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LE MEMORIE DI SHERLOCK HOLMES
di Arthur Conan Doyle
Indice
I. Silver Blaze II. L’avventura della scatola di cartone III. Il volto giallo IV. L’impiegato dell’agente di cambio V. La “Gloria Scott” VI. Il rituale dei Musgrave VII. I signori di Reigate VIII. L’uomo deforme IX. Il paziente stazionario X. L’interprete greco XI. Il trattato navale XII. L’ultima avventura
I. Silver Blaze
«Temo, Watson, che dovrò partire», disse Holmes mentre una mattina ci sedevamo insieme per la colazione.
«Partire! Per dove?»
«Per Dartmoor; a King’s Pyland.»
Non ne fui sorpreso. Anzi, la mia unica meraviglia era che non fosse già stato coinvolto in questo caso straordinario, che era l’unico argomento di conversazione in tutta l’Inghilterra. Per un giorno intero il mio compagno aveva girovagato per la stanza con il mento sul petto e le sopracciglia aggrottate, caricando e ricaricando la pipa con il tabacco nero più forte, e assolutamente sordo a qualsiasi mia domanda o osservazione. Le edizioni fresche di stampa di ogni giornale erano state inviate dal nostro edicolante, solo per essere sfogliate con lo sguardo e gettate in un angolo. Eppure, per quanto silenzioso fosse, sapevo perfettamente su cosa stesse rimuginando. C’era un solo problema davanti al pubblico che potesse mettere alla prova i suoi poteri di analisi, ed era la singolare sparizione del favorito per la Wessex Cup e il tragico omicidio del suo allenatore. Quando, dunque, annunciò improvvisamente la sua intenzione di recarsi sulla scena del dramma, fu solo ciò che avevo sia previsto che sperato.
«Sarei felicissimo di venire giù con te, se non dovessi essere d’intralcio», dissi.
«Mio caro Watson, mi faresti un grande favore venendo. E penso che il tuo tempo non sarà speso male, perché ci sono punti in questo caso che promettono di renderlo assolutamente unico. Abbiamo, credo, giusto il tempo di prendere il nostro treno a Paddington, e approfondirò la questione durante il viaggio. Mi faresti cosa gradita se portassi con te il tuo eccellente binocolo.»
E così accadde che un’ora o poco più tardi mi ritrovai in un angolo di uno scompartimento di prima classe in corsa verso Exeter, mentre Sherlock Holmes, con il suo volto acuto e avido incorniciato dal berretto da viaggio con i paraorecchie, si immergeva rapidamente nel fascio di giornali freschi che aveva procurato a Paddington. Avevamo lasciato Reading molto indietro prima che ne spingesse l’ultimo sotto il sedile e mi offrisse il suo portasigari.
«Andiamo bene», disse guardando fuori dal finestrino e dando un’occhiata all’orologio. «La nostra velocità attuale è di cinquantatré miglia e mezzo all’ora.»
«Non ho osservato i cippi del quarto di miglio», dissi.
«Nemmeno io. Ma i pali del telegrafo su questa linea distano sessanta iarde l’uno dall’altro, e il calcolo è semplice. Presumo che tu abbia esaminato questa faccenda dell’omicidio di John Straker e della sparizione di Silver Blaze?»
«Ho visto ciò che il Telegraph e il Chronicle hanno da dire.»
«È uno di quei casi in cui l’arte del ragionatore dovrebbe essere usata più per la cernita dei dettagli che per l’acquisizione di nuove prove. La tragedia è stata così insolita, così completa e di tale importanza personale per così tante persone, che soffriamo di una pletora di supposizioni, congetture e ipotesi. La difficoltà sta nel separare l’ossatura dei fatti – dei fatti assoluti e innegabili – dagli abbellimenti dei teorici e dei giornalisti. Poi, essendoci stabiliti su questa solida base, è nostro dovere vedere quali deduzioni si possano trarre e quali siano i punti speciali su cui ruota l’intero mistero. Martedì sera ho ricevuto telegrammi sia dal colonnello Ross, il proprietario del cavallo, sia dall’ispettore Gregory, che si sta occupando del caso, per invitarmi a collaborare.»
«Martedì sera!» esclamai. «E oggi è giovedì mattina. Perché non sei andato giù ieri?»
«Perché ho fatto un errore, mio caro Watson – il che, temo, è un evento più comune di quanto penserebbe chiunque mi conosca solo attraverso le tue memorie. Il fatto è che non potevo credere possibile che il cavallo più notevole d’Inghilterra potesse rimanere nascosto a lungo, specialmente in un luogo così scarsamente popolato come il nord di Dartmoor. Di ora in ora, ieri, mi aspettavo di sentire che era stato ritrovato e che il suo rapitore era l’assassino di John Straker. Quando, tuttavia, è arrivata un’altra mattina e ho scoperto che, oltre all’arresto del giovane Fitzroy Simpson, non era stato fatto nulla, ho sentito che era tempo per me di agire. Eppure, in qualche modo, sento che ieri non è andato sprecato.»
«Hai formulato una teoria, dunque?»
«Almeno ho afferrato i fatti essenziali del caso. Te li elencherò, perché nulla chiarisce un caso quanto l’esporlo a un’altra persona, e difficilmente potrei aspettarmi la tua collaborazione se non ti mostrassi la posizione da cui partiamo.»
Mi appoggiai contro i cuscini, aspirando il mio sigaro, mentre Holmes, sporgendosi in avanti, con il suo lungo e sottile dito indice a contare i punti sul palmo della mano sinistra, mi faceva un riassunto degli eventi che avevano portato al nostro viaggio.
«Silver Blaze», disse, «proviene dalla stirpe di Isonomy e detiene un palmarès brillante quanto il suo famoso antenato. È ora nel suo quinto anno e ha portato a turno ciascuno dei premi dell’ippica al colonnello Ross, il suo fortunato proprietario. Fino al momento della catastrofe era il primo favorito per la Wessex Cup, con scommesse di tre a uno su di lui. È sempre stato, tuttavia, un prediletto del pubblico delle corse e non li ha mai delusi, tanto che anche a quelle quote sono state puntate enormi somme di denaro su di lui. È ovvio, dunque, che c’erano molte persone che avevano il massimo interesse a impedire a Silver Blaze di essere lì alla caduta della bandiera il prossimo martedì.»
«Il fatto era, ovviamente, compreso a King’s Pyland, dove si trova la scuderia d’allenamento del colonnello. Ogni precauzione è stata presa per proteggere il favorito. L’allenatore, John Straker, è un fantino in pensione che ha corso con i colori del colonnello Ross prima di diventare troppo pesante per la bilancia. Ha servito il colonnello per cinque anni come fantino e per sette come allenatore, e si è sempre dimostrato un servitore zelante e onesto. Sotto di lui c’erano tre ragazzi; poiché lo stabilimento era piccolo, contenente solo quattro cavalli in tutto. Uno di questi ragazzi sedeva ogni notte nella scuderia, mentre gli altri dormivano nel fienile. Tutti e tre avevano un carattere eccellente. John Straker, che è un uomo sposato, viveva in una piccola villa a circa duecento iarde dalle scuderie. Non ha figli, tiene una domestica ed è benestante. La campagna circostante è molto solitaria, ma a circa mezzo miglio a nord c’è un piccolo gruppo di ville che sono state costruite da un imprenditore di Tavistock per l’uso di invalidi e altri che desiderano godere dell’aria pura di Dartmoor. Tavistock stessa si trova a due miglia a ovest, mentre attraverso la brughiera, anch’essa a circa due miglia di distanza, c’è il più grande stabilimento di allenamento di Mapleton, che appartiene a Lord Backwater ed è gestito da Silas Brown. In ogni altra direzione la brughiera è una distesa selvaggia completa, abitata solo da pochi zingari erranti. Tale era la situazione generale lunedì notte, quando si verificò la catastrofe.»
«Quella sera i cavalli erano stati addestrati e abbeverati come al solito, e le scuderie furono chiuse a chiave alle nove. Due dei ragazzi salirono a casa dell’allenatore, dove cenarono in cucina, mentre il terzo, Ned Hunter, rimase di guardia. Pochi minuti dopo le nove, la cameriera, Edith Baxter, portò giù alle scuderie la sua cena, che consisteva in un piatto di montone al curry. Non portò alcun liquido, poiché c’era un rubinetto dell’acqua nelle scuderie, ed era regola che il ragazzo di turno non dovesse bere nient’altro. La cameriera portava con sé una lanterna, poiché era molto buio e il sentiero attraversava la brughiera aperta.»
«Edith Baxter si trovava a trenta iarde dalle scuderie quando un uomo apparve dall’oscurità e le gridò di fermarsi. Mentre faceva un passo nel cerchio di luce gialla gettato dalla lanterna, vide che era una persona dall’aspetto signorile, vestita con un completo di tweed grigio, con un berretto di stoffa. Indossava ghette e portava un pesante bastone con un pomello. Rimase molto colpita, tuttavia, dall’estremo pallore del suo viso e dal nervosismo dei suoi modi. La sua età, pensò, sarebbe stata più vicina ai trenta che al di sotto.»
«“Puoi dirmi dove mi trovo?” chiese. “Avevo quasi deciso di dormire sulla brughiera, quando ho visto la luce della tua lanterna.”»
«“Sei vicino alle scuderie di addestramento di King’s Pyland”, disse lei.»
«“Oh, davvero! Che colpo di fortuna!” esclamò. “Capisco che un garzone di scuderia dorme lì solo ogni notte. Forse quella è la sua cena che gli stai portando. Ora, sono certo che non saresti troppo orgogliosa per guadagnare il prezzo di un vestito nuovo, vero?” Prese un pezzo di carta bianca ripiegato dalla tasca del suo gilet. “Assicurati che il ragazzo abbia questo stasera, e avrai il vestito più grazioso che il denaro possa comprare.”»
«Lei era spaventata dalla serietà dei suoi modi e corse oltre lui verso la finestra attraverso la quale era solita passare i pasti. Era già aperta e Hunter era seduto al piccolo tavolo all’interno. Aveva iniziato a raccontargli cosa fosse successo quando lo sconosciuto si avvicinò di nuovo.»
«“Buonasera”, disse, guardando attraverso la finestra. “Volevo scambiare due parole con te.” La ragazza ha giurato che, mentre parlava, notò l’angolo del piccolo pacchetto di carta che spuntava dalla sua mano chiusa.»
«“Che affari hai qui?” chiese il ragazzo.»
«“Sono affari che potrebbero metterti qualcosa in tasca”, disse l’altro. “Hai due cavalli iscritti alla Wessex Cup: Silver Blaze e Bayard. Dammi la dritta giusta e non ci rimetterai. È vero che al peso Bayard potrebbe dare all’altro cento iarde in cinque furlong, e che la scuderia ha puntato i propri soldi su di lui?”»
«“Ah, sei uno di quei dannati allibratori!” gridò il ragazzo. “Ti farò vedere come li trattiamo qui a King’s Pyland.” Balzò in piedi e corse attraverso la scuderia per slegare il cane. La ragazza fuggì verso la casa, ma mentre correva guardò indietro e vide che lo sconosciuto si stava sporgendo attraverso la finestra. Un minuto dopo, tuttavia, quando Hunter si precipitò fuori con il segugio, lui se n’era andato, e sebbene avesse corso tutto intorno agli edifici, non riuscì a trovare alcuna traccia di lui.»
«Un momento», chiesi. «Il garzone di scuderia, quando è corso fuori con il cane, ha lasciato la porta aperta dietro di sé?»
«Eccellente, Watson, eccellente!» mormorò il mio compagno. «L’importanza del punto mi ha colpito così violentemente che ho inviato un telegramma speciale a Dartmoor ieri per chiarire la faccenda. Il ragazzo ha chiuso la porta a chiave prima di uscire. La finestra, posso aggiungere, non era abbastanza grande per far passare un uomo.»
«Hunter aspettò finché i suoi compagni stallieri non furono tornati, poi inviò un messaggio all’allenatore e gli disse cosa era accaduto. Straker era eccitato nell’ascoltare il racconto, sebbene non sembri aver colto appieno il suo vero significato. Lo lasciò, tuttavia, vagamente inquieto, e la signora Straker, svegliandosi all’una del mattino, scoprì che si stava vestendo. In risposta alle sue domande, disse che non riusciva a dormire a causa della sua ansia per i cavalli, e che intendeva scendere alle scuderie per vedere che tutto fosse a posto. Lei lo pregò di rimanere a casa, poiché poteva sentire la pioggia picchiettare contro la finestra, ma nonostante le sue suppliche, lui indossò il suo grande impermeabile e uscì di casa.»
«La signora Straker si svegliò alle sette del mattino, per scoprire che suo marito non era ancora tornato. Si vestì in fretta, chiamò la cameriera e partì per le scuderie. La porta era aperta; all’interno, rannicchiato su una sedia, Hunter era sprofondato in uno stato di stupore assoluto, il box del favorito era vuoto e non c’erano segni del suo allenatore.»
«I due ragazzi che dormivano nel fienile sopra la selleria furono svegliati rapidamente. Non avevano sentito nulla durante la notte, poiché entrambi hanno il sonno pesante. Hunter era ovviamente sotto l’influenza di qualche potente droga, e poiché non si riusciva a cavare nulla di sensato da lui, fu lasciato smaltire mentre i due ragazzi e le due donne correvano fuori in cerca degli assenti. Avevano ancora speranze che l’allenatore avesse per qualche motivo portato fuori il cavallo per il primo esercizio, ma salendo sul poggio vicino alla casa, da cui erano visibili tutte le brughiere vicine, non solo non videro segni del favorito scomparso, ma percepirono qualcosa che li avvertì di essere in presenza di una tragedia.»
«A circa un quarto di miglio dalle scuderie, il cappotto di John Straker sventolava da un cespuglio di ginestre. Immediatamente oltre c’era una depressione a forma di conca nella brughiera, e sul fondo di questa fu trovato il cadavere dello sfortunato allenatore. La sua testa era stata frantumata da un colpo selvaggio di qualche arma pesante, ed era ferito alla coscia, dove c’era un taglio lungo e netto, inflitto evidentemente da qualche strumento molto affilato. Era chiaro, tuttavia, che Straker si era difeso vigorosamente contro i suoi assalitori, poiché nella mano destra teneva un piccolo coltello, che era incrostato di sangue fino al manico, mentre nella sinistra stringeva una cravatta di seta rossa e nera, che fu riconosciuta dalla cameriera come quella indossata la sera precedente dallo sconosciuto che aveva visitato le scuderie.»
«Hunter, ripresosi dal suo stupore, fu anche lui molto categorico riguardo alla proprietà della cravatta. Era ugualmente certo che lo stesso sconosciuto avesse, mentre stava alla finestra, drogato il suo montone al curry, privando così le scuderie del loro guardiano.»
«Per quanto riguarda il cavallo scomparso, c’erano abbondanti prove nel fango che giaceva sul fondo della fatale conca che egli era stato lì al momento della lotta. Ma da quella mattina è scomparso, e sebbene sia stata offerta una grande ricompensa e tutti gli zingari di Dartmoor siano in allerta, non è giunta alcuna notizia di lui. Infine, un’analisi ha mostrato che i resti della sua cena lasciati dal garzone contenevano una quantità apprezzabile di oppio in polvere, mentre le persone in casa avevano mangiato lo stesso piatto la stessa notte senza alcun effetto negativo.»
«Questi sono i fatti principali del caso, spogliati di ogni supposizione e dichiarati nel modo più nudo possibile. Ora ricapitolerò ciò che la polizia ha fatto in merito.»
«L’ispettore Gregory, a cui è stato affidato il caso, è un ufficiale estremamente competente. Se solo fosse dotato di immaginazione, potrebbe raggiungere grandi vette nella sua professione. Al suo arrivo, ha prontamente trovato e arrestato l’uomo su cui ricadevano naturalmente i sospetti. C’è stata poca difficoltà a trovarlo, poiché abitava in una di quelle ville che ho menzionato. Il suo nome, a quanto pare, era Fitzroy Simpson. Era un uomo di ottima nascita e istruzione, che aveva sperperato una fortuna all’ippica e che ora viveva facendo un po’ di allibratore discreto e distinto nei club sportivi di Londra. Un esame del suo libro delle scommesse mostra che scommesse per un ammontare di cinquemila sterline erano state registrate da lui contro il favorito.»
«Essendo stato arrestato, ha dichiarato spontaneamente di essere venuto a Dartmoor nella speranza di ottenere informazioni sui cavalli di King’s Pyland, e anche su Desborough, il secondo favorito, che era sotto la responsabilità di Silas Brown alle scuderie di Mapleton. Non ha tentato di negare di aver agito come descritto la sera prima, ma ha dichiarato di non aver avuto intenzioni sinistre e di aver semplicemente voluto ottenere informazioni di prima mano. Quando è stato messo di fronte alla sua cravatta, è diventato molto pallido ed è stato assolutamente incapace di giustificare la sua presenza nella mano dell’uomo ucciso. I suoi vestiti bagnati mostravano che era stato fuori durante la tempesta della notte precedente, e il suo bastone, che era un Penang-lawyer appesantito con piombo, era proprio l’arma che avrebbe potuto, con colpi ripetuti, infliggere le terribili ferite alle quali l’allenatore era soccombuto.»
«D’altra parte, non c’era alcuna ferita sulla sua persona, mentre lo stato del coltello di Straker mostrerebbe che almeno uno dei suoi aggressori deve portare il suo segno. Ecco tutto in un guscio di noce, Watson, e se puoi darmi qualche luce te ne sarò infinitamente grato.»
Avevo ascoltato con il massimo interesse la dichiarazione che Holmes, con caratteristica chiarezza, aveva posto davanti a me. Sebbene la maggior parte dei fatti mi fosse familiare, non ne avevo sufficientemente apprezzato la relativa importanza, né la loro connessione l’uno con l’altro.
«Non è possibile», suggerii, «che la ferita da taglio su Straker possa essere stata causata dal suo stesso coltello nelle lotte convulse che seguono qualsiasi lesione cerebrale?»
«È più che possibile; è probabile», disse Holmes. «In tal caso, uno dei punti principali a favore dell’accusato scompare.»
«Eppure», dissi, «anche ora non riesco a capire quale possa essere la teoria della polizia.»
«Temo che qualunque teoria si esponga abbia delle obiezioni molto gravi», rispose il mio compagno. «La polizia immagina, suppongo, che questo Fitzroy Simpson, dopo aver drogato il ragazzo e aver ottenuto in qualche modo una chiave duplicata, abbia aperto la porta della scuderia e portato fuori il cavallo, con l’intenzione, apparentemente, di rapirlo del tutto. La sua briglia manca, quindi Simpson deve avergliela messa. Poi, avendo lasciato la porta aperta dietro di sé, stava conducendo il cavallo via attraverso la brughiera, quando è stato incontrato o raggiunto dall’allenatore. Ne è nata naturalmente una disputa. Simpson ha fracassato il cranio dell’allenatore con il suo pesante bastone senza ricevere alcuna ferita dal piccolo coltello che Straker ha usato per legittima difesa, e poi il ladro ha condotto il cavallo verso qualche nascondiglio segreto, oppure potrebbe essere scappato durante la lotta e ora sta vagando per la brughiera. Questo è il caso come appare alla polizia, e per quanto sia improbabile, tutte le altre spiegazioni sono ancora più improbabili. Tuttavia, verificherò molto rapidamente la faccenda una volta arrivato sul posto, e fino ad allora non riesco davvero a vedere come possiamo andare molto oltre la nostra posizione attuale.»
Era sera prima di raggiungere la cittadina di Tavistock, che giace, come il borchia di uno scudo, nel mezzo dell’enorme cerchio di Dartmoor. Due gentiluomini ci stavano aspettando alla stazione: uno un uomo alto e biondo con capelli e barba leonini e occhi azzurri curiosamente penetranti; l’altro una persona piccola e all’erta, molto curata ed elegante, in redingote e ghette, con piccoli baffi curati e un monocolo. Quest’ultimo era il colonnello Ross, il noto sportivo; l’altro, l’ispettore Gregory, un uomo che si stava rapidamente facendo un nome nel servizio investigativo inglese.
«Sono lieto che siate venuti giù, signor Holmes», disse il colonnello. «L’ispettore qui ha fatto tutto ciò che si poteva suggerire, ma desidero non lasciare nulla di intentato per cercare di vendicare il povero Straker e recuperare il mio cavallo.»
«Ci sono stati sviluppi recenti?» chiese Holmes.
«Mi dispiace dire che abbiamo fatto ben pochi progressi», disse l’ispettore. «Abbiamo una carrozza scoperta fuori, e siccome senza dubbio vorreste vedere il posto prima che la luce svanisca, potremmo parlarne mentre guidiamo.»
Un minuto dopo eravamo tutti seduti in una comoda landau e stavamo percorrendo a gran velocità la caratteristica cittadina del Devonshire. L’ispettore Gregory era immerso nel suo caso e riversava un flusso di osservazioni, mentre Holmes inseriva una domanda o un’interiezione occasionale. Il colonnello Ross sedeva appoggiato allo schienale con le braccia incrociate e il cappello calato sugli occhi, mentre io ascoltavo con interesse il dialogo dei due investigatori. Gregory stava esponendo la sua teoria, che era quasi esattamente ciò che Holmes aveva predetto sul treno.
«La rete si sta stringendo attorno a Fitzroy Simpson», osservò, «e io stesso credo che sia lui il nostro uomo. Allo stesso tempo riconosco che le prove sono puramente indiziarie e che qualche nuovo sviluppo potrebbe ribaltarle.»
«E per quanto riguarda il coltello di Straker?»
«Siamo giunti alla conclusione che si sia ferito da solo nella caduta.»
«Il mio amico dottor Watson mi ha suggerito questa possibilità mentre scendevamo. Se fosse così, giocherebbe a sfavore di quest’uomo, Simpson.»
«Indubbiamente. Non ha né un coltello né alcun segno di ferita. Le prove contro di lui sono certamente molto forti. Aveva un grande interesse per la scomparsa del favorito. È sospettato di aver avvelenato lo stalliere, era indubbiamente fuori durante il temporale, era armato di un pesante bastone e la sua cravatta è stata trovata nella mano del morto. Credo davvero che abbiamo abbastanza per presentarci davanti a una giuria.»
Holmes scosse la testa. «Un avvocato astuto ridurrebbe tutto in brandelli», disse. «Perché avrebbe dovuto portare il cavallo fuori dalla scuderia? Se avesse voluto fargli del male, perché non avrebbe potuto farlo lì? È stata trovata una copia della chiave in suo possesso? Quale farmacista gli ha venduto l’oppio in polvere? Soprattutto, dove potrebbe mai, essendo un estraneo nella zona, nascondere un cavallo, e un cavallo come questo? Qual è la sua spiegazione riguardo al biglietto che voleva che la cameriera desse allo stalliere?»
«Dice che si trattava di una banconota da dieci sterline. Ne è stata trovata una nel suo portafoglio. Ma le vostre altre difficoltà non sono così formidabili come sembrano. Non è un estraneo nella zona. Ha alloggiato due volte a Tavistock durante l’estate. L’oppio è stato probabilmente portato da Londra. La chiave, avendo servito al suo scopo, sarebbe stata gettata via. Il cavallo potrebbe essere in fondo a una delle fosse o delle vecchie miniere sulla brughiera.»
«Cosa dice a proposito della cravatta?»
«Riconosce che è sua e dichiara di averla smarrita. Ma è stato introdotto un nuovo elemento nel caso che potrebbe spiegare perché abbia condotto il cavallo fuori dalla scuderia.»
Holmes drizzò le orecchie.
«Abbiamo trovato tracce che mostrano che un gruppo di zingari si è accampato lunedì notte a meno di un miglio dal luogo in cui è avvenuto l’omicidio. Martedì se n’erano andati. Ora, supponendo che ci fosse un accordo tra Simpson e questi zingari, non potrebbe aver condotto il cavallo da loro quando è stato sorpreso, e non potrebbero averlo loro adesso?»
«È certamente possibile.»
«La brughiera viene setacciata alla ricerca di questi zingari. Ho anche esaminato ogni scuderia e ogni annesso a Tavistock, e per un raggio di dieci miglia.»
«C’è un’altra scuderia d’addestramento molto vicina, mi pare di capire?»
«Sì, e quello è un fattore che certamente non dobbiamo trascurare. Poiché Desborough, il loro cavallo, era secondo nelle scommesse, avevano un interesse nella scomparsa del favorito. Silas Brown, l’addestratore, è noto per aver fatto grandi scommesse sull’evento, e non era un amico del povero Straker. Abbiamo comunque esaminato le scuderie e non c’è nulla che lo colleghi alla faccenda.»
«E nulla che colleghi quest’uomo, Simpson, agli interessi delle scuderie di Mapleton?»
«Assolutamente nulla.»
Holmes si appoggiò allo schienale della carrozza e la conversazione cessò. Pochi minuti dopo il nostro cocchiere si fermò davanti a una graziosa villetta di mattoni rossi con le grondaie sporgenti che sorgeva lungo la strada. A una certa distanza, oltre un recinto, giaceva un lungo edificio con il tetto di ardesia grigia. In ogni altra direzione, le basse curve della brughiera, color bronzo per via delle felci appassite, si estendevano fino alla linea dell’orizzonte, interrotte solo dai campanili di Tavistock e da un gruppo di case verso ovest che segnava le scuderie di Mapleton. Saltammo tutti giù, ad eccezione di Holmes, che continuava a stare appoggiato allo schienale con gli occhi fissi sul cielo davanti a sé, completamente assorto nei propri pensieri. Fu solo quando gli toccai il braccio che si riscosse con un violento sussulto e scese dalla carrozza.
«Mi scusi», disse, rivolgendosi al colonnello Ross, che lo aveva guardato con un certo stupore. «Stavo sognando a occhi aperti.» C’era un bagliore nei suoi occhi e un’eccitazione repressa nel suo modo di fare che mi convinsero, abituato com’ero ai suoi modi, che avesse trovato un indizio, sebbene non potessi immaginare dove l’avesse scovato.
«Forse preferirebbe recarsi subito sul luogo del crimine, signor Holmes?» disse Gregory.
«Credo che preferirei restare qui un po’ ed esaminare una o due questioni di dettaglio. Straker è stato riportato qui, suppongo?»
«Sì; giace al piano di sopra. L’inchiesta è prevista per domani.»
«È stato al vostro servizio per alcuni anni, colonnello Ross?»
«L’ho sempre trovato un eccellente servitore.»
«Suppongo che abbiate fatto un inventario di ciò che aveva nelle tasche al momento della sua morte, ispettore?»
«Ho gli oggetti stessi nel salotto, se vi farebbe piacere vederli.»
«Ne sarei molto lieto.» Entrammo tutti nella stanza anteriore e ci sedemmo attorno al tavolo centrale mentre l’ispettore apriva una scatola di latta quadrata e deponeva un piccolo mucchio di oggetti davanti a noi. C’erano una scatola di fiammiferi, due pollici di candela di sego, una pipa di radica A.D.P., un portatabacco di pelle di foca con mezza oncia di Cavendish a taglio lungo, un orologio d’argento con catena d’oro, cinque sterline d’oro, un portamine di alluminio, alcuni documenti e un coltello con manico d’avorio con una lama molto delicata e rigida, marcato Weiss & Co., Londra.
«Questo è un coltello molto singolare», disse Holmes, sollevandolo ed esaminandolo minuziosamente. «Suppongo, dato che vedo delle macchie di sangue sopra, che sia quello trovato nella mano dell’uomo morto. Watson, questo coltello è sicuramente nel vostro campo?»
«È ciò che chiamiamo un coltello per cataratta», dissi.
«Lo immaginavo. Una lama molto delicata concepita per un lavoro molto delicato. Una cosa strana da portare con sé durante una spedizione accidentata, specialmente perché non si richiudeva in tasca.»
«La punta era protetta da un disco di sughero che abbiamo trovato accanto al corpo», disse l’ispettore. «Sua moglie ci dice che il coltello era appoggiato sul tavolo da toeletta e che lui lo aveva preso mentre lasciava la stanza. Era una povera arma, ma forse la migliore su cui potesse mettere le mani in quel momento.»
«Molto possibile. E questi documenti?»
«Tre di essi sono ricevute di conti di mercanti di fieno. Uno è una lettera di istruzioni del colonnello Ross. Quest’altro è un conto di una modista per trentasette sterline e quindici scellini intestato a Madame Lesurier, di Bond Street, a nome di William Derbyshire. La signora Straker ci dice che Derbyshire era un amico di suo marito e che occasionalmente le sue lettere venivano indirizzate qui.»
«La signora Derbyshire aveva gusti alquanto costosi», osservò Holmes, dando un’occhiata al conto. «Ventidue ghinee sono piuttosto care per un singolo costume. Comunque non sembra esserci altro da imparare, e possiamo ora andare sul luogo del crimine.»
Mentre uscivamo dal salotto, una donna, che aveva aspettato nel corridoio, fece un passo avanti e posò la mano sulla manica dell’ispettore. Il suo volto era emaciato, magro e ansioso, segnato dall’impronta di un orrore recente.
«Li avete presi? Li avete trovati?» ansimò.
«No, signora Straker. Ma il signor Holmes qui presente è venuto da Londra per aiutarci e faremo tutto ciò che è possibile.»
«Di sicuro l’ho incontrata a Plymouth a un ricevimento in giardino qualche tempo fa, signora Straker?» disse Holmes.
«No, signore; si sbaglia.»
«Oh cielo! Eppure avrei potuto giurarlo. Indossava un costume di seta color tortora con finiture in piume di struzzo.»
«Non ho mai avuto un vestito simile, signore», rispose la signora.
«Ah, questo chiude la questione», disse Holmes. E con delle scuse seguì l’ispettore all’esterno. Una breve passeggiata attraverso la brughiera ci portò nella conca in cui era stato trovato il corpo. Sul ciglio c’era il cespuglio di ginestra su cui era stato appeso il cappotto.
«Non c’era vento quella notte, mi pare di capire», disse Holmes.
«Nessuno; ma pioggia molto forte.»
«In tal caso il soprabito non è stato spinto dal vento contro il cespuglio di ginestra, ma vi è stato deposto.»
«Sì, era steso sopra il cespuglio.»
«Mi riempite di interesse, vedo che il terreno è stato calpestato parecchio. Senza dubbio molti piedi sono stati qui da lunedì notte.»
«Un pezzo di stuoia è stato posato qui di lato, e siamo stati tutti fermi lì sopra.»
«Eccellente.»
«In questa borsa ho uno degli stivali che indossava Straker, una delle scarpe di Fitzroy Simpson e un ferro di cavallo perduto da Silver Blaze.»
«Mio caro ispettore, vi superate!» Holmes prese la borsa e, scendendo nella conca, spinse la stuoia in una posizione più centrale. Poi, distendendosi a pancia in giù e appoggiando il mento sulle mani, fece un attento studio del fango calpestato davanti a sé. «Allo!» disse improvvisamente. «Cos’è questo?» Era un fiammifero di cera mezzo bruciato, che era così ricoperto di fango da sembrare all’inizio un piccolo frammento di legno.
«Non riesco a capire come mi sia sfuggito», disse l’ispettore, con un’espressione di disappunto.
«Era invisibile, sepolto nel fango. L’ho visto solo perché lo stavo cercando.»
«Cosa! Vi aspettavate di trovarlo?»
«Non mi sembrava improbabile.»
Prese gli stivali dalla borsa e confrontò le impronte di ciascuno con i segni sul terreno. Poi si arrampicò sul bordo della conca e strisciò tra le felci e i cespugli.
«Temo che non ci siano altre tracce», disse l’ispettore. «Ho esaminato il terreno molto attentamente per cento iarde in ogni direzione.»
«Davvero!» disse Holmes, alzandosi. «Non avrei l’impertinenza di farlo di nuovo dopo quello che dite. Ma vorrei fare una piccola passeggiata sulla brughiera prima che faccia buio, così da conoscere il mio terreno domani, e penso che metterò questo ferro di cavallo in tasca per buona fortuna.»
Il colonnello Ross, che aveva mostrato segni di impazienza per il metodo di lavoro calmo e sistematico del mio compagno, guardò l’orologio. «Vorrei che tornaste con me, ispettore», disse. «Ci sono diversi punti sui quali vorrei il vostro parere, e specialmente se non dobbiamo al pubblico il dovere di rimuovere il nome del nostro cavallo dalle iscrizioni per la Coppa.»
«Certamente no», gridò Holmes con decisione. «Lascerei il nome al suo posto.»
Il colonnello s’inchinò. «Sono molto lieto di aver avuto il vostro parere, signore», disse. «Ci troverete a casa del povero Straker quando avrete finito la vostra passeggiata, e potremo andare insieme a Tavistock in carrozza.»
Tornò indietro con l’ispettore, mentre io e Holmes camminavamo lentamente attraverso la brughiera. Il sole stava iniziando a tramontare dietro le scuderie di Mapleton e la lunga pianura in pendenza davanti a noi era tinta d’oro, che si approfondiva in ricchi marroni rossastri dove le felci appassite e i rovi coglievano la luce della sera. Ma le glorie del paesaggio erano tutte sprecate per il mio compagno, che era sprofondato nei pensieri più profondi.
«È così, Watson», disse alla fine. «Possiamo lasciare da parte la questione di chi abbia ucciso John Straker per un momento e limitarci a scoprire che fine abbia fatto il cavallo. Ora, supponendo che sia fuggito durante o dopo la tragedia, dove sarebbe potuto andare? Il cavallo è una creatura molto socievole. Se lasciato a se stesso, il suo istinto sarebbe stato quello di tornare a King’s Pyland o di andare a Mapleton. Perché dovrebbe correre libero sulla brughiera? Sarebbe stato sicuramente visto ormai. E perché gli zingari dovrebbero rapirlo? Questa gente se la svigna sempre quando sente parlare di guai, perché non vuole essere infastidita dalla polizia. Non potrebbero sperare di vendere un cavallo simile. Correrebbero un rischio enorme senza guadagnarci nulla. Sicuramente è chiaro.»
«Dov’è, allora?»
«Ho già detto che deve essere andato a King’s Pyland o a Mapleton. Non è a King’s Pyland. Pertanto è a Mapleton. Prendiamolo come ipotesi di lavoro e vediamo dove ci conduce. Questa parte della brughiera, come ha osservato l’ispettore, è molto dura e asciutta. Ma degrada verso Mapleton, e da qui si può vedere che c’è una lunga conca laggiù, che deve essere stata molto umida lunedì notte. Se la nostra supposizione è corretta, allora il cavallo deve averla attraversata, ed è lì che dovremmo cercare le sue tracce.»
Avevamo camminato a passo svelto durante questa conversazione e pochi minuti ci portarono alla conca in questione. Su richiesta di Holmes, camminai lungo la riva a destra, e lui a sinistra, ma non avevo fatto cinquanta passi prima di sentirlo lanciare un grido e vederlo agitare la mano verso di me. L’impronta di un cavallo era chiaramente delineata nel terreno soffice davanti a lui, e il ferro che aveva preso dalla tasca si adattava esattamente all’impronta.
«Vedi il valore dell’immaginazione», disse Holmes. «È l’unica qualità che manca a Gregory. Abbiamo immaginato cosa potesse essere successo, abbiamo agito secondo la supposizione e ci troviamo giustificati. Procediamo.»
Attraversammo il fondovalle paludoso e superammo un quarto di miglio di erba secca e dura. Di nuovo il terreno degradava e di nuovo trovammo le tracce. Poi le perdemmo per mezzo miglio, solo per ritrovarle ancora una volta molto vicino a Mapleton. Fu Holmes a vederle per primo, e rimase in piedi a indicarle con uno sguardo di trionfo sul volto. La traccia di un uomo era visibile accanto a quella del cavallo.
«Il cavallo era solo prima», gridai.
«Proprio così. Era solo prima. Allo, cos’è questo?»
La doppia traccia girò bruscamente e prese la direzione di King’s Pyland. Holmes fischiò ed entrambi la seguimmo. I suoi occhi erano sulla pista, ma io accadde che guardassi un po’ di lato e vidi con sorpresa le stesse tracce tornare indietro nella direzione opposta.
«Una per te, Watson», disse Holmes, quando glielo feci notare. «Ci hai risparmiato una lunga camminata, che ci avrebbe riportato sui nostri stessi passi. Seguiamo la traccia di ritorno.»
Non dovemmo andare lontano. Finiva sul selciato di asfalto che portava ai cancelli delle scuderie di Mapleton. Mentre ci avvicinavamo, uno stalliere corse fuori da esse.
«Non vogliamo sfaccendati da queste parti», disse.
«Volevo solo fare una domanda», disse Holmes, con il dito e il pollice nella tasca del gilet. «Sarei troppo in anticipo per vedere il vostro padrone, il signor Silas Brown, se venissi a bussare alle cinque di domani mattina?»
«Dio vi benedica, signore, se c’è qualcuno in giro sarà lui, perché è sempre il primo a muoversi. Ma eccolo qui, signore, a rispondere alle vostre domande di persona. No, signore, no; ne va del mio posto lasciarvi toccare i vostri soldi. Dopo, se volete.»
Mentre Sherlock Holmes riponeva la mezza corona che aveva estratto dalla tasca, un uomo anziano dall’aspetto feroce uscì a grandi passi dal cancello con un frustino da caccia che oscillava nella mano.
«Cos’è questo, Dawson!» gridò. «Niente chiacchiere! Tornate al vostro lavoro! E voi, che diavolo volete qui?»
«Dieci minuti di conversazione con voi, mio buon signore», disse Holmes con la voce più dolce.
«Non ho tempo di parlare con ogni vagabondo. Non vogliamo estranei qui. Via, o potreste trovarvi un cane alle calcagna.»
Holmes si sporse in avanti e sussurrò qualcosa all’orecchio dell’addestratore. Questi trasalì violentemente e arrossì fino alle tempie.
«È una bugia!» gridò, «una bugia infernale!»
«Benissimo. Vogliamo discuterne qui in pubblico o parlarne nel vostro salotto?»
«Oh, entrate se volete.»
Holmes sorrise. «Non vi terrò per più di pochi minuti, Watson», disse. «Ora, signor Brown, sono a sua completa disposizione.»
Passarono venti minuti e i rossi erano tutti sbiaditi in grigi prima che Holmes e l’addestratore riappariro. Non ho mai visto un tale cambiamento come quello che era stato apportato a Silas Brown in quel breve lasso di tempo. Il suo viso era pallido come la cenere, gocce di sudore brillavano sulla sua fronte e le sue mani tremavano al punto che il frustino da caccia ondeggiava come un ramo nel vento. Anche il suo modo di fare prepotente e arrogante era svanito, e strisciava al fianco del mio compagno come un cane con il suo padrone.
«Le vostre istruzioni saranno eseguite. Sarà tutto fatto», disse.
«Non deve esserci alcun errore», disse Holmes, guardandosi intorno verso di lui. L’altro trasalì leggendo la minaccia nei suoi occhi.
«Oh no, non ci sarà alcun errore. Sarà lì. Dovrei cambiarlo prima o no?»
Holmes rifletté un po’ e poi scoppiò a ridere. «No, non farlo», disse; «ti scriverò a riguardo. Niente trucchi, ora, o…»
«Oh, potete fidarvi di me, potete fidarvi di me!»
«Sì, penso di sì. Bene, avrete mie notizie domani.» Si voltò sui tacchi, ignorando la mano tremante che l’altro gli porgeva, e ci avviammo verso King’s Pyland.
«Un composto più perfetto di prepotente, codardo e subdolo di Mastro Silas Brown raramente ne ho incontrati», osservò Holmes mentre procedevamo insieme.
«Ha il cavallo, allora?»
«Ha cercato di cavarsela con arroganza, ma gli ho descritto così esattamente quali erano state le sue azioni quella mattina che è convinto che lo stessi osservando. Naturalmente avrete notato le punte stranamente squadrate nelle impronte, e che i suoi stivali corrispondevano esattamente ad esse. Di nuovo, naturalmente nessun subordinato avrebbe osato fare una cosa del genere. Gli ho descritto come, quando secondo la sua abitudine era il primo a scendere, ha scorto uno strano cavallo vagare sulla brughiera. Come sia uscito verso di esso, e il suo stupore nel riconoscere, dalla fronte bianca che ha dato al favorito il suo nome, che il caso aveva messo in suo potere l’unico cavallo che poteva battere quello su cui aveva puntato i suoi soldi. Poi gli ho descritto come il suo primo impulso fosse stato quello di riportarlo a King’s Pyland, e come il diavolo gli avesse mostrato come avrebbe potuto nascondere il cavallo fino alla fine della gara, e come l’avesse riportato indietro e nascosto a Mapleton. Quando gli ho raccontato ogni dettaglio, si è arreso e ha pensato solo a salvare la propria pelle.»
«Ma le sue scuderie erano state perquisite?»
«Oh, un vecchio imbroglione di cavalli come lui ha molti trucchi.»
«Ma non temete di lasciare il cavallo in suo potere ora, visto che ha tutto l’interesse a fargli del male?»
«Mio caro amico, lo custodirà come la pupilla dei suoi occhi. Sa che la sua unica speranza di clemenza è di restituirlo sano e salvo.»
«Il colonnello Ross non mi ha dato l’impressione di un uomo che sarebbe incline a mostrare molta clemenza in ogni caso.»
«La questione non dipende dal colonnello Ross. Io seguo i miei metodi e dico tanto o poco quanto mi pare. Questo è il vantaggio di essere non ufficiali. Non so se lo abbiate notato, Watson, ma il modo di fare del colonnello è stato appena un tantino sprezzante nei miei confronti. Sono incline ora a divertirmi un po’ alle sue spalle. Non ditegli nulla del cavallo.»
«Certamente non senza il vostro permesso.»
«E naturalmente questo è tutto un punto minore rispetto alla questione di chi abbia ucciso John Straker.»
«E vi dedicherete a quello?»
«Al contrario, torniamo entrambi a Londra con il treno notturno.»
Rimasi folgorato dalle parole del mio amico. Eravamo nel Devonshire solo da poche ore, e il fatto che rinunciasse a un’indagine iniziata in modo così brillante mi era del tutto incomprensibile. Non riuscii a strappargli una parola di più finché non fummo tornati a casa dell’addestratore. Il colonnello e l’ispettore ci attendevano nel salotto.
«Il mio amico ed io torniamo in città con il treno espresso notturno» disse Holmes. «Abbiamo goduto di una deliziosa boccata della vostra splendida aria di Dartmoor.»
L’ispettore spalancò gli occhi e il labbro del colonnello si arricciò in un sogghigno.
«Quindi disperate di arrestare l’assassino del povero Straker» disse questi.
Holmes scrollò le spalle. «Ci sono certamente gravi difficoltà sul cammino» disse. «Ho ogni speranza, tuttavia, che il vostro cavallo parta martedì, e vi prego di far sì che il vostro fantino sia pronto. Potrei chiedere una fotografia del signor John Straker?»
L’ispettore ne prese una da una busta e gliela porse.
«Mio caro Gregory, anticipate tutti i miei desideri. Se potessi chiedervi di attendere qui per un istante, avrei una domanda che vorrei porre alla cameriera.»
«Devo dire che sono piuttosto deluso dal nostro consulente londinese» disse il colonnello Ross, schiettamente, non appena il mio amico uscì dalla stanza. «Non vedo che siamo più avanti di quando è arrivato.»
«Almeno avete la sua assicurazione che il vostro cavallo correrà» dissi io.
«Sì, ho la sua assicurazione» disse il colonnello, scrollando le spalle. «Preferirei avere il cavallo.»
Stavo per replicare in difesa del mio amico quando questi entrò di nuovo nella stanza.
«Ora, signori» disse, «sono pronto per Tavistock.»
Mentre salivamo in carrozza, uno dei ragazzi di scuderia tenne aperta la portiera per noi. Un’idea improvvisa sembrò balenare a Holmes, poiché si sporse in avanti e toccò il ragazzo sulla manica.
«Avete alcune pecore nel recinto» disse. «Chi se ne occupa?»
«Io, signore.»
«Avete notato qualcosa di insolito in loro ultimamente?»
«Beh, signore, non di grande importanza; ma tre di loro sono zoppe, signore.»
Vidi che Holmes era estremamente soddisfatto, poiché ridacchiò e si strofinò le mani.
«Un colpo azzardato, Watson; un colpo molto azzardato» disse, pizzicandomi il braccio. «Gregory, lasciate che raccomandi alla vostra attenzione questa singolare epidemia tra le pecore. Avanti, cocchiere!»
Il colonnello Ross mostrava ancora un’espressione che rivelava la scarsa considerazione che si era fatto delle capacità del mio compagno, ma vidi dal volto dell’ispettore che la sua attenzione era stata vivamente destata.
«Ritenete che sia importante?» chiese.
«Estremamente.»
«C’è qualche punto su cui vorreste richiamare la mia attenzione?»
«Sul curioso incidente del cane durante la notte.»
«Il cane non ha fatto nulla durante la notte.»
«Quello è stato il curioso incidente» osservò Sherlock Holmes.
Quattro giorni dopo Holmes ed io eravamo di nuovo sul treno, diretti a Winchester per assistere alla corsa per la Wessex Cup. Il colonnello Ross ci incontrò su appuntamento fuori dalla stazione e andammo in carrozza all’ippodromo oltre la città. Il suo volto era grave e il suo modo di fare era estremamente freddo.
«Non ho visto nulla del mio cavallo» disse.
«Suppongo che lo riconoscereste vedendolo?» chiese Holmes.
Il colonnello era molto arrabbiato. «Sono nell’ambiente dell’ippica da vent’anni e non mi è mai stata posta una domanda simile prima d’ora» disse. «Un bambino riconoscerebbe Silver Blaze, con la sua fronte bianca e la zampa anteriore destra maculata.»
«Come vanno le scommesse?»
«Beh, questa è la parte curiosa. Avreste potuto avere quindici a uno ieri, ma la quota è diventata sempre più bassa, finché ora difficilmente potete ottenerne tre a uno.»
«Hum!» disse Holmes. «Qualcuno sa qualcosa, è chiaro.»
Mentre la carrozza si fermava nel recinto vicino alla tribuna, diedi un’occhiata al programma per vedere gli iscritti. Diceva:—
Wessex Plate. 50 sovrane ciascuno metà forfeit con 1000 sovrane aggiunte per cavalli di quattro e cinque anni. Secondo, £300. Terzo, £200. Nuovo percorso (un miglio e cinque furlong). 1. The Negro del signor Heath Newton (berretto rosso, giubba color cannella). 2. Pugilist del colonnello Wardlaw (berretto rosa, giubba blu e nera). 3. Desborough di Lord Backwater (berretto e maniche gialle). 4. Silver Blaze del colonnello Ross (berretto nero, giubba rossa). 5. Iris del Duca di Balmoral (strisce gialle e nere). 6. Rasper di Lord Singleford (berretto viola, maniche nere).
«Abbiamo ritirato l’altro e riposto ogni speranza nella vostra parola» disse il colonnello. «Ma cosa c’è? Silver Blaze favorito?»
«Cinque a quattro contro Silver Blaze!» ruggiva il ring. «Cinque a quattro contro Silver Blaze! Cinque a quindici contro Desborough! Cinque a quattro sul campo!»
«I numeri sono esposti» gridai. «Ci sono tutti e sei.»
«Tutti e sei? Allora il mio cavallo corre» gridò il colonnello in grande agitazione. «Ma non lo vedo. I miei colori non sono passati.»
«Ne sono passati solo cinque. Deve essere lui.»
Mentre parlavo, un potente cavallo baio uscì dal recinto della pesatura e galoppò oltre noi, portando sul dorso i noti colori nero e rosso del colonnello.
«Quello non è il mio cavallo» gridò il proprietario. «Quella bestia non ha un pelo bianco sul corpo. Cosa avete fatto, signor Holmes?»
«Bene, bene, vediamo come se la cava» disse il mio amico, imperturbabile. Per alcuni minuti osservò attraverso il mio binocolo da campo. «Ottimo! Una partenza eccellente!» gridò improvvisamente. «Eccoli, arrivano lungo la curva!»
Dalla nostra carrozza avevamo una vista superba mentre risalivano il rettilineo. I sei cavalli erano così vicini che un tappeto avrebbe potuto coprirli, ma a metà percorso il giallo della scuderia di Mapleton apparve in testa. Prima che ci raggiungessero, tuttavia, la corsa di Desborough era finita e il cavallo del colonnello, scattando in avanti, superò il traguardo di ben sei lunghezze davanti al suo rivale, con l’Iris del Duca di Balmoral arrivato terzo staccato.
«È la mia corsa, comunque» ansimò il colonnello, passandosi una mano sugli occhi. «Confesso di non riuscire a capirci nulla. Non pensate di aver mantenuto il vostro mistero abbastanza a lungo, signor Holmes?»
«Certamente, colonnello, saprete tutto. Andiamo tutti a dare un’occhiata al cavallo insieme. Eccolo qui» continuò, mentre ci facevamo strada nel recinto della pesatura, dove sono ammessi solo i proprietari e i loro amici. «Dovete solo lavargli il muso e la zampa con alcol, e scoprirete che è lo stesso vecchio Silver Blaze di sempre.»
«Mi togliete il fiato!»
«L’ho trovato nelle mani di un falsario e mi sono preso la libertà di farlo correre proprio così come era stato spedito.»
«Mio caro signore, avete fatto prodigi. Il cavallo sembra molto in forma e sano. Non è mai andato meglio in vita sua. Vi devo mille scuse per aver dubitato della vostra abilità. Mi avete reso un grande servizio recuperando il mio cavallo. Mi fareste un favore ancora più grande se poteste mettere le mani sull’assassino di John Straker.»
«L’ho fatto» disse Holmes tranquillamente.
Il colonnello ed io lo fissammo con stupore. «Lo avete preso! Dov’è, allora?»
«È qui.»
«Qui! Dove?»
«In mia compagnia in questo momento.»
Il colonnello arrossì con rabbia. «Riconosco certamente di essere in debito con voi, signor Holmes» disse, «ma devo considerare ciò che avete appena detto come uno scherzo di cattivo gusto o un insulto.»
Sherlock Holmes rise. «Vi assicuro che non vi ho associato al crimine, colonnello» disse. «Il vero assassino si trova immediatamente dietro di voi.» Passò oltre e posò la mano sul collo lucido del purosangue.
«Il cavallo!» gridarono sia il colonnello che io.
«Sì, il cavallo. E potrebbe diminuire la sua colpa se dicessi che è stato fatto per legittima difesa e che John Straker era un uomo del tutto indegno della vostra fiducia. Ma ecco il campanello, e siccome spero di vincere qualcosa su questa prossima corsa, rimanderò una lunga spiegazione a un momento più opportuno.»
Quella sera avevamo l’angolo di una carrozza Pullman tutto per noi mentre tornavamo a Londra, e immagino che il viaggio sia stato breve per il colonnello Ross tanto quanto per me, mentre ascoltavamo la narrazione del mio compagno degli eventi che si erano svolti nelle scuderie di addestramento di Dartmoor il lunedì sera, e i mezzi con cui li aveva risolti.
«Confesso» disse, «che qualsiasi teoria che avessi formato dai resoconti dei giornali era del tutto errata. Eppure c’erano indicazioni, se non fossero state sommerse da altri dettagli che ne celavano il vero significato. Andai nel Devonshire con la convinzione che Fitzroy Simpson fosse il vero colpevole, sebbene, naturalmente, vedessi che le prove contro di lui non erano affatto complete. Fu mentre ero in carrozza, proprio mentre raggiungevamo la casa dell’addestratore, che l’immensa importanza del montone al curry mi balenò in mente. Ricorderete che ero distratto e rimasi seduto dopo che tutti eravate scesi. Mi meravigliavo tra me e me di come avessi potuto trascurare un indizio così ovvio.»
«Confesso» disse il colonnello, «che anche ora non vedo come ci aiuti.»
«Fu il primo anello della mia catena di ragionamenti. L’oppio in polvere non è affatto insapore. Il sapore non è sgradevole, ma è percepibile. Se fosse mescolato a qualsiasi piatto comune, chi mangia lo noterebbe senza dubbio e probabilmente non ne mangerebbe più. Un curry era esattamente il mezzo adatto a mascherare questo sapore. Per nessuna supposizione possibile questo sconosciuto, Fitzroy Simpson, avrebbe potuto far servire del curry alla famiglia dell’addestratore quella sera, ed è sicuramente una coincidenza troppo mostruosa supporre che egli sia capitato proprio con dell’oppio in polvere nella stessa notte in cui accadeva che venisse servito un piatto che avrebbe mascherato il sapore. È impensabile. Pertanto Simpson viene eliminato dal caso, e la nostra attenzione si concentra su Straker e sua moglie, le uniche due persone che avrebbero potuto scegliere il montone al curry per cena quella sera. L’oppio fu aggiunto dopo che il piatto fu messo da parte per il ragazzo di scuderia, poiché gli altri mangiarono la stessa cosa per cena senza effetti negativi. Chi di loro, dunque, ebbe accesso a quel piatto senza che la cameriera li vedesse?
«Prima di decidere quella questione avevo colto il significato del silenzio del cane, poiché una deduzione corretta ne suggerisce invariabilmente altre. L’incidente di Simpson mi aveva mostrato che un cane era tenuto nelle scuderie, eppure, sebbene qualcuno fosse entrato e avesse portato fuori un cavallo, non aveva abbaiato abbastanza da svegliare i due ragazzi nel sottotetto. Ovviamente il visitatore di mezzanotte era qualcuno che il cane conosceva bene.
«Ero già convinto, o quasi, che John Straker fosse sceso alle scuderie nel cuore della notte e avesse preso Silver Blaze. Con quale scopo? Con uno disonesto, ovviamente, altrimenti perché avrebbe drogato il suo stesso ragazzo di scuderia? Eppure ero in difficoltà nel sapere perché. Ci sono stati casi, prima d’ora, in cui gli addestratori si sono assicurati grandi somme di denaro scommettendo contro i propri cavalli, tramite agenti, e poi impedendo loro di vincere con l’inganno. A volte è un fantino che trattiene il cavallo. A volte è un mezzo più sicuro e sottile. Cosa era qui? Speravo che il contenuto delle sue tasche potesse aiutarmi a giungere a una conclusione.
«E così fu. Non potete aver dimenticato lo strano coltello che fu trovato nella mano dell’uomo morto, un coltello che certamente nessun uomo sano di mente sceglierebbe come arma. Era, come ci disse il dottor Watson, un tipo di coltello che viene usato per le operazioni più delicate note in chirurgia. Ed era per un’operazione delicata che doveva essere usato quella sera. Dovete sapere, con la vostra vasta esperienza in fatto di corse, colonnello Ross, che è possibile praticare una leggera incisione sui tendini del garretto di un cavallo, e farlo sottocute, così da non lasciare assolutamente alcuna traccia. Un cavallo così trattato svilupperebbe una leggera zoppia, che verrebbe attribuita a uno sforzo durante l’esercizio o a un tocco di reumatismi, ma mai a un gioco sporco.»
«Villano! Mascalzone!» gridò il colonnello.
«Abbiamo qui la spiegazione del perché John Straker volesse portare il cavallo fuori nella brughiera. Una creatura così vivace avrebbe certamente svegliato i dormiglioni più pesanti quando avesse sentito la puntura del coltello. Era assolutamente necessario farlo all’aria aperta.»
«Sono stato cieco!» gridò il colonnello. «Certo, ecco perché aveva bisogno della candela e ha acceso il fiammifero.»
«Indubbiamente. Ma esaminando i suoi averi sono stato abbastanza fortunato da scoprire non solo il metodo del crimine, ma anche i suoi moventi. Da uomo di mondo, colonnello, sapete che gli uomini non portano in giro per le tasche le bollette di altre persone. Abbiamo quasi tutti abbastanza da fare per regolare le nostre. Conclusi subito che Straker conduceva una doppia vita e manteneva una seconda dimora. La natura della bolletta mostrava che c’era una signora di mezzo, e una che aveva gusti costosi. Per quanto generoso siate con i vostri servitori, si può difficilmente pretendere che possano comprare abiti da passeggio da venti ghinee per le loro dame. Interrogai la signora Straker sull’abito senza che lo sapesse, e essendomi assicurato che non era mai arrivato a lei, presi nota dell’indirizzo della modista e sentii che, presentandomi lì con la fotografia di Straker, avrei potuto facilmente liquidare il mitico Derbyshire.
«Da quel momento tutto fu chiaro. Straker aveva condotto fuori il cavallo verso una conca dove la sua luce sarebbe stata invisibile. Simpson nella sua fuga aveva lasciato cadere la sua cravatta, e Straker l’aveva raccolta — con qualche idea, forse, che potesse usarla per bloccare la zampa del cavallo. Una volta nella conca, si era messo dietro al cavallo e aveva acceso una luce; ma la creatura, spaventata dall’improvviso bagliore e con lo strano istinto degli animali che percepiscono che si intende fare qualche danno, aveva scalciato, e il ferro d’acciaio aveva colpito Straker in piena fronte. Aveva già, nonostante la pioggia, tolto il cappotto per compiere il suo delicato compito, e così, mentre cadeva, il suo coltello gli squarciò la coscia. Sono chiaro?»
«Meraviglioso!» gridò il colonnello. «Meraviglioso! Saremmo potuti essere lì!»
«Il mio ultimo colpo è stato, lo confesso, molto azzardato. Mi è venuto in mente che un uomo astuto come Straker non avrebbe intrapreso questa delicata incisione dei tendini senza un po’ di pratica. Su cosa poteva fare pratica? I miei occhi sono caduti sulle pecore, e ho fatto una domanda che, con mia sorpresa, ha dimostrato che la mia congettura era corretta.
«Quando sono tornato a Londra sono passato dalla modista, che ha riconosciuto Straker come un eccellente cliente di nome Derbyshire, che aveva una moglie molto elegante, con una spiccata predilezione per gli abiti costosi. Non ho dubbi che questa donna lo abbia fatto sprofondare fino al collo nei debiti, portandolo così in questo miserabile complotto.»
«Avete spiegato tutto tranne una cosa» gridò il colonnello. «Dov’era il cavallo?»
«Ah, era scappato ed è stato curato da uno dei vostri vicini. Dobbiamo avere un’amnistia in quella direzione, credo. Questa è Clapham Junction, se non erro, e saremo a Victoria in meno di dieci minuti. Se vi va di fumare un sigaro nelle nostre stanze, colonnello, sarò felice di darvi ogni altro dettaglio che possa interessarvi.»
II. L’avventura della scatola di cartone
Nel scegliere alcuni casi tipici che illustrano le notevoli qualità mentali del mio amico, Sherlock Holmes, ho cercato, per quanto possibile, di selezionare quelli che presentavano il minimo di sensazionalismo, offrendo al contempo un giusto campo ai suoi talenti. È, tuttavia, purtroppo impossibile separare interamente il sensazionale dal criminale, e un cronista si trova nel dilemma di dover sacrificare dettagli che sono essenziali alla sua esposizione, dando così una falsa impressione del problema, oppure deve usare materiale che il caso, e non la scelta, gli ha fornito. Con questa breve prefazione mi rivolgerò ai miei appunti di quella che si rivelò essere una strana, sebbene particolarmente terribile, catena di eventi.
Era una giornata di caldo torrido in agosto. Baker Street era come un forno, e il riverbero della luce solare sulle mattoni gialli della casa dall’altra parte della strada era doloroso alla vista. Era difficile credere che fossero le stesse pareti che incombevano così tetramente attraverso le nebbie dell’inverno. Le nostre persiane erano socchiuse e Holmes giaceva raggomitolato sul divano, leggendo e rileggendo una lettera che aveva ricevuto con la posta del mattino. Per quanto mi riguarda, il mio periodo di servizio in India mi aveva addestrato a sopportare il caldo meglio del freddo, e un termometro a novanta gradi non era un disagio. Ma il giornale del mattino non era interessante. Il Parlamento aveva chiuso. Tutti erano fuori città, e io desideravo i boschi della New Forest o la ghiaia di Southsea. Un conto in banca esaurito mi aveva costretto a rimandare le vacanze, e quanto al mio compagno, né la campagna né il mare presentavano la minima attrazione per lui. Amava giacere proprio al centro di cinque milioni di persone, con i suoi filamenti che si allungavano e correvano attraverso di loro, sensibili a ogni piccola voce o sospetto di crimine irrisolto. L’apprezzamento della natura non trovava posto tra i suoi molti doni, e il suo unico cambiamento era quando volgeva la mente dal malfattore della città a rintracciare il suo confratello della campagna.
Scoprendo che Holmes era troppo assorbito per conversare, avevo gettato via il giornale sterile e, appoggiandomi allo schienale della sedia, ero caduto in una profonda riflessione. Improvvisamente la voce del mio compagno interruppe i miei pensieri:
«Hai ragione, Watson» disse. «Sembra proprio un modo assurdo di risolvere una disputa.»
«Assurdissimo!» esclamai, e poi, realizzando improvvisamente come avesse fatto eco al pensiero più intimo della mia anima, mi sedetti sulla sedia e lo fissai con stupore assoluto.
«Cos’è questo, Holmes?» gridai. «Questo va oltre ogni cosa che avrei potuto immaginare.»
Rise di cuore per il mio sconcerto.
«Ricordi» disse, «che qualche tempo fa, quando ti lessi il passo in uno degli schizzi di Poe in cui un ragionatore acuto segue i pensieri non espressi del suo compagno, eri incline a trattare la questione come un mero tour-de-force dell’autore. Quando ho fatto notare che ero costantemente abituato a fare la stessa cosa, hai espresso incredulità.»
«Oh, no!»
«Forse non con la lingua, mio caro Watson, ma certamente con le sopracciglia. Quindi, quando ti ho visto gettare via il giornale ed entrare in un treno di pensieri, sono stato molto felice di avere l’opportunità di leggerlo, e infine di interromperlo, come prova del fatto che ero in sintonia con te.»
Ma ero ancora lungi dall’essere soddisfatto. «Nell’esempio che mi hai letto» dissi, «il ragionatore traeva le sue conclusioni dalle azioni dell’uomo che osservava. Se ricordo bene, inciampava su un mucchio di pietre, guardava le stelle e così via. Ma io sono rimasto seduto tranquillamente sulla mia sedia, e quali indizi avrò mai potuto darti?»
«Ti fai un torto. I lineamenti sono dati all’uomo come mezzo con cui deve esprimere le sue emozioni, e i tuoi sono servitori fedeli.»
«Vuoi dire che hai letto il mio treno di pensieri dai miei lineamenti?»
«Dai tuoi lineamenti e specialmente dai tuoi occhi. Forse non riesci a ricordare tu stesso come sia iniziata la tua fantasticheria?»
«No, non riesco.»
«Allora te lo dirò. Dopo aver gettato via il giornale, che è stato il gesto che ha attirato la mia attenzione su di te, sei rimasto seduto per mezzo minuto con un’espressione vacua. Poi i tuoi occhi si sono fissati sul tuo ritratto di recente incorniciato del Generale Gordon, e ho visto dal mutamento del tuo volto che un filo di pensieri era stato avviato. Ma non ha condotto molto lontano. I tuoi occhi hanno guizzato verso il ritratto senza cornice di Henry Ward Beecher che sta sopra i tuoi libri. Poi hai guardato verso la parete e, naturalmente, il tuo intento era ovvio. Stavi pensando che, se il ritratto fosse stato incorniciato, avrebbe coperto esattamente quello spazio nudo e corrisposto al quadro di Gordon là sopra.»
«Mi hai seguito in modo meraviglioso!» esclamai.
«Fin qui difficilmente avrei potuto sbagliare. Ma ora i tuoi pensieri sono tornati a Beecher e hai guardato fisso dall’altra parte come se stessi studiando il carattere nei suoi lineamenti. Poi i tuoi occhi hanno smesso di contrarsi, ma hai continuato a guardare e il tuo volto era pensieroso. Stavi rievocando gli episodi della carriera di Beecher. Ero ben consapevole che non avresti potuto farlo senza pensare alla missione che intraprese a favore del Nord ai tempi della Guerra Civile, poiché ricordo che avevi espresso la tua appassionata indignazione per il modo in cui era stato accolto dai più turbolenti tra la nostra gente. Ne eri così intimamente convinto che sapevo che non avresti potuto pensare a Beecher senza pensare anche a quello. Quando un momento dopo ho visto i tuoi occhi vagare lontano dal quadro, ho sospettato che la tua mente si fosse ora rivolta alla Guerra Civile, e quando ho osservato che le tue labbra si serravano, i tuoi occhi scintillavano e le tue mani si stringevano a pugno, ho avuto la certezza che stavi davvero pensando al valore dimostrato da entrambe le parti in quella lotta disperata. Ma poi, ancora, il tuo volto si è fatto più triste; hai scosso la testa. Ti stavi soffermando sulla tristezza, sull’orrore e sull’inutile spreco di vite umane. La tua mano si è furtivamente avvicinata alla tua vecchia ferita e un sorriso ha tremato sulle tue labbra, il che mi ha mostrato che il lato ridicolo di questo metodo di risolvere le questioni internazionali si era imposto alla tua mente. A questo punto ho convenuto con te che fosse assurdo e sono stato lieto di constatare che tutte le mie deduzioni erano corrette.»
«Assolutamente!» dissi. «E ora che me l’hai spiegato, confesso di essere sbalordito come prima.»
«È stato molto superficiale, mio caro Watson, te l’assicuro. Non avrei attirato la tua attenzione su questo se non avessi mostrato una certa incredulità l’altro giorno. Ma ho tra le mani un piccolo problema che potrebbe rivelarsi più difficile da risolvere del mio piccolo saggio di lettura del pensiero. Hai osservato sul giornale un breve trafiletto che si riferisce al notevole contenuto di un pacchetto inviato per posta alla signorina Cushing, di Cross Street, Croydon?»
«No, non ho visto nulla.»
«Ah! allora devi averlo trascurato. Passamelo pure. Eccolo qui, sotto la rubrica finanziaria. Forse avresti la cortesia di leggerlo ad alta voce.»
Presi il giornale che mi aveva rilanciato e lessi il paragrafo indicato. Era intitolato: «Un pacchetto raccapricciante.»
«La signorina Susan Cushing, residente a Cross Street, Croydon, è stata vittima di quello che deve essere considerato uno scherzo di cattivo gusto particolarmente rivoltante, a meno che non si riveli un significato più sinistro legato all’incidente. Ieri pomeriggio, alle due, è stato consegnato dal postino un piccolo pacchetto, avvolto in carta da pacchi. All’interno vi era una scatola di cartone piena di sale grosso. Svuotandola, la signorina Cushing è rimasta inorridita nel trovarvi due orecchie umane, apparentemente recise di fresco. La scatola era stata spedita per pacco postale da Belfast la mattina precedente. Non vi è alcuna indicazione sul mittente e la faccenda è tanto più misteriosa in quanto la signorina Cushing, che è una signorina di cinquant’anni, ha condotto una vita estremamente ritirata e ha così poche conoscenze o corrispondenti che è un evento raro per lei ricevere qualcosa per posta. Alcuni anni fa, tuttavia, quando risiedeva a Penge, affittò delle stanze nella sua casa a tre giovani studenti di medicina, dai quali fu costretta a liberarsi a causa delle loro abitudini rumorose e sregolate. La polizia è del parere che questo oltraggio possa essere stato perpetrato ai danni della signorina Cushing da questi giovani, che le portavano rancore e che speravano di spaventarla inviandole questi cimeli delle sale anatomiche. Una certa probabilità viene data alla teoria dal fatto che uno di questi studenti proveniva dal nord dell’Irlanda e, secondo quanto crede la signorina Cushing, da Belfast. Nel frattempo, la faccenda viene attivamente indagata, con il signor Lestrade, uno dei più svegli tra i nostri ufficiali investigativi, incaricato del caso.»
«Questo è quanto riporta il Daily Chronicle», disse Holmes quando ebbi finito di leggere. «Ora passiamo al nostro amico Lestrade. Ho ricevuto un suo biglietto stamattina, in cui dice: “Credo che questo caso faccia proprio al caso suo. Nutriamo ogni speranza di chiarire la faccenda, ma troviamo un po’ di difficoltà a trovare qualcosa su cui lavorare. Abbiamo, naturalmente, inviato un telegramma all’ufficio postale di Belfast, ma quel giorno sono stati consegnati un gran numero di pacchi e non hanno modo di identificare proprio questo, o di ricordare il mittente. La scatola è una scatola da mezza libbra di tabacco honeydew e non ci è di alcun aiuto. La teoria dello studente di medicina mi sembra ancora la più plausibile, ma se dovesse avere qualche ora libera sarei molto felice di vederla qui. Sarò tutto il giorno o a casa o alla stazione di polizia”. Che ne dici, Watson? Puoi elevarti al di sopra del caldo e correre a Croydon con me, nell’eventualità remota di un caso per i tuoi annali?»
«Non desideravo altro che qualcosa da fare.»
«Allora l’avrai. Suona per i nostri stivali e di’ loro di ordinare una carrozza. Sarò di ritorno tra un momento, non appena avrò cambiato la vestaglia e riempito il portasigari.»
Un acquazzone cadde mentre eravamo sul treno, e il caldo era molto meno opprimente a Croydon che in città. Holmes aveva inviato un telegramma, così che Lestrade, agile, elegante e simile a un furetto come sempre, ci stava aspettando alla stazione. Una camminata di cinque minuti ci condusse a Cross Street, dove risiedeva la signorina Cushing.
Era una strada molto lunga di case in mattoni a due piani, pulite e austere, con gradini di pietra imbiancati e piccoli gruppi di donne in grembiule che chiacchieravano davanti alle porte. A metà strada, Lestrade si fermò e bussò a una porta, che fu aperta da una piccola domestica. La signorina Cushing era seduta nella stanza sul davanti, dove fummo fatti entrare. Era una donna dal volto placido, con grandi occhi gentili e capelli brizzolati che si curvavano sulle tempie da entrambi i lati. Un antimacassar lavorato giaceva sulle sue ginocchia e un cesto di sete colorate stava su uno sgabello accanto a lei.
«Sono nella rimessa, quelle cose terribili», disse non appena Lestrade entrò. «Vorrei che le portaste via del tutto.»
«Lo farò, signorina Cushing. Le ho tenute qui solo finché il mio amico, il signor Holmes, non le avesse viste in sua presenza.»
«Perché in mia presenza, signore?»
«Nel caso desiderasse porre delle domande.»
«Che senso ha farmi domande quando le dico che non ne so assolutamente nulla?»
«Esattamente, signora», disse Holmes con il suo tono rassicurante. «Non ho dubbi che lei sia stata già infastidita abbastanza da questa faccenda.»
«Davvero, signore. Sono una donna tranquilla e vivo una vita ritirata. È una novità per me vedere il mio nome sui giornali e trovare la polizia in casa mia. Non voglio quelle cose qui dentro, signor Lestrade. Se desidera vederle, deve andare nella rimessa.»
Era una piccola baracca nello stretto giardino che correva dietro la casa. Lestrade entrò e ne uscì con una scatola di cartone gialla, con un pezzo di carta da pacchi e dello spago. C’era una panca in fondo al sentiero e ci sedemmo tutti mentre Holmes esaminava, uno per uno, gli oggetti che Lestrade gli aveva passato.
«Lo spago è estremamente interessante», osservò, tenendolo verso la luce e annusandolo. «Cosa ne pensi di questo spago, Lestrade?»
«È stato incatramato.»
«Precisamente. È un pezzo di spago incatramato. Avrai anche, senza dubbio, notato che la signorina Cushing ha tagliato la corda con le forbici, come si può vedere dal doppio sfilacciamento su ogni lato. Questo è importante.»
«Non ne vedo l’importanza», disse Lestrade.
«L’importanza sta nel fatto che il nodo è rimasto intatto e che questo nodo è di natura particolare.»
«È annodato molto bene. Avevo già preso nota di questo particolare», disse Lestrade con compiacimento.
«Tanto per lo spago, allora», disse Holmes sorridendo, «ora per l’involucro della scatola. Carta da pacchi, con un distinto odore di caffè. Cosa, non l’hai notato? Credo non ci possano essere dubbi. Indirizzo stampato con caratteri piuttosto incerti: “Miss S. Cushing, Cross Street, Croydon”. Fatto con una penna a punta larga, probabilmente una J, e con inchiostro di qualità molto scadente. La parola “Croydon” è stata originariamente scritta con una “i”, che è stata cambiata in “y”. Il pacco è stato indirizzato, dunque, da un uomo — la grafia è distintamente maschile — di istruzione limitata e che non conosce la città di Croydon. Fin qui tutto bene! La scatola è una scatola gialla da mezza libbra di honeydew, senza nulla di distintivo se non due impronte di pollice nell’angolo in basso a sinistra. È piena di sale grosso della qualità usata per conservare le pelli e per altri scopi commerciali più rozzi. E incastonate in esso ci sono queste singolarissime inclusioni.»
Estrasse le due orecchie mentre parlava e, appoggiando un’asse sulle ginocchia, le esaminò minutamente, mentre Lestrade e io, sporgendoci in avanti su entrambi i lati, lanciavamo sguardi alterni a quei terribili cimeli e al volto pensieroso e avido del nostro compagno. Alla fine le ripose nella scatola e rimase per un po’ in profonda meditazione.
«Hai osservato, naturalmente», disse alla fine, «che le orecchie non sono un paio.»
«Sì, l’ho notato. Ma se si trattasse dello scherzo di qualche studente delle sale anatomiche, sarebbe altrettanto facile per loro inviare due orecchie spaiate piuttosto che un paio.»
«Precisamente. Ma questo non è uno scherzo.»
«Ne sei sicuro?»
«La presunzione è fortemente contraria. I corpi nelle sale anatomiche vengono iniettati con fluido conservante. Queste orecchie non portano segni di ciò. Sono anche fresche. Sono state tagliate con uno strumento smussato, il che difficilmente accadrebbe se lo avesse fatto uno studente. Inoltre, acido fenico o spiriti rettificati sarebbero i conservanti che verrebbero in mente a una mente medica, certamente non il sale grosso. Ripeto che non c’è alcuno scherzo qui, ma che stiamo indagando su un crimine grave.»
Un vago brivido mi percorse mentre ascoltavo le parole del mio compagno e vedevo la severa gravità che aveva indurito i suoi lineamenti. Questo brutale preludio sembrava adombrare qualche strano e inspiegabile orrore sullo sfondo. Lestrade, tuttavia, scosse la testa come un uomo che è solo mezzo convinto.
«Ci sono obiezioni alla teoria dello scherzo, senza dubbio», disse, «ma ci sono ragioni molto più forti contro l’altra. Sappiamo che questa donna ha condotto una vita molto tranquilla e rispettabile a Penge e qui negli ultimi vent’anni. In quel periodo non si è quasi mai allontanata da casa per un giorno. Perché mai, allora, un criminale dovrebbe inviarle le prove della sua colpevolezza, specialmente quando, a meno che non sia un’attrice consumata, lei capisce tanto poco della faccenda quanto noi?»
«Questo è il problema che dobbiamo risolvere», rispose Holmes, «e per quanto mi riguarda, inizierò presumendo che il mio ragionamento sia corretto e che sia stato commesso un duplice omicidio. Una di queste orecchie è di una donna, piccola, finemente formata e forata per un orecchino. L’altra è di un uomo, bruciata dal sole, scolorita e anch’essa forata per un orecchino. Queste due persone sono presumibilmente morte, o avremmo già sentito la loro storia. Oggi è venerdì. Il pacchetto è stato spedito giovedì mattina. La tragedia, dunque, è avvenuta mercoledì o martedì o prima. Se le due persone sono state assassinate, chi se non il loro assassino avrebbe inviato questo segno del suo operato alla signorina Cushing? Possiamo presumere che il mittente del pacchetto sia l’uomo che stiamo cercando. Ma deve avere qualche forte motivo per inviare alla signorina Cushing questo pacchetto. Quale motivo, allora? Deve essere stato per dirle che l’atto era compiuto! o per farle del male, forse. Ma in tal caso lei sa chi è. Lo sa? Ne dubito. Se lo sapesse, perché dovrebbe chiamare la polizia? Avrebbe potuto seppellire le orecchie e nessuno ne avrebbe saputo nulla. Questo è ciò che avrebbe fatto se avesse voluto proteggere il criminale. Ma se non desidera proteggerlo, farebbe il suo nome. C’è un groviglio qui che deve essere dipanato.» Aveva parlato con voce acuta e rapida, fissando il vuoto sopra la recinzione del giardino, ma ora scattò agilmente in piedi e camminò verso la casa.
«Ho un paio di domande da fare alla signorina Cushing», disse.
«In tal caso vi lascio qui», disse Lestrade, «poiché ho un altro piccolo affare tra le mani. Credo di non avere altro da imparare dalla signorina Cushing. Mi troverete alla stazione di polizia.»
«Faremo un salto mentre andiamo al treno», rispose Holmes. Un momento dopo lui e io eravamo di nuovo nella stanza sul davanti, dove l’impassibile signora stava ancora lavorando tranquillamente al suo antimacassar. Lo posò sulle ginocchia mentre entravamo e ci guardò con i suoi franchi, scrutatori occhi azzurri.
«Sono convinta, signore», disse, «che questa faccenda sia un errore e che il pacco non fosse mai destinato a me. L’ho detto diverse volte al signore di Scotland Yard, ma lui ride semplicemente di me. Non ho un nemico al mondo, per quanto ne so, quindi perché qualcuno dovrebbe giocarmi uno scherzo simile?»
«Sto arrivando alla stessa opinione, signorina Cushing», disse Holmes, sedendosi accanto a lei. «Credo che sia più che probabile...» si fermò, e rimasi sorpreso, guardandomi intorno, nel vedere che stava fissando con singolare intensità il profilo della signora. Sorpresa e soddisfazione potevano essere lette per un istante sul suo volto avido, sebbene quando lei si voltò per scoprire la causa del suo silenzio, lui era tornato composto come sempre. Io stesso fissai intensamente i suoi capelli piatti e brizzolati, la sua cuffia ordinata, i suoi piccoli orecchini dorati, i suoi lineamenti placidi; ma non riuscii a vedere nulla che potesse spiegare l’evidente eccitazione del mio compagno.
«C’erano una o due domande...»
«Oh, sono stanca delle domande!» esclamò la signorina Cushing con impazienza.
«Lei ha due sorelle, credo.»
«Come ha potuto saperlo?»
«Ho osservato nell’istante stesso in cui sono entrato nella stanza che lei ha un ritratto di gruppo di tre signore sulla mensola del camino, una delle quali è senza dubbio lei, mentre le altre le somigliano così straordinariamente che non ci potrebbero essere dubbi sulla parentela.»
«Sì, ha perfettamente ragione. Quelle sono le mie sorelle, Sarah e Mary.»
«E qui al mio gomito c’è un altro ritratto, scattato a Liverpool, della sua sorella minore, in compagnia di un uomo che sembra essere uno steward dalla divisa. Osservo che non era sposata all’epoca.»
«Lei è molto rapido nell’osservare.»
«È il mio mestiere.»
«Bene, ha perfettamente ragione. Ma pochi giorni dopo sposò il signor Browner. Era sulla linea sudamericana quando fu scattata quella foto, ma era così affezionato a lei che non poteva sopportare di lasciarla per così tanto tempo, e passò alle navi Liverpool e Londra.»
«Ah, il Conqueror, forse?»
«No, il May Day, l’ultima volta che ne ho sentito parlare. Jim è venuto qui una volta a trovarmi. Era prima che rompesse il voto; ma in seguito beveva sempre quando era a terra, e un po’ di alcol lo faceva diventare pazzo, furioso. Ah! è stato un brutto giorno quello in cui ha ripreso in mano un bicchiere. Prima ha lasciato me, poi ha litigato con Sarah, e ora che Mary ha smesso di scrivere non sappiamo come stiano andando le cose con loro.»
Era evidente che la signorina Cushing aveva toccato un argomento che sentiva molto profondamente. Come la maggior parte delle persone che conducono una vita solitaria, era timida all’inizio, ma finì per diventare estremamente comunicativa. Ci raccontò molti dettagli su suo cognato lo steward, e poi, divagando sull’argomento dei suoi precedenti inquilini, gli studenti di medicina, ci fece un lungo resoconto delle loro intemperanze, con i loro nomi e quelli dei loro ospedali. Holmes ascoltava attentamente tutto, inserendo una domanda di tanto in tanto.
«Riguardo alla sua seconda sorella, Sarah», disse. «Mi meraviglia, visto che siete entrambe signorine, che non viviate insieme.»
«Ah! lei non conosce il temperamento di Sarah, altrimenti non si meraviglierebbe più. Ci ho provato quando sono venuta a Croydon e siamo andate avanti fino a circa due mesi fa, quando abbiamo dovuto separarci. Non voglio dire una parola contro mia sorella, ma Sarah è sempre stata ficcanaso e difficile da accontentare.»
«Dice che ha litigato con i suoi parenti di Liverpool.»
«Sì, ed erano i migliori amici un tempo. Perché, è andata a vivere lassù per stare loro vicino. E ora non ha parole abbastanza dure per Jim Browner. Negli ultimi sei mesi che è stata qui non parlava d’altro che del suo bere e dei suoi modi. Lo aveva colto a impicciarsi, sospetto, e gli aveva detto chiaro e tondo quello che pensava, e quello è stato l’inizio.»
«Grazie, signorina Cushing», disse Holmes, alzandosi e facendo un inchino. «Sua sorella Sarah vive, credo abbia detto, a New Street Wallington? Arrivederci, e mi dispiace molto che lei sia stata disturbata per un caso con il quale, come dice lei, non ha assolutamente nulla a che fare.»
Passava una carrozza mentre uscivamo e Holmes la chiamò.
«Quanto dista Wallington?» chiese.
«Solo circa un miglio, signore.»
«Molto bene. Salti su, Watson. Dobbiamo battere il ferro finché è caldo. Per quanto il caso sia semplice, ci sono stati uno o due dettagli molto istruttivi al riguardo. Si fermi a un ufficio telegrafico mentre passa, cocchiere.»
Holmes inviò un breve telegramma e per il resto del tragitto si stese sulla carrozza, con il cappello calato sul naso per ripararsi il sole dal viso. Il nostro conducente si fermò davanti a una casa non dissimile da quella che avevamo appena lasciato. Il mio compagno gli ordinò di aspettare e aveva la mano sul battente, quando la porta si aprì e un giovane gentiluomo austero in nero, con un cappello molto lucido, apparve sulla soglia.
«La signorina Cushing è in casa?» chiese Holmes.
«La signorina Sarah Cushing è estremamente malata», disse. «Soffre da ieri di sintomi cerebrali di grande gravità. Come suo consulente medico, non posso assolutamente assumermi la responsabilità di permettere a chiunque di vederla. Le consiglierei di ripassare tra dieci giorni.» Si infilò i guanti, chiuse la porta e si incamminò lungo la strada.
«Bene, se non possiamo, non possiamo», disse Holmes, allegramente.
«Forse non avrebbe potuto o voluto dirti molto.»
«Non volevo che mi dicesse nulla. Volevo solo guardarla. Tuttavia, penso di aver ottenuto tutto ciò che volevo. Ci porti in qualche albergo decente, cocchiere, dove possiamo pranzare, e in seguito faremo un salto dall’amico Lestrade alla stazione di polizia.»
Facemmo insieme un pasto piacevole, durante il quale Holmes non parlò d'altro che di violini, narrando con grande esultanza come avesse acquistato il proprio Stradivari, che valeva almeno cinquecento ghinee, presso un rigattiere ebreo in Tottenham Court Road per cinquantacinque scellini. Questo lo condusse a Paganini, e sedemmo per un’ora davanti a una bottiglia di claret mentre mi raccontava aneddoto dopo aneddoto su quell'uomo straordinario. Il pomeriggio era ormai inoltrato e il riverbero caldo si era addolcito in un bagliore mite prima che ci ritrovassimo alla stazione di polizia. Lestrade ci stava aspettando sulla porta.
«Un telegramma per lei, signor Holmes», disse.
«Ah! È la risposta!» Lo strappò, vi gettò sopra uno sguardo e lo appallottolò in tasca. «Va tutto bene», disse.
«Ha scoperto qualcosa?»
«Ho scoperto tutto!»
«Cosa!» Lestrade lo fissò sbalordito. «Scherza.»
«Non sono mai stato più serio in vita mia. È stato commesso un crimine scioccante e credo di averne messo a nudo ogni dettaglio.»
«E il criminale?»
Holmes scarabocchiò alcune parole sul retro di uno dei suoi biglietti da visita e lo lanciò verso Lestrade.
«Quello è il nome», disse. «Non potrà effettuare un arresto prima di domani sera, al più presto. Preferirei che non menzionasse affatto il mio nome in relazione al caso, poiché scelgo di essere associato solo a quei crimini che presentano una certa difficoltà nella loro risoluzione. Andiamo, Watson.» Ci allontanammo insieme verso la stazione, lasciando Lestrade ancora a fissare con volto deliziato il biglietto che Holmes gli aveva lanciato.
«Il caso», disse Sherlock Holmes mentre chiacchieravamo davanti ai nostri sigari quella notte nelle nostre stanze a Baker Street, «è uno di quelli in cui, come nelle indagini che lei ha cronacato sotto i nomi di ‘Uno studio in rosso’ e de ‘Il segno dei quattro’, siamo stati costretti a ragionare a ritroso, dagli effetti alle cause. Ho scritto a Lestrade chiedendogli di fornirci i dettagli che ora mancano, e che otterrà solo dopo aver assicurato a sé il suo uomo. Che possa farlo in tutta sicurezza c'è da fidarsi, poiché sebbene sia assolutamente privo di raziocinio, è tenace come un bulldog una volta che ha capito cosa deve fare, e, in effetti, è proprio questa tenacia che lo ha portato ai vertici di Scotland Yard.»
«Il suo caso non è completo, dunque?» chiesi.
«È abbastanza completo nell'essenziale. Sappiamo chi è l'autore della ripugnante faccenda, sebbene una delle vittime ci sfugga ancora. Naturalmente, lei avrà tratto le sue conclusioni.»
«Presumo che questo Jim Browner, lo steward di una nave di Liverpool, sia l'uomo che lei sospetta?»
«Oh! È più di un sospetto.»
«Eppure non riesco a vedere altro che indicazioni molto vaghe.»
«Al contrario, a mio avviso nulla potrebbe essere più chiaro. Lasci che ripercorra i passaggi principali. Abbiamo approcciato il caso, ricordi, con una mente assolutamente tabula rasa, il che è sempre un vantaggio. Non avevamo formulato alcuna teoria. Eravamo lì semplicemente per osservare e trarre deduzioni dalle nostre osservazioni. Cosa abbiamo visto per primo? Una signora molto placida e rispettabile, che sembrava del tutto innocente di qualsiasi segreto, e un ritratto che mi mostrava che aveva due sorelle più giovani. Mi è balenato istantaneamente in mente che la scatola potesse essere destinata a una di loro. Ho messo da parte l'idea come qualcosa che poteva essere smentito o confermato a nostro piacimento. Poi siamo andati in giardino, come ricorderà, e abbiamo visto il contenuto assai singolare della scatoletta gialla.»
«Lo spago era della qualità usata dai velai a bordo delle navi, e subito un soffio di mare è stato percettibile nella nostra indagine. Quando ho osservato che il nodo era uno di quelli popolari tra i marinai, che il pacco era stato spedito da un porto, e che l'orecchio maschile era forato per un orecchino, cosa molto più comune tra i marinai che tra i civili, ero certo che tutti gli attori della tragedia si trovassero tra la nostra gente di mare.»
«Quando sono giunto a esaminare l'indirizzo del pacchetto ho osservato che era per la signorina S. Cushing. Ora, la sorella maggiore sarebbe, naturalmente, la signorina Cushing, e sebbene la sua iniziale fosse ‘S’ potrebbe appartenere anche a una delle altre. In tal caso avremmo dovuto iniziare la nostra indagine partendo da una base del tutto nuova. Sono quindi entrato in casa con l'intenzione di chiarire questo punto. Stavo per assicurare alla signorina Cushing che ero convinto che fosse stato commesso un errore quando, ricorderà, mi sono fermato improvvisamente. Il fatto era che avevo appena visto qualcosa che mi ha riempito di sorpresa e allo stesso tempo ha ristretto immensamente il campo della nostra ricerca.»
«Come medico, lei sa, Watson, che non c’è parte del corpo che vari così tanto quanto l’orecchio umano. Ogni orecchio, di norma, è del tutto distintivo e differisce da tutti gli altri. Nell'Anthropological Journal dell’anno scorso troverà due brevi monografie di mio pugno sull’argomento. Avevo, pertanto, esaminato le orecchie nella scatola con gli occhi di un esperto e ne avevo annotato accuratamente le peculiarità anatomiche. Immagini la mia sorpresa, dunque, quando guardando la signorina Cushing ho percepito che il suo orecchio corrispondeva esattamente a quello femminile che avevo appena ispezionato. La faccenda andava ben oltre la coincidenza. C'era lo stesso accorciamento del padiglione, la stessa ampia curva del lobo superiore, la stessa convoluzione della cartilagine interna. In tutto l’essenziale era lo stesso orecchio.»
«Naturalmente ho visto subito l'enorme importanza dell'osservazione. Era evidente che la vittima fosse una consanguinea e probabilmente una stretta parente. Ho iniziato a parlarle della sua famiglia, e ricorderà che ci ha dato subito alcuni dettagli estremamente preziosi.»
«In primo luogo, il nome di sua sorella era Sarah, e il suo indirizzo fino a poco tempo prima era stato lo stesso, quindi era del tutto ovvio come l'errore fosse accaduto e per chi fosse destinato il pacchetto. Poi abbiamo sentito di questo steward, sposato con la terza sorella, e abbiamo appreso che era stato un tempo così intimo con la signorina Sarah che lei si era persino recata a Liverpool per stare vicino ai Browner, ma un litigio li aveva in seguito divisi. Questo litigio aveva interrotto ogni comunicazione per alcuni mesi, così che se Browner avesse avuto occasione di indirizzare un pacchetto alla signorina Sarah, lo avrebbe indubbiamente fatto al suo vecchio indirizzo.»
«E ora la faccenda aveva iniziato a districarsi meravigliosamente. Avevamo appreso dell'esistenza di questo steward, un uomo impulsivo, dalle passioni forti — ricorderà che aveva lasciato quello che doveva essere un posto di lavoro assai superiore per stare più vicino alla moglie — soggetto, inoltre, a occasionali attacchi di forte alcolismo. Avevamo motivo di credere che sua moglie fosse stata assassinata, e che un uomo — presumibilmente un uomo di mare — fosse stato assassinato contemporaneamente. La gelosia, naturalmente, si suggerisce subito come movente del crimine. E perché queste prove del misfatto dovevano essere inviate alla signorina Sarah Cushing? Probabilmente perché durante la sua residenza a Liverpool aveva avuto qualche ruolo nel provocare gli eventi che hanno portato alla tragedia. Osserverà che questa linea di battelli fa scalo a Belfast, Dublino e Waterford; così che, presumendo che Browner avesse commesso il misfatto e si fosse imbarcato subito sul suo vapore, il May Day, Belfast sarebbe stato il primo posto in cui avrebbe potuto spedire il suo terribile pacchetto.»
«Una seconda soluzione era a questo stadio ovviamente possibile, e sebbene la ritenessi estremamente improbabile, ero determinato a chiarirla prima di andare oltre. Un amante respinto avrebbe potuto uccidere il signor e la signora Browner, e l'orecchio maschile avrebbe potuto appartenere al marito. C'erano molte gravi obiezioni a questa teoria, ma era concepibile. Ho quindi inviato un telegramma al mio amico Algar, della polizia di Liverpool, e gli ho chiesto di scoprire se la signora Browner fosse in casa, e se Browner fosse partito con il May Day. Poi siamo andati a Wallington per visitare la signorina Sarah.»
«Ero curioso, in primo luogo, di vedere fino a che punto l'orecchio di famiglia fosse stato riprodotto in lei. Poi, naturalmente, avrebbe potuto darci informazioni molto importanti, ma non ero ottimista sul fatto che lo avrebbe fatto. Deve aver sentito della faccenda il giorno prima, dato che tutta Croydon ne parlava, e lei sola avrebbe potuto capire per chi fosse destinato il pacchetto. Se fosse stata disposta ad aiutare la giustizia probabilmente avrebbe già contattato la polizia. Tuttavia, era chiaramente nostro dovere vederla, così siamo andati. Abbiamo scoperto che la notizia dell'arrivo del pacchetto — poiché la sua malattia risaliva a quel momento — aveva avuto un tale effetto su di lei da provocarle una febbre cerebrale. Era più chiaro che mai che ne comprendesse il pieno significato, ma altrettanto chiaro che avremmo dovuto attendere un po' per qualsiasi assistenza da parte sua.»
«Tuttavia, eravamo davvero indipendenti dal suo aiuto. Le nostre risposte ci aspettavano alla stazione di polizia, dove avevo indicato ad Algar di inviarle. Nulla potrebbe essere più conclusivo. La casa della signora Browner era rimasta chiusa per più di tre giorni, e i vicini erano dell'opinione che fosse andata a sud a trovare i suoi parenti. È stato accertato presso gli uffici di navigazione che Browner era partito a bordo del May Day, e calcolo che sia atteso sul Tamigi per domani sera. Quando arriverà sarà accolto dall'ottuso ma risoluto Lestrade, e non ho dubbi che avremo tutti i nostri dettagli completati.»
Sherlock Holmes non rimase deluso nelle sue aspettative. Due giorni dopo ricevette una busta voluminosa, che conteneva una breve nota del detective e un documento dattiloscritto, che copriva diverse pagine di carta protocollo.
«Lestrade lo ha preso, tutto bene», disse Holmes, alzando lo sguardo verso di me. «Forse le interesserebbe sentire cosa dice.»
«Mio caro signor Holmes, — In conformità con il piano che avevamo formulato per testare le nostre teorie» — «il ‘noi’ è piuttosto raffinato, Watson, non è vero?» — «sono andato ieri all'Albert Dock alle 18:00, e sono salito a bordo del S.S. May Day, appartenente alla Liverpool, Dublin, and London Steam Packet Company. Facendo indagini, ho scoperto che c'era uno steward a bordo di nome James Browner e che aveva agito durante il viaggio in modo così straordinario che il capitano era stato costretto a sollevarlo dai suoi doveri. Scendendo nella sua cuccetta, l'ho trovato seduto su una cassa con la testa affondata tra le mani, a dondolarsi avanti e indietro. È un tipo grande e robusto, sbarbato e molto scuro — qualcosa come Aldridge, che ci aiutò nel caso della lavanderia fasulla. È saltato su quando ha sentito il motivo della mia visita, e avevo il fischietto alle labbra per chiamare un paio di poliziotti fluviali, che erano dietro l'angolo, ma non sembrava avere coraggio in corpo, e ha teso le mani abbastanza tranquillamente per le manette. Lo abbiamo portato alle celle, e anche la sua cassa, poiché pensavamo potesse esserci qualcosa di incriminante; ma, a parte un grande coltello affilato come quello che hanno molti marinai, non abbiamo ottenuto nulla per la nostra fatica. Tuttavia, scopriamo che non avremo bisogno di altre prove, poiché, essendo stato portato davanti all'ispettore alla stazione, ha chiesto il permesso di fare una dichiarazione, che è stata, naturalmente, messa a verbale, proprio come l'ha fatta, dal nostro stenografo. Ne abbiamo fatte battere tre copie a macchina, una delle quali allego. La faccenda si rivela, come ho sempre pensato che sarebbe stato, estremamente semplice, ma le sono obbligato per avermi assistito nella mia indagine. Con cordiali saluti, suo devotissimo — G. Lestrade.»
«Hum! L'indagine è stata davvero molto semplice», ha osservato Holmes, «ma non credo che l'abbia colpita sotto questa luce quando ci ha chiamato per la prima volta. Tuttavia, vediamo cosa ha da dire Jim Browner per se stesso. Questa è la sua dichiarazione come resa davanti all'ispettore Montgomery alla stazione di polizia di Shadwell, e ha il vantaggio di essere parola per parola.»
«Ho qualcosa da dire? Sì, ho molto da dire. Devo vuotare il sacco su tutto. Potete impiccarmi, o potete lasciarmi stare. Non mi importa un fico secco cosa fate. Vi dico che non ho chiuso occhio in sonno da quando l'ho fatto, e non credo che lo farò mai più finché non sarò passato oltre ogni veglia. A volte è la sua faccia, ma il più delle volte è la sua. Non sono mai senza l'una o l'altra davanti a me. Lui sembra accigliato e nero, ma lei ha una specie di sorpresa sul viso. Ah, l'agnello bianco, potrebbe ben essere sorpresa quando legge la morte su un volto che le aveva raramente mostrato altro che amore prima di allora.»
«Ma è stata colpa di Sarah, e possa la maledizione di un uomo distrutto portarle rovina e far marcire il sangue nelle sue vene! Non è che voglio scagionarmi. So che sono tornato a bere, come la bestia che ero. Ma lei mi avrebbe perdonato; mi sarebbe rimasta vicina come una corda a una carrucola se quella donna non avesse mai oscurato la nostra porta. Perché Sarah Cushing mi amava — questa è la radice della faccenda — mi amava finché tutto il suo amore si è trasformato in odio velenoso quando ha saputo che pensavo più all'impronta del piede di mia moglie nel fango che a tutto il suo corpo e alla sua anima.»
«C'erano tre sorelle in tutto. La maggiore era semplicemente una brava donna, la seconda era un diavolo, e la terza era un angelo. Sarah aveva trentatré anni, e Mary ne aveva ventinove quando mi sono sposato. Eravamo felici come il giorno è lungo quando abbiamo messo su casa insieme, e in tutta Liverpool non c'era donna migliore della mia Mary. E poi abbiamo invitato Sarah per una settimana, e la settimana è diventata un mese, e una cosa ha tirato l'altra, finché non è stata proprio una di noi.»
«Ero astemio a quel tempo, e stavamo mettendo da parte un po' di soldi, e tutto era luminoso come un dollaro nuovo. Mio Dio, chi avrebbe mai pensato che si potesse arrivare a questo? Chi l'avrebbe mai sognato?»
«Ero solito essere a casa per i fine settimana molto spesso, e a volte, se la nave veniva trattenuta per il carico, potevo avere un'intera settimana alla volta, e in questo modo vedevo un sacco di mia cognata, Sarah. Era una bella donna alta, bruna, svelta e feroce, con un modo orgoglioso di portare la testa e un luccichio negli occhi come una scintilla da una pietra focaia. Ma quando la piccola Mary era lì non avevo mai un pensiero per lei, e questo lo giuro sperando nella misericordia di Dio.»
«Mi era sembrato a volte che le piacesse stare da sola con me, o invogliarmi a fare una passeggiata con lei, ma non avevo mai pensato nulla di tutto ciò. Ma una sera i miei occhi si sono aperti. Ero salito dalla nave e avevo trovato mia moglie fuori, ma Sarah in casa. ‘Dov’è Mary?’ ho chiesto. ‘Oh, è andata a pagare dei conti.’ Ero impaziente e camminavo su e giù per la stanza. ‘Non puoi essere felice per cinque minuti senza Mary, Jim?’ dice lei. ‘È un brutto complimento per me che tu non possa accontentarti della mia compagnia per così poco tempo.’ ‘Va bene, ragazza mia’, ho detto, allungando la mano verso di lei in modo gentile, ma lei l'ha presa tra le sue in un istante, e bruciavano come se fossero in preda a una febbre. Ho guardato nei suoi occhi e ho letto tutto lì. Non c’era bisogno che parlasse, né per me. Mi sono accigliato e ho ritirato la mano. Poi è rimasta al mio fianco in silenzio per un po', e poi ha alzato la mano e mi ha dato una pacca sulla spalla. ‘Calma, vecchio Jim!’ ha detto, e con una specie di risata beffarda, è corsa fuori dalla stanza.»
«Bene, da quel momento Sarah mi ha odiato con tutto il cuore e l'anima, ed è una donna che sa odiare, anche. Ero uno sciocco a lasciarla continuare a stare con noi — uno sciocco rimbambito — ma non ho mai detto una parola a Mary, perché sapevo che l'avrebbe addolorata. Le cose sono andate avanti come prima, ma dopo un po' ho iniziato a scoprire che c'era un piccolo cambiamento in Mary stessa. Era sempre stata così fiduciosa e così innocente, ma ora era diventata strana e sospettosa, volendo sapere dove fossi stato e cosa avessi fatto, e da chi fossero le mie lettere, e cosa avessi nelle tasche, e mille altre follie del genere. Giorno dopo giorno cresceva sempre più strana e irritabile, e avevamo continue liti per nulla. Ero alquanto perplesso da tutto ciò. Sarah mi evitava ora, ma lei e Mary erano semplicemente inseparabili. Riesco a vedere ora come complottasse e tramasse e avvelenasse la mente di mia moglie contro di me, ma ero un tale cieco scarabeo che non riuscivo a capirlo all'epoca. Poi ho rotto il mio fioretto e ho iniziato a bere di nuovo, ma penso che non l'avrei fatto se Mary fosse stata quella di sempre. Aveva qualche ragione per essere disgustata da me ora, e il divario tra noi ha iniziato a diventare sempre più ampio. E poi questo Alec Fairbairn ci si è messo, e le cose sono diventate mille volte più nere.»
«Era per vedere Sarah che era venuto a casa mia la prima volta, ma presto è stato per vedere noi, perché era un uomo dai modi affascinanti, e si faceva amici ovunque andasse. Era un tipo audace, spavaldo, elegante e riccioluto, che aveva visto mezzo mondo e poteva parlare di ciò che aveva visto. Era buona compagnia, non lo nego, e aveva modi meravigliosamente educati per essere un marinaio, tanto che penso debba esserci stato un tempo in cui conosceva più il cassero che il castello di prua. Per un mese è entrato e uscito da casa mia, e mai una volta mi è passato per la mente che potesse venire del male dai suoi modi dolci e ingannevoli. E poi, alla fine, qualcosa mi ha fatto sospettare, e da quel giorno la mia pace è svanita per sempre.»
«Era solo una piccola cosa, anche. Ero entrato in salotto inaspettatamente, e mentre entravo dalla porta ho visto una luce di benvenuto sul viso di mia moglie. Ma appena ha visto chi era, è svanita di nuovo, e si è voltata con uno sguardo di delusione. Questo mi è bastato. Non c’era nessuno se non Alec Fairbairn il cui passo avrebbe potuto scambiare per il mio. Se lo avessi visto allora lo avrei ucciso, perché sono sempre stato come un pazzo quando il mio temperamento si scatena. Mary ha visto la luce del diavolo nei miei occhi, ed è corsa avanti con le mani sulla mia manica. ‘Non farlo, Jim, non farlo!’ dice lei. ‘Dov’è Sarah?’ ho chiesto. ‘In cucina’, dice lei. ‘Sarah’, dico mentre entravo, ‘quest'uomo Fairbairn non deve mai più oscurare la mia porta.’ ‘Perché no?’ dice lei. ‘Perché lo ordino.’ ‘Oh!’ dice lei, ‘se i miei amici non sono abbastanza buoni per questa casa, allora non lo sono nemmeno io.’ ‘Puoi fare quello che vuoi’, dico, ‘ma se Fairbairn si fa vedere di nuovo qui ti manderò uno dei suoi orecchi come ricordo.’ Era spaventata dalla mia faccia, penso, perché non ha mai risposto una parola, e la sera stessa ha lasciato la mia casa.»
«Beh, non so dire ora se fosse pura malvagità da parte di questa donna, o se pensasse di potermi mettere contro mia moglie incoraggiandola a comportarsi male. Comunque sia, prese una casa a sole due strade di distanza e affittò camere ai marinai. Fairbairn era solito stare lì, e Mary andava a trovare sua sorella e lui per il tè. Quante volte ci sia andata non lo so, ma un giorno la seguii, e mentre irrompevo dalla porta Fairbairn scappò oltre il muro del giardino sul retro, come la vigliacca puzzola che era. Giurai a mia moglie che l'avrei uccisa se l'avessi trovata di nuovo in sua compagnia, e la condussi indietro con me, singhiozzante e tremante, pallida come un foglio di carta. Non c'era più alcuna traccia d'amore tra noi. Potevo vedere che mi odiava e mi temeva, e quando il pensiero di ciò mi spingeva a bere, allora mi disprezzava anche.
«Beh, Sarah scoprì che non riusciva a guadagnarsi da vivere a Liverpool, così se ne tornò, per quanto ho capito, a vivere con sua sorella a Croydon, e le cose andarono avanti più o meno come sempre a casa. E poi è arrivata quest'ultima settimana, e tutta la miseria e la rovina.
«È successo in questo modo. Eravamo partiti per il Primo Maggio per un viaggio di sette giorni, ma una botte si allentò e danneggiò una delle nostre lamiere, così che dovemmo tornare in porto per dodici ore. Lasciai la nave e tornai a casa, pensando a che sorpresa sarebbe stata per mia moglie, e sperando che magari sarebbe stata felice di vedermi così presto. Il pensiero era nella mia testa mentre svoltavo nella mia strada, e in quel momento passò una carrozza, ed eccola lì, seduta accanto a Fairbairn, i due che chiacchieravano e ridevano, senza il minimo pensiero per me che stavo a guardarli dal marciapiede.
«Vi dico, e vi do la mia parola, che da quel momento non sono stato più padrone di me stesso, e tutto mi sembra un sogno confuso quando ci ripenso. Avevo bevuto molto ultimamente, e le due cose insieme mi hanno mandato completamente fuori di testa. C'è qualcosa che pulsa nella mia testa ora, come il martello di uno scaricatore di porto, ma quella mattina mi sembrava di avere l'intera cascata del Niagara che fischiava e ronzava nelle orecchie.
«Beh, me la diedi a gambe e corsi dietro alla carrozza. Avevo un pesante bastone di quercia in mano, e vi dico che ho visto rosso fin dal primo momento; ma mentre correvo sono diventato anche astuto, e mi sono tenuto un po' indietro per vederli senza essere visto. Si fermarono presto alla stazione ferroviaria. C'era una bella folla attorno alla biglietteria, così mi sono avvicinato a loro senza essere visto. Presero i biglietti per New Brighton. Lo feci anch'io, ma salii tre carrozze dietro di loro. Quando arrivammo, camminarono lungo la passeggiata, e io non sono mai stato a più di cento iarde da loro. Alla fine li vidi noleggiare una barca e iniziare a remare, perché era una giornata molto calda, e pensarono, senza dubbio, che sarebbe stato più fresco sull'acqua.
«È stato proprio come se mi fossero stati consegnati nelle mani. C'era un po' di foschia, e non si riusciva a vedere più di poche centinaia di iarde. Noleggiai una barca per me e remai dietro di loro. Potevo vedere l'ombra della loro imbarcazione, ma andavano quasi veloci quanto me, e dovevano essere a un buon miglio dalla riva prima che li raggiungessi. La foschia era come una tenda tutto intorno a noi, ed eravamo noi tre in mezzo. Mio Dio, dimenticherò mai le loro facce quando videro chi c'era nella barca che si stava avvicinando a loro? Lei gridò. Lui imprecò come un pazzo e mi colpì con un remo, perché doveva aver visto la morte nei miei occhi. Superai il colpo e ne assestai uno con il mio bastone che gli fracassò la testa come un uovo. L'avrei risparmiata, forse, nonostante la mia follia, ma lei gli gettò le braccia al collo, piangendo e chiamandolo "Alec". Colpii di nuovo, e lei rimase distesa accanto a lui. Ero come una bestia feroce allora, che aveva assaggiato il sangue. Se Sarah fosse stata lì, per il Signore, si sarebbe unita a loro. Estrassi il coltello, e... beh, ecco! Ho detto abbastanza. Mi diede una sorta di gioia selvaggia pensare a come si sarebbe sentita Sarah quando avesse avuto segni come questi di ciò che la sua intromissione aveva causato. Poi legai i corpi alla barca, sfondai una tavola e rimasi in attesa finché non furono affondati. Sapevo molto bene che il proprietario avrebbe pensato che avessero perso la rotta nella foschia e fossero andati alla deriva verso il mare aperto. Mi ripulii, tornai a terra e raggiunsi la mia nave senza che nessuno avesse il minimo sospetto di ciò che era accaduto. Quella notte preparai il pacchetto per Sarah Cushing, e il giorno dopo lo spedii da Belfast.
«Ecco tutta la verità. Potete impiccarmi, o fare ciò che volete di me, ma non potete punirmi come sono già stato punito. Non posso chiudere gli occhi che vedo quei due volti che mi fissano, che mi fissano come facevano quando la mia barca è emersa dalla foschia. Li ho uccisi in fretta, ma loro stanno uccidendo me lentamente; e se avrò un'altra notte così, sarò pazzo o morto prima del mattino. Non mi metterete da solo in una cella, signore? Per pietà non fatelo, e che possiate essere trattato nel vostro giorno di agonia come state trattando me ora.»
«Che significato ha, Watson?» disse Holmes solennemente mentre posava il giornale. «Quale scopo serve questo cerchio di miseria, violenza e paura? Deve tendere a qualche fine, altrimenti il nostro universo è governato dal caso, il che è impensabile. Ma quale fine? Ecco il grande problema perenne a cui la ragione umana è lontana come sempre dal trovare una risposta.»
III. La faccia gialla
Nel pubblicare questi brevi schizzi basati sui numerosi casi in cui le singolari doti del mio compagno ci hanno reso ascoltatori, ed eventualmente attori, di qualche strano dramma, è naturale che io mi soffermi piuttosto sui suoi successi che sui suoi fallimenti. E questo non tanto per il bene della sua reputazione — poiché, in verità, era proprio quando era al limite delle sue possibilità che la sua energia e la sua versatilità erano più ammirevoli — ma perché, dove ha fallito, capitava troppo spesso che nessun altro avesse successo, e che la storia rimanesse per sempre senza una conclusione. Di tanto in tanto, tuttavia, capitava che anche quando sbagliava, la verità veniva comunque scoperta. Ho annotato una mezza dozzina di casi del genere, di cui l'Affare della Seconda Macchia e quello che sto per raccontare sono i due che presentano i tratti di maggiore interesse.
Sherlock Holmes era un uomo che raramente faceva esercizio per il gusto di farlo. Pochi uomini erano capaci di un maggiore sforzo muscolare, ed era senza dubbio uno dei migliori pugili del suo peso che io abbia mai visto; ma considerava l'esercizio fisico senza scopo come uno spreco di energia, e raramente si muoveva se non quando c'era qualche obiettivo professionale da raggiungere. Allora era assolutamente instancabile e infaticabile. Che si sia mantenuto in allenamento in tali circostanze è notevole, ma la sua dieta era solitamente la più frugale, e le sue abitudini erano semplici fino all'austerità. A parte l'uso occasionale di cocaina, non aveva vizi, e si rivolgeva alla droga solo come protesta contro la monotonia dell'esistenza quando i casi erano scarsi e i giornali poco interessanti.
Un giorno di inizio primavera si era concesso di andare a fare una passeggiata con me nel Parco, dove i primi deboli germogli verdi stavano spuntando sugli olmi, e le appiccicose punte lanceolate degli ippocastani stavano appena iniziando a schiudersi nelle loro foglie a cinque lobi. Per due ore vagammo insieme, per lo più in silenzio, come si addice a due uomini che si conoscono intimamente. Erano quasi le cinque prima di tornare di nuovo a Baker Street.
«Chiedo scusa, signore,» disse il nostro giovane inserviente, aprendo la porta. «C'è stato un gentiluomo qui a chiedere di lei, signore.»
Holmes mi lanciò uno sguardo di rimprovero. «Ecco cosa succede con le passeggiate pomeridiane!» disse. «Se n'è andato, allora?»
«Sì, signore.»
«Non lo hai fatto accomodare?»
«Sì, signore; è entrato.»
«Quanto ha aspettato?»
«Mezz'ora, signore. Era un gentiluomo molto irrequieto, signore, camminava avanti e indietro e batteva i piedi tutto il tempo che è stato qui. Stavo aspettando fuori dalla porta, signore, e potevo sentirlo. Alla fine è uscito nel corridoio e ha gridato: "Quell'uomo non arriverà mai?". Erano proprio le sue parole, signore. "Dovrà aspettare solo un altro po'", ho detto io. "Allora aspetterò all'aria aperta, perché mi sento mezzo soffocare", ha detto lui. "Tornerò tra poco". E con questo si è alzato e se n'è andato, e tutto quello che potevo dire non è bastato a trattenerlo.»
«Bene, bene, hai fatto del tuo meglio,» disse Holmes, mentre entravamo nella nostra stanza. «È molto fastidioso, però, Watson. Avevo un gran bisogno di un caso, e questo sembra, dall'impazienza dell'uomo, che sia di importanza. Oh! Quella non è la tua pipa sul tavolo. Deve aver lasciato la sua dietro. Una bella vecchia radica con un buon lungo bocchino di quello che i tabaccai chiamano ambra. Mi chiedo quanti veri bocchini d'ambra ci siano a Londra. Alcune persone pensano che una mosca all'interno sia un segno. Beh, deve essere stato turbato nella sua mente per lasciare dietro di sé una pipa che evidentemente apprezza molto.»
«Come fai a sapere che la apprezza molto?» chiesi.
«Beh, valuterei il costo originale della pipa a sette scellini e sei pence. Ora, vedi, è stata riparata due volte, una volta nel cannello di legno e una volta nell'ambra. Ognuna di queste riparazioni, fatte, come osservi, con fasce d'argento, deve essere costata più della pipa originariamente. L'uomo deve tenere molto alla pipa quando preferisce ripararla piuttosto che comprarne una nuova con gli stessi soldi.»
«Qualcos'altro?» chiesi, poiché Holmes stava rigirando la pipa tra le mani, fissandola nel suo modo pensieroso e peculiare.
La sollevò e la picchiettò con il suo dito indice lungo e sottile, come farebbe un professore che sta tenendo una lezione su un osso.
«Le pipe sono a volte di straordinario interesse,» disse. «Nulla ha più individualità, tranne forse gli orologi e i lacci delle scarpe. Le indicazioni qui, tuttavia, non sono né molto marcate né molto importanti. Il proprietario è ovviamente un uomo muscoloso, mancino, con un'eccellente dentatura, incurante nelle sue abitudini e senza bisogno di praticare economia.»
Il mio amico lanciò l'informazione in modo molto disinvolto, ma vidi che mi scrutava con la coda dell'occhio per vedere se avevo seguito il suo ragionamento.
«Pensi che un uomo debba essere benestante se fuma una pipa da sette scellini,» dissi.
«Questa è miscela Grosvenor da otto pence l'oncia,» rispose Holmes, picchiettandone un po' sul palmo. «Dato che potrebbe fumare un'ottima miscela alla metà del prezzo, non ha bisogno di praticare economia.»
«E gli altri punti?»
«Ha l'abitudine di accendere la pipa alle lampade e ai becchi del gas. Puoi vedere che è completamente bruciacchiata su un lato. Ovviamente un fiammifero non avrebbe potuto fare una cosa simile. Perché un uomo dovrebbe tenere un fiammifero contro il lato della pipa? Ma non puoi accenderla a una lampada senza bruciacchiarne il fornello. Ed è tutto sul lato destro della pipa. Da ciò deduco che sia un uomo mancino. Tieni la tua pipa vicino alla lampada e vedi con quanta naturalezza, essendo tu destrorso, tieni il lato sinistro verso la fiamma. Potresti farlo una volta al contrario, ma non costantemente. Questa è sempre stata tenuta così. Poi, ha morsicato la sua ambra. Ci vuole un tipo muscoloso ed energico, con una buona dentatura, per fare questo. Ma se non sbaglio lo sento sulle scale, così avremo qualcosa di più interessante della sua pipa da studiare.»
Un istante dopo la nostra porta si aprì e un giovane alto entrò nella stanza. Era ben vestito ma con discrezione, in un completo grigio scuro, e portava un cappello marrone a tesa larga in mano. Gli avrei dato circa trent'anni, sebbene ne avesse in realtà qualcuno di più.
«Chiedo scusa,» disse, con un certo imbarazzo; «suppongo avrei dovuto bussare. Sì, certo avrei dovuto bussare. Il fatto è che sono un po' sconvolto, e dovete attribuire tutto a questo.» Si passò la mano sulla fronte come un uomo mezzo stordito, e poi cadde piuttosto che sedersi su una sedia.
«Vedo che non dorme da una o due notti,» disse Holmes, nel suo modo facile e gioviale. «Ciò mette a dura prova i nervi di un uomo più del lavoro, e persino più del piacere. Posso chiederle come posso aiutarla?»
«Volevo il suo consiglio, signore. Non so cosa fare e la mia intera vita sembra essere andata in pezzi.»
«Desidera assumermi come investigatore consulente?»
«Non solo quello. Voglio la sua opinione come uomo giudizioso, come uomo di mondo. Voglio sapere cosa dovrei fare ora. Spero in Dio che lei sia in grado di dirmelo.»
Parlava a piccoli scoppi acuti e frammentati, e mi sembrava che parlare fosse molto doloroso per lui, e che la sua volontà stesse prevalendo sulle sue inclinazioni.
«È una cosa molto delicata,» disse. «Non piace parlare dei propri affari domestici a degli estranei. Sembra terribile discutere la condotta di propria moglie con due uomini che non ho mai visto prima. È orribile doverlo fare. Ma sono arrivato al limite della sopportazione, e devo avere un consiglio.»
«Mio caro signor Grant Munro...» iniziò Holmes.
Il nostro visitatore scattò dalla sedia. «Cosa!» gridò, «lei conosce il mio nome?»
«Se desidera preservare il suo incognito,» disse Holmes, sorridendo, «suggerirei di smettere di scrivere il suo nome sulla fodera del suo cappello, o altrimenti di rivolgere la corona verso la persona a cui si sta rivolgendo. Stavo per dire che il mio amico ed io abbiamo ascoltato molti strani segreti in questa stanza, e che abbiamo avuto la fortuna di portare pace a molte anime tormentate. Confido che potremo fare altrettanto per lei. Potrei pregarla, dato che il tempo può rivelarsi importante, di fornirmi i fatti del suo caso senza ulteriori indugi?»
Il nostro visitatore si passò di nuovo la mano sulla fronte, come se lo trovasse terribilmente difficile. Da ogni gesto ed espressione potevo vedere che era un uomo riservato e autosufficiente, con un pizzico di orgoglio nella natura, più incline a nascondere le sue ferite che a esporle. Poi, improvvisamente, con un gesto feroce della mano chiusa, come chi getta la riservatezza al vento, iniziò.
«I fatti sono questi, signor Holmes,» disse. «Sono un uomo sposato, e lo sono da tre anni. Durante quel tempo mia moglie ed io ci siamo amati teneramente e abbiamo vissuto felici come due persone che siano mai state unite. Non abbiamo avuto una divergenza, nemmeno una, nel pensiero, nella parola o nell'azione. E ora, da lunedì scorso, è sorta improvvisamente una barriera tra noi, e scopro che c'è qualcosa nella sua vita e nel suo pensiero di cui so tanto poco come se fosse la donna che mi sfiora per strada. Siamo estranei, e voglio sapere perché.
«Ora c'è una cosa che voglio imprimere nella sua mente prima di andare avanti, signor Holmes. Effie mi ama. Non ci sia alcun errore riguardo a questo. Mi ama con tutto il cuore e l'anima, e mai più di ora. Lo so. Lo sento. Non voglio discutere di questo. Un uomo può capire abbastanza facilmente quando una donna lo ama. Ma c'è questo segreto tra noi, e non potremo mai essere gli stessi finché non sarà chiarito.»
«Mi esponga gentilmente i fatti, signor Munro,» disse Holmes, con una certa impazienza.
«Le dirò ciò che so della storia di Effie. Era vedova quando l'ho conosciuta, sebbene molto giovane, solo venticinque anni. Il suo nome allora era signora Hebron. Andò in America quando era giovane, e visse nella città di Atlanta, dove sposò questo Hebron, che era un avvocato con un buon avviamento. Ebbero un figlio, ma la febbre gialla scoppiò gravemente in quel luogo, ed entrambi, marito e figlio, ne morirono. Ho visto il suo certificato di morte. Questo le fece venire a noia l'America, e tornò a vivere con una zia nubile a Pinner, nel Middlesex. Posso menzionare che suo marito l'aveva lasciata in una condizione agiata, e che aveva un capitale di circa quattromila cinquecento sterline, che era stato investito così bene da lui da rendere una media del sette per cento. Era a Pinner da soli sei mesi quando l'ho conosciuta; ci siamo innamorati l'uno dell'altra e ci siamo sposati poche settimane dopo.
«Io stesso sono un commerciante di luppolo, e poiché ho un reddito di sette o ottocento sterline, ci siamo ritrovati in una condizione agiata e abbiamo preso una bella villa da ottanta sterline l'anno a Norbury. Il nostro piccolo posto era molto campagnolo, considerando che è così vicino alla città. Avevamo una locanda e due case poco sopra di noi, e un singolo cottage dall'altra parte del campo che ci sta di fronte, e a parte quelli non c'erano case finché non si arrivava a metà strada verso la stazione. Il mio lavoro mi portava in città in certe stagioni, ma in estate avevo meno da fare, e allora nella nostra casa di campagna mia moglie ed io eravamo felici quanto si potesse desiderare. Le dico che non c'è mai stata un'ombra tra noi finché non è iniziata questa maledetta faccenda.
«C'è una cosa che dovrei dirle prima di andare oltre. Quando ci siamo sposati, mia moglie mi ha ceduto tutte le sue proprietà, piuttosto contro la mia volontà, poiché vedevo quanto sarebbe stato imbarazzante se i miei affari fossero andati male. Tuttavia, lei voleva che fosse così, e fu fatto. Beh, circa sei settimane fa è venuta da me.
«"Jack," ha detto, "quando hai preso i miei soldi hai detto che se mai ne avessi voluti avrei dovuto chiederteli."
«"Certamente," ho detto. "Sono tutti tuoi."
«"Bene," ha detto lei, "voglio cento sterline."
«Ero un po' sbalordito da questo, perché avevo immaginato che cercasse semplicemente un vestito nuovo o qualcosa del genere.
«"Per cosa diavolo?" ho chiesto.
«"Oh," ha detto lei, nel suo modo giocoso, "hai detto che eri solo il mio banchiere, e i banchieri non fanno mai domande, sai."
«"Se parli sul serio, naturalmente avrai i soldi," ho detto.
«"Oh, sì, parlo davvero sul serio."
«"E non mi dirai per cosa li vuoi?"
«"Un giorno, forse, ma non proprio adesso, Jack."
«Così ho dovuto accontentarmi di questo, sebbene fosse la prima volta che c'era un qualche segreto tra noi. Le ho dato un assegno, e non ho più pensato alla faccenda. Potrebbe non avere nulla a che fare con ciò che è successo dopo, ma ho pensato fosse giusto menzionarlo.»
«Bene, ti ho appena detto che c’è un cottage non lontano da casa nostra. C’è solo un campo tra noi, ma per raggiungerlo devi andare lungo la strada e poi svoltare in un viale. Poco oltre c’è un grazioso boschetto di abeti scozzesi, e mi piaceva molto passeggiare lì, poiché gli alberi sono sempre una cosa da vicini. Il cottage è rimasto vuoto per otto mesi, e ne è stato un vero peccato, perché era una bella dimora a due piani, con una veranda alla vecchia maniera e glicine intorno. Mi sono più volte fermato a pensare che bello sarebbe stato trasformarlo in una piccola e ordinata casetta di campagna».
«Bene, lunedì scorso, la sera, stavo facendo una passeggiata da quelle parti, quando ho incontrato un furgone vuoto che saliva sul viale, e ho visto una pila di tappeti e altre cose sparpagliate sul prato accanto alla veranda. Era chiaro che il cottage fosse stato finalmente affittato. L’ho sorpassato, chiedendomi che tipo di gente fosse venuta a vivere così vicino a noi. Mentre guardavo, mi sono improvvisamente accorto che un volto mi osservava da una delle finestre alte».
«Non so cosa ci fosse in quel volto, signor Holmes, ma sembrava inviare un brivido lungo tutta la schiena. Ero un po’ distante, quindi non riuscivo a distinguere i lineamenti, ma vi era qualcosa di innaturale e non umano nel volto. Questa era l’impressione che ebbi, e mi sono spinto avanti per vedere più da vicino la persona che mi stava osservando. Ma mentre lo facevo il volto scomparve di colpo, così improvvisamente che parve essere stato strappato via nell’oscurità della stanza. Rimasi per cinque minuti a rimuginare sull’accaduto, cercando di analizzare le mie impressioni. Non potevo dire se quel volto fosse di un uomo o di una donna; era troppo lontano per capirlo. Ma il colore è ciò che mi colpì di più: era di un bianco gesso pallido, con qualcosa di rigido e fissato che risultava sconvolgente innaturale. Così turbato, decisi di vedere un po’ di più i nuovi abitanti del cottage. Mi avvicinai e bussai alla porta, che fu aperta all’istante da una donna alta e smilza, dal volto aspra e minaccioso».
««Che volete?» chiese, con accento settentrionale».
««Sono il vostro vicino laggiù», dissi, indicando la mia casa. «Vedo che vi siete appena trasferiti, così ho pensato di potervi dare una mano in qualsiasi…»».
««Eh, vi chiederemo quando avremo bisogno di voi», rispose, chiudendo la porta in faccia. Irritato dal rifiuto rude, mi voltai e tornai a casa. Per tutta la serata, sebbene cercassi di pensare ad altro, la mia mente tornava all’apparizione alla finestra e alla scortesia della donna. Decisi di non dirne nulla a mia moglie, perché è una donna nervosa, molto tesa, e non volevo che condividesse la spiacevole impressione che avevo avuto. Le dissi, però, appena mi addormentai, che il cottage era ora occupato; non ricevette alcuna risposta».
«Di solito dormo molto profondamente. Nella nostra famiglia c’è una battuta che dice che nulla può svegliarmi di notte. Eppure, in quella particolare notte, che fosse per l’eccitazione del piccolo episodio o per altro, non lo so, dormii molto più leggero del solito. A metà dei sogni capii a malapena che qualcosa stava succedendo nella stanza, e gradualmente mi accorsi che mia moglie si era vestita e si stava infilando il mantello e il cappello. Le labbra si sparsero per mormorare qualche parola assonnata di sorpresa o rimprovero per quel preparativo intempestivo, quando improvvisamente i miei occhi semichiusi caddero sul suo volto, illuminato dalla candela, e lo stupore mi rese muto. Portava un’espressione che non avevo mai visto prima, così che avrei pensato fosse incapace di assumerla. Era pallida mortale e respirava affannosamente, guardandosi furtivamente verso il letto mentre allacciava il mantello, per vedere se mi avesse disturbato. Poi, pensando che fossi ancora addormentato, uscì silenziosamente dalla stanza, e un attimo dopo udii uno scricchiolio forte che poteva provenire solo dai cardini della porta d’ingresso. Mi rialzai a letto e colpii con i pugni la ringhiera per assicurarmi di essere davvero sveglio. Presi l’orologio sotto il cuscino. Erano le tre del mattino. Che cosa poteva fare mia moglie sulla strada di campagna a quest’ora?».
«Rimasi seduto per circa venti minuti a riorganizzare il pensiero e a cercare una possibile spiegazione. Più pensavo, più straordinario e inspiegabile appariva. Stavo ancora riflettendo quando sentii la porta chiudersi di nuovo dolcemente, e i suoi passi salire le scale».
««Dove sei stata, Effie?» chiesi mentre entrava».
«Fece un violento sobbalzo e un grido affannoso quando parlai, e quel grido e sobbalzo mi turbò più di ogni altra cosa, perché vi era qualcosa di indescrivibilmente colpevole in loro. Mia moglie è sempre stata una donna di natura franca e aperta, e mi lasciò un brivido vederla scivolare nella sua stanza, gridare e contorcersi quando il marito le parlava».
««Sei sveglia, Jack!» esclamò, con una risata nervosa. «Pensavo che nulla potesse svegliarti».»
««Dove sei stata?» chiesi, più severamente».
««Non mi stupisce che tu sia sorpreso», rispose, e vidi le sue dita tremare mentre slacciava i bottoni del mantello. «Mai ho ricordato di aver fatto una cosa del genere nella vita. Il fatto è che mi sentivo soffocare, e avevo una voglia immensa di respirare aria fresca. Credo davvero che sarei svenuta se non fossi uscita. Stavo alla porta per qualche minuto, e ora sono di nuovo me stessa».»
«Per tutto il tempo in cui mi raccontava la sua storia non mi guardò mai in direzione, e la sua voce era molto diversa dal solito tono. Mi apparve evidente che stesse dicendo il falso. Non risposi, ma voltai il volto al muro, con il cuore a pezzi, mentre la mente era colma di mille dubbiosi e velenosi sospetti. Cosa nascondeva mia moglie? Dove era stata durante quella strana spedizione? Sentivo che non avrei avuto pace finché non lo avessi saputo, eppure esitavo a chiederle di nuovo dopo che mi aveva detto il falso. Per il resto della notte mi dimenavo, formulando teoria su teoria, ognuna più improbabile della precedente».
«Avrei dovuto andare in città quel giorno, ma la mente era troppo turbata per potermi concentrare sugli affari. Mia moglie sembrava altrettanto sconvolta quanto me, e dal piccolo sguardo interrogativo che mi lanciava capii che comprendeva il mio dubbio verso la sua versione, ed era al limite delle forze per decidere cosa fare. A colazione scambiammo a malapena una parola, e subito dopo uscii a fare una passeggiata, per riflettere sull’accaduto nell’aria fresca del mattino».
«Andai fino al Crystal Palace, trascorsi un’ora nei giardini, e tornai a Norbury per l’una. Per caso il mio percorso mi portò davanti al cottage, e mi fermai un attimo a guardare le finestre, per vedere se avessi potuto intravedere il volto strano che mi aveva guardato il giorno prima. Immaginate la mia sorpresa, signor Holmes, quando la porta si aprì improvvisamente e la mia moglie uscì».
«Rimasi senza parole per lo stupore, ma le mie emozioni nulla avevano a che vedere con quelle che si leggerono sul suo volto quando i nostri sguardi si incrociarono. Per un attimo sembrò volesse rientrare nella casa, poi, vedendo quanto fosse inutile ogni nascondiglio, si avvicinò, con il volto molto bianco e gli occhi spaventati che tradivano il sorriso sulle labbra».
««Ah, Jack», disse, «sono appena entrata per vedere se potevo dare una mano ai nostri nuovi vicini. Perché mi guardi così, Jack? Non sei arrabbiato con me?».»
««Allora», dissi, «questo è dove sei stata durante la notte».»
««Cosa intendi?» urlò».
««Sei venuta qui. Ne sono certo. Chi sono queste persone che dovresti visitare a quest’ora?».»
««Non sono mai stata qui prima».»
««Come puoi dirmi che quello che sai è falso?» esclamai. «La tua voce stessa cambia quando parli. Quando ho mai tenuto un segreto da te? Entrerò in quel cottage e ne indagherò fino in fondo».»
««No, no, Jack, per l’amor di Dio!», ansimò, incommovibile. Poi, mentre mi avvicinavo alla porta, afferrò la mia manica e mi tirò indietro con forza convulsa.».
««Ti imploro di non farlo, Jack», gridò. «Giuro che un giorno ti dirò tutto, ma nulla di buono può venire se entrerai in quel cottage». Poi, mentre cercavo di scrollarla di dosso, si aggrappò a me in una frenesia di suppliche.».
««Fidati di me, Jack!», urlò. «Fidati solo questa volta. Non ti pentirai mai. Sai che non ti nasconderei un segreto se non fosse per il tuo bene. Le nostre vite intere sono in gioco. Se torni a casa con me, tutto andrà bene. Se forzi la porta di quel cottage, è finita tra noi».».
«C’era tanta sincerità, tanto disperazione nel suo modo di fare, che le sue parole mi bloccarono, e rimasi indeciso davanti alla porta».
««Mi fiderò di te a una condizione, e a una sola condizione», dissi alla fine. «Che questo mistero finisca da ora in poi. Puoi tenere il tuo segreto, ma devi promettermi che non ci saranno più visite notturne, né più azioni che mi siano nascoste. Sono disposto a dimenticare il passato se mi prometti che non ne avrà più in futuro».».
««Ero sicura che ti avresti fidato di me», esclamò, con un grande sospiro di sollievo. «Sarò come desideri. Vieni via — oh, vieni via, su verso la casa».».
«Continuando a tirare la mia manica, mi condusse fuori dal cottage. Mentre andavamo, voltai lo sguardo indietro e vidi quel volto giallo e pallido che ci osservava dalla finestra alta. Che legame poteva esserci tra quella creatura e mia moglie? O come poteva la donna rozza e grezza che avevo visto il giorno prima essere collegata a lei? Era un enigma strano, eppure sapevo che la mia mente non avrebbe più trovato pace finché non lo avessi risolto».
«Per due giorni dopo rimasi a casa, e mia moglie sembrò rispettare fedelmente il nostro accordo; per quanto ne so, non uscì mai dalla casa. Il terzo giorno, però, ebbi ampie prove che il suo solenne impegno non bastava a trattenerla dall’influenza segreta che la tirava via dal marito e dal dovere».
«Quel giorno ero andato in città, ma tornai alle 2.40 anziché alle 3.36, che è il mio treno abituale. Entrando in casa, la cameriera corse nella hall con il volto spaventato».
««Dove è la tua padrona?», chiesi».
««Credo che sia uscita a fare una passeggiata», rispose».
«La mia mente fu subito invasa dal sospetto. Corse al piano di sopra per accertarmi che non fosse in casa. Mentre lo facevo, mi capitò di guardare fuori da una delle finestre alte e vidi la cameriera, con cui avevo appena parlato, correre attraverso il campo verso il cottage. Allora compresi immediatamente il significato di tutto. Mia moglie era andata lì, aveva chiesto alla serva di chiamarla se fossi tornato. Con il sangue che ribolliva, corsi giù e attraversai in fretta, determinato a chiudere la questione una volta per tutte. Vidi mia moglie e la cameriera correre indietro lungo il viale, ma non mi fermai a parlare con loro. Nel cottage giaceva il segreto che gettava un’ombra sulla mia vita. Giurai che, qualunque cosa accadesse, non sarebbe più rimasto un segreto. Non bussai nemmeno quando arrivai, ma girai la maniglia e corsi nel corridoio».
«Al piano terra regnava silenzio e quiete. In cucina un bollitore cantava sul fuoco, e un grosso gatto nero era acciambellato nel cesto; ma non c’era traccia della donna che avevo visto prima. Entrai nell’altra stanza, ma era altrettanto deserta. Salii le scale, trovando due altre camere vuote e deserte al piano superiore. Non c’era nessuno in tutta la casa. Mobili e quadri erano dei più comuni e volgari, tranne nella camera in cui, dalla finestra, avevo visto il volto strano. Quella stanza era comoda ed elegante, e tutti i miei sospetti diventarono una fiamma amara e feroce quando vidi sul camino una copia di una fotografia a figura intera di mia moglie, scattata su mia richiesta solo tre mesi prima».
« Rimasi abbastanza a lungo da assicurarmi che la casa fosse assolutamente vuota. Poi la lasciai, sentendo un peso al cuore che non avevo mai provato. Mia moglie uscì nella hall mentre io entravo; ma ero troppo ferito e arrabbiato per parlare con lei, e spingendola oltre, mi diressi nello studio. Tuttavia lei mi seguì prima che potessi chiudere la porta».
««Mi dispiace di aver infranto la promessa, Jack», disse, «ma se conoscessi tutte le circostanze sono sicura che mi perdoneresti».».
««Allora dimmi tutto», dissi».
««Non posso, Jack, non posso», singhiozzò».
««Finché non mi dirai chi è che vive in quel cottage e a chi hai dato quella fotografia, non potrà mai esserci fiducia tra noi», dissi, allontanandomi da lei e uscendo dalla casa. Quello fu ieri, signor Holmes, e da allora non l’ho più vista, né so altro su questo strano affare. È la prima ombra che si è posta tra noi, e mi ha scosso talmente tanto da non sapere più cosa fare di meglio. Questa mattina proprio mi è venuto in mente che lei è l’uomo a cui chiedere consiglio, così mi sono precipitato da lei, e mi affido senza riserve alle sue mani. Se c’è qualche punto che non ho chiarito, prego, interrogatemi. Ma, soprattutto, ditemi subito cosa devo fare, perché questa miseria è più di quanto io possa sopportare».
«Holmes ed io ascoltammo con la più grande attenzione questa straordinaria dichiarazione, pronunciata in modo spezzettato, di un uomo sotto l’influenza di emozioni estreme. Il mio compagno rimase in silenzio per un po’, con il mento sulla mano, perso nei pensieri».
««Dimmi», disse infine, «puoi giurare che era il volto di un uomo quello che hai visto alla finestra?».».
««Ogni volta che lo vidi ero a qualche distanza, quindi è impossibile per me dirlo».».
««Tuttavia sembri aver subito una brutta impressione».».
««Sembrava di un colore innaturale, con una strana rigidità nei lineamenti. Quando mi avvicinai, svanì con un sobbalzo».».
««Da quanto tempo tua moglie ti ha chiesto cento
sterline?».». ««Da circa un mese».». ««E ha promesso di non tornare più al cottage?».». ««Sì, eppure l’ha fatto. Le ho detto che non potevo tollerarlo, e lei ha pianto e mi ha chiesto di non farle domande, giurando che avrei avuto ragione di lei se avessi scoperto il motivo. Tuttavia, è andata di nuovo lì oggi. Holmes, non sopporto più questo mistero!».». ««Bene», disse Holmes, alzandosi in piedi, «credo che potremo aiutarla a dissiparlo. Venite, Watson, non c’è tempo da perdere».».
«Cos’altro può spiegare la sua frenetica ansia che il suo secondo figlio non vi entri? I fatti, per come li leggo io, sono pressappoco questi: questa donna si è sposata in America. Suo marito ha sviluppato delle qualità odiose; o vogliamo dire che ha contratto una malattia ripugnante, ed è diventato lebbroso o imbecille? Lei alla fine fugge da lui, ritorna in Inghilterra, cambia nome e inizia la sua vita, come pensa, da capo. È sposata da tre anni e crede che la sua posizione sia del tutto sicura, avendo mostrato al marito il certificato di morte di un uomo di cui ha assunto il nome, quando improvvisamente il luogo in cui si trova viene scoperto dal suo primo marito; o, possiamo supporre, da qualche donna senza scrupoli che si è legata all’infermo. Scrivono alla moglie e minacciano di venire a smascherarla. Lei chiede cento sterline e tenta di corromperli. Loro vengono nonostante ciò, e quando il marito menziona casualmente alla moglie che ci sono dei nuovi arrivati nel cottage, lei sa in qualche modo che sono i suoi inseguitori. Aspetta finché il marito non dorme, e poi corre giù per cercare di convincerli a lasciarla in pace. Non avendo successo, torna la mattina dopo, e suo marito la incontra, come ci ha raccontato, mentre esce. Lei gli promette allora di non andarci più, ma due giorni dopo la speranza di liberarsi di quegli orribili vicini è stata troppo forte per lei, e ha fatto un altro tentativo, portando con sé la fotografia che probabilmente le era stata richiesta. Nel bel mezzo di questo colloquio la domestica è corsa dentro a dire che il padrone era tornato, al che la moglie, sapendo che sarebbe sceso dritto al cottage, ha fatto uscire in fretta gli occupanti dalla porta sul retro, probabilmente nel boschetto di abeti che era stato menzionato come situato nelle vicinanze. In questo modo lui ha trovato il posto deserto. Sarò molto sorpreso, tuttavia, se sarà ancora così quando lo perlustrerà questa sera. Cosa ne pensa della mia teoria?».
«È tutta una congettura».
«Ma almeno copre tutti i fatti. Quando giungeranno a nostra conoscenza nuovi fatti che non possono essere coperti da essa, sarà tempo di riconsiderarla. Non possiamo fare altro finché non avremo un messaggio dal nostro amico a Norbury».
Ma non abbiamo dovuto aspettare molto per quello. È arrivato proprio mentre avevamo finito il tè. «Il cottage è ancora abitato», diceva. «Ho rivisto il volto alla finestra. Verrò al treno delle sette e non prenderò alcuna iniziativa finché non arriverete».
Lui stava aspettando sulla banchina quando siamo scesi, e potevamo vedere alla luce dei lampioni della stazione che era molto pallido e tremante per l’agitazione.
«Sono ancora lì, signor Holmes», ha detto, appoggiando la mano con forza sulla manica del mio amico. «Ho visto delle luci nel cottage mentre venivo giù. Risolveremo la faccenda una volta per tutte».
«Qual è il suo piano, allora?», ha chiesto Holmes, mentre camminava lungo la strada buia fiancheggiata da alberi.
«Ho intenzione di forzare l’ingresso e vedere di persona chi c’è in casa. Voglio che siate entrambi presenti come testimoni».
«È del tutto determinato a fare questo, nonostante l’avvertimento di sua moglie che è meglio che lei non risolva il mistero?».
«Sì, sono determinato».
«Bene, credo che lei sia nel giusto. Qualsiasi verità è meglio di un dubbio indefinito. Facciamo meglio ad andare su subito. Naturalmente, legalmente, ci stiamo mettendo disperatamente nel torto; ma credo che ne valga la pena».
Era una notte molto buia e una pioggia sottile ha iniziato a cadere mentre svoltavamo dalla strada principale in un vicolo stretto, profondamente segnato dai solchi, con siepi su entrambi i lati. Il signor Grant Munro spingeva avanti con impazienza, tuttavia, e noi inciampavamo dietro di lui al meglio che potevamo.
«Ecco le luci della mia casa», mormorò, indicando un barlume tra gli alberi. «E qui c’è il cottage in cui sto per entrare».
Abbiamo svoltato l’angolo nel vicolo mentre parlava, ed ecco l’edificio proprio accanto a noi. Una striscia gialla che cadeva sul primo piano nero mostrava che la porta non era del tutto chiusa, e una finestra al piano superiore era illuminata a giorno. Mentre guardavamo, abbiamo visto un’ombra scura muoversi attraverso la tenda.
«C’è quella creatura!», ha gridato Grant Munro. «Potete vedere voi stessi che c’è qualcuno. Ora seguitemi, e presto sapremo tutto».
Ci siamo avvicinati alla porta; ma improvvisamente una donna è apparsa dall’ombra ed è rimasta nella scia dorata della luce della lampada. Non potevo vedere il suo volto nell’oscurità, ma le sue braccia erano protese in un atteggiamento di supplica.
«Per l’amor di Dio, non farlo, Jack!», ha gridato. «Ho avuto il presentimento che saresti venuto questa sera. Ripensaci, caro! Fidati ancora di me e non avrai mai motivo di pentirtene».
«Mi sono fidato di te troppo a lungo, Effie», ha gridato lui, severamente. «Lasciami andare! Devo passare. I miei amici e io risolveremo questa faccenda una volta per tutte!». L’ha spinta da una parte e noi lo abbiamo seguito da vicino. Mentre spalancava la porta, una vecchia è corsa fuori davanti a lui e ha cercato di sbarrargli il passo, ma lui l’ha respinta, e un istante dopo eravamo tutti sulle scale. Grant Munro si è precipitato nella stanza illuminata in cima, e noi siamo entrati sulle sue tracce.
Era un ambiente accogliente e ben arredato, con due candele accese sul tavolo e due sul caminetto. Nell’angolo, china su uno scrittoio, sedeva quella che sembrava essere una bambina. Il suo volto era voltato dall’altra parte quando siamo entrati, ma potevamo vedere che era vestita con un abitino rosso e che aveva lunghi guanti bianchi. Mentre si voltava di scatto verso di noi, ho lanciato un grido di sorpresa e orrore. Il volto che rivolgeva verso di noi era di una strana tinta livida, e i lineamenti erano assolutamente privi di qualsiasi espressione. Un istante dopo il mistero è stato spiegato. Holmes, con una risata, ha passato la mano dietro l’orecchio della bambina, una maschera si è staccata dal suo viso, ed ecco una piccola negra nero carbone, con tutti i denti bianchi che brillavano divertiti per i nostri volti sbalorditi. Sono scoppiato a ridere, in simpatia con la sua ilarità; ma Grant Munro se ne stava lì a fissare, con la mano che si stringeva la gola.
«Mio Dio!», ha gridato. «Cosa può significare tutto questo?».
«Le dirò io cosa significa», ha gridato la signora, entrando nella stanza con un volto fiero e risoluto. «Lei mi ha costretta, contro il mio stesso giudizio, a dirglielo, e ora dobbiamo entrambi trarre il meglio da questa situazione. Mio marito è morto ad Atlanta. Mia figlia è sopravvissuta».
«Sua figlia?».
Lei ha estratto un grande medaglione d’argento dal petto. «Lei non l’ha mai visto aperto».
«Credevo che non si aprisse».
Lei ha toccato una molla e la parte anteriore si è incernierata all’indietro. All’interno c’era il ritratto di un uomo straordinariamente bello e dall’aspetto intelligente, ma che portava inconfondibili segni sui lineamenti della sua discendenza africana.
«Quello è John Hebron, di Atlanta», ha detto la signora, «e un uomo più nobile non ha mai camminato sulla terra. Mi sono separata dalla mia razza per sposarlo, ma mai una volta, finché è vissuto, me ne sono pentita per un istante. È stata la nostra sfortuna che la nostra unica figlia abbia preso dai suoi piuttosto che dai miei. Succede spesso in tali unioni, e la piccola Lucy è molto più scura di quanto suo padre non sia mai stato. Ma scura o chiara, è la mia cara bambina, e la cocca di sua madre». La piccola creatura è corsa dall’altra parte a queste parole e si è rannicchiata contro l’abito della signora. «Quando l’ho lasciata in America», ha continuato, «era solo perché la sua salute era debole e il cambiamento avrebbe potuto farle del male. È stata affidata alle cure di una fedele donna scozzese che un tempo era stata la nostra servitù. Non ho mai sognato per un istante di rinnegare che fosse mia figlia. Ma quando il caso mi ha messa sul suo cammino, Jack, e ho imparato ad amarla, ho avuto paura di dirle di mia figlia. Dio mi perdoni, temevo di perderla e non ho avuto il coraggio di dirglielo. Ho dovuto scegliere tra lei e lei, e nella mia debolezza mi sono allontanata dalla mia bambina. Per tre anni ho tenuto la sua esistenza segreta a lei, ma ho avuto notizie dalla balia e sapevo che stava bene. Alla fine, tuttavia, è giunto un desiderio travolgente di vedere la bambina ancora una volta. Ho lottato contro di esso, ma invano. Sebbene conoscessi il pericolo, ho deciso di far venire la bambina, anche se solo per poche settimane. Ho mandato cento sterline alla balia e le ho dato istruzioni riguardo a questo cottage, così che potesse venire come vicina, senza che io apparissi in alcun modo legata a lei. Ho spinto le mie precauzioni fino a ordinarle di tenere la bambina in casa durante il giorno, e di coprirle il visino e le mani affinché anche coloro che avrebbero potuto vederla alla finestra non spettegolassero sul fatto che ci fosse una bambina nera nel vicinato. Se fossi stata meno cauta sarei potuta essere più saggia, ma ero mezza pazza per la paura che lei venisse a sapere la verità».
«È stato lei a dirmi per primo che il cottage era occupato. Avrei dovuto aspettare la mattina, ma non riuscivo a dormire per l’agitazione, e così alla fine sono sgattaiolata fuori, sapendo quanto sia difficile svegliarla. Ma lei mi ha vista uscire, e quello è stato l’inizio dei miei problemi. Il giorno dopo lei aveva il mio segreto in pugno, ma lei si è astenuta nobilmente dal perseguire il suo vantaggio. Tre giorni dopo, tuttavia, la balia e la bambina sono scappate appena in tempo dalla porta sul retro mentre lei si precipitava in quella davanti. E ora stanotte lei sa finalmente tutto, e io le chiedo cosa ne sarà di noi, di me e di mia figlia?». Lei ha giunto le mani e ha atteso una risposta.
Sono passati dieci lunghi minuti prima che Grant Munro rompesse il silenzio, e quando la sua risposta è arrivata, è stata una di quelle a cui amo pensare. Ha sollevato la bambina, l’ha baciata, e poi, continuando a tenerla in braccio, ha proteso l’altra mano verso sua moglie e si è voltato verso la porta.
«Possiamo discuterne più comodamente a casa», ha detto. «Non sono un uomo molto buono, Effie, ma credo di essere migliore di quanto lei mi abbia dato credito di essere».
Holmes e io li abbiamo seguiti lungo il vicolo, e il mio amico mi ha dato uno strattone alla manica mentre uscivamo.
«Credo», ha detto, «che saremo più utili a Londra che a Norbury».
Non ha detto un’altra parola sul caso fino a tardi quella notte, quando si stava allontanando, con la sua candela accesa, verso la sua camera da letto.
«Watson», ha detto, «se dovesse mai colpirla che sto diventando un po’ troppo sicuro dei miei mezzi, o che dedico meno impegno a un caso di quanto meriti, per favore sussurri ‘Norbury’ al mio orecchio, e le sarò infinitamente obbligato».
IV. L’impiegato dell’agente di cambio
Poco dopo il mio matrimonio avevo acquistato una clientela nel distretto di Paddington. Il vecchio signor Farquhar, da cui l’avevo comprata, aveva un tempo un eccellente studio di medicina generale; ma la sua età, e un’afflizione della natura del ballo di San Vito di cui soffriva, lo avevano molto assottigliato. Il pubblico, non inopinatamente, segue il principio che chi vuole guarire gli altri deve essere egli stesso sano, e guarda con sospetto ai poteri curativi dell’uomo il cui caso personale è fuori dalla portata dei suoi farmaci. Così, mentre il mio predecessore si indeboliva, la sua clientela declinava, finché, quando l’ho acquistata da lui, era scesa da milleduecento a poco più di trecento sterline l’anno. Avevo fiducia, tuttavia, nella mia giovinezza ed energia, ed ero convinto che in pochissimi anni l’attività sarebbe stata fiorente come sempre.
Per tre mesi dopo aver preso in carico lo studio sono stato tenuto molto occupato dal lavoro e ho visto poco il mio amico Sherlock Holmes, poiché ero troppo occupato per visitare Baker Street, e lui raramente andava da qualche parte se non per affari professionali. Sono rimasto sorpreso, quindi, quando, una mattina di giugno, mentre sedevo a leggere il British Medical Journal dopo la colazione, ho sentito un suono al campanello, seguito dai toni acuti e alquanto stridenti della voce del mio vecchio compagno.
«Ah, mio caro Watson», ha detto, entrando a grandi passi nella stanza, «sono molto lieto di vederti! Confido che la signora Watson si sia completamente ripresa da tutte le piccole emozioni legate alla nostra avventura del Segno dei Quattro».
«Grazie, stiamo entrambi molto bene», ho detto, scuotendogli calorosamente la mano.
«E spero anche», ha continuato, sedendosi sulla sedia a dondolo, «che le cure della pratica medica non abbiano completamente obliterato l’interesse che eri solito prendere per i nostri piccoli problemi deduttivi».
«Al contrario», ho risposto, «è stato solo la scorsa notte che stavo ripassando i miei vecchi appunti e classificando alcuni dei nostri risultati passati».
«Confido che tu non consideri la tua collezione chiusa».
«Affatto. Non desidererei nulla di meglio che avere qualcuna di queste esperienze in più».
«Oggi, per esempio?».
«Sì, oggi, se vuoi».
«E così lontano come Birmingham?».
«Certamente, se lo desideri».
«E lo studio?».
«Faccio quello del mio vicino quando lui va via. È sempre pronto a ripagare il debito».
«Ah! Niente potrebbe essere meglio», ha detto Holmes, appoggiandosi allo schienale della sedia e guardandomi intensamente da sotto le sue palpebre socchiuse. «Percepisco che sei stato poco bene ultimamente. I raffreddori estivi sono sempre un po’ fastidiosi».
«Sono stato costretto in casa da un forte raffreddore per tre giorni la scorsa settimana. Pensavo, tuttavia, di averne eliminato ogni traccia».
«Così hai fatto. Sembri straordinariamente robusto».
«Come facevi, dunque, a saperlo?».
«Mio caro amico, conosci i miei metodi».
«L’hai dedotto, quindi?».
«Certamente».
«E da cosa?».
«Dalle tue pantofole».
Ho guardato in basso le nuove scarpe di vernice che stavo indossando. «Come diavolo...», ho iniziato, ma Holmes ha risposto alla mia domanda prima ancora che fosse posta.
«Le tue pantofole sono nuove», ha detto. «Non puoi averle da più di qualche settimana. Le suole che in questo momento mi stai mostrando sono leggermente bruciacchiate. Per un momento ho pensato che potessero essersi bagnate ed essere state bruciate nell’asciugatura. Ma vicino al collo del piede c’è una piccola cialda circolare di carta con i geroglifici del negoziante sopra. L’umidità avrebbe ovviamente rimosso questa. Eri, dunque, seduto con i piedi protesi verso il fuoco, cosa che un uomo difficilmente farebbe nemmeno in un giugno così piovoso come questo se fosse in piena salute».
Come tutti i ragionamenti di Holmes, la cosa sembrava la semplicità stessa una volta spiegata. Ha letto il pensiero sui miei lineamenti, e il suo sorriso aveva una sfumatura di amarezza.
«Temo di tradirmi un po’ quando spiego», ha detto. «I risultati senza cause sono molto più impressionanti. Sei pronto a venire a Birmingham, allora?».
«Certamente. Qual è il caso?».
«Lo sentirai tutto sul treno. Il mio cliente è fuori in una carrozza. Puoi venire subito?».
«In un istante». Ho scarabocchiato un biglietto per il mio vicino, sono corso di sopra a spiegare la faccenda a mia moglie e ho raggiunto Holmes sulla soglia.
«Il tuo vicino è un medico», ha detto, annuendo verso la targa di ottone.
«Sì; ha comprato uno studio come ho fatto io».
«Uno di vecchia data?».
«Esattamente come il mio. Entrambi sono lì da quando le case sono state costruite».
«Ah! Allora hai preso il migliore dei due».
«Credo di sì. Ma come fai a saperlo?».
«Dai gradini, ragazzo mio. I tuoi sono consumati tre pollici più dei suoi. Ma questo gentiluomo in carrozza è il mio cliente, il signor Hall Pycroft. Permettimi di presentartelo. Spinga il cavallo, cocchiere, perché abbiamo giusto il tempo di prendere il nostro treno».
L’uomo che mi sono trovato di fronte era un giovane ben fatto, dalla carnagione fresca, con un volto franco e onesto e un paio di baffi biondi, sottili e curati. Indossava un cappello a cilindro molto lucido e un abito pulito di un nero sobrio, che lo faceva sembrare quello che era: un brillante giovane uomo della City, della classe di quelli che sono stati etichettati come cockney, ma che ci danno i nostri migliori reggimenti di volontari e che producono più bravi atleti e sportivi di qualsiasi altro gruppo di uomini in queste isole. Il suo volto rotondo e rubicondo era naturalmente pieno di allegria, ma gli angoli della sua bocca mi sembravano tirati giù in un disagio mezzo comico. Non è stato, tuttavia, finché non siamo stati tutti in una carrozza di prima classe e ben avviati nel nostro viaggio verso Birmingham che sono riuscito a scoprire quale fosse il guaio che lo aveva spinto da Sherlock Holmes.
«Abbiamo un percorso libero qui di settanta minuti», ha osservato Holmes. «Voglio che lei, signor Hall Pycroft, racconti al mio amico la sua esperienza molto interessante esattamente come l’ha raccontata a me, o con più dettagli se possibile. Sarà utile per me sentire di nuovo la successione degli eventi. È un caso, Watson, che potrebbe rivelarsi avere qualcosa, o potrebbe rivelarsi non avere nulla, ma che, almeno, presenta quelle caratteristiche insolite e outré che sono care a te quanto lo sono a me. Ora, signor Pycroft, non la interromperò più».
Il nostro giovane compagno mi ha guardato con un luccichio negli occhi.
«Il peggio della storia», ha detto, «è che mi mostro come un tale stupido confuso. Naturalmente potrebbe andare tutto bene, e non vedo che avrei potuto fare altrimenti; ma se ho perso il mio posto e non ottengo nulla in cambio, mi sentirò un bel gonzo. Non sono molto bravo a raccontare una storia, dottor Watson, ma per me è andata così:
«Ero solito avere un impiego presso Coxon & Woodhouse, di Drapers’ Gardens, ma sono stati fregati all’inizio della primavera a causa del prestito venezuelano, come senza dubbio ricorderete, e hanno fatto un brutto tonfo. Ero con loro da cinque anni, e il vecchio Coxon mi ha dato una referenza fantastica quando è avvenuto il crollo, ma naturalmente noi impiegati siamo stati tutti messi alla porta, tutti e ventisette. Ho provato qui e provato là, ma c’erano un sacco di altri ragazzi nella mia stessa situazione, ed è stato un fiasco totale per molto tempo. Prendeve tre sterline a settimana da Coxon’s, e ne avevo risparmiate circa settanta, ma presto le ho esaurite fino all’ultimo centesimo. Ero davvero alla fine della corda alla fine, e riuscivo a malapena a trovare i francobolli per rispondere agli annunci o le buste per attaccarceli. Avevo consumato le mie scarpe a fare la spola per le scale degli uffici, e sembravo ancora lontano dall’ottenere un impiego come sempre.
«Alla fine ho visto un posto vacante presso Mawson & Williams’, la grande ditta di broker di borsa in Lombard Street. Oserei dire che la City non è molto nelle vostre corde, ma posso dirvi che questa è più o meno la casa più ricca di Londra. All’annuncio si doveva rispondere solo per lettera. Ho inviato la mia referenza e la mia candidatura, ma senza la minima speranza di ottenerlo. È tornata una risposta per posta, dicendo che se mi fossi presentato lunedì successivo avrei potuto assumere le mie nuove mansioni immediatamente, a patto che il mio aspetto fosse soddisfacente. Nessuno sa come funzionino queste cose. Alcuni dicono che il manager infila semplicemente la mano nel mucchio e prende il primo che capita. Comunque, è stato il mio turno quella volta, e non desidero mai sentirmi più soddisfatto. Il salario era una sterlina a settimana in più, e le mansioni più o meno le stesse di Coxon’s».
E ora vengo alla parte strana dell’affaire. Ero nei lavori fuori Hampstead Way—17, Potter’s Terrace. Beh, quella stessa sera, mentre mi concedevo una sigaretta dopo che mi era stata promessa l’appuntamento, comparve la mia padrona di casa con un biglietto sul quale era stampato “Arthur Pinner, Financial Agent”. Non avevo mai sentito quel nome e non potevo immaginare cosa volesse da me; ma, naturalmente, le chiesi di farlo venire. Entrò un uomo di statura media, capelli scuri, occhi scuri, barba nera, con un tocco di Sheeny sul naso. Aveva un portamento energico e parlava in modo brusco, come chi conosce il valore del tempo.
“Mr. Hall Pycroft, credo?” disse lui.
“Sì, signore,” risposi spostando una sedia verso di lui.
“Ultimamente impegnato da Coxon & Woodhouse’s?”
“Sì, signore.”
“E ora nella squadra di Mawson’s.”
“Esattamente.”
“Bene,” disse, “il fatto è che ho sentito davvero storie straordinarie sulla tua capacità finanziaria. Ricordi Parker, che era il manager di Coxon? Non può che parlare a lungo di te.”
Naturalmente fui contento di sentirlo. Ero sempre stato piuttosto astuto in ufficio, ma non avrei mai immaginato di essere menzionato in città in questo modo.
“Hai una buona memoria?” chiese lui.
“Piuttosto buona,” risposi modestamente.
“Hai mantenuto i contatti con il mercato mentre eri inattivo?” domandò.
“Sì; leggo la Stock Exchange List ogni mattina.”
“Questo dimostra vera dedizione!” esclamò. “È così che si prospera! Non ti dispiacerà se ti metto alla prova, vero? Vediamo… Come stanno le Ayrshires?”
“Centodieci e sei un quarto su cento e cinque e sette ottavi.”
“E New Zealand Consolidated?”
“Centocuattro.”
“E British Broken Hills?”
“Sette su sette e sei.”
“Meraviglioso!” esclamò, alzando le mani. “Sì, si sposa perfettamente con tutto quel che ho sentito. Ragazzo, ragazzo, sei decisamente troppo valido per essere un impiegato da Mawson’s!”
Quell’esclamazione mi colse piuttosto di sorpresa, come puoi immaginare. “Bene,” dissi, “altri non mi valutano così tanto come fai tu, signor Pinner. Ho lottato molto per ottenere questo posto e sono molto contento di averlo.”
“Povero uomo; dovresti volare al di sopra di ciò. Non sei nella tua vera sfera. Ora ti dirò come stanno le cose per me. Quello che ho da offrirti è poco rispetto alla tua capacità, ma rispetto a Mawson’s è un niente. Dimmi, quando vai da Mawson’s?”
“Lunedì.”
“Ah, ah! Scommetterei su una piccola scommessa sportiva che non ci andrai affatto.”
“Non andare da Mawson’s?”
“No, signore. Quel giorno sarai il manager commerciale della Franco‑Midland Hardware Company, Limited, con centotrenta‑quattro filiali nelle città e nei villaggi di Francia, senza contare una a Bruxelles e una a San Remo.”
Quella notizia mi tolse il fiato. “Non l’avevo mai sentita,” dissi.
“Probabilmente no. È rimasta molto riservata, poiché il capitale è stato interamente sottoscritto privatamente, ed è una cosa troppo buona per aprirla al pubblico. Mio fratello, Harry Pinner, è promotore e entrerà nel consiglio dopo l’assegnazione come amministratore delegato. Sapeva che ero qui in fondo, e mi chiese di procurargli un bravo uomo a basso costo. Un giovane, energico, con molto slancio. Parker parlò di te, e questo mi ha portato qui stasera. Possiamo offrirti solo un miserabile cinquecento per cominciare.”
“Cinquecento all’anno!” gridai.
“Solo all’inizio; ma avrai una commissione dominante dell’un per cento su tutti gli affari chiusi dai tuoi agenti, e ti assicuro che ciò supererà il tuo stipendio.”
“Ma non so nulla di ferramenta.”
“Tut, ragazzo mio; sai di numeri.”
La mia testa ronzava e a malapena riuscivo a stare fermo sulla sedia. Ma improvvisamente un leggero brivido di dubbio mi colpì.
“Devo essere franco con te,” dissi. “Mawson mi dà solo duecento, ma è sicuro. Ora, davvero, so così poco della tua azienda che—”
“Ah, sveglio, sveglio!” esclamò, in una sorta di estasi di piacere. “Sei proprio l’uomo che ci vuole. Non si discute con te, ed è giusto. Ecco una nota da cento sterline; se credi che possiamo fare affari, potrai infilarla nella tasca come anticipo sul tuo salario.”
“È molto generoso,” dissi. “Quando dovrei assumere le nuove funzioni?”
“Domani a Birmingham alle tredici,” disse. “Ho una nota in tasca che dovrai consegnare a mio fratello. Lo troverai al 126B, Corporation Street, dove sono situati gli uffici temporanei della compagnia. Ovviamente dovrà confermare il tuo ingaggio, ma tra noi sarà tutto a posto.”
“Davvero, fatico a esprimere la mia gratitudine, signor Pinner,” dissi.
“Non è nulla, ragazzo mio. Hai solo ottenuto il tuo meritato. Ci sono una o due piccole cose — semplici formalità — che devo sistemare con te. Hai un foglio accanto; per favore scrivi su di esso: ‘Sono perfettamente disposto ad agire come business manager della Franco‑Midland Hardware Company, Limited, con un salario minimo di £500.’”
Feci come mi fu chiesto e lui mise il foglio in tasca.
“C’è un altro dettaglio,” disse. “Cosa intendi fare per Mawson’s?”
Avevo dimenticato Mawson’s nella mia gioia. “Scriverò e darò le dimissioni,” dissi.
“Esattamente ciò che non voglio che tu faccia. Ho avuto una lite con il manager di Mawson’s per te. Sono andato a chiedergli informazioni su di te e fu molto offensivo; mi accusò di averlo sottratto al servizio dell’azienda, e cose del genere. Alla fine persi la pazienza. ‘Se vuoi buoni uomini devi pagarli bene,’ dissi.”
“Preferirebbe il nostro piccolo prezzo a quello tuo,” rispose lui.
“Ti darò una cinquecentesima,” dissi, “così quando avrà la mia offerta, non sentirai più nulla da lui.”
“Fatto!” disse. “Lo abbiamo scelto dalla fogna, e non ce lo lascerà così facilmente.” Quelle furono le sue parole.
“Il furfante impudente!” urlai. “Non l’ho mai visto in vita mia. Perché dovrei considerarlo? Non scriverò se preferisci che non lo faccia.”
“Bene! È una promessa,” disse alzandosi. “Sono felice di aver trovato un uomo così valido per mio fratello. Ecco l’anticipo di cento sterline e la lettera. Segna l’indirizzo, 126B, Corporation Street, e ricorda che domani alle una è il tuo appuntamento. Buona notte e possa tu avere tutta la fortuna che meriti!”
Quello è più o meno tutto ciò che è stato scambiato tra noi, per quanto ricordo. Puoi immaginare, dottor Watson, quanto fossi contento di una tale fortuna straordinaria. Rimasi sveglio gran parte della notte a rugliarmi su di essa, e il giorno dopo partii per Birmingham su un treno che mi avrebbe consentito di arrivare con ampio anticipo per l’appuntamento. Portai le mie cose in un hotel in New Street, poi mi diressi verso l’indirizzo indicatomi.
Ero in anticipo di quindici minuti, ma pensai che non importasse. Il 126B era un passaggio tra due grandi negozi, che conduceva a una scala di pietra a chiocciola, da cui si aprivano molti appartamenti dati in locazione come uffici a compagnie o professionisti. I nomi degli occupanti erano dipinti sul fondo del muro, ma non vi era alcun segno della Franco‑Midland Hardware Company, Limited. Stetti qualche minuto con il cuore negli stivali, chiedendomi se tutto ciò fosse un elaborato inganno, quando comparve un uomo e mi rivolse la parola. Somigliava molto al tizio che avevo visto la sera precedente, con la stessa figura e voce, ma era rasato e i capelli più chiari.
“È lei il signor Hall Pycroft?” chiese.
“Sì,” risposi.
“Oh! Ti aspettavo, ma sei un po’ in anticipo. Questa mattina ho ricevuto un biglietto da mio fratello in cui cantava a gran voce le tue lodi.”
“Stavo solo cercando gli uffici quando sei arrivato.”
“Non abbiamo ancora messo il nostro nome, poiché abbiamo ottenuto questi locali temporanei solo la scorsa settimana. Vieni con me e ne parleremo.”
Lo seguii fino in cima a una scala molto alta, dove, proprio sotto le lastre, c’erano un paio di piccole stanze vuote, polverose, senza tappeti né tende, dove mi condusse. Avevo immaginato un grande ufficio con scrivanie lucenti e file di impiegati, come a cui ero abituato, e mi trovai a fissare quasi per sbaglio le due sedie da trattativa e un piccolo tavolino, che con un registro e un cestino di carta straccia costituivano tutto il mobilio.
“Non scoraggiarti, signor Pycroft,” disse il nuovo conoscente, vedendo la mia espressione. “Roma non fu fatta in un giorno, e noi abbiamo molti soldi alle spalle, anche se non siamo ancora ricchi di sfarzi in ufficio. Prego, siediti e consegnami la tua lettera.”
Gliela porse e la lesse attentamente.
“Sembri aver lasciato una grande impressione su mio fratello Arthur,” disse; “e so che è un giudice abbastanza acuto. Giura per Londra, sai; io per Birmingham; ma questa volta seguirò il suo consiglio. Considerati definitivamente ingaggiato.”
“Quali sono i miei compiti?” chiesi.
“Gestirai alla fine il grande deposito di Parigi, che riverserà un’ondata di stoviglie inglesi nei negozi di cento trenta‑quattro agenti in Francia. L’acquisto sarà completato in una settimana, e nel frattempo rimarrai a Birmingham a renderti utile.”
“Come?”
Per rispondere tirò fuori un grande libro rosso da un cassetto.
“Questo è un repertorio di Parigi,” disse, “con i mestieri accanto ai nomi delle persone. Voglio che lo porti a casa e segni tutti i venditori di ferramenta, con i loro indirizzi. Mi sarebbe di grande aiuto averli tutti.”
“Sicuramente esistono elenchi classificati?” suggerii.
“Non affidabili. Il loro sistema è diverso dal nostro. Impegnati e consegnami le liste entro lunedì, a mezzogiorno. Buona giornata, signor Pycroft. Se continui a mostrare zelo e intelligenza, troverai la compagnia un buon padrone.”
Ritornai all’hotel con il grande libro sotto il braccio, provato da sentimenti contrastanti. Da una parte ero definitivamente ingaggiato e avevo cento sterline in tasca; dall’altra l’aspetto degli uffici, l’assenza di nome sul muro e altri dettagli che avrebbero colpito un uomo d’affari mi lasciavano dubbiosi sulla reale posizione dei miei datori di lavoro. Tuttavia, avendo il denaro, mi misi al lavoro. Domenica feci gran parte, ma entro lunedì avevo raggiunto solo la lettera H. Tornai dal mio datore, lo trovai nella stessa stanza smontata, e mi fu detto di continuare fino a mercoledì, poi tornare di nuovo. Mercoledì era ancora incompleto, così lavorai fino a venerdì – cioè ieri. Poi la portai a Mr. Harry Pinner.
“Grazie mille,” disse; “temo di aver sottovalutato la difficoltà del compito.
Ancora, più forte, risuonò il rat‑tat‑tat. Guardammo tutti con aspettativa la porta chiusa. Lanciando uno sguardo a Holmes, vidi il suo volto irrigidirsi e si chinò in avanti per l’intensa eccitazione. All’improvviso si udi un suono basso, gorgogliante, e un rapido tamburellare sul legno. Holmes balzò freneticamente verso l’altra parte della stanza e spinse contro la porta. Era chiusa sul lato interno. Seguendo il suo esempio, ci gettammo su di essa con tutto il nostro peso. Una cerniera si ruppe, poi l’altra, e la porta cadde con uno schianto. Correndo sopra di essa, ci trovammo nella stanza interna. Era vuota.
Ma fu solo per un attimo che noi fummo colpevoli. In un angolo, quello più vicino alla stanza da cui eravamo usciti, c’era una seconda porta. Holmes si precipitò verso di essa e la aprì. Un cappotto e un gilet giacevano sul pavimento, e da un gancio dietro la porta, con le proprie bretelle intorno al collo, era appeso il direttore generale della Franco‑Midland Hardware Company. Le ginocchia erano raccolte, la testa pendente ad un angolo spaventoso rispetto al corpo, e il clangore dei suoi tacchi contro la porta produceva il rumore che si era intromesso nella nostra conversazione. In un istante lo afferrai per la vita e lo sollevai mentre Holmes e Pycroft scioglievano le fasce elastiche che si erano incastrate tra le rughe livide della sua pelle. Poi lo trasportammo nella seconda stanza, dove giaceva con il volto color argilla, soffiando le labbra violacee dentro e fuori ad ogni respiro — un miserabile relitto di quello che era stato cinque minuti prima.
«Che ne pensi di lui, Watson?» chiese Holmes.
Mi chinai sopra di lui ed esaminai la sua condizione. Il suo polso era debole e intermittente, ma il respiro si faceva più lungo, e vi era un leggero tremolio delle palpebre, che mostrava una sottile fessura bianca dell’occhio. «È stato un salto e basta con lui», dissi, «ma ora vivrà. Apri quella finestra e passami la brocca d’acqua». Slegai il colletto, versai l’acqua fredda sul suo volto e sollevai e abbassai le braccia finché non inspirò un respiro lungo e naturale. «È solo una questione di tempo adesso», dissi, voltandomi da lui.
Holmes stava accanto al tavolo, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni e il mento appoggiato sul petto.
«Suppongo che dovremmo chiamare subito la polizia», disse. «Eppure confesso che mi piacerebbe dare loro un caso completo quando arriveranno».
«È un mistero benedetto per me», esclamò Pycroft grattandosi la testa. «Qualunque cosa volessero portarmi fin qui su, e poi—»
«Phoo! Tutto ciò è abbastanza chiaro», disse Holmes impazientemente. «È questo l’ultimo improvviso movimento
«Da quel giorno, tra tutta la sua cordialità, ci fu sempre un velo di sospetto nei modi del signor Trevor verso di me. Persino suo figlio lo notò. "Hai fatto prendere tale spavento al governatore", disse, "che non sarà mai più sicuro di ciò che sai e di ciò che non sai". Non intendeva darlo a vedere, ne sono certo, ma era così fortemente impresso nella sua mente che trapelava in ogni suo gesto. Alla fine mi convinsi a tal punto di essergli di peso che decisi di concludere la mia visita. Proprio il giorno prima della mia partenza, tuttavia, si verificò un incidente che, in seguito, si rivelò di grande importanza.
Eravamo seduti sul prato, su sedie da giardino, noi tre, a crogiolarci al sole e ad ammirare il panorama sui Broads, quando una cameriera uscì per dire che c’era un uomo alla porta che desiderava vedere il signor Trevor.
"Qual è il suo nome?" chiese il mio ospite.
"Non ha voluto dirmelo."
"Che cosa vuole, allora?"
"Dice che lei lo conosce, e che desidera solo un momento di conversazione."
"Fallo venire qui." Un istante dopo apparve un individuo piccolo e rugoso, dai modi servili e l'andatura incerta. Indossava una giacca aperta, con una macchia di catrame sulla manica, una camicia a quadri rossi e neri, pantaloni di tela grezza e scarponi pesanti e logori. Il suo volto era magro, bruno e astuto, con un sorriso perenne che mostrava una fila irregolare di denti gialli, e le sue mani raggrinzite erano socchiuse nel modo caratteristico dei marinai. Mentre avanzava strascicando i piedi sul prato, udii il signor Trevor emettere una sorta di singhiozzo in gola e, balzando dalla sedia, corse in casa. Tornò dopo un momento, e avvertii un forte odore di brandy mentre mi passava accanto.
"Bene, amico mio," disse, "cosa posso fare per te?"
Il marinaio restò a guardarlo con gli occhi socchiusi e lo stesso sorriso dalle labbra molli sul volto.
"Non mi riconosce?" chiese.
"Ma guarda un po', è sicuramente Hudson," disse il signor Trevor con tono di sorpresa.
"Proprio Hudson, signore," disse il marinaio. "Sono passati trent'anni e più dall'ultima volta che l'ho visto. Eccola qui nella sua casa, e io ancora a tirar fuori la mia carne salata dalla botte."
"Sciocchezze, vedrai che non ho dimenticato i vecchi tempi," esclamò il signor Trevor e, avvicinandosi al marinaio, disse qualcosa a bassa voce. "Vai in cucina," continuò ad alta voce, "e avrai da mangiare e da bere. Non dubito che troverò una sistemazione per te."
"Grazie, signore," disse il marinaio, toccandosi il ciuffo. "Sono appena sceso da una carretta da otto nodi dopo due anni, a corto di uomini per giunta, e ho bisogno di riposo. Pensavo di trovarlo dal signor Beddoes o da lei."
"Ah!" esclamò Trevor. "Sai dove si trova il signor Beddoes?"
"Dio la benedica, signore, so dove sono tutti i miei vecchi amici," disse l'individuo con un sorriso sinistro, e si allontanò strascicando i piedi dietro la cameriera verso la cucina. Il signor Trevor borbottò qualcosa riguardo all'essere stato compagno di bordo dell'uomo quando stava tornando ai giacimenti auriferi, poi, lasciandoci sul prato, rientrò in casa. Un'ora dopo, quando entrammo in casa, lo trovammo disteso ubriaco fradicio sul divano della sala da pranzo. L'intero episodio mi lasciò un'impressione quanto mai sgradevole, e non fui dispiaciuto il giorno dopo di lasciarmi Donnithorpe alle spalle, poiché sentivo che la mia presenza doveva essere fonte di imbarazzo per il mio amico.
Tutto questo accadde durante il primo mese delle vacanze estive. Tornai nelle mie stanze londinesi, dove trascorsi sette settimane a svolgere alcuni esperimenti di chimica organica. Un giorno, tuttavia, quando l'autunno era ormai inoltrato e le vacanze volgevano al termine, ricevetti un telegramma dal mio amico che mi implorava di tornare a Donnithorpe, dicendomi che aveva un gran bisogno del mio consiglio e della mia assistenza. Naturalmente lasciai tutto e partii di nuovo verso il Nord.
Mi venne incontro con il calesse alla stazione e vidi a colpo d'occhio che gli ultimi due mesi erano stati per lui molto duri. Era dimagrito, appariva logorato dalle preoccupazioni e aveva perso quel modo di fare chiassoso e allegro per cui si era distinto.
"Il governatore sta morendo," furono le prime parole che disse.
"Impossibile!" esclamai. "Che cosa è successo?"
"Apoplessia. Shock nervoso. È stato sul filo del rasoio tutto il giorno. Dubito che lo troveremo vivo."
Ero, come puoi immaginare, Watson, inorridito da questa notizia inaspettata.
"Che cosa l'ha causata?" chiesi.
"Ah, questo è il punto. Sali e possiamo parlarne mentre guidiamo. Ricordi quel tizio che è arrivato la sera prima che tu partissi?"
"Perfettamente."
"Sai chi abbiamo fatto entrare in casa quel giorno?"
"Non ne ho idea."
"Era il diavolo, Holmes," gridò.
Lo fissai con stupore.
"Sì, era il diavolo in persona. Non abbiamo avuto un'ora di pace da allora, nemmeno una. Il governatore non ha mai rialzato la testa da quella sera, e ora la vita è stata schiacciata fuori di lui e il suo cuore spezzato, tutto a causa di questo maledetto Hudson."
"Che potere aveva, dunque?"
"Ah, questo è ciò che darei tanto per sapere. Il caro, caritatevole, buon vecchio governatore... come può essere caduto nelle grinfie di un tale furfante! Ma sono così felice che tu sia venuto, Holmes. Confido molto nel tuo giudizio e nella tua discrezione, e so che mi consiglierai per il meglio."
Correvamo lungo la strada di campagna liscia e bianca, con la lunga distesa dei Broads davanti a noi che brillava alla luce rossa del sole al tramonto. Da un boschetto alla nostra sinistra potevo già vedere gli alti camini e l'asta della bandiera che indicavano l'abitazione del signorotto.
"Mio padre fece diventare l'individuo un giardiniere," disse il mio compagno, "e poi, siccome non lo soddisfaceva, fu promosso a maggiordomo. La casa sembrava essere alla sua mercé, e lui si aggirava facendo ciò che voleva. Le cameriere si lamentavano delle sue abitudini di ubriacone e del suo linguaggio vile. Il papà alzò il salario a tutte per ricompensarle del fastidio. Il tizio prendeva la barca e il miglior fucile di mio padre per concedersi piccole battute di caccia. E tutto questo con un volto così sprezzante, lascivo e insolente che l'avrei buttato a terra venti volte se fosse stato un uomo della mia età. Te lo dico io, Holmes, ho dovuto trattenermi a stento per tutto questo tempo; e ora mi chiedo se, se mi fossi lasciato andare un po' di più, non sarei stato un uomo più saggio."
"Beh, le cose andarono di male in peggio, e quest'animale di Hudson divenne sempre più invadente, finché, un giorno, dando una risposta insolente a mio padre in mia presenza, lo presi per le spalle e lo cacciai fuori dalla stanza. Si allontanò furtivamente con un volto livido e due occhi velenosi che proferivano più minacce di quanto potesse fare la sua lingua. Non so cosa sia passato tra il povero papà e lui dopo quello, ma il papà venne da me il giorno dopo e mi chiese se mi sarebbe dispiaciuto scusarmi con Hudson. Mi rifiutai, come puoi immaginare, e chiesi a mio padre come potesse permettere a un tale miserabile di prendersi tali libertà con lui e con la sua famiglia."
"'"Ah, ragazzo mio," disse, "è tutto molto facile da dire, ma tu non sai in che posizione mi trovo. Ma lo saprai, Victor. Farò in modo che tu lo sappia, costi quel che costi. Non crederesti mai al male del tuo povero vecchio padre, vero, figliolo?" Era molto commosso e si chiuse nello studio tutto il giorno, dove potevo vedere attraverso la finestra che stava scrivendo febbrilmente."
"'"Quella sera arrivò quella che mi sembrò una grande liberazione, perché Hudson ci disse che se ne andava. Entrò nella sala da pranzo mentre sedevamo dopo cena e annunciò la sua intenzione con la voce impastata di un uomo mezzo ubriaco."
"'"Ne ho abbastanza del Norfolk," disse. "Scenderò dal signor Beddoes nell'Hampshire. Sarà felice di vedermi quanto lo siete stati voi, immagino."
"'"Non te ne andrai con rancore, Hudson, spero," disse mio padre, con una docilità che mi fece ribollire il sangue."
"'"Non ho avuto le mie scuse," disse lui imbronciato, lanciando un'occhiata nella mia direzione."
"'"Victor, ammetterai di aver trattato questo degno individuo piuttosto duramente," disse il papà, rivolgendosi a me."
"'"Al contrario, penso che entrambi abbiamo mostrato una pazienza straordinaria nei suoi confronti," risposi."
"'"Oh, davvero?" ringhiò. "Molto bene, compagno. Vedremo!" Uscì strascicando i piedi dalla stanza e mezz'ora dopo lasciò la casa, abbandonando mio padre in uno stato di pietoso nervosismo. Notte dopo notte lo sentivo camminare avanti e indietro per la stanza, ed è stato proprio mentre stava recuperando fiducia che il colpo è finalmente caduto."
"E come?" chiesi ansiosamente.
"In un modo davvero straordinario. Una lettera è arrivata per mio padre ieri sera, con il timbro postale di Fordingbridge. Mio padre l'ha letta, si è portato entrambe le mani alla testa e ha iniziato a correre per la stanza in piccoli cerchi come un uomo che ha perso il senno. Quando finalmente l'ho tirato giù sul divano, la sua bocca e le sue palpebre erano tutte contratte da un lato, e ho capito che aveva avuto un ictus. Il dottor Fordham è venuto subito. Lo abbiamo messo a letto; ma la paralisi si è diffusa, non ha mostrato alcun segno di ripresa della coscienza, e penso che difficilmente lo troveremo vivo."
"Mi inorridisci, Trevor!" esclamai. "Cosa poteva mai esserci in questa lettera da causare un risultato così terribile?"
"Niente. Lì sta la parte inspiegabile. Il messaggio era assurdo e banale. Ah, Dio mio, è come temevo!"
Mentre parlava, girammo la curva del viale e vedemmo, nella luce calante, che ogni tenda della casa era stata abbassata. Mentre arrivavamo davanti alla porta, con il volto del mio amico contratto dal dolore, ne uscì un signore in nero.
"Quando è successo, dottore?" chiese Trevor.
"Quasi subito dopo che ve ne siete andati."
"Ha ripreso conoscenza?"
"Per un istante prima della fine."
"Qualche messaggio per me?"
"Solo che i documenti erano nel cassetto posteriore dello scrigno giapponese."
Il mio amico salì con il dottore nella camera della morte, mentre io rimasi nello studio, rigirando l'intera faccenda nella mia testa e sentendomi cupo come mai mi ero sentito in vita mia. Qual era il passato di questo Trevor, pugile, viaggiatore e cercatore d'oro, e come si era messo in potere di questo marinaio dal volto acido? Perché, inoltre, svenire all'allusione alle iniziali parzialmente cancellate sul suo braccio, e morire di paura quando aveva ricevuto una lettera da Fordingbridge? Poi ricordai che Fordingbridge era nell'Hampshire, e che questo signor Beddoes, che il marinaio era andato a visitare e presumibilmente a ricattare, viveva anch'egli nell'Hampshire. La lettera, dunque, poteva venire da Hudson, il marinaio, dicendo che aveva tradito il segreto colpevole che sembrava esistere, oppure poteva venire da Beddoes, avvertendo un vecchio complice che tale tradimento era imminente. Fin qui sembrava abbastanza chiaro. Ma allora come poteva questa lettera essere banale e grottesca, come descritto dal figlio? Deve averla letta male. Se così fosse, doveva trattarsi di uno di quei ingegnosi codici segreti che significano una cosa mentre sembrano significarne un'altra. Dovevo vedere questa lettera. Se c'era un significato nascosto, ero certo che avrei potuto svelarlo. Per un'ora rimasi a rifletterci sopra nell'oscurità, finché alla fine una cameriera in lacrime portò una lampada, e subito dietro di lei arrivò il mio amico Trevor, pallido ma composto, con proprio questi fogli che riposano sulle mie ginocchia stretti tra le mani. Si sedette di fronte a me, tirò la lampada verso il bordo del tavolo e mi porse un breve appunto scarabocchiato, come vedi, su un singolo foglio di carta grigia. "La fornitura di selvaggina per Londra è in costante aumento," diceva. "Il capo guardiacaccia Hudson, crediamo, è stato ora incaricato di ricevere tutti gli ordini per la carta moschicida e per la conservazione della vita delle tue galline fagiane."
Oserei dire che il mio volto appariva confuso quanto il tuo poco fa quando lessi per la prima volta questo messaggio. Poi lo rilessi molto attentamente. Era evidentemente come avevo pensato, e qualche significato segreto doveva giacere sepolto in questa strana combinazione di parole. O poteva darsi che ci fosse un significato prestabilito per frasi come "carta moschicida" e "gallina fagiana"? Tale significato sarebbe stato arbitrario e non deducibile in alcun modo. Eppure ero restio a credere che fosse questo il caso, e la presenza della parola "Hudson" sembrava mostrare che l'oggetto del messaggio era quello che avevo intuito, e che proveniva da Beddoes piuttosto che dal marinaio. Provai a leggerla al contrario, ma la combinazione "vita fagiana gallina" non era incoraggiante. Poi provai a saltare una parola, ma né "La di per" né "fornitura selvaggina Londra" promettevano di gettare alcuna luce su di essa. E poi in un istante la chiave dell'enigma fu nelle mie mani, e vidi che ogni terza parola, iniziando dalla prima, avrebbe dato un messaggio che avrebbe potuto benissimo spingere il vecchio Trevor alla disperazione.
Era breve e conciso, l'avvertimento, come ora lo leggo al mio compagno:
"Il gioco è finito. Hudson ha detto tutto. Fuggi per la tua vita."
Victor Trevor affondò il viso nelle mani tremanti. "Deve essere così, suppongo," disse. "Questo è peggio della morte, perché significa anche disonore. Ma qual è il significato di questi 'capoguardiacaccia' e 'galline fagiane'?"
"Non significa nulla per il messaggio, ma potrebbe significare molto per noi se non avessimo altri mezzi per scoprire il mittente. Vedi che ha iniziato scrivendo 'Il... gioco... è', e così via. In seguito ha dovuto, per adempiere alla cifra prestabilita, riempire ogni spazio con due parole a caso. Userebbe naturalmente le prime parole che gli venissero in mente, e se ce ne sono così tante che si riferiscono allo sport tra loro, puoi essere ragionevolmente sicuro che sia un ardente cacciatore o interessato all'allevamento. Sai qualcosa di questo Beddoes?"
"Beh, ora che lo menzioni," disse, "ricordo che il mio povero padre riceveva da lui l'invito a cacciare nelle sue riserve ogni autunno."
"Allora è indubbiamente da lui che proviene l'appunto," dissi. "Resta solo per noi scoprire quale fosse questo segreto che il marinaio Hudson sembrava tenere sopra le teste di questi due uomini ricchi e rispettati."
"Ahimè, Holmes, temo che sia uno di peccato e vergogna!" esclamò il mio amico. "Ma con te non avrò segreti. Ecco la dichiarazione che è stata redatta da mio padre quando sapeva che il pericolo da parte di Hudson era diventato imminente. L'ho trovata nello scrigno giapponese, come ha detto al dottore. Prendila e leggimela, perché non ho né la forza né il coraggio di farlo io stesso."
Questi sono proprio i documenti, Watson, che mi ha consegnato, e te li leggerò, come li lessi a lui in quel vecchio studio quella notte. Sono annotati all'esterno, come vedi, "Alcuni particolari del viaggio del brigantino Gloria Scott, dalla sua partenza da Falmouth l'8 ottobre 1855, alla sua distruzione a 15º 20’ di latitudine nord e 25º 14’ di longitudine ovest il 6 novembre." È sotto forma di lettera, e procede in questo modo:
"Mio caro, carissimo figlio, ora che l'imminente disgrazia inizia ad oscurare gli anni conclusivi della mia vita, posso scrivere con tutta verità e onestà che non è il terrore della legge, non è la perdita della mia posizione nella contea, né è la mia caduta agli occhi di tutti coloro che mi hanno conosciuto, ciò che mi trafigge il cuore; ma è il pensiero che tu debba arrossire per me, tu che mi ami e che raramente, spero, hai avuto motivo di fare altro che rispettarmi. Ma se il colpo che incombe sempre su di me dovesse cadere, allora vorrei che tu leggessi questo, affinché tu possa sapere direttamente da me fino a che punto sono stato colpevole. D'altra parte, se tutto dovesse andare bene (che il buon Dio Onnipotente lo conceda!), allora se per caso questo foglio dovesse essere ancora integro e dovesse cadere nelle tue mani, ti scongiuro, per tutto ciò che tieni di sacro, per la memoria della tua cara madre, e per l'amore che c'è stato tra noi, di gettarlo nel fuoco e di non pensarci mai più."
"Se dunque il tuo occhio continua a leggere questa riga, so che sarò già stato smascherato e trascinato via dalla mia casa, o come è più probabile, poiché sai che il mio cuore è debole, giacendo con la lingua sigillata per sempre nella morte. In entrambi i casi il tempo per il silenzio è passato, e ogni parola che ti dico è la nuda verità, e questo lo giuro come spero nella misericordia."
"Il mio nome, caro figliolo, non è Trevor. Ero James Armitage nei miei anni più giovani, e puoi capire ora lo shock che è stato per me poche settimane fa quando il tuo amico dell'università mi ha rivolto parole che sembravano implicare che avesse intuito il mio segreto. Fu come Armitage che entrai in una banca londinese, e come Armitage fui condannato per aver infranto le leggi del mio paese e fui condannato alla deportazione. Non essere troppo severo con me, figliolo. Era un debito d'onore, cosiddetto, che dovevo pagare, e ho usato denaro che non era mio per farlo, nella certezza che avrei potuto sostituirlo prima che ci fosse alcuna possibilità che mancasse. Ma la sorte più terribile mi perseguitò. Il denaro su cui avevo fatto conto non arrivò mai, e un esame prematuro dei conti espose il mio deficit. Il caso avrebbe potuto essere trattato con clemenza, ma le leggi erano amministrate più duramente trent'anni fa di quanto non lo siano ora, e al mio ventitreesimo compleanno mi ritrovai incatenato come un criminale con altri trentasette detenuti nel ponte inferiore del brigantino Gloria Scott, diretto in Australia."
"Era l'anno '55, quando la guerra di Crimea era al suo culmine, e le vecchie navi dei detenuti erano state largamente usate come trasporti nel Mar Nero. Il governo fu costretto, pertanto, a utilizzare navi più piccole e meno adatte per inviare i propri prigionieri. Il Gloria Scott era stato nel commercio del tè cinese, ma era un'imbarcazione vecchio stile, a prua pesante e a larga chiglia, e i nuovi clipper lo avevano superato. Era una nave da cinquecento tonnellate e, oltre ai suoi trentotto carcerati, trasportava ventisei membri dell'equipaggio, diciotto soldati, un capitano, tre ufficiali, un medico, un cappellano e quattro secondini. Quasi cento anime erano a bordo, in tutto, quando salpammo da Falmouth."
“‘Le pareti tra le celle dei condannati, invece di essere di spesso legno di quercia, come di consueto nelle navi adibite al trasporto dei prigionieri, erano assai sottili e fragili. L’uomo accanto a me, sul lato di poppa, era uno che avevo notato in particolar modo quando fummo condotti giù lungo la banchina. Era un giovane con un viso pulito, senza barba, un naso lungo e sottile, e mascelle piuttosto pronunciate. Portava la testa molto alta con aria spavalda, aveva un modo di camminare ostentato ed era, soprattutto, notevole per la sua statura straordinaria. Non credo che nessuna delle nostre teste sarebbe arrivata alla sua spalla, e sono certo che non potesse misurare meno di un metro e novantacinque. Era strano, tra tanti volti tristi e stanchi, vederne uno che fosse pieno di energia e determinazione. Per me, vederlo fu come un fuoco in una tempesta di neve. Fui felice, dunque, di scoprire che era il mio vicino, e ancora più felice quando, nel cuore della notte, udii un sussurro vicino al mio orecchio e scoprii che era riuscito a tagliare un’apertura nell’asse che ci separava.
“‘“Ehi, compare!” disse, “come ti chiami e perché sei qui?”
“‘Gli risposi e chiesi a mia volta con chi stessi parlando.
“‘“Sono Jack Prendergast,” disse, “e per Dio! Imparerai a benedire il mio nome prima di aver finito con me.”
“‘Ricordavo di aver sentito parlare del suo caso, poiché era stato uno di quelli che avevano suscitato un’immensa sensazione in tutto il paese qualche tempo prima del mio arresto. Era un uomo di buona famiglia e di grande talento, ma dalle abitudini incurabilmente viziose, che tramite un ingegnoso sistema di frode aveva ottenuto ingenti somme di denaro dai principali mercanti di Londra.
“‘“Ah, ah! Ricordi il mio caso!” disse orgoglioso.
“‘“Molto bene, in verità.”
“‘“Allora forse ricordi qualcosa di strano al riguardo?”
“‘“Cosa, di grazia?”
“‘“Avevo avuto quasi un quarto di milione, non è vero?”
“‘“Così si diceva.”
“‘“Ma non ne è stato recuperato nulla, eh?”
“‘“No.”
“‘“Bene, dove supponi che sia il resto?” chiese.
“‘“Non ne ho idea,” dissi.
“‘“Proprio tra il mio dito e il pollice,” esclamò. “Per Dio! Ho più sterline a mio nome di quante tu abbia capelli in testa. E se hai denaro, figliolo, e sai come maneggiarlo e farlo fruttare, puoi fare qualsiasi cosa! Ora, non penserai che un uomo che può fare qualsiasi cosa si consumerà i calzoni seduto nella stiva puzzolente di un vecchio guscio di nave da tè, infestato da ratti e scarafaggi. No, signore, un uomo del genere baderà a se stesso e baderà ai suoi compagni. Puoi contarci! Resta con lui e puoi giurarci che ti trarrà d’impaccio.”
“‘Quello era il suo modo di parlare, e all’inizio pensai che non significasse nulla; ma dopo un po’, quando mi ebbe messo alla prova e mi ebbe fatto giurare con ogni possibile solennità, mi fece capire che c’era davvero un complotto per prendere il comando della nave. Una dozzina di prigionieri lo aveva ordito prima ancora di salire a bordo, Prendergast era il capo e il suo denaro era la forza motrice.
“‘“Avevo un socio,” disse, “un uomo davvero in gamba, fedele come la canna al fucile. Ha il bottino, lui, e dove pensi che sia in questo momento? Beh, è il cappellano di questa nave — il cappellano, nientemeno! È salito a bordo con un abito nero, i documenti in regola e abbastanza denaro nella sua cassa da comprare tutto, dalla chiglia all’albero di maestra. L’equipaggio è suo, corpo e anima. Potrebbe comprarli a peso con uno sconto in contanti, e lo ha fatto prima ancora che si arruolassero. Ha con sé due dei secondini e Mercer, il secondo ufficiale, e si sarebbe preso anche il capitano, se avesse pensato che ne valesse la pena.”
“‘“Cosa dobbiamo fare, allora?” chiesi.
“‘“Cosa ne pensi?” disse. “Faremo le giubbe di alcuni di questi soldati più rosse di quanto il sarto abbia mai fatto.”
“‘“Ma sono armati,” dissi.
“‘“E lo saremo anche noi, figliolo. C’è un paio di pistole per ognuno di noi e, se non riusciamo a prendere questa nave, con l’equipaggio dalla nostra parte, è ora che ci mandino tutti in un collegio femminile. Parla con il tuo compagno alla sinistra stasera e vedi se è degno di fiducia.”
“‘Lo feci e scoprii che l’altro mio vicino era un giovane nella mia stessa situazione, il cui crimine era stato la falsificazione. Si chiamava Evans, ma in seguito cambiò nome, come me, ed è ora un uomo ricco e prospero nel sud dell’Inghilterra. Era pronto a unirsi alla cospirazione, come unico mezzo per salvarci, e prima di aver attraversato la baia c’erano solo due prigionieri che non erano al corrente del segreto. Uno di questi aveva una mente debole e non osammo fidarci di lui, l’altro soffriva di itterizia e non poteva esserci di alcuna utilità.
“‘Fin dall’inizio non ci fu davvero nulla che ci impedisse di prendere possesso della nave. L’equipaggio era un gruppo di furfanti, scelti appositamente per il lavoro. Il falso cappellano veniva nelle nostre celle a esortarci, portando una borsa nera che si supponeva piena di opuscoli, e venne così spesso che al terzo giorno avevamo ognuno nascosto ai piedi del letto una lima, un paio di pistole, una libbra di polvere da sparo e venti proiettili. Due dei secondini erano agenti di Prendergast e il secondo ufficiale era il suo braccio destro. Il capitano, i due ufficiali, due secondini, il tenente Martin, i suoi diciotto soldati e il medico erano tutto ciò che avevamo contro. Eppure, per quanto fosse sicuro, decidemmo di non trascurare alcuna precauzione e di sferrare l’attacco improvvisamente di notte. Arrivò, tuttavia, più velocemente di quanto ci aspettassimo, e in questo modo.
“‘Una sera, circa la terza settimana dopo la nostra partenza, il medico era sceso a visitare uno dei prigionieri che stava male e, mettendo la mano sul fondo della cuccetta, sentì il profilo delle pistole. Se fosse rimasto in silenzio avrebbe potuto rovinare tutto, ma era un tipo nervoso, così emise un grido di sorpresa e divenne così pallido che l’uomo capì subito cosa stava succedendo e lo afferrò. Fu imbavagliato prima che potesse dare l’allarme e legato al letto. Aveva sbloccato la porta che portava al ponte e noi l’attraversammo di corsa. Le due sentinelle furono abbattute a colpi di pistola, così come un caporale che era corso a vedere cosa stesse succedendo. C’erano altri due soldati alla porta della cabina di comando, e i loro moschetti non sembrarono essere carichi, poiché non fecero mai fuoco su di noi, e furono colpiti mentre cercavano di fissare le baionette. Poi ci precipitammo nella cabina del capitano, ma mentre spingevamo per aprire la porta ci fu un’esplosione dall’interno, ed eccolo lì disteso con il cervello spalmato sulla carta dell’Atlantico che era appuntata sul tavolo, mentre il cappellano stava in piedi con una pistola fumante in mano al suo fianco. I due ufficiali erano stati entrambi catturati dall’equipaggio e l’intera faccenda sembrò risolta.
“‘La cabina di comando era adiacente a quella del capitano, vi entrammo in massa e ci gettammo sulle panche, parlando tutti insieme, perché eravamo fuori di testa per la sensazione di essere di nuovo liberi. C’erano degli armadietti tutto intorno, e Wilson, il falso cappellano, ne sfondò uno e ne tirò fuori una dozzina di bottiglie di sherry scuro. Spezzammo i colli delle bottiglie, versammo il contenuto nei bicchieri e stavamo appena per berlo, quando in un istante, senza preavviso, giunse il fragore dei moschetti alle nostre orecchie e il salone fu così pieno di fumo che non riuscivamo a vedere oltre il tavolo. Quando si diradò, il luogo era un mattatoio. Wilson e altri otto si dimenavano l’uno sopra l’altro sul pavimento, e il sangue e lo sherry scuro su quel tavolo mi disgustano ancora ora quando ci penso. Eravamo così intimiditi dalla vista che penso avremmo rinunciato all’impresa se non fosse stato per Prendergast. Mugghiò come un toro e corse verso la porta con tutti quelli che erano rimasti vivi alle sue calcagna. Uscimmo di corsa, e lì sul ponte di poppa c’erano il tenente e dieci dei suoi uomini. I lucernari basculanti sopra il tavolo del salone erano rimasti un po’ aperti e loro avevano fatto fuoco su di noi attraverso la fessura. Li raggiungemmo prima che potessero caricare, e resistettero come uomini; ma noi avemmo la meglio su di loro e in cinque minuti fu tutto finito. Mio Dio! C’è mai stato un mattatoio come quella nave! Prendergast era come un diavolo scatenato, prendeva i soldati come se fossero stati bambini e li gettava in mare vivi o morti. C’era un sergente che era orribilmente ferito e tuttavia continuò a nuotare per un tempo sorprendente, finché qualcuno, per pietà, non gli fece saltare le cervella. Quando il combattimento finì, non era rimasto nessuno dei nostri nemici, eccetto solo i secondini, gli ufficiali e il medico.
“‘Fu a causa loro che nacque la grande disputa. Molti di noi erano abbastanza felici di aver riconquistato la libertà, eppure non desideravano avere omicidi sulla coscienza. Una cosa era abbattere i soldati con i moschetti in mano, un’altra era stare a guardare mentre uomini venivano uccisi a sangue freddo. Otto di noi, cinque condannati e tre marinai, dissero che non avremmo permesso che accadesse. Ma non ci fu verso di smuovere Prendergast e quelli che erano con lui. La nostra unica possibilità di salvezza stava nel fare un lavoro pulito, disse, e non avrebbe lasciato una lingua capace di muoversi in un banco dei testimoni. Quasi arrivammo a condividere la sorte dei prigionieri, ma alla fine disse che se volevamo potevamo prendere una barca e andarcene. Accettammo al volo l’offerta, perché eravamo già stanchi di quelle azioni sanguinose e vedemmo che sarebbe peggiorato prima di finire. Ci furono dati un abito da marinaio a testa, un barile d’acqua, due casse, una di carne salata e una di biscotti, e una bussola. Prendergast ci lanciò una carta nautica, ci disse che eravamo naufraghi la cui nave era colata a picco a 15° latitudine Nord e 25° longitudine Ovest, e poi tagliò la cima e ci lasciò andare.
“‘E ora arrivo alla parte più sorprendente della mia storia, mio caro figlio. I marinai avevano messo il pennone di trinchetto a segno durante la rivolta, ma ora, mentre li lasciavamo, lo riportarono in posizione e, poiché c’era un leggero vento da nord e da est, il brigantino iniziò ad allontanarsi lentamente da noi. La nostra barca giaceva, salendo e scendendo sui lunghi e dolci rulli, ed Evans ed io, che eravamo i più istruiti del gruppo, eravamo seduti a poppa a calcolare la nostra posizione e a pianificare verso quale costa dirigerci. Era una bella questione, poiché le isole di Capo Verde erano a circa cinquecento miglia a nord di noi, e la costa africana a circa settecento a est. Nel complesso, dato che il vento stava girando verso nord, pensammo che la Sierra Leone potesse essere la scelta migliore, e puntammo la prua in quella direzione, con il brigantino che in quel momento era quasi oltre l’orizzonte sul nostro quarto di dritta. All’improvviso, mentre lo guardavamo, vedemmo una densa nuvola di fumo nero eruttare da esso, che si stagliò come un mostruoso albero sulla linea dell’orizzonte. Pochi secondi dopo, un boato simile a un tuono esplose alle nostre orecchie e, mentre il fumo si diradava, non rimaneva più alcun segno della Gloria Scott. In un istante girammo la prua della barca e remammo con tutte le nostre forze verso il punto in cui la foschia che ancora aleggiava sull’acqua segnava la scena di questa catastrofe.
“‘Passò una lunga ora prima di raggiungerla, e all’inizio tememmo di essere arrivati troppo tardi per salvare qualcuno. Una barca fracassata e un numero di casse e frammenti di alberi che salivano e scendevano sulle onde ci indicarono dove la nave era affondata; ma non c’era segno di vita, e ci stavamo allontanando disperati quando udimmo una richiesta di aiuto e vedemmo a una certa distanza un rottame con un uomo disteso sopra. Quando lo tirammo a bordo della barca, si rivelò essere un giovane marinaio di nome Hudson, che era così bruciato ed esausto da non poterci dare alcun resoconto di quanto accaduto fino alla mattina seguente.
“‘Sembrava che, dopo la nostra partenza, Prendergast e la sua banda avessero proceduto a mettere a morte i cinque prigionieri rimasti. I due secondini erano stati fucilati e gettati in mare, e così pure il terzo ufficiale. Prendergast era poi sceso nel ponte intermedio e con le sue mani aveva tagliato la gola allo sfortunato chirurgo. Era rimasto solo il primo ufficiale, che era un uomo audace e attivo. Quando vide il condannato avvicinarsi con il coltello insanguinato in mano, si liberò dai legami, che era riuscito in qualche modo ad allentare, e correndo lungo il ponte si tuffò nella stiva di poppa.
“‘Una dozzina di condannati, scesi con le pistole in mano alla sua ricerca, lo trovarono con una scatola di fiammiferi in mano, seduto accanto a un barile di polvere da sparo aperto, che era uno dei cento trasportati a bordo, e che giurava di far saltare tutti in aria se fosse stato in qualche modo molestato. Un istante dopo avvenne l’esplosione, sebbene Hudson pensasse che fosse stata causata dal proiettile mal diretto di uno dei condannati piuttosto che dal fiammifero dell’ufficiale. Quale che ne sia stata la causa, fu la fine della Gloria Scott e della marmaglia che ne deteneva il comando.
“‘Tale, in poche parole, mio caro ragazzo, è la storia di questa terribile faccenda in cui sono stato coinvolto. Il giorno seguente fummo raccolti dal brigantino Hotspur, diretto in Australia, il cui capitano non ebbe difficoltà a credere che fossimo i sopravvissuti di una nave passeggeri colata a picco. La nave da trasporto Gloria Scott fu data per dispersa in mare dall’Ammiragliato e nessuna parola è mai trapelata sulla sua vera sorte. Dopo un eccellente viaggio, l’Hotspur ci sbarcò a Sydney, dove Evans ed io cambiammo i nostri nomi e ci dirigemmo verso le zone di ricerca dell’oro, dove, tra le folle riunite da ogni nazione, non avemmo difficoltà a perdere la nostra precedente identità.
“‘Il resto non ho bisogno di raccontarlo. Abbiamo prosperato, abbiamo viaggiato, siamo tornati in Inghilterra come ricchi coloni e abbiamo acquistato tenute di campagna. Per più di vent’anni abbiamo condotto vite pacifiche e utili, e speravamo che il nostro passato fosse sepolto per sempre. Immagina, dunque, i miei sentimenti quando nel marinaio che venne da noi riconobbi istantaneamente l’uomo che era stato raccolto dal relitto. Ci aveva rintracciati in qualche modo e si era messo a vivere delle nostre paure. Capirai ora come mai mi sia sforzato di mantenere la pace con lui, e avrai in qualche misura compassione per me nelle paure che mi assalgono, ora che se n’è andato da me verso la sua altra vittima con minacce sulla lingua.’
“Al di sotto è scritto con una mano così tremante da essere a stento leggibile: ‘Beddoes scrive in cifrato per dire che H. ha rivelato tutto. Dolce Signore, abbi pietà delle nostre anime!’
“Quella fu la narrazione che lessi quella notte al giovane Trevor, e credo, Watson, che date le circostanze fosse drammatica. Il buon ragazzo ne fu affranto e partì per le piantagioni di tè del Terai, dove ho sentito dire che se la cava bene. Per quanto riguarda il marinaio e Beddoes, non si è più saputo nulla di nessuno dei due dopo quel giorno in cui fu scritta la lettera di avvertimento. Scomparvero entrambi in modo totale e definitivo. Nessuna denuncia era stata presentata alla polizia, quindi Beddoes aveva scambiato una minaccia per un’azione. Hudson era stato visto aggirarsi nei paraggi, e la polizia credeva che avesse fatto fuori Beddoes e fosse fuggito. Per quanto mi riguarda, credo che la verità fosse esattamente l’opposto. Penso che sia molto probabile che Beddoes, spinto alla disperazione e credendosi già tradito, si sia vendicato di Hudson e sia fuggito dal paese con quanto più denaro avesse potuto mettere tra le mani. Questi sono i fatti del caso, dottore, e se sono di qualche utilità per la vostra collezione, sono certo che siano molto volentieri a vostra disposizione.”
VI. Il Rituale dei Musgrave
Un’anomalia che mi colpiva spesso nel carattere del mio amico Sherlock Holmes era che, sebbene nei suoi metodi di pensiero fosse il più ordinato e metodico degli uomini, e sebbene ostentasse anche una certa tranquilla ricercatezza nel vestire, non era meno, nelle sue abitudini personali, uno degli uomini più disordinati che abbiano mai portato un coinquilino alla disperazione. Non che io stesso sia minimamente convenzionale a questo riguardo. Il lavoro frenetico in Afghanistan, aggiunto a una naturale bohémien di temperamento, mi ha reso piuttosto più negligente di quanto convenga a un medico. Ma con me c’è un limite, e quando trovo un uomo che tiene i sigari nel secchio del carbone, il tabacco nella punta di una pantofola persiana e la corrispondenza senza risposta trafitta da un coltello a serramanico proprio al centro della sua mensola del camino in legno, allora comincio ad assumere un’aria virtuosa. Ho sempre sostenuto, inoltre, che la pratica del tiro a segno dovrebbe essere chiaramente un passatempo all’aria aperta; e quando Holmes, in uno dei suoi strani umori, sedeva in poltrona con la sua arma dal grilletto sensibile e un centinaio di cartucce Boxer, e procedeva ad adornare la parete opposta con una patriottica V.R. fatta di fori di proiettile, sentivo fermamente che né l’atmosfera né l’aspetto della nostra stanza ne uscivano migliorati.
Le nostre stanze erano sempre piene di sostanze chimiche e di reliquie criminali che avevano il dono di finire in posizioni improbabili e di spuntare nella burriera o in luoghi ancora meno desiderabili. Ma le sue carte erano la mia vera croce. Aveva l’orrore di distruggere documenti, specialmente quelli collegati ai suoi casi passati, eppure era solo una volta ogni anno o due che riusciva a raccogliere l’energia per catalogarli e organizzarli; poiché, come ho menzionato da qualche parte in queste incoerenti memorie, le esplosioni di appassionata energia, quando compiva le imprese straordinarie a cui il suo nome è associato, erano seguite da reazioni di letargia durante le quali se ne stava sdraiato con il suo violino e i suoi libri, muovendosi a malapena dal divano al tavolo. Così, mese dopo mese, le sue carte si accumulavano, finché ogni angolo della stanza era impilato con fasci di manoscritti che non dovevano per alcun motivo essere bruciati e che non potevano essere messi via se non dal loro proprietario. Una notte d’inverno, mentre sedevamo insieme davanti al fuoco, mi azzardai a suggerirgli che, dato che aveva finito di incollare estratti nel suo libro di appunti, avrebbe potuto impiegare le due ore successive a rendere la nostra stanza un po’ più abitabile. Non poté negare la giustizia della mia richiesta, così con un’aria piuttosto afflitta se ne andò in camera da letto, da cui ritornò poco dopo trascinando dietro di sé una grande cassa di latta. La pose al centro del pavimento e, accovacciatosi su uno sgabello davanti ad essa, ne sollevò il coperchio. Potei vedere che era già piena per un terzo di fasci di carta legati con nastro rosso in pacchetti separati.
“Qui ci sono casi a sufficienza, Watson,” disse, guardandomi con occhi maliziosi. “Credo che se sapessi tutto ciò che ho in questa scatola, mi chiederesti di tirarne fuori alcuni invece di metterne dentro altri.”
“Dunque, questi sono i resoconti dei suoi primi lavori?” chiesi. “Ho spesso desiderato di avere degli appunti su quei casi.”
“Sì, caro mio, questi furono tutti svolti prematuramente, prima che il mio biografo venisse a glorificarmi.” Sollevò fascio dopo fascio in modo tenero, quasi carezzevole. “Non sono tutti successi, Watson,” disse. “Ma tra loro ci sono alcuni problemi piuttosto carini. Ecco il resoconto degli omicidi di Tarleton, e il caso di Vamberry, il mercante di vino, e l’avventura della vecchia russa, e lo singolare affare della stampella di alluminio, così come un resoconto completo di Ricoletti dal piede torto, e della sua abominabile moglie. E qui… ah, ecco, questo è davvero qualcosa di un po’ recherché.”
Affondò il braccio fino al fondo del baule e ne trasse una piccola scatola di legno con un coperchio scorrevole, simile a quelle in cui si tengono i giocattoli dei bambini. Dall’interno produsse un pezzo di carta stropicciato, una vecchia chiave di ottone, un piolo di legno con attaccato un gomitolo di spago e tre vecchi dischi di metallo arrugginiti.
“Bene, caro mio, che cosa ne pensi di questa roba?” chiese, sorridendo alla mia espressione.
“È una collezione curiosa.”
“Molto curiosa, e la storia che le ruota attorno ti sembrerà ancora più curiosa.”
“Queste reliquie hanno una storia, dunque?”
“Così tanto che esse stesse sono storia.”
“Cosa intende con questo?”
Sherlock Holmes li raccolse uno ad uno e li dispose lungo il bordo del tavolo. Poi si risedette sulla sua sedia e li osservò con un luccichio di soddisfazione negli occhi.
“Questi,” disse, “sono tutto ciò che mi resta per ricordarmi dell’avventura del Rituale Musgrave.”
Lo avevo sentito menzionare il caso più di una volta, sebbene non fossi mai riuscito a raccoglierne i dettagli.
“Sarei così lieto,” dissi, “se volesse raccontarmelo.”
“E lasciare il disordine così com’è?” esclamò, maliziosamente. “La tua mania per l’ordine non reggerà a lungo, Watson. Ma sarei lieto che tu aggiungessi questo caso ai tuoi annali, poiché ci sono dei punti che lo rendono assolutamente unico nei registri criminali di questo o, credo, di qualsiasi altro paese. Una raccolta dei miei modesti successi sarebbe certamente incompleta se non contenesse un resoconto di questo singolarissimo affare.”
“Forse ricorderai come l’affare della Gloria Scott, e la mia conversazione con l’infelice uomo il cui destino ti ho narrato, abbiano rivolto per la prima volta la mia attenzione verso la professione che è diventata l’opera della mia vita. Mi vedi ora, quando il mio nome è diventato noto in lungo e in largo, e quando sono generalmente riconosciuto sia dal pubblico che dalle forze dell’ordine come un tribunale d’appello definitivo nei casi dubbi. Persino quando mi hai conosciuto per la prima volta, all’epoca dell’affare che hai commemorato in ‘Uno studio in rosso’, avevo già stabilito un considerevole, sebbene non molto lucrativo, giro di conoscenze. Non puoi a stento renderti conto, quindi, di quanto l’abbia trovato difficile all’inizio, e di quanto abbia dovuto aspettare prima di riuscire a fare qualche progresso.”
“Quando arrivai a Londra presi delle stanze in Montague Street, proprio dietro l’angolo rispetto al British Museum, e lì attesi, riempiendo il mio fin troppo abbondante tempo libero studiando tutti quei rami della scienza che avrebbero potuto rendermi più efficiente. Di tanto in tanto mi capitavano dei casi, principalmente grazie alla presentazione di vecchi compagni di università, poiché durante i miei ultimi anni all’Università si parlava molto di me e dei miei metodi. Il terzo di questi casi fu quello del Rituale Musgrave, ed è all’interesse suscitato da quella singolare catena di eventi, e alle grandi questioni che si rivelarono essere in gioco, che faccio risalire il mio primo passo verso la posizione che occupo ora.”
“Reginald Musgrave aveva frequentato il mio stesso college, e avevo una leggera conoscenza di lui. Non era generalmente popolare tra gli studenti, sebbene mi sia sempre sembrato che ciò che veniva scambiato per orgoglio fosse in realtà un tentativo di coprire un’estrema naturale timidezza. In apparenza era un uomo di tipo estremamente aristocratico, magro, dal naso alto e dagli occhi grandi, con modi languidi eppure cortesi. Era davvero il rampollo di una delle famiglie più antiche del regno, sebbene il suo ramo fosse quello cadetto che si era separato dai Musgrave del nord nel XVI secolo, e si era stabilito nel Sussex occidentale, dove il Manor House di Hurlstone è forse l’edificio abitato più antico della contea. Qualcosa del suo luogo di nascita sembrava aderire all’uomo, e non ho mai guardato il suo viso pallido e acuto o il portamento della sua testa senza associarlo ad arcate grigie, finestre a bifora e a tutti i venerabili resti di una fortezza feudale. Una o due volte ci siamo ritrovati a parlare, e ricordo che più di una volta espresse un vivo interesse per i miei metodi di osservazione e inferenza.”
“Per quattro anni non avevo avuto più notizie di lui finché, una mattina, entrò nella mia stanza in Montague Street. Era cambiato poco, vestiva come un giovane alla moda — è sempre stato un po’ un dandy — e conservava lo stesso modo di fare quieto e suadente che lo aveva precedentemente distinto.”
“‘Come vanno le cose con te, Musgrave?’ chiesi, dopo che ci fummo cordialmente stretti la mano.”
“‘Probabilmente avrai saputo della morte del mio povero padre,’ disse; ‘se n’è andato circa due anni fa. Da allora, naturalmente, ho dovuto gestire le proprietà di Hurlstone e, dato che sono anche membro per il mio distretto, la mia vita è stata molto intensa. Ma mi risulta, Holmes, che tu stia applicando a fini pratici quei poteri con i quali eri solito stupirci?’”
“‘Sì,’ dissi, ‘ho preso a vivere del mio ingegno.’”
“‘Sono lieto di sentirlo, perché il tuo consiglio al momento mi sarebbe estremamente prezioso. Abbiamo avuto degli strani avvenimenti a Hurlstone, e la polizia non è stata in grado di far luce sulla faccenda. È davvero la cosa più straordinaria e inspiegabile.’”
“Puoi immaginare con quanta avidità lo ascoltai, Watson, perché l’occasione stessa per la quale avevo ansimato durante tutti quei mesi di inazione sembrava essere giunta alla mia portata. Nel profondo del mio cuore credevo di poter riuscire laddove altri avevano fallito, e ora avevo l’opportunità di mettere alla prova me stesso.”
“‘Ti prego, dammi i dettagli,’ esclamai.”
“Reginald Musgrave si sedette di fronte a me e accese la sigaretta che gli avevo porto.”
“‘Devi sapere,’ disse, ‘che sebbene io sia scapolo, devo mantenere un considerevole staff di servitori a Hurlstone, poiché è un vecchio posto labirintico, e richiede molta cura. Faccio anche battute di caccia, e nei mesi dei fagiani solitamente ho ospiti in casa, quindi non potrei permettermi di essere a corto di personale. In totale ci sono otto cameriere, la cuoca, il maggiordomo, due valletti e un ragazzo. Il giardino e le scuderie, ovviamente, hanno uno staff separato.’”
“‘Di questi servitori, quello che era al nostro servizio da più tempo era Brunton, il maggiordomo. Era un giovane maestro di scuola senza impiego quando fu preso da mio padre, ma era un uomo di grande energia e carattere, e presto divenne assolutamente indispensabile in casa. Era un uomo ben piantato e di bell’aspetto, con una fronte splendida, e sebbene sia con noi da vent’anni, non può avere più di quarant’anni ora. Con i suoi pregi personali e le sue straordinarie doti — poiché sa parlare diverse lingue e suonare quasi ogni strumento musicale — è meraviglioso che si sia accontentato così a lungo di una tale posizione, ma suppongo che si trovasse bene e che gli mancasse l’energia per fare qualsiasi cambiamento. Il maggiordomo di Hurlstone è sempre una figura che viene ricordata da tutti coloro che ci visitano.’”
“‘Ma questo modello di perfezione ha un difetto. È un po’ un Don Giovanni, e puoi immaginare che per un uomo come lui non sia una parte molto difficile da recitare in una tranquilla zona di campagna. Quando si sposò andava tutto bene, ma da quando è vedovo abbiamo avuto infiniti problemi con lui. Qualche mese fa speravamo che si stesse per sistemare di nuovo, poiché si era fidanzato con Rachel Howells, la nostra seconda cameriera; ma da allora l’ha scaricata e si è messo con Janet Tregellis, la figlia del capo guardiacaccia. Rachel — che è una ragazza molto brava, ma dal temperamento gallese eccitabile — ha avuto un forte attacco di febbre cerebrale, e ora va in giro per casa — o almeno lo faceva fino a ieri — come un’ombra dagli occhi neri di se stessa. Quello fu il nostro primo dramma a Hurlstone; ma un secondo ne è arrivato a scacciarlo dalle nostre menti, ed è stato preceduto dalla disgrazia e dal licenziamento del maggiordomo Brunton.’”
“‘È andata così. Ho detto che l’uomo era intelligente, e questa stessa intelligenza ha causato la sua rovina, poiché sembra averlo portato a un’insaziabile curiosità per cose che non lo riguardavano affatto. Non avevo idea di quanto lontano questo lo avrebbe spinto, finché il più puro dei casi mi ha aperto gli occhi.’”
“‘Ho detto che la casa è labirintica. Un giorno della scorsa settimana — giovedì notte, per essere più precisi — mi sono reso conto che non riuscivo a dormire, avendo scioccamente preso una tazza di forte caffè nero dopo cena. Dopo aver lottato contro l’insonnia fino alle due del mattino, ho sentito che era del tutto senza speranza, così mi sono alzato e ho acceso la candela con l’intenzione di continuare un romanzo che stavo leggendo. Il libro, tuttavia, era stato lasciato nella sala da biliardo, così ho indossato la vestaglia e mi sono avviato a prenderlo.’”
“‘Per raggiungere la sala da biliardo ho dovuto scendere una rampa di scale e poi attraversare l’inizio di un corridoio che portava alla biblioteca e alla stanza delle armi. Puoi immaginare la mia sorpresa quando, guardando lungo questo corridoio, ho visto un barlume di luce provenire dalla porta aperta della biblioteca. Ero stato io stesso a spegnere la lampada e a chiudere la porta prima di andare a letto. Naturalmente il mio primo pensiero è stato per i ladri. I corridoi di Hurlstone hanno le pareti decorate in gran parte con trofei di vecchie armi. Da uno di questi ho preso un’ascia da battaglia e poi, lasciando indietro la mia candela, mi sono intrufolato in punta di piedi lungo il passaggio e ho sbirciato dalla porta aperta.’”
“‘Brunton, il maggiordomo, era nella biblioteca. Era seduto, completamente vestito, su una poltrona, con un foglio di carta che sembrava una mappa sulle ginocchia, e la fronte china in avanti sulla mano, immerso nei pensieri. Sono rimasto muto per lo stupore, osservandolo dall’oscurità. Una piccola candela sul bordo del tavolo emanava una luce fioca che bastava a mostrarmi che era completamente vestito. Improvvisamente, mentre guardavo, si è alzato dalla sedia e, camminando verso uno scrittoio di lato, lo ha sbloccato e ha estratto uno dei cassetti. Da questo ha preso un foglio e, ritornando al suo posto, lo ha disteso accanto alla candela sul bordo del tavolo e ha cominciato a studiarlo con minuziosa attenzione. La mia indignazione per questo calmo esame dei nostri documenti di famiglia ha avuto la meglio su di me, al punto che ho fatto un passo avanti e Brunton, alzando lo sguardo, mi ha visto in piedi sulla soglia. È scattato in piedi, il viso si è fatto livido per la paura, e si è infilato nel petto il foglio simile a una carta che stava originariamente studiando.’”
“‘“Dunque!” ho detto. “È così che ripaghi la fiducia che abbiamo riposto in te. Lascerai il mio servizio domani.”’”
“‘Si è inchinato con l’aspetto di un uomo completamente distrutto e mi è passato accanto strisciando, senza dire una parola. La candela era ancora sul tavolo, e alla sua luce ho dato un’occhiata per vedere quale fosse il foglio che Brunton aveva preso dallo scrittoio. Con mia sorpresa non era affatto nulla di importante, ma semplicemente una copia delle domande e risposte nella singolare vecchia osservanza chiamata Rituale Musgrave. È una sorta di cerimonia peculiare della nostra famiglia, che ogni Musgrave per secoli passati ha eseguito al raggiungimento della maggiore età — una cosa di interesse privato, e forse di una qualche piccola importanza per l’archeologo, come i nostri stemmi e insegne, ma di nessun uso pratico.’”
“‘Facciamo meglio a tornare al foglio in seguito,’ dissi.”
“‘Se pensi che sia davvero necessario,’ ha risposto, con una certa esitazione. ‘Per continuare il mio racconto, tuttavia: ho richiuso lo scrittoio, usando la chiave che Brunton aveva lasciato, e mi ero voltato per andare via quando sono rimasto sorpreso nel trovare che il maggiordomo era tornato e stava in piedi davanti a me.’”
“‘“Signor Musgrave, signore,” ha gridato, con una voce roca per l’emozione, “non posso sopportare la vergogna, signore. Sono sempre stato orgoglioso al di sopra della mia posizione nella vita, e la vergogna mi ucciderebbe. Il mio sangue sarà sulla sua testa, signore — sarà davvero così — se mi spingerà alla disperazione. Se non può tenermi dopo quello che è successo, allora per l’amor di Dio mi lasci dare il preavviso e andarmene tra un mese, come se fosse per mia libera scelta. Potrei sopportarlo, signor Musgrave, ma non di essere cacciato davanti a tutta la gente che conosco così bene.”’”
“‘“Non meriti molta considerazione, Brunton,” ho risposto. “La tua condotta è stata alquanto infame. Tuttavia, dato che sei stato a lungo nella famiglia, non ho alcun desiderio di portarti disgrazia pubblica. Un mese, tuttavia, è troppo lungo. Te ne andrai tra una settimana, e dai pure la ragione che vuoi per andartene.”’”
“‘“Solo una settimana, signore?” ha gridato, con voce disperata. “Una quindicina di giorni — dica almeno una quindicina di giorni!”’”
“‘“Una settimana,” ho ripetuto, “e puoi considerarti trattato in modo molto indulgente.”’”
“‘Si è allontanato furtivamente, con il viso chino sul petto, come un uomo distrutto, mentre io ho spento la luce e sono tornato nella mia stanza.’”
“‘Per due giorni dopo questo, Brunton è stato molto assiduo nell’attenzione ai suoi doveri. Non ho fatto alcuna allusione a quanto accaduto, e ho aspettato con una certa curiosità di vedere come avrebbe coperto la sua disgrazia. La terza mattina, tuttavia, non è apparso, come era sua abitudine, dopo la colazione per ricevere le mie istruzioni per la giornata. Mentre lasciavo la sala da pranzo mi è capitato di incontrare Rachel Howells, la cameriera. Ti ho detto che si era ripresa solo di recente da una malattia, e che sembrava così miserabilmente pallida ed esausta che l’ho rimproverata per essere al lavoro.’”
“‘“Dovresti essere a letto,” ho detto. “Torna ai tuoi doveri quando sarai più forte.”’”
“‘Mi ha guardato con un’espressione così strana che ho iniziato a sospettare che il suo cervello fosse colpito.’”
“‘“Sono abbastanza forte, signor Musgrave,” ha detto.’”
“‘“Vedremo cosa dice il medico,” ho risposto. “Ora devi smettere di lavorare, e quando scendi di sotto di’ semplicemente che desidero vedere Brunton.”’”
“‘“Il maggiordomo se n’è andato,” ha detto.’”
“‘“Andato! Andato dove?”’”
“‘“È andato. Nessuno l’ha visto. Non è nella sua stanza. Oh, sì, se n’è andato, se n’è andato!” È ricaduta contro il muro con risate stridenti, mentre io, inorridito da questo improvviso attacco isterico, sono corso al campanello per chiamare aiuto. La ragazza è stata portata nella sua stanza, ancora urlando e singhiozzando, mentre io facevo indagini su Brunton. Non c’era dubbio che fosse scomparso. Il suo letto non era stato disfatto, non era stato visto da nessuno da quando si era ritirato nella sua stanza la sera prima, eppure era difficile capire come avesse potuto lasciare la casa, dato che sia le finestre che le porte sono state trovate chiuse al mattino. I suoi vestiti, il suo orologio e persino i suoi soldi erano nella sua stanza, ma l’abito nero che solitamente indossava mancava. Anche le sue pantofole erano sparite, ma i suoi stivali erano rimasti indietro. Dove poteva dunque essere andato il maggiordomo Brunton nella notte, e cosa poteva essergli accaduto ora?’”
“‘Naturalmente abbiamo perquisito la casa dalla cantina al solaio, ma non c’era traccia di lui. È, come ho detto, un labirinto di vecchia casa, specialmente l’ala originale, che ora è praticamente disabitata; ma abbiamo rovistato ogni stanza e cantina senza scoprire il minimo segno dell’uomo scomparso. Mi era incredibile che potesse andarsene lasciando indietro tutte le sue proprietà, eppure dove poteva essere? Ho chiamato la polizia locale, ma senza successo. La pioggia era caduta la notte precedente e abbiamo esaminato il prato e i sentieri tutt’intorno alla casa, ma invano. Le cose stavano così, quando un nuovo sviluppo ha distolto completamente la nostra attenzione dal mistero originale.’”
“‘Per due giorni Rachel Howells è stata così male, a volte delirante, a volte isterica, che un’infermiera è stata assunta per vegliarla di notte. La terza notte dopo la scomparsa di Brunton, l’infermiera, trovando la sua paziente dormire bene, si era appisolata sulla poltrona, quando si è svegliata la mattina presto trovando il letto vuoto, la finestra aperta e nessun segno dell’ammalata. Sono stato immediatamente svegliato e, con i due valletti, sono partito subito alla ricerca della ragazza scomparsa. Non è stato difficile capire la direzione che aveva preso, perché, partendo da sotto la sua finestra, potevamo seguire facilmente le sue impronte attraverso il prato fino al bordo dello stagno, dove svanivano vicino al sentiero di ghiaia che porta fuori dai giardini. Il lago lì è profondo otto piedi, e puoi immaginare i nostri sentimenti quando abbiamo visto che la traccia della povera ragazza demente terminava proprio sul bordo.’”
“‘Naturalmente, abbiamo usato subito i rampini e ci siamo messi al lavoro per recuperare i resti, ma nessuna traccia del corpo siamo riusciti a trovare. D’altra parte, abbiamo portato in superficie un oggetto di un tipo del tutto inaspettato. Era un sacco di lino che conteneva al suo interno una massa di vecchio metallo arrugginito e scolorito e diversi pezzi di ciottoli o vetro di colore opaco. Questo strano ritrovamento era tutto ciò che potevamo ottenere dallo stagno, e, sebbene ieri abbiamo fatto ogni possibile ricerca e indagine, non sappiamo nulla del destino né di Rachel Howells né di Richard Brunton. La polizia della contea è al limite delle proprie possibilità, e sono venuto da te come ultima risorsa.’”
“Puoi immaginare, Watson, con quanta avidità ascoltai questa straordinaria sequenza di eventi, e cercai di metterli insieme, e di ideare un filo comune su cui potessero tutti dipendere. Il maggiordomo era sparito. La cameriera era sparita. La cameriera aveva amato il maggiordomo, ma aveva poi avuto motivo di odiarlo. Era di sangue gallese, focosa e passionale. Era stata terribilmente agitata subito dopo la sua scomparsa. Aveva gettato nel lago un sacco contenente alcuni contenuti curiosi. Questi erano tutti fattori che dovevano essere presi in considerazione, eppure nessuno di loro arrivava proprio al cuore della questione. Qual era il punto di partenza di questa catena di eventi? Lì giaceva la fine di questa linea aggrovigliata.”
“‘Devo vedere quel foglio, Musgrave,’ dissi, ‘che questo tuo maggiordomo ha pensato valesse la pena consultare, anche a rischio di perdere il posto.’”
“‘È una faccenda piuttosto assurda, questo nostro rituale,’ ha risposto. ‘Ma ha almeno la grazia salvifica dell’antichità per scusarla. Ho una copia delle domande e risposte qui, se ti va di darci un’occhiata.’”
“Mi porse proprio il foglio che ho qui, Watson, e questo è lo strano catechismo a cui ogni Musgrave doveva sottomettersi quando raggiungeva l’età adulta. Ti leggerò le domande e le risposte così come sono.”
“‘Di chi era?’”
“‘Di chi è andato via.’”
“‘Chi lo avrà?’”
“‘Colui che verrà.’”
“‘Dov’era il sole?’”
“‘Sopra la quercia.’”
“‘Dov’era l’ombra?’”
“‘Sotto l’olmo.’”
“‘Com’era fatto il passo?’”
“‘Nord per dieci e per dieci, est per cinque e per cinque, sud per due e per due, ovest per uno e per uno, e così sotto.’”
“‘Cosa daremo per averlo?’”
“‘Tutto ciò che è nostro.’”
“‘Perché dovremmo darlo?’”
“‘Per amore della fiducia.’”
“‘L’originale non ha data, ma è scritto con l’ortografia della metà del diciassettesimo secolo,’ osservò Musgrave. ‘Temo, tuttavia, che possa esserti di scarso aiuto nel risolvere questo mistero.’”
“‘Almeno,’ dissi, ‘ci offre un altro mistero, e uno che è persino più interessante del primo. Può darsi che la soluzione dell’uno si riveli essere la soluzione dell’altro. Mi scuserai, Musgrave, se dico che il tuo maggiordomo mi appare come un uomo molto astuto, e che ha avuto una visione più chiara di dieci generazioni dei suoi padroni.’”
“‘Non ti seguo affatto,’ disse Musgrave. ‘Il documento mi pare non abbia alcuna importanza pratica.’”
“‘Ma a me sembra immensamente pratico, e immagino che Brunton la pensasse allo stesso modo. Probabilmente l’aveva già visto prima di quella notte in cui l’hai colto in flagrante.’”
“‘È molto possibile. Non ci siamo preoccupati di nasconderlo.’”
“‘Voleva semplicemente, immagino, rinfrescarsi la memoria in quell’ultima occasione. Aveva, da quanto ho capito, una sorta di mappa o carta che stava confrontando con il manoscritto, e che ha infilato in tasca quando sei apparso.’”
“‘È vero. Ma cosa poteva avere a che fare con questa nostra vecchia usanza di famiglia, e cosa significa questo sproloquio?’”
“‘Non credo che avremmo molte difficoltà a determinarlo,’ dissi; ‘con il tuo permesso prenderemo il primo treno per il Sussex, e approfondiremo un po’ la questione sul posto.’”
“Il pomeriggio stesso ci vide entrambi a Hurlstone. Forse hai visto immagini e letto descrizioni del famoso antico edificio, quindi limiterò il mio resoconto dicendo che è costruito a forma di L, essendo il braccio lungo la parte più moderna, e quello più corto l’antico nucleo dal quale l’altro si era sviluppato. Sopra la porta bassa, dall’architrave pesante, al centro di questa parte antica, è scolpita la data, 1607, ma gli esperti concordano sul fatto che le travi e la muratura siano in realtà molto più antiche. Le mura enormemente spesse e le minuscole finestre di questa parte avevano spinto la famiglia, nel secolo scorso, a costruire la nuova ala, e quella vecchia veniva ora usata come magazzino e cantina, quando veniva usata. Uno splendido parco con magnifici alberi secolari circonda la casa, e il lago, a cui il mio cliente aveva fatto riferimento, giaceva vicino al viale, a circa duecento iarde dall’edificio.”
“Ero già fermamente convinto, Watson, che non ci fossero tre misteri separati qui, ma uno solo, e che se avessi saputo leggere correttamente il Rituale Musgrave avrei tenuto in mano l’indizio che mi avrebbe condotto alla verità riguardo sia al maggiordomo Brunton che alla cameriera Howells. A quello, dunque, dedicai tutte le mie energie. Perché questo servitore era così ansioso di padroneggiare questa vecchia formula? Evidentemente perché vi scorgeva qualcosa che era sfuggito a tutte quelle generazioni di gentiluomini di campagna, e da cui si aspettava qualche vantaggio personale. Cosa era dunque, e come aveva influito sul suo destino?”
“Era perfettamente ovvio per me, leggendo il Rituale, che le misure dovessero riferirsi a qualche punto a cui il resto del documento alludeva, e che se fossimo riusciti a trovare quel punto, saremmo stati sulla buona strada per scoprire quale fosse il segreto che gli antichi Musgrave avevano ritenuto necessario imbalsamare in una maniera così curiosa. Ci venivano date due guide per iniziare, una quercia e un olmo. Riguardo alla quercia non poteva esserci alcun dubbio. Proprio di fronte alla casa, sul lato sinistro del vialetto, sorgeva un patriarca tra le querce, uno degli alberi più magnifici che io abbia mai visto.”
“‘Quella era lì quando fu redatto il tuo Rituale,’ dissi, mentre le passavamo davanti in carrozza.”
“‘Era lì probabilmente all’epoca della conquista normanna,’ rispose. ‘Ha una circonferenza di ventitré piedi.’”
“‘Hai dei vecchi olmi?’ chiesi.”
“‘Ce n’era uno molto vecchio laggiù, ma è stato colpito da un fulmine dieci anni fa, e abbiamo abbattuto il ceppo.’”
“‘Puoi vedere dove si trovava?’”
“‘Oh, sì.’”
“‘Non ci sono altri olmi?’”
“‘Nessuno vecchio, ma molti faggi.’”
“‘Mi piacerebbe vedere dove cresceva.’”
“Eravamo arrivati su un calesse, e il mio cliente mi condusse via subito, senza entrare in casa, verso la cicatrice sul prato dove l’olmo era rimasto. Era quasi a metà strada tra la quercia e la casa. La mia indagine sembrava procedere.”
“‘Suppongo sia impossibile scoprire quanto fosse alto l’olmo?’ chiesi.”
“‘Posso dirtelo subito. Era di sessantaquattro piedi.’”
“‘Come fai a saperlo?’ chiesi, sorpreso.”
“‘Quando il mio vecchio precettore mi dava un esercizio di trigonometria, prendeva sempre la forma di misurare altezze. Da ragazzo ho calcolato ogni albero ed edificio della tenuta.’”
“Questo fu un colpo di fortuna inaspettato. I miei dati arrivavano più rapidamente di quanto avessi ragionevolmente sperato.”
“‘Dimmi,’ chiesi, ‘il tuo maggiordomo ti ha mai fatto una domanda del genere?’”
“Reginald Musgrave mi guardò con stupore. ‘Ora che me lo fai tornare in mente,’ rispose, ‘Brunton mi ha chiesto dell’altezza dell’albero qualche mese fa, in relazione a una piccola discussione con lo stalliere.’”
“Questa era un’ottima notizia, Watson, perché mi mostrava che ero sulla strada giusta. Guardai il sole. Era basso nel cielo, e calcolai che in meno di un’ora si sarebbe trovato appena sopra i rami più alti della vecchia quercia. Una condizione menzionata nel Rituale sarebbe stata quindi soddisfatta. E l’ombra dell’olmo doveva significare l’estremità più lontana dell’ombra, altrimenti il tronco sarebbe stato scelto come guida. Dovevo, dunque, scoprire dove sarebbe caduta l’estremità dell’ombra quando il sole fosse stato appena al di sopra della quercia.”
“‘Deve essere stato difficile, Holmes, quando l’olmo non c’era più.’”
“‘Beh, almeno sapevo che se Brunton poteva farlo, potevo farlo anch’io. Inoltre, non c’era alcuna difficoltà reale. Andai con Musgrave nel suo studio e mi intagliai questo piolo, a cui legai questo lungo spago con un nodo a ogni iarda. Poi presi due pezzi di una canna da pesca, che arrivavano esattamente a sei piedi, e tornai con il mio cliente dove era stato l’olmo. Il sole stava appena sfiorando la cima della quercia. Fissai l’asta in verticale, segnai la direzione dell’ombra e la misurai. Era lunga nove piedi.’”
“‘Naturalmente il calcolo ora era semplice. Se un’asta di sei piedi proiettava un’ombra di nove, un albero di sessantaquattro piedi ne avrebbe proiettata una di novanta-sei, e la linea dell’uno sarebbe stata naturalmente la linea dell’altro. Misurai la distanza, che mi portò quasi al muro della casa, e piantai un piolo nel punto. Puoi immaginare la mia esultanza, Watson, quando a due pollici dal mio piolo vidi una depressione conica nel terreno. Sapevo che era il segno fatto da Brunton nelle sue misurazioni, e che ero ancora sulle sue tracce.’”
“‘Da questo punto di partenza procedetti a passi, avendo prima preso i punti cardinali con la mia bussola da taschino. Dieci passi con ogni piede mi portarono lungo il parallelo con il muro della casa, e segnai di nuovo il mio punto con un piolo. Poi percorsi con attenzione cinque passi verso est e due verso sud. Mi condusse proprio sulla soglia della vecchia porta. Due passi verso ovest significavano ora che dovevo percorrere due passi lungo il passaggio pavimentato in pietra, e questo era il luogo indicato dal Rituale.’”
“‘Mai ho provato un brivido di delusione così freddo, Watson. Per un momento mi sembrò che dovesse esserci qualche errore radicale nei miei calcoli. Il sole al tramonto splendeva pienamente sul pavimento del passaggio, e potevo vedere che le vecchie pietre grigie, consumate dal calpestio, con cui era pavimentato, erano saldamente cementate insieme, e certamente non erano state mosse da molti lunghi anni. Brunton non era stato al lavoro qui. Bussai sul pavimento, ma suonava uguale dappertutto, e non c’era segno di alcuna crepa o fessura. Ma, fortunatamente, Musgrave, che aveva iniziato a comprendere il significato delle mie azioni, e che ora era eccitato quanto me, tirò fuori il suo manoscritto per controllare il mio calcolo.’”
“‘E sotto,’ gridò. ‘Hai omesso il “e sotto.”’”
“‘Avevo pensato che significasse che dovevamo scavare, ma ora, naturalmente, vidi subito che mi sbagliavo. ‘C’è una cantina sotto questo, dunque?’ gridai.’”
“‘Sì, ed è vecchia quanto la casa. Giù di qui, attraverso questa porta.’”
“‘Scendemmo una scala a chiocciola in pietra, e il mio compagno, accendendo un fiammifero, illuminò una grande lanterna che si trovava su una botte nell’angolo. In un istante fu ovvio che eravamo finalmente giunti nel luogo vero, e che non eravamo state le sole persone a visitare il posto di recente.’”
“‘Era stato usato per lo stoccaggio della legna, ma i ciocchi, che erano evidentemente sparsi sul pavimento, erano ora accatastati ai lati, in modo da lasciare uno spazio libero al centro. In questo spazio giaceva una grande e pesante lastra di pietra con un anello di ferro arrugginito al centro, al quale era attaccata una spessa sciarpa a quadri da pastore.’”
“‘Per Giove!’ gridò il mio cliente. ‘Quella è la sciarpa di Brunton. L’ho vista su di lui, e potrei giurarlo. Cosa ha fatto qui il malvagio?’”
“‘Su mio suggerimento, un paio di poliziotti della contea furono convocati per essere presenti, e tentai quindi di sollevare la pietra tirando la cravatta. Riuscii a muoverla solo leggermente, e fu con l’aiuto di uno degli agenti che riuscii infine a portarla da una parte. Un buco nero si spalancò sotto, nel quale tutti scrutammo, mentre Musgrave, inginocchiato al lato, calò la lanterna.’”
“‘Una piccola camera profonda circa sette piedi e quadrata quattro si apriva davanti a noi. Su un lato di questa c’era una tozza scatola di legno cerchiata di ottone, il cui coperchio era incernierato verso l’alto, con questa curiosa chiave all’antica che sporgeva dalla serratura. Era rivestita all’esterno da uno spesso strato di polvere, e l’umidità e i vermi avevano divorato il legno, così che una crescita di funghi lividi stava crescendo all’interno. Diversi dischi di metallo, apparentemente vecchie monete, come quelli che tengo qui, erano sparsi sul fondo della scatola, ma non conteneva nient’altro.’”
“‘Al momento, tuttavia, non avevamo pensieri per il vecchio forziere, perché i nostri occhi erano fissi su ciò che si rannicchiava accanto ad esso. Era la figura di un uomo, vestito con un abito nero, che stava accovacciato sui talloni con la fronte affondata sul bordo della scatola e le sue due braccia gettate fuori su ogni lato. L’atteggiamento aveva richiamato tutto il sangue stagnante al viso, e nessun uomo avrebbe potuto riconoscere quel volto distorto color fegato; ma la sua altezza, il suo abbigliamento e i suoi capelli erano tutti sufficienti a mostrare al mio cliente, quando abbiamo tirato su il corpo, che era davvero il suo maggiordomo scomparso. Era morto da alcuni giorni, ma non c’era ferita o contusione sulla sua persona per mostrare come avesse incontrato la sua terribile fine. Quando il suo corpo fu portato fuori dalla cantina ci ritrovammo ancora di fronte a un problema che era quasi formidabile quanto quello con cui avevamo iniziato.’”
“‘Confesso che finora, Watson, ero rimasto deluso dalla mia indagine. Avevo contato di risolvere la questione una volta trovato il luogo a cui si faceva riferimento nel Rituale; ma ora ero lì, e apparentemente ero lontano quanto mai dal sapere cosa fosse ciò che la famiglia aveva nascosto con tali elaborati accorgimenti. È vero che avevo fatto luce sul destino di Brunton, ma ora dovevo accertare come quel destino gli fosse capitato, e quale parte avesse giocato nella faccenda la donna che era scomparsa. Mi sedetti su un barile nell’angolo e riflettei attentamente sull’intera questione.’”
“‘Conosci i miei metodi in tali casi, Watson. Mi metto al posto dell’uomo e, dopo aver prima valutato la sua intelligenza, cerco di immaginare come avrei proceduto io stesso nelle stesse circostanze. In questo caso la faccenda era semplificata dal fatto che l’intelligenza di Brunton fosse di prim’ordine, cosicché non era necessario fare alcun calcolo per l’equazione personale, come l’hanno chiamata gli astronomi. Sapeva che qualcosa di prezioso era nascosto. Aveva individuato il posto. Aveva scoperto che la pietra che lo copriva era appena troppo pesante per essere mossa da un uomo senza aiuto. Cosa avrebbe fatto dopo? Non poteva ottenere aiuto dall’esterno, anche se avesse avuto qualcuno di cui potersi fidare, senza sbarrare le porte e con un notevole rischio di essere scoperto. Era meglio, se possibile, avere il suo aiutante all’interno della casa. Ma chi poteva chiedere? Questa ragazza gli era stata devota. Un uomo trova sempre difficile rendersi conto di poter aver finalmente perso l’amore di una donna, per quanto male possa averla trattata. Avrebbe cercato con alcune attenzioni di fare pace con la ragazza Howells, e poi l’avrebbe ingaggiata come sua complice. Insieme sarebbero venuti di notte in cantina, e la loro forza unita sarebbe bastata a sollevare la pietra. Fin qui potevo seguire le loro azioni come se le avessi viste davvero.’”
“‘Ma per due di loro, e una una donna, deve essere stato un lavoro pesante il sollevamento di quella pietra. Un corpulento poliziotto del Sussex e io non l’avevamo trovato un compito leggero. Cosa avrebbero fatto per assistersi? Probabilmente quello che avrei fatto io stesso. Mi alzai ed esaminai attentamente i diversi ciocchi di legno che erano sparsi sul pavimento. Quasi subito mi imbattei in ciò che mi aspettavo. Un pezzo, lungo circa tre piedi, aveva un’ammaccatura molto marcata a un’estremità, mentre diversi erano appiattiti sui lati come se fossero stati compressi da un peso considerevole. Evidentemente, mentre trascinavano su la pietra avevano spinto i pezzi di legno nella fessura, finché alla fine, quando l’apertura era abbastanza grande da passarci attraverso, la tenevano aperta con un ciocco posto per lungo, che poteva benissimo ammaccarsi all’estremità inferiore, poiché l’intero peso della pietra l’avrebbe premuto contro il bordo di quest’altra lastra. Fin qui ero ancora su un terreno sicuro.’”
“‘E ora come dovevo procedere per ricostruire questo dramma di mezzanotte? Chiaramente, solo uno poteva entrare nel buco, e quello era Brunton. La ragazza doveva aver aspettato sopra. Brunton allora aprì la scatola, passò fuori il contenuto presumibilmente — dato che non doveva essere trovato — e poi — e poi cosa successe?’”
“‘Quale fuoco ardente di vendetta era improvvisamente scaturito in fiamme nell’anima di questa appassionata donna celtica quando vide l’uomo che l’aveva offesa — offesa, forse, molto più di quanto sospettassimo — in suo potere? Fu un caso che il legno fosse scivolato, e che la pietra avesse rinchiuso Brunton in quello che era diventato il suo sepolcro? Era stata colpevole solo di silenzio riguardo al suo destino? O qualche colpo improvviso dalla sua mano aveva fatto cadere il supporto e mandato la lastra a schiantarsi al suo posto? Comunque sia, mi sembrava di vedere la figura di quella donna ancora aggrappata al suo tesoro ritrovato e volare selvaggiamente su per la scala a chiocciola, con le orecchie che forse rimbombavano per le urla soffocate dietro di lei e con il tamburellare delle mani frenetiche contro la lastra di pietra che stava soffocando la vita del suo infedele amante.’”
“‘Ecco il segreto del suo viso sbiancato, dei suoi nervi scossi, dei suoi scoppi di risa isteriche la mattina successiva. Ma cosa c’era stato nella scatola? Cosa ne aveva fatto? Naturalmente, dovevano essere stati i vecchi metalli e i ciottoli che il mio cliente aveva trascinato fuori dalla palude. Li aveva gettati lì alla prima occasione per rimuovere l’ultima traccia del suo crimine.’”
“‘Per venti minuti ero rimasto immobile, riflettendo sulla faccenda. Musgrave stava ancora in piedi con il viso molto pallido, facendo oscillare la lanterna e scrutando giù nel buco.’”
“‘Queste sono monete di Carlo I,’ disse, porgendo le poche che erano state nella scatola; ‘vedi che avevamo ragione nel fissare la nostra data per il Rituale.’”
“‘Potremmo trovare qualcos’altro di Carlo I,’ gridai, mentre il probabile significato delle prime due domande del Rituale mi appariva improvvisamente. ‘Lasciami vedere il contenuto del sacco che hai pescato dalla palude.’”
“Salimmo nel suo studio, e lui depose i detriti davanti a me. Potevo capire che lo considerasse di poca importanza quando lo guardai, poiché il metallo era quasi nero e le pietre erano prive di lucentezza e opache. Ne strofinai una sulla manica, tuttavia, e brillò in seguito come una scintilla nel buio incavo della mia mano. Il lavoro in metallo era sotto forma di un doppio anello, ma era stato piegato e contorto fuori dalla sua forma originale.”
“‘Devi tenere a mente,’ dissi, ‘che la parte Reale fece testa in Inghilterra anche dopo la morte del Re, e che quando infine fuggirono probabilmente lasciarono molte delle loro proprietà più preziose sepolte dietro di loro, con l’intenzione di tornarci in tempi più pacifici.’”
“‘Il mio antenato, Sir Ralph Musgrave, era un prominente Cavaliere e il braccio destro di Carlo II nei suoi vagabondaggi,’ disse il mio amico.”
“‘Ah, davvero!’ risposi. ‘Bene ora, penso che dovrebbe davvero darci l’ultimo anello che volevamo. Devo congratularmi con te per essere entrato in possesso, sebbene in modo piuttosto tragico, di una reliquia che è di grande valore intrinseco, ma di ancora maggiore importanza come curiosità storica.’”
“‘Cosa è dunque?’ ansimò con stupore.”
“‘Non è nientemeno che l’antica corona dei Re d’Inghilterra.’”
“‘La corona!’”
“‘Precisamente. Considera cosa dice il Rituale: Come va? “Di chi era?” “Di chi è andato via.” Quello era dopo l’esecuzione di Carlo. Poi, “Chi lo avrà?” “Colui che verrà.” Quello era Carlo II, il cui avvento era già previsto. Non può esserci, penso, alcun dubbio che questo diadema ammaccato e senza forma un tempo cingesse le fronti dei reali Stuart.’”
“‘E come finì nello stagno?’”
“‘Ah, quella è una domanda che richiederà un po’ di tempo per rispondere.’ E con ciò gli abbozzai l’intera lunga catena di congetture e prove che avevo costruito. Il crepuscolo si era chiuso e la luna splendeva luminosa nel cielo prima che la mia narrazione fosse finita.”
“‘E com’è stato allora che Carlo non ottenne la sua corona quando tornò?’ chiese Musgrave, spingendo indietro la reliquia nel suo sacchetto di lino.”
“‘Ah, lì metti il dito sull’unico punto che probabilmente non saremo mai in grado di chiarire. È probabile che il Musgrave che deteneva il segreto sia morto nell’intervallo, e per qualche svista abbia lasciato questa guida al suo discendente senza spiegargliene il significato. Da quel giorno a questo è stata tramandata di padre in figlio, finché alla fine è giunta alla portata di un uomo che ne ha strappato il segreto e ha perso la vita nell’impresa.’”
“E questa è la storia del Rituale Musgrave, Watson. Hanno la corona giù a Hurlstone — sebbene abbiano avuto qualche fastidio legale e una somma considerevole da pagare prima che venisse loro permesso di conservarla. Sono sicuro che se menzionassi il mio nome sarebbero felici di mostratela. Della donna non si è mai saputo nulla, e la probabilità è che sia fuggita dall’Inghilterra e abbia portato se stessa e il ricordo del suo crimine in qualche terra oltre i mari.”
VII. I Gentlemani di Reigate
Ci volle un po’ prima che la salute del mio amico, il signor Sherlock Holmes, si riprendesse dallo sforzo causato dalle sue immense fatiche della primavera del ’87. L’intera questione della Compagnia dei Paesi Bassi‑Sumatra e dei colossali progetti del barone Maupertuis è ancora troppo fresca nella mente del pubblico, ed è troppo intimamente legata a politica e finanza per essere materia adatta a questa serie di schizzetti. Tuttavia, esse condussero, in modo indiretto, a un problema singolare e complesso che offrì al mio amico l’opportunità di dimostrare il valore di una nuova arma fra le tante con cui conduceva la sua battaglia di una vita contro il crimine.
Rifacendomi ai miei appunti, vedo che il 14 aprile ricevetti un telegramma da Lione che mi informava che Holmes era ammalato all’Hotel Dulong. In ventiquattro ore mi trovai nella sua stanza da letto e fui sollevato nel constatare che non vi era nulla di formidabile nei suoi sintomi. Anche la sua costituzione di ferro, però, si era ceduta sotto lo sforzo di un’indagine durata due mesi, durante i quali non aveva mai lavorato meno di quindici ore al giorno, e più di una volta, come mi assicurò, si era tenuto al compito per cinque giorni di fila. Anche il trionfante epilogo dei suoi lavori non poté salvarlo da una reazione dopo una così terribile fatica, e in un tempo in cui l’Europa rimbombava del suo nome e la sua stanza era letteralmente sommersa da telegrammi di congratulazioni, lo trovai preda della più nera depressione. Anche il sapere che avesse avuto successo dove la polizia di tre paesi aveva fallito, e che avesse superato in ogni punto il più abile truffatore d’Europa, fu insufficiente a strapparlo dalla sua prostrazione nervosa.
Tre giorni più tardi eravamo di nuovo insieme a Baker Street; ma era evidente che il mio amico ne sarebbe uscito molto meglio per un cambiamento, e l’idea di una settimana di primavera in campagna mi attraeva anch’io. Il mio vecchio amico, il colonnello Hayter, che era stato sotto la mia cura professionale in Afghanistan, aveva ora preso una casa nei pressi di Reigate, nel Surrey, e mi aveva spesso chiesto di fargli visita. Nell’ultima occasione aveva osservato che, se il mio amico avesse voluto venire con me, sarebbe stato lieto di estendere la sua ospitalità anche a lui. Fu necessaria una piccola diplomazia, ma quando Holmes comprese che la dimora era da scapolo e che gli sarebbe stata concessa la massima libertà, si allineò ai miei piani e, una settimana dopo il nostro ritorno da Lione, ci trovammo sotto il tetto del colonnello. Hayter era un nobile vecchio soldato che aveva visto molto del mondo, e presto scoprì, come mi aspettassi, che Holmes e lui avevano molto in comune.
La sera del nostro arrivo eravamo seduti nella stanza delle armi del colonnello, dopo cena, Holmes stirato sul divano, mentre Hayter e io osservavamo la sua piccola armamentiera di fuochi.
«A proposito», disse all’improvviso, «penso che prenderò una di queste pistole al piano di sopra, nel caso avessimo un allarme.»
«Un allarme!», dissi io.
«Sì, abbiamo avuto una spavento in questa zona ultimamente. Il vecchio Acton, uno dei nostri magnati di contea, ha subito una rapina lunedì scorso. Nessun danno grave, ma i rapinatori sono ancora in libertà.»
«Nessun indizio?», chiese Holmes, lanciando un occhio al colonnello.
«Ancora nessuno. Ma il caso è una sciocchezza, uno dei nostri piccoli crimini di campagna, che dovrebbe sembrarti troppo piccolo per la tua attenzione, signor Holmes, dopo questo grande affare internazionale.»
Holmes respinse il complimento, sebbene il suo sorriso mostrasse che gli era piaciuto.
«C'era qualche elemento di interesse?»
«Temo di no. I ladri saccheggiarono la biblioteca e ottennero ben poco per i loro sforzi. L’intera stanza fu capovolta, i cassetti spalancati, le stamperie frantumate, con il risultato che un volume raro dell’Homer di Pope, due candelabri argentati, un pesetto di avorio, un piccolo barometro di quercia e una matassa di spago sono tutto ciò che è scomparso.»
«Che assortimento straordinario!», esclamai.
«Oh, i ragazzi evidentemente afferrarono tutto ciò che potevano.»
Holmes grugnì dal divano.
«La polizia di contea dovrebbe fare qualcosa a riguardo», disse; «perché, è ovvio che—»
Ma alzai un dito di avvertimento.
«Sei qui per riposare, caro amico. Per l’amor di Dio, non cominciare un nuovo caso quando i tuoi nervi sono al limite.»
Holmes scrollò le spalle con uno sguardo di rassegnazione comica verso il colonnello, e la conversazione si spostò verso argomenti meno pericolosi.
Fu però destino che tutta la mia cautela professionale fosse sprecata, perché la mattina seguente il problema si imposero a noi in modo tale da renderlo impossibile da ignorare, e la nostra visita in campagna prese una piega che nessuno dei due avrebbe potuto prevedere. Eravamo a colazione quando il maggiordomo del colonnello fece irruzione, tutta la sua compostezza scossa.
«Ha sentito la notizia, signore?», ansimò. «Al Cunningham, signore!»
«Furto!», esclamò il colonnello, con la tazza di caffè ancora in aria.
«Omicidio!»
Il colonnello fischiò. «Per Jove!», disse. «Chi è stato ucciso, allora? Il magistrato o suo figlio?»
«Né l’uno né l’altro, signore. È stato William, il cocchiere. Sparato al cuore, signore, e non ha più parlato.»
«Chi gli ha sparato, allora?»
«Il ladro, signore. È fuggito come un proiettile. Era appena entrato dalla finestra della dispensa quando William lo ha affrontato e ha perso la vita difendendo la proprietà del suo padrone.»
«A che ora?»
«È stato la notte scorsa, signore, verso mezzanotte.»
«Ah, allora, andremo lì dopo», disse il colonnello, calmandosi di nuovo per la colazione. «È un affare triste», aggiunse, una volta andato il maggiordomo; «è il nostro uomo di punta qui, il vecchio Cunningham, e un tipo molto onesto. Ne sarà sconvolto, perché l’uomo è al suo servizio da anni ed è stato un buon servitore. È evidentemente gli stessi banditi che hanno irto la casa di Acton.»
«E rubarono quella collezione singolare», disse Holmes, pensieroso.
«Precisamente.»
«Hum! Potrebbe sembrare la cosa più semplice del mondo, ma a prima vista è un po’ curioso, non è vero? Una banda di ladri che operano in campagna dovrebbe variare il luogo delle loro azioni, e non fare due scippi nello stesso distretto entro pochi giorni. Quando parlaste ancor della notte di prendere precauzioni, ricordai che mi era passato per la mente che questo fosse probabilmente l’ultimo parrocchia in Inghilterra a cui ladri o ladri si sarebbero rivolti — il che dimostra che ho ancora molto da imparare.»
«Immagino sia qualche praticante locale», disse il colonnello. «In tal caso, ovviamente, le case di Acton e Cunningham sono proprio i luoghi a cui andrebbe, poiché sono di gran lunga le più grandi di qui.»
«E più ricche?»
«Beh, dovrebbero esserlo, ma hanno una causa da anni che ha prosciugato il sangue di entrambi, credo. Il vecchio Acton ha qualche diritto su metà della proprietà di Cunningham, e gli avvocati sono impegnati con entrambe le parti.»
«Se è un villain locale non dovrebbe esserci molta difficoltà a rintracciarlo», disse Holmes sbadigliando. «Bene, Watson, non intendo immischiarmi.»
«Ispettore Forrester, signore», disse il maggiordomo aprendo la porta.
L’ufficiale, un giovane dal volto sveglio, entrò nella stanza. «Buongiorno, colonnello», disse; «spero di non intralciare, ma abbiamo sentito che il signor Holmes di Baker Street è qui.»
Il colonnello fece un cenno verso il mio amico e l’Ispettore si inchinò.
«Pensavamo potesse interessarle di passare, signor Holmes.»
«Il fato è contro di te, Watson», disse ridendo. «Stavamo chiacchierando del caso quando sei arrivato, ispettore. Forse potete darci qualche dettaglio.» Mentre si reclinava nella sua consueta posa, capii che il caso era senza speranza.
«Non avevamo alcun indizio nell’incidente di Acton. Ma qui abbiamo molte cose da cui partire, e non c’è dubbio che sia la stessa parte in ogni caso. L’uomo è stato visto.»
«Ah!»
«Sì, signore. Ma fu via come un cervo dopo lo sparo che uccise il povero William Kirwan. Il signor Cunningham lo vide dalla finestra della camera da letto, e il signor Alec Cunningham lo vide dal corridoio posteriore. Era l’ora di un quarto a mezzanotte quando scattò l’allarme. Il signor Cunningham era appena andato a letto, e il signor Alec fumava una pipa in vestaglia. Entrambi sentirono William il cocchiere chiamare aiuto, e il signor Alec corse per vedere di cosa si trattasse. La porta di fondo era aperta, e mentre scendeva al piano di sotto vide due uomini lottare fuori. Uno sparò, l’altro cadde, e l’assassino attraversò il giardino e superò il siepe. Il signor Cunningham, guardando fuori dalla sua camera, vide l’uomo mentre si avvicinava alla strada, ma lo perse di vista subito. Il signor Alec si fermò per vedere se poteva aiutare l’uomo morente, e così il villain fuggì. Oltre al fatto che fosse un uomo di corporatura media e vestito di abiti scuri, non abbiamo alcun indizio personale; ma stiamo facendo indagini energiche, e se è un estraneo lo scopriremo presto.»
«Che cosa faceva William lì? Ha detto qualcosa prima di morire?»
«Nessuna parola. Vive al lodge con sua madre, e poiché era un uomo molto fedele immaginiamo che fosse andato alla casa con l’intenzione di verificare che tutto fosse a posto. Ovviamente questo affare Acton ha messo tutti in guardia. Il ladro deve aver appena sfondato la porta — la serratura è stata forzata — quando William lo ha incontrato.»
«William ha detto qualcosa a sua madre prima di uscire?»
«È molto anziana e sorda, e non possiamo ricavare informazioni da lei. Lo shock l’ha resa mezzo menta, ma capisco che non è mai stata molto brillante. C’è però una circostanza molto importante. Guardi questo!»
Prese un piccolo pezzo di carta strappata da un taccuino e lo distese sul ginocchio.
«Questo fu trovato tra il dito e il pollice del morto. Sembra un frammento strappato da un foglio più grande. Noterete che l’ora indicata su di esso è proprio il momento in cui il povero uomo incontrò il suo destino. Potrebbe aver strappato il resto del foglio al suo assassino o l’assassino potrebbe aver preso questo frammento. Sembra quasi un appuntamento.»
Holmes prese il frammento di carta, di cui è qui riprodotta una facsimile.
«Presumendo che sia un appuntamento», continuò l’Ispettore, «è ovviamente una teoria plausibile che questo William Kirwan — pur avendo la reputazione di uomo onesto — potesse essere in collegamento con il ladro. Potrebbe averlo incontrato lì, forse averlo aiutato a forzare la porta, e poi essersi scontrati.»
«Questa scrittura è di straordinario interesse», disse Holmes, che la stava esaminando con intensa concentrazione. «Queste sono acque molto più profonde di quanto avessi pensato.» Ingoiò la testa tra le mani, mentre l’Ispettore sorrideva all’effetto che il suo caso aveva avuto sul famoso specialista londinese.
«Il suo ultimo commento, riguardo alla possibilità che ci fosse un'intesa tra il ladruncolo e il servitore, e che questo fosse un appunto di appuntamento da l’uno all’altro, è una supposizione ingegnosa e non del tutto impossibile. Ma questa scrittura apre —» Ingoiò di nuovo la testa tra le mani e rimase per alcuni minuti nel più profondo pensiero. Quando rialzò lo sguardo, fui sorpreso a vedere le guance leggermente colorite e gli occhi vivaci come prima della malattia. Saltò in piedi con tutta la sua vecchia energia.
«Le dico una cosa», disse, «vorrei dare un’occhiata tranquilla ai dettagli di questo caso. C’è qualcosa in esso che mi affascina estremamente. Se mi permette, colonnello, lascerò il mio amico Watson e lei, e andrò a fare il giro con l’Ispettore per verificare la verità di una o due mie piccole ipotesi. Tornerò da voi fra mezz’ora.»
Passò un’ora e mezza prima che l’Ispettore tornasse da solo.
«Il signor Holmes sta camminando su e giù nel campo fuori», disse. «Vuole che andiamo tutti e quattro alla casa insieme.»
«Alla casa del signor Cunningham?»
«Sì, signore.»
«Per quale motivo?»
L’Ispettore scrollò le spalle. «Non lo so bene, signore. Tra noi, penso che il signor Holmes non abbia ancora superato del tutto la sua malattia. Si sta comportando in modo molto strano, ed è molto agitato.»
«Non credo che lei debba preoccuparsi», dissi. «Ho spesso trovato che c’è un metodo nella sua follia.»
«Alcuni potrebbero dire che c’è follia nel suo metodo», mormorò l’Ispettore. «Ma è tutto in fiamme per cominciare, colonnello, quindi è meglio uscire se è pronto.»
Lo trovammo a passeggiare sul campo, mento poggiata sul petto, mani infilate nelle tasche dei pantaloni.
«Il caso si fa più interessante», disse. «Watson, il suo viaggio in campagna è stato un chiaro successo. Ho avuto una mattinata incantevole.»
«È stato sul luogo del crimine, capisco», disse il colonnello.
«Sì; l’Ispettore e io abbiamo fatto una piccola ricognizione insieme.»
«Qualche risultato?»
«Abbiamo visto cose molto interessanti. Le dirò cosa abbiamo fatto mentre camminavamo. Prima di tutto, abbiamo visto il corpo di quel povero uomo. È certamente morto per una ferita da revolver, come segnalato.»
«Avevate dubbi?»
«Oh, è bene testare ogni cosa. La nostra ispezione non è stata vana. Abbiamo poi intervistato il signor Cunningham e suo figlio, che hanno indicato il punto esatto dove l’assassino ha infranto la siepe del giardino nella fuga. È stato di grande interesse.»
«Naturalmente.»
«Poi abbiamo dato un’occhiata alla madre di questo povero uomo. Non abbiamo potuto ottenere informazioni da lei, poiché è molto anziana e debole.»
«E qual è il risultato delle vostre indagini?»
«La convinzione che il crimine sia molto peculiare. Forse la nostra visita ora potrà fare qualcosa per renderlo meno oscuro. Credo che siamo entrambi d’accordo, ispettore, che il frammento di carta nella mano del morto, con l’ora della sua morte scritta sopra, sia di estrema importanza.»
«Dovrebbe dare un indizio, signor Holmes.»
«Lo dà. Chi ha scritto quell’appunto era l’uomo che ha tirato William Kirwan dal letto a quell’ora. Ma dov’è il resto di quel foglio?»
«Ho esaminato il terreno con cura nella speranza di trovarlo», disse l’Ispettore.
«È stato strappato dalla mano del morto. Perché qualcuno avrebbe voluto impossessarsene? Perché lo incriminava. E cosa avrebbe fatto con esso? Probabilmente l’avrebbe infilato in tasca, senza accorgersi che un angolo era rimasto nella presa del cadavere. Se potessimo recuperare il resto di quel foglio sarebbe ovvio che avremmo fatto un grande passo verso la risoluzione del mistero.»
«Sì, ma come possiamo prendere la tasca del criminale prima di catturarlo?»
«Beh, beh, è una questione da riflettere. C’è poi un altro punto evidente. L’appunto era stato inviato a William. L’uomo che lo scrisse non poteva averlo preso; altrimenti, naturalmente, avrebbe potuto trasmettere il suo messaggio a voce. Chi ha portato l’appunto, allora? O è arrivato per posta?»
«Ho fatto delle indagini», disse l’Ispettore. «William ha ricevuto una lettera per la posta pomeridiana ieri. L’envelop è stata distrutta da lui.»
«Eccellente!», esclamò Holmes, battendo l’Ispettore sulla spalla. «Hai visto il postino. È un piacere lavorare con te. Bene, ecco il lodge, e se vuole salire, colonnello, le mostrerò la scena del crimine.»
Passammo il pittoresco cottage dove abitava l’uomo assassinato, e camminammo lungo un viale fiancheggiato da querce fino al maestoso antico palazzo in stile Queen Anne, che porta la data di Malplaquet sulla soglia della porta. Holmes e l’Ispettore ci condussero finché non arrivammo al cancello laterale, separato da una porzione di giardino dalla siepe che fiancheggia la strada. Un agente di polizia stava alla porta della cucina.
«Apri la porta, ufficiale», disse Holmes. «Era su quelle scale che il giovane signor Cunningham stava e vide i due uomini lottare proprio dove siamo. Il vecchio signor Cunningham era a quella finestra — la seconda a sinistra — e vide l’uomo allontanarsi appena a sinistra di quel cespuglio. Poi il signor Alec corse fuori e si inginocchiò accanto all’uomo ferito. Il terreno è molto duro, vede, e non ci sono segni che ci guidino.» Mentre parlava due uomini scesero dal sentiero del giardino, girando l’angolo della casa. Uno era un uomo anziano, con un volto forte, profondamente solcato e occhi pesanti; l’altro un giovane elegante, il cui sorriso luminoso e l’abbigliamento appariscente contrastavano stranamente con l’affare che li aveva portati lì.
«Ancora al lavoro, allora?», disse a Holmes. «Pensavo che voi londinesi non faceste mai errori. Non sembrate così rapidi, dopotutto.»
«Ah, dovete darci un po’ di tempo», rispose Holmes con bonario spirito.
«Lo vorrete», disse il giovane Alec Cunningham. «Perché non vedo alcun indizio.»
«Ce n’è solo uno», rispose l’Ispettore. «Pensavamo se potessimo solo trovare—Maldizione, signor Holmes! Che cosa succede?»
Il volto del mio povero amico assunse all’improvviso l’espressione più terribile. I suoi occhi si alzarono, le sue fattezze si contorsero in agonia, e con un gemito soffocato cadde a terra. Sgomento dalla rapidità e severità dell’attacco, lo trasportammo nella cucina, dove si accasciò su una grande sedia e rimase a respirare pesantemente per qualche minuto. Alla fine, con una vergognosa scusa per la sua debolezza, si rialzò.
«Watson le direbbe che mi sono appena ripreso da una grave malattia», spiegò. «Sono soggetto a questi improvvisi attacchi nervosi.»
«Le porto a casa nel mio carro?», chiese il vecchio Cunningham.
«Bene, poiché sono qui, c’è un punto su cui vorrei essere certo. Possiamo verificarlo molto facilmente.»
«Quale?»
«Mi sembra proprio possibile che l’arrivo di questo povero William non sia avvenuto prima, ma dopo, l’ingresso del ladro nella casa. State a dare per scontato che, sebbene la porta fosse forzata, il ladro non sia mai entrato.»
«Mi pare ovvio», disse gravemente il signor Cunningham. «Il mio figlio Alec non era ancora a letto, e certamente avrebbe sentito chiunque si muovesse.»
«Dove era seduto?»
«Stavo fumando nella mia stanza di vestizione.»
«Quale finestra?»
«L’ultima a sinistra accanto al mio padre.»
«Entrambe le vostre lampade erano accese, naturalmente?»
«Indubbiamente.»
«Ci sono dei punti molto singolari qui», disse Holmes, sorridendo. «Non è straordinario che un ladro — e un ladro con qualche esperienza precedente — decida di irrompere in una casa quando, dalla luce, può vedere che due membri della famiglia sono ancora in piedi?»
«Deve essere stato di mano fredda.»
«Beh, naturalmente, se il caso non fosse strano non saremmo stati costretti a chiedervi una spiegazione», disse il giovane signor Alec. «Ma per quanto riguarda le sue idee che l’uomo avesse rubato la casa prima che William lo affrontasse, trovo la nozione più assurda. Non avremmo trovato la casa in disordine, né avremmo notato le cose che aveva preso?»
«Dipende da cosa fossero le cose», disse Holmes. «Dovete ricordarvi che stiamo trattando un ladro molto peculiare, che sembra operare secondo le proprie regole. Guardate, per esempio, il bizzarro assortimento di cose che ha preso da Acton — che cosa? — una matassa di spago, un pesetto di avorio, e non so quali altri oggetti disparati.»
«Bene, siamo davvero nelle sue mani, signor Holmes», disse il vecchio Cunningham. «Qualunque cosa lei o l’Ispettore suggeriate sarà certamente eseguita.»
«In primis», disse Holmes, «vorrei che proponeste una ricompensa—da parte vostra, poiché gli ufficiali potrebbero impiegare un po' di tempo prima di concordare l’importo, e queste cose non possono essere rimandate troppo a lungo. Ho annotato il modulo qui, se non vi dispiace firmarlo. Cinquanta sterline mi sembravano più che sufficienti, pensai.»
«Sarei disposto a dare cinquecento», disse il Giudice di Pace, prendendo il foglio e la matita che Holmes gli aveva porso. «Tuttavia non è del tutto corretto», aggiunse, dando un’occhiata al documento.
«L’ho scritto piuttosto in fretta.»
«Vede, comincia così: “Considerato che, verso le ore diciassette di martedì mattina, si tentò…”, e così via. In realtà era alle undici e tre quarti, a dire il vero.»
Fui offeso dall’errore, poiché sapevo quanto Holmes potesse sentire una svista di quel genere. Era suo solito essere preciso nei fatti, ma la recente malattia lo aveva scosso, e quel piccolo episodio bastò a farmi capire che non era ancora del tutto se stesso. In un attimo mostrò evidente imbarazzo, mentre l’Ispettore alzò le sopracciglia, e Alec Cunningham scoppiò a ridere. Il vecchio signore, però, corresse l’errore e rimise il foglio nelle mani di Holmes.
«Fallo stampare al più presto», disse; «ritengo che la sua idea sia eccellente.»
Holmes ripose con cura il foglio nel suo taccuino.
«E ora», proseguì, «sarebbe davvero opportuno che tutti noi facessimo un giro per la casa e ci assicurassimo che quel ladro così sconsiderato non abbia portato via nulla.»
Prima di entrare, Holmes esaminò la porta forzata. Era evidente che una scalpello o un coltello robusto fosse stato spinto dentro, facendo cedere la serratura. Vedevamo i segni nel legno dove era stato inserito.
«Allora non usate le sbarre, vero?», chiese.
«Non abbiamo mai ritenuto necessario farlo.»
«Non tenete un cane?»
«Sì, ma è legato dall’altro lato della casa.»
«A che ora vanno a letto i domestici?»
«Verso le dieci.»
«Capisco che William di solito fosse a letto anche a quell’ora.»
«Sì.»
«È singolare che quella notte in particolare fosse sveglio. Ora, le sarei molto grato se volesse avere la gentilezza di farci vedere la casa, signor Cunningham.»
Un corridoio pavimentato di pietra, con le cucine che si diramano da esso, conduceva, tramite una scala di legno, direttamente al primo piano della dimora. Dalla stessa usciva su un pianerottolo opposto a una seconda scala più ornamentale che saliva dal salone anteriore. Dal pianerottolo si aprivano il salotto e varie camere da letto, tra cui quelle del signor Cunningham e del figlio. Holmes camminava lentamente, osservando con attenzione l’architettura della casa. Dal suo sguardo si intuiva che fosse su un odore caldo, eppure non riuscivo a immaginare in quale direzione le sue deduzioni lo stessero condotto.
«Mio buono signore», disse il signor Cunningham con una certa impazienza, «ciò è certamente superfluo. Questa è la mia camera al termine delle scale, e quella del figlio è la successiva. Lascio a voi il giudizio su quanto fosse possibile al ladro salire qui senza disturbarci.»
«Dovreste girare attorno e prendere un odore nuovo, a quanto mi pare», disse il figlio con un sorriso piuttosto maligno.
«Tuttavia, vi chiedo ancora un piccolo favore. Vorrei, per esempio, vedere quanto le finestre delle camere da letto si affacciano sulla parte anteriore. Questa, se non sbaglio, è la camera del figlio»—aprì la porta—«e quella, immagino, è la cameretta dove stava fumando al momento dell’allarme. Da dove si affaccia la finestra di quella stanza?» Fece un passo nella camera, aprì di nuovo la porta e scrutò la stanza accanto.
«Spero ora ne sia soddisfatto», disse il signor Cunningham con un tono pungente.
«Grazie, credo di aver visto tutto ciò che desideravo.»
«Allora, se è davvero necessario, possiamo entrare nella mia camera.»
«Se non è troppo disturbo.»
Il Giudice di Pace scrollò le spalle e aprì la porta della sua stanza, una camera semplicemente arredata e ordinaria. Mentre ci avvicinavamo alla finestra, Holmes si fece più indietro finché non fu l’ultimo del gruppo a rimanere. Ai piedi del letto c’erano un piatto d’arance e una caraffa d’acqua. Passandoci accanto, Holmes, con mia incommensurabile stupore, si chinò davanti a me e, con deliberata intenzione, rovesciò tutto. Il vetro si frantumò in mille schegge e la frutta rotolò in ogni angolo della stanza.
«L’hai fatto, Watson», disse con freddezza. «Hai combinato un bel disastro sul tappeto.»
Mi chinai confuso e cominciai a raccogliere la frutta, comprendendo, per qualche ragione, che il compagno volesse addossarmi la colpa. Anche gli altri fecero lo stesso e rimisero a posto il tavolo.
«Allora!», gridò l’Ispettore, «dove è sparito?»
Holmes era scomparso.
«Aspettate qui un attimo», disse il giovane Alec Cunningham. «Quel tipo è fuori di senno, a mio avviso. Venite con me, padre, e vediamo dove è finito!»
Corsero fuori dalla stanza, lasciando l’Ispettore, il colonnello e me a fissarci a vicenda.
«Giuro, mi inclino a concordare con il giovane Alec», disse l’ufficiale. «Potrebbe essere l’effetto di questa malattia, ma mi sembra che—»
Le sue parole furono interrotte da un improvviso urlo di «Aiuto! Aiuto! Omicidio!». Con un brivido riconobbi la voce del mio amico. Scappai furiosamente dalla stanza verso il pianerottolo. Le grida, ormai trasformate in un canto rauco e incomprensibile, provenivano dalla stanza che avevamo visitato per prima. Mi precipitai dentro, e poi nella cameretta oltre. I due Cunningham erano piegati sul corpo prostrato di Sherlock Holmes; il più giovane gli stringeva la gola con entrambe le mani, mentre il più vecchio sembrava torcere il suo polso. In un attimo tutti e tre li strappammo via da lui, e Holmes, molto pallido e evidentemente esausto, si rialzò barcollando.
«Arrestate questi uomini, ispettore!»
«Per quale accusa?»
«Per l’omicidio del loro cocchiere, William Kirwan!»
L’Ispettore fissò il suo intorno perplesso. «Oh, su, signor Holmes», disse infine, «sono certo che non intende davvero—»
«Tutt’al più, guardate le loro facce!», esclamò Holmes bruscamente.
Mai, certamente, vidi una confessione di colpa così chiara sui volti umani. L’uomo più anziano appariva intorpidito e attonito, con un’espressione pesante e cupa sul volto marcato. Il figlio, invece, aveva abbandonato quel tono spavaldo e gaio che lo contraddistingueva, e la ferocia di una bestia selvaggia brillava nei suoi occhi scuri, deformando i lineamenti affascinanti. L’Ispettore rimase in silenzio, ma, avvicinandosi alla porta, suonò il suo fischietto. Due dei suoi agenti accorsero al richiamo.
«Non ho alternative, signor Cunningham», disse. «Spero che tutto ciò si riveli un errore assurdo, ma vede bene che—Ah, lo vuole? Lasciamo perdere!» Strinse la mano, e una pistola che il giovane stava per armare cadde rumorosamente sul pavimento.
«Teniamola», disse Holmes, appoggiando delicatamente il piede sopra di essa; «le sarà utile al processo. Ma questo è ciò che davvero volevo». Sollevò un piccolo foglio accartocciato.
«Il resto del foglio!», gridò l’Ispettore.
«Precisamente.»
«E dove era?»
«Nel punto in cui ero certo fosse. Vi renderò tutto chiaro tra un attimo. Penso, colonnello, che voi e Watson possiate rientrare ora, e io ritornerò tra un’ora al più tardi. L’Ispettore ed io dobbiamo parlare con i prigionieri, ma sicuramente mi rivedrete a pranzo.»
Sherlock Holmes mantenne la parola; verso l’una riapparve nella sala fumatori del colonnello. Lo accompagnava un piccolo gentiluomo anziano, introdotto a me come il signor Acton, la cui casa era stata il teatro del furto originale.
«Desideravo che il signor Acton fosse presente mentre vi dimostravo questa piccola questione», spiegò Holmes, «poiché è naturale che prenda un vivo interesse nei dettagli. Temo, caro colonnello, che dovrà rimpiangere l’ora persa con un gabbiano così tempestoso come me.»
«Al contrario», rispose il colonnello calorosamente, «lo considero il più grande privilegio di poter studiare i suoi metodi operativi. Confesso che superano di gran lunga le mie aspettative, e non riesco affatto a spiegare il risultato. Non ho ancora intravisto il minore indizio.»
«Temo che la mia spiegazione possa deluderla, ma è sempre stato mio costume non nascondere alcun metodo, né al mio amico Watson né a chiunque vi prenda un’intelligente curiosità. Prima di tutto, poiché sono piuttosto scosso per il colpo che ho ricevuto nella cameretta, credo di concedermi un sorso del suo brandy, colonnello. La mia forza è stata messa a dura prova ultimamente.»
«Spero non abbia avuto altri attacchi nervosi.»
Sherlock Holmes rise di gusto. «Ne parleremo a tempo debito», affermò. «Vi presenterò il caso nell’ordine dovuto, illustrandovi i vari punti che hanno guidato la mia decisione. Interrottemi pure se qualche inferenza non le risulta del tutto chiara.
È di massima importanza, nell’arte del rilevamento, saper distinguere, fra un numero di fatti, quali siano incidentali e quali vitali. Altrimenti la vostra energia e attenzione saranno disperse anziché concentrate. Ora, in questo caso non ho avuto il minimo dubbio fin dal principio che la chiave di tutto fosse nella strappata di carta trovata nella mano del morto.
Prima di addentrarmi, desidero richiamare la vostra attenzione sul fatto che, se il racconto di Alec Cunningham fosse vero, e se l’assalitore, dopo aver sparato a William Kirwan, fosse fuggito immediatamente, allora ovviamente non poteva essere stato lui a strappare la carta dalla mano del morto. Se non fu lui, doveva esserlo Alec Cunningham stesso, perché, al momento in cui l’anziano scese, diversi servitori erano già sulla scena. Il punto è semplice, ma l’Ispettore lo tralasciò partendo dal presupposto che questi magnati di contea non avessero nulla a che vedere con l’accaduto. Io non nutro mai pregiudizi e seguo docilmente dove mi porta il fatto; così, nella prima fase dell’indagine, mi trovai a guardare con sospetto il ruolo svolto dal signor Alec Cunningham.
E ora feci un’attenta esamina del frammento di carta che l’Ispettore ci aveva presentato. Mi apparve subito chiaro che ne faceva parte un documento estremamente notevole. Eccolo. Non osservate ora qualcosa di altamente suggestivo?»
«Ha un aspetto molto irregolare», osservò il colonnello.
«Mio caro signore», esclamò Holmes, «non può esserci il minimo dubbio che sia stata scritta da due persone che alternavano le parole. Quando vi indicherò le t‑forti di “at” e “to” e vi chiederò di paragonarle a quelle deboli di “quarter” e “twelve”, riconoscerete subito il tratto. Una breve analisi di queste quattro parole vi permetterà di affermare con la massima certezza che le parole “learn” e “maybe” sono state scritte con la mano più forte, e “what” con quella più debole.»
«Per Jove, è chiaro come il giorno!», esclamò il colonnello. «Perché diavolo due uomini dovrebbero scrivere una lettera in tal modo?»
«Ovviamente l’affare era brutto, e uno dei due, diffidente dell’altro, era determinato che, qualunque cosa si fosse fatta, ognuno avesse una mano uguale. Dei due, è chiaro che colui che scrisse “at” e “to” era il capo.»
«Come lo si deduce?»
«Potremmo dedurlo dal semplice carattere di una mano rispetto all’altra. Ma abbiamo ragioni più solide. Se osservate il frammento, comprenderete che l’uomo dalla mano più forte scrisse tutte le parole per primo, lasciando spazi vuoti che l’altro dovette colmare. Quegli spazi non bastarono sempre, e si vede che il secondo dovette comprimere “quarter” fra “at” e “to”, dimostrando che questi ultimi erano già scritti. Colui che scrisse tutto per primo è senza dubbio l’artefice del complotto.»
«Eccellente!», esclamò il signor Acton.
«Ma è molto superficiale», osservò Holmes. «Arriviamo ora a un punto di reale importanza. Non sapete forse che la determinazione dell’et
«In seguito feci una chiacchierata con il vecchio Cunningham riguardo al movente del delitto. Si dimostrò abbastanza trattabile, sebbene il figlio fosse un vero demonio, pronto a farsi saltare le cervella o a farlo a chiunque altro se fosse riuscito a mettere le mani sul suo revolver. Quando Cunningham vide che le prove contro di lui erano schiaccianti, perse ogni speranza e vuotò il sacco. Pare che William avesse seguito segretamente i suoi due padroni la notte in cui fecero incursione in casa del signor Acton e, avendoli così in pugno, avesse iniziato a ricattarli sotto la minaccia di denunciarli. Il signor Alec, tuttavia, era un uomo pericoloso con cui fare giochi del genere. Fu un colpo di puro genio, da parte sua, vedere nel panico per i furti che stava sconvolgendo la campagna un’opportunità per sbarazzarsi in modo plausibile dell’uomo che temeva. William fu attirato fuori, ucciso, e se fossero riusciti a recuperare l’intero biglietto e a prestare un po’ più di attenzione ai dettagli relativi agli accessori, è assai probabile che il sospetto non si sarebbe mai destato.»
«E il biglietto?», chiesi.
Sherlock Holmes ci pose davanti il foglio qui riprodotto.
Se vorrai venire alle undici e tre quarti al cancello est imparerai ciò che ti sorprenderà molto e forse ti sarà di grandissimo aiuto e anche ad Annie Morrison. Ma non dire nulla a nessuno sulla faccenda
«È esattamente il genere di cose che mi aspettavo», disse. «Naturalmente non sappiamo ancora quali fossero i rapporti tra Alec Cunningham, William Kirwan e Annie Morrison. Il risultato dimostra che la trappola era stata innescata con abilità. Sono certo che non potrete fare a meno di restare affascinati dalle tracce di ereditarietà che si notano nelle p e nelle code delle g. Anche l’assenza dei puntini sulle i nella grafia del vecchio è quanto mai caratteristica. Watson, credo che il nostro riposo tranquillo in campagna sia stato un vero successo, e domani tornerò senz’altro a Baker Street molto rinvigorito.»
VIII. Il gobbo
Una notte d’estate, pochi mesi dopo il mio matrimonio, sedevo accanto al mio focolare fumando l’ultima pipa e appisolandomi su un romanzo, poiché la giornata di lavoro era stata estenuante. Mia moglie era già salita al piano di sopra e il rumore della serratura della porta d’ingresso, udito poco prima, mi aveva informato che anche la servitù si era ritirata. Mi ero alzato dalla poltrona e stavo scuotendo la cenere dalla pipa quando udii improvvisamente il rintocco del campanello.
Guardai l’orologio. Erano le undici e tre quarti. Non poteva essere un visitatore a un’ora così tarda. Evidentemente un paziente, e forse una nottata intera da passare in piedi. Con una smorfia andai nell’ingresso e aprii la porta. Con mio grande stupore, sulla soglia c’era Sherlock Holmes.
«Ah, Watson», disse, «speravo di non arrivare troppo tardi per trovarti.»
«Mio caro amico, ti prego, entra.»
«Sembri sorpreso, e non c’è da meravigliarsi! Anche sollevato, immagino! Uhm! Quindi fumi ancora la miscela Arcadia dei tempi da scapolo! Non ci si può sbagliare su quella cenere soffice sulla giacca. È facile capire che sei abituato a indossare una divisa, Watson. Non passerai mai per un civile purosangue finché manterrai l’abitudine di portare il fazzoletto nella manica. Puoi ospitarmi per stanotte?»
«Con piacere.»
«Mi avevi detto di avere alloggi da scapolo per una persona, e vedo che al momento non hai ospiti. Il tuo appendiabiti lo conferma.»
«Sarò lieto se ti fermerai.»
«Grazie. Allora occuperò il gancio vuoto. Mi dispiace vedere che hai avuto l’operaio britannico per casa. È un segno di sventura. Non gli scarichi, spero?»
«No, il gas.»
«Ah! Ha lasciato due segni di chiodi dei suoi stivali sul tuo linoleum proprio dove batte la luce. No, grazie, ho cenato a Waterloo, ma fumerò volentieri una pipa con te.»
Gli porsi la mia borsa, lui si sedette di fronte a me e fumò per un po’ in silenzio. Ero ben consapevole che nient’altro che un affare di importanza lo avrebbe condotto da me a quell’ora, così attesi pazientemente che arrivasse al dunque.
«Vedo che sei professionalmente piuttosto impegnato in questo periodo», disse, lanciandomi un’occhiata molto acuta.
«Sì, ho avuto una giornata piena», risposi. «Potrà sembrarti molto sciocco ai tuoi occhi», aggiunsi, «ma davvero non so come tu l’abbia dedotto.»
Holmes ridacchiò tra sé.
«Ho il vantaggio di conoscere le tue abitudini, mio caro Watson», disse. «Quando il tuo giro è breve vai a piedi, e quando è lungo usi un hansom. Poiché noto che i tuoi stivali, seppur usati, non sono affatto sporchi, non posso dubitare che tu sia attualmente abbastanza impegnato da giustificare l’hansom.»
«Eccellente!», esclamai.
«Elementare», disse. «È uno di quei casi in cui il ragionatore può produrre un effetto che sembra straordinario al suo prossimo, perché quest’ultimo ha tralasciato quel piccolo particolare che è alla base della deduzione. Lo stesso si può dire, mio caro amico, per l’effetto di alcuni di questi tuoi piccoli resoconti, che è del tutto pretestuoso, dipendendo dal fatto che tu trattieni nelle tue mani alcuni fattori del problema che non vengono mai rivelati al lettore. Ora, al momento mi trovo nella posizione di quegli stessi lettori, poiché tengo in questa mano diversi fili di uno dei casi più strani che abbiano mai tormentato il cervello di un uomo, e tuttavia mi mancano uno o due elementi necessari per completare la mia teoria. Ma li avrò, Watson, li avrò!» I suoi occhi si accesero e un leggero rossore apparve sulle sue guance magre. Solo per un istante. Quando guardai di nuovo, il suo volto aveva ripreso quella compostezza da pellerossa che aveva indotto molti a considerarlo più una macchina che un uomo.
«Il problema presenta caratteristiche di interesse», disse. «Posso persino dire caratteristiche di interesse eccezionali. Ho già esaminato la faccenda e credo di essere vicino alla soluzione. Se potessi accompagnarmi in quell’ultimo passo, potresti essermi di notevole aiuto.»
«Ne sarei lieto.»
«Potresti spingerti fino ad Aldershot domani?»
«Non ho dubbi che Jackson coprirebbe il mio ambulatorio.»
«Molto bene. Voglio partire con il treno delle 11.10 da Waterloo.»
«Questo mi darebbe il tempo necessario.»
«Allora, se non hai troppo sonno, ti darò un quadro di ciò che è accaduto e di ciò che resta da fare.»
«Avevo sonno prima che tu arrivassi. Ora sono ben sveglio.»
«Comprimerò la storia il più possibile senza omettere nulla di vitale per il caso. È concepibile che tu abbia persino letto qualche resoconto della faccenda. È il presunto omicidio del colonnello Barclay, dei Royal Mallows, ad Aldershot, che sto indagando.»
«Non ne ho sentito parlare.»
«Non ha ancora suscitato molta attenzione, se non a livello locale. I fatti risalgono solo a due giorni fa. In breve, sono questi:»
«I Royal Mallows sono, come sai, uno dei reggimenti irlandesi più famosi dell’esercito britannico. Hanno fatto prodigi sia in Crimea che durante la Rivolta dei Sepoy, e da allora si sono distinti in ogni occasione possibile. Fino a lunedì sera erano comandati da James Barclay, un valoroso veterano che iniziò come soldato semplice, fu promosso al grado di ufficiale per il suo valore durante la Rivolta, e visse così abbastanza da comandare il reggimento in cui un tempo portava il moschetto.»
«Il colonnello Barclay si era sposato quando era sergente, e sua moglie, il cui nome da nubile era Nancy Devoy, era figlia di un ex sergente maggiore dello stesso corpo. C’era, dunque, come si può immaginare, qualche piccola frizione sociale quando la giovane coppia (poiché erano ancora giovani) si ritrovò nel nuovo ambiente. Sembrano, tuttavia, essersi adattati rapidamente, e la signora Barclay è sempre stata, a quanto mi risulta, popolare tra le signore del reggimento quanto suo marito lo era tra i suoi colleghi ufficiali. Posso aggiungere che era una donna di grande bellezza, e che anche ora, dopo oltre trent’anni di matrimonio, ha ancora un aspetto sorprendente e regale.»
«La vita familiare del colonnello Barclay sembra essere stata uniformemente felice. Il maggiore Murphy, a cui devo la maggior parte dei fatti, mi assicura di non aver mai sentito parlare di alcun malinteso tra i due. Nel complesso, ritiene che la devozione di Barclay verso la moglie fosse maggiore di quella della moglie verso Barclay. Si sentiva acutamente a disagio se si allontanava da lei anche solo per un giorno. Lei, d’altra parte, sebbene devota e fedele, era meno affettuosa in modo vistoso. Ma erano considerati nel reggimento il vero modello di una coppia di mezza età. Non c’era assolutamente nulla nei loro rapporti reciproci che potesse preparare la gente alla tragedia che sarebbe seguita.»
«Il colonnello Barclay stesso sembra aver avuto alcuni tratti singolari nel suo carattere. Era un vecchio soldato brillante e gioviale nel suo umore abituale, ma c’erano occasioni in cui sembrava capace di notevole violenza e spirito di vendetta. Questo lato della sua natura, tuttavia, sembra non essere mai stato rivolto verso la moglie. Un altro fatto, che aveva colpito il maggiore Murphy e tre dei cinque ufficiali con cui ho conversato, era la singolare sorta di depressione che lo coglieva a tratti. Come l’ha espressa il maggiore, il sorriso gli veniva spesso cancellato dalla bocca, come da una mano invisibile, quando partecipava agli svaghi e alle battute alla mensa. Per giorni interi, quando era vittima di quell’umore, restava immerso nella più profonda malinconia. Questa e una certa vena di superstizione erano gli unici tratti insoliti nel suo carattere che i suoi colleghi ufficiali avevano osservato. Quest’ultima peculiarità prendeva la forma di un’avversione a restare solo, specialmente dopo il tramonto. Questo tratto puerile in una natura che era palesemente virile aveva spesso dato adito a commenti e congetture.»
«Il primo battaglione dei Royal Mallows (che è il vecchio 117°) è di stanza ad Aldershot da alcuni anni. Gli ufficiali sposati vivono fuori dalla caserma, e il colonnello ha occupato per tutto questo tempo una villa chiamata Lachine, a circa mezzo miglio dal campo nord. La casa sorge all’interno del proprio parco, ma il lato ovest non dista più di trenta iarde dalla strada principale. Un cocchiere e due cameriere formano il personale di servizio. Questi, insieme al loro padrone e alla loro padrona, erano gli unici occupanti di Lachine, poiché i Barclay non avevano figli, né era loro abitudine avere ospiti residenti.»
«Ora, ecco gli eventi a Lachine tra le nove e le dieci della sera di lunedì scorso.»
«La signora Barclay era, a quanto pare, membro della Chiesa Cattolica Romana e si era interessata molto alla fondazione della Gilda di San Giorgio, formata in connessione con la cappella di Watt Street allo scopo di fornire ai poveri vestiti usati. Una riunione della Gilda si era tenuta quella sera alle otto, e la signora Barclay aveva affrettato la cena per potervi partecipare. Uscendo di casa, fu udita dal cocchiere fare un’osservazione banale al marito e assicurargli che sarebbe tornata prima di molto tempo. Andò poi a chiamare la signorina Morrison, una giovane signora che vive nella villa accanto, e le due andarono insieme alla loro riunione. Durò quaranta minuti e alle nove e un quarto la signora Barclay tornò a casa, dopo aver lasciato la signorina Morrison alla sua porta lungo il tragitto.»
«A Lachine c’è una stanza usata come salotto mattutino. Questa si affaccia sulla strada e comunica con il prato attraverso una grande porta a vetri a battente. Il prato è largo trenta iarde ed è separato dalla strada solo da un muretto con una ringhiera di ferro sopra. Fu in questa stanza che la signora Barclay entrò al suo ritorno. Le persiane non erano abbassate, poiché la stanza era usata raramente di sera, ma la signora Barclay stessa accese la lampada e poi suonò il campanello, chiedendo a Jane Stewart, la cameriera, di portarle una tazza di tè, il che era del tutto contrario alle sue solite abitudini. Il colonnello era seduto in sala da pranzo, ma sentendo che la moglie era tornata, la raggiunse nel salotto mattutino. Il cocchiere lo vide attraversare l’ingresso ed entrare. Non fu mai più visto vivo.»
«Il tè ordinato fu portato dopo dieci minuti; ma la cameriera, avvicinandosi alla porta, fu sorpresa di sentire le voci del suo padrone e della sua padrona in un alterco furioso. Bussò senza ricevere risposta e provò persino a girare la maniglia, solo per scoprire che la porta era chiusa a chiave dall’interno. Naturalmente corse giù a dirlo alla cuoca, e le due donne insieme al cocchiere salirono nell’ingresso e ascoltarono la disputa che infuriava ancora. Concordarono tutti sul fatto che si sentissero solo due voci, quelle di Barclay e di sua moglie. Le osservazioni di Barclay erano sommesse e brusche, tanto che nessuna di esse era udibile agli ascoltatori. Quelle della signora, d’altra parte, erano assai amare, e quando alzava la voce si potevano sentire distintamente. “Codardo!”, ripeteva più e più volte. “Cosa si può fare ora? Cosa si può fare ora? Restituiscimi la mia vita. Non respirerò mai più la stessa aria che respiri tu! Codardo! Codardo!”. Questi erano frammenti della sua conversazione, che terminò con un grido improvviso e spaventoso con la voce dell’uomo, un fracasso e un urlo lancinante della donna. Convinto che fosse accaduta una tragedia, il cocchiere corse alla porta e cercò di sfondarla, mentre urla su urla provenivano dall’interno. Non riuscì tuttavia a entrare, e le cameriere erano troppo sconvolte dalla paura per essergli di alcun aiuto. Un pensiero improvviso lo colpì, tuttavia, e corse fuori dalla porta dell’ingresso e attorno al prato su cui si aprono le lunghe finestre alla francese. Un battente della finestra era aperto, cosa che mi risulta fosse del tutto normale nel periodo estivo, ed egli passò senza difficoltà nella stanza. La sua padrona aveva smesso di urlare ed era distesa priva di sensi su un divano, mentre con i piedi sollevati oltre il bracciolo di una poltrona, e la testa a terra vicino all’angolo del caminetto, giaceva lo sfortunato soldato, morto stecchito in una pozza del suo stesso sangue.»
«Naturalmente, il primo pensiero del cocchiere, scoprendo di non poter far nulla per il suo padrone, fu quello di aprire la porta. Ma qui si presentò una difficoltà inaspettata e singolare. La chiave non era sul lato interno della porta, né poté trovarla da nessuna parte nella stanza. Uscì quindi di nuovo dalla finestra e, dopo aver ottenuto l’aiuto di un poliziotto e di un medico, tornò. La signora, contro la quale gravava naturalmente il sospetto più forte, fu portata nella sua stanza, ancora in stato di incoscienza. Il corpo del colonnello fu poi adagiato sul divano e fu effettuato un esame accurato della scena della tragedia.»
«La ferita di cui soffriva lo sfortunato veterano si rivelò essere un taglio frastagliato di circa due pollici sulla parte posteriore della testa, evidentemente causato da un colpo violento inferto con un’arma contundente. Né fu difficile indovinare quale potesse essere quell’arma. Sul pavimento, vicino al corpo, giaceva uno strano bastone di legno duro intagliato con un’impugnatura in osso. Il colonnello possedeva una variegata collezione di armi portate dai diversi paesi in cui aveva combattuto, e la polizia ipotizza che quel bastone fosse tra i suoi trofei. La servitù nega di averlo mai visto prima, ma tra le numerose curiosità presenti in casa è possibile che fosse stato trascurato. Nient’altro di importante fu scoperto nella stanza dalla polizia, tranne l’inspiegabile fatto che né sulla persona della signora Barclay, né su quella della vittima, né in qualsiasi parte della stanza, la chiave mancante fu trovata. La porta dovette essere infine aperta da un fabbro di Aldershot.»
«Questo era lo stato delle cose, Watson, quando martedì mattina io, su richiesta del maggiore Murphy, mi recai ad Aldershot per integrare gli sforzi della polizia. Penso che riconoscerai che il problema era già di per sé interessante, ma le mie osservazioni mi fecero presto capire che in verità era molto più straordinario di quanto a prima vista potesse apparire.»
«Prima di esaminare la stanza, interrogai la servitù, ma riuscii solo a ottenere i fatti che ho già esposto. Un altro dettaglio di interesse fu ricordato da Jane Stewart, la cameriera. Ricorderai che, sentendo il suono del litigio, scese e tornò con gli altri servitori. In quella prima occasione, quando era sola, dice che le voci del suo padrone e della sua padrona erano così basse che non riusciva a sentire quasi nulla, e giudicò dai toni piuttosto che dalle parole che avessero litigato. Quando la incalzai, tuttavia, ricordò di aver sentito la parola “David” pronunciata due volte dalla signora. Il punto è di estrema importanza in quanto ci guida verso il motivo dell’improvvisa lite. Il nome del colonnello, ricordi, era James.»
«C’era una cosa nel caso che aveva fatto la più profonda impressione sia sulla servitù che sulla polizia. Si trattava della contrazione del volto del colonnello. Si era fissato, secondo il loro racconto, nell’espressione più terribile di paura e orrore che un volto umano sia capace di assumere. Più di una persona svenne alla sola vista di lui, tanto era terribile l’effetto. Era assolutamente certo che avesse previsto il suo destino e che questo gli avesse causato il massimo orrore. Ciò, naturalmente, si adattava abbastanza bene alla teoria della polizia, se il colonnello avesse potuto vedere sua moglie sferrargli un attacco mortale. Né il fatto che la ferita fosse sulla parte posteriore della testa rappresentava un’obiezione fatale, poiché avrebbe potuto voltarsi per evitare il colpo. Non si poté ottenere alcuna informazione dalla signora stessa, temporaneamente folle a causa di un grave attacco di febbre cerebrale.»
«Dalla polizia appresi che la signorina Morrison, che ricordi uscì quella sera con la signora Barclay, negava di essere a conoscenza di ciò che avesse causato il malumore con cui la sua compagna era tornata.»
«Dopo aver raccolto questi fatti, Watson, ho fumato diverse pipe riflettendoci sopra, cercando di separare quelli cruciali dagli altri puramente incidentali. Non poteva esserci dubbio che il punto più distintivo e suggestivo del caso fosse la singolare scomparsa della chiave della porta. Una ricerca quanto mai accurata non era riuscita a trovarla nella stanza. Pertanto doveva essere stata portata via. Ma né il colonnello né la moglie del colonnello avrebbero potuto prenderla. Era perfettamente chiaro. Dunque, una terza persona deve essere entrata nella stanza. E quella terza persona non poteva essere entrata che dalla finestra. Mi è parso che un attento esame della stanza e del prato potesse rivelare qualche traccia di questo individuo misterioso. Conosci i miei metodi, Watson. Non ce ne fu uno che non applicai all’indagine. E finì con lo scoprire delle tracce, ma molto diverse da quelle che mi aspettavo. C’era stato un uomo nella stanza, ed era attraversato il prato provenendo dalla strada. Sono riuscito a ottenere cinque impronte molto chiare dei suoi passi: una sulla strada stessa, nel punto in cui aveva scavalcato il muretto, due sul prato e due molto tenui sulle assi macchiate vicino alla finestra da cui era entrato. A quanto pare era corso attraverso il prato, poiché le impronte delle punte erano molto più profonde di quelle dei talloni. Ma non fu l’uomo a sorprendermi. Fu il suo compagno.»
«Il suo compagno!»
Holmes trasse di tasca un ampio foglio di carta velina e lo spiegò con cura sulle ginocchia.
«Che ne pensate?» chiese.
Il foglio era coperto dalle tracce delle impronte di un piccolo animale. Presentava cinque cuscinetti ben marcati, l’indicazione di unghie lunghe, e l’intera impronta poteva essere grande quasi quanto un cucchiaio da dessert.
«È un cane,» dissi.
«Avete mai sentito di un cane che corre su per una tenda? Ho trovato tracce evidenti che questa creatura lo ha fatto.»
«Una scimmia, allora?»
«Ma non è l’impronta di una scimmia.»
«Che cosa può essere, dunque?»
«Né cane, né gatto, né scimmia, né alcuna creatura che ci sia familiare. Ho cercato di ricostruirla dalle misurazioni. Ecco quattro impronte dove la bestia è rimasta immobile. Vedete che ci sono non meno di quindici pollici dalla zampa anteriore a quella posteriore. Aggiungete a ciò la lunghezza del collo e della testa, e ottenete una creatura non molto inferiore ai due piedi di lunghezza — probabilmente di più se c’è una coda. Ma ora osservate quest’altra misurazione. L’animale si stava muovendo, e abbiamo la lunghezza della sua falcata. In ogni caso è solo di circa tre pollici. Avete un’indicazione, vedete, di un corpo lungo con zampe molto corte attaccate ad esso. Non è stato così premuroso da lasciarsi dietro un po’ di pelo. Ma la sua forma generale deve essere quella che ho indicato, e può correre su per una tenda, ed è carnivora.»
«Come lo deducete?»
«Perché è corsa su per la tenda. Una gabbia per canarini era appesa alla finestra, e il suo scopo sembra essere stato quello di arrivare all’uccellino.»
«Allora che cos’era la bestia?»
«Ah, se potessi darle un nome, potrebbe contribuire notevolmente a risolvere il caso. Nel complesso, si trattava probabilmente di una qualche creatura della tribù delle donnole e degli ermellini — eppure è più grande di chiunque di essi che io abbia visto.»
«Ma che cosa aveva a che fare con il crimine?»
«Anche questo è ancora oscuro. Ma abbiamo imparato molto, notate bene. Sappiamo che un uomo stava sulla strada a guardare il litigio tra i Barclay — le tende erano alzate e la stanza illuminata. Sappiamo, inoltre, che ha attraversato il prato correndo, è entrato nella stanza, accompagnato da uno strano animale, e che ha colpito il colonnello oppure, come è altrettanto possibile, che il colonnello sia caduto per il puro spavento alla sua vista, battendo la testa sull’angolo del parafuoco. Infine, abbiamo il fatto curioso che l’intruso abbia portato via la chiave con sé quando se n’è andato.»
«Le vostre scoperte sembrano aver reso la faccenda più oscura di quanto non fosse prima,» dissi.
«Proprio così. Hanno indubbiamente mostrato che la faccenda era molto più profonda di quanto si fosse congetturato all’inizio. Ho riflettuto sulla questione e sono giunto alla conclusione che devo affrontare il caso da un altro punto di vista. Ma davvero, Watson, vi sto tenendo sveglio, e potrei benissimo raccontarvi tutto questo mentre andiamo ad Aldershot domani.»
«Grazie, siete andato troppo oltre per fermarvi.»
«È del tutto certo che quando la signora Barclay ha lasciato la casa alle sette e mezza era in buoni rapporti con il marito. Non era, come credo di aver detto, ostentatamente affettuosa, ma è stata sentita dal cocchiere chiacchierare con il colonnello in modo amichevole. Ora, era altrettanto certo che, subito al suo ritorno, si fosse recata nella stanza in cui era meno probabile vedere il marito, fosse corsa a prendere il tè come farebbe una donna agitata e, infine, al suo arrivo, fosse scoppiata in violente recriminazioni. Pertanto, deve essere accaduto qualcosa tra le sette e mezza e le nove che ha cambiato completamente i suoi sentimenti verso di lui. Ma la signorina Morrison è stata con lei durante tutta quell’ora e mezza. È assolutamente certo, dunque, nonostante la sua smentita, che debba sapere qualcosa della faccenda.»
«La mia prima congettura è stata che, forse, ci fossero stati degli scambi tra questa giovane signorina e il vecchio soldato, che la prima aveva ora confessato alla moglie. Ciò spiegherebbe l’ira del ritorno e anche la negazione da parte della ragazza che sia accaduto qualcosa. Né sarebbe del tutto incompatibile con la maggior parte delle parole ascoltate. Ma c’era il riferimento a David, e c’era il noto affetto del colonnello per sua moglie, da pesare contro di essa, per non parlare della tragica intrusione di quest’altro uomo, che potrebbe, naturalmente, essere del tutto slegata da ciò che era accaduto prima. Non era facile muoversi con cautela, ma, nel complesso, ero propenso a scartare l’idea che ci fosse stato qualcosa tra il colonnello e la signorina Morrison, ma più che mai convinto che la giovane signorina detenesse l’indizio su ciò che aveva trasformato la signora Barclay in odio verso il marito. Ho preso la via ovvia, quindi, di far visita alla signorina Morrison, di spiegarle che ero perfettamente certo che detenesse i fatti in suo possesso, e di assicurarle che la sua amica, la signora Barclay, avrebbe potuto ritrovarsi sul banco degli imputati per un’accusa capitale a meno che la faccenda non fosse chiarita.»
«La signorina Morrison è una ragazzina piccola ed eterea, con occhi timidi e capelli biondi, ma l’ho trovata tutt’altro che priva di astuzia e buon senso. È rimasta seduta a pensare per un po’ dopo che ho parlato, e poi, voltandosi verso di me con un piglio risoluto, è scoppiata in una dichiarazione notevole che riassumerò per vostro vantaggio.»
«“Ho promesso alla mia amica che non avrei detto nulla della faccenda, e una promessa è una promessa,” ha detto; “ma se posso davvero aiutarla quando viene mossa un’accusa così grave contro di lei, e quando la sua stessa bocca, povera cara, è chiusa dalla malattia, allora penso di essere sciolta dalla mia promessa. Vi dirò esattamente cosa è successo lunedì sera.”»
«“Tornavamo dalla Missione di Watt Street verso le nove meno un quarto. Sulla strada abbiamo dovuto attraversare Hudson Street, che è una via molto tranquilla. C’è solo un lampione, sul lato sinistro, e mentre ci avvicinavamo a questo lampione ho visto un uomo venire verso di noi con la schiena molto curva, e qualcosa come una scatola appesa a una delle sue spalle. Sembrava deforme, poiché teneva la testa bassa e camminava con le ginocchia piegate. Stavamo passandogli accanto quando ha alzato il viso per guardarci nel cerchio di luce gettato dal lampione, e mentre lo faceva si è fermato e ha urlato con una voce terribile: ‘Mio Dio, è Nancy!’ La signora Barclay è diventata bianca come la morte, e sarebbe caduta se la creatura dall’aspetto terribile non l’avesse afferrata. Stavo per chiamare la polizia, ma lei, con mia sorpresa, ha parlato in modo del tutto gentile al tipo.”»
«“‘Pensavo che tu fossi morto da trent’anni, Henry,’ ha detto lei, con voce tremante.”»
«“‘Così è,’ ha detto lui, ed è stato terribile sentire i toni con cui lo ha detto. Aveva un viso molto scuro e spaventoso, e un luccichio negli occhi che mi torna in mente nei miei sogni. I suoi capelli e le basette erano brizzolati, e la faccia era tutta rugosa e increspata come una mela appassita.”»
«“‘Cammina ancora un po’, cara,’ ha detto la signora Barclay; ‘voglio scambiare due parole con quest’uomo. Non c’è nulla di cui aver paura.’ Ha cercato di parlare con audacia, ma era ancora mortalmente pallida e riusciva a stento a far uscire le parole per il tremore delle labbra.”»
«“Ho fatto come mi ha chiesto, e hanno parlato insieme per pochi minuti. Poi lei è venuta giù per la strada con gli occhi che brillavano, e ho visto lo storpio miserabile stare vicino al lampione e scuotere i pugni chiusi in aria come se fosse pazzo di rabbia. Non ha detto una parola finché non siamo state qui alla porta, quando mi ha preso per mano e mi ha pregato di non dire a nessuno cosa era successo.”»
«“‘È un mio vecchio conoscente caduto in disgrazia,’ ha detto. Quando le ho promesso che non avrei detto nulla, mi ha baciato, e non l’ho più vista da allora. Vi ho detto ora tutta la verità, e se l’ho nascosta alla polizia è perché non mi ero resa conto allora del pericolo in cui si trovava la mia cara amica. So che può essere solo a suo vantaggio che tutto venga saputo.”»
«Ecco la sua dichiarazione, Watson, e per me, come potete immaginare, è stata come una luce in una notte buia. Tutto ciò che prima era sconnesso ha iniziato subito ad assumere il suo posto corretto, e ho avuto un vago presentimento dell’intera sequenza degli eventi. Il mio passo successivo era ovviamente trovare l’uomo che aveva prodotto una tale notevole impressione sulla signora Barclay. Se fosse stato ancora ad Aldershot non avrebbe dovuto essere una faccenda molto difficile. Non ci sono un gran numero di civili, e un uomo deforme doveva aver attirato l’attenzione. Ho passato una giornata alla ricerca, e verso sera — proprio questa sera, Watson — l’ho rintracciato. Il nome dell’uomo è Henry Wood, e vive in affitto in questa stessa strada in cui le signore lo hanno incontrato. È nel posto solo da cinque giorni. Sotto le spoglie di un agente del censimento, ho fatto una chiacchierata molto interessante con la sua padrona di casa. L’uomo di professione è un prestigiatore e artista, che gira per le mense dopo il calar del sole, offrendo un piccolo spettacolo in ciascuna. Porta con sé qualche creatura in quella scatola, riguardo alla quale la padrona di casa sembrava essere in considerevole trepidazione, poiché non aveva mai visto un animale simile. Lo usa in alcuni dei suoi trucchi, secondo quanto riferisce. Tanto è riuscita a dirmi la donna, e anche che era una meraviglia che l’uomo vivesse, visto quanto era contorto, e che a volte parlava in una lingua strana, e che per le ultime due notti lo aveva sentito gemere e piangere nella sua camera da letto. Era a posto, per quanto riguardava i soldi, ma nel suo deposito le aveva dato quello che sembrava un fiorino falso. Me l’ha mostrato, Watson, ed era una rupia indiana.»
«Così ora, mio caro amico, vedete esattamente come stanno le cose e perché vi voglio. È perfettamente chiaro che dopo che le signore si sono separate da quest’uomo, lui le ha seguite a distanza, che ha visto il litigio tra marito e moglie attraverso la finestra, che è entrato di corsa, e che la creatura che portava nella sua scatola è scappata. Questo è tutto molto certo. Ma lui è l’unica persona al mondo che può dirci esattamente cosa è successo in quella stanza.»
«E avete intenzione di chiederglielo?»
«Certamente — ma alla presenza di un testimone.»
«E io sono il testimone?»
«Se sarete così gentile. Se riesce a chiarire la faccenda, tanto meglio. Se si rifiuta, non abbiamo altra alternativa che richiedere un mandato.»
«Ma come sapete che sarà lì quando torneremo?»
«Potete essere certo che ho preso delle precauzioni. Ho uno dei miei ragazzi di Baker Street a fargli la guardia, che gli si attaccherebbe come una zecca, ovunque vada. Lo troveremo in Hudson Street domani, Watson, e nel frattempo sarei io stesso il criminale se vi tenessi alzato ancora.»
Era mezzogiorno quando ci siamo ritrovati sulla scena della tragedia e, sotto la guida del mio compagno, ci siamo diretti subito a Hudson Street. Nonostante la sua capacità di nascondere le emozioni, potevo facilmente vedere che Holmes era in uno stato di eccitazione repressa, mentre io stesso fremevo di quel piacere metà sportivo e metà intellettuale che provavo invariabilmente quando mi associavo a lui nelle sue indagini.
«Questa è la via,» ha detto, mentre svoltavamo in una breve strada fiancheggiata da semplici case in mattoni a due piani. «Ah, ecco Simpson che fa rapporto.»
«È dentro, tutto a posto, signor Holmes,» ha gridato un piccolo monello di strada, correndo verso di noi.
«Bene, Simpson!» ha detto Holmes, accarezzandogli la testa. «Venite, Watson. Questa è la casa.» Ha inviato il suo biglietto da visita con un messaggio che era venuto per affari importanti, e un momento dopo eravamo faccia a faccia con l’uomo che eravamo venuti a vedere. Nonostante il clima caldo, era accovacciato davanti a un fuoco, e la stanza piccola era come un forno. L’uomo sedeva tutto contorto e raggomitolato sulla sedia in un modo che dava un’indescrivibile impressione di deformità; ma il volto che ha rivolto verso di noi, sebbene consumato e scuro, doveva essere stato un tempo notevole per la sua bellezza. Ora ci guardava con sospetto con occhi giallastri e biliosi e, senza parlare o alzarsi, ha fatto un cenno verso due sedie.
«Signor Henry Wood, già dell’India, credo,» ha detto Holmes, affabilmente. «Sono venuto per questa piccola faccenda della morte del colonnello Barclay.»
«Cosa dovrei sapere a riguardo?»
«È quello che voglio accertare. Sapete, suppongo, che a meno che la faccenda non venga chiarita, la signora Barclay, che è una vostra vecchia amica, sarà con ogni probabilità processata per omicidio.»
L’uomo ha avuto un sussulto violento.
«Non so chi siate,» ha gridato, «né come facciate a sapere quello che sapete, ma volete giurare che è vero quello che mi dite?»
«Beh, aspettano solo che lei torni in sé per arrestarla.»
«Mio Dio! Siete voi stessi della polizia?»
«No.»
«Che affare è il vostro, allora?»
«È affare di ogni uomo vedere che venga fatta giustizia.»
«Potete credermi sulla parola che lei è innocente.»
«Allora siete colpevole voi.»
«No, non lo sono.»
«Chi ha ucciso il colonnello James Barclay, allora?»
«È stata una giusta provvidenza ad ucciderlo. Ma badate bene a questo: se gli avessi fracassato il cervello, come era nel mio cuore fare, non avrebbe avuto altro che ciò che meritava dalle mie mani. Se la sua stessa coscienza sporca non lo avesse abbattuto, è molto probabile che avrei potuto avere il suo sangue sulla mia anima. Volete che vi racconti la storia. Bene, non so perché non dovrei, perché non ho motivo di vergognarmene.»
«È andata in questo modo, signore. Mi vedete ora con la schiena come quella di un cammello e le costole tutte storte, ma c’è stato un tempo in cui il caporale Henry Wood era l’uomo più in gamba del 117° Fanteria. Eravamo in India allora, nelle caserme, in un posto che chiameremo Bhurtee. Barclay, che è morto l’altro giorno, era sergente nella stessa compagnia in cui ero io, e la bella del reggimento, sì, e la ragazza più bella che abbia mai avuto il soffio della vita tra le labbra, era Nancy Devoy, la figlia del sergente maggiore. C’erano due uomini che la amavano, e uno che lei amava, e sorriderete quando guarderete questo povero essere raggomitolato davanti al fuoco, e mi sentirete dire che è stato per il mio bell’aspetto che lei mi amava.»
«Bene, anche se avevo il suo cuore, suo padre era deciso che sposasse Barclay. Io ero un ragazzo spericolato e scapestrato, e lui aveva avuto un’istruzione ed era già destinato alla sciabola. Ma la ragazza mi è rimasta fedele, e sembrava che l’avrei avuta quando è scoppiata la Rivolta, e tutto l’inferno si è scatenato nel paese.»
«Eravamo chiusi a Bhurtee, il nostro reggimento con mezza batteria di artiglieria, una compagnia di Sikh e un sacco di civili e donne. C’erano diecimila ribelli intorno a noi, ed erano determinati come un gruppo di terrier intorno a una gabbia per ratti. Verso la seconda settimana, l’acqua è finita, ed era una questione se potessimo comunicare con la colonna del generale Neill, che si stava muovendo verso l’interno. Era la nostra unica possibilità, perché non potevamo sperare di farci strada combattendo con tutte le donne e i bambini, così mi sono offerto volontario per uscire e avvertire il generale Neill del nostro pericolo. La mia offerta è stata accettata, e ne ho parlato con il sergente Barclay, che si supponeva conoscesse il terreno meglio di chiunque altro, e che ha tracciato un percorso attraverso il quale avrei potuto passare le linee dei ribelli. Alle dieci della stessa notte sono partito per il mio viaggio. C’erano mille vite da salvare, ma era solo a una che pensavo quando ho scavalcato il muro quella notte.»
«La mia strada correva lungo un letto di fiume prosciugato, che speravamo mi nascondesse dalle sentinelle nemiche; ma mentre strisciavo attorno all’angolo, sono finito dritto tra sei di loro, che erano accovacciati nell’oscurità ad aspettarmi. In un istante sono stato stordito con un colpo e legato mani e piedi. Ma il colpo vero è stato al cuore e non alla testa, perché quando mi sono ripreso e ho ascoltato quanto più potevo capire del loro discorso, ho sentito abbastanza da dirmi che il mio compagno, l’uomo stesso che aveva organizzato la via che dovevo prendere, mi aveva tradito per mezzo di un servitore indigeno nelle mani del nemico.»
«Bene, non c’è bisogno che mi soffermi su quella parte. Ora sapete di cosa era capace James Barclay. Bhurtee è stata liberata da Neill il giorno dopo, ma i ribelli mi hanno portato via con loro nella loro ritirata, ed è passato molto tempo prima che vedessi di nuovo una faccia bianca. Sono stato torturato e ho cercato di scappare, e sono stato catturato e torturato di nuovo. Potete vedere voi stessi lo stato in cui sono stato ridotto. Alcuni di quelli che sono fuggiti in Nepal mi hanno portato con loro, e poi in seguito sono stato oltre Darjeeling. La gente delle colline lassù ha ucciso i ribelli che mi tenevano prigioniero, e sono diventato loro schiavo per un po’ finché non sono scappato; ma invece di andare a sud ho dovuto andare a nord, finché non mi sono ritrovato tra gli afghani. Lì ho vagato per molti anni, e alla fine sono tornato nel Punjab, dove ho vissuto per lo più tra gli indigeni e mi sono guadagnato da vivere con i trucchi di magia che avevo imparato. Che utilità aveva per me, uno storpio miserabile, tornare in Inghilterra o farmi conoscere ai miei vecchi compagni? Nemmeno il mio desiderio di vendetta mi avrebbe fatto fare una cosa simile. Preferivo che Nancy e i miei vecchi amici pensassero che Harry Wood fosse morto con la schiena dritta, piuttosto che vederlo vivere e strisciare con un bastone come uno scimpanzé. Non hanno mai dubitato che fossi morto, e volevo che non lo facessero mai. Ho sentito dire che Barclay aveva sposato Nancy, e che stava facendo rapida carriera nel reggimento, ma nemmeno questo mi ha fatto parlare.»
«Ma quando uno invecchia ha nostalgia di casa. Per anni ho sognato i verdi campi luminosi e le siepi dell’Inghilterra. Alla fine ho deciso di vederli prima di morire. Ho risparmiato abbastanza per farmi portare dall’altra parte, e poi sono venuto qui dove ci sono i soldati, perché conosco le loro abitudini e come divertirli e così guadagnare abbastanza per mantenermi.»
«La vostra narrazione è molto interessante,» ha detto Sherlock Holmes. «Ho già sentito del vostro incontro con la signora Barclay, e del vostro mutuo riconoscimento. Voi allora, come ho capito, l’avete seguita a casa e avete visto attraverso la finestra un alterco tra lei e suo marito, nel quale lei senza dubbio gli ha rinfacciato la sua condotta verso di voi. I vostri stessi sentimenti hanno avuto la meglio, e siete corso attraverso il prato e avete fatto irruzione tra loro.»
«L’ho fatto, signore, e alla mia vista lui ha guardato come non ho mai visto guardare un uomo prima, ed è caduto con la testa sul parafuoco. Ma era morto prima di cadere. Ho letto la morte sulla sua faccia, chiara come posso leggere quel testo sopra il fuoco. La semplice vista di me è stata come un proiettile attraverso il suo cuore colpevole.»
«E poi?»
«Allora Nancy è svenuta e io ho afferrato la chiave della porta che aveva in mano, con l’intenzione di aprire e chiedere aiuto. Ma mentre lo facevo mi è parso meglio lasciar perdere e svignarmela, perché la faccenda poteva mettersi male per me e, in ogni caso, il mio segreto sarebbe venuto fuori se fossi stato preso. Nella fretta ho infilato la chiave in tasca e ho fatto cadere il bastone mentre inseguivo Teddy, che era corso su per la tenda. Quando l’ho rimesso nella sua scatola, dalla quale era sgusciato fuori, sono scappato più veloce che potevo.»
«Chi è Teddy?» chiese Holmes.
L’uomo si sporse in avanti e sollevò la parte anteriore di una specie di gabbia nell’angolo. In un istante ne sgusciò fuori una bellissima creatura bruno-rossastra, magra e agile, con le zampe di un’ermellino, un naso lungo e sottile e un paio di occhi rossi tra i più belli che abbia mai visto nella testa di un animale.
«È una mangusta,» esclamai.
«Beh, alcuni le chiamano così, altri ichneumon,» disse l’uomo. «Cacciatore di serpenti è come li chiamo io, e Teddy è incredibilmente veloce con i cobra. Ne ho uno qui senza zanne, e Teddy lo cattura ogni sera per divertire la gente in mensa.»
«Altro, signore?»
«Beh, potremmo dover ricorrere di nuovo a lei se la signora Barclay dovesse trovarsi in seri guai.»
«In tal caso, naturalmente, mi farei avanti.»
«Ma se non fosse così, non c’è motivo di rivangare questo scandalo contro un uomo morto, per quanto abbia agito in modo spregevole. Ha almeno la soddisfazione di sapere che per trent’anni della sua vita la coscienza lo ha rimproverato amaramente per questa azione malvagia. Ah, ecco il maggiore Murphy dall’altra parte della strada. Addio, Wood. Voglio sapere se è successo qualcosa da ieri.»
Facemmo in tempo a raggiungere il maggiore prima che arrivasse all’angolo.
«Ah, Holmes,» disse: «Immagino abbiate sentito che tutto questo trambusto non ha portato a nulla?»
«Cosa, dunque?»
«L’inchiesta è appena terminata. Le testimonianze mediche hanno dimostrato in modo conclusivo che la morte è dovuta ad apoplessia. Vedete, dopo tutto era un caso piuttosto semplice.»
«Oh, straordinariamente superficiale,» disse Holmes, sorridendo. «Andiamo, Watson, non credo che saremo più necessari ad Aldershot.»
«C’è una cosa,» dissi, mentre ci incamminavamo verso la stazione. «Se il nome del marito era James e l’altro era Henry, che storia era quella di David?»
«Quella singola parola, mio caro Watson, avrebbe dovuto raccontarmi l’intera storia, se fossi stato il ragionatore ideale che ti piace tanto descrivere. Era evidentemente un termine di rimprovero.»
«Di rimprovero?»
«Sì; David ogni tanto si smarriva un po’, sapete, e in un’occasione nella stessa direzione del sergente James Barclay. Ricordi la piccola faccenda di Uria e Betsabea? La mia conoscenza biblica è un po’ arrugginita, temo, ma troverai la storia nel primo o nel secondo libro di Samuele.»
IX. Il paziente residente
Dando uno sguardo alla serie alquanto incoerente di memorie con le quali ho tentato di illustrare alcune delle peculiarità mentali del mio amico, il signor Sherlock Holmes, sono rimasto colpito dalla difficoltà che ho incontrato nello scegliere esempi che corrispondessero in ogni modo al mio scopo. Perché nei casi in cui Holmes ha compiuto qualche prodezza di ragionamento analitico e ha dimostrato il valore dei suoi peculiari metodi di indagine, i fatti stessi sono stati spesso così lievi o così comuni che non mi sono sentito giustificato a sottoporli al pubblico. D’altra parte, è accaduto frequentemente che sia stato coinvolto in qualche ricerca in cui i fatti erano di carattere assai notevole e drammatico, ma dove la parte che egli stesso ha avuto nel determinarne le cause è stata meno pronunciata di quanto io, come suo biografo, avrei desiderato. La piccola faccenda che ho cronacato sotto il titolo di “Uno studio in rosso”, e quell’altra più recente legata alla perdita della Gloria Scott, possono servire da esempio di questa Scilla e Cariddi che minacciano perennemente lo storico. Può darsi che nella vicenda di cui sto per scrivere la parte recitata dal mio amico non sia sufficientemente accentuata; eppure l’intera catena di circostanze è così straordinaria che non riesco a indurmi a ometterla del tutto da questa serie.
Non posso essere certo della data esatta, poiché alcuni dei miei appunti sulla questione sono andati smarriti, ma deve essere stato verso la fine del primo anno in cui Holmes e io condividevamo le stanze in Baker Street. Era un turbolento clima d’ottobre ed eravamo rimasti entrambi in casa tutto il giorno, io perché temevo con la mia salute malferma di affrontare il pungente vento autunnale, mentre lui era immerso in alcune di quelle astruse indagini chimiche che lo assorbivano completamente finché vi era impegnato. Verso sera, tuttavia, la rottura di una provetta pose fine prematuramente alla sua ricerca, ed egli balzò dalla sedia con un’esclamazione d’impazienza e la fronte nuvolosa.
«Una giornata di lavoro rovinata, Watson,» disse, attraversando la stanza verso la finestra. «Ah! Le stelle sono fuori e il vento è calato. Cosa ne dici di una passeggiata per Londra?»
Ero stanco del nostro piccolo salotto e acconsentii volentieri. Per tre ore gironzolammo insieme, osservando il caleidoscopio della vita in continuo mutamento mentre rifluisce e fluisce attraverso Fleet Street e lo Strand. Holmes si era scrollato di dosso il temporaneo malumore e il suo tipico modo di conversare, con la sua acuta osservazione dei dettagli e il sottile potere di deduzione, mi tenne divertito e soggiogato. Erano le dieci quando raggiungemmo di nuovo Baker Street. Un brougham stava aspettando davanti alla nostra porta.
«Hum! Di un medico, un medico generico, percepisco,» disse Holmes. «Non esercita da molto, ma ha avuto un bel da fare. È venuto a consultarci, immagino! Fortunati noi a essere tornati!»
Ero sufficientemente pratico dei metodi di Holmes da poter seguire il suo ragionamento e vedere che la natura e lo stato dei vari strumenti medici nel cesto di vimini che pendeva alla luce del lampione dentro il brougham gli avevano fornito i dati per la sua rapida deduzione. La luce nella nostra finestra di sopra mostrava che quella visita tardiva era davvero destinata a noi. Con una certa curiosità su cosa potesse aver mandato un confratello medico da noi a quell’ora, seguii Holmes nel nostro santuario.
Un uomo pallido, dal viso affusolato e con le basette color sabbia, si alzò da una sedia vicino al fuoco mentre entravamo. La sua età non poteva essere più di trentatré o trentaquattro anni, ma la sua espressione emaciata e la carnagione malsana parlavano di una vita che aveva minato la sua forza e lo aveva derubato della giovinezza. I suoi modi erano nervosi e timidi, come quelli di un gentiluomo sensibile, e la sottile mano bianca che posò sulla mensola del caminetto mentre si alzava era quella di un artista piuttosto che di un chirurgo. Il suo abbigliamento era sobrio e scuro: un tight nero, pantaloni scuri e un tocco di colore sulla cravatta.
«Buonasera, dottore,» disse Holmes, allegramente. «Sono lieto di vedere che lei ha aspettato solo pochissimi minuti.»
«Ha parlato con il mio cocchiere, allora?»
«No, è stata la candela sul tavolino a dirmelo. La prego di riprendere il suo posto e di farmi sapere come posso servirla.»
«Il mio nome è dottor Percy Trevelyan,» disse il nostro visitatore, «e abito a Brook Street, al 403.»
«Non è lei l’autore di una monografia sulle lesioni nervose oscure?» chiesi.
Le sue guance pallide arrossirono di piacere nel sentire che il suo lavoro mi era noto.
«Sento parlare così raramente del lavoro che pensavo fosse ormai morto,» disse. «I miei editori mi hanno dato un resoconto assai scoraggiante sulle vendite. Lei è, presumo, un medico?»
«Un chirurgo dell’esercito in pensione.»
«Il mio hobby è sempre stato quello delle malattie nervose. Vorrei farne una specialità assoluta, ma, naturalmente, un uomo deve prendere ciò che può ottenere all’inizio. Questo, tuttavia, esula dalla questione, signor Sherlock Holmes, e apprezzo molto quanto sia prezioso il suo tempo. Il fatto è che di recente si è verificata una serie di eventi molto singolare nella mia casa di Brook Street, e stasera sono giunti a un punto tale che ho sentito fosse del tutto impossibile per me aspettare un’altra ora prima di chiedere il suo consiglio e la sua assistenza.»
Sherlock Holmes si sedette e accese la pipa. «È il benvenuto per entrambi,» disse. «La prego di fornirmi un resoconto dettagliato di quali siano le circostanze che l’hanno turbata.»
«Una o due sono così banali,» disse il dottor Trevelyan, «che davvero mi vergogno quasi a menzionarle. Ma la faccenda è così inspiegabile, e la piega recente che ha preso è così elaborata, che le esporrò tutto, e sarà lei a giudicare cosa sia essenziale e cosa no.»
«Sono costretto, tanto per cominciare, a dire qualcosa sulla mia carriera universitaria. Sono un uomo dell’Università di Londra, sa, e sono certo che non penserà che io stia indebitamente cantando le mie lodi se dico che la mia carriera di studente è stata considerata dai miei professori molto promettente. Dopo la laurea ho continuato a dedicarmi alla ricerca, occupando una posizione minore al King’s College Hospital, e ho avuto la fortuna di suscitare un notevole interesse con la mia ricerca sulla patologia della catalessi, e infine di vincere il premio e la medaglia Bruce Pinkerton con la monografia sulle lesioni nervose a cui il suo amico ha appena accennato. Non andrei troppo lontano se dicessi che c’era l’impressione generale, a quel tempo, che una carriera illustre mi attendesse.»
«Ma il grande ostacolo risiedeva nella mia mancanza di capitale. Come comprenderà facilmente, uno specialista che mira in alto è costretto a iniziare in una delle dodici strade del quartiere di Cavendish Square, tutte le quali comportano affitti e spese di arredamento enormi. Oltre a questa spesa preliminare, deve essere pronto a mantenersi per qualche anno e a noleggiare una carrozza e un cavallo presentabili. Farlo era del tutto al di fuori delle mie possibilità, e potevo solo sperare che con l’economia sarei riuscito in dieci anni a risparmiare abbastanza da permettermi di affiggere la mia targa. Improvvisamente, tuttavia, un incidente inaspettato mi aprì una prospettiva del tutto nuova.»
«Si trattò di una visita di un signore di nome Blessington, che era un perfetto sconosciuto per me. Venne nella mia stanza una mattina e si tuffò subito negli affari.»
«“Lei è lo stesso Percy Trevelyan che ha avuto una carriera così illustre e ha vinto un grande premio di recente?” mi chiese.»
«Io feci un cenno di assenso.»
«“Mi risponda francamente,” continuò, “perché troverà nel suo interesse farlo. Lei possiede tutta l’arguzia che rende un uomo di successo. Ha il tatto?”»
«Non potei fare a meno di sorridere alla bruschezza della domanda.»
«“Confido di averne la mia parte,” dissi.»
«“Qualche brutta abitudine? Non incline al bere, eh?”»
«“Davvero, signore!” esclamai.»
«“Giustissimo! Va tutto bene! Ma ero tenuto a chiederlo. Con tutte queste qualità, perché non esercita?”»
«Io strinsi le spalle.»
«“Via, via!” disse, nel suo modo affaccendato. “È la solita storia. Più cervello che soldi in tasca, eh? Cosa direbbe se la facessi iniziare a Brook Street?”»
«Lo fissai con stupore.»
«“Oh, è per il mio bene, non per il suo,” esclamò. “Sarò perfettamente franco con lei, e se va bene a lei, andrà benissimo anche a me. Ho qualche migliaio di sterline da investire, vede, e penso che le farò confluire su di lei.”»
«“Ma perché?” ansimai.»
«“Beh, è proprio come qualsiasi altra speculazione, e più sicura di molte altre.”»
«“Cosa devo fare, allora?”»
«“Le dirò. Prenderò la casa, l’arredarò, pagherò le cameriere e gestirò tutto il posto. Tutto quello che deve fare è solo consumare la sua sedia nello studio. Le passerò la paghetta e tutto il resto. Poi lei mi consegnerà i tre quarti di ciò che guadagna e terrà l’altro quarto per sé.”»
«Questa fu la strana proposta, signor Holmes, con la quale l’uomo, Blessington, mi approcciò. Non la annoierò con il resoconto di come abbiamo contrattato e negoziato. Finì che mi trasferii nella casa alla Lady Day, iniziando a esercitare esattamente alle condizioni che aveva suggerito. Venne lui stesso a vivere con me nella veste di paziente residente. Il suo cuore era debole, a quanto pare, e aveva bisogno di una supervisione medica costante. Trasformò le due stanze migliori del primo piano in un salotto e una camera da letto per sé. Era un uomo dalle abitudini singolari, che evitava la compagnia e usciva molto raramente. La sua vita era irregolare, ma sotto un aspetto era la regolarità in persona. Ogni sera, alla stessa ora, entrava nello studio, esaminava i libri, posava cinque scellini e tre pence per ogni ghinea che avevo guadagnato e portava il resto nella cassaforte nella sua stanza.»
«Posso dire con sicurezza che non ha mai avuto occasione di pentirsi della sua speculazione. Fin dall’inizio fu un successo. Alcuni buoni casi e la reputazione che avevo guadagnato in ospedale mi portarono rapidamente alla ribalta, e durante gli ultimi anni l’ho reso un uomo ricco.»
«Tanto, signor Holmes, per la mia storia passata e i miei rapporti con il signor Blessington. Non mi resta ora che dirle cosa è successo per portarmi qui stasera.»
«Qualche settimana fa il signor Blessington venne da me, come mi parve, in uno stato di notevole agitazione. Parlò di un furto che, disse, era stato commesso nel West End, e apparve, ricordo, inutilmente eccitato al riguardo, dichiarando che non doveva passare un giorno senza che aggiungessimo catenacci più robusti alle nostre finestre e porte. Per una settimana continuò a essere in uno stato di insolita irrequietezza, scrutando continuamente fuori dalle finestre e smettendo di fare quella breve passeggiata che di solito era il preludio alla sua cena. Dal suo modo di fare mi parve che fosse nel terrore mortale di qualcosa o qualcuno, ma quando lo interrogai sul punto divenne così offensivo che fui costretto a lasciar cadere l’argomento. Gradualmente, col passare del tempo, le sue paure sembrarono svanire e aveva ripreso le sue vecchie abitudini, quando un nuovo evento lo ha ridotto al pietoso stato di prostrazione in cui si trova ora.»
«È successo questo. Due giorni fa ho ricevuto la lettera che ora le leggo. Non vi sono allegati né indirizzo né data.»
«“Un nobile russo che attualmente risiede in Inghilterra,” recita, “sarebbe lieto di avvalersi dell’assistenza professionale del dottor Percy Trevelyan. È da alcuni anni vittima di attacchi catalettici, sui quali, come è ben noto, il dottor Trevelyan è un’autorità. Si propone di passare verso le sei e un quarto di domani sera, se per il dottor Trevelyan sarà conveniente essere in casa.”»
«Questa lettera mi interessò profondamente, perché la difficoltà principale nello studio della catalessi è la rarità della malattia. Può credere, dunque, che fossi nel mio studio quando, all’ora stabilita, il paggio fece entrare il paziente.»
«Era un uomo anziano, magro, contegnoso e comune: tutt’altro che la concezione che uno si forma di un nobile russo. Fui molto più colpito dall’aspetto del suo accompagnatore. Era un giovane alto, sorprendentemente bello, con un viso scuro e feroce, e gli arti e il torace di un Ercole. Aveva la mano sotto il braccio dell’altro mentre entravano, e lo aiutò a sedersi su una sedia con una tenerezza che non ci si sarebbe aspettati dal suo aspetto.»
«“Mi scuserà se entro, dottore,” disse a me, parlando inglese con una leggera zeppola. “Questo è mio padre, e la sua salute è una questione della massima importanza per me.”»
«Fui commosso da questa ansia filiale. “Le farebbe piacere, forse, rimanere durante la consultazione?” dissi.»
«“Non per tutto l’oro del mondo,” esclamò con un gesto di orrore. “È più doloroso di quanto possa esprimere. Se dovessi vedere mio padre in una di queste terribili crisi, sono convinto che non lo supererei mai. Il mio sistema nervoso è eccezionalmente sensibile. Con il suo permesso, rimarrò in sala d’attesa mentre lei si occupa del caso di mio padre.”»
«A questo, naturalmente, acconsentii, e il giovane si ritirò. Il paziente e io ci tuffammo quindi in una discussione sul suo caso, di cui presi note esaurienti. Non era notevole per intelligenza e le sue risposte erano spesso oscure, il che attribuii alla sua limitata conoscenza della nostra lingua. Improvvisamente, tuttavia, mentre sedevo a scrivere, smise del tutto di dare risposta alle mie domande e, voltandomi verso di lui, rimasi scioccato nel vedere che stava seduto dritto sulla sedia, fissandomi con un viso perfettamente vacuo e rigido. Era di nuovo in preda alla sua misteriosa malattia.»
«Il mio primo sentimento, come ho appena detto, fu di pietà e orrore. Il secondo, temo, fu piuttosto di soddisfazione professionale. Presi nota del polso e della temperatura del mio paziente, testai la rigidità dei suoi muscoli ed esaminai i suoi riflessi. Non c’era nulla di marcatamente anormale in nessuna di queste condizioni, il che si armonizzava con le mie esperienze precedenti. Avevo ottenuto buoni risultati in tali casi con l’inalazione di nitrito di amile, e il presente sembrava un’occasione ammirevole per testarne le virtù. La bottiglia era di sotto, nel mio laboratorio, così, lasciando il mio paziente seduto sulla sedia, corsi giù a prenderla. Ci fu un piccolo ritardo nel trovarla - cinque minuti, diciamo - e poi tornai. Immagini il mio stupore nel trovare la stanza vuota e il paziente sparito.»
«Naturalmente, il mio primo atto fu di correre in sala d’attesa. Anche il figlio se n’era andato. La porta d’ingresso era stata accostata, ma non chiusa. Il mio paggio, che fa entrare i pazienti, è un ragazzo nuovo e tutt’altro che svelto. Aspetta di sotto e corre su a far uscire i pazienti quando suono il campanello dello studio. Non aveva sentito nulla, e la faccenda rimase un completo mistero. Il signor Blessington rientrò dalla sua passeggiata poco dopo, ma non gli dissi nulla sull’argomento, perché, a dire il vero, mi sono abituato ultimamente a comunicare il meno possibile con lui.»
«Beh, non avrei mai pensato di rivedere il russo e suo figlio, quindi può immaginare il mio stupore quando, esattamente alla stessa ora di questa sera, entrambi sono entrati nel mio studio, proprio come avevano fatto in precedenza.»
«“Sento di doverle molte scuse per la mia brusca partenza di ieri, dottore,” disse il mio paziente.»
«“Confesso di esserne rimasto molto sorpreso,” dissi.»
«“Beh, il fatto è,” osservò, “che quando mi riprendo da questi attacchi, la mia mente è sempre molto annebbiata riguardo a tutto ciò che è accaduto prima. Mi sono svegliato in una stanza strana, così mi è sembrato, e mi sono fatto strada in strada in uno stato di stordimento mentre lei era assente.”»
«“E io,” disse il figlio, “vedendo mio padre passare davanti alla porta della sala d’attesa, ho naturalmente pensato che la consultazione fosse giunta al termine. Non è stato finché non siamo arrivati a casa che ho iniziato a rendermi conto del vero stato delle cose.”»
«“Beh,” dissi ridendo, “non c’è alcun danno fatto, tranne che mi avete confuso terribilmente; quindi se lei, signore, volesse gentilmente passare in sala d’attesa, sarò felice di continuare la nostra consultazione che è giunta a una fine così brusca.”»
«Per circa mezz’ora ho discusso i sintomi di quel vecchio gentiluomo con lui e poi, dopo avergli prescritto la cura, l’ho visto andare via sottobraccio al figlio.»
«Le ho detto che il signor Blessington sceglieva solitamente quest’ora del giorno per il suo esercizio. Rientrò poco dopo e salì le scale. Un istante dopo lo sentii correre giù, e fece irruzione nel mio studio come un uomo pazzo per il panico.»
«“Chi è stato nella mia stanza?” gridò.»
«“Nessuno,” dissi.»
«È una bugia!» urlò. «Salite a vedere!»
Passai sopra la grossolanità del suo linguaggio, poiché sembrava quasi fuori di sé per la paura. Quando salii al piano di sopra con lui, indicò diverse impronte sul tappeto chiaro.
«Vuol forse dire che sono mie?» gridò.
Erano certamente molto più grandi di qualsiasi impronta che lui avrebbe potuto lasciare, ed erano evidentemente fresche. Nel pomeriggio ha piovuto forte, come sa, e i miei pazienti sono state le sole persone a venire in visita. Deve essere andata così: l’uomo nella sala d’attesa, per qualche ragione ignota, mentre io ero occupato con l’altro, era salito nella stanza del mio paziente residente. Nulla era stato toccato o portato via, ma le impronte erano lì a provare che l’intrusione era un fatto indubitabile.
Il signor Blessington sembrava più agitato per la faccenda di quanto avrei creduto possibile, sebbene, naturalmente, fosse abbastanza per turbare la pace mentale di chiunque. Sedeva piangendo in una poltrona e riuscivo a stento a fargli dire qualcosa di coerente. È stato lui a suggerire che venissi da lei, e naturalmente ne ho subito compreso l’opportunità, poiché l’incidente è certamente molto singolare, sebbene lui sembri sopravvalutare completamente la sua importanza. Se volesse tornare indietro con me nella mia carrozza, potrebbe almeno riuscire a calmarlo, benché difficilmente possa sperare che lei sia in grado di spiegare questo straordinario accadimento.»
Sherlock Holmes aveva ascoltato questo lungo racconto con un’intensità che mi mostrava come il suo interesse fosse vivamente destato. Il suo volto era impassibile come sempre, ma le sue palpebre si erano abbassate più pesantemente sugli occhi e il fumo si era levato più denso dalla sua pipa per sottolineare ogni curioso episodio del racconto del medico. Quando il nostro visitatore ebbe concluso, Holmes scattò in piedi senza una parola, mi porse il cappello, prese il proprio dal tavolo e seguì il dottor Trevelyan alla porta. Nel giro di un quarto d’ora eravamo stati lasciati davanti alla porta della residenza del medico in Brook Street, una di quelle case cupe e dalla facciata piatta che si associano agli studi del West End. Un piccolo paggio ci fece entrare e iniziammo subito a salire l’ampia scala ben tappezzata.
Ma una singolare interruzione ci costrinse a fermarci. La luce in cima alle scale fu improvvisamente spenta e dall’oscurità giunse una voce flebile e tremante.
«Ho una pistola» gridò. «Le do la mia parola che sparerò se vi avvicinate ancora.»
«Questo sta diventando davvero oltraggioso, signor Blessington» esclamò il dottor Trevelyan.
«Oh, allora è lei, dottore» disse la voce, con un grande sospiro di sollievo. «Ma quegli altri signori, sono ciò che pretendono di essere?»
Fummo consapevoli di un lungo scrutinio proveniente dall’oscurità.
«Sì, sì, è tutto a posto» disse infine la voce. «Potete salire, e mi spiace se le mie precauzioni vi hanno infastidito.»
Riaccese il gas delle scale mentre parlava, e vedemmo davanti a noi un uomo dall’aspetto singolare, il cui volto, così come la voce, testimoniavano i suoi nervi a pezzi. Era molto grasso, ma a giudicare dall’aspetto doveva essere stato molto più grasso in passato, tanto che la pelle pendeva dal volto in lembi flaccidi, come le guance di un segugio. Aveva un colorito malsano e i suoi capelli radi e fulvi sembravano arrizzarsi per l’intensità della sua emozione. In mano teneva una pistola, ma la infilò in tasca mentre avanzavamo.
«Buonasera, signor Holmes» disse. «Sono certo di esserle molto obbligato per essere venuto. Nessuno ha mai avuto più bisogno del suo consiglio di me. Suppongo che il dottor Trevelyan le abbia parlato di questa ingiustificabile intrusione nelle mie stanze.»
«Proprio così» disse Holmes. «Chi sono questi due uomini, signor Blessington, e perché desiderano molestarla?»
«Bene, bene» disse il paziente residente, in modo nervoso, «naturalmente è difficile dirlo. Non può aspettarsi che risponda a questo, signor Holmes.»
«Vuol dire che non lo sa?»
«Entrate qui, se vi prego. Abbiate solo la cortesia di entrare qui.»
Ci condusse nella sua camera da letto, che era ampia e comodamente arredata.
«Vedete quello» disse, indicando una grande cassa nera ai piedi del suo letto. «Non sono mai stato un uomo molto ricco, signor Holmes; ho fatto un solo investimento in vita mia, come il dottor Trevelyan potrebbe dirle. Ma non credo nei banchieri. Non mi fiderei mai di un banchiere, signor Holmes. Tra noi, quel poco che ho è in quella cassa, quindi può capire cosa significhi per me quando persone sconosciute si introducono con la forza nelle mie stanze.»
Holmes guardò Blessington con il suo modo interrogativo e scosse il capo.
«Non posso assolutamente consigliarla se cerca di ingannarmi» disse.
«Ma le ho detto tutto.»
Holmes voltò le spalle con un gesto di disgusto. «Buonanotte, dottor Trevelyan» disse.
«E nessun consiglio per me?» gridò Blessington, con voce incrinata.
«Il mio consiglio per lei, signore, è di dire la verità.»
Un minuto dopo eravamo in strada e ci incamminammo verso casa. Avevamo attraversato Oxford Street ed eravamo a metà di Harley Street prima che potessi ottenere una parola dal mio compagno.
«Mi spiace averti fatto uscire per una missione così sciocca, Watson» disse infine. «È un caso interessante, però, nel profondo.»
«Ci capisco ben poco» confessai.
«Beh, è del tutto evidente che ci sono due uomini — forse di più, ma almeno due — che sono determinati per qualche motivo a mettere le mani su questo tizio, Blessington. Non ho dubbi che sia nella prima che nella seconda occasione quel giovane sia penetrato nella stanza di Blessington, mentre il suo complice, con un ingegnoso espediente, teneva il dottore lontano.»
«E la catalessi?»
«Un’imitazione fraudolenta, Watson, sebbene non oserei mai accennarlo al nostro specialista. È un disturbo molto facile da imitare. L’ho fatto io stesso.»
«E poi?»
«Per puro caso, Blessington era fuori in entrambe le occasioni. Il loro motivo per scegliere un’ora così insolita per una consultazione era ovviamente assicurarsi che non ci fosse nessun altro paziente in sala d’attesa. È accaduto, tuttavia, che quest’ora coincidesse con la passeggiata di Blessington, il che sembra mostrare che non conoscessero molto bene la sua routine quotidiana. Naturalmente, se fossero stati interessati solo al bottino, avrebbero fatto almeno un tentativo per cercarlo. Inoltre, posso leggere negli occhi di un uomo quando è la sua pelle quella di cui ha paura. È inconcepibile che questo tizio possa essersi fatto due nemici così vendicativi senza saperlo. Ritengo, perciò, sia certo che lui sappia chi siano questi uomini, e che per ragioni sue lo nasconda. È appena possibile che domani possa trovarlo in uno stato d’animo più comunicativo.»
«Non c’è un’alternativa?» suggerii. «Grotescamente improbabile, senza dubbio, ma comunque concepibile? Potrebbe l’intera storia del russo catalettico e di suo figlio essere un’invenzione del dottor Trevelyan, che è stato, per i suoi fini, nelle stanze di Blessington?»
Vidi alla luce del gas che Holmes esibiva un sorriso divertito per questa mia brillante intuizione.
«Mio caro amico» disse, «è stata una delle prime soluzioni che mi sono venute in mente, ma sono stato presto in grado di corroborare il racconto del dottore. Questo giovane ha lasciato impronte sul tappeto della scala che hanno reso del tutto superfluo chiedere di vedere quelle che aveva fatto nella stanza. Quando ti dico che le sue scarpe erano a punta quadrata invece che a punta come quelle di Blessington, ed erano un pollice e un terzo più lunghe di quelle del dottore, riconoscerai che non possono esserci dubbi sulla sua individualità. Ma ora possiamo dormirci su, perché sarei sorpreso se non sentissimo altro da Brook Street al mattino.»
La profezia di Sherlock Holmes si avverò presto, e in modo drammatico. Alle sette e mezza del mattino seguente, al primo barlume di luce, lo trovai in piedi accanto al mio letto in vestaglia.
«C’è una carrozza che ci aspetta, Watson» disse.
«Che succede, allora?»
«La faccenda di Brook Street.»
«Qualche nuova notizia?»
«Tragica, ma ambigua» disse, alzando la tapparella. «Guarda questo: un foglio di un taccuino, con scritto a matita: “Per l’amor di Dio venga subito — P.T.”. Il nostro amico, il dottore, era messo male quando l’ha scritto. Andiamo, mio caro amico, è una chiamata urgente.»
In un quarto d’ora circa eravamo tornati a casa del medico. Corse fuori a incontrarci con una faccia inorridita.
«Oh, che faccenda!» esclamò, portandosi le mani alle tempie.
«Che cosa allora?»
«Blessington si è suicidato!»
Holmes fischiò.
«Sì, si è impiccato durante la notte.»
Eravamo entrati e il dottore ci aveva preceduto in quella che era evidentemente la sua sala d’attesa.
«Non so davvero cosa sto facendo» gridò. «La polizia è già di sopra. Mi ha scosso in modo terribile.»
«Quando l’ha scoperto?»
«Gli viene portata una tazza di tè presto ogni mattina. Quando la cameriera è entrata, verso le sette, l’infelice era lì che pendeva nel mezzo della stanza. Aveva legato la sua corda al gancio a cui pendeva la pesante lampada, e si era buttato giù dalla cima della stessa cassa che ci ha mostrato ieri.»
Holmes rimase un momento in profonda riflessione.
«Con il suo permesso» disse infine, «vorrei andare di sopra a esaminare la faccenda.»
Salimmo entrambi, seguiti dal dottore.
Fu una vista terribile quella che ci accolse quando entrammo nella porta della camera da letto. Ho parlato dell’impressione di flaccidezza che quest’uomo, Blessington, trasmetteva. Mentre dondolava dal gancio, era esagerata e intensificata al punto da non sembrare quasi più umano. Il collo era allungato come quello di un pollo spennato, facendo apparire il resto di lui ancora più obeso e innaturale per contrasto. Indossava solo la sua lunga camicia da notte, e le caviglie gonfie e i piedi sgraziati sporgevano rigidamente da sotto di essa. Accanto a lui stava un ispettore di polizia dall’aria elegante, che stava prendendo appunti su un taccuino.
«Ah, signor Holmes» disse cordialmente mentre il mio amico entrava, «sono lieto di vederla.»
«Buongiorno, Lanner» rispose Holmes; «non penserà che io sia un intruso, ne sono certo. Ha sentito degli eventi che hanno portato a questo fatto?»
«Sì, ho sentito qualcosa.»
«Ha formato un’opinione?»
«Per quanto posso vedere, l’uomo è stato fatto uscire di senno dalla paura. Il letto è stato usato, vede. C’è l’impronta abbastanza profonda. Sono circa le cinque del mattino, sa, che i suicidi sono più comuni. Quello sarebbe stato il suo orario per impiccarsi. Sembra essere stata una faccenda molto deliberata.»
«Direi che è morto da circa tre ore, a giudicare dalla rigidità dei muscoli» dissi io.
«Notato qualcosa di particolare nella stanza?» chiese Holmes.
«Trovato un cacciavite e alcune viti sul lavabo. Sembra abbia anche fumato molto durante la notte. Ecco quattro mozziconi di sigaro che ho raccolto dal camino.»
«Uhm!» disse Holmes, «ha il suo bocchino?»
«No, non ne ho visti.»
«Il suo portasigari, allora?»
«Sì, era nella tasca della giacca.»
Holmes lo aprì e annusò l’unico sigaro che conteneva.
«Oh, questo è un Havana, e questi altri sono sigari del tipo particolare che vengono importati dagli olandesi dalle loro colonie nelle Indie Orientali. Di solito sono avvolti nella paglia, sa, e sono più sottili per la loro lunghezza rispetto a qualsiasi altra marca.» Raccolse i quattro mozziconi e li esaminò con la sua lente tascabile.
«Due di questi sono stati fumati con un bocchino e due senza» disse. «Due sono stati tagliati da un coltello non molto affilato e due hanno avuto le punte staccate da un set di denti eccellenti. Questo non è un suicidio, signor Lanner. È un omicidio pianificato molto a fondo e a sangue freddo.»
«Impossibile!» gridò l’ispettore.
«E perché?»
«Perché qualcuno dovrebbe uccidere un uomo in modo così maldestro come impiccandolo?»
«Questo è ciò che dobbiamo scoprire.»
«Come hanno potuto entrare?»
«Dalla porta d’ingresso.»
«Era chiusa a chiave al mattino.»
«Allora è stata chiusa dopo la loro uscita.»
«Come lo sa?»
«Ho visto le loro tracce. Mi scusi un momento, e potrei essere in grado di darle qualche ulteriore informazione.»
Andò verso la porta e, girando la serratura, la esaminò nel suo modo metodico. Poi prese la chiave, che era all’interno, e ispezionò anche quella. Il letto, il tappeto, le sedie, la mensola del camino, il cadavere e la corda furono esaminati a turno, finché alla fine si dichiarò soddisfatto e, con il mio aiuto e quello dell’ispettore, tagliò il misero oggetto e lo adagiò riverentemente sotto un lenzuolo.
«Che mi dice di questa corda?» chiese.
«È stata tagliata da questa» disse il dottor Trevelyan, tirando fuori una grande matassa da sotto il letto. «Era morbosamente nervoso per il fuoco e teneva sempre questa accanto a sé, così da poter fuggire dalla finestra nel caso in cui le scale stessero bruciando.»
«Questo deve aver risparmiato loro fatica» disse Holmes, pensieroso. «Sì, i fatti reali sono molto chiari, e sarei sorpreso se entro il pomeriggio non potessi darle anche le ragioni. Prenderò questa fotografia di Blessington, che vedo sulla mensola del camino, poiché potrebbe aiutarmi nelle mie indagini.»
«Ma non ci ha detto nulla!» gridò il dottore.
«Oh, non può esserci dubbio sulla sequenza degli eventi» disse Holmes. «Ce n’erano tre coinvolti: il giovane, il vecchio e un terzo, della cui identità non ho indizi. I primi due, non c’è bisogno di sottolinearlo, sono gli stessi che si sono spacciati per il conte russo e suo figlio, quindi possiamo fornire una descrizione molto completa di loro. Sono stati fatti entrare da un complice all’interno della casa. Se potessi offrirle un consiglio, Ispettore, sarebbe quello di arrestare il paggio, che, come ho capito, è al suo servizio solo da poco, Dottore.»
«Il giovane impudente non si trova» disse il dottor Trevelyan; «la cameriera e la cuoca lo stavano appena cercando.»
Holmes scrollò le spalle.
«Ha recitato una parte non poco importante in questo dramma» disse. «I tre uomini sono saliti le scale, cosa che hanno fatto in punta di piedi, l’uomo anziano per primo, il giovane al secondo posto e l’uomo sconosciuto in coda…»
«Mio caro Holmes!» esclamai.
«Oh, non poteva esserci dubbio sulla sovrapposizione delle impronte. Ho avuto il vantaggio di imparare quale fosse quale la scorsa notte. Sono saliti, dunque, alla stanza del signor Blessington, la cui porta hanno trovato chiusa a chiave. Con l’aiuto di un filo metallico, tuttavia, hanno forzato la chiave. Anche senza la lente noterete, dai graffi su questo ingegno, dove è stata applicata la pressione.
«Entrando nella stanza, il loro primo procedimento deve essere stato quello di imbavagliare il signor Blessington. Potrebbe aver dormito, o potrebbe essere stato così paralizzato dal terrore da non essere in grado di gridare. Queste pareti sono spesse, ed è concepibile che il suo grido, se avesse avuto il tempo di emetterne uno, non sia stato udito.
«Avendolo assicurato, mi è evidente che si sia tenuta una consultazione di qualche tipo. Probabilmente è stato qualcosa della natura di un procedimento giudiziario. Deve essere durato un po’, poiché è stato allora che questi sigari sono stati fumati. L’uomo più anziano sedeva su quella sedia di vimini; è stato lui a usare il bocchino. Il giovane sedeva laggiù; ha scosso la cenere contro la cassettiera. Il terzo tizio andava avanti e indietro. Blessington, penso, sedesse dritto sul letto, ma di questo non posso essere assolutamente certo.
«Bene, è finita col prendere Blessington e impiccarlo. La faccenda era così preordinata che è mia convinzione che abbiano portato con sé una sorta di blocco o puleggia che potesse servire da forca. Quel cacciavite e quelle viti erano, come concepisco, per fissarlo. Vedendo il gancio, tuttavia, si sono naturalmente risparmiati la fatica. Finito il lavoro, se ne sono andati, e la porta è stata chiusa a chiave dietro di loro dal loro complice.»
Avevamo tutti ascoltato con il massimo interesse questo schizzo dei fatti notturni, che Holmes aveva dedotto da segni così sottili e minuti che, anche quando ce li aveva indicati, riuscivamo a stento a seguirlo nel suo ragionamento. L’ispettore si affrettò a uscire all’istante per fare indagini sul paggio, mentre Holmes e io tornammo a Baker Street per la colazione.
«Sarò di ritorno per le tre» disse, dopo che avemmo finito il pasto. «Sia l’ispettore che il dottore mi incontreranno qui a quell’ora, e spero entro quel momento di aver chiarito ogni piccola oscurità che il caso possa ancora presentare.»
I nostri visitatori arrivarono all’ora stabilita, ma erano le quattro meno un quarto prima che il mio amico facesse la sua apparizione. Dalla sua espressione mentre entrava, tuttavia, potei vedere che tutto era andato bene per lui.
«Novità, Ispettore?»
«Abbiamo preso il ragazzo, signore.»
«Eccellente, e io ho preso gli uomini.»
«Li ha presi!» esclamammo, tutti e tre.
«Beh, almeno ho la loro identità. Questo cosiddetto Blessington è, come mi aspettavo, ben noto al quartier generale, e lo sono anche i suoi assalitori. I loro nomi sono Biddle, Hayward e Moffat.»
«La banda della banca di Worthingdon» gridò l’ispettore.
«Precisamente» disse Holmes.
«Allora Blessington deve essere stato Sutton.»
«Esattamente» disse Holmes.
«Perché, questo rende tutto chiaro come il cristallo» disse l’ispettore.
Ma Trevelyan e io ci guardammo l’un l’altro con sbalordimento.
«Dovreste sicuramente ricordare il grande affare della banca di Worthingdon» disse Holmes. «Cinque uomini ne facevano parte: questi quattro e un quinto chiamato Cartwright. Tobin, il custode, fu assassinato e i ladri scapparono con settemila sterline. Questo accadeva nel 1875. Furono tutti e cinque arrestati, ma le prove contro di loro non erano affatto conclusive. Questo Blessington, o Sutton, che era il peggiore della banda, divenne informatore. Sulla sua testimonianza Cartwright fu impiccato e gli altri tre presero quindici anni ciascuno. Quando sono usciti l’altro giorno, che è stato alcuni anni prima della fine della loro pena completa, si sono messi, come percepite, a dare la caccia al traditore e a vendicare la morte del loro compagno su di lui. Due volte hanno cercato di prenderlo e hanno fallito; una terza volta, vedete, ce l’hanno fatta. C’è altro che posso spiegare, dottor Trevelyan?»
«Penso che abbia reso tutto straordinariamente chiaro» disse il dottore. «Senza dubbio il giorno in cui era turbato era il giorno in cui aveva visto della loro scarcerazione sui giornali.»
«Proprio così. Il suo parlare di un furto con scasso era solo una copertura.»
«Ma perché non ha potuto dirglielo?»
«Beh, mio caro signore, conoscendo il carattere vendicativo dei suoi vecchi soci, cercava di nascondere la propria identità a chiunque finché poteva. Il suo segreto era vergognoso e non riusciva a risolversi a rivelarlo. Tuttavia, per quanto miserabile fosse, viveva ancora sotto lo scudo della legge britannica, e non ho dubbi, Ispettore, che lei vedrà che, sebbene quello scudo possa fallire nel proteggere, la spada della giustizia è ancora lì per vendicare.»
Tali furono le singolari circostanze in relazione al Paziente Residente e al Medico di Brook Street. Da quella notte nulla è stato visto dei tre assassini dalla polizia, e si suppone a Scotland Yard che fossero tra i passeggeri dello sfortunato piroscafo Norah Creina, che andò perduto alcuni anni fa con tutto l’equipaggio sulla costa portoghese, alcune leghe a nord di Oporto. Il procedimento contro il paggio è caduto per mancanza di prove, e il Mistero di Brook Street, come è stato chiamato, non è mai stato trattato fino ad ora in modo completo in nessuna pubblicazione pubblica.
Durante la mia lunga e intima conoscenza con il signor Sherlock Holmes non l'avevo mai sentito accennare ai suoi parenti, e quasi mai alla sua giovinezza. Questa reticenza da parte sua aveva accresciuto l'effetto alquanto inumano che produceva su di me, finché a volte mi ritrovavo a considerarlo come un fenomeno isolato, un cervello senza cuore, tanto carente di umana compassione quanto eminente in intelligenza. La sua avversione per le donne e la sua riluttanza a stringere nuove amicizie erano entrambe tipiche del suo carattere imperturbabile, ma non più della sua completa soppressione di ogni riferimento alla propria gente. Ero giunto a credere che fosse un orfano senza parenti in vita, ma un giorno, con mia grandissima sorpresa, iniziò a parlarmi di suo fratello.
Era dopo il tè di una sera d'estate, e la conversazione, che era vagata in modo sconnesso e spasmodico dai bastoni da golf alle cause del cambiamento nell'obliquità dell'eclittica, era arrivata infine alla questione dell'atavismo e delle attitudini ereditarie. Il punto in discussione era fino a che punto un dono singolare in un individuo fosse dovuto alla sua ascendenza e fino a che punto al suo primo addestramento.
"Nel suo caso", dissi, "da tutto ciò che mi ha raccontato, sembra ovvio che la sua facoltà di osservazione e la sua peculiare facilità di deduzione siano dovute al suo addestramento sistematico."
"In una certa misura", rispose pensieroso. "I miei antenati erano piccoli proprietari terrieri di campagna, che sembrano aver condotto più o meno la stessa vita naturale per la loro classe. Ma, ciò nonostante, la mia inclinazione in tal senso è nelle mie vene, e potrebbe essere giunta con mia nonna, che era la sorella di Vernet, l'artista francese. L'arte nel sangue è soggetta ad assumere le forme più strane."
"Ma come fa a sapere che è ereditaria?"
"Perché mio fratello Mycroft la possiede in misura maggiore di me."
Questa era davvero una novità per me. Se c'era un altro uomo con poteri così singolari in Inghilterra, come mai né la polizia né il pubblico avevano sentito parlare di lui? Posi la domanda, con un accenno al fatto che fosse la modestia del mio compagno a fargli riconoscere suo fratello come superiore. Holmes rise del mio suggerimento.
"Mio caro Watson", disse, "non posso essere d'accordo con coloro che annoverano la modestia tra le virtù. Per il logico tutte le cose dovrebbero essere viste esattamente come sono, e sottovalutare se stessi è un allontanamento dalla verità tanto quanto esagerare i propri poteri. Quando dico, dunque, che Mycroft ha migliori facoltà di osservazione di me, può prendere per certo che sto dicendo la verità esatta e letterale."
"È più giovane di lei?"
"Sette anni più vecchio di me."
"Com'è possibile che sia sconosciuto?"
"Oh, è molto noto nella sua cerchia."
"Dove, dunque?"
"Beh, al Diogenes Club, per esempio."
Non avevo mai sentito parlare di quell'istituzione, e il mio volto deve averlo proclamato, poiché Sherlock Holmes tirò fuori l'orologio.
"Il Diogenes Club è il club più bizzarro di Londra, e Mycroft uno degli uomini più bizzarri. È sempre lì da un quarto alle cinque alle venti alle otto. Sono le sei ora, quindi se le va una passeggiata in questa splendida serata sarò molto felice di presentarle due curiosità."
Cinque minuti dopo eravamo in strada, camminando verso Regent’s Circus.
"Si chiede", disse il mio compagno, "perché Mycroft non usi i suoi poteri per il lavoro investigativo. Ne è incapace."
"Ma credevo avesse detto..."
"Ho detto che era mio superiore nell'osservazione e nella deduzione. Se l'arte del detective iniziasse e finisse con il ragionamento da una poltrona, mio fratello sarebbe il più grande agente criminale mai esistito. Ma non ha ambizione né energia. Non si scomoderà nemmeno per verificare le sue stesse soluzioni, e preferirebbe essere considerato in errore piuttosto che prendersi il disturbo di dimostrare di avere ragione. Più e più volte gli ho sottoposto un problema, e ho ricevuto una spiegazione che in seguito si è rivelata quella corretta. Eppure era assolutamente incapace di elaborare i punti pratici che devono essere approfonditi prima che un caso possa essere presentato davanti a un giudice o a una giuria."
"Non è la sua professione, allora?"
"Nient'affatto. Ciò che per me è un mezzo di sostentamento è per lui il puro passatempo di un dilettante. Ha una facoltà straordinaria per le cifre, e controlla i libri in alcuni dei dipartimenti governativi. Mycroft alloggia a Pall Mall, e ogni mattina gira l'angolo verso Whitehall e torna ogni sera. Dall'inizio alla fine dell'anno non fa altro esercizio, e non si vede da nessun'altra parte, se non al Diogenes Club, che è proprio di fronte alle sue stanze."
"Non riesco a ricordare il nome."
"Molto probabile. Ci sono molti uomini a Londra, sa, che, alcuni per timidezza, altri per misantropia, non desiderano la compagnia dei loro simili. Eppure non sono contrari a poltrone comode e agli ultimi periodici. È per la comodità di questi che il Diogenes Club è stato avviato, e ora contiene gli uomini più asociali e intrattabili della città. A nessun membro è permesso prestare la minima attenzione a un altro. Salvo che nella Sala degli Stranieri, non è permesso parlare in nessuna circostanza, e tre infrazioni, se portate a conoscenza del comitato, rendono il chiacchierone passibile di espulsione. Mio fratello è stato uno dei fondatori, e io stesso ho trovato che sia un'atmosfera molto rilassante."
Avevamo raggiunto Pall Mall mentre parlavamo, e la stavamo percorrendo dal lato di St. James. Sherlock Holmes si fermò a una porta a poca distanza dal Carlton e, ammonendomi di non parlare, mi guidò nell'atrio. Attraverso i pannelli di vetro intravidi una stanza grande e lussuosa, in cui un numero considerevole di uomini sedeva in giro a leggere giornali, ognuno nel suo piccolo angolo. Holmes mi fece entrare in una piccola stanza che dava su Pall Mall e poi, lasciandomi per un minuto, tornò con un compagno che sapevo poteva essere solo suo fratello.
Mycroft Holmes era un uomo molto più grande e robusto di Sherlock. Il suo corpo era assolutamente corpulento, ma il suo volto, sebbene massiccio, aveva conservato qualcosa della nitidezza di espressione che era così notevole in quello di suo fratello. I suoi occhi, che erano di un grigio acquoso particolarmente chiaro, sembravano mantenere sempre quello sguardo lontano e introspettivo che avevo osservato in Sherlock solo quando esercitava i suoi pieni poteri.
"Sono lieto di conoscerla, signore", disse, porgendo una mano larga e grassa come la pinna di una foca. "Sento parlare di Sherlock ovunque da quando è diventato il suo cronista. A proposito, Sherlock, mi aspettavo di vederti passare la settimana scorsa, per consultarmi su quel caso di Manor House. Pensavo potessi essere un po' fuori dalla tua portata."
"No, l'ho risolto", disse il mio amico, sorridendo.
"È stato Adams, naturalmente."
"Sì, è stato Adams."
"Ne ero sicuro fin dall'inizio." I due si sedettero insieme nella finestra a bovindo del club. "Per chiunque desideri studiare l'umanità questo è il posto", disse Mycroft. "Guarda i tipi magnifici! Guarda questi due uomini che stanno venendo verso di noi, per esempio."
"Il segnapunti del biliardo e l'altro?"
"Precisamente. Che cosa pensi dell'altro?"
I due uomini si erano fermati di fronte alla finestra. Alcuni segni di gesso sopra la tasca del panciotto erano gli unici segni di biliardo che riuscivo a vedere in uno di loro. L'altro era un individuo molto piccolo e scuro, con il cappello spinto all'indietro e diversi pacchetti sotto il braccio.
"Un vecchio soldato, percepisco", disse Sherlock.
"E congedato molto di recente", osservò il fratello.
"Ha servito in India, vedo."
"E un sottufficiale."
"Royal Artillery, immagino", disse Sherlock.
"E vedovo."
"Ma con un figlio."
"Figli, caro ragazzo, figli."
"Via", dissi ridendo, "questo è un po' troppo."
"Sicuramente", rispose Holmes, "non è difficile dire che un uomo con quel portamento, quell'espressione di autorità e quella pelle cotta dal sole, sia un soldato, sia più di un soldato semplice, e non sia da molto tornato dall'India."
"Che non abbia lasciato il servizio da molto è dimostrato dal fatto che indossa ancora i suoi stivali da munizioni, come vengono chiamati", osservò Mycroft.
"Non aveva l'andatura della cavalleria, eppure portava il cappello di lato, come dimostra la pelle più chiara su quel lato della fronte. Il suo peso è contro il fatto che sia un geniere. È nell'artiglieria."
"Poi, naturalmente, il suo completo lutto mostra che ha perso qualcuno di molto caro. Il fatto che stia facendo la spesa da solo sembra indicare che si tratti di sua moglie. Ha comprato cose per bambini, percepisce. C'è un sonaglio, che mostra che uno di loro è molto piccolo. La moglie probabilmente è morta di parto. Il fatto che abbia un libro illustrato sotto il braccio mostra che c'è un altro bambino a cui pensare."
Iniziai a capire cosa intendesse il mio amico quando disse che suo fratello possedeva facoltà ancora più acute delle sue. Mi guardò e sorrise. Mycroft prese del tabacco da una scatola di tartaruga e spazzò via i granelli vaganti dal davanti del cappotto con un grande fazzoletto di seta rossa.
"A proposito, Sherlock", disse, "ho avuto qualcosa di molto vicino al tuo cuore — un problema singolarissimo — sottoposto al mio giudizio. Davvero non ho avuto l'energia per seguirlo se non in modo molto incompleto, ma mi ha dato una base per alcune piacevoli speculazioni. Se ti interessasse ascoltare i fatti..."
"Mio caro Mycroft, ne sarei lieto."
Il fratello scrisse una nota su un foglio del suo taccuino e, suonando il campanello, la consegnò al cameriere.
"Ho chiesto al signor Melas di passare", disse. "Alloggia al piano sopra il mio, e ho una leggera conoscenza con lui, che lo ha portato a venire da me nella sua perplessità. Il signor Melas è greco di estrazione, a quanto ho capito, ed è un linguista notevole. Si guadagna da vivere in parte come interprete nei tribunali e in parte facendo da guida a qualsiasi orientale facoltoso che possa visitare gli hotel di Northumberland Avenue. Penso che lo lascerò raccontare la sua esperienza davvero notevole a modo suo."
Pochi minuti dopo ci raggiunse un uomo basso e robusto il cui volto olivastro e i capelli nero corvino proclamavano la sua origine meridionale, sebbene il suo modo di parlare fosse quello di un inglese istruito. Strinse la mano con entusiasmo a Sherlock Holmes, e i suoi occhi scuri brillarono di piacere quando capì che lo specialista era ansioso di ascoltare la sua storia.
"Non credo che la polizia mi creda — sulla mia parola, non lo credo", disse con voce lamentosa. "Proprio perché non ne hanno mai sentito parlare prima, pensano che una cosa del genere non possa essere. Ma so che non sarò mai tranquillo finché non saprò cosa è successo al mio povero uomo con il cerotto sulla faccia."
"Sono tutto orecchie", disse Sherlock Holmes.
"Questo è mercoledì sera", disse il signor Melas. "Bene allora, era lunedì notte — solo due giorni fa, capisce — che tutto questo è accaduto. Sono un interprete, come forse il mio vicino lì le ha detto. Interpreto tutte le lingue — o quasi tutte — ma dato che sono greco di nascita e con un nome greco, è con quella particolare lingua che sono principalmente associato. Per molti anni sono stato il principale interprete greco a Londra, e il mio nome è molto noto negli hotel.
"Accade non di rado che venga chiamato a ore strane da stranieri che si mettono nei guai, o da viaggiatori che arrivano tardi e desiderano i miei servizi. Non mi sono sorpreso, quindi, lunedì notte quando un certo signor Latimer, un giovane vestito molto alla moda, è venuto nelle mie stanze e mi ha chiesto di accompagnarlo in una carrozza che stava aspettando alla porta. Un amico greco era venuto a trovarlo per affari, ha detto, e poiché non poteva parlare altro che la sua lingua, i servizi di un interprete erano indispensabili. Mi ha fatto capire che la sua casa era a poca distanza, a Kensington, e sembrava avere molta fretta, spingendomi rapidamente nella carrozza una volta scesi in strada.
"Dico nella carrozza, ma presto ho iniziato a dubitare se non fosse una carrozza quella in cui mi trovavo. Era certamente più spaziosa della solita disgrazia a quattro ruote di Londra, e le finiture, sebbene logore, erano di ricca qualità. Il signor Latimer si è seduto di fronte a me e siamo partiti attraverso Charing Cross e su per Shaftesbury Avenue. Eravamo usciti su Oxford Street e avevo azzardato qualche osservazione sul fatto che fosse una strada tortuosa per Kensington, quando le mie parole sono state bloccate dallo straordinario comportamento del mio compagno.
"Ha iniziato tirando fuori dalla tasca un bastone dall'aspetto molto formidabile caricato di piombo, e facendolo oscillare avanti e indietro diverse volte, come per testarne il peso e la forza. Poi lo ha posato senza una parola sul sedile accanto a lui. Fatto questo, ha tirato su i finestrini su ogni lato, e ho scoperto con mio stupore che erano coperti di carta in modo da impedirmi di vedere attraverso di essi.
"'Mi dispiace interrompere la sua visuale, signor Melas', ha detto. 'Il fatto è che non ho alcuna intenzione che lei veda quale sia il posto verso cui stiamo andando. Potrebbe essere sgradevole per me se riuscisse a ritrovare la strada lì.'
"Come può immaginare, sono rimasto completamente sbalordito da un tale discorso. Il mio compagno era un giovane potente e dalle spalle larghe, e, a parte l'arma, non avrei avuto la minima possibilità in una lotta con lui.
"'Questo è un comportamento molto straordinario, signor Latimer', ho balbettato. 'Deve essere consapevole che ciò che sta facendo è del tutto illegale.'
"'È una sorta di libertà, senza dubbio', ha detto, 'ma ci faremo perdonare. Devo avvertirla, tuttavia, signor Melas, che se in qualsiasi momento stasera tentasse di dare l'allarme o fare qualsiasi cosa che sia contro i miei interessi, troverà che sia una cosa molto seria. La prego di ricordare che nessuno sa dove si trova, e che, sia che lei sia in questa carrozza o nella mia casa, è ugualmente in mio potere.'
"Le sue parole erano calme, ma aveva un modo stridente di dirle che era molto minaccioso. Sono rimasto in silenzio a chiedermi quale diavolo potesse essere la sua ragione per rapirmi in questo modo straordinario. Qualunque cosa fosse, era perfettamente chiaro che non c'era alcun uso possibile nel resistere, e che potevo solo aspettare di vedere cosa potesse accadere.
"Per quasi due ore abbiamo guidato senza che io avessi il minimo indizio su dove stessimo andando. A volte il rumore delle pietre parlava di una strada lastricata, e in altri il nostro corso fluido e silenzioso suggeriva asfalto; ma, a parte questa variazione nel suono, non c'era nulla che potesse in alcun modo aiutarmi a fare un'ipotesi su dove fossimo. La carta su ogni finestra era impenetrabile alla luce, e una tenda blu era tirata attraverso il vetro davanti. Erano le sette e un quarto quando abbiamo lasciato Pall Mall, e il mio orologio mi mostrava che erano le nove meno dieci quando finalmente ci siamo fermati. Il mio compagno ha abbassato il finestrino, e ho intravisto una porta bassa e arcuata con una lampada che bruciava sopra di essa. Mentre venivo fatto uscire in fretta dalla carrozza, si è spalancata, e mi sono ritrovato all'interno della casa, con una vaga impressione di un prato e alberi su ogni lato mentre entravo. Se si trattasse di terreni privati, tuttavia, o di vera campagna, era più di quanto potessi azzardarmi a dire.
"C'era una lampada a gas colorata all'interno che era tenuta così bassa che potevo vedere poco se non che l'atrio era di una certa grandezza e appeso con quadri. Nella luce fioca potevo distinguere che la persona che aveva aperto la porta era un uomo piccolo, dall'aspetto meschino e di mezza età con le spalle curve. Mentre si voltava verso di noi il bagliore della luce mi ha mostrato che indossava gli occhiali.
"'È questo il signor Melas, Harold?', ha detto.
"'Sì.'
"'Bene, bene! Nessun rancore, signor Melas, spero, ma non potevamo andare avanti senza di lei. Se agisce in modo leale con noi non se ne pentirà, ma se prova qualche trucco, Dio l'aiuti!'
Parlava in modo nervoso, a scatti, e con piccole risatine nel mezzo, ma in qualche modo mi ha ispirato paura più dell'altro.
"'Cosa vuole da me?', ho chiesto.
"'Solo di porre alcune domande a un gentiluomo greco che ci sta visitando, e di farci avere le risposte. Ma non dica altro di quanto le viene detto di dire, o' — qui è arrivata di nuovo la risatina nervosa — 'sarebbe stato meglio non essere mai nato.'
"Mentre parlava ha aperto una porta e ha mostrato la strada in una stanza che appariva essere molto riccamente arredata, ma di nuovo l'unica luce era fornita da una singola lampada semi-spenta. La camera era certamente grande, e il modo in cui i miei piedi affondavano nel tappeto mentre lo attraversavo mi diceva della sua ricchezza. Ho intravisto sedie di velluto, un alto caminetto di marmo bianco, e quella che sembrava essere un'armatura giapponese a un lato di esso. C'era una sedia proprio sotto la lampada, e l'uomo anziano mi ha fatto segno di sedermici. Il più giovane ci aveva lasciato, ma improvvisamente è tornato attraverso un'altra porta, conducendo con sé un gentiluomo vestito con una sorta di vestaglia larga che si muoveva lentamente verso di noi. Mentre entrava nel cerchio di luce fioca che mi permetteva di vederlo più chiaramente sono stato brividito dall'orrore per il suo aspetto. Era mortalmente pallido e terribilmente emaciato, con gli occhi sporgenti e brillanti di un uomo il cui spirito era superiore alla sua forza. Ma ciò che mi ha scioccato più di ogni segno di debolezza fisica era che il suo viso era grottescamente incrociato con cerotti, e che un grande cuscinetto di esso era fissato sopra la sua bocca.
"'Hai la lavagna, Harold?', ha gridato l'uomo più anziano, mentre questo strano essere cadeva piuttosto che sedersi su una sedia. 'Le sue mani sono libere? Ora, dai, dagli la matita. Lei deve fare le domande, signor Melas, e lui scriverà le risposte. Gli chieda prima di tutto se è pronto a firmare i documenti?'
"Gli occhi dell'uomo hanno lampeggiato di fuoco.
"'Mai!', ha scritto in greco sulla lavagna.
"'A nessuna condizione?', ho chiesto, per ordine del nostro tiranno.
"'Solo se la vedo sposata in mia presenza da un prete greco che conosco.'
"L'uomo ha ridacchiato nel suo modo velenoso.
"'Sai cosa ti aspetta, allora?'
"'Non mi importa nulla di me stesso.'
"Questi sono esempi delle domande e risposte che costituivano la nostra strana conversazione, metà parlata e metà scritta. Più e più volte ho dovuto chiedergli se volesse cedere e firmare i documenti. Più e più volte ho avuto la stessa risposta indignata. Ma presto mi è venuto un pensiero felice. Ho iniziato ad aggiungere piccole frasi mie a ogni domanda, innocenti all'inizio, per testare se uno dei nostri compagni sapesse qualcosa della faccenda, e poi, poiché ho scoperto che non mostravano segni, ho giocato un gioco più pericoloso. La nostra conversazione è andata più o meno così:
"'Non può fare nulla di buono con questa ostinazione. Chi è?'
"'Non mi importa. Sono uno straniero a Londra.'
"'Il suo destino sarà sulla sua testa. Quanto tempo è stato qui?'
"'Che sia così. Tre settimane.'
"'La proprietà non potrà mai essere sua. Cosa la affligge?'
"'Non andrà ai cattivi. Mi stanno facendo morire di fame.'
"'Sarà libero se firma. Che casa è questa?'
"'Non firmerò mai. Non lo so.'
"'Non le sta facendo alcun servizio. Qual è il suo nome?'
"'Lasci che la senta dirlo. Kratides.'
"'La vedrà se firma. Da dove viene?'
"'Allora non la vedrò mai. Atene.'"
Un altro cinque minuti, Signor Holmes, e avrei strappato tutta la storia sotto i loro occhi. La mia prossima domanda avrebbe potuto chiarire la questione, ma in quell’attimo la porta si aprì e una donna entrò nella stanza. Non riuscivo a vederla abbastanza chiaramente da sapere più che era alta e aggraziata, con i capelli neri, vestita di una sorta di abito bianco e sciolto.
«Harold», disse lei, parlando inglese con un accento spezzato. «Non potevo restare più lontano. È così solitaria lassù con solo— Oh, mio Dio, è Paul!»
Queste ultime parole erano in greco e nello stesso istante l’uomo, con uno sforzo convulso, strappò dal labbro il gesso, e gridando «Sophy! Sophy!», si precipitò tra le braccia della donna. L’abbraccio durò solo un attimo, poiché il giovane uomo afferrò la donna e la spinse fuori dalla stanza, mentre il più anziano sopraffece facilmente la sua vittima emaciata e la trascinò via attraverso l’altra porta. Per un momento rimasi solo nella stanza, e mi alzai di scatto con una vaga idea che potessi in qualche modo trovare un indizio su quale fosse quella casa in cui mi trovavo. Per fortuna, però, non feci alcun passo, poiché alzando lo sguardo vidi che l’uomo più anziano era fermo nella soglia, gli occhi fissi su di me.
«Basta così, Signor Melas», disse lui. «Capite che vi abbiamo introdotto nella nostra fiducia riguardo a una faccenda molto privata. Non avremmo dovuto disturbarvi, se non perché il nostro amico che parla greco e che ha iniziato queste trattative è stato costretto a tornare verso Est. Era assolutamente necessario per noi trovare qualcuno che prendesse il suo posto, e siamo stati fortunati a sentire parlare delle vostre capacità.»
Mi inchinii.
«Ci sono cinque sovrani qui», disse lui avvicinandosi a me, «che speriamo siano una paga sufficiente. Ma ricordate», aggiunse picchiettandomi leggermente sul petto e ridacchiando, «se parlerete di questo a un’anima umana—una sola anima, intendete—beh, che Dio abbia pietà della vostra anima!»
Non posso descrivervi il disprezzo e l’orrore che questo uomo dall’aspetto insignificante mi ispirò. Lo vidi meglio ora, mentre la luce della lampada lo illuminava. I suoi lineamenti erano appuntiti e avvizziti, la sua piccola barba puntuta è sottile e malnutrita. Spingeva il volto in avanti mentre parlava e le labbra e le palpebre tremavano continuamente come un uomo affetto dalla danza di San Vito. Non potei non pensare che la sua risata strana, accattivante, fosse anche un sintomo di qualche malattia nervosa. Il terrore del suo volto risiedeva negli occhi, però, grigio acciaio, lucenti freddi con una crudeltà maligna e inesorabile nelle loro profondità.
«Scopriremo se parlerete di questo», disse lui. «Abbiamo i nostri mezzi di informazione. Ora troverete la carrozza in attesa, e il mio amico vi seguirà sul vostro cammino.»
Fui affrettato attraverso il salone e nella carrozza, ottenendo ancora una volta quel fugace scorcio di alberi e di un giardino. Il Signor Latimer mi seguì a passo serrato, e prese posto di fronte a me senza una parola. In silenzio percorremmo ancora una distanza interminabile con le finestre alzate, finché, poco dopo la mezzanotte, la carrozza si fermò.
«Scenda qui, Signor Melas», disse il mio compagno. «Mi dispiace lasciarla così lontano da casa sua, ma non c’è alternativa. Qualsiasi tentativo da parte sua di inseguire la carrozza potrà finire solo con un danno a sé stesso.»
Aprì la porta mentre parlava, e ebbi quasi nessun tempo per scattare fuori quando il cocchiere frustò il cavallo e la carrozza si allontanò scricchiolando. Guardai intorno attonito. Mi trovavo su una sorta di brughiera erbosa screziata da ciuffi scuri di rami spinosi. In lontananza si stendeva una fila di case, con qualche luce qua e là alle finestre superiori. Dall’altro lato vedevo le luci rosse dei segnali ferroviari.
La carrozza che mi aveva portato era già sparita alla vista. Rimasi a fissare intorno, chiedendomi dove diavolo potessi trovarmi, quando vidi qualcuno avvicinarsi a me nell’oscurità. Quando si avvicinò capii che era un fattorino della ferrovia.
«Può dirmi che luogo è questo?», chiesi.
«Wandsworth Common», rispose lui.
«Posso prendere un treno per la città?»
«Se cammini circa un miglio fino a Clapham Junction», disse, «sarà appena in tempo per l’ultimo per Victoria.»
Così finì la mia avventura, Signor Holmes. Non so dove ero, né con chi parlai, né altro se non quello che vi ho raccontato. Ma so che c’è un affare losco in corso, e voglio aiutare quell’uomo infelice se posso. Raccontai l’intera storia al Signor Mycroft Holmes la mattina seguente, e poi alla polizia.
Rimanemmo tutti in silenzio per un po’ dopo aver ascoltato quel racconto straordinario. Poi Sherlock guardò il fratello.
«Qualche passo?», chiese.
Mycroft prese il Daily News, che giaceva sul tavolino.
«Chiunque fornisca informazioni sulla posizione di un gentiluomo greco di nome Paul Kratides, di Atene, incapace di parlare inglese, sarà ricompensato. Una ricompensa analoga a chi fornisce informazioni su una donna greca di nome Sophy. X 2473». Così era scritto su tutti i giornali. Nessuna risposta.
«Che ne dite della Legazione greca?»
«Ho chiesto. Non sanno nulla.»
«Allora un telegramma al capo della polizia di Atene?»
«Sherlock ha tutta l’energia della famiglia», disse Mycroft rivolgendosi a me. «Bene, prendi pure il caso, e fammi sapere se fai qualche bene.»
«Certamente», rispose il mio amico alzandosi dalla sedia. «Le farò sapere, anche al Signor Melas. Nel frattempo, Signor Melas, dovrei stare molto in guardia, se fossi in lei, perché ovviamente, attraverso questi annunci, sanno che li ha traditi.»
Mentre tornavamo a casa insieme, Holmes si fermò a un ufficio telegrafico e mandò diversi telegrammi.
«Vede, Watson», osservò, «la nostra serata non è stata affatto sprecata. Alcuni dei miei casi più interessanti mi sono arrivati in questo modo tramite Mycroft. Il problema che abbiamo appena ascoltato, pur potendo ammettere una sola spiegazione, presenta ancora alcuni tratti distintivi.»
«Hai speranze di risolverlo?»
«Beh, conoscendo quanto sappiamo, sarebbe davvero singolare se non riuscissimo a scoprire il resto. Dovete voi stessi aver formulato qualche teoria che spieghi i fatti a cui abbiamo ascoltato.»
«In modo vago, sì.»
«Qual è stata la tua idea, allora?»
«Mi sembrava ovvio che questa ragazza greca fosse stata rapita dal giovane inglese di nome Harold Latimer.»
«Rapita da dove?»
«Atene, forse.»
Sherlock Holmes scosse la testa. «Questo giovane non parlava una parola di greco. La signora parlava l’inglese abbastanza bene. Si deduce che fosse stata in Inghilterra per qualche tempo, ma lui non era stato in Grecia.»
«Bene, allora presumiamo che fosse venuta in Inghilterra in visita, e che Harold l’avesse convinta a volare con lui.»
«È più probabile.»
«Allora il fratello — per quello, immagino, deve esserci la relazione — arriva dalla Grecia per interferire. Imprudentemente si mette nelle mani del giovane e del suo associato più anziano. Lo prendono e usano la violenza su di lui per farlo firmare dei documenti che trasferiscano la fortuna della ragazza — di cui forse è fiduciario — a loro. Egli rifiuta. Per negoziare con lui devono procurarsi un interprete, e si imbattono in questo Signor Melas, avendo già usato un altro prima. Alla ragazza non si dice dell’arrivo del fratello, e lo scopre per puro caso.»
«Eccellente, Watson!», esclamò Holmes. «Mi pare davvero che tu sia vicino alla verità. Vedi, abbiamo tutte le carte in mano, e dobbiamo solo temere un improvviso atto di violenza da parte loro. Se ci concedono tempo, dobbiamo averle.»
«Ma come possiamo trovare dove si trovi questa casa?»
«Bene, se la nostra congettura è corretta e la ragazza si chiama — o si chiamava — Sophy Kratides, non dovremmo avere difficoltà a rintracciarla. Questo deve essere la nostra speranza principale, perché il fratello è, naturalmente, un completo estraneo. È evidente che sia trascorso del tempo da quando Harold ha stabilito questi rapporti con la ragazza — qualche settimana, a ogni modo — perché il fratello in Grecia ha avuto il tempo di sentirne parlare e di venire qui. Se hanno vissuto nello stesso luogo in questo periodo, è probabile che otterremo qualche risposta all’annuncio di Mycroft.»
Eravamo arrivati alla nostra casa in Baker Street mentre discorrevamo. Holmes salì per primo le scale e, aprendo la porta della nostra stanza, si fermò di sorpresa. Guardandomi alle spalle, anch’io rimasi sbalordito. Su una poltrona, fumando, era seduto il fratello Mycroft.
«Entrate, Sherlock! Entrate, signore», disse placidamente, sorridendo alle nostre facce sorprese. «Non vi aspettate tanta energia da me, vero, Sherlock? Però questo caso mi attrae.»
«Come sei arrivato qui?»
«Ti ho sorpassato su un hansom.»
«Ci sono novità?»
«Ho avuto una risposta al mio annuncio.»
«Ah!»
«Sì, è arrivata pochi minuti dopo la tua partenza.»
«E a che proposito?»
Mycroft Holmes tirò fuori un foglio di carta.
«Ecco», disse, «scritto con una penna J su carta crema reale da un uomo di mezza età con una costituzione debole. “Signore”, dice, “in risposta al vostro annuncio della data odierna, desidero informarvi che conosco molto bene la giovane donna in questione. Se voleste venire a trovarmi potrei darvi alcuni particolari della sua dolorosa storia. Attualmente vive a The Myrtles, Beckenham. Distinti saluti, J. Davenport.”»
«Scrive da Lower Brixton», commentò Mycroft Holmes. «Non credete che potremmo andare subito da lui, Sherlock, e apprendere questi particolari?»
«Caro Mycroft, la vita del fratello vale più della storia della sorella. Credo dovremmo andare allo Scotland Yard a cercare l’ispettore Gregson, e poi direttamente a Beckenham. Sappiamo che un uomo sta per essere ucciso, e ogni ora può essere vitale.»
«Meglio prendere il Signor Melas lungo il percorso», suggerii. «Potrebbe servirci un interprete.»
«Eccellente», disse Sherlock Holmes. «Mandate il ragazzo a prendere un quattro ruote, e partiremo subito.» Aprì il cassetto della scrivania mentre parlava, e notai che infilò la sua revolver nella tasca. «Sì», rispose al mio sguardo, «direi, da quello che abbiamo sentito, che ci troviamo di fronte a una banda particolarmente pericolosa.»
Era quasi buio quando ci trovammo a Pall Mall, nella dimora del Signor Melas. Un gentiluomo lo aveva appena chiamato, e lui era sparito.
«Può dirmi dove?», chiese Mycroft Holmes.
«Non lo so, signore», rispose la donna che aveva aperto la porta; «so solo che è scappato con il gentiluomo in una carrozza.»
«Il gentiluomo ha detto un nome?»
«No, signore.»
«Non era un giovane alto, bello, scuro?»
«Oh, no, signore. Era un piccolo gentiluomo, con gli occhiali, magro di volto, ma molto piacevole nei modi, perché rideva sempre mentre parlava.»
«Andiamo!», esclamò improvvisamente Sherlock Holmes. «Questo sta diventando serio», osservò mentre ci dirigevamo verso lo Scotland Yard. «Questi uomini hanno di nuovo messo le mani su Melas. È un uomo senza coraggio fisico, come ben sanno dalla loro esperienza dell’altra notte. Questo villain è riuscito a terrorizzarlo non appena è entrato nella sua presenza. Senza dubbio vogliono i suoi servizi professionali, ma, avendolo usato, potrebbero punirlo per quello che considereranno il suo tradimento.»
La nostra speranza era che, prendendo il treno, avremmo potuto raggiungere Beckenham più rapidamente della carrozza. Giunti allo Scotland Yard, però, ci volle più di un’ora per trovare l’ispettore Gregson e adempiere alle formalità legali che ci avrebbero permesso di entrare nella casa. Eravamo un quarto alle dieci quando arrivammo a London Bridge, e mezz’ora più tardi i quattro scendemmo sulla piattaforma di Beckenham. Un breve tragitto di mezzo miglio ci portò a The Myrtles – una grande casa scura situata in un ampio terreno a margine della strada. Qui congedammo il taxi e proseguimmo insieme lungo il vialetto.
«Le finestre sono tutte buie», osservò l’ispettore. «La casa sembra deserta.»
«I nostri uccelli sono volati e il nido è vuoto», disse Holmes.
«Perché lo dite?»
«Una carrozza molto carica di bagagli è passata nell’ultima ora.»
L’ispettore rise. «Ho visto le impronte delle ruote alla luce del lampione del cancello, ma dove entra in gioco il bagaglio?»
«Avrete notato le stesse impronte delle ruote che tornavano indietro. Ma quelle in uscita erano molto più profonde – talmente da poter affermare con certezza che c’era un peso considerevole sulla carrozza.»
«È un dettaglio al di là della mia comprensione», disse l’ispettore, scrollando le spalle. «Non sarà una porta facile da forzare, ma proveremo se non riusciamo a farci sentire.»
Batté forte al campanello e tirò la campanella, senza alcun risultato. Holmes si era allontanato, ma tornò dopo pochi minuti.
«Ho una finestra aperta», disse.
«È una benedizione che siate dalla parte delle forze dell’ordine, e non contro di loro, Signor Holmes», osservò l’ispettore, notando il modo ingegnoso con cui il mio amico aveva rimontato la chiavistella. «Bene, credo che nelle circostanze attuali possiamo entrare senza invito.»
Uno dopo l’altro ci inoltrammo in un ampio appartamento, evidentemente quello in cui si trovava il Signor Melas. L’ispettore accese la lanterna, e con la sua luce vedemmo le due porte, la tenda, la lampada e l’armatura giapponese di cui aveva parlato. Sul tavolo c’erano due bicchieri, una bottiglia di brandy vuota e i resti di un pasto.
«Cos’è quello?», chiese improvvisamente Holmes.
Rimanemmo immobili ad ascoltare. Un suono di lamento basso proveniva da sopra le nostre teste. Holmes corse verso la porta e uscì nel corridoio. Il rumore lugubre proveniva dal piano di sopra. Salì di corsa, seguito dall’ispettore e da me, mentre suo fratello Mycroft li precedeva il più velocemente possibile con il suo ingombrante fisico.
Tre porte si affacciavano al secondo piano, ed era dalla centrale che provengono i suoni sinistri, talvolta soffusi in un mormorio ovattato e poi di nuovo acuti e stridenti. Era chiusa, ma la chiave era rimasta fuori. Holmes fece volare la porta e si precipitò dentro, per poi uscire di nuovo in un attimo, con la mano al collo.
«È carbone», esclamò. «Aspettiamo un attimo. Si dissiperà.»
Guardando dentro, vedemmo che l’unica luce nella stanza proveniva da una fioca fiamma blu che tremolava da un piccolo treppiede di ottone al centro. Proiettava un pallido cerchio innaturale sul pavimento, mentre nelle ombre oltre vedemmo la vaga sagoma di due figure accovacciate contro il muro. Dalla porta aperta si avvertiva un odore orribile e velenoso che ci fece tossire e ansimare. Holmes corse fino in cima alle scale per prendere aria fresca, poi, rientrando nella stanza, lanciò fuori la finestra il treppiede di bronzo nel giardino.
«Possiamo entrare in un minuto», ansimò, uscendo di nuovo. «Dove è una candela? Dubito che si possa accendere un fiammifero in quell’atmosfera. Tieni la luce alla porta e li faremo uscire, Mycroft, ora!»
Con un’impeto trascinammo gli uomini avvelenati fuori nel corridoio ben illuminato. Entrambi avevano le labbra blu, erano insensibili, con il viso gonfio, congestionato e gli occhi sporgenti. In effetti, così distorti i loro volti che, se non fosse stato per la barba nera e la figura robusta, avremmo potuto non riconoscere in uno di loro l’interprete greco che ci aveva lasciato poche ore prima al Diogenes Club. Le sue mani e i piedi erano legati insieme, e su un occhio portava i segni di un colpo violento. L’altro, legato allo stesso modo, era un uomo alto in stato di estrema emacazione, con diverse strisce di gesso incollato disposte in modo grottesco sul volto. Aveva cessato di gemere quando lo posammo a terra, e un’occhiata mi mostrò che per lui, almeno, il nostro soccorso era arrivato troppo tardi. Il Signor Melas, però, era ancora vivo, e in meno di un’ora, con l’aiuto di ammoniaca e brandy, fui felice di vederlo aprire gli occhi, e di sapere che la mia mano l’aveva richiamato da quella valle oscura in cui tutti i sentieri si incontrano.
Era una storia semplice da raccontare, e confermò le nostre deduzioni. Il suo visitatore, entrando nella sua stanza, aveva estratto un salvagente dalla manica, e gli aveva impresso così la paura di una morte istantanea e inevitabile da rapirlo per la seconda volta. Era quasi mesmerizzante l’effetto che quel ruffiano ridente aveva prodotto sul povero linguista, che ne parlava solo con mani tremanti e guance sbiancate. Era stato portato rapidamente a Beckenham, e aveva agito da interprete in un secondo interrogatorio, ancora più drammatico del primo, in cui i due inglesi minacciarono il prigioniero con la morte immediata se non avesse accettato le loro richieste. Infine, trovandolo invulnerabile a ogni minaccia, lo gettarono di nuovo nella sua prigione, e dopo aver rimproverato Melas per il suo tradimento, come apparve dall’annuncio sul giornale, lo colpirono con un bastone, e non ricordò più nulla fino a quando non ci trovò chinati su di lui.
E questo era il singolare caso dell’Interprete Greco, la cui spiegazione resta ancora avvolta nel mistero. Riuscimmo a capire, comunicando con il signore che aveva risposto all’annuncio, che la giovane donna proveniva da una ricca famiglia greca e che era stata in visita a degli amici in Inghilterra. Lì incontrò un giovane di nome Harold Latimer,
Mesi dopo ci giunse da Budapest un curioso ritaglio di giornale. Raccontava di come due inglesi che viaggiavano in compagnia di una donna fossero andati incontro a una fine tragica. Pare che fossero stati entrambi accoltellati e la polizia ungherese era del parere che avessero litigato, infliggendosi a vicenda ferite mortali. Holmes, tuttavia, credo sia di altro avviso e sostiene ancora oggi che, se si riuscisse a trovare la ragazza greca, si potrebbe scoprire come i torti subiti da lei e da suo fratello siano stati vendicati.
XI. Il trattato navale
Il mese di luglio che seguì immediatamente il mio matrimonio fu reso memorabile da tre casi di interesse, in cui ebbi il privilegio di essere associato a Sherlock Holmes e di studiare i suoi metodi. Li ritrovo registrati nei miei appunti sotto i titoli di “L’avventura della seconda macchia”, “L’avventura del trattato navale” e “L’avventura del capitano stanco”. Il primo di questi, tuttavia, tratta di interessi di tale importanza e coinvolge così tante delle principali famiglie del regno che per molti anni sarà impossibile renderlo pubblico. Nessun caso, però, in cui Holmes sia stato coinvolto ha mai illustrato il valore dei suoi metodi analitici così chiaramente o ha colpito così profondamente coloro che gli erano accanto. Conservo ancora un resoconto quasi stenografico dell’intervista in cui dimostrò i fatti reali del caso a Monsieur Dubuque della polizia di Parigi e a Fritz von Waldbaum, il noto specialista di Danzica, entrambi i quali avevano sprecato le loro energie su quelli che si rivelarono essere aspetti secondari. Il nuovo secolo sarà arrivato, tuttavia, prima che la storia possa essere raccontata in sicurezza. Nel frattempo passo al secondo della mia lista, che promise anch’esso a un certo punto di essere di importanza nazionale, e fu contrassegnato da diversi incidenti che gli conferiscono un carattere del tutto unico.
Durante i miei giorni di scuola ero stato in stretti rapporti con un ragazzo di nome Percy Phelps, che aveva più o meno la mia stessa età, sebbene fosse due classi avanti a me. Era un ragazzo molto brillante e portava a casa ogni premio che la scuola avesse da offrire, finendo le sue imprese vincendo una borsa di studio che lo portò a continuare la sua carriera trionfale a Cambridge. Era, ricordo, estremamente ben introdotto, e anche quando eravamo tutti ragazzini sapevamo che il fratello di sua madre era Lord Holdhurst, il grande politico conservatore. Questa appariscente parentela gli fu di poco aiuto a scuola. Al contrario, ci sembrava piuttosto una cosa piccante dargli la caccia per il cortile e colpirlo sugli stinchi con un wicket. Ma fu tutta un’altra cosa quando uscì nel mondo. Sentii dire vagamente che le sue capacità e le influenze di cui godeva gli avevano fatto ottenere una buona posizione al Ministero degli Esteri, e poi svanì completamente dalla mia mente finché la seguente lettera non richiamò la sua esistenza:
Briarbrae, Woking. Mio caro Watson,—Non ho dubbi che tu possa ricordare “Tadpole” Phelps, che era in quinta quando tu eri in terza. È possibile persino che tu possa aver sentito che, grazie all’influenza di mio zio, ho ottenuto un buon incarico al Ministero degli Esteri, e che ero in una posizione di fiducia e onore finché una terribile sventura non è giunta improvvisamente a distruggere la mia carriera. Non serve scrivere i dettagli di quel terribile evento. Nel caso tu acceda alla mia richiesta, è probabile che dovrò narrarteli. Mi sono appena ripreso da nove settimane di febbre cerebrale e sono ancora estremamente debole. Pensi che potresti portare il tuo amico Mr. Holmes a trovarmi? Vorrei avere il suo parere sul caso, sebbene le autorità mi assicurino che non si può fare altro. Cerca di portarlo, e il prima possibile. Ogni minuto sembra un’ora mentre vivo in questo stato di orribile sospetto. Assicuragli che se non ho chiesto il suo consiglio prima non è perché non apprezzassi il suo talento, ma perché sono stato fuori di testa da quando è caduto il colpo. Ora sono di nuovo lucido, anche se non oso pensarci troppo per paura di una ricaduta. Sono ancora così debole che devo scrivere, come vedi, dettando. Cerca di portarlo.
Il tuo vecchio compagno di scuola, Percy Phelps.
C’era qualcosa che mi toccò mentre leggevo questa lettera, qualcosa di pietoso nei reiterati appelli a portare Holmes. Ero così commosso che anche se fosse stata una faccenda difficile ci avrei provato, ma naturalmente sapevo bene che Holmes amava la sua arte, così che era sempre pronto a portare il suo aiuto tanto quanto il suo cliente poteva essere pronto a riceverlo. Mia moglie concordò con me che non si dovesse perdere un momento nel sottoporre la questione a lui, e così, un’ora dopo l’ora della colazione, mi ritrovai di nuovo nelle vecchie stanze di Baker Street.
Holmes era seduto al suo tavolino, vestito con la sua vestaglia, e lavorava sodo a un’indagine chimica. Una grande storta curva bolliva furiosamente nella fiamma bluastra di un becco di Bunsen, e le gocce distillate si condensavano in un misurino da due litri. Il mio amico alzò a stento lo sguardo mentre entravo, e io, vedendo che la sua indagine doveva essere importante, mi sedetti su una poltrona e aspettai. Intinse in questa o quella bottiglia, estraendo poche gocce da ciascuna con la sua pipetta di vetro, e alla fine portò sul tavolo una provetta contenente una soluzione. Nella mano destra teneva un pezzetto di carta di tornasole.
“Vieni in un momento critico, Watson,” disse. “Se questa carta rimane blu, tutto va bene. Se diventa rossa, significa la vita di un uomo.” La immerse nella provetta e quella arrossì immediatamente in un cremisi spento e sporco. “Hum! Lo pensavo!” esclamò. “Sarò al tuo servizio in un istante, Watson. Troverai tabacco nella pantofola persiana.” Si voltò verso la scrivania e scarabocchiò diversi telegrammi, che furono consegnati al fattorino. Poi si gettò sulla sedia di fronte e tirò su le ginocchia finché le dita non si serrarono attorno ai suoi stinchi lunghi e magri.
“Un piccolo omicidio molto comune,” disse. “Hai qualcosa di meglio, immagino. Sei l’uccello del malaugurio del crimine, Watson. Cos’è?”
Gli porsi la lettera, che lesse con la più concentrata attenzione.
“Non ci dice molto, vero?” osservò, mentre me la restituiva.
“Quasi nulla.”
“Eppure la grafia è interessante.”
“Ma la grafia non è la sua.”
“Precisamente. È di una donna.”
“Di un uomo, sicuramente,” esclamai.
“No, di una donna, e una donna di raro carattere. Vedi, all’inizio di un’indagine è qualcosa sapere che il tuo cliente è in stretto contatto con qualcuno che, nel bene o nel male, ha una natura eccezionale. Il mio interesse è già destato nel caso. Se sei pronto, partiremo subito per Woking, e vedremo questo diplomatico che si trova in così cattive condizioni, e la signora a cui detta le sue lettere.”
Abbiamo avuto la fortuna di prendere un treno in anticipo a Waterloo e in poco meno di un’ora ci siamo ritrovati tra i boschi di pini e l’erica di Woking. Briarbrae si è rivelata una grande casa indipendente situata in un vasto terreno a pochi minuti di cammino dalla stazione. Consegnati i nostri biglietti da visita, siamo stati introdotti in un salotto elegantemente arredato, dove dopo pochi minuti ci ha raggiunto un uomo piuttosto robusto che ci ha accolto con molta ospitalità. La sua età poteva essere più vicina ai quaranta che ai trenta, ma le sue guance erano così rubiconde e i suoi occhi così allegri che trasmetteva ancora l’impressione di un ragazzino paffuto e dispettoso.
“Sono così contento che siate venuti,” disse, stringendoci le mani con effusione. “Percy vi ha chiesto tutto il mattino. Ah, povero vecchio, si aggrappa a ogni pagliuzza! Suo padre e sua madre mi hanno chiesto di vedervi, perché la sola menzione dell’argomento è molto dolorosa per loro.”
“Non abbiamo ancora avuto dettagli,” osservò Holmes. “Noto che lei non è un membro della famiglia.”
Il nostro conoscente sembrò sorpreso, e poi, guardando in basso, iniziò a ridere.
“Naturalmente ha visto il monogramma ‘J.H.’ sul mio medaglione,” disse. “Per un momento ho pensato che avesse fatto qualcosa di intelligente. Joseph Harrison è il mio nome, e dato che Percy deve sposare mia sorella Annie, sarò almeno un parente acquisito. Troverà mia sorella nella sua stanza, perché lo ha accudito anima e corpo da due mesi a questa parte. Forse è meglio andare subito, perché so quanto è impaziente.”
La stanza in cui fummo condotti era sullo stesso piano del salotto. Era arredata in parte come soggiorno e in parte come camera da letto, con fiori disposti con grazia in ogni angolo e fessura. Un giovane uomo, molto pallido e sciupato, era disteso su un divano vicino alla finestra aperta, attraverso la quale giungevano il ricco profumo del giardino e l’aria balsamica dell’estate. Una donna era seduta accanto a lui e si alzò al nostro ingresso.
“Devo andarmene, Percy?” chiese.
Lui le afferrò la mano per trattenerla. “Come stai, Watson?” disse, cordialmente. “Non ti avrei mai riconosciuto sotto quei baffi, e scommetto che tu non saresti pronto a giurare su di me. Questo suppongo sia il tuo celebre amico, Mr. Sherlock Holmes?”
Lo presentai in poche parole e ci sedemmo entrambi. Il giovane robusto ci aveva lasciati, ma sua sorella era rimasta con la mano in quella del malato. Era una donna dall’aspetto sorprendente, un po’ bassa e tarchiata per essere simmetrica, ma con una bellissima carnagione olivastra, grandi occhi neri italiani e una ricchezza di capelli nero intenso. Le sue tinte ricche rendevano il viso bianco del suo compagno ancora più sciupato e scavato per contrasto.
“Non vi farò perdere tempo,” disse, sollevandosi sul divano. “Mi tufferò nella questione senza ulteriori preamboli. Ero un uomo felice e di successo, Mr. Holmes, e alla vigilia di sposarmi, quando un’improvvisa e terribile sventura ha distrutto tutte le mie prospettive nella vita.
“Ero, come Watson vi avrà detto, al Ministero degli Esteri, e grazie alle influenze di mio zio, Lord Holdhurst, sono salito rapidamente a una posizione di responsabilità. Quando mio zio divenne ministro degli esteri in questa amministrazione, mi affidò diverse missioni di fiducia, e poiché le portavo sempre a una conclusione positiva, finì per avere la massima fiducia nella mia capacità e tatto.
“Quasi dieci settimane fa—per essere più precisi, il 23 maggio—mi chiamò nel suo studio privato e, dopo essersi complimentato con me per il buon lavoro che avevo svolto, mi informò che aveva una nuova commissione di fiducia da farmi eseguire.
“‘Questo,’ disse, prendendo un rotolo di carta grigia dal suo scrittoio, ‘è l’originale di quel trattato segreto tra Inghilterra e Italia di cui, mi rammarico di dire, alcune voci sono già trapelate sulla stampa pubblica. È di enorme importanza che non trapeli altro. L’ambasciata francese o quella russa pagherebbero una somma immensa per conoscere il contenuto di questi documenti. Non dovrebbero lasciare il mio scrittoio se non fosse assolutamente necessario farli copiare. Hai una scrivania nel tuo ufficio?’
“‘Sì, signore.’
“‘Allora prendi il trattato e chiudilo a chiave lì. Darò istruzioni affinché tu possa rimanere indietro quando gli altri se ne vanno, così che tu possa copiarlo a tuo piacimento senza timore di essere visto. Quando hai finito, richiudi a chiave sia l’originale che la copia nella scrivania, e consegnali a me personalmente domani mattina.’
“Presi i documenti e—”
“Scusatemi un istante,” disse Holmes. “Eravate soli durante questa conversazione?”
“Assolutamente.”
“In una stanza grande?”
“Nove metri per lato.”
“Al centro?”
“Sì, circa.”
“E parlavate a bassa voce?”
“La voce di mio zio è sempre notevolmente bassa. Io ho parlato a malapena.”
“Grazie,” disse Holmes, chiudendo gli occhi; “prego, continui.”
“Feci esattamente ciò che mi indicò, e aspettai finché gli altri impiegati non se ne furono andati. Uno di loro nella mia stanza, Charles Gorot, aveva del lavoro arretrato da sbrigare, così lo lasciai lì e uscii a cenare. Quando tornai, se n’era andato. Ero ansioso di sbrigarmi con il mio lavoro, perché sapevo che Joseph—il Mr. Harrison che avete visto poco fa—era in città, e che sarebbe sceso a Woking col treno delle undici, e volevo se possibile prenderlo.
“Quando esaminai il trattato vidi subito che era di tale importanza che mio zio non era stato colpevole di alcuna esagerazione in ciò che aveva detto. Senza scendere nei dettagli, posso dire che definiva la posizione della Gran Bretagna nei confronti della Triplice Alleanza, e prefigurava la politica che questo paese avrebbe perseguito nel caso in cui la flotta francese avesse ottenuto una completa supremazia su quella italiana nel Mediterraneo. Le questioni trattate erano puramente navali. Alla fine c’erano le firme degli alti dignitari che lo avevano sottoscritto. Diedi un’occhiata, e poi mi misi al mio compito di copiare.
“Era un lungo documento, scritto in lingua francese, e contenente ventisei articoli separati. Copiai il più velocemente possibile, ma alle nove avevo fatto solo nove articoli, e sembrava impossibile per me tentare di prendere il mio treno. Mi sentivo assonnato e stupido, in parte per la cena e anche per gli effetti di una lunga giornata di lavoro. Una tazza di caffè avrebbe chiarito la mia mente. Un usciere rimane tutta la notte in una piccola portineria ai piedi delle scale, ed è abituato a preparare il caffè con il suo fornello a spirito per chiunque degli ufficiali lavori oltre l’orario. Suonai il campanello, dunque, per chiamarlo.
“Con mia sorpresa, fu una donna a rispondere alla chiamata, una donna grande, dal volto rozzo, anziana, con un grembiule. Spiegò che era la moglie dell’usciere, che faceva le pulizie, e le diedi l’ordine per il caffè.
“Scrissi altri due articoli e poi, sentendomi più assonnato che mai, mi alzai e camminai avanti e indietro per la stanza per sgranchirmi le gambe. Il mio caffè non era ancora arrivato, e mi chiedevo quale fosse la causa del ritardo. Aprendo la porta, mi incamminai lungo il corridoio per scoprirlo. C’era un passaggio diritto, debolmente illuminato, che conduceva dalla stanza in cui stavo lavorando, ed era l’unica uscita da essa. Terminava in una scala curva, con la portineria dell’usciere nel passaggio in fondo. A metà di questa scala c’è un piccolo pianerottolo, con un altro passaggio che vi confluisce ad angolo retto. Questo secondo conduce tramite una seconda piccola scala a una porta laterale, usata dai servitori, e anche come scorciatoia dagli impiegati quando arrivano da Charles Street. Ecco uno schema approssimativo del luogo.”
schema approssimativo
“Grazie. Credo di seguirla perfettamente,” disse Sherlock Holmes.
“È di estrema importanza che lei noti questo punto. Scesi le scale e arrivai nell’atrio, dove trovai l’usciere profondamente addormentato nella sua guardiola, con il bollitore che bolliva furiosamente sul fornello a spirito. Tolsi il bollitore e spensi il fornello, perché l’acqua stava schizzando sul pavimento. Poi stesi la mano ed ero sul punto di scuotere l’uomo, che dormiva ancora profondamente, quando un campanello sopra la sua testa suonò forte, e lui si svegliò di soprassalto.
“‘Mr. Phelps, signore!’ disse, guardandomi con smarrimento.
“‘Sono sceso per vedere se il mio caffè era pronto.’
“‘Stavo facendo bollire il bollitore quando mi sono addormentato, signore.’ Mi guardò e poi guardò in alto verso il campanello che ancora vibrava con uno stupore sempre crescente sul viso.
“‘Se lei era qui, signore, allora chi ha suonato il campanello?’ chiese.
“‘Il campanello!’ gridai. ‘Che campanello è?’
“‘È il campanello della stanza in cui stava lavorando.’
“Una mano fredda sembrò serrarsi attorno al mio cuore. Qualcuno, dunque, era in quella stanza dove il mio prezioso trattato giaceva sul tavolo. Corsi freneticamente su per le scale e lungo il corridoio. Non c’era nessuno nei corridoi, Mr. Holmes. Non c’era nessuno nella stanza. Tutto era esattamente come l’avevo lasciato, tranne che i documenti che erano stati affidati alle mie cure erano stati presi dalla scrivania su cui giacevano. La copia c’era, e l’originale era sparito.”
Holmes si sedette sulla sedia e si strofinò le mani. Potevo vedere che il problema era interamente di suo gradimento. “Prego, cosa fece allora?” mormorò.
“Riconobbi in un istante che il ladro doveva essere salito dalle scale dalla porta laterale. Naturalmente avrei dovuto incontrarlo se fosse venuto dall’altra parte.”
“Lei era convinto che non potesse essere rimasto nascosto nella stanza per tutto il tempo, o nel corridoio che ha appena descritto come debolmente illuminato?”
“È assolutamente impossibile. Un topo non potrebbe nascondersi né nella stanza né nel corridoio. Non c’è alcun riparo.”
“Grazie. Prego, proceda.”
“L’usciere, vedendo dal mio volto pallido che c’era qualcosa da temere, mi aveva seguito di sopra. Ora corremmo entrambi lungo il corridoio e giù per i ripidi gradini che portavano a Charles Street. La porta in fondo era chiusa, ma non chiusa a chiave. La spalancammo e corremmo fuori. Ricordo distintamente che, mentre lo facevamo, giunsero tre rintocchi da un orologio vicino. Erano le nove e tre quarti.”
“Questo è di enorme importanza,” disse Holmes, prendendo nota sul polsino della camicia.
“La notte era molto buia, e cadeva una pioggia sottile e calda. Non c’era nessuno in Charles Street, ma c’era un grande traffico, come al solito, a Whitehall, all’estremità. Corremmo lungo il marciapiede, a capo scoperto com’eravamo, e all’angolo più lontano trovammo un poliziotto in piedi.
“‘È stato commesso un furto,’ ansimai. ‘Un documento di immensa importanza è stato rubato dal Ministero degli Esteri. Qualcuno è passato di qui?’
“‘Sono qui da un quarto d’ora, signore,’ disse; ‘solo una persona è passata in quel tempo—una donna, alta e anziana, con uno scialle Paisley.’
“‘Ah, quella è solo mia moglie,’ esclamò l’usciere; ‘non è passato nessun altro?’
“‘Nessuno.’
“‘Allora deve essere dall’altra parte che il ladro è andato,’ gridò l’uomo, tirandomi per la manica.
“‘Ma io non ero soddisfatto, e i tentativi che fece per portarmi via aumentarono i miei sospetti.
“‘Da che parte è andata la donna?’ gridai.
“‘Non lo so, signore. L’ho notata passare, ma non avevo motivo particolare di osservarla. Sembrava avere fretta.’
“‘Quanto tempo fa è stato?’
“‘Oh, non molti minuti.’
“‘Negli ultimi cinque?’
“‘Beh, non potrebbero essere più di cinque.’
“‘Sta solo sprecando il suo tempo, signore, e ogni minuto ora è importante,’ gridò l’usciere; ‘mi creda sulla parola che la mia vecchia non c’entra niente, e venga dall’altra parte della strada. Beh, se lei non vuole, ci andrò io.’ E con questo corse via nell’altra direzione.
“Ma io lo seguii in un istante e lo presi per la manica.
“‘Dove vive?’ dissi.
“‘16 Ivy Lane, Brixton,’ rispose. ‘Ma non si faccia portare via su una falsa pista, Mr. Phelps. Venga dall’altra parte della strada e vediamo se riusciamo a sentire qualcosa.’
“Non c’era nulla da perdere seguendo il suo consiglio. Con il poliziotto ci affrettammo entrambi giù, ma solo per trovare la strada piena di traffico, molte persone che andavano e venivano, ma tutte fin troppo desiderose di raggiungere un luogo sicuro in una notte così piovosa. Non c’era nessun ozioso che potesse dirci chi fosse passato.”
“Allora tornammo in ufficio e pergemmo le scale e il corridoio senza risultato. Il corridoio che conduceva alla stanza era rivestito da una specie di linoleum cremoso che segna un’impronta con grande facilità. Lo esaminammo molto attentamente, ma non trovammo alcuna traccia di un’impronta di piede.”
“Era stato piovendo tutta la sera?”
“Da circa le sette.”
“Come è possibile, allora, che la donna che entrò nella stanza verso le nove non abbia lasciato tracce con gli stivali sporchi di fango?”
“Sono contento che tu l’abbia chiesto. Mi è venuto in mente al momento. Le donne di servizio hanno l’abitudine di togliersi gli stivali nell’ufficio del commissario e di mettersi delle pantofole di stoffa.”
“È molto chiaro. Non c’erano segni, dunque, nonostante la notte fosse piovosa? La catena di eventi è certamente di straordinario interesse. Cosa avete fatto dopo?”
“Abbiamo anche esaminato la stanza. Non c’è possibilità di una porta segreta, e le finestre sono a circa nove metri dal suolo. Entrambe erano chiuse dall’interno. Il tappeto impedisce qualsiasi possibilità di botola, e il soffitto è del solito tipo imbiancato. Giuro sulla mia vita che chi ha rubato i miei documenti non poteva fare altro che entrare dalla porta.”
“E il camino?”
“Non ne hanno uno. C’è una stufa. La corda della campanella pende dal filo proprio a destra della mia scrivania. Chi l’ha suonata deve essere arrivato fino alla scrivania per farlo. Ma perché un criminale dovrebbe voler suonare la campanella? È un mistero estremamente insolubile.”
“Sicuramente l’incidente è stato insolito. Quali sono stati i vostri prossimi passi? Avete esaminato la stanza, immagino, per vedere se l’intruso avesse lasciato qualche traccia—un mozzicone di sigaro, un guanto caduto, una forcina, o altro di simile?”
“Non c’è stato nulla del genere.”
“Nessun odore?”
“Beh, non ci avevamo pensato.”
“Ah, un sentore di tabacco sarebbe stato molto utile in un’indagine del genere.”
“Io non fumo, quindi penso di averlo notato se ci fosse stato un odore di tabacco. Non c’è stato assolutamente alcun indizio di alcun tipo. L’unico fatto tangibile è stato che la moglie del commissario—la signora Tangey era il nome—si era precipitata fuori dal luogo. Lui non ha potuto dare alcuna spiegazione se non che era circa l’ora in cui la donna tornava sempre a casa. Il poliziotto ed io abbiamo concordato che il nostro miglior piano fosse fermare la donna prima che potesse disfarsi dei documenti, presumendo che li avesse.”
“L’allarme era già giunto a Scotland Yard, e il signor Forbes, il detective, è arrivato subito e ha preso il caso con grande energia. Abbiamo noleggiato un hansom e, in mezz’ora, eravamo all’indirizzo che ci era stato fornito. Una giovane donna aprì la porta; si rivelò essere la figlia maggiore della signora Tangey. Sua madre non era ancora tornata, e ci fu mostrata la stanza d’ingresso dove attendere.”
“Circa dieci minuti dopo suonò il campanello, e qui commettemmo l’unico grave errore di cui mi incolpo. Invece di aprire noi la porta, la lasciammo aprire alla ragazza. Sentimmo dire: “Madre, ci sono due uomini in casa che attendono di vederla”, e subito dopo udimmo i passi affrettati che scendevano lungo il corridoio. Forbes spalancò la porta e noi corremmo entrambi nella stanza sul retro o nella cucina, ma la donna era già arrivata. Ci guardò con occhi sfidanti e poi, riconoscendomi all’improvviso, il suo volto si riempì di assoluta sorpresa.”
“‘Ma se non è Mr. Phelps, dell’ufficio!’ esclamò.”
“‘Vieni, vieni, chi credi fossimo quando sei fuggita da noi?’ chiese il mio compagno.”
“‘Pensavo foste i broker’, rispose lei, ‘abbiamo avuto qualche problema con un artigiano.’”
“‘Non è proprio sufficiente’, rispose Forbes. ‘Abbiamo motivo di credere che abbiate preso un documento importante dal Foreign Office e che siate corsa qui per disfarsene. Dovete tornare con noi a Scotland Yard per essere perquisite.’”
“Fu vano il suo protestare e resistere. Fu portato un veicolo a quattro ruote, e noi tre vi salimmo. Prima avevamo esaminato la cucina, e soprattutto il fuoco della cucina, per vedere se avesse potuto portare via i documenti nel breve istante in cui era sola. Non vi erano segni di cenere o di briciole. Quando giungemmo a Scotland Yard fu subito consegnata alla perquisitrice femminile. Rimasi in un’agonia di suspense finché non tornò con il suo rapporto. Non vi erano segni dei documenti.”
“Allora, per la prima volta, l’orrore della mia situazione si manifestò a pieno. Fino a quel momento agivo, e l’azione aveva intorpidito il pensiero. Ero talmente sicuro di riconquistare il trattato subito che non avevo osato pensare alle conseguenze di un eventuale fallimento. Ma ora non c’era più nulla da fare, e ho avuto il tempo di realizzare la mia posizione. Era orribile. Watson vi direbbe che ero un ragazzo nervoso e sensibile a scuola. È nella mia natura. Pensai a mio zio e ai suoi colleghi di gabinetto, al disonore che avevo portato su di loro, su me stesso, su tutti i legati a me. E sebbene fossi la vittima di un incidente straordinario? Non si ammettono scuse per incidenti quando sono in gioco interessi diplomatici. Ero rovinato, vergognosamente, irrimediabilmente rovinato. Non so cosa feci. Immagino debba aver causato scena. Ho una vaga memoria di un gruppo di funzionari che si accalcavano intorno a me, cercando di consolarmi. Uno di loro discese con me fino a Waterloo, e mi accompagnò al treno di Woking. Credo che sarebbe venuto fino in fondo se non fosse stato per il dottor Ferrier, che abita vicino a me, discendente sullo stesso treno. Il dottore, molto gentilmente, si prese cura di me, ed è stato bene che lo fece, perché ebbi un attacco in stazione e, prima di arrivare a casa, ero praticamente un maniaco delirante.”
“Potete immaginare lo stato delle cose qui quando furono svegliati dal loro letto dal suono della campanella del dottore e mi trovarono in queste condizioni. La povera Annie e mia madre erano con il cuore spezzato. Il dottor Ferrier aveva appena sentito abbastanza dal detective in stazione per potersi fare un’idea di quello che era accaduto, e la sua storia non sistemava le cose. Era evidente a tutti che avrei avuto una lunga malattia, così Joseph fu portato via da questa camera allegra e trasformata in una stanza da letto malata per me. Qui ho giacevuto, Mr. Holmes, per più di nove settimane, incosciente, delirante per la febbre cerebrale. Se non fosse stato per Miss Harrison e per le cure del dottore, non vi parlerei ora. Lei mi ha assistito di giorno e una infermiera assunta mi ha curato di notte, poiché nei miei attacchi di follia ero capace di qualsiasi cosa. Piano piano la mia ragione si è schiarita, ma solo negli ultimi tre giorni la memoria è tornata del tutto. A volte vorrei che non fosse mai tornata. La prima cosa che feci fu inviare un telegramma al signor Forbes, che aveva il caso in mano. Venne fuori e mi assicurò che, nonostante tutto fosse stato fatto, non era stato scoperto alcun indizio. Il commissario e sua moglie furono interrogati in ogni modo senza che si gettasse luce sulla questione. I sospetti della polizia si posarono allora sul giovane Gorot, che, come ricorderete, era rimasto oltre l’orario nell’ufficio quella notte. Il suo essere rimasto indietro e il suo nome francese erano davvero gli unici due punti che potevano suggerire sospetto; ma, di fatto, non iniziai a lavorare finché non fu andato, e la sua famiglia è di estrazione ugonotta, ma anglofona nella simpatia e nella tradizione come te e me. Non fu trovato nulla che lo implicasse, e la questione si spense. Mi rivolgo a voi, Mr. Holmes, come assoluta ultima speranza. Se mi fallite, il mio onore così come la mia posizione saranno per sempre perduti.”
L’invalido si lasciò cadere sui cuscini, esausto da quel lungo racconto, mentre la sua infermiera gli versava un bicchiere di qualche medicinale stimolante. Holmes sedeva in silenzio, con la testa reclinata all’indietro e gli occhi chiusi, in una posa che a uno straniero potrebbe apparire svogliata, ma che io sapevo indicare la più intensa auto‑assorbimento.
“La sua dichiarazione è stata talmente esplicita”, disse alla fine, “che mi ha lasciato davvero pochissime domande da porre. Ce n’è una di massima importanza, però. Ha detto a qualcuno di avere questo compito speciale da svolgere?”
“Nessuno.”
“Neppure Miss Harrison, per esempio?”
“No. Non ero tornato a Woking tra il ricevere l’ordine e l’eseguire la commissione.”
“E nessuno dei suoi collaboratori è stato per caso a trovarla?”
“Nessuno.”
“Hanno tutti familiarità con l’ufficio?”
“Oh, sì, a tutti è stato mostrato.”
“Certo, naturalmente, se non ha detto nulla a nessuno del trattato, queste indagini sono irrilevanti.”
“Non ho detto nulla.”
“Sa qualcosa del commissario?”
“Niente, se non che è un vecchio soldato.”
“Quale reggimento?”
“Oh, ho sentito… i Coldstream Guards.”
“Grazie. Non dubito che potrò ricavare dettagli da Forbes. Le autorità sono eccellenti nel raccogliere fatti, anche se non sempre li usano a vantaggio. Che meraviglia è una rosa!”
Si avvicinò al finestrino aperto, sollevò il gambo appassito di una rosa di muschio, osservando il delicato miscuglio di cremisi e verde. Era una nuova sfaccettatura del suo carattere, poiché non l’avevo mai visto interessarsi tanto a oggetti naturali.
“Non c’è nulla in cui la deduzione sia così necessaria come nella religione”, disse, appoggiandosi alle persiane. “Può essere edificata come una scienza esatta dal ragionatore. La nostra più alta certezza della bontà della Provvidenza mi sembra risieda nei fiori. Tutte le altre cose — i nostri poteri, i nostri desideri, il cibo — sono davvero necessarie per l’esistenza in primo luogo. Ma questa rosa è un extra. Il suo profumo e il suo colore sono un abbellimento della vita, non una sua condizione. Solo la bontà concede extra, e così ripeto che dobbiamo molto ai fiori.”
Percy Phelps e la sua infermiera osservavano Holmes durante quella dimostrazione, con sorpresa e una notevole delusione dipinte sui volti. Era caduto in una reverie, la rosa di muschio tra le dita. Dopo alcuni minuti la giovane donna lo interruppe.
“Vede qualche prospettiva di risolvere questo mistero, Mr. Holmes?” chiese, con un tono un po’ aspro.
“Oh, il mistero!” rispose, riprendendosi con un sobbalzo alla realtà. “Sarebbe assurdo negare che il caso è molto astruso e complicato, ma posso prometterle che lo esaminerò e le farò sapere ogni punto che mi colpirà.”
“Vede qualche indizio?”
“Mi ha fornito sette, ma, naturalmente, devo testarli prima di giudicarne il valore.”
“Sospetta qualcuno?”
“Sospetto me stesso.”
“Cosa!”
“Di giungere a conclusioni troppo rapidamente.”
“Allora vada a Londra e metta alla prova le sue conclusioni.”
“Il suo consiglio è eccellente, Miss Harrison”, disse Holmes alzandosi. “Penso, Watson, non possiamo far meglio. Non si conceda false speranze, Mr. Phelps. La faccenda è molto intricata.”
“Sarò in febbre finché non la rivedrò”, esclamò il diplomatico.
“Bene, domani prenderò lo stesso treno, anche se è più probabile che il mio rapporto sia negativo.”
“Dio la benedica per aver promesso di venire”, esclamò il nostro cliente. “Mi dà nuova vita sapere che si sta facendo qualcosa. A proposito, ho ricevuto una lettera da Lord Holdhurst.”
“Ah! Cosa ha detto?”
“Era freddo, ma non brusco. Osservo che la mia grave malattia lo ha impedito di esserlo. Ripeteva che la questione era
“Il cancelliere Gorot è stato seguito in tutte queste nove settimane, ma senza risultato. Non possiamo dimostrare nulla contro di lui.”
“Qualcos’altro?”
“Beh, non abbiamo nulla su cui basarci—nessuna prova di alcun tipo.”
“Avete formulato una teoria su come abbia suonato quella campana?”
“Beh, devo confessare che mi sfugge. È stato un gesto freddo, chiunque fosse, quello di dare l’allarme in quel modo.”
“Sì, è stato un gesto strano. Molte grazie per ciò che mi avete detto. Se potrò consegnarvi l’uomo, mi sentirete. Andiamo, Watson.”
“Dove andiamo ora?” chiesi, mentre lasciavamo l’ufficio.
“Ora andiamo a intervistare Lord Holdhurst, il ministro di gabinetto e futuro premier d’Inghilterra.”
Fummo fortunati a trovare Lord Holdhurst ancora nei suoi appartamenti in Downing Street, e al momento in cui Holmes mostrò il suo biglietto, fu subito introdotto. Lo statista ci accolse con quella cortesia d’altri tempi per cui è noto, e ci fece accomodare sui due lussuosi divani ai lati del camino. Stando sul tappeto tra noi, con la sua figura snella e alta, i lineamenti affilati, il volto pensieroso e i capelli ricci, già lievemente ingrigiti, pareva incarnare quel tipo non troppo comune, un nobile che è davvero nobile.
“Il suo nome mi è molto familiare, Mr. Holmes,” disse sorridendo. “E, naturalmente, non posso fingere di ignorare lo scopo della sua visita. C’è stato un solo avvenimento in questi uffici che potrebbe richiedere la sua attenzione. In interesse di chi state agendo, posso chiederlo?”
“Nell’interesse del Sig. Percy Phelps,” rispose Holmes.
“Ah, il mio sfortunato nipote! Potete capire che il nostro legame rende ancora più impossibile per me schermarlo in alcun modo. Temo che l’incidente possa avere un effetto molto pregiudizievole sulla sua carriera.”
“Ma se il documento fosse ritrovato?”
“Ah, quello, naturalmente, sarebbe diverso.”
“Avevo una o due domande che desideravo porle, Lord Holdhurst.”
“Sarò felice di darle qualsiasi informazione in mio potere.”
“È stato in questa stanza che ha dato le sue istruzioni riguardo la copia del documento?”
“Sì.”
“Allora difficilmente qualcuno l’avrebbe sentito?”
“È fuori discussione.”
“Ha mai detto a qualcuno che intendeva far copiare il trattato?”
“Mai.”
“Ne è certo?”
“Assolutamente.”
“Bene, poiché non l’ha mai detto, e il Sig. Phelps non l’ha mai detto, e nessun altro sapeva nulla della questione, allora la presenza del ladro nella stanza è stata puramente accidentale. Ha colto l’occasione e l’ha colta.”
Lo statista sorrise. “Mi porta fuori dal mio ambito,” disse.
Holmes rifletté per un attimo. “C’è un altro punto molto importante che desidero discutere con lei,” affermò. “Temeva, a quanto capisco, che gravi conseguenze potessero derivare dal fatto che i dettagli di questo trattato diventassero noti.”
Un’ombra attraversò il volto espressivo dello statista. “Molto gravi conseguenze, davvero.”
“E sono già avvenute?”
“Non ancora.”
“Se il trattato fosse giunto, diciamo, al Ministero degli Esteri francese o russo, vi aspettereste di sentirne parlare?”
“Mi aspetterei,” disse Lord Holdhurst, con un sorriso ironico.
“Poiché sono trascorse quasi dieci settimane e non si è sentito nulla, non è ingiusto supporre che, per qualche ragione, il trattato non sia ancora arrivato a loro.”
Lord Holdhurst alzò le spalle.
“È difficile supporre, Mr. Holmes, che il ladro abbia preso il trattato per incastrarlo e appenderlo.”
“Forse sta aspettando un prezzo migliore.”
“Se aspetta ancora un po’, non otterrà alcun prezzo. Il trattato cesserà di essere segreto fra pochi mesi.”
“È molto importante,” disse Holmes. “Ovviamente è una possibile supposizione che il ladro abbia avuto una improvvisa malattia—”
“Un attacco di febbre cerebrale, per esempio?” chiese lo statista, lanciandogli uno sguardo veloce.
“Non l’ho detto,” rispose Holmes, imperturbabile. “E ora, Lord Holdhurst, abbiamo già sottratto troppo del suo prezioso tempo e le auguriamo buona giornata.”
“Tutto il successo per la vostra indagine, qualunque sia il colpevole,” rispose il nobile, inchinandosi alla porta.
“È un tipo notevole,” disse Holmes, uscendo in Whitehall. “Ma ha difficoltà a mantenere la sua posizione. È lontano dall’essere ricco e ha molte chiamate. Avete notato, ovviamente, che le sue scarpe erano state risolcate. Ora, Watson, non vi trattengo più dal vostro lavoro legittimo. Non farò altro oggi, se non rispondere al mio annuncio sul carro. Ma sarei estremamente obbligato se voleste scendere con me a Woking domani, sullo stesso treno che abbiamo preso ieri.”
Lo incontrai di conseguenza la mattina seguente e viaggiammo insieme verso Woking. Disse di non aver ricevuto risposta al suo annuncio e che nulla era stato ulteriormente illuminato sul caso. Quando lo voleva, mostrava l’immobilità di volto di un indiano rosso, e non riuscivo a capire dal suo aspetto se fosse soddisfatto o meno della situazione. Ricordo che la sua conversazione verteva sul sistema di misurazioni Bertillon, e che esprimeva il suo entusiasmo per il savante francese.
Trovammo il nostro cliente ancora sotto la cura della sua devota infermiera, ma notevolmente più in forma di prima. Si alzò dal divano e ci salutò senza difficoltà all’ingresso.
“Novità?” chiese, con impazienza.
“Il mio rapporto, come temeva, è negativo,” rispose Holmes. “Ho incontrato Forbes, ho incontrato vostro zio, e ho avviato una o due linee di indagine che potrebbero condurre a qualcosa.”
“Non avete perso il coraggio, dunque?”
“Assolutamente no.”
“Dio vi benedica per averlo detto!” esclamò Miss Harrison. “Se manteniamo coraggio e pazienza, la verità emergerà.”
“Abbiamo più da dirle di quanto lei abbia per noi,” disse Phelps, risedendosi sul divano.
“Speravo aveste qualcosa.”
“Sì, abbiamo vissuto un’avventura durante la notte, che potrebbe rivelarsi seria.” Il suo volto divenne molto grave mentre parlava, e un’espressione quasi di paura gli apparve negli occhi. “Sa,” aggiunse, “che comincio a credere di essere il centro inconscio di una mostruosa cospirazione, e che la mia vita è mirata così come il mio onore?”
“Ah!” esclamò Holmes.
“Suona incredibile, poiché non ho, per quanto ne so, un nemico al mondo. Eppure, dall’esperienza della scorsa notte, non riesco a trarre altra conclusione.”
“Mi dica, per favore.”
“Deve sapere che la scorsa notte è stata la prima in cui ho dormito senza un’infermiera nella stanza. Stavo così bene che pensai di poterne fare a meno. Avevo una luce notturna accesa, però. Verso le due del mattino ero in sonno leggero quando fui improvvisamente svegliato da un lieve rumore. Era come il suono di un topo che rosicchia una tavola, e rimasi ad ascoltarlo per qualche tempo, convinto che provenisse da quella causa. Poi si fece più forte, e improvvisamente dalla finestra udii un colpo metallico acuto. Mi alzai sbalordito. Non potevo più dubitare di cosa fossero i suoni ora. I primi erano stati prodotti da qualcuno che spingeva un attrezzo attraverso la fessura tra i battenti, e il secondo dal meccanismo di chiusura premuto indietro.
Ci fu una pausa di circa dieci minuti, come se la persona attendesse di vedere se il rumore mi avesse svegliato. Poi sentii un cigolio delicato mentre la finestra veniva lentamente aperta. Non potei più sopportarlo, i nervi non sono più come prima. Saltai fuori dal letto e spalancai le persiane. Un uomo era accovacciato alla finestra. Vedevo poco di lui, poiché sparì come un lampo. Indossava un mantello che gli copriva la parte inferiore del volto. Una cosa sola ne ero certo: aveva un’arma in mano. Mi sembrava un lungo coltello. Vidi distintamente il suo luccichio mentre scappava.”
“È molto interessante,” disse Holmes. “Allora, cosa fece?”
“Avrei seguito lui attraverso la finestra aperta se fossi stato più forte. Come fu, suonai la campana e svegliai la casa. Ci volle un po’, poiché la campana suona in cucina e i domestici dormono al piano di sopra. Tuttavia urlai, e ciò fece scendere Joseph, che svegliò gli altri. Joseph e il fattorino trovarono tracce sul letto fuori dalla finestra, ma il tempo è stato così secco ultimamente che fu impossibile seguire la traccia sull’erba. C’è, però, un punto sul recinto di legno che costeggia la strada che mostra segni, mi dicono, come se qualcuno fosse passato sopra e avesse spezzato la traversa superiore nel farlo. Non ho ancora detto nulla alla polizia locale, poiché ho ritenuto opportuno avere prima il vostro parere.”
Questo racconto del nostro cliente sembrò avere un effetto straordinario su Sherlock Holmes. Si alzò dalla sedia e iniziò a gironzolare per la stanza in eccitazione incontrollabile.
“Le sventure non arrivano mai da sole,” disse Phelps, sorridendo, sebbene fosse evidente che la sua avventura lo avesse scosso.
“Ha certamente avuto la sua parte,” osservò Holmes. “Potreste accompagnarmi in un giro intorno alla casa?”
“Oh, sì, mi farebbe piacere un po’ di sole. Anche Joseph verrà.”
“Anch’io,” disse Miss Harrison.
“Mi spiace, non posso,” rispose Holmes, scuotendo la testa. “Devo chiedervi di rimanere seduti esattamente dove siete.”
La giovane signora riprese il suo posto con aria di disappunto. Suo fratello, però, si unì a noi e partimmo tutti e quattro insieme. Passammo per il prato fino alla finestra della stanza del giovane diplomatico. Come aveva detto, c’erano segni sul letto, ma erano talmente sfocati e vaghi da risultare inutili. Holmes si fermò un attimo su di essi, poi si alzò scrollandosi le spalle.
“Non credo che qualcuno possa trarne molto,” disse. “Andiamo a girare la casa e vediamo perché quel particolare locale è stato scelto dal ladro. Avrei pensato che le finestre più grandi del salotto e della sala da pranzo avrebbero avuto più attrattiva per lui.”
“Sono più visibili dalla strada,” suggerì il signor Joseph Harrison.
“Ah, sì, naturalmente. C’è una porta qui che lui potrebbe aver tentato. A cosa serve?”
“È l’ingresso laterale per gli artigiani. Naturalmente è chiusa di notte.”
“Ha mai avuto un allarme simile prima d’ora?”
“Mai,” rispose il nostro cliente.
“Tenete piatti in casa, o qualcosa che possa attirare i ladri?”
“Niente di valore.”
Holmes passeggiò intorno alla casa con le mani in tasca e un’aria di noncuranza insolita per lui.
“A proposito,” disse a Joseph Harrison, “avete trovato un punto, se ho capito bene, dove il tizio ha scalato il recinto. Diamo un’occhiata!”
Il giovane paffuto ci condusse a un punto dove la sommità di una traversa di legno era rotta. Un piccolo frammento di legno pendeva. Holmes lo strappò via e lo esaminò attentamente.
“Crede sia stato fatto la scorsa notte? Sembra piuttosto vecchio, non è vero?”
“Forse sì.”
“Non ci sono segni di qualcuno che sia saltato dall’altro lato. No, temo che non otterremo aiuto qui. Torniamo alla camera da letto e ne ripariamo le cose.”
Percy Phelps camminava molto lentamente, appoggiandosi al braccio del suo futuro cognato. Holmes attraversò il prato rapidamente, e noi eravamo alla finestra aperta della camera molto prima che gli altri arrivassero.
“Miss Harrison,” disse Holmes, con la massima intensità, “deve restare dove è tutto il giorno. Nulla deve impedirle di stare dove è tutto il giorno. È di estrema importanza.”
“Certamente, se lo desidera, Mr. Holmes,” rispose la ragazza stupita.
“Quando andate a letto, chiudete la porta di questa stanza dall’esterno e tenete la chiave. Prometta di farlo.”
“Ma Percy?”
“Verrà a Londra con noi.”
“E io devo restare qui?”
“È per il suo bene. Può servirgli. Sbrigati! Prometti!”
Annunciò un rapido cenno di assenso proprio mentre gli altri due arrivavano.
“Perché ti siedi lì accasciata, Annie?” gridò il fratello. “Vieni fuori al sole!”
“No, grazie, Joseph. Ho un leggero mal di testa e questa stanza è deliziosamente fresca e rilassante.”
“Cosa propone ora, Mr. Holmes?” chiese il nostro cliente.
“Bene, indagando su questo piccolo caso non dobbiamo perdere di vista la nostra indagine principale. Sarebbe di grande aiuto se voi veniste con noi a Londra.”
“Subito?”
“Appena possibile, in un’ora.”
“Sento di poter essere utile, se davvero posso aiutare.”
“Il massimo possibile.”
“Forse vorreste che io restassi qui stanotte?”
“Stavo proprio per proporlo.”
“Allora, se il mio amico della notte torna a trovarmi, troverà l’uccello volato. Siamo tutti nelle sue mani, Mr. Holmes, e dovete dirci esattamente cosa vorreste che si facesse. Preferirebbe forse che Joseph venisse con noi per prendersi cura di me?”
“Oh, no; il mio amico Watson è un medico, sapete, e si prenderà cura di voi. Pranzaremo qui, se ce lo permettete, e poi tutti e tre partiremo per la città insieme.”
Fu organizzato così, sebbene Miss Harrison si scusasse di non lasciare la camera, secondo il suggerimento di Holmes. L’obiettivo delle sue manovre non mi era chiaro, a meno che non volesse tenere la signora lontana da Phelps, il quale, felice per il ripreso della salute e per la prospettiva di azione, pranzò con noi nella sala da pranzo. Holmes aveva ancora una sorpresa più sconvolgente per noi, però: dopo averci accompagnati alla stazione e averci salutati verso il nostro carro, annunciò con calma che non aveva intenzione di lasciare Woking.
“Ci sono uno o due piccoli punti che dovrei chiarire prima di andare,” disse. “La vostra assenza, Mr. Phelps, mi sarà in qualche modo di aiuto. Watson, quando arriverà a Londra, mi farebbe il piacere di dirigersi subito a Baker Street con il nostro amico, e restare con lui finché non lo rivedrò. È fortunato che siate vecchi compagni di scuola, poiché avrete molto di cui parlare. Il Sig. Phelps può avere la camera libera stanotte, e io sarò con voi in tempo per colazione, poiché c’è un treno che mi porterà a Waterloo alle otto.”
“E la nostra indagine a Londra?”
“La faremo domani. Credo che ora io possa essere più utile qui.”
“Potete dire a Briarbrae che spero di tornare domani sera,” esclamò Phelps, mentre ci avvicinavamo al binario.
“Non mi aspetto di tornare a Briarbrae,” rispose Holmes, salutandoci con un gesto allegro mentre uscivamo dalla stazione.
Phelps e io ne discussemo durante il viaggio, ma nessuno dei due riuscì a trovare una ragione soddisfacente per questo nuovo sviluppo.
“Sospetto che voglia scoprire qualche indizio sul furto della scorsa notte, se è stato davvero un ladro. Per quanto mi riguarda, non credo fosse un ladro comune.”
“Qual è la sua ipotesi, allora?”
“Sul mio onore, potete attribuirla ai miei nervi deboli o no, ma credo ci sia una profonda intriga politica intorno a me, e per qualche motivo, al di là della mia comprensione, la mia vita è mirata dai cospiratori. Suona altisonante e assurdo, ma considerate i fatti! Perché un ladro dovrebbe tentare di entrare da una finestra di camera da letto, dove non c’è speranza di bottino, e perché dovrebbe avere un lungo coltello in mano?”
“È certo che non fosse un semplice scasso?”
“Oh, no, era un coltello. Ho visto il luccichio della lama molto distintamente.”
“Ma perché dovrebbe esserle perseguitata con tale animosità?”
“Ah, questa è la domanda.”
“Bene, se Holmes condivide la stessa opinione, ciò spiegherebbe la sua azione, non è vero? Supponendo che la sua teoria sia corretta, se potrà mettere le mani sull’uomo che l’ha minacciata la scorsa notte, avrà fatto un grande passo verso la scoperta di chi ha rubato il trattato navale. È assurdo supporre che abbia due nemici, uno dei quali lo deruba, mentre l’altro minaccia la sua vita.”
“Ma Holmes ha detto che non sarebbe andato a Briarbrae.”
“Lo conosco da tempo,” dissi, “ma non l’ho mai visto fare nulla senza un valido motivo,” e con questo la nostra conversazione si spostò su altri argomenti.
Era una giornata faticosa per me. Phelps era ancora debole dopo la lunga malattia, e la sua sventura lo rendeva querulo e nervoso. Invano cercai di interessarlo a parlare dell’Afghanistan, dell’India, di questioni sociali, di qualsiasi cosa potesse distoglierlo dal problema. Tornava sempre al trattato perduto, chiedendosi, indovinando, speculando su cosa stesse facendo Holmes, su quali passi stesse prendendo Lord Holdhurst, su quali novità avremmo avuto al mattino. Col passare della serata, la sua eccitazione divenne quasi dolorosa.
“Ha fede incrollabile in Holmes?” chiese.
“L’ho visto fare cose notevoli.”
“Ma non ha mai portato luce in qualcosa di così oscuro?”
“Oh, sì; l’ho visto risolvere questioni con meno indizi delle vostre.”
“Ma non quando in gioco ci sono interessi così grandi?”
“Non lo so. A mia conoscenza ha agito per conto di tre delle case regnanti d’Europa in questioni molto vitali.”
“Lo conosci bene, Watson. È un individuo così inesprimibile che non so mai bene cosa pensare di lui. Pensa che sia ottimista? Si aspetta di avere successo?”
“Non ha detto nulla.”
“È un cattivo segno.”
“Al contrario, ho notato che quando è fuori pista di solito lo dice. È quando è su una pista ma non è ancora del tutto sicuro che diventa più taciturno. Ora, caro amico, non possiamo aiutarci facendo il nervoso, quindi la imploro di andare a letto e di riposare per essere fresco domani.”
Riuscii infine a convincere il compagno a seguire il mio consiglio, sebbene sapessi dal suo modo eccitato che poche fossero le speranze di sonno per lui. Il suo umore era contagioso; anch’io passai la notte girandomi, rimuginando su questo strano problema, inventando cento teorie, ognuna più impossibile dell’altra. Perché Holmes fosse rimasto a Woking? Perché avesse chiesto a Miss Harrison di restare nella stanza malata tutto il giorno? Perché fosse stato così cauto nel non informare le persone a Briarbrae della sua intenzione di restare vicino a loro? Continuai a tormentare il cervello finché non caddi addormentato, cercando una spiegazione che potesse coprire tutti questi fatti.
Era ormai le sette quando mi alzai, e mi diressi subito nella stanza di Phelps, trovandolo smunto e consumato dopo una notte insonne. La sua prima domanda fu se Holmes fosse già arrivato.
“Sarà qui quando avrà promesso,” dissi, “né un attimo prima né dopo.”
E le mie parole furono vere, poiché poco prima delle otto un carro arrivò alla porta e il nostro amico ne scese. Stando alla finestra, notammo che la sua mano sinistra era avvolta in una fasciatura e il volto era molto pallido e serio. Entrò in casa, ma ci volle un po’ prima che salisse al piano di sopra.
“Sembra un uomo colpito,” esclamò Phelps.
Ero costretto ad ammettere che aveva ragione. «Dopotutto», dissi, «probabilmente l’indizio della faccenda si trova qui in città».
Phelps emise un gemito.
«Non so come sia», disse lui, «ma avevo sperato tanto dal suo ritorno. Però sicuramente la sua mano non era legata così ieri. Che cosa può esserci?»
«Non sei ferito, Holmes?», chiesi, mentre il mio amico entrava nella stanza.
«Tut, è solo un graffio dovuto alla mia stessa goffaggine», rispose, salutando tutti con i suoi consueti “buongiorno”. «Il tuo caso, Signor Phelps, è senza dubbio uno dei più oscuri che abbia mai indagato».
«Temevo che lo avresti trovato al di là delle tue capacità».
«È stata un’esperienza davvero notevole».
«Quel bendaggio racconta di avventure», dissi. «Non vuoi raccontarci cos’è successo?».
«Dopo colazione, caro Watson. Ricorda che stamattina ho respirato trenta miglia d’aria del Surrey. Suppongo non ci sia stata risposta al mio annuncio per il carrozziere? Beh, beh, non possiamo aspettarci di riuscire ogni volta».
La tavola era tutta apparecchiata e, proprio mentre stavo per suonare, la signora Hudson entrò con tè e caffè. Alcuni minuti dopo tornò con tre copertine e tutti e tre ci accomodammo al tavolo: Holmes famelico, io curioso e Phelps nell’umore più cupo di depressione.
«La signora Hudson è all’altezza dell’occasione», disse Holmes, scoprendo un piatto di pollo al curry. «La sua cucina è un po’ limitata, ma ha un’idea buona di colazione come una donna scozzese. Cosa hai qui, Watson?»
«Prosciutto e uova», risposi.
«Bene! Cosa prenderai, Signor Phelps—pollo al curry o uova, o ti servirai da solo?»
«Grazie. Non posso mangiare nulla», disse Phelps.
«Oh, dai! Prova il piatto prima di…».
«Grazie, davvero preferirei di no».
«Bene, allora», disse Holmes, con una scintilla maliziosa, «presumo che tu non abbia obiezioni ad aiutarmi».
Phelps alzò la copertura e, mentre lo faceva, emise un urlo, sedendosi con la faccia bianca come il piatto su cui fissava. Al centro di esso giaceva un piccolo cilindro di carta blu‑grigia. Lo afferrò, lo divorò con gli occhi, poi danzò furiosamente per la stanza, stringendolo al petto e strillando di gioia. Poi crollò in una poltrona così molle ed esausta dalle proprie emozioni che dovemmo versargli brandy in gola per impedirgli di svenire.
«Ecco! ecco!», disse Holmes, placandolo e picchiettandolo sulla spalla. «È stato un peccato presentartelo così, ma il Watson qui ti dirà che non resisto mai a un tocco di drammaticità».
Phelps afferrò la sua mano e la baciò. «Dio ti benedica!», esclamò. «Hai salvato il mio onore».
«Beh, il mio era in gioco, sai», disse Holmes. «Ti assicuro che è tanto odioso per me fallire in un caso quanto lo è per te commettere un errore su una commissione».
Phelps infilò il prezioso documento nella tasca più interna del suo cappotto.
«Non ho il cuore per interrompere ulteriormente la tua colazione, eppure muoio dalla curiosità di sapere come l’hai ottenuto e dove fosse».
Sherlock Holmes inghiottì una tazza di caffè e rivolse la sua attenzione al prosciutto e alle uova. Poi si alzò, accese la pipa e si sistemò nella sua sedia.
«Ti dirò prima cosa ho fatto e poi come vi è giunto», disse. «Dopo averti lasciato alla stazione, feci una passeggiata incantevole attraverso gli ammirevoli paesaggi del Surrey, verso un grazioso paesino chiamato Ripley, dove presi il tè in una locanda, e mi precauzione riempiendo la borraccia e mettendo nella tasca una carta di sandwich. Rimanetti lì fino al tramonto, poi ripartii per Woking e mi trovai sulla strada principale fuori da Briarbrae poco dopo il tramonto.
«Bene, aspettai che la strada fosse sgombra—non è mai molto frequentata, a mio avviso—e poi scalai la recinzione entrando nei terreni».
«Sicuramente il cancello era aperto!», esclamò Phelps.
«Sì, ma ho un gusto particolare in queste faccende. Scelsi il punto dove stanno i tre abeti, e dietro la loro schiera mi infilai senza la minima possibilità che qualcuno in casa potesse vedermi. Mi accovacciai tra i cespugli dall’altra parte, strisciando da uno all’altro—vedi lo stato disdicevole delle ginocchia dei pantaloni—finché raggiunsi il cespuglio di rododendri proprio di fronte alla finestra della tua camera. Lì mi accucciai e attesi gli sviluppi.
«La persiana non era abbassata nella tua stanza, e vidi Miss Harrison seduta a leggere al tavolo. Erano le dieci e un quarto quando chiuse il libro, chiuse le persiane e si ritirò.
«Udii chiudere la porta e fui quasi certo che avesse girato la chiave nella serratura».
«La chiave!», esclamò Phelps.
«Sì; avevo dato a Miss Harrison istruzioni di chiudere la porta dall’esterno e di portare con sé la chiave quando si sarebbe andata a letto. Seguì alla lettera ogni mio enunciato, e certamente senza la sua collaborazione non avresti avuto quel foglio nella tasca del cappotto. Partì, le luci si spensero, e io rimasi accucciato nel cespuglio di rododendri.
«La notte era serena, ma comunque fu una veglia molto faticosa. Ovviamente ha quel tipo di eccitazione che il sportivo prova quando sta accanto a un corso d’acqua in attesa della grande partita. Fu molto lunga, quasi tanto, Watson, quanto quando tu ed io attendemmo in quella letale stanza il piccolo problema della Banda maculata. C’era un orologio da chiesa a Woking che suonava i quarti, e più volte pensai che si fosse fermato. Alla fine, intorno alle due del mattino, sentii improvvisamente il lieve suono di un chiavistello che si spingeva indietro e il cigolio di una chiave. Un attimo dopo la porta dei servitori si aprì e il Signor Joseph Harrison uscì nella luce della luna».
«Joseph!», esclamò Phelps.
«Era a capo nudo, ma aveva un cappotto nero drappeggiato sulla spalla così da poter nascondere il volto in un istante se si presentasse allarme. Camminava in punta di piedi all’ombra del muro e, quando raggiunse la finestra, infilò un coltello a lama lunga nella persiana e spinse indietro il chiavistello. Poi spalancò la finestra e, infilando il coltello nella fessura delle persiane, sollevò la barra e le aprì.
«Da dove mi trovavo, avevo una visuale perfetta dell’interno della stanza e di ogni suo movimento. Accese le due candele poste sul camino, poi procedette a sollevare l’angolo del tappeto vicino alla porta. Poi si fermò e prese un pezzo quadrato di tavola, quello che di solito si lascia per permettere ai idraulici di accedere alle giunture delle tubature del gas. Questo copriva, in realtà, il giunto a T da cui parteva il tubo che riforniva la cucina di sotto. Da quel nascondiglio estrasse quel piccolo cilindro di carta, lo fece scivolare sotto la tavola, riordinò il tappeto, spense le candele e si diresse dritto tra le mie braccia mentre io lo attendevo fuori dalla finestra.
«Beh, il Signor Joseph ha più ferocia di quanta gli avessi attribuito. Si lanciò contro di me con il coltello, dovetti afferrarlo due volte, e mi procurai un taglio sulle nocche prima di avere il sopravvento. Dopo aver finito sembrava intento a uccidere con l’unico occhio che riusciva a vedere, ma ascoltò la ragione e restituì i fogli. Avendoli ottenuti, lasciai andare il mio uomo, ma inviò questa mattina a Forbes tutti i particolari. Se è sufficientemente veloce da prendere il suo uccello, benissimo. Ma se, come sospetto, trova il nido vuoto prima di arrivarci, tanto meglio per il governo. Sospetto che Lord Holdhurst, per esempio, e il Signor Percy Phelps, per un altro, preferirebbero molto che la faccenda non arrivasse nemmeno a un giudizio di polizia.
«Mio Dio!», ansimò il nostro cliente. «Mi state dicendo che in queste dieci lunghe settimane di agonia i documenti rubati erano nella stessa stanza con me per tutto il tempo?»
«Così era».
«E Joseph! Joseph, un villain e un ladro!»
«Uhm! Temo che il carattere di Joseph sia più profondo e pericoloso di quanto si possa giudicare dal suo aspetto. Da quello che ho sentito da lui stamattina, sembra che abbia subito grosse perdite speculando in azioni, e che sia pronto a fare qualsiasi cosa per migliorare la sua fortuna. Essendo un uomo assolutamente egoista, quando gli è capitata l’occasione non ha permesso né la felicità di sua sorella né la tua reputazione di trattenerlo.».
Percy Phelps si lasciò cadere nella sedia. «Mi gira la testa», disse. «Le tue parole mi hanno stordito».
«La difficoltà principale nel vostro caso», osservò Holmes, con il suo tono didattico, «risiedeva nel fatto che c’erano troppi elementi. Ciò che era vitale era sovrapposto e nascosto da ciò che era irrilevante. Di tutti i fatti che ci furono presentati dovemmo scegliere solo quelli che ritenemmo essenziali, e poi ricomporli nell’ordine giusto per ricostruire questa straordinaria catena di eventi. Avevo già iniziato a sospettare Joseph, dal fatto che avevate intenzione di tornare a casa con lui quella notte, e quindi era plausibile che vi chiamasse, conoscendo bene il Foreign Office, sul suo percorso. Quando sentii che qualcuno fosse così ansioso di entrare nella camera da letto, in cui nessuno tranne Joseph avrebbe potuto nascondere qualcosa—ci avete detto nella vostra narrazione che avete scacciato Joseph quando siete arrivati con il dottore—le mie sospetti si trasformarono in certezze, soprattutto perché il tentativo fu compiuto la prima notte in cui l’infermiera era assente, a dimostrazione che l’intruso conosceva bene le abitudini della casa».
«Quanto sono stato cieco!».
«I fatti del caso, per quanto ne ho ricostruito, sono i seguenti: questo Joseph Harrison entrò nell’ufficio attraverso la porta di Charles Street e, conoscendo la casa, si diresse dritto nella vostra camera subito dopo che l’avete lasciata. Non trovandoci nessuno, suonò prontamente il campanello e, nel momento in cui lo fece, i suoi occhi caddero sul foglio sul tavolo. Un’occhiata gli mostrò che il caso aveva messo sulla sua via un documento di Stato di immenso valore, e in un attimo lo infilò nella tasca e scomparve. Passarono alcuni minuti, come ricordate, prima che il sonnolento commissario attirasse la vostra attenzione sul campanello, e quel tempo fu appena quello necessario al ladro per fuggire.
«Raggiunse Woking con il primo treno, e avendo esaminato il bottino e assicurato a sé stesso che fosse davvero di immenso valore, lo nascose in quello che pensava fosse un luogo molto sicuro, con l’intenzione di recuperarlo un giorno o due dopo e di portarlo all’ambasciata francese, o dove credesse potesse ottenere un prezzo significativo. Poi avvenne il vostro ritorno improvviso. Lui, senza preavviso, fu sbattuto fuori dalla sua stanza, e da quel momento in poi ci furono sempre almeno due di voi a impedirgli di riavere il tesoro. La situazione per lui doveva essere esasperante. Ma alla fine vide la sua occasione. Provò a entrare, ma fu ostacolato dalla vostra veglia. Ricordate che quella notte non prendeste la vostra solita dose.
«Immagino che avesse predisposto dei passi per rendere efficace quella dose, e che contasse interamente sul vostro essere incosciente. Ovviamente capii che avrebbe ripetuto il tentativo ogni volta fosse stato sicuro. Il vostro abbandono della stanza gli diede la possibilità che desiderava. Tenni Miss Harrison nella stanza tutto il giorno così che lui non potesse anticiparci. Poi, facendogli credere che fosse tutto sgombro, tenni la guardia come ho descritto. Sapevo già che i documenti fossero probabilmente nella stanza, ma non avevo voglia di strappare ogni tavola e battiscopa cercandoli. Così lo lasciai prendere i fogli dal nascondiglio, risparmiandomi un’infinità di problemi. C’è altro che voglio chiarire?».
«Perché ha provato la finestra al primo tentativo», chiesi, «quando avrebbe potuto entrare dalla porta?».
«Raggiungendo la porta avrebbe dovuto attraversare sette camere da letto. D’altro canto, poteva uscire sul prato con facilità. Altro?».
«Non credi», chiese Phelps, «che avesse un’intenzione omicida? Il coltello era solo uno strumento».
«Può darsi», rispose Holmes scrollando le spalle. «Posso solo affermare con certezza che il Signor Joseph Harrison è un gentiluomo la cui misericordia non mi sentirei assolutamente disposto a concedere».
XII. Il Problema Finale
Con il cuore pesante afferro la penna per scrivere queste ultime parole in cui registrerò per sempre i singolari doni che distinguevano il mio amico, il Signor Sherlock Holmes. In modo incoerente e, come sento profondamente, totalmente inadeguato, ho cercato di dare conto delle mie strane esperienze in sua compagnia, dal caso che ci unì per la prima volta nel periodo di «Studio in Sanguinante» fino al suo intervento nella questione del «Trattato Navale»—intervento che ebbe l’effetto indiscutibile di impedire una seria complicazione internazionale. Avevo intenzione di fermarmi lì, senza menzionare quell’evento che ha creato un vuoto nella mia vita che i due anni trascorsi hanno poco riempito. Tuttavia la mia mano è stata costretta, dalle recenti lettere in cui il colonnello James Moriarty difende la memoria del fratello, a esporre i fatti al pubblico esattamente come sono avvenuti. Solo io conosco la verità assoluta di quella vicenda, e sono convinto che sia giunta l’ora in cui non si possa più servire alcun bene sopprimendo la storia. Per quanto ne so, vi furono solo tre resoconti nella stampa pubblica: quello nel Journal de Genève del 6 maggio 1891, il dispatch dei Reuter sui giornali inglesi del 7 maggio, e infine la recente lettera a cui ho accennato. I primi due furono estremamente condensati, mentre l’ultimo è, come dimostrerò, una totale perversione dei fatti. Spetta a me raccontare, per la prima volta, ciò che realmente si verificò tra il Professor Moriarty e il Signor Sherlock Holmes.
Era il 3 maggio del 1891, e quando raggiunsi Baker Street trovai Holmes che riempiva una valigetta con i suoi vestiti. Non era difficile capire che il mio amico era in grande agitazione, sebbene cercasse di dissimularla con la solita freddezza.
«Siete armato, Watson?» chiese.
«Ho il mio revolver.»
«Bene. Credo che ci sia bisogno di estrema cautela. Siete pronto?»
«Assolutamente.»
«Allora venite. Ci aspetta una lunga giornata.»
Uscimmo di casa, prendemmo una carrozza e ci dirigemmo verso Victoria. Durante il tragitto, Holmes non fece che guardarsi intorno, scrutando con attenzione ogni veicolo che ci superava. Quando arrivammo alla stazione, la folla era intensa. Holmes mi condusse rapidamente verso un binario dove un treno per il continente stava per partire.
«Presto, Watson! Dobbiamo salire subito.»
Ci infilammo in una carrozza di prima classe quasi vuota. Holmes si sedette, ma il suo sguardo rimase fisso sul finestrino. Poco dopo, il treno partì con un sobbalzo.
«Siamo riusciti a partire,» disse Holmes, tirando un sospiro di sollievo. «Ma non illudetevi, amico mio. La partita è appena iniziata.»
Mentre il treno acquistava velocità, Holmes si voltò verso di me con un’espressione seria. «Spero che abbiate compreso la gravità della situazione. Moriarty non si fermerà davanti a nulla. È un uomo che non conosce pietà né esitazione. E ora che sa che siamo in fuga, farà di tutto per intercettarci.»
«Ma perché non chiamare la polizia, Holmes? Perché non porre fine a tutto questo con un arresto?»
Holmes scosse la testa. «Come vi ho già detto, non è ancora il momento. Se agissimo ora, rischieremmo di perdere i pesci più piccoli della sua organizzazione. Dobbiamo colpire al cuore, e per farlo dobbiamo essere certi di distruggere l’intero sistema. Ma ascoltatemi bene: da questo momento in poi, ogni nostra mossa deve essere calcolata. Non c’è spazio per l’errore.»
Il resto del viaggio fu caratterizzato da una tensione palpabile. Holmes alternava momenti di profonda riflessione a rapidi sguardi fuori dal finestrino. Quando finalmente arrivammo alla nostra meta, il sole stava tramontando, gettando lunghe ombre sulle colline circostanti.
«Siamo arrivati,» disse Holmes, alzandosi. «Ora, per favore, seguitemi senza fare domande. La nostra salvezza dipende dalla nostra discrezione.»
Ci avviammo lungo un sentiero che conduceva lontano dalla stazione, perdendoci nella penombra della sera. Sapevo che, da quel momento, la mia vita non sarebbe stata più la stessa, e che il destino di Sherlock Holmes — e forse il mio — era ormai indissolubilmente legato a quello del genio del male che ci dava la caccia.
«Non può esserci il minimo dubbio che avrebbe lanciato un attacco omicida contro di me. È, tuttavia, un gioco a due. Ora la questione è se dovremmo prendere un pranzo prematuro qui, o rischiare di morire di fame prima di raggiungere il buffet di Newhaven.»
Ci dirigemmo a Bruxelles quella notte e trascorremmo due giorni lì, partendo il terzo giorno verso Strasburgo. Lunedì mattina Holmes aveva inviato un telegramma alla polizia londinese, e la sera trovammo una risposta ad attendere nella nostra stanza d’albergo. Holmes la strappò, e poi, con una maledizione amara, la lanciò nella grata.
«Avrei potuto saperlo!» gemette. «È fuggito!»
«Moriarty?»
«Hanno assicurato tutta la banda, eccetto lui. È riuscito a sottrarsi. Ovviamente, quando avevo lasciato il Paese non c’era nessuno in grado di affrontarlo. Ma credevo di aver messo il gioco nelle loro mani. Credo sia meglio che tu torni in Inghilterra, Watson.»
«Perché?»
«Perché mi troverai ora un compagno pericoloso. L’occupazione di quest’uomo è finita. È perduto se torna a Londra. Se leggo bene il suo carattere, dedicherà tutte le sue energie a vendicarsi di me. L’ha detto nella nostra breve intervista, e mi pareva sincero. Ti consiglierei senz’altro di tornare alla tua professione.»
Fu difficile convincere qualcuno che fosse sia un vecchio campione sia un vecchio amico. Sederemmo nella salle‑à‑manger di Strasburgo a discutere la questione per mezz’ora, ma quella stessa notte ripresimo il viaggio e fummo ben avviati verso Ginevra.
Per una settimana incantevole vagammo lungo la Valle del Rodano, e poi, svicolando a Leuk, attraversammo il passo del Gemmi, ancora immerso nella neve, e così, passando per Interlaken, arrivammo a Meiringen. Fu un viaggio delizioso, il verde delicato della primavera in basso, il bianco vergine dell’inverno in alto; ma mi era chiaro che Holmes non aveva mai dimenticato l’ombra che gli si proiettava addosso. Nei paesini alpini accoglienti o nei solitari passi di montagna, potevo intuire, dal suo sguardo rapido e dalla scrupolosa osservazione di ogni volto che ci attraversava, che era convinto che, ovunque avessimo camminato, non avremmo potuto allontanarci dal pericolo che ci inseguiva.
Una volta, ricordo, mentre attraversavamo il Gemmi e camminavamo lungo il bordo del malinconico Daubensee, una grossa roccia staccata dalla cresta a destra nostra cadde fragorosamente e si infranse nel lago alle nostre spalle. In un attimo Holmes corse sulla cresta e, stando su un alto pinnacolo, allungò il collo in tutte le direzioni. Fu invano che la nostra guida gli assicurò che una caduta di massi era una possibilità comune in primavera in quel punto.