IL TOPO VERDE
Di
ROBERT W. CHAMBERS
ILLUSTRATO A COLORI DA
EDMUND FREDERICK
1910
A
IL MIO AMICO
JOHN CORBIN
Follia e Saggezza, gemelli celestiali, Figli del dio Immaginazione, Eredi delle Virtù – che furono Peccati Finché la Contemplazione Trascendentale Non ne trasfigurò le pelli esteriori – Amico, mi segui? Perché io Mi sono perso, non so perché.
Riprendendo, dunque, questa erudita E decorativa Dedica, Accettala, John, con tutte le tue forze In rassegnazione del Cinquecento. Forse non la comprenderai del tutto, Ma se mi hai seguito fin qui, Hai fatto molto più di quanto potrei fare io.
PREFAZIONE
Alla mente letteraria, letterale e scientifica, la narrativa senza scopo è detestabile. Fortunatamente siamo tutti inclini in modo letterale e scientifico; il destino della narrativa senza scopo è segnato; ed è un grande conforto credere che, nel prossimo futuro, solo opere letterarie e scientifiche adatte a uomo, donna, bambino e suffragetta, debbano adornare i banconi carichi di biancheria nei nostri grandi magazzini.
È, dunque, con animazione e fiducia che l’autore offre cortesemente a una nazione rigenerata quest’opera moderna, morale, letteraria e altamente scientifica, sottilmente ma inefficacemente travestita da narrativa, in deferenza ai pregiudizi di alcuni lettori di storie vecchio stampo che ancora sopravvivono tra noi.
R. W. C.
INDICE
CAPITOLO
I. Un idillio degli oziosi II. L’ozioso III. Il topo verde IV. Un idolo ideale V. Sacharissa VI. Nel torto VII. Il filo invisibile VIII. "In cielo e in terra" IX. Un tram trasversale X. Il coperchio sollevato XI. Betty XII. Sybilla XIII. Il principe ereditario XIV. Signori della stampa XV. Drusilla XVI. Flavilla
ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI
"Desiderava quasi che qualche pescatore potesse apparire"
"'Quei ricci sono molto mansueti', osservò con calma"
"'Non è terribilmente impaziente?', chiese"
"Il coperchio del cesto si inclinò un poco... Poi una voce lamentosa disse: 'Miao!'"
"'Temo', azzardò, 'che potrei aver bisogno di quel tavolo per tagliare'"
"'Forse', disse, 'farei meglio a reggerle di nuovo la matita'"
I
UN IDILLIO DEGLI OZIOSI
_In cui un giovane arriva al suo ultimo fosso e una giovane ragazza lo salta_
Del tutto impreparato a qualsiasi cosa che non fosse ornare il proprio ambiente, il crollo nell'Acciaio lo stordì. Confuso ma educato, rimase un osservatore passivo della vendita che seguì e che apparentemente realizzò abbastanza da soddisfare ogni creditore, ma non abbastanza per un reddito con cui continuare una carriera oziosa e innocua che credeva dovesse proseguire a tempo indeterminato.
Non aveva mai guadagnato un centesimo; non aveva la più vaga idea di come la gente facesse denaro. Fare qualcosa, tuttavia, era assolutamente necessario.
Sprecò un po' di tempo per scoprire quanta assistenza potesse aspettarsi dagli amici del suo defunto padre, ma quando comprese l'atteggiamento della società verso un gentiluomo finito, smise saggiamente di infastidire la società e si rivolse al mondo degli affari.
Qui sprecò ancora un po' di tempo. Forse il tempo non fu assolutamente sprecato, poiché durante quel periodo imparò che non poteva usare nessuno che non potesse usare lui; e poiché sembrava essere perfettamente inutile, tranne che per ornamento, e poiché una casa commerciale non è un asilo, e inoltre, poiché non aveva né tempo né denaro per frequentare alcuna scuola dove qualcuno potesse insegnargli qualcosa, gli venne in mente di prendersi un giorno libero per un esame di coscienza minuto e approfondito riguardo alle sue qualifiche e persino al suo diritto di occupare qualche piede di spazio sulla superficie terrestre.
Quattro anni ad Harvard, altri due in corsi post-laurea, altri due in Europa per perfezionarsi in ingegneria elettrica, e un anno a casa a cercare di inventare un apparecchio senza fili per intercettare e trasmettere onde psichiche lo avevano lasciato pietosamente inadatto a guadagnarsi da vivere.
Restavano le sue doti; ma il mercato era sovraccarico di assortiti ammazzatempo.
La sua ultima risorsa era un talento banale sebbene insolito – una naturale destrezza manuale coltivata fin dall'infanzia per divertirsi – qualcosa che non aveva mai preso sul serio. Questo, e un curioso controllo sugli animali, erano diventati, col passare degli anni piacevoli, un'abilità sorprendente che era molto più che prestigio; e lui, sempre di buon umore come di buone maniere, non si era mai rifiutato di divertire i frivoli, dei quali faceva parte anche lui, tirando dollari d'argento fuori dal nulla e facendo cadere svolazzando dal soffitto la carta giusta.
Giorno dopo giorno, mentre il poco denaro che gli restava si scioglieva, continuava il suo vigoroso esame mentale, finché l'allarmante restringimento dei suoi fondi lo lasciò a fissare la sua ultima risorsa. Poteva usarla? Era una risorsa, dopo tutto? Quanto era abile? Poteva affrontare un pubblico ed eseguire i soliti trucchi di magia senza fare pasticci? Un errore di un giovane dilettante alla moda, spensierato e ridente, che diverte i suoi pari a una festa in casa è scusabile; un pasticcio di un professionista stipendiato significava la fine di ogni speranza in quella direzione.
Così affittò un appartamento di due stanze su Central Park West, le arredò con ciò che restava dei giorni migliori, comprò la necessaria paraphernalia del suo mestiere e si rinchiuse per fare pratica prima di iniziare la sua prevista invasione di Newport, Lenox e Bar Harbor. E un pomeriggio di maggio molto incantevole, quando il Parco dalle sue finestre sembrava una foresta verde, e sbuffi di aria profumata facevano tremolare le tende alle finestre aperte, prese i guanti e il bastone, si mise il cappello e uscì a passeggiare nel Parco; e quando ebbe camminato a sufficienza si sedette su una panchina in un angolo fiorito e cespuglioso ai bordi di un sentiero per cavalli.
Poche persone disturbavano quella riservatezza frondosa; un poliziotto che passeggiava verso sud lo notò, forse per una futura identificazione. Lo spettacolo di un giovane ben piantato, ben curato e alla moda, seduto malinconicamente su una panchina del parco, era certamente da notare. Non è di moda per le persone alla moda sedersi sulle panchine dei parchi a meno che non contemplino l'autodistruzione, oltre a quella sociale.
Così il poliziotto indugiò per un po' nelle vicinanze, ma non sentendo alcun colpo di rivoltella, poco dopo proseguì il suo cammino, con il pugno fasciato di pelle serrato dietro l'ampia schiena, socchiudendo gli occhi verso un lontano ritrovo sociale composto interamente dalle tate più esclusive.
Il giovane guardò verso il piacevole azzurro sopra di lui, poi il suo sguardo preoccupato vagò dal bosco al boschetto, dove il bagliore scarlatto del cotogno giapponese scherniva i colori dei variopinti pigliamosche scarlatti; dove rigogoli color arancio brillavano tra i grovigli di Forsizia dorata; e oltre l'arbusto verso un angolo azzurro d'acqua, che brillava sotto il pendio boscoso sottostante.
Sentiva quel senso di languore e inquietudine, di sconforto intrecciato alla speranza che cieli sereni, sole e foglie nuove portano con il nuovo anno ai giovani. Eppure non c'era amarezza nel suo rimuginare, perché era un giovane singolarmente generoso, e non c'era vendetta mescolata ai ricordi dei suoi fallimenti tra coloro il cui cordiale rispetto per suo padre era stato in bilico tra la ricchezza e la posizione di quell'uomo irreprensibile.
Uno scoiattolo grigio arrivò strisciando e annusando attraverso l'erba fresca; incrociò i suoi occhi e, sebbene il piccolo animale fosse chiaramente diretto altrove per affari importanti, il giovane lo ebbe presto accoccolato sul ginocchio, addormentato.
Per un po' si divertì usando il suo curioso potere, svegliando alternativamente lo scoiattolo e permettendogli di balzare via, con la coda che guizzava, per poi richiamarlo, lentamente ma inesorabilmente, a arrampicarsi sui suoi pantaloni e rannicchiarsi sul ginocchio per dormire un sonno profondo e inquietante che sarebbe potuto finire solo a piacere del giovane.
Anche lui iniziò a sentire la sottile immobilità del bosco assopito; meditando lì, accarezzando i suoi baffi corti e nitidi, guardava il merlo nero camminare in solitudine iridescente, le macchie di sole che sbiadivano e brillavano sull'erba; sentiva il sommesso, chiacchierone piagnucolio degli uccelli acquatici lungo il bordo dell'acqua, il fruscio delle foglie sopra.
Pensò a varie questioni personali: la sua povertà, il livello basso del suo saldo in banca, la sua attuale professione, il suo imminente debutto come intrattenitore, le probabilità del suo fallimento. Pensò anche al sorprendente cambiamento nella sua vita, al futuro, vacuo di promesse, privo di significato, un futuro così totalmente nuovo e vuoto che non poteva trovarvi nulla su cui speculare. Pensò anche, e in modo perfettamente impersonale, a una ragazza che aveva incontrato di tanto in tanto sulle scale del condominio in cui ora abitava.
Evidentemente c'era stato un riflusso nella sua prosperità; il crollo della fortuna di un newyorkese porta dall'Avenue agli Ottanta, da lì attraverso Morristown, Staten Island, verso il West Side. Inoltre, dipingeva quadri; conosceva l'aroma del fissativo, del siccativo e della terra di Siena bruciata; e il suo studio confinava con il suo attico.
Pensò a questa ragazza in modo del tutto impersonale; assomigliava a una giovane bellezza che aveva conosciuto – avrebbe potuto conoscerla ancora se avesse voluto; perché un uomo che può permettersi i vestiti da sera non deve mai negarsi la società in cui è stato educato.
Assomigliava certamente a quella ragazza – aveva gli stessi occhi viola bluastro, le stesse palpebre bianche e profondamente frangiate, la stessa grazia libera nel portamento, un tantino troppo mascolina a volte – la stessa figura solidamente arrotondata, eppure slanciata.
"Ora, come stanno le cose", rifletté ad alta voce, accarezzando lo scoiattolo addormentato sul ginocchio, "avrei potuto innamorarmi di una qualsiasi di quelle ragazze – prima che il Rame esplodesse."
Continuando la sua meditazione innocua, annuì tra sé: "Mi piace la ragazza povera più di qualsiasi altra che abbia mai visto. Senza dubbio dipinge ritratti sopra stampe solari. Va bene; sta facendo più di quanto abbia fatto io finora... Approvo quei suoi occhi; sono come gli occhi di quell'Afrodite che si sveglia al Lussemburgo. Se solo mi guardasse una volta invece di guardare attraverso di me quando ci incrociamo nell'atrio..."
Il galoppo smorzato di un cavallo sul sentiero attirò il suo orecchio. Il cavallo stava arrivando veloce – quasi troppo veloce. Depose lo scoiattolo addormentato sulla panchina, ascoltò, poi istintivamente si alzò e camminò verso il bordo del boschetto.
Ciò che accadde fu troppo veloce perché potesse comprenderlo; ebbe la visione di un grosso cavallo nero, criniera e coda al vento, che correva follemente dritto verso di lui – un accenno di un volto bianco, disperato e teso, uno svolazzare di capelli sciolti; poi una tempesta di vento e sabbia gli ruggì nelle orecchie; fu sbalzato, strattonato e gettato in avanti, trascinato, scosso e lasciato mezzo insensibile, appeso al muso e al morso di un cavallo la cui cavallerizza si stava sollevando da un cespuglio coperto di fiori bianchi.
Mezzo insensibile ancora, strinse la presa sul morso, lasciò la presa sul muso della creatura e, appoggiando la mano piena sulla frangia, la portò due volte giù e due volte attraverso gli occhi, parlando al cavallo in sussurri spezzati e interrotti.
Quando ebbe l'animale tremante sotto controllo, si guardò intorno; la ragazza stava sull'erba, polverosa, sporca, spettinata, sanguinante da un taglio sullo zigomo; la creatura più confusa e stupita che avesse mai guardato.
"Sarà tutto a posto tra pochi minuti", disse, invitandola con un gesto verso la panchina sul sentiero asfaltato. Lei annuì, si voltò, raccolse il suo cappello e, sedendosi, iniziò a lisciare il pelo di pelliccia con la manica, osservandolo intensamente per tutto il tempo. Che avesse già la fiducia di un cavallo che non aveva mai visto prima era perfettamente evidente. A poco a poco gli arti sudati e tremanti si calmarono, i muscoli tesi nel collo si rilassarono, la testa si abbassò, le labbra di velluto polveroso rosicchiarono la sua mano, la sua spalla; i fianchi sollevati e incavati si riempirono e divennero calmi.
A capo scoperto, il suo abbigliamento in disordine e coperto di bava e sabbia, il giovane pose la briglia sul collo del cavallo, tese la mano e, dicendo "Vieni", voltò le spalle e camminò lungo il sentiero per cavalli. Il cavallo allungò un collo sudato, annusò, drizzò in avanti entrambe le piccole orecchie e seguì lentamente, girando come girava l'uomo, su e giù, affollandosi al tallone come un cane addestrato, fermandosi infine sul bordo del cammino.
Il giovane avvolse la briglia attorno a un basso ramo d'acero e, lasciando il cavallo in piedi, si avvicinò alla panchina.
"Quel cavallo", disse piacevolmente, "ora sta bene; ma la domanda è: lei sta bene?"
Lei si alzò, porgendogli il cappello, e iniziò ad attorcigliare i suoi capelli luminosi. Per qualche istante di silenzio furono francamente occupati a ripristinare l'ordine nell'abbigliamento, spolverando la ghiaia ed esaminando gli strappi.
"Le sono tremendamente grata", disse bruscamente.
"Anch'io", disse lui in quel modo attraente che mette a proprio agio le persone della stessa casta.
"Grazie; è un generoso complimento, considerando il suo cappello e i suoi abiti."
Lui alzò lo sguardo; lei stava attorcigliando i capelli e facendo del suo meglio con le poche forcine rimaste.
"Sono uno spettacolo per pesciolini", disse, arrossendo. "Quella bestiaccia l'ha ferita?"
"Oh, no..."
"Zoppicava!"
"È vero?", disse vagamente. "Come si sente?"
"C'è", disse, "un curioso fremito senza fiato su tutto il corpo; se questo è spavento, suppongo di essere spaventata, ma non mi dispiace risalire subito – se volesse aiutarmi..."
"Meglio aspettare un po'", disse; "non servirebbe a nulla che quel cavallo sentisse un polso che batte, telegrafando lungo il morso. Mi dica, ha gli speroni?"
Lei sollevò l'orlo del suo abito; due piccoli speroni scintillavano sui tacchi dei suoi stivali lucidati.
"Ecco, vede", osservò; "probabilmente non cavalca da molto tempo con la sella da uomo. Quando la sua cavalcatura ha scartato, lei ha dato di speroni, e lui è scappato, con il morso tra i denti."
"È esattamente così", ammise, guardando con rammarico i suoi speroni. Poi lasciò cadere la gonna, lanciò uno sguardo interrogativo a lui e, ubbidendo al suo grave gesto, si sedette di nuovo sulla panchina.
"Non stia in piedi", disse lei civilmente. Lui prese l'altra estremità del sedile, sollevando lo scoiattolo ancora assopito sul ginocchio.
"Io... io non ho detto molto", esordì; "sono abbastanza impulsiva da essere troppo grata e dire troppo. Spero che mi capisca; lo fa?"
"Certo; lei è molto gentile. Non è stato nulla; avrebbe potuto fermare il suo cavallo da sola. Le persone fanno questo genere di cose l'una per l'altra come una cosa naturale."
"Ma non al rischio che ha corso..."
"Nessun rischio, affatto", disse in fretta.
Lei la pensava diversamente, e lo pensava così fervidamente che, temendo l'emozione, voltò il suo profilo freddo e bianco verso di lui e studiò il suo cavallo, con le palpebre altere abbassate. La stessa insolente dolcezza era nei suoi occhi quando tornarono di nuovo su di lui. Conosceva quello sguardo; lo aveva incontrato abbastanza spesso nell'atrio e sulle scale. Sapeva, anche, che lei doveva riconoscerlo; eppure, date le circostanze, spettava a lei parlare per prima; e non lo fece, perché era a quell'età in cui l'orrore di esagerare soffoca l'istinto infantile, appena spento, di dire troppo. In altre parole, aveva diciotto anni e aveva trascorso la sua prima stagione l'inverno passato – l'inverno in cui lui non era stato visibile tra i ritrovi della sua stessa specie.
"Quei ricci sono molto mansueti", osservò con calma.
"Non sempre", disse. "Provi a tenere questo, per esempio."
Lei sollevò le sue graziose sopracciglia, poi accettò il grumo di pelliccia soffice dalle sue mani. Immediatamente una scossa elettrica sembrò rendere lo scoiattolo frenetico, ci fu una lotta, una striscia di grigio e bianco, e lo scoiattolo balzò dal suo grembo e volò letteralmente lungo il sentiero asfaltato.
"Cielo!", esclamò debolmente; "cosa è successo?"
"Alcuni ricci sono molto selvatici", disse innocentemente.
"Lo so... ma lei lo teneva – dormiva sul suo ginocchio. Perché non è rimasto con me?"
"Oh, forse perché ho un certo modo con gli animali."
"Anche con i cavalli", aggiunse lei allegramente. E il sorriso che si sprigionava dai suoi occhi viola lo mise a tacere nella magia di una bellezza che non aveva mai sognato. Dapprima scambiò il suo silenzio per modestia; poi – perché anche una fanciulla così giovane è pronta a indovinare ed è dotata di fine istinto – anche lei tacque e divenne seria, mentre le navette della sua ragione volavano come un fulmine, tessendo il quadro di lui che aveva concepito – un gentiluomo, un uomo del suo stesso tipo, piuttosto splendido e saggio e sconcertante. Il ritratto completato, non c'era posto per il sospetto di presunzione che aveva mezzo intuito nello sguardo degli occhi marroni che l'avevano resa allerta; e lo guardò di nuovo, francamente, un tantino curiosa.
"La ringrazierò ancora una volta", disse, "e le chiederò di aiutarmi a salire. Non c'è più un fremito di paura nel mio polso ora."
"Ne è proprio sicura?"
"Perfettamente."
Si alzarono; lui slegò il cavallo e gli fece cenno verso il bordo del sentiero.
"Dimenticavo", disse lei, ridendo, "che cavalco con la sella da uomo. Posso montare senza darle fastidio..." Appoggiò la punta del piede alla staffa che lui teneva, e si slanciò in sella con un brioso "Grazie, davvero", e rimase lì a raccogliere le redini.
Aveva detto abbastanza? Quanto freddamente risuonavano le sue stesse grazie nelle sue orecchie – perché forse lui le aveva salvato il collo – e forse no. Occupata con le redini del morso e del filetto, a testa china, nel suo volto ovale si insinuò una tinta di colore. Pensava lei che avesse trattato con leggerezza, con frivolezza, il coraggio che gli si addiceva così tanto? O era già annoiato dal suo riconoscimento? Sensibile, timorosa di esporre la giovinezza e l'inesperienza al sorriso divertito di questo affascinante uomo di mondo, sedeva giocherellando con la briglia, consapevole che lui stava accanto a lei, cappello in mano, a guardarla. Non poteva più indugiare; la briglia era stata spostata e rispostata fino all'ultimo secondo di procrastinazione. Doveva dire qualcosa o andare.
Incontrando i suoi occhi, lei sorrise e si sporse un po' in avanti sulla sella come per parlare, ma i suoi occhi marroni la turbavano, e tutto ciò che riuscì a dire fu "Grazie – arrivederci", e galoppò via lungo la prospettiva attraverso profonde e frondose profondità pesanti dell'incenso del lillà e della siringa.
II
L’OZIOSO
Riguardo al giovane nel fosso e ai suoi tentativi di uscirne
Sebbene non fosse vendicativo, non voleva dover nulla a nessuno che potesse essere incline a dargli ascolto a causa di obblighi passati o della sua posizione sociale. Tutti sapevano che era andato in rovina; tutti, scoprì molto presto, erano naturalmente spaventati dall'essere disturbati da lui. Il timore dei sovralimentati che un membro sottalimentato della comunità possa richiedere un posto a tavola lo comprendeva ora perfettamente. Stava imparando.
Così non sollecitò aiuti da nessuno che avesse conosciuto in passato; né da coloro che lo avevano aiutato quando non aveva bisogno di aiuto, né da coloro che dovevano la loro posizione confortevole alla generosità di suo padre – un gentiluomo noto per creare fortune per i suoi amici.
Scrisse quindi a degli estranei su una base puramente commerciale – a tipi sorprendenti emersi di recente dal sommerso, gonfi di denaro del carbone, denaro dell'acciaio, denaro del rame, denaro del grano, denaro degli allevamenti – tipi che galoppavano verso la Fifth Avenue per costruire case in città; che scuotevano le loro lunghe auto e si precipitavano in campagna a costruire "cottage". Ed ecco come la mise:
"Signora: Nel caso desideriate intrattenere gli ospiti con i servizi professionali di un mago, mi farebbe piacere mettere le mie doti molto insolite a vostra disposizione."
E firmò con il suo nome.
Fu un terribile drenaggio per il suo conto in banca inviare diverse migliaia di biglietti da visita incisi in giro per la città e i luoghi alla moda. Non arrivarono risposte. Giorno dopo giorno, esausto con l'esercitazione pratica della sua professione, camminava fino al Parco e si sedeva sulla panchina vicino al sentiero per cavalli. A volte la vedeva passare al trotto; lei ricambiava sempre il suo saluto, ma non tirava mai le briglie. A volte, anche, la incrociava nell'atrio; il suo incolore "Buongiorno" non variava mai, tranne quando diceva "Buonasera". E per tutto questo tempo non chiese mai il suo nome al servitore dell'atrio; era quel tipo di uomo – decente per istinto; perché anche la buona educazione a volte permette al sentimento di curiosare.
Per una settimana si era allegramente dispensato da più di un pasto al giorno; mantenere vestiti e stivali immacolati richiedeva il sacrificio di colazione e pranzo – inoltre, aveva vari piccoli pensionanti da nutrire, conigli bianchi con sciocchi occhi rosa, canarini, gatti, topi albini, pesci rossi e altri collaboratori della sua professione. Era anche costretto a corrompere il portinaio, perché le leggi della casa non permettevano né animali né bambini nei suoi recinti. Questo onorario extra lo privò del tabacco, e divenne un pessimista.
Inoltre, dentro di lui sorgevano dubbi sulla propria abilità; andava tutto bene esercitarsi nella sua magia lì da solo, ma non l'aveva ancora provata su nessuno tranne che sul portinaio; e quando aveva iniziato scoprendo diversi conigli dagli occhi rossi nelle tasche del portinaio, quell'intemperante funzionario era fuggito con un urlo sconsolato che aveva portato un poliziotto al cancello del seminterrato con la minaccia di far chiudere il posto.
Alla fine, tuttavia, arrivò una lettera che lo ingaggiava per una serata. Inizialmente era del tutto incredulo, poi modestamente spaventato, perplesso, esultante e depresso a turno. Ecco un'opportunità, la prima. E poiché era la prima, il suo successo o fallimento significava ingaggi futuri o la destinazione alla strada, forse come spazzino. Non dovevano esserci tentennamenti ora, né pasticci, né errori, né esitazioni da dilettante. Sono le teste vuote quelle che richiedono con più forza l'intelligenza negli altri. Uno sbadiglio da un pubblico simile significava la sua dannazione professionale – lo sapeva; ogni secondo doveva scoppiettare come schiuma in un bicchiere di vino; un istante di perplessità, un allentamento della tensione, e quegli intelletti flaccidi si sarebbero rilassati nella loro inerzia nativa. Incapaci di divertirsi da soli, dipendenti totalmente da menti superiori per una tregua dalla noia, il loro capriccio controllava il suo destino; e lui lo sapeva.
Seduto lì accanto alla finestra soleggiata con un paio di magnifici gatti persiani bianchi che facevano le fusa su entrambe le ginocchia, leggeva e rileggeva la lettera che lo convocava l'indomani a Seabright. Sapeva chi fosse la sua ospite: una signora corpulenta emersa di recente da un angolo nel commercio dello strutto, trascinandosi dietro alcuni parenti assortiti dagli intelletti atrofizzati e un marito il cui unico piacere mentale dipendeva dalla velocità raggiunta dalla sua auto da corsa – il pubblico più esigente che potesse osare affrontare.
Come il Cavaliere Bianco aveva fatto molta pratica, ma temeva il destino di quel guerriero; e mentre sedeva lì prese un mazzo di cerchi d'argento, li lanciò in alto separatamente in modo che discendessero concatenati in una scintillante catena, li fece passare l'uno nell'altro e li sciolse e, stancandosi, li lanciò pensieroso di nuovo verso il soffitto, dove svanirono uno a uno a mezz'aria.
I gatti facevano le fusa; ne prese uno, lo modellò con cura tra le sue belle mani; e subito, sotto il piacevole massaggio, le fusa aumentarono mentre il gatto si rimpiccioliva sempre più fino alle dimensioni di un piccolo gattino soffice, per poi svanire del tutto, lasciando nella sua mano un minuscolo topo bianco. Lanciò questo topo in aria, dove divenne non più un topo, ma una farfalla bianca che svolazzava in tondo, posandosi infine sulla tenda della finestra e rimanendo appesa lì, aprendo e chiudendo le sue ali nivee.
"Tutto questo va benissimo," rifletté, cupamente, mentre, con un passaggio della mano, l'aria si riempiva di canarini; "tutto questo va benissimo, ma supponiamo che io faccia un passo falso? Quello che mi serve è provare davanti a qualcuno prima di affrontare due o trecento persone."
Pensò di sentire bussare alla sua porta e ascoltò per un momento. Ma poiché c'era un campanello elettrico, concluse di essersi sbagliato; e prendendo l'altro gatto bianco, iniziò un massaggio delicato che stimolò le sue fusa, apparentemente a spese del suo colore e delle sue dimensioni, poiché dopo pochi istanti anche lui si rimpicciolì fino a diventare un gattino nerissimo, trasformandosi in un battibaleno in un merlo, che lui lanciò con noncuranza verso il soffitto. Era ben fatto; in tutta l'India nessun mago avrebbe potuto farlo più abilmente, più casualmente.
Sporgendosi in avanti sulla sedia, riprodusse i due gatti bianchi da dietro di sé, rimise i gattini nella loro scatola, catturò il merlo e lo mise in gabbia, e stava caricando con cura la molla della farfalla bianca, quando di nuovo gli parve che qualcuno stesse bussando.
III
IL TOPO VERDE
Che mostra il valore di una mano che aiuta quando è bianca e sottile
Questa volta andò con calma alla porta e l'aprì; una ragazza stava lì, dicendo: "Le chiedo scusa per averla disturbata..." Era giunto il momento che lo ammettesse, poiché i suoi occhi lo disturbavano giorno e notte fin dalla prima volta che l'aveva incrociata nel corridoio.
Sembrava anche lei un po' spaventata e, aspettando a malapena il suo invito, entrò con un'occhiata frettolosa alle spalle e camminò verso il centro della stanza, tenendo le gonne con cura come se stesse camminando attraverso l'erba bagnata.
"Io... io sono infastidita," disse con una voce non perfettamente sotto controllo. "Per favore, mi direbbe se esiste una cosa come un topo verde pisello?"
Allora lui fece una cosa meschina; avrebbe potuto chiarire quella faccenda con una parola, un sorriso, e... non lo fece.
"Un topo verde?" ripeté gentilmente, quasi pietosamente.
Lei annuì, poi impallidì; lui avvicinò una grande sedia verso di lei, poiché le ginocchia di lei tremavano un po'; e lei si sedette con un'occhiata supplichevole che avrebbe dovuto farlo vergognare di se stesso.
"Cosa l'ha spaventata?" chiese quell'uomo tra i più meschini.
"Ero nel mio studio... e devo prima spiegarle che per settimane e settimane io... io ho immaginato di sentire dei suoni..." Si guardò intorno con attenzione; non si vedeva nulla di animato. "Suoni," ripeté, inghiottendo un piccolo nodo nella sua gola bianca, "come il debole squittio e il cigolio e l'annusare e il graffiare di... di cose vive. Ho chiesto al portinaio, e lui ha detto che la casa non era costruita molto bene e che le travi e la boiserie si stavano restringendo."
"Ha detto proprio così?" chiese il giovane, pensando alle bustarelle.
"Sì, e ho cercato di credergli. E un giorno ho pensato di sentire circa cento canarini cantare, e so di averlo fatto, ma quell'idiota del portinaio ha detto che erano i passeri sotto le grondaie. Poi un giorno, quando la sua porta era aperta e io stavo salendo le scale, ed era buio nell'ingresso, qualcosa di grande e morbido ha sbattuto contro il tappeto, e... essendo estremamente comune urlare... io non l'ho fatto, ma sono riuscita a superarlo, e..." i suoi occhi viola si spalancarono dall'orrore, "sa che cos'era quella cosa morbida e floscia? Era un gufo!"
Lui ne era consapevole; era riuscito a recuperare l'uccello fuggito prima che il richiamo elettrico di lei potesse allertare il portinaio.
"Ho chiamato il portinaio," disse lei, "ed è venuto e abbiamo perquisito l'ingresso; ma non c'era nessun gufo."
Lui sembrò molto colpito; lei riconobbe la comprensione nei suoi occhi castani.
"Quel miserabile del portinaio ha dichiarato che avevo visto un gatto," riprese lei; "e non sono riuscita a convincerlo del contrario. Per una settimana ho osato a malapena mettere piede sulle scale, ma dovevo... vede, vivo a casa e vengo nel mio studio solo per dipingere."
"Pensavo vivesse qui," disse lui, sorpreso.
"Oh, no. Ho il mio studio..." esitò, poi sorrise. "Tutti mi prendono in giro, e suppongo che mi rideranno dietro fino a farmi rinunciare, ma detesto le convenzioni, e speravo davvero di avere talento per qualcosa oltre alla frivolezza."
Il suo sguardo vagò per la stanza di lui; poi improvvisamente il possibile significato della sua situazione non convenzionale la fece alzare in piedi, seria ma padrona di sé.
"Le chiedo di nuovo scusa," disse, "ma sono stata davvero scacciata dal mio studio... piuttosto spaventata, lo confesso."
"Cosa l'ha scacciata?" chiese lui colpevolmente.
"Qualcosa... difficilmente potrà crederci... e non oso dirlo al portinaio per paura che mi pensi... strana." Alzò di nuovo i suoi occhi angosciati e adorabili: "Oh, per favore creda che ho visto davvero un topo verde brillante!"
"Ci credo," disse lui, sussultando.
"Grazie. Io... so perfettamente come suona... e so che le persone orribili vedono cose del genere, ma..." disse pietosamente, "avevo bevuto solo un bicchiere di claret a pranzo, e sono perfettamente sana nel corpo e nella mente. Come potrei vedere una cosa del genere se non ci fosse?"
"C'era," dichiarò lui.
"Lo pensa davvero? Un topo... verde brillante?"
"Non ne ho dubbi," le assicurò; "ne ho visto uno anch'io l'altro giorno."
"Dove?"
"Sul pavimento..." fece un gesto vago. "Probabilmente c'è una crepa tra il suo studio e il mio muro, e il piccolo mascalzone si è intrufolato nel suo spazio."
Lei rimase a guardarlo incerta: "Esistono davvero i topi verdi?"
"Beh," spiegò lui, "immagino che questo fosse originariamente bianco. Qualcuno probabilmente l'ha tinto di verde."
"Ma chi al mondo sarebbe così sciocco da fare una cosa del genere?"
Le orecchie di lui divennero rosse; sentì che stava succedendo.
Dopo un momento lei disse: "Sono contenta che mi abbia detto che anche lei ha visto questo topo indicibile. Ho deciso di scrivere ai proprietari della casa e richiedere un'indagine immediata. Sarebbe... sarebbe chiedere troppo chiederle di scrivere anche a lei?"
"Sta... sta per scrivere?" chiese lui, sconvolto.
"Certamente. O qualche creatura terribile qui tiene un negozio di uccelli e porta a casa cose che scappano, o la casa è infestata. Non mi importa cosa dice il portinaio; ho sentito squittii e lamenti e guaiti!"
"Supponiamo... supponiamo di aspettare," iniziò lui goffamente; ma in quel momento gli occhi azzurri di lei si spalancarono; lei lo afferrò convulsamente per il braccio, indicando, con un dito candido proteso.
"Oh!" disse istericamente, e l'istante successivo era in piedi su una sedia, pallida come un fantasma. Era un miracolo che non fosse salita anche sulla credenza, poiché lì, uscendo in una raccapricciante fila indiana dalla boiserie, arrivavano topi... topi di varie tinte. Uno rosso guidava la macabra fila, un bianco e nero veniva subito dopo, poi in processione decorosa seguiva il colpevole topo verde, uno giallo, uno blu e infine... orrore degli orrori!... un topo rosso, bianco e blu, che portava una minuscola bandiera americana.
Lui rivolse una faccia misera verso di lei; lei, con gli occhi dilatati, congelata in una statua, lo vide avanzare, tenere fuori una bacchetta bianca... vide l'inquietante processione di topi montare sul bastone e formare una fila, con le code penzolanti... lo vide portare le creature verso una scatola e scaricarcele dentro.
Lui stava cercando di parlare ora. Lei lo sentì balbettare qualcosa sulla fuga dei topi; lo sentì chiederle scusa. Stordita, lei posò la mano nella sua mentre lui la aiutava a scendere sul pavimento; senza forze, senza parole, lei affondò nella grande sedia, l'orrore che dilatava ancora i suoi occhi.
"È tutto finito per me," disse lui lentamente, "se scrive ai proprietari. Ho corrotto il portinaio perché non dica nulla. Sono terribilmente mortificato che queste cose siano accadute per infastidirla."
Il colore tornò sul suo viso; lo stupore dominò la sua rabbia. "Ma perché... perché tiene creature del genere?"
"Perché non dovrei?" chiese lui. "È la mia professione."
"La sua... cosa?"
"La mia professione," ripeté ostinatamente.
"Oh," disse lei, disgustata, "non è vero! Lei è un gentiluomo... so perfettamente chi lei sia!"
"Chi sono?"
Lei lo chiamò per nome, quasi con rabbia.
"Beh," disse lui con stizza, "e con questo? Se ha indagato sul mio passato, deve sapere che sono povero quanto questi miserabili topi."
"Lo... lo so. Ma lei è un gentiluomo..."
"Sono un saltimbanco," disse lui; "intendo un saltimbanco nella sua interpretazione originale. Non c'è né senso né necessità che io lo neghi."
"Non... non la capisco," sussurrò lei, scioccata.
"Beh, faccio trucchi da scimmia per intrattenere le persone," rispose lui, forzando una risata, "o meglio, spero di farne alcuni... e di essere pagato per questo. Immagino che ogni uomo trovi il suo livello; io ho trovato il mio, a quanto pare."
Il viso di lei era imperscrutabile; lei rimase distesa nella grande sedia, osservandolo.
"Mi è rimasto un po' di denaro," disse lui; "abbastanza per durare un giorno o due. Poi sarò pagato per intrattenere alcune persone a Seabright; e," aggiunse con quel sorriso molto attraente di lui dal quale ogni amarezza era svanita, "e quello sarà il primo denaro che io abbia mai guadagnato in tutta la mia vita."
Lei era abbastanza giovane da esserne affascinata, abbastanza bambina da sentire il piccolo nodo alla gola che saliva. Sapeva che lui era povero; le sue sorelle glielo avevano detto; ma aveva supposto che fosse solo una povertà comparativa... proprio come i suoi cugini, per esempio, avevano a malapena abbastanza per mantenere più di due cavalli in città e solo un'automobile. Ma il bisogno... la necessità reale... non l'aveva mai sognato nel caso di lui; riusciva a stento a capirlo anche ora; era così ben curato, così attraente, irradiava onestà e l'atmosfera finanziaria disinvolta a cui era abituata.
"Quindi vede," continuò lui allegramente, "se lei si lamenta con i proprietari dei topi verdi, beh, dovrò andarmene, e, a dire il vero, non ho abbastanza soldi per andare da nessuna parte tranne che..." rise.
"Dove?" riuscì a dire lei.
"Al Parco. Stavo scherzando, naturalmente," si affrettò ad aggiungere, poiché lei era diventata piuttosto bianca.
"No," disse lei, "lei non stava scherzando." E poiché lui non rispose: "Naturalmente, non scriverò... ora. Preferirei che il mio studio fosse invaso da topi multicolori..." Si fermò con qualcosa di simile a un singhiozzo. Lui sorrise, pensando che lei stesse ridendo.
Ma oh, il colpo per lei! Nel suo entusiasmo giovanile era sempre stata, fin dalla prima volta che si erano incontrati, sensibilmente consapevole di questo alto, distinto e attraente giovane. E a poco a poco imparò il suo nome e chiese alle sue sorelle di lui, e quando seppe della sua recente rovina e del suo ritiro dalle cerimonie dei suoi simili, la sua giovinezza arrossì fino alle sue radici romantiche, riscaldando tutto ciò che era in lei verso questo splendido e radioso giovane che viveva così nobilmente, così orgogliosamente distaccato. E poi... miracolo di Manhattan!... aveva dimostrato il suo coraggio davanti ai suoi occhi storditi... emergendo improvvisamente dalla terra stessa per salvarla da un destino che il suo desiderio ardente dipingeva più nero ogni volta che abbelliva l'incidente. E decorava il ricordo di esso ogni giorno.
E ora! Qui, accanto a lei, c'era questo principe tra gli uomini, il suo paladino, battuto in ginocchio dal Destino, e che contemplava una carriera misera e incerta per mantenere il suo corpo divino dalla vera fame. E lei... lei con più soldi di quanto sapesse persino cosa fare, impotente ad aiutarlo, impedita dal tirare fuori il libretto degli assegni e ordinarli di scrivere e scrivere finché non avesse potuto scrivere più.
Un ricordo... un pensiero si insinuò. Dove aveva sentito il suo nome collegato al nome di suo padre? In Ophir Steel? Certamente; e non era stato il padre di questo giovane a gettare le basi per la fortuna di suo padre? Aveva sentito qualcosa del genere, da qualche parte.
Lui disse: "Non avevo intenzione di annoiare nessuno... lei meno di tutti... con le mie pene. Anzi, non ho alcun dolore ora, perché oggi ho ricevuto il mio primo incoraggiamento; e senza dubbio sarò un enorme successo. Solo... pensavo fosse meglio chiarire perché mi farebbe un danno considerevole proprio ora se lei scrivesse."
"Mi dica," disse lei tremante, "c'è qualcosa... qualcosa che posso fare per... per bilanciare il profondo debito di gratitudine che le devo..."
"Quale debito?" chiese lui, stupito. "Oh! quello? Beh, quello non è un debito... tranne che ero felice... perfettamente e serenamente felice di aver avuto quella possibilità di... di sentire la sua voce..."
"Lei è stato coraggioso," disse lei in fretta. "Può prenderla alla leggera quanto vuole, ma io so."
"Anch'io," rise lui, incantato dal colore crescente sulle sue guance.
"No, lei non lo sa; lei non sa come mi sono sentita... quanto avevo paura di mostrare quanto profondamente... profondamente mi sentissi. L'ho sentito così profondamente che non l'ho nemmeno detto alle mie sorelle," aggiunse ingenuamente.
"Le sue sorelle?"
"Sì; lei le conosce." E poiché lui rimase in silenzio, lei disse: "Non sa chi sono? Non sa nemmeno il mio nome?"
Lui scosse la testa, ridendo.
"Avrei dato tutto ciò che avevo per saperlo; ma, naturalmente, non potevo chiederlo alla servitù!"
Sorpresa, delusione, orgoglio ferito per il fatto che lui non avesse avuto alcun desiderio di sapere, lasciarono rapidamente il posto a una comprensione che le fece correre un brivido dalla testa ai piedi. La sua moderazione era il più bel omaggio che le fosse mai stato reso; lo vide istantaneamente; e lo sguardo diretto che gli diede dai suoi occhi limpidi gli tolse il fiato per un secondo.
"Si ricorda di Sacharissa?" chiese lei.
"Lo ricordo... certamente! Ho sempre pensato..."
"Cosa?" disse lei, sorridendo.
Lui mormorò qualcosa riguardo agli occhi e alla pelle bianca e a un trucco delle palpebre pesanti.
Lei era perfettamente a suo agio ora; si appoggiò allo schienale della sedia, studiandolo con calma.
"Supponga," disse lei, "che le persone potessero vedermi qui ora."
"Porrebbe fine alla sua carriera artistica," rispose lui, ridendo; "e immagini! L'avevo presa per il tipo che dipingeva per una pura esistenza!"
"E io... io l'avevo presa per..."
"Qualcosa di molto diverso da quello che sono."
"In un certo senso... non in altri."
"Oh! Sembro il saltimbanco?"
"Non spiegherò cosa intendo," disse lei con un colorito più acceso, e si alzò dalla sedia. "Poiché non ci sono più topi verdi a sbirciare da dietro il mio cavalletto," aggiunse, "non posso avere più alcuna scusa per abbandonare l'arte. O no?"
La dolcezza strascicata della domanda non era quasi una sfida, eppure lui osò raccoglierla.
"Lei mi ha chiesto," disse lui, "se potesse fare qualcosa per me."
"Posso?" esclamò lei.
"Sì."
"Lo farò... ne sono felice... mi dica cosa fare?"
"Beh, è solo questo. Devo andare davanti a un pubblico di duecento persone e fare delle cose. Ho fatto pratica qui da solo, ma... ma se non le dispiace, mi piacerebbe provarlo davanti a qualcuno... lei. Le dispiace?"
Lei stava lì, snella, dagli occhi azzurri, riflettendo; poi innocentemente: "Se mi sono compromessa, il danno è stato fatto molto tempo fa, non è vero? Stanno per portarmi via il mio studio in ogni caso, quindi potrei anche divertirmi il più possibile."
E si sedette, con grazia, intrecciando le sue dita bianche sulle ginocchia.
IV
UN IDOLO IDEALE
Un capitolo dedicato alla proposizione che tutto il genere umano è nato da donna
Iniziò improvvisamente a riempire l'aria di canarini; volavano e cinguettavano e svolazzavano intorno alla sua testa, finché, confusa, lei si ritrasse, quasi spaventata dall'uragano dorato.
Per rassicurarla iniziò a fare cose incredibili con i grandi cerchi d'argento, formando catene e figure concatenate sotto gli occhi stupiti di lei, sebbene ogni cerchio sembrasse solido e senza interruzioni nella sua circonferenza lucida. Poi, uno a uno, lanciò gli anelli in alto e questi svanirono a mezz'aria proprio davanti ai suoi occhi.
"Come ha fatto?" gridò lei, incantata.
Lui rise e produsse i grandi gatti persiani bianchi, li trasformò in gattini, poi in uccelli e farfalle, e infine in una ciotola piena di grandi pesci rossi fissi. Poi prese un mestolo, pescò i pesci, li frisse accuratamente sopra una lampada elettrica, li scaricò dalla padella fumante di nuovo nell'acqua, dove nuotarono via tranquillamente, sgranando gli occhi per lo stupore.
"Questo," disse la ragazza, eccitata, "è miracoloso!"
"Non è vero?" disse lui, deliziato come un bambino dalle lodi di lei. "Quale carta sceglierà?"
E le porse un mazzo.
"L'asso di cuori, per favore."
"Lo peschi dal mazzo."
"Una carta qualsiasi?" chiese lei. "Oh! come diavolo ha fatto a farmi pescare l'asso di cuori?"
"Lo tenga stretto," la avvertì lui.
Lei lo strinse tra le sue belle dita.
"È sicura di tenerlo?" chiese lui.
"Perfettamente."
"Guardi!"
Lei guardò e scoprì che era la regina di quadri quella che teneva così stretta; ma, guardando di nuovo per rassicurarsi, fu sorpresa di scoprire che la carta era il fante di fiori. "Lo strappi," disse lui. Lei lo strappò in piccoli pezzi.
"Li lanci in aria!"
Lei obbedì, e quasi gridò nel vedere che prendevano fuoco a mezz'aria e fluttuavano via in scaglie di cenere.
Con il viso arrossato, gli occhi brillanti, lei si voltò verso di lui, pendendo da ogni suo movimento, da ogni espressione.
Davanti ai suoi occhi rapiti, i topi multicolori ballavano danze su fili allentati, poi venivano accuratamente arrotolati in piccole palline di carta che immediatamente iniziavano a gonfiarsi fino a diventare grandi quanto un pallone da calcio. Queste scoppiarono, e da ogni pallone di carta bianca uscirono gattini, tartarughe, serpenti, pulcini, anatre e infine due conigli bianchi con sciocchi occhi rosa che iniziarono a ballare gravemente il valzer per tutta la stanza.
"Per favore, si alzi e scuoti le sue gonne," disse lui.
Lei si alzò in fretta e obbedì; cadde una pioggia di monete d'argento, poi d'oro, poi banconote, che ingombravano il pavimento. Poi pietre preziose iniziarono a cadere intorno a lei; le scosse dai capelli, dal colletto, dal collo; lei strinse le mani in un nervosismo stupito, ma dentro ogni pugno stretto sentiva qualcosa, e aprendo le dita inondò letteralmente il pavimento di diamanti.
"Non può salvarne una per me?" chiese lei. "Ne ho davvero bisogno." Ma quando di nuovo cercò il luccicante mucchio ai suoi piedi, era sparito; e, per quanto potesse cercare, non rimase nemmeno una moneta, nemmeno una gemma.
Sollevando lo sguardo sgomenta, si ritrovò in una vera e propria tempesta di farfalle bianche... no, erano rosse... no, verdi!
"C'è qualcosa in questo mondo che desideri?" le chiese lui.
"Un... un bicchiere d'acqua..."
Lo stringeva già tra le mani e gridò per lo stupore, rovesciando il bicchiere colmo; ma non cadde acqua, solo una pioggia di piccole fiamme color cremisi.
"Non posso... non posso bere questo, vero?" esitò lei.
"In tutta sicurezza," sorrise lui, e lei lo assaggiò.
"Lo assaggi di nuovo," disse lui.
Lei provò; era limonata.
"Ancora."
Era ginger ale.
"Un'ultima volta."
Fissò il bicchiere, che spumeggiava di bibita al gelato; c'era anche un lungo cucchiaino d'argento.
Incantata, si lasciò andare all'indietro, assaporando il suo gelato, guardandolo con timidezza.
Lui continuò allegramente a compiere gesti inquietanti o affascinanti; gli occhi di lei erano stanchi, abbagliati, ma non troppo per guardarlo, sebbene seguisse a stento i meravigliosi oggetti che apparivano, svanivano, scintillavano e fiammeggiavano sotto le sue mani incessantemente occupate.
Notò con un brivido l'apparizione di un gufo che sedette per un po' sulla sua spalla per poi trasformarsi in un grande manicotto di pelliccia che andava bene finché lui lo teneva, ma che si allontanò su quattro zampe quando lui lo gettò a terra.
Una pioggia di cose brillanti seguì come stelle cadenti; due o tre alberi di rose crebbero, germogliarono e fiorirono davanti ai suoi occhi; e lui le pose i fiori freschi e profumati tra le mani. Più tardi si trasformarono in violette, ma non importava; non importava più nulla finché poteva restare lì a fissarlo: l'uomo più splendido su cui i suoi occhi di fanciulla si fossero mai posati.
Circa duemila iarde di nastri brillanti caddero improvvisamente dal soffitto; lei lo guardò con qualcosa di pericolosamente vicino a un sospiro. Da un vecchio cappello produsse una gabbia piena di pappagalli; ogni pappagallo ripeteva il nome di lei in modo decoroso, monotono, finché non vennero stipati di nuovo nel cappello e infilati in una scatola che fu poi data alle fiamme.
Il suo cuore era piuttosto colmo ora; perché aveva solo diciotto anni e aveva riflettuto sulla sua povertà. Così, quando a tempo debito la scatola si consumò e dai resti neri e carbonizzati i pappagalli uscirono trionfanti, ripetendo gravemente il suo nome all'unisono; e quando vide che lo spettacolo era giunto al termine, si alzò, posando la sua bibita al gelato su un tavolo, e, sebbene il bicchiere si trasformasse istantaneamente in una teiera, si diresse dritta verso di lui e gli tese la mano.
"Mi sono divertita immensamente," disse. "E voglio dirti che ho pensato a diverse cose, e una è che è perfettamente ridicolo che tu sia povero."
"È piuttosto ridicolo," ammise lui, sorpreso. "Non è vero! E non ce n'è alcun bisogno. Tuo padre ha fatto fortuna per mio padre. Tutto quello che devi fare è lasciare che mio padre faccia fortuna per te."
"È tutto qui?" chiese lui, ridendo.
"Naturalmente. Perché non glielo hai detto? Lo hai visto?"
"No," disse lui gravemente.
"Perché no?"
"Ho visto altri... non mi andava di provare... più... amici."
"Lo farai... ora?"
Lui scosse la testa.
"Allora lo farò io."
"Ti prego, non farlo," disse lui piano. La mano di lei riposava ancora nella sua; lei lo guardò; i suoi occhi erano luminosi come stelle e un po' umidi.
"Non posso semplicemente sopportare questo," disse, cercando di mantenere ferma la voce.
"Cosa?"
"La tua... la tua sofferenza..." Si soffocò; la sua bocca sensibile tremò.
"Cielo!" mormorò lui; "ti importa davvero!"
"Importa... importa," balbettò lei. "Hai salvato la mia vita con una risata! Affronti la f-fame con una risata! Tuo padre ha fatto la fortuna del mio! Importa? Sì, mi importa!"
Ma lei aveva chinato il capo; una lacrima brillante cadde, tempestando le scarpe lucide di lui; i secondi pulsanti passarono; lui pose l'altra mano sopra entrambe le mani di lei che stringeva, e rimase in silenzio, stordito, osando a stento capire.
E non era quello il luogo dove potesse capire o persino sperare; il suo istinto lo rendeva ottuso e silenzioso. Poco dopo le lasciò le mani.
Lei disse "Addio" abbastanza caldamente; lui la seguì fino alla porta e la aprì, guardandola attraversare l'atrio verso la propria porta. E lì lei si fermò e si voltò; e lui si ritrovò di nuovo al suo fianco.
"Solo," iniziò lei, "solo non fare tutte quelle bellissime cose magiche per... per nessun altro, vuoi? Vorrei averle... averle tutte per me, da non condividere con nessuno..."
Lui tenne le mani di lei di nuovo prigioniere. "Non farò mai una di quelle cose per nessuno se non per te," disse con voce incerta.
"Davvero?" Il volto di lei si accese.
"Sì, davvero."
"Ma come... come, allora, puoi... puoi..."
"Non mi importa cosa mi succede!" disse. A guardarlo nessuno avrebbe pensato che fosse abbastanza giovane per dire una cosa del genere.
"A me importa," disse lei, lasciando le mani e facendo un passo indietro nel suo studio.
Per un momento il volto adorabile e audace di lei nuotò davanti ai suoi occhi; poi, nell'istante successivo, lei era tra le sue braccia, piangendo a dirotto sulla sua spalla, le labbra di lui premute sui suoi capelli luminosi.
E anche quello andava bene a modo suo; cose più folli sono successe ai nostri tempi; ma non accadde mai nulla di più folle di un signore corpulento e calvo che salì le scale con una serie di rimbalzi, piantò le gambe divaricate, strinse la presa grassoccia sul suo bastone da passeggio in malacca e li affrontò con gli occhi e la cintura dei pantaloni dilatati.
In un inglese vigoroso ma incoerente implorò di sapere se quella scena facesse parte di un'educazione artistica.
"Papà," disse lei con calma, "sei arrivato proprio al momento giusto. Entra nello studio e arriverò tra un momento."
Poi, dando al suo amante entrambe le mani e guardandolo con tutta l'anima nei suoi giovani occhi: "Ti amo; ti sposerò. E se ci saranno problemi" sorrise al padre frenetico "se ci saranno problemi ti seguirò per il paese esibendo topi verdi..."
"Cosa!" tuonò suo padre.
"Topi verdi," ripeté lei con un sorriso adorabile rivolto all'amante, "a meno che mio padre non trovi una necessità per te nella sua attività, nell'ottica di una società. E vi lascerò organizzare la cosa insieme. Addio."
Ed entrò nel suo studio, chiudendosi la porta alle spalle, lasciando i due uomini a confrontarsi nell'ingresso.
Per essere così giovane aveva molta saggezza e un gusto eccellente; e, ascoltando, sentì suo padre esplodere in una vigorosa parola sassone. La diceva sempre quando veniva sconfitto; era l'inizio della fine, e la fine del più dolce inizio che sia mai sorto sulla terra per una fanciulla da quando il primo raggio di sole si intrufolò nell'Eden.
Così lei si sedette sul suo sgabello da campo davanti al cavalletto e prese uno specchietto a mano; e, seduta lì, rimosse con cura ogni traccia di lacrime dai suoi occhi umidi e incantevoli con l'orlo di cambra del grembiule da pittura.
"Dannazione!" ripeté il signor Carr, "devo intendere che l'unica cosa che sai fare per vivere è andare in giro con una troupe di topi addestrati?"
"Ho inventato una macchina," osservò il giovane, modestamente. "Dovrebbe valere milioni, se avesse voglia di finanziarla."
"L'idea mi è assolutamente ripugnante!" gridò suo padre.
Il giovane arrossì. "Se non le dispiacesse esaminarla..." Estrasse dalla tasca un piccolo pezzo di meccanismo a orologeria finemente congegnato. "Questa è la macchina..."
"Non voglio vederla!"
"L'ha vista. Le dispiace sedersi un momento? Attento a quel gattino! Per favore, prenda questa sedia. Grazie. Ora, se fosse così gentile da ascoltare per dieci minuti..."
"Non voglio essere così gentile! Mi sente!"
"Sì, la sento," disse il giovane Destyn, pazientemente. "E come stavo per spiegare, la terra è circoscritta da correnti elettriche senza fili..."
"Io... dannazione, signore..."
"Ma quelle non sono le uniche correnti invisibili che fluiscono incessantemente attorno al nostro globo!" continuò il giovane, con calma. "Vede questa macchina?"
"No, non la vedo!" ringhiò l'altro.
"Allora..." E, sporgendosi più vicino, William Augustus Destyn sussurrò nell'orecchio rosso e grasso di Bushwyck Carr.
"Cosa!!!"
"Certamente."
"Non può provarlo!"
"Mi guardi."
* * * * *
Ethelinda si era asciugata gli occhi. Ogni pochi minuti lanciava un'occhiata ansiosa al piccolo orologio francese sopra il cavalletto.
"Cosa diavolo staranno facendo?" mormorò. E quando scoccò la lunga ora si alzò con decisione e bussò alla porta.
"Avanti," disse suo padre, irritato, "ma non interrompere. William e io siamo impegnati in una transazione commerciale molto importante."
V
SACHARISSA
_Trattante di alcuni eventi scientifici successivi al viaggio di nozze di William ed Ethelinda_
Sacharissa prese la presidenza. Non sapeva nulla di procedura parlamentare; né la sorella minore, sposata, Ethelinda, né il cognato appena acquisito, William Augustus Destyn.
"La riunione è aperta," disse Sacharissa, e suo cognato lasciò a malincuore la mano della sua novella sposa, tutta tranne un dito.
"Signorina Presidente," iniziò, alzandosi in piedi.
La presidenza lo riconobbe e morse un cioccolatino.
"Propongo che la nostra società sia conosciuta come The Green Mouse, Limited."
"Perché limited?" chiese Sacharissa.
"Perché no?" rispose sua sorella, calorosamente.
"Beh, cosa intende il tuo giovane con limited?"
"Suppongo," disse Linda, "che intenda che deve essere il limite. Non è vero, William?"
"Certamente," disse Destyn, gravemente; e la mozione fu messa ai voti e approvata.
"Rissa, cara!"
La presidenza riconobbe casualmente sua sorella minore.
"Propongo che lo scopo di questa società sia quello di rendere i suoi membri molto, molto ricchi."
La mozione fu approvata; Linda prese un pezzetto di carta e iniziò a calcolare la possibilità di una nuova auto da turismo.
Poi Destyn si alzò; la presidenza gli fece un cenno e si appoggiò allo schienale, tamburellando con la punta della matita contro i suoi denti candidi.
Iniziò con la sua voce disinvolta e gradevole, guardando verso la sua graziosa moglie:
"Sapete, carissima... e anche Sacharissa, laggiù, ne è al corrente... che, nel corso dei miei esperimenti economici in connessione con il Wireless Trust di vostro padre, ho accidentalmente scoperto come utilizzare alcune correnti nuovissime di carattere straordinario."
L'espressione di Sacharissa divenne scettica; Linda guardava suo marito con sincera ammirazione.
"Queste correnti nuove e finora insospettate," continuò Destyn modestamente, "non sono elettriche ma psichiche. Eppure, come le correnti senza fili, il loro flusso circonda eternamente la terra. Queste correnti, credo, hanno la loro origine in quella grande forza sconosciuta che, per mancanza di un nome migliore, chiamiamo destino, o predestinazione. E sono convinto che intercettando una di queste correnti sia possibile collegare le personalità subconsce di due persone di sesso opposto che, sebbene in definitiva destinate l'una all'altra fin dall'inizio delle cose, abbiano, attraverso successive incarnazioni, finora mancato il compimento finale... il matrimonio!... che era lo scopo della loro creazione."
"Bill, caro," sospirò Linda, "come spieghi squisitamente l'infinito."
"Sciocchezze!" disse Sacharissa; "continua, William."
"Tutto qui," disse Destyn. "Abbiamo concordato di mettere mille dollari a testa affinché io potessi sperimentare. Ho perfezionato lo strumento... eccolo."
Estrasse dal taschino del gilet un piccolo astuccio piatto da gioielliere e ne trasse una macchina delicata che somigliava all'interno complicato di un orologio.
"Ora," disse, "con questa minuscola macchina nascosta nel taschino del gilet, vado da qualsiasi uomo e, girando una vite come la corona di un orologio, apro il ricevitore microscopico. Nel ricevitore fluiscono tutte le emanazioni psichiche di quel cittadino insospettabile. La macchina è carica, positivamente. Poi mi avvicino a qualche uomo, posiziono lo strumento su un tavolo... come quello... tocco una leva. Vedete quel filo sottile di Rosium che si srotola come un tentacolo? Sta cercando, tastando la corrente psichica invisibile e negativa che trasporterà il suo messaggio."
"A chi?" chiese Sacharissa.
"Alla personalità subconscia dell'unica donna per la quale è stato creato, l'unica donna sulla terra la cui personalità psichica sia adeguatamente sintonizzata per intercettare quel saluto senza fili e rispondervi."
"Come puoi capire se lei risponde?" chiese Sacharissa, incredula. Lui indicò il filo sottile di Rosium:
"Osservo quello. Nel momento in cui la corrente psichica raggiunge e risveglia lei, crack!... un minuscolo punto di incandescenza blu punta il tentacolo. È fatto; la comunicazione psichica è stabilita. E quell'uomo e quella donna, ovunque si trovino sulla terra, sicuramente, inesorabilmente, saranno attirati l'uno verso l'altra, persino dagli angoli più remoti del mondo, per compiere ciò per cui erano destinati dall'inizio dei tempi."
Ci fu un silenzio semirispettoso; Linda guardò la piccola macchina simile a un gioiello con un leggero brivido; Sacharissa scrollò le sue giovani spalle.
"Quanto di tutto questo," disse lei, "è teoria e quanto è realtà?... perché, William, sei sempre stato un po' poeta."
"Non lo so. Un mese fa l'ho provato sul cameriere di tuo padre, e in una settimana ha sposato una cameriera perfettamente estranea."
"Oh, fanno queste cose in ogni caso," osservò Sacharissa, e aggiunse, non convinta: "Quel tentacolo è diventato blu?"
"Certamente," disse Destyn.
Linda mormorò: "Io ci credo. Emettiamo delle azioni."
"Emettere azioni è una cosa," disse Destyn, "farsi comprare è un'altra. Tu ed io possiamo credere nel Green Mouse, Limited, ma il resto del mondo viene sempre da oltre il Mississippi."
"La cosa da fare," disse Linda, "è dimostrare la tua teoria facendo pratica sulle persone. Potrebbe non piacere loro l'idea, ma saranno così grate, quando si sposeranno felicemente e inaspettatamente, che compreranno le azioni."
"O ci daranno testimonianze," aggiunse Sacharissa, "che la loro beatitudine è dovuta interamente a una singola dose di Green Mouse, Limited."
"Non essere frivola," disse Linda. "Pensa a cosa significa l'invenzione di William per il mondo! Pensa al tempo che farà risparmiare ai giovani che abbaiano all'albero sbagliato! Pensa al disturbo risparmiato... niente più dubbi, niente timidezza, nessuna esitazione, nessuna speculazione, nessuna opposizione da parte dei genitori."
"Ognuno dei nostri clienti," aggiunse Destyn, "può essere istantaneamente collegato a una corrente psichica privata che sigillerà l'unica ragazza al mondo. I fidanzamenti saranno superflui; quei due semplicemente non potranno allontanarsi l'uno dall'altro."
"Se fosse vero," osservò Sacharissa, "sarebbe molto spiacevole. Non ci sarebbe alcun divertimento. Comunque," aggiunse, sorridendo, "non credo alla tua teoria né alla tua macchina, William. Ci vorrebbe ben altro che quella combinazione per farmi sposare qualcuno."
"Allora non emetteremo azioni?" chiese Linda. "Ho davvero bisogno di tante cose nuove e costose."
"Dobbiamo sperimentare ancora un po', prima," disse Destyn.
Sacharissa rise: "Bendatemi, datemi una matita e mettetemi davanti l'Annuario della Società. Qualunque nome segnerò, dovrete sperimentarlo."
"Non segnare nessuno dei nostri amici," iniziò Linda.
"Come faccio a sapere chi potrei scegliere. È giusto per tutti. Andiamo; promettete di attenervi a questo... voi due?"
Promisero, dubbiosi.
"Allora lo faccio anch'io," disse Sacharissa. "Presto, bendatemi, qualcuno. L'autobus sarà qui tra mezz'ora, e sapete come si comporta papà quando viene fatto aspettare."
Linda le bendò gli occhi con un fazzoletto, le diede una matita e si sedette sul bracciolo della poltrona guardando la matita che aleggiava sulle pagine dell'Annuario della Società che sua sorella stava sfogliando a caso.
"Questa pagina," annunciò Sacharissa, "e questo nome!" segnandolo con un colpo rapido.
Linda lanciò un grido soffocato e tentò di arrestare la matita; ma il dito che si muoveva aveva scritto.
"Chi ho selezionato?" chiese la ragazza, scostando il fazzoletto dagli occhi. "Per cosa stai avendo una crisi, Linda?"
E, guardando la pagina, vide che aveva segnato il proprio nome.
"Dobbiamo riprovare," disse Destyn, frettolosamente. "Questo non conta. Bendala, Linda."
"Ma... non sarebbe giusto," disse Sacharissa, esitando se prenderla sul serio o ridere. "Abbiamo promesso tutti, sai. Dovrei attenermi a ciò che ho fatto."
"Non essere sciocca," disse Linda, preparando il fazzoletto e posandolo sulla fronte della sorella.
Sacharissa lo scostò. "Non posso infrangere la mia parola, nemmeno verso me stessa," disse, ridendo. "Non ho paura di quella macchina."
"Vuoi dire che sei disposta a correre rischi sciocchi?" chiese Linda, a disagio. "Io credo nella macchina di William, che tu ci creda o no. E non mi va che qualcuno della famiglia venga usato come cavia."
"Se fossi stata disposta a provarla sugli altri, sarebbe da vigliacchi tirarmi indietro ora," disse Sacharissa, forzando un sorriso; perché la serietà di Destyn e Linda cominciava a metterla leggermente a disagio.
"A meno che tu non voglia sposare qualcuno molto presto, faresti meglio a non rischiare," disse Destyn, gravemente.
"Non... non ti importa particolarmente di sposare qualcuno, proprio ora, vero, cara?" chiese Linda. "No," rispose sua sorella, con disprezzo.
Ci fu un silenzio; Sacharissa, a disagio, si morse il labbro inferiore e rimase seduta a guardare l'inquietante macchina.
Era una ragazza alta, ben formata, una di quelle ragazze con arti lunghi, piedi e caviglie sottili e delicati.
Quel tipo di ragazza, quando possiede anche una massa di capelli castani, una bocca dolce e occhi grigi, è destinata a causare problemi.
E lì sedeva, una gamba accavallata sull'altra, il piede sottile che dondolava, le sopracciglia perplesse leggermente corrugate.
"Non vedo alcuna via d'uscita onorevole," disse risoluta. "Ho detto che mi sarei attenuta al test con gli occhi bendati."
"Quando abbiamo promesso non pensavamo a noi stessi," insistette Ethelinda.
"Questo non ci libera," ribatté la sorella puritana.
"Perché?" domandò Linda. "Supponi, per esempio, che la tua matita avesse segnato il nome di William! Sarebbe stato im... immorale!"
"Lo sarebbe stato?" chiese Sacharissa, volgendo i suoi onesti occhi grigi verso il cognato.
"Non credo lo sarebbe stato," disse lui; "sarei solo stato ricollegato alla corrente di Linda." E sorrise alla moglie.
Sacharissa sedeva pensierosa e seria, dondolando il piede.
"Beh," disse alla fine, "tanto vale affrontarlo subito. Se c'è qualcosa in questo strumento lo sapremo tutti molto presto. Accendi il tuo ricevitore, Billy."
"Oh," gridò Linda, in lacrime, "non farlo, William!"
"Accendilo," ripeté Sacharissa. "Non sarò una vigliacca e non verrò meno alla fede che ho riposto in me stessa, e voi due lo sapete! Se devo passare attraverso la stupidità dell'amore e del matrimonio tanto vale sapere chi sarà il bandarlog... Comunque, non credo davvero in questa cosa... Non posso crederci... Inoltre, ho una mente e una volontà tutte mie, e credo che ci vorrà più di un esperimento psichico amatoriale per cambiare l'una o l'altra. Continua, Billy."
"Dici sul serio?" chiese lui, segretamente gratificato.
"Certamente," con una superba ostentazione di indifferenza. E si alzò e affrontò lo strumento.
Destyn guardò la moglie. Moriva dalla voglia di provarlo.
"Will!" esclamò lei, "supponi che non ci piaccia il possibile f-fidanzato di Rissa! Supponi che a papà non piaccia!"
"Probabilmente piacerà a tutti voi quanto piacerà a me," disse sua sorella con aria di sfida. "Willy, smettila di fare gli occhi spaventati a tua moglie e avvia la tua macchina infernale!"
Ci fu un clic sinistro, un luccichio di ingranaggi che si spostavano, uno scatto, ed era fatto.
"Hai ora, teoricamente, imbottigliato la mia corrente psichica?" chiese lei con sdegno. Ma il labbro le tremava un po'.
Lui annuì, guardandola molto seriamente.
"E ora hai intenzione di collegarmi alla corrente psichica di questo misterioso gentiluomo?"
"Non lasciarglielo fare!" implorò Linda. "Billy, caro, come puoi quando nessuno ha la minima idea di chi possa rivelarsi essere quella creatura!"
"Avanti!" interruppe sua sorella, mascherando il turbamento sotto un sorriso noncurante.
Clic! Scattò verso l'alto il luccicante e tremante tentacolo di Rosium, vibrando per alcuni istanti come un filo d'argento. Improvvisamente fu sormontato da un lampo blu di incandescenza.
"Oh, cielo! Oh, cielo! Eccolo!" gridò Linda, eccitata. "Rissy! Rissy, sorellina, cosa hai fatto?"
"Niente," disse lei, riprendendo fiato. "Non credo che quel lampo significhi nulla. Non mi sento affatto diversa... non nel minimo. Mi sento perfettamente bene e perfettamente calma. Non amo nessuno e non amerò nessuno... finché non vorrò, e ciò probabilmente non accadrà mai."
Tuttavia, permise alla sorella di prenderla tra le braccia e coccolarla. Era piuttosto curioso quanto si sentisse incredibilmente giovane e inesperta. Trovava piacevole essere vezzeggiata, confortata e cullata, e per alcuni istanti subì in silenzio la sollecitudine e i dubbi di Linda. Dopo un po', tuttavia, si vergognò.
"Non accadrà nulla, Linda," disse, guardando sognante il soffitto; "non preoccuparti, cara; sfuggirò al bandarlog."
"Se non succede qualcosa," osservò Destyn, mettendo in tasca il suo strumento, "la Green Mouse, Limited, entrerà in liquidazione senza passività e senza attività, e non ci saranno miliardi né per te, né per me, né per chiunque altro."
"William," disse sua moglie, "anteponi un basso desiderio di denaro alla felicità spirituale di tua cognata?"
"No, cara, certamente no."
"Allora faresti meglio a pregare insieme a me per l'immediato fallimento della Green Mouse."
Suo marito disse: "Certamente," senza entusiasmo, e guardò fuori dalla finestra. "Eppure," aggiunse, "ho fatto un matrimonio felice. Sono sempre a favore delle campane a nozze. Anche a Sacharissa piacerà. Non vedo perché io e te non dovremmo essere ottimisti entusiasti riguardo alla vita coniugale; non vedo perché non dovremmo pregare per un imminente matrimonio di Sacharissa."
"William!"
"Sì, cara."
"Stai considerando il denaro prima della felicità di mia sorella!"
"Ma nel suo caso non vedo perché non possiamo considerare coscienziosamente entrambi."
Linda lanciò un tragico sguardo al suo materialista marito, spinse via la sorella, si alzò e fuggì. Dopo di lei corse il contrito Destyn; una porta lontana si chiuse rumorosamente; tutti gli elementi si erano riuniti per il felice, primo litigio dei novelli sposi.
"Sciocchezze," disse Sacharissa, camminando verso la finestra, con le mani sottili intrecciate mollemente dietro la schiena.
VI
IN DISGRAZIA
Dove Sacharissa rimane dentro e un giovane non riesce a uscire
La tempesta di neve era cessata; attraverso la Fifth Avenue il parco somigliava alla veduta incrostata di mica su un costoso biglietto di Natale. Ogni ramo, rametto e ramoscello era delineato nella neve aderente; i suoi cristalli scintillavano sotto il sole del mattino; bambini vestiti in modo brillante, con le slitte, correvano e giocavano sulla distesa abbagliante. Sopra, il caratteristico arco blu profondo di un cielo di New York si estendeva indisturbato da una nuvola. La sua famiglia — ovvero, suo padre, il cognato, la sorella sposata, tre sorelle nubili e lei stessa — prevedeva di partire per Tuxedo verso mezzogiorno. Perché? Nessuno sa perché i ricchi vadano sempre da qualche parte. Tuttavia, lo fanno, fortunatamente per chi scrive storie.
"È abbastanza bello qui," pensò Sacharissa tra sé, "quanto lo è in campagna. Mi dispiace andare via."
Oziosa lì presso la finestra soleggiata e fissando la distesa bianca, aveva già scacciato ogni inquietudine dalla mente riguardo all'esperimento psichico su se stessa. Vale a dire, non l'aveva scacciata esattamente, non aveva fatto alcuno sforzo cosciente, era svanita da sola — o, piuttosto, era stata scacciata via, dominata da un'improvvisa e forte avversione ad andare a Tuxedo.
Mentre stava lì, la sensazione crebbe e persistette, e, poco dopo, si ritrovò a ripetere ad alta voce: "Non voglio andare, non voglio andare. È stupido andare. Perché dovrei andare quando è stupido andare e preferirei restare qui?"
Nel frattempo, Ethelinda e Destyn stavano avendo una classica riconciliazione in una sezione lontana della casa, e la giovane moglie era arrivata al punto di dire:
"Caro, sono così preoccupata per Rissa. Vorrei tanto che non andasse a Tuxedo. Ci sono così tanti uomini attraenti attesi dai Courland."
"Non può sfuggire agli uomini da nessuna parte, vero?"
"N-no; ma ci sarà una concentrazione di uomini particolarmente belli e indesiderabili a Tuxedo questa settimana. Quella folla oziosa, orribile e cinica sta arrivando da Long Island, e non voglio che ne sposi nessuno."
"Beh, allora falle restare a casa."
"Lei vuole andare."
"A cosa serve una sorella maggiore se non puoi farle fare quello che vuoi?" chiese lui.
"Lei non vorrà. Si è messa in testa di andare. Tutti quegli sport invernali chiassosi la attirano. Inoltre, come può un membro della famiglia essere assente il giorno di Capodanno?"
A braccetto passeggiarono verso il grande soggiorno, dove un signore grande, pomposo e dai colori vivaci stava facendo la predica alle terzine — tre ragazze molto attraenti, vestite esattamente allo stesso modo, che dicevano "Sì, papà!" e "No, papà!" in un coro grave e dalla voce argentata ogni volta che l'obbligo filiale lo richiedeva.
"E un'altra cosa," continuò il paffuto e vivido vecchio gentiluomo, la cui voce solitamente terminava in un urlo dolcemente mellifluo quando parlava con enfasi: "quella banda di buoni a nulla di Westbury-Cedarhurst-Jericho-Meadowbrook si farà vedere a questa inaugurazione della casa, e vi metto in guardia ora dal prestare nient'altro che la minima, più superficiale e più frivola attenzione a qualsiasi cosa uno di quei cuccioli che schioccano la frusta e cacciano la volpe possa dirvi. Avete capito?" con un urlo melodioso come il corno di un'automobile da turismo.
"Sì, papà!"
Il vecchio gentiluomo agitò il suo monocolo come segno di congedo e guardò l'orologio.
"L'autobus è qui," disse con agitazione. "Vieni, Will; vieni, Linda, e voi, Flavilla, Drusilla e Sybilla, mettetevi le pellicce. Non prendete l'ascensore. Scendete dalle scale, e sbrigatevi! Se c'è una cosa in questo mondo che non farò è aspettare qualcuno sulla faccia della terra!"
Lacchè e cameriere volavano distrattamente in giro con cappotti di pelliccia, manicotti e stole. In solenne assemblea la spedizione di famiglia sfilò davanti all'ascensore, scese le scale verso l'atrio inferiore e lì si fermò per l'ispezione finale.
Un lacchè infestato dalle pellicce aspettava fuori; valletti, maggiordomi, secondi camerieri e cameriere si misero sull'attenti.
"Dov'è Sacharissa?" domandò il signor Carr, sonoramente.
"Qui, papà," disse la figlia maggiore, passeggiando con calma nell'atrio, con le mani ancora intrecciate mollemente dietro la schiena.
"Perché non hai il cappello e le pellicce?" domandò suo padre.
"Perché non vengo, papà," disse lei dolcemente.
La famiglia la guardò con stupore.
"Non vieni?" urlò suo padre, con un muggito melodioso. "Sì, invece! Non vieni! E perché diavolo no?"
"Non lo so davvero, papà," disse lei con apatia. "Non voglio andare."
Suo padre agitò furiosamente entrambe le braccia paffute. "Non ti senti bene? Hai un bell'aspetto. Stai bene. Non ti senti bene?"
"Perfettamente."
"No, non è vero! Sei pallida! Sei esangue! Sei sciupata! Prendi un tonico e sdraiati. Manda la tua cameriera a chiamare dei dottori — ogni sorta di dottore — e fatti mettere a posto. Poi vieni a Tuxedo con la tua cameriera domattina. Hai capito?"
"Molto bene, papà."
"E stai lontana da quell'ascensore finché non è riparato. È capace di fare qualsiasi cosa. Ferdinand," al cameriere alla porta, "fallo riparare subito. Sacharissa, manda quella tua cameriera a chiamare un dottore!"
"Molto bene, papà!"
Porse la guancia al suo enfatico genitore; lui la salutò in modo esplosivo, si voltò, radunò la famiglia con uno sguardo, li fece partire e chiuse la fila con la sua stessa persona impressionante. I cancelli di ferro tintinnarono, la porta dell'autobus dell'opera si chiuse di scatto e Sacharissa passeggiò tornando nel salotto rococò, non del tutto certa del perché non fosse andata, non del tutto convinta di sentirsi perfettamente bene.
Per i primi minuti il suo viso era diventato caldo e freddo, alternativamente arrossato e pallido. Anche il suo cuore stava agendo in modo insolito, causando abbastanza agitazione da renderla sgradevolmente consapevole di esso.
"Probabilmente," pensò tra sé, "ho mangiato troppi cioccolatini." Guardò nella grande scatola dorata, ne prese un altro e lo mangiò pensierosa.
Una curiosa languidezza la possedeva. Per combatterla suonò per la sua cameriera, con l'intenzione di fare una camminata veloce, ma il peso delle pellicce sembrava angosciarla. Era assurdo. Le gettò via e si sedette in biblioteca.
Poco tempo dopo la sua cameriera la trovò sdraiata lì, i piedi incrociati, le braccia distese all'indietro a formare una culla per la testa.
"Non si sente bene, signorina Carr?"
"No," disse Sacharissa.
La cameriera lanciò uno sguardo allarmato al volto pallido della sua padrona.
"Vuole vedere il dottor Blimmer, signorina?"
"No."
La cameriera esitò:
"Chiedo scusa, ma il signor Carr ha detto che deve vedere dei dottori."
"Molto bene," disse lei con indifferenza. "E per favore passami quei cioccolatini. Non desidero pranzare."
"Niente pranzo, signorina?" con costernazione.
Non si era mai saputo che Sacharissa rifiutasse il nutrimento.
Il sintomo spaventò profondamente la cameriera, e in pochi minuti fu al telefono con lo studio del dottor Blimmer; ma quell'eminente professionista era fuori. Poi trovò in successione gli studi dei dottori White, Black e Gray. Due erano partiti per Capodanno, l'altro era fuori.
La cameriera, che era intelligente e piena di risorse, uscì a cercare un dottore. Ci sono, nelle strade trasversali, molti dottori tra la Settantesima e l'Ottantesima. Ne trovò uno senza difficoltà — vale a dire, trovò l'insegna alla finestra, ma il dottore era fuori per le sue visite.
Fece altri due tentativi con risultati simili, poi, scoprendo l'insegna di un dottore in una finestra dall'altra parte della strada, si diresse verso di essa senza curarsi dei cumuli di neve, e nello stesso istante la porta d'ingresso del dottore si aprì e un giovane uomo, con una borsa di pelle nera in mano, scese frettolosamente i gradini ghiacciati e si allontanò velocemente lungo la strada.
La cameriera corse dopo di lui e arrivò al suo fianco senza fiato, eccitata:
"Oh, potrebbe venire — solo per un momento, se le piace, signore! La signorina Carr non vuole mangiare il suo pranzo!"
"Cosa!" disse il giovane uomo, sorpreso.
"La signorina Carr desidera vederla — solo per un----"
"La signorina Carr?"
"La signorina Sacharissa!"
"Sacharissa?"
"S-sì, signore — lei----"
"Ma io non conosco nessuna signorina Sacharissa!"
"Capisco, signore."
"Senta, giovane donna, sa come mi chiamo?"
"No, signore, ma questo non fa alcuna differenza per la signorina Carr."
"Desidera vedermi!"
"Oh, sì, signore."
"Io — ho fretta di prendere un treno." Guardò fisso la cameriera, l'orologio, di nuovo la cameriera.
"È perfettamente sicura di non sbagliarsi?" domandò.
"No, signore, io----"
"Una certa signorina Sacharissa Carr desidera vedermi? È sicura di questo?"
"Oh, sì, signore — lei----"
"Dove abita?"
"Milleotto e mezzo Fifth Avenue, signore."
"Ho solo tre minuti. Sa correre?"
"Io — sì!"
"Venga allora!"
E via galopparono, il suo soprabito che sventolava dietro, le gonne della cameriera che sbattevano e il suo stretto grembiule che tremolava nel vento. I passanti si fermarono a guardare il loro passo — un passo che li portò alla casa in poco meno di un minuto. Ferdinand, il secondo cameriere, li fece entrare.
"Allora," ansimò il giovane uomo, "da che parte? Ho fretta, ricordi!" E iniziò a correre verso le scale.
"La prego di seguirmi, signore; l'ascensore è più veloce!" ansimò la cameriera, aprendo le porte sbarrate.
Il giovane uomo saltò nell'auto illuminata, la cameriera si voltò per togliersi cappello e giacca prima di entrare; qualcosa fece fizz-bang! snap! clink! e le luci nell'auto si spensero.
"Oh!" gridò la cameriera, "sta scappando di nuovo! Salti, signore!"
L'ornato ascensore rococò, a dire il vero, stava scappando, verso l'alto, lentamente all'inizio. Il suo occupante stupito si voltò per saltar fuori — troppo tardi.
"P-prema il terzo pulsante, signore! Presto!" gridò la cameriera, torcendosi le mani.
"D-dov'è!" balbettò il giovane uomo, brancolando nervosamente nell'auto buia. "Non ne vedo nessuno."
"Cr-rack!" fece qualcosa.
"Si è fermato! Sta per cadere!" urlò la cameriera. "Corra, Ferdinand!"
L'uomo alla porta corse su per le scale per qualche gradino, poi scivolò distrattamente verso il fondo, gridando:
"È ferito, signore?"
"No," arrivò una voce disgustata da qualche parte su per il vano.
Ogni pianerottolo era ora rumoroso di servi, le cameriere correvano su per le scale, i lacchè correvano giù, un maggiordomo dondolava in cerchio.
"Qualcuno mi farà uscire da qui?" domandò la voce nel vano. "Ho un treno da prendere."
Il maggiordomo sudato sporse la testa nel vano dal basso:
"'Quanto in alto, signore, potrebbe essere?"
"Come diavolo faccio a saperlo?"
"Non vede niente, signore?"
"Sì, riesco a vedere un pianerottolo e una stanza rossa."
"È bloccato sotto la biblioteca!" esclamò il maggiordomo, e ci fu una corsa verso i piani superiori.
La corsa fu incontrata e fermata da una giovane ragazza alta che arrivava tranquillamente lungo il pianerottolo, sgranocchiando un cioccolatino.
"Cos'è tutto questo rumore?" chiese. "L'ascensore si è rotto di nuovo?"
Guardando attraverso il pianerottolo la grata che schermava il vano, vide l'auto dorata — parte di essa — e metà di un giovane uomo perfettamente estraneo che guardava fuori con aria seria.
"È il dottore!" gemette la sua cameriera.
"Quello non è il dottor Blimmer!" disse la sua padrona.
"No, signorina, è un dottore perfettamente estraneo."
"Non sono un dottore," osservò il giovane uomo, freddamente.
Sacharissa si avvicinò.
"Se quella sua cameriera avesse chiesto," continuò lui, "gliel'avrei detto. Mi ha visto scendere i gradini della casa di un medico — suppongo che abbia scambiato la mia borsa fotografica per una borsa di medicinali."
"L'ho fatto — oh, l'ho fatto!" gemette la cameriera, e si coprì la testa con il grembiule.
"La cosa da fare," disse Sacharissa, con calma, "è mandare a chiamare l'idraulico più vicino. Ferdinand, vada immediatamente!"
"Nel frattempo," disse il giovane uomo imprigionato, "perderò il mio treno. Qualcuno non può rompere quella grata? Potrei arrampicarmi fuori da lì."
"Sparks," disse la signorina Carr, "puoi rompere quella grata?"
Sparks ci provò. Una sguattera portò un piccolo martello da tappezziere — l'unico "martello in casa", secondo Sparks, che colpì la grata d'acciaio fogliata e ruppe il martello di netto.
"L'ha colpita in testa, signore?" chiese, ansimando.
"Esattamente," rispose il giovane uomo, digrignando i denti.
Sparks sperava che non avesse fatto male al gentiluomo. Il gentiluomo tamponò la sua ferita in terribile silenzio.
Poco dopo Ferdinand tornò per riferire sulla disponibilità dell'idraulico di famiglia. Sembrava che tutti gli idraulici, i fabbri e simili artigiani nati liberi e indispensabili avessero chiuso bottega a mezzogiorno e non avrebbero riaperto fino a dopo Capodanno, in ossequio alla Costituzione degli Stati Uniti.
"Ma questo gentiluomo non può rimanere qui fino a dopo Capodanno," disse Sacharissa. "Dice che ha fretta. Hai sentito, Sparks?"
I servi rimasero in fila, impotenti.
"Ferdinand," disse, "il signor Carr le aveva detto di far riparare quell'ascensore prima che venisse usato di nuovo!"
Ferdinand fissò selvaggiamente la grata e passò il pollice sulle sbarre.
"E Clark" — alla sua cameriera — "sono stupita che lei abbia permesso a questo gentiluomo di rischiare l'ascensore."
"Aveva fretta — pensavo fosse un dottore." La cameriera si sciolse in lacrime.
"È ora," intervenne la voce dal vano, "un'assoluta impossibilità per me prendere qualsiasi treno negli Stati Uniti."
"Mi dispiace terribilmente," disse Sacharissa.
"Non c'è un'ascia in casa?"
Il maggiordomo negò con tristezza.
"Allora prenda la barra del forno."
Fu portata; colpi snervanti piovvero sulla grata; i servi ansimanti la usarono come leva, come ariete, come mazza. La casa rimbombò come una fabbrica di caldaie.
"Non ne posso più!" urlò il giovane uomo. "Smettetela!"
Sacharissa si guardò intorno, con le mani che coprivano entrambe le orecchie.
"Li mandi via," disse il giovane uomo, stancamente. "Se devo restare qui voglio avere la possibilità di pensare."
Dopo aver congedato i servi, Sacharissa accostò una sedia e si sedette a pochi piedi dalla grata. Poteva vedere metà dell'auto e metà dell'uomo — più chiaramente, ora che si era avvicinata.
Era un giovane uomo dall'aspetto piuttosto attraente, con la guancia legata nel fazzoletto, dove la testa del martello aveva scorticato la pelle.
"Lasci che prenda dell'amamelide," disse Sacharissa, alzandosi.
"Voglio scrivere un telegramma prima," disse lui.
Così lei portò dei moduli, li passò insieme a una matita attraverso la grata e si risedette.
VII
IL FILO INVISIBILE
In cui il telefono continua a squillare
Quando ebbe finito di scrivere, selezionò un po' d'argento e consegnò tutto, insieme alla carta gialla, a Sacharissa.
"Qui è buio. Le dispiacerebbe leggerlo ad alta voce per vedere se sono stato chiaro?" chiese.
"Certamente," disse Sacharissa; e lesse:
SIGNORA DELANCY COURLAND,
Tuxedo.
Sono bloccato in un ascensore idiota al 1008-1/2 della Fifth Avenue. Se non appaio entro Capodanno saprete il perché. Fate attenzione che nessun giornalista metta le mani su questa notizia.
KILLIAN VAN K. VANDERDYNK.
Sacharissa arrossì profondamente. "Non posso spedire questo," disse.
"Perché no?" domandò il giovane uomo, irritato.
"Perché, signor Vanderdynk, mio padre, mio cognato, mia sorella sposata e tre sorelle minori sono attesi dai Courland. Immagini che effetto avrebbe su di loro un tale telegramma!"
"Allora cancelli la strada e il numero," disse; "dica solo che sono bloccato in un ascensore sconosciuto."
Lei lo fece, suonò, e un servo portò via il telegramma.
"Ora," disse l'erede apparente al Principe Reggente di Manhattan, "ci sono ancora due cose possibili. Primo, potrebbe chiamare il quartier generale della polizia e chiedere aiuto; poi, richiedere assistenza al quartier generale dei vigili del fuoco."
"Se lo facessi," disse lei, "i giornali non verrebbero a saperlo?"
"Ha perfettamente ragione," disse.
Ora aveva accostato la sua sedia così vicino alla grata dorata che, con le mani appoggiate su di essa, poteva guardare giù nell'auto dove sedeva il rampollo dei Vanderdynk su una fragile sedia Luigi XV.
"Non riesco a esprimerle quanto mi dispiaccia," disse. "C'è qualcosa che posso fare per... per alleviare la sua prigionia?"
Lui la guardò in modo smarrito.
"Non si aspetterà che rimanga qui fino a dopo Capodanno, vero?" chiese.
"Non vedo come possa evitarlo. Nessuno sembra voler lavorare fino a dopo Capodanno."
"Restare in una gabbia... due giorni e una notte!"
"Forse farei meglio a chiamare la polizia."
"No, no! Aspetti. Le dirò cosa fare. Faccia iniziare a quell'uomo, Ferdinand, un giro della città. Se cerca abbastanza duramente e abbastanza a lungo troverà qualche idraulico o fabbro o qualcuno che verrà."
Suonò per Ferdinand; insieme gli diedero istruzioni, e lui se ne andò, promettendo di portare la salvezza in qualche forma.
Questa promessa rese il giovane uomo più allegro e distese la ruga preoccupata tra le sopracciglia dritte di Sacharissa.
"Suppongo," disse lei, "che non perdonerà mai la mia cameriera per questo... o anche me."
Lui rise. "Dopotutto," ammise, "è piuttosto divertente."
"Non credo che lei pensi che sia divertente."
"Sì, invece."
"Non voleva andare a Tuxedo?"
"Io!" Alzò lo sguardo verso il grazioso volto di Sacharissa. "Volevo... pochi minuti fa."
"E ora che non può, la sua filosofia le insegna che non vuole?"
Risero l'uno dell'altra in modo amichevole.
"Forse è la mia filosofia," disse lui, "ma non mi importa davvero molto... Non sono sicuro che mi importi affatto... Infatti, ora che ci penso, perché avrei dovuto desiderare di andare a Tuxedo? È stupido voler andare a Tuxedo quando New York è così attraente."
"Sa," disse lei pensierosa, "che sono giunta alla stessa conclusione?"
"Quando?"
"Questa mattina."
"P-prima che lei... io----"
"Oh, sì," disse lei piuttosto in fretta, "prima che lei arrivasse----"
Si interruppe, rosa dalla costernazione. Che cosa ridicola da dire! Cosa diavolo stava storcendo la sua lingua per alludere a tale assurdità?
Disse, gravemente, con un colorito più acceso: "Stavo vicino alla finestra questa mattina, a pensare, e mi è venuto in mente che non mi importava di andare a Tuxedo... Quando ha cambiato idea lei?"
"Qualche minuto f... cioè... beh, non ho mai voluto davvero andare. È più divertente in città. Non crede? Cielo blu, neve... ehm... e tutto il resto?"
"Sì," disse lei, "è perfettamente delizioso in città oggi."
Lui acconsentì, poi sembrò scoraggiato.
"Forse le piacerebbe uscire?" disse.
"Io? Oh, no... Il sole sulla neve fa male agli occhi; non crede?"
"Molto... Mi dispiace terribilmente di darle così tanto disturbo."
"Non mi dispiace... davvero. Se solo potessi fare qualcosa per lei."
"Lo sta facendo."
"Io?"
"Sì; è stata estremamente gentile con me. Temo che si senta in obbligo di rimanere al chiuso e----"
"Veramente, no. Non dovevo uscire."
Si sporse più vicino e guardò attraverso le sbarre: "È proprio sicuro di sentirsi a suo agio?"
"Mi sento come qualcosa in uno zoo!"
Lei rise. "Questo mi ricorda," disse, "ha pranzato?"
Non aveva pranzato, a quanto pareva, dopo una piccola protesta cortese, così lei suonò per Sparks.
Anche il suo appetito era tornato quando il vassoio fu portato; tovagliolo e piatto furono passati attraverso la grata a lui, e, mentre pranzavano, lui nella sua gabbia, lei vicino alle sbarre, entrarono in conversazione, scambiandosi informazioni su conoscenti comuni che avevano previsto di incontrare dai Delancy Courland.
"Quindi vede," disse lei, "che se non avessi cambiato idea sull'andare a Tuxedo questa mattina, lei non sarebbe qui ora. Né io... E non avremmo mai... pranzato insieme."
"Questo non ha cambiato le cose," disse lui, sorridendo. "Se lei non fosse stata male, sarebbe andata a Tuxedo, e io l'avrei vista lì."
"Allora, qualsiasi cosa abbia fatto non ha fatto differenza," acconsentì lei, pensierosa, "perché eravamo destinati a incontrarci, comunque."
Lui rimase in piedi vicino alla grata, il che, essendo lei seduta, portava la sua testa al livello di quella di lei.
«Sembrerebbe», disse ridendo, «che siamo condannati a incontrarci, in ogni caso. Mi sembra un caso di Destino.»
Lei sussultò leggermente: «Cosa hai detto?»
«Ho detto che sembra che il Fato volesse che ci incontrassimo, comunque. Non credi?»
Lei rimase in silenzio.
Lui aggiunse allegramente: «Non ho mai avuto paura del Fato.»
«Ti piacerebbe un... un libro... o qualcosa?» chiese lei, consapevole di una nuova costrizione nella voce.
«Non credo che riuscirei a vedere per leggere qui dentro... Stai... andando via?»
«Dovrei.» Infastidita dalla debole insensatezza della sua risposta, si ritrovò a camminare lungo il pianerottolo, verso il nulla in particolare. Si voltò bruscamente e tornò indietro.
«Vuoi un libro?» ripeté lei.
«Oh, dimenticavo che non puoi vedere per leggere. Ma forse ti andrebbe di fumare.»
«Te ne stai andando?»
«Non... mi dispiace che tu fumi.»
Lui accese una sigaretta; lei lo guardò irresoluta.
«Non devi pensare di restare», disse lui. Al che lei si sedette.
«Suppongo che dovrei cercare di intrattenerti... finché Ferdinand non torna con un idraulico», disse lei.
Lui protestò: «Non potrei mai chiederti tanto.»
«Comunque, è mio dovere», insistette lei. «Dovrei.»
«Perché?»
«Perché sei sotto il mio tetto... un ospite.»
«Ti prego, non pensare...»
«Ma non mi dispiace affatto! Se c'è qualcosa che posso fare per rendere la tua prigionia più facile...»
«È facile. Mi piace quasi stare qui.»
«È molto gentile da parte tua dirlo.»
«Lo penso davvero.»
«Come puoi pensarlo davvero?»
«Non lo so, ma è così.» Nella loro serietà si erano avvicinati alle sbarre; lei stava con entrambe le mani appoggiate alla grata, guardando dentro; lui in una posizione simile, guardando fuori.
Lui disse: «Mi sento come un inquilino del Bronx, e mi stupisce un po' che tu non mi abbia lanciato qualche arachide.»
Lei rise, prese la sua scatola di cioccolatini, poi iniziò seriamente: «Se Ferdinand non trova nessuno, temo che potresti essere costretto a restare a cena.»
«Questa prospettiva», disse lui, «non è sgradevole. Sai, quando ci si abitua alla propria gabbia, è piuttosto una noia essere lasciati uscire.»
Assaggiarono i cioccolatini, lei seduta vicino alla gabbia, e poiché la scatola non passava attraverso le sbarre, era costretta a porgerglieli uno a uno.
«Mi chiedo», rifletté lei, «quanto presto Ferdinand troverà un idraulico?»
Lui fece spallucce.
Lei chinò la sua testa adorabile, scelse un cioccolatino e glielo offrì.
«Non sei terribilmente impaziente?» chiese lei.
«Non... terribilmente.»
I loro sguardi si incontrarono e lei disse in fretta:
«Sono certa che tu debba essere furioso con tutti in questa casa. Io... credo che sia davvero gentile da parte tua comportarti in modo così allegro al riguardo.»
«A dire il vero», disse lui, «mi sento allegro come non mi sono mai sentito in vita mia.»
«Chiuso in una gabbia?»
«Esattamente.»
«Che potrebbe cadere da un momento all'altro...» L'idea era nuova per entrambi. Lei si sporse in avanti con improvvisa costernazione. «Non ci avevo mai pensato!» esclamò. «Non penserai che ci sia il rischio che cada, vero?»
Lui guardò gli occhi grigi e stupiti fissi con tanta serietà nei suoi. La bocca dolce tremò un po'... solo un po'... o almeno così credette lui.
«No», rispose, con una leggera incrinatura nella voce, «non credo che cadrà.»
«Forse faresti meglio a non muoverti troppo lì dentro. Fai attenzione, ti prego. Lo farai, vero, Mr. Vanderdynk?»
«Ti prego, non lasciartene turbare», disse lui, avvicinandosi impulsivamente a lei.
«Oh, no, non muoverti!» esclamò lei. «Devi davvero stare perfettamente immobile. Non mi prometti che starai perfettamente immobile?»
«Ti prometterò qualsiasi cosa», disse lui un po' freneticamente.
Nessuno dei due sembrò notare che aveva esagerato.
Lei tirò la sedia quanto più vicino possibile alla grata e vi si appoggiò.
«Manterrai il coraggio, vero?» chiese lei ansiosa.
«Certamente. A proposito, quanto manca al s-seminterrato?»
Lei divenne pallida per un istante, poi:
«Credo che farei meglio ad andare a chiamare la polizia.»
«No! Mille volte no! Non potrei sopportarlo.»
«Ma l'auto potrebbe... cadere prima che...»
«Meglio morto decentemente che citato sui giornali... Non ho la minima idea che questa cosa cadrà... Comunque, ne vale la pena», aggiunse, piuttosto vagamente.
«Vale la... cosa?» chiese lei, guardando nei suoi occhi castani piuttosto accattivanti.
«Stare qui», disse lui, guardando nei suoi coinvolgenti occhi grigi.
Dopo un silenzio sorprendente lei disse con calma: «Mi prometti di non muovere o scuotere l'auto finché non torno?»
«Non starai via molto, vero?»
«Non... molto», rispose lei debolmente.
Entrò in biblioteca, si fermò al centro della stanza, le mani giunte dietro la schiena. Il cuore le batteva come un martello pneumatico.
«Tanto vale affrontarlo», si disse; «è... di gran lunga... l'uomo più assolutamente attraente che abbia mai visto... Io... non so cosa mi succeda», aggiunse pietosamente... «se è quella macchina che ha costruito William non posso farci nulla; non mi importa più; vorrei...»
Un colpo secco dal pianerottolo la fece uscire in fretta, pallida e spaventata.
«Qualcosa si è rotto da qualche parte», spiegò il giovane con finta noncuranza, «un'irrilevante scheggia ha ceduto e la cosa è scivolata giù di un pollice o due.»
«P-pensi che...»
«No, non credo. Ma è davvero gentile da parte tua preoccuparti.»
«P-preoccuparmi? Sono un po' spaventata, naturalmente... Chiunque lo sarebbe... Oh, vorrei che tu fossi fuori e p-perfettamente al sicuro.» «Se pensassi che potessi mai davvero preoccuparti di cosa ne sarà di un uomo come me...»
I sensi aristocratici di Killian Van K. Vanderdynk iniziarono a vorticare; afferrò le sbarre, il dorso della sua mano sfiorò quella di lei, e il contatto momentaneo mandò una scossa direttamente attraverso il rampollo di quella celebre stirpe.
Lei si sedette bruscamente; un colore delicato crebbe, tingendole il viso.
Nessuno dei due parlò. Un lungo e luminoso raggio di sole cadde sul pianerottolo, toccando il bordo dei suoi capelli finché non brillarono come bronzo in fiamme. La bocca sensibile era ferma, gli occhi, molto seri, venivano sollevati di tanto in tanto, poi abbassati, pensierosi, sulle dita intrecciate sulle ginocchia.
Poteva essere possibile? Come poteva essere possibile? Con un uomo che non aveva mai avuto occasione di incontrare prima... con un uomo che aveva visto per la prima volta nella vita solo un'ora o poco più fa! Certe cose non accadono al di fuori dei racconti brevi. Non c'era logica né comune decenza in tutto ciò. Le era rimasto o no un po' di buon senso?
Sollevò gli occhi e guardò l'erede dei Vanderdynk.
Certo, chiunque poteva vedere che era insolitamente attraente... che aveva quell'indefinibile qualcosa che raramente, se non mai, si vede al di fuori della narrativa o dei disegni di Mr. Gibson... forse è interamente confinato a essi... eccetto in questo rarissimo caso.
Gli occhi di Sacharissa si abbassarono.
Un'altra circostanza insolita stava attirando la sua attenzione, ovvero che la sua perfezione fisica piuttosto notevole sembrava essere accompagnata da un'educazione altrettanto impeccabile, e da una sublimità di coraggio di fronte alla distruzione stessa, che...
Sacharissa sollevò gli occhi grigi.
Eccolo lì che se ne stava sospeso sopra un abisso, fumando una sigaretta, costringendosi coraggiosamente a un atteggiamento di serena insouciance, mentre il seminterrato spalancava le fauci per lui! Macchina o non macchina, come poteva una ragazza guardare a un tale miracoloso autocontrollo senza essere commossa? Non poteva. Era naturale che una donna fosse profondamente entusiasta di uno spettacolo simile... e la macchina di William Destyn non c'entrava nulla... proprio nulla! Né c'entravano la psicologia, né la demonologia, né alcunché con fili o senza fili. Le piaceva, francamente. A chi non sarebbe piaciuto? Temeva per lui, disperatamente. A chi non sarebbe successo? Lei...
«C-r-rack!»
«Oh... cos'è!» gridò, correndo alla grata.
«Non lo so», disse lui, un po' pallido. «La vecchia cosa sembra... scivolare.»
«Cedere!»
«Un... poco... credo...»
«Mr. Vanderdynk! Devo chiamare la polizia...»
«Cr-rackle--crack-k-k!» fece l'auto, scendendo di un pollice o due.
Con un grido soffocato lei afferrò le sue mani attraverso le sbarre, come per trattenerlo con la forza.
«Sei impazzita?» disse lui ferocemente, allontanandole. «Fai attenzione! Se la cosa cade ti romperai le braccia!»
«Io... non mi importa!» disse lei senza fiato. «Non posso lasciare...»
«Crack!» Ma l'auto si bloccò di nuovo.
«Chiamerò la polizia!» gridò lei.
«I giornali potrebbero prenderti in giro.»
«Era per me che avevi paura? Oh, Mr. Vanderdynk! Cosa mi importa del ridicolo rispetto a... a...»
L'auto era sprofondata così tanto nel pozzo ora che lei dovette inginocchiarsi e mettere la testa vicino al pavimento per vederlo.
«Starò solo un minuto al telefono», disse. «Mantieni il coraggio; ti sto pensando in ogni momento.»
«M-mi lascerai dire una parola?» balbettò lui.
«Oh, cosa? Fai presto, ti supplico.»
«È solo un addio... nel caso la cosa cada. Posso dirlo?»
«S-sì... sì! Ma dillo in fretta.»
«E se non dovesse cadere dopo tutto, non sarai arrabbiata per quello che sto per dire?»
«N-no. Oh, per l'amor del cielo, sbrigati!»
«Allora... sei la donna più dolce del mondo!... Addio... Sacharissa... cara.»
Lei balzò in piedi, stordita, e nello stesso istante uno scricchiolio terrificante e uno scricchiolio risuonarono dal pozzo, e l'auto svanì alla vista.
Svenuta, oscillò per un secondo contro la balaustra, poi si voltò e corse giù per le scale, con le orecchie tese ad aspettare lo schianto nauseante dal basso.
Non ci fu alcuno schianto, alcun tonfo. Quando raggiunse il pianerottolo del salotto, con suo stupore un ascensore normalmente illuminato scivolò lentamente verso il basso, si fermò e le grate automatiche si aprirono silenziosamente.
Mentre Killian Van K. Vanderdynk usciva strisciando dall'ascensore, i nervi di Sacharissa cedettero; anche i suoi sembrarono disintegrarsi; e rimasero per alcuni momenti a sostenersi a vicenda, durante i quali lacrime insolite caddero dagli occhi grigi, e parole insolite, sussurrate a fatica, la rassicurarono; e, del tutto non abituati a tali cose, si ritrovarono poco dopo seduti in un angolo lontano del salotto, ancora intenti a rassicurarsi a vicenda con le mani intrecciate.
Non dissero nulla così insistentemente che i minuti senza parole vibrarono in ore; attraverso le finestre, il rosso ovest inviò un tentacolo incandescente nella stanza, cercando il buio per loro.
Cadde, caldo, attraverso la sua gola rivolta verso l'alto, nella penombra.
Perché la sua testa poggiava sulla spalla di lui; la testa di lui era china, le labbra premute sulle mani bianche schiacciate in modo fragrante tra le proprie.
Una stella uscì e li guardò con stupore; dopo poco il cielo si popolò di piccole stelle, tutte a guardarli attraverso la finestra.
La sua cameriera bussò, fece marcia indietro in fretta e fuggì, distratta. Poi arrivò Ferdinand con un idraulico.
Più tardi arrivò il maggiordomo. Non lo notarono finché non si azzardò a tossire e ad annunciare la cena.
Le interruzioni erano molto fastidiose, particolarmente quando lei fu chiamata al telefono per parlare con suo padre.
«Cos'è, papà?» chiese lei impaziente.
«Stai bene?»
«Oh, sì», rispose lei, distrattamente; «stiamo bene, papà. Addio.»
«Stiamo? Chi diavolo è 'Stiamo'?»
«Mr. Vanderdynk e io. Prenderemo la mia cameriera e verremo a Tuxedo stasera insieme. Ho fretta ora.»
«Cosa!!!»
«Oh, va tutto bene, papà. Ecco, Killian, per favore spiega le cose a mio padre.»
Vanderdynk le lasciò la mano e prese la cornetta come se fosse stata un filo elettrico.
«È lei, Mr. Carr?» iniziò... si fermò di colpo, e rimase in piedi ad ascoltare, rigido, sconcertato, diventando sempre più rosso mentre la foga di suo padre aumentava. Poi, senza una parola, riagganciò la cornetta.
«Va tutto bene?» chiese lei con calma. «Papà era... vivace?»
Il giovane disse: «Preferirei tornare in quell'ascensore piuttosto che andare a Tuxedo... Ma... ci vado.»
«Anch'io», disse la figlia di Bushwyck Carr, lasciando cadere entrambe le mani sulle spalle del suo amante... «Era davvero molto... vivido?»
«Molto.»
Il telefono squillò di nuovo furiosamente.
Lui chinò la testa; lei sollevò il viso e lui la baciò.
Dopo un po' il frastuono del telefono li infastidì, e si allontanarono lentamente fuori portata.
VIII
«IN CIELO E IN TERRA»
Il Topo Verde si muove
«Ti sto aspettando da mezz'ora», osservò Smith, seccamente, mentre Beekman Brown appariva alla stazione della metropolitana, valigia in mano.
«È stata una cosa straordinaria quella che mi ha trattenuto», disse Brown, ridendo, e facendosi strada nella fila dei biglietti dietro l'amico dove poteva parlargli sopra la spalla; «stavo giusto uscendo dall'ufficio, Smithy, quando Snuyder è entrato con un biglietto.»
«Oh, va bene... certo, se...»
«No, non era un cliente; devo essere onesto con te.»
«Allora hai avuto una faccia tosta incredibile a tenermi qui ad aspettare.»
«Era una ragazza», disse Beekman Brown.
Smith lanciò uno sguardo freddo verso di lui sopra la spalla sinistra.
«Che tipo di ragazza?»
«Una ragazza straordinaria. È venuta per... per una questione...»
«Era affari o una richiesta di soldi?»
«Non esattamente affari.»
«Ragazza ornamentale?» chiese Smith.
«Sì... eccessivamente; ma non era quello...»
«Oh, non è stato quello che ti ha tenuto a parlare con lei mezz'ora mentre io sedevo soffocando in questa maledetta metropolitana!»
«No, Smith; i suoi lineamenti innegabilmente attraenti e la sua... ah... personalità accattivante non avevano nulla a che fare con tutto ciò. Compra i biglietti e ti racconterò tutto.»
Smith comprò due biglietti. Un treno diretto a nord ruggì nella stazione. I giovani salirono a bordo, si sedettero, depositando le valigie ai loro piedi.
«Allora, che mi dici di quella ragazza affascinante che in realtà non ti interessava?» suggerì Smith con toni resi leggermente acidi dal ricordo della sua mezz'ora di attesa.
«Smith, è stato un episodio insolito. Stavo giusto uscendo dall'ufficio per mantenere l'appuntamento con te quando Snuyder è entrato con un biglietto...»
«L'hai già detto.»
«Ma non ti ho detto cosa c'era su quel biglietto, vero?»
«Posso indovinare.»
«No, non puoi. Il suo nome non era sul biglietto. Non era un'agente; non aveva nulla da vendere; non voleva una posizione; non ha chiesto un abbonamento a nulla. E cosa pensi che ci fosse su quel biglietto?»
«Beh, cosa c'era sul biglietto, per l'amor di Dio?» sbottò Smith. «Te lo dirò. Il biglietto sembrava essere un normale biglietto da visita; ma in un angolo c'era un disegno minuscolo e ben eseguito di un topo verde.»
«Un... cosa?»
«Un topo.»
«V-verde?»
«Verde pisello... Vieni ora, Smith, se stessi uscendo dal tuo ufficio e il tuo impiegato entrasse, dall'aria piuttosto confusa e sciocca, e ti porgesse un biglietto con sopra nient'altro che un topolino verde, non ti farebbe fermare a riflettere?»
«Suppongo di sì.»
Brown si tolse il cappello di paglia, si toccò la bella testa con il fazzoletto e continuò:
«Dissi a Snuyder: 'Che diavolo è questo?' Lui disse: 'È per lei. E c'è una ragazza eccessivamente carina fuori che si aspetta che lei la riceva per qualche istante.' Dissi: 'Ma cosa c'entra questo biglietto con un topo verde con quella ragazza o con me?' Snuyder disse che non lo sapeva e che farei meglio a chiederlo a lei. Così guardai l'orologio e pensai a te...»
«Sì, come no.»
«Ti dico che l'ho fatto. Poi guardai il biglietto con il topo verde... E voglio chiederti francamente, Smith, cosa avresti fatto tu?»
«Oh, quello che hai fatto tu, suppongo», rispose Smith, stancamente. «Continua.»
«Sto continuando. Lei entrò...»
«Era alta e smilza; probabilmente te ne sei dimenticato», osservò Smith nel suo modo più discutibile.
«Probabilmente no; era di media statura, come dettaglio di interesse esterno. Ma, sebbene insolitamente attraente in senso puramente superficiale e fisico, era immediatamente evidente dal suo modo di parlare e dal suo portamento che, in lei, l'intelletto dominava; la sua mente, Smithy, regnava serena, immacolata, trionfante sulla materia.»
Smith alzò lo sguardo con stupore, ma Brown, con un sorriso nostalgico che gli illuminava il viso, continuò:
«Aveva un modo molto accattivante... un modo di parlare... così graziosamente serio, così grave. E mi guardava dritto negli occhi tutto il tempo...»
«Quindi hai contribuito alla Casa per Patagoni Disoccupati.»
«Ti dispiacerebbe chiudere il becco?» chiese Brown.
«No.»
«Allora cerca di ascoltare rispettosamente. Iniziò spiegandomi il significato di quel topo verde pisello sul biglietto. Sembra, Smith, che esista una società scientifica chiamata Il Topo Verde, composta da poche persone che hanno deciso di applicare, praticamente, certe teorie che credono abbiano un valore commerciale.»
«Era», chiese Smith con una cortesia fuorviante, «quella che è nota come 'astrologa'?»
«Non lo era. È la presidente, credo, della Società Il Topo Verde. Mi ha spiegato che è stato indiscutibilmente provato che la terra non è solo avvolta da quelle correnti elettriche invisibili che ora sono usate al posto dei fili per trasportare messaggi telegrafici, ma che il nostro mondo è anche circondato da innumerevoli correnti psichiche che vorticano attorno alla terra...»
«Che tipo di correnti?»
«Psichiche.»
«Che girano attorno alla terra?»
«Esattamente. Se vuoi inviare un messaggio senza fili ti agganci a una corrente, no? O la tocchi... o qualcosa del genere. Ora, hanno scoperto che ognuna di queste innumerevoli milioni di correnti psichiche passa attraverso due entità umane viventi di sesso opposto; che, per esempio, tutto ciò che devi fare per comunicare con la persona che si trova sulla stessa corrente psichica su cui sei tu, è sintonizzare il tuo subconscio su una data intensità e tonalità, e sarà come comunicare per telefono, non importa quanto lontani siate.»
«Brown!»
«Cosa?»
«È andata nel tuo ufficio per dirti quel tipo di... di... informazione?»
«In parte. È stata perfettamente affascinante al riguardo. Mi ha spiegato che tutta la natura è divisa in coppie predestinate, e che da qualche parte, a un certo punto, sia qui sulla terra o in qualcuna delle varie esistenze future, questa coppia predestinata è certa di incontrarsi e completare il disegno universale come è stato pianificato. Capisci, Smithy?»
Smith sedette in silenzio e riflessivo per un po', poi:
«Dici che la sua teoria è che ognuno possiede una di quelle correnti psichiche?»
«Sì.»
«Io sono su una corrente psichica privata che vortica attorno a questo globo?»
«Sicuro.»
«E qualche... ah... giovane ragazza è all'altro capo?»
«Sicuro.»
«Allora se potessi solo prendere il mio capo del filo potrei... ah... chiamarla?»
«Credo che sia l'idea.»
«E... è destinata a me?»
«Così dicono.»
«C'è... c'è qualche modo per darle un'occhiata prima?»
«Dovresti prenderla comunque, prima o poi.»
«Ma se non mi piacesse?»
I due giovani sedettero ridendo per alcuni istanti, poi Brown continuò:
«Vedi, Smith, la mia intervista con lei è stata un episodio così curioso che tutto ciò che ho fatto è stato ascoltare quello che stava dicendo, quindi non so come vengano elaborati i dettagli. Mi ha spiegato che la Società Il Topo Verde è appena stata formata, non solo allo scopo di ricerca psichica, ma per applicare praticamente e usare commercialmente la scoperta delle correnti psichiche. Ecco cosa sta cercando di fare Il Topo Verde: formarsi in una società ed emettere azioni e obbligazioni...»
«Cosa?»
«Certamente. Sembra il sogno di un pazzo all'inizio, ma quando vai a guardare dentro... per esempio, pensa ai milioni di clienti che una società del genere avrebbe. Come esempio, un giovane, pronto per il matrimonio, va dal Topo Verde e paga una quota. Il Topo Verde seleziona, identifica e intercetta la corrente specifica del giovane, aggancia il suo subconscio a essa, e zap!... è a un capo di un telefono invisibile e l'unica ragazza sulla terra è all'altro capo... Cosa c'è che non va nel loro fissare un rapido appuntamento per un'introduzione?»
Smith disse lentamente: «Vuoi dirmi che una persona sana di mente è venuta da te nel tuo ufficio con una proposta di comprare azioni in una tale impresa?»
«Non lo ha nemmeno suggerito.»
«Cosa voleva, allora?»
«Voleva», disse Brown, «un uomo d'affari perfettamente normale, privo di immaginazione, che si offrisse volontario per permettere alla Società Il Topo Verde di selezionare la sua corrente psichica, collegarlo a essa e vedere cosa sarebbe successo.»
«Vuole fare esperimenti su di te?»
«Così ho capito.»
«E... non glielo permetterai, vero?»
«Perché no?»
«Perché è... è idiota!» disse Smith, calorosamente. «Non credo in queste cose... nemmeno tu ci credi... nessuno ci crede... ma, allo stesso tempo, non puoi essere perfettamente sicuro in questi giorni a che tipo di gioco diabolico potresti trovarti di fronte.»
Brown sorrise. «Le ho detto, molto gentilmente, che trovavo del tutto impossibile credere in simili cose; lei è stata terribilmente gentile al riguardo e ha detto che non importava in cosa credessi. Pare che il mio nome sia stato scelto per caso: hanno aperto l'elenco telefonico a caso e lei, bendata, ha fatto un segno di matita sul margine accanto a uno dei nomi sulla pagina. È capitato che fosse il mio nome. Tutto qui.»
«Non avresti dovuto permetterglielo!» disse Smith, seriamente.
«Perché no, visto che non c'è assolutamente nulla sotto? Inoltre, se le fa piacere fare un tentativo, perché non dovrebbe? E poi, non ho la minima intenzione o desiderio di corteggiare o sposare chiunque, e vorrei proprio vedere qualcuno costringermi.»
«Vuoi dire che le hai detto di procedere?»
«Certamente,» disse Brown serenamente. «E mi ha ringraziato molto garbatamente. È ben educata, eccezionalmente.»
«Oh! E poi cos'hai fatto?»
«Abbiamo parlato per un po'.»
«Di cosa?»
«Beh, per esempio, ho menzionato quella sensazione curiosamente sconcertante che coglie tutti a volte: l'improvvisa convinzione che tutto ciò che dici e fai sia già stato detto e fatto da te prima, da qualche parte. Capisci?»
«Oh, sì.»
«E lei ha sorriso e ha detto che tali sensazioni sono solo echi dal filo psichico invisibile, e che le ripetizioni da qualche incarnazione precedente non sono insolite, particolarmente quando l'altra persona, attraverso la quale passa la corrente psichica, è nelle vicinanze.»
«Vuoi dire che quando un tizio ha quella strana sensazione che tutto sia già accaduto, la... la ragazza predestinata è da qualche parte nei paraggi?»
«È quello che mi ha detto la mia graziosa informatrice.»
«Chi è,» chiese Smith, «questa graziosa informatrice?»
«Ha chiesto il permesso di non rivelare il suo nome.»
«Non ti ha chiesto di abbonarti?»
«No; ha chiesto semplicemente di usare il mio nome come riferimento per future clienti, se la Società Il Topo Verde dovesse avere successo nel mio caso.»
«Cosa hai detto?»
Brown rise. «Ho detto che se un individuo o un gruppo di individui riuscisse a indurmi, entro un anno, a innamorarmi e a corteggiare un qualsiasi esemplare vivente di donna, lo ammetterei allegramente dai tetti e avrei il piacere di raccomandare Il Topo Verde a chiunque conosca che sia ancora celibe.»
Entrambi risero.
«Che sciocchezze siamo andati a raccontare,» osservò Smith, alzandosi e prendendo la valigia. «Ecco la nostra stazione, e faremmo meglio ad affrettarci o perderemo il battello. Non mi perderei quella festa del fine settimana per nulla al mondo!»
«Nemmeno io,» disse Beekman Brown.
IX
UN TRAM TRASVERSALE
Riguardo all'improvvisa follia di un certo Brown
Mentre i due giovani, trasportando le loro valigie, emergevano dalla metropolitana a Times Square nel riverbero e nel frastuono di mezza estate di Broadway e della Quarantaduesima Strada, Brown si fermò bruscamente, si premette la mano sulla fronte, fissò intensamente il cielo come se stesse cercando di ricordare come si vola, poi afferrò improvvisamente il braccio sinistro di Smith appena sopra il gomito e lo strinse, causando al suddetto signore uno squisito disagio.
«Ehi! Smettila!» protestò Smith, dimenandosi con fastidio.
Brown fissò solo lui e poi il cielo.
«Smettila!» ripeté Smith, stupito. «Perché mi pizzichi e poi guardi il cielo? È... è un monoplano che sta cercando di atterrare su di me? Che cosa ti prende, comunque?»
«Quella peculiare consapevolezza,» disse Brown, sognante, «mi sta strisciando addosso. Non muoverti, non parlare, non interrompermi, Smith.»
«Lasciami!» ribatté Smith.
«Zitto! Aspetta! Mi sta decisamente strisciando addosso.»
«Cosa ti sta strisciando addosso?»
«Sai cosa intendo. Sto provando quella strana sensazione che tutto... eh... tutto questo... sia già accaduto prima.»
«Tutto cosa?... maledizione!»
«Tutto questo! Il mio stare qui, in una calda giornata estiva, nel frastuono infernale di una grande città; e... e mi sembra di ricordarlo vividamente... in un certo senso... il sole cocente, l'odore soffocante dei marciapiedi; mi sembra di ricordare proprio quel vetturino laggiù che spugna il muso del suo cavallo... persino quel carretto pieno di pesche! Smith! Cos'è questo ricordo follemente inafferrabile che mi perseguita... mi perseguita con la strana idea che sia già successo tutto?... Sai cosa intendo?»
«Ti ho appena ammesso che tutti hanno quel genere di fisime di tanto in tanto, e non c'è motivo di mettersi sulle zampe posteriori per questo. Andiamo o perderemo il nostro treno.»
Ma Beekman Brown rimase immobile, i suoi lineamenti giovanili e attraenti contratti in un futile sforzo di afferrare i ricordi evanescenti che arrivavano a sciame... ricordi simili a moscerini che punzecchiavano e distraevano.
«È come se l'intera circostanza fosse stranamente familiare,» disse; «come se tutto ciò che io e te facciamo e diciamo fosse già stato fatto e detto da noi in condizioni esattamente simili... da qualche parte... qualche volta.»
«Perderemo quel battello al molo della Quarantaduesima Strada,» lo interruppe Smith con impazienza. «E se perdiamo il battello, perdiamo il treno.»
Brown fissò il cielo.
«Non ho mai provato questa sensazione così intensamente in tutta la mia vita,» mormorò; «è... è sbalorditivo. Sai, Smith, sapevo che avresti detto questo.»
«Detto cosa?» chiese Smith.
«Che avremmo perso il battello e il treno. Non è divertente?»
«Oh, molto. Lo dirò di nuovo qualche volta se ti diverte; ma, nel frattempo, visto che stiamo andando a quel fine settimana dai Carrington, faremmo meglio a prendere un taxi e sbrigarci verso il molo della Quarantaduesima Ovest. C'è qualcosa di molto divertente in questo?»
«Sapevo anche questo. Sapevo che avresti detto che dovevamo prendere un taxi!» insistette Brown, stupito dalla propria "chiaroveggenza".
«Adesso senti un po',» ribatté Smith, profondamente contrariato; «fino a cinque minuti fa eri ragionevole. Che diavolo ti prende, Beekman Brown?»
«James Vanderdynk Smith, non lo so. Cielo! Sapevo che stavi per dirmelo, e che io stavo per risponderti in quel modo!»
«Stai venendo o hai intenzione di dire sciocchezze su questo marciapiede rovente per il resto del pomeriggio?» chiese Smith, ferocemente.
«Jim, ti dico che tutto quello che abbiamo fatto e detto negli ultimi cinque minuti l'abbiamo fatto e detto prima... da qualche parte... forse su qualche altro pianeta; forse secoli fa quando io e te eravamo romani e portavamo la toga...»
«Maledizione! Che mi importa,» gridò Smith, «se eravamo romani e portavamo la toga? Siamo attesi in questo secolo a una festa in casa su questo pianeta. Ci aspettano su questo treno. Stai venendo? Se no... per favore, rilassa quella presa simile a un granchio sul mio gomito prima che sopraggiunga una paralisi parziale.»
«Smith, aspetta! Ti dico che questo sta diventando stranamente presago. Ho la sensazione più strana che stia per accadermi qualcosa.»
«Accadrà,» disse Smith, minacciosamente, «se non lasci il mio gomito.»
Ma Beekman Brown, preda di una crescente agitazione, si aggrappò al suo amico.
«Aspetta solo un momento, Jim; è probabile che accada qualcosa di straordinario! Io... non mi sono mai sentito così prima d'ora... così intensamente... in tutta la mia vita. Qualcosa di straordinario sta certamente per accadermi.»
«È già successo,» disse il suo amico, freddamente; «sei diventato matto. Inoltre, abbiamo perso quel treno. Capisci?»
«Sapevo che l'avremmo perso. Non è curioso? Io... credo di poter quasi dirti cos'altro ci accadrà.»
«Te lo dico io,» sibilò Smith; «un'ambulanza per te e dritto al manicomio! Cosa stai cercando di fare adesso?» Con vero timore, poiché Brown, in equilibrio sul bordo del marciapiede, aveva iniziato ad agitare le braccia in modo simile a un uccello come se stesse per lanciarsi in un volo aereo attraverso la Quarantaduesima Strada.
«Il tram!» esclamò eccitato, «il tram color ciliegia della trasversale! Dov'è? Lo vedi da qualche parte, Smith?»
«Cosa? Che intendi? Non c'è nessun tram in vista. Brown, non comportarti così! Non fare lo sciocco! Che diavolo...»
«Sta arrivando! C'è un tram che arriva!» gridò Brown.
«Pensi di essere una macchina da corsa e io una curva?»
Brown lo scacciò con impazienza.
«Ti dico che sta per accadere qualcosa di sbalorditivo... in un tram color ciliegia... E in qualche modo ci sarà un motivo per cui dovrò salirci.»
«Su cosa?»
«Su quel tram color ciliegia, perché... perché... ci sarà un cesto di vimini dentro... qualcuno che tiene un cesto di vimini... e ci sarà... ci sarà... un... un... abito estivo bianco... e un grande cappello bianco...»
Smith fissò il suo amico con dolore e stupore. Brown se ne stava in equilibrio sul bordo del marciapiede, pallido, estatico, pronunciando profezie incoerenti riguardanti l'arrivo di un mezzo non ancora visibile ovunque nell'immediata vista metropolitana.
«Vecchio mio,» esordì Smith con emozione, «penso che faresti meglio a venire molto tranquillamente da qualche parte con me. Io... voglio farti vedere qualcosa di carino e gradevole.»
«Ascolta!» esclamò Brown.
«Certo, ascolterò per te,» disse Smith, in modo conciliante, «o abbaierò per te se vuoi, o qualsiasi cosa pur di farti venire via con calma.»
«Il tram color ciliegia!» gridò Brown, preda di un'emozione tremenda. «Guarda, Smithy! È quello il tram!»
«Certo che lo è! Lo vedo, vecchio mio. Ne passano ogni cinque minuti. Che diavolo c'è di sbalorditivo in un incrociatore trasversale con la linea di galleggiamento rossa?»
«Guarda!» insistette Brown, ormai quasi fuori di sé. «Il cesto di vimini! L'abito estivo! Esattamente come ho predetto! Il grande cappello di paglia... la... la ragazza!»
E spingendo via violentemente Smith, galoppò dietro il tram color ciliegia, lo raggiunse, balzò a bordo e si sedette trionfante e senza fiato nel posto trasversale dietro quello occupato da un cesto di vimini, un velo di vestito estivo, un grande cappello di paglia bianco e... una ragazza... la ragazza più incredibilmente carina che avesse mai posato gli occhi. Dietro di lui, a precipizio, come un pollo distratto, si precipitò Smith e si sedette accanto a lui, ansimante, minaccioso.
«Perché... sei... salito... su... questo... tram!» ansimò, scivolando ferocemente accanto a Brown. «Scendi o ti trascinerò giù!»
Ma Brown scosse solo la testa con un sorriso infatuato.
«È per quella ragazza?» disse Smith, offeso. «Sei un... un Don Giovanni di Broadway, o sei un avvocato rispettabile con un barlume di comune decenza e l'intenzione di mantenere un impegno sociale dai Carrington oggi?»
E Smith tirò fuori il suo orologio da taschino e lo fece roteare furiosamente sotto il naso bello e abbronzato di Brown.
Ma Brown scivolò semplicemente lungo il sedile lontano da lui, dicendo:
«Non infastidirmi, Jim; questa è una crisi troppo importante nella mia vita per avere un amico benintenzionato ma intellettualmente limitato che mi urta e mi gira tra i piedi.»
«Intellettualmente l-l... intendi me?» chiese Smith, incapace di credere alle proprie orecchie. «Dici davvero?»
«Sì, lo dico! Perché un miracolo mi accade improvvisamente sulla Quarantaduesima Strada, e tu, con la tua mente da agente di cambio, incapace di apprezzarlo, vieni a fare chiasso e confusione dietro di me per una festa in casa... un comune, quotidiano appuntamento sociale, quando ho tra le mani un miracolo a tutti gli effetti!»
«Che miracolo?» balbettò Smith, stupefatto.
«Che miracolo? Non ti ho forse detto che stavo provando quella strana sensazione che tutto questo fosse già accaduto prima? Non ho forse iniziato improvvisamente... come costretto da una forza invisibile... a predire le cose? Non ho profetizzato l'arrivo di questo tram? Non ho persino nominato il suo colore prima che apparisse alla vista? Non ti ho avvertito che probabilmente ci sarei salito? Non ti ho rivelato che un grande cappello di paglia e un grazioso abito estivo...»
«Maledizione!» gridò quasi Smith, «Ci sono circa cinquemila tram color ciliegia in questa città. Ci sono circa cinque milioni di cappelli e vestiti bianchi in questo distretto. Ci sono cinque miliardi di ragazze che li indossano...!» «Sì; ma il cesto di vimini,» mormorò Brown. «Come te lo spieghi?... E comunque, mi infastidisci, Smith. Perché non scendi dal tram e vai da qualche parte?»
«Voglio sapere dove stai andando prima di staccarti la testa.»
«Non lo so,» rispose Brown, serenamente.
«Stai davvero tentando di seguire quella ragazza?» sussurrò Smith, inorridito.
«Sì... Sembra meschino, non è vero? Ma non lo è davvero. È qualcosa che non posso spiegare... non potresti capire nemmeno se provassi a illuminarti. Il sentimento che nutro è troppo elevato perché alcuni possano comprenderlo, troppo vago, troppo puro, troppo etereo per...»
«Sono elevato ed etereo quanto te!» ribatté Smith, caldamente. «E so distinguere un... un etereo libertino quando ne vedo uno!»
«Non lo sono... anche se sembra così... e ti perdono, Smithy, per aver perso la pazienza e usato un tale linguaggio.»
«Oh, davvero?» disse Smith, sogghignando di rabbia.
«Sì,» annuì Brown, gentilmente. «Ti perdono, ma non chiamarmi più così. Le tue intenzioni sono buone, ma finalmente scoprirò cosa sia davvero tutta questa sensazione folle, tentatrice, inspiegabile e misteriosa che tutto sia già accaduto prima. Sto per risalire alla fonte; sto per confrontare i miei appunti con questa ragazza altamente intelligente.»
«Hai intenzione di parlarle?»
«Lo farò. Devo. Come altro posso confrontare i dati?»
«Spero che chiami la polizia. Se non lo farà lei, lo farò io.»
«Non preoccuparti. Lei fa parte di questa strana situazione. Comprenderà non appena inizierò a spiegare. È intelligente; basta guardarla per capirlo.»
Smith, soffocando per l'impotente furia, azzardò comunque una rapida occhiata. La sua innegabile bellezza lo esasperò soltanto. «Pensare... pensare,» esplose, «che un uomo d'affari modesto, decente e rispettoso della legge come me debba svegliarsi improvvisamente per scoprire che il suo amico d'infanzia si era trasformato in un devoto senza Dio di Venere!»
«Non sono un devoto di Venere!» ribatté Brown, diventando rosso. «Ti prenderò a pugni se lo dici di nuovo. Sono un uomo d'affari decente e rispettabile quanto te! E la mia grammatica è migliore. E, grazie al Cielo! Ho abbastanza intelletto per riconoscere un miracolo quando mi accade... Pensi che io sia capace di nutrire sentimenti che potrebbero far arrossire la civetteria sulla guancia della modestia? Lo pensi?»
«Beh... beh, non so cosa tu stia combinando!» Smith alzò la voce per lo sconcerto e la disperazione. «Non so cosa ti prenda ad agire in questo modo. La gente non vive miracoli sui tram di New York. La più sfrenata delle immaginazioni potrebbe solo farne una coincidenza. Ci sono trilioni di ragazze sui tram vestite proprio come questa.»
«Ma il cesto!»
«Un'altra coincidenza. Ci sono quadrilioni di cesti di vimini.»
«Non,» disse Brown, «con il contenuto di questo.»
«Perché no?»
Smith si voltò istintivamente a guardare il cesto posato delicatamente sulle ginocchia della ragazza.
Cercò di penetrare il suo esterno in vimini con uno sguardo concentrato. Non riuscì a vedere altro che vimini.
«Bene,» esordì rabbiosamente, «cosa c'è in quel cesto? E come fai a saperlo... pazzo che non sei altro?»
«Mi crederai se te lo dico?»
«Se puoi offrire qualche prova corroborante...»
«Ebbene, allora... c'è un gatto in quel cesto.»
«Un... cosa?»
«Un gatto.»
«Come fai a saperlo?»
«Non so come faccia a saperlo, ma c'è un grosso gatto grigio in quel cesto.»
«Perché grigio?»
«Non saprei dirlo, ma è grigio, e ha sei dita su ogni zampa.»
Smith sentì davvero che si stava prendendo gioco di lui.
«Brown,» disse, cercando di parlare civilmente, «se qualcuno nei cinque distretti fosse venuto da me con degli affidavit e mi avesse detto ieri come ti saresti comportato stamattina...»
La sua voce, che si alzava inconsciamente mentre la realizzazione dei suoi oltraggiosi torti lo colpiva, risuonò sopra il tintinnio e lo stridore del tram, e la ragazza si voltò bruscamente e guardò dritto verso di lui e poi verso Brown.
La bellezza pura e impavida dello sguardo, gli occhi viola che si spalancavano un po' per la sorpresa, fecero tacere entrambi i giovani.
Ispettò Brown per un istante, poi tornò serenamente alla sua calma contemplazione della strada affollata ancora una volta. Eppure le sue orecchie delicate e ben aderenti sembravano in ascolto.
I due giovani si guardarono l'un l'altro.
«Quella ragazza è ben educata,» disse Smith con voce bassa e agitata. «Tu... non penseresti di azzardarti a parlarle!»
«Sono obbligato, ti dico! È già successo tutto prima. Riconosco tutto man mano che accade... Persino il fatto che tu ti stia rendendo un fastidio generale.»
Smith si raddrizzò.
«Ti spingerò con la forza fuori da questo tram. Ti ricordi quell'incidente?»
«No,» disse Brown con convinzione, «quell'incidente non è accaduto. Hai solo minacciato di farlo. Ora ricordo.»
Nonostante se stesso, Smith sentì un leggero brivido risalire lungo il collo e disturbare la sua spina dorsale.
Disse, profondamente agitato: «Che posizione terribile per me... con un amico improvvisamente impazzito nelle strade di New York che corre dietro a un cesto contenente quello che crede sia un gatto. Un Gatto! Buon...»
Brown gli afferrò il braccio. «Guarda!» sussurrò.
Il coperchio del cesto si inclinò un po', tra il coperchio e il bordo fu spinta fuori una zampa grigia, morbida, pelosa e con sei dita. Poi una voce lamentosa disse: «Miao-w!»
X
IL COPERCHIO SI APRE
Un'alleanza, offensiva, difensiva e contro-difensiva
Smith, pietrificato, guardò inebetito la zampa.
Per un po' rimase stupidamente incapace di parlare o muoversi, poi, come se si stesse risvegliando da un brutto sogno:
«Cosa hai intenzione di fare, comunque?» chiese con uno sforzo. «Questo tram è destinato a fermarsi prima o poi, immagino, e... e poi cosa?»
«Non so cosa farò. Qualsiasi cosa farò sarà la cosa che deve accadere a me, a quel gatto e a quella ragazza... questa è la cosa destinata ad accadere. È tutto ciò che so al riguardo.»
Il suo amico si passò una mano tremante sulla fronte.
«Tutto questo procedimento sta diventando un incubo,» disse instabilmente. «Sono sveglio? È questa la Quarantaduesima Strada? Tieni su alcune dita, Brown, e fammi indovinare quante ne tieni su, e se indovino male sono a casa a letto a dormire e tutta questa faccenda è finita.»
Beekman Brown picchiettò sulla spalla il suo amico.
«Prendi un taxi, Smithy, e vai da qualche parte. E se non vengo, prosegui da solo dai Carrington... Non ti dispiace andare avanti e sistemare le cose con i Carrington, vero?»
«Brown, credi che la Società Il Topo Verde si sia impossessata di te? Lo credi?»
«Non lo so e non mi interessa... Smith, ti chiedo chiaramente, hai mai visto prima una ragazza così perfettamente bella come quella?»
«Beekman, credi che ne risulterà qualcosa di strano? Non supporrai che lei abbia qualcosa a che fare con questo tuo straordinario capriccio?»
«Qualcosa a che fare con esso? Come?»
«Intendo,» abbassò la voce su toni più rauchi, «come fai a sapere che questa ragazza, che finge di non badare a noi, non sia una... una... una di quelle astute ipnotizzatrici professioniste che ti costringono a seguirle, e ti mettono in loro potere, e ti esibiscono, e ti fanno mangiare patate crude e candele di sego e puntine davanti a un pubblico.»
Diede un'occhiata furtiva a Brown, che non sembrava a disagio.
«Tutto ciò che temo,» aggiunse Smith, cupamente, «è che ti ritroverai nel vaudeville o sul furgone della polizia.»
Attese, ma Brown non rispose.
«Oh, molto bene,» disse, freddamente. «Prenderò un taxi per tornare al battello.»
Nessuna osservazione da parte di Brown.
«Quindi, addio, vecchio mio» — con una certa emozione.
«Addio,» disse Beekman Brown, distrattamente.
Infatti, non si accorse nemmeno quando il suo socio, profondamente offeso, lasciò il tram, tanto era intento a seguire il sottilmente elettrizzante filo di pensieri che lo tormentava, lo scherniva, non lo portava da nessuna parte, eppure lo attirava sempre verso nuovi tentativi di memoria. Dove era già accaduto tutto questo? Quando? Cosa sarebbe successo dopo... accadere inesorabilmente, come era già successo una volta, o come sarebbe dovuto succedere, in qualche epoca oscura e lontana quando lui e quel cesto e quel gatto e questa stessa ragazza ossessivamente adorabile esistevano insieme sulla terra... o forse su qualche pianeta, che nuotava lontano oltre la portata degli uomini con i telescopi?
Guardò la ragazza, cercò di considerarla impersonalmente, poiché la sua bellezza giovanile iniziava a turbarlo. Poi subentrò un dubbio gelido; qualcosa della mostruosità del procedimento raffreddò il suo entusiasmo per la ricerca occulta. Avrebbe dovuto parlarle?
Certamente, era una cosa terribile da fare... un'offesa la cui enormità era del tutto inescusabile, eccetto sotto lo stress di una necessità puramente impersonale e scientifica di indagare una fase mentale dell'umanità che lo aveva sempre entusiasmato con una curiosità più profonda.
Incrociò le braccia e iniziò a passare in rassegna a mente fredda le circostanze che lo avevano portato alla sua attuale situazione su un tram trasversale. Numero uno, e alzò un dito:
Come accade, a volte, a ogni essere umano normale, gli era venuta l'idea stramba che ciò che stava dicendo e facendo mentre emergeva dalla metropolitana a Times Square fosse ciò che aveva, qualche volta, da qualche parte, già detto e fatto prima in circostanze simili. Quello era l'inizio.
Numero due, e alzò gravemente un secondo dito:
Sempre prima, quando questa idea era venuta a tormentarlo, era svanita dopo un momento o due, lasciandolo solo inquieto e insoddisfatto.
Questa volta persisteva... intromettendosi, infastidendolo, esasperandolo nei suoi tentativi di ricordare cose che non riusciva a rammentare.
Numero tre, e sollevò un terzo dito:
Aveva iniziato a ricordare! Non appena lui o Smith dicevano o facevano qualcosa, ricordava di averlo detto o fatto da qualche parte, in qualche momento, oppure ricordava che avrebbe dovuto farlo.
Numero quattro... quattro dita in aria, rigide, cifre determinate:
Non solo, grazie a una violenta concentrazione della memoria, era riuscito a riconoscere le cose dette e fatte come già dette e fatte in precedenza, ma improvvisamente si rese conto che sarebbe stato in grado di presagire, vagamente, certi incidenti che dovevano ancora accadere... come il profetizzato arrivo dell'auto color ciliegia e del cappello, dell'abito e del cesto di vimini.
Ora aveva quattro dita in aria; le esaminò seriamente, e poi sollevò la quinta.
"Eccomi qui," pensò, "sveglio, perfettamente sano, assolutamente rispettabile. Perché un folle terrore delle convenzioni dovrebbe impedirmi di chiedere a quella ragazza se sa qualcosa che potrebbe far luce su questo interessantissimo fenomeno mentale?... Lo farò."
La ragazza voltò leggermente la testa; il discorso e il sorriso educatamente distratto gli si gelarono sulle labbra.
Lei sollevò un dito; il cuore di Brown ebbe un balzo. Era forse qualche segno cabalistico che avrebbe dovuto riconoscere? Ma lei stava semplicemente facendo segno al conduttore, che tirò prontamente la cordicella del campanello e le sollevò il cesto quando lei scese.
Lei lo ringraziò; Brown la sentì, e la voce cristallina iniziò a risuonare in piccoli echi simili a campanelli per tutte le sue orecchie, agitando infiniti piccoli misteri della memoria.
Anche Brown scese; le sue gambe iniziarono a camminare di loro spontanea volontà, portandolo attraverso la strada, issandolo su un tram della Lexington Avenue diretto a nord, e facendolo atterrare su un sedile dietro quello dove lei si era sistemata con il suo cesto di vimini.
Sembrava avere qualche difficoltà con il cesto di vimini; zampe supplichevoli a sei dita venivano spinte fuori con insistenza; tenui miagolii imploravano il diritto alla libertà e al perseguimento della felicità felina. Diversi passeggeri sorrisero.
Il problema aumentò mentre il tram sfrecciava verso nord; i miagolii divennero più selvaggi; folli agitazioni scossero il cesto; il coperchio sobbalzava e cigolava; la ragazza diventò di un rosa vivido e, chinandosi vicino al cesto, tentò di calmare la sua esausta inquilina.
All'altezza della Quarantesima riuscì a controllare la situazione; alla Cinquantesima una frenetica spinta dall'interno ruppe uno spago che fissava il coperchio del cesto, ma la ragazza lo tenne premuto con energia.
Alla Sessantesima una tempesta si scatenò nel cesto; strazianti lamenti perforarono l'atmosfera; la ragazza, cremisi per l'imbarazzo e lo sconforto, fece segno al conduttore alla Sessantaquattresima Strada e scese, aggrappandosi valorosamente a un cesto che apparentemente conteneva un pacchetto di petardi in procinto di esplodere.
Un'eroina classica in grave pericolo esclama invariabilmente a voce alta: "Nessuno mi aiuterà?" Brown, le cui gambe automatiche lo avevano costretto a seguirla, attendeva istintivamente un appello simile.
Arrivò inaspettatamente; il cesto scalciante sfuggì alle sue braccia, il coperchio si spalancò, e un gatto straordinariamente grande, sano e indignato volò fuori, con la coda grossa come un piumino, e fuggì verso est sulla Sessantaquattresima Strada.
La ragazza con l'abito estivo e il cappello di paglia bianco corse dietro al gatto. Anche le gambe di Brown corsero.
C'era, e c'è, tra la casa all'angolo nord-est della Sessantaquattresima Strada e Lexington Avenue e la casa successiva sulla Sessantaquattresima, uno spazio aperto protetto da una ringhiera di ferro; attraverso questa il gatto scattò, con il pelo dritto e, con un balzo volante, si lanciò sulle recinzioni sul retro.
"Oh!" ansimò la ragazza.
Poi le gambe di Brown fecero una cosa straordinaria: iniziarono ad arrampicarsi, scalciare e inerpicarsi sulla ringhiera di ferro, issando Brown oltre; e anche la voce di Brown, piacevole, calma, rassicurante, si diede da fare: "Se vuole occuparsi della mia valigia credo di poter recuperare il suo gatto... Sarà per me un grande piacere recuperare il suo gatto. Sarò molto lieto di avere l'opportunità di recuperare... puff... puff... il suo... puff... puff... g-gatto!" E si lasciò cadere all'interno della ringhiera di ferro e si fermò per riprendere fiato.
La ragazza si avvicinò alla ringhiera e guardò ansiosamente verso l'angolo dell'unica recinzione posteriore che riusciva a scorgere.
"Che cosa assolutamente terribile da far succedere!" disse con voce non molto ferma. "È estremamente gentile da parte sua aiutarmi a prendere Clarence. È completamente fuori di sé, povero agnellino! Vede, non è mai stato in città prima d'ora. Io... io sarò addolorata oltre ogni m-misura se si perde."
"È saltato oltre quelle recinzioni," disse Brown, respirando più velocemente. "Credo sia meglio che io vada a prenderlo."
"Oh... le dispiacerebbe? Gliene sarei così tanto grata. Sembra chiedere così tanto a lei."
"Lo farò," disse Brown, fermamente. "Ogni ragazzo a New York si è arrampicato sulle recinzioni sul retro, e io ho solo trent'anni."
"È molto gentile da parte sua; ma... ma non so se riuscirebbe a farlo venire da lei. Clarence è timido con gli estranei."
Brown si era già arrampicato sulla recinzione di legno. Si equilibrò lì, a cavalcioni. La calce decorava generosamente cappotto e pantaloni.
"Lo vedo," disse.
"C-cosa sta facendo?"
"È accovacciato su un graticcio a tre giardini di distanza." E Brown sollevò una voce suadente: "Vieni qui, Clarence... Clarence... Clarence! Vieni qui, gattino... gattino... gattino! Bravo micio! Bel Clarence!"
"Viene?" chiese la ragazza, sbirciando con nostalgia attraverso la ringhiera.
"Non viene," disse Brown. "Forse farebbe meglio a chiamarlo lei."
"Vieni, micio... micio... micio... micio!" iniziò dolcemente con quella voce cristallina e affascinante che sembrava far suonare minuscoli rintocchi argentati nelle orecchie di Brown: "Vieni qui, Clarence, tesoro... la gattina della piccola Betty!"
"Se non viene per questo," pensò Brown, "è un bruto." E ad alta voce: "Se riuscisse solo a farsi vedere; se ne sta seduto lì a fissarmi sbattendo le palpebre."
"Pensa che verrebbe se mi vedesse?"
"Chi non lo farebbe?" pensò Brown, e rispose, con calma: "Penso di sì... Certo, lei non potrebbe salire fin qui."
"Potrei... Ma sarebbe meglio di no... Inoltre, vivo solo a poche case di distanza... al numero 161... e potrei passare attraverso il cortile sul retro."
"Ma farebbe meglio a non tentare di scavalcare la recinzione. Faccia in modo che lo faccia uno dei servitori; allora prenderemo il gatto tra noi e lo metteremo all'angolo."
"Non ci sono servitori in casa. È chiusa per l'estate... tutta sbarrata!"
"Allora come può entrare?"
"Ho una chiave del seminterrato... Devo farlo?"
"E arrampicarsi sulla recinzione?"
"Sì... se devo... se è necessario per salvare Clarence... Devo farlo?"
"Perché non posso scacciarlo io nel suo cortile?"
"Lui non conosce il nostro cortile. È un gatto di campagna; non è mai stato in città. Lo stavo portando con me a Oyster Bay... Sono scesa dopo un fine settimana a Stockbridge, dove alcuni parenti hanno tenuto Clarence per noi mentre eravamo all'estero durante l'inverno... Pensavo di fermarmi a prendere alcune cose in casa sulla strada per Oyster Bay... Non è una situazione assolutamente misera?... Noi... l'intera famiglia... adoriamo Clarence... e... io sono così ansiosa..."
Il suo affascinante labbro inferiore tremò, ma lei lo controllò.
"Prenderò quel gatto anche se dovesse volerci un mese!" disse Brown. Poi arrossì; non intendeva parlare con così tanto calore.
Anche la ragazza arrossì. "Le sono così grata... Ma come..."
"Aspetti," disse Brown; e, rivolgendosi a Clarence con voce dolcemente seducente, iniziò cautamente a strisciare lungo le recinzioni verso quell'animale insensibile. Ben presto desistette, in parte a causa di una cospirazione tra i suoi pantaloni e un chiodo arrugginito. La ragazza era ora fuori dal suo raggio visivo dietro l'angolo.
"Miss... ah... Miss... eh... eh... Betty!" chiamò.
"Sì!"
"Clarence si è ritirato oltre un altro giardino sul retro."
"Che orrore!"
"Quanto lontano vive?"
Lei fece il nome del numero delle porte, aggiungendo ansiosamente: "Clarence è più lontano lungo l'isolato? Oh, per favore, stia attento. Per favore, non lo spinga oltre il nostro giardino. Se vuole aspettare io... io entrerò in casa e... riuscirò a salire sulla recinzione."
"Rovinerà il suo abito."
"Non mi importa del mio abito."
"Queste recinzioni sono il limite! Piene di punte e chiodi... Starà attenta?"
"Sì, molto."
"I chiodi sono arrugginiti. Io... ho o-orribilmente paura del tetano."
"Allora non rimanga lì un istante."
"Intendo... ho paura per lei."
Ci fu un silenzio; non riuscivano a vedersi. Il cuore di Brown batteva forte.
"È molto generoso da parte sua... pensare a me," arrivò la sua voce, più bassa ma molto amichevole.
"No-non posso farne a meno," balbettò, e avrebbe voluto prendersi a calci per quello che aveva detto.
Un'altra pausa... più lunga questa volta. E poi:
"Sto per entrare in casa mia e arrampicarmi sulla recinzione... Le dispiacerebbe aspettare un momento?"
"Aspetterò qui," disse Beekman Brown, "finché non la vedrò." Aggiunse tra sé e sé: "Sto impazzendo rapidamente e lo so e non me ne importa... Che... ragazza!"
Mentre aspettava, dondolando le gambe a cavalcioni sulla recinzione posteriore, esaminò le sue ferite... toccò pensierosamente lo strappo triangolare nei pantaloni, ispezionò lievi lacerazioni sartoriali e corporee, si mise il cappello saldamente in testa e fissò la monotonia delle recinzioni dei giardini sul retro verso Clarence. Il gatto lo guardava con poco rispetto, le zampe infilate sotto, la coda arricciata contro il suo fianco ben nutrito... disilluso, disgustato, inavvicinabile.
Ben presto, attraverso le palizzate di un giardino sul retro sulla Sessantacinquesima Strada, Brown vide un ragazzino, evidentemente la prole di qualche custode, che lo guardava intensamente.
"Ehi, mister," iniziò non appena fu notato, "si è strappato i pantaloni su un chiodo."
"Grazie," disse Brown, freddamente; "le dispiacerebbe farsi gli affari suoi?"
"Pensavo di dirglielo," disse il ragazzino, deliziosamente consapevole che l'informazione dispiaceva a Brown. "Sono strappati pure male. Questo è quello che si merita per giocare sulle recinzioni sul retro. Dovrebbe vergognarsi."
Brown finse incoscienza e incrociò le braccia con dignità; ma l'istante dopo si raddrizzò, fremendo.
"Piccolo diavolo!" disse; "se tiri fuori di nuovo quella fionda verrò lì e ti distruggerò!"
Nello stesso istante, sopra la linea della recinzione lungo l'isolato, apparve un cappello di paglia bianco; poi un volto giovanile piacevolmente arrossato; poi due mani delicate e guantate che afferrarono la cima della recinzione.
"Sono qui," gridò lei verso di lui.
Il ragazzino, che si era arrampicato sulla cima della sua recinzione, si unì immediatamente alla conversazione:
"La sua ragazza è fantastica, mister," osservò, criticamente.
"Hai intenzione di stare zitto?" chiese Brown, iniziando ad attraversare la recinzione.
"Certo," disse il ragazzino, con noncuranza.
E, sistemandosi sul suo alto trespolo d'osservazione, iniziò a cantare:
"Lum' me an' the woild is mi-on."
Le guance della ragazza divennero più rosa; guardò il ragazzino in modo accattivante.
"Piccolo," disse, "se scappi via da qualche parte ti darò dieci centesimi."
"No," disse il terrore, "voglio vedere lei e lui prendere quel gatto."
"Ti dirò cosa farò," suggerì Brown, ispirato. "Ti darò un dollaro se ci aiuti a prendere il gatto."
"Affare fatto!" disse il ragazzo, sbrigativamente. "Cosa devo fare? Dargli una spinta con questa fionda?"
"No; metti quella cosa in tasca!" esclamò Brown, bruscamente. "Ora arrampicati sulla Sessantaquattresima Strada e mettiti vicino a quella ringhiera di ferro in modo che il gatto non possa scappare in strada, e," aggiunse, avvolgendo una banconota da un dollaro attorno a un chiodo arrugginito e lanciandola oltre la recinzione, "ecco quello che ti spetta."
Il ragazzino si arrampicò agilmente, corse come uno scoiattolo lungo la recinzione trasversale, si tuffò, scavalcò la ringhiera di ferro e rimase di guardia.
"Ehi, mister," disse, "se il gatto inizia a venire da questa parte lei e la sua ragazza iniziate a urlare come..."
"Va bene," interruppe Brown, e si voltò verso la visione di bellezza e sconforto che ora stava in piedi sulla cima della propria recinzione posteriore, reggendosi a un graticcio di glicine e lusingando Clarence con appelli bassi e mielati.
Il gatto, tuttavia, era troppo stupido o troppo confuso per rispondere; guardava fisicamente la sua padrona, e quando Brown iniziò furtivamente a farsi strada verso di lui, Clarence si alzò, rimase un secondo in allerta indecisione, poi iniziò a indietreggiare.
"L'abbiamo messo tra noi!" gridò Brown. "Se lei si prepara a prenderlo quando lo spingo..."
Ci fu una corsa selvaggia, un impeto, un balzo, frenetici artigli alla ricerca di un appoggio.
"Ora, Miss Betty! Presto!" gridò Brown. "Non lo lasci passare."
Lei allargò le gonne, ma lo sfacciato Clarence corse a capofitto tra la coppia di caviglie più delicatamente ornamentali di Manhattan.
"Oh-h!" gridò la ragazza in un dolce sconforto, e fece una presa inutile; ma non poté arrestare la fuga di Clarence, lo fece solo ribaltare, trasformandolo per un istante in una girandola pelosa, roteante a mezz'aria, atterrando nel suo giardino, rimbalzando come una palla di gomma, e scomparendo, con un balzo volante, in una stretta apertura nella muratura del seminterrato.
"Dov'è?" chiese Brown, in equilibrio precario sulla recinzione successiva.
"Sa," disse lei, "questo sta diventando positivamente spaventoso. È scappato nella nostra cantina."
"Beh, va bene, no?" chiese Brown. "Tutto quello che deve fare è entrare, scendere in cantina e accendere il gas."
"Non c'è gas."
"Avete la luce elettrica?"
"Sì, ma è spenta dall'ufficio principale. La casa è chiusa per l'estate, sa."
Brown, in equilibrio cauto, percorse la recinzione intermedia come un dilettante su una corda tesa.
Il suo grazioso cappello era leggermente di lato; le guance brillanti per l'eccitazione e l'ansia. Totalmente ignara di sé e delle apparenze nella sua crescente sollecitudine per l'adorato Clarence, sedeva sulla recinzione, a cavalcioni, equilibrandosi con una mano e indicando con l'altra il ventilatore sbarrato in cui Clarence era scattato.
Una ciocca di capelli soleggiati soffiava sulla sua guancia cremisi; snella, attiva, eccitatamente inconscia di sé, sembrava una piccola monella ansiosa e adorabile appollaiata lì, intenta a fare danni.
"Se lei si lascia cadere nel nostro giardino," disse, "e mette quella scatola di sapone contro il ventilatore, Clarence non può uscire da quella parte!"
Fu fatto prima che lei finisse la richiesta. Si liberò dalla cima della recinzione, oscillò, rimase appesa un istante e cadde in un soffice letto di fiori.
Respirando velocemente, spettinati, si affrontarono sull'erba. Il suo abito blu di serge era sporco di calce; il suo vestito era uno spettacolo. Cercò istintivamente il suo cappello, lo riappuntò a caso, guardò i suoi guanti, e iniziò a rendersi conto di ciò che aveva fatto.
"Io... non ho potuto farne a meno," balbettò; "non potevo lasciare Clarence in una città di cinque m-milioni di estranei... tutto solo... terrorizzato fuori dai sensi... potevo? Preferirei... piuttosto essere pensata... qualsiasi cosa piuttosto che essere c-crudele con un animale indifeso."
Brown non osò fidarsi di se stesso per rispondere. Lei era troppo bella e la sua emozione era troppo profonda. Così si chinò e tentò di spolverare i suoi indumenti con il palmo della mano.
"Mi dispiace tanto," disse lei a bassa voce. "I suoi vestiti sono completamente rovinati?"
"Oh, non mi importa," protestò felicemente, "davvero non mi importa affatto. Se lei mi lascia solo aiutarla a mettere all'angolo quell'inferna... quel povero gatto, sarò perfettamente felice."
Lei disse, con il colore più accentuato: "È estremamente gentile da parte sua dirlo... Io... non so bene... cosa pensa che dovremmo fare?"
"Supponiamo," disse, "che lei vada nel seminterrato, apra la porta della cantina e chiami. Non può scappare da questa parte."
Lei annuì ed entrò in casa. Pochi istanti dopo la sentì chiamare, così persuasivamente che era tutto ciò che poteva fare per non correre da lei, e perché diavolo quel gatto non lo facesse, non riusciva mai a capirlo.
XI
BETTY
_In cui i risultati implacabili e inesorabili della ricerca psichica sono rivelati ai giovanissimi_
A intervalli per i dieci minuti successivi la sua voce fresca, dolce, affascinante gli giunse da dove si trovava nel giardino; poi la sentì farsi più debole, più lontana, recedente; poi silenzio.
Ascoltando, sentì improvvisamente un suono lontano e impetuoso dalle profondità sotterranee... come un carico di carbone che veniva scaricato... poi un grido spaventato.
Balzò nel seminterrato, corse attraverso la lavanderia e la cucina. La porta della cantina si spalancò sopra le scale che correvano giù nell'oscurità; e mentre si fermava ad ascoltare Clarence scattò fuori dagli abissi, corse attorno alle scale e fuggì verso l'alto nelle silenziose regioni superiori.
"Betty!" gridò, dimenticando nel suo allarme le convenzioni minori, "dove sei?"
"Oh, cielo... oh, cielo!" gemette lei. "Sono in una situazione così terribile. Potrebbe aiutarmi, per favore?"
"Sei ferita?" chiese. La paura rendeva la sua voce quasi impercettibile. Accese un fiammifero con dita tremanti e corse giù per le scale della cantina.
"Betty! Dove sei?"
"Oh, sono qui... nel carbone."
"Cosa?"
"Io... non riesco a uscire; sono entrata nella fossa del carbone al buio e tutto... tutto è scivolato con me e sopra di me e ci sono dentro fino alle spalle."
Un altro fiammifero fiammeggiò; vide un mozzicone di candela, lo afferrò, lo accese, e, tenendolo in alto, guardò giù verso lo spettacolo più straziante a cui avesse mai assistito.
L'istante successivo afferrò una pala e balzò in soccorso. Lei era abbastanza calma a riguardo; la situazione era troppo terribile, il futuro troppo senza speranza per le semplici lacrime. Ciò che era accaduto conteneva tutti gli elementi dignitosi di una catastrofe. Entrambi se ne resero conto, e quando, spalando follemente, riuscì finalmente a liberarla, lei si appoggiò con tutto il suo peso sul suo, respirando rapidamente, e permise che lui la sostenesse e la guidasse attraverso l'oscurità fiammeggiante verso le regioni culinarie superiori.
Qui lei si accasciò su una sedia per un momento in un collasso totale. Poi alzò lo sguardo, stabilizzando risolutamente la sua voce:
"Avrebbe mai potuto succedere qualcosa di più terribile a una ragazza?" chiese, le labbra che tremavano a dispetto di lei. Allungò quelle che un tempo erano state un paio di guanti bianchi, guardò giù verso quello che era stato un delicato abito estivo bianco. "Come," chiese con terribile calma, "posso andare a Oyster Bay?"
Lui si lasciò cadere su una sedia da cucina di fronte a lei, stringendo le mani macchiate di carbone tra le ginocchia, assolutamente incapace di parlare.
Lei guardò le sue scarpe... un tempo bianche come la neve; con un brivido si sfilò i guanti sporchi dal gomito al polso e li gettò via. Le sue braccia e le sue mani formavano un contrasto stridente con il resto dell'insieme.
"Cosa," chiese, "devo fare?"
"La cosa da fare," disse, "è telefonare alla sua famiglia a Oyster Bay."
"Il telefono è stato scollegato. Così come l'acqua... non possiamo nemmeno l-lavarci le mani!" balbettò lei.
Lui disse: "Posso uscire e telefonare alla sua famiglia per far mandare una domestica con dei vestiti per lei... se non le dispiace essere lasciata sola in una casa vuota per un po'."
"No, non mi dispiace; ma," guardò incerta l'apertura nera della cantina, "ma, per favore, non stia via troppo a lungo, d'accordo?"
Lui promise fervidamente. Lei gli diede il numero e il nome della sua famiglia, e lui se ne andò dalla porta del seminterrato.
Lui rimase via per molto tempo, durante il quale, per un po', lei passeggiò per il pavimento, torcendosi le mani con naturalezza e contemplando se stessa e i suoi indumenti nello specchio della lavanderia.
A intervalli provò ad aprire l'acqua, sperando almeno in qualche goccia; a intervalli si sedette ad aspettarlo; poi, l'inazione diventando insopportabile, il rimuginare la spinse all'azione, e salì al piano di sopra, brancolando attraverso la penombra in una vana ricerca di Clarence. Lo sentì da qualche parte nell'oscurità, scappare sotto i mobili al suo avvicinarsi, evidentemente troppo demoralizzato per riconoscere la sua voce. Così, dopo un po', rinunciò e scese nella dispensa, guidata dall'istinto, perché era affamata e assetata; ma sapeva che non poteva esserci nulla di commestibile in una casa chiusa per l'estate.
Sollevò la finestra della dispensa e aprì le persiane; il sole di mezzogiorno inondò il posto, e iniziò ad aprire armadi e frigoriferi, diventando sempre più affamata a ogni momento.
Poi i suoi occhi caddero su dozzine di bottiglie di Apollinaris, e con un piccolo grido di gioia si inginocchiò, ne raccolse tutte quelle che riuscì a trasportare, e corse di sopra verso il bagno adiacente alla sua camera da letto.
"Almeno," disse tra sé, "posso pulirmi da questo terribile carbone!" e in pochi istanti stava sguazzando, fino ai gomiti, in un lavabo di marmo colmo di Apollinaris.
Mentre la macchia del carbone scompariva si ricordò di una vestaglia color rosa che riposava nell'armadio della sua camera da letto; e trovò più di quello lì... calze e pantofole rosa e un mucchio profumato di indumenti squisitamente fini e più intimi, così allettanti nella loro freschezza che si affrettò con loro nella stanza da bagno; poi iniziò a fare rapidi viaggi su e giù per le scale, trasportando dozzine di litri di Apollinaris verso la grande vasca di porcellana, nella quale li svuotò, parlando felicemente tra sé per tutto il tempo.
"Se ritorna, potrò parlargli dalla ringhiera!... È un bravo ragazzo.... Un ragazzo così buffo a non ricordarsi di me.... Eppure ho pensato a lui piuttosto spesso.... Mi chiedo se avrò il tempo per un solo, delizioso tuffo?" Ascoltò; corse alle finestre anteriori e guardò fuori attraverso le persiane. Non c'era nessuno in vista.
Dieci minuti dopo, piacevolmente rinfrescata, se ne stava lì a osservarsi nel suo incantevole vestito da camera color rosa, sistemando i capelli luminosi con dita sottili e agili, un mezzo sorriso sulle labbra, le palpebre che si chiudevano appena sopra gli occhi pensierosi color violetto.
"Adesso," disse ad alta voce, "gli parlerò dalla ringhiera quando tornerà; è un po' sgarbato, suppongo, dopo tutto quello che ha fatto, ma è più convenzionale.... E me ne starò qui a leggere finché non manderanno qualcuno da Sandcrest con un abito da viaggio.... E poi prenderemo Clarence e chiameremo una carrozza----"
Un lontano tintinnio dal campanello della zona di servizio la interruppe.
"Oh, cielo," esclamò, "ho dimenticato completamente che dovevo farlo entrare!"
Un altro tintinnio. Lanciò uno sguardo affrettato e dubbioso al suo abbigliamento. Era concepito per l'intimità del suo boudoir.
"I--io non potrei parlargli dalla finestra! Sono già stata abbastanza scandalosa così com'è!" pensò; e, con la punta delle dita sulla ringhiera, scese di corsa i tre gradini e apparve alla grata del seminterrato, senza fiato, raggiante, dimenticando, come al solito, l'imbarazzo pensando a lui, un'abitudine di questa ragazza un po' sventata e impulsiva che affondava le radici in una perfetta salute del corpo e una sana mente.
"Ho trovato dei vestiti--non quelli adatti per uscire!" disse, ridendo dello stupore di lui, mentre sbloccava la grata. "Perciò, la prego, passi sopra al mio abbigliamento; ero così piena di polvere di carbone! E ho trovato abbastanza Apollinaris per le mie necessità.... Cosa hanno detto a Sandcrest?"
Lui disse molto seriamente: "Dobbiamo discutere questa situazione. Forse è meglio che io entri per qualche minuto--se non le dispiace."
"No, non mi dispiace.... Ci sediamo nella stanza dell'asciugatura?" disse, aprendo la strada. "Ora mi dica, qual è il problema? Mi spaventa un po', sa. C'è--c'è qualcosa che non va a Sandcrest?"
"No, suppongo di no." Si toccò il viso arrossato con il fazzoletto; "Non sono riuscito a chiamare Oyster Bay al telefono."
"P-perché no?"
"I cavi sono fuori uso fino a Huntington; è inutile--ho provato di tutto! I fili del telegrafo e del telefono sono stati abbattuti dal temporale di questa mattina, a quanto pare."
Lei lo fissò, le mani intrecciate sulle ginocchia, la gamba sinistra accavallata, il piede che dondolava.
"Questa," disse con calma, "sta diventando una faccenda seria. Vuole dirmi cosa devo fare?"
"Non ha nulla con cui viaggiare?"
"Nemmeno uno straccio."
"Allora--dovrà restare qui stanotte e mandare a chiamare qualcuno dei suoi amici--conoscerà sicuramente qualcuno che è ancora in città, non è vero?"
"Davvero no. Siamo a metà luglio. Non conosco nessuna donna in città."
Lui tacque.
"Inoltre," disse lei, "non abbiamo luce, non abbiamo acqua, niente da mangiare in casa, nessun telefono per ordinare alcunché----"
Lui disse: "Avevo previsto che probabilmente sarebbe stata costretta a rimanere qui, così quando ho lasciato l'ufficio del telefono mi sono preso la libertà di chiamare un taxi e di fare visita agli addetti alla luce elettrica, a quelli del telefono e al vicino idraulico. Sembra che sia il suo idraulico di fiducia--Quinn, credo sia il suo nome; e verrà tra mezz'ora per riaprire l'acqua."
"Ha pensato a fare tutto questo?" chiese lei, stupita.
"Oh, non è stato nulla. E mi sono spinto a telefonare al Plaza per farle servire il pranzo e la cena qui----"
"Davvero?"
"E ho mandato un telegramma all'Agenzia Dooley affinché le mandino una cameriera per oggi----"
"È stato assolutamente splendido da parte sua!"
"Hanno promesso di mandarne una il prima possibile.... E credo che quello possa essere l'idraulico," mentre un tintinnio proveniva dal campanello della zona di servizio.
Non era l'idraulico; erano camerieri che portavano ceste piene di posate d'argento, porcellane, tovaglie, ghiaccio, frutta, dolciumi, fiori recisi e, in scaldavivande, un pranzo delizioso.
Quattro individui impressionanti, guidati da un maggiordomo, formarono il corteo, sfilando solennemente su per le scale del seminterrato verso la sala da pranzo, dove iniziarono immediatamente ad apparecchiare con destrezza e celerità.
Nella stanza dell'asciugatura, al piano di sotto, Betty e Beekman Brown se ne stavano l'una di fronte all'altro.
"Suppongo," esordì Brown con uno sforzo, "che sia meglio che io vada, ora."
Betty disse pensierosa: "Suppongo di sì."
"A meno che," continuò Brown, "lei non pensi sia meglio che io rimanga--da qualche parte nei locali--finché non arriva la sua cameriera."
"Potrebbe essere più prudente," disse Betty, ancora più pensierosa.
"La sua cameriera sarà probabilmente qui tra pochi minuti."
"Probabilmente," disse Betty, la testa china, le dita sottili e prive di anelli occupate con la goccia scintillante che pendeva dalla catenina al collo.
Silenzio--l'asse da stiro tra loro--lei in piedi, la testa luminosa abbassata, a tormentare il gioiello con dita infantili; lui che seguiva ogni movimento, affascinato, incantato.
Dopo un momento, senza alzare lo sguardo: "È stato molto, molto gentile con me--nel modo più gentile possibile," disse.... "Non lo dimenticherò facilmente--anche se potessi desiderarlo."
"Io non potrò mai dimenticare lei!... N-non voglio farlo."
Il ciondolo scintillante le sfuggì dalle dita; lei lo raccolse di nuovo e parlò come se si rivolgesse gravemente ad esso:
"Un giorno, da qualche parte," disse, guardando il gioiello, "forse il caso--l'azzardo della vita--potrebbe portarci a--insie--a conoscerci--una conoscenza più formale di questa.... Lo spero. Tutto questo è stato un po'--irregolare, e forse è meglio che lei non aspetti la mia cameriera.... Spero che ci potremo incontrare--un giorno o l'altro."
"Lo spero anch'io," riuscì a dire lui, con così poco fervore e un'imitazione così riuscita del suo interesse educatamente distaccato per le convenzioni che lei alzò gli occhi. Li abbassò immediatamente, perché la sua voce calma e il suo modo di parlare si accordavano a stento con la protesta incontrollata nei suoi occhi.
Per un momento lei rimase immobile, facendo scorrere le maglie d'oro tra le dita bianche come una giovane novizia con un rosario. Dei passi sulle scale li distrassero; il corteo di uscita era iniziato; quattro persone solenni sfilavano fuori dal cancello della zona di servizio. Nello stesso momento, suadente e rispettoso, il suo maggiordomo pro tem. si presentò sulla porta:
"Il pranzo è servito, signora."
"Grazie." Lei guardò Brown con incertezza, esitò, arrossì leggermente.
"Resterò qui ad accogliere l'idraulico e poi--poi--me ne a-andrò," disse lui con un sorriso affranto.
"Suppongo che lei abbia colto l'occasione per pranzare quando è uscito?" disse lei. La sua inflessione lo rese una domanda.
Senza rispondere, lui fece un passo indietro per lasciarla passare. Lei avanzò, si voltò, indecisa.
"Ha pranzato?"
"La prego, non si senta in dovere di chiedermelo," iniziò lui, poi si interruppe mentre il rosa vivido si intensificava sulle guance di lei. Poi lei si liberò dall'imbarazzo con una risatina.
"Considerando," disse, "che abbiamo inseguito gatti sui recinti del retro insieme e che, successivamente, lei mi ha estratto dal carbone nella mia stessa cantina, non posso credere che sia così terribile se la invito a pranzo con me.... O no?"
"È adora--è," si corresse lui con fermezza, "estremamente civile da parte sua invitarmi!"
"Allora--vorrebbe?" quasi timidamente.
"Certamente. Non voglio più fingere. Preferirei pranzare con lei che essere il Presidente di questa Repubblica."
Il maggiordomo pro tem. la fece accomodare.
"Vede," disse lei, "un posto era già stato apparecchiato per lei." E con una traccia impercettibile di malizia nella voce: "Forse il suo maggiordomo aveva ricevuto l'ordine di preparare due coperti. L'aveva ricevuto?"
"Da me?" protestò lui, arrossendo.
"Non sospetta di me, vero?" chiese lei, adorabilmente maliziosa. Poi, lanciando uno sguardo alle masse di fiori al centro e agli angoli della tovaglia di pizzo: "È deliziosamente grazioso. Ma lei è o terribilmente e abitualmente stravagante o crede che lo sia io. Quale delle due?"
"Credo che entrambe siano vere," disse lui, ridendo.
E poco tempo dopo, quando lui tornò dal seminterrato dopo aver fatto entrare il signor Quinn, l'idraulico:
"Lo sa che questo è un pranzo paradisiaco?" disse lei, accogliendo il suo ritorno con occhi deliziosamente privi di paura. "Che caviale Astrakan! Che insalata! Tutto quello che preferisco. E come abbia fatto a indovinare non riesco a immaginarlo.... Sto iniziando a pensare che lei sia piuttosto meraviglioso."
Sollevarono i lunghi, sottili bicchieri di tè freddo di Ceylon e si guardarono l'un l'altra sopra i bordi gelati--un lungo, curioso sguardo da parte di lei; uno sguardo diretto da parte di lui, che lei decise di non sostenere troppo a lungo.
Più tardi, quando lei diede il segnale, si alzarono come se avessero cenato spesso insieme e uscirono lentamente attraverso i salotti oscuri e coperti, dove, nell'oro del crepuscolo, aleggiava l'odore della canfora.
Lei aveva preso un grande mazzo di rose Bride rugiadose dal centrotavola e, mentre camminava in avanti, compostamente giovanile, al suo fianco, il suo viso fresco e giovane indugiava sul profumo dei petali ammassati.
"Dolce--quanto è dolce!" mormorò tra sé, e quando raggiunsero la fine della prospettiva si voltò a metà per affrontarlo, sognante, svogliata, fiduciosa.
Si guardarono, lei con il mento che sfiorava le rose.
"La cosa più strana di tutte," disse, "è che sembra tutto giusto--e--e sappiamo che è tutto completamente sbagliato.... È meglio che lei vada?"
"A meno che io non debba aspettare e assicurarmi che la sua cameriera non le manchi di parola.... Devo?" chiese lui con calma.
Lei non rispose. Lui tirò verso di lei una poltrona rivestita di lino; lei si sedette distrattamente e si appoggiò, accarezzando le rose con le labbra e il mento delicati.
Due volte lei alzò lo sguardo verso di lui, che se ne stava lì accanto alle finestre sbarrate. Il sole filtrava attraverso la grata in alto--abbastanza perché potessero vedersi come in un fioco bagliore crepuscolare.
"Mi chiedo quanto manchi all'arrivo della mia cameriera," meditò, lasciando cadere le rose sciolte sulle ginocchia. "Se dovesse tardare molto, forse--forse le farebbe piacere trovare una sedia--se ha deciso di aspettare."
Lui ne tirò una da un angolo e si sedette, le pulsazioni che gli battevano alla gola.
Attraverso la quiete della casa risuonava a intervalli il tintinnio dei bicchieri dalla dispensa. Altri suoni dal piano di sopra indicavano il progresso dell'idraulico da un piano all'altro.
"Si rende conto," disse lei impulsivamente, "di quanto è stato gentile con me? In quale posizione perfettamente orribile avrei potuto trovarmi, con il povero Clarence sul recinto del retro! E se avessi osato seguirlo da sola in cantina? I--io potrei essere ancora lì--fino al collo nel carbone?"
Fissò il vuoto con considerevole emozione.
"E ora," disse, "sono al sicuro qui, in casa mia. Ho pranzato divinamente, una cameriera sta arrivando, Clarence resta da qualche parte al sicuro al coperto, il signor Quinn sta volando da un rubinetto all'altro, la luce elettrica e il telefono saranno in funzione tra non molto--e tutto questo grazie a lei!"
"I--io ho fatto alcune cose che quasi v-vorrei non aver fatto," balbettò Brown, "p-perché non riesco, in qualche modo, a d-dirle decentemente quanto tremendamente io--io--" Si bloccò.
"Cosa?"
"Sembrerebbe che io stia approfittando di un t-trascurabile servizio reso, e--oh, non riesco a dirlo; vorrei, ma non ci riesco."
"Dire cosa? La prego, non mi importa cosa sta--sta per dire."
"È--è che io----"
"S-sì?" in un dolce incoraggiamento.
"V-voglio conoscerla tremendamente, adesso. Non voglio aspettare anni per il caso e l'azzardo."
"O-h!" come se l'informazione le avesse dato un leggero shock. La sua esclamazione a bassa voce quasi finì Brown.
"Sapevo che avrebbe pensato fosse imperdonabile da parte mia--in un momento simile--azzardarmi a--a--chiedere--dire--esprimere--comunicare----"
"Perché lei--come posso--dove potremmo--" Si riprese con decisione. "Non credo dovremmo approfittare di un incidente come questo.... Non crede? Inoltre, probabilmente, nel naturale corso degli eventi sociali----"
"Ma potrebbero volerci anni! mesi! settimane!" insistette Brown, perdendo il controllo di sé.
"Spererei che fosse almeno un intervallo ragionevole di diverse settimane----"
"Ma non so cosa fare se non dovessi rivederla per settimane! Ci t-tengo così tanto--a--lei."
Lei si ritrasse sulla sedia, e nel suo volto mutato lui lesse di essersi disonorato.
"Sapevo che sarebbe successo," disse lui disperato. "Non riuscivo a trattenerlo--non potevo fermarlo. E ora che vede che tipo di uomo sono le dirò di più."
"Non c'è bisogno," disse lei debolmente.
"Devo. Ascolti! I--io non conosco nemmeno il suo nome completo--tutto quello che so è che è Betty, e che il suo gatto si chiama Clarence e il suo idraulico si chiama Quinn. Ma se non sapessi assolutamente nulla di lei, sarebbe stato lo stesso. Suppongo penserà che io sia pazzo se le dicessi che prima che l'auto su cui viaggiava apparisse alla vista, io sapevo che lei c'era. E io--tenevo--a--lei--prima ancora di averla vista."
"Non capisco----"
"Lo so che non capisce. Nemmeno io. Tutto quello che capisco è che quello che lei e io abbiamo fatto è stato fatto da noi prima, da qualche parte, in qualche tempo--solo in parte--fino a--fino a dove lei ha cambiato auto. Fino a quel momento, prima che lei prendesse l'auto della Lexington Avenue, riconoscevo ogni incidente man mano che accadeva.... Ma quando tutto questo è successo a noi prima, devo aver perso il coraggio--perché non ho riconosciuto nulla dopo di allora, se non il fatto che tenevo a lei.... Capisce una sola parola di quello che sto dicendo?"
Il colore ardente sul viso di lei era svanito lentamente mentre lui parlava; i suoi occhi sollevati si fecero più dolci, seri, mentre lui finiva con impeto.
Lei lo guardò in un silenzio retrospettivo. Non c'era modo di sbagliare la sua incredibile sincerità, il suo tentativo dolorosamente sincero di trasmetterle alcune idee piuttosto insolite nelle quali lui credeva certamente. Nessun uomo che guardasse una donna in quel modo poteva intendere impertinenza; la sua stessa intelligenza la rassicurò che lui non aveva inteso e non avrebbe mai potuto intendere offendere nessuna donna.
"Mi dica," disse lei tranquillamente, "esattamente cosa intende. Non è possibile per lei--tenere--a--me.... Vero?"
Lui le rivelò, iniziando brevemente con il proprio nome, le circostanze materiali e sociali, un'edizione tascabile della sua carriera finora priva di eventi, l'arrivo quella mattina dell'emissario da The Green Mouse, la sua discussione con Smith, la strana sensazione che lo assalì mentre emergeva dal tunnel alla Quarantaduesima Strada, il suo successivo alterco con Smith e gli eventi che ne seguirono fino all'eruzione di Clarence.
Parlò nel suo modo più attento da avvocato, franco, conciso, convincente, privo di qualsiasi esagerazione di eccitazione o emozione. E lei ascoltò, alternativamente affascinata e sconvolta mentre, passo dopo passo, la sua storia svelava i collegamenti in una sequenza apparentemente inesorabile che coinvolgeva questo giovane e lei stessa in una serie predestinata di episodi non ancora conclusi--se si permetteva di credere a questa storia sbalorditiva.
Sensibilmente intelligente, non c'era scampo dal significato dell'unica deduzione possibile. La trasse e arrossì furiosamente. Per un momento, mentre la verità clamava nel suo cervello, l'evidenza di essa la stordì. Ma era giovane, e il contraccolpo vergognoso arrivò automaticamente. Incredula, quasi esasperata, alzò la testa per affrontarlo; le labbra rosse si aprirono in una protesta oltraggiata--si aprirono e rimasero tali, senza parole, silenziose--il grido silenzioso e verginale che moriva inespresso su una bocca che aveva iniziato impercettibilmente a tremare.
La sua testa si abbassò lentamente; posò le mani bianche sopra le rose ammucchiate in grembo.
Per molto tempo rimase così. E lui non parlò.
Prima il maggiordomo se ne andò. Poi il signor Quinn seguì. La cameriera non era ancora arrivata. La casa era molto silenziosa.
E dopo che il silenzio ebbe logorato il suo autocontrollo fino al punto di rottura, lui si alzò, andò in sala da pranzo e stette a guardare giù nel cortile. L'erba là fuori era lunga e incolta; le rose fiorivano sul recinto; il glicine, nel suo verde più profondo di mezza estate, cresceva rigoglioso sul traliccio dove Clarence aveva vilmente schivato la sua adorabile padrona e, dopo aver fatto di se stesso una girandola di pelo, era fuggito attraverso la presa d'aria verso profondità stigie.
Da qualche parte sopra, nella casa silenziosa, Clarence stava sdegnosamente dissimulando.
"Suppongo," disse Brown, tornando tranquillamente dove la ragazza era seduta nell'oro del crepuscolo, "che potrei anche cercare Clarence mentre aspettiamo la sua cameriera. Posso andare di sopra a dare un'occhiata?"
E prendendo il suo silenzio come assenso, salì le scale.
Cacciò con attenzione, meticolosamente, aprendo porte, sbirciando sotto i mobili, investigando negli armadi, ascoltando a intervalli, a intervalli chiamando con una mitezza fuorviante. Ma, come colui che morì nella malvasia, Clarence rimase spergiuro e falso verso ogni sentimento di decenza così spesso protestato facendo le fusa alla sua bella giovane padrona.
Meccanicamente Brown aprì le porte degli armadi, sapendo, se si fosse fermato a pensare, che i gatti di solito non girano le maniglie per chiudersi in posti ben sigillati.
In un grande armadio al quinto piano, tuttavia, non appena aprì la porta ci fu un fruscio, e lui balzò in avanti per intercettare il perfido; ma era solo l'aria che muoveva i lembi degli indumenti appesi al muro.
Mentre si voltava per uscire di nuovo, la porta si chiuse dolcemente con un clic sinistro, chiudendolo dentro. E dopo cinque minuti di frenetico agitarsi si rese conto di essere imprigionato da una serratura a molla in cima a una casa estranea, abitata solo da un gatto e da una giovane ragazza confusa che avrebbe potuto, in qualsiasi momento ora che il telefono era in ordine, chiamare una carrozza e fuggire da un uomo che aveva tentato di spiegarle che erano irrevocabilmente predestinati l'uno all'altra.
Chiamare e bussare erano dignitosi e ammissibili, ma non servivano a nulla. Dare calci violenti alla porta non era dignitoso, ma fu costretto a farlo. Evidentemente l'armadio era troppo remoto perché il suono potesse penetrare giù per quattro rampe di scale.
Provò a sfondare la porta--lo fanno in tutti i romanzi. Rimbalzò solo dolorosamente, inefficacemente, il che gli stava bene per aver letto narrativa.
Gli dava fastidio urlare; esitò per molto tempo; poi un improvviso presentimento che lei potesse fuggire di casa lo colse e lui urlò. Fu inutile.
La qualità peciosa dell'oscurità nell'armadio lo aiutò a ferirsi; urtava contro mille cose di ogni sorta di forma e consistenza ogni volta che si muoveva. E a ogni nuova ferita diventava sempre più furioso e, ritenendo il gatto responsabile, rivolse a Clarence un linguaggio di cui non si era mai creduto capace.
Poi si sedette. Rimase perfettamente immobile per molto tempo, ascoltando e sentendo delicatamente le sue ferite. Una curiosa sonnolenza iniziò a irritarlo; più tardi l'irritazione svanì e si sentì un po' assonnato.
Il suo cuore, tuttavia, batteva come un orologio economico; l'aria intrisa di cedro nell'armadio si fece più pesante; si sentì stupido, oscillando mentre si alzava. Non c'è da stupirsi, poiché l'armadio era quanto di più vicino possibile a una chiusura ermetica. Fortunatamente non se ne rese conto.
E, nel frattempo, al piano di sotto, Betty si stava preparando alla fuga.
Non sapeva dove stava andando--quanto lontano potesse arrivare con un vestito da camera in seta rosa. Ma aveva scoperto, in un armadio, un parapolvere per automobili, un berretto e degli occhialoni; forte di questi, provò il telefono, lo trovò funzionante, chiamò una coupé e ora stava aspettando il suo arrivo. Ma la cameriera della Dooley doveva prima arrivare per prendersi cura della casa e di Clarence finché lei, Betty, non avesse potuto chiamare la sua famiglia in aiuto e sfidare The Green Mouse, Beekman Brown e il Destino dietro le gonne di sua madre.
La fuga era, quindi, imperativa--era assolutamente indispensabile che mettesse un certo numero di miglia tra lei e questo giovane che le aveva appena comunicato che il Destino li aveva progettati l'uno per l'altra.
Non stava più considerando se dovesse gratitudine a questo sorprendente giovane, o che tipo di uomo potesse essere, gradevole, ben educato, attraente; tutto quello che capiva era che quest'uomo era improvvisamente entrato nella sua vita, esprimendo educatamente la sua convinzione che non avrebbero potuto, alla fine, sperare di sfuggirsi l'un l'altra. E, iniziando a comprendere l'orribile importanza delle sue parole, l'unica cosa che la tratteneva dall'immediata fuga a piedi era il gatto nascosto. Non poteva abbandonare il suo gatto. Doveva aspettare quella cameriera. Aspettò. Nel frattempo cercò l'Agenzia Dooley sull'elenco telefonico e li chiamò. Le dissero che la cameriera era in arrivo--come se l'Agenzia Dooley potesse contrastare il Destino con un intero reggimento dei suoi impiegati!
Aveva gettato via le rose con un brivido; il cappello, gli occhiali, il soprabito, giacevano sulle sue ginocchia. Se la cameriera fosse arrivata prima del ritorno di Brown, lei sarebbe fuggita. Se Brown fosse tornato prima dell'arrivo della cameriera, gli avrebbe detto chiaramente cosa aveva deciso, lo avrebbe ringraziato, gli avrebbe detto gentilmente ma con decisione che, considerate le incredibili circostanze del loro incontro, doveva declinare di incoraggiare qualsiasi speranza lui potesse nutrire di rivederla mai più.
A questa ferma risoluzione il suo cuore, essendo un affare automatico e indipendente, si rifiutò di approvare e iniziò una serie sgradevolmente irregolare di battiti che la infastidì.
"È vero", ammise a se stessa, "che lui è un gentiluomo, e difficilmente potrei essere così maleducata, dopo quello che ha fatto per me, da lasciarlo senza alcuna spiegazione... I suoi vestiti sono rovinati. Devo ricordarmelo."
Il suo cuore sembrò approvare tali sentimenti e batté più regolarmente mentre si sedeva a una scrivania, vi trovò un foglio da lettere e una matita, e scrisse rapidamente:
"Caro signor Brown:
"Se la mia cameriera arriva prima di lei, io me ne vado. Non posso farci nulla. La cameriera rimarrà a occuparsi di Clarence finché non potrò tornare con qualcuno della famiglia. Non intendo essere maleducata, ma semplicemente non riesco a sopportare ciò che mi ha detto riguardo al nostro... riguardo a ciò che mi ha detto... Mi dispiace che abbia strappato i suoi vestiti.
"Per favore, creda che la mia fuga non ha nulla a che fare con lei personalmente o con la sua condotta, che è stata perfettamente ('affascinante' cancellato) corretta. È solo che sentirsi dire all'improvviso che si è predestinati a ('sposare' cancellato) entrare in intima conoscenza (tutto questo cancellato e iniziata una nuova riga).
"È insopportabile per una ragazza pensare che non le sia rimasta alcuna libertà di scelta nella vita; essere costretta, da quelle che lei definisce correnti occulte, a... un'amicizia... con un uomo perfettamente estraneo incontrato all'altro capo del mondo. Quindi non credo che dovremmo tentare mai più di trovare qualcuno che ci presenti l'un l'altra. Non sembra giusto, ma lei sicuramente capirà.
"Per favore, non mi giudichi male. Devo apparirle incivile, ingrata e infantile, ma sono, in qualche modo, un po' spaventata. So che lei è perfettamente gentile, ma tutto ciò che è accaduto è quasi, in un certo senso, terrificante per me. Non che io sia una codarda; ma lei deve capire. Lei capirà, non è vero?... Ma a che serve chiederglielo, dato che non la vedrò mai più.
"Quindi voglio solo ringraziarla e dirle ('con tutto il cuore' cancellato) molto cordialmente, che è stato gentilissimo, generosissimo e premuroso... il più... il più..."
* * * * *
La sua matita vacillò; guardò nel vuoto e l'immagine di Beekman Brown, dagli occhi piacevoli e attraente, fluttuò non invitata dal nulla e la guardò.
Lei ricambiò lo sguardo della visione con curiosità, ancor più curiosamente mentre la sua mente evocava i dettagli gradevoli dei suoi lineamenti, riposando lì, il mento sul dorso della mano, da cui, poco dopo, la matita cadde senza che se ne accorgesse.
Cosa poteva stare facendo di sopra per tutto questo tempo? Non lo sentiva da molti minuti ormai. Perché era così silenzioso?
Si raddrizzò alla scrivania e lanciò un'occhiata inquieta dietro la spalla, in ascolto.
Nessun suono da sopra; si alzò e camminò fino ai piedi delle scale.
Perché era così silenzioso? Aveva trovato Clarence? Era successo qualcosa di male? Clarence era diventato improvvisamente rabbioso e lo aveva attaccato? I gatti non possono annientare giovani uomini grandi e forti. Ma dov'era lui? Aveva, proseguendo la sua ricerca, attraversato l'abbaino sul tetto... e... ed era caduto?
Sapendo a malapena cosa stesse facendo, salì in punta di piedi al secondo piano, in ascolto. Il silenzio la turbava; passò di stanza in stanza, aprendo porte e armadi. Poi salì al terzo piano, cercando più rapidamente. Al quarto piano lo chiamò con una voce non del tutto ferma. Non ci fu risposta.
Allarmata ora, spalancò frettolosamente le porte ovunque, poi, sollevando le sue gonne di seta rosa, corse all'ultimo piano e chiamò tremando.
Un suono debole rispose; confusa, si voltò verso il primo ripostiglio a portata di mano, e le sue guance sbiancarono improvvisamente mentre balzava verso la porta dell'armadio di cedro e la spalancava con forza.
Lui era disteso a faccia in giù in mezzo a un mucchio di tappeti arrotolati, grucce e pellicce, del tutto immobile.
Sapeva abbastanza da correre nelle stanze della servitù, spalancare le finestre e, con tutta la forza del suo giovane corpo, trascinare il giovane inanimato attraverso la stanza e all'aria fresca.
"Oh!" disse, e lo disse una sola volta. Poi, con labbra e guance ceree, afferrò Brown e, costringendo la sua memoria ad aiutarla nell'emergenza, eseguì per quel gentiluomo inanimato i rudimenti di un esercizio che, se eseguito correttamente, si suppone induca la respirazione artificiale.
Certamente indusse qualcosa di simile in Brown. Dopo un po' emise suoni sgradevoli e inarticolati; dopo un po' i suoni divennero articolati. Disse: "Betty!" diverse volte, più o meno distintamente. Aprì un occhio, poi l'altro; poi le sue mani si chiusero su quelle che gli tenevano i polsi; guardò verso di lei da dove giaceva sul pavimento. Lei, accovacciata accanto a lui, con gli occhi ancora dilatati dal terribile timore della morte, ricambiò lo sguardo, senza fiato, tremando.
"È un posto da diavoli, quell'armadio", disse lui debolmente.
Lei cercò di sorridere, cercò stancamente di liberare le mani, le guardò, stordita, mentre venivano attirate verso di lui, premute strette contro le sue labbra... sentì le sue labbra su di esse.
Poi, senza preavviso, un brivido incredibile le attraversò il cuore, calmandolo... silenziando polso e respiro... anzi, il pensiero stesso. Lo sentì parlare; le sue parole le arrivarono come suoni distanti in un sogno:
"Mi importavi. Tu mi dai la vita... e io ti adoro... Lasciami fare. Non ti farà del male. Il problema della vita è risolto per me; l'ho risolto; ma a meno che un giorno tu non voglia provarlo per me... Betty... il problema della vita è solo una triste somma... un totale di zeri senza fine... Nessun'altra coppia al mondo potrebbe essere ciò che siamo noi e ciò che siamo stati l'uno per l'altra. Nessun'altra coppia potrebbe osare affrontare ciò che osiamo affrontare noi." Si fermò: "Osiamo, Betty?"
I suoi occhi si distolsero dai suoi. Lui si alzò barcollando, sostenuto su un braccio; lei balzò in piedi, lo guardò e, mentre lui faceva uno sforzo goffo per rialzarsi, si piegò improvvisamente in avanti e gli tese entrambe le mani per aiutarlo.
"Aspetta... aspetta!" disse; "lasciami provare a pensare, se ci riesco. Non parlarmi più... non ancora... non ora."
Ma, a intervalli, mentre scendevano le rampe di scale, lei si voltava istintivamente per osservare il suo progresso, poiché lui si muoveva ancora con difficoltà.
Nel salotto si fermarono, lui appoggiato pesantemente allo schienale di una sedia, lei, distratta, irrequieta, camminava avanti e indietro sul parquet lucidato, calpestando le sue rose, voltandosi di tanto in tanto per guardarlo... uno sguardo strano, diretto, dalle palpebre pure che sembrava rinfrescare la sua stessa anima.
Una volta lui si chinò e raccolse una delle rose calpestate, ammaccata dal suo piede sottile; una volta, mentre lei gli passava accanto, camminando assente tra la porta e lui, lui pronunciò il suo nome.
Ma: "Aspetta!" sussurrò lei. "Hai detto tutto. Spetta a me rispondere... se parlo affatto. N-non puoi aspettarmi?"
"Ti ho fatta arrabbiare?"
Lei si fermò, la testa alta, superba nella sua sottile, giovane bellezza.
"Ti sembro arrabbiata?"
"Non lo so."
"Neanch'io. Lasciami scoprire."
La stanza era diventata più buia; la luce sui suoi capelli, sul viso e sulle mani brillava fiocamente mentre lei passava e ripassava davanti a lui nel suo irrequieto procedere... irrequieto, sgomento, spaventato procedere verso una meta che vedeva già davanti a sé... vicina davanti a lei... ogni volta che si voltava a guardarlo. Conosceva già la fine.
Quell'uomo! E sapeva che ormai lui doveva essere, per lei, qualcosa che non avrebbe mai più potuto dimenticare... qualcosa con cui avrebbe dovuto fare i conti per sempre, finché la vita fosse durata.
Si fermò e lo ispezionò quasi insolentemente. All'improvviso la foga dell'ultima rivolta la travolse; i suoi occhi brillarono, le sue mani bianche si serrarono in due piccoli pugni chiusi... e poi il tumulto morì nelle sue orecchie che rimbombavano, la luminosità degli occhi si spense, le sue mani si rilassarono, la testa si abbassò, sempre più in basso, per non guardare mai più quest'uomo senza sgomento, a cuore libero, senza paura... per non guardare mai più negli occhi di quest'uomo con la tranquillità inconsapevole e incredula nata dallo scetticismo più innocuo del mondo.
Rimase lì in silenzio, sentì i suoi passi accanto a lei, sollevò la testa con uno sforzo.
"Betty!"
Le sue mani tremarono, rifiutando la resa. Lui si chinò e le sollevò, premendole contro i suoi occhi, la sua fronte. Poi le abbassò al livello delle sue labbra, tenendole sospese, gli occhi fissi nei suoi, in attesa.
All'improvviso i suoi occhi si chiusero, un piccolo tremito convulsivo la percorse, premette entrambe le mani giunte contro le labbra di lui, le sue si mossero, ma non uscì alcuna parola... solo un lungo, dolce, silenzioso sospiro, soffice come la brezza che agita i germogli cremisi degli aceri quando le nevi primaverili iniziano finalmente a sciogliersi.
Da un angolo buio sotto il pianoforte Clarence li osservava furtivamente.
XII
SYBILLA
Mostrando cosa deriva dalla disobbedienza, dal rosio e dalla colla di farina
Verso mezzogiorno Bushwyck Carr irruppe nella palestra, dove i trigemini avevano appena terminato la loro lezione di scherma.
"Qualcuna di voi tre è andata in laboratorio stamattina?" chiese, la sua voce che terminava in una sorta di muggito musicale, come il suono di un corno francese armonioso su un'auto da turismo.
I trigemini (Flavilla, Drusilla e Sybilla), vestiti tutti esattamente allo stesso modo con gonne al ginocchio, pettorali, guanti e maschere, si misero sull'attenti, salutando il genitore con i loro fioretti. La maestra di scherma boznoviana, Madame Tzinglala, si ritirò con grazia nello spogliatoio e se ne andò.
"Qualcuna di voi tre ragazze è andata in laboratorio stamattina?" ripeté il padre con impazienza.
I trigemini continuarono a stare in una fila ordinata, i bottoni dei loro fioretti allineati e appoggiati sul pavimento di legno duro. Con aggraziata sincronia si tolsero le maschere; tre volti arrossati e insolitamente graziosi guardarono l'autore della loro esistenza attentamente... ancor più attentamente quando quel signore tondo e rubicondo, eseguendo una contorsione facciale, avvitò il suo monocolo in un occhio sinistro arrabbiato e lanciò un'occhiata torva.
"Non vi avevo avvertito di stare lontane da quel laboratorio?" chiese irato; "non vi avevo spiegato che non erano affari vostri? Credo di avervi informato che qualunque cosa sia chiusa a chiave in quella stanza non è un vostro interesse. Non l'ho fatto?"
"Sì, papà."
"Bene, dannazione, perché ci siete andate, allora?"
Un silenzio ansioso fu la sua risposta. "Non ci siete andate tutte, vero?" chiese in un muggito melodioso.
"Oh, no, papà!"
"Ne sono andate due?"
"Oh, n-no, papà!"
"Bene, quale delle tre?"
La linea di bellezza vacillò per un momento; poi Sybilla fece un passo lento in avanti, tre passi, e si fermò con gli occhi bassi.
"Ti ho detto di no, vero?" disse il padre, facendo uscire il monocolo dall'occhio con un'espressione accigliata e reinserendolo.
"S-sì, papà."
"Ma l'hai fatto?"
"S-sì..."
"Basta così! Flavilla! Drusilla! Siete scusate," liquidando le due trigemine innocenti con un gesto del terribile monocolo; e quando queste si furono voltate e ritirate in buon ordine, chiudendo la porta dietro di loro, egli guardò la figlia delinquente in uno sconcerto irato e rubicondo.
"Cosa hai visto in quel laboratorio?" chiese.
Sybilla iniziò a contare sulle dita. "Mentre camminavo per la stanza ho notato barattoli, bottiglie, provette, lampade, storte, cannelli, batterie..."
"Hai notato una piccola macchina lucida che assomiglia un po' all'economia interna di un orologio?"
"Sì, papà, ma non ci sono ancora arrivata..."
"Ti sei avvicinata?"
"Molto vicino..."
"Non l'hai toccata, vero?"
"Stavo per dirtelo..."
"L'hai fatto?" muggì musicalmente. "Rispondimi, Sybilla!"
"S-sì... l'ho fatto."
"Cosa pensavi che fosse?"
"Ho pensato... abbiamo pensato tutte... che tenessi uno strumento radiotelefonico lì dentro..."
"Perché? Solo perché mi capita di essere il presidente della Amalgamated Wireless Trust Company?"
"Sì. E morivamo dalla voglia di vedere funzionare un radiotelefono... Pensavo che mi sarebbe piaciuto chiamare la centrale... giusto per essere sicura di poter far funzionare l'affare... Cosa c'è che non va, papà?"
Lui si lasciò cadere in una poltrona imbottita e fece cenno a Sybilla di sedersi di fronte. Poi, con un'altra spaventosa contorsione facciale, riassestò il monocolo.
"Quindi hai deliberatamente aperto quella porta e sei entrata a frugare?"
"No," disse la ragazza; "stavamo... scherzando un po', mentre andavamo in palestra; e ho dato a Drusilla una piccola spinta verso la porta del laboratorio, e poi Flavilla ha spinto me... molto delicatamente... e in qualche modo io... la porta si è spalancata e la mia maschera è caduta ed è rotolata dentro; e sono entrata a prenderla. È così che è successo... in parte."
Sollevò i suoi occhi scuri e molto belli verso il padre di pietra, poi abbassò lo sguardo e iniziò a tracciare figure e arabeschi sul pavimento lucidato con la punta del suo fioretto. "È così che è successo in parte," ripeté.
"Qual è l'altra parte?"
"L'altra parte era che, avendo sfortunatamente disobbedito a te, ed essendo già nella stanza, ho pensato che tanto valeva restare e dare una piccola occhiata in giro..."
Suo padre balzò letteralmente nella sua poltrona imbottita. La discendente di Eva, dagli occhi di velluto, gli lanciò uno sguardo spaventato e continuò, tracciando ancora casualmente arabeschi invisibili con la punta del fioretto.
"Vedi, non è vero," disse, "che essendo effettivamente dentro, ho pensato che tanto valeva fare qualcosa prima di uscire di nuovo, che rendesse la mia disobbedienza degna della punizione. Così prima ho raccolto la mia maschera, poi ho dato una sbirciata spaventata in giro. C'erano solo barattoli e bottiglie e cose... Sono rimasta terribilmente delusa. La certezza di essere punita e poi, dopo tutto, non vedere altro che bottiglie, sembrava piuttosto ingiusto... Così ho... girovagato per... per vedere se riuscivo a trovare qualcosa da guardare che mi ripagasse della punizione... C'è un proverbio, non è vero papà? qualcosa riguardo all'essere giustiziati per un agnello..."
"Continua!" disse lui bruscamente.
"Bene, tutto quello che ho trovato che sembrava come se non avessi alcun diritto di toccare era una piccola macchina ingioiellata..."
"Era quella! L'hai toccata?"
"Sì, diverse volte. Era una radio?"
"Non importa! Sì, è un tipo di strumento radio. Continua!"
Sybilla scosse la testa:
"Sono sicura di non capire perché tu sia così inquietantemente enfatico; perché non ho idea di come inviare o ricevere un messaggio radio, e non avevo la più vaga idea di come quella macchina potesse funzionare. Ho cercato molto duramente di farla andare; ho girato diverse viti e premuto tutti i pulsanti..."
Il signor Carr emise un suono vuoto e disperato... una sorta di gemito musicale... e afferrò debolmente lo spazio.
"Ho provato ogni leva, vite e molla," continuò lei con calma, "ma la macchina doveva essere guasta, perché ho ottenuto solo una misera piccola scintilla..."
"Hai ottenuto una scintilla?"
"Sì... solo un minuscolo, silenzioso atomo di fuoco bianco..."
Suo padre balzò in piedi e agitò entrambe le mani verso di lei distrattamente.
"Sai cosa hai fatto?" muggì.
"N-no..."
"Bene, ti sei preparata a innamorarti! E probabilmente hai indotto qualche cagnolino indescrivibile a innamorarsi di te! Ed è questo che hai fatto!"
"In... amore!"
"Sì, l'hai fatto!"
"Ma come può un comune radiotelefono..."
"È un altro tipo di radio. Tuo cognato, William Destyn, l'ha inventata; la sto finanziando e sperimentando. Ti ho detto di stare lontana da quella stanza. Ho appeso un cartello sulla porta: 'Pericolo! Stare lontani!'"
"Q-quella cosa era carica?"
"Sì, era carica!"
"D-di cosa?"
"Onde!" gridò suo padre, furiosamente. "Onde psichiche! Piccola sciocca, abbiamo appena scoperto che il mondo e tutto ciò che contiene è avvolto in onde psichiche, così come in correnti elettriche invisibili. Nel momento in cui ti sei avvicinata a quella macchina e hai aperto il ricevitore, le onde della tua personalità subconscia sono fluite dentro. E nel momento in cui hai toccato quella molla e hai ottenuto una scintilla, le tue onde psichiche hanno segnalato, via radio, la personalità subconscia di qualche giovane uomo... qualche cagnolino insopportabile... che verrà da ovunque si trovi attualmente... dalla fine del mondo se necessario... e si innamorerà di te."
Il signor Carr saltellò pesantemente su e giù nella furia più pura; sua figlia lo guardò con calma costernazione.
"Mi dispiace tanto, tanto," disse; "ma sono abbastanza certa che non ho intenzione di innamorarmi..."
"Non puoi farci nulla," ruggì suo padre, "se quello strumento ha funzionato."
"È... è questo che fa?"
"È per questo che è stato inventato; è per questo che ci sto investendo un milione. Chiunque sulla terra desideri incontrare la persona di cui è destinato, prima o poi, a innamorarsi, può venire da noi, in confidenza, comprare un biglietto ed essere agganciato alla corretta connessione psichica che assicura corteggiamento e matrimonio rapidi... Dannazione!"
"Papà!"
"Non posso farci nulla! Qualsiasi padre che si rispetti e che tema Dio imprecherebbe! Pensi che mi sarei mai aspettato di vedere le mie figlie coinvolte in questa macchina? Le mie figlie corteggiate, fidanzate e sposate dai macchinari! E tu hai solo diciotto anni; mi senti? Non lo permetterò! Di certo non lo permetterò!"
"Ma, caro, non ho affatto intenzione di innamorarmi e sposarmi a diciotto anni. E se... lui... arriva davvero... gli dirò molto francamente che non potevo pensare di innamorarmi. Gli spiegherò tranquillamente che la macchina è partita per errore e che ho solo diciotto anni; e che Flavilla, Drusilla e io non dobbiamo uscire fino al prossimo inverno. Questo," aggiunse innocentemente, "dovrebbe bastare a tenerlo lontano."
"La cosa da fare," disse suo padre, guardandola fissamente, "è tenerti in camera tua finché non avrai vent'anni!"
"Oh, papà!"
Il signor Carr si colpì la fronte rubiconda.
"Resterai dentro per una settimana, comunque!" tuonò melodiosamente. "Nessuna gita in auto per te! Questa è la tua punizione. Sarai al sicuro per oggi, comunque; e entro sera William Destyn tornerà da Boston e lo consulterò su come tenerti il più lontano possibile dal cammino di questo sbarbatello che sei riuscita a svegliare... evocare... tirare fuori dallo spazio... ovunque si trovi... chiunque sia... qualunque nome gli capiti di darsi..."
"George," mormorò lei involontariamente.
"Cosa!!"
Guardò suo padre, mortificata, confusa.
"Che assurdità la mia," disse. "Non so perché avrei dovuto pensare a quel nome, George; o perché avrei dovuto dirlo ad alta voce... in quel modo... davvero non lo so..."
"Chi conosci che si chiama George?"
"N-nessuno in particolare che mi venga in mente..."
"Sybilla! Sii onesta!"
"Davvero, non lo so; sono sempre onesta."
Lui sapeva che lei era sincera, sempre; ma disse:
"Allora perché diavolo mi hai guardato... ehm... così, così sognante e mi hai chiamato George?"
"Non posso immaginarlo... non riesco a capire..."
"Beh, io sì! Non te ne rendi conto, ma il nome di quel cucciolo deve essere George! Starò attento ai George. Sono contento di essere stato avvertito. Farò in modo che nessun oggetto bipede chiamato George entri in questa casa! Non andrai mai da nessuna parte dove c'è qualcuno chiamato George, se posso impedirlo."
"Io... io non voglio," rispose lei, quasi pronta a piangere. "Sei molto crudele con me..."
"Voglio esserlo. Desidero essere un mostro!" ribatté ferocemente. "Sei una bambina estremamente cattiva, ingrata, disobbediente e sciocca. Le tue sorelle e io andremo in auto a Westchester e pranzeremo lì con tua sorella e il tuo ultimo cognato. E se chiederanno perché non sei venuta dirò loro che è perché sei disobbediente, e che non devi uscire per una settimana, o vedere nessuno che entri in questa casa!"
"Io... suppongo di m-meritarlo," acconsentì piangendo. "Sono pronta a essere disciplinata, e disposta a non vedere nessuno chiamato George... mai! Inoltre, mi hai spaventata t-terribilmente! Io... non voglio uscire di casa."
E quando suo padre si fu ritirato con un balzo, lei rimase sola in palestra, gli occhi bassi, le labbra che tremavano. Più tardi ancora, seduta esattamente nella stessa posizione, sentì il leggero ronzio dell'auto da turismo fuori; poi il clic della porta che si chiudeva.
"Ecco che vanno," disse tra sé, "e si divertiranno così tanto, e tutti quei giovani uomini di Westchester così gradevoli saranno lì... in particolare il signor Montmorency... Mi piaceva terribilmente; inoltre, il suo nome è Julian, quindi è p-perfettamente sicuro che mi piaccia... e volevo proprio vedere che aspetto ha Sacharissa dopo il suo viaggio di nozze."
Il suo labbro inferiore tremò; lo tenne fermo tra i denti, guardò miseramente il pavimento e vi batté un tatuaggio desolato con la punta del fioretto.
«Sono ben pagata per la mia disobbedienza», singhiozzò. «Ora non potrò uscire per una settimana; ed è aprile; e quando finalmente uscirò, sarò così ansiosa tutto il tempo, sbirciando furtivamente ogni uomo che passa e domandandomi se il suo nome possa essere George... E sarà anche terribilmente imbarazzante... Immagina se si presentasse qualche innocuo ballerino di nome George per essere presentato a me il prossimo inverno, e io, terrorizzata, sollevassi le gonne da debuttante e scappassi... Sarò effettivamente costretta a fuggire da ogni uomo finché non saprò che il suo nome non è George. Oh, cielo! Oh, cielo! Che prospettiva terribile per quest'estate, quando apriremo la casa a Oyster Bay! Che vista spaventosa per il prossimo inverno!»
Si tamponò ingenuamente una lacrima dalle lunghe ciglia con il dorso del guanto.
Arrivò la sua cameriera ad annunciare il pranzo, ma lei non ne volle sapere, né di qualsiasi altro servizio offerto, compresi il bagno e una vestaglia.
«Vattene via da qualche parte, Bowles», disse, «e per favore, non avvicinarti a me, e non lasciare che nessuno venga nella mia lontana vicinanza, perché sono m-molto infelice, Bowles, e merito di esserlo, e io... desidero restare sola con la m-mia coscienza».
«Ma, signorina Sybilla...»
«No, no, no! Non voglio nemmeno sentire la tua voce, o quella di chiunque altro. Non desidero udire un solo suono umano di alcun genere. Io... cos'è quel rumore di raschiamento in biblioteca?»
«Un uomo, signorina Sybilla...»
«Un uomo! C-come si chiama?»
«Non lo so, signorina. È un operaio, un tappezziere».
«Oh!»
«Desidera che gli chieda di smettere di raschiare, signorina?»
Sybilla rise: «No, grazie». E continuò, divertita da se stessa dopo che la cameriera si fu ritirata, passeggiando per la palestra, facendo finte con il suo fioretto verso l'anello, la sbarra e il sacco da pugilato. Anche la sua ansia stava scemando. I giovani non hanno una grande capacità di mantenere l'ansia a lungo. Inoltre, il primo sano accenno di incredulità stava già facendosi strada. E mentre passeggiava, agitando il fioretto, meditava ad alta voce in tutta calma:
«Che macchina straordinaria e orribile!... Come può fare cose così estremamente comuni? E che modo perfettamente sgradevole di innamorarsi, tramite i macchinari!... Preferirei non sapere chi sono un giorno per... per farmi piacere... molto... È molto più interessante incontrare un uomo per caso, e non sospettare mai di poter arrivare a tenerci a lui, che comprare un biglietto, camminare verso una macchina piena di onde psichiche e chiamare qualche uomo sconosciuto da qualche parte sulla terra».
Con un brivido di disdegno si lasciò cadere su una poltrona e si prese il viso tra le mani.
Era come le sue sorelle, alta, ben fatta e aggraziata, con gli stessi piedi e mani sottili; sempre elegante quando si rilassava, indipendentemente dalla posizione in cui cadevano i suoi arti slanciati.
E ora, con la sua gonna da scherma nera e le calze nere, era estremamente ornamentale, con le linee severe del plastron che accentuavano la gola bianca e il mento, e il cuore scarlatto che brillava sopra il suo piccolo cuore, non turbato da dettagli come l'amore e gli innamorati. Sì, non turbato; perché era giunta quasi alla conclusione che suo padre l'avesse spaventata più del necessario; che lo strumento non avesse davvero fatto il suo peggio; infatti, sebbene fosse stata molto disobbediente, aveva avuto una fuga piuttosto fortunata; e probabilmente non le sarebbe stato riservato nulla di più serio del dispiacere paterno.
Ciò la confortò a tal punto da farle tornare l'appetito; suonò per il pranzo e lo consumò con la sana noncuranza solitamente così caratteristica di lei e delle sue sorelle.
«Ora», rifletté, «dovrò aspettare un'ora per il bagno», uno dei principi inculcati dell'igiene domestica. Così, alzandosi, passeggiò per la palestra, cercando qualcosa di interessante da fare.
Guardò fuori dalle finestre sul retro. A New York la vista dalle finestre sul retro non è imponente.
Stancatasi di quella prospettiva poco artistica, si aggirò fuori e scese le scale per vedere cosa stesse facendo la sua cameriera. Bowles stava cucendo; Sybilla osservò per un po' con languido interesse, poi, rendendosi conto di avere davanti una lunga giornata di punizione, che se la meritava e che avrebbe dovuto compiere qualche atto di penitenza, si diresse contrita verso la biblioteca con propositi risoluti verso Henry James.
Appena entrata, notò che gli scaffali, che arrivavano a metà altezza del soffitto, erano avvolti in teli. Incontrò anche un paio di cavalletti coperti da assi, sui quali c'erano rotoli di carta da parati verde, diverse paia di forbici, un secchio di colla, una grande spazzola piatta, un coltello e una squadra a T.
«L'uomo della carta da parati», disse. «È andato a pranzo. Farò in tempo ad afferrare Henry James e a scappare».
Ora, Henry James, come alcune altre convenzioni sacre, era, in quella biblioteca, una festa mobile. A volte stava ordinatamente sistemato su uno scaffale, a volte su un altro. Non c'era da contare su Henry.
Sybilla sollevò i teli dal davanti di una scaffalatura e scrutò più da vicino. Henry non era visibile. Sollevò i teli da un'altra scaffalatura; niente Henry; solo G.P.R., in sei dozzine di volumi stravaganti.
Sybilla sbirciò in una terza scaffalatura. Allora accadde una cosa davvero poco edificante. Sicuramente, sicuramente, questa era la giornata della disobbedienza di Sybilla. Vide un libro proibito luccicare in vecchia pelle dorata; vide il suo dorso classico voltato in modo beffardo verso di lei; l'intero fascino del volume era sfacciato, con gli angoli piegati, strafottente su chiunque lo leggesse.
Lo prese, lo rimise al suo posto, cercò con insistenza Henry, non lo trovò, lanciò un'occhiata laterale a quello con gli angoli piegati, fece un passo di lato.
«Vedrò solo dove è stato stampato», disse tra sé, estraendo il libro e indietreggiando in fretta; così in fretta che entrò in collisione con il tavolo dei cavalletti, e la colla schizzò fuori dal secchio.
Ma Sybilla non vi badò; stava esaminando il frontespizio del vecchio libro con le orecchie: un frontespizio piuttosto meraviglioso, stampato in affascinante rosso e nero con ghirigori.
«Vedrò solo se...» E le dita bianche e lisce esitarono; ma aveva colto un'occhiata di un'antica incisione nella pagina successiva, una molto strana, che la tenne affascinata.
«Mi chiedo...»
Voltò la pagina successiva. Il primo paragrafo del famoso classico iniziava deliziosamente. Dopo pochi istanti rise, aggiungendo tra sé: «Non vedo che male...»
Non c'era alcun male. Suo padre intendeva un altro libro; ma Sybilla non lo sapeva.
«Darò solo un'occhiata per... per... essere sicura di non doverlo leggere».
Appoggiò una mano sul tavolo del tappezziere, vi salì sopra lateralmente e, seduta in cima, con le gambe che dondolavano, si immerse nel libro, ignara che la colla rovesciata la stesse lentamente fissando al piano del tavolo schizzato.
Un'ora dopo, udendo passi sul pianerottolo, balzò; cioè, compì tutti i movimenti aggraziati di un balzo leggero verso il pavimento. Ma non si era mossa di un millimetro. Nessuna testa di Gorgone avrebbe potuto condannarla a un'immobilità più disperata.
Trattenuta dalla libertà da qualcosa che non conosceva, fece uno sforzo frenetico e demoralizzato, e ricadde nel terrore al sinistro rumore di strappo.
Era incollata irrevocabilmente al tavolo.
XIII
IL PRINCIPE EREDITARIO
In cui il Topo Verde squittisce
Pochi minuti dopo entrò il giovane tappezziere, facendo oscillare un secchiello da pranzo vuoto, e si fermò in cortese sorpresa davanti a una giovane ragazza arrossata in costume da scherma completo, che sedeva sul suo tavolo da lavoro, con i piedi incrociati, abbracciando convulsamente un libro al cuore scarlatto ricamato sul suo plastron.
«S-spero che non ti dispiaccia se siedo qui», riuscì a dire. «Volevo guardare il lavoro».
«Certamente», disse lui piacevolmente. «Lascia che ti prenda una sedia...»
«No, grazie. Preferirei sedere c-così. Per favore inizia e non badare se ti guardo».
Il giovane apparve perplesso.
«Temo», azzardò, «che potrei aver bisogno di quel tavolo per tagliare e...»
«Per favore, se non ti dispiace, inizia a incollare. Sono i-intensamente interessata a i-incollare; mi piace v-vedere la c-carta incollata su una parete».
I suoi dentini battevano nonostante tutto; si sforzò di controllare la voce, si sforzò di raccogliere le idee.
Lui rimase irresoluto, piuttosto stupito anche lui.
«Mi dispiace», disse, «ma...»
«Per favore, incolla; non vuoi?» chiese lei.
«Beh, devo avere quel tavolo per incollarci sopra...»
«Allora n-non pensare a incollare. F-fai qualcos'altro; ritaglia delle strisce. Sono così interessata a guardare i t-tappezzieri che ritagliano le cose...»
«Ma mi serve il tavolo anche per quello...»
«No, non ti serve. Non devi essere un... un b-bravo operaio se devi usare il tuo tavolo per tutto...»
Lui rise. «Hai perfettamente ragione; non sono un bravo tappezziere».
«Allora», disse lei, «mi sorprende che tu sia venuto qui per tappezzare la nostra biblioteca, e penso che faresti meglio a tornare al tuo negozio e mandare un uomo competente».
Lui rise di nuovo. Il giovane volto del tappezziere era curiosamente attraente quando rideva, e altrimenti, più o meno.
Disse: «Sono venuto a tappezzare questa biblioteca perché il signor Carr aveva fretta, e io ero l'unico uomo in negozio. Non volevo venire. Ma mi hanno costretto... Penso che in negozio abbiano abbastanza paura del signor Carr... E questo lavoro deve essere finito oggi».
Lei non sapeva cosa dire; qualsiasi cosa per tenerlo lontano dal tavolo finché non fosse riuscita a pensare chiaramente.
«P-perché non volevi venire?» chiese, guadagnando tempo. «Hai detto che non volevi venire, vero?»
«Perché», disse, sorridendo, «non mi piace appendere la carta da parati».
«Ma se sei un tappezziere di mestiere...»
«Suppongo che tu mi creda un vero tappezziere?»
Lei stava cercando cautamente di liberare un lembo della sua gonna; annuì distrattamente, poi si calmò, arrossendo, mentre si udiva un debole strappo di stoffa.
«Continua», disse frettolosamente; «la storia della tua carriera è così interessante. Dici che adori incollare carta da parati...»
«No, non è vero», rispose lui, contrariato. «Dico che la odio».
«Perché lo fai, allora?»
«Perché mio padre pensa che ogni suo figlio che finisce l'università debba essere disciplinato imparando un mestiere prima di entrare in una professione. Il mio fratello maggiore, De Courcy, ha imparato a fare il fabbro; il mio fratello successivo, Algernon, gestiva un panificio; e da quando ho lasciato Harvard sto schiaffeggiando fogli di carta sui muri della gente...»
«Harvard?» ripeté lei, sbalordita.
«Sì; ero della classe del 1907».
«Tu!»
Lui guardò la sua tuta bianca, sorridendo.
«Ti stupisce, signorina Carr? - sei la signorina Carr, immagino...»
«Sybilla, sì; siamo... siamo trigemine», balbettò lei.
«Le bell- le... le trigemine Carr! E tu sei una di loro?» esclamò lui, deliziato.
«Sì». Ancora sbalordita, sedeva lì, guardandolo. Che straordinario! Che strano trovare un uomo di Harvard che incolla carta! Terribili dubbi balenarono dentro di lei.
«Chi sei?» chiese tremante. «Ti dispiacerebbe dirmi il tuo nome. Non... non è... George!»
Lui alzò lo sguardo con piacevole sorpresa:
«Quindi sai chi sono?»
«N-no. Ma... non è George, vero?»
«Beh, sì...»
«Oh!» esalò. Un senso di svenimento la avvolse: oscillò; ma un inconfondibile rumore di strappo la riportò improvvisamente in sé.
«Temo che tu stia strappando la gonna in qualche modo», disse lui ansiosamente. «Lascia che...»
«No!»
La disperazione del negativo si avvicinò alla violenza, e lui fece involontariamente un passo indietro.
Per un momento si guardarono; il rossore svanì dalle sue guance.
«Se», disse lei, «il tuo nome è effettivamente George, questa... questa è la più... la più terribile punizione...» Si coprì gli occhi con le dita come per chiudere fuori una visione mostruosa.
«Cosa», chiese lo stupito giovane, «ha a che fare il mio nome con...»
Le sue mani caddero dagli occhi; con orrore lo osservò, la sua tuta schizzata di colla, il berretto bianco logoro, il secchiello del pranzo.
«I-io non ti sposerò!» balbettò in una disperazione bianca. «Non lo farò! Se non sei un tappezziere, sembri uno! Non mi importa se sei un uomo di Harvard o no, se stai giocando a fare il tappezziere o no, se il tuo nome è George o no; non ti sposerò, non lo farò! Non lo farò!»
Con la sensazione che i suoi sensi stessero rapidamente evaporando, il giovane si sedette stordito e si passò una mano schizzata di colla ma ben modellata sugli occhi.
Sybilla serrò le labbra e lo guardò.
«Non credo», disse, «che tu capisca di cosa sto parlando, ma devo dirtelo subito; non posso sopportare questo genere di cose».
«C-che genere di cose?» chiese il giovane, debolmente.
«Tu che sei qui in questa casa, con me...»
«Sarò molto felice di andare...»
«Aspetta! Non servirà a nulla! Tornerai!»
«N-no, non lo farò...»
«Sì, lo farai. Oppure io... ti seguirò...»
«Cosa?»
«L'una o l'altra! Non possiamo farci niente, te lo dico. Tu non capisci, ma io sì. E nel momento in cui ho saputo che il tuo nome era George...»
«Che diavolo ha a che fare questo con qualcosa?» chiese lui, diventando rosso nonostante il suo stupore.
«Onde!» disse lei appassionatamente, «onde psichiche! Io... in qualche modo... sapevo che si sarebbe chiamato George...»
«Chi si sarebbe chiamato George?»
«Lui! L'uomo... E se mai... se mai ti aspetti che io... che io possa t-tenere a un uomo tutto coperto di tute...»
«Ma io non... Buon Dio! Non mi aspetto che tu tenga alla mia tuta...»
«Allora perché la indossi?» chiese lei con tremante indignazione.
Il giovane, galvanizzato, balzò dalla sedia e iniziò a correre, facendo passi piccoli, brevi e distratti. «O», disse, «ho bisogno di un trattamento mentale immediatamente, o mi sveglierò verso mattina... Non so cosa stai cercando di dirmi. Sono venuto qui per... per i-incollare...»
«Quella macchina ti ha mandato!» disse lei. «Nel momento in cui ho preso una scintilla hai iniziato...»
«Pensi che io sia un motore? Scintilla! Pensi che io...»
«Sì, lo penso. Non potevi farci niente, so che è stata colpa mia, e questa... questa è la terribile punizione... i-incollata a un tavolo, con un uomo di nome George...»
«Cosa!!!»
«Sì», disse lei appassionatamente, «ogni cosa disobbediente che ho fatto ha portato una punizione fulminea. Mi era proibito andare in laboratorio; ho disobbedito e... tu sei venuto ad appendere la carta da parati! Io... ho preso un l-libro, che non avrei dovuto prendere, e il F-fato mi incolla al tuo orribile tavolo e mi tiene ferma finché non entra un uomo di nome George...»
Arrossita, tremante, eccitata, fece un gesto rapido e drammatico di disperazione; e un suono di strappo squarciò il silenzio.
«Sei incollata a quel tavolo?» balbettò il giovane, sgomento.
«Sì, lo sono. Ed è assolutamente impossibile per te aiutarmi minimamente, se non fingendo di ignorarlo».
«Ma tu... non puoi restare lì!»
«Non posso fare a meno di restare qui», disse lei con foga, «finché non te ne vai».
«Allora farei meglio a...»
«No! Non devi andare! I-io non permetterò che tu vada via, che sparisca da qualche parte in città. La certezza è abbastanza terribile, ma è meglio dell'orribile sospetto di sapere che sei da qualche parte nel mondo, e che tornerai sicuramente prima o poi...»
«Ma io non voglio tornare!» esclamò lui indignato. «Perché dovrei voler tornare? Ho detto... agito... fatto... guardato... Perché dovresti immaginare che io abbia il minimo interesse per qualsiasi cosa o per... per... chiunque in questa casa?»
«Non ce l'hai?»
«No!... E non posso ignorare la tua... la tua sorprendente... e intensamente l-lusinghiera paura che io abbia dei disegni... che io desideri... in altre parole, che io... ehm... abbia osato nutrire aspirazioni impossibili in relazione a una futile e assurda speranza che un giorno tu possa essere indotta a dare ascolto a qualsiasi mia proposta tentata riguardo a un'alleanza matrimoniale...»
Si strozzò e divenne di un rosso spento.
Anche lei arrossì, ma disse con calma:
«Grazie per averlo espresso così bene. Ma non serve a nulla. Prima o poi tu ed io saremo costretti a considerare una situazione troppo disperata per ammettere discussioni».
«Quale situazione?»
«La nostra».
«Non vedo alcuna situazione, eccetto il fatto che tu sia incollata... Chiedo scusa! Ma devo parlare con sincerità».
«Anch'io. Il nostro caso è troppo disperato per qualsiasi cosa che non siano verità semplici e terribili. E le verità sono queste: ho toccato la macchina proibita e ho preso una scintilla; il tuo nome è George; sono incollata qui, incapace di scappare; tu non sei abbastanza maleducato da andartene quando ti chiedo di non farlo... E ora... qui... in questa stanza, tu ed io dobbiamo affrontare questi fatti e decidere... Perché devo semplicemente sapere cosa aspettarmi; non posso sopportare... non potrei vivere con questo che mi pende sopra...»
«Cosa ti pende sopra?»
Lui balzò in piedi, agitando il suo secchiello del pranzo in cerchi frenetici:
«Cos'è, in nome del Cielo, che ti pende sopra?»
«Anche sopra di te!»
«Sopra di me?»
«Certamente. Sopra entrambi. Siamo diretti dritti al m-matrimonio».
«L'uno con l'altro?»
«Naturalmente», disse lei debolmente. «Pensi che mi importerebbe con chi ti sposerai se non fossi io? Pensi che discuterei le mie intenzioni matrimoniali con te se tu non fossi vitalmente coinvolto?»
«Ti aspetti di sposarmi?» ansimò lui.
«I-io non voglio: ma devo».
Lui rimase pietrificato per un istante, poi con uno sguardo folle iniziò a raccogliere i suoi attrezzi.
Lei lo guardò con la nausea della certezza che se fosse scappato non sarebbe mai sopravvissuta agli anni di sospensione fino al suo inevitabile ritorno. Un desiderio folle di farla finita la colse. Conosceva il peggio, sapeva cosa il Fato aveva in serbo per lei. E desiderava farla finita, che il peggio accadesse, e rimanere a vivere i resti infranti della sua vita in solitudine e pace.
«Se... se dobbiamo sposarci», iniziò in modo instabile, «perché non f-farla finita in fretta... e poi non mi importa se te ne vai».
Era completamente pazza: questo era certo. Lui gettò frettolosamente alcune spazzole nella sua cassetta degli attrezzi, poi si raddrizzò e la guardò con profonda compassione.
«Ti dispiacerebbe», chiese lei timidamente, «far venire qualcuno a sposarci, e così il peggio sarà passato, vedi, e non avremo mai, mai più bisogno di vederci».
Lui mormorò qualcosa di rassicurante e iniziò a legare alcuni rotoli di carta da parati.
«Non vuoi fare quello che ti chiedo?» disse lei pietosamente. «I-io ho quasi paura che... se te ne vai senza sposarmi non potrei vivere e sopportare la... la certezza del tuo ritorno».
Lui alzò la testa e la osservò con la più profonda pietà. Pazza... completamente pazza! E così giovane, così squisita... così perfettamente affascinante nel corpo! E la mente oscurata per sempre... Che terribile! Che strano, anche; perché negli occhi dalle palpebre pure sembrava vedere la luce tenue della ragione non del tutto spenta.
I loro occhi si incontrarono, indugiarono; e la bellezza del suo sguardo sembrò scuoterlo fino alla sorgente stessa della compassione.
«Ti renderebbe più felice credere... sapere», aggiunse frettolosamente, «che tu ed io fossimo sposati?»
«S-sì, credo di sì».
«Saresti abbastanza felice di crederlo?»
«Sì... se chiami questo felicità».
«E non saresti infelice se io non tornassi mai più?»
«Oh, no, no! I-io... quello mi renderebbe... comparativamente... felice!»
«Essere sposata con me, e sapere che non mi vedresti mai più?»
«Sì. Lo farai?»
«Sì», disse lui in modo rassicurante. Eppure un curioso piccolo battito di dolore tremolò nel suo cuore per un momento, che, per quanto lei fosse indubbiamente pazza, fosse così felice di liberarsi di lui per sempre.
Si avvicinò lentamente attraverso la stanza al tavolo su cui lei era seduta. Lei si ritrasse istintivamente, ma uno strappo minaccioso la bloccò.
«Vai a prendere una licenza e un... un ecclesiastico?» chiese.
«Oh, no», disse lui gentilmente, «non è necessario. Tutto ciò che dobbiamo fare è prenderci le mani... così...»
Lei si ritrasse.
«Dovrai lasciarmi prendere la tua mano», spiegò lui.
Lei esitò, lo guardò con paura, poi, arrossendo, posò le sue dita sottili nelle sue.
Il contatto mandò un fremito dritto attraverso di lui; raddrizzò le spalle e la guardò... Molto, molto lontano sembrava come se sentisse il suo cuore risvegliarsi pesantemente.
Che situazione inquietante! Strano... strano... lui che sta qui a assecondare il capriccio folle di questa fanciulla colpita, questa meravigliosamente dolce giovane sconosciuta, che guarda fuori da occhi così incantevoli che quasi credeva che l'intelligenza morta dietro di essi stesse tornando a vivere.
«Cosa dobbiamo fare per essere sposati?» sussurrò lei.
«Dirlo; tutto qui», rispose lui gentilmente. «Mi prendi come tuo marito?»
«Sì... Mi p-prendi come tua... moglie?»
«Sì, cara...»
«Non dirlo!... È... finita?»
«Tutto finito», disse lui, forzando una gaiezza che suonava vuota nel pathos della parodia e della farsa... Ma sorrise per essere gentile con lei; e, per rendere la povera mente offuscata ancora un po' più felice, le prese di nuovo la mano e disse molto gentilmente:
«Ti sorprenderà sapere che ora sei una principessa?»
«Una... cosa?» chiese lei bruscamente.
«Una principessa». Le sorrise benevolmente e, ancora raggiante, assunse una posa non priva di eleganza.
«Io», disse, «sono il Principe Ereditario di Rumtifoo».
Lei lo fissò senza dire una parola; a poco a poco lui perse la sicurezza; un vago presentimento si agitò in lui di aver calcato un po' troppo la mano.
«Naturalmente», esordì allegramente, «sono un esule sotto mentite spoglie... ehm... diseredato e tutto il resto, sai».
Lei continuò a fissarlo.
«Questioni di stato... ehm... rivoluzione... e cose del genere», mormorò lui, squadrandola; «ma ho pensato che ti avrebbe fatto piacere sapere che sono il Principe George di Rumtifoo...»
«Cosa!»
Il silenzio fu mortale.
«Sai», disse lei deliberatamente, «credo che tu pensi che io non sia sana di mente. È così?»
«Io... tu...» iniziò lui a balbettare spaventato.
«È così?»
«B-beh, o tu o io...»
«Sciocchezze! Pensavo che quella cerimonia nuziale fosse una faccenda miseramente inadeguata!... E sono ferita, addolorata, sbalordita dal fatto che tu possa compiere un gesto così... così codardo...»
«Cosa!» esclamò lui, punto sul vivo.
«Sì, è codardo ingannare una donna».
«L'ho fatto con buone intenzioni... supponendo...»
«Che io non sia sana di mente? Perché lo supponi?»
«Perché... buon Dio... perché in questo secolo, e in questa città, persone che non si sono mai viste prima non si mettono a parlare di sposarsi...»
«Ti ho spiegato» — lei stava piangendo a metà ora, e la sua voce si incrinò deliziosamente — «ti ho detto cosa ho fatto, no?»
«Hai detto che avevi fatto scoccare una scintilla», ammise lui, totalmente confuso dalle sue lacrime. «Non piangere... ti prego, non farlo. C'è qualcosa che non va qui... c'è un terribile malinteso. Se solo volessi spiegarmelo...»
Lei si asciugò gli occhi meccanicamente: «Vieni qui», disse. «Non credo di averlo spiegato chiaramente».
E, molto attentamente, molto minuziosamente, iniziò a parlargli delle onde psichiche, dello strumento e della nuova società formata per sfruttarlo su base commerciale.
Gli raccontò cosa le era successo quella mattina; come la sua disobbedienza le fosse costata tanta sofferenza. Lo informò riguardo a suo padre e al carattere collerico di quel signore florido e rubicondo.
«Se sarai qui quando gli dirò che sono sposata», disse, «probabilmente ti spaventerà a morte; e questo è uno dei motivi per cui desidero chiudere la faccenda e portarti via al sicuro prima che ritorni. Quanto a me, ora che conosco il peggio, voglio mettermi il peggio alle spalle e... e vivere la mia vita tranquillamente da qualche parte... Quindi ora vedi perché ho tanta fretta, vero?»
Lui annuì come stordito, appoggiandosi al tavolo, le mani giunte, la testa china.
«Mi dispiace davvero... per te», disse lei. «So come devi sentirti al riguardo. Ma se siamo costretti a sposarci, non sarebbe meglio farla finita e poi... non vederci... mai più...»
Lui sollevò la testa, poi si mise in piedi.
Le sue labbra morbide erano mute, ma la domanda rimaneva ancora nei suoi occhi.
Così, per molto tempo, si guardarono; e il colore sotto i suoi zigomi si fece più intenso, e il rosa sulle guance di lei divenne lentamente più acceso.
«Supponi», disse lui, a bassa voce, «che io... desideri... tornare... da te?»
«Io non lo desidero...»
«Provaci».
«Provare a... a desiderare...»
«Il mio ritorno. Prova a desiderare di desiderarlo anche tu. Vuoi?»
«Se hai intenzione di... di parlare in questo modo...» balbettò lei.
«Sì, ne ho intenzione».
«Allora... allora...»
«C'è qualche motivo per cui non dovrei, se siamo fidanzati?» chiese lui. «Siamo... fidanzati, non è vero?»
«Fidanzati?»
«Sì. Lo siamo?»
«Io... sì... se la chiami così...»
«Io la chiamo così... E dobbiamo... sposarci?» Ora riusciva a malapena a pronunciare la parola che solo pochi istanti prima aveva detto così facilmente; poiché un significato del tutto nuovo si legava a ogni parola che pronunciava.
«Lo siamo?» ripeté lui.
«Sì».
«Allora... se io... se scopro che io...»
«Non dirlo», sussurrò lei. Era diventata pallida in volto.
«Vuoi ascoltare...»
«No. Non... non è vero... non può esserlo».
«Sta diventando sempre più vero... È molto, molto vero... anche adesso... È quasi vero... E ora è diventato vero. Sybilla!»
Pallida, sgomenta, lei lo fissò, le mani che istintivamente si chiudevano sulle orecchie. Ma le abbassò quando lui fece un passo avanti.
«Ti amo, Sybilla. Voglio sposarti... Proverai a volermi bene... un po'...»
«Non potrei... non posso nemmeno provare...»
«Cara...»
Ora aveva le sue mani; lei le ritrasse; lui le riafferrò. Sopra le loro mani intrecciate lei chinò il capo, senza fiato, le guance in fiamme, cercando di coprirsi gli occhi.
«Mi amerai, Sybilla?»
Lei lottò in silenzio, disperatamente.
«Lo farai?»
«No... Lasciami andare...»
«Non piangere... ti prego, cara...» La sua testa, china accanto alla di lei sulle loro mani unite, era più di quanto potesse sopportare; ma il viso di lei, sollevato in cerca di fuga, incontrò il suo. Ci fu un respiro profondo, un singhiozzo, e lei rimase, piangendo disperatamente, tra le sue braccia.
* * * * *
«Tesoro!»
«C-cosa?»
È curioso quanto velocemente si riconoscano forme di corteggiamento non familiari.
«Non piangerai più, vero?» sussurrò lui.
«N-n-o», sospirò Sybilla.
«Perché ci amiamo, vero?»
«S-sì, George». Poi, radiosa, eppure dolcemente vergognosa, fiduciosa, eppure timorosa, sollevò il suo adorabile capo dalla spalla di lui.
«George», disse, «sto iniziando a pensare che vorrei scendere da questo tavolo».
«Povero tesoro mio!»
«E», continuò, «se andrai a casa a cambiare le tue tute da lavoro con qualcosa di più convenzionale, verrai a cenare con noi questa sera, e io ti aspetterò in salotto... E, George, sebbene alcuni dei tuoi problemi siano ora finiti...»
«Tutti, tesoro mio!» esclamò lui con entusiasmo.
«No», disse lei teneramente, «devi ancora incontrare Papà».
XIV
SIGNORI DELLA STAMPA
Un capitolo riguardante Drusilla, Papà e un subalterno
Il capitale era stato fornito per la The Green Mouse, Limited; una grande stazione centrale di marmo bianco era in costruzione, di fronte a Madison Avenue e occupava l'intero isolato tra l'Ottantaduesima e l'Ottantatreesima strada.
L'edificio prometteva di essere magnifico; i piani prevedevano mille sale operatorie private, ognuna arredata splendidamente in stile Luigi XVI, un ristorante, una sala da tè, un ufficio per le licenze matrimoniali e una cappella di emergenza dove ecclesiastici di primo soccorso sarebbero stati sempre a disposizione.
In ognuna delle mille sale operatorie in stile Luigi XVI, uno strumento wireless Destyn-Carr doveva poggiare su un tavolo rococò. Una cameriera ogni due stanze, un medico ogni dieci e sali profumati per ogni stanza erano previsti in questa gigantesca impresa.
Milioni di circolari venivano preparate per essere inviate in tutti gli Stati Uniti. Dicevano quanto segue:
SEI INNAMORATO? SE NO, PERCHÉ NO?
Matrimonio via Wireless. Matrimonio a mezzo Macchina. Un meraviglioso corteggiatore senza parole! Niente più dubbi; niente più esitazioni; niente più incertezze. L'Apparecchio Wireless Destyn-Carr fa tutto per te. Matrimonio felice garantito o denaro rimborsato prontamente!
La Scienza Psichica dice che per ogni uomo e donna sulla terra esiste un compagno predestinato!
Quel compagno può essere scoperto per te dalla The Green Mouse, Limited.
Perché perdere tempo con costosi corteggiamenti? Perché frivolezze? Perché agitarsi?
C'è solo UN compagno creato per TE. Tu ci paghi; noi troviamo quell'UNO, prevenendo così errori, cause legali, fughe d'amore, rimpianti, malumori, alimenti.
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Successo garantito
È ormai noto in tutto il mondo che il Professor William Augustus Destyn ha scoperto che la terra in cui viviamo è avvolta in Correnti Psichiche. Grazie allo strumento Destyn-Carr queste correnti possono essere captate, controllate e utilizzate per comunicare tra due persone di sesso opposto le cui personalità subconsce e psichiche sono predestinate all'affinità e all'accordo amoroso. In altre parole, quando le onde psichiche di un individuo vengono raccolte o telegrafate lungo queste correnti psichiche wireless, solo quell'unica affinità sintonizzata per riceverle può rispondere correttamente.
Noi catturiamo le tue onde psichiche per te. Noi le inviamo nel mondo.
GUARDA QUELLA SCINTILLA!
Quando vedi una minuscola scintilla bianco-azzurra toccare il tentacolo del trasmettitore Destyn-Carr,
IL MONDO È TUO!
per 25 dollari.
Il nostro metodo è rapido, indolore, misericordioso e certo. Tariffa, venticinque dollari in anticipo. Si accettano assegni certificati.
THE GREEN MOUSE, Limited.
Presidente PROF. WM. AUGUSTUS DESTYN. Vice-Presidenti L'ON. KILLIAN VAN K. VANDERDYNK. L'ON. GEORGE GRAY, 3D. Tesoriere L'ON. BUSHWYCK CARR.
Queste circolari furono composte, illustrate e stampate su pergamena da quella che era conosciuta come una comunità "Artistica" a West Borealis, N.J. Si prevedeva la consegna di diverse tonnellate per l'inizio di giugno.
Nel frattempo, la famiglia Carr e le sue affiliazioni avevano investito ogni centesimo in loro possesso nella Green Mouse, Limited; e coloro che controllavano le azioni erano Bushwyck Carr; William Augustus Destyn e la signora Destyn, nata Ethelinda Carr; il signor Killian Van K. Vanderdynk e la signora Vanderdynk, nata Sacharissa Carr; George Gray e la signora Gray, molto recentemente Sybilla Carr; e le trigemine non sposate, Flavilla e Drusilla Carr.
Ricordando con un brivido come la Bell Telephone e la Standard Oil avrebbero potuto un tempo essere acquistate per un tozzo di pane, Bushwyck Carr determinò che, in questo caso, le sue dita tozze non avrebbero dovuto mancare il ciuffo del Tempo e le gonne divise del Caso.
Socchiudendo gli occhi verso l'etere invisibile attraverso il suo monocolo, vi scorgeva milioni; così facevano William Augustus Destyn e gli altri generi.
Solo le trigemine non sposate, Flavilla e Drusilla, rimanevano amabilmente indifferenti nel mezzo di tutte queste frenesie finanziarie familiari e dei preparativi per assicurarsi brevetti mondiali su un monopolio che prometteva la rigenerazione sociale del globo.
Le considerevoli fortune indipendenti che la madre aveva loro lasciato furono investite nella Green Mouse, su suggerimento del padre; ma oltre a ciò non presero parte alla faccenda.
Per un po', la fretta, il trambusto e le segrete conferenze di famiglia le interessarono lievemente. Molto presto, tuttavia, il parlare di onde psichiche e milioni le annoiò; e non appena la villa a Oyster Bay fu aperta, furono ben felici di andarci.
Qui, a Oyster Bay, c'era qualche possibilità di sfuggire alla loro famiglia pazza per il denaro e intossicata dalle onde; potevano intrattenere ed essere intrattenute da entrambi i gruppi più giovani di quella dignitosa località estiva; potevano vagare da sole per la loro vasta proprietà; potevano giocare a tennis, andare in barca a vela, nuotare, cavalcare e guidare il loro tandem.
Ma soprattutto — poiché erano piuttosto inclini a pensieri seri all'età di diciotto anni, o meglio, sull'orlo dei diciannove — adoravano disegnare, ad acquerello, all'aperto.
Promontori coperti di cedri, sentieri punteggiati d'ombra sotto le querce, prati dove l'acqua brillava, vele bianche al largo di Center Island e Cooper's Bluff — Cooper's Bluff da nord, nord-est, est, sud-est, sud — questo dipingevano con instancabile, pedissequa pazienza, girando intorno alla bussola con lo stesso entusiasmo con cui quell'immortale architetto circumnavigò la Cattedrale di Salisbury.
E un delizioso mattino di inizio giugno, quando la rugiada scintillava sull'edera velenosa e l'aria era vibrante del morbido monotono delle zanzare e la strada pubblica esalava un delicato aroma di petrolio greggio, Drusilla e Flavilla, cariche di blocchi per schizzi, cassette di colori, sgabelli da campo, ombrelloni bianchi e bonbon, scesero nell'atrio, intente a disegnare.
Anche il signor Carr stava lì, appena fuori, sotto il portico, le gambe rosse, esplosive, piantate ben larghe, sfidando diversi giornalisti cortesi che per un mese erano apparsi pazientemente e educatamente ogni ora per sapere se il signor Carr avesse qualcosa da dire sulla nuova invenzione, le cui voci volavano fitte per Park Row.
«No, non ho nulla!» gridò nel suo fragore melodioso e sonoramente musicale. «Vi ho detto cento volte che quando avrò qualcosa da dire vi farò chiamare. Ora, permettetemi di informarvi, per la centunesima volta consecutiva, che non ho nulla da dire, il che non vi impedirà di tornare tra un'ora e di stare esattamente nella stessa ridicola posizione in cui vi trovate ora, e di farmi esattamente le stesse domande sgarbate, e di scattare le stesse impertinenti fotografie alla mia casa e alla mia persona!»
Eseguì una feroce contorsione facciale, incastrò il monocolo nell'occhio sinistro e socchiuse gli occhi ferocemente.
«Mi sto stancando di tutto questo!» continuò. «Quando mi sveglio al mattino e guardo fuori dalla finestra, ci sono sempre da uno a venti giornalisti che decorano il mio prato! Quel giovane laggiù è il peggiore e il più insistente dei trasgressori!» — lanciando un'occhiata torva a un bel giovanotto in flanella bianca, che arrossì immediatamente in modo penoso. «Sì, proprio tu, giovanotto! Mi stupisce che tu abbia la decenza di arrossire! Il vostro insolente foglio, l'Evening Star, si riferisce alla mia Trust Company come a una Trappola per Topi Verdi e un Mouseleo. Pubblica anche immagini assurde di me e della mia famiglia. Dannazione, signore, producono persino una fotografia di Orlando, il gatto di famiglia! Lo avete fatto voi, mi si dice. È vero?»
«Sto cercando di fare ciò che posso per il mio giornale, signor Carr», disse il giovane. «Il pubblico è interessato».
Il signor Carr lo guardò con un odio particolare.
«Vieni qui», disse; «ho qualcosa da dirti».
Il giovane lasciò cautamente le fila dei suoi compagni e salì sul portico. Dietro il signor Carr, sulla porta, stavano Drusilla e Flavilla. Il giovane cercò di non vederle; finse di non vederle. Ma arrossì profondamente.
«Voglio sapere», pretese il signor Carr, «perché al diavolo sei sempre qui ad arrossire. Sei qui ad arrossire da un mese, e voglio sapere perché lo fai».
Il giovane rimase senza parole, i lineamenti in fiamme fino alla punta delle orecchie ardenti.
«All'inizio», continuò il signor Carr, spietato, «avevo la vaga speranza che tu potessi forse arrossire per la vergogna della tua professione; ho sentito che sei agli inizi, ed ero propenso a dispiacermi per te. Ma non mi dispiace più!»
Il giovane rimase cremisi e muto.
«Diavolo», riprese il signor Carr, «voglio sapere perché al diavolo vieni ad arrossire su tutto il mio prato. Non lo sopporterò! Non permetterò a nessuno di venire ad arrossire intorno a me...»
L'indignazione lo soffocò; si voltò sui tacchi per entrare in casa e vide Flavilla e Drusilla che lo guardavano, sgranando gli occhi.
Entrò, facendole cenno di allontanarsi davanti a lui.
«Ho dato una lezione a quel giovane cucciolo», disse con selvaggia soddisfazione. «Gli insegnerò ad arrossire davanti a me! Io...»
«Ma perché», chiese Drusilla, «sei così crudele con il signor Yates? A noi piace».
«Il signor... signor Yates!» ripeté il padre, stupito. «È questo il suo nome? E chi te l'ha detto?»
«Lui», disse Drusilla, innocentemente.
«Lui... quel bantam infernale dei giornali...»
«Papà! Per favore, non dire così del signor Yates. È davvero estremamente gentile ed educato con noi. Ogni volta che vai in città per affari, lui viene a disegnare con noi a...»
«Oh», disse il signor Carr, con la calma di una furia mortale, «quindi va a Cooper's Bluff con voi quando non ci sono, vero?»
Flavilla disse: «Non viene esattamente con noi; ma di solito viene lì per disegnare. Fa degli schizzi per il suo giornale».
«Davvero?» chiese il padre, digrignando i denti.
«Sì», disse Drusilla; «e disegna così magnificamente. Ha fatto dei disegni perfettamente affascinanti di Flavilla e di me, e ha fatto dei disegni della casa e dei giardini, e di tutta la servitù, e» — rise — «una volta ho intravisto nel suo album di schizzi una caricatura divertentissima di te...»
L'espressione sul volto del padre era così fuorviante nella sua calma terribile che lei rise di nuovo, innocentemente.
«Non era affatto una caricatura offensiva, sai... davvero non era affatto una caricatura... eri tu... proprio nel modo in cui stai e guardi le persone quando sei... leggermente... infastidito...»
«Oh, è così intelligente», aggiunse Flavilla, «ed è così perfettamente ben educato e così delizioso con noi... con Drusilla in particolare. Ha scritto la più graziosa serie di versi — A Drusilla in giugno — li ha solo buttati giù mentre la guardava disegnare Cooper's Bluff da sud-ovest...»
«È davvero meraviglioso», aggiunse Drusilla, sinceramente, «e così generoso e utile quando il mio disegno diventa debole e traballante...»
«Il signor Yates mostra a Drusilla come tenere la matita», disse Flavilla, diventando calorosamente sincera nel suo apprezzamento per questo giovane uomo che si sacrifica per gli altri. «Spesso mette da parte i suoi schizzi e guida la mano di Drusilla mentre lei tiene la matita...»
«E quando sono stanca», disse Drusilla, «e gli acquerelli diventano un disastro terribile, il signor Yates lascia il suo lavoro e viene a parlarmi d'arte... e di altre cose...»
«È così gentile!» gridò Flavilla con generoso entusiasmo.
«E così vitalmente interessante», disse Drusilla.
«E così talentuoso!» fece eco Flavilla.
«E così...» Drusilla alzò lo sguardo, colse qualcosa nello sguardo fisso del genitore che la spaventò, e si alzò in confusione. «Ho detto... fatto... qualcosa?» balbettò.
Con uno spasmo terribile il signor Carr contorse i suoi lineamenti congestionati nella spettrale parvenza di un sorriso.
«Niente affatto», riuscì a dire. «È molto interessante... quello che mi dici su questo g-giov... questo giovane uomo di talento. Ti sembra... attratto da te... insolitamente attratto?»
«Sì», disse Drusilla, sorridendo in modo nostalgico.
«Come lo sai?»
«Perché una volta me l'ha detto».
«H-ha detto... c-cosa?»
«Beh, ha detto francamente che mi considerava la ragazza più deliziosa che avesse mai incontrato».
«Cos'altro?» La voce del signor Carr era appena udibile.
«Niente», disse Drusilla; «eccetto che ha detto di tenere molto a me e voleva sapere se avrei mai potuto tenere molto a lui... Gli ho detto che pensavo di poterlo fare. Anche Flavilla gliel'ha detto... E ci siamo sentiti tutte piuttosto felici, credo; almeno io sì».
Il genitore emise un suono basso, melodioso, una sorta di ululato mellifluo.
«Papà!» esclamarono in gentile costernazione.
Batté l'aria vuota per un momento come un volatile rubicondo sul punto di cercare il suo posatoio. Improvvisamente corse distrattamente verso una poltrona e le diede un calcio.
Lo guardarono con triste stupore.
«Se abbiamo intenzione di disegnare Cooper's Bluff stamattina», osservò Drusilla a Flavilla, «penso che faremmo meglio ad andare... tranquillamente... passando dall'orto. Evidentemente Papà non ama il signor Yates».
Orlando, il gatto di famiglia, arrivò passeggiando, con la coda conciliante sollevata. Il signor Carr scagliò un cuscino contro Orlando, poi si batté follemente sulla propria testa con entrambe le mani. I domestici gli lasciarono rispettosamente spazio; alcuni mobili furono rovesciati — una sedia o due — mentre lui rimbalzava verso l'alto e si chiudeva a chiave nella sua stanza.
Quali trasporti di furia visse lì dentro nessun altro può saperlo; quali terribili visioni di vendetta illuminarono il suo intelletto oltraggiato, quali freddi intervalli di odio tremante, quali furtivi schemi di rappresaglia, quale terribile retribuzione per il giovane signor Yates furono covati in quei momenti terribili, lui solo avrebbe potuto dirlo. E siccome non lo disse mai, come posso saperlo?
Tuttavia, dopo circa mezz'ora, la sua espressione di stoni malignità mutò in un sorriso così diabolicamente astuto che, quando si scorse nello specchio, il suo volto corrugato lo spaventò davvero.
«Devo smussare... smussare!» mormorò. «La levigatezza risolve tutto!» E suonò per un domestico e gli ordinò di cercare un certo signor Yates tra la folla di giovani uomini che stavano scattando fotografie.
XV
DRUSILLA
Durante il quale il capitolo il signor Carr canta e una delle sue figlie consegue il suo dottorato
Il signor Yates arrivò poco dopo, fatto entrare da Ferdinand, e con un aspetto estremamente preoccupato. Il signor Carr lo ricevette nel suo ufficio privato con sinistra urbanità.
«Signor Yates», disse, forzando un sorriso distorto, «ho deciso piuttosto bruscamente di mostrarle esattamente come si suppone che funzioni uno degli strumenti Destyn-Carr. Vorrebbe gentilmente stare qui... vicino a questo tavolo?»
Il signor Yates, sbalordito, obbedì.
«Ora», disse il signor Carr, con un sorriso profondamente solcato, «ecco il famoso apparecchio Destyn-Carr. Molto bene... scatti pure una foto senza il mio permesso...»
«Io... pensavo...»
«Molto bene, ragazzo mio; intendo che tu sappia tutto al riguardo. Vedi, assomiglia al meccanismo di un orologio... Ora, quando tocco questa molla, il ricevitore si apre e raccoglie certe onde psichiche che emanano dalla personalità subconscia di... beh, diciamo tu, per esempio!... E ora premo questo pulsante. Vedi quella sottile molla a spirale di Rosium srotolarsi e sollevarsi, tremando e ondeggiando come un tentacolo?»
Il giovane Yates, taccuino alla mano, si riprese abbastanza da annuire. Il signor Carr lo guardò con malizia:
«Quel tentacolo», spiegò, «sta ora cercando qualche corrente psichica wireless invisibile lungo la quale trasmettere le onde psichiche accumulate. Non appena la corrente wireless troverà la personalità subconscia della donna che sei destinato ad amare e sposare un giorno...»
«Io?» esclamò il giovane Yates, inorridito.
«Sì, tu. Perché no? Ti dispiace se faccio una prova su di te?»
«Ma sono già innamorato», protestò il giovane, diventando, come al solito, rosso in un attimo. «Non mi interessa che lei faccia una prova su di me. Supponga che quella macchina mi colleghi a... qualche altra... ragazza...»
«L'ha fatto!» gridò Carr con una risata orribile mentre una punta di fuoco bianco-azzurro toccava il tentacolo per un istante. «Sei legato strettamente a qualcosa di femminile! Probabilmente una dattilografa alla moda... o un'attrice di burlesque... qualcuno per cui sei adatto, comunque!» Si aggiustò il monocolo e fissò allegramente il giovane sbalordito.
«Questo ti insegnerà a entrare nella mia proprietà e a tenere la mano di mia figlia mentre sta disegnando innocenti scenari di Cooper's Bluff!» gridò. «Questo ti insegnerà a scrivere poesie alla mia figlia diciottenne, Drusilla; questo ti insegnerà a dirle che sei innamorato di lei... piccolo sbarbato!»
«Sono innamorato di lei!» disse Yates, imperterrito; ma era molto pallido mentre lo diceva. «Io la amo; e se ti fossi comportato con un minimo di decenza te lo avrei detto due settimane fa!»
Il signor Carr divenne di un viola delicato, poi, ripresosi, rise in modo orribile.
«Che tu sia stato o meno innamorato di mia figlia non ha più alcuna importanza. Quella macchina ha annullato le tue sciocchezze! Quello strumento ti ha trovato la tua giusta affinità... senza dubbio al piano di sotto...»
«Sono ancora innamorato di Drusilla», ripeté Yates, con fermezza.
«Ti dico che non lo sei!» ribatté Carr. «Non ho forse puntato quella macchina su di te? Non ha ancora mai sbagliato un colpo! Il Topo Verde ti ha preso nel Topoleo!»
«Ti sbagli», insistette Yates, ancora più fermamente. «Ero innamorato di tua figlia Drusilla prima che tu mettessi in moto la macchina; e la amo ancora! Ora! In questo momento! In questo preciso istante la sto amando!»
«Non puoi!» gridò Carr.
«Sì, posso. E lo faccio!»
«No, non lo fai! Ti dico che è un'impossibilità scientifica e psichica che tu continui ad amarla! La tua personalità subconscia è ora in eterno e irrevocabile accordo e comunicazione con la personalità subconscia di una qualche ragazzina destinata ad amarti e a sposarti! E probabilmente è anche una ballerina di fila!»
«Sposerò Drusilla!» ribatté il giovane, molto pallido; «perché sono abbastanza certo che lei mi ami, sebbene molto probabilmente non lo sappia ancora.»
«Dici sciocchezze!» sibilò Carr. «Questa macchina ha risolto l'intera faccenda! Non hai visto quella scintilla?»
«Ho visto una scintilla, sì!»
«E intendi dirmi che non stai iniziando a sentirti strano?»
«Per nulla.»
«Guardami dritto negli occhi, giovanotto, e dimmi se non hai la sensazione che il tuo cuore stia facendo dei salti mortali!»
«Per niente», disse Yates, con calma. «Se quella macchina ha funzionato davvero, non mi sorprenderebbe se tu stesso ne fossi rimasto invischiato... intrappolato nella tua stessa macchina!»
«C-cosa!» esclamò Carr, debolmente.
«Non mi stupirebbe affatto», ripeté Yates, deliziato dallo scoprire l'allarme che iniziava a trapelare dai tratti dell'uomo più anziano. «Tu hai aperto il ricevitore; hai onde psichiche tanto quanto me. Io ero innamorato in quel momento; tu no. Cosa impediva alle tue onde di essere agganciate a una corrente wireless e, infine, di segnalare la personalità subconscia di... di qualche graziosa attrice, per esempio?»
Il signor Carr si accasciò nervosamente su una sedia; i suoi occhi, già selvaggi, divennero più selvaggi man mano che iniziava a comprendere il rischio che aveva incautamente corso.
«Forse ti senti un po'... strano. Hai l'aria di esserlo», suggerì il giovane, con una voce resa ansiosa da una simpatia sempre pronta. «Posso fare qualcosa? Mi dispiace davvero molto di aver parlato in questo modo.»
Un brivido umido si raccolse sulla fronte di Bushwyck Carr. Si sentiva effettivamente un tantino strano. Una curiosa leggerezza, un'esuberanza del tutto inspiegabile, sembrava possederlo. Iniziava a sentirsi stranamente giovane; il suono del suo stesso cuore divenne improvvisamente evidente. Con suo allarme, stava battendo in modo giocoso, vivace. No, non stava nemmeno battendo; stava saltellando.
«Y-Yates», balbettò, «non penserai che io possa p-possibilmente essere rimasto inavvertitamente coinvolto con quella macchina orribile, vero?»
Ora, Yates era un giovane generoso; il risentimento per il trattamento riservatogli da questo signore florido, irascibile e pomposo si trasformò in istintiva simpatia quando si rese conto improvvisamente della difficile situazione in cui poteva trovarsi il suo futuro suocero.
«Yates», ripeté il signor Carr con voce agitata, «dimmi onestamente: pensi che ci sia qualcosa di insolito che non va in me? I-io sembro f-sentirmi insolitamente... giovane. Ho quest'aria? Sono cambiato? O-osservami mentre attraverso la stanza.»
Il signor Carr si alzò con uno sguardo spaventato verso Yates, si mise il cappello e attraversò la stanza trotterellando. «Gran Dio!» balbettò; «il mio cappello è di traverso e la mia andatura è distintamente baldanzosa! Lo noti, Yates?»
«Temo di sì, signor Carr.»
«Questo... questo è infame!» ansimò il signor Carr. «Questo è... è oltraggioso! Ho quarantacinque anni! Sono vedovo! Detesto un vedovo baldanzoso! Non voglio esserlo; non voglio...»
Yates lo guardò con profonda preoccupazione.
«Non puoi evitare di alzare le gambe in quel modo quando cammini, come se suonasse una banda? Aspetta, ti raddrizzo il cappello. Ora riprova.»
Il signor Carr tornò trotterellando attraverso la stanza.
«So di farlo di nuovo», gemette, «ma non posso farci nulla! I-io mi sento così allegro... dannazione!... così frivolo... è... è quella macchina infernale. C-cosa devo fare, Yates», aggiunse pietosamente, «quando il mondo mi appare così bello?»
«Pensa alla tua famiglia!» esortò Yates. «Pensa a... a Drusilla.»
«Sai», osservò Carr, facendo roteare il monocolo e attorcigliandosi i baffi, «che sto iniziando a non curarmi di ciò che pensa la mia famiglia!... Non è sorprendente, Yates? I-io sembro essere qualcun altro, di diversi anni più giovane. Da qualche parte», aggiunse, con un gesto del monocolo, «da qualche parte sulla terra c'è un uccellino che mi aspetta.»
«Non parlare così!» esclamò Yates, inorridito.
«Sì, lo farò, giovanotto. Ripeto, con ottimismo ed enfasi, che da qualche parte c'è un uccellino...»
«Signor Carr!»
«Sì, allegro vecchio mio!»
«Posso usare il tuo telefono?»
«Non mi importa cosa fai!» disse Carr, allegramente. «Usa il mio telefono se vuoi; sradicalo e gettalo oltre Cooper's Bluff, per quanto mi riguarda! Ma» e un improvviso barlume di ragione sembrò coglierlo «se ti è rimasto un briciolo di decenza umana, non trascinerai me e la mia terribile situazione in quel giornale scandalistico di New York che scrivi.»
«No», disse Yates, «non lo farò. E questo pone fine alla mia carriera a Park Row. Telefoneerò per dare le mie dimissioni.»
Il signor Carr guardò intorno con calma e si attorcigliò i baffi con un sorriso soddisfatto e retrospettivo.
«È molto gentile da parte tua, Yates; devi scusarmi; ero naturalmente terrorizzato a morte all'inizio; ma mi rendo conto che ti stai comportando in modo molto nobile in questo orribile dilemma...»
«Naturalmente», interruppe Yates. «Devo restare al fianco della famiglia nella quale sono, come sai, destinato a sposarmi.»
«Sicuro», annuì Carr, distrattamente; «sembra proprio così, vero! E, Yates, non hai idea di quanto ti odiassi un'ora fa.»
«Sì, ce l'ho», disse Yates.
«No, non ce l'hai davvero, se mi permetti di contraddirti, allegro vecchio mio. Io... ma non importa ora. Ti sei comportato in un modo insolitamente premuroso. Chi diavolo sei, comunque?»
Yates lo informò modestamente.
«Beh, perché non l'hai detto invece di lasciarmi fare il prepotente! Conosco tuo padre da vent'anni. Perché non mi hai detto che volevi sposare Drusilla invece di venire qui ad arrossire per tutta la proprietà? Ti avrei detto che era troppo giovane; e lo è! Ti avrei detto di aspettare; e avresti aspettato. Saresti stato abbastanza civile da aspettare quando ti avessi spiegato che ho già perso, tramite matrimonio, due figlie a causa di quella macchina maledetta. Non vorresti privarmi completamente delle figlie, vero?»
«Ne voglio solo una», disse John Yates, semplicemente.
«Beh, va bene; sono un suocero decente quando sono costretto a esserlo. Sono davvero un buon sportivo. Puoi chiedere a tutti i miei generi; lo ammetteranno.» Esaminò il giovane e lo trovò decisamente piacevole da vedere, e allo stesso tempo una vaga consapevolezza della propria situazione ritornò per un momento.
«Yates», disse instabilmente, «tutto quello che ti chiedo è di tenere questa terribile n-notizia lontano dalle mie innocenti f-figlie finché non riuscirò a s-scoprire che tipo di persona è d-destinata a condurmi all'altare!»
Yates prese la mano offerta con sincera emozione.
«Sicuramente», disse, «la tua ignota prescelta deve essere qualche affascinante leader nelle attività sociali della grande metropoli.»
«Chi lo sa! Potrebbe essere la m-mia stessa l-lavandaia per quanto ne so. Potrebbe essere qualsiasi cosa, Yates! Lei... potrebbe persino essere n-nera!»
«Nera!»
Il signor Carr annuì, rabbrividì, asciugò l'umidità poco virile dal suo monocolo.
«Penso che farò meglio ad andare in città e dire a mio genero, William Destyn, esattamente cosa mi è successo», disse. «E penso che passerò attraverso l'orto e prenderò la mia barca a motore così che quei cronisti indiavolati non possano seguirmi. Ferdinand!» all'uomo sulla porta, «chiama il garage e ordina l'auto blu, e dì a quegli uomini dei giornali che sto andando in città. Questo, penso, li incollerà al prato per un po'.»
«Riguardo a... Drusilla, signore?» azzardò Yates; ma il signor Carr se n'era già andato, sfrecciando silenziosamente per la via d'uscita sul retro, attraverso l'orto, e attraverso il grande prato ombreggiato dagli alberi che conduceva all'approdo delle barche.
Oltre la siepe distante, dai bellissimi giardini del suo vicino di casa, fluttuavano suoni di allegria e musica. Bandiere festose sventolavano tra gli alberi. I Magnelius Grandcourt si stavano evidentemente preparando per il brillante bazar di beneficenza che si sarebbe tenuto lì quel pomeriggio e quella sera.
«Pensare», mormorò Carr, «che solo un'ora fa ero piacevolmente e comodamente preparato a trascorrere l'intero pomeriggio lì con le mie figlie, tra innocenti festeggiamenti. E ora sono in fuga... inseguito da furie che io stesso ho invocato... minacciato dall'amore nella sua forma più orribile... il matrimonio! Qualsiasi donna io guardi ora potrebbe essere la mia sposa designata per quanto ne so», continuò, svoltando nel vialetto semi-privato, pesantemente bordato di lillà; «e la cosa curiosa è che non mi importa davvero; infatti, l'eccitazione è leggermente piacevole.»
Si fermò; nel vialetto, bloccandolo, c'era un'auto rossa, un piccolo modello runabout; e al volante sedeva una donna, una cameriera a giudicare dalla cuffia e dal grembiule stretto, ed era una donna estremamente carina.
Quando vide il signor Carr lei alzò lo sguardo, mostrando un bordo di denti bianchi nel più disinvolto dei sorrisi. Era certamente una ragazza dall'aspetto insolitamente gradevole.
«C'è qualcosa che non va nel tuo motore?» chiese il signor Carr, piacevolmente.
«Temo di sì.» Non disse «signore»; probabilmente perché era troppo carina per preoccuparsi di tali dettagli. E guardò Carr e sorrise, come se lui fosse particolarmente ornamentale.
«Fammi vedere», iniziò il signor Carr, appoggiando la mano sul volante; «forse posso farlo funzionare.»
«Non funziona», disse lei, un po' sconsolata, scuotendo la sua affascinante testa. «Sono qui da quasi mezz'ora ad aspettare che facesse qualcosa; ma non ne vuole sapere.»
Il signor Carr scrutò sapientemente negli acetileni, guardò attentamente sotto il cofano, esaminò la tappezzeria. Non sapeva nulla di motori.
«Temo», disse tristemente, «che ci sia qualcosa che non va nel magne-e-to!»
«Pensi che sia così grave?»
«Lo temo», disse gravemente. «Se fossi in te uscirei... e starei ben lontana da quella macchina.»
«Perché?» chiese lei nervosamente, facendo un passo verso l'erba accanto a lui.
«Potrebbe esplodere.»
Si allontanarono piuttosto frettolosamente, fianco a fianco. Dopo un po' si allontanarono ancora di più, mano nella mano.
«O-odio lasciarla lì tutta sola», disse la cameriera, quando si furono allontanati completamente dalla vista dell'auto. «Se ci fosse solo un posto sicuro da cui poter osservare e vedere se sta per esplodere.»
Si avventurarono indietro per un breve tratto e sbirciarono il motore.
«Potresti prendere una barca a remi e guardarla dall'acqua», disse il signor Carr.
«Ma non so remare.»
Il signor Carr la guardò. Certamente era l'esemplare più attraente di femminilità sana, dalle guance rosate e dalla pelle d'avorio che avesse mai visto; un tantino più vicina ai trentacinque che ai venticinque, pensò, ma così dolce e fresca e con occhi e modi così affascinanti.
«Ho», disse il signor Carr, «diverse ore a mia disposizione prima di andare in città per affari importanti. Se ti va, ti porterò a remi in una delle mie barche, e poi, da una distanza di sicurezza, potremo sederci a guardare il tuo motore esplodere. Ti va?»
«È molto gentile da parte tua...»
«Niente affatto. Sarebbe molto gentile da parte tua.»
Lei guardò di sbieco il motore, di sbieco l'acqua, di sbieco il signor Carr.
Era una mattinata molto bella all'inizio di giugno.
Mentre il signor Carr la aiutava a salire sulla barca a remi con cerimoniosità, lei gli fece una riverenza. Il suo grembiule e i suoi modi erano affascinantemente incongrui.
Quando fu seduta con grazia a poppa, il signor Carr si voltò per un momento, fissò tutta Oyster Bay con calma attraverso il suo monocolo, poi, slegando la cima, saltò proprio nella barca con un passo distintamente giocoso.
«È curioso come mi sento riguardo a questo», osservò, affondando entrambi i remi nell'acqua.
«Come ti senti, signor Carr?»
«Come un uccellino», disse dolcemente.
E la barca si allontanò dolcemente attraverso le acque scintillanti di Oyster Bay.
In quello stesso momento, anche le acque scintillanti di Oyster Bay stavano accarezzando dolcemente i profili classici di Cooper's Bluff, e su quel promontorio monumentale, sedute sotto ombrelli da disegno, Flavilla e Drusilla lavoravano, in una pozzanghera di acquerelli; e John Chillingham Yates, in eleganti flanelle bianche e cravatta e calze color lillà, giaceva sul prato e guardava Drusilla.
Il silenzio, delicatamente accentuato dalla debole armonia delle zanzare, aleggiava su Cooper's Bluff.
«Non serve a nulla», disse alla fine Drusilla; «si può disegnare un paesaggio da ogni punto di vista tranne che guardando giù per la collina. Signor Yates, come diavolo devo sedermi qui e fare un disegno guardando giù per la collina?»
«Forse», disse lui, «è meglio che ti tenga di nuovo la matita. Devo farlo?»
«Pensi che aiuterebbe?»
«Penso che aiuti... in qualche modo.»
La sua mano carina e sottile teneva la matita; la mano bruna di lui si chiuse sopra di essa. Lei guardò il blocco sulle sue ginocchia.
Dopo un po' disse: «Penso, forse, che faremmo meglio a disegnare. Non trovi?»
Tracciarono qualche segno di penna. Notando che la sua spalla stava appena sfiorando la sua, e sentendosi un po' stanca sullo sgabello, si appoggiò leggermente all'indietro.
«È molto piacevole averti qui», disse sognante.
«È molto paradisiaco essere qui», disse lui.
«Quanto sei generoso a dedicarci così tanto del tuo tempo!» mormorò Drusilla.
«Lo penso anch'io», disse Flavilla, lavando un pennello di tasso. «E sto iniziando ad affezionarmi a te quasi quanto Drusilla.»
«Non ti piace tanto quanto piace a me?» chiese Drusilla.
Flavilla si voltò sul suo sgabello da campo e li ispezionò entrambi.
«Non proprio quanto a me», disse francamente. «Sai, Drusilla, sei molto vicina a essere innamorata di lui.» E riprese a disegnare.
Drusilla fissò l'orizzonte viola senza imbarazzo. «Lo sono?» disse distrattamente.
«Lo sei?» ripeté lui, vicino alla sua spalla.
Lei si voltò e guardò il volto abbronzato di lui con curiosità.
«Cos'è... amare? È» lo guardò indisturbata «è essere abbastanza felici e pigri con un uomo come te?»
Lui rimase in silenzio.
«Pensavo», continuò, «che ci sarebbe stata qualche esitazione, qualche timidezza al riguardo... qualche imbarazzo. Ma non ce n'è stato alcuno tra te e me.»
Lui non disse nulla.
Lei proseguì distrattamente:
«Hai detto, l'altro giorno, molto semplicemente, che ti interessavo molto; e non ne sono rimasta molto sorpresa. E io ho detto che tu mi interessavi molto... E, a proposito, volevo chiederti ieri; siamo fidanzati?»
«Lo siamo?» chiese lui.
«Sì... se vuoi... È tutto qui un fidanzamento?»
«C'è l'anello», osservò Flavilla, picchiettando troppo blu oltremare e usando una spugna. «Devi prenderle un anello, signor Yates.»
Drusilla guardò l'uomo accanto a lei e sorrise.
«Com'è semplice, dopotutto!» disse. «Ho letto nei libri che Papà ci permette di leggere cose così strane sull'amore e sugli innamorati... Siamo innamorati, signor Yates? Ma, certo, dobbiamo esserlo, immagino.»
«Sì», disse lui.
«Prima o poi, quando è conveniente», osservò Flavilla, «dovreste baciarvi ogni tanto.»
«Questo non arriva finché non sono una sposa, vero?» chiese Drusilla.
«Credo sia una questione di gusti», disse Flavilla, alzandosi e allungando ingenuamente le sue gambe lunghe e carine.
Rimase un momento sul bordo del promontorio, guardando giù.
«Com'è curioso!» disse dopo un momento. «C'è Papà sull'acqua che porta a remi in giro la cameriera di qualcuno.»
«Cosa!» esclamò Yates, balzando in piedi.
«Com'è straordinario», disse Drusilla, seguendolo fino al bordo del promontorio; «e stanno anche cantando, mentre remano!»
Da molto lontano, trasportata attraverso le acque scintillanti di Oyster Bay, la voce ricca e melliflua del signor Carr fu trasportata verso riva:
«Sognai di abitare in s-sale di ma-armo.»
La luce del sole cadeva sulla cuffia e sul grembiule civettuolo della cameriera, e scintillava sulla fibbia di una scarpetta aggraziata. Scintillava anche attraverso il monocolo del signor Carr.
«Papà!» gridò Flavilla.
Lontano, il suo genitore agitò un saluto incurante alla sua prole, poi riprese i remi e la sua canzone.
«Com'è straordinario!» disse Flavilla. «Perché pensi che Papà stia portando in giro a remi la cameriera di qualcuno per la baia, e cantando in quel modo per lei?»
«Forse è una delle nostre cameriere», disse Drusilla; «ma sarebbe piuttosto strano anche questo, vero, signor Yates?»
«Un... poco», ammise lui. E il suo cuore sprofondò.
Flavilla aveva iniziato a scendere lungo la faccia sabbiosa del promontorio.
«Vado a vedere di chi è quella cameriera», gridò di rimando.
Drusilla si sedette nell'erba secca dal sole e guardò sua sorella.
Yates stava accanto a lei in amara prostrazione.
Quindi questo era il risultato! Il suo sfortunato futuro suocero era spacciato. Che macchina diabolica! Che risposta terribile, rapida e implacabile era stata restituita quando, dallo spazio, questo gentiluomo fuorviato aveva, per errore, evocato la propria affinità! E che affinità! Una sfacciata soubrette che avrebbe potuto facilmente essere appena uscita dalle quinte di un teatro parigino!
Yates guardò Drusilla. Che colpo terribile stava per arrivare! Lei non avrebbe mai potuto sospettarlo, ma lì, in quella barca, sedeva la sua futura matrigna con cuffia e grembiule!... la sua futura suocera!
E nella miseria della realizzazione di quel momento John Chillingham Yates mostrò la stoffa di cui era fatto.
«Cara», disse dolcemente.
«Ti riferisci a me?» chiese Drusilla, alzando lo sguardo con franca sorpresa.
E allo stesso tempo vide sul suo volto uno sguardo che non vi aveva mai incontrato prima. Era l'ombra del turbamento; e la portò a rialzarsi istintivamente.
«Cos'è, Jack?» chiese.
Non lo aveva mai chiamato in altro modo che signor Yates.
«Cos'è?» ripeté, voltandosi accanto a lui lungo il sentiero frondoso; e con ogni parola un altro anno sembrava, in qualche modo, aggiungersi alla sua giovinezza. «È successo qualcosa, Jack? Sei infelice... o malato?»
Lui non parlò; lei camminò accanto a lui, guardandolo con occhi malinconici.
Quindi c'era più amore che felicità, dopotutto; iniziò a capirlo a metà in modo vago mentre osservava il suo volto cupo. C'era certamente più amore di una semplice felicità pigra; c'era sollecitudine e calda preoccupazione, e il desiderio di confortare, di proteggere.
«Jack», disse tremando.
Lui si voltò e prese le mani non resistenti di lei. Un brivido rapido la attraversò. Sì, c'era molto più nell'amore di quanto si aspettasse.
«Sei infelice?» chiese. «Dimmi. Non sopporto di vederti in questo stato. I-io non l'ho mai fatto... prima.»
«Mi amerai, Drusilla?»
«Sì... sì, lo farò, Jack.»
«Cara?»
«Ti amo... caramente.» Il primo rossore che avesse mai tinto la sua guancia si diffuse e si intensificò.
«Mi sposerai, Drusilla?»
«Sì... Mi spaventi.»
Tremò, improvvisamente, tra le sue braccia. Sicuramente c'erano più cose nell'amore di quanto avesse sognato nella sua filosofia. Alzò lo sguardo mentre lui si chinava più vicino, capendo che stava per essere baciata, in attesa dell'evento che improvvisamente apparve carico di un significato terrificante.
Ci fu un silenzio, un singhiozzo.
«Jack... tesoro... i-io ti amo così tanto!»
Flavilla stava disegnando sul suo sgabello da campo quando ritornarono.
«Ho una fame orribile», disse. «È l'ora di pranzo, non è vero? E, a proposito, è tutto a posto riguardo a quella cameriera. Era sulla strada per servire nel padiglione del tè al bazar della signora Magnelius Grandcourt, e la sua runabout si è rotta ed è quasi esplosa.»
«Di cosa diavolo stai parlando?» esclamò Drusilla.
«Sto parlando della sorella minore della signora Magnelius Grandcourt di Philadelphia, che sembra davvero deliziosa nei panni di una cameriera. Il tè», aggiunse, «costerà un dollaro a tazza, e tre se prendete lo zucchero. E», continuò, «se dobbiamo vendere fiori lì questo pomeriggio, faremmo meglio ad andare a casa a vestirci... A cosa stai sorridendo, signor Yates?»
Drusilla pensò naturalmente di poter rispondere a quella domanda.
«Sorellina carissima», disse con timidezza e tenerezza, «abbiamo qualcosa di meraviglioso da dirti».
«Cos'è?» chiese Flavilla.
«Noi... noi siamo... fidanzati», sussurrò Drusilla, raggiante.
«Ma se lo sapevo già!» disse Flavilla.
«Davvero?» sospirò la sorella, voltandosi a guardare il suo giovane e alto amante. «Io no... Essere innamorati è una faccenda molto più complicata di quanto io e te immaginassimo, Flavilla. Non è vero, Jack?»
XVI
FLAVILLA
Contenente una parabola narrata con tale abilità metaforica che l'autore è totalmente incapace di comprenderla
Il Topo Verde ormai dominava il paese; l'intera nazione degli Stati Uniti era occupata a sposarsi. Nel grande ufficio principale sulla Madison Avenue, e in mille uffici distaccati in tutta l'Unione, le macchine Destyn-Carr lavoravano furiosamente; una nazione folle d'amore era illuminata dalle loro scintille.
Gli uffici per le licenze matrimoniali erano stati quasi messi fuori gioco dall'improvvisa corsa alle nozze; i pastori erano esausti, le campane delle chiese erano usurate, la California e la Florida segnalavano l'assenza di raccolti di arance, poiché tutti i fiori erano stati richiesti per le spose; c'era carenza di solitari, orologi da viaggio, pinze per asparagi; e l'accaparramento del riso perpetrato da qualche capitano d'industria senza scrupoli produsse un panico eguagliato solo da un più terribile colpo nel settore delle scarpe leggermente usate.
Tutta l'America correva a sposarsi; da Seattle a Key West le ferrovie erano bloccate da cortei nuziali; un vasto ronzio di festeggiamenti risuonava dal Golden Gate a Governor's Island, dal Niagara al Golfo del Messico. A New York il frastuono era incessante; tutto il giorno le campane delle chiese suonavano, tutto il giorno il fragore di eleganti carrozze e vetture a nolo riecheggiava sull'asfalto. Un reporter del Tribune stette in cima alla torre della New York Life per un'intera settimana, divorando panini al cavolo marinato e Marie Corelli, e durante quel periodo, come recita la sua deposizione, «per nessun secondo consecutivo le sue ampie orecchie furono libere dalle note vicine o lontane della Marcia Nuziale».
E su tutto, in approvante benedizione, aleggiava l'ampio sorriso del più grande degli statisti e il grande sorriso del più ampio degli statisti: questi due, metaforicamente, mano nella mano, fluttuavano in alto sopra il loro popolo, spargendo benedizioni incoraggianti su ogni sposa.
Si verificò un tremendo aumento dei valori; i novelli sposi richiedevano case; gli architetti venivano fatti morire di lavoro; costruttori, operatori immobiliari, mediatori, non riuscivano a gestire gli affari che venivano loro scagliati contro da sposi impazienti.
Allora, prendendo il tempo per il ciuffo, un mostro indescrivibile si assicurò la produzione dei prossimi dieci anni di carrozzine. I peccati della Standard Oil furono dimenticati di fronte alla minaccia di una tale catastrofe nazionale; si tennero riunioni di madri; l'eccitazione divenne stupenda; centomila spose invasero l'ufficio del Procuratore Generale, ma tutto ciò che riuscì a pensare di dire fu: «Trenta secoli vi guardano dall'alto!»
Questi vaghi sentimenti sconcertarono il paese. La gente capiva che il Governo aveva buone intenzioni, ma realizzava anche che non era lontano il tempo in cui milioni di carrozzine sarebbero state necessarie negli Stati Uniti. E non esitarono più.
In tutta l'Unione si tennero fiere e mercatini per raccogliere fondi per una grande fabbrica nazionale che producesse carrozzine. Allarmato, il Trust cercò di svendere; la femminilità militante, completamente risvegliata, disprezzò il compromesso. In ogni città, paese e villaggio della nazione si organizzarono intrattenimenti, denaro raccolto per la grande fabbrica popolare di carrozzine.
L'evento pianificato per Oyster Bay doveva essere particolarmente brillante: un carnevale acquatico a Center Island con tableaux vivants, fuochi d'artificio e illuminazioni di ogni tipo.
Rassicurati dal magnifico atteggiamento della femminilità americana, gli affari scontarono il crollo del trust delle carrozzine e iniziarono a riprendersi molto rapidamente. I titoli avanzarono, fluttuarono e improvvisamente schizzarono verso l'alto come razzi; e la tanto attesa ondata di prosperità inondò il paese. Sulla sua cresta cavalcava Cupido, arco e frecce scartati, sollevando in alto nella mano destra una macchina Destyn-Carr.
Poiché il vecchio ordine delle cose era passato; i dubbi e le paure all'antica del corteggiamento erano ora praticamente superflui.
Chiunque sulla terra poteva ora comprare un biglietto ed essere perfettamente certo che chiunque avesse sposato sarebbe stato quello giusto: quello destinato dal destino.
Eppure, per quanto possa sembrare strano, rimanevano ancora, qua e là, alcuni giovani negli Stati Uniti che non avevano alcun desiderio di essere messi al sicuro da una macchina Destyn-Carr.
Se in loro ci fosse un qualche istinto sportivo, che rendeva attraente il rischio, o, forse, la convinzione che il Fato sia gentile, non occorre discuterlo. Il fatto rimane che c'erano pochissimi giovani in età da marito che non avevano alcun desiderio di sapere in anticipo quale potesse essere il loro destino.
Una di queste reazionarie impenitenti era Flavilla. Vedere la sua intera famiglia sposarsi tramite macchine era abbastanza per lei; testimoniare una felicità così consumata e collettiva diventava leggermente stucchevole. La perfezione può essere eccessiva; una crepa in un liuto allevia la monotonia melodiosa, e quando le discordie smettono di divertire, si può sempre far riparare lo strumento o comprare un banjo.
«Ciò che desidero», disse, ignorando le rimostranze della famiglia, «è la possibilità di commettere errori. Tre o quattro bei ragazzi hanno pensato di essere innamorati di me, e non scambierei con nulla l'esperienza. O», aggiunse innocentemente, «per le possibilità che un giorno altri tre o quattro giovani gradevoli pensino di essere innamorati di me. Si impara commettendo errori: molto piacevolmente».
La sua famiglia sedeva in una fila affettuosamente seria e la esortava: quattro sorelle sposate, quattro beati cognati, la sua attraente matrigna, suo padre. Lei scosse la bella testa e continuò a cucire sul costume che avrebbe indossato alla Festa Veneziana e Fiera delle Carrozzine di Oyster Bay.
«No», disse, infilando l'ago e cucendo abilmente una squama argentea e lucente sull'abito da sirena che giaceva sulle sue ginocchia, «correrò i miei rischi con gli uomini. È più divertente amare un uomo non destinato a me, e farlo innamorare di me, e vivere felice e provocante per sempre, piuttosto che farsi sistemare a vita da un orribile vecchio marchingegno».
«Ma stai perdendo tempo, cara», spiegò gentilmente la matrigna.
«Oh, no, non è così. Sono stata fidanzata tre volte e mi sono divertita immensamente. Non è perdere tempo, vero? Ed è così divertente! Lui pensa di essere innamorato e tu pensi di essere innamorata, e trascorrete un periodo così gradevole insieme finché non scoprite che siete persi per qualcun altro. E poi scopri di esserti sbagliata e dici che vuoi sempre lui come amico, e ricominci subito da capo con un uomo perfettamente nuovo...»
«Flavilla!»
«Sì, papà».
«Sei completamente demoralizzata!»
«Demoralizzata? Perché? Tutti si comportavano come me prima che tu e William inventaste la vostra orribile macchina. Tutti nel mondo si sposavano per caso, dopo essere stati fidanzati con vari giovani interessanti. E io non sono demoralizzata; sono solo abbastanza all'antica da correre dei rischi. Per favore, lasciamelo fare».
La famiglia la guardava con tristezza. Nella loro felicità amalgamata deploravano la sua riluttanza a entrare dove la perfetta beatitudine era garantita.
Anche la sua scelta di ruolo e costume per i tableaux acquatici del Seawanhaka Club non incontrava il loro favore; poiché aveva scelto di rappresentare un personaggio ormai superfluo e fuori moda: la Lorelei che attirava gli yachtmen teutonici alla distruzione col suo canto qualche secolo fa. E questo, in questi tempi, era ridicolo, perché, fortificato da una visita alla più vicina macchina Destyn-Carr, nessun marinaio debole di mente si sarebbe curato di ciò che una Lorelei potesse fare; e lei avrebbe potuto cantare fino a perdere la testa e pettinarsi fino a diventare calva prima che un marinaio inoculato da Destyn-Carr venisse attirato fuoribordo.
Ma Flavilla insistette ostinatamente sul suo costume scagliato e con la coda di pesce. Quando fosse giunto il suo turno, un riflettore sul circolo avrebbe illuminato la zattera e l'avrebbe rivelata, mentre si pettinava i capelli dorati con un pettine d'oro e cantava come le Arti Musicali.
«E», pensò segretamente, «se rimane su questa terra costruita dalle macchine un giovane degno della mia gentile considerazione, non mi sorprenderebbe affatto se facesse un tuffo dal molo dello Yacht Club e mi chiedesse di essere sua. E sarei molto propensa ad ascoltare il suo suggerimento».
Così, con la segreta speranza di questo piacevole episodio, ma senza dare alcuna ragione simile alla sua famiglia protestante, resistette vigorosamente a tutti i tentativi di privarla delle sue scaglie di pesce, del pettine d'oro e del ruolo nella prossima festa acquatica. E ora i programmi erano stampati ed era troppo tardi per loro intervenire.
Si alzò, tenendo in mano l'abbigliamento scintillante e pinnato, che lampeggiava come un pesce collassato al sole.
«È finito», disse. «Ora vado da qualche parte da sola a provare».
«In acqua?» chiese il padre con disagio.
«Certamente».
Dato che Flavilla era una nuotatrice superba, nessuno poteva obiettare. Più tardi, una cameriera scese all'approdo, sistemò pranzo, bottiglie d'acqua e costume nella canoa. Più tardi, Flavilla stessa scese al bordo dell'acqua, senza cappello, maniche rimboccate, bilanciando una pagaia sulle spalle.
Mentre la pagaia lampeggiava e la canoa danzava via sulle acque scintillanti di Oyster Bay, Flavilla canticchiava la logora canzone tedesca che doveva cantare nel suo ruolo di Lorelei, e si diresse verso Northport.
«La cosa da fare», pensò tra sé, «è trovare qualche bella insenatura boscosa dove possa cambiarmi il costume in sicurezza e provare. Devo sapere se riesco a nuotare con questo coso, e se riesco a cantare mentre nuoto in giro. Sarebbe più efficace, penso, che stare semplicemente seduta sulla zattera, cantando e pettinandomi i capelli attraverso tutte quelle strofe».
La canoa danzava sull'acqua, la pagaia scintillava, si immergeva, spazzava a poppa e lampeggiava di nuovo. Flavilla era molto, molto felice senza alcuna ragione particolare, che è il miglior tipo di felicità sulla terra.
C'è una lingua di terra sabbiosa che ostacola la navigazione diretta tra le sacre acque di Oyster Bay e le profane correnti che bagnano le rive ghiaiose di Northport.
«Farò un trasporto», pensò Flavilla, facendo arenare la sua canoa. Poi, guardandosi intorno in quel solitario tratto di sabbia fiancheggiato dai boschi, realizzò subito che non aveva bisogno di cercare oltre per l'isolamento.
Prima di tutto, trascinò la canoa nel bosco, poi si spogliò rapidamente e indossò l'abito squamato da sirena, che le aderiva alla gola magnificamente come la sua stessa pelle.
Era piuttosto difficile per lei navigare a terra, poiché le sue gambe erano racchiuse in una coda di pesce, ma, prendendo pettine e specchio, riuscì a dimenarsi fino al bordo dell'acqua.
Alcune rocce riscaldate dal sole emergevano a una certa distanza dalla riva; con un ultimo e vigoroso movimento Flavilla si lanciò e nuotò verso le rocce, tenendo pettine e specchio in entrambe le mani.
La coda di pesce e gli accessori la ostacolavano, ma lei era il tipo di nuotatrice che non teneva conto di tali inezie; e dopo un po' si tirò su dal mare e, senza fiato, scintillante, iridescente, si lasciò cadere su una roccia piatta al sole. Da cui fece un'attenta ricognizione dei dintorni.
Certamente nessuno poteva vederla lì. Nessuno l'avrebbe interrotta, perché la rotta di navigazione giaceva molto lontano, a nord. Tutt'intorno c'erano boschi; il luogo era quasi chiuso, tranne dove, molto lontano attraverso l'estuario, un orizzonte azzurro e fosco brillava nella direzione generale del New England.
Così, quando ebbe recuperato abbastanza fiato, sciolse i brillanti capelli castano-dorati, si sedette sulla roccia, sollevò il suo bel nasino verso il cielo e sprigionò la melodia.
Mentre cantava la noiosa vecchia ballata teutonica, si pettinava vigorosamente e di tanto in tanto osservava i suoi lineamenti nello specchio.
*Ich weiss nicht was soll es bedeuten* *Dass ich so traurig bin...*
cantava felicemente, studiando i suoi gesti con cura e agitando allegramente la sua coda.
Aveva una voce molto bella che era stata costosiamente coltivata. Uno o due uccellini ascoltarono attentamente per un po', poi iniziarono ad aiutarla.
Sulla veranda del suo bungalow, non molto lontano da Northport, stava un giovane di aspetto piacevole, pantaloni alla zuava e gambe insolitamente simmetriche. Le sue mani riposavano nelle tasche, i suoi occhi dietro gli occhiali erano fissi sognanti verso i cieli. Qualcuno oltre quello schermo di boschi stava cantando molto bene, e gli piaceva, all'inizio.
Tuttavia, quando l'invisibile cantante ebbe cantato la Lorelei per un'ora, costantemente, senza interruzione, un'espressione di sorpresa si trasformò gradualmente in disagio stupore sui suoi lineamenti puliti e insolitamente attraenti.
«Quella ragazza, chiunque essa sia, sa cantare, va bene», rifletté, «ma perché diamine tira fuori la stessa vecchia cosa?»
Guardò la striscia di boschi, ma non riuscì a vedere nulla della cantante. Ascoltò; lei continuava a cantare la Lorelei.
«Non può essere un fonografo», ragionò. «Nessuna persona sana di mente potrebbe sopportare un'ora di quella stupida canzone. Nessuna persona sana di mente la canterebbe nemmeno per un'ora».
Disturbato, prese gli occhiali marini, se li mise a tracolla, salì sulla collina dietro il bungalow, scelse un albero promettente e lo scalò.
A cavalcioni su un ramo elevato, il signore di Northport fissava intensamente oltre il limitare dei boschi. Qualcosa scintillava là fuori, qualcosa si muoveva, brillando su una roccia semisommersa. Regolò gli occhiali marini e strizzò gli occhi attraverso di essi.
«Grande James!» esitò, lasciandoli cadere; e seguì quasi gli occhiali verso la distruzione sul terreno sottostante.
Come riuscì ad arrivare sano e salvo a terra non lo seppe mai. «O sono pazzo», urlò ad alta voce, «o c'è una... una sirena là fuori, e lo scoprirò prima che mi inseguano al manicomio!»
C'era una barca grassa e tozza al suo approdo; raggiunse la riva in una serie di lunghi salti distratti, saltò a bordo, sciolse gli ormeggi, spinse entrambi i remi in profondità nell'acqua e scagliò la barca in avanti, così che saltellava, sguazzava, correva e si arrampicava, come una gallina fuoribordo.
«È terribile», gemette. «Se non ho visto quello che penso di aver visto, mi mangio il cappello; se ho visto quello che sono sicuro di aver visto, sono più pazzo del cappellaio che l'ha fatto!»
Più vicino e più vicino, udito da lui distintamente sopra lo sciacquio frenetico dei suoi remi, la sua canzone della Lorelei suonava pericolosamente dolce e chiara.
«Oh, accidenti!» gemette; «è orribilmente simile alla cosa reale; e io arrivo qui a capofitto, come fanno nei libri di fiabe...»
Prese un granchio che lo fece finire in una graziosa parabola a prua, dove giacque mordendo l'aria per recuperare il fiato. Poi la prua della sua barca arò nella lingua di terra sabbiosa; si arrampicò sui piedi, saltò fuori e corse a capofitto nella cintura di alberi che nascondeva la cantante. La velocità e l'andatura ricordavano la grazia senza sforzo del canguro; quando incontrava tronchi e canaloni si alzava grandiosamente, navigando nello spazio, atterrando con una serie di morbidi rimbalzi, che lo portarono presto dall'altra parte del bosco.
E lì, ciò che vide, ciò che sentì, lo paralizzò quasi. Con le ginocchia deboli, passò una mano tremante sui suoi occhi increduli; con il coraggio della disperazione, si pizzicò debolmente. Poi per sessanta secondi nauseanti chiuse gli occhi e premette entrambe le mani sulle orecchie. Ma quando tolse le mani e aprì gli occhi terrorizzati, la melodia squisitamente seducente, portata dal vento dall'acqua, lo brividì in ogni fibra; il suo sguardo selvaggio cadde su una forma lontana e scintillante: braccia bianche, capelli dorati, coda di pesce, corpo snello scintillante di scaglie argentee.
Il basso sciabordio della marea sulla riva ghiaiosa era nelle sue orecchie; il vento salato era nella sua gola. Vide il sole lampeggiare su pettine d'oro e specchio, mentre le dita nivee accarezzavano le splendide masse dei suoi capelli; la sua canzone rubava dolcemente verso il mare mentre il vento virava.
Una calma terribile scese su di lui.
«Questo è interessante», disse ad alta voce.
Un'ondata nauseante di terrore lo travolse, ma si raddrizzò, squadrando le spalle.
«Potrei anche affrontare il fatto», disse, «che io, Henry Kingsbury, di Pebble Point, Northport, L.I., e recentemente in pieno possesso delle mie facoltà mentali, sto ora, in questo preciso momento, guardando una... una sirena nel Long Island Sound!»
Ebbe un brivido; ma era pura grinta fino in fondo. I denti potevano battere, le ginocchia cozzare insieme, il midollo gelarsi; nulla sulla terra o a Long Island poteva stampigliare completamente Henry Kingsbury, di Pebble Point.
La sua presa sul suo autocontrollo in qualsiasi vera crisi non scivolava mai; il suo sterzo mentale non cedette mai. Di nuovo le sue labbra pallide si mossero nel parlare:
«La... cosa... da... fare», disse molto lentamente e deliberatamente, «è nuotare fuori e... e toccarla. Se si dissolve nel nulla probabilmente mi sentirò meglio...»
Iniziò a togliersi cappotto, colletto e scarpe, costringendosi a parlare con calma per tutto il tempo.
«La cosa da fare», continuò stancamente, «è nuotare fin lì e dargli un'occhiata. Naturalmente, non è davvero lì. Per quanto riguarda l'annegamento... non importa davvero... Nel mezzo della vita siamo a Long Island... E, se è lì... p-p-posso catturarla per il B-B-Bronx...»
La ragione vacillò; si rianimò, tuttavia, mentre si tuffava nelle a. s.[A] di Oyster Bay e nuotava, silenzioso come una lontra marina verso la forma scintillante sulle rocce rossastre.
[Nota A: Acque Scintillanti o Acque Sacre.]
Flavilla stava provando con tutte le sue forze; la sua gola bianca si gonfiava con la musica che riversava al cielo e al mare; le sue dita carine giocavano con le pieghe dei capelli bruniti; il suo specchio a mano dorato lampeggiava, batteva dolcemente il tempo con la coda.
Così accuratamente, così sinceramente, entrava nello spirito della sirena che stava rappresentando che, a momenti, desiderava quasi che qualche pescatore potesse apparire: giusto per vedere se sarebbe davvero andato fuoribordo dopo di lei.
Tuttavia, audace come potevano essere i suoi pensieri vaganti, era del tutto impreparata a vedere una testa umana, resa lucida dall'acqua di mare, emergere dalle erbacce galleggianti quasi ai suoi piedi.
«Bontà», disse debolmente, e tentò di alzarsi. Ma la sua coda di pesce la incatenava.
«Sei reale!» ansimò Kingsbury.
«S-sì... Tu lo sei?»
«Grande James!» urlò a metà, singhiozzò a metà, «sei umana?»
«M-molto. Tu lo sei?»
Si aggrappò alla roccia erbosa e si tirò su. Per un momento giacque respirando velocemente, l'acqua gocciolava dai suoi abiti inzuppati. Una volta toccò debolmente la scintillante coda di pesce che giaceva sulla roccia accanto a lui. Tremò, ma ago e filo erano stati al lavoro lì; fece un respiro profondo e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, lei stava guardandosi intorno in cerca di un posto adatto per lanciarsi nella baia; infatti, aveva già iniziato a scivolare verso l'acqua; lo sfregamento delle scaglie lo svegliò, e si mise a sedere.
«Ho sentito cantare», disse sognante, «e ho scalato un albero e ho visto... te! Mi biasimi per aver cercato di corroborare una cosa come te?»
«Pensavi che fossi una vera?»
«Pensavo di pensare di aver visto una vera».
Lei lo guardò con speranza.
«Dimmi, il mio canto ti ha costretto a nuotare fin qui?»
«Non so cosa mi abbia costretto».
«Ma... sei stato costretto?»
«Io... sembra di sì...»
«O-h!» Arrossita, eccitata, ridendo, giunse le mani sotto il mento e lo fissò.
«Pensare», disse dolcemente, «che tu abbia creduto che io fossi una vera sirena, e che la mia bellezza e il mio canto ti abbiano effettivamente attirato verso la mia roccia! Non è eccitante?»
Lui la guardò, poi divenne rosso:
«Sì, lo è», disse.
Con le mani ancora giunte strettamente sotto il mento arrotondato, lei lo osservò con intenso interesse. Lui era in svantaggio; l'aspetto lucido, mezzo annegato che un uomo ha quando emerge da una nuotata non lo mostra al suo meglio.
Ma lui aveva un interesse più profondo per Flavilla; la sua melodia e bellezza lo avevano effettivamente attirato attraverso l'acqua al pericolo delle sue rocce; questo essere umano, questa creatura uomo, sembrava essere, in un certo senso, suo.
«Per favore sistema i tuoi capelli», disse, porgendogli il pettine e lo specchio.
«I miei capelli?»
«Certamente. Voglio guardarti».
Lui trovò la sua richiesta piuttosto straordinaria, ma si mise a sedere e, con l'aiuto dello specchio, grattò via i suoi capelli bagnati, dividendoli nel mezzo e pettinandoli abilmente in due allegre alucce di Mercurio. Poi, pescando nelle tasche inzuppate dei suoi pantaloni alla zuava, produsse un paio di eleganti pince-nez, che indossò, e poi guardò verso di lei.
«Oh!» disse lei, con un rapido respiro trattenuto, «sei attraente!»
A quel punto lui divenne di un rosso che gli donava.
Appoggiata su un braccio nudo e incantevole, con i capelli color bruno ramato che le si raggruppavano contro le guance, lei continuò a scrutarlo con un'approvazione deliziata che talvolta lo faceva fremere interiormente, talvolta quasi lo inebriava.
«Pensare», mormorò, «che ti ho attirato fin qui!»
«Ci sto pensando», disse lui.
Lei inclinò la testa di lato, ispezionandolo con la più schietta approvazione.
«Mi chiedo», disse, «quale sia il tuo nome. Io sono Flavilla Carr».
«Non una delle tre gemelle Carr!»
«Sì... ma», aggiunse rapidamente, «non sono sposata. Tu lo sei?»
«Oh, no, no, no!» disse lui in fretta. «Sono Henry Kingsbury, di Pebble Point, Northport...»
«Padrone e proprietario del bellissimo ma incerto Sappho? Oh, dimmi, sei tu l'uomo che si è ribaltato così tante volte nel Long Island Sound? Perché io... io adoro un uomo che abbia il fegato di continuare a capovolgersi ogni due giorni».
«Allora», disse lui, «puoi adorarmi in tutta sicurezza, perché sono proprio quel velista che è caduto dal Sappho più volte di quante il Cavaliere Bianco sia caduto dal suo cavallo».
«Io... io ti adoro davvero!» esclamò lei impulsivamente.
«Certo, non d-d-dici sul serio», balbettò lui, sforzandosi di sorridere.
«Sì... quasi. Dimmi, tu... so che non sei come gli altri uomini! Non hai mai avuto nulla a che fare con una macchina Destyn-Carr, vero?»
«Mai!»
«Neanch'io... E quindi non sei innamorato, vero?»
«No».
«Neanch'io. Oh, sono così felice che io e te abbiamo aspettato, e non ci siamo fidanzati con qualcuno tramite macchinari... Mi chiedo per chi tu sia destinato».
«Per nessuno... tramite macchinari».
Lei batté le mani. «Neanch'io. È troppo stupido, non è vero? Non voglio sposare l'uomo che dovrei sposare. Preferirei rischiare con un uomo che mi attrae e da cui sono attratta... C'era, ai vecchi tempi... prima che tutti si sposassero tramite macchinari... qualcosa di non del tutto indegno nell'essere una sirena, vero?... È perfettamente delizioso pensare a te che mi vedi qui sugli scogli, e poi ti tuffi istantaneamente tra i flutti, strappando una spumeggiante via d'uscita verso quella che avrebbe potuto essere la distruzione!»
Il suo volto arrossato ed eccitato, incorniciato dai riccioli, fissava il suo.
«È stata una distruzione», disse lui. La sua stessa voce gli suonava strana. «La distruzione totale della mia pace mentale», ribadì.
«Non... non penserai di essere innamorato di me, vero?» chiese lei. «Sarebbe un climax troppo... troppo perfetto... Lo sei?» chiese curiosa.
«Credo... di sì».
«Ne... ne sei sicuro?» Lui la fissò con coraggio: «Sì».
Lei lanciò entrambe le braccia verso l'alto con gioia, poi rise ad alta voce:
«Oh, che meraviglia! È troppo perfetto, troppo bello! Mi ami davvero? Lo fai? Ne sei sicuro?»
«Sì... cercherai di amarmi?»
«Beh, sai che alle sirene non importa della gente... Sono già stata fidanzata due o tre volte... Non mi dispiace essere fidanzata con te».
«Non potresti provare qualcosa per me, Flavilla?»
«Ma certo. Lo faccio... Per favore non toccarmi; preferirei di no. Certo, sai, non potrei davvero amarti così in fretta a meno che non fossi stata sottoposta a una di quelle macchine Destyn-Carr. Lo sai, vero? Ma», aggiunse francamente, «non mi piacerebbe che tu ti allontanassi da me. Mi... mi sento come una persona di buon cuore per strada che viene seguita da un gatto randagio...»
«Cosa!»
«Oh, non intendevo nulla di sgradevole, davvero non intendevo. Sai quanto ci si senta teneramente quando un povero gatto randagio ti trotterella dietro...»
Lui si alzò, furioso.
«Sei offeso?» chiese lei tristemente. «Quando non intendevo altro se non che il mio cuore... che è piuttosto impressionabile... prova sentimenti molto calorosi e teneri verso l'uomo che ha nuotato dietro di me... Non vuoi capire, per favore? Ascolta, siamo fidanzati solo da un minuto ed ecco già il nostro primo litigio. Puoi vedere da solo cosa succederebbe se mai ci sposassimo».
«Comunque non sarebbe una beatitudine fabbricata a macchina», disse lui.
La cosa sembrò interessarla; lo ispezionò con attenzione.
«Inoltre», aggiunse lui, «pensavo che tu desiderassi correre i rischi di uno sportivo».
«Lo... faccio».
«E pensavo che tu non volessi sposare l'uomo che dovresti sposare».
«È... vero».
«Allora certamente non dovresti sposare me... ma, lo farai?»
«Come posso, se non... ti amo?»
«Non mi ami perché non dovresti, dopo una così breve conoscenza... Ma mi amerai, Flavilla?»
Lei lo guardò in silenzio, restando molto ferma, i capelli luminosi a velare le guance, la coda di pesce arricciata contro il fianco.
«Lo farai?»
«Non lo so», disse lei debolmente.
«Provaci».
«Ci... sto provando».
«Vuoi che ti aiuti?»
Evidentemente lo aveva fissato abbastanza a lungo; gli occhi le caddero; le sue dita bianche tormentavano i baccelli delle alghe. Il suo braccio si chiuse attorno a lei; nulla si muoveva se non il cuore di lei.
«Vuoi che ti aiuti ad amarmi?» sussurrò lui.
«No... non c'è più aiuto per me». Sollevò la testa.
«Tutto questo è così... così sbagliato», balbettò, «che penso debba essere giusto... Mi ami davvero?... Non baciarmi se lo fai... Ora ti credo... Sollevami; non posso camminare con questa coda di pesce... Ora mettimi a galla, per favore».
Lui la sollevò, camminò fino al bordo dell'acqua, si chinò e la depose nel mare. In un istante lei era guizzata dalle sue braccia tra i flutti, scintillando, girando come un salmone argentato.
«Vieni?» gli gridò.
Lui non si mosse. Lei nuotò in cerchio e riemerse accanto allo scoglio. Dopo un lunghissimo, lunghissimo silenzio, lei sollevò entrambe le braccia; lui si sporse. Poi, molto lentamente, lei lo trascinò giù nell'acqua.
* * * * *
«Sono abbastanza sicura», disse, mentre sedevano insieme a pranzo sulla lingua di sabbia che divide Northport Bay dal settore sud-ovest di Oyster Bay, «che io e te siamo destinati a molti guai quando ci sposeremo; ma ti amo così caramente che non mi importa».
«Nemmeno a me», disse lui; «ne vuoi un altro di panino?»
E, essendo giovane e in salute, lei lo prese e, mordendolo, sorrise in modo adorabile al suo amante.
ALTRI LIBRI DI
ROBERT W. CHAMBERS
Fu lo stesso Mr. Chambers a scrivere dei capricci del Trio Mistico — Fato, Caso e Destino — e di come accadesse spesso che un giovane «inciampasse nel piede maliziosamente teso del Fato e cadesse dritto tra le braccia spalancate del Destino». Forse fu grazie a uno degli scherzi delle sorelle mistiche che lo stesso Mr. Chambers posò pennello e tavolozza per impugnare la penna. Mr. Chambers studiò arte a Parigi per sette anni. A ventiquattro anni i suoi dipinti furono accettati al Salon; a ventotto era tornato a New York ed era impegnato come illustratore per Life, Truth e altri periodici. Ma già il desiderio di scrivere gli scorreva nelle vene. Il Quartiere Latino di Parigi, dove aveva studiato così a lungo, sembrava perseguitarlo; voleva raccontare la sua storia. Così scrisse il racconto e, nel 1893, lo pubblicò con il titolo "In the Quarter". Lo stesso anno pubblicò un altro libro, "The King in Yellow", un racconto macabro, ma di straordinario successo. Il cavalletto fu messo da parte; il pittore era diventato scrittore.
Scrivendo del romanzo di Mr. Chambers dello scorso autunno
THE DANGER MARK
su The Bookman, il Dr. Frederic Taber Cooper disse: «In quest'ultimo campo (il romanzo di società) sembrerebbe che Mr. Chambers si sia finalmente ritrovato; e il fatto che l'ultimo dei quattro libri sia il migliore, il più sostenuto e il più onesto lavoro che abbia mai fatto, offre solide basi per credere che abbia ancora volumi migliori e più maturi da offrire. Non c'è alcuna ragione valida per cui Mr. Chambers non debba alla fine essere ricordato come il romanziere che ha lasciato dietro di sé una commedia umana onnicomprensiva di New York».
Questo è un altro romanzo di vita mondana come "The Fighting Chance" e "The Firing Line". I personaggi principali della storia sono un ragazzo e una ragazza, eredi di una vasta fortuna, i cui genitori sono morti e che sono stati lasciati sotto la tutela di una grande Compagnia Fiduciaria. Vengono cresciuti senza compagni della loro età e sono una coppia unica quando, raggiunta la maggiore età, vengono immessi nella società di New York: due bambini educati da una grande macchina, possessori di una ricchezza favolosa, con ogni istinto ereditario per il bene e per il male liberato per la prima volta. Il fatto che la ragazza abbia acquisito l'abitudine di versare un po' di colonia su una zolletta di zucchero e di rosicchiarla quando è stanca o depressa dà un'indicazione della lotta che i ragazzi hanno davanti a loro, una lotta tutta loro, nel mezzo dei loro lussuosi dintorni, più vitale, più reale, forse, di qualsiasi altra che Mr. Chambers abbia mai dipinto. È una storia tesa, potente, altamente drammatica, che tratta un argomento delicato senza offendere il gusto o il giudizio del lettore più critico.
Il terzo romanzo di società di Mr. Chambers è
THE FIRING LINE
Le sue scene sono ambientate principalmente a Palm Beach, e non è mai stato disegnato un quadro più distinto eppure delicatamente colorato di una località alla moda americana, nel pieno splendore della sua breve e ricorrente gloria. In questo libro, lo scopo di Mr. Chambers è mostrare che la salvezza della società risiede nella costante iniezione di sangue nuovo nelle sue vene. La sua eroina, l'avvincente Shiela Cardross, di genitori ignoti, eppure cresciuta nel lusso, si ritrova improvvisamente sulla linea di fuoco della vita, a combattere con uno dei problemi più minacciosi che una ragazza abbia mai dovuto affrontare. Solo un maestro della scrittura potrebbe gestire la sua storia; Mr. Chambers lo fa con grande successo.
THE YOUNGER SET
è il secondo dei romanzi di società di Mr. Chambers. Porta il lettore nella vorticosa vita mondana della New York alla moda, per lottare con quel male sempre crescente che è la questione del divorzio. Come studioso della vita, Mr. Chambers è scrupoloso; conosce la società; i suoi quadri sono così accurati da permettere al lettore di assorbire la stessa atmosfera come se vi fosse nato e cresciuto. Inoltre, non importa quanto intricata possa essere la trama o quanto grande la lezione da insegnare, il romanticismo nella storia è sempre in primo piano. Per "The Younger Set", Mr. Chambers ha fornito un eroe con un rigido codice d'onore e la grinta necessaria per attenervisi, anche se fuori moda e superato. È un uomo che chiunque cercherebbe di emulare.
Il primo dei romanzi di società di Mr. Chambers è
THE FIGHTING CHANCE
È la storia di un giovane uomo che ha ereditato con la sua ricchezza un desiderio per gli alcolici, e di una ragazza che ha ereditato una certa ribellione e una tendenza verso pericolosi capricci. I due, incontrandosi sull'orlo della rovina, combattono le loro battaglie: due debolezze unite con l'amore per creare una forza.
È sufficiente dire di questo romanzo che più di cinque milioni di persone l'hanno letto. Ha preso un posto permanente tra la migliore narrativa del periodo.
SPECIAL MESSENGER
è il titolo del romanzo di Mr. Chambers appena precedente a "The Danger Mark". È la storia romantica di una giovane donna, spia e scout durante la Guerra Civile. Come messaggero speciale al servizio dell'Unione, viene condotta in un labirinto di situazioni critiche, ma la sua freddezza, il suo coraggio e la sua personalità accattivante la portano sempre alla vittoria. La storia è ricca di incidenti drammatici, il fragore della battaglia, le cupe realtà della guerra; e, a volte, in netto contrasto, arriva il più tenero dei romanticismi. È scritto con comprensione e simpatia per il punto di vista dei partigiani di entrambi i lati del conflitto.
THE RECKONING
è un romanzo della Guerra Rivoluzionaria. È il quarto, cronologicamente, di una serie di cui "Cardigan" e "The Maid-at-Arms" sono stati i primi due. Il terzo non è ancora stato scritto. Questi romanzi della New York dei giorni della Rivoluzione sono un altro esempio lampante dell'entusiasmo che Mr. Chambers mette nel suo lavoro. Per scrivere un romanzo storico accurato e di successo, bisogna essere storici oltre che romanzieri. Mr. Chambers è un'autorità sulla storia dello Stato di New York durante il periodo coloniale. E, se le ore passate a studiare vecchie mappe e a leggere vecchi documenti e diari non si vedono, il risultato è sempre evidente. I fatti non sono invadenti, ma sono lì, intrecciati nell'ordito diafano dell'immaginazione dell'artista. Ecco perché questi romanzi convincono sempre, ecco perché respiriamo l'aria stessa del periodo mentre li leggiamo.
IOLE
Un altro splendido esempio della versatilità dell'autore è questa satira farsesca e umoristica sull'art nouveau di oggi. Mr. Chambers, con tutta la sua conoscenza del gergo artistico, ha creato in questo breve romanzo un padre che è una pia frode, il quale cresce le sue otto incantevoli figlie negli Adirondacks, dove indossano pigiami rosa, mangiano noci e frutta e lo ascoltano mentre fa lezioni di arte a loro e a chiunque altro. È facile immaginare cosa succeda quando diversi giovani newyorkesi ricchi e pragmatici si imbattono in questo gruppo. Alla fine, sono tutti felici.
Si potrebbe continuare per altri venti libri, ma non c'è abbastanza spazio se non per menzionare "The Tracer of Lost Persons", "The Tree of Heaven", "Some Ladies in Haste" e i deliziosi libri di natura per bambini di Mr. Chambers, che raccontano come Geraldine e Peter vadano a zonzo per "Outdoor-Land", "Mountain-Land", "Orchard-Land", "River-Land", "Forest-Land" e "Garden-Land". Essi, a loro volta, sono diversi dai suoi romanzi per fantasia e concezione quanto ognuno dei suoi romanzi lo è dall'altro.
Mr. Chambers è un ottimista nato. La fatica di scrivere è per lui un piacere naturale. Leggendo qualsiasi cosa abbia scritto, si rimane subito colpiti dalla facilità con cui tutto scorre. Non c'è sforzo negli effetti, nessuna affettazione, nessuna isteria; ma c'è sempre una personalità, un'individualità che fa appello al lato migliore del lettore e in qualche modo costruisce una relazione personale tra lui e l'autore. Forse è questa consumata maestria, questa notevole capacità di conquistare il lettore che ha permesso a Mr. Chambers di accrescere il suo pubblico anno dopo anno, fino a raggiungere i milioni; ed è giusto che i critici, come fanno spesso, lo proclamino "lo scrittore più popolare del paese".