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The Extraordinary Adventures of Arsène Lupin, Gentleman-Burglar

by Maurice Leblanc · in Italian

Le straordinarie avventure di Arsène Lupin, Ladro gentiluomo

Di Maurice Leblanc

Tradotto dal francese Da George Morehead

Indice:

I. L'arresto di Arsène Lupin II. Arsène Lupin in prigione III. L'evasione di Arsène Lupin IV. Il viaggiatore misterioso V. La collana della regina VI. Il sette di cuori VII. La cassaforte della signora Imbert VIII. La perla nera IX. Sherlock Holmes arriva troppo tardi

I. L'arresto di Arsène Lupin

Fu uno strano epilogo per un viaggio iniziato nel migliore dei modi. Il piroscafo transatlantico «La Provence» era una nave veloce e confortevole, comandata da un uomo quanto mai affabile. I passeggeri formavano una società selezionata e deliziosa. Il fascino di nuove conoscenze e i divertimenti improvvisati facevano passare il tempo in modo gradevole. Godevamo della piacevole sensazione di essere separati dal mondo, vivendo, per così dire, su un’isola sconosciuta e, di conseguenza, obbligati a essere socievoli l’uno con l’altro.

Vi siete mai soffermati a considerare quanta originalità e spontaneità emanino da questi vari individui che, la sera precedente, nemmeno si conoscevano e che ora, per diversi giorni, sono condannati a condurre una vita di estrema intimità, sfidando congiuntamente l’ira dell’oceano, il terribile assalto dei flutti, la violenza della tempesta e l’agonizzante monotonia dell’acqua calma e soporifera? Una tale vita diventa una sorta di esistenza tragica, con le sue burrasche e le sue grandezze, la sua monotonia e la sua diversità; ed è per questo, forse, che ci imbarchiamo per quel breve viaggio con sentimenti misti di piacere e timore.

Ma, negli ultimi anni, una nuova sensazione si era aggiunta alla vita del viaggiatore transatlantico. La piccola isola galleggiante è ora legata al mondo dal quale un tempo era del tutto libera. Un vincolo li unisce, fin nel cuore stesso delle distese acquatiche dell’Atlantico. Quel vincolo è il telegrafo senza fili, per mezzo del quale riceviamo notizie nel modo più misterioso. Sappiamo bene che il messaggio non è trasportato per mezzo di un filo cavo. No, il mistero è ancora più inspiegabile, più romantico, e dobbiamo ricorrere alle ali dell’aria per spiegare questo nuovo miracolo. Durante il primo giorno di viaggio, abbiamo sentito di essere seguiti, scortati, persino preceduti da quella voce lontana che, di tanto in tanto, sussurrava a qualcuno di noi poche parole dal mondo che si allontanava. Due amici parlarono con me. Dieci, venti altri inviarono parole allegre o cupe di commiato ad altri passeggeri.

Il secondo giorno, a una distanza di cinquecento miglia dalla costa francese, nel bel mezzo di una violenta tempesta, ricevemmo il seguente messaggio per mezzo del telegrafo senza fili:

«Arsène Lupin è sulla vostra nave, prima classe, capelli biondi, ferita all'avambraccio destro, viaggia solo sotto il nome di R........»

In quel momento, un terribile lampo squarciò i cieli tempestosi. Le onde elettriche furono interrotte. Il resto del dispaccio non ci raggiunse mai. Del nome sotto il quale Arsène Lupin si nascondeva, conoscevamo solo l'iniziale.

Se la notizia avesse avuto un carattere diverso, non ho dubbi che il segreto sarebbe stato custodito gelosamente sia dall'operatore telegrafico che dagli ufficiali della nave. Ma era uno di quegli eventi destinati a sfuggire alla più rigorosa discrezione. Lo stesso giorno, nessuno sa come, l'incidente divenne argomento di chiacchiere correnti e ogni passeggero sapeva che il famoso Arsène Lupin si nascondeva in mezzo a noi.

Arsène Lupin in mezzo a noi! L'irresponsabile scassinatore le cui gesta erano state narrate su tutti i giornali durante gli ultimi mesi! Il misterioso individuo con il quale Ganimard, il nostro più astuto investigatore, era stato impegnato in un conflitto implacabile in mezzo a scenari interessanti e pittoreschi. Arsène Lupin, l'eccentrico gentiluomo che opera solo nei castelli e nei salotti, e che, una notte, entrò nella residenza del barone Schormann, ma ne uscì a mani vuote, lasciando, tuttavia, il suo biglietto da visita sul quale aveva scarabocchiato queste parole: «Arsène Lupin, ladro gentiluomo, tornerà quando i mobili saranno autentici». Arsène Lupin, l'uomo dai mille travestimenti: a turno autista, detective, allibratore, medico russo, torero spagnolo, rappresentante di commercio, giovane robusto o vecchio decrepito.

Poi considerate questa situazione sbalorditiva: Arsène Lupin stava vagando entro i confini limitati di un piroscafo transatlantico; in quel piccolissimo angolo di mondo, in quella sala da pranzo, in quella sala fumatori, in quel salone di musica! Arsène Lupin era, forse, questo gentiluomo... o quell'altro... il mio vicino di tavolo... il compagno della mia cabina...

«E questo stato di cose durerà per cinque giorni!» esclamò Miss Nelly Underdown, la mattina seguente. «È insopportabile! Spero che venga arrestato.»

Poi, rivolgendosi a me, aggiunse:

«E lei, Monsieur d’Andrézy, lei è in confidenza con il capitano; sicuramente saprà qualcosa?»

Sarei stato lieto di possedere qualsiasi informazione che potesse interessare Miss Nelly. Era una di quelle creature magnifiche che attirano inevitabilmente l'attenzione in ogni assemblea. Ricchezza e bellezza formano una combinazione irresistibile, e Nelly possedeva entrambe.

Educata a Parigi sotto le cure di una madre francese, stava ora andando a trovare suo padre, il milionario Underdown di Chicago. Era accompagnata da una delle sue amiche, Lady Jerland.

Dapprima, avevo deciso di iniziare un flirt con lei; ma, nella rapidamente crescente intimità del viaggio, fui presto colpito dai suoi modi affascinanti e i miei sentimenti divennero troppo profondi e reverenziali per un semplice flirt. Inoltre, lei accoglieva le mie attenzioni con un certo grado di favore. Si degnava di ridere alle mie battute e di mostrare interesse per le mie storie. Eppure sentivo di avere un rivale nella persona di un giovane dai gusti sobri e raffinati; e mi colpiva, a volte, che lei preferisse il suo umore taciturno alla mia frivolezza parigina. Egli faceva parte della cerchia di ammiratori che circondava Miss Nelly nel momento in cui mi rivolse la suddetta domanda. Eravamo tutti comodamente seduti sulle nostre sedie a sdraio. La tempesta della sera precedente aveva ripulito il cielo. Il tempo era ora delizioso.

«Non ho una conoscenza precisa, mademoiselle,» risposi, «ma non possiamo, noi stessi, indagare sul mistero tanto bene quanto il detective Ganimard, il nemico personale di Arsène Lupin?»

«Oh! oh! lei corre molto, monsieur.»

«Niente affatto, mademoiselle. In primo luogo, mi permetta di chiederle, trova il problema complicato?»

«Molto complicato.»

«Ha dimenticato la chiave che abbiamo per la soluzione del problema?»

«Quale chiave?»

«In primo luogo, Lupin si fa chiamare Monsieur R-------.»

«Informazione piuttosto vaga,» rispose lei.

«In secondo luogo, viaggia solo.»

«Questo la aiuta?» chiese.

«In terzo luogo, è biondo.»

«Ebbene?»

«Allora non dobbiamo far altro che scorrere la lista dei passeggeri e procedere per eliminazione.»

Avevo quella lista in tasca. La tirai fuori e la esaminai. Poi osservai:

«Trovo che ci siano solo tredici uomini nella lista dei passeggeri il cui nome inizia con la lettera R.»

«Solo tredici?»

«Sì, in prima classe. E di quei tredici, trovo che nove siano accompagnati da donne, bambini o servitori. Ciò ne lascia solo quattro che viaggiano soli. Primo, il marchese de Raverdan----»

«Segretario dell'ambasciatore americano,» interruppe Miss Nelly. «Lo conosco.»

«Il maggiore Rawson,» continuai.

«È mio zio,» disse qualcuno.

«Il signor Rivolta.»

«Eccomi!» esclamò un italiano, il cui volto era celato sotto una folta barba nera.

Miss Nelly scoppiò a ridere ed esclamò: «Quell'uomo difficilmente può essere definito biondo.»

«Molto bene, allora,» dissi, «siamo costretti a concludere che il colpevole sia l'ultimo della lista.»

«Come si chiama?»

«Il signor Rozaine. Qualcuno lo conosce?»

Nessuno rispose. Ma Miss Nelly si voltò verso il giovane taciturno, le cui attenzioni verso di lei mi avevano infastidito, e disse:

«Ebbene, Monsieur Rozaine, perché non risponde?»

Tutti gli occhi erano ora puntati su di lui. Era biondo. Devo confessare che io stesso provai un brivido di sorpresa, e il profondo silenzio che seguì la sua domanda indicava che anche gli altri presenti guardavano alla situazione con un senso di improvviso allarme. Tuttavia, l'idea era assurda, poiché il gentiluomo in questione presentava un'aria di perfetta innocenza.

«Perché non rispondo?» disse. «Perché, considerando il mio nome, la mia posizione di viaggiatore solitario e il colore dei miei capelli, sono già giunto alla stessa conclusione, e ora penso che dovrei essere arrestato.»

Presentava un aspetto strano mentre pronunciava queste parole. Le sue labbra sottili erano serrate più del solito e il suo volto era spettralmente pallido, mentre i suoi occhi erano striati di sangue. Certo, stava scherzando, eppure il suo aspetto e il suo atteggiamento ci colpirono stranamente.

«Ma lei non ha la ferita?» disse Miss Nelly, ingenuamente.

«È vero,» rispose, «mi manca la ferita.»

Poi si tirò su la manica, togliendosi il polsino, e ci mostrò il braccio. Ma quell'azione non mi ingannò. Ci aveva mostrato il braccio sinistro, ed ero sul punto di attirare la sua attenzione sul fatto, quando un altro incidente deviò la nostra attenzione. Lady Jerland, l'amica di Miss Nelly, venne correndo verso di noi in uno stato di grande eccitazione, esclamando:

«I miei gioielli, le mie perle! Qualcuno li ha rubati tutti!»

No, non erano spariti tutti, come scoprimmo presto. Il ladro ne aveva presi solo una parte; una cosa molto curiosa. Dei fiori di diamante, dei pendenti ingioiellati, dei braccialetti e delle collane, il ladro aveva preso, non i più grandi, ma le pietre più fini e preziose. Le montature giacevano sul tavolo. Le vidi lì, spogliate dei loro gioielli, come fiori dai quali i bei petali colorati erano stati spietatamente strappati. E questo furto doveva essere stato commesso nel momento in cui Lady Jerland stava prendendo il tè; in pieno giorno, in una cabina che dava su un corridoio molto frequentato; inoltre, il ladro era stato costretto a forzare la porta della cabina, cercare il portagioie, che era nascosto sul fondo di una cappelliera, aprirlo, selezionare il bottino e rimuoverlo dalle montature.

Certo, tutti i passeggeri giunsero istantaneamente alla stessa conclusione; era opera di Arsène Lupin.

Quel giorno, al tavolo del pranzo, i posti alla destra e alla sinistra di Rozaine rimasero vuoti; e, durante la sera, si sparse la voce che il capitano lo avesse messo agli arresti, informazione che produsse un senso di sicurezza e sollievo. Respirammo di nuovo. Quella sera, riprendemmo i nostri giochi e le nostre danze. Miss Nelly, specialmente, mostrò uno spirito di sconsiderata allegria che mi convinse che, se le attenzioni di Rozaine le erano state gradite all'inizio, lei le aveva già dimenticate. Il suo fascino e il suo buonumore completarono la mia conquista. A mezzanotte, sotto una luna splendente, dichiarai la mia devozione con un ardore che non sembrò dispiacerle.

Ma, il giorno dopo, con nostro generale stupore, Rozaine era in libertà. Scoprimmo che le prove contro di lui non erano sufficienti. Aveva prodotto documenti perfettamente regolari, che mostravano che era il figlio di un ricco mercante di Bordeaux. Inoltre, le sue braccia non portavano la minima traccia di una ferita.

«Documenti! Certificati di nascita!» esclamarono i nemici di Rozaine, «certo, Arsène Lupin ve ne fornirà quanti ne desiderate. E quanto alla ferita, non l'ha mai avuta, o l'ha fatta sparire.»

Poi fu provato che, al momento del furto, Rozaine stava passeggiando sul ponte. Al che i suoi nemici risposero che un uomo come Arsène Lupin poteva commettere un crimine senza essere effettivamente presente. E poi, a parte ogni altra circostanza, rimaneva un punto a cui nemmeno i più scettici potevano rispondere: chi, se non Rozaine, viaggiava solo, era biondo e portava un nome che iniziava con la R? A chi puntava il telegramma, se non a Rozaine?

E quando Rozaine, pochi minuti prima della colazione, si avvicinò audacemente al nostro gruppo, Miss Nelly e Lady Jerland si alzarono e si allontanarono.

Un'ora dopo, una circolare manoscritta passava di mano in mano tra i marinai, gli steward e i passeggeri di ogni classe. Annunciava che il signor Louis Rozaine offriva una ricompensa di diecimila franchi per la scoperta di Arsène Lupin o di altra persona in possesso dei gioielli rubati.

«E se nessuno mi aiuterà, smaschererò io stesso il furfante,» dichiarò Rozaine.

Rozaine contro Arsène Lupin, o meglio, secondo l'opinione corrente, Arsène Lupin stesso contro Arsène Lupin; la sfida prometteva di essere interessante.

Nulla accadde durante i due giorni seguenti. Vedemmo Rozaine vagare, giorno e notte, cercando, interrogando, indagando. Anche il capitano mostrò una lodevole attività. Fece perquisire la nave da prua a poppa; mise a soqquadro ogni cabina sotto la plausibile teoria che i gioielli potessero essere nascosti ovunque, tranne che nella stanza del ladro.

«Suppongo che scopriranno qualcosa presto,» mi osservò Miss Nelly. «Potrà essere un mago, ma non può far diventare invisibili diamanti e perle.»

«Certamente no,» risposi, «ma dovrebbe esaminare la fodera dei nostri cappelli e dei nostri gilet e tutto ciò che portiamo con noi.»

Poi, mostrando la mia Kodak, una 9x12 con la quale l'avevo fotografata in varie pose, aggiunsi: «In un apparecchio non più grande di questo, una persona potrebbe nascondere tutti i gioielli di Lady Jerland. Potrebbe fingere di scattare foto e nessuno sospetterebbe il gioco.»

«Ma ho sentito dire che ogni ladro lascia qualche indizio dietro di sé.»

«Può essere generalmente vero,» risposi, «ma c'è un'eccezione: Arsène Lupin.»

«Perché?»

«Perché concentra i suoi pensieri non solo sul furto, ma su tutte le circostanze connesse ad esso che potrebbero servire come indizio per la sua identità.»

«Qualche giorno fa, era più fiducioso.»

«Sì, ma da allora l'ho visto all'opera.»

«E cosa ne pensa ora?» chiese.

«Beh, a mio parere, stiamo perdendo tempo.»

E, in effetti, l'indagine non aveva prodotto alcun risultato. Ma, nel frattempo, l'orologio del capitano era stato rubato. Era furioso. Intensificò i suoi sforzi e tenne Rozaine d'occhio più di prima. Ma, il giorno seguente, l'orologio fu trovato nel portacolletti del secondo ufficiale.

Questo incidente causò un considerevole stupore, e mostrò il lato umoristico di Arsène Lupin, scassinatore sebbene fosse, ma dilettante altrettanto. Univa l'utile al dilettevole. Ci ricordava l'autore che quasi morì in un accesso di risate provocato dalla propria commedia. Certamente, era un artista nel suo particolare campo di lavoro, e ogni volta che vedevo Rozaine, cupo e riservato, e pensavo al doppio ruolo che stava giocando, gli accordavo una certa misura di ammirazione.

La sera seguente, l'ufficiale di guardia sul ponte udì gemiti provenire dall'angolo più buio della nave. Si avvicinò e trovò un uomo steso lì, la testa avvolta in una spessa sciarpa grigia e le mani legate insieme con una corda pesante. Era Rozaine. Era stato aggredito, buttato a terra e derubato. Un biglietto, appuntato al suo cappotto, recava queste parole: «Arsène Lupin accetta con piacere i diecimila franchi offerti dal signor Rozaine». In effetti, il portafoglio rubato conteneva ventimila franchi.

Certo, alcuni accusarono lo sfortunato di aver simulato lui stesso questo attacco. Ma, a parte il fatto che non avrebbe potuto legarsi in quel modo, fu stabilito che la grafia sul biglietto era del tutto diversa da quella di Rozaine, ma, al contrario, somigliava alla grafia di Arsène Lupin così come era riprodotta in un vecchio giornale trovato a bordo.

Così apparve che Rozaine non era Arsène Lupin; ma era Rozaine, il figlio di un mercante di Bordeaux. E la presenza di Arsène Lupin fu ancora una volta affermata, e nel modo più allarmante.

Tale era lo stato di terrore tra i passeggeri che nessuno voleva rimanere solo in cabina o vagare singolarmente nelle zone poco frequentate della nave. Ci stringevamo l'uno all'altro per sicurezza. E tuttavia le conoscenze più intime erano alienate da un reciproco sentimento di sfiducia. Arsène Lupin era, ora, chiunque e tutti. Le nostre eccitate immaginazioni gli attribuivano un potere miracoloso e illimitato. Lo supponevamo capace di assumere i travestimenti più inaspettati; di essere, a turno, l'altamente rispettabile maggiore Rawson o il nobile marchese de Raverdan, o persino--poiché non ci fermavamo più alla lettera accusatrice R--o persino tale o talaltra persona ben nota a tutti noi, e avente moglie, figli e servitori.

I primi dispacci senza fili dall'America non portarono notizie; almeno, il capitano non ce ne comunicò alcuna. Il silenzio non era rassicurante.

Il nostro ultimo giorno sul piroscafo parve interminabile. Vivevamo nel timore costante di qualche disastro. Questa volta, non sarebbe stato un semplice furto o un'aggressione relativamente innocua; sarebbe stato un crimine, un omicidio. Nessuno immaginava che Arsène Lupin si sarebbe limitato a quei due bagattelle. Padrone assoluto della nave, con le autorità impotenti, poteva fare ciò che voleva; le nostre proprietà e le nostre vite erano alla sua mercé.

Eppure quelle furono ore deliziose per me, poiché mi assicurarono la confidenza di Miss Nelly. Profondamente colpita da quegli eventi sbalorditivi ed essendo di natura altamente nervosa, lei cercò spontaneamente al mio fianco una protezione e una sicurezza che fui felice di darle. Interiormente, benedissi Arsène Lupin. Non era stato lui il mezzo per avvicinare me e Miss Nelly? Grazie a lui, potevo ora indulgere in deliziosi sogni d'amore e felicità--sogni che, sentivo, non erano sgraditi a Miss Nelly. I suoi occhi sorridenti mi autorizzavano a farli; la dolcezza della sua voce mi esortava a sperare.

Mentre ci avvicinavamo alla costa americana, la ricerca attiva del ladro fu apparentemente abbandonata, e stavamo ansiosamente aspettando il momento supremo in cui l'enigma misterioso sarebbe stato spiegato. Chi era Arsène Lupin? Sotto quale nome, sotto quale travestimento si nascondeva il famoso Arsène Lupin? E, alla fine, quel momento supremo arrivò. Se vivrò cento anni, non ne dimenticherò i minimi dettagli.

«Come è pallida, Miss Nelly,» dissi alla mia compagna, mentre si appoggiava al mio braccio, quasi svenendo.

«E lei!» rispose, «ah! lei è così cambiato.»

«Pensi! questo è un momento quanto mai eccitante, e sono felice di passarlo con lei, Miss Nelly. Spero che la sua memoria tornerà talvolta---»

Ma lei non stava ascoltando. Era nervosa ed eccitata. La passerella fu messa in posizione, ma, prima che potessimo usarla, gli ufficiali doganali in uniforme salirono a bordo. Miss Nelly mormorò:

«Non sarei sorpresa di sentire che Arsène Lupin è scappato dalla nave durante il viaggio.»

«Forse ha preferito la morte al disonore, e si è tuffato nell'Atlantico piuttosto che essere arrestato.»

«Oh, non rida,» disse.

Improvvisamente trasalii e, in risposta alla sua domanda, dissi:

«Vede quel piccolo vecchio in piedi in fondo alla passerella?»

«Con un ombrello e un cappotto verde oliva?»

«È Ganimard.»

«Ganimard?»

«Sì, il celebre detective che ha giurato di catturare Arsène Lupin. Ah! posso capire ora perché non abbiamo ricevuto alcuna notizia da questo lato dell'Atlantico. Ganimard era qui! E lui tiene sempre segreti i suoi affari.»

«Allora pensa che arresterà Arsène Lupin?»

«Chi può dirlo? L'inaspettato accade sempre quando Arsène Lupin è coinvolto nella faccenda.»

«Oh!» esclamò lei, con quella curiosità morbosa tipica delle donne, «mi piacerebbe vederlo arrestato.»

«Dovrà avere pazienza. Senza dubbio, Arsène Lupin ha già visto il suo nemico e non avrà fretta di lasciare il piroscafo.»

I passeggeri stavano ora lasciando il piroscafo. Appoggiato al suo ombrello, con un'aria di incurante indifferenza, Ganimard sembrava non prestare alcuna attenzione alla folla che si precipitava giù dalla passerella. Il marchese de Raverdan, il maggiore Rawson, l'italiano Rivolta e molti altri avevano già lasciato la nave prima che apparisse Rozaine. Povero Rozaine!

«Forse è lui, dopo tutto,» mi disse Miss Nelly. «Cosa ne pensa?»

«Penso che sarebbe molto interessante avere Ganimard e Rozaine nella stessa immagine. Prenda la macchina fotografica. Io sono troppo carico.»

Le diedi la macchina fotografica, ma troppo tardi perché lei potesse usarla. Rozaine stava già passando davanti al detective. Un ufficiale americano, in piedi dietro Ganimard, si sporse in avanti e gli sussurrò all'orecchio. Il detective francese scrollò le spalle e Rozaine proseguì. Allora, mio Dio, chi era Arsène Lupin?

«Sì,» disse Miss Nelly, ad alta voce, «chi può essere?»

Non rimanevano più di venti persone a bordo. Ella le scrutò una a una, timorosa che Arsène Lupin non fosse tra loro.

«Non possiamo aspettare oltre,» le dissi.

Si avviò verso la passerella. Io la seguii. Ma non avevamo fatto dieci passi che Ganimard ci sbarrò il passaggio.

«Bene, che succede?» esclamai.

«Un momento, monsieur. Che fretta c'è?»

«Sto accompagnando mademoiselle.»

«Un momento,» ripeté, con tono autoritario. Poi, fissandomi negli occhi, disse:

«Arsène Lupin, non è vero?»

Risi e risposi: «No, semplicemente Bernard d’Andrézy.»

«Bernard d’Andrézy è morto in Macedonia tre anni fa.»

«Se Bernard d’Andrézy fosse morto, non sarei qui. Ma si sbaglia. Ecco i miei documenti.»

«Sono i suoi; e posso dirle esattamente come sono finiti in suo possesso.»

«Lei è un folle!» esclamai. «Arsène Lupin si è imbarcato sotto il nome di R---»

«Sì, un altro dei suoi trucchi; una falsa pista che li ha ingannati a Le Havre. Lei gioca bene, ragazzo mio, ma questa volta la fortuna le è avversa.»

Esitai un momento. Poi mi sferrò un colpo secco al braccio destro, che mi costrinse a emettere un grido di dolore. Aveva colpito la ferita, ancora non rimarginata, a cui si riferiva il telegramma.

Fui costretto ad arrendermi. Non c'era alternativa. Mi voltai verso Miss Nelly, che aveva sentito tutto. I nostri sguardi si incrociarono; poi lei lanciò un'occhiata alla Kodak che le avevo messo tra le mani e fece un gesto che mi diede l'impressione che avesse capito tutto. Sì, lì, tra le strette pieghe di pelle nera, nella cavità interna del piccolo oggetto che avevo avuto la precauzione di mettere nelle sue mani prima che Ganimard mi arrestasse, era lì che avevo depositato i ventimila franchi di Rozaine e le perle e i diamanti di Lady Jerland.

Oh! giuro che, in quel momento solenne, mentre ero nelle mani di Ganimard e dei suoi due assistenti, ero perfettamente indifferente a tutto, al mio arresto, all'ostilità della gente, a tutto tranne che a questa domanda: cosa farà Miss Nelly con le cose che le ho affidato?

In assenza di quella prova materiale e conclusiva, non avevo nulla da temere; ma Miss Nelly si sarebbe decisa a fornire tale prova? Mi avrebbe tradito? Avrebbe recitato la parte di un nemico che non può perdonare, o quella di una donna il cui disprezzo è mitigato da sentimenti di indulgenza e involontaria simpatia?

Mi passò davanti. Non dissi nulla, ma mi inchinai profondamente. Mescolata agli altri passeggeri, si avviò verso la passerella con la mia Kodak in mano. Mi venne in mente che non avrebbe osato smascherarmi pubblicamente, ma avrebbe potuto farlo una volta raggiunto un luogo più riservato. Tuttavia, quando ebbe percorso solo pochi metri sulla passerella, con un movimento di simulata goffaggine, lasciò cadere la macchina fotografica in acqua, tra la nave e la banchina. Poi percorse la passerella e si perse rapidamente tra la folla. Era uscita dalla mia vita per sempre.

Per un momento rimasi immobile. Poi, con grande stupore di Ganimard, mormorai:

«Che peccato che io non sia un uomo onesto!»

Questa fu la storia del suo arresto, così come mi fu narrata da Arsène Lupin in persona. I vari incidenti, che registrerò per iscritto in un secondo momento, hanno stabilito tra noi certi legami... dovrei dire di amicizia? Sì, oso credere che Arsène Lupin mi onori della sua amicizia e che sia per amicizia che ogni tanto viene a trovarmi, portando, nel silenzio della mia biblioteca, la sua giovanile esuberanza, il contagio del suo entusiasmo e l'allegria di un uomo per il quale il destino non ha che favori e sorrisi.

Il suo ritratto? Come posso descriverlo? L'ho visto venti volte e ogni volta era una persona diversa; perfino lui stesso mi disse in un'occasione: «Non so più chi sono. Non riesco a riconoscermi nello specchio.» Certamente, era un grande attore e possedeva una meravigliosa facoltà di travestirsi. Senza il minimo sforzo, poteva adottare la voce, i gesti e le maniere di un'altra persona.

«Perché,» diceva, «perché dovrei mantenere una forma e dei lineamenti definiti? Perché non evitare il pericolo di una personalità che è sempre la stessa? Le mie azioni serviranno a identificarmi.»

Poi aggiunse, con un tocco di orgoglio:

«Tanto meglio se nessuno potrà mai dire con assoluta certezza: Ecco Arsène Lupin! Il punto essenziale è che il pubblico possa riferirsi al mio operato e dire, senza timore di sbagliare: Arsène Lupin ha fatto questo!»

II. Arsène Lupin in prigione

Non c'è turista degno di questo nome che non conosca le rive della Senna e che non abbia notato, passando, il piccolo castello feudale di Malaquis, costruito su una roccia al centro del fiume. Un ponte ad arco lo collega alla riva. Tutto intorno, le calme acque del grande fiume giocano pacificamente tra i canneti e le ballerine volteggiano sulle creste umide delle pietre.

La storia del castello di Malaquis è tempestosa come il suo nome, aspra come i suoi contorni. Ha attraversato una lunga serie di combattimenti, assedi, assalti, rapine e massacri. Un racconto dei crimini che vi sono stati commessi farebbe tremare anche il cuore più audace. Molte sono le leggende misteriose legate al castello, che ci parlano di un famoso tunnel sotterraneo che anticamente conduceva all'abbazia di Jumièges e al maniero di Agnès Sorel, amante di Carlo VII.

In quell'antica dimora di eroi e briganti, viveva ora il barone Nathan Cahorn; o barone Satana, come veniva chiamato un tempo alla Borsa, dove aveva accumulato una fortuna con incredibile rapidità. I signori di Malaquis, assolutamente rovinati, erano stati costretti a vendere l'antico castello a gran prezzo. Esso conteneva un'ammirevole collezione di mobili, quadri, intagli in legno e maioliche. Il barone vi viveva solo, assistito da tre vecchi servitori. Nessuno entra mai nel posto. Nessuno aveva mai visto i tre Rubens che possedeva, i suoi due Watteau, il suo pulpito di Jean Goujon e i molti altri tesori che aveva acquisito con un vasto dispendio di denaro alle aste pubbliche.

Il barone Satana viveva nel costante timore, non per se stesso, ma per i tesori che aveva accumulato con così fervida devozione e con tanta perspicacia che il mercante più astuto non avrebbe saputo dire che il barone avesse mai errato nel gusto o nel giudizio. Li amava, i suoi bibelots. Li amava intensamente, come un avaro; gelosamente, come un amante. Ogni giorno, al tramonto, i cancelli di ferro alle due estremità del ponte e all'ingresso della corte d'onore vengono chiusi e sbarrati. Al minimo tocco su questi cancelli, campanelli elettrici suonano in tutto il castello.

Un giovedì di settembre, un postino si presentò al cancello in cima al ponte e, come al solito, fu il barone stesso ad aprire parzialmente il pesante portone. Scruto l'uomo con minuziosità come se fosse un estraneo, sebbene il volto onesto e gli occhi scintillanti del postino fossero familiari al barone da molti anni. L'uomo rise, dicendo:

«Sono solo io, Monsieur le Baron. Non è un altro uomo che indossa il mio berretto e la mia blusa.»

«Non si può mai dire,» mormorò il barone.

L'uomo gli consegnò alcuni giornali e poi disse:

«E ora, Monsieur le Baron, ecco una novità.»

«Una novità?»

«Sì, una lettera. Una lettera raccomandata.»

Vivendo da recluso, senza amici o rapporti d'affari, il barone non riceveva mai lettere, e quella che gli veniva presentata suscitò immediatamente in lui un sentimento di sospetto e sfiducia. Era come un cattivo presagio. Chi era questo misterioso corrispondente che osava disturbare la tranquillità del suo ritiro?

«Deve firmare per riceverla, Monsieur le Baron.»

Firmò; poi prese la lettera, attese che il postino fosse scomparso oltre la curva della strada e, dopo aver camminato nervosamente avanti e indietro per qualche minuto, si appoggiò al parapetto del ponte e aprì la busta. Conteneva un foglio di carta, recante questa intestazione: Prison de la Santé, Parigi. Guardò la firma: _Arsène Lupin_. Poi lesse:

«Monsieur le Baron:

«C'è, nella galleria del vostro castello, un quadro di Philippe de Champaigne, di squisita fattura, che mi compiace oltre misura. Anche i vostri Rubens sono di mio gusto, così come il più piccolo dei vostri Watteau. Nel salone a destra, ho notato il tavolo da cadenza Luigi XIII, gli arazzi di Beauvais, il gueridon Impero firmato "Jacob" e il cassettone rinascimentale. Nel salone a sinistra, tutto il mobile pieno di gioielli e miniature.

«Per il momento, mi accontenterò di quegli articoli che possono essere comodamente rimossi. Vi chiedo pertanto di imballarli con cura e di spedirmeli, con spese prepagate, alla stazione di Batignolles, entro otto giorni, altrimenti sarò costretto a rimuoverli io stesso durante la notte del 27 settembre; ma, in tal caso, non mi accontenterò degli articoli sopra menzionati.

«Accettate le mie scuse per qualsiasi inconveniente io possa causarvi, e credetemi vostro umile servitore,

«Arsène Lupin.»

«P. S. -- Vi prego di non inviare il Watteau più grande. Sebbene lo abbiate pagato trentamila franchi, è solo una copia, essendo l'originale stato bruciato, sotto il Direttorio da Barras, durante una notte di dissolutezza. Consultate le memorie di Garat.

«Non mi interessa la châtelaine Luigi XV, poiché dubito della sua autenticità.»

Quella lettera sconvolse completamente il barone. Se avesse recato una qualsiasi altra firma, sarebbe stato molto allarmato, ma firmata da Arsène Lupin!

Da lettore abituale dei giornali, era versato nella storia dei crimini recenti ed era quindi ben al corrente delle imprese del misterioso ladro. Naturalmente, sapeva che Lupin era stato arrestato in America dal suo nemico Ganimard ed era attualmente incarcerato nella prigione della Santé. Ma sapeva anche che da Arsène Lupin ci si poteva aspettare qualsiasi miracolo. Inoltre, quella conoscenza esatta del castello, la posizione dei quadri e dei mobili, davano alla faccenda un aspetto allarmante. Come poteva aver acquisito quelle informazioni riguardo a cose che nessuno aveva mai visto?

Il barone alzò gli occhi e contemplò i contorni severi del castello, il suo ripido piedistallo roccioso, la profondità dell'acqua circostante, e strinse le spalle. Certamente, non c'era pericolo. Nessuno al mondo avrebbe potuto forzare un ingresso nel santuario che conteneva i suoi inestimabili tesori.

Nessuno, forse, tranne Arsène Lupin! Per lui, cancelli, mura e ponti levatoi non esistevano. A che servivano gli ostacoli più formidabili o le precauzioni più attente, se Arsène Lupin avesse deciso di fare irruzione?

Quella sera scrisse al Procuratore della Repubblica di Rouen. Allegò la lettera minatoria e sollecitò aiuto e protezione.

La risposta giunse subito: Arsène Lupin era detenuto nella prigione della Santé, sotto stretta sorveglianza, senza alcuna possibilità di scrivere una simile lettera, che era, senza dubbio, opera di qualche impostore. Ma, come atto di precauzione, il Procuratore aveva sottoposto la lettera a un perito calligrafo, il quale dichiarò che, a dispetto di certe somiglianze, la grafia non era quella del prigioniero.

Ma le parole «a dispetto di certe somiglianze» colsero l'attenzione del barone; in esse lesse la possibilità di un dubbio che gli apparve sufficiente a giustificare l'intervento della legge. Le sue paure crebbero. Rilesse la lettera di Lupin ancora e ancora. «Sarò costretto a rimuoverli io stesso.» E poi c'era la data fissata: la notte del 27 settembre.

Confidarsi con i suoi servitori era un procedimento ripugnante alla sua natura; ma ora, per la prima volta da molti anni, provava la necessità di cercare consiglio presso qualcuno. Abbandonato dal funzionario legale del suo distretto e sentendosi incapace di difendersi con le proprie risorse, era sul punto di andare a Parigi per ingaggiare i servizi di un detective.

Trascorsero due giorni; il terzo giorno, fu colmato di speranza e gioia nel leggere la seguente notizia sul ‘Reveil de Caudebec’, un giornale pubblicato in una città vicina:

«Abbiamo il piacere di intrattenere nella nostra città, in questo momento, il veterano detective Monsieur Ganimard, che ha acquisito una reputazione mondiale con la sua abile cattura di Arsène Lupin. È venuto qui per riposo e svago e, essendo un entusiasta pescatore, minaccia di catturare tutti i pesci del nostro fiume.»

Ganimard! Ah, ecco l'assistenza desiderata dal barone Cahorn! Chi poteva sventare i piani di Arsène Lupin meglio di Ganimard, il paziente e astuto detective? Era l'uomo giusto al posto giusto.

Il barone non esitò. La città di Caudebec distava solo sei chilometri dal castello, una breve distanza per un uomo il cui passo era accelerato dalla speranza di salvezza.

Dopo diversi tentativi infruttuosi di accertare l'indirizzo del detective, il barone visitò la redazione del ‘Reveil’, situata sul quai. Lì trovò l'autore dell'articolo che, avvicinandosi alla finestra, esclamò:

«Ganimard? Perché, è sicuro di vederlo da qualche parte sul quai con la sua canna da pesca. L'ho incontrato lì e per caso ho letto il suo nome inciso sulla sua canna. Ah, eccolo lì adesso, sotto gli alberi.»

«Quell'omino, con il cappello di paglia?»

«Esattamente. È un tipo brusco, con poco da dire.»

Cinque minuti dopo, il barone si avvicinò al celebre Ganimard, si presentò e cercò di iniziare una conversazione, ma fu un fallimento. Poi affrontò il vero oggetto del suo colloquio e espose brevemente il suo caso. L'altro ascoltò, immobile, con l'attenzione rivolta alla sua canna da pesca. Quando il barone ebbe finito la sua storia, il pescatore si voltò, con aria di profonda pietà, e disse:

«Monsieur, non è costume dei ladri avvertire le persone che stanno per derubare. Arsène Lupin, specialmente, non commetterebbe una tale follia.»

«Ma---»

«Monsieur, se avessi il minimo dubbio, mi creda, il piacere di catturare di nuovo Arsène Lupin mi metterebbe a sua completa disposizione. Ma, sfortunatamente, quel giovanotto è già sotto chiave.»

«Potrebbe essere scappato.»

«Nessuno è mai scappato dalla Santé.»

«Ma, lui---»

«Lui, non più di chiunque altro.»

«Eppure---»

«Bene, se scappa, tanto meglio. Lo catturerò di nuovo. Nel frattempo, torni a casa e dorma sonni tranquilli. Questo basterà per il momento. Spaventa i pesci.»

La conversazione era finita. Il barone tornò al castello, rassicurato in una certa misura dall'indifferenza di Ganimard. Esaminò i chiavistelli, sorvegliò i servitori e, durante le successive quarantott'ore, divenne quasi persuaso che i suoi timori fossero infondati. Certamente, come aveva detto Ganimard, i ladri non avvertono le persone che stanno per derubare.

Il giorno fatidico era vicino. Era ormai il ventisei settembre e non era successo nulla. Ma alle tre del pomeriggio suonò il campanello. Un ragazzo portò questo telegramma:

«Nessuna merce alla stazione di Batignolles. Preparate tutto per domani sera. Arsène.»

Questo telegramma gettò il barone in uno stato di tale eccitazione che prese persino in considerazione l'opportunità di cedere alle richieste di Lupin.

Tuttavia, si affrettò verso Caudebec. Ganimard stava pescando nello stesso posto, seduto su uno sgabello pieghevole. Senza una parola, gli porse il telegramma.

«Bene, e quindi?» disse il detective.

«E quindi? Ma è domani.»

«Cosa c'è domani?»

«Il furto! Il saccheggio delle mie collezioni!»

Ganimard posò la canna da pesca, si voltò verso il barone ed esclamò, con tono di impazienza:

«Ah! Pensa che mi preoccuperò di una storia così sciocca come questa!»

«Quanto vuole per passare la notte di domani nel castello?»

«Non un soldo. Ora, mi lasci stare.»

«Faccia il suo prezzo. Sono ricco e posso pagarlo.»

Questa offerta sconcertò Ganimard, che rispose, con calma:

«Sono qui in vacanza. Non ho il diritto di intraprendere un lavoro simile.»

«Nessuno lo saprà. Prometto di mantenerlo segreto.»

«Oh! non succederà nulla.»

«Venga! tremila franchi. Saranno sufficienti?»

Il detective, dopo un momento di riflessione, disse:

«Va bene. Ma devo avvertirla che sta buttando i suoi soldi dalla finestra.»

«Non mi importa.»

«In tal caso... ma, dopo tutto, cosa sappiamo di questo diavolo di Lupin! Potrebbe avere con sé una banda di ladri piuttosto numerosa. È sicuro dei suoi servitori?»

«Fede mia---»

«Meglio non contare su di loro. Manderò un telegramma a due dei miei uomini per aiutarmi. E ora, vada! È meglio non farci vedere insieme. Domani sera verso le nove.»

* * * * *

Il giorno seguente, la data fissata da Arsène Lupin, il barone Cahorn dispose tutta la sua panoplia di guerra, tirò a lucido le sue armi e, come una sentinella, camminò avanti e indietro davanti al castello. Non vide nulla, non sentì nulla. Alle otto e mezza di sera, congedò i suoi servitori. Occupavano stanze in un'ala dell'edificio, in un punto appartato, ben lontano dalla parte principale del castello. Poco dopo, il barone udì il suono di passi in avvicinamento. Erano Ganimard e i suoi due assistenti: tipi grandi e potenti con mani immense e colli da toro. Dopo aver fatto alcune domande relative alla posizione dei vari ingressi e delle stanze, Ganimard chiuse e barricò accuratamente tutte le porte e le finestre attraverso le quali si poteva accedere alle stanze minacciate. Ispezionò le pareti, sollevò gli arazzi e infine installò i suoi assistenti nella galleria centrale, situata tra i due saloni.

«Niente sciocchezze! Non siamo qui per dormire. Al minimo rumore, aprite le finestre della corte e chiamatemi. Fate attenzione anche al lato dell'acqua. Dieci metri di roccia perpendicolare non sono un ostacolo per quei diavoli.»

Ganimard chiuse a chiave i suoi assistenti nella galleria, portò via le chiavi e disse al barone:

«E ora, al nostro posto.»

Aveva scelto per sé una piccola stanza situata nello spesso muro esterno, tra le due porte principali, e che, in anni passati, era stata l'alloggio della guardia. Uno spionaggio si apriva sul ponte; un altro sulla corte. In un angolo c'era un'apertura verso un tunnel.

«Credo mi abbia detto, Monsieur le Baron, che questo tunnel è l'unico ingresso sotterraneo al castello e che è chiuso da tempo immemorabile?»

«Sì.»

«Allora, a meno che non ci sia qualche altro ingresso, noto solo ad Arsène Lupin, siamo abbastanza al sicuro.»

Sistemò tre sedie insieme, vi si distese sopra, accese la pipa e sospirò:

«Davvero, Monsieur le Baron, mi vergogno ad accettare i suoi soldi per una sinecura come questa. Racconterò la storia al mio amico Lupin. Si divertirà immensamente.»

Il barone non rise. Stava ascoltando ansiosamente, ma non sentiva nulla se non il battito del proprio cuore. Di tanto in tanto, si sporgeva sul tunnel e gettava uno sguardo timoroso nelle sue profondità. Sentì l'orologio battere le undici, mezzanotte, l'una.

Improvvisamente, afferrò il braccio di Ganimard. Quest'ultimo balzò in piedi, svegliato dal suo sonno.

«Sente?» chiese il barone, in un sussurro.

«Sì.»

«Cos'è?»

«Stavo russando, suppongo.»

«No, no, ascolti.»

«Ah! sì, è il clacson di un'automobile.»

«Ebbene?»

«Ebbene! è molto improbabile che Lupin usi un'automobile come un ariete per demolire il suo castello. Venga, Monsieur le Baron, torni al suo posto. Io vado a dormire. Buonanotte.»

Quello fu l'unico allarme. Ganimard riprese il suo sonno interrotto e il barone non sentì altro che il russare regolare del suo compagno. Allo spuntare del giorno, lasciarono la stanza. Il castello era avvolto in una calma profonda; era un'alba pacifica sul seno di un fiume tranquillo. Salirono le scale, Cahorn raggiante di gioia, Ganimard calmo come al solito. Non sentirono alcun suono; non videro nulla che potesse destare sospetto.

«Che cosa le avevo detto, Monsieur le Baron? Davvero, non avrei dovuto accettare la sua offerta. Mi vergogno.»

Aprì la porta ed entrò nella galleria. Su due sedie, con le teste reclinate e le braccia penzolanti, i due assistenti del detective dormivano.

«Tonnerre de nom d’un chien!» esclamò Ganimard. Nello stesso momento, il barone gridò:

«I quadri! La credenza!»

Balbettò, soffocò, con le braccia protese verso i luoghi vuoti, verso le pareti denudate dove non restava più nulla se non chiodi e corde inutili. Il Watteau, sparito! Il Rubens, portato via! Gli arazzi staccati! Le credenze, spogliate dei loro gioielli!

«E i miei candelabri Luigi XVI! E il lampadario del Reggente!... E la mia Vergine del dodicesimo secolo!»

Corse da un punto all'altro in preda alla più folle disperazione. Ricordava il prezzo d'acquisto di ogni articolo, sommava le cifre, conteggiava le sue perdite, alla rinfusa, con parole confuse e frasi tronche. Batteva i piedi per la rabbia; gemeva per il dolore. Si comportava come un uomo rovinato la cui unica speranza è il suicidio.

Se qualcosa avrebbe potuto consolarlo, sarebbe stata la stupefazione mostrata da Ganimard. Il celebre investigatore non si mosse. Sembrava pietrificato; esaminò la stanza con aria svogliata. Le finestre?... chiuse. Le serrature delle porte?... intatte. Non una crepa nel soffitto; non un buco nel pavimento. Tutto era in perfetto ordine. Il furto era stato eseguito metodicamente, secondo un piano logico e inesorabile.

«Arsène Lupin... Arsène Lupin», mormorò.

Improvvisamente, come mosso dalla rabbia, si precipitò sui suoi due assistenti e li scosse violentemente. Non si svegliarono.

«Il diavolo!» esclamò. «Può essere possibile?»

Si chinò su di loro e, a sua volta, li esaminò attentamente. Dormivano; ma la loro reazione non era naturale.

«Sono stati drogati», disse al barone.

«Da chi?»

«Da lui, naturalmente, o dai suoi uomini sotto la sua direzione. Quel lavoro porta il suo marchio.»

«In tal caso, sono rovinato... non c'è nulla da fare.»

«Nulla», assentì Ganimard.

«È spaventoso; è mostruoso.»

«Sporga denuncia.»

«A cosa servirà?»

«Oh, è bene provarci. La legge ha alcune risorse.»

«La legge! Bah! È inutile. Lei rappresenta la legge e, in questo momento, quando dovrebbe cercare un indizio e tentare di scoprire qualcosa, non si muove nemmeno.»

«Scoprire qualcosa con Arsène Lupin! Ma, mio caro monsieur, Arsène Lupin non lascia mai dietro di sé alcun indizio. Non lascia nulla al caso. A volte penso che si sia messo sulla mia strada e mi abbia semplicemente permesso di arrestarlo in America.»

«Allora, devo rinunciare ai miei quadri! Ha preso i gioielli della mia collezione. Darei una fortuna per recuperarli. Se non c'è altro modo, che faccia lui stesso il suo prezzo.»

Ganimard osservò il barone attentamente, mentre diceva:

«Beh, questo è sensato. Intende mantenere la parola?»

«Sì, sì. Ma perché?»

«Un'idea che ho.»

«Qual è?»

«Ne discuteremo più tardi, se l'esame ufficiale non avrà successo. Ma, nemmeno una parola su di me, se desidera la mia assistenza.»

Aggiunse, tra i denti:

«È vero che non ho nulla di cui vantarmi in questa faccenda.»

Gli assistenti riprendevano gradualmente conoscenza con l'aria smarrita di chi esce da un sonno ipnotico. Aprirono gli occhi e si guardarono attorno con stupore. Ganimard li interrogò; non ricordavano nulla.

«Ma dovete pur aver visto qualcuno?»

«No.»

«Non riuscite a ricordare?»

«No, no.»

«Avete bevuto qualcosa?»

Rifletterono un momento, poi uno di loro rispose:

«Sì, ho bevuto un po' d'acqua.»

«Da quella caraffa?»

«Sì.»

«Anche io», dichiarò l'altro.

Ganimard la annusò e l'assaggiò. Non aveva alcun gusto particolare né odore.

«Andiamo», disse, «stiamo sprecando il nostro tempo qui. Non si può decidere un problema di Arsène Lupin in cinque minuti. Ma, morbleu! Giuro che lo catturerò di nuovo.»

Lo stesso giorno, una denuncia per furto con scasso fu debitamente sporta dal barone Cahorn contro Arsène Lupin, detenuto nella Prison de la Santé.

* * * * *

Il barone in seguito si pentì di aver sporto denuncia contro Lupin quando vide il suo castello consegnato ai gendarmi, al procuratore, al giudice istruttore, ai giornalisti e ai fotografi, e a una folla di oziosi curiosi.

La faccenda divenne presto oggetto di discussione generale e il nome di Arsène Lupin eccitò l'immaginazione del pubblico a tal punto che i giornali riempirono le loro colonne con le storie più fantastiche delle sue imprese, che trovarono pronta credenza tra i loro lettori.

Ma la lettera di Arsène Lupin pubblicata sull'Echo de France (nessuno seppe mai come il giornale l'avesse ottenuta), quella lettera in cui il barone Cahorn veniva impudentemente avvertito dell'imminente furto, causò una notevole agitazione. Vennero avanzate le teorie più favolose. Alcuni ricordarono l'esistenza dei famosi tunnel sotterranei, e quella fu la linea di ricerca seguita dagli agenti della legge, che setacciarono la casa da cima a fondo, interrogarono ogni pietra, studiarono le boiserie e i camini, gli infissi delle finestre e le travi dei soffitti. Alla luce delle torce, esaminarono le immense cantine dove i signori di Malaquis erano soliti conservare le loro munizioni e provviste. Sondarono le fondamenta rocciose fino al loro centro. Ma tutto fu vano. Non scoprirono alcuna traccia di tunnel sotterraneo. Non esisteva alcun passaggio segreto.

Ma l'impaziente pubblico dichiarava che i quadri e i mobili non potevano svanire come tanti fantasmi. Sono cose sostanziali, materiali, e richiedono porte e finestre per le loro uscite e i loro ingressi, e così pure le persone che li rimuovono. Chi erano quelle persone? Come hanno ottenuto l'accesso al castello? E come ne sono uscite?

Gli agenti di polizia di Rouen, convinti della propria impotenza, sollecitarono l'assistenza della forza investigativa parigina. Il signor Dudouis, capo della Sûreté, inviò i migliori investigatori della brigata mobile. Egli stesso trascorse quarantotto ore al castello, ma non ottenne alcun successo. Poi mandò a chiamare Ganimard, i cui passati servizi si erano rivelati così utili quando tutto il resto falliva.

Ganimard ascoltò, in silenzio, le istruzioni del suo superiore; poi, scuotendo la testa, disse:

«A mio parere, è inutile rovistare il castello. La soluzione del problema risiede altrove.»

«Dove, allora?»

«Con Arsène Lupin.»

«Con Arsène Lupin! Per sostenere quella teoria, dobbiamo ammettere il suo intervento.»

«Lo ammetto. Infatti, lo considero del tutto certo.»

«Andiamo, Ganimard, è assurdo. Arsène Lupin è in prigione.»

«Concedo che Arsène Lupin sia in prigione, strettamente sorvegliato; ma deve avere i ceppi ai piedi, le manette ai polsi e il bavaglio in bocca prima che io cambi opinione.»

«Perché così ostinato, Ganimard?»

«Perché Arsène Lupin è l'unico uomo in Francia di calibro sufficiente per inventare ed eseguire un piano di tale portata.»

«Solo parole, Ganimard.»

«Ma parole vere. Guardi! Cosa stanno facendo? Cercando passaggi sotterranei, pietre che ruotano su perni e altre sciocchezze del genere. Ma Lupin non impiega metodi così antiquati. È un ladro moderno, al passo con i tempi.»

«E come procederebbe lei?»

«Chiederei il suo permesso di trascorrere un'ora con lui.»

«Nella sua cella?»

«Sì. Durante il viaggio di ritorno dall'America siamo diventati molto amici, e oso dire che se può darmi qualche informazione senza compromettersi, non esiterà a risparmiarmi l'incombenza di inutili fatiche.»

Era poco dopo mezzogiorno quando Ganimard entrò nella cella di Arsène Lupin. Quest'ultimo, che era sdraiato sul letto, sollevò la testa ed emise un grido di apparente gioia.

«Ah! Questa è una vera sorpresa. Il mio caro Ganimard, qui!»

«Ganimard in persona.»

«Nel mio scelto ritiro, ho sentito il desiderio di molte cose, ma il mio desiderio più grande era riceverla qui.»

«Molto gentile da parte sua, ne sono certo.»

«Nient'affatto. Sa che ho per lei la massima stima.»

«Ne sono orgoglioso.»

«L'ho sempre detto: Ganimard è il nostro miglior investigatore. È quasi... vede quanto sono sincero!... è quasi abile quanto Sherlock Holmes. Ma mi dispiace non poterle offrire nulla di meglio di questo duro sgabello. E nessun rinfresco! Nemmeno un bicchiere di birra! Naturalmente, mi scuserà, dato che sono qui solo temporaneamente.»

Ganimard sorrise e accettò il posto offerto. Poi il prigioniero continuò:

«Mon Dieu, quanto sono lieto di vedere il volto di un uomo onesto. Sono così stanco di quei diavoli di spie che vengono qui dieci volte al giorno a rovistare nelle mie tasche e nella mia cella per assicurarsi che non stia preparando la fuga. Il governo è molto sollecito nei miei confronti.»

«È del tutto giusto.»

«Perché mai? Sarei abbastanza contento se mi permettessero di vivere a modo mio, tranquillamente.»

«Con i soldi degli altri.»

«Proprio così. Sarebbe così semplice. Ma ecco, sto scherzando, e lei è, senza dubbio, di fretta. Quindi veniamo al dunque, Ganimard. A cosa devo l'onore di questa visita?»

«L'affare Cahorn», dichiarò Ganimard, francamente.

«Ah! Aspetti, un momento. Vede, ho avuto così tante faccende! Prima, mi lasci fissare nella mente le circostanze di questo caso particolare... Ah! Sì, ora ci sono. L'affare Cahorn, castello di Malaquis, Senna Marittima... Due Rubens, un Watteau e alcuni articoli insignificanti.»

«Insignificanti!»

«Oh! Ma foi, tutto ciò è di scarsa importanza. Ma basta sapere che la faccenda la interessa. Come posso servirla, Ganimard?»

«Devo spiegarle quali misure hanno preso le autorità in materia?»

«Nient'affatto. Ho letto i giornali e dirò francamente che lei ha fatto ben pochi progressi.»

«Ed è questo il motivo per cui sono venuto a trovarla.»

«Sono interamente al suo servizio.»

«In primo luogo, l'affare Cahorn è stato gestito da lei?»

«Dalla A alla Z.»

«La lettera di avvertimento? Il telegramma?»

«Tutti miei. Dovrei avere le ricevute da qualche parte.»

Arsène aprì il cassetto di un tavolino di semplice legno bianco che, con il letto e lo sgabello, costituiva tutto l'arredamento della sua cella, e ne trasse due ritagli di carta che porse a Ganimard.

«Ah!» esclamò l'investigatore, sorpreso, «pensavo che fosse strettamente sorvegliato e perquisito, e scopro che legge i giornali e colleziona ricevute postali.»

«Bah! Queste persone sono così stupide! Aprono la fodera del mio gilet, esaminano le suole delle mie scarpe, sondano le pareti della mia cella, ma non immaginano mai che Arsène Lupin sarebbe così sciocco da scegliere un nascondiglio così semplice.»

Ganimard rise, dicendo:

«Che tipo buffo lei è! Davvero, mi sconcerta. Ma, venga ora, mi parli dell'affare Cahorn.»

«Oh! Oh! Non così in fretta! Vorrebbe rubarmi tutti i miei segreti; esporre tutti i miei piccoli trucchi. È una faccenda molto seria.»

«Ho sbagliato a contare sulla sua compiacenza?»

«No, Ganimard, e dato che insiste...»

Arsène Lupin percorse la sua cella due o tre volte, poi, fermandosi davanti a Ganimard, chiese:

«Cosa pensa della mia lettera al barone?»

«Penso che si stesse divertendo a giocare con la platea.»

«Ah! Giocare con la platea! Andiamo, Ganimard, pensavo mi conoscesse meglio. Io, Arsène Lupin, spreco mai il mio tempo in simili puerilità? Avrei scritto quella lettera se avessi potuto derubare il barone senza scrivergli? Voglio che capisca che la lettera era indispensabile; era il motore che ha messo in moto l'intera macchina. Ora, discutiamo insieme uno schema per la rapina al castello di Malaquis. È disposto?»

«Sì, proceda.»

«Bene, supponiamo un castello accuratamente chiuso e barricato come quello del barone Cahorn. Dovrei abbandonare il mio piano e rinunciare ai tesori che bramo, con il pretesto che il castello che li contiene è inaccessibile?»

«Evidentemente no.»

«Dovrei fare un assalto al castello a capo di una banda di avventurieri come facevano nei tempi antichi?»

«Sarebbe sciocco.»

«Posso ottenere l'ammissione con l'inganno o l'astuzia?»

«Impossibile.»

«Allora c'è solo una strada aperta per me. Devo farmi invitare dal proprietario del castello.»

«Questo è sicuramente un metodo originale.»

«E quanto facile! Supponiamo che un giorno il proprietario riceva una lettera che lo avverte che un famigerato ladro noto come Arsène Lupin sta tramando di derubarlo. Cosa farà?»

«Invierà una lettera al Procuratore.»

«Che riderà di lui, perché il suddetto Arsène Lupin è attualmente in prigione. Allora, nella sua ansia e paura, il semplice uomo chiederà l'assistenza del primo venuto, non è così?»

«Molto probabile.»

«E se gli capitasse di leggere su un giornale locale che un celebre investigatore sta trascorrendo le vacanze in una città vicina...»

«Cercherà quell'investigatore.»

«Naturalmente. Ma, d'altra parte, supponiamo che, avendo previsto quello stato di cose, il suddetto Arsène Lupin abbia chiesto a uno dei suoi amici di visitare Caudebec, fare la conoscenza del direttore del "Réveil", un giornale a cui il barone è abbonato, e far capire a detto direttore che tale persona è il celebre investigatore... allora, cosa accadrà?»

«Il direttore annuncerà sul "Réveil" la presenza a Caudebec di detto investigatore.»

«Esattamente; e accadrà una di queste due cose: o il pesce – intendo Cahorn – non abboccherà e non succederà nulla; o, cosa più probabile, correrà e inghiottirà avidamente l'esca. Così, ecco il mio barone Cahorn che implora l'assistenza di uno dei miei amici contro di me.»

«Originale, davvero!»

«Naturalmente, il pseudo-investigatore all'inizio rifiuta di dare qualsiasi assistenza. In aggiunta a ciò arriva il telegramma di Arsène Lupin. Il barone spaventato corre ancora una volta dal mio amico e gli offre una somma definita di denaro per i suoi servizi. Il mio amico accetta e convoca due membri della nostra banda che, durante la notte, mentre Cahorn è sotto l'occhio vigile del suo protettore, rimuove alcuni articoli passando dalla finestra e li cala con delle corde in una bella piccola lancia noleggiata per l'occasione. Semplice, non è vero?»

«Meraviglioso! Meraviglioso!» esclamò Ganimard. «L'audacia dello schema e l'ingegnosità di tutti i suoi dettagli sono fuori discussione. Ma chi è l'investigatore il cui nome e fama sono serviti da calamita per attrarre il barone e trascinarlo nella sua rete?»

«C'è solo un nome che poteva farlo, solo uno.»

«E sarebbe?»

«Il nemico personale di Arsène Lupin, l'illustrissimo Ganimard.»

«Io?»

«Lei stesso, Ganimard. E, davvero, è molto divertente. Se lei va lì, e il barone decide di parlare, scoprirà che sarà suo dovere arrestare se stesso, proprio come ha arrestato me in America. Hein! La vendetta è davvero divertente: faccio sì che Ganimard arresti Ganimard.»

Arsène Lupin rise di cuore. L'investigatore, molto contrariato, si morse le labbra; per lui lo scherzo era del tutto privo di umorismo. L'arrivo di una guardia carceraria diede a Ganimard l'opportunità di riprendersi. L'uomo portò il pranzo di Arsène Lupin, fornito da un ristorante vicino. Dopo aver depositato il vassoio sul tavolo, la guardia si ritirò. Lupin spezzò il suo pane, ne mangiò qualche boccone e continuò:

«Ma, stia tranquillo, mio caro Ganimard, lei non andrà a Malaquis. Posso dirle qualcosa che la stupirà: l'affare Cahorn è sul punto di essere risolto.»

«Mi scusi; ho appena visto il Capo della Sûreté.»

«E allora? Il signor Dudouis conosce i miei affari meglio di me stesso? Imparerà che Ganimard – mi scusi – che il pseudo-Ganimard rimane ancora in ottimi rapporti con il barone. Quest'ultimo lo ha autorizzato a negoziare una transazione molto delicata con me e, in questo momento, in considerazione di una certa somma, è probabile che il barone sia tornato in possesso dei suoi quadri e di altri tesori. E al loro ritorno, ritirerà la sua denuncia. Così, non c'è più alcun furto e la legge deve abbandonare il caso.»

Ganimard guardò il prigioniero con aria smarrita.

«E come sa tutto questo?»

«Ho appena ricevuto il telegramma che mi aspettavo.»

«Ha appena ricevuto un telegramma?»

«In questo preciso momento, mio caro amico. Per educazione, non ho voluto leggerlo in sua presenza. Ma se vuole permettermi...»

«Lei scherza, Lupin.»

«Mio caro amico, se volesse essere così gentile da rompere quell'uovo, scoprirà da solo che non sto scherzando.»

Meccanicamente, Ganimard obbedì e incrinò il guscio d'uovo con la lama di un coltello. Emise un grido di sorpresa. Il guscio non conteneva altro che un piccolo pezzo di carta blu. Su richiesta di Arsène lo dispiegò. Era un telegramma, o meglio una parte di un telegramma da cui erano stati rimossi i timbri postali. Recitava quanto segue:

«Contratto chiuso. Centomila biglie consegnate. Tutto bene.»

«Centomila biglie?» disse Ganimard.

«Sì, centomila franchi. Molto poco, ma poi, sa, questi sono tempi duri... E ho delle bollette pesanti da pagare. Se solo conoscesse il mio budget... vivere in città costa molto caro.»

Ganimard si alzò. Il suo malumore era scomparso. Rifletté per un momento, esaminando l'intera faccenda nel tentativo di scoprire un punto debole; poi, con un tono e un modo che tradivano la sua ammirazione per il prigioniero, disse:

«Fortunatamente, non abbiamo una dozzina di persone come lei con cui avere a che fare; se lo avessimo, dovremmo chiudere bottega.»

Arsène Lupin assunse un'aria modesta, mentre rispondeva:

«Bah! Una persona deve avere qualche svago per occupare le sue ore libere, specialmente quando è in prigione.»

«Cosa!» esclamò Ganimard, «il suo processo, la sua difesa, l'esame... non è sufficiente a occupare la sua mente?»

«No, perché ho deciso di non essere presente al mio processo.»

«Oh! Oh!»

Arsène Lupin ripeté, con sicurezza:

«Non sarò presente al mio processo.»

«Davvero!»

«Ah! Mio caro monsieur, pensa che io debba marcire sulla paglia umida? Lei mi insulta. Arsène Lupin rimane in prigione solo finché gli piace, e non un minuto di più.»

«Forse sarebbe stato più prudente se avesse evitato di finirci», disse l'investigatore, ironicamente.

«Ah! Monsieur scherza? Monsieur deve ricordare che ha avuto l'onore di effettuare il mio arresto. Sappia dunque, mio degno amico, che nessuno, nemmeno lei, avrebbe potuto posarmi una mano addosso se un evento molto più importante non avesse occupato la mia attenzione in quel momento critico.»

«Mi stupisce.»

«Una donna mi stava guardando, Ganimard, e io l'amavo. Comprende appieno cosa significa: essere sotto gli occhi di una donna che si ama? Non mi importava di nient'altro al mondo. Ed è per questo che sono qui.»

«Mi permetta di dire: è qui da molto tempo.»

«In primo luogo, volevo dimenticare. Non rida; è stata un'avventura deliziosa ed è ancora un ricordo tenero. Inoltre, ho sofferto di nevrastenia. La vita è così febbrile di questi tempi che è necessario fare la "cura del riposo" occasionalmente, e trovo questo posto un rimedio sovrano per i miei nervi stanchi.»

«Arsène Lupin, non è un cattivo ragazzo, dopo tutto.»

«Grazie», disse Lupin. «Ganimard, oggi è venerdì. Mercoledì prossimo, alle quattro del pomeriggio, fumerò il mio sigaro a casa sua in rue Pergolese.»

«Arsène Lupin, la aspetterò.»

Si strinsero la mano come due vecchi amici che si stimavano per il loro vero valore; poi l'investigatore si diresse alla porta.

«Ganimard!»

«Cosa c'è?» chiese Ganimard, voltandosi.

«Ha dimenticato il suo orologio.»

«Il mio orologio?»

«Sì, è finito nella mia tasca.»

Restituì l'orologio, scusandosi.

«Mi perdoni... una brutta abitudine. Perché hanno preso il mio non è una ragione perché io debba prendere il suo. Inoltre, ho un cronometro qui che mi soddisfa abbastanza bene.»

Prese dal cassetto un grande orologio d'oro con una catena pesante.

«Dalla tasca di chi è uscito quello?» chiese Ganimard.

Arsène Lupin diede una rapida occhiata alle iniziali incise sull'orologio.

«J.B.... Chi diavolo può essere?... Ah! Sì, ricordo. Jules Bouvier, il giudice che ha condotto il mio esame. Un tipo affascinante!...»

III. La fuga di Arsène Lupin

Arsène Lupin aveva appena finito il suo pasto e tratto dalla tasca un eccellente sigaro, con una fascetta d'oro, che stava esaminando con insolita cura, quando la porta della sua cella fu aperta. Aveva appena avuto il tempo di gettare il sigaro nel cassetto e allontanarsi dal tavolo. Entrò la guardia. Era l'ora dell'esercizio.

«La stavo aspettando, mio caro ragazzo», esclamò Lupin, nel suo solito buon umore.

Uscirono insieme. Non appena furono scomparsi a una svolta del corridoio, due uomini entrarono nella cella e ne iniziarono un esame minuzioso. Uno era l'ispettore Dieuzy; l'altro era l'ispettore Folenfant. Volevano verificare il loro sospetto che Arsène Lupin fosse in comunicazione con i suoi complici fuori dalla prigione. La sera precedente, il "Grand Journal" aveva pubblicato queste righe indirizzate al suo cronista giudiziario:

"Monsieur:

"In un recente articolo lei si è riferito a me in termini del tutto ingiustificabili. Alcuni giorni prima dell'apertura del mio processo le chiederò conto. Arsène Lupin."

La grafia era certamente quella di Arsène Lupin. Di conseguenza, egli inviava lettere; e, senza dubbio, ne riceveva. Era certo che stesse preparando quella fuga da lui così arrogantemente annunciata.

La situazione era diventata intollerabile. Agendo di concerto con il giudice istruttore, il capo della Sûreté, Mon. Dudouis, aveva visitato la prigione e istruito il carceriere riguardo alle precauzioni necessarie per assicurare la custodia di Lupin. Allo stesso tempo, aveva inviato i due uomini a esaminare la cella del prigioniero. Sollevarono ogni pietra, misero a soqquadro il letto, fecero tutto ciò che è consueto in un caso simile, ma non scoprirono nulla, ed erano sul punto di abbandonare le indagini quando la guardia entrò frettolosamente e disse:

"Il cassetto... guardate nel cassetto del tavolo. Quando sono entrato poco fa lo stava chiudendo."

Aprirono il cassetto, e Dieuzy esclamò:

"Ah! Questa volta lo abbiamo in pugno."

Folenfant lo fermò.

"Aspetta un momento. Il capo vorrà fare un inventario."

"Questo è un sigaro di ottima scelta."

"Lascialo lì, e avvisa il capo."

Due minuti dopo Mon. Dudouis esaminò il contenuto del cassetto. Per prima cosa scoprì un fascio di ritagli di giornale relativi ad Arsène Lupin tratti dall'Argus de la Presse, poi una tabacchiera, una pipa, della carta detta "pelle di cipolla", e due libri. Lesse i titoli dei libri. Uno era un'edizione inglese del "Carlyle's Hero-worship"; l'altro era un affascinante elzeviro, con rilegatura moderna, il "Manuale di Epitteto", una traduzione tedesca pubblicata a Leida nel 1634. Esaminando i libri, scoprì che tutte le pagine erano sottolineate e annotate. Erano state preparate come un codice per la corrispondenza, o esprimevano semplicemente il carattere studioso del lettore? Poi esaminò la tabacchiera e la pipa. Infine, prese il famoso sigaro con la fascetta d'oro.

"Fichtre!" esclamò. "Il nostro amico fuma un buon sigaro. È un Henry Clay."

Con l'azione meccanica di un fumatore abituale, si portò il sigaro vicino all'orecchio e lo strinse per farlo scricchiolare. Immediatamente emise un grido di sorpresa. Il sigaro aveva ceduto sotto la pressione delle sue dita. Lo esaminò più da vicino, e scoprì rapidamente qualcosa di bianco tra le foglie di tabacco. Delicatamente, con l'aiuto di uno spillo, estrasse un rotolino di carta sottilissima, grande appena quanto uno stuzzicadenti. Era una lettera. La srotolò, e trovò queste parole, scritte con una grafia femminile:

"Il cesto ha preso il posto degli altri. Otto su dieci sono pronti. Premendo il piede esterno la piastra va verso il basso. Dalle dodici alle sedici ogni giorno, H-P aspetterà. Ma dove? Rispondi subito. Stai tranquillo; il tuo amico veglia su di te."

Mon. Dudouis rifletté un momento, poi disse:

"È piuttosto chiaro... il cesto... gli otto scomparti... Da dodici a sedici significa dalle dodici alle quattro del pomeriggio."

"Ma questo H-P, che aspetterà?"

"H-P deve significare automobile. H-P, horsepower, è il modo in cui indicano la forza del motore. Un ventiquattro H-P è un'automobile da ventiquattro cavalli."

Poi si alzò, e chiese:

"Il prigioniero ha finito la sua colazione?"

"Sì."

"E siccome non ha ancora letto il messaggio, cosa che è dimostrata dalle condizioni del sigaro, è probabile che lo abbia appena ricevuto."

"Come?"

"Nel suo cibo. Nascosto nel pane o in una patata, forse."

"Impossibile. Il suo cibo veniva lasciato entrare semplicemente per tendergli una trappola, ma non vi abbiamo mai trovato nulla."

"Cercheremo la risposta di Lupin questa sera. Trattenetelo fuori per alcuni minuti. Porterò questo al giudice istruttore e, se sarà d'accordo con me, faremo fotografare la lettera all'istante, e tra un'ora potrete rimettere la lettera nel cassetto in un sigaro simile a questo. Il prigioniero non deve avere alcun motivo di sospetto."

Non fu senza una certa curiosità che Mon. Dudouis ritornò alla prigione la sera, accompagnato dall'ispettore Dieuzy. Tre piatti vuoti erano poggiati sulla stufa nell'angolo.

"Ha mangiato?"

"Sì," rispose la guardia.

"Dieuzy, per favore tagli quel maccherone in pezzi molto piccoli, e apra quel panino... Niente?"

"No, capo."

Mon. Dudouis esaminò i piatti, la forchetta, il cucchiaio e il coltello--un comune coltello con la lama arrotondata. Girò il manico verso sinistra; poi verso destra. Cedette e si svitò. Il coltello era cavo, e serviva da nascondiglio per un foglio di carta.

"Peuh!" disse, "non è molto astuto per un uomo come Arsène. Ma non dobbiamo perdere tempo. Lei, Dieuzy, vada a perquisire il ristorante."

Poi lesse la nota:

"Conto su di te, H-P seguirà a distanza ogni giorno. Andrò avanti. Au revoir, caro amico."

"Finalmente," gridò Mon. Dudouis, sfregandosi le mani allegramente, "penso che abbiamo la faccenda nelle nostre mani. Un po' di strategia da parte nostra, e la fuga sarà un successo per quanto riguarda l'arresto dei suoi complici."

"Ma se Arsène Lupin vi scivolasse tra le dita?" suggerì la guardia.

"Avremo un numero sufficiente di uomini per impedirlo. Se, tuttavia, mostra troppa astuzia, ma foi, tanto peggio per lui! Quanto alla sua banda di ladri, dato che il capo si rifiuta di parlare, gli altri lo faranno."

* * * * *

E, a dire il vero, Arsène Lupin aveva ben poco da dire. Per parecchi mesi, Mon. Jules Bouvier, il giudice istruttore, si era prodigato invano. L'indagine era stata ridotta a poche discussioni poco interessanti tra il giudice e l'avvocato, Maître Danval, uno dei leader del foro. Di tanto in tanto, per cortesia, Arsène Lupin parlava. Un giorno disse:

"Sì, monsieur le juge, sono perfettamente d'accordo con lei: la rapina al Crédit Lyonnais, il furto in rue de Babylone, l'emissione delle banconote contraffatte, i furti nei vari castelli, Armesnil, Gouret, Imblevain, Groseillers, Malaquis, tutto opera mia, monsieur, ho fatto tutto io."

"Allora vuole spiegarmi---"

"È inutile. Confesso tutto in blocco, tutto e anche dieci volte di più di quello di cui lei non sa nulla."

Stanco del suo compito infruttuoso, il giudice aveva sospeso i suoi esami, ma li riprese dopo che i due messaggi intercettati furono portati alla sua attenzione; e regolarmente, a mezzogiorno, Arsène Lupin veniva portato dalla prigione al Dépôt nel cellulare con un certo numero di altri prigionieri. Ritornavano verso le tre o le quattro.

Ora, un pomeriggio, questo viaggio di ritorno avvenne in condizioni insolite. Non essendo stati interrogati gli altri prigionieri, fu deciso di riportare indietro Arsène Lupin per primo, così si ritrovò solo nel veicolo.

Questi cellulari, volgarmente chiamati "panniers à salade"--o cesti per l'insalata--sono divisi per lungo da un corridoio centrale dal quale si aprono dieci scomparti, cinque per lato. Ogni scomparto è disposto in modo che l'occupante debba assumere e mantenere una postura seduta, e, di conseguenza, i cinque prigionieri sono seduti uno sull'altro, e tuttavia separati l'uno dall'altro da tramezzi. Una guardia municipale, in piedi a un'estremità, veglia sul corridoio.

Arsène fu messo nella terza cella sulla destra, e il pesante veicolo partì. Calcolò attentamente quando lasciarono il quai de l'Horloge, e quando passarono davanti al Palais de Justice. Poi, verso il centro del ponte Saint Michel, con il piede esterno, vale a dire, il suo piede destro, fece pressione sulla piastra di metallo che chiudeva la sua cella. Immediatamente qualcosa fece clic, e la piastra di metallo si mosse. Fu in grado di accertare che si trovava tra le due ruote.

Aspettò, tenendo d'occhio la situazione. Il veicolo procedeva lentamente lungo il boulevard Saint Michel. All'angolo di Saint Germain si fermò. Un cavallo da tiro era caduto. Essendo stato interrotto il traffico, una vasta folla di fiacre e omnibus si era radunata lì. Arsène Lupin guardò fuori. Un altro cellulare si era fermato vicino a quello che occupava lui. Spostò la piastra ancora più lontano, mise il piede su uno dei raggi della ruota e saltò a terra. Un cocchiere lo vide, scoppiò a ridere, poi cercò di dare l'allarme, ma la sua voce fu persa nel rumore del traffico che aveva ricominciato a muoversi. Inoltre, Arsène Lupin era già lontano.

Aveva corso per pochi passi; ma, una volta sul marciapiede, si voltò e si guardò intorno; sembrava annusare il vento come una persona che non è sicura di quale direzione prendere. Poi, essendosi deciso, mise le mani in tasca, e, con l'aria spensierata di un ozioso passeggiatore, risalì il boulevard. Era una calda e luminosa giornata d'autunno, e i caffè erano pieni. Prese posto sulla terrazza di uno di essi. Ordinò un bock e un pacchetto di sigarette. Svuotò il bicchiere lentamente, fumò una sigaretta e ne accese una seconda. Poi chiese al cameriere di mandargli il proprietario. Quando il proprietario arrivò, Arsène gli parlò con una voce abbastanza alta da essere udita da tutti:

"Mi rincresce dire, monsieur, che ho dimenticato il portafoglio. Forse, sulla forza del mio nome, le farà piacere farmi credito per alcuni giorni. Sono Arsène Lupin."

Il proprietario lo guardò, pensando che stesse scherzando. Ma Arsène ripeté:

"Lupin, prigioniero alla Santé, ma ora fuggitivo. Mi azzardo a presumere che il nome le ispiri una perfetta fiducia in me."

E si allontanò, tra le risate, mentre il proprietario rimaneva sbalordito.

Lupin passeggiò lungo rue Soufflot, e svoltò in rue Saint Jacques. Proseguì il suo cammino lentamente, fumando le sue sigarette e guardando nelle vetrine dei negozi. Al Boulevard de Port Royal si orientò, scoprì dove si trovava, e poi camminò in direzione di rue de la Santé. Gli alti e severi muri della prigione erano ora davanti a lui. Si tirò il cappello in avanti per oscurare il viso; poi, avvicinandosi alla sentinella, chiese:

"È questa la prigione della Santé?"

"Sì."

"Desidero ritornare nella mia cella. Il cellulare mi ha lasciato per strada, e non vorrei abusare..."

"Ora, giovanotto, si muova--presto!" ringhiò la sentinella.

"Mi perdoni, ma devo passare attraverso quel cancello. E se impedisce ad Arsène Lupin di entrare in prigione le costerà caro, amico mio."

"Arsène Lupin! Di cosa sta parlando!"

"Mi dispiace non avere un biglietto da visita con me," disse Arsène, frugando nelle tasche.

La sentinella lo squadrò dalla testa ai piedi, con stupore. Poi, senza una parola, suonò un campanello. Il cancello di ferro fu parzialmente aperto, e Arsène entrò. Quasi immediatamente incontrò il custode della prigione, che gesticolava e fingeva una violenta rabbia. Arsène sorrise e disse:

"Suvvia, monsieur, non faccia quel gioco con me. Cosa! prendono la precauzione di portarmi da solo nel cellulare, preparano una bella piccola ostruzione, e immaginano che io scappi a gambe levate per ricongiungermi ai miei amici. Bene, e che dire dei venti agenti della Sûreté che ci accompagnavano a piedi, in fiacre e in bicicletta? No, l'accordo non mi è piaciuto. Non sarei uscito vivo. Mi dica, monsieur, contavano su quello?"

Scrollò le spalle, e aggiunse:

"La prego, monsieur, di non preoccuparsi per me. Quando vorrò evadere non avrò bisogno di alcun aiuto."

Due giorni dopo, l'Echo de France, che era apparentemente diventato il cronista ufficiale delle imprese di Arsène Lupin--si diceva che fosse uno dei suoi principali azionisti--pubblicò un resoconto quanto mai completo di questo tentativo di fuga. L'esatta formulazione dei messaggi scambiati tra il prigioniero e il suo misterioso amico, i mezzi con cui era costruita la corrispondenza, la complicità della polizia, la passeggiata sul Boulevard Saint Michel, l'incidente al caffè Soufflot, tutto fu rivelato. Si seppe che la perquisizione del ristorante e dei suoi camerieri da parte dell'ispettore Dieuzy era stata infruttuosa. E il pubblico apprese anche una cosa straordinaria che dimostrava l'infinita varietà di risorse che Lupin possedeva: il cellulare, nel quale veniva trasportato, era preparato per l'occasione e sostituito dai suoi complici per uno dei sei cellulari che facevano servizio presso la prigione.

La successiva fuga di Arsène Lupin non fu messa in dubbio da nessuno. La annunciò lui stesso, in termini categorici, in una risposta a Mon. Bouvier il giorno seguente al suo tentativo di fuga. Avendo il giudice fatto una battuta sulla faccenda, Arsène si infastidì, e, fissando fermamente il giudice, disse con enfasi:

"Mi ascolti, monsieur! Le do la mia parola d'onore che questo tentativo di fuga è stato semplicemente un preludio al mio piano generale di evasione."

"Non capisco," disse il giudice.

"Non è necessario che lei capisca."

E quando il giudice, nel corso di quell'esame che fu riportato ampiamente sulle colonne dell'Echo de France, quando il giudice cercò di riprendere la sua indagine, Arsène Lupin esclamò, con un'aria assunta di lassitudine:

"Mon Dieu, Mon Dieu, a che serve! Tutte queste domande non hanno alcuna importanza!"

"Cosa! Nessuna importanza?" gridò il giudice.

"No; perché non sarò presente al processo."

"Lei non sarà presente?"

"No; ho pienamente deciso su questo, e nulla cambierà la mia opinione."

Tanta sicurezza combinata con le inspiegabili indiscrezioni che Arsène commetteva ogni giorno servivano ad infastidire e mistificare gli ufficiali della legge. C'erano segreti noti solo ad Arsène Lupin; segreti che lui solo poteva divulgare. Ma per quale scopo li rivelava? E come?

Arsène Lupin fu trasferito in un'altra cella. Il giudice chiuse la sua indagine preliminare. Non furono presi ulteriori provvedimenti nel suo caso per un periodo di due mesi, durante il quale Arsène fu visto quasi costantemente sdraiato sul suo letto con il viso rivolto verso il muro. Il cambio della cella sembrava scoraggiarlo. Si rifiutava di vedere il suo avvocato. Scambiava solo poche parole necessarie con i suoi custodi.

Durante la quindicina precedente il suo processo, riprese la sua vita vigorosa. Si lamentava della mancanza d'aria. Di conseguenza, ogni mattina presto gli era permesso di fare esercizio nel cortile, sorvegliato da due uomini.

La curiosità pubblica non si era spenta; ogni giorno ci si aspettava di essere allietati con notizie della sua fuga; e, è vero, aveva guadagnato una considerevole quantità di simpatia pubblica a motivo della sua verve, della sua gaiezza, della sua diversità, del suo genio inventivo e del mistero della sua vita. Arsène Lupin doveva evadere. Era il suo destino inevitabile. Il pubblico se lo aspettava, ed era sorpreso che l'evento fosse stato ritardato così a lungo. Ogni mattina il Prefetto di Polizia chiedeva al suo segretario:

"Bene, è evaso?"

"No, Monsieur le Préfet."

"Domani, probabilmente."

E, il giorno prima del processo, un gentiluomo si recò all'ufficio del 'Grand Journal', chiese di vedere il cronista giudiziario, gettò il suo biglietto da visita in faccia al cronista, e si allontanò rapidamente. Queste parole erano scritte sul biglietto: "Arsène Lupin mantiene sempre le sue promesse."

* * * * *

Fu in queste condizioni che il processo ebbe inizio. Una folla enorme si radunò al tribunale. Tutti desideravano vedere il famoso Arsène Lupin. Avevano un'allegra anticipazione che il prigioniero avrebbe giocato qualche scherzo audace al giudice. Avvocati e magistrati, cronisti e uomini di mondo, attrici e donne della società erano stipati insieme sulle panche riservate al pubblico.

Era una giornata buia e tetra, con una pioggia battente. Solo una luce fioca pervadeva l'aula, e gli spettatori colsero una visione molto indistinta del prigioniero quando le guardie lo portarono dentro. Ma il suo passo pesante e strascicato, il modo in cui si lasciò cadere sul sedile, e il suo aspetto passivo e stupido non erano affatto attraenti. Diverse volte il suo avvocato--uno degli assistenti di Mon. Danval--gli parlò, ma lui scosse semplicemente la testa e non disse nulla.

Il cancelliere lesse l'atto di accusa, poi il giudice parlò:

"Imputato, si alzi. Il suo nome, età, e professione?"

Non ricevendo alcuna risposta, il giudice ripeté:

"Il suo nome? Le chiedo il suo nome."

Una voce roca e lenta mormorò:

"Baudru, Désiré."

Un mormorio di sorpresa pervase l'aula. Ma il giudice proseguì:

"Baudru, Désiré? Ah! un nuovo alias! Bene, siccome ha già assunto una dozzina di nomi diversi e questo è, senza dubbio, immaginario come gli altri, ci atterremo al nome di Arsène Lupin, con il quale lei è più generalmente conosciuto."

Il giudice fece riferimento ai suoi appunti, e continuò:

"Poiché, nonostante la ricerca più diligente, il suo passato rimane sconosciuto. Il suo caso è unico negli annali del crimine. Non sappiamo chi lei sia, da dove venga, la sua nascita e la sua educazione--tutto è un mistero per noi. Tre anni fa lei è apparso tra noi come Arsène Lupin, presentandoci una strana combinazione di intelligenza e perversione, immoralità e generosità. La nostra conoscenza della sua vita prima di quella data è vaga e problematica. Può darsi che l'uomo chiamato Rostat che, otto anni fa, lavorava con Dickson, il prestigiatore, non fosse altro che Arsène Lupin. È probabile che lo studente russo che, sei anni fa, frequentava il laboratorio del dottor Altier all'ospedale Saint Louis, e che spesso stupiva il dottore per l'ingegnosità delle sue ipotesi su argomenti di batteriologia e l'audacia dei suoi esperimenti nelle malattie della pelle, non fosse altro che Arsène Lupin. È probabile, anche, che Arsène Lupin fosse il professore che introdusse l'arte giapponese del jiu-jitsu al pubblico parigino. Abbiamo qualche ragione di credere che Arsène Lupin fosse il ciclista che vinse il Grand Prix de l'Exposition, ricevette i suoi diecimila franchi, e non fu mai più sentito nominare. Arsène Lupin potrebbe essere stato, anche, la persona che salvò così tante vite attraverso la piccola finestra a abbaino al Bazar della Carità; e, allo stesso tempo, ripulì le loro tasche."

Il giudice fece una pausa per un momento, poi continuò:

"Tale è quell'epoca che sembra essere stata utilizzata da lei in una preparazione completa per la guerra che da allora ha mosso contro la società; un apprendistato metodico in cui ha sviluppato la sua forza, energia e abilità al punto più alto possibile. Riconosce l'accuratezza di questi fatti?"

Durante questo discorso il prigioniero era rimasto in piedi bilanciandosi, prima su un piede, poi sull'altro, con le spalle curve e le braccia inerti. Sotto la luce più forte si poteva osservare la sua estrema magrezza, le sue guance incavate, i suoi zigomi sporgenti, il suo viso color terra punteggiato da piccole macchie rosse e incorniciato da una barba ruvida e trasandata. La vita di prigione lo aveva fatto invecchiare e avvizzire. Aveva perso il volto giovanile e la figura elegante che avevamo visto ritratti così spesso sui giornali.

Sembrava come se non avesse udito la domanda proposta dal giudice. Due volte gli fu ripetuta. Poi alzò gli occhi, sembrò riflettere, poi, facendo uno sforzo disperato, mormorò:

"Baudru, Désiré."

Il giudice sorrise, mentre diceva:

"Non capisco la teoria della sua difesa, Arsène Lupin. Se lei sta cercando di evitare la responsabilità dei suoi crimini sulla base dell'imbecillità, una tale linea di difesa le è aperta. Ma procederò con il processo e non presterò attenzione alle sue stravaganze."

Narrò poi lungamente i vari furti, truffe e falsi imputati a Lupin. A volte interrogava il prigioniero, ma quest'ultimo grugniva semplicemente o rimaneva in silenzio. L'esame dei testimoni ebbe inizio. Alcune delle testimonianze fornite erano irrilevanti; altre porzioni sembravano più importanti, ma attraverso tutto ciò correva una vena di contraddizioni e incongruenze. Un'oscurità estenuante avvolgeva il procedimento, finché il detective Ganimard fu chiamato come testimone; allora l'interesse fu ravvivato.

Fin dall’inizio le azioni del veterano investigatore apparvero strane e inspiegabili. Era nervoso e a disagio. Diverse volte guardò il prigioniero, con evidente dubbio e ansia. Poi, appoggiando le mani sulla ringhiera davanti a sé, ricostruì gli eventi a cui aveva partecipato, inclusa l’inseguimento del prigioniero attraverso l’Europa e il suo arrivo in America. Fu ascoltato con grande avidità, poiché la sua cattura di Arsène Lupin era nota a tutti grazie alla stampa. Verso la conclusione della sua testimonianza, dopo aver fatto riferimento alle conversazioni con Arsène Lupin, si fermò, due volte, imbarazzato e incerto. Era evidente che era in possesso di un pensiero che temeva di esprimere. Il giudice gli disse, con simpatia:

«Se sei malato, puoi ritirarti per ora.»

«No, no, ma—»

Si fermò, fissò bruscamente il prigioniero e disse:

«Chiedo il permesso di esaminare il prigioniero da più vicino. C’è un mistero su di lui che devo risolvere.»

Si avvicinò all’accusato, lo esaminò attentamente per diversi minuti, poi tornò al banco dei testimoni e, con voce quasi solenne, disse:

«Dichiaro, sotto giuramento, che il prigioniero ora davanti a me non è Arsène Lupin.»

Seguì un profondo silenzio. Il giudice, rimasto perplesso un attimo, esclamò:

«Ah! Cosa intendi? È assurdo!»

Il detective continuò:

«A prima vista c’è una certa somiglianza, ma se consideri attentamente il naso, la bocca, i capelli, il colore della pelle, vedrai che non è Arsène Lupin. E gli occhi! Avrà mai avuto quegli occhi alcolici!»

«Vieni, vieni, testimone! Cosa intendi? Vuoi dire che stiamo processando l’uomo sbagliato?»

«A mio avviso, sì. Arsène Lupin ha, in qualche modo, combinato di mettere al suo posto questo povero diavolo, a meno che quest’uomo non sia un complice consenziente.»

Questo drammatico dénouement suscitò molte risate ed eccitazione tra gli spettatori. Il giudice sospese il processo e mandò a chiamare il signor Bouvier, il carceriere, e le guardie impiegate nella prigione.

Quando il processo fu ripreso, il signor Bouvier e il carceriere esaminarono l’accusato e dichiararono che vi era solo una minima somiglianza tra il prigioniero e Arsène Lupin.

«Bene, allora!», esclamò il giudice, «chi è quest’uomo? Da dove viene? Perché è in prigione?»

Fu chiamato due guardie carcerarie e entrambe dichiararono che il prigioniero era Arsène Lupin. Il giudice riprese il respiro.

Ma una delle guardie aggiunse:

«Sì, sì, credo sia lui.»

«Cosa!», gridò il giudice, impaziente, «*credi* sia lui! Cosa vuoi dire?»

«Bene, ho visto molto poco del prigioniero. Fu affidato a me la sera e, per due mesi, si mosse raramente, ma rimase sul suo letto con il volto contro il muro.»

«E il periodo precedente a quei due mesi?»

«Prima di ciò occupava una cella in un’altra parte della prigione. Non era nella cella 24.»

A questo interruppe il capo carceriere e disse:

«Lo abbiamo spostato in un’altra cella dopo il suo tentativo di fuga.»

«Ma voi, signore, l’avete visto durante quei due mesi?»

«Non ho avuto occasione di vederlo. Era sempre tranquillo e ordinato.»

«E questo prigioniero non è Arsène Lupin?»

«No.»

«Allora chi è?», domandò il giudice.

«Non lo so.»

«Allora abbiamo davanti a noi un uomo che è stato sostituito ad Arsène Lupin due mesi fa. Come lo spiegate?»

«Non posso.»

In assoluta disperazione il giudice si rivolse all’accusato con tono conciliatorio:

«Prigioniero, può dirmi come, e da quando, è diventato un detenuto della Prison de la Santé?»

Il modo accattivante del giudice era calcolato per disarmare la diffidenza e risvegliare la comprensione dell’uomo accusato. Cercò di rispondere. Alla fine, con un interrogatorio astuto e gentile, riuscì a far emergere qualche frase da cui si ricavò la seguente storia: due mesi prima era stato portato al Dépôt, esaminato e rilasciato. Mentre lasciava l’edificio, uomo libero, fu afferrato da due guardie e collocato nel carro-prigione. Da allora aveva occupato la cella 24. Vi trovava cibo a sufficienza e dormiva bene, perciò non si lamentava.

Tutto sembrava probabile; e, tra il gaudio e l’entusiasmo del pubblico, il giudice sospese il processo finché la storia potesse essere investigata e verificata.

* * * * *

I fatti seguenti furono subito accertati esaminando i registri carcerari: otto settimane prima un uomo di nome Baudru Désiré aveva dormito al Dépôt. Fu rilasciato il giorno successivo e lasciò il Dépôt alle due del pomeriggio. Lo stesso giorno, alle due, dopo l’ultima visita, Arsène Lupin lasciò il Dépôt su un carro-prigione.

Le guardie avessero commesso un errore? Furono ingannate dalla somiglianza e sostituirono per disattenzione questo uomo al loro prigioniero?

Un’altra domanda si presentò: la sostituzione era stata predisposta in anticipo? In tal caso Baudru doveva essere un complice e aver causato il proprio arresto allo scopo di prendere il posto di Lupin. Ma allora, con quale miracolo quel piano, basato su una serie di improbabili coincidenze, fu portato a compimento?

Baudru Désiré fu affidato al servizio antropologico; non avevano mai visto nulla di simile. Tuttavia trovarono facilmente la sua storia passata. Era noto a Courbevois, a Asnières e a Levallois. Viveva di elemosina e dormiva in una di quelle capanne dei raccoglitori di stracci vicino alla barrière de Ternes. Scomparve da lì un anno fa.

Fu attirato via da Arsène Lupin? Non vi era alcuna prova in tal senso. E anche se fosse così, non spiegava la fuga del prigioniero. Restava comunque un mistero. Tra venti teorie che cercavano di spiegarlo, nessuna era soddisfacente. Della fuga stessa non vi era dubbio; una fuga incomprensibile, sensazionale, nella quale il pubblico, così come gli agenti di legge, poteva intuire un piano accuratamente preparato, una combinazione di circostanze meravigliosamente intrecciate, il cui dénouement giustificava pienamente la fiduciosa previsione di Arsène Lupin: «Non sarò presente al mio processo».

Dopo un mese di paziente indagine il problema rimaneva irrisolto. Il povero diavolo di Baudru non poteva essere tenuto in prigione indefinitamente, e metterlo in giudizio sarebbe stato ridicolo. Non vi erano accuse contro di lui. Di conseguenza fu rilasciato; ma il capo della Sûreté decise di tenerlo sotto sorveglianza. L’idea nasceva da Ganimard. Dal suo punto di vista non c’erano né complicità né caso. Baudru era uno strumento su cui Arsène Lupin aveva giocato con la sua straordinaria abilità. Baudru, una volta liberato, li avrebbe condotti a Arsène Lupin o, quantomeno, a qualche suo complice. I due ispettori, Folenfant e Dieuzy, furono assegnati ad assistere Ganimard.

Una mattina nebbiosa di gennaio i cancelli della prigione si aprirono e Baudru Désiré uscì — uomo libero. All’inizio apparve piuttosto imbarazzato, e camminava come chi non ha una precisa idea di dove stia andando. Seguì la rue de la Santé e la rue Saint‑Jacques. Si fermò davanti a un negozio di abiti usati, tolse giacca e gilet, vendette il gilet ottenendo qualche sou; poi, rimettendo la giacca, proseguì il suo cammino. Attraversò la Senna. Al Châtelet passò un omnibus. Voleva salire, ma non c’era posto. Il controllore gli consigliò di prendere un numero, così entrò nella sala d’attesa.

Ganimard chiamò i suoi due assistenti e, senza distogliere lo sguardo dalla sala d’attesa, disse loro:

«Fermate una carrozza… no, due. Sarà meglio. Io andrò con uno di voi, e lo seguirò.»

Gli uomini obbedirono. Eppure Baudru non comparve. Ganimard entrò nella sala d’attesa. Era vuota.

«Idiota che sono!», borbottò, «ho dimenticato che c’è un’altra uscita.»

C’era un corridoio interno che proseguiva dalla sala d’attesa alla rue Saint‑Martin. Ganimard vi si precipitò e arrivò giusto in tempo per osservare Baudru in cima al Batignolles‑Jardin de Plates omnibus mentre girava l’angolo della rue de Rivoli. Corse e raggiunse l’omnibus. Ma aveva perso i due assistenti. Doveva proseguire la caccia da solo. In preda alla rabbia era incline a afferrare l’uomo per il colletto senza cerimonie. Non fosse forse con premeditazione e mediante un ingegnoso stratagemma che il suo finto imbecille lo aveva separato dai suoi assistenti?

Guardò Baudru. Quest’ultimo dormiva sulla panchina, con la testa che oscillava di lato, la bocca mezzo aperta, e un’incredibile espressione di stupidità sul volto macchiato. No, quell’avversario non poteva ingannare il vecchio Ganimard. Fu solo un colpo di fortuna, nient’altro.

Alle Galleries‑Lafayette l’uomo saltò dall’omnibus e prese il tram della ligne La Muette, seguendo il boulevard Haussmann e l’avenue Victor Hugo. Baudru scese alla stazione La Muette; poi, con aria noncurante, si diresse al Bois de Boulogne.

Vagò per un sentiero dopo l’altro, a volte tornando sui suoi passi. Cosa cercava? Aveva qualche scopo definito? Dopo un’ora apparve quasi svenuto per la stanchezza e, notata una panchina, vi si sedette. Il luogo, non lontano da Auteuil, sul bordo di uno stagno nascosto tra gli alberi, era assolutamente deserto. Dopo altri trenta minuti Ganimard, impaziente, decise di parlare con l’uomo. Si avvicinò e prese posto accanto a Baudru, accese una sigaretta, tracciò qualche figura nella sabbia con l’estremità del bastone e disse:

«È una giornata piacevole.»

Nessuna risposta. Ma, all’improvviso, l’uomo scoppiò a ridere, una risata allegra, gaia, spontanea e irresistibile. G

Il marito le disse:

«Ho un appuntamento importante, cara, e non posso più attendere. Addio.»

La baciò affettuosamente e se ne andò. Sua moglie gli lanciò alcuni baci e sventolò il fazzoletto. Il fischio suonò e il treno si mise in movimento.

In quel preciso istante, e nonostante le proteste delle guardie, la porta fu aperta e un uomo si precipitò nel nostro scompartimento. La mia compagna, che stava in piedi sistemando la sua valigia, emise un grido di terrore e cadde sul sedile. Non sono un codardo – anzi, sono ben lontano da tale definizione – ma confesso che intrusioni dell’ultimo minuto sono sempre sconcertanti. Hanno un aspetto sospetto, innaturale.

Tuttavia, l’arrivo del nuovo passeggero modificò radicalmente la cattiva impressione prodotta dal suo ingresso precipitoso. Era vestito in modo corretto ed elegante, portava una cravatta di gusto, dei guanti appropriati, e il suo volto era raffinato e intelligente. Ma, dove diavolo avevo visto prima quel volto? Perché, senza ombra di dubbio, l’avevo già visto. Eppure il ricordo era così vago e indistinto che mi sembrava inutile tentare di richiamarlo in quel momento.

Poi, rivolgendomi alla signora, rimasi stupito dal pallore e dall’ansia che leggevo sul suo volto. Guardava il suo vicino – occupavano posti sullo stesso lato del compartimento – con un’espressione di intenso allarme, e vidi una delle sue mani tremanti avvicinarsi lentamente a una piccola borsa da viaggio che giaceva sul sedile a circa venti centimetri da lei. La afferrò e la strinse nervosamente a sé. I nostri sguardi si incrociarono e, leggendo nella sua occhiata tutta l’ansia e la paura, non potei trattenere di parlare:

«È malata, signora? Posso aprire il finestrino?»

L’unica risposta fu un gesto che indicava la sua paura nei confronti della nostra compagna. Sorrisi, come fece il marito, scrollai le spalle e le spiegai, in pantomima, che non doveva temere, che io ero lì, e che, inoltre, l’uomo sembrava un individuo del tutto innocuo. In quel momento l’uomo si voltò verso di noi, ci scrutò dalla testa ai piedi, poi si accovacciò in un angolo e non ci prestò più attenzione.

Dopo un breve silenzio, la signora, come se avesse radunato tutte le sue forze per compiere un atto disperato, mi disse a quasi voce inaudibile:

«Sa chi è sul nostro treno?»

«Chi?»

«Lui… lui… le assicuro…»

«Chi è lui?»

«Arsène Lupin!»

Non aveva distolto lo sguardo dal nostro compagno, e fu a lui, più che a me, che pronunciò le sillabe di quel nome inquietante. Si tirò il cappello sul volto. Lo faceva per nascondere la sua agitazione o semplicemente per sistemarsi per dormire? Allora le dissi:

«Ieri, per contumacia, Arsène Lupin fu condannato a vent’anni di lavori forzati. Perciò è improbabile che oggi fosse così imprudente da mostrarsi in pubblico. Inoltre i giornali hanno annunciato la sua comparsa in Turchia dopo la fuga dalla Santé.»

«Ma ora è su questo treno», proclamò la signora, con l’obvio intento di farsi sentire dal nostro compagno; «mio marito è uno dei direttori del servizio penitenziario, e fu lo stesso capostazione a dirci che si stava cercando Arsène Lupin.»

«Forse si sono sbagliati…»

«No; è stato visto nella sala d’attesa. Ha comprato un biglietto di prima classe per Rouen.»

«È sparito. La guardia della porta della sala d’attesa non lo ha visto passare, e si suppone che sia salito sull’express che parte dieci minuti dopo di noi.»

«In tal caso lo prenderanno sicuramente.»

«A meno che, all’ultimo momento, non sia saltato da quel treno per venire qui, sul nostro treno… cosa piuttosto probabile… quasi certa.»

«Se così fosse, lo arresterebbero lo stesso; i dipendenti e le guardie avrebbero osservato il suo passaggio da un treno all’altro, e, quando arriveremo a Rouen, lo prenderanno lì.»

«Lui… mai! Troverà qualche mezzo di fuga.»

«In tal caso gli auguro un buon viaggio.»

«Ma nel frattempo, pensi a cosa potrà fare!»

«Cosa?»

«Non lo so. Potrebbe fare qualsiasi cosa.»

Era molto agitata, e, davvero, la situazione giustificava, in parte, il suo nervoso entusiasmo. Fui spinto a dirle:

«Certo, ci sono molte coincidenze strane, ma non deve temere. Se ammettiamo che Arsène Lupin è su questo treno, non commetterà alcuna indiscrezione; sarebbe ben felice di fuggire dal pericolo che già lo minaccia.»

Le mie parole non la rassicurarono, ma rimase in silenzio per un po’. Sfogliai i giornali e lessi i resoconti del processo di Arsène Lupin, ma, non contenendo nulla di nuovo per me, non mi interessarono molto. Inoltre ero stanco e sonnolento. Sentii le palpebre chiudersi e la testa cadere.

«Ma, monsieur, non sta per addormentarsi!»

La signora mi afferrò il giornale e mi guardò con indignazione.

«Certamente di no,» dissi.

«Sarebbe molto imprudente.»

«Certo,» assentii.

Lottai per rimanere sveglio. Guardai fuori dal finestrino il paesaggio e le nuvole fugaci, ma in poco tempo tutto divenne confuso e indistinto; l’immagine della signora nervosa e del gentiluomo assonnato svanì dalla mia memoria, e fui sepolto negli avvolgenti abissi di un sonno profondo. La serenità della mia veglia fu presto turbata da sogni inquietanti, nei quali una creatura che recitava il ruolo e portava il nome di Arsène Lupin assumeva un ruolo importante. Mi apparve con la schiena carica di oggetti di valore; saltava sopra i muri e saccheggiava i castelli. Ma i contorni di quella creatura, che non era più Arsène Lupin, assunsero una forma più definita. Si avvicinò a me, ingrandendosi sempre più, balzò nel compartimento con un’incredibile agilità e atterrò dritto sul mio petto. Con un urlo di paura e dolore mi svegliai. L’uomo, il viaggiatore, il nostro compagno, con il ginocchio sul mio petto, mi strinse la gola.

La mia vista era molto indistinta, poiché gli occhi erano intrisi di sangue. Vidi la signora, in un angolo del compartimento, convulsa per lo spavento. Cercai persino di non opporre resistenza. Inoltre non avevo forze. Mi pulsavano le tempie; ero quasi strangolato. Un minuto in più e avrei esalato l’ultimo respiro. L’uomo se ne dovette accorgere, perché allentò la presa, ma non tolse la mano. Prese allora una corda, su cui aveva preparato un cappio, e legò le mie braccia. In un istante fui legato, imbavagliato e indifeso.

Sicuramente compì l’artefatto con una facilità e una perizia che tradivano la mano di un maestro; era, senza dubbio, un ladro professionista. Nessuna parola, nessun movimento nervoso; solo freddezza e audacia. Ed ero lì, sdraiato sulla panca, avvolto come una mummia, io – Arsène Lupin!

Non era affatto una questione da ridere, eppure, nonostante la gravità della situazione, colsi con vivida chiarezza l’umorismo e l’ironia che essa comportava. Arsène Lupin catturato e legato come un novizio! derubato come se fossi un rustico inesperto – perché, bisogna capire, il furfante mi aveva privato di borsa e portafoglio! Arsène Lupin, vittima, ingannato, sconfitto… che avventura!

La signora non si mosse. Lui non la notò neppure. Si accontentò di raccogliere la sua borsa da viaggio caduta a terra e di prelevarne gioielli, borsa, e i piccoli orpelli d’oro e d’argento che conteneva. La signora aprì gli occhi, tremò per lo spavento, estrasse gli anelli dalle dita e li porse all’uomo come se volesse risparmiargli inutili fastidi. Lui prese gli anelli e la guardò. Lei svenne.

Poi, del tutto impassibile, tornò al suo posto, accese una sigaretta e cominciò a esaminare il bottino che aveva acquisito. L’esame sembrava dargli piena soddisfazione.

Io, però, non ne ero altrettanto soddisfatto. Non parlerò dei dodicimila franchi da cui fui indebitamente privato: fu solo una perdita temporanea, poiché ero certo di riavere quei soldi dopo un brevissimo ritardo, insieme ai documenti importanti contenuti nella mia borsa: progetti, specifiche, indirizzi, elenchi di corrispondenti e lettere compromettenti. Ma, per il momento, una questione più immediata e grave mi turbava: come sarebbe finita questa faccenda? Quale sarebbe stato l’esito di quest’avventura?

Come potete immaginare, lo sconvolgimento creatosi per il mio passaggio nella stazione di Saint‑Lazare non mi era sfuggito. Andando a far visita ad amici che mi conoscevano con il nome di Guillaume Berlat, e fra i quali la mia somiglianza a Arsène Lupin era oggetto di molte innocenti beffe, non potevo assumere un travestimento, e la mia presenza fu notata. Dunque, senza dubbio, il commissario di polizia di Rouen, informato via telegramma e assistito da numerosi agenti, sarebbe stato in attesa del treno, avrebbe interrogato tutti i passeggeri sospetti e avrebbe perquisito i vagoni.

Ovviamente, avevo previsto tutto ciò, ma non mi turbò, poiché ero certo che la polizia di Rouen non fosse più astuta di quella di Parigi e che avrei potuto sfuggire al riconoscimento; non sarebbe bastato mostrarmi sp

Ah! Devo confessare che, sfrecciando per i viali che circondavano la vecchia città normanna, a bordo del mio veloce Moreau‑Lepton da trentacinque cavalli, provai un profondo senso di orgoglio, e il motore rispose, quasi in sintonia con i miei desideri. A destra e a sinistra gli alberi sfrecciavano accanto a noi con una rapidità sorprendente, ed io, libero, fuori pericolo, dovevo solo sistemare i miei piccoli affari personali con i due onesti rappresentanti della polizia di Rouen seduti dietro di me. Arsène Lupin era in cerca di Arsène Lupin!

Modesti guardiani dell’ordine sociale — Gaston Delivet e Honoré Massol — quanto preziosa fu la vostra assistenza! Cosa avrei fatto senza di voi? Senza di voi, molte volte, all’incrocio, avrei potuto prendere la strada sbagliata! Senza di voi, Arsène Lupin avrebbe commesso un errore, e l’altro sarebbe fuggito!

Ma la fine non era ancora giunta. Lontano da ciò. Dovevo ancora catturare il ladro e recuperare i documenti rubati. In nessun caso i miei due accoliti dovevano vedere quei documenti, e tantomeno impadronirsene. Era un punto che poteva darmi qualche difficoltà.

Arrivammo a Darnétal tre minuti dopo la partenza del treno. È vero, mi consolava il sapere che un uomo con un cappotto grigio e collo di velluto nero era salito sul treno alla stazione. Aveva comprato un biglietto di seconda classe per Amiens. Certamente, il mio debutto da detective era promettente.

Delivet mi disse:

«Il treno è espresso, e la prossima fermata è Montérolier‑Buchy tra diciannove minuti. Se non arriviamo prima di Arsène Lupin, lui potrà proseguire verso Amiens, o cambiare per il treno che va a Clères, e da lì raggiungere Dieppe o Parigi.»

«Quanto dista Montérolier?»

«Ventitré chilometri.»

«Ventitré chilometri in diciannove minuti… Saremo lì davanti a lui.»

Eravamo di nuovo in partenza! Mai la mia fedele Moreau‑Repton aveva risposto alla mia impazienza con tanto ardore e regolarità. Partecipava alla mia ansia. Convalidava la mia determinazione. Condivideva la mia animosità verso quel furfante Arsène Lupin. Il mascalzone! Il traditore!

«Gira a destra», gridò Delivet, «poi a sinistra.»

Volavamo quasi senza toccare terra. I chilometri‑pietra sembravano piccole bestie timide che scomparivano al nostro avvicinarsi. Improvvisamente, a una curva della strada, vedemmo un vortice di fumo. Era l’Express del Nord. Per un chilometro fu una lotta fianco a fianco, ma una lotta disuguale in cui il risultato era certo. Vincii la gara di venti lunghezze.

In tre secondi eravamo sulla banchina davanti alle carrozze di seconda classe. Le porte si aprirono e alcuni passeggeri scesero, ma non il mio ladro. Facemmo una perquisizione nei compartimenti. Nessuna traccia di Arsène Lupin.

«Sapristi!», esclamai, «deve avermi riconosciuto nell’automobile mentre correvamo fianco a fianco e saltò dal treno.»

«Ah! eccolo ora! che attraversa i binari.»

Partii all’inseguimento dell’uomo, seguito dai miei due accoliti, o piuttosto seguito da uno di loro, perché l’altro, Massol, si dimostrò un corridore di straordinaria velocità e resistenza. In pochi istanti fece un notevole guadagno sul fuggitivo. L’uomo se ne accorse, balzò un fosso, corse attraverso un prato e si inoltrò in un fitto boschetto. Quando raggiungemmo quel boschetto, Massol ci aspettava. Non andò oltre, per timore di perderci.

«Molto bene, mio caro amico», dissi. «Dopo una corsa così il nostro bersaglio deve essere senza fiato. Lo cattureremo ora.»

Esaminai i dintorni con l’idea di procedere da solo all’arresto del fuggitivo, per recuperare i miei documenti, sui quali le autorità avrebbero indubbiamente posto molte domande sgradevoli. Poi tornai ai miei compagni e dissi:

«È tutto molto semplice. Tu, Massol, prendi il posto a sinistra; tu, Delivet, a destra. Da lì potrete osservare tutta la linea posteriore del bosco, e lui non potrà fuggire senza che voi lo vediate, tranne che attraverso quel burrone, che io vigilerò. Se non uscirà volontariamente, entrerò e lo dirigerò verso uno di voi due. Dovete semplicemente attendere. Ah! Ho dimenticato: nel caso mi serviate, un colpo di pistola.»

Massol e Delivet si allontanarono verso i rispettivi posti. Non appena scomparvero, entrai nel boschetto con la massima cautela per non essere né visto né sentito. Mi trovai davanti a fitte macchie, tra cui erano stati intagliati sentieri stretti, ma i rami che sporgevano mi costrinsero a piegarmi. Uno di questi sentieri conduceva a una radura dove trovai impronte sull’erba umida. Le segui; mi condussero ai piedi di un tumulo sormontato da una baracca deserta e fatiscente.

«Deve essere lì», mormorai a me stesso. «È un rifugio ben scelto.»

Mi avvicinai cautamente al lato dell’edificio. Un leggero rumore mi fece capire che era lì; poi, attraverso un’apertura, lo vidi. Era girato di spalle a me. In due balzi ero sopra di lui. Cercò di sparare con una pistola che teneva in mano, ma non ebbe tempo. Lo gettai a terra in modo che le braccia restassero sotto di lui, contorte e impotenti, mentre lo tenevo fermo con il ginocchio sul petto.

«Ascolta, ragazzo», gli sussurrai all’orecchio. «Io sono Arsène Lupin. Devi consegnarmi, subito e con grazia, il mio portafoglio e i gioielli della signora, e, in cambio, ti salverò dalla polizia e ti includerò fra i miei amici. Una sola parola: sì o no?»

«Sì», mormorò.

«Benissimo. La tua fuga, questa mattina, era ben organizzata. Ti congratulo.»

Mi sollevai. Lui frugò nella tasca, estrasse un grosso coltello e cercò di colpirmi con esso.

«Imbecille!», esclamai.

Con una mano parai l’attacco; con l’altra gli sferrò un colpo netto alla carotide. Cadde—stordito!

Nel mio portafoglio ritrovai i documenti e le banconote. Per curiosità presi anche le sue. Su una busta indirizzata a lui lessi il nome: Pierre Onfrey. Mi colpì. Pierre Onfrey, l’assassino della rue Lafontaine ad Auteuil! Pierre Onfrey, colui che aveva trafitto la gola di Madame Delbois e delle sue due figlie. Mi chinai su di lui. Sì, quelle erano le caratteristiche che, nel compartimento, mi avevano evocato il ricordo di un volto che allora non riuscivo a ricordare.

Ma il tempo scorreva. Inserii in una busta due banconote da cento franchi ciascuna, con una carta recante queste parole: «Arsène Lupin ai suoi degni colleghi Honoré Massol e Gaston Delivet, come piccolo segno della sua gratitudine». La posai in un punto ben visibile della stanza, dove avrebbero sicuramente la trovato. Accanto posai la borsa di Madame Renaud. Perché non potei restituirla alla signora che mi aveva fatto amicizia? Devo confessare che ne presi tutto ciò che aveva valore o interesse, lasciandovi solo un pettine, un bastoncino di rossetto Dorin per le labbra e una borsa vuota. Ma, sapete, gli affari sono affari. E poi, davvero, suo marito esercita una professione tanto disonorevole!

L’uomo cominciò a riprendere coscienza. Cosa dovevo fare? Non potevo salvarlo né condannarlo. Così presi la sua pistola e sparai un colpo in aria.

«I miei due accoliti verranno a occuparsi del suo caso», mi dissi, mentre mi allontanavo per la strada attraverso il burrone. Venticinque minuti dopo ero seduto nella mia automobile.

Alle quattro inviai un telegramma ai miei amici di Rouen per comunicar loro che un imprevisto mi avrebbe impedito di mantenere la visita promessa. Fra di noi, considerato ciò che i miei amici ora sanno, la visita è rimandata indefinitamente. Una crudele delusione per loro!

Alle sei ero a Parigi. I giornali serali mi riferirono che Pierre Onfrey era stato infine catturato.

Il giorno seguente, — non disdegnamo i vantaggi di una pubblicità giudiziosa — l’Echo de France pubblicò questo sensazionale articolo:

«Ieri, nei pressi di Buchy, dopo numerosi avvincenti incidenti, Arsène Lupin ha compiuto l’arresto di Pierre Onfrey. L’assassino della rue Lafontaine aveva rapinato Madame Renaud, moglie del direttore del servizio penitenziario, in una carrozza ferroviaria sulla linea Parigi‑Havre. Arsène Lupin ha restituito a Madame Renaud la borsa che conteneva i suoi gioielli e ha dato una generosa ricompensa ai due investigatori che lo avevano assistito in quell’arresto drammatico.»

V. Il Collare della Regina

Due o tre volte l’anno, in occasioni di straordinario rilievo, come i balli all’Ambasciata austriaca o le soirée di Lady Billingstone, la Contessa de Dreux‑Soubise indossava sulle spalle bianche «Il Collare della Regina».

Era, in verità, il celebre collare, il leggendario collare che Bohmer e Bassenge, gioiellieri di corte, avevano realizzato per Madame Du Barry; il vero collare che il Cardinale de Rohan‑Soubise intendeva donare a Maria Antonietta, regina di Francia; e lo stesso che l’avventuriera Jeanne de Valois, Contessa de la Motte, aveva smembrato una sera di febbraio 1785, con l’aiuto del marito e del loro complice Rétaux de Villette.

A dire il vero, la montatura era genuina. Rétaux de Villette l’aveva tenuta, mentre il Conte de la Motte e sua moglie disperdevano al vento i bei gioielli così accuratamente scelti da Bohmer. Successivamente la vendette a Gaston de Dreux‑Soubise, nipote ed erede del Cardinale, che riacquistò i pochi diamanti rimasti in possesso del gioielliere inglese Jeffreys; li integrò con altre pietre della medesima grandezza ma di qualità molto inferiore, e così restituì il meraviglioso collare alla forma con cui era uscito dalle mani di Bohmer e Bassenge.

Per quasi un secolo la famiglia Dreux‑Soubise si vantò del possesso di questo gioiello storico. Sebbene le circostanze avverse avessero notevolmente ridotto la loro fortuna, preferivano contenere le spese domestiche piuttosto che cedere questo reperto della regalità. In particolare, l’attuale conte lo aggrappava come un uomo si aggrappa alla casa dei propri antenati. Per prudenza, aveva affittato una cassa di sicurezza al Crédit Lyonnais dove custodirlo. Lo andò a prendere di persona nel pomeriggio del giorno in cui sua moglie intendeva indossarlo, e lo riportò il giorno seguente.

In quella particolare serata, al ricevimento tenutosi al Palais de Castille, la Contessa ottenne un notevole successo; e il re Cristiano, in suo onore, commentò la sua grazia e bellezza. Le mille sfaccettature del diamante scintillavano e bruciavano come fiamme intorno al suo elegante collo e alle spalle, ed è lecito affermare che nessun’altra poteva reggere il peso di tale ornamento con tanta facilità e grazia.

Fu un doppio trionfo, e il Conte de Dreux fu estremamente esultante al ritorno nella loro camera nella vecchia casa del faubourg Saint‑Germain. Era fiero di sua moglie, e altrettanto fiero, forse, del collare che aveva conferito alla sua nobile casata un lustro aggiunto per generazioni. Sua moglie, altresì, considerava il collare con quasi infantile vanità, e non fu senza rammarico a rimuoverlo dalle spalle e a porgerlo a suo marito che lo ammirava appassionatamente come se lo avesse visto per la prima volta. Poi, collocandolo nella sua custodia di cuoio rosso, marchiata con le armi del Cardinale, si diresse verso una stanza adiacente, semplicemente una nicchia o un armadio tagliato fuori dalla loro camera, accessibile solo mediante una porta ai piedi del loro letto. Come aveva già fatto in altre occasioni, lo nascose in alto su una mensola fra scatole di cappelli e cumuli di biancheria. Chiuse la porta e si ritirò.

La mattina seguente si alzò verso le nove, intenzionato a recarsi al Crédit Lyonnais prima della colazione. Si vestì, bevve una tazza di caffè, e andò alla stalla per dare i suoi ordini. Lo stato di uno dei cavalli lo turbò. Lo fece esercitare alla sua presenza. Poi tornò da sua moglie, che non aveva ancora lasciato la camera. La sua domestica le pettinava i capelli. Quando il marito entrò, lei chiese:

«Stai uscendo?»

«Sì, fino alla banca.»

«Certo. È saggio.»

Entrò nell’armadio; ma, dopo pochi secondi, e senza alcun segno di stupore, domandò:

«Hai preso il collare, cara?»

«Cosa?... No, non ho preso nulla.»

«Devi averlo spostato.»

«Assolutamente no. Non ho neanche aperto quella porta.»

Apparve alla porta, sconcertato, e balbettò con voce quasi incomprensibile:

«Non… non è stato…?… allora…»

Lei si precipitò in suo aiuto, e insieme fecero una ricerca meticolosa, gettando le scatole a terra e rovesciando i cumuli di biancheria. Allora il conte disse, piuttosto demoralizzato:

«È inutile continuare a cercare. L’ho messo qui, su questa mensola.»

«Devi aver sbagliato.»

«No, no, era su questa mensola—nulla altrove.»

Accesero una candela, poiché la stanza era piuttosto buia, e poi portarono via tutta la biancheria e gli altri oggetti contenuti nella stanza. Quando la stanza fu vuota, confessarono, disperati, che il famoso collare era scomparso. Senza perdere tempo in vani lamenti, la contessa notificò il commissario di polizia, il signor Valorbe, che giunse subito e, dopo aver ascoltato la loro storia, interrogò il conte:

«Siete sicuri che nessuno sia passato nella vostra camera durante la notte?»

«Assolutamente sicuro, poiché dormo molto leggero. Inoltre, la porta della camera era chiusa a chiave, e ricordo di averla sbloccata stamattina quando mia moglie chiamò la sua domestica.»

«E non c’è altra entrata nell’armadio?»

«Nessuna.»

«Nessuna finestra?»

«Sì, ma è chiusa.»

«La guarderò.»

Le candele furono accese e il signor Valorbe osservò subito che la metà inferiore della finestra era coperta da un grande avvolgimento, comunque così stretto da non toccare il davanzale ai lati.

«Su cosa si apre questa finestra?»

«Su un piccolo cortile interno.»

«E avete un piano sopra questo?»

«Due; ma, a livello del piano dei servi, c’è una grata chiusa sul cortile. Ecco perché la stanza è così buia.»

Quando la pressa fu spostata, scoprirono che la finestra era chiusa a chiave, cosa che non sarebbe stata possibile se qualcuno fosse entrato da lì.

«A meno che», disse il conte, «non fossero usciti dalla nostra camera.»

«In tal caso avreste trovato la porta sbloccata.»

Il commissario rifletté per un attimo, poi chiese alla contessa:

«Qualcuno dei vostri domestici sapeva che aveste indossato il collare la sera scorsa?»

«Certamente; non l’ho nascosto. Ma nessuno sapeva che fosse custodito in quell’armadio.»

«Nessuno?»

«Nessuno… a meno che…»

«Sia ben certa, signora, poiché è un punto molto importante.»

Si rivolse a suo marito e disse:

«Stavo pensando a Henriette.»

«Henriette? Non sapeva dove lo tenessimo.»

«Sei sicura?»

«Chi è questa donna Henriette?», chiese il signor Valorbe.

«Una compagna di scuola, diseredata dalla famiglia per aver sposato al di sotto della sua condizione. Dopo la morte del marito le fornì un appartamento in questa casa per lei e suo figlio. È abile con l’ago e mi ha fornito vari lavori.»

«Su quale piano si trova?»

«Sul nostro, alla fine del corridoio… e credo… la finestra della sua cucina…»

«Si apre su questo piccolo cortile, non è vero?»

«Sì, proprio di fronte al nostro.»

Il signor Valorbe chiese allora di vedere Henriette. Andarono al suo appartamento; ella era intenta a cucire, mentre suo figlio Raoul, di circa sei anni, sedeva accanto a lei leggendo. Il commissario rimase stupito dal misero appartamento fornito alla donna, costituito da una sola stanza senza camino e da una piccola cucina. Lo interrogò; lei sembrò sopraffatta nel sentire del furto. La sera precedente si era vestita la contessa e aveva messo il collare sulle sue spalle.

«Dio buono!», esclamò, «non può essere!»

«E non avete la più minima sospetto? È possibile che il ladro sia passato per la vostra camera?»

Rise di gusto, senza mai sospettare di essere oggetto di indagine.

«Ma non ho lasciato la mia stanza. Non esco mai. E forse non avete visto?»

Aprì la finestra della cucina e disse:

«Vedete, dista almeno tre metri dal davanzale della finestra opposta.»

«Chi vi ha detto che supponiamo il furto potesse avvenire in quel modo?»

«Ma… il collare era nell’armadio, vero?»

«Come lo sapete?»

«Perché l’ho sempre saputo, era sempre lì di notte. Ne avevo parlato in mia presenza.»

Il suo volto, sebbene ancora giovane, mostrava indelebili tracce di dolore e rassegnazione. Ora assunse un’espressione di ansia, come se un pericolo la minacciasse. Strinse il figlio al petto. Il bambino prese la sua mano e la baciò affettuosamente.

Quando furono di nuovo soli, il conte disse al commissario:

«Non penso che sospettiate Henriette. Posso parlare per lei. È l’incarnazione dell’onestà.»

«Sono del tutto d’accordo», rispose il signor Valorbe. «Al massimo credevo potesse esserci una complicità inconscia. Ma devo ammettere che anche quella teoria deve essere abbandonata, poiché non aiuta a risolvere il problema attuale.»

Il commissario di polizia lasciò l’indagine, che fu poi ripresa e conclusa dal giudice istruttore. Egli interrogò i domestici, esaminò la condizione del chiavistello, sperimentò l’apertura e la chiusura della finestra dell’armadio, e ispezionò il piccolo cortile dall’alto al basso. Tutto fu vano. Il chiavistello era intatto. La finestra non poteva essere aperta né chiusa dall’esterno.

Le indagini si concentrarono soprattutto su Henriette, poiché, nonostante tutto, sempre si orientavano verso di lei. Farono una ricerca approfondita della sua vita passata e accertarono che, negli ultimi tre anni, era uscita di casa solo quattro volte, e le sue uscite furono spiegate soddisfacentemente. In realtà, lei era serva di camera e sarta della contessa, che la trattava con grande severità.

Alla fine di una settimana, il giudice istruttore non aveva ottenuto informazioni più certe di quelle del commissario di polizia. Il giudice disse:

«Ammettendo che conosciamo il colpevole, cosa che non facciamo, ci troviamo di fronte al fatto che non sappiamo come sia stato compiuto il furto. Siamo di fronte a due ostacoli: una porta e una finestra—entrambe chiuse e chiuse a chiave. È dunque un doppio mistero. Come può qualcuno entrare e, inoltre, come può qualcuno fuggire lasciando dietro di sé una porta chiusa a chiave e una finestra serrata?»

Alla fine di quattro mesi, l’opinione segreta del giudice fu che il conte e la contessa, pressati per denaro, condizione loro abituale, avessero venduto il Collare della Regina. Chiuse l’indagine.

La perdita del celebre gioiello fu un duro colpo per i Dreux‑Soubise. Il loro credito, non più sostenuto dal fondo di riserva che un tesoro simile rappresentava, li trovò di fronte a creditori più esigenti e a usurai. Furono costretti a ridurre al minimo, a vendere o ipotecare ogni articolo di valore commerciale. In breve, sarebbe stata la loro rovina, se non fossero state due grandi eredità da parenti lontani a salvarli.

Il loro orgoglio subì anche un declino, come se avessero perso uno scudo dal loro stemma. E, stranamente, fu su un’ex compagna di scuola, Henriette, che la contessa riversò il suo rancore. Verso di lei la contessa mostrò i più velenosi sentimenti, e la accusò apertamente. Prima Henriette fu relegata ai quartieri dei domestici e, il giorno seguente, licenziata.

Per un certo periodo, il conte e la contessa vissero una vita tranquilla. Viaggiarono molto. Solo un incidente degno di nota avvenne in quel periodo. Alcuni mesi dopo la partenza di Henriette, la contessa fu sorpresa nel ricevere e leggere la seguente lettera, firmata da Henriette:

«Madame,

Non so come ringraziarvi; era voi, non è vero, a avermi inviato questo? Non poteva essere nessun altro. Nessuno tranne voi sa dove vivo. Se sbaglio, scusatevi e accettate i miei sinceri ringraziamenti per i favori passati…»

Quando le fu chiesto un spiegazione, Henriette rispose che aveva ricevuto una lettera, per posta, contenente due banconote da mille franchi ciascuna. La busta, che ella allegò alla sua risposta, portava il timbro postale di Parigi, ed era indirizzata con una calligrafia evidentemente camuffata. Ora, da dove venivano quei due mila franchi? Chi li aveva inviati? E perché li aveva mandati?

Henriette ricevette una lettera simile e la stessa somma di denaro dodici mesi dopo. E una terza volta; e una quarta; e ogni anno per un periodo di sei anni, con questa differenza, che nel quinto e sesto anno la somma fu raddoppiata. Vi fu un’altra differenza: le autorità postali, avendo sequestrato una delle lettere con il pretesto che non fosse registrata, le ultime due lettere furono debitamente inviate secondo le norme postali, la prima datata da Saint‑Germain, l’altra da Suresnes. Il mittente firmò la prima “Anquety”; e l’altra “Péchard”. Gli indirizzi che egli fornì erano falsi.

Al termine dei sei anni, Henriette morì, e il mistero rimase irrisolto.

* * * * *

Tutti questi avvenimenti sono noti al pubblico. Il caso fu uno di quelli che suscitano l’interesse generale, ed è stato uno strano caso che questo collier, che aveva provocato tanto fermento in Francia alla fine del XVIII secolo, dovesse crearne uno simile un secolo dopo. Ma ciò che sto per narrar è noto solo alle parti direttamente interessate e a pochi altri da cui il conte ottenne una promessa di segretezza. Poiché è probabile che un giorno o l’altro tale promessa venga infranta, non ho esitazione a strappare il velo e così rivelare la chiave del mistero, la spiegazione della lettera pubblicata sui giornali mattutini due giorni fa; una lettera straordinaria che aumentò, se possibile, le nebbie e le ombre che avvolgono questo dramma incomprensibile.

Cinque giorni fa, numerosi ospiti cenavano con il conte di Dreux‑Soubise. Erano presenti diverse signore, incluse le sue due nipoti e sua cugina, e i seguenti gentiluomini: il presidente di Essaville, il deputato Bochas, il cavaliere Floriani, che il conte aveva conosciuto in Sicilia, e il generale Marchese de Rouzières, vecchio amico di club.

Dopo il pasto, il caffè fu servito dalle signore, le quali concessero ai gentiluomini il permesso di fumare le loro sigarette, a condizione che non abbandonassero il salone. La conversazione era generale, e infine uno degli ospiti si trovò a parlare dei crimini celebri. E ciò diede al Marchese de Rouzières, che amava prendere in giro il conte, l’occasione di menzionare la vicenda del Collier della Regina, soggetto che il conte detestava.

Ognuno espresse la propria opinione sulla questione; e, ovviamente, le loro varie teorie non erano solo contraddittorie ma anche impossibili.

«E lei, monsieur», disse la contessa al cavaliere Floriani, «qual è la sua opinione?»

«Oh! Io… non ho alcuna opinione, madame.»

Tutti gli ospiti protestarono; poiché il cavaliere aveva appena narrato in maniera divertente varie avventure in cui aveva partecipato con il padre, magistrato a Palermo, e che stabilivano il suo giudizio e gusto in tali materie.

«Confesso», disse egli, «che talvolta sono riuscito a svelare misteri che i più astuti investigatori hanno rinunciato; eppure non pretendo di essere Sherlock Holmes. Inoltre, so ben poco della vicenda del Collier della Regina.»

Ora tutti si volsero verso il conte, che fu così obbligato, contro la sua volontà, a narrare tutte le circostanze connesse al furto. Il cavaliere ascoltò, rifletté, pose qualche domanda, e disse:

«È molto strano… a prima vista, il problema sembra molto semplice.»

Il conte alzò le spalle. Gli altri si avvicinarono al cavaliere, il quale continuò, con tono dogmatico:

«Come regola generale, per trovare l’autore di un crimine o di un furto, è necessario determinare come quel crimine o furto fu compiuto, o quantomeno come poté essere compiuto. Nel caso presente, nulla è più semplice, perché ci troviamo di fronte, non a varie teorie, ma a un fatto positivo, cioè: il ladro poteva entrare solo per la porta della camera o per la finestra dell’armadio. Ora, una persona non può aprire una porta sbarrata dall’esterno. Pertanto, dovette entrare attraverso la finestra.»

«Ma era chiusa e chiusa a chiave, e l’abbiamo trovata così anche dopo», dichiarò il conte.

«Per fare ciò», proseguì Floriani, senza curarsi dell’interruzione, «bastava semplicemente costruire un ponte, una tavola o una scala, tra il balconcino della cucina e il davanzale della finestra, e poiché la scatola dei gioielli…»

«Ripeto che la finestra era chiusa», esclamò il conte, impaziente.

Questa volta Floriani fu costretto a rispondere. Fece così con la più grande tranquillità, come se l’obiezione fosse la più insignificante delle cose al mondo.

«Ammetto che lo era; ma non c’è forse un lunotto nella parte alta della finestra?»

«Come lo sai?»

«Innanzitutto, ciò era consueto nelle case di quell’epoca; e, in secondo luogo, senza un lunotto il furto non può essere spiegato.»

«Sì, ce n’è uno, ma era chiuso, come la finestra. Di conseguenza, non ci avevamo fatto caso.»

«È stato un errore; perché, se lo aveste esaminato, avreste scoperto che era stato aperto.»

«Ma come?»

«Presumo che, come tutti gli altri, si apra mediante un filo con un anello all’estremità inferiore.»

«Sì, ma non vedo—»

«Ora, attraverso un foro nella finestra, una persona potrebbe, con l’aiuto di qualche strumento, diciamo un righello con uncino all’estremità, afferrare l’anello, tirare verso il basso e aprire il lunotto.»

Il conte rise e disse:

«Eccellente! eccellente! Il vostro schema è molto astuto, ma trascurate una cosa, monsieur, non c’è alcun foro nella finestra.»

«C’era un foro.»

«Fandonia, lo avremmo visto.»

«Per vederlo bisogna cercarlo, e nessuno lo ha cercato. Il foro è lì; deve essere lì, ai lati della finestra, nella malta. In verticale, ovviamente.»

Il conte si alzò. Era molto agitato. Camminò avanti e indietro nella stanza, due o tre volte, in modo nervoso; poi, avvicinandosi a Floriani, disse:

«Nessuno è stato in quella stanza da allora; nulla è stato cambiato.»

«Molto bene, monsieur, può facilmente constatare che la mia spiegazione è corretta.»

«Non concorda con i fatti stabiliti dal giudice esaminatore. Non avete visto nulla, eppure contraddite tutto quello che abbiamo visto e tutto quello che sappiamo.»

Floriani non prestò attenzione alla petulanza del conte. Semplicemente sorrise e disse:

«Mon Dieu, monsieur, sottopongo la mia teoria; è tutto. Se sbaglio, potete dimostrarlo facilmente.»

«Lo farò subito… confesso che la vostra certezza—»

Il conte mormorò qualche altra parola; poi, improvvisamente, corse verso la porta e se ne andò. Nessuna parola fu pronunciata in sua assenza; e quel silenzio profondo diede alla situazione un’aria di quasi tragica importanza. Alla fine, il conte tornò. Era pallido e nervoso. Disse ai suoi amici, con voce tremante:

«Vi chiedo scusa… le rivelazioni del cavaliere furono così inaspettate… non avrei mai pensato…»

Sua moglie lo interrogò, ansiosa:

«Parli… cos’è?»

Balbettò: «Il foro è lì, proprio al lato della finestra—»

Afferrò il braccio del cavaliere e gli disse con tono imperioso:

«Ora, monsieur, proceda. Ammetto che avete ragione fin qui, ma ora… non è tutto… continui… raccontateci il resto.»

Floriani sciolse delicatamente il suo braccio e, dopo un attimo, continuò:

«Bene, a mio avviso è questo ciò che accadde. Il ladro, sapendo che la contessa avrebbe indossato il collier quella sera, aveva preparato il suo passaggio o ponte durante la vostra assenza. Vi osservò attraverso la finestra e vi vide nascondere il collier. Poi, spezzò il vetro e tirò l’anello.»

«Ah! ma la distanza era così grande che sarebbe stato impossibile per lui raggiungere la chiusura della finestra attraverso il lunotto.»

«Bene, allora, se non poteva aprire la finestra raggiungendo il lunotto, dovette strisciare attraverso il lunotto.»

«Impossibile; è troppo piccolo. Nessun uomo potrebbe strisciare attraverso di esso.»

«Allora non era un uomo», dichiarò Floriani.

«Cosa!»

«Se il lunotto è troppo piccolo per ammettere un uomo, doveva essere un bambino.»

«Un bambino!»

«Non avete detto che la vostra amica Henriette aveva un figlio?»

«Sì; un figlio di nome Raoul.»

«Allora, con ogni probabilità, fu Raoul a commettere il furto.»

«Che prova ne avete?»

«Che prova! Molte… Per esempio—»

Si fermò, rifletté un attimo, poi continuò:

«Per esempio, quel passaggio o ponte. È improbabile che il bambino potesse portarlo da fuori casa e riportarlo via senza essere osservato. Doveva usare qualcosa di vicino a portata di mano. Nella piccola stanza che Henriette usava come cucina, non c’erano scaffali contro il muro su cui posava pentole e stoviglie?»

«Due scaffali, per quanto ricordo.»

«Siete sicuri che quegli scaffali fossero davvero fissati alle staffe di legno che li sostenevano? Perché, se non lo fossero, potremmo ipotizzare che il bambino li abbia rimossi, li abbia uniti e così formato il suo ponte. Forse, inoltre, dato che c’era un focolare, potremmo trovare il rastrello piegato che usò per aprire il lunotto.»

Senza dire una parola, il conte lasciò la stanza; e, stavolta, presenti non provarono la tensione nervosa avvertita la prima volta. Erano convinti che Floriani avesse ragione, e nessuno fu sorpreso quando il conte tornò e dichiarò:

«Era il bambino. Tutto lo dimostra.»

«Avete visto gli scaffali e il rastrello?»

«Sì. Gli scaffali sono stati sventrati, e il rastrello è ancora lì.»

Ma la contessa esclamò:

«Avreste meglio dire che era sua madre. Henriette è la colpevole. Dovette costringere il figlio—»

«No», dichiarò il cavaliere, «la madre non ne ebbe nulla a che fare.»

«Fandonia! Occupavano la stessa stanza. Il bambino non poteva farlo senza la conoscenza della madre.»

«Vero, vivevano nella stessa stanza, ma tutto ciò accadde nella stanza annessa, di notte, mentre la madre dormiva.»

«E il collier?», disse il conte. «Sarebbe stato trovato tra le cose del bambino.»

«Scusatemi! Era fuori. Quella mattina, quando lo trovaste a leggere, era appena tornato da scuola, e forse il commissario di polizia, invece di perdere tempo sulla madre innocente, avrebbe fatto meglio a perquisire la scrivania del bambino tra i suoi libri scolastici.»

«Ma come spiegate quei duemila franchi che Henriette riceveva ogni anno? Non sono prova della sua complicità?»

«Se fosse stata una complice, vi avrebbe ringraziato per quel denaro? E poi, non era sotto stretta sorveglianza? Ma il bambino, libero, poteva facilmente andare in una città vicina, negoziare con qualche mercante e vendergli un diamante o due, come volesse, a condizione che il denaro fosse inviato da Parigi, e tale procedura poteva ripetersi di anno in anno.»

Un’ansia indescrivibile opprimeva il conte Dreux‑Soubise e i suoi ospiti. C’era qualcosa nel tono e nell’atteggiamento di Floriani—qualcosa di più della semplice sicurezza del cavaliere, che fin dall’inizio aveva tanto irritato il conte. C’era un tocco di ironia, che sembrava più ostile che simpatetico. Ma il conte fingeva di ridere, dicendo:

«Tutto ciò è molto ingegnoso e interessante, e vi congratulo per la vostra vivida immaginazione.»

«No, per nulla», rispose Floriani, con la massima gravità, «non immagino nulla. Descrivo semplicemente gli eventi come devono essere accaduti.»

«Ma cosa sapete di essi?»

«Ciò che voi stessi mi avete detto. Immagino nella mia mente la vita della madre e del figlio là in campagna; la malattia della madre, gli ingegni e le invenzioni del figlio per vendere le pietre preziose al fine di salvare la vita della madre, o quantomeno alleviare i suoi ultimi momenti. La sua malattia la sopraffà. Lei muore. Gli anni passano. Il figlio diventa uomo; e poi—e ora darò libero sfogo alla mia immaginazione—supponiamo che l’uomo senta il desiderio di tornare al luogo della sua infanzia, vi si rechi, e lì incontri certe persone che sospettano e accusano sua madre… comprendete il dolore e l’angoscia di tale colloquio nella stessa casa in cui il dramma originale fu messo in scena?»

Le sue parole sembrarono riecheggiare per qualche secondo nel silenzio successivo, e si poteva leggere sui volti del conte e della contessa de Dreux uno sforzo confuso di comprendere il suo senso e, al contempo, il timore e l’angoscia di tale comprensione. Alla fine parlò il conte, dicendo:

«Chi siete, monsieur?»

«Io? Il cavaliere Floriani, che incontraste a Palermo, e che avete avuto la cortesia di invitare più volte a casa vostra.»

«Allora cosa significa questa storia?»

«Oh! nulla! È semplicemente un passatempo, per quel che mi riguarda. Cerco di descrivere il piacere che il figlio di Henriette, se ancora vive, avrebbe nel dirvi che era il colpevole, e che lo fece perché sua madre era infelice, poiché era sul punto di perdere il luogo di una… serva, che la sostentava, e perché il bambino soffriva alla vista del dolore della madre.»

Parlò con emozione trattenuta, si sollevò in parte e si inclinandò verso la contessa. Non poteva più che il cavaliere Floriani fosse il figlio di Henriette. Il suo atteggiamento e le sue parole lo proclamavano. Inoltre, non era forse sua evidente intenzione e desiderio di essere riconosciuto come tale?

Il conte esitò. Quale azione avrebbe compiuto contro l’ospite audace? Una rissa? Provocare uno scandalo? Smascherare l’uomo che una volta lo aveva derubato? Ma era passato molto tempo! E chi avrebbe creduto quella storia assurda sul figlio colpevole? No; sarebbe stato molto meglio accettare la situazione e fingere di non comprenderne il vero significato. Così il conte, rivolgendosi a Floriani, esclamò:

«La vostra storia è molto curiosa, molto divertente; l’ho apprezzata molto. Ma cosa ne pensate sia diventato di questo giovane, di questo figlio modello? Spero non abbia abbandonato la carriera in cui fece un debutto così brillante.»

«Oh! Certamente no.»

«Dopo un tale debutto! Rubare il collier della Regina a sei anni; il celebre collier bramato da Maria‑Antoinetta!»

«E rubarlo», osservò Floriani, in sintonia con l’umore del conte, «senza arrecargli il minimo disturbo, senza che nessuno pensasse di esaminare le condizioni della finestra, o di osservare che il davanzale era troppo pulito—quel davanzale che aveva spazzato per cancellare i segni che aveva lasciato nella spessa polvere. Dobbiamo ammettere che era sufficiente a far girare la testa a un ragazzo di quell’età. Era tutto così facile. Doveva semplicemente desiderare la cosa e allungare la mano per prenderla.»

«E allungò la mano.»

«Entrambe le mani», rispose il cavaliere, ridendo.

I suoi compagni rimasero sbalorditi. Che mistero avvolgeva la vita del cosiddetto Floriani? Quanto doveva essere meravigliosa la vita di quell’avventuriero, ladro a sei anni, che oggi, in cerca di emozioni o, al massimo, per soddisfare un sentimento di risentimento, si trovasse a sfidare la sua vittima nella sua stessa casa, audacemente, stolto, eppure con tutta la grazia e la delicatezza di un ospite cortese!

Si alzò e si avvicinò alla contessa per salutarla. Lei si ritirò, inconsciamente. Lui sorrise.

«Oh! Madame, avete paura di me! Ho esagerato nel ruolo di mago da salotto?»

Lei si controllò, e rispose, con la consueta disinvoltura:

«Per nulla, monsieur. La leggenda di quel figlio devoto mi interessò molto, e sono lieta di sapere che il mio collier ebbe un destino così brillante. Ma non pensate che il figlio di quella donna, Henriette, fosse vittima di un’influenza ereditaria nella scelta della sua vocazione?»

Scosse la testa, colpito, e rispose:

«Ne sono certo; e, inoltre, la sua tendenza naturale al crimine doveva essere molto forte, altrimenti si sarebbe scoraggiato.»

«Perché così?»

«Perché, come sapete, la maggior parte dei diamanti era falsa. Le uniche pietre genuine erano le poche acquistate dal gioielliere inglese; le altre furono vendute una per una per soddisfare le crudeli necessità della vita.»

«Era comunque il Collier della Regina, monsieur», replicò la contessa, altezzosa, «e ciò è qualcosa che lui, il figlio di Henriette, non poteva apprezzare.»

«Poteva apprezzare, madame, che, vero o falso, il collier non era altro che un oggetto di parata, un emblema di orgoglio insensato.»

Il conte fece un gesto minaccioso, ma sua moglie lo fermò.

«Monsieur», disse, «se l’uomo a cui fate riferimento ha anche solo un minimo di senso dell’onore—»

Si fermò, intimorita dal tono freddo di Floriani.

«Se quell’uomo ha anche solo un minimo di senso dell’onore», ripeté.

Sentì che non avrebbe guadagnato nulla parlando così con lui, e nonostante la sua rabbia e indignazione, tremante per l’orgoglio umiliato, gli disse quasi cortesemente:

«Monsieur, la leggenda narra che Rétaux de Villette, quando era in possesso del Collier della Regina, non ne rovinò la montatura. Capì che i diamanti erano solo l’ornamento, l’accessorio, e che la montatura era l’opera essenziale, la creazione dell’artista, e la rispettò di conseguenza. Credete che quest’uomo avesse lo stesso sentimento?»

«Non ho dubbi che la montatura esista ancora. Il bambino l’ha rispettata.»

«Bene, monsieur, se doveste incontrarlo, gli direste che detiene ingiustamente una reliquia che è proprietà e orgoglio di una certa famiglia, e che, sebbene le pietre siano state rimosse, il collier della Regina appartiene ancora alla casa di Dreux‑Soubise. Appartiene a noi quanto il nostro nome o il nostro onore.»

Il cavaliere rispose semplicemente:

«Glielo dirò, madame.»

Fece un inchino a lei, salutò il conte e gli altri ospiti, e se ne andò.

* * * * *

Quattro giorni dopo, la contessa de Dreux trovò sul tavolo nella sua camera una cassa di cuoio rosso con le armi del cardinale. La aprì e trovò il Collier della Regina.

Ma come ogni cosa, nella vita di un uomo che aspira all’unità e alla logica, convergono verso lo stesso fine—e, come un piccolo inserto pubblicitario non nuoce mai—il giorno seguente l’Echo de France pubblicò queste linee sensazionali:

«Il Collier della Regina, il famoso gioiello storico rubato alla famiglia di Dreux‑Soubise, è stato recuperato da Arsène Lupin, che si affrettò a restituirlo al legittimo proprietario. Non possiamo lodare abbastanza un gesto così delicato e cavalleresco.»

VI. Il Sette di Cuori

Mi chiedono spesso questa domanda: «Come avete fatto la conoscenza di Arsène Lupin?»

Il mio legame con Arsène Lupin era ben noto. I dettagli che raccolgo su quell’uomo misterioso, i fatti inconfutabili che presento, le nuove prove che produco, l’interpretazione che attribuisco a certi atti di cui il pubblico ha visto solo le manifestazioni esteriori senza poter scoprire le ragioni segrete o il meccanismo invisibile, stabiliscono, se non un’intimità, almeno rapporti amichevoli e confidenze regolari.

Ma come ho fatto la sua conoscenza? Perché fui scelto come suo storografo? Perché io, e non un altro?

La risposta è semplice: il caso da solo ha presieduto alla mia scelta; il mio merito non fu considerato. Fu il caso a mettermi sul suo cammino. Fu per caso che partecipai a una delle sue avventure più strane e misteriose; e per caso che fui attore in un dramma del quale egli era il meraviglioso regista di scena; un dramma oscuro e intricato, brulicante di eventi così avvincenti che provo un certo imbarazzo nel tentare di descriverlo.

Il primo atto si svolge durante quella memorabile notte del 22 giugno, di cui si è già detto tanto. E, per quanto mi riguarda, attribuisco la condotta anomala di cui fui colpevole in quell’occasione all’insolito stato d’animo in cui mi trovai al mio rientro a casa. Avevo cenato con alcuni amici al ristorante Cascade e, per tutta la sera, mentre fumavamo e l’orchestra suonava malinconici valzer, non parlammo che di crimini e furti, e di oscuri e spaventosi intrighi. È sempre una cattiva ouverture per il sonno notturno.

I Saint-Martin se ne andarono in automobile. Jean Daspry – quel delizioso e sventato Daspry che, sei mesi dopo, fu ucciso in modo così tragico sulla frontiera del Marocco – Jean Daspry ed io tornammo a piedi attraverso la notte buia e calda. Quando arrivammo davanti alla piccola casa in cui vivevo da un anno a Neuilly, sul boulevard Maillot, mi disse:

«Hai paura?»

«Che idea!»

«Ma questa casa è così isolata… nessun vicino… lotti vuoti… Davvero, non sono un codardo, eppure…»

«Beh, devo dire che sei molto incoraggiante.»

«Oh! Lo dico come direi qualsiasi altra cosa. I Saint-Martin mi hanno impressionato con le loro storie di briganti e ladri.»

Ci stringemmo la mano e ci demmo la buonanotte. Estrassi la chiave e aprii la porta.

«Beh, meno male,» mormorai, «Antoine ha dimenticato di accendere una candela.»

Poi ricordai il fatto che Antoine era via; gli avevo concesso un breve periodo di congedo. Subito, fui sgradevolmente oppresso dall’oscurità e dal silenzio della notte. Salii le scale in punta di piedi e raggiunsi la mia stanza il più rapidamente possibile; poi, contrariamente alla mia solita abitudine, girai la chiave e tirai il chiavistello.

La luce della mia candela mi restituì il coraggio. Eppure, stetti attento a prendere il mio revolver dalla custodia – un’arma grande e potente – e a posizionarla accanto al letto. Quella precauzione completò la mia rassicurazione. Mi sdraiai e, come al solito, presi un libro dal tavolino da notte per leggere fino ad addormentarmi. Allora ricevetti una grande sorpresa. Invece del tagliacarte con cui avevo segnato il mio posto il giorno precedente, trovai una busta, chiusa con cinque sigilli di ceralacca rossa. L’afferrai con impazienza. Era indirizzata a me e contrassegnata con: «Urgente».

Una lettera! Una lettera indirizzata a me! Chi poteva averla messa in quel posto? Nervosamente, strappai la busta e lessi:

«Dal momento in cui apri questa lettera, qualunque cosa accada, qualunque cosa tu possa udire, non muoverti, non emettere un grido. Altrimenti sei spacciato.»

Non sono un codardo e, proprio come chiunque altro, posso affrontare un pericolo reale o sorridere ai pericoli visionari dell’immaginazione. Ma, lasciatemi ripetere, ero in una condizione mentale anomala, con i nervi a fior di pelle per gli eventi della serata. Inoltre, non c’era, nella mia situazione attuale, qualcosa di sorprendente e misterioso, atto a disturbare lo spirito più coraggioso?

Le mie dita febbrili stringevano il foglio di carta, e lessi e rilessi quelle parole minacciose: «Non muoverti, non emettere un grido. Altrimenti sei spacciato.»

«Assurdità!» pensai. «È uno scherzo; l’opera di qualche idiota allegro.»

Stavo per ridere – una bella risata sonora. Chi me lo impedì? Quale paura ossessionante mi comprimeva la gola?

Almeno, avrei spento la candela. No, non potevo farlo. «Non muoverti, o sei spacciato», erano le parole che aveva scritto.

Queste autosuggestioni sono spesso più imperiose delle realtà più positive; ma perché avrei dovuto lottare contro di esse? Dovevo semplicemente chiudere gli occhi. Lo feci.

In quel momento, udii un leggero rumore, seguito da scricchiolii, provenire da una grande stanza che usavo come biblioteca. Una piccola stanza o anticamera era situata tra la biblioteca e la mia camera da letto.

L’avvicinarsi di un pericolo reale mi eccitò molto e provai il desiderio di alzarmi, afferrare il mio revolver e correre nella biblioteca. Non mi alzai; vidi muoversi una delle tende della finestra sinistra. Non c’erano dubbi: la tenda si era mossa. Si stava ancora muovendo. E vidi – oh! Vidi distintamente – nello stretto spazio tra le tende e la finestra, una forma umana; una massa ingombrante che impediva alle tende di cadere dritte. Ed è altrettanto certo che l’uomo mi vide attraverso le grandi maglie della tenda. Allora compresi la situazione. La sua missione era di sorvegliarmi mentre gli altri portavano via il bottino. Avrei dovuto alzarmi e afferrare il mio revolver? Impossibile! Lui era lì! Al minimo movimento, al minimo grido, ero spacciato.

Poi arrivò un rumore terrificante che scosse la casa; fu seguito da suoni più leggeri, due o tre insieme, come quelli di un martello che rimbalzava. Almeno, questa fu l’impressione formatasi nel mio cervello confuso. Questi si mescolarono ad altri suoni, creando così un vero e proprio tumulto che dimostrava che gli intrusi non erano solo audaci, ma si sentivano al sicuro da interruzioni.

Avevano ragione. Non mi mossi. Era codardia? No, piuttosto debolezza, un’incapacità totale di muovere qualsiasi parte del mio corpo, combinata con la discrezione; perché avrei dovuto lottare? Dietro quell’uomo, ce n’erano altri dieci che sarebbero venuti in suo aiuto. Avrei dovuto rischiare la vita per salvare alcuni arazzi e soprammobili?

Per tutta la notte, la mia tortura durò. Tortura insopportabile, angoscia terribile! I rumori erano cessati, ma ero nel costante timore che si ripetessero. E l’uomo! L’uomo che mi sorvegliava, arma in pugno. I miei occhi spaventati rimasero fissi nella sua direzione. E il mio cuore batteva! E una sudorazione profusa trasudava da ogni poro del mio corpo!

Improvvisamente, provai un immenso sollievo; un carro del latte, il cui suono mi era familiare, passò lungo il boulevard; e, allo stesso tempo, ebbi l’impressione che la luce di un nuovo giorno stesse cercando di insinuarsi attraverso le persiane chiuse.

Alla fine, la luce del giorno penetrò nella stanza; altri veicoli passarono lungo il boulevard; e tutti i fantasmi della notte svanirono. Poi misi un braccio fuori dal letto, lentamente e con cautela. I miei occhi erano fissi sulla tenda, localizzando il punto esatto in cui dovevo sparare; feci un calcolo preciso dei movimenti che dovevo compiere; poi, rapidamente, afferrai il mio revolver e sparai.

Balzai dal letto con un grido di liberazione e corsi alla finestra. Il proiettile era passato attraverso la tenda e il vetro della finestra, ma non aveva colpito l’uomo – per la buona ragione che non c’era nessuno. Nessuno! Quindi, per tutta la notte, ero stato ipnotizzato da una piega della tenda. E, durante quel tempo, i malfattori… Furiosamente, con un entusiasmo che nulla avrebbe potuto fermare, girai la chiave, aprii la porta, attraversai l’anticamera, aprii un’altra porta e corsi nella biblioteca. Ma lo stupore mi fermò sulla soglia, ansimante, sbalordito, più meravigliato di quanto lo fossi stato per l’assenza dell’uomo. Tutte le cose che pensavo fossero state rubate, mobili, libri, quadri, vecchi arazzi, tutto era al suo posto.

Era incredibile. Non potevo credere ai miei occhi. Nonostante quel tumulto, quei rumori di sgombero… Feci un giro, ispezionai le pareti, feci un inventario mentale di tutti gli oggetti familiari. Non mancava nulla. E, cosa ancora più sconcertante, non c’era alcun indizio degli intrusi, non un segno, non una sedia spostata, non la traccia di un passo.

«Beh! Beh!» mi dissi, premendo le mani sulla testa sconvolta, «sicuramente non sono pazzo! Ho sentito qualcosa!»

Centimetro dopo centimetro, feci un esame accurato della stanza. Fu invano. A meno che non potessi considerare questo come una scoperta: sotto un piccolo tappeto persiano, trovai una carta – una normale carta da gioco. Era il sette di cuori; era come qualsiasi altro sette di cuori nelle carte da gioco francesi, con questa lieve ma curiosa eccezione: la punta estrema di ciascuno dei sette segni rossi o cuori era perforata da un foro, rotondo e regolare come se fosse stato fatto con la punta di un punteruolo.

Nient’altro. Una carta e una lettera trovate in un libro. Ma non era sufficiente per affermare che non ero stato il trastullo di un sogno?

* * * * *

Per tutto il giorno, continuai le mie ricerche nella biblioteca. Era una stanza grande, troppo grande per le esigenze di una casa del genere, e la cui decorazione attestava il gusto bizzarro del suo fondatore. Il pavimento era un mosaico di pietre multicolori, formato in grandi disegni simmetrici. Le pareti erano coperte da un mosaico simile, disposto in pannelli, allegorie pompeiane, composizioni bizantine, affreschi del Medioevo. Un Bacco a cavallo di una botte. Un imperatore con una corona d’oro, una barba fluente e che teneva una spada nella mano destra.

Piuttosto in alto, secondo lo stile dello studio di un artista, c’era una grande finestra – l’unica nella stanza. Essendo quella finestra sempre aperta di notte, era probabile che gli uomini vi fossero entrati attraverso di essa, con l’aiuto di una scala. Ma, di nuovo, non c’era alcuna prova. La base della scala avrebbe lasciato alcuni segni nel terreno soffice sotto la finestra; ma non ce n’erano. Né c’erano tracce di passi in nessuna parte del cortile.

Non avevo alcuna intenzione di informare la polizia, perché i fatti che avevo davanti erano così assurdi e incoerenti. Mi avrebbero riso dietro. Tuttavia, poiché all’epoca ero un reporter dello staff del ‘Gil Blas’, scrissi un lungo resoconto della mia avventura e fu pubblicato sul giornale due giorni dopo. L’articolo attirò una certa attenzione, ma nessuno lo prese sul serio. Lo considerarono un’opera di narrativa piuttosto che una storia di vita reale. I Saint-Martin mi presero in giro. Ma Daspry, che si interessava a tali questioni, venne a trovarmi, studiò l’affare, ma non giunse a nessuna conclusione.

Alcune mattine dopo, il campanello suonò e Antoine venne a informarmi che un gentiluomo desiderava vedermi. Non voleva dare il suo nome. Ordinai ad Antoine di farlo salire. Era un uomo di circa quarant’anni con una carnagione molto scura, tratti vivaci e il cui abbigliamento corretto, leggermente logoro, proclamava un gusto che contrastava stranamente con i suoi modi piuttosto volgari. Senza alcun preambolo, mi disse – con una voce ruvida che confermava il mio sospetto sulla sua posizione sociale:

«Monsieur, mentre ero in un caffè, ho raccolto una copia del ‘Gil Blas’ e ho letto il suo articolo. Mi ha interessato molto.»

«Grazie.»

«Ed eccomi qui.»

«Ah!»

«Sì, per parlare con lei. Tutti i fatti da lei riferiti sono del tutto corretti?»

«Assolutamente sì.»

«Beh, in tal caso, posso, forse, darle alcune informazioni.»

«Molto bene; proceda.»

«No, non ancora. Prima, devo essere sicuro che i fatti siano esattamente come li ha riferiti.»

«Le ho dato la mia parola. Che altra prova vuole?»

«Devo rimanere solo in questa stanza.»

«Non capisco,» dissi, con sorpresa.

«È un’idea che mi è venuta leggendo il suo articolo. Alcuni dettagli stabilivano una straordinaria coincidenza con un altro caso che è venuto a mia conoscenza. Se mi sbaglio, non dirò più nulla. E l’unico mezzo per accertare la verità è che io rimanga nella stanza da solo.»

Cosa c’era alla base di questa proposta? Più tardi, ricordai che l’uomo era estremamente nervoso; ma, allo stesso tempo, sebbene un po’ stupito, non trovai nulla di particolarmente anormale riguardo all’uomo o alla richiesta che aveva fatto. Inoltre, la mia curiosità era stata stimolata; così risposi:

«Molto bene. Quanto tempo le serve?»

«Oh! tre minuti – non di più. Tra tre minuti, la raggiungerò.»

Lasciai la stanza e scesi al piano di sotto. Estrassi l’orologio. Passò un minuto. Due minuti. Perché mi sentivo così depresso? Perché quei momenti sembravano così solenni e strani? Due minuti e mezzo… Due minuti e tre quarti. Poi udii un colpo di pistola.

Balzai su per le scale ed entrai nella stanza. Un grido di orrore mi sfuggì. Nel mezzo della stanza, l’uomo giaceva sul fianco sinistro, immobile. Il sangue scorreva da una ferita sulla fronte. Vicino alla sua mano c’era un revolver, ancora fumante.

Ma, oltre a questo spettacolo spaventoso, la mia attenzione fu attratta da un altro oggetto. A due piedi dal corpo, sul pavimento, vidi una carta da gioco. Era il sette di cuori. La raccolsi. L’estremità inferiore di ciascuno dei sette segni era perforata con un piccolo foro rotondo.

* * * * *

Mezz’ora dopo, arrivò il commissario di polizia, poi il medico legale e il capo della Sûreté, Mon. Dudouis. Ero stato attento a non toccare il cadavere. L’inchiesta preliminare fu molto breve e non rivelò nulla. Non c’erano documenti nelle tasche del defunto; nessun nome sui suoi vestiti; nessuna iniziale sulla sua biancheria; nulla che potesse fornire un indizio sulla sua identità. La stanza era nello stesso perfetto ordine di prima. I mobili non erano stati disturbati. Eppure quest’uomo non era venuto a casa mia solo per uccidersi, o perché considerava il mio posto il più conveniente per il suo suicidio! Doveva esserci un movente per il suo atto di disperazione, e quel movente era, senza dubbio, il risultato di qualche nuovo fatto accertato da lui durante i tre minuti in cui era rimasto solo.

Qual era quel fatto? Cosa aveva visto? Quale segreto spaventoso gli era stato rivelato? Non c’era risposta a queste domande. Ma, all’ultimo momento, si verificò un incidente che ci sembrò di considerevole importanza. Mentre due poliziotti stavano sollevando il corpo per metterlo su una barella, la mano sinistra fu disturbata e una carta spiegazzata cadde da essa. La carta recava queste parole: «Georges Andermatt, 37 Rue de Berry».

Cosa significava? Georges Andermatt era un ricco banchiere di Parigi, fondatore e presidente della Borsa dei Metalli che aveva dato tale impulso alle industrie metalliche in Francia. Viveva con uno stile principesco; era possessore di numerose automobili, carrozze e una costosa scuderia di corse. I suoi affari sociali erano molto selezionati e Madame Andermatt era nota per la sua grazia e bellezza.

«Può essere quello il nome dell’uomo?» chiesi.

Il capo della Sûreté si chinò su di lui.

«Non è lui. Mon. Andermatt è un uomo magro e leggermente brizzolato.»

«Ma perché questa carta?»

«Ha un telefono, monsieur?»

«Sì, nel vestibolo. Venga con me.»

Cercò nell’elenco e poi chiese il numero 415.21.

«Mon. Andermatt è in casa?… Per favore gli dica che Mon. Dudouis desidera che venga subito al 102 di boulevard Maillot. Molto importante.»

Vent’anni minuti dopo, Mon. Andermatt arrivò con la sua automobile. Dopo che le circostanze gli furono spiegate, fu fatto entrare per vedere il cadavere. Mostrò una considerevole emozione e parlò, a bassa voce e apparentemente controvoglia:

«Etienne Varin,» disse.

«Lo conosce?»

«No… o, almeno, sì… solo di vista. Suo fratello…»

«Ah! ha un fratello?»

«Sì, Alfred Varin. È venuto a trovarmi una volta per qualche questione di affari… dimentico quale fosse.»

«Dove vive?»

«I due fratelli vivono insieme – rue de Provence, credo.»

«Conosce qualche motivo per cui dovrebbe suicidarsi?»

«Nessuno.»

«Teneva una carta in mano. Era il suo biglietto da visita con il suo indirizzo.»

«Non lo capisco. Deve essere stato lì per qualche caso che verrà rivelato dall’indagine.»

Un caso molto strano, pensai; e sentii che anche gli altri nutrivano la stessa impressione.

Scoprii la stessa impressione sui giornali il giorno dopo, e tra tutti i miei amici con cui discussi l’affare. Tra i misteri che lo avvolgevano, dopo la doppia scoperta del sette di cuori trafitto con sette fori, dopo i due eventi imperscrutabili accaduti a casa mia, quel biglietto da visita prometteva di gettare un po’ di luce sulla faccenda. Attraverso di esso, la verità può essere rivelata. Ma, contrariamente alle nostre aspettative, Mon. Andermatt non fornì alcuna spiegazione. Disse:

«Vi ho detto tutto quello che so. Cos’altro posso fare? Sono molto sorpreso che il mio biglietto da visita sia stato trovato in un posto simile, e spero sinceramente che il punto venga chiarito.»

Non lo fu. L’indagine ufficiale stabilì che i fratelli Varin erano di origine svizzera, avevano condotto una vita instabile sotto vari nomi, frequentando case da gioco, associandosi con una banda di stranieri che era stata dispersa dalla polizia dopo una serie di rapine in cui la loro partecipazione era stata stabilita solo dalla loro fuga. Al numero 24 di rue de Provence, dove i fratelli Varin avevano vissuto sei anni prima, nessuno sapeva cosa fosse accaduto loro.

Confesso che, per quanto mi riguarda, il caso mi sembrava così complicato e così misterioso che non pensavo che il problema sarebbe mai stato risolto, così decisi di non perdere altro tempo. Ma Jean Daspry, che incontravo frequentemente in quel periodo, si interessò sempre di più ogni giorno. Fu lui a segnalarmi quell’articolo di un giornale straniero che fu riprodotto e commentato dall’intera stampa. Diceva quanto segue:

«Il primo collaudo di un nuovo modello di sommergibile, che si prevede rivoluzionerà la guerra navale, sarà dato in presenza dell’ex Imperatore in un luogo che sarà tenuto segreto fino all’ultimo minuto. Un’indiscrezione ha rivelato il suo nome; è chiamato ‘Il Sette-di-Cuori’.»

Il Sette-di-Cuori! Ciò presentava un nuovo problema. Si poteva stabilire una connessione tra il nome del sommergibile e gli incidenti che abbiamo raccontato? Ma una connessione di quale natura? Ciò che era accaduto qui non poteva avere alcuna relazione possibile con il sommergibile.

«Cosa ne sai?» mi disse Daspry. «Gli effetti più diversi procedono spesso dalla stessa causa.»

Due giorni dopo, fu ricevuta e pubblicata la seguente notizia estera:

«Si dice che i piani del nuovo sommergibile ‘Sette-di-Cuori’ siano stati preparati da ingegneri francesi, i quali, avendo cercato, invano, il sostegno dei loro compatrioti, abbiano successivamente intrapreso trattative con l’Ammiragliato britannico, senza successo.»

Non desidero dare eccessiva pubblicità a certe questioni delicate che una volta provocarono considerevole eccitazione. Eppure, poiché ogni pericolo di danno derivante da esse è ora giunto al termine, devo parlare dell’articolo apparso sull’Echo de France, che suscitò tanti commenti in quel momento e che gettò considerevole luce sul mistero del Sette-di-Cuori. Questo è l’articolo così come fu pubblicato con la firma di Salvator:

«L’AFFARE DEL SETTE-DI-CUORI.

«UN ANGOLO DEL VELO SOLLEVATO.

«Saremo brevi. Dieci anni fa, un giovane ingegnere minerario, Louis Lacombe, desiderando dedicare il suo tempo e la sua fortuna a certi studi, si dimise dalla posizione che ricopriva e affittò il numero 102 di boulevard Maillot, una piccola casa che era stata recentemente costruita e decorata per un conte italiano. Per tramite dei fratelli Varin di Losanna, uno dei quali assistette agli esperimenti preliminari e l’altro agì da agente finanziario, il giovane ingegnere fu presentato a Georges Andermatt, il fondatore della Borsa dei Metalli.

«Dopo diversi incontri, riuscì a interessare il banchiere a un battello sottomarino su cui stava lavorando, e fu convenuto che non appena l’invenzione fosse stata perfezionata, Mon. Andermatt avrebbe usato la sua influenza con il Ministro della Marina per ottenere una serie di prove sotto la direzione del governo. Per due anni, Louis Lacombe fu un frequentatore assiduo della casa di Andermatt, e sottopose al banchiere i vari miglioramenti che apportò ai suoi piani originali, finché un giorno, essendo soddisfatto della perfezione del suo lavoro, chiese a Mon. Andermatt di comunicare con il Ministro della Marina. Quel giorno, Louis Lacombe cenò a casa di Mon. Andermatt. Ne uscì verso le undici e mezza di notte. Da allora non è stato più visto.

«Una lettura dei giornali di quella data mostrerà che la famiglia del giovane fece compiere ogni possibile indagine, ma senza successo; e fu l’opinione generale che Louis Lacombe – che era noto come un giovane originale e visionario – fosse partito tranquillamente per destinazioni ignote.

«Accettiamo quella teoria – per quanto improbabile possa essere – e consideriamo un’altra questione, che è della massima importanza per il nostro paese: che ne è stato dei piani del sommergibile? Louis Lacombe li ha portati via? Sono distrutti?»

«Dopo aver condotto un’indagine approfondita, siamo in grado di affermare, con certezza, che i piani esistono e sono ora in possesso dei due fratelli Varin. Come sono entrati in possesso di tale materiale? Questa è una domanda non ancora risolta; né sappiamo perché non abbiano cercato di venderli in una data precedente. Temevano forse che il loro titolo di proprietà sarebbe stato messo in discussione? Se così fosse, hanno perduto tale timore, e possiamo annunciare definitivamente che i piani di Louis Lacombe sono ora proprietà di una potenza straniera, e siamo in grado di pubblicare la corrispondenza intercorsa tra i fratelli Varin e il rappresentante di tale potenza. Il “Sette di Cuori” inventato da Louis Lacombe è stato effettivamente costruito dal nostro vicino.

“L’invenzione soddisferà le ottimistiche aspettative di coloro che sono stati coinvolti in quell’atto di tradimento?”»

E un poscritto aggiunge:

«Più tardi. – Il nostro corrispondente speciale ci informa che la prova preliminare del “Sette di Cuori” non è stata soddisfacente. È assai probabile che i piani venduti e consegnati dai fratelli Varin non includessero il documento finale portato da Louis Lacombe a Mon. Andermatt il giorno della sua scomparsa, un documento indispensabile per una comprensione approfondita dell’invenzione. Esso conteneva un riassunto delle conclusioni finali dell’inventore, oltre a stime e cifre non presenti negli altri documenti. Senza questo documento, i piani sono incompleti; d’altro canto, senza i piani, il documento è privo di valore.

“Ora è il momento di agire e recuperare ciò che ci appartiene. Potrebbe essere una faccenda difficile, ma contiamo sull’assistenza di Mon. Andermatt. Sarà nel suo interesse spiegare la propria condotta, finora così strana e imperscrutabile. Spiegherà non solo perché ha nascosto questi fatti al momento del suicidio di Etienne Varin, ma anche perché non ha mai rivelato la scomparsa del documento, un fatto a lui ben noto. Dirà perché, durante gli ultimi sei anni, ha pagato spie per sorvegliare i movimenti dei fratelli Varin. Ci aspettiamo da lui non solo parole, ma atti. E subito. Altrimenti...”»

La minaccia era espressamente dichiarata. Ma in che cosa consisteva? Quale frusta impugnava Salvator, lo scrittore anonimo dell’articolo, sopra la testa di Mon. Andermatt?

Un esercito di giornalisti attaccò il banchiere, e dieci intervistatori annunciarono il modo sprezzante in cui erano stati trattati. Dopodiché, l’*Echo de France* annunciò la propria posizione con queste parole:

«Che Mon. Andermatt lo voglia o meno, sarà, d’ora in avanti, nostro collaboratore nell’opera che abbiamo intrapreso.»

* * * * *

Daspry ed io stavamo cenando insieme il giorno in cui apparve quell’annuncio. Quella sera, con i giornali sparsi sul mio tavolo, discutemmo della faccenda ed esaminammo ogni punto di vista con quell’esasperazione che si prova quando si cammina al buio e ci si ritrova a inciampare costantemente negli stessi ostacoli. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la porta si aprì ed entrò una signora. Il suo volto era nascosto dietro un velo fitto. Mi alzai immediatamente e mi avvicinai a lei.

«È lei, monsieur, che abita qui?» chiese.

«Sì, madame, ma non capisco...»

«Il cancello non era chiuso a chiave», spiegò.

«Ma la porta del vestibolo?»

Lei non rispose, e mi venne in mente che avesse usato l’ingresso di servizio. Come conosceva la strada? Seguì un silenzio alquanto imbarazzante. Guardò Daspry, e fui costretto a presentarlo. Le chiesi di sedersi e di spiegare lo scopo della sua visita. Si sollevò il velo e vidi che era una bruna dai lineamenti regolari e, sebbene non bella, era attraente, principalmente a causa dei suoi tristi occhi scuri.

«Sono Madame Andermatt», disse.

«Madame Andermatt!» ripetei, con stupore.

Dopo una breve pausa, continuò con una voce e un modo di fare alquanto disinvolti e naturali:

«Sono venuta a trovarla per quella faccenda... sa bene. Pensavo di poter ottenere qualche informazione...»

«Mon Dieu, madame, non so nulla se non ciò che è già apparso sui giornali. Ma se mi indicherà in che modo posso esserle utile...»

«Non lo so... non lo so.»

Solo allora sospettai che il suo atteggiamento calmo fosse simulato, e che un dolore struggente fosse celato sotto quell’aria di tranquillità. Per un momento, restammo in silenzio e imbarazzati. Poi Daspry si fece avanti e disse:

«Mi permetterà di porle qualche domanda?»

«Sì, sì», esclamò. «Risponderò.»

«Risponderà... qualunque siano queste domande?»

«Sì.»

«Conosceva Louis Lacombe?» chiese.

«Sì, tramite mio marito.»

«Quando lo ha visto per l’ultima volta?»

«La sera in cui cenò con noi.»

«In quel momento, c’era qualcosa che la portasse a credere che non lo avrebbe mai più rivisto?»

«No. Ma aveva parlato di un viaggio in Russia... in modo vago.»

«Quindi si aspettava di vederlo ancora?»

«Sì. Doveva cenare con noi, due giorni dopo.»

«Come spiega la sua scomparsa?»

«Non posso spiegarla.»

«E Mon. Andermatt?»

«Non lo so.»

«Eppure l’articolo pubblicato sull’*Echo de France* indica...»

«Sì, che i fratelli Varin abbiano avuto qualcosa a che fare con la sua scomparsa.»

«È questa la sua opinione?»

«Sì.»

«Su che cosa basa la sua opinione?»

«Quando lasciò la nostra casa, Louis Lacombe portava con sé una cartella contenente tutti i documenti relativi alla sua invenzione. Due giorni dopo, mio marito, in una conversazione con uno dei fratelli Varin, seppe che i documenti erano in loro possesso.»

«E non li ha denunciati?»

«No.»

«Perché no?»

«Perché c’era qualcos’altro nella cartella... qualcosa oltre ai documenti di Louis Lacombe.»

«Che cosa?»

Esitò; fu sul punto di parlare, ma, alla fine, rimase in silenzio. Daspry continuò:

«Presumo che sia per questo che suo marito ha tenuto sotto stretta sorveglianza i loro movimenti invece di informare la polizia. Sperava di recuperare i documenti e, allo stesso tempo, quell’articolo compromettente che ha permesso ai due fratelli di esercitare su di lui minacce di esposizione e ricatto.»

«Su di lui, e su di me.»

«Ah! Anche su di lei?»

«Su di me, in particolare.»

Pronunciò le ultime parole con una voce roca. Daspry lo osservò; andò avanti e indietro per un momento, poi, voltandosi verso di lei, chiese:

«Aveva scritto a Louis Lacombe?»

«Naturalmente. Mio marito aveva affari con lui...»

«Oltre a quelle lettere d’affari, aveva scritto a Louis Lacombe... altre lettere? Scusi la mia insistenza, ma è assolutamente necessario che io sappia la verità. Ha scritto altre lettere?»

«Sì», rispose, arrossendo.

«E quelle lettere sono entrate in possesso dei fratelli Varin?»

«Sì.»

«Mon. Andermatt lo sa?»

«Non le ha viste, ma Alfred Varin gli ha parlato della loro esistenza e ha minacciato di pubblicarle se mio marito avesse preso provvedimenti contro di lui. Mio marito aveva paura... di uno scandalo.»

«Ma ha cercato di recuperare le lettere?»

«Credo di sì; ma non lo so. Vede, dopo quell’ultimo colloquio con Alfred Varin, e dopo alcune parole dure tra me e mio marito, in cui mi ha chiesto conto... viviamo come estranei.»

«In tal caso, dato che non ha nulla da perdere, cosa teme?»

«Posso essere indifferente per lui ora, ma sono la donna che ha amato, quella che amerebbe ancora... oh! ne sono certa», mormorò con voce fervente, «mi amerebbe ancora se non avesse messo le mani su quelle lettere maledette...»

«Cosa! C’è riuscito?... Ma i due fratelli lo sfidavano ancora?»

«Sì, e si vantavano di avere un nascondiglio sicuro.»

«Ebbene?»

«Credo che mio marito abbia scoperto quel nascondiglio.»

«Ah! Dove si trovava?»

«Qui.»

«Qui!» esclamai allarmato.

«Sì. Ho sempre avuto questo sospetto. Louis Lacombe era molto ingegnoso e si divertiva, nelle ore libere, a costruire casseforti e serrature. Senza dubbio, i fratelli Varin ne erano a conoscenza e utilizzarono una delle casseforti di Lacombe per nascondervi le lettere... e altre cose, forse.»

«Ma non vivevano qui», dissi.

«Prima che lei venisse, quattro mesi fa, la casa era rimasta vuota per qualche tempo. E possono aver pensato che la sua presenza qui non li avrebbe disturbati quando avessero voluto recuperare i documenti. Ma non avevano fatto i conti con mio marito, che venne qui la notte del 22 giugno, forzò la cassaforte, prese ciò che stava cercando e lasciò il suo biglietto da visita per informare i due fratelli che non li temeva più, e che la loro posizione era ora invertita. Due giorni dopo, dopo aver letto l’articolo sul *Gil Blas*, Etienne Varin venne qui, rimase solo in questa stanza, trovò la cassaforte vuota e... si uccise.»

Dopo un momento, Daspry disse:

«Una teoria molto semplice... Mon. Andermatt le ha parlato da allora?»

«No.»

«Il suo atteggiamento verso di lei è cambiato in qualche modo? Appare più cupo, più ansioso?»

«No, non ho notato alcun cambiamento.»

«Eppure lei pensa che abbia recuperato le lettere. Ora, a mio avviso, lui non ha quelle lettere, e non è stato lui a venire qui la notte del 22 giugno.»

«Chi è stato, allora?»

«L’individuo misterioso che gestisce questa faccenda, che tiene tutti i fili nelle sue mani e il cui potere invisibile ma esteso abbiamo percepito fin dall’inizio. È stato lui e i suoi amici a entrare in questa casa il 22 giugno; è stato lui a scoprire il nascondiglio dei documenti; è stato lui a lasciare il biglietto da visita di Mon. Andermatt; è lui che ora detiene la corrispondenza e le prove del tradimento dei fratelli Varin.»

«Chi è?» chiesi, impaziente.

«L’uomo che scrive lettere all’*Echo de France*... Salvator! Non abbiamo prove convincenti di questo fatto? Non menziona forse nelle sue lettere certi dettagli che nessuno potrebbe conoscere, se non l’uomo che ha così scoperto i segreti dei due fratelli?»

«Ebbene, allora», balbettò Madame Andermatt, in grande allarme, «ha anche le mie lettere, ed è lui che ora minaccia mio marito. Mon Dieu! Cosa devo fare?»

«Gli scriva», dichiarò Daspry. «Si confidi con lui senza riserve. Gli racconti tutto ciò che sa e tutto ciò che potrà venire a sapere in futuro. Il suo interesse e quello di lui sono i medesimi. Non sta lavorando contro Mon. Andermatt, ma contro Alfred Varin. Lo aiuti.»

«Come?»

«Suo marito possiede il documento che completa i piani di Louis Lacombe?»

«Sì.»

«Lo dica a Salvator e, se possibile, si procuri il documento per lui. Gli scriva subito. Non rischia nulla.»

Il consiglio era audace, pericoloso anche a prima vista, ma Madame Andermatt non aveva scelta. Inoltre, come aveva detto Daspry, non correva alcun rischio. Se lo scrittore sconosciuto fosse stato un nemico, quel passo non avrebbe aggravato la situazione. Se fosse stato uno sconosciuto intento a compiere un particolare proposito, avrebbe attribuito a quelle lettere solo un’importanza secondaria. Qualunque cosa potesse accadere, era l’unica soluzione che le veniva offerta, e lei, nella sua ansia, fu ben lieta di agire di conseguenza. Ci ringraziò calorosamente e promise di tenerci informati.

Infatti, due giorni dopo, ci inviò la seguente lettera che aveva ricevuto da Salvator:

«Non ho trovato le lettere, ma le avrò. Stia tranquilla. Sto osservando tutto. S.»

Guardai la lettera. Era la stessa grafia della nota che trovai nel mio libro la notte del 22 giugno.

Daspry aveva ragione. Salvator era, in verità, l’artefice di quella faccenda.

* * * * *

Iniziavamo a vedere un po’ di luce uscire dall’oscurità che ci circondava, e una luce inaspettata veniva gettata su certi punti; ma altri punti rimanevano ancora oscuri, per esempio, il ritrovamento dei due sette di cuori. Forse mi preoccupavo inutilmente di quelle due carte i cui sette punti forati mi erano apparsi in circostanze così sorprendenti! Eppure non potevo fare a meno di chiedermi: quale ruolo giocheranno nel dramma? Che importanza hanno? Che conclusione si deve trarre dal fatto che il sommergibile costruito dai piani di Louis Lacombe portasse il nome di “Sette di Cuori”?

Daspry dedicava poco pensiero alle altre due carte; egli concentrava tutta la sua attenzione su un altro problema che considerava più urgente; stava cercando il famoso nascondiglio.

«E chi sa», diceva, «potrei trovare le lettere che Salvator non ha trovato, per inavvertenza, forse. È improbabile che i fratelli Varin abbiano rimosso da un luogo, che ritenevano inaccessibile, l’arma che era così preziosa per loro.»

E continuò a cercare. In breve tempo, la grande stanza non ebbe più segreti per lui, così estese le sue indagini alle altre stanze. Esaminò l’interno e l’esterno, le pietre delle fondamenta, i mattoni dei muri; sollevò le ardesie del tetto.

Un giorno, arrivò con un piccone e una vanga, diede a me la vanga, tenne il piccone, indicò i terreni liberi adiacenti e disse: «Venga.»

Lo seguii, ma mi mancava il suo entusiasmo. Egli divise il terreno libero in diverse sezioni che esaminò a turno. Infine, in un angolo, nell’angolo formato dai muri di due proprietari vicini, un piccolo cumulo di terra e ghiaia, coperto di rovi ed erba, attirò la sua attenzione. Lo attaccò. Fui costretto ad aiutarlo. Per un’ora, sotto un sole cocente, lavorammo senza successo. Ero scoraggiato, ma Daspry mi esortava. Il suo ardore era forte come sempre.

Infine, il piccone di Daspry portò alla luce alcune ossa, i resti di uno scheletro a cui pendevano ancora brandelli di vestiti. Improvvisamente, impallidii. Avevo scoperto, conficcato nella terra, un piccolo pezzo di ferro tagliato a forma di rettangolo, sul quale pensai di vedere delle macchie rosse. Mi chinai e lo raccolsi. Quella piastrina di ferro era delle dimensioni esatte di una carta da gioco, e le macchie rosse, fatte con minio, erano disposte su di essa in modo simile al sette di cuori, e ogni macchia era trapassata da un foro rotondo simile alle perforazioni nelle due carte da gioco.

«Ascolta, Daspry, ne ho avuto abbastanza. Puoi restare se ti interessa. Ma io me ne vado.»

Era semplicemente l’espressione dei miei nervi eccitati? O era il risultato di un compito laborioso eseguito sotto un sole cocente? So che tremavo mentre mi allontanavo, e che andai a letto, dove rimasi quarantott’ore, irrequieto e febbricitante, perseguitato da scheletri che danzavano intorno a me e mi lanciavano i loro cuori sanguinanti alla testa.

Daspry mi fu fedele. Veniva a casa mia ogni giorno, e rimaneva tre o quattro ore, che trascorreva nella grande stanza, frugando, picchiettando, battendo.

«Le lettere sono qui, in questa stanza», diceva, di tanto in tanto, «sono qui. Scommetto la mia vita.»

La mattina del terzo giorno mi alzai, ancora debole, ma guarito. Una sostanziosa colazione mi rincuorò. Ma una lettera che ricevetti quel pomeriggio contribuì, più di ogni altra cosa, alla mia completa guarigione e risvegliò in me una viva curiosità. Questa era la lettera:

«Monsieur,

Il dramma, il cui primo atto si è svolto la notte del 22 giugno, sta ora giungendo a una conclusione. Il concorso delle circostanze mi costringe a mettere i due attori principali di quel dramma faccia a faccia, e desidero che quell’incontro abbia luogo in casa sua, se vorrà essere così gentile da concedermene l’uso per questa sera dalle nove alle undici. Sarà opportuno dare al suo servitore il permesso di assentarsi per la serata, e, forse, sarà così gentile da lasciare il campo libero ai due avversari. Ricorderà che quando ho visitato la sua casa la notte del 22 giugno, ho avuto cura eccellente della sua proprietà. Sento che le farei un’ingiustizia se dovessi dubitare, anche per un solo momento, della sua assoluta discrezione in questa faccenda. Il suo devoto,

SALVATOR.»

Mi divertii per il tono faceto della sua lettera e anche per la natura stravagante della sua richiesta. C’era una graziosa ostentazione di fiducia e candore nel suo linguaggio, e nulla al mondo avrebbe potuto indurmi a ingannarlo o a ripagare la sua fiducia con l’ingratitudine.

Diedi al mio servitore un biglietto per il teatro, e lui lasciò la casa alle otto. Pochi minuti dopo, Daspry arrivò. Gli mostrai la lettera.

«Ebbene?» disse.

«Ebbene, ho lasciato il cancello del giardino aperto, così chiunque può entrare.»

«E lei... se ne va?»

«Per nulla. Intendo restare proprio qui.»

«Ma lui le chiede di andare...»

«Ma non vado. Sarò discreto, ma sono risoluto a vedere cosa accadrà.»

«Ma foi!» esclamò Daspry, ridendo, «ha ragione, e io resterò con lei. Non vorrei perdermelo.»

Fummo interrotti dal suono del campanello.

«Già qui?» disse Daspry, «venti minuti in anticipo! Incredibile!»

Andai alla porta e feci entrare il visitatore. Era Madame Andermatt. Era svenuta e nervosa, e con voce balbettante, esclamò:

«Mio marito... sta arrivando... ha un appuntamento... intendono consegnargli le lettere...»

«Come lo sa?» chiesi.

«Per caso. Un messaggio è arrivato per mio marito mentre eravamo a cena. Il servitore me lo ha dato per errore. Mio marito lo ha afferrato rapidamente, ma era troppo tardi. L’avevo letto.»

«Lei l’ha letto?»

«Sì. Era qualcosa del tipo: “Alle nove di questa sera, sia al Boulevard Maillot con i documenti relativi alla faccenda. In cambio, le lettere.” Così, dopo cena, mi sono affrettata qui.»

«All’insaputa di suo marito?»

«Sì.»

«Cosa ne pensa?» chiese Daspry, voltandosi verso di me.

«Penso come lei, che Mon. Andermatt sia uno degli invitati.»

«Sì, ma a quale scopo?»

«È quello che stiamo per scoprire.»

Li condussi in una grande stanza. Noi tre potevamo nasconderci comodamente dietro il mantello del camino in velluto, e osservare tutto ciò che sarebbe accaduto nella stanza. Ci sedemmo lì, con Madame Andermatt al centro.

L’orologio batté le nove. Pochi minuti dopo, il cancello del giardino scricchiolò sui cardini. Confesso che ero molto agitato. Stavo per apprendere la chiave del mistero. Gli eventi sorprendenti delle ultime settimane stavano per essere spiegati e, sotto i miei occhi, l’ultima battaglia stava per essere combattuta. Daspry afferrò la mano di Madame Andermatt e le disse:

«Non una parola, non un movimento! Qualunque cosa possa vedere o sentire, stia tranquilla!»

Qualcuno entrò. Era Alfred Varin. Lo riconobbi immediatamente, a causa della stretta somiglianza che portava con suo fratello Etienne. C’era la stessa andatura ciondolante; lo stesso volto cadaverico coperto da una barba nera.

Entrò con l’aria nervosa di un uomo che è abituato a temere la presenza di trappole e imboscate; che le fiuta e le evita. Diede un’occhiata intorno alla stanza, e ebbi l’impressione che il camino, mascherato con una portiera di velluto, non gli piacesse. Fece tre passi nella nostra direzione, quando qualcosa lo fece voltare e camminare verso il vecchio re di mosaico, con la barba fluente e la spada fiammeggiante, che esaminò minuziosamente, montando su una sedia e seguendo con le dita i contorni delle spalle e della testa e tastando certe parti del volto. Improvvisamente, balzò dalla sedia e si allontanò. Aveva sentito il suono di passi in avvicinamento. Mon. Andermatt apparve alla porta.

«Lei! Lei!» esclamò il banchiere. «È stato lei a portarmi qui?»

«Io? Assolutamente no», protestò Varin, con una voce ruvida e scattante che mi ricordò suo fratello, «al contrario, è stata la sua lettera a portarmi qui.»

«La mia lettera?»

«Una lettera firmata da lei, nella quale offriva...»

«Non le ho mai scritto», dichiarò Mon. Andermatt.

«Lei non mi ha scritto!»

Istintivamente, Varin si mise in guardia, non contro il banchiere, ma contro il nemico sconosciuto che lo aveva attirato in questa trappola. Una seconda volta, guardò nella nostra direzione, poi camminò verso la porta. Ma Mon. Andermatt gli sbarrò il passaggio.

«Ebbene, dove sta andando, Varin?»

«C’è qualcosa in questa faccenda che non mi piace. Vado a casa. Buona sera.»

«Un momento!»

«Non c’è bisogno di questo, Mon. Andermatt. Non ho nulla da dirle.»

«Ma ho qualcosa da dirle, e questo è un buon momento per dirlo».

«Fammi passare».

«No, non passerai».

Varin indietreggiò davanti all’atteggiamento risoluto del banchiere, mentre lui mormorava:

«Bene, allora sbrigati».

Una cosa mi stupì; e non ho dubbi che i miei due compagni provassero lo stesso sentimento. Perché non c’era Salvator? Non era una parte necessaria di questa conferenza? O era contento di lasciare che questi due avversari si affrontassero da soli? In ogni caso, la sua assenza fu una grande delusione, sebbene non attenuò la tensione drammatica della situazione.

Dopo un attimo, il Mons. Andermatt si avvicinò a Varin e, faccia a faccia, sguardo a sguardo, disse:

«Ora, dopo tutti questi anni e quando non hai più nulla da temere, puoi rispondermi con franchezza: cosa hai fatto di Louis Lacombe?»

«Che domanda! Come se sapessi qualcosa di lui!»

«Lo sai! Tu e tuo fratello eravate i suoi costanti compagni, quasi vivevate con lui in quella stessa casa. Conosceste tutti i suoi progetti e il suo lavoro. E l’ultima notte in cui vidi Louis Lacombe, quando mi congedai da lui sulla porta di casa, vidi due uomini scivolare via nelle ombre degli alberi. Su questo sono pronto a giurare».

«Bene, che c’entra con me?»

«Gli uomini erano te e tuo fratello».

«Dimostralo».

«La prova più evidente è che, due giorni dopo, tu stesso mi mostrasti i documenti e i progetti appartenenti a Lacombe e ti offristi di venderli. Come fecero questi documenti a finire nelle tue mani?»

«Ti ho già detto, Mons. Andermatt, che li trovammo sul tavolo di Louis Lacombe la mattina dopo la sua sparizione».

«È una menzogna!»

«Dimostralo».

«La legge lo dimostrerà».

«Perché non vi siete rivolti alla legge?»

«Perché? Ah! Perché—», balbettò il banchiere, con un lieve accenno d’emozione.

«Sa molto bene, Mons. Andermatt, che se avesse avuto la più minima certezza della nostra colpevolezza, la nostra piccola minaccia non l’avrebbe fermata».

«Quale minaccia? Quelle lettere? Suppone che io abbia mai pensato a quelle lettere?»

«Se non ti importassero le lettere, perché mi offrivi migliaia di franchi per il loro ritorno? E perché hai fatto braccare mio fratello e me come bestie feroci?»

«Per recuperare i progetti».

«Fandonia! Volevate le lettere. Lo sapevate: non appena le aveste avute in mano, avreste potuto denunciarci. Oh! no, non avrei potuto separarmene!».

Rise di gusto, poi si fermò bruscamente e disse:

«Basta! Stiamo solo rivivendo vecchi argomenti. Non facciamo progressi. È meglio lasciar stare le cose così com sono».

«Non le lasceremo così», disse il banchiere, «e visto che avete menzionato le lettere, vi dico che non uscirete da questa casa finché non le consegnerete».

«Andrò quando vorrò».

«Non lo farai».

«Stia attento, Mons. Andermatt. La avverto—»

«Io dico, non andrà».

«Ne parleremo», esclamò Varin, con una tale furia che Madame Andermatt non poté sopprimere un grido di paura. Varin doveva averla udita, perché ora cercò di farsi strada. Il Mons. Andermatt lo respinse. Poi lo vidi infilare la mano nella tasca del soprabito.

«Per l’ultima volta, fammi passare», urlò.

«Le lettere, prima!»

Varin estrasse una pistola e, puntandola al Mons. Andermatt, disse:

«Sì o no?»

Il banchiere si chinò rapidissimo. Si udì il colpo di pistola. L’arma cadde dalla mano di Varin. Rimasi sbalordito. Lo sparo era stato sparato vicino a me. Fu Daspry a sparare a Varin, facendo cadere la rivoltella. In un attimo Daspry si trovò tra i due uomini, di fronte a Varin; gli rivolse un sorriso beffardo e disse:

«Sei stato fortunato, amico mio, molto fortunato. Ho sparato alla tua mano e ho colpito solo la pistola».

Entrambi lo guardarono, sorpresi. Poi si voltò verso il banchiere e disse:

«Mi scusi, signore, per essermi immischiato nei suoi affari; ma davvero gioca un gioco molto scarso. Lasciatemi mescolare le carte».

Rivolgendosi nuovamente a Varin, Daspry aggiunse:

«È tra noi due, compagno, e giochiamo lealmente, per favore. I cuori sono i semi di briscola, e io gioco il sette».

Allora Daspry mostrò, davanti agli occhi sbigottiti di Varin, il piccolo piatto di ferro contrassegnato dai sette puntini rossi. Fu uno shock terribile per Varin. Con il volto livido, gli occhi sgranati e un’aria di intensa agonia, l’uomo sembrava ipnotizzato alla vista di quel manufatto.

«Chi sei?», ansimò.

«Chiunque si intrometta negli affari altrui, fino in fondo».

«Cosa vuoi?»

«Quello che hai portato qui stasera».

«Io non ho portato nulla».

«Sì, l’hai fatto, altrimenti non saresti venuto. Stamattina hai ricevuto un invito a presentarti qui alle nove, con tutti i documenti in tuo possesso. Sei qui. Dove sono i documenti?»

Nella voce e nel modo di parlare di Daspry c’era un tono di autorità che non comprendevo; il suo comportamento era solitamente piuttosto mite e conciliante. Totalmente conquistato, Varin mise la mano in una delle tasche e disse:

«I documenti sono qui».

«Tutti?»

«Sì».

«Tutto quello che hai sottratto a Louis Lacombe e poi venduto al Maggiore von Lieben?»

«Sì».

«Sono copie o originali?»

«Ho gli originali».

«Quanto ne chiedi?»

«Centomila franchi».

«Sei pazzo», disse Daspry. «Il maggiore ti aveva dato solo ventimila, e quei soldi erano come gettati in mare, visto che l’imbarcazione fallì nelle prove preliminari».

«Non capivano i progetti».

«I progetti non sono completi».

«Allora perché li chiedi?»

«Perché li voglio. Ti offro cinquemila franchi—non un sou di più».

«Diecimila. Non un sou di meno».

«Affare fatto», disse Daspry, voltandosi verso il Mons. Andermatt, «signor Andermatt firmerà volentieri un assegno per l’intera somma».

«Ma… non ho…»

«Il suo libretto degli assegni? Eccolo».

Sbalordito, il Mons. Andermatt sfogliò il libretto che Daspry gli porgeva.

«È mio», ansimò. «Come è possibile?»

«Niente parole inutili, signore, se vuole. Basta firmare».

Il banchiere estrasse la sua penna stilografica, compilò l’assegno e lo firmò. Varin gli porse la mano per prenderlo.

«Tiri via la mano», disse Daspry, «c’è qualcos’altro». Poi, rivolgendosi al banchiere, aggiunse: «Avevate chiesto delle lettere, vero?».

«Sì, un fascicolo di lettere».

«Dove sono, Varin?»

«Non le ho».

«Dove sono, Varin?»

«Non lo so. Mio fratello ne era responsabile».

«Sono nascoste in questa stanza».

«In tal caso, sai dove sono».

«Come dovrei saperlo?»

«Non è stato forse lui a scoprire il nascondiglio? Sembri ben informato… come Salvator».

«Le lettere non sono nel nascondiglio».

«Lo sono».

«Aprilo».

Varin lo fissò, sfidante. Non erano Daspry e Salvator la stessa persona? Tutto indicava questa conclusione. Se così fosse, Varin non rischiava nulla a rivelare un nascondiglio già noto.

«Apri», ripeté Daspry.

«Non ho il sette di cuori».

«Eccolo», disse Daspry, porgendogli il piatto di ferro. Varin indietreggiò terrorizzato e gridò:

«No, no, non lo farò».

«Niente, rispose Daspry, avvicinandosi al re barbuto, salì su una sedia e infilò il sette di cuori nella parte inferiore della spada in modo che i bordi della piastrina coincidessero esattamente con i due bordi della spada. Poi, con l’aiuto di un trapano a spillo che introdusse alternatamente in ciascuno dei sette fori, premé su sette minuscole pietre a mosaico. Quando premé sull’ultima, si udì un clic e l’intero busto del re ruotò su un perno, rivelando una grande apertura foderata di acciaio. Era davvero una cassaforte anti‑fuoco.

«Vedi, Varin, la cassaforte è vuota».

«Lo vedo. Allora mio fratello ha preso le lettere».

Daspry scese dalla sedia, si avvicinò a Varin e disse:

«Ora basta giochi stupidi con me. C’è un altro nascondiglio. Dov’è?»

«Non c’è».

«Vuole soldi? Quanto?»

«Diecimila».

«Monsieur Andermatt, quelle lettere valgono diecimila franchi per lei?»

«Sì», rispose fermamente il banchiere.

Varin richiuse la cassaforte, riprese il sette di cuori e lo rimise sulla spada nello stesso punto. Infilò di nuovo il trapano nei sette fori. Il clic si ripeté, ma stavolta, stranamente, fu solo una parte della cassaforte a ruotare sul perno, rivelando una piccola cassaforte costruita dentro la porta di quella più grande. Il fascicolo di lettere era lì, legato con un nastro e sigillato. Varin consegnò il pacchetto a Daspry. Quest’ultimo si voltò verso il banchiere e chiese:

«L’assegno è pronto, Monsieur Andermatt?»

«Sì».

«E ha anche l’ultimo documento che ha ricevuto da Louis Lacombe—quello che completa i progetti del sottomarino?»

«Sì».

Lo scambio fu concluso. Daspry mise in tasca il documento e gli assegni, e porse il fascicolo di lettere al Mons. Andermatt.

«Ecco ciò che voleva, Monsieur».

Il banchiere esitò un attimo, come se temesse di toccare quelle maledette lettere che aveva tanto bramato. Poi, con un gesto nervoso, le prese. Vicino a me sentii un gemito. Afferrai la mano di Madame Andermatt. Era fredda.

«Credo, monsieur», disse Daspry al banchiere, «che i nostri affari siano conclusi. Oh! No, grazie. È stato solo per puro caso che ho potuto farle un favore. Buona notte».

Il Mons. Andermatt si ritirò. Portò con sé le lettere scritte da sua moglie a Louis Lacombe.

«Meraviglioso!», esclamò Daspry, entusiasta. «Tutto va a nostro favore. Ora dobbiamo solo chiudere il nostro piccolo affare, compagno. Hai i documenti?»

«Eccoli, tutti».

Daspry li esaminò con attenzione, poi li sistemò in tasca.

«Perfetto. Ha mantenuto la parola», disse.

«Ma—»

«Ma cosa?»

«I due assegni? I soldi?», chiese con impazienza Varin.

«Beh, ha molta sicurezza, amico mio. Come osa chiedere una cosa così?»

«Chiedo solo ciò che mi spetta».

«Può chiedere pagamento per la restituzione di documenti rubati? Beh, non credo!»

Varin era fuori di sé. Tremava di rabbia; gli occhi erano iniettati di sangue.

«I soldi… i ventimila…», balbettò.

«Impossibile! Ne ho bisogno anch’io».

«I soldi!»

«Venga, sia ragionevole, non si agiti. Non gli farà alcun bene».

Daspry gli afferrò il braccio con tanta forza che Varin emise un urlo di dolore. Continuò:

«Ora può andare. L’aria le farà bene. Forse vuole che le mostri la via. Ah! Sì, andremo insieme al campo vuoto qui vicino, e le mostrerò una piccola collina di terra e pietre e sotto di essa…»

«È falso! È falso!»

«Oh! No, è vero. Quella piccola piastrina di ferro con i sette punti proviene da lì. Louis Lacombe la portava sempre con sé, e lei l’ha seppellita con il corpo—e con altre cose che saranno molto interessanti a giudice e giuria».

Varin si coprì il viso con le mani e mormorò:

«Va bene, sono sconfitto. Non dica altro. Ma voglio farle una domanda. Vorrei sapere—»

«Qual è?»

«C’era una piccola cassa nella grande cassaforte?»

«Sì».

«C’era la notte del 22 giugno?»

«Sì».

«Cosa conteneva?»

«Tutto ciò che i fratelli Varin vi avevano messo: una splendida collezione di diamanti e perle raccolte qua e là dai suddetti fratelli».

«E l’ha presa?»

«Certo che l’ho presa. Mi incolpa?»

«Capisco… è stata la sparizione di quella cassa a far sì che mio fratello si uccidesse».

«Probabilmente. La scomparsa della vostra corrispondenza non era un movente sufficiente. Ma la sparizione della cassa… È tutto ciò che vuole chiedermi?»

«Un’ultima cosa: il suo nome?»

«Domanda con l’intento di vendetta».

«Parbleu! Le carte possono girare. Oggi siete al comando. Domani—»

«Sarà lei».

«Spero. Il suo nome?»

«Arsène Lupin».

«Arsène Lupin!»

L’uomo vacillò, come colpito da un duro pugno. Quelle due parole gli trafissero ogni speranza.

Daspry rise e disse:

«Ah! credeva che un Monsieur Durand o Dupont potesse gestire un affare del genere? No, ci voleva l’abilità e l’astuzia di Arsène Lupin. E ora che conosce il mio nome, vada a preparare la sua vendetta. Arsène Lupin la attenderà».

Poi spinse il confuso Varin verso la porta.

«Daspry! Daspry!», esclamai, spingendo via la tenda. Egli corse verso di me.

«Cosa? Che succede?»

«Madame Andermatt è malata».

Si affrettò verso di lei, le fece inalare dei sali, e, mentre la curava, mi interrogò:

«Allora, che cosa è successo?»

«Le lettere di Louis Lacombe che ha consegnato al marito».

Sbatté la fronte e disse:

«Pensava davvero che potessi fare una cosa del genere!… Ma, naturalmente, lo farei. Imbecille che sono!»

Madame Andermatt si riprese. Daspry tirò dalla tasca un piccolo pacchetto identico a quello che il Mons. Andermatt aveva portato via.

«Ecco le sue lettere, Madame. Queste sono le vere lettere».

«Ma… le altre?»

«Le altre sono le stesse, riscritte da me e accuratamente formulate. Suo marito non troverà nulla di offensivo e non sospetterà la sostituzione, poiché furono prelevate dalla cassaforte in sua presenza».

«Ma la calligrafia…»

«Non esiste calligrafia che non si possa imitare».

La ringraziò con le stesse parole che avrebbe usato a un uomo del suo stesso ambiente sociale; così dedussi che non avesse assistito alla scena finale tra Varin e Arsène Lupin. Ma la rivelazione sorprendente mi procurò notevole imbarazzo. Lupin! Il compagno del mio club era nientemeno che Arsène Lupin. Non l’avevo realizzato. Eppure, con la sua consueta disinvoltura, disse:

«Può salutare Jean Daspry».

«Ah!»

«Sì, Jean Daspry intraprende un lungo viaggio. Lo manderò in Marocco; lì potrà trovare una morte degna di lui. Potrei dire che è questa la sua aspettativa».

«Ma Arsène Lupin resterà?»

«Oh! Decisamente. Arsène Lupin è appena all’inizio della sua carriera, e prevede—»

Fui spinto dalla curiosità a interromperlo, e, allontanandolo dalle orecchie di Madame Andermatt, gli chiesi:

«Ha scoperto da solo la cassaforte più piccola—quella che conteneva le lettere?»

«Sì, dopo molte fatiche. L’ho trovata ieri pomeriggio mentre lei dormiva. Eppure, Dio sa che era semplicissima! Ma le cose più semplici sono quelle che più spesso sfuggono al nostro sguardo». Poi, mostrandomi il sette di cuori, aggiunse: «Ovviamente ho intuito che, per aprire la cassaforte più grande, quella carta doveva essere posta sulla spada del re mosaico».

«Come ha intuito?»

«Facilmente. Per informazioni riservate, lo sapevo quando arrivai qui la sera del 22 giugno—»

«Dopo che mi ha lasciato—»

«Sì, dopo aver spostato la conversazione verso storie di crimini e rapine, sicure di ridurla a una condizione nervosa tale da non alzarsi dal letto, permettendomi di completare la ricerca indisturbato».

«Il piano è andato alla perfezione».

«Bene, sapevo quando arrivai che c’era una cassa nascosta in una cassaforte con una serratura segreta, e che il sette di cuori era la chiave di quella serratura. Dovevo solo posizionare la carta sul punto ovviamente destinato a essa. Un’ora di esame mi mostrò dove fosse quel punto».

«Un’ora!»

«Osservi il mosaico del re».

«L’imperatore vecchio?»

«Quell’imperatore è una rappresentazione esatta del re di cuori su tutti i giochi di carte».

«Esatto. Ma come fa il sette di cuori ad aprire la cassaforte più grande una volta e la più piccola un’altra volta? E perché la prima volta aprì solo la più grande, la notte del 22 giugno?»

«Perché l’ho sempre posizionato nello stesso modo. Non ho mai cambiato posizione. Però, ieri, osservai che capovolgendo la carta, rovesciandola, la disposizione dei sette punti sul mosaico cambiava».

«Parbleu!»

«Certo, parbleu! Ma bisogna pensare a queste cose».

«C’è qualcos’altro: non sapeva la storia di quelle lettere finché Madame Andermatt—»

«Ne parlò prima di me? No. Perché trovai nella cassaforte, oltre alla cassa, nient’altro che la corrispondenza dei due fratelli, che rivelava il loro tradimento riguardo ai progetti».

«Allora fu per caso che fu guidato, prima, a investigare la storia dei due fratelli, e poi a ricercare i progetti e i documenti del sottomarino?»

«Solo per caso».

«A quale scopo fece la ricerca?»

«Mon Dieu!», esclamò Daspry ridendo, «quanto è interessato!»

«Il soggetto mi affascina».

«Bene, subito dopo aver accompagnato Madame Andermatt al carro, e inviato un breve racconto all’Echo de France, tornerò e le racconterò tutto».

Si sedette e scrisse uno di quegli articoli brevi e incisivi che servivano a divertire e a stupire il pubblico. Chi non ricorda la sensazione suscitata da quell’articolo diffuso in tutto il mondo?

«Arsène Lupin ha risolto il problema recentemente proposto da Salvator. Avendo messo in suo possesso tutti i documenti e i progetti originali dell’ingegnere Louis Lacombe, li ha posti nelle mani del Ministro della Marina, e ha avviato una lista di sottoscrizione per presentare alla nazione il primo sottomarino costruito da quei progetti. La sua raccolta ammonta a ventimila franchi».

«Ventimila franchi! Gli assegni del Mons. Andermatt?», esclamai, quando mi porse il foglio da leggere.

«Esattamente. Era giusto che Varin riscattasse il suo tradimento».

* * * *

E così avvenne il mio incontro con Arsène Lupin. Così appresi che Jean Daspry, membro del mio club, era nientemeno che Arsène Lupin, gentiluomo‑ladro. Così strinsi amicizie molto gradevoli con quell’uomo famoso e, grazie alla fiducia con cui mi onorò, divenni il suo umilissimo e fedele storico.

«Le devo la vita, monsieur, e non lo dimenticherò. Non desidero allarmare mia moglie a quest’ora della notte, ma domani sarà lieta di ringraziarla personalmente. Venga a fare colazione con noi. Il mio nome è Ludovic Imbert. Posso chiederle il suo?»

«Certamente, monsieur.»

E porse al Sig. Imbert un biglietto da visita che recava il nome: «Arsène Lupin».

* * * * *

A quel tempo, Arsène Lupin non godeva ancora della celebrità che l’affare Cahorn, la sua evasione dalla prigione della Santé e altre brillanti imprese gli avrebbero in seguito procurato. Non aveva nemmeno usato il nome di Arsène Lupin. Quel nome era stato inventato appositamente per designare il salvatore del Sig. Imbert; vale a dire, fu in quell’occasione che Arsène Lupin venne battezzato. Armato di tutto punto e pronto alla mischia, è vero, ma privo delle risorse e dell’autorità che garantiscono il successo, Arsène Lupin era allora soltanto un apprendista in una professione di cui sarebbe presto diventato maestro.

Con quale brivido di gioia ricordava l’invito ricevuto quella notte! Finalmente, aveva raggiunto il suo obiettivo! Finalmente, aveva intrapreso un compito degno della sua forza e della sua abilità! I milioni degli Imbert! Che banchetto magnifico per un appetito come il suo!

Si preparò un abbigliamento speciale per l’occasione: una giacca logora, pantaloni sformati, un cilindro di seta spelacchiato, colletto e polsini consumati, tutto di foggia corretta, ma che portava l’inconfondibile marchio della povertà. La sua cravatta era un nastro nero fermato da un diamante falso. Così equipaggiato, scese le scale della casa in cui viveva a Montmartre. Al terzo piano, senza fermarsi, bussò a una porta chiusa con il pomello del bastone. Si incamminò verso i viali esterni. Stava passando un tram. Salì, e qualcuno che lo aveva seguito prese posto accanto a lui. Era l’inquilino che occupava la stanza al terzo piano. Un momento dopo, quest’uomo disse a Lupin:

«Allora, capo?»

«Allora, è tutto sistemato.»

«Come?»

«Vado lì a fare colazione.»

«Lei fa colazione... lì!»

«Certamente. Perché no? Ho salvato il Sig. Ludovic Imbert da morte certa per mano vostra. Il Sig. Imbert non è privo di gratitudine. Mi ha invitato a colazione.»

Ci fu un breve silenzio. Poi l’altro disse:

«Ma non vorrà mica rinunciare al piano?»

«Caro mio,» disse Lupin, «quando ho organizzato quel piccolo caso di aggressione e percosse, quando mi sono preso il disturbo, alle tre del mattino, di colpirla con il bastone e di darle un calcio con lo stivale a rischio di ferire il mio unico amico, non era mia intenzione rinunciare ai vantaggi che si possono trarre da un salvataggio così ben orchestrato ed eseguito. Oh! no, tutt’altro.»

«Ma le strane voci che corrono sulla loro fortuna?»

«Non si preoccupi di questo. Per sei mesi ho lavorato a questo affare, ho indagato, studiato, interrogato la servitù, gli usurai e i prestanome; per sei mesi ho pedinato marito e moglie. Di conseguenza, so di cosa parlo. Che la fortuna provenga dal vecchio Brawford, come sostengono, o da qualche altra fonte, non mi importa. So che è una realtà; che esiste. E un giorno sarà mia.»

«Bigre! Cento milioni!»

«Diciamo dieci, o anche cinque... è abbastanza! Hanno una cassaforte piena di obbligazioni, e che il diavolo mi porti se non riesco a metterci le mani sopra.»

Il tram si fermò a Place de l’Etoile. L’uomo sussurrò a Lupin:

«Cosa devo fare ora?»

«Niente, per il momento. Avrà mie notizie. Non c’è fretta.»

Cinque minuti dopo, Arsène Lupin saliva il magnifico scalone del palazzo Imbert, e il Sig. Imbert lo presentava alla moglie. Madame Gervaise Imbert era una donna bassa e grassoccia, molto loquace. Riservò a Lupin un’accoglienza cordiale.

«Ho desiderato che fossimo soli per intrattenere il nostro salvatore», disse.

Fin dall’inizio, trattarono il «nostro salvatore» come un vecchio e caro amico. Quando fu servito il dessert, la loro amicizia era ben consolidata e si stavano scambiando confidenze private. Arsène raccontò la storia della sua vita, la vita di suo padre come magistrato, i dolori della sua infanzia e le sue attuali difficoltà. Gervaise, a sua volta, parlò della sua giovinezza, del suo matrimonio, della gentilezza dell’anziano Brawford, dei cento milioni che aveva ereditato, degli ostacoli che le impedivano di godere dell’eredità, del denaro che era stata costretta a prendere in prestito a un tasso d’interesse esorbitante, delle sue infinite contese con i nipoti di Brawford, e dei contenziosi! delle ingiunzioni! insomma, di tutto!

«Pensi, Mons. Lupin, le obbligazioni sono lì, nell’ufficio di mio marito, e se stacchiamo anche solo una cedola, perdiamo tutto! Sono lì, nella nostra cassaforte, e non osiamo toccarle.»

Monsieur Lupin rabbrividì al solo pensiero della sua vicinanza a tanta ricchezza. Eppure, era certo che Monsieur Lupin non avrebbe mai sofferto della stessa difficoltà della sua affascinante ospite, che dichiarava di non osare toccare il denaro.

«Ah! sono lì!» ripeté tra sé; «sono lì!»

Un’amicizia nata in tali circostanze portò presto a relazioni più strette. Quando fu discretamente interrogato, Arsène Lupin confessò la sua povertà e il suo disagio. Immediatamente, lo sfortunato giovane fu nominato segretario privato degli Imbert, marito e moglie, con uno stipendio di cento franchi al mese. Doveva recarsi alla casa ogni giorno per ricevere ordini per il suo lavoro, e una stanza al secondo piano fu adibita a suo ufficio. Questa stanza si trovava direttamente sopra l’ufficio del Sig. Imbert.

Arsène si rese presto conto che il suo posto di segretario era essenzialmente una sinecura. Durante i primi due mesi, ebbe solo quattro lettere importanti da ricopiare e fu chiamato una sola volta nell’ufficio del Sig. Imbert; di conseguenza, ebbe solo un’opportunità di contemplare, ufficialmente, la cassaforte degli Imbert. Inoltre, notò che il segretario non veniva invitato agli eventi mondani dei datori di lavoro. Ma non si lamentò, preferendo rimanere modestamente nell’ombra e mantenere la sua pace e libertà.

Tuttavia, non stava perdendo tempo. Fin dall’inizio, fece visite clandestine all’ufficio del Sig. Imbert e rese omaggio alla cassaforte, che era chiusa ermeticamente. Era un immenso blocco di ferro e acciaio, dall’aspetto freddo e severo, che non poteva essere forzato con gli strumenti comuni del mestiere di scassinatore. Ma Arsène Lupin non si scoraggiò.

«Dove fallisce la forza, prevale l’astuzia», si diceva. «L’essenziale è essere sul posto quando si presenta l’occasione. Nel frattempo, devo osservare e attendere.»

Fece immediatamente alcuni preparativi preliminari. Dopo aver sondato con attenzione il pavimento della sua stanza, introdusse un tubo di piombo che penetrò nel soffitto dell’ufficio del Sig. Imbert in un punto tra le due modanature della cornice. Per mezzo di questo tubo, sperava di vedere e sentire ciò che accadeva nella stanza sottostante.

D’ora in avanti, passava le sue giornate disteso per lungo sul pavimento. Vedeva spesso gli Imbert tenere consultazioni davanti alla cassaforte, esaminando libri e carte. Quando giravano la combinazione, cercava di imparare le cifre e il numero di giri che facevano a destra e a sinistra. Osservava i loro movimenti; cercava di cogliere le loro parole. C’era anche una chiave necessaria per completare l’apertura della cassaforte. Cosa ne facevano? La nascondevano?

Un giorno, li vide uscire dalla stanza senza chiudere la cassaforte. Scese rapidamente le scale ed entrò con audacia nella stanza. Ma erano tornati.

«Oh! mi scusi,» disse, «ho sbagliato porta.»

«Entri, Mons. Lupin, entri,» gridò Madame Imbert, «non è forse a casa sua qui? Vogliamo il suo consiglio. Quali obbligazioni dovremmo vendere? I titoli esteri o le rendite di stato?»

«Ma l’ingiunzione?» disse Lupin, sorpreso.

«Oh! non copre tutte le obbligazioni.»

Aprì la porta della cassaforte e tirò fuori un pacchetto di obbligazioni. Ma il marito protestò.

«No, no, Gervaise, sarebbe sciocco vendere le obbligazioni estere. Stanno salendo, mentre le rendite sono al massimo. Cosa ne pensa, caro amico?»

Il caro amico non aveva opinioni; eppure consigliò il sacrificio delle rendite. Allora lei tirò fuori un altro pacchetto e, da esso, prese un foglio a caso. Si rivelò essere una rendita al tre per cento del valore di duemila franchi. Ludovic mise il pacchetto di obbligazioni in tasca. Quel pomeriggio, accompagnato dal suo segretario, vendette le rendite a un agente di cambio e realizzò quarantaseimila franchi.

Qualunque cosa ne avesse detto Madame Imbert, Arsène Lupin non si sentiva a casa nella dimora degli Imbert. Al contrario, la sua posizione lì era peculiare. Venne a sapere che la servitù non conosceva nemmeno il suo nome. Lo chiamavano «monsieur». Ludovic parlava sempre di lui nello stesso modo: «Lo dirà a monsieur. Monsieur è arrivato?» Perché quell’appellativo misterioso?

Inoltre, dopo il loro primo scoppio di entusiasmo, gli Imbert gli rivolgevano raramente la parola e, sebbene lo trattassero con la considerazione dovuta a un benefattore, gli prestavano poca o nessuna attenzione. Sembravano considerarlo un personaggio eccentrico a cui non piaceva essere disturbato, e rispettavano il suo isolamento come se fosse una sua regola rigorosa. In un’occasione, mentre passava per il vestibolo, sentì Madame Imbert dire ai due gentiluomini:

«È un tale barbaro!»

«Molto bene,» disse tra sé, «sono un barbaro.»

E, senza cercare di risolvere la questione del loro strano comportamento, procedette con l’esecuzione dei propri piani. Aveva deciso che non poteva dipendere dal caso, né dalla negligenza di Madame Imbert, che portava la chiave della cassaforte e che, nel chiuderla, invariabilmente confondeva le lettere che formavano la combinazione della serratura. Di conseguenza, doveva agire per conto proprio.

Alla fine, un incidente precipitò le cose; fu la veemente campagna istituita contro gli Imbert da alcuni giornali che li accusavano di truffa. Arsène Lupin era presente ad alcune conferenze di famiglia in cui veniva discussa questa nuova vicissitudine. Decise che se avesse aspettato ancora, avrebbe perso tutto. Durante i cinque giorni successivi, invece di uscire di casa verso le sei, secondo la sua solita abitudine, si chiuse nella sua stanza. Si suppose che fosse uscito. Ma lui era steso sul pavimento a sorvegliare l’ufficio del Sig. Imbert. Durante quelle cinque serate, l’occasione favorevole che attendeva non si presentò. Lasciò la casa verso mezzanotte da una porta laterale di cui possedeva la chiave.

Ma il sesto giorno, venne a sapere che gli Imbert, spinti dalle malevole insinuazioni dei loro nemici, si proponevano di fare un inventario del contenuto della cassaforte.

«Lo faranno stasera», pensò Lupin.

E in effetti, dopo cena, Imbert e sua moglie si ritirarono nell’ufficio e iniziarono a esaminare i libri contabili e i titoli contenuti nella cassaforte. Così, passò un’ora dopo l’altra. Sentì i domestici andare di sopra nelle loro stanze. Non restava più nessuno al primo piano. Mezzanotte! Gli Imbert erano ancora al lavoro.

«Devo mettermi al lavoro», mormorò Lupin.

Aprì la sua finestra. Dava su un cortile. Fuori, tutto era buio e tranquillo. Prese dalla scrivania una corda annodata, la fissò al balcone davanti alla sua finestra e scese silenziosamente fino alla finestra sottostante, che era quella dell’ufficio degli Imbert. Rimase sul balcone per un momento, immobile, con l’orecchio attento e lo sguardo vigile, ma le pesanti tende nascondevano efficacemente l’interno della stanza. Spinse con cautela la doppia finestra. Se nessuno l’avesse esaminata, avrebbe dovuto cedere alla minima pressione, poiché, durante il pomeriggio, aveva fissato il chiavistello in modo che non entrasse nell’incontro.

La finestra cedette al suo tocco. Poi, con infinita cura, la spinse quanto bastava per far passare la testa. Scostò le tende di pochi centimetri, guardò dentro e vide il Sig. Imbert e sua moglie seduti davanti alla cassaforte, profondamente assorbiti nel loro lavoro e che parlavano a bassa voce a rari intervalli.

Calcolò la distanza tra lui e loro, considerò gli esatti movimenti che avrebbe dovuto compiere per sopraffarli, l’uno dopo l’altro, prima che potessero chiedere aiuto, e stava per precipitarsi su di loro, quando Madame Imbert disse:

«Ah! la stanza sta diventando piuttosto fredda. Vado a letto. E tu, caro?»

«Io resto a finire.»

«Finire! Perché, ti ci vorrà tutta la notte.»

«Niente affatto. Un’ora, al massimo.»

Lei si ritirò. Passarono venti minuti, trenta minuti. Arsène spinse la finestra un po’ più avanti. Le tende si agitarono. Spinse ancora una volta. Il Sig. Imbert si voltò e, vedendo le tende mosse dal vento, si alzò per chiudere la finestra.

Non ci fu un grido, nessuna traccia di lotta. Con pochi movimenti precisi, e senza causargli il minimo danno, Arsène lo stordì, gli avvolse la tenda attorno alla testa, lo legò mani e piedi, e fece tutto in modo tale che il Sig. Imbert non avesse l’opportunità di riconoscere il suo assalitore.

Rapidamente, si avvicinò alla cassaforte, afferrò due pacchetti che si mise sotto il braccio, lasciò l’ufficio e aprì il cancello di servizio. Una carrozza era ferma in strada.

«Prenda questo, prima... e mi segua», disse al cocchiere. Tornò nell’ufficio e, in due viaggi, svuotarono la cassaforte. Poi Arsène andò nella propria stanza, rimosse la corda e ogni altra traccia del suo lavoro clandestino.

Poche ore dopo, Arsène Lupin e il suo assistente esaminarono la refurtiva. Lupin non rimase deluso, poiché aveva previsto che la ricchezza degli Imbert fosse stata ampiamente esagerata. Non consisteva in centinaia di milioni, né tantomeno in decine di milioni. Eppure ammontava a una somma molto rispettabile, e Lupin espresse la sua soddisfazione.

«Naturalmente,» disse, «ci sarà una perdita considerevole quando venderemo le obbligazioni, poiché dovremo disporne surrettiziamente a prezzi ridotti. Nel frattempo, riposeranno tranquillamente nella mia scrivania in attesa di un momento propizio.»

Arsène non vide alcun motivo per non recarsi a casa Imbert il giorno seguente. Ma una lettura dei giornali del mattino rivelò questo fatto sorprendente: Ludovic e Gervaise Imbert erano scomparsi.

Quando gli ufficiali giudiziari sequestrarono la cassaforte e la aprirono, vi trovarono ciò che Arsène Lupin aveva lasciato: niente.

* * * * *

Questi sono i fatti; e ne appresi il seguito, un giorno, quando Arsène Lupin era in vena di confidenze. Camminava avanti e indietro nella mia stanza, con passo nervoso e uno sguardo febbrile che non gli erano consueti.

«Dopo tutto,» gli dissi, «è stata la tua impresa di maggior successo.»

Senza dare una risposta diretta, disse:

«Ci sono alcuni segreti impenetrabili legati a quell’affare; alcuni punti oscuri che sfuggono alla mia comprensione. Per esempio: cosa causò la loro fuga? Perché non approfittarono dell’aiuto che diedi loro inconsciamente? Sarebbe stato così semplice dire: “I cento milioni erano nella cassaforte. Non ci sono più, perché sono stati rubati”.»

«Hanno perso la testa.»

«Sì, è così... hanno perso la testa... D’altra parte, è vero...»

«Cosa è vero?»

«Oh! niente.»

Qual era il significato della reticenza di Lupin? Era del tutto ovvio che non mi avesse detto tutto; c’era qualcosa che non voleva raccontare. Il suo comportamento mi incuriosiva. Doveva trattarsi di una faccenda davvero seria per causare a un uomo come Arsène Lupin anche solo un momento di esitazione. Lanciai qualche domanda a caso.

«Li hai più visti da allora?»

«No.»

«E non hai mai provato il minimo grado di pietà per quelle persone sfortunate?»

«Io!» esclamò, trasalendo.

La sua improvvisa agitazione mi stupì. Avevo toccato un tasto dolente? Continuai:

«Certo. Se non li avessi lasciati soli, avrebbero potuto affrontare il pericolo, o almeno tentare la fuga con le tasche piene.»

«Cosa intendi dire?» disse, indignato. «Suppongo che tu abbia l’idea che la mia anima debba essere piena di rimorso?»

«Chiamalo rimorso o rincrescimento... qualsiasi cosa tu voglia...»

«Non ne vale la pena.»

«Non hai rimpianti o rimorsi per aver rubato la loro fortuna?»

«Quale fortuna?»

«I pacchetti di obbligazioni che hai preso dalla loro cassaforte.»

«Oh! ho rubato le loro obbligazioni, eh? Li ho privati di una parte della loro ricchezza? È questo il mio crimine? Ah! caro mio, non conosci la verità. Non hai mai immaginato che quelle obbligazioni non valessero la carta su cui erano scritte. Quelle obbligazioni erano false... erano contraffatte... ognuna di esse... capisci? ERANO CONTRAFFATTE!»

Lo guardai, sbalordito.

«Contraffatte! I quattro o cinque milioni?»

«Sì, contraffatte!» esclamò, in un impeto di rabbia. «Solo tanti pezzi di carta! Non ci avrei potuto ricavare un soldo da tutte quante! E tu mi chiedi se ho dei rimorsi. Sono loro che dovrebbero avere rimorso e pietà. Mi hanno preso per un sempliciotto; e io sono caduto nella loro trappola. Sono stato la loro ultima vittima, il loro più stupido gonzo!»

Era colpito da una rabbia genuina, il risultato di malizia e orgoglio ferito. Continuò:

«Dall’inizio alla fine, ho avuto la peggio. Sai che parte ho recitato in quell’affare, o meglio la parte che mi hanno fatto recitare? Quella di André Brawford! Sì, ragazzo mio, questa è la verità, e non l’ho mai sospettato. È stato solo dopo, leggendo i giornali, che la luce si è finalmente accesa nel mio stupido cervello. Mentre mi atteggiavo a suo “salvatore”, come il gentiluomo che aveva rischiato la vita per salvare il Sig. Imbert dalle grinfie di un assassino, loro mi spacciavano per Brawford. Non era splendido? Quell’individuo eccentrico che aveva una stanza al secondo piano, quel barbaro che veniva esibito solo a distanza, era Brawford, e Brawford ero io! Grazie a me, e alla fiducia che ispiravo sotto il nome di Brawford, sono riusciti a prendere in prestito denaro da banchieri e altri usurai. Ah! che esperienza per un novizio! E ti giuro che approfitterò della lezione!»

Si fermò, mi afferrò il braccio e mi disse, con tono esasperato:

«Caro mio, proprio in questo momento, Gervaise Imbert mi deve quindici cento franchi.»

Non potei trattenere una risata, la sua rabbia era così grottesca. Stava facendo di una mosca un elefante. In un momento, rise lui stesso e disse:

«Sì, ragazzo mio, quindici cento franchi. Devi sapere che non avevo ricevuto un soldo dello stipendio promesso e, per di più, si era fatta prestare da me la somma di quindici cento franchi. Tutti i risparmi della mia giovinezza! E sai perché? Per devolvere il denaro in beneficenza! Ti sto raccontando la pura verità. Lo voleva per alcuni poveri che stava aiutando... all’insaputa del marito. E il mio denaro, guadagnato duramente, mi è stato estorto con quel pretesto sciocco! Non è divertente, eh? Arsène Lupin fregato di quindici cento franchi dalla bella signora a cui ho rubato quattro milioni in obbligazioni false! E quanto tempo, pazienza e astuzia ho speso per ottenere quel risultato! È stata la prima volta nella mia vita che sono stato preso per un fesso, e confesso francamente che quella volta sono stato fregato alla grande!»

VIII. La Perla Nera

Un violento scampanellio svegliò la portinaia del numero nove di avenue Hoche. Tirò la corda della porta, brontolando:

«Pensavo che fossero rientrati tutti. Devono essere le tre!»

«Forse è qualcuno per il dottore», mormorò il marito.

In quel momento, una voce chiese:

«Dottor Harel... che piano?»

«Terzo piano, a sinistra. Ma il dottore non esce di notte.»

«Deve uscire stanotte.»

Il visitatore entrò nel vestibolo, salì al primo piano, al secondo, al terzo e, senza fermarsi davanti alla porta del dottore, continuò fino al quinto piano. Lì, provò due chiavi. Una di esse si adattò alla serratura.

«Ah! Bene!» mormorò, «questo semplifica le cose in modo meraviglioso. Ma prima di iniziare il lavoro farei meglio a organizzarmi la ritirata. Vediamo... ho avuto abbastanza tempo per svegliare il dottore ed essere congedato da lui? Non ancora... ancora qualche minuto.»

Allo scadere dei dieci minuti, scese le scale, brontolando rumorosamente riguardo al dottore. Il portinaio gli aprì la porta e la sentì scattare dietro di lui. Ma la porta non si chiuse a chiave, poiché l'uomo aveva rapidamente inserito un pezzo di ferro nella serratura in modo tale che il catenaccio non potesse entrare. Poi, silenziosamente, rientrò in casa, all'insaputa del portinaio. In caso di allarme, la sua ritirata era assicurata. Senza far rumore, salì di nuovo al quinto piano. Nell'anticamera, alla luce della sua lanterna elettrica, depose cappello e soprabito su una delle sedie, si sedette su un'altra e coprì le sue pesanti scarpe con pantofole di feltro.

«Ouf! Eccomi qui... e com'è stato semplice! Mi chiedo perché più persone non adottino la redditizia e piacevole occupazione del ladro. Con un po' di attenzione e riflessione, diventa una professione davvero deliziosa. Non troppo silenziosa e monotona, s'intende, altrimenti diventerebbe noiosa.»

Svolse un piano dettagliato dell'appartamento.

«Cominciamo con l'orientarmi. Qui, vedo il vestibolo in cui sono seduto. Sul lato della strada, il salotto, il boudoir e la sala da pranzo. Inutile perdere tempo lì, poiché sembra che la contessa abbia un gusto deplorevole... nemmeno un ninnolo di alcun valore!... Ora, veniamo al sodo!... Ah! ecco un corridoio; deve condurre alle camere da letto. A una distanza di tre metri, dovrei arrivare alla porta dell'armadio-guardaroba che comunica con la camera della contessa.» Piegò la sua piantina, spense la lanterna e si incamminò lungo il corridoio, contando la distanza in questo modo:

«Un metro... due metri... tre metri... Ecco la porta... Mon Dieu, com'è facile! Solo un piccolo, semplice catenaccio ora mi separa dalla camera, e so che il catenaccio si trova esattamente a un metro e quarantatré centimetri dal pavimento. Quindi, grazie a una piccola incisione che sto per fare, potrò presto liberarmi del catenaccio.»

Trasse di tasca gli strumenti necessari. Poi gli venne in mente la seguente idea:

«Supponiamo, per caso, che la porta non sia chiusa a chiave. Provo prima.»

Girò la maniglia e la porta si aprì.

«Mio bravo Lupin, la fortuna ti assiste davvero... Che fare ora? Conosci la disposizione delle stanze; conosci il posto in cui la contessa nasconde la perla nera. Perciò, per assicurarsi la perla nera, devi semplicemente essere più silenzioso del silenzio, più invisibile dell'oscurità stessa.»

Arsène Lupin impiegò almeno mezz'ora ad aprire la seconda porta, una porta a vetri che conduceva alla camera da letto della contessa. Ma la compì con tale abilità e precauzione che, anche se la contessa fosse stata sveglia, non avrebbe udito il minimo suono. Secondo la piantina delle stanze che teneva in mano, non doveva far altro che aggirare una poltrona a sdraio e, oltre quella, un tavolino vicino al letto. Sul tavolo c'era una scatola di carta da lettere, e la perla nera era nascosta in quella scatola. Si chinò e strisciò cautamente sul tappeto, seguendo i contorni della poltrona. Quando ne raggiunse l'estremità, si fermò per reprimere il battito del proprio cuore. Sebbene non fosse mosso da alcun senso di paura, trovò impossibile superare l'ansia nervosa che solitamente si prova nel mezzo di un silenzio profondo. Quella circostanza lo stupì, perché aveva attraversato momenti ben più solenni senza la minima traccia di emozione. Nessun pericolo lo minacciava. Allora perché il suo cuore batteva come una campana d'allarme? Era quella donna addormentata a influenzarlo? Era la vicinanza di un altro cuore pulsante?

Ascoltò, e credette di riuscire a distinguere il respiro ritmico di una persona addormentata. Gli diede fiducia, come la presenza di un amico. Cercò e trovò la poltrona; poi, con movimenti lenti e cauti, avanzò verso il tavolo, tastando davanti a sé con il braccio teso. La sua mano destra toccò una delle gambe del tavolo. Ah! ora, non doveva far altro che alzarsi, prendere la perla e scappare. Era una fortuna, poiché il suo cuore balzava nel petto come una bestia feroce e faceva così tanto rumore che temeva potesse svegliare la contessa. Con un potente sforzo di volontà, domò il battito selvaggio del cuore e stava per sollevarsi dal pavimento quando la sua mano sinistra incontrò, giacente a terra, un oggetto che riconobbe come un candeliere: un candeliere rovesciato. Un momento dopo, la sua mano incontrò un altro oggetto: un orologio, uno di quei piccoli orologi da viaggio, rivestiti di pelle.-------

Bene! Cosa era successo? Non riusciva a capire. Quel candeliere, quell'orologio; perché quegli oggetti non erano al loro posto abituale? Ah! cosa era successo nel tremendo silenzio della notte?

Improvvisamente gli sfuggì un grido. Aveva toccato... oh! qualcosa di strano, indicibile! «No! no!» pensò, «non può essere. È una fantasia del mio cervello eccitato.» Per venti secondi, trenta secondi, rimase immobile, terrorizzato, la fronte imperlata di sudore e le dita che conservavano ancora la sensazione di quel contatto terribile.

Facendo uno sforzo disperato, si azzardò a distendere di nuovo il braccio. Ancora una volta, la sua mano incontrò quella cosa strana e indicibile. La tastò. Doveva tastarla e scoprire cosa fosse. Scoprì che si trattava di capelli, capelli umani, e di un volto umano; e quel volto era freddo, quasi gelato.

Per quanto spaventose possano essere le circostanze, un uomo come Arsène Lupin si controlla e padroneggia la situazione non appena scopre di cosa si tratti. Così, Arsène Lupin mise rapidamente in uso la sua lanterna. Una donna giaceva davanti a lui, coperta di sangue. Il collo e le spalle erano coperti di ferite profonde. Si chinò su di lei e fece un esame più accurato. Era morta.

«Morta! Morta!» ripeté, con aria smarrita.

Fissò quegli occhi sbarrati, quella bocca contratta, quella carne livida e quel sangue... tutto quel sangue che era colato sul tappeto e si era rappreso in chiazze spesse e nere. Si alzò e accese le luci elettriche. Allora scorse tutti i segni di una lotta disperata. Il letto era in gran disordine. Sul pavimento, il candeliere e l'orologio, con le lancette che segnavano le undici e venti; poi, più lontano, una sedia rovesciata; e, ovunque, c'era sangue, macchie di sangue e pozze di sangue.

«E la perla nera?» mormorò.

La scatola di carta da lettere era al suo posto. La aprì avidamente. Il portagioie era lì, ma era vuoto.

«Fichtre!» borbottò. «Ti sei vantato della tua buona sorte troppo presto, amico mio Lupin. Con la contessa che giace fredda e morta, e la perla nera svanita, la situazione è tutt'altro che piacevole. Esci di qui il prima possibile, o potresti finire nei guai seri.»

Eppure, non si mosse.

«Uscire di qui? Sì, certo. Chiunque lo farebbe, eccetto Arsène Lupin. Lui ha qualcosa di meglio da fare. Ora, procediamo con ordine. Ad ogni modo, hai la coscienza pulita. Supponiamo che tu sia il commissario di polizia e che tu stia procedendo a un'inchiesta riguardo a questa faccenda... Sì, ma per fare ciò, ho bisogno di un cervello più lucido. Il mio è confuso come un ragù.»

Si lasciò cadere in una poltrona, con le mani serrate premute contro la fronte in fiamme.

* * * * *

L'omicidio dell'avenue Hoche è uno di quelli che hanno recentemente sorpreso e sconcertato il pubblico parigino, e, certamente, non avrei mai menzionato la faccenda se il velo del mistero non fosse stato rimosso da Arsène Lupin stesso. Nessuno conosceva la verità esatta del caso.

Chi non conosceva, per averla incontrata nel Bois, la bella Léotine Zalti, la celebre cantatrice di un tempo, moglie e vedova del conte d'Andillot; la Zalti, il cui lusso abbagliò tutta Parigi una ventina d'anni fa; la Zalti che acquisì una reputazione europea per la magnificenza dei suoi diamanti e delle sue perle? Si diceva che indossasse sulle spalle il capitale di diverse banche e le miniere d'oro di numerose compagnie australiane. Abili gioiellieri lavoravano per la Zalti come un tempo avevano lavorato per re e regine. E chi non ricorda la catastrofe in cui tutta quella ricchezza fu inghiottita? Di tutta quella meravigliosa collezione, non rimaneva nulla tranne la famosa perla nera. La perla nera! Vale a dire una fortuna, se avesse voluto separarsene.

Ma preferì tenerla, vivere in un appartamento comune con la sua dama di compagnia, la cuoca e un uomo di servizio, piuttosto che vendere quell'inestimabile gioiello. C'era una ragione per questo; una ragione che non temeva di rivelare: la perla nera era il dono di un imperatore! Quasi in rovina, e ridotta alla più mediocre esistenza, rimase fedele alla compagna della sua felice e brillante giovinezza. La perla nera non lasciava mai il suo possesso. La indossava durante il giorno e, di notte, la nascondeva in un posto noto solo a lei.

Tutti questi fatti, ripubblicati sulle colonne della stampa pubblica, servirono a stimolare la curiosità; e, stranamente, ma in modo del tutto ovvio per coloro che hanno la chiave del mistero, l'arresto del presunto assassino non fece che complicare la questione e prolungare l'eccitazione. Due giorni dopo, i giornali pubblicarono il seguente articolo:

«Ci giunge notizia dell'arresto di Victor Danègre, il domestico della contessa d'Andillot. Le prove contro di lui sono chiare e convincenti. Sulla manica di seta del suo gilet di livrea, che il capo della polizia investigativa Dudouis ha rinvenuto nel suo sottotetto tra i materassi del letto, sono state scoperte diverse macchie di sangue. Inoltre, un bottone rivestito di stoffa mancava da quell'indumento, e questo bottone è stato trovato sotto il letto della vittima.

«Si suppone che, dopo cena, invece di andare nella propria stanza, Danègre sia scivolato nell'armadio-guardaroba e, attraverso la porta a vetri, abbia visto la contessa nascondere la preziosa perla nera. Questa è semplicemente una teoria, ancora non verificata da alcuna prova. C'è, inoltre, un altro punto oscuro. Alle sette del mattino, Danègre è andato al tabaccaio sul Boulevard de Courcelles; il portinaio e il negoziante confermano entrambi questo fatto. D'altra parte, la dama di compagnia e la cuoca della contessa, che dormono in fondo al corridoio, dichiarano entrambe che, quando si sono alzate alle otto, la porta dell'anticamera e la porta della cucina erano chiuse a chiave. Queste due persone sono al servizio della contessa da vent'anni e sono al di sopra di ogni sospetto. La domanda è: come ha fatto Danègre a lasciare l'appartamento? Aveva un'altra chiave? Queste sono questioni che la polizia indagherà.»

In effetti, l'indagine di polizia non fece alcuna luce sul mistero. Si seppe che Victor Danègre era un criminale pericoloso, un ubriacone e un libertino. Ma, man mano che procedevano con l'indagine, il mistero si infittiva e sorgevano nuove complicazioni. In primo luogo, una giovane donna, Mlle. de Sinclèves, cugina ed erede universale della contessa, dichiarò che la contessa, un mese prima della sua morte, le aveva scritto una lettera descrivendo il modo in cui la perla nera era nascosta. La lettera scomparve il giorno dopo averla ricevuta. Chi l'aveva rubata?

Ancora, il portinaio raccontò come avesse aperto la porta a una persona che aveva chiesto del dottor Harel. Interrogato, il dottore testimoniò che nessuno aveva suonato il suo campanello. Allora chi era quella persona? Un complice?

La teoria del complice fu quindi adottata dalla stampa e dal pubblico, e anche da Ganimard, il famoso detective.

«Lupin è dietro tutta questa faccenda», disse al giudice.

«Bah!» esclamò il giudice, «lei ha Lupin nel cervello. Lo vede ovunque.»

«Lo vedo ovunque, perché lui è ovunque.»

«Dica piuttosto che lo vede ogni volta che incontra qualcosa che non sa spiegare. Inoltre, lei trascura il fatto che il crimine è stato commesso alle undici e venti di sera, come indicato dall'orologio, mentre la visita notturna, menzionata dal portinaio, è avvenuta alle tre del mattino.»

Gli ufficiali della legge formano spesso una convinzione affrettata sulla colpevolezza di una persona sospetta, e poi distorcono tutte le scoperte successive per conformarle alla loro teoria prestabilita. I deplorevoli precedenti di Victor Danègre, criminale abituale, ubriacone e libertino, influenzarono il giudice, e nonostante non fosse stato scoperto nulla di nuovo a corroborazione dei primi indizi, la sua opinione ufficiale rimase ferma e incrollabile. Chiuse l'inchiesta e, poche settimane dopo, iniziò il processo. Si rivelò lento e tedioso. Il giudice era svogliato e il pubblico ministero presentò il caso in modo negligente. In tali circostanze, l'avvocato di Danègre ebbe vita facile. Sottolineò i difetti e le incongruenze dell'accusa e sostenne che le prove fossero del tutto insufficienti a condannare l'imputato. Chi aveva fatto la chiave, l'indispensabile chiave senza la quale Danègre, uscendo dall'appartamento, non avrebbe potuto chiudere la porta dietro di sé? Chi aveva mai visto una tale chiave, e che fine aveva fatto? Chi aveva visto il coltello dell'assassino, e dov'è ora?

«In ogni caso», sostenne l'avvocato del prigioniero, «l'accusa deve provare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il prigioniero ha commesso l'omicidio. L'accusa deve dimostrare che il misterioso individuo che è entrato in casa alle tre del mattino non è la parte colpevole. Di certo, l'orologio indicava le undici. Ma che dire di questo? Sostengo che non provi nulla. L'assassino avrebbe potuto girare le lancette dell'orologio a qualsiasi ora avesse voluto, e così ingannarci riguardo all'ora esatta del crimine.»

Victor Danègre fu assolto.

Lasciò la prigione di venerdì verso il crepuscolo, debole e depresso dai suoi sei mesi di prigionia. L'inquisizione, la solitudine, il processo, le deliberazioni della giuria, si combinarono per riempirlo di una paura nervosa. Di notte, era stato afflitto da terribili incubi e perseguitato da visioni inquietanti del patibolo. Era un relitto mentale e fisico.

Sotto il falso nome di Anatole Dufour, affittò una piccola stanza sulle alture di Montmartre e viveva facendo lavoretti dove capitava. Conduceva un'esistenza pietosa. Per tre volte ottenne un impiego regolare, solo per essere riconosciuto e poi licenziato. A volte, aveva l'idea che degli uomini lo stessero seguendo... detective, senza dubbio, che cercavano di intrappolarlo e denunciarlo. Poteva quasi sentire la mano ferma della legge afferrarlo per il colletto.

Una sera, mentre stava cenando in un ristorante vicino, un uomo entrò e si sedette allo stesso tavolo. Era una persona di circa quarant'anni e indossava una giacca di dubbio candore. Ordinò zuppa, verdure e una bottiglia di vino. Dopo aver finito la zuppa, volse gli occhi su Danègre e lo fissò intensamente. Danègre sussultò. Era certo che quello fosse uno degli uomini che lo seguivano da diverse settimane. Cosa voleva? Danègre provò ad alzarsi, ma non ci riuscì. Le gambe si rifiutarono di sostenerlo. L'uomo si versò un bicchiere di vino e poi riempì quello di Danègre. L'uomo sollevò il bicchiere e disse:

«Alla tua salute, Victor Danègre.»

Victor sussultò per l'allarme e balbettò:

«Io!.... io!.... no, no.... le giuro....»

«Giurerà cosa? Che non è lei? Il servitore della contessa?»

«Quale servitore? Il mio nome è Dufour. Chieda al proprietario.»

«Sì, Anatole Dufour per il proprietario di questo ristorante, ma Victor Danègre per gli ufficiali della legge.»

«Non è vero! Qualcuno le ha mentito.»

Il nuovo venuto prese una carta dalla tasca e la porse a Victor, che vi lesse sopra: «Grimaudan, ex ispettore della forza investigativa. Si sbrigano affari privati.» Victor rabbrividì mentre diceva:

«Lei è in contatto con la polizia?»

«No, non ora, ma ho un debole per il mestiere e continuo a praticarlo in modo più... redditizio. Di tanto in tanto mi imbatto in un'opportunità d'oro... come quella che presenta il suo caso.»

«Il mio caso?»

«Sì, il suo. Le assicuro che è una faccenda molto promettente, a patto che lei sia incline a essere ragionevole.»

«E se non fossi ragionevole?»

«Oh! mio caro, lei non è nella posizione di rifiutarmi nulla di ciò che potrei chiedere.»

«Cosa... vuole?» balbettò Victor, spaventato.

«Bene, la informerò in poche parole. Sono mandato da Mademoiselle de Sinclèves, l'erede della contessa d'Andillot.»

«Per cosa?»

«Per recuperare la perla nera.»

«Perla nera?»

«Che lei ha rubato.»

«Ma io non ce l'ho.»

«Lei ce l'ha.»

«Se l'avessi, allora sarei l'assassino.»

«Lei è l'assassino.»

Danègre mostrò un sorriso forzato.

«Fortunatamente per me, monsieur, la Corte d'Assise non era del suo parere. La giuria ha emesso un verdetto unanime di assoluzione. E quando un uomo ha la coscienza pulita e dodici brave persone a suo favore...»

L'ex ispettore lo afferrò per il braccio e disse:

«Niente belle frasi, ragazzo mio. Ora, mi ascolti e pesi bene le mie parole. Scoprirà che sono degne della sua considerazione. Ora, Danègre, tre settimane prima dell'omicidio, lei ha sottratto la chiave della cuoca per la porta di servizio e ha fatto fare una chiave duplicata da un fabbro di nome Outard, al 244 di rue Oberkampf.»

«È una bugia... è una bugia!» ringhiò Victor. «Nessuno ha visto quella chiave. Non esiste una tale chiave.»

«Eccola.»

Dopo un silenzio, Grimaudan continuò:

«Lei ha ucciso la contessa con un coltello comprato da lei al Bazar de la République lo stesso giorno in cui ha ordinato la chiave duplicata. Ha una lama triangolare con una scanalatura che corre da un'estremità all'altra.»

«Tutte sciocchezze. Sta solo indovinando qualcosa che non sa. Nessuno ha mai visto il coltello.»

«Eccolo.»

Victor Danègre indietreggiò. L'ex ispettore continuò:

«Ci sono alcune macchie di ruggine sopra. Le devo dire come ci sono arrivate?»

«Bene!... lei ha una chiave e un coltello. Chi può provare che appartengono a me?»

«Il fabbro e l'impiegato da cui ha comprato il coltello. Ho già rinfrescato loro la memoria e, quando li affronterà, non potranno fare a meno di riconoscerla.»

Il suo discorso era asciutto e duro, con un tono di fermezza e precisione. Danègre tremava dalla paura e tuttavia lottava disperatamente per mantenere un'aria di indifferenza.

«È tutta qui la prova che ha?»

«Oh! no, per nulla. Ne ho molta altra. Per esempio, dopo il crimine, lei è uscito dalla stessa strada da cui era entrato. Ma, al centro della stanza guardaroba, colto da un'improvvisa paura, si è appoggiato al muro per sostenersi.»

«Come fa a saperlo? Nessuno potrebbe sapere una cosa del genere», sostenne l'uomo disperato.

«La polizia non ne sa nulla, ovviamente. Non pensano mai di accendere una candela ed esaminare le pareti. Ma se lo avessero fatto, avrebbero trovato sull'intonaco bianco una debole macchia rossa, abbastanza distinta, tuttavia, per tracciarvi l'impronta del suo pollice che lei aveva premuto contro il muro mentre era bagnato di sangue. Ora, come lei ben sa, con il sistema Bertillon, le impronte dei pollici sono uno dei principali mezzi di identificazione.»

Victor Danègre era livido; grosse gocce di sudore gli colavano sul viso e cadevano sul tavolo. Fissava, con uno sguardo selvaggio, lo strano uomo che aveva narrato la storia del suo crimine con la stessa fedeltà come se ne fosse stato un testimone invisibile. Sopraffatto e impotente, Victor chinò il capo. Sentiva che era inutile lottare contro quest'uomo meraviglioso. Così disse:

«Quanto mi darà, se le do la perla?»

«Niente.»

«Oh! sta scherzando! O vuole dire che dovrei darle un oggetto che vale migliaia e centinaia di migliaia e non ottenere nulla in cambio?»

«Avrà la sua vita. È nulla?»

Lo sfortunato rabbrividì. Poi Grimaudan aggiunse, con un tono più mite:

«Andiamo, Danègre, quella perla non ha alcun valore nelle sue mani. È del tutto impossibile per lei venderla; quindi a cosa le serve tenerla?»

«Ci sono i banchi dei pegni... e, un giorno, riuscirò a ottenerci qualcosa.»

«Ma quel giorno potrebbe essere troppo tardi.»

«Perché?»

«Perché a quell'epoca lei potrebbe essere nelle mani della polizia e, con le prove che posso fornire — il coltello, la chiave, l'impronta del pollice — che ne sarà di lei?»

Victor appoggiò la testa sulle mani e rifletté. Sentiva di essere perduto, irrimediabilmente perduto e, allo stesso tempo, un senso di stanchezza e depressione lo sopraffece. Mormorò, debolmente:

«Quando devo dargliela?»

«Stasera... entro un'ora.»

«Se rifiuto?»

«Se rifiuta, spedirò questa lettera al Procuratore della Repubblica; lettera in cui Mademoiselle de Sinclèves la denuncia come assassino.»

Danègre versò due bicchieri di vino che bevve in rapida successione, poi, alzandosi, disse:

«Paga il conto e andiamocene. Ne ho avuto abbastanza di questa maledetta faccenda.»

Era scesa la notte. I due uomini percorsero la rue Lepic e seguirono i boulevard esterni in direzione di Place de l’Etoile. Proseguirono il cammino in silenzio; Victor aveva un portamento curvo e un volto abbattuto. Quando raggiunsero il Parc Monceau, disse:

«Siamo vicini alla casa.»

«Parbleu! Lei ha lasciato la casa una sola volta, prima del suo arresto, ed è stato per andare dal tabaccaio.»

«Eccola qui», disse Danègre con voce spenta.

Passarono lungo il muro del giardino della casa della contessa e attraversarono una strada sul cui angolo sorgeva la tabaccheria. Pochi passi più avanti, Danègre si fermò; le gambe gli tremavano e si accasciò su una panchina.

«Bene! E adesso?» chiese il suo compagno.

«È lì.»

«Dove? Andiamo, niente sciocchezze!»

«Lì... davanti a noi.»

«Dove?»

«Tra due pietre del selciato.»

«Quali?»

«Cerchi.»

«Quali pietre?»

Victor non rispose.

«Ah, capisco!» esclamò Grimaudan, «vuole che paghi per l'informazione.»

«No... ma... temo che morirò di fame.»

«Dunque è per questo che esita. Ebbene, non sarò duro con lei. Quanto vuole?»

«Abbastanza per comprare un biglietto di terza classe per l'America.»

«D'accordo.»

«E cento franchi per mantenermi finché non trovo lavoro laggiù.»

«Ne avrà duecento. Ora parli.»

«Conti le pietre del selciato a destra dal tombino. La perla è tra la dodicesima e la tredicesima.»

«Nella cunetta?»

«Sì, vicino al marciapiede.»

Grimaudan si guardò intorno per vedere se qualcuno stesse osservando. Passavano alcuni tram e pedoni. Ma, bah, non sospetteranno nulla. Aprì il suo coltellino e lo infilò tra la dodicesima e la tredicesima pietra.

«E se non fosse lì?» disse a Victor.

«Deve esserci, a meno che qualcuno non mi abbia visto chinarmi a nasconderla.»

Era possibile che la perla nera fosse stata gettata nel fango e nella sporcizia della cunetta per essere raccolta dal primo venuto? La perla nera... una fortuna!

«A che profondità?» chiese.

«Circa dieci centimetri.»

Scavò nella terra umida. La punta del suo coltello colpì qualcosa. Ingrandì il buco con il dito. Poi estrasse la perla nera dal suo lurido nascondiglio.

«Bene! Ecco i suoi duecento franchi. Le invierò il biglietto per l'America.»

Il giorno seguente, questo articolo fu pubblicato sull’*Echo de France* e fu ripreso dai principali giornali di tutto il mondo:

«Ieri, la famosa perla nera è entrata in possesso di Arsène Lupin, che l'ha recuperata dall'assassino della contessa d’Andillot. Tra breve, dei facsimili di quel prezioso gioiello saranno esposti a Londra, San Pietroburgo, Calcutta, Buenos Aires e New York.

«Arsène Lupin sarà lieto di prendere in considerazione tutte le proposte presentategli tramite i suoi agenti.»

* * * * *

«Ed è così che il crimine viene sempre punito e la virtù ricompensata», disse Arsène Lupin, dopo avermi raccontato la storia della perla nera appena narrata.

«Ed è così che lei, sotto lo pseudonimo di Grimaudan, ex ispettore di polizia, è stato scelto dal destino per privare il criminale del beneficio del suo crimine.»

«Esattamente. E confesso che la faccenda mi dà un'infinita soddisfazione e orgoglio. I quaranta minuti che ho trascorso nell'appartamento della contessa d’Andillot, dopo aver appreso della sua morte, sono stati i momenti più elettrizzanti e avvincenti della mia vita. In quei quaranta minuti, coinvolto come ero in una situazione pericolosissima, ho studiato con calma la scena del delitto e sono giunto alla conclusione che il crimine doveva essere stato commesso da uno dei domestici di casa. Ho anche deciso che, per ottenere la perla, quel domestico doveva essere arrestato, e così ho lasciato il bottone della boiserie; era necessario, inoltre, che tenessi con me una prova convincente della sua colpevolezza, così ho portato via il coltello che ho trovato sul pavimento e la chiave che ho trovato nella serratura. Ho chiuso e sprangato la porta, e ho cancellato le impronte digitali dall'intonaco dell'armadio a muro. A mio parere, quello è stato uno di quei lampi...»

«Di genio», dissi, interrompendolo.

«Di genio, se vuole. Ma, mi lusingo, non sarebbe venuto in mente al mortale medio. Architettare, istantaneamente, i due elementi del problema — un arresto e un'assoluzione; utilizzare il formidabile meccanismo della legge per schiacciare e umiliare la mia vittima, e ridurla in una condizione in cui, una volta libera, sarebbe stata certa di cadere nella trappola che le stavo tendendo!»

«Povero diavolo...»

«Povero diavolo, dice? Victor Danègre, l'assassino! Avrebbe potuto discendere nei bassifondi più oscuri del vizio e del crimine, se avesse conservato la perla nera. Ora, lui vive! Pensi a questo: Victor Danègre è vivo!»

«E lei ha la perla nera.»

La tirò fuori da una delle tasche segrete del suo portafoglio, la esaminò, la fissò teneramente, la accarezzò con dita amorevoli e sospirò, dicendo:

«Quale gelido principe russo, quale vano e sciocco rajah potrà un giorno possedere questo tesoro inestimabile! O, forse, qualche milionario americano è destinato a diventare il proprietario di questo boccone di squisita bellezza che un tempo adornava il bel seno di Leontine Zalti, la contessa d’Andillot.»

IX. Sherlock Holmes arriva troppo tardi

«È davvero notevole, Velmont, la stretta somiglianza che lei ha con Arsène Lupin!»

«Come fa a saperlo?»

«Oh! come tutti, dalle fotografie, nessuna delle quali è uguale all'altra, ma ognuna di esse lascia l'impressione di un volto... qualcosa di simile al suo.»

Horace Velmont mostrò un certo disappunto.

«Proprio così, mio caro Devanne. E, mi creda, non è il primo che lo nota.»

«È così sorprendente», insistette Devanne, «che se non fosse stato raccomandato dal mio cugino d’Estevan, e se lei non fosse il celebre artista di cui ammiro tanto le bellissime marine, non ho dubbi che avrei avvertito la polizia della sua presenza a Dieppe.»

Questa sortita fu accolta da uno scoppio di risa. L'ampia sala da pranzo dello Château de Thibermesnil ospitava in quell'occasione, oltre a Velmont, i seguenti ospiti: Padre Gélis, il parroco, e una dozzina di ufficiali i cui reggimenti erano acquartierati nelle vicinanze e che avevano accettato l'invito del banchiere Georges Devanne e di sua madre. Uno degli ufficiali osservò allora:

«Mi risulta che una descrizione esatta di Arsène Lupin sia stata fornita a tutta la polizia lungo questa costa dopo il suo audace colpo sull'espresso Parigi-Le Havre.»

«Immagino di sì», disse Devanne. «Sono passati tre mesi; e una settimana dopo, ho fatto la conoscenza del nostro amico Velmont al casinò e, da allora, mi ha onorato di diverse visite — un piacevole preambolo a una visita più seria che mi farà uno di questi giorni... o, meglio, una di queste notti.»

Questo discorso suscitò un altro giro di risate e gli ospiti passarono poi nell'antica “Sala delle Guardie”, un vasto locale con un soffitto alto, che occupava l'intera parte inferiore della Tour Guillaume — la Torre di Guglielmo — e dove Georges Devanne aveva raccolto gli impareggiabili tesori che i signori di Thibermesnil avevano accumulato attraverso molti secoli. Conteneva antichi cassoni, credenze, alari e candelabri. Le pareti in pietra erano ricoperte da magnifici arazzi. Le profonde strombature delle quattro finestre erano dotate di panche e le finestre gotiche erano composte da piccoli riquadri di vetro colorato incastonati in una cornice di piombo. Tra la porta e la finestra a sinistra sorgeva un'immensa libreria in stile Rinascimentale, sul cui frontone, in lettere d'oro, c'era la parola “Thibermesnil” e, sotto di essa, l'orgoglioso motto di famiglia: “Fais ce que veulx” (Fai ciò che vuoi). Quando gli ospiti ebbero acceso i sigari, Devanne riprese la conversazione.

«E ricordi, Velmont, che non ha tempo da perdere; infatti, stanotte è l'ultima occasione che avrà.»

«Perché?» chiese il pittore, che sembrava considerare la faccenda come uno scherzo. Devanne stava per rispondere, quando sua madre gli fece cenno di tacere, ma l'eccitazione dell'occasione e il desiderio di interessare i suoi ospiti lo spinsero a parlare.

«Bah!» mormorò. «Posso dirlo ora. Non farà alcun male.»

Gli ospiti si avvicinarono e lui iniziò a parlare con l'aria soddisfatta di un uomo che ha un annuncio importante da fare.

«Domani pomeriggio alle quattro, Sherlock Holmes, il famoso detective inglese, per il quale non esiste una cosa come il mistero; Sherlock Holmes, il più straordinario risolutore di enigmi che il mondo abbia mai conosciuto, quell'uomo meraviglioso che sembrerebbe essere la creazione di un romanziere romantico... Sherlock Holmes sarà mio ospite!»

Immediatamente, Devanne fu il bersaglio di numerose domande impazienti. “Sherlock Holmes sta davvero venendo?” “È una cosa così seria?” “Arsène Lupin si trova davvero nei dintorni?”

«Arsène Lupin e la sua banda non sono lontani. Oltre al furto del barone Cahorn, gli vengono attribuiti i furti a Montigny, Gruchet e Crasville. E ora tocca a me.»

«Le ha mandato un avvertimento, come fece con il barone Cahorn?»

«No», rispose Devanne, «non può tentare lo stesso trucco due volte.»

«E allora?»

«Ve lo mostrerò.»

Si alzò e, indicando un piccolo spazio vuoto tra i due enormi volumi su uno degli scaffali della libreria, disse:

«Lì c'era un libro... un libro del sedicesimo secolo intitolato “Chronique de Thibermesnil”, che conteneva la storia del castello sin dalla sua costruzione da parte del duca Rollo sul sito di un'antica fortezza feudale. Nel libro c'erano tre tavole incise; una delle quali era una veduta generale dell'intera tenuta; un'altra, la pianta degli edifici; e la terza — richiamo la vostra attenzione in modo particolare su di essa — la terza era lo schizzo di un passaggio sotterraneo, un cui ingresso si trova fuori dalla prima linea di bastioni, mentre l'altra estremità del passaggio è qui, proprio in questa stanza. Ebbene, quel libro è scomparso un mese fa.»

«Al diavolo!» disse Velmont, «questo ha un brutto aspetto. Ma non sembra una ragione sufficiente per chiamare Sherlock Holmes.»

«Certamente, non era sufficiente di per sé, ma è accaduto un altro incidente che conferisce alla scomparsa del libro un significato particolare. C'era un'altra copia di questo libro alla Biblioteca Nazionale di Parigi e i due libri differivano in certi dettagli relativi al passaggio sotterraneo; per esempio, ognuno di essi conteneva disegni e annotazioni, non stampati, ma scritti a inchiostro e più o meno cancellati. Conoscevo quei fatti e sapevo che l'esatta ubicazione del passaggio poteva essere determinata solo da un confronto tra i due libri. Ora, il giorno dopo la scomparsa del mio libro, il volume è stato richiesto alla Biblioteca Nazionale da un lettore che lo ha portato via, e nessuno sa come il furto sia stato effettuato.»

Gli ospiti emisero molte esclamazioni di sorpresa.

«Certamente, la faccenda sembra seria», disse uno.

«Ebbene, la polizia ha indagato sulla faccenda e, come al solito, non ha scoperto alcun indizio.»

«Non lo fanno mai, quando c'è di mezzo Arsène Lupin.»

«Esattamente; e così ho deciso di chiedere l'assistenza di Sherlock Holmes, il quale ha risposto di essere pronto e ansioso di entrare nell'arena con Arsène Lupin.»

«Che gloria per Arsène Lupin!» disse Velmont. «Ma se il nostro ladro nazionale, come lo chiamano, non ha cattive intenzioni verso il suo castello, Sherlock Holmes avrà fatto il viaggio invano.»

«Ci sono altre cose che lo interesseranno, come la scoperta del passaggio sotterraneo.»

«Ma ci ha detto che un'estremità del passaggio era fuori dai bastioni e l'altra era proprio in questa stanza!»

«Sì, ma in quale parte della stanza? La linea che rappresenta il passaggio sulle mappe finisce qui, con un piccolo cerchio contrassegnato con le lettere “T.G.”, che senza dubbio stanno per “Tour Guillaume”. Ma la torre è rotonda e chi può dire il punto esatto in cui il passaggio tocca la torre?»

Devanne accese un secondo sigaro e si versò un bicchiere di Bénédictine. I suoi ospiti lo incalzarono con domande e lui fu lieto di osservare l'interesse che le sue osservazioni avevano creato. Poi continuò:

«Il segreto è perduto. Nessuno lo conosce. La leggenda vuole che gli antichi signori del castello trasmettessero il segreto di padre in figlio sul letto di morte, finché Geoffroy, l'ultimo della stirpe, fu decapitato durante la Rivoluzione nel suo diciannovesimo anno.»

«È passato oltre un secolo. Sicuramente, qualcuno lo avrà cercato da allora?»

«Sì, ma non sono riusciti a trovarlo. Dopo aver acquistato il castello, ho fatto una ricerca diligente, ma senza successo. Dovete ricordare che questa torre è circondata dall'acqua e collegata al castello solo da un ponte; di conseguenza, il passaggio deve essere sotto l'antico fossato. La pianta che si trovava nel libro alla Biblioteca Nazionale mostrava una serie di scale con un totale di quarantotto gradini, il che indica una profondità di oltre dieci metri. Vedete, il mistero risiede entro le mura di questa stanza e tuttavia mi dispiace abbatterle.»

«Non c'è nulla che indichi dove si trovi?»

«Nulla.»

«Monsieur Devanne, dovremmo rivolgere la nostra attenzione alle due citazioni», suggerì Padre Gélis.

«Oh!» esclamò Monsieur Devanne, ridendo, «il nostro degno padre ama leggere memorie e scavare negli archivi polverosi del castello. Tutto ciò che riguarda Thibermesnil lo interessa grandemente. Ma le citazioni che menziona servono solo a complicare il mistero. Ha letto da qualche parte che due re di Francia hanno conosciuto la chiave dell'enigma.»

«Due re di Francia! Chi erano?»

«Enrico IV e Luigi XVI. E la leggenda dice questo: alla vigilia della battaglia di Arques, Enrico IV trascorse la notte in questo castello. Alle undici di sera, Louise de Tancarville, la donna più bella della Normandia, fu introdotta nel castello attraverso il passaggio sotterraneo dal duca Edgard, il quale, allo stesso tempo, informò il re del passaggio segreto. In seguito, il re confidò il segreto al suo ministro Sully, il quale, a sua volta, racconta la storia nel suo libro, “Royales Economies d’Etat”, senza fare alcun commento al riguardo, ma collegandovi questa frase incomprensibile: “Volgi un occhio all'ape che trema, l'altro occhio condurrà a Dio!”»

Dopo un breve silenzio, Velmont rise e disse:

«Certamente, non getta una luce abbagliante sull'argomento.»

«No; ma Padre Gélis sostiene che Sully nascose la chiave del mistero in questa strana frase per tenere il segreto lontano dai segretari a cui dettava le sue memorie.»

«Questa è una teoria ingegnosa», disse Velmont.

«Sì, e potrebbe non essere altro che questo; non vedo come possa gettare luce sul misterioso indovinello.»

«Ed è stato anche per ricevere la visita di una dama che Luigi XVI fece aprire il passaggio?»

«Non lo so», disse Monsieur Devanne. «Tutto ciò che posso dire è che il re si fermò qui una notte nel 1784 e che il famoso Scrigno di Ferro trovato al Louvre conteneva un documento che recava queste parole scritte di pugno dal re: “Thibermesnil 3-4-11”.»

Horace Velmont rise di cuore ed esclamò:

«Finalmente! E ora che abbiamo la chiave magica, dov'è l'uomo in grado di adattarla alla serratura invisibile?»

«Rida quanto vuole, monsieur», disse Padre Gélis, «ma sono fiducioso che la soluzione sia contenuta in quelle due frasi e un giorno troveremo un uomo in grado di interpretarle.»

«Sherlock Holmes è l'uomo giusto», disse Monsieur Devanne, «a meno che Arsène Lupin non lo preceda. Qual è la sua opinione, Velmont?»

Velmont si alzò, mise la mano sulla spalla di Devanne e dichiarò:

«Penso che le informazioni fornite dal suo libro e dal libro della Biblioteca Nazionale fossero carenti di un dettaglio molto importante che lei ha ora fornito. La ringrazio per questo.»

«Quale?»

«La chiave mancante. Ora che ce l'ho, posso mettermi al lavoro subito», disse Velmont.

«Certamente; senza perdere un minuto», disse Devanne, sorridendo.

«Nemmeno un secondo!» rispose Velmont. «Stanotte, prima dell'arrivo di Sherlock Holmes, devo svaligiare il suo castello.»

«Non ha tempo da perdere. Oh! a proposito, posso accompagnarla io stasera.»

«A Dieppe?»

«Sì. Vado a incontrare Monsieur e Madame d’Androl e una giovane signora di loro conoscenza che devono arrivare con il treno di mezzanotte.»

Poi, rivolgendosi agli ufficiali, Devanne aggiunse:

«Signori, mi aspetto di vedervi tutti a colazione domani.»

L'invito fu accettato. La compagnia si disperse e pochi istanti dopo Devanne e Velmont sfrecciavano verso Dieppe in automobile. Devanne lasciò l'artista davanti al Casinò e proseguì verso la stazione ferroviaria. Alle dodici i suoi amici scesero dal treno. Mezz'ora dopo l'automobile era all'ingresso del castello. All'una, dopo una cena leggera, andarono a dormire. Le luci furono spente e il castello fu avvolto nell'oscurità e nel silenzio della notte.

* * * * *

La luna apparve attraverso uno squarcio tra le nuvole e riempì il salotto con la sua luce bianca e brillante. Ma solo per un momento. Poi la luna si ritirò di nuovo dietro i suoi drappeggi eterei e l'oscurità e il silenzio regnarono sovrani. Non si sentiva alcun suono, se non il ticchettio monotono dell'orologio. Scoccò le due, e poi continuò le sue infinite ripetizioni dei secondi. Poi, le tre.

All'improvviso, qualcosa fece clic, come l'apertura e la chiusura di un segnale ferroviario che avverte il treno in transito. Un sottile raggio di luce balenò in ogni angolo della stanza, come una freccia che si lascia dietro una scia di luce. Scaturì dalla scanalatura centrale di una colonna che sosteneva il frontone della libreria. Si posò per un istante sul pannello opposto come un cerchio scintillante di argento brunito, poi balenò in tutte le direzioni come un occhio colpevole che scruta ogni ombra. Scomparve per un breve periodo, ma scoppiò di nuovo quando un'intera sezione della libreria ruotò su un perno e rivelò una grande apertura simile a una volta.

Entrò un uomo, portando una lanterna elettrica. Era seguito da un secondo uomo, che trasportava una corda arrotolata e vari attrezzi. Il capo ispezionò la stanza, ascoltò un momento e disse:

«Chiama gli altri.»

Poi otto uomini, tipi robusti dai volti risoluti, entrarono nella stanza e iniziarono immediatamente a rimuovere gli arredi. Arsène Lupin passò rapidamente da un mobile all'altro, esaminò ciascuno di essi e, a seconda delle sue dimensioni o del suo valore artistico, ordinò ai suoi uomini di prenderlo o lasciarlo. Se veniva ordinato di prenderlo, veniva trasportato alla bocca spalancata del tunnel e spietatamente spinto nelle viscere della terra. Tale fu il destino di sei poltrone, sei sedioline Luigi XV, una quantità di arazzi Aubusson, alcuni candelabri, dipinti di Fragonard e Nattier, un busto di Houdon e alcune statuette. A volte, Lupin indugiava davanti a un bellissimo cassone o a un quadro superbo e sospirava:

«Quello è troppo pesante... troppo grande... che peccato!»

In quaranta minuti la stanza fu smantellata; e l'operazione era stata compiuta in modo così ordinato e con così poco rumore come se i vari oggetti fossero stati imballati e imbottiti per l'occasione.

Lupin disse all'ultimo uomo che partì attraverso il tunnel:

«Non c'è bisogno che torni. Hai capito che, non appena l'autocarro è carico, devi procedere verso la grangia di Roquefort.»

«Ma lei, patron?»

«Mi lasci la motocicletta.»

Quando l’uomo fu scomparso, Arsène Lupin spinse la sezione della libreria al suo posto, cancellò accuratamente le tracce dei passi degli uomini, sollevò una portiera ed entrò in una galleria, che era l’unico mezzo di comunicazione tra la torre e il castello. Al centro di questa galleria c’era una vetrinetta che aveva attirato l’attenzione di Lupin. Conteneva una preziosa collezione di orologi, tabacchiere, anelli, chatelaine e miniature di rara e bellissima fattura. Forzò la serratura con un piccolo piede di porco e provò un grande piacere nel maneggiare quegli ornamenti d’oro e d’argento, quelle squisite e delicate opere d’arte.

Portava con sé un grande sacco di tela, appositamente preparato per il trasporto di tali ninnoli. Lo riempì. Poi riempì le tasche della giacca, del gilet e dei pantaloni. E stava proprio per posarsi sul braccio sinistro una serie di reticelle di perle quando udì un leggero rumore. Ascoltò. No, non si era sbagliato. Il rumore continuava. Allora si ricordò che, a un’estremità della galleria, c’era una scala che conduceva a un appartamento non occupato, ma che era probabilmente occupato quella notte dalla giovane signorina che il signor Devanne aveva portato da Dieppe insieme agli altri ospiti.

Immediatamente spense la lanterna e aveva appena raggiunto l’amichevole riparo dell’incavo di una finestra quando la porta in cima alla scala fu aperta e una debole luce illuminò la galleria. Poteva sentire — poiché, nascosto da una tenda, non poteva vedere — che una donna stava scendendo cautamente i gradini superiori della scala. Sperava che non si avvicinasse ulteriormente. Tuttavia, continuò a scendere e avanzò persino di una certa distanza nella stanza. Poi emise un debole grido. Senza dubbio aveva scoperto la vetrinetta rotta e smantellata.

Avanzò ancora. Ora poteva sentire il profumo e il battito del cuore di lei mentre si avvicinava alla finestra dove era nascosto. Lei passò così vicino che la gonna sfiorò la tenda della finestra, e Lupin sentì che lei sospettava la presenza di un altro, dietro di sé, nell’ombra, a portata di mano. Pensò: «Ha paura. Se ne andrà». Ma lei non se ne andò. La candela, che portava nella mano tremante, divenne più luminosa. Si voltò, esitò un momento, sembrò ascoltare, poi improvvisamente scostò la tenda.

Si trovarono faccia a faccia. Arsène rimase sbalordito. Mormorò, involontariamente:

«Lei... lei... mademoiselle».

Era la signorina Nelly. La signorina Nelly! La sua compagna di viaggio sul piroscafo transatlantico, che era stata oggetto dei suoi sogni in quel memorabile viaggio, che era stata testimone del suo arresto e che, piuttosto che tradirlo, aveva gettato in acqua la Kodak in cui lui aveva nascosto le banconote e i diamanti. La signorina Nelly! Quella creatura affascinante, il cui ricordo del volto aveva talvolta rallegrato, talvolta rattristato le lunghe ore di prigionia.

Fu un incontro così inaspettato che li portò l’uno di fronte all’altra in quel castello a quell’ora della notte, che non riuscirono a muoversi, né a dire una parola; erano stupiti, ipnotizzati, ciascuno dall’improvvisa apparizione dell’altro. Tremante per l’emozione, la signorina Nelly barcollò verso un sedile. Lui rimase in piedi davanti a lei.

A poco a poco, comprese la situazione e l’impressione che doveva aver prodotto in quel momento con le braccia cariche di ninnoli, e le tasche e un sacco di tela traboccanti di bottino. Fu sopraffatto dalla confusione e arrossì davvero nel trovarsi nella posizione di un ladro colto in flagrante. Per lei, d’ora in avanti, era un ladro, un uomo che mette la mano nella tasca altrui, che si introduce nelle case e deruba le persone mentre dormono.

Un orologio cadde sul pavimento; poi un altro. A questi seguirono altri oggetti che scivolarono via dalla sua presa uno a uno. Poi, spinto da una decisione improvvisa, lasciò cadere gli altri oggetti in una poltrona, svuotò le tasche e sciolse il sacco. Si sentiva molto a disagio in presenza di Nelly e fece un passo verso di lei con l’intenzione di parlarle, ma lei rabbrividì, si alzò rapidamente e fuggì verso il salone. La portiera si chiuse dietro di lei. Lui la seguì. Lei era in piedi, tremante e stupita alla vista della stanza devastata. Le disse, subito:

«Domani, alle tre, tutto sarà restituito. I mobili saranno riportati indietro».

Lei non rispose, così lui ripeté:

«Lo prometto. Domani, alle tre. Niente al mondo potrebbe indurmi a infrangere quella promessa... Domani, alle tre».

Seguì un lungo silenzio che lui non osò rompere, mentre l’agitazione della ragazza gli provocava un senso di autentico rimpianto. Silenziosamente, senza una parola, si voltò, pensando: «Spero che se ne vada. Non posso sopportare la sua presenza». Ma la ragazza parlò improvvisamente, e balbettò:

«Ascolti... dei passi... sento qualcuno...»

Lui la guardò con stupore. Sembrava sopraffatta dal pensiero di un pericolo imminente.

«Non sento nulla», disse lui.

«Ma deve andare... deve scappare!»

«Perché dovrei andare?»

«Perché... deve. Oh! Non rimanga qui un altro minuto. Vada!»

Lei corse, rapidamente, verso la porta che conduceva alla galleria e ascoltò. No, non c’era nessuno. Forse il rumore era fuori. Aspettò un momento, poi tornò rassicurata.

Ma Arsène Lupin era scomparso.

* * * * *

Non appena il signor Devanne fu informato del saccheggio del suo castello, si disse: è stato Velmont a farlo, e Velmont è Arsène Lupin. Quella teoria spiegava tutto, e non c’era altra spiegazione plausibile. Eppure l’idea sembrava assurda. Era ridicolo supporre che Velmont fosse qualcun altro se non Velmont, il famoso artista e compagno di club di suo cugino d’Estevan. Così, quando arrivò il capitano dei gendarmi per indagare sull’accaduto, Devanne non pensò nemmeno di menzionare la sua assurda teoria.

Per tutta la mattinata ci fu un vivace trambusto al castello. I gendarmi, la polizia locale, il capo della polizia di Dieppe, gli abitanti del villaggio, tutti circolavano avanti e indietro per le sale, esaminando ogni angolo che fosse aperto alla loro ispezione. L’avvicinarsi delle truppe in manovra, il crepitio delle fucilerie, aggiungevano un carattere pittoresco alla scena.

La ricerca preliminare non fornì alcun indizio. Né le porte né le finestre mostravano segni di essere state manomesse. Di conseguenza, la rimozione della merce doveva essere stata effettuata attraverso il passaggio segreto. Eppure, non c’erano tracce di passi sul pavimento, né segni insoliti sulle pareti.

Le indagini rivelarono, tuttavia, un fatto curioso che denotava il carattere stravagante di Arsène Lupin: la famosa *Chronique* del sedicesimo secolo era stata rimessa al suo posto consueto nella biblioteca e, accanto a essa, c’era un libro simile, che non era altro che il volume rubato alla Biblioteca Nazionale.

Alle undici arrivarono gli ufficiali militari. Devanne li accolse con la sua solita allegria; poiché, per quanto possa soffrire per la perdita dei suoi tesori artistici, la sua grande ricchezza gli permetteva di sopportare la perdita filosoficamente. I suoi ospiti, il signore e la signora d’Androl e la signorina Nelly, furono presentati; e fu allora notato che uno degli ospiti attesi non era arrivato. Era Horace Velmont. Sarebbe venuto? La sua assenza aveva risvegliato i sospetti del signor Devanne. Ma a mezzogiorno arrivò. Devanne esclamò:

«Ah! Eccoti qui!»

«Perché, non sono puntuale?» chiese Velmont.

«Sì, e mi sorprende che tu lo sia... dopo una notte così intensa! Suppongo tu conosca le novità?»

«Quali novità?»

«Hai svaligiato il castello».

«Sciocchezze!» esclamò Velmont, sorridendo.

«Esattamente come avevo previsto. Ma, prima accompagni la signorina Underdown in sala da pranzo. Mademoiselle, mi permetta...»

Si fermò, notando l’estrema agitazione della ragazza. Poi, ricordando l’incidente, disse:

«Ah! Certo, lei ha incontrato Arsène Lupin sul piroscafo, prima del suo arresto, ed è stupita dalla somiglianza. È così?»

Lei non rispose. Velmont stava davanti a lei, sorridendo. Si inchinò. Lei prese il braccio che lui le offriva. Lui la accompagnò al suo posto e si sedette di fronte a lei. Durante la colazione, la conversazione riguardò esclusivamente Arsène Lupin, la merce rubata, il passaggio segreto e Sherlock Holmes. Fu solo al termine del pasto, quando la conversazione si era spostata su altri argomenti, che Velmont vi prese parte. Allora fu, a turno, divertente e grave, loquace e pensieroso. E tutte le sue osservazioni sembravano rivolte alla giovane ragazza. Ma lei, del tutto assorta, non sembrò ascoltarle.

Il caffè fu servito sulla terrazza che si affacciava sulla corte d’onore e sul giardino fiorito di fronte alla facciata principale. La banda del reggimento suonava sul prato e decine di soldati e contadini vagavano per il parco.

La signorina Nelly non aveva dimenticato, per un solo momento, la solenne promessa di Lupin: «Domani, alle tre, tutto sarà restituito».

Alle tre! E le lancette del grande orologio nell’ala destra del castello segnavano ora le tre meno venti. Nonostante se stessa, i suoi occhi vagavano verso l’orologio ogni minuto. Osservava anche Velmont, che si dondolava con calma su una comoda sedia a dondolo.

Tre meno dieci!... Tre meno cinque!... Nelly era impaziente e ansiosa. Era possibile che Arsène Lupin mantenesse la sua promessa all’ora stabilita, quando il castello, il cortile e il parco erano pieni di gente, e proprio nel momento in cui gli ufficiali della legge stavano conducendo le loro indagini? Eppure... Arsène Lupin le aveva dato la sua solenne promessa. «Sarà esattamente come ha detto», pensò, tanto era colpita dall’autorità, dall’energia e dalla sicurezza di quell’uomo straordinario. Per lei, non assumeva più la forma di un miracolo, ma, al contrario, quella di un incidente naturale che doveva verificarsi nel normale corso degli eventi. Arrossì e voltò la testa.

Le tre! Il grande orologio batté lentamente: uno... due... tre... Horace Velmont tirò fuori l’orologio, diede un’occhiata all’orologio, poi rimise l’orologio in tasca. Trascorsero alcuni secondi in silenzio; e poi la folla nel cortile si divise per dare passaggio a due carri, che erano appena entrati nel cancello del parco, ciascuno trainato da due cavalli. Erano carri dell’esercito, come quelli usati per il trasporto di viveri, tende e altri necessari rifornimenti militari. Si fermarono di fronte all’ingresso principale, e un sergente commissario saltò giù da uno dei carri e chiese del signor Devanne. Un momento dopo, quel gentiluomo emerse dalla casa, scese i gradini e, sotto le coperture di tela dei carri, scorse i suoi mobili, quadri e ornamenti accuratamente imballati e sistemati.

Quando fu interrogato, il sergente produsse un ordine che aveva ricevuto dall’ufficiale di giornata. Con quell’ordine, la seconda compagnia del quarto battaglione riceveva l’ordine di procedere verso l’incrocio di Halleux nella foresta di Arques, raccogliere i mobili e gli altri articoli depositati lì e consegnarli al signor Georges Devanne, proprietario del castello di Thibermesnil, alle tre. Firmato: Colonnello Beauvel.

«All’incrocio», spiegò il sergente, «abbiamo trovato tutto pronto, adagiato sull’erba, sorvegliato da alcuni passanti. Sembrava molto strano, ma l’ordine era imperativo».

Uno degli ufficiali esaminò la firma. La dichiarò un falso; ma un’imitazione abile. I carri furono scaricati e la merce riposta ai suoi posti appropriati nel castello.

Durante questo trambusto, Nelly era rimasta sola all’estremità della terrazza, assorta in pensieri confusi e distratti. Improvvisamente, osservò Velmont che si avvicinava a lei. Avrebbe voluto evitarlo, ma la balaustra che circondava la terrazza le tagliava la ritirata. Era in trappola. Non poteva muoversi. Un raggio di sole, passando attraverso il fogliame rado di un bambù, illuminò i suoi bellissimi capelli dorati. Qualcuno le parlò a bassa voce:

«Non ho mantenuto la mia promessa?»

Arsène Lupin era vicino a lei. Non c’era nessun altro nelle vicinanze. Ripeté, con voce calma e dolce:

«Non ho mantenuto la mia promessa?»

Si aspettava una parola di ringraziamento, o almeno qualche leggero movimento che tradisse il suo interesse per l’adempimento della sua promessa. Ma lei rimase in silenzio.

Il suo atteggiamento sprezzante infastidì Arsène Lupin; e realizzò l’immensa distanza che lo separava dalla signorina Nelly, ora che lei aveva appreso la verità. Avrebbe voluto giustificarsi volentieri ai suoi occhi, o almeno addurre circostanze attenuanti, ma percepì l’assurdità e la futilità di un tale tentativo. Infine, dominato da un’ondata di ricordi, mormorò:

«Ah! Quanto tempo fa! Si ricorda le lunghe ore sul ponte del ‘Provence’? Allora, lei portava una rosa in mano, una rosa bianca come quella che porta oggi. Gliela chiesi. Fece finta di non sentirmi. Dopo che se ne fu andata, trovai la rosa — dimenticata, senza dubbio — e la conservai».

Lei non rispose. Sembrava essere lontana. Lui continuò:

«In memoria di quelle ore felici, dimentichi ciò che ha imparato da allora. Separi il passato dal presente. Non mi consideri l’uomo che ha visto ieri sera, ma mi guardi, se solo per un momento, come faceva in quei giorni lontani in cui fui Bernard d’Andrezy, per breve tempo. Vuole, per favore?»

Lei alzò gli occhi e lo guardò come lui aveva richiesto. Poi, senza dire una parola, indicò un anello che lui portava all’indice. Solo l’anello era visibile; ma la montatura, che era rivolta verso il palmo della sua mano, consisteva in un magnifico rubino. Arsène Lupin arrossì. L’anello apparteneva a Georges Devanne. Sorrise amaramente e disse:

«Ha ragione. Nulla può essere cambiato. Arsène Lupin è ora e sarà sempre Arsène Lupin. Per lei, non può essere nemmeno un ricordo. Mi perdoni... Avrei dovuto sapere che qualsiasi attenzione io possa ora offrirle è semplicemente un insulto. Mi perdoni».

Si fece da parte, cappello in mano. Nelly passò davanti a lui. Era tentato di trattenerla e implorare il suo perdono. Ma il suo coraggio fallì, e si accontentò di seguirla con gli occhi, come aveva fatto quando lei scese la passerella verso il molo a New York. Lei salì i gradini che portavano alla porta e scomparve all’interno della casa. Non la vide più.

Una nuvola oscurò il sole. Arsène Lupin rimase a guardare le impronte dei suoi piedini sulla sabbia. Improvvisamente, ebbe un sussulto. Sopra la cassa che conteneva il bambù, accanto alla quale Nelly era stata in piedi, vide la rosa, la rosa bianca che aveva desiderato ma non aveva osato chiedere. Dimenticata, senza dubbio — anche quella! Ma come — di proposito o per distrazione? La afferrò avidamente. Alcuni dei suoi petali caddero a terra. Li raccolse, uno a uno, come reliquie preziose.

«Vieni!» disse a se stesso, «non ho più nulla da fare qui. Devo pensare alla mia sicurezza, prima che arrivi Sherlock Holmes».

* * * * *

Il parco era deserto, ma alcuni gendarmi erano di stanza al cancello del parco. Entrò in un boschetto di pini, saltò oltre il muro e, come scorciatoia per la stazione ferroviaria, seguì un sentiero attraverso i campi. Dopo aver camminato circa dieci minuti, arrivò in un punto in cui la strada si restringeva e correva tra due ripide scarpate. In questo burrone, incontrò un uomo che viaggiava nella direzione opposta. Era un uomo di circa cinquant’anni, alto, sbarbato e che indossava abiti di taglio straniero. Portava un pesante bastone e una piccola borsa era legata a tracolla. Quando si incontrarono, lo straniero parlò, con un leggero accento inglese:

«Mi scusi, monsieur, è questa la strada per il castello?»

«Sì, monsieur, dritto davanti a lei, e giri a sinistra quando arriva al muro. La stanno aspettando».

«Ah!»

«Sì, il mio amico Devanne ci ha detto ieri sera che stava arrivando, e sono lieto di essere il primo a darle il benvenuto. Sherlock Holmes non ha ammiratore più ardente di... me stesso».

C’era un tocco di ironia nella sua voce che si pentì subito, perché Sherlock Holmes lo scrutò dalla testa ai piedi con un occhio così acuto e penetrante che Arsène Lupin provò la sensazione di essere colto, imprigionato e registrato da quello sguardo in modo più completo e preciso di quanto fosse mai stato da una macchina fotografica.

«Il mio negativo è preso ora», pensò, «e sarà inutile usare un travestimento con quell’uomo. Ci vedrebbe attraverso. Ma, mi chiedo, mi ha riconosciuto?»

Si inchinarono l’uno all’altro come se stessero per separarsi. Ma, in quel momento, udirono un suono di zoccoli di cavalli, accompagnato da un tintinnio di acciaio. Erano i gendarmi. I due uomini furono costretti a ritrarsi contro la scarpata, tra i cespugli, per evitare i cavalli. I gendarmi passarono, ma, poiché si seguivano a una distanza considerevole, impiegarono diversi minuti a farlo. E Lupin pensava:

«Tutto dipende da quella domanda: mi ha riconosciuto? Se è così, probabilmente ne approfitterà. È una situazione difficile».

Quando l’ultimo cavaliere fu passato, Sherlock Holmes uscì e si spazzolò la polvere dai vestiti. Poi, per un momento, lui e Arsène Lupin si guardarono; e, se qualcuno avesse potuto vederli in quel momento, sarebbe stato uno spettacolo interessante, e memorabile come il primo incontro di due uomini straordinari, così strani, così potentemente equipaggiati, entrambi di qualità superiore, e destinati dal destino, attraverso i loro attributi particolari, a scagliarsi l’uno contro l’altro come due forze uguali che la natura oppone, l’una contro l’altra, nei regni dello spazio.

Poi l’inglese disse: «Grazie, monsieur».

«Prego», rispose Arsène Lupin.

Si separarono. Lupin andò verso la stazione ferroviaria e Sherlock Holmes continuò la sua strada verso il castello.

Gli ufficiali locali avevano rinunciato all’indagine dopo diverse ore di infruttuosi sforzi, e le persone al castello stavano aspettando l’arrivo del detective inglese con una viva curiosità. A prima vista, rimasero un po’ delusi a causa del suo aspetto comune, che differiva così tanto dalle immagini che si erano formate di lui nelle loro menti. Non somigliava affatto all’eroe romantico, al personaggio misterioso e diabolico che il nome di Sherlock Holmes aveva evocato nelle loro immaginazioni. Tuttavia, il signor Devanne esclamò con molto gusto:

«Ah! Monsieur, lei è qui! Sono lieto di vederla. È un piacere atteso da tempo. Davvero, non rimpiango quasi ciò che è accaduto, visto che mi offre l’opportunità di incontrarla. Ma, come è venuto?»

«Con il treno».

«Ma ho mandato la mia automobile a prenderla alla stazione».

«Un ricevimento ufficiale, eh? Con musica e fuochi d’artificio! Oh! No, non per me. Non è così che faccio affari», brontolò l’inglese.

Questo discorso sconcertò Devanne, che rispose, con un sorriso forzato:

«Fortunatamente, l’affare è stato notevolmente semplificato da quando le ho scritto».

«In che modo?»

«La rapina ha avuto luogo ieri sera».

«Se lei non avesse annunciato la mia visita prevista, è probabile che la rapina non sarebbe stata commessa ieri sera».

«Quando, allora?»

«Domani, o un altro giorno».

«E in quel caso?»

«Lupin sarebbe stato in trappola», disse il detective.

«E i miei mobili?»

«Non sarebbero stati portati via».

«Ah! Ma i miei beni sono qui. Sono stati riportati indietro alle tre».

«Da Lupin».

«Da due carri dell’esercito».

Sherlock Holmes si mise il berretto e sistemò la sua borsa. Devanne esclamò, ansioso:

«Ma, monsieur, cosa ha intenzione di fare?»

«Vado a casa».

«Perché?»

«I suoi beni sono stati restituiti; Arsène Lupin è lontano — non c’è nulla da fare per me».

«Sì, invece. Ho bisogno della sua assistenza. Ciò che è accaduto ieri, potrebbe accadere di nuovo domani, poiché non sappiamo come sia entrato, o come sia scappato, o perché, poche ore dopo, abbia restituito i beni».

«Ah! Lei non sa...»

L’idea di un problema da risolvere ravvivò l’interesse di Sherlock Holmes.

«Molto bene, facciamo una ricerca — subito — e da soli, se possibile».

Devanne capì e condusse l’inglese nel salone. Con voce secca e tagliente, in frasi che sembravano essere state preparate in anticipo, Holmes fece una serie di domande sugli eventi della sera precedente e indagò anche sugli ospiti e sui membri della famiglia. Poi esaminò i due volumi della *Chronique*, confrontò le piante del passaggio sotterraneo, richiese una ripetizione delle frasi scoperte da padre Gélis, e poi chiese:

«È stato ieri la prima volta che ha pronunciato quelle due frasi davanti a qualcuno?»

«Sì».

«Non le aveva mai comunicate allora a Horace Velmont?»

«No».

— Bene, ordini l’automobile. Devo partire fra un’ora.

— Fra un’ora?

— Sì; entro quel tempo Arsène Lupin risolse il problema che gli avevi posto davanti.

— Io… l’avevo posto davanti…

— Sì, Arsène Lupin o Horace Velmont—la stessa cosa.

— Lo immaginavo. Ah! il furfante!

— Ora, vediamo, — disse Holmes—, la scorsa notte, alle dieci, tu fornisti a Lupin le informazioni che gli mancavano e che cercava da molte settimane. Durante la notte trovò il tempo di risolvere il problema, radunare i suoi uomini e rapinare il castello. Io sarò altrettanto rapido.

Camminò da un capo all’altro della stanza, assorto, poi si sedette, incrociò le lunghe gambe e chiuse gli occhi.

Devanne attese, piuttosto imbarazzato. Pensò: «Il signore dorme? O sta solo meditando?» Tuttavia lasciò la stanza per impartire qualche ordine e, al ritorno, lo trovò inginocchiato a esaminare il tappeto ai piedi delle scale nella galleria.

— Che cosa c’è? — chiese.

— Guarda… lì… macchie di cera.

— Hai ragione—e sono freschissime.

— E le troverai anche in cima alle scale, e intorno all’armadio che Arsène Lupin ha forzato, da cui prese i bibelot che poi pose su questa poltrona.

— Che ne deduci da tutto ciò?

— Nulla. Questi fatti spiegherebbero senza dubbio la causa della restituzione, ma è un aspetto secondario che non posso attendere di investigare. La questione principale è il passaggio segreto. Prima dimmi, esiste una cappella a due o trecento metri dal castello?

— Sì, una cappella in rovina, che contiene la tomba del duca Rollo.

— Fai attendere il tuo autista vicino a quella cappella.

— Il mio autista non è ancora tornato. Se fosse tornato me lo avrebbe comunicato. Crede che il passaggio segreto conduca alla cappella? Quale ragione ha—

— Le chiederei, monsieur, di procurarmi una scala e una lanterna — interruppe il detective.

— Cosa! Richiedi una scala e una lanterna?

— Certamente, altrimenti non le avrei richieste.

Devanne, un po’ sconcertato da tale logica rozza, suonò il campanello. I due articoli furono consegnati con la severità e la precisione di ordini militari.

— Poni la scala contro la libreria, alla sinistra della parola Thibermesnil.

Devanne pose la scala secondo le istruzioni, e l’inglese proseguì:

— Più a sinistra… più a destra… Ecco!… Ora, sali… Tutte le lettere sono in rilievo, vero?

— Sì.

— Prima, ruota la lettera I in una direzione o nell’altra.

— Quale? Ce ne sono due.

— La prima.

Devanne afferrò la lettera, ed esclamò:

— Ah! Sì, gira verso destra. Chi te lo ha detto?

Sherlock Holmes non rispose, ma continuò le sue indicazioni:

— Ora, prendi la lettera B. Muovila avanti e indietro come faresti con un perno.

Devanne così fece e, con sua grande sorpresa, ne uscì un clic.

— Proprio così — disse Holmes. — Ora andremo all’altro capo della parola Thibermesnil, proveremo la lettera I e vedremo se si aprirà come una saracinesca.

Con un certo grado di solennità, Devanne afferrò la lettera. Essa si aprì, ma Devanne cadde dalla scala, poiché l’intera sezione della libreria, compresa tra la prima e l’ultima lettera della parola, ruotò su un perno e rivelò il passaggio sotterraneo.

Sherlock Holmes disse, con freddezza:

— Non ti sei fatto male?

— No, no — rispose Devanne, rialzandosi — non ferito, solo sconcertato. Ora non capisco… quelle lettere si muovono… il passaggio segreto si apre…

— Certamente. Non è forse esattamente in linea con la formula data da Sully? Gira un occhio sull’ape che trema, l’altro occhio condurrà a Dio.

— Ma Luigi XVI? — chiese Devanne.

— Luigi XVI fu un abile fabbro. Ho letto un suo trattato sui lucchetti combinati. Fu una buona idea da parte del proprietario di Thibermesnil mostrare a Sua Maestà un ingegnoso meccanismo. Come aiuto alla memoria, il re scrisse: 3‑4‑11, cioè la terza, quarta e undicesima lettera della parola.

— Esatto. L’ho capito. Spiega come Lupin uscì dalla stanza, ma non spiega come vi entrò. È certo che venne da fuori.

Sherlock Holmes accese la lanterna e si addentrò nel passaggio.

— Guardate! Tutto il meccanismo è qui esposto, come le parti di un orologio, e il retro delle lettere è raggiungibile. Lupin operò la combinazione da questo lato—è tutto.

— Quale prova c’è di ciò?

— Prova? Guarda quella pozzanghera d’olio. Lupin sapeva che le ruote avrebbero avuto bisogno di lubrificazione.

— Sapeva dell’altro ingresso?

— Quanto ne so, quanto ne so — disse Holmes. — Seguitemi.

— Nel passaggio oscuro?

— Hai paura?

— No, ma sei sicuro di poter trovare l’uscita?

— A occhi chiusi.

All’inizio scesero dodici gradini, poi altri dodici, e più avanti due ulteriori volti di dodici gradini ciascuno. Poi percorsero un lungo corridoio, le pareti di mattone mostravano i segni di successive ristrutturazioni e, in punti, gocciolavano acqua. Anche il terreno era molto umido.

— Stiamo passando sotto lo stagno — disse Devanne, parecchio nervoso.

Alla fine giunsero a una scala di dodici gradini, seguita da tre altre di dodici gradini ciascuna, che scalarono con difficoltà, e si trovarono in una piccola cavità scavata nella roccia. Non potevano andare oltre.

— Accidenti! — borbottò Holmes — niente altro che muri spogli. È una seccatura.

— Torniamo indietro — disse Devanne. — Ho visto abbastanza per soddisfarmi.

Ma l’inglese sollevò lo sguardo e lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Lì vide lo stesso meccanismo e la stessa parola di prima. Doveva solo azionare le tre lettere. Lo fece, e un blocco di granito scivolò fuori posto. Dall’altro lato, quel blocco di granito formava la lapide del duca Rollo, e la parola “Thibermesnil” era incisa in rilievo su di essa. Ora erano nella piccola cappella in rovina, e il detective disse:

— L’altro occhio porta a Dio; ciò significa, alla cappella.

— È meraviglioso! — esclamò Devanne, stupito per la chiaroveggenza e la vivacità dell’inglese. — Può davvero bastare qualche parola per te?

— Bah! — dichiarò Holmes — non erano nemmeno necessarie. Nella tavola del libro della Biblioteca Nazionale, il disegno termina a sinistra, come sai, in un cerchio, e a destra, come non sai, in una croce. Ora, quella croce deve riferirsi alla cappella in cui ora ci troviamo.

Il povero Devanne non poteva credere alle proprie orecchie. Era tutto così nuovo, così originale per lui. Esclamò:

— È incredibile, miracoloso, eppure di una semplicità infantile! Come è possibile che nessuno abbia mai risolto il mistero?

— Perché nessuno ha mai unito gli elementi essenziali, cioè i due libri e le due frasi. Nessuno, tranne Arsène Lupin e me.

— Ma Padre Gélis e io sapevamo tutto di quelle cose, e allo stesso modo—

Holmes sorrise e disse:

— Monsieur Devanne, non tutti possono risolvere gli enigmi.

— Ho provato per dieci anni a fare ciò che tu hai fatto in dieci minuti.

— Bah! Ci sono abituato.

Uscirono dalla cappella e trovarono un’automobile.

— Ah! c’è un’auto che ci aspetta.

— Sì, è mia — disse Devanne.

— La tua? Hai detto che il tuo autista non era tornato.

Si avvicinarono al veicolo, e il signor Devanne interrogò l’autista:

— Edouard, chi ti ha ordinato di venire qui?

— È stato Monsieur Velmont.

— Monsieur Velmont? L’hai incontrato?

— Vicino alla stazione ferroviaria, e mi ha detto di venire alla cappella.

— Venire alla cappella! Per quale motivo?

— Aspettare voi, monsieur, e il vostro amico.

Devanne e Holmes si scambiarono uno sguardo, e il signor Devanne disse:

— Sapeva che il mistero sarebbe stato semplice per voi. È un complimento delicato.

Un sorriso di soddisfazione illuminò per un attimo i lineamenti seri del detective. Il complimento gli piacque. Scosse la testa, dicendo:

— Un uomo astuto! Lo sapevo quando lo vidi.

— L’hai visto?

—  Lo incontrai poco tempo fa, sulla via della stazione.

— E sapevi che era Horace Velmont—cioè Arsène Lupin?

— Esatto. Mi chiedo come sia avvenuto—

— No, ma suppongo fosse—da un certo discorso ironico che fece.

— E gli hai permesso di fuggire?

— Certo che l’ho fatto. Eppure avevo tutto a mio favore, come i cinque gendarmi che ci precedettero.

— Sacrableu! — esclamò Devanne. — Avresti dovuto approfittare dell’occasione.

— Davvero, monsieur — disse l’inglese con altezzosità —, quando incontro un avversario come Arsène Lupin, non sfrutto le occasioni fortunate, le creo.

Il tempo, però, era stretto, e poiché Lupin era stato così gentile da mandare l’automobile, decisero di usarla. Si accomodarono nella lussuosa limousine; Edouard prese il posto al volante, e partirono verso la stazione ferroviaria. Improvvisamente gli occhi di Devanne caddero su un piccolo pacchetto in una delle tasche del veicolo.

— Ah! cos’è questo? Un pacchetto! Di chi è? Ah, è per te.

— Per me?

— Sì, è indirizzato: Sherlock Holmes, da Arsène Lupin.

L’inglese prese il pacchetto, lo aprì e trovò dentro un orologio.

— Ah! — esclamò, con gesto irritato.

— Un orologio — disse Devanne. — Come è finito lì?

Il detective non rispose.

— Oh! è il tuo orologio! Arsène Lupin ti restituisce il tuo orologio! Ma, per restituirlo, doveva prima prenderlo. Ah! Capisco! Ha preso il tuo orologio! È una grande trovata! L’orologio di Sherlock Holmes rubato da Arsène Lupin! Mon Dieu! che buffo! Davvero… devo scusarmi… non riesco a trattenermi.

Scoppiò a ridere, incapace di contenersi. Poi, con tono di sincera convinzione, disse:

— Un uomo astuto, davvero!

L’inglese non mosse più un muscolo. Sulla strada verso Dieppe non pronunciò più una parola, ma fissava il paesaggio che scorreva. Il suo silenzio fu terribile, insondabile, più violento della più furiosa delle ire. Alla stazione ferroviaria parlò con calma, ma con una voce che impressionava per l’energia e la forza di volontà di quell’uomo famoso. Disse:

— Sì, è un uomo astuto, ma un giorno avrò il piacere di porre sulla sua spalla la mano che ora vi offro, signor Devanne. E credo che Arsène Lupin e Sherlock Holmes si incontreranno di nuovo, un giorno. Sì, il mondo è troppo piccolo—ci incontreremo—dobbiamo incontrarci—e poi—

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