LA SPIA DELLO ZAR
Il mistero di un amore silenzioso
Del CAVALIERE WILLIAM LE QUEUX Autore di "The Closed Book", ecc.
1905.
INDICE
CAPITOLO
I. AL SERVIZIO DI SUA MAESTÀ BRITANNICA
II. PERCHÉ LA CASSAFORTE FU APERTA
III. LA CASA "DALL'ALTRA PARTE DELL'ACQUA"
IV. IN CUI IL MISTERO SI INFITTISCE
V. CONTIENE CERTE CONFIDENZE
VI. L'ADUNARSI DELLE NUBI
VII. CONTIENE UNA SORPRESA
VIII. LA CONTROPRETESA DELLA VITA
IX. VENGONO FATTE STRANE RIVELAZIONI
X. SCOPRO LE MIE CARTE
XI. IL CASTELLO DEL TERRORE
XII. "LO STRANGOLATORE"
XIII. UN DOPPIO GIOCO E LE SUE CONSEGUENZE
XIV. SUA ALTEZZA È CURIOSA
XV. PROPRIO FUORI DALLO STRAND
XVI. UOMINI SEGNATI
XVII. LA VERITÀ SULLA "LOLA"
XVIII. CONTIENE LA STORIA DI ELMA
CONCLUSIONE
CAPITOLO I
AL SERVIZIO DI SUA MAESTÀ BRITANNICA
"C'è stato un fatto misterioso la scorsa notte, signore."
"Oh!" esclamai. "Qualcosa che ci riguarda?"
"Sì, signore," rispose l'alto e magro impiegato del Consolato italiano, parlando con un forte accento. "Uno yacht a vapore inglese si è incagliato sulla Meloria a circa dieci miglia al largo, ed è stato scoperto da una barca da pesca che ha portato la notizia al porto. L'Ammiraglio ha inviato due torpediniere che, dopo molte difficoltà, sono riuscite a rimorchiare lo yacht in salvo, ma il Capitano del Porto ha il sospetto che l'equipaggio stesse cercando di sbarazzarsi dell'imbarcazione."
"Di perderla, intende?"
Il fedele Francesco, il cui inglese era stato appreso per lo più da gente di mare e non era certo il vocabolario più scelto, annuì e, da buon toscano qual era, si pose l'indice sulle labbra chiuse, segno di silenzio.
"Sembra curioso," osservai. "Da quando il Console è andato in licenza, le cose sembrano essere state movimentate: due risse a coltellate, otto marinai ubriachi rinchiusi, un ammutinamento su un piroscafo da carico e ora uno yacht naufragato; un elenco piuttosto decoroso! E tuttavia certe persone che se ne stanno sempre a casa si lamentano che i consoli britannici siano pagati solo per essere ornamentali! Dovrebbero passare una settimana qui, a Livorno, e cambierebbero presto opinione."
"Sì, lo farebbero, signore," rispose il vecchio dal viso magro con un sogghigno, mentre si attorcigliava i feroci baffi grigi. Francesco Carducci era un personaggio molto noto a Livorno; interprete presso il Consolato e custode di una casa del marinaio, un uomo onesto, di buon cuore e accomodante che, per vent'anni, aveva occupato la stessa posizione sotto una mezza dozzina di diversi Consoli. In quel momento, però, dall'ufficio esterno giunse un lungo lamento.
"Ehi, cos'è quello?" chiesi, sorpreso.
"Solo un fuochista pazzo dell'Oleander, signore. Il capitano l'ha portato perché lei lo veda. Vogliono rimandarlo dai suoi amici a Newcastle."
"Oh! un caso di pazzia!" esclamai. "Meglio far vedere lui al Dottor Ridolfi. Non sono un esperto di malattie mentali."
Il mio vecchio amico Frank Hutcheson, Viceconsole di Sua Maestà Britannica presso il porto di Livorno, era via in licenza in Inghilterra, e le sue funzioni erano state delegate al giovane Bertram Cavendish, il proconsole. Quest'ultimo, tuttavia, era finito a letto con un brutto attacco di malaria che aveva contratto nella micidiale Maremma e io, essendo l'unico altro inglese a Livorno, ero stato pregato dal Console Generale a Firenze di agire come proconsole fino al ritorno di Hutcheson.
Era metà luglio e il tempo era torrido nella città mediterranea accecata dal sole. Se conoscete Livorno, probabilmente conoscete il Consolato con il suo stemma nero e giallo all'esterno, una grande e bella serie di uffici enormi e ariosi che si affacciano sulla cattedrale e guardano la piazza principale, grande quanto Trafalgar Square e molto più pittoresca. La scritta dipinta sulla porta, "Orario d'ufficio, 10-3", e le persiane verdi chiuse contro il sole cocente danno l'idea di un impiego comodo, ma non è affatto così, poiché la vita di un console in un porto di sbarco deve necessariamente essere molto attiva e i suoi doveri infiniti.
Carducci mi aveva lasciato alla corrispondenza per mezz'ora circa e confesso che non ero dell'umore adatto per scrivere risposte in quel caldo soffocante; perciò mi sedetti al grande tavolo del Console, fumando una sigaretta e stiracchiandomi pigramente sulla sedia del mio amico, risoluto a scappare nel fresco dell'Inghilterra non appena lui fosse tornato la settimana successiva. L'Italia va benissimo per nove mesi all'anno, ma Livorno non è un posto per l'inglese a metà luglio. I miei pensieri vagavano verso i laghi inglesi e una battuta di caccia alla pernice con mio zio in Scozia, quando il fedele Francesco rientrò, dicendo:
"Ho mandato via il capitano e il suo pazzo fino a questo pomeriggio, signore. Ma c'è un signore inglese che aspetta di vederla."
"Chi è?"
"Non lo conosco. Non vuole dare il nome, ma vuole vedere il Signor Console."
"Va bene, fallo entrare," dissi pigramente, e pochi istanti dopo un inglese alto, vestito in modo elegante, di mezza età, in un completo da yachting di lana blu, entrò e, facendo un inchino, chiese se fossi il Console britannico.
Quando si fu seduto, spiegai la mia posizione, al che disse:
"Non sono riuscito a capire molto dal suo impiegato. Parla in modo così stentato e io non so una parola di italiano. Ma forse dovrei prima presentarmi. Il mio nome è Philip Hornby," e mi porse un biglietto da visita che riportava il nome con gli indirizzi "Woodcroft Park, Somerset ------ Brook's." Poi aggiunse: "Sto navigando a bordo del mio yacht, il Lola, e la scorsa notte purtroppo ci siamo incagliati sulla Meloria. Ho un nuovo capitano che ho ingaggiato qualche mese fa e mi sembra un pazzo scriteriato. Molto fortunatamente per noi, una barca da pesca ha visto la nostra situazione e ha dato l'allarme al porto. L'Ammiraglio ha inviato due torpediniere e un rimorchiatore, e dopo circa tre ore sono riusciti a tirarci fuori."
"E ora siete in porto?"
"Sì. Ma il motivo per cui ho chiamato è per chiederle di farmi un favore e scrivermi una lettera di ringraziamento in italiano all'Ammiraglio, e una al Capitano del Porto; lettere cortesi che possa copiare e inviare loro. Sa il genere di cose."
"Certamente," risposi, tanto più interessato a lui a causa del curioso sospetto che le autorità portuali sembravano nutrire. Era evidentemente un gentiluomo e, dopo essere stato con lui dieci minuti, scartai l'idea che avesse cercato di far naufragare il Lola.
Presi un paio di fogli di carta e scarabocchiai le bozze di due lettere scritte nella fraseologia più elegante, come è consuetudine quando ci si rivolge alle autorità italiane.
"Fortunatamente ho lasciato mia moglie in Inghilterra, altrimenti si sarebbe spaventata terribilmente," notò poco dopo. "C'era un vento cattivo che soffiava tutta la notte e quel folle del capitano sembrava aumentare il nostro pericolo a ogni ordine che dava."
"Siete soli, allora?"
"Ho un amico con me," fu la risposta.
"E quanti membri dell'equipaggio ci sono?"
"Sedici, in tutto."
"Inglesi, immagino?"
"Non tutti. Trovo che i francesi e gli italiani siano più sobri degli inglesi e si comportino meglio in porto."
Lo esaminai criticamente mentre sedeva di fronte a me, e il semplice fatto del suo desiderio di inviare ringraziamenti alle autorità mi convinse che fosse un gentiluomo ben educato. Aveva circa quarantacinque anni, con una faccia tonda, allegra e bonaria, arrossata dal sole del sud, occhi azzurri e una corta barba bionda. Il suo volto era essenzialmente quello di un uomo devoto allo sport all'aria aperta, poiché era leggermente solcato e segnato dalle intemperie, come dovrebbe essere quello di un vero velista. Il suo modo di parlare era raffinato e colto e, mentre chiacchieravamo, mi diede l'impressione che, come entusiasta amante del mare, avesse navigato molte volte nel Mediterraneo da Gibilterra fino a Smirne. Tuttavia, non era mai entrato a Livorno prima d'ora.
Dopo aver concordato che il suo capitano sarebbe venuto da me nel pomeriggio per fare un rapporto formale dell'incidente, uscimmo insieme attraverso la bianca piazza soleggiata verso Nasi, il noto pasticcere, dove è abitudine dei livornesi prendere il vermouth prima di pranzo.
Più vedevo Hornby, più mi piaceva. Era chiacchierone e spiritoso, e trattava il suo incidente come una grande barzelletta.
"Saremo qui almeno una settimana, immagino," disse mentre prendevamo il nostro vermouth. "Siamo in viaggio verso le isole greche, poiché il mio amico Chater vuole vederle. L'ingegnere dice che c'è qualcosa di teso che dobbiamo far riparare. Ma, a proposito," aggiunse, "perché non cena con noi a bordo stasera? Lo faccia. Possiamo darle alcune cose inglesi che potrebbero esserle di sollievo."
Accettai volentieri questo invito per due ragioni. Una perché i sospetti del Capitano del Porto avevano suscitato la mia curiosità, e l'altra perché, onestamente parlando, mi ero preso una gran simpatia per Hornby.
Il capitano del Lola, un uomo tarchiato e basso di Dundee, con una cicatrice a malapena rimarginata sulla guancia sinistra, si presentò al Consolato alle due e fece il suo rapporto, che mi parve molto zoppicante. Mi colpì come indegno del suo certificato, poiché era evidentemente completamente fuori rotta quando si verificò l'incidente. Il proprietario e il suo amico Chater erano nelle loro cuccette a dormire, quando improvvisamente scoprì che la nave non faceva progressi. Erano, di fatto, finiti sulla pericolosa secca senza esserne consapevoli. C'era un mare forte con una brezza tesa e, sebbene la sua marineria fosse scarsa, era abbastanza capace da riconoscere subito che si trovavano in una posizione molto pericolosa.
"Molto fortunato che non sia stato più grave, signore," aggiunse, dopo avermi raccontato la sua storia, che scrissi sotto suo dettato per il beneficio finale del Board of Trade.
"Non ha lanciato segnali di soccorso?" chiesi.
"No, signore; non ci ho pensato."
"E tuttavia sapeva che avreste potuto andare perduti?" osservai con rinnovato sospetto.
L'astuto scozzese, il cui nome era Mackintosh, esitò alcuni istanti, poi rispose:
"Beh, signore, vede, la barca da pesca ci aveva avvistati e l'abbiamo vista tornare in porto per cercare aiuto."
La sua scusa era pulita. Probabilmente fu la sua negligenza nel fare segnali di soccorso ad aver suscitato i sospetti del Capitano del Porto. Dall'inizio alla fine la storia del comandante del Lola era, a mio avviso, molto insoddisfacente.
"Da quanto tempo è al servizio del signor Hornby?" chiesi.
"Sei mesi, signore," fu la risposta dell'uomo. "Prima che mi ingaggiasse, ero con i Wilson, di Hull, navigando nel Baltico."
"Come comandante?"
"Ho il mio certificato di capitano da quindici anni, signore. Ero con i Bibby prima dei Wilson, e prima ancora con la General Steam. Ho fatto otto anni nel Mediterraneo con loro, quando ero primo ufficiale."
"E non è mai stato a Livorno prima d'ora?"
"Mai, signore."
Congedai il capitano con la netta impressione che non mi avesse detto tutta la verità. Quella cicatrice non migliorava il suo aspetto personale. Aveva lasciato i suoi certificati a bordo, disse, ma se avessi voluto li avrebbe portati da me il giorno seguente.
Era possibile che fosse stato effettivamente compiuto un tentativo di far naufragare lo yacht e che fosse stato sventato dal padrone della feluca, che aveva avvistato la nave incagliata? C'era certamente del mistero intorno alle circostanze e il mio interesse per lo yacht e il suo proprietario si approfondiva di ora in ora. Come, mi chiesi, il capitano aveva ricevuto quella ferita molto brutta sulla guancia? Fui tentato di chiederglielo, ma a ben riflettere decisi che era meglio non mostrare alcuna indebita curiosità.
Quella sera, quando il sole di fuoco stava affondando nella sua gloria cremisi, bagnando il mare vitreo con la sua luce rosso sangue e facendo apparire le isole di Gorgona e Capraja di un viola profondo contro l'orizzonte lontano, presi una carrozza lungo la vecchia strada del mare verso il porto dove, all'interno del porto interno, trovai il Lola, una delle più magnifiche imbarcazioni private che avessi mai visto. Le sue dimensioni mi sorpresero. Era dipinta di bianco candido, con ottone lucente ovunque. A poppa pendeva mollemente la bandiera britannica, mentre all'albero maestro l'insegna della Royal Yacht Squadron. Il fumaiolo giallo non emetteva fumo e, mentre giaceva calmo nel tramonto, una folla di sfaccendati del molo e reclutatori si appoggiava al parapetto discutendo dei suoi meriti e chiedendosi chi potesse essere il ricco inglese che poteva permettersi di viaggiare su un piccolo transatlantico tutto suo, poiché le sue dimensioni sorprendevano persino quegli operai italiani del molo, abituati com'erano a vedere ogni tipo di imbarcazione entrare nel porto affollato.
Salendo sul ponte, Hornby, che come me indossava un completo pulito di lino bianco come il più sensato abbigliamento da cena in un clima caldo, venne avanti a salutarmi e mi condusse a poppa dove, sdraiato su una lunga sedia a sdraio di vimini sotto il tendalino, c'era un uomo alto, dagli occhi scuri e sbarbato di circa quarant'anni, anche lui vestito di fresco lino bianco. Il suo viso acuto dava l'impressione che fosse un avvocato.
"Il mio amico, Hylton Chater; il signor Gordon Gregg," disse, presentandoci, e poi, mentre ci stringevamo la mano, l'uomo sbarbato esclamò, sorridendo piacevolmente:
"Piacere di fare la sua conoscenza, signor Gregg. Lei non è affatto uno sconosciuto per Hornby o per me. Anzi, abbiamo un paio dei suoi libri a bordo. Ma non avevo idea che vivesse qui."
"Ad Ardenza," dissi. "Tre miglia lungo la riva del mare. Domani spero che veniate entrambi a cena da me."
"Deliziato, ne sono certo," dichiarò Hornby. "Mangiare a terra è proprio un piacere quando si è rimasti chiusi a bordo per un po' di tempo. Quindi accetteremo, vero Hylton?"
"Certamente," rispose l'altro; e poi iniziammo a chiacchierare sul pericolo della notte precedente, con Hornby che mi raccontava come aveva copiato le due lettere di ringraziamento in italiano e le aveva inviate ai rispettivi indirizzi.
"Phil ha bestemmiato come uno skipper levantino quando ha copiato quelle parole italiane!" rise Chater. "Aveva fatto tre copie di ogni lettera prima di riuscire a mettere tutto il gergo in accordo con la sua copia."
"Ho passato l'intero pomeriggio su di esse; al diavolo!" dichiarò il proprietario del Lola con una risata. "Ma, naturalmente, non volevo fare un sacco di errori di ortografia. Questi italiani sono così molto puntigliosi."
"Beh, ha certamente fatto la cosa giusta a ringraziare l'Ammiraglio," dissi. "È molto insolito per lui inviare torpediniere per aiutare una nave in pericolo. Solitamente questo viene lasciato al rimorchiatore del porto."
"Sì, sento che è stato molto gentile da parte sua. Ecco perché mi sono preso tutto il disturbo di scrivere. Non capisco una parola di italiano, e nemmeno Chater."
"Ma avete italiani a bordo?" osservai. "I due marinai che mi hanno portato qui sono genovesi, dal loro accento."
Hornby e Chater si scambiarono sguardi; sguardi di distinta inquietudine, pensai.
Poi il proprietario del Lola disse:
"Sì, sono utili per prendere accordi e comprare cose nei porti italiani. Abbiamo uno spagnolo, un greco e un siriano, che agiscono tutti come interpreti in diversi posti."
"E fanno un bel guadagno per quanto riguarda le commissioni segrete, immagino?" risi.
"Naturalmente. Ma per navigare in comodità bisogna pagare ed essere piacevoli," dichiarò l'uomo con la barba bionda. "In Grecia e nel Levante sono più rapaci che a Napoli, e gli ufficiali doganali vogliono sempre essere sistemati, altrimenti sono sempre a rovistare e a scoprire il nulla."
"Avete avuto problemi qui?" chiesi.
"Non ci hanno visitato," disse con un sorriso, e allo stesso tempo strofinò il pollice e l'indice, l'azione del sentire le banconote.
Ciò aumentò la mia sorpresa, poiché mi capitava di sapere che gli ufficiali doganali di Livorno non erano affatto inclini all'accettazione di tangenti. Erano troppo sorvegliati dai loro superiori. Se lo yacht era davvero sfuggito a una perquisizione, allora era una cosa molto insolita. Inoltre, quale motivo poteva avere Hornby per eludere la visita doganale? Avrebbero, naturalmente, sigillato i suoi vini e liquori, ma anche se lo avessero fatto, gli avrebbero lasciato abbastanza per il consumo di sé stesso e dei suoi amici.
No. Philip Hornby aveva qualche forte motivo per pagare una pesante tangente per evitare la visita della dogana. Se davvero aveva pagato, doveva aver pagato molto pesantemente; di questo ero convinto.
Era possibile che qualche mistero fosse nascosto a bordo di quella imbarcazione splendidamente arredata?
Poco dopo il gong suonò e scendemmo nel salone elegantemente arredato, dove era apparecchiata una tavola che scintillava di cristalli e risplendeva d'argento. Intorno al centro fiori freschi erano stati disposti da una mano artistica, mentre sul buffet alla fine i colli delle bottiglie di vino sbirciavano fuori dai secchielli del ghiaccio. Sia il tappeto che la tappezzeria erano in azzurro pallido, mentre ovunque era evidente che solo un uomo estremamente ricco poteva permettersi un'imbarcazione così magnifica.
Hornby prese il capotavola e noi sedemmo ai suoi lati, chiacchierando allegramente mentre mangiavamo una delle cene più scelte e meglio cucinate che mi sia mai capitato di assaggiare. Chater e io bevemmo vino di una marca che solo un milionario poteva tenere nella sua cantina, mentre il nostro ospite, apparentemente un uomo molto astemio, prese solo un bicchiere di acqua ghiacciata al Cinciano.
I due eleganti steward servivano in un modo che mostrava che erano ben addestrati ai loro doveri, e mentre la luce della sera che filtrava attraverso le tende di seta azzurro pallido sopra gli oblò aperti svaniva lentamente, chiacchierammo come fanno gli uomini durante una cena insolitamente buona.
Dalle sue osservazioni compresi che, contrariamente alla mia prima impressione, Hylton Chater era un esperto velista. Possedeva un'imbarcazione chiamata Alicia ed era membro del Cork Yacht Club. Viveva a Londra, mi disse, ma non mi diede alcuna informazione sulla sua professione. Poteva essere il diritto, come avevo supposto.
"Ha visto il nostro asino di capitano, signor Gregg?" osservò poco dopo. "Cosa ne pensa?"
"Beh," dissi piuttosto esitante, "a dire la verità, non penso molto della sua marineria; né lo farà il Board of Trade quando il suo rapporto arriverà a loro."
"Ah!" esclamò Hornby, "Sono stato un folle a ingaggiarlo. Fin dall'inizio non mi sono fidato di lui, solo che mia moglie in qualche modo ha preso simpatia per il tizio e, come sa, se vuole pace deve sempre compiacere le donne. In questo caso, però, la sua scelta è quasi costata la nave e forse la nostra vita, per giunta."
"Non sapeva nulla di lui in precedenza?"
"Nulla."
"E lui ha ingaggiato l'equipaggio?" chiesi.
"Certamente."
"Sono tutti marinai nuovi?"
"Tutti tranne il cuoco e i due steward."
Rimasi in silenzio. Mackintosh non mi piaceva. Anzi, nutrivo un distinto sospetto sia per il comandante che per l'equipaggio.
"Il capitano sembra aver avuto un brutto taglio sulla guancia," osservai, al che i miei due compagni si scambiarono di nuovo sguardi rapidi e apprensivi.
"È caduto l'altro giorno," spiegò Chater, con un sorriso piuttosto malato, pensai. "La sua faccia ha colpito lo spigolo di una scala di ferro nella sala macchine, causando un brutto squarcio."
Sorrisi tra me e me, poiché sapevo fin troppo bene che la brutta ferita sulla faccia del capitano non era mai stata inflitta cadendo sullo spigolo di una scala. Ma rimasi in silenzio, contento che cercassero di fuorviarmi.
Dopo che fu servito il dessert ci alzammo e, nel crepuscolo estivo, quando tutti gli oblò furono aperti, Hornby mi accompagnò a visitare la nave. Ovunque abbondava il lusso, un vero palazzo galleggiante. A ognuna delle cabine del proprietario e dei suoi ospiti era annesso un bagno con acqua di mare o acqua dolce a piacimento, mentre il salone delle signore, il boudoir, la biblioteca e la sala fumatori erano riccamente arredati con gusto squisito. Mentre mi conduceva dalla sua cabina al boudoir passammo davanti a una porta che era stata spalancata dal vento, e che lui si affrettò a chiudere, non prima però che avessi avuto il tempo di sbirciare all'interno. Con mia sorpresa scoprii che si trattava di un'armeria stipata di fucili, revolver e munizioni.
Non era stato inteso che vedessi quell'interno, e il motivo per cui gli ufficiali doganali erano stati corrotti era ora evidente.
Andai oltre senza commentare, facendo finta di non aver scorto nulla di insolito, ed entrammo nel boudoir, dopo che Chater era tornato al salone per prendere i sigari.
La graziosa cameretta era tappezzata in seta color rosa garofano, con mobili in palissandro intarsiato, e portava ovunque le tracce di essere stata sistemata da mano femminile, sebbene a bordo non vi fosse alcuna passeggera.
Proprio mentre entravamo, e io stavo ammirando quel grazioso nido di lusso, Chater gridò al suo ospite chiedendo le chiavi dell'armadietto dei sigari, e Hornby, scusandosi, tornò indietro lungo il corridoio per porgerle all'amico, lasciandomi così solo per qualche istante.
Rimasi a guardarmi intorno e, mentre lo facevo, i miei occhi caddero su una quantità di fotografie, incorniciate e non, sparse un po' ovunque: evidentemente i ritratti degli amici di Hornby. Su un tavolino laterale, tuttavia, sorgeva una pesante cornice d'argento ossidato, ma vuota, mentre sul pavimento, sotto un divano, giaceva la fotografia che essa aveva contenuto, la quale era stata apparentemente estratta in fretta, strappata prima a metà e poi ancora a metà, e gettata via.
La curiosità mi spinse a chinarmi, a raccogliere i quattro pezzi e a ricomporli, scoprendo che formavano il ritratto formato gabinetto di una dolcissima ed estremamente graziosa ragazza inglese di diciotto o diciannove anni, con un'espressione luminosa e sorridente, che indossava una fresca camicetta mattutina di piqué bianco. I capelli erano raccolti bassi e fissati con un fiocco di nastro nero, mentre la spilla alla gola era a forma di cuore bordato di perle. Se fosse stata la sua espressione dolce, o se fosse stato lo sguardo curioso nei suoi occhi ad attirare la mia attenzione e a fissare quel volto nella mia memoria, non saprei dire. Forse fu il mistero del perché fosse stata così frettolosamente strappata dalla sua cornice e distrutta a trattenere il mio interesse.
Sembrava quasi che fosse stata strappata di nascosto da qualcuno che era stato seduto su quel divano e che non aveva avuto l'opportunità di gettare i frammenti in acqua attraverso l'oblò.
Guardai il retro della fotografia strappata e vidi che era stata scattata da un noto e alla moda studio di New Bond Street.
Nell'espressione di quel volto ritratto c'era qualcosa che non riesco a descrivere: uno sguardo curioso negli occhi che era, allo stesso tempo, attraente e misterioso. In quel breve istante i lineamenti della ragazza furono indelebilmente impressi nella mia memoria.
Il secondo dopo, tuttavia, udendo i passi di Hornby che ritornava, gettai i frammenti frettolosamente sotto il divano dove li avevo scoperti.
Perché, mi chiesi, l'immagine era stata distrutta e da chi?
La parte anteriore della cornice vuota era stata volutamente rivolta verso la pannellatura, perciò, quando entrò, non notò che l'immagine era stata distrutta; ma dopo una breve pausa, spiegando che quel posticino accogliente era il rifugio particolare di sua moglie, mi condusse attraverso il salone delle signore e poi sul ponte, dove ci gettammo sulle sedie a sdraio, prendemmo il nostro caffè e la certosina, quel liquore essenzialmente toscano, e continuammo a fumare mentre la luna sorgeva e le luci del porto iniziavano a scintillare nella notte d'acciaio.
Mentre sedevo a parlare, i miei pensieri tornavano a quella fotografia strappata. Per me sembrava come se qualche precedente visitatore, quel giorno, si fosse seduto sul divano, avesse distrutto l'immagine e l'avesse gettata dove l'avevo trovata. Ma per quale ragione? Chi era la ragazza dal volto allegro la cui immagine aveva suscitato tanta gelosia o desiderio di vendetta?
Portai deliberatamente la conversazione sulla famiglia di Hornby e appresi da lui che non aveva figli.
"Suppongo che farà riparare i motori da Orlando?" osservai, nominando la grande ditta di costruzioni navali di Livorno.
"Sì. Ho già dato l'ordine. Hanno il contratto per terminare entro il prossimo giovedì, e poi partiremo per Zante e Chio."
Per quale motivo, mi chiesi, ricordando quel formidabile arsenale a bordo. Avevo già visto abbastanza da convincermi che il Lola, sebbene esteriormente fosse uno yacht da diporto, era costruito in acciaio, corazzato nelle sue parti più vulnerabili e capace di resistere a un fuoco molto intenso.
Le ore passarono e, sotto la luna brillante, fumammo a lungo nella notte, poiché dopo il sole cocente di quella città toscana, la fresca brezza marina serale è molto rigenerante. Da dove sedevamo, dominavamo la vista dell'intero lungomare di Livorno e di Ardenza, con i suoi luminosi caffè-concerto all'aperto e i ristoranti in piena attività: tutta la vita e l'allegria di quella popolare località balneare.
Poco dopo, quando Hornby si fu alzato per chiamare uno steward e mi lasciò solo con Hylton Chater, quest'ultimo mi sussurrò in confidenza:
"Se trova il mio amico Hornby un po' strano nei suoi modi, signor Gregg, non ci faccia caso. A dire il vero, è un uomo che è diventato improvvisamente ricco oltre i sogni più sfrenati dell'avarizia, e temo che abbia avuto un effetto sul suo cervello. A volte fa cose molto strane."
Guardai il mio compagno con sorpresa. O stava dicendo la verità, oppure stava cercando di placare i miei sospetti con un trucco estremamente astuto. Ora, avevo già deciso che Philip Hornby non era un eccentrico, ma un uomo particolarmente equilibrato e pratico. Pertanto giunsi immediatamente alla conclusione che l'uomo sbarbato, che assomigliava tanto a un avvocato londinese, avesse uno scopo distinto e ulteriore nell'insinuare nella mia mente il sospetto della sanità mentale del suo ospite.
Era passata la mezzanotte quando, dopo aver salutato la strana coppia, fui riportato a riva dai due marinai che mi avevano traghettato e tornai a casa lungo il lungomare, confuso e perplesso.
La mattina seguente, al mio arrivo al Consolato, il vecchio Francesco, che era entrato solo un momento prima, mi venne incontro con il volto sbiancato, ansimando:
"Ci sono stati dei ladri qui durante la notte, signore! La cassaforte del signor Console è stata aperta!"
"La cassaforte!" gridai, precipitando nello studio privato di Hutcheson e trovando, con mio sgomento, la grande cassaforte, in cui venivano conservati i sigilli, i cifrari e altri documenti riservati, spalancata e il contenuto in disordine, come se fosse stata fatta una frettolosa ricerca tra le carte.
Era possibile che i ladri fossero stati a caccia dei cifrari dell'Ammiragliato e del Foreign Office, copie dei quali le Cancellerie di certe potenze europee cercavano sempre di ottenere? Sorrisi tra me e me quando mi resi conto di quanto amaramente delusi dovessero essere rimasti i ladri, poiché un Console britannico, quando va in licenza in Inghilterra, porta sempre con sé i suoi cifrari e li deposita al Foreign Office per custodia. Hutcheson, naturalmente, li aveva presi, secondo i regolamenti.
Curiosamente, però, la porta del Consolato e la cassaforte erano state aperte con le chiavi che il mio amico aveva lasciato sotto la mia custodia. Anzi, il piccolo mazzo si trovava ancora nella serratura della cassaforte.
In un istante mi balenò alla mente il ricordo di aver sentito le chiavi in tasca mentre cenavo a bordo del Lola. Le avevo perse durante il tragitto verso casa o mi avevano rubato il portafoglio?
Carducci, con la loquacità di un italiano, cominciò a scagliare imprecazioni sulle teste degli ignoti figli di cane che avevano osato manomettere la cassaforte del suo padrone, e mentre eravamo impegnati a rimettere in ordine le carte sparse, il campanello suonò e l'impiegato andò ad aprire.
Dopo pochi istanti tornò dicendo:
"Lo yacht inglese è partito improvvisamente la scorsa notte, signore, e il Capitano del Porto ha mandato a chiedere se sapete verso quale porto sia diretto."
"Partito!" esclamai con stupore. "Ma se pensavo che avesse i motori guasti!"
Un quarto d'ora dopo ero seduto nell'ufficio privato dell'astuto funzionario dai capelli grigi che aveva mandato quel messaggero da me.
"Sa, Signor Commendatore," disse, "qualche mistero circonda quel vascello. Non è il Lola, perché ieri abbiamo telegrafato ai Lloyd's di Londra e stamattina ho ricevuto risposta che nessuno yacht del genere risulta nel loro registro e che il nome è sconosciuto. La polizia ha anche telegrafato alla vostra polizia inglese chiedendo informazioni sul proprietario, il signor Hornby, con lo stesso risultato. Non esiste alcun luogo chiamato Woodcroft Park, nel Somerset, e nessun membro del Brook's Club di nome Hornby."
Sedevo a fissare il funzionario, troppo stupito per proferire parola. Certamente non avevano perso tempo.
"Purtroppo le risposte telegrafiche dall'Inghilterra sono arrivate solo stamattina," continuò, "perché poco prima delle due di stamattina la polizia portuale, che avevo ordinato specificamente di sorvegliare il vascello, ha visto una barca avvicinarsi al molo con un uomo e una donna. La coppia è stata sbarcata e si è allontanata verso la città, e la donna sembrava camminare con notevole difficoltà. La barca è tornata e, un'ora dopo, con totale sorpresa dei due detective, è stato improvvisamente messo in pressione il vapore e lo yacht ha virato ed è uscito direttamente in mare."
"Lasciando l'uomo e la donna?"
"Lasciandoli, naturalmente. Sono probabilmente ancora in città. La polizia sta ora cercando tracce di loro."
"Ma non avreste potuto trattenere il vascello?" suggerii.
"Certamente, se solo lo avessi saputo avrei potuto proibire la sua partenza. Ma poiché il proprietario si era presentato al Consolato ed era stato riconosciuto come una persona rispettabile, ho ritenuto di non poter interferire senza qualche informazione tangibile... e quella, ahimè!, è giunta troppo tardi. Il vascello è veloce e ha già sette ore di vantaggio su di noi. Ho chiesto all'Ammiraglio di inviare un paio di torpediniere al suo inseguimento, ma, purtroppo, è impossibile, poiché la flottiglia salpa tra un'ora per assistere alla rivista navale a Spezia."
Gli raccontai come la cassaforte del Console fosse stata aperta durante la notte, e lui rimase ad ascoltare con gli occhi sgranati.
"Ha cenato con loro ieri sera," disse alla fine. "Potrebbero averle rubato le chiavi di nascosto."
"Potrebbero," fu la mia risposta. "Probabilmente l'hanno fatto. Ma con quale movente?"
Il Capitano del Porto alzò le spalle, esibì i palmi delle mani e dichiarò:
"L'intera faccenda, dall'inizio alla fine, è un mistero completo e profondo."
CAPITOLO II
PERCHÉ LA CASSAFORTE È STATA APERTA
Quella giornata fu intensa in Questura, l'ufficio di polizia di Livorno.
I detective passarono, esaminarono la cassaforte e dichiararono con saggezza che sarebbe stata a prova di scasso, se i ladri non avessero posseduto la chiave. Il Foreign Office lo sapeva, poiché rifornisce tutte le casseforti ai Consolati all'estero, affinché i preziosi cifrari siano tenuti lontani dagli occhi indiscreti delle spie straniere. Il Questore era dell'opinione che fossero i cifrari ciò che i ladri avevano cercato, e fu molto sollevato nell'apprendere che erano al sicuro, molto lontano, a Downing Street.
La sua congettura era la stessa della mia, ovvero che il motivo della visita di Hornby da me fosse quello di accertare l'ubicazione del Consolato e dove si trovasse la cassaforte, che, tra l'altro, stava in un angolo dello studio privato del Console. Anche il Capitano Mackintosh aveva preso le sue precauzioni, e probabilmente, mentre io sedevo a cena a bordo del Lola, le mie chiavi erano state rubate e passate allo scozzese sfregiato, che era prontamente andato a terra e aveva rovistato nel posto mentre io ero rimasto con il suo padrone a fumare e senza sospetti.
Ma qual era il movente? Perché avevano rovistato tra tutti quei documenti riservati?
La mia idea era che non stessero affatto cercando i cifrari, ma che volessero qualche modulo in bianco o altro, oppure che desiderassero fare uso del sigillo consolare. Quest'ultimo, tuttavia, giaceva ancora sul pavimento vicino alla cassaforte, come se fosse rotolato fuori e fosse stato lasciato lì senza che nessuno se ne curasse. Per quanto Francesco ed io potessimo accertare, non era stato preso assolutamente nulla. Pertanto, ristemammo le carte, richiudemmo la cassaforte e decidemmo di non telegrafare a Hutcheson per non allarmarlo inutilmente, dato che tra pochi giorni sarebbe tornato dall'Inghilterra e ci sarebbe stato tempo a sufficienza allora per spiegare la straordinaria storia.
Un fatto, tuttavia, lo appurammo. Il detective di turno alla stazione ferroviaria ricordava distintamente un uomo magro di mezza età, accompagnato da una signora vestita completamente di nero, passare ai tornelli e salire sul treno partito alle tre per Colle Salvetti per unirsi al rapido per Roma. Erano stranieri, perciò non vi prestò la stessa attenzione che se fossero stati italiani. Le indagini alla biglietteria mostrarono, tuttavia, che nessun passeggero aveva prenotato direttamente per Roma con il treno in questione. Per Grosseto, Cecina, Campiglia e gli altri luoghi della Maremma i passeggeri avevano preso i biglietti, ma nessuno era stato prenotato per nessuna delle grandi città. Era quindi evidente che la misteriosa coppia, sbarcata appena prima della partenza dello yacht, aveva semplicemente preso i biglietti per una falsa destinazione e aveva rifatto il biglietto a Colle Salvetti, lo snodo con quella lunga linea principale che collega Genova a Roma.
La polizia era confusa. I due pescatori che avvistarono il Lola e diedero per primi l'allarme del suo pericolo, dichiararono che quando si avvicinarono e offrirono assistenza, il capitano minacciò di sparare al primo uomo che fosse salito a bordo.
"Erano inglesi!" osservarono i robusti lavoratori del mare dal volto bruno, sorridendo con malizia. "E gli inglesi, quando bevono il loro cognac, non sanno quello che fanno."
"Avete ricevuto una ricompensa per essere tornati al porto a fare rapporto?" chiesi.
"Ricompensa!" fece eco uno degli uomini, il più anziano dei due. "Nemmeno un soldo! Gli inglesi ci hanno solo maledetto per esserci intromessi. È per questo che abbiamo creduto che stessero cercando di far sparire il vascello."
La descrizione del Lola, del suo proprietario, del suo ospite e del capitano fu fatta circolare dalla polizia in tutti i porti del Mediterraneo, con la richiesta che lo yacht venisse trattenuto. Eppure, se il vascello era davvero un mistero, come sembrava essere, il suo proprietario sarebbe senza dubbio andato in qualche ancoraggio tranquillo sulla costa algerina, fuori rotta rispetto ai vascelli, e avrebbe proceduto con calma a riverniciare, rinominare e travestire la sua imbarcazione in modo che non venisse riconosciuta a Marsiglia, Napoli, Smirne o in uno qualsiasi dei porti in cui gli yacht privati fanno abitualmente scalo. Così, fin dal primo momento, mi sembrò che Hornby e i suoi amici mi avessero abilmente raggirato per qualche scopo misterioso e, in seguito, avessero ingegnosamente eluso i loro osservatori e fossero scappati via indisturbati.
Se l'ammiraglio italiano fosse stato in grado di inviare una o due torpediniere all'inseguimento dei fuggitivi, senza dubbio li avrebbero presto raggiunti, eppure le circostanze l'avevano impedito e il Lola era di conseguenza scappato.
Per i propri scopi la polizia tenne la faccenda fuori dai giornali, e quando Frank Hutcheson scese dal vagone letto da Parigi sulla banchina a Pisa, qualche sera dopo, gli raccontai la straordinaria storia.
"I mascalzoni volevano questi, è evidente," rispose, sollevando la piccola e robusta borsa di cuoio che portava con sé, e che conteneva i suoi cifrari gelosamente custoditi. "Per Giove!" rise, "quanto devono essere rimasti delusi!"
"Può darsi," dissi, mentre salivamo sul treno di mezzanotte per Livorno. "Ma la mia teoria è che stessero cercando qualche documento o altro che tu possiedi."
"Cosa possono interessare loro le mie carte?" esclamò il gioviale Console dal volto tondo, un uomo la cui cortesia è nota a ogni capitano che naviga lungo il Mediterraneo, e che è forse uno degli uomini più colti e popolari del Servizio Consolare Britannico. "Non tengo banconote in quella cassaforte, sai. Noi del Servizio non nuotiamo nell'oro come il nostro pubblico in patria sembra pensare."
"No. Ma potresti avere lì dentro qualcosa che potrebbe essere di valore per loro. Spesso sei il custode di documenti preziosi appartenenti agli inglesi all'estero, sai."
"Certamente. Ma non c'è nulla lì dentro in questo momento, tranne, forse, i registri di nascite, matrimoni e morti di sudditi britannici, e le carte riguardanti un'inchiesta del Board of Trade. No, mio caro Gordon, contaci, lo yacht che finisce a riva è stato tutto un diversivo. Lo hanno fatto per poter avere libero accesso al Consolato, assicurarsi i cifrari e salpare allegramente via con essi. Mi sembra, tuttavia, che ti abbiano offerto un'ottima cena e non abbiano ottenuto nulla in cambio."
"Avrebbero potuto facilmente portare via anche me," dichiarai.
"Forse sarebbe stato meglio se l'avessero fatto. Avresti avuto almeno la soddisfazione di sapere quale fosse realmente il loro giochino!"
"Ma l'uomo e la donna che hanno lasciato lo yacht un'ora prima che salpasse, e che si sono dileguati da qualche parte in campagna! Mi chiedo chi fossero. Hornby mi ha detto chiaramente che lui e Chater erano soli, eppure c'erano evidentemente una signora e un gentiluomo a bordo. Avevo intuito che ci fosse una donna, dal modo in cui erano arredati il boudoir e il salone delle signore, e certamente nessuna mano maschile ha decorato una tavola da pranzo come quella era decorata."
"Sì. Questo è decisamente strano," osservò il Console pensieroso. "Sono andati a Colle Salvetti, dici? Hanno cambiato lì, naturalmente. I treni espressi vi fanno scalo, uno andando a nord e l'altro a sud, entro un quarto d'ora dall'arrivo del treno da Livorno. Hanno mostrato molta ingegnosità, altrimenti sarebbero andati direttamente a Pisa."
"Ingegnosità! Direi proprio di sì! L'intera faccenda è stata progettata in modo molto intelligente. Hornby avrebbe ingannato anche te, mio caro vecchio amico. Aveva l'aria del perfetto gentiluomo, e un'occhiata allo yacht mi ha convinto che fosse un uomo facoltoso in viaggio per piacere."
"Hai detto qualcosa a proposito di un arsenale."
"Sì, c'erano dei Maxim stipati in una delle cabine. Hanno suscitato i miei sospetti."
"Non avrebbero suscitato i miei," rispose il mio amico. "Gli yacht trasportano armi per protezione in molti casi, specialmente se devono navigare lungo coste incivili dove devono sbarcare per acqua o provviste."
Gli raccontai della fotografia strappata, il che gli causò una profonda riflessione.
"Mi chiedo perché l'immagine sia stata strappata. C'era stata una lite a bordo, un diverbio o qualcosa del genere?"
"È stata distrutta di nascosto, penso."
"Peccato che tu non abbia messo in tasca i frammenti. Avremmo forse potuto scoprire dal fotografo l'identità dell'originale."
"Ah!" sospirai con rammarico. "Non ci ho mai pensato. Ricordo però il nome della ditta."
"Dovrò fare rapporto a Londra dell'intero accaduto, poiché dei sudditi britannici sono sotto sospetto," disse Hutcheson. "Vedremo se Scotland Yard sa qualcosa di Hornby o Chater. Molto probabilmente sì. Non molto tempo fa, una descrizione di uomini a bordo di uno yacht fu fatta circolare da Londra come una coppia di noti ladri che navigavano su un vascello stracolmo di refurtiva di cui non osavano disfarsi. Non sono, tuttavia, gli stessi dei nostri amici sul Lola, poiché entrambi gli uomini ricercati furono arrestati a New Orleans circa otto mesi fa, senza il loro yacht, poiché confessarono di averlo affondato deliberatamente su una delle isole del Pacifico meridionale."
"Allora questi tizi potrebbero essere un'altra coppia di ladri londinesi!" esclamai con entusiasmo, mentre l'incredibile teoria mi balenava alla mente.
"Potrebbero esserlo. Ma, naturalmente, non possiamo farci un'idea finché non sentiremo cosa ha da dire Scotland Yard. Scriverò un rapporto completo domattina se mi darai descrizioni minuziose degli uomini, così come del capitano, Mackintosh."
La mattina seguente consegnai il mio incarico al Consolato a Frank, e poi lo aiutai a passare in rassegna le carte nella cassaforte che era stata esaminata dai ladri.
"I ruffiani sembrano aver accuratamente controllato tutto," osservò il Console sgomento quando vide lo stato disordinato dei suoi documenti. "Sembrano aver letto tutto deliberatamente."
"Il che dimostra che, se fossero stati alla ricerca dei libri di cifratura, avrebbero cercato solo quelli," osservai con decisione. "Che cosa diamine potrebbe interessarli in tutti questi noiosi e poco importanti rapporti di navigazione e cose simili?"
"Solo il cielo lo sa," rispose il mio amico. Poi, chiamando Cavendish, un giovane alto e biondo, che si era ormai ripreso dal suo attacco di febbre ed era tornato al Consolato, iniziò a controllare il numero di quei francobolli adesivi, un po' più grandi dei normali francobolli, usati nel servizio consolare per la registrazione delle tasse ricevute dal Foreign Office. I valori andavano da sei pence a una sterlina, ed erano conservati in un portafoglio.
Dopo un lungo calcolo, il Console sollevò improvvisamente il viso verso di me e disse:
"Ne sono stati presi sei da dieci scellini!"
"Perché? Ci deve essere un movente!"
"Non servono a nessuno tranne che ai Consoli," spiegò. "Forse servivano per essere apposti su qualche falso certificato. Guarda," aggiunse, aprendo il portafoglio, "qui c'erano sei francobolli e sono spariti tutti."
"Ma dovrebbero essere annullati dal timbro consolare," osservò Cavendish.
"Ah! Certo," esclamò Hutcheson, estraendo il sigillo di ottone dalla cassaforte ed esaminandolo minuziosamente. "Per Giove!" gridò un secondo dopo, "è stato usato! Hanno timbrato un qualche documento con questo. Guarda! Hanno usato il cuscinetto d'inchiostro sbagliato! Non vedi che sopra c'è del viola, mentre noi usiamo sempre il cuscinetto nero!"
Lo presi in mano e, in effetti, vi scorsi delle tracce di inchiostro viola: quello del cuscinetto per il timbro della data che si trovava sul tavolo del Console.
"Allora qualche documento è stato timbrato e sigillato!" esclamai col fiato sospeso.
"Sì. E la mia firma è stata falsificata, senza dubbio. Hanno fabbricato un qualche certificato che, recando il timbro, il sigillo e la firma del Consolato, verrà accettato come documento legale. Chissà cosa sarà?"
"Ah!" dissi. "Chissà!" E noi tre ci guardammo in preda a uno smarrimento totale.
"Il motivo per cui le carte sono tutte sottosopra è che evidentemente erano alla ricerca di un modulo in bianco o qualcosa del genere, che speravano di trovare," osservò il mio amico. "Come dici tu, l'intera faccenda è stata pianificata con estrema cura e ingegno."
Attraversammo insieme la grande piazza inondata di sole ed entrammo in Questura, quel vecchio palazzo scolorito dal sole con la sua lunga e fresca loggia dove la sentinella passeggia giorno e notte. Il Capo della Polizia, che incontrammo, non aveva ulteriori informazioni. Il misterioso yacht non aveva fatto scalo in nessun porto italiano. Da lui, tuttavia, apprendemmo il nome dell'investigatore che aveva visto i due sconosciuti lasciare Livorno con il treno del primo mattino e, un'ora dopo, l'agente di polizia, un uomo dagli occhi neri e di bassa statura ma dall'aspetto intelligente, sedeva al Consolato rispondendo alle nostre domande.
"Per quanto sono riuscito a capire, signore," disse, "l'uomo era un inglese, indossava un morbido cappello di feltro nero e un completo di serge blu scuro. Aveva i capelli che cominciavano a brizzolarsi, un piccolo paio di baffi scuri e gli zigomi piuttosto alti. In mano portava una piccola borsa di cuoio marrone di quella forma quadrata inglese. Non sembrava avere fretta, perché stava fumando con calma una sigaretta mentre si dirigeva verso la biglietteria."
"E la sua compagna?" chiese il Console.
"Era vestita di nero. Piuttosto alta e snella. Ho notato che i suoi capelli erano biondi, ma indossava un velo nero che le celava i tratti del volto."
"Era giovane o anziana?"
"Giovane, a giudicare dalla figura," rispose l'agente di polizia. "Mentre mi passava accanto, i suoi occhi hanno incrociato i miei e ho creduto di scorgervi uno strano sguardo fisso, il tipo di sguardo di una donna colma di un orrore indicibile."
Il giorno seguente la città di Livorno si svegliò festosa, addobbata con bandiere italiane e inglesi che sventolavano ovunque l'una accanto all'altra, e lo stendardo consolare che garrì sopra il Consolato nella piazza. Nella notte la flotta britannica del Mediterraneo, in navigazione da Malta, era entrata in rada e, al segnale dell'ammiraglia, aveva manovrato e gettato l'ancora, formando una lunga linea di gigantesche navi da battaglia, incrociatori veloci, cacciatorpediniere, torpediniere, navi dispaccio e altre imbarcazioni che si estendevano per diverse miglia lungo la costa.
Alla luce del radioso mattino, la vista era tanto pittoresca quanto imponente, poiché da ogni nave sventolavano bandiere e, di tanto in tanto, la grande nave da battaglia dell'Ammiraglio lanciava segnali che venivano ripetuti da tutte le altre imbarcazioni, ciascuna a turno. Ferme su quelle calme acque blu giaceva una forza che un giorno avrebbe potuto far vacillare le nazioni, la forza soverchiante che sosteneva il diritto della Gran Bretagna in quel mare così spesso conteso.
Un paio di migliaia di marinai britannici erano a terra in libera uscita, i loro berretti bianchi appariscenti per le strade mentre camminavano ordinatamente a gruppi di tre o quattro per visitare la città. Nella piazza fuori dal Consolato una squadra dell'ammiraglia stava allestendo un palco provvisorio, dove la banda della nave avrebbe suonato al calar della sera, mentre Hutcheson, sudato nella sua uniforme, si recava in auto con l'Ammiraglio a fare le visite di cortesia alle autorità, come richiesto dall'etichetta internazionale.
Quanto a me, avevo preso una barca per raggiungere la Bulwark, la grande nave da battaglia che issava l'insegna dell'Ammiraglio, e sedevo sul ponte con il mio vecchio amico Capitano Jack Durnford, dei Royal Marines. Ogni anno, quando la flotta faceva scalo a Livorno, eravamo inseparabili, poiché molti anni prima, a Portsmouth, eravamo stati intimi amici, e ora lui riusciva a farmi visita ogni anno nella mia casa italiana.
Quella mattina era di turno, quindi non avrebbe potuto scendere a terra prima di pranzo.
"Cenerò con te, naturalmente, stasera, vecchio mio," disse. "E dovrai raccontarmi tutte le novità. Siamo qui per sei giorni e ho avuto la mezza idea di fare un salto a casa. Due dei nostri ragazzi hanno ottenuto il permesso dall'Ammiraglio e sono partiti alle tre di stamattina per Londra: quattro giorni di treno e due in città! Sono andati a trovare le loro innamorate, suppongo."
L'ufficiale della marina britannica nel Mediterraneo ama precipitarsi attraverso l'Europa per un giorno a casa, se riesce a ottenere il permesso e se i fondi glielo consentono. Si calcola generalmente che un viaggio del genere costi circa due sterline l'ora durante la permanenza a Londra. Eppure, quando un uomo è lontano dalla sua fidanzata o moglie per tre anni interi, il suo desiderio di tornare, anche solo per un breve giorno, è facilmente comprensibile. I più giovani, tuttavia, vanno per mero capriccio, ogni volta che riescono a ottenere un permesso. Il che non accade spesso, poiché l'Ammiraglio ha vedute molto rigide in materia.
"Il tuo tempo sta per scadere, vero?" osservai, mentre mi adagiavo sulla comoda sedia a sdraio e guardavo lontano, verso il porto bianco e il suo sfondo di Appennini color porpora.
L'uomo bruno e di bell'aspetto, nella sua elegante uniforme estiva, si sporse oltre la murata e disse, con quello che mi parve un leggero sospiro:
"Sì. Penso che questa sia la mia ultima trasferta a Livorno. Torno a novembre e, in tutta onestà, non ne sarò dispiaciuto. Tre anni sono un tempo lungo per stare lontani da casa. Tu parti la settimana prossima, dici? Fortunato diavolo che sei padrone di te stesso! Vorrei tanto esserlo anch'io. Anno dopo anno su questo ponte diventa maledettamente logorante, te lo assicuro, caro amico mio."
Durnford era un uomo che aveva scritto molto di questioni navali ed era accettato come esperto in diversi rami del servizio. L'Ammiragliato non incoraggia gli ufficiali a scrivere, ma nel caso di Durnford era riconosciuto che possedesse una conoscenza utile sugli argomenti navali e, pertanto, gli era concesso scrivere libri e contribuire con articoli critici alle riviste di settore. Aveva studiato le forze relative delle marine straniere e, tenendo sempre gli occhi aperti, era stato in grado, in molte occasioni, di fornire preziose informazioni ai nostri addetti navali presso le Ambasciate. Più di una volta, tuttavia, la sua critica tagliente all'operato dei lord dell'ammiragliato gli aveva attirato rimproveri dai vertici; ciononostante, il suo talento come esperto navale era così universalmente riconosciuto che non gli era mai stato proibito scrivere, come invece era accaduto ad altri.
"Come sta Hutcheson?" chiese un momento dopo, voltandosi verso di me.
"In forma smagliante. È appena tornato dal suo mese di permesso a casa. Sua moglie, però, è ancora su in Scozia. Non sopporta Livorno in estate."
"Non c'è da stupirsi. Diventa una fornace perfetta quando il clima inizia a scaldarsi."
"Parto non appena salperete. Sono rimasto solo perché ho promesso di fare le veci di Frank," dissi. "E, per Giove! È successa una cosa strana mentre ero al comando: un vero mistero di prima classe."
"Un mistero? Raccontami," esclamò, improvvisamente interessato.
"Beh, uno yacht... uno yacht pirata, credo, ha fatto scalo qui."
"Un pirata! Cosa intendi?"
"Beh, era inglese. Ascolta, ti racconterò l'intera faccenda. Sarà qualcosa di nuovo da raccontare alla mensa, perché so come voi ragazzi restate a corto di conversazione."
"Per Giove, sì! Le cose ristagnano quando non riceviamo posta. Ma continua, ti ascolto," aggiunse, mentre un attendente si avvicinava, salutava e gli porgeva un foglio.
"Beh," dissi, "spostiamoci dall'altra parte. Non vorrei che la sentinella sentisse."
"Come vuoi, ma perché tanto mistero?" chiese mentre camminavamo insieme verso l'altro lato del pulitissimo ponte di poppa della gigantesca corazzata.
"Capirai quando ti racconterò la storia." E poi, stando insieme sotto la tenda, raccontai al mio amico l'intera curiosa circostanza, proprio come l'ho riportata nelle pagine precedenti.
"Maledettamente strano!" osservò con i suoi occhi scuri fissi nei miei. "Un mistero, per Giove, lo è davvero! Che nome portava lo yacht?"
"Il Lola."
"Cosa!" esclamò, diventando improvvisamente pallido. "Il Lola? Sei proprio sicuro che fosse il Lola, L-O-L-A?"
"Assolutamente certo," risposi. "Ma perché me lo chiedi? Ti capita di sapere qualcosa su quell'imbarcazione?"
"Io!" balbettò, e potei vedere che aveva involontariamente tradito la verità, eppure, per qualche motivo, desiderava nascondermi ciò che sapeva. "Io! Come potrei sapere qualcosa su una tale imbarcazione? Evidentemente a bordo c'erano dei ladri... forse pirati, come dici tu."
"Ma il nome Lola ti è familiare, Jack! Ne sono certo, dal tuo comportamento."
Esitò un momento e potei vedere quale sforzo sovrumano stesse facendo per evitare di tradire la sua conoscenza.
"È... beh..." disse esitante, con un sorriso piuttosto amaro. "È il nome di una ragazza... una ragazza che un tempo conoscevo. Il nome mi riporta alla mente certi ricordi."
"Piacevoli, spero."
"No. Amari... molto amari," disse con tono duro, facendo avanti e indietro sul ponte, e vidi nei suoi occhi uno sguardo strano, metà di rabbia e metà di profondo rimpianto.
Stava dicendo la verità, mi chiesi? Sapevo che qualche tragico romanzo riguardante una donna aveva oscurato la sua vita negli anni precedenti il nostro incontro. Ma non mi aveva mai rivelato i fatti reali. Non aveva mai fatto riferimento prima d'ora all'amarezza del passato, sebbene sapessi bene che il suo cuore era segretamente colmo di un qualche dolore opprimente.
All'esterno era allegro come gli altri ufficiali che comandavano quell'enorme fortezza galleggiante; a bordo era un tipico ed elegante ufficiale di marina e, a terra, ballava, giocava a tennis e flirtava con lo stesso vigore degli altri. Ma un cuore pesante batteva sotto la sua uniforme.
Quando tornò nel punto in cui mi trovavo, vidi che il suo volto era cambiato: era diventato tirato e scavato. Aveva l'aspetto di un uomo che avesse ricevuto un colpo tale da farlo vacillare, annientando ogni vita e ogni speranza.
"Che succede, Jack?" chiesi. "Andiamo! Dimmi... cosa ti affligge?"
"Niente, mio caro vecchio amico," rispose con voce roca. "Davvero niente... solo un momento di tristezza passeggera," aggiunse, cercando a fatica di sorridere. "Passerà."
"Quello che ti ho appena raccontato su quello yacht ti ha sconvolto. Non puoi negarlo."
Trasalì. Vidi che la sua bocca era serrata. Sapeva qualcosa riguardo a quella misteriosa imbarcazione, ma non voleva dirmelo.
Il suono di una tromba giunse dall'estremità opposta della nave e immediatamente gli uomini corsero lungo il ponte sottostante, poiché un qualche ordine stava venendo eseguito con quella precisione che caratterizza il "tuttofare" della marina.
"Perché taci?" chiesi lentamente, con gli occhi fissi sul mio amico ufficiale. "Ti ho detto quello che so e voglio scoprire il movente della visita di quegli uomini e la ragione per cui hanno aperto la cassaforte di Hutcheson."
"Come posso dirtelo?" chiese con voce tesa, innaturale.
"Credo che tu sappia qualcosa riguardo a loro. Andiamo, dimmi la verità."
"Ammetto di avere dei gravi sospetti," disse infine, stando in piedi a gambe divaricate con le mani dietro la schiena, la spada che strisciava sul ponte bianco. "Dici che lo yacht si chiamava Lola, dipinto di grigio con un fumaiolo nero."
"No, bianco candido, con un fumaiolo giallo."
"Ah! Certo," osservò, come tra sé e sé. "Avrebbero ridipinto e alterato il suo aspetto. Ma il salone da pranzo. C'era una lunga credenza in quercia intagliata con un grosso e pesante cornicione con tre delfini dorati al centro... e non c'erano forse delfini dorati sugli schienali delle sedie, un emblema araldico?"
"Sì," gridai. "Hai ragione. Me li ricordo! Sei stato sicuramente a bordo!"
"E c'è un salottino per signore e un piccolo boudoir rosa oltre, mentre la sala fumatori è interamente in marmo per via del calore?"
"Esattamente... lo stesso yacht, senza dubbio! Ma cosa sai di lui?"
"Il capitano, che ti ha dato il nome di Mackintosh, è un americano di bassa statura di un tipo piuttosto spregevole?"
"L'avevo preso per uno scozzese."
"Perché ha assunto un accento scozzese," rise. "È un uomo capace di parlare una dozzina di lingue in modo stentato e di passare per italiano, tedesco o francese, a suo piacimento."
"E il... l'uomo che ha dato il nome di Philip Hornby?"
La bocca di Durnford si chiuse di scatto. Trasse un lungo respiro, i suoi occhi si fecero feroci e si morse il labbro.
"Ah, vedo che non è esattamente tuo amico," dissi significativamente.
"Hai ragione, Gordon... non è mio amico," fu la sua lenta e significativa risposta.
"Allora perché non essere schietto e dirmi tutto quello che sai su di lui? Frank Hutcheson è ansioso di chiarire il mistero perché hanno manomesso i sigilli consolari e altre cose. Inoltre, gli verrebbe riconosciuto il merito se risolvesse la faccenda."
"Beh, a dire il vero, sono sconcertato io stesso. Non riesco ancora a scorgere il loro movente."
"Ma almeno conosci gli uomini," sostenni. "Puoi dirci almeno chi sono veramente."
Scosse la testa, ancora restio, per qualche motivo celato, a rivelarmi la verità.
"Non hai visto nessuna donna a bordo?" chiese all'improvviso, guardandomi dritto negli occhi.
"No. Hornby mi ha detto che lui e Chater erano soli."
"Eppure, un'ora dopo che te ne sei andato, un uomo e una donna sono scesi a terra e sono scomparsi! Ah! Se solo avessimo una descrizione di quella donna, ci rivelerebbe molto."
"Era giovane e bruna, a quanto dice l'investigatore. Aveva uno strano sguardo fisso negli occhi che lo ha colpito, ma indossava un fitto velo da automobilista, così che non ha potuto scorgere chiaramente i suoi lineamenti."
"E il suo compagno?"
"Di mezza età, precocemente brizzolato, con un piccolo paio di baffi scuri."
Jack Durnford sospirò e si accarezzò il mento.
"Ah! Proprio come pensavo," esclamò. "Ed erano davvero qui, in questo porto, una settimana fa! Che amara ironia della sorte!"
"Non ti capisco," dissi. "Sei così misterioso eppure non vuoi dirmi nulla!"
"La polizia, sciocchi come sono, ha permesso loro di scappare e ora non verranno mai catturati. Ah! Tu non li conosci come li conosco io! Sono la coppia più astuta di tutta Europa. E hanno l'audacia di chiamare la loro imbarcazione Lola... il Lola, tra tutti i nomi!"
"Ma dato che sai chi e cosa sono quei tizi, dovresti, credo, per comune giustizia verso Hutcheson, dirci qualcosa," mi lamentai. "Se sono avventurieri, dovrebbero essere rintracciati."
"Cosa posso fare, prigioniero qui a bordo?" obiettò amaramente. "Come posso agire?"
"Lascia fare a me. Sono libero di seguirli e scoprire la verità, se solo tu mi dicessi quello che sai su di loro," dissi con impazienza.
"Gordon, lasciami essere franco e aperto con te, mio caro vecchio amico. Ti direi tutto... tutto... se osassi. Ma non posso... capisci!" E le sue ultime parole parvero soffocarlo.
Rimasi davanti a lui, a bocca aperta per lo stupore.
"Vuoi davvero dire... beh, che hai paura di loro, eh?" sussurrai.
Annuì lentamente in segno di assenso, aggiungendo: "Dire la verità significherebbe attirare su di me una vendetta rapida e implacabile che mi travolgerebbe e mi distruggerebbe. Ah! Mio caro amico, tu non sai... non puoi nemmeno immaginare... cosa abbia portato quegli uomini disperati in questo porto. Posso indovinare... posso indovinare fin troppo bene... ma posso solo dirti che se mai scoprirai la terribile verità, cosa che temo sia improbabile, risolverai uno dei misteri più strani e straordinari dei tempi moderni."
"Cosa riguarda il mistero?" chiesi, con ansia mozzafiato.
"Riguarda una donna."
CAPITOLO III
LA CASA "DALL'ALTRA PARTE DELL'ACQUA"
Lo Squadrone del Mediterraneo, quella magnifica dimostrazione di forza navale che è la garanzia di pace in Europa, dopo una settimana di allegri festeggiamenti a Livorno, era salpato alla volta di Gaeta, mentre io, lieto di sfuggire al calore abbagliante, mi ritrovavo ancora una volta nella cara vecchia Londra.
Si trascorre il tempo al sud abbastanza bene in inverno, ma dopo un anno persino il più ardente amante dell'Italia desidera tornare alla sua gente, fosse anche solo per un lasso di tempo brevissimo. L'esilio per un anno intero in una qualsiasi città continentale è davvero un esilio; pertanto, sebbene vivessi in Italia per scelta, io, come tanti altri inglesi, riuscivo sempre a trascorrere un mese o due in estate nel nostro clima temperato, seppur tanto calunniato.
Londra, la stessa cara, polverosa vecchia Londra, forse solo più cara e più polverosa che mai, era la mia città natale; per questo vi trascorrevo sempre qualche settimana, anche se tutto il mondo poteva essere assente in campagna o al mare.
Avevo oziato per un piacevole mese su a Buxton e da lì ero andato a nord verso i Laghi, e fu in una calda serata di metà agosto che mi ritrovai di nuovo a Londra, ad attraversare St. James's Square dal Sports Club, dove avevo cenato, camminando verso Pall Mall. L'oscurità era appena scesa e c'era quell'oppressione soffocante nell'aria che presagiva un temporale. Il club non era vivace con vita e allegria come durante la stagione, poiché tutti erano via, molte stanze erano chiuse per ridecorazione e gran parte del mobile era avvolto nel lino.
Ero in cammino per fare visita a una signora che viveva su ad Hampstead, un'amica della mia defunta madre, ed ero appena svoltato verso Pall Mall, quando una voce al mio fianco esclamò improvvisamente in italiano:
"Ah, signore! Ma guarda, proprio il mio padrone!"
E voltandomi, vidi un uomo dal volto magro di circa trent'anni, vestito di nero, pulito ma piuttosto logoro, che riconobbi istantaneamente come un uomo che era stato mio servitore a Livorno per due anni, dopo di che se n'era andato per migliorare la sua condizione.
"Olinto!" esclamai, sorpreso, mentre mi fermavo. "Tu... a Londra... eh? Beh, e come te la passi?"
"Eccellentemente, signore," rispose in un inglese stentato, sorridendo. "Ma è così piacevole per me rivedere il mio generoso padrone. Che fortuna che io passi di qui proprio in questo momento!"
"Dove lavori?" chiesi.
"Al Ristorante Milano, in Oxford Street... solo un piccolo posto, ma guadagniamo discretamente, quindi non devo lamentarmi. Vivo di là a Lambeth e sto tornando a casa."
"Ho sentito che ti sei sposato dopo aver lasciato il mio servizio. È vero?"
"Sì, signore. Ho sposato Armida, che era al suo servizio quando vi sono entrato la prima volta. Si ricorda di lei? Ah, beh!" aggiunse sospirando. "Povera creatura! Devo dire con rammarico che sta davvero molto male. Non sopporta il vostro clima inglese. Il dottore dice che morirà se rimane qui. Eppure, cosa posso fare? Se torniamo in Italia, moriremo di fame." E vidi che era in profonda angoscia e che la menzione della moglie malata aveva risvegliato in lui pensieri amari.
Olinto Santini tornò sui suoi passi al mio fianco in direzione di Trafalgar Square, rispondendo alle domande che gli ponevo. Era stato un servitore bravo e gran lavoratore e fui lieto di rivederlo. Quando mi aveva lasciato, era andato come steward su una delle navi della Anchor Line tra Napoli e New York, e quella era l'ultima cosa che avevo sentito di lui finché non lo ritrovai lì a Londra, cameriere in un ristorante di second'ordine.
Quando cercai di far scivolare delle monete d'argento nella sua mano, si rifiutò di prenderle e, con una risata allegra, disse:
"Mi chiedo se si offenderebbe, signore, se le dicessi qualcosa che desidero ardentemente da tempo?"
"Per nulla."
"Beh, il signore fuma i nostri sigari toscani. Mi chiedevo se per caso ne avesse uno? Non riusciamo a trovarli a Londra, sa."
Mi tastai in tasca, ridendo, e scoprii di avere un paio di quei sigari lunghi e sottili da un soldo che fumo sempre in Italia, e che sono così cari al palato toscano. Li porsi a lui, che li prese con gioia come la più grande prelibatezza che avrei potuto offrirgli. Pover'uomo! Da esule italiano, si aggrappava a ogni piccola inezia che gli ricordasse il suo amato paese.
Quando ci fermammo davanti alla National Gallery prima di separarci, feci ulteriori domande riguardo ad Armida, la cameriera dagli occhi neri e di bell'aspetto che aveva sposato.
"Ah, signore!" rispose con voce soffocata dall'emozione, passando all'italiano. "È il grande dolore della mia vita. Lavoro duramente dalla mattina presto fino a notte fonda, ma a che serve, quando vedo la mia povera moglie svanire gradualmente davanti ai miei stessi occhi? Il dottore dice che non potrà assolutamente superare il prossimo inverno. Ah! quanto ne sarebbe felice la povera ragazza, se potesse rivedere il padrone un'altra volta!"
Mi dispiacque per lui. Armida era stata una brava domestica e mi aveva servito bene per quasi tre anni. La vecchia Rosina, la mia governante, aveva spesso rimpianto che fosse stata costretta ad andarsene per accudire la madre anziana. Quest'ultima, mi disse, era morta e in seguito l'aveva sposata. C'è più romanticismo e tragedia nelle vite dei poveri italiani a Londra di quanto Londra sospetti mai. Siamo troppo inclini a considerare l'italiano come una persona sanguinaria dedita all'uso illecito del coltello, mentre, nel complesso, la colonia italiana a Londra è laboriosa, parsimoniosa e rispettosa della legge, ben diversa, in verità, da quelle colonie di stranieri dell'Europa settentrionale che portano così continuamente sporcizia, malattie e immoralità nell'East End, e costituiscono un inutile incubo in una città già sovrappopolata.
Parlò con tanta malinconia del desiderio che la moglie potesse vedermi ancora una volta che, non avendo nulla di particolare da fare quella sera e provando una profonda simpatia per il pover'uomo nella sua disgrazia, decisi di accompagnarlo a casa sua e vedere se non potessi, in qualche modo, offrirgli un piccolo aiuto.
Mi ringraziò profusamente quando acconsentii ad andare con lui.
"Ah, signor padrone!" disse con gratitudine, "ne sarà così felice. È tanto gentile da parte sua."
Chiamammo una carrozza e attraversammo il Westminster Bridge verso l'indirizzo che mi aveva dato: una cupa strada secondaria vicino a York Road, una di quelle vie strette e sporche in cui il sole non splende mai. Ah, quanto spesso i poveri italiani, quei figli del sole, languiscono e muoiono quando sono rinchiusi nelle nostre squallide e tetre strade! Lo sporco e la miseria non li toccano; è l'umidità, il freddo e la mancanza di sole che si rivelano così presto fatali.
Un individuo dall'aspetto meschino e dal volto malvagio ci aprì la porta e grugnì un saluto a Olinto, il quale, acceso un fiammifero, salì le scale logore e prive di tappeti davanti a me, scusandosi per essermi passato avanti e dicendo in italiano:
"Viviamo all'ultimo piano, signore, perché costa meno e l'aria è migliore."
"Giustissimo," dissi. "Giustissimo. Proceda." E mi parve di sentire la mia carrozza allontanarsi.
Era un posto cupo, proibitivo e senza luce in cui avrei certamente esitato a entrare se il mio compagno non fosse stato il mio fidato domestico. Istintivamente mi era antipatico l'aspetto dell'individuo che aveva aperto la porta. Era uno di quei perdigiorno massicci del tipo tipico di Lambeth. Eppure, mi ricordai, i poveri stranieri non possono scegliere dove risiedere.
Contrariamente alle mie aspettative, il soggiorno in cui entrammo all'ultimo piano era arredato in modo piuttosto confortevole, pulito e rispettabile, anche se le tracce della povertà erano evidenti. Una lampada economica era accesa sul tavolo, ma l'appartamento era vuoto.
Olinto, sorpreso, passò nella stanza adiacente, tornando un momento dopo ed esclamando:
"Armida deve essere uscita a prendere qualcosa. O forse è con la gente, un compositore e sua moglie, che vivono al piano di sotto. Sono molto buoni con lei. Vado a cercarla. Si accomodi su una sedia, signore." E tirò avanti per me la sedia migliore, spolverandola con il fazzoletto.
Gli permisi di andare a prenderla, piuttosto sorpreso che stesse abbastanza bene da potersi muovere dopo tutto quello che mi aveva detto riguardo alla sua malattia. Eppure la tubercolosi non costringe le persone a letto fino agli stadi finali.
Mentre stavo lì, scrutando la stanza, non riuscivo a distinguere bene gli angoli più remoti, poiché la lampada portava un paralume di cartone verde che gettava una zona di luce sul tavolo e lasciava il resto della stanza nell'oscurità. Quando, tuttavia, i miei occhi si furono abituati alla luce fioca, scorsi che il posto era polveroso e alquanto disordinato. Il divano era, vidi, un letto di ferro pieghevole con vecchi cuscini unti, mentre il tappeto era logoro e pieno di buchi. Quando tirai le vecchie tende di reps per guardare fuori dalla finestra, scoprii che gli scuri erano chiusi, il che mi parve insolito per una stanza così in alto.
Olinto tornò dopo pochi istanti, dicendo che sua moglie era evidentemente andata a fare la spesa a Lower Marsh, poiché è abitudine degli abitanti di quella località andare a fare "mercato" di sera tra le bancarelle degli ambulanti che fiancheggiano tante vie. I prodotti deperibili, l'eccedenza dei mercati e dei negozi, costano meno di notte che di giorno.
"Spero che lei non abbia fretta, signore?" disse scusandosi. "Ma, naturalmente, la povera ragazza non sa che la sorpresa l'attende. Sicuramente non tarderà."
"Allora aspetterò," dissi, e mi lasciai cadere sulla sedia che aveva avvicinato per me.
"Non ho nulla da offrirle, signor padrone," disse con una risata. "Non mi aspettavo visite, sa."
"No, no, Olinto. Ho appena cenato. Ma dimmi come ti è andata da quando mi hai lasciato."
"Ah!" rise amaramente. "Ne ho passate tante prima di trovarmi qui a Londra. Il mare non faceva per me, e nemmeno il lavoro. Mi misero nelle camerate degli emigranti e, di conseguenza, non potevo guadagnare nulla. Gli altri camerieri erano napoletani, quindi, siccome ero toscano, mi relegarono al posto peggiore. Ah, signore, lei non sa cosa significhi servire quegli emigranti! Feci due viaggi, poi tornai e sposai Armida. Passai da lei, ma Tito disse che lei era a Londra. Dapprima trovai lavoro in un caffè a Viareggio, ma quando la stagione finì e fui licenziato, riuscii a guadagnarmi da vivere andando da Genova a Londra. Il mio primo posto fu quello di sguattero in un ristorante a Tottenham Court Road, poi divenni cameriere nella birreria al Monico e riuscii a risparmiare abbastanza da mandare ad Armida i soldi per raggiungermi qui. In seguito andai al Milano, e spero di entrare presto in uno dei grandi alberghi, o forse al grill-room del Carlton. Ho un amico che è lì, e fanno un sacco di soldi, quattro o cinque sterline ogni settimana di mance, dicono."
"Vedrò cosa posso fare per te," dissi. "Conosco diversi direttori di albergo che potrebbero avere un posto vacante."
"Ah, signore!" esclamò, pieno di gratificazione. "Se solo volesse! Una sua parola mi assicurerebbe una buona posizione. So lavorare, questo lei lo sa, e lavoro. Lavorerò, per lei."
"Te l'ho promesso," dissi brevemente.
"E come potrò ringraziarla a sufficienza?" gridò, standomi davanti, mentre nei suoi occhi mi parve di scorgere uno strano sguardo selvaggio, come non ne avevo mai visti prima.
"Mi hai servito bene, Olinto," risposi, "e quando scopro una vera, onesta lealtà, cerco di apprezzarla. Ce n'è, ahimè, ben poca in questo mondo."
"Sì," disse con voce rauca, mutando improvvisamente atteggiamento. "Lei stasera mi ha dimostrato, signore, di essere mio amico, e io, in cambio, le dimostrerò di essere il suo." E afferrandomi improvvisamente entrambe le mani, mi tirò su dalla sedia su cui ero seduto, chiedendomi allo stesso tempo in un sussurro basso e intenso: "Porta sempre con sé un revolver qui in Inghilterra, come fa in Italia?"
"Sì," risposi, sorpreso dalla sua azione e dalla sua domanda. "Perché?"
"Perché qui c'è pericolo," rispose con lo stesso tono basso e sincero. "Tenga pronta la sua arma. Potrebbe averne bisogno."
"Non capisco," dissi, tastando la mia fidata Colt nella tasca posteriore per accertarmi che fosse lì.
"Dimentichi ciò che ho detto, tutto, tutto quello che le ho raccontato stasera, signore," disse. "Non le ho spiegato tutta la verità. Lei è in pericolo, in pericolo mortale!"
"Come?" esclamai senza fiato, sorpreso dal suo straordinario cambio di atteggiamento e dalla sua evidente apprensione che potesse accadirmi qualcosa.
"Aspetti, e vedrà," sussurrò. "Ma prima mi dica, signore, che mi perdonerà per la parte che ho recitato in questo affare vigliacco. Anch'io, come lei, sono caduto innocentemente nelle mani dei suoi nemici."
"I miei nemici! Chi sono?"
"Sono sconosciuti, e per il momento devono rimanere tali. Ma se dubita del suo pericolo, osservi..." e prendendo le vecchie pinze arrugginite dal caminetto, le posizionò con cura in piedi davanti alla profonda poltrona su cui mi ero seduto, e poi le lasciò cadere contro il bordo del sedile, balzando indietro rapidamente mentre lo faceva.
In un istante un lampo azzurro vivo attraversò il luogo e i ferri caddero da parte, fusi e contorti oltre ogni riconoscimento.
Rimasi impietrito, assolutamente incapace per il momento di rendermi conto di quanto fossi sfuggito per un soffio alla morte.
"Guardi! Guardi lì, dietro!" gridò l'italiano, dirigendo la mia attenzione alle gambe posteriori della sedia, dove, chinandomi con la lampada, vidi con sorpresa che due fili erano collegati e correvano lungo il pavimento fino a fuori dalla finestra, mentre, nascosta sotto il tappeto logoro davanti alla sedia, c'era una sottile piastra d'acciaio su cui erano poggiati i miei piedi.
Coloro che mi avevano attirato con tale ingegno in quella cupa casa della morte avevano collegato la rete elettrica principale con quella sedia dall'aspetto innocente e, da un punto invisibile, erano stati in grado di attivare una corrente di voltaggio sufficiente a uccidere cinquanta uomini.
Rimasi immobile, non osando muovermi per timore di entrare in contatto con qualche filo nascosto, il cui minimo tocco doveva causarmi morte istantanea.
"I suoi nemici hanno preparato questa terribile trappola per lei," dichiarò l'uomo che un tempo era stato il mio fidato servitore. "Quando sono entrato nell'affare non sapevo che sarebbe stato fatale. Non mi hanno dato alcun indizio della loro vigliacca intenzione. Ma non c'è tempo per le spiegazioni ora, signore," aggiunse senza fiato, con una voce bassa e disperata. "Dica che non mi giudicherà in anticipo," implorò con fervore.
"Non la giudicherò finché non avrò ascoltato la sua spiegazione," dissi. "Certamente devo la mia vita a lei, stasera."
"Allora in fretta! Scappi da questa casa all'istante. Se viene fermato, usi il suo revolver. Non esiti. Tra un momento saranno qui sopra di lei."
"Ma chi sono, Olinto? Me lo deve dire," gridai disperato.
"Dio! Vada! Vada!" gridò, spingendomi violentemente verso la porta. "Scappi, o moriremo entrambi, entrambi! Corra giù per le scale. Io devo far finta di lanciarmi al suo inseguimento."
Mi voltai e, vedendo la sua disperata premura, fuggii precipitosamente, mentre lui correva giù dietro di me, imprecando ferocemente in italiano, come se gli fossi scappato.
Un uomo nello stretto passaggio buio tentò di farmi inciampare mentre correvo, ma io sparai a bruciapelo contro di lui e, raggiunta la porta, la sbloccai, ritrovandomi un istante dopo in strada.
Fu la fuga dalla morte più risicata che avessi mai avuto in tutta la mia vita; sicuramente l'avventura più strana e straordinaria. Cosa, mi chiesi, poteva significare?
La mattina dopo cercai in lungo e in largo per Oxford Street il ristorante Milano, ma non riuscii a trovarlo. Chiesi a negozianti, postini e poliziotti; esaminai l'elenco telefonico di Londra al bar dell'Oxford Music Hall e feci ogni possibile indagine. Ma fu tutto inutile. Nessuno conosceva un posto simile. C'erano ristoranti in abbondanza a Oxford Street, dal Frascati fino all'umile caffetteria, ma nessuno aveva mai sentito parlare del "Milano".
Anche Olinto mi aveva ingannato!
Ero pieno di dispetto, perché mi ero fidato di lui, credendolo onesto, retto e laborioso; ed ero perplesso nel cercare di capire il motivo per cui mi avesse ingannato e perché mi avesse attirato fino sull'orlo della tomba.
Mi aveva detto di essere caduto lui stesso nella trappola tesa dai miei nemici, e tuttavia si era ostinatamente rifiutato di dirmi chi fossero! Il tutto era assolutamente inspiegabile.
Andai in carrozza a Lambeth e vagai attraverso il labirinto di strade meschine vicino a York Road, eppure, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a decidere in quale casa fossi stato condotto. Ce n'erano una dozzina che mi sembravano poter essere l'identica casa da cui ero sfuggito per un soffio alla morte.
Gradualmente mi si impresse l'idea che il mio ex servitore avesse in qualche modo appreso che ero a Londra, che avesse osservato la mia uscita dal club e che tutta la sua pietosa storia riguardo ad Armida fosse falsa. Era l'inviato dei miei nemici sconosciuti, che avevano tramato così ingegnosamente e così implacabilmente la mia distruzione.
Che avessi dei nemici lo sapevo bene. L'uomo che crede di non averne è un folle dichiarato. Non c'è uomo che respiri che non abbia un nemico, dal povero nel ricovero al re nella sua automobile. Ma il nemico invisibile è sempre il più pericoloso; da qui le mie profonde, apprensive riflessioni quel giorno, mentre camminavo per quelle squallide strade secondarie "oltre l'acqua", come il Cockney si riferisce al distretto tra quelle due arterie principali di traffico, Waterloo e Westminster Bridge Road.
I miei nemici sconosciuti si erano assicurati i servizi di Olinto nel loro vigliacco complotto per uccidermi. Con quale movente?
Mi chiesi, mentre attraversavo il ponte di Waterloo verso lo Strand, se Olinto Santini si sarebbe avvicinato di nuovo a me per darmi la spiegazione promessa. Avevo dato la mia parola di non giudicarlo prima che mi rivelasse la verità. Eppure, nelle circostanze, non potevo riporre in lui completa fiducia.
Quando i propri nemici sono sconosciuti, il sentimento di apprensione è sempre molto maggiore, poiché nell'immaginazione il pericolo si cela in ogni angolo e ogni azione di un amico nasconde l'astuzia di un nemico sospettato.
Quel giorno sbrigai i miei affari in città con diffidenza verso chiunque, non sapendo se fossi seguito o se coloro che cercavano la mia vita non stessero complottando qualche altra mossa altrettanto ingegnosa con cui potessi andare innocentemente incontro alla morte. Cercai di scoprire Olinto con ogni mezzo possibile durante quei giorni soffocanti che seguirono. Il caldo di Londra mi era più oppressivo del sole ardente della Toscana di un tempo, e chiunque potesse essere fuori città era partito per la campagna o per il mare.
L'unica traccia che trovai dell'italiano fu che era registrato presso l'ufficio dell'International Society of Hotel Servants, a Shaftesbury Avenue, come impiegato presso la Gatti's Adelaide Gallery, ma informandomi lì scoprii che se n'era andato più di un anno prima e nessuno dei suoi colleghi camerieri conosceva dove si trovasse.
Sconfitto così in ogni indagine, e conclusi finalmente i miei affari a Londra, andai a Dumfries per una visita di dovere che rendevo annualmente a mio zio, Sir George Little. Avendo conosciuto Dumfries fin dalla mia prima giovinezza e avendo trascorso alcuni anni della mia adolescenza lì, avevo molti amici nei dintorni, poiché Sir George e mia zia erano molto popolari nella contea e frequentavano i migliori circoli.
Ogni volta che tornavo dall'estero, ero sempre un ospite gradito a Greenlaw, come veniva chiamata la loro proprietà fuori dalla città di Burns, e questa occasione non fece eccezione, poiché le case di campagna di Dumfries sono sempre allegre in agosto in previsione della caccia.
"Alcune persone nuove hanno preso Rannoch Castle. Sembrano piuttosto simpatici," osservò mia zia mentre eravamo seduti insieme a pranzo il giorno dopo il mio arrivo. "Si chiamano Leithcourt e mi hanno chiesto di accompagnarti lì a giocare a tennis questo pomeriggio."
"Non sono un gran giocatore, sai, zia. In Italia non crediamo nell'atletica. Ma se è per cortesia, naturalmente, verrò."
"Benissimo," disse. "Allora ordinerò la vittoria per le tre."
"Ci sono diverse belle ragazze lì, Gordon," osservò mio zio maliziosamente. "Ti divertirai, quindi non pensare di annoiarti."
"Nessun timore di questo," fu la mia risposta. E alle tre Sir George, sua moglie e io partimmo per quel bel castello storico che sorge alto sul Bognie, dominando le acque del Cairn oltre Dunscore, una delle roccaforti dei Black Douglas in quei tempi turbolenti di tanto tempo fa, e ora splendida antica residenza con una grande riserva di caccia che a volte veniva affittata per la stagione a un affitto molto alto dal suo aristocratico seppur alquanto squattrinato proprietario.
Potevamo vedere le sue grandi torri rotonde, che si ergevano cupe e grigie sul fianco della collina dominando l'intera valle, molto prima di avvicinarci, e quando entrammo nei giardini trovammo un allegro gruppo in abiti estivi riunito sull'antico campo da bocce, ora trasformato in un moderno campo da tennis.
La signora Leithcourt e suo marito, un uomo alto, magro, dai capelli grigi e ben vestito, vennero entrambi avanti a salutarci e, dopo alcune presentazioni, mi unii a una partita di tennis. Erano una compagnia allegra. I Leithcourt intrattenevano un folto gruppo di ospiti e la loro ospitalità era su una scala del tutto in linea con il bel castello antico che avevano in affitto.
Il tè fu servito sul prato dai camerieri e in seguito, stanco del gioco, mi ritrovai a passeggiare con Muriel Leithcourt, una ragazza vivace, dagli occhi scuri e dai capelli strettamente legati, che indossava una camicetta di cotone e una gonna da tennis di flanella.
Mi stavo scusando per il mio gioco terribilmente scadente, spiegando che non avevo pratica in Italia, al che lei disse:
"Conosco un po' l'Italia. Sono stata a Firenze e Napoli con la mamma la scorsa stagione."
E poi iniziammo a discutere di quadri, sculture e delle attrazioni dell'Italia in generale. Intuii dalle sue osservazioni che aveva viaggiato molto; infatti, mi disse che sia suo padre che sua madre non erano mai più felici di quando si spostavano da un luogo all'altro in cerca di varietà e distrazione. Eravamo entrati nell'enorme sala rivestita di pannelli del castello e avevamo salito la pittoresca vecchia scala in pietra fino alla lunga sala dei banchetti con il suo soffitto a pannelli di quercia, che in questi tempi moderni era stata trasformata in un luminoso e piacevole salotto, dalle cui finestre si presentava una vista meravigliosa sulla incantevole Nithsdale e sulle colline coperte di erica oltre.
Era piacevole oziare lì nella fresca stanza antica dopo il caldo sole esterno, e mentre scrutavo il luogo notai quanto fosse ora più lussuoso e di buon gusto rispetto ai giorni in cui avevo visitato il suo proprietario diversi anni prima.
"Siamo terribilmente contenti di essere quassù," stava dicendo la mia graziosa compagna. "Abbiamo avuto una stagione così intensa a Londra." E poi continuò a descrivere il ballo di Corte e due o tre delle funzioni più notevoli di cui avevo letto sul mio giornale inglese accanto al Mediterraneo.
Mi attraeva per la sua vivace allegria, il suo spirito pronto e il suo spiccato senso dell'umorismo, perciò sedetti ad ascoltare la sua piacevole chiacchierata. Esiliato com'ero in una terra straniera, parlavo raramente inglese se non con Hutcheson, il console, e anche allora parlavamo generalmente italiano se c'erano altri presenti, affinché i nostri compagni potessero capire. Perciò i suoi pettegolezzi mi interessavano, e mentre il tramonto dorato inondava la bella stanza antica, sedetti ad ascoltarla, ammirando interiormente la sua grazia innata e il suo bell'aspetto.
Non avevo idea di chi o che cosa fosse suo padre: se un ricco industriale, come tanti che prendono in affitto costose riserve di caccia e offrono grandi ricevimenti per riuscire a entrare di soppiatto nell'alta società, o se fosse un gentiluomo di mezzi e di buona famiglia. Propendevo piuttosto per la seconda ipotesi, dato il suo portamento signorile e i suoi modi raffinati. Il suo aspetto, alto ed eretto, era quello di un ufficiale in pensione, e il suo volto dai tratti netti era di una distinzione marcata.
Stavo raccontando alla mia graziosa compagna qualcosa della mia vita, di come, poiché amavo tanto l'Italia, vivessi in Toscana piuttosto che in Inghilterra, e di come ogni anno tornassi in patria per un mese o due a visitare i parenti e a tenermi aggiornato sulle cose.
Improvvisamente lei disse:
"Sono stata una volta a Livorno per qualche ora. Eravamo in crociera nel Mediterraneo. Amo il mare, e andare in yacht è un divertimento terribilmente bello, se solo si trova un tempo decente."
La menzione dello yacht riportò alla mia mente la visita del Lola e il suo misterioso seguito.
"Suo padre possiede uno yacht, dunque?" osservai, con la minor preoccupazione possibile.
"Sì. L'Iris. Mio zio sta facendo una crociera sui fiordi norvegesi a bordo. Per noi è un cambiamento essere qui, perché siamo così spesso per mare. L'anno scorso abbiamo attraversato l'Atlantico fino a New York e ci siamo divertiti moltissimo, a parte una brutta burrasca che ci ha reso tutti un po' nervosi. Ma Moyes è un capitano così eccellente che non temo mai nulla. L'equipaggio è composto tutto da pescatori del Mare del Nord: mio padre non vuole assumere nessun altro. Non lo biasimo."
"Deve aver fatto dunque molti lunghi viaggi e aver visto molti angoli remoti del mondo, signorina Leithcourt?" osservai, con il mio interesse verso di lei che cresceva, poiché mi sembrava estremamente intelligente e ben informata.
"Oh, sì. Siamo stati in Messico e a Panama, oltre che in Marocco, in Egitto e sulla costa occidentale dell'Africa."
"E lei è persino sbarcata a Livorno!" rimarcai.
"Sì, ma non ci siamo rimasti più di un'ora, credo per spedire un telegramma. Mio padre diceva che non c'era nulla da vedere lì. Siamo scesi a terra insieme e devo dire che sono rimasta piuttosto delusa."
"Ha perfettamente ragione. La città in sé è brutta e priva di interesse. Ma i dintorni — San Jacopo, Ardenza e Antigniano — sono tutti incantevoli. È stato un peccato che non li abbia visti. È passato molto tempo da quando vi siete fermati lì?"
"Non molto. Non ricordo bene la data esatta," fu la sua replica. "Eravamo sulla via del ritorno da Alessandria."
"Ha mai visto, in nessuno dei porti in cui è stata, uno yacht chiamato Lola?" chiesi con ansia, poiché mi era venuto in mente che forse avrebbe potuto darmi delle informazioni.
"Il Lola!" esclamò, e all'istante il suo volto cambiò. Un rossore le coprì le guance, seguito un istante dopo da un pallore cadaverico. "Il Lola!" ripeté con una voce strana e rauca, sforzandosi al contempo di non mostrare alcuna apprensione. "No. Non ho mai sentito parlare di una nave del genere. È uno yacht a vapore? Chi è il proprietario?"
La guardai con stupore e sospetto, poiché vidi che la menzione di quel nome aveva suscitato in lei un grave turbamento. Quello sguardo nei suoi occhi scuri, mentre si fissavano nei miei, era di un terrore distinto e indicibile.
Che cosa poteva mai sapere di quell'imbarcazione misteriosa?
"Non conosco il nome del proprietario," dissi, fingendo ancora di non aver notato il suo allarme e la sua agitazione. "La nave si è incagliata alla Meloria, un banco pericoloso fuori Livorno, e per la stupidità del suo capitano è andata molto vicina alla perdita."
"Sì?" ansimò, in un mezzo sussurro, chinandosi verso di me con ansia, incapace di nascondere del tutto la terribile inquietudine che la consumava. "E lei... è salito a bordo?"
"Sì," fu l'unica parola che pronunciai.
Un silenzio calò tra noi e, mentre i miei occhi si fissavano su di lei, vidi che dal suo bel volto mobile tutta la luce e la vita erano improvvisamente svanite, e capii che lei era segretamente in possesso della chiave di quell'enigma straordinario che tanto mi tormentava.
All'improvviso la porta si aprì e una voce gridò allegramente:
"Ma guarda, ti ho cercata dappertutto, Muriel. Perché sei nascosta qui? Non vieni?"
Ci voltammo entrambi e, nel farlo, un basso grido di puro sgomento le sfuggì involontariamente.
Un istante dopo balzai in piedi. La ragione del suo grido era evidente, poiché lì, in piena luce del tramonto dorato che filtrava dalle lunghe finestre aperte, stava un uomo dalle spalle larghe e la barba bionda, in tenuta da tennis e cappello di Panama: il fuggitivo che conoscevo come Philip Hornby!
Lo affrontai, ammutolito.
CAPITOLO IV
IN CUI IL MISTERO SI INFITTISCE
Nessuno di noi parlò. Ugualmente sorpresi dall'incontro inaspettato, restammo l'uno di fronte all'altro sbalorditi.
Hornby trasalì rapidamente non appena i suoi occhi caddero su di me, e il suo viso divenne cereo fino alle labbra, mentre Muriel Leithcourt, pronta a notare l'improvviso cambiamento in lui, si alzò e ci presentò con la voce più calma che poté comandare.
"Non credo che vi conosciate," mi disse con un sorriso. "Lui è il signor Martin Woodroffe; il signor Gordon Gregg."
Mi inchinai a lui con l'improvvisa decisione di restare in silenzio, fingendo di dubitare che l'uomo davanti a me fosse effettivamente il mio ospite del Lola. Intendevo agire come se non fossi abbastanza convinto da esprimere apertamente il mio dubbio. Pertanto ci inchinammo, scambiandoci i saluti come estranei, mentre, osservando con attenzione, notai quanto le menti di entrambi si fossero rincuorate. Si lanciarono sguardi significativi e poi, come rassicurato dal fatto che fossi confuso e incerto, l'uomo che si faceva chiamare Woodroffe spiegò alla mia compagna:
"Sono stato a Newton Stewart con Fred tutto il giorno e sono tornato solo un quarto d'ora fa. Non giocate più oggi?"
"Credo di no," fu la sua risposta. "Siamo stati lì fuori tutto il pomeriggio e sono piuttosto stanca. Ma loro sono ancora sul campo. Di sicuro riuscirai a fare una partita con qualcuno."
"Se non giochi tu, non gioco neanch'io. Sono tornato per mantenere la promessa che ho fatto stamattina," rise, stando davanti al grande camino aperto, tenendo la racchetta da tennis dietro la schiena.
Esaminai il suo volto e fui più che mai convinto che fosse effettivamente l'uomo che mi aveva dato il nome di Hornby e il falso indirizzo nel Somerset. La coppia sembrava in confidenza e mi chiesi se fossero fidanzati. In ogni caso, l'uomo sembrava sentirsi a casa propria.
Mentre chiacchierava con la figlia di casa, mi lanciò un'occhiata rapida e furtiva, e poi rivolse uno sguardo significativo a lei: uno sguardo di rinnovata fiducia, come se sentisse di aver dissipato con successo ogni mio sospetto.
Parlammo delle prospettive per la caccia al gallo cedrone e al salmone, e dalle sue osservazioni sembrava appassionato di sport quanto un tempo aveva preteso di essere di nautica.
"Il mio amico Leithcourt è terribilmente fortunato ad avere un posto così splendido. Da ogni parte sento resoconti entusiasti sul numero di uccelli. Il posto è stato ben preservato in passato e c'è un ottimo riparo."
"Sì," dissi. "Gilrae, il proprietario, è un appassionato sportivo e, prima di finire in ristrettezze economiche, ha speso un sacco di soldi nella tenuta, che credo sia sempre stata considerata una delle migliori nel sud-ovest. Dicono ci sia del salmone laggiù nella valle, ma non ho mai provato a pescarne."
"Certamente c'è. Ne ho visti parecchi. Spero di provarci un giorno di questi. La valle è profonda e ombrosa, un posto ideale per i pesci. L'unica delusione qui, per quanto ho capito, è il numero molto scarso di esemplari di gallo forcello."
"Sì, ma ogni anno diventano sempre più rari in questa parte della Scozia. Un bel gallo forcello è un evento raro di questi tempi," dissi.
Mentre parlavamo, o meglio mentre osservavo attentamente il rapido lavorio della sua mente, Leithcourt stesso entrò e si unì a noi. Aveva giocato a tennis ed era venuto a riposare e rinfrescarsi.
Ospite e padrone di casa erano evidentemente in rapporti di estrema intimità. Leithcourt si rivolse a lui chiamandolo "Martin" e iniziò a raccontare di un litigio che il suo capo-guardacaccia aveva avuto quel giorno con uno dei piccoli affittuari della tenuta riguardo all'uccisione di alcuni conigli. E mentre parlavano, Muriel suggerì di tornare a passeggiare verso i campi da tennis, un invito che, per quanto mi dispiacesse lasciare i due uomini, fui costretto ad accettare.
Sembrava che volesse deliberatamente portarmi via dalla presenza di quell'uomo, temendo che rimanendo lì più a lungo i miei sospetti potessero essere confermati. Agiva in combutta con l'uomo che avevo conosciuto come Hornby.
C'erano ancora molte persone a guardare la partita, poiché era piacevole in quei giardini d'altri tempi nell'ora del tramonto. Il fossato in secca era ora trasformato in un giardino pieno di rododendri e azalee luminose, mentre le alte siepi di faggio antiche, la bizzarra meridiana antica con il motto: "Ogni volta che l'ombra gira, sei un giorno più vicino alla morte", e le vecchie balaustre di pietra grigie di licheni, parlavano tutte mutamente di quei giorni gloriosi in cui i feroci cavalieri dei Laird di Rannoch erano temuti oltre confine, e in cui molti prigionieri del "Black Douglas" avevano languito e trovato la morte in quelle strette camere di pietra nella cupa torre nord che si ergeva ancora in alto.
Tra il gruppo che passeggiava e sostava lì prima di partire c'erano un buon numero di persone che conoscevo, gente che aveva riserve di caccia nelle vicinanze ed erano amici di mio zio. In Scozia c'è sempre una cordiale ospitalità tra la gente sportiva e le leggi di casta sono molto meno rigorose che in Inghilterra.
Ero lì a chiacchierare con due signore che stavano per congedarsi dalla padrona di casa, quando Leithcourt tornò, ma da solo. Hornby non lo aveva accompagnato. Era forse perché temeva di incontrarmi di nuovo?
Per accertare qualcosa riguardo all'uomo che era misteriosamente fuggito da Livorno, riuscii, con un po' di diplomazia, a sedermi sul prato con una giovane donna sposata di nome Tennant, moglie di un capitano di cavalleria, che faceva parte degli ospiti. Dopo un po' riuscii a spostare la conversazione sui suoi compagni di soggiorno, e più in particolare sull'uomo che conoscevo come Hornby.
"Oh! Il signor Woodroffe è divertentissimo," dichiarò la brillante donnina. "Fa sempre qualche scherzo pratico o altro. Dopo cena è solitamente l'anima e il cuore del nostro gruppo."
"Sì," dissi, "mi piace quel poco che ho visto di lui. È un ottimo tipo, direi. Ho sentito dire che è fidanzato con Muriel," azzardai. "È vero?"
"Certo. Sono fidanzati da quasi un anno, ma è stato all'estero fino a poco tempo fa. È piuttosto riservato riguardo ai propri affari e non parla mai dei suoi viaggi e delle sue avventure, sebbene un giorno il signor Leithcourt abbia dichiarato che le sue fughe per un soffio farebbero un libro eccitante se mai venissero scritte."
"Leithcourt e lui sono evidentemente amici molto intimi."
"Oh, inseparabili!" rise. "E l'altro uomo che è sempre con loro è quel tipo tarchiato, basso, dal viso rubicondo che sta lì con la signora in azzurro, Sir Ughtred Gardner. Il signor Woodroffe lo ha soprannominato 'Sir Putrido'." E ridemmo entrambi. "Certo, non dica che l'ho detto io," sussurrò. "Non lo chiamano così in faccia, ma è così facile sbagliare il suo nome quando non è a portata di udito. Noi donne non lo amiamo, quindi il soprannome calza a pennello."
E continuò a chiacchierare, raccontandomi molto di ciò che desideravo sapere riguardo al nuovo affittuario di Rannoch e ai suoi amici, e più specialmente di quell'uomo che si era presentato per primo a me nel consolato di Livorno.
Mezz'ora dopo fu annunciata la carrozza di mio zio e me ne andai con la netta impressione che ci fosse un profondo mistero che circondava i Leithcourt. Che cosa fosse, tuttavia, non riuscivo proprio a capirlo. Forse era la relazione intima di Philip Leithcourt con l'uomo che mi aveva così abilmente ingannato a stuzzicare la mia curiosità su di lui; forse era quell'intuizione misteriosa, quel curioso presagio di sventura che a volte giunge a un uomo come avvertimento di un pericolo imminente. Qualunque fosse la ragione, ero stato colto da gravi timori. Il mistero si faceva ogni giorno più profondo e inesplicabile.
Durante la settimana che seguì, cercai di imparare tutto il possibile riguardo alle nuove persone al castello.
"Sono ricercati dappertutto," dichiarò mia zia quando la interrogai. "Certo, sapevamo ben poco di loro, se non che avevano una riserva di caccia vicino a Fort William due anni fa e che hanno una casa in città in Green Street. Sono evidentemente gente piuttosto chic. Non trovi?"
"A giudicare dal loro gruppo di ospiti, sì," risposi. "Sono la compagnia più allegra che si possa trovare a nord di Carlisle al momento."
"Esatto. Ci sono anche persone molto note tra loro," disse mia zia. "Li ho invitati per domani pomeriggio e hanno accettato."
"Eccellente!" esclamai, poiché desideravo l'opportunità di un'altra chiacchierata con la ragazza dagli occhi scuri che era fidanzata con l'uomo il cui pseudonimo era Hornby. Desideravo in particolare accertare la ragione della sua paura quando avevo menzionato il Lola, e se possedesse alcuna conoscenza di Hylton Chater.
L'opportunità mi venne a tempo debito, poiché il pomeriggio successivo il gruppo di Rannoch arrivò in due grandi carrozze, e con altre persone del vicinato e una banda di Dumfries, i giardini di mia zia presentavano una scena allegra e animata. C'erano il solito tennis e croquet, mentre alcuni uomini si godevano un po' di putting sul campo eccellente che mio zio, un appassionato di golf, aveva recentemente tracciato.
Come mi aspettavo, Woodroffe non accompagnava il gruppo. La signora Leithcourt, una donnina leggermente ansiosa, si scusò per la sua assenza, spiegando che era stato richiamato improvvisamente a Londra qualche giorno prima, ma che sarebbe tornato a Rannoch alla fine della settimana.
"Non potevamo permetterci di perderlo," dichiarò a mia zia. "È così terribilmente umoristico: i suoi detti buffi e le sue pagliacciate ci tengono in una risata continua ogni sera a cena. È un imitatore perfetto."
Mi voltai e passeggiai con Muriel, trovando una scusa per mostrarle i bellissimi giardini di mio zio, non meno pittoreschi di quelli del castello, e forse tenuti persino meglio.
"Ho saputo solo ieri del suo fidanzamento, signorina Leithcourt," osservai poco dopo, quando fummo soli. "Mi permetta di offrirle le mie migliori congratulazioni. Quando mi ha presentato il signor Woodroffe l'altro giorno, non avevo idea che dovesse essere suo marito."
Mi lanciò un'occhiata rapida e vidi nei suoi occhi scuri uno sguardo di sospetto. Poi arrossì leggermente e, ridendo a disagio, disse con voce spenta e dura:
"È molto gentile da parte sua, signor Gregg, augurarmi ogni sorta di cose così piacevoli."
"E quando avrà luogo il lieto evento?"
"La data non è ancora fissata esattamente: all'inizio del prossimo anno, credo," e pensai che sospirasse.
"E probabilmente passerete molto tempo a fare crociere?" suggerii, con gli occhi fissi su di lei per osservare il risultato della mia osservazione pungente. Ma lei si controllò perfettamente.
"Amo il mare," rispose brevemente, e i suoi occhi erano rivolti dritti davanti a sé.
"Il signor Woodroffe è andato in città, dice sua madre."
"Sì. Ha ricevuto un telegramma e ha dovuto partire immediatamente. È stata una scocciatura terribile, perché avevamo organizzato un picnic all'Abbazia di Dundrennan ieri."
"Ma tornerà qui, non è vero?"
"Non lo so davvero. Sembra tutto piuttosto incerto. Stamattina ho ricevuto una lettera in cui si diceva che potrebbe dover andare ad Amburgo per affari, invece di tornare da noi."
C'era delusione nella sua voce e tuttavia, allo stesso tempo, non potevo fare a meno di riconoscere come l'uomo a cui era fidanzata fosse fuggito dalla Scozia proprio a causa della mia presenza.
Quanto avrei voluto chiederle a bruciapelo che cosa sapesse davvero dello yachtman avvolto in così tanto mistero. Eppure, tradendo un'ansia eccessiva, avrei certamente annullato tutti i miei sforzi per risolvere l'enigma sconcertante; perciò fui costretto ad accontentarmi di porre domande abilmente mascherate e di trarre le mie conclusioni dalle sue risposte.
Mentre camminavamo lungo quei viali ghiaiosi, mi si impresse vividamente nella mente che il suo matrimonio le fosse imposto dai genitori. Il suo modo di fare era quello di chi sta nascondendo un segreto strano e terribile che teme possa essere rivelato. C'era uno sguardo lontano di terrore indicibile in quegli occhi scuri, come se vivesse in un perenne e costante timore. Naturalmente non mi disse nulla dei suoi sentimenti o affetti, eppure riconobbi sia nelle sue parole che nel suo comportamento un'apatia curiosa: una mancanza del vero entusiasmo dell'affetto. Woodroffe, molto più anziano di lei, era amico di suo padre, e mi sembrò quindi più che probabile che Leithcourt stesse spingendo la figlia verso un'alleanza matrimoniale per qualche movente ulteriore. Nella folle corsa al rango, al potere e alla ricchezza, gli uomini vendono spietatamente le proprie figlie sul mercato matrimoniale, e madri ambiziose complottano e intrigano per il proprio aggrandissement sacrificando la felicità delle loro figlie più spesso di quanto il pubblico possa immaginare. La tragedia è, ahimè!, scritta sul volto di molte spose il cui ritratto appare sulle riviste di moda e la cui toilette viene così fedelmente cronacata nel trafiletto sottostante. In effetti, la ragazza dell'alta società a cui viene concessa la propria libera scelta in fatto di marito è, purtroppo, oggi l'eccezione, poiché i genitori che vogliono "farsi strada" lungo la scala sociale hanno scoperto che le figlie graziose sono una merce commerciabile, e molti uomini sono stati rimessi "in piedi", sia finanziariamente che socialmente, dal proprio genero. Di qui il matrimonio di convenienza sta diventando rapidamente comune, mentre nello stesso rapporto le istanze di divorzio sono purtroppo in aumento.
Lessi la tragedia negli occhi scuri e luminosi di Muriel Leithcourt. Sapevo che il suo giovane cuore era oppresso da qualche dolore segreto o da una colpevole consapevolezza che mi avrebbe rivelato se solo avesse osato. Le sue stesse parole mi dicevano che era perplessa; che desiderava confidarsi e cercare il consiglio di qualcuno, eppure, a causa di qualche circostanza nascosta e avversa, le sue labbra erano sigillate.
Cercai di interrogarla ulteriormente riguardo a Woodroffe, che professione svolgesse e del suo passato.
Ma lei evidentemente sospettava di me, poiché purtroppo avevo menzionato il Lola.
Voleva parlarmi in confidenza, eppure non mi rivelava nulla, assolutamente nulla.
Martin Woodroffe non si ricongiunse al gruppo di Rannoch.
Sebbene io sia rimasto ospite di mio zio molto più a lungo di quanto intendessi, anzi per tutta la stagione di caccia, per poter tenere d'occhio i Leithcourt, per quanto abbiamo potuto giudicare erano persone estremamente ben educate e molto ospitali.
Scambiammo molte visite e cene, e mentre mio zio invitò più volte Leithcourt e i suoi amici a cacciare con lui con pranzo al sacco, a cui le signore si univano, l'affittuario di Rannoch ci ricambiava sempre l'invito.
Così ebbi molte opportunità di parlare con Muriel e di osservarla da vicino. Avevo la reputazione di essere un celibe incallito e, per questo motivo, sembrava che non fosse affatto contraria alla mia compagnia. Sapeva maneggiare un fucile da tiro al bersaglio bene quanto ogni donna, ed era davvero una tiratrice molto brava. Pertanto ci ritrovavamo spesso soli a camminare attraverso la brughiera ampia e aperta, o lungo quelle deliziose valli del Nithsdale, gloriose nei colori autunnali del loro fogliame lussureggiante.
Suo padre, d'altra parte, sembrava guardarmi con considerevole sospetto, e potevo facilmente scorgere che venivo invitato a Rannoch solo perché era impossibile invitare mio zio senza includere anche me.
Leithcourt, che forse pensava stessi corteggiando sua figlia, cercava sempre di evitarmi e non mi permetteva mai di camminare solo con lui. Perché? mi chiedevo. Mi temeva? Woodroffe gli aveva raccontato del nostro strano incontro a Livorno?
La sua marcata antipatia nei miei confronti mi spingeva a osservarlo di nascosto, e più da vicino di quanto forse avrei dovuto altrimenti fare. Era un uomo dall'umore cupo, e spesso lasciava i suoi ospiti per fare passeggiate in solitudine, rimuginando e covando pensieri. In diverse occasioni lo seguii di soppiatto e, con mia sorpresa, scoprii che, sebbene facesse lunghi giri in svariate direzioni, arrivava sempre nello stesso punto alla stessa ora: le cinque.
Il luogo in cui si fermava si trovava sul limitare di un bosco oscuro, sulla sommità di una collina a circa tre miglia da Rannoch; un buon posto per prendere i colombacci, quando arrivavano a posarsi. Dalla strada maestra per Moniaive si dovevano attraversare per intero due miglia di colline, e dall'apertura nel muretto grigio, dove era solito sedersi per riposare e fumare, si estendeva il bellissimo panorama del Loch Urr e delle colline coperte d'erica oltre di esso.
Leithcourt non andava mai direttamente sul posto, ma calcolava sempre le sue passeggiate in modo da arrivare esattamente alle cinque, rimanendovi a fumare sigarette fino alle cinque e mezza, come se attendesse l'arrivo di qualcuno. Una o due volte i suoi ospiti suggerirono di cacciare i colombi al tramonto, ma lui trovava sempre qualche scusa per opporsi alla proposta, e così la comitiva, ignara del motivo, veniva tenuta lontana da quel particolare luogo solitario.
In gioventù ero rimasto seduto lì per molte ore tranquille, nell'oscurità che avanzava, e avevo abbattuto molti colombi; conoscevo quindi bene il bosco ed ero in grado di osservare l'inquilino di Rannoch da punti dove meno sospettava la presenza di un altro.
Una volta, quando ero solo con Muriel, accennai alla propensione di suo padre a camminare da solo, al che lei disse:
"Oh, sì, è sempre stato un amante delle passeggiate. All'inizio, quando siamo arrivati qui, mi portava con sé, ma andava sempre così lontano che mi rifiutai di seguirlo ancora."
Non menzionò mai Woodroffe. Le diedi molte opportunità per farlo, stuzzicandola sul suo imminente matrimonio affinché potesse riferirsi di nuovo a lui. Ma il suo nome non uscì mai dalle sue labbra. Compresi che era andato all'estero; tutto qui.
Spesso, quando ero solo, riflettevo sulla mia curiosa avventura in quella notte in cui incontrai Olinto e sulla mia fuga per un soffio dalle mani dei miei ignoti nemici. Mi domandavo se quel tentativo ingegnoso e infame contro la mia vita avesse davvero qualche legame con quello strano incidente a Livorno. Man mano che i giorni passavano, la mia mente veniva pervasa da un sospetto crescente. Il mistero mi circondava da ogni parte.
Anzi, per un solo fatto curioso, esso aumentava centuplicato.
Tardo pomeriggio di un giorno in cui ero stato fuori a caccia tutto il giorno con la comitiva di Rannoch, tornai al castello sul Perth-cart insieme ad altri tre uomini e trovai le signore riunite nella grande sala con il tè pronto. Un benvenuto fuoco di ceppi scoppiettava nel grande camino antico, poiché a ottobre in Scozia è umido e freddo, e un fuoco è piacevole la sera.
Muriel era seduta sull'alto parascintille imbottito — simile a quelli che si trovano nei club — che formava sempre un angolo accogliente per le signore, specialmente dopo cena. Quando entrai, si alzò rapidamente e mi porse la tazza, esclamando mentre mi guardava:
"Oh, signor Gregg! In che stato è ridotto!"
"Sì, stavo cercando beccaccini e sono scivolato in una palude," risi. "Ma è successo stamattina presto, e il fango si è già seccato."
"Venga con me, le porterò una spazzola," mi esortò. E la seguii lungo i lunghi corridoi e le scale fino a un piccolo salottino che era il suo piccolo santuario, dove lavorava e leggeva; un posticino accogliente con due strane finestre antiche nel muro colossale, un pavimento di quercia lucidata e grandi travi nere sopra la testa. Quando il proprietario occupava la casa, quella stanza era rimasta in disuso, ma scoprii che ora era stata completamente trasformata ed era un nido di lusso di gran gusto, con i suoi vivaci tessuti di chintz, i tappeti turchi e il suo allegro fuoco sul vecchio focolare di pietra.
Rise quando espressi ammirazione per la sua piccola tana e disse:
"Credo fosse l'armeria ai vecchi tempi. Ma è diventato un boudoir piuttosto comodo. Posso chiudermi dentro e stare in tutta tranquillità quando gli altri fanno troppo chiasso," aggiunse allegramente.
Ma mentre i miei occhi vagavano intorno, caddero improvvisamente su un oggetto che mi fece trasalire per la profonda meraviglia: una fotografia da tavolo in una cornice di pelle color cremisi.
L'immagine era quella di una giovane ragazza; una copia esatta del ritratto che avevo trovato strappato e gettato via a bordo del Lola!
Gli occhi allegri ridevano verso di me mentre stavo lì a fissarla in puro sbigottimento.
"Che bella ragazza!" esclamai rapidamente, celando la mia sorpresa. "Chi è?"
La mia compagna rimase silenziosa per un momento, i suoi occhi scuri incontravano i miei con uno strano sguardo inquisitore.
"Sì," rise, "tutti la ammirano. Era una mia compagna di scuola: Elma Heath."
"Heath!" ripetei. "Dov'è andata a scuola con lei?"
"A Chichester."
"Molto tempo fa?"
"Poco più di due anni."
"È bellissima!" dichiarai, prendendo la fotografia e scoprendo che portava il nome dello stesso noto fotografo in New Bond Street di quella che avevo trovato sul tappeto del Lola nel Mediterraneo.
"Sì. È davvero più bella della sua fotografia. Non le rende giustizia."
"E dov'è adesso?"
"Perché è così molto curioso, signor Gregg?" rise la bella ragazza. "Si è innamorato di lei dalla sua immagine?"
"Non sono avvezzo a questo genere di cose, signor Leithcourt," risposi con finta severità. "Non credo che nemmeno il mio peggior nemico potrebbe definirmi un donnaiolo, vero?"
"No. Le rendo merito," dichiarò. "Lei non flirta mai. È per questo che mi piace."
"Grazie per la sua franchezza, signorina Leithcourt," dissi.
"Solo," aggiunse, "sembra colpito dal fascino di Elma."
"La trovo estremamente graziosa," osservai, tenendo ancora la fotografia in mano. "La vede mai adesso?"
"Mai," rispose. "Dal giorno in cui ho lasciato la scuola non ci siamo più incontrate. Lei era di diversi anni più giovane di me, e ho sentito dire che una settimana dopo che ebbi lasciato Chichester, i suoi vennero a prenderla. Dove sia ora, non ne ho idea. I suoi vivevano da qualche parte nel Durham. Suo padre era un medico."
La sua risposta mi deluse. Tuttavia, avevo almeno conservato la conoscenza del nome della ragazza ritratta, e dal fotografo avrei forse potuto scoprire il suo indirizzo, poiché mi sembrava che fosse in qualche modo intimamente legata a quei misteriosi velisti.
Ciò che Muriel mi disse riguardo a lei, non lo dubitai per un solo istante. Eppure era certamente più di una coincidenza che una copia del ritratto che aveva creato un'impressione così profonda in me fosse conservata nel suo boudoir come souvenir di una devota compagna di scuola.
"Allora non ha saputo assolutamente nulla della sua attuale posizione o di dove si trovi; se sia sposata, per esempio?"
"Ah!" esclamò maliziosamente. "Si tradisce con le sue stesse parole. Si è innamorato di lei, credo davvero, signor Gregg. Se lo sapesse, ne sarebbe molto gratificata; o almeno, dovrebbe esserlo."
Al che sorrisi, preferendo che lei adottasse quella teoria piuttosto che qualsiasi altra.
Parlava francamente, come parlerebbe una ragazza pura e onesta. Non era gelosa, ma nondimeno risentiva, come le donne risentono di tali cose, che io potessi innamorarmi della fotografia di un'amica.
C'era un mistero che circondava quella fotografia strappata; di questo ero assolutamente certo. Il ricordo di quella memorabile serata in cui avevo cenato a bordo del Lola emerse vivido davanti a me. Perché il ritratto della ragazza era stato così spietatamente distrutto e la cornice voltata con la faccia al muro? C'era una ragione; un motivo distinto e serio. Mi domandavo se Muriel mi avesse detto la verità, o se stesse solo cercando di proteggere l'uomo sospetto che era il suo amante?
Ora dopo ora il mistero che circondava i Leithcourt diventava più imperscrutabile, più intensamente avvincente. Avevo consultato una copia dell'elenco telefonico di Londra allo Station Hotel di Carlisle e avevo scoperto che nessuna casa in Green Street era registrata come occupata dall'inquilino di Rannoch; e, inoltre, quando esaminai la lista degli ospiti al castello, trovai che erano persone in realtà sconosciute nell'alta società. Erano semplicemente di quella classe di parassiti arguti e ben vestiti che si aggrappano sempre ai ricchi e fanno finta di essere eleganti e del *grande monde*. Rannoch era un luogo costoso da mantenere, con tutto quel gran seguito di servitori e guardiacaccia, e con quelle cene notturne cucinate da uno chef francese; eppure Leithcourt sembrava possedere risorse illimitate e sorrideva a quei parassiti, ufficiali di dubbia nomina e rampolli della pseudo-aristocrazia che lo circondavano, mentre sua moglie, dagli occhi acuti e dal portamento superbo, era meticolosa su tutti i punti dell'etichetta, e allo stesso tempo instancabile affinché il suo eterogeneo gruppo di ospiti si divertisse davvero.
Ma non ero l'unica persona a non riuscire a inquadrarli. Mio zio fu il primo ad aprirmi gli occhi riguardo al vero carattere di alcuni degli uomini che soggiornavano a Rannoch.
"Credo, Gordon, che uno o due di quei tipi con Leithcourt siano degli estranei di infima categoria," mi disse confidenzialmente una sera, dopo che avevamo trascorso una dura giornata di caccia e stavamo giocando a biliardo prima di ritirarci. "Un uomo, arrivato ieri, lo conosco fin troppo bene. È stato radiato dalla lista del Boodle's tre anni fa per aver barato a carte; quell'uomo dal viso magro e dai baffi biondi chiamato Cadby. Suppongo che Leithcourt non lo sappia, o non lo avrebbe qui tra gente rispettabile." E mio zio, masticando la punta del suo sigaro, sbuffò con rabbia, sembrando quasi incline a dare al suo amico un gentile avvertimento che il nome Cadby era posto al di fuori del buon costume.
"Meglio non dire nulla al riguardo," lo esortai. "Sono affari di Leithcourt, zio; non nostri."
"Sì, ma se un uomo si stabilisce in campagna non gli si deve permettere di invitarci a incontrare simili soggetti. Si sta passando il segno, Gordon. Noi uomini possiamo sopportare le donne della comitiva, ma gli uomini... beh, ti dico francamente che non accetterò più i suoi inviti a caccia."
"No, no, zio," protestai. "Probabilmente è dovuto all'ignoranza. Potrai, tra poco, dargli dei consigli preziosi. È un buon tipo, e ha solo bisogno di esperienza in Scozia per orientarsi bene."
"Sì. Ma non mi piace, figliolo, non mi piace! Non è un gioco corretto," dichiarò il rigido vecchio gentiluomo, arrossendo di risentimento. "Non ho intenzione di ricambiare l'invito e invitare quello scroccone, Cadby, a casa mia; e te lo dico chiaramente."
Il giorno seguente cacciai con i Carmichael di Crossburn e, verso le quattro, dopo una buona giornata, presi congedo dalla comitiva nel Black Glen e partii da solo per tornare a casa, una distanza di circa sei miglia. Si stava già facendo buio e, lo sapevo, sarebbe stato completamente buio prima che raggiungessi la casa di mio zio. La mia via più diretta era seguire il fiume per circa due miglia e poi tagliare dritto attraverso il bosco grande e fitto, e successivamente attraversare una vasta brughiera piena di paludi insidiose e trappole per gli imprudenti.
Con il fucile in spalla, camminai per circa tre quarti d'ora e avevo quasi attraversato il bosco, a quell'ora così buio che avevo notevole difficoltà a trovare la strada, quando, all'improvviso, mi parve di distinguere delle voci.
Mi fermai. Sì. Degli uomini stavano parlando a bassa voce, in confidenza, e in quella calma quiete della sera mi apparivano più vicini di quanto non fossero in realtà.
Ascoltai, cercando di distinguere le parole pronunciate, ma non riuscii a comprendere nulla. Si muovevano lentamente insieme, nelle mie immediate vicinanze, poiché i loro piedi smuovevano le foglie secche e riuscivo a sentire i rami scricchiolare mentre si facevano largo tra di essi.
All'improvviso, mentre stavo lì senza osare respirare per paura di tradire la mia presenza, uno strano suono colpì le mie orecchie attente.
Il momento dopo realizzai che mi trovavo in quel luogo dove Leithcourt teneva così ostinatamente il suo appuntamento deluso, avendolo raggiunto dall'interno del bosco.
Il suono mi allarmò, eppure non era né un'esplosione di armi da fuoco né un grido d'aiuto scioccante.
Una parola mi raggiunse nell'oscurità; una sola parola di amaro e corrosivo rimprovero.
Non curante del rischio che correvo e del pericolo a cui mi esponevo, scattai in avanti con la determinazione di penetrare il mistero, finché giunsi all'apertura nel muro di pietra grezza dove Leithcourt era solito fermarsi ogni giorno al tramonto.
Lì, nell'oscurità che calava, la vista che si offrì ai miei occhi in quel punto mi rese rigido, sgomento, stupefatto.
In quell'istante compresi la verità; una verità che era sicuramente la più strana mai rivelata a uomo.
CAPITOLO V
CONTIENE CERTE CONFIDENZE
Mentre scattavo verso l'apertura nel muro di confine del bosco, inciampai quasi su una forma distesa lungo lo stretto sentiero.
Era così buio sotto gli alberi che all'inizio non riuscii a distinguere chiaramente cosa fosse, finché non mi chinai e le mie mani toccarono gli indumenti di una donna. Il suo cappello era caduto, poiché lo sentii sotto i miei piedi, mentre il mantello era di lana spessa.
Era morta, mi chiesi? Quel grido, quella singola parola di rimprovero, risuonava nelle mie orecchie, e sembrava chiaro che fosse stata abbattuta spietatamente dopo uno scambio di parole rabbiose.
Cercai in tasca i miei fiammiferi, ma sfortunatamente la scatola era vuota. Eppure, proprio in quel momento, le mie orecchie tese colsero un suono; il rumore di qualcuno che si muoveva furtivamente tra le foglie cadute. Afferrando il fucile, chiesi chi fosse.
Non ci fu, tuttavia, alcuna risposta. Nel momento in cui parlai, il movimento cessò.
Per quanto potevo giudicare, la persona nascosta era all'interno del bosco a circa dieci metri da me, separata da un fitto impenetrabile. Poiché, tuttavia, mi stagliavo contro il cielo, la mia sagoma era, lo sapevo, un bersaglio ben definito per chiunque avesse armi da fuoco.
Sembrava evidente che fosse avvenuta una tragedia e che la vittima ai miei piedi fosse una donna. Ma chi?
All'improvviso, mentre stavo lì esitando, incolpandomi di essere senza fiammiferi, udii il movimento ripetersi. Qualcuno si stava allontanando rapidamente, scappando dal luogo. Ascoltai di nuovo. Il suono non era quello del fruscio di foglie o dello scricchiolio di rami secchi, ma i colpi sordi dei piedi di un uomo che correva su un terreno più morbido. Aveva scavalcato la rozza diga di pietra ed era uscito nel campo di rape adiacente.
Balzai attraverso l'apertura, tendendo gli occhi nell'oscurità, e mentre lo facevo riuscii appena a distinguere una figura scura che si allontanava rapidamente sotto il muro del bosco.
In un istante scattai al suo inseguimento. Ma l'agilità di chiunque fosse il fuggitivo, uomo o donna, era meravigliosa. Mi consideravo un corridore abbastanza buono, ma correre attraverso quelle rape rozze e quel terreno pesante e appena arato nell'oscurità, portando il mio fucile, mi fece presto ansimare e soffiare. Eppure la figura che stavo inseguendo era così veloce nei piedi e così agile nell'arrampicarsi sugli alti muri grezzi che fin dal primo momento fui distanziato.
Giù per la ripida collina verso lo Scarwater seguii il fuggitivo, attraversando il vecchio ponte pedonale vicino a Penpont, e poi su per una selvaggia valle tortuosa verso il Cairnsmore of Deugh. Per un paio di miglia o più gli fui vicino, finché, a una svolta della buia valle boscosa dove si diramava in due direzioni, persi ogni traccia della persona che fuggiva da me. Chiunque fosse, si era molto abilmente nascosto nel sottobosco dell'una o dell'altra delle due valli; cosa che non potevo decidere.
Rimasi senza fiato, il sudore che mi colava addosso, indeciso sul da farsi.
Era stato Leithcourt stesso che avevo sorpreso?
Quell'idea si impresse in qualche modo in me e risolsi improvvisamente di dirigermi audacemente verso Rannoch e accertarmene di persona. Pertanto, con la scusa di aver fatto tardi sulla strada di casa, tornai giù per la valle e mezz'ora dopo entrai nel grande salone ben illuminato del castello, dove gli ospiti, pronti e vestiti, si stavano riunendo prima di cena.
Fui accolto calorosamente, come lo ero sempre dagli uomini del gruppo, che vedendo il mio stato infangato mi offrirono subito un bicchiere della bevanda dello sportivo in Scozia, e mentre vi aggiungevo la soda, Leithcourt stesso si unì ai suoi ospiti, pronto e vestito con la sua giacca da cena, essendo appena sceso dalla sua stanza.
"Salve, Gregg!" esclamò cordialmente, tendendomi la mano. "Evidentemente ha avuto una lunga giornata. Buona caccia con Carmichael, eh?"
"Molto discreta," dissi. "Sono rimasto con lui più a lungo di quanto avrei dovuto e ho fatto tardi sulla strada di casa, così sono passato per un rinfresco."
"Giustissimo," rise allegramente. "Lei è sempre il benvenuto, lo sa. Mi sarei infastidito se avessi saputo che era passato senza entrare."
E Muriel, una figura graziosa in un abito scollato di chiffon turchese, in piedi dietro suo padre, mi sorrise segretamente. Le sorrisi in risposta, ma era uno strano sorriso, temo, poiché la consapevolezza di quel mistero aggiuntivo dentro di me, il mistero della donna distesa priva di sensi o forse morta, lassù nel bosco, mi teneva stupefatto.
Avevo sospettato Leithcourt a causa dei suoi costanti appuntamenti in quel posto, ma avevo almeno dimostrato che i miei sospetti erano del tutto privi di fondamento. Non avrebbe potuto arrivare a casa e vestirsi in quel tempo, poiché io avevo preso la via più breve per il castello, mentre il fuggitivo sarebbe stato costretto a fare un largo giro.
Rimasi solo pochi minuti, poi uscii di nuovo nell'oscurità, assolutamente indeciso sul da farsi. Il mio primo impulso fu di tornare in aiuto della donna, poiché poteva non essere morta dopo tutto.
Eppure, quando ricordai quel grido rauco che risuonò nell'oscurità, seppi fin troppo bene che era stata colpita fatalmente. Fu questa convinzione a impedirmi di tornare al bosco. Forse mi biasimerete, ma il fatto è che temevo che, se fossi andato lì, il sospetto potesse ricadere su di me, ora che il vero colpevole era così ingegnosamente fuggito.
Se la vittima fosse morta, quale aiuto avrei potuto prestare? Un coltello, credevo, era stato usato, poiché il mio piede vi aveva urtato contro quando ero partito all'inseguimento del fuggitivo. L'unico dubbio nella mia mente era se la sfortunata donna fosse effettivamente morta, poiché se non lo fosse stata, la mia riluttanza a tornare sulla scena della tragedia sarebbe stata colpevole.
Se ho agito giustamente nel rimanere lontano dal luogo, lascio a voi il giudizio alla luce della sorprendente verità che in seguito emerse.
Decisi di tornare dritto a casa di mio zio, e la cena era finita prima che avessi fatto il mio bagno e mi fossi vestito. Mangiai quindi il mio pasto da solo, Davis, il grave maggiordomo anziano, che mi serviva con quella solennità che mi divertiva sempre. Di solito chiacchieravo con lui quando gli altri non erano presenti, ma quella sera rimasi in silenzio, con la mente piena di quell'affare strano e sconvolgente di cui solo io detenevo la conoscenza segreta.
Il giorno dopo il corpo sarebbe stato sicuramente trovato; allora l'intera campagna sarebbe stata colma di orrore e sorpresa. Era possibile che Leithcourt, quell'uomo calmo, ben curato e dall'aspetto distinto, avesse qualche conoscenza della ghignante verità? No. Il suo modo di fare mentre stava nella sala a chiacchierare allegramente con me non era certo quello di un uomo con un segreto colpevole. Mi convinsi fermamente che, sebbene la tragedia lo toccasse molto da vicino, e che fosse avvenuta nel luogo che ogni giorno visitava per qualche scopo misterioso, fino a quel momento egli era all'oscuro di ciò che era accaduto.
Ma chi era la donna? Era giovane o anziana?
Mille volte mi rammaricai amaramente di non avere fiammiferi con me in modo da poter esaminare i suoi lineamenti.
Un pensiero improvviso che mi balenò in mente mentre sedevo a tavola mi costrinse a posare la forchetta e a fermarmi in un respiro di sbalordimento. La vittima era forse quella giovane dal volto dolce la cui fotografia era stata così spietatamente strappata dalla cornice e distrutta? La teoria era bizzarra, ma corrispondeva al vero?
Desideravo ardentemente l'arrivo dell'alba, quando i guardiacaccia di Rannoch avrebbero certamente fatto la scoperta. Allora, per lo meno, avrei conosciuto la verità, poiché avrei potuto recarmi a vedere il corpo per curiosità senza destare alcun sospetto.
Cercai di giocare la mia solita partita a biliardo con mio zio, ma la mia mano era così tremante che il vecchio gentiluomo prese a prendermi in giro.
"È il fucile, suppongo," osservai. "L'ho portato con me tutto il giorno e sono esausto. Sono tornato a casa a piedi fin da Crossburn."
"I Carmichael sono molto intimi con i Leithcourt, a quanto sento," osservò mio zio. "È strano che non abbiano invitato Leithcourt alla loro battuta di caccia."
"L'hanno fatto, ma lui aveva un altro impegno... a Kenmure Castle, credo."
Quella sera mi ritirai nella mia stanza colmo di febbrile apprensione. Avevo agito correttamente nel non tornare in quel luogo solitario sul crinale della collina? Avevo fatto ciò che un uomo deve fare nel serbare per me quel tragico segreto?
Aprii la finestra e scrutai la buia Nithsdale, dove, nell'oscurità distante, la linea nera del bosco si stagliava contro il cielo tempestoso. Le stelle non brillavano più e si erano addensate le nuvole cariche di pioggia. Rimasi in piedi col viso rivolto a quel punto oscuro e indistinto che custodiva il segreto, perso nello stupore.
Alla fine chiusi la finestra e mi coricai, ma il sonno non venne ai miei occhi, tanto la mia mente era piena degli eventi sorprendenti di quegli ultimi mesi e di quella macabra scoperta che avevo fatto.
Il fuggitivo mi aveva effettivamente riconosciuto? Probabilmente la mia voce, quando avevo gridato, mi aveva tradito. Ora dopo ora giacqui a scervellarmi, cercando di giungere a una soluzione di quell'intricato problema che ora si presentava. Muriel avrebbe potuto dirmi ciò che desideravo sapere. Di questo ero certo. Eppure lei non osava parlare. Un terrore indicibile la rendeva muta: era promessa sposa all'uomo, Martin Woodroffe.
Mi alzai di nuovo, accesi il gas e cercai di leggere un romanzo. Ma non riuscivo a concentrare i pensieri, che vagavano sempre verso quel mistero strano del bosco. Alle sei mi rasai, scesi e uscii con i cani per una breve passeggiata; ma al ritorno non seppi nulla di insolito e fui costretto a restare inattivo fino a quasi mezzogiorno.
Stavo attraversando il cortile delle scuderie, dove mi ero recato per ordinare la carrozza per mia zia, quando uno stalliere inglese, emergendo improvvisamente dalla selleria, si toccò il berretto dicendo:
"Ha saputo, signore, della terribile faccenda lassù?"
"Di cosa?" chiesi prontamente.
"Beh, signore, pare che stanotte ci sia stato un omicidio nel bosco di Rannoch," disse l'uomo rapidamente. "Holden, il giardiniere, è appena tornato dal villaggio e dice che il sottoguardiacaccia di Mr. Leithcourt, mentre tornava a casa alle cinque di stamane, si è imbattuto in un cadavere."
"Un cadavere!" esclamai, fingendo grande sorpresa.
"Sì, signore... un uomo giovane. È stato pugnalato al cuore."
"Un uomo!"
"Sì, signore... così dice Holden."
"Chiama Holden. Vorrei sapere tutto ciò che ha sentito," dissi. E poco dopo, quando il giardiniere uscì dalla serra, gli chiesi tutti i particolari che aveva raccolto.
"Non so molto, signore," fu la risposta dell'uomo. "Sono andato alla locanda per un bicchiere di birra alle undici, come faccio sempre, e li ho sentiti parlare della cosa. Un giovane è stato assassinato stanotte nel bosco di Rannoch. Il guardiacaccia pensava in principio che ci fosse stata una rissa tra bracconieri, ma dagli abiti del morto dicono che non è affatto un bracconiere, bensì uno straniero in questi luoghi."
"Il corpo era dunque quello di un uomo?" chiesi, cercando di celare il mio totale sbalordimento.
"Sì... sui trent'anni, dicono. La polizia lo ha portato all'obitorio di Dumfries e i detective sono lassù ora a esaminare il posto, dicono."
Un uomo! Eppure il corpo che avevo trovato era quello di una donna... di questo potevo giurare.
Dopo pranzo presi il calesse e andai da solo a Dumfries.
Quando chiesi al poliziotto di servizio all'obitorio cittadino di poter vedere il corpo dell'uomo assassinato, egli mi guardò, pensai, con notevole sospetto. La mia richiesta era insolita. Tuttavia, mi condusse lungo un vicolo stretto, aprì una porta e mi ritrovai nella fredda e cupa camera della morte. Da una piccola finestra sudicia in alto, la luce cadeva su un oggetto adagiato su una grande lastra di pietra grigia e coperto da un lenzuolo sporco.
La vista era spettrale e raccapricciante; il corpo giaceva lì in attesa dell'inchiesta ufficiale sulla causa del decesso. Il silenzio della tomba era infranto solo dal passo pesante del poliziotto che, essendosi tolto l'elmetto in presenza del morto, sollevò l'estremità del lenzuolo, rivelandomi un volto bianco e irrigidito, con gli occhi chiusi e la mascella caduta.
Sobbalzai quando i miei occhi caddero su quel volto esanime. Ero del tutto impreparato a una simile rivelazione. La verità mi sconvolse.
La vittima era l'uomo che aveva agito da mio amico: il cameriere italiano, Olinto.
Mi feci avanti e scrutai i lineamenti sottili e inanimati, riuscendo a stento a realizzare il fatto concreto. Ma i miei occhi non mi avevano ingannato. Sebbene la morte distorca l'espressione facciale di ogni uomo, non ebbi alcuna difficoltà a identificarlo.
"Lo riconosce, signore?" osservò l'agente. "Chi è? I nostri sono molto ansiosi di saperlo, poiché fino a questo momento non sono riusciti a stabilire la sua identità."
Mi morsi le labbra. Ero stato un folle sconsiderato a tradirmi davanti a quell'uomo. Eppure, avendolo fatto, vidi che ogni tentativo di nascondere ciò che sapevo si sarebbe necessariamente ripercosso su di me.
"Parlerò con il vostro ispettore," risposi con tutta la calma che potei radunare. "Dove è stato ferito il poveretto?"
"Al cuore," rispose il poliziotto, mentre voltando il lenzuolo più giù mi mostrava la piccola ferita da taglio che aveva trapassato la giacca e il gilet della vittima proprio sul petto.
"Questa è l'arma," aggiunse, prendendo da uno scaffale lì vicino un pugnale lungo e sottile con un manico d'avorio, che mi porse.
In un istante riconobbi cosa fosse e quanto micidiale. Si trattava di un'antica misericordia fiorentina, una lama lunga, sottile e triangolare, larga un quarto di pollice nel punto di massima ampiezza, che si restringeva fino a una punta d'ago, con un'elsa d'avorio giallastro; la più letale e fatale di tutti i pugnali e stiletti del Medioevo. La lama, essendo affilata su tre angoli, produceva una ferita che causava emorragia interna e che non guariva mai: da qui il nome dato dai fiorentini.
Era ancora macchiata di sangue, ma mentre prendevo quell'oggetto mortale in mano vidi che la lama era splendidamente damascinata, un esemplare elegantissimo di arma medievale. Eppure, certamente nessuno se non un italiano avrebbe usato un'arma simile, o avrebbe mirato con tanta precisione da colpire il cuore.
Eppure la persona colpita era una donna, e non un uomo!
Una ferita da misericordia si rivela sempre fatale, poiché la forma della lama taglia la carne in piccoli lembi che, estraendo il coltello, si richiudono e impediscono al sangue di uscire. Allo stesso tempo, tuttavia, nessuna forza può farli guarire. Un colpo inferto con un'arma simile è tanto sicuramente fatale quanto il pugnale avvelenato dei Borgia o dei Medici.
Restituii lo stiletto all'uomo senza commenti. Il mio proposito era di dire il meno possibile, poiché non avevo alcun desiderio di apparire pubblicamente all'inchiesta e di conseguenza annullare ogni mio sforzo per risolvere il mistero dei Leithcourt e di Martin Woodroffe.
Ritornai dove la figura giaceva così spettrale e immobile, e guardai di nuovo per l'ultima volta il volto morto dell'uomo che mi aveva servito così bene, e che pure mi aveva quasi attirato alla morte. In quest'ultimo incidente c'era un profondo mistero. Si era pentito all'ultimo momento, appena in tempo per salvarmi dai miei nemici segreti.
Poteva darsi che i miei nemici fossero i suoi? Era caduto vittima della stessa mano che aveva tentato così ingegnosamente di uccidere me?
Perché Leithcourt andava così regolarmente nel bosco di Rannoch? Era per incontrare l'uomo che doveva essere attirato in trappola e ucciso? Cosa faceva Olinto Santini così lontano da Londra, se non era venuto espressamente per incontrare qualcuno in segreto?
Mentre guardavo il volto freddo e inanimato su cui era scritto il mistero, fui colto dal rimorso. Era stato un servo fedele e onesto, e anche se mi aveva attirato in quella casa fatale a Lambeth, ricordavo le sue parole, come lo avesse fatto sotto costrizione. Ricordavo anche come mi avesse implorato di non giudicarlo prima di conoscere tutti i fatti.
Con la mia stessa mano ricoprii il volto con il lenzuolo e intimamente risolsi di vendicare quel crimine vile.
Mi rincresceva di essere costretto a rivelare il nome del morto alla polizia, eppure vidi che rilasciare una dichiarazione era ormai inevitabile, quindi accompagnai il poliziotto all'ufficio dell'ispettore a una certa distanza attraverso la città.
Dopo essere stato presentato al grosso uomo biondo in un vestito di tweed ruvido, che apparentemente dirigeva le indagini sulla faccenda, egli mi condusse con sollecitudine in una stanzetta sul retro e iniziò a interrogarmi. Ero, tuttavia, cauto nel non impegnarmi in altro che l'identificazione del corpo.
"Il fatto è," dissi confidenzialmente, "che deve escludermi dai testimoni dell'inchiesta."
"Perché?" chiese il detective con sospetto.
"Perché se si sapesse che l'ho identificato, ogni possibilità di arrivare alla verità svanirebbe all'istante," risposi. "Sono venuto qui per dirle nella massima riservatezza chi sia realmente quel poveretto."
"Allora lei sa qualcosa della faccenda?" disse, con un forte accento delle Highlands.
"Non so nulla," dichiarai. "Nulla eccetto il suo nome."
"H'm. E lei dice che è uno straniero... un italiano... eh?"
"È stato al mio servizio a Livorno per diversi anni e, lasciandomi, è venuto a Londra e ha ottenuto un ingaggio come cameriere in un ristorante. Suo padre viveva a Livorno; era portinaio alla Prefettura."
"Ma perché era qui, in Scozia?"
"Come posso saperlo?"
"Lei sa qualcosa della faccenda. Intendo dire che sospetta di qualcuno, altrimenti non avrebbe obiezioni a testimoniare all'inchiesta."
"Non ho sospetti. Per me la faccenda è un enigma tanto quanto per lei," mi affrettai subito a spiegare. "Il mio unico timore è che, se l'assassino sapesse che l'ho identificato, farebbe attenzione a non tradirsi."
"Lei pensa dunque che si tradirà?"
"Lo spero."
"Dal fatto che l'uomo sia stato attaccato con uno stiletto italiano, sembrerebbe che l'aggressore fosse un suo connazionale," suggerì il detective.
"Le prove puntano certamente a questo," risposi.
"Non le capita di sapere di qualcuno... intendo uno straniero... che fosse, o potesse essere, suo nemico?"
Risposi negativamente.
"Ah," continuò, "questi stranieri litigano sempre tra loro e usano i coltelli. Ho fatto dieci anni di servizio a Edimburgo e ho fatto un sacco di arresti per risse a coltellate. Gli italiani, come i greci, sono una brutta gente quando si scalda il sangue." Poi aggiunse: "Personalmente, mi pare che l'assassinato sia stato attirato da Londra in quel luogo e freddamente fatto fuori... per qualche movente di vendetta, molto probabilmente."
"Molto probabilmente," dissi. "Una vendetta, forse. Io vivo in Italia e quindi conosco bene gli italiani," aggiunsi.
Gli avevo dato il mio biglietto da visita e gli avevo detto presso chi alloggiavo.
"Dov'era ieri, signore?" domandò poco dopo.
"Ero a caccia... dall'altra parte della Nithsdale," risposi, e poi proseguii spiegando i miei spostamenti, senza però menzionare la mia visita a Rannoch.
"E sebbene conosca così intimamente l'assassinato, non ha alcun sospetto su nessuno in questo distretto che lo conoscesse?"
"Non conosco nessuno che lo conoscesse. Quando lasciò il mio servizio non era mai stato in Inghilterra."
"Dice che era impiegato in un servizio a Londra?"
"Sì, presso un ristorante in Oxford Street, credo. Lo incontrai per caso a Pall Mall una sera e me lo disse."
"Non conosce il nome del ristorante?"
"Me lo disse, ma purtroppo l'ho dimenticato."
Il detective trasse un profondo respiro di rammarico.
"Qualcuno che lo aspettava ai margini di quel bosco è uscito e lo ha ucciso... questo è evidente," disse.
"Senza dubbio."
"E la mia convinzione è che fosse un italiano. C'erano due stranieri che hanno dormito in un comune dormitorio due sere fa e sono partiti a piedi verso Glasgow. Abbiamo telegrafato per cercarli e speriamo di trovarli. Scozzesi o inglesi non usano mai un coltello di quel tipo."
Con quest'ultima osservazione fui pienamente d'accordo. Nella mia mente quella era la prova più forte a favore dell'innocenza di Leithcourt. Che l'affittuario di Rannoch avesse mantenuto quel segreto appuntamento con pazienza quotidiana lo sapevo dalle mie osservazioni, eppure non mi pareva fattibile che usasse un'arma così peculiarmente italiana e tuttavia così terribilmente mortale.
E poi, quando riflettei ulteriormente, ricordando che il corpo che avevo scoperto era quello di una donna e non di un uomo, rimasi sbalordito e confuso da quell'enigma del tutto inspiegabile.
Promisi al robusto detective che, in cambio della sua discrezione riguardo alla mia dichiarazione, lo avrei assistito in ogni modo possibile nella soluzione del problema.
"Il vero nome dell'assassinato deve a ogni costo essere celato," esortai. "Non deve apparire sui giornali, poiché sono certo che solo fingendo che sia ignoto possiamo arrivare alla verità. Se il suo nome venisse fatto all'inchiesta, allora l'assassino saprebbe certamente che l'ho identificato."
"E poi?"
"Beh," dissi con una certa esitazione, "mentre si crede che io sia all'oscuro, avremo l'opportunità di arrivare alla verità."
"Allora lei sospetta davvero?" disse, guardandomi di nuovo con quegli occhi azzurri e freddi.
"Non so di chi sospettare," dichiarai. "È un mistero il motivo per cui l'uomo che un tempo era il mio fedele servo sia stato attirato in quel bosco e pugnalato al cuore."
"Non c'è nessuno nelle vicinanze che lo conoscesse?"
"Non che io sappia."
"Potremmo ottenere il suo indirizzo a Londra tramite suo padre a Livorno," suggerì l'agente.
"Scriverò oggi se lo desidera," dissi prontamente. "Anzi, farò in modo che il mio amico, il Console Britannico, vada dal vecchio e telegraferà l'indirizzo se lo ottiene."
"Ottimo!" dichiarò. "Se ci farà questo favore gliene saremo molto debitori. È una fortuna che abbiamo stabilito l'identità della vittima; altrimenti potremmo essere del tutto all'oscuro. Uno straniero assassinato è sempre più o meno un mistero."
Pertanto, lì per lì, presi un foglio di carta e scrissi al mio vecchio amico Hutcheson a Livorno, chiedendogli di informarsi immediatamente presso il padre di Olinto sull'indirizzo del figlio a Londra.
Non dissi nulla alla polizia di quella strana avventura a Lambeth, o di come l'uomo ora morto mi avesse salvato la vita. Che i suoi nemici fossero i miei me lo aveva detto molto chiaramente, quindi provavo una certa apprensione per il fatto che io stesso non fossi al sicuro. Eppure, nella tasca posteriore dei pantaloni, portavo sempre il mio revolver, proprio come facevo in Italia, e mi vantavo un po' della mia abilità nel tirare dritto.
Sedemmo a lungo a discutere la strana faccenda. Per non tradire alcuna smania di andarmene, offrii al grosso abitante delle Highlands un sigaro dal mio astuccio e fumammo insieme. L'inchiesta si sarebbe tenuta l'indomani, mi disse, ma per quanto riguardava il pubblico, il corpo sarebbe rimasto quello di una persona "ignota".
"E farebbe meglio a non venire a casa di mio zio, né a mandar nessuno," dissi. "Se desidera vedermi, mi mandi due righe e ci incontreremo qui a Dumfries. Sarà più sicuro."
L'ufficiale mi guardò con quegli occhi acuti e disse:
"Davvero, Mr. Gregg, confesso che non riesco a capirla. Sembra essere in apprensione per la sua sicurezza. Perché?"
"Gli italiani sono gente molto curiosa," risposi prontamente. "La loro vendetta si estende talvolta molto lontano."
"Allora lei ha motivo di credere che il nemico di questo poveretto, Santini, possa essere anche il suo?"
"Non si sa mai chi si offende quando si vive in Italia," risi, il più leggermente possibile, cercando di placare il suo sospetto. "Potrebbe essere caduto sotto il coltello dell'assassino per aver arrecato un'offesa minima e forse innocente a qualcuno. I metodi italiani non sono inglesi, sa."
"Per Giove, signore, e sono ben contento che non lo siano!" disse. "Non credo che la vita di un ufficiale di polizia sia molto sicura tra tutte quelle società segrete di assassini di cui ho letto."
"Ah! ciò che si legge su di loro è spesso molto esagerato," lo rassicurai. "È la vendetta che è una tale macchia sul carattere dell'italiano moderno; e mi creda, questa faccenda nel bosco di Rannoch è il risultato di una qualche vendetta, probabilmente per una storia d'amore."
"Ma lei ci assisterà, signore?" incalzò. "Lei conosce la lingua italiana, il che sarà di grande vantaggio; inoltre, la vittima era il suo servo."
"Sia discreto," dissi. "E in cambio farò tutto il possibile per aiutarla a dare la caccia all'assassino."
E così stringemmo il nostro patto. Mezz'ora dopo guidavo il calesse sotto la pioggia battente su per la collina, fuori dalla grigia e vecchia Dumfries, verso la casa di mio zio.
Mentre scendevo dal calesse e lo affidavo a uno stalliere, il vecchio Davis, il maggiordomo, si fece avanti dicendo a bassa voce:
"C'è Miss Leithcourt che aspetta di vederla, Mr. Gordon. È nella sala del mattino ed è lì da un'ora. Mi ha chiesto di non dire a nessun altro che è qui, signore."
"Allora mia zia non l'ha vista?" esclamai, fiutando il mistero in questa visita inaspettata.
"No, signore. Desidera vederla da solo, signore."
Attraversai il grande atrio e percorrere il corridoio fino alla stanza che il vecchio aveva indicato.
E quando aprii la porta e Muriel Leithcourt, in nero semplice, si alzò per accogliermi, vidi chiaramente dal suo volto bianco e scavato che era accaduto qualcosa, che era stata costretta dalle circostanze a venire da me nella massima riservatezza.
Stava forse, mi domandai, per rivelarmi la verità?
CAPITOLO VI
L'ADDENSARSI DELLE NUBI
"Mr. Gregg," esclamò la ragazza con agitazione, porgendomi la mano guantata di nero, "io... suppongo che lei sappia... abbia sentito tutto riguardo alla scoperta di oggi nel bosco? Non c'è bisogno che le dica nulla al riguardo."
"Sì, Miss Leithcourt, desidererei solo che lei me ne parlasse," dissi gravemente, invitandola a sedersi e accomodandomi a mia volta. "Ho sentito una storia straordinaria su un uomo trovato morto, ma sono stato a Dumfries quasi tutto il giorno. Chi è l'uomo?"
"Ah! questo non lo sappiamo," rispose, pallida e ansiosa. Il suo atteggiamento era come se volesse confidarsi con me e tuttavia esitasse ancora a farlo.
"Lei mi ha aspettato per molto tempo, mi dice Davis. Mi rincresce che lei l'abbia fatto. Se avesse lasciato detto che desiderava vedermi, sarei venuto subito da lei."
"No. Volevo vederla da sola... ecco perché sono qui. A casa non devono sapere che sono venuta qui, quindi ho chiesto appositamente all'uomo di non annunciare il mio arrivo a sua zia."
"Desidera vedermi in privato," dissi con voce bassa e seria. "Perché? C'è qualche servizio che posso renderle?"
"Sì. Un servizio molto grande", rispose con rapida impazienza. "Io... beh... il fatto è che ho trovato il coraggio di venire da lei per implorarla di aiutarmi. Sono in grande angoscia... e non ho un solo amico di cui possa fidarmi... a cui possa confidarmi."
"Considererò il più alto degli onori se vorrà fidarsi di me", dissi con profonda serietà. "Posso solo assicurarle che rimarrò leale ai suoi interessi e a lei stessa."
"Ah! Credo che lo farà, signor Gregg!" dichiarò con entusiasmo, i suoi grandi occhi scuri rivolti verso di me... gli occhi di una donna in pura e amara disperazione. Il suo volto era perfetto, uno dei più belli su cui avessi mai posato lo sguardo. Più la osservavo, più grande era il fascino che esercitava su di me.
Un silenzio cadde tra noi mentre sedeva con le mani guantate che riposavano inerti in grembo. Le sue labbra si muovevano nervosamente, ma non ne usciva alcun suono, tanto era agitata, tanto desiderosa di dirmi qualcosa; eppure, allo stesso tempo, riluttante a rendermi partecipe della sua confidenza.
"Bene?" chiesi alla fine a bassa voce. "Sono prontissimo a renderle qualsiasi servizio, se solo vorrà darmi un comando."
"Ah! Ma temo che ciò di cui ho bisogno le sembrerà così insolito... esiterà ad agire quando le avrò spiegato quale servizio le richiedo", disse dubbiosa.
"Non posso dirglielo finché non avrò ascoltato le sue volontà", dissi sorridendo, eppure perplesso dal suo atteggiamento.
"Riguarda la terribile scoperta fatta nel Rannoch Wood", disse alla fine con voce roca e nervosa. "Quell'uomo sconosciuto è stato assassinato... pugnalato al cuore."
"Bene?"
"Bene", disse, a stento sopra un sussurro, "ho dei sospetti."
"Sull'identità dell'uomo assassinato?"
"No. Sull'assassino."
La guardai intensamente e vidi lo sguardo fisso nei suoi occhi scuri, spalancati.
"Crede di sapere chi ha sferrato il colpo?"
"Ho un sospetto... tutto qui. Solo che voglio che mi aiuti, se vuole."
"Certamente", risposi. "Ma se crede di conoscere l'assassino, probabilmente sa qualcosa della vittima?"
"Solo che sembrava uno straniero."
"Allora l'ha visto?" esclamai, molto sorpreso.
La mia osservazione la fece trattenere il respiro per un istante. Poi rispose, piuttosto debolmente, mi parve:
"L'ho visto quando i guardiacaccia hanno portato il corpo al castello."
Ora, secondo il resoconto che avevo sentito, la polizia aveva trasportato il morto direttamente dal bosco a Dumfries. Era possibile, dunque, che lei avesse visto Olinto prima che incontrasse la sua fine improvvisa?
Temetti di incalzarla per una spiegazione in quel momento, ma, nonostante ciò, l'ammissione di averlo visto mi colpì come un fatto molto peculiare.
"Lo giudica uno straniero?" osservai con la maggior disinvoltura possibile.
"Dai tratti e dalla carnagione ho indovinato che fosse italiano", rispose prontamente, al che finsi di esprimere sorpresa. "L'ho visto dopo che i guardiacaccia lo avevano trovato."
"Inoltre", continuò, "lo stiletto era evidentemente italiano, il che farebbe quasi apparire che a essere l'assassino sia stato uno straniero."
"È il suo sospetto personale?"
"No."
"Perché?"
Esitò un momento, poi con voce bassa e ansiosa disse:
"Perché ho già visto quel coltello a tre lame in possesso di un'altra persona."
"È una prova piuttosto forte", dichiarai. "La persona in questione dovrà dimostrare di non essere stata nel Rannoch Wood ieri sera al calar del sole."
"Come sa che è successo al calar del sole?" chiese rapidamente con un certo stupore, sollevandosi a metà dalla sedia.
"Ho semplicemente supposto che fosse così", risposi, biasimando interiormente me stesso per la mia ammissione fuori tempo.
"Ah!" disse con un leggero sospiro, "c'è più mistero in questa faccenda di quanto abbiamo ancora scoperto, signor Gregg. Cosa, mi chiedo, ha portato lo sfortunato giovane nel nostro bosco?"
"Un appuntamento, senza dubbio. Ma con chi?"
Scosse la testa, dicendo:
"Mio padre va spesso in quel punto a cacciare piccioni la sera. Ce l'ha detto oggi a pranzo. Che fortuna che non fosse lì ieri sera, o potrebbe essere sospettato."
"Sì", dissi. "È una circostanza molto fortunata, perché non deve essere un'esperienza piacevole essere sospettati di essere un assassino. Era in casa ieri sera, vero?" aggiunsi casualmente.
"Naturalmente. Non ricorda che quando lei ha telefonato ha chiacchierato con lei? Ho fatto del lavoro di dattilografia per lui nello studio, e siamo stati insieme tutto il pomeriggio... o almeno fino a quasi le cinque, quando siamo usciti nell'atrio per il tè."
"Allora qual è la sua teoria riguardo alla faccenda?" chiesi, piuttosto perplesso sul perché dovesse così decisamente fornire un alibi a suo padre.
"Sembra certo che il poveretto sia andato al bosco per un appuntamento ed sia stato ucciso. Ma è stato su in quel punto dopo il ritrovamento del corpo?"
"No. Lei c'è stata?"
"Sì. La faccenda mi interessava e, non appena ho riconosciuto il vecchio coltello italiano in mano al guardiacaccia, sono andata lassù e ho guardato in giro. Sono contenta di averlo fatto, perché ho trovato qualcosa che sembra essere sfuggito all'attenzione dei detective."
"E cosa sarebbe?" chiesi ansioso.
"Beh, a circa tre metri dalla pozza di sangue dove è stato trovato lo sfortunato straniero, c'è un'altra piccola pozza di sangue, dove l'erba e le felci intorno sono tutte schiacciate, come se lì ci fosse stata una colluttazione."
"Potrebbe esserci stata una colluttazione in quel punto, e l'uomo potrebbe aver barcollato per una certa distanza prima di cadere morto."
"Non se fosse stato colpito al cuore, come dicono. Cadrebbe, non è vero?" suggerì. "No. La polizia sembra molto ottusa, e questo fatto evidente non gli è ancora passato per la mente. La loro teoria è la stessa che suggerisce lei, ma la mia è qualcosa di completamente diverso, signor Gregg. Credo che anche una seconda persona sia caduta vittima", aggiunse con tono basso e distinto.
La fissai a bocca aperta. Sapeva, mi chiesi, la verità reale? Era consapevole che la donna che era caduta lì era scomparsa?
"Una seconda persona!" ripetei, come se fossi sorpreso. "Allora crede che sia stato commesso un doppio omicidio?"
"Traggo la mia conclusione dal fatto che il giovane, una volta colpito al cuore, non avrebbe potuto percorrere una distanza tale come quella che separa i due segni l'uno dall'altro."
"Ma avrebbe potuto essere leggermente ferito... sulla mano o sul viso... all'inizio, e poi colpito mortalmente nel punto in cui è stato trovato", suggerii.
Scosse la testa dubbiosa, ma non rispose alla mia argomentazione. La sua sicurezza nelle proprie congetture rendeva del tutto evidente che, per qualche mezzo sconosciuto, era a conoscenza della seconda vittima. Infatti, pochi istanti dopo, mi disse:
"È per questa ragione, signor Gregg, che l'ho cercata in confidenza. Nessuno deve sapere che sono venuta qui da lei, altrimenti sospetterebbero; e se il sospetto cadesse su di me, mi porterebbe a un destino peggiore della morte. Ricordi, quindi, che il mio futuro è interamente nelle sue mani."
"Non capisco bene", dissi, alzandomi e standole davanti nell'oscurità calante, mentre la pioggia batteva sui vecchi vetri a rombi delle finestre. "Ma posso solo assicurarle che, qualunque confidenza lei riponga in me, non ne abuserò mai, signorina Leithcourt."
"Lo so, lo so!" disse rapidamente. "Mi fido di lei in questa faccenda implicitamente. Sono venuta da lei per molte ragioni, la principale delle quali è che, se una seconda vittima è caduta sotto la mano dell'assassino, è, lo so, una donna."
"Una donna! Chi?"
"Al momento non posso dirglielo. Devo prima stabilire i fatti reali. Se questa donna è stata davvero abbattuta, allora il suo corpo giace nascosto da qualche parte nelle vicinanze. Dobbiamo trovarlo e far ricadere il crimine sul colpevole."
"Ma se riuscissimo a trovarlo, potremmo mettere le mani sull'assassino?" chiesi, guardandola dritta negli occhi.
"Se lo troviamo, il crimine racconterebbe la sua stessa storia... condannerebbe la persona in mano della quale ho visto quell'arma fatale", fu la sua risposta chiara e audace.
"Allora desidera che la assista in questa ricerca, signorina Leithcourt?" dissi, chiedendomi se i suoi sospetti ricadessero su quel misterioso velista, Philip Hornby, l'uomo con cui era fidanzata.
"Sì, la pregherei di fare tutto il possibile in segreto per tentare di scoprire il corpo della seconda vittima. È una donna... di questo sono certa. La trovi, e saremo allora in grado di far ricadere il crimine sull'assassino."
"Ma la mia ricerca potrebbe attirare sospetti su di me", osservai. "Sarà difficile esaminare l'intero bosco senza destare la curiosità di qualcuno... il guardiacaccia o la polizia."
"Ci ho già pensato", disse. "Domani farò finta di perdere questo braccialetto con orologio nel bosco", e sollevò il polso sottile per mostrarmi il piccolo orologio smaltato incastonato nel bracciale. "Allora lei ed io lo cercheremo diligentemente, e la polizia non sospetterà mai la vera ragione della nostra indagine. Domani le scriverò parlandole della mia perdita, e lei verrà a Rannoch e si offrirà di aiutarmi."
Rimasi in silenzio per un momento.
"Il signor Woodroffe è tornato al castello? Ho sentito che doveva tornare oggi."
"No. Ho avuto una sua lettera da Bordeaux una settimana fa. È ancora sul Continente. Credo, anzi, che sia andato in Russia, dove a volte ha affari."
"Le ho fatto la domanda, signorina Muriel, perché pensavo che se il signor Woodroffe fosse stato qui, avrebbe potuto opporsi al fatto che cercassimo in compagnia", spiegai sorridendo.
Le sue guance arrossirono leggermente, come se fosse confusa dal mio riferimento al suo fidanzamento, e disse maliziosamente:
"Non vedo perché dovrebbe opporsi minimamente. Se lei è così gentile da assistermi nella ricerca del mio braccialetto, lui dovrebbe esserle molto obbligato."
Ero sul punto di spiegare a quella bella ragazza dagli occhi scuri le circostanze in cui avevo incontrato il suo amante sulla soleggiata costa del Mediterraneo, eppure la prudenza mi vietava di fare riferimento alla faccenda, e accettai subito volentieri il suo invito a indagare sulla curiosa scomparsa del corpo della compagna di sventura del povero Olinto.
Quale conoscenza segreta poteva possedere quella ragazza brillante e bella davanti a me? Che i suoi sospetti fossero nella direzione giusta ne ero convinto, eppure, se la donna morta era stata rimossa e nascosta dall'assassino, doveva essere stato dopo la scoperta fatta da me. L'individuo doveva aver osato tornare sul posto e portare via la vittima. Eppure, se lo avesse fatto davvero, perché aveva permesso al cadavere dell'italiano di rimanere lì in attesa di essere scoperto? Forse era stato disturbato e costretto a mettersi in salvo.
"Se la donna è stata davvero rimossa, l'assassino deve aver avuto sicuramente qualche assistenza", feci notare. "Non avrebbe potuto trasportare il corpo molto lontano senza aiuto."
Fu d'accordo con me, ma espresse la convinzione che il doppio crimine fosse stato commesso da solo e senza aiuti.
"Ha qualche idea riguardo al movente?" le chiesi, ansioso di sentire la sua risposta.
"Beh", rispose esitante, "se la donna è caduta vittima, il movente diventerà chiaro; ma se no, allora la faccenda deve rimanere un mistero completo."
"Mi dice, signorina Muriel, che sospetta la verità, eppure nega ogni conoscenza dell'uomo assassinato!" esclamai con un tono di leggero rimprovero.
"Finché non avremo chiarito il mistero della donna non posso dire nulla", fu la sua risposta. "Posso solo dirle, signor Gregg, che se ciò che sospetto è vero, allora la faccenda si rivelerà essere uno dei complotti più strani, sbalorditivi e ingegnosi mai architettati da un uomo contro la vita di un altro."
"Quindi pensa che l'assassino sia un uomo?" esclamai rapidamente.
"Credo di sì. Ma nemmeno di questo sono del tutto sicura. Dobbiamo prima trovare la donna."
Sembrava così positiva che anche una donna fosse caduta sotto quella micidiale misericordia che mi misi a pensare se lei, come me, avesse scoperto il corpo e fosse quindi certa che fosse stato commesso un secondo crimine. Ma non cercai di interrogarla ulteriormente, per timore che i suoi stessi sospetti potessero destarsi. La mia politica era di rimanere in silenzio e attendere. La donna seduta davanti a me era essa stessa un mistero.
Poi, quando la pioggia fu diminuita, dissi a Davis di mandare il suo calesse un po' più avanti sulla strada maestra, in modo che mia zia e mio zio non la vedessero partire; e dopo averla aiutata a infilarsi il suo cappotto da guida largo, uscimmo da uno degli ingressi della servitù, e la vidi salire sul suo alto calesse e rimasi a capo scoperto sulla strada maestra fangosa mentre lei si allontanava nell'oscurità.
* * * * *
Il Rannoch Wood era già nel suo splendore oro-bruno autunnale, e mentre stavo con Muriel Leithcourt ai margini di esso, vicino al punto in cui Olinto Santini era caduto, il sole del mattino splendeva in un cielo senza nuvole.
Fedele alla sua promessa, mi aveva mandato un biglietto tramite uno dei garzoni chiedendomi di aiutarla a cercare il suo braccialetto, e io ero andato subito a Rannoch e l'avevo trovata sola ad aspettarmi. Il gruppo di caccia era andato in una parte lontana della tenuta, quindi potemmo passeggiare insieme su per la collina e iniziare le nostre indagini senza ostacoli o impedimenti. Era vestita in modo pratico con una gonna corta di tweed, scarponi da caccia alti e un berretto tam-o'-shanter, mentre anch'io indossavo un vecchio completo da caccia e portavo un bastone spesso e maneggevole con cui avrei potuto sondare i punti sospetti.
All'arrivo al bosco le chiesi quale fosse l'angolo più probabile, ma lei rispose:
"Conosco così poco questo posto, signor Gregg. Lei lo conosce da anni, mentre questa è solo la mia prima stagione qui."
"Molto bene", risposi. "Mettiamoci nella posizione dell'assassino, che probabilmente conosceva il bosco e desiderava nascondere un corpo nelle vicinanze senza rischiare di trasportarlo lontano. Su questo, il lato sinistro, il bosco è stato diradato per quasi mezzo miglio, e quindi offre ben poco riparo, mentre qui, sulla destra, degrada dolcemente verso la valle ed è molto fitto e in parte impenetrabile. Non possono esserci state che due strade aperte per lui. Cercherebbe un posto adatto sulla destra. Iniziamo qui, e facciamo prima un piccolo cerchio, esaminando ogni cespuglio con attenzione. Il corpo potrebbe essere stato facilmente spinto sotto un boschetto e sfuggire facilmente all'osservazione."
E così insieme, dopo aver preso i nostri orientamenti, partimmo, facendoci strada nel fitto sottobosco, battendo con i nostri bastoni ed esaminando minuziosamente ogni cespuglio o mucchio di foglie morte. In alcune parti, i grandi alberi che si estendevano oscuravano la luce, rendendo le nostre indagini molto difficili; ma continuammo, la mia compagna avanzava con un'ansia che mostrava che il fatto che il corpo della donna fosse lì non era una mera supposizione.
Per tutta la mattinata camminammo, le nostre mani gravemente graffiate dai rovi. Nemmeno i guanti spessi di Muriel la proteggevano del tutto, e una volta, quando ricevette un brutto graffio sulla guancia, si fermò ed esclamò ridendo:
"Ora quale falsità devo inventare per spiegare questo?"
Il mio cappotto era gravemente strappato, e più di una volta fui costretto a farmi strada tra boschetti quasi impraticabili; eppure non trovammo alcuna traccia di alcun precedente intruso, e avendo completato il nostro cerchio fummo costretti ad ammettere che la macabra prova del secondo crimine non esisteva in quel punto.
Più di una volta mi sentii mezzo tentato di dirle come avessi effettivamente scoperto il corpo della donna, eppure, a rifletterci, preidi che in tali circostanze il silenzio fosse la cosa migliore. Se desideravo risolvere lo strano e complicato enigma che era così culminato in un doppio crimine, sarebbe stato necessario per me mantenere le mie opinioni e rimanere paziente e vigile.
Quando Hutcheson avesse risposto da Livorno, e quando avessi scoperto dove era impiegato Olinto, avrei potuto forse seguire gli indizi da quella parte. Avrei potuto trovare sua moglie Armida e apprendere qualcosa di importante da lei. Quindi ero speranzoso, e grazie a quella speranza rimasi in silenzio.
Muriel era instancabile nella sua attività. Di qua e di là andava, battendo le felci alte e gli intrecci di erbacce, frugando con il suo bastone in ogni buco e angolo, e andando sempre più a fondo nel bosco nella certezza che il corpo fosse lì nascosto.
Per quanto mi riguardava, tuttavia, non ero troppo ottimista sul successo. La porzione di bosco che avevamo già esaurito sembrava essere il punto più probabile. Portare il corpo lontano avrebbe richiesto assistenza, e nella mia mente credevo che il crimine fosse stato opera di una sola persona. Non c'era alcun sentiero nel bosco in quella direzione, ma presto arrivammo a un profondo burrone boscoso di cui ignoravo l'esistenza. Era una specie di piccola valle attraverso la quale scorreva un ruscello, ma le rive erano coperte da un fitto sottobosco impenetrabile dal quale spuntavano molti bei alberi antichi, un luogo che apparentemente era esistito per secoli indisturbato, poiché qua e là un tronco gigante che era marcito e caduto giaceva attraverso la riva, o era rotolato nel letto roccioso molto più in basso.
"Questo è un posto molto probabile", dichiarò la mia raffinata piccola compagna mentre ci avvicinavamo. "Qualsiasi cosa potrebbe essere facilmente nascosta tra quelle felci alte laggiù. Esploriamo l'intera valle da un capo all'altro", gridò con entusiasmo.
Seguendo il suo suggerimento e senza pensare al pranzo, facemmo una discesa della riva ripida finché non raggiungemmo il letto roccioso del torrente, e poi saltando di pietra in pietra... a volte scivolando in acqua, va detto... iniziammo a battere le felci e a esaminare attentamente ogni cespuglio. Il progresso non era rapido. Una volta la ragazza, agile e atletica com'era, scivolò da una pietra coperta di muschio in un buco dove l'acqua le arrivava alle ginocchia. Ma lei rise solo allegramente dell'incidente, e strizzando la sua gonna bagnata, disse:
"Non importa minimamente, se solo troviamo quello che stiamo cercando."
E poi, imperterrita, continuò, saltando di pietra in pietra e stabilizzandosi con il suo bastone. Se solo avessimo potuto scoprire il corpo della donna morta, allora il resto sarebbe stato chiaro, dichiarò. Avrebbe denunciato apertamente l'assassino.
Mentre procedevamo, rimuginavo nella mia mente tutte le curiose circostanze in relazione alla stupefacente faccenda, e ricordai le parole del mio vecchio amico Jack Durnford quando eravamo sul ponte di poppa del Bulwark e io gli avevo raccontato della visita del misterioso yacht. Anch'io avevo lasciato un tentativo intentato, e mi biasimavo per averlo trascurato. Non avevo cercato da quel fotografo di Bond Street il nome e l'indirizzo dell'originale della fotografia che era stata mutilata e distrutta... quella ragazza dagli occhi magnifici che mi aveva così attratto.
Il pomeriggio passò, eppure non avevamo successo. Ero debole per la fame e la sete, eppure la mia compagna non si lamentò nemmeno una volta. La sua energia era meravigliosa... eppure non stava dando la caccia a un criminale? Non era determinata a ottenere prove tali da permetterle di dire la verità senza paura, e con la fiducia che avrebbe avuto l'effetto di condannare il colpevole?
Lentamente procedemmo su per la pittoresca piccola valle per quasi un miglio e mezzo. Le sue bellezze erano straordinarie, e il silenzio era ininterrotto se non per il musicale scorrere dell'acqua sulle pietre. Nascosta lì nel centro di quel grande bosco, nessuno l'aveva visitata forse per anni, nemmeno i guardiacaccia, poiché nessun sentiero vi conduceva, e a causa dell'intreccio di rovi e cespugli era assolutamente inaccessibile. Infatti, aveva rovinato i nostri vestiti per cercare lì, e mentre proseguivamo con così tante curve e svolte, perdemmo completamente il nostro orientamento. Sapevamo di essere nel centro del bosco, ma questo era tutto.
Il sole era tramontato e il cielo sovrastante mostrava il cremisi del lontano bagliore crepuscolare, avvertendoci che era tempo di iniziare a pensare a come fare per uscire. Stavamo aggirando una curva stretta nella valle, dove i massi erano così densamente ricoperti di muschio che i nostri piedi cadevano senza far rumore, quando credetti di udire una voce e, alzando la mano, ci fermammo entrambi all'improvviso.
"C'è qualcuno", sussurrai rapidamente. "Dietro quella roccia." Lei annuì in segno di assenso, poiché anche lei aveva udito la voce.
Restammo in ascolto, ma il suono non si ripeté. Che ci fosse qualcuno dall'altra parte della roccia lo sapevo, poiché su un albero nelle vicinanze un tordo saltellava da un ramoscello all'altro, emettendo il suo grido d'allarme e protestando per essere stato disturbato.
Pertanto ci incamminammo furtivamente in avanti insieme per accertare chi fossero gli intrusi. L'unico modo, tuttavia, per dare un'occhiata oltre l'enorme roccia che, essendo caduta attraverso il ruscello secoli prima, ne aveva deviato il corso, era arrampicarsi sui suoi lati muschiosi fino alla sommità. Lo facemmo avidamente e senza fiato, senza tradire la nostra presenza con l'emissione di una sola parola.
Per raggiungere il lato del masso fummo costretti a camminare nell'acqua bassa, ma Muriel, del tutto imperterrita, saltellò agilmente al mio fianco e, di comune accordo, risalimmo il ripido roccione, afferrandone la superficie scivolosa con le mani e sdraiandoci piatti non appena giungemmo in cima.
Poi, insieme, sbirciammo oltre, giusto in tempo, però, per vedere due figure scure di uomini che sparivano nel boschetto sul lato opposto della valle.
"Chi sono, mi chiedo?" chiesi. "Li riconosci?"
"No. Sono dei perfetti sconosciuti per me", fu la sua risposta. "Ma sembrano vestiti piuttosto bene. Forse due sportivi di qualche battuta di caccia nei dintorni. Molto probabilmente hanno perso la strada."
"Ma non credo portassero fucili", dissi. "Uno di loro aveva qualcosa sulla spalla?"
"Non era un fucile? Pensavo di sì."
"No, non lo trasportava come avrebbe trasportato un fucile. Era corto... e sembrava più una vanga."
"Una vanga!" ansimò lei rapidamente a bassa voce. "Una vanga! Ne sei certo?"
"No, non ne sono affatto certo. Abbiamo avuto solo un'occhiata istantanea. Sfortunatamente eravamo troppo in ritardo per vederli faccia a faccia."
"La schiena di uno degli uomini, il tipo alto col completo marrone, era larga e squadrata... la schiena di qualcuno che mi è familiare, solo che al momento non riesco a ricordare a chi somigli." Parlava solo sussurrando, temendo che venissimo scoperti.
Desideravo arrampicarmi giù e correre dietro agli intrusi, solo che la convinzione che uno di loro portasse una vanga e l'altro una spranga di ferro mi colpì come una cosa curiosa, mentre nello stesso momento il mio occhio colse una porzione di terreno sotto di noi, alla base della roccia, che era stata evidentemente disturbata di recente.
"È una vanga quella che l'uomo porta!" gridai eccitato. "Guarda laggiù! Hanno appena seppellito qualcosa!"
I suoi occhi pronti seguirono la direzione che indicavo e lei rispose:
"Credo proprio che abbiano nascosto qualcosa!"
Poi, quando avemmo lasciato che gli uomini si allontanassero fino a non essere più udibili, scivolammo entrambi dall'altra parte del masso e lì scoprimmo molti segni che la terra era stata scavata in fretta e appena rimessa a posto.
Più velocemente di quanto serva per descrivere l'emozionante incidente che seguì, spezzammo il ramo di un albero e con esso iniziammo a spostare la terra appena smossa, che era ancora soffice e facile da rimuovere.
Muriel trovò un ramo secco nelle vicinanze ed entrambi ci mettemmo al lavoro di buona lena, ansiosi di accertare cosa vi fosse nascosto. Che qualcosa fosse stato certamente celato era, per noi, del tutto evidente, ma cosa fosse realmente non potevamo immaginarlo. Il buco che avevano scavato non sembrava abbastanza grande per accogliere un corpo umano, eppure le foglie erano state accuratamente sparse sopra il posto che, se avvicinato da qualsiasi altro punto che non fosse quello elevato da cui l'avevamo visto, non avrebbe destato alcun sospetto che il terreno fosse mai stato manomesso.
Scavare con un pezzo di legno era un lavoro duro e faticoso e passò molto tempo prima che rimuovessimo abbastanza terra da fare un buco di una certa dimensione. Ma Muriel esercitò tutta la sua energia ed entrambi lavorammo in un silenzio ostinato, pieni di meraviglia e aspettativa. Con una vanga avremmo potuto indagare presto, ma poiché la terra era stata apparentemente pigiata con forza prima che venisse posta l'ultima copertura, il nostro progresso fu molto lento e difficile.
Alla fine, un quarto d'ora circa dopo che avevamo iniziato, Muriel, stando nel buco e avendo conficcato profondamente il suo palo nel terreno, esclamò all'improvviso:
"Guarda! Guarda, signor Gregg! Ma... cos'è mai quello?"
Mi sporsi in avanti mentre indicava, e i miei occhi incontrarono un oggetto così inaspettato che rimasi muto e immobile.
Da ciò che eravamo riusciti a scoprire, il mistero era aumentato piuttosto che diminuire.
Diedi sfogo a un'esclamazione di completo sconcerto e guardai nel vuoto il volto della mia compagna.
L'incredibile enigma era sicuramente completo!
CAPITOLO VII
CONTIENE UNA SORPRESA
Il primo oggetto portato alla luce, a circa due piedi sotto la superficie, fu un pezzo di tessuto di lana grigio scuro che, una volta rimossa la muffa, si rivelò essere parte di una gonna da donna.
Con frenetica ansia entrai nel buco che avevamo fatto e rimossi il suolo con le mani, finché non toccai improvvisamente qualcosa di duro.
Un corpo giaceva lì, raggomitolato e schiacciato nel buco simile a un pozzo che gli uomini avevano scavato.
Insieme lo tirammo fuori, quando, con mia sorpresa, pulendo lo sporco dai duri lineamenti cerosi, lo riconobbi come il corpo di Armida, la donna che era stata mia serva a Livorno e che in seguito aveva sposato Olinto. Entrambi erano stati assassinati!
Quando Muriel fissò il volto della donna morta, lasciò sfuggire un'espressione di sorpresa. Il corpo non era evidentemente quello della persona che si aspettava di trovare.
"Chi è, mi chiedo?" esclamò la mia compagna. "Non una signora, evidentemente, dal suo vestito e dalle sue mani."
"Evidentemente no", fu la mia risposta, poiché ritenevo ancora meglio mantenere il segreto per me. Ricordai la storia che Olinto mi aveva raccontato su sua moglie; della sua malattia e del suo desiderio di tornare in Italia. Eppure il volto della donna morta doveva essere stato abbastanza sano in vita, sebbene le sue mani fossero ruvide e dure, mostrando che aveva fatto lavori manuali.
Armida era stata una cameriera particolarmente brava, una toscana dai capelli neri e gli occhi neri, svelta, pulita e piena di un acuto senso dell'umorismo. Fu un grande shock per me trovarla lì morta. Il petto del suo vestito era macchiato di sangue secco che, a un esame, scoprii essere fuoriuscito da una profonda e fatale ferita sotto l'orecchio, dove era stata colpita da un colpo infallibile che aveva reciso l'arteria.
"Quegli uomini... quegli uomini che l'hanno seppellita! Mi chiedo chi fossero!" esclamò la mia compagna con voce sommessa. "Dobbiamo seguirli e accertarlo. Sono certamente gli assassini che sono tornati in segreto e hanno nascosto le prove di questo secondo crimine."
"Sì", dissi. "Andiamo a cercarli. Non devono sfuggirci."
Poi, lasciando il corpo riesumato sotto un albero, presi Muriel per la vita e guadai attraverso il canale profondo scavato dal ruscello in quel punto, dopodiché risalimmo entrambi la ripida sponda dove la coppia era scomparsa nell'oscurità del bosco.
Mi rimproverai mille volte per non averli seguiti, eppure i miei sospetti non erano stati destati finché non erano scomparsi. La schiena dell'uomo con il completo color tabacco era, ne era certa, familiare a lei. Ripeté ciò che mi aveva già detto, eppure non riusciva a ricordare dove avesse visto una figura simile prima.
Proseguimmo attraverso la foresta cupa, poiché la luce era svanita e la sera stava ora avanzando. Di tanto in tanto ci fermavamo e ascoltavamo. Ma c'era un silenzio di tomba, rotto solo dal grido acuto di un uccello notturno e dal basso fruscio delle foglie nel vento autunnale. Gli uomini conoscevano la loro strada, a quanto pareva, anche se il bosco era senza sentieri. Eppure avevano quasi venti minuti di vantaggio su di noi, e in quel tempo potevano già essere fuori, nella campagna aperta. Sarebbero riusciti a eluderci? Tuttavia, anche se lo avessero fatto, potevo descrivere l'abbigliamento di uno di loro, mentre quello del suo compagno era, per quanto ho capito, blu scuro, di un taglio alquanto nautico. Indossava anche un berretto piatto, con la visiera.
Proseguimmo, puntando dritti verso la brughiera aperta che sapevamo delimitare i boschi in quella direzione, e prima che la luce svanisse completamente ci ritrovammo tra l'erica con le colline lontane che si stagliavano scure contro l'orizzonte. Ma non vedemmo alcun segno degli uomini che avevano così segretamente nascosto il corpo della loro vittima.
"Ti riporterò al castello, Miss Leithcourt", dissi. "E poi andrò in macchina a Dumfries e vedrò la polizia. Questi uomini devono essere arrestati."
"Sì, fallo", sollecitò lei. "Entrerò in casa dal cortile delle scuderie, poiché non devono vedermi in queste terribili condizioni."
Era un cammino accidentato, quindi su mio invito mi prese a braccetto e, mentre lo faceva, sentii che stava tremando.
"Sei molto bagnata", osservai. "Spero che non ti prenda un raffreddore."
"Oh! Sono abituata a bagnarmi. Guido e vado in bicicletta molto spesso, sai, e molto spesso mi inzuppo", fu la sua risposta. Poi, dopo una pausa, disse: "Dobbiamo scoprire chi era quella donna. Sembra, dalla sua carnagione e dai suoi capelli, essere straniera, come l'uomo."
"Sì, credo di sì", fu la mia risposta. "Dirò alla polizia tutto ciò che abbiamo scoperto, e loro andranno lì tra poco e recupereranno il corpo."
"Se solo potessero trovare quei due uomini, allora sapremmo la verità", dichiarò. "Uno di loro... quello in marrone... aveva spalle insolitamente larghe e sembrava camminare leggermente ingobbito."
"Ti aspettavi di scoprire un'altra donna, non è vero, Miss Leithcourt?" chiesi poco dopo, mentre camminavamo attraverso la brughiera.
"Sì", rispose. "Mi aspettavo di trovare una persona completamente diversa."
"E se l'avessi trovata, avrebbe provato la colpevolezza di qualcuno che conosci?"
Lei annuì in segno di assenso.
"Allora quello che abbiamo trovato questa sera non ti suggerisce l'identità degli assassini?"
"No, sfortunatamente no. Dobbiamo per il momento lasciare la questione nelle mani della polizia."
"Ma se l'identità della donna morta venisse stabilita?" chiesi.
"Potrebbe fornirmi un indizio", esclamò rapidamente. "Sì, cerca di scoprire chi è."
"Chi era la donna che ti aspettavi di trovare?"
"Un'amica... un'amica molto cara."
"Non vorrai dirmi il suo nome?" domandai.
"No, sarebbe ingiusto nei suoi confronti", rispose con decisione, una risposta che per me era particolarmente stuzzicante.
Procedemmo in silenzio, i nostri pensieri troppo pieni per le parole. Non era strano che il misterioso velista fosse il suo amante, e ancora più strano che, riconoscendomi, fosse fuggito, non solo dalla Scozia, ma verso il Continente?
Non era quella, di per sé, prova di colpevolezza e paura?
Era ormai buio quando presi congedo dalla mia brillante piccola compagna che, esausta eppure senza lamentarsi, mi strinse la mano e mi augurò buona fortuna nelle mie indagini.
"Ti aspetterò domani pomeriggio. Passa a dirmi tutto, non è vero?"
Promisi, e poi lei scomparve nel grande cortile delle scuderie dietro il castello, mentre io proseguivo lungo la strada buia e poi attraversavo i campi aperti verso la casa di mio zio.
Alle nove e mezza di quella sera accostai il calesse davanti alla stazione di polizia principale di Dumfries e, scendendo, cercai subito il grande Highlander biondo, Mackenzie, con cui avevo avuto la consultazione il giorno precedente.
Quando fummo seduti nella sua stanza sotto il fischio del becco del gas, raccontai la mia avventura e il risultato della mia indagine.
"Cosa?" gridò, balzando in piedi. "Hai dissotterrato un altro corpo... quello di una donna?"
"Sì. E quel che è più importante, posso identificarla", risposi. "Il suo nome è Armida, ed era la moglie dell'uomo assassinato, Olinto Santini."
"Allora sia il marito che la moglie sono stati uccisi?"
"Senza dubbio... una doppia tragedia."
"Ma i due uomini che hanno nascosto il corpo! Vuoi descriverli?"
Lo feci, e lui scrisse sotto mia dettatura, osservando in seguito:
"Dobbiamo trovarli." E chiamando uno dei suoi vice-ispettori, gli diede istruzioni per l'immediata diffusione della descrizione a tutte le stazioni di polizia della contea, dicendo che i due uomini erano ricercati con l'accusa di omicidio volontario.
Quando il funzionario fu uscito di nuovo e restammo soli, Mackenzie si voltò verso di me e chiese:
"Cosa ti ha spinto a perquisire il bosco? Perché hai sospettato un secondo crimine?"
La sua domanda mi lasciò interdetto per un momento.
"Beh, vede, avevo identificato il giovane Olinto e, sapendo che era sposato e devoto a sua moglie, ho sospettato che lo avesse accompagnato qui. È stata interamente una vaga congettura. Mi chiedevo se, nel caso il poveretto fosse caduto vittima dei suoi nemici, non fosse stata abbattuta anche lei."
Le sue labbra si serrarono in una chiara insoddisfazione. Sapevo che la mia spiegazione era molto debole, ma a ogni costo non potevo coinvolgere il nome di Muriel nella faccenda. Le avevo dato la mia parola e intendevo mantenerla.
"Allora il corpo è ancora nella valle, dove l'hai lasciato?"
"Sì. Se desidera, la porterò sul posto. Posso accompagnare lei e il suo assistente su in macchina."
"Certamente. Andiamo", esclamò, alzandosi subito e suonando il campanello.
"Prenda tre buone lanterne e alcuni fiammiferi, e li metta nel calesse di questo signore fuori", disse al poliziotto che rispose alla sua chiamata. "E dica a Gilbert Campbell che voglio che venga con me su a Rannoch Wood."
"Sì, signore", rispose l'uomo; e la porta si chiuse di nuovo.
"È un peccato... mille peccati, signor Gregg, che non abbia fermato quei due uomini che hanno seppellito il corpo."
"Erano già oltre il ruscello e stavano scomparendo nel boschetto prima che salissi sulla roccia", spiegai. "Inoltre, in quel momento non avevo sospetti su cosa avessero fatto. Credevo fossero dei ritardatari di una battuta di caccia vicina che avevano smarrito la strada."
"Ah, davvero sfortunato!" disse. "Spero che non ci sfuggano. Se sono stranieri, è improbabile che scappino via. Ma se sono inglesi o scozzesi, allora temo che ci sia ben poca possibilità di raggiungerli. Ieri all'inchiesta l'identità dell'uomo assassinato è stata rigorosamente preservata e l'indagine è stata rinviata di una quindicina di giorni."
"Naturalmente il mio nome non è stato menzionato?" dissi.
"Naturalmente no", fu la risposta del detective. Poi chiese: "Quando speri di ricevere un telegramma dal tuo amico, il Console a Livorno? Sono ansioso per quello, affinché possiamo iniziare le indagini a Londra."
"Dopodomani, spero. Risponderà certamente subito, a patto che il padre del morto si possa ancora trovare."
E in quel momento un uomo alto e magro, che si rivelò essere il detective Campbell, entrò, e cinque minuti dopo eravamo tutti e tre a guidare sui ciottoli irregolari di Dumfries e fuori nell'oscurità verso Rannoch.
Era nuvoloso e senza stelle, con una nebbia fredda che pendeva sulla valle; ma il cavallino di mio zio era veloce, e presto iniziammo a risalire la collina oltre il castello, e poi, girando a sinistra, guidammo lungo una ripida e accidentata strada secondaria che portava a sud del bosco e fuori attraverso la brughiera. Quando raggiungemmo quest'ultima, scendemmo tutti e io condussi il cavallo, poiché a causa delle molte torbiere insidiose non era sicuro guidare oltre. Così, con Mackenzie e Campbell che portavano le lanterne, camminammo avanti con cautela, costeggiando il bosco per quasi un miglio finché non arrivammo al muro grezzo oltre il quale mi ero arrampicato con Muriel.
Riconobbi il posto e, dopo aver legato il cavallino, ci tuffammo tutti e tre nell'oscurità totale del bosco, proseguendo dritti in direzione della valle e fermandoci di tanto in tanto per ascoltare il gorgoglio del ruscello.
Alla fine, dopo qualche difficoltà, lo scoprimmo e, cercando lungo la riva con le nostre tre potenti luci, scorsi poco dopo l'enorme masso ricoperto di muschio su cui ero rimasto in piedi quando la coppia di fuggitivi era scomparsa.
"Guarda!" gridai. "È quello il posto!" E rapidamente ci arrampicammo giù per la ripida sponda, calandoci con i rami degli alberi finché non arrivammo all'acqua, in cui guadai, seguito da vicino dai miei due compagni.
Una volta raggiunto il lato opposto, mi arrampicai fino alla base del masso e abbassai la lanterna per rivelare loro la macabra prova del secondo crimine, ma l'istante successivo gridai:
"Ma! È sparito!"
"Sparito!" ansimarono i due uomini.
"Sì. Era qui. Guardate! Questo è il buco dove l'hanno sepolto! Ma sono tornati evidentemente, e trovandolo riesumato, se ne sono riappropriati e l'hanno portato via!"
I due detective guardarono in basso dove indicavo, e poi si guardarono senza scambiarsi una parola.
Mentre stavamo lì sbalorditi per la scomparsa del corpo, lo sguardo pronto dell'Highlander colse qualcosa, e chinandosi lo raccolse ed esaminò il piccolo oggetto con l'aiuto della sua lanterna.
Nel palmo della sua mano vidi giacere una minuscola crocetta d'oro, lunga circa un pollice, smaltata di rosso, mentre al centro c'era una miniatura circolare di un santo inginocchiato, un elegante e magnificamente eseguito ninnolo che avrebbe potuto adornare il braccialetto di una signora.
"Questa è una graziosa cosina!" osservò il detective. "Potrebbe forse condurci a qualcosa. Ma, signor Gregg", aggiunse, voltandosi verso di me, "è proprio sicuro di aver lasciato il corpo qui?"
"Sicuro?" ripetei. "Beh, guardi il buco che ho fatto. Non crederà che abbia qualche interesse a condurla qui in una missione da folli, vero?"
"Affatto", disse scusandosi. "Solo che l'intera faccenda sembra così molto inconcepibile... intendo dire che gli uomini, una volta sbarazzatisi della prova del loro crimine, difficilmente tornerebbero sul posto per rientrarne in possesso."
"A meno che non mi abbiano visto riesumarlo, e abbiano temuto le conseguenze se fosse caduto nelle vostre mani", suggerii.
"Certamente potrebbero averti osservato da dietro gli alberi, e quando te ne sei andato sono venuti e l'hanno portato via da qualche altra parte", osservò dubbioso; "ma anche se l'avessero fatto, deve essere in questo bosco. Non rischierebbero mai di trasportare un corpo molto lontano, e qui c'è sicuramente il miglior posto di occultamento in tutto il paese."
"L'unica cosa che resta da fare è perquisire il bosco all'alba", suggerii. "Se i due uomini sono tornati qui durante la mia assenza, potrebbero essere ancora in guardia nelle vicinanze."
"Molto probabilmente lo sono. Dobbiamo prendere ogni precauzione", disse con decisione. E poi, con le nostre lanterne abbassate, facemmo un esame delle vicinanze, senza, tuttavia, scoprire nient'altro che ci fornisse un indizio. Mentre ero stato assente, il corpo della sfortunata Armida era scomparso... un fatto che, conoscendo tutto ciò che sapevo, era doppiamente misterioso.
La coppia aveva, senza dubbio, osservato Muriel e me, e non appena ce ne fummo andati, erano tornati e avevano portato via i macabri resti della povera donna che era stata così ferocemente uccisa.
Ma chi erano gli uomini... il tizio dalle spalle larghe che Muriel riconobbe, e lo snello marinaio con il suo giubbotto da pilota e il berretto con visiera? L'enigma ogni ora diventava sempre più imperscrutabile.
All'alba Mackenzie, con quattro dei suoi uomini, fece un esame approfondito del bosco, ma sebbene continuassero fino al tramonto non scoprirono nulla, né si seppe nulla del misterioso marinaio e del suo compagno in tweed marrone.
Passai a trovare Muriel come concordato e spiegai come il corpo fosse così improvvisamente scomparso, al che lei mi fissò col volto pallido, dicendo:
"Gli assassini devono averci osservato! Sono consapevoli, allora, che siamo a conoscenza del loro crimine?"
"Certamente", dissi.
"Ah!" esclamò lei con voce roca. "Allora siamo entrambi in mortale pericolo... pericolo di vita! Questa gente non esiterà davanti a nulla. Sia tu che io siamo stati segnati da loro, senza dubbio. Dobbiamo stare entrambi in guardia per non cadere in alcuna trappola che possano tenderci."
Le sue stesse parole sembravano un'ammissione che fosse consapevole dell'identità dei cospiratori, eppure non voleva darmi alcun indizio su di loro.
Uscimmo insieme e salimmo lungo il viale verso i canili, dove suo padre, una figura alta e imponente nel suo abbigliamento da caccia, stava dando ordini ai guardiacaccia.
"Salve, Gregg!" gridò allegramente, tendendomi la mano. "Domani farai parte della comitiva per Glenlea, vero? Vengono Paton e Phillips. Qui alle dieci precise, e le signore verranno a pranzo con noi."
"Grazie," dissi, accettando con piacere, poiché così facendo vidi che avrei potuto avere l'opportunità di stare vicino a Muriel. Il fatto che gli assassini fossero al corrente della nostra conoscenza sembrava averle causato la più grande apprensione che potesse capitarci del male. Poi, mentre ci voltavamo per tornare verso la casa, Leithcourt mi disse:
"Sai tutto riguardo al ritrovamento nel bosco l'altro giorno! Una vicenda orribile... un giovane straniero trovato assassinato."
"Sì. Ne ho sentito parlare," risposi.
"E la polizia è peggio che inutile," dichiarò con disgusto. "Non hanno ancora scoperto chi sia il tizio. Diamine, se fosse successo in un posto qualsiasi fuorché in Scozia, avrebbero già arrestato l'assassino."
"È un perfetto sconosciuto, mi pare di capire," osservai. E poi aggiunsi: "Vai spesso nel bosco di sera a caccia di piccioni. È una fortuna che tu non fossi lì quella sera, eh?"
Mi lanciò un'occhiata rapida con le sopracciglia leggermente contratte, come se non mi avesse compreso esattamente. In un istante vidi che la mia osservazione gli aveva causato una rapida apprensione.
"Sì," rispose con un sorriso malaticcio che intendeva trasmettermi totale indifferenza. "Avrebbero potuto sospettare di me."
"È certamente una vicenda spiacevole che accada sulla propria proprietà," dissi, continuando a osservarlo attentamente. E poi Muriel al suo fianco riuscì, con il suo ingegno femminile, a deviare la conversazione su un altro binario.
Il giorno seguente accompagnai la comitiva a Glenlea, a circa cinque miglia di distanza, e a mezzogiorno, in un luogo precedentemente stabilito, trovammo le signore ad attenderci con il pranzo disposto sotto gli alberi. Non appena ci avvicinammo, Muriel si fece avanti rapidamente, porgendomi un telegramma e dicendo che era stato spedito da uno dei palafrenieri di mio zio nel momento in cui stavano lasciando il castello.
Lo strappai avidamente e ne lessi il contenuto. Poi, rivolgendomi ai miei compagni, dissi con voce più calma che potei:
"Devo andare a Londra stasera," al che gli uomini, tutti quanti, espressero la speranza che tornassi presto. Il gruppo di Leithcourt era una compagnia amichevole e, in fondo, mi dispiaceva lasciare la Scozia. Eppure il telegramma lo rendeva imperativo, poiché proveniva da Frank Hutcheson a Livorno e recitava:
_"Ho fatto ricerche. Olinto Santini ha sposato la tua domestica Armida al Consolato Generale d'Italia a Londra circa un anno fa. Vivono al 64B di Albany Road, Camberwell: lui è impiegato come cameriere al Ferrari's Restaurant, Westbourne Grove. — Consolato Britannico, Livorno"_
Il pranzo fu allegro, come di solito sono i pranzi di caccia, e mentre mangiavamo i guardiacaccia sistemarono il nostro carniere del mattino — un bottino considerevole — sul carretto per Perth in attesa. Poi, quando potemmo allontanarci soli, spiegai a Muriel che il motivo del mio improvviso viaggio a Londra era quello di proseguire le mie indagini riguardo alla misteriosa faccenda.
Questo la lasciò perplessa, poiché ovviamente non le avevo rivelato di aver identificato Olinto. Eppure riuscii a trovare scuse e promesse di ritorno che penso abbiano placato tutti i suoi sospetti, e quella notte, dopo aver chiamato l'investigatore Mackenzie, presi il vagone letto espresso per Euston.
Il ristorante che Hutcheson aveva indicato si trovava, scoprii, a circa metà di Westbourne Grove, quasi di fronte a Whiteley's, un piccolo locale dove in vetrina erano esposti dolciumi e caramelle, insieme a fiaschi dal collo lungo di chianti italiano, costolette di montone, piccoli tagli di carne e pomodori. Era poco dopo le nove quando entrai nel lungo negozio con le sue file di tavoli dal piano in marmo e i logori divanetti di velluto rosso. Un ragazzo dall'aspetto malsano stava spazzando il locale con segatura umida, e un uomo robusto, dalla barba scura e dal volto flaccido, in maniche di camicia, stava dietro il piccolo bancone a lucidare delle forchette.
"Desidero vedere il signor Ferrari," dissi rivolgendomi a lui.
"Non c'è nessun Ferrari, è morto," rispose l'uomo in un inglese stentato. "Il mio nome è Odinzoff. Ho comprato il posto dalla signora."
"Lei è russo, immagino?"
"Polacco, m'sieur... di Varsavia."
Avevo visto fin dal primo momento in cui ci eravamo incontrati che non era italiano. Era troppo massiccio, e il suo volto troppo largo e piatto.
"Sono venuto a chiedere di un cameriere che avete al vostro servizio, un italiano di nome Santini. È stato il mio servitore per alcuni anni e naturalmente mi interesso a lui."
"Santini?" ripeté. "Oh! Intendi Olinto? Non è ancora qui. Arriva alle dieci."
Questa risposta mi sorprese. Mi ero aspettato che il ristoratore esprimesse rammarico per la sua scomparsa, eppure parlava come se fosse stato al lavoro come al solito il giorno precedente.
"Posso avere un brandy?" chiesi, vedendo che sarei stato costretto a prendere qualcosa. "Magari ne beve uno con me?"
"Ah no! Ma un kümmel... sì, prenderò un kümmel!" E riempì i nostri bicchieri, buttando giù il suo d'un fiato e schioccando le labbra, poiché il russo medio ama teneramente il suo decotto nazionale di semi di cumino.
"Trova Olinto un buon servitore, immagino?" dissi, per mancanza di altro da dire.
"Eccellente. Gli italiani sono i migliori camerieri del mondo. Io sono russo, ma non oserei mai impiegare un cameriere russo. Questi inglesi non verrebbero nel mio negozio se lo facessi."
Mi guardai intorno e mi colpì il fatto che l'attività del locale consistesse principalmente in costolette e bistecche per clienti occasionali a mezzogiorno, e tè e torte per quegli sciami di donne che ogni pomeriggio ronzano attorno a quella lunga fila di finestre del "fornitore del mondo". Potevo vedere che il suo era un commercio a buon mercato, come rivelato dall'avviso stampato appiccicato su uno dei lunghi specchi coperti di mosche: "Gelati 4d e 6d."
"Da quanto tempo Olinto è con lei?" chiesi.
"Circa un anno... forse un po' di più. Mi fido ciecamente di lui e lo lascio al comando quando vado via per le vacanze. Non va molto d'accordo con il cuoco, che è milanese. Questi italiani di diverse province litigano sempre," aggiunse ridendo. "Se vive in Italia lo sa, senza dubbio."
Risi in coro, e poi, lanciando un'occhiata all'orologio, dissi: "Lo aspetterò, se sarà qui alle dieci. Mi farebbe molto piacere rivederlo."
Il russo non fu affatto sconcertato, ma si limitò a osservare:
"A volte è in ritardo, ma non spesso. Abita dall'altra parte di Londra... là a Camberwell." La sua sicurezza che il cameriere sarebbe tornato mi colpì come estremamente curiosa; ciononostante mi armai di pazienza, passeggiai su e giù per il ristorante e poi mi fermai a osservare il traffico nel Grove lì fuori.
L'uomo, Odinzoff, sembrava un tipo svelto e gran lavoratore con un occhio di riguardo per gli affari, poiché si mise a lucidare il piano dei tavoli di marmo con un secchio e una spazzola, dirigendo allo stesso tempo il lavoro del giovane dall'aspetto pallido. Improvvisamente si aprì una porta laterale e il cuoco sporse la testa per parlare con il suo padrone in francese. Era un tipico italiano, sui quarant'anni, con baffi scuri rivolti all'insù e un modo di fare disinvolto e trasandato. Vedendomi, tuttavia, e credendomi un cliente, si voltò e chiuse rapidamente la porta. In quell'istante notai l'altezza e la larghezza delle sue spalle, e la sua schiena mi colpì come stranamente simile a quella dell'uomo in marrone che avevamo visto dileguarsi nel Rannoch Wood.
Il sospetto mi lasciò senza fiato.
Questo russo stava cercando di ingannarmi quando dichiarava che Olinto sarebbe arrivato tra pochi minuti? Sembrava curioso, poiché l'uomo ora morto doveva, riflettevo, essere stato via almeno quattro giorni. Sicuramente la sua assenza dal lavoro aveva causato al proprietario un notevole disagio?
"Quello era il suo cuoco, vero? Il milanese che è litigioso?" chiesi ridendo, quando la porta laterale si fu chiusa.
"Sì, m'sieur. Ma Emilio è un ottimo lavoratore... e molto onesto, anche se ho dovuto costantemente lamentarmi che usa troppo olio nel cucinare. A questi inglesi non piace l'olio."
Mi fermai di nuovo sulla porta a osservare la folla indaffarata che passava fuori verso Royal Oak. Le dieci suonarono da una chiesa vicina, e io attendevo ancora, sapendo fin troppo bene che aspettavo invano un uomo il cui corpo era già stato sepolto fuori da quella lontana vecchia città scozzese. Ma attendevo per accertare il motivo per cui il russo barbuto mi portasse a credere che il giovane sarebbe realmente tornato.
Poco dopo Odinzoff uscì, portando con sé due tavole su cui il menu del "Pranzo a otto pence! Oggi!" era scritto con caratteri scarabocchiati, e procedette ad affiggerle sulla facciata del negozio.
Questa era la mia occasione, e veloce come il pensiero mi mossi verso dove il giovane malsano era al lavoro, e sussurrai:
"Ti darò mezzo sovrano se risponderai onestamente alle mie domande. Ora, dimmi, il cuoco, l'uomo che ho appena visto, era qui ieri?"
"Sì, signore."
"Era qui il giorno prima?"
"No, signore. È stato via malato per quattro giorni."
"E il tuo padrone?"
"È stato via anche lui, signore."
Non ebbi il tempo di porre ulteriori domande, poiché il russo rientrò in quel momento e il giovane si diede da fare a strofinare la parte anteriore del bancone facendo finta che io non gli avessi parlato. Infatti, ebbi qualche difficoltà a far scivolare la moneta promessa nella sua mano in un momento in cui il suo padrone non guardava.
Poi passeggiai su e giù per il ristorante, aspettando pazientemente e chiedendomi se l'assenza di Emilio avesse qualche legame con la tragedia su nel Rannoch Wood.
Mentre stavo lì, entrò un uomo piuttosto magro, vestito in modo rispettabile, e sedutosi su uno dei divanetti di velluto in fondo, si tolse la bombetta e ordinò al proprietario una costoletta e una teiera. Poi, prendendo un giornale dalla tasca, si sistemò per leggere, apparentemente ignaro di ciò che lo circondava.
Eppure, mentre osservavo, vidi che sopra il bordo del suo giornale stava esaminando attentamente l'aspetto generale del locale, e i suoi occhi seguivano acutamente i movimenti del russo. Quest'ultimo gridò... in francese... l'ordine per la costoletta attraverso il tubo di comunicazione all'uomo Emilio, e poi, tornando dal suo cliente, stese un tovagliolo e gli pose davanti un piccolo portavivande, con coltello, forchetta e pane. Ma il cliente sembrava immerso nel suo giornale e non alzò mai lo sguardo finché il russo non gli voltò le spalle. Allora, così profondo era il suo interesse per il posto, e così acuti quei suoi occhi scuri, che la verità mi apparve improvvisamente. Mackenzie aveva telegrafato a Scotland Yard, e il cliente seduto lì era un detective venuto a indagare. Mi ero avvicinato al bancone per chiacchierare ancora con il proprietario, quando un passo veloce dietro di me mi fece voltare.
Davanti a me stava la figura snella di un uomo con un cappello di paglia e una giacchetta nera piuttosto logora.
"Dio Signor Padrone!" esclamò.
Barcollai come se avessi ricevuto un colpo.
Olinto Santini in carne ed ossa, sorridente e in salute, stava lì davanti a me!
CAPITOLO VIII
LA RIVENDICAZIONE DELLA VITA
Nessuna mia parola può esprimere il mio assoluto e abietto stupore quando mi trovai di fronte all'uomo che avevo visto giacere freddo e morto su quella lastra di pietra grigia nell'obitorio di Dumfries.
Il mio sguardo colse il cliente che, all'entrata di Olinto, aveva lasciato cadere il giornale e se ne stava seduto a fissarlo con meraviglia. Il detective era stato evidentemente fornito di una fotografia del morto e ora, come me, lo scopriva vivo e vegeto.
"Signor Padrone!" gridò l'uomo il cui aspetto era così assolutamente sconcertante. "Come mi ha trovato qui? Ammetto di averla ingannata quando le dissi che lavoravo al Milano," continuò rapidamente in italiano. "Ma era sotto costrizione... le mie azioni quella notte non erano le mie, ma quelle di altri."
"Sì, capisco," dissi. "Ma usciamo in strada. Non voglio parlare davanti a questa gente. Il suo padrone capisce l'italiano, senza dubbio."
"Ah! solo un pochino," rispose sorridendo. "Non abbia timore di lui."
"Ma c'è Emilio, il cuoco?"
"Allora l'ha incontrato!" esclamò rapidamente, con un strano sguardo di apprensione. "È una persona indesiderabile, signore."
"Così ho dedotto," risposi. "Ma desidero parlarle fuori... non qui." E poi, voltandomi con un sorriso verso il polacco, mi scusai per avergli portato via il servitore per pochi minuti. "Si ricordi, sono il suo vecchio padrone," aggiunsi.
"Certamente, m'sieur," rispose il polacco, inchinandosi educatamente. "Parli con lui dove e quanto vuole. È interamente al suo servizio."
E quando fummo fuori a Westbourne Grove, con Olinto che camminava al mio fianco in preda alla meraviglia, chiesi improvvisamente:
"Mi dica. È mai stato in Scozia... a Dumfries?"
"Mai, signore, in vita mia. Perché?"
"Risponda a un'altra domanda," dissi rapidamente. "Ha sposato Armida al Consolato Italiano. Dov'è lei ora... dov'è stamattina?"
Impallidì e vidi un cambiamento completo nel suo volto.
"Ah, signore!" rispose, "Magari potessi dirglielo."
"Non è vero che è un'invalida," continuai, "o che vivete a Lambeth. Il vostro indirizzo è in Albany Road, Camberwell. Non può negare questi fatti."
"Non li nego, Signor Commendatore. Ma come ha saputo questo?"
"Le autorità in Italia sanno tutto," risposi. "Come per tutti i suoi compatrioti, il suo registro è scritto al Comune."
"È pulito, ad ogni modo, signore," dichiarò con un po' di calore. "Ho il permesso di portare un revolver, il che è di per sé prova sufficiente che sono un uomo dalla reputazione immacolata."
"Non lancio alcuna ombra su di lei, Olinto," risposi. "Ho semplicemente chiesto di sua moglie e lei non mi dà una risposta diretta."
Avevamo camminato fino al Royal Oak e stavamo parlando sul marciapiede lì fuori.
"Non le do risposta perché non posso," disse in italiano. "Armida... la mia povera Armida... ha lasciato casa."
"Perché mi ha raccontato una storia così straziante riguardo a lei?"
"Come le ho già spiegato, signore, non ero allora padrone delle mie azioni. Ero governato da altri. Ma le ho salvato la vita a rischio della mia. Un giorno, quando sarà sicuro, le rivelerò tutto."
"Lasciamo che il passato rimanga tale," dissi. "Dov'è sua moglie ora?"
Esitò un momento, guardandomi dritto in faccia.
"Beh, Signor Commendatore, a dir la verità, è scomparsa."
"Scomparsa!" ripetei. "E non ha fatto alcuna denuncia alla polizia?"
"No."
"Perché no?"
"Per ragioni che solo io conosco non volevo che la polizia ficcasse il naso nei miei affari privati."
"Lo so. Perché fu una volta condannato a Lucca per aver usato un coltello... eh? Ricordo molto bene quella faccenda... una storia d'amore, non è vero?"
"Sì, Signor Commendatore. Ma ero un giovane allora... un ragazzo."
"Allora mi racconti le circostanze in cui Armida è scomparsa," lo incalzai, poiché vedevo chiaramente che il suo improvviso incontro con me lo aveva sconvolto e che stava cercando di trattenere una storia che moriva dalla voglia di raccontare.
"Beh, signore," disse infine a bassa voce e in confidenza, "non mi piace importunarla con i miei affari privati dopo quelle falsità che le ho detto quando ci siamo incontrati l'ultima volta."
"Continui," dissi. "Mi dica la verità."
Dopo gli eccitanti incidenti del nostro ultimo incontro, ero quasi tentato di dubitare di lui.
"La verità è, Signor Commendatore, che mia moglie è misteriosamente scomparsa. Sabato scorso, alle undici, stava parlando oltre il muro del giardino con una vicina ed era già vestita per uscire. Apparentemente è uscita, ma da quel momento nessuno l'ha più vista o sentita."
Avevo sulla punta della lingua la verità raccapricciante, eppure, così strana era la circostanza che il suo stesso sosia, fino al neo sul volto, giacesse morto e sepolto in Scozia, che esitai a riferire ciò che sapevo.
"Parlava inglese, immagino?"
"Poteva farsi capire molto bene," disse con un sospiro, e vidi uno sguardo pesante e pensieroso sulla sua fronte. Che fosse davvero devoto a lei, lo sapevo. Per l'italiano, di qualsiasi ceto sociale, l'amore è tutto consumante... o è amore perfetto o odio genuino. Il carattere toscano è uno dei due estremi.
Guardai dall'altra parte della strada e vidi che il detective che aveva ordinato costoletta e caffè si era fermato ad accendere la pipa e ci stava osservando.
"Ha qualche idea di dove sia sua moglie, o cosa l'abbia indotta ad andarsene di casa? Forse avete avuto qualche parola!"
"Parole, signore!" fece eco. "Ma se eravamo la coppia più felice di tutta Londra. Mai una parola sgarbata è passata tra noi. Non sembra esserci assolutamente alcuna ragione per cui debba andarsene senza volermi dire una parola di addio."
"Ma perché non l'ha detto alla polizia?"
"Per le ragioni che ho già esposto. Preferisco fare ricerche per conto mio."
"E in cosa sono consistite le sue ricerche?"
"Niente... assolutamente niente," disse gravemente.
"Non sospetta alcun complotto? Ricordo che quella notte a Lambeth mi disse che aveva dei nemici?"
"Ah! è così, signore... e ne ha anche lei!" esclamò con voce roca. "Sì, la mia povera Armida potrebbe essere stata intrappolata da loro."
"E se intrappolata, allora che succede?"
"Allora la ucciderebbero con la stessa poca compassione con cui ucciderebbero una mosca," disse. "Ah! lei non conosce la crudeltà di quella gente. Spero solo e prego che possa essere scappata e sia nascosta da qualche parte, e che arrivi inaspettatamente facendomi una sorpresa sorprendente. Ama sorprendermi," aggiunse con una risata.
Povero diavolo, pensai, non sarebbe mai più stata in grado di sorprenderlo. Era effettivamente caduta vittima proprio come lui temeva.
"Allora pensa che possa essere stata chiamata via da casa da qualche messaggio urgente?" suggerii.
"Dal modo in cui ha lasciato le cose, sembrava che se ne fosse andata di fretta. C'erano cinque sovrane in un cassetto che avevamo messo da parte per l'affitto, e lei le ha portate con sé."
Mi fermai di nuovo, esitando se dirgli la terribile verità. Ricordai che il corpo era scomparso, quindi che prova avevo della mia asserzione che fosse stata assassinata?
"Mi dica, Olinto," dissi mentre ci muovevamo di nuovo in direzione della stazione di Paddington, "ha qualche conoscenza di un uomo di nome Leithcourt?"
Trasalì improvvisamente e mi guardò.
"Ne ho sentito parlare," rispose molto debolmente.
"E di sua figlia... Muriel?"
"Anche di lei. Ma non sono in confidenza con loro... né, a dire il vero, desidero esserlo."
"Perché?"
"Perché sono miei nemici... acerrimi nemici."
La sua dichiarazione era strana, poiché gettava un po' di luce sulla tragedia nel Rannoch Wood.
"E anche di sua moglie?"
"Non so dirlo," rispose. "I miei nemici sono anche quelli di mia moglie, suppongo."
"Non mi ha detto il segreto di quel vile attentato contro di me quando ci siamo incontrati l'ultima volta," dissi a bassa voce. "Perché non mi dice la verità? Dovrei sicuramente sapere chi sono i miei nemici, così da essere avvertito contro qualsiasi complotto futuro."
"Lo saprà un giorno, signore. Non oso dirglielo ora."
"L'ha già detto prima," esclamai con insoddisfazione. "Se mi è fedele, dovrebbe almeno dirmi il motivo per cui volevano uccidermi in segreto."
"Perché hanno paura di lei," fu la sua risposta.
"Perché dovrebbero avere paura di me?"
Ma lui strinse le spalle e fece un gesto con le mani indicativo di totale ignoranza.
"Le chiedo una domanda. Risponda sì o no. L'uomo Leithcourt è un mio nemico?"
Il giovane italiano esitò, e poi rispose:
"Non è suo amico. Ne sono perfettamente consapevole."
"E sua figlia? È fidanzata, mi pare di capire."
"Credo di sì."
"Dove ha conosciuto Leithcourt la prima volta?"
"Lo conosco da diversi anni. Quando ci siamo conosciuti era povero."
"Improvvisamente diventato ricco, eh?"
"Ha comprato una bella casa in campagna; vive per lo più al Carlton quando lui, sua moglie e sua figlia sono a Londra — sebbene credo abbiano ora una casa da qualche parte nel West End — e fa spesso lunghe crociere sul suo yacht a vapore."
"E come ha fatto i soldi?"
Di nuovo Olinto alzò le spalle, senza rispondere.
Se solo volesse tradire davanti a me il motivo per cui è stato indotto ad adescarmi in quella casa, potrei forse trarre una conclusione riguardo agli affittuari di Rannoch e ai loro amici.
Chi era l'uomo che, avendo rappresentato l'uomo ora davanti a me, era stato ucciso da una mano infallibile? Era possibile che Armida fosse stata chiamata per telegramma a incontrare suo marito e, riconoscendo la frode perpetrata ai suoi danni, avesse minacciato di rivelarla e, per quella ragione, avesse condiviso la stessa sorte del mascherato?
Questa fu la prima teoria che mi venne in mente; una che credevo fosse quella corretta. Il movente era un mistero, eppure i fatti mi sembravano abbastanza chiari.
Poiché il giovane italiano si era rifiutato di fornire una spiegazione soddisfacente, risolsi dentro di me di attendere che il corpo dell'infelice donna venisse recuperato prima di rivelargli la terribile verità. Senza dubbio aveva qualche ragione per tenermi nascosti i fatti reali, sia perché temeva che potessi allarmarmi eccessivamente, sia perché lui stesso era stato profondamente coinvolto nel complotto. Delle due ipotesi, ero propenso a credere alla seconda.
Camminò con me fino alla fine di Bishop's Road, tentando con tutta la squisita diplomazia dell'italiano di ottenere da me ciò che sapevo riguardo ai Leithcourt. Ma non gli dissi nulla, né rivelai di essere tornato solo quella mattina dalla Scozia. Poi finalmente ci separammo, ed egli ripercorse i suoi passi verso il piccolo ristorante a Westbourne Grove, mentre io salii su una carrozza e mi feci portare dal noto fotografo in New Bond Street, il cui nome era sulla fotografia strappata della giovane ragazza nella blusa di piqué bianco e i capelli fissati con un nastro nero, l'immagine che avevo trovato a bordo del Lola in quella memorabile notte nel Mediterraneo, e di cui avevo visto un duplicato nella graziosa stanzetta di Muriel a Rannoch.
Ricordai che mi aveva detto che il nome della ragazza nella foto era Elma Heath, e che era stata sua compagna di scuola a Chichester. Perciò chiesi all'impiegata del fotografo se potesse fornirmi una stampa del negativo.
Per un tempo considerevole cercò nei suoi registri il nome, e alla fine lo scoprì. Poi disse:
"Mi dispiace, signore, che non possiamo darle una stampa, poiché il cliente ha acquistato il negativo all'epoca."
"Ah, mi spiace molto per questo," dissi. "A quale indirizzo lo avete spedito?"
"Il cliente che lo ordinò era apparentemente uno straniero," disse, girando allo stesso tempo il registro in modo che potessi leggere. E vidi che la registrazione era: "Heath - Miss Elma - 3 dozzine di formato cabinet e negativo. Indirizzo: Barone Xavier Oberg, Vosnesenski Prospect 48, San Pietroburgo, Russia."
"Questo gentiluomo venne con la giovane signorina quando fu scattato il ritratto?" chiesi.
"Non saprei dire, signore," rispose. "Sono qui solo da un anno, e vede la data: oltre due anni fa."
"Il fotografo forse lo saprebbe?"
"È un uomo nuovo, signore. È arrivato solo un mese fa. Infatti, l'attività ha cambiato gestione un anno fa, e nessuno dei precedenti dipendenti è rimasto."
"Ah! è un peccato," dissi, molto deluso; e dopo aver copiato l'indirizzo a cui erano stati spediti il negativo e le stampe, la ringraziai e me ne andai.
Chi, mi chiesi, era questo Barone Oberg, e che relazione aveva con Elma Heath?
L'immagine della ragazza nella blusa bianca esercitava in qualche modo una strana attrazione su di me.
Non ha mai provato il fascino di una fotografia, inspiegabile eppure potente — una sorta di magnetismo dal quale non ci si può liberare? Forse fu il fatto curioso che qualcuno l'avesse tolta dalla sua cornice a bordo del Lola e distrutta a destare per primo il mio interesse; o poteva essere stato il ritrovamento nella stanza di Muriel a Rannoch. Ad ogni modo, aveva per me un interesse assorbente, poiché spesso mi chiedevo se la ragazza sconosciuta che era scesa segretamente a terra dallo yacht quando io lo avevo lasciato non fosse Elma Heath stessa.
Chi era questo Barone Oberg? Il nome era tedesco senza dubbio, eppure viveva nella capitale russa. Da Londra a Pietroburgo è un lungo tragitto, eppure risolsi che, se fosse stato necessario, avrei viaggiato fin lì per indagare.
Presso l'Ambasciata tedesca, a Carlton House Terrace, incontrai il mio amico Capitano Nieberding, il secondo segretario, al quale chiesi se il nome del Barone Oberg fosse noto, ma dopo aver consultato diversi libri tedeschi nella biblioteca di Sua Eccellenza, tornò e mi disse che il nome non appariva nelle liste della nobiltà tedesca.
"Potrebbe essere russo, polacco molto probabilmente," aggiunse il capitano, un uomo alto e biondo con occhiali d'oro, che avevo conosciuto quando era terzo segretario d'Ambasciata a Roma. La sua opinione era che non fosse un nome tedesco, poiché c'era un piccolo posto chiamato Oberg, disse, sulla ferrovia tra Lodz e Lowicz.
Poi, dopo pranzo, andai ad Albany Road, una di quelle strade cupe e antiquate che erano piacevoli agli inizi dell'epoca vittoriana, quando Camberwell era una periferia e Walworth Common era ancora un terreno aperto. Trovai la casa dove viveva Olinto — un piccolo edificio bifamiliare annerito dal fumo, arretrato rispetto a una minuscola striscia di giardino infestato dalle erbacce, con una veranda in legno davanti alle finestre del primo piano. La casa, secondo la donna che gestiva un negozio di alimentari all'angolo, era occupata da due famiglie. Gli "italiani", come li chiamava lei, vivevano al piano di sopra, mentre i Gibbons affittavano il piano terra.
"Oh, sì, signore. Gli stranieri sono abbastanza rispettabili. Mi pagano sempre in contanti per ogni cosa, eccetto il latte. Quello lo pagano settimanalmente."
"Mi risulta che la moglie sia scomparsa. Cosa ha sentito a riguardo?"
"Dicono, signore, che abbiano avuto qualche parola l'altro giorno, e che la donna se ne sia andata in un impeto d'ira. Solo che non si può credere a tutto ciò che si sente, sa."
"Litigavano spesso?"
"Non che io sappia, signore. Erano persone davvero molto tranquille e rispettabili per essere stranieri."
Ripassai davanti alla casa della donna morta, e poi, riguadagnando la trafficata Camberwell Road, presi un omnibus per tornare all'Hotel Cecil nello Strand dove avevo alloggiato, stanco e deluso.
Il giorno seguente scesi a Chichester e, dopo qualche difficoltà, trovai il Cheverton College for Ladies, una grande casa antiquata a circa mezzo miglio dalla città sulla Drayton Road. Il seminario era evidentemente di prim'ordine, poiché quando entrai notai quanto fosse ben tenuto ogni cosa.
Alla direttrice, una signora anziana dall'aspetto alquanto severo, dissi:
"Mi scusi, signora, per il disturbo, ma sono alla ricerca di informazioni che lei può fornirmi. Riguardano una certa Elma Heath che ha avuto come allieva qui, e che se n'è andata, credo, circa due anni fa. I suoi genitori vivevano a Durham."
"La ricordo perfettamente," fu la risposta della donna mentre sedeva dietro la grande scrivania, avendo apparentemente pensato in un primo momento che avessi una figlia da iscrivere a scuola.
"Bene," dissi, "c'è stata qualche piccola frizione in famiglia, e sto facendo indagini per conto di un altro ramo: una zia che desidera accertare dove si trovi la ragazza."
"Ah, mi spiace, signore, che non posso dirglielo. Il Barone, suo zio, venne qui un giorno e la portò via improvvisamente — all'estero, credo."
"Non aveva nessuna compagna di scuola a cui probabilmente scriverebbe?"
"C'era una ragazza di nome Leithcourt — Muriel Leithcourt — che era sua amica, ma che se n'è andata anche lei."
"E nessun'altra?" chiesi. "Le ragazze spesso si scrivono dopo aver lasciato la scuola, finché non si sposano, e poi la corrispondenza solitamente cessa."
La direttrice rimase in silenzio e riflessiva.
"Beh," disse alla fine, "c'era un'altra allieva che era anche in rapporti amichevoli con Elma — una ragazza di nome Lydia Moreton. Può darsi che le abbia scritto. Se desidera davvero sapere, signore, credo di poter trovare il suo indirizzo. Ci lasciò circa nove mesi dopo Elma."
"Considererei un grande favore se potesse darmi l'indirizzo di quella giovane signorina," dissi, al che lei sbloccò un cassetto del suo tavolo da lavoro e ne tirò fuori un libro spesso, rilegato in pelle, che consultò per alcuni minuti, esclamando infine:
"Sì, eccolo qui — 'Lydia Moreton, figlia di Sir Hamilton Moreton, K.C.M.G., Whiston Grange, Doncaster.'" E lo scarabocchiò a matita su una busta e, porgendomela, disse:
"Elma Heath era, temo, alquanto trascurata dai suoi genitori. Rimase qui per cinque anni e non ebbe vacanze come le altre ragazze. Suo zio, il Barone, venne a trovarla diverse volte, ma in ogni occasione, dopo che se ne fu andato, la trovai a piangere in segreto. Era meschino e sgarbato con lei. Ora che ricordo, rammento che Lydia aveva detto di aver ricevuto una lettera da lei, perciò potrebbe essere in grado di darle qualche informazione."
E con ciò presi congedo, ringraziandola, e tornai a Londra.
Poteva Lydia Moreton fornire qualche informazione? Se fosse stato così, avrei potuto trovare questa ragazza la cui fotografia aveva destato l'irata gelosia del misterioso ignoto.
L'espresso delle dieci per Edimburgo da King's Cross la mattina seguente mi portò a Doncaster, e noleggiando una vecchia carrozza ammuffita alla stazione, guidai per tre miglia fuori città sulla Rotherham Road, scoprendo che Whiston Grange era una bella e antica villa elisabettiana nel centro di un grande parco, con alti vecchi camini contorti e giardini tenuti meravigliosamente.
Quando scesi alla porta e suonai, il valletto non sapeva se Miss Lydia fosse in casa. Mi guardò con un po' di sospetto, pensai, finché non diedi il mio biglietto da visita e gli impressi in modo significativo che ero venuto appositamente da Londra per vedere la sua giovane padrona su una questione molto importante.
"Dille," dissi, "che desidero vederla riguardo alla sua amica, Miss Elma Heath."
"Miss Elma 'Eath," ripeté l'uomo. "Molto bene, signore. Vuole passare da questa parte?"
E poi lo seguii attraverso il grande salone dai pannelli di quercia, pieno di trofei di caccia e armi delle guerre civili, in una piccola stanza rivestita di pannelli sulla sinistra, la cui finestra profonda con i vetri a rombi dava sul vecchio campo da bocce e sul giardino fiorito oltre.
Poco dopo la porta si aprì, ed entrò una ragazza alta dai capelli scuri in abito bianco con un'espressione indagatrice sul viso, mentre si fermava e mi faceva un cenno col capo.
"Miss Lydia Moreton, immagino?" esordii, e quando lei rispose affermativamente continuai: "Devo innanzitutto scusarmi per essere venuto da lei, ma Miss Sotheby, la direttrice della scuola di Chichester, mi ha indirizzato a lei per informazioni su dove si trovi attualmente Miss Elma Heath, che credo fosse una delle sue amiche più intime a scuola." E aggiunsi una bugia, dicendo: "Sto cercando, per conto di una sua zia, di rintracciarla."
"Beh," rispose la ragazza, "ho avuto solo una o due lettere. È nelle mani di suo zio, credo, e lui non le permette di scrivere, povera ragazza. Aveva paura di lasciarci."
"Perché?"
"Ah! non lo diceva mai. Aveva un terrore radicato di suo zio, il Barone Oberg, che viveva a San Pietroburgo e che veniva a lunghi intervalli a trovarla. Ma forse lei conosce l'intera storia?"
"Non so nulla," esclamai con fervore. "Promuoverà i suoi interessi, oltre a farmi un grande favore personale, se mi dirà ciò che sa."
"È ben poco," rispose, appoggiandosi contro il bordo del tavolo e guardandomi seriamente. "Povera Elma! La sua gente la trattava davvero molto male. Non le mandavano denaro e non le concedevano vacanze, eppure era la ragazza dal carattere più dolce e paziente dell'intera scuola."
"Bene — e la storia riguardo a lei?"
"Si supponeva che la sua gente a Durham non esistesse," spiegò. "Elma aveva evidentemente vissuto gran parte della sua vita all'estero, poiché sapeva parlare francese e italiano meglio dello stesso professore, e perciò vinceva sempre i premi. La classe si rivoltò, e poi non gareggiò più. Eppure non ci disse mai dove avesse vissuto da bambina. Veniva da Durham, diceva — tutto qui."
"Ha ricevuto una lettera da lei dopo che il Barone venne a prenderla?"
"Sì, da Londra. Diceva che era stata a diversi spettacoli e concerti, ma che non le piaceva la vita in città. C'era troppo trambusto, rumore e studio dei vestiti."
"E quali altre lettere ha ricevuto da lei?"
"Tre o quattro, credo. Erano tutte da luoghi all'estero. Una era da Vienna, una da Milano e una da qualche posto con un nome impronunciabile in Ungheria. L'ultima----"
"Sì, l'ultima?" ansimai ansiosamente, interrompendola.
"Beh, l'ultima l'ho ricevuta solo quindici giorni fa. Se vuole attendere un momento andrò a prenderla. Era così strana che non l'ho distrutta." E uscì, e sentii dal fruscio delle sue gonne che stava salendo le scale.
Dopo cinque minuti di ansia mozzafiato ritornò da me e, porgendomi la lettera da leggere, disse:
"Non è nella sua calligrafia — mi chiedo perché?"
La carta era di manifattura straniera, con linee blu tracciate a quadrati. Scritta con una mano che era evidentemente straniera, poiché gli errori nell'ortografia erano molti, c'era la seguente curiosa comunicazione:
"Mia cara Lydia:
"Forse non riceverai mai questa lettera — l'ultima che sarò mai in grado di mandarti. In effetti, corro grandi rischi nel mandarla. Ah! tu non conosci l'orribile disastro che mi è accaduto, tutti i terrori e le torture che sopporto. Ma nessuno può aiutarmi, e ora attendo con impazienza il momento in cui sarà tutto finito. Ricordi i nostri vecchi giorni di pace nel giardino a Chichester? Ci penso sempre, sempre, e confronto quella dolce pace del passato con le mie terribili sofferenze di oggi. Ah, come vorrei poterti vedere ancora una volta; come vorrei poter sentire la tua mano sulla mia fronte e udire le tue parole di speranza e incoraggiamento! Ma la felicità mi è ormai preclusa, e sto solo sprofondando nella tomba sotto questa lenta tortura del corpo e dell'anima.
"Questa passerà per molte mani prima di raggiungere la posta. Se, tuttavia, venisse spedita e tu la ricevessi, vorresti farmi un ultimo favore — un favore a una ragazza sfortunata che è senza amici e senza aiuto, e che non disturberà più il mondo? È questo: prendi questa lettera a Londra e chiama il signor Martin Woodroffe al 98 di Cork Street, Piccadilly. Mostragli la mia lettera e digli da parte mia che, nonostante tutto, ho mantenuto la mia promessa e che il segreto è ancora al sicuro. Capirà — e saprà anche perché non posso scriverlo di mio pugno. Se è all'estero, tienila finché non ritorna.
"È tutto ciò che ti chiedo, Lydia, e so che se questa ti raggiungerà, non me lo rifiuterai. Sei stata la mia unica amica e confidente, ma ora ti dico addio, perché l'ignoto mi chiama, e dalla tomba non posso scrivere. Di nuovo addio, e per sempre.
"La tua amorevole e affettuosa amica,
"Elma."
"Una lettera molto strana, non è vero?" osservò la ragazza al mio fianco. "Non riesco a capirla. Vede, non c'è indirizzo, ma il timbro postale è russo. È evidentemente in Russia."
"In Finlandia," dissi, esaminando il timbro e distinguendo la città postale in Abo. "Ma lei è stata a Londra ed ha eseguito questo strano incarico?"
"No. Andremo su la prossima settimana. Intendo chiamare questa persona di nome Woodroffe."
Non feci alcun commento. Era, lo sapevo, all'estero, ma ero contento di aver ottenuto due indizi molto importanti: primo, l'indirizzo del misterioso uomo dello yacht, Woodroffe, alias Hornby, e, secondo, l'aver accertato che la giovane ragazza che cercavo si trovava da qualche parte nelle vicinanze della città di Abo, il porto finlandese sul Baltico.
"Povera Elma, vede, parla nella sua lettera di qualche segreto, signor Gregg," disse la mia compagna. "Dice che desidera che questo signor Woodroffe, chiunque egli sia, sappia che ha mantenuto la promessa e che non l'ha divulgato. Questo conferma solo ciò che ho sempre sospettato."
"Quali sono i suoi sospetti?"
"Beh, dal suo modo di fare profondo e riflessivo, e da certe osservazioni che a volte mi ha fatto, credo che Elma sia in possesso di un grande e terribile segreto — un segreto che suo zio, il Barone Oberg, desidera apprendere. So che lo tiene in un timore mortale — è terrorizzata di poter inavvertitamente tradire la verità davanti a lui!"
CAPITOLO IX
VENGONO FATTE STRANE RIVELAZIONI
La strana lettera di Elma Heath, unita a ciò che Lydia Moreton mi aveva detto, risvegliò in me la determinazione a indagare sul mistero. Dal momento in cui ero sbarcato dal Lola in quella calda notte senza fiato a Livorno, il mistero si era accumulato sul mistero fino a diventare tutto sconcertante.
Era ormai provato che la ragazza dal volto dolce, l'originale della fotografia strappata, custodiva un segreto, e che, secondo le sue stesse parole, sapeva che la morte si stava avvicinando. L'incomprensibile tentativo contro la mia vita, le strane azioni di Hornby e Chater — che, a proposito, sembravano essere completamente scomparsi — l'assassinio dell'uomo che, mascherandosi da cameriere italiano, aveva incontrato la morte, e l'omicidio della moglie di Olinto erano tutti problemi che richiedevano una soluzione.
Se non fosse stato per il mistero di tutto ciò — e il mistero suscita sempre la curiosità umana — avrei rinunciato a cercare di arrivare alla verità. Eppure, come uomo con un po' di tempo libero, e sapendo da quella lettera di Elma Heath che si trovava in gravi difficoltà, raddoppiai i miei sforzi per accertarne il motivo.
Il mistero del Lola era ancora un mistero lungo il Mediterraneo. In ogni porto francese e italiano il falso nome dello yacht e la sua struttura generale erano registrati nei libri della polizia, mentre ai Lloyd's il nome Lola era segnato tra le imbarcazioni misteriose in mare.
Chater era scomparso, mentre Hornby era all'estero. Forse stavano entrambi navigando di nuovo, con lo yacht riverniciato e con un nome nuovo. Ma perché? Qual era stato il loro movente?
Spinto dal mistero completo che ora sembrava avvolgere l'infelice ragazza, mi prefissai il compito di chiarirlo. Finora ero rimasto passivo piuttosto che attivo, ma ora realizzai da quella curiosa lettera che almeno la vita di una donna era in gioco — che Elma Heath era in possesso di qualche segreto.
Lasciando Livorno avevo rinunciato a ogni speranza di rintracciare il misterioso proprietario dello yacht, e avevo lasciato la questione nelle mani della polizia italiana. Ma, senza alcuno sforzo da parte mia, sembravo essere stato trascinato in una vera rete di strani incidenti, tutti combinati a formare l'enigma più completo e notevole mai presentato nella vita. Sicuramente nessun uomo era mai stato affrontato da così tanti misteri contemporaneamente come io lo ero in questo momento.
Fortunatamente ero stato attento a non mostrare le mie carte a nessuno, e questo forse mi dava un netto vantaggio. Nel mio viaggio di ritorno a Londra, mentre il treno correva attraverso Peterborough e attraverso le ricche terre pianeggianti verso Hitchin, ricordai le parole di Jack Durnford quando avevo menzionato il Lola. Cosa, mi chiesi, sapeva lui?
Il mese prossimo, a novembre, doveva tornare a Londra dopo il suo servizio di tre anni sulla stazione del Mediterraneo. Allora ci saremmo incontrati tra qualche settimana, speravo. Mi avrebbe detto qualcosa quando fosse venuto a conoscenza di tutto ciò che sapevo? Deteneva qualche conoscenza segreta. Era possibile che il suo segreto fosse lo stesso custodito dall'infelice ragazza nella lontana e desolata Finlandia?
Mi recai alla casa in Cork Street indicata da Elma e appresi dal vecchio commissionario, che fungeva da manovratore dell'ascensore e portiere, che gli appartamenti del signor Woodroffe erano chiusi.
"È quasi sempre via, signore; all'estero, credo", fu tutto ciò che riuscii a ottenere dal vecchio soldato che, come quelli della sua risma, era senza dubbio ben pagato per tenere la bocca chiusa.
Per due giorni mi aggirai per Westbourne Grove tenendo d'occhio il ristorante di Ferrari. In un'arteria così trafficata e movimentata, con tante vetrine dei negozi come scusa per bighellonare, il compito era facile. Vidi che Olinto arrivava regolarmente alle dieci del mattino, lavorava sodo tutto il giorno e se ne andava alle nove di sera, prendendo un omnibus per tornare a casa da Royal Oak. Il suo aspetto era calmo e indifferente, a differenza di quello di un uomo la cui devota moglie fosse scomparsa.
Mi sarei avvicinato a lui per spiegargli l'orribile verità, se non fosse stato per il fatto che il corpo della povera donna era sparito.
Quei giorni di settembre furono pieni di ansia per me. Solo e senza alcun aiuto, stavo cercando di risolvere uno dei più grandi enigmi, sprofondato com'ero in un vero e proprio mare di mistero. Volevo vedere Muriel Leithcourt e interrogarla ulteriormente riguardo a Elma Heath. Perciò lasciai di nuovo Euston e, viaggiando per tutta la notte, presi posto al tavolo della colazione a Greenlaw la mattina seguente.
Sir George, che sedeva da solo – non essendo abitudine di mia zia apparire presto – mi accolse e poi, col suo fare brusco, annusò l'aria ed esclamò:
"Bei movimenti lassù a Rannoch! Ne hai sentito parlare?"
"No. Cosa?" gridai senza fiato, fissandolo.
"Beh, i miei sospetti che quei Leithcourt fossero degli estranei totali si rivelano piuttosto fondati."
"Perché?"
"Beh, è una storia molto buffa e ne esistono una dozzina di versioni distorte", disse. "Ma da quello che riesco a raccogliere, i fatti veri sono questi: circa alle sette di due sere fa, mentre Leithcourt e i suoi ospiti si stavano preparando per la cena, è arrivato un telegramma. La signora Leithcourt l'ha aperto ed è subito andata in isteria, mentre il marito, in una fretta senza fiato, si è tolto di dosso di nuovo l'abito da sera ed è entrato in un vecchio completo di lana blu, ha buttato qualche cosa in una borsa e poi è andato nella stanza di Muriel per sollecitarla a prepararsi per una fuga segreta."
"Fuga!" boccheggiai. "Cosa, se ne sono andati?"
"Ascolta, e te lo dirò. La servitù ha descritto l'intera faccenda giù al villaggio, quindi non c'è dubbio. Leithcourt ha mostrato a Muriel il telegramma e l'ha esortata a fuggire. Dapprima lei ha rifiutato, ma per il bene di suo padre è stata indotta a prepararsi per accompagnarlo. Naturalmente, gli ospiti erano all'oscuro di tutto ciò. Il brougham è stato ordinato di tenersi pronto nel cortile delle scuderie e di non girare davanti, mentre la cameriera della signora Leithcourt cercava di far tornare la signora in sé. Leithcourt stesso, a quanto pare, correva di qua e di là, afferrando i portagioie di sua moglie e di sua figlia e qualsiasi oggetto di valore su cui riuscisse a mettere le mani, mentre madre e figlia si stavano mettendo i loro abiti. Mentre correva giù per la scalinata principale verso la biblioteca, dove il suo libretto degli assegni e un po' di contanti erano chiusi nella cassaforte, incontrò uno sconosciuto che era appena stato fatto entrare e introdotto nella stanza. Leithcourt chiuse la porta e lo affrontò. Cosa sia accaduto in seguito, tuttavia, è un mistero, poiché due ore dopo, dopo che lui e le due donne erano scappati, lasciando gli ospiti ai loro svaghi, lo sconosciuto è stato trovato chiuso in un grande armadio e privo di sensi. La sensazione è stata tremenda. Cowan, il medico, è stato chiamato e ha dichiarato che lo sconosciuto era stato drogato e soffriva gli effetti di un narcotico. Il servitore che l'aveva fatto entrare ha dichiarato che l'uomo aveva detto di avere un appuntamento con il suo padrone e che non era necessario alcun biglietto da visita. Ha dato, tuttavia, il nome di Chater."
"Chater!" gridai, balzando in piedi. "Sei sicuro di quel nome?"
"So solo quello che mi ha detto Cowan", fu la risposta di mio zio. "Ma lo conosci?"
"Per nulla. Solo che ho già sentito quel nome prima", dissi. "Conoscevo un uomo in Italia con lo stesso nome. Ma dov'è il visitatore ora?"
"All'ospedale di Dumfries. Lo hanno portato lì preferendo non lasciarlo solo a Rannoch."
"Solo?"
"Certo. Tutti se ne sono andati, ora che il padrone di casa e la moglie si sono dileguati senza salutare. Affare scandaloso, non è vero? Ma, ragazzo mio, ricorderai che ho sempre detto che quella gente non mi piaceva. C'è qualcosa di misterioso in loro, ne sono certo. Quel telegramma ha dato loro avvertimento della visita dell'uomo Chater, contaci, e per qualche motivo ne hanno paura. Sarebbe interessante sapere cosa sia successo tra i due uomini in biblioteca. E questa è gente che è stata accolta da tutti... dei semplici avventurieri, li definirei!" E il vecchio Sir George annusò di nuovo al pensiero di tale scandalo avvenuto nel vicinato. "Se Gilrae deve affittare Rannoch, allora perché in nome della Fortuna non la affitta a gente rispettabile e non al primo tizio che risponde al suo annuncio sul *Field*? È semplicemente vergognoso!"
"Certamente, è una storia oltremodo straordinaria", dichiarai. "Leithcourt evidentemente voleva sfuggire al suo visitatore, ed è per questo che lo ha drogato."
"Perché lo ha avvelenato, intendi. Cowan dice che il tizio è avvelenato, ma che probabilmente si riprenderà. È già cosciente, sento dire."
Decisi di andare a trovare il medico, che per caso conoscevo bene, e ottenere maggiori dettagli. Perciò alle undici in punto guidai fino a Dumfries ed entrai nel suo studio.
Era un uomo magro, basso, chiaro di carnagione, un po' calvo, e quando fui fatto entrare mi accolse calorosamente, parlando con il suo marcato accento del Galloway.
"Beh, è un caso molto misterioso, signor Gregg", disse, dopo che gli ebbi riferito lo scopo della mia visita. "Il signore è ancora in ospedale e devo tenerlo molto tranquillo. È stato avvelenato senza dubbio e ha avuto uno scampato pericolo di vita. La polizia ha avuto sentore della faccenda e Mackenzie è passato a interrogarlo. Ma lui si è rifiutato di fare qualsiasi dichiarazione, trattando apparentemente la faccenda molto alla leggera. La polizia, tuttavia, è sconcertata riguardo al motivo della fuga improvvisa del signor Leithcourt ed è ansiosa di arrivare in fondo alla curiosa faccenda."
"Naturalmente. E ancor più dopo la tragedia nel bosco di Rannoch poco tempo fa", dissi.
"È proprio questo il punto", disse il medico, togliendosi il pince-nez e strofinandolo. "Mackenzie sembra sospettare qualche collegamento tra l'improvvisa scomparsa di Leithcourt e quel misterioso affare. Sembra molto evidente che il telegramma sia stato un avvertimento per Leithcourt dell'intenzione dell'uomo Chater di passare a trovarlo, e che quest'ultimo sia stato introdotto proprio nel momento in cui il fuggitivo era sul punto di andarsene."
"Chater", feci eco. "Conosci il suo nome di battesimo?"
"Hylton Chater. È apparentemente un gentiluomo. È curioso che non voglia dirci nulla del motivo per cui è passato e della scena che è avvenuta tra loro."
Sapendo tutto quello che sapevo, non fui sorpreso. Leithcourt lo aveva indubbiamente preso alla sprovvista, ma i cavalieri d'industria non si tradiscono mai a vicenda.
La mia visita successiva fu a Mackenzie, per il quale dovetti attendere quasi un'ora, poiché era assente in un'altra parte della città.
"Ah, signor Gregg!" gridò lieto, mentre entrava trovandomi seduto su una sedia a leggere pazientemente il giornale. "Lei è proprio la persona che desidero vedere. Ha sentito di questo strano affare a Rannoch?"
"L'ho sentito", fu la mia risposta. "L'uomo in ospedale ha fatto qualche dichiarazione finora?"
"Nessuna. Si rifiuta categoricamente", rispose il detective. "Ma la mia idea è che la faccenda abbia uno stretto collegamento con i due misteri del bosco."
"Il primo mistero, quello dell'uomo, si rivela essere un doppio mistero", dissi.
"Come? Me lo spieghi."
"Beh, il cameriere Olinto Santini è vivo e sta bene a Londra."
"Cosa!" esclamò, balzando in piedi. "Allora non è la persona per cui lo ha identificato?"
"No. Ma stava mascherandosi da Santini; truccato per somigliargli, intendo, fino al neo sul volto."
"Ma lei lo ha identificato positivamente?"
"Quando una persona è morta è molto facile scambiare i volti. La morte altera il volto così tanto."
"È vero", disse pensieroso. "Ma se l'uomo che abbiamo sepolto non è l'italiano, allora il mistero è considerevolmente aumentato. Perché la moglie dell'uomo vero era qui?"
"E dove è stato nascosto il suo corpo? Questa è la domanda."
"Di nuovo un mistero. Abbiamo fatto una ricerca approfondita per quattro giorni, senza scoprire alcuna traccia. Molto confidenzialmente, mi chiedo se questo signor Chater sappia qualcosa. È curioso, a dir poco, che i Leithcourt siano fuggiti così frettolosamente all'apparire di quest'uomo. Ma lei ha visto davvero Olinto Santini?"
"Sì, e ho parlato con lui."
"Ho mandato a dire a Londra di fare indagini presso il ristorante a Bayswater, ma fino al momento non ho ricevuto alcun rapporto."
"Ho chiacchierato con Olinto. Sua moglie è misteriosamente scomparsa, ma lui ignora che lei sia morta."
"Lei non gli ha detto nulla?"
"Nulla."
"Ah, ha fatto bene. Qui c'è una cospirazione diffusa, ci scommetta, signor Gregg. Sarà un caso interessante quando arriveremo in fondo a tutto. Vorrei solo che questo tizio, Chater, ci dicesse il motivo per cui è passato a trovare Leithcourt."
"Cosa dice lui?"
"Soltanto che non ha alcun desiderio di sporgere denuncia e che non ha alcuna dichiarazione da fare."
"Non può costringerlo a dire qualcosa?" chiesi.
"No, non posso. È questa l'infernale difficoltà. Se lui non sceglie di parlare, allora dobbiamo rimanere nell'ignoranza, sebbene io sia convinto che lui sappia qualcosa della strana faccenda lassù nel bosco."
E sebbene io stessi in silenzio, condividevo la convinzione del detective scozzese.
Il pomeriggio era freddo e piovoso mentre salivo la collina verso Greenlaw.
L'improvvisa scomparsa degli inquilini di Rannoch era, scoprii, sulla bocca di tutti a Dumfries. Nella sala fumatori dell'hotel della stazione tre uomini ne stavano discutendo con molte smorfie e sinistri cenni, e la loquace giovane donna dietro il bancone mi chiese la mia opinione sugli strani movimenti lassù al Castello.
Mentre camminavo da solo, con la scura linea dei boschi che coronava la cima della collina davanti a me, la scena di quella doppia tragedia, passai di nuovo in rassegna con calma la situazione. Desideravo andare all'ospedale e vedere Hylton Chater, eppure quando ricordai la parte che aveva giocato con Hornby a bordo del *Lola*, esitai naturalmente. Era alleato con Hornby, apparentemente contro Leithcourt, sebbene quest'ultimo fosse amico di Hornby.
Cosa, mi chiesi, era accaduto nella biblioteca di quel grigio vecchio castello che si stagliava audacemente davanti a me, scuro e cupo, mentre arrancavo sotto la pioggia? Come era riuscito Leithcourt a rendere il suo nemico privo di sensi e a nasconderlo in quell'armadio? Credeva di averlo ucciso?
Se fossi andato audacemente da Chater, allora sarebbe stato solo il tradimento di me stesso. No. Decisi che l'uomo che aveva fumato e chiacchierato con me così affabilmente in quella notte calda e senza fiato nel Mediterraneo doveva rimanere nell'ignoranza della mia presenza, o della mia conoscenza. Perciò rimasi per una settimana a Greenlaw con occhi e orecchie sempre aperti, esercitando tuttavia cura affinché il paziente in ospedale fosse ignaro della mia presenza.
Mackenzie lo vide in diverse occasioni, ma lui persistette ancora in quel silenzioso tormento. L'inchiesta sulla morte dell'uomo non identificato nel bosco di Rannoch era ripresa, e fu emesso un verdetto di omicidio volontario contro ignoti, mentre del secondo crimine il pubblico non aveva alcuna conoscenza, poiché il corpo non era stato scoperto.
Più e più volte perlustrai il bosco da solo, con il pretesto di cacciare piccioni, ma non scoprii nulla. Quando non facevo sport nella proprietà di mio zio, mi univo a vari gruppi nel vicinato, non perché la Scozia in quel momento mi attraesse, ma perché desideravo osservare gli eventi.
Chater, non appena si riprese, lasciò l'ospedale e andò a sud – a Londra, appurai – lasciando la polizia nell'oscurità più totale e colma di sospetti sui fuggitivi da Rannoch.
Desideravo conoscere il nascondiglio di Muriel, sperando di ottenere da lei qualche informazione riguardo al loro visitatore che era scampato quasi per un pelo alla morte. Che lei fosse a conoscenza dello scopo della sua visita era chiaro dalle dichiarazioni della servitù, tutti lasciati senza né denaro né ordini.
Un giorno passai al castello, il cui ingresso principale trovai chiuso. Gilrae, il proprietario, era salito da Londra, aveva incontrato il suo fattore lì e aveva licenziato tutta la servitù dell'ex inquilino, tenendo solo tre dei suoi che erano stati in servizio lì per un certo numero di anni. Ann Cameron, una cameriera, era una di questi, ed è lei che incontrai entrando dall'ingresso di servizio.
Interrogandola, la trovai molto disposta a descrivere come si trovasse nel corridoio fuori dalla stanza della giovane padrona quando il signor Leithcourt corse lungo il corridoio con una fretta senza fiato con il telegramma in mano. La sentì gridare: "Guarda qui! Leggilo, Muriel. Dobbiamo andare. Mettiti le tue cose subito, cara mia. Non preoccuparti del bagaglio. Ogni minuto perso è di conseguenza. Cosa!" gridò un momento dopo. "Non vuoi andare? Rimarrai qui... rimarrai qui e li affronterai? Buon Cielo! ragazza, sei pazza? Non sai cosa significhi questo? Significa che il segreto è scoperto... il segreto è scoperto, senti! Dobbiamo fuggire!"
La donna mi disse che aveva sentito distintamente la signorina Muriel singhiozzare, mentre suo padre camminava su e giù per la stanza parlando rapidamente a bassa voce. Poi uscì di nuovo e tornò nel suo spogliatoio, mentre la signorina Muriel presumibilmente si cambiava dall'abito da sera a un abito da viaggio scuro.
"Le ha detto qualcosa?" chiesi.
"Solo che erano stati chiamati via improvvisamente, signore. Ma", aggiunse la domestica, "la signorina era molto pallida e agitata, e sapevamo tutti che era accaduto qualcosa di terribile. La signora Leithcourt diede ordine che nulla fosse riferito agli ospiti, che cenarono da soli, credendo che il loro ospite e la loro ospite fossero scesi al villaggio per vedere un vecchio che stava morendo. Questa era la storia che abbiamo raccontato loro, signore."
"E nel frattempo i Leithcourt erano sul treno espresso diretti a Carlisle?"
"Sì, signore. Dicono a Dumfries che la polizia abbia telegrafato per inseguirli, ma avevano raggiunto Carlisle ed evidentemente cambiato lì, e così sono scappati."
Grazie alla somministrazione di una mancia giudiziosa mi fu permesso di salire nella stanza della signorina Muriel, una cameretta elegantemente arredata nella parte anteriore del bel posto antico, con una profonda finestra vecchio stile che dominava una magnifica vista attraverso l'ampia Nithsdale.
La stanza era stata riordinata dalle cameriere, ma lasciata esattamente come lei l'aveva lasciata. Mi avvicinai alla finestra, nella quale era inserita la grande toeletta con il suo grande specchio girevole e le bottiglie dal tappo d'argento, e guardando fuori vidi, con mia sorpresa, che era l'unica finestra che offriva una vista su quell'angolo del bosco di Rannoch dove era avvenuta la doppia tragedia. In effetti, chiunque si trovasse in quel punto avrebbe avuto una visuale chiara di quella singola finestra lontana mentre era fuori dalla vista di tutte le altre. Una luce poteva essere piazzata lì di notte come segnale, per esempio; o di giorno un asciugamano poteva essere appeso alla finestra come per asciugarsi e tuttavia poteva essere chiaramente visto a quella distanza.
Un altro oggetto nella stanza attirò anche la mia attenzione: un paio di lunghi binocoli. Li aveva usati per tenere d'occhio quel punto?
Li presi e li puntai verso il confine del bosco, scoprendo che riuscivo a distinguere tutto abbastanza chiaramente.
"È lì che hanno trovato l'uomo che è stato assassinato", spiegò la serva, che ancora stava sulla soglia.
"Lo so", risposi. "Stavo solo provando i binocoli." Poi li posai e, voltandomi, vidi sulla mensola del camino un piccolo paralume per candela rosso brillante, che presi in mano. Era fatto, scoprii, per adattarsi alla lampada da tavolo elettrica.
"Alla signorina Muriel piaceva molto una luce rossa", spiegò la giovane donna; e mentre lo tenevo in mano mi chiesi se quella luce fosse mai stata posizionata sulla toeletta e la persiana alzata; se fosse mai stata usata come avvertimento di pericolo?
Poiché espressi il desiderio di vedere il boudoir della giovane signora, la cameriera Cameron mi condusse nella lussuosa stanzetta dove, nel primo momento in cui entrai, un fatto mi colpì come peculiare. La fotografia di Elma Heath non era più lì. La fotografia era stata tolta dalla sua cornice, e al suo posto c'era il ritratto di un uomo dalla fronte larga e dalla barba folta in un'uniforme militare straniera; un'immagine che, essendo sporca e sbiadita, era stata evidentemente messa lì per riempire la cornice vuota.
Di chi era la mano che aveva assicurato quel ritratto prima della fuga dei Leithcourt? Perché, in effetti, avrei dovuto, per la seconda volta, scoprire la fotografia della sfortunata ragazza scomparsa?
"Il signore che è passato la sera della scomparsa del signor Leithcourt è tornato di nuovo qui da quando è uscito dall'ospedale?" chiesi non appena un'idea improvvisa mi balenò in mente.
"Sì, signore. È passato qui in una carrozza il giorno in cui è uscito e, su sua richiesta, l'ho accompagnato in giro per il castello. È andato in biblioteca e ha passato mezz'ora a percorrerla, prendendo misure ed esaminando il grande armadio in cui era stato trovato privo di sensi. È stata una strana faccenda, signore", aggiunse la giovane donna, "non è vero?"
"Molto", risposi.
"Il signore avrebbe potuto essere ancora lì dentro se non fossi andata in biblioteca e avessi trovato un mucchio di giornali illustrati, che mettevo sempre nell'armadio per mantenere il posto in ordine, buttati sul pavimento. Sono andata a rimetterli a posto ma ho scoperto la porta chiusa a chiave. La chiave l'ho trovata in seguito nella grata, dove il signor Leithcourt l'aveva evidentemente buttata, e aprendo la porta immagini lo shock che ho avuto quando ho trovato il visitatore steso ripiegato. Naturalmente ho pensato che fosse morto."
"E quando è tornato qui dopo la guarigione, l'ha interrogata?"
"Oh, sì. Ha chiesto dei Leithcourt, e specialmente della signorina Muriel. Credo che sia piuttosto invaghito di lei, a proposito, dal modo in cui ha parlato. E davvero non c'è mai stata signora migliore o più gentile di lei, ne sono certa. Siamo tutti davvero molto dispiaciuti per lei."
"Ma lei non ha avuto nulla a che fare con la faccenda."
"Certo che no. Ma condivide lo scandalo e la disgrazia. Avrebbe dovuto vedere l'effetto della notizia sugli ospiti quando seppero che i Leithcourt se n'erano andati. È stato un pandemonio vero e proprio. Hanno ordinato lo champagne migliore dalle cantine e l'hanno bevuto, gli uomini hanno ripulito tutte le scatole di sigari e le donne hanno frugato negli armadi finché non sembravano un branco di lupi affamati. Tutti se ne sono andati con i bauli pieni delle cose dei Leithcourt. Hanno preso tutto ciò su cui potevano mettere le mani, e noi, la servitù, non potevamo fermarli. Ho protestato con una signora che stava ficcando nel suo baule due dei migliori abiti da sera della signorina Muriel, ma lei mi ha detto di farmi gli affari miei e di lasciare la stanza. Ho visto un uomo andarsene con quattro dei fucili del signor Leithcourt, e c'è stata una vera e propria lite nella sala da biliardo per un set di bottoni da polso di perle e smeraldi che qualcuno aveva trovato nel suo spogliatoio. Crane, il cameriere personale, dice che se li sono giocati a sorte."
"Vergognoso!" esclamai. "Quindi, non appena il padrone e la padrona di casa se ne sono andati, hanno semplicemente spazzato via le stanze e le hanno ripulite?"
"Sì, signore. Hanno portato via tutto ciò che era più prezioso. Avrebbero preso anche l'argenteria, se Mason non l'avesse buttata nel forziere dei piatti, tutta sporca com'era, chiusa a chiave e nascosta la chiave. L'argenteria era del signor Gilrae, sa, signore, e Mason ne era responsabile."
"Ha agito saggiamente", dissi, sorpreso dal racconto della domestica. "Ma gli ospiti hanno agito come una banda di ladri."
"Lo erano, signore. Hanno corso per tutta la casa come demoni scatenati, e hanno persino rubato alcune delle nostre cose. Ho perso una catenina d'argento."
"E cosa ha detto lo sconosciuto quando gli avete raccontato questo?"
"Ha sorriso. Non sembrava affatto sorpreso, poiché dopo tutto la sua visita è stata la causa dell'improvviso scioglimento della festa, non è vero?"
Per continuità soltanto — questa è la FINE della sezione precedente, già tradotta. NON tradurla di nuovo e NON ripeterla nell'output. Rispetta i suoi nomi, la terminologia e il registro: --- Hitchin, ricordai le parole di Jack Durnford quando avevo menzionato il Lola. Cosa, mi chiesi, sapeva lui? Il mese prossimo, a novembre, doveva tornare a Londra dopo il suo servizio di tre anni sulla stazione del Mediterraneo. Allora ci saremmo incontrati tra qualche settimana, speravo. Mi avrebbe detto qualcosa quando fosse venuto a conoscenza di tutto ciò che sapevo? Deteneva qualche conoscenza segreta. Era possibile che il suo segreto fosse lo stesso custodito dall'infelice ragazza nella lontana e desolata Finlandia?
«E le hai fatto vedere tutta la casa?» chiesi.
«Sì, signore», rispose la servitù. «È strano, ma aveva con sé quella che sembrava essere una grande piantina del castello e, mentre passavamo di stanza in stanza, la confrontava con la sua. È rimasto qui per ore e mi ha detto che voleva fare un esame approfondito del luogo e che non voleva essere disturbato. Ha anche detto che probabilmente avrebbe potuto prendere la casa per la prossima stagione, se gli fosse piaciuta. Credo, tuttavia, che me l'abbia detto solo perché pensava che sarei stata più paziente mentre prendeva le sue misure e faceva le sue indagini. È stato qui da mezzogiorno fino quasi alle sei ed è entrato in ogni stanza, persino fino alle torrette.»
«È entrato in questa stanza, immagino?»
«Sì, signore», rispose, con una leggera esitazione, pensai. «Questa è stata la stanza in cui è rimasto più a lungo. C'era una fotografia in quella cornice laggiù», aggiunse, indicando la cornice che aveva contenuto il ritratto di Elma Heath, «un ritratto di una giovane signora, che mi ha pregato di dargli.»
«E tu gliel'hai data?» gridai rapidamente.
«Beh... sì, signore. Mi ha supplicata così tanto, dicendo che era il ritratto di una sua amica.»
«E ti ha dato qualcosa di generoso in cambio, eh?»
La giovane donna, che sapevo non avrebbe potuto rifiutare una mezza sovrana, arrossì leggermente e sorrise.
«E chi ha rimesso quel quadro al suo posto?» chiesi.
«Io, signore. L'ho trovato di sopra.»
«Non ti ha detto chi fosse la giovane signora, immagino?»
«No, signore. Ha solo detto che quella era l'unica fotografia esistente e che lei era morta.»
«Morta!» esclamai, fissandola.
«Sì, signore. Ecco perché era così ansioso di avere la fotografia.»
Elma Heath morta! Poteva essere vero? Quel volto dolcemente ritratto mi perseguitava come nessun altro volto si era mai impresso nella mia memoria. In qualche modo sembrava spingermi a tentare di penetrare il mistero, eppure Hylton Chater aveva dichiarato che era morta! Ricordai la straordinaria lettera da Abo e la sua dichiarazione che la sua fine era vicina. Quella lettera era, disse, l'ultima che avrebbe scritto alla sua amica. Hylton Chater possedeva davvero la conoscenza della morte della ragazza? Era stato sempre a conoscenza di dove si trovasse? Ciò che la giovane donna mi disse mandò all'aria tutti i miei piani. Se Elma Heath fosse stata davvero morta, allora era oltre ogni possibilità di ritrovamento e la verità sarebbe rimasta nascosta per sempre.
«Dopo aver messo la fotografia in tasca, il signore ha fatto una ricerca minuziosissima in questa stanza», continuò la domestica. «Ha consultato la sua piantina, ha preso diverse misure e poi ha picchiettato sulla pannellatura lungo tutta questa parete, come se stesse cercando qualche armadio nascosto o nascondiglio. Ho guardato la piantina e ho visto un segno a inchiostro rosso sopra. Stava cercando di scoprire quel punto ed è rimasto molto deluso nel non riuscirci. È stato qui per oltre un'ora e ha fatto una ricerca attentissima dappertutto.»
«E che spiegazione ha dato?»
«Ha solo detto: "Se trovo quello che cerco, Ann, ti farò dono di una banconota da dieci sterline". Naturalmente questo mi ha resa ansiosa.»
«Non ha fatto nessun altro commento sulla morte della giovane signora?» chiesi ansiosamente.
«No. Solo che ha sospirato e ha guardato fisso per lungo tempo la fotografia. Ho visto le sue labbra muoversi, ma le sue parole erano inudibili.»
«Non hai idea del motivo per cui sia andato da Mr. Leithcourt, immagino?»
«Da quello che ha detto, ho tratto le mie conclusioni», fu la sua risposta.
«E qual è la tua opinione?»
«Beh, mi sento certa che ci sia, o ci fosse, qualcosa di nascosto in questa casa che lui è molto ansioso di ottenere. È venuto a pretenderlo da Mr. Leithcourt, ma cosa sia successo in biblioteca non lo sappiamo. Lui, però, crede che Mr. Leithcourt non l'abbia portata via e che, qualunque cosa sia, sia ancora nascosta qui.»
CAPITOLO X
MOSTRO LE MIE CARTE
Al mio ritorno a Londra il giorno seguente, feci delle richieste all'Ammiragliato e appresi che la corazzata Bulwark si trovava a Palermo, pertanto telegrafai a Jack Durnford e nel tardo pomeriggio dello stesso giorno giunse la sua risposta al Cecil:
«Atteso a Londra il ventesimo. Ceni con me al club quella sera – Jack.»
Il ventesimo! Ciò significava quasi un mese di inattività. In quel tempo avrei potuto attraversare il mare fino ad Abo, fare indagini lì e accertare, forse, se Elma Heath fosse effettivamente morta come Chater aveva dichiarato.
Due fatti mi colpirono come notevoli: si diceva che il Barone Oberg fosse polacco, mentre anche il proprietario dalla barba scura del ristorante a Westbourne Grove era della stessa nazionalità. Poi ricordai quella graziosa crocetta smaltata che Mackenzie aveva trovato a Rannoch Wood e mi venne improvvisamente in mente che potesse essere la miniatura di uno degli ordini cavallereschi europei. Nella biblioteca del club, a mezzanotte, trovai una copia della Storia degli Ordini Cavallereschi di Cappelletti, l'opera standard sull'argomento, e cercando tra le illustrazioni scoprii finalmente una sua immagine. Era un ordine russo: l'ambito Ordine di Sant'Anna, conferito dallo Zar solo a persone che abbiano reso eminenti servizi allo Stato e al sovrano. Un fatto era ora certo, ovvero che il proprietario di quella minuscola croce, la piccola replica della bella decorazione, doveva essere una persona di alto rango ufficiale.
Il giorno dopo lo passai a fare indagini nell'ottica di scoprire la casa che si diceva fosse occupata da Leithcourt. Poiché non era né nel Directory né nel Blue Book, conclusi che l'avesse forse presa in affitto già arredata e, dopo molte richieste e notevoli difficoltà, scoprii che era proprio così. Aveva occupato la casa di Lady Heathcote, a poche porte da Grosvenor Square, per la stagione precedente, sebbene vi avesse vissuto molto poco.
Dove si nascondessero i fuggitivi non ne avevo idea. Desideravo incontrare di nuovo Muriel e dirle cosa avevo scoperto, tuttavia era chiaro che il trio si stava nascondendo da Hylton Chater, che supponevo fosse ora tornato a Londra.
Le giornate autunnali erano uggiose e piovose, e le strade erano fangose e spiacevoli, come lo sono sempre al calar dell'anno. Costretto a rimanere inattivo, passavo il tempo al club con il ricordo di quel volto ritratto sempre davanti a me: il volto della sfortunata ragazza che desiderava che il suo ultimo messaggio fosse trasmesso a Philip Hornby. Qual era, mi chiedevo, il suo segreto? Qual era davvero il suo destino?
Quest'ultima domanda mi tormentava finché non riuscii più a sopportarla. Sentivo che era mio dovere andare in Finlandia e tentare di apprendere qualcosa riguardo a questo Barone Oberg e a sua nipote. Frank Hutcheson mi aveva scritto dichiarando che il tempo a Livorno era ormai perfetto ed esprimendo stupore per il fatto che non fossi tornato. Ero il suo unico amico inglese e sapevo quanto si annoiasse quando era solo. Anche i consoli di Sua Maestà a volte soffrono di nostalgia e desiderano l'odore dei rigagnoli di Londra e un bicchiere di semplice birra amara.
Ma tu, mio lettore, che hai vissuto in terra straniera per un certo periodo di tempo, sai bene quanto diventi stancante la vita, per quanto brillante, e quanto dolci siano i ricordi della nostra cara, vecchia e grigia Inghilterra, con i suoi campi verdi, le sue corsie fangose e le strade brulicanti delle sue città grigie e sporche. Hai una sola "casa", e l'Inghilterra è ancora la tua casa, anche se dovessi diventare il più bigotto dei cosmopoliti e non avessi l'opportunità di parlare la tua lingua madre per tutto l'anno.
Il dovere – il dovere di un uomo che aveva appreso fatti strani e sapeva che una donna indifesa era una vittima – mi chiamava in Finlandia. Pertanto, con il passaporto debitamente vistato e le carte tutte in regola, una notte partii da Hull per Stoccolma con il servizio settimanale della Wilson. Quattro giorni di tempo burrascoso nel Mare del Nord e nel Baltico mi portarono nella capitale svedese, da dove il giorno seguente presi il piccolo piroscafo che fa servizio tre volte a settimana attorno alle Isole Åland, per poi attraversare il Golfo di Botnia fino a Korpo e, attraverso gli intricati canali e tra quelle isole basse, fino alla grigia e letargica città di Abo.
Non era la prima occasione in cui calpestavo il suolo russo e conoscevo fin troppo bene le scocciature della burocrazia. La Finlandia, tuttavia, è forse il paese governato più severamente tra tutti i domini dello Zar, e ne ebbi il primo assaggio del suo rigido e implacabile ufficialismo nel momento stesso dello sbarco sulla banchina semi-deserta.
Nell'ufficio di legno per i passaporti, il funzionario in uniforme, esaminando il mio passaporto, scoprì che al Consolato Generale russo si erano dimenticati di datare il visto che era stato impresso con un timbro di gomma. Era firmato dal Console Generale, ma la data mancava; a quel punto l'uomo scosse la testa e mi restituì il documento bruscamente, dicendo in russo, che comprendevo abbastanza bene, sebbene parlassi male:
«Questo non è in regola. Deve essere riportato a Londra e datato prima che lei possa procedere.»
«Ma non è colpa mia», protestai. «È colpa dell'impiegato al Consolato Generale.»
«Avrebbe dovuto esaminarlo prima di partire. Deve mandarlo a Londra e tornare a Stoccolma con la nave di stasera.»
«Ma questo è oltraggioso!» gridai, mentre aveva già preso i documenti di un passeggero dietro di me e li guardava con indifferenza.
«Basta!» esclamò, fissandomi. «Tornerà stasera, oppure se sceglie di restare verrà arrestato per essere sbarcato senza passaporto.»
«Non tornerò indietro!» dichiarai con aria di sfida. «Il vostro Console Generale ha vistato il mio passaporto e pretendo, secondo il diritto internazionale, di essere autorizzato a procedere senza ostacoli.»
«Il piroscafo parte alle sei», osservò senza alzare lo sguardo. «Se lei sarà ad Abo dopo quell'ora, lo farà a suo rischio e pericolo.»
«Sono inglese, ricordi», dissi.
«Per me non importa cosa o chi lei sia. Il suo passaporto, non datato, non vale nulla.»
«Mi lamenterò con l'Ambasciatore a Pietroburgo.»
«Il suo Ambasciatore non mi interessa minimamente. Non è Ambasciatore qui in Finlandia. Qui non c'è alcuno Zar.»
«Oh! Chi è il sovrano in questo paese, di grazia?»
«Sua Eccellenza il Governatore Generale, un funzionario che non ha amore né per l'Inghilterra né per i porci inglesi. Quindi se lo ricordi.»
«Sì», dissi in modo significativo, «me lo ricorderò.» E mi voltai e uscii dal piccolo ufficio di legno, rimettendo il passaporto nel portafoglio.
Ero già stato indirizzato all'hotel e mi incamminai verso di esso, ma mentre lo facevo vidi che ero già sotto la sorveglianza della polizia, poiché due uomini in abiti civili che bighellonavano fuori dall'ufficio passaporti mi seguirono, evidentemente per osservare i miei movimenti. Davvero la Finlandia era sotto il tallone di ferro dell'autocrazia.
Dopo aver preso le mie stanze, passeggiai per la città piatta e poco interessante, chiedendomi come fosse meglio iniziare la mia ricerca. Se avessi avuto solo una fotografia da mostrare alle persone, mi avrebbe dato un grande vantaggio, ma non avevo nulla. In verità, non avevo mai posato gli occhi sulla sfortunata ragazza.
Arrivarono le sei. Udii la sirena a vapore della nave in partenza diretta in Svezia, ma ero determinato a rimanere lì a qualunque costo; pertanto tornai in hotel e alle sette cenai comodamente in compagnia di un tedesco che era stato mio compagno di viaggio da Stoccolma.
Alle otto, tuttavia, proprio mentre bighellonavamo sul dessert, entrarono due agenti di polizia in cappotto grigio e mi arrestarono con la grave accusa di essere sbarcato senza passaporto.
Li accompagnai all'ufficio di polizia, dove fui introdotto alla presenza del grande russo irsuto che teneva la città di Abo nel terrore: il Capo della Polizia. I funzionari che la Russia invia in Finlandia sono selezionati per la loro dura disciplina e la loro burocrazia ottusa, e questa macchina umana in uniforme non faceva eccezione. Se fosse stato il Ministro dell'Interno in persona, non avrebbe potuto essere più presuntuoso.
«Bene?» scattò, alzando lo sguardo su di me mentre venivo posto davanti a lui. «Il suo nome è Gordon Gregg, inglese, da Stoccolma. Nessun passaporto e si rifiuta di partire anche dopo essere stato avvertito, eh?»
«Ho un passaporto», dissi fermamente, mostrandoglielo.
Lui lo guardò e, indicando con il dito, disse: «Non ha data ed è quindi inutile.»
«La colpa non è mia, ma di un funzionario russo. Se desidera che venga datato, può mandarlo al vostro Consolato Generale a Londra.»
«Non lo farò», gridò, fissandomi rabbiosamente. «E per il suo insulto alla legge, la farò rinchiudere in prigione per un mese. Forse allora imparerà le buone maniere russe.»
«Oh! Quindi rinchiuderà un inglese in prigione per un mese, senza processo, eh? È molto interessante! Forse se tenterà una cosa del genere, potrebbero avere qualcosa da dire a riguardo a Pietroburgo.»
«Mi sfida!»
«Per nulla. Ho presentato il mio passaporto e pretendo la comune cortesia.»
«Il suo passaporto è inutile, le dico!» gridò. «Ecco, questo è quanto vale per me!» E afferrandolo, lo strappò a metà e mi gettò i pezzi di carta blu in faccia.
Il mio sangue ribollì per questo insulto, eppure mi morsi le labbra e rimasi del tutto calmo.
«Forse vorrebbe gentilmente dirmi chi è?» chiesi con voce quanto più calma possibile.
«Con piacere. Sono Michael Boranski, Capo della Polizia della Provincia di Abo-Biornebourg.»
«Ah! Bene, Michael Boranski, la disturberò perché raccolga il mio passaporto, lo riattacchi e mi chieda scusa.»
«Scusarmi! Io scusarmi!» E il tizio rise ad alta voce, mentre gli agenti di polizia ai miei lati sogghignavano da un orecchio all'altro.
«Si rifiuta?»
«Rifiutarmi? Certamente sì!»
«Molto bene, allora», dissi, riaprendo il portafoglio e tirando fuori una lettera aperta. «Forse vorrebbe gentilmente dare un'occhiata a questo. È in russo, quindi può leggerlo.»
Me la strappò di mano con malagrazia, ma non senza curiosità. E poi, mentre leggeva le righe, il suo volto cambiò e divenne più pallido. Alzando la testa, rimase a fissarmi a bocca aperta per lo stupore.
«Mi scuso con Sua Eccellenza!» ansimò, sbiancato fino alle labbra. «Mi scuso umilmente. Io... io non sapevo. Lei non mi ha detto nulla!»
«Forse vorrebbe gentilmente riparare il mio passaporto e dargli un visto appropriato.»
In un istante si alzò dalla sedia e, dopo aver raccolto la carta strappata dal pavimento, procedette a riattaccarla. Sul retro autenticò che era stata strappata per errore, e poi le diede il visto corretto, apponendo i timbri.
«Confido, Eccellenza», disse, inchinandosi profondamente mentre me lo porgeva, «confido che questa faccenda non la disturberà ulteriormente. Le assicuro che non avevo alcuna intenzione di insultarla.»
«Sì, ce l'aveva!» dissi. «Mi ha insultato solo perché sono inglese. Ma ricordi in futuro che l'uomo che insulta un inglese di solito ne paga le conseguenze, e non ho intenzione di lasciar correre. C'è un potere superiore in Finlandia di quello del Governatore Generale.»
«Ma, Eccellenza», piagnucolò il tizio che solo dieci minuti prima era stato un bullo così offensivo, «perderò il mio posto. Ho una moglie e sei figli... mia moglie è fragile e la mia paga qui non è alta. Mi perdonerà, vero, Eccellenza? Ho chiesto scusa... mi scuso umilissimamente.»
E prese la lettera che gli avevo dato, tenendola con cautela con le dita tremanti. E ben poteva, poiché il documento era intestato:
«MINISTRO DELLA CASA IMPERIALE, PALAZZO DI PETERHOF.
«Il portatore della presente è un certo Gordon Francis Gregg, suddito britannico, del quale è Nostro volere e comando che egli sia Nostro ospite durante il suo viaggio attraverso il nostro dominio. E con la presente ordiniamo a tutti i Governatori di Provincia e ai funzionari minori di fornirgli tutte le facilitazioni di cui necessita e i privilegi e le immunità in quanto Nostro ospite.»
Il decreto di cui sopra era in una nitida grafia in stile inglese in russo, mentre sotto c'era la firma allargata del sovrano di centotrenta milioni di persone, quella firma che era onnipotente dal Golfo di Botnia al Pacifico: «Nicola».
Il documento era quello fornitomi un anno prima quando, su invito del Governo russo, ero andato in missione di inchiesta sullo stato delle prigioni per vedere, per conto del pubblico britannico, se le cose fossero nere come alcuni scrittori le avevano dipinte. Era stata mia intenzione visitare i lontani insediamenti penali nella Siberia settentrionale, ma dopo aver passato in rassegna una ventina di prigioni nella Russia europea, la mia salute era venuta meno ed ero stato costretto a tornare in Italia per rimettermi. Il documento era quindi rimasto in mio possesso perché intendevo riprendere il mio viaggio l'estate successiva. Era affinché mi fosse permesso di andare dove volevo e di vedere ciò che volevo senza intralci ufficiali che Sua Maestà l'Imperatore, su istigazione del Ministero dell'Interno, mi aveva dato quel documento preziosissimo.
La sua vista aveva trasformato il Capo della Polizia da un bullo robusto in un codardo piagnucolante, poiché vide che aveva strappato il passaporto di un ospite dello Zar, e la conseguenza sarebbe stata gravissima se mi fossi lamentato. Mi implorò di perdonarlo, adducendo ogni sorta di scuse e umiliandosi davanti a me così come davanti ai suoi due inferiori, che ora mi guardavano con soggezione.
«Espierò l'insulto in qualsiasi modo la vostra alta Eccellenza desideri», dichiarò il funzionario. «Servirò la vostra Eccellenza in qualsiasi modo ella possa comandare.»
Le sue parole suggerirono un'idea brillante. Avevo quest'uomo in mio potere; mi temeva.
«Bene», dissi dopo una certa riluttanza, «c'è una piccola questione nella quale potrebbe essermi di qualche aiuto. Se lo farà, riconsidererò la mia decisione di lamentarmi a Pietroburgo.»
«E di cosa si tratta, Eccellenza?» ansimò avidamente.
«Desidero conoscere il luogo in cui si trova una giovane signora inglese di nome Elma Heath», dissi, e scrissi il nome per lui su un pezzo di carta. «Età circa vent'anni, ed è stata a scuola a Chichester, in Inghilterra. È nipote di un certo Barone Oberg.»
«Barone Oberg!» ripeté, guardandomi in modo piuttosto strano, pensai.
«Sì, siccome è straniera sarà registrata nei vostri registri. È da qualche parte nella vostra provincia, ma dove non lo so. Mi dica dove si trova e non dirò nient'altro riguardo al mio passaporto», aggiunsi.
«Allora la vostra alta Eccellenza desidera vedere la giovane signora?» disse pensieroso, con la carta in mano.
«Sì.»
«In tal caso, essendo comandato dall'Imperatore che io debba servire la vostra Eccellenza, farò effettuare indagini immediate», fu la sua risposta. «Quando scoprirò dove si trova, mi prenderò il piacere di venire all'hotel di Sua Eccellenza.»
E lasciai il tizio, molto soddisfatto di aver messo a ottimo rendimento la sua invadenza e il suo odio per gli inglesi.
Su quella costa settentrionale grigia e desolata, il lungo inverno stava rapidamente arrivando. La povera Finlandia oppressa soffre sotto un clima rigido con gelate di agosto, un inverno di otto mesi al nord e cinque mesi di gelo al sud. Bighellonando nella sonnolenta Abo, dove gli edifici pubblici erano così miseri e scarsi e le case per la maggior parte costruite in legno, vedevo ovunque il risultato disastroso del tentato processo di russificazione del paese. La mano dell'oppressore, quel funzionario inviato da Pietroburgo per schiacciare e conquistare, era sull'onesto popolo finlandese. La burocrazia russa stava cercando di distruggere il suo vicino più debole ma più prospero e, per farlo, impiegava i funzionari più duri e privi di scrupoli che potesse importare.
Il mio compagno di viaggio di Stoccolma, che rappresentava una ditta di cartiere di Amburgo e che faceva visita annuale ad Abo e Helsingfors, mi fece da guida in giro per la città, mentre attendevo le informazioni dal mortificato Capo della Polizia. Il mio amico tedesco mi fece notare come, da quando la Russia aveva messo le mani sulla Finlandia, il progresso fosse stato arrestato, e certamente prove evidenti erano ovunque. Cresceva ovunque un malcontento, poiché molti dei giornali erano stati recentemente soppressi e i rimanenti erano sotto una severa censura; l'agricoltura era già diminuita e molte delle filande di cotone e delle segherie erano silenziose e deserte. Lo sfruttamento di quelle foreste gigantesche, dalle quali milioni di tronchi venivano fatti scendere al mare ogni anno, era ormai stato sospeso, i grandi proprietari terrieri stavano abbandonando il paese e ovunque regnavano silenzio e depressione. La Finlandia era stata separata per fini economici dai paesi più civilizzati e legata alla Russia, colpita dalla povertà, artificialmente isolata e oppressa. L'aquila bicipite era ovunque e la gente sedeva silenziosa e pensierosa sotto la sua ombra nera.
"Ci sarà una rivolta qui prima o poi", dichiarò il tedesco in confidenza, mentre prendevamo il tè un giorno sul balcone di legno dell'albergo, dove il mare e le isole basse si stendevano davanti a noi nel giallo pallido del tramonto autunnale. "Il popolo si ribellerà, come fecero in Polonia. Il governo finlandese può appellarsi allo Zar solo attraverso il Governatore Generale, e si può facilmente immaginare che i loro suggerimenti non raggiungano mai l'Imperatore. Si dice qui che più il funzionario è duro e corrotto, maggiore è l'onore che riceve da Pietroburgo. Ma si stanno preparando guai per la Russia", aggiunse. "Guai molto seri... contateci."
Osservai la scena grigia e desolata, il porto vuoto, la banchina silenziosa, la linea scura della cupa foresta di pini oltre la città, la costa frastagliata e la vasta distesa d'acqua che scintillava nel tramonto settentrionale. Sì. Il silenzio stesso sembrava presagire male e mistero. Davvero, ciò che vidi della Finlandia mi colpì ancora più di quanto avessi testimoniato nelle lontane province orientali della Russia europea.
Il mio scopo, tuttavia, non era indagare sulla condizione interna della Finlandia, o sul suo risentimento verso il potente conquistatore. Ero lì per trovare quella sfortunata ragazza che aveva scritto in modo così strano alla sua vecchia compagna di scuola e il cui ritratto era stato, per qualche motivo nascosto, distrutto.
La mattina del terzo giorno dopo il mio arrivo ad Abo, mentre sedevo sulla veranda dell'albergo a leggere una vecchia copia del Paris Journal, molte parti del quale erano state "annerite" dal censore, il Capo della Polizia, nella sua uniforme verde scuro, entrò e mi salutò.
"Vostra Eccellenza, mi sia permesso di parlarle in privato?"
"Certamente", risposi, alzandomi e conducendolo nella mia camera da letto, dove chiusi la porta, lo invitai a sedersi e mi sedetti io stesso sul bordo del letto.
"Ho fatto diverse indagini", disse, "e credo di aver trovato la signora che Vostra Eccellenza sta cercando. Le mie informazioni, tuttavia, devono esserle fornite nella più stretta confidenza", aggiunse, "perché ci sono ragioni per cui dovrei nasconderle dove si trova."
"Cosa intende?" chiesi. "Quali ragioni?"
"Beh... la signora vive in Finlandia in segreto."
"Allora è viva!" esclamai rapidamente. "Pensavo fosse morta."
"Per il mondo è morta", rispose Michael Boranski, accarezzandosi la barba rossa. "Per questo motivo le informazioni che le do devono essere trattate come riservate."
"Perché dovrebbe nascondersi? Non è colpevole di alcun reato... o no?"
L'uomo scrollò le spalle, ma non rispose.
"E questo Barone Oberg? Non mi dice nulla di lui", dissi con insoddisfazione.
"Come posso, quando non so nulla, Eccellenza?" fu la sua risposta.
Sentivo che il tizio non stava dicendo la verità, poiché avevo notato la sua sorpresa quando avevo pronunciato per la prima volta il nome del misterioso nobile.
"Come ho già detto, Eccellenza, desidero espiare il mio insulto e la servirò in ogni modo possibile. Per questo motivo avevo cercato notizie della giovane signorina inglese... la Mademoiselle Heath."
"Ma avete tutti gli stranieri registrati nei vostri libri", dissi. "La ricerca non è stata certo difficile. Conosco troppo bene i vostri metodi di polizia in Russia", risi.
"No, la signora non era registrata", disse. "C'era un motivo."
"Perché?"
"Gliel'ho detto, Eccellenza. Si sta nascondendo."
"Dove?"
"Mi rammarico che, per quanto lo desideri, non osi apparire in alcun modo connesso alla sua ricerca. Ma la indirizzerò io. Anzi, le darò istruzioni per una seconda persona che la accompagnerà da lei."
"È ad Abo?"
"No. Lontano, in campagna. Se Vostra Eccellenza sarà in fondo alla banchina domani a mezzogiorno, troverà una carrozza in attesa e il cocchiere avrà istruzioni complete su come condurla da lei e come agire. Segua le sue indicazioni implicitamente, perché è un uomo di cui posso fidarmi."
"Domani!" gridai ansioso. "Perché non oggi? Sono pronto a partire in qualsiasi momento."
Il Capo della Polizia rimase pensieroso per alcuni istanti, poi disse:
"Beh, se riuscissi a trovare l'uomo, potrebbe andare oggi. Eppure è una lunga strada e non tornerebbe prima di domani."
"Le strade sono sicure, suppongo? Non mi dispiace viaggiare di notte."
Il funzionario diede un'occhiata all'orologio e, alzandosi, esclamò:
"Molto bene, manderò a chiamare l'uomo. Se lo troviamo, allora la carrozza sarà allo stesso posto, all'estremità orientale della banchina, tra due ore."
"A mezzogiorno. Molto bene. Rispetterò l'appuntamento."
"E dopo averla vista, manterrà naturalmente la sua promessa di segretezza riguardo al nostro piccolo malinteso?" chiese ansioso.
"Ho già dato la mia parola", fu la risposta; e l'uomo si inchinò e se ne andò, con grande, credo, sorpresa del proprietario dell'albergo e del suo staff. Era una cosa insolita che un funzionario così alto come il Capo della Polizia visitasse di persona uno dei loro ospiti. Se desiderava interrogare qualcuno di loro, ordinava che si presentassero al suo ufficio, o venivano scortati lì dai suoi agenti dal cappotto grigio.
La giornata era fredda, con un vento pungente dal nord ghiacciato, quando dopo un pranzo frettoloso indossai il cappotto e passeggiai lungo la banchina deserta, dove indugiai all'estremità, guardando l'avvicinarsi di un grande pontone di tronchi di pino che apparentemente era uscito da uno dei fiumi e veniva ora navigato verso il porto da quattro uomini che sembravano ogni momento in pericolo imminente di essere lavati via dalla zattera nel mare mentre le onde si infrangevano e li inzuppavano. Si erano però legati alla loro zattera, vidi, e ora pilotavano lentamente la grande piattaforma galleggiante verso la banchina.
Credo di aver aspettato mezz'ora, quando la mia attenzione fu improvvisamente attirata dal rumore delle ruote sulle pietre e, voltandomi, vidi una vecchia carrozza chiusa trainata da tre cavalli affiancati, con campanelli sui finimenti, che si avvicinava rapidamente. Quando si fermò, il cocchiere, un finlandese robusto e biondo con un enorme cappotto di pelle di pecora, mi fece segno di entrare, esortando in un russo stentato:
"Presto, Eccellenza! presto! non deve essere visto!"
E poi, nell'istante in cui mi sedetti, e prima che potessi chiudere lo sportello, i cavalli scattarono in avanti e stavamo correndo al galoppo fuori dalla città.
Per circa otto chilometri costeggiammo il mare lungo una strada pianeggiante e ben costruita attraverso un paese arido e spazzato dal vento, da dove il magro raccolto era già stato mietuto. Non c'erano villaggi. Tutto intorno era una terra senza case, chilometri ondulati di marrone e verde, spezzati e punteggiati da pezzi di foresta e gruppi di pini scuri e malinconici. La strada correva di tanto in tanto proprio dove le fredde onde verdi si infrangevano sulla costa rocciosa. Tra poche settimane quella costa sarebbe stata bloccata dal ghiaccio e coperta di neve, e allora il silenzio della terra abbandonata da Dio sarebbe stato completo.
Dopo circa otto chilometri, il cocchiere si fermò e scese per riaggiustare i finimenti, al che scesi anch'io e gli chiesi nel miglior russo che potevo padroneggiare:
"Dove stiamo andando?"
"A Nystad."
"Quanto è lontano?"
"Sessantotto", fu la sua risposta.
Compresi che intendesse chilometri, poiché essendo finlandese non parlava di verste.
"Il Capo della Polizia le ha dato istruzioni?" chiesi.
"Sua alta Eccellenza mi ha detto esattamente cosa fare", fu la risposta dell'uomo, mentre tirava fuori la sua enorme pipa di legno e la riempiva. "Lei desidera vedere la giovane signora?"
"Sì", risposi, "vederla prima, e non so se sarà necessario farmi conoscere da lei. Dov'è?"
"Oltre Nystad", fu la sua vaga risposta con un cenno della sua grande mano grassa in direzione della scura foresta di pini che si estendeva davanti a noi. "Saremo lì circa un'ora dopo il tramonto."
Poi rientrai nel soffocante vecchio mezzo che ondeggiava e rotolava mentre sfrecciavamo sulla strada forestale irregolare, e sedetti chiedendomi in che tipo di luogo fossi condotto.
Elma Heath si stava nascondendo. Perché? Ricordai la sua curiosa lettera e ne ricordai ogni parola. Voleva che Hornby sapesse che non aveva mai rivelato il suo segreto. Quale segreto, mi chiesi?
accesi un sigaro abominevole e cercai di fumare, ma ero troppo pieno di ansia, troppo sbalordito dal labirinto di mistero in cui mi trovavo ora. Due ore dopo ci fermammo davanti a una lunga stazione di posta costruita in tronchi appena fuori da una piccola città in una conca che dava sul mare, e scesi a guardare i cavalli fumanti che venivano sostituiti da un trio di freschi. Il posto era Dadendal, mi fu detto, e il proprietario del locale, quando entrai e buttai giù un bicchierino di cognac, mi indicò una fila di edifici in granito caduti molto in rovina come l'antico convento.
Poi, riprendendo il nostro viaggio, la breve giornata volse rapidamente al termine, il sole tramontò giallo e acquoso sopra gli imponenti pini attraverso i quali passammo per chilometri e chilometri, una foresta densa e interminabile dove i lupi si nascondevano in inverno, rendendo spesso la strada pericolosa.
La temperatura scese e gelò di nuovo. Attraverso il finestrino davanti potevo vedere il grande cocchiere finlandese lanciare le braccia sulle spalle per favorire la circolazione, nello stesso modo in cui fa il "tassista" di Londra.
Quando scese la notte cambiammo di nuovo cavalli in una piccola e sporca stazione di posta nella foresta, ai margini di un lago, e poi spingemmo ancora avanti, sebbene fosse già passato da tempo l'orario in cui aveva detto che saremmo dovuti arrivare.
Il tempo passava lentamente nell'oscurità, perché non avevamo luce, e i cavalli sembravano trovare la strada per istinto. Il rollio del vecchio veicolo ingombrante dopo sei ore mi aveva reso assonnato, credo, perché ricordo di aver chiuso gli occhi e di aver evocato quella strana scena a bordo della Lola.
Infatti, suppongo di aver dormito, perché fui svegliato da una luce che mi brillava in faccia e dal cocchiere che mi scuoteva per la spalla. Quando mi ripresi e, naturalmente, chiesi il motivo, lui si mise misteriosamente un dito sulle labbra, dicendo:
"Silenzio, sua alta nobiltà, silenzio! Venga con me. Ma non faccia rumore. Se veniamo scoperti, significa la morte per noi... la morte. Venga, mi dia la mano. Lentamente. Cammini piano. Veda, ecco la barca. Entrerò prima io. Non saremo uditi sull'acqua. Ecco."
E il tizio mi condusse, mezzo stordito, giù verso la riva di un fiume largo e scuro che riuscivo a malapena a distinguere; mi condusse verso una meta sconosciuta.
CAPITOLO XI
IL CASTELLO DEL TERRORE
Il grande finlandese aveva, scoprii, legato i suoi cavalli, e nella pesante vecchia barca mi remò lungo il fiume in piena che scorreva veloce e turbolento attorno a una curva improvvisa e poi sembrava aprirsi a una grande larghezza. Alla luce delle stelle potevo distinguere che si estendeva grigio e piatto in lontananza, e che la riva opposta era orlata di pini.
"Dove stiamo andando?" chiesi alla mia guida a bassa voce. Ma lui sussurrò solo:
"Silenzio! Eccellenza! Rimanga paziente e vedrà la giovane inglese."
Così sedetti nella barca, mentre lui la lasciava andare alla deriva con la corrente, governandola con i grandi remi pesanti. Il fiume si strinse di nuovo improvvisamente, con alti pini su entrambe le rive, un tratto silenzioso e solitario, forse davvero uno dei posti più solitari di tutta Europa. Una volta l'ululato desolato di un lupo risuonò vicino a dove passavamo, ma la mia guida non fece commenti.
Dopo quasi due chilometri, il torrente si aprì di nuovo in un ampio lago dove, in lontananza, vidi sorgere, alto e netto dall'acqua, un lungo edificio quadrato di tre piani, con un'alta torre rotonda a un angolo: un antico castello medievale sembrava essere. Da una delle piccole finestre della torre, mentre entravamo nel suo raggio visivo, una luce brillava sull'acqua, e la mia guida, vedendola, grugnì di soddisfazione. Era stata senza dubbio posta lì come segnale.
Con grande cautela si avvicinò al luogo, rimanendo nella profonda ombra della riva finché non arrivammo esattamente di fronte alla torre laterale. Nella finestra illuminata vidi distintamente una figura scura di qualcuno apparire per un momento, e poi la mia guida accese un fiammifero e lo tenne tra le dita finché non fu completamente consumato.
Quasi istantaneamente la luce fu spenta, e poi, dopo aver aspettato cinque minuti o giù di lì, remò dritto attraverso il lago verso l'alta torre scura che scendeva nell'acqua. Il luogo era cupo e silenzioso come qualsiasi altro avessi mai visto, una roccaforte inespugnabile dei giorni prima che fossero inventati i cannoni d'assedio, la fortezza di qualche principe feudale o conte che probabilmente aveva tenuto il paese circostante in schiavitù.
Appoggiai la mano contro il muro nero e viscido per evitare che la barca urtasse, e poi distinguii appena oltre me una piccola sporgenza di legno e mezza dozzina di gradini che portavano a una porta ad arco bassa. Quest'ultima si era aperta senza rumore e la figura scura di una donna stava scrutando fuori.
La mia guida pronunciò alcune parole rassicuranti in finlandese a mezzo sussurro, e poi spinse lentamente la barca lungo la sporgenza, dicendo:
"Sua alta nobiltà può sbarcare. Al momento non c'è pericolo."
Mi alzai, afferrai una grande catena arrugginita per tenermi in equilibrio e salii nella stretta soglia del muro ponderoso, dove mi ritrovai nell'oscurità accanto alla donna che apparentemente stava aspettando il nostro arrivo e guardando il nostro segnale.
Senza una parola mi condusse attraverso un breve passaggio e poi, accendendo un fiammifero, accese una grande lanterna vecchio stile. Quando la luce cadde sui suoi lineamenti vidi che erano sottili e duri, con occhi infossati e una ciocca di argento sulla fronte rugosa. Attorno alla testa aveva una specie di cappuccio dello stesso materiale del suo vestito, una lana nera e grossolana, mentre attorno al collo aveva un ampio colletto di lino. In un istante riconobbi che era un membro di qualche ordine religioso, qualche ordine minore forse, col cui abito noi, in Italia, non avevamo familiarità.
Il volto sottile e ascetico era quello di una donna di forte carattere, e il suo abito funereo sembrava molto troppo grande per la sua figura nana e rimpicciolita.
"La sorella parla francese?" azzardai in quella lingua, sapendo che nella maggior parte dei conventi in tutta Europa il francese è conosciuto.
"Oui, m'sieur", fu la sua risposta. "E un po' di inglese, anche... un po' pochino", sorrise.
"Sa perché sono qui?" dissi, gratificato dal fatto che almeno una persona in quel paese solitario potesse parlare la mia lingua.
"Sì, mi è già stato detto", fu la sua risposta con un forte accento, mentre stavamo in quella piccola stanza di pietra nuda, una camera semicircolare nella torre, un tempo forse una prigione. "Ma non ha paura di avventurarsi qui?" chiese.
"Perché?"
"Beh... perché nessun estraneo è ammesso qui, sa. Se la sua presenza qui fosse scoperta, non lascerebbe questo posto vivo... quindi la avverto."
"Sono pronto a rischiare", dissi sorridendo; allo stesso tempo la mia mano cercò istintivamente la tasca dei pantaloni per accertarmi che la mia arma fosse al sicuro. "Desidero vedere la signorina Elma Heath."
La vecchia suora annuì, frugando con la sua lanterna. Diedi un'occhiata all'orologio e scoprii che erano già le due del mattino.
"Si ricordi che se lei viene scoperto qui, mi esonera da ogni colpa?" disse, alzando la testa e scrutandomi in faccia con i suoi acuti occhi grigi. "Ammettendola sto tradendo la mia fiducia, e non l'avrei fatto se non fosse stato obbligatorio."
"Obbligatorio! Come?"
"L'ordine del Capo della Polizia. Anche qui, non possiamo permetterci di offenderlo."
Quindi il tizio Boranski aveva davvero mantenuto la parola con me, e per suo ordine la porta chiusa del convento era stata aperta.
"Certamente no", risposi. "La burocrazia russa è onnipotente in Finlandia di questi tempi. Ma dov'è la signora?"
"È ancora pronto a rischiare la sua libertà e la sua vita?" chiese con voce rauca, piena di cupo significato.
"Lo sono", dissi. "Mi conduca da lei."
"E quando la vedrà non farà alcun tentativo di parlare con lei? Me lo prometta."
"Ah, Sorella!" gridai. "Mi sta chiedendo un sacrificio troppo grande. Vengo fin qui dall'Inghilterra, anzi, dall'Italia, in cerca di lei, per interrogarla riguardo a un mistero strano e per apprendere la verità. Sicuramente mi sarà permesso di parlare con lei?"
"Lei desidera apprendere la verità, signore!" osservò la donna. "Pensavo che lei fosse il suo amante... che desiderasse semplicemente vederla ancora una volta."
"No, non sono il suo amante", risposi. "Anzi, non ci siamo ancora mai incontrati. Ma sono alla ricerca della verità dalle sue stesse labbra."
"Quella non la imparerà mai", disse, con una voce dura e cambiata.
"Perché c'è una cospirazione per preservare il segreto!" gridai. "Ma intendo risolvere il mistero, e per questo motivo ho viaggiato fin qui dall'Inghilterra."
La donna con la lanterna sorrise tristemente, come divertita dalla mia impetuosità.
"Lei è su suolo russo ora, m'sieur, non inglese", osservò nel suo inglese stentato. "Se il suo scopo fosse noto, non verrebbe risparmiato per tornare nella sua terra. Ah!" sospirò, "lei non conosce i misteri e i terrori della Finlandia. Io sono una suddita francese, nata a Tours, e portata a Helsingfors quando avevo quindici anni. Sono in Finlandia da quarantacinque anni. Una volta eravamo felici qui, ma da quando lo Zar ha nominato il Barone Oberg a Governatore Generale..." e scrollò le spalle senza finire la frase.
"Il Barone Oberg... Governatore Generale della Finlandia!" esclamai.
"Certamente. Non lo sapeva?" disse, passando al francese. "Sono quattro anni ormai che detiene il potere supremo per schiacciare e russificare questi poveri finlandesi. Ah, m'sieur! questo paese, un tempo così prospero, è una macchia sulla faccia dell'Europa. I suoi metodi sono i peggiori e più privi di scrupoli di tutti quelli impiegati dalla Russia. Prima di venire qui era l'uomo più odiato di Pietroburgo, e questo, dicono, è il motivo per cui l'Imperatore lo ha mandato da noi."
"Ed è zio di questa giovane signorina, Elma Heath?"
"Zio? Ah! Non lo so, m'sieur. Non mi è mai stato detto. Sua nipote... povera giovane signora!... può essere? Sicuramente no!"
"Perché no?" chiesi.
Ma la donna non mi diede alcuna ragione; mostrò solo i palmi delle mani e sospirò. Sembrava avere compassione della ragazza che cercavo; il suo cuore era davvero più tenero di quanto avessi creduto.
"Dove vive questo Barone?" chiesi, sorpreso che potesse occupare un posto così alto nella burocrazia russa: il rappresentante dello Zar, con poteri grandi quanto l'Imperatore stesso.
"Al Palazzo del Governo, a Helsingfors."
"Ed Elma Heath è qui... in questa cupa fortezza! Perché?"
"Ah, m'sieur, come posso dirlo? Per motivi di segreti di famiglia, forse. Spiegano così tante cose, sa."
"Questa è esattamente la mia opinione", dissi. "È stata portata qui contro la sua volontà."
"Molto probabilmente. Questo non è un posto allegro, come vede. Abbiamo cinque mesi di ghiaccio e neve, e per quattro mesi siamo praticamente tagliati fuori dalla civiltà e non vediamo volti nuovi."
«Terribile!» esclamai con un sussulto, lanciando un’occhiata a quelle cupe pareti di pietra che parevano respirare un’aria di tragedia e mistero. Il vecchio castello, supponevo, era stato trasformato in un convento, come molti altri in Germania e Austria. Ai tempi del feudalesimo, senza dubbio, doveva essere stato un luogo grandioso. «E lei è qui da molto tempo?» chiesi.
«Solo sette anni. Ma me ne vado. Persino io, abituata come sono a una vita solitaria, non ne posso più. Sento che il suo freddo silenzio e la sua desolazione mi faranno impazzire. In inverno, questo posto è come un pozzo di ghiaccio.»
Il fatto che il Barone fosse il governatore della Finlandia mi stupì, poiché mi ero quasi aspettato che fosse un qualche astuto avventuriero. Eppure, mentre gli eventi del passato balenavano nella mia mente, ricordai che a Rannoch Wood era stata trovata la miniatura dell’Ordine russo di Sant’Anna, un’onorificenza che, con ogni probabilità, gli era stata conferita. Se fosse così, la coincidenza era, a dir poco, notevole. Interrogai ulteriormente la mia compagna riguardo al Barone.
«Ah, m’sieur,» dichiarò, «lo chiamano "Lo Strangolatore dei Finlandesi". Fu lui a ordinare che i contadini di Kasko venissero fustigati fino alla morte di quattro di loro – e lo Zar gli diede per questo la Stella dell'Aquila Bianca –; fu lui a sopprimere metà dei giornali e a mettere diciotto redattori in prigione per aver pubblicato il resoconto di una riunione degli svedesi a Helsingfors; fu lui a incoraggiare la corruzione e la concussione tra i funzionari per favorire gli interessi russi; fu lui a imporre il russo come lingua ufficiale, a limitare l’istruzione pubblica, a tassare eccessivamente e a schiacciare il popolo finché ora la mina è innescata e la Finlandia è pronta alla rivolta aperta. Le prigioni sono piene di innocenti; le donne vengono fustigate; i poveri muoiono di fame, e "Lo Strangolatore", come lo chiamano, riferisce allo Zar che la Finlandia è sottomessa e russificata!»
Avevo sentito parlare di tanto in tanto di questo stato di cose abominevole dalla stampa inglese, ma non avevo mai prestato attenzione al nome dell'oppressore. Dunque, lo zio di Elma Heath era "Lo Strangolatore della Finlandia", l'uomo che, in quattro anni, aveva ridotto un paese prospero a uno stato di rovina e rivolta!
«Non posso vederla?» chiesi, sentendo che eravamo rimasti lì troppo a lungo. Se la mia presenza in quel luogo era pericolosa, prima ne fossi uscito, meglio sarebbe stato.
«Sì, venga,» disse. «Ma silenzio! Cammini piano,» e sollevando la vecchia lanterna a corno per farmi luce, mi guidò di nuovo nel basso corridoio di pietra, conducendomi attraverso una serie di passaggi intricati, tutti spogli e tetri, con le pietre scavate dai passi dei secoli. Avanzammo silenziosamente oltre una serie di porte ad arco ribassato, borchiate con grossi chiodi nello stile di generazioni fa, poi, svoltando bruscamente ad angolo retto, vidi che eravamo in una sorta di vicolo cieco, davanti alla cui porta, in fondo, lei si fermò e si pose un dito sulle labbra. Poi, facendomi cenno di restare lì, entrò, chiudendo la porta dietro di sé e lasciandomi nel buio più pesto.
Tesi le orecchie, ma non riuscii a sentire alcun suono se non quello di qualcuno che si muoveva all'interno. Non fu pronunciata alcuna parola, o, se fu così, fu sussurrata così piano che non mi giunse. Attesi con impazienza fuori da quella porta chiusa per quasi cinque minuti, finché la maniglia non girò di nuovo e la mia guida mi fece cenno di entrare in silenzio.
Entrai in una piccola stanza quadrata, il cui pavimento era coperto da un tappeto, e dove, sospesa in alto, c'era una lampada che diffondeva solo una debole luce su quel locale scarsamente arredato. Mi sembrò una sorta di salotto, con un semplice tavolo di legno di abete e un paio di sedie, ma non c'era alcuna stufa e il luogo appariva freddo e poco accogliente. Oltre c'era un'altra stanza più piccola nella quale la vecchia suora scomparve per un momento; poi ne uscì conducendo una strana, esile figura in una veste grigia, una figura il cui volto era il più perfetto e adorabile che avessi mai visto. La sua ricchezza di capelli castani cadeva spettinata sulle spalle e, mentre teneva le mani giunte davanti a sé, mi guardò dritto in volto con sorpresa mentre veniva condotta verso di me.
Camminava a stento e il suo volto era pallido come la morte. Il suo vestito, quando giunse sotto la luce della lampada, vidi che era rozzo, seppur pulito, e i suoi lineamenti belli e regolari, che nella sua fotografia mi avevano affascinato tanto, erano ancora più dolci e ineguagliabili di quanto avessi creduto. Rimasi impalato davanti a lei, ammutolito dall'ammirazione.
In silenzio lei s'inchinò con grazia, poi mi guardò con stupore, apparentemente chiedendosi cosa volessi da lei, un perfetto estraneo.
«Signorina Elma Heath, suppongo?» esclamai alla fine. «Posso presentarmi? Il mio nome è Gordon Gregg, inglese di nascita, cosmopolita per istinto. Sono venuto qui per farle una domanda; una domanda che la riguarda personalmente. Lydia Moreton mi ha mandato da lei.»
Notai che i suoi grandi occhi castani osservavano le mie labbra e non il mio viso.
Le sue labbra si mossero, ma lei mi guardò con un'indescrivibile tristezza. Nessun suono uscì da lei.
Rimasi rigido davanti a lei come trasformato in pietra, poiché in quell'istante, in un lampo, compresi l'orribile verità.
Era sordomuta!
Sollevò le mani giunte verso di me in silenzio, eppure con le lacrime che le rigavano i suoi splendidi occhi.
Vidi che ai suoi polsi c'erano un paio di manette di acciaio lucido.
«Che cos'è questo posto?» chiesi alla donna in abito religioso, quando mi fui ripreso dallo shock della terribile afflizione della povera ragazza. «Dove mi trovo?»
«Questo è il Castello di Kajana, il manicomio criminale della Finlandia,» fu la sua risposta. «La prigioniera, come vede, ha perso sia la parola che l'udito.»
«Sordomuta!» gridai, guardando la bellissima originale di quella fotografia distrutta a bordo del Lola. «Ma sicuramente non è sempre stata così!» esclamai.
«No. Non credo sempre,» rispose la sorella con calma. «Ma ha detto che intendeva interrogarla, e non le ho forse detto che scoprire la verità era impossibile?»
«Ma può scrivere risposte alle mie domande?» ribattei.
«Ahimè! No,» fu la risposta sussurrata della vecchia. «La sua mente è compromessa. È, sfortunatamente, una pazza senza speranza.»
Guardai dritto in quegli occhi castani tristi, spalancati, eppure fermi, completamente confuso.
Quei polsi bianchi serrati nell'acciaio, quel volto pallido e le labbra esangui, l'inerzia dei suoi movimenti, tutto raccontava la sua tragica storia. Eppure, quella lettera che avevo letto, dettata in segreto molto probabilmente perché le sue mani non erano libere, non era certamente lo sfogo di una folle. Aveva parlato di morte, è vero, ma non si doveva forse supporre che fosse lentamente spinta al suicidio? Aveva mantenuto il suo segreto e voleva che l'uomo, Hornby – l'uomo che doveva sposare Muriel Leithcourt – lo sapesse.
La stanza in cui ci trovavamo era evidentemente un appartamento riservato al suo uso, poiché oltre c'era la minuscola camera da letto; tuttavia, la piccola finestra in alto era strettamente sbarrata, e la fredda nudità della prigione era sufficiente a far sì che chiunque vi fosse rinchiuso preferisse la morte alla cattività.
Le parlai di nuovo, lentamente e gentilmente, ma non ci fu risposta. Che fosse assolutamente muta era fin troppo evidente. Eppure, sicuramente non era sempre stata così! Ero andato alla sua ricerca perché la bellezza del suo ritratto mi aveva magnetizzato, e ora l'avevo trovata ancora più incantevole della sua immagine, ma, ahimè! sofferente di un'afflizione che rendeva la sua vita una tragedia. La realizzazione della terribile verità mi sconvolse. Un viso così perfetto come il suo non l'avevo mai visto prima: così bello, così dai lineamenti netti, così raffinato, così eminentemente il volto di una persona ben nata, eppure così ineffabilmente triste, così colmo di un vuoto, inesprimibile disperazione.
Portò le mani giunte alla bocca e fece segno, scuotendo il capo, di non poter né comprendere né rispondere. Estrassi quindi il portafoglio dalla tasca e scrissi su un pezzo di carta, in caratteri grandi, le parole: «Vengo da parte di Lydia Moreton. Il mio nome è Gordon Gregg.»
Quando il suo sguardo ansioso cadde sulle parole, fu istantaneamente colma di eccitazione e annuì rapidamente. Poi, tendendomi i polsi serrati dall'acciaio, mi guardò con aria mesta, come se mi implorasse di liberarla da quella terribile schiavitù in quella tomba silenziosa.
Sebbene la donna che mi aveva condotto lì tentasse di impedirlo, le porsi la matita e appoggiai il foglio sul tavolo affinché potesse scrivere.
La suora provò ad afferrarlo, ma io le tenni il braccio con gentilezza e fermezza, dicendo in francese:
«No. Desidero vedere se è davvero insana. Mi concederà almeno questa soddisfazione.»
E mentre discutevamo, Elma, con la matita tra le dita, cercò di scrivere, ma a causa del fatto che le sue mani erano legate così strettamente non ci riuscì. Alla fine, però, dopo diversi tentativi, riuscì a stampare in caratteri irregolari la risposta:
«La conosco. Lei era sullo yacht. Pensavo l'avessero uccisa.»
La vecchia dal volto sottile vide la sua risposta – una replica che era certamente abbastanza razionale – e le sue sopracciglia si contrassero per il disappunto.
«Perché è qui?» scrissi, non permettendo alla sorella di vedere la mia domanda.
In risposta, lei scrisse penosamente e laboriosamente:
«Sono condannata per un crimine che non ho commesso. Mi porti via di qui, o mi ucciderò.»
«Ah!» esclamò la vecchia. «Vede, povera ragazza, si crede innocente! Lo credono tutti.»
«Ma perché è qui?» chiesi ferocemente.
«Non lo so, m'sieur. Non è mio dovere indagare sulla storia dei loro crimini. Quando sono malate le curo; questo è tutto.»
«E chi è il comandante di questa fortezza?»
«Il colonnello Smirnoff. Se sapesse che l'ho fatta entrare, lei non uscirebbe mai vivo da questo posto. Questa è la Schusselburg della Finlandia – il luogo di detenzione per coloro che hanno cospirato contro lo Stato.»
«La prigione dei cospiratori politici, eh?»
«Ahimè, m'sieur, sì! Il luogo in cui alcune delle povere creature vengono torturate per ottenere confessioni e informazioni con tanta crudeltà quanta nei giorni neri dell'Inquisizione. Queste mura sono spesse e le loro grida non si odono dagli oubliettes sotto il lago.»
Avevo sentito parlare molto tempo fa degli orrori di Schusselburg. Anzi, chi non ne ha sentito parlare tra coloro che hanno viaggiato in Russia? La sola menzione della moderna Bastiglia sul lago Ladoga, da cui non si è mai saputo che un prigioniero sia uscito vivo, è sufficiente a far impallidire qualsiasi russo. E io mi trovavo nella Schusselburg della Finlandia!
Girai il foglio di carta e scrissi la domanda:
«È stato il Barone Oberg a mandarla qui?»
In risposta, lei stampò le parole:
«Credo di sì. Fui arrestata a Helsingfors. Dica a Lydia dove mi trovo.»
«Conosce Muriel Leithcourt?» chiesi con lo stesso mezzo, al che lei rispose che erano state a scuola insieme.
«Mi ha visto a bordo del Lola?» scrissi.
«Sì. Ma non potevo avvertirla, sebbene avessi origliato le loro intenzioni. Mi portarono a terra dopo che lei se ne fu andato, a Siena. Dopo tre giorni mi ritrovai sordomuta; fui resa tale.»
La sua asserzione mi sconvolse. Era stata resa inferma di proposito!
«Chi lo ha fatto?»
«Un medico, suppongo. Mi hanno dato il cloroformio.»
«Chi?»
«Persone che dicevano di essere mie amiche.»
Mi voltai verso la donna in abito religioso e gridai:
«Vede cosa ha scritto? È stata mutilata da alcuni amici che volevano che il segreto che custodisce fosse mantenuto. Avevano paura di ucciderla, così hanno corrotto un medico affinché la operasse deliberatamente in modo che non potesse né parlare né udire. E ora la stanno spingendo al suicidio!»
«M'sieur, sono sbalordita!» dichiarò la suora. «Ho sempre creduto che non fosse in sé, eppure certamente sembra sana quanto me, solo deliberatamente mutilata da qualche finto amico che ha deciso che nessuna parola dovesse più uscire dalle sue labbra.»
«Una vergognosa mutilazione è stata commessa su questa povera ragazza indifesa!» gridai con rabbia. «E mi farò un dovere di scoprire e punire i responsabili.»
«Ah, m'sieur. Non agisca d'impulso, la prego,» disse la donna seriamente, poggiando la mano sul mio braccio. «Ricordi che lei è in Finlandia, dove il Barone Oberg è onnipotente.»
«Non temo il Barone Oberg,» esclamai. «Se necessario, mi appellerò allo Zar in persona. Mademoiselle è tenuta qui perché è in possesso di qualche segreto. Deve essere rilasciata; mi prenderò io la responsabilità.»
«Ma non deve tentare di liberarla da qui. Significherebbe la morte per entrambi. Il Castello di Kajana non rivela i segreti di coloro che muoiono tra le sue mura, o di coloro che vengono gettati a capofitto nelle sue acque e dimenticati.»
Mi voltai di nuovo verso Elma, che stava in ansiosa meraviglia riguardo al tema della nostra conversazione, e che aveva improvvisamente preso la mano della vecchia suora e l'aveva baciata affettuosamente, forse per mostrarmi che si fidava di lei.
Poi, sul foglio scrissi:
«Il Barone Oberg è suo zio?»
Lei scosse il capo negativamente, mostrando che il temuto Governatore Generale della Finlandia aveva solo recitato una parte nei suoi confronti, alla quale era stata costretta ad acconsentire.
«Chi è Philip Hornby?» chiesi, scrivendo rapidamente.
«Il mio amico; almeno, così credo.»
Amico! E io avevo creduto per tutto il tempo che fosse un avventuriero e un nemico!
«Perché è andato a Livorno?» chiesi.
«Per uno scopo segreto. C'era un complotto per ucciderla, solo che sono riuscita a sventarlo,» furono le parole che stampò con molta fatica.
«Allora le devo la vita,» scrissi. «E in cambio farò tutto il possibile per salvarla da qui, se non teme di mettersi nelle mie mani.»
E a questo lei rispose:
«Le sarò grata, perché non posso più sopportare questo posto orribile. Credo che qui debbano torturare le donne. Un giorno tortureranno me. Faccia del suo meglio per farmi uscire di qui e le dirò tutto. Ma,» scrisse, «temo che lei non potrà mai ottenere la mia liberazione. Sono rinchiusa qui con una condanna all'ergastolo.»
«Ma lei è inglese, e se non ha avuto un processo posso lamentarmi col nostro Ambasciatore.»
«No, sono suddita russa. Sono nata in Russia e sono andata in Inghilterra quando ero ragazza.»
Ciò cambiava interamente la situazione. Come suddita dello Zar nel suo stesso paese, era soggetta a quella vergognosa macchia sulla civiltà che permette a una persona di essere confinata in prigione per volontà di un alto funzionario, senza processo o senza che le venga offerta alcuna possibilità di appello. Vidi quindi immediatamente la difficoltà.
Eppure, aveva promesso di dirmi la verità se fossi riuscito a farla rilasciare!
Un'ondata di ricordi del mistero sorprendente mi attraversò la mente. Mille domande sorsero in me, tutte desideravo porle, ma lì, in quella prigione immonda, era impossibile. Mentre stavo lì, un grido acuto di dolore lancinante di una donna mi raggiunse, nonostante quelle mura ciclopiche. Qualche sfortunata prigioniera stava, forse, venendo torturata e una confessione le veniva estorta dalle labbra. Rabbrividii agli orrori indicibili di quella tetra fortezza.
Potevo permettere a questa ragazza raffinata e indifesa di rimanere un'ospite di quella Bastiglia, i cui terrori avevo sentito uomini in Russia accennare a voce bassa? L'avevano deliberatamente resa inferma e privata sia dell'udito che della capacità di parlare, e ora intendevano che fosse spinta alla follia da quel silenzio e dalla solitudine che devono sempre finire nella pazzia.
«Ho deciso,» dissi improvvisamente, voltandomi verso la donna che mi aveva condotto lì e che, avendo ora rimosso i legami d'acciaio della prigioniera con una chiave che portava segretamente, se ne stava con le mani giunte nel calmo atteggiamento della religiosa.
«Non agirà d'impulso?» implorò con rapida apprensione. «Ricordi, la sua vita è in gioco, così come la mia.»
«I suoi nemici intendevano che anch'io morissi!» risposi, guardando dritto in quegli occhi castani, profondi e misteriosi, che mi tenevano come sotto un incantesimo. «L'hanno trascinata nel loro potere perché non aveva mezzi di difesa. Ma io assumerò la posizione di suo amico e protettore.»
«Come?»
«L'uomo mi sta aspettando nella barca fuori. Ho intenzione di portarla con me.»
«Ma, m'sieur, ma questo è impossibile!» gridò la vecchia con voce rauca. «Se fosse scoperto dalle guardie che pattugliano il lago sia di notte che di giorno, sparerebbero a entrambi.»
«Rischerò,» dissi, e senza aggiungere altro corsi nella minuscola camera da letto e strappai una vecchia coperta marrone dal letto di ferro.
Poi, intrecciando il mio braccio a quello della donna il cui volto incantevole era divenuto in verità il sole della mia esistenza, feci segno, invitandola ad accompagnarmi.
La sorella sbarrò la porta, esortandomi a riconsiderare la mia decisione.
«La lasci sola in segreto e agisca come preferisce, faccia appello al Barone, allo Zar, ma non tenti, m'sieur, di liberare una prigioniera da qui, perché è un'impossibilità. L'uomo che l'ha portata qui da Abo non oserà accettare una tale responsabilità.»
«Venga,» dissi a Elma, sebbene, ahimè! non potesse udire la mia voce. «Proviamo almeno a tentare la fuga verso la libertà.»
Riconobbe le mie intenzioni in un istante e si lasciò condurre lungo il lungo e intricato corridoio, camminando furtivamente e senza fare rumore.
Avevo afferrato la vecchia lanterna a corno e, mentre la suora si tirava indietro, non osando accompagnarci, avanzammo soli, tornando indietro lungo il corridoio di pietra finché non riconobbi la porta della stanza in cui ero stato condotto per primo. Tutto era silenzioso e, mentre procedevamo in punta di piedi, sentii la presa della ragazza sul mio braccio, una presa che mi diceva che riponeva la sua fede in me come suo liberatore.
Ammetto che fu un atto avventato e ostinato, poiché persino oltre il lago come avremmo mai potuto sperare di penetrare quelle interminabili foreste inospitali, così lontano da qualsiasi nascondiglio? Eppure, sentivo che era mio dovere tentare il salvataggio. E poi, la sua meravigliosa bellezza non mi aveva forse intrappolato? Non avevo forse sentito, con un'intuizione inspiegabile fin dal primo istante in cui ci eravamo incontrati, che le nostre vite erano legate nel futuro? Lei si aggrappava a me come se temesse di essere scoperta, mentre avanzavamo in silenzio lungo quel corridoio buio e basso dove sapevo che la solida porta nella torre si apriva sul lago. Una volta sulla barca, avremmo potuto remare fino a dove ci aspettavano i cavalli e poi via. La donna non aveva arrestato il nostro progresso né dato l'allarme, dopo tutto. Una volta l'avevo sospettata, ma ora vedevo che il suo cuore era davvero colmo di pietà per la povera ragazza al mio fianco.
Senza far rumore procedemmo fino a pochi metri da quella porta non chiusa a chiave dove la barca ci attendeva più in basso, quando, all'improvviso, la luce incerta della lanterna cadde su qualcosa che brillava e una voce profonda gridò dall'oscurità in russo:
«Fermo! O sparo!»
E, sorpresi, ci ritrovammo a guardare la canna di una carabina carica.
Un'enorme sentinella stava con la schiena rivolta all'uscita segreta, i suoi occhi scuri brillanti sotto il berretto a visiera, mentre teneva la sua arma alla spalla a meno di due metri da noi.
Il tipo grosso e barbuto chiese ferocemente chi fossi.
Il cuore mi cadde ai piedi. Avevo agito in modo sconsiderato ed ero caduto nelle mani di Sua Eccellenza, il Barone Xavier Oberg, lo spregiudicato Governatore Generale; caduto in una trappola che, a quanto pareva, era stata preparata molto abilmente per me.
Ero un prigioniero nella terribile fortezza da cui non si è mai saputo che una sola persona, eccetto le guardie, sia uscita: la Bastiglia de "Lo Strangolatore della Finlandia!"
Vidi che ero perduto.
La canna della carabina della sentinella era a meno di un metro dal mio petto.
«Parla!» gridò il tizio. «Chi sei?»
Con uno sguardo colsi il pericolo della situazione e, senza un secondo di esitazione, mi tuffai verso l'uomo sotto la sua arma. La abbassò, ma era troppo tardi, perché lo afferrai per la vita, rendendo il suo fucile inutile. Fu questione di un istante, poiché sapevo che lo scontro corpo a corpo era la mia unica possibilità.
E se la barca non fosse stata in attesa sotto quella porta chiusa? Se il mio barcaiolo finlandese non fosse stato lì pronto, allora ero perduto. L'infelice ragazza che ero lì per salvare si ritrasse spaventata contro la parete per un solo secondo, poi, vedendo che mi ero avventato sul tipo massiccio, scattò in avanti e con entrambe le mani afferrò il fucile, tentando di strapparglielo. Le sue dita avevano perso il grilletto e lui stava cercando di riprenderlo per fare fuoco e dare così l'allarme. Lo vidi e, con un vecchio trucco imparato a Uppingham, gli feci lo sgambetto, così che barcollò e cadde quasi a terra.
Un'imprecazione gli sfuggì, eppure in quel momento Elma riuscì a torcere il fucile dalle sue mani nervose, che ora io tenevo con una forza nata dalla consapevolezza del mio imminente pericolo. Il mio intero futuro, così come il suo, dipendeva dal successo di quel disperato scontro. Lui era enorme e potente, con una forza che superava di gran lunga la mia, eppure a Uppingham ero considerato un buon lottatore, e ora la mia conoscenza di quell'antichissima forma di combattimento mi tornava utile.
L'uomo gridò aiuto, la sua voce profonda e roca risuonava lungo i corridoi di pietra. Se fosse stato udito dai suoi commilitoni, l'allarme sarebbe stato dato immediatamente.
Lottammo disperatamente, ondeggiando avanti e indietro, lui che cercava di gettarmi a terra, mentre io, a ogni mossa, applicavo su di lui i trucchi imparati in gioventù. Sembrava uno scontro alla pari, tuttavia, poiché lui restava in piedi per pura forza bruta e i suoi muscoli sembravano duri e rigidi come l'acciaio.
Improvvisamente, però, mentre ci sforzavamo così vigorosamente e disperatamente, la ragazza inglese scivolò oltre noi con la carabina in mano e con un movimento rapido spalancò la pesante porta che dava accesso al lago.
In quell'istante feci sfortunatamente una mossa falsa, e la sua mano si chiuse sulla mia gola come una fascia d'acciaio. Combattei e mi dimenai per liberarmi, esercitando ogni muscolo, ma ahimè! lui ebbe la meglio. Udii uno sciacquio e vidi che Elma non teneva più l'arma della sentinella tra le mani, avendola gettata in acqua.
Poi nello stesso momento udii una voce fuori gridare a bassa voce: «Coraggio, Eccellenza! Coraggio! Verrò ad aiutarvi.»
Era il fedele finlandese, che mi stava aspettando nell'ombra profonda, e con poche palate portò la sua barca fino alla stretta e traballante sporgenza fuori dalla porta.
«Prendete la signora!» riuscii a boccheggiare in russo. «Non badate a me», e vidi con soddisfazione che guidava Elma a salire sulla barca, che in quel momento passò davanti alla piccola piattaforma.
Lottai valorosamente, ma contro un uomo di tale forza bruta ero impotente. Mi stringeva la gola, procurandomi un dolore atroce, e a ogni istante sentivo le mie possibilità di vittoria diminuire. Le mie forze stavano venendo meno. Mentre tenevo le sue braccia lungo i fianchi, potevo tenerlo al sicuro senza troppi sforzi, ma ora, con le sue dita che premevano sulla mia trachea, non riuscivo a respirare.
Stavo venendo lentamente strangolato.
Essere sconfitto significava la prigionia lì, forse persino la morte. La vittoria significava la vita di Elma, così come la mia. La mia era dunque una lotta per la vita. Un'idea improvvisa mi balenò in mente e continuai a lottare, spingendo contemporaneamente, a poco a poco, il mio nemico all'indietro verso la porta. Gridò aiuto, ma non fu udito. Imprecò, giurò e urlò finché, con uno sforzo improvviso e quasi sovrumano, gli feci lo sgambetto, portando la sua testa a un contatto così violento con l'architrave di pietra della porta che il rumore si sarebbe potuto udire sicuramente a una notevole distanza. Per un momento fu stordito e in quel breve secondo liberai la sua presa dalla mia gola e lo scagliai all'indietro oltre la porta.
Ci fu il suono del legno che si spezzava quando la piattaforma marcia cedette, un forte sciacquio, e l'istante successivo le acque scure si chiusero sopra il tizio grande e barbuto che mi avrebbe strappato Elma Heath e mi avrebbe tenuto prigioniero in quel castello degli orrori. Affondò come un sasso, perché, sebbene stessi lì in attesa che riemergesse, potevo distinguere solo il legname che galleggiava via con la corrente.
In un momento, però, proprio mentre stavo lì inorridito per il mio atto di autodifesa, il luogo risuonò improvvisamente di grida d'allarme, e nella torre sopra di me la grande vecchia campana arrugginita iniziò a oscillare, facendo risuonare la sua nota bronzea attraverso l'ampia distesa d'acqua.
Il finlandese dalla barba chiara di nuovo spinse la barca verso dove mi trovavo, gridando:
«Saltate, Eccellenza! Per la vostra vita, saltate! Le guardie ci raggiungeranno!»
Dietro di me nel passaggio vidi una luce e il luccichio delle armi. Un colpo risuonò e un proiettile sibilò oltre me, ma restai illeso. Poi saltai e quasi rovesciai la barca, ma prendendo un remo iniziai a remare per la vita, e mentre ci allontanavamo da quelle cupe pareti nere, il fuoco eruttò da tre fucili.
«Remate!» gridai, voltandomi per vedere se la mia compagna bionda fosse stata colpita.
«State calmo, Eccellenza», esortò il finlandese. «Guardate, proprio laggiù nell'ombra. Potremmo ingannarli, poiché la motovedetta sarà all'inizio del fiume in attesa di tagliarci la strada.»
Di nuovo le guardie spararono contro di noi, ma nell'oscurità la loro mira era imprecisa. Luci apparvero nelle alte finestre del castello e potemmo vedere che la massima agitazione era stata causata dalla fuga del prigioniero. Gli uomini alla porta della torre stavano gridando alle motovedette, che non si vedevano da nessuna parte, chiamandole a speronarci e catturarci, ma remando rapidamente scivolammo dritti attraverso il lago finché non arrivammo sotto l'ombra profonda della riva opposta, per poi strisciare gradualmente lungo la direzione da cui eravamo venuti.
«Se incontriamo le barche, Eccellenza, dobbiamo correre a riva e rifugiarci nei boschi», spiegò il finlandese. «È la nostra unica possibilità.»
Aveva appena parlato quando al centro del lago potemmo distinguere a malapena una lunga barca con tre rematori che andava rapidamente verso l'entrata del fiume, che tanto desideravamo raggiungere.
«Guardate!» gridò la nostra guida, facendo marcia indietro e portando la barca a un punto fermo. «Sono alla nostra ricerca! Se veniamo scoperti spareranno. Sono i loro ordini. Nessuna barca è permessa su questo lago.»
Elma sedeva a osservare i nostri inseguitori, ma ancora calma e silenziosa. Sembrava affidarsi interamente a me.
Le guardie stavano remando rapidamente, i remi che risuonavano negli scalmi, evidentemente convinte che ci fossimo diretti verso il fiume. Ma il finlandese aveva apparentemente previsto questo, e per tale motivo eravamo al sicuro dall'osservazione nell'ombra profonda di un albero sporgente.
Una nebbia grigia stava lentamente salendo dall'acqua e il finlandese, notandola, sperò che potesse favorirci. In Finlandia, a fine autunno, le nebbie sono spesso spesse quanto le nostre proverbiali nebbie di Londra, solo più bianche, dense e gelide.
«Se sbarchiamo saremo costretti a fare una deviazione di ben quattro giorni nella foresta, per superare le paludi», sottolineò con un basso sussurro. «Ma se riusciamo a entrare nel fiume possiamo scendere a terra ovunque e arrivare a piedi in qualche posto dove la signora possa restare nascosta.»
«Cosa consigliate? Siamo interamente nelle vostre mani. Il Capo della Polizia mi ha detto che poteva fidarsi di voi.»
«Penso che sia meglio rischiare», disse in russo dopo una breve pausa. «Ormeggeremo la barca e io andrò lungo la riva a vedere cosa stanno facendo le guardie. Voi resterete qui e non sarò visto. I giunchi e il sottobosco sono più alti più avanti. Ma se ci fosse pericolo mentre sono assente, uscite e andate dritti verso ovest finché non trovate la palude, poi proseguite lungo i suoi argini dritto verso sud», e tirando la barca a riva, l'astuto uomo dalle ossa grandi scomparve nel sottobosco oscuro.
Non c'erano ancora segni dell'alba. In effetti, le stelle erano ormai nascoste e il grande piano d'acqua diventava ogni momento più indistinto mentre sedevamo entrambi in silenzio. Le mie orecchie erano tese per cogliere lo sciacquio di un remo o una voce, ma oltre al lambire dell'acqua sotto la barca, non c'era nessun altro suono. Presi la mano della ragazza dal volto luminoso al mio fianco e la strinsi. In cambio lei strinse la mia.
Era l'unico mezzo con cui potevamo scambiarci confidenze. Colei che avevo cercato per tutti quei mesi sedeva al mio fianco, eppure impotente a proferire una sola parola.
Tenendole ancora le mani tra le mie, le strinsi per mostrarle che intendevo essere il suo paladino, mentre lei si voltò verso di me in confidenza come se fosse felice che fosse così. Qual era, mi chiedevo, la sua storia? Qual era il mistero che la circondava? Cosa poteva essere quel segreto che aveva spinto i suoi nemici a mutilarla e sfigurarla così brutalmente, e successivamente a mandarla in quella tetra, terribile fortezza che ancora incombeva davanti a noi nell'oscurità? Sicuramente il suo segreto doveva riguardare qualcuno molto seriamente, o mezzi così drastici non sarebbero mai stati impiegati per assicurarsi il suo silenzio.
Improvvisamente udii un passo furtivo avvicinarsi e l'istante successivo una voce bassa parlò, che riconobbi come quella del nostro amico, il finlandese.
«C'è pericolo, Eccellenza, un grave pericolo!» disse in un basso mezzo sussurro. «Tre barche sono alla nostra ricerca.»
E aveva appena pronunciato quelle parole quando ci fu il lampo di un fucile dalla foschia, un forte scoppio, e di nuovo un proiettile sibilò oltre la mia testa. In un istante la verità divenne evidente, poiché vidi l'ombra scura di una barca remata rapidamente, che puntava dritta verso di noi. Il colpo era stato sparato come segnale che eravamo stati avvistati e inseguiti. Altri colpi risuonarono, mescolati alle grida selvagge ed esultanti delle guardie mentre ci puntavano direttamente, e allora seppi che, nonostante la nostra fuga, eravamo ormai perduti. Erano troppo vicini a noi per permetterci di seminarli. Il pericolo che avevamo temuto era arrivato. La presenza del finlandese sulla riva era stata evidentemente rilevata da una barca accostata a riva, ed era stato seguito fino a dove ci eravamo sdraiati in quello che avevamo così scioccamente creduto fosse un nascondiglio sicuro. Non restava altro da fare che affrontare l'inevitabile. Per tre volte il fuoco rosso di un fucile eruttò rabbiosamente contro le nostre facce e, tuttavia, per buona sorte, nessuno dei due fu colpito. Eppure sapevamo fin troppo bene che l'intenzione dei nostri inseguitori era di ucciderci.
«Presto, Eccellenza! Fuggite! Finchè c'è ancora tempo!» boccheggiò il finlandese, afferrandomi la mano e trascinandomi a metà dalla barca, mentre io, a mia volta, posizionai Elma sulla riva.
«Hoida! Da questa parte! Rapidamente!» gridò la nostra guida, e noi tre, incuranti delle conseguenze, ci tuffammo nell'oscurità impenetrabile, proprio mentre i nostri feroci inseguitori arrivavano dove poco prima eravamo seduti. Gridarono selvaggiamente mentre saltavano a terra dietro di noi, ma la nostra guida, che era nata e cresciuta in queste foreste, sapeva bene come viaggiare in semicerchio e come nascondersi. Era una corsa per la libertà, anzi, per la vita stessa.
Così buio che riuscivamo a vedere a stento un piede davanti a noi, fummo costretti a mettere le mani davanti per evitare collisioni con i grandi tronchi d'albero, mentre di tanto in tanto ci ritrovavamo impigliati nella massa di rampicanti morti e parassiti vegetali che formavano il fitto sottobosco. Attorno a noi, da ogni parte, udimmo le grida e le imprecazioni dei nostri inseguitori, mentre sopra gli altri udimmo una voce autoritaria, evidentemente quella di un sergente della guardia, gridare:
«Sparate all'uomo, ma risparmiate la donna! Il Colonnello la vuole indietro. Non lasciatela scappare! Saremo ben ricompensati. Quindi continuate, compagni! Mene edemmäski!»
Ma la ragazza tremante accanto a me non udì nulla, e forse, in effetti, era meglio che non potesse sentire. Il mio unico timore era che i nostri inseguitori, che ora sembravano una dozzina, si fossero estesi con l'intenzione di accerchiarci. Senza dubbio conoscevano ogni centimetro di quella foresta gigante con le sue numerose torbiere e paludi, e se non avessero potuto scoprirci, senza dubbio ci avrebbero spinto in una o nell'altra delle paludi, dove la fuga era impossibile.
Il nostro valoroso accompagnatore, d'altra parte, sembrava ignorare completamente il pericolo e continuava ad andare avanti, di tanto in tanto allungando la mano e aiutando la ragazza sofferente che avevamo salvato da quella tomba vivente. A capofitto andammo in linea retta, finché improvvisamente iniziammo a sentire i nostri piedi affondare nel terreno soffice, e allora il finlandese girò a sinistra, ad angolo retto, e ci ritrovammo in un sottobosco più fitto, dove nell'oscurità le nostre mani e i nostri volti rimasero gravemente graffiati.
Un altro fucile fu sparato come segnale, riecheggiando attraverso il bosco, ma il suono proveniva dalla direzione opposta a quella in cui stavamo viaggiando; pertanto sperammo di aver eluso coloro il cui ardente desiderio era catturarci per la ricompensa. Improvvisamente, però, un secondo fucile, un segnale di risposta, fu sparato dritto davanti a noi, e ciò rivelò la verità. Eravamo effettivamente tra le due parti, e ci stavano stringendo d'assedio! Ci avevano già spinti verso il bordo della palude. Il finlandese riconobbe il nostro pericolo tanto rapidamente quanto me e si fermò.
«Torniamo dritti indietro», esortò senza fiato. «Potremmo ancora seminarli.»
E allora girammo di nuovo ad angolo retto, viaggiando il più velocemente possibile verso la riva del lago. Era un inseguimento eccitante nell'oscurità, poiché non sapevamo dove stavamo andando, né in quale trappola, burrone o palude insidiosa potessimo cadere. Una volta vedemmo lontano attraverso gli alberi la luce di una lanterna tenuta da una guardia, e già la ragazza dal volto dolce accanto a me sembrava stanca e terribilmente affaticata. Ma ci affrettammo, cercando di non fare rumore, eppure il crepitio del legno sotto i nostri piedi ci sembrava risuonare come un tuono.
Alla fine, senza fiato, ci fermammo ad ascoltare. Eravamo già in vista della nebbia grigia dove giaceva il lago silenzioso che custodiva così tanti segreti. Non c'era un suono. Le guardie erano andate dritte avanti, credendo di averci spinto in quella palude mortale in cui, se fossimo entrati, saremmo stati lentamente risucchiati e inghiottiti. La stavano circondando, senza dubbio, sentendosi sicuri della loro preda.
Ma strisciammo lungo il bordo dell'acqua finché, nella luce grigia, potemmo distinguere due barche vuote: quella delle guardie e la nostra. Eravamo di nuovo nel punto in cui eravamo sbarcati.
«Remiamo verso l'inizio del lago», suggerì il finlandese. «Potremmo poi sbarcare e sfuggire loro.» E un momento dopo eravamo tutti e tre sulla barca delle guardie, remando con tutte le nostre forze sotto l'ombra profonda della riva verso nord, nella direzione opposta alla città di Nystad.
Tenemmo d'occhio qualsiasi altra barca, ma non ne vedemmo nessuna. I segnali a terra avevano attirato tutte le guardie in quel punto per unirsi alle ricerche, e ora, dopo essere tornati indietro ed esserci imbarcati di nuovo, aumentavamo a ogni momento la distanza tra noi e i nostri inseguitori. Credo che dobbiamo aver remato per parecchie miglia, poiché prima che sbarcassimo di nuovo, su una riva bassa, piatta e desolata, il primo raggio grigio del giorno stava apparendo a est.
Elma lo notò e tenne i suoi grandi occhi castani fissi su di esso pensierosa. Era l'alba per lei: l'alba di una nuova vita. I nostri occhi si incontrarono; lei mi sorrise e poi guardò di nuovo a est, piena di un significato silenzioso.
Sbarcati, tirammo la barca a riva e la nascondemmo nel sottobosco affinché le guardie, durante la ricerca, non conoscessero la direzione che avevamo preso, e poi proseguimmo dritti verso nord attraverso le terre basse, fin dove la foresta appariva scura contro il grigio del mattino. La nebbia si era ormai un po' diradata, ma l'aria era pungente e gelida.
Questo bosco, scoprimmo, era di alti pini, dove camminare non era difficile, un'ampia distesa di alberi che, ora dopo ora, attraversammo nel vano tentativo di trovare il sentiero accidentato che la nostra guida ci diceva portare per cento miglia da Alavo giù fino a Tammerfors, il centro manifatturiero del paese. Ma scoprire un sentiero in una foresta larga quaranta miglia è una questione di notevole difficoltà, e per ore vagammo avanti e indietro, ma ahimè! sempre invano.
Deboli e affamati, eppure mantenevamo ancora il coraggio. Fortunatamente trovammo una piccola sorgente e tutti e tre bevemmo avidamente con le mani. Ma di cibo non avevamo nulla, tranne un piccolo pezzo di pane di segale duro che il finlandese aveva in tasca, ciò che restava del suo pasto serale; e questo lo demmo a Elma, che, mezza affamata, lo mangiò rapidamente. Sapevamo bene che sarebbe stato facile morire di inedia in quella grande foresta senza sentieri, perciò continuammo imperterriti, mentre il sole giallo dell'autunno lottava attraverso i pini scuri, scintillando sui dritti tronchi grigi e riflettendo una luce dorata in quel silenzio morto e ininterrotto.
Quante miglia abbiamo percorso non ne ho idea. Era una consolazione sapere che ora non avevamo inseguitori, eppure quale destino ci attendesse non lo sapevamo. Se solo avessimo potuto trovare quella strada forestale avremmo potuto imbatterci in qualche capanna di boscaioli, dove avremmo potuto ottenere del cibo scadente di qualche tipo, eppure la nostra guida, abituato com'era a quei boschi enormi della Finlandia centrale, era completamente fuori rotta, e nessun segno di civiltà attirava il suo occhio rapido ed esperto. La luce sopra svanì gradualmente e su una pietra acuminata Elma inciampò e si strappò la scarpa.
Guardai il mio orologio e scoprii che erano già le cinque. Tra un'ora sarebbe stato buio, l'inizio della lunga notte nordica. Elma, che era stanca e dolorante ai piedi, chiese a gesti di poter sdraiarsi e riposare. Perciò raccogliemmo un letto di foglie secche per lei, e lei si sdraiò, e mentre vegliavamo si addormentò presto. Il finlandese, che dichiarò di non soffrire il freddo, si tolse la giacca e la posò teneramente sulle sue spalle.
Mentre c'era ancora un raggio di luce guardai i suoi tratti bianchi e raffinati mentre dormiva, e fui fortemente tentato di chinarmi e imprimere un bacio su quella guancia morbida e invitante. Eppure non avevo il diritto di farlo, non avevo il diritto di approfittarne.
La lunga notte fredda passò stancamente, e l'ululato dei lupi mi costrinse ad afferrare il mio revolver, eppure all'alba ci alzammo rinfrancati e, nonostante i terribili morsi della fame che ora ci rodevano le viscere, eravamo pronti a rinnovare la nostra disperata corsa verso la libertà.
Sebbene avessi carta, non possedevo una matita con cui scrivere, perciò potevo comunicare solo a gesti con la misteriosa prigioniera di Kajana, la bellissima ragazza dagli occhi scuri che mi teneva irrevocabilmente sotto l'incantesimo della sua bellezza. Tutti i piccoli atti di omaggio che ero in grado di compiere lei li accettava con una quieta, calma dignità, mentre nei suoi occhi profondi e luminosi leggevo un mistero insondabile.
La nebbia non si era diradata, poiché era poco dopo l'alba quando ci muovemmo di nuovo, affamati, infreddoliti e tuttavia speranzosi. A una sorgente ottenemmo un po' d'acqua, e poi, in silenziosa processione, ci spingemmo in avanti alla ricerca del sentiero accidentato dei boscaioli.
La scarpa lacerata di Elma le dava un notevole fastidio e, notando che zoppicava, la convinsi a sedersi mentre gliela toglievo, sperando di poterla riparare, ma, dopo averla slacciata, vidi che sulla sua calza c'era una larga macchia di sangue rappreso, dove anche il piede stesso era stato tagliato. Riuscii a battere i chiodi della scarpa con una pietra, affinché la suola non andasse perduta, e lei la riaggiustò, permettendomi di allacciargliela mentre sorrideva.
Avanzammo faticosamente, sempre avanti, attraverso quell'enorme foresta dove le miriadi di tronchi d'albero presentavano ovunque la stessa scena desolante, una foresta calpestata solo da boscaioli selvaggi, quasi semi-barbari. Per tutto quel giorno grigio e cupo marciammo avanti, deboli per la fame, eppure soffrendo ben poco dolore, poiché le prime fitte erano ormai passate ed erano state sostituite da una lieve storditezza. Il mio unico timore era che fossimo costretti a passare un'altra notte senza riparo, e quale effetto ciò potesse avere sulla ragazza, cresciuta con delicatezza, la cui mano tenevo teneramente nella mia. La mia posizione era certamente strana. La sua terribile afflizione sembrava renderla interamente dipendente da me.
All'improvviso, proprio mentre la luce gialla del sole sopra di noi aveva iniziato a svanire, il finlandese dalla faccia piatta, il cui nome mi aveva detto essere Felix Estlander, gridò con gioia:
"Polushaite! Guardate, Eccellenza! Ah! La strada, finalmente!"
E mentre guardavamo davanti a noi vedemmo che i suoi occhi rapidi e ben addestrati avevano scorto nel crepuscolo, a una certa distanza, un sentiero che attraversava la nostra visuale tra i tronchi grigio-verdi. Poi, affrettandoci, ci ritrovammo su una traccia, sulla quale svoltammo a destra – una traccia, accidentata e profondamente solcata dai tronchi abbattuti che venivano trascinati lungo di essa fino al fiume più vicino.
Elma fece un gesto di rinnovata speranza e tutti e tre raddoppiammo il passo, aspettandoci da un momento all'altro di imbatterci in qualche capanna di tronchi, il cui proprietario ci avrebbe sicuramente offerto ospitalità per la notte. Ma l'oscurità giunse rapidamente, eppure noi continuavamo a spingerci avanti. La povera Elma zoppicava, e sapevo che il suo piede ferito le doleva, anche se non poteva dirmi nulla.
Alla fine, tuttavia, dopo aver camminato per quasi quattro ore nell'oscurità quasi impenetrabile della foresta, sempre temendo di poter perdere il sentiero, i nostri cuori batterono improvvisamente forte nel vedere davanti a noi una luce brillare in una finestra, e cinque minuti dopo Felix stava bussando alla porta, chiedendo in finlandese all'occupante di dare ospitalità a una signora perduta nella foresta.
Sentimmo un ringhio basso come un'imprecazione borbottata all'interno, e quando la porta si aprì, sulla soglia si stagliò un vecchio alto, barbuto e muscoloso in una camicia rossa sporca, con un grosso revolver che brillava nella mano. Un rapido sguardo a noi lo convinse che non eravamo ladri, e ci invitò a entrare mentre Felix spiegava che eravamo sbarcati dal lago e, avendo la nostra barca perso la rotta, eravamo stati costretti a rifugiarci nei boschi. L'uomo ascoltò la pittoresca storia del finlandese, e poi disse qualcosa a me che Felix tradusse in russo.
"Sua Eccellenza è benvenuta a tutto il cibo povero che egli ha. Cede il suo letto nella stanza di là alla signora, affinché ella possa riposare. È onorato dalla presenza di Sua Eccellenza."
E mentre faceva questa spiegazione, l'erculeo boscaiolo in camicia rossa rimestava le braci ardenti su cui sobbolliva una grossa pentola, che emanava un odore appetitoso, e in cinque minuti eravamo tutti e tre seduti davanti a uno stufato di gallo cedrone, con una leggera birra schiumosa come bevanda appropriata. Finimmo il piatto con tale rapidità fulminea che il nostro ospite ci bollì una quantità di uova, il che, temo, svuotò la sua dispensa.
Il posto era povero, composto da due stanze basse, costruite con tronchi di pino grezzi, con doppi vetri per l'inverno e un'alta stufa in mattoni. La pulizia non era esattamente la sua caratteristica, tuttavia trascorremmo tutti un'ora molto confortevole e ricevemmo un caloroso benvenuto dal solitario vecchio che trascorreva la sua vita così lontano dalla civiltà europea, e la cui casa, ci disse, era spesso sommersa dalla neve e tagliata fuori da tutto il mondo per tre o quattro mesi alla volta.
Dopo che avemmo finito il nostro pasto, chiesi al robusto vecchio una matita, ma la cosa più simile che possedeva era un bastoncino di carbone spesso, e con quello era certamente difficile comunicare con la nostra bella compagna. Perciò lei si alzò, mi diede la mano, si inchinò sorridendo, e poi passò nella stanza interna e chiuse la porta.
Il vecchio boscaiolo ci diede del tabacco grezzo, e dopo aver fumato e chiacchierato per un'ora ci gettammo stanchi sulle panche di legno e dormimmo profondamente.
All'improvviso, tuttavia, all'alba, fummo scossi da un forte battere alla porta, dal calpestio di zoccoli e da grida autoritarie in russo. Il vecchio boscaiolo balzò in piedi e, guardando attraverso una fessura nelle pesanti imposte, si voltò verso di noi con il volto pallido, sussurrando senza fiato:
"La polizia! Cosa possono volere da me?"
"Aprite!" gridarono i cavalieri fuori. "Aprite in nome di Sua Maestà!"
Felix e io balzammo in piedi l'uno di fronte all'altro.
"Siamo in trappola!"
In un istante la nostra guida Felix fece un balzo verso la porta della stanza interna dove Elma si era ritirata, ma un secondo dopo riapparve, ansimando in russo:
"Eccellenza! Ma la porta è aperta! La signora se n'è andata!"
"Andata!" gridai, sgomento, precipitando nella piccola stanza, dove trovai il giaciglio vuoto e la porta che conduceva all'esterno spalancata. Era davvero scomparsa!
La polizia batteva di nuovo alla porta opposta, minacciando a gran voce di sfondarla se non fosse stata aperta immediatamente, al che il vecchio boscaiolo tolse il chiavistello e li fece entrare. Due tipi grossi e goffi con pesanti cappotti da equitazione e spade entrarono a grandi passi, mentre altri due rimanevano montati fuori, tenendo i cavalli.
"I vostri nomi?" chiese uno dei tipi, lanciandoci uno sguardo mentre stavamo insieme in attesa.
Il nostro ospite disse loro il suo nome e chiese perché volessero entrare.
"Stiamo cercando una donna che è fuggita da Kajana," fu la risposta. "Avete visto qualche donna qui?"
"No," rispose il boscaiolo. "Non vediamo mai nessuna donna in questi boschi."
L'ufficiale di polizia entrò a grandi passi nella stanza interna, guardò intorno per accertarsi che nessuno vi fosse nascosto, e poi, tornando da me, chiese: "Chi siete?"
"Questi sono affari miei," risposi.
Il mistero della scomparsa di Elma mentre dormivamo mi infastidiva. Sembrava essere fuggita da me in segreto. Eppure, poteva aver ricevuto qualche avvertimento che la polizia era sulle sue tracce? Era sorda, quindi non poteva essere stata allarmata dal battere alla porta.
"La vostra identità è affare mio," dichiarò l'uomo con la barba bionda e ispida, un tipo comune dello zotico ufficiale di polizia.
"Chi è il vostro capo?" chiesi, mentre un pensiero improvviso mi balenò in mente.
"Melnikoff, a Helsingfors."
"Allora questo non è nel distretto di Abo?"
"No. Ma che differenza fa? Chi siete?"
"Gordon Gregg, suddito britannico," risposi.
"E voi siete il cocchiere di drosky di Abo," osservò il tipo, rivolgendosi a Felix. "Esattamente come pensavo. Siete la coppia che ha corrotto la suora a Kajana e che è riuscita a liberare l'inglese. In nome dello Zar, vi arresto!"
Il vecchio boscaiolo divenne pallido come un morto. Eravamo certamente in grave pericolo, poiché prevedevo il pericolo di cadere nelle mani del Barone Oberg, lo Strangolatore di Finlandia. Eppure avevamo la soddisfazione di sapere che, qualunque fosse il mistero, Elma era fuggita.
"E con quale accusa, vi prego, presumete di arrestarmi?" chiesi con più calma possibile.
"Per aver aiutato una prigioniera a fuggire."
"Allora desidero dire, prima di tutto, che non avete il potere di arrestarmi; e, in secondo luogo, che se desiderate che vi dia soddisfazione, sono perfettamente disposto a farlo, a condizione che prima mi accompagniate ad Abo."
"È fuori dal mio distretto," ringhiò il tipo, ma vidi che la sua esitazione era dovuta alla sua incertezza su chi potessi essere realmente.
"Desidero che mi portiate dal Capo della Polizia Boranski, il quale fornirà tutte le spiegazioni necessarie. Finché non avremo un colloquio con lui, mi rifiuto di dare qualsiasi informazione riguardo a me stesso," dissi.
"Ma avete un passaporto?"
Lo trassi dalla tasca, dicendo:
"Dimostra, penso, che il mio nome è quello che vi ho detto."
Il tipo, stando a gambe larghe, lo lesse e me lo restituì.
"Dov'è la donna?" chiese. "Ditemelo."
"Non lo so," fu la mia risposta.
"Forse me lo direte voi," disse, voltandosi verso il vecchio boscaiolo con un'espressione sinistra sul volto. "Ricordate, questi fuggitivi sono stati trovati in casa vostra, e siete passibile di arresto."
"Non lo so... davvero non lo so!" protestò il vecchio, tremando sotto la minaccia dell'ufficiale. Come tutti quelli della sua classe, temeva la polizia e ne aveva soggezione.
"Ah, suppongo che non vi ricordiate!" sorrise. "Bene, forse la vostra memoria sarà rinfrescata da un mese o due di prigione. Anche voi siete in arresto."
"Ma, Eccellenza, io..."
"Basta!" tuonò l'ufficiale ispido. "Avete dato rifugio a dei cospiratori. Conoscete la pena in Finlandia per questo, sicuramente?"
"Ma questi signori non sono certamente dei cospiratori!" protestò il povero vecchio. "Sua Eccellenza è inglese, e gli inglesi non complottano."
"Vedremo dopo," rise. E poi, voltandosi verso l'agente di polizia al suo fianco, gli diede ordine di perquisire accuratamente la capanna di tronchi, un'indagine alla quale si unì uno degli uomini rimasti fuori. Sottosopra tutto e frugarono ovunque.
"Potreste trovare documenti o lettere," disse l'ufficiale. "Cercate a fondo." E frugarono in ogni angolo, arrivando persino a sollevare una serie di assi nella stanza interna che Elma aveva occupato. Ma non trovarono nulla.
Il vecchio boscaiolo fu interrogato una dozzina di volte, ma si rifiutò ostinatamente di ammettere di aver mai posato gli occhi su Elma, mentre io insistevo sul mio diritto di tornare ad Abo e vedere Boranski. Sapevo, naturalmente, da ciò che avevamo sentito dire dalle guardie carcerarie, che il Governatore Generale era estremamente ansioso di ricatturare la ragazza di cui, ammetto francamente, mi ero ormai follemente innamorato. E sembrava che non si risparmiasse alcuno sforzo per cercarci. In effetti, l'intera polizia nelle province di Abo e di Helsingfors sembrava impegnata attivamente in una ricerca porta a porta.
Ma quale poteva essere la verità sulla scomparsa di Elma? Era fuggita di sua spontanea volontà, o era caduta ancora una volta vittima di qualche complotto ingegnoso e vile? Quell'abito grigio suo poteva, ricordai, tradirla se avesse osato avventurarsi vicino a qualsiasi città, mentre la sua afflizione sarebbe stata, di per sé, una chiara prova di identificazione. Tutto ciò che speravo era che fosse andata a nascondersi nella foresta da qualche parte nelle vicinanze per attendere che il pericolo di ricattura fosse passato.
Per quasi mezz'ora discussi con l'ufficiale di polizia, la cui intenzione era quella di portarmi in arresto a Helsingfors. Una volta lì, però, sapevo fin troppo bene che la mia libertà sarebbe probabilmente finita per sempre. Qualunque fosse il motivo del Barone per tenere la povera ragazza prigioniera, sarebbe stato anche il suo motivo per mettermi a tacere. Sapevo troppo per i suoi gusti.
"Mi rifiuto di andare a Helsingfors," dissi con aria di sfida. "Sono un suddito britannico e pretendo di essere riportato al porto dove il mio passaporto è stato vistato." Ripetei questo argomento più e più volte, finché alla fine riuscii a convincerlo che avevo davvero il diritto di essere portato ad Abo e di cercare l'aiuto del Viceconsole britannico, se necessario.
Per quanto possibile riuscii a ritardare la nostra partenza, ma alla fine, proprio mentre il sole giallo iniziava a farsi strada tra le nuvole grigie, fummo tutti e tre costretti a partire in una processione dolorosa.
Cosa, ci chiedevamo, era realmente accaduto a Elma? Era evidente che non era caduta nelle mani della polizia; tuttavia, il fatto che la porta della stanza interna fosse aperta li portò a guardare la dichiarazione del boscaiolo con netta sospettosità e incredulità.
I nostri catturatori sembravano essere pienamente a conoscenza di tutte le circostanze della nostra fuga da Kajana, ed erano di conseguenza pieni di disappunto per il fatto che Elma, la persona che tanto desideravano ricatturare, fosse scivolata tra le loro dita. Mentre la polizia cavalcava, fummo costretti a camminare davanti a loro, e dopo aver arrancato per dieci miglia o poco più attraverso la foresta incontrammo un altro piccolo drappello di polizia, che apparentemente era alla nostra ricerca, poiché espressero gioia quando ci videro in arresto.
"Dov'è la donna?" chiese un ufficiale all'altro.
"Ancora in libertà," rispose l'uomo che ci teneva prigionieri. "Nascosta venti verste più indietro, credo."
"Ah, la troveremo prima o poi," disse con sicurezza. "Entro dodici ore avremo perquisito l'intera foresta. Non può sfuggirci."
I nostri catturatori spiegarono chi eravamo, e poi fummo spinti di nuovo avanti, costeggiando un grande e ampio lago chiamato Nasjarvi, lungo la cui riva boscosa camminammo tutto il giorno finché, al tramonto, giungemmo a una pittoresca cittadina costruita di tronchi di fronte all'acqua, chiamata Filppula. Qui consumammo un pasto frettoloso e dopo prendemmo il treno per Abo, dove arrivammo la mattina successiva, dopo un viaggio molto scomodo e senza sonno.
Alle nove stavo nel grande ufficio spoglio di Michael Boranski, dove solo pochi giorni prima avevamo avuto una discussione così accesa. Non appena il Capo della Polizia entrò, mi riconobbe in arresto e con un gesto della mano congedò le mie guardie – tutte tranne l'ufficiale che mi aveva portato lì. Il cocchiere finlandese e il vecchio boscaiolo erano in un'altra stanza, quindi rimasi solo con l'ufficiale di polizia di Helsingfors e il Capo della Polizia di Abo. Quest'ultimo ascoltò il racconto del mio arresto fatto dall'ufficiale senza dire una parola.
"Il prigioniero, vostra Eccellenza, desiderava essere portato qui da voi prima di essere condotto a Helsingfors. Ha detto che sareste stato al corrente dei fatti."
"E lo sono," osservò Boranski, con un sorriso. "Non c'è alcuna cospirazione. Dovete rilasciare immediatamente questo signore e gli altri due prigionieri."
"Ma, Eccellenza, il Governatore Generale ha emesso ordini per l'arresto del prigioniero e la sua deportazione a Helsingfors."
"Può darsi. Ma io sono il Capo della Polizia ad Abo, e lo rilascio."
L'ufficiale mi guardò con uno stupore così vacuo che non potei resistere dal sorridere.
"Sono ben consapevole del motivo della visita di questo inglese al nord," aggiunse Boranski. "Non c'è bisogno di dire altro. La signora è stata arrestata?"
"No, vostra Eccellenza. Si sta facendo ogni sforzo per trovarla. Il Colonnello Smirnoff è già stato sollevato dal suo incarico di Governatore di Kajana, e molte delle guardie sono in arresto per complicità nel complotto che ha permesso alla donna di fuggire."
"Ah, sì. Vedo dai dispacci che è offerta una ricompensa per la sua ricattura."
"Il Governatore Generale è determinato che lei non sfugga," osservò l'altro.
"Probabilmente è nascosta nella foresta, da qualche parte."
"Certamente. Stanno facendo una perquisizione accurata in ogni versta. Se è lì, sarà certamente trovata."
"Senza dubbio," osservò Boranski, appoggiandosi allo schienale della sua sedia imbottita e guardandomi in modo significativo attraverso il tavolo ingombro. "E ora desidero parlare con questo inglese in privato, quindi vi prego di lasciarci. Informate anche gli altri due prigionieri che sono in libertà."
"Ma vostra Eccellenza lo fa sotto la sua responsabilità," disse con ansia. "Ricordate che ve li ho portati in arresto."
"E io li rilascio interamente a mia discrezione," disse. "Come Capo della Polizia di questa provincia, mi è permesso esercitare la mia giurisdizione, e la esercito in questa faccenda. Siete libero di riferire ciò a Helsingfors, se lo desiderate, ma vi suggerirei di non dire nulla a meno che non siate assolutamente obbligato – avete capito?"
Il modo in cui Boranski parlò decise apparentemente il mio catturatore, poiché dopo un momento di esitazione disse, salutando:
"Se questo è davvero il vostro desiderio, allora obbedirò." E se ne andò.
"Eccellenza!" esclamò il Capo della Polizia, alzandosi rapidamente e camminando verso di me non appena la porta fu chiusa e rimanemmo soli, "avete avuto una fuga molto stretta – molto. Ho fatto del mio meglio per aiutarvi. Sono riuscito a corrompere le guardie idriche a Kajana affinché poteste ottenere la liberazione della signora. Ma sembra che proprio nel momento in cui stavate per scappare una delle guardie si sia trasformata in informatore e abbia svegliato il governatore del castello, con il risultato che tutti e tre avete rischiato la vita. L'intera faccenda mi è stata riferita ufficialmente, e," aggiunse con un sorriso cupo, "i miei uomini stanno ora cercando ovunque voi."
"Ma perché il Barone Oberg è così estremamente ansioso di ricatturare Miss Heath?" chiesi con fervore.
"Non ne ho idea," fu la sua risposta. "Gli ordini segreti da Helsingfors per me sono di arrestarla a ogni costo – viva o morta."
"Il che significa che il Barone non si rammaricherebbe se fosse morta," osservai, al che lui annuì in segno di assenso.
Gli raccontai dei fedeli servizi di Felix, il finlandese, al che lui disse semplicemente:
"Vi ho detto che potevate fidarvi ciecamente di lui."
"Ma ora che vi siete mostrato mio amico," dissi, "aiuterete Miss Heath a sfuggire a quest'uomo, che desidera tenerla prigioniera in quel luogo terribile. La stanno facendo impazzire."
"Farò del mio meglio," rispose, scuotendo però la testa dubbioso. "Ma dovete ricordare che il Barone Oberg è Governatore Generale di Finlandia, con tutti i poteri dello Zar stesso."
"E se Elma Heath cadrà di nuovo nelle sue mani senza scrupoli, morirà," dichiarai.
"Ah!" sospirò, guardandomi dritto in faccia, "temo che ciò che dite sia fin troppo vero. Evidentemente detiene qualche segreto che lui teme lei riveli. Desidera riarrestarla per... beh..." aggiunse a bassa voce, "per chiuderle la bocca. Non sarebbe la prima volta che delle persone vengono messe a tacere in segreto a Kajana. Molti incidenti fatali accadono in quella fortezza, sapete."
CAPITOLO XII
"LO STRANGOLATORE"
Dov'era Elma? Qual era la causa della sua inspiegabile scomparsa nella foresta cupa mentre dormivamo?
Ritornai all'hotel dove avevo soggiornato al mio arrivo, un posto confortevole chiamato Phoenix, e pranzai lì da solo. Sia Felix, il finlandese, sia il mio ospite, il boscaiolo, avevano ricevuto le loro mance e se n'erano andati, ma a quest'ultimo avevo dato istruzioni di tornare a casa immediatamente e di riferire per telegramma qualsiasi notizia della mia perduta.
Mille pensieri contrastanti sorsero in me mentre sedevo in quella sala da pranzo affollata di una folla che ingurgitava, composta dagli uomini d'affari di Abo. Riconobbi di dover trattare ora con l'uomo più potente di quel paese, e subivo un netto svantaggio dall'ignoranza del motivo per cui teneva quella dolce ragazza inglese prigioniera. La tragedia del modo vile in cui era stata deliberatamente mutilata faceva bollire il sangue nelle mie vene. Non avevo mai creduto che in questo ventesimo secolo civilizzato potessero accadere cose simili.
Michael Boranski aveva dato la sua parola di aiutarmi, eppure mi aveva spiegato molto chiaramente le sue paure. Il Barone era intenzionato a rimettere di nuovo Elma in suo potere. Era stato per suo ordine, mi chiedevo, che la ragazza dal volto dolce era stata privata della parola e dell'udito? Era caduta un'innocente vittima dei suoi infami intrighi?
Attorno a me gli uomini mangiavano piatti strani e parlavano in finlandese, mentre altri fumavano e bevevano la loro vodka; ma non ero dell'umore adatto per osservare. Il mio unico pensiero era rivolto a colei che ora era perduta per me.
Il mio pensiero era rivolto a colei che ora era perduta per me. Eppure, anche se non riuscivo a trovarla, avrei potuto combattere il suo persecutore. Se Elma era stata vittima di un complotto così vasto, doveva esserci un punto debole nell'armatura di quell'uomo. Non poteva essere invulnerabile. Sebbene il mio cuore fosse gravato dall'ansia, la mia mente cercava freneticamente una via d'uscita, un modo per smascherare le sue azioni. Sapevo che, finché fossi rimasto in Finlandia, sarei stato sotto la sua ombra, ma non potevo abbandonare il campo.
Il mattino seguente decisi di muovermi con estrema cautela. Mi aggirai per la città, cercando di captare informazioni senza destare sospetti. La gente sembrava vivere in un perenne stato di timore, sussurrando quando il nome del Governatore veniva menzionato. Era chiaro che il dominio di Oberg si estendeva ben oltre le mura del Palazzo; la sua influenza corrompeva ogni strato della società. Mentre passeggiavo lungo il porto, notai diversi agenti in borghese che osservavano la folla con occhio critico. Mi chiesi se stessero cercando me.
Il ricordo del volto di Oberg, pallido e contratto, continuava a tormentarmi. Aveva negato tutto, ma il suo nervosismo lo aveva tradito. Quel riferimento ad Armida Santini era stato il mio colpo più azzeccato, la prova che le sue colpe andavano ben oltre la persecuzione di Elma. Cosa legava quelle due donne? Quale terribile segreto nascondeva il Barone in quegli archivi segreti che, ne ero certo, custodiva gelosamente nel suo ufficio? Dovevo scoprire la verità, costi quel che costi.
Mi resi conto che, per continuare la mia indagine, avrei avuto bisogno di alleati, ma in un paese dove la delazione era la norma, fidarsi di chiunque era un atto di estrema follia. Dovevo agire da solo. Tornai all'hotel e mi chiusi in camera, analizzando ogni dettaglio della mia conversazione con il Barone. Le sue parole, il suo riso forzato, la sua prontezza nel chiamare Malkoff... tutto indicava che temeva il mio coinvolgimento. Il fatto che fosse così ansioso di allontanare Elma dalla Finlandia verso Saghalien significava che lei possedeva una conoscenza che poteva rovinare la sua carriera, se non la sua stessa vita.
Un'idea audace prese forma nella mia mente. Se non potevo costringerlo a confessare, avrei potuto tentare di intercettare le sue comunicazioni con Pietroburgo. Sapevo che non sarebbe stato facile, poiché il sistema telegrafico era strettamente sorvegliato, ma la disperazione porta spesso a tentativi che la prudenza sconsiglierebbe. Iniziai a studiare i movimenti degli impiegati dell'ufficio postale vicino alla piazza del Senato, osservando le loro routine.
Mentre ero immerso in queste riflessioni, un uomo si avvicinò al mio tavolo nella sala da pranzo. Era un individuo dall'aspetto insignificante, con un cappotto logoro e un cappello calato sugli occhi. Senza dire una parola, lasciò cadere un piccolo foglio di carta piegato davanti a me e si allontanò rapidamente, confondendosi tra la folla. Con mano tremante, spiegai il biglietto. C'erano scritte solo poche parole, in un francese incerto: "Se volete sapere la verità su Elma Heath, incontratemi stanotte al vecchio molo, dopo la mezzanotte. Non venite armato".
Il mio cuore accelerò. Poteva essere una trappola? O era la speranza che avevo atteso? La mia istintiva prudenza mi suggeriva di non fidarmi, eppure l'immagine di Elma, sola e in pericolo, vinse ogni esitazione. Avrei rispettato la richiesta: sarei andato al molo, disarmato e pronto ad affrontare qualunque cosa il destino avesse in serbo per me. La partita, ne ero certo, stava per giungere a una svolta decisiva.
"Il mio tempo è troppo limitato per discutere del nostro sistema penale, m'sieur", esclamò con impazienza, mentre potevo ben vedere che era ansioso di scappare prima che gli rivolgessi ulteriori accuse. Gli avevo già dimostrato che Elma aveva parlato, e lui temeva che lei avesse detto la verità. Sebbene ciò lo avrebbe inasprito nei confronti di lei e spinto a cercare di ridurla al silenzio a ogni costo, era ovviamente nel mio interesse che lui temesse qualsiasi rivelazione io potessi fare.
"Lei ha posato in Inghilterra come lo zio di Elma Heath, eppure qui la tiene prigioniera. Per quale motivo?" chiesi.
"Lei è tenuta prigioniera dallo Stato--per cospirazione contro il governo russo--non da me personalmente."
"Chi l'ha attirata qui? Perché lei, proprio lei. Chi ha cospirato per gettare su di lei la colpa di questo tentato omicidio della moglie del generale? Lei--lei, l'uomo che chiamano 'Lo Strangolatore di Finlandia'! Ma io vendicherò la crudele e abominevole afflizione che le avete imposto. Il suo segreto--il suo segreto, Barone Oberg--sarà pubblicato al mondo. Lei è il suo nemico--e quindi anche il mio!"
"Benissimo", ringhiò tra i denti, avanzandomi incontro in modo minaccioso, con i pugni serrati nella sua rabbia. "Si ricordi, m'sieur, che mi ha insultato. Si ricordi che io sono il Governatore Generale della Finlandia."
"Se lei fosse lo Zar in persona, non esiterei a denunciarla come il tiranno e il mutilatore di una povera donna indifesa."
"E a chi, di grazia, racconterà questa sua storia romantica?" rise raucamente. "Alle mura della sua prigione sotto il lago a Kajana? Sì, M'sieur Gregg, lei andrà lì, e una volta dentro la fortezza non rivedrà mai più la luce del giorno. Lei minaccia me--il Governatore Generale della Finlandia!" rise con una tonalità strana e acuta mentre si gettava su una sedia e scarabocchiava qualcosa rapidamente su un foglio, aggiungendo la sua firma con la sua calligrafia piccola e stentata.
"Io non minaccio", dissi apertamente, sfidandolo, "io agirò."
"E anch'io", disse con un ghigno malvagio sul suo viso ossuto mentre asciugava ciò che aveva scritto e lo prendeva, aggiungendo: "Nell'oscurità e nel silenzio della sua tomba vivente, potrà raccontare tutte le strane storie che vuole su di me. Sono abituati agli idioti dove sta andando", aggiunse cupamente.
"Oh! E dove sto andando?"
"Di ritorno a Kajana. Quest'ordine la destina alla reclusione lì come pericoloso cospiratore politico, come colui che mi ha minacciato--la destina alle celle sotto il lago--a vita!"
Risi ad alta voce, e la mia mano cercò il portafoglio dove si trovava quel documento onnipotente--l'ordine dell'Imperatore che mi conferiva, in quanto ospite imperiale, l'immunità dall'arresto. Lo avrei esibito come la mia carta vincente.
Il secondo successivo, tuttavia, trattenni il respiro, e credo di essere diventato pallido. La mia tasca era vuota! Il mio portafoglio era stato rubato! Ero caduto completamente e impotente nelle mani del tiranno dello Zar.
Il suo interesse personale sarebbe stato quello di segregarmi in una tomba vivente in quella tetra fortezza di Kajana, i cui orrori erano indicibili. Avevo visto abbastanza durante la mia ispezione delle prigioni russe come giornalista per sapere che lì, nella Finlandia strangolata, non sarei stato trattato con la stessa considerazione o umanità di Pietroburgo o Varsavia. Il Governatore Generale mi destinava a Kajana come "politico", il che era sinonimo di una condanna a morte in quegli umidi e oscuri sotterranei sotto il livello dell'acqua, del tutto simili a quelli della Bastiglia di Parigi.
Ci fronteggiammo, e io guardai dritto nel suo volto grigio e ossuto, e risposi con tono di sfida:
"Lei è Governatore Generale, è vero, ma penso che rifletterà prima di segregarmi, un inglese, in prigione senza processo. So benissimo che gli inglesi sono odiati dalla Russia, tuttavia le assicuro che a Londra non nutriamo alcun amore per la sua nazione o per i suoi metodi."
"Sì", rise, "ha perfettamente ragione. La Russia non ha alcun bisogno di un alleato decadente come l'Inghilterra."
"Decadente o potente, il mio paese è ancora in grado di presentare un ultimatum quando la diplomazia lo richiede", dissi. "Pertanto non ho paura. Mi mandi in prigione, e le dico che la responsabilità ricade su di lei." E incrociando le braccia mantenni i miei occhi fissi nei suoi, affinché non vedesse che vacillavo.
"Quanto alla responsabilità, di certo non ne ho paura, m'sieur", disse.
"Ma l'esposizione che ne deriverà--è pronto ad affrontarla?" chiesi. "Forse non è al corrente che altri oltre a me--un altro, in effetti, che è un diplomatico--è a conoscenza del mio viaggio qui? Se non dovessi tornare, il suo Ministero degli Affari Esteri a Pietroburgo verrebbe pressato per una spiegazione."
"Che non daranno."
"Allora, se non lo faranno, la verità verrà fuori", dissi ridendo aspramente, poiché vidi quanto fosse determinato a tenermi prigioniero. "Andiamo, chiami il suo sgherro e mi mandi a Kajana. Sarà il primo passo verso la sua stessa rovina."
"Staremo a vedere", ringhiò.
"Ah! Lei non penserà davvero che io, dopo dieci anni di servizio nel corpo diplomatico britannico, avrei osato venire in Finlandia per questa ricerca--avrei osato affrontare la marcia e corrotta burocrazia che la Russia ha posto all'interno di questo paese--senza prima prendere qualche precauzione adeguata? No, Barone. Pertanto la sfido, e lascerò Helsingfors stasera."
"Non lo farà. Lei è in arresto."
Risi di cuore e schioccai le dita, dicendo:
"Prima di consegnarmi alla sua polizia, telegrafi al suo Ministro delle Finanze, Monsieur de Witte, e chieda a lui chi e cosa sono."
"Non la capisco."
"Le basta inviare il mio nome e la mia descrizione al Ministro e chiedere una risposta", dissi. "Le darà istruzioni--o, se così desidera, lo chieda a Sua Maestà in persona."
"E perché, di grazia, Sua Maestà si preoccupa di lei?" chiese, subito confuso.
"Lo imparerà più tardi, dopo che sarò rinchiuso a Kajana e il suo segreto sarà noto a Pietroburgo."
"Cosa intende dire?"
"Intendo", dissi, "intendo che ho preso tutte le misure necessarie per essere preparato contro di lei. Il giorno in cui sarò incarcerato per suo ordine, l'intera verità sarà nota. Non sarò io a soffrire--ma lei."
Le mie parole, volutamente enigmatiche, lo trassero in inganno. Vide la direzione del mio ragionamento, ed essendo ovviamente ignaro di quanto sapessi, continuava a temermi. La mia unica incertezza riguardava l'effettivo destino della povera Elma. Il mio portafoglio era stato rubato--con uno scopo, senza dubbio--poiché il ladro mi aveva privato di quel documento più importante di tutti, l'apriti sesamo per ogni porta chiusa, l'ukase dello Zar.
"Lei mi sfida!" disse raucamente, voltandosi verso la finestra con l'ordine scritto per la mia prigionia come politico ancora in mano. "Ma staremo a vedere."
"Lei governa la Finlandia", dissi con tono duro, "ma non ha alcun potere su Gordon Gregg."
"Ho il potere, e intendo esercitarlo."
"Per la sua stessa rovina", osservai con un sorriso sicuro di me. "Può dare ordine ai suoi torturatori di uccidermi--ordini affinché avvenga un incidente fatale all'interno della fortezza--ma le dico francamente che la mia morte non cancellerà né nasconderà le sue colpe. Ce ne sono altri, lontano in Inghilterra, che ne sono a conoscenza, e che, per vendicare la mia morte, diranno la verità. Ricordi che, sebbene Elma Heath sia stata privata sia dell'udito che della parola, può ancora mettere per iscritto i fatti reali nero su bianco. Lo Zar potrà essere il suo patrono, e lei il suo favorito, ma Sua Maestà non tollera funzionari colpevoli di ciò di cui lei è colpevole. Parla di arrestarmi!" aggiunsi con un sorriso. "Perché, dovrebbe piuttosto mettersi in ginocchio e implorare il mio silenzio."
Divenne bianco di rabbia per il mio sarcasmo tagliente. Sbottò letteralmente, poiché vide che ero del tutto calmo e non avevo timore di lui o della terribile punizione alla quale intendeva destinarmi. Oltre a ciò, era colmo di stupore riguardo all'esatta quantità di informazioni che Elma mi aveva trasmesso.
"Ci sono certe persone", continuai, "alle quali sarebbe di estremo interesse conoscere la vera ragione per cui il vapore Lola fece scalo a Livorno; perché fui ospitato a bordo; perché la cassaforte del Consolato britannico fu scassinata, e perché la sfortunata ragazza, tenuta prigioniera a bordo, fu portata a terra proprio prima della partenza affrettata della nave. E ci sono altri misteri che la polizia inglese sta cercando di risolvere, vale a dire il motivo per cui Armida Santini e un uomo travestito da suo marito morirono in Scozia per mano di un assassino. Ma sicuramente non ho bisogno di dire altro. È sicuramente sufficiente a convincerla che se la verità fosse detta, le rivelazioni sarebbero decisamente imbarazzanti."
"Per chi?" chiese, spalancando gli occhi.
"Per lei. Andiamo, Barone", dissi, "non possiamo ancora parlare francamente?"
Ma rimase in silenzio per un momento, un fatto che era di per sé la prova che la mia argomentazione puntuale lo aveva indotto a riconsiderare la sua intenzione di rimandarmi sotto scorta a quel castello del terrore.
Se il mio viaggio lì fosse stato per incontrare il mio amore, non mi sarebbe importato. Era l'ignoranza del luogo in cui si trovava o del suo destino a tenermi in tale profonda, divorante ansia. Ogni ora che passava accresceva il mio affetto tenero e profondo per lei. Eppure che ironia della sorte! Era stata crudelmente strappata via da me proprio nel momento in cui la libertà era stata nostra.
Credo che sia stato bene assumere quell'aria di sfida con l'uomo che aveva schiacciato la Finlandia sotto il suo tacco. Non vi era abituato. Nessuno osava andare contro la sua volontà, o rivolgergli scherni o minacce. Era supremo, con tutti i poteri di un imperatore--il potere, in effetti, di vita e di morte. Perciò non era abituato a essere né ostacolato né criticato, e potevo vedere che le mie parole avevano suscitato in lui un tumulto ribollente di risentimento e rabbia. Non gli dissi nulla della perdita del mio portafoglio o del prezioso documento che conteneva. La mia sfida era puramente una questione di principio.
"Mi arresti se vuole. Mi denunci per mezzo di qualsiasi menzogna che le venga alle labbra, ma ricordi che la verità è nota oltre i confini dell'Impero Russo, e per questo motivo si cercheranno tracce di me e si esigerà una spiegazione completa. Ho preso precauzioni, Xavier Oberg", aggiunsi, "pertanto faccia pure il suo peggio. Ripeto ancora che la sfido!"
Passeggiava per la grande stanza, le sue mani sottili simili ad artigli ancora serrate, i denti gialli che digrignavano, i suoi occhi scuri e infossati fissi dritto davanti a sé. Se avesse osato, mi avrebbe abbattuto ai suoi piedi. Ma non osò. Vidi troppo chiaramente che, anche se il mio portafoglio era sparito, detenevo ancora la carta vincente--che lui mi temeva.
Il cenno che avevo fatto al Ministro delle Finanze, tuttavia, sembrò causargli una notevole esitazione. Quell'alto funzionario aveva l'orecchio dell'Imperatore, e se fossi stato un amico ci sarebbero potute essere delle indagini. Mentre stavo davanti a lui appoggiato a un tavolino buhl, osservavo tutti i complessi meccanismi della sua mente, e cercavo di leggere il misterioso movente che lo aveva spinto a destinare la povera Elma a Kajana.
Era un arrogante prepotente, privo di pietà o rimorso, uno specimen medio dell'alto funzionario russo, un burocrate ottuso, schiavo dell'etichetta e in possesso di una patina di raffinatezza. Ma sotto tutto ciò vidi che era un codardo in preda a una paura mortale di essere assassinato--un codardo che temeva che qualche segreto venisse rivelato. Quella porta nascosta nella pannellatura con la guardia armata in agguato dietro era una prova sufficientemente chiara che non era il Governatore Generale impavido che si supponeva popolarmente fosse. Lui, "Lo Strangolatore di Finlandia", aveva schiacciato la valorosa nazione fino alla sottomissione, rovinandone il commercio, indebolendo il paese arruolando la sua gioventù nell'esercito russo, vietando l'uso della lingua finlandese, e tassando il popolo finché le fabbriche erano state costrette a chiudere mentre i contadini morivano di fame. E ora, sull'orlo della rivolta, era sorta una banda di patrioti che risentiva della rovina, e che aveva già avvertito Sua Maestà per lettera che se il Barone Oberg non fosse stato rimosso dal suo incarico, sarebbe morto.
Questi e altri pensieri correvano per la mia mente nel silenzio che seguì la nostra accesa discussione, poiché vidi bene che era nel timore effettivo di me. Lo avevo indotto a credere che sapessi tutto, e che il suo futuro fosse nelle mie mani, mentre lui, dal canto suo, era ansioso di tenermi prigioniero, eppure non osava farlo.
Il mio portafoglio era stato probabilmente rubato da qualche spia della polizia in agguato, poiché gli agenti russi abbondano ovunque in Finlandia, denunciando cospirazioni che non esistono e accusando gli innocenti come "politici".
Il Barone si era fermato, e stava guardando attraverso una delle grandi finestre giù nel cortile dove le sentinelle stavano facendo la ronda. Il palazzo era per lui una prigione dorata, poiché non osava uscire per un giro in uno dei parchi o per una boccata d'aria sull'acqua fino a Hogholmen o Dagero, essendo costretto a rimanere lì per mesi senza mostrarsi pubblicamente. La gente ad Abo mi aveva detto che quando usciva per le strade di Helsingfors era di notte, e solitamente si travestiva con l'uniforme di un soldato semplice della guardia, sfuggendo così al riconoscimento da parte di coloro che, spinti alla disperazione dall'ingiustizia, cercavano la sua vita.
Un lungo silenzio era caduto tra noi, e mi venne in mente di approfittare della sua esitazione. Pertanto dissi con voce ferma, in francese--
"Penso, Barone, che il nostro colloquio sia terminato, non è vero? Pertanto le auguro buona giornata."
Si voltò verso di me improvvisamente con un lampo malvagio nei suoi occhi scuri, e una imprecazione ringhiata in russo sulle labbra. La sua mano teneva ancora l'ordine che mi destinava alla fortezza.
"Ma prima di andare distruggerà quel documento. Potrebbe cadere in altre mani, sa", e camminai verso di lui con rapida determinazione.
"Non farò nulla del genere!" sbottò.
Senza dire un'altra parola strappai il foglio dalle sue dita sottili e bianche e lo feci a pezzi davanti alla sua faccia. Il suo volto divenne livido. Non credo di aver mai visto il volto di un uomo assumere una tale espressione di diabolica vendicatività. Era come se in quell'istante l'inferno si fosse scatenato nel suo cuore.
Ma mi voltai sui tacchi e uscii, superando le sentinelle nell'anticamera, lungo i corridoi pieni di fiori e attraverso il cortile fino all'ingresso principale dove lo sfarzoso portiere mi salutò mentre uscivo nella piazza.
Ero sfuggito grazie alla mia stessa diplomazia e fermezza. Il rappresentante dello Zar--l'uomo che governava quel paese--mi temeva, e per questa ragione non mi teneva prigioniero. Eppure, quando ricordai quello sguardo malvagio di vendetta alla mia partenza, non potei fare a meno di provare certi sentimenti di grave apprensione che sorgevano in me.
Tornato al mio albergo, fumai un sigaro nella mia stanza e riflettei. Dov'era Elma? era la domanda principale che sorgeva nella mia mente. Rimanendo a Helsingfors non avrei potuto ottenere nient'altro, ora che avevo fatto la conoscenza dell'oppressore, mentre se fossi tornato ad Abo avrei potuto forse essere in grado di ottenere qualche indizio su dove si trovasse il mio amore. La chiamo il mio amore perché provavo sia pietà che amore per la povera ragazza afflitta che era così indifesa e senza protezione.
Pertanto presi il treno di mezzanotte per tornare ad Abo, arrivando all'albergo la mattina seguente. Dopo un'ora di riposo partii ansiosamente alla ricerca di Felix, il vetturino. Lo trovai nella sua casa costruita in tronchi nel quartiere di Ludno, e quando mi invitò a entrare vidi, dal suo viso, che aveva notizie da riferirmi.
"Bene?" chiesi. "E della signora? È stata trovata?"
"Ah! vostra Eccellenza. È un peccato che lei non fosse qui ieri", disse con un sospiro.
"Perché? Me lo dica in fretta. Cosa è successo?"
"Ho aiutato la polizia come spia, Eccellenza, come faccio spesso, e l'ho vista."
"Vista! Dove?" gridai con rapida ansia.
"Qui, ad Abo. È arrivata ieri mattina da Tammerfors accompagnata da un inglese. Aveva cambiato il suo abito, ed era tutta in nero. Hanno pranzato insieme al Restaurant du Nord di fronte all'imbarcadero, e un'ora dopo sono partiti col vapore per Pietroburgo."
"Un inglese!" gridai. "Non ha informato il Capo della Polizia, Boranski?"
"Sì, vostra Eccellenza. Ma ha detto che essendo i loro passaporti in regola era meglio permettere alla signora di proseguire. Ritardarla poteva significare il suo nuovo arresto in Finlandia", aggiunse.
"Allora i loro passaporti erano vistati qui all'imbarco?" esclamai. "Qual era il nome su quello dell'inglese?"
"Ce l'ho qui scritto, Eccellenza. Non so pronunciare i vostri difficili nomi inglesi." E produsse un pezzetto di carta sporca su cui era scritto in mano russa il nome--
"Martin Woodroffe."
CAPITOLO XIII
UN DOPPIO GIOCO E LE SUE CONSEGUENZE
Andai alla stazione ferroviaria e dall'orario compresi che se avessi lasciato Abo in treno a mezzogiorno, sarei potuto essere a Pietroburgo un'ora prima di mezzogiorno del giorno seguente, o circa quattro ore prima dell'arrivo del vapore sul quale la ragazza silenziosa e il suo compagno erano passeggeri. Decisi di fare così, ma prima di partire feci visita al mio amico, Boranski, il quale, con mia sorpresa e gioia, mi consegnò il mio portafoglio con la lettera dello Zar intatta, dicendo che era stato trovato addosso a un ladro tedesco che era stato arrestato al porto la sera precedente. Il tizio aveva, senza dubbio, rubato il portafoglio dalla mia tasca credendo che portassi il mio denaro cartaceo nel lembo.
"La faccenda della signora inglese è a dir poco straordinaria", osservò il Capo della Polizia, giocherellando con la sua penna mentre sedeva al suo grande tavolo. "Sembra che abbia incontrato questo inglese su a Tammerfors, o in qualche posto più a nord, eppure è curioso che il suo passaporto fosse in regola anche se fuggì così precipitosamente da Kajana. C'è un mistero legato alla sua scomparsa dalla capanna del boscaiolo che confesso di non riuscire a comprendere."
"Nemmeno io", dissi. "Conosco l'uomo che è con lei, e non posso fare a meno di temere che sia il suo nemico più acerrimo--che stia agendo in concerto con il Barone."
"Allora perché la sta portando nella capitale--al di fuori della giurisdizione del Governatore Generale?"
"Vado dritto a Pietroburgo per accertarmene", dissi. "Sono venuto solo per ringraziarla della sua gentilezza in questa faccenda. A dire il vero, sono rimasto alquanto sorpreso che lei si sia interessato per mio conto", aggiunsi, guardando dritto il funzionario in uniforme.
"Non è stato per lei, ma per lei", rispose, in modo alquanto enigmatico. "So qualcosa della faccenda, ma era mio dovere di uomo aiutare la povera ragazza a scappare da quel posto terribile. È, lo so, stata ingiustamente condannata per il tentato assassinio della moglie di un Generale--condannata con uno scopo, naturalmente. Una cosa simile non è insolita in Finlandia."
"Abominevole!" gridai. "Oberg è un vero demone."
Ma l'uomo si limitò a scrollare le spalle, dicendo--
"Gli ordini di sua Eccellenza il Governatore Generale devono essere eseguiti, qualunque essi siano. Spesso ci rammarichiamo, ma non osiamo rifiutarci di eseguirli."
"Il governo russo è una vergogna per la nostra civiltà moderna", dichiarai accaloratamente. "Ho tutta la mia solidarietà con coloro che stanno combattendo per la libertà."
"Ah, non è il solo", sospirò, parlando in un basso sussurro, e guardandosi intorno. "Sua Maestà ordinerebbe riforme e migliorerebbe la condizione del suo popolo, se solo fosse possibile. Ma lui, come i suoi funzionari, sono impotenti. Qui parliamo della grande rivolta a bassa voce, ma noi, ahimè! sappiamo che deve arrivare un giorno--molto presto--e la Finlandia sarà la prima a cercare di spezzare le sue catene--e il Barone Oberg il primo a cadere."
Per quasi un’ora sedetti con lui, sorpreso di scoprire come, sebbene il suo aspetto fosse così rozzo e sgarbato, il suo cuore sanguinasse realmente per la povera gente affamata che era costantemente costretto a opprimere.
"Ho rovinato questa città di Abo", dichiarò, con molta franchezza. "A mia conoscenza, cinquecento persone innocenti sono finite in prigione e altre duecento sono state esiliate in Siberia. Eppure, ciò che ho fatto è solo per ordini diretti di Helsingfors: ordini severi, spietati e ingiusti. Uomini sono stati strappati alle loro famiglie e mandati alle miniere, donne sono state arrestate senza alcuna colpa e spedite a Sachalin, e semplici bambini sono stati gettati in prigione con l'accusa di cospirazione politica insieme ai loro anziani, per russificare la provincia! Solo", aggiunse con ansia, "confido che non ripeterai mai ciò che ti dico. Mi hai chiesto perché ho aiutato la Mademoiselle inglese a fuggire da Kajana, e ti ho spiegato il motivo."
Facemmo un pasto abbondante in compagnia al Sampalinna, un ristorante costruito come uno chalet svizzero, e a mezzogiorno salii sul treno per la prima tappa del mio viaggio lento e tedioso attraverso le grandi foreste silenziose e lungo le rive dei laghi della Finlandia meridionale, passando per Tavestehus e Viborg, fino a Pietroburgo.
Ero solo nello scompartimento e sedevo malinconico a guardare il panorama di boschi e fiumi mentre salivamo lentamente lungo i tortuosi pendii e scendevamo i ripidi gradoni. Non avevo nemmeno un giornale con cui ingannare il tempo, solo i miei pensieri apprensivi su dove fosse condotto il mio amore indifeso.
Certamente, a nessun uomo fu mai presentato un problema così complicato come quello che stavo cercando di risolvere così vigorosamente. Amavo Elma Heath. Più riflettevo, più il suo volto dolce e la sua grazia tenera si imprimevano nel mio cuore. La amavo, perciò mi stavo sforzando di raggiungerla.
Il piroscafo, venni a sapere, avrebbe fatto scalo a Hango e Helsingfors. Mi chiedo se sarebbero sbarcati in uno di quei luoghi. L'uomo che avevo conosciuto come Hornby, il proprietario del Lola, la stava portando per rimetterla nelle mani diaboliche di Xavier Oberg? Il solo pensiero mi faceva trattenere il respiro.
La luce del giorno arrivò finalmente, fredda e grigia, su quelle paludi tristi e interminabili dove la selvaggina, specialmente il beccaccino, sembrava abbondante, e a una piccola stazione al capo di un lago chiamato Davidstadt presi il mio bicchiere di tè mattutino; poi riprendemmo il nostro viaggio verso Viborg, dove un russo basso e tarchiato della classe commerciale, ma un po' damerino, entrò nel mio scompartimento, e partimmo in espresso per Pietroburgo.
Eravamo passati davanti a una piccola stazione chiamata Galitsina, vicino alla quale c'erano molte ville occupate in estate da famiglie di Pietroburgo, e stavamo viaggiando attraverso i fitti e cupi boschi di pini, quando il mio compagno di viaggio, dopo aver chiesto il permesso di fumare, iniziò a chiacchierare affabilmente. Sembrava un tipo piacevole e mi disse di essere un mercante di lana e di aver trascorso una piacevole vacanza a pescare trote nel Vuoski sopra le cascate di Imatra, dove le pozze tra le rapide abbondano di pesce.
Mi aveva detto che, a causa della riva così piena di erbacce e della limpidezza dell'acqua, pescare dalla riva era quasi impossibile, e di come dovessero abituarsi a fare traina da una barca così piccola da poter ospitare solo il vogatore e il pescatore.
Poi osservò improvvisamente:
"Lei è inglese, presumo; forse viene da Helsingfors?"
"No", risposi. "Da Abo. Sono passato da Stoccolma e vado a Pietroburgo."
"Anche io. Abito a Pietroburgo", aggiunse. "Forse ci incontreremo un giorno. Conosce la capitale?"
Spiegai che l'avevo visitata una volta prima e che avevo fatto il solito giro turistico. Il suo modo di fare era vivace e diretto, come si addice a un uomo d'affari, ma quando ci fermammo a Bele-Ostrof, sul lato opposto del piccolo fiume tortuoso che separa la Finlandia dalla Russia vera e propria, il funzionario della dogana che venne a esaminare i nostri bagagli scambiò con lui uno sguardo curioso e significativo.
Il mio compagno di viaggio credeva che non avessi osservato, eppure, all'erta come ero ora, fui scaltro nel cogliere il minimo segno o sguardo, e decisi immediatamente di non dire nulla di più al tizio riguardo ai miei affari. Era, senza dubbio, una spia dello "Strozzatore", che mi aveva seguito fin da Abo e che era entrato nella mia carrozza solo per la fase finale del viaggio.
Questa rivelazione mi causò una certa inquietudine, poiché anche se fossi riuscito a seminare l'uomo all'arrivo a Pietroburgo, avrebbe senza dubbio potuto ottenere rapidamente notizie su dove mi trovassi dalla polizia, a cui il mio passaporto doveva essere consegnato. Finsi di assopirmi e mi sdraiai all'indietro con gli occhi socchiusi a osservarlo. Quando si accorse che non ero disposto a parlare oltre, prese il giornale che aveva comprato e si immerse nella lettura, mentre io, dal canto mio, cercavo di formare un piano con cui trarre in inganno ed eludere la sua vigilanza.
Il tizio tramava qualcosa, questo lo sapevo. Se Elma stava fuggendo in segreto e lui mi osservava, avrebbe capito che lei era a Pietroburgo. A ogni costo, per il bene del mio amore così come per il mio, vidi che dovevo sfuggirgli. L'ingegnosità e l'astuzia delle spie di Oberg erano proverbiali in tutta la Finlandia, quindi poteva non essere solo, o in ogni caso, all'arrivo a Pietroburgo, avrebbe ottenuto assistenza nel tenermi sotto osservazione. Sapevo che il Barone desiderava la mia morte, e che perciò non potevo essere troppo cauto contro le insidie. Quella sedia fatale così astutamente preparata per me a Lambeth era ancora vividamente nella mia memoria.
Mentre passavamo per Lanskaya e percorrevamo i sobborghi esterni di Pietroburgo, il mio compagno di viaggio divenne curioso di sapere dove fossi diretto, ma fui piuttosto evasivo e mi occupai della mia borsa finché non entrammo nel grande capolinea echeggiante, da dove potevo vedere la Neva brillare alla luce pallida del sole e la città oltre. Il tizio non fece alcun tentativo di seguirmi: era un agente segreto troppo astuto per questo. Mi disse semplicemente "sdravstvuite", si tolse il cappello educatamente e scomparve.
Un facchino portò la mia borsa fuori dalla stazione e io mi feci portare in carrozza oltre il ponte fino al grande albergo dove avevo alloggiato in precedenza, l'Europe, all'angolo tra la Prospettiva Nevskij e la via Michael. Lì presi una camera sul davanti che dava sull'ampia Nevskij, mi lavai e poi stetti alla finestra in attesa di vedere la spia. Avevo già ben quattro ore prima dell'arrivo del piroscafo da Abo, e intendevo accertarmi se fossi seguito o meno.
Nel giro di venti minuti il tizio si aggirò sul lato opposto della strada, proprio come mi aspettavo. Si era cambiato d'abito e presentava un aspetto così diverso che a prima vista non riuscii a riconoscerlo. Sapeva che ero andato lì in carrozza e intendeva seguirmi se fossi uscito. La mia posizione era di estrema difficoltà, poiché se fossi andato al molo mi avrebbe quasi certamente seguito.
Dopo aver osservato i suoi movimenti per una decina di minuti, scesi nella grande sala da pranzo e lì pranzai, chiacchierando nel frattempo con il cameriere francese. Mi sedetti apposta in un alcova, in modo da stare lontano dalle altre persone che pranzavano lì, e per poter parlare con il cameriere senza essere ascoltato.
Proprio mentre avevo finito il pasto e lui mi stava porgendo il conto, mi sporsi verso di lui e chiesi:
"Vuole guadagnare venti rubli?"
"Ebbene, m'sieur", rispose, guardandomi con una certa sorpresa. "Sarebbero graditi. Sono un uomo sposato."
"Bene, voglio uscire da questo posto senza essere osservato. C'è una questione spiacevole che riguarda una signora, e temo un tafferuglio con un uomo che mi attende fuori nella Nevskij." Poi, vedendo che esitava, lo rassicurai sul fatto che non avevo commesso alcun crimine e che sarei tornato per i miei bagagli quella sera stessa.
"Potrebbe passare attraverso la cucina e uscire dall'ingresso di servizio", disse, dopo un momento di riflessione. "Se m'sieur lo desidera, lo accompagnerò fuori. L'uscita è in una strada secondaria che porta al Canale Caterina."
"Eccellente!" dissi. "Andiamo. Naturalmente non dirà nulla?"
"Non una parola, m'sieur", e raccolse le banconote più i venti rubli con cui pagai il conto, e prendendo il mio cappello lo seguii fino in fondo alla sala da pranzo dietro un alto paravento di legno, attraverso l'enorme cucina, e poi lungo un corridoio di pietra in fondo al quale sedeva un vecchio portiere scontroso. La mia guida gli disse una parola, poi la porta si aprì e mi ritrovai in un vicolo secondario stretto con il canale oltre.
La mia prima visita fu da un sarto, dove acquistai e indossai un nuovo soprabito leggero, e poi da un cappellaio per un cappello di forma diversa da quello che indossavo. Riportai il cappello in un vicolo tranquillo che avevo notato e scambiai rapidamente quello che avevo con quello nuovo, lasciando il mio vecchio cappello in un angolo. Poi entrai in un caffè per ingannare le ore finché non fosse atteso il piroscafo dalla Finlandia.
Alle quattro ero sul molo, sforzando gli occhi verso il mare per scorgere un segno di fumo, ma non riuscivo a vedere nulla. Il sole stava tramontando e l'ampia distesa d'acqua a ovest danzava come oro liquido. La luce si spense lentamente, il grigio freddo della sera avanzò. Un vento gelido si alzò e spazzò il molo, facendomi tremare. Chiesi a un operaio portuale se il piroscafo fosse solitamente in ritardo, al che mi rispose che era spesso cinque o sei ore fuori orario, a seconda del ritardo a Helsingfors.
Il crepuscolo si trasformò in notte e la pioggia cadde abbondante, eppure camminavo ancora sulle lastre bagnate con pazienza, i miei occhi sempre verso il mare per la luce della nave che speravo portasse il mio amore. La mia presenza lì suscitò qualche speculazione tra i perdigiorno, penso; tuttavia, attesi con la più profonda ansia se, dopo tutto, Elma e Hornby non fossero sbarcati a Helsingfors.
Poco dopo le dieci, una luce brillò in lontananza e il movimento della polizia e dei facchini sul molo mi disse che era il piroscafo. Poi, dopo un altro quarto d'ora di ansia, arrivò, tra grandi grida e imprecazioni reciproche, lentamente lungo il molo, e i passeggeri iniziarono finalmente a sbarcare sotto la pioggia battente.
Uno dopo l'altro camminarono lungo la passerella, entrando nell'ufficio passaporti e poi nella Dogana, gente di ogni sorta e di ogni ceto (svedesi, tedeschi, finlandesi e russi), finché all'improvviso scorsi due figure: una di un uomo con un grande cappotto da viaggio in tweed e un berretto da golf, e l'altra la figura esile di una donna con un lungo mantello scuro e un tam-o'-shanter di lana. I raggi elettrici caddero su di loro mentre risalivano insieme la passerella bagnata, e lì vidi ancora una volta il dolce volto della donna silenziosa che avevo imparato ad amare con tale fervida disperazione. L'uomo dietro di lei era lo stesso che mi aveva intrattenuto a bordo del Lola: l'uomo che si diceva fosse l'amante della fuggitiva Muriel Leithcourt.
Senza tradire la mia presenza li osservai passare attraverso l'ufficio passaporti e la Dogana, e poi, origliando l'indirizzo che Martin Woodroffe diede all'isvoshtchik, mi feci da parte, bagnato fino alle ossa, e li vidi allontanarsi.
Alle undici del giorno seguente mi ritrovai installato nell'Hotel de Paris, un albergo confortevole nella Piccola Morskaya, essendo riuscito a eludere la vigilanza della spia che mi aveva seguito così abilmente da Abo, e a far arrivare la mia valigia dall'Hotel Europe.
Ero sotto lo stesso tetto di Elma, sebbene lei fosse all'oscuro della mia presenza. Ansioso di comunicare con lei senza che Woodroffe lo sapesse, stavo aspettando la mia occasione. Egli, a quanto pareva, le aveva preso una piacevole camera sul davanti con salotto adiacente al primo piano, mentre lui stesso occupava una stanza al terzo piano. Gli appartamenti che aveva ingaggiato per lei erano i più costosi dell'albergo e, per quanto potei capire dal cameriere francese che ho giudiziosamente mancia, sembrava trattarla con ogni premura e gentilezza.
"Ah, povera giovane signora!" esclamò l'uomo mentre stava nella mia stanza rispondendo alle mie domande, "Che afflizione! Scrive tutti i suoi ordini, poiché non può pronunciare una parola."
"L'inglese ha ricevuto visitatori?" chiesi.
"Un uomo, un russo, un ufficiale di polizia, credo."
"Se riceve qualcun altro, me lo faccia sapere", dissi. "E voglio che lei dia alla Mademoiselle una lettera da parte mia in segreto."
"Bien, m'sieur."
Mi voltai verso il piccolo scrittoio e scarabocchiai alcune righe frettolose al mio amore, annunciando la mia presenza e chiedendole di concedermi un colloquio in segreto non appena Woodroffe fosse stato assente. La avvertii anche delle ricerche su di lei istigate dal Barone, e la esortai a mandarmi una risposta.
Il biglietto fu consegnato nelle sue mani, ma sebbene aspettassi in sospeso quasi tutto il giorno, non mi inviò alcuna risposta. Mentre Woodroffe era nell'albergo non osavo mostrarmi per paura che mi riconoscesse, pertanto fui costretto a fingere indisposizione e a mangiare i miei pasti da solo nella mia stanza.
Sia i mezzi con cui aveva incontrato Martin Woodroffe che il movente erano ugualmente un enigma. Da quella lettera che aveva scritto alla sua compagna di scuola era evidente che lei avesse un segreto su di lui, poiché non aveva forse voluto mandargli un messaggio di rassicurazione sul fatto che non aveva divulgato nulla? Questo sembrerebbe indicare che fossero amici intimi; eppure, d'altra parte, qualcosa sembrava dirmi che lui stesse agendo falsamente e fosse in realtà un alleato del Barone.
Perché l'aveva portata a Pietroburgo? Se avesse desiderato salvarla, l'avrebbe portata nella direzione opposta, a Stoccolma, dove sarebbe stata libera, mentre la portò, prigioniera evasa, proprio nel mezzo del pericolo. Era vero che il suo passaporto era in regola, eppure ricordavo che era stato emesso un ordine per la sua deportazione a Sachalin, e ora, una volta arrestata, doveva essere persa per me per sempre. Questo pensiero mi riempì di feroce ansia. Era a Pietroburgo, quella città dove le spie della polizia brulicano e dove ogni nuovo arrivo viene annotato e i suoi trascorsi indagati. Non era stato fatto alcun tentativo di mascherare chi fosse, quindi, prima di molto, la polizia sarebbe indubbiamente venuta ad arrestarla come la criminale evasa da Kajana.
Per diverse ore sedetti alla mia finestra a osservare la vita e il movimento giù nella strada, la mente piena di meraviglia e cupe premonizioni. Martin Woodroffe la stava tradendo?
Subito dopo le sei e mezza il cameriere entrò e, porgendomi un biglietto su un vassoio, disse:
"Mademoiselle è riuscita, credo, solo in questo momento a scrivere in segreto."
Lo strappai e lessi quanto segue:
CARO AMICO. _Sono così sorpresa. Pensavo che fossi ancora ad Abo. Woodroffe ha un appuntamento alle otto dall'altra parte della città, quindi vieni da me alle 8.15. Devo vederti, e subito. Sono in pericolo._ — ELMA HEATH.
Il mio amore era in pericolo! Era esattamente come avevo temuto. Ringraziai la Provvidenza che mi avesse mandato ad aiutarla e a sottrarla a quel destino terribile a cui lo "Strozzatore di Finlandia" l'aveva destinata.
All'ora che aveva indicato, dopo che il cameriere fu venuto da me ad annunciare la partenza dell'inglese, scesi al suo salotto ed entrai senza bussare, poiché se avessi bussato, ahimè, lei non avrebbe potuto sentire.
L'appartamento era spazioso e confortevole, con una spessa moquette, mobili pesanti e dorature. Davanti alla lunga finestra erano tirate tende di peluche verde scuro, e su un lato c'era l'alta stufa di porcellana bianca con fasce d'ottone lucente, mentre dalla sua bassa sedia a sdraio una figura esile e pallida scattò in piedi rapidamente e si fece avanti per accogliermi, tendendo entrambe le mani e sorridendo felicemente.
Presi le sue mani nelle mie e le tenni strette in silenzio per alcuni istanti, mentre guardavo intensamente quegli occhi meravigliosamente brillanti di lei. Si voltò ridendo, un leggero rossore salì alle sue guance per l'imbarazzo. Poi mi guidò verso una sedia e mi fece cenno di sedermi.
Il nostro fu un incontro silenzioso, ma i suoi gesti e l'espressione dei suoi occhi erano sicuramente più eloquenti di semplici parole. Sapevo bene quale piacere quel rincontro le causasse: lo stesso piacere che dava a me.
Fino a quel momento non avevo mai amato veramente. Avevo ammirato e flirtato con le donne. Quale uomo non l'ha fatto? In effetti, avevo ammirato Muriel Leithcourt. Ma mai fino ad ora avevo provato nel mio cuore la vera fiamma di un affetto ardente. La dolcezza della sua espressione, la tenera carezza di quelle mani morbide e affusolate, lo sguardo profondo e misterioso in quegli occhi magnifici e l'incomparabile grazia di tutti i suoi movimenti, si combinavano per renderla la donna più perfetta che avessi mai incontrato: perfetta in tutto, ahimè, tranne che nella parola e nell'udito, di cui, con tale spregevole lascivia, era stata privata.
Si toccò le labbra rosse con la punta dell'indice, aprì le mani e alzò le spalle con un triste gesto di rimpianto. Poi, voltandosi rapidamente verso della carta sul tavolino al suo fianco, scrisse qualcosa con una matita d'oro e me la porse. Diceva:
"Certamente la Provvidenza ti ha mandato qui! Il signor Woodroffe deve averti seguito dall'Inghilterra. È il mio nemico. Devi portarmi via da qui e nascondermi. Hanno intenzione di mandarmi in esilio. Sei mai stato a Pietroburgo prima? Conosci qualcuno qui?"
Poi, quando ebbi letto, mi porse la sua matita e qui sotto scrissi:
"Farò del mio meglio, cara amica. Sono stato una volta a Pietroburgo. Ma non è meglio che fuggiamo subito dalla Russia?"
"Impossibile al momento", scrisse. "Saremmo entrambi arrestati alla frontiera. Sarebbe meglio andare a nascondersi qui a Pietroburgo. Credevo che Woodroffe fosse mio amico, ma ho scoperto solo oggi che è il mio nemico. Sapeva che ero a Kajana ed era ad Abo quando seppe della mia fuga. Andò con altri due uomini alla nostra ricerca e ci scoprì quella notte quando cercammo rifugio nella capanna del boscaiolo. Senza far conoscere la sua presenza, attese fuori finché non foste addormentati, poi venne e guardò alla mia finestra. Dapprima fui allarmata, ma vidi rapidamente che era un amico. Mi disse che la polizia era nelle vicinanze e intendeva fare irruzione nella capanna, perciò sono fuggita con lui, prima giù a Tammerfors e poi ad Abo, e fin qui. A quel tempo non vidi la trappola ignobile che aveva teso per portarmi fuori dagli artigli del Barone e strapparmi il mio segreto. Se confesso, intende consegnarmi alla polizia, che mi manderà alle miniere."
"Il tuo segreto lo riguarda?" chiesi per iscritto.
"Sì", scrisse in risposta. "Sarebbe ugualmente nel suo interesse, così come in quello del Barone Oberg, se fossi mandata a Sachalin e la mia identità cancellata. Sono una suddita russa, come ti ho già detto, quindi con un ordine ministeriale contro di me sono nel pericolo più mortale."
"Fidati di me", scarabocchiai rapidamente. "Agirò secondo qualsiasi suggerimento tu dia. Hai un'amica di cui potresti fidarti per nasconderti finché questo pericolo non sarà passato?"
"C'è un'amica, una vera amica. Porteresti un biglietto per lei?" scrisse, al che annuii istantaneamente in segno di assenso.
Poi, alzandosi, prese dell'inchiostro e una penna e scrisse una lettera, il cui contenuto non mi mostrò prima di sigillarla. Rimasi a guardare la sua bellissima testa china sotto la luce ombreggiata della lampada, cogliendo il suo profilo e notando quanto fosse eminentemente bella, superba e senza difetti nella sua giovane femminilità.
La guardai mentre scriveva l'indirizzo sulla busta: "Madame Olga Stassulevitch, modiste, Scredni Prospect, 231, Vasili Ostroff." Sapevo che il quartiere si trovava dalla parte opposta della città, vicino alla Piccola Neva.
"Prendi subito una droschka, vedi lei e attendi una risposta. Nel frattempo, mi preparerò per essere pronta al tuo ritorno", scrisse. "Se Olga non è in casa, chiedi di vedere il Prete Rosso — in russo, 'Krasny-pastor'. Torna presto, perché temo che Woodroffe possa tornare. Se così fosse, sono perduta."
Le assicurai che non avrei perso nemmeno un istante e, cinque minuti dopo, stavo correndo lungo la Morskaya su una droschka, costeggiando il canale e attraversando il Ponte Nicola verso l'indirizzo indicato sulla busta.
La casa, scoprii, era leggermente più piccola delle vicine, ma non divisa in appartamenti come le altre. Sulla porta c'era una grande targa di ottone con il nome: "Olga Stassulevitch: modes." Premetti il pulsante elettrico e, in risposta, un servitore russo alto e sbarbato aprì la porta.
"Madame non è in casa", fu la sua breve risposta alla mia richiesta.
"Allora vedrò il Prete Rosso", dissi a voce più bassa. "Vengo da parte di Elma Heath." Senza aggiungere altro, l'uomo mi fece entrare nell'atrio lungo e buio e chiuse la porta, scusandosi perché il gas non era acceso. Ma, acceso un fiammifero, mi guidò su per l'ampia scala fino a una stanza piccola, accogliente e ben arredata al secondo piano, evidentemente lo studio di una persona dedita alla lettura, a giudicare dai libri e dalle riviste critiche sparse in giro.
Attesi lì per qualche minuto, finché la porta si riaprì ed entrò un uomo di media statura, con una zazzera di lunghi capelli bianco neve e una barba quasi patriarcale; i suoi occhi scuri, che l'età aveva offuscato, guizzarono verso di me con uno sguardo di curiosa indagine, e i suoi movimenti erano quelli di una persona non del tutto a suo agio.
"Sono venuto per conto di Mademoiselle Elma Heath, per consegnare questa lettera a Madame Stassulevitch o, se è assente, per metterla nelle mani del Prete Rosso", spiegai nel mio miglior russo.
"Molto bene, signore", rispose il vecchio in un inglese piuttosto buono. "Sono la persona che cercate", e, presa la lettera, la aprì e la lesse tutta.
Vidi dall'espressione del suo volto solcato che il contenuto gli causava la massima costernazione. Il suo volto, già pallido, sbiancò fino alle labbra, mentre nei suoi occhi scoccò il fuoco di una rapida apprensione. La mano sottile, quasi trasparente, che reggeva la lettera tremava visibilmente.
"Conoscete Mademoiselle, eh?" chiese con voce rauca e tesa mentre si voltava verso di me. "L'aiuterete a fuggire?"
"Rischierò la mia stessa vita per salvare la sua", dichiarai.
"E la vostra devozione per lei da cosa è dettata?" chiese sospettoso.
Rimasi in silenzio per un momento. Poi confessai la verità.
"Il mio affetto."
"Ah!" sospirò profondamente. "Povera giovane signora! Lei, che ha nemici ovunque, ha tristemente bisogno di un amico. Ma possiamo fidarci di voi? Non avete paura?"
"Di cosa?"
"Di essere coinvolto nella rivoluzione imminente in Russia? Ricordate che sono il Prete Rosso. Non avete mai sentito parlare di me? Il mio nome è Otto Kampf."
Otto Kampf!
Rimasi davanti a lui a bocca aperta. Chi in Russia non aveva mai sentito parlare di quel misterioso sconosciuto che aveva diretto un centinaio di cospirazioni contro l'Autocrate Imperiale, e la cui identità la polizia non era mai riuscita a scoprire? Si credeva che Kampf fosse stato un tempo professore di chimica all'Università di Mosca e che avesse inventato quel terribile e distruttivo esplosivo usato dai rivoluzionari. Gli ingredienti del potente composto e il modo di innescarlo erano segreto esclusivo dei Nichilisti — e Otto Kampf, il misterioso capo, la cui personalità era ignota persino ai cospiratori stessi, dirigeva quei costanti attentati che tenevano l'Imperatore e il suo Governo in tale terrore quotidiano.
Ricompense senza numero erano state offerte dal Ministero dell'Interno per il tradimento e l'arresto dell'uomo invisibile il cui potere in Russia, che permeava ogni classe sociale, era superiore a quello dell'Imperatore stesso — e alla cui parola un giorno il popolo si sarebbe sollevato in massa per distruggere i propri oppressori.
L'Imperatore, i Ministri, la polizia e i burocrati lo sapevano, eppure erano impotenti; sapevano che il misterioso professore, scomparso da Mosca quindici anni prima e mai più visto, stava solo aspettando l'occasione per sferrare un colpo che avrebbe fatto vacillare e schiacciato l'Impero da un capo all'altro, eppure sulla sua ubicazione erano nell'ignoranza più totale.
"Siete sorpreso", rise il vecchio, notando il mio stupore. "Beh, voi non siete uno dei nostri, eppure non ho bisogno di sottolinearvi l'assoluta necessità, per il bene di Mademoiselle, di preservare il segreto della mia esistenza. È perché non siete membro della 'Volontà del Popolo' che non avete mai sentito parlare del 'Prete Rosso' — rosso perché ho scritto il mio ultimatum allo Zar col sangue di una delle sue vittime sferzate nella fortezza di Pietro e Paolo, e prete perché predico il vangelo della libertà e della giustizia."
"Non dirò nulla", dissi, fissando la figura straordinariamente suggestiva davanti a me — l'uomo sconosciuto che dirigeva il grande sconvolgimento destinato a rivoluzionare la Russia. "Il mio unico desiderio è salvare Mademoiselle Heath."
"E siete pronto a farlo a rischio della vostra stessa libertà, della vostra stessa vita? Ah! avete detto che la amate. Non sarebbe questa una prova del vostro affetto?"
"Sono pronto a qualsiasi prova, purché lei sfugga alla trappola che i suoi nemici le hanno teso. Sono riuscito a salvarla da Kajana e intendo salvarla ora."
"Siete stato voi a entrare fisicamente a Kajana e a strapparla da quella tomba!" esclamò, e mi strinse la mano con entusiasmo, aggiungendo: "Non ho più bisogno di dubitare di voi." E voltandosi verso il tavolo, scrisse un indirizzo su un foglietto, dicendo: "Portate lì Mademoiselle. Troverà un luogo sicuro dove nascondersi. Ma andate in fretta, perché ogni momento mette entrambi in un pericolo sempre più mortale. Nascondetevi lì anche voi."
Lo ringraziai e me ne andai subito, ma appena uscii dalla casa e risalii sulla droschka vidi poco lontano, in agguato nell'ombra, la spia dello "Strozzatore di Finlandia", che aveva viaggiato con me da Abo.
I nostri sguardi si incrociarono e lui mi riconobbe, nonostante il mio soprabito leggero e il cappello nuovo.
Poi, con il cuore che mi sprofondava in petto, la verità raccapricciante mi balenò davanti. Tutto era stato vano. Elma era perduta per me.
CAPITOLO XIV
SUA ALTEZZA È CURIOSA
Il pericolo divenne immediatamente evidente e, invece di tornare all'hotel, gridai all'uomo di portarmi alla stazione ferroviaria di Mosca, per depistare la spia. Sapevo che mi avrebbe seguito, ma dato che era a piedi e non c'erano droschke in vista, sarei riuscito ad arrivare in stazione prima di lui e lì seminarlo.
Rimbombammo sulle pietre, lasciando l'agente in agguato nell'ombra profonda, ma voltandomi vidi che scattava attraverso la strada verso una via laterale, dove, con ogni probabilità, aveva un mezzo in attesa.
Poi, dopo aver attraversato la Neva, revocai l'ordine all'uomo dicendo:
"Non andare fino alla stazione. Svolta nel Liteinoi Prospect a sinistra e fammi scendere lì. Guida in fretta e ti pagherò il doppio."
Frustò i cavalli e ci immettemmo in quel labirinto di strade buie, strette e mal illuminate che si trova tra la Vosnesenski e la Nevski, girando e rigirando finché non sbucammo finalmente di nuovo nella via principale, per poi imboccare la strada che avevo indicato: un'ampia via di palazzi signorili dove sapevo che avrei potuto ottenere istantaneamente un'altra droschka. Lanciai i soldi all'uomo, scesi e due minuti dopo stavo andando verso il Ponte Alessandro, viaggiando in circolo per tornare all'hotel. Più e più volte guardai indietro, ma non vidi nulla della spia del Barone, che era evidentemente andata alla stazione a tutta velocità, aspettandosi che io lasciassi la capitale.
Trovai Elma nella sua stanza, già vestita per uscire, con indosso un lungo mantello da viaggio e in mano una piccola valigetta. Era pallida e piena d'ansia finché non le mostrai il foglietto che Otto Kampf mi aveva dato con l'indirizzo scritto sopra, e allora ci affrettammo insieme.
La casa verso cui ci dirigemmo era, scoprimmo, un grande edificio di fronte al Canale Fontanka, uno dei quartieri migliori della città; scesi, chiesi al portiere in livrea di Madame Zurloff, il nome che il "Prete Rosso" aveva scritto.
"Intendete la Principessa Zurloff", osservò l'uomo attraverso la sua barba rossa. "Chi devo dire che desidera vederla?"
"Prenda questo", dissi, consegnandogli il pezzo di carta che, oltre all'indirizzo, recava un curioso segno in codice simile a tre triangoli uniti.
Chiuse la porta, lasciandoci nell'ampio atrio con la moquette, le cui statue ci rivelarono che si trattava di un ambiente riccamente arredato; quando, pochi minuti dopo, tornò, ci condusse al piano di sopra, in un bel salone dorato, dove una signora anziana dai capelli grigi in abito nero attendeva gravemente di riceverci.
"Permettetemi di presentarvi Mademoiselle Elma Heath, Principessa", dissi, parlando in francese e inchinandomi, per poi riferirle il mio nome.
La nostra ospite accolse il mio amore con un discorso aggraziato, ma io dissi:
"Mademoiselle purtroppo soffre di una terribile infermità. È sordomuta."
"Ah, che tristezza infinita!" esclamò con compassione. "Povera ragazza! povera ragazza!" e posò la mano con tenerezza sulla spalla di Elma, guardandola negli occhi. Poi, voltandosi verso di me, disse: "Dunque il Prete Rosso ha mandato entrambi da me! Siete in pericolo di arresto, immagino... desiderate che vi nasconda qui?"
"Chiederei asilo solo per Mademoiselle", fu la mia risposta. "Per quanto mi riguarda, non ho paura. Sono inglese e, pertanto, non sono membro del Partito."
"Mademoiselle teme l'arresto?"
"C'è un ordine firmato per la sua deportazione a Sachalin", dissi. "Era imprigionata a Kajana, la fortezza sperduta in Finlandia, ma sono riuscito a liberarla."
"È stata davvero a Kajana!" boccheggiò la Principessa. "Ah! abbiamo sentito abbastanza degli orrori di quel posto. E voi l'avete liberata! Eppure, è l'unica persona che sia mai fuggita da quella tomba vivente in cui Oberg manda le sue vittime."
"Credo di sì, Principessa."
"E posso supporre, monsieur, che il motivo per cui avete rischiato la vita per lei sia perché la amate? Perdonatemi se oso suggerirlo."
"Avete indovinato", risposi. Poi, sapendo che Elma non poteva sentire, aggiunsi: "La amo, ma non siamo amanti. Non le ho ancora parlato del mio affetto. La sua è una storia lunga e strana, e forse ve ne racconterà qualcosa per iscritto."
"Bene", esclamò la signora dai capelli grigi sorridendo, guidando il mio amore attraverso la stanza lussuosa, la cui atmosfera era satura del profumo dei fiori, e togliendole il mantello con le proprie mani, "qui siete al sicuro, mia povera bambina. Se le spie non vi hanno seguito, allora resterete mia ospite finché lo desidererete."
"Sono certo che sia molto gentile da parte vostra, Principessa", dissi con gratitudine. "Miss Heath è vittima di una vile e spregevole cospirazione. Quando vi dirò che è stata ridotta così dai suoi nemici — che in Italia, mentre era priva di sensi, è stata sottoposta a un'operazione — capirete facilmente in quale pericolo mortale si trovi."
"Cosa!" gridò. "I suoi nemici hanno fatto davvero questo? Orribile!"
"Forse vi racconterà lo strano romanzo che la circonda — un mistero che non sono ancora riuscito a decifrare. È una suddita russa, sebbene sia stata educata in Inghilterra. Credo che il Barone Oberg in persona sia il suo peggiore e più acerrimo nemico."
"Ah! lo Strozzatore!" esclamò con un rapido lampo nei suoi occhi scuri. "Ma la sua fine è vicina. Il Movimento è attivo a Helsingfors. Da un momento all'altro potremmo sferrare il nostro colpo per la libertà."
Era un'entusiasta rivoluzionaria, potevo vederlo, non sospettata, tuttavia, dalla polizia a causa della sua alta posizione nella società di Pietroburgo. Fu lei che, come scoprii in seguito, aveva fornito le ingenti somme di denaro a Kampf per la continuazione della propaganda rivoluzionaria e che, segretamente, destinava la maggior parte delle rendite dei suoi vasti possedimenti a Samara e Kazan alla causa nichilista. Suo marito, lui stesso un entusiasta della libertà, sebbene dell'alta nobiltà, era rimasto ucciso da una caduta da cavallo sei anni prima e, da allora, lei si era ritirata dalla società vivendo lì tranquillamente, facendo del movimento rivoluzionario la sua unica occupazione. Le autorità credevano che il suo ritiro fosse dovuto alla dolorosa perdita subita e non avevano alcun sospetto che fosse il suo denaro a permettere al misterioso "Prete Rosso" di completare, lentamente ma inesorabilmente, il complotto per la rivolta generale.
Mi costrinse a togliermi il cappotto e il tè fu servito da un servitore tartaro, la cui famiglia, spiegò, era stata serva degli Zurloff per tre secoli; poi Elma scambiò confidenze con lei tramite carta e matita.
"Chi è quest'uomo Martin Woodroffe, di cui lei parla?" chiese la Principessa poco dopo, voltandosi verso di me.
"L'ho incontrato due volte — solo due volte", risposi, "e in circostanze strane." Poi, continuando, le raccontai qualcosa riguardo agli incidenti sullo yacht Lola.
"Forse è innamorato di lei e desidera costringerla al matrimonio", suggerì, esprimendo stupore per lo strano racconto che avevo fatto.
"Non credo, per diverse ragioni. Una è perché so che lei detiene un qualche segreto su di lui, e un'altra perché lui è fidanzato con una ragazza inglese di nome Muriel Leithcourt."
"Leithcourt? Leithcourt?" ripeté la Principessa, aggrottando le sopracciglia con aria perplessa. "Vi capita di conoscere il nome di suo padre?"
"Philip Leithcourt."
"Ed è vissuto davvero in Scozia?"
"Sì", risposi con rapida ansia. "Aveva preso in affitto una riserva di caccia chiamata Rannoch, vicino a Dumfries. Un incidente misterioso accadde nella sua tenuta — un doppio omicidio, o omicidio e suicidio, non è chiaro — ma poco dopo apparve una sera alla casa un uomo di nome Chater, Hylton Chater, e l'intera famiglia fuggì e scomparve all'istante."
La Principessa Zurloff sedeva con le labbra serrate, guardando dritta verso la ragazza silenziosa davanti a lei. Elma si era tolta il cappello e il mantello e ora sedeva su una profonda poltrona di seta gialla, con la luce della lampada che brillava sui suoi capelli castani, composta e calma come se fosse già perfettamente a casa. Sorrisi tra me e me pensando al disappunto di Woodroffe quando fosse tornato scoprendo che la sua vittima era sparita.
"Sua Altezza conosce evidentemente i Leithcourt", azzardai dopo un breve silenzio.
"Ne ho sentito parlare", fu la sua risposta insoddisfacente. "Vado in Inghilterra a volte. Quando il Principe era in vita, eravamo spesso al Claridge's per la stagione. Il Principe è stato per cinque anni addetto militare all'Ambasciata sotto de Staal, sapete. Ciò che so dei Leithcourt non è a loro favore. Ma mi dite che ci fu un incidente misterioso prima della loro fuga. Spiegatemelo."
In quel momento le lunghe porte bianche del bel salone vennero spalancate dal fedele servitore tartaro ed entrò un uomo i cui capelli ricadevano sul colletto del suo pesante soprabito, ma che, in un istante, riconobbi come Otto Kampf.
Sia Elma che io balzammo in piedi mentre, avanzando verso la Principessa, egli si chinò e baciò galantemente la mano che lei gli porgeva. Poi strinse la mano a Elma e, riconosciuti i miei saluti, si tolse il cappotto e lo gettò su una sedia con l'aria di un visitatore abituale.
"Vengo, Principessa, per spiegarvi", disse. "Mademoiselle teme un nuovo arresto e l'unica casa a Pietroburgo che la polizia non sospetta mai è questa. Perciò la mando da voi, sapendo che con la vostra generosità l'aiuterete nella sua angoscia."
"È tutto sistemato", fu la risposta di Sua Altezza. "Resterà qui, povera ragazza, finché non sarà sicuro per lei uscire dalla Russia." Poi, dopo qualche altra conversazione, e dopo che la mia amata ebbe fatto cenni di profonda gratitudine all'uomo conosciuto da un capo all'altro dell'impero russo come "Il Prete Rosso", la Principessa si voltò verso di me dicendo:
"Mi piacerebbe molto sapere cosa accadde prima che i Leithcourt lasciassero la Scozia."
"I Leithcourt!" esclamò Kampf con estrema sorpresa. "Conoscete i Leithcourt... e l'ufficiale inglese Durnford?"
Guardai nei suoi occhi con profondo stupore. Quale legame poteva avere Jack Durnford, dei Marines, con l'avventuriero Philip Leithcourt? Ricordai, tuttavia, le parole di Jack quando avevo descritto la visita del Lola a Livorno, e ricordai inoltre che molto presto sarebbe tornato a Londra dal suo turno di servizio nel Mediterraneo.
"Beh", dissi dopo una pausa, "mi capita di conoscere molto bene il Capitano Durnford, ma non avevo idea che fosse in rapporti di amicizia con Leithcourt."
Il Prete Rosso sorrise, accarezzandosi la barba bianca.
"Spiegate a Sua Altezza ciò che desidera sapere, e io vi dirò il resto."
I miei occhi incontrarono quelli di Elma, e vidi quanto fosse intensamente desiderosa e interessata, osservando il movimento delle mie labbra e cercando di capire quali parole pronunciassi.
"Bene", dissi, "una tragedia misteriosa avvenne ai margini di un bosco vicino alla casa affittata da Leithcourt — una tragedia che ha sconcertato la polizia fino a oggi. Un italiano di nome Santini e sua moglie furono trovati assassinati."
"Santini!" boccheggiò Kampf, scattando in piedi. "Ma di certo non è morto?"
"No. Questa è la parte curiosa della faccenda. L'uomo che fu ucciso era un uomo travestito per rappresentare l'italiano, mentre la donna era effettivamente la moglie del cameriere in persona. Mi capita di conoscere bene l'uomo Santini, poiché sia lui che sua moglie sono stati per alcuni anni al mio servizio."
La Principessa e il direttore del movimento rivoluzionario russo si scambiarono rapidi sguardi. Era come se Sua Altezza implorasse Kampf di rivelarmi la verità, mentre lui, dal canto suo, fosse restio a farlo.
"E su chi ricade il sospetto?" chiese Sua Altezza.
"Per quanto sono riuscito a capire, la polizia non ha alcun indizio, tranne uno. Sul posto fu trovata una minuscola croce in miniatura di uno degli ordini cavallereschi russi: la Croce di Sant'Anna."
"Non c'è sospetto sui Leithcourt?" chiese con una certa indebita ansia, pensai.
"No."
"Hanno ospitato qualcuno nella riserva di caccia?"
"Un bel po' di gente."
"Nessuno straniero tra loro?"
"Non ne ho mai incontrati. Sembravano tutte persone di Londra — un gruppo alla moda per la maggior parte."
"Allora perché i Leithcourt scomparvero così all'improvviso?"
"A causa dell'apparizione dell'uomo Chater", risposi. "È evidente che temevano lui, poiché presero ogni precauzione per non essere seguiti. Infatti, fuggirono lasciando un grande gruppo di amici in casa. L'uomo Woodroffe, ora all'Hotel de Paris, è amico sia di Leithcourt che di Chater."
"Non era ospite di Leithcourt quando quest'uomo che rappresentava Santini fu assassinato?" chiese Kampf, accarezzandosi di nuovo la barba.
"No. Appena Woodroffe mi riconobbe come visitatore, se ne andò... per Amburgo."
"Aveva paura di affrontarvi a causa del saccheggio della cassaforte del Console britannico a Livorno", osservò la Principessa che, nello stesso momento, prese la mano di Elma con tenerezza tra le proprie e la guardò. Poi, voltandosi verso di me, disse: "Ciò che ci avete raccontato stasera, signor Gregg, getta una nuova luce su alcuni incidenti che finora ci avevano lasciato perplessi. Il mistero di tutto ciò è grande e imperscrutabile — il mistero di questa povera sfortunata ragazza, il più grande di tutti. Ma entrambi cercheremo di aiutarvi a chiarirlo; aiuteremo la povera Elma a schiacciare i suoi nemici — questi vili furfanti che l'hanno mutilata."
"Ah, Principessa!" gridai. "Se solo volete aiutarla e proteggerla, compirete un atto di misericordia verso una donna indifesa. La amo, lo ammetto. Ho fatto tutto il possibile: ho cercato di risolvere il cupo mistero, ma fino a oggi non ci sono riuscito e sono rimasto, persino fino a questo giorno, vittima delle circostanze."
"Lasciatela stare con me", rispose la donna gentile, sorridendo con tenerezza alla mia amata. "Qui sarà al sicuro e, nel frattempo, ci adopereremo per scoprire la verità reale e concreta."
E in risposta presi la mano della Principessa e la strinsi con fervore. Sebbene quell'uomo dall'aspetto così appariscente e dai capelli bianchi e la donna in nero, piuttosto rigida e formale, fossero i capi del grande e potentissimo movimento in Russia, noto in tutto il mondo civile come "Il Terrore", erano tuttavia nostri amici. Si erano impegnati ad aiutarci a ostacolare i nostri nemici.
Scarabocchiai poche parole affrettate su un foglio e lo consegnai a Elma. E per risposta lei sorrise compiaciuta, guardandomi negli occhi con un'espressione di fiducia, devozione e amore.
CAPITOLO XV
PROPRIO ACCANTO ALLO STRAND
Era trascorsa una settimana. Il Nord Express mi aveva riportato in fretta e furia attraverso l'Europa da Pietroburgo a Calais, ed ero di nuovo a Londra. Avevo lasciato Elma alle cure della Principessa Zurloff, che sapevo l'avrebbe nascosta dall'orda di agenti di polizia che ora la cercavano.
Il mistero si era infittito a tal punto da essere diventato assolutamente sconcertante. Più cercavo di sondarlo, più lo trovavo inspiegabile. Il cervello mi andava in fumo mentre sedevo nel vagone letto, correndo attraverso quelle vaste e infinite pianure che si estendono tra la capitale russa e Berlino, e le verdi vallate tra le terre del Reno e il mare. Il labirinto di misteri mi rendeva del tutto incapace di afferrare un solo fatto solido e tangibile, tanto strettamente intrecciato era ogni incidente dello strano dramma della vita in cui, per puro caso, stavo ora ricoprendo un ruolo di primo piano. Ero consapevole di un solo fatto: che amavo Elma con tutta l'anima, anche se non sapevo chi fosse realmente, né conoscevo la storia della sua strana vita. Il suo dolce volto, con quegli occhi castani, così teneri e intensi, mi appariva sempre davanti, nel sonno come nella veglia. Ogni momento, mentre il treno espresso correva verso sud, aumentava la distanza tra noi, eppure non ero forse sulla via del ritorno in Inghilterra con uno scopo chiaro e distinto? Afferravo ogni indizio, per quanto piccolo, con disperata avidità, come un uomo che annega si aggrappa a un filo di paglia.
La spia di Abo mi aveva visto sulla banchina della stazione alla mia partenza da Pietroburgo. Mi aveva sentito comprare un biglietto per Londra e, prima di salire sul treno, gli avevo sorriso in un gioioso trionfo. Il mio viaggio era troppo lungo perché potesse seguirmi, e sapevo di averlo finalmente superato in astuzia. Senza dubbio si aspettava di vedere Elma con me, e la sua delusione era chiaramente evidente. Ma di Woodroffe non avevo visto né sentito nulla.
* * * * *
Era una notte di novembre fredda ma asciutta a Londra, e sedevo a cena con Jack Durnford a un tavolino nella grande sala ben illuminata del Junior United Service Club. Disinvolto e allegro come un tempo, il mio amico sprizzava buon umore, felice di essere tornato in città dopo tre anni passati a navigare su e giù per il Mediterraneo, da Gibilterra a Smirne, facendo sempre manovre, ma senza mai avere l'occasione di uno scontro. Il suo volto ben rasato portava il segno dei soli del sud, e il dorso delle mani era abbronzato dal calore e dal mare. Era, davvero, un ufficiale elegante quanto chiunque altro al Junior, poiché i Marines sono proverbiali per la loro cura, e i suoi uomini a bordo della Bulwark avevano ricevuto più di un piacevole complimento dall'Ammiraglio.
"Felice di essere tornato!" esclamò, mentre si serviva un drink. "Direi proprio di sì, vecchio mio. Sai quanto diventi terribilmente logorante la vita laggiù. Un sacco di cose che succedono a Palermo, Malta, Monte Carlo o ad Algeri, eppure non riusciamo mai a farne parte. Siamo sempre in vista dei posti allegri, ma non scendiamo mai a terra. Non biasimo i giovanotti se, quando possono, scappano da Livorno per due giorni qui in città. Tre anni sono una fetta più grossa della vita di un uomo di quanto chiunque possa supporre. Ma, a proposito, ho visto Hutcheson l'altro giorno. Siamo entrati a La Spezia e lui è uscito per vedere l'Ammiraglio; credo avesse dei dispacci per lui. Sembra allegro come sempre. Ha pranzato alla mensa e ha detto quanto gli dispiacesse che tu avessi disertato Livorno."
"Non l'ho esattamente disertata", dissi. "Ma in realtà non la amo come lui."
"No. Un anno o due di azzurro mediterraneo sono più che sufficienti per durare a qualsiasi uomo per tutta la vita. Non vivrei a Livorno se potessi scegliere. Preferirei un posto lassù tra le montagne, oltre Pisa, o fuori Firenze, dove ci si può divertire in inverno."
Poi scese il silenzio tra noi, e continuai a mangiare fino alla fine del pasto, chiedendomi come affrontare la questione che desideravo tanto porgli.
"Cercherò di vedere se riesco a ottenere un servizio di reclutamento in patria per un po'", disse poco dopo. "C'è un posto vacante a Glasgow, e proverò a prenderlo. Sarà meglio, ad ogni modo, della Cina o del Pacifico."
Stavo per spostare la conversazione sulla visita della misteriosa Lola a Livorno, quando due uomini che lui conosceva entrarono nella sala da pranzo e, riconoscendolo, si avvicinarono per dargli il bentornato. Uno dei nuovi arrivati era il Maggiore Bartlett, che ricordai subito essere stato ospite di Leithcourt a Rannoch, e l'altro un uomo più giovane che Durnford mi presentò come Capitano Hanbury.
"Oh, Maggiore!" esclamai, alzandomi e stringendogli la mano. "Non la vedo dai tempi della Scozia e dello straordinario finale della vostra festa in casa."
"No", rise. "È stata una faccenda incredibile, non è vero? Dopo che i Leithcourt se ne sono andati, è stato come se si fosse scatenato il pandemonio; gli ospiti hanno arraffato tutto quello che potevano! Mi meraviglia che quella vergognosa faccenda non sia finita sui giornali."
"Ma dov'è Leithcourt adesso?" chiesi ansiosamente.
"Non ne ho la più pallida idea", rispose il Maggiore, stando in piedi a gambe larghe con le mani in tasca. "Il giovane Paget, dei nostri, mi ha detto l'altro giorno di aver visto Muriel guidare sulla Terminus Road a Eastbourne, ma lei non lo ha notato. Erano un tipo strano, quei Leithcourt", aggiunse.
"Ehi! Cosa state dicendo dei Leithcourt, Charley?" esclamò Durnford, voltandosi rapidamente verso Hanbury. "Conosco delle persone con quel nome: Philip Leithcourt, che ha una figlia di nome Muriel."
"Beh, suonano più o meno allo stesso modo. Ma se li conosci, mio caro vecchio amico, davvero non ti invidio i tuoi amici", dichiarò il Maggiore con una risata.
"Perché no?"
"Beh, Gregg te lo dirà", rispose. "Lui sa, forse, più di me. Ma", aggiunse, "naturalmente potrebbero non essere le stesse persone."
"Li ho incontrati per la prima volta facendo yachting ad Algeri", disse Jack. "E poi di nuovo a Malta, dove sembravano avere un sacco di amici. Avevano uno yacht a vapore, l'Iris, e navigavano spesso su e giù per il Mediterraneo."
"Devono essere le stesse persone", dichiarò il Maggiore. "Leithcourt ha parlato una o due volte del suo yacht, ma tutti noi l'abbiamo considerato una nave inesistente, perché si vantava sempre troppo delle sue avventure."
"E come ha fatto a conoscere lui?" chiesi avidamente al Maggiore.
"Oh, non so. Qualcuno lo ha portato alla mensa e abbiamo fatto conoscenza a tavola. Sembrava un bravo ragazzo, e quando mi ha invitato a cacciare ho accettato. All'arrivo a Rannoch, tuttavia, una cosa mi ha colpito come terribilmente strana, e cioè che tra le persone che mi era stato chiesto di incontrare c'era uno dei peggiori truffatori della città. Si faceva chiamare Martin Woodroffe lassù, anche se l'avevo conosciuto al vecchio Corinthian Club come Dick Archer. Si credeva allora che facesse parte di una banda di ladri internazionali."
"Quando l'ho incontrato per la prima volta mi ha dato il nome di Hornby", dissi. "Era a Livorno, dove si trovava a bordo di uno yacht chiamato Lola, del quale si dichiarava proprietario."
"Ha lasciato Rannoch molto improvvisamente", osservò Bartlett. "Abbiamo capito che fosse fidanzato con Muriel. Se è così, mi dispiace per lei, povera ragazza."
"Cosa!" gridò Durnford, balzando in piedi. "Quell'uomo deve sposare Muriel Leithcourt?"
"Sì", dissi. "Perché?"
Ma il suo volto era impallidito e non diede risposta alla mia domanda.
"Se questi stessi Leithcourt sono davvero tuoi amici, Durnford, vecchio mio, mi dispiace aver detto qualcosa contro di loro", esclamò il Maggiore con tono di scusa. "Solo che la fine della mia visita è stata così brusca e così straordinaria, e la compagnia così eterogenea, che... beh, a dire la verità, quella gente è un gruppo misterioso nel complesso."
"Forse i nostri Leithcourt non sono gli stessi che conosce Jack", osservai, per sfuggire a una situazione piuttosto difficile; al che Durnford, come se fosse ansioso di nascondere la sua sorpresa, disse con una risata forzata: "Oh! probabilmente no", e si risedette a tavola. Poi il Maggiore cambiò rapidamente argomento di conversazione, e poco dopo lui e il suo amico proseguirono verso il loro tavolo e si sedettero a mangiare.
Non potei fare a meno di notare che Jack Durnford era turbato da ciò che aveva appreso, eppure esitai proprio in quel momento a fargli qualsiasi domanda. Decisi di affrontare l'argomento più tardi, in modo da dargli il tempo di interrogarmi se lo avesse desiderato.
Dopo aver fumato per un'ora, andammo all'Empire, dove trascorremmo la serata nel gran cerchio, incontrando molti uomini che conoscevamo e passando un momento piuttosto piacevole tra vecchie conoscenze. Se un uomo che ha vissuto la vita dei club di Londra ritorna dall'estero, può sempre imbattersi in qualcuno che conosce nel circolo dell'Empire verso le dieci di sera. Jack, tuttavia, non era se stesso come prima di cena. La sua fronte era ora pesante e pensierosa, e sembrava profondamente immerso in qualche problema intricato, poiché i suoi occhi erano fissi nel vuoto quando gli si offriva l'opportunità di pensare, e sembrava desiderare di evitare i suoi amici piuttosto che salutarli.
Dopo il teatro lo convinsi a venire al Cecil, e sulla sedia di vimini nel grande portico davanti all'ingresso sedemmo a fumare i nostri sigari finali. È un posto che prediligo quando sono a Londra, perché nel pomeriggio, quando suona l'orchestra d'archi e gli americani e altri cosmopoliti bevono il tè, c'è un continuo viavai, un piccolo panorama della vita che, per uno studioso degli uomini come me, è intensamente interessante. E di notte è altrettanto divertente sedersi lì nell'ombra e osservare le persone che tornano dai teatri o dai balli e speculare su chi siano e cosa facciano. In quel piccolo angolo di Londra, proprio accanto allo Strand, vedi una varietà di uomini e donne superiore forse a qualsiasi altro punto. Tutte le classi ti passano davanti, dall'intraprendente uomo d'affari americano interessato a un medicinale brevettato, all'orgoglioso Rajah indiano con il suo seguito in turbante; dall'attrice di varietà alla figlia di un pari, o alla moglie di un macellaio di maiali milionario che sta facendo il giro d'Europa.
"Sei stato un po' giù di corda stasera, Jack", dissi poco dopo, dopo aver guardato le carrozze che arrivavano, scaricando i festaioli di ritorno dal Savoy o dal Carlton.
"Sì", sospirò. "E sicuramente ho abbastanza motivi per esserlo, dopo quello che ho sentito da Bartlett."
"Cosa! I fatti che ci ha raccontato ti hanno portato cattive notizie?" chiesi con finta ignoranza.
"Sì", disse con voce rauca, dopo una breve pausa. Poi aggiunse: "Bartlett ha detto che avresti potuto dirmi cosa è successo in Scozia, dove Leithcourt aveva la caccia. Dimmi tutto", aggiunse con l'aria di un uomo in cui ogni speranza è morta.
"Bene", cominciai, "i Leithcourt hanno preso Rannoch Castle, vicino alla proprietà di mio zio, nei pressi di Dumfries. Ho imparato a conoscerli, naturalmente, e ho cacciato spesso con la sua compagnia. Un giorno, tuttavia, sono rimasto stupito nel notare in una delle stanze la fotografia di una signora, l'esatto equivalente di quel ritratto che, ricordo, ti dissi di aver trovato strappato a bordo della Lola quando eravamo a Livorno. Ricordi cosa ti ho raccontato della mia strana avventura, vero?"
"Ricordo ogni parola", fu la sua risposta. "Continua. Cosa hai fatto?"
"Niente. Ho tenuto la lingua a freno. Ma quando ho scoperto che il tizio che si faceva chiamare Woodroffe, l'uomo che si era presentato come il proprietario della Lola e che, senza dubbio, aveva avuto un ruolo nello scassinare la cassaforte di Hutcheson nel Consolato, era fidanzato con Muriel, mi sono riempito di sospetti."
"Ebbene?"
"Woodroffe, dopo avermi incontrato, è scomparso; è andato ad Amburgo, dicevano, per affari. Poi sono successe altre cose. Un uomo e una donna sono stati trovati assassinati nel bosco a circa un miglio e mezzo dal castello. L'uomo era truccato per rappresentare il mio uomo, Olinto; credo tu l'abbia visto a Livorno?"
"Cosa! Hanno ucciso Olinto?" ansimò, balzando dalla sedia.
"No. Il tizio era truccato molto come lui. Ma sua moglie Armida è stata uccisa."
"Hanno ucciso la donna e hanno creduto di aver ucciso anche suo marito, eh?" disse amaramente tra i denti, e vidi che le sue mani forti stringevano saldamente i braccioli della sedia. "E Martin Woodroffe è fidanzato con Muriel Leithcourt. Ne sei certo?"
"Sì; certissimo."
"E non c'è alcun sospetto su chi sia l'assassino della donna Santini e di questo misterioso uomo che si spacciava per suo marito?"
"Nessuno."
Per qualche tempo Jack Durnford fumò in silenzio, e riuscivo a distinguere a malapena il suo volto bianco e duro nella luce fioca, poiché era ormai tardi, le grandi lampade elettriche erano state spente e noi eravamo nella penombra.
"Quel tizio non sposerà mai Muriel", dichiarò con voce feroce e roca. "Ciò che mi hai appena detto rivela la verità. Hai incontrato Chater?"
"È apparso improvvisamente a Rannoch, e i Leithcourt sono fuggiti precipitosamente e da allora non si è saputo più nulla."
"Ah, nessuna meraviglia!" osservò con una risata secca. "Nessuna meraviglia! Ma senti qui, Gordon, non starò a guardare mentre quel mascalzone di Woodroffe sposa Muriel."
"La ami, forse?" azzardai.
"Sì, la amo", ammise. "E, per il cielo!" gridò, "dirò la verità e distruggerò l'intero loro ingegnoso complotto. Hai incontrato Elma Heath?" chiese.
"Sì", dissi con rapida ansia.
"Allora ascolta", disse con voce bassa e seria. "Ascolta, e ti dirò una cosa."
"C'è un mistero più grande che circonda quello yacht, la Lola, di quanto tu abbia mai immaginato, mio caro vecchio amico", dichiarò Jack Durnford, guardandomi dritto in faccia. "Quando me ne parlasti sul cassero quel giorno fuori Livorno, ero tentato di dirti quello che sapevo. Solo un fatto mi ha impedito: la mia riluttanza a rivelare i miei segreti. Amavo Muriel Leithcourt, eppure, imbarcato com'ero, non potevo mai vederla; non potevo ottenere dalle sue labbra la spiegazione che desideravo. Eppure non volevo giudicarla in anticipo; no, e non lo farò nemmeno ora!" aggiunse con feroce determinazione.
"La amo", continuò, "e lei ricambia il mio amore. Il nostro è un fidanzamento segreto fatto a Malta due anni fa, eppure tu mi dici che lei si è promessa a quel tizio Woodroffe, l'uomo noto qui a Londra come Dick Archer. Non posso crederci, davvero non posso, vecchio mio. Lei non potrebbe mai scrivermi come ha fatto, esortandomi alla pazienza e alla segretezza fino al mio ritorno."
"A meno che, naturalmente, non volesse guadagnare tempo", suggerii.
Ma il mio amico rimase in silenzio; le sue sopracciglia erano profondamente aggrottate.
"Woodroffe è al momento a Pietroburgo", dissi. "Sono appena tornato da lì."
"A San Pietroburgo!" ansimò, sorpreso. "Allora è con quel funzionario scellerato, il Barone Oberg, Governatore Generale della Finlandia."
"No; Oberg vive rinchiuso nel suo palazzo a Helsingfors, temendo di uscire per paura di essere assassinato", fu la mia risposta.
"E Elma? Che ne è stato di lei?"
"È nascosta a Pietroburgo, in attesa del momento in cui potrò portarla al sicuro fuori dalla Russia", e poi, continuando, spiegai come fosse stata mutilata e resa sorda e muta.
"Cosa!" gridò ferocemente. "Hanno davvero fatto questo alla povera ragazza? Allora temevano che lei potesse rivelare la natura del loro complotto, perché lei aveva visto e sentito."
"Visto e sentito cosa?"
"Sii paziente; chiariremo questo mistero e il movente di questa terribile afflizione su di lei. Muriel mi ha scritto dicendo che la povera Elma, sua amica, era scomparsa, e temeva che le fosse successo qualcosa di male. Così Oberg l'aveva mandata nella sua fortezza, la sua Bastiglia privata, il luogo in cui, con finte accuse di cospirazione contro la Russia, invia in una tomba vivente coloro che lo ostacolano."
"L'ho visto, e l'ho sfidato", dissi.
"Tu l'hai fatto! Uomo vivo! Stai attento. Non è un tipo che si ferma davanti a inezie", disse Jack ammonendomi.
"Non ho paura", risposi. "I nemici di Elma sono anche i miei."
"Allora suppongo, vecchio mio, che nonostante la sua afflizione, tu sia realmente innamorato di lei?"
"Ho intenzione di salvarla e di sposarla", risposi con molta franchezza.
"Ma prima dobbiamo squarciare questo velo di mistero e accertare tutti i fatti che la riguardano", disse. "Al momento conosco solo uno o due dettagli molto vaghi. Il barone non è certamente suo zio, come sostiene di essere, ma sembra certo che lei sia figlia di genitori anglo-russi, nata in Russia e portata in Inghilterra da bambina."
"Ma da chi ti aspetti che io possa ottenere i fatti veri che la riguardano, e il motivo del desiderio del barone di farla tacere?"
"Ah!" disse, torcendosi i baffi pensieroso. "Questa è proprio la domanda. Per una soluzione al problema dobbiamo prima sondare il movente dei Leithcourt e la ragione per cui sono fuggiti per paura davanti a quel tizio Chater. Che Muriel sia innocente di qualsiasi complicità nel loro complotto, qualunque esso sia, ne sono convinto. Potrebbe essere la vittima di quel truffatore di Woodroffe, che, come ti ha detto Bartlett, è uno degli esperti truffatori più abili di Londra, e che ha già scontato due periodi di lavori forzati."
"Ma qual era il movente nello scassinare la cassaforte del Console, se non ottenere i codici del Ministero degli Esteri o dell'Ammiragliato? Forse volevano rubarli e venderli a un governo straniero?"
"No; quello non era il loro obiettivo. Ci ho pensato molte, molte volte da quando me l'hai detto, e sono convinto che Woodroffe sia un tipo troppo scaltro per non aver saputo che nessun Console parte in licenza lasciando indietro i suoi codici. Quando lascia il suo posto, deposita sempre quei libri preziosi al Ministero degli Esteri qui, o presso il suo Console Generale, o presso un Console in un altro porto. Avrebbero sicuramente accertato tutto ciò prima di compiere il raid, scommettici. La faccenda era rischiosa, e Dick Archer è noto come un uomo di molte precauzioni."
"Ma è in rapporti estremamente amichevoli con Elma. È stato lui a riuscire a trovarla in Finlandia e a portarla oltre la sfera d'influenza di Oberg a Pietroburgo."
"Allora si tratta certamente solo di un'amicizia simulata, con qualche movente sinistro che la sottende."
"Ha scritto una lettera dalla sua isola-prigione a una vecchia compagna di scuola di nome Lydia Moreton, chiedendole di vedere Woodroffe nelle sue stanze a Cork Street e di dirgli che, nonostante tutto quello che stava soffrendo, aveva mantenuto la sua promessa verso di lui, e che il segreto era ancora al sicuro."
"Esattamente. E ora il tizio teme che, dato che tu stai cercando la verità così attivamente, lei possa cedere alle tue richieste e spiegare. Pertanto, intende farla tacere."
"Cosa! Intendi ucciderla?" ansimai, in rapida apprensione.
"Beh, potrebbe farlo, per salvarsi, capisci", rispose Jack, aggiungendo: "Certamente non avrebbe alcuno scrupolo se pensasse che la colpa non ricadrebbe su di lui. Solo che lui, senza dubbio, teme te, perché l'hai trovata e sei innamorato di lei."
Ammettevo la forza del suo argomento, ma ricordavo che la mia cara era al sicuro nel suo nascondiglio e che la Principessa era nostra amica, anche se io, in quanto inglese, non provavo alcuna simpatia per la dottrina della bomba e del coltello.
Cercai di ottenere da lui tutto ciò che sapeva riguardo a Elma, ma egli sembrò, per qualche strana ragione, poco incline a parlare. Tutto ciò che riuscii a raccogliere fu che Leithcourt era in combutta con Chater e Woodroffe, e che Muriel aveva agito come un’agente del tutto inconsapevole. Quale fosse la cospirazione, o quale ne fosse il movente, non riuscivo a discernere. Ero lontano dalla soluzione del problema quanto lo ero sempre stato.
"Dobbiamo prima trovare Muriel", dichiarò, quando lo incalzai affinché mi rivelasse tutto ciò che sapeva. "Ci sono fatti che mi hai riferito che smentiscono le mie stesse teorie, e solo da lei possiamo ottenere la verità vera."
"Ma sicuramente saprai dove si trova? Ti scrive", dissi.
"L'ultima lettera, che ho ricevuto a Gib. dieci giorni fa, proveniva dall'Hotel Bristol, a Bolzano, nel Tirolo, eppure Bartlett dice di averla vista a Eastbourne."
"Ma avrai un indirizzo a cui le scrivi sempre, immagino?"
"Sì, uno segreto. Le ho scritto fissando un appuntamento, ma non si è presentata. Le è stato impedito, naturalmente. Potrebbe essere con i suoi genitori, impossibilitata a venire a Londra."
"Non sapevi che erano fuggiti e che si nascondevano?"
"Naturalmente no. Quello che ho sentito stasera è una novità per me... una notizia sorprendente."
"E non ti suggerisce la verità?"
"Sì... una verità terribile riguardo a Elma Heath", rispose a bassa voce, come se parlasse a se stesso.
"Dimmi. Cosa? Sto morendo dalla voglia, Jack, di sapere tutto su di lei. Chi è quel tizio, Oberg?"
"Il suo nemico. Lei, per puro caso, ha appreso il suo segreto e quello di Woodroffe, ed entrambi ora vivono nel terrore di lei."
"E per questo motivo è stata portata a Siena, dove un malvagio medico italiano è stato corrotto per renderla sorda e muta."
Lui annuì in segno di assenso.
"Ma Chater?"
"So ben poco di lui. Potrebbe aver cospirato con loro, o potrebbe essere innocente. Sembra quasi che fosse ostile ai loro piani, se Leithcourt e la sua famiglia sono davvero fuggiti da lui."
"Eppure era a bordo del Lola. Anzi, potrebbe aver contribuito a compiere il furto al Consolato", dissi.
"Molto probabile", rispose. "Ma il nostro primo obiettivo deve essere quello di ritrovare Muriel. Paget dice che è a Eastbourne. Se è lì, la troveremo facilmente. Pubblicano le liste dei visitatori sui giornali, no, come fanno ad Hastings?" Poi aggiunse: "Le liste dei visitatori sono estremamente fastidiose quando trovi il tuo nome stampato mentre ufficialmente dovresti essere da un'altra parte. A me è capitato una volta con i giornali di Bournemouth, quando avrei dovuto essere in servizio a Queenstown. Sono scampato per un soffio a una terribile ramanzina."
"Dobbiamo andare a Eastbourne?" suggerii con entusiasmo. "Verrò lì con te domani."
"O non sarebbe meglio mandare un telegramma urgente all'indirizzo a cui scrivo sempre? Risponderebbe qui, senza dubbio. Se è a Eastbourne, potrebbero esserci ragioni per cui non può venire in città. Se i suoi sono nascosti, naturalmente non verrà. Ma prenderà appuntamento con me, senza dubbio."
"Molto bene. Manda un telegramma", dissi. "E fallo urgente. Sarà inoltrato. Ma per quanto riguarda Olinto? Ti piacerebbe vederlo? Potrebbe dirti di più di quanto abbia detto a me."
"No; assolutamente. Non deve sapere che sono tornato a Londra", dichiarò il mio amico rapidamente. "È meglio che tu non lo veda... capisci."
"Allora i suoi interessi sono... beh, non esattamente i nostri?"
"No."
"Ma perché non mi dici di più su Elma?" incalzai, poiché ero ansioso di imparare tutto ciò che sapeva. "Andiamo, dimmelo!" implorai.
"Ti ho detto praticamente tutto, mio caro amico", fu la sua risposta. "La rivelazione dei fatti reali della vicenda può essere fatta solo da Muriel. Ti dico, dobbiamo trovarla."
"Sì, dobbiamo... a ogni costo", dissi. "Andiamo all'ufficio telegrafico di fronte a Charing Cross. È sempre aperto." E ci alzammo e camminammo lungo lo Strand, ora quasi deserto, e inviammo un messaggio urgente a Muriel a un indirizzo in Hurlingham Road, Fulham.
In seguito rimanemmo sul marciapiede, ancora a parlare, io restio a separarmi da lui, quando passarono nell'ombra due uomini in cappotto scuro, che attraversarono la strada dietro di noi verso l'ingresso della stazione di Charing Cross, per poi proseguire verso Trafalgar Square.
Mentre la luce del lampione cadeva su di loro, pensai di riconoscere il volto di uno come quello di una persona che avevo già visto, eppure non ne ero affatto certo, e il mio non riuscire a ricordare a chi assomigliasse il passante mi impedì di dire a Jack altro che:
"Credo sia appena passato un tipo che conosco."
"Sembra che stiamo incontrando schiere di amici stasera", rise. "Dopotutto, vecchio mio, fa bene tornare nella nostra cara, sporca vecchia città. La critichiamo quando siamo qui, e parliamo della vita a Parigi, e Vienna, e Bruxelles, ma quando siamo lontani non c'è posto al mondo a noi così caro, perché è 'casa'. Ma guarda!" rise, "sto diventando persino romantico. Ah! se solo potessimo trovare Muriel! Ma dobbiamo farlo domani. Ciao! Andrò al club a dormire, poiché non ho ancora stabilito un alloggio. Passa alle dieci domani, e decideremo qualche piano. Una cosa è chiaramente certa; Elma deve essere portata immediatamente fuori dalla Russia. È in pericolo mortale per la sua vita, laggiù."
"Sì", dissi. "E mi aiuterai?"
"Con tutto il cuore, vecchio mio", rispose il mio amico, stringendomi calorosamente la mano, e poi ci separammo, lui che passeggiava verso la National Gallery sulla strada del ritorno al "Junior", mentre io tornavo al Cecil da solo.
CAPITOLO XVI
UOMINI SEGNATI
"Il Capitano Durnford?" chiesi al portiere del club la mattina seguente.
"Non è qui, signore."
"Ma ha dormito qui la scorsa notte", osservai. "Ho un appuntamento con lui."
L'uomo consultò il grande registro davanti a sé e rispose:
"Il Capitano Durnford è uscito alle 9:27 ieri sera, signore, ma non è tornato."
Strano, pensai, ma sebbene avessi atteso al club quasi un'ora, non si fece vedere. Passai di nuovo a mezzogiorno, e non era arrivato, e di nuovo alle due, ma non si era presentato nemmeno allora. Cominciai a preoccuparmi. Tornai all'hotel, deciso ad attendere ancora qualche ora. Avrebbe potuto cambiare idea e andare a Eastbourne in cerca di Muriel; eppure, se lo avesse fatto, mi avrebbe sicuramente telegrafato.
Verso le quattro, mentre attraversavo la grande hall dell'albergo, udii una voce alle mie spalle proferire un saluto in italiano, e voltandomi di sorpresa, trovai Olinto, vestito con il suo miglior completo nero, in piedi con il cappello in mano.
In un istante ricordai ciò che Jack mi aveva detto, e lo guardai con un certo sospetto.
"Signor Commendatore", disse a bassa voce, come temendo di essere udito, "posso permettermi di parlarle in privato?"
"Certamente", dissi, e lo portai con l'ascensore nella mia stanza.
"Sono venuto ad avvertirla, signore", disse, dopo averlo fatto sedere. "I suoi nemici le vogliono del male."
"E chi sono, prego?" chiesi, mordendomi le labbra. "Gli stessi, immagino, che hanno preparato quell'ingegnosa trappola a Lambeth?"
"Non sono qui per rivelarle chi siano, signore, solo per avvertirla di stare in guardia", fu la risposta dell'italiano.
"Senta, Olinto!" esclamai con determinazione, "ne ho abbastanza di questo maledetto mistero. Mi dica la verità riguardo all'assassinio della sua povera moglie lassù in Scozia."
"Ah, signore!" rispose tristemente con voce mutata, "non lo so. Era un complotto. Qualcuno mi ha impersonato... ma è stato ucciso anche lui. Credevano di aver abbattuto me", aggiunse, con una risata amara. "Il corpo della povera Armida fu trovato nascosto dietro una roccia sul lato opposto del bosco. L'ho visto... ah!" gridò rabbrividendo.
"Allora lei è all'oscuro dell'identità dell'assassino di sua moglie?"
"Completamente."
"Mi dica una cosa", dissi. "Armida possedeva qualche gingillo a forma di una piccola croce smaltata... come una croce da cavaliere in miniatura?"
"Sì; gliela diedi io. La trovai sul pavimento alla Mansion House, dove ero assunto come cameriere extra per un banchetto. So che avrei dovuto consegnarla ai servitori del Lord Mayor, ma era un oggettino così grazioso che fui tentato di tenerlo. Probabilmente era caduta dal cappotto di uno dei diplomatici che cenavano lì."
Rimasi in silenzio. Il vago sospetto che Oberg fosse stato in quel luogo era ora completamente svanito. L'unico indizio che avevo era stato spiegato in modo soddisfacente.
"Perché me lo chiede, Signor Commendatore?" aggiunse.
"Perché la croce fu trovata sul posto, e si credeva fosse stata lasciata cadere dall'assassino", dissi.
La polizia, a quanto pareva, era riuscita a scoprire la sfortunata donna dopo tutto, e aveva scoperto che era sua moglie.
"Conosce un uomo di nome Leithcourt?" chiesi poco dopo. "Ora, mi dica la verità. In questa faccenda, Olinto, i nostri interessi sono comuni, non è così?"
Lui annuì, dopo un momento di esitazione.
"E conosce anche un uomo chiamato Archer... che a volte è noto come Hornby, o Woodroffe... oltre a un suo amico chiamato Chater."
"Sì, signore", disse. "Li ho incontrati tutti... con mio rammarico."
"E ha mai incontrato un russo... un certo Barone Oberg... e sua nipote, Elma Heath?"
"Sua nipote? Non è sua nipote."
"Allora chi è?" chiesi.
"Come faccio a saperlo? L'ho vista una o due volte. Ma è morta, non è vero? Conosceva il segreto di quegli uomini, e loro intendevano ucciderla. Ho cercato di impedire che la portassero via sullo yacht, e sarei andato dalla polizia... se solo avessi osato."
"Perché?"
"Beh, perché le mie mani non erano del tutto pulite", rispose dopo una pausa, con gli occhi fissi sui miei. "Sapevo che intendevano metterla a tacere, ma ero impotente nel salvarla, povera giovane signora. L'hanno portata a bordo dello yacht di Leithcourt, l'Iris, e sono salpati per il Mediterraneo, credo."
"Allora il nome e l'aspetto dello yacht furono cambiati durante il viaggio, e divenne il Lola", dissi.
"Senza dubbio", sorrise. "L'Iris era un piroscafo dai molti nomi, e credo fosse stato dipinto con quasi tutti i colori dell'arcobaleno in varie occasioni. Era una nave misteriosa, ma non esiste più. L'hanno affondata da qualche parte nel Baltico, ho sentito dire."
"E chi è questo Oberg?" chiesi, esortandolo a rivelarmi tutto ciò che sapeva su di lui.
"Vive nel terrore della povera giovane signora, credo, perché fu su sua istigazione che Leithcourt e i suoi amici la portarono in quella fatale crociera in yacht."
"E qual era il suo legame con loro?"
"Beh, ero il servitore di Leithcourt", fu la sua risposta. "Sono stato steward sull'Iris per un anno, finché immagino abbiano pensato che iniziassi a vedere troppo, e allora fui piazzato in una posizione a terra."
"E cosa vide?"
"Più di quanto mi piaccia dire, signore. Se venissero arrestati, verrei arrestato anch'io, vede."
"Ma io intendo risolvere questo mistero, Olinto", dissi con ferocia, perché non ero in vena di scherzi. "Andrò a fondo, anche a costo della vita."
"Se il signore risolve il caso da solo, allora non posso essere accusato di aver rivelato la verità", fu la risposta diplomatica dell'uomo. "Ma temo che siano fin troppo cauti."
"Armida ha perso la vita. Non è forse questo un incentivo sufficiente per lei a consegnarli tutti alla giustizia?"
"Certamente. Ma se la legge cade su di loro, cadrà anche su di me."
Spiegai la terribile afflizione a cui la mia amata era stata sottoposta da quegli spietati bruti, al che lui esclamò con entusiasmo:
"Allora non è morta! Lei può dirci tutto!"
"Ma non può dircelo lei?"
"No; non tutto. Il segreto che conosce non è mai stato rivelato. Temevano che potesse essere imprudente, e per quella ragione Oberg fece il malvagio suggerimento della gita in yacht. Doveva annegare... accidentalmente, naturalmente."
"Ora è a San Pietroburgo. L'ho lasciata una settimana fa."
"In Russia! Ah, signore, per il suo bene, non permetta alla giovane signora di rimanervi. Il Barone è onnipotente. Fa ciò che vuole in Russia, e più è spietato con le persone che governa, maggiori ricompense riceve dallo Zar. Non sono mai stato in Russia, ma deve essere un paese strano, signore!"
"Bene", dissi, sedendomi sul bordo del letto e guardandolo. "È pronto a denunciarli se porto la Signorina Heath qui, in Inghilterra?"
"Ma a che serve, se non abbiamo prove chiare?" fu la sua risposta evasiva. Potevo vedere chiaramente che temeva di essere coinvolto lui stesso in qualche complotto straordinario, la cui natura esatta si rifiutava così ostinatamente di rivelarmi.
Parlammo per almeno mezz'ora, e dalla sua conversazione dedussi che conosceva bene Elma.
"Ah, signore, era una giovane signora così piacevole e di buon cuore. Mi è sempre dispiaciuto molto per lei. Viveva nel terrore di loro."
"Perché erano ladri?" azzardai.
"Ah, peggio!"
"Ma perché l'hanno indotta a attirarmi in quella casa a Lambeth? Perché desideravano così evidentemente che venissi ucciso?"
"Per caso", interruppe, correggendomi. "Sempre per caso", e fece un sorriso cupo.
"Sicuramente conosce il loro movente segreto?" osservai.
"All'epoca non lo conoscevo", dichiarò. "Ho agito secondo le loro istruzioni, essendo costretto a farlo, poiché tengono il mio futuro nelle loro mani. Perciò non potevo disobbedire. Lei sapeva troppo, perciò era segnato per la morte... proprio come lo è ora."
"E chi è che ora sta cercando la mia vita?" chiesi gravemente. "Sono tornato dalla Russia solo ieri."
"I suoi movimenti sono ben noti", rispose il giovane italiano. "Non può stare troppo attento. Woodroffe è stato in Russia con lei, non è vero?"
Risposi affermativamente, al che lui disse:
"Lo pensavo, ma non ne ero del tutto sicuro."
"E Chater?" chiesi; "dov'è?"
"A Londra."
"E i Leithcourt?"
Scrollò le spalle con un gesto di ignoranza, aggiungendo: "La Signorina Muriel è tornata a Londra da Eastbourne stamattina."
"Dove posso trovarla?" chiesi con entusiasmo. "È della massima importanza che la veda."
"È da una parente, una cugina, credo, a Bassett Road, Notting Hill. La casa si chiama 'Holmwood'."
"L'ha vista?"
"No. Ho sentito dire che era tornata."
"E suo padre è ancora nascosto da Chater?"
"È ancora nascosto, ma Chater è il suo miglior amico."
"È curioso", osservai, ricordando la partenza frettolosa da Rannoch. "Si sono chiariti, immagino?"
"Non hanno mai litigato, a mia conoscenza."
"Allora perché Leithcourt ha lasciato la Scozia così frettolosamente all'arrivo di Chater? Lei sa tutto della faccenda, naturalmente?"
Annuì, dicendo con un sorriso cupo: "Sì; lo so. La compagnia lassù deve essere stata molto interessante. Se la polizia avesse potuto fare una retata nel posto, avrebbero trovato tra gli ospiti certe persone 'ricercate' da tempo. Ma l'arrivo di Chater e la fuga di Leithcourt avevano uno scopo ulteriore. Chater non era mai stato il nemico di Leithcourt."
"Ma non riesco a capirlo", dissi. "Perché Leithcourt avrebbe dovuto attaccare Chater, renderlo privo di sensi e chiuderlo nell'armadio della biblioteca?"
"È stato Leithcourt a farlo?" chiese dubbiosamente. "Credo di no. Era un altro degli ospiti che era il peggior nemico di Chater. Ma Philip Leithcourt ha approfittato del parapiglia per far credere di essere fuggito a causa dell'arrivo di Chater. Ah!" aggiunse, "lei non ha idea dei loro raggiri. Sono sorprendenti!"
"Così sembra", dissi, pur essendo convinto solo a metà che l'italiano mi stesse dicendo la verità. Se fosse stato davvero, come aveva detto, che l'arrivo di Chater e la fuga erano solo un "diversivo", allora il mistero si faceva ancora più fitto.
"Allora chi è stato l'uomo che ha attaccato Chater?" chiesi.
"Solo Chater lo sa. Era uno degli ospiti, questo è del tutto evidente."
"E lei dice che la fuga era stata prestabilita?" osservai.
"Sì, con un movente distinto", disse; poi, dopo una pausa, aggiunse, con uno sguardo strano ed intenso nei suoi occhi scuri: "Mi perdoni, Signor Commendatore, se mi permetto di suggerirle qualcosa, vuole?"
"Certamente. Cosa suggerisce?"
"Che lei rimanga qui, in questo hotel, e non si avventuri fuori."
"Per paura che mi accada qualcosa di spiacevole!" risi. "Non ho davvero paura, Olinto", aggiunsi. "Sa che porto questo", ed estrassi il mio revolver dalla tasca posteriore dei pantaloni.
"Lo so, signore", disse ansiosamente. "Ma potrebbe non avere l'opportunità di usarlo. Quando tendono una trappola, l'esca è buona."
"Lo so. Sono una banda dei più ingegnosi furfanti di Londra, è molto evidente. Eppure non li temo affatto", dichiarai. "Devo salvare la Signorina Heath."
"Ma, signore, faccia attenzione a se stesso", gridò l'italiano, posando la mano sul mio braccio. "Lei è un uomo segnato. Ah! non lo so forse?" esclamò senza fiato. "Se esce potrebbe finire dritto dritto... beh, nel fatale incidente."
"Mai temere, Olinto", dissi rassicurandolo. "Terrò gli occhi ben aperti. Qui, a Londra, la vita è più sicura che in qualsiasi altro posto al mondo, forse... certamente più sicura che in certi posti che potrei nominare nel suo paese, eh?" al che lui fece un sogghigno.
L'istante dopo si fece serio di nuovo e disse:
"Avverto solo il signore che se esce è a suo rischio e pericolo."
"E allora sia così", risi, sentendomi sicuro di me che nessuno avrebbe potuto condurmi in alcuna trappola. Non ero né uno straniero né un campagnolo. Conoscevo Londra troppo bene. Lui rimase in silenzio e scosse il capo; poi, dopo avermi detto che era ancora nello stesso ristorante a Westbourne Grove, se ne andò, avvertendomi ancora una volta di non uscire.
Mezz'ora dopo, ignorando le sue parole, uscii nello Strand e camminai di nuovo verso il "Junior". La breve giornata invernale era finita, i lampioni a gas erano accesi e l'oscurità della notte stava gradualmente avanzando.
Jack non era passato dal club, e cominciai ora a sentirmi profondamente inquieto. Si era separato da me all'angolo dello Strand con solo cinque minuti di cammino davanti a sé, eppure era apparentemente scomparso. Il mio primo impulso fu quello di andare in carrozza a Notting Hill per chiedere a Muriel se avesse notizie di lui, ma in qualche modo le parole di avvertimento dell'italiano mi fecero chiedere se fosse incappato in qualche atto criminale.
Ricordai improvvisamente quei due uomini che erano passati mentre parlavamo, e come i tratti di uno mi fossero sembrati stranamente familiari. Pertanto presi una carrozza per la stazione di polizia a Whitehall, e chiesi all'ispettore di turno nel grande ufficio spoglio con i suoi becchi a gas fiammeggianti in globi di vetro. Mi ascoltò fino alla fine, poi voltando indietro il registro degli "eventi" davanti a lui, diede un'occhiata alle voci segnate.
"Credo che questo sia il gentiluomo, signore", disse. E mi lesse la seguente voce:
"L'agente di polizia 462A riferisce che alle 2:07 del mattino, mentre era in servizio fuori dalla National Gallery, ha udito un colpo di rivoltella, seguito dal grido di un uomo. È corso all'angolo di Suffolk Street, dove ha trovato un gentiluomo disteso sul marciapiede, sofferente per una grave ferita d'arma da fuoco al petto e privo di sensi. Ha ottenuto l'assistenza degli agenti 218A e 343A e il gentiluomo, che non è stato identificato, è stato trasportato al Charing Cross Hospital, dove il chirurgo di guardia ha espresso dubbi sulla sua sopravvivenza. Nessuno degli agenti ricorda di aver notato persone sospette nelle vicinanze. "JOHN PERCIVAL, Ispettore."
Non attesi oltre, ma corsi in carrozza verso l'ospedale e, cinque minuti dopo, fui accompagnato lungo il reparto, dove identificai il povero Jack steso a letto, pallido e incosciente.
"Il medico è stato qui un quarto d'ora fa," sussurrò l'infermiera. "E teme che stia peggiorando."
"Non ha pronunciato alcuna parola?" chiesi ansioso. "Non ha fatto alcuna dichiarazione?"
"Nessuna. Non ha mai ripreso conoscenza e temo, signore, che non lo farà mai. È un caso di omicidio premeditato, mi ha detto la polizia stamattina presto."
Strinsi i pugni e giurai una feroce vendetta per quell'atto vile. E mentre stavo accanto al letto stretto, compresi che ciò che Olinto aveva detto riguardo al mio pericolo personale era la pura verità. Ero un uomo segnato. Non avrei mai penetrato quel mistero imperscrutabile e sempre più fitto?
CAPITOLO XVII
LA VERITÀ SULLA "LOLA"
Per tutta la lunga notte passai molte volte all'ospedale, ma la risposta era sempre la stessa. Jack non aveva ripreso conoscenza e il medico considerava il suo caso senza speranza.
Al mattino mi recai in gran fretta a Bassett Road, Notting Hill, e all'indirizzo che Olinto mi aveva dato trovai Muriel. Quando entrò nella stanza dalle porte a soffietto in cui ero stato fatto accomodare, vidi che era pallida e apprensiva, poiché non ci vedevamo dalla sua fuga e, senza dubbio, non sapeva come giustificarsi. Ma non la sollecitai a farlo. Le dissi semplicemente che l'italiano Santini mi aveva dato il suo indirizzo e che ero venuto a portarle notizie sfortunate.
"Di cosa si tratta?" boccheggiò lei rapidamente.
"Riguarda il capitano Durnford," risposi. "È stato ferito per strada ed è al Charing Cross Hospital."
"Ah!" esclamò. "Capisco. Non mi dice la verità. Dal suo volto capisco che c'è qualcosa di più. È morto! Mi dica il peggio."
"No, signorina Leithcourt," dissi gravemente, "non è morto, ma i medici temono che non si riprenderà. La sua ferita è pericolosa. È stato colpito da uno sconosciuto."
"Colpito!" fece eco lei, scoppiando in lacrime. "Allora lo hanno seguito, dopotutto! Mi hanno ingannata e ora, dato che intendono portarmelo via, lo proteggerò io stessa. Lei, signor Gregg, è stato in pericolo di vita, questo lo so, ma i nemici di Jack sono anche i suoi, e non rimarranno impuniti. Posso vederlo?"
"Temo di no, ma chiederemo all'ospedale." E dopo aver scambiato qualche ulteriore spiegazione, prendemmo un hansom per tornare a Charing Cross.
Dapprima l'infermiera si rifiutò di permettere a Muriel di vedere il paziente, ma lei implorò così ardentemente che alla fine acconsentì, e la ragazza afflitta, con cappotto e cappello neri, si avvicinò in punta di piedi al capezzale.
"È stato cosciente per un quarto d'ora circa," sussurrò l'infermiera seduta lì accanto. "Ha chiesto di una signora di nome Muriel."
La ragazza al mio fianco scoppiò in un sommesso singhiozzo.
"Gli dica," disse, "che Muriel è qui, che l'ha visto e che sta aspettando che guarisca."
Non ci fu permesso di trattenerci oltre e, lasciando l'ospedale, la riaccompagnai a Notting Hill, promettendole di tenerla ben informata sulle condizioni di Jack. Aveva ripreso conoscenza, quindi ora c'era una debole speranza di guarigione.
I giorni si susseguirono e, sebbene non mi fosse permesso di far visita al mio amico, mi fu riferito che stava lentamente migliorando. Oziai all'Hotel Cecil desiderando quotidianamente notizie di Elma. Solo una volta arrivò una lettera da lei, un breve biglietto ben scritto dal quale appariva che stesse bene e fosse felice, sebbene desiderasse poter uscire. La Principessa era davvero molto gentile con lei e, aggiungeva, stava prendendo accordi segreti per la sua fuga attraverso il confine russo verso la Germania.
Sapevo cosa significasse. Si dovevano utilizzare certi funzionari russi segretamente alleati con i rivoluzionari per garantirle un passaggio sicuro oltre il potere di quell'ordine di esilio del tiranno de Plehve. Le scrissi sotto copertura alla Principessa, ma non c'era ancora stato tempo per una risposta.
Vidi Muriel molte volte, ma non fece mai riferimento a Rannoch o alla loro improvvisa partenza. Il suo unico pensiero era l'uomo che amava.
"Ho sempre creduto che lei fosse fidanzata con il signor Woodroffe," dissi un giorno, quando passai a informarla dell'ultimo bollettino di Jack.
"È vero che mi ha chiesto di sposarlo," rispose. "Ma c'erano ragioni per cui non ho accettato."
"Ragioni legate al suo passato, eh?"
Lei sorrise, poi disse:
"Ah, signor Gregg, è tutta una storia strana e molto tragica. Devo vedere Jack. Quando pensa che mi permetteranno di andare da lui?"
Le spiegai che il medico temeva di causare al paziente un'eccessiva agitazione, ma che nel giro di due o tre giorni c'era la speranza che le fosse permesso di visitarlo. Più volte la polizia mi fece domande, ma non potei dir nulla. Non riuscivo per nulla al mondo a ricordare dove avessi visto in precedenza il volto di quell'uomo che era passato nell'oscurità.
Un pomeriggio, dieci giorni dopo l'attentato a Jack, mi fu permesso di sedermi accanto al suo letto e interrogarlo.
"Ah, Gordon, vecchio mio!" disse debolmente, "l'ho scampata bella, perbacco! Dopo averti lasciato ho camminato velocemente verso il club quando, all'improvviso, due farabutti sono sbucati da Suffolk Street e uno di loro ha sparato con una rivoltella dritto verso di me. Poi non ho saputo più nulla."
"Ma chi erano quegli uomini? Li hai riconosciuti?"
"No, affatto. È questo il peggio."
"Ma Muriel sa chi erano!" dissi.
"Ah, sì! Portala qui, vuoi?" implorò il poveretto, "muoio dalla voglia di rivederla ancora una volta."
Allora gli raccontai di come lei lo avesse vegliato mentre era incosciente e di come le avessi portato il bollettino quotidiano. Parlai con lui per un'ora, esortandolo a guarire presto, così che potessimo unirci per indagare sul mistero e consegnare alla giustizia i responsabili di quel gesto vile.
"Muriel sa, e se ti ama senza dubbio ci aiuterà," dissi.
"Oh, lei mi ama, Gordon, lo so," disse l'uomo disteso, sorridendo con soddisfazione, e quando me ne andai promisi di portarla lì il giorno seguente.
Così feci, ma dopo averla condotta al letto in fondo al reparto, mi ritirai discretamente. Cosa gli abbia detto, ovviamente, non lo so. Tutto ciò che so è che, un'ora dopo, quando tornai, li trovai come la coppia più felice che si possa concepire, e vidi chiaramente che la fiducia di Jack in lei non era mal riposta.
Ma Elma? Non erano giunte altre notizie da lei e iniziai a inquietarmi. I giorni passavano. Scrissi due volte, ma non arrivò alcuna risposta. Alla fine non potei più sopportare l'incertezza e iniziai a pensare di tornare in Russia.
Jack, una volta dimesso dall'ospedale, venne al Cecil e visse con me invece che al "Junior". Dapprima era molto debole e io mi presi cura di lui, mentre ogni giorno Muriel veniva a mangiare con noi, rallegrando le nostre giornate con il suo chiacchiericcio vivace e spiritoso. Sapeva che amavo Elma ed era anche al corrente degli eventi emozionanti in Russia, poiché Jack glieli aveva raccontati durante le loro lunghe corse in carrozza quando usciva con lei per prendere aria.
Un giorno ricevetti un breve biglietto dalla Principessa a Pietroburgo, che mi esortava a rimanere paziente e diceva che Elma era al sicuro e stava bene. C'erano ragioni, tuttavia, per cui non era in grado di scrivere, aggiungeva. Quali erano, mi chiesi? Eppure potevo solo aspettare finché non avessi ricevuto l'ordine di tornare in Russia a riprenderla. La Principessa aveva promesso di organizzare tutto.
Arrivò dicembre e noi rimanevamo ancora in albergo. Una volta Olinto mi aveva scritto ripetendo il suo avvertimento, ma non ne tenni conto. In qualche modo diffidavo di quel tizio.
Jack, ormai completamente guarito, passava quasi ogni giorno da Bassett Road e portava spesso Muriel al Cecil per il tè o per il pranzo. Spesso chiedevo dove fossero suo padre e Hylton Chater, ma lei dichiarava di non saperne nulla e credeva che fossero all'estero.
Un pomeriggio, poco prima di Natale, mentre oziavamo nel bar americano dell'hotel, il mio amico mi disse che Muriel ci aveva invitati a prendere il tè a casa di sua cugina quel pomeriggio, e così vi andammo insieme.
Il salotto in cui fummo introdotti mi era familiare, essendo l'appartamento in cui avevo informato Muriel del tentativo di omicidio ai danni del suo amante.
Mentre sedevamo insieme, Muriel, una figura elegante in un abito azzurro pallido, ci servì il tè e chiacchierò in modo, pensai, più allegro che mai. Sembrava svelta e nervosa, eppure piena di felicità, come del resto avrebbe dovuto essere, poiché Jack Durnford era uno dei migliori compagni al mondo e il suo ritorno alla salute poco meno che miracoloso.
"Gordon," mi disse con improvvisa serietà quando il tè fu finito e posammo le tazze. "Voglio dirti una cosa, qualcosa che ho sempre desiderato dirti, e ora ho ottenuto il consenso della cara Muriel. Voglio parlarti di suo padre e dei suoi amici."
"E anche di Elma?" dissi con rapida impazienza. "Sì, dimmi tutto."
"No, non tutto, perché non lo so nemmeno io. Ma ciò che so lo spiegherò il più brevemente possibile e lascerò a te trarre le tue conclusioni. È," continuò, "una storia strana, incredibile. Quando presi coscienza del mistero, mi trovavo a bordo dell'ammiraglia Renown, sotto l'ammiraglio Sir John Fisher. Eravamo alla fonda a Malta quando arrivò lo yacht inglese Iris, di proprietà del signor Philip Leithcourt, e tra coloro che erano a bordo in crociera per piacere c'erano il signor Martin Woodroffe, il signor Hylton Chater, la moglie del proprietario e la figlia Muriel.
"Muriel e io ci incontrammo per la prima volta a una festa da tennis, e in seguito frequentemente in varie case a Malta, poiché chiunque vada lì e intrattenga gli altri viene presto ricambiato. Nacque un legame reciproco tra me e Muriel," disse, posando la mano con tenerezza su quella di lei e sorridendo, "e ci incontravamo spesso di nascosto facendo lunghe passeggiate, finché, del tutto improvvisamente, Leithcourt disse che era necessario salpare per Smirne a prendere alcuni amici che avevano viaggiato in Palestina. La notte in cui salparono, grande costernazione fu causata sull'isola dalla notizia che la cassaforte nell'ufficio dell'Ammiraglio Sovrintendente era stata aperta da scassinatori esperti e che certi documenti segreti importantissimi erano stati rubati."
"Bene?" chiesi, molto interessato.
"Ancora, due mesi dopo, quando la villa del Principe di Montevachi, a Palermo, fu svaligiata e l'intera collezione dei famosi gioielli della Principessa fu rubata, fu uno strano fatto che l'Iris si trovasse in quel momento in quel porto. Ma non fu fino alla terza occasione, quando lo yacht era a Villefranche e la nostra squadra era a Tolone, che ottenni quattro giorni di licenza per recarmi in Costa Azzurra, che i miei sospetti furono destati; infatti, proprio nell'ora in cui cenavo al London House di Nizza con Muriel e una sua compagna di scuola, Elma Heath - che trascorreva l'inverno lì con una signora, cugina del barone Oberg - fu commesso un grande furto in uno dei grandi alberghi su a Cimiez; la moglie di un milionario americano perse gioielli valutati trentamila sterline. Allora i furti, coincidenti con le visite dello yacht, destarono i miei forti sospetti. Notai la natura di quei documenti rubati a Malta e riconobbi che potevano servire solo a un governo straniero. Poi venne l'incidente di Livorno di cui ti ho parlato. Il nome dello yacht era stato cambiato in Lola ed era stato ridipinto. Feci indagini approfondite e scoprii che la sera in cui fu fatto incagliare apposta per stringere amicizia al Consolato, una cannoniera russa si trovava nelle vicinanze. La cassaforte del Console fu svaligiata e il piano consisteva certamente nel trasferire tutto ciò che era stato ottenuto alla cannoniera russa."
"Ma cosa c'era nella cassaforte?" chiesi.
"Fortunatamente nulla. Ma vedi, sapevano che la nostra squadra era attesa a Livorno e che alcuni dispacci estremamente importanti erano in viaggio per l'Ammiraglio - ordini segreti basati sulla decisione del Gabinetto britannico riguardo alla spinosa questione del passaggio delle navi russe attraverso i Dardanelli - si aspettavano che fossero depositati nella cassaforte fino all'arrivo della squadra, come sempre accade. Rimasero, tuttavia, amaramente delusi perché i dispacci non erano arrivati."
"E poi?"
"Bene, l'unico russo che sembrava avere qualche legame con loro era il barone Oberg, governatore generale della Finlandia, che aveva l'abitudine di trascorrere parte dell'inverno nel Mediterraneo. Dalla conversazione di Elma Heath a cena quella sera a Nizza compresi che lei e suo zio erano stati ospiti sull'Iris in diverse occasioni, sebbene debba dire che Muriel era estremamente reticente riguardo a tutto ciò che riguardava lo yacht."
"Certo," disse lei rapidamente. "Ora che le ho detto la verità, Jack, non pensa che fosse naturale?"
"Certamente, cara," rispose lui, tenendole ancora la mano. "Il tuo non era un segreto che potevi facilmente confidare a me finché non avessi potuto fidarti completamente, specialmente perché tuo padre era implicato nel furto di quei documenti da Malta. La verità è," disse voltandosi verso di me, "che Philip Leithcourt è sempre stato il gatto di zampa del barone Oberg. Qualche anno fa era un noto usuraio in città e in quella veste incontrò il barone che, essendo in disgrazia, necessitava di un prestito. Aveva anche l'abitudine di avere certe transazioni losche con quella banda audace di ladri continentali di cui Dick Archer e Hylton Chater erano i capi. Per questo motivo acquistò uno yacht per il loro uso, così che potessero non solo usarlo allo scopo di immagazzinare la merce rubata, ma anche per navigare di porto in porto sotto le spoglie di ricchi inglesi in viaggio per piacere. Su quella nave, infatti, erano conservati migliaia e migliaia di sterline in gioielli e oggetti di valore, provento di molti grandi furti in Inghilterra, Francia e Belgio. A volte viaggiavano allo scopo di sbarazzarsi dei gioielli in varie città dell'entroterra dove le gemme, essendo state ritagliate, non venivano riconosciute, mentre altre volte, Chater e Archer, assistiti da Mackintosh, il capitano, e Olinto Santini, lo steward, salpavano per un porto, sbarcavano, commettevano un furto e poi ripartivano, del tutto insospettati, come ricchi inglesi."
"E l'equipaggio?" chiesi dopo una pausa.
"Erano, ovviamente, ben pagati e venivano tenuti all'oscuro di ciò che il presunto proprietario e i suoi amici facevano a terra."
"Ma il legame di Oberg con tutto ciò?" chiesi, sorpreso da quelle rivelazioni.
"Ah!" esclamò Muriel. "L'ingegnosità di quel furfante scaltro è diabolica. Prima di entrare nelle grazie dello Zar doveva una grossa somma a mio padre e poi cercò il modo di evitare di rimborsarla. Per mezzo delle sue spie scoprì il vero scopo delle crociere dell'Iris - poiché venivo spesso portata a bordo con una cameriera per placare qualsiasi sospetto che potesse sorgere se a bordo ci fossero stati solo uomini. Poi non solo costrinse mio padre a cancellare il debito, ma reclutò la nave e coloro che la possedevano e la navigavano nel servizio segreto della Russia. Una dozzina di volte tentammo di ottenere documenti segreti da cantieri navali italiani, francesi e inglesi, ma solo una volta nel caso di Malta e una volta a Tolone riuscimmo nell'intento. Ah! Signor Gregg," aggiunse, "lei non sa quanta ansia ho sofferto, come a ogni ora fossimo in pericolo di tradimento o cattura, e delle cento volte che l'abbiamo scampata bella con gli ufficiali della dogana che rovistavano lo yacht in cerca di contrabbando. Senza dubbio ricorderà la sensazione causata dal furto dei gioielli della Principessa Guglielmina di Schaumbourg-Lippe alla cameriera sul Rapide tra Cannes e Les Arcs, il furto alla filiale di Marsiglia del Crédit Lyonnais e il grande bottino di argenteria dal castello di Bardon, il milionario di Parigi, vicino ad Arcachon."
"Sì," dissi, poiché erano tutti furti di cui avevo letto sui giornali un paio d'anni prima.
"Bene," disse lei, "furono tutti commessi da Archer o Woodroffe e dalla sua banda - con complici a terra, ovviamente - e mai una volta sembrò che cadesse su di noi alcun sospetto. Mentre la polizia cercava freneticamente qua e là, noi salpavamo l'ancora e ce ne andavamo tranquillamente con il nostro bottino a bordo. Avevamo con noi un vecchio lapidario olandese e una delle cabine era attrezzata come officina, dove modificava l'aspetto delle pietre e le preparava per la vendita, mentre l'oro veniva fuso in un crogiolo e portato a terra per essere inviato agli agenti ad Amburgo."
"Ma quella notte a Livorno?" chiesi. "Cosa accadde alla povera Elma?"
"Non lo so," fu la risposta di Muriel. "Eravamo entrambe a bordo insieme e, stando vicino allo spiraglio della porta, la guardavamo seduta a cena quella sera. Elma mi disse di credere che ci fosse un complotto contro la sua vita, ma perché, non me lo volle dire. Evidentemente sapeva del piano di svaligiare la cassaforte del Consolato. Oberg stesso era anche lui a bordo, chiuso nella sua cabina. Elma doveva aver sentito qualche conversazione tra il barone e uno degli altri, poiché è stata in grande paura per tutto il tempo per timore che potessero farle del male. Eppure, dopo tutto, sembrava che la loro idea fosse sempre la stessa: insinuarsi nella sua fiducia. Tuttavia, nel momento esatto in cui lei scese a terra, Chater, Woodroffe - che lei chiamava Hornby - e Mackintosh, il capitano - che, a proposito, era un vecchio pregiudicato - scesero a terra e, naturalmente, svaligiarono il Consolato. Poi, non appena ritornarono, Elma venne nella mia cabina, mi svegliò e disse che il barone la stava portando a terra e che avrebbero viaggiato via terra verso Londra. Era già vestita per partire, quindi la baciai e, promettendo di rivederla presto, ci separammo. Quella fu l'ultima volta che la vidi. Cosa le sia accaduto dopo, solo lei può dircelo."
"Ma lei non è la nipote del barone?" chiesi.
"No. C'è qualche mistero," dichiarò Muriel. "Detiene qualche segreto che lui teme possa divulgare. Ma di che natura, non lo so."
"Allora lei dice che suo padre non ha mai preso parte attiva ai furti?" osservai.
"No. Iniziò prestando denaro e accumulò una fortuna considerevole. Poi l'avarizia lo prese, come accade a tanti uomini, e venendo a contatto con Archer e i suoi amici, capì che l'idea dello yacht era sicura e redditizia. Perciò acquistò la nave e la mise a disposizione dei ladri, e successivamente, sotto costrizione, al servizio segreto della Russia, come le ho già descritto. I profitti erano colossali. In un anno la quota di mio padre fu di ottantamila sterline."
"E dov'è suo padre adesso?" chiesi.
"Ah!" esclamò tristemente, con il volto pallido e segnato.
"Ho sentito dire che la nave è stata affondata da qualche parte nel Baltico."
"È vero. Una volta servito allo scopo di Oberg, questi pretese metà delle ricchezze a bordo, minacciando in caso contrario di avvertire le autorità navali russe che lo yacht pirata era in navigazione. Tentò di ricattare mio padre, come aveva già fatto tante altre volte, ma il suo piano fu sventato. Mio padre, a causa del trattamento disumano riservato alla povera Elma, lo sfidò, e a quanto pare Oberg, che si trovava a Helsingfors, telegrafò all'ammiraglio della flotta russa nel Baltico. L'equipaggio dell'Iris fu subito sbarcato a Riga, e solo Mackintosh e mio padre ripresero il mare. Ah! Mio padre era disperato, perché conosceva il carattere spietato di quell'uomo di cui era stato vittima per così tanto tempo. Osservarono un incrociatore russo che faceva rotta verso di loro, poi, proprio mentre si avvicinava, scesero su una lancia e fecero saltare in aria lo yacht, che affondò in tre minuti con il suo carico di ricchezze mal guadagnate."
"E suo padre?"
Lei rimase in silenzio, e vidi le lacrime rigarle gli occhi.
"Ci fu una tragedia," spiegò Jack con voce bassa e roca. "Lui e il capitano, sfortunatamente, non si allontanarono abbastanza dallo yacht quando lo fecero esplodere, e andarono a fondo con esso."
Guardai in silenzio Muriel, che stava in piedi con il capo chino e il volto pallido coperto dalle mani.
Quasi nello stesso istante si udì un leggero colpo alla porta, e la domestica annunciò:
"Il signor Santini, signorina."
"Ah!" esclamò rapidamente Jack, mentre Olinto entrava nella stanza. "Allora ha ricevuto il mio messaggio! L'abbiamo fatta venire qui per rivelarci questo vile complotto che sembra sia stato ordito contro il signor Gregg e il sottoscritto. Come sa, l'ho scampata bella."
"Lo so, signore. E anche il signor commendatore è minacciato."
"Da chi?"
"Da coloro che hanno ucciso la mia povera moglie e che intendevano far tacere anche me," fu la sua risposta.
"Gli stessi che l'hanno costretta a portarmi in quella casa dove era pronta la sedia fatale, eh?"
"È stato Archer che, temendo che lei fosse venuto a Londra a cercarli, ha ideato quel diabolico marchingegno," disse nel suo inglese stentato. Poi, continuando con veemenza: "Ora che ho scoperto perché la mia povera Armida è stata uccisa, dirò la verità e non li risparmierò. Da quando ha lasciato la Scozia, signore, sono stato a Dumfries e ho scoperto parecchi fatti che dimostrano come, per qualche motivo noto solo a lui, Leithcourt, mentre era a Rannoch, abbia scritto sia ad Armida che a me separatamente, fissando un appuntamento per vederci nello stesso momento in quel punto al limitare del bosco, poiché aveva qualche incarico segreto da affidarci. La lettera indirizzata a me è apparentemente caduta nelle mani di qualcun altro – probabilmente uno degli agenti segreti del barone Oberg, che tenevano sempre d'occhio le mosse di Leithcourt – il quale, ansioso di scoprire quali fossero le intenzioni, si è travestito in modo da somigliarmi e si è presentato all'appuntamento al posto mio. Armida, avendo ricevuto la lettera a mia insaputa, si è recata in Scozia ed era lì al momento prestabilito. Cosa sia accaduto realmente si può solo supporre, tuttavia sembra che Leithcourt avesse l'abitudine di recarsi in quel punto e di aggirarsi lì la sera per incontrare segretamente Chater, poiché quest'ultimo era nascosto in un piccolo albergo di Dumfries. Pertanto, coloro che hanno ordito il complotto devono aver cercato di gettare il sospetto su Leithcourt. È chiaro, comunque, che dato che sia io che Armida conoscevamo la banda, era nel loro interesse sbarazzarsi di noi, perché i sospetti della polizia si erano finalmente risvegliati. La povera Armida è stata quindi deliberatamente attirata lì per la sua morte, mentre anche l'uomo curioso che l'assassino ha scambiato per me è stato abbattuto."
"Da chi?"
"Non da Chater, perché quella notte era a Londra."
"Allora da Woodroffe?" disse Durnford.
"Senza dubbio. È stato tutto architettato in modo molto intelligente. Era nel suo solo interesse chiudere le nostre bocche, perché su quella stessa sedia fatale a Lambeth il vecchio Jacob Moser, l'ebreo intermediario di metalli preziosi di Hatton Garden, ha trovato la morte – un crimine ignobile, al quale nessuno dei suoi amici era associato e di cui solo noi eravamo a conoscenza. Scrisse dunque a noi come se fosse Leithcourt, chiamandoci a Rannoch, per colpirci nell'oscurità," aggiunse nel suo singolare modo italiano. "Inoltre, temeva che avremmo detto la verità al signore."
"Non lo ha detto alla polizia?"
"Non oso, signore. Di certo meno la polizia sa di questa faccenda, meglio è, altrimenti la signorina Leithcourt dovrebbe soffrire per l'avarizia e le malefatte di suo padre."
"Sì," gridò Jack ansiosamente. "È giusto, Olinto. La polizia non deve sapere nulla. Le ritorsioni dobbiamo farle noi stessi. Ma chi è stato a spararmi in Suffolk Street?"
"Lo stesso uomo, Martin Woodroffe."
"Allora l'assassino è tornato dalla Russia?"
"Ha seguito da vicino il signor commendatore. Markoff, un abile agente segreto del barone Oberg, è venuto con lui."
Allora, per la prima volta, mi ricordai che l'uomo che avevo riconosciuto nello Strand era un tizio che avevo visto oziare nell'anticamera del palazzo del Governatore Generale della Finlandia. I due, temendo che rivelassi ciò che sapevo, erano indubbiamente a Londra per togliermi la vita in segreto. Ora che Leithcourt era morto, Woodroffe aveva unito le forze con Oberg e intendeva farmi tacere perché temevano che Elma, oltre a essere sfuggita loro, avesse anche rivelato il suo segreto.
"Confido che la signorina Leithcourt abbia spiegato la storia dello yacht e del suo equipaggio," osservò Olinto. "E le abbia anche mostrato come sono stato coinvolto. Comprenderà quindi il motivo per cui finora ho temuto di darle qualsiasi spiegazione."
"Sì," dissi, "la signorina Leithcourt mi ha raccontato molto, ma non tutto. Non riesco ancora a capire per quale motivo lei e suo padre siano fuggiti da Rannoch."
"Allora glielo dirò io," disse Muriel prontamente. "Mio padre sospettava che Woodroffe fosse l'assassino nel bosco di Rannoch, poiché sapeva che aveva rotto il patto originale e si era ora alleato con Oberg. Eppure era anche obiettivo di mio padre apparire timoroso nei loro confronti, perché attendeva solo un'opportunità per pianificare il salvataggio della povera Elma dalla Finlandia. Perciò, una sera Woodroffe chiamò, e mio padre lo incontrò nel viale, lo fece entrare con le proprie chiavi di casa da una delle porte laterali del castello, per poi portarlo su nello studio. Sapeva che era venuto per cercare di scendere a patti per conto di Oberg, quindi capì che doveva fuggire immediatamente a Newcastle, dove si trovava l'Iris, salire a bordo e salpare."
"Con una scusa lo lasciò nello studio, poi avvertì mia madre e me di prepararci alla partenza. Ma mentre facevamo i bagagli, a quanto pare Chater, che ci aveva seguiti, fu fatto entrare nello studio dal maggiordomo, o meglio, vi entrò da solo, conoscendo bene la casa. Così i due uomini, ormai acerrimi nemici, si incontrarono. Deve essere scoppiata una violenta lite, e Chater è stato avvelenato e nascosto; Woodroffe, naturalmente, credeva di averlo ucciso. Mio padre rientrò nello studio e, vedendo solo Woodroffe, non sapeva cosa fosse accaduto. Probabilmente sono volate parole grosse, quando mio padre si è voltato di nuovo ed è uscito. Poi siamo fuggiti a Carlisle e da lì a Newcastle, e la mattina dopo eravamo a bordo dello yacht nel Mare del Nord, per poi sbarcare a Rotterdam. Questi," aggiunse, "sono in breve i fatti, come il mio povero padre me li ha raccontati."
"E della povera Elma – e del suo segreto? Quando, mi domando, la vedrò?" gridai disperato.
"La vedrà ora, signore," rispose Olinto. "Un servitore della principessa Zurloff l'ha portata a Londra questo pomeriggio, e l'ho appena accompagnata dalla stazione. È nella stanza accanto, all'oscuro, tuttavia, che lei sia qui."
E senza aggiungere altro corsi avanti con gioia e spalancai le porte a soffietto che mi separavano dal mio amore silenzioso.
Silenzioso, sì! Ma lei poteva, nondimeno, raccontare la sua storia – di sicuro la più strana che qualsiasi donna abbia mai vissuto per poterla narrare.
CAPITOLO XVIII
CONTIENE LA STORIA DI ELMA
Davanti a me stava il mio amore, una figura esile, tragica, piuttosto pallida in un pesante cappotto scuro da viaggio e una toque di feltro, le labbra dolci socchiuse e un'espressione di sbalordito stupore sul volto mentre irrompevo così improvvisamente al suo cospetto.
In silenzio le strinsi la piccola mano guantata di nero, e poi, sempre in silenzio, la portai appassionatamente alle mie labbra bramose. I suoi occhi dolci e scuri – quegli occhi che parlavano pur essendo lei muta – incontrarono i miei, e in essi c'era uno sguardo che non vi avevo mai visto prima – uno sguardo che, chiaro come qualsiasi parola, mi diceva che la mia passione selvaggia e febbrile era ricambiata.
Guardò oltre, verso la stanza dove gli altri si erano riuniti, e poi mi guardò interrogativa, al che la guidai avanti verso di loro, e Muriel le si gettò addosso baciandola con le lacrime che le rigavano il volto.
"Ho preparato questa sorpresa per lei, signor Gregg," disse Muriel ridendo tra le sue lacrime di gioia. "Olinto ha saputo che era in viaggio per Londra, e l'ho mandato a incontrarla. La Principessa ha organizzato tutto magnificamente, non è vero?"
"Sì. Grazie a Dio è libera!" esclamai. "Ma dobbiamo indurla a raccontarci tutto."
Muriel stava già aiutando il mio amore a sfilarsi il pesante cappotto russo, un capo costoso foderato di zibellino, e quando, dopo aver salutato Jack e Olinto, fu comodamente seduta, presi della carta da lettere dal piccolo scrittoio vicino alla finestra e scarabocchiai a matita le parole:
"Non c'è bisogno che scriva quanto io sia felice che lei sia al sicuro – che l'Onnipotente abbia ascoltato le mie preghiere per lei. Jack e Muriel mi hanno raccontato tutto di Leithcourt e dei suoi scellerati associati. So anche, cara – perché posso chiamarla così, vero? – quanto lei debba aver sofferto terribilmente in silenzio durante tutto questo. Leithcourt è morto. Ha affondato lo yacht con tutto il bottino rubato a bordo, ma per un incidente è finito inghiottito anch'egli."
Chinatasi a osservare intensamente mentre scrivevo, lei si ritrasse con orrore e sorpresa leggendo quelle parole. Poi aggiunsi: "Tutti e quattro siamo determinati a fare in modo che i colpevoli non restino impuniti, e che l'afflizione che le è stata inflitta sia adeguatamente vendicata. Lei è il mio amore – sono abbastanza audace da chiamarla così. Un forte ma misterioso legame di affinità tra noi mi ha spinto a cercarla, e il suo volto ritratto sembrava chiamarmi al suo fianco, sebbene io fossi ignaro del suo pericolo. Sono stato mandato da lei da un potere invisibile per sottrarla dalle mani dei suoi nemici. Perciò ci racconti tutto – tutto ciò che sa – senza paura, perché ora che siamo uniti nessun male potrà assalirci."
Prese la matita e, tenendola tra le dita bianche, rimase a fissare prima noi, e poi a guardare esitante il foglio bianco davanti a sé. La sua posizione, tra cento emozioni contrastanti, era di estrema difficoltà. Sembrava quasi che anche ora fosse restia a rivelarci l'assoluta verità.
Muriel, in piedi dietro la sua sedia, le accarezzava teneramente la ricca chioma castana dalla fronte candida. Il suo incarnato era perfetto, anche se il viso appariva pallido e stanco, e gli occhi pesanti, conseguenza del suo lungo e logorante viaggio dal Nord ormai ghiacciato.
Poco dopo, quando con dei segni sia Jack che Olinto l'ebbero esortata a scrivere, lei si chinò d'un tratto e la sua matita iniziò a correre veloce sulla carta.
Restammo tutti in silenzio a scambiarci sguardi, nessuno guardando sopra le sue spalle, ma ognuno determinato ad attendere con pazienza fino alla fine. Una volta iniziata, però, non si fermò. Foglio dopo foglio lei riempiva. Il silenzio per lungo tempo fu totale, interrotto solo dal rapido scorrere della matita sulla superficie ruvida della carta. Era stata apparentemente colta da un'improvvisa determinazione a spiegare tutto, ora che vedeva che facevamo sul serio, davvero sul serio.
Osservai il suo dolce volto chinato così intensamente, e mentre la luce del fuoco vi cadeva sopra, lo trovai incomparabile. Sì; era afflitta dalla perdita della parola, era vero, eppure era sicuramente indescrivibilmente dolce e femminile, impareggiabile sopra tutte le altre.
Con un profondo sospiro finalmente terminò, e, con il capo ancora chino in un atteggiamento di umiliazione, parve, mi porse ciò che aveva scritto.
Con ansia mozzafiato lessi quanto segue:
"È vero, caro amore – perché ricambio il modo in cui mi chiami – che sei stato spinto verso di me dalla mano misteriosa che dirige ogni cosa? Sei venuto in mia cerca e hai rischiato la vita per la mia a Kajana, perciò hai il diritto di conoscere la verità. Tu, come mio paladino, e la Principessa come mia amica, avete escogitato di ottenere la mia libertà. Se non fosse stato per voi, a quest'ora sarei stata in viaggio per Sachalin, verso la tomba in cui Oberg aveva così ingegnosamente tramato di segregarmi. Ah! Non sai – non potrai mai sapere – tutto ciò che ho sofferto fin da quando ero una ragazza."
Qui la dichiarazione si interrompeva, per poi ricominciare come segue:
"Per farti comprendere la verità, farò meglio a iniziare dall'inizio. Mio padre era un mercante inglese a Pietroburgo, e mia madre, Vera Bessanoff, che, prima del matrimonio con mio padre, era celebrata a Corte per la sua bellezza, era una delle dame d'onore della Zarina. Era l'unica figlia del conte Paul Bessanoff, ex Governatore di Charkiv, e prima di sposare mio padre era stata, con sua madre, una figura nota nell'alta società. Subito dopo il matrimonio suo padre morì, lasciandola in possesso di un'ampia fortuna che, unita alle ricchezze di mio padre, li poneva tra i più ricchi e influenti di Pietroburgo.
"Tra gli amici più intimi di mio padre c'era il barone Xavier Oberg – che, a quel tempo, ricopriva una posizione molto subordinata nel Ministero dell'Interno – e dai miei primi ricordi posso rammentare che veniva spesso a casa nostra ed era invitato ai brillanti intrattenimenti che mia madre offriva. Quando avevo tredici anni, tuttavia, mio padre morì per un raffreddore contratto durante una battuta di caccia al cinghiale nella sua tenuta a Kiev, e nel giro di pochi mesi un ulteriore disastro ci colpì. Una notte, mentre sedevo sola a leggere ad alta voce per mia madre, furono annunciati due sconosciuti, i quali, una volta introdotti, arrestarono la mia cara madre con l'accusa di complicità in un complotto rivoluzionario contro lo Zar che era stato scoperto a Peterhof. Rimasi ferma e indignata, perché mia madre non era certamente una nichilista, eppure dissero che la bomba era stata introdotta nel palazzo dalla contessa Anna Shiproff, una delle dame di compagnia, che era un'amica intima di mia madre e andava spesso a trovarla. Sostennero che la cospirazione fosse stata ordita in casa nostra, teoria avvalorata dal fatto che un anno prima un noto russo con cui mio padre aveva avuto molti rapporti d'affari era stato provato essere l'autore del complotto con cui il treno dello Zar era stato fatto saltare in aria vicino a Livadija. Strapparono mia madre via da me e la rinchiusero in quel furgone grigio della prigione, la cui vista nelle strade di Pietroburgo incute terrore nel cuore di ogni russo, perché una persona, una volta su quel veicolo sobbalzante, è, come sai, perduta per sempre per il mondo. La guardai dalla finestra mentre veniva fatta salire su quel mezzo fatale, e poi credo di essere svenuta, perché non ricordo nulla più finché non mi sono ritrovata sul pavimento, con l'alba grigia che si diffondeva, e tutta l'orribile verità è tornata a me. Mia madre era sparita per sempre!"
"In preda alla disperazione mi recai al Ministero dell'Interno e chiesi udienza al Barone, il quale, quando gli raccontai del disastro, apparve molto preoccupato e si recò subito al Dipartimento di Polizia per indagare. Il giorno dopo, tuttavia, venne da me con la notizia che l'accusa contro mia madre era stata provata da una deposizione della stessa Shiproff, e che lei era già partita per il suo lungo viaggio verso la Siberia – era stata esiliata in uno di quei temuti insediamenti artici oltre Jakutsk, un luogo dove è quasi eterno inverno e dove le condizioni di vita sono tali che metà dei condannati è folle. Il Barone, comunque, dichiarò che, come amico di mio padre, era suo dovere farmi da tutore, e che dato che mio padre era inglese avrei dovuto essere mandata in una scuola inglese. Perciò, con il suo titolo auto-assunto di zio, mi portò a Chichester. Rimasi lì per anni, finché un giorno venne improvvisamente a prendermi, portandomi a Helsingfors – poiché lo Zar lo aveva ora nominato Governatore Generale della Finlandia. Lì, per la prima volta, mi presentò suo figlio Michael, un tenente di cavalleria dalla faccia butterata, e disse in modo molto risoluto che avrei dovuto sposarlo. Mi rifiutai naturalmente di sposare un uomo che conoscevo così poco, al che, trovandomi irremovibile, cambiò rapidamente tattica e divenne la gentilezza in persona, dicendo che dato che ero giovane mi avrebbe concesso un anno per decidere.
"Una settimana dopo, mentre vivevo nel palazzo di Helsingfors, sentii per caso una conversazione tra il Governatore Generale e suo figlio, che mi rivelò una verità sconcertante che non avevo mai sospettato. Era stato Oberg in persona a denunciare mia madre al Ministro dell'Interno, e a formulare quelle accuse crudeli e infondate contro di lei! Allora compresi il motivo. Essendo lei esiliata, la sua fortuna, così come quella di mio padre, era passata a me. Il motivo per cui complottavano affinché Michael mi sposasse era per ottenere il controllo dei miei soldi. Vidi subito quanto fossi impotente nelle mani di quella coppia senza scrupoli, e riconobbi anche, abbastanza dei metodi del Barone come 'Lo Strangolatore della Finlandia', che tipo di carattere avesse sotto quell'esterno calmo ed eminentemente rispettabile in giacca nera. Dopo aver deliberatamente mandato la mia povera madre in Siberia, aveva assunto il ruolo di mio tutore affinché potesse, quando fossi diventata maggiorenne, ottenere il controllo della mia eredità, con l'idea senza dubbio che avrei dovuto sposare Michael e poi, dopo le necessarie formalità legali, avrei dovuto, con una finta accusa di cospirazione, condividere lo stesso destino che era toccato a mia madre."
"Quel farabutto infernale!" esclamai leggendo le sue parole, mentre da Jack, che guardava sopra la mia spalla, scappò un giuramento di vendetta feroce e risoluto.
"Il Barone mi portò con lui a Pietroburgo quando vi si recò per affari ufficiali, e vi rimanemmo quasi un mese," continuò il racconto. "Mentre ero lì ricevetti un messaggio segreto dal 'Prete Rosso', il potere invisibile e ignoto del nichilismo, che per tanti anni ha sconcertato la polizia. Andai a trovarlo, e lui mi rivelò come Oberg avesse tramato per far bandire mia madre con una falsa accusa. Mi mise in guardia contro l'uomo che aveva finto di essere amico di mio padre, e mi disse anche che aveva conosciuto mio padre intimamente, e che se mi fossi trovata in ulteriori difficoltà avrei dovuto comunicare con lui ed egli mi avrebbe assistito. Oberg mi riportò a Helsingfors qualche mese dopo, e in estate andammo in Inghilterra. Era un diplomatico meravigliosamente astuto. Poteva cambiare tattica a suo piacimento. Quando ero a scuola era rozzo e brutale nei modi verso di me, come lo era con tutti; ma ora sembrava cercare di ispirare la mia fiducia trattandomi con gentile riguardo e piacevole affabilità."
A Londra, al Claridge's, incontrammo la mia vecchia compagna di scuola Muriel e suo padre – un amico di Oberg – e in risposta al loro invito partimmo per una crociera sul loro yacht, l'Iris, da Southampton. La nostra compagnia era molto piacevole e includeva Woodroffe e Chater, mentre la nostra traversata attraverso il Golfo di Biscaglia e lungo la costa portoghese si rivelò deliziosissima. Una notte, mentre eravamo alla fonda fuori Lisbona, Woodroffe e Chater, insieme a Olinto, andarono a terra e, quando tornarono nelle prime ore del mattino, mi svegliarono attraversando il ponte sopra la mia testa. Poi sentii qualcuno fuori dalla porta della mia cabina lavorare come con un cacciavite, svitando una vite dal legno. Ciò destò il mio interesse e il giorno seguente feci un esame minuzioso della pannellatura, dove, in un punto, trovai due piccole viti d'ottone che erano state evidentemente rimosse di recente. Riuscii quindi a procurarmi un cacciavite dall'officina del carpentiere e, la notte successiva, quando tutti dormivano, sgattaiolai fuori e svitai il pannello, quando con mia sorpresa vidi che la cavità segreta dietro era piena di bellissimi gioielli, collarini di diamanti, tiare, collane, perle pregiate, smeraldi e turchesi, tutti gettati dentro indiscriminatamente.
Rimisi a posto il pannello e tenni un'attenta sorveglianza. A Marsiglia, dove facemmo scalo, altri gioielli e una pesante borsa piena di argenteria furono portati a bordo e nascosti dietro un altro pannello. Allora capii che quegli uomini erano dei ladri.
"Ma certamente," proseguiva la strana storia che il mio amore muto aveva scritto, "non ho bisogno di descrivere tutto ciò che accadde in quel viaggio movimentato, se non per raccontarvi un episodio molto curioso che ebbe luogo. Avevo parlato confidenzialmente con Muriel riguardo ai miei sospetti sugli uomini che erano nostri compagni di viaggio e, quando in segreto le mostrai diversi posti a bordo dello yacht dove venivano nascosti oggetti di valore, anche lei si convinse che quegli uomini fossero ladri esperti ai quali suo padre, per una ragione inspiegabile, offriva assistenza e asilo. Mi disse che, da quando aveva lasciato la scuola, aveva fatto parecchie crociere e che la stessa compagnia accompagnava sempre suo padre. Tuttavia, non aveva mai sospettato la verità finché non gliel'ebbi indicata io. Ebbene, una calda notte d'estate eravamo alla fonda al largo di Napoli e, siccome a terra c'era una grande festa e doveva esserci una rappresentazione di gala al teatro, Leithcourt prese un palco e l'intera compagnia fu portata a terra in barca. Anche all'equipaggio fu concesso il permesso di sbarcare per la serata, ma poiché il grande caldo mi aveva indisposta, declinai l'invito ad accompagnare la comitiva a teatro e rimasi a bordo con un marinaio di nome Wilson a costituire la guardia. Avevamo ancorato a circa mezzo miglio dalla terraferma e, più presto durante la serata, il Barone era andato a terra per inviare telegrammi in Russia e non era ancora tornato.
Verso le dieci scesi sottocoperta per cercare di dormire, ma avevo un leggero attacco di febbre e non mi fu possibile. Perciò mi rivestii e sedetti con la luce ancora spenta, fissando la baia stellata. Poco dopo, dall'oblò, vidi avvicinarsi una barca proveniente da terra e riconobbi in essa il Barone con uno straniero ben vestito. Entrambi salirono a bordo e il barcaiolo, dopo essere stato pagato, tornò verso la riva. Poi il Barone e il suo amico – un uomo bruno, di mezza età, con la barba folta, evidentemente una persona raffinata – scesero nel salone e, dopo pochi istanti, chiamarono l'uomo Wilson che era di guardia e gli diedero un bicchiere di whisky e acqua, che lui portò sul ponte per berlo con calma.
La natura insolita dei miei compagni di viaggio su quell'imbarcazione era tale che il mio sospetto era costantemente in allerta, pertanto la curiosità mi tentò di strisciare lungo il corridoio e dare un'occhiata attraverso la fessura della porta socchiusa. Una visione più ravvicinata rivelò il fatto che lo straniero era un alto funzionario russo al quale ero stata presentata una volta al Palazzo del Governo a Helsingfors, il Consigliere Privato e Senatore Paul Polovstoff. Stavano fumando insieme e discutevano in russo dei mezzi con cui lui, Polovstoff, aveva organizzato di ottenere le piantine di alcune nuove fortificazioni britanniche a Gibilterra. Da quanto disse, sembrava che una donna russa, sposata con un inglese, un capitano della guarnigione, fosse stata costretta suo malgrado al servizio segreto, ma che lei, per salvarsi, avesse promesso di ottenere le fotografie e le piantine richieste. Udii il nome dell'inglese e risolsi di prendere provvedimenti per informarlo in segreto delle intenzioni dell'agente russo.
Poco dopo i due uomini presero dei sigari freschi, salirono sul ponte e si sdraiarono sulle lunghe sedie a sdraio a centro nave. Sempre curiosa di sentire ulteriori dettagli sull'ingegnosa operazione di spionaggio contro la mia stessa nazione, mi tolsi le scarpe e strisciai fino a un punto in cui potevo accovacciarmi nascosta e origliare la loro conversazione, poiché la notte italiana era calma e immobile. Parlavano principalmente di affari in Finlandia e Polovstoff osò dissentire da alcune espressioni di opinione di Oberg. Ciò suscitò l'ira del Barone e capii, dal freddo sarcasmo delle sue osservazioni e dal tono particolarmente duro della sua voce, che era più furioso di quanto apparisse all'esterno. Si alzò e stette con la schiena rivolta alle murate, di fronte al suo amico, che sedeva ancora appoggiato allo schienale della sedia a sdraio insistendo sulle proprie opinioni. Era del tutto calmo e non minimamente turbato dal bagliore malvagio negli occhi del Barone. Forse non lo conosceva bene quanto me. Non sapeva cosa significasse quello sguardo. Improvvisamente, mentre il Consigliere Privato se ne stava sdraiato sulla sedia tirando pensosamente il suo sigaro, ci fu un lampo vivido, rosso sangue, un colpo sordo e il breve grido agonizzante di un uomo. Spaventata, mi sporsi attorno all'angolo della tuga quando, con mio orrore assoluto, vidi sotto i raggi elettrici il Consigliere Privato dello Zar giacere di fianco sulla sua sedia con parte della faccia fatta saltare. Poi l'orribile verità divenne istantaneamente palese. Il sigaro che Oberg gli aveva imposto giù nel salone era esploso e il piccolo proiettile nascosto all'interno di quel diabolico marchingegno era passato verso l'alto nel suo cervello. Per un momento rimasi totalmente stupefatta, eppure, mentre guardavo, vidi il Barone, in un parossismo di rabbia, scuotere il pugno in faccia all'uomo morto e gridare con una terribile imprecazione: "Cane! Hai tramato per sostituirmi nelle grazie dello Zar. Intendevi diventare Governatore Generale della Finlandia! Sapevi certi fatti che intendevi sottoporre a Sua Maestà, sapendo che le rivelazioni avrebbero portato alla mia disgrazia e rovina. Ma, lurido bastardo, non sapevi che coloro che tentano di ostacolare Xavier Oberg muoiono per incidente o finiscono per sempre a Kajana o nelle miniere!" E diede un calcio al cadavere e rise tra sé mentre gioiva del suo vile crimine.
Osservai la sua furia, incapace di proferire una sola parola. Lo vidi, dopo aver frugato nelle tasche dell'uomo morto, sollevare il corpo inerte con quel terribile volto senza lineamenti e trascinarlo verso le murate. Allora mi precipitai avanti e lo affrontai.
In un istante mi balzò addosso e io urlai. Ma nessun aiuto arrivò. L'uomo Wilson stava dormendo profondamente a prua, poiché il whisky che gli aveva dato era stato drogato," proseguiva la narrazione. "Sul suo volto c'era uno sguardo feroce, omicida, come non ne avevo mai visti prima. "Tu!" urlò, con gli occhi scuri che stavano per uscire dalle orbite rendendosi conto che ero stata testimone del suo vile crimine. "Hai fatto la spia su di me, ragazza!" sibilò, "e morirai anche tu!" Caddi in ginocchio implorandolo di risparmiarmi, ma lui rise solo della mia supplica. "Guarda!" gridò, "visto che hai visto come si godeva il suo sigaro, tanto vale che veda questo!" E con uno sforzo sollevò il cadavere tra le braccia, lo bilanciò per un momento sulla fiancata della nave e poi, con una rauca risata di trionfo, lo gettò in mare. Ci fu uno schizzo, e poi rimanemmo soli. "E tu!" gridò con voce feroce – "tu che mi hai spiato – tu seguirai! L'acqua lì chiuderà la tua bocca chiacchierona!" Urlai, pregai e implorai, ma le sue mani tremanti erano sulla mia gola. Prima mi trascinò in piedi, poi mi gettò in ginocchio e infine, con quella cupa brutalità che lo caratterizza, mi ordinò di andare a prendere uno straccio e un secchio dal castello di prua e di rimuovere le macchie rosso scuro dalla sedia e dal ponte. Mi costrinse davvero a farlo, gongolando per il mio orrore mentre rimuovevo per lui le tracce del suo vile crimine. Poi, con la mano sulla mia spalla, disse: "Ragazza! Ricorda di mantenere segreto il lavoro di stasera. In caso contrario, morirai di una morte più dolorosa di quella che ha fatto quel cane – una in cui sperimenterai tutti i tormenti dei dannati. Ricorda, nemmeno una parola – o la morte! Ora, torna nella tua cabina e non ficcare mai più il naso nei miei affari."
Tornai nella mia cabina come mi era stato ordinato e sedetti senza parole in un orrore assoluto. Le azioni diaboliche dell'uomo che era il mio tutore mi spaventavano. Eppure ero totalmente impotente. Cosa potevo fare? Chi nella santa Russia mi avrebbe ascoltato? Oberg era una potenza nell'Impero; lo Zar stesso si fidava di lui. Se avessi parlato, chi mi avrebbe creduto; chi avrebbe prestato attenzione alle parole di una ragazza indifesa che lui avrebbe subito dichiarato isterica? Così attesi sola nell'oscurità, osservando le luci del porto brillare attraverso le placide acque fino a quasi l'una, quando la gaia compagnia tornò e il Barone li salutò allegramente come se non fosse successo nulla. Ma il mio cuore era gelato dal ricordo dell'orribile crimine che era stato commesso."
* * * * *
"Ma! Ora ricordo!" esclamò Muriel, stupita. "Ricordo quella notte molto bene, quanto eri pallida quando venisti nella mia cabina e chiedesti di poter dormire nella mia cuccetta libera. Non volevi dirmi nulla e dicesti solo che stavi male. Nessuno di noi aveva idea che si fosse consumata una tragedia così terribile. Ma naturalmente il Barone aveva organizzato tutto, poiché fu su sua istigazione, ricordo, che all'equipaggio era stato dato il permesso di sbarcare. Mackintosh suggerì che solo metà dell'equipaggio andasse, ma lui dichiarò che se fosse rimasto solo Wilson sarebbe bastato."
"Anch'io ricordo bene la faccenda," dichiarò Jack, tirandosi i baffi, assolutamente sbalordito dalla strana storia del mio amore. Era una chiara esposizione di fatti crudi e sbalorditivi, e lei ora stava lì aggrappata a me, guardando avidamente nei miei occhi, leggendo ogni pensiero che passava per la mia mente. "Grande scalpore fu causato quando fu scoperto il corpo. La squadra era alla fonda al largo di Napoli circa una settimana dopo che l'Iris era partita e, mentre eravamo lì, il corpo fu gettato a riva vicino a Sorrento. Dapprima non vi fu data molta attenzione, ma dai segni sulla biancheria dell'uomo morto si scoprì che si trattava di Polovstoff, uno dei più alti funzionari russi che, si diceva, fosse stato avvertito in diverse occasioni dai nichilisti. Si concluse, pertanto, che la sua morte fosse dovuta alla vendetta nichilista."
Elma indicò il foglio e fece segno che dovevo continuare a leggere. Lo feci e la dichiarazione recitava quanto segue:
"La vera ragione per cui il Barone mi risparmiò la vita era che, se fossi morta, la mia fortuna sarebbe passata a un lontano cugino che viveva a Durham. Tuttavia, il suo modo di fare verso di me era ora estremamente educato e piacevole – un cambiamento che sentivo non presagire nulla di buono. Intendeva ottenere il mio denaro facendomi sposare con suo figlio Michael, la cui cattiva reputazione di giocatore d'azzardo era ben nota a Pietroburgo. Tornammo in Finlandia in autunno e in inverno mi portò a stare con sua sorella a Nizza. Eppure quasi ogni giorno faceva riferimento a quella tragedia a Napoli e mi minacciava di morte se avessi mai proferito una sola parola, o anche solo ammesso di aver mai visto l'uomo che era il suo rivale e la sua vittima."
"Lo scorso giugno," iniziava un altro paragrafo, "eravamo a Helsingfors, quando un giorno il Barone mi chiamò improvvisamente e mi disse di prepararmi per un viaggio. Dovevamo attraversare verso Stoccolma e di lì a Hull, dove l'Iris ci stava aspettando, poiché il signor Leithcourt e Muriel ci avevano invitato per una crociera estiva verso le isole greche. Salimmo a bordo dello yacht molto contro la mia volontà, eppure ero impotente e non osavo addurre i fatti che avevo già stabilito riguardo ai nostri compagni di viaggio. Muriel e io, a quanto sembra, fummo portate solo per ingannare le guardie costiere e i funzionari della dogana riguardo alla vera natura della nave, che, una volta al sicuro fuori dal Canale, fu ridipinta e ribattezzata Lola, finché il suo esterno non ebbe un aspetto del tutto diverso dall'Iris.
"Il porto di Livorno fu il nostro primo scalo e per qualche motivo andammo deliberatamente a incagliarci su un banco di sabbia e fummo rimorchiati da torpediniere italiane. La sera successiva tu salisti a bordo e cenasti, avendo Muriel e io ordini severi di non mostrarci. Noi, tuttavia, ti osservammo e ti vidi raccogliere la mia fotografia che avevo strappato quel giorno. Poi, subito dopo che te ne fosti andato, Woodroffe, Chater e Mackintosh andarono a terra e rimasero via un paio d'ore nel cuore della notte. Poco prima che tornassero, il Barone bussò alla porta della mia cabina dicendo che doveva andare a terra e dicendomi di vestirmi e accompagnarlo. Non mi avrebbe mai permesso il lusso di una cameriera, temendo, suppongo, che potesse imparare troppo. Per obbedienza mi alzai e mi vestii, e quando uscii mi disse di prendere il mio mantello da viaggio e la borsa, aggiungendo che era costretto ad andare a nord, poiché continuare la crociera avrebbe richiesto troppo tempo. Doveva tornare ai suoi doveri ufficiali, disse. Non appena ebbi finito di fare i bagagli, i tre uomini tornarono sulla nave, tutti con un aspetto cupo e deluso. Woodroffe sussurrò alcune parole al Barone, dopodiché andai nella cabina di Muriel e la salutai, e scendemmo a terra, prendendo il treno prima per Colle Salvetti, di lì per Pisa e dopo per la bella città antica di Siena, che avevo tanto desiderato vedere. Uno dei miei denti mi dava dolore e il Barone, dopo un paio di giorni all'Hotel de Sienne, mi portò da un piccolo e strano vecchio italiano – un dentista che, disse, godeva di un'ottima reputazione. Mi accorsi subito che i due uomini si erano già incontrati e, mentre sedevo sulla sedia e mi veniva somministrato il gas, li vidi scambiarsi sguardi significativi. Dopo pochi istanti persi i sensi, ma quando mi svegliai un'ora dopo fui sbalordita di sentire un curioso dolore alle orecchie. Anche la mia lingua sembrava paralizzata e, dopo pochi istanti, l'orribile verità mi si palesò. Ero stata resa sorda e muta!
"Il Barone finse di essere molto preoccupato per me," continuava, "ma capii subito di essere stata vittima di un piano infame e vile, e che lui l'aveva concepito temendo che potessi raccontare la verità riguardo al Consigliere Privato Polovstoff, poiché viveva nel costante terrore di essere smascherato. Causare la mia fine sarebbe andato contro i suoi stessi interessi, dato che avrebbe perso la mia fortuna, così mi aveva ridotta al silenzio temendo che potessi rivelare la terribile verità su lui e i suoi associati. Non era ricco e ho ragione di credere che di tanto in tanto desse informazioni su persone che possedevano gioielli di valore, condividendo così il bottino ottenuto da quelli sullo yacht.
"Dall'Italia viaggiammo fino a Berlino, di lì a Pietroburgo e ritorno nella cupa Helsingfors, viaggiando il più velocemente possibile, eppure non permettendomi mai l'opportunità di stare con degli estranei. Sia le mie orecchie che la mia lingua erano molto doloranti, ma non dissi nulla. Era sicuramente un demone in giacca nera e il mio unico pensiero ora era come sfuggirgli. Dal momento in cui quel cosiddetto dentista aveva rovinato il mio udito e mi aveva privato della parola, mi tenne lontana da tutti. La paura che rivelassi tutto era apparentemente cresciuta fino a tormentarlo e aveva concepito quel terribile modo di chiudermi la bocca. Ma la vera profondità della sua scelleratezza non fu apparente fino a quando non fui tornata in Finlandia.
"La notte del nostro arrivo chiamò suo figlio, che aveva viaggiato con noi da Pietroburgo, e per iscritto richiese ancora una volta che lo sposassi. Scrissi la mia risposta – un fermo rifiuto. Colpì il tavolo con rabbia con il pugno e scrisse dicendo che avrei dovuto sposare suo figlio o morire. Poi il giorno seguente, mentre camminavo sola fuori dalla città di Helsingfors, come spesso facevo, fui arrestata con la falsa accusa di un attentato alla vita di Madame Vakuroff e trasportata, senza processo, alla terribile fortezza di Kajana, alcuni degli orrori della quale tu stesso hai sperimentato. L'accusa contro di me era necessaria prima che potessi essere incarcerata lì, ma una volta dentro, era il piano del Governatore Generale ottenere il mio consenso al matrimonio con minacce e con i terrori costanti del luogo. Si spinse persino a ottenere un ordine ministeriale per il mio esilio a Sachalin e me lo portò a Kajana, dichiarando che se in un mese non avessi acconsentito, mi avrebbe lasciato mandare in esilio. Mentre ero a Kajana sapeva che il suo segreto era al sicuro, pertanto con ogni mezzo in suo potere mi esortò ad acconsentire all'odiosa unione.
"Tutto il resto ti è noto – come la Provvidenza ti ha diretto verso di me come mio liberatore e come Woodroffe ti abbia seguito in segreto e, fingendo di essere mio amico, mi abbia portata con lui a Pietroburgo. Aveva appreso della mia fortuna dal Barone e intendeva sposarmi lui stesso. Ma ora che tutto è finito mi sembra come un terribile sogno. Non ho mai creduto che esistesse tanta iniquità nel mondo, o che gli uomini potessero combattere una donna indifesa con tale doppiezza e crudele ingegno. Ah! I tormenti che ho sopportato a Kajana sono oltre la concezione umana. Eppure sicuramente Oberg e Woodroffe riceveranno ciò che meritano – se non in questo mondo, allora nell'altro. Non ci viene insegnato dalle Sacre Scritture di perdonare i nostri nemici? Pertanto, perdoniamo."
* * * * *
Lì finì la strana storia del mio amore silenzioso. Una narrazione schietta e diretta che ci tenne tutti per qualche istante assolutamente senza parole – una delle storie più strane e sbalorditive mai rivelate.
Osservava ogni espressione del mio volto e poi, quando ebbi finito di leggere e le misi un braccio teneramente attorno alla vita sottile, sollevò il suo bellissimo viso verso il mio per ricevere il bacio appassionato che impressi su quelle labbra morbide e piene.
"Questo, naturalmente, chiarisce tutto," esclamò Jack. "Polovstoff era un funzionario di larghe vedute e retto, molto nelle grazie dello Zar, e un serio rivale di Oberg, i cui metodi drastici e spietati in Finlandia non erano esattamente approvati dall'Imperatore. Il Barone ne era ben consapevole e, attirandolo ingegnosamente a bordo dell'Iris, riuscì, consegnandogli quella piccola bomba nascosta in un sigaro – un marchingegno nichilista che probabilmente era stato sequestrato dalla sua polizia in Finlandia – a liberarsi dal rivale che era destinato a occupare il suo posto."
"Sì," dissi con un sospiro. "Il mistero è chiarito, è vero, eppure la mia povera Elma rimane la vittima." E baciai il mio amore appassionatamente ancora e ancora sulle labbra.
CONCLUSIONE
Sono passati quasi due anni.
Ci sono stati cambiamenti nella santa Russia – molti grandi e sorprendenti cambiamenti conseguenti alla guerra e ai suoi disastri. La Russia non è più la grande potenza che una volta si supponeva fosse. Molti eventi che hanno scosso il mondo si sono verificati da quel giorno in cui per la prima volta strinsi il mio amore silenzioso tra le mie braccia. Uno di essi è noto a tutti voi.
Avrete certamente letto sui giornali come il Barone Xavier Oberg, il persecutore della Finlandia, il nemico dell'istruzione, l'implacabile avversario degli indifesi, l'uomo che ordinò che le donne venissero frustate a morte a Kajana, il funzionario senza cuore che i finlandesi chiamavano "lo Strangolatore", sia stato fatto a pezzi da una bomba lanciata sotto la sua carrozza mentre si dirigeva alla stazione ferroviaria di Helsingfors, in viaggio per avere udienza con l'Imperatore.
La verità segreta era che il "Prete Rosso" aveva decretato che Oberg dovesse morire; il complotto fu messo in atto rapidamente e, sebbene siano stati effettuati cinquecento arresti, la polizia è tuttora ignara dell'identità della persona che lo ha diretto o di chi abbia lanciato l'ordigno fatale. I rivoluzionari sono stati braccati da un capo all'altro dai segugi della polizia, eppure il "Prete Rosso" continua a vivere tranquillamente a Pietroburgo e la Principessa Zurloff, ancora insospettata, devolve la maggior parte del suo enorme reddito alla causa della libertà.
Di Jack e Muriel devo solo dire che si sono sposati circa tre mesi dopo il ritorno di Elma dalla Russia e, al momento, vivono alla periferia di Glasgow, dove Jack ha ottenuto l'incarico a terra che tanto a lungo aveva desiderato.
In qualche modo – non è del tutto certo come – la polizia ha scoperto che Dick Archer, alias Woodroffe, alias Hornby, era coinvolto nell'abile furto di una borsa da viaggio, contenente i gioielli della vedova Lady Lancashire, sottratta al suo valletto sulla banchina di Euston, e dopo una lunga ricerca lo hanno trovato nascosto in un albergo a Liverpool. Quando, tuttavia, sono andati ad arrestarlo, lui ha riso in faccia ai detective, ha messo rapidamente qualcosa in bocca e l'ha inghiottita prima che potessero impedirglielo; dieci minuti dopo è morto. Sapeva quali terribili rivelazioni sarebbero emerse se avessimo testimoniato contro di lui e ha preferito dunque la morte per mano propria a quella che sarebbe seguita a una condanna giudiziaria.
Chater, sebbene fosse uno dei più esperti ladri di gioielli in Europa, non si era mai macchiato di alcun reato più grave e, quando abbiamo saputo che si trovava a San Francisco, dove aveva aperto un piccolo bar e cercava di vivere onestamente, abbiamo deciso di lasciarlo lì. Jack, infatti, gli ha scritto circa nove mesi fa avvertendolo di non mettere mai più piede sul suolo inglese, pena l'arresto.
Olinto Santini ha recentemente aperto un piccolo ristorante in Western Road, a Brighton, e credo che gli stia andando molto bene.
E noi! Beh, cosa posso dirvi davvero? Le sole parole non bastano a descrivere la completezza della nostra felicità. È idilliaca: questo è tutto ciò che posso dire.
La mia proposta di matrimonio fu fatta a Elma pochissimi giorni dopo che ebbe messo per iscritto la sua sorprendente e romantica storia e, un anno fa, in una chiesetta di villaggio nell'Hertfordshire, siamo diventati marito e moglie; al nostro matrimonio era presente Madame Heath, la madre della mia sposa, alla quale, grazie ai miei sforzi presso gli ambienti ufficiali di Pietroburgo, era stata estesa la clemenza dello Zar, venendo così rilasciata da quella lontana prigione artica in cui era stata rinchiusa con tanta crudele ingiustizia.
Due dei più grandi specialisti di Londra hanno trattato continuamente la mia cara moglie e, sotto le loro cure, ella ha già recuperato la parola, tanto che ora può sussurrare con voce bassa e dolce. Mi dicono però di essere fiduciosi che, prima o poi, la sua voce diventerà più forte e la parola sarà praticamente ripristinata. Inoltre, ha già iniziato a sentire.
Dopo tutte le tempeste e i pericoli del passato, le nostre vite sono ora davvero colme di una calma e dolce pace. Nella nostra comoda casetta, con il suo portico a graticcio coperto di rose e caprifogli, che si affaccia sul blu del Canale a St. Margaret's Bay, oltre Dover, conduciamo una vita di reciproca fiducia e amore sconfinato. Siamo supremamente appagati: la coppia più felice di tutto il mondo, crediamo.
Spesso, mentre sediamo insieme la sera, guardando le grandi navi che passano oscure verso il misterioso bagliore del tramonto, le nostre mani si stringono in un silenzio più eloquente delle parole, e mentre guardiamo nei nostri occhi ci sovviene l'ingiunzione Divina: "QUEL CHE DIO HA CONGIUNTO, L'UOMO NON SEPARI".
FINE