando voglio comprare qualcosa. Altre volte non mi importa. Ultimamente ho messo da parte. Ho mille novecento pesete."

"Perbacco!" rise Dick, "hai intenzione di comprare un allevamento di tori con una somma così gigantesca?"

"È buffo che tu l'abbia detto. Ho intenzione di comprare un toro. È l'unico possedimento del Duca di Carmona che voglio, e lo voglio così tanto che ho sacrificato oh,—non riesco a ricordare quanti cappelli di Parigi, e scarpe, e sottogonne di seta, e bei vestiti per averlo, con tutti i miei soldi! Il peggio è che lui non saprà mai dei cappelli e delle altre cose."

Dick ora sembrava interessato.

"Che diavolo ne farai quando lo avrai?" chiese.

"Salvarlo," disse la ragazza.

"Da cosa?"

"Dall'arena. Oh, lui è un toro bravo, è Vivillo, un cuore d'oro. Nemmeno il più famoso torero di Spagna potrà trafiggerlo. L'ho amato per quattro anni, da quando era un cucciolo al fianco di sua madre, e Rafael Calmenare mi portava a fargli visita; l'ho amato più ancora di Corcito, e per tutto questo tempo ho risparmiato per comprarlo prima che raggiunga l'età per una corrida. Ora ne ho abbastanza, o quasi, e non ci sono molte settimane da perdere, perché presto ne avrà cinque; e già ha la forza e il coraggio di tre tori, il mio Vivillo! Non vedo l'ora di rivederlo—non vedo l'ora del giorno in cui potrò mettere le braccia intorno al suo grande collo, e dire, 'Hermanito, sei mio!'"

"Le tue braccia intorno al suo collo!" ansimò Dick. "Un toro da combattimento! Stai scherzando. Di' che intendi un toro irlandese, e tirami fuori dalla miseria."

"Lui è un vero grande di Spagna tra i tori, e le mie braccia sono state intorno al suo collo spesso," disse Pilarcita.

"Allora non può essere molto feroce."

"Può essere terribile. Ha quasi ucciso due uomini—degli estranei che lo stuzzicavano, quindi non intendeva fare del male, povero tesoro! e non osano lasciare che nessuno tranne i cavalli neri si avvicini a lui. Nessun toro di Miura è più selvaggio di lui se viene provocato. Sai, i tori del Duca di Carmona sono famosi quanto quelli dei Miura stessi. Ma Vivillo mi ha sempre amata, e uno o due altri—me più di tutti, però—e mangerà dalla mia mano, la grande bestia di velluto marrone, come un gattino."

"Da quanto tempo non ti vede?" chiese Dick.

"Sei settimane."

"Non mi fiderei della sua memoria."

"Mi fido come mi fiderei di mio fratello. Mi vedrai accarezzarlo."

"Gran Dio! non le permetterai di rischiare la vita con questa bestia selvaggia, vero, Colonnello O’Donnel?" esclamò Dick.

Ma il Cherub sorrise con il suo sorriso placido.

"Don Cipriano la chiama Una, perché riesce a domare le bestie selvagge," disse.

Il volto di Dick divenne quasi troppo espressivo. Se non voleva che gli occhi di Pilar leggessero ogni sua emozione, pensai che sarebbe stato più saggio indossare la sua maschera da automobilista.

XXV

COSA MANCAVA A CORDOBA

Attraverso un campo fiorito di panno d'oro arrivammo, mentre il pomeriggio era giovane, a Cordoba—“Kartuba l'Importante”, che giaceva come una tomba che custodisce la sua gloria morta, prona ai piedi di montagne lapidarie.

Dopo il bagliore dei fiori selvatici che brillavano al sole e l'ozono delle brezze di campagna, un ingresso improvviso nella rete di strade strette fu come essere gettati, senza indizi, nel buio labirinto del Minotauro.

Avevo pensato che nessuna città potesse avere strade più strette di Toledo; ma le strade di Cordoba erano semplici fenditure tra le pareti delle case. Mentre strisciavamo attraverso con l'auto, Dick paragonò la città a una gigantesca torta bianca divisa in fette da un coltello affilato, ma lasciata in forma con solo uno o due pezzi estratti per allentare la massa.

Eppure, le fenditure pavimentate in pietra riuscivano a creare immagini; con qui e là un paio di splendide porte moresche, una fila di antiche finestre dal motivo orientale, o una visione fatata di un patio illuminato dal sole oltre un tunnel d'ombra; una fontana che spruzzava gioielli, un ondeggiare di palme e il bagliore di rose pendenti.

"È sicuramente qui," mi dissi, mentre ci fermavamo infine davanti all'albergo principale. "Poiché il viaggio dovrebbe essere un viaggio di piacere, Carmona è tenuto a dare ai suoi ospiti il tempo di vedere le attrazioni di Cordoba."

Ma non si sapeva nulla del Duca e del suo gruppo all'albergo, sebbene ci fosse una voce che un'automobile fosse passata attraverso la città al mattino.

Il Cherub, consultato, era dell'opinione che se l'auto di Carmona era arrivata, doveva essere rimasta.

"Non ci sarebbe nessun posto dove fermarsi dopo, se non Siviglia," disse, "a meno che Carmona, e quello è vicino a Siviglia. Devono essere in agguato a Cordoba—forse dal Marqués de Villa-blanca, che è un amico del Duca. Ci imbatteremo nella nostra graziosa signorina tra poco, se ci aggiriamo per la città; nel Paseo del Gran Capitán, o nel Patio de los Naranjos, o nella cattedrale, o vicino alle rovine dell'Alcázar."

"Inoltre, pensavo che avessi deciso di non preoccuparti finché non fossimo arrivati a Siviglia," disse Dick.

"Infatti l'avevo fatto," risposi. "Ma ho la sensazione che qualcosa sia andato storto."

"Qualche motivo per questa sensazione—oltre alla sensazione stessa?" chiese Dick.

Scossi la testa, non volendo menzionare la lettera che avrebbe potuto smarrirsi. "Nulla che possa definire."

"Allora immagino che sia tutto a posto, e che ti stiano venendo i nervi."

"So esattamente come si sente," disse Pilar, con uno sguardo di rimprovero a Dick, con il quale era in disaccordo dopo l'episodio del toro. "C'era un'espressione negli occhi di Lady Monica, non è vero, a Manzanares, come se fosse triste? Oh, l'ho vista; e non mi hanno lasciato avvicinare a distanza di sussurro da lei dopo, o avrei scoperto cosa significava. Avevo l'idea che fossero particolarmente ansiosi di tenermi lontana, e mi sono chiesta se ci fosse qualche nuovo motivo. Non mi sorprende che Don Ramón sia preoccupato. Si vede che il Señor Waring non è mai stato innamorato!"

"Oh, non lo sono mai stato?" esclamò Dick; il che, naturalmente, peggiorò le cose; e per rimediare, continuò a sbagliare. "Che ne sai dei sintomi?"

"Le ragazze nascono sapendo cose che agli uomini occorrono anni per imparare," disse Pilar.

Non attenuò la mia ansia il fatto che avesse notato quello che avevo notato io. Ma mi aggrappai all'assicurazione del Cherub, sperando, una volta che avessimo iniziato le nostre esplorazioni, di incontrarla, di vedere il suo volto illuminarsi con lo splendore che conoscevo.

Ma non c'erano estranei se non noi, e pochi americani erranti sotto le palme e gli aranci del paseo dedicato alla memoria di El Gran Capitán.

Vagammo—Pilar restando al mio fianco, e lasciando Dick a suo padre—da cancello a cancello fuori dalla Moschea-Cattedrale che una volta rendeva Cordoba la Mecca d'Europa; guardando verso l'enorme massa di muratura color miele che sorgeva come una vasta fortezza dai suoi contrafforti di pietra; indugiando sotto la torre campanaria della Puerta del Perdon perché Pilar "sentiva come se qualcosa sarebbe accaduto lì". Ma non accadde nulla; e andammo ad affrontare l'appassimento delle speranze rinnovate nel Cortile degli Aranci, il cui fascino malinconico e profumo sensuale era triste come il canto di un usignolo quando l'estate sta morendo.

Lei non era lì; né riuscimmo a trovarla nella foresta di marmo della cattedrale a pilastri, sebbene, mentre Dick e Pilar appianavano le loro divergenze sui mosaici ingioiellati, io la cercassi.

«Ti dico, Ramón, che c'è una certa soddisfazione nel sentire di guardare le cose migliori che il mondo abbia da offrire», disse Dick, quasi al mio orecchio, «e ce ne sono molte nel tuo paese, specialmente a Cordoba, anche se suppongo che i Mori piangerebbero a vederla ora. Ma tu non sembri godertene, nonostante tu abbia rischiato così tanto per venire dove si trovano».

Non gli ricordai che il rischio che correvo era per la cosa migliore in tutto il mondo, che si trovava solo temporaneamente nel mio paese, e che la mia depressione derivava dal fatto che in quel momento non era visibile. Ma Pilar non aveva bisogno di ricordi e, secondo il modo delle donne dolci, cercò di «tenermi la mente occupata» parlando di storia e leggenda, confondendole deliziosamente e difendendo le sue storie sulla bella Egilona e la leggiadra Florinda dicendo che, comunque, a nessuno importava se fossero vere o meno. Dopotutto, cos'era la storia, dal momento che persone noiose scoprivano continuamente che nessuna delle parti migliori era mai accaduta?

«Scelgo di credere in Florinda», esclamò, «e in tutte le altre belle donne che influenzarono i re, fecero guerre e sconvolsero i paesi. Senza di loro e le loro storie d'amore, la storia sarebbe come un arazzo sbiadito senza fili d'oro».

Così Dick smise di discutere e, in silenzio, lasciammo la perfezione simile a un gioiello del terzo Mihrab, per vagare ancora una volta attraverso la distesa di colonne scintillanti che ora sembravano alberi che si inarcavano, ora fontane che precipitavano.

Nessuna prospettiva scura tra le tante mutevoli inquadrò la figura che desideravo vedere; e quando avemmo lasciato la cattedrale e fummo saliti verso i giardini e le torri dove un tempo sorgeva l'Alcázar delle glorie gotiche e moresche, fu la stessa storia di delusione. C'erano solo gli americani che avevamo visto nel paseo, più interessati di me a quei frammenti che riuscivano a cogliere dei racconti di Pilar. Segrete dove Theodofredo era stato accecato e Witica il malvagio aveva pagato per i suoi crimini; sale svanite dove Rodrigo regnò e amò prima che il giorno oscuro accanto al Guadalete perdesse la corona per lui e per la cristianità; cosa contenevano di interessante, dal momento che il giardino di lillà e rose che copriva le loro rovine era vuoto di una Presenza?

Quando avemmo visto tutto, lasciai i miei amici nell'atrio dell'hotel a scegliere curiosità dalle vetrine e uscii di nuovo in cerca di notizie riguardanti l'automobile che era passata in mattinata.

Presumibilmente aveva attirato una folla, eppure nessuno sembrava saperne nulla finché, proprio mentre stavo perdendo le speranze, incontrai un vecchio che aveva visto una grande automobile grigia alla stazione ferroviaria. Pochi minuti dopo, avevo risolto il mistero della scomparsa della Lecomte. Era arrivata presto; i suoi passeggeri erano stati condotti in giro per Cordoba nel minor tempo possibile da Carmona; era stata poi guidata alla stazione; e con i suoi occupanti era partita per Siviglia con lo stesso treno.

Potevano esserci diversi motivi per questo spostamento. L'auto poteva essere stata parzialmente danneggiata, non essendo stata preparata adeguatamente a Manzanares; oppure Carmona poteva aver deciso di contrastare il destino che finora mi aveva tenuto vicino a lui. Ero incline ad accettare quest'ultima teoria, e non contribuiva a promuovere la mia tranquillità.

Fui lieto di sentire, tuttavia, che il treno non era atteso a Siviglia fino a tarda sera. Se fossimo partiti presto il giorno seguente, non era probabile che la situazione potesse cambiare di molto prima del mio arrivo, libero da obblighi verso la Duchessa.

Naturalmente, disse Pilar, prima che avessi il tempo di chiedere, sarebbero stati pronti a partire presto, oh, molto presto. Sarebbe stato bellissimo essere in campagna prima che il sole avesse bevuto la rugiada sull'erba e fatto appassire le rose dell'alba tra le nuvole. Non c'era timore del freddo ora che eravamo nella cara Andalucía. Sì! avremmo preso il caffè alle sei e saremmo partiti alle sei e mezza.

Non avrei osato suggerire una tale prova di coraggio morale, ma accettai il sacrificio; così le rose del mattino che Pilar amava fiorivano ancora nel giardino del cielo e trascinavano il loro riflesso nel Guadalquivir, mentre rotolavamo sul vecchio ponte e superavamo le bianche colline moresche.

Una mattina in Paradiso non potrebbe essere più bella; e i fiori rosa-violacei dell'alamo che luccicavano in una foschia rosata contro i cipressi scuri, o si mescolavano al pizzo bianco del biancospino, erano una sinfonia di colori di Primavera.

Dignitose case di campagna non sollevavano più tetti di tegole marroni tra boschetti di ulivi; ma un mare illimitato di colline ondulate giaceva bagnato nella luce ambrata della Spagna. Poi, ancora boschi di ulivi, con una schiuma di fiori di campo che spruzzavano i loro piedi nodosi, siepi di rosa canina, intrecciate con alti lillà selvatici e spine in fiore. Oltre, alte colline che la Gloria prendeva d'assalto con audacia, spaventando i cavalli di una truppa di soldati ridenti che cavalcavano senza sella; su strade sassose, semplici sentieri accidentati tracciati attraverso prati dove i tori pascolavano e muggivano all'automobile; così fino a un villaggio che si mostrava per la prima volta come una corona bianca su una cima di collina e si rivelava abitato da donne e bambini di una bellezza superba. Mai ci furono occhi come quelli che guardavano dai volti nella folla che si radunava rapidamente; occhi come pozzi neri con stelle cadute nelle loro profondità.

Le case dei contadini lungo la strada avevano tetti di paglia, grigi e scintillanti come felpa d'argento; e forni esterni come enormi coppe capovolte. I campi erano allegri di fiori; la distanza fluttuava in onde di garza azzurra che toccavano il cielo.

Proseguimmo rapidamente, come per trovare il punto di congiunzione, ma trovammo solo Ecija, la Città dei Sette Briganti, con il suo grande ponte e i mulini moreschi color bianco perla, nel Genil giallo e scorrevole.

I re erano stati alloggiati dietro quelle porte borchiate d'ottone e balconi di ferro battuto, disse il Cherubino; e malfattori famosi nella storia e nelle ballate erano stati impiccati da quella alta forca che attirava lo sguardo prima delle otto torri delle chiese di Ecija. Ci furono anche combattimenti famosi, lungo la riva del fiume; ma ora il luogo dormiva, sognando la pace, e il ronzio delle ruote del mulino suonava rassicurante come il «chum-chum» di un motore che corre di notte.

Così sfrecciammo fuori dalla Provincia di Cordoba nella Provincia di Siviglia, e alte palme snelle, che innalzavano teste piumate tra noci e querce, erano segnali stradali che puntavano a sud. Era l'inizio di aprile, ma l'aria era l'aria di un giugno inglese, e mi meravigliai di vedere uomini avvolti in lunghe capas. «Lo fanno per tenere lontano il sole, come al nord per tenere lontano il vento», spiegò Pilar; ma lei ridacchiò solo quando Dick chiese perché radessero la schiena dei loro asini, perché mettessero museruole rosse e gialle sulle bocche dei loro asini, perché portassero sempre «coperte da treno» a quadri sul dorso delle loro bestie o sulle proprie spalle, e perché i loro pantaloni e ghette fossero fatti in un unico pezzo?

Oltre gli ulivi, ciuffi neri di pini marittimi gettavano macchie d'inchiostro contro il cielo, e un tappeto viola di erica in erba veniva strappato per lasciar passare la strada. Era un paese ideale per l'automobilismo, e Dick ricordava con scherno l'uomo da sessanta cavalli a Biarritz, che aveva temuto l'esperimento.

«Il modo è fare ciò che vuoi fare e scoprire man mano se si può fare o no», soliloquiò.

Mi chiesi se stesse pensando a un'altra strada difficile, non percorribile in automobile — una strada dove forse Don Cipriano conosceva già la via.

Le allodole balzavano verso il cielo da letti di fiori selvatici mentre fuggivamo via, piccole fontane di musica; alte gru volavano fuori da cespugli schermanti accanto a ruscelli luminosi; e sfocando la distanza davanti a noi, una foschia di pioggia fluttuava come un velo soffiato sul volto della Primavera.

In vista delle splendide mura di Carmona e del castello in rovina, la pioggia ci colse; e per amore di Pilar rendemmo l'auto accogliente fissando il vetro anteriore e riempiendo lo spazio con tende di tela tirate.

Dopo questo, i nostri fugaci scorci di pino, palma e ulivo furono offuscati mentre procedevamo lungo una strada sabbiosa, gialla come oro battuto. Di tanto in tanto una macchia di fiori viola che bruciava attraverso la foschia cantava una nota alta ed esultante di primavera e amore; e graziose raccoglitrici di arance, in giacche da uomo e pantaloni marroni, gorgheggiavano dello stesso tema in quel dolce Andaluza che è superiore a tutti gli altri linguaggi della passione.

Il colore, la musica e la giornata mi diedero alla testa. Sapevo di essere giovane e volevo la mia possibilità di felicità — la volevo così tanto che sentivo che avrei potuto uccidere un uomo che avesse osato tentare di strapparmela.

XXVI

NEL PALAZZO DEI RE

«Ora ho qualcosa di serio da dire, Don Ramón», esordì il Cherubino, quando avemmo superato la prima casa rosa e bianca che segnava la periferia di Siviglia. «Non devi andare in un hotel qui. Sarebbe pericoloso. Devi essere nostro ospite; e anche il Señor Waring. Ora mi sento come se la nostra piccola recita fosse vera, e tu fossi mio figlio; mentre per quanto riguarda il Señor Waring, avremmo potuto conoscerlo da anni, non è vero, Pilarcita?»

«Certamente. Per quanto mi riguarda, sono pronta ad adottarlo anche come fratello», rispose Pilar.

Coprii il contraccolpo di Dick a questo colpo ringraziando il Cherubino. Era più che gentile, dissi, ma non potevamo pensare di...

«Non penserete di deluderci», intervenne il caro uomo bruno. «Potevate immaginare che il nostro unico motivo sia tenervi lontani dal pericolo? No. Non siamo così altruisti. Vi vogliamo. Gli addii arriveranno abbastanza presto. Dobbiamo avervi con noi, sotto il nostro tetto, alla nostra tavola, finché possiamo. Ora che avete capito, direte di sì».

«Nel mio paese», disse Dick, come un ampio suggerimento per me, «quando diciamo alle persone che vogliamo che ci visitino, lo intendiamo davvero; e credo che il Colonnello O’Donnel e la signorina O’Donnel siano dello stesso tipo».

Naturalmente volevo dire di sì; e, naturalmente, dopo questo, dissi di sì senza ulteriori trattative.

«Ora inizia il momento più critico in questa vostra avventura, Don Ramón», continuò il Cherubino. «Vedete, dato che il nostro posto è a sole cinque miglia da Siviglia, conosciamo molte persone; e sebbene Carmona sia raramente lì con sua madre, certamente ha delle conoscenze, e alcune di loro potrebbero essere anche le nostre. Hai viaggiato da Burgos come mio figlio, anche se hai indossato la sua uniforme solo per due giorni; ma puoi essere certo che Carmona non vede l'ora di sbarazzarsi di te, una volta per tutte, se dovessi avventurarti a Siviglia per vedere lo spettacolo della Semana Santa come fanno gli altri turisti».

«Forse pensa che, a causa della nostra promessa — che abbiamo mantenuto — si sia già sbarazzato di Ramón», disse Dick.

«Ne sa di più. Il trucco ha funzionato per poche ore; ma la sua auto si è guastata e ha dovuto accettare il nostro aiuto. Ha detto allora che il destino era contro di lui; l'ho sentito; e Carmona è un uomo che ora è realmente superstizioso riguardo a te. Finora, ha tenuto la piccola señorita lontana da te, ma questo è quasi tutto ciò che ha realizzato».

«Grazie a entrambi», interruppi. «Se non fosse stato per il vostro aiuto, sarei stato "preso" e spinto oltre il confine molto tempo fa. Lo vedo ora; e sebbene sarei tornato e avrei ricominciato l'inseguimento in qualche modo, sarebbe stato mille volte più difficile».

«Inutile preoccuparsi di ciò che sarebbe potuto accadere», rise Pilar. «Pensiamo a ciò che è accaduto — e a ciò che accadrà».

«Ciò nonostante», dissi, «il pensiero è spesso nella mia mente; cosa sarebbe successo se avessimo mancato il Colonnello e la signorina O’Donnel a Burgos?»

Dick ridacchiò; e quando Pilar volle sapere cosa lo divertisse, chiese il mio permesso di raccontarlo. Gli diedi il permesso; e con una memoria per i dettagli di cui avrei fatto a meno, per non parlare di un tentativo di imitazione, ripeté, parola per parola, le mie obiezioni all'incontro con gli amici irlandesi di Angèle de la Mole.

Eravamo così intimi ora che il mio punto di vista prima di conoscerli sembrava particolarmente comico, e Dick ne trasse il massimo.

«Beh, pensa a cosa dobbiamo ringraziarti!» esclamò Pilar; «questo viaggio delizioso. Se non fosse stato per te, Cristóbal sarebbe qui invece che con Angèle a Biarritz».

«Torniamo al buon senso», implorò il Cherubino, «e aiutatemi a pianificare per il Cristóbal che è qui. Se siede nel nostro palco per le processioni, Carmona lo vedrà e dirà a qualche persona invadente, molto diversa da Rafael Calmenare: "chi è quel giovane con gli O’Donnel?". E la persona invadente risponderà: "non l'ho mai visto in vita mia". "Ah", esclamerà il Duca, "non è Cristóbal O’Donnel?". "Niente affatto", arriverà la risposta; e Carmona procederà a creare problemi».

«Per voi oltre che per me; è questa la cosa peggiore», dissi.

«Non ci importa nulla di questo. È a te che pensiamo», disse il Cherubino. E poiché sapevo che era vero, più che mai divenne mio dovere pensare a lui e ai suoi.

«Naturalmente non voglio perdere nessuna occasione di vedere Monica», dissi; «ma nei giorni delle processioni camminerò tra la folla e starò lontano da Carmona».

«Quanto a noi», disse Pilar, «cercheremo un palco vicino a quello del Duca — anche se potrebbe non essere rimasto nulla, dato che il Re sarà qui e ci sarà sicuramente una folla. Farò del mio meglio per sussurrare a Lady Monica, o inviarle un biglietto, o parlare con i miei occhi se non di più».

«Sai quanto dipendo da te», risposi. «Lei potrebbe darti una lettera, una risposta a quella che spero abbia ricevuto a Manzanares».

«Sarò pronta per il minimo accenno», disse Pilar. «Se ha un biglietto per te, lo mostrerà dietro il suo ventaglio. Allora le farò segno di appallottolarlo e gettarlo sul pavimento mentre esce. Se non apparirai nella nostra società, il Duca penserà forse che dopo tutto è al sicuro».

«No. Non dobbiamo contare su una cosa del genere», intervenne suo padre. «Se non può sbarazzarsi di te in un modo, ne proverà un altro; e c'è un vecchio detto che è ancora vero: in Spagna tutto può accadere, specialmente al sud. Carmona ti starà osservando. Devi essere preparato a questo».

«Lo sarò», dissi.

«Lo saremo tutti», concluse Pilar. «Oh, ecco l'antico acquedotto romano! Non è splendido; e forte come se fosse stato costruito ieri invece che nei giorni prima dei Goti. Amo Siviglia — amo ogni mattone e pietra, dalle rovine del muro moresco e la Torre del Oro, e la gloriosa cattedrale, alla vecchia casa nel Callo del Candilejo, dove la strega guardò fuori e vide il Re Don Pedro combattere il suo duello. Non credo che nessun altro posto potrebbe compensarmi per Siviglia».

Accanto all'acquedotto vecchio di duemila anni correva una moderna tranvia elettrica; e uno degli archi aggraziati fatti da mani romane era stato allargato per lasciar passare la linea ferroviaria per Madrid. Più avanti, case moresche con alti mirador e bellissime finestre coperte erano nascoste tra brutti nuovi edifici, e attraverso il viale ombreggiato di un parco verde era gettata una straordinaria scala a chiocciola in ferro a quattro ali. Gemetti davanti alla mostruosità, dicendo che Pedro stesso non aveva mai perpetrato un atto più crudele; e il Cherubino la scusò tristemente, dicendo che era conveniente per le folle passare da un lato all'altro della strada, come avrei visto se fossi rimasto oltre la Semana Santa per la feria.

«Guarda la Giralda e dimenticherai il ponte di ferro», disse Pilar. I miei occhi seguirono i suoi e si posarono come uccelli in volo su una bellissima torre che svettava delicatamente contro il cielo. Così leggera, così fragile nell'effetto, sentii che avrebbe potuto appoggiarsi su una nuvola. Nella luce dorata del pomeriggio, i piccoli pilastri di marmo antico, le losanghe di pietra intagliata, gli archi delle finestre a ferro di cavallo, i delicati intagli dei balconi e tutta la meravigliosa decorazione che rompeva le superfici quadrate della torre, erano rosei come se fossero riflessi di un cielo al tramonto. La sua bellezza era una poesia moresca in mattoni, come nessuna mano eccetto le mani moresche aveva mai creato.

Guardai indietro finché non persi di vista la Giralda, eccetto la scintillante figura della Fede in cima (strano simbolo per una banderuola), mentre mi inerpicavo attraverso strade tortuose, semplici strisce di marciapiede velate di ombra blu e recintate da case segrete, dalla facciata piatta, vecchie e nuove, perlacee di calce fresca, o dipinte di limone pallido, arancia sbiadita, o un verde etereo come le sfumature delle alghe. Anche a prima vista l'antiquata città era singolarmente amabile, nella sua mescolanza di semplicità e mistero, e così spagnola in questa miscela come in tutte le altre cose.

Le palme alte e dritte, con le loro teste trapuntate come fontane che precipitano, chiare contro il cielo, erano orientali e sembravano a malapena parenti delle palme d'Italia e del sud della Francia. Né le strade strette, attraverso le quali avanzavamo pesantemente sui ciottoli, erano come le strade strette delle città italiane. Erano spagnole; inspiegabilmente ma completamente spagnole, sebbene Dick non fosse sicuro che non ricordassero pezzi di Venezia, «proprio mentre ti allontani da San Marco».

Era strano che negozi così piccoli potessero essere così allegri e attraenti come questi, con le loro file di ventagli dipinti, le loro mantiglie drappeggiate, le loro fasce luminose, folli piccoli tamburelli, nacchere legate con rosette di nastro nei colori spagnoli; i loro curiosi e vividi gioielli antichi; i loro sombreros cordobeses esposti nelle stesse vetrine con cappelli di seta di Bond Street; i loro fiori fiammeggianti, le ceramiche moresche, i vecchi pizzi e i mobili di ebano intarsiato e argento. E sapevo che avrei imparato ad amare i suoni di Siviglia più dei suoni di Londra o di altre città che avevo visto.

Erano suoni ossessionanti, questi rumori di una vecchia città densamente popolata, caratteristici come quelli di Napoli, non così stridenti come a Madrid; sopra tutto, il suono delle campane, che suonavano, rintoccavano, battevano, così continuamente che presto avrebbero influenzato i sensi come un profumo pesante sempre presente. Si smetterebbe di sentirle e si sarebbe sorpresi solo se le loro lingue clamorose fossero silenziate.

Nelle strade, dove sarebbero passate le processioni della Semana Santa, centinaia di sedie impagliate erano già disposte davanti a case e negozi, ammucchiate in confusione, che sarebbe stata ridotta in ordine per domani, la Domenica delle Palme. Oltre, nella Plaza de la Constitución — scena nei vecchi giorni della corrida e dell'auto-da-fé — molti uomini erano occupati a dare gli ultimi ritocchi ai drappeggi di velluto cremisi e oro del palco reale, martellando barriere al loro posto nella tribuna davanti al cesello simile all'argento della facciata plateresca della Casa del Ayuntamiento, o sistemando fila dopo fila di sedie nello spazio aperto di fronte, lasciando un corridoio per il passaggio della processione.

«Ora c'è qualcosa da fare prima di tornare a casa al Cortijo de Santa Rufina», disse il Cherubino. «Devo vedere di procurarmi un palco in tribuna per la settimana; devo scoprire se Carmona è arrivato col treno ieri sera. Don Ramón non ha suggerito questo piano, ma penso che non gli dispiacerebbe».

«Intendevo scendere dall'auto, per vedere cosa avrei potuto imparare io stesso, e raggiungervi dopo a casa», dissi. «Ma tu puoi venire a capo delle cose meglio di quanto possa fare io, uno straniero».

«Devi rimanere uno straniero», completò le mie parole. «Se il tuo autista si fermerà in cima a questa strada stretta, percorrerò pochi passi fino al mio club e chiederò le ultime notizie. Carmona non onora troppo spesso la sua casa di Siviglia con la sua presenza, sebbene sua madre sia qui ogni stagione, e il suo arrivo sarà l'argomento del club. Posso prendere provvedimenti anche per un palco per lo spettacolo. Non ti terrò a lungo; ma faresti meglio ad aspettare al Café Perla. Pilar non può andarci senza di me. Oh, puoi sorridere; ma ricorda che siamo in Spagna. Deve aspettare a casa di un amico».

L'idea che il Cherubino aveva di "un momento" e di "un lungo periodo" era sempre piuttosto vaga e tendeva a incastrarsi in modo confuso l'una nell'altra; ma, sapendo quale fosse il suo obiettivo, non mi sono lamentato dei cinquanta minuti trascorsi prima che la sua figura massiccia e il suo volto sorridente apparissero sulla soglia del caffè.

"Tutto a posto", sono state le sue prime parole. "Sentivo che la fortuna non mi avrebbe abbandonato. Chi pensi"—e si è voltato verso Pilar, che era venuta con lui—"sia stato il primo uomo in cui mi sono imbattuto? Nientemeno che Don Esteban Villaroya."

Pilar è apparsa un po' spaventata. "Ma è un amico del Duca. Non creerà qualche impaccio?"

"No, anzi, meglio ancora. Gli ho detto che Cristóbal, mia figlia ed io siamo arrivati in auto da Burgos con un amico americano, un importante scrittore di giornali, che sarebbe venuto a trovarci. Non una parola falsa che possa turbare il mio confessore. Don Esteban riferirà o meno il nostro incontro a Carmona quando cenerà con lui questa sera."

"Cena con lui? Oh, spero che questo non causi guai."

"Non succederà. Carmona è arrivato ieri sera tardi, con sua madre e i loro ospiti. Sembra che nella casa fervano i preparativi da quindici giorni; e la prima cosa che Carmona e sua madre hanno fatto è stata inviare una mezza dozzina di inviti per la cena di stasera. In seguito, è riuscito, probabilmente grazie all'influenza reale, a ottenere il permesso dal Governatore di portare gli ospiti all'Alcázar al chiaro di luna, e ci saranno illuminazioni colorate, musica e danze spagnole eseguite da professionisti nei costumi delle diverse province. Una grande idea, secondo Don Esteban."

"Ma perché lo fa?" ha chiesto Pilar, pensierosa. "María purísima! Non è che sia un uomo impulsivo o ospitale, amante di organizzare intrattenimenti improvvisati. È fatto tutto di fretta. Quale può essere il suo scopo? Perché lui ha sempre uno scopo."

"Per divertire Lady Monica, che finora non è soddisfatta di lui", ha spiegato il Cherubino. "E siccome è un buon cattolico, almeno in apparenza, stasera o domani sera sarà la sua ultima occasione per intrattenere gli ospiti finché la Semana Santa non sarà finita."

"In qualche modo, non mi sembra una ragione sufficiente", ha detto Pilar, apparendo così turbata che ho sentito nuovi fremiti d'ansia, e devo averlo dato a vedere; perché Pilar ha esclamato di essere una "piccola bestia" a preoccuparmi.

"Non mi hai preoccupato", ho protestato. "Tuttavia, credo che andrò a quell'intrattenimento all'Alcázar."

Pilar e suo padre hanno sgranato gli occhi. "Capisco cosa intendi", ha detto la ragazza. "Speri di entrare e incontrare Lady Monica. Ma non puoi, perché l'Alcázar è chiuso al pubblico dopo il tramonto. Sarà aperto solo per il Duca come favore, perché è ricco e importante, e si farà attenzione che nessun estraneo riesca a intrufolarsi."

"Se ci fosse un chitarrista in più rispetto a quelli ingaggiati, pensi che verrebbe notato?" ho chiesto, sorridendo.

Pilar ha battuto le mani. "Sei un vero amante, Don Ramón", ha esclamato. "Ay de mi! Nessuno amerà mai una piccola creatura bruna come me, come viene amata Lady Monica. Suppongo di dovermi accontentare dell'affetto dei miei parenti e di pochi altri." Grandi occhi si sono levati tristemente verso il soffitto mentre parlava, per poi abbassarsi con un gioco distraente di lunghe ciglia ricurve. Spagnola fino alla punta delle dita, questa María del Pilar Inés, nonostante la sua prontezza irlandese. Povero Dick!

"Credi che potrei farcela, allora?"

"Credo di sì. Señor Waring mi ha parlato del ballo in maschera e di come tu abbia interpretato Romeo per la Giulietta di qualcun altro."

"La difficoltà sarà trovare l'impresario."

Pilar ha guardato l'orologio. "All'Alcázar sapranno chi è stato ingaggiato. Mancano ancora un'ora e mezza all'orario di chiusura."

"Che ne dite se io e te facciamo un giro?" ha suggerito Dick.

"Faremo un giro tutti quanti", ha detto Pilar, "e papà scoprirà tutto. Sai, riesce sempre a far dire a chiunque qualsiasi cosa in cinque minuti. Persino Cristóbal ed io non siamo mai riusciti a nascondergli un segreto. Se avessi pianificato di fuggire, a lui basterebbe sussurrare e sorridere perché io confessi tutto, anche se significasse dover entrare in convento subito dopo."

"Sì, dobbiamo andare all'Alcázar ora, o sarà troppo tardi", ha detto il Cherubino, con un luccichio indulgente verso la figlia viziata.

L'auto ci ha condotti al cancello dell'Alcázar, un cancello di quella semplicità moresca priva di pretese che nascondeva deliberatamente tutti gli splendori delle decorazioni a chiunque non fosse un occhio privilegiato. Il guardiano conosceva ed evidentemente rispettava il Colonnello O’Donnel; ma con scuse che comprendevano l'intero gruppo, si è rammaricato di non poterci far entrare. Il Re sarebbe arrivato tra pochi giorni, di ritorno dal suo viaggio in yacht alle Canarie, e avrebbe soggiornato nell'Alcázar, che veniva preparato per lui. Da quel momento fino al giorno dopo la sua partenza, l'Alcázar sarebbe rimasto chiuso al pubblico.

Questo era giusto, e come doveva essere, ha ammesso il Cherubino; ma noi non eravamo il pubblico. Eravamo persone speciali, speciali quanto il Duca di Carmona che avrebbe intrattenuto i suoi amici lì quella sera. Sicuramente il guardiano doveva sapere che la famiglia O’Donnel era in rapporti di amicizia con il Governatore dell'Alcázar, il quale avrebbe sofferto pene atroci se avesse saputo che tali visitatori erano stati respinti. Così il buon Cherubino ha continuato a sussurrare. E se del denaro sia passato di mano o meno, non saprei dirlo; ma è certo che in meno dei cinque minuti concessi da Pilar per l'efficacia del fascino del padre, eravamo all'interno dei recinti proibiti, accompagnati da un custode mansueto come un agnello.

Era da lui che dovevamo apprendere ciò che desideravamo sapere; ma sarebbe stato imprudente tradire una prematura sete di informazioni su qualsiasi argomento che non fosse la storia o le bellezze dell'Alcázar. Facendo qualche domanda di tanto in tanto alla nostra guida, abbiamo vagato da patio a patio, da stanza a stanza di quella meravigliosa dimora reale un tempo chiamata "la casa di Cesare". Molti urti violenti e vicissitudini aveva subito quando i Goti lottarono per essa contro i Romani, quando i Mori la strapparono ai Cristiani, quando i Cristiani la riconquistarono e si comportarono entro le sue mura ingioiellate in modi indegni della loro fede e della vantata cavalleria; eppure le bellezze che Pietro il Crudele ripristinò in ammirata imitazione dell'Alhambra brillavano ancora con splendore immutato, sotto il sole di questo pomeriggio del ventesimo secolo.

Se non fossi stato preoccupato dalle mie ansie private ed estremamente moderne, avrei lasciato che l'immaginazione operasse l'incantesimo che desiderava operare, rendendomi un umile personaggio che scivola come un'ombra, ma sempre attento, attraverso una storia dopo l'altra delle "Mille e una notte". Proprio in un palazzo come questo i Sette Calendari avevano perso ciascuno un occhio; dietro uno qualsiasi di questi archi traforati si sarebbe potuto incontrare un re, metà uomo e metà marmo nero come l'ebano. Il più cavilloso dei geni non avrebbe trovato nulla da ridire sulla Sala degli Ambasciatori, se non per l'assenza dell'uovo del roc; e nonostante la mia impazienza, il leggendario incanto del luogo mi ha presto soggiogato.

Scheherazade, mi sono detto, non avrebbe potuto inventare racconti capaci di superare in interesse avvincente le scene che si erano svolte qui. Il dramma della vedova Egilona e del suo affascinante principe moro, rovinato dal suo amore; la tragedia di Abu Said, messo a morte da Pietro per amore del suo "bel rubino, grande quanto una palla da racchetta", e il tesoro di gemme per cui gli uomini ancora cercano segretamente in angoli nascosti dell'Alcázar; l'omicidio del giovane Maestro di Santiago, giunto da Pietro come ospite d'onore; la storia d'amore di Maria de Padilla, il cui spirito, sussurrava il guardiano, poteva essere visto ancora oggi scivolare al chiaro di luna e nell'ombra lungo i suoi viali preferiti del giardino, o trascinare vesti bianche attraverso stanze che erano state sue.

"Forse, visto che la luna è piena, Maria apparirà stanotte nel giardino al Duca di Carmona e ai suoi ospiti", ha detto Pilar; e ho capito da questo preambolo che la nostra prova era finita.

L'accompagnatore ha riso. "Forse", ha risposto; "ma credo che ci sarà troppa confusione per i suoi gusti. Il Duca ha ingaggiato una troupe di ballerini e chitarristi per intrattenere i suoi amici."

"Senza dubbio il Re Don Pietro usava divertire i suoi nello stesso modo", ha osservato il Cherubino, "impiegando forse i precursori di Ramiro Olivero e della sua scuola."

"È proprio Ramiro Olivero che si esibisce stasera", ha detto l'accompagnatore, facendo il nostro gioco.

"Certo! È lui il favorito in queste faccende", ha assentito il Cherubino. "Dovrebbe essere un bell'intrattenimento, e interessante per gli ospiti inglesi del Duca. Sarà da qualche parte nei giardini?"

"Nel giardino inferiore del chiosco moresco", è stata la risposta ignara.

Pilar mi ha guardato, e i suoi occhi dicevano: "La chiave che volevi è nelle tue mani."

XXVII

CHIARO DI LUNA NEL GIARDINO

Quando il Cherubino morirà e sarà riunito ai suoi padri irlandesi e spagnoli (lontano sia quel giorno!), non conoscerà un momento felice in Paradiso a meno che non stia facendo qualcosa di ingenuamente gentile per qualcuno. È mia convinzione che dovrà essere fatto un angelo custode; e ho accennato a questa teoria quando mi ha portato a casa di Ramiro Olivero, ex-torero e attuale maestro di danza spagnola.

Gli altri aspettavano in auto, dato che, secondo il piano di battaglia del Cherubino, lui ed io avremmo dovuto far visita a Olivero da soli.

Abbiamo salito molte scale fino all'appartamento dove vive il celebre uomo e dove conduce la sua scuola di danza. È stato lui ad aprire la porta, ed è stato uno spettacolo degno di nota vedere i suoi tratti un po' duri e di mezza età distendersi in risposta ai mormorii cherubici.

Il Colonnello O’Donnel ricordava il Señor Olivero dai tempi in cui era un banderillero; oh, incomparabilmente il più brillante banderillero dei suoi tempi. Poi, in seguito, che trionfi come torero! Ah, quello era qualcosa che un vecchio ammiratore doveva ricordare. Non da rimpiangere, naturalmente, visto che il señor era un artista tanto grande nella sua professione attuale quanto in quell'altra, senza dubbio sacrificata agli affetti familiari.

Questo gentiluomo che lui (il Colonnello O’Donnel) si avventurava ora a presentare veniva dall'Inghilterra, in viaggio con un amico dagli Stati Uniti che scriveva articoli sulla Spagna per note testate. L'americano non parlava spagnolo, ma con il gentiluomo inglese era come con la lingua madre. Pertanto, era lui che più spesso assisteva alle cerimonie importanti e prendeva appunti perché il suo amico potesse elaborarli in articoli. Questo intrattenimento in cui il Señor Olivero assisteva il Duca di Carmona, per esempio; sarebbe stato tutto ciò che c'era di caratteristico nella Spagna, oltre che bellissimo. Se il señor avesse permesso al gentiluomo inglese di entrare nell'Alcázar come uno dei suoi chitarristi, si sarebbe potuto scrivere un articolo per i grandi giornali americani che non solo avrebbe dato lustro al giornalista, ma avrebbe ampiamente pubblicizzato l'abilità del Señor Olivero e dei suoi allievi.

Se ogni uomo ha il suo prezzo, non era dispregiativo per i suoi meriti che queste perle di adulazione fossero il prezzo che ha comprato Olivero. Non doveva essere pagato un centesimo per il favore. Quando la parola "denaro" è stata accennata, piuttosto che pronunciata, l'ex-eroe dell'arena ha scacciato l'idea con un gesto superbo. Ma sarebbe stato felice di vedere gli articoli quando fossero apparsi; e questo è stato promesso, poiché Dick doveva scriverli per i giornali trascurati che si supponeva rappresentasse.

In cambio della promessa (e dei complimenti), è stato stabilito che mi sarei presentato a casa sua verso le dieci (lo spettacolo era previsto per le 10:45), lì mi sarei vestito per la parte e mi sarebbe stata fornita una chitarra. Una volta dentro l'Alcázar non avrei avuto bisogno di suonare lo strumento; ma, ha detto Olivero, era bene che fossi in grado di farlo se richiesto. Il mio costume sarebbe stato una giacca corta da chulo e pantaloni grigi stretti sui fianchi e ampi sulle gambe, con una camicia dal colletto basso e non inamidato, e un sombrero de Cordoba grigio a tesa larga. Con questo cappello, ben calato sugli occhi, al chiaro di luna o anche sotto i sussulti spasmodici di fuoco colorato rosa e oro, il riconoscimento sarebbe stato impossibile a distanza; e avevo intenzione di mantenere le distanze da tutto il gruppo del Duca, con una sola eccezione.

Quando il piano è stato delineato, erano quasi le sette, ma gli O’Donnel insistevano ancora perché cenassi al Cortijo de Santa Rufina. La Gloria avrebbe divorato i sei chilometri di distanza in dieci minuti; avrei potuto fare il bagno e vestirmi prima delle 8:15, quando la cena sarebbe stata pronta (era stato inviato un telegramma alla servitù da Cordova), e riposato e rinfrescato, avrei potuto ripartire per Siviglia in auto alle nove e mezza.

Così abbiamo sfrecciato oltre il Guadalquivir, attraverso il ponte di Isabel Segunda, in quel sobborgo strano che diede i natali a Traiano e alla mia famiglia il loro nome; l'antica Trajana, ora Triana, città di vasai, picadores e zingari.

Ragazzi dal volto bruno giocavano a fare i toreri verso la nostra auto come se fosse il toro, i loro cappotti da muleta, i bastoni da banderillas, urlando e saltando agilmente di lato mentre il nemico correva verso di loro. Ragazze, belle come Carmen, ci lanciavano fiori, fissandoci audacemente negli occhi; e questo è stato il mio benvenuto nel luogo vicino al quale la Casa Triana era vissuta un tempo e si era considerata importante!

Avrei quasi potuto vedere le torri della vecchia casa — ora proprietà del Re — mentre tornavamo in aperta campagna; ma non ho parlato, né lo hanno fatto gli altri, sebbene il pensiero nella mia mente debba essere stato in quella di Pilar e del Colonnello O’Donnel.

Altri otto chilometri, attraverso il crepuscolo calante e i dolci profumi della campagna, e abbiamo svoltato dalla strada principale in un'altra, bianca e scintillante come un sentiero di neve nel crepuscolo opale. Poi, in una vasta piantagione di ulivi, che spruzzavano argento su un terreno rossastro dove brillavano vasche di irrigazione e mulini, siamo giunti a un grande e irregolare gruppo di edifici bianchi raggruppati insieme, resi un tutt'uno da un alto muro con un campanile aperto a un angolo.

"Eccoci a casa!" ha esclamato il Cherubino con un sospiro di soddisfazione, mentre toccava delicatamente la spalla di Ropes. "Benvenuti, cari amici, al Cortijo de Santa Rufina. Esso, e tutto ciò che si trova tra le sue mura, è a vostra disposizione."

Siamo entrati attraverso un ampio cancello nel muro esterno, dove c'è stato un clamore di saluti da parte del fattore, di molti servitori e di più cani, cani di tutte le razze, che hanno scelto Pilar per le loro dimostrazioni più sfrenate. In un secondo è scesa dall'auto, ed è stata quasi sommersa da un'ondata di turbolenza canina. Ridendo, stringendo le mani ai servitori, accarezzando o placando levrieri, collie, setter, retriever, non era mai sembrata così affascinante. Questa era la vera Pilar — Pilar a casa; la Pilar che sarebbe stato quasi impossibile sradicare da tali legami. Ancora una volta, povero Dick! E ora non cercava più di nascondere l'amorosa ammirazione nei suoi occhi. Credo che avrebbe persino fatto del suo meglio per accarezzare un paio di tori selvaggi di sua conoscenza, se fossero stati tra gli amici che le davano il benvenuto.

La Gloria ha rombato lontano verso le scuderie — l'unico garage del Cortijo — mentre venivamo invitati a passare attraverso il portico d'ingresso moresco e la cancela di ferro battuto in un patio circondato su tutti i lati da un porticato, coperto da tegole verdi e marroni. I pilastri di sostegno erano di mattoni rosa pallido, non di marmo, e anche il pavimento era di mattoni, intervallato da un motivo di piccole piastrelle blu. Ma le piastrelle erano antiche e belle; da una vasca di pietra scolpita al centro della corte scaturiva il fusto cristallino e alto di una fontana, che sbocciava in diamanti; gigli bianchi, azalee rosa e ortensie verde pallido fiorivano in enormi vasi bianchi, blu e gialli di Triana, delle stesse bellissime forme create prima che Santa Justa e Santa Rufina sapessero di essere sante e si impegnassero a impedire alla Giralda di crollare.

Le finestre che portavano alle stanze che circondavano il patio erano grandi quanto porte, ed erano tutte ospitalmente aperte, offrendo attraverso tende sottili scorci di mobili antichi accuratamente raggruppati per compiacere il gusto delicato di una donna. Di nuovo Pilar — sempre Pilar! Qui c'erano i suoi lari e penati; ed era una dea tra dei domestici minori. Sapevo che sarebbe stato più sicuro per Dick dire un frettoloso addio sulla soglia; ma sapevo anche che nessuna forza al mondo avrebbe potuto costringerlo a farlo.

"Questa è solo una fattoria, sapete", ha detto la ragazza, con umiltà, mentre le fossette le comparivano sulle guance per l'orgoglio della sua casa e di ciò che ne aveva fatto; "perché siamo solo contadini, vero, Papà?"

Le nostre stanze — di Dick e mia — non erano stracolme di mobili; ma c'erano due o tre oggetti per i quali un antiquario avrebbe impegnato la sua anima. Da un lato, le nostre finestre davano sul patio; dall'altro, guardavamo attraverso inferriate di ferro sopra ulivi e prati dove il grano era verde. Non c'era suono se non il tintinnio della pioggia della fontana, e di tanto in tanto la nota assonnata di un uccello, o il lontano muggito del bestiame — forse il fragoroso benvenuto di Vivillo, il toro marrone che era l'unico possedimento di Carmona ambito da Pilar.

I due servitori che servivano a cena erano raggianti nel rivedere il loro padrone e la loro padrona; e le loro occasionali occhiate furtive di interesse nella mia direzione mi facevano chiedere se non avessero ricevuto istruzioni misteriose su come rispondere a qualsiasi domanda riguardante me. Ma, qualunque fossero tali istruzioni, ero certo che sarebbero state lealmente eseguite; perché il Cherubino è un uomo che i servi obbedirebbero attraverso la tortura fino alla morte, se questi giorni fossero come quelli antichi.

Alle nove e mezza Ropes era pronto a riportarmi a Siviglia. Siamo arrivati prima del necessario; e avendo preso appuntamento per incontrarci in un hotel tranquillo, dove Ropes mi avrebbe aspettato dalle undici e mezza fino alle dodici e mezza, ho deciso di passare davanti alla casa di Carmona e fare una ricognizione.

Sapevo dove trovarla, nella Calle de las Dueñas; ma se avevo sperato di intravedere qualcosa all'interno, come in un palazzo londinese o parigino, sono rimasto deluso. Un tempo palazzo moresco, mostrava un aspetto chiuso e riservato verso la strada stretta. Ma sapevo, perché avevo letto, che all'interno c'erano sei cortili, novanta colonne di marmo, una mezza dozzina di fontane, un giardino di aranci e magnolie, con siepi di mirto potate per rappresentare lo stemma ducale; che vi erano vasti tesori di statue, quadri di Velasquez, Murillo e Alonso Cano; armature placcate d'oro; arazzi dei Paesi Bassi che non avrebbero avuto nulla da invidiare a quelli del Palazzo Reale di Madrid.

Sapevo che questi splendori avrebbero assunto grande importanza agli occhi di Lady Vale-Avon, e avrebbero potuto contare qualcosa anche per Monica, che confessava un amore per tutte le cose belle. Ho pensato ai famosi gioielli di Carmona, che sarebbero appartenuti alla moglie del Duca, finché fosse vissuta, come erano appartenuti a generazioni di Duchesse. Soprattutto, ho pensato all'incomparabile perla Blanca Laguna e alle sue luccicanti damigelle d'onore, che, a quest'ora forse, erano state mostrate a Monica. C'erano poche ragazze in Spagna, o nel mondo, ricordavo di aver sentito dire da mia madre, che avrebbero potuto resistere a quella perla come sposa. E ora veniva offerta a Monica, una ragazza senza un soldo di diciotto anni, la cui bellezza costituiva la sua sola dote.

Lì, dietro la fredda riserva di quelle mura bianche con le porte chiuse borchiate d'ottone e le finestre sbarrate, lei veniva festeggiata dal Duca, cenando su piatti d'oro, in una stanza tappezzata profumata di fiori d'arancio. Potevo vedere le immagini. Potevo vedere lo sguardo negli occhi di Carmona mentre si voltavano verso di lei, dicendo: "tutto questo è tuo se lo vorrai". E gli occhi di Carmona erano occhi belli; dovevo ammetterlo, in tutta giustizia.

Sarebbe rimasta fedele a me — fedele a un uomo senza palazzi, senza terre, senza perle dal valore inestimabile, e con solo la metà delle centinaia di sterline all'anno rispetto alle migliaia del suo altro pretendente? Sarebbe stata in grado di resistere a sua madre, ora che quella madre aveva visto con i propri occhi quanto ci fosse per cui lottare e vincere?

La domanda sarebbe arrivata. Ma con essa è arrivata una visione di Monica stessa, pura e dolce quanto bella, leale e amorevole quanto incantevole. E mi sono detto: "Sì, lei sarà fedele."

È stato con il chiaro risuonare di queste parole nella mia mente che ho voltato le spalle alla casa di Carmona.

Una volta entrato nell'Alcázar con la compagnia di ballerini e chitarristi di Olivero, ero libero di fare ciò che volevo. E volli fuggire dai miei compagni ridenti e chiacchieroni prima dell'arrivo del Duca e dei suoi ospiti, e delle luminarie in loro onore. Non c’era posto migliore per attendere e spiare l’opportunità che cercavo, del chiosco in stile finto-moresco in fondo al giardino inferiore. Da lì potevo vedere senza essere visto; e nel momento in cui si fosse presentata una possibilità, sarei stato pronto a coglierla.

Era ancora presto, ma Olivero non perse tempo a schierare il suo piccolo esercito, affinché potessero fare bella figura come tableau vivant all’arrivo dei grandi personaggi. Fece sedere i suoi sei uomini con le chitarre, i sombreros inclinati con precisione millimetrica sulle teste nere e lucide, e su una fila di sedie davanti, sei giovani donne in abito nero con mantiglie di pizzo nero, i nastri rossi e gialli delle loro nacchere già tra le mani. Poi, a intervalli, raggruppò i ballerini, giovani uomini e ragazze graziose, accuratamente vestiti con i costumi di diverse province, creando un bouquet di colori vivaci alla luce di alcune lampade nascoste che integravano lo splendore argenteo della luna, ormai quasi allo zenit.

I minuti passavano. I ballerini parlavano con toni sommessi che a stento disturbavano gli usignoli. Una brezza faceva stormire le foglie croccanti degli aranci e le siepi di mirto; lontano, la voce del guardiano annunciava l’ora delle undici, riecheggiata dai rintocchi delle campane di una chiesa; e l’ultimo rintocco non era ancora risuonato quando vi fu un’esplosione di voci allegre in un viale lontano. Carmona e i suoi amici erano arrivati — in ritardo, naturalmente, altrimenti non sarebbero stati andalusi; e improvvisamente, come a un segnale, i giardini vibrarono di una luce color rosa. Nel bagliore rosato vidi Monica, snella e candida come un giglio, in un abito bianco scintillante d’argento; ma ebbi solo il tempo di vedere che camminava accanto a Carmona, quando la fiamma rosa si spense e lasciò il giardino puro e tranquillo sotto la luna.

Per un istante la luce soffusa sembrò oscurità, e persi la figura bianca. Quando balzò di nuovo ai miei occhi in un vivido lampo smeraldo, mentre tutte le fontane nascoste lungo i vialetti del giardino zampillavano gioielli, altri erano raggruppati attorno ad essa; solo la corona d’oro di capelli ondulati brillava limpida come una stella per me, tra le ciocche e le trecce scure delle altre donne.

Vecchie sedie d’ebano con cuscini di velluto cremisi e lo stemma dei Carmona in oro massiccio erano state inviate all’Alcázar dalla casa del Duca per il ricevimento. Il gruppo si sedette e le danze iniziarono, al suono della musica flamenca delle chitarre e al ticchettio delle nacchere; il fandango, il bolero, la malagueña, la chaquera vella; tutte le danze classiche dell’antica Spagna, e ognuna una variante sul tema dell’amore, la donna ritrosa, che si ritrae con civetteria; l’uomo che persuade o esige, la donna che infine cede in un abbandono appassionato.

Nel mezzo di una sevillana uscii dalle ombre del chiosco e camminai senza far rumore di sassolini o rami spezzati, lungo un sentiero che la luna non aveva ancora trovato.

Gli schienali alti delle sedie d’ebano erano rivolti verso di me. Non potevo nemmeno vedere le teste delle persone che vi sedevano; ma li avevo guardati prendere posto e sapevo che la sedia di Monica era quella esterna, all’estremità destra.

Tutti erano assorti nell’osservare la danza. Mentre si avvicinava al suo tempestoso climax di gioia e amore, mi spostai nell’ombra profonda di una magnolia, vicino a Monica — così vicino che, allungando una mano da dietro il tronco rotondo che mi nascondeva, le sfiorai la mano.

Con un sussulto, lei alzò lo sguardo, forse aspettandosi di scoprire che la brezza aveva spinto un ramo di rose tra le sue dita. Invece, vide il mio volto; poiché mi ero tolto il sombrero grigio a tesa larga e avevo scoperto il capo davanti a lei.

Per un secondo mi guardò dritto negli occhi, come se dubitasse di vedere bene. Poi, accadde una cosa incredibile. I suoi occhi divennero freddi come il vetro. Le sue labbra si contrassero in una linea che non avrei mai immaginato le loro morbide curve potessero assumere. La sua giovinezza e la sua bellezza si gelarono sotto il mio sguardo. Con un altero sollevamento delle sopracciglia e un movimento indescrivibile della spalla che non poteva significare altro che sprezzante indifferenza, si voltò dall’altra parte come impaziente per essersi persa un gesto dei ballerini.

Stupefatto, feci un passo indietro; e così vasto era l’abisso del mio stupore che vi naufragai confuso, incapace persino di soffrire.

Poi giunse una fitta di tale dolore e rabbia come non ne avevo mai conosciute — rabbia non contro la ragazza, ma contro Carmona; e il coltello che mi trafiggeva era intriso del veleno della gelosia. Il mio impulso fu quello di balzare fuori dall’ombra e strangolarlo. Le mie mani fremevano per il suo collo e, attraverso il rimbombo del sangue nelle orecchie, potevo sentire lo scricchiolio che la sua spina dorsale avrebbe fatto mentre la torcevo. Per quell’istante fui un folle. Poi, qualcosa che era me stesso ebbe il sopravvento.

L’orrore per la cosa selvaggia appena nata in me traboccò in un’ondata gelida che la spazzò via, annegandola, fuori dalla mia anima. Ma mai più, finché vivrò, condannerò un uomo che ne uccide un altro in un cieco momento di rabbia.

Anche quando il velo rosso scomparve dai miei occhi, non potei fidarmi di me stesso per restare lì, a guardare Carmona mentre sorrideva e gratificava i ballerini battendo le mani. Mi voltai, non fermandomi finché non ebbi raggiunto il chiosco.

Lì mi sedetti, i gomiti sulle ginocchia, la testa tra le mani, cercando di analizzare quello sguardo sul volto di Monica, cercando di dirmi che dovevo averlo interpretato male — che un’espressione come quella che immaginavo non avrebbe potuto essere rivolta a me.

Forse, poiché ero apparso improvvisamente dietro un velo di luce lunare tremolante e ombre, lei non aveva capito chi fossi. Mi aveva scambiato per uno sconosciuto impertinente e, piuttosto che dare l’allarme, aveva sperato che un’occhiata accigliata potesse liberarla dall’intruso. Poi, me n’ero andato senza darle una seconda possibilità di riconoscermi.

Dopo alcuni minuti di tali riflessioni, quasi mi convinsi di essere stato uno sciocco e di essere interamente responsabile di ciò che soffrivo. Almeno, mi dissi, le dovevo la certezza che quello sguardo fosse per me, e l’incertezza doveva finire quella notte. Avrei saputo, anche se l’avessi costretta a rispondermi sotto gli occhi di Carmona e degli altri.

Ma un momento dopo vidi che non c’era bisogno di spingersi a tali estremi.

La prima parte della danza era finita; il Duca e i suoi ospiti stavano passeggiando per i giardini durante l’intervallo. Stavano venendo verso di me — venendo verso il chiosco. Mentre avanzavano, mi ritrassi nell’ombra. Lasciai che il gruppo si soffermasse al chiosco, ad ammirare i bellissimi azulejos; li lasciai proseguire; poi, mentre Monica si attardava volutamente dietro gli altri, abbattuta ed evidentemente triste, mi misi davanti a lei.

“Monica,” dissi, “cos’è successo? Tu…”

La ragazza scattò con la testa, e sebbene ci fosse un luccichio di lacrime nei suoi occhi e il suo viso fosse bianco sotto la luna, mi sfidò con lo sguardo. “Non mi parli,” disse. “Non desidero mai più vederla. Sto per sposare il Duca di Carmona.”

XXVIII

LASCIA PARLARE IL TUO CUORE

Gli uomini non si uccidono per cose simili. Gli sciocchi, o i codardi, o i bambini possono farlo; ma non gli uomini degni di questo nome. Eppure non c’era più gioia di vivere in me, mentre uscivo dal giardino dell’Alcázar, dopo aver avuto la mia risposta.

L’amore non può morire in un’ora, e amavo ancora Monica, sebbene dicessi che non era la ragazza alla quale avevo dedicato la mia anima in adorazione.

Lei mi aveva lasciato seguirla, solo per dire infine: “Non desidero mai più vederla. Sto per sposare il Duca di Carmona.”

Dopo tutto, si era dimostrata una figlia docile. Aveva visto come può essere la casa di un grande di Spagna. Aveva visto la perla Blanca Laguna. Povera bambina di diciotto anni, cresciuta conoscendo la povertà e detestandola; dovevo forse lasciare che il mio amore si trasformasse in odio perché non era un angelo, ma una donna come le altre?

Una pietà disperata e un senso di perdita senza speranza pesavano sul mio spirito con una gravità che non avevo mai conosciuto. Non solo avevo perso la ragazza che amavo, ma quella ragazza non esisteva; era un sogno, e io mi ero svegliato. Tutto qui; ma sembrava la fine di ogni cosa.

Il mio compito in Spagna era terminato, o meglio, bruscamente interrotto. Non aveva più bisogno di me. Prima me ne fossi andato dalla sua vita, lasciandole dimenticare quella che ora doveva sembrarle una follia infantile, meglio sarebbe stato. Avrei dovuto saperlo — era così giovane; e mi aveva avvertito del disastro quando disse: “Non mi lasci sola.”

Andai nell’appartamento di Olivero e mi cambiai d’abito; poi all’hotel dove Ropes e l’auto stavano aspettando. Per la prima volta da quando eravamo arrivati in Spagna, guidai “come un demonio”, diceva il volto sorpreso di Ropes, sebbene la sua lingua fosse discreta; e la corsa sfrenata nell’aria era vino per labbra assetate.

Al Cortijo de Santa Rufina erano tutti seduti nel patio inondato di luce lunare, la grande tenda che offriva ombra di giorno, completamente riavvolta.

“Vede,” esclamò Pilar, “siamo rimasti svegli per lei. Ebbene, com’è andata?”

Mi sentii ridere. Non era una risata piacevole, ma fui felice di pensare che suonasse come una qualunque. “Oh, è andata esattamente come avrei dovuto aspettarmi,” dissi, sapendo che era inutile nascondere la mia umiliazione, sebbene potessi nascondere la mia miseria. “E di conseguenza, la mia auto ed io ce ne andremo, domani. Quanto a Dick, faccia come vuole; ma gli consiglio, visto che è qui, di restare per la Semana Santa.”

“Cosa intende?” chiese Pilar, quasi lasciando cadere la chitarra su cui stava suonando. “Ha… Lady Monica ha promesso di venire con lei… domani?”

“Niente affatto,” dissi. “Ma ciò che ha promesso a un altro uomo rende meglio che io parta. È fidanzata con Carmona.”

“Non ci credo,” gridò Pilar.

“Non ci crederei neanch’io, se me lo avesse detto chiunque altro che non fosse lei stessa.”

“L’ha detto lei?”

“Esattamente con queste parole. Ha detto anche che non vuole più vedermi.”

“Oh… oh!” mormorò Pilar. “Ringrazi il cielo per questo. Mi aveva spaventato terribilmente — solo per un momento.”

Fissai lo sguardo su di lei. “E adesso…”

“Adesso so che c’è un errore — terribile, ma non troppo terribile da non poter essere chiarito.”

Risi di nuovo, con l’amarezza che provavo in quel momento. “Idea straordinaria! Perché dice che non vuole vedermi, allora c’è un errore…”

“Certo. Non sarà così freddo, così sleale, così… così stupido da crederle? Ma mi racconti subito tutto, nei minimi dettagli; ogni parola; ogni sguardo.”

“Facile a dirsi,” risposi, “se non vi annoia. Ce ne sono stati ben pochi, ma quel che c’era non lasciava nulla all’immaginazione.”

“Immaginazione, davvero!” esclamò Pilar. “Ma continui.”

Così continuai, e lei ascoltò fino alla fine senza interrompere, così come gli altri due, che erano solo uomini e quindi non avevano commenti da fare su tali questioni.

Mentre raccontavo la misera storia con le parole più brevi e asciutte possibili, Pilar sedeva con gli occhi seri, le labbra tese come Porzia nel tribunale prima del suo turno di difendere. Quando ebbi finito, rimase in silenzio per un momento, pensai perché, dopo tutto, si trovava a non avere nulla da dire. Ma, quando suo padre nella sua compassione stava per iniziare un qualche mormorio di consolazione, lei esclamò rapidamente: “Suppongo che sia fidanzata con il Duca, altrimenti non l’avrebbe detto.”

“Non c’è molto da dubitare,” assenti.

“Né alcun dubbio sui suoi veri sentimenti. Povera ragazzina, so che vorrebbe morire stasera. Quei demoni! Sì, lo dirò, papà. Sarò perdonata, perché loro lo sono. Le hanno raccontato qualche orribile bugia e l’hanno resa così disperata da essere pronta a fare qualsiasi cosa. Perché, mi è appena venuto in mente; c’è solo una cosa che spingerebbe una ragazza che ama un uomo a fare ciò che ha fatto.”

“Cosa?” interruppi, senza fiato; poiché il fuoco di Pilar era divampato nel mio sangue ora, e attesi la sua risposta come un uomo attende un antidoto al veleno.

“Credere che lui sia innamorato di un’altra.”

“Come potrebbe crederlo? Chi c’è…” mi fermai. I miei occhi incontrarono quelli di Pilar, ed essa arrossì, balbettando mentre proseguiva coraggiosamente. “La più grande assurdità, naturalmente. Ma… ma… oh, non ricorda come appariva quella sera a Manzanares quando l’abbiamo vista l’ultima volta? Così malinconica, come se avesse qualcosa in mente che non doveva dire? L’ho sorpresa a guardarmi una o due volte come se si stesse chiedendo… devono aver iniziato, già allora, a turbarle la mente, povera, sola creatura; ma il peggio non era ancora accaduto; era solo un po’ dubbiosa. Se avesse potuto parlarle, o se io…”

“Ho scritto,” dissi, “sebbene abbia sempre temuto che qualcosa fosse andato storto con quella lettera.”

“Ah!” Pilar colse la palla al balzo e volle l’intera storia con ogni dettaglio. Mi ritrovai persino a confessare il mio vecchio presentimento, l’idea che Monica mi stesse chiamando per aiutarla.

“Credo che fosse così, chiamando e pregando. Naturalmente non ha mai ricevuto la lettera. Cosa c’era scritto? Se non le dispiace che glielo chieda.”

“Ho scritto che sembrava avvicinarsi una crisi, e che doveva decidersi a lasciarsi portare via da me.”

“Una splendida lettera da far cadere nelle mani di sua madre. Ha firmato col suo vero nome?”

“Nessun nome. Ho scritto di fretta, e…”

“Meno male. Ma anche se lo avesse fatto, Lady Vale-Avon non avrebbe potuto mostrare una tale lettera al Duca, è troppo spagnolo — troppo moresco, dovrei dire. Non avrebbe osato, visto che lo vuole come genero.”

“Mi è venuto in mente.”

“Ma non ci sono molte altre cose che non oserebbe fare, per liberarsi di un pericolo come lei. Se ha ricevuto la lettera — e sono certa che l’abbia fatto — c’era la sua calligrafia in suo potere. Supponendo che lei…”

“So cosa le passa per la testa. Ma non credo che certe cose si facciano — fuori dai romanzi.”

“Oh, davvero? Quando le persone sono abbastanza astute? Conosco un caso personalmente. E la vita della ragazza fu rovinata. Quella di Lady Monica non lo sarà, se posso evitarlo.”

“Sta dando molto per scontato,” dissi. Ma mi sentivo come se lo splendore del paradiso si stesse riversando su di me, invece del pensieroso chiarore lunare.

“Il suo cuore non le dice che ho ragione?” gridò Pilar.

“Sì!” risposi. “Sì, mio buon angelo, lo dice.”

XXIX

IL GIARDINO DEI GIGLI FIAMMEGGIANTI

La voce di una domestica che cantava una copla mi svegliò presto al mattino, dopo un’ora o due di sonno.

El amor y la naranja se parecen infinito; Que por muy dulces que sean de agrio tienen su poquito.(1)

Sì, sempre un po’ amaro, dissi a me stesso. Ma se per me dovesse esserci, dopo tutto, un po’ di dolcezza?

Ieri sera prima di separarci, il Cherub, Dick ed io avevamo discusso la faccenda da ogni punto di vista. Ero fin troppo grato di seguire il consiglio di una ragazza a favore di un’altra, e di dare a Monica il beneficio di quel dubbio che all’inizio non era sembrato ammissibile. Ma anche Pilar confessò che il fidanzamento di Monica con Carmona rendeva la nostra parte cento volte più difficile.

Qualunque fosse stato il suo movente — vendetta nei miei confronti per la presunta slealtà, timore di sua madre, o ambizione risvegliata — aveva in ogni caso acconsentito a sposarlo, e Pilar suggerì che gli inviti a cena fossero stati inviati come scusa per un annuncio pubblico, che l’avrebbe legata più fermamente alla sua promessa. La notizia avrebbe fatto il giro di Siviglia in ventiquattr’ore; quando il Re fosse arrivato martedì, Carmona certamente non avrebbe perso tempo a dirglielo; Lady Vale-Avon non avrebbe aspettato che Monica scrivesse alla Principessa, ma probabilmente avrebbe mandato un telegramma; e non importa quali potessero essere le mie ansie personali, per il bene di Monica non dovevo fare nulla apertamente. Quanto allo sfidare Carmona affinché usasse la sua conoscenza del mio vero nome, e sfidarlo a duello, non se ne doveva nemmeno parlare. Il buon nome di Monica non sopravviverebbe mai a uno scandalo simile, specialmente in Spagna, dove la reputazione di una ragazza è facile da rovinare quanto la polvere sulle ali di una farfalla.

Ma, come diceva il Cherub, ci sono molte strade che portano al centro del mondo. Aveva appreso al suo club che il Duca aveva prestato il suo palco nella tribuna a un amico, per le processioni che lui e la sua famiglia non si curavano di vedere. Quell’amico era un membro del club, e tramite lui il Cherub aveva scoperto che il palco in questione era accanto a quello reale che sarebbe stato occupato dal Re, dall’Infanta Doña María Teresa e da suo marito. Immediatamente dopo aver fatto questa scoperta, il Cherub aveva iniziato a muovere mari e monti per ottenere un palco per sé, dietro, davanti o di lato a quello di Carmona. Non sapeva ancora se ci sarebbe riuscito, perché le cose in Spagna non si fanno in un momento. Naturalmente tutti i palchi erano già prenotati per l’intera settimana da membri dell’aristocrazia e altre persone importanti a Siviglia; ma, d’altronde, il Cherub aveva amici e conoscenti in ogni classe sociale. Se si fosse trattato di denaro, il denaro non sarebbe stato risparmiato; se si fosse trattato di un favore in cambio di un altro, quel favore sarebbe stato concesso. C’era speranza che la cosa potesse essere organizzata; e una volta che Pilar fosse entrata a portata di voce di Monica, nient’altro che una morte improvvisa avrebbe potuto impedirle di dire alla ragazza la verità, giurando su tutti i santi che era stata ingannata con il solo scopo di separarla da me. Se si fosse potuto far credere questo a Monica, lei avrebbe avuto il coraggio di essere fedele nonostante tutto; e allora sarebbe spettato a me salvarla dal mantenere l’impegno in cui era stata attirata con l’inganno.

Per quanto riguarda il mio andare a casa di Carmona e cercare di vedere Monica, un piano del genere sembrava inutile, dato che certamente non mi sarebbe stato permesso di avvicinarmi a lei. Pertanto dovevo attendere con la pazienza che potevo, e lasciare che i miei amici mi aiutassero nei modi sottili favoriti in Spagna.

Ora, la Domenica delle Palme era sorta cristallina; ma Pilar aveva spiegato che nessuno occupava i palchi e le sedie per vedere la processione delle palme al mattino; che, sebbene fosse bello da vedere, non era uno dei grandi spettacoli; e, siccome bisognava aspettare presto fuori dalla cattedrale, era improbabile che qualcuno della casa di Carmona fosse lì. Tuttavia c’era la possibilità, e non potevo permettermi di perderla; così gli O’Donnel si offrirono di venire con me a Siviglia, Dick, naturalmente, faceva parte del gruppo.

Di conseguenza, tutti al Cortijo erano in fermento entro le sei; e prima delle sette Dick ed io eravamo nel patio, giusto in tempo per salutare Pilar assolutamente affascinante con la mantiglia.

Era vestita come una donna spagnola dell’alta società dovrebbe essere vestita la Domenica delle Palme; e sebbene la seta broccata nera, aderente e ricca, che indossava sarebbe sembrata, in qualsiasi altro paese, un costume non per una giovinezza ma per la mezza età, le stava meravigliosamente. Il suo viso dalla pelle chiara, a forma di cuore, con i grandi occhi dolci e le labbra rosse, era bellissimo nella nuvolosa cornice di pizzo nero; e i suoi capelli raccolti, di un marrone così scuro da sembrare nero, tranne quando la luce del sole ne bruniva fili d’oro nelle masse, sembravano rossicci come le foglie di un faggio che brillano attraverso il pizzo figurato.

“Per Giove!” esclamò Dick, balzando in piedi quando la vide. Nient’altro che questo; ma Pilar era abbastanza donna da comprendere il valore del complimento; e sorrise, picchiettando la balza della sua mantiglia in pieghe ancora più graziose sul suo petto.

“Ti sembro graziosa così?” chiese. “Sono orgogliosa della mia mantiglia, sai. Mi è arrivata dalla mia bisnonna, come tutte le migliori arrivano alle ragazze spagnole; e ho due incantevoli mantiglie bianche che indosso nei giorni di grande festa, quando voglio essere molto bella.”

“Alle corride?” chiese Dick, con gli occhi che la adoravano in un modo di cui avrebbe riso, se si fosse trattato di un altro uomo, solo poche settimane prima.

“Io non vado alle corride,” disse Pilar. “Amo così tanto i poveri tori e i cavalli, che mi renderebbe triste vederli morire. Anche se, fossi un toro, sceglierei per me stessa una morte coraggiosa nell’arena, dopo una vita di cinque anni gloriosi, piuttosto che il mattatoio, o un’esistenza stancante di lavoro finché la vecchiaia o lo sforzo eccessivo non mi avessero finito. Ma faccio un giro nel paseo nei giorni di corrida, e per la feria. Ay de mi! Una ragazza in Spagna ha poche altre occasioni per rendersi carina agli occhi del mondo, a meno che non viva a Madrid; e se non fosse per le corride, suppongo che molte ragazze non troverebbero mai marito. Ma, grazie alla Madonna, non devo cercarne uno.”

Intendeva forse che ci fosse qualche accordo con Don Cipriano?

Sapevo che questo era il pensiero che balenò nella mente di Dick. E se Pilar era stata desiderabile nei giorni dell’automobilismo, era irresistibile a casa.

Prima delle otto la Gloria era ai cancelli e venti minuti dopo eravamo a piedi nella strada del Gran Capitán, mescolati alla folla che attendeva che la prima processione della Semana Santa uscisse dalle porte della cattedrale. Ma la folla non era fitta, e il volto che speravo di vedere non era lì. “Ci vorrà un bel po’ prima che succeda qualcosa,” disse il Cherubino. “Qui, quando una cosa dovrebbe essere alle otto, è alle nove, o forse alle nove e mezza. Cosa importa un po’ di tempo? Ma si sta celebrando la messa. Chi sa che la vecchia Duchessa non possa aver avuto un accesso di fervore religioso, ed essere venuta ad ascoltarla, portando le sue amiche?”

Non servì altro per rendermi ansioso di entrare; e varcammo la soglia della cattedrale, che è, a mio parere, la più bella, ispiratrice e poetica del mondo.

I due O’Donnel svanirono nella penombra, misteriosi come il crepuscolo degli dei, e intuimmo che stessero andando ad ascoltare la messa. Presto ci ritrovarono. Non avevano visto coloro che cercavamo; ma la processione stava iniziando.

Ci affrettammo ad uscire prima di essa, e non troppo presto, poiché essa ondeggiò fuori dopo di noi in un luccichio di paramenti d’oro e porpora, e alti rami di palma sbiancati come fasci di luce lunare che scorrevano contro l’azzurro del cielo del mattino.

“Non sono qui,” disse Pilar, quando l’ultimo crocifisso scintillante e la palma ondeggiante, benedetta dal vescovo, furono scomparsi. “Ero sicura che non sarebbero venuti. E—sembra davvero brutto deluderti—ma temo che non saranno nel loro palco questo pomeriggio. Oh, noi ci andremo, naturalmente! Ma quello sarà il momento in cui il Duca presterà il suo palco al Conde de Ambulato. Giovedì sarà il grande giorno, quando il Re sarà nel palco reale, e camminerà con la sua cofradia dei fabbricanti di sigarette davanti a Nostra Signora della Vittoria. Sai quanto il Duca sia ansioso di riconquistare il favore della famiglia reale; e difficilmente riterrà valga la pena di restare seduto per le ore di una processione a meno che non possa stare accanto al Re, con la possibilità di un invito nel suo palco.”

Questo era scoraggiante; tuttavia, decisi di essere tra la folla durante il pomeriggio; e sapevo bene che, sebbene lo splendido spettacolo della Semana Santa fosse una vecchia storia per gli O’Donnel, non mi avrebbero abbandonato per un istante.

Dick comprò vergognosamente da uno dei tanti venditori un bracciata di palme benedette affinché Pilar le legasse sotto le finestre della casa, come protezione contro la furia dei temporali per tutto l’anno a venire; e guidammo verso la campagna con le grandi fronde scintillanti che soffiavano dietro l’automobile come piume giganti.

Passai ore a scrivere, strappare e riscrivere una lettera per Monica che Pilar avrebbe dovuto tentare di consegnare se avesse potuto, e quando ne avesse avuto l’occasione. Pranzammo e facemmo del nostro meglio per conversare in modo spensierato, come se non fossimo ansiosi ed eccitati—Dick ed io per i nostri motivi egoistici; gli altri due per solidarietà. Parlammo di Siviglia, passata e presente—un tempo “Sultana del Sud”, ancora bella e allegra, sebbene il suo regno sia finito. “Siamo molto felici anche ora, tra noi, noi Sevillanos,” disse il Cherubino. “Dovreste vedere una tertulia, se volete sapere come le famiglie possano divertirsi insieme. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Gli inglesi e gli americani—ce ne sono pochi—ci accusano di essere asociali. Dicono che non diamo mai inviti per pranzi e cene come fanno le persone di altri paesi; che si scambiano poche visite, e questo è tutto, in un rapporto, magari, di molti anni.”

“Oh, so cosa dicono!” rise Pilar. “Ho sentito una ragazza americana descrivere a un’amica le famiglie che conosceva a Siviglia. ‘Vai a fare una visita,’ diceva; ‘e se le signore sono in casa (non lo saranno se possono evitarlo), ti fanno entrare in un salotto chiuso che odora di stantio. Davanti al camino, se ce n’è uno, o altrimenti al braciere, è accostato un duro divano di raso giallo o rosso, con una poltrona su ogni lato. Tutto il resto dei mobili è disposto in fila lungo la parete. È pomeriggio, ma aspetti che le signore si vestano, perché se sono in casa staranno sicuramente in vestaglia, a meno che non sia così tardi che la loro carrozza sia pronta per il paseo. Dopo che sei quasi addormentato, arrivano, e parli di tutte le cose poco interessanti che ti vengono in mente; mai di quelle interessanti, perché vengono tenute per i pettegolezzi degli amici intimi; e le ragazze ridacchiano e fissano come se fossi una curiosità, perché ti è permesso camminare per strada senza una cameriera.’ Questo è essere ‘socievoli’ a Siviglia, secondo la ragazza americana; e temo che abbia ragione dal punto di vista di uno straniero.”

Tutto questo, per divertirci; ma sfortunatamente era tutt’altro che divertente per Dick. Sedeva guardandosi dentro, e chiedendosi senza dubbio se Pilar intendesse suggerire che, per quanto riguardava la porta del suo cuore, gli stranieri avrebbero potuto risparmiarsi la fatica di bussare.

Vedendolo taciturno, come padrona di casa sentì il dovere di consolarlo, così, finito il pranzo, fu consegnato a tutti un invito per andare a visitare Vivillo, l’amato toro, con uno sguardo particolarmente seducente rivolto a Dick. Egli accettò con sospetta prontezza, e per compiacerla dissi di sì; mentre il Cherubino, che desiderava evidentemente una siesta, scrollò le spalle con deferenza. Sembrava che potessimo vedere il pascolo che era il salotto di Vivillo senza sconfinare nella terra di Carmona, sulla quale sarei stato riluttante a mettere piede, anche per Pilar; ma quando, dopo venti minuti di cammino attraverso i prati, arrivammo alla siepe che divideva la ganaderia del Duca dalla fattoria del Colonnello O’Donnel, Dick non volle accontentarsi di un’ispezione a distanza dei tori al pascolo. Pilar (spogliata della sua mantiglia, ma ancora nel broccato nero, pronta per il pomeriggio a Siviglia) stava per fare una visita amichevole al suo beniamino, e Dick era deciso a farsi presentare.

Pilar gridò gaiamente a un mandriano visibile in lontananza, e gioiosamente obbediente alla voce evidentemente familiare della ragazza, il giovane venne correndo verso di noi, garrocha in mano. Tra lui e la siepe che separava le due proprietà, c’era un fosso profondo che nessun toro, se non in uno stato di furia, avrebbe voluto saltare. Ma non lontano una lunga asse giaceva mezza nascosta nell’erba ricca, e il ganadero la trascinò più vicino, senza fare domande, come se sapesse già cosa ci si aspettasse da lui. Dopo averla spinta attraverso il fosso, per formare un ponte nel punto in cui la siepe era più rada, si tolse il cappello e diede il benvenuto a casa al grazioso señor e alla señorita. Vivillo, disse, stava bene, ma sarebbe stato meglio dopo aver visto la señorita, che era l’unico essere umano che avesse sembrato amare dal giorno della tienta che aveva dimostrato il suo coraggio.

Sì, era lì—il “vivace”, ben chiamato davvero!—al pascolo per il momento laggiù a sud-est. La señorita non riusciva a vedere il suo dorso bruno tra quelli grigi e neri, i più lontani? Ma non doveva far altro che chiamare. Vivillo conosceva la sua voce e avrebbe risposto ad essa come a nessun’altra. Era davvero un prodigio. Ed era vero che aveva iniziato a negoziare per il suo acquisto? Ah, era un peccato che un tale toro bravo non avesse avuto la sua occasione di combattere in qualche splendida corrida, dove i tori più nobili di Spagna devono incontrare i più abili degli espadas. Lui—Mateo—aveva spesso pensato che grande spettacolo sarebbe stato vedere Fuentes e Vivillo insieme. Ma—beh, meglio sprecare il miglior toro che abbia mai pascolato su questi prati, e compiacere la señorita. Per i suoi interessi era una buona cosa che il Señor Duque raramente o mai si prendesse il disturbo di venire a vedere los toros, perché se il suo occhio si fosse posato una volta su Vivillo non se ne sarebbe mai separato per nessuna somma, eccetto che per l’onore della corrida.

“Allora assicurati di non far avere al Duca alcun indizio!” rise Pilar, felice e impavida come un ragazzo, mentre si infilava attraverso la siepe e inciampava attraverso l’asse, seguita da Dick.

“È perfettamente al sicuro,” disse il Cherubino, in risposta a uno sguardo inquieto da parte mia. “È conosciuta laggiù quasi quanto i mandriani che accudiscono i tori fin dalla nascita; inoltre, ha una strana influenza sugli animali. Non ho mai visto nulla di simile in un altro essere umano, sebbene abbia letto di tali cose. Da quando era bambina, non ho più avuto paura per lei laggiù; e anche il Señor Waring è al sicuro, finché resta con lei e Mateo, a meno che non fosse così sciocco da fare qualche dimostrazione. Ma per quanto mi riguarda, non sono un amico de los toros quando sono a casa loro.”

Dick e Pilar erano ora nel pascolo di Carmona, muovendosi verso una truppa di tori al pascolo, creature magnifiche le cui terribili corna e pelli setose (marchiate con doppi cerchi sotto una corona) brillavano al sole. Quasi nessuna testa fu scossa in onore dei nuovi arrivati; ma quando Pilar alzò la sua voce giovanile per emettere un richiamo particolare, vidi una forma scura in lontananza separarsi da un gruppo. Poi un toro bruno, dai fianchi magri, nobilmente armato di corna grandi come i palchi di un cervo, balzò via dai suoi compagni, e corse in linea così retta verso Pilar, che nonostante le parole del Cherubino, il mio cuore fu straziato.

Ma non avrei dovuto temere. Mentre il giovane mandriano e Dick stavano lì passivi e ammirati, questo toro bravo di famosa razza da combattimento ridusse la sua corsa a un galoppo, e trotterellò verso Pilar mansueto come se fosse stato un cabestro con il campanaccio.

La ragazza, aprendo un grande fazzoletto annodato che aveva portato pieno di biscotti dolci, fece un passo o due in avanti per incontrare il toro. Accoccolandosi contro la sua testa enorme, abbastanza potente da sostenere un cavallo e un cavaliere impalati sulle sue corna, diede tranquillamente da mangiare alla grande bestia dalla sua scorta. Non avrebbe mai potuto esserci un’immagine più bella dal giorno in cui un altro toro si sottomise alle carezze di Europa.

Vivillo a stento degnò di guardare Dick, che fece qualche offerta per il suo favore. Tutta la sua anima cavalleresca di toro bravo era assorbita nel piacere per il ritorno di Pilar, nella gratitudine per il suo ricordo di lui. Avrei a stento creduto che potesse essere reale, se non l’avessi visto.

Per dieci minuti rimase lì, Dick vicino al suo fianco, sempre ignorato dal toro; poi ritornò e camminò verso di noi, lentamente, il mandriano che restava vicino e Vivillo che marciava dietro in un modo risoluto che avrebbe fatto diventare grigi i capelli di un uomo o di una donna nervosi.

Ma se Dick fosse consapevole dei suoi nervi in una situazione così insolita, non lo diede a vedere. La sua testa era china sopra quella di Pilar, parlando con fervore, e sebbene lei non lo guardasse mai in risposta, una volta scoppiò a ridere, così allegramente, che mi chiesi cosa avesse detto.

Di nuovo nel nostro prato, salvati dai tori, Pilar scivolò istantaneamente al fianco di suo padre e iniziò a chiacchierare di Vivillo, che stava accanto al fosso guardando con nostalgia dopo di lei mentre masticava il suo ultimo biscotto. Dick ed io fummo così lasciati insieme; e sebbene il volto di Dick non fosse un delatore, intuii in qualche modo che la sua mente non fosse così calma come i suoi tratti.

“Direi che potrebbe essere stato un po’ sconvolgente per un dilettante,” dissi.

“Può darsi,” rispose Dick, distrattamente. “Ma non è quello, se ho un’aria strana. Senti Ramón, l’ho fatto.”

“Cosa?”

“Chiesto a una ragazza di sposarmi per la prima volta nella mia vita. Per di più, mi sono umiliato. Ho chiamato Vivillo un agnellino, sebbene in quel momento sembrasse più una dozzina di leoni. Le ho detto che se mi avesse sposato, avrebbe potuto tenere lui e qualsiasi altro toro in giro sul nostro tappeto del focolare; che ne avremmo avuto uno bello grosso apposta.”

“Dovrebbe essere un incentivo—anche da parte di un eretico.”

“Oh, al diavolo, non insistere su questo. Sono pazzo di quella ragazza. So tutto quello che stai soffrendo, e se mai ho assunto arie di superiorità, le ritiro e me le rimangio.”

Anche un uomo col cuore infranto avrebbe dovuto sorridere; e Pilar mi aveva convinto a non essere ancora col cuore infranto. Se rise, mi sentii anche solidale, e mi piacque Dick più che mai perché stavamo mangiando la stessa arancia agrodolce di cui la voce aveva cantato. Sembrava che Pilar non lo avesse né accettato né rifiutato, ma avesse chiesto del tempo per pensare; e lui sarebbe stato un po’ più incoraggiato se lei non avesse detto improvvisamente, “Don Cipriano ama i tori.”

Alle cinque entrammo a Siviglia, con l’auto, perché nessuno sapeva a che ora potesse iniziare la processione; nessuno lo sapeva mai, a quanto pareva. E Pilar non era più allegramente mascolina, ma di nuovo femminile e seducente nella sua mantiglia nera.

Il vasto rettangolo della Plaza de la Constitución stava già ronzando per l’eccitazione di una folla in movimento. La corsia tra le sedie e la tribuna era gremita dai poveri della città e dai contadini della campagna, che non avrebbero avuto posti a sedere e dovevano spingersi per trovare spazio per vedere la processione; ma non c’era spinta malevola, e si faceva la più gentile attenzione a non schiacciare i bambini vacillanti dagli occhi stellati che ruzzolavano sotto i piedi della gente. I soldati ridevano e si facevano largo tra gruppi aggrappati di ragazze carine. Le guardie civili, che sembravano uscite da vecchi quadri, cercavano di mantenere l’ordine, le loro grida perse tra quelle che riempivano l’aria; grida di venditori d’acqua che portavano grandi vasi di terracotta; grida di coloro che spingevano carichi di arachidi tostate in barche dipinte; grida di venditori di granchi; grida di vecchi uomini malandati, e ragazzi ordinati con il berretto bianco, che vendevano calientes appena fritti, torte zuccherate, e ogni sorta di dulces su vassoi coperti da tovaglioli.

Turisti inglesi e americani in panama vagavano tra la folla in cerca delle loro sedie numerate; i venditori di posti urlavano prezzi ridotti; donne a capo scoperto con bambini bruni tra le braccia offrivano i programmi delle processioni della settimana; ragazzi in cenci strillavano i giornali quotidiani, e cartoline colorate; mentre dai balconi delle case private signore in mantiglia nera, bambini in bianco, e stranieri in colori vivaci guardavano giù sulla scena.

Così passò un’ora, mentre i palchi e i posti migliori iniziavano a riempirsi. Le famiglie spagnole della classe media, uomini e donne in nero, prendevano i posti in prima fila della tribuna, dove il vuoto palco reale faceva una bella macchia di oro e cremisi; ma più lentamente arrivavano membri dell’aristocrazia e ufficiali in blu e oro; e, spinto dalla folla, attesi in sospeso.

Il Colonnello O’Donnel era andato al suo club per notizie sul palco che, con mezzi strategici, aveva cercato di ottenere. Pilar e Dick erano andati con lui, per restare in auto sorvegliati da Ropes, finché non fosse uscito; così che non avevo modo di sapere se il Cherubino avesse trionfato o fallito. Tutto quello che sapevo era che un conoscente del club, la cui moglie era malata, poteva essere indotto a offrire il suo palco, vicino ai reali, a un secondo conoscente in cambio di uno direttamente dietro quello che il Duca di Carmona aveva preso. Se si fosse potuto organizzare questo, gli O’Donnel avrebbero ricevuto quest’ultimo, in cambio di—solo il Cherubino sapeva cosa. Trasportato avanti e indietro con la folla in movimento, come una foglia in un vortice, i miei occhi raramente si distoglievano a lungo dalla tribuna. Sarebbe venuta la famiglia Carmona? Gli O’Donnel sarebbero stati i loro vicini?

Alla fine vidi Pilar e i due uomini entrare nella tribuna. Sì, avevano avuto successo, potevo dirlo dalla descrizione che il Cherubino aveva fatto del palco del Duca. Ma quello di Carmona era ancora vuoto.

La processione non era ancora apparsa, sebbene la prima cofradia fosse attesa nella Plaza un’ora prima, e il crepuscolo stava calando sulla vasta piazza, eterea, limpida e pallida. Solo la figura della Fede sull’imponente Giralda, girata come per guardare la scena, scintillava ancora al sole; e il suo abbagliante splendore era svanito prima che una nota di tromba risuonasse, struggente come un grido di amaro dolore da un cuore che si spezza.

Questo era l’araldo di una confraternita con le sue immagini sacre; e la polizia iniziò a spazzare via la folla davanti a sé fuori dalla corsia tra le sedie e la tribuna. Lentamente il gregge fu spinto avanti dai cani pastore; e mentre la via si liberava, fuori dal tunnel buio di Las Sierpes marciò, con le armi rovesciate, una squadra di guardie civili; poi una compagnia di soldati a cavallo, le loro trombe che ancora piangevano quel triste avvertimento di qualche pietoso spettacolo a venire.

La cavalleria passò; non era che una prefazione moderna a una poesia medievale che, seguendo da vicino, portava con sé nella Plaza tristi fantasmi, tetri fantasmi, santi fantasmi di tempi ormai lontani.

Guidata da uno dei loro membri che portava in alto un crocifisso squisito, camminava una banda di penitenti che portava grandi candele accese. Le loro vesti bianche di lino spazzavano in lunghi strascichi appuntiti sui ciottoli, le fibbie d’argento sulle loro scarpe nere luccicanti ad ogni passo; attraverso le strette fessure nelle capuchas blu, i cui picchi conici si assottigliavano ben al di sopra delle teste di chi le indossava, i loro occhi scuri bruciavano con misteriosa intensità. A due a due si muovevano, silenziosi come pipistrelli se non per il battito di bastoni d’argento, creando un viale di stelle striscianti, come fuochi fatui, dalla bocca nera di Las Sierpes attraverso la lunghezza della Plaza.

Poi improvvisamente, in quel tunnel buio e lontano, balenò qualcosa di luminoso, qualcosa che si muoveva, dondolava nell’aria più in alto delle teste degli uomini, qualcosa che era come un grande scrigno fiammeggiante di gioielli o una nuvola di lucciole.

Continuò ad avanzare, fermandosi, ripartendo, raggiungendo la piazza aperta, e rivelandosi come una piattaforma illuminata che sosteneva un Cristo crocifisso, a grandezza naturale, senza che fosse risparmiato alcun dettaglio di tragedia e tortura.

Una di quelle pregevoli sculture di legno dipinto, come ne avevo viste a Valladolid, l’artista del sedicesimo secolo aveva speso la sua anima nel mostrare ai credenti ciò che Cristo aveva sofferto affinché potessero essere salvati; e così sorprendente era l’appello di questa figura terribile alle simpatie, che per un istante mi ritrovai a dimenticare tutto eccetto un folle desiderio di salvarlo.

Mentre il paso, con le sue lampade d’argento tremolanti e i fiori sparsi, arrivava vicino al punto in cui mi trovavo, potevo vedere, sotto le lunghe tende di velluto che drappeggiavano la piattaforma, venti paia o più di piedi che si muovevano lentamente; e le frequenti pause venivano così giustificate.

Guardai la figura straziante girare l’angolo della Plaza, scomparendo alla vista, con le rondini che roteavano sopra il capo come per strappare ancora una volta le spine da quella fronte sanguinante; e mentre svaniva, lontano nel crepuscolo di Las Sierpes apparve un altro mistero illuminato di stelle raggruppate. Fluttuava fuori dall’oscurità verso il crepuscolo color giacinto, una piattaforma a baldacchino di velluto porpora, incrostata d’argento e d’oro; sotto il tetto scintillante una vergine, che sembrava stare in preghiera in un giardino di gigli alti, illuminata da una sacra fiamma d’argento.

I gigli affollati, man mano che il paso si avvicinava, non erano altro che candele di cera bianche, ma alla loro luce l’immagine della Vergine acquistava una femminilità e una bellezza straordinarie. La sua splendida veste strascicata di velluto ricamato d’oro, la sottoveste di raso scintillante di diamanti, la sua corona fiammeggiante di gioielli, gli anelli scintillanti sulle dita delicate, le collane, i braccialetti, erano tali che la Madre di Cristo non ne aveva mai sognati nella sua vita semplice; e metà degli osservatori conosceva una povertà opprimente, che poche delle sue gemme avrebbero potuto alleviare.

Quel pensiero, lo sapevo, sarebbe balzato in molte menti; ma sarebbero state le menti degli stranieri; e io, essendo spagnolo, capivo. Vedevo cosa significasse questa processione di emblemi per queste persone, ricche e povere allo stesso modo. Venivano ricordati, nel modo realistico e drammatico che meglio faceva appello alla loro immaginazione, di tutto ciò che Cristo aveva sofferto per loro, di tutto ciò che la madre-donna aveva sopportato. Le gemme, che per le menti estranee erano incongrue, cristallizzavano le loro lacrime, il loro amore, la loro gratitudine; e i gioielli della Nostra Signora erano i gioielli dei poveri: ricchi possedimenti che non potevano essere portati via loro, gioie per sempre, oggetti del loro massimo orgoglio.

Inchinandosi in un dolore gentile, il bel volto piegato, la figura aggraziata passò in una fragranza di gigli, cera profumata e incenso che mandava nuvole azzurre da turiboli d’argento agitati da ragazzi vestiti di bianco. Con lei, mentre si muoveva, andava la musica: la musica stessa della Nostra Signora, triste e bella come il chiaro di luna su una tomba solitaria, fresca come la pace dopo un dolore cocente.

Ora il palco nella tribuna che avevo osservato così a lungo era pieno di estranei. Pilar aveva avuto ragione. Carmona aveva dato il suo posto agli amici. Ma con quella musica dolce e ossessionante nelle mie orecchie, dolce come i giorni di gioia ricordati, non potevo temere nulla. In qualche modo ero in pace, con buoni pensieri nella mente e speranza nel cuore.

Confraternite in nero, confraternite in porpora, e paso dopo paso passavano; il Christus chino sotto il peso della croce, il Christus in preghiera tra i discepoli addormentati nel Getsemani, la Nostra Signora del Rosario, la Nostra Signora dei Dolori, fiumi fiammeggianti di luce, soli che sorgevano da nuvole porpora.

La notte si ripiegò sulla grande piazza, con la sua folla di persone. Nessuno se n’era andato. Le luci elettriche esplosero e resero la scena come l’auditorium di un vasto teatro; ma il palcoscenico e l’auditorium erano una cosa sola. Poi la luna piena, gialla come il miele, guardò oltre i giardini pensili affollati delle alte case di fronte alla tribuna, e navigò alta nel cielo.

Erano passate le nove quando il Colonnello O’Donnel mi toccò la spalla.

“Ti abbiamo visto molto tempo fa,” disse. “Sei così alto. Andiamo a casa a cena? Ma giovedì avrai un’altra occasione.”

Giovedì! E c’erano tre giorni di mezzo. Avrei voluto che mi avesse lasciato nel mio sogno di pace finché fosse durato.

XXX

LA MANO SOTTO LE TENDE

Come un sogno passarono i tre giorni; ma non un sogno di pace, perché quella l’avevo persa con l’ultima eco della musica della Vergine e la fragranza dei suoi gigli.

Dick si credeva infelice, ma avrei volentieri scambiato il mio stato d’animo con il suo. A volte sperava, a volte si disperava, ma in ogni momento era in realtà molto felice, se solo l’avesse saputo. Gli piaceva visitare i Murillo con Pilar e il Cherubino quando io non avevo il coraggio di andarci. Si fece prestare l’automobile per portarli a Italica. Andava con gli O’Donnel ogni tardo pomeriggio per la passeggiata nel paseo alla moda lungo il fiume, soddisfatto dei cinque bei muli, con i loro eleganti finimenti spagnoli di corda bianca e cremisi e cuoio marrone, come se fossero stati i suoi.

Quanto a me, non ci volevo andare, sebbene Dick insistesse sul fatto che, nell’infinita doppia fila di carrozze eleganti, avremmo potuto incontrare quella della Duchessa di Carmona. Ma non osavo rivedere Monica dopo quello che era successo a meno che non ci fosse qualche speranza che Pilar potesse parlare per me, o che io potessi parlare per me stesso. Eppure, non potevo resistere a interrogare la famiglia la sera. Avevano avuto notizie di lei? L’avevano vista?

Presto ci furono notizie, ma non buone. Il fidanzamento era noto e se ne parlava ovunque. La storia era che il matrimonio sarebbe stato presto, poiché la Duchessa non era forte e si dichiarava ansiosa di vedere suo figlio sposato. Si diceva anche che il matrimonio sarebbe stato celebrato a Madrid subito dopo la fine dei festeggiamenti per il matrimonio reale, così che la giovane duchessa, come moglie di un grande di Spagna, potesse diventare dama di compagnia della regina sposa, quando los Reyes fossero tornati dalla loro luna di miele a La Granja.

Il Cherubino mi raccontò queste cose solo perché insistevo per sentire tutto; e mercoledì sera estorsi ulteriori dettagli da Pilar. Avevano incrociato la Duchessa, Lady Vale-Avon e Monica nella carrozza dei Carmona, la più bella di Siviglia; e il Duca era a cavallo, più attraente di quanto Pilar l’avesse mai visto nel costume da chulo, indossato a volte come un’amena affettazione da alcuni giovani aristocratici dell’Andalusia. Potevo immaginarlo nel sombrero grigio a tesa larga, la giacca corta e stretta, e i pantaloni aderenti come un guanto finché non si allargavano sotto il ginocchio. Sì, l’abito gli si addiceva; e Pilar ammise con riluttanza che era un cavaliere perfetto. Ero orribilmente geloso, pronto a immaginare che, dopo tutto, Monica avesse iniziato davvero a interessarsi a lui.

C’era stata una processione mercoledì, ma non era un affare di importanza; e con giovedì, e la presenza del Re, tutti i più grandi eventi di questa Semana Santa stavano per iniziare.

Nel primo pomeriggio ci fu il lavaggio dei piedi dei poveri da parte dei grandi ecclesiastici nella cattedrale, con il Re che rimaneva all’Alcázar per bagnare — come diceva Dick — alcuni piedi accuratamente selezionati per conto suo, come segno di umiltà. Più tardi, sarebbe arrivata la più splendida processione della settimana, il Re che camminava con la sua cofradia; la sera, il Miserere nella cattedrale, e processioni tutta la notte, fino alla messa del Venerdì Santo mattina. A me stesso dissi, quindi, che avrei avuto altre due possibilità: quella per cui dipendevo da Pilar nel pomeriggio; quella per cui dipendevo da una mia ispirazione la sera. Perché tutto il mondo sarebbe andato a sentire il Miserere.

Sebbene fosse una settimana di penitenza e digiuno, Siviglia — onorata dal Re — fremeva per l’eccitazione. Migliaia di stranieri erano riversati in città per questo giorno, e la folla era tre volte più densa di quella di domenica. Sebbene ci fossero state voci inquietanti, sussurri di complotti anarchici e bombe, la polizia era stata all’erta; il Re aveva preso una veloce cannoniera lungo il Guadalquivir, invece di arrivare con un treno speciale da Cadice, aveva raggiunto Siviglia sano e salvo; e ora l’ansia era dimenticata. Tutta la città si riversò nella Plaza de la Constitución più di un’ora prima che ci fosse qualche speranza che la processione potesse iniziare; e io ero nella folla.

I palchi si riempirono prima di prima, molte delle signore non più in nero, ma che indossavano cappelli di Parigi e abiti dai colori tenui, sebbene domani ci sarebbero state di nuovo le mantiglie nere e i garofani rossi. Pilar, Dick e il Colonnello O’Donnel erano ai loro posti, e sebbene il palco del Duca fosse ancora vuoto, ero sicuro che non sarei rimasto deluso oggi. “Apparirà nel momento in cui lo farà il Re,” mi dicevo, quando improvvisamente ci fu un trambusto nel palco reale. Il sindaco e i consiglieri comunali entrarono, con aria importante; quattro giganti alabardieri della guardia reale presero posizione, ciascuno in un angolo del palco. Poi si levò un grido, “Viva el Rey!” e contro i drappeggi di velluto cremisi la figura del giovane Re alto in uniforme bianca spiccava come una snella statua di marmo.

Era accompagnato da sua sorella, l’Infanta, e suo marito, tre o quattro signore, e un seguito di ufficiali decorati; ma per un istante vidi solo il Re, perché — ribelle come si supponeva che fossi — il mio cappello sventolò in alto e le mie acclamazioni risuonarono forte quanto qualsiasi altra nella folla.

Non avevo visto il suo volto — quel giorno a Biarritz molto tempo fa — quando la sua automobile si fermò per mancanza di benzina. Indossava la sua maschera da automobilista e non l’aveva tolta, perché era in incognito; ma ora, mentre si inchinava in risposta al saluto della gente, il giovane volto era nobile sotto l’elmo d’argento. Il suo sorriso portava una profonda fossetta su entrambe le guance, e una luce piacevole negli occhi castani. Ero orgoglioso del mio Re, e mi ritrovai a desiderare di poterlo servire, sebbene sembrasse che ciò non sarebbe mai potuto accadere; e con un sospiro per le perversità del destino guardai altrove, solo per ricevere uno shock di sorpresa.

Tra le signore con l’Infanta c’erano la Duchessa di Carmona, Lady Vale-Avon e Monica. Con gli ufficiali e gli amici del Re stava il Duca, il suo volto scuro che irradiava soddisfazione, come se questo fosse il momento culminante della sua vita.

Non solo Monica era con l’uomo come sua fidanzata, ma era vestita, in omaggio a lui, come una ragazza di Spagna. Indossava una mantiglia come quella che indossava l’Infanta, e così luminosi erano i suoi capelli, così chiara la sua pelle incorniciata nel bordo di pizzo nero, che era quasi tanto fissata quanto il Re. Sul suo petto, appuntando le pieghe della mantiglia, c’era un luccichio di cremisi; e guardando attentamente, capii che si trattava di una grande spilla di rubini, che formava il famoso “No. 8 Do”, il motto di Siviglia. Solo il Duca avrebbe potuto darle questo, pensai; e lei l’aveva accettato!

Non c’era più speranza, allora. Non importava che la sua presenza inaspettata nel palco reale avrebbe impedito a Pilar di parlare, o di darle la mia lettera. Tuttavia, mi aggrappai disperatamente all’unica possibilità rimasta; la cattedrale e il Miserere.

Appena i reali e i loro amici si furono sistemati nel palco drappeggiato di rosso, la confraternita successiva marciò fuori da Las Sierpes, e fermò il suo primo paso davanti al Re, affinché potesse vederlo bene. Era in piedi, la testa scoperta e china; e mentre stava velato dall’incenso che saliva, un’anima emotiva tra il pubblico scoppiò in un lamento moresco, il canto di preghiera o saeta della gente, improvvisando parole che catturarono l’immaginazione popolare.

Un mormorio di approvazione corse tra la folla, che premeva da vicino, nonostante la polizia; e mentre tutti gli occhi per un momento si voltavano verso il Re, o verso il cantante contadino dai capelli bianchi, accadde una cosa che attirò la mia attenzione.

La tenda di velluto che nascondeva i portatori del paso che riposavano davanti al palco reale si aprì leggermente da un lato, come se qualcuno stesse sbirciando fuori; poi una mano scattò fuori e ricevette da un uomo con un cappotto nero, che stava con la schiena mezzo voltata verso di me, un bouquet appassito di fiori, disposto alla moda spagnola in una piramide rigida e dura.

Veloce come quella mano che scattava, un pensiero balenò attraverso il mio cervello. In pochi secondi il paso si sarebbe mosso; i portatori si stavano preparando per un nuovo sforzo. Quel bouquet! Se dovesse contenere la minacciata bomba? Questo era il momento per un tale tentativo di distruggere il palco reale, perché il Re era un membro della prossima confraternita che doveva passare; e presto avrebbe lasciato sua sorella e i suoi amici per camminare con essa, forse non tornando al suo palco quel giorno.

Il passaggio della luce non è più rapido di quanto fu il volo di questi pensieri; e senza aspettare di calcolare il costo per me stesso, pensando solo al Re e alla ragazza che amavo, infilai istantaneamente entrambe le mani tra le tende, seguendo i fiori mentre venivano passati dentro. Afferrai saldamente il bouquet attorno alla base rigida della piramide e lo tirai fuori prima che l’uomo nascosto che l’aveva ricevuto sapesse che non era stato ritirato dal suo complice. Fu tutto finito in un secondo, e avevo il bouquet. Avevo anche identificato l’uomo che lo aveva spinto attraverso le tende del paso, sebbene quale tra i venti o venticinque portatori nascosti lo avesse preso da lui non potevo dirlo.

Che il mio atto fosse stato saggio o sciocco, era fatto, e il paso si era mosso, portando il segreto di un cuore che batteva sotto la piattaforma coperta.

Curiosando cautamente tra i fiori strettamente ammassati, il mio sangue accelerò mentre toccavo qualcosa di rotondo e duro, una cosa grande circa quanto una grossa arancia, fissata al centro della piramide da una rete di sottile filo metallico. L’intuizione non mi aveva giocato un brutto tiro. C’era la morte in questo mazzo di rose, la morte per molti, forse. Sebbene fosse di primaria importanza allontanare la bomba il più possibile dal Re e da Monica, e renderla innocua, non avrei rinunciato al mio inseguimento dell’uomo con il cappotto nero, che si stava facendo strada tra la folla, a pochi metri davanti a me — una figura squadrata, negli abiti da festa di un rispettabile operaio. Vedevo solo la sua schiena ora, ogni muscolo teso nel suo desiderio di sfuggire alla vendetta sulle sue tracce; ma avevo visto il suo volto per un istante, e avrei potuto identificarlo ovunque.

E se, nella sua disperazione, si fosse voltato, e nella speranza di salvarsi mi avesse accusato del crimine che avrebbe commesso? Sarebbe bastato quello a rovinarmi — dopo Barcellona, e questo lungo viaggio a Siviglia, dove il Re era atteso. Qualcuno avrebbe creduto a qualsiasi spiegazione avessi potuto dare, quando la bomba era nella mia mano?

Spinsi via i pensieri affollati dalla mia mente. C’erano altre cose a cui pensare — la bomba stessa, cosa farne; e l’uomo da seguire.

Nel frattempo mi stavo muovendo dopo quella schiena larga di cui non dovevo perdere di vista, e lontano dai dintorni del palco reale. Ero nella corsia della processione, vicino davanti alle lunghe file di sedie occupate, e di fronte alla tribuna. C’erano solo due persone affiancate nella linea in movimento che mi trasportava, spinto dalla polizia, ma eravamo strettamente pressati, premuti da un lato dalle ginocchia delle persone sulle sedie, dall’altro dalla confraternita porpora che precedeva un altro paso. La situazione sembrava disperata, poiché dare l’allarme avrebbe messo in pericolo la folla oltre a mettere a repentaglio il mio futuro; e un panico sarebbe stato una calamità.

Improvvisamente il grido di un venditore d’acqua colpì il mio orecchio acutamente. “Agua! — limpida come cristallo e fredda come la neve di montagna. Agua!”

Era proprio davanti a me con il suo vaso di terracotta. “Vendimi la tua giara,” dissi. “No, non voglio un bicchiere d’acqua. Voglio la giara — per una curiosità. Venti pesetas.”

Questa offerta evitò le domande. Il recipiente con il suo contenuto valeva due pesetas per il venditore, forse, e, per timore che cambiassi idea, il suo proprietario mi porse frettolosamente la giara e intascò i miei soldi. Anche ora dovetti aspettare un’apertura tra la folla, finché non fui spinto fin nel vicolo che portava dalla piazza alla Plaza de San Fernando; e lì, con mia gioia, mi scontrai con Ropes. Senza una parola di spiegazione, dissi: “Segui quell’uomo con il berretto di stoffa, il cappotto nero e la cravatta rossa. Prendilo; assicurati che non ti accoltelli o ti spari. Non lasciarlo andare — e aspettami.”

Questo era tutto ciò di cui Ropes aveva bisogno. “Va bene, signore,” disse, e si lanciò dopo la schiena nera, che in questo spazio più libero stava guadagnando distanza.

Inaspettatamente sollevato dal mio secondo compito, proteggendo attentamente il bouquet con la giara d’acqua, mi feci strada nel vicolo e colpii la parte superiore del recipiente di terracotta contro un bordo di pietra.

L’argilla porosa si incrinò come un guscio d’uovo, la parte superiore si staccò in un unico pezzo, con alcune schegge volanti; e premetti il bouquet in profondità nell’acqua.

Questo era il meglio che potessi fare al momento, sebbene, se la bomba fosse stata fatta con acido picrico, non avessi combinato nulla. Potevo solo sperare; e spingendo avanti raggiunsi Ropes, che aveva preso il suo uomo e lo aveva bloccato contro un muro.

Il disgraziato non aveva emesso un suono. Sapeva che, se avesse resistito, sarebbe stato immediatamente denunciato e fatto a pezzi da una folla che probabilmente non avrebbe aspettato prove chiare di una tale accusa. Poiché aveva fallito, era meglio confidare nella misericordia del suo rapitore e della polizia che nelle migliaia di persone folli di entusiasmo per il Re. Fortunatamente per lui, come per noi, la folla aveva qualcosa di meglio da fare che fermarsi a guardare quello che prendevano per una banale lite privata.

“Ha cercato di accoltellarmi,” disse Ropes; “ma l’ho fermato. Il coltello è nella mia tasca. Cosa faccio ora, signore?”

Era tipico che non chiedesse cosa avesse fatto l’uomo.

“Consegna quel bruto alla polizia,” risposi in inglese. “Era con un altro tipo che ho perso, in un complotto per lanciare una bomba al palco reale; e la bomba è in questa giara d’acqua.”

Per la prima volta il volto di Ropes perse la sua espressione imperturbabile. “Cosa, signore!” esclamò, “dopo i vostri guai — scusate se li menziono — vi occupate di un affare come questo!”

“Non ho scelta. Non possiamo lasciar scappare questa bestia. Se prendono lui, la polizia potrebbe prendere il suo compagno. Sembra un codardo e un vigliacco.”

“Chiedo scusa, signore, avete una scelta. Ho preso l’uomo. Datemi la giara con la bomba, e mi prenderò tutto il peso con la polizia, anche se è un peccato che perdiate il merito. Ho la fedina pulita; autista del signor R. Waring, corrispondente di un giornale americano. Non c’è bisogno di tirarvi in ballo.”

“Se salti in aria con la bomba—”

“Salterei in aria lo stesso restando con voi, perché resterei attaccato come una zecca, signore. (Ora, niente divincolarsi, brutta bestia, o blaterare di un errore. Non c’è nessun errore, e non scapperai!) Meglio dirgli cosa c’è in quella giara, signore — il mio spagnolo non arriva così lontano — e questo lo calmerà.”

“Non puoi gestire l’uomo e la giara.”

“Potrei gestirne due di ciascuno. Ci sono un paio di guardie civili. Ora, se avete un po’ di gentilezza per me, signore, lasciate quella giara; e non fatevi vedere con me.”

Lasciai che Ropes facesse a modo suo. Ma rimasi abbastanza vicino da osservare la scena che seguì; e se quella giara dall’aspetto innocente si fosse rotta, o se il contenuto del bouquet inzuppato fosse esploso da solo, sarei stato abbastanza vicino da condividere il destino del mio autista.

Lui spiegò in uno spagnolo stentato, arricchito dai gesti; e il fatto che fosse inglese, con il volto inglese più onesto a garantire la sua sincerità, lo aiutò. L’uomo nelle sue mani era catalano, il che non giocava a suo favore a Siviglia. Le guardie civili guardarono la giara con rispettoso interesse, ma non si offrirono di prenderla; e, dopo un momento di vivace conversazione, Ropes e il suo prigioniero marciarono rapidamente via con gli uomini in rosso, nero e bianco.

Almeno, qualunque cosa fosse successa ora, il Re era al sicuro; e Monica era al sicuro.

Fu solo alle otto, quando mi recai nel tranquillo albergo in cui avevamo stabilito di incontrarci per cenare, che venni a sapere qualcosa di più. Mi dissero allora che il Re era tornato nel suo palco dopo aver sfilato in processione e che, poco dopo, Dick era stato sorpreso dalla visita di un agente di polizia in borghese. L’uomo si era recato al palco degli O’Donnel, aveva chiesto se il gentiluomo americano fosse il signor Waring, aveva domandato se avesse un autista di nome Peter Ropes e, ricevuta risposta affermativa, aveva raccontato la storia della bomba. Dick era poi andato con il poliziotto a vedere Ropes, aveva rilasciato una dichiarazione su se stesso, i suoi affari, la sua auto, il suo autista, la sua occupazione e gli amici con cui alloggiava. Tutto si era rivelato soddisfacente. Ropes era stato ringraziato dalla polizia per la sua prontezza e presenza di spirito, e minacciato di una attiva gratitudine da parte di alte sfere. A entrambi era stato chiesto di rimanere reperibili per alcuni giorni; e l’episodio era concluso.

Ma fu solo dopo aver ascoltato la mia parte della storia che Dick o gli O’Donnel seppero precisamente dove e come Ropes fosse entrato nel dramma.

XXXI

DIETRO UNA GRATA DI FERRO

“Dico,” osservò Dick in un sussurro teatrale, “ci sarebbe un bel calo nell’industria della cera d’api se tutto il mondo diventasse protestante e non comprasse più grandi candele di cera.”

Eravamo in piedi all’interno dell’arco moresco della Puerta del Perdón, nel Cortile degli Aranci. Oltre, dove il coccodrillo impagliato dondolava in una leggera brezza, c’era l’ingresso della cattedrale, nera come la bocca di una caverna. Il vento che faceva oscillare quell’enorme rettile — dono di un sultano deluso — faceva scivolare i petali di diecimila fiori d’arancio sopra le nostre teste in una tempesta di neve profumata. Oltre noi sfilava una confraternita in abiti scuri, ogni uomo con la sua alta candela che faceva piovere cera sulle pietre ricoperte d’erba del vecchio cortile.

Fu questo a suscitare la riflessione di Dick; ma ascoltai a stento le sue parole. Stavo cercando Monica; e la mia ultima occasione doveva arrivare presto, se mai doveva arrivare.

Pilar e suo padre non erano con noi. Erano entrati nella cattedrale, dove si erano assicurati posti non lontano dalla cappella reale, nella posizione migliore per ascoltare il Miserere. Sebbene fosse ancora presto, non ancora le nove, vaste folle si stavano radunando ed era possibile, pensavano, che Carmona e i suoi ospiti fossero già ai loro posti. Se fossero stati visti lì, il colonnello O’Donnel avrebbe mandato un messaggero (un uomo impiegato nella cattedrale) con un messaggio per me.

In precedenza, questa persona era venuta all’albergo, dove gli era stato detto di osservarmi bene affinché non mancasse di riconoscermi di nuovo. E Dick ed io non eravamo rimasti di guardia per quindici minuti quando apparve, facendosi largo contro la marea opposta della moltitudine che si riversava verso la cattedrale.

“Sua Eccellenza il Colonnello O’Donnel desidera far sapere alle Loro Signorie, i due señoritos, che coloro che desideravano trovare non sono visibili nella cattedrale.”

“Potrebbero essere lì, e invisibili?” chiesi.

“La cattedrale è molto scarsamente illuminata; e potrebbero non essere visti se si trovassero in qualche cappella. Ce ne sono diverse con molte persone all’interno, e le porte sono chiuse a chiave.”

“È permesso?”

“La gente ha dato qualcosa a un sagrestano per non far entrare gli altri. Ho un potere dello stesso tipo, se qualche señor desiderasse che lo usassi.”

“Eccoli che arrivano!” sussurrò Dick. “Carmona, Lady Vale-Avon e Lady Monica.”

Ci ritirammo ulteriormente nell’ombra, sebbene una tale precauzione fosse a malapena necessaria. Era così buio nel Cortile degli Aranci che la folla procedeva a tentoni sul pavimento crepato e irregolare. Solo perché erano vicini a noi, e lui stava guardando, Dick era stato in grado di distinguere i volti che conoscevamo.

“Restate con noi,” dissi al messaggero del colonnello O’Donnel. “Avrete cento pesetas se aprirete la porta di una cappella vuota per me, e la chiuderete di nuovo quando vi darò il segnale.”

“Ma temo che non ce ne siano di vuote—” iniziò.

“Allora rendetene una vuota. Potete farlo — per cento pesetas?”

“Sì, señor, credo di poterlo fare.”

A quel punto Monica, sempre con la sua mantiglia nera, ci era sfilata davanti tra sua madre e il Duca, ma noi la stavamo seguendo. Per quanto fosse buio nel cortile, la luna faceva capolino da dietro la torre della Giralda, e non era abbastanza buio per il mio progetto. All’interno della cattedrale, tuttavia (tranne dove brillava il monumento della Settimana Santa, un tempio illuminato di bianco e oro), c’era un’oscurità misteriosa. Non le centinaia di grandi candele di cera bastavano a illuminare le navate in quella vasta foresta di pietra. Inciampando, procedendo a tentoni per superare un velo di ombra, migliaia di uomini e donne vagavano senza meta qua e là, essi stessi neri come le ombre che combattevano, tranne qua e là qualche soldato la cui uniforme destava una breve fiamma di rosso e oro, o un confratello incappucciato che brillava di viola sotto una colonna illuminata.

Di proposito spingemmo contro le persone davanti a noi, così che in uno spazio nero come un lago d’inchiostro il trio che seguivamo fu separato. La calca di persone da dietro fu così improvvisa — così ben orchestrata da noi — che colse il Duca di sorpresa. I tre furono catturati nel vortice, divisi, e prima che potessero riunirsi di nuovo avevo infilato il mio braccio in quello di Monica e la stavo trascinando via, con il messaggero che si teneva stretto a me.

“Non spaventarti,” dissi. “Sono io — Ramón. Devo parlare con te.”

Lei alzò lo sguardo verso di me, il viso pallido e indistinto come quello di uno spirito nell’oscurità.

“Vergogna!” balbettò con voce rotta. “Forzarmi in questo modo — tu, che hai—”

“Non fatto nulla se non amarti troppo; e devi darmi la possibilità di riconquistarti. Me lo devi,” dissi quasi ferocemente; e lei rimase in silenzio.

“Monica! Dove sei?” sentii la voce di Lady Vale-Avon chiamare, e avrei potuto ringraziarla per avermi dato la direzione da evitare.

“Portaci in quella cappella vuota, presto,” dissi all’uomo. Allora lui, che avrebbe saputo trovare la strada in quella foresta di pietra anche bendato, ci guidò attraverso il mare di persone e in un rifugio oltre le onde. Nessuna cappella era illuminata; ma mentre i miei occhi si abituavano alla penombra potevo vedere volti dall’altra parte degli alti cancelli chiusi di ferro battuto che oltrepassavamo.

“Ho la chiave di questa. Prometterò alle persone un posto migliore se usciranno,” sussurrò il messaggero, fermandosi davanti a una coppia di queste porte chiuse e aprendola con una grande chiave.

Lo sentii informare con arguzia un gruppo di ombre che sarebbero state troppo lontane dalla musica per sentirla bene. Aveva un amico che avrebbe aperto un’altra cappella più vicina. Ansiosamente dieci o venti persone abboccarono all’esca, si riversarono fuori e, nel momento in cui voltarono le spalle, trascinai Monica dentro a metà peso. Poi, prima che potesse scappare, se avesse voluto tentare, i grandi cancelli di ferro furono chiusi e bloccati su di noi.

“Ti cercheranno ovunque,” dissi. “Vieni con me nel retro, dove è così buio che nessuno può vederci. Questa cappella deve sembrare vuota.”

“Voglio essere trovata,” rispose crudelmente la ragazza. “Sto per sposare il Duca.”

“Se ami lui e non me, non alzerò un dito per trattenerti,” dissi. “L’altra sera credevo fosse così, e ho deciso di non darti più fastidio. Ma la signorina O’Donnel ha detto—”

“La signorina O’Donnel!” esclamò Monica. “Mi stupisce che tu possa parlare di lei con me.”

La sua voce tremava di rabbia sdegnata, eppure il mio cuore balzò di gioia alle parole che confermavano i sospetti di Pilar e le mie speranze.

“Lei è lealmente tua amica come io sono lealmente tuo amante,” le assicurai. “Ora ascolta. Ci sono cose che devi sapere; e se quando le avrai ascoltate mi chiederai di portarti da tua madre e da Carmona, obbedirò all’istante.” Poi, senza darle il tempo di interrompermi, iniziai a parlare della lettera che avevo scritto a Manzanares, di come l’avevo spedita e di cosa diceva. “L’hai ricevuta?” chiesi.

“Nessuna lettera del genere. Era una ben diversa — una lettera orribile. Oh, Ramón! Se fosse stata vera; se tu fossi stato sincero! Se avessi potuto continuare ad amarmi!” Scoppiò in singhiozzi e nascose il viso tra le mani.

“Non osare dubitare che lo abbia fatto, e che lo farò sempre. Dimmi cosa diceva la lettera?” Le tirai giù le mani, forse troppo bruscamente, e le tenni strette nelle mie.

Cercò di soffocare i singhiozzi. “Potrei mostrarti la lettera se ci fosse luce. Da quel giorno l’ho portata con me, così da poterla guardare a volte, e avere la forza di odiarti se il mio cuore cedeva.”

“Mia cara — di nuovo mia,” la rassicurai. “È stato un complotto orribile. Se quella lettera non era piena di amore e desiderio per te, era falsa; senza dubbio ricalcata sulla calligrafia di quella che ho realmente inviato.”

“Intendi dire che mia madre — avrebbe fatto una cosa simile?”

“Avrebbe potuto giustificarlo dicendo a se stessa che il fine giustifica i mezzi.”

“Lo so — era pronta a fare quasi tutto pur di allontanarmi da te,” ammise Monica, appoggiandosi a me così fiduciosamente che tutto ciò che avevo sofferto fu dimenticato. “Non avrei potuto crederlo di lei; ma — mi disse la sera prima di Manzanares che a Toledo ti aveva sentito chiamare Pilar O’Donnel ‘cara’. ‘Il giovane signor O’Donnel sembra molto affezionato a sua sorella,’ disse mia madre, guardandomi dritto negli occhi, sebbene sembrasse parlare innocentemente. ‘L’ho sentito chiamarla “cara ragazza”.’ Puoi immaginare come mi sono sentita! Ma speravo che si sbagliasse, o che l’avesse inventato per rendermi infelice; così non mi sono lasciata andare a troppa infelicità, solo un po’ di angoscia. Perché, sai, la signorina O’Donnel è terribilmente carina e perfettamente affascinante. Mia madre disse, la sera in cui eravamo a Manzanares, che lei era una di quelle ragazze di cui la maggior parte degli uomini si innamora irresistibilmente; e — e ti amavo così tanto, che non ho potuto fare a meno di essere gelosa.”

“Come se un uomo potesse anche solo vedere la povera piccola Pilar, quando c’eri tu vicino!” esclamai, dimenticando il disaccordo di Dick.

“Oh, avevo fede in te, allora. Ma la mattina dopo quella carina di Mariquita mi porse una lettera, che ero sicura fosse da parte tua, mentre la nascondeva dietro una latta di acqua calda. Stavo per prenderla, quando mia madre vide e la strappò via. Non puoi immaginare le cose che le ho detto per farmela ridare. Ero così furiosa che per una volta nella mia vita non ho avuto affatto paura, e avrei cercato di superarla e correre da te, quando si era rifiutata di restituire la lettera, ma non ero vestita. La mia stanza non aveva una porta propria. Dovevo passare attraverso la stanza di mia madre per uscire; e prima che sapessi cosa stesse facendo, aveva sbattuto la porta tra noi, chiudendola a chiave dal suo lato. Non avevo nemmeno una finestra vera e propria, solo una piccola cosa quadrata sbarrata, in alto nella parete. Non potevo gridare aiuto, anche se non mi fossi vergognata di fare una scenata in un albergo straniero; quindi cosa dovevo fare.”

“Mi ha tenuta lì, folle di rabbia contro di lei, per ben un’ora dopo che ero vestita e pronta a scappare fuori non appena ne avessi avuto l’occasione; ma alla fine ha aperto la porta, sembrando molto seria. ‘Ho aperto la tua lettera,’ ha detto, ‘e l’ho letta, come era mio dovere e mio diritto fare. È diversa da quello che mi aspettavo, e ho deciso dopo tutto che è bene che tu la riceva.’”

“Poi mi ha teso una busta strappata, e l’ho riconosciuta come quella che avevamo stropicciato tra noi quando l’ha strappata via. La tua calligrafia era sopra, e non ho mai dubitato che fosse la tua all’interno, sebbene sembrasse che tu avessi scritto in fretta, con una penna scadente. Nessun nome era firmato; ma la lettera diceva che pensavi fosse meglio dirmi, senza aspettare oltre, che temevi che entrambi fossimo stati precipitosi e avessimo commesso un errore nei nostri sentimenti. Il nostro incontro era stato romantico, ed eravamo stati trascinati dalla nostra giovinezza e dal sangue caldo. Ora avevi avuto tempo di vedere che sarebbe stato imprudente da parte mia rinunciare a un uomo come il Duca di Carmona per uno indegno abbastanza da essersi innamorato di un’altra ragazza. Di conseguenza, mi liberavi da ogni obbligo, e davi per scontato che anche tu fossi libero. Poi mi hai detto addio, augurandomi un futuro felice nel caso in cui la tua auto e quella del Duca avessero preso strade diverse. Ti meravigli che abbia cercato di odiarti, e che abbia detto ‘sì’ la sera stessa, quando il Duca mi ha chiesto di nuovo se non avessi cambiato idea e non volessi sposarlo?”

Come risposta, la strinsi al mio petto, e ci aggrappammo l’uno all’altra come se non potessimo mai separarci.

“Una promessa del genere non è una promessa,” dissi alla fine. “Ti ho, e non intendo lasciarti andare, per paura di perderti per sempre. Monica, ti affiderai a me e scapperai con me stanotte?”

“Sì,” sussurrò. “Non oso tornare da loro. Ma cosa faremo?”

“Ti dirò cosa stavo pensando,” dissi. “La mia auto non è lontana. Il colonnello O’Donnel e Pilar, che farebbero qualsiasi cosa per te e per me, sono nella cattedrale. Proprio fuori da questa cappella l’uomo che ci ha chiuso dentro sta aspettando il mio segnale per aprire la porta. Con gli O’Donnel e Dick Waring ad aiutarti, verrai con me in auto a Cadice, prenderai una nave per Gibilterra e mi sposerai su suolo inglese?”

“E se non ci fosse una nave per giorni?” esitò lei.

“Ce n’è una quasi ogni giorno; ma nel peggiore dei casi posso noleggiare una barca di qualche tipo.”

“Una volta a Gibilterra, saresti fuori portata se il Duca cercasse vendetta,” disse. “Sì, verrò! Ti amo e non posso rinunciare di nuovo a te. Oh, Ramón, non avrei mai promesso di sposarlo, se non avessi desiderato mostrarti che — che non mi importava, e che c’era qualcuno che mi voleva molto, se tu non mi volevi.”

“Quanto sei simile a una donna!” esclamai, ridendo — perché ora potevo ridere.

“Lui ha solo baciato la mia mano,” continuò, “e ho odiato persino quello.”

“Eppure indossi la sua spilla,” un lampo di gelosia mi fece dire; “e una mantiglia, per compiacerlo.”

“La spilla è di sua madre. Così come la mantiglia. Lei almeno è stata gentile; così ho lasciato che le mettessero entrambe su di me oggi, quando lo ha chiesto.”

“Gentile? Quando ci sarà tempo ti racconterò una o due cose. Ma ora non c’è tempo per altro che portarti via.”

“Ascolta! Il Miserere è iniziato,” disse. “È passato molto tempo? L’ho sentito solo ora. Possiamo uscire prima che finisca?”

“Certamente possiamo — anche se non così facilmente, forse, come se la folla si muovesse con noi. Tuttavia, non possiamo permetterci di aspettare.”

“Che musica meravigliosa!” sussurrò Monica. “Vorrei avere il coraggio di sentire che ci sta benedicendo.”

“Sì, sentilo così,” dissi, e involontariamente rimasi in silenzio per ascoltare per un istante il flusso melodioso che spazzava da navata a navata in ondate dorate. Dall’onda della musica d’organo e delle voci maschili, note di soprano giovanili spruzzavano in alto, lanciando i loro cristalli luminosi su, su, finché non cadevano, frantumati, dal soffitto a volta di pietra.

Da ogni colonna scarsamente visibile scattava in avanti uno di quei gigli di luce bianchi e fiammeggianti dal gambo sottile, come quelli che erano fioriti nel giardino di Nostra Signora, mentre i pasos si muovevano fiorenti per le strade. Sembrava quasi che potessero essere stati raccolti e ripiantati qui, per illuminare l’oscurità; e mentre la musica saliva e scendeva, le sue onde facevano tremolare le fiamme dei gigli.

Guardai fuori e vidi il mio uomo che aleggiava vicino. Nella penombra non colse il segnale che gli feci con la mano, ma quando agitai un fazzoletto tra le grate venne rapidamente. Mentre sbloccava le porte feci scivolare la mancia promessa nel suo palmo; e avendo dato un’occhiata in giro per assicurarmi il più possibile che non fossimo osservati, chiamai Monica.

“Portaci fuori dalla via più breve,” dissi; e l’uomo iniziò a farci correre con solerzia attraverso la folla.

Monica si stringeva a me stretta, e potevo sentire i tremiti che correvano attraverso il suo corpo. Anche il mio cuore batteva forte; perché è quando la nave è più vicina al porto, dopo un viaggio tempestoso, che il capitano ricorda di avere i nervi. Sembrava troppo meraviglioso per essere vero, che la ragazza fosse mia finalmente, eppure — cosa avrebbe potuto separarci, ora che la tenevo stretta al mio fianco, e lei era pronta ad andare con me, fuori dal suo mondo nel mio?

“Da questa parte, da questa parte, señorito,” la nostra guida mi avvertì, tirandomi per il braccio mentre procedevo in avanti, confuso da mille ombre in movimento. Seguii, sfiorando bruscamente un uomo alto con un cappuccio conico e una veste blu strascicata. Si voltò, la sua faccia mascherata vicino alla mia, così vicino che persino nell’oscurità colsi un lampo di occhi scintillanti. Poi, dandomi una spinta improvvisa, gridò: “Aiuto — assassino! Un anarchico — un libero pensatore! Ai soccorsi!”

Era la voce di Carmona, e seppi istantaneamente che doveva aver preso in prestito questo vestito da qualche amico nella cattedrale — forse un membro della confraternita a cui lui stesso apparteneva — così da poter cercare me e Monica, senza essere visto da noi.

Spingendo la ragazza dietro di me, pur tenendola vicino, lo scagliai via, ma lui si scagliò di nuovo contro di me, e questa volta qualcosa scintillò nella sua mano destra. Combattei con lui per questo, e tirai una sottile lama d’acciaio attraverso le sue dita chiuse, così che la lama affilata del pugnale deve averlo tagliato fino all’osso. Lanciò un grido e allentò la presa; ma sebbene fosse fuori combattimento per l’istante, una dozzina di uomini nella folla, che ora vorticava intorno a noi, mi catturarono e mi tennero stretto. Monica mi fu strappata via; il pugnale era caduto a terra (ma non prima che avessi visto che era di manifattura di Toledo); la figura nel cappuccio blu fu spazzata via dalla mia vista, e io stavo combattendo come un pazzo in una camicia di forza per la libertà.

XXXII

SULLA STRADA PER CADICE

È stato un topo a rosicchiare un buco nella rete che intrappolava il leone.

Ora, non sono un leone per importanza, né il messaggero del colonnello O’Donnel era di così poca rilevanza come un topo; tuttavia era l’ultima creatura alla quale mi sarei rivolto per soccorso in un momento di tensione. Ciononostante, a lui dovevo il mio salvataggio.

“Un errore, un errore,” cinguettò, saltellando in giro, come un uccello, proprio fuori dal cerchio di uomini che lottavano. “Sono un sagrestano qui; questo gentiluomo era con me. Non ha fatto nulla. È una persona rispettabilissima e doppiamente benestante, un turista che accompagno. È innocente — nessun anarchico, nessun libero pensatore. Quell’altro — quel finto fratello — ha fatto uno scherzo di cattivo gusto. Guardate, è scappato per evitare le conseguenze. Non c’è nulla contro questo nobile señor; lo avete sulla parola di un sagrestano.”

Poiché era incredibilmente buio, e avrebbero potuto prendere l’uomo sbagliato; poiché, inoltre, il sagrestano aveva probabilmente ragione, e si era trattato di uno scherzo fatto loro da una persona che ora era scomparsa, i dodici o quindici uomini che mi circondavano si ritirarono vergognosi, contenti a ben pensare di dileguarsi prima di poter essere identificati e rimproverati per aver disturbato la quiete pubblica, e rovinato la musica che il loro Re ascoltava.

Ero libero, ma non volevo ancora lasciare la cattedrale, poiché la mia speranza era di ritrovare Monica. Vagai in ogni direzione, mentre il sagrestano andava via per portare Dick e gli O’Donnel a incontrarmi nel Cortile degli Aranci.

La gioia di Pilar per la prima parte del mio racconto fu stroncata dal seguito. Naturalmente, disse, alla fine tutto si sarebbe aggiustato, visto che io e Monica finalmente ci eravamo capiti. Ma proprio in quel momento tutto sembrava difficile. Il Duca era ormai certo che io fossi Casa Triana, e non Cristóbal O’Donnel. Quasi certamente avrebbe creato tutti i problemi possibili, e un uomo della sua influenza ne poteva creare parecchi. Poiché il suo tentativo di piantarmi un pugnale nella schiena – come rapida soluzione – era stato coperto dalla capucha di una cofradìa, non potevo vendicarmi sporgendo una contro-accusa. Avrei potuto dire di aver riconosciuto la sua voce, e di credere di aver riconosciuto il pugnale comprato a Toledo; ma non potevo provare nulla, e il Duca avrebbe avuto la meglio.

Tuttavia, come osservò il Cherubino per consolarmi, non poteva fare di peggio che costringermi a lasciare la Spagna. Né io, né nessun altro, avevamo mai detto chiaramente che io fossi Cristóbal O’Donnel. Se la gente aveva dato per scontata la mia identità a causa di qualche allusione indiretta, e perché per scherzo avevo preso in prestito l’uniforme di un amico per un giorno o due, dopotutto non si poteva trarne nulla di troppo grave; e dato che Cristóbal era davvero in licenza, non aveva bisogno di essere coinvolto. Era un buon ufficiale, i cui servizi erano apprezzati, e non dovevo preoccuparmi che gli accadesse qualcosa di male. Dovevo pensare solo a Monica e a me stesso. Avevo formulato qualche idea sul da farsi?

“Devo far uscire Monica dalla casa di Carmona,” dissi.

“Dovrai stare in agguato e portargliela via da sotto il naso la prossima volta che si faranno vedere,” suggerì Dick; “a meno che—”

“A meno che?”

“Carmona la tenga al chiuso finché non avrà organizzato la tua educata espulsione.”

“Non possono sbarazzarsi di me in un’ora.”

“Potrebbero domani.”

“Temo di sì,” sospirò il Cherubino, “e che, sebbene farò del mio meglio, potrei non avere il potere di aiutarti.”

“E se si sapesse che ieri ha salvato il Re?” chiese Pilar a suo padre.

“Il Re partirà domani. Sai, tra pochi giorni se ne va in Inghilterra. Inoltre, l’incidente di oggi verrà messo a tacere. Il Re lo saprà, ovviamente, e pochi altri; ma verrà tenuto fuori dai giornali, almeno finché non avranno messo le mani su entrambi gli uomini coinvolti.”

“Ho ancora questa notte,” dissi, “e non sono ancora le undici. Speravo che nel caos Monica avesse seminato sua madre e Carmona, e che se avessi aspettato qui avrei potuto ritrovarla. Pensavo che avrebbe potuto cercare di tornare alla cappella dove avevamo parlato, confidando che l’avrei cercata lì. Ma non è venuta, e ho cercato ovunque invano prima di provare a osservare la folla che passava attraverso il Cortile degli Aranci. Ora, sono certo che Carmona o Lady Vale-Avon debbano averla sorpresa mentre ero circondato, e costretta ad andare via. Senza dubbio sono a casa da un pezzo. Perché non dovrei fare appello al console inglese e dire che il Duca di Carmona sta trattenendo una ragazza inglese in casa sua contro la sua volontà?”

“Inutile,” disse il Cherubino. “È minorenne, ed è con sua madre, che è ospite della Duchessa.”

“Allora andrò alla porta di Carmona e farò un tale chiasso che saranno costretti a farmi entrare.”

“Finiresti in una cella di polizia. La casa di un uomo è il suo castello, specialmente quando è un palazzo e lui è un Duca.”

Fui ridotto al silenzio. Sapevo che il Cherubino aveva ragione; ma sembrava mostruoso che in questo ventesimo secolo una tale tirannia potesse dividere una ragazza dal suo innamorato.

Dopo aver riflettuto un momento dissi: “Comunque, andrò alla casa e cercherò di corrompere un servitore. Una volta dentro, non ne uscirei senza Monica. Oggi ho fatto due cose soddisfacenti con corruzione e sotterfugi, e non vedo perché non dovrei riuscirci la terza volta.”

“I servitori del Duca sono al servizio della famiglia da anni, e i loro padri e nonni prima di loro. Nessun denaro li corromperebbe per ingannare il loro padrone e la loro padrona,” disse il Cherubino.

“Non avrei creduto che né il Duca né sua madre fossero capaci di ispirare tale devozione.”

“Non è devozione, è paura. A un servitore infedele in quella casa… beh, potrebbe accadere quasi qualsiasi cosa.”

“Hai qualche consiglio da darmi, allora?” chiesi, disperato.

Il Cherubino scosse la testa. “La cosa prudente sarebbe andare via stanotte e confidare nella lealtà di Lady Monica. Non può essere costretta a sposare il Duca, sai; e se rompe il fidanzamento, lui dovrà lasciarla in pace, per amore della dignità.”

“Potrebbe essere prudente; ma naturalmente non lo farò.”

“Naturalmente non lo farai,” rispose il Cherubino, come se fosse ovvio.

“Molto bene, allora; la situazione è disperata, e bisogna tentare rimedi disperati; le cose non possono andare peggio di così. Girerò intorno alla casa di Carmona domattina presto, e quando uscirà la prima persona entrerò. Se non uscirò, saprete cosa mi è successo; e non credo che di questi tempi persino un Duca possa uccidere un uomo senza finire nei guai?”

“Ti farebbe semplicemente arrestare come scassinatore,” disse il Cherubino.

“Beh, avrei visto prima Monica, e forse l’avrei portata dalla parte giusta della porta.”

“Tenteremo l’impresa insieme,” disse Dick. “Sarebbe più socievole.”

“D’accordo, grazie,” dissi. “Allora qualcosa è deciso; e questi ottimi amici possono andare a casa a dormire.”

“Dormire!” fece eco Pilar con disprezzo. “Oh, se fossi un uomo, e potessi fare qualcosa per punire il Duca!”

“Vorrei che potessi scagliargli contro il tuo toro,” disse Dick. “Solo che, ora che ci penso, è ancora il suo toro.”

Per quanto ci provassimo, fu impossibile persuadere il Colonnello O’Donnel o Pilar che avrebbero dovuto tornare tranquillamente a letto, se non a dormire. No, non avrebbero fatto nulla del genere. Inoltre, nessuna persona di buon senso nel raggio di dieci miglia da Siviglia sarebbe rimasta a letto quella notte. Le processioni sarebbero continuate fino al mattino presto. Molte persone le avrebbero guardate, o avrebbero passato le ore fino alla messa mattutina in preghiera nella cattedrale, che sarebbe rimasta aperta tutta la notte. Perché la famiglia O’Donnel non avrebbe dovuto fare come gli altri?

Non ci fu risposta a questo; e fu finalmente stabilito che, se avessero voluto riposare affatto, sarebbe stato all’hotel in Plaza de San Fernando, dove avevamo cenato. Quello sarebbe stato il punto di ritrovo; e il Cherubino avrebbe incaricato il sagrestano che conoscevamo di sorvegliare la casa del Duca al mattino, portando notizie del nostro destino all’hotel, se non le avessimo portate noi stessi.

Mai – se vivrò oltre i settant’anni assegnati – dimenticherò quella strana notte del Giovedì Santo a Siviglia.

Dick ed io vagammo per le strade, e nella Plaza de la Constitución, dove lampade elettriche e luce di luna si mescolavano tristemente, mentre le cofradìas passavano senza fine.

Un cielo color violetto era come un velo di garza di seta, e mentre la luna scivolava giù per i pendii del cielo la vasta cupola impallidiva. Una dopo l’altra le stelle si spegnevano come fiammiferi consumati; l’alba era in cammino. Le luci elettriche brillavano e morivano, lasciando un crepuscolo perlaceo più misterioso di qualsiasi oscurità che cali con la notte.

La folla si era diradata; ma confraternite silenziose si muovevano per strade dove non c’era altro suono che il fruscio dei loro passi, il tocco dei bastoni d’argento dei loro capi. Così tenue era il crepuscolo dell’alba, che erano schiere di ombre sulla via del ritorno nella notte, le luci delle loro candele stelle perdute. Di tanto in tanto il tintinnio di un bastone portava a qualche finestra socchiusa un volto, a cui si univano presto altri volti, scrutando giù verso le oscure processioni di uomini e donne penitenti avvolte in vesti nere.

Fuori dalla grande porta est della cattedrale si fermò un paso, come un enorme carro dorato. Cristo era inchiodato a una croce non ancora sollevata al suo posto. Un soldato romano, di altezza esagerata e tratti sardonici, stava leggendo la pergamena con la beffarda iscrizione che stava per essere inchiodata sopra la testa coronata di spine. La sua bocca malvagia era piegata in un sorriso satirico. Due centurioni in armatura sedevano sui loro cavalli impazienti e davano indicazioni per sollevare la croce. L’effetto era sorprendente; poiché in questo pallido inizio di luce, e nell’atmosfera di vibrante esaltazione che impregnava la città, era difficile non credere che le terribili figure intagliate di legno avessero vita, e che con gli occhi della carne si stesse assistendo alla grande tragedia del mondo.

In qualche modo l’impressione di orrore era solo approfondita dal fatto che i portatori fossero usciti da sotto le tende del paso, per togliersi i grandi cuscinetti che portavano sulla testa, per bere acqua e fumare sigarette con i penitenti che avevano sollevato le maschere dai loro volti pallidi e umidi. Potevano essere compagni dei soldati romani, nella loro incuranza di quella forma torturata sulla croce.

Non erano ancora le cinque quando Dick ed io ci tuffammo nella fresca penombra della cattedrale, passando per il punto dove Carmona mi aveva colpito, e la cappella dove avevo portato Monica. Le pietre erano scivolose come il pavimento di una sala da ballo, con la cera caduta da innumerevoli candele, e l’aria era pesante per il fumo dell’incenso stantio.

Il riflettore dell’alba riusciva a malapena a penetrare le tende nere che per tutta la Settimana Santa avevano drappeggiato la cattedrale; perciò un raggio solitario, come una barra d’oro, si inclinava attraverso una finestra superba.

Le ametiste, gli smeraldi e i rubini dell’incomparabile vetro dipinto trasformavano la barra gialla in un arcobaleno che scorreva lungo la navata maestosa e colpiva in pieno un altare dorato. Poi lentamente la fascia ingioiellata si spostò dagli intagli dorati, con le fiamme che morivano al suo passaggio. Viaggiando, ancora come un riflettore, trovò le forme prostrate di uomini addormentati esausti dalle loro veglie, strappò dall’oscurità che velava donne inginocchiate vestite di nero, e alla fine riposò sul monumento stesso della Settimana Santa, fece impallidire le sue miriadi di candele e creò pozze di oro liquido sulle vesti dei sacerdoti che erano rimasti inginocchiati tutta la notte in adorazione dell’Ostia.

“Dico,” disse Dick, sussurrando a metà, “di solito non mi lascio andare a smancerie; ma non sembra la luce della salvezza che arriva a salvare le anime perdute?”

Non un hotel a Siviglia aveva chiuso le porte quella notte del Giovedì Santo; non un portiere aveva fatto altro che annuire e svegliarsi da un sogno interrotto, poiché c’era stato un eccitato viavai durante tutte le ore buie.

Alle sei Dick ed io eravamo alla fonda, a chiedere del Colonnello O’Donnel e di sua figlia. Erano arrivati alle due, ed erano ora addormentati, a quanto pareva; ma avevano lasciato un biglietto per i signori. In questo biglietto venivamo rassicurati che l’amichevole sagrestano dell’avventura della scorsa notte si sarebbe aggirato nei paraggi della casa di Carmona già dalle sei, e se lo avessimo voluto avremmo saputo dove trovarlo.

Prendemmo delle stanze, ci lavammo, ci vestimmo di nuovo e, dopo caffè bollente e panini, decidemmo che era tempo di andare di guardia. Certo, era assurdamente presto; ma a quell’ora la casa del Duca avrebbe potuto essere in fermento, e non dovevamo rischiare che Monica venisse portata via prima di aver avuto la possibilità di praticare la nobile arte dello scasso.

Gli orologi di Siviglia stavano suonando a intermittenza l’ora delle sette quando entrammo nello stretto e oscuro vicolo della Calle de las Dueñas. Le finestre chiuse con le persiane dormivano così profondamente che la nostra missione sembrava l’impresa di uno sciocco; ma mentre scorgevamo la porta chiusa del Duca, il messaggero del Cherubino emerse dalle ombre.

Sbarbato e stanco, i suoi occhi brillavano come perline nere alla luce del giorno; e ci salutò eccitato. “Señores,” esordì, “stavo per cercarvi all’hotel. È successa una cosa. Il Señor Colonnello mi ha detto che dovevo sorvegliare la casa di Sua Eccellenza il Duca, e farvi sapere quando foste arrivati se qualcuno fosse uscito o entrato. Chi penserebbe a persone che partono per un viaggio prima che il giorno sia sveglio? Ma così è. Il Duca, che ho visto in altri anni, è andato via in automobile con la sua onorevole madre e altre due signore.”

“Siete sicuro che fosse lui?” chiesi, completamente colto alla sprovvista.

“Sicuro, mio señorito. L’auto era una grande auto grigia. E” – il suo viso divenne astuto come quello di uno scoiattolo – “posso dirvi dove sta andando, se volete saperlo.”

“Voglio sapere tutto quello che potete dirmi,” dissi.

“Bene, l’auto grigia è arrivata poco prima delle sei e mezza, credo. Dentro c’era solo il giovane che guida, vestito di pelle. ‘Cosa sta per succedere?’ mi sono chiesto. Mi è sembrato meglio aspettare e vedere piuttosto che correre all’hotel a dire: ‘c’è un’automobile alla porta per il Duca’, e magari trovarla sparita, nessuno poteva dire dove, quando fossi tornato. Ma non dormo in piedi. Ci sono sempre idee che mi corrono in testa. Ho fatto finta di passare di lì, fermandomi a dare un’occhiata a una macchina così bella. Forse avevo fiammiferi in tasca, forse no; in ogni caso ho chiesto al giovane in pelle di darmi fuoco per la sigaretta. Lo ha fatto, ed è stata una cosa naturale attaccare discorso. ‘Fate una partenza mattiniera,’ ho detto. Ha annuito. ‘Andate lontano?’ ‘A Cadice oggi, passando per Jerez.’ Questo è tutto, onorevoli señores; ma ve lo dico per quello che vale. Pochi minuti dopo sono usciti i gran signori, e l’automobile è schizzata via.”

“Hanno caricato bagagli?” chiesi.

“Tutto quello che l’automobile poteva contenere.”

“Per Giove!” esclamò Dick. “Carmona stavolta ci ha buttato sabbia negli occhi. Chi avrebbe supposto che avrebbe voltato le spalle e sarebbe scappato come un codardo nel bel mezzo dello spettacolo della Settimana Santa, con il Re ancora in città?”

“Sono stato uno sciocco a non aspettarmi l’inaspettato,” dissi. “Se chiunque altro, tranne l’uomo del Colonnello O’Donnel, mi avesse detto ciò, sarei stato indeciso se accettare la storia o meno. Ma O’Donnel lo ha definito un tipo fidato; e mi ha servito bene la scorsa notte. Se aspettiamo per verificare la sua storia, per quando scopriremo che è vera l’auto grigia avrà preso un vantaggio troppo lungo. Non mi piace che Carmona si sia dileguato di nascosto. Sembra che ci sia qualcosa sotto.”

“Ha mostrato ieri notte di essere disperato,” disse Dick. “Penso che faremmo meglio a metterci in strada prima che cresca troppa erba.”

“Siete i migliori amici che si possano desiderare,” dissi. E pagando bene il sagrestano per i suoi servizi, tornammo di corsa all’hotel per trovare Ropes e far preparare l’auto.

Era ancora molto presto, e il Cherubino e Pilar non avevano dormito molte ore di bellezza; ma non potevamo partire per un’assenza indefinita senza salutarli; ed eravamo sulla strada per bussare alla porta del Colonnello O’Donnel quando Pilar apparve dalla stanza adiacente.

Un momento, e capì tutto. “Seguirete!” esclamò, senza aspettare di sentire i miei piani.

“E io andrò con lui,” disse Dick, guardandola con desiderio; poiché non aveva ancora avuto la sua risposta, e chi poteva dire quando l’avrebbe avuta ora, o cosa sarebbe stata quando fosse arrivata?

“Naturalmente. Sapevo che lo avreste fatto,” rispose Pilar. E una luce balzò nei suoi occhi scuri. Se non significava nulla di più caloroso, significava approvazione. “Vorrete andare subito. Oh, mi dispiace che vi perderete la fiera. Non sapete che terra delle fate è Siviglia, con miglia di strade e parchi coperti da archi di luci colorate, come gioielli; e papà ha una tenda nel posto più allegro, dove restiamo tutto il giorno, e vediamo i nostri amici, ed è così divertente visitare le baracche e le attrazioni! Ma forse la prossima primavera tornerete per la feria con la vostra sposa, Don Ramón; e quanto a lei, Señor Waring—”

“Quanto a me?” ripeté Dick, ansiosamente. “Non devo tornare prima di allora?”

“Dovete tornare quando volete, e… papà sarà felice di vedervi,” rispose, proprio come qualsiasi piccola señorita convenzionale avrebbe potuto rispondere. Ma almeno ebbe la gentilezza di arrossire; e mi sarei allontanato per dare a Dick un’ultima possibilità se in quel momento il Cherubino non fosse uscito dalla sua stanza.

Immediatamente Pilar si lanciò in spiegazioni, e tra noi tre ebbe presto la storia degli eventi.

Nessuno sulla terra sembra meno pratico del Cherubino dagli occhi sognanti e la voce dolce; eppure fu lui a pensare a dettagli pratici che avevamo dimenticato. Fu lui a ricordarci che non sarebbe stato prudente portare via Ropes da Siviglia. Come l’uomo che diceva di aver scoperto la bomba, la sua testimonianza sarebbe stata richiesta, e se fosse sparito sarebbe sembrato misterioso. Il suo legame reale con il Marchese di Casa Triana avrebbe potuto essere scoperto dalla polizia; e a causa di quel misero affare di Barcellona, le cui conseguenze continuavano a saltar fuori, qualche storia orribile avrebbe potuto essere inventata e creduta.

Dick ed io decidemmo senza esitazione di seguire il consiglio del Cherubino e lasciare Ropes. Era impegnato a preparare l’auto, e senza dubbio sarebbe rimasto deluso nel sentire che doveva essere temporaneamente abbandonato; ma avrebbe compreso la saggezza di una tale linea d’azione, e ci si poteva fidare che avrebbe protetto i miei interessi. Quanto a Dick, avrebbe potuto voltare le spalle ai procedimenti di Siviglia senza pericolo, poiché si spacciava solo per il datore di lavoro di un uomo che aveva trovato la bomba; inoltre, come suggerii senza guardare Pilar, avrebbe potuto tornare tra qualche giorno nel caso fosse stato richiesto per testimoniare.

Così fu deciso; alle otto avevamo salutato Pilarcita e il Cherubino, addolcendo l’addio con un speranzoso “au revoir”; e con Ropes che ci guardava sconsolato, schizzammo fuori da Plaza de San Fernando.

Guidavo io, con Dick al mio fianco, poiché non c’era più bisogno di sotterfugi. Carmona sapeva chi ero, e avrei potuto aiutare Monica di più sfidandolo che giocando al vecchio gioco dell’attesa, di cui ero stanco.

Sembrava strano correre di nuovo attraverso il paese in auto, dopo quei giorni febbrili a Siviglia. Con il volante tra le mani, il ronzio costante del motore sembrava dire: “Ce la farai; ce la farai; ti aiuterò a farcela.”

L’aria era fatta di profumo – fiori d’arancio e acacie; e la vasta pianura fiorita dove Siviglia è regina ci offriva una strada tollerabile, sulla quale l’auto correva leggera. Picchi innevati che svettavano con forme fantastiche cingevano l’arena verde di prati ondulati, e la giornata sembrava una giornata di giugno.

A parte la Lecomte grigia, non avevamo visto quasi nessun motore dalla partenza da Biarritz, tranne a Madrid; ma ora, quando provavo a decifrare i geroglifici della strada, la polvere mostrava più di una traccia di pneus. Delle auto erano venute a Siviglia da Madrid per la Semana Santa, e avevano evidentemente percorso questa strada per un giro più di una volta. Siccome non avevo il talento investigativo di Ropes, non ero in grado di distinguere i segni degli pneumatici della Lecomte da altri.

In vista della cospicua torre della chiesa a Utrera – antica dimora di fuorilegge – ci imbattemmo in una linea bianca polverosa che deviava verso Ecija. Fermandomi a interrogare un cantoniere, ricordai la storia del Colonnello O’Donnel sui Sette Uomini di Ecija, e lo strano legame tra loro e i Duchi di Carmona. Ma cosa avesse riportato la storia alla mia mente – a meno che non fosse il nome di Ecija sulla mappa stradale e sul cartello, o il fatto che fossimo ora nel vero cuore della terra dei briganti – non avrei saputo dirlo.

Sì, disse il cantoniere, aveva visto passare un’automobile; una grande, non molto tempo prima, diretta come se puntasse verso Jerez. Era grigia? Non ne era sicuro, ma in ogni caso l’oggetto era così grigio di polvere che, se sotto ci fosse stato un altro colore, nessuno avrebbe potuto vederlo. C’erano signore nell’auto? Beh, non ne era certo, poiché era passata come una palla di cannone in una nuvola di fumo; ma c’erano diverse persone all’interno, ed era l’unico motore che gli fosse passato davanti oggi. Diverse auto erano apparse in lontananza ieri, ma erano tornate indietro dal lato di Utrera verso Siviglia.

Un’automobile, una grande, apparentemente grigia, e con diverse persone all’interno, era passata a una velocità tremenda non molto tempo prima. Ciò faceva pensare che l’auto che inseguivamo non potesse essere lontana. I nostri occhi cercarono la polvere rivelatrice e trovarono la traccia liscia e diritta di uno pneumatico in mezzo alle ondeggianti tracce dei carri. Non ci restava che seguire quella traccia diritta, dissi, per raggiungere Carmona e intralciare i suoi nuovi piani.

Ora correvamo attraverso un’ampia regione di paludi salmastre, dove all’interno di recinti pascolavano centinaia di feroci tori neri, destinati prima o poi a morire nell’arena. Il paese divenne desolato e stranamente triste. Non incontrammo più carri di contadini o asini carichi mentre la strada iniziava a ondulare tra le pendici di catene montuose lontane.

“Che posto ideale per una banda dei bandidos del Colonnello O’Donnel, eh?” disse Dick; poi trattenne il respiro con una tale intensità da troncare la frase a metà, mentre sfrecciavamo attorno a un poggio a una svolta della strada.

XXXIII

I SETTE UOMINI DI ECIJA

Proprio davanti a noi era ferma una grande automobile, le sue ruote anteriori montate su una barriera di pietre grezze costruita attraverso la strada. Rotolato nella polvere giaceva un autista vestito di cuoio, flaccido nell’incoscienza o nella morte; e con le spalle rivolte all’auto, due giovani uomini si difendevano coraggiosamente contro sette.

Così all’improvviso irrompemmo sulla scena, e così furiosamente dovetti frenare, che vidi solo un quadro selvaggio di volti determinati, pallidi sopra lame scintillanti, volti feroci sotto berretti rossi da contadino, e carabine usate come clave. Poi Dick ed io eravamo fuori dalla Gloria; e invece di due ce n’erano quattro contro sette.

Dove erano i revolver che avevamo comprato su consiglio di Don Cipriano a Madrid, proprio per un’emergenza come questa? Nelle nostre valigie al Cortijo de Santa Rufina, dimenticati dal momento dell’acquisto fino a questo momento di bisogno. Ma, come per un accordo tacito, ognuno afferrò una pietra frastagliata che era rotolata dalla barricata, e prima che avessimo avuto il tempo per due pensieri consecutivi ci eravamo uniti agli sconosciuti, e tutti e quattro combattevamo come demoni.

Stranamente, i sette berretti rossi non spararono con le loro carabine, e avevano apparentemente diretto tutti i loro sforzi a disarmare o stordire gli automobilisti. Ma alla nostra vista le loro tattiche cambiarono. Sorpresi all’inizio, il loro stupore fu bruciato dalla rabbia. Quattro dei sette si rivolsero contro di noi ed estrassero i coltelli, ma veloce come la luce ne avevo strappato uno di mano a uno di loro, dando al proprietario un colpo devastante tra gli occhi con la mia pietra.

Cadde giù come un bue, ed ero pronto per un altro; ma la lama di un terzo sarebbe scivolata tra le mie costole se uno dei sette non avesse gridato bruscamente: “Fermatevi! Un’auto rossa, un’auto rossa. Sono questi gli uomini che vogliamo.”

“Metteteli fuori gioco,” urlò un’altra voce; ma era più facile a dirsi che a farsi. La pausa di un secondo che seguì il grido d’avvertimento salvò la mia pelle. Il coltello del brigante volò; e lui ricevette un colpo laterale sulla tempia che lo mandò a roteare.

Eravamo ora quattro contro cinque; ma già il braccio destro di un altro berretto rosso spruzzava cremisi dalla lama di un bastone animato che lampeggiava di blu elettrico, e un altro portava una macchia scura sulla camicia, una macchia che si allargava e cambiava forma.

Non c’era tempo per guardare i volti. Scorsi a malapena le fattezze di amico o nemico, e non avrei potuto giurare sull’identità di un solo uomo se la mia vita fosse dipesa da questo. Ma sapevo che i due accanto ai quali combattevamo erano coraggiosi oltre il comune, che valeva la pena combattere per loro e con loro. Eravamo tutti e quattro spalla a spalla ora, le spalle contro l’auto, sebbene come fossimo riusciti a raggiungere quella posizione non avrei saputo dirlo.

Un altro berretto rosso era caduto su un ginocchio, imprecando, e c’era una fresca macchia di cremisi su una camicia scura. Noi quattro avevamo il vantaggio ora, poiché non avevamo riportato alcun danno se non qualche contusione e un mal di testa o due, quando improvvisamente ci fu un ululato dal tizio caduto per ultimo: “El guardia civile!”

Era vero. Dalla distanza cavalcavano due uomini, precipitandosi verso di noi dalla direzione di Jerez. Ancora lontani, le loro uniformi bianche, nere e rosse catturavano il sole; e intuendo dal gruppo di figure che oscillavano attorno a un’automobile che qualcosa non andava, la coppia spronò i cavalli al galoppo.

“È troppo calda per noi!” ansimò il brigante che scambiai per il capo. Ringhiò un ordine; e sostenendo due dei loro compagni caduti che erano in grado di aiutarsi, la coppia illesa scappò verso un piccolo bosco dove ora vidi cavalli legati. Li inseguimmo; ma essi lasciarono prontamente i loro amici semi-incapaci a cavarsela da soli, e caricarono le loro carabine — così poco prima clave — con una rapidità quasi incredibile.

Un istante dopo due canne nere ci coprirono; e la marea della battaglia avrebbe potuto dopo tutto volgere al disastro, se non fosse stato per il fischio acuto di un proiettile che avvertì il nemico che non c’era tempo da sprecare in rappresaglie.

Uno della guardia civile aveva sparato da distanza, ma con mira precisa, come annunciò un urlo di dolore. Un uomo già ferito ricevette un altro souvenir dello scontro; e dei sette solo quattro riuscirono a raggiungere le loro selle. Uno zoppicava nelle retrovie, ma aveva perso la sua carabina; uno sedeva dove i suoi compagni lo avevano gettato nella loro fuga, e l’ultimo dei sette — stordito dalla mia pietra — giaceva respirando rumorosamente sulla strada.

“Prendeteli, prendeteli!” gridò ora ai guardia civile uno dei giovani uomini che aveva combattuto così brillantemente. “Non lasciateli scappare.”

Per la prima volta lo guardai con occhi attenti. Poi, potei a malapena soffocare un’esclamazione. Era il Re.

Mi restituì sguardo per sguardo, sorridendo con quel sorriso coraggioso e affascinante che ha la magia di trasformare un nemico in un leale servitore.

Avevo il mio berretto in mano ora, e così Dick, che sfoggiava l’aria baldanzosa che gli avevo visto indossare in più di una battaglia.

“Devo ringraziare entrambi,” disse il Re. “E non per la prima volta. Le nostre auto, così come noi stessi, si sono già incontrate. Non è stato vicino a Biarritz?”

Sentii il sangue salirmi fino alle radici dei capelli. “Vostra Maestà ha la memoria di un Re per i volti,” balbettai.

“Ci sono volti che non si dimenticano,” disse lui. “Ma ne parleremo tra poco. Ora abbiamo lavoro qui.”

Il compagno del Re era già inginocchiato al fianco dell’autista, versando aguardiente da una fiaschetta nella bocca semiaperta dell’uomo. Quanto al tizio che avevo colpito, ero sicuro che si sarebbe ripreso a breve, ma con pochi danni; e suggerii che Dick ed io trovassimo una corda nell’auto, che avrebbe legato lui e gli altri due semi-incapaci. Ma il Re non volle lasciarci lavorare da soli. Fece quanto noi, e più, prima di essere raggiunti dal giovane ufficiale che era suo amico.

Scoraggiati e deboli per la perdita di sangue, così come per la perdita delle loro carabine e dei loro compagni, i briganti feriti non opposero ulteriore resistenza. Ma erano silenziosi, eccetto per un’imprecazione o due mormorata, e mi misi in testa che il vero segreto del lavoro di questa mattina non sarebbe mai stato strappato loro.

Perché c’era, naturalmente, un segreto. Il Re, che non possedeva l’indizio che io avevo, lo vide e si chiese perché i briganti non avessero voluto spararci all’inizio. Chiaramente, il loro piano era stato di fare prigionieri.

L’idea ovvia era che avrebbero trasportato i loro prigionieri in qualche covo di briganti sulle montagne, nella speranza di ottenere un ricco riscatto. Ma avevano evidentemente previsto un’automobile, o non avrebbero innalzato una barricata proprio attorno a una curva stretta su un tratto di strada particolarmente solitario.

Potevano essere stati in agguato per il Re? Sembrava impossibile, dato che non aveva detto a nessuno che stava per uscire, e la spedizione era stata fatta d’impulso, in compagnia di un solo compagno oltre l’autista. Aveva intenzione di fare un giro e scoprire lo stato delle strade fin dove praticabile sulla via per Jerez prima di tornare indietro per la processione del pomeriggio. E quella sera doveva tornare a Madrid. No, non era il Re quello per cui i sette uomini si erano preparati.

Chi, allora, doveva essere la loro preda?

Credevo di poter rispondere a questa domanda, ma rimasi in silenzio; e non c’era motivo per cui il Re dovesse indovinare che avevo un sospetto.

“Ad ogni modo,” disse, “dobbiamo a voi e al vostro amico se l’affare non è stato più serio. Spero che saremmo stati in grado di difenderci bene; ma sette contro due sono probabilità lunghe. E sembra esserci un destino nel fatto che siate giunti da me proprio nel momento critico oggi, come a Biarritz. Mi piacerebbe conoscere i vostri nomi.”

Avevo temuto questo momento. Stolto, forse, sentivo che non avrei potuto sopportare di vedere la luce cordiale nei suoi occhi svanire in un fiero freddo, come doveva accadere quando avesse saputo che ero figlio dell’uomo che aveva tentato di porre un altro sul suo trono. Inoltre, che in un momento simile annunciassi me stesso come un Casa Triana sarebbe sembrato come chiedere perdono come ricompensa per ciò che avevo fatto. La confessione mi si bloccò in gola; e mentre esitavo, Dick parlò.

“Il mio amico non voleva che lei lo sapesse, signore,” disse, farfugliando così velocemente che non potevo fermarlo; “ma questa non è la seconda volta che gli capita di essere nei paraggi quando c’era una piccola cosa da fare per Vostra Maestà; è la terza. Ieri è stato lui a strappare quella bomba all’uomo sotto il paso, ad acciuffare l’altro tizio e a infilare la bomba in un vaso d’acqua rotto, sebbene abbia dato il merito all’autista, che, tra l’altro, è lo ‘shover’ di quest’auto. Il mio amico qui sta viaggiando, per così dire, incognito per importanti ragioni private, che vorrà farle sapere un giorno, signore, se non ora; ed è per questo che, quando Ropes l’autista è passato di lì, gli ha fatto dono di tutte le lodi.”

Il Re arrossì, guardandomi dritto negli occhi con un’espressione così nobile e allo stesso tempo così gentile che, se avessimo vissuto un secolo o due fa, quando gli uomini non si vergognavano di mostrare i loro veri sentimenti, mi sarei gettato ai suoi piedi.

“Vi ringrazio ancora,” disse, “per tutto. Sono lieto di sapere che siete spagnoli, anche se non dovessi sapere altro. Ma devo proprio non sapere altro?”

“Vuole Vostra Maestà perdonarmi,” chiesi, “se imploro di rimanere senza nome per il momento?”

“Potrei perdonarvi crimini ben più gravi,” disse il Re sorridendo; “e sono certo che la vostra ragione, qualunque essa sia, non rifletta altro che onore su voi stessi. Vi devo un debito. Esigete il pagamento con la mia gratitudine quando vorrete; prima sarà, meglio sarà. E se cercate un amico, saprete dove trovarne uno.”

Mi tese la mano, e quando la presi, strinse la mia calorosamente alla maniera inglese. Qualcos’altro stava per dire a un secondo pensiero, quando il suo amico — che aveva ormai riportato l’autista a una coscienza stordita — attirò la sua attenzione. “Signore,” disse, “le guardia civile stanno tornando senza prigionieri.”

Un minuto o due più tardi i due uomini erano giunti al galoppo fino a noi, uno ferito alla guancia. Avevano inseguito i briganti, scambiandosi colpi di fuoco, finché improvvisamente, essendo passati oltre un gruppo di alberi e alcuni dossi irregolari di sabbia, la banda era svanita come per magia. Le guardie civili avevano esplorato il punto alla ricerca di qualche nascondiglio abilmente celato, che sapevano dover esistere entro lo spazio di duecento metri, ma non avevano trovato nulla. E siccome non avevano avuto il tempo di accertarsi delle condizioni degli uomini lasciati a noi per occuparcene, avevano pensato fosse meglio tornare temendo che il nemico ferito non fosse affatto fuori combattimento.

Fortunatamente la distanza da questo luogo solitario a Jerez non era più di trenta chilometri, e entro tre miglia c’era una fattoria. Lì si sarebbe potuto trovare un carro per portare i briganti feriti in città; e da Jerez una squadra di uomini sarebbe stata immediatamente inviata a battere il paese alla ricerca dei briganti fuggiti.

Il Re, che le guardia civile riconobbero con rispettosa sorpresa, era ora ansioso di tornare a Siviglia, dove era atteso nel palco reale per la processione del Venerdì Santo, e dove doveva apparire entro le cinque al massimo. Indugiò solo il tempo necessario per assicurarsi che il suo autista non fosse ferito oltre una lieve commozione cerebrale, per dire alcune parole gentili alla guardia civile, e per dire un significativamente enfatizzato “Au revoir” a Dick ed a me. Poi, prendendo il volante lui stesso, mentre l’autista semi-stordito giaceva nel tonneau, fece retrocedere la grande auto marrone-rossastra dalla barricata e scattò via in una nuvola di polvere a ben quaranta miglia all’ora.

Restava a noi fare ciò che potevamo per assistere la guardia civile nel loro compito; e sebbene avessimo già perso troppo tempo per la mia tranquillità, era nostro chiaro dovere aiutare coloro che avevano aiutato noi. Quando avemmo livellato la rozza barricata, caricammo a malincuore gli uomini feriti nel nostro tonneau, e procedendo a un passo che permetteva alle guardie civili di galoppare vicino dietro di noi, ci dirigemmo verso la fattoria di cui avevano parlato. Lì, in un brusio di eccitazione, i briganti furono ammassati in un carro; e lasciandoli seguire, presieduti da una guardia a cavallo che guidava il cavallo del suo compagno, portammo l’altro a Jerez nella nostra auto, affinché il gruppo di ricerca potesse essere organizzato il prima possibile.

A volte la virtù porta la sua ricompensa, e la mia arrivò quando seppi che il nostro nuovo compagno aveva incontrato un’automobile che andava a gran velocità verso Jerez. Era andata così veloce che, nella polvere, non era sicuro del colore o del numero di persone all’interno, ma pensava di aver visto diverse signore.

Se avesse potuto ci avrebbe costretto a fermarci a Jerez e a testimoniare dell’attacco dei briganti; ma ridendo gli dicemmo che, piuttosto che essere ritardati di nuovo, lo avremmo scaricato sul ciglio della strada e saremmo svaniti nello spazio prima che avesse potuto mettere al lavoro il telegrafo. Quanto ai briganti, il capo con altri tre era scappato, e i volti di quelli catturati non erano noti alla guardia. Ma il fatto che fossero stati sette era significativo a suo parere; e credeva che si sarebbero rivelati uomini di Ecija, formando una banda ufficialmente ritenuta defunta.

Se avessimo dato un accenno ai nostri sospetti, sapevamo bene che ogni sforzo sarebbe stato fatto per trattenerci a Jerez, e una tale catastrofe l’avrei evitata a quasi ogni prezzo, a meno che non ci fosse stata una speranza di ostacolare Carmona. Ma che non ci fosse tale speranza ne ero certo come che il piano abortito fosse stato organizzato da lui.

Come avesse comunicato così rapidamente con i suoi amici i Sette, non pretendevo di dirlo, a meno che non avesse saputo dove trovare il loro capo, e l’avesse visitato questa mattina nella sua auto. Qualunque cosa avesse fatto, comunque, non sarebbe stato così sciocco da mettere a repentaglio la sua reputazione per il gusto di prendermi. Il fatto che avesse chiesto l’aiuto dei banditi provava che voleva sbarazzarsi di me senza coinvolgere se stesso, sebbene perché non avesse adottato il piano molto più semplice di denunciarmi come Casa Triana alla polizia, non riuscivo a concepirlo. Tuttavia, c’era ingegno in quest’idea. Se un giovane — o due giovani — venivano catturati in un luogo solitario noto per essere infestato da briganti; se tali giovani venivano tenuti per riscatto, e tenuti lontani per settimane o mesi, cosa era tutto ciò per un Duca di Carmona?

Cosa succederebbe se, quando uno di quei giovani apparisse di nuovo nel mondo (meno un orecchio o un dito, forse), raccontasse una fiaba sull’inimicizia del Duca, e ricordasse al pubblico un vecchio racconto di balie riguardante un legame tra la casa di Carmona e il capo dei sette famosi briganti? Chi gli crederebbe? Chi non penserebbe a un tentativo sciocco e dispettoso da parte di un uomo amareggiato di danneggiare un grande di Spagna?

Carmona non avrebbe messo tutti i Sette a parte della sua confidenza, questo era certo. Si sarebbe appellato al capo soltanto. Quel capo era scappato; e anche se fosse stato catturato non avrebbe tradito il Duca. Perché avrebbe dovuto, dato che non avrebbe aiutato se stesso; mentre, se fosse rimasto leale, Carmona avrebbe segretamente usato la sua influenza per alleggerire la sua pena?

Dick ed io discutemmo queste faccende in inglese, sotto il naso della guardia civile, mentre guidavo verso Jerez; e yankee astuto com’era, per una volta accettò il punto di vista spagnolo. Se dovevamo “pareggiare i conti con Carmona e fargliela pagare per questo,” doveva essere in qualche modo meno goffo, concordò Dick.

XXXIV

LA CORSA

Fu una fortuna per noi che la guardia avesse incontrato un’automobile tra la barricata dei briganti e Jerez, altrimenti saremmo stati in mare aperto. Il cantoniere vicino a Utrera aveva visto solo un’auto, e quella avrebbe potuto essere del Re; ma ora avevamo ancora qualcosa su cui sperare; e Dick ed io risolvemmo di uscire da Jerez il prima possibile, a condizione che potessimo apprendere che l’auto che seguivamo era andata avanti. Se indugiassimo, la guardia civile potrebbe, dopotutto, pensare che fosse suo dovere trattenerci, e non volevamo dargli il tempo di cambiare idea.

“È un peccato, però,” disse Dick, con un sospiro assetato. “Ho sempre avuto un debole sospetto che se mai fossi venuto in Spagna mi sarei fermato a Jerez — ‘il luogo da cui viene lo sherry’ — e avrei gironzolato in enormi, fresche bodegas, assaggiando vino dorato da gigantesche botti con strani nomi sopra. Solo a pensare a cosa sembrerebbe oggi avere un flusso di melato ‘Methusalem’ che scorre sulle nostre labbra polverose e giù per le nostre gole secche? Per tutti i fulmini! Non oso soffermarmici, visto che non si può. Ma è una grande occasione mancata.”

Quasi mentre parlava sfrecciammo in una graziosa città bianca, con scorci verdi di patios; e gemendo, Dick chiuse gli occhi su una grande bodega dove i famosi nomi di Gonzalez e Byass svettavano neri su bianco.

Lasciammo la nostra guardia civile all'imbocco di una stradina che, suggerimmo, era piuttosto stretta per le automobili, e, senza attendere i suoi grati saluti, ripartimmo a razzo, chiedendo a un lustrascarpe la via per il miglior albergo. Al “Segno del Cigno” ci fermammo giusto il tempo di dare acqua alla Gloria e di scoprire che un'automobile si era fermata per pochi istanti circa due ore prima. C'erano delle signore all'interno, ma non erano scese. Un gentiluomo, coperto di polvere, aveva ordinato sherry e biscotti, che lui e lo chauffeur avevano portato personalmente agli altri passeggeri, mostrandosi piuttosto impazienti con i camerieri. Questo gentiluomo aveva parlato spagnolo nell'albergo, ma era stato sentito conversare in inglese con i suoi amici. Erano rimasti circa quindici minuti e poi erano ripartiti. Un cameriere ricordava di aver visto lo chauffeur e il suo padrone consultare una carta stradale e aveva sentito pronunciare la parola “Cadice”.

Questo ci fornì un indizio apparentemente solido e, aspettandoci quasi di cadere in una trappola della polizia, scivolammo furtivamente fuori da Jerez, con uno scatto di velocità non appena ci lasciammo le strade alle spalle.

Ancora eravamo osservati da montagne custodi in vesti purpuree, sedute in conclave. Un fuoco di fila di papaveri spazzava i campi tra i quali viaggiavamo, mentre i prati in lontananza erano lastricati d'oro, o di un blu nontiscordardime come tessere del mosaico del cielo cadute a terra. L'aria divenne luminosa come la campana di cristallo che pende sopra le lagune di Venezia; e con il sottile mutamento dell'atmosfera avvertimmo nelle narici il primo sentore del mare.

Qua e là una striscia di verde lussureggiante era cinta di cactus, ma stavamo attraversando saline, e intorno a noi si stendeva una pianura ammucchiata di strane e lucenti piramidi di sale, bianche e brillanti come colline di polvere di diamante. Poi, improvvisamente, una linea spezzata di torrette, cupole e guglie si stagliò in perla scintillante contro il cielo; e non fu soltanto la limpidezza opalina dell'aria a riportare il ricordo a Venezia. C'era qui lo stesso flusso e riflusso di acqua salmastra nelle lagune scintillanti, le stesse linee scure e ondulate di alghe, la stessa ampia distesa di zaffiro oltre le cupole di alabastro.

Per la Spagna, la strada era buona, e scivolammo dolcemente attraverso la graziosa città vecchia di Puerta de Santa Maria, con le sue grandi bodegas e le associazioni byroniane. Attraversato il Guadalquivir, dove si tuffa nell'Atlantico, sfrecciando attraverso un'aromatica foresta di pini marittimi, sbucammo nella Puerto Real di regina Isabella, bianca e dall'aspetto moresco. Da lì, la lontana Cadice sulla sua roccia sembrò cambiare posizione in modo sconcertante, come un gruppo di castelli fatati, mentre giravamo attorno al bordo di quella baia semicircolare dove un tempo i Fenici commerciavano in metalli d'Inghilterra e ambra del Baltico; dove giacevano le navi della Grande Armada; e dove Essex portò distruzione.

A San Fernando, fui assalito dal dubbio. E se, dopo tutto, l'auto che cercavamo non fosse andata a Cadice, ma avesse preso di qui la strada costiera per Algeciras? La grande conferenza si era appena conclusa, lì; turisti di ogni nazione stavano affluendo in città, attratti dalla curiosità; e poiché il luogo vanta l'albergo più bello di Spagna, sembrava probabile che nel fuggire da Siviglia il Duca avesse scelto Algeciras invece di Cadice. Ma alcuni pescatori, su quella striscia di sabbia che lega Cadice alla terraferma, avevano visto passare un'auto poche ore prima. Sì, solo una; e pensavano fosse grigia. Aveva quattro o cinque passeggeri e stava andando a Cadice.

Verso quella puntammo, mentre Dick studiava una piantina della città mentre volavamo lungo la strada dritta arginata sopra la sabbia. Quando arrivammo nella plumbea Cadice, era in grado di dirmi in quale direzione dovessi guidare per trovare l'albergo principale; e in uno spiazzo non lontano dal porto affollato ci fermammo.

Dick rimase a guardia dell'auto dalla folla che si era rapidamente radunata, mentre io andai a interrogare il proprietario.

Nessun viaggiatore con un'automobile stava soggiornando da lui al momento; ma ne era arrivato uno un paio d'ore prima, forse, e i suoi passeggeri avrebbero voluto fermarsi per la notte. Purtroppo, però, poiché una grande nave era appena arrivata dall'America, ogni stanza era occupata.

Non c'era altro albergo presso il quale persone di gusto potessero alloggiare comodamente; e dopo una breve discussione, il proprietario dell'auto aveva deciso di proseguire per Algeciras passando per Tarifa. Il gruppo, composto da tre signore, un gentiluomo e lo chauffeur, aveva consumato un pasto frettoloso ed era ripartito circa un'ora e mezza prima del nostro arrivo.

“Quei maledetti bandidos!” esclamai a Dick in un impeto di delusione. “Se non fosse stato per loro saremmo stati alle calcagna dell'auto grigia e l'avremmo raggiunta qui all'albergo. Sarei riuscito a strappare Monica da sotto il loro naso, perché so che non mi avrebbe tradito.”

“Quei maledetti bandidos ti hanno presentato al Re, non dimenticarlo,” disse Dick in tono consolatorio. “E il giorno potrebbe venire presto in cui sarai felice di quella presentazione. Non si può mai dire, in una vita come la tua. E una volta che Carmona è ad Algeciras, beh, lo hai in una sorta di cul-de-sac da cui non può scappare, non più di quanto un topo possa saltare fuori da una bacinella mezza piena d'acqua. Se prende delle stanze al Reina Cristina, gli finirai dritto addosso. Se cerca di tornare via strada, ti correrà incontro; e l'una o l'altra cosa deve accadere, a meno che non metta la sua auto su un treno o un piroscafo, cosa improbabile.”

In parte confortato, proposi di seguirlo subito, ma Dick mi ricordò con nostalgia che il pomeriggio stava volgendo al termine, e lui con esso. Presto sarebbe stato esausto, a meno che non gli avessi dato qualcosa da mangiare. Sembravano anni da quella tazzina di caffè e dal panino del primo mattino.

Se noi avevamo bisogno di nutrimento, l'auto aveva bisogno di acqua. Entrambi i bisogni furono soddisfatti con una certa riluttanza da parte mia, sebbene la mia parte fisica apprezzasse la frescura del ristorante e gli strani piatti per cui Cadice è famosa; le seppie al sapore di fungo, la dorata nello sherry.

Poi ripartimmo, per imboccare una strada che il proprietario ci aveva avvertito non essere affatto buona. Le persone che viaggiavano in carrozza o diligenza dicevano cose terribili di quel viaggio dalle quattordici alle diciotto ore, sebbene il paesaggio fosse bello. Non suonava come qualcosa di edificante; ma ciò che dei buoni cavalli potevano fare in quattordici ore, la Gloria poteva farlo in tre o quattro.

Attraverso i rami di strade strette guidai l'auto fuori da Cadice. Si diramavano in tutte le direzioni, intrecciandosi e sovrapponendosi con l'intricazione di un rompicapo. Anche le case erano alte, e non c'era finestra con balcone scintillante di vetro e ferro dove donne dagli occhi scuri non si sporgessero tra cielo e terra, per sorridere giù verso il nostro motore ronzante. Era tutto molto pittoresco e allegro, nonostante gli antichi e tragici ricordi; e sebbene poche città di Spagna siano più antiche di Cadice — che rivendica Ercole come fondatore — le case bianche sembravano pulite come se fossero state costruite ieri o su un modello medievale.

Tornammo di corsa a San Fernando; e presto incontrammo il fondo dissestato che era stato profetizzato. La Gloria sobbalzava su solchi e scanalature e pietre sparse, e per forza dovetti rallentare la velocità affinché non si rompesse qualche vaso sanguigno. Tuttavia non perdemmo tempo nel coprire le sei miglia fino a Chiclana de la Frontera; e quando fummo passati attraverso questa antica roccaforte dei Fenici, sobbalzammo fuori in una solitudine aperta e sabbiosa, con solo il poggio di Barosa a rompere la sua monotonia vuota.

Anche una mente preoccupata deve risparmiare qualche pensiero per Graham e i “Faugh-a-ballaghs”, su questo terreno dove uomini spagnoli e britannici combatterono fianco a fianco contro l'invasore francese. Ma quando superammo la strada che si diramava verso Conil e proseguimmo dritti attraverso il piccolo fiume Salado, sentii una cosa più istruttiva della storia, più eccitante del romanzo.

Un uomo che incontrammo — che sembrava abbastanza vecchio da ricordare i giorni gloriosi della pesca al tonno — aveva visto una grande automobile, non più di un'ora prima. Evidentemente, allora, stavamo guadagnando terreno sulla preda. La notizia mi diede coraggio.

Il mare e lo Stretto di Gibilterra erano vicini ora, e sebbene non fossero ancora in vista, né il promontorio sabbioso di Trafalgar, l'odore di sale ci arrivò con il vento.

Presso l'antica città moresca di Vejer de la Frontera (non c'è quasi città in questo angolo di mondo ricco di storie ma che racconti, con il suo “de la Frontera”, dei giorni in cui i Mori venivano respinti, sempre più lontano) avevamo percorso ben trenta miglia da Cadice. Voci infantili che gridavano attorno all'auto dicevano che un'altra automobile non era molto lontana; e come un cavallo da corsa che si avvicina al traguardo, aumentammo la velocità, lanciandoci di corsa verso la Laguna de Janda, sopra il terreno dove Tarik il Conquistatore iniziò la sua grande battaglia in movimento con Rodrigo. Così attraverso la piccola Venta de Tabilla, lasciandoci il lago alle spalle per tuffarci in una gola imponente che era una porta verso il mare. Lì, distesi davanti, c'erano lo stretto e la bruciante costa africana; Europa e Africa faccia a faccia; la bianca Tarifa che sporgeva tra le onde verdi; Trafalgar in lontananza, soffocata dalle nuvole come ricordi persistenti; Tangeri di fronte, una mezzaluna di perle, gettata verso il mare da onde blu imponenti che erano i Monti dell'Atlante. Cogliendo la bellezza selvaggia della scena con tutto ciò che significava, era uno dei grandi spettacoli del mondo — il mondo un tempo ritenuto finire qui, con le colonne d'Ercole.

Mentre la Gloria balzava verso Tarifa, un vento feroce che era rimasto in agguato balzò sull'auto e la fece vacillare. Raffica dopo raffica partivano dall'imboscata, accecando a metà i nostri occhi senza occhialoni con la sabbia che gettavano a manciate nei nostri volti. Ma ci calammo i cappelli; e la Gloria sopportò valorosamente gli assalti, la sua voce soffocata dall'urlo del vento, che avrebbe potuto essere il grido di battaglia di quegli eserciti moreschi il cui campo di battaglia questa terra era stata per sette secoli.

Mentre la buona strada bianca saliva sul fianco di una collina sulla via per Tarifa, quella città, la più moresca di tutte le città spagnole, si ergeva come un modello tagliato nell'alabastro in una cornice di giada. Chiara contro il cielo sorgeva la torre in rovina di Guzman el Bueno, l'Abramo della storia medievale; ma la nostra strada, invece di condurre attraverso la strana città vecchia, superò la porta a ferro di cavallo dell'ingresso e ci portò su per le montagne.

Non incontrammo anima viva, una volta voltate le spalle a Tarifa. Solo il vento selvaggio non volle abbandonarci, ma ruggiva con voci strane lungo le conche della terra, in un paese dove tutto era selvaggio. I fianchi ruvidi delle montagne erano punteggiati di querce nane; e man mano che la nostra strada saliva, più emozionanti diventavano i panorami, con il fumo dei grandi piroscafi che lasciava pennoni neri sopra il mare e le montagne dell'Atlante accovacciate come una Sfinge a guardia della costa africana.

Poi, perdemmo la linea blu e dura dell'acqua, nascosta dietro le montagne; e scivolando giù oltre la vetta ci nascondemmo dal vento muggente. L'auto volava come un uccello in cerchio attorno alle ampie curve e ci lasciò in valli pacifiche protette da foreste di sughero e pareti rocciose intarsiate con l'argento dei ruscelli gorgoglianti.

Così, di ritorno all'ampia vista sul mare e alle colline il cui tappeto fiorito era strappato da sporgenze di roccia frastagliate. Sugheri, cupi come ulivi giganti vestiti a lutto, forti nei loro corsetti e scudi di corteccia semi-spogliata come cavalieri in armatura, coprivano le colline come un vasto esercito. Ai piedi dei venerabili guerrieri, ondeggiavano felci e iris gialli in masse aggrovigliate; in alto sopra le loro teste veleggiava qua e là un'aquila reale o un avvoltoio, sembrando uccelli di carta o aquiloni giapponesi.

Lontano sotto di noi, le case bianche di Algeciras giacevano sparse, una collana spezzata di perline bianche; e dall'altra parte dell'acqua quel leone scuro, Gibilterra, si accovacciava come se aspettasse di balzare.

Se Dick o io lo vedemmo per primi non saprei dirlo, ma esclamammo insieme: “Ecco l'altra auto!” Ed era lì, un granello in movimento sulla strada in una nuvola bianca di polvere.

Le corremmo dietro con un balzo di velocità aumentata. Nessun bisogno ora di fermarsi a chiedere la strada per l'albergo; tutto ciò che dovevamo fare era seguire e raggiungere la Lecomte sui gradini dell'Hotel Reina Cristina. Un'idea folle balenò nella mia testa: avrei strappato Monica mentre scendeva dall'auto di Carmona, l'avrei gettata a Dick nella mia, mi sarei lanciato dentro anch'io e sarei ripartito prima che gli altri avessero avuto il tempo di riprendersi dalla sorpresa.

Più ci pensavo, più sembrava fattibile. Nessun rallentamento per le curve strette ora; fidarsi della fortuna che la strada fosse libera davanti! Ero elettrizzato dalla speranza e dall'eccitazione mentre sfrecciavamo dietro la scomparsa automobile coperta di polvere in un ampio cancello aperto. Il profumo di eliotropio e geranio rosa, caldo sotto il sole d'aprile, mi inebriò mentre percorrevamo il viale bianco e scorgemmo l'altra auto che si stava appena accostando davanti a una loggia porticata.

XXXV

LA LUNA NEL DESERTO

Due signore e la loro cameriera stavano scendendo. Un giovane americano le stava aiutando. L'auto grigia non era una Lecomte. Il proprietario, il suo chauffeur e le tre donne erano di tipi completamente diversi da quelli che cercavamo.

La scoperta, giunta dopo tale esaltazione di speranza, fu come un colpo al cuore.

“Sfortuna,” esclamò Dick. “Ma l'auto di Carmona deve essere da qualche parte.”

“Se mai è partita,” dissi io. “Comincio a pensare ora che Carmona abbia radunato i suoi briganti e mi abbia mandato incontro a loro, sapendo che avrei sicuramente seguito se avessi creduto che fosse andato da quella parte.”

“Oh dai, c'è ancora speranza,” mi consolò Dick. E voltandosi verso il proprietario dell'auto, chiese se avesse visto un'altra automobile grigia. Non l'aveva vista; e, a ulteriori domande, proseguì dicendoci che era partito da Siviglia con l'intenzione di fermarsi a Cadice e venire qui l'indomani; ma l'albergo era pieno, così aveva “tirato dritto” fino ad Algeciras. Questi dettagli provavano che la sua era l'automobile che stavamo inseguendo fin dall'inizio; e l'eccellente spagnolo che il californiano parlava ai facchini spiegava un pezzo di informazione fuorviante.

Mentre il gruppo di turisti spensierati entrava, Dick ed io restammo nei nostri cappotti pieni di polvere a discutere la situazione. Convenimmo presto che c'era una sola cosa da fare. Telegrafare al Colonnello O'Donnel per notizie dei movimenti di Carmona e aspettare dove eravamo una risposta.

A nessuno, eccetto a coloro che contano ogni istante prezioso, un tale ritardo sarebbe potuto risultare fastidioso. Il luogo era un paradiso, il giardino un angolo dell'Eden, e il Reina Cristina più simile alla casa di campagna di qualche milionario spagnolo che a un albergo.

Lasciata la Gloria, entrammo a scrivere un telegramma; e in un cortile, incantevole come il patio di un palazzo moresco, ci sedemmo a pianificare il messaggio. La gente dell'albergo confermò i nostri timori che nessuna risposta potesse arrivare da Siviglia fino al mattino; così Dick si occupò di scegliere le stanze, mentre, per risparmiare tempo, presi l'auto lungo la strada costiera verso l'ufficio telegrafico in città.

Quante miglia su e giù per quei sentieri bordati di fiori Dick ed io camminammo il mattino seguente in attesa di notizie, nessuno dei due avrebbe saputo dire. Erano suonate le undici quando la risposta del Colonnello O'Donnel mi fu portata in giardino.

“Al ricevimento del telegramma, interrogato sagrestano,” lessi. “Fatto confessare l'accettazione di una grossa somma dall'agente di C—— per mandarvi su una pista sbagliata. Facendo indagini e spero di farvi sapere tra qualche ora se C—— è davvero partito; se sì, in quale direzione. Vi consiglio di fermarvi ad Algeciras finché non avrete mie notizie. Vi sto spedendo i bagagli lì.”

“Qualche ora!” Cominciavo a sapere fin troppo bene cosa potessero significare poche ore in Spagna dove, per una popolazione di filosofi, non importava nulla se una cosa accadeva domani o il giorno dopo.

Gibilterra era tinta di viola dalla notte e tempestata di diecimila luci quando arrivò il telegramma successivo: un messaggio che copriva due moduli telegrafici.

“Appena appreso C—— partito oggi per Granada con lo stesso gruppo. Ha preso il treno, e non si è scoperto se abbia imbarcato l'automobile. C—— si crede sia malato. Un amico al club dice che C—— è stato sentito dire di conoscere a Granada un uomo che vale venti medici, guaritore naturale, erborista. Forse desidera consultare questa persona. La malattia sembra misteriosa. La casa di C—— è ben nota a Granada. Informatevi al Washington Irving, dove suppongo soggiornerete. Telegraferò o scriverò a quell'indirizzo.”

Sarei dovuto partire entro l'ora, ma il modo più rapido per raggiungere Granada era tramite Ronda, e non c'era strada per le automobili. Si poteva camminare, si poteva cavalcare, lungo un sentiero per cavalli attraverso gole insuperate per grandiosità; ma era una spedizione di due giorni, mentre se avessimo potuto frenare la nostra impazienza fino al primo mattino, avremmo raggiunto Ronda in treno in circa quattro ore.

Non essendo del tutto folli, aspettammo, ci alzammo alle cinque, e prima delle sette stavamo uscendo da Algeciras, mentre la grande cataratta di nubi del Levante ribolliva e bolliva sopra Gibilterra. Su un carro merci, viaggiando con lo stesso treno, c'era la mia brava Gloria, nulla di peggio per il volo selvaggio di ieri, e pronta per un altro quando avesse potuto prendere la strada oltre Ronda. Non avevo ancora smesso di meravigliarmi della rapidità con cui era stata spedita. Dick scoprì, tuttavia, che il direttore della linea era uno scozzese, una sorta di fata madrina per tutta la regione circostante, il che spiegava il mistero; e la sua strada era meravigliosa. In una carrozza vetrata, che era una “vettura panoramica”, sfrecciammo attraverso paesaggi così diversificati che avrebbero potuto essere scelti tra i pezzi più belli di un intero continente. C'erano burroni boscosi tappezzati di rosa selvatica; c'erano lontane città collinari come stormi di gabbiani in riposo sul bordo di vertiginosi precipizi; c'erano strane vecchie fortezze; castelli moreschi in rovina; campi verde velluto con siepi di aloe grigie come linee di ardesia rotta; gole scure e nobili cosparse di fiocchi di madreperla di rose selvatiche bianche, che scivolavano giù sulla roccia rossa verso l'acqua verde come l'onice. C'erano pezzi fioriti d'Olanda e lunghi tratti di Svizzera. I mulini glaciali in gole strette erano come nicchie vuote per statue colossali di santi; frutteti rosa e bianchi schiumavano ai piedi di antiche torri di vedetta; rocce nere, come enormi cani da guardia, sembravano accovacciarsi su cuscini di fiori selvatici; e salici piangenti orlavano il fiume d'argento prima che si lanciasse a combattere tra le montagne; le acacie spargevano profumo, e i giardini di aranci si spingevano così vicino al treno che una mano tesa avrebbe potuto coglierne i globi d'oro.

C'erano grotte e fiumi sotterranei, infestati da Mori incantati; e alla fine, un breve scorcio di Ronda sospesa alta contro il cielo, che svaniva come il leggendario Giardino di Iram, e non si sarebbe più vista fino a quando il treno non avesse risalito la scogliera con molti tornanti.

Proprio mentre arrivammo alla fine del viaggio, un pensiero nel mio cervello sembrò scattare come il grilletto di una carabina. Nella fretta di partire con il primo treno del mattino avevo dimenticato di cercare altro petrolio ad Algeciras, sebbene non ne avessi abbastanza per portare l'auto a Granada.

C'era giusto il tempo di telegrafare al Reina Cristina e implorarne un po' dal giovane californiano, che si era innamorato così profondamente del posto da voler rimanere una settimana. Eravamo diventati amici e certamente avrebbe concesso il favore, quindi avremmo potuto contare di viaggiare quella notte con acetilene e chiaro di luna. Nel frattempo, c'era una lunga giornata da aspettare, ma camminai via la mia irrequietezza meglio che potei esplorando ogni centimetro di Ronda.

Dopo quel primo sguardo verso l'alto dal treno, quando Ronda rimase sospesa davanti ai nostri occhi sopra una gola di oltre trecento metri, ci eravamo finalmente intrufolati, per così dire, da una porta di servizio. Se non fosse stato per quella prima occhiata, e se non avessimo letto "Miranda of the Balcony", non avremmo mai indovinato, camminando dalla stazione all'Alameda, che Ronda fosse diversa dalle altre città moresche. Ma in lontananza c'era una barriera di ringhiere di ferro, e un effetto curioso come se oltre di esse tutto finisse, eccetto il cielo. Proseguimmo, raggiungemmo quella ringhiera e ci sporgemmo.

Nessuna immagine, nessun libro era stato in grado di darci una vera idea di Ronda. Era stupenda, meravigliosa. Guardammo giù verso il mondo sottostante come se fossimo appesi a un pallone aerostatico, poiché la roccia sprofondava sotto i nostri piedi, un precipizio a picco; e gli uomini che lavoravano nella valle sottostante sembravano minuscoli granchi. I mulini moreschi erano bianchi, clessidre infrante che scuotevano un ruscello d'argento; le oche sul fiume erano briciole di pane galleggianti; una fila di asini che strisciava su per la ripida strada moresca era invisibile sotto i carichi, che sembravano funghi con gambi in movimento.

Il rumore del fiume saliva fino a noi con un ruggito ovattato, e attraverso la profonda vallata che le sue acque avevano scavato, si estendeva una terra montuosa e selvaggia, attraversata qua e là da fili bianchi di strade che si aggrappavano alla linea dell'orizzonte per poi scomparire.

"Per tutti i fulmini, se questo nido d'aquila non batte ogni record!" esclamò Dick, sempre moderno. "Se ci fosse altro da battere, potrebbe prendersi pure quello. Evviva te, roccia e fiume. Sei sublime."

Ma non avevamo visto tutto, restando appesi a quella ringhiera di ferro, né quasi tutto. C'era il palazzo del Re Moresco e i terribili gradini scavati dai prigionieri cristiani. C'era il ponte gettato sulla gola; e la celebre "finestra" di roccia, una delle meraviglie del mondo. C'era l'antico anfiteatro romano, trasformato in arena; la cinta muraria della città, che Ercole aiutò a costruire; la porta romana, la porta moresca e la casa in cui viveva Miranda; e cento altre cose da scoprire arrampicandosi su colline ripide o scivolando lungo precipizi selvaggi.

L'aria splendida di montagna aveva dato a Dick un appetito feroce; tuttavia, riusciva a stento a staccarsi dalla scogliera sopra la "finestra", e giurò che sarebbe valsa la pena venire fin da New York a Ronda l'anno prossimo, quando il grande nuovo hotel sarebbe stato finito.

La pioggia cadde mentre pranzavamo, ma uscimmo di nuovo a vagabondare, in una foschia sottile come un setaccio, attraverso la quale filtravano turchesi e lustrini d'argento; né smettemmo di vagare finché non giunse l'ora dell'arrivo del treno con la benzina attesa. Il californiano non ci aveva deluso; e con una buona scorta di carburante per la Gloria, e abbastanza per noi da durare fino al mattino, partimmo, contro il consiglio di tutti.

Il cielo si era schiarito e il crepuscolo si sarebbe presto fuso con il chiaro di luna; ma avremmo avuto bisogno anche della luna e delle stelle sulla strada che dovevamo percorrere. In più di un punto, sulla mia mappa, era segnata da un'ominosa e sottile linea nera che significava "Automobilisti, attenzione". Il paese era scarsamente popolato; la gente sussurrava di bandidos; e se fosse successo qualcosa all'auto nel mezzo della notte, non ci sarebbe stato modo di ottenere aiuto.

Tuttavia, se fossimo riusciti a passare senza gravi incidenti, avremmo risparmiato un giorno; perché non c'era treno per Granada fino al mattino, e Dick era interessato all'avventura, per il gusto dell'avventura, tanto quanto io lo ero per un'altra ragione.

Dopotutto, ci ricordammo a vicenda, era un viaggio di sole centoventi miglia. Senza traffico a ostacolarci, la Gloria avrebbe dovuto volare sulla distanza in quattro ore; e che importava se tutti cercavano di scoraggiarci? Avevamo già vissuto esperienze simili a Biarritz, e i pericoli si erano rivelati chimere. Nulla in Spagna era così problematico al giorno d'oggi come gli impiccioni vorrebbero far credere, nemmeno i mendicanti.

I miei grandi fari proiettavano un anello scintillante sulla strada, che l'auto sembrava spingere rapidamente davanti a sé mentre correva.

Dick scrutava attraverso la luce incerta la città collinare di Teba, da cui l'Imperatrice Eugenia prese il suo titolo, ma i miei occhi erano incollati alla strada.

Pensare che, se avessimo saputo a Jerez che Granada era la stella polare, avremmo potuto raggiungere Ronda in un tragitto di quattro ore l'altro ieri! Ma era inutile lamentarsi, e il destino ci aveva dato Ronda.

Quando avemmo superato lo sparuto villaggio di Campillos la luna era sorta, un grande globo di luce bianca e incandescente, così brillante che invece di drenare il colore dalla roccia, dall'erba e dai fiori, conferiva valori nuovi e quasi soprannaturali a ogni cosa.

Avevamo il mondo tutto per noi, un mondo meraviglioso come una vasta coppa d'argento riempita a metà di gioielli. Oltre le cime delle montagne, tagliate in modo frastagliato come acciaio, strane figure sembravano correre lungo l'orizzonte. Immersi in un bagliore ultraterreno giacevano campi di papaveri simili a laghi profondi di sangue che riempivano le valli tra piccole colline ondulate, e qua e là una montagna in miniatura di colore rosa o grigio scintillante sorgeva dalla pianura come un palazzo fatato che sarebbe stato invisibile alla luce del giorno. Gli ulivi che si estendevano in linee rette su entrambi i lati di viali infiniti zampillavano d'argento sotto la luna, ogni viale spazzato da un'onda di papaveri. Era un paesaggio da caverna di Aladino fatto di metalli rari e pietre preziose che imitavano alberi e fiori.

Antequera, sui suoi crinali selvaggi, era un buco nero e irregolare nel cielo d'argento, finché non irrompemmo in città sotto il castello dominante dai ricordi cremisi.

Lì, c'era ancora vita e musica; le chitarre tintinnavano, i bambini che avrebbero dovuto essere a letto giocavano per le strade con agnelli che li seguivano come cani, mentre tutti, vecchi e giovani, ridevano e schiamazzavano alla vista della Gloria che sfrecciava via senza fermarsi, sulla via per Loja e Granada.

Una brusca svolta a sinistra ci portò fuori da Antequera, e la strada era così buona che Dick ed io iniziammo a ridere delle cupe profezie che finora non si erano avverate.

Il mio umore salì a un tale livello che, passando sotto la Roccia degli Innamorati, ancora perseguitata dalla fanciulla moresca e dal suo amante cristiano, citai Southey, strofa dopo strofa della vecchia poesia che tornava alla mia mente. La Peña de los Enamorados si ergeva come un piccolo modello di Gibilterra, sorgendo dalla pianura; e mentre proseguivamo tortuosi tra altri pinnacoli quasi altrettanto maestosi, potevamo vedere lo scheletro sbiancato di Archidona appeso alla sua montagna. Un tempo il luogo era stato un famoso covo di briganti; e quando, dopo aver scalato una collina tremenda, fummo giunti nella sua lunga strada bianca, Dick era dell'opinione che l'Archidona odierna fosse ancora un luogo di villeggiatura ideale per la confraternita, nel caso avessero bramato una vita cittadina. Ogni casa dal tetto basso nell'interminabile viale sembrava un vivaio adatto a misteri e segreti. Qua e là un volto scuro incorniciato da un fazzoletto rosso annodato sbirciava da una porta illuminata, fissando la Gloria finché non fu scivolata oltre la cresta della collina per procedere dolcemente lungo un'altra altrettanto ripida.

Lì, se solo lo avessimo saputo, il pacifico uliveto attraverso il quale passammo e zittimmo il canto degli usignoli doveva essere il nostro ultimo scorcio di pace. Oltre quella barriera d'argento giaceva il caos, un caos di montagne selvagge, gole profonde e steppe cupe, solitarie, spopolate, proibitive sotto la luna!

Se avessimo rotto un assale qui, con leghe da camminare fino alla fattoria più vicina, non ci sarebbe stata speranza per Granada domani. E ora la strada era ugualmente adatta a rompere assali, colli e cuori.

Era fatta di roccia in onde pietrificate, tra le quali la Gloria si dibatteva e saltava come molto tempo prima Dick si aspettava facesse quando attraversò il confine spagnolo. Ogni sua parte fremette come se fosse un cavallo nell'arena, e mi fece pena come se avesse un nervo in ogni molla e catena.

"Questa non è una strada; è un incubo", gemette Dick. Ma se lo era, era un incubo che correva con noi, abbagliante, mostrando zanne spaventose, per miglio dopo miglio di orrore. Proprio quando il ripido pendio di una discesa offriva un cuscino più morbido per i pneumatici sofferenti, e la speranza si agitava dentro di noi, irrompemmo in una regione come quella che l'immaginazione dipinge nelle strade di Lisbona dopo il grande terremoto. Canaloni e spaccature verticali solcavano l'autostrada serpeggiando qua e là, i baratri spalancati pronti a inghiottire la Gloria o almeno a mozzarle una ruota.

Ora il bordo terroso di una fenditura si sgretolava e crollava mentre le nostre ruote motrici sfioravano il ciglio; ora, sterzando con tutto il coraggio e la precisione che potevo, la Gloria oscillava mentre rimaneva sospesa a metà su una gola. In qualche modo la convinsi a scendere la collina, e uscendo dal labirinto di crepacci, tirai un sospiro di sollievo. Ma l'istante successivo, ebbi appena il tempo di premere i freni per evitare che l'auto saltasse in un piccolo fiume che scorreva attraverso la strada. Accuratamente arginato su entrambi i lati, il torrente scorreva rapidamente, tagliando la discesa ad angolo retto.

Qualunque fosse la profondità, dovevo rischiare. Superato l'argine più vicino, scesi nell'acqua corrente, dove la luna rise verso di me mentre rompevo il suo riflesso scintillante.

"Bravo vecchio San Cristoforo!" gridò Dick mentre ne uscivamo senza danni e risalivamo la sponda opposta, per piombare giù in una discesa vertiginosa dall'altra parte.

Ma era ancora presto per lodare il santo. Non dovevamo far altro che guardare avanti per vedere quanto altro avrebbe dovuto fare per noi, se volevamo arrivare a Granada. Dove un piccolo gruppo di case si era riunito in fondo alla collina, come per osservare la nostra lotta, scorreva un altro fiume, ben più ampio.

Anch'esso correva attraverso l'autostrada, come se le strade fossero fatte per i letti dei fiumi; e questa volta la situazione era così grave che fermai la Gloria per riflettere.

Non c'era dubbio; questo fiume era profondo. Sebbene un carro potesse guadarlo in sicurezza, e avere il flusso d'argento increspato non più alto degli assali, era diverso con un'automobile. Mi chiesi desolatamente cosa sarebbe successo alla marmitta se la sua massa di metallo riscaldato fosse stata improvvisamente immersa in acqua fredda, e cosa sarebbe successo al commutatore.

"Nel dubbio, gioca una carta vincente", disse Dick. "E credo che quel ponte a schiena d'asino sia una carta vincente, se non altro un fante, o un due."

Era vero, c'era una stretta costruzione che poteva passare per un ponte, se si voleva fare un complimento. Era di pietra, e arrivava a una punta ripida all'apice, come una "tenda di carte" quando due carte ricevono sostegno l'una dall'altra. Era questione di una frazione di pollice, se la Gloria voleva passare; ma tra il pericolo di un blocco e il pericolo di un cilindro scoppiato, decisi di rischiare di giocare la carta vincente di Dick.

Prima scesi e svitai i coprimozzi per dare più spazio, poi risalii per la prova, mentre Dick camminava, pronto a offrire aiuto se fosse stato necessario. Ero passato a fatica fino in cima, e la Gloria aveva effettivamente iniziato la discesa, quando emise un grido stridente e si bloccò tra i parapetti.

Cercai di muovermi, e non potei. L'auto era irrimediabilmente incastrata.

"Bel guaio", disse Dick. "Se stessi scrivendo un libro, direi: 'questo percorso è adatto solo per auto da cento cavalli, costruite in piccole sezioni e che trasportano passeggeri allegri'. Beh, noi eravamo allegri una volta, e forse lo saremo ancora. Passami la chiave della cassetta degli attrezzi, vuoi?"

Lo feci senza una parola, temendo che se ne avessi pronunciata una sarebbe stata troppo forte. Ma la curiosità ebbe la meglio su di me quando udii un tintinnio metallico, poi i colpi di un martello.

"Sto solo buttando giù un pezzo di questo vecchio parapetto", fu la calma risposta alla mia domanda. "Parte di esso è già andato; perché non di più? Scommetto che le generazioni future mi ringrazieranno, dato che è certo che non sarà mai riparato."

Mentre parlava, ci fu un grande tonfo, quando un pezzo del parapetto, già indebolito da anni di tempeste e stress, precipitò nel fiume. L'auto fu liberata e scivolò giù dall'altro versante della schiena di cammello.

Ora sembrava proprio che potessimo ringraziare San Cristoforo in tutta sicurezza, poiché nulla avrebbe potuto essere peggio del passo dal quale ci aveva appena salvati, graffiati, ammaccati, ma non distrutti. Non dovevamo far altro che arrampicarci fuori dal greto accidentato del fiume, sobbalzare sul passaggio a livello di una ferrovia, per sbucare su un'autostrada ampia e liscia come una strada per il paradiso. Pronto a gridare di gioia, accelerai, e la Gloria scattò sulla via bianca e silenziosa come se fosse felice di voltare le spalle all'Inferno.

Lo studio della mappa di ieri mi assicurava che alla fine avevamo imboccato la strada principale da Malaga, e sembrava esserci ogni ragione per credere che il calvario appena concluso sarebbe stato il nostro ultimo. Volando a circa cinquanta miglia all'ora, sotto una luna stanca che cercava l'ovest, poco dopo una città si erse grandiosamente davanti a noi, troneggiante su rocce in un'ampia valle, e pallida nella strana luce come una regina triste.

Loja, tragicamente perduta chiave di Granada, sorella della famosa Alhama, roccaforte di quel feroce alcayde che chiamò figlia la sultana di Boabdil! Loja, e solo trenta miglia ancora per Granada.

Ci precipitammo verso quell'ampia valle, e verso la città di montagna che osò respingere Ferdinando. Nelle strade deserte l'unico suono era il canto di molte sorgenti, le stesse voci musicali, le stesse melodie che Lord Rivers udì quasi cinquecento anni fa, quando venne con i suoi arcieri inglesi per aiutare a conquistare quel luogo selvaggio. Anche El Gran Capitán era venuto qui, un esule solitario, dopo tutti i suoi splendidi servizi a un re ingrato. Anche lui aveva udito il canto delle sorgenti di Loja, non in trionfo, ma in dolore.

Giù nella valle oltre, il fiume ci gridò un avvertimento; ma non prestammo attenzione, nemmeno quando la superficie stradale cambiò di nuovo in fango appiccicoso; arrancando, miglio dopo miglio, al miglior ritmo che potevamo, e dicendo sempre che presto saremmo stati sulla Vega. Così l'alba arrivò furtiva e tremò sulle nevi della Sierra Nevada.

La luna se n'era andata, e doveva passare ancora molto prima che il sole splendesse sulle montagne, quando un'ombra nera come una grande bara abbandonata sulla strada, mi fece fermare. Accostai in fretta, appena in tempo, e potevo a stento credere ai miei occhi. Ma non era un'illusione. Eravamo sull'autostrada dal porto di Malaga a Granada, eppure ecco un ponte rotto, una struttura nobile che avrebbe dovuto sopravvivere ai secoli, che cadeva in rovina.

Il crollo del grande arco centrale non era cosa nuova, poiché muschio e licheni smaltavano i suoi bordi frastagliati di verde e oro. Alcuni rami sparsi liberamente sulla strada erano gli unici segnali stradali a indicare questa tragedia, sebbene forse fosse una storia vecchia quanto il grande terremoto di ventidue anni fa.

Un metro o poco più e saremmo finiti oltre; ma San Cristoforo non si era dimenticato di noi; e la cosa successiva era come attraversare il fiume senza un ponte. Tornai indietro, scoprendo tracce di ruote che mostravano un oscuro sentiero che scendeva oltre il ciglio dell'argine. Seguii, e scorsi il guado, un po' più avanti in una foresta in miniatura, dove un ampio ruscello giaceva in piena tra bassi argini.

"Dobbiamo passare", dissi, e guidai la Gloria nell'acqua. Se ci fosse stato fango... ma c'erano pietre invece; e con piccole onde che sciabordavano tra i raggi delle ruote, partì per rimbombare sopra.

"Credo che ce la farà..." avevo iniziato, quando emise un grande sibilo, come quando un fabbro immerge un ferro di cavallo rovente nell'acqua; e una nuvola di vapore si sprigionò. Tuttavia la forzai a proseguire, aspettandomi a ogni istante di udire qualche schianto fatale, mentre sprofondavamo più a fondo nel torrente. Ora le piccole onde schizzavano freddamente attraverso i miei piedi. Sarebbero salite fino al carburatore, avrebbero rovinato l'accensione, o, peggio ancora, avrebbero incrinato i cilindri?

Nessuno di noi parlò, e l'auto proseguì tempestosa, singhiozzando. Per un momento annaspò invano su qualcosa, e poi inciampò, come se fosse in ginocchio, sulla sponda più lontana. Sgocciolante d'acqua e sbuffante vapore, risalì fino alla strada principale e, con un balzo, ripartì attraverso il fango zampillante, come se non fosse successo nulla. Si sarebbe pensato che fosse spinta da un incentivo potente quanto il mio, che la costringeva ad andare avanti a dispetto di tutte le difficoltà; e forse era una canzone di gioia quella che il motore canticchiava, mentre usciva sulla Vega.

Improvvisamente i primi raggi del sole scesero lungo i pendii bianchi della lontana Sierra Nevada, toccarono la vasta pianura fertile e operarono una magia con una collina fortificata che galleggiava, onirica, da una foschia viola dove una grande città giaceva addormentata. Torri di cinabro raggruppate brillarono con l'oro dell'alba, e abbagliarono i nostri occhi con il fascino del romanticismo. Perché la città addormentata era Granada, e le torri rosse e i giardini sulla collina fortificata erano le torri e i giardini dell'Alhambra.

L'avventura era finita. E sotto uno di quei tetti, grigio colomba nell'alba, speravo che Monica stesse dormendo.

XXXVI

INGANNI E INCANTESIMI

A dispetto di dighe e chiuse, disse Dick, eravamo arrivati in un luogo che visitare, un tempo, gli era sembrato meraviglioso quanto trovare la chiave dell'arcobaleno. Eppure eccoci qui; e Granada — dopo che fummo entrati finalmente attraversando ancora un altro fiume — uscì dal suo incantesimo quando la vedemmo da vicino. Solo quella meravigliosa collina sopra era ancora magica, magica per lo sguardo come quando l'astrologo Ibraham decretò i suoi giardini.

Più della metà delle case moresche con le loro mirador avevano lasciato il posto a moderne abitazioni francesi; e i discendenti dei proprietari banditi nella lontana Tetuan e a Tunisi farebbero altrettanto bene a gettare via le loro chiavi e i loro atti di proprietà.

La cupola della cattedrale di Isabella e le torri di chiese vecchissime sorgevano tra i tetti di strade comuni; negozi ordinari di ieri e di oggi risalivano la ripida collina verso l'Alhambra; ma a un grande portale — la Puerta de las Granadas, eretta da Carlo V — i secoli si aprirono e ci lasciarono guidare attraverso il passato.

A quest'ora del mattino, la profonda foresta verde del parco dell'Alhambra, oltre l'arco classico, era silenziosa come il bosco incantato che nascondeva al mondo la Bella Addormentata nel suo palazzo. Gli usignoli erano andati a dormire, e gli uccelli del giorno avevano finito il loro primo concerto, ma un'altra voce cantava, il gioioso soprano acuto dell'acqua — acqua invisibile, che increspava attraverso canali sotterranei; acqua visibile che precipitava in ruscelli di cristallo su entrambi i lati della strada nel suo gorgogliante scendere a valle.

Ancora non vedevamo nulla delle incantevoli torri di cinabro che attirano tutto il mondo attraverso mari e terre. Ci fu solo uno scorcio di merli rossastri una volta a una svolta della strada, attraverso una trama di alberi e rami; poi eravamo in un taglio verde nel bosco profondo, dove due piacevoli hotel dal sapore antico si fronteggiavano.

Eravamo attesi nella casa che prendeva il nome da quell'anima delicata e geniale che risvegliò l'Europa e l'America al fascino dell'Alhambra. Avevo telegrafato con speranza da Ronda che saremmo arrivati presto, en automobile; tuttavia, il proprietario, conoscendo il percorso, fu sorridentemente sorpreso di vederci.

C'era un telegramma; quella fu la prima cosa che apprendemmo; ed era dal Colonnello O'Donnel; ma non aveva notizie da comunicare. Si limitò a telegrafare il suo consiglio che, se possibile, il Señor Waring tornasse immediatamente a Siviglia, poiché la sua testimonianza era ora richiesta nell'affare della bomba.

Dick disse subito che non mi avrebbe abbandonato, ma io insistetti sull'opportunità che partisse. Mi aveva accompagnato durante la mia grande avventura; e se Carmona e gli altri si trovavano a Granada, non c'era nulla che lui potesse fare al momento che io non potessi fare per me stesso. Se non si fosse presentato a Siviglia, potevano sorgere dei problemi; e nel caso avessi scoperto di aver bisogno del suo aiuto, avrei mandato un telegramma.

Il nome di Pilar non fu pronunciato, ma risuonò nei nostri pensieri e Dick non poté nascondere il lampo di impazienza che gli illuminò gli occhi. Forse, a quest'ora, lei avrebbe già deciso se la sua risposta dovesse essere un "sì" o un "no".

"La mia partenza dipenderà dal fatto che Carmona sia qui o meno", disse; e io mi rivolsi al proprietario con una domanda. Sapeva se il Duca di Carmona e sua madre fossero arrivati, portando amici nel loro palazzo di Granada?

Lo spagnolo rise. Sapeva fin troppo bene, visto che l'arrivo dell'illustre famiglia aveva provocato qualcosa di simile a una sommossa nel suo e in altri alberghi. Il palazzo Carmona era forse il luogo d'interesse più affascinante rimasto nella città di Granada, fatta eccezione per le tombe de los Reyes Católicos nella cattedrale. Era il palazzo dove Boabdil era fuggito dall'ira di suo padre; e dopo l'Alhambra e il Generalife era l'unica cosa che i turisti venissero a vedere. Ora, l'arrivo del Duca e della Duchessa impediva loro di visitarlo, una calamità che non accadeva in alta stagione una volta ogni dieci anni. Se la casa (che in quei giorni disponeva solo di un grande appartamento di stanze arredate e abitabili) era occupata dai suoi proprietari, solitamente avveniva per poche settimane nel pieno dell'estate, dopo che gli stranieri avevano smesso di venire al sud; oppure in autunno, prima del periodo dei viaggiatori. Ora c'era grande insoddisfazione tra i visitatori stranieri, che si consideravano defraudati dei loro diritti. Ieri mattina diverse comitive di turisti avevano insistito per entrare e, nel pomeriggio, per soddisfare la richiesta del Duca, due guardie civili erano state posizionate davanti alla porta per tenere a distanza gli aspiranti intrusi.

Non sembrava una prospettiva incoraggiante per me, nel caso avessi voluto tentare un colpo di stato simile a quello che avevo pianificato a Siviglia. Ma ci sarebbero stati altri modi per raggiungere Monica, mi dissi, quando il proprietario ebbe continuato dicendo che si supponeva che il Duca fosse gravemente malato. Se Carmona soffriva, non sarebbe stato in grado di sorvegliare i membri della sua famiglia così attentamente come prima, e non avrebbe dovuto essere impossibile far sapere a Monica che ero a Granada. Una volta che avesse capito che ero pronto e in attesa di portarla via, si sarebbero trovati i mezzi per raggiungerla.

Ci fu solo il tempo, quando Dick ebbe finalmente deciso di partire, per un bagno e una colazione prima di portarlo a tutta velocità alla stazione per il treno del mattino.

Nel frattempo avevo appreso che ogni stanza nei due alberghi del nostro proprietario era occupata, poiché era il periodo più affollato. Ma avrei avuto a mia completa disposizione una villa appartenente agli alberghi, situata in un antico giardino moresco di fontane gorgoglianti, ruscelli scorrenti, miradores intrecciati di rose, pergolati di gelsomini, siepi di mirto e alberi di magnolia. Il Carmen de Mata Moros sarebbe stato mio per tutti i giorni o le settimane che avessi scelto di rimanere. Soddisfatto, quindi, di non dovermi accampare sotto gli alberi del parco, decisi, dopo aver salutato Dick, di lasciare l'auto nella città di Granada e di perlustrare i dintorni del palazzo Carmona.

Qualche domanda qua e là mi portò alla strada senza troppi ritardi. Il palazzo, sacro alle memorie di Boabdil, della sua gentile Sultana Zorayda e della sua austera madre Ayxa, si trovava alla periferia dell'Albaicín, quella parte di Granada un tempo favorita dall'aristocrazia moresca, ora quasi interamente lasciata agli spagnoli più poveri e a gitani abbastanza ricchi e sofisticati da abbandonare le loro grotte. Ferdinando e Isabella avevano concesso la casa a un ricco nobile moresco che aveva abiurato la sua religione per aiutarli nelle loro guerre, e che divenne il primo Duque de Carmona, proprietario di molte tenute e molti palazzi.

Il mio proprietario non era stato male informato. Il bel portale, con lo stemma spagnolo del XV secolo sopra l'ingresso moresco, era sorvegliato da due guardie civili. Mi avvicinai e, con l'aria di un turista, chiesi tra quanto tempo il palazzo sarebbe stato aperto ai visitatori. Gli uomini non seppero dirmi. Il Duca era malato? Credevano di sì. E poiché non potei ottenere altro da loro, mi allontanai.

Sopra, sulla collina, si raggruppavano le torri rosse dell'Alhambra. Immaginai che in quelle torri dovessero esserci finestre che affacciavano sul patio del vecchio palazzo di Boabdil, e risolsi di provarlo a breve, ma non ero ancora pronto a lasciare l'Albaicín.

Avevo portato con me la mia Kodak come scusa per indugiare, e ora cominciai, in vista delle porte di Carmona, a scattare istantanee con calma. Quando fui impegnato in questo modo per quasi mezz'ora, vidi una giovane donna, evidentemente una domestica, lasciare il palazzo con un piccolo fagotto sotto il braccio; e senza sembrare di notarla, passeggiai nella direzione che stava prendendo. Una volta fuori dalla vista delle guardie civili, parlai alla ragazza, togliendomi il cappello cortesemente.

"Lei viene dal palazzo del Duca di Carmona?" dissi. "Sono un suo conoscente e intendevo passare a fare visita, ma ho sentito dire che non riceve nessuno."

"È vero, señor," rispose la ragazza, una creatura avvenente di tipo gitano, con occhi audaci che coglievano ogni dettaglio dei miei lineamenti e del mio abbigliamento. "Sua Eccellenza è arrivato molto affaticato ed è costretto a stare a letto; il che è scomodo, poiché ci sono ospiti stranieri che devono essere costantemente intrattenuti da Sua Eccellenza la Duchessa, che non ha tempo di accudire suo figlio."

"Confido che abbia un medico abile," dissi.

"Oh, uno molto abile," rispose la ragazza con fervore. "Non un medico ordinario, ma una persona meravigliosa. Mio fratello lo conosce bene e va nella Sierra a cercare erbe e fiori per le sue medicine e i suoi balsami."

Evidentemente la ragazza era orgogliosa della conoscenza, e io la assecondai.

"Tali rimedi sono buoni in casi di febbre e malaria," dissi.

"E per molte altre cose," insistette. "Sua Eccellenza ha contratto un qualche avvelenamento alla mano. Non so come; ma sta già meglio e senza dubbio guarirà presto. Se il señor volesse inviare un messaggio di vicinanza, potrei fare in modo che arrivi al Duca. Al momento nemmeno gli amici più intimi vengono ammessi, ma io sono nelle confidenze della cameriera di Sua Eccellenza, che è venuta con lei da Siviglia. Infatti, sto andando a fare una commissione per lei."

Colsi questa apertura.

"Vorrei inviare un biglietto," dissi, "ma non al Duca."

Arrivato a quel punto, tirai fuori dalla tasca un rotolo di banconote, mentre passeggiavamo lentamente insieme. Una giovane donna così ansiosa di dare l'impressione della propria importanza doveva avere ambizioni che andavano oltre il suo posto nella vita.

Il volto scuro brillò alla vista del denaro, e con tatto spiegai che il mio interesse principale era rivolto a una giovane ospite della Duchessa. Chiunque avesse potuto portarle un messaggio da parte mia, all'insaputa degli altri, sarebbe stato ben ricompensato. Non avrei ritenuto eccessive cinquecento pesetas per un servizio del genere.

Un accenno fu sufficiente. In un istante la ragazza divenne una donna d'affari e una maestra dell'intrigo. Non avrebbe, disse, osato tentare di consegnare un biglietto. Sarebbe stato più semplice, meno pericoloso per tutti gli interessati, mettersi al lavoro in un corridoio che la señorita inglese doveva attraversare; mormorare poche parole che avrebbero attirato la sua attenzione; ricevere un messaggio verbale in cambio; e portarmelo quando avesse potuto — non oggi; sarebbe stato impossibile; ma domani sera verso le nove, ora in cui aveva già il permesso di uscire.

Avrei dovuto fidarmi di lei? Il suo volto era di quelli che ispirano l'ammirazione di un uomo piuttosto che la fiducia, ma non avevo alternative. Se avessi rinunciato a questa occasione, difficilmente ne avrei trovata un'altra così promettente; e dato che dovevo dipendere da qualcuno nella casa di Carmona, perché non da questa donna? La bustarella che offrivo era abbastanza allettante da mantenerla leale, se mai qualcosa avesse potuto.

Non esitai più di un momento ad accettare la sua modifica alla mia proposta, dato che mi assicurò che era impossibile fissare un appuntamento prima. E il messaggio che mandai a Monica era formulato con cautela.

Gli amici che l'avevano vista l'ultima volta nella cattedrale di Siviglia erano ansiosi di rivederla e la pregavano di organizzarsi per incontrarli il prima possibile, per portare a termine il piano che era stato interrotto.

La ragazza ripeté queste parole dopo di me, promise di ricordarle e di darmi la risposta domani sera alle nove, nel caso le fosse affidato qualche messaggio. Non ci saremmo incontrati nello stesso posto, comunque, ma sulla collina dell'Alhambra, nella strada che sale dal "Wasinton" (come chiamava l'hotel) al Carmen de Mata Moros. Aveva un fratello che viveva non lontano da lì, disse, che prevedeva di visitare la sera seguente. Offrii metà del denaro in anticipo come incentivo alla lealtà, e fu accettato con dignità. Poi, quando ci stavamo separando, chiesi se si potesse vedere il patio del palazzo dall'Alhambra, che torreggiava sopra di noi sull'altura.

"Dalla finestra centrale della Sala de Ambajadores il señor troverà di poter vedere molto bene," rispose. "E c'è ancora un altro patio, nel quale c'è una vista migliore dai giardini del Generalife. Certo, i giardini sono molto in alto e lontani; ma se il señor avesse un cannocchiale di qualche tipo? E se vuole, posso provare a dire alla giovane signora che lui sarà prima in un posto, poi nell'altro, sperando di vederla. Diciamo, nel pomeriggio tra le quattro e le sei all'Alhambra; dopo di che, al Generalife, fino al tramonto."

Questo piano accurato valeva un'ulteriore banconota da venticinque pesetas, e la diedi. In seguito, non avendo altri affari personali a distrarre la mia attenzione, vagai per le strade di Granada e dentro la fredda cattedrale prima di salire a fare conoscenza con il Carmen de Mata Moros.

Quando ebbi visto la villa, con il suo incantevole giardino a terrazze, sospeso sul fianco della collina in alto sopra la Vega, una folle speranza divampò in me: avrei potuto rapire Monica, persuadere il Console inglese a sposarci e tenerla lì per la luna di miele, ostentando la mia felicità in faccia a Carmona. Naturalmente l'idea era fantastica, ma mi diede qualche momento di felicità.

Pranzai in giardino sotto la fitta ombra degli alberi di níspero e, prima dell'ora concordata, mi avviai a piedi verso l'Alhambra.

Per nulla al mondo avrei preso una guida per mostrarmi la strada. Per tutta la mia vita, fin dai giorni in cui mia madre mi raccontava leggende di tesori nascosti e guerrieri moreschi incantati, l'Alhambra era stata un sogno fiabesco per me. Non c'era nessuno al mondo, eccetto solo Monica, la cui compagnia avrei desiderato per questa spedizione. I pensieri e le impressioni degli altri sul posto potevano essere migliori dei miei, ma non volevo ascoltarli; volevo solo i miei.

Sotto gli enormi olmi pendenti, che coloro che si fidano delle guide turistiche attribuiscono a Wellington, vagai finché non giunsi a una grande torre rossa, con un arco a ferro di cavallo come ingresso. Lì sulla chiave di volta c'era la mano scolpita; oltre, sopra l'arco all'interno, la chiave; e ricordando la leggenda che mai il disastro sarebbe giunto finché la Mano non avesse afferrato la Chiave, seppi che quella doveva essere la Porta della Giustizia.

Ora, un incantesimo cadde su di me. Era come se la Mano fosse scesa per toccarmi la spalla e dare la Chiave a meraviglie nascoste, che solo a me poteva essere permesso vedere. Quella era la finzione con cui mi compiacevo; poiché chi giunge nei luoghi più famosi è tanto realmente uno scopritore quanto chi trova un nuovo mondo. Non importa quanto abbia letto, quante fotografie fedeli abbia visto, deve scoprire tutto di nuovo, poiché è certo che da nessuna parte troverà nulla di più di quanto abbia dentro di sé. L'immagine che vede si adatterà alla cornice che la sua mente può dare, e nessuno mai ha visto, nessuno mai vedrà lì esattamente ciò che vede lui. Se la mente di un uomo non può creare una bella cornice, allora l'immagine non può che avere un effetto scadente per lui, e se ne andrà sminuendola.

Ora, credevo di aver creato una bella cornice ingioiellata per questo quadro dell'Alhambra, e speravo di meritare la Chiave che la Mano aveva prestato.

All'interno del portale, quando ebbi risalito un vicolo tortuoso, mi ritrovai nella grande Piazza delle Cisterne, che, con il vasto e incongruo palazzo incompiuto di Carlo V, riconobbi da molte immagini; ma non volevo ancora guardare giù su Granada e la Vega. Avrei aspettato finché non fossi riuscito a stare a una finestra nella Sala degli Ambasciatori e vedere ciò che mi era stato promesso. Così, senza uno sguardo oltre il parapetto, camminai verso una porta aperta, dove stavano due o tre uomini con cappelli bordati d'oro. Uno si fece avanti rassegnato per farmi da guida, ma una parola e un pezzo d'argento lo convinsero che ero una persona di cui ci si poteva fidare da sola, sebbene mi mancasse il biglietto dello studente.

Passai attraverso la stanza dedicata alla burocrazia, e poi — era giunto il momento di usare la chiave, poiché ero già nel paese delle fate; le copertine delle "Mille e una notte" si erano chiuse su di me, rinchiudendomi tra le pagine.

Fisicamente non ero solo; poiché c'erano turisti sbiaditi e stridenti nel cortile lastricato di marmo dell'Alberca, che avrei voluto fossero fermati fuori e messi in costumi appropriati per il paese delle fate; ma spiritualmente avevo il posto tutto per me.

I pesciolini scintillanti, come fiori tropicali sotto vetro verde, guizzavano verso di me attraverso l'acqua color berillo, proprio come i pesci antenati guizzavano quando mani ingioiellate di bellezze dell'harem sbriciolavano dolci nella vasca scintillante. Mia madre mi aveva raccontato una leggenda, secondo cui le preferite dei sultani esiliati pregavano di tornare dopo la morte all'Alhambra, nelle forme di bronzo e oro, rosa e porpora di questi pesci dell'Alberca; e ora credevo a metà a quella storia. Dove — poiché Maometto non concede alcun paradiso alle donne — avrebbero potuto essere più felici che qui? Galleggiando sempre sotto il loro tetto di smeraldo, si credevano più fortunate dei loro mariti, amanti e fratelli a cui era permesso riposare tra le mura dell'Alhambra sotto forma di rondoni che piangevano acutamente per giorni che non potevano più tornare?

Sognando, passai nel Cortile dei Leoni, dove io e i dodici bizzarri guardiani di pietra del luogo ci fissammo a vicenda attraverso pochi piedi di pavimento di marmo che misuravano secoli. Ogni bestia austera, bella a causa della sua rozza bruttezza diversa dai compagni; ognuna con una storia diversa da raccontare se avesse voluto. Quale ricordava quella notte in cui i coraggiosi Abencerragi affrontarono la morte, lì nella sala a destra, dove la fontana conservava sinistre macchie marroni? Quale aveva l'occhio veggente in questi tempi decaduti, per guardare quando il fantasma di quei nobili mori passava in silenzio e triste al chiaro di luna? Su quale erano schizzate gocce di sangue quando i giovani principi morirono per il piacere della gelosa Fatima? Quale aveva conosciuto il tocco della piccola mano di Morayma o della bella Galiana?

Feci le domande; eppure il profondo silenzio che rispondeva del cortile, e di tutto questo palazzo fatato, nascosto e segreto, sembrava dire così tanto che non era come il silenzio, ma riserbo.

"L'Alhambra è musica, colore e conoscenza," dissi ai leoni. "Quando me ne andrò chiuderò gli occhi e la sentirò oltre che vederla; sentirò la musica magica del silenzio, suonata su liuti d'argento di mori, e fontane gorgoglianti, il canto di una sirena per attirarmi di nuovo qui; e conoscerò e sentirò cose che non sono mai riuscito a pensare in modo del tutto chiaro prima."

Monica sarebbe venuta qui? Mi chiesi. Nessun volto più incantevole del suo aveva mai guardato giù da quelle finestre a grate sostenute da colonne delicate come il braccio bianco di un bambino. Se solo potessi vedere il suo volto ora! Non vedendolo, sapevo che nessun posto, per quanto bello, poteva essere perfetto per me. Ombre di dolore, di separazione, sarebbero risaltate più nere contro le mura ingioiellate e illuminate dal sole del palazzo fatato; e anche la felicità doveva cantare con note minori qui, per timore di provocare una stonatura nel poema tragico dell'Alhambra. Non c'è da stupirsi se, perdendo il loro gioiello della corona, i mori persero la speranza, e con essa tutta l'arte e la scienza che li avevano posti ben al di sopra dei loro rivali cristiani! Non c'è da stupirsi se si immersero, disperati, nei deserti che avevano lasciato, mescolandosi tra razze selvagge come una sorgente luminosa si mescola con un fiume sotterraneo oscuro, per non brillare mai più alla luce.

Ma nessuno dei miei sogni a occhi aperti mi ingannò facendomi perdere il conto del tempo.

Se la mia messaggera era sincera, presto Monica sarebbe stata in uno dei patii del palazzo di Carmona, guardando verso le torri dell'Alhambra. "La finestra centrale mentre entri nella Sala degli Ambasciatori," ripetei, e ritrovai la strada attraverso il cortile dell'Alberca; perché non c'è bisogno di conoscere l'Alhambra per trovare la via da sala a sala, vista cento volte con l'immaginazione.

Avevo indovinato che quella stanza fosse così bella sopra ogni altra, che non mi aspettavo di essere sorpreso; eppure fui sorpreso, e stranamente eccitato, perché la bellezza suprema è sempre eccitante per la mente latina. Un vasto pergolato di gioielli, e vecchio pizzo lavorato ad ago ricamato con fili d'oro ossidati e perle ingiallite, mi sembrò; anche i suoi portali avevano tende di pizzo; ricche pieghe pendenti di pizzo e frange, come il drappeggio sollevato della tenda di un sultano, sostenute su delicati pali di avorio levigato.

Dietro di me c'era il blocco color berillo della peschiera, incastonato nell'argento invece che nel marmo dal sole nel cortile. Davanti a me, attraverso il crepuscolo color rosa ingioiellato della Sala de los Ambajadores, un quadro blu e verde di cielo e montagne era incorniciato da pizzo e pietre preziose.

Camminai fino alla finestra centrale e guardai dritto giù, oltre le cime degli alberi, verso la valle del Darro, dove i tetti dell'Albaicín si raggruppavano insieme, dolcemente grigi e scintillanti come il piumaggio arruffato degli uccellini nel nido.

Lontano a sinistra giaceva la Vega, tremolante sotto una foschia di calore, che dava l'aspetto di un mare di cristallo che inghiottiva la pianura, alberi e villaggi sparsi che brillavano attraverso il flusso trasparente. Proprio davanti ai miei occhi, sulla spalla della collina coperta di cactus di fronte alla torre, scintillava una macchia di calce punteggiata da buchi neri, che erano le porte e le finestre delle grotte dei gitani. E sopra di me, a destra su una collina più alta, sorgevano le torri e i miradores di quell'antico "palazzo estivo delle delizie", il Generalife.

Uno sguardo ampio mi diede questi dettagli; poi, regolando il cannocchiale che avevo portato, fissai la mia attenzione su una casa vicino all'Albaicín, che identificai facilmente come il palazzo di Carmona.

Guardando giù da una tale altezza, ebbi una vista a volo d'uccello di doppi patii densi di arbusti, alberi di arancio e cipressi. I potenti occhiali rivelarono chiaramente le delicate colonne di marmo che sostenevano le arcate moresche della galleria superiore in uno di questi patii; ma l'altro era celato per me da un gruppo di cipressi.

Per molto tempo aspettai — ore, sembrò; ma nessuno si mosse lungo la galleria o apparve alle finestre socchiuse che guardavano giù nel cortile; e alla fine decisi di provare i giardini del Generalife, che mi era stato detto dominassero il secondo patio.

Una volta, diceva la leggenda, un principe era stato segregato dal padre in quei giardini e in quelle torri, affinché non vedesse il volto di una donna e non imparasse il dolore attraverso l'amore; tuttavia, egli aveva scoperto il grande segreto e aveva avuto notizie della donna più bella del mondo. Speravo, mentre camminavo lungo il viale dei cipressi, di poter essere altrettanto fortunato; e nei giardini ogni cosa parlava d'amore. Lì, sotto il cipresso gigante, il bel Abencerraje era venuto a tenere l'appuntamento che gli costò la testa, e quella di altri trentacinque nobili. Lì, in cima a quella scalinata di pietra in ombra, le cui balaustre erano ingioiellate dall'acqua corrente, il Principe Ahmed si era seduto a suonare il suo liuto. Da quel balcone ad arcate Zorayda aveva guardato quando l'amore era giovane e Boabdil ancora l'amante. Negli specchi del patio dell'acqua Galiana si era china sulla propria immagine chiedendo: «Sono degna di essere amata?»

Fuori dall'intreccio di rose bianche e rosse, raggruppate con arance dorate e fiori profumati che si mescolavano insieme in un unico enorme bouquet, cercai di trovare il mio amore. Era vero, ora potevo vedere chiaramente nel patio dei cipressi; e improvvisamente una figura bianca uscì da una finestra sulla galleria. Con il binocolo agli occhi, pensai di riconoscere la snella giovinezza di Monica; ma un momento dopo apparve una forma più grande. Le due donne stavano insieme guardando in alto, Lady Vale-Avon indicava verso le torri dell'Alhambra o del Generalife.

Era possibile che mi vedesse? Eppure no, non avrebbe potuto senza occhiali. Ma se a Monica fosse stato davvero detto dove mi sarei trovato a una certa ora, non avrebbe potuto escogitare qualche mezzo per eludere la madre e venire sola al balcone?

Molto tempo dopo che le due furono svanite rimasi a indugiare; aspettai fino al tramonto; aspettai finché il cielo non fu inondato di rosa e d'oro, e le torri e le colline furono purpuree in una foschia violetta. Ma Monica non tornò più.

Se non le era stato dato il messaggio, quale garanzia avevo che avrebbe ricevuto l'altro, di gran lunga più importante?

Fu in una febbre di incertezza che dovetti trascorrere le successive quattro-e-ventiquattro ore.

XXXVII

SOGNI E UN RISVEGLIO

Quella notte, nella mia villa sopra «la strada del grande uccisore di Mori», gli usignoli erano gli unici serenos. Il loro canto era il canto delle stelle; e il canto delle stelle era il canto degli usignoli. All'alba, dalla mia finestra, fui ammesso alla vita privata dei miei uccelli vicini. Li udii svegliarsi a vicenda; li vidi fare la loro toeletta; e dalla città, molto al di sotto del mio giardino a terrazze, giunse il suono delle campane — campane di chiesa, campanacci di muli e cavalli che iniziavano il lavoro, mentre i loro padroni cantavano coplas con un lamentoso strascico moresco.

Ancora una volta scesi a guardare la porta di Carmona, per trovarla ancora sorvegliata dalla guardia civile; e trascorsi gran parte della giornata nell'Alhambra, vedendo stanze e cortili che il giorno prima mi ero perso, guardando spesso giù nel patio del palazzo nell'Albaicín.

Cenai nel giardino dell'albergo e prima delle nove ero nel punto stabilito sulla strada fuori dall'alto muro del mio Carmen. I momenti passavano mentre camminavo su e giù, la mia sigaretta una macchia di fuoco nel chiaro di luna crescente; ancora la ragazza dal volto zingaresco non arrivava.

Venti minuti di ritardo, diceva il mio orologio, e mentre lo fissavo, un uomo si fermò davanti a me.

«Il nobile señor sta aspettando qualcuno?» chiese.

Misi via l'orologio e lo guardai. La luna, per quanto oscurata dalle nuvole, mostrava una figura alta, dalle spalle robuste e un volto che nella notte sembrava scuro come quello di un Moro. L'uomo si era sollevato il cappello dai folti capelli neri, e mi dissi che era un modello per un artista che volesse dipingere uno zingaro.

Constatando che non rispondevo all'istante, continuò:

«Il señor mi scusi se ho fatto un errore; ma mia sorella, che aveva una commissione da sbrigare per un gentiluomo, ha mandato me al suo posto.»

«In tal caso non avete fatto alcun errore», dissi. «Avete un messaggio per me da parte di vostra sorella?»

«E da parte di una signora. Il messaggio è che se il señor verrà a casa mia tra un'ora, troverà ciò che cerca.»

Il mio sangue accelerò.

«Cosa cerco?»

«Una signora che vi ama, e vi ha mandato questo tramite mia sorella.»

L'uomo produsse un minuscolo pacchetto di carta bianca che presi, ma non avrei aperto in sua presenza.

«Intendete dire che la signora mi incontrerà a casa vostra... stasera?» chiesi.

«Lei lo spera, perché non c'è altro posto o modo. Mia sorella porterà la signora; ma non è una casa, nel modo in cui dite voi, señor. È una grotta sul fianco della collina che ho reso la mia dimora, poiché sono un gitano.»

«Vivete sopra l'Albaicín, nel quartiere zingaro, dunque?» dissi.

«No, señor, più vicino di così. Dovete aver visto, se avete camminato per i dintorni, che ci sono molte altre grotte che costellano le colline. Per trovare la mia dovete andare verso il cimitero, prendere la prima svolta a destra, seguire la strada tortuosa che scende, poi risalire un sentiero accidentato e fermarvi alla prima delle tre grotte zingare. Non devo aspettarvi, perché devo assicurarmi che mia sorella e la signora arrivino sane e salve. Ma non potete mancare il posto; e se non sarò ad aspettarvi alla porta, apritela senza bussare ed entrate. È inteso, señor?»

«Sì», dissi.

«Allora andrò a fare la guardia per mia sorella vicino al palazzo. Alle dieci e mezza, señor.»

«Alle dieci e mezza.» Echeggiai le sue parole e lo guardai allontanarsi finché non sparì dalla vista, mentre camminava nella direzione che lo avrebbe portato all'Albaicín. Poi corsi indietro alla villa e aprii il pacchetto. Conteneva la spilla di Toledo a forma di scudo, con il cui dono avevo fatto infuriare Carmona; quello, e nient'altro. Ma — a meno che non le fosse stato rubato — era una garanzia che era stata lei a mandare il messaggero, che desiderava che io mi fidassi di lui.

Tuttavia, c'era il pericolo che potessi cadere in una trappola nel mantenere un appuntamento notturno presso la grotta di uno zingaro, specialmente uno zingaro che aveva disertato o era stato bandito dalla colonia. Ma non correre questo rischio significava correrne uno molto più grande, quello di perdere l'occasione offerta da Monica; e di una tale alternativa non potevo nemmeno pensare.

Se avessi detto all'uomo, Pepe, che si occupava dei miei bisogni alla villa, dove intendevo andare, avrei potuto rischiare di compromettere Monica, nel caso in cui lei fosse stata così in ritardo da allarmare Pepe. Poiché il suo nome doveva essere tenuto fuori dalla faccenda a ogni costo, decisi che una dovuta cautela sarebbe stata una protezione sufficiente. A meno che la notizia della mia presenza a Granada non avesse raggiunto Carmona nel suo letto, c'era poca paura di tradimento; e quando infilai nella tasca dei pantaloni il revolver comprato a Madrid, sentii che ero al sicuro.

Era una strada buia e solitaria, quella via dei morti. Non avevo incontrato anima viva quando raggiunsi uno stretto sentiero, un mero tracciato per capre, che conduceva più in alto sul fianco della collina verso una fila di quattro o cinque minuscole finestre illuminate nella roccia. Questi dovevano, lo sapevo, segnare le abitazioni rupestri di cui aveva parlato lo zingaro, una piccola propaggine del principale insediamento dell'Albaicín. La porta che raggiunsi per prima era chiusa. Nessuno stava ad aspettare, ma la aprii ed entrai.

Una luce fioca, emanata da una piccola lampada a paraffina posta in una nicchia scavata nella roccia imbiancata, rendeva visibile l'oscurità in una stanza minuscola dal pavimento in terra battuta. Una tenda di calicò rosso all'estremità opposta indicava una seconda stanza-grotta oltre. Nessuno era visibile, nessuno rispose quando parlai, e mi sedetti ad aspettare su una sgangherata sedia dal fondo di giunco che stava con lo schienale verso la tenda rossa.

Dopo di che, nulla.

E poi, sogni.

C'era un sogno riguardo a una stanza, una stanza grande sembrava essere, in ombra negli angoli, e con pareti dove guerrieri cristiani e moreschi combattevano negli arazzi, saltando talvolta giù dai loro stalloni e spronando di nuovo al loro posto.

Nella stanza c'era un grande letto con tende di seta scura. Un uomo vi giaceva, ma improvvisamente si alzò a sedere e guardò con avidità qualcosa che sembrava essere me stesso, morto o morente. Ma non mi importava. Sapevo chi fosse, e che ci odiavamo a vicenda per qualche ragione che non riuscivo a ricordare, ma era impossibile richiamare il suo nome. Era attorcigliato in mille matasse di seta; o forse erano i capelli gialli di una donna?

L'uomo esclamò: «Bene, molto bene», più di una volta a qualcuno che non potevo vedere. Poi disse, quando l'altro ebbe parlato: «Tienilo solo finché non sarò sposato. Non mi importa cosa farai di lui dopo. Gettalo in un pozzo, o lascialo andare. In entrambi i casi non potrà mai scoprire o provare nulla di problematico.»

Questo era tutto ciò che riguardava quella parte del sogno, sebbene ce ne fosse un altro che venne poco dopo, ed era in qualche modo collegato a esso. Era un sogno riguardo a un lungo passaggio oscuro, che odorava come una cantina, e venivo trascinato attraverso di esso da due voci, una cosa che non sembrava affatto fuori dall'ordinario, sebbene fosse sgradevole.

Dopo di che, i pensieri concreti andarono perduti in un tremendo dolore pulsante, che era nella nuca all'inizio, ma si diffuse lentamente lungo la colonna vertebrale, finché alla fine tutto il mio corpo si sentì come se fosse stato percosso da martelli giganti.

Ebbi un'idea a un certo punto di essere caduto in potere dell'Inquisizione e di essere stato torturato dal dispositivo di schiacciamento della testa e dal cavalletto, perché spesso un uomo in una capucha nera volteggiava intorno a me; ma più tardi compresi che la mia sofferenza era causata dal diventare consapevole del movimento del mondo — un vortice terribile e incessante, che, una volta sentito, poteva essere evitato solo nella morte.

Questo era spaventoso. Vissi attraverso molti anni di quell'orrore, ma alla fine caddi fuori dal mondo su un altro pianeta, dove giunse un periodo di pace.

Quando mi svegliai stavo guardando le mie mani.

Con mia grande sorpresa non erano più brune e forti come dovrebbero essere le mani di un giovane, ma di un bianco malaticcio, e così magre che mi ritrovai a ridere di esse in modo lento e sommesso, come si ride nel sonno.

All'inizio non sembrava importante che io dovessi avere mani simili; ma improvvisamente, con un afflusso di sangue al cuore, compresi che era innaturale, terribile, che qualcosa di orribile doveva essermi accaduto.

In un momento la mia testa fu chiara e mi sentii come se una fascia stretta fosse stata tolta dalla mia fronte.

Sì, qualcosa era accaduto, ma cosa?

Guardai intorno e vidi una stanza non familiare, eppure già odiata. Era una stanza piccola, ma bella, le pareti coperte con lavori moreschi, simili a quelli che avevo visto all'Alhambra. Giacevo su un divano-letto, in un'alcova senza finestre; ma nella stanza oltre, ne vidi una con un delicato telaio in filigrana, sostenuto da una colonna di marmo. C'era anche un'arcata, dalla quale una tenda fu scostata, e potei vedere l'estremità di una vasca di marmo.

Come ero arrivato in questo luogo? Dov'era, e da quanto tempo ero lì? furono le domande successive che mi posi.

Non c'era più sogno ora. La stanza era reale; e il biancore e l'emaciazione delle mie mani erano reali. Un uomo doveva essere stato molto malato, e per lungo tempo, per avere mani così bianche e magre.

Improvvisamente mi misi a sedere, gridando ad alta voce: «Monica!»

Il suono del suo nome portò la sua immagine davanti a me. Quale cosa orribile mi era stata fatta perché io avessi dimenticato la sua stessa esistenza?

La forza venne meno e ricaddi all'indietro, mentre un umidore mi usciva sulla fronte. Soprattutto, cosa era stato fatto a lei? «Non lasciarmi sola», aveva implorato; eppure l'avevo abbandonata. Ero... qui.

I giorni dell'automobilismo tornarono a me; giorni felici e pieni di speranza all'aria aperta. Quanto tempo fa erano stati perché io fossi così distrutto, perché io mi sentissi come un uomo invecchiato?

Lentamente, e freddo come la scia di un serpente, un pensiero strisciò nella mia mente.

Ricordai un racconto breve che avevo letto una volta. Era di Gertrude Atherton, e all'epoca avevo pensato che fosse la storia più straziante mai scritta. Una donna era andata a dormire, giovane, bella, amata. Si era svegliata per scoprire i suoi capelli grigi, le sue mani vecchie e venate. Venti anni vuoti di follia aveva trascorso in un manicomio, dopo essere stata resa folle da uno shock, svegliandosi alla sanità mentale solo per trovarsi una vecchia.

Ero stato pazzo? Ero vecchio ora, con le mie mani bianche e consumate?

Formicolando per il terrore mi toccai il viso. Il mio mento era ruvido per una stoppia di barba. Immaginai che ci fossero incavi nelle mie guance. I miei capelli erano grigi?

Da qualche parte doveva esserci uno specchio. Cercai di lottare per alzarmi e trovarlo, affinché potessi vedere la mia immagine e conoscere il peggio; ma una vertigine mi colse, e dovetti sdraiarmi di nuovo, o sapevo che sarei svenuto.

«Ho Carmona da ringraziare per questo», dissi ad alta voce, furiosamente. Ma poi mi chiesi, come facevo a sapere che c'era mai stata una Carmona, che c'era mai stata una ragazza chiamata Monica Vale? Forse li avevo sognati entrambi, nel tempo della follia.

C'erano stati molti sogni. Improvvisamente ricordai la voce di un uomo che diceva: «Tienilo solo finché non sarò sposato.» La voce era stata di Carmona. Lo sapevo ora.

No, non ero mai stato pazzo. Un orribile trucco mi era stato giocato — nella grotta dello zingaro. Lo ricordavo. Tutto era stato un vuoto da allora, eccetto per i sogni. Forse alcuni di essi erano stati veri. Forse, semi-incosciente — (perché qualcuno doveva essere uscito da dietro quella tenda rossa e avermi colpito alla testa) — ero stato portato da lui, affinché potesse essere sicuro che fosse l'uomo giusto. Qualcuno era stato incaricato di tenermi, fino a quando — Di nuovo mi misi a sedere, con un gemito. Devo uscire da qui. Devo salvare Monica dall'uomo, e da sua madre. Ma — se fosse già troppo tardi?

Ci fu un suono nella stanza. Da una porta che non potevo vedere, qualcuno era entrato. Una chiave aveva girato, e veniva girata di nuovo. Il sogno dell'Inquisizione tornò alla mia mente, perché l'uomo nella capucha nera stava lì a guardarmi.

«Chi siete?» chiesi. Sebbene per molti anni avessi parlato inglese, e spagnolo solo per poche settimane, fu meccanicamente che usai lo spagnolo ora.

«Il vostro buon amico», venne da sotto la capucha, mentre c'era uno scintillio di occhi attraverso le due fenditure oblique nella seta nera.

«Se siete mio amico, mi lascerete uscire da questo posto, ovunque esso sia», dissi.

«Ma io sono anche il vostro medico, e siete troppo debole per uscire. Questa è la prima volta che pronunciate parole sensate, e ora non sono sagge.»

«Non sono troppo debole per sentire come sono arrivato qui, quanto tempo sono stato, e...» Mi interruppe, con un gesto di una vecchia mano gialla. Sotto la capucha indossava un normale cappotto nero, come quello che gli spagnoli anziani della classe media indossano ogni giorno.

«Non dovete agitarvi», disse. «Quanto al vostro arrivo qui, vi ho trovato steso sulla strada una notte buia, con la testa spaccata, e per compassione vi ho portato nella mia casa.»

«Se siete un medico, e non avete motivo di nascondere il vostro volto a me, perché lo coprite con una capucha?» continuai incredulo.

«È la capucha della cofradía alla quale appartengo», spiegò l'uomo. «La indosso in certe ore a causa di un voto che non scadrà fino al Corpus Domini. Se fossi una persona malvagia, che vi volesse del male, perché dovrei preoccuparmi di nascondere il mio volto affinché non lo riconosciate di nuovo? Vivo solo in questa casa, e se vi volessi del male, non avrei mai dovuto lasciarvi uscire da queste stanze. Ma invece, mi sono preso cura di voi, e avete ripagato alcuni esperimenti che ho fatto, perché ora penso che stiate guarendo. Dovete solo essere paziente.»

«Ditemi quanto tempo è passato da quando avete fatto il buon Samaritano e mi avete raccolto lungo la strada», dissi. «Allora forse cercherò di essere paziente.»

«Quanto tempo?» echeggiò. «Non posso dirvelo. Per un filosofo come me, giorni e settimane sono più o meno la stessa cosa.»

«I filosofi sono stati spesso al soldo dei duchi», dissi.

«Quei giorni sono passati. Vivo la mia vita senza duchi.»

«Senza il Duca di Carmona?»

«Il Duca di Carmona? Quello è un mero nome per me. Perché lo pronunciate?»

«Penso che possiate indovinare.»

«Temo che dopo tutto il vostro cervello non sia chiaro. Dobbiamo prendere un po' più della buona medicina.»

Prima che sapessi cosa intendesse fare, era fuori dall'alcova, e fuori dalla vista nella stanza oltre. Provai di nuovo la mia forza, e avrei voluto seguirlo, ma prima che potessi fare di più che lottare per alzarmi dal letto, la porta era stata sbloccata, e bloccata di nuovo.

«Deve tenere la chiave in tasca», pensai.

Non credevo a una parola delle spiegazioni plausibili. Il continuo sforzo mentale che avevo fatto aveva chiarito, piuttosto che stancato, il mio cervello; ed ero fuori da quel mare nero di orrore nel quale stavo annegando.

Non ero stato pazzo, e non potevo essere stato in questa casa per molte settimane, visto che l'uomo nella capucha parlava del Corpus Domini come ancora nel futuro.

Ricordai il telegramma del Colonnello O'Donnel, e la sua menzione di un uomo a Granada che Carmona stimava più di molti medici. Non sembrava impossibile che questa persona e il mio «buon amico» fossero la stessa cosa; ma se — debole come ero ora — speravo di uscire vivo dalla sua casa, forse avrei fatto meglio a cambiare le mie tattiche, e tenere i miei sospetti per me, finché non avessi recuperato le forze. Se l'uomo avesse creduto di avermi convinto della sua innocenza e delle sue buone intenzioni, forse avrebbe pensato che fosse più facile lasciarmi vivere che farmi sparire violentemente.

Mi decisi a coltivare uno spirito più ragionevole, finché il mio corpo non mi avesse aiutato a difendere altre convinzioni. E una cosa mi diede il coraggio di mantenere la risoluzione. Il fatto che il mio ospite non fosse ancora disposto a dimettermi come guarito, argomentava che c'era ancora un forte movente per trattenermi dietro porte chiuse. Il tempo di cui Carmona aveva parlato nel mio sogno non era ancora giunto. Non era ancora sposato, e mi dissi che non lo sarebbe mai stato, se fosse dipeso dal consenso di Monica a essere sua moglie.

Da quell'ora nella cattedrale di Siviglia niente avrebbe potuto farle credere che fossi sleale, pensai; perciò niente avrebbe potuto renderla sleale verso di me.

Sapendo poco di malattie, confidai che, dopo tutto, non ero stato rinchiuso qui da molto tempo. Forse pochi giorni di febbre e delirio avrebbero consumato le mani e sbiancato la macchia bruna dell'abbronzatura. Al momento, sebbene fossi giovane e fossi stato forte, non avrei avuto scampo nemmeno contro un vecchio; ma se avessi mangiato, e fossi riuscito a trascinarmi per fare un po' di esercizio, un giorno o due avrebbero dovuto fare una vasta differenza.

Ero ancora di questo avviso quando il capucha tornò. Aprì la porta con tale delicatezza che non lo sentii, ma non fu altrettanto furtivo nel richiuderla. Mi aveva portato un bicchiere di latte; e quando l’ebbi bevuto mi chiese di alzarmi, per lasciargli giudicare la mia forza.

Per quanto fossi debole, sentivo che avrei potuto alzarmi, ma decisi di combatterlo con le sue stesse armi. Facendo un debole sforzo, ricaddi sui cuscini e chiusi gli occhi.

“Ci vorranno molti altri bicchieri di latte prima che tu debba chiedere di nuovo ‘Ma quando ti lascio?’”, disse la voce attraverso il capucha.

Acconsentii, e mi compiacqui della mia strategia dopo che l’uomo fu uscito, finché, con mio allarme, non fui sopraffatto dal sonno.

Aveva messo qualcosa nel latte.

XXXVIII

LA FONTANA

Il delicato traforo delle pareti era sfocato nel crepuscolo quando mi svegliai da un sonno pesante e irresistibile.

Mi sentivo ottuso, ma non riuscivo a rintracciare altri effetti negativi dovuti alla droga. Anzi, mi parve di essere più forte; e molto lentamente, con riposi occasionali, mi misi in piedi e iniziai a strisciare per la stanza.

C’erano pochi mobili, ma quelli presenti erano belli e di un grazioso disegno moresco che si adattava alla decorazione della parete e alla forma a ferro di cavallo della finestra. Questa aveva un’elaborata inferriata di legno, che lasciava entrare molta aria, poiché non c’erano vetri; ma all’esterno c’erano sei robuste sbarre di ferro e l’inferriata era fissata saldamente. Fissai attraverso il motivo del legno un patio molto piccolo ma incantevole, pavimentato con mattoni e piastrelle, e aventi al centro una fontana, con una vasca poco profonda. Piume di piuma d’acqua giocavano sopra alcune palme basse in grandi vasi blu e bianchi di ceramica di Triana, ma mentre guardavo, le piume si restrinsero quasi a nulla, poi smisero di ondeggiare. La fontana dormiva per la notte.

Sostenendomi con una mano sulla parete, arrivai alla stanza del bagno di marmo. Lì, la finestra era di appena un piede quadrato ed era posta in alto nella parete. Su una panca bassa e intagliata giacevano gli abiti che avevo indossato la notte della mia visita alla grotta della zingara. Mi sedetti ed esplorai le tasche. Il denaro che avevo — sei o settecento pesetas, per quanto riuscissi a ricordare — era sparito; così come il mio orologio d’oro e il revolver che avevo portato così allegramente come mezzo sicuro di autodifesa.

“Compensi da zingaro”, dissi tra me e me, ma la vista dei vestiti riportò il passato così vividamente che potei vedermi salutare Dick alla stazione ferroviaria. Leale, ingegnoso vecchio Dick! Perché non aveva trovato il suo amico in tutto questo tempo, mentre le mie mani diventavano bianche e sottili?

Sicuramente ci deve essere stato qualche richiamo o grido, quando non sono apparso né alla villa né all’hotel? Un uomo non può svanire dalla faccia della terra, mi dissi, e non lasciare traccia. Desideravo che l’uomo col capucha tornasse, così da potergli fare altre domande, anche se non potevo riporre alcuna fede nelle sue risposte; ma non apparve più quella notte. Dormii dopo un po’, un sonno di esaurimento; e quando mi svegliai in pieno giorno, trovai un bicchiere di latte su un piccolo tavolino moresco accanto al letto.

Non riuscivo a sopportare di berlo, per timore che la stessa droga mi facesse dormire come prima. Ma come recuperare le forze senza cibo? Ed evidentemente avrei avuto questo o nulla.

Per un po’ aspettai, sperando che il mio “buon amico” venisse, e che, se gli avessi detto che il latte non mi piaceva, mi avrebbe dato qualcos’altro, non così facile da mescolare con una droga. Alla fine, però, mi sentii svenire. Forse, pensai, questa volta il latte era innocente. Bevvi, e la stessa pesantezza mi sopraffece. Così, per gran parte della giornata dormii, e mi infuriai contro me stesso quando mi svegliai.

Di nuovo, un bicchiere pieno stava accanto al letto, ma non volli bere. Molte ore di sonnecchiamento mi avevano lasciato vigile; e i miei occhi erano spalancati quando, un’ora o due dopo l’alba, la porta nella stanza esterna fu sbloccata dolcemente.

Non aveva dimenticato il suo capucha, sebbene dovesse aspettarsi di trovarmi addormentato. In mano aveva un bicchiere di latte, ma quando vide che ero sveglio, notò anche che l’altro bicchiere non era stato toccato.

Non ero né affamato né assetato, dissi per scusarmi. E non riuscivo a riposare perché non ero a mio agio. Mi era andato sui nervi, spiegai, sentire i capelli lunghi sul collo e il viso non rasato. Il mio ospite avrebbe chiamato un barbiere?

L’uomo rifletté per un momento, e poi disse che avrebbe fatto del suo meglio come barbiere. Al momento, e finché il suo voto non fosse stato compiuto, non usciva, se non dopo il calar della notte, e quindi non poteva chiedere a nessuno di venire in casa.

Nell’istante in cui mi ebbe voltato le spalle, scivolai giù dal letto, così da poter essere pronto a barcollare il meglio che potevo dalla mia alcova, e avventarmi su di lui quando avesse avuto la porta aperta; perché credevo di essere abbastanza forte ora da avere qualche possibilità. Ma il suo udito doveva essere acuto, perché si voltò e mi disse di non sforzarmi. Cosa — mi stavo solo alzando per essere pronto quando fosse tornato con cesoie e rasoio? Non dovevo preoccuparmi. Avrebbe fatto tutto mentre ero a letto; e avrebbe aspettato finché non mi avesse visto tornare lì.

Era padrone della situazione e lo sapeva. Fui costretto a lasciargli fare a modo suo; e in seguito fu così veloce ad arrivare alla porta che, nel mio stato di debolezza, non avrei potuto raggiungerlo in tempo.

Quando tornò, tuttavia, ero pronto. Aspettando appena dentro la porta, mentre veniva cautamente aperta, mi lanciai su di lui. Ma avevo sopravvalutato la mia forza e sottovalutato la sua. Veloce e agile come un leopardo, il vecchio si avvolse attorno a me, e per un momento lottammo insieme per la supremazia, io pensando al rasoio che aveva promesso di portare, e sperando di prenderlo. Se fossi riuscito a farlo, sarei stato in grado di tenerlo a bada, senza alcuna violenza, salvo minacce.

Una volta, l’avevo quasi atterrato, o mi lasciò credere; ma con una torsione improvvisa mi fece perdere l’equilibrio, che non era affatto stabile. Scivolai sul pavimento piastrellato e mi ero quasi salvato quando una spinta rapida mi fece barcollare all’indietro. All’istante il capucha fu dall’altra parte della porta, un chiavistello scivolò in posizione e la chiave girò nella serratura.

La rabbia mi diede un breve sprazzo di forza. Afferrai la panca di legno intagliato nel bagno e la scagliai furiosamente più e più volte contro un pannello della porta. Ma il legno robusto non si incrinò nemmeno sotto i miei colpi.

Mentre passava ora dopo ora, e venivo lasciato solo, di tanto in tanto rinnovavo i miei sforzi, senza alcun risultato se non che alla fine ruppi la panca. Poi strappai l’inferriata della finestra, infilando le dita e cercando invano di fare a pezzi il legno. Sebbene le sbarre di ferro all’esterno avrebbero impedito la mia fuga nel patio, pensai, se l’inferriata fosse stata rotta, le grida avrebbero potuto essere sentite più facilmente.

Alla fine, quando fui costretto ad abbandonare la speranza, premetti il viso contro il fitto motivo del legno e urlai vigorosamente, finché la voce non mi mancò. Ma le mie stesse grida erano gli unici suoni che udivo, a parte le lontane campane delle chiese e il canto delle acque sotterranee, silenziose solo di notte quando la fontana andava a dormire. Sarebbe stato quasi impossibile, dovevo ammettere, per chiunque all’esterno giudicare la direzione di un grido, proveniente attraverso una finestra schermata circondata su tutti i lati da alte mura di case.

Cadde l’oscurità; e divenni così affamato che avrei bevuto volentieri il latte lasciato dal mattino. Lo assaggiai e lo trovai guasto dal calore, perché la giornata era stata calda. Con disgusto lo gettai via, ma quando tutta quella notte passò e parte del giorno successivo, rimpiansi la mia schizzinosità.

Frequenti sorsi d’acqua dalla stanza del bagno di marmo mi diedero un occasionale stimolo, ma un uomo che si riprende da una congestione cerebrale o da un simile malanno, a seguito di una rottura della testa, non può vivere a lungo d’acqua; ed era chiaro che il mio ospite, disgustato dalla mia “ingratitudine”, intendeva punirmi crudelmente o farla finita con me per inedia.

Quando la seconda notte si chiuse, mi misi in testa che aveva deciso per la mia morte. Forse, se fossi stato docile, quando il tempo fissato dal suo datore di lavoro fosse scaduto, avrebbe potuto scegliere di liberarmi, confidando che credessi alla sua storia. Ma vedendo che non ci credevo, che non avrei risparmiato alcuno sforzo, alcun trucco, che potesse permettermi di scappare mentre la mia presenza nel mondo esterno era ancora altamente indesiderabile, l’uomo aveva probabilmente schiacciato ogni sentimento umano per il suo prigioniero. Poiché nessuno mi aveva cercato, da vivo, in casa sua, era improbabile che sarei stato cercato lì una volta morto.

Ero alla finestra, mentre mi dicevo queste cose, guardando fuori nel patio, dove le palme e la conchiglia che era la vasca superiore della fontana erano debolmente definibili alla luce delle stelle. Derubato del mio orologio, l’unico modo che avevo di calcolare il tempo dopo il calar della notte era il silenzio che arrivava circa un’ora dopo il tramonto. Allora la voce gorgogliante dell’acqua nascosta (che cantava sottoterra in questo patio appartato come ovunque nell’Albaicín, e sulla collina dell’Alhambra) cessava bruscamente, dopo un rintocco lontano che presi per quello della campana della Torre de la Vela, che regolava l’irrigazione di tutto il paese circostante. In questo stesso momento le piume di diamante della fontana cadevano invariabilmente, e scomparivano, per non ondeggiare più fino al sorgere del sole del mattino.

Ero sempre dispiaciuto quando la fontana moriva, perché era l’unica compagna della mia prigionia, il mio unico vago piacere guardare il suo gioco simile a quello di una ninfa. E stanotte il silenzio di morte del patio sembrava la calma prima della mia stessa morte.

Doveva essere, pensai, intorno alle dieci quando sentii un nuovo suono nel cortile, leggero, sfuggente, ma distinto. Tinnire—tinnire—come metallo su pietra, come se un troll stesse scavando sottoterra. Il vecchio stava prendendo il tempo per le corna, mi dissi cupamente, preparando un posto in qualche cantina per adagiarmi quando avessi finito. Sarei durato ancora qualche giorno; ma ci voleva tempo per fare bene queste cose. All’hotel mi avevano raccontato come un anno o due prima, nel distruggere una vecchia casa nell’Albaicín per costruirne una nuova sul posto, gli operai si fossero imbattuti negli scheletri di due granatieri francesi accuratamente sigillati in un muro di pietra, dove avevano fatto la guardia fin dai tempi della Guerra Peninsulare. Probabilmente una notte o due erano state necessarie per la creazione della loro nicchia.

Tinnire—tinnire! Sì, il vecchio disgraziato doveva essere al lavoro in una cantina. Il rumore proveniva certamente da sottoterra; e non era così gradevole alle mie orecchie come il tintinnio della fontana svanita. Avrei voluto che arrivasse l’ora per l’acqua di balzare su e annegare quell’altro suono furtivo.

Improvvisamente, mentre volgevo uno sguardo nostalgico sulla conchiglia di alabastro che brillava debolmente tra le palme basse, con mio stupore sembrò vacillare. Pensai che dovesse essere una mera illusione di occhi stanchi, o che l’effetto fosse creato da una nuvola che oscurava la luce delle stelle. Ma di nuovo la conchiglia bianca si mosse contro lo sfondo verde scuro, questa volta oscillando da una parte all’altra.

Poteva esserci un terremoto, così lieve che non ne sentii la scossa? Proprio mentre mi ponevo la domanda, la conchiglia della fontana fu allentata dal suo supporto e cadde nella vasca principale, ora quasi vuota. Le ninfee e le loro foglie verdi che galleggiavano scarsamente lì attutirono il suono dell’impatto, ma ci fu un rumore di rottura. Le lastre di mosaico colorato che pavimentavano la vasca inferiore si sollevarono, come se la terra sottostante stesse scoppiando, e si sparsero da una parte all’altra, cadendo sulle linee schiacciate. Poi attraverso un’irregolare apertura nera sorsero la testa e le spalle di un uomo.

Il suono metallico si era fermato; ma da qualche parte in casa arrivò lo sbattere di una porta.

La testa e le spalle, immobili ora, erano nettamente definite contro il mucchio sparso di frammenti bianchi, come il busto di un uomo modellato in marmo nero. Qualcuno fischiò dolcemente, e la melodia era, “The Girl I Left Behind Me”.

“Dick!” chiamai attraverso la fitta inferriata di legno.

“Evviva!” rispose; e il busto di marmo nero divenne la statua a figura intera di un uomo.

Come mi avesse trovato, come fosse venuto, non lo sapevo; ma eccolo lì, e la porta della vita non si era chiusa su di me dopo tutto. Dick era fuori dal foro frastagliato nella vasca, e a metà strada attraverso il patio, quando una porta, che avevo sempre visto chiusa, si spalancò per lasciar uscire un fascio di luce, e la figura del vecchio che conoscevo così bene, gli saltò addosso.

Ero debole, e per un momento mi sentii male, il patio con la sua fontana rotta, e le forme degli uomini in un alone di luce gialla, turbinarono davanti ai miei occhi come se ci fosse davvero un terremoto. Poi la nebbia si diradò, e come un topo in una gabbia guardai la lotta che significava vita o morte per più di uno di noi.

Non c’era più il capucha a coprire la testa striata di grigio e la barba venerabile. Una volta colsi un profilo acuto come quello di un falco. Il vecchio era uscito di casa con un bastone da passeggio con spada di Toledo, come quello che il Re e il suo amico avevano usato con i briganti, e quando vide il nemico con cui doveva avere a che fare, aveva gettato via il bastone di bambù. La lama lunga e sottile scintillò nella stessa luce che mi mostrava Dick, armato di un piede di porco di ferro, formidabile e minaccioso.

Se fosse stata una scena in una commedia, e io tra il pubblico, avrei applaudito, perché c’era qualcosa in me che gridava che era un bel quadro. Ma la vita di Dick e la mia erano in bilico.

XXXIX

DOPODOMANI

La coppia stava a guardarsi come due schermidori, Dick con il piede di porco alzato, e puntando al suo cuore la lama che lo avrebbe trafitto quando lo spagnolo avesse osato avanzare di un pollice.

Desideravo gridare “Lancia il piede di porco alla sua testa!” Ma se l’occhio di Dick avesse lasciato l’occhio del suo avversario era un uomo morto, non dovevo rischiare di distrarlo per una frazione di secondo.

Sembrò un’ora, sebbene non potesse essere stato un minuto quando, come se il mio pensiero fosse volato al suo cervello, la spessa barra di ferro vorticò nell’aria, e colpì il vecchio proprio sulla fronte. La lama di Toledo cadde dalla sua mano, e lui ricadde all’indietro senza un grido, la testa dentro la porta aperta.

“È morto?” chiamai.

Dick si chinò sul corpo inerte; ma, dopo un lungo momento, fu di nuovo su, agitando una grande chiave vecchio stile.

“No”, rispose. “Il cuore batte. Erba cattiva non muore mai. Starà bene. È questa la chiave del salotto del ragno?”

“Credo di sì”, dissi. “Dick, sei appena in tempo per evitarmi di cedere. Sono affamato.”

Si chinò e raccolse il piede di porco.

“Vecchio bruto! Ho voglia di finirla con lui!” esclamò.

“Non intendi questo”, dissi. “Ma cerca qualcosa con cui legarlo. Potrebbe riprendersi prima che ce ne andiamo.”

“Credo che lo porterò semplicemente con me”, disse Dick. “Chi ha tempo, non aspetti tempo.”

Raccogliendo il corpo lungo come se fosse stato la forma di un bambino addormentato, Dick scomparve in casa. Sapevo che stava cercando la porta della mia gabbia, e poco dopo — per la prima volta con piacere — sentii lo scivolamento del chiavistello e il giro della chiave.

Ero già alla porta, aprendola per Dick che entrava con il suo pesante fardello.

“Ecco il letto”, dissi, e Dick depose il suo carico, non troppo delicatamente. Poi credo che la cosa successiva che facemmo fu stringerci la mano.

“Benedetto vecchio!” esclamò Dick, un po’ instabile. “Che faccenda bestiale.”

“È un mistero”, dissi. “E come sei arrivato a me—”

“Condotto”, disse Dick, “Ma ti racconterò tutto su questo, e tutto il resto. Non hai luce elettrica qui?”

“Nient’altro che la luce delle stelle. Per l’amor di Dio, dimmi di Monica!”

“Sta bene”, disse Dick. “Non ancora una Duchessa, se è questo che ti preoccupa. Guarda qui, se questo posto è stato abbastanza buono per rinchiuderti per tutto questo tempo, è abbastanza buono per tenerci lui—” (Fece un cenno verso l’alcova.) “Vive solo qui, senza servitù; ho scoperto tutto questo, con molto altro; e il suo padrone—immagino tu sappia chi—è a Madrid; quindi quando questo tizio si riprenderà potrà provare come gradisce i tuoi alloggi. Sembrano piuttosto carini, a giudicare da quello che vedo; ma Carmona si tratta sempre bene.”

“È questa la casa di Carmona?” chiesi.

“Puoi scommetterci. Una specie di posto privato che tiene pronto quando vuole divertirsi in qualche modo che sua madre, Monica e altre persone potrebbero non approvare nei Duchi. Questo vecchio tipo è una combinazione di custode e medico ordinario di Sua Grazia. Ma usciamo da qui. Non posso offrirti un bagno di marmo o decorazioni moresche al mio albergo, ma non mi stupirei se preferissi la sistemazione; e dopo quella storia del condotto ho bisogno di una ‘lavata e spazzolata’ tanto quanto te. Perché, vecchio mio, cosa c’è che non va? Non starai mica per crollare?”

“Sto bene”, dissi; “ma non mangio nulla dal giorno dopo averti salutato, eccetto latte, e niente di quello negli ultimi due giorni.”

“Caspita! Stai scherzando. Ci siamo lasciati cinque settimane fa!”

Le parole mi diedero uno shock nonostante la barba ispida sul mento e il candore delle mie mani. Dick aveva il suo braccio umido attorno alle mie spalle, ed eravamo alla porta, che stava per chiudere, e lo spaventai cedendo un po’ sulle ginocchia.

“Ascolta”, disse, aggrappandosi al mio braccio come se temesse che svanissi nell’aria, “non aspetteremo di cenare al mio albergo. Annuseremo un po’ in giro nella dispensa di questo vecchio tipo. Devi essere rinvigorito prima di uscire in strada. Oh, è abbastanza sicuro. Il vecchio bruto è un eremita—per le sue ragioni o per quelle di Carmona. Nessuno si avvicina alla casa, e possiamo prenderci tutto il tempo necessario. Mentre mangi sentirai tutto quello che ho da dirti.”

Chiuse e sprangò la porta, e mi aiutò a scendere le scale, su cui devo essere stato portato privo di sensi; forse dallo zingaro, assistito dal padrone di casa.

Al piano di sotto il posto era buio, tranne che per la luce che era filtrata nel patio con l’apertura della porta. Proveniva da una stanza di buone dimensioni, evidentemente intesa come cucina, ma usata anche dall’inquilino solitario come sala da pranzo. Aveva una finestra che dava sul cortile; questa, tuttavia, non solo era coperta da pesanti persiane, ma protetta anche da una tenda, e la ventilazione proveniva da una stanza adiacente attraverso una finestra che dava su un altro piccolo cortile.

Evidentemente il mio carceriere era stato interrotto nel bel mezzo della cena e, udendo un rumore nel patio, si era fermato solo il tempo necessario per afferrare un bastone animato. Sul tavolo c’era un pasto semplice di carne fredda, insalata, formaggio di capra e frutta fresca; ma ai miei occhi affamati sembrò un banchetto. C’era anche una bottiglia mezza piena di vino rosso spagnolo; e non aspettai il suggerimento di Dick per sedermi. Dovevo riacquistare le forze se volevo essere utile a Monica o a me stesso, e ascoltai a malapena l’avvertimento di Dick che un uomo affamato non deve soddisfare la sua prima fame.

«Mangia lentamente, e non troppo», disse, con gli occhi ansiosi sul mio volto, che doveva essere spaventoso, sebbene fosse troppo pieno di tatto per fare commenti. Mentre obbedivo, mi raccontò la sua storia, brevemente e in modo sconnesso, man mano che i punti gli tornavano in mente.

«Non ho avuto tue notizie», disse, «e ho iniziato a chiedermi cosa fosse successo. Ho mandato due telegrammi; nessuna risposta; temo di essere stato un po’ preso dai fatti miei in quel momento. Sì, intendo Pilar. Dopo cinque giorni, ho telegrafato al proprietario dell’albergo. Mi ha risposto che te ne eri andato con un amico. L’ho trovata una cosa strana e sono partito per Granada col treno successivo, con Ropes. Al Washington Irving ho trovato entrambi i miei telegrammi per te e una lettera. Il proprietario ha detto di aver ricevuto un tuo biglietto, datato Motril, in cui dicevi di aver incontrato un amico e di essere partito inaspettatamente sulla sua automobile. Avevi accluso denaro più che sufficiente per pagare il conto e le mance, e gli avevi chiesto di far imballare il tuo bagaglio e di custodirlo fino al tuo ritorno, che poteva avvenire tra pochi giorni o dopo un po’ di tempo. Naturalmente, non si era preoccupato; e siccome aveva distrutto la lettera, non ho potuto dire se fosse la tua grafia.

«Bene, ho pensato che potessi essere scappato improvvisamente per qualche stravaganza di Carmona; ma ho scoperto presto che lui era ancora a Granada, che stava lentamente guarendo; e gli ospiti non se n’erano andati. A proposito, sono andato a fare visita, ma nessuno in casa riceveva ospiti. Ropes ha scoperto che la tua auto era in una stalla giù in città, dove l’avevi lasciata, senza dire per quanto tempo. Lui ed io stavamo iniziando ad avere paura, e sono andato alla polizia, ma non ho osato fare il tuo vero nome senza il tuo permesso, soprattutto perché le autorità avevano una sorta di pregiudizio al riguardo. Ho sfoderato il mio miglior spagnolo, però, e ho insinuato che Carmona non ti avesse molto in simpatia; ma quando ho iniziato a suggerire che potesse essere conveniente per i suoi piani che tu sparissi, non mi hanno preso sul serio, sono stati gentili, e tutto il resto, hanno promesso di cercarti, come se fossi un gattino smarrito, ma hanno lasciato intendere che la maggior parte delle persone che svanivano avevano ragioni private per farlo.

«Dopo di che, non mi aspettavo che scoprissero nulla, e hanno fatto del loro meglio per non deludermi. Ho capito che se qualcuno doveva fare la parte di Sherlock Holmes, dovevamo essere io e Ropes. Siamo rimasti fermi al Washington Irving e abbiamo guardato in giro; ma dopo quindici giorni nessuno ne sapeva più di prima. Poi, cosa succede se non che il caro vecchio Colonnello e Pilar sono piombati giù a vedere se potevano aiutare. Oh, e ho dimenticato di dirti che nel frattempo le persone al palazzo di Carmona se n’erano andate. Erano tornate a Siviglia in treno; e guarda caso il Colonnello e Pilar hanno incontrato Carmona faccia a faccia alla stazione».

«Non Monica?», interruppi.

«No. Immagino che gli altri fossero saliti in carrozza; lui si era attardato per dare indicazioni a un valletto riguardo ai bagagli. E poi c’è stata una scena. Pilar mi ha raccontato tutto. Carmona ha fatto un inchino; e prima che il Cherubino potesse portar via la ragazzina, come ha tentato di fare vedendo il pericolo nei suoi occhi, lei ne ha dette quattro al Duca. Ha detto che era un mascalzone, o qualche parola gentile di quel tipo. Lui ha ribattuto dicendo a suo padre che avrebbe potuto creare un sacco di problemi a Cristóbal se non fossero stati attenti. Pilar ha risposto che avrebbero potuto accusarlo di cose peggiori di quanto lui potesse accusare loro; e in un modo o nell’altro, in un momento infausto, è uscito l’argomento di Corcito, un toro grigio di cui Carmona un tempo aveva parlato male. Poi, prima di rendersi conto di ciò che stava facendo, Pilar ha fatto uscire il nome di Vivillo, la bestia che voleva comprare, sai. E da quel minuto il diavolo ci ha messo lo zampino per quanto la riguardava. Ma di questo più tardi. Tra te e il toro, era in uno stato d’animo terribile quando è arrivata qui, povera creatura. Tuttavia, ha spremuto le meningi e ha detto: “Provate con gli zingari. Vedete se non sanno qualcosa”».

«Questo mi è bastato. Mi sono preso un’improvvisa simpatia per il Capitano Pepe, il capo degli zingari, e ogni sera andavo a vedere un ballo nella sua grotta. Ma ho visto presto che era onesto; e non erano una brutta gente nella colonia. Quelli cattivi li ha cacciati via, e hanno dovuto arrangiarsi da soli. Il Capitano Pepe mi ha parlato di un certo tizio, Juan Castello, che si era fatto odiare, anche se era un portento con la chitarra; e quando ha detto che il tipo aveva una sorella che aveva un ottimo posto in casa di un nobile, perché era la miglior sarta del paese, ho drizzato le orecchie. Puoi scommetterci, dopo aver sentito che il nobile era Carmona, ho rivolto la mia attenzione al signor Castello, sono passato a trovarlo un giorno, ho offerto un bel prezzo e gli ho chiesto di darmi lezioni di chitarra. Non gli è dispiaciuto, e siamo diventati abbastanza amici. Ho passato diverse serate nella sua grotta, dove una notte ho sentito un cane ululare, come se stesse malissimo, dietro una tenda rossa».

«Quella tenda rossa!», esclamai. «Non sarei dove sono ora, né avrei una cicatrice sulla nuca, se avessi guardato dietro di essa».

«Perbacco! Beh, mi ero fatto un’idea del genere. Castello ha detto che il cane apparteneva a un gentiluomo di Granada, che viveva tutto solo nell’Albaicín e teneva questa bestia come cane da guardia; ma temeva che stesse impazzendo e aveva detto a Castello di abbatterlo. Comunque, era un animale di valore e Castello si stava incaricando di curarlo per proprio vantaggio. Stava già meglio e il proprietario parlava di ricomprarlo se fosse guarito. Il vecchio gentiluomo sarebbe passato a vedere il cane proprio quella sera, forse, diceva Castello; ed essendo evidentemente orgoglioso di una conoscenza rispettabile, ha continuato a parlare di lui, io incoraggiandolo il più possibile, perché ogni suo amico poteva rivelarsi interessante per me».

«Dal momento in cui ho sentito che il tizio era una specie di erborista, e che a volte curava gente importante, sono quasi saltato giù dalla sedia; perché sai perché si supponeva che Carmona venisse a Granada?».

Annuii.

«Bene, Castello era in combutta con questo medico in un certo senso, perché era ingaggiato da lui per andare a prendere erbe e fiori dalle montagne, come la Manzanilla, per esempio, che inizia a crescere solo a un’altitudine di dodicimila piedi. Castello credeva che il vecchio sapesse fare anche veleni, oltre agli antidoti; e mi sono detto: “Magari quel piccolo pugnale in cattedrale era preparato apposta, eh?”. Il che spiegherebbe la fuga di Carmona a Granada dopo che aveva trovato il bersaglio sbagliato».

«Comunque, ho detto che avrei voluto vedere il cane, così sono stato portato dietro la tenda rossa nella camera da letto del signor Castello, e su uno scaffale giaceva un revolver che avrebbe potuto essere il gemello di quello che hai comprato a Madrid».

«Era ancora più strettamente imparentato», dissi.

«Beh, lo pensavo, ma non ne ero abbastanza sicuro da chiamare la polizia. Me ne sono andato dopo aver detto cose carine sul cane malato; ma non sono andato lontano. Ho gironzolato finché il visitatore di Castello non è arrivato e ripartito, e poi l’ho seguito fino alla porta di questa casa. Un vecchio gentiluomo così mite, dall’aria intelligente e ben vestito, era l’erborista; ma immagino di non doverlo descrivere a te!».

«Il giorno dopo ho comprato alcune cose in un panificio non lontano da qui, e ho adescato il negoziante, dicendo che il suo negozio era troppo bello per il quartiere. Naturalmente mi ha detto che aveva clienti ricchi, ed è stata una fortuna sfacciata che avessi studiato lo spagnolo per amore di Pilar, o mi sarei perso un sacco di cose, proprio lì. L’ho portato presto sull’argomento dell’erborista, il suo miglior cliente, che, sebbene si supponesse fosse benestante e vivesse in una bella casa, faceva tutti i suoi acquisti da solo e non teneva servitù. Nessuno sapeva molto di lui, eccetto quello che diceva di sé; che sapeva rimettere a posto le ossa ed era in grado di guadagnare quanto voleva vendendo le sue erbe medicinali a grandi personaggi. Chi erano i grandi personaggi? Il fornaio non sapeva dirlo; ma il medico viveva nella sua attuale casa da anni, dopo averla presa quando era in pessimo stato di manutenzione e averla fatta sistemare all’interno da operai che aveva portato da Madrid. Da quel giorno in poi, nessuno che il fornaio conoscesse era mai stato invitato a entrare, sebbene avesse sentito storie di dame velate e suoni di musica la notte».

«A quel punto, mi è balenato in mente che forse la casa era di Carmona, un suo piccolo giocattolo segreto. E mi sono ricordato di aver letto di un famoso antico palazzo nell’Albaicín con un passaggio sotterraneo per l’Alhambra. Perché non dovrebbe esserci un passaggio simile dal palazzo di Carmona alla casa del medico? E che posto comodo sarebbe per tenere una persona fastidiosa».

«O per ucciderne una», aggiunsi.

«Ci ho pensato; ma speravo. La gente non commette omicidi a sangue freddo se può ottenere ciò che vuole a meno. Sono tornato alla polizia, ho detto che credevo che il mio amico fosse trattenuto contro la sua volontà in casa del Dottor Molina. Ma quando hanno voluto le mie ragioni non ho potuto darne nessuna che li convincesse. Pensavano che fossi pazzo e si sono rifiutati di perquisire. Temevo che avrebbero avvertito il vecchio di guardarsi da un americano pazzo, così mi sono affrettato e ho preso in mano la situazione».

«Non ero abbastanza sicuro di nulla per saltare addosso all’uomo fuori dalla sua stessa porta e fare apertamente il ladro, per paura che la polizia saltasse addosso a me, e che venissi messo fuori gioco prima di averti trovato. Ma verso quel periodo ho iniziato ad avere dell’acqua nel cervello; o meglio, sono stato posseduto dall’idea di intrufolarmi nelle case attraverso le condutture; e non c’è da stupirsi, quando l’intero Albaicín è un alveare di canali d’acqua, che sguazzano e gorgogliano dalla mattina alla sera».

«Nella strada accanto a questa, c’è una casa moresca più o meno dello stesso tipo, che stanno demolendo. Un giorno stavano vendendo vecchie piastrelle ai mercanti di curiosità, così sono entrato nel patio. Il pavimento era sollevato e ho visto come la conduttura passava sotto e alimentava la fontana. È stato istruttivo. Di fronte a questo posto di Molina c’è un mulino. Ho scoperto come il mugnaio prendesse la sua acqua, e che dopo aver fatto girare la sua ruota, si riversava in questa direzione, venendo chiusa ogni notte verso le nove. Presso il mugnaio la conduttura è aperta, protetta solo da una ringhiera; e ho sviluppato un gusto per fare schizzi e scattare fotografie, il turista in cerca del pittoresco; il mugnaio si è abituato a vedermi in giro, mentre prendevo confidenza col paesaggio. Poi ho comprato un piede di porco e una piccola lampada elettrica. Il piede di porco l’ho nascosto sotto il cappotto; e quando ero pronto a sbarazzarmi dell’indumento, Ropes l’ha indossato. Immagino che per lui fosse più largo di quanto quella conduttura lo fosse per me, ed erano dodici piedi di conduttura; una bella camicia di forza lunga, ma ci sono passato un sacco di volte ormai, e mi sento proprio a casa. Vedi, il lavoro non poteva essere fatto tutto in una volta, perché dovevo ingrandire il buco sotto la fontana, e ho armeggiato per quasi una settimana, di notte, quando l’acqua era chiusa. E se alla fine fossi emerso, come un demone in una pantomima, per scoprire di aver avuto il mio disturbo per i miei sforzi, non so a cosa avrei rivolto il mio ingegno dopo».

«Pilar lo sa?», chiesi.

«Lei e il Colonnello sono partiti in fretta per Madrid poco prima che iniziassi il lavoro. Pensavano di poter influenzare la polizia al quartier generale, che era la loro ragione principale per andare; sebbene ne avessero una o due altre oltre a quella. Ma senti qui, ora hai la storia bella e pronta, e sembri mille per cento più in salute di quando ti sei seduto a questo tavolo dieci minuti fa. Il povero vecchio Ropes, che se ne sta sempre in giro a fare la guardia, sarà felicissimo di vederti; ma prima di aprire la porta e uscire come se fossimo i padroni di casa, diamo un’occhiata in giro. Potrebbe esserci qualcosa che mi darà la possibilità di dire “Ve l’avevo detto!” alla polizia».

Rinfrescato dal vino, e dalle misere razioni che Dick aveva concesso, camminai abbastanza speditamente nella stanza adiacente, mentre Dick portava una lampada. Non c’erano decorazioni così sfarzose qui, come nella suite che avevo occupato a malincuore. Un letto moderno stava in un angolo. C’erano scaffali sulla parete, dotati di ante a vetro che proteggevano barattoli e bottiglie. Su un grande tavolo giaceva un corredo per esperimenti chimici, e su un altro alcuni fiori gialli sepolti a metà in foglie verdi. Alla finestra c’era una scrivania moderna, e Dick iniziò subito a rovistare tra le poche carte nei portadocumenti. Non c’era nulla, tuttavia, che sembrasse riguardare i nostri affari, a eccezione di un modulo telegrafico, che afferrai. Era datato primo giugno ed era stato inviato da un ufficio di Madrid. Non c’era firma, ma c’era un accenno a qualcosa di segreto nelle tre parole che conteneva. «Dopodomani».

Dick ed io fissammo il foglio, come se ci aspettassimo che il significato del messaggio saltasse davanti ai nostri occhi.

«Il mio nome non è Richard D. Waring se la firma di Carmona non dovesse essere attaccata a quello», disse. «Ora, abbiamo qualcosa su cui basarci, per cominciare. Questo telegramma sarà rintracciato fino al mittente prima che io sia più vecchio di poche ore; possiamo fidarci del nostro caro vecchio Cherubino per questo».

«Dopodomani», ripetei. «Cosa succederà dopodomani, che Carmona dovrebbe aver telegrafato a quest’uomo?».

«Direi che è il suo modo di far sapere a Molina che la porta della gabbia poteva aprirsi».

«Ma perché dopodomani? Lui...», mi interruppi bruscamente, e sembrò che il mio cuore dovesse smettere di battere. «Dick», ricominciai, con una voce strana che non sembrava la mia, «è Monica...», non potei finire la frase. Ma Dick capì.

«Perdonami», disse. «Ho visto che non eri abbastanza forte da sopportarlo all’inizio. Volevo che mangiassi, e poi... avrei tenuto la cosa per me ancora un po’ se avessi potuto, giusto finché non ti avessi portato all’albergo. Sta per sposarlo, il tre di giugno, Dio solo sa perché, sebbene Pilar giuri che la ragazza non possa avere colpe, e che le abbiano fatto credere in qualche modo che si stia sacrificando per il tuo bene».

«Che giorno è oggi?», chiesi.

«Il primo. Il Matrimonio Reale era ieri, e una terribile esplosione di bomba, in cui il Re e la Regina hanno avuto una scampata di poco, e... ma vieni, Ramón, voglio portarti all’albergo».

«Non vado all’albergo», dissi. «Vado a Madrid, a fermare il matrimonio di Carmona».

XL

ATTRAVERSO LA NOTTE

Dick mi guardò con benevola comprensione, come se fossi un bambino.

«Sono passate le undici di sera», disse. «Il treno per Madrid è partito due ore fa, e...».

«Hai detto che Ropes stava aspettando fuori per te?», chiesi.

«Sì».

«E la mia auto è ancora nel garage dove l’ho messa?».

«Sì; ma non sei in condizioni adatte per un viaggio. Se potessi vederti...».

«Oh, so di essere un’apparizione da incubo», interruppi; «ma quando mi sarò rasato e...».

«Il viaggio ti ucciderebbe».

«Mi ucciderebbe non farlo».

Ci guardammo per un momento, poi Dick disse:

«Va bene. Andiamo. So cosa provi. Ma che mi dici di quel vecchio reprobo al piano di sopra?».

«Ti aspetterò qui mentre porti su del cibo e lo lasci nella stanza. Non possiamo perdere tempo a Granada per causa sua. Racconterò la mia storia, e tu potrai raccontare la tua alla polizia di Madrid, dopo che... dopo che avrò fatto quello che sto andando a fare».

«Quanto è lungo il viaggio?», chiese Dick rassegnato.

«Sono circa duecentosettanta miglia. Se riusciamo a partire per l’una o le due, incidenti permettendo dovremmo essere a Madrid entro mezzogiorno».

«La corrida reale è domani», rispose Dick. «Sebbene il matrimonio sia il giorno dopo, e gli inviti siano fuori da due settimane, Carmona e Lady Monica sono tenuti a esserci, visto che è uno spettacolo a invito reale; ciò significa un ordine».

«Molto bene», dissi. «Poiché potrebbe essere difficile raggiungerla a Madrid come a Siviglia e Granada, aspetterò fuori dall’ingresso dell’arena, e mentre sta per entrare, mi vedrà e sentirà tutta la verità. Non guardarmi come se pensassi che non servirebbe a nulla, Dick; se ha promesso di sposare Carmona nonostante tutto, è perché lui le ha fatto credere di potermi rovinare se lei rifiuta. L’istinto di Pilar è giusto, lo so; e ora per la prima volta capisco perché Carmona non mi ha denunciato alla polizia come Casa Triana, quando Monica si è rifiutata di mantenere il suo fidanzamento con lui, come sono certo abbia fatto. Senza dubbio le ha raccontato bugie: che potevo essere imprigionato per anni, forse. E la sua mano ferita... che opportunità per lui! Ah! Non l’avrebbe sprecata. Le avrebbe fatto credere che l’ho pugnalato in cattedrale quella notte. Che cosa plausibile! E siccome è stato molto male, non puoi immaginare quali debbano essere state le sue paure per me? Dick, considero il suo imminente matrimonio come una prova d’amore, non di indifferenza».

«Sono pronto a essere d’accordo con te», disse Dick. «Ma stai rischiando la vita per dimostrarlo».

«Sciocchezze», risposi. «Il pensiero che sono libero, che sto andando da lei, e che finalmente ho Carmona in pugno, mi darà abbastanza forza per farcela».

Dick alzò le sopracciglia, ma non rispose. Stava raccogliendo pane e carne su un piatto, da lasciare per l’uomo al piano di sopra.

Cinque minuti dopo eravamo fuori dalla casa e in strada. Davanti ai locali del mugnaio Ropes stava camminando su e giù. Non disse molto quando vide che Dick aveva un compagno; ma mentre stringevo la mano che mi offriva, lo sentii respirare a fatica, e imprecò sottovoce quando vide il mio volto alla luce di un lampione.

Fu l’espressione sul suo volto che mi fece capire, come le persuasioni di Dick non avevano fatto, che dovevo indugiare abbastanza a lungo per essere trasformato di nuovo in una parvenza di uomo sano. Un’ora in più prima di rimettermi in strada non avrebbe messo a rischio il successo, sebbene avrebbe messo a dura prova la mia pazienza. La camminata di un quarto di miglio fino al garage fu una prova più dura della mia forza di quanto volessi ammettere; ma quando Ropes ebbe svegliato il guardiano, riempito la buona vecchia Gloria di benzina e l’ebbe fatta partire su per la collina, la sferzata di aria pura notturna mi diede vita.

All’albergo, entrammo senza svegliare il portiere che sonnecchiava. Dick mi mise a disposizione le sue cose; e quando, tra noi due, finimmo la mia toeletta, ammise che non ero un oggetto così spaventoso come aveva pensato. Si cambiò i vestiti bagnati, lasciò un biglietto per il proprietario, e non erano ancora le due quando partimmo, Ropes alla guida, Dick con me nel tonneau.

«Per Madrid, alla massima velocità, la strada più rapida», fu l’ordine; e sperai in una corsa senza soste, o il più vicino possibile.

La via più rapida era per Jaén, una strada che nessuno di noi conosceva, e il cielo stellato era oscurato da nubi scure che annunciavano un temporale estivo. Mentre Ropes guidava attraverso la Vega verso quel varco nelle montagne che è la porta del nord, una tromba d’acqua si abbatté sul tetto. Il tuono sovrastò il rombo del motore e un lampo, a ogni istante, oscurava il cerchio volante dei nostri acetileni. Aveva piovuto più di una volta ultimamente e quel diluvio rese la strada, già pessima, morbida e untuosa come una spugna logora. La Gloria valzerava e slittava in una massa di poltiglia marrone, ma Ropes sapeva che dovevamo correre contro il tempo e, gettando al vento ogni prudenza, si lanciò attraverso il fango insidioso come per vincere il trofeo in una grande gara.

Ci lasciammo Granada alle spalle, scagliandoci tra le pendici delle montagne, risalendo una gola scivolosa, con la pioggia che frustava i nostri volti come staffili. Frutteti sfrecciarono accanto a noi; c’era un tunnel nella roccia, dove le luci brillavano ferocemente sulla pietra grezza e il ronzio del motore divenne un ruggito.

Di nuovo fuori, e ancora in salita, i fasci dei nostri fari tagliavano i vigneti, le piantagioni di fichi e melograni, e strappavano riflessi d'argento dalle curve del fiume Guadalbullon. Un’occhiata a un antico castello che dominava una gola oscura, ed eravamo a Jaén; poi, poco dopo, la strada divenne familiare, poiché l'avevamo già percorsa. Proprio a questo incrocio ci eravamo fermati per chiedere la strada a uomini che portavano strani strumenti simili ad estintori, poiché questa era Bailén; ma ora, invece di ricevere il nostro primo scorcio dell'Andalucía, ce la stavamo lasciando alle spalle.

Avevamo percorso ottanta miglia su duecentosettanta, sebbene l'andatura non fosse stata buona. Tuttavia la pioggia stava cessando e potevamo recuperare il tempo perduto, dato che il traffico locale non era ancora iniziato.

La Carolina, Santa Elena; la strada stava salendo verso il ben noto passo di Despeñaperros. Bip! fece la sirena, urlando lungo il fianco di enormi scogliere, e un grido più forte risuonò come un'eco. Una striscia di fuoco giù nella gola significava il treno da Madrid a Siviglia. Scintillava come una fila di stelle tracciata sopra un viadotto a ragnatela, poi svanì in un tunnel, mentre noi correvamo verso le pianure della Mancia, Ropes accovacciato come un folletto sul volante.

Di nuovo pioggia, che offuscava i villaggi e spazzava le strade in pietra di una città: di nuovo campi, e finalmente Manzanares. Lì Dick insistette perché ci fermassimo a mangiare, per paura che le forze mi venissero meno proprio quando ne avrei avuto più bisogno; ma non potevo sopportare di tornare alla fonda che conoscevo, di vedere le belle ragazze del posto guardare il mio volto pallido con occhi scioccati, forse di farmi interrogare da loro sul "angelo bianco e oro".

Erano le otto quando ci allontanammo dal caffè, dove avevamo trascorso una ventina di minuti; e la strada non era più libera. Fummo costretti a moderare la velocità e perdemmo più tempo di quanto potessimo permetterci per arrivare ad Aranjuez.

«Fai del tuo meglio ora, Ropes», stavo dicendo, quando la Gloria — per una volta perversa — scoppiò uno pneumatico con un forte boato. Ropes mi lanciò uno sguardo addolorato.

«Speravo di arrivare senza problemi, signore», disse, «ma l'auto è rimasta ferma per più di cinque settimane e ieri sera non c'è stato tempo per controllarla».

«Hai fatto magnificamente», gli ho assicurato. «Scenderò con il signor Waring a sgranchirmi le gambe».

Ero contento di camminare, e ancora di più di sentire che, invece di essere esausto come Dick aveva profetizzato, le forze sembravano tornare. Mentre passeggiavamo avanti e indietro, ero così sicuro della comprensione di Dick che iniziai a parlare delle mie speranze e delle mie paure. Non mi deluse, ma una o due volte rispose distrattamente, con uno sguardo lontano negli occhi, e improvvisamente, con una fitta di rimorso, ricordai che non avevo fatto alcun riferimento al progresso delle sue vicende amorose. Le mie mi avevano preoccupato fino all'esclusione di tutto il resto, e avevo parlato di quelle di Pilar solo in relazione a Monica.

Anatematizzandomi ad alta voce come un bruto ingrato e sgarbato, chiesi se Pilar avesse preso una decisione.

«Non hai bisogno di incolpare te stesso», disse. «Per tutto questo tempo mi ha tenuto sulle spine perché, sebbene ammettesse di essere attratta da me, non riusciva a conciliare il suo cuore con la sua coscienza. Ho ottenuto la benedizione del caro vecchio Cherub e gliel'ho sbattuta in faccia; ma non è bastato. Ho anche sostenuto che fosse suo dovere sposarmi e cercare di rendermi buono quanto lei, ma sembrava pensare che avrebbe potuto funzionare al contrario. Poi sei scomparso, e l'ultima cosa che ha detto è stata che se ti avessi ritrovato, l'avrebbe preso come un segno che San Cristóbal voleva il matrimonio; sembra che sia un santo combinamatrimoni, quando è in Spagna, oltre che un santo dell'automobilismo. Quindi, vedi, ora dovrà mantenere la promessa; e dovrò la mia felicità a te».

«Non sono tornato in vita invano, dunque», dissi. «Sarà un bel momento per me, qualunque cosa accada, quando rivedrò la mia sorellina Pilar».

«Sarà alla corrida reale», sospirò Dick.

«Pensavo odiasse le corride, per amore di Vivillo».

«È per amore di Vivillo che ci va. Ha smosso mari e monti per ottenere gli inviti».

«E ci è riuscita».

«Dietro a questo c'è una storia. Ma non voglio annoiarti».

Insistetti, spronandolo ancora di più per espiare la negligenza passata.

«Bene, allora», disse con un altro sospiro, «Vivillo è il quinto toro nella corrida reale di oggi».

Fui scioccato, sapendo quanto Pilar amasse quella nobile bestia bruna e quanto contasse di possederla. Ma, se avessi avuto il mio spirito vigile, avrei potuto indovinare ieri sera come stavano le cose. Dick mi aveva detto allora che, nella scena improvvisata tra Carmona e gli O’Donnel, con la stazione ferroviaria di Siviglia come palcoscenico, "il nome di Vivillo era sfortunatamente saltato fuori". Ora, Dick spiegava che Carmona aveva colto le parole affrettate della ragazza, aveva scritto al suo agente alla ganadería ordinandogli di non separarsi dal toro a nessun costo, non importava quanto fossero avanzate le trattative con il Colonnello O’Donnel. Un giorno o due dopo, l'agente fu incaricato via telegramma di inviare Vivillo immediatamente a Madrid, poiché il Duca lo aveva offerto in dono per il grande spettacolo della corrida reale. Questa notizia era giunta a Pilar a Granada in una lettera scritta male, ma ben intenzionata, da Mateo, il ganadero.

«È stato puro dispetto», continuò Dick, «e Pilar aveva il cuore spezzato. Se non si fosse lasciata sfuggire il nome di Vivillo in un momento d'ira, il toro sarebbe potuto essere al sicuro. Carmona non si sarebbe interessato, poiché si fida del suo agente in tutte le questioni commerciali. È vero che a molti dei nobili proprietari di allevamenti di tori è stato chiesto di donare ciascuno un toro scelto per la corrida reale, che si prevede sarà l'evento più grandioso della generazione; ma Carmona avrebbe potuto benissimo darne un altro invece di Vivillo».

«È da lui», dissi. «Povera Pilar!»

«Sta semplicemente male. Ma stranamente, non ha ancora perso la speranza, o almeno non l'aveva persa quando mi ha scritto e mi ha allegato un biglietto d'invito che era riuscita a procurarmi. Mi ha pregato di venire se potevo, e di "starle vicino", anche se non ho la più pallida idea di cosa intenda. Tutto quello che so è che lei e il Cherub hanno fatto tutto il possibile fino all'ultimo minuto per ottenere uno scambio di tori. Il caro vecchio, come ho detto, è corso a Madrid per smuovere la polizia nel tuo caso; e Pilar sperava di poter avere la possibilità di vedere Lady Monica e chiederle cosa diavolo intendesse lasciandoti. Ma ogni tempo libero che i due avevano, immagino l'abbiano dedicato a Vivillo. Hanno comprato un pregiato toro Miura, a un prezzo esorbitante, e lo hanno offerto alle autorità in cambio di Vivillo, che è stato al pascolo negli ultimi dieci giorni, a rimettersi in forze dopo essere stato rinchiuso per il suo lungo viaggio in ferrovia. Se Carmona abbia avuto una mano in quella parte o meno, comunque non c'è stato nulla da fare».

«E Pilar andrà a vedere morire il suo beniamino!» esclamai.

«Non riesco a capire come il Cherub possa permetterlo», disse Dick. «Sono andato a una corrida con lui il giorno dopo che sono tornato a Siviglia. Giove, è stata nauseante, anche se ci sono stati dei bei momenti, lo ammetto; e posso capire come gli spagnoli, cresciuti imparando a comprendere ogni colpo, ogni mossa, pensino sia un bello sport. Ma non è uno sport per dilettanti, e non riesco a mangiare manzo da allora; mi sento come se fossi stato in rapporti di visita con esso. L'ultimo tocco di orrore, ogni toro che ha un nome. Per tutti i fulmini! come ci si sentirebbe ad avere tale intimità con pecore e polli, così da poter parlare di friggere Lottie per colazione, o grigliare Maud con i piselli per pranzo? Naturalmente, la corrida reale sarà meravigliosa, qualcosa che si vede solo quando un re spagnolo si sposa, ma odio il pensiero che Pilar sia lì».

«Suo padre sarà con lei», cercai di consolarlo.

«No, non lo sarà. Il suo posto è in un palco. Il suo è stato dato nel Tendido numero 9, uno spazio riservato alle señoritas de la aristocracia per sedersi insieme, con abiti eleganti e mantillas, come se facessero parte dello spettacolo».

«Forse ci sarà anche Monica», dissi rapidamente.

«Lei no. Il Duca e la Duchessa di Carmona, la fidanzata del Duca e sua madre saranno in un palco accanto alla sposa reale e allo sposo; Pilar lo ha saputo e me l'ha scritto. Vedi, sono in grande favore a Corte ora, e l'ambizione di Carmona sarà finalmente soddisfatta. La nuova Duchessa sarà una dama di compagnia e assumerà i suoi doveri quando il Re e la Regina torneranno dalla luna di miele».

«Non li assumerà mai come Duchessa di Carmona», dissi io.

«Auto pronta», annunciò Ropes, che aveva fatto un tempo record nel cambiare una camera d'aria ed era ansimante per lo sforzo.

Ma dov'era San Cristóbal oggi, in questo giorno più di ogni altro, quando i suoi servizi erano necessari? Non avevamo percorso mezzo miglio quando arrivò un sibilo e un rumore di sfregamento che significava una catena rotta. Ropes divenne pallido e si morse il labbro. Nella sua ansia opprimente per me stava perdendo i nervi.

«Non importa ripararla qui», dissi. «Stringi l'asse e vai avanti con un solo pignone. Possiamo entrare in città in quel modo e trovare un'officina».

Ne trovammo una; ma fummo trattenuti per un'ora intera ad Aranjuez; né potemmo procedere bene in seguito mentre ci avvicinavamo alla capitale. La strada era coperta di veicoli e intasata man mano che ci avvicinavamo a Madrid; perché ogni anima non invitata alla grande corrida desiderava vedere i fortunati che lo erano, e applaudire il Re e la Regina che, con il loro splendido coraggio due giorni prima, avevano guadagnato una doppia popolarità.

Era quasi impossibile sopportare di essere presi nel mucchio e sapere che non c'era via d'uscita, se non muoversi con la folla; tuttavia, doveva essere sopportato. E il tempo passava.

Avevamo sperato di infilare qualche buco o angolo il più vicino possibile all'ingresso reale della Plaza de Toros, prima che la folla iniziasse a riversarsi; ma scoccò un'ora mentre strisciavamo nella grande piazza soleggiata: le quattro; l'ora stabilita per l'inizio dello spettacolo.

XLI

IL QUINTO TORO; E DOPO

Centinaia, migliaia, sembrava, di automobili e carrozze erano davanti a noi; e quando la Gloria fu fermata dal fermarsi delle altre davanti, un grido salì al cielo, da dietro le alte mura marroni dell'arena. Era il benvenuto che il pubblico riservava al loro Re e alla sua sposa mentre apparivano nel palco reale.

Eravamo troppo in ritardo per intercettare Carmona; poiché, dato che i reali avevano preso posto, era certo che lui fosse già al suo, con la fidanzata al fianco.

Coperto di polvere, bruciato dal sole che splendeva caldamente da Manzanares, quasi esausto per la fatica, mi appoggiai allo schienale. Per un momento non udii quello che diceva Dick, sebbene fossi consapevole che parlasse; ma improvvisamente il significato delle sue parole si fece strada nel mio cervello stanco.

«Ci vorranno due ore prima che il Re e la Regina lascino il loro palco e le persone comuni possano muoversi», disse. «Non permetterò che tu resti qui al caldo e nella polvere».

«Devo aspettare che escano», risposi stancamente. «È l'unico modo».

«No, non lo è. Ti ho detto che Pilar mi ha mandato un biglietto. Il cartoncino dice "sombra", quindi il posto è all'ombra, ed è tuo».

«Ma tu?» dissi. «Pilar non mi perdonerebbe mai...»

«Non mi perdonerebbe mai se non lo cedessi a te. Ma entrerò in qualche modo. Mi può costare cinquanta dollari se serve per passare davanti a un poliziotto, ma immagino che il prezzo non mi fermerà. Non mi importa se sto in piedi nel callejón. Sono abbastanza alto da vedere tutto quello che voglio, e anche di più; e se un toro salta oltre la barrera, come ha fatto uno a Siviglia l'altro giorno, le mie gambe sono abbastanza lunghe da salvarmi».

Ropes doveva rimanere con l'auto e aspettare finché non fossimo tornati. Prima di allora il mio destino sarebbe stato deciso. Nulla avrebbe potuto impedirmi di incontrare Monica ora; e nulla avrebbe dovuto impedirle di essere mia, se mi amava. Se no — se dopo tutto avevo solo sognato, beh, sarebbe stata la Duchessa di Carmona domani.

Sotto i nasi dei cavalli, tra le schiene e le cofani dei motori, ci facemmo strada attraverso la folla densa di veicoli e persone ammassate nella pianura rovente fuori dall'arena. Il cerchio che era stato sgomberato per la regalità si era riempito di nuovo ora, come un banco di sabbia che si è abbattuto su se stesso; ma lo spettacolo dall'altra parte di quelle ripide mura marroni era iniziato e l'ingresso principale era relativamente libero.

Armato del biglietto con incise le parole magiche "Corrida Real" sopra uno schizzo in bianco e nero di un picador a cavallo, mi fu permesso di entrare. Ma quando ebbi percorso un corridoio e attraversato una porta che si apriva su un tendido affollato, udii la voce di Dick al mio orecchio. «Solo venticinque dollari alla fine», disse, «e posso sedermi sui gradini. Fantastico! Siamo accanto al Tendido numero 9. Vedo Pilar; guarda, vicino alla fine, in prima fila».

Dopo le stanze silenziose della vecchia casa moresca e il piccolo patio con la sua fontana zampillante, la luce brillante e il colore, i suoni confusi e il movimento, la vastità dell'arena mi colpì ferocemente tra gli occhi, stordendo vista e sensi.

I posti erano preziosi nei tendidos per questo grande giorno, quando quasi ogni luogo significava un favore reale; ma eravamo in ritardo e, invece di muovermi per cercare i miei trenta centimetri di asse o pietra, fui grato di potermi stringere vicino all'ingresso. Non vidi il Colonnello O’Donnel e, sebbene fossi vicino al famoso Tendido numero 9 (che doveva aver catturato ogni sguardo finché non arrivarono i reali), dimenticai di cercare Pilar in quel giardino bianco e rosa di bellezza spagnola.

Il primo atto della grande corrida reale era iniziato. Venti espadas scintillanti e pieni di lustrini marciarono con passi elastici nell'arena, seguiti dai picadores in pantaloni gialli sui loro poveri cavalli. Le tre carrozze di gala che trasportavano i distinti picadores dilettanti e i loro protettori ducali che onoravano questa festa nuziale, giravano ancora pittorescamente nell'arena, creando uno spettacolo del Medioevo. Il sole splendeva su piume di struzzo ondeggianti, gualdrappe ricamate in oro, livree abbaglianti, teste incipriate e splendidi cavalli in finimenti pittoreschi, ricchi di oro e gioielli. I tre Duchi, proprietari delle carrozze, avevano presentato i cavalieri da loro patrocinati al Re-Presidente; la sposa-Regina, nella sua mantilla bianca e fiori dai colori spagnoli, stava inchinandosi nella cornice di vetro del palco reale. Palchi, tendidos, grados, decorati allegramente, fila dopo fila, metà al sole, metà all'ombra, si alzavano sopra l'enorme arena come tanti giardini a terrazza, abbaglianti con il pizzo d'oro delle uniformi e le tinte vivaci degli abiti delle donne ammorbidite dalle mantillas bianche. Sopra tutto c'era un frullare di ventagli, come migliaia di farfalle fluttuanti; e un ronzio saliva forte come il ronzio di un milione di api verso la cupola azzurra del cielo, dove le bandiere inglese e spagnola sventolavano insieme.

Meccanicamente i miei occhi coglievano la splendida scena, mentre cercavano Monica; e avendola trovata, per un momento non vidi nient'altro.

Era in un palco vicino ai reali e sedeva tra sua madre e la Duchessa, con Carmona e un uomo che non conoscevo dietro di loro. Indossava un abito bianco e una mantilla bianca, con malmaison rosa e bianche tra i capelli; e il suo viso era pateticamente pallido nella sua cornice di pizzo ricadente. In mano aveva un ventaglio con cui schermarsi da quegli orrori della corrida che solo le donne spagnole nate e cresciute lì osano guardare. Il mio posto era lontano e molto più in basso; eppure i miei occhi erano acuti e mi sembrò che apparisse magra e fragile, sebbene molto bella. Se per un istante, da quando Dick mi aveva dato la notizia, avevo dubitato della lealtà del suo cuore, la vista del suo triste volto giovanile avrebbe scacciato il dubbio. Ero più che mai certo che nel promettere di sposare Carmona pensasse di salvarmi dalla punizione minacciata da lui.

Né lui né lei sospettavano che fossi vicino. Ma dove credeva che fossi? Forse Carmona aveva detto che, per il suo bene, mi aveva lasciato sfuggire al pericolo dopo averlo pugnalato nella cattedrale, correndo a tornare in Inghilterra.

Il Duca si stava sporgendo in avanti per parlarle. Lei non alzò lo sguardo verso di lui, ma lasciò che i suoi occhi vagassero svogliatamente sulla vasta platea. Pensai che si soffermassero sul Tendido numero 9, drappeggiato con scialli fioriti dell'Andalucía e affollato di belle donne. Improvvisamente arrossì e si voltò. Guardai dove aveva guardato e seppi cosa aveva portato il sangue alle sue guance. Pilar, in color rosa, con una mantilla bianca e le ortodosse malmaison, rosa e cremisi, stava fissando il palco di Carmona, con un'espressione implorante sul volto. Anche Pilar era pallida e magra. Realizzai sempre di più che quasi sei settimane erano state cancellate dalla mia vita.

Ognuna delle tre carrozze si era a turno fermata sotto il palco reale, mentre un protettore ducale presentava il suo cavaliere al giovane Re e alla sua sposa; ora, l'arena veniva sgomberata mentre i magnifici picadores dilettanti montavano i loro cavalli, che erano stati condotti in giro da scudieri nell'abbigliamento pittoresco del 1630. Uno dei quattro dignitosi alguaciles in velluto nero e pizzo si tolse il cappello piumato davanti al Re come Presidente della corrida, chiedendo la chiave della cella del toro. Scese giù fulminea, mentre la musica si fermava come intimidita nel silenzio, e l'alguacil spronò il suo stallone attraverso l'arena per gettare nella montera di el Buñolero, custode delle celle dei tori, la chiave che aveva ricevuto.

«Vivillo è il quinto toro», dissi a me stesso, ripetendo le parole di Dick; e anche il suo nome era nel programma della corrida. Il preferito di Pilar aveva ancora un po' di tempo per respirare, scalpitando nell'oscurità del suo stretto toril. Non ancora quel suo collo indomito era stato punto dal dardo con coccarda che ostentava i colori del suo proprietario; e molto doveva accadere nell'arena prima che la coraggiosa bellezza di Vivillo richiedesse l'applauso di dodicimila volte due mani.

Per prima cosa, i tre nobili dilettanti, con i loro lunghi giavellotti affilati, dovevano a turno fare i picador con grazia per compiacere una regina sposa, e salvare i fianchi dei loro cavalli dalle corna incornanti. Poi, quando tre tori fossero morti secondo l'antica, cavalleresca usanza (se l'abilità del cavaliere serviva), senza il massacro dei cavalli, la corrida sarebbe continuata secondo la moda spagnola di oggi, con tutti i suoi momenti sensazionali e le sue tragedie, finché non fosse giunto il momento di Vivillo.

Quanto a me, devo restare seduto finché la partenza dei reali e dei loro ospiti regali non abbia svuotato anche il palco di Carmona. Mi domandavo, mentre il primo toro irrompeva nell'arena, se il Re e la Regina sarebbero stati ancora al loro posto quando si fosse aperta la porta per Vivillo, o se la loro partenza avrebbe derubato Carmona dello spettacolo della sua vile vendetta. Speravo di no, poiché non avrei potuto sopportare che vedesse la sofferenza che aveva inflitto a Pilar per causa mia, e che ne godesse. Eppure, quando lui se ne fosse andato, sarei dovuto andare anch'io; e sentivo vagamente che avrei dovuto essere vicino a Pilar — la mia leale sorella Pilar — durante l'atto che sarebbe stato tragico per lei.

Come aveva detto Dick, ci furono momenti brillanti nella corrida; e i dilettanti si comportarono in modo tale da meritare l'entusiasmo della folla. La bellissima giovane Regina gettò un gioiello a ciascun torero che finì un toro dopo che i giavellotti dei cavalieri ebbero fatto il loro lavoro; e quando l'ultimo del coraggioso trio si fu congedato dall'arena con un inchino, ebbe inizio quella fase dello sport che gli spagnoli conoscono e amano. I cavalli bendati entrarono al trotto, cavalcati da picadores professionisti dai volti indifferenti e cupi; e allora un fremito di eccitazione corse di ordine in ordine tra il pubblico, come una brezza che soffia su un campo di grano. La prima parte non era stata che un grazioso gioco; ora stava arrivando la cosa vera, con i migliori tori e i migliori espada di Spagna.

La sposa, nella sua mantiglia bianca, guardava in basso il ventaglio e contava le stecche d'avorio dorato, mentre il primo toro caricava il primo cavallo. Lei, la Regina di Spagna, non doveva sembrare titubante, sebbene i suoi occhi inglesi non avessero mai visto spettacoli così cremisi come questi. Questo era lo sport nazionale; doveva imparare a capire che quando gli uomini urlavano, e persino le donne gridavano "Buena vara!", non era per gioia perché il fianco di un cavallo era squarciato, ma perché un picador aveva eseguito l'affondo perfetto. Doveva sembrare di amare ciò che il popolo amava, se voleva che loro amassero lei; ma non lontano sedeva un'altra giovane ragazza in bianco, che non aveva obblighi così cogenti.

Monica, avvertita forse in anticipo, quando fu costretta a venire, alzava il ventaglio ogni volta che un toro correva verso un cavallo, e senza dubbio l'avrebbe tenuto lì se sua madre non le avesse parlato più di una volta, in modo perentorio. Quanto a Pilar, sebbene non alzasse il ventaglio, sembrava non vedere nulla, poiché sedeva con il capo chino, sussultando e guardando in alto solo quando suonava il corno per un nuovo toro.

Alla fine non ci fu più questione se il Re e la Regina sarebbero rimasti a vedere Vivillo recitare la sua parte. Il quarto toro era stato trascinato via morto dalla muta di muli bardati, e il sibilo penetrante, che era giunto a suonare tragico alle mie orecchie, convocò Vivillo, ignaro di tutto, al suo destino. E i reali rimasero ai loro posti, sebbene il pomeriggio declinasse, e l'ombra — come l'ombra strisciante della morte — oscurasse i due terzi dell'arena.

Così viva era la mia simpatia per Pilar che sentii la gola contrarsi e la bocca farsi secca. Così doveva essere per lei in questo momento che chiamava il suo coraggioso beniamino alla morte; così, come il mio, solo più velocemente e più pesantemente, doveva star battendo il suo cuore.

Poteva, dopo tutto, sopportare il calvario? Non si sarebbe voltata per uscire in fretta prima che il primo picador traesse il sangue che lei aveva cercato così duramente di risparmiare? Ma no; sedeva immobile, gli occhi grandi, il volto sbiancato, e una mano attorcigliata nelle pieghe della sua mantiglia di pizzo mentre si alzava e scendeva sul petto.

Prima che il morto fosse ben fuori dall'arena, e la sua scia rossa coperta di sabbia, la porta del toril fu spalancata per il quinto toro, di cui si diceva che non fosse mai un codardo. Era un complimento a Carmona e a Vivillo essere scelti per questa posizione nel programma, poiché è diventato un proverbio che il fiore della corrida debba essere il quinto della lista. Era anche un complimento a Carmona che il Re aspettasse di vedere come sarebbe morto il suo Vivillo.

Il buñolero balzò indietro mentre apriva la porta, ritirandosi più frettolosamente del suo solito nello spazio tra le barriere, fuori dalla traiettoria del toro. Era come se anche lui si aspettasse che il nuovo arrivato fosse qualcosa di superiore all'ordinario in ferocia o astuzia; poiché i tori di Carmona, come quelli della razza Muira, sono famosi per la loro terribile abitudine di ignorare la cappa e caricare il corpo dell'uomo che la regge.

Alcuni tori erano corsi nell'arena e avevano attaccato ciecamente il primo oggetto che era entrato nella loro visione stordita; ma il mio cuore ebbe il tempo di battere due volte prima che quella forma nobile, che avevo visto l'ultima volta al pascolo tranquillo, si degnasse di mostrarsi all'uscita oscura del toril.

Era come se Vivillo volesse dimostrare quanto disprezzasse la puntura meschina di quel dardo a forma di amo nascosto da una rosetta di nastro verde e viola, suprema indifferenza verso la scena strana che irrompeva su occhi abituati da tempo all'oscurità, e altezzosa superiorità verso la sete e la fame che irritavano gli animali più deboli fino alla frenesia. Nessuno, vedendo il grande toro stare con la testa alta, interrogativo, sorpreso, avrebbe potuto scambiare il suo atteggiamento per codardia. C'era qualcosa di sinistro, persino terribile, nella sua pausa; e diede al pubblico in attesa il tempo di apprezzare la magnificenza delle sue proporzioni, la lunghezza e l'affilatura da pugnale delle sue corna, l'incresparsi dei muscoli sotto il raso bruno della pelle, nel grande petto e nei fianchi magri.

"Questo non è un toro, è una montagna", gridò una voce; e altre voci lodarono le perfezioni di Vivillo, che presto sarebbero svanite dalla terra. "Grandemente armato!" "Affronterebbe un battaglione!" "Che Fuentes si guardi le spalle!"

Poiché Fuentes, il miglior espada rimasto in Spagna, il più coraggioso combattente di tori secondo i metodi classici, doveva dare a Vivillo il colpo di grazia, quando picadores e banderilleros avessero finito con lui.

Le urla della vasta moltitudine mutarono in un istante il fiero stupore del toro in furia. Sembrava rendersi conto che questo nuovo mondo, così diverso da quello vecchio, dolce e verde, era un mondo di nemici, ogni anima contro di lui, ed era pronto a combatterli tutti fino alla morte. Non scalpitò sulla sabbia né muggì, poiché questi sono puerili tradimenti del temperamento a cui i tori più nobili non si abbassano. Come un tornado attraversò l'arena, uccise un cavallo con un solo colpo, mandò il picador a schiantarsi contro la barrera; e veloce come un gatto selvatico, forte come un leone africano, girò su se stesso per sollevare un altro animale e il suo cavaliere sulle corna. Trotto per metà della lunghezza dell'arena, reggendoli entrambi, mentre il pubblico si alzava per lui e urlava ammirazione per la sua forza selvaggia.

"Questo è come i bei vecchi tempi. Non si vede un toro del genere in diecimila", si dicevano gli uomini, mentre Vivillo gettava il cavallo morto sulla sabbia, facendo ruzzolare il picador oltre la barrera nel callejón, e correva via gagliardo verso un terzo duello.

Quando ebbe ucciso tre cavalli (non conoscendo distinzione tra la loro innocenza e la crudeltà dell'uomo, dopo che le sue spalle ebbero sentito la lancia) era apparentemente fresco come quando lasciò il toril. A questo stadio del dramma della morte la maggior parte dei tori avrebbe respirato a fatica; ma sebbene il velluto bruno del collo di Vivillo fosse macchiato di rosso cremisi, né la fatica né il dolore facevano affaticare il suo cuore forte.

Altri cavalli gli furono dati, per morire come altri erano morti, tutti tranne uno, che il toro si rifiutò di toccare perché era del colore che conosceva ed era amichevole a casa. Fu condotto via infine illeso; ma Vivillo aveva ora sei cavalli al suo attivo, e la sua popolarità con il pubblico era già salita ben oltre quella dei suoi predecessori. Eppure, la sua attività, invece di diminuire, sembrava crescere con la febbre crescente della sua furia.

In casi ordinari la tromba avrebbe ora suonato per il secondo atto, congedando i picadores e convocando i banderilleros; ma Vivillo nelle sue attuali condizioni era un nemico troppo formidabile per essere stuzzicato dai più coraggiosi con dardi spinati e infiocchettati; e "Caballos—caballos!" fu il grido.

Altri quattro animali sacrificali furono portati, e lui trattò con tutti, quasi incornando un picador al punto che un espada, correndo in soccorso, fu inseguito fino alla barriera, e si vide la calza tinta di cremisi mentre la scavalcava.

La lista delle vittime di Vivillo era ora salita a dieci, e sebbene avesse accettato trentatré varas, o colpi di lancia, le sue grandi spalle a malapena tremavano sotto la pioggia rossa del suo sangue. Eppure, il primo atto non poteva essere ulteriormente prolungato. Il sibilo acuto e crudele della cornetta diede il segnale per l'inizio del secondo.

Dick ed io non avevamo parlato, e non osavo guardare verso Pilar. Mentre la folla gridava una richiesta imperiosa che il grande Fuentes entrasse nell'arena come banderillero, mi sembrò che secoli fossero spazzati via dalle loro voci selvagge; che questa non fosse l'arena di Madrid, ma il Colosseo di Roma.

Vivillo aspettava, la testa alta, imperterrito; e sebbene il suo volto e il suo atteggiamento fossero minacciosi, gli occhi bruni, ben distanziati, erano radiosamente innocenti. Sembrava una creatura fatta del meglio della natura, un prodotto di cielo azzurro, prato dolce e aria pura; della sua specie, la perfezione. Pensava ora alla sua vecchia casa nel ricco pascolo, e al tintinnio dei campanacci dei cabestros amici? Se lo faceva, il pensiero nostalgico non lo faceva temere di affrontare ciò che stava per venire. Mai una volta aveva seguito l'esempio di due o tre tra i suoi predecessori, e si era voltato verso la porta chiusa del toril come per cercare rifugio. Sempre aveva affrontato il nemico; e ora correva a giocare con le corna per le luccicanti banderillas che aspettavano le sue spalle.

Fuentes stava acconsentendo al desiderio del pubblico, ma due banderilleros ordinari lo avrebbero preceduto. Il famoso matador, che in seguito avrebbe ucciso questo toro tanto popolare, avrebbe piantato l'ultima coppia delle sei.

Il primo uomo, scintillante di raso e argento, sollevò in alto i suoi due bastoncini con la punta ad ardiglione, gaiamente ornati di carta stagnola, e chiamò Vivillo da lontano. La sua voce beffarda infuriò il toro, che si precipitò su di lui; poi, mentre lui si spostava leggermente di lato, fu tutto ciò che poté fare per salvarsi dall'improvvisa, rapida svolta del grande animale, senza posizionare nessuna delle sue banderillas. Ancora e ancora il gioco fu ripetuto, ma il pubblico diceva che Vivillo stava diventando astuto come Shylock. Alla fine un bastoncino dai colori vivaci — "metà di una coppia" — pendeva dalle spalle di Vivillo; due e tre volte fu fatto il tentativo prima che la "coppia" fosse completa; e il secondo banderillero non ebbe miglior fortuna. Ma quando Fuentes entrò nell'arena, degnandosi di giocare al gioco di cui un tempo era maestro, si levò un ruggito di applausi. Fuentes non falliva mai; e quel suo trucco — piantare entrambi i piedi su un fazzoletto, senza degnarsi di muoversi se non per un ondeggiamento del corpo mentre piantava i due ardiglioni — era famoso, uno spettacolo degno di essere visto quando il toro era anche solo metà buono come questo. Ma per una volta anche le brillanti tattiche di Fuentes erano in difficoltà. Vivillo aveva cervello, e lo usava. Usava anche gli occhi, prima di caricare, cosa che non uno su cinquecento tori sa fare; e se Fuentes giocava con lui, anche lui giocava, un gioco il cui vigore veniva da un accenno di pericolo incombente. Una volta sembrò che Vivillo stesse per superare la barrera, nel callejón, e ci fu una fuga precipitosa di tutti gli spettatori lì. Ancora minacciò di demolire la barriera di legno con le corna, e ci fu una calca ancora più selvaggia di prima. Ma le banderillas furono piantate alla fine, e il sangue sulle spalle brune di Vivillo giaceva come un mantello cremisi. Il grande giro di applausi era tanto per il toro quanto per il banderillero; e ogni volto nel pubblico era teso per l'eccitazione quando il corno suonò per la scena della morte. Con un tale re dell'arena tutto poteva accadere. Era bene che un maestro come Fuentes fosse l'espada che avrebbe trattato con lui, altrimenti lui avrebbe potuto trattare con l'espada.

E così doveva finire nella solita tragedia, e dopo pochi altri momenti brillanti di gioco il cuore coraggioso della bestia doveva sentire la spada. Sapevo, naturalmente, che doveva essere così, eppure fino ad ora non era sembrata una fredda certezza. Forse avevo vagamente sperato che Vivillo scavalcasse la barrera, e rifiutasse di essere convinto a tornare; ma, anche se lo avesse fatto, non avrebbe potuto salvarsi, e avrebbe potuto dover morire di una morte meno gloriosa di quella per la lama dell'espada.

Fuentes si stava inchinando sotto il palco reale, chiedendo al Re-Presidente il grazioso permesso di uccidere Vivillo come un toro così nobile doveva essere ucciso. Poi, spada e muleta rossa in mano, andò incontro a Vivillo, uno sguardo vigile sul volto; poiché questa non era una comune res, ma un nemico coraggioso e cauto, degnissimo della sua lama.

Il profondo silenzio dei tredicimila spettatori era un complimento tanto grande quanto poteva essere pagato a un uomo o a un toro, e Fuentes lo sapeva. Sapeva che il pubblico si aspettava un gioco tale, prima del colpo di grazia, come non se ne vedevano in Spagna da anni, e non aveva intenzione di deluderli. Ancora meravigliosamente fresco, considerando le sue prodezze e la perdita di sangue, Vivillo non mostrava alcun disagio. Ma era diventato visibilmente pensieroso, come se realizzasse finalmente che questo non era un gioco selvaggio, ma la fine di ogni cosa.

Fuentes scacciò i suoi uomini — "fuera gente", sapendo che questo segno di sereno coraggio avrebbe fatto fremere tredicimila cuori, già caldi per lui, e adattò la sua muleta rossa al piccolo bastoncino appuntito che la fissava. Poi, aggraziato come un'onda che solleva la sua cresta fino al punto di rottura, si mosse verso il toro, cauto ma provocatorio.

Vivillo, come per provare la potenza e la pienezza dei suoi polmoni, muggì per la prima volta da quando era entrato nell'arena, mentre scagliava il suo corpo scuro sul torero, l'enorme testa bassa. La muleta incontrò le sue corna e le soffocò, per essere spazzata via, mentre Fuentes stava immobile, sorridente. Ma, con agitazione del pubblico, invece di seguire l'onda scarlatta della muleta, Vivillo si fermò con le corna abbassate per incornare, e caricò l'uomo.

Leggermente Fuentes si fece da parte, tentando di nuovo il toro con la muleta; ma Vivillo non ne volle sapere. Poi venne un tale dare e avere tra l'abilità dell'uomo e l'astuzia feroce del bruto che il pubblico perse ogni autocoscienza nel guardare.

Sempre più vicino Fuentes e Vivillo si avvicinavano alla barriera. Ora erano vicini al Tendido Numero 9, e meccanicamente alzai gli occhi dall'arena per trovare Pilar. Non era più visibile lì, e pensai che fosse fuggita prima della morte. Ma mentre Vivillo faceva un affondo che per poco non prendeva Fuentes, una porta nella barriera si spalancò, si richiuse, e una ragazza si trovò nell'arena.

Era Pilar nel suo vestito bianco e mantiglia di pizzo. Aveva lasciato il suo posto, era scesa da sola all'ingresso del tendido, aveva aspettato la sua occasione, ed era scivolata nell'arena. Ma non poteva più nascondersi. Alla vista della figura della ragazza, bianca contro la scura barriera rossa, un urlo selvaggio e ammonitore si levò. Due o tre della cuadrilla di Fuentes corsero verso di lei, ma con un gesto appassionato li allontanò, tendendo le braccia verso il palco reale.

"Grazia, grazia per Vivillo, il toro coraggioso!" gridò. E ora sapevo che era questo che intendeva fin dall'inizio. Se Vivillo era coraggioso, se conquistava il rispetto del Re e della folla con suprema forza e coraggio, lei aveva sperato di salvarlo come altri tori erano stati salvati di volta in volta, poiché, nei primi giorni, la Spagna aveva seguito le usanze romane. Avevo letto di quei tori graziati e ne avevo sentito parlare da mio padre — un eroe, forse, in dieci anni. Per questo era venuta; per questo era rimasta a guardare il sangue di Vivillo scorrere, aspettando finché non avesse dimostrato di essere così coraggioso che tredicimila voci potessero unirsi alla sua nel chiedere la vita del toro al Re-Presidente.

Al suono del suo nome, gridato in quei toni cari e familiari come se lo chiamasse dall'altra parte della valle della morte, Vivillo sollevò la testa, voltò le spalle per la prima volta al nemico, e balzò verso la ragazza. Inorridito, il pubblico urlò verso di lei, verso di lui, agitando le mani, gettando cappelli nell'arena davanti al toro come per distrarlo da una vittima indifesa. Ma non avrebbero dovuto temere. I fianchi che si alzavano sotto il loro mantello di sangue, la corsa di Vivillo si placò in un trotto, come nel pascolo di casa lontano. Semicieco di furia come era stato un momento fa, il volto gentile e la voce amata da lui da quando era un vitello al fianco di sua madre portarono Vivillo a ritrovare se stesso. La speranza deve aver ravvivato il suo cuore mentre sentiva quel richiamo, che nei vecchi giorni significava cibo scelto e dolci carezze. Era il richiamo della vita, e lui vi rispose con gratitudine.

Com'erano urlanti gli uomini, e le donne ridevano e piangevano mentre il grande toro posava la sua testa armata contro il braccio della pallida ragazza! Come applaudirono quando mangiò qualcosa che lei gli porgeva nella mano, e come gridarono al Re — "Grazia — grazia per questo toro coraggioso. Grazia per El Vivillo!"

Dick era al suo fianco ora. Deve aver saltato la barriera; ma non lo vidi finché non fu lì, e il Cherubino vicino dietro di lui. Fuentes era sotto il palco reale, chiedendo se la preghiera per la vita del toro dovesse essere ascoltata; e, tra acclamazioni tumultuose, la grazia fu concessa, con il gioiello che avrebbe dovuto vincere dando a Vivillo la morte invece della vita. Il toro era salvo. Ansimando, stava al fianco di Pilar, il suo sangue che macchiava il cremoso candore della sua mantiglia. Anche quando il cabestro addomesticato arrivò, con il campanaccio tintinnante, per attirare via Vivillo, lei riusciva a malapena a sopportare di lasciarlo, sebbene sapesse bene che era al sicuro; che le sue ferite sarebbero state abilmente curate; che sarebbe tornato in salute, e che, per pura vergogna (quando la storia fosse stata resa nota), Carmona avrebbe dovuto cederle il toro.

Ma il Re e la Regina erano in piedi a inchinarsi alla folla, i loro parenti e ospiti in piedi dietro di loro. La Regina si voltò e mormorò al Re, che parlò a qualcuno che non potevo vedere, e un equiere corse fuori dal palco. Un momento dopo il Duca di Carmona, sua madre, Lady Vale-Avon e Monica stavano entrando nel palco reale. Evidentemente il desiderio della Regina era stato di fare qualche presentazione. Tutti chiacchierarono insieme per un minuto, guardando giù nell'arena, che Vivillo stava appena lasciando con il grande cabestro tigrato. Probabilmente il Re si stava congratulando con Carmona per il toro offerto da lui alla Corrida Real. Poi, dopo essersi inchinati ancora una volta ai loro entusiasti sudditi, i reali si prepararono a lasciare il palco prima che il toro successivo entrasse nell'arena.

Sapevo che Monica, con Carmona e gli altri, avrebbe seguito il seguito del Re e della Regina, che sarebbero usciti dall'ingresso reale, e che avrei dovuto essere vicino se volevo avere la mia ultima possibilità con la ragazza. Ma era una sfortuna che lei fosse con i reali, perché, dalla catastrofe di due giorni fa, la polizia di Madrid stava prendendo precauzioni extra per la sicurezza del loro sovrano e della sua sposa. Il terreno fuori dall'ingresso reale era stato tenuto libero dalla popolazione quando erano entrati, e lo sarebbe stato di nuovo quando ne fossero usciti. Un disgraziato, dall'aspetto emaciato e con gli occhi scavati, quale ero ora, sarebbe stato immediatamente sospettato e rimandato indietro.

Eppure Monica doveva sposarsi domani, e allora sarebbe stato per sempre troppo tardi. In qualche modo dovevo avvicinarmi abbastanza da parlare con lei, anche se le parole che dovevo dire fossero state troncate da un proiettile.

Molti se ne stavano andando, sebbene più della metà del pubblico rimanesse, e dovetti farmi strada a fatica attraverso una folla che non aveva le mie ragioni per la fretta. Forse un’occhiata al mio volto li indusse a lasciarmi spazio, poiché, prima di quanto osassi sperare, ero fuori dall’arena e mi spingevo attraverso il fitto assembramento di persone che si erano riunite per vedere i reali e i loro ospiti partire in automobile. Avevo raggiunto la fila esterna quando vidi l’automobile di Carmona posizionarsi dietro le carrozze reali e le vetture a motore. Qualcuno era stato mandato a prenderla dall’altro ingresso; e il Duca di Carmona sarebbe stato una figura di spicco agli occhi di tutta Madrid.

Le guardie civili e la polizia erano impegnate a mantenere l’ordine tra la folla, respingendo con gesti ammonitori i ranghi che premevano l’uno sull’altro.

Non feci alcuno sforzo per separarmi dalla massa, poiché né il Re, né la Regina, né Carmona erano ancora apparsi; e io stavo attendendo. Ma improvvisamente grida di “Viva el Rey—Viva la Reina!” scoppiarono e si levarono alte.

Stavano arrivando. Ora erano alla porta. Scorsi Carmona, straordinariamente bello nella gioia del suo grande trionfo. Il Re si fermò sulla soglia e, vedendo Carmona lì vicino, gli rivolse un’ultima benevola parola con un sorriso. Carmona fece un passo avanti, col cappello in mano. Monica, con sua madre e la Duchessa, si arrestò poco dietro.

Il mio momento era giunto. Balzai fuori dalla folla e avevo fatto tre passi verso di lei, quando due guardie civili mi afferrarono per le spalle. Nello stesso istante udii la voce di Dick e seppi che mi aveva seguito, fedele come sempre, intuendo cosa avrei cercato di fare.

L’improvviso movimento e il brusio nel gruppo attorno a me catturarono l’attenzione di Monica. Guardò e lanciò un piccolo grido quando i nostri sguardi si incrociarono attraverso lo spazio aperto e soleggiato. Tese le mani e per un istante pensai che sarebbe corsa da me; ma gli occhi pronti di sua madre avevano identificato l’uomo tra le guardie civili ed ella afferrò Monica per il braccio.

“Indietro,” disse una delle guardie civili con rabbia. “A nessuno è permesso avvicinarsi al Re.”

“Devo parlare con quelle signore,” dissi, liberando una spalla.

“Un altro passo e passerete la notte tra le mura di una prigione,” ringhiò la guardia, furiosa che vi fosse una scena sotto gli occhi della regalità.

Ma ora gli occhi della regalità erano su di me, e vi era riconoscimento in essi. Il Re alzò la mano in modo imperativo.

“Lasciate andare quel gentiluomo,” disse. “È un mio amico. Señores, sono lieto di rivedervi. Siete venuti a congratularvi con me per il mio matrimonio?”

Le guardie fecero un passo indietro; e la domanda del Re fu un ordine. Aveva detto “Señores”; dunque stava parlando anche a Dick, oltre che a me. Camminai verso di lui mentre si preparava ad accoglierci; e ora Dick, che era rimasto dietro nella folla, era al mio fianco.

Il volto di Carmona divenne scarlatto, poi pallido come la cera.

“Supplico Vostra Maestà di perdonarmi,” disse, “ma non potete sapere ciò che io so di quest’uomo, o non lo ricevereste. Potrebbe trattarsi di un altro orribile complotto; poiché egli è il Marqués de Casa Triana, sospettato di aver lanciato una bomba a Barcellona alcuni anni fa, il quale non solo ha infranto la libertà vigilata ed è venuto segretamente in Spagna, ma vi ha seguito da un luogo all’altro nella sua automobile, e—”

Il Re scoppiò a ridere, nel suo modo gioviale.

“Tanto meglio per me se lo ha fatto, dato che ha trovato continuamente il modo di farmi qualche favore. Se non fosse stato per lui e per la sua automobile, non sono certo che oggi sarei qui—e felice.” Mi porse la mano. “Dunque tu sei il Marqués de Casa Triana,” disse. “Ed era per questo che non volevi dirmi il tuo nome, quando il tuo amico mi ha fatto sapere che avevo un motivo in più per ringraziarti oltre a quelli che già conoscevo—il giorno dei briganti?”

Sorrise a Dick, che osò approfittare della sua attenzione.

“Vostra Maestà,” azzardò, “posso menzionare il nome dell’uomo che assoldò quei briganti, non per nuocere a voi, ma a qualcuno che aveva già danneggiato—Casa Triana stesso? Ebbene, è il Duca di Carmona; e quando i briganti fallirono, tentò di far colpire Casa Triana alla testa e chiuderlo in una sua casa a Granada, così da poter sposare la ragazza che era fidanzata col mio amico. Potete chiedere a Lady Monica Vale, sire, se non vi sto dicendo la verità—per quanto lei ne sia a conoscenza.”

Il Re, senza rispondere, volse lo sguardo su Monica.

“È vero, sire, che eravamo fidanzati,” rispose lei alla domanda nei suoi occhi. “Lo amo ancora, e ho promesso di sposare il Duca solo perché disse che, se l’avessi fatto, avrebbe salvato Ramón dalla prigione—e da qualcosa di peggio. Mi disse che aveva aiutato Ramón a fuggire dalla Spagna verso l’Inghilterra, quando era sul punto di essere arrestato per—qualcosa accaduto a Siviglia. Ora so che non era vero; che egli—ha mentito, e che è stato orribilmente traditore nei confronti di Ramón, così come verso di me. Non manterrò la mia promessa verso di lui domani, né mai.”

“Sembra una storia strana,” disse il Re. “Dovrò ascoltarla per esteso, più tardi. Ma non vi sposerete contro la vostra volontà. Sposerete l’uomo che amate; ci assicureremo che ciò accada, che Carmona riesca a discolparsi o meno. Quanto al mio amico Casa Triana, gli devo un triplice debito. In parte posso ripagarlo restituendogli alcune tenute nel Sud che credo di aver—tenuto in custodia per lui. In parte non potrò mai ripagarlo; e in parte—beh, se posso donargli una sposa che lo ama, forse si riterrà ripagato?”

“Ringrazio Vostra Maestà mille volte,” dissi.

Monica mi guardò. Era pallidissima; ma vi era il paradiso nei suoi occhi.

“Viva el Rey!” gridò Dick; e la folla, sebbene non avesse udito o compreso quanto accaduto, riprese il grido con tutto il cuore—

“Viva el Rey!”

FINE

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