IL RE IN GIALLO
DI ROBERT W. CHAMBERS
Data di pubblicazione originale: 1895
IL RE IN GIALLO È DEDICATO A MIO FRATELLO
INDICE
IL RIPARATORE DI REPUTAZIONI
LA MASCHERA
LA CORTE DEL DRAGONE
IL SEGNO GIALLO
LA DEMOISELLE D’YS
IL PARADISO DEI PROFETI
LA STRADA DEI QUATTRO VENTI
LA STRADA DELLA PRIMA GRANATA
LA STRADA DI NOSTRA SIGNORA DEI CAMPI
RUE BARRÉE
“Lungo la riva si infrangono le onde di nubi, I soli gemelli affondano dietro il lago, Le ombre si allungano A Carcosa.
Strana è la notte in cui sorgono stelle nere, E lune bizzarre orbitano nei cieli, Ma più strana ancora è La perduta Carcosa.
Canti che le Iadi canteranno, Dove sventolano i cenci del Re, Devono morire inascoltati nella Tetra Carcosa.
Canto dell’anima mia, la mia voce è morta; Muori tu, non cantato, come lacrime mai versate Che seccheranno e moriranno nella Perduta Carcosa.”
Canto di Cassilda ne “Il Re in Giallo,” Atto I, Scena 2.
IL RIPARATORE DI REPUTAZIONI
I
“Ne raillons pas les fous; leur folie dure plus longtemps que la nôtre.... Voila toute la différence.”
Verso la fine dell’anno 1920 il Governo degli Stati Uniti aveva praticamente completato il programma adottato durante gli ultimi mesi dell’amministrazione del Presidente Winthrop. Il Paese era apparentemente tranquillo. Tutti sanno come furono risolte le questioni daziarie e del lavoro. La guerra con la Germania, sorta in seguito al sequestro da parte di quel Paese delle Isole Samoa, non aveva lasciato cicatrici visibili sulla repubblica, e la temporanea occupazione di Norfolk da parte dell’esercito invasore era stata dimenticata nella gioia per le ripetute vittorie navali e per il conseguente ridicolo disastro delle forze del Generale Von Gartenlaube nello Stato del New Jersey. Gli investimenti a Cuba e alle Hawaii avevano reso il cento per cento e il territorio delle Samoa valeva bene il suo costo come stazione di carbone. Il Paese era in un superbo stato di difesa. Ogni città costiera era stata ben rifornita di fortificazioni terrestri; l’esercito, sotto l’occhio paterno dello Stato Maggiore, organizzato secondo il sistema prussiano, era stato aumentato a 300.000 uomini, con una riserva territoriale di un milione; e sei magnifici squadroni di incrociatori e navi da battaglia pattugliavano le sei stazioni dei mari navigabili, lasciando una riserva a vapore ampiamente attrezzata per controllare le acque nazionali. I signori dell’Ovest erano stati infine costretti a riconoscere che un collegio per l’addestramento dei diplomatici era necessario tanto quanto le facoltà di legge lo sono per l’addestramento degli avvocati; di conseguenza non eravamo più rappresentati all’estero da patrioti incompetenti. La nazione era prospera; Chicago, per un momento paralizzata dopo un secondo grande incendio, era risorta dalle sue rovine, bianca e imperiale, e più bella della città bianca che era stata costruita come suo balocco nel 1893. Ovunque la buona architettura stava sostituendo la cattiva, e persino a New York, un improvviso desiderio di decenza aveva spazzato via gran parte degli orrori esistenti. Le strade erano state allargate, correttamente pavimentate e illuminate, alberi erano stati piantati, piazze progettate, strutture sopraelevate demolite e strade sotterranee costruite per sostituirle. I nuovi edifici governativi e le caserme erano splendidi esempi di architettura, e il lungo sistema di banchine in pietra che circondava completamente l’isola era stato trasformato in parchi che si rivelarono una manna dal cielo per la popolazione. Il sussidio al teatro statale e all’opera statale aveva portato i suoi frutti. L’Accademia Nazionale di Design degli Stati Uniti era molto simile alle istituzioni europee dello stesso tipo. Nessuno invidiava il Segretario alle Belle Arti, né la sua posizione nel gabinetto né il suo portafoglio. Il Segretario alle Foreste e alla Conservazione della Selvaggina aveva vita molto più facile, grazie al nuovo sistema della Polizia Nazionale a Cavallo. Avevamo tratto buon profitto dagli ultimi trattati con la Francia e l’Inghilterra; l’esclusione degli ebrei nati all’estero come misura di autoconservazione, l’insediamento del nuovo stato nero indipendente di Suanee, il controllo dell’immigrazione, le nuove leggi riguardanti la naturalizzazione e la graduale centralizzazione del potere nell’esecutivo, tutto contribuiva alla calma e alla prosperità nazionale. Quando il Governo risolse il problema indiano e squadroni di esploratori di cavalleria indiana in costume nativo furono sostituiti alle pietose organizzazioni aggiunte alla coda di reggimenti scheletrici da un precedente Segretario alla Guerra, la nazione trasse un lungo sospiro di sollievo. Quando, dopo il colossale Congresso delle Religioni, il bigottismo e l’intolleranza furono sepolti e la gentilezza e la carità iniziarono ad avvicinare le sette in guerra, molti pensarono che il millennio fosse arrivato, almeno nel nuovo mondo che, dopo tutto, è un mondo a sé stante.
Ma l’autoconservazione è la prima legge, e gli Stati Uniti dovettero guardare con dolore impotente mentre la Germania, l’Italia, la Spagna e il Belgio si contorcevano nelle doglie dell’Anarchia, mentre la Russia, guardando dal Caucaso, si chinava e li legava uno a uno.
Nella città di New York l’estate del 1899 fu contrassegnata dallo smantellamento delle Ferrovie Sopraelevate. L’estate del 1900 vivrà nelle memorie della gente di New York per molti cicli; la Statua di Dodge fu rimossa in quell’anno. Nell’inverno successivo iniziò quell’agitazione per l’abrogazione delle leggi che proibivano il suicidio che portò i suoi frutti finali nel mese di aprile del 1920, quando la prima Camera Letale del Governo fu aperta a Washington Square.
Quel giorno ero sceso a piedi dalla casa del Dottor Archer su Madison Avenue, dove mi ero recato per una mera formalità. Sin da quella caduta da cavallo, quattro anni prima, ero stato afflitto a volte da dolori alla nuca e al collo, ma ormai da mesi erano spariti, e il medico mi aveva congedato quel giorno dicendo che non c’era più nulla da curare in me. Non valeva quasi il suo onorario sentirselo dire; lo sapevo da me. Eppure non gli rimpiansi il denaro. Ciò che mi dava fastidio era l’errore che aveva commesso all’inizio. Quando mi raccolsero dal marciapiede dove giacevo privo di sensi, e qualcuno aveva misericordiosamente piantato un proiettile nella testa del mio cavallo, fui trasportato dal Dottor Archer, il quale, dichiarando il mio cervello compromesso, mi rinchiuse nel suo manicomio privato dove fui costretto a subire un trattamento per infermità mentale. Alla fine decise che ero guarito, e io, sapendo che la mia mente era sempre stata sana quanto la sua, se non più sana, “pagai la mia retta” come la chiamava scherzosamente lui, e me ne andai. Gli dissi, sorridendo, che mi sarei vendicato per il suo errore, e lui rise di cuore, chiedendomi di passare a trovarlo di tanto in tanto. Lo feci, sperando in un’occasione per regolare i conti, ma non me ne diede nessuna, e gli dissi che avrei aspettato.
La caduta da cavallo fortunatamente non aveva lasciato conseguenze negative; al contrario, aveva cambiato l’intero mio carattere in meglio. Da pigro giovane di mondo, ero diventato attivo, energico, temperante e, soprattutto — oh, soprattutto — ambizioso. C’era solo una cosa che mi turbava; ridevo della mia stessa inquietudine, eppure mi turbava.
Durante la convalescenza avevo acquistato e letto per la prima volta *Il Re in Giallo*. Ricordo che dopo aver finito il primo atto mi venne in mente che sarebbe stato meglio smettere. Scattai in piedi e gettai il libro nel camino; il volume colpì la grata e cadde aperto sul focolare, alla luce del fuoco. Se non avessi intravisto le parole iniziali del secondo atto non l’avrei mai finito, ma mentre mi chinavo per raccoglierlo, i miei occhi rimasero incollati alla pagina aperta, e con un grido di terrore, o forse di una gioia così pungente da farmi soffrire in ogni nervo, strappai la cosa dalle braci e strisciai tremando verso la mia camera da letto, dove lo lessi e rilessi, piangendo, ridendo e tremando per un orrore che a volte mi assale ancora. Questa è la cosa che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove stelle nere pendono nei cieli; dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, quando i soli gemelli affondano nel lago di Hali; e la mia mente porterà per sempre il ricordo della Maschera Pallida. Prego Dio che maledica lo scrittore, così come lo scrittore ha maledetto il mondo con questa bellissima, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità — un mondo che ora trema davanti al Re in Giallo. Quando il Governo francese sequestrò le copie tradotte che erano appena arrivate a Parigi, Londra, naturalmente, divenne ansiosa di leggerlo. È ben noto come il libro si sia diffuso come una malattia infettiva, di città in città, di continente in continente, bandito qui, confiscato là, denunciato dalla stampa e dal pulpito, censurato persino dai più avanzati anarchici letterari. Nessun principio definito era stato violato in quelle pagine malvagie, nessuna dottrina promulgata, nessuna convinzione oltraggiata. Non poteva essere giudicato secondo alcun criterio noto, e tuttavia, sebbene si riconoscesse che la nota suprema dell’arte era stata toccata ne *Il Re in Giallo*, tutti sentivano che la natura umana non avrebbe potuto sopportare lo sforzo, né prosperare su parole in cui si celava l’essenza del veleno più puro. La stessa banalità e innocenza del primo atto servivano solo a far ricadere il colpo in seguito con effetto ancora più terribile.
Era, ricordo, il 13 aprile 1920, quando la prima Camera Letale del Governo fu stabilita sul lato sud di Washington Square, tra Wooster Street e South Fifth Avenue. L’isolato che in precedenza consisteva in un gruppo di squallidi vecchi edifici, usati come caffè e ristoranti per stranieri, era stato acquisito dal Governo nell’inverno del 1898. I caffè e i ristoranti francesi e italiani furono abbattuti; l’intero isolato fu recintato da una cancellata in ferro dorato e trasformato in un incantevole giardino con prati, fiori e fontane. Al centro del giardino sorgeva un piccolo edificio bianco, di architettura severamente classica, circondato da folti cespugli di fiori. Sei colonne ioniche sostenevano il tetto e l’unica porta era di bronzo. Uno splendido gruppo marmoreo delle “Parche” sorgeva davanti alla porta, opera di un giovane scultore americano, Boris Yvain, morto a Parigi a soli ventitré anni.
Le cerimonie di inaugurazione erano in corso mentre attraversavo University Place ed entravo nella piazza. Mi feci largo tra la folla silenziosa di spettatori, ma fui fermato alla Quarta Strada da un cordone di polizia. Un reggimento di lancieri degli Stati Uniti era schierato in un quadrato vuoto attorno alla Camera Letale. Su una tribuna rialzata di fronte a Washington Park stava il Governatore di New York, e dietro di lui erano raggruppati il Sindaco di New York e Brooklyn, l’Ispettore Generale della Polizia, il Comandante delle truppe statali, il Colonnello Livingston, aiutante militare del Presidente degli Stati Uniti, il Generale Blount, comandante a Governor’s Island, il Maggior Generale Hamilton, comandante della guarnigione di New York e Brooklyn, l’Ammiraglio Buffby della flotta sul North River, il Chirurgo Generale Lanceford, lo staff del National Free Hospital, i Senatori Wyse e Franklin di New York e il Commissario ai Lavori Pubblici. La tribuna era circondata da uno squadrone di ussari della Guardia Nazionale.
Il Governatore stava terminando la sua risposta al breve discorso del Chirurgo Generale. Lo sentii dire: “Le leggi che proibiscono il suicidio e prevedono la punizione per qualsiasi tentativo di autodistruzione sono state abrogate. Il Governo ha ritenuto opportuno riconoscere il diritto dell’uomo di porre fine a un’esistenza che può essergli divenuta intollerabile, a causa di sofferenze fisiche o disperazione mentale. Si ritiene che la comunità trarrà beneficio dalla rimozione di tali persone dal proprio mezzo. Dall’approvazione di questa legge, il numero dei suicidi negli Stati Uniti non è aumentato. Ora il Governo ha deciso di stabilire una Camera Letale in ogni città, paese e villaggio del Paese; resta da vedere se quella classe di creature umane dai cui ranghi desolati cadono ogni giorno nuove vittime di autodistruzione accetterà il sollievo così fornito.” Si fermò e si voltò verso la bianca Camera Letale. Il silenzio nella strada era assoluto. “Lì attende una morte indolore colui che non può più sopportare i dolori di questa vita. Se la morte è gradita, la cerchi lì.” Poi, voltandosi rapidamente verso l’aiutante militare della famiglia del Presidente, disse: “Dichiaro aperta la Camera Letale”, e rivolgendosi di nuovo alla vasta folla gridò con voce chiara: “Cittadini di New York e degli Stati Uniti d’America, attraverso me il Governo dichiara aperta la Camera Letale.”
Il solenne silenzio fu rotto da un grido secco di comando, lo squadrone di ussari sfilò dietro la carrozza del Governatore, i lancieri fecero dietrofront e si disposero lungo la Fifth Avenue per attendere il comandante della guarnigione, e la polizia a cavallo li seguì. Lasciai la folla che boccheggiava e fissava la Camera della Morte in marmo bianco e, attraversando South Fifth Avenue, camminai lungo il lato occidentale di quella strada fino a Bleecker Street. Poi svoltai a destra e mi fermai davanti a un negozio squallido che recava l’insegna:
HAWBERK, ARMAIOLO.
Diedi un’occhiata all’ingresso e vidi Hawberk occupato nel suo piccolo negozio in fondo al corridoio. Alzò lo sguardo e, vedendomi, gridò con la sua voce profonda e cordiale: “Entri, Mr. Castaigne!” Constance, sua figlia, si alzò per accogliermi mentre varcavo la soglia e mi tese la sua graziosa mano, ma vidi il rossore della delusione sulle sue guance e capii che era un altro Castaigne che si aspettava, mio cugino Louis. Sorrisi per il suo imbarazzo e le feci i complimenti per lo stendardo che stava ricamando da una tavola a colori. Il vecchio Hawberk sedeva a rivettare gli schinieri usurati di una qualche antica armatura, e il ting! ting! ting! del suo piccolo martello suonava piacevolmente nel negozio pittoresco. Poco dopo posò il martello e si affaccendò per un momento con una minuscola chiave inglese. Il leggero scontro della maglia di ferro mi procurò un brivido di piacere. Amavo sentire la musica dell’acciaio che sfregava contro l’acciaio, il colpo melodioso del mazzuolo sui cosciali e il tintinnio dell’armatura a catena. Era l’unico motivo per cui andavo a trovare Hawberk. Non mi aveva mai interessato personalmente, né Constance, se non per il fatto che fosse innamorata di Louis. Questo occupava la mia attenzione e a volte mi teneva persino sveglio la notte. Ma sapevo nel profondo che tutto si sarebbe sistemato, e che avrei organizzato il loro futuro come contavo di organizzare quello del mio gentile medico, John Archer. Tuttavia, non mi sarei mai preso il disturbo di andare a trovarli in quel momento, se non fosse stato, come dico, che la musica del martello tintinnante esercitava su di me un forte fascino. Restavo seduto per ore, ad ascoltare e ascoltare, e quando un raggio di sole colpiva l’acciaio intarsiato, la sensazione che mi dava era quasi troppo intensa da sopportare. I miei occhi diventavano fissi, dilatandosi con un piacere che tendeva ogni nervo quasi fino alla rottura, finché qualche movimento del vecchio armaiolo non tagliava il raggio di sole; allora, ancora fremendo segretamente, mi adagiavo e tornavo ad ascoltare il rumore dello straccio per lucidare, swish! swish!, che toglieva la ruggine dai rivetti.
Constance lavorava con il ricamo sulle ginocchia, fermandosi di tanto in tanto per esaminare più da vicino il motivo nella tavola a colori del Metropolitan Museum.
“Per chi è questo?” chiesi.
Hawberk spiegò che, oltre ai tesori di armatura del Metropolitan Museum di cui era stato nominato armaiolo, aveva anche la cura di diverse collezioni appartenenti a ricchi amatori. Questo era lo schiniere mancante di una famosa armatura che un suo cliente aveva rintracciato in un piccolo negozio a Parigi, sul Quai d’Orsay. Lui, Hawberk, aveva negoziato e ottenuto lo schiniere, e ora l’armatura era completa. Posò il martello e mi lesse la storia di quel pezzo, rintracciato dal 1450 di proprietario in proprietario fino a quando non fu acquisito da Thomas Stainbridge. Quando la sua superba collezione fu venduta, questo cliente di Hawberk acquistò l’armatura, e da allora la ricerca dello schiniere mancante era stata portata avanti finché non fu, quasi per caso, localizzato a Parigi.
“Ha continuato la ricerca così ostinatamente senza alcuna certezza che lo schiniere esistesse ancora?” chiesi.
“Certo,” rispose freddamente.
Allora, per la prima volta, presi un interesse personale per Hawberk.
“Le ha fruttato qualcosa,” azzardai.
“No,” rispose ridendo, “il mio piacere nel trovarlo è stata la mia ricompensa.”
“Non ha ambizione di diventare ricco?” chiesi sorridendo.
“La mia unica ambizione è essere il miglior armaiolo del mondo,” rispose gravemente.
Constance mi chiese se avessi visto le cerimonie alla Camera Letale. Lei stessa aveva notato la cavalleria passare lungo Broadway quella mattina e aveva desiderato vedere l’inaugurazione, ma suo padre voleva che lo stendardo fosse finito, e lei era rimasta su sua richiesta.
“Ha visto suo cugino, Mr. Castaigne, lì?” chiese, con il minimo tremito delle sue soffici ciglia.
“No,” risposi distrattamente. “Il reggimento di Louis è in manovra nella Contea di Westchester.” Mi alzai e presi il cappello e il bastone.
“Sta andando di sopra a vedere di nuovo il folle?” rise il vecchio Hawberk. Se Hawberk sapesse quanto detesto quella parola “folle”, non la userebbe mai in mia presenza. Risveglia in me certi sentimenti che non mi importa di spiegare. Tuttavia, gli risposi con calma: “Penso che farò un salto a trovare Mr. Wilde per un momento o due.”
“Pover’uomo,” disse Constance, scuotendo la testa, “deve essere dura vivere soli anno dopo anno, povero, storpio e quasi demente. È molto gentile da parte sua, Mr. Castaigne, fargli visita così spesso.”
“Credo sia cattivo,” osservò Hawberk, ricominciando con il suo martello. Ascoltai il tintinnio dorato sulle piastre dello schiniere; quando ebbe finito risposi:
“No, non è cattivo, né è minimamente demente. La sua mente è una camera delle meraviglie, dalla quale può estrarre tesori che tu ed io daremmo anni della nostra vita per acquisire.”
Hawberk rise.
Continuai un po’ impazientemente: “Conosce la storia come nessun altro potrebbe conoscerla. Nulla, per quanto banale, sfugge alla sua ricerca, e la sua memoria è così assoluta, così precisa nei dettagli, che se si sapesse a New York che esiste un uomo simile, la gente non potrebbe onorarlo abbastanza.”
“Sciocchezze,” mormorò Hawberk, cercando sul pavimento un rivetto caduto.
“Sono sciocchezze,” chiesi, riuscendo a reprimere ciò che provavo, “sono sciocchezze quando dice che i guardacosce e i cosciali dell’armatura smaltata comunemente nota come ‘l’Emblema del Principe’ si possono trovare tra una massa di arrugginiti oggetti di scena teatrali, stufe rotte e rifiuti di raccoglitori di stracci in una soffitta in Pell Street?”
Il martello di Hawberk cadde a terra, ma lui lo raccolse e chiese, con molta calma, come facessi a sapere che i guardacosce e il cosciale sinistro mancavano dall’“Emblema del Principe”.
“Non lo sapevo finché Mr. Wilde non me ne ha parlato l’altro giorno. Ha detto che erano nella soffitta del 998 di Pell Street.”
“Sciocchezze,” gridò, ma notai la sua mano tremare sotto il grembiule di cuoio.
“Sono anche queste sciocchezze?” chiesi piacevolmente, “sono sciocchezze quando Mr. Wilde parla continuamente di lei come del Marchese di Avonshire e di Miss Constance—”
Non finii, perché Constance era scattata in piedi con il terrore scritto su ogni lineamento. Hawberk mi guardò e lisciò lentamente il suo grembiule di cuoio.
“È impossibile,” osservò, “Mr. Wilde può conoscere molte cose—”
“Riguardo alle armature, per esempio, e all’‘Emblema del Principe’,” intervenni, sorridendo.
“Sì,” continuò lentamente, “anche riguardo alle armature — può darsi — ma si sbaglia riguardo al Marchese di Avonshire, il quale, come sa, uccise il calunniatore di sua moglie anni fa, e andò in Australia dove non sopravvisse a lungo a sua moglie.”
“Mr. Wilde si sbaglia,” mormorò Constance. Le sue labbra erano sbiancate, ma la sua voce era dolce e calma.
“Concordiamo, se vuole, che in questa circostanza Mr. Wilde si sbagli,” dissi.
II
Salii le tre rampe di scale fatiscenti, che avevo già salito così tante volte, e bussai a una piccola porta in fondo al corridoio. Mr. Wilde aprì la porta ed entrai.
“È una somma modesta per un’armatura che ha visto le crociate,” disse Hawberk, con un mezzo sorriso. “È un pezzo unico, Hildred. La lavorazione è del quattordicesimo secolo, ma il metallo è stato rifuso nel sedicesimo. È dell’epoca in cui la dinastia imperiale di Costantinopoli era al suo apice.”
Guardai le navi da guerra al tramonto. “È strano,” dissi, “ma non riesco a smettere di pensare a quel giovane che è entrato nella Camera Letale.”
Hawberk si accese un altro sigaro. “È un peccato,” disse, “ma la vita umana a New York è a buon mercato.”
“Il governo dovrebbe impedirlo,” dissi io, e il mio tono sembrò colpirlo, poiché mi guardò con una certa sorpresa.
“Il governo!” rise. “Il governo è occupato a contare i voti e a riscuotere le tasse. Oltre a ciò, la Camera Letale è un’istituzione necessaria.”
“Lo è,” ammisi, “ma è terribile.”
“C’è una cosa che non ho mai capito,” disse Hawberk, osservando il fumo del suo sigaro. “Perché la gente ci va? Voglio dire, è una cosa volontaria, eppure il numero dei suicidi aumenta ogni anno.”
“È il Re in Giallo,” dissi, senza pensare.
Hawberk mi fissò. “Cosa?”
“Nulla,” risposi, riprendendo il controllo. “Stavo pensando a un libro che ho letto.”
“Ah, i libri,” disse, e tornò a guardare Louis e Constance, che passeggiavano lungo il parapetto, le loro figure che si stagliavano nitide contro l’orizzonte dorato.
“Hildred,” disse Hawberk, dopo una lunga pausa, “non credi che Louis sia un po’ troppo… devoto a Constance?”
“Non si può essere troppo devoti,” risposi.
“No, immagino di no. Ma ha una carriera davanti a sé. È un ufficiale di valore. C’è chi dice che otterrà il comando del reggimento entro l’anno prossimo.”
“Se il re lo vorrà,” dissi sottovoce.
“Cosa dice?”
“Ho detto che è molto probabile.”
Ci sedemmo in silenzio, mentre le luci della sera iniziavano ad accendersi lungo la riva. In lontananza, le navi da guerra sembravano enormi sagome nere, sentinelle di una pace che io sapevo essere solo temporanea. Il vento si era alzato, portando con sé l’odore salmastro del fiume e il rumore lontano della città che si risvegliava per la notte. Mi sentivo sereno, quasi felice. Il lavoro di una vita stava per giungere a compimento, e il mio ruolo in tutto ciò era finalmente chiaro.
Louis e Constance tornarono verso di noi. I loro volti erano seri, ma i loro occhi brillavano di una luce che non avevo mai visto prima.
“È tardi,” disse Louis, controllando l’orologio. “Dobbiamo rientrare.”
Ci alzammo tutti e iniziammo a camminare verso la fermata della carrozza. Mentre salivamo, notai che Constance stringeva il braccio di Louis con una forza inusuale. Mi chiesi se anche lei sentisse il peso di ciò che stava per accadere, o se fosse solo la solita ansia degli innamorati.
“Hildred,” disse Louis, sedendosi accanto a me, “verrai a cena con noi domani?”
“Lo farò,” risposi.
“Bene,” disse, e tornò a parlare con Constance.
Guardai fuori dal finestrino mentre la carrozza avanzava tra le vie affollate. Le persone che incontravamo sembravano così inconsapevoli, così occupate nelle loro piccole vite insignificanti. Non sapevano che il mondo stava cambiando, che il Re in Giallo stava per tornare per reclamare il suo trono. Io lo sapevo, e questa conoscenza mi rendeva più forte, più lucido di chiunque altro.
Quando scesi davanti al Benedick, il cielo era ormai scuro, punteggiato da poche, pallide stelle. Salii le scale fino al mio appartamento, entrai e chiusi la porta a chiave. Il silenzio della stanza mi accolse come un vecchio amico. Mi avvicinai alla cassaforte, digitai la combinazione e aspettai, con il cuore che batteva all’unisono con il ticchettio del timer. I tre minuti e tre quarti passarono, e quando finalmente il meccanismo scattò, sentii una gioia quasi dolorosa.
Presi il diadema, lo sollevai e lo contemplai sotto la luce della lampada. Era magnifico. Le pietre brillavano con un fuoco freddo e implacabile. Era mio, ed era il segno del mio destino.
“Presto,” sussurrai alla stanza vuota, “presto il mondo saprà.”
Posai il diadema, chiusi la cassaforte e mi sedetti alla scrivania. Avevo ancora delle pagine da scrivere, delle profezie da annotare, dei piani da perfezionare. La notte era lunga, e io avevo molto da fare.
“È valutato cinquecento, ma il proprietario del ‘Prince’s Emblazoned’ darà duemila dollari alla persona che completerà il suo servizio; quella ricompensa appartiene anch’essa al signor Wilde.”
“Lui non lo vuole! Lo rifiuta!” risposi con rabbia. “Che cosa ne sai del signor Wilde? Non ha bisogno di denaro. È ricco – o lo sarà – più ricco di qualsiasi uomo vivente eccetto me. Che importanza avrà per noi il denaro allora – che importanza avrà, per lui e per me, quando – quando –”
“Quando cosa?” domandò Hawberk, stupito.
“Vedrai,” replicai, di nuovo sulla difensiva.
Mi osservò attentamente, quasi come faceva il dottor Archer, e capii che mi riteneva mentalmente instabile. Forse fu una fortuna per lui che in quel momento non usasse la parola lunatico.
“No,” risposi al suo pensiero non espresso, “non sono mentalmente debole; la mia mente è sana quanto quella del signor Wilde. Non desidero spiegare proprio ora ciò che ho in mano, ma è un investimento che renderà più del semplice oro, argento e pietre preziose. Assicurerà la felicità e la prosperità di un continente – sì, di un emisfero!”
“Oh,” disse Hawberk.
“E alla fine,” continuai più pacatamente, “assicurerà la felicità del mondo intero.”
“E incidentalmente la tua felicità e prosperità, così come quelle del signor Wilde?”
“Esattamente,” sorrisi. Ma avrei voluto strozzarlo per aver usato quel tono.
Mi guardò in silenzio per un po’, poi disse molto gentilmente: “Perché non lasci perdere i tuoi libri e i tuoi studi, signor Castaigne, e non ti fai una scarpinata tra le montagne, da qualche parte? Eri solito amare la pesca. Prova a lanciare la lenza per qualche trota nei Rangely.”
“Non mi interessa più pescare,” risposi, senza una traccia di fastidio nella voce.
“Eri solito amare tutto,” continuò; “l’atletica, la vela, la caccia, l’equitazione –”
“Non ho più avuto voglia di cavalcare dopo la mia caduta,” dissi con calma.
“Ah, sì, la tua caduta,” ripeté, distogliendo lo sguardo da me.
Pensai che queste sciocchezze fossero andate abbastanza lontano, così riportai la conversazione sul signor Wilde; ma lui stava di nuovo scrutando il mio volto in un modo per me altamente offensivo.
“Il signor Wilde,” ripeté, “sai cosa ha fatto questo pomeriggio? È sceso al piano di sotto e ha inchiodato un cartello sopra la porta dell’atrio accanto alla mia; c’era scritto:
“MR. WILDE, RIPARATORE DI REPUTAZIONI. Terzo campanello.”
“Sai cosa può essere un Riparatore di Reputazioni?”
“Lo so,” replicai, sopprimendo la rabbia interiore.
“Oh,” disse di nuovo.
Louis e Constance passarono passeggiando e si fermarono a chiederci se volessimo unirci a loro. Hawberk guardò l’orologio. Nello stesso momento una nuvola di fumo esplose dalle casematte di Castle William, e il boato del cannone del tramonto rotolò attraverso l’acqua per poi riecheggiare dalle Highlands di fronte. La bandiera scese velocemente dall’asta, le trombe suonarono sui ponti bianchi delle navi da guerra e la prima luce elettrica scintillò dalla costa del Jersey.
Mentre mi immettevo in città con Hawberk udii Constance mormorare qualcosa a Louis che non compresi; ma Louis rispose sussurrando “Tesoro mio”; e ancora, camminando avanti con Hawberk attraverso la piazza, udii un mormorio di “amore mio” e “la mia Constance”, e seppi che il tempo era quasi giunto in cui avrei dovuto parlare di questioni importanti con mio cugino Louis.
III
Una mattina, all’inizio di maggio, stavo davanti alla cassaforte d’acciaio nella mia camera da letto, provando la corona d’oro tempestata di gioielli. I diamanti brillarono di fuoco quando mi voltai verso lo specchio, e il pesante oro battuto ardeva come un’aureola intorno al mio capo. Ricordai l’urlo straziante di Camilla e le terribili parole che echeggiavano attraverso le cupe strade di Carcosa. Erano le ultime battute del primo atto, e non osavo pensare a ciò che seguiva – non osavo, nemmeno sotto il sole primaverile, lì nella mia stanza, circondato da oggetti familiari, rassicurato dal trambusto della strada e dalle voci dei servitori nel corridoio esterno. Poiché quelle parole avvelenate erano scese lentamente nel mio cuore, come il sudore della morte cade su un lenzuolo e viene assorbito. Tremando, tolsi il diadema dal capo e mi asciugai la fronte, ma pensai ad Hastur e alla mia legittima ambizione, e ricordai il signor Wilde come l’avevo lasciato l’ultima volta, il volto tutto graffiato e insanguinato dagli artigli di quella creatura del diavolo, e ciò che disse – ah, ciò che disse. Il campanello d’allarme nella cassaforte iniziò a ronzare aspramente, e seppi che il mio tempo era scaduto; ma non volli dargli retta, e rimettendo il cerchietto scintillante sul capo mi voltai con aria di sfida verso lo specchio. Rimasi a lungo assorto nell’espressione mutevole dei miei occhi. Lo specchio rifletteva un volto che era simile al mio, ma più pallido, e così magro che a stento lo riconobbi. E per tutto il tempo continuai a ripetere tra i denti serrati: “Il giorno è giunto! Il giorno è giunto!” mentre l’allarme nella cassaforte ronzava e strepitava, e i diamanti scintillavano e fiammeggiavano sopra la mia fronte. Udii una porta aprirsi ma non vi prestai attenzione. Fu solo quando vidi due volti nello specchio: – fu solo quando un altro volto sorse sopra la mia spalla e altri due occhi incontrarono i miei. Mi voltai come un lampo e afferrai un lungo coltello dal mio tavolo da toilette, e mio cugino balzò indietro molto pallido, gridando: “Hildred! Per l’amor di Dio!” poi, mentre la mia mano cadeva, disse: “Sono io, Louis, non mi riconosci?” Rimasi in silenzio. Non avrei potuto parlare nemmeno per salvarmi la vita. Si avvicinò a me e mi tolse il coltello di mano.
“Che cos’è tutto questo?” chiese, con voce gentile. “Sei malato?”
“No,” risposi. Ma dubito che mi abbia sentito.
“Su, su, vecchio mio,” gridò, “togliti quella corona di ottone e ciondola nello studio. Stai andando a una mascherata? Che cos’è tutto questo orpello teatrale, dopotutto?”
Ero contento che pensasse che la corona fosse fatta di ottone e pasta, eppure non mi divenne più simpatico per averlo pensato. Lasciai che la prendesse dalla mia mano, sapendo che era meglio assecondarlo. Lanciò lo splendido diadema in aria e, afferrandolo, si voltò verso di me sorridendo.
“È caro a cinquanta centesimi,” disse. “A che serve?”
Non risposi, ma presi il cerchietto dalle sue mani e, riponendolo nella cassaforte, chiusi la massiccia porta d’acciaio. L’allarme cessò immediatamente il suo fracasso infernale. Mi guardò con curiosità, ma non sembrò notare l’improvvisa interruzione dell’allarme. Parlò, tuttavia, della cassaforte come di una scatola di biscotti. Temendo che potesse esaminare la combinazione, lo condussi nel mio studio. Louis si gettò sul divano e scacciò le mosche con il suo eterno frustino da equitazione. Indossava la sua uniforme da fatica con la giacca intrecciata e il berretto disinvolto, e notai che i suoi stivali da cavallerizzo erano tutti schizzati di fango rosso.
“Dove sei stato?” chiesi.
“A saltare ruscelli di fango nel Jersey,” disse. “Non ho ancora avuto tempo di cambiarmi; avevo molta fretta di vederti. Non hai un bicchiere di qualcosa? Sono stanco morto; sono stato in sella per ventiquattr’ore.”
Gli diedi un po’ di brandy dalla mia scorta medicinale, che bevve con una smorfia.
“Dannatamente cattiva roba,” osservò. “Ti darò un indirizzo dove vendono del brandy che è vero brandy.”
“È abbastanza buono per le mie necessità,” dissi con indifferenza. “Lo uso per frizionarmi il petto.” Lui fissò e scacciò un’altra mosca.
“Senti qui, vecchio mio,” esordì, “ho qualcosa da suggerirti. Sono quattro anni ormai che ti chiudi qui dentro come un gufo, non andando mai da nessuna parte, non facendo mai alcun sano esercizio, non facendo mai un accidente se non studiare quei libri lassù sulla mensola del camino.”
Lanciò uno sguardo lungo la fila di scaffali. “Napoleone, Napoleone, Napoleone!” lesse. “Per l’amor di Dio, non hai nient’altro che Napoleoni lì?”
“Vorrei che fossero rilegati in oro,” dissi. “Ma aspetta, sì, c’è un altro libro, Il Re in Giallo.” Lo guardai fisso negli occhi.
“Non l’hai mai letto?” chiesi.
“Io? No, grazie a Dio! Non voglio diventare pazzo.”
Vidi che si pentì della sua frase non appena l’ebbe pronunciata. C’è solo una parola che detesto più di lunatico, ed è pazzo. Ma mi controllai e gli chiesi perché ritenesse Il Re in Giallo pericoloso.
“Oh, non so,” disse in fretta. “Ricordo solo l’eccitazione che creò e le denunce dal pulpito e dalla stampa. Credo che l’autore si sia sparato dopo aver dato alla luce questa mostruosità, non è vero?”
“Mi risulta che sia ancora vivo,” risposi.
“Probabilmente è vero,” mormorò; “i proiettili non potrebbero uccidere un demone del genere.”
“È un libro di grandi verità,” dissi.
“Sì,” rispose, “di ‘verità’ che mandano gli uomini in delirio e distruggono le loro vite. Non mi importa se la cosa sia, come dicono, la suprema essenza dell’arte. È un crimine averlo scritto, e io per primo non ne aprirò mai le pagine.”
“È questo che sei venuto a dirmi?” chiesi.
“No,” disse, “sono venuto a dirti che sto per sposarmi.”
Credo che per un momento il mio cuore abbia cessato di battere, ma tenni gli occhi fissi sul suo volto.
“Sì,” continuò, sorridendo felicemente, “sposerò la ragazza più dolce della terra.”
“Constance Hawberk,” dissi meccanicamente.
“Come facevi a saperlo?” gridò, stupito. “Non lo sapevo nemmeno io fino a quella sera dello scorso aprile, quando abbiamo passeggiato fino all’argine prima di cena.”
“Quando sarà?” chiesi.
“Doveva essere il prossimo settembre, ma un’ora fa è arrivato un dispaccio che ordina al nostro reggimento di andare al Presidio, a San Francisco. Partiamo domani a mezzogiorno. Domani,” ripeté. “Pensa, Hildred, domani sarò il ragazzo più felice che abbia mai respirato in questo mondo allegro, perché Constance verrà con me.”
Gli porsi la mano in segno di congratulazioni, e lui l’afferrò e la scosse come lo sciocco bonario che era – o che fingeva di essere.
“Avrò il mio squadrone come regalo di nozze,” continuò a chiacchierare. “Capitano e signora Louis Castaigne, eh, Hildred?”
Poi mi disse dove sarebbe stato e chi ci sarebbe stato, e mi fece promettere di andare a fare da testimone. Strinsi i denti e ascoltai le sue chiacchiere infantili senza mostrare ciò che provavo, ma...
Stavo arrivando al limite della mia sopportazione, e quando balzò in piedi e, facendo tintinnare gli speroni, disse che doveva andare, non lo trattenni.
“C’è una cosa che voglio chiederti,” dissi con calma.
“Spara pure, è promesso,” rise.
“Voglio che tu mi incontri per un quarto d’ora di colloquio stasera.”
“Certamente, se lo desideri,” disse, alquanto perplesso. “Dove?”
“Ovunque, nel parco lì.”
“A che ora, Hildred?”
“Mezzanotte.”
“Che cosa in nome di...” iniziò, ma si frenò e acconsentì ridendo. Lo guardai scendere le scale e affrettarsi ad andare via, la sciabola che sbatteva a ogni passo. Svoltò in Bleecker Street e seppi che stava andando a trovare Constance. Gli diedi dieci minuti per sparire e poi seguii le sue orme, portando con me la corona tempestata di gioielli e la veste di seta ricamata con il Segno Giallo. Quando svoltai in Bleecker Street ed entrai nell’ingresso che portava il cartello –
MR. WILDE, RIPARATORE DI REPUTAZIONI. Terzo campanello.
Vidi il vecchio Hawberk che si muoveva nella sua bottega e immaginai di sentire la voce di Constance nel salotto; ma evitai entrambi e mi affrettai su per le scale tremanti verso l’appartamento del signor Wilde. Bussai ed entrai senza cerimonie. Il signor Wilde giaceva gemendo sul pavimento, il volto coperto di sangue, i vestiti ridotti a brandelli. Gocce di sangue erano sparse sul tappeto, che era stato anche strappato e sfilacciato nella lotta evidentemente recente.
“È quel gatto maledetto,” disse, cessando i gemiti e volgendo verso di me i suoi occhi incolori; “mi ha attaccato mentre dormivo. Credo che finirà per uccidermi.”
Era troppo, così andai in cucina e, afferrata un’accetta dalla dispensa, partii alla ricerca della bestia infernale per sistemarla seduta stante. La mia ricerca fu infruttuosa e dopo un po’ rinunciai e tornai per trovare il signor Wilde accovacciato sulla sua sedia alta vicino al tavolo. Si era lavato la faccia e cambiato i vestiti. I grandi solchi che gli artigli del gatto avevano scavato nel suo volto erano stati riempiti di collodio, e uno straccio nascondeva la ferita alla gola. Gli dissi che avrei ucciso il gatto quando l’avessi incontrato, ma lui scosse solo la testa e si volse al registro aperto davanti a lui. Lesse nome dopo nome delle persone che erano venute da lui riguardo alla loro reputazione, e le somme che aveva accumulato erano sorprendenti.
“Stringo le viti di tanto in tanto,” spiegò.
“Un giorno o l’altro alcune di queste persone ti assassineranno,” insistetti.
“Pensi di sì?” disse, strofinandosi le orecchie mutilate.
Era inutile discutere con lui, così tirai giù il manoscritto intitolato Dinastia Imperiale d’America, per l’ultima volta che l’avrei mai tirato giù nello studio del signor Wilde. Lo lessi tutto d’un fiato, fremendo e tremando di piacere. Quando ebbi finito, il signor Wilde prese il manoscritto e, voltandosi verso il passaggio oscuro che conduce dal suo studio alla sua camera da letto, chiamò a voce alta: “Vance”. Allora, per la prima volta, notai un uomo rannicchiato lì nell’ombra. Come avessi fatto a non vederlo durante la mia ricerca del gatto, non riesco a immaginarlo.
“Vance, entra,” gridò il signor Wilde.
La figura si alzò e strisciò verso di noi, e non dimenticherò mai il volto che sollevò verso il mio, quando la luce della finestra lo illuminò.
“Vance, questo è il signor Castaigne,” disse il signor Wilde. Prima che avesse finito di parlare, l’uomo si gettò a terra davanti al tavolo, piangendo e afferrandosi: “Oh, Dio! Oh, mio Dio! Aiutatemi! Perdonatemi! Oh, signor Castaigne, tenete lontano quell’uomo. Non potete, non potete fare sul serio! Voi siete diverso – salvatemi! Sono distrutto – ero in un manicomio e ora – quando tutto stava andando per il verso giusto – quando avevo dimenticato il Re – il Re in Giallo e – ma impazzirò di nuovo – impazzirò –”
La sua voce morì in un rantolo soffocato, poiché il signor Wilde gli era balzato addosso e la sua mano destra circondava la gola dell’uomo. Quando Vance cadde in un mucchio sul pavimento, il signor Wilde si arrampicò agilmente di nuovo sulla sua sedia e, strofinandosi le orecchie martoriate con il moncone della mano, si rivolse a me chiedendomi il registro. Lo presi giù dallo scaffale e lui lo aprì. Dopo un momento di ricerca tra le pagine scritte splendidamente, tossì con compiacimento e indicò il nome Vance.
“Vance,” lesse ad alta voce, “Osgood Oswald Vance.” Al suono del suo nome, l’uomo sul pavimento sollevò la testa e voltò un volto convulso verso il signor Wilde. I suoi occhi erano iniettati di sangue, le sue labbra tumefatte. “Chiamato il 28 aprile,” continuò il signor Wilde. “Occupazione, cassiere nella Seaforth National Bank; ha scontato una pena per falsificazione a Sing Sing, da dove è stato trasferito al Manicomio per Criminali Insani. Perdonato dal Governatore di New York e dimesso dal Manicomio, 19 gennaio 1918. Reputazione danneggiata a Sheepshead Bay. Voci che viva al di sopra delle sue entrate. Reputazione da riparare immediatamente. Compenso 1.500 dollari.
“Nota. – Ha sottratto somme ammontanti a 30.000 dollari dal 20 marzo 1919, famiglia eccellente, e ottenuto l’attuale posizione grazie all’influenza dello zio. Padre, Presidente della Seaforth Bank.”
Guardai l’uomo sul pavimento.
“Alzati, Vance,” disse il signor Wilde con voce gentile. Vance si alzò come ipnotizzato. “Farà come suggeriamo ora,” osservò il signor Wilde, e aprendo il manoscritto, lesse l’intera storia della Dinastia Imperiale d’America. Poi, con un mormorio gentile e rassicurante, ripercorse i punti importanti con Vance, che se ne stava lì come stordito. I suoi occhi erano così vuoti e vacui che immaginai fosse diventato un minorato mentale, e lo feci notare al signor Wilde, il quale rispose che non aveva importanza in ogni caso. Molto pazientemente indicammo a Vance quale sarebbe stata la sua parte nella faccenda, e sembrò capire dopo un po’. Il signor Wilde spiegò il manoscritto, usando diversi volumi di Araldica, per suffragare il risultato delle sue ricerche. Menzionò l’instaurazione della Dinastia a Carcosa, i laghi che collegavano Hastur, Aldebaran e il mistero delle Iadi. Parlò di Cassilda e Camilla, e scandagliò le torbide profondità di Demhe e del Lago di Hali. “Gli stracci smerlati del Re in Giallo devono nascondere Yhtill per sempre,” mormorò, ma non credo che Vance lo abbia sentito. Poi, a poco a poco, guidò Vance lungo le ramificazioni della famiglia Imperiale, verso Uoht e Thale, da Naotalba e Fantasma della Verità, ad Aldones, e poi, gettando da parte il suo manoscritto e i suoi appunti, iniziò la meravigliosa storia dell’Ultimo Re. Affascinato ed entusiasta, lo guardai. Sollevò il capo, le sue lunghe braccia erano tese in un magnifico gesto di orgoglio e potere, e i suoi occhi ardevano nel profondo delle orbite come due smeraldi. Vance ascoltava stupefatto. Per quanto mi riguarda, quando finalmente il signor Wilde ebbe finito e, indicandomi, gridò: “Il cugino del Re!”, la mia testa girava per l’eccitazione.
Controllandomi con uno sforzo sovrumano, spiegai a Vance perché solo io fossi degno della corona e perché mio cugino dovesse essere esiliato o morire. Gli feci capire che mio cugino non doveva mai sposarsi, nemmeno dopo aver rinunciato a tutte le sue pretese, e quanto meno dovesse sposare la figlia del Marchese di Avonshire e coinvolgere l’Inghilterra nella questione. Gli mostrai un elenco di migliaia di nomi che il signor Wilde aveva stilato; ogni uomo il cui nome era lì aveva ricevuto il Segno Giallo, che nessun essere umano vivente osava ignorare. La città, lo stato, l’intera terra, erano pronti a sollevarsi e a tremare davanti alla Maschera Pallida.
Il tempo era giunto, il popolo avrebbe dovuto conoscere il figlio di Hastur, e il mondo intero inchinarsi alle stelle nere che pendono nel cielo sopra Carcosa.
Vance si appoggiò al tavolo, la testa sepolta tra le mani. Il signor Wilde tracciò uno schizzo approssimativo sul margine dell’Herald di ieri con un pezzetto di matita. Era una piantina delle stanze di Hawberk. Poi scrisse l’ordine e vi appose il sigillo, e tremando come un uomo colpito da paralisi firmai il mio primo mandato di esecuzione con il mio nome, Hildred-Rex.
Il signor Wilde si arrampicò sul pavimento e, aprendo l’armadietto, prese una lunga scatola quadrata dal primo scaffale. La portò al tavolo e l’aprì. Un coltello nuovo giaceva nella carta velina all’interno; lo raccolsi e lo porsi a Vance, insieme all’ordine e alla piantina dell’appartamento di Hawberk. Poi il signor Wilde disse a Vance che poteva andare; e lui se ne andò, trascinandosi come un reietto dei bassifondi.
Sedetti per un po’ a guardare la luce del giorno svanire dietro la torre quadrata della Judson Memorial Church, e infine, raccogliendo il manoscritto e gli appunti, presi il cappello e mi avviai verso la porta.
Il signor Wilde mi guardò in silenzio. Quando fui uscito nel corridoio mi voltai a guardare. I piccoli occhi del signor Wilde erano ancora fissi su di me. Dietro di lui, le ombre si raccoglievano nella luce che svaniva. Poi chiusi la porta dietro di me e uscii nelle strade che si facevano buie.
Non avevo mangiato nulla dalla colazione, ma non avevo fame. Una creatura miserabile, mezza affamata, che stava guardando dall’altra parte della strada verso la Camera Letale, mi notò e venne da me a raccontarmi una storia di miseria. Gli diedi del denaro, non so perché, e lui se ne andò senza ringraziarmi. Un’ora dopo un altro reietto si avvicinò e piagnucolò la sua storia. Avevo un foglietto di carta bianca in tasca, su cui era tracciato il Segno Giallo, e glielo porsi. Lo guardò stupidamente per un momento, poi, con uno sguardo incerto verso di me, lo piegò con quella che mi sembrò una cura esagerata e se lo mise nel petto.
Poi mi voltai e scesi i gradini. Il sole stava tramontando dietro le torri di Notre Dame, gettando un riflesso color rame sul fiume. Mi fermai un momento sul ponte per guardare l’acqua scura scorrere sotto gli archi. Qualcuno si avvicinò e mi sfiorò il gomito. Era lo stesso reietto a cui avevo dato il Segno Giallo.
“Che cosa vuole?” chiesi, irritato.
Lui si scostò i capelli sporchi dagli occhi e mi porse il foglietto.
“È vostro, signore?”
“Sì,” risposi. “Perché me lo riporta?”
“Non posso tenerlo, signore. Mi brucia il petto.”
Lo presi. La carta era tiepida al tatto, quasi come se fosse stata esposta al sole.
“Che cosa significa?” domandò.
“Non lo so,” risposi seccamente.
Lui rimase a guardarmi con una sorta di timore reverenziale che mi irritò profondamente.
“Vattene,” dissi, e lui si allontanò trascinando i piedi.
Mi chiesi se il Segno Giallo avesse davvero il potere che il signor Wilde sosteneva. Ma che importanza aveva? Il mondo stava per cambiare, e io, Alec, il pittore, ero il prescelto per vederlo. Eppure, mentre camminavo verso casa, mi sentii pervaso da un’inquietudine profonda. Il cielo si stava tingendo di un viola malsano, e le ombre allungate sui muri sembravano danzare con una vita propria.
Arrivato davanti al portone, esitai. La risata di Boris risuonò ancora nelle mie orecchie, e il ricordo della mano di marmo di Geneviève mi strinse il cuore come una morsa di ghiaccio. Salii le scale al buio, ma prima di raggiungere il mio pianerottolo, una figura emerse dall’oscurità.
“Alec,” sussurrò una voce.
Era Geneviève. Sembrava pallida, quasi spettrale nella luce fioca che filtrava dalla finestra del pianerottolo.
“Geneviève! Che cosa ci fai qui a quest’ora?”
Lei non rispose subito. I suoi occhi, solitamente così luminosi, erano spenti, fissi in un vuoto che mi fece gelare il sangue.
“Boris è cambiato,” mormorò. “Non è più lui. Qualcosa è entrato in quel bacino, Alec. Qualcosa che non appartiene a questo mondo.”
La presi per le spalle, ma la sua pelle era fredda come pietra.
“Stai delirando,” dissi, cercando di mantenere la calma. “È la stanchezza, il lavoro. Vieni, ti accompagno da Boris.”
Lei si scosse, liberandosi dalla mia presa con un movimento brusco.
“No! Non tornare da lui! Se entri in quello studio, non uscirai più come sei entrato.”
Si voltò e corse giù per le scale, lasciandomi solo nel silenzio opprimente del corridoio. Rimasi immobile, con il Segno Giallo ancora stretto nella mano. Avevo paura, una paura ancestrale, viscerale, che mi suggeriva di gettare quel foglio, di fuggire lontano da Parigi, lontano da tutto ciò che conoscevo. Ma il destino, o qualunque forza avesse preso possesso della mia volontà, mi spinse a proseguire. Salii l’ultimo gradino, aprii la porta del mio studio e, mentre la luce della luna illuminava la stanza, vidi che sul mio cavalletto, dove fino al mattino c’era un ritratto incompiuto, ora campeggiava una figura avvolta in vesti gialle, il cui volto era celato da una maschera priva di lineamenti.
Il reietto aveva ragione. Il Segno bruciava, e ora capivo perché. Il Re in Giallo non era una leggenda. Era qui, in questa stanza, e mi stava aspettando.
«Il pranzo è pronto. Sono stata intrattabile, Alec? Pensavo di avere il mal di testa, ma non è così. Vieni qui, Boris;» e infilò l'altro braccio nel suo. «Alec sa che dopo te non c'è nessuno al mondo a cui io voglia bene quanto a lui, quindi se a volte si sente snobbato non gli farà male.»
«À la bonheur!» esclamai, «chi dice che non ci sono temporali in aprile?»
«Sei pronto?» cantilenò Boris. «Sempre pronto;» e, sottobraccio, corremmo nella sala da pranzo, scandalizzando la servitù. Dopotutto non eravamo così colpevoli; Geneviève aveva diciott'anni, Boris ventitré e io non ne avevo ancora ventuno.
II
Un lavoro che stavo svolgendo in quel periodo alle decorazioni per il boudoir di Geneviève mi costringeva costantemente al pittoresco alberghetto in Rue Sainte-Cécile. In quei giorni io e Boris lavoravamo sodo, ma come ci pareva, ovvero a singhiozzo, e tutti e tre, insieme a Jack Scott, bighellonavamo molto insieme.
Un tranquillo pomeriggio stavo vagando da solo per la casa esaminando curiosità, curiosando negli angoli più riposti, tirando fuori dolciumi e sigari da strani nascondigli, finché mi fermai nella stanza da bagno. Boris, coperto di argilla, se ne stava lì a lavarsi le mani.
La stanza era costruita in marmo rosa, eccetto il pavimento, che era a mosaico rosa e grigio. Al centro c'era una piscina quadrata ribassata rispetto al piano di calpestio; gradini conducevano all'interno, pilastri scolpiti sostenevano un soffitto affrescato. Un delizioso Cupido di marmo sembrava essere appena atterrato sul suo piedistallo all'estremità superiore della stanza. L'intero interno era opera mia e di Boris. Boris, con i suoi abiti da lavoro di tela bianca, raschiava via le tracce di argilla e cera da modellare rossa dalle sue belle mani, civettando sopra la spalla con il Cupido.
«Ti vedo,» insisteva, «non provare a guardare dall'altra parte e far finta di non vedermi. Sai chi ti ha fatto, piccolo impostore!»
Era sempre il mio ruolo interpretare i sentimenti di Cupido in queste conversazioni, e quando toccò a me risposi in modo tale che Boris mi afferrò per un braccio e mi trascinò verso la piscina, dichiarando che mi avrebbe fatto fare un tuffo. Un istante dopo lasciò la mia presa e impallidì. «Dio mio!» disse, «ho dimenticato che la piscina è piena di soluzione!»
Brividii un poco e gli consigliai con sarcasmo di ricordarsi meglio dove aveva riposto il prezioso liquido.
«In nome del Cielo, perché tieni un laghetto di quella roba raccapricciante proprio qui, di tutti i posti?» chiesi.
«Voglio fare esperimenti su qualcosa di grande,» rispose.
«Su di me, per esempio?»
«Ah! Quella è stata troppo vicina per scherzare; ma voglio davvero osservare l'azione di quella soluzione su un corpo vivente più altamente organizzato; c'è quel grande coniglio bianco,» disse, seguendomi nello studio.
Jack Scott, indossando una giacca macchiata di pittura, arrivò vagando, si appropriò di tutti i dolciumi orientali su cui riuscì a mettere le mani, saccheggiò il portasigarette e infine lui e Boris scomparvero insieme per visitare la Galleria del Lussemburgo, dove un nuovo bronzo argentato di Rodin e un paesaggio di Monet stavano attirando l'attenzione esclusiva della Francia artistica. Tornai nello studio e ripresi il mio lavoro. Si trattava di un paravento rinascimentale, che Boris voleva che dipingessi per il boudoir di Geneviève. Ma il ragazzino che, controvoglia, perdeva tempo in una serie di pose per esso, oggi rifiutava ogni tangente per rigare dritto. Non restava mai un istante nella stessa posizione e nel giro di cinque minuti avevo altrettanti schizzi diversi di quel piccolo mendicante.
«Stai posando o stai eseguendo una canzone e un ballo, amico mio?» chiesi.
«Ciò che preferisce monsieur,» rispose, con un sorriso angelico.
Naturalmente lo congedai per la giornata e naturalmente lo pagai per l'intero tempo, che è il modo in cui viziamo i nostri modelli.
Dopo che il giovane diavoletto se ne fu andato, feci qualche ritocco superficiale al mio lavoro, ma ero così completamente di cattivo umore che mi ci volle il resto del pomeriggio per rimediare al danno fatto, così alla fine raschiai la tavolozza, infilai i pennelli in una ciotola di sapone nero e passeggiai fino alla sala fumatori. Credo davvero che, a parte gli appartamenti di Geneviève, nessuna stanza della casa fosse così priva di profumo di tabacco come questa. Era un caotico miscuglio di cianfrusaglie, appeso con arazzi logori. Una vecchia spinetta dal suono dolce e in buono stato si trovava vicino alla finestra. C'erano rastrelliere di armi, alcune vecchie e opache, altre luminose e moderne, festoni di armature indiane e turche sopra il caminetto, due o tre bei quadri e un porta-pipe. Era qui che venivamo per nuove sensazioni nel fumare. Dubito che sia mai esistito un tipo di pipa che non fosse rappresentato in quella rastrelliera. Quando ne avevamo scelta una, la portavamo immediatamente altrove e la fumavamo; perché il posto era, nel complesso, più cupo e meno invitante di qualsiasi altro nella casa. Ma quel pomeriggio il crepuscolo era molto rilassante, i tappeti e le pelli sul pavimento sembravano marroni, morbidi e assonnati; il grande divano era pieno di cuscini—trovai la mia pipa e mi raggomitolai lì per un'insolita fumata nella sala fumatori. Ne avevo scelta una con un lungo bocchino flessibile e, accendendola, mi immersi nei sogni. Dopo un po' si spense, ma non mi mossi. Continuai a sognare e poco dopo mi addormentai.
Mi svegliai con la musica più triste che avessi mai sentito. La stanza era completamente buia, non avevo idea di che ora fosse. Un raggio di luna argentava un bordo della vecchia spinetta e il legno levigato sembrava esalare i suoni come il profumo fluttua sopra una scatola di legno di sandalo. Qualcuno si alzò nell'oscurità e se ne andò piangendo sommessamente, e io fui così sciocco da gridare «Geneviève!»
Lei sussultò alla mia voce e io ebbi il tempo di maledire me stesso mentre accendevo una luce e cercavo di sollevarla dal pavimento. Si ritrasse con un mormorio di dolore. Era molto silenziosa e chiese di Boris. La portai sul divano e andai a cercarlo, ma non era in casa e la servitù era andata a dormire. Perplesso e ansioso, tornai di corsa da Geneviève. Giaceva dove l'avevo lasciata, molto pallida.
«Non riesco a trovare Boris né alcuno della servitù,» dissi.
«Lo so,» rispose debolmente, «Boris è andato a Ept con il signor Scott. Non me ne ricordavo quando ti ho mandato a chiamarlo poco fa.»
«Ma in tal caso non può tornare prima di domani pomeriggio, e... sei ferita? Ti ho fatto spaventare al punto da farti cadere? Che stupido che sono, ma ero solo mezzo addormentato.»
«Boris pensava che tu fossi tornato a casa prima di cena. Ti prego, scusaci per averti lasciato restare qui tutto questo tempo.»
«Ho fatto un lungo riposino,» risi, «così profondo che non sapevo se stessi ancora dormendo o meno quando mi sono trovato a fissare una figura che si muoveva verso di me, e ho gridato il tuo nome. Hai provato la vecchia spinetta? Devi aver suonato molto dolcemente.»
Direi mille altre bugie peggiori di quella pur di vedere l'espressione di sollievo che le apparve sul volto. Sorrise in modo adorabile e disse con la sua voce naturale: «Alec, sono inciampata sulla testa di lupo e credo di essermi storta la caviglia. Per favore, chiama Marie e poi vai a casa.»
Feci come mi aveva ordinato e la lasciai lì quando arrivò la cameriera.
III
A mezzogiorno del giorno dopo, quando passai, trovai Boris che camminava inquieto nel suo studio.
«Geneviève sta dormendo in questo momento,» mi disse, «la distorsione non è nulla, ma perché dovrebbe avere una febbre così alta? Il medico non sa spiegarselo; o forse non vuole farlo,» mormorò.
«Geneviève ha la febbre?» chiesi.
«Direi proprio di sì, e ha persino delirato a intervalli per tutta la notte. L'idea!—la vivace piccola Geneviève, senza alcuna preoccupazione al mondo—e continua a dire che ha il cuore spezzato e che vuole morire!»
Il mio cuore si fermò.
Boris si appoggiò alla porta del suo studio, guardando in basso, con le mani nelle tasche, i suoi occhi gentili e acuti offuscati, una nuova linea di preoccupazione tracciata «sopra il buon segno della bocca, che rendeva il sorriso.» La cameriera aveva l'ordine di chiamarlo non appena Geneviève avesse aperto gli occhi. Aspettammo e aspettammo, e Boris, diventando irrequieto, vagava qua e là, armeggiando con la cera da modellare e l'argilla rossa. Improvvisamente si diresse verso la stanza accanto. «Vieni a vedere il mio bagno color rosa pieno di morte!» gridò.
«È la morte?» chiesi, per assecondare il suo umore.
«Non sei pronto a definirla vita, suppongo,» rispose. Mentre parlava, tirò fuori un pesce rosso solitario che si dimenava e si contorceva fuori dalla sua boccia. «Manderemo questo dietro l'altro—ovunque esso sia,» disse. C'era un'eccitazione febbrile nella sua voce. Un peso sordo di febbre grava sui miei arti e sul mio cervello mentre lo seguivo verso la bella piscina di cristallo con i suoi lati sfumati di rosa; e lui vi lasciò cadere la creatura. Cadendo, le sue squame brillarono di un caldo bagliore arancione nei suoi rabbiosi contorcimenti; nel momento in cui colpì il liquido, divenne rigido e affondò pesantemente sul fondo. Poi venne la schiuma lattiginosa, le splendide tonalità che si irradiavano sulla superficie e poi il raggio di pura e serena luce irruppe da profondità apparentemente infinite. Boris immerse la mano ed estrasse una squisita cosa di marmo, venata di blu, sfumata di rosa e scintillante di gocce opalescenti.
«Gioco da ragazzi,» mormorò, e guardò me con stanchezza e desiderio—come se potessi rispondere a tali domande! Ma Jack Scott entrò ed entrò nel «gioco», come lo chiamava lui, con ardore. Non c'era verso, dovevano provare l'esperimento sul coniglio bianco lì per lì. Ero disposto a lasciare che Boris trovasse distrazione dalle sue preoccupazioni, ma odiavo vedere la vita spegnersi in una creatura calda e vivente, così mi rifiutai di essere presente. Prendendo un libro a caso, mi sedetti nello studio a leggere. Ahimè! Avevo trovato Il Re in Giallo. Dopo pochi istanti, che sembrarono ere, lo stavo riponendo con un brivido nervoso, quando Boris e Jack entrarono portando il loro coniglio di marmo. Allo stesso tempo il campanello suonò di sopra e un grido giunse dalla stanza della malata. Boris se n'era andato come un lampo e l'istante dopo chiamò: «Jack, corri a prendere il dottore; portalo qui con te. Alec, vieni qui.»
Andai e mi fermai alla sua porta. Una cameriera spaventata uscì in fretta e corse via a cercare un rimedio. Geneviève, seduta dritta con le guance cremisi e gli occhi luccicanti, blaterava incessantemente e resisteva al dolce tentativo di contenimento di Boris. Mi chiamò per aiutarlo. Al mio primo tocco sospirò e si accasciò all'indietro, chiudendo gli occhi, e poi—poi—mentre eravamo ancora chinati su di lei, li riaprì, guardò dritto in faccia a Boris—povera ragazza delirante!—e rivelò il suo segreto. Nello stesso istante le nostre tre vite presero nuove direzioni; il legame che ci aveva tenuto uniti così a lungo si spezzò per sempre e un nuovo legame fu forgiato al suo posto, poiché aveva pronunciato il mio nome e, mentre la febbre la torturava, il suo cuore riversò il suo carico di dolore nascosto. Stupito e muto chinai la testa, mentre il volto mi bruciava come un tizzone ardente e il sangue pulsava nelle mie orecchie, stordendomi con il suo fragore. Incapace di muovermi, incapace di parlare, ascoltai le sue parole febbrili in un'agonia di vergogna e dolore. Non potevo zittirla, non potevo guardare Boris. Poi sentii un braccio sulla spalla e Boris voltò un volto esangue verso il mio.
«Non è colpa tua, Alec; non affliggerti così se lei ti ama—» ma non poté finire; e mentre il medico entrava rapidamente nella stanza dicendo: «Ah, la febbre!» afferrai Jack Scott e lo trascinai in strada dicendo: «Boris preferirebbe stare da solo.» Attraversammo la strada verso i nostri appartamenti e quella notte, vedendo che stavo per ammalarmi anch'io, andò di nuovo a prendere il medico. L'ultima cosa che ricordo con una certa lucidità fu sentire Jack dire: «Per l'amor di Dio, dottore, cosa gli prende per avere una faccia del genere?» e pensai a Il Re in Giallo e alla Maschera Pallida.
Ero molto malato, poiché lo sforzo di due anni che avevo sopportato dal fatale mattino di maggio in cui Geneviève aveva mormorato: «Ti amo, ma credo di amare Boris più di tutti,» alla fine aveva avuto la meglio su di me. Non avrei mai immaginato che potesse diventare più di quanto potessi sopportare. Esteriormente tranquillo, avevo ingannato me stesso. Sebbene la battaglia interiore infuriasse notte dopo notte e io, sdraiato da solo nella mia stanza, maledissi me stesso per i pensieri ribelli, sleali verso Boris e indegni di Geneviève, il mattino portava sempre sollievo e io tornavo da Geneviève e dal mio caro Boris con il cuore lavato pulito dalle tempeste della notte.
Mai in parole, azioni o pensieri, mentre ero con loro, avevo tradito il mio dolore nemmeno a me stesso.
La maschera dell'autoinganno non era più una maschera per me, era parte di me. La notte la sollevava, mettendo a nudo la verità soffocata sottostante; ma non c'era nessuno a vedere eccetto me stesso, e quando spuntava il giorno la maschera ricadeva al suo posto di propria iniziativa. Questi pensieri attraversavano la mia mente turbata mentre giacevo malato, ma erano disperatamente intrecciati con visioni di creature bianche, pesanti come la pietra, che strisciavano nel bacino di Boris—della testa di lupo sul tappeto, che schiumava e scattava verso Geneviève, che giaceva sorridente accanto ad essa. Pensai anche al Re in Giallo avvolto nei colori fantastici del suo mantello lacerato e a quel grido amaro di Cassilda: «Non su di noi, oh Re, non su di noi!» Febbrilmente mi sforzavo di scacciarlo, ma vedevo il lago di Hali, sottile e vuoto, senza un'increspatura o vento ad agitarlo, e vedevo le torri di Carcosa dietro la luna. Aldebaran, le Iadi, Alar, Hastur, scivolavano attraverso le fenditure delle nuvole che sbattevano e agitavano al loro passaggio come gli stracci smerlati del Re in Giallo. Tra tutti questi, un pensiero sano persisteva. Non vacillava mai, non importava cos'altro stesse accadendo nella mia mente disordinata, che la mia ragione principale di esistenza fosse soddisfare qualche esigenza di Boris e Geneviève. Quale fosse questo obbligo, la sua natura, non fu mai chiaro; a volte sembrava essere protezione, a volte sostegno, attraverso una grande crisi. Qualunque cosa sembrasse essere di volta in volta, il suo peso gravava solo su di me e non ero mai così malato o così debole da non rispondere con tutta la mia anima. C'erano sempre folle di volti intorno a me, per lo più estranei, ma alcuni li riconoscevo, Boris tra loro. In seguito mi dissero che non poteva essere stato, ma so che almeno una volta si chinò su di me. Fu solo un tocco, un debole eco della sua voce, poi le nuvole si depositarono di nuovo sui miei sensi e lo persi, ma lui stette lì e si chinò su di me almeno una volta.
Alla fine, una mattina mi svegliai e trovai la luce del sole che cadeva attraverso il mio letto e Jack Scott che leggeva accanto a me. Non avevo abbastanza forza per parlare ad alta voce, né potevo pensare, tanto meno ricordare, ma potevo sorridere debolmente, mentre l'occhio di Jack incontrava il mio, e quando balzò in piedi e chiese ansiosamente se volessi qualcosa, potei sussurrare: «Sì—Boris.» Jack si spostò verso la testata del mio letto e si chinò per sistemare il cuscino: non vidi il suo volto, ma rispose cordialmente: «Devi aspettare, Alec; sei troppo debole per vedere persino Boris.»
Aspettai e divenni forte; in pochi giorni fui in grado di vedere chi volevo, ma nel frattempo avevo pensato e ricordato. Dal momento in cui tutto il passato divenne chiaro di nuovo nella mia mente, non dubitai mai di ciò che avrei dovuto fare quando fosse giunto il momento, e mi sentii sicuro che Boris avrebbe deciso lo stesso corso per quanto lo riguardava; per quanto riguardava me solo, sapevo che avrebbe visto anche quello come me. Non chiesi più di nessuno. Non chiesi mai perché non arrivasse alcun messaggio da loro; perché durante la settimana in cui giacevo lì, aspettando e diventando più forte, non sentii mai pronunciare il loro nome. Preoccupato dalle mie ricerche per la via giusta e dalla mia debole ma determinata lotta contro la disperazione, accettai semplicemente la reticenza di Jack, dando per scontato che avesse paura di parlare di loro, temendo che diventassi indisciplinato e insistessi per vederli. Nel frattempo dicevo a me stesso ripetutamente, come sarebbe stato quando la vita fosse ricominciata per tutti noi? Avremmo ripreso i nostri rapporti esattamente come erano prima che Geneviève si ammalasse. Io e Boris ci saremmo guardati negli occhi e non ci sarebbe stato né rancore, né codardia, né diffidenza in quello sguardo. Sarei stato di nuovo con loro per un po' nell'amata intimità della loro casa e poi, senza pretesti o spiegazioni, sarei scomparso dalle loro vite per sempre. Boris avrebbe saputo; Geneviève—l'unico conforto era che lei non lo avrebbe mai saputo. Sembrava, mentre ci riflettevo, che avessi trovato il significato di quel senso di obbligo che era persistito per tutto il mio delirio, e l'unica risposta possibile ad esso. Così, quando fui del tutto pronto, un giorno feci cenno a Jack di venire da me e dissi:
«Jack, voglio Boris immediatamente; e porta il mio saluto più caro a Geneviève....»
Quando alla fine mi fece capire che erano entrambi morti, caddi in una rabbia selvaggia che fece a pezzi tutta la mia poca forza di convalescente. Delirai e maledissi me stesso fino a una ricaduta, dalla quale uscii alcune settimane dopo come un ragazzo di ventun anni che credeva che la sua giovinezza fosse svanita per sempre. Sembravano passate le mie capacità di soffrire ulteriormente e un giorno, quando Jack mi porse una lettera e le chiavi della casa di Boris, le presi senza tremare e gli chiesi di raccontarmi tutto. Fu crudele da parte mia chiederglielo, ma non c'era rimedio, e lui si appoggiò stancamente sulle mani magre, per riaprire la ferita che non sarebbe mai potuta guarire del tutto. Iniziò molto quietamente:
«Alec, a meno che tu non abbia un indizio di cui non so nulla, non sarai in grado di spiegare più di me cosa sia successo. Sospetto che preferiresti non sentire questi dettagli, ma devi impararli, altrimenti ti risparmierei il racconto. Dio sa che vorrei che mi venisse risparmiato il doverlo dire. Userò poche parole.
«Quel giorno, quando ti ho lasciato alle cure del medico e sono tornato da Boris, l'ho trovato al lavoro sulle "Parche". Geneviève, disse, stava dormendo sotto l'influsso dei farmaci. Era stata completamente fuori di sé, disse. Continuò a lavorare, non parlando più, e io lo osservai. Dopo non molto, vidi che la terza figura del gruppo—quella che guardava dritto davanti a sé, verso il mondo—portava il suo volto; non come l'avevi mai visto tu, ma come appariva allora e fino alla fine. Questa è una cosa per cui mi piacerebbe trovare una spiegazione, ma non la troverò mai.
«Bene, lui lavorava e io lo guardavo in silenzio, e andammo avanti così fino quasi a mezzanotte. Poi sentimmo la porta aprirsi e chiudersi di scatto, e un rapido correre nella stanza accanto. Boris balzò attraverso la soglia e io lo seguii; ma era troppo tardi. Lei giaceva sul fondo della vasca, le mani incrociate sul petto. Poi Boris si sparò al cuore». Jack smise di parlare, gocce di sudore gli imperlavano la pelle sotto gli occhi e le sue guance magre fremevano. «Portai Boris nella sua stanza. Poi tornai indietro e feci defluire quel fluido infernale dalla vasca e, aprendo tutta l'acqua, lavai il marmo fino a eliminare ogni goccia. Quando alla fine osai scendere i gradini, la trovai distesa lì, bianca come la neve. Infine, quando ebbi deciso cosa fosse meglio fare, andai in laboratorio e per prima cosa svuotai la soluzione che era nel bacino nel tubo di scarico; poi vi versai dentro il contenuto di ogni vaso e bottiglia. C’era della legna nel camino, così accesi un fuoco e, rompendo le serrature dello studiolo di Boris, bruciai ogni carta, taccuino e lettera che vi trovai. Con un mazzuolo preso dallo studio ridussi in pezzi tutte le bottiglie vuote, poi, caricandole in un secchio per il carbone, le portai in cantina e le gettai sul letto rovente della fornace. Feci il tragitto sei volte e, alla fine, non rimase traccia di nulla che potesse ancora aiutare a cercare la formula che Boris aveva trovato. Solo allora osai chiamare il medico. È un brav'uomo, e insieme ci siamo adoperati per tenerlo nascosto al pubblico. Senza di lui non ci sarei mai riuscito. Alla fine abbiamo pagato i servitori e li abbiamo mandati in campagna, dove il vecchio Rosier li tiene tranquilli con storie sui viaggi di Boris e Geneviève in terre lontane, dalle quali non faranno ritorno per anni. Abbiamo sepolto Boris nel piccolo cimitero di Sèvres. Il medico è una brava creatura e sa quando compatire un uomo che non ne può più. Ha firmato il certificato di morte per malattia cardiaca e non mi ha fatto domande».
Poi, sollevando la testa dalle mani, disse: «Apri la lettera, Alec; è per entrambi».
La strappai per aprirla. Era il testamento di Boris, datato un anno prima. Lasciava tutto a Geneviève e, nel caso in cui fosse morta senza figli, io avrei dovuto prendere il controllo della casa in Rue Sainte-Cécile, e Jack Scott la gestione a Ept. Alla nostra morte la proprietà sarebbe tornata alla famiglia di sua madre in Russia, con l'eccezione dei marmi scolpiti da lui stesso. Questi li lasciò a me.
La pagina si offuscò sotto i nostri occhi e Jack si alzò e camminò verso la finestra. Poco dopo tornò e si sedette di nuovo. Temevo di ascoltare ciò che stava per dire, ma parlò con la stessa semplicità e dolcezza.
«Geneviève giace davanti alla Madonna nella stanza di marmo. La Madonna si china teneramente su di lei, e Geneviève ricambia il sorriso verso quel volto calmo che non sarebbe mai esistito se non fosse stato per lei».
La sua voce si spezzò, ma mi afferrò la mano dicendo: «Coraggio, Alec». La mattina seguente partì per Ept per adempiere al suo incarico.
IV
La stessa sera presi le chiavi e andai nella casa che conoscevo così bene. Tutto era in ordine, ma il silenzio era terribile. Sebbene mi fossi recato due volte davanti alla porta della stanza di marmo, non riuscii a trovare la forza di entrare. Era al di sopra delle mie possibilità. Entrai nella sala da fumo e mi sedetti davanti alla spinetta. Un piccolo fazzoletto di pizzo giaceva sui tasti e mi voltai altrove, soffocato. Era chiaro che non potevo restare, così chiusi a chiave ogni porta, ogni finestra e i tre cancelli anteriori e posteriori, e me ne andai. La mattina seguente Alcide preparò la mia valigia e, lasciandolo a sorvegliare il mio appartamento, presi l’Orient Express per Costantinopoli. Durante i due anni in cui girovagai per l’Oriente, inizialmente, nelle nostre lettere, non menzionammo mai Geneviève e Boris, ma gradualmente i loro nomi vi si insinuarono. Ricordo in particolare un passaggio in una delle lettere di Jack, in risposta a una mia:
«Ciò che mi racconti sul vedere Boris chino su di te mentre eri malato, sul sentire il suo tocco sul tuo viso e sull’udire la sua voce, naturalmente mi turba. Questo che descrivi deve essere accaduto quindici giorni dopo la sua morte. Dico a me stesso che stavi sognando, che era parte del tuo delirio, ma la spiegazione non soddisfa me, né soddisferebbe te».
Verso la fine del secondo anno arrivò una lettera di Jack per me in India, così diversa da tutto ciò che avevo sempre conosciuto di lui che decisi di tornare subito a Parigi. Scriveva: «Sto bene e vendo tutti i miei quadri come fanno gli artisti che non hanno bisogno di denaro. Non ho preoccupazioni personali, eppure sono più irrequieto di quanto lo sarei se le avessi. Non riesco a scrollarmi di dosso una strana ansia per te. Non è apprensione, è piuttosto un’attesa senza fiato – di cosa, Dio solo lo sa! Posso solo dire che mi sta consumando. La notte sogno sempre te e Boris. Non riesco mai a ricordare nulla in seguito, ma mi sveglio al mattino con il cuore che batte, e per tutto il giorno l’agitazione aumenta finché non cado nel sonno la sera per rivivere la stessa esperienza. Ne sono del tutto esausto e ho deciso di spezzare questa condizione morbosa. Devo vederti. Devo venire a Bombay o verrai tu a Parigi?».
Gli telegrafai di aspettarmi con il piroscafo successivo.
Quando ci incontrammo, pensai che fosse cambiato pochissimo; io, insistette lui, avevo un aspetto in salute smagliante. Era bello riascoltare la sua voce e, mentre sedevamo a chiacchierare di ciò che la vita ancora ci riservava, sentimmo che era piacevole essere vivi in quella luminosa aria di primavera.
Restammo insieme a Parigi per una settimana, poi andai con lui per una settimana a Ept, ma prima di tutto ci recammo al cimitero di Sèvres, dove giaceva Boris.
«Dovremmo collocare le "Parche" nel piccolo boschetto sopra di lui?» chiese Jack, e io risposi:
«Credo che solo la "Madonna" debba vegliare sulla tomba di Boris». Ma Jack non trasse alcun beneficio dal mio ritorno. I sogni, di cui non riusciva a trattenere nemmeno il più vago contorno, continuarono, e disse che a volte il senso di attesa senza fiato era soffocante.
«Vedi, ti faccio del male invece di farti del bene», dissi. «Prova un cambiamento senza di me». Così partì da solo per un’escursione tra le Isole del Canale, e io tornai a Parigi. Non ero ancora entrato nella casa di Boris, ora mia, dopo il mio ritorno, ma sapevo che dovevo farlo. Era stata tenuta in ordine da Jack; c’erano servitori lì, così lasciai il mio appartamento e andai a viverci. Invece dell’agitazione che avevo temuto, scoprii di essere in grado di dipingere lì con tranquillità. Visitai tutte le stanze, tutte tranne una. Non riuscivo a indurmi a entrare nella stanza di marmo dove giaceva Geneviève, eppure sentivo il desiderio crescere di giorno in giorno di guardare il suo volto, di inginocchiarmi accanto a lei.
Un pomeriggio d’aprile, giacevo a sognare nella sala da fumo, proprio come avevo fatto due anni prima, e meccanicamente cercai tra i tappeti orientali fulvi la pelle di lupo. Alla fine scorsi le orecchie a punta e la testa piatta e crudele, e pensai al sogno in cui vedevo Geneviève giacere accanto ad essa. Gli elmi pendevano ancora contro l’arazzo logoro, tra loro il vecchio morione spagnolo che ricordavo Geneviève avesse indossato una volta quando ci divertivamo con gli antichi pezzi di armatura. Volsi gli occhi verso la spinetta; ogni tasto ingiallito sembrava eloquente della sua mano carezzevole, e mi alzai, attirato dalla forza della passione della mia vita verso la porta sigillata della stanza di marmo. Le pesanti porte si aprirono verso l’interno sotto le mie mani tremanti. La luce del sole entrava dalla finestra, dorando le ali di Cupido, e indugiava come un nimbo sopra la fronte della Madonna. Il suo volto tenero si chinava in compassione su una forma di marmo così squisitamente pura che mi inginocchiai e mi feci il segno della croce. Geneviève giaceva nell’ombra sotto la Madonna, eppure, attraverso le sue braccia bianche, vidi la pallida vena azzurra, e sotto le sue mani morbidamente giunte le pieghe del suo vestito erano tinte di rosa, come per una luce calda e fioca che provenisse dal suo petto.
Chinandomi, con il cuore infranto, sfiorai con le labbra il drappeggio di marmo, poi mi ritrassi nella casa silenziosa.
Una cameriera venne a portarmi una lettera, e mi sedetti nel piccolo giardino d’inverno per leggerla; ma proprio mentre stavo per rompere il sigillo, vedendo la ragazza indugiare, le chiesi cosa volesse.
Balbettò qualcosa riguardo a un coniglio bianco che era stato catturato in casa, e chiese cosa se ne dovesse fare. Le dissi di lasciarlo libero nel giardino recintato dietro la casa, e aprii la mia lettera. Era di Jack, ma così incoerente che pensai avesse perso la ragione. Non era altro che una serie di preghiere a non lasciare la casa finché non fosse potuto tornare; non poteva dirmi perché, c’erano i sogni, diceva, non poteva spiegare nulla, ma era certo che non dovessi lasciare la casa in Rue Sainte-Cécile.
Non appena ebbi finito di leggere, alzai gli occhi e vidi la stessa domestica sulla soglia che reggeva un piatto di vetro in cui nuotavano due pesci rossi: «Rimettili nella vasca e dimmi cosa intendi per interrompermi», dissi.
Con un piagnucolio a stento soffocato, svuotò l’acqua e i pesci in un acquario in fondo al giardino d’inverno e, voltandosi verso di me, mi chiese il permesso di lasciare il mio servizio. Disse che la gente le giocava degli scherzi, evidentemente con l’intento di metterla nei guai; il coniglio di marmo era stato rubato e ne era stato portato uno vivo in casa; i due bellissimi pesci di marmo erano spariti, e lei aveva appena trovato quei comuni esseri viventi che sguazzavano sul pavimento della sala da pranzo. La rassicurai e la congedai, dicendo che avrei guardato io stesso in giro. Andai nello studio; non c’era nulla se non le mie tele e alcuni calchi, a parte il marmo del giglio pasquale. Lo vidi su un tavolo dall’altra parte della stanza. Poi mi diressi con rabbia verso di esso. Ma il fiore che sollevai dal tavolo era fresco, fragile e riempiva l’aria di profumo.
Poi improvvisamente compresi, e balzai attraverso il corridoio verso la stanza di marmo. Le porte si spalancarono, la luce del sole mi investì il volto, e attraverso di essa, in una gloria celestiale, la Madonna sorrise, mentre Geneviève sollevava il suo volto arrossato dal letto di marmo e apriva i suoi occhi assonnati.
NELL’ATRIO DEL DRAGONE
«Oh, tu che ardi nel cuore per coloro che ardono Nell’Inferno, i cui fuochi tu stesso nutrirai a tua volta; Fino a quando griderai: "Misericordia per loro". Dio! Ma chi sei tu per insegnare e Lui per imparare?»
Nella chiesa di St. Barnabé i vespri erano finiti; il clero aveva lasciato l’altare; i chierichetti si erano affollati oltre il presbiterio e si erano sistemati negli stalli. Un Suisse in ricca uniforme marciò lungo la navata sud, facendo risuonare il suo bastone ogni quattro passi sul pavimento di pietra; dietro di lui arrivò quell'eloquente predicatore e brav'uomo che era Monseigneur C——.
La mia sedia era vicina alla balaustra del presbiterio, ora mi voltai verso l’estremità occidentale della chiesa. Anche gli altri presenti tra l’altare e il pulpito si voltarono. Ci fu un po’ di stridore e fruscio mentre la congregazione si sedeva di nuovo; il predicatore salì i gradini del pulpito e il volontario dell’organo cessò.
Avevo sempre trovato il modo di suonare l’organo a St. Barnabé estremamente interessante. Era dotto e scientifico, fin troppo per la mia scarsa conoscenza, ma esprimeva un’intelligenza vivida, seppur fredda. Inoltre, possedeva la qualità francese del gusto: il gusto regnava sovrano, controllato, dignitoso e riservato.
Oggi, tuttavia, fin dal primo accordo avevo percepito un cambiamento in peggio, un cambiamento sinistro. Durante i vespri era stato principalmente l’organo del presbiterio ad accompagnare il coro, ma di tanto in tanto, del tutto gratuitamente a quanto pareva, dalla galleria occidentale dove si trova l’organo grande, una mano pesante aveva colpito, attraverso la chiesa, la serena pace di quelle voci chiare. Era qualcosa di più che aspro e dissonante, e non tradiva mancanza di abilità. Mentre si ripeteva ancora e ancora, mi portò a riflettere su ciò che i miei libri di architettura dicono sull’usanza nei tempi antichi di consacrare il coro non appena costruito, e che la navata, essendo completata a volte mezzo secolo dopo, spesso non riceveva alcuna benedizione: mi chiesi oziosamente se fosse stato così anche a St. Barnabé, e se qualcosa che solitamente non si suppone sia di casa in una chiesa cristiana potesse essere entrato non rilevato e aver preso possesso della galleria occidentale. Avevo letto di cose simili, ma non in opere di architettura.
Poi ricordai che St. Barnabé non aveva molto più di cent’anni, e sorrisi dell’associazione incongrua di superstizioni medievali con quel grazioso pezzetto di rococò del diciottesimo secolo.
Ma ora i vespri erano finiti, e sarebbero dovuti seguire alcuni accordi tranquilli, adatti ad accompagnare la meditazione, mentre aspettavamo il sermone. Invece di quello, la discordia all’estremità inferiore della chiesa scoppiò con la partenza del clero, come se ora nulla potesse controllarla.
Appartengo a quei figli di una generazione più vecchia e semplice che non amano cercare sottigliezze psicologiche nell’arte; e ho sempre rifiutato di trovare nella musica qualcosa di più della melodia e dell’armonia, ma sentivo che nel labirinto di suoni che uscivano da quello strumento c’era qualcuno che veniva braccato. Su e giù i pedali lo inseguivano, mentre i manuali ne approvavano il clamore. Povero diavolo! Chiunque fosse, sembrava esserci poca speranza di fuga!
Il mio fastidio nervoso si trasformò in rabbia. Chi stava facendo questo? Come osava suonare così nel bel mezzo del servizio divino? Diedi un’occhiata alle persone vicino a me: nessuno sembrava minimamente disturbato. Le fronti placide delle suore in ginocchio, ancora voltate verso l’altare, non perdevano nulla della loro devota astrazione sotto l’ombra pallida del loro copricapo bianco. La signora alla moda accanto a me guardava con aspettativa Monseigneur C——. Per quanto il suo volto tradisse, l’organo avrebbe potuto cantare un’Ave Maria.
Ma ora, finalmente, il predicatore aveva fatto il segno della croce e imposto il silenzio. Mi voltai verso di lui con sollievo. Fino a quel momento non avevo trovato il riposo su cui avevo contato quando ero entrato a St. Barnabé quel pomeriggio.
Ero esausto per tre notti di sofferenza fisica e turbamento mentale: l’ultima era stata la peggiore, ed era un corpo esausto, e una mente intorpidita eppure acutamente sensibile, che avevo portato nella mia chiesa preferita per trovare guarigione. Perché avevo letto *Il Re in Giallo*.
«Il sole sorge; essi si radunano insieme e si coricano nelle loro tane». Monseigneur C—— pronunciò il suo testo con voce calma, guardando con tranquillità la congregazione. I miei occhi si voltarono, non sapevo perché, verso l’estremità inferiore della chiesa. L’organista stava uscendo da dietro le sue canne e, passando lungo la galleria sulla via dell’uscita, lo vidi scomparire da una piccola porta che conduceva ad alcune scale che scendevano direttamente sulla strada. Era un uomo esile e il suo volto era bianco quanto il suo cappotto era nero. «Meglio così!» pensai, «con la tua musica malvagia! Spero che il tuo assistente suoni il brano conclusivo».
Con un senso di sollievo, con un profondo e calmo senso di sollievo, mi voltai di nuovo verso il volto mite sul pulpito e mi sistemai per ascoltare. Ecco, finalmente, la quiete mentale che desideravo.
«Figli miei», disse il predicatore, «una verità l’anima umana trova più difficile di tutte le altre da imparare: che non ha nulla da temere. Non riesce mai a vedere che nulla può farle veramente del male».
«Dottrina curiosa!» pensai, «per un prete cattolico. Vediamo come concilierà questo con i Padri».
«Nulla può far veramente del male all’anima», continuò, nei suoi toni più freddi e limpidi, «perché——»
Ma non udii mai il resto; il mio occhio lasciò il suo volto, non sapevo per quale ragione, e cercò l’estremità inferiore della chiesa. Lo stesso uomo stava uscendo da dietro l’organo e stava passando lungo la galleria *nella stessa direzione*. Ma non c’era stato tempo per lui di tornare indietro, e se fosse tornato, avrei dovuto vederlo. Provai un leggero brivido e il mio cuore si strinse; eppure, il suo andare e venire non erano affari miei. Lo guardai: non potevo distogliere lo sguardo dalla sua figura nera e dal suo volto bianco. Quando fu esattamente di fronte a me, si voltò e scagliò attraverso la chiesa, dritto nei miei occhi, uno sguardo d'odio, intenso e mortale: non ne ho mai visto un altro simile; volesse il cielo che non dovessi vederlo mai più! Poi scomparve dalla stessa porta attraverso la quale l’avevo visto partire meno di sessanta secondi prima.
Sedetti e cercai di raccogliere i miei pensieri. La mia prima sensazione fu come quella di un bambino molto piccolo gravemente ferito, quando trattiene il respiro prima di scoppiare a piangere.
Ritrovarmi improvvisamente oggetto di tale odio era squisitamente doloroso: e quest’uomo era un perfetto estraneo. Perché avrebbe dovuto odiarmi così? Me, che non aveva mai visto prima? Per il momento ogni altra sensazione era fusa in questo unico tormento: anche la paura era subordinata al dolore, e per quel momento non dubitai mai; ma in quello successivo iniziai a ragionare, e un senso dell’incongruo venne in mio aiuto.
Come ho detto, St. Barnabé è una chiesa moderna. È piccola e ben illuminata; la si vede tutta quasi a colpo d’occhio. La galleria dell’organo riceve una forte luce bianca da una fila di lunghe finestre nel cleristorio, che non hanno nemmeno vetri colorati.
Essendo il pulpito nel mezzo della chiesa, ne conseguiva che, quando ero rivolto verso di esso, qualunque cosa si muovesse all’estremità occidentale non poteva mancare di attirare il mio occhio. Quando l’organista passò non fu una sorpresa che lo vedessi: avevo semplicemente calcolato male l’intervallo tra il suo primo e il suo secondo passaggio. Era entrato l’ultima volta dall’altra porta laterale. Quanto allo sguardo che mi aveva così sconvolto, non c’era stata alcuna cosa simile, ed ero uno sciocco nervoso.
Mi guardai intorno. Questo era un posto probabile per ospitare orrori soprannaturali! Quel volto razionale e ben delineato di Monseigneur C——, i suoi modi composti e i gesti facili e aggraziati, non erano forse un po’ scoraggianti per l’idea di un mistero raccapricciante? Diedi un’occhiata sopra la sua testa e quasi risi. Quella signora fluttuante che sosteneva un angolo del baldacchino del pulpito, che sembrava una tovaglia di damasco frangiata in un vento forte, al primo tentativo di un basilisco di mettersi in posa lassù nella cantoria dell’organo, avrebbe puntato la sua tromba d’oro contro di lui e lo avrebbe soffiato via dall’esistenza! Risi tra me e me per questa arguzia, che all’epoca pensai molto divertente, e me ne stetti lì a prendermi in giro e a prendere in giro tutto il resto, dalla vecchia arpia fuori dalla balaustra, che mi aveva fatto pagare dieci centesimi per la mia sedia prima di lasciarmi entrare (era più simile a un basilisco, mi dissi, di quanto lo fosse il mio organista dall’incarnato anemico): da quella vecchia dama sinistra a, sì, ahimè! Monseigneur C—— stesso. Poiché ogni devozione era fuggita. Non avevo mai fatto una cosa simile in vita mia, ma ora provavo il desiderio di schernire.
Quanto al sermone, non riuscivo a sentirne una parola per il tintinnio nelle mie orecchie di:
«I lembi di San Paolo ha raggiunto. Avendoci predicato quelle sei lezioni di Quaresima, Più untuose di quanto mai abbia predicato»,
che teneva il tempo ai pensieri più fantastici e irriverenti.
Non serviva a nulla restare seduto lì ancora: dovevo uscire all'aperto e scrollarmi di dosso questo stato d’animo odioso. Sapevo quanto fossi maleducato, ma mi alzai comunque e lasciai la chiesa.
Un sole primaverile splendeva su Rue St. Honoré, mentre correvo giù per i gradini della chiesa. Su un angolo si trovava un carretto pieno di giunchiglie gialle, pallide violette della Riviera, scure violette russe e giacinti romani bianchi in una nuvola dorata di mimosa. La strada era piena di persone a passeggio per la domenica. Feci oscillare il bastone e risi insieme agli altri. Qualcuno mi raggiunse e mi superò. Non si voltò mai, ma nel suo profilo bianco c’era la stessa micidiale malignità che c’era stata nei suoi occhi. Lo osservai finché riuscii a vederlo. La sua schiena agile esprimeva la stessa minaccia; ogni passo che lo portava lontano da me sembrava condurlo a qualche commissione legata alla mia distruzione.
Procedevo strisciando, con i piedi che quasi si rifiutavano di muoversi. Cominciò a farsi strada in me un senso di responsabilità per qualcosa di dimenticato da tempo. Incominciò a sembrarmi di meritare ciò che lui minacciava: risaliva molto indietro, molto, molto indietro. Era rimasto dormiente per tutti questi anni: c’era, però, e presto sarebbe sorto a confrontarsi con me. Ma avrei tentato di fuggire; e inciampai come meglio potei in Rue de Rivoli, attraverso Place de la Concorde e fino al Quai. Guardai con occhi malati il sole, che splendeva attraverso la spuma bianca della fontana, versandosi sulle spalle degli scuri dei di bronzo del fiume, sul lontano Arco, una struttura di nebbia ametista, sugli infiniti viali di tronchi grigi e rami spogli debolmente verdi. Poi lo vidi di nuovo mentre scendeva lungo uno dei viali di castagni del Cours la Reine.
Lasciai la riva del fiume, mi tuffai alla cieca attraverso gli Champs Elysées e mi voltai verso l'Arco. Il sole al tramonto mandava i suoi raggi lungo il prato verde del Rond-point: nel pieno bagliore era seduto su una panchina, con bambini e giovani madri tutto intorno a lui. Non era che un perdigiorno della domenica, come gli altri, come me. Dissi le parole quasi ad alta voce, e per tutto il tempo fissai l'odio maligno del suo volto. Ma non stava guardando me. Mi trascinai oltre e trascinai i miei piedi di piombo lungo l'Avenue. Sapevo che ogni volta che lo incontravo lo portava più vicino al compimento del suo scopo e del mio destino. Eppure cercavo di salvarmi.
Gli ultimi raggi del tramonto si riversavano attraverso il grande Arco. Passai sotto di esso e lo incontrai faccia a faccia. L'avevo lasciato lontano lungo gli Champs Elysées, eppure era entrato con un flusso di persone che tornavano dal Bois de Boulogne. Si avvicinò così tanto da sfiorarmi. La sua figura snella sembrava di ferro sotto il suo largo rivestimento nero. Non mostrava segni di fretta, né di fatica, né di alcun sentimento umano. Tutto il suo essere esprimeva una cosa sola: la volontà e il potere di farmi del male.
Con angoscia lo guardai mentre scendeva lungo l'ampia Avenue affollata, che scintillava tutta di ruote, finimenti di cavalli e caschi della Garde Republicaine.
Presto fu perso di vista; allora mi voltai e fuggii. Nel Bois, e lontano oltre esso — non so dove andai, ma dopo molto tempo, a quanto mi sembrò, era calata la notte e mi ritrovai seduto a un tavolo davanti a un piccolo caffè. Avevo vagato di nuovo nel Bois. Erano passate ore da quando l'avevo visto. La stanchezza fisica e la sofferenza mentale non mi avevano lasciato alcuna forza per pensare o sentire. Ero stanco, così stanco! Desideravo nascondermi nella mia tana. Decisi di tornare a casa. Ma era molto lontano.
Vivo nella Court of the Dragon, uno stretto passaggio che conduce da Rue de Rennes a Rue du Dragon.
È un "vicolo cieco"; percorribile solo per i pedoni. Sopra l'ingresso su Rue de Rennes c'è un balcone, sostenuto da un drago di ferro. All'interno della corte si ergono alte vecchie case su entrambi i lati, che chiudono le estremità che danno sulle due strade. Enormi cancelli, che durante il giorno vengono spinti contro le pareti dei profondi archi, chiudono questa corte dopo mezzanotte, e allora bisogna entrare suonando a certe piccole porte sul lato. Il selciato ribassato raccoglie pozzanghere sgradevoli. Ripide scale precipitano verso porte che si aprono sulla corte. I piani terra sono occupati da negozi di rivenditori di oggetti usati e da fabbri. Per tutto il giorno il posto risuona con il tintinnio dei martelli e il clangore delle barre di metallo.
Per quanto sgradevole sia quaggiù, c'è allegria, conforto e duro, onesto lavoro lassù.
Cinque piani più su ci sono gli atelier di architetti e pittori, e i nascondigli di studenti di mezza età come me che vogliono vivere soli. Quando venni qui a vivere per la prima volta ero giovane, e non solo.
Dovetti camminare un po' prima che apparisse un mezzo di trasporto, ma alla fine, quando avevo quasi raggiunto di nuovo l'Arc de Triomphe, arrivò una carrozza vuota e la presi.
Dall'Arco a Rue de Rennes è un tragitto di più di mezz'ora, specialmente quando si è trasportati da un cavallo di carrozza stanco che è stato alla mercé dei festaioli della domenica.
C'era stato tempo prima che passassi sotto le ali del Drago di incontrare il mio nemico ancora e ancora, ma non lo vidi mai una volta, e ora il rifugio era vicino.
Davanti all'ampio cancello una piccola folla di bambini stava giocando. Il nostro portiere e sua moglie camminavano tra loro, con il loro barboncino nero, mantenendo l'ordine; alcune coppie stavano ballando il valzer sul marciapiede. Ricambiai i loro saluti e mi affrettai a entrare.
Tutti gli abitanti della corte erano usciti in strada. Il posto era completamente deserto, illuminato da poche lanterne appese in alto, nelle quali il gas bruciava debolmente.
Il mio appartamento era in cima a una casa, a metà della corte, raggiunto da una scala che scendeva quasi in strada, con solo un pezzo di passaggio a fare da intermediario. Poggiai il piede sulla soglia della porta aperta, le amichevoli vecchie scale fatiscenti si elevarono davanti a me, conducendo al riposo e al riparo. Guardando indietro sopra la mia spalla destra, lo vidi, a dieci passi di distanza. Doveva essere entrato nella corte con me.
Stava venendo dritto verso di me, né lentamente, né velocemente, ma dritto verso di me. E ora mi stava guardando. Per la prima volta da quando i nostri occhi si incontrarono attraverso la chiesa si incontrarono ora di nuovo, e seppi che il tempo era giunto.
Ritirandomi all'indietro, lungo la corte, lo affrontai. Intendevo fuggire dall'ingresso su Rue du Dragon. I suoi occhi mi dissero che non sarei mai fuggito.
Sembrarono ere mentre procedevamo, io in ritirata, lui in avanzata, lungo la corte nel silenzio più assoluto; ma alla fine sentii l'ombra dell'arco, e il passo successivo mi portò al suo interno. Intendevo voltarmi qui e balzare in strada. Ma l'ombra non era quella di un arco; era quella di una volta. I grandi portoni su Rue du Dragon erano chiusi. Lo sentii dal buio che mi circondava, e nello stesso istante lo lessi sul suo volto. Come brillava il suo volto nell'oscurità, avvicinandosi rapidamente! Le profonde volte, gli enormi portoni chiusi, i loro freddi morsetti di ferro erano tutti dalla sua parte. La cosa che aveva minacciato era arrivata: si era radunata e mi era piombata addosso dalle ombre senza fondo; il punto da cui avrebbe colpito erano i suoi occhi infernali. Senza speranza, appoggiai la schiena contro i portoni sbarrati e lo sfidai.
* * * * *
Si sentì lo stridore di sedie sul pavimento di pietra e un fruscio mentre la congregazione si alzava. Potevo sentire il bastone del Suisse nella navata sud, che precedeva Monseigneur C—— verso la sacrestia.
Le monache in ginocchio, destate dalla loro devota astrazione, fecero il loro inchino e andarono via. La signora alla moda, la mia vicina, si alzò anch'essa, con graziosa riservatezza. Mentre se ne andava il suo sguardo sfiorò appena il mio volto in segno di disapprovazione.
Mezzo morto, o così mi sembrò, eppure intensamente vivo a ogni sciocchezza, sedetti tra la folla che si muoveva lentamente, poi mi alzai anch'io e andai verso la porta.
Avevo dormito durante il sermone. Avevo dormito durante il sermone? Guardai in alto e lo vidi passare lungo la galleria verso il suo posto. Vidi solo il suo fianco; il braccio sottile e piegato nel suo rivestimento nero sembrava uno di quegli strumenti diabolici e senza nome che giacciono nelle camere di tortura in disuso dei castelli medievali.
Ma ero sfuggito a lui, sebbene i suoi occhi avessero detto che non l'avrei fatto. Ero sfuggito a lui? Ciò che gli dava potere su di me tornò dall'oblio, dove avevo sperato di tenerlo. Perché ora lo conoscevo. La morte e l'orribile dimora delle anime perdute, dove la mia debolezza lo aveva mandato molto tempo fa — lo avevano cambiato per ogni altro occhio, ma non per il mio. Lo avevo riconosciuto quasi fin dall'inizio; non avevo mai dubitato di ciò che era venuto a fare; e ora sapevo, mentre il mio corpo sedeva al sicuro nella allegra chiesetta, lui aveva dato la caccia alla mia anima nella Court of the Dragon.
Strisciai verso la porta: l'organo esplose sopra di me con un fragore. Una luce abbagliante riempì la chiesa, cancellando l'altare dai miei occhi. Le persone svanirono, gli archi, il soffitto a volta svanirono. Sollevai i miei occhi bruciati verso il bagliore senza fondo, e vidi le stelle nere appese nei cieli: e i venti umidi dal lago di Hali mi raggelarono il volto.
E ora, lontano, sopra leghe di onde di nuvole che si agitavano, vidi la luna che gocciolava spuma; e oltre, le torri di Carcosa sorgevano dietro la luna.
La morte e l'orribile dimora delle anime perdute, dove la mia debolezza lo aveva mandato molto tempo fa, lo avevano cambiato per ogni altro occhio tranne il mio. E ora udii la sua voce, che si alzava, si gonfiava, tuonava attraverso la luce fiammeggiante, e mentre cadevo, la radiosità crescente, crescente, si riversava su di me in onde di fiamma. Poi affondai nelle profondità, e udii il Re in Giallo sussurrare alla mia anima: «È una cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente!»
IL SEGNO GIALLO
«Lascia che l'alba rossa presuma Ciò che faremo, Quando questo bagliore di stelle blu muore E tutto è finito.»
I
Ci sono così tante cose impossibili da spiegare! Perché certi accordi nella musica dovrebbero farmi pensare alle sfumature marroni e dorate del fogliame autunnale? Perché la Messa di Sainte Cécile dovrebbe far vagare i miei pensieri tra caverne le cui pareti brillano di masse frastagliate di argento vergine? Cosa c'era nel fragore e nel tumulto di Broadway alle sei che proiettò davanti ai miei occhi l'immagine di una silenziosa foresta bretone dove la luce del sole filtrava attraverso il fogliame primaverile e Sylvia si chinava, metà curiosa, metà tenera, sopra una piccola lucertola verde, mormorando: «Pensare che anche questo è un piccolo protetto di Dio!»
Quando vidi per la prima volta il guardiano mi dava le spalle. Lo guardai con indifferenza finché non entrò nella chiesa. Non prestai più attenzione a lui di quanta ne avessi prestata a qualsiasi altro uomo che bighellonava per Washington Square quella mattina, e quando chiusi la mia finestra e tornai nel mio studio l'avevo dimenticato. Nel tardo pomeriggio, essendo la giornata calda, alzai di nuovo la finestra e mi sporsi per prendere una boccata d'aria. Un uomo stava in piedi nel cortile della chiesa, e lo notai di nuovo con lo stesso scarso interesse che avevo avuto quella mattina. Guardai attraverso la piazza dove la fontana zampillava e poi, con la mente piena di vaghe impressioni di alberi, strade asfaltate e i gruppi in movimento di tate e vacanzieri, iniziai a tornare verso il mio cavalletto. Mentre mi voltavo, il mio sguardo svogliato incluse l'uomo laggiù nel cimitero della chiesa. Il suo viso era rivolto verso di me ora, e con un movimento del tutto involontario mi porsi per vederlo. Nello stesso momento lui alzò la testa e mi guardò. Istantaneamente pensai a un verme da bara. Qualunque cosa ci fosse nell'uomo che mi respingeva non lo sapevo, ma l'impressione di un paffuto verme bianco da tomba era così intensa e nauseante che dovevo averlo mostrato nella mia espressione, poiché voltò il suo viso gonfio con un movimento che mi fece pensare a una larva disturbata in una castagna.
Tornai al mio cavalletto e feci cenno alla modella di riprendere la sua posa. Dopo aver lavorato un po' fui soddisfatto che stavo rovinando ciò che avevo fatto il più rapidamente possibile, e presi un coltello da tavolozza e raschiai via di nuovo il colore. I toni della carne erano giallastri e malsani, e non capivo come avessi potuto dipingere un colore così malaticcio in uno studio che prima di allora aveva brillato di toni sani.
Guardai Tessie. Non era cambiata, e il chiaro rossore della salute tinse il suo collo e le sue guance mentre mi accigliavo.
«È qualcosa che ho fatto io?» disse.
«No,— ho fatto un disastro di questo braccio, e per la mia vita non riesco a vedere come ho fatto a dipingere un fango simile sulla tela», risposi.
«Non poso bene?» insistette.
«Certo, perfettamente.»
«Allora non è colpa mia?»
«No. È mia.»
«Mi dispiace molto», disse.
Le dissi che poteva riposare mentre applicavo straccio e trementina alla macchia di peste sulla mia tela, e lei andò via a fumare una sigaretta e a guardare le illustrazioni nel Courrier Français.
Non sapevo se fosse qualcosa nella trementina o un difetto nella tela, ma più strofinavo più quella gangrena sembrava diffondersi. Lavorai come un castoro per toglierla, eppure la malattia sembrava strisciare da arto ad arto dello studio davanti a me. Allarmato, cercai di arrestarla, ma ora il colore sul petto cambiò e l'intera figura sembrò assorbire l'infezione come una spugna assorbe l'acqua. Con vigore usai coltello da tavolozza, trementina e raschietto, pensando tutto il tempo a che seduta avrei fatto con Duval che mi aveva venduto la tela; ma presto notai che non era la tela a essere difettosa né i colori di Edward. «Deve essere la trementina», pensai rabbiosamente, «oppure i miei occhi sono diventati così sfocati e confusi dalla luce del pomeriggio che non riesco a vedere dritto.» Chiamai Tessie, la modella. Venne e si sporse sopra la mia sedia soffiando anelli di fumo nell'aria.
«Cosa le hai fatto?» esclamò.
«Niente», ringhiai, «deve essere questa trementina!»
«Che colore orribile è ora», continuò. «Pensi che la mia carne somigli a formaggio verde?»
«No, non lo penso», dissi rabbiosamente; «mi hai mai visto dipingere così prima d'ora?»
«No, davvero!»
«Bene, allora!»
«Deve essere la trementina, o qualcosa del genere», ammise.
Si infilò una vestaglia giapponese e andò alla finestra. Raschiai e strofinai finché non fui stanco, e alla fine presi i miei pennelli e li scagliai attraverso la tela con un'espressione energica, di cui solo il tono raggiunse le orecchie di Tessie.
Tuttavia lei iniziò prontamente: «Ecco fatto! Bestemmiare e agire in modo sciocco e rovinare i tuoi pennelli! Sei stato tre settimane su quello studio, e ora guarda! A che serve strappare la tela? Che creature sono gli artisti!»
Mi sentii quasi altrettanto vergognato di quanto lo ero solitamente dopo una sfuriata simile, e girai la tela rovinata verso il muro. Tessie mi aiutò a pulire i pennelli, e poi danzò via per vestirsi. Dietro il paravento mi allietò con pezzi di consigli riguardanti la perdita totale o parziale della pazienza, finché, pensando, forse, di essere stata tormentata abbastanza, uscì per implorarmi di abbottonarle il corpetto dove non riusciva a raggiungerlo sulla spalla.
«Ogni cosa è andata male dal momento in cui sei tornato dalla finestra e hai parlato di quell'uomo dall'aspetto orribile che hai visto nel cimitero», annunciò.
«Sì, probabilmente ha stregato il quadro», dissi, sbadigliando. Guardai il mio orologio.
«Sono passate le sei, lo so», disse Tessie, sistemandosi il cappello davanti allo specchio.
«Sì», risposi, «non intendevo trattenerti così a lungo.» Mi sporsi dalla finestra ma indietreggiai con disgusto, perché il giovane uomo dal viso pallido stava sotto nel cimitero. Tessie vide il mio gesto di disapprovazione e si sporse dalla finestra.
«È quell'uomo che non ti piace?» sussurrò.
Annuii.
«Non riesco a vedere il suo viso, ma sembra grasso e molle. In un modo o nell'altro», continuò, voltandosi a guardarmi, «mi ricorda un sogno,— un sogno terribile che ho fatto una volta. O», rifletté, guardando in basso le sue scarpe ben modellate, «era un sogno dopo tutto?»
«Come dovrei saperlo?» Sorrisi.
Tessie sorrise in risposta.
«Tu eri dentro», disse, «quindi forse potresti sapere qualcosa al riguardo.»
«Tessie! Tessie!» protestai, «non osare adularmi dicendo che sogni me!»
«Ma l'ho fatto», insistette; «ti racconto di cosa si tratta?»
«Procedi», risposi, accendendo una sigaretta.
Tessie si appoggiò al davanzale aperto della finestra e iniziò molto seriamente.
«Una notte dell'inverno scorso ero a letto a non pensare a nulla in particolare. Avevo posato per te ed ero esausta, eppure mi sembrava impossibile dormire. Sentii le campane della città suonare dieci, undici e mezzanotte. Devo essermi addormentata verso mezzanotte perché non ricordo di aver sentito le campane dopo quella. Mi sembrò di aver appena chiuso gli occhi quando sognai che qualcosa mi spingeva ad andare alla finestra. Mi alzai, e alzando la persiana mi sporsi. La Venticinquesima Strada era deserta fin dove riuscivo a vedere. Iniziai ad avere paura; tutto fuori sembrava così— così nero e scomodo. Poi il suono di ruote in lontananza arrivò alle mie orecchie, e mi sembrò come se quello fosse ciò per cui dovevo aspettare. Molto lentamente le ruote si avvicinarono, e, finalmente, riuscii a distinguere un veicolo che si muoveva lungo la strada. Si avvicinava sempre di più, e quando passò sotto la mia finestra vidi che era un carro funebre. Poi, mentre tremavo di paura, il conducente si voltò e guardò dritto verso di me. Quando mi svegliai ero in piedi vicino alla finestra aperta tremando dal freddo, ma il carro funebre dalle piume nere e il conducente se n'erano andati. Ho sognato questo sogno di nuovo lo scorso marzo, e di nuovo mi sono svegliata accanto alla finestra aperta. La notte scorsa il sogno è tornato. Ti ricordi come pioveva; quando mi sono svegliata, in piedi alla finestra aperta, la mia camicia da notte era inzuppata.»
«Ma dove entravo io nel sogno?» chiesi.
«Tu—tu eri nella bara; ma non eri morto.»
«Nella bara?»
«Sì.»
«Come lo sapevi? Riuscivi a vedermi?»
«No; sapevo solo che eri lì.»
«Avevi mangiato Welsh rarebits, o insalata di aragosta?» iniziai, ridendo, ma la ragazza mi interruppe con un grido spaventato.
«Ehi! Cosa succede?» dissi, mentre lei si rannicchiava nell'incavo della finestra.
«L'—l'uomo laggiù nel cimitero;— lui guidava il carro funebre.»
«Sciocchezze», dissi, ma gli occhi di Tessie erano spalancati per il terrore. Andai alla finestra e guardai fuori. L'uomo se n'era andato. «Vieni, Tessie», esortai, «non essere sciocca. Hai posato troppo a lungo; sei nervosa.»
«Pensi che potrei dimenticare quel viso?» mormorò. «Tre volte ho visto il carro funebre passare sotto la mia finestra, e ogni volta il conducente si voltava e guardava verso di me. Oh, il suo viso era così bianco e—e molle? Sembrava morto—sembrava come se fosse stato morto da molto tempo.»
Indussi la ragazza a sedersi e a ingoiare un bicchiere di Marsala. Poi mi sedetti accanto a lei, e cercai di darle qualche consiglio.
«Senti, Tessie», dissi, «vai in campagna per una settimana o due, e non farai più sogni sui carri funebri. Posi tutto il giorno, e quando arriva la notte i tuoi nervi sono sconvolti. Non puoi continuare così. Poi ancora, invece di andare a letto quando il tuo lavoro quotidiano è finito, scappi ai picnic al Sulzer’s Park, o vai all'Eldorado o a Coney Island, e quando vieni qui la mattina dopo sei esausta. Non c'era nessun vero carro funebre. C'era un sogno da granchio a guscio molle.»
Lei sorrise debolmente.
«E l'uomo nel cimitero?»
«Oh, è solo un'ordinaria, malsana creatura di tutti i giorni.»
«Com'è vero che mi chiamo Tessie Reardon, le giuro, signor Scott, che la faccia dell'uomo laggiù nel cimitero è la faccia dell'uomo che guidava il carro funebre!»
«E con ciò?» dissi. «È un mestiere onesto.»
«Allora pensa che io l'abbia visto davvero il carro funebre?»
«Oh,» dissi diplomaticamente, «se lo hai visto davvero, potrebbe non essere inverosimile che l'uomo laggiù lo guidasse. Non c'è nulla di strano in questo.»
Tessie si alzò, srotolò il suo fazzoletto profumato e, prendendo un pezzetto di gomma da un nodo dell'orlo, se lo mise in bocca. Poi, infilandosi i guanti, mi porse la mano con un franco: «Buonanotte, signor Scott,» e uscì.
II
La mattina seguente, Thomas, il fattorino, mi portò l'Herald e una notizia. La chiesa accanto era stata venduta. Ringraziai il Cielo per questo, non perché, essendo cattolico, avessi una qualche ripugnanza per la congregazione della porta accanto, ma perché i miei nervi erano distrutti da un palese predicatore, ogni cui parola riecheggiava attraverso la navata della chiesa come se fosse stata nelle mie stanze, e che insisteva sulle sue «r» con una persistenza nasale che rivoltava ogni mio istinto. Poi, c'era anche un demonio in forma umana, un organista, che snocciolava alcuni dei grandi inni antichi con un'interpretazione tutta sua, e io bramavo il sangue di una creatura capace di suonare la dossologia con un'emendazione di accordi minori che si sente solo in un quartetto di giovanissimi studenti universitari. Credo che il pastore fosse un uomo buono, ma quando urlava: «E il Signore disse a Mosè, il Signore è un uomo di guerra; il Signore è il suo nome. La mia ira divamperà e io vi ucciderò con la spada!» mi chiedevo quanti secoli di purgatorio ci sarebbero voluti per espiare un simile peccato.
«Chi ha comprato la proprietà?» chiesi a Thomas.
«Nessuno che io conosca, signore. Dicono che il signore che possiede questi appartamenti ’Amilton stesse guardando. Potrebbe costruirne altri di studi.»
Mi avvicinai alla finestra. Il giovane uomo dalla faccia malsana stava presso il cancello del cimitero, e alla sola vista di lui la stessa travolgente ripugnanza si impadronì di me.
«A proposito, Thomas,» dissi, «chi è quel tizio laggiù?»
Thomas tirò su col naso. «Quello lì, signore? È il guardiano notturno della chiesa, signore. Mi stanca star seduto tutta la notte su quei gradini a guardarti in modo offensivo. Gli avrei dato un pugno in testa, signore—chiedo scusa, signore—»
«Continua, Thomas.»
«Una notte, tornando a casa con ’Arry, l'altro ragazzo inglese, lo vedo seduto lì su quei gradini. Avevamo con noi Molly e Jen, signore, le due ragazze del servizio ai piani, e lui ci guarda in modo così offensivo che mi faccio avanti e dico: ’Che guardi, brutto lumacone grasso?’—chiedo scusa, signore, ma è così che dico, signore. Poi lui non dice niente e io dico: ’Vieni fuori che ti do un pugno in quella testa di budino.’ Poi apro il cancello ed entro, ma lui non dice niente, guarda solo in modo offensivo. Poi gliene do una, ma, ugh! la sua testa era così fredda e molliccia che verrebbe la nausea a toccarlo.»
«E lui cosa fece allora?» chiesi con curiosità.
«Lui? Niente.»
«E tu, Thomas?»
Il giovane arrossì dall'imbarazzo e sorrise a disagio.
«Signor Scott, signore, non sono un codardo, e non riesco proprio a capire perché sono scappato. Ero nei 5th Lancers, signore, trombettiere a Tel-el-Kebir, e sono stato colpito vicino ai pozzi.»
«Non vorrai dire che sei scappato?»
«Sì, signore; sono scappato.»
«Perché?»
«È proprio quello che voglio sapere, signore. Ho afferrato Molly e sono scappato, e gli altri erano spaventati quanto me.»
«Ma di cosa erano spaventati?»
Thomas si rifiutò di rispondere per un po', ma ora la mia curiosità era destata riguardo al repellente giovane laggiù e lo incalzai. Tre anni di soggiorno in America non avevano solo modificato il dialetto cockney di Thomas, ma gli avevano dato anche il timore americano del ridicolo.
«Non mi crederà, signor Scott, signore?»
«Sì, ti crederò.»
«Riderà di me, signore?»
«Sciocchezze!»
Esitò. «Beh, signore, è la santa verità che quando l'ho colpito lui mi ha afferrato i polsi, signore, e quando ho contorto il suo pugno soffice e molliccio, una delle sue dita mi è rimasta in mano.»
La ripugnanza e l'orrore assoluti sul volto di Thomas dovevano essersi riflessi sul mio, perché aggiunse:
«È orribile, e ora quando lo vedo me ne vado e basta. Mi fa star male.»
Quando Thomas se ne fu andato, andai alla finestra. L'uomo stava accanto alla ringhiera della chiesa con entrambe le mani sul cancello, ma io mi ritrassi frettolosamente verso il mio cavalletto, nauseato e inorridito, perché vidi che il dito medio della sua mano destra mancava.
Alle nove arrivò Tessie e svanì dietro il paravento con un allegro «Buongiorno, signor Scott». Quando riapparve e prese la posa sul podio per il modello, iniziai una nuova tela, con sua grande gioia. Rimase in silenzio finché fui preso dal disegno, ma non appena lo sfregamento del carboncino cessò e presi il mio fissativo, iniziò a chiacchierare.
«Oh, mi sono divertita un mondo ieri sera. Siamo andate al Tony Pastor's.»
«Chi sono 'noi'?» domandai.
«Oh, Maggie, sa, la modella del signor Whyte, e Pinkie McCormick—la chiamiamo Pinkie perché ha quei bellissimi capelli rossi che piacciono tanto a voi artisti—e Lizzie Burke.»
Spruzzai una nuvola di fissativo sulla tela e dissi: «Beh, continua.»
«Abbiamo visto Kelly e Baby Barnes la ballerina, e—e tutti gli altri. Ho fatto una conquista.»
«Allora mi hai tradito, Tessie?»
Lei rise e scosse la testa.
«È il fratello di Lizzie Burke, Ed. È un perfetto gentiluomo.»
Mi sentii in dovere di darle qualche consiglio da genitore riguardo alle conquiste, che lei accolse con un sorriso radioso.
«Oh, so badare a una conquista forestiera,» disse, esaminando la sua gomma da masticare, «ma Ed è diverso. Lizzie è la mia migliore amica.»
Poi raccontò di come Ed fosse tornato dal calzificio di Lowell, nel Massachusetts, per ritrovare lei e Lizzie ormai cresciute, e di che giovane esperto fosse, e di come non si facesse problemi a sperperare mezzo dollaro in gelato e ostriche per festeggiare il suo ingresso come impiegato nel reparto lana di Macy's. Prima che finisse iniziai a dipingere, e lei riprese la posa, sorridendo e chiacchierando come un passero. A mezzogiorno avevo lo studio abbastanza ben abbozzato e Tessie venne a guardarlo.
«Così va meglio,» disse.
La pensavo anch'io, e mangiai il mio pranzo con la sensazione soddisfatta che tutto stesse andando per il verso giusto. Tessie stese il suo pranzo su un tavolo da disegno di fronte a me e bevemmo il nostro claret dalla stessa bottiglia e accendemmo le sigarette con lo stesso fiammifero. Ero molto legato a Tessie. L'avevo vista crescere, da bambina fragile e goffa a donna snella ma dalla forma squisita. Aveva posato per me negli ultimi tre anni, e tra tutte le mie modelle era la mia preferita. Mi avrebbe disturbato davvero molto se fosse diventata «volgare» o «facile», come si dice, ma non avevo mai notato alcun deterioramento nei suoi modi e sentivo in cuor mio che era a posto. Lei e io non discutevamo mai di morale, e non avevo intenzione di farlo, in parte perché non ne avevo io stesso, e in parte perché sapevo che avrebbe fatto ciò che voleva a dispetto di me. Eppure speravo davvero che si tenesse alla larga dalle complicazioni, perché le volevo bene, e poi avevo anche un egoistico desiderio di mantenere la migliore modella che avessi. Sapevo che le conquiste, come le chiamava lei, non avevano alcun significato con ragazze come Tessie, e che tali cose in America non assomigliavano minimamente alle stesse cose a Parigi. Tuttavia, avendo vissuto con gli occhi aperti, sapevo anche che qualcuno un giorno avrebbe portato via Tessie, in un modo o nell'altro, e sebbene professassi a me stesso che il matrimonio era una sciocchezza, speravo sinceramente che, in questo caso, ci fosse un prete alla fine della prospettiva. Sono cattolico. Quando ascolto la messa solenne, quando faccio il segno della croce, sento che tutto, incluso me stesso, è più allegro, e quando mi confesso, mi fa bene. Un uomo che vive tanto solo quanto me deve confessarsi con qualcuno. Poi, ancora, Sylvia era cattolica, e per me era una ragione sufficiente. Ma stavo parlando di Tessie, il che è ben diverso. Anche Tessie era cattolica e molto più devota di me, quindi, tutto sommato, avevo poca paura per la mia graziosa modella finché non si fosse innamorata. Ma sapevo che solo il destino avrebbe deciso il suo futuro per lei, e pregai interiormente che il destino la tenesse lontana da uomini come me e non mettesse sul suo cammino nient'altro che Ed Burke e Jimmy McCormick, benedetta la sua dolce faccia!
Tessie sedeva soffiando anelli di fumo verso il soffitto e facendo tintinnare il ghiaccio nel suo bicchiere.
«Sai che anche io ho fatto un sogno la scorsa notte?» osservai.
«Non su quell'uomo,» rise lei.
«Esattamente. Un sogno simile al tuo, solo molto peggiore.»
Fu sciocco e sconsiderato da parte mia dirlo, ma sai quanta poca diplomazia ha un pittore medio. «Devo essermi addormentato verso le dieci,» continuai, «e dopo un po' ho sognato di svegliarmi. Ho sentito così chiaramente le campane di mezzanotte, il vento tra i rami degli alberi e il fischio dei battelli dalla baia, che anche ora posso a malapena credere di non essere stato sveglio. Mi sembrava di giacere in una cassa che aveva una copertura di vetro. Vedevo vagamente i lampioni della strada mentre passavo, perché devo dirti, Tessie, che la cassa in cui ero adagiato sembrava giacere su un carro imbottito che mi sobbalzava su un selciato di pietra. Dopo un po' divenni impaziente e cercai di muovermi, ma la cassa era troppo stretta. Le mie mani erano incrociate sul petto, così non potevo alzarle per aiutarmi. Ascoltai e poi cercai di chiamare. La mia voce era sparita. Potevo sentire il calpestio dei cavalli attaccati al carro, e persino il respiro del guidatore. Poi un altro suono ruppe alle mie orecchie come il sollevamento di una finestra. Riuscii a girare un po' la testa, e scoprii di poter guardare, non solo attraverso la copertura di vetro della mia cassa, ma anche attraverso i vetri sul fianco del veicolo coperto. Vidi case, vuote e silenziose, senza né luce né vita intorno a nessuna di esse, eccetto una. In quella casa una finestra era aperta al primo piano, e una figura tutta in bianco stava a guardare giù nella strada. Eri tu.»
Tessie aveva voltato la faccia lontano da me e si era appoggiata al tavolo con il gomito.
«Potevo vedere la tua faccia,» ripresi, «e mi sembrava molto addolorata. Poi proseguimmo e girammo in un vicolo stretto e buio. Poco dopo i cavalli si fermarono. Aspettai e aspettai, chiudendo gli occhi per la paura e l'impazienza, ma tutto era silenzioso come la tomba. Dopo quelle che mi sembrarono ore, iniziai a sentirmi a disagio. Un senso che qualcuno fosse vicino a me mi fece riaprire gli occhi. Allora vidi la faccia bianca del guidatore del carro funebre che mi guardava attraverso il coperchio della bara——»
Un singhiozzo di Tessie mi interruppe. Tremava come una foglia. Vidi di essermi comportato da asino e tentai di rimediare al danno.
«Ma, Tess,» dissi, «te l'ho detto solo per mostrarti che influenza potrebbe avere la tua storia sui sogni di un'altra persona. Non crederai davvero che io giacessi in una bara, vero? Perché tremi? Non vedi che il tuo sogno e la mia irragionevole antipatia per quell'innocuo guardiano della chiesa hanno semplicemente messo in moto il mio cervello non appena mi sono addormentato?»
Lei posò la testa tra le braccia e singhiozzò come se il suo cuore dovesse spezzarsi. Che prezioso triplo idiota ero stato! Ma stavo per battere il mio record. Andai verso di lei e le misi un braccio intorno.
«Tessie cara, perdonami,» dissi; «non avevo alcun diritto di spaventarti con simili sciocchezze. Sei una ragazza troppo sensata, una cattolica troppo buona per credere ai sogni.»
La sua mano si strinse sulla mia e la sua testa ricadde sulla mia spalla, ma lei tremava ancora e io la accarezzai e la consolai.
«Andiamo, Tess, apri gli occhi e sorridi.»
I suoi occhi si aprirono con un movimento lento e languido e incontrarono i miei, ma la loro espressione era così strana che mi affrettai a rassicurarla di nuovo.
«È tutta una sciocchezza, Tessie; sicuramente non hai paura che ti accada qualcosa di male per via di quello.»
«No,» disse, ma le sue labbra scarlatte tremavano.
«Allora, cos'hai? Hai paura?»
«Sì. Non per me stessa.»
«Per me, allora?» domandai allegramente.
«Per te,» mormorò con una voce quasi impercettibile. «Io—io tengo a te.»
Dapprima iniziai a ridere, ma quando la compresi, uno shock mi attraversò, e rimasi seduto come uno trasformato in pietra. Questo era il culmine dell'idiozia che avevo commesso. Durante il momento che trascorse tra la sua risposta e la mia, pensai a mille repliche a quella confessione innocente. Potevo sorvolare con una risata, potevo fraintenderla e rassicurarla sulla mia salute, potevo semplicemente farle notare che era impossibile che potesse amarmi. Ma la mia risposta fu più rapida dei miei pensieri, e potrei pensare e pensare ora che è troppo tardi, perché l'avevo baciata sulla bocca.
Quella sera feci la mia solita passeggiata a Washington Park, riflettendo sugli eventi della giornata. Ero completamente impegnato. Non c'era modo di tornare indietro ora, e fissai il futuro dritto in faccia. Non ero buono, nemmeno scrupoloso, ma non avevo intenzione di ingannare né me stesso né Tessie. L'unica passione della mia vita giaceva sepolta nelle foreste soleggiate della Bretagna. Era sepolta per sempre? La Speranza gridava «No!». Per tre anni avevo ascoltato la voce della Speranza, e per tre anni avevo atteso un passo sulla mia soglia. Sylvia aveva dimenticato? «No!» gridava la Speranza.
Dissi che non valevo nulla. È vero, ma comunque non ero esattamente un cattivo da opera comica. Avevo condotto una vita facile e spericolata, prendendo ciò che mi invitava al piacere, deplorando e a volte rimpiangendo amaramente le conseguenze. In una cosa sola, eccetto la mia pittura, ero serio, ed era qualcosa che giaceva nascosto se non perduto nelle foreste bretoni.
Era troppo tardi per me per rimpiangere ciò che era accaduto durante il giorno. Qualunque cosa fosse stata, pietà, un'improvvisa tenerezza per il dolore, o il più brutale istinto di vanità gratificata, ora era tutto uguale, e a meno che non volessi ferire un cuore innocente, il mio percorso stava segnato davanti a me. Il fuoco e la forza, la profondità di passione di un amore che non avevo mai nemmeno sospettato, con tutta la mia immaginaria esperienza nel mondo, non mi lasciavano altra alternativa che rispondere o mandarla via. Se perché sono così codardo nel dare dolore agli altri, o se perché ho poco del cupo puritano in me, non lo so, ma mi ritrassi dal declinare la responsabilità di quel bacio sconsiderato, e infatti non ebbi tempo di farlo prima che i cancelli del suo cuore si aprissero e il torrente si riversasse. Altri che abitualmente fanno il loro dovere e trovano una cupa soddisfazione nel rendere infelici se stessi e tutti gli altri, avrebbero potuto resistere. Io non lo feci. Non osai. Dopo che la tempesta si fu placata, le dissi che avrebbe fatto meglio ad amare Ed Burke e portare una semplice fede d'oro, ma lei non volle sentirne parlare, e pensai forse che, visto che aveva deciso di amare qualcuno che non poteva sposare, tanto valeva fossi io. Io, almeno, avrei potuto trattarla con un affetto intelligente, e ogni volta che si fosse stancata della sua infatuazione avrebbe potuto andarsene senza peggiorare. Perché ero deciso su quel punto, sebbene sapessi quanto sarebbe stato difficile. Ricordavo la solita fine delle liaison platoniche, e pensavo a quanto mi fossi sentito disgustato ogni volta che ne sentivo parlare. Sapevo di essermi preso un grande impegno per un uomo senza scrupoli come me, e sognai il futuro, ma mai per un momento dubitai che fosse al sicuro con me. Se fosse stato chiunque altro che Tessie, non mi sarei tormentato con degli scrupoli. Perché non mi venne in mente di sacrificare Tessie come avrei sacrificato una donna di mondo. Guardai il futuro dritto in faccia e vidi i diversi probabili epiloghi della faccenda. Lei o si sarebbe stancata del tutto, o sarebbe diventata così infelice che avrei dovuto sposarla o andarmene. Se l'avessi sposata saremmo stati infelici. Io con una moglie non adatta a me, e lei con un marito inadatto a qualsiasi donna. Perché la mia vita passata difficilmente avrebbe potuto darmi il diritto di sposarmi. Se fossi andato via lei avrebbe potuto ammalarsi, guarire e sposare qualche Eddie Burke, oppure avrebbe potuto sconsideratamente o deliberatamente fare qualcosa di sciocco. D'altra parte, se si fosse stancata di me, allora tutta la sua vita sarebbe stata davanti a lei con bellissime prospettive di Eddie Burke, fedi nuziali, gemelli, appartamenti ad Harlem e Dio solo sa cos'altro. Mentre passeggiavo tra gli alberi vicino al Washington Arch, decisi che avrebbe trovato in me un amico solido, comunque, e il futuro avrebbe potuto badare a se stesso. Poi entrai in casa e indossai il mio abito da sera, perché il piccolo biglietto leggermente profumato sul mio comò diceva: «Abbia un calesse all'uscita di scena alle undici,» e il biglietto era firmato «Edith Carmichel, Metropolitan Theatre».
Cenai quella notte, o meglio cenammo, la signorina Carmichel e io, da Solari, e l'alba stava appena iniziando a dorare la croce sulla Memorial Church mentre entravo a Washington Square dopo aver lasciato Edith al Brunswick. Non c'era un'anima nel parco mentre passavo lungo gli alberi e prendevo il viale che conduce dalla statua di Garibaldi all'Hamilton Apartment House, ma mentre passavo accanto al cimitero vidi una figura seduta sui gradini di pietra. Nonostante me stesso, un brivido mi percorse alla vista della faccia bianca e gonfia, e mi affrettai a passare. Poi lui disse qualcosa che avrebbe potuto essere rivolto a me o essere semplicemente un borbottio tra sé e sé, ma un'improvvisa rabbia furiosa divampò dentro di me al pensiero che una tale creatura potesse rivolgersi a me. Per un istante ebbi voglia di voltarmi e spaccargli il bastone sulla testa, ma camminai oltre, ed entrando nell'Hamilton andai al mio appartamento. Per un po' mi rigirai nel letto cercando di togliermi il suono della sua voce dalle orecchie, ma non ci riuscii. Riempi la mia testa, quel suono borbottante, come denso fumo oleoso da un tino per la resa del grasso o un odore di decomposizione nauseante. E mentre giacevo e mi rigiravo, la voce nelle mie orecchie sembrava più distinta, e iniziai a comprendere le parole che aveva borbottato. Mi vennero lentamente come se le avessi dimenticate, e alla fine potei dare un senso ai suoni. Era questo:
«Hai trovato il Segno Giallo?»
«Hai trovato il Segno Giallo?»
«Hai trovato il Segno Giallo?»
Ero furioso. Cosa intendeva con quello? Poi con una maledizione su di lui e i suoi mi rigirai e presi sonno, ma quando mi svegliai più tardi avevo un aspetto pallido e smunto, perché avevo sognato il sogno della notte precedente, e mi turbava più di quanto volessi pensare.
Mi vestii e scesi nel mio studio. Tessie sedeva alla finestra, ma appena entrai si alzò e mi mise entrambe le braccia al collo per un bacio innocente. Sembrava così dolce e graziosa che la baciai di nuovo e poi mi sedetti davanti al cavalletto.
«Ehi! Dov'è lo studio che ho iniziato ieri?» chiesi.
Tessie parve in imbarazzo, ma non rispose. Iniziai a cercare tra le pile di tele, dicendo: «Fai presto, Tess, e preparati; dobbiamo sfruttare la luce del mattino».
Quando alla fine rinunciai alla ricerca tra le altre tele e mi voltai a guardare per la stanza in cerca dello studio mancante, notai Tessie in piedi accanto al paravento, ancora vestita.
«Che succede?» chiesi. «Non ti senti bene?»
«Sì.»
«Allora sbrigati.»
«Vuoi che posi come... come ho sempre posato?»
Allora capii. Ecco una nuova complicazione. Avevo perso, naturalmente, la migliore modella di nudo che avessi mai visto. Guardai Tessie. Il suo viso era scarlatto. Ahimè! Ahimè! Avevamo mangiato dell'albero della conoscenza, ed l'Eden e l'innocenza nativa erano sogni del passato; intendo per lei.
Suppongo che notò la delusione sul mio volto, perché disse: «Poserò se lo desideri. Lo studio è dietro il paravento, qui dove l'ho messo».
«No» dissi, «inizieremo qualcosa di nuovo»; e andai nel mio guardaroba e scelsi un costume moresco che sfolgorava di orpelli. Era un costume autentico, e Tessie si ritirò dietro il paravento con esso, incantata. Quando ne uscì di nuovo rimasi sbalordito. I suoi lunghi capelli neri erano legati sopra la fronte con un cerchietto di turchesi, e le estremità arricciate attorno alla sua cintura scintillante. I suoi piedi erano calzati nelle babbucce ricamate a punta e la gonna del suo costume, curiosamente lavorata con arabeschi in argento, le cadeva fino alle caviglie. Il corpetto blu metallico intenso ricamato in argento e la corta giacca moresca, tempestata di lustrini e cucita con turchesi, le donavano meravigliosamente. Si avvicinò a me e sollevò il viso sorridendo. Infilai la mano in tasca e, estratta una catena d'oro con una croce attaccata, gliela feci scivolare sopra la testa.
«È tua, Tessie.»
«Mia?» balbettò lei.
«Tua. Ora vai a posare.» Poi, con un sorriso radioso, corse dietro il paravento e poco dopo riapparve con una scatoletta su cui era scritto il mio nome.
«Avevo intenzione di dartela quando fossi tornata a casa stasera» disse, «ma non posso più aspettare.»
Aprii la scatola. Sul cotone rosa all'interno giaceva una fibbia di onice nera, sulla quale era intarsiato un curioso simbolo o lettera in oro. Non era né arabo né cinese, né, come scoprii in seguito, apparteneva ad alcuna scrittura umana.
«È tutto ciò che avevo da darti come ricordo» disse timidamente.
Ero infastidito, ma le dissi quanto l'avrei apprezzata e promisi di indossarla sempre. Lei la fissò sul mio cappotto, sotto il bavero.
«Che sciocchezza, Tess, andare a comprarmi una cosa così bella» dissi.
«Non l'ho comprata» rise lei.
«Dove l'hai presa?»
Poi mi raccontò come l'avesse trovata un giorno tornando dall'Acquario di Battery, come avesse messo degli annunci e tenuto d'occhio i giornali, ma alla fine avesse rinunciato a ogni speranza di trovare il proprietario.
«Era l'inverno scorso» disse, «proprio il giorno in cui feci il primo orribile sogno sul carro funebre.»
Ricordai il mio sogno della notte precedente, ma non dissi nulla, e poco dopo il mio carboncino volava su una nuova tela, e Tessie se ne stava immobile sul podio della modella.
III
Il giorno seguente fu disastroso per me. Mentre spostavo una tela incorniciata da un cavalletto all'altro, il mio piede scivolò sul pavimento lucidato e caddi pesantemente su entrambi i polsi. Erano così gravemente slogati che era inutile tentare di tenere un pennello, e fui costretto a vagare per lo studio, fissando disegni e schizzi incompiuti, finché la disperazione non mi colse e mi sedetti a fumare e a rigirarmi i pollici per la rabbia. La pioggia batteva contro le finestre e picchiettava sul tetto della chiesa, spingendomi in uno stato di crisi nervosa con il suo interminabile scroscio. Tessie sedeva a cucire vicino alla finestra e di tanto in tanto sollevava la testa e mi guardava con una compassione così innocente che iniziai a vergognarmi della mia irritazione e mi guardai attorno in cerca di qualcosa che mi occupasse. Avevo letto tutti i giornali e tutti i libri in biblioteca, ma per fare qualcosa andai alle librerie e le spinsi con il gomito. Conoscevo ogni volume dal suo colore ed esaminai tutti, passando lentamente attorno alla biblioteca e fischiettando per tirare su il morale. Mi stavo girando per andare in sala da pranzo quando il mio sguardo cadde su un libro rilegato in pelle di serpente, in piedi in un angolo del ripiano più alto dell'ultima libreria. Non lo ricordavo e, dal pavimento, non riuscivo a decifrare le pallide scritte sul dorso, così andai nella stanza del fumo e chiamai Tessie. Lei venne dallo studio e si arrampicò per raggiungere il libro.
«Che cos'è?» chiesi.
«Il Re in Giallo.»
Rimasi sbalordito. Chi l'aveva messo lì? Come era finito nelle mie stanze? Molto tempo prima avevo deciso che non avrei mai aperto quel libro e nulla al mondo mi avrebbe persuaso a comprarlo. Timoroso che la curiosità potesse tentarmi di aprirlo, non l'avevo nemmeno mai guardato nelle librerie. Se mai avessi avuto la curiosità di leggerlo, la terribile tragedia del giovane Castaigne, che conoscevo, mi aveva impedito di esplorare le sue pagine malvagie. Mi ero sempre rifiutato di ascoltare qualsiasi descrizione a riguardo e, in effetti, nessuno si era mai azzardato a discutere il secondo atto ad alta voce, quindi non avevo assolutamente idea di cosa potessero rivelare quelle pagine. Fissai la velenosa rilegatura screziata come avrei fatto con un serpente.
«Non toccarlo, Tessie» dissi; «scendi.»
Naturalmente il mio monito fu sufficiente a suscitare la sua curiosità e, prima che potessi impedirlo, lei prese il libro e, ridendo, danzò via nello studio. La chiamai, ma lei scivolò via con un sorriso tormentoso rivolto alle mie mani impotenti, e io la seguii con una certa impazienza.
«Tessie!» gridai, entrando in biblioteca, «ascolta, sono serio. Metti via quel libro. Non voglio che tu lo apra!» La biblioteca era vuota. Andai in entrambi i salotti, poi nelle camere da letto, nella lavanderia, in cucina e alla fine tornai in biblioteca e iniziai una ricerca sistematica. Si era nascosta così bene che fu mezz'ora dopo che la scoprii rannicchiata, bianca e silenziosa, vicino alla finestra a grate nel ripostiglio al piano di sopra. Al primo sguardo vidi che era stata punita per la sua stoltezza. Il Re in Giallo giaceva ai suoi piedi, ma il libro era aperto al secondo atto. Guardai Tessie e vidi che era troppo tardi. Aveva aperto Il Re in Giallo. Poi la presi per mano e la condussi nello studio. Sembrava stordita e, quando le dissi di sdraiarsi sul divano, mi obbedì senza una parola. Dopo un po' chiuse gli occhi e il suo respiro divenne regolare e profondo, ma non riuscii a determinare se dormisse o meno. Per molto tempo sedetti silenziosamente accanto a lei, ma lei non si mosse né parlò, e alla fine mi alzai e, entrando nel ripostiglio inutilizzato, presi il libro con la mia mano meno ferita. Sembrava pesante come piombo, ma lo portai di nuovo nello studio e, sedendomi sul tappeto accanto al divano, lo aprii e lo lessi dall'inizio alla fine.
Quando, svenuto per l'eccesso delle mie emozioni, lasciai cadere il volume e mi appoggiai stancamente allo schienale del divano, Tessie aprì gli occhi e mi guardò.
* * * * *
Avevamo parlato per un po' in tono cupo e monotono prima che realizzassi che stavamo discutendo de Il Re in Giallo. Oh, il peccato di scrivere tali parole; parole che sono chiare come il cristallo, limpide e musicali come sorgenti gorgoglianti, parole che scintillano e brillano come i diamanti avvelenati dei Medici! Oh, la malvagità, la disperata dannazione di un'anima che poteva affascinare e paralizzare creature umane con tali parole; parole comprese dagli ignoranti e dai saggi allo stesso modo, parole che sono più preziose dei gioielli, più lenitive della musica, più terribili della morte!
Continuammo a parlare, incuranti delle ombre che si addensavano, e lei mi implorava di gettare via la fibbia di onice nera curiosamente intarsiata con quello che ora sapevamo essere il Segno Giallo. Non saprò mai perché rifiutai, sebbene anche in quest'ora, qui nella mia camera da letto mentre scrivo questa confessione, sarei felice di sapere cosa mi abbia impedito di strappare il Segno Giallo dal mio petto e di gettarlo nel fuoco. Sono certo che desideravo farlo, eppure Tessie mi implorava invano. La notte scese e le ore trascinarono, ma ancora mormoravamo l'uno all'altra del Re e della Maschera Pallida, e la mezzanotte suonò dalle guglie nebbiose nella città avvolta nella nebbia. Parlammo di Hastur e di Cassilda, mentre fuori la nebbia rotolava contro i vetri vuoti delle finestre come le onde di nuvole rotolano e si infrangono sulle rive di Hali.
La casa era molto silenziosa ora, e nessun suono proveniva dalle strade nebbiose. Tessie giaceva tra i cuscini, il suo viso una macchia grigia nell'oscurità, ma le sue mani erano intrecciate alle mie, e sapevo che lei sapeva e leggeva i miei pensieri mentre io leggevo i suoi, poiché avevamo compreso il mistero delle Iadi e il Fantasma della Verità era stato svelato. Poi, mentre rispondevamo l'un l'altra, rapidamente, silenziosamente, pensiero su pensiero, le ombre si agitarono nel buio attorno a noi, e lontano nelle strade distanti udimmo un suono. Sempre più vicino arrivava, il sordo scricchiolio di ruote, sempre più vicino, e ora, fuori davanti alla porta cessò, e mi trascinai alla finestra e vidi un carro funebre dalle piume nere. Il cancello di sotto si aprì e si chiuse, e io strisciai tremante fino alla mia porta e la sprangai, ma sapevo che nessun chiavistello, nessuna serratura avrebbero potuto tenere fuori quella creatura che stava venendo per il Segno Giallo. E ora lo sentii muoversi molto dolcemente lungo il corridoio. Ora era alla porta, e i chiavistelli marcirono al suo tocco. Ora era entrato. Con gli occhi che mi schizzavano fuori dalla testa scrutai nell'oscurità, ma quando entrò nella stanza non lo vidi. Fu solo quando lo sentii avvolgermi nella sua stretta fredda e morbida che gridai e luttai con furia mortale, ma le mie mani erano inutili e lui strappò la fibbia di onice dal mio cappotto e mi colpì in pieno volto. Poi, mentre cadevo, udii il grido sommesso di Tessie e il suo spirito fuggì: e persino mentre cadevo desiderai seguirla, perché sapevo che il Re in Giallo aveva aperto il suo mantello lacero e non c'era che Dio a cui gridare ora.
Potrei dire di più, ma non vedo quale aiuto possa essere per il mondo. Per quanto mi riguarda, sono oltre l'aiuto o la speranza umana. Mentre giaccio qui, scrivendo, incurante anche se morirò prima di finire, posso vedere il dottore che raccoglie le sue polveri e fiale con un gesto vago verso il buon prete accanto a me, che comprendo.
Saranno molto curiosi di conoscere la tragedia; quelli del mondo esterno che scrivono libri e stampano milioni di giornali, ma io non scriverò più, e il padre confessore sigillerà le mie ultime parole con il sigillo della santità quando il suo ufficio sacro sarà compiuto. Quelli del mondo esterno possono inviare le loro creature nelle case distrutte e nei focolari colpiti dalla morte, e i loro giornali banchetteranno sul sangue e sulle lacrime, ma con me le loro spie devono fermarsi davanti al confessionale. Sanno che Tessie è morta e che io sto morendo. Sanno come le persone in casa, svegliate da un grido infernale, siano corse nella mia stanza e ne abbiano trovata una viva e due morte, ma non sanno quello che dirò loro ora; non sanno che il dottore disse, indicando un orribile mucchio decomposto sul pavimento, il cadavere livido del guardiano della chiesa: «Non ho alcuna teoria, nessuna spiegazione. Quell'uomo deve essere morto da mesi!»
* * * * *
Credo di stare morendo. Vorrei che il prete...
sto morendo. Sanno come le persone in casa, svegliate da un grido infernale, siano corse nella mia stanza e ne abbiano trovata una viva e due morte, ma non sanno quello che dirò loro ora; non sanno che il dottore disse, indicando un orribile mucchio decomposto sul pavimento, il cadavere livido del guardiano della chiesa: «Non ho alcuna teoria, nessuna spiegazione. Quell'uomo deve essere morto da mesi!» * * * * * Credo di stare morendo. Vorrei che il prete...
...non mi guardasse in quel modo. Non sono un assassino. Dio sa che non sono un assassino. È la legge del mondo che ha decretato la mia fine. Il guardiano della chiesa ha cercato di uccidermi, e io, nel difendermi, ho liberato il mondo da un mostro. Non c'è nessuno qui che possa capire? Il prete sta bisbigliando preghiere, ma le sue labbra tremano. Non capisce. Nessuno capisce. È finita. La stanza si sta facendo scura, e il volto del medico, chino su di me, sembra una maschera di cera. Se solo potessi raccontare loro di lei, della mia Jeanne... ma le parole mi sfuggono. Il respiro si fa corto. La luce della candela vacilla. Addio. Il mondo si dissolve. Jeanne, ti sto venendo incontro.
Cucinò il suo uovo e lo mangiò con una fetta di pane, osservandola intenta a occuparsi della carne sfilacciata, e quando ebbe finito, e dopo aver riempito e svuotato una tazza d’acqua dal secchio nel lavandino, si sedette, prendendola in grembo, dove lei si raggomitolò immediatamente e iniziò la sua toletta. Egli prese a parlare di nuovo, toccandola di tanto in tanto con una carezza per dare enfasi alle sue parole.
«Gattina, ho scoperto dove vive la tua padrona. Non è molto lontano; è qui, sotto questo stesso tetto che cola, ma nell’ala nord che credevo fosse disabitata. Me lo ha detto il mio portinaio. Per puro caso, stasera è quasi sobrio. Il macellaio di rue de Seine, dove ho comprato la tua carne, ti conosce, e il vecchio Cabane, il fornaio, ti ha riconosciuta con un sarcasmo del tutto superfluo. Mi raccontano storie terribili sulla tua padrona a cui non voglio credere. Dicono che sia oziosa, vana e amante dei piaceri; dicono che sia sventata e spericolata. Il giovane scultore al piano terra, che stava comprando dei panini dal vecchio Cabane, mi ha parlato stasera per la prima volta, sebbene ci siamo sempre salutati. Ha detto che è molto buona e molto bella. L'ha vista solo una volta e non conosce il suo nome. L'ho ringraziato; non so perché l'abbia ringraziato con tanto calore. Cabane ha detto: "In questa maledetta Strada dei Quattro Venti, i quattro venti soffiano ogni sorta di male". Lo scultore è sembrato confuso, ma quando è uscito con i suoi panini, mi ha detto: "Sono certo, Monsieur, che lei sia tanto buona quanto bella"».
La gatta aveva terminato la sua toletta e ora, balzando dolcemente a terra, si era diretta alla porta per annusare. Lui si inginocchiò accanto a lei e, slacciata la giarrettiera, la tenne per un momento tra le mani. Dopo un po' disse: «C'è un nome inciso sulla fibbia d'argento sotto il fermaglio. È un nome grazioso, Sylvia Elven. Sylvia è un nome da donna, Elven è il nome di una città. A Parigi, in questo quartiere soprattutto, in questa Strada dei Quattro Venti, i nomi si indossano e si ripongono come la moda che cambia con le stagioni. Conosco la cittadina di Elven, perché lì ho incontrato il Destino faccia a faccia e il Destino è stato crudele. Ma sai che a Elven il Destino aveva un altro nome, e quel nome era Sylvia?».
Rimise a posto la giarrettiera e si alzò in piedi, guardando la gatta accucciata davanti alla porta chiusa.
«Il nome di Elven ha un fascino per me. Mi parla di prati e fiumi limpidi. Il nome di Sylvia mi turba come il profumo di fiori morti».
La gatta miagolò.
«Sì, sì», disse lui con dolcezza, «ti riporterò indietro. La tua Sylvia non è la mia Sylvia; il mondo è vasto ed Elven non è sconosciuta. Eppure, nell'oscurità e nel sudiciume della Parigi più povera, nelle tristi ombre di questa antica casa, questi nomi mi sono molto cari».
La sollevò tra le braccia e attraversò i corridoi silenziosi fino alle scale. Scese cinque rampe di scale ed entrò nel cortile illuminato dalla luna, oltrepassò l'antro del piccolo scultore, e poi di nuovo dentro, al cancello dell'ala nord, e su per le scale tarlate salì, finché giunse davanti a una porta chiusa. Dopo essere rimasto a bussare per molto tempo, qualcosa si mosse dietro la porta; questa si aprì ed egli entrò. La stanza era buia. Mentre varcava la soglia, la gatta balzò dalle sue braccia nell'ombra. Ascoltò, ma non udì nulla. Il silenzio era opprimente e accese un fiammifero. Al suo fianco c'era un tavolo e sul tavolo una candela in un candeliere dorato. L'accese, poi si guardò intorno. La camera era vasta, i tendaggi pesanti di ricami. Sopra il camino svettava una cappa scolpita, grigia di cenere di fuochi spenti. In una nicchia vicino alle finestre profonde sorgeva un letto, dal quale le lenzuola, morbide e fini come pizzo, strisciavano fino al pavimento lucido. Sollevò la candela sopra la testa. Un fazzoletto giaceva ai suoi piedi. Era lievemente profumato. Si voltò verso le finestre. Davanti ad esse c'era un canapé e sopra di esso erano gettati, alla rinfusa, un abito di seta, un mucchio di indumenti simili a pizzo, bianchi e delicati come tele di ragno, lunghi guanti stropicciati e, sul pavimento sottostante, le calze, le scarpette a punta e una giarrettiera di seta rosata, stranamente infiorata e dotata di un fermaglio d'argento. In preda allo stupore, fece un passo avanti e scostò le pesanti tende dal letto. Per un momento la candela brillò nella sua mano; poi i suoi occhi incontrarono altri due occhi, spalancati, sorridenti, e la fiamma della candela balenò su capelli pesanti come oro.
Lei era pallida, ma non quanto lui; i suoi occhi erano sereni come quelli di una bambina; ma lui fissava, tremando da capo a piedi, mentre la candela vacillava nella sua mano.
Alla fine sussurrò: «Sylvia, sono io».
Di nuovo disse: «Sono io».
Poi, sapendo che era morta, la baciò sulla bocca. E durante le lunghe veglie della notte la gatta fece le fusa sulle sue ginocchia, contraendo e rilassando i suoi artigli felpati, finché il cielo non impallidì sopra la Strada dei Quattro Venti.
LA STRADA DELLA PRIMA GRANATA
«Abbiate Fede, il Mese Cupo morirà, E una luna giovane ci ricompenserà presto: Guardate come la Vecchia, magra, curva e pallida Per l'età e il Digiuno, sta svanendo dal cielo».
I.
La stanza era già buia. Gli alti tetti di fronte tagliavano quel poco che rimaneva della luce diurna di dicembre. La ragazza tirò la sedia più vicino alla finestra e, scelto un ago grande, lo infilò, annodando il filo sulle dita. Poi lisciò l'indumento del bambino sulle ginocchia e, chinandosi, spezzò il filo con i denti ed estrasse l'ago più piccolo da dove riposava nell'orlo. Dopo aver spazzato via i fili vaganti e i pezzetti di pizzo, lo adagiò di nuovo sulle ginocchia con una carezza. Poi sfilò l'ago infilato dal corsetto e lo passò attraverso un bottone, ma mentre il bottone girava lungo il filo, la sua mano vacillò, il filo si spezzò e il bottone rotolò sul pavimento. Alzò la testa. I suoi occhi erano fissi su una striscia di luce calante sopra i camini. Da qualche parte in città giungevano suoni simili al lontano rullare di tamburi e, oltre, molto oltre, un vago mormorio, ora crescente, che si gonfiava, rimbombando in lontananza come il frangersi del mare sulle rocce, ora di nuovo come la risacca, che si ritirava, ringhiando, minacciosa. Il freddo era diventato intenso, un freddo amaro e pungente che tendeva e schioccava tra travi e travicelli e trasformava la fanghiglia di ieri in selce. Dalla strada sottostante ogni rumore giungeva netto e metallico: il ticchettio degli zoccoli, il tintinnio delle persiane o il raro suono di una voce umana. L'aria era pesante, gravata dal freddo nero come da un sudario. Respirare era doloroso, muoversi uno sforzo.
Nel cielo desolato c'era qualcosa che stancava, nelle nuvole che incombevano, qualcosa che rattristava. Penetrò nella città gelata tagliata dal fiume gelido, la splendida città con le sue torri e cupole, i suoi moli e ponti e le sue mille guglie. Entrò nelle piazze, si impadronì dei viali e dei palazzi, attraversò furtiva i ponti e si insinuò tra le strette strade del Quartiere Latino, grigie sotto il grigio del cielo di dicembre. Tristezza, pura tristezza. Una fine nevischio ghiacciato stava cadendo, spolverando il selciato con una minuscola polvere cristallina. Si posava contro i vetri delle finestre e si accumulava in cumuli lungo il davanzale. La luce alla finestra era quasi svanita e la ragazza si chinò a lungo sul suo lavoro. Poco dopo alzò la testa, scostandosi i riccioli dagli occhi.
«Jack?»
«Cara?»
«Non dimenticare di pulire la tavolozza».
Lui disse: «Va bene», e raccogliendo la tavolozza, si sedette sul pavimento davanti alla stufa. La testa e le spalle erano nell'ombra, ma la luce del fuoco cadeva sulle sue ginocchia e brillava di rosso sulla lama della spatola. Proprio nella luce del fuoco, accanto a lui, c'era una scatola di colori. Sul coperchio era inciso:
+-------------------------+ | J. TRENT. | | École des Beaux Arts. | | 1870. | +-------------------------+
Questa iscrizione era ornata con una bandiera americana e una francese.
Il nevischio soffiava contro i vetri della finestra, coprendoli di stelle e diamanti, poi, sciogliendosi per l'aria più calda all'interno, colava giù e si ghiacciava di nuovo in trame simili a felci.
Un cane guaito e il picchiettio di piccole zampe risuonò sullo zinco dietro la stufa.
«Jack, caro, pensi che Hercules abbia fame?»
Il picchiettio delle zampe si raddoppiò dietro la stufa.
«Sta guaiando», continuò lei nervosamente, «e se non è perché ha fame è perché...»
La sua voce vacillò. Un forte ronzio riempì l'aria, le finestre vibrarono.
«Oh, Jack», gridò, «un'altra...» ma la sua voce fu sovrastata dal sibilo di una granata che squarciava le nuvole sopra di loro.
«Questa è la più vicina finora», mormorò.
«Oh, no», rispose lui allegramente, «probabilmente è caduta lontano, verso Montmartre», e poiché lei non rispondeva, disse di nuovo con esagerata indifferenza: «Non si prenderebbero il disturbo di sparare al Quartiere Latino; comunque non hanno una batteria che possa colpirlo».
Dopo un po' lei parlò con vivacità: «Jack, caro, quando mi porterai a vedere le statue di Monsieur West?».
«Scommetto», disse lui, gettando via la tavolozza e camminando verso la finestra accanto a lei, «che Colette è stata qui oggi».
«Perché?» chiese lei, spalancando gli occhi. Poi: «Oh, è un peccato! Davvero, gli uomini sono noiosi quando pensano di sapere tutto! E ti avverto che se Monsieur West è abbastanza vanitoso da immaginare che Colette...»
Da nord un'altra granata arrivò fischiando e tremando attraverso il cielo, passando sopra di loro con un lungo stridio che fece cantare le finestre.
«Quella», esclamò lui, «era troppo vicina per stare tranquilli».
Rimasero in silenzio per un po', poi lui parlò di nuovo con allegria: «Continua, Sylvia, e distruggi il povero West», ma lei sospirò soltanto: «Oh, cielo, non riesco mai ad abituarmi alle granate».
Lui si sedette sul bracciolo della poltrona accanto a lei.
Le forbici di lei caddero tintinnando sul pavimento; lei vi gettò sopra l'abito incompiuto e, avvolgendogli entrambe le braccia intorno al collo, lo tirò giù in grembo.
«Non uscire stasera, Jack».
Lui baciò il volto rivolto verso di lui: «Sai che devo; non rendermelo difficile».
«Ma quando sento le granate e... e so che sei fuori in città...»
«Ma cadono tutte su Montmartre...»
«Potrebbero cadere tutte alle Beaux Arts; hai detto tu stesso che due hanno colpito il Quai d’Orsay...»
«Un puro incidente...»
«Jack, abbi pietà di me! Portami con te!»
«E chi ci sarà per preparare la cena?»
Si alzò e si gettò sul letto.
«Oh, non riesco ad abituarmici, e so che devi andare, ma ti prego di non fare tardi per cena. Se sapessi cosa soffro! Io... io... non posso farci niente, e tu devi essere paziente con me, caro».
Lui disse: «È sicuro lì quanto lo è nella nostra casa».
Lei lo guardò riempire per lei la lampada ad alcool, e quando l'ebbe accesa e ebbe preso il cappello per uscire, lei balzò in piedi e si aggrappò a lui in silenzio. Dopo un momento lui disse: «Ora, Sylvia, ricorda che il mio coraggio è sostenuto dal tuo. Andiamo, devo andare!». Lei non si mosse, e lui ripeté: «Devo andare». Poi lei fece un passo indietro e lui pensò che stesse per parlare e aspettò, ma lei lo guardò soltanto, e lui, con una punta d'impazienza, la baciò di nuovo, dicendo: «Non preoccuparti, tesoro».
Quando ebbe raggiunto l'ultima rampa di scale sulla via per la strada, una donna uscì zoppicando dalla portineria agitando una lettera e gridando: «Monsieur Jack! Monsieur Jack! Questa è stata lasciata da Monsieur Fallowby!».
Lui prese la lettera e, appoggiandosi sulla soglia della portineria, la lesse:
«Caro Jack,
«Credo che Braith sia al verde e sono sicuro che Fallowby lo sia. Braith giura di no, e Fallowby giura di sì, quindi puoi trarre le tue conclusioni. Ho in mente un piano per una cena e, se funziona, farò partecipare anche voi.
«Tuo fedelmente, «West.
«P.S.—Fallowby ha scaricato Hartman e la sua banda, ringraziando il Signore! C'è qualcosa di marcio lì, o forse è solo un avaro.
«P.P.S.—Sono disperatamente innamorato più che mai, ma sono sicuro che a lei non importi un fico secco di me».
«Va bene», disse Trent, con un sorriso, al concierge; «ma dimmi, come sta Papa Cottard?».
La vecchia scosse la testa e indicò il letto con le tende nella portineria.
«Père Cottard!» gridò lui allegramente, «come va la ferita oggi?».
Si avvicinò al letto e scostò le tende. Un vecchio giaceva tra le lenzuola stropicciate.
«Meglio?» sorrise Trent.
«Meglio», ripeté l'uomo stancamente; e, dopo una pausa: «Ha qualche notizia, Monsieur Jack?».
«Non sono uscito oggi. Le porterò qualsiasi voce dovessi sentire, anche se Dio sa che ne ho fin sopra i capelli», mormorò tra sé e sé. Poi ad alta voce: «Si tiri su; ha un aspetto migliore».
«E la sortita?»
«Oh, la sortita, quella è per questa settimana. Il Generale Trochu ha mandato gli ordini ieri sera».
«Sarà terribile».
«Sarà disgustoso», pensò Trent mentre usciva in strada e voltava l'angolo verso rue de Seine; «carneficina, carneficina, phew! Sono contento di non andarci».
La strada era quasi deserta. Alcune donne avvolte in cappe militari logore strisciavano lungo il selciato ghiacciato, e un gamin vestito miseramente si aggirava sopra il tombino all'angolo del Boulevard. Una corda intorno alla vita teneva insieme i suoi stracci. Dalla corda pendeva un topo, ancora caldo e sanguinante.
«Ce n'è un altro là dentro», urlò a Trent; «l'ho colpito ma è scappato».
Trent attraversò la strada e chiese: «Quanto?».
«Due franchi per un quarto di un topo grasso; questo è quello che danno al Mercato di St. Germain».
Un violento attacco di tosse lo interruppe, ma si pulì il viso con il palmo della mano e guardò Trent con astuzia.
«La scorsa settimana potevi comprare un topo per sei franchi, ma», e qui imprecò volgarmente, «i topi hanno abbandonato rue de Seine e ora li uccidono verso il nuovo ospedale. Te lo do per sette franchi; posso venderlo per dieci sull'Isle St. Louis».
«Menti», disse Trent, «e lascia che ti dica che se provi a truffare qualcuno in questo quartiere, la gente farà presto i conti con te e i tuoi topi».
Rimase un momento a fissare il gamin, che fingeva di tirare su col naso. Poi gli lanciò un franco, ridendo. Il bambino lo afferrò e, infilandoselo in bocca, si voltò verso il tombino. Per un secondo rimase accovacciato, immobile, vigile, con gli occhi sulle grate dello scolo, poi balzando in avanti scagliò una pietra nella grondaia, e Trent lo lasciò solo a finire un feroce topo grigio che si dimenava stridendo all'imboccatura del tombino.
«Supponiamo che Braith debba ridursi così», pensò; «povero ragazzo»; e affrettando il passo, imboccò il sudicio passage des Beaux Arts ed entrò nella terza casa a sinistra.
«Monsieur è in casa», gracchiò la vecchia concierge.
In casa? Una soffitta assolutamente spoglia, a eccezione della branda di ferro nell'angolo e della bacinella e della brocca di ferro sul pavimento.
West apparve sulla porta, strizzando l'occhio con grande mistero, e fece segno a Trent di entrare. Braith, che stava dipingendo a letto per stare al caldo, alzò lo sguardo, rise e strinse la mano.
«Novità?»
La domanda di rito ebbe la solita risposta: «Niente altro che il cannone».
Trent si sedette sul letto.
«Dove diavolo hai preso quello?» domandò, indicando un pollo a metà in una bacinella.
West sorrise.
«Siete diventati milionari, voi due? Sputate il rospo».
Braith, sembrando un po' vergognoso, iniziò: «Oh, è una delle imprese di West», ma fu interrotto da West, che disse che avrebbe raccontato lui stesso la storia.
«Vedi, prima dell'assedio, avevo una lettera di presentazione per un "tipo" qui, un banchiere grasso, varietà tedesco-americana. Conosci la specie, vedo. Beh, ovviamente mi sono dimenticato di presentare la lettera, ma stamattina, giudicandola un'opportunità favorevole, sono andato a trovarlo.
«Il mascalzone vive nel comfort; fuochi, ragazzo mio! Fuochi negli anticamere! Il maggiordomo finalmente si degna di portare la mia lettera e il mio biglietto da visita di sopra, lasciandomi in piedi nell'ingresso, cosa che non mi è piaciuta, così sono entrato nella prima stanza che ho visto e sono quasi svenuto alla vista di un banchetto su un tavolo vicino al fuoco. Scende il maggiordomo, molto insolente. No, oh, no, il suo padrone "non è in casa, e in effetti è troppo occupato per ricevere lettere di presentazione in questo momento; l'assedio, e molte difficoltà commerciali..."
«Sferro un calcio al maggiordomo, prendo questo pollo dal tavolo, getto il mio biglietto sul piatto vuoto e, rivolgendomi al maggiordomo come a una specie di maiale prussiano, esco con gli onori di guerra».
Trent scosse la testa.
«Ho dimenticato di dire che Hartman cena spesso lì, e ne traggo le mie conclusioni», continuò West. «Ora, riguardo a questo pollo, metà è per Braith e me, e metà per Colette, ma ovviamente tu mi aiuterai a mangiare la mia parte perché non ho fame».
«Nemmeno io», iniziò Braith, ma Trent, con un sorriso ai volti scavati davanti a lui, scosse la testa dicendo: «Che sciocchezza! Sai che non ho mai fame!».
West esitò, arrossì, e poi, affettando la porzione di Braith, ma senza mangiarne lui stesso, disse buonanotte e si affrettò verso il numero 470 di rue Serpente, dove viveva una ragazza carina di nome Colette, orfana dopo Sedan, e solo il Cielo sapeva dove trovasse le rose sulle sue guance, poiché l'assedio colpiva duramente i poveri.
«Quel pollo la delizierà, ma credo davvero che sia innamorata di West», disse Trent. Poi, camminando verso il letto: «Ascolta, vecchio mio, niente scuse, sai, quanto ti è rimasto?».
L'altro esitò e arrossì.
«Avanti, vecchio mio», insistette Trent.
Braith tirò fuori un borsellino da sotto il cuscino e lo porse al suo amico con una semplicità che lo commosse.
«Sette soldi», contò; «mi fai innervosire! Perché diavolo non vieni da me? Me la prendo a male, Braith! Quante volte devo ripetere la stessa cosa e spiegarti che poiché ho soldi è mio dovere condividerli, ed è tuo dovere e dovere di ogni americano condividerli con me? Non riesci a ottenere un centesimo, la città è bloccata e il Ministro americano ha le mani piene con tutta la gentaglia tedesca e chi sa cos'altro! Perché non ti comporti ragionevolmente?».
«Io... lo farò, Trent, ma è un obbligo che forse non potrò mai ripagare nemmeno in parte, sono povero e...»
«Certo che mi ripagherai! Se fossi un usuraio prenderei il tuo talento come garanzia. Quando sarai ricco e famoso...»
«Non farlo, Trent...»
«Va bene, basta solo con le sciocchezze».
Infilò una dozzina di monete d'oro nel borsellino e, rimboccandolo di nuovo sotto il materasso, sorrise a Braith.
«Quanti anni hai?» domandò.
«Sedici».
Trent posò leggermente la mano sulla spalla del suo amico. «Io ne ho ventidue e ho i diritti di un nonno per quanto ti riguarda. Farai come dico io finché non ne avrai ventuno».
«L'assedio sarà finito allora, spero», disse Braith, cercando di ridere, ma la preghiera nei loro cuori: «Quanto a lungo, o Signore, quanto a lungo!» fu accolta dal rapido urlo di una granata che volava tra le nuvole di tempesta di quella notte di dicembre.
II
West, in piedi sulla soglia di una casa in rue Serpentine, parlava con rabbia. Disse che non gli importava se a Hartman piacesse o meno; glielo stava dicendo, non stava discutendo con lui.
«Ti definisci un americano!» sbeffeggiò; «Berlino e l'inferno sono pieni di quel tipo di americani. Te ne vai in giro a oziare intorno a Colette con le tasche piene di pane bianco e manzo, e una bottiglia di vino da trenta franchi, e non puoi permetterti di dare un dollaro all'Ambulanza Americana e all'Assistenza Pubblica, cosa che fa Braith, che è mezzo affamato!».
«Niente, è solo la solita storia,» rispose Trent, tornando a sedersi. «Il portinaio voleva sapere se il cannoneggiamento fosse finito. Povera gente, sono terrorizzati dalle granate.»
La serata proseguì, nonostante l'ombra della guerra che incombeva fuori dalle mura. Fallowby, nonostante le sue lamentele per la fame, era di ottimo umore, e le ragazze, incoraggiate dal vino e dalla compagnia, avevano dimenticato per qualche ora le privazioni dell'assedio.
«Raccontaci ancora di quella volta a Roma,» chiese Odile, rivolgendosi a Thorne.
Thorne obbedì prontamente, e la conversazione si spostò sulle calde notti italiane, sui colori vibranti e sulle risate spensierate di un tempo che sembrava appartenere a un’altra vita. West, che sedeva accanto a Colette, le teneva la mano sotto il tavolo, parlandole a bassa voce. Trent, di tanto in tanto, lanciava un’occhiata a Sylvia, notando come il colore fosse tornato sulle sue guance.
Verso mezzanotte, il fragore dell’artiglieria si fece più intenso, facendo tremare i vetri delle finestre. La conversazione si interruppe bruscamente.
«È terribile,» mormorò Colette, stringendosi a West.
«È la musica della libertà,» rispose West con un tono amaro, ma risoluto.
Trent si alzò e andò verso la finestra, scostando leggermente la tenda. Il cielo sopra Parigi era solcato da scie luminose. In lontananza, le esplosioni dei forti illuminavano l’orizzonte come lampi di un temporale estivo.
«È ora di andare,» disse finalmente, con un cenno verso i suoi ospiti.
La festa si sciolse in un clima di malinconica rassegnazione. Gli ospiti si congedarono, scambiandosi promesse di rivedersi l'indomani, sebbene tutti sapessero che, in quei giorni, il domani era un concetto precario.
Quando l'ultimo ospite ebbe varcato la soglia, Trent rimase in silenzio nel mezzo dello studio, ascoltando il battito del cuore della città che moriva di fame e di ferro. Sylvia gli si avvicinò, posandogli una mano sul braccio.
«Jack,» disse lei, fissandolo negli occhi, «tu andrai domani, vero? Non mentirmi.»
Trent sospirò, accarezzandole il viso. «È il mio dovere, Sylvia. Non posso restare a guardare mentre gli altri rischiano la vita.»
Lei non rispose, ma si strinse a lui con una forza disperata, come se potesse trattenerlo. Lui la baciò dolcemente, sapendo che, nonostante la loro felicità, l'assedio non avrebbe fatto sconti a nessuno.
La lampada stava per esaurirsi, proiettando lunghe ombre danzanti sulle pareti coperte di schizzi e bozzetti. Fuori, il cannoneggiamento riprese con rinnovato vigore, un cupo tambureggiare che scandiva i minuti di una notte destinata a non trovare pace.
«Che cosa c'è?» ripeté Trent con ferocia; «ti dirò io che cosa c'è. Ho ricevuto un dispaccio dal Ministro americano affinché vada subito a identificare e a reclamare, in quanto compatriota e collega artista, un mascalzone ladro e spia tedesca!»
«Non andarci,» suggerì Fallowby.
«Se non vado, lo fucileranno all'istante.»
«Lascia che lo facciano,» ringhiò Thorne.
«Sapete voi, ragazzi, di chi si tratta?»
«Hartman!» gridò West, con un’ispirazione.
Sylvia balzò in piedi pallida come un cadavere, ma Odile le fece scivolare un braccio attorno alla vita e la sostenne fino a una sedia, dicendo con calma: «Sylvia è svenuta, è il caldo della stanza, portate dell'acqua.»
Trent la portò immediatamente.
Sylvia aprì gli occhi e, dopo un momento, si alzò e, sorretta da Marie Guernalec e da Trent, passò in camera da letto.
Fu il segnale per sciogliere la compagnia; tutti andarono a stringere la mano a Trent, dicendo che speravano che Sylvia si riprendesse dopo aver dormito e che non fosse nulla di grave.
Quando Marie Guernalec prese congedo da lui, evitò il suo sguardo, ma lui le parlò con cordialità e la ringraziò per il suo aiuto.
«C'è qualcosa che posso fare, Jack?» chiese West, indugiando, per poi affrettarsi giù per le scale a raggiungere gli altri.
Trent si sporse sopra la balaustra, ascoltando i loro passi e le chiacchiere, poi il portone di sotto sbatté e la casa rimase silenziosa. Indugiò, fissando il buio, mordendosi le labbra; poi, con un movimento impaziente, «Sono pazzo!» mormorò e, accesa una candela, entrò in camera da letto. Sylvia era distesa sul letto. Si chinò su di lei, lisciandole i capelli ricci sulla fronte.
«Ti senti meglio, cara Sylvia?»
Lei non rispose, ma alzò gli occhi verso i suoi. Per un istante lui incontrò il suo sguardo, ma ciò che vi lesse gli gelò il cuore e si sedette coprendosi il volto con le mani.
Alla fine lei parlò con una voce diversa, tesa — una voce che lui non aveva mai sentito — e lui lasciò cadere le mani e ascoltò, seduto dritto sulla sedia.
«Jack, alla fine è successo. L'ho temuto e ne ho tremato — ah! quante volte sono rimasta sveglia la notte con questo peso nel cuore e ho pregato di poter morire prima che tu potessi mai venirlo a sapere! Perché io ti amo, Jack, e se tu te ne vai non posso vivere. Ti ho ingannato; è successo prima che ti conoscessi, ma dal primo giorno in cui mi hai trovata a piangere in Lussemburgo e mi hai rivolto la parola, Jack, ti sono stata fedele in ogni pensiero e in ogni azione. Ti ho amato fin dal primo momento e non ho osato dirtelo, temendo che te ne saresti andato; e da allora il mio amore è cresciuto — è cresciuto — e oh! quanto ho sofferto! — ma non osavo dirtelo. E ora lo sai, ma non sai il peggio. Di lui — ora — cosa mi importa? Era crudele — oh, così crudele!»
Si nascose il viso tra le braccia.
«Devo continuare? Devo dirti — non puoi immaginarlo, oh! Jack —»
Lui non si mosse; i suoi occhi sembravano spenti.
«Io — io ero così giovane, non sapevo nulla, e lui diceva — diceva che mi amava —»
Trent si alzò e colpì la candela con il pugno chiuso, e la stanza piombò nell'oscurità.
Le campane di Saint-Sulpice batterono l'ora, e lei balzò su, parlando con febbrile fretta: «Devo finire! Quando mi hai detto che mi amavi — tu — non mi hai chiesto nulla; ma allora, anche allora, era troppo tardi, e quell'altra vita che mi lega a lui deve stare per sempre tra te e me! Perché c'è un'altra persona che lui ha reclamato e verso cui è buono. Non deve morire, non possono fucilarlo, per il bene di quell'altra!»
Trent sedeva immobile, ma i suoi pensieri correvano in un vortice interminabile.
Sylvia, la piccola Sylvia, che condivideva con lui la vita da studente, che sopportava con lui la tetra desolazione dell'assedio senza lamentarsi, questa ragazza esile dagli occhi azzurri a cui era così silenziosamente affezionato, che prendeva in giro o accarezzava a seconda del capriccio, che a volte lo rendeva un tantino impaziente con la sua devozione appassionata — poteva essere la stessa Sylvia che giaceva lì piangendo nell'oscurità?
Poi strinse i denti. «Lascia che muoia! Lascia che muoia!» — ma poi — per il bene di Sylvia, e — per il bene di quell'altra — sì, sarebbe andato — doveva andare — il suo dovere gli era chiaro davanti. Ma Sylvia — non poteva essere ciò che era stato per lei, eppure un vago terrore lo colse, ora che tutto era stato detto. Tremante, accese la luce.
Lei giaceva lì, i capelli ricci sparsi sul viso, le piccole mani bianche premute sul petto.
Non poteva lasciarla e non poteva restare. Non aveva mai saputo prima di allora di amarla. Era stata una semplice compagna, questa sua giovane moglie. Ah! ora la amava con tutto il cuore e l'anima, e lo sapeva solo quando era troppo tardi. Troppo tardi? Perché? Poi pensò a quell'altra, che la legava, concatenandola per sempre alla creatura la cui vita era in pericolo. Con una imprecazione balzò verso la porta, ma la porta non voleva aprirsi — o forse era lui che la spingeva indietro — la chiuse a chiave — e si gettò in ginocchio accanto al letto, sapendo che non avrebbe osato, per nulla al mondo, lasciare ciò che era tutto per lui nella vita.
III
Erano le quattro del mattino quando uscì dalla Prigione dei Condannati con il Segretario della Legazione Americana. Un capannello di persone si era radunato attorno alla carrozza del Ministro americano, ferma davanti alla prigione, con i cavalli che scalpitavano nella strada gelata e il cocchiere rannicchiato a cassetta, avvolto nelle pellicce. Southwark aiutò il Segretario a salire in carrozza e strinse la mano a Trent, ringraziandolo per essere venuto.
«Come fissava quel mascalzone,» disse; «la tua testimonianza è stata peggio di un calcio, ma gli ha salvato la pelle, almeno per il momento — e ha evitato complicazioni.»
Il Segretario sospirò. «Abbiamo fatto la nostra parte. Ora lasciali provare che è una spia e noi ce ne laviamo le mani. Salga, Capitano! Venga, Trent!»
«Ho una parola da dire al Capitano Southwark, non lo tratterrò,» disse Trent in fretta, abbassando la voce: «Southwark, aiutami ora. Conosci la storia da quel farabutto. Sai che — la bambina è nelle sue stanze. Prendila e portala nel mio appartamento, e se lui viene fucilato, provvederò io a darle una casa.»
«Ho capito,» disse il Capitano con gravità.
«Lo farai subito?»
«Subito,» rispose.
Le loro mani si incontrarono in una stretta calorosa, e poi il Capitano Southwark salì in carrozza, facendo segno a Trent di seguirlo; ma lui scosse il capo dicendo: «Addio!» e la carrozza si allontanò.
Guardò la carrozza fino in fondo alla strada, poi si avviò verso il proprio quartiere, ma dopo un passo o due esitò, si fermò e infine voltò nella direzione opposta. Qualcosa — forse era la vista del prigioniero che aveva affrontato poco prima — gli dava la nausea. Sentiva il bisogno di solitudine e silenzio per raccogliere i propri pensieri. Gli eventi della serata lo avevano scosso terribilmente, ma avrebbe camminato fino a smaltire tutto, dimenticare, seppellire ogni cosa, e poi tornare da Sylvia. Si avviò rapidamente e per un momento gli amari pensieri sembrarono svanire, ma quando alla fine si fermò, senza fiato, sotto l'Arco di Trionfo, l'amarezza e la miseria di tutto quanto — sì, di tutta la sua vita mal spesa — tornarono con una fitta. Poi il volto del prigioniero, segnato dalla orribile smorfia della paura, crebbe nell'ombra davanti ai suoi occhi.
Con il cuore malato vagò su e giù sotto il grande Arco, cercando di occupare la mente, scrutando le cornici scolpite per leggere i nomi degli eroi e delle battaglie che sapeva essere incisi lì, ma sempre il volto cinereo di Hartman lo seguiva, sogghignando di terrore! — o era terrore? — non era forse trionfo? — Al pensiero balzò come un uomo che sente un coltello alla gola, ma dopo un selvaggio vagare attorno alla piazza, tornò indietro e si sedette per combattere contro la propria miseria.
L'aria era fredda, ma le sue guance bruciavano di rabbiosa vergogna. Vergogna? Perché? Era perché aveva sposato una ragazza che il caso aveva reso madre? La amava? Era questa miserabile esistenza bohémien, dunque, il suo fine e il suo scopo nella vita? Volse gli occhi sui segreti del suo cuore e lesse una storia malvagia — la storia del passato — e si coprì il volto per la vergogna, mentre, tenendo il tempo al dolore sordo che pulsava nella sua testa, il suo cuore batteva al ritmo della storia del futuro. Vergogna e disonore.
Riscosso infine da un letargo che aveva iniziato ad anestetizzare l'amarezza dei suoi pensieri, sollevò il capo e si guardò intorno. Una nebbia improvvisa si era posata sulle strade; le arcate dell'Arco ne erano soffocate. Sarebbe tornato a casa. Un grande orrore di essere solo lo colse. *Ma non era solo.* La nebbia era popolata di fantasmi. Tutto attorno a lui, nel vapore, si muovevano, alla deriva attraverso le arcate in file che si allungavano, e svanivano, mentre dalla nebbia altri sorgevano, sfrecciavano oltre e venivano inghiottiti. Non era solo, poiché persino al suo fianco si accalcavano, lo toccavano, brulicavano davanti a lui, accanto a lui, dietro di lui, lo spingevano indietro, lo afferravano e lo portavano con sé attraverso il vapore. Lungo un viale oscuro, attraverso vicoli e stradine bianchi di nebbia, si muovevano, e se parlavano le loro voci erano sorde come il vapore che li avvolgeva. Alla fine, davanti, un argine di muratura e terra interrotto da un massiccio cancello a sbarre di ferro si stagliò nella nebbia. Lentamente e sempre più lentamente scivolarono, spalla contro spalla e coscia contro coscia. Poi ogni movimento cessò. Una brezza improvvisa agitò la nebbia. Vacillò e turbinò. Gli oggetti divennero più distinti. Un pallore strisciò sopra l'orizzonte, toccando i bordi delle nuvole acquose, e trasse scintille opache da mille baionette. Baionette — erano ovunque, fendendo la nebbia o scorrendo sotto di essa in fiumi d'acciaio. In alto, sul muro di muratura e terra, svettava un grande cannone, e attorno ad esso figure si muovevano in sagome. Sotto, un ampio torrente di baionette spazzava attraverso il cancello sbarrato di ferro, fuori nella pianura ombreggiata. Si fece più luce. I volti divennero più distinti tra le masse in marcia e lui ne riconobbe uno.
«Tu, Philippe!»
La figura voltò la testa.
Trent gridò: «C'è posto per me?» ma l'altro si limitò ad agitare il braccio in un vago addio e se ne andò con il resto. Poco dopo la cavalleria iniziò a passare, squadrone dopo squadrone, riversandosi nell'oscurità; poi molti cannoni, poi un'ambulanza, poi ancora le infinite linee di baionette. Accanto a lui un corazziere sedeva sul suo cavallo fumante, e davanti, tra un gruppo di ufficiali a cavallo, vide un generale, con il colletto di astrakan del suo dolman alzato attorno al volto esangue.
Alcune donne piangevano vicino a lui e una stava lottando per infilare una pagnotta di pane nero nel tascapane di un soldato. Il soldato cercava di aiutarla, ma il sacco era chiuso e il suo fucile lo intralciava, così Trent lo tenne mentre la donna sbottonava il sacco e vi infilava dentro il pane, ormai tutto bagnato di lacrime. Il fucile non era pesante. Trent lo trovò meravigliosamente maneggevole. La baionetta era affilata? La provò. Poi un desiderio improvviso, una brama feroce e imperativa si impadronì di lui.
«Chouette!» gridò un ragazzino, aggrappato al cancello sbarrato, «encore toi mon vieux?»
Trent guardò in alto e l'ammazza-ratti rise in faccia a lui. Ma quando il soldato ebbe ripreso il fucile e, ringraziandolo, corse forte per raggiungere il suo battaglione, lui si tuffò nella folla attorno al cancello.
«Te ne vai?» gridò a un marine che sedeva nel rigagnolo bendandosi il piede.
«Sì.»
Poi una ragazza — una bambina — lo prese per mano e lo condusse nel caffè che fronteggiava il cancello. La stanza era gremita di soldati, alcuni, bianchi e silenziosi, seduti sul pavimento, altri che gemevano sui divani rivestiti di cuoio. L'aria era aspra e soffocante.
«Scegli!» disse la ragazza con un piccolo gesto di pietà; «loro non possono andare!»
In un mucchio di vestiti sul pavimento trovò un cappotto e un képi.
Lei lo aiutò ad allacciare il suo zaino, la giberna e la cintura, e gli mostrò come caricare il fucile chassepot, tenendolo sulle ginocchia.
Quando la ringraziò, lei scattò in piedi.
«Sei uno straniero!»
«Americano,» disse lui, muovendosi verso la porta, ma la bambina gli sbarrò la strada.
«Sono una bretone. Mio padre è lassù con i cannoni della marina. Ti sparerà se sei una spia.»
Si guardarono per un momento. Poi, sospirando, lui si chinò e baciò la bambina. «Prega per la Francia, piccola,» mormorò, e lei ripeté con un pallido sorriso: «Per la Francia e per te, bel signore.»
Lui corse attraverso la strada e oltre il cancello. Una volta fuori, si inserì nella fila e si fece largo lungo la strada. Passò un caporale, lo guardò, ripassò e infine chiamò un ufficiale. «Appartieni al 60°,» ringhiò il caporale guardando il numero sul suo képi.
«Non abbiamo bisogno di franchi tiratori,» aggiunse l'ufficiale, notando i suoi pantaloni neri.
«Desidero offrirmi volontario al posto di un compagno,» disse Trent, e l'ufficiale scrollò le spalle e proseguì.
Nessuno prestò molta attenzione a lui, uno o due si limitarono a lanciare uno sguardo ai suoi pantaloni. La strada era profonda di fanghiglia e fango, arata e straziata da ruote e zoccoli. Un soldato davanti a lui si storse un piede in un solco ghiacciato e si trascinò gemendo verso il bordo della scarpata. La pianura su entrambi i lati era grigia di neve sciolta. Qua e là, dietro siepi smantellate, stavano carri che portavano bandiere bianche con croci rosse. A volte il conducente era un prete con cappello e tonaca logori, a volte un Mobile storpio. Una volta superarono un carro guidato da una Suora della Carità. Case silenziose e vuote, con grandi squarci nei muri e ogni finestra cieca, si accalcavano lungo la strada. Più avanti, nella zona di pericolo, non rimaneva nulla di abitazione umana se non, qua e là, un mucchio di mattoni gelati o una cantina annerita soffocata dalla neve.
Per qualche tempo Trent era stato infastidito dall'uomo dietro di lui, che continuava a calpestargli i talloni. Convinto alla fine che fosse intenzionale, si voltò per protestare e si ritrovò faccia a faccia con un compagno di studi delle Belle Arti. Trent fissò.
«Pensavo fossi in ospedale!»
L'altro scosse la testa, indicando la mascella fasciata.
«Capisco, non puoi parlare. Posso fare qualcosa?»
Il ferito frugò nel suo tascapane e tirò fuori una crosta di pane nero.
«Non riesce a mangiarla, ha la mascella spappolata, e vuole che tu la mastichi per lui,» disse il soldato accanto a lui.
Trent prese la crosta e, triturandola tra i denti boccone dopo boccone, la passò indietro all'uomo affamato.
Di tanto in tanto corrieri a cavallo sfrecciavano verso il fronte, coprendoli di fanghiglia. Fu una marcia silenziosa e gelida attraverso prati zuppi avvolti nella nebbia. Lungo la massicciata della ferrovia, oltre il fossato, un'altra colonna si muoveva parallelamente alla loro. Trent la osservò, una massa cupa, ora distinta, ora vaga, ora cancellata da una ventata di nebbia. Una volta la perse per mezz'ora, ma quando tornò in vista, notò una linea sottile staccarsi dal fianco e, curvando al centro, virare rapidamente verso ovest. Nello stesso momento, uno scoppiettio prolungato scoppiò nella nebbia davanti. Altre linee iniziarono a staccarsi dalla colonna, virando a est e a ovest, e lo scoppiettio divenne continuo. Una batteria passò al galoppo sfrenato e lui si ritirò con i compagni per farle spazio. Entrò in azione un po' a destra del suo battaglione e, mentre il colpo del primo pezzo rigato tuonava attraverso la foschia, i cannoni delle fortificazioni aprirono il fuoco con un possente ruggito. Un ufficiale galoppò vicino gridando qualcosa che Trent non colse, ma vide i ranghi davanti separarsi improvvisamente dai suoi e scomparire nel crepuscolo. Altri ufficiali arrivarono e si fermarono accanto a lui scrutando nella nebbia. Lontano davanti, lo scoppiettio era diventato un unico prolungato fracasso. Era un'attesa deprimente. Trent masticò un po' di pane per l'uomo dietro, che provò a deglutirlo e, dopo un po', scosse la testa, facendo segno a Trent di mangiare il resto lui stesso. Un caporale gli offrì un po' di brandy e lui lo bevve, ma quando si voltò per restituire la fiaschetta, il caporale giaceva a terra. Allarmato, guardò il soldato accanto a lui, che scrollò le spalle e aprì la bocca per parlare, ma qualcosa lo colpì e lui rotolò giù nel fossato sottostante. In quel momento il cavallo di uno degli ufficiali fece un balzo e indietreggiò nel battaglione, scalciando. Un uomo fu travolto; un altro fu colpito al petto e scagliato tra i ranghi. L'ufficiale affondò gli speroni nel cavallo e lo costrinse di nuovo davanti, dove rimase tremante. Il cannoneggiamento sembrava farsi più vicino. Un ufficiale di stato maggiore, cavalcando lentamente avanti e indietro lungo il battaglione, crollò improvvisamente in sella e si aggrappò alla criniera del suo cavallo. Uno dei suoi stivali penzolava, cremisi e grondante, dalla staffa. Poi, dalla nebbia davanti, apparvero uomini che correvano. Le strade, i campi, i fossati erano pieni di loro, e molti cadevano. Per un istante immaginò di vedere cavalieri cavalcare come fantasmi nei vapori oltre, e un uomo dietro di lui imprecò orribilmente, dichiarando di averli visti anche lui e che erano Uhlani; ma il battaglione rimase inattivo e la nebbia ricadde sui prati.
Il colonnello sedeva pesantemente sul suo cavallo, la testa a forma di proiettile sepolta nel colletto di astrakan del suo dolman, le gambe tozze tese dritte nelle staffe.
I trombettieri si radunarono attorno a lui con le trombe puntate, e dietro di lui un ufficiale di stato maggiore in giubba azzurro pallido fumava una sigaretta e chiacchierava con un capitano di ussari. Dalla strada davanti giunse il rumore di un galoppo furioso e un attendente si fermò accanto al colonnello, che gli fece segno di andare nelle retrovie senza voltare la testa. Poi, sulla sinistra, sorse un mormorio confuso che terminò in un grido. Un ussaro passò come il vento, seguito da un altro e un altro ancora, e poi squadrone dopo squadrone sfrecciò davanti a loro nelle nebbie avvolgenti. In quell'istante il colonnello si impennò in sella, le trombe squillarono e l'intero battaglione si arrampicò giù per la massicciata, oltre il fossato, e iniziò ad attraversare il prato zuppo. Quasi subito Trent perse il cappello. Qualcosa glielo strappò di testa, pensò fosse un ramo d'albero. Molti dei suoi compagni rotolarono nella fanghiglia e nel ghiaccio, e lui immaginò che fossero scivolati. Uno si rovesciò proprio lungo il suo cammino e lui si fermò per aiutarlo ad alzarsi, ma l'uomo urlò quando lo toccò e un ufficiale gridò: «Avanti! Avanti!» così lui continuò a correre. Fu una lunga corsa attraverso la nebbia e fu spesso costretto a cambiare posizione al fucile. Quando alla fine giacquero ansimanti dietro la massicciata della ferrovia, si guardò intorno. Aveva sentito il bisogno di azione, di una lotta fisica disperata, di uccidere e schiacciare. Era stato colto dal desiderio di gettarsi tra le masse e lacerare a destra e a sinistra. Bramava sparare, usare la baionetta sottile e affilata del suo chassepot. Non se lo aspettava. Voleva sfinirsi, lottare e tagliare fino a non essere più capace di sollevare il braccio. Poi aveva intenzione di tornare a casa. Sentì un uomo dire che metà del battaglione era caduta nell'attacco, e ne vide un altro esaminare un cadavere sotto la massicciata. Il corpo, ancora caldo, era vestito con una strana uniforme, ma anche quando notò l'elmo a punta che giaceva pochi centimetri più in là, non realizzò cosa fosse successo.
Il colonnello sedeva sul suo cavallo a pochi piedi sulla sinistra, gli occhi scintillanti sotto il képi cremisi. Trent lo sentì rispondere a un ufficiale: «Posso tenerla, ma un altro attacco e non avrò abbastanza uomini rimasti per suonare una tromba.»
«C'erano i prussiani qui?» chiese Trent a un soldato che sedeva pulendosi il sangue che gli colava dai capelli.
«Sì. Gli ussari li hanno fatti fuori. Siamo finiti sotto il loro fuoco incrociato.»
«Stiamo dando supporto a una batteria sulla massicciata,» disse un altro.
Poi il battaglione strisciò oltre l'argine e si mosse lungo le file di binari contorti. Trent si rimboccò i pantaloni e li infilò nei calzini di lana: ma si fermarono di nuovo, e alcuni degli uomini si sedettero sul binario smantellato. Trent cercò il suo compagno ferito dei Beaux Arts. Se ne stava al suo posto, molto pallido. Il cannoneggiamento era diventato terrificante. Per un momento la nebbia si sollevò. Colse un barlume del primo battaglione immobile sul binario davanti, dei reggimenti su entrambi i fianchi, e poi, mentre la nebbia si richiudeva, i tamburi batterono e la musica delle trombe iniziò lontano all'estrema sinistra. Un movimento irrequieto attraversò le truppe, il colonnello sollevò il braccio, i tamburi rullarono e il battaglione si mosse attraverso la nebbia. Ora erano vicini al fronte, poiché il battaglione sparava mentre avanzava. Le ambulanze galoppavano lungo la base dell'argine verso le retrovie, e gli ussari passavano e ripassavano come fantasmi. Erano finalmente in prima linea, poiché tutto intorno a loro era movimento e tumulto, mentre dalla nebbia, vicine, giungevano grida, gemiti e raffiche fragorose. Le granate cadevano ovunque, esplodendo lungo l'argine, schizzando fango gelato su di loro. Trent era spaventato. Iniziò a temere l'ignoto, che giaceva lì scoppiettando e avvampando nell'oscurità. L'urto dei cannoni lo nauseava. Poteva persino vedere la nebbia illuminarsi di un arancione opaco mentre il tuono scuoteva la terra. Era vicino, ne era certo, poiché il colonnello gridò «Avanti!» e il primo battaglione si stava precipitando dentro. Ne sentì il respiro, tremò, ma continuò ad affrettarsi. Una spaventosa scarica davanti a lui lo terrorizzò. Da qualche parte nella nebbia gli uomini esultavano, e il cavallo del colonnello, grondante di sangue, si imbizzarrì nel fumo.
Un'altra esplosione e un altro urto, proprio in faccia, lo stordirono quasi, ed egli vacillò. Tutti gli uomini sulla destra erano a terra. La testa gli girava; la nebbia e il fumo lo stordivano. Allungò la mano in cerca di un sostegno e afferrò qualcosa. Era la ruota di un affusto, e un uomo balzò fuori da dietro, mirando alla sua testa con uno scovolo, ma inciampò all'indietro strillando con una baionetta conficcata nel collo, e Trent seppe di aver ucciso. Meccanicamente si chinò per raccogliere il suo fucile, ma la baionetta era ancora nell'uomo, che giaceva battendo le mani rosse contro la zolla. Gli voltò lo stomaco e si appoggiò al cannone. Gli uomini combattevano tutto intorno a lui ora, e l'aria era viziata dal fumo e dal sudore. Qualcuno lo afferrò da dietro e un altro davanti, ma altri a loro volta afferrarono loro o sferrarono colpi decisi. Il *clic! clic! clic!* delle baionette lo mandò su tutte le furie, ed egli afferrò lo scovolo e colpì alla cieca finché non andò in frantumi.
Un uomo gli gettò un braccio attorno al collo e lo portò a terra, ma egli lo strangolò e si sollevò sulle ginocchia. Vide un compagno afferrare il cannone e caderci sopra con il cranio fracassato; vide il colonnello ruzzolare giù di sella nel fango; poi la coscienza svanì.
Quando rinvenne, era disteso sull'argine tra i binari contorti. Da ogni parte si accalcavano uomini che gridavano, imprecavano e fuggivano nella nebbia, ed egli barcollò in piedi e li seguì. Una volta si fermò per aiutare un compagno con la mascella fasciata, che non poteva parlare ma si aggrappò al suo braccio per un momento e poi cadde morto nel fango gelato; e ancora aiutò un altro, che gemette: «Trent, c’est moi—Philippe», finché una scarica improvvisa nel mezzo non lo sollevò dal suo incarico.
Un vento gelido scese dalle alture, tagliando la nebbia in brandelli. Per un istante, con un ghigno malvagio, il sole scrutò attraverso i boschi spogli di Vincennes, affondò come un coagulo di sangue nel fumo della batteria, sempre più in basso, nella pianura intrisa di sangue.
IV
Quando la mezzanotte suonò dal campanile di St. Sulpice, le porte di Parigi erano ancora ostruite dai frammenti di quello che un tempo era stato un esercito.
Entrarono con la notte, un'orda cupa, schizzata di melma, svenuta per la fame e la stanchezza. All'inizio ci fu poco disordine, e la folla alle porte si divise in silenzio mentre le truppe marciavano lungo le strade gelate. La confusione arrivò con il passare delle ore. Sempre più velocemente, ammassando squadrone dopo squadrone e batteria su batteria, con i cavalli che si imbizzarrivano e i cassoni che sobbalzavano, i resti dal fronte si riversarono attraverso le porte, un caos di cavalleria e artiglieria che lottava per il diritto di precedenza. Subito dietro di loro inciampava la fanteria; qui uno scheletro di reggimento che marciava con un disperato tentativo d'ordine, là una folla tumultuosa di Mobiles che si faceva strada verso le strade, poi un tumulto di cavalieri, cannoni, truppe senza, ufficiali, ufficiali senza uomini, poi ancora una fila di ambulanze, con le ruote che gemevano sotto i loro pesanti carichi.
Muta di miseria, la folla guardava.
Per tutto il giorno le ambulanze erano arrivate, e per tutto il giorno la folla cenciosa aveva piagnucolato e tremato presso le barriere. A mezzogiorno la folla era decuplicata, riempiendo le piazze intorno alle porte e brulicando sulle fortificazioni interne.
Alle quattro del pomeriggio le batterie tedesche si avvolsero improvvisamente di fumo, e le granate caddero veloci su Montparnasse. Alle quattro e venti due proiettili colpirono una casa in rue de Bac, e un momento dopo la prima granata cadde nel Quartiere Latino.
Braith stava dipingendo a letto quando West entrò molto spaventato.
«Vorrei che scendessi; la nostra casa è stata ridotta a un colabrodo, e temo che qualcuno dei saccheggiatori possa mettersi in testa di farci visita stanotte.»
Braith saltò giù dal letto e si avvolse in un indumento che un tempo era stato un soprabito.
«Qualcuno si è fatto male?» chiese, lottando con una manica piena di fodera sbrindellata.
«No. Colette è barricata in cantina, e il portiere è scappato verso le fortificazioni. Ci sarà una banda di malfattori se il bombardamento continua. Potresti aiutarci...»
«Certo,» disse Braith; ma fu solo quando raggiunsero rue Serpente e svoltarono nel passaggio che portava alla cantina di West, che quest'ultimo gridò: «Hai visto Jack Trent, oggi?»
«No,» rispose Braith, apparendo turbato, «non era al quartier generale delle ambulanze.»
«È rimasto a prendersi cura di Sylvia, suppongo.»
Una bomba arrivò fragorosa attraverso il tetto di una casa in fondo al vicolo ed esplose nel seminterrato, cospargendo la strada di ardesia e intonaco. Una seconda colpì un camino e precipitò nel giardino, seguita da una valanga di mattoni, e un'altra esplose con un rumore assordante nella strada successiva.
Si affrettarono lungo il passaggio verso i gradini che portavano alla cantina. Qui Braith si fermò di nuovo.
«Non pensi che farei meglio a correre a vedere se Jack e Sylvia sono ben trincerati? Posso tornare prima che faccia buio.»
«No. Entra e trova Colette, ci vado io.»
«No, no, lascia che vada io, non c'è pericolo.»
«Lo so,» rispose West con calma; e, trascinando Braith nel vicolo, indicò i gradini della cantina. La porta di ferro era sbarrata.
«Colette! Colette!» chiamò. La porta si spalancò verso l'interno, e la ragazza balzò su per le scale per incontrarli. In quell'istante, Braith, gettando uno sguardo dietro di sé, lanciò un grido di sorpresa e, spingendo i due davanti a sé nella cantina, saltò giù dopo di loro e sbatté la porta di ferro. Qualche secondo dopo, un pesante urto dall'esterno scosse i cardini.
«Sono qui,» mormorò West, molto pallido.
«Quella porta,» osservò Colette con calma, «terrà per sempre.»
Braith esaminò la bassa struttura in ferro, che ora tremava sotto i colpi che le venivano inferti dall'esterno. West guardò ansiosamente Colette, che non mostrava alcuna agitazione, e questo lo confortò.
«Non credo che passeranno molto tempo qui,» disse Braith; «immagino che frugino nelle cantine solo per gli alcolici.»
«A meno che non sentano dire che lì sono sepolti oggetti di valore.»
«Ma di sicuro non c'è niente di sepolto qui?» esclamò Braith a disagio.
«Sfortunatamente c'è,» grugnì West. «Quel mio padrone di casa avaro...»
Uno schianto dall'esterno, seguito da un urlo, lo interruppe; poi colpo dopo colpo scosse le porte, finché non ci fu uno schianto secco, un tintinnio di metallo e un pezzo triangolare di ferro cadde verso l'interno, lasciando un foro attraverso il quale lottava un raggio di luce.
All'istante West si inginocchiò e, infilando il suo revolver attraverso l'apertura, sparò ogni cartuccia. Per un momento il vicolo risuonò con il fracasso del revolver, poi seguì un silenzio assoluto.
Poco dopo, un singolo colpo interrogativo cadde sulla porta, e un momento dopo un altro e un altro ancora, e poi un'improvvisa crepa zigzagò attraverso la piastra di ferro.
«Qui,» disse West, afferrando Colette per il polso, «seguimi, Braith!» e corse velocemente verso un punto di luce circolare in fondo alla cantina. Il punto di luce proveniva da un tombino sbarrato sopra di loro. West fece segno a Braith di salire sulle sue spalle.
«Spingilo via. Devi!»
Con poco sforzo Braith sollevò il coperchio sbarrato, si arrampicò fuori carponi e sollevò facilmente Colette dalle spalle di West.
«Presto, vecchio mio!» gridò quest'ultimo.
Braith avvolse le gambe attorno a una catena di recinzione e si sporse di nuovo. La cantina era inondata da una luce gialla, e l'aria puzzava di torce al petrolio. La porta di ferro teneva ancora, ma un'intera piastra di metallo era sparita, e proprio mentre guardavano, una figura venne strisciando dentro, tenendo una torcia.
«Presto!» sussurrò Braith. «Salta!» e West rimase a penzolare finché Colette non lo afferrò per il colletto, e lui fu trascinato fuori. Poi i suoi nervi cedettero e pianse istericamente, ma West le gettò un braccio attorno e la condusse attraverso i giardini nella strada successiva, dove Braith, dopo aver riposizionato il coperchio del tombino e avervi sopra accatastato alcune lastre di pietra dal muro, li raggiunse. Era quasi buio. Si affrettarono attraverso la strada, ora illuminata solo dagli edifici in fiamme o dal rapido bagliore delle granate. Stettero alla larga dagli incendi, ma in lontananza videro le forme sfuggenti dei saccheggiatori tra le macerie. A volte incrociavano qualche furia femminile impazzita per l'alcol che gridava anatemi sul mondo, o qualche zoticone dal volto e dalle mani annerite che tradivano la sua parte nel lavoro di distruzione. Alla fine raggiunsero la Senna e oltrepassarono il ponte, e allora Braith disse: «Devo tornare indietro. Non sono sicuro di Jack e Sylvia.» Mentre parlava, fece spazio a una folla che veniva calpestando il ponte, lungo il muro del fiume presso la caserma d'Orsay. Nel mezzo di essa West colse il passo cadenzato di un plotone. Una lanterna passò, una fila di baionette, poi un'altra lanterna che brillò su un volto cadaverico dietro, e Colette ansimò: «Hartman!» ed egli non c'era più. Scrutarono con timore oltre l'argine, trattenendo il respiro. Ci fu uno strascichio di piedi sulla banchina, e il cancello della caserma si chiuse sbattendo. Una lanterna brillò per un momento alla posterla, la folla si accalcò alla grata, poi giunse il clangore della scarica dalla piazza d'armi in pietra.
Una a una, le torce al petrolio divamparono lungo l'argine, e ora l'intera piazza era in movimento. Giù dagli Champs Elysées e attraverso Place de la Concorde si trascinavano i frammenti della battaglia, una compagnia qui, e una folla là. Si riversavano da ogni strada seguiti da donne e bambini, e un grande mormorio, portato dal vento gelido, attraversò l'Arc de Triomphe e giù per il viale buio: «Perdus! perdus!»
Un resto cencioso di battaglione stava premendo oltre, lo spettro dell'annientamento. West gemette. Poi una figura balzò dai ranghi nell'ombra e chiamò il nome di West, e quando vide che era Trent, gridò. Trent lo afferrò, bianco di terrore.
«Sylvia?»
West fissò senza parlare, ma Colette gemette: «Oh, Sylvia! Sylvia!—e stanno bombardando il Quartiere!»
«Trent!» gridò Braith; ma lui era sparito, e non riuscirono a raggiungerlo.
Il bombardamento cessò mentre Trent attraversava il Boulevard St. Germain, ma l'ingresso di rue de Seine era bloccato da un mucchio di mattoni fumanti. Ovunque le granate avevano strappato grandi buchi nel selciato. Il caffè era un relitto di schegge e vetro, la libreria vacillava, squarciata dal tetto al seminterrato, e la piccola panetteria, chiusa da tempo, sporgeva verso l'esterno sopra una massa di ardesia e latta.
Si arrampicò sui mattoni fumanti e si affrettò in rue de Tournon. All'angolo un fuoco divampava, illuminando la sua strada, e sul muro dell'argine, sotto un lampione a gas frantumato, un bambino stava scrivendo con un pezzetto di cenere.
«QUI CADDE LA PRIMA GRANATA.»
Le lettere gli fissavano il volto. Il cacciatore di topi finì e fece un passo indietro per ammirare il suo lavoro, ma scorgendo la baionetta di Trent, urlò e fuggì, e mentre Trent barcollava attraverso la strada distrutta, dai buchi e dagli anfratti nelle rovine donne feroci fuggivano dal loro lavoro di saccheggio, maledicendolo.
All'inizio non riuscì a trovare casa sua, perché le lacrime lo accecavano, ma tastò lungo il muro e raggiunse la porta. Una lanterna bruciava nella guardiola del portiere e il vecchio giaceva morto accanto ad essa. Debole per lo spavento si appoggiò un momento al fucile, poi, afferrando la lanterna, balzò su per le scale. Provò a chiamare, ma la lingua si muoveva a stento. Al secondo piano vide l'intonaco sulle scale, e al terzo il pavimento era strappato e il portiere giaceva in una pozza di sangue attraverso il pianerottolo. Il piano successivo era il suo, il loro. La porta pendeva dai cardini, i muri spalancati. Si intrufolò e si accasciò accanto al letto, e lì due braccia si gettarono attorno al suo collo, e un volto rigato di lacrime cercò il suo.
«Sylvia!»
«O Jack! Jack! Jack!»
Dal cuscino rovesciato accanto a loro un bambino piagnucolò.
«L'hanno portato; è mio,» singhiozzò lei.
«Nostro,» sussurrò lui, con le braccia attorno a entrambi.
Poi dalle scale sottostanti giunse la voce ansiosa di Braith.
«Trent! Tutto bene?»
LA STRADA DI NOSTRA SIGNORA DEI CAMPI
«Et tout les jours passés dans la tristesse Nous sont comptés comme des jours heureux!»
I
La strada non è alla moda, né è squallida. È una paria tra le strade: una strada senza Quartiere. Si intende generalmente che giaccia al di fuori del limite dell'aristocratica Avenue de l'Observatoire. Gli studenti del Quartiere di Montparnasse la considerano chic e non ne vogliono sapere. Il Quartiere Latino, dal Lussemburgo, la sua frontiera settentrionale, sbeffeggia la sua rispettabilità e guarda con sfavore agli studenti correttamente vestiti che la frequentano. Pochi estranei vi si recano. A volte, tuttavia, gli studenti del Quartiere Latino la usano come strada di passaggio tra rue de Rennes e il Bullier, ma a parte questo e le visite settimanali pomeridiane dei genitori e dei tutori al Convento vicino a rue Vavin, la strada di Nostra Signora dei Campi è silenziosa come un viale di Passy. Forse la parte più rispettabile si trova tra rue de la Grande Chaumière e rue Vavin, almeno questa fu la conclusione a cui giunse il reverendo Joel Byram, mentre ci passeggiava con Hastings al seguito. Per Hastings la strada sembrava piacevole nel luminoso clima di giugno, e aveva iniziato a sperare nella sua scelta quando il reverendo Byram si scostò violentemente davanti alla croce sul Convento di fronte.
«Gesuiti,» mormorò.
«Beh,» disse Hastings stancamente, «immagino che non troveremo nulla di meglio. Lei stesso dice che il vizio trionfa a Parigi, e mi sembra che in ogni strada troviamo gesuiti o qualcosa di peggio.»
Dopo un momento ripeté: «O qualcosa di peggio, che naturalmente non noterei se non fosse per la sua gentilezza nell'avvertirmi.»
Il dottor Byram succhiò le labbra e si guardò intorno. Rimase colpito dall'evidente rispettabilità dei dintorni. Poi, accigliandosi davanti al Convento, prese il braccio di Hastings e attraversò barcollando la strada verso un cancello di ferro che portava il numero 201 bis dipinto in bianco su fondo blu. Sotto di questo c'era un avviso stampato in inglese:
1. Per il portiere, si prega di premere una volta. 2. Per il domestico, si prega di premere due volte. 3. Per il salotto, si prega di premere tre volte.
Hastings premette il pulsante elettrico tre volte, e furono introdotti attraverso il giardino e nel salotto da una cameriera in ordine. La porta della sala da pranzo, appena oltre, era aperta, e dal tavolo in piena vista una donna robusta si alzò in fretta e venne verso di loro. Hastings colse un barlume di un giovane uomo con una grossa testa e diversi anziani signori pieni di tabacco da fiuto a colazione, prima che la porta si chiudesse e la donna robusta entrasse dondolandosi nella stanza, portando con sé un aroma di caffè e un barboncino nero.
«Ees a plaisir to you receive!» gridò. «Monsieur è inglese? No? Americano? Off course. La mia pensione è per gli americani soprattutto. Qui tutti parlano inglese, c’est à dire, il personale; i servitori parlano, plus ou moins, un po'. Sono felice di avervi come pensionnaires...»
«Madame,» iniziò il dottor Byram, ma fu interrotto di nuovo.
«Ah, yess, lo so, ah! mon Dieu! non parlate francese ma siete venuti per imparare! Mio marito parla francese con i pensionnaires. Abbiamo al momento una famiglia americana che impara il francese da mio marito...»
Qui il barboncino ringhiò contro il dottor Byram e fu prontamente schiaffeggiato dalla sua padrona.
«Veux tu!» gridò, con uno schiaffo, «veux tu! Oh! le vilain, oh! le vilain!»
«Mais, madame,» disse Hastings, sorridendo, «il n’a pas l’air très féroce.»
Il barboncino fuggì, e la sua padrona gridò: «Ah, l'accento incantevole! Parla già francese come un giovane signore parigino!»
Poi il dottor Byram riuscì a dire una parola o due e raccolse più o meno informazioni riguardo ai prezzi.
«È una pensione seria; la mia clientèle è delle migliori, davvero una pension de famille dove ci si sente come a casa.»
Poi salirono al piano di sopra per esaminare i futuri alloggi di Hastings, testare le molle del letto e accordarsi per la fornitura settimanale di asciugamani. Il dottor Byram sembrò soddisfatto.
Madame Marotte li accompagnò alla porta e suonò per la cameriera, ma mentre Hastings usciva sul vialetto di ghiaia, la sua guida e mentore si fermò un momento e fissò Madame con i suoi occhi acquosi.
«Lei capisce,» disse, «che è un giovane di educazione molto curata, e il suo carattere e la sua moralità sono senza macchia. È giovane e non è mai stato all'estero, non ha mai nemmeno visto una grande città, e i suoi genitori mi hanno chiesto, come vecchio amico di famiglia che vive a Parigi, di assicurarmi che sia posto sotto buone influenze. Deve studiare arte, ma per nessun motivo i suoi genitori vorrebbero che vivesse nel Quartiere Latino se sapessero dell'immoralità che vi imperversa.»
Un suono simile al clic di un chiavistello lo interruppe ed egli sollevò gli occhi, ma non in tempo per vedere la cameriera schiaffeggiare il giovane dalla testa grossa dietro la porta del salotto.
Madame tossì, gettò uno sguardo mortale dietro di sé e poi raggiò verso il dottor Byram.
«È bene che venga qui. La pensione più seria, il n'en existe pas, non ce ne sono!» annunciò con convinzione.
Così, siccome non c'era altro da aggiungere, il dottor Byram raggiunse Hastings al cancello.
«Confido,» disse, scrutando il Convento, «che non farà alcuna conoscenza tra i Gesuiti!»
Hastings guardò il Convento finché una graziosa ragazza passò davanti alla facciata grigia, e allora guardò lei. Un giovane con una scatola di colori e una tela arrivò dondolandosi, si fermò davanti alla graziosa ragazza, disse qualcosa durante una breve ma vigorosa stretta di mano alla quale risero entrambi, e lui andò per la sua strada, richiamando: «À demain Valentine!» come nello stesso istante lei gridò: «À demain!»
«Valentine,» pensò Hastings, «che nome stravagante;» e iniziò a seguire il reverendo Joel Byram, che si stava trascinando verso la stazione del tram più vicina.
II
«An’ you are pleas wiz Paris, Monsieur’ Astang?» domandò Madame Marotte la mattina successiva mentre Hastings entrava nella sala della colazione della pensione, roseo dopo il suo tuffo nel bagno limitato al piano di sopra.
«Sono sicuro che mi piacerà,» rispose, meravigliandosi della propria depressione.
La cameriera gli portò caffè e panini. Egli ricambiò lo sguardo vacuo del giovane dalla testa grossa e riconobbe con diffidenza i saluti degli anziani signori pieni di tabacco. Non cercò di finire il caffè, e sedette sbriciolando un panino, ignaro degli sguardi comprensivi di Madame Marotte, che aveva abbastanza tatto da non disturbarlo.
Poco dopo, una cameriera entrò con un vassoio sul quale erano in equilibrio due tazze di cioccolata, e gli anziani signori pieni di tabacco le lanciarono sguardi lascivi alle caviglie. La cameriera depositò la cioccolata su un tavolo vicino alla finestra e sorrise a Hastings. Poi, una giovane donna magra, seguita dalla sua controparte in tutto eccetto che negli anni, marciò nella stanza e occupò il tavolo accanto alla finestra. Erano evidentemente americane, ma Hastings, se si aspettava un qualche segno di riconoscimento, rimase deluso. Essere ignorato dai compatrioti intensificò la sua depressione. Giocherellò con il coltello e guardò il proprio piatto.
La giovane donna magra era abbastanza loquace. Era ben consapevole della presenza di Hastings, pronta a sentirsi lusingata se lui l'avesse guardata, ma d'altra parte sentiva la propria superiorità, poiché si trovava a Parigi da tre settimane e lui, era facile da vedere, non aveva ancora disfatto il suo baule da viaggio.
La sua conversazione era compiaciuta. Discuteva con la madre sui meriti relativi del Louvre e del Bon Marché, ma la parte della madre nella discussione era per lo più limitata all'osservazione: «Oh, Susie!»
Gli anziani signori pieni di tabacco avevano lasciato la stanza in blocco, esteriormente educati e interiormente furiosi. Non potevano sopportare le americane, che riempivano la stanza con il loro chiacchiericcio.
Il giovane dalla testa grossa li seguì con lo sguardo con un colpo di tosse saputo, mormorando: «Allegri vecchietti!»
«Sembrano dei cattivi vecchi, signor Bladen», disse la ragazza.
A questo, il signor Bladen sorrise e disse: «Hanno avuto il loro tempo», con un tono che sottintendeva che lui stesse avendo il suo in quel momento.
«Ed è per questo che hanno tutti gli occhi gonfi», esclamò la ragazza. «Penso che sia una vergogna per dei giovani signori...»
«Oh, Susie!» disse la madre, e la conversazione si trascinò stancamente.
Dopo un po', il signor Bladen gettò via il Petit Journal, che studiava quotidianamente a spese della casa, e voltandosi verso Hastings, iniziò a rendersi gradevole. Esordì dicendo: «Vedo che lei è americano».
A questo brillante e originale esordio, Hastings, mortalmente nostalgico, rispose con gratitudine, e la conversazione fu giudiziosamente alimentata dalle osservazioni della signorina Susie Byng rivolte distintamente al signor Bladen. Nel corso degli eventi, la signorina Susie, dimenticandosi di rivolgersi esclusivamente al signor Bladen, e Hastings rispondendo alla sua domanda generale, l'entente cordiale fu stabilita, e Susie e sua madre estesero un protettorato su quello che era chiaramente un territorio neutrale.
«Signor Hastings, non deve abbandonare la pensione ogni sera come fa il signor Bladen. Parigi è un posto terribile per i giovani signori, e il signor Bladen è un orribile cinico».
Il signor Bladen sembrò compiaciuto.
Hastings rispose: «Sarò allo studio tutto il giorno, e immagino che sarò abbastanza contento di tornare la sera».
Il signor Bladen, che, con uno stipendio di quindici dollari alla settimana, agiva come agente per la Pewly Manufacturing Company di Troy, N.Y., fece un sorriso scettico e si ritirò per mantenere un appuntamento con un cliente sul Boulevard Magenta.
Hastings camminò nel giardino con la signora Byng e Susie e, su loro invito, si sedette all'ombra davanti al cancello di ferro.
Ippocastani portavano ancora le loro fragranti spighe rosa e bianche, e le api ronzavano tra le rose, sistemate a spalliera sulla casa dalle pareti bianche.
C'era una lieve freschezza nell'aria. Le botti per l'irrigazione si muovevano su e giù per la strada, e un rivolo d'acqua limpida gorgogliava lungo le grondaie immacolate della rue de la Grande Chaumière. I passeri erano allegri lungo i marciapiedi, facendo un bagno dopo l'altro nell'acqua e arruffando le piume con piacere. In un giardino recintato dall'altra parte della strada, un paio di merli fischiavano tra i mandorli.
Hastings inghiottì il groppo che aveva in gola, poiché il canto degli uccelli e il gorgoglio dell'acqua in una grondaia di Parigi gli riportarono alla mente i prati soleggiati di Millbrook.
«Quello è un merlo», osservò la signorina Byng; «lo veda lì sul cespuglio dai fiori rosa. È tutto nero tranne il becco, e quello sembra come se fosse stato intinto in una frittata, come dice qualche francese...»
«Oh, Susie!» disse la signora Byng.
«Quel giardino appartiene a uno studio abitato da due americani», continuò la ragazza serenamente, «e spesso li vedo passare. Sembrano aver bisogno di moltissime modelle, per lo più giovani e femminili...»
«Oh, Susie!»
«Forse preferiscono dipingere quel genere, ma non vedo perché dovrebbero invitarne cinque, con altri tre giovani signori, e salire tutti su due carrozze e andare via cantando. Questa strada», continuò, «è noiosa. Non c'è nulla da vedere tranne il giardino e uno scorcio del Boulevard Montparnasse attraverso la rue de la Grande Chaumière. Non passa mai nessuno tranne un poliziotto. C'è un convento all'angolo».
«Pensavo fosse un collegio gesuita», iniziò Hastings, ma fu subito sopraffatto da una descrizione alla Baedeker del luogo, che terminava con: «Da un lato sorgono i palazzi di Jean Paul Laurens e Guillaume Bouguereau, e di fronte, nel piccolo Passage Stanislas, Carolus Duran dipinge i capolavori che incantano il mondo».
Il merlo scoppiò in un gorgoglio di note dorate e gutturali, e da qualche luogo verde lontano nella città un uccello selvatico sconosciuto rispose con una frenesia di trilli liquidi finché i passeri non sospesero le loro abluzioni per guardare in alto con cinguettii irrequieti.
Poi arrivò una farfalla che si posò su un grappolo di eliotropio e agitò le sue ali bordate di cremisi nel caldo sole. Hastings la riconobbe come un'amica, e davanti ai suoi occhi apparve una visione di alti verbaschi e asclepiade profumata viva di ali dipinte, una visione di una casa bianca e una veranda coperta di caprifoglio — uno scorcio di un uomo che leggeva e una donna china sull'aiuola delle viole del pensiero — e il suo cuore era colmo. Fu sorpreso un momento dopo dalla signorina Byng.
«Credo che lei abbia nostalgia di casa!» Hastings arrossì. La signorina Byng lo guardò con un sospiro di simpatia e continuò: «Ogni volta che mi sentivo nostalgica all'inizio, ero solita andare con mamma a passeggiare nei Giardini del Lussemburgo. Non so perché, ma quei giardini all'antica sembravano portarmi più vicino a casa di qualsiasi altra cosa in questa città artificiale».
«Ma sono pieni di statue di marmo», disse la signora Byng dolcemente; «io stessa non vedo la somiglianza».
«Dov'è il Lussemburgo?» chiese Hastings dopo un silenzio.
«Venga con me al cancello», disse la signorina Byng. Si alzò e la seguì, e lei gli indicò la rue Vavin in fondo alla strada.
«Passi davanti al convento sulla destra», sorrise lei; e Hastings andò.
III
Il Lussemburgo era uno splendore di fiori. Camminò lentamente attraverso i lunghi viali alberati, oltre marmi muschiosi e colonne d'altri tempi, e attraversando il boschetto presso il leone di bronzo, giunse sulla terrazza incoronata dagli alberi sopra la fontana. Sotto giaceva il bacino che brillava alla luce del sole. Mandorli in fiore circondavano la terrazza e, in una spirale più ampia, boschetti di ippocastani si snodavano dentro e fuori, scendendo tra i folti arbusti umidi vicino all'ala ovest del palazzo. A un'estremità del viale alberato sorgeva l'Osservatorio, le sue cupole bianche ammucchiate come una moschea orientale; all'altra estremità sorgeva il pesante palazzo, con ogni vetro della finestra che ardeva nel sole feroce di giugno.
Attorno alla fontana, bambini e tate con le cuffiette bianche armate di bastoni di bambù spingevano barchette giocattolo, le cui vele pendevano molli sotto il sole. Un poliziotto bruno, che indossava spalline rosse e una spada di rappresentanza, li osservò per un po' e poi se ne andò a protestare con un giovane che aveva slegato il suo cane. Il cane era piacevolmente occupato a strofinare la schiena nell'erba e nella terra mentre le zampe sventolavano nell'aria.
Il poliziotto indicò il cane. Era senza parole per l'indignazione.
«Bene, Capitano», sorrise il giovane.
«Bene, signor Studente», ringhiò il poliziotto.
«Perché viene a lamentarsi con me?»
«Se non lo lega, lo prendo», gridò il poliziotto.
«Cosa mi importa, mon capitaine?»
«Co—sa! Non è suo quel bulldog?»
«Se lo fosse, non pensa che lo legherei?»
L'agente fissò per un momento in silenzio, poi decidendo che, essendo uno studente, era malvagio, si avventò sul cane, che prontamente schivò. Corsero in giro attorno alle aiuole e, quando l'agente si avvicinò troppo, il bulldog tagliò attraverso un'aiuola, il che forse non era un gioco leale.
Il giovane era divertito, e anche il cane sembrava godersi l'esercizio.
Il poliziotto notò ciò e decise di colpire alla radice del male. Si precipitò dallo studente e disse: «Come proprietario di questo disturbo pubblico, la arresto!»
«Ma», obiettò l'altro, «io disconosco il cane».
Quello fu un rompicapo. Era inutile tentare di catturare il cane finché tre giardinieri non diedero una mano, ma a quel punto il cane semplicemente scappò e scomparve nella rue de Medici.
Il poliziotto si allontanò trascinando i piedi per cercare consolazione tra le tate con le cuffiette bianche, e lo studente, guardando l'orologio, si alzò sbadigliando. Poi, scorgendo Hastings, sorrise e fece un inchino. Hastings si avvicinò al marmo, ridendo.
«Ma, Clifford», disse, «non ti avevo riconosciuto».
«Sono i miei baffi», sospirò l'altro. «Li ho sacrificati per assecondare un capriccio di... di... un'amica. Cosa ne pensi del mio cane?»
«Quindi è tuo?» esclamò Hastings.
«Certo. È un bel cambiamento per lui questo gioco a rincorrersi con i poliziotti, ma ora è conosciuto e dovrò smetterla. È andato a casa. Lo fa sempre quando i giardinieri si intromettono. È un peccato; adora rotolarsi sui prati». Poi chiacchierarono per un momento delle prospettive di Hastings, e Clifford si offrì gentilmente di fargli da sponsor allo studio.
«Vedi, il vecchio gattone, intendo il dottor Byram, mi aveva parlato di te prima che ti incontrassi», spiegò Clifford, «e io ed Elliott saremo lieti di fare tutto ciò che possiamo». Poi, guardando di nuovo l'orologio, mormorò: «Ho solo dieci minuti per prendere il treno per Versailles; au revoir», e iniziò ad andare, ma scorgendo una ragazza che avanzava vicino alla fontana, si tolse il cappello con un sorriso confuso.
«Perché non sei a Versailles?» disse lei, con un riconoscimento quasi impercettibile della presenza di Hastings.
«Io... sto andando», mormorò Clifford.
Per un momento si guardarono, e poi Clifford, molto rosso, balbettò: «Con il tuo permesso, ho l'onore di presentarti il mio amico, Monsieur Hastings».
Hastings fece un profondo inchino. Lei sorrise dolcemente, ma c'era qualcosa di malizioso nella quieta inclinazione della sua piccola testa parigina.
«Avrei desiderato», disse, «che Monsieur Clifford potesse dedicarmi più tempo quando porta con sé un americano così affascinante».
«Devo... devo andare, Valentine?» iniziò Clifford.
«Certamente», rispose lei.
Clifford prese congedo con molta poca grazia, rabbrividendo quando lei aggiunse: «E dai i miei più cari saluti a Cécile!» Mentre spariva nella rue d'Assas, la ragazza si voltò come per andare via, ma poi, ricordandosi improvvisamente di Hastings, lo guardò e scosse la testa.
«Monsieur Clifford è così perfettamente sventato», sorrise, «è imbarazzante a volte. Ha sentito, naturalmente, tutto del suo successo al Salon?»
Lui sembrò perplesso e lei lo notò.
«È stato al Salon, naturalmente?»
«Beh, no», rispose lui, «sono arrivato a Parigi solo tre giorni fa».
Lei sembrò dare poca importanza alla sua spiegazione, ma continuò: «Nessuno immaginava che avesse l'energia per fare qualcosa di buono, ma nel giorno della vernice il Salon fu stupito dall'ingresso di Monsieur Clifford, che passeggiava con un'aria blanda e disinvolta con un'orchidea all'occhiello e un bellissimo quadro piazzato in bella vista».
Sorrise tra sé al ricordo e guardò la fontana.
«Monsieur Bouguereau mi ha detto che Monsieur Julian era così stupito che ha stretto la mano a Monsieur Clifford in modo stordito, e ha persino dimenticato di dargli una pacca sulla spalla! Pensi», continuò con molta ilarità, «pensi a papà Julian che dimentica di dare una pacca sulla spalla».
Hastings, meravigliato della sua conoscenza del grande Bouguereau, la guardò con rispetto. «Posso chiederle», disse con timidezza, «se lei è un'allieva di Bouguereau?»
«Io?» disse con una certa sorpresa. Poi lo guardò con curiosità. Si stava permettendo la libertà di scherzare dopo una conoscenza così breve?
Il suo viso piacevole e serio interrogò il suo.
«Tiens», pensò, «che uomo buffo!»
«Lei studia arte, sicuramente», disse lui.
Lei si appoggiò al bastone storto del suo parasole e lo guardò. «Perché lo pensa?»
«Perché parla come se lo facesse».
«Si sta prendendo gioco di me», disse, «e non è di buon gusto».
Si fermò, confusa, mentre lui arrossiva fino alle radici dei capelli.
«Da quanto tempo è a Parigi?» disse alla fine.
«Tre giorni», rispose lui gravemente.
«Ma... ma... sicuramente lei non è un nouveau! Parla francese troppo bene!»
Poi dopo una pausa: «È davvero un nouveau?»
«Lo sono», disse.
Lei si sedette sulla panchina di marmo occupata poco prima da Clifford e, inclinando il parasole sopra la sua piccola testa, lo guardò.
«Non ci credo».
Lui sentì il complimento e per un momento esitò a dichiararsi uno dei disprezzati. Poi, facendosi coraggio, le raccontò quanto fosse nuovo e inesperto, e tutto ciò con una franchezza che fece spalancare i suoi occhi azzurri e schiudere le labbra nel più dolce dei sorrisi.
«Non ha mai visto uno studio?»
«Mai».
«Né una modella?»
«No».
«Che buffo», disse solennemente. Poi risero entrambi.
«E lei», disse lui, «ha visto degli studi?»
«Centinaia».
«E delle modelle?»
«Milioni».
«E conosce Bouguereau?»
«Sì, e Henner, e Constant e Laurens, e Puvis de Chavannes e Dagnan e Courtois, e... e tutti gli altri!»
«Eppure dice di non essere un'artista».
«Pardon», disse gravemente, «ho detto che non lo sono?»
«Non vuole dirmelo?» esitò lui.
Dapprima lei lo guardò, scuotendo la testa e sorridendo, poi all'improvviso i suoi occhi caddero e iniziò a tracciare figure con il suo parasole nella ghiaia ai suoi piedi. Hastings aveva preso posto sulla panchina e ora, con i gomiti sulle ginocchia, sedeva a guardare gli spruzzi che andavano alla deriva sopra il getto della fontana. Un ragazzino, vestito da marinaio, stava lì a colpire il suo yacht gridando: «Non voglio andare a casa! Non voglio andare a casa!» La sua tata alzò le mani al Cielo.
«Proprio come un ragazzino americano», pensò Hastings, e una fitta di nostalgia lo trafisse.
Poco dopo la tata catturò la barca, e il ragazzino rimase sulla difensiva.
«Monsieur René, quando deciderà di venire qui potrà avere la sua barca».
Il ragazzo indietreggiò corrucciato.
«Mi dia la mia barca, dico», gridò, «e non mi chiami René, perché il mio nome è Randall e lei lo sa!»
«Ehi!» disse Hastings, «Randall? — è inglese».
«Sono americano», annunciò il ragazzo in un inglese perfettamente corretto, voltandosi a guardare Hastings, «e lei è così stupida che mi chiama René perché la mamma mi chiama Ranny...»
Qui schivò la tata esasperata e prese posizione dietro Hastings, che rise e, afferrandolo per la vita, lo sollevò in grembo.
«Uno dei miei compatrioti», disse alla ragazza accanto a lui. Sorrise mentre parlava, ma c'era una strana sensazione alla gola.
«Non vede le stelle e le strisce sul mio yacht?» chiese Randall. In effetti, i colori americani pendevano molli sotto il braccio della tata.
«Oh», esclamò la ragazza, «è affascinante», e impulsivamente si chinò per baciarlo, ma il piccolo Randall si divincolò dalle braccia di Hastings, e la sua tata gli si avventò addosso con uno sguardo rabbioso rivolto alla ragazza.
Lei arrossì e poi si morse le labbra mentre la tata, con gli occhi ancora fissi su di lei, trascinò via il bambino e ostentatamente gli asciugò le labbra con il suo fazzoletto.
Poi rubò uno sguardo a Hastings e si morse di nuovo il labbro.
«Che donna irritabile!» disse lui. «In America, la maggior parte delle tate è lusingata quando la gente bacia i propri bambini».
Per un istante lei inclinò il parasole per nascondere il viso, poi lo chiuse con uno scatto e lo guardò con sfida.
«Trova strano che si sia opposta?»
«Perché no?» disse lui sorpreso.
Di nuovo lei lo guardò con occhi rapidi e indagatori.
I suoi occhi erano chiari e luminosi, e lui sorrise di rimando, ripetendo: «Perché no?»
«Lei è buffo», mormorò lei, chinando il capo.
«Perché?»
Ma lei non diede risposta, e sedette in silenzio, tracciando curve e cerchi nella polvere con il suo parasole. Dopo un po' lui disse: «Sono contento di vedere che i giovani hanno così tanta libertà qui. Avevo capito che i francesi non fossero affatto come noi. Sa, in America... o almeno dove vivo io a Millbrook, le ragazze hanno ogni libertà... escono da sole e ricevono i loro amici da sole, e temevo che qui mi sarebbe mancato. Ma vedo come stanno le cose ora, e sono contento di essermi sbagliato».
Lei sollevò gli occhi verso i suoi e li mantenne fissi.
Lui continuò piacevolmente: «Da quando sono seduto qui ho visto molte belle ragazze camminare sole su quella terrazza... e poi anche lei è sola. Mi dica, perché non conosco le usanze francesi... ha la libertà di andare a teatro senza un accompagnatore?»
Per molto tempo lei studiò il suo viso, e poi con un sorriso tremante disse: «Perché lo chiede a me?»
«Perché lei deve sapere, naturalmente», disse lui gaiamente.
«Sì», rispose lei con indifferenza, «lo so».
Lui attese una risposta, ma non ricevendone alcuna, decise che forse lei lo aveva frainteso.
«Spero che non pensi che io voglia abusare della nostra breve conoscenza», esordì, «in effetti è molto strano ma non conosco il suo nome. Quando il signor Clifford mi ha presentato, ha menzionato solo il mio. È l'usanza in Francia?»
«È l'usanza nel Quartiere Latino», disse lei con una strana luce negli occhi. Poi improvvisamente iniziò a parlare quasi febbrilmente.
«Deve sapere, Monsieur Hastings, che siamo tutti un peu sans gêne qui nel Quartiere Latino. Siamo molto bohémien, e l'etichetta e la cerimonia sono fuori luogo. È per questo che Monsieur Clifford l'ha presentata a me con poca cerimonia, e ci ha lasciati insieme con ancora meno... solo per questo, e io sono sua amica, e ho molti amici nel Quartiere Latino, e ci conosciamo tutti molto bene... e io non sto studiando arte, ma... ma...»
«Ma cosa?» disse lui, sconcertato.
«Non glielo dirò... è un segreto», disse lei con un sorriso incerto. Su entrambe le guance bruciava una macchia rosa, e i suoi occhi erano molto luminosi.
Poi, dopo un momento, il suo viso si oscurò. «Conosce Monsieur Clifford molto intimamente?»
«Non molto».
Dopo un po' lei si voltò verso di lui, seria e un po' pallida.
«Il mio nome è Valentine... Valentine Tissot. Potrei... potrei chiederle un favore dopo una conoscenza così breve?»
«Oh», esclamò lui, «ne sarei onorato».
«È solo questo», disse dolcemente, «non è molto. Mi prometta di non parlare di me a Monsieur Clifford. Mi prometta che non parlerà di me a nessuno».
«Prometto», disse lui, molto perplesso.
Lei rise nervosamente. «Desidero rimanere un mistero. È un capriccio».
«Ma», esordì lui, «avrei voluto, avrei sperato che lei potesse dare al signor Clifford il permesso di portarmi, di presentarmi a casa sua».
«A casa... a casa mia!» ripeté lei.
«Intendo, dove vive, in effetti, di presentarmi alla sua famiglia».
Il cambiamento sul viso della ragazza lo scioccò.
«Le chiedo scusa», esclamò, «l'ho ferita».
E come un lampo lei lo capì, perché era una donna.
«I miei genitori sono morti», disse.
Poco dopo lui ricominciò, molto gentilmente.
«Le dispiacerebbe se la pregassi di ricevermi? È l'usanza?»
«Non posso», rispose lei. Poi, lanciandogli un'occhiata, «Mi dispiace; vorrei farlo; ma mi creda, non posso».
Lui s'inchinò seriamente e sembrò vagamente a disagio.
«Non è perché non voglio. Io... lei mi piace; è molto gentile con me».
«Gentile?» esclamò lui, sorpreso e perplesso.
«Lei mi piace», disse lei lentamente, «e ci vedremo a volte se vuole».
«A casa di amici».
«No, non a casa di amici».
«Dove?»
«Qui», disse lei con occhi di sfida.
«Perbacco», esclamò lui, «a Parigi siete molto più liberali nelle vostre opinioni di noi».
Lei lo guardò con curiosità.
«Sì, siamo molto bohémien».
«Trovo che sia affascinante», dichiarò lui.
«Vede, saremo nella migliore società», si azzardò timidamente, con un grazioso gesto verso le statue delle regine morte, allineate in ranghi solenni sopra la terrazza.
Lui la guardò, incantato, e lei si rallegrò per il successo della sua innocente piccola facezia.
«Davvero», sorrise lei, «avrò un ottimo accompagnatore, perché vedete, siamo sotto la protezione degli dèi stessi; guardate, ci sono Apollo, Giunone e Venere sui loro piedistalli», disse contandoli sulle sue piccole dita guantate, «e Cerere, Ercole, e… ma non riesco a distinguere…»
Hastings si voltò a guardare in alto, verso il dio alato sotto la cui ombra erano seduti.
«Perché, è Amore», disse lui.
IV
«C’è un nouveau qui», disse Laffat trascinando le parole, sporgendosi attorno al suo cavalletto per rivolgersi all’amico Bowles, «c’è un nouveau qui è così tenero, acerbo e appetitoso che, che Dio lo aiuti se dovesse finire in un’insalatiera».
«Un campagnolo?» chiese Bowles, stendendo uno sfondo con una spatola rotta e socchiudendo gli occhi per approvare l’effetto.
«Sì, Squeedunk o Oshkosh, e come sia riuscito a crescere tra le margherite e a sfuggire alle mucche, solo il Cielo lo sa!»
Bowles si strofinò il pollice sui contorni del suo studio per «aggiungere un po’ d’atmosfera», come disse, lanciò un’occhiata di traverso al modello, tirò la pipa e, trovandola spenta, accese un fiammifero sulla schiena del vicino per riaccenderla.
«Il suo nome», continuò Laffat, lanciando un pezzetto di pane verso l’attaccapanni, «il suo nome è Hastings. È un ingenuo. Non ne sa più del mondo», e qui il volto di Mr. Laffat espresse volumi sulla sua personale conoscenza di quel pianeta, «di una gattina alla sua prima passeggiata al chiaro di luna».
Bowles, essendo riuscito ad accendere la pipa, ripeté il tocco del pollice sull’altro bordo dello studio e disse: «Ah!»
«Sì», continuò l’amico, «e lo crederesti? Sembra pensare che tutto qui proceda come nel suo dannato piccolo ranch tra i boschi, a casa sua; parla delle belle ragazze che camminano sole per strada; dice che è una cosa assennata; e che i genitori francesi sono dipinti male in America; dice che, per quanto lo riguarda, trova le ragazze francesi – e ha confessato di conoscerne solo una – allegre quanto quelle americane. Ho cercato di rimetterlo in riga, ho provato a dargli un suggerimento su che tipo di signore vadano in giro da sole o con gli studenti, e lui è stato troppo stupido o troppo innocente per capire. Poi gliel’ho detto chiaramente, e lui mi ha dato dello sciocco dalla mente viziata e se n’è andato».
«Lo hai aiutato con la tua scarpa?» chiese Bowles, con languido interesse.
«Beh, no».
«Ti ha dato dello sciocco dalla mente viziata».
«Aveva ragione», disse Clifford dal suo cavalletto, poco più avanti.
«Cosa… cosa intendi dire?» pretese di sapere Laffat, arrossendo.
«Questo», rispose Clifford.
«Chi ti ha interpellato? Sono forse affari tuoi?» sibilò Bowles, ma perse quasi l’equilibrio quando Clifford si voltò di scatto e lo fissò.
«Sì», disse lentamente, «sono affari miei».
Nessuno parlò per un po’.
Poi Clifford gridò: «Ehi, Hastings!»
E quando Hastings lasciò il suo cavalletto e si avvicinò, lui fece un cenno verso lo sbalordito Laffat.
«Quest’uomo è stato sgradevole con te, e voglio dirti che ogni volta che ti sentirai propenso a prenderlo a calci, beh, io terrò l’altro individuo».
Hastings, imbarazzato, disse: «Beh no, non sono d’accordo con le sue idee, niente di più».
Clifford disse «Naturalmente» e, infilando il braccio in quello di Hastings, passeggiò con lui e lo presentò a diversi suoi amici, cosa che fece sgranare gli occhi dall’invidia a tutti i nouveaux, e allo studio fu chiaro che Hastings, sebbene pronto a svolgere lavori umili come ultimo dei nuovi arrivati, si trovava già all’interno della cerchia privilegiata dei vecchi, rispettati e temuti, i veri grandi.
Finito il riposo, il modello riprese il suo posto e il lavoro proseguì tra un coro di canzoni, grida e ogni rumore assordante che lo studente d’arte emette quando studia la bellezza.
Scoccarono le cinque: il modello sbadigliò, si stiracchiò e si infilò i pantaloni, e il chiassoso contenuto di sei studi si riversò nell’atrio e giù in strada. Dieci minuti dopo, Hastings si ritrovò sul tetto di un tram di Montrouge e, poco dopo, fu raggiunto da Clifford.
Scesero in rue Gay Lussac.
«Mi fermo sempre qui», osservò Clifford, «mi piace la passeggiata attraverso il Lussemburgo».
«A proposito», disse Hastings, «come posso venire a trovarti se non so dove abiti?»
«Beh, vivo di fronte a te».
«Cosa… lo studio nel giardino dove ci sono i mandorli e i merli…»
«Esattamente», disse Clifford. «Sono con il mio amico Elliott».
Hastings pensò alla descrizione dei due artisti americani che aveva sentito da Miss Susie Byng e si fece scuro in volto.
Clifford continuò: «Forse faresti meglio a farmi sapere quando pensi di venire, così… così sarò sicuro di… di esserci», concluse piuttosto goffamente.
«Non vorrei incontrare nessuno dei tuoi amici modelli lì», disse Hastings, sorridendo. «Sai… le mie idee sono piuttosto rigide… suppongo diresti puritane. Non mi divertirei e non saprei come comportarmi».
«Oh, capisco», disse Clifford, ma aggiunse con grande cordialità: «Sono certo che saremo amici, anche se potresti non approvare me e il mio giro, ma ti piaceranno Severn e Selby perché… perché, beh, sono come te, vecchio mio».
Dopo un momento, continuò: «C’è qualcosa di cui voglio parlare. Vedi, quando ti ho presentato, la scorsa settimana, al Lussemburgo, a Valentine…»
«Non una parola!» esclamò Hastings, sorridendo; «non devi dirmi una parola su di lei!»
«Perché…»
«No… non una parola!» disse allegramente. «Insisto… promettimi sul tuo onore che non parlerai di lei finché non ti darò il permesso; prometti!»
«Prometto», disse Clifford, stupito.
«È una ragazza affascinante… abbiamo fatto una chiacchierata così deliziosa dopo che te ne sei andato, e ti ringrazio per avermi presentato, ma non una parola in più su di lei finché non ti darò il permesso».
«Oh», mormorò Clifford.
«Ricorda la tua promessa», sorrise lui, mentre svoltava verso il suo portone.
Clifford attraversò la strada e, percorrendo il vicolo coperto d’edera, entrò nel suo giardino.
Cercò la chiave dello studio, mormorando: «Mi chiedo… mi chiedo… ma certo che no!»
Entrò nell’atrio e, infilando la chiave nella porta, rimase a fissare i due biglietti da visita affissi sopra i pannelli.
+---------------------------+ | FOXHALL CLIFFORD | +---------------------------+
+---------------------------+ | RICHARD OSBORNE ELLIOTT | +---------------------------+
«Perché al diavolo non vuole che parli di lei?»
Aprì la porta e, scoraggiando le carezze di due bulldog tigrati, si accasciò sul divano.
Elliott sedeva fumando e schizzando con un pezzetto di carboncino vicino alla finestra.
«Ehi», disse senza voltarsi.
Clifford fissò distrattamente la nuca dell’amico, mormorando: «Temo, temo che quell’uomo sia troppo innocente. Dico, Elliott», disse alla fine, «Hastings… conosci il tipo di cui la vecchia Tabby Byram è venuta a parlarci… il giorno in cui hai dovuto nascondere Colette nell’armadio…»
«Sì, che succede?»
«Oh, niente. È un pezzo d’oro».
«Sì», disse Elliott, senza entusiasmo.
«Non credi?» pretese di sapere Clifford.
«Beh sì, ma avrà una brutta sorpresa quando alcune delle sue illusioni svaniranno».
«Tanto peggio per chi le farà svanire!»
«Sì… aspetta che venga a farci visita, inaspettatamente, ovviamente…»
Clifford assunse un’aria virtuosa e accese un sigaro.
«Stavo proprio per dire», osservò, «che gli ho chiesto di non venire senza farcelo sapere, così da poter rimandare qualsiasi orgia tu possa aver programmato…»
«Ah!» esclamò Elliott con indignazione, «suppongo che glielo abbia messo in questo modo».
«Non esattamente», sogghignò Clifford. Poi, più seriamente: «Non voglio che accada nulla qui che possa turbarlo. È un pezzo d’oro, ed è un peccato che non possiamo essere più come lui».
«Io lo sono», osservò Elliott con compiacimento, «solo che vivendo con te…»
«Ascolta!» gridò l’altro. «Sono riuscito a ficcarmi nei guai in grande stile. Sai cosa ho fatto? Beh… la prima volta che l’ho incontrato per strada… o meglio, era al Lussemburgo, gliel’ho presentata: Valentine!»
«Ha obiettato?»
«Credimi», disse Clifford, solennemente, «questo Hastings campagnolo non ha più idea che Valentine sia… sia… in effetti sia Valentine, di quanta ne abbia che lui stesso sia un bellissimo esempio di decenza morale in un Quartiere dove la morale è rara quanto gli elefanti. Ho sentito abbastanza in una conversazione tra quel farabutto di Loffat e quella piccola eruzione immorale di Bowles da aprirmi gli occhi. Ti dico che Hastings è un asso! È un giovane sano, dalla mente pulita, cresciuto in un piccolo villaggio di campagna, educato con l’idea che i saloon siano stazioni di posta per l’inferno… e quanto alle donne…»
«Beh?» pretese Elliott.
«Beh», disse Clifford, «la sua idea di donna pericolosa è probabilmente una Jezabel dipinta».
«Probabilmente», rispose l’altro.
«È un asso!» disse Clifford, «e se lui giura che il mondo è buono e puro come il suo cuore, io giurerò che ha ragione».
Elliott strofinò il carboncino sulla lima per appuntirlo e si voltò verso il suo schizzo dicendo: «Non sentirà mai alcun pessimismo da Richard Osborne E.»
«È una lezione per me», disse Clifford. Poi aprì un piccolo biglietto profumato, scritto su carta color rosa, che era rimasto sul tavolo davanti a lui.
Lo lesse, sorrise, fischiettò una o due battute di «Miss Helyett» e si sedette per rispondere sulla sua carta da lettere color crema di qualità migliore. Quando fu scritto e sigillato, prese il bastone e marciò su e giù per lo studio due o tre volte, fischiettando.
«Esci?» chiese l’altro, senza voltarsi.
«Sì», disse, ma indugiò un momento dietro la spalla di Elliott, osservandolo mentre con un pezzetto di pane faceva risaltare le luci nel suo schizzo.
«Domani è domenica», osservò dopo un momento di silenzio.
«E quindi?» chiese Elliott.
«Hai visto Colette?»
«No, lo farò stasera. Lei, Rowden e Jacqueline verranno da Boulant. Immagino che tu e Cécile sarete lì?»
«Beh, no», rispose Clifford. «Cécile cena a casa stasera, e io… avevo l’idea di andare da Mignon».
Elliott lo guardò con disapprovazione.
«Puoi fare tutti i preparativi per La Roche senza di me», continuò, evitando lo sguardo di Elliott.
«Che stai combinando adesso?»
«Niente», protestò Clifford.
«Non dirmelo», rispose il suo compagno, con disprezzo; «i tipi come noi non corrono da Mignon quando il gruppo cena da Boulant. Chi è questa volta?… ma no, non lo chiederò… che senso ha!» Poi alzò la voce in tono di lamentela e batté sul tavolo con la pipa. «Che senso ha cercare di starti dietro? Cosa dirà Cécile… oh, sì, cosa dirà? È un peccato che tu non riesca a essere costante per due mesi, sì, perdinci! E il Quartiere è indulgente, ma tu abusi della sua bontà e anche della mia!»
Poco dopo si alzò e, calcandosi il cappello in testa, marciò verso la porta.
«Solo il Cielo sa perché qualcuno sopporti le tue pagliacciate, ma tutti lo fanno e così faccio io. Se fossi Cécile o una qualsiasi delle altre belle sciocche dietro le quali hai trotterellato e continuerai, con ogni probabilità, a trotterellare, dico, se fossi Cécile ti sculaccerei! Ora vado da Boulant, e come al solito cercherò delle scuse per te e organizzerò la faccenda, e non mi importa un fico secco dove vai tu, ma, per il teschio dello scheletro dello studio! se non ti presenti domani con il tuo kit da schizzi sotto un braccio e Cécile sotto l’altro… se non ti presenti in buone condizioni, ho chiuso con te, e gli altri possono pensare quel che vogliono. Buonanotte».
Clifford disse buonanotte con il sorriso più piacevole che riuscì a sfoggiare, e poi si sedette con gli occhi fissi sulla porta. Prese l’orologio e diede a Elliott dieci minuti per svanire, poi suonò la chiamata del portiere, mormorando: «Oh caro, oh caro, perché diavolo lo faccio?»
«Alfred», disse, quando quella persona dagli occhi a punta rispose alla chiamata, «ripulisciti e mettiti in ordine, Alfred, e sostituisci i tuoi zoccoli con un paio di scarpe. Poi indossa il tuo cappello migliore e porta questa lettera alla grande casa bianca in Rue de Dragon. Non c’è risposta, mon petit Alfred».
Il portiere partì con uno sbuffo in cui si mescolavano la riluttanza per la commissione e l’affetto per M. Clifford. Poi, con grande cura, il giovane si agghindò con tutte le bellezze del guardaroba suo e di Elliott. Se la prese con comodo e interruppe occasionalmente la toeletta per suonare il banjo o per offrire un piacevole diversivo ai bulldog, saltellando carponi. «Ho due ore davanti a me», pensò, e prese in prestito un paio di calze di seta di Elliott, con cui lui e i cani giocarono a palla finché non decise di indossarle. Poi accese una sigaretta e ispezionò il suo frac. Quando ebbe svuotato le tasche di quattro fazzoletti, un ventaglio e un paio di guanti stropicciati lunghi quanto un braccio, decise che non era adatto ad aggiungere éclat al suo fascino e si guardò intorno in cerca di un sostituto. Elliott era troppo magro e, comunque, i suoi abiti erano sotto chiave. Rowden probabilmente era messo male quanto lui. Hastings! Hastings era l’uomo giusto! Ma quando indossò una giacca da smoking e si incamminò verso la casa di Hastings, fu informato che se n’era andato da oltre un’ora.
«Ora, dove diavolo può essere andato!» mormorò Clifford, guardando lungo la strada.
La cameriera non lo sapeva, così le donò un sorriso affascinante e tornò lentamente allo studio.
Hastings non era lontano. Il Lussemburgo dista cinque minuti a piedi da rue Notre Dame des Champs, e lì era seduto sotto l’ombra di un dio alato, ed era rimasto lì per un’ora, facendo buchi nella polvere e osservando i gradini che portano dalla terrazza settentrionale alla fontana. Il sole pendeva, un globo viola, sopra le colline nebbiose di Meudon. Lunghi nastri di nuvole tinti di rosa scorrevano bassi nel cielo occidentale, e la cupola dei lontani Invalides ardeva come un opale attraverso la foschia. Dietro il Palazzo, il fumo di un alto camino saliva dritto nell’aria, viola finché non incrociò il sole, dove si trasformò in una striscia di fuoco ardente. In alto sopra il fogliame scuro dei castagni si ergevano le torri gemelle di Saint-Sulpice, una sagoma sempre più profonda.
Un merlo assonnato gorgheggiava in un boschetto vicino, e i piccioni passavano e ripassavano con il fruscio di venti dolci nelle ali. La luce sulle finestre del Palazzo era svanita, e la cupola del Pantheon nuotava luminosa sopra la terrazza settentrionale, un Valhalla infuocato nel cielo; mentre sotto, in un cupo schieramento, lungo la terrazza, le file di marmo delle regine guardavano verso ovest.
Dalla fine del lungo viale vicino alla facciata settentrionale del Palazzo giungeva il rumore degli omnibus e le grida della strada. Hastings guardò l’orologio del Palazzo. Le sei, e poiché il suo orologio concordava, tornò a fare buchi nella ghiaia. Un flusso costante di persone passava tra l’Odéon e la fontana. Preti in nero, con scarpe dalle fibbie d’argento; soldati di linea, sciatti e sfrontati; ragazze graziose senza cappello che portavano scatole da modista, studenti con cartelle nere e cappelli a cilindro, studenti con berretti e grossi bastoni, ufficiali nervosi e dal passo rapido, sinfonie in turchese e argento; cavallieri pesanti e tintinnanti coperti di polvere, garzoni di pasticceri che saltellavano ignorando del tutto la sicurezza del cesto in equilibrio sulla testa dispettosa, e poi l’emarginato smunto, il vagabondo parigino che strascicava i piedi, con le spalle curve e l’occhio che scrutava furtivamente il suolo in cerca di mozziconi; tutti questi si muovevano in un flusso costante attraverso il cerchio della fontana e fuori verso la città attraverso l’Odéon, le cui lunghe arcate cominciavano ora a scintillare di becchi a gas. Le campane malinconiche di Saint-Sulpice batterono l’ora e la torre dell’orologio del Palazzo si illuminò. Poi passi frettolosi risuonarono sulla ghiaia e Hastings sollevò la testa.
«Quanto sei in ritardo», disse, ma la sua voce era roca e solo il suo viso arrossato rivelava quanto fosse sembrata lunga l’attesa.
Lei disse: «Sono stata trattenuta… davvero, sono stata così tanto infastidita… e… e posso restare solo un momento».
Si sedette accanto a lui, lanciando un’occhiata furtiva alle spalle verso il dio sul piedistallo.
«Che seccatura, quel cupido invadente è ancora lì?»
«Ali e frecce pure», disse Hastings, senza prestare attenzione al suo gesto di sedersi.
«Ali», mormorò, «oh, sì… per volare via quando è stanco di giocare. Naturalmente è stato un uomo a concepire l’idea delle ali, altrimenti Cupido sarebbe stato insopportabile».
«Lo pensi?»
«Ma foi, è quello che pensano gli uomini».
«E le donne?»
«Oh», disse lei, con un movimento della piccola testa, «dimentico davvero di cosa stavamo parlando».
«Stavamo parlando d’amore», disse Hastings.
«Io no», disse la ragazza. Poi, guardando verso il dio di marmo: «Non mi piace affatto questo qui. Non credo che sappia come scagliare le sue frecce… no, davvero, è un codardo; si avvicina furtivamente come un assassino al crepuscolo. Non approvo la codardia», annunciò, voltando le spalle alla statua.
«Penso», disse Hastings tranquillamente, «che scagli le frecce correttamente… sì, e dia persino un avvertimento».
«È la tua esperienza, Monsieur Hastings?»
Lui la guardò dritto negli occhi e disse: «Sta avvertendo me».
«Presta ascolto all’avvertimento, allora», esclamò lei, con una risata nervosa. Mentre parlava si tolse i guanti e poi procedette con cura a rimetterli. Quando ebbe finito, lanciò un’occhiata all’orologio del Palazzo, dicendo: «Oh cielo, quanto è tardi!» chiuse l’ombrello, poi lo riaprì e infine lo guardò.
«No», disse lui, «non presterò ascolto al suo avvertimento».
«Oh cielo», sospirò lei di nuovo, «ancora a parlare di quella statua stucchevole!» Poi, rubando un’occhiata al suo viso: «Suppongo… suppongo che tu sia innamorato».
«Non lo so», mormorò, «suppongo di sì».
Lei sollevò la testa con un gesto rapido. «Sembri deliziato dall’idea», disse, ma si morse il labbro e tremò quando i suoi occhi incontrarono quelli di lui. Poi un’improvvisa paura la invase e balzò in piedi, fissando le ombre che si allungavano.
«Hai freddo?» disse lui.
Ma lei rispose solo: «Oh cielo, oh cielo, è tardi… così tardi! Devo andare… buonanotte».
Gli porse la mano guantata per un momento e poi la ritirò con uno scatto.
«Che c’è?» insistette lui. «Hai paura?»
Lei lo guardò in modo strano.
«No… no… non ho paura… sei molto buono con me…»
«Perbaccolina!» esclamò lui, «che intendi dire col fatto che sono buono con te? È almeno la terza volta, e non capisco!»
Il suono di un tamburo proveniente dal corpo di guardia del palazzo lo interruppe. «Ascolta», sussurrò lei, «stanno per chiudere. È tardi, oh, così tardi!»
Il rullo del tamburo si fece sempre più vicino, e poi la silhouette del tamburino tagliò il cielo sopra la terrazza orientale. La luce sbiadita indugiò un momento sulla sua cintura e sulla baionetta, poi lui svanì nelle ombre, risvegliando gli echi con il tamburo. Il rullo divenne più debole lungo la terrazza orientale, poi crebbe e crebbe e rimbombò con crescente nitidezza quando superò il viale del leone di bronzo e svoltò lungo la terrazza occidentale. Sempre più forte risuonava il tamburo, e gli echi rimbalzavano contro il muro grigio del palazzo; e ora il tamburino apparve davanti a loro: i suoi pantaloni rossi una macchia opaca nell’oscurità crescente, l’ottone del tamburo e della baionetta toccato da una scintilla pallida, le spalline che rimbalzavano sulle spalle. Passò lasciando il fragore del tamburo nelle loro orecchie, e lontano nel viale degli alberi videro il suo piccolo tazzino di latta brillare sullo zaino. Poi le sentinelle iniziarono il grido monotono: «On ferme! on ferme!» e la tromba suonò dalla caserma in rue de Tournon.
«On ferme! on ferme!»
«Buonanotte», sussurrò lei, «stasera devo tornare sola».
Lui la guardò finché non raggiunse la terrazza settentrionale, e poi si sedette sul sedile di marmo finché una mano sulla spalla e un luccichio di baionette non lo misero in guardia.
Lei proseguì attraverso il boschetto e, svoltando in rue de Medici, la percorse fino al Boulevard. All’angolo comprò un mazzetto di violette e camminò lungo il Boulevard fino a rue des Écoles. Una carrozza era ferma davanti a Boulant, e una ragazza graziosa, aiutata da Elliott, saltò giù.
«Valentine!» gridò la ragazza, «vieni con noi!»
«Non posso», disse lei, fermandosi un momento, «ho un appuntamento da Mignon».
«Non Victor?» esclamò la ragazza, ridendo, ma passò oltre con un piccolo brivido, accennando un saluto di buonasera; poi, svoltando nel Boulevard St. Germain, camminò un po’ più svelta per sfuggire a una comitiva allegra seduta davanti al Café Cluny che la chiamava per unirsi a loro. Alla porta del Restaurant Mignon stava un negro nerissimo in livrea. Si tolse il berretto con visiera mentre lei saliva la scala ricoperta di tappeto.
«Mandatemi Eugene», disse all’ufficio, e attraversando il corridoio a destra della sala da pranzo si fermò davanti a una fila di porte a pannelli. Un cameriere passò e lei ripeté la richiesta di Eugene, che apparve subito dopo, saltellando senza far rumore, e s’inchinò mormorando: «Madame».
«Chi c’è?»
«Nessuno nei séparé, madame; nella saletta ci sono Madame Madelon e Monsieur Gay, Monsieur de Clamart, Monsieur Clisson, Madame Marie e il loro gruppo». Poi si guardò intorno e inchinandosi di nuovo mormorò: «Monsieur attende madame da mezz’ora», e bussò a una delle porte a pannelli che portava il numero sei.
Clifford aprì la porta e la ragazza entrò.
Il cameriere la fece accomodare e, sussurrando: «Monsieur vuole avere la bontà di suonare?», svanì.
Lui l’aiutò a togliersi la giacchetta e prese il cappello e l’ombrello. Quando lei fu seduta al tavolino con Clifford di fronte, sorrise e si sporse in avanti su entrambi i gomiti guardandolo in faccia.
«Cosa fai qui?» chiese lei.
«Aspetto», rispose lui, con accenti di adorazione.
Per un istante lei si voltò ed esaminò se stessa nello specchio. Gli occhi azzurri spalancati, i capelli ricci, il naso diritto e il labbro corto e incurvato brillarono nello specchio solo per un istante, e poi la profondità di quello rifletté il suo bel collo e la sua schiena. «Così giro le spalle alla vanità», disse, e poi sporgendosi di nuovo in avanti: «Cosa fai qui?»
«Aspetto te», ripeté Clifford, leggermente turbato.
«E Cécile».
«Ora non ricominciare, Valentine...»
«Sai», disse lei con calma, «la tua condotta non mi piace?»
Lui fu un po’ sconcertato e suonò per Eugene per coprire il suo imbarazzo.
La zuppa era una bisque, il vino Pommery, e le portate si susseguirono con la solita regolarità finché Eugene portò il caffè, e non rimase nulla sul tavolo se non una piccola lampada d’argento.
«Valentine», disse Clifford, dopo aver ottenuto il permesso di fumare, «andiamo al Vaudeville o all’Eldorado, o a entrambi, o al Nouveau Cirque, o...»
«Restiamo qui», disse Valentine.
«Beh», disse lui, assai lusingato, «temo di non poterti divertire...»
«Oh, sì, sei più divertente dell’Eldorado».
«Adesso senti, non prendermi in giro, Valentine. Lo fai sempre, e, e... sai cosa dicono: una bella risata uccide...»
«Cosa?»
«Ehm... ehm... l’amore e tutto il resto».
Lei rise finché i suoi occhi furono inumiditi dalle lacrime. «Tiens», esclamò, «allora è morto!»
Clifford la osservò con crescente allarme.
«Sai perché sono venuta?» disse lei.
«No», rispose lui a disagio, «non lo so».
«Da quanto tempo mi fai la corte?»
«Beh», ammise lui, un po’ sorpreso, «direi... da circa un anno».
«È un anno, credo. Non sei stanco?»
Lui non rispose.
«Non sai che ti voglio troppo bene per... per innamorarmi mai di te?» disse lei. «Non sai che siamo compagni troppo buoni... amici troppo vecchi per questo? E anche se non lo fossimo... pensi che io non conosca la tua storia, Monsieur Clifford?»
«Non essere... non essere così sarcastica», esortò lui; «non essere cattiva, Valentine».
«Non lo sono. Sono gentile. Sono molto gentile... con te e con Cécile».
«Cécile è stanca di me».
«Spero di sì», disse la ragazza, «perché merita un destino migliore. Tiens, conosci la tua reputazione nel Quartiere? Degli incostanti, il più incostante... assolutamente incorreggibile e non più serio di un moscerino in una notte d’estate. Povera Cécile!»
Clifford sembrò così a disagio che lei parlò con più gentilezza.
«Mi piaci. Lo sai. Piaci a tutti. Sei un bambino viziato qui. Tutto ti è permesso e tutti chiudono un occhio, ma non tutti possono essere vittime del capriccio».
«Capriccio!» esclamò lui. «Per Giove, se le ragazze del Quartiere Latino non sono capricciose...»
«Non importa... non importa questo! Non devi giudicare... tu più di chiunque altro. Perché sei qui stasera? Oh», esclamò, «ti dirò perché! Monsieur riceve un bigliettino; manda una piccola risposta; si veste con i suoi panni da conquistatore...»
«Non è vero», disse Clifford, diventando rosso.
«Lo fai, e ti dona», ribatté lei con un mezzo sorriso. Poi di nuovo, molto piano: «Sono in tuo potere, ma so di essere in potere di un amico. Sono venuta a riconoscerlo davanti a te qui... ed è per questo che sono qui a chiederti... un... un favore».
Clifford sgranò gli occhi, ma non disse nulla.
«Sono in... grande angoscia mentale. Si tratta di Monsieur Hastings».
«Beh?» disse Clifford, con un certo stupore.
«Voglio chiederti», continuò lei a voce bassa, «voglio chiederti di... di... nel caso tu parlassi di me davanti a lui... di non dire... di non dire...»
«Non parlerò di te con lui», disse lui quietamente.
«Puoi... puoi impedire agli altri di farlo?»
«Potrei, se fossi presente. Posso chiederti perché?»
«Non è giusto», mormorò lei; «sai come... come mi considera... come considera ogni donna. Sai quanto è diverso da te e dagli altri. Non ho mai visto un uomo... un uomo simile a Monsieur Hastings».
Lui lasciò spegnere la sigaretta senza accorgersene.
«Ho quasi paura di lui... paura che venga a sapere... cosa siamo tutti nel Quartiere. Oh, non voglio che lo sappia! Non voglio che... che si allontani da me... che smetta di parlarmi come fa! Tu... tu e gli altri non potete sapere cosa è stato per me. Non potevo crederci... non potevo credere che fosse così buono e... e nobile. Non voglio che lo sappia... così presto. Lo scoprirà... prima o poi, lo scoprirà da solo, e allora si allontanerà da me. Perché!» esclamò con passione, «perché dovrebbe allontanarsi da me e non da te?»
Clifford, molto imbarazzato, fissò la sua sigaretta.
La ragazza si alzò, pallidissima. «È tuo amico... hai il diritto di metterlo in guardia».
«È mio amico», disse alla fine.
Si guardarono in silenzio.
Poi lei esclamò: «Per tutto ciò che ho di più sacro, non hai bisogno di metterlo in guardia!»
«Mi fiderò della tua parola», disse lui gentilmente.
V
Il mese passò in fretta per Hastings, lasciando poche impressioni definite. Qualcuna, tuttavia, la lasciò. Una fu l’impressione dolorosa di incontrare Mr. Bladen sul Boulevard des Capucines in compagnia di una giovane persona molto appariscente la cui risata lo sbigottì, e quando finalmente riuscì a scappare dal caffè dove Mr. Bladen lo aveva trascinato per unirsi a loro per una birra, si sentì come se l’intero boulevard lo stesse fissando, giudicandolo dalla sua compagnia. Più tardi, una convinzione istintiva riguardo alla giovane persona con Mr. Bladen gli mandò il sangue alla testa, e tornò alla pensione in uno stato d’animo così misero che Miss Byng si allarmò e gli consigliò di vincere subito la nostalgia di casa.
Un’altra impressione fu altrettanto vivida. Un sabato mattina, sentendosi solo, le sue peregrinazioni per la città lo portarono alla Gare St. Lazare. Era presto per la colazione, ma entrò all’Hôtel Terminus e prese un tavolo vicino alla finestra. Mentre si girava per ordinare, un uomo che passava rapidamente lungo il corridoio urtò la sua testa, e alzando lo sguardo per ricevere le scuse attese, fu accolto invece da una pacca sulla spalla e da un cordiale: «Che diavolo fai qui, vecchio mio?» Era Rowden, che lo afferrò e gli disse di venire con lui. Così, protestando blandamente, fu introdotto in una sala da pranzo privata dove Clifford, piuttosto rosso, balzò in piedi dal tavolo e lo accolse con un’aria sorpresa che fu mitigata dall’allegria non affettata di Rowden e dall’estrema cortesia di Elliott. Quest’ultimo lo presentò a tre incantevoli ragazze che lo accolsero in modo così affascinante e assecondarono Rowden nella sua richiesta che Hastings facesse parte del gruppo, che lui acconsentì subito. Mentre Elliott delineava brevemente l’escursione progettata a La Roche, Hastings mangiò deliziato la sua omelette e ricambiò i sorrisi d’incoraggiamento di Cécile, Colette e Jacqueline. Nel frattempo Clifford, con un sussurro mellifluo, stava dicendo a Rowden che razza di asino fosse. Il povero Rowden sembrò infelice finché Elliott, intuendo come stavano andando le cose, fece una smorfia a Clifford e trovò un momento per far sapere a Rowden che avrebbero fatto tutti buon viso a cattivo gioco.
«Stai zitto tu», osservò a Clifford, «è il destino, e questo chiude la faccenda».
«È Rowden, e questo chiude la faccenda», mormorò Clifford, nascondendo un ghigno. Perché, dopo tutto, non era la balia di Hastings. Così accadde che il treno che lasciò la Gare St. Lazare alle 9:15 del mattino interruppe un momento la sua corsa verso Le Havre e depositò alla stazione dai tetti rossi di La Roche un gruppo allegro, armato di ombrellini, canne da pesca e un bastone, portato dal non combattente Hastings. Poi, quando ebbero stabilito il loro campo in un boschetto di sicomori che costeggiava il piccolo fiume Ept, Clifford, il riconosciuto maestro di tutto ciò che riguardava lo sport, prese il comando.
«Tu, Rowden», disse, «dividi le tue mosche con Elliott e tienilo d’occhio, altrimenti cercherà di mettere un galleggiante e un piombino. Impediscigli con la forza di frugare in giro in cerca di vermi».
Elliott protestò, ma fu costretto a sorridere nella risata generale.
«Mi fai star male», asserì; «credi che questa sia la mia prima trota?»
«Sarò felice di vedere la tua prima trota», disse Clifford e, schivando un amo lanciato con l’intento di colpirlo, procedette a smistare ed equipaggiare tre sottili canne destinate a portare gioia e pesci a Cécile, Colette e Jacqueline. Con perfetta gravità ornò ogni lenza con quattro pallini spaccati, un piccolo amo e un brillante galleggiante di penna.
«Non toccherò mai i vermi», annunciò Cécile con un brivido.
Jacqueline e Colette si affrettarono a sostenerla, e Hastings offrì gentilmente di fungere da esecutore generale di esche e toglitore di pesci. Ma Cécile, senza dubbio affascinata dalle vistose mosche nel libro di Clifford, decise di accettare lezioni da lui nella vera arte, e poco dopo scomparve lungo l’Ept con Clifford al seguito.
Elliott guardò dubbioso Colette.
«Preferisco i gobioni», disse quella fanciulla con decisione, «e tu e Monsieur Rowden potete andarvene quando volete; vero, Jacqueline?»
«Certamente», rispose Jacqueline.
Elliott, indeciso, esaminò la sua canna e il mulinello.
«Hai il mulinello montato al contrario», osservò Rowden.
Elliott vacillò e lanciò un’occhiata a Colette.
«Io... io... ho quasi deciso di... ehm... non far saltellare le mosche proprio ora», esordì. «C’è la canna che ha lasciato Cécile...»
«Non chiamarla canna», corresse Rowden.
«Canna da pesca, allora», continuò Elliott, e si avviò sulla scia delle due ragazze, ma fu prontamente afferrato da Rowden.
«No, non ci provi! Immagina un uomo che pesca con galleggiante e piombino quando ha in mano una canna da mosca! Vieni via!»
Dove il placido piccolo Ept scorre tra i suoi boschetti verso la Senna, una riva erbosa ombreggia il rifugio dei gobioni, e su questa riva sedevano Colette e Jacqueline, chiacchieravano, ridevano e guardavano il dondolio delle penne scarlatte, mentre Hastings, col cappello sugli occhi, la testa su un banco di muschio, ascoltava le loro voci dolci e toglieva galantemente dall’amo il piccolo e indignato gobione quando un guizzo di una canna e un grido a metà soffocato annunciavano una cattura. La luce del sole filtrava attraverso le fronde, risvegliando al canto gli uccelli della foresta. Gazze in bianco e nero immacolato passavano svolazzando, posandosi vicino con un salto, un balzo e un guizzo della coda. Ghiandaie blu e bianche dal petto roseo strillavano tra gli alberi, e un falco a volo radente volteggiava tra i campi di grano maturo, mettendo in fuga stormi di uccellini garruli.
Dall’altra parte della Senna un gabbiano si posò sull’acqua come una piuma. L’aria era pura e immobile. Quasi nessuna foglia si muoveva. Suoni da una fattoria lontana arrivavano fiacchi, il grido acuto del gallo e l’ottuso abbaiare. Di tanto in tanto un rimorchiatore a vapore con un grande camino inclinato, recante il nome “Guêpe 27”, solcava il fiume trascinando il suo interminabile treno di chiatte, o una barca a vela scendeva con la corrente verso la sonnolenta Rouen.
Un debole odore fresco di terra e acqua aleggiava nell’aria e, attraverso la luce del sole, farfalle dalle punte arancioni danzavano sopra l’erba palustre, soffici farfalle vellutate sbattevano le ali attraverso i boschi muschiosi.
Hastings stava pensando a Valentine. Erano le due quando Elliott tornò a passeggio e, ammettendo francamente di aver seminato Rowden, si sedette accanto a Colette e si preparò ad appisolarsi con soddisfazione.
«Dove sono le tue trote?» disse Colette severamente.
«Vivono ancora», mormorò Elliott, e si addormentò profondamente.
Rowden tornò poco dopo e, lanciando uno sguardo sprezzante a quello che sonnecchiava, mostrò tre trote screziate di cremisi.
«E questo», sorrise Hastings pigramente, «questo è il santo fine verso cui arrancano i fedeli... il massacro di questi piccoli pesci con un pezzetto di seta e una piuma».
Rowden sdegnò di rispondergli. Colette catturò un altro gobione e svegliò Elliott, il quale protestò e si guardò intorno in cerca dei cesti del pranzo, mentre Clifford e Cécile arrivavano chiedendo un ristoro immediato. Le gonne di Cécile erano zuppe e i guanti strappati, ma lei era felice, e Clifford, trascinando fuori una trota da due libbre, rimase fermo a ricevere gli applausi della compagnia.
«Dove diavolo l’hai presa?» chiese Elliott.
Cécile, bagnata ed entusiasta, raccontò la battaglia, e poi Clifford elogiò le sue doti con la mosca e, a riprova, produsse dal suo cestino un cavedano defunto, che, osservò, aveva mancato di poco l’essere una trota.
Erano tutti molto felici a pranzo e Hastings fu votato come “affascinante”. Gli piacque immensamente... solo che gli sembrava a tratti che il flirt in Francia si spingesse oltre che a Millbrook, nel Connecticut, e pensò che Cécile avrebbe potuto essere un po’ meno entusiasta di Clifford, che forse sarebbe stato altrettanto bene se Jacqueline si fosse seduta più lontano da Rowden, e che forse Colette avrebbe potuto, per un momento almeno, staccare gli occhi dal volto di Elliott. Eppure gli piacque... tranne quando i suoi pensieri vagavano verso Valentine, e allora sentiva di essere molto lontano da lei. La Roche è ad almeno un’ora e mezza da Parigi. È anche vero che provò una felicità, un battito di cuore accelerato quando, alle otto di sera, il treno che li riportava da La Roche entrò nella Gare St. Lazare e lui fu di nuovo nella città di Valentine.
«Buonanotte», dicevano, stringendosi attorno a lui. «Devi venire con noi la prossima volta!»
Lui promise e li guardò, a due a due, disperdersi nella città che si oscurava, e rimase fermo così a lungo che, quando rialzò gli occhi, il vasto Boulevard scintillava di becchi di gas attraverso i quali le luci elettriche fissavano come lune.
VI
Fu con un altro battito di cuore accelerato che si svegliò la mattina seguente, perché il suo primo pensiero fu per Valentine.
Il sole dorava già le torri di Notre Dame, il rumore degli zoccoli degli operai suscitava echi acuti nella strada sottostante, e dall’altra parte un merlo su un mandorlo rosa si lanciava in un’estasi di trilli.
Decise di svegliare Clifford per una rapida passeggiata in campagna, sperando più tardi di indurre quel gentiluomo a entrare nella chiesa americana per il bene della sua anima. Trovò Alfred, quello dallo sguardo da succhiello, che lavava il vialetto d’asfalto che conduceva allo studio.
«Monsieur Elliott?» rispose lui alla domanda di prammatica, «je ne sais pas».
«E Monsieur Clifford», iniziò Hastings, alquanto stupito.
«Monsieur Clifford», disse il portinaio con fine ironia, «sarà lieto di vederla, visto che si è ritirato presto; infatti è appena rientrato».
Hastings esitò mentre il portinaio pronunciava un bell’elogio sulle persone che non stavano mai fuori tutta la notte per poi venire a battere al cancello della guardiola durante ore che persino un gendarme riteneva sacre al sonno. Discorse anche con eloquenza sulle bellezze della temperanza e bevve un sorso ostentato dalla fontana nel cortile.
«Non credo che entrerò», disse Hastings.
«Pardon, monsieur», ringhiò il portinaio, «forse sarebbe bene vedere Monsieur Clifford. Probabilmente ha bisogno di aiuto. Me ne scaccia con spazzole per capelli e stivali. È una grazia se non ha dato fuoco a qualcosa con la sua candela».
Hastings esitò per un istante, ma ingoiando la sua avversione per una simile missione, camminò lentamente attraverso il vicolo coperto d’edera e attraverso il giardino interno fino allo studio. Bussò. Silenzio perfetto. Poi bussò di nuovo, e questa volta qualcosa colpì la porta dall’interno con un fracasso.
«Quello», disse il portinaio, «era uno stivale». Inserì la sua chiave doppia nella serratura e fece entrare Hastings. Clifford, in abbigliamento da sera disordinato, sedeva sul tappeto al centro della stanza. Teneva in mano una scarpa e non sembrò stupito di vedere Hastings.
«Buongiorno, usi il sapone Pears?» chiese con un vago gesto della mano e un sorriso ancora più vago.
Il cuore di Hastings sprofondò. «Per l’amor di Dio», disse, «Clifford, vai a letto».
«Non finché quel... quel Alfred ficca qui dentro la sua testa arruffata e mi resta una scarpa».
Hastings spense la candela, raccolse il cappello e il bastone di Clifford e disse, con un’emozione che non poté nascondere: «È terribile, Clifford... io... non avrei mai pensato che facessi questo genere di cose».
«Beh, lo faccio», disse Clifford.
«Dov’è Elliott?»
«Vecchio mio», rispose Clifford, diventando sdolcinato, «la Provvidenza che nutre... nutre... ehm... i passeri e quel genere di cose veglia sul viandante intemperante...»
«Dov’è Elliott?»
Ma Clifford non fece altro che scuotere la testa e agitare il braccio. «È là fuori... da qualche parte». Poi, sentendo improvvisamente il desiderio di vedere il suo compagno scomparso, alzò la voce e ululò per chiamarlo.
Hastings, profondamente scioccato, sedette sul divano senza dire una parola. Poco dopo, dopo aver versato alcune lacrime scottanti, Clifford si rallegrò e si alzò con grande precauzione.
«Vecchio mio», osservò, «vuoi vedere un... un miracolo? Beh, ci siamo. Sto per cominciare».
Si fermò, raggiante verso il vuoto.
«Un miracolo», ripeté.
Hastings suppose che si riferisse al miracolo del mantenere l’equilibrio e non disse nulla.
«Vado a letto», annunciò, «il povero vecchio Clifford va a letto, e questo è un miracolo!»
E lo fece con un calcolo preciso della distanza e dell’equilibrio che avrebbe riscosso urla entusiastiche di applausi da Elliott, se fosse stato lì per assistere en connaisseur. Ma non c’era. Non aveva ancora raggiunto lo studio. Era sulla strada, tuttavia, e sorrise con magnifica condiscendenza ad Hastings, che mezz’ora dopo lo trovò disteso su una panchina nel Luxembourg. Si lasciò svegliare, spolverare e scortare fino al cancello. Qui, tuttavia, rifiutò ogni ulteriore assistenza e, concedendo un inchino paternalistico ad Hastings, mantenne una rotta abbastanza diritta per rue Vavin.
Hastings lo guardò finché non fu fuori vista, e poi tornò lentamente sui suoi passi verso la fontana. Dapprima si sentì cupo e depresso, ma gradualmente l’aria limpida del mattino sollevò la pressione dal suo cuore, e sedette sul sedile di marmo all’ombra del dio alato.
L’aria era fresca e dolce con il profumo dei fiori d’arancio. Ovunque i piccioni facevano il bagno, spruzzando l’acqua sui loro petti dai riflessi iridati, balenando dentro e fuori dagli spruzzi o accoccolandosi fin quasi al collo lungo il bacino levigato. Anche i passeri erano fuori in massa, inzuppando le loro piume color polvere nella pozza limpida e cinguettando con tutte le loro forze. Sotto i sicomori che circondavano lo stagno delle anatre di fronte alla fontana di Maria de’ Medici, gli uccelli acquatici brucavano l’erba o si dondolavano in fila lungo la riva per imbarcarsi in qualche solenne crociera senza meta.
Le farfalle, un po’ zoppicanti dopo il riposo di una notte fredda sotto le foglie di lillà, strisciavano sopra e sopra i flox bianchi, o facevano un volo reumatico verso qualche arbusto riscaldato dal sole. Le api erano già indaffarate tra gli eliotropi, e una o due mosche grigie con gli occhi color mattone sedevano in una macchia di sole accanto al sedile di marmo, o si inseguivano, solo per tornare di nuovo nella macchia di sole e strofinare le zampe anteriori, esultando.
Le sentinelle camminavano svelte davanti alle cassette dipinte, fermandosi a volte a guardare verso il corpo di guardia per il loro cambio.
Arrivarono alla fine, con uno strascicare di piedi e un tintinnio di baionette, fu data la parola, il cambio si dispose, e via andarono, crunch, crunch, sulla ghiaia.
Selby si tolse il cappello, non perché lo sapesse fare, ma perché l'aveva visto fare in un quadro.
«Mademoiselle», disse, «i mughetti sono molto più belli delle viole del pensiero».
Lei si voltò. Gli occhi, che avevano colpito Selby il giorno precedente, erano ora fissi sui suoi, con una serietà che lo fece arrossire.
«Crede?» rispose lei.
«Sono sicuro che il profumo sia più dolce», insistette lui.
Il giardiniere, vedendo la possibilità di una vendita, fece un passo avanti. «Monsieur ha ragione, Mademoiselle. Ecco dei mughetti freschi, colti questa mattina a Sèvres».
La ragazza guardò i fiori, poi guardò Selby. Un sorriso leggerissimo, quasi impercettibile, le sfiorò le labbra.
«Prenderò i mughetti», disse.
Selby, con una prontezza che lo sorprese, tirò fuori una moneta e la porse al giardiniere.
«Non vorrei…» iniziò lei, ma Selby, con un gesto deciso, la interruppe.
«È un piccolo omaggio alla primavera, Mademoiselle».
Lei prese il vasetto, e per un momento i loro sguardi si incrociarono di nuovo. Non c'era in lei traccia di quella freddezza di cui parlavano Clifford e gli altri. C'era solo una sorta di malinconica curiosità.
«Merci», disse, e si incamminò lungo il ponte.
Selby rimase lì, con il cappello ancora in mano, a guardarla allontanarsi. Il giardiniere lo osservava con un ghigno complice.
«È una bella ragazza, non è vero, Monsieur?»
Selby non rispose. Si sentiva stranamente leggero, come se l'aria del mattino fosse diventata improvvisamente densa di una promessa mai udita prima. Guardò il ponte, guardò il fiume che scorreva placido, e poi, senza una meta precisa, iniziò a camminare nella direzione in cui lei era sparita.
Non la seguiva, o almeno così si diceva. Voleva solo ammirare i fiori, o forse le bancarelle dei libri lungo la Senna. Ma ogni volta che il suo sguardo scorgeva una sagoma che ricordava la sua, il cuore gli faceva un balzo nel petto.
Passò davanti alle torri di Notre Dame, le cui ombre si allungavano sul selciato come dita di pietra. Il vociare dei venditori, il rumore dei carri, il grido lontano di un battello a vapore sul fiume, tutto sembrava far parte di una sinfonia di cui lui stava finalmente imparando a leggere le note.
Girò l'angolo di una stradina stretta, una di quelle vie dove il sole sembra faticare a penetrare. E lì, a pochi passi, la vide di nuovo. Era ferma davanti a una barriera di legno, di quelle che si usano per chiudere le strade in riparazione. Sopra la barriera, in lettere nere e rozze, campeggiava la scritta: RUE BARRÉE.
Lei stava fissando il cartello, come se vi leggesse un destino. Si voltò, udendo i passi di Selby sulla ghiaia. Non sembrò sorpresa di vederlo lì.
«È una strada chiusa», disse, indicando il legno.
«Si direbbe di sì», rispose Selby, avvicinandosi.
«Tutti dicono che sia una strada chiusa», continuò lei, e la sua voce suonò come una nota di pianoforte che si spegne in una stanza vuota. «Ma io abito qui dentro».
«Allora c'è un modo per entrare», disse Selby.
Lei lo guardò, e stavolta il sorriso fu reale, ma velato di una tristezza che gli strinse il cuore.
«Solo per chi non ha paura di trovare la strada bloccata», rispose, e senza aggiungere altro, si voltò e sparì dietro la barriera.
Il giardiniere sorrise. Evidentemente lei non voleva le viole del pensiero. Ne aveva comprate molti vasi, due o tre ogni primavera, senza mai discutere. Che cosa voleva allora? Le viole del pensiero erano chiaramente un tentativo per sondare il terreno verso una transazione più importante. Il giardiniere si strofinò le mani e si guardò attorno.
«Questi tulipani sono magnifici», osservò, «e questi giacinti...» Cadde in trance alla sola vista di quei cespugli profumati.
«Quello», mormorò Rue, indicando con l'ombrellino chiuso uno splendido cespuglio di rose, ma nonostante i suoi sforzi, la voce le tremò un poco. Selby lo notò, e tanto peggio per lui che stesse origliando, e lo notò anche il giardiniere che, affondando il naso tra le rose, fiutò l'affare. Tuttavia, per essere onesti, non aggiunse un centesimo al valore reale della pianta, perché, dopo tutto, Rue era probabilmente povera e chiunque poteva vedere che era incantevole.
«Cinquanta franchi, Mademoiselle».
Il tono del giardiniere era grave. Rue sentì che discutere sarebbe stato inutile. Rimasero entrambi in silenzio per un momento. Il giardiniere non elogiò il suo premio: il roseto era magnifico e chiunque poteva vederlo.
«Prenderò le viole del pensiero», disse la ragazza, ed estrasse due franchi da un portafoglio logoro. Poi alzò lo sguardo. Una lacrima rimase lì a rifrangere la luce come un diamante, ma mentre rotolava verso un angolino vicino al naso, una visione di Selby la sostituì, e quando una passata di fazzoletto ebbe liberato gli occhi azzurri spaventati, apparve Selby in persona, molto imbarazzato. Immediatamente guardò verso il cielo, apparentemente divorato da una sete di ricerca astronomica, e poiché continuò le sue indagini per ben cinque minuti, anche il giardiniere alzò lo sguardo, e così fece un poliziotto. Poi Selby guardò le punte dei suoi stivali, il giardiniere guardò lui e il poliziotto proseguì svogliato. Rue Barrée se n'era andata già da un pezzo.
«Che cosa», disse il giardiniere, «posso offrire a Monsieur?»
Selby non seppe mai perché, ma all'improvviso iniziò a comprare fiori. Il giardiniere era elettrizzato. Mai prima d'ora aveva venduto così tanti fiori, mai a prezzi così soddisfacenti, e mai, mai con una tale assoluta unanimità di vedute con un cliente. Ma gli mancava la contrattazione, la discussione, il chiamare il Cielo a testimone. Alla transazione mancava quel pizzico di pepe.
«Questi tulipani sono magnifici!»
«Lo sono!» esclamò Selby calorosamente.
«Ma ahimè, sono cari».
«Li prenderò».
«Dieu!» mormorò il giardiniere sudando, «è più pazzo della maggior parte degli inglesi».
«Questo cactus...»
«È splendido!»
«Ahimè...»
«Lo mandi insieme al resto».
Il giardiniere si puntellò contro il muretto del fiume.
«Quel magnifico cespuglio di rose», esordì debolmente.
«Quello è una bellezza. Credo che costi cinquanta franchi...»
Si fermò, molto rosso. Il giardiniere si godette la sua confusione. Poi un'improvvisa, fredda padronanza di sé prese il posto del suo momentaneo smarrimento e lui tenne testa al giardiniere, intimidendolo.
«Prenderò quel cespuglio. Perché la signorina non l'ha comprato?»
«Mademoiselle non è ricca».
«Come fa a saperlo?»
«Dame, le vendo molte viole del pensiero; le viole del pensiero non sono costose».
«Sono quelle le viole del pensiero che ha comprato?»
«Queste, Monsieur, le blu e oro».
«Allora intende mandargliele?»
«A mezzogiorno, dopo il mercato».
«Mandi anche questo roseto con loro, e» — qui lanciò un'occhiata fulminante al giardiniere — «non osi dire da chi provengono». Gli occhi del giardiniere sembravano piattini, ma Selby, calmo e vittorioso, disse: «Mandi gli altri all'Hôtel du Sénat, 7 rue de Tournon. Lascerò istruzioni al portinaio».
Poi si abbottonò il guanto con molta dignità e si allontanò, ma una volta girato l'angolo e fuori dalla vista del giardiniere, la convinzione di essere un idiota lo colse con un rossore furioso. Dieci minuti dopo sedeva nella sua stanza all'Hôtel du Sénat ripetendo con un sorriso ebete: «Che asino che sono, che asino!»
Un'ora dopo lo ritrovò sulla stessa sedia, nella stessa posizione, con cappello e guanti ancora addosso, il bastone in mano, ma era silenzioso, apparentemente perso nella contemplazione delle punte dei suoi stivali, e il suo sorriso era meno ebete e persino un po' retrospettivo.
III
Verso le cinque di quel pomeriggio, la piccola donna dagli occhi tristi che ricopre la posizione di portinaia all'Hôtel du Sénat levò le mani in segno di stupore nel vedere un carro carico di arbusti fioriti accostare davanti al portone. Chiamò Joseph, il garzone intemperante, il quale, mentre calcolava il valore dei fiori in petits verres, negò cupamente di sapere quale fosse la loro destinazione.
«Voyons», disse la piccola portinaia, «cherchons la femme!»
«Tu?» suggerì lui.
La donnina rimase un momento pensierosa e poi sospirò. Joseph si accarezzò il naso, un naso che per vivacità di colore poteva competere con qualsiasi esposizione floreale.
Poi il giardiniere entrò, col cappello in mano, e pochi minuti dopo Selby se ne stava nel mezzo della sua stanza, giacca tolta, maniche della camicia rimboccate. La camera conteneva originariamente, oltre ai mobili, circa due piedi quadrati di spazio calpestabile, e ora questo era occupato da un cactus. Il letto gemeva sotto casse di viole del pensiero, gigli ed eliotropi, il divanetto era coperto di giacinti e tulipani, e il lavabo sosteneva una specie di giovane albero garantito per dare fiori prima o poi.
Clifford entrò poco dopo, inciampò in una cassa di piselli odorosi, imprecò un po', chiese scusa, e poi, quando il pieno splendore della festa floreale lo investì, si sedette con stupore su un geranio. Il geranio era un rottame, ma Selby disse: «Non importa», e lanciò uno sguardo torvo al cactus.
«Hai intenzione di dare un ballo?» chiese Clifford.
«N—no... sono molto appassionato di fiori», disse Selby, ma l'affermazione mancava di entusiasmo.
«Lo immagino». Poi, dopo un silenzio, «Quello è un bel cactus».
Selby contemplò il cactus, lo toccò con l'aria di un intenditore e si punse il pollice.
Clifford punzecchiò una viola del pensiero con il suo bastone. Poi Joseph entrò con il conto, annunciando la somma totale ad alta voce, in parte per impressionare Clifford, in parte per intimidire Selby affinché sborsasse una mancia che avrebbe condiviso, se avesse voluto, con il giardiniere. Clifford cercò di far finta di non aver sentito, mentre Selby pagava conto e tributo senza un lamento. Poi si lasciò cadere all'indietro nella stanza con un tentativo di indifferenza che fallì completamente quando si strappò i pantaloni sul cactus.
Clifford fece qualche osservazione banale, accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra per dare una possibilità a Selby. Selby provò a coglierla, ma arrivato a «Sì, la primavera è finalmente arrivata», si bloccò completamente. Guardò la nuca di Clifford. Esprimeva volumi. Quelle orecchiette tese sembravano fremere di ilarità repressa. Fece un disperato tentativo di dominare la situazione e saltò in piedi per afferrare delle sigarette russe come incentivo alla conversazione, ma fu ostacolato dal cactus, del quale divenne di nuovo preda. La goccia che fece traboccare il vaso fu aggiunta.
«Al diavolo il cactus». Questa osservazione fu strappata a Selby contro la sua volontà, contro il suo istinto di autoconservazione, ma le spine sul cactus erano lunghe e affilate, e al loro ripetuto pungolo la sua ira repressa esplose. Era troppo tardi ora; era fatta, e Clifford si era voltato.
«Senti, Selby, perché diavolo hai comprato quei fiori?»
«Mi piacciono», disse Selby.
«Che cosa hai intenzione di farci? Non puoi dormire qui».
«Potrei, se mi aiutassi a togliere le viole del pensiero dal letto».
«Dove puoi metterle?»
«Non potrei darle alla portinaia?»
Non appena lo disse se ne pentì. Che cosa avrebbe mai pensato di lui Clifford! Aveva sentito l'importo del conto. Avrebbe creduto che avesse investito in quei lussi come una timida dichiarazione alla sua portinaia? E il Quartiere Latino lo avrebbe commentato nel suo modo brutale? Temeva il ridicolo e conosceva la reputazione di Clifford.
Poi qualcuno bussò.
Selby guardò Clifford con un'espressione braccata che toccò il cuore di quel giovane. Era una confessione e allo stesso tempo una supplica. Clifford saltò in piedi, si fece strada attraverso il labirinto floreale e, appoggiando un occhio alla fessura della porta, disse: «Chi diavolo è?»
Questo grazioso stile di accoglienza è indigeno del Quartiere.
«È Elliott», disse, voltandosi, «e anche Rowden, con i loro bulldog». Poi si rivolse a loro attraverso la fessura.
«Sedetevi sulle scale; Selby e io usciamo subito».
La discrezione è una virtù. Il Quartiere Latino ne possiede poche, e la discrezione raramente figura nella lista. Si sedettero e iniziarono a fischiettare.
Poco dopo Rowden gridò: «Sento odore di fiori. Fanno festa qui dentro!»
«Dovresti conoscere meglio Selby», grugnì Clifford dietro la porta, mentre l'altro si cambiava frettolosamente i pantaloni strappati con degli altri.
«Conosciamo Selby», disse Elliott con enfasi.
«Sì», disse Rowden, «dà ricevimenti con decorazioni floreali e invita Clifford, mentre noi restiamo sulle scale».
«Sì, mentre la gioventù e la bellezza del Quartiere si divertono», suggerì Rowden; poi, con improvviso timore: «C'è Odette?»
«Senti», chiese Elliott, «c'è Colette?»
Poi alzò la voce in un lamento querulo: «Sei lì, Colette, mentre io mi sto consumando i talloni su queste piastrelle?»
«Clifford è capace di tutto», disse Rowden; «la sua natura si è inacidita da quando Rue Barrée lo ha messo a sedere».
Elliott alzò la voce: «Dico, voi ragazzi, abbiamo visto dei fiori portati a casa di Rue Barrée a mezzogiorno».
«Posy e rose», specificò Rowden.
«Probabilmente per lei», aggiunse Elliott, accarezzando il suo bulldog.
Clifford si voltò con improvviso sospetto verso Selby. Quest'ultimo canticchiò una melodia, scelse un paio di guanti e, prendendo una dozzina di sigarette, le mise in un astuccio. Poi, camminando verso il cactus, ne staccò deliberatamente un fiore, se lo infilò nell'occhiello e, prendendo cappello e bastone, sorrise a Clifford, cosa che mise quest'ultimo in grande agitazione.
IV
Lunedì mattina da Julian, gli studenti lottavano per i posti; gli studenti con diritti di precedenza scacciavano gli altri che stavano ansiosamente occupando gli agognati tabouret fin dall'apertura della porta nella speranza di appropriarsene all'appello; gli studenti bisticciavano per tavolozze, pennelli, cartelle, o squarciavano l'aria con richieste di Ciceri e pane. Il primo, un ex modello sporco che in tempi migliori aveva posato come Giuda, ora distribuiva pane raffermo a un soldo e guadagnava abbastanza per mantenersi in sigarette. Monsieur Julian entrava, sorrideva un sorriso paterno e usciva. La sua scomparsa era seguita dall'apparizione dell'impiegato, una creatura astuta che sfrecciava tra le orde in lotta in cerca di preda.
Tre uomini che non avevano pagato le quote furono sorpresi e convocati. Un quarto fu fiutato, seguito, aggirato, la sua ritirata verso la porta tagliata fuori, e infine catturato dietro la stufa. Verso quell'ora, assumendo la rivoluzione una forma acuta, si levarono urla per «Jules!»
Jules arrivò, arbitrò due risse con una triste rassegnazione nei suoi grandi occhi castani, strinse la mano a tutti e si sciolse nella folla, lasciando un'atmosfera di pace e buona volontà. I leoni si sedettero con gli agnelli, i massier segnarono i posti migliori per sé e per gli amici e, salendo sulle pedane dei modelli, aprirono l'appello.
Si sparse la voce: «Questa settimana iniziano con la C».
E così fecero.
«Clisson!»
Clisson saltò come un lampo e segnò il suo nome sul pavimento col gesso davanti a un posto in prima fila.
«Caron!»
Caron galoppò via per assicurarsi il posto. Bang! Un cavalletto cadde. «Nom de Dieu!» in francese... «Dove diavolo vai!» in inglese. Crash! una cassetta di colori cadde con pennelli e tutto il resto. «Dieu de Dieu de...» spat! Un colpo, una breve corsa, un corpo a corpo e una zuffa, e la voce del massier, severa e rimproverante:
«Cochon!»
Poi l'appello fu ripreso.
«Clifford!»
Il massier si fermò e alzò lo sguardo, un dito tra le pagine del registro.
«Clifford!»
Clifford non c'era. Si trovava a circa tre miglia di distanza in linea d'aria e ogni istante aumentava la distanza. Non che camminasse veloce, al contrario, passeggiava con quell'andatura oziosa tipica di lui. Elliott era accanto a lui e due bulldog coprivano la retroguardia. Elliott stava leggendo il «Gil Blas», dal quale sembrava trarre divertimento, ma giudicando l'ilarità chiassosa inadatta allo stato d'animo di Clifford, represse il suo divertimento in una serie di sorrisi discreti. Quest'ultimo, cupamente consapevole di ciò, non disse nulla, ma guidando la strada nei Giardini del Lussemburgo si installò su una panchina vicino alla terrazza settentrionale e osservò il paesaggio con disappunto. Elliott, in conformità con i regolamenti del Lussemburgo, legò i due cani e poi, con uno sguardo interrogativo verso l'amico, riprese il «Gil Blas» e i sorrisi discreti.
La giornata era perfetta. Il sole pendeva sopra Notre Dame, facendo scintillare la città. Il tenero fogliame dei castagni gettava un'ombra sulla terrazza e maculava i sentieri e i viali con un intreccio così blu che Clifford avrebbe potuto trovarvi incoraggiamento per le sue violente «impressioni» se solo avesse guardato; ma come al solito in questo periodo della sua carriera, i suoi pensieri erano ovunque tranne che nella sua professione. Tutt'intorno, i passeri litigavano e chiacchieravano i loro canti di corteggiamento, i grandi piccioni rosei veleggiavano da un albero all'altro, le mosche volteggiavano nei raggi del sole e i fiori esalavano mille profumi che scuotevano Clifford con languida malinconia. Sotto questa influenza, parlò.
«Elliott, sei un vero amico...»
«Mi fai star male», rispose l'altro, piegando il giornale. «È esattamente quello che pensavo: sei di nuovo dietro a qualche nuova sottana. E», continuò irato, «se è questo il motivo per cui mi hai tenuto lontano da Julian, se è per riempirmi delle perfezioni di qualche piccola idiota...»
«Non idiota», obiettò Clifford gentilmente.
«Senti», esclamò Elliott, «hai il coraggio di cercare di dirmi che sei di nuovo innamorato?»
«Di nuovo?»
«Sì, di nuovo e di nuovo e di nuovo e... perbacco, lo sei?»
«Questa», osservò Clifford tristemente, «è seria».
Per un momento Elliott avrebbe voluto mettergli le mani addosso, poi rise per pura impotenza. «Oh, avanti, avanti; vediamo, c'è Clémence e Marie Tellec e Cosette e Fifine, Colette, Marie Verdier...»
«Tutte incantevoli, davvero incantevoli, ma non sono mai stato serio...»
«Dio mi aiuti», disse Elliott solennemente, «ognuna di quelle nominate ha separatamente e a turno straziato il tuo cuore e mi ha anche fatto perdere il posto da Julian nello stesso modo; ognuna, separatamente e a turno. Lo neghi?»
«Quello che dici può essere fondato sui fatti, in un certo senso, ma dammi il merito di essere fedele a una alla volta...»
«Finché non è arrivata la successiva».
«Ma questa, questa è davvero molto diversa. Elliott, credimi, sono distrutto».
Poi, non essendoci altro da fare, Elliott digrignò i denti e ascoltò.
«È... è Rue Barrée».
«Beh», osservò Elliott con disprezzo, «se ti stai struggendo e lamentando per quella ragazza, la ragazza che ha dato a te e a me ogni ragione per desiderare che la terra si aprisse e ci inghiottisse... beh, continua!»
«Continuo; non mi importa; la timidezza è svanita...»
«Sì, la tua timidezza naturale».
«Sono disperato, Elliott. Sono innamorato? Mai, mai mi sono sentito così maledettamente infelice. Non riesco a dormire; onestamente, sono incapace di mangiare decentemente».
«Stessi sintomi notati nel caso di Colette».
«Ascolta, vuoi?»
«Aspetta un momento, conosco il resto a memoria. Ora lasciami chiederti una cosa. È tua convinzione che Rue Barrée sia una ragazza pura?»
«Sì», disse Clifford, arrossendo.
«La ami, non come quando ti dondoli e vai in punta di piedi dietro a ogni bella inanità... voglio dire, la ami onestamente?»
«Sì», disse l'altro con ostinazione, «vorrei...»
«Aspetta un momento; la sposeresti?»
Clifford divenne scarlatto. «Sì», mormorò.
«Notizia piacevole per la tua famiglia», grugnì Elliott in una furia repressa. «'Caro padre, ho appena sposato un'affascinante grisette che sono sicuro accoglierai a braccia aperte, insieme a sua madre, una lavandaia assai stimabile e pulita'. Buon Dio! Sembra che questa volta si sia andati un po' oltre il resto. Ringrazia le stelle, giovanotto, che la mia testa sia abbastanza a posto per entrambi. Eppure, in questo caso, non ho paura. Rue Barrée ha fatto sedere le tue aspirazioni in un modo inequivocabilmente definitivo».
«Rue Barrée», iniziò Clifford, raddrizzandosi, ma cessò improvvisamente, perché lì dove la luce del sole screziata brillava in macchie d'oro, lungo il sentiero baciato dal sole, passava Rue Barrée. Il suo vestito era immacolato e il suo grande cappello di paglia, inclinato un poco sulla fronte bianca, gettava un'ombra sui suoi occhi.
Elliott si alzò e s'inchinò. Clifford si tolse il copricapo con un'aria così lamentosa, così supplichevole, così profondamente umile che Rue Barrée sorrise.
Il sorriso era delizioso e quando Clifford, incapace di sostenersi sulle gambe per il puro stupore, traballò leggermente, lei sorrise di nuovo suo malgrado. Pochi istanti dopo prese una sedia sulla terrazza e, estraendo un libro dalla sua cartella musicale, voltò le pagine, trovò il punto, e poi, posandolo aperto a faccia in giù sulle ginocchia, sospirò un poco, sorrise un poco e guardò oltre la città. Aveva dimenticato del tutto Foxhall Clifford.
Dopo un po' riprese il suo libro, ma invece di leggere iniziò a sistemarsi una rosa sul corsetto. La rosa era grande e rossa. Brillava come fuoco lì sopra il suo cuore, e come fuoco scaldava il suo cuore, che ora palpitava sotto i petali di seta. Rue Barrée sospirò ancora. Era molto felice. Il cielo era così blu, l'aria così dolce e profumata, il sole così carezzevole, e il suo cuore cantava dentro di lei, cantava alla rosa sul suo seno. Questo è ciò che cantava: «Dalla folla dei passanti, dal mondo di ieri, dai milioni che passano, uno si è voltato verso di me».
Così il suo cuore cantava sotto la sua rosa sul seno. Poi due grandi piccioni color topo passarono fischiando e si posarono sulla terrazza, dove s'inchinarono, pavoneggiarono, beccheggiarono e si voltarono finché Rue Barrée non rise di gioia e, alzando lo sguardo, vide Clifford davanti a lei. Il suo cappello era in mano e il suo volto era adorno di una serie di sorrisi supplichevoli che avrebbero toccato il cuore di una tigre del Bengala.
Per un istante Rue Barrée si accigliò, poi guardò con curiosità Clifford, poi quando vide la somiglianza tra i suoi inchini e il beccheggiare dei piccioni, suo malgrado, le sue labbra si aprirono in una risata ammaliatrice. Era davvero lei, Rue Barrée? Così cambiata, così cambiata che non si riconosceva; ma oh! quel canto nel suo cuore che sovrastava ogni altra cosa, che tremava sulle sue labbra, lottando per uscire, che increspava in una risata per nulla — per un piccione che pavoneggiava — e per il signor Clifford.
* * * * *
«E pensi, perché ricambio il saluto degli studenti del Quartiere, che tu possa essere ricevuto in particolare come amico? Non ti conosco, Monsieur, ma la vanità è l'altro nome dell'uomo; sii contento, Monsieur Vanità, sarò puntigliosa... oh, molto puntigliosa nel ricambiare il tuo saluto».
«Ma ti prego... ti imploro di lasciarmi rendere quell'omaggio che è così a lungo...»
«Oh cielo; non mi importa dell'omaggio».
«Lasciami solo il permesso di parlarti di tanto in tanto... occasionalmente... molto occasionalmente».
«E se tu, perché non un altro?»
«Nient'affatto... sarò la discrezione in persona».
«Discrezione... perché?»
I suoi occhi erano molto chiari e Clifford ebbe un fremito per un momento, ma solo per un momento. Poi il diavolo della sconsideratezza lo colse, si sedette e si offrì, anima e corpo, beni e proprietà. E tutto il tempo sapeva di essere uno sciocco e che l'infatuazione non è amore, e che ogni parola che pronunciava lo vincolava in un onore dal quale non c'era scampo. E tutto il tempo Elliott stava guardando torvo la piazza della fontana e frenando ferocemente entrambi i bulldog dal desiderio di correre in soccorso di Clifford — poiché anche loro sentivano che qualcosa non andava — mentre Elliott imprecava dentro di sé e brontolava maledizioni.
Quando Clifford finì, finì in un bagliore di eccitazione, ma la risposta di Rue Barrée tardò ad arrivare e il suo ardore si raffreddò mentre la situazione assumeva lentamente le sue giuste proporzioni. Poi il rimpianto iniziò a insinuarsi, ma lo mise da parte e scoppiò di nuovo in proteste. Alla prima parola Rue Barrée lo fermò.
«Ti ringrazio», disse, parlando molto gravemente. «Nessun uomo mi ha mai offerto il matrimonio prima d'ora». Si voltò e guardò oltre la città. Dopo un po' parlò di nuovo. «Mi offri molto. Sono sola, non ho nulla, non sono nulla». Si voltò ancora e guardò Parigi, brillante, bella, nel sole di una giornata perfetta. Lui seguì i suoi occhi.
«Oh», mormorò, «è dura, è dura lavorare sempre, sempre sola, senza mai un amico che si possa avere con onore, e l’amore che viene offerto significa la strada, il boulevard, quando la passione è morta. Lo so, lo sappiamo, noi altre che non abbiamo nulla, non abbiamo nessuno, e che ci concediamo, senza domande, quando amiamo, sì, senza domande, cuore e anima, conoscendo la fine».
Sfiorò la rosa sul petto. Per un istante sembrò dimenticarsi di lui, poi quietamente: «Ti ringrazio, ti sono molto grata». Aprì il libro e, strappato un petalo dalla rosa, lo lasciò cadere tra le pagine. Poi, alzando lo sguardo, disse gentilmente: «Non posso accettare».
V
Clifford impiegò un mese per rimettersi completamente, sebbene alla fine della prima settimana fosse stato dichiarato convalescente da Elliott, che era un’autorità, e la sua convalescenza fu favorita dalla cordialità con cui Rue Barrée accoglieva i suoi solenni saluti. Quaranta volte al giorno benediceva Rue Barrée per il suo rifiuto, ringraziava la sua buona stella e, allo stesso tempo, oh, nostro cuore meraviglioso!, soffriva le torture dell’infelice in amore.
Elliott era infastidito, in parte dalla reticenza di Clifford, in parte dall’inspiegabile disgelo nella freddezza di Rue Barrée. Ai loro frequenti incontri, quando lei, trotterellando lungo la rue de Seine con il portaspartiti e il grande cappello di paglia, passava davanti a Clifford e ai suoi compagni che puntavano verso est in direzione del Café Vachette, e al rispettoso scoprirsi del gruppo arrossiva e sorrideva a Clifford, i sospetti assopiti di Elliott si risvegliavano. Ma non scoprì mai nulla e alla fine rinunciò, ritenendolo al di là della sua comprensione, limitandosi a definire Clifford un idiota e a riservarsi il proprio giudizio su Rue Barrée. E per tutto questo tempo Selby era geloso. In principio si rifiutò di ammetterlo a se stesso e disertò lo studio per un giorno in campagna, ma i boschi e i campi, naturalmente, aggravarono il suo caso, i ruscelli chiacchieravano di Rue Barrée e i falciatori che si chiamavano l’un l’altro attraverso il prato finivano in un tremulo «Rue Bar-rée-e!». Quel giorno trascorso in campagna lo rese irritabile per una settimana, e lavorò con malumore da Julian, tormentato tutto il tempo dal desiderio di sapere dove fosse Clifford e cosa potesse star facendo. Ciò culminò in una passeggiata erratica di domenica che finì al mercato dei fiori sul Pont au Change, ricominciò, fu tristemente prolungata fino all’obitorio e finì di nuovo al ponte di marmo. Non poteva andare avanti così, e Selby lo sentiva, perciò andò a trovare Clifford, che stava convalescendo tra mint julep nel suo giardino.
Si sedettero insieme e discussero di morale e felicità umana, e ciascuno trovò l’altro oltremodo divertente, solo che Selby non riuscì a interrogare Clifford, con non poco divertimento di quest’ultimo. Ma i julep sparsero balsamo sulla ferita della gelosia e distillarono speranza all’infelice, e quando Selby disse che doveva andare, Clifford andò con lui, e quando Selby, per non essere da meno, insistette per accompagnare Clifford fino alla sua porta, Clifford decise di riaccompagnare Selby a metà strada, e poi, trovando difficile separarsi, decisero di cenare insieme e di «svolazzare». Svolazzare, un verbo applicato alle scorribande notturne di Clifford, esprimeva, forse meglio di qualsiasi altra cosa, l’allegria proposta. La cena fu ordinata da Mignon e, mentre Selby intervistava lo chef, Clifford teneva un occhio paterno sul maggiordomo. La cena fu un successo, o di quel genere che generalmente viene definito un successo. Verso il dessert, Selby sentì qualcuno dire, come da una grande distanza: «Il piccolo Selby, ubriaco come un signore».
Un gruppo di uomini passò vicino a loro; gli sembrò di stringere mani e ridere molto, e che tutti fossero molto spiritosi. C’era Clifford di fronte che giurava eterna confidenza al suo compagno Selby, e sembrava ci fossero altri lì, seduti accanto a loro o che passavano continuamente con il fruscio delle gonne sul pavimento lucido. Il profumo delle rose, il fruscio dei ventagli, il tocco di braccia tornite e le risate diventavano sempre più vaghi. La stanza sembrava avvolta nella nebbia. Poi, tutto in un momento, ogni oggetto emerse dolorosamente distinto, solo le forme e i volti erano distorti e le voci stridenti. Si drizzò, calmo, grave, per il momento padrone di sé, ma molto ubriaco. Sapeva di essere ubriaco ed era guardingo e vigile, sospettoso di se stesso tanto quanto lo sarebbe stato di un ladro al suo fianco. Il suo autocontrollo permise a Clifford di tenere la testa al sicuro sotto l’acqua corrente e di ritornare in strada considerevolmente malconcio, ma senza mai sospettare che il suo compagno fosse ubriaco. Per un po’ mantenne l’autocontrollo. Il suo viso era solo un po’ più pallido, un po’ più tirato del solito; era solo un tantino più lento e più meticoloso nel parlare. Era mezzanotte quando lasciò Clifford placidamente addormentato sulla poltrona di qualcuno, con un lungo guanto di camoscio che penzolava dalla mano e un boa di piume attorcigliato al collo per proteggere la gola dalle correnti d’aria. Attraversò l’atrio e scese le scale, ritrovandosi sul marciapiede in un quartiere che non conosceva. Meccanicamente alzò lo sguardo verso il nome della strada. Il nome non gli era familiare. Si voltò e diresse il suo corso verso alcune luci raggruppate in fondo alla strada. Si rivelarono più lontane di quanto avesse previsto e, dopo una lunga ricerca, giunse alla conclusione che i suoi occhi erano stati misteriosamente rimossi dai loro posti appropriati e ricollocati ai lati della testa come quelli di un uccello. Gli doleva pensare all’inconveniente che questa trasformazione avrebbe potuto causargli, e tentò di inclinare la testa, come una gallina, per testare la mobilità del collo. Poi un’immensa disperazione si impadronì di lui: le lacrime si raccolsero nei dotti lacrimali, il cuore gli si sciolse e si scontrò con un albero. Questo lo scosse fino alla comprensione; soffocò la violenta tenerezza nel petto, raccolse il cappello e proseguì più speditamente. La bocca era bianca e contratta, i denti strettamente serrati. Mantenendo la rotta piuttosto bene e deviando solo poco, dopo un tempo apparentemente interminabile si ritrovò a passare davanti a una fila di carrozze. Le luci brillanti, rosse, gialle e verdi, lo infastidivano, e sentì che sarebbe stato piacevole demolirle con il suo bastone, ma domando questo impulso proseguì. Più tardi gli venne l’idea che avrebbe risparmiato fatica prendendo una carrozza, e tornò indietro con quell’intenzione, ma le carrozze sembravano già così lontane e le lanterne erano così luminose e confuse che rinunciò e, ricomponendosi, si guardò intorno.
Un’ombra, una massa, enorme, indefinita, si ergeva alla sua destra. Riconobbe l’Arc de Triomphe e la minacciò gravemente con il bastone. La sua mole lo infastidiva. Sentiva che era troppo grande. Poi sentì qualcosa cadere fragorosamente sul marciapiede e pensò probabilmente fosse il suo bastone, ma non importava molto. Quando si fu padroneggiato e ripreso il controllo della gamba destra, che mostrava sintomi di insubordinazione, si ritrovò ad attraversare Place de la Concorde a un passo che minacciava di farlo arrivare alla Madeleine. Questo non poteva andare. Voltò bruscamente a destra e, attraversato il ponte, passò il Palais Bourbon al trotto e svoltò nel Boulevard St. Germain. Procedette abbastanza bene, sebbene la mole del Ministero della Guerra lo colpisse come un insulto personale, e sentì la mancanza del suo bastone, che sarebbe stato piacevole trascinare lungo le ringhiere di ferro al suo passaggio. Gli venne in mente, tuttavia, di sostituirlo con il cappello, ma quando lo trovò dimenticò a cosa gli servisse e lo ripose sul capo con gravità. Poi fu costretto a combattere con una violenta inclinazione a sedersi e piangere. Ciò durò finché non arrivò a rue de Rennes, ma lì si immerse nella contemplazione del drago sul balcone che sovrastava la Cour du Dragon, e il tempo scivolò via finché non ricordò vagamente di non aver nulla da fare lì, e ripartì. Era un lavoro lento. L’inclinazione a sedersi e piangere aveva lasciato il posto a un desiderio di solitaria e profonda riflessione. Qui la sua gamba destra dimenticò l’obbedienza e, attaccando la sinistra, la superò e lo portò a sbattere contro un’asse di legno che sembrava sbarrargli il passo. Provò a girarci intorno, ma trovò la strada chiusa. Provò a buttarla giù e scoprì di non riuscirci. Poi notò una lanterna rossa poggiata su un mucchio di ciottoli all’interno della barriera. Questo era piacevole. Come avrebbe fatto a tornare a casa se il boulevard era bloccato? Ma non era sul boulevard. La sua traditrice gamba destra lo aveva indotto in una deviazione, poiché lì, dietro di lui, giaceva il boulevard con la sua fila infinita di lampioni, e qui, cos’era questa stretta strada fatiscente accumulata di terra, malta e mucchi di pietre? Alzò lo sguardo. Scritte in lettere nere stridenti sulla barriera c’erano
RUE BARRÉE.
Si sedette. Due poliziotti che conosceva passarono di lì e gli consigliarono di alzarsi, ma lui discusse la questione dal punto di vista del gusto personale e quelli proseguirono, ridendo. Perché in quel momento era assorto in un problema. Era: come vedere Rue Barrée. Lei era da qualche parte in quella grande casa con i balconi di ferro, e la porta era chiusa a chiave, ma che importava? Gli venne la semplice idea di gridare finché non fosse uscita. Questa idea fu sostituita da un’altra altrettanto lucida: picchiare sulla porta finché non fosse uscita; ma alla fine, rifiutando entrambe come troppo incerte, decise di arrampicarsi sul balcone e, aprendo una finestra, chiedere cortesemente di Rue Barrée. C’era solo una finestra illuminata nella casa che potesse vedere. Era al secondo piano e verso quella rivolse gli occhi. Poi, montando sulla barriera di legno e arrampicandosi sui mucchi di pietre, raggiunse il marciapiede e guardò la facciata in cerca di un appiglio. Sembrava impossibile. Ma una furia improvvisa lo colse, un’ostinazione cieca, ubriaca, e il sangue gli salì alla testa, balzando, battendo nelle orecchie come il cupo tuono di un oceano. Strinse i denti e, balzando su un davanzale, si tirò su e si aggrappò alle sbarre di ferro. Poi la ragione fuggì; nel suo cervello sorse il suono di molte voci, il cuore gli balzò in gola battendo un folle tatuaggio, e aggrappandosi a cornicioni e sporgenze si fece strada lungo la facciata, si attaccò a tubi e persiane, e si tirò su, oltre e dentro il balcone dalla finestra illuminata. Il suo cappello cadde e rotolò contro il vetro. Per un momento rimase appoggiato senza fiato alla ringhiera, poi la finestra fu lentamente aperta dall’interno.
Si fissarono per un po’. Subito dopo, la ragazza fece due passi incerti indietro nella stanza. Vide il suo viso, tutto cremisi ora, la vide sprofondare su una sedia accanto al tavolo illuminato dalla lampada e, senza una parola, la seguì nella stanza, chiudendo dietro di sé i grandi vetri simili a porte. Poi si guardarono in silenzio.
La stanza era piccola e bianca; tutto attorno era bianco, il letto con le tende, il piccolo lavabo nell’angolo, le pareti nude, la lampada di porcellana, e il suo stesso viso, se solo lo avesse saputo, ma il viso e il collo di Rue stavano inondandosi del colore che tingeva il rosaio in fiore lì sul focolare accanto a lei. Non gli venne in mente di parlare. Lei sembrò non aspettarselo. La sua mente stava lottando con le impressioni della stanza. Il candore, l’estrema purezza di ogni cosa lo occupava, cominciava a turbarlo. Man mano che l’occhio si abituava alla luce, altri oggetti emergevano dall’ambiente e prendevano posto nel cerchio di luce della lampada. C’erano un pianoforte, un secchio per il carbone, un piccolo baule di ferro e una vasca da bagno. Poi c’era una fila di pioli di legno contro la porta, con una tenda di cotone bianco che copriva i vestiti sottostanti. Sul letto giacevano un ombrello e un grande cappello di paglia, e sul tavolo un portaspartiti dispiegato, un calamaio e fogli di carta rigata. Dietro di lui c’era un armadio con lo specchio, ma in qualche modo non aveva voglia di vedere la propria faccia in quel momento. Si stava riprendendo.
La ragazza sedeva guardandolo senza dire una parola. Il suo viso era inespressivo, eppure le labbra a tratti tremavano in modo quasi impercettibile. I suoi occhi, così meravigliosamente azzurri alla luce del giorno, sembravano scuri e morbidi come velluto, e il colore sul suo collo si intensificava e schiariva a ogni respiro. Sembrava più piccola e più esile di quando l’aveva vista per strada, e c’era ora qualcosa nella curva della sua guancia quasi infantile. Quando alla fine si voltò e colse il proprio riflesso nello specchio alle sue spalle, un fremito lo attraversò come se avesse visto una cosa vergognosa, e la sua mente annebbiata e i suoi pensieri annebbiati si fecero più chiari. Per un momento i loro occhi si incontrarono, poi i suoi cercarono il pavimento, le sue labbra si serrarono e la lotta dentro di lui gli chinò il capo e tese ogni nervo fino allo spasimo. E ora era finita, perché la voce dentro aveva parlato. Ascoltò, ottusamente interessato ma conoscendo già la fine; in effetti importava poco; la fine sarebbe stata sempre la stessa per lui; capiva ora, sempre la stessa per lui, e ascoltò, ottusamente interessato, una voce che cresceva dentro di lui. Dopo un po’ si alzò, e lei si levò subito, con una piccola mano poggiata sul tavolo. Poco dopo lui aprì la finestra, raccolse il cappello e la richiuse. Poi andò verso il rosaio e toccò i fiori con il viso. Uno era in un bicchiere d’acqua sul tavolo e, meccanicamente, la ragazza lo sfilò, lo premette con le labbra e lo posò sul tavolo accanto a lui. Lui lo prese senza una parola e, attraversando la stanza, aprì la porta. Il pianerottolo era buio e silenzioso, ma la ragazza sollevò la lampada e, scivolando oltre lui, scese le scale lucide fino all’atrio. Poi, sganciati i chiavistelli, aprì il cancello di ferro.
Attraverso di esso passò con la sua rosa.