myebooksbuy
My Books

The Merry Adventures of Robin Hood

by Howard Pyle · in Italian

PREFAZIONE

DALL'AUTORE AL LETTORE

Voi che vi trascinate tra cose serie tanto da vergognarvi di abbandonarvi anche solo per pochi brevi istanti alla baldanza e alla gioia nella terra della Fantasia; voi che pensate che la vita non abbia nulla a che spartire con una risata innocente che non può far male a nessuno; queste pagine non sono per voi. Chiudete il libro e non andate oltre, poiché vi dico chiaramente che se andrete oltre rimarrete scandalizzati nel vedere brave persone, sobrie e di storia reale, saltellare e danzare in colori gai e in abiti da giullare, tanto che non le riconoscereste se non per i nomi che portano addosso. Ecco un tipo robusto e vigoroso dal temperamento focoso, eppure non così malvagio nonostante tutto, che va sotto il nome di Enrico II. Ecco una dama bella e gentile davanti alla quale tutti gli altri s'inchinano chiamandola Regina Eleonora. Ecco un furfante grassoccio, vestito con ricche vesti di tipo ecclesiastico, che tutta la brava gente chiama il mio Lord Vescovo di Hereford. Ecco un certo individuo dal temperamento acido e dall'aspetto truce: il degno Sceriffo di Nottingham. E qui, soprattutto, c'è un gran bell'uomo, alto e allegro, che vaga per il bosco verde, partecipa a giochi semplici e siede accanto allo Sceriffo a feste gioiose, e che porta il nome del più orgoglioso dei Plantageneti: Riccardo Cuor di Leone. Accanto a questi vi è un'intera schiera di cavalieri, preti, nobili, borghesi, contadini, paggi, dame, ragazze, locandieri, mendicanti, venditori ambulanti e quant'altro, tutti intenti a vivere la più allegra delle vite, e tutti legati non da altro che da pochi strani fili di certe vecchie ballate (tagliate, ritagliate e riannodate in una ventina di nodi) che trascinano questi gioiosi compari di qua e di là, cantando mentre camminano.

Qui troverete un centinaio di luoghi noiosi, sobri e monotoni, tutti addobbati con fiori e quant'altro, finché nessuno li riconoscerebbe nei loro abiti stravaganti. E qui c'è un paese che porta un nome ben noto, dove nessuna nebbia gelida grava sui nostri spiriti, e non piove se non ciò che scivola via dalle nostre spalle come acquazzoni di aprile sul dorso di lucidi germani reali; dove i fiori sbocciano per sempre e gli uccelli cantano sempre; dove ogni tizio ha un ritornello allegro mentre percorre le strade, e birra, ale e vino (di quelli che non confondono l'ingegno) scorrono come acqua in un ruscello.

Questo paese non è il Paese delle Fate. Cos'è? È la terra della Fantasia, ed è di quel tipo piacevole che, quando ti stanchi - zac! - chiudi le pagine di questo libro ed è sparito, e sei pronto per la vita di tutti i giorni, senza che sia successo alcun danno.

E ora sollevo il sipario che pende tra qui e la terra di nessuno. Verrete con me, dolce Lettore? Vi ringrazio. Datemi la mano.

INDICE

Come Robin Hood divenne un fuorilegge Robin Hood e il calderaio Il torneo di tiro a segno nella città di Nottingham Will Stutely salvato dai suoi compagni Robin Hood diventa macellaio Little John va alla fiera di Nottingham Come Little John visse presso lo Sceriffo Little John e il conciatore di Blyth Robin Hood e Will Scarlet L'avventura con Midge, il figlio del mugnaio Robin Hood e Allan A Dale Robin Hood va in cerca del frate barbuto Robin Hood organizza un matrimonio Robin Hood aiuta un cavaliere addolorato Come Sir Richard of the Lea pagò i suoi debiti Little John si fa frate scalzo Robin Hood diventa mendicante Robin Hood tira davanti alla Regina Eleonora La caccia a Robin Hood Robin Hood e Guy of Gisbourne Re Riccardo arriva nella foresta di Sherwood Epilogo

PROLOGO

Che racconta di Robin Hood e della sua avventura con i guardiacaccia del Re. Racconta inoltre come la sua banda si radunò attorno a lui e della lieta avventura che gli procurò il suo braccio destro, il famoso Little John.

Come Robin Hood divenne un fuorilegge

NELL'ALLEGRA INGHILTERRA dei tempi antichi, quando il buon Re Enrico II governava il paese, viveva tra le verdi radure della foresta di Sherwood, vicino alla città di Nottingham, un famoso fuorilegge il cui nome era Robin Hood. Nessun arciere è mai esistito che potesse scoccare una freccia con tanta abilità e astuzia quanto lui, né vi furono mai yeoman come i centoquaranta allegri compagni che vagavano con lui tra le ombre del bosco verde. Vivevano allegramente nelle profondità della foresta di Sherwood, senza cure né bisogni, passando il tempo in giochi di tiro con l'arco o gare di bastone, vivendo della selvaggina del Re, innaffiata da boccali di birra prodotta in ottobre.

Non solo Robin stesso, ma l'intera banda erano fuorilegge e vivevano separati dagli altri uomini, eppure erano amati dalla gente del posto, poiché nessuno si era mai rivolto al gioioso Robin per chiedere aiuto in caso di bisogno senza che se ne andasse con il pugno pieno.

E ora racconterò come accadde che Robin Hood si scontrò con la legge.

Quando Robin era un giovane di diciotto anni, dai tendini robusti e dal cuore audace, lo Sceriffo di Nottingham bandì un torneo di tiro con l'arco e offrì un premio di una botte di birra a chiunque avesse scoccato la freccia migliore nel Nottinghamshire. "Ora," disse Robin, "ci andrò anche io, perché desidero tirare per gli occhi luminosi della mia ragazza e per una botte di buona birra d'ottobre." Così si alzò, prese il suo buon arco di tasso robusto e una ventina o più di frecce dal fusto di legno, e partì da Locksley Town attraverso la foresta di Sherwood verso Nottingham.

Era l'alba nel gioioso mese di maggio, quando le siepi sono verdi e i fiori adornano i prati; margherite screziate, botton d'oro e belle primule lungo tutte le siepi di rovo; quando i germogli dei meli fioriscono e gli uccelli cantano dolcemente, l'allodola all'alba, il tordo e il cuculo; quando ragazzi e ragazze si guardano con pensieri dolci; quando le casalinghe indaffarate stendono il bucato ad asciugare sull'erba verde brillante. Dolce era il bosco mentre camminava lungo i suoi sentieri, e luminose le foglie verdi e fruscianti, in mezzo alle quali gli uccellini cantavano con tutte le loro forze: e Robin fischiettava allegramente mentre procedeva, pensando a Maid Marian e ai suoi occhi luminosi, poiché in quei momenti i pensieri di un giovane sono soliti volgere piacevolmente alla ragazza che ama di più.

Mentre camminava a passo svelto e fischiettando allegramente, si imbatté improvvisamente in alcuni guardiacaccia seduti sotto una grande quercia. Erano in quindici in tutto, che si divertivano a banchettare e bere attorno a un enorme pasticcio, del quale ognuno si serviva, infilando le mani nella torta e innaffiando ciò che mangiavano con grandi corni di birra che attingevano, schiumante, da un barile che stava vicino. Ognuno di loro era vestito di verde Lincoln, e facevano un bell'effetto, seduti sull'erba sotto quell'albero bello e frondoso. Poi uno di loro, con la bocca piena, gridò a Robin: "Ehilà, dove vai, ragazzino, con il tuo arco da un soldo e le tue frecce da un quattrino?"

Allora Robin si arrabbiò, perché a nessun adolescente piace essere schernito per la sua giovane età.

"Ora," disse, "il mio arco e anche le mie frecce sono buoni quanto i vostri; e per di più, vado al torneo di tiro a segno nella città di Nottingham, che è stato bandito dal nostro buon Sceriffo del Nottinghamshire; lì tiro con altri robusti yeoman, poiché è stato offerto un premio di una bella botte di birra."

Allora uno di loro, che teneva in mano un corno di birra, disse: "Oh! Sentite il ragazzino! Ma va', ragazzo, il latte di tua madre è a malapena asciutto sulle tue labbra, eppure blateri di stare al fianco di buoni uomini robusti ai bersagli di Nottingham, tu che sei a malapena in grado di tendere la corda di un arco da due pietre."

"Scommetto venti marchi con il migliore di voi," disse l'audace Robin, "che colpisco il centro a sessanta pertiche di distanza, con il buon aiuto della nostra bella Madonna."

A questo tutti risero ad alta voce, e uno disse: "Ben vantato, bel fanciullo, ben vantato! E sai bene che non c'è alcun bersaglio vicino per mantenere la tua scommessa."

E un altro gridò: "Presto berrà birra insieme al latte."

A questo Robin si infuriò davvero. "Ascoltate," disse, "laggiù, alla fine della radura, vedo una mandria di cervi, a più di sessanta pertiche di distanza. Scommetto venti marchi che, con il permesso della nostra Madonna, faccio morire il cervo migliore tra loro."

"Accettata!" gridò colui che aveva parlato per primo. "Ed ecco venti marchi. Scommetto che non fai morire nessuna bestia, con o senza l'aiuto della nostra Madonna."

Allora Robin prese il suo buon arco di tasso in mano e, poggiando la punta al collo del piede, lo tese con grande destrezza; poi incoccò una freccia dal fusto robusto e, sollevando l'arco, tirò la penna d'oca grigia fino all'orecchio; l'istante dopo la corda dell'arco vibrò e la freccia sfrecciò lungo la radura come uno sparviero in un vento del nord. Il cervo più nobile della mandria balzò in alto, solo per cadere morto, arrossando il sentiero verde con il sangue del suo cuore.

"Ha!" gridò Robin, "come ti piace quel tiro, buon uomo? So che la scommessa era mia, se fossero stati trecento sterline."

Allora tutti i guardiacaccia furono presi dalla rabbia, e colui che aveva parlato per primo e aveva perso la scommessa era più arrabbiato di tutti.

"No," gridò, "la scommessa non è tua, vattene via, subito, o, per tutti i santi del cielo, ti concio per le feste finché non sarai più in grado di camminare." "Non sai," disse un altro, "che hai ucciso il cervo del Re e, secondo le leggi del nostro grazioso signore e sovrano Re Enrico, le tue orecchie dovrebbero essere tagliate vicino alla testa?"

"Prendetelo!" gridò un terzo.

"No," disse un quarto, "lasciatelo pure andare a causa della sua tenera età."

Robin Hood non disse mai una parola, ma guardò i guardiacaccia con un volto torvo; poi, voltandosi sui tacchi, si allontanò da loro lungo la radura della foresta. Ma il suo cuore era amaramente arrabbiato, perché il suo sangue era caldo e giovanile e incline a bollire.

Ora, sarebbe stato bene per colui che aveva parlato per primo se avesse lasciato stare Robin Hood; ma la sua rabbia era cocente, sia perché il giovane lo aveva superato, sia per i profondi boccali di birra che aveva tracannato. Così, all'improvviso, senza alcun preavviso, balzò in piedi, afferrò il suo arco e vi incoccò una freccia. "Sì," gridò, "e ti sbrigherò subito." E scagliò la freccia fischiando dietro a Robin.

Fu un bene per Robin Hood che la testa di quel guardiacaccia girasse per la birra, altrimenti non avrebbe fatto un altro passo. Com'era, la freccia fischiò a tre pollici dalla sua testa. Allora si voltò e tese rapidamente il proprio arco, e rimandò una freccia in cambio.

"Dicevate che non ero un arciere," gridò ad alta voce, "ma ditelo ancora adesso!"

Il dardo volò dritto; l'arciere cadde in avanti con un grido e giacque a faccia in giù sul terreno, le sue frecce che tintinnavano fuori dalla faretra, la freccia d'oca grigia bagnata dal sangue del suo cuore. Poi, prima che gli altri potessero riprendersi dallo stupore, Robin Hood era sparito nelle profondità del bosco verde. Alcuni si misero al suo inseguimento, ma senza molta convinzione, poiché ognuno temeva di subire la morte del suo compagno; così poco dopo arrivarono tutti, sollevarono il morto e lo portarono via verso la città di Nottingham.

Nel frattempo Robin Hood correva attraverso il bosco verde. Ogni gioia e luminosità erano svanite da ogni cosa, perché il suo cuore era malato dentro di lui, e gli era entrato nell'anima il fatto di aver ucciso un uomo.

"Ahimè!" gridò, "hai trovato in me un arciere che farà piangere tua moglie! Vorrei che non avessi mai detto una parola a me, o che io non fossi mai passato per la tua strada, o addirittura che il mio dito indice destro fosse stato tagliato prima che accadesse questo! In fretta ho colpito, ma mi addoloro amaramente a tempo debito!" E poi, anche nel suo turbamento, ricordò il vecchio detto che "Ciò che è fatto è fatto; e l'uovo rotto non può essere risanato."

E così venne a vivere nel bosco verde che sarebbe stato la sua casa per molti anni a venire, per non vedere mai più i giorni felici con i ragazzi e le ragazze della dolce Locksley Town; poiché era fuorilegge, non solo perché aveva ucciso un uomo, ma anche perché aveva braccato i cervi del Re, e duecento sterline erano state messe sulla sua testa, come ricompensa per chiunque lo avesse portato alla corte del Re.

Ora lo Sceriffo di Nottingham giurò che egli stesso avrebbe assicurato alla giustizia questo furfante Robin Hood, e per due ragioni: primo, perché voleva le duecento sterline, e secondo, perché il guardiacaccia che Robin Hood aveva ucciso era un suo parente.

Ma Robin Hood rimase nascosto nella foresta di Sherwood per un anno, e in quel tempo si radunarono attorno a lui molti altri come lui, scacciati da altre genti per questa o quella causa. Alcuni avevano ucciso cervi nel periodo di fame dell'inverno, quando non riuscivano a procurarsi altro cibo, ed erano stati visti in flagrante dai guardiacaccia, ma erano scappati, salvando così le loro orecchie; alcuni erano stati cacciati dalla loro eredità, affinché le loro fattorie potessero essere aggiunte alle terre del Re nella foresta di Sherwood; alcuni erano stati spogliati da un grande barone o da un ricco abate o da un potente scudiero: tutti, per una causa o per un'altra, erano venuti a Sherwood per sfuggire all'ingiustizia e all'oppressione.

Così, in tutto quell'anno, centoquaranta o più buoni e robusti yeoman si radunarono attorno a Robin Hood e lo scelsero come loro capo e condottiero. Poi giurarono che, così come loro stessi erano stati spogliati, avrebbero spogliato i loro oppressori, che fossero baroni, abati, cavalieri o scudieri, e che da ognuno avrebbero preso ciò che era stato estorto ai poveri con tasse ingiuste, affitti terrieri o multe illecite. Ma alla povera gente avrebbero teso una mano nel bisogno e nel dolore, e avrebbero restituito loro ciò che era stato ingiustamente sottratto. Oltre a ciò, giurarono di non fare mai del male a un bambino né di fare torto a una donna, fosse essa fanciulla, moglie o vedova; cosicché, dopo un po', quando la gente cominciò a capire che non intendevano far loro del male, ma che denaro o cibo arrivavano nel momento del bisogno a molte famiglie povere, iniziarono a lodare Robin e i suoi allegri compagni, e a raccontare molte storie di lui e delle sue gesta nella foresta di Sherwood, poiché sentivano che era uno di loro.

Si alzò Robin Hood una mattina allegra in cui tutti gli uccelli cantavano allegramente tra le foglie, e si alzarono tutti i suoi allegri compagni, ognuno lavandosi la testa e le mani nel freddo ruscello bruno che balzava ridendo da pietra a pietra. Poi disse Robin: "Per quattordici giorni non abbiamo avuto svago, quindi ora andrò subito in cerca di avventure. Ma restate voi, miei allegri compagni, qui nel bosco verde; badate solo di prestare bene attenzione al mio richiamo. Tre squilli di corno soffierò nel mio momento di bisogno; allora venite in fretta, perché avrò bisogno del vostro aiuto."

Detto questo, si incamminò attraverso le radure della foresta frondosa fino a giungere ai margini di Sherwood. Lì vagò per lungo tempo, per strade e sentieri, attraverso valli profonde e margini di foresta. Ora incontrava una bella fanciulla formosa in un vicolo ombreggiato, e ognuno rivolgeva all'altro una parola allegra e proseguiva per la sua strada; ora vedeva una bella dama su un cavallo da passo, alla quale toglieva il berretto, e che si inchinava compita in risposta al bel giovane; ora vedeva un monaco grasso su un asino carico di ceste; ora un cavaliere galante, con lancia, scudo e armatura che brillavano intensamente alla luce del sole; ora un paggio vestito di cremisi; e ora un robusto borghese della buona città di Nottingham, che camminava con passi seri; tutte queste viste vide, ma avventure non ne trovò alcuna. Alla fine prese una strada lungo i margini della foresta, un sentiero che scendeva verso un ampio ruscello sassoso attraversato da un ponte stretto fatto di un tronco d'albero. Mentre si avvicinava a questo ponte, vide un alto sconosciuto venire dall'altra parte. Allora Robin accelerò il passo, così come fece lo sconosciuto, pensando entrambi di attraversare per primi.

"Ora fatti indietro," disse Robin, "e lascia che l'uomo migliore passi per primo."

"No," rispose lo sconosciuto, "allora fatti indietro tu stesso, perché l'uomo migliore, lo so, sono io."

"Questo lo vedremo tra poco," disse Robin, "e nel frattempo resta dove sei, o altrimenti, per la fronte luminosa di Santa AElfrida, ti mostrerò un bel gioco di Nottingham con una freccia tra le tue costole."

"Ora," disse lo sconosciuto, "concerò la tua pelle finché non sarà di tanti colori quanto il mantello di un mendicante, se oserai anche solo toccare una corda di quell'arco che tieni tra le mani."

"Blateri come un asino," disse Robin, "perché potrei mandare questo dardo dritto attraverso il tuo cuore orgoglioso prima che un frate barbuto possa dire la grazia su un'oca arrosto nel periodo di San Michele."

"E tu blateri come un codardo," rispose lo sconosciuto, "perché te ne stai lì con un buon arco di tasso per sparare al mio cuore, mentre io non ho in mano altro che un semplice bastone di prugnolo con cui affrontarti."

"Ora," disse Robin, "per la fede del mio cuore, non ho mai avuto un nome da codardo in tutta la mia vita prima d'ora. Metterò da parte il mio fidato arco e anche le mie frecce, e se oserai attendere il mio arrivo, andrò a tagliare un bastone per mettere alla prova la tua virilità."

"Sì, perbacco, attenderò il tuo arrivo, e gioiosamente," disse lo sconosciuto; al che si appoggiò con fermezza al suo bastone per attendere Robin.

Allora Robin Hood camminò rapidamente verso il limitare del bosco e tagliò un buon bastone di quercia, dritto, senza nodi e lungo sei piedi, e tornò rifinendo i gambi teneri da esso, mentre lo sconosciuto lo attendeva, appoggiandosi al suo bastone e fischiettando mentre guardava intorno. Robin lo osservò furtivamente mentre rifiniva il suo bastone, misurandolo dalla testa ai piedi con la coda dell'occhio, e pensò di non aver mai visto un uomo più vigoroso o più robusto. Robin era alto, ma lo sconosciuto era più alto di una testa e un collo, poiché era alto sette piedi. Robin era largo di spalle, ma lo sconosciuto era più largo di due volte la larghezza di un palmo, mentre misurava almeno un braccio attorno alla vita.

"Ciononostante," disse Robin tra sé, "concerò la tua pelle molto allegramente, mio buon compagno"; poi, ad alta voce, "Ecco, qui c'è il mio buon bastone, vigoroso e robusto. Ora attendi il mio arrivo, se osi, e incontrami se non temi. Poi combatteremo finché uno o l'altro di noi non cadrà nel ruscello a forza di colpi."

"Perbacco, questo soddisfa appieno il mio cuore!" gridò lo sconosciuto, facendo roteare il suo bastone sopra la testa, tra le dita e il pollice, finché non fischiò ancora.

Nessuno dei cavalieri della Tavola Rotonda di Artù si scontrò mai in una lotta più ardua di quella di questi due. In un istante Robin salì rapidamente sul ponte dove si trovava lo straniero; dapprima fece una finta, e poi sferrò un colpo alla testa dello straniero che, se avesse colpito il segno, lo avrebbe fatto precipitare rapidamente in acqua. Ma lo straniero parò il colpo con molta destrezza e in cambio ne diede uno altrettanto vigoroso, che anche Robin parò come aveva fatto lo straniero. Così rimasero, ognuno al suo posto, senza indietreggiare di un dito per una buona ora, e molti colpi furono dati e ricevuti da ciascuno in quel tempo, finché qua e là ci furono ossa doloranti e bernoccoli, eppure nessuno pensava di gridare "Basta", né sembrava probabile che cadesse dal ponte. Di tanto in tanto si fermavano per riposare, e ognuno pensava di non aver mai visto in tutta la sua vita un tale maestro di bastone. Alla fine Robin sferrò allo straniero un colpo sulle costole che fece fumare la sua giubba come un tetto di paglia umida al sole. Il colpo fu così astuto che lo straniero arrivò a un soffio dal cadere dal ponte, ma si riprese assai rapidamente e, con un colpo abile, diede a Robin una craniata che fece scorrere il sangue. Allora Robin divenne pazzo di rabbia e colpì con tutta la sua forza l'altro. Ma lo straniero parò il colpo e ancora una volta bastonò Robin, e questa volta così bene che egli cadde a capofitto nell'acqua, come il birillo cade in una partita a bocce.

"E dove sei ora, buon ragazzo mio?" gridò lo straniero, ruggendo dalle risate.

"Oh, nel fiume e galleggio giù con la marea", gridò Robin, né poté trattenersi dal ridere lui stesso della sua miserevole condizione. Poi, rimessosi in piedi, guadò verso la riva, mentre i pesciolini sfrecciavano di qua e di là, tutti spaventati dai suoi spruzzi.

"Dammi la mano", gridò, quando ebbe raggiunto la riva. "Devo proprio ammettere che sei un'anima coraggiosa e robusta e, oltretutto, hai un buon colpo vigoroso con il bastone. Per questo e per quello, la mia testa rimbomba come un alveare in un caldo giorno di giugno."

Poi si portò il corno alle labbra e soffiò un richiamo che andò a echeggiare dolcemente lungo i sentieri della foresta. "Sì, perbacco", disse ancora, "sei un bel ragazzo, e anche coraggioso, poiché non c'è mai, io credo, un uomo tra qui e la città di Canterbury che potrebbe farmi quello che tu hai fatto a me."

"E tu", disse lo straniero, ridendo, "incassi le tue bastonate come un cuore coraggioso e un robusto yeoman."

Ma ora i rametti e i rami lontani frusciarono con l'arrivo di uomini, e improvvisamente una ventina o due di bravi e robusti yeoman, tutti vestiti di verde Lincoln, irruppero dal riparo, con l'allegro Will Stutely alla loro testa.

"Buon padrone", gridò Will, "come va questo? In verità sei tutto bagnato dalla testa ai piedi, e fino alla pelle."

"Perché, perbacco", rispose l'allegro Robin, "quel robusto compagno mi ha fatto cadere a capofitto nell'acqua e mi ha dato anche una strigliata."

"Allora non se ne andrà senza un bagno e anche una strigliata lui stesso!" gridò Will Stutely. "Prendetelo, ragazzi!"

Allora Will e una ventina di yeoman balzarono sullo straniero, ma sebbene scattassero rapidamente lo trovarono pronto e lo sentirono colpire a destra e a manca con il suo robusto bastone, così che, sebbene cadde sotto la pressione del numero, alcuni di loro si strofinarono le teste rotte prima che fosse sopraffatto.

"No, fermatevi!" gridò Robin, ridendo finché i suoi fianchi doloranti non gli fecero di nuovo male. "È un uomo davvero buono e leale, e nessun male gli accadrà. Ora ascoltami, buon giovane, vuoi restare con me ed essere uno della mia banda? Tre abiti di verde Lincoln avrai ogni anno, oltre a quaranta marchi come compenso, e dividerai con noi tutto il bene che ci capiterà. Mangerai dolce selvaggina e gusterai la birra più robusta, e sarai il mio buon braccio destro, poiché mai in tutta la mia vita ho visto un tale giocatore di bastone prima d'ora. Parla! Vuoi essere uno dei miei buoni uomini allegri?"

"Questo non lo so", disse lo straniero sgarbatamente, perché era arrabbiato per essere stato così sballottato. "Se maneggiate l'arco di tasso e la freccia di melo non meglio di come maneggiate il bastone di quercia, so che non siete degni di essere chiamati yeoman nel mio paese; ma se c'è un uomo qui che può scoccare una freccia meglio di me, allora penserò di unirmi a voi."

"Ora per la mia fede", disse Robin, "sei un furfante davvero sfacciato, sirrah; eppure mi piegherò a te come non mi sono mai piegato a un uomo prima d'ora. Buon Stutely, taglia un bel pezzo di corteccia bianca largo quattro dita, e mettilo a ottanta iarde di distanza su quella quercia. Ora, straniero, colpiscilo bene con una freccia d'oca grigia e chiamati arciere."

"Sì, perbacco, lo farò", rispose lui. "Dammi un buon arco robusto e una bella freccia larga, e se non lo colpisco, spogliatemi e picchiatemi a sangue con le corde dell'arco."

Poi scelse l'arco più robusto tra tutti, dopo quello di Robin, e una dritta freccia d'oca grigia, ben impiumata e liscia, e avvicinandosi al segno - mentre tutta la banda, seduta o sdraiata sul manto erboso, guardava per vederlo scoccare - tese la freccia alla guancia e lasciò andare il dardo con molta destrezza, mandandolo così dritto lungo il sentiero che squarciò il segno proprio nel centro. "Aha!" gridò, "migliora questo se puoi"; mentre anche gli yeoman battevano le mani per un tiro così bello.

"È davvero un tiro acuto", disse Robin. "Migliorarlo non posso, ma rovinarlo potrei, forse."

Poi, prendendo il suo buon arco robusto e incoccando una freccia con cura, scoccò con la sua massima abilità. La freccia volò dritta, e così precisa che si posò esattamente sulla freccia dello straniero e la divise in schegge. Allora tutti gli yeoman balzarono in piedi e gridarono di gioia perché il loro padrone aveva scoccato così bene.

"Ora per il vigoroso arco di tasso del buon San Withold", gridò lo straniero, "questo è davvero un tiro, e mai ne ho visto uno simile in tutta la mia vita prima d'ora! Ora in verità sarò il tuo uomo d'ora in avanti e per sempre. Il buon Adam Bell era un bravo tiratore, ma mai scoccò così!"

"Allora ho guadagnato un uomo davvero buono oggi", disse l'allegro Robin. "Con quale nome vai, buon compagno?"

"Gli uomini mi chiamano John Little da dove vengo", rispose lo straniero.

Allora Will Stutely, che amava un buon scherzo, prese la parola. "No, bel piccolo straniero", disse, "non mi piace il tuo nome e volentieri vorrei che fosse altrimenti. Piccolo sei davvero, e piccolo di ossa e tendini, perciò sarai battezzato Little John, e io sarò il tuo padrino."

Allora Robin Hood e tutta la sua banda risero ad alta voce finché lo straniero non cominciò ad arrabbiarsi.

"Se ti fai beffe di me", disse a Will Stutely, "avrai ossa doloranti e poca paga, e questo in breve tempo."

"No, buon amico", disse Robin Hood, "imbottiglia la tua rabbia, perché il nome ti si addice bene. Little John sarai chiamato d'ora in poi, e Little John sarà. Quindi venite, miei uomini allegri, prepareremo una festa di battesimo per questo bel neonato."

Così voltando le spalle al ruscello, si immersero ancora una volta nella foresta, attraverso la quale ripercorsero i loro passi finché non raggiunsero il luogo dove dimoravano nelle profondità del bosco. Lì avevano costruito capanne di corteccia e rami di alberi, e fatto giacigli di giunchi dolci coperti con pelli di daino. Qui sorgeva una grande quercia con rami che si aprivano largamente intorno, sotto la quale c'era un sedile di muschio verde dove Robin Hood era solito sedersi a banchettare e a divertirsi con i suoi uomini robusti intorno a lui. Qui trovarono il resto della banda, alcuni dei quali erano rientrati con un paio di daini grassi. Poi tutti accesero grandi fuochi e dopo un po' arrostirono i daini e spillarono un barile di birra ronzante. Poi, quando il banchetto fu pronto, si sedettero tutti, ma Robin pose Little John alla sua destra, perché da quel momento in poi sarebbe stato il secondo della banda.

Poi, quando il banchetto fu finito, Will Stutely prese la parola. "È ora, credo, di battezzare il nostro bel bambino, non è così, ragazzi allegri?" E "Sì! Sì!" gridarono tutti, ridendo finché i boschi non echeggiarono della loro allegria.

"Allora avremo sette padrini", disse Will Stutely, e cercando tra tutta la banda, scelse i sette uomini più robusti di tutti.

"Ora per San Dunstan", gridò Little John, balzando in piedi, "più di uno di voi se ne pentirà se metterete un dito su di me."

Ma senza una parola gli corsero tutti addosso in una volta, afferrandolo per le gambe e le braccia e tenendolo stretto a dispetto dei suoi sforzi, e lo portarono fuori mentre tutti stavano a guardare per vedere il divertimento. Poi si fece avanti uno che era stato scelto per fare il prete perché aveva la testa calva, e nella sua mano portava un boccale colmo di birra. "Ora, chi porta questo bambino?" chiese molto seriamente.

"Lo faccio io", rispose Will Stutely.

"E che nome gli dai?"

"Little John lo chiamo."

"Ora Little John", disse il finto prete, "finora non hai vissuto, ma ti sei solo fatto strada attraverso il mondo, ma d'ora in poi vivrai davvero. Quando non vivevi eri chiamato John Little, ma ora che vivi davvero, Little John sarai chiamato, così ti battezzo." E a queste ultime parole svuotò il boccale di birra sulla testa di Little John.

Poi tutti gridarono dalle risate mentre vedevano la buona birra scura scorrere sulla barba di Little John e gocciolare dal naso e dal mento, mentre i suoi occhi battevano per il bruciore. All'inizio era dell'idea di arrabbiarsi ma scoprì di non poterlo fare, perché gli altri erano così allegri; così, anche lui, rise con il resto. Poi Robin prese questo dolce e bel bambino, lo vestì tutto di nuovo dalla testa ai piedi in verde Lincoln, gli diede un buon arco robusto, e così lo rese un membro della banda allegra.

E fu così che Robin Hood divenne un fuorilegge; così una banda di allegri compagni si riunì intorno a lui, e così guadagnò il suo braccio destro, Little John; e così finisce il prologo. E ora racconterò come lo Sceriffo di Nottingham cercò per tre volte di prendere Robin Hood, e come fallì ogni volta.

PARTE PRIMA Che racconta come lo Sceriffo di Nottingham giurò che avrebbe dato dolore a Robin Hood. Inoltre, come fece tre tentativi in merito, ma mancò ogni volta di una buona lunghezza d'arco.

Robin Hood e il Calderaio

ORA FU DETTO PRIMA come duecento sterline furono poste sulla testa di Robin Hood, e come lo Sceriffo di Nottingham giurò che lui stesso avrebbe catturato Robin, sia perché avrebbe voluto le duecento sterline sia perché l'uomo ucciso era un suo parente. Ora lo Sceriffo non sapeva ancora quale forza avesse Robin intorno a lui a Sherwood, ma pensava di poter servire un mandato per il suo arresto come avrebbe potuto fare con qualsiasi altro uomo che avesse infranto le leggi; perciò offrì ottanta angeli d'oro a chiunque avesse servito questo mandato. Ma gli uomini della città di Nottingham sapevano più di Robin Hood e delle sue azioni di quanto ne sapesse lo Sceriffo, e molti ridevano al pensiero di servire un mandato al coraggioso fuorilegge, sapendo bene che tutto ciò che avrebbero ottenuto per tale servizio sarebbero state teste rotte; così che nessuno si fece avanti per prendere in mano la faccenda. Così passò una quindicina di giorni, durante i quali nessuno si fece avanti per fare gli affari dello Sceriffo. Allora disse: "Una ricompensa davvero buona ho offerto a chiunque servisse il mio mandato su Robin Hood, e mi meraviglio che nessuno si sia fatto avanti per intraprendere il compito."

Allora uno dei suoi uomini che era vicino a lui disse: "Buon padrone, non sai la forza che Robin Hood ha intorno a sé e quanto poco gli importi del mandato del re o dello sceriffo. In verità, a nessuno piace andare per questo servizio, per paura di teste rotte e ossa rotte."

"Allora ritengo tutti gli uomini di Nottingham dei codardi", disse lo Sceriffo. "E fatemi vedere l'uomo in tutto il Nottinghamshire che osa disobbedire al mandato del nostro sovrano signore Re Harry, perché, per il santuario di Sant'Edmund, lo impiccherò alto quaranta cubiti! Ma se nessun uomo a Nottingham osa vincere ottanta angeli, manderò altrove, perché dovrebbero esserci uomini di tempra da qualche parte in questa terra."

Allora chiamò un messaggero in cui riponeva grande fiducia, e gli ordinò di sellare il suo cavallo e prepararsi ad andare alla città di Lincoln per vedere se riusciva a trovare qualcuno lì che volesse fare il suo volere e vincere la ricompensa. Così quella stessa mattina il messaggero partì per la sua commissione.

Luminoso brillava il sole sulla polverosa autostrada che portava da Nottingham a Lincoln, allungandosi tutta bianca su colline e valli. Polverosa era l'autostrada e polverosa la gola del messaggero, così che il suo cuore fu lieto quando vide davanti a sé l'insegna della locanda del Cinghiale Blu, quando un po' più di metà del suo viaggio era compiuto. La locanda sembrava bella ai suoi occhi, e l'ombra delle querce che le stavano intorno sembrava fresca e piacevole, così smontò da cavallo per riposarsi un po', chiedendo un boccale di birra per rinfrescare la sua gola assetata.

Lì vide un gruppo di compagni davvero gioviali seduti sotto la quercia che ombreggiava il manto erboso davanti alla porta. C'era un calderaio, due frati scalzi, e un gruppo di sei guardaboschi del Re tutti vestiti di verde Lincoln, e tutti stavano gustando birra ronzante e cantando allegre ballate dei bei vecchi tempi. Forte ridevano i guardaboschi, mentre gli scherzi venivano scambiati tra i canti, e più forte ridevano i frati, perché erano uomini vigorosi con barbe che si arricciavano come la lana degli arieti neri; ma più forte di tutti rideva il Calderaio, e cantava più dolcemente di chiunque altro. La sua borsa e il suo martello pendevano da un rametto della quercia, e lì vicino poggiava il suo buon bastone robusto, spesso come il suo polso e annodato alla fine.

"Venite", gridò uno dei guardaboschi al messaggero stanco, "venite a unirvi a noi per questo giro. Ehi, oste! Portate un boccale fresco di birra per ogni uomo."

Il messaggero fu ben contento di sedersi insieme agli altri che erano lì, perché le sue membra erano stanche e la birra era buona.

"Ora che notizie porti così in fretta?" disse uno, "e dove cavalchi oggi?"

Il messaggero era un'anima chiacchierona e amava molto i pettegolezzi; inoltre, il boccale di birra gli scaldava il cuore; così che, sistemandosi in un comodo angolo della panca della locanda, mentre l'oste si appoggiava sulla porta e l'ostessa stava con le mani sotto il grembiule, spiegò il suo sacco di notizie con grande conforto. Raccontò tutto fin dal principio: come Robin Hood avesse ucciso il guardaboschi, e come si fosse nascosto nel bosco verde per sfuggire alla legge; come viveva lì dentro, tutto contro la legge, Dio sa, uccidendo i cervi di Sua Maestà e riscuotendo il pedaggio su grassi abati, cavalieri e scudieri, così che nessuno osava viaggiare nemmeno sulla larga Watling Street o sulla Fosse Way per paura di lui; come lo Sceriffo avesse intenzione di servire il mandato del Re su questo stesso furfante, sebbene poco gli importasse del mandato di re o sceriffo, perché era ben lontano dall'essere un uomo rispettoso della legge. Poi raccontò come nessuno si potesse trovare in tutta la città di Nottingham per servire questo mandato, per paura di teste rotte e ossa rotte, e come lui, il messaggero, fosse ora sulla sua strada per la città di Lincoln per scoprire di che tempra potessero essere gli uomini di Lincoln.

"Ora vengo, in verità, dalla buona città di Banbury", disse l'allegro Calderaio, "e nessuno vicino a Nottingham - né a Sherwood, se quello è il segno - può tenere il bastone con la mia presa. Perché, ragazzi, non ho incontrato quel matto di Simon di Ely, proprio alla famosa fiera alla città di Hertford, e l'ho battuto nel ring in quel posto davanti a Sir Robert di Leslie e la sua dama? Questo stesso Robin Hood, di cui, lo so, non ho mai sentito parlare prima, è una lama davvero allegra, ma se lui è forte, non sono io più forte? E se lui è astuto, non sono io più astuto? Ora per i begli occhi di Nan del Mulino, e per il mio stesso nome e quello è Wat del Crabstaff, e per il figlio di mia madre, e quello sono io, incontrerò questo stesso robusto furfante, e se non bada al sigillo del nostro glorioso sovrano Re Harry, e al mandato del buon Sceriffo del Nottinghamshire, gli ammaccherò, picchierò e colpirò la zucca in modo che non muoverà mai più un dito o un dito del piede! Sentite questo, ragazzi bulli?"

"Ora sei l'uomo che fa per me", gridò il messaggero. "E tornerai con me alla città di Nottingham."

"No", disse il Calderaio, scuotendo la testa lentamente da una parte all'altra. "Non vado con nessun uomo se non è per mia libera volontà."

"No, no", disse il messaggero, "non c'è nessun uomo nel Nottinghamshire che potrebbe farti andare contro la tua volontà, tu uomo coraggioso."

"Sì, questo sono io coraggioso", disse il Calderaio.

"Sì, perbacco", disse il messaggero, "sei un ragazzo coraggioso; ma il nostro buon Sceriffo ha offerto ottanta angeli di oro brillante a chiunque servirà il mandato su Robin Hood; sebbene poco bene farà."

"Allora verrò con te, ragazzo. Aspetta solo che prenda la mia borsa e il martello, e il mio bastone. Sì, lasciatemi solo incontrare questo stesso Robin Hood, e lasciatemi vedere se non baderà al mandato del Re." Così, dopo aver pagato il loro conto, il messaggero, con il Calderaio che camminava accanto al suo ronzino, tornò a Nottingham.

Una mattina luminosa poco dopo questo periodo, Robin Hood partì per la città di Nottingham per scoprire cosa si faceva lì, camminando allegramente lungo il ciglio della strada dove l'erba era dolce con le margherite, i suoi occhi vagavano e anche i suoi pensieri. Il suo corno di caccia pendeva al suo fianco e il suo arco e le frecce sulla schiena, mentre in mano portava un buon bastone di quercia robusto, che faceva roteare con le dita mentre passeggiava.

Mentre camminava lungo un vicolo ombroso vide un calderaio che veniva, cantando una canzone allegra mentre si avvicinava. Sulla schiena pendevano la sua borsa e il martello, e in mano portava un bastone di granchio davvero robusto lungo ben sei piedi, e così cantava:

"_Nel tempo dei baccelli, quando il cane al corno Dà ascolto finché il cervo non è ucciso, E i ragazzini con i pifferi di grano Siedono a tenere le bestie nei campi_--"

"Ehi, buon amico!" gridò Robin.

"ANDAI A RACCOGLIERE FRAGOLE--"

"Ehi!" gridò Robin di nuovo.

"PER BOSCHI E BOSCHETTI PIENI DI BELLEZZA--"

"Ehi! Sei sordo, uomo? Buon amico, dico!" "E chi sei tu che freni così audacemente una bella canzone?" disse il Calderaio, fermandosi nel suo canto. "Ehi, te stesso, che tu sia un buon amico o no. Ma lascia che ti dica, tu robusto compagno, se sei un buon amico sarebbe bene per entrambi; ma se non sei un buon amico sarebbe male per te."

"E da dove vieni, mia lama vigorosa?" disse Robin.

"Vengo da Banbury", rispose il Calderaio.

"Ahimè!" disse Robin, "sento che ci sono notizie tristi questa mattina allegra."

"Ah! È proprio così?" gridò il Calderaio con impazienza. "Ti prego dimmelo rapidamente, perché sono un calderaio di mestiere, come vedi, e come sono nel mio mestiere sono avido di notizie, proprio come un prete è avido di centesimi."

"Ebbene dunque," disse Robin, "ascolta e io ti dirò, ma fatti forza coraggiosamente, poiché le notizie sono tristi, lo so. Stanno così le cose: ho saputo che due calderaai sono alla gogna per aver bevuto birra e ale!"

"Che un malanno colga te e le tue notizie, brutto cane rognoso," disse il Calderaio, "poiché non parli che male di brav'uomini. Ma sono davvero notizie tristi, se ci sono due bravi compari alla gogna."

"No," disse Robin, "hai mancato il bersaglio e piangi per il porco sbagliato. La tristezza della notizia sta nel fatto che ce ne sono solo due alla gogna, poiché gli altri vagano liberamente per il paese."

"Ora, per il piatto di stagno di San Dunstan," gridò il Calderaio, "ho una gran voglia di bastonarti per il tuo cattivo scherzo. Ma se gli uomini vengono messi alla gogna per aver bevuto birra e ale, credo che tu non perderesti la tua parte."

Robin rise forte e gridò: "Ben detto, Calderaio, ben detto! Perché, il tuo spirito è come la birra, e schiuma di più quando diventa acido! Ma hai ragione, amico, perché io amo la birra e l'ale più di ogni cosa. Perciò vieni subito con me, qui vicino, al Segno del Cinghiale Blu, e se bevi come sembri – e so che non smentirai il tuo aspetto – inonderò la tua gola con una birra fatta in casa buona come quella che si sia mai spillata in tutto il vasto Nottinghamshire."

"Ora, sulla mia fede," disse il Calderaio, "sei proprio un brav'uomo a dispetto dei tuoi scherzi da quattro soldi. Ti voglio bene, mio caro compagno, e se non vengo con te a quel Cinghiale Blu puoi chiamarmi pagano."

"Dimmi le tue notizie, buon amico, ti prego," disse Robin mentre procedevano insieme, "poiché i calderaai, credo, sono pieni di notizie come un uovo di carne."

"Ora ti voglio bene come a un fratello, mia lama audace," disse il Calderaio, "altrimenti non ti racconterei le mie notizie; perché sono astuto, amico, e ho tra le mani un compito grave che richiede tutto il mio ingegno, poiché vengo in cerca di un audace fuorilegge che gli uomini, da queste parti, chiamano Robin Hood. Nella mia borsa ho un mandato, scritto tutto per bene su pergamena, in verità, con un grande sigillo rosso per renderlo legale. Potessi incontrare questo tale Robin Hood, glielo servirei sul suo corpo delicato, e se non se ne curasse lo picchierei finché ognuna delle sue costole non griderebbe Amen. Ma tu vivi da queste parti, forse conosci tu stesso Robin Hood, buon uomo."

"Oh, perbacco, lo conosco un poco," disse Robin, "e l'ho visto proprio stamattina. Ma, Calderaio, la gente dice che non è che un triste e astuto ladro. Faresti meglio a guardarti dal tuo mandato, amico, o potrebbe rubartelo proprio dalla borsa."

"Che ci provi soltanto!" gridò il Calderaio. "Sarà pure astuto, ma anche io lo sono. Vorrei averlo qui ora, uomo contro uomo!" E fece mulinare di nuovo il suo pesante randello. "Ma che razza d'uomo è, ragazzo?"

"Molto simile a me," disse Robin ridendo, "e in altezza, corporatura ed età pressoché uguale; e ha anche gli occhi azzurri."

"No," disse il Calderaio, "sei solo un giovane inesperto. Pensavo fosse un grande uomo barbuto. Gli uomini di Nottingham ne avevano tanta paura."

"In verità, non è così vecchio né così robusto come te," disse Robin. "Ma la gente lo chiama davvero un esperto nel bastone."

"Può darsi," disse il Calderaio con molta fermezza, "ma io sono più esperto di lui, poiché non ho forse sconfitto Simon of Ely in un leale incontro sul ring a Hertford Town? Ma se lo conosci, mia allegra lama, verrai con me e mi condurrai da lui? Ottanta angeli brillanti mi ha promesso lo Sceriffo se servirò il mandato sul corpo del mascalzone, e dieci di essi li darò a te se me lo mostrerai."

"Oh, certo che lo farò," disse Robin, "ma mostrami il tuo mandato, amico, finché non vedo se sia buono o meno."

"Questo non lo farò, nemmeno a mio fratello," rispose il Calderaio. "Nessun uomo vedrà il mio mandato finché non lo avrò servito sul corpo di quel tale."

"Così sia," disse Robin. "E se non lo mostri a me, non so a chi altri lo mostrerai. Ma eccoci al Segno del Cinghiale Blu, quindi entriamo e assaggiamo il suo bruno d'ottobre."

Non si poteva trovare locanda più dolce in tutto il Nottinghamshire di quella del Cinghiale Blu. Nessuna aveva alberi così incantevoli attorno, o era così coperta di clematidi rampicanti e dolce caprifoglio; nessuna aveva birra così buona e ale così spumeggiante; né, in inverno, quando il vento del nord ululava e la neve si accumulava attorno alle siepi, si poteva trovare altrove un fuoco così scoppiettante come quello che ardeva nel focolare del Cinghiale Blu. In quei momenti si poteva trovare una bella compagnia di yeoman o gente di campagna seduta attorno al fuoco ardente, a scambiarsi scherzi allegri, mentre granchi arrostiti [piccole mele acide] galleggiavano in ciotole di ale sul focolare. La locanda era ben nota a Robin Hood e alla sua banda, poiché lì lui e compagni allegri come Little John o Will Stutely o il giovane David of Doncaster si erano spesso riuniti quando tutta la foresta era piena di neve. Quanto all'oste, sapeva bene come tenere la lingua a freno e ingoiare le parole prima che oltrepassassero i denti, perché sapeva molto bene da che parte fosse imburrato il pane, poiché Robin e la sua banda erano i migliori clienti e pagavano i conti senza farseli segnare dietro la porta. Così ora, quando Robin Hood e il Calderaio arrivarono lì e chiesero a gran voce due grandi boccali di ale, nessuno avrebbe saputo dire dallo sguardo o dal parlare che l'oste avesse mai posato gli occhi sul fuorilegge prima d'allora.

"Attendi qui," disse Robin al Calderaio, "mentre vado a vedere che l'oste attinga l'ale dalla botte giusta, poiché so che ha un buon ottobre, e quello prodotto da Withold of Tamworth." Detto ciò, entrò e sussurrò all'oste di aggiungere una misura di acquavite fiamminga alla buona ale inglese; cosa che quest'ultimo fece e gliela portò.

"Per Nostra Signora," disse il Calderaio, dopo un lungo sorso d'ale, "quel tale Withold of Tamworth – un nome sassone davvero buono, ti faccio sapere – produce l'ale più spumeggiante che sia mai passata per le labbra di Wat o' the Crabstaff."

"Bevi, amico, bevi," gridò Robin, bagnandosi solo le labbra nel frattempo. "Ehi, oste! Porta al mio amico un altro boccale della stessa. E ora una canzone, mia allegra lama."

"Oh, ti canterò una canzone, mio caro compagno," disse il Calderaio, "perché non ho mai assaggiato tale ale in tutti i miei giorni. Per Nostra Signora, mi fa ronzare la testa anche ora! Ehi, Madonna Ostessa, vieni ad ascoltare, se vuoi sentire una canzone, e anche tu, mia bella ragazza, perché non canto mai così bene come quando occhi luminosi mi guardano mentre lo faccio."

Poi cantò un'antica ballata del tempo del buon Re Artù, chiamata "Il matrimonio di Sir Gawaine", che potrai leggere tu stesso un giorno, nel solido inglese dei tempi antichi; e mentre cantava, tutti ascoltavano quella nobile storia di un nobile cavaliere e del suo sacrificio per il suo re. Ma molto prima che il Calderaio arrivasse all'ultima strofa, la sua lingua iniziò a inciampare e la testa a girare, a causa dell'acquavite mescolata all'ale. Prima la lingua inciampò, poi divenne impastata; poi la testa oscillò da una parte all'altra, finché alla fine si addormentò come se non dovesse svegliarsi mai più.

Allora Robin Hood rise forte e prese rapidamente il mandato dalla borsa del Calderaio con le sue dita abili. "Sei astuto, Calderaio," disse, "ma non ancora, credo, sei astuto come quel tale astuto ladro Robin Hood."

Poi chiamò l'oste a sé e disse: "Ecco, buon uomo, dieci scellini sonanti per l'intrattenimento che ci hai dato oggi. Guarda di prenderti buona cura del tuo illustre ospite lì, e quando si sveglierà potrai chiedergli altri dieci scellini, e se non li ha, potrai prendergli la borsa, il martello e persino il cappotto, come pagamento. Così punisco coloro che vengono nella foresta per causarmi guai. Quanto a te, non ho mai conosciuto un oste che non farebbe pagare il doppio se potesse."

A questo l'oste sorrise astutamente, come se dicesse a se stesso il proverbio rustico: "Insegna a una gazza a succhiare le uova".

Il Calderaio dormì fino a quando il pomeriggio volse al termine e le ombre si allungarono lungo il margine del bosco, poi si svegliò. Dapprima guardò in su, poi guardò in giù, poi guardò a est, poi guardò a ovest, perché stava radunando il suo ingegno, come steli d'orzo sparsi dal vento. Dapprima pensò al suo allegro compagno, ma se n'era andato. Poi pensò al suo robusto randello, e che lo aveva in mano. Poi al suo mandato, e agli ottanta angeli che doveva guadagnare servendolo a Robin Hood. Infilò la mano nella borsa, ma non c'era né un pezzo né un centesimo. Poi balzò in piedi in preda alla rabbia.

"Ehi, oste!" gridò, "dov'è andato quel mascalzone che era con me poco fa?"

"Quale mascalzone intende Vostra Signoria?" disse l'oste, chiamando il Calderaio Vostra Signoria per calmarlo, come un uomo verserebbe olio su acque agitate. "Non ho visto alcun mascalzone con Vostra Signoria, poiché giuro che nessun uomo oserebbe chiamare quell'uomo mascalzone così vicino alla foresta di Sherwood. Un yeoman davvero robusto ho visto con Vostra Signoria, ma pensavo che Vostra Signoria lo conoscesse, poiché pochi sono quelli da queste parti che lo incrociano e non lo conoscono."

"Ora, come dovrei conoscere io, che non ho mai sguazzato nel tuo porcile, tutti i maiali che vi stanno dentro? Chi era, allora, se lo conosci così bene?"

"Ma, quello è un uomo davvero robusto che la gente da queste parti chiama Robin Hood, il quale..."

"Ora, per la Madonna!" gridò il Calderaio in fretta, e con una voce profonda come un toro arrabbiato, "tu mi hai visto entrare nella tua locanda, io, un artigiano leale e onesto, e non mi hai mai detto chi fosse il mio compagno, sapendo tu stesso molto bene chi fosse. Ora, ho una gran voglia di spaccarti la testa da mascalzone!" Poi prese il suo randello e guardò l'oste come se volesse colpirlo dove stava.

"No," gridò l'oste, alzando il gomito, poiché temeva il colpo, "come facevo a sapere che tu non lo conoscessi?"

"Bene e davvero grato puoi esserne," disse il Calderaio, "che io sia un uomo paziente e quindi risparmi la tua testa calva, altrimenti non trufferesti mai più un cliente. Ma quanto a questo tale mascalzone Robin Hood, vado dritto a cercarlo, e se non gli rompo la testa da mascalzone, che il mio bastone sia fatto a fascine e mi si chiami donnicciola." Detto ciò, si preparò a partire.

"No," disse l'oste, mettendosi davanti a lui e allargando le braccia come un guardiano d'oche che guida il suo stormo, poiché il denaro lo rendeva audace, "tu non te ne vai finché non mi hai pagato il conto."

"Ma non ti ha pagato lui?"

"Non così tanto come un centesimo; e dieci buoni scellini di ale avete bevuto oggi. No, dico, non te ne vai senza pagarmi, altrimenti il nostro buon Sceriffo lo saprà."

"Ma non ho nulla con cui pagarti, buon uomo," disse il Calderaio.

"'Buon uomo' a me non dirlo," disse l'oste. "Buon uomo non sono quando si tratta di perdere dieci scellini! Pagami ciò che mi devi in denaro sonante, o altrimenti lascia il cappotto, la borsa e il martello; eppure, so che non valgono dieci scellini, e ci rimetterò. No, se ti muovi, ho un grande cane dentro e lo sguinzaglierò contro di te. Maken, apri la porta e lascia uscire Brian se questo tizio muove un solo passo."

"No," disse il Calderaio – poiché, vagando per il paese, aveva imparato cosa fossero i cani – "prendi ciò che vuoi avere, e lasciami partire in pace, e che un malanno ti colga. Ma oh, oste! Se prendo quel mascalzone rognoso, giuro che pagherà fino all'ultimo con gli interessi per quello che ha fatto!"

Detto ciò, si incamminò verso la foresta, parlando tra sé, mentre l'oste, la sua degna moglie e Maken stavano a guardarlo, e risero quando se ne fu andato per bene.

"Robin e io abbiamo spogliato quell'asino del suo bagaglio in modo davvero pulito," disse l'oste.

Ora accadde in quel periodo che Robin Hood stesse attraversando la foresta verso Fosse Way, per vedere cosa ci fosse da vedere lì, poiché la luna era piena e la notte prometteva di essere luminosa. In mano portava il suo robusto bastone di quercia, e al fianco pendeva il suo corno da caccia. Mentre camminava lungo un sentiero della foresta, fischiettando, giù per un altro sentiero arrivò il Calderaio, che borbottava tra sé e scuoteva la testa come un toro arrabbiato; e così, a una curva improvvisa, si incontrarono bruscamente faccia a faccia. Ognuno rimase fermo per un momento, e poi Robin parlò:

"Ehilà, mio dolce uccellino," disse, ridendo allegramente, "come ti è piaciuta la tua ale? Non vorrai cantare per me un'altra canzone?"

Il Calderaio non disse nulla all'inizio, ma rimase a guardare Robin con una faccia cupa. "Ora," disse infine, "sono davvero contento di averti incontrato, e se non ti faccio tintinnare le ossa dentro la pelle oggi, ti do il permesso di mettere il tuo piede sul mio collo."

"Con tutto il cuore," gridò l'allegro Robin. "Fai tintinnare le mie ossa, se puoi." Detto ciò, afferrò il suo bastone e si pose in guardia. Poi il Calderaio sputò sulle mani e, afferrando il suo bastone, si scagliò dritto contro l'altro. Colpì due o tre volte, ma presto scoprì di aver incontrato pane per i suoi denti, poiché Robin parò e schivò tutti i colpi, e, prima che il Calderaio se l'aspettasse, gli diede una botta sulle costole in cambio. A questo Robin rise forte, e il Calderaio si arrabbiò più che mai, e colpì di nuovo con tutta la sua forza e il suo vigore. Ancora una volta Robin parò due dei colpi, ma al terzo, il suo bastone si spezzò sotto i potenti colpi del Calderaio. "Ora, che sfortuna ti colga, bastone traditore," gridò Robin, mentre cadeva dalle sue mani; "un pessimo legno sei a servirmi così nel momento del bisogno."

"Ora arrenditi," disse il Calderaio, "perché sei mio prigioniero; e se non lo fai, ti picchierò la testa finché non diventerà un budino."

A questo Robin Hood non diede risposta, ma, portando il corno alle labbra, soffiò tre volte, forte e chiaro.

"Oh," disse il Calderaio, "soffiare puoi, ma andare devi con me a Nottingham Town, poiché lo Sceriffo desidera vederti lì. Ora ti arrendi, o dovrò romperti la bella testa?"

"Se devo bere ale acida, lo farò," disse Robin, "ma non mi sono mai arreso a nessun uomo prima, e ciò senza ferite o segni sul mio corpo. Né, ora che ci penso, mi arrenderò adesso. Ehi, miei allegri uomini! Venite presto!"

Allora dalla foresta balzarono Little John e sei robusti yeoman vestiti di verde Lincoln.

"Come va, buon padrone," gridò Little John, "quale bisogno hai che suoni il tuo corno così forte?"

"Lì sta un calderaio," disse Robin, "che vorrebbe portarmi a Nottingham, per impiccarmi all'albero della forca."

"Allora sarà lui stesso a impiccarsi immediatamente," gridò Little John, e lui e gli altri si scagliarono contro il Calderaio, per afferrarlo.

"No, non toccatelo," disse Robin, "poiché è un uomo davvero robusto. Un uomo di metallo è di mestiere, e un uomo di temperamento per natura; inoltre, canta una ballata incantevole. Dimmi, buon uomo, ti unirai a tutti i miei allegri uomini? Tre abiti di verde Lincoln avrai all'anno, oltre a quaranta marchi come compenso; condividerai tutto con noi e condurrai una vita davvero allegra nella foresta; poiché non abbiamo preoccupazioni, e la sventura non ci colpisce all'interno delle dolci ombre di Sherwood, dove abbattiamo il daino bruno e ci nutriamo di selvaggina, dolci focacce d'avena, ricotta e miele. Verrai con me?"

"Oh, certo, mi unirò a tutti voi," disse il Calderaio, "perché amo una vita allegra, e ti voglio bene, buon padrone, anche se mi hai picchiato le costole e mi hai ingannato per giunta. Sono felice di ammettere che sei sia un uomo più robusto che più astuto di me; così ti obbedirò e sarò il tuo vero servitore."

Così tutti voltarono i passi verso le profondità della foresta, dove il Calderaio avrebbe vissuto d'ora in poi. Per molti giorni cantò ballate alla banda, finché il famoso Allan a Dale si unì a loro, davanti alla cui voce dolce tutte le altre sembravano aspre come quelle di un corvo; ma di lui sapremo in seguito.

La gara di tiro a Nottingham Town

ALLORA LO SCERIFFO fu molto adirato a causa di questo fallimento nel prendere l'allegro Robin, poiché giunse alle sue orecchie, come le cattive notizie sempre fanno, che la gente rideva di lui e si faceva beffe del suo pensare di servire un mandato su uno come l'audace fuorilegge. E un uomo non odia nulla tanto quanto l'essere preso in giro; così disse: "Il nostro grazioso signore e sovrano Re stesso saprà di questo, e di come le sue leggi siano stravolte e disprezzate da questa banda di fuorilegge ribelli. Quanto a quel Calderaio traditore, lo impiccherò, se lo prendo, sul più alto albero della forca di tutto il Nottinghamshire."

Poi ordinò a tutti i suoi servitori e vassalli di prepararsi per andare a London Town, per vedere e parlare con il Re.

A questo ci fu un gran viavai al castello dello Sceriffo, e gli uomini correvano di qua e di là per questo e quell'affare, mentre i fuochi della fucina di Nottingham brillavano di rosso fino a notte fonda come stelle scintillanti, poiché tutti i fabbri della città erano occupati a creare o riparare armature per la scorta dello Sceriffo. Per due giorni durò questo lavoro, poi, al terzo, tutto fu pronto per il viaggio. Così partirono alla luce del sole, da Nottingham Town verso Fosse Way e da lì verso Watling Street; e così viaggiarono per due giorni, finché videro finalmente le guglie e le torri della grande London Town; e molti si fermarono, mentre viaggiavano, e fissarono lo spettacolo che offrivano cavalcando lungo le strade principali con le loro armature luccicanti e le piume e i finimenti allegri.

A Londra il Re Enrico e la sua bella Regina Eleonora tenevano la loro corte, allegra di dame in sete, satine, velluti e stoffe d'oro, e anche coraggiosi cavalieri e galanti cortigiani.

Lì arrivò lo Sceriffo e fu condotto alla presenza del Re.

"Un dono, un dono," disse, mentre si inginocchiava a terra.

"Ora cosa vorresti?" disse il Re. "Sentiamo quali possono essere i tuoi desideri."

"O mio buon Signore e Sovrano," disse lo Sceriffo, "nella foresta di Sherwood, nella nostra buona contea di Nottingham, vive un audace fuorilegge il cui nome è Robin Hood."

"In verità," disse il Re, "le sue gesta hanno raggiunto persino le nostre orecchie reali. È un mascalzone impertinente e ribelle, tuttavia, devo ammettere, un'anima davvero allegra."

"Ma ascoltate, o mio graziosissimo Sovrano," disse lo Sceriffo. "Gli ho inviato un mandato con il vostro stesso sigillo reale allegato, tramite un mascalzone davvero vigoroso, ma lui ha picchiato il messaggero e rubato il mandato. E uccide i vostri cervi e deruba i vostri stessi sudditi fedeli persino sulle grandi strade."

"Ebbene, che succede ora," disse il Re con ira. "Che cosa vorresti che facessi? Non vieni forse da me con un gran seguito di uomini d'arme e vassalli, e non sei capace di catturare una singola banda di allegri furfanti senza corazza sul petto, nella tua stessa contea! Che cosa vorresti che facessi? Non sei forse il mio Sceriffo? Le mie leggi non sono forse in vigore nel Nottinghamshire? Non puoi forse agire per conto tuo contro coloro che infrangono le leggi o che arrecano danno a te o ai tuoi? Va', vattene, e rifletti bene; escogita un piano tutto tuo, ma non disturbarmi oltre. Ma bada bene, Mastro Sceriffo, perché voglio che le mie leggi siano obbedite da tutti gli uomini nel mio regno, e se non sei in grado di farle rispettare, non sei uno sceriffo per me. Perciò bada bene a te stesso, dico, o il male potrebbe colpire te così come tutti i furfanti ladri del Nottinghamshire. Quando arriva la piena, essa spazza via il grano insieme alla pula."

Poi lo Sceriffo si voltò con il cuore addolorato e turbato, e amaramente rimpiangeva la sua bella mostra di vassalli, poiché vide che il Re era adirato perché aveva così tanti uomini attorno a sé e tuttavia non riusciva a far rispettare le leggi. Così, mentre cavalcavano tutti lentamente verso Nottingham, lo Sceriffo era pensieroso e pieno di preoccupazioni. Non rivolse parola a nessuno, e nessuno dei suoi uomini parlò a lui, ma per tutto il tempo fu occupato a escogitare un piano per catturare Robin Hood.

"Aha!" gridò all'improvviso, battendo la mano sulla coscia, "ce l'ho! Cavalcate, miei allegri uomini tutti, e torniamo alla città di Nottingham il più velocemente possibile. E segnate bene le mie parole: prima che sia passata una quindicina di giorni, quel malvagio furfante di Robin Hood sarà rinchiuso al sicuro nelle prigioni di Nottingham."

Ma qual era il piano dello Sceriffo?

Come un usuraio prende ogni moneta da un sacchetto di angeli d'argento, tastando ogni pezzo per scoprire se sia tosato o meno, così lo Sceriffo, mentre cavalcavano tutti lentamente e tristemente verso Nottingham, passò in rassegna un pensiero dopo l'altro, tastandone i bordi ma trovando in ognuno qualche difetto. Alla fine pensò all'animo audace del gioviale Robin e a come, come lo Sceriffo sapeva, egli si spingesse spesso fin dentro le mura di Nottingham.

"Ora," pensò lo Sceriffo, "se solo potessi persuadere Robin ad avvicinarsi alla città di Nottingham in modo da poterlo scovare, giuro che metterei le mani su di lui così saldamente che non riuscirebbe mai più a scappare." Poi, all'improvviso, gli venne come un lampo che, se avesse proclamato una grande gara di tiro con l'arco offrendo un gran premio, Robin Hood avrebbe potuto essere sopraffatto dal suo spirito fino a venire ai bersagli; e fu questo pensiero che lo fece gridare "Aha!" e battere il palmo sulla coscia.

Così, non appena fu tornato sano e salvo a Nottingham, inviò messaggeri a nord e a sud, a est e a ovest, per proclamare attraverso città, villaggi e campagne, questa grande gara di tiro, e chiunque sapesse tendere un arco lungo fu invitato, e il premio sarebbe stato una freccia di puro oro battuto.

Quando Robin Hood seppe per la prima volta la notizia, si trovava nella città di Lincoln, e affrettandosi a tornare nella foresta di Sherwood, chiamò presto tutti i suoi allegri uomini attorno a sé e parlò loro così:

"Ora ascoltate, miei allegri uomini tutti, la notizia che ho portato oggi dalla città di Lincoln. Il nostro amico lo Sceriffo di Nottingham ha proclamato una gara di tiro con l'arco, e ha inviato messaggeri a darne notizia in tutta la campagna, e il premio sarà una freccia d'oro brillante. Ora vorrei tanto che uno di noi la vincesse, sia per la bellezza del premio che perché il nostro caro amico lo Sceriffo l'ha offerto. Perciò prenderemo i nostri archi e le nostre frecce e andremo lì a tirare, poiché so bene che ci sarà da divertirsi. Che ne dite, ragazzi?"

Allora il giovane David di Doncaster prese la parola e disse: "Ora ascolta, ti prego, buon padrone, ciò che dico. Vengo dritto dal nostro amico Eadom del Cinghiale Blu, e lì ho sentito l'intera notizia di questa stessa gara. Ma, padrone, so da lui, che l'ha saputo dall'uomo dello Sceriffo, Ralph della Cicatrice, che questo stesso furfante di Sceriffo non ha fatto altro che tenderti una trappola in questa gara di tiro e non desidera altro che vederti lì. Perciò non andare, buon padrone, perché so bene che cerca di ingannarti, ma resta nel bosco verde affinché non incontriamo tutti dolore e sventura."

"Ora," disse Robin, "tu sei un ragazzo saggio e tieni le orecchie aperte e la bocca chiusa, come si conviene a un saggio e astuto uomo dei boschi. Ma lasceremo forse dire che lo Sceriffo di Nottingham abbia intimidito il coraggioso Robin Hood e sette volte venti arcieri validi quanto ve ne sono in tutta la lieta Inghilterra? No, buon David, ciò che mi dici mi fa desiderare il premio ancora più di quanto non avrei fatto altrimenti. Ma che dice il nostro buon compare Swanthold? Non dice forse: 'L'uomo frettoloso si scotta la bocca, e lo sciocco che tiene gli occhi chiusi cade nel fosso'? Così dice, in verità, perciò dobbiamo rispondere all'inganno con l'inganno. Ora alcuni di voi si vestano da frati curti, altri da contadini rustici, altri da ramai, o da mendicanti, ma badate che ognuno porti un buon arco o una spada larga, nel caso ce ne fosse bisogno. Quanto a me, tirerò per questa stessa freccia d'oro, e se dovessi vincerla, la appenderemo ai rami del nostro buon albero del bosco verde per la gioia di tutta la banda. Come vi piace il piano, miei allegri uomini tutti?"

Allora "Bene, bene!" gridò tutta la banda di tutto cuore.

Un bello spettacolo era la città di Nottingham nel giorno della gara di tiro. Lungo tutto il prato verde sotto le mura della città si estendeva una fila di panche, una sopra l'altra, destinate a cavalieri e dame, scudieri e nobildonne, ricchi borghesi e le loro mogli; poiché nessuno al di fuori di coloro che erano di rango e qualità poteva sedersi lì. Alla fine del campo, vicino al bersaglio, c'era un posto rialzato adorno di nastri, sciarpe e ghirlande di fiori, per lo Sceriffo di Nottingham e la sua dama. Il campo era largo due volte venti passi. A un'estremità stava il bersaglio, all'altra una tenda di tela a strisce, dal cui palo sventolavano bandiere e nastri multicolori. In questo padiglione c'erano botti di birra, a disposizione di chiunque tra gli arcieri volesse placare la propria sete.

Dall'altra parte del campo rispetto a dove erano rialzati i posti per la gente migliore, c'era una ringhiera per impedire alla gente più povera di affollarsi davanti al bersaglio. Già, mentre era presto, le panche cominciavano a riempirsi di gente di qualità, che arrivava costantemente su piccoli carri o su palafreni che galoppavano allegramente al suono festoso di campanellini d'argento alle briglie. Con loro arrivava anche la gente più povera, che sedeva o giaceva sull'erba verde vicino alla ringhiera che li teneva fuori dal campo. Nel grande tendone gli arcieri si radunavano a due a due e a tre a tre; alcuni parlando a voce alta dei bei tiri che ciascuno aveva fatto in vita sua; altri controllando bene i loro archi, tirando una corda tra le dita per vedere che non fosse logora, o ispezionando le frecce, chiudendo un occhio e scrutando lungo l'asta per vedere che non fosse storta, ma dritta e vera, poiché né arco né freccia dovevano fallire in un momento simile e per un tale premio. E mai ci fu una compagnia di arcieri come quella radunata a Nottingham quel giorno, poiché i migliori arcieri della lieta Inghilterra erano venuti a questa gara di tiro. C'era Gill del Berretto Rosso, il capo arciere dello Sceriffo, e Diccon Cruikshank della città di Lincoln, e Adam della Valle, un uomo di Tamworth, di tre volte vent'anni e più, eppure ancora sano e vigoroso, che a suo tempo aveva tirato nella famosa gara di Woodstock, e vi aveva battuto quel rinomato arciere, Clym del Cespuglio. E molti altri uomini famosi dell'arco lungo erano lì, i cui nomi ci sono stati tramandati in belle ballate dei tempi antichi.

Ma ora tutte le panche erano piene di ospiti, lord e dame, borghesi e nobildonne, quando alla fine arrivò lo Sceriffo stesso con la sua dama, cavalcando con aria statuaria sul suo cavallo bianco come il latte e lei sulla sua puledra bruna. Sul capo indossava un berretto di velluto porpora, e porpora era la sua veste, tutta guarnita di ricco ermellino; il suo farsetto e le calze erano di seta verde mare, e le scarpe di velluto nero, le punte rivolte verso l'alto fissate alle giarrettiere con catene d'oro. Una catena d'oro pendeva al suo collo, e al colletto c'era un grande carbonchio incastonato in oro rosso. La sua dama era vestita di velluto blu, tutto guarnito di piumino di cigno. Così facevano un aspetto galante mentre cavalcavano fianco a fianco, e tutta la gente gridava da dove si affollavano oltre lo spazio riservato ai gentiluomini; così lo Sceriffo e la sua dama giunsero al loro posto, dove uomini d'arme, con usbergo e lancia, stavano attorno in attesa di loro.

Poi, quando lo Sceriffo e la sua dama si furono seduti, egli ordinò al suo araldo di suonare il suo corno d'argento; il quale allora fece udire tre squilli che tornarono riecheggiando allegramente dalle grigie mura di Nottingham. Poi gli arcieri si fecero avanti ai loro posti, mentre tutta la gente gridava con voce potente, ognuno chiamando il proprio arciere preferito. "Berretto Rosso!" gridavano alcuni; "Cruikshank!" gridavano altri; "Evviva William di Leslie!" gridavano ancora altri; mentre le dame agitavano sciarpe di seta per spronare ogni arciere a fare del suo meglio.

Poi l'araldo si fece avanti e proclamò ad alta voce le regole del gioco come segue:

"Tiri ogni uomo da quel segno, che dista sette volte venti iarde e dieci dal bersaglio. Un'unica freccia tiri ogni uomo dapprima, e tra tutti gli arcieri saranno scelti i dieci che tireranno le frecce migliori per tirare di nuovo. Due frecce tiri ogni uomo di questi dieci, poi saranno scelti i tre che tireranno le frecce migliori per tirare di nuovo. Tre frecce tiri ogni uomo di quei tre, e a colui che tirerà le frecce migliori sarà dato il premio."

Poi lo Sceriffo si sporse in avanti, guardando attentamente tra la folla di arcieri per scoprire se Robin Hood fosse tra loro; ma non c'era nessuno vestito di verde Lincoln, come quello indossato da Robin e dalla sua banda. "Tuttavia," disse lo Sceriffo tra sé, "potrebbe essere ancora lì, e io perderlo tra la folla di altri uomini. Ma vediamo quando tireranno solo dieci uomini, poiché so che sarà tra i dieci, o non lo conosco."

E ora gli arcieri tirarono, ogni uomo a turno, e la buona gente non aveva mai visto un tiro con l'arco come quello fatto quel giorno. Sei frecce erano nel centro, quattro nel nero, e solo due colpirono l'anello esterno; cosicché quando l'ultima freccia sfrecciò e colpì il bersaglio, tutta la gente gridò ad alta voce, poiché fu un nobile tiro.

E ora erano rimasti solo dieci uomini di tutti quelli che avevano tirato prima, e di questi dieci, sei erano famosi in tutto il paese, e la maggior parte della gente radunata lì li conosceva. Questi sei uomini erano Gilbert del Berretto Rosso, Adam della Valle, Diccon Cruikshank, William di Leslie, Hubert della Nuvola e Swithin di Hertford. Altri due erano arcieri della lieta Yorkshire, un altro era un alto straniero in blu, che disse di venire dalla città di Londra, e l'ultimo era uno straniero lacero in scarlatto, che portava una benda su un occhio.

"Ora," disse lo Sceriffo a un uomo d'arme che gli stava vicino, "vedi Robin Hood tra quei dieci?"

"No, non lo vedo, Vostra Eccellenza," rispose l'uomo. "Sei di loro li conosco molto bene. Di quegli arcieri dello Yorkshire, uno è troppo alto e l'altro troppo basso per quel furfante audace. La barba di Robin è gialla come l'oro, mentre quel mendicante lacero in scarlatto ha una barba castana, oltre a essere cieco da un occhio. Quanto allo straniero in blu, le spalle di Robin, credo, sono tre pollici più larghe delle sue."

"Allora," disse lo Sceriffo, battendosi la coscia con rabbia, "quel furfante è un codardo oltre che un mascalzone, e non osa mostrare la faccia tra uomini buoni e leali."

Poi, dopo che ebbero riposato per un breve periodo, quei dieci uomini robusti si fecero avanti per tirare di nuovo. Ogni uomo tirò due frecce, e mentre tiravano, non fu pronunciata una parola, ma tutta la folla guardava quasi senza un soffio di suono; ma quando l'ultimo ebbe tirato la sua freccia, sorse un altro grande grido, mentre molti gettavano i loro berretti in aria per la gioia di un tiro così meraviglioso.

"Ora, per la nostra graziosa e bella Madonna," disse il vecchio Sir Amyas della Valle, che, curvo per ottant'anni e più, sedeva vicino allo Sceriffo, "non ho mai visto un tiro con l'arco così in vita mia, eppure ho visto le migliori mani all'arco lungo per sessant'anni e più."

E ora erano rimasti solo tre uomini di tutti quelli che avevano tirato prima. Uno era Gill del Berretto Rosso, uno lo straniero lacero in scarlatto, e uno Adam della Valle della città di Tamworth. Allora tutta la gente chiamò ad alta voce, alcuni gridando: "Evviva Gilbert del Berretto Rosso!" e altri: "Evviva il robusto Adam di Tamworth!" Ma nemmeno un uomo nella folla chiamò lo straniero in scarlatto.

"Ora, tira bene, Gilbert," gridò lo Sceriffo, "e se la tua sarà la freccia migliore, cento monete d'argento ti darò oltre al premio."

"Davvero farò del mio meglio," disse Gilbert molto risolutamente. "Un uomo non può far altro che il suo meglio, ma quello mi sforzerò di fare oggi." Così dicendo, tirò fuori una bella freccia liscia con una piuma larga e la adattò abilmente alla corda, poi, tendendo il suo arco con cura, scagliò la freccia. Diritta volò la freccia e si conficcò proprio nel centro, a una larghezza di dito dal centro. "Un Gilbert, un Gilbert!" gridò tutta la folla; e, "Ora, per la mia fede," gridò lo Sceriffo, battendo le mani insieme, "quello è un tiro astuto."

Poi lo straniero lacero si fece avanti, e tutta la gente rise vedendo una toppa gialla che appariva sotto il suo braccio quando sollevò il gomito per tirare, e anche nel vederlo mirare con un occhio solo. Tese il buon arco di tasso rapidamente, e rapidamente scagliò una freccia; così breve fu il tempo che nessun uomo avrebbe potuto trattenere il fiato tra il tendere e il tirare; eppure la sua freccia si conficcò più vicino al centro dell'altro di ben due volte la lunghezza di un chicco d'orzo.

"Ora, per tutti i santi in Paradiso!" gridò lo Sceriffo, "quella è una freccia incantevole, in verità!"

Poi Adam della Valle tirò, con attenzione e cautela, e la sua freccia si conficcò vicino a quella dello straniero. Poi, dopo un breve intervallo, tutti e tre tirarono di nuovo, e ancora una volta ogni freccia si conficcò nel centro, ma questa volta quella di Adam della Valle era la più lontana dal centro, e ancora il tiro dello straniero lacero era il migliore. Poi, dopo un altro momento di riposo, tirarono tutti per la terza volta. Questa volta Gilbert prestò grande attenzione alla sua mira, misurando con cura la distanza e tirando con estrema cautela. Diritta volò la freccia, e tutti gridarono finché le bandiere stesse che sventolavano nella brezza tremarono al suono, e i corvi e le taccole volarono schiamazzando attorno ai tetti della vecchia torre grigia, poiché la freccia si era conficcata vicino al punto che segnava proprio il centro.

"Ben fatto, Gilbert!" gridò lo Sceriffo gioiosamente. "Sono lieto di credere che il premio sia tuo, e ben vinto. Ora, tu straccione, fammi vedere se sai tirare una freccia migliore di quella."

Nulla disse lo straniero, ma prese il suo posto, mentre tutto taceva, e nessuno parlava o sembrava persino respirare, così grande era il silenzio per la meraviglia di ciò che avrebbe fatto. Nel frattempo, anche lo straniero rimase del tutto immobile, tenendo il suo arco in mano, mentre si poteva contare fino a cinque; poi tese il suo fidato tasso, tenendolo teso solo per un momento, poi lasciò la corda. Diritta volò la freccia, e così vera che colpì una piuma di oca grigia dalla freccia di Gilbert, che cadde volteggiando nell'aria illuminata dal sole mentre la freccia dello straniero si conficcava vicino a quella del Berretto Rosso, e proprio al centro. Nessuno disse una parola per un po' e nessuno gridò, ma ogni uomo guardava il viso del suo vicino meravigliato.

"No," disse il vecchio Adam della Valle poco dopo, tirando un lungo respiro e scuotendo la testa mentre parlava, "da quarant'anni e più tiro frecce, e forse non sempre male, ma oggi non tiro più, poiché nessun uomo può competere con quello straniero, chiunque egli possa essere." Poi infilò la sua freccia nella faretra, facendo rumore, e allentò l'arco senza un'altra parola.

Poi lo Sceriffo scese dal suo podio e si avvicinò, in tutti i suoi drappi e velluti, dove lo straniero lacero stava appoggiato al suo robusto arco, mentre la buona gente si affollava attorno per vedere l'uomo che tirava così meravigliosamente bene. "Qui, buon uomo," disse lo Sceriffo, "prendi il premio, e bene e lealmente l'hai vinto, ne convengo. Quale può essere il tuo nome, e da dove vieni?"

"Gli uomini mi chiamano Jock di Teviotdale, e da lì vengo," disse lo straniero.

"Allora, per la Nostra Signora, Jock, tu sei il miglior arciere che i miei occhi abbiano mai visto, e se vorrai entrare al mio servizio ti farò indossare un vestito migliore di quello che hai sulla schiena; mangerai e berrai del meglio, e a ogni Natale ottanta marchi saranno il tuo salario. Credo che tu tenda l'arco meglio di quel codardo furfante di Robin Hood, che non ha osato mostrare la faccia qui oggi. Dimmi, buon uomo, vuoi entrare al mio servizio?"

"No, questo non lo farò," disse lo straniero bruscamente. "Voglio essere padrone di me stesso, e nessun uomo in tutta la lieta Inghilterra sarà il mio padrone."

"Allora vattene, e che la maledizione ti colga!" gridò lo Sceriffo, e la sua voce tremava di rabbia. "E per la mia fede e la mia parola, ho una buona intenzione di farti picchiare per la tua insolenza!" Poi si voltò sui talloni e si allontanò a grandi passi.

Era una compagnia davvero eterogenea quella che si radunò attorno al nobile albero del bosco verde nelle profondità di Sherwood quello stesso giorno. C'erano più di venti frati a piedi nudi, e alcuni che sembravano ramai, e alcuni che sembravano essere mendicanti robusti e contadini rustici; e seduto su un divano di muschio c'era uno tutto vestito di scarlatto lacero, con una benda su un occhio; e in mano teneva la freccia d'oro che era il premio della grande gara di tiro. Poi, tra un rumore di chiacchiere e risate, tolse la benda dall'occhio e si strappò gli stracci scarlatti dal corpo e si mostrò tutto vestito di bel verde Lincoln; e disse: "Facilmente si tolgono queste cose, ma la macchia di noce non si toglie così velocemente dai capelli gialli." Allora tutti risero più forte di prima, poiché era Robin Hood stesso che aveva vinto il premio dalle mani dello Sceriffo in persona.

Poi tutti si sedettero al banchetto nel bosco e parlarono tra loro del divertente scherzo giocato allo Sceriffo, e delle avventure che erano capitate a ogni membro della banda sotto mentite spoglie. Ma quando il banchetto fu finito, Robin Hood prese Little John in disparte e disse: "In verità sono irritato, poiché oggi ho sentito lo Sceriffo dire: 'Tiri meglio di quel codardo furfante di Robin Hood, che non ha osato mostrare la faccia qui oggi.' Vorrei fargli sapere chi è stato a vincere la freccia d'oro dalle sue mani, e anche che non sono un codardo come lui crede che io sia."

Allora Little John disse: "Buon padrone, prendi me e Will Stutely, e manderemo a quel grasso Sceriffo notizie di tutto ciò tramite un messaggero come non si aspetta."

Quel giorno lo Sceriffo sedette a banchetto nella grande sala della sua dimora nella città di Nottingham. Lunghe tavole si estendevano lungo la sala, alle quali sedevano uomini d'arme, servi di casa e robusti villani, in tutto quattro volte venti e più. Lì discutevano della gara di tiro del giorno mentre mangiavano le loro carni e tracannavano la birra. Lo Sceriffo sedeva a capo tavola su un seggio rialzato sotto un baldacchino, e accanto a lui sedeva la sua dama.

"Per la mia fede," disse egli, "credevo davvero che quel furfante di Robin Hood sarebbe stato presente alla gara oggi. Non avrei mai pensato che fosse un tale codardo. Ma chi poteva essere quell'insolente malandrino che mi ha risposto alla barba con tanta audacia? Mi meraviglio di non averlo fatto bastonare; ma c'era qualcosa in lui che suggeriva ben altro che stracci e cenci."

Poi, proprio mentre finiva di parlare, qualcosa cadde con un tintinnio tra i piatti sulla tavola, mentre coloro che sedevano vicino balzarono in piedi chiedendosi cosa potesse essere. Dopo un poco, uno degli uomini d'arme raccolse il coraggio sufficiente per raccoglierlo e portarlo allo Sceriffo. Allora tutti videro che si trattava di una freccia d'oca grigia spuntata, con un fine rotolo di pergamena, dello spessore di una penna d'oca, legato vicino alla punta. Lo Sceriffo aprì il rotolo e vi diede un'occhiata, mentre le vene sulla sua fronte si gonfiavano e le sue guance si facevano rubiconde per la rabbia mentre leggeva, poiché questo era ciò che vi vide scritto:

"_Il Cielo benedica la Tua Grazia oggi Dicono tutti nella dolce Sherwood Perché hai dato il premio via Al gaio Robin Hood_."

"Da dove viene questo?" gridò lo Sceriffo con voce tonante. "Proprio dalla finestra, Vostra Signoria," disse l'uomo che gli aveva consegnato la freccia.

Will Stutely salvato dai suoi compagni

ORA, QUANDO LO SCIERIFFO scoprì che né la legge né l'inganno potevano sopraffare Robin Hood, rimase molto perplesso e disse a se stesso: "Sciocco che sono! Se non avessi parlato al nostro Re di Robin Hood, non mi sarei cacciato in un tale impaccio; ma ora devo farlo prigioniero o subire l'ira della sua graziosissima Maestà sul mio capo. Ho provato con la legge e ho provato con l'inganno, e ho fallito in entrambi; quindi proverò cosa si può fare con la forza."

Così ragionando tra sé, radunò i suoi conestabili e rivelò loro ciò che aveva in mente. "Ora prendete ciascuno quattro uomini, tutti armati di tutto punto," disse, "e andatevene nella foresta, in punti diversi, e state in agguato per questo Robin Hood. Ma se qualche conestabile dovesse trovarsi contro troppi uomini, faccia suonare un corno, e allora ogni banda entro portata d'udito accorra con tutta la velocità possibile e si unisca al gruppo che li chiama. Così, credo, prenderemo questo malandrino vestito di verde. Inoltre, a colui che incontrerà per primo Robin Hood saranno date cento sterline d'argento, se sarà portato a me vivo o morto; e a colui che incontrerà uno qualsiasi della sua banda saranno date quaranta sterline, se costui sarà portato a me vivo o morto. Dunque, siate audaci e siate astuti."

Così andarono in sessanta compagnie di cinque uomini nella Foresta di Sherwood, per catturare Robin Hood, ogni conestabile sperando di essere colui che avrebbe trovato l'audace fuorilegge, o almeno uno della sua banda. Per sette giorni e sette notti cacciarono attraverso le radure della foresta, ma non videro neppure un singolo uomo in verde Lincoln; poiché notizie di tutto ciò erano state portate a Robin Hood dal fidato Eadom del Cinghiale Blu.

Quando udì per la prima volta la notizia, Robin disse: "Se lo Sceriffo osa opporre la forza alla forza, sarà un guaio per lui e per molti uomini migliori di lui, poiché scorrerà sangue e ci saranno grandi guai per tutti. Ma vorrei evitare sangue e battaglia, e vorrei non recare dolore a donne e mogli perché buoni e robusti yeoman perdono la vita. Una volta ho ucciso un uomo, e non desidero mai più uccidere un uomo, perché è amaro per l'anima pensarci. Perciò ora resteremo silenziosi nella Foresta di Sherwood, affinché vada bene per tutti, ma se dovessimo essere costretti a difendere noi stessi, o chiunque della nostra banda, allora che ogni uomo estragga arco e lama con tutta la forza possibile."

A questo discorso molti della banda scossero il capo e dissero a se stessi: "Ora lo Sceriffo penserà che siamo codardi, e la gente sbeffeggerà per tutta la campagna, dicendo che abbiamo paura di affrontare questi uomini." Ma non dissero nulla ad alta voce, ingoiando le parole e facendo come Robin aveva ordinato loro.

Così si nascosero nelle profondità della Foresta di Sherwood per sette giorni e sette notti e non mostrarono mai i loro volti in giro in tutto quel tempo; ma di buon mattino dell'ottavo giorno Robin Hood radunò la banda e disse: "Ora, chi andrà a scoprire cosa stanno facendo gli uomini dello Sceriffo in questo momento? Perché so bene che non resteranno per sempre all'ombra di Sherwood."

A questo si levò un grande grido, e ogni uomo agitò il suo arco in alto e implorò di essere colui che sarebbe andato. Allora il cuore di Robin Hood si gonfiò d'orgoglio quando guardò i suoi robusti e coraggiosi compagni, e disse: "Coraggiosi e leali siete tutti, miei allegri uomini, e una banda davvero robusta di bravi compagni siete, ma non potete andare tutti, perciò ne sceglierò uno tra voi, e sarà il buon Will Stutely, poiché è astuto come una vecchia volpe nella Foresta di Sherwood."

Allora Will Stutely balzò in alto e rise fragorosamente, battendo le mani per la pura gioia di essere stato scelto tra tutti loro. "Ora grazie, buon maestro," disse, "e se non ti porto notizie di quei furfanti, non chiamarmi più il tuo astuto Will Stutely."

Poi si vestì con una tonaca da frate, e sotto la veste appese una buona spada larga in un posto tale che potesse facilmente mettervi mano. Così vestito, partì per la sua missione, finché giunse ai margini della foresta, e così alla strada maestra. Vide due bande degli uomini dello Sceriffo, eppure non voltò né a destra né a sinistra, ma tirò solo il cappuccio più vicino sul viso, piegando le mani come in meditazione. Così alla fine giunse al Segno del Cinghiale Blu. "Perché," disse a se stesso, "il nostro buon amico Eadom mi racconterà tutte le notizie."

Al Segno del Cinghiale Blu trovò una banda degli uomini dello Sceriffo che bevevano con grande piacere; così, senza parlare con nessuno, si sedette su una panca lontana, il bastone in mano, e la testa china in avanti come se stesse meditando. Così sedette aspettando di poter vedere il padrone di casa in disparte, ed Eadom non lo riconobbe, pensandolo un povero frate stanco, quindi lo lasciò sedere senza dirgli una parola o dargli fastidio, sebbene non amasse l'abito. "Perché," disse a se stesso, "è un cuore duro quello che caccia il cane zoppo dalla soglia." Mentre Stutely sedeva così, arrivò un grosso gatto domestico e si strofinò contro il suo ginocchio, sollevando la sua veste di un palmo. Stutely spinse la veste rapidamente di nuovo giù, ma il conestabile che comandava gli uomini dello Sceriffo vide ciò che era accaduto, e vide anche il bel verde Lincoln sotto la tonaca del frate. Non disse nulla in quel momento, ma ragionò tra sé in questo modo: "Quello non è un frate dell'ordine grigio, e inoltre, lo so, nessun onesto yeoman va in giro in abiti sacerdotali, né un ladro va così per nulla. Ora penso in buona fede che sia uno degli uomini di Robin Hood." Perciò, subito dopo, disse ad alta voce: "O santo padre, non vuoi prendere un buon boccale di birra di marzo per placare la tua anima assetata?"

Ma Stutely scosse la testa silenziosamente, poiché disse a se stesso: "Forse ci sono quelli qui che conoscono la mia voce."

Allora il conestabile disse ancora: "Dove vai, santo frate, in questa calda giornata estiva?"

"Vado pellegrino alla città di Canterbury," rispose Will Stutely, parlando in modo rude, affinché nessuno potesse riconoscere la sua voce.

Allora il conestabile disse, per la terza volta: "Ora dimmi, santo padre, i pellegrini per Canterbury indossano del buon verde Lincoln sotto le loro vesti? Ah! Per la mia fede, ti prendo per un qualche ladro vigoroso, e forse uno della banda di Robin Hood! Ora, per la grazia di Nostra Signora, se muovi mano o piede, ti trapasserò il corpo con la mia spada!"

Poi sfoderò la sua spada lucente e balzò su Will Stutely, pensando di prenderlo alla sprovvista; ma Stutely aveva la sua spada tenuta saldamente in mano, sotto la sua veste, così la estrasse prima che il conestabile lo raggiungesse. Allora il robusto conestabile sferrò un colpo potente; ma non ne colpì più in tutto quel combattimento, poiché Stutely, parando il colpo con molta destrezza, colpì il conestabile a sua volta con tutta la sua forza. Poi avrebbe voluto fuggire, ma non poté, poiché l'altro, tutto stordito per la ferita e per il sangue che scorreva, lo afferrò per le ginocchia con le braccia proprio mentre barcollava e cadeva. Poi gli altri si precipitarono su di lui, e Stutely colpì ancora un altro degli uomini dello Sceriffo, ma l'elmo d'acciaio deviò il colpo, e sebbene la lama mordesse a fondo, non uccise. Nel frattempo, il conestabile, svenendo com'era, trascinò Stutely verso il basso, e gli altri, vedendo lo yeoman così ostacolato, si precipitarono di nuovo su di lui, e uno gli sferrò un colpo sulla corona in modo che il sangue gli scorresse giù per il viso e lo accecasse. Poi, barcollando, cadde, e tutti balzarono su di lui, sebbene lottasse così virilmente che potevano a stento tenerlo fermo. Poi lo legarono con robuste corde di canapa in modo che non potesse muovere né mano né piede, e così lo sopraffecero.

Robin Hood stava sotto l'albero della foresta, pensando a Will Stutely e a come se la potesse passare, quando improvvisamente vide due dei suoi robusti yeoman correre lungo il sentiero della foresta, e tra loro correva la prosperosa Maken del Cinghiale Blu. Allora il cuore di Robin cadde, perché sapeva che erano portatori di cattive notizie.

"Will Stutely è stato preso," gridarono, quando giunsero dove stava.

"E sei tu che hai portato notizie così tristi?" disse Robin alla ragazza.

"Sì, per sposalizio, perché ho visto tutto," gridò lei, ansimando come la lepre anela quando è sfuggita ai segugi, "e temo che sia ferito gravemente, perché qualcuno lo ha colpito con molta durezza sulla corona. Lo hanno legato e portato alla città di Nottingham, e prima che lasciassi il Cinghiale Blu ho sentito che dovrebbe essere impiccato domani."

"Non sarà impiccato domani," gridò Robin; "o, se lo sarà, molti roderanno la zolla, e molti avranno motivo di gridare Ahi-me!"

Poi portò il suo corno alle labbra e soffiò tre volte molto forte, e subito i suoi buoni yeoman corsero attraverso la foresta finché sette volte venti audaci lame furono radunate intorno a lui.

"Ora ascoltate tutti!" gridò Robin. "Il nostro caro compagno Will Stutely è stato preso da quegli uomini del vile Sceriffo, perciò spetta a noi prendere arco e lama in mano per liberarlo ancora; poiché so che dovremmo rischiare vita e membra per lui, come lui ha rischiato vita e membra per noi. Non è così, miei allegri uomini tutti?" Allora tutti gridarono, "Sì!" con una grande voce.

Così il giorno dopo si incamminarono tutti dalla Foresta di Sherwood, ma per sentieri diversi, poiché spettava loro essere molto astuti; così la banda si divise in gruppi di due e tre, che dovevano tutti incontrarsi di nuovo in una valle intricata che giaceva vicino alla città di Nottingham. Poi, quando si furono tutti radunati nel luogo dell'incontro, Robin parlò loro così:

"Ora staremo qui in agguato finché non potremo avere notizie, perché ci spetta essere astuti e cauti se vogliamo sottrarre il nostro amico Will Stutely dalle grinfie dello Sceriffo."

Così rimasero nascosti per molto tempo, finché il sole fu alto nel cielo. La giornata era calda e la strada polverosa era spoglia di viaggiatori, eccetto un anziano pellegrino che camminava lentamente lungo la strada maestra che conduceva vicino alle grigie mura del castello della città di Nottingham. Quando Robin vide che nessun altro viandante era in vista, chiamò il giovane David di Doncaster, che era un uomo astuto per i suoi anni, e gli disse: "Ora va', giovane David, e parla con quel pellegrino che cammina accanto alle mura della città, poiché è appena venuto dalla città di Nottingham, e può dirti notizie del buon Stutely, forse."

Così David si incamminò, e quando giunse al pellegrino, lo salutò e disse: "Buon giorno, santo padre, e puoi dirmi quando Will Stutely sarà impiccato all'albero della forca? Vorrei non perdere lo spettacolo, poiché vengo da lontano per vedere un furfante così robusto impiccato."

"Ora, via con te, giovanotto," gridò il Pellegrino, "che tu debba parlare così quando un buon uomo robusto deve essere impiccato per nulla se non per aver difeso la propria vita!" E colpì il terreno con il suo bastone per la rabbia. "Ahimè, dico, che questa cosa debba accadere! Poiché proprio oggi, verso sera, quando il sole cala, egli sarà impiccato, a ottanta aste dalla grande porta della città di Nottingham, dove tre strade si incontrano; poiché lì lo Sceriffo giura che morirà come avvertimento a tutti i fuorilegge del Nottinghamshire. Ma ancora, dico di nuovo, Ahimè! Poiché, sebbene Robin Hood e la sua banda possano essere fuorilegge, egli prende solo dai ricchi e dai forti e dall'uomo disonesto, mentre non c'è una povera vedova o un contadino con molti figli, vicino a Sherwood, che non abbia farina d'orzo abbastanza per tutto l'anno grazie a lui. Mi addolora il cuore vedere qualcuno galante come questo Stutely morire, poiché sono stato un buon yeoman sassone ai miei tempi, prima di diventare pellegrino, e conosco bene una mano robusta e una che colpisce duramente un crudele Normanno o un orgoglioso abate con borse piene di denaro. Se il maestro del buon Stutely avesse saputo come il suo uomo era circondato da pericoli, forse avrebbe potuto inviare soccorso per trarlo fuori dalla mano dei suoi nemici.

"Sì, per sposalizio, è vero," gridò il giovane. "Se Robin e i suoi uomini sono vicini a questo luogo, so bene che si sforzeranno di portarlo fuori dal suo pericolo. Ma statti bene, buon vecchio, e credimi, se Will Stutely morirà, sarà vendicato a dovere."

Poi si voltò e si allontanò rapidamente; ma il Pellegrino guardò dietro di lui, mormorando: "So che quel giovane non è un contadino che è venuto a vedere morire un uomo buono. Bene, bene, forse Robin Hood non è così lontano che non ci saranno azioni robuste questo giorno." Così proseguì per la sua strada, mormorando tra sé.

Quando David di Doncaster disse a Robin Hood ciò che il Pellegrino gli aveva detto, Robin chiamò la banda intorno a sé e parlò loro così:

"Ora entriamo subito nella città di Nottingham e mescoliamoci con la gente lì; ma tenetevi l'un l'altro in vista, stringendovi il più vicino possibile al prigioniero e alle sue guardie, quando usciranno dalle mura. Non colpite nessuno senza necessità, poiché vorrei evitare spargimenti di sangue, ma se colpite, colpite forte, e assicuratevi che non ci sia bisogno di colpire ancora. Poi restate tutti uniti finché non torneremo a Sherwood, e nessun uomo lasci i suoi compagni."

Il sole era basso nel cielo occidentale quando una nota di corno suonò dalle mura del castello. Allora tutto fu fermento nella città di Nottingham e folle riempirono le strade, poiché tutti sapevano che il famoso Will Stutely doveva essere impiccato quel giorno. Poco dopo le porte del castello si spalancarono e una grande schiera di uomini d'arme uscì con rumore e fracasso, lo Sceriffo, tutto vestito in armatura lucente di maglia di ferro, che cavalcava in testa. In mezzo a tutta la guardia, su un carro, con un cappio al collo, cavalcava Will Stutely. Il suo viso era pallido per la ferita e per la perdita di sangue, come la luna in pieno giorno, e i suoi bei capelli erano raggrumati in punte sulla fronte, dove il sangue si era indurito. Quando uscì dal castello guardò in alto e guardò in basso, ma sebbene vedesse alcuni volti che mostravano pietà e alcuni che mostravano amicizia, non ne vide nessuno che conoscesse. Allora il suo cuore affondò dentro di lui come un piombo, ma tuttavia parlò coraggiosamente.

"Datemi una spada in mano, Signor Sceriffo," disse, "e uomo ferito come sono, combatterò te e tutti i tuoi uomini finché vita e forza saranno svanite."

"No, maledetto furfante," disse lo Sceriffo, voltando la testa e guardando molto severamente Will Stutely, "non avrai alcuna spada ma morirai di una morte meschina, come si addice a un vile ladro come te."

"Allora sciogli solo le mie mani e combatterò te e i tuoi uomini senza altra arma che i miei pugni nudi. Non chiedo alcuna arma, ma non lasciarmi essere impiccato meschinamente oggi."

Allora lo Sceriffo rise ad alta voce. "Ebbene, come ora," disse, "il tuo stomaco orgoglioso sta tremando? Confessati, vile malandrino, perché intendo che tu sia impiccato oggi, e dove tre strade si incontrano, affinché tutti gli uomini ti vedano penzolare, per corvi e taccole da beccare."

"O cuore vile!" gridò Will Stutely, digrignando i denti allo Sceriffo. "Codardo contadino! Se mai il mio buon maestro ti incontrerà, pagherai caro il lavoro di questo giorno! Egli ti disprezza, e così fanno tutti i cuori coraggiosi. Non sai che tu e il tuo nome siete scherzi sulle labbra di ogni coraggioso yeoman? Uno come te, miserabile codardo, non sarà mai in grado di sottomettere l'audace Robin Hood."

"Ah!" gridò lo Sceriffo in preda alla rabbia, "è proprio così? Sono uno scherzo per il tuo maestro, come lo chiami? Ora farò di te uno scherzo e uno scherzo triste, perché ti squarterò arto per arto, dopo che sarai impiccato." Poi spronò il suo cavallo in avanti e non disse più nulla a Stutely.

Alla fine giunsero alla grande porta della città, attraverso la quale Stutely vide la bella campagna oltre, con colline e valli tutte vestite di verde, e lontano la linea scura dei margini di Sherwood. Poi, quando vide la luce solare obliqua giacere su campi e maggesi, brillando rossamente qua e là su capanne e fattorie, e quando udì i dolci uccelli cantare i loro vespri, e le pecore belare sul fianco della collina, e contemplò le rondini volare nell'aria luminosa, ci fu una grande pienezza al suo cuore così che tutte le cose si annebbiarono alla sua vista attraverso lacrime salate, e chinò il capo affinché la gente non lo credesse poco virile quando vedessero le lacrime nei suoi occhi. Così tenne la testa china finché non furono passati attraverso la porta e furono fuori dalle mura della città. Ma quando guardò di nuovo in alto sentì il suo cuore balzare dentro di lui e poi fermarsi per pura gioia, perché vide il volto di uno dei suoi cari compagni della allegra Sherwood; poi guardandosi rapidamente intorno vide volti ben noti su tutti i lati, che si accalcavano strettamente sugli uomini d'arme che lo stavano scortando. Poi all'improvviso il sangue balzò alle sue guance, perché vide per un momento il suo buon maestro tra la folla e, vedendolo, seppe che Robin Hood e tutta la sua banda erano lì. Eppure tra lui e loro c'era una linea di uomini d'arme.

"Ora, fate largo!" gridò lo Sceriffo con voce tonante, poiché la folla premeva intorno su tutti i lati. "Cosa intendete, furfanti, che spingete su di noi così? Fate largo, dico!"

Poi venne un tumulto e un rumore, e uno si sforzò di farsi strada tra gli uomini d'arme per raggiungere il carro, e Stutely vide che era Little John a far tutto quel chiasso.

"Ora indietreggia!" gridò uno degli uomini d'arme che Little John spingeva con i gomiti.

"Ora indietreggia tu stesso," disse Little John, e subito assestò all'uomo un colpo al lato della testa che lo abbatté come un macellaio abbatterebbe un bue, e poi balzò sul carro dove sedeva Stutely.

"Ti prego, prendi congedo dai tuoi amici prima di morire, Will," disse, "o forse morirò con te se devi morire, poiché non potrei mai avere compagnia migliore." Poi con un colpo solo tagliò i legami che stringevano le braccia e le gambe dell'altro, e Stutely balzò immediatamente giù dal carro.

"Ora, per quanto vivo," gridò lo Sceriffo, "quel furfante so bene che è un robusto ribelle! Prendetelo, ve lo ordino, e non lasciatelo andare!"

Così dicendo, spronò il cavallo contro Little John e, levandosi sulle staffe, sferrò un colpo con tutta la sua forza, ma Little John si abbassò rapidamente sotto il ventre del cavallo e il fendente fischiò innocuo sopra la sua testa.

"No, buon messer Sceriffo," gridò, balzando di nuovo in piedi quando il colpo fu passato, "devo proprio prendere in prestito la tua degnissima spada." Dopodiché strappò con destrezza l'arma dalla mano dello Sceriffo. "Tieni, Stutely," gridò, "lo Sceriffo ti ha prestato la sua spada! Spalle a spalle con me, uomo, e difenditi, perché l'aiuto è vicino!"

"Giù con loro!" ruggì lo Sceriffo con una voce simile a quella di un toro infuriato; e spronò il suo cavallo contro i due che ora stavano spalla a spalla, dimenticando nella sua rabbia di non avere alcuna arma con cui difendersi.

"Indietro, Sceriffo!" gridò Little John; e proprio mentre parlava, un corno da caccia suonò acuto e una freccia lunga un iarda fischiò a un pollice dalla testa dello Sceriffo. Poi ci fu un ondeggiare di qua e di là, e giuramenti, grida, gemiti e cozzar di acciaio, e le spade brillarono al sole al tramonto, e una ventina di frecce fischiarono nell'aria. E alcuni gridavano: "Aiuto, aiuto!" e altri: "Al salvataggio, al salvataggio!"

"Tradimento!" gridò lo Sceriffo a gran voce. "Indietro! Indietro! Altrimenti siamo tutti uomini morti!" Dopodiché tirò le redini del cavallo all'indietro attraverso la parte più fitta della folla.

Ora, Robin Hood e la sua banda avrebbero potuto uccidere metà degli uomini dello Sceriffo se lo avessero desiderato, ma li lasciarono spingere fuori dalla ressa e andare via, mandando solo una manciata di frecce dietro di loro per affrettare la loro fuga.

"Oh, restate!" gridò Will Stutely dietro lo Sceriffo. "Non prenderai mai l'audace Robin Hood se non ti fermi ad affrontarlo faccia a faccia." Ma lo Sceriffo, chinandosi lungo la schiena del cavallo, non diede risposta ma spronò solo più velocemente.

Allora Will Stutely si voltò verso Little John e lo guardò in faccia finché le lacrime gli scesero dagli occhi e pianse ad alta voce; e baciando le guance dell'amico: "O Little John!" disse, "mio vero amico, e colui che amo più di ogni uomo o donna in tutto il resto del mondo! Poco pensavo di vedere il tuo volto quest'oggi, o di incontrarti da questa parte del Paradiso." Little John non poté rispondere, ma pianse anch'egli.

Poi Robin Hood radunò la sua banda in una fila serrata, con Will Stutely nel mezzo, e così si allontanarono lentamente verso Sherwood, e se ne andarono, come una nuvola di tempesta si allontana dal luogo dove un temporale ha spazzato la terra. Ma lasciarono dieci degli uomini dello Sceriffo stesi al suolo feriti — alcuni più, alcuni meno — eppure nessuno seppe chi li avesse abbattuti.

Così lo Sceriffo di Nottingham tentò tre volte di catturare Robin Hood e fallì ogni volta; e l'ultima volta ne fu spaventato, poiché sentì quanto era andato vicino a perdere la vita; così disse: "Questi uomini non temono né Dio né l'uomo, né il re né gli ufficiali del re. Preferirei perdere il mio ufficio che la mia vita, quindi non li disturberò più." Così si tenne chiuso nel suo castello per molti giorni e non osò mostrare la faccia fuori dalla sua stessa dimora, e per tutto il tempo fu cupo e non parlava con nessuno, poiché si vergognava di ciò che era accaduto quel giorno.

Robin Hood diventa macellaio

ORA, DOPO che tutte queste cose furono accadute, e giunse a conoscenza di Robin Hood come lo Sceriffo avesse tentato tre volte di catturarlo, egli disse a se stesso: "Se ne avrò l'occasione, farò pagare al nostro degnissimo Sceriffo per ciò che mi ha fatto. Forse riuscirò a portarlo una volta nella foresta di Sherwood e a farlo partecipare a un banchetto ben lieto con noi." Poiché quando Robin Hood catturava un barone o uno scudiero, o un grasso abate o vescovo, li portava all'albero del bosco verde e li banchettava prima di alleggerire le loro borse.

Ma nel frattempo Robin Hood e la sua banda vivevano tranquillamente nella foresta di Sherwood, senza mostrare la faccia in giro, poiché Robin sapeva che non sarebbe stato saggio per lui farsi vedere nei dintorni di Nottingham, essendo coloro che detenevano l'autorità molto adirati con lui. Ma sebbene non andassero in giro, vivevano una vita lieta all'interno dei boschi, passando le giornate a tirare a ghirlande appese a un ramo di salice in fondo alla radura, con le navate frondose che risuonavano di scherzi allegri e risate: poiché chiunque mancasse la ghirlanda riceveva un solido schiaffo, che, se sferrato da Little John, non mancava mai di far ribaltare lo sfortunato yeoman. Poi facevano incontri di lotta e di bastone, così che ogni giorno guadagnavano in abilità e forza.

Così dimorarono per quasi un anno, e in quel tempo Robin Hood ripensò spesso a molti modi per pareggiare i conti con lo Sceriffo. Alla fine iniziò a spazientirsi per la sua reclusione; così un giorno prese il suo robusto bastone e partì in cerca di avventura, passeggiando lietamente finché non giunse al limitare di Sherwood. Lì, mentre vagava lungo la strada soleggiata, incontrò un vigoroso giovane macellaio che guidava una bella giumenta e cavalcava su un robusto carro nuovo, tutto appeso di carne. Il macellaio fischiettava allegramente mentre procedeva, poiché stava andando al mercato, e la giornata era fresca e dolce, rendendo il suo cuore lieto dentro di sé.

"Buongiorno a te, bravo compagno," disse Robin, "sembri felice in questo lieto mattino."

"Sì, lo sono," disse il gioviale macellaio, "e perché non dovrei esserlo? Non sono sano nel fiato e nelle membra? Non ho la ragazza più bella di tutto il Nottinghamshire? E infine, non devo sposarla giovedì prossimo nella dolce Locksley Town?"

"Ah," disse Robin, "vieni da Locksley Town? Conosco bene quel bel posto per miglia intorno, e conosco bene ogni siepe e gentile ruscello ciottoloso, e persino tutti i piccoli pesci luminosi in esso, poiché lì sono nato e cresciuto. Ora, dove vai con la tua carne, mio buon amico?"

"Vado al mercato nella città di Nottingham per vendere il mio manzo e il mio montone," rispose il macellaio. "Ma chi sei tu che vieni da Locksley Town?"

"Sono uno yeoman, e gli uomini mi chiamano Robin Hood."

"Ora, per la grazia di Nostra Signora," gridò il macellaio, "conosco bene il tuo nome, e molte volte ho sentito cantare e parlare delle tue gesta. Ma il Cielo non voglia che tu mi tolga nulla! Sono un uomo onesto, e non ho fatto torto né a uomo né a donna; quindi non disturbarmi, buon maestro, come io non ho mai disturbato te."

"No, il Cielo non voglia, davvero," disse Robin, "che io tolga qualcosa a uno come te, bravo compagno! Non prenderei nemmeno un farthing da te, poiché amo molto un bel viso sassone come il tuo, specialmente quando viene da Locksley Town, e ancor più specialmente quando l'uomo che lo possiede deve sposare una bella ragazza giovedì prossimo. Ma vieni, dimmi a che prezzo mi venderai tutta la tua carne, il cavallo e il carro."

"Valuto carne, carro e giumenta quattro marchi," disse il macellaio, "ma se non vendo tutta la mia carne non avrò quattro marchi di valore."

Allora Robin Hood sfilò la borsa dalla cintura e disse: "Qui in questa borsa ci sono sei marchi. Ora, vorrei essere un macellaio per un giorno e vendere la mia carne nella città di Nottingham. Vuoi concludere un affare con me e prendere sei marchi per tutto il tuo equipaggiamento?"

"Ora che le benedizioni di tutti i santi scendano sulla tua testa onesta!" gridò il macellaio molto gioiosamente, mentre saltava giù dal suo carro e prendeva la borsa che Robin gli porgeva.

"No," disse Robin, ridendo rumorosamente, "molti mi piacciono e mi augurano bene, ma pochi mi chiamano onesto. Ora torna dalla tua ragazza e dalle un dolce bacio da parte mia." Così dicendo, indossò il grembiule del macellaio e, salendo sul carro, prese le redini in mano e partì attraverso la foresta verso la città di Nottingham.

Quando giunse a Nottingham, entrò in quella parte del mercato dove stavano i macellai e prese il suo posto nel miglior punto che riuscì a trovare. Poi, aprì la sua bancarella e sparse la sua carne sul bancone, quindi, prendendo la mannaia e l'acciaino e facendoli cozzare insieme, cantilenò ad alta voce con toni allegri:

"Ora venite, o ragazze, e anche voi dame, E comprate la vostra carne da me; Perché tre penny di carne io vendo Al costo di un solo penny.

Ho agnello che si è nutrito di nulla Se non di delicate dame screziate, E della dolce viola, e del narciso Che cresce bello accanto ai ruscelli.

E ho manzo dalle brughiere, E montone dalle valli tutte verdi, E vitello bianco come la fronte di una fanciulla, Col latte di sua madre, credo.

Allora venite, o ragazze, e anche voi dame, Venite, comprate la vostra carne da me, Perché tre penny di carne io vendo Al costo di un solo penny."

Così cantava lietamente, mentre tutti coloro che stavano vicino ascoltavano meravigliati. Poi, quando ebbe finito, fece cozzare l'acciaino e la mannaia ancora più forte, gridando vigorosamente: "Ora, chi compra? Chi compra? Quattro prezzi fissi ho. Tre penny di carne li vendo a un grasso frate o prete per sei pence, poiché non voglio la loro clientela; ai robusti assessori chiedo tre pence, poiché non mi importa se comprano o meno; alle dame prosperose vendo tre penny di carne per un penny poiché la loro clientela mi piace molto; ma alla bella ragazza che ha un debole per un buon macellaio robusto non chiedo altro che un bel bacio, poiché la sua clientela è quella che mi piace più di tutte."

Allora tutti iniziarono a fissare e a meravigliarsi e ad affollarsi intorno, ridendo, poiché mai si era sentita una vendita simile in tutta la città di Nottingham; ma quando venivano a comprare scoprivano che era come aveva detto, poiché dava alla buona moglie o dama tanta carne per un penny quanta ne avrebbero potuta comprare altrove per tre, e quando una vedova o una donna povera veniva da lui, le dava carne per niente; ma quando una ragazza allegra veniva e gli dava un bacio, non chiedeva nemmeno un penny per la sua carne; e molte ne venivano alla sua bancarella, poiché i suoi occhi erano azzurri come i cieli di giugno, ed egli rideva allegramente, dando a ciascuna buona misura. Così vendette la sua carne così in fretta che nessun macellaio che gli stava vicino riuscì a vendere nulla.

Allora iniziarono a parlare tra loro, e alcuni dissero: "Questo deve essere qualche ladro che ha rubato carro, cavallo e carne"; ma altri dissero: "No, quando avete mai visto un ladro che si separava dai suoi beni così liberamente e allegramente? Questo deve essere qualche prodigo che ha venduto la terra di suo padre e vorrebbe vivere allegramente finché durano i soldi." E questi ultimi essendo la maggioranza, gli altri si ricredettero uno dopo l'altro.

Poi alcuni dei macellai vennero da lui per fare la sua conoscenza. "Vieni, fratello," disse uno che era il capo di tutti loro, "siamo tutti dello stesso mestiere, quindi verrai a cenare con noi? Poiché quest'oggi lo Sceriffo ha chiesto a tutta la Gilda dei Macellai di banchettare con lui alla Guild Hall. Ci sarà cibo robusto e molto da bere, e questo ti piacerà, o mi sbaglio di grosso."

"Ora, maledetto il suo cuore," disse il gioviale Robin, "che negherebbe un macellaio. E, per di più, verrò a cenare con voi tutti, miei dolci ragazzi, e questo il più velocemente che posso." Dopodiché, avendo venduto tutta la sua carne, chiuse la sua bancarella e andò con loro alla grande Guild Hall.

Lì lo Sceriffo era già arrivato in pompa magna, e con lui molti macellai. Quando Robin e quelli che erano con lui entrarono, tutti ridendo per qualche scherzo allegro che egli aveva raccontato loro, coloro che erano vicino allo Sceriffo gli sussurrarono: "Quello è un tipo proprio pazzo, poiché ha venduto più carne per un penny quest'oggi di quanta ne potremmo vendere noi per tre, e a qualunque ragazza allegra che gli desse un bacio ha dato carne per niente." E altri dissero: "È qualche prodigo che ha venduto la sua terra per argento e oro, e intende spendere tutto molto allegramente."

Allora lo Sceriffo chiamò Robin a sé, non riconoscendolo nel suo abito da macellaio, e lo fece sedere vicino a lui alla sua destra; poiché amava un ricco giovane prodigo — specialmente quando pensava che avrebbe potuto alleggerire le tasche di quel prodigo nella sua borsa degnissima. Così fece molto caso a Robin, e rise e parlò con lui più che con chiunque altro.

Alla fine la cena era pronta per essere servita e lo Sceriffo pregò Robin di dire la grazia, così Robin si alzò in piedi e disse: "Ora il Cielo benedica tutti noi e anche il buon cibo e il buon vino in questa casa, e possano tutti i macellai essere e rimanere uomini onesti come lo sono io."

A questo tutti risero, lo Sceriffo più forte di tutti, poiché disse a se stesso: "Sicuramente questo è davvero qualche prodigo, e forse riuscirò a svuotare la sua borsa di un po' del denaro che lo sciocco getta via così liberamente." Poi parlò ad alta voce a Robin, dicendo: "Tu sei un gioviale giovane, e ti amo immensamente"; e colpì Robin sulla spalla.

Allora anche Robin rise rumorosamente. "Sì," disse, "so che ami un gioviale tipo, poiché non hai avuto il gioviale Robin Hood alla tua gara di tiro e non gli hai dato volentieri una freccia d'oro brillante per lui?"

A questo lo Sceriffo sembrò grave e anche tutta la gilda dei macellai, così che nessuno rise tranne Robin, solo alcuni si fecero l'occhiolino di nascosto l'un l'altro.

"Avanti, versateci del vino!" gridò Robin. "Siamo sempre allegri finché possiamo, poiché l'uomo è solo polvere, e ha solo un palmo di vita qui finché il verme non lo prende, come dice il nostro buon compagno Swanthold; quindi che la vita sia allegra finché dura, dico io. No, non guardare mai giù dalla bocca, messer Sceriffo. Chi sa che tu non riesca ancora a prendere Robin Hood, se bevessi meno buon vino e Malvasia, e facessi scendere il grasso attorno alla tua pancia e la polvere dal tuo cervello. Sii allegro, uomo."

Allora lo Sceriffo rise di nuovo, ma non come se gli piacesse lo scherzo, mentre i macellai dicevano, l'uno all'altro: "Davanti al Cielo, mai abbiamo visto un tipo così folle e scatenato. Forse, però, farà impazzire lo Sceriffo."

"Come ora, fratelli," gridò Robin, "siate allegri! no, non contate mai i vostri farthing, poiché per questo e per quello pagherò io questo conto, anche se costasse duecento sterline. Quindi nessuno tiri su il labbro, né infili l'indice nella sua borsa, poiché giuro che né macellaio né Sceriffo pagheranno un penny per questo banchetto."

"Ora tu sei un'anima davvero allegra," disse lo Sceriffo, "e so che devi avere molte teste di bestiame cornuto e molti acri di terra, che spendi i tuoi soldi così liberamente."

"Sì, questo ho," disse Robin, ridendo forte di nuovo, "cinquecento e più bestie cornute abbiamo io e i miei fratelli, e nessuna di esse siamo riusciti a vendere, altrimenti non sarei diventato macellaio. Quanto alla mia terra, non ho mai chiesto al mio amministratore quanti acri possiedo."

A questo gli occhi dello Sceriffo brillarono, e ridacchiò tra sé. "No, buon giovane," disse, "se non puoi vendere il tuo bestiame, potrebbe essere che troverò un uomo che li prenderà dalle tue mani; forse quell'uomo potrei essere io, poiché amo un giovane allegro e vorrei aiutare uno come lui lungo il cammino della vita. Ora quanto vuoi per il tuo bestiame cornuto?"

"Bene," disse Robin, "valgono almeno cinquecento sterline."

"No," rispose lo Sceriffo lentamente, e come se stesse pensando tra sé, "bene ti amo, e volentieri ti aiuterei lungo la strada, ma cinquecento sterline in denaro sono una buona bella somma; oltre al fatto che non le ho con me. Eppure ti darò trecento sterline per tutto, e questo in buon argento e oro sonante."

"Ora vecchio avaro!" disse Robin, "bene sai che tante bestie cornute valgono settecento sterline e più, e anche quello è poco per loro, eppure tu, con i tuoi capelli grigi e un piede nella tomba, faresti commercio sulla follia di un giovane selvaggio."

A questo lo Sceriffo guardò severamente Robin. "No," disse Robin, "non guardarmi come se avessi birra acida in bocca, uomo. Accetterò la tua offerta, poiché io e i miei fratelli abbiamo bisogno dei soldi. Conduciamo una vita allegra, e nessuno conduce una vita allegra per un farthing, quindi chiuderò l'affare con te. Ma bada che porti con te ben trecento sterline, poiché non mi fido di chi fa un affare così accorto."

"Porterò i soldi," disse lo Sceriffo. "Ma qual è il tuo nome, buon giovane?"

"Gli uomini mi chiamano Robert o' Locksley," disse l'audace Robin.

"Allora, buon Robert o' Locksley," disse lo Sceriffo, "verrò quest'oggi a vedere le tue bestie cornute. Ma prima il mio scrivano redigerà un documento in cui sarai vincolato alla vendita, poiché non ottieni i miei soldi senza che io ottenga le tue bestie in cambio."

Allora Robin Hood rise di nuovo. "Così sia," disse, battendo il palmo sulla mano dello Sceriffo. "Davvero i miei fratelli ti saranno grati per i tuoi soldi."

Così l'affare fu chiuso, ma molti dei macellai parlarono tra loro dello Sceriffo, dicendo che era solo un trucco spregevole per ingannare un povero giovane scialacquatore in questo modo.

Il pomeriggio era arrivato quando lo Sceriffo montò a cavallo e raggiunse Robin Hood, che stava fuori dal cancello del cortile lastricato ad aspettarlo, poiché aveva venduto il suo cavallo e il carro a un mercante per due marchi. Poi partirono per la loro strada, lo Sceriffo cavalcando sul suo cavallo e Robin correndo accanto a lui. Così lasciarono la città di Nottingham e viaggiarono in avanti lungo l'autostrada polverosa, ridendo e scherzando insieme come se fossero stati vecchi amici. Ma per tutto il tempo lo Sceriffo diceva tra sé: "Il tuo scherzo verso di me su Robin Hood ti costerà caro, buon compagno, ben quattrocento sterline, sciocco." Poiché pensava che avrebbe guadagnato almeno tanto dal suo affare.

Così viaggiarono in avanti finché non giunsero entro i confini della foresta di Sherwood, quando improvvisamente lo Sceriffo guardò su e giù e a destra e a sinistra di sé, e poi divenne silenzioso e cessò le sue risate. "Ora," disse, "possano il Cielo e i suoi santi preservarci quest'oggi da un furfante che gli uomini chiamano Robin Hood."

Allora Robin rise ad alta voce. "No," disse, "puoi metterti l'anima in pace, poiché conosco bene Robin Hood e so bene che non sei in pericolo maggiore da lui quest'oggi di quanto tu lo sia da me."

A questo lo Sceriffo guardò di sbieco Robin, dicendo a se stesso: "Non mi piace che tu sembri così ben conoscitore di questo audace fuorilegge, e vorrei essere ben lontano dalla Foresta di Sherwood".

Ma essi proseguirono addentrandosi sempre più nelle ombre della foresta, e più procedevano, più lo Sceriffo diveniva silenzioso. Alla fine giunsero dove la strada faceva un'improvvisa curva, e davanti a loro una mandria di cervi fulvi attraversò trotterellando il sentiero. Allora Robin Hood si avvicinò allo Sceriffo e, puntando l'indice, disse: "Queste sono le mie bestie cornute, buon Mastro Sceriffo. Come ti piacciono? Non sono grasse e belle a vedersi?"

A questo lo Sceriffo tirò le redini bruscamente. "Ora, compare," disse, "vorrei essere ben lontano da questa foresta, poiché la tua compagnia non mi garba. Va' per la tua strada, buon amico, e lascia che io vada per la mia".

Ma Robin rise soltanto e afferrò le redini del cavallo dello Sceriffo. "No," gridò, "fermati un momento, poiché vorrei che tu vedessi i miei fratelli, che possiedono queste belle bestie cornute insieme a me". Così dicendo, portò il corno alla bocca e soffiò tre note allegre, e poco dopo, balzando lungo il sentiero, apparvero cento bravi e robusti yeomen con Little John a capo.

"Cosa desideri, buon padrone?" disse Little John.

"Ebbene," rispose Robin, "non vedi che ho portato della buona compagnia a banchettare con noi quest'oggi? Vergogna! Non vedi il nostro buon e onorevole padrone, lo Sceriffo di Nottingham? Prendi le sue redini, Little John, poiché ci ha onorati quest'oggi venendo a banchettare con noi".

Allora tutti si tolsero il cappello umilmente, senza sorridere né sembrare di scherzare, mentre Little John prendeva le redini del palafreno e conduceva lo Sceriffo ancora più addentro nella foresta, marciando tutti in ordine, con Robin Hood che camminava accanto allo Sceriffo, col cappello in mano.

Per tutto quel tempo lo Sceriffo non disse una parola, ma si guardava attorno come uno che si sia appena svegliato dal sonno; ma quando si ritrovò a procedere nelle profondità stesse di Sherwood il cuore gli cadde ai piedi, poiché pensava: "Certamente le mie trecento sterline mi saranno tolte, anche se non dovessero prendermi la vita stessa, poiché ho complottato contro le loro vite più di una volta". Ma tutti apparivano umili e miti e non fu detta una parola di pericolo, né per la vita né per il denaro.

Così alla fine giunsero in quella parte della Foresta di Sherwood dove una nobile quercia spiegava ampiamente i suoi rami, e sotto di essa vi era un sedile fatto tutto di muschio, sul quale Robin si sedette, ponendo lo Sceriffo alla sua destra. "Ora preparatevi, miei allegri uomini tutti," disse, "e portate fuori il meglio che abbiamo, sia di carne che di vino, poiché il suo onore lo Sceriffo mi ha offerto un banchetto nella Guild Hall di Nottingham quest'oggi, e non vorrei che se ne andasse a mani vuote".

Per tutto quel tempo non era stato detto nulla del denaro dello Sceriffo, così poco dopo egli cominciò a farsi coraggio. "Poiché," disse tra sé, "forse Robin Hood se ne è completamente dimenticato".

Poi, mentre poco lontano nella foresta crepitavano fuochi luminosi e profumi squisiti di selvaggina arrostita dolcemente e capponi grassi riempivano la radura, e pasticci bruni si scaldavano accanto alla vampa, Robin Hood intrattenne lo Sceriffo in modo veramente regale. Dapprima, alcune coppie si fecero avanti con il bastone, e così abili erano nel gioco, e così rapidamente scoccavano colpi e parate, che lo Sceriffo, che amava guardare tutti i vigorosi sport del genere, batteva le mani, dimenticando dove si trovasse, ed esclamando ad alta voce: "Ben colpito! Ben colpito, tu con la barba nera!", ignorando che l'uomo che lodava era il Calderaio che aveva tentato di notificargli il mandato contro Robin Hood.

Poi diversi yeomen si fecero avanti e stesero delle tovaglie sull'erba verde, e disposero un banchetto regale; mentre altri ancora stappavano barili di sack, Malvasia e buona birra forte, e li ponevano in brocche sulla tovaglia, con corni da bere attorno. Poi tutti si sedettero e banchettarono e bevvero allegramente insieme finché il sole fu basso e la mezza luna scintillò con una luce pallida tra le foglie degli alberi sovrastanti.

Allora lo Sceriffo si alzò e disse: "Vi ringrazio tutti, bravi yeomen, per l'allegro intrattenimento che mi avete offerto quest'oggi. Molto cortesemente mi avete trattato, mostrando in ciò che avete gran rispetto per il nostro glorioso Re e il suo vice nel valoroso Nottinghamshire. Ma le ombre si allungano, e io devo andare prima che giunga l'oscurità, affinché io non mi perda all'interno della foresta".

Allora Robin Hood e tutti i suoi allegri uomini si alzarono a loro volta, e Robin disse allo Sceriffo: "Se devi andare, onorevole signore, devi andare; ma hai dimenticato una cosa".

"No, non ho dimenticato nulla," disse lo Sceriffo; tuttavia, lo stesso, il cuore gli cadde ai piedi.

"Ma io dico che hai dimenticato qualcosa," disse Robin. "Teniamo una lieta locanda qui nel bosco verde, ma chiunque diventi nostro ospite deve pagare il conto".

Allora lo Sceriffo rise, ma la risata era vuota. "Ebbene, allegri ragazzi," disse, "abbiamo trascorso un tempo felice insieme quest'oggi, e anche se non me lo aveste chiesto, vi avrei dato venti sterline per il dolce intrattenimento che ho ricevuto".

"No," disse Robin seriamente, "ci starebbe male trattare Vostra Signoria così meschinamente. Per la mia fede, Sir Sceriffo, mi vergognerei di mostrare la mia faccia se non contassi il vice del Re per trecento sterline. Non è forse così, miei allegri uomini tutti?"

Allora "Sì!" gridarono tutti, a gran voce.

"Trecento diavoli!" ruggì lo Sceriffo. "Pensate che il vostro banchetto da mendicanti valesse tre sterline, figuriamoci trecento?"

"No," disse Robin gravemente. "Non parlare così bruscamente, Vostra Signoria. Ti voglio bene per il dolce banchetto che mi hai offerto quest'oggi nella lieta Città di Nottingham; ma ci sono persone qui che non ti amano altrettanto. Se guarderai lungo la tovaglia vedrai Will Stutely, nei cui occhi non hai grande favore; poi ci sono altri due bravi compari qui che non conosci, che furono feriti in una rissa vicino alla Città di Nottingham, qualche tempo fa – tu sai quando; uno di loro fu gravemente ferito a un braccio, eppure ne ha riacquistato l'uso. Buon Sceriffo, ascolta il mio consiglio; paga il tuo conto senza ulteriori indugi, o forse potrebbe andarti male".

Mentre parlava, le gote rubiconde dello Sceriffo divennero pallide, ed egli non disse altro ma guardò verso terra e si morse il labbro inferiore. Poi lentamente tirò fuori la sua borsa gonfia e la gettò sulla tovaglia davanti a sé.

"Ora prendi la borsa, Little John," disse Robin Hood, "e vedi che il conto sia giusto. Non vorremmo dubitare del nostro Sceriffo, ma potrebbe non piacergli se dovesse scoprire di non aver pagato il suo conto completo".

Allora Little John contò il denaro e trovò che il sacchetto conteneva trecento sterline in argento e oro. Ma allo Sceriffo sembrava che ogni tintinnio del denaro luminoso fosse una goccia di sangue dalle sue vene. E quando lo vide tutto contato in un mucchio di argento e oro, che riempiva un piatto di legno, si voltò e silenziosamente salì sul suo cavallo.

"Mai abbiamo avuto un ospite così onorevole prima d'ora!" disse Robin, "e, poiché il giorno volge al termine, manderò uno dei miei giovani uomini a guidarti fuori dalle profondità della foresta".

"No, il Cielo me ne scampi!" gridò lo Sceriffo frettolosamente. "Posso trovare la mia strada da solo, buon uomo, senza aiuto".

"Allora ti metterò sulla strada giusta io stesso," disse Robin, e, prendendo il cavallo dello Sceriffo per le redini, lo condusse sul sentiero principale della foresta. Poi, prima di lasciarlo andare, disse: "Ora, stammi bene, buon Sceriffo, e quando la prossima volta penserai di spogliare qualche povero prodigo, ricorda il tuo banchetto nella Foresta di Sherwood. 'Non comprare mai un cavallo, buon amico, senza aver prima guardato nella sua bocca', come dice il nostro buon compare Swanthold. E così, ancora una volta, stammi bene". Poi diede un colpo sulla schiena del cavallo, e via andarono ronzino e Sceriffo attraverso le radure della foresta.

Allora lo Sceriffo si pentì amaramente del giorno in cui per la prima volta si intromise con Robin Hood, poiché tutti gli uomini ridevano di lui e molte ballate venivano cantate dalla gente in tutto il paese, su come lo Sceriffo andò per tosare e tornò a casa tosato fin nel vivo. Poiché così gli uomini a volte cercano di ottenere troppo attraverso l'avidità e l'inganno.

Little John va alla Fiera di Nottingham

LA PRIMAVERA ERA PASSATA dal banchetto dello Sceriffo a Sherwood, e anche l'estate, ed era giunto il dolce mese di ottobre. L'aria era fresca e tersa; i raccolti erano stati portati a casa, i giovani uccelli avevano messo le piume, il luppolo era stato raccolto e le mele erano mature. Ma sebbene il tempo avesse così appianato le cose che gli uomini non parlavano più delle bestie cornute che lo Sceriffo voleva comprare, egli era ancora risentito per la faccenda e non poteva sopportare di sentire il nome di Robin Hood pronunciato in sua presenza.

Con ottobre era giunto il momento di tenere la grande Fiera che si celebrava ogni cinque anni nella Città di Nottingham, alla quale la gente veniva da vicino e da lontano in tutto il paese. In tali occasioni il tiro con l'arco era sempre lo sport principale della giornata, poiché gli yeomen del Nottinghamshire erano i più abili con l'arco lungo in tutta l'allegra Inghilterra, ma quest'anno lo Sceriffo esitò a lungo prima di proclamare la Fiera, temendo che Robin Hood e la sua banda potessero venirvi. Dapprima ebbe una gran voglia di non proclamare la Fiera, ma una seconda riflessione gli disse che gli uomini avrebbero riso di lui e avrebbero detto tra loro che aveva paura di Robin Hood, così accantonò quel pensiero. Alla fine decise che avrebbe offerto un premio tale che non avrebbero avuto interesse a gareggiare per esso. In tali occasioni era consuetudine offrire dieci marchi o una botte di birra, così quest'anno proclamò che un premio di due buoi grassi sarebbe stato dato al miglior arciere.

Quando Robin Hood seppe cosa era stato proclamato si irritò, e disse: "Maledetto questo Sceriffo che offra un premio tale che nessuno tranne i bifolchi pastori si curerà di tirare per esso! Non avrei amato nulla di più che fare un'altra sfida nella lieta Città di Nottingham, ma se dovessi vincere questo premio non mi darebbe piacere né profitto".

Allora intervenne Little John: "No, ma ascolta, buon padrone," disse, "proprio oggi Will Stutely, il giovane David of Doncaster ed io eravamo al Segno del Cinghiale Blu, e lì abbiamo sentito tutte le notizie di questa lieta Fiera, e anche che lo Sceriffo ha offerto questo premio, affinché noi di Sherwood non ci curassimo di venire alla Fiera; così, buon padrone, se vuoi, mi piacerebbe andare e cercare di vincere anche questa misera cosa tra i robusti yeomen che tireranno alla Città di Nottingham".

"No, Little John," disse Robin, "tu sei un solido e robusto compagno, eppure ti manca l'astuzia che il buon Stutely possiede, e non vorrei che ti accadesse del male per tutto il Nottinghamshire. Tuttavia, se vuoi andare, prendi qualche travestimento affinché non vi siano coloro che potrebbero riconoscerti".

"Così sia, buon padrone," disse Little John, "eppure tutto il travestimento che desidero è un buon abito scarlatto invece di questo verde di Lincoln. Tirerò il cappuccio della mia giubba sulla testa in modo che nasconda i miei capelli castani e la barba, e allora, spero, nessuno mi riconoscerà".

"È molto contro la mia volontà," disse Robin Hood, "tuttavia, se lo desideri, va' pure, ma comportati in modo appropriato, Little John, poiché sei il mio braccio destro e sopporterei a fatica che ti accadesse del male".

Così Little John si vestì tutto di scarlatto e partì per la Fiera alla Città di Nottingham.

Davvero allegri erano questi giorni di Fiera a Nottingham, quando il verde davanti alla grande porta della città era punteggiato di bancarelle disposte in file, con tende di tela multicolore, adornate di festoni e ghirlande di fiori, e la gente veniva da tutta la campagna, sia nobili che comuni. In alcune bancarelle si danzava al suono di musica allegra, in altre scorrevano birra e ale, e in altre ancora si vendevano dolciumi e zucchero d'orzo; e lo sport si svolgeva anche fuori dalle bancarelle, dove qualche menestrello cantava ballate dei tempi antichi, suonando un accompagnamento sull'arpa, o dove i lottatori si scontravano l'uno con l'altro all'interno dell'anello di segatura, ma la gente si radunava soprattutto attorno a una piattaforma rialzata dove robusti compari giocavano al bastone.

Così Little John giunse alla Fiera. Tutte scarlatte erano le sue calze e la sua giubba, e scarlatto era il suo cappello col cappuccio, con una piuma scarlatta infilata sul lato. Sopra le spalle era appeso un robusto arco di tasso, e attraverso la schiena pendeva una faretra di buone frecce rotonde. Molti si voltarono a guardare un tale compagno robusto e alto, poiché le sue spalle erano più larghe di un palmo di chiunque fosse lì, e svettava di una testa sopra tutti gli altri uomini. Anche le fanciulle lo guardavano di sbieco, pensando di non aver mai visto un giovane più vigoroso.

Per prima cosa andò alla bancarella dove si vendeva birra forte e, stando in piedi su una panca, chiamò tutti quelli che erano vicini a venire a bere con lui. "Ehi, dolci ragazzi!" gridò, "chi berrà birra con un robusto yeoman? Venite, tutti! Venite, tutti! Siate allegri, poiché la giornata è dolce e la birra è frizzante. Venite qui, buon yeoman, e tu, e tu; poiché nessuno di voi pagherà un soldo. No, giratevi qui, tu robusto mendicante, e tu allegro calderaio, poiché tutti saranno allegri con me".

Così gridò, e tutti si affollarono attorno, ridendo, mentre la birra bruna scorreva; e chiamarono Little John un bravo compagno, giurando ciascuno di amarlo come il proprio fratello; poiché quando uno riceve un intrattenimento senza pagare nulla, si ama l'uomo che lo offre.

Poi passeggiò verso la piattaforma dove si giocava a bastone, poiché amava una sfida al bastone come amava cibo e bevanda; e qui accadde un'avventura che fu cantata nelle ballate in tutto il paese per molti giorni.

C'era un compagno che rompeva teste a chiunque gettasse il cappello nell'anello. Questo era Eric o' Lincoln, di grande fama, il cui nome era stato cantato in ballate in tutta la campagna. Quando Little John raggiunse il posto non trovò nessuno a combattere, ma solo l'audace Eric che camminava su e giù per la piattaforma, facendo roteare il bastone e gridando vigorosamente: "Ora, chi verrà a sferrare un colpo per la fanciulla che ama di più, con un buon yeoman del Lincolnshire? Che ne dite, ragazzi? Fatevi avanti! Fatevi avanti! O gli occhi delle fanciulle non sono luminosi da queste parti, o il sangue dei giovani di Nottingham è pigro e freddo. Lincoln contro Nottingham, dico io! Poiché nessuno ha messo piede sulle assi quest'oggi che noi di Lincoln chiamiamo giocatore di bastone".

A questo, uno ne spingeva un altro con il gomito, dicendo: "Vai tu, Ned!" o "Vai tu, Thomas!", ma nessun ragazzo teneva a guadagnarsi una testa rotta per nulla.

Poco dopo Eric vide dove Little John stava tra gli altri, una testa e le spalle sopra tutti loro, e lo chiamò ad alta voce: "Ehi, tu compagno dalle gambe lunghe in scarlatto! Larghe sono le tue spalle e spessa la tua testa; la tua fanciulla non è abbastanza bella perché tu prenda il bastone in mano per lei? In verità, credo che gli uomini di Nottingham stiano diventando ossa e tendini, poiché non hanno né cuore né coraggio! Ora, tu grande zotico, non farai roteare il bastone per Nottingham?"

"Sì," disse Little John, "se solo avessi qui il mio buon bastone, mi darebbe un piacere immenso rompere la testa al tuo furfante, tu insolente spaccone! So che sarebbe bene per te se la tua cresta di gallo venisse tagliata!" Così parlò, lentamente all'inizio, poiché era lento a muoversi; ma la sua ira accumulava slancio come una grande pietra che rotola giù per una collina, così che alla fine era pieno di rabbia.

Allora Eric o' Lincoln rise ad alta voce. "Ben detto per uno che teme di incontrarmi lealmente, uomo a uomo," disse. "Insolente sei tu stesso, e se metterai piede su queste assi, farò tintinnare la tua lingua insolente tra i denti!"

"Ora," disse Little John, "non c'è nessuno qui che mi presti un buon bastone robusto finché non provo il valore di quel compagno?" A questo, una decina gli porsero i loro bastoni, ed egli prese il più robusto e pesante di tutti. Poi, guardando il bastone su e giù, disse: "Ora, non ho in mano che una scheggia di legno – una paglia d'orzo, per così dire – eppure credo che dovrà servirmi, quindi eccoci". Dopodiché gettò il bastone sulla tribuna e, saltandoci leggermente dietro, lo afferrò di nuovo in mano.

Poi ognuno stette al suo posto e misurò l'altro con sguardi feroci finché colui che dirigeva lo sport gridò: "Gioco!" A questo si fecero avanti, ognuno afferrando il bastone strettamente al centro. Poi quelli che stavano attorno videro la partita di bastone più robusta che la Città di Nottingham avesse mai visto. Dapprima Eric o' Lincoln pensò che avrebbe ottenuto un facile vantaggio, così si fece avanti come se volesse dire: "Guardate, buona gente, come scarno questo galletto molto rapidamente"; ma presto scoprì che non era una faccenda così rapida. Molto abilmente colpì, e con grande abilità di scherma, ma aveva trovato il suo pari in Little John. Una, due, tre volte colpì, e tre volte Little John deviò i colpi a sinistra e a destra. Poi rapidamente e con un delicato colpo di rovescio, colpì Eric sotto la sua guardia così acutamente che gli fece risuonare la testa. Allora Eric fece un passo indietro per raccogliere il suo ingegno, mentre un grande grido si levò e tutti furono contenti che Nottingham avesse rotto la testa a Lincoln; e così terminò la prima ripresa del gioco.

Poi poco dopo il direttore dello sport gridò: "Gioco!" e si scontrarono di nuovo; ma ora Eric giocava con cautela, poiché aveva scoperto che il suo uomo era di buon metallo, e inoltre non aveva un dolce ricordo del colpo che aveva ricevuto; così in questa ripresa né Little John né l'uomo di Lincoln incassarono un colpo all'interno della loro guardia. Poi, dopo un po', si separarono di nuovo, e questo concluse la seconda ripresa.

Poi per la terza volta si scontrarono, e all'inizio Eric si sforzò di essere cauto, come era stato prima; ma, infuriandosi nel ritrovarsi così ostacolato, perse il senno e cominciò a far piovere colpi così ferocemente e così velocemente che risuonavano come grandine sul tetto; ma, nonostante tutto, non riuscì ad arrivare all'interno della guardia di Little John. Poi alla fine Little John vide la sua occasione e la colse molto abilmente. Ancora una volta, con un colpo rapido, colpì Eric di lato alla testa, e prima che potesse riprendersi, Little John fece scivolare la mano destra verso la sinistra e, con un colpo oscillante, colpì l'altro così duramente sulla testa che cadde come se non dovesse muoversi mai più.

Allora la gente gridò così forte che la gente corse da ogni parte per vedere cosa fosse successo; mentre Little John saltò giù dalla tribuna e restituì il bastone a colui che glielo aveva prestato. E così terminò la famosa sfida tra Little John ed Eric o' Lincoln di grande fama.

Ma ora era giunto il tempo in cui coloro che dovevano tirare con l'arco lungo avrebbero dovuto prendere posto, così la gente cominciò ad accorrere verso i bersagli dove si sarebbe svolta la gara. Vicino al bersaglio, in una buona posizione, sedeva lo Sceriffo su un palco rialzato, con molti gentiluomini attorno. Quando gli arcieri ebbero preso posizione, l'araldo si fece avanti e proclamò le regole del gioco, e come ognuno avrebbe dovuto scoccare tre frecce, e a colui che avesse tirato meglio sarebbe spettato il premio di due grassi manzi. Un ventina di valenti tiratori si erano radunati lì, e tra loro alcuni dei più esperti mani dell'arco lungo di Lincoln e del Nottinghamshire; e tra loro Little John torreggiava su tutti gli altri. "Chi è quello straniero vestito tutto di scarlatto?" dicevano alcuni, e altri rispondevano: "È colui che ha appena spaccato così sonoramente la testa a Eric o' Lincoln". Così la gente parlava tra sé, finché alla fine la cosa giunse persino alle orecchie dello Sceriffo.

E ora ogni uomo si faceva avanti e tirava a turno; ma sebbene ognuno tirasse bene, Little John era il migliore di tutti, poiché per tre volte colpì il centro, e una volta soltanto la lunghezza di un chicco d'orzo dal punto centrale. "Evviva l'arciere alto!" gridò la folla, e alcuni tra loro gridarono: "Evviva Reynold Greenleaf!", poiché questo era il nome che Little John si era dato quel giorno.

Allora lo Sceriffo scese dal seggio rialzato e venne dove stavano gli arcieri, mentre tutti coloro che lo vedevano arrivare si toglievano il berretto. Guardò intensamente Little John ma non lo riconobbe, sebbene dicesse, dopo un po': "Ebbene, buon uomo, mi pare che ci sia qualcosa nel tuo volto che ho già visto in precedenza".

"Può darsi che sia così," disse Little John, "poiché spesso ho visto Vostra Signoria". E, mentre parlava, guardava fissamente negli occhi lo Sceriffo, cosicché quest'ultimo non sospettò chi fosse.

"Sei una lama coraggiosa, buon amico," disse lo Sceriffo, "e sento che oggi hai ben difeso l'abilità del Nottinghamshire contro quella di Lincoln. Quale potrebbe essere il tuo nome, buon uomo?"

"Gli uomini mi chiamano Reynold Greenleaf, Vostra Signoria," disse Little John; e l'antica ballata che narra di ciò, aggiunge: "Così, in verità, era una foglia verde, ma di quale tipo di albero lo Sceriffo non sapeva".

"Ora, Reynold Greenleaf," disse lo Sceriffo, "sei la mano più abile con l'arco lungo che i miei occhi abbiano mai visto, dopo quel falso furfante di Robin Hood, dalle cui astuzie il Cielo mi protegga! Vuoi unirti al mio servizio, buon uomo? Sarai pagato molto bene, poiché avrai tre completi di vestiti l'anno, con buon cibo e tutta la birra che potrai bere; e, oltre a ciò, ti pagherò quaranta marchi a ogni festa di San Michele."

"Allora eccomi qui, uomo libero, e molto volentieri entrerò nella tua casa," disse Little John, poiché pensò che avrebbe potuto trovare qualche scherzo allegro, se fosse entrato al servizio dello Sceriffo.

"Hai vinto onestamente i grassi manzi," disse lo Sceriffo, "e a ciò aggiungerò una botte di buona birra di marzo, per la gioia di aver trovato un tale uomo; poiché, lo so, tiri una freccia tanto bella quanto Robin Hood stesso."

"Allora," disse Little John, "per la gioia di essermi messo al tuo servizio, darò grassi manzi e birra bruna a tutta questa brava gente, per rallegrarli." A questo scoppiò un grande grido, e molti lanciarono i berretti in alto, per la gioia del dono.

Poi alcuni accesero grandi fuochi e arrostirono i manzi, e altri spinarono la botte di birra, con la quale tutti si rallegrarono. Poi, quando ebbero mangiato e bevuto quanto poterono, e quando il giorno svanì e la grande luna sorse, tutta rossa e rotonda, sopra le guglie e le torri della città di Nottingham, si presero per mano e danzarono attorno ai fuochi, al suono di zampogne e arpe. Ma molto prima che questo divertimento fosse iniziato, lo Sceriffo e il suo nuovo servitore Reynold Greenleaf erano nel castello di Nottingham.

Come Little John visse dallo Sceriffo

COSÌ LITTLE JOHN entrò al servizio dello Sceriffo e trovò la vita che conduceva lì abbastanza facile, poiché lo Sceriffo lo rese il suo braccio destro e lo tenne in grande considerazione. Sedeva vicino allo Sceriffo a tavola, e correva accanto al suo cavallo quando andava a caccia; così che, tra il cacciare e il far volare un po' di falchi, e il mangiare piatti ricchi e bere buon vino, e dormire fino a ore tarde del mattino, divenne grasso come un bue allevato in stalla. Così le cose scorrevano facilmente con la marea, finché un giorno in cui lo Sceriffo andò a caccia, accadde ciò che ruppe la superficie liscia delle cose.

Questa mattina lo Sceriffo e molti dei suoi uomini partirono per incontrare certi nobili, per andare a caccia. Guardò tutto intorno a sé per trovare il suo buon uomo, Reynold Greenleaf, ma, non trovandolo, si irritò, poiché desiderava mostrare l'abilità di Little John ai suoi nobili amici. Quanto a Little John, giaceva a letto, russando sonoramente, finché il sole fu alto nel cielo. Alla fine aprì gli occhi e guardò intorno a sé ma non si mosse per alzarsi. Il sole splendeva luminoso alla finestra, e tutta l'aria era dolce con il profumo del caprifoglio che pendeva in grappoli lungo il muro esterno, poiché il freddo inverno era passato e la primavera era tornata, e Little John giaceva immobile, pensando a quanto fosse dolce ogni cosa in quel bel mattino. Proprio allora udì, debole e lontano, una nota di corno distante che suonava sottile e chiara. Il suono era piccolo, ma, come un sassolino gettato in una fontana cristallina, ruppe tutta la superficie liscia dei suoi pensieri, finché la sua intera anima fu piena di turbamento. Il suo spirito sembrò risvegliarsi dal suo torpore, e la sua memoria gli riportò tutta la vita allegra nella foresta verde: come gli uccelli stessero cantando allegramente lì in quel radioso mattino, e come i suoi amati compagni e amici stessero banchettando e divertendosi, o forse parlando di lui con tono serio; poiché quando entrò per la prima volta al servizio dello Sceriffo lo fece per scherzo; ma il focolare era caldo durante l'inverno, e il vitto era abbondante, e così era rimasto, rimandando di giorno in giorno il suo ritorno a Sherwood, finché sei lunghi mesi erano passati. Ma ora pensava al suo buon padrone e a Will Stutely, che amava più di chiunque altro al mondo, e al giovane David di Doncaster, che aveva addestrato così bene in tutti gli sport virili, finché non giunse al suo cuore un grande e amaro desiderio per tutti loro, cosicché i suoi occhi si riempirono di lacrime. Allora disse ad alta voce: "Qui divento grasso come un bue da stalla e tutta la mia virilità mi abbandona mentre divento un pigro e uno sciocco. Ma mi scuoterò e tornerò ancora una volta dai miei cari amici, e mai li lascerò più finché la vita non abbandonerà le mie labbra". Così dicendo, balzò dal letto, poiché ora odiava la sua pigrizia.

Quando scese le scale vide l'Intendente in piedi vicino alla porta della dispensa: un uomo grande e grasso, con un enorme mazzo di chiavi appeso alla cintura. Allora Little John disse: "Ehi, Mastro Intendente, sono un uomo affamato, poiché non ho avuto nulla per tutta questa santa mattinata. Pertanto, dammi da mangiare".

Allora l'Intendente lo guardò cupamente e fece tintinnare le chiavi alla cintura, poiché odiava Little John perché aveva trovato favore presso lo Sceriffo. "Dunque, Mastro Reynold Greenleaf, sei affamato, eh?" disse lui. "Ma, bel giovane, se vivrai abbastanza a lungo, scoprirai che colui che ottiene troppo sonno per una testa oziosa va con lo stomaco vuoto. Perché cosa dice il vecchio proverbio, Mastro Greenleaf? Non è 'Il volatile tardivo trova ben scarso nutrimento'?"

"Ora, sacco di grasso che non sei altro!" gridò Little John, "non ti chiedo la saggezza da pazzi, ma pane e carne. Chi sei tu, per negarmi da mangiare? Per San Dunstan, faresti meglio a dirmi dov'è la mia colazione, se vuoi evitare ossa rotte!"

"La tua colazione, Mastro Palla di Fuoco, è nella dispensa," rispose l'Intendente.

"Allora portala qui!" gridò Little John, che ormai si stava arrabbiando.

"Vai tu a prenderla per conto tuo," disse l'Intendente. "Sono forse il tuo schiavo, per andare a prendere e portare per te?"

"Dico, vai tu, portamela!"

"Dico, vai tu, prenditela da solo!"

"Sì, perbacco, è quello che farò, molto velocemente!" disse Little John in preda alla rabbia. E, così dicendo, si diresse a grandi passi verso la dispensa e cercò di aprire la porta ma la trovò chiusa a chiave, al che l'Intendente rise e fece tintinnare le chiavi. Allora l'ira di Little John traboccò, e, alzando il pugno chiuso, colpì la porta della dispensa, sfondando tre pannelli e creando un'apertura così grande che avrebbe potuto facilmente chinarsi e passarci attraverso.

Quando l'Intendente vide ciò che era stato fatto, divenne pazzo di rabbia; e, mentre Little John si chinava per guardare dentro la dispensa, lo afferrò da dietro per la nuca, pizzicandolo dolorosamente e colpendolo sulla testa con le sue chiavi finché le orecchie dello yeoman non rintronarono ancora. A questo Little John si voltò verso l'Intendente e lo colpì con uno schiaffo tale che l'uomo grasso cadde sul pavimento e giacque lì come se non dovesse muoversi mai più. "Ecco," disse Little John, "pensa bene a quel colpo e non tenere mai più una buona colazione lontano da un uomo affamato."

Così dicendo, si intrufolò nella dispensa e guardò intorno a sé per vedere se riusciva a trovare qualcosa per placare la sua fame. Vide un grande pasticcio di cervo e due capponi arrostiti, accanto ai quali c'era un piatto di uova di piviere; inoltre, c'era un fiasco di vino e uno di canarino: una vista dolce per un uomo affamato. Li prese dagli scaffali e li pose su una credenza, e si preparò a rallegrarsi.

Ora il Cuoco, nella cucina di fronte al cortile, udì il parlare ad alta voce tra Little John e l'Intendente, e anche il colpo che Little John diede all'altro, così corse attraverso il cortile e su per la scala fino a dove si trovava la dispensa dell'Intendente, portando tra le mani lo spiedo con l'arrosto ancora sopra. Nel frattempo l'Intendente aveva radunato il suo spirito e si era rialzato, cosicché quando il Cuoco arrivò alla dispensa dell'Intendente lo vide guardare torvo attraverso la porta rotta verso Little John, che si stava preparando per un buon pasto, come un cane guarda torvo un altro che ha un osso. Quando l'Intendente vide il Cuoco, andò da lui e, mettendogli un braccio attorno alla spalla: "Ahimè, dolce amico!" disse, poiché il Cuoco era un uomo alto e robusto, "vedi cosa ha fatto quel vile furfante di Reynold Greenleaf? Ha fatto irruzione nei beni del nostro padrone e mi ha dato uno schiaffo sull'orecchio, così che ho pensato di essere morto. Buon Cuoco, ti voglio bene, e avrai una buona bottiglia del miglior vino del nostro padrone ogni giorno, poiché sei un vecchio e fedele servitore. Inoltre, buon Cuoco, ho dieci scellini che intendo darti in dono. Ma non odi vedere un vile arrivista come questo Reynold Greenleaf prendersela così spavaldamente?"

"Sì, perbacco, che lo odio," disse il Cuoco con audacia, poiché il Cuoco amava l'Intendente per via dei suoi discorsi sul vino e sui dieci scellini. "Vattene subito nella tua stanza, e io farò uscire questo furfante per le orecchie." Così dicendo, mise da parte lo spiedo e sguainò la spada che pendeva al suo fianco; al che l'Intendente se ne andò il più velocemente possibile, poiché odiava la vista dell'acciaio nudo.

Allora il Cuoco camminò dritto verso la porta rotta della dispensa, attraverso la quale vide Little John infilarsi un tovagliolo sotto il mento e prepararsi a rallegrarsi.

"Ebbene, come va, Reynold Greenleaf?" disse il Cuoco, "non sei meglio di un ladro, lo so. Vieni subito fuori, uomo, o ti intaglierò come farei con un maialino da latte."

"No, buon Cuoco, comportati in modo più decoroso, altrimenti uscirò a tuo danno. La maggior parte delle volte sono come un agnello di un anno, ma quando qualcuno si mette tra me e il mio cibo, sono come un leone ruggente."

"Leone o non leone," disse il valoroso Cuoco, "vieni subito fuori, altrimenti sei un cuore codardo oltre che un ladro furfante."

"Ha!" gridò Little John, "nome di codardo non ne ho mai avuto; quindi, bada a te stesso, buon Cuoco, poiché esco subito, il leone ruggente di cui parlavo poc'anzi."

Allora anche lui sguainò la spada e uscì dalla dispensa; poi, mettendosi in posizione, si avvicinarono lentamente, con sguardi cupi e arrabbiati; ma improvvisamente Little John abbassò la punta. "Fermati, buon Cuoco!" disse. "Ora, mi viene in mente che sarebbe male da parte nostra combattere con buone vivande così vicine, e un banchetto tale che si confarebbe a due uomini robusti come noi. Perbacco, buon amico, penso che dovremmo goderci questo bel banchetto prima di combattere. Che ne dici, allegro Cuoco?"

A questo discorso il Cuoco guardò su e giù, grattandosi la testa in dubbio, poiché amava i buoni banchetti. Alla fine fece un lungo respiro e disse a Little John: "Bene, buon amico, mi piace molto il tuo piano; quindi, bel ragazzo, dico io, banchettiamo, con tutto il mio cuore, poiché uno di noi potrebbe cenare in Paradiso prima del calar della sera."

Così ognuno ripose la spada nel fodero ed entrò nella dispensa. Poi, dopo essersi seduti, Little John estrasse il pugnale e lo conficcò nel pasticcio. "Un uomo affamato deve essere nutrito," disse, "quindi, dolce ragazzo, mi servo senza permesso." Ma il Cuoco non rimase molto indietro, poiché subito anche le sue mani furono conficcate profondamente nel buon pasticcio. Dopo di ciò, nessuno dei due parlò ulteriormente, ma usarono i denti per uno scopo migliore. Ma sebbene nessuno dei due parlasse, si guardavano l'un l'altro, pensando ognuno tra sé che non aveva mai visto un compagno più vigoroso di quello dall'altra parte della tavola.

Alla fine, dopo che era passato molto tempo, il Cuoco fece un respiro pieno e profondo, come di molto rimpianto, e si pulì le mani sul tovagliolo, poiché non poteva più mangiare. Anche Little John ne ebbe abbastanza, poiché spinse via il pasticcio, come se volesse dire: "Non ti voglio più vicino a me, buon amico". Poi prese la bottiglia di vino e disse: "Ora, buon uomo, giuro per tutto ciò che è luminoso, che sei il compagno più robusto nel mangiare che io abbia mai avuto. Ecco! Bevo alla tua salute." Così dicendo, si portò il fiasco alle labbra e rivolse gli occhi al cielo, mentre il buon vino gli inondava la gola. Poi passò la bottiglia al Cuoco, che disse anch'egli: "Ecco, bevo alla tua salute, dolce compagno!" Né fu da meno di Little John nel bere, così come nel mangiare.

"Ora," disse Little John, "la tua voce è davvero rotonda e dolce, allegro ragazzo. Non dubito che tu possa cantare una ballata molto allegramente; non è così?"

"Veramente, ne ho canticchiata una di tanto in tanto," disse il Cuoco, "tuttavia non vorrei cantare da solo."

"No, davvero," disse Little John, "quella sarebbe ben poca cortesia. Attacca la tua canzonetta, e io canterò poi una per uguagliarla, se posso."

"Così sia, bel ragazzo," disse il Cuoco. "E hai mai sentito la canzone della Pastorella Abbandonata?"

"Veramente, non so," rispose Little John, "ma canta tu e lasciami ascoltare."

Allora il Cuoco prese un altro sorso dalla bottiglia e, schiarendosi la voce, cantò con molta dolcezza:

LA CANZONE DELLA PASTORELLA ABBANDONATA

"In tempo di Quaresima, quando le foglie si fanno verdi, E i graziosi uccelli iniziano ad accoppiarsi, Quando l'allodola canta, e il tordo, credo, E la tortora tuba presto e tardi, La bella Fillide sedeva accanto a una pietra, E così la udii lamentarsi: 'O salice, salice, salice, salice! Mi prenderò i tuoi bei rami E intreccerò una corona per adornare i miei capelli.

"'Il tordo si è preso la sua femmina, Il pettirosso, pure, e anche la colomba; Il mio Robin mi ha abbandonata, E mi ha lasciata per un altro amore. Così qui, lungo il ruscello, tutta sola, Mi siedo e faccio il mio lamento. O salice, salice, salice, salice! Mi prenderò i tuoi bei rami E intreccerò una corona per adornare i miei capelli.'

"Ma non venne mai aringa dal mare, Ma buona come lui nella marea; Il giovane Coridone venne attraverso il prato, E si sedette accanto a Fillide. Così, prontamente, lei cambiò tono, E iniziò a cessare il suo lamento, 'O salice, salice, salice, salice! Puoi pure tenerti le tue ghirlande, Non le voglio per adornare i miei capelli.'"

"Ora, per la mia fede," gridò Little John, "quella stessa è proprio una buona canzone, e ha anche del vero in sé."

"Sono contento che ti piaccia, dolce ragazzo," disse il Cuoco. "Ora canta anche tu, poiché mai un uomo dovrebbe essere allegro da solo, o cantare e non ascoltare."

"Allora ti canterò una canzone di un buon cavaliere della corte di Artù, e come guarì la ferita del suo cuore senza correre di nuovo sul dardo, come fece la tua Fillide; poiché so che non fece altro che curare un dolore dandosene un altro. Quindi, ascolta mentre canto:

IL BUON CAVALIERE E IL SUO AMORE

"Quando Artù, Re, governava questa terra, Un buon re era lui, E aveva dei suoi forti cavalieri una schiera Di allegra compagnia.

"Tra tutti loro, sia grandi che piccoli, Un buon cavaliere robusto c'era, Un giovane vigoroso, e anche alto, Che amava una dama bella.

"Ma nulla lei voleva avere a che fare con lui, Ma voltò la sua faccia lontano; Così se ne andò in paese lontano, E lasciò quella dama gaia.

"Lì tutto solo fece il suo lamento, E anche singhiozzò e sospirò, E pianse finché avrebbe commosso una pietra, Ed era sul punto di morire.

"Ma ancora il suo cuore sentiva il dolore, E anche la terribile sofferenza, E piuttosto il suo dolore si faceva più acuto Mentre il suo corpo si faceva più esile.

"Allora tornò dove c'era buon vino E allegra compagnia, E presto smise di gridare 'Ahimè!' Quando lieto e gaio fu lui.

"Da cui sostengo, e mi sento ben ardito Nel dire, e anche credere, Che se la pancia non va al freddo Il cuore smetterà di soffrire."

"Ora, per la mia fede," gridò il Cuoco, mentre faceva tintinnare la bottiglia contro la credenza, "mi piace enormemente quella canzone, e anche il motivo di essa, che giace come un dolce nocciolo in una nocciola."

"Ora sei un uomo di opinioni perspicaci," disse Little John, "e ti amo davvero come se fossi mio fratello."

"E anch'io ti amo. Ma il giorno avanza, e ho la mia cucina da fare prima che il nostro padrone torni a casa; quindi andiamo pure a sistemare questa bella lotta che abbiamo in mano."

"Sì, perbacco," disse Little John, "e ciò molto velocemente. Mai sono stato più lento nel combattere che nel mangiare e bere. Quindi vieni dritto fuori nel passaggio, dove c'è buono spazio per far oscillare una spada, e cercherò di servirti."

Allora entrambi uscirono nell'ampio passaggio che portava alla dispensa dell'Intendente, dove ogni uomo sguainò di nuovo la spada e senza ulteriori indugi si avventò sull'altro come se volesse tagliare il suo compagno arto da arto. Allora le loro spade cozzarono l'una contro l'altra con grande fragore, e scintille volarono da ogni colpo a scrosci. Così combatterono su e giù per la sala per un'ora e più, senza che nessuno colpisse l'altro, sebbene si sforzassero al meglio per farlo; poiché entrambi erano abili nella scherma; così non venne nulla da tutta la loro fatica. Di tanto in tanto si riposavano, ansimando; poi, dopo aver ripreso fiato, ci tornavano ancora più ferocemente di prima. Alla fine Little John gridò ad alta voce: "Fermati, buon Cuoco!" al che ognuno si appoggiò alla spada, ansimando.

"Ora farò il mio giuramento," disse Little John, "tu sei il miglior spadaccino che i miei occhi abbiano mai visto. Davvero, avevo pensato di intagliarti prima d'ora."

"E io avevo pensato di fare lo stesso con te," disse il Cuoco, "ma ho mancato il bersaglio in qualche modo."

"Ora, sono stato a pensare tra me e me," disse Little John, "per cosa stiamo combattendo; sebbene io non lo sappia esattamente."

"Beh, nemmeno io," disse il Cuoco. "Non nutro alcun affetto per quel pingue Intendente, ma pensavo che ci fossimo impegnati a combattere l'uno contro l'altro e che dovesse essere fatto."

"Ora," disse Little John, "mi sembra che invece di sforzarci di tagliarci la gola a vicenda, sarebbe meglio per noi essere buoni compagni. Che ne dici, allegro Cuoco, verrai con me nella foresta di Sherwood a unirti alla banda di Robin Hood? Vivrai una vita lieta tra i boschi, e avrai centoquaranta buoni compagni, uno dei quali sono io stesso. Avrai tre completi di verde Lincoln ogni anno, e quaranta marchi di paga."

"Ora, tu sei un uomo secondo il mio cuore!" esclamò il Cuoco di tutto cuore, "e, visto che ne parli, questo è proprio il servizio che fa per me. Verrò con te, e molto volentieri. Dammi la mano, dolce amico, e sarò tuo compagno d'ora in avanti. Quale può essere il tuo nome, ragazzo?"

"Gli uomini mi chiamano Little John, buon amico."

"Come? E sei davvero Little John, e il braccio destro di Robin Hood in persona? Molte volte ho sentito parlare di te, ma mai ho sperato di posare gli occhi su di te. E tu sei davvero il famoso Little John!" E il Cuoco sembrava perso nello stupore, e guardava il suo compagno con gli occhi spalancati.

"Io sono Little John, davvero, e porterò a Robin Hood quest'oggi un uomo davvero robusto per unirsi alla sua allegra banda. Ma prima di andare, buon amico, mi sembra un vero peccato che, dato che abbiamo avuto così tanto cibo dallo Sceriffo, non dovremmo portare via anche parte della sua argenteria a Robin Hood, come regalo da parte di sua signoria."

"Sì, perbacco, lo è," disse il Cuoco. E così iniziarono a frugare in giro, e presero quanto più argento poterono, mettendolo in un sacco, e quando ebbero riempito il sacco partirono per la foresta di Sherwood.

Immergendosi nei boschi, giunsero infine al grande albero del bosco verde, dove trovarono Robin Hood e sessanta dei suoi allegri uomini sdraiati sull'erba fresca e verde. Quando Robin e i suoi uomini videro chi stava arrivando, balzarono in piedi. "Benvenuti!" gridò Robin Hood. "Benvenuto, Little John! Da molto tempo non avevamo tue notizie, sebbene sapessimo tutti che ti eri unito al servizio dello Sceriffo. E come ti è andata in tutti questi lunghi giorni?"

"Molto allegramente ho vissuto presso il Lord Sceriffo," rispose Little John, "e sono venuto direttamente da lì. Guarda, buon maestro! Ti ho portato il suo cuoco, e persino la sua argenteria." Dopodiché raccontò a Robin Hood e ai suoi allegri uomini che erano lì, tutto ciò che gli era accaduto da quando li aveva lasciati per andare alla Fiera nella città di Nottingham. Allora tutti risero a crepapelle, tranne Robin Hood; ma lui appariva serio.

"No, Little John," disse, "sei un uomo coraggioso e un compagno fidato. Sono contento che tu sia tornato da noi, e con un così buon compagno come il Cuoco, che tutti noi diamo il benvenuto a Sherwood. Ma non mi piace affatto che tu abbia rubato l'argenteria dello Sceriffo come un qualche meschino ladro. Lo Sceriffo è stato punito da noi, e ha perso trecento sterline, proprio come cercava di spogliare un altro; ma non ha fatto nulla per cui dovremmo rubargli l'argenteria di casa."

Sebbene Little John ne fosse contrariato, cercò di liquidare la cosa con uno scherzo. "No, buon maestro," disse, "se pensi che lo Sceriffo non ci abbia dato l'argento, andrò a prenderlo, così che possa dirci con le sue stesse labbra che ci dona tutto." Detto questo balzò in piedi, e fu lontano prima che Robin potesse richiamarlo.

Little John corse per ben cinque miglia finché giunse dove lo Sceriffo di Nottingham e una gaia compagnia stavano cacciando vicino alla foresta. Quando Little John giunse dallo Sceriffo si tolse il berretto e piegò il ginocchio. "Dio ti salvi, buon maestro," disse.

"Perché, Reynold Greenleaf!" esclamò lo Sceriffo, "da dove vieni e dove sei stato?"

"Sono stato nella foresta," rispose Little John, parlando con stupore, "e lì ho visto uno spettacolo come mai prima gli occhi di uomo ebbero visto! Laggiù ho visto un giovane cervo tutto verde dalla testa ai piedi, e attorno a lui c'era un branco di sessanta cervi, e anche loro erano tutti verdi dalla testa ai piedi. Eppure non ho osato tirare, buon maestro, per paura che mi uccidessero."

"Perché, come va, Reynold Greenleaf," esclamò lo Sceriffo, "stai sognando o sei pazzo, che mi porti una storia simile?"

"No, non sto sognando né sono pazzo," disse Little John, "e se verrai con me, ti mostrerò questo bel spettacolo, poiché l'ho visto con i miei stessi occhi. Ma devi venire da solo, buon maestro, affinché gli altri non li spaventino e loro scappino via."

Così la comitiva avanzò, e Little John li guidò verso l'interno della foresta.

"Ora, buon maestro," disse alla fine, "siamo vicini a dove ho visto questo branco."

Allora lo Sceriffo smontò da cavallo e ordinò loro di aspettarlo finché non fosse tornato; e Little John lo condusse avanti attraverso un fitto boschetto finché improvvisamente giunsero a una grande radura aperta, alla fine della quale Robin Hood sedeva sotto l'ombra della grande quercia, con i suoi allegri uomini tutti attorno a lui. "Guarda, buon Mastro Sceriffo," disse Little John, "laggiù c'è il cervo di cui ti ho parlato."

A ciò lo Sceriffo si voltò verso Little John e disse amaramente: "Molto tempo fa pensavo di ricordare la tua faccia, ma ora ti riconosco. Guai a te, Little John, perché oggi mi hai tradito."

Nel frattempo Robin Hood era giunto da loro. "Benvenuto, Mastro Sceriffo," disse. "Sei venuto oggi a fare un altro banchetto con me?"

"No, il Cielo me ne scampi!" disse lo Sceriffo con toni di profonda serietà. "Non desidero alcun banchetto e non ho fame oggi."

"Tuttavia," disse Robin, "se non hai fame, forse hai sete, e so bene che accetterai una coppa di vino con me. Ma mi addolora che tu non voglia banchettare con me, poiché potresti avere vivande a tuo piacimento, perché lì c'è il tuo Cuoco."

Poi condusse lo Sceriffo, volente o nolente, al posto che conosceva così bene sotto l'albero del bosco verde.

"Ehi, ragazzi!" gridò Robin, "riempite al nostro buon amico lo Sceriffo una coppa di vino ben colma e portatela qui, perché è svenuto e stanco."

Allora uno della banda portò allo Sceriffo una coppa di vino, inchinandosi profondamente mentre gliela porgeva; ma lo Sceriffo non riuscì a toccare il vino, poiché vide che veniva servito in una delle sue brocche d'argento, su uno dei suoi piatti d'argento.

"Come va," disse Robin, "non ti piace il nostro nuovo servizio d'argento? Ne abbiamo ottenuto un sacco quest'oggi." Detto questo, sollevò il sacco d'argento che Little John e il Cuoco avevano portato con loro.

Allora il cuore dello Sceriffo fu amaro dentro di lui; ma, non osando dire nulla, fissò soltanto il suolo. Robin lo guardò intensamente per un momento prima di parlare ancora. Poi disse: "Ora, Mastro Sceriffo, l'ultima volta che sei venuto nella foresta di Sherwood sei venuto cercando di spogliare un povero scialacquatore, e tu stesso sei stato spogliato; ma ora vieni senza cercare di fare alcun male, né so che tu abbia spogliato alcuno. Io prendo le mie decime dai preti grassi e dai lord signorotti, per aiutare coloro che essi spogliano e per sollevare coloro che essi opprimono; ma non so che tu abbia tuoi affittuari che tu abbia danneggiato in alcun modo. Pertanto, riprenditi il tuo, né ti dispossesserò oggi nemmeno di un farthing. Vieni con me, e ti ricondurrò dalla foresta fino alla tua comitiva."

Poi, gettandosi il sacco sulle spalle, si voltò, seguito dallo Sceriffo, troppo confuso nella mente per parlare. Così procedettero finché non giunsero a un centinaio di metri dal punto in cui i compagni dello Sceriffo lo stavano aspettando. Allora Robin Hood restituì il sacco d'argento allo Sceriffo. "Riprenditi il tuo," disse, "e ascoltami, buon Sceriffo, accogli anche un consiglio. Metti bene alla prova i tuoi servitori prima di ingaggiarli di nuovo così prontamente." Poi, voltandosi, lasciò l'altro in piedi sbalordito, con il sacco tra le mani.

La comitiva che aspettava lo Sceriffo rimase sbalordita nel vederlo uscire dalla foresta portando un pesante sacco sulle spalle; ma sebbene lo interrogassero, egli non rispose parola, agendo come uno che cammina in sogno. Senza dire una parola, posò il sacco sul dorso del suo ronzino e poi, montando in sella, partì, seguito da tutti; ma per tutto il tempo vi fu un grande tumulto di pensieri nella sua testa, che si accavallavano l'uno sull'altro. E così termina l'allegra storia di Little John e di come entrò al servizio dello Sceriffo.

Little John e il Conciatore di Blyth

UN BEL GIORNO, non molto tempo dopo che Little John ebbe lasciato la dimora dello Sceriffo e fosse tornato, con il cuoco di sua signoria, al lieto bosco verde, come è stato appena raccontato, Robin Hood e alcuni compagni scelti della sua banda giacevano sul morbido prato sotto l'albero del bosco verde dove dimoravano. La giornata era calda e afosa, cosicché mentre gran parte della banda era sparsa per la foresta in questa o quella missione, questi pochi compagni robusti giacevano pigramente sotto l'ombra dell'albero, nel dolce pomeriggio, scambiandosi scherzi e raccontando storie allegre, tra risate e ilarità.

Tutta l'aria era carica dell'amaro profumo del biancospino, e tutte le ombre cespugliose dei boschi oltre risuonavano del dolce canto degli uccelli -- il tordo, il cuculo e il colombaccio -- e con il canto degli uccelli si mescolava il suono fresco del ruscello gorgogliante che balzava fuori dalle ombre della foresta, e correva irritandosi tra le sue pietre grezze e grigie attraverso la radura soleggiata davanti all'albero degli appuntamenti. E un bello spettacolo era quella decina di alti e robusti yeoman, tutti vestiti di verde Lincoln, sdraiati sotto i rami che si aprivano ampi della grande quercia, tra le cui foglie frementi la luce del sole tremava e cadeva in chiazze danzanti sull'erba.

Improvvisamente Robin Hood si batté il ginocchio.

"Per San Dunstan," disse, "avevo quasi dimenticato che il giorno del pagamento si avvicina rapidamente, eppure non c'è panno verde Lincoln in tutta la nostra scorta. Bisogna provvedere, e in fretta. Forza, preparati, Little John! Muovi quelle tue ossa pigre, poiché devi andare subito dal nostro buon compare, il mercante di tessuti Hugh Longshanks di Ancaster. Digli di mandarci subito duecento iarde di buon panno verde Lincoln; e forse il viaggio potrà togliere un po' di grasso dalle tue ossa, che hai preso dalla vita pigra dal nostro caro Sceriffo."

"No," mormorò Little John (poiché aveva sentito così tanto su questo punto che era sensibile all'argomento), "no, davvero, forse ho più carne addosso di quanta ne avessi un tempo, eppure, carne o non carne, non dubito che potrei ancora mantenere il mio posto e la mia posizione su un ponte stretto contro qualsiasi yeoman a Sherwood, o nel Nottinghamshire, per quanto riguarda questo, anche se non avesse più grasso addosso di quanto ne hai tu, buon maestro."

A questa risposta si levò un grande grido di risate, e tutti guardarono Robin Hood, poiché ogni uomo sapeva che Little John parlava di un certo combattimento avvenuto tra il loro maestro e lui stesso, attraverso il quale si erano conosciuti.

"No," disse Robin Hood, ridendo più forte di tutti. "Il Cielo me ne scampi dal dubitare di te, poiché non desidero affatto assaggiare il tuo bastone, Little John. Devo per forza ammettere che ci sono quelli nella mia banda che possono maneggiare un bastone di sette piedi più abilmente di me; eppure nessun uomo in tutto il Nottinghamshire può tendere l'arco lungo quanto le mie dita. Ciononostante, un viaggio ad Ancaster non può farti male; quindi vai, come ti ho ordinato, e faresti meglio ad andare proprio questa sera, poiché da quando sei stato dallo Sceriffo molti conoscono il tuo viso, e se vai in pieno giorno, potresti finire nei guai con qualcuno degli uomini d'arme di sua signoria. Aspetta qui finché non ti porto il denaro per pagare il nostro buon Hugh. Garantisco che non ha clienti migliori in tutto il Nottinghamshire di noi." Detto questo, Robin li lasciò ed entrò nella foresta.

Non lontano dall'albero degli appuntamenti c'era una grande roccia in cui era stata scavata una camera, l'entrata era sbarrata da una massiccia porta di quercia spessa due palmi, borchiata di punte e chiusa con un grande lucchetto. Questa era la casa del tesoro della banda, e lì Robin Hood andò e, sbloccando la porta, entrò nella camera, da cui portò fuori un sacco d'oro che diede a Little John, per pagare Hugh Longshanks, per il panno verde Lincoln.

Allora Little John si alzò, e, prendendo il sacco d'oro, che si infilò nel petto, si strinse una cintura ai fianchi, prese in mano un robusto bastone di frassino lungo sette piedi, e partì per il suo viaggio.

Così avanzò fischiettando lungo il sentiero della foresta frondosa che portava alla Fosse Way, senza voltarsi né a destra né a sinistra, finché alla fine giunse dove il sentiero si biforcava, portando da una parte verso la Fosse Way, e dall'altra, come Little John ben sapeva, alla allegra locanda del Blue Boar. Qui Little John smise improvvisamente di fischiare e si fermò nel mezzo del sentiero. Prima guardò in alto e poi guardò in basso, e poi, inclinando il berretto sopra un occhio, si grattò lentamente la parte posteriore della testa. Poiché era così: alla vista di queste due strade, due voci iniziarono a suonare un allarme dentro di lui, l'una che gridava: "Lì giace la strada per la locanda del Blue Boar, una pinta di birra scura e una notte allegra con dolci compagni come quelli che potresti trovare lì"; l'altra: "Lì giace la via per Ancaster e il dovere per cui sei stato mandato." Ora la prima di queste due voci era molto più forte, poiché Little John era diventato molto affezionato alla buona vita vivendo a casa dello Sceriffo; così, poco dopo, guardando verso il cielo azzurro, attraverso il quale nuvole luminose veleggiavano come barche d'argento, e le rondini sfrecciavano in volo circolare, disse: "Temo che stasera pioverà, quindi mi fermerò al Blue Boar finché non sarà passato, perché so che il mio buon maestro non vorrebbe che mi bagnassi fino alle ossa." Così, senza altri indugi, si incamminò lungo il sentiero che portava verso i suoi desideri. Ora non c'era segno di alcun brutto tempo, ma quando uno desidera fare una cosa, come Little John, non mancano mai le ragioni per farla.

Quattro allegri buontemponi erano alla locanda del Blue Boar; un macellaio, un mendicante e due frati scalzi. Little John li sentì cantare da lontano, mentre camminava nel silenzio del crepuscolo mite che stava ora calando su colli e valli. Molto lieti furono di accogliere un tale allegro compagno come Little John. Portarono pinte di birra fresca, e tra scherzi, canti e racconti allegri le ore volarono via su ali veloci. Nessuno pensò al tempo o alla marea finché la notte fu così inoltrata che Little John mise da parte il pensiero di rimettersi in viaggio quella notte, e così rimase alla locanda del Blue Boar fino al mattino.

Ora fu un brutto pezzo di fortuna per Little John aver lasciato il suo dovere per il suo piacere, e ne pagò un caro prezzo, come tutti noi siamo inclini a fare nello stesso caso, come vedrete.

Si alzò all'alba del giorno successivo e, prendendo il suo robusto bastone in mano, si rimise in viaggio ancora una volta, come se volesse recuperare il tempo perduto.

Nella buona città di Blyth viveva un robusto conciatore, celebre in lungo e in largo per le prove di forza e molti duri incontri di lotta e bastone. Per cinque anni aveva detenuto la cintura di campione di lotta della regione, finché il grande Adam o' Lincoln lo aveva gettato nell'arena rompendogli una costola; ma al bastone non aveva ancora trovato chi lo superasse in tutto il paese circostante. Oltre a tutto ciò, amava caramente l'arco lungo, e una scappatella furtiva nella foresta quando la luna era piena e il cervo bruno di stagione; cosicché i guardiacaccia del Re tenevano un occhio vigile su di lui e sulle sue azioni, poiché la casa di Arthur a Bland era solita avere carne in abbondanza che era più simile a selvaggina di quanto la legge consentisse.

Ora Arthur era stato nella città di Nottingham il giorno prima che Little John partisse per la sua commissione, per vendere una decina di pelli di mucca conciate. All'alba dello stesso giorno in cui Little John lasciò la locanda, partì da Nottingham, verso casa per Blyth. La sua strada conduceva, tutto nel mattino rugiadoso, oltre il limite della foresta di Sherwood, dove gli uccelli accoglievano il giorno incantevole con un grande e allegro giubileo. Sulle spalle del conciatore era appeso il suo robusto bastone, sempre abbastanza vicino da essere afferrato rapidamente, e sulla testa aveva un berretto di pelle di mucca raddoppiata, così resistente che poteva a malapena essere fesso persino da una spada larga.

"Ora," disse Arthur a Bland tra sé, quando fu giunto a quella parte della strada che tagliava attraverso un angolo della foresta, "senza dubbio in questo periodo dell'anno i cervi bruni stanno venendo dalle profondità della foresta più vicini ai prati aperti. Forse potrò avere la fortuna di scorgere i graziosi tesori bruni così presto al mattino." Poiché non c'era nulla che amasse di più che guardare un branco di cervi al passo, anche quando non poteva solleticargli le costole con una freccia. Di conseguenza, abbandonando il sentiero, andò a curiosare qua e là attraverso il sottobosco, spiando ora qui e ora là, con tutta l'astuzia di un maestro di boschi, e di uno che aveva più di una volta indossato un farsetto di verde Lincoln.

Ora, mentre Little John camminava allegramente, pensando a nient'altro che a cose come la dolcezza dei boccioli di biancospino che adornavano le siepi, o fissando in alto l'allodola che, balzando dall'erba rugiadosa, restava sospesa in alto su ali frementi alla luce gialla del sole, riversando il suo canto che cadeva come una stella cadente dal cielo, la sua fortuna lo condusse lontano dalla strada principale, non lontano dal punto in cui Arthur a Bland stava curiosando qua e là tra le foglie dei boschetti. Sentendo un fruscio dei rami, Little John si fermò e poco dopo scorse il berretto di pelle di mucca marrone del conciatore che si muoveva tra i cespugli.

"Mi chiedo molto," disse Little John tra sé, "cosa cerchi quel briccone, che debba andare così a curiosare e spiare in giro. Credo davvero che quel farabutto da strapazzo non sia nient'altro che un ladro, e venga qui a caccia dei cervi bruni nostri e del buon Re." Poiché con il molto vagare nella foresta, Little John era arrivato a considerare tutti i cervi di Sherwood come appartenenti a Robin Hood e alla sua banda tanto quanto al buon Re Enrico. "No," disse di nuovo, dopo un po', "questa faccenda deve per forza essere indagata." Così, abbandonando la strada maestra, entrò anch'egli nei boschetti, e iniziò a spiare in giro alla ricerca del robusto Arthur a Bland.

Per molto tempo, dunque, entrambi andarono a caccia, Little John dietro il conciatore e il conciatore dietro il cervo. Alla fine, Little John calpestò un ramo che si spezzò sotto il suo piede; al rumore, il conciatore si voltò rapidamente e scorse il valletto. Vedendo che il conciatore lo aveva adocchiato, Little John si impose un'aria spavalda.

"Ehi," disse, "che fai qui, brutto ceffo? Chi sei tu che vieni a gironzolare per i sentieri di Sherwood? In verità, hai una brutta cera, e credo davvero che tu non sia altro che un ladro, venuto a caccia dei cervi del nostro buon Re."

"No," rispose audacemente il conciatore - poiché, sebbene colto di sorpresa, non era uomo da farsi spaventare dalle parole grosse - "menti tra i denti. Non sono un ladro, ma un onesto artigiano. Quanto alla mia cera, è quella che è; e, per dirla tutta, neanche la tua è un granché, insolente che non sei altro."

"Ah!" esclamò Little John con gran voce. "Vorresti rispondermi per le rime? Ora ho una gran voglia di romperti il guscio. Voglio che tu sappia, compare, che io sono, per così dire, uno dei guardacaccia del Re. O almeno," mormorò tra sé, "io e i miei amici ci prendiamo gran cura dei cervi del nostro buon sovrano."

"Non mi importa chi tu sia," rispose l'audace conciatore, "e a meno che tu non abbia molti altri della tua risma qui intorno, non potrai mai costringere Arthur a Bland a chiedere pietà."

"È così?" gridò Little John su tutte le furie. "Ora, per la mia fede, insolente canaglia, la tua lingua ti ha cacciato in una fossa da cui avrai un bel da fare per uscire; perché ti darò una ripassata come non ne hai mai avute in vita tua. Prendi il tuo bastone in mano, compare, perché non colpirò un uomo disarmato."

"Accidenti a te e alla tua peste!" gridò il conciatore, poiché anche lui si era infervorato. "Le parole grosse non hanno mai ucciso nemmeno un topo. Chi sei tu che parli così liberamente di spaccar la testa ad Arthur a Bland? Se oggi non ti conci la pelle come non ho mai conciato la pelle di un vitello in vita mia, che il mio bastone si spezzi in stecchini per l'arrosto e che nessuno mi chiami più uomo coraggioso! Ora badate a te, compare!"

"Fermo!" disse Little John. "Misuriamo prima i nostri randelli. Credo che il mio bastone sia più lungo del tuo, e non vorrei avvantaggiarmi su di te nemmeno di un pollice."

"No, non bado alla lunghezza," rispose il conciatore. "Il mio bastone è abbastanza lungo da abbattere un vitello; perciò badate a te, compare, lo dico ancora."

Così, senza ulteriori indugi, ognuno afferrò il proprio bastone a metà e, con sguardi cupi e adirati, si avvicinarono lentamente.

Ora, a Robin Hood era giunta notizia che Little John, invece di eseguire i suoi ordini, aveva preferito il piacere al dovere, e si era fermato per la notte in lieta compagnia alla locanda del Cinghiale Blu, invece di dirigersi dritto ad Ancaster. Pertanto, essendo profondamente contrariato da ciò, si era messo in viaggio all'alba per cercare Little John al Cinghiale Blu, o almeno per incontrare il valletto lungo la strada e sfogare il suo cuore su quanto pensava della faccenda. Mentre camminava in preda all'ira, mettendo insieme le parole che avrebbe usato per rimproverare Little John, udì all'improvviso voci alte e rabbiose, come di uomini su tutte le furie, che si scambiavano parole feroci. A questo, Robin Hood si fermò ad ascoltare. "Certamente," disse tra sé, "quella è la voce di Little John, e sta parlando anche lui con rabbia. Mi pare che l'altra sia estranea alle mie orecchie. Che il Cielo non voglia che il mio fedele Little John sia caduto nelle mani dei guardaboschi del Re. Devo occuparmi di questa faccenda, e in fretta."

Così disse Robin Hood tra sé, tutta la sua rabbia svanendo come un soffio da un vetro, al pensiero che forse il suo fedele braccio destro fosse in pericolo di vita. Con cautela, quindi, si fece strada attraverso i cespugli da cui provenivano le voci e, scostando le foglie, sbirciò nel piccolo spazio aperto dove i due uomini, bastone alla mano, si stavano avvicinando lentamente.

"Ah!" disse Robin tra sé, "ecco un bel passatempo in corso. Ora darei tre angeli d'oro dalla mia tasca se quel robusto individuo desse a Little John una bella ripassata! Mi piacerebbe vederlo ben bastonato per non aver eseguito i miei ordini. Temo, però, che ci sia ben poca speranza di vedere uno spettacolo così piacevole." Così dicendo, si distese a terra, così da poter vedere meglio il gioco e godersi lo spettacolo in tutta comodità.

Come avrete visto due cani che pensano di combattere, camminando lentamente in cerchio l'uno intorno all'altro, senza che nessuno dei due voglia iniziare il combattimento, così quei due robusti valletti si muovevano lentamente, ognuno in attesa di un'occasione per prendere l'altro alla sprovvista e sferrare il primo colpo. Alla fine Little John colpì come un lampo, e "rap!" – il conciatore parò il colpo e lo deviò, poi contrattaccò Little John, che a sua volta parò; e così ebbe inizio questa potente battaglia. Poi su e giù, avanti e indietro camminarono, i colpi cadevano così fitti e veloci che, da lontano, si sarebbe pensato che stessero combattendo una decina di uomini. Così combatterono per quasi mezz'ora, finché il terreno fu tutto arato dal battere dei loro talloni, e il loro respiro si fece affannoso come quello del bue nel solco. Ma Little John soffriva di più, poiché si era disabituato a un lavoro così duro, e le sue articolazioni non erano più agili come prima che andasse a vivere con lo Sceriffo.

Per tutto questo tempo Robin Hood rimase disteso sotto il cespuglio, rallegrandosi per un così bel combattimento di bastone. "Per la mia fede!" disse tra sé, "non avrei mai pensato di vedere Little John così bene equilibrato in tutta la mia vita. Probabilmente, però, avrebbe sopraffatto quel tizio prima di ora se fosse stato in forma come un tempo."

Alla fine Little John vide la sua occasione e, riversando tutta la forza che sentiva venirgli meno in un colpo che avrebbe potuto abbattere un bue, colpì il conciatore con tutta la sua forza. E ora il berretto di pelle di vacchetta del conciatore gli fu di grande aiuto, e se non fosse stato per quello, forse non avrebbe mai più tenuto un bastone in mano. Com'era, il colpo che ricevette di striscio alla testa fu così forte da mandarlo a barcollare attraverso la piccola radura, sicché, se Little John avesse avuto la forza di sfruttare il suo vantaggio, sarebbe finita male per il robusto Arthur. Ma questi si riprese rapidamente e, a distanza di braccio, sferrò un colpo di rimando a Little John, e questa volta il colpo andò a segno, e Little John finì lungo disteso, il suo randello che volava via di mano mentre cadeva. Poi, sollevando il suo bastone, il robusto Arthur gli assestò un altro colpo sulle costole.

"Fermo!" ruggì Little John. "Vorresti colpire un uomo quando è a terra?"

"Sì, perbacco, lo farei," disse il conciatore, dandogli un'altra randellata.

"Basta!" ruggì Little John. "Aiuto! Fermo, dico! Mi arrendo! Mi arrendo, dico, buon uomo!"

"Ne hai avuto abbastanza?" chiese il conciatore severamente, tenendo alto il bastone.

"Sì, perbacco, e più che abbastanza."

"E ammetti che io sono il migliore dei due?"

"Sì, davvero, e che una pestilenza ti colga!" disse Little John, la prima parte ad alta voce e l'ultima tra sé e sé.

"Allora puoi andare per la tua strada; e ringrazia il tuo santo protettore che io sia un uomo misericordioso," disse il conciatore.

"Al diavolo una tale misericordia!" disse Little John, sedendosi e tastandosi le costole dove il conciatore lo aveva bastonato. "Faccio voto, le mie costole sembrano tutte spezzate in due. Ti dico, buon uomo, che pensavo non ci fosse uomo in tutto il Nottinghamshire che potesse farmi quello che mi hai fatto tu oggi."

"E così pensavo anch'io," gridò Robin Hood, balzando fuori dal boschetto e ridendo a crepapelle finché le lacrime gli rigarono le guance. "Oh uomo, uomo!" disse, per quanto poteva tra le risate, "sei andato giù come una bottiglia buttata giù da un muro. Ho visto tutto il bel combattimento, e non avrei mai pensato di vederti arrenderti così, mani e piedi, a qualsiasi uomo in tutta la bella Inghilterra. Ti stavo cercando per rimproverarti di aver trascurato i miei ordini; ma sei stato ripagato di tutto ciò che ti dovevo, con misura colma, pigiata e traboccante, da questo bravo ragazzo. Perbacco, ha allungato il braccio a tutta lunghezza mentre tu stavi a bocca aperta a guardarlo, e, con un bel colpo, ti ha fatto cadere come non ho mai visto cadere nessuno prima." Così parlò l'audace Robin, e per tutto il tempo Little John sedette a terra, con l'aria di chi ha in bocca della cagliata acida. "Quale può essere il tuo nome, buon uomo?" disse Robin, poi, voltandosi verso il conciatore.

"Gli uomini mi chiamano Arthur a Bland," parlò il conciatore con audacia, "e ora, quale può essere il tuo nome?"

"Ah, Arthur a Bland!" esclamò Robin, "ho già sentito il tuo nome prima d'ora, buon uomo. Hai rotto la testa a un mio amico alla fiera di Ely lo scorso ottobre. La gente lì lo chiama Jock di Nottingham; noi lo chiamiamo Will Scathelock. Questo povero tizio che hai così malmenato è considerato il migliore nel gioco del bastone in tutta la bella Inghilterra. Il suo nome è Little John, e il mio è Robin Hood."

"Come!" gridò il conciatore, "sei davvero il grande Robin Hood, e questo è il famoso Little John? Perbacco, se avessi saputo chi eravate, non sarei mai stato così audace da alzare la mano contro di voi. Lasciate che vi aiuti ad alzarvi, buon Maestro Little John, e lasciate che spazzi la polvere dal vostro mantello."

"No," disse Little John stizzito, alzandosi con cautela, come se le sue ossa fossero state fatte di vetro, "posso aiutarmi da solo, buon uomo, senza il tuo aiuto; e lasciatemi dire, se non fosse stato per quel vile berretto di pelle di vacchetta che hai, sarebbe finita male per te quest'oggi."

A questo Robin rise di nuovo e, voltandosi verso il conciatore, disse: "Vuoi unirti alla mia banda, buon Arthur? Perché faccio voto che sei uno degli uomini più robusti che i miei occhi abbiano mai visto."

"Se voglio unirmi alla tua banda?" gridò il conciatore con gioia. "Sì, perbacco, lo voglio! Evviva la vita allegra!" gridò, balzando in aria e schioccando le dita, "e evviva la vita che amo! Via le scorze di concia e i tini sporchi e le pelli di vacchetta maleodoranti! Ti seguirò fino ai confini della terra, buon maestro, e non ci sarà mandria di cervi bruni in tutta la foresta che non conoscerà il suono del vibrar della corda del mio arco."

"Quanto a te, Little John," disse Robin, voltandosi verso di lui ridendo, "ripartirai ancora una volta per Ancaster, e noi faremo un pezzo di strada con te, perché non voglio che tu giri di nuovo né a destra né a sinistra finché non sarai uscito correttamente da Sherwood. Ci sono altre locande che conosci, qui intorno." Dopodiché, lasciando i boschetti, si rimisero sulla strada maestra e partirono per i loro affari.

Robin Hood e Will Scarlet

COSÌ VIAGGIARONO lungo la strada soleggiata, tre robusti compagni come non se ne potrebbero trovare quasi da nessun'altra parte in tutta la bella Inghilterra. Molti si fermarono a guardarli mentre camminavano, tanto erano larghe le loro spalle e solido il loro passo.

Robin Hood disse a Little John: "Perché non sei andato dritto ad Ancaster, ieri, come ti avevo detto? Non ti saresti cacciato in un tale pasticcio se avessi fatto come ti avevo ordinato."

"Temevo la pioggia che minacciava," disse Little John con tono cupo, perché era infastidito dall'essere così preso in giro da Robin per quello che gli era successo.

"La pioggia!" gridò Robin, fermandosi di colpo in mezzo alla strada e guardando Little John con meraviglia. "Ma tu, grande zotico! Non è caduta una goccia di pioggia da tre giorni, né ne ha minacciata, né c'è stato alcun segno di maltempo in terra, in cielo o in acqua."

"Ciononostante," grugnì Little John, "il santo Saint Swithin tiene le acque dei cieli nel suo boccale di peltro, e avrebbe potuto versarle, se avesse voluto, anche da un cielo sereno; e avresti voluto che mi bagnassi fino alle ossa?"

A questo Robin Hood scoppiò in una risata fragorosa. "Oh, Little John!" disse, "che cervello di burro hai in quella testa! Chi potrebbe serbare rancore contro uno come te?"

Così dicendo, ripresero tutti a camminare, con il piede destro in avanti, come dice il proverbio.

Dopo aver viaggiato per un po', essendo la giornata calda e la strada polverosa, Robin Hood ebbe sete; così, essendoci una fontana d'acqua fredda come il ghiaccio proprio dietro la siepe, attraversarono il cancello e giunsero dove l'acqua gorgogliava da sotto una pietra muschiosa. Qui, inginocchiandosi e facendo coppe con i palmi delle mani, bevvero a sazietà, e poi, essendo il posto fresco e ombreggiato, distesero gli arti e riposarono per un po'.

Davanti a loro, oltre la siepe, la strada polverosa si estendeva attraverso la pianura; dietro di loro i prati e i luminosi campi verdi di tenero grano novello giacevano ampiamente sotto il sole, e sopra di loro si stendeva l'ombra delle fresche foglie fruscianti del faggio. Piacevolmente giungeva alle loro narici il tenero profumo delle violette viola e del timo selvatico che crescevano nell'umidità rugiadosa del bordo della piccola fontana, e piacevolmente arrivava il dolce gorgoglio dell'acqua. Tutto era così piacevole e così pieno della dolce gioia della luminosa primavera, che per molto tempo nessuno dei tre ebbe voglia di parlare, ma ognuno giaceva sulla schiena, guardando in alto attraverso le foglie tremanti degli alberi verso il cielo luminoso sovrastante. Alla fine Robin, i cui pensieri non erano così intenti a sognare a occhi aperti come quelli degli altri, e che di tanto in tanto aveva guardato intorno, ruppe il silenzio.

"Evviva!" disse, "quello è un uccello dai colori vivaci, ne faccio voto."

Gli altri guardarono e videro un giovane che camminava lentamente lungo la strada maestra. Era davvero allegro, come aveva detto Robin, e faceva una bella figura, poiché il suo farsetto era di seta scarlatta e così pure le sue calze; una bella spada pendeva al suo fianco, il fodero di cuoio sbalzato era rifinito con fili d'oro finissimi; il suo berretto era di velluto scarlatto e una larga piuma pendeva dietro e dietro un orecchio. I suoi capelli erano lunghi e biondi e ricadevano in riccioli sulle sue spalle, e in mano portava una rosa precoce, che annusava delicatamente di tanto in tanto.

"Per la mia vita!" disse Robin Hood, ridendo, "avete mai visto un tipo così bellino e lezioso?"

"In verità, i suoi vestiti hanno troppa grazia per i miei gusti," disse Arthur a Bland, "ma, tuttavia, le sue spalle sono larghe e i suoi fianchi stretti, e vedete, buon maestro, come le sue braccia pendono dal corpo? Non penzolano come fusi, ma pendono rigide e si piegano al gomito. Faccio voto che non ci sono arti di pane e latte sotto quei bei vestiti, ma articolazioni rigide e muscoli duri."

"Mi pare che tu abbia ragione, amico Arthur," disse Little John. "Credo davvero che quello non sia un damerino fatto di petali di rosa e panna montata come vorrebbe far credere."

"Bah!" disse Robin Hood, "la vista di un tale individuo mi lascia un sapore sgradevole in bocca! Guardate come tiene quel bel fiore tra il pollice e l'indice, come a voler dire: 'Buona rosa, non mi sei così sgradevole che non possa sopportare il tuo odore per un po''. Credo che abbiate torto entrambi, e credo davvero che se un topo furioso corresse sul suo cammino, griderebbe 'Oh!' o 'Povero me!' e cadrebbe subito in uno svenimento. Mi chiedo chi possa essere."

"Il figlio di qualche grande barone, non ne dubito," rispose Little John, "con i soldi di uomini buoni e onesti a foderare la sua borsa."

"Sì, perbacco, è vero, non ne dubito," disse Robin. "Che peccato che uomini come lui, che non hanno altro pensiero che andare in giro con vestiti sgargianti, debbano avere bravi ragazzi, che non sono degni nemmeno di allacciargli le scarpe, a ballare secondo i loro ordini. Per San Dunstan, Sant'Alfredo, San Withold e tutti i buoni uomini del calendario sassone, mi fa infuriare vedere questi damerini sgargianti d'oltreoceano andare a calpestare i colli dei bravi Sassoni che possedevano questa terra prima ancora che i loro bisnonni masticassero la cotenna del prosciutto! Per il luminoso arco del Cielo, prenderò i loro guadagni maledetti, anche se dovessi essere impiccato per questo alto come un qualsiasi albero della foresta di Sherwood!"

"Come mai, maestro," disse Little John, "che calore è questo? Stai facendo bollire la tua pentola, e forse non c'è pancetta da cuocere! Mi sembra che i capelli di quel tizio siano troppo chiari per riccioli normanni. Potrebbe essere un uomo buono e onesto per quanto ne sai."

"No," disse Robin, "scommetto la mia testa contro un soldo di piombo, è quello che dico io. Perciò, statevene entrambi qui, dico, finché non vi mostro come bastono questo tizio." Così dicendo, Robin Hood uscì dall'ombra del faggio, attraversò il cancello e si fermò in mezzo alla strada, con le mani sui fianchi, sul cammino dello straniero.

Nel frattempo lo straniero, che camminava così lentamente che tutto questo discorso si era tenuto prima che arrivasse di fronte al posto in cui si trovavano, non accelerò il passo né sembrò accorgersi che un uomo come Robin Hood fosse al mondo. Così Robin rimase in mezzo alla strada, aspettando mentre l'altro camminava lentamente in avanti, annusando la sua rosa, e guardando di qua e di là, e ovunque tranne che verso Robin.

"Fermo!" gridò Robin, quando finalmente l'altro gli fu arrivato vicino. "Fermo! Stai dove sei!"

"Perché dovrei fermarmi, buon uomo?" disse lo straniero con voce dolce e gentile. "E perché dovrei stare dove sono? Ciononostante, poiché desideri che io rimanga, starò per un breve periodo, affinché possa ascoltare cosa hai da dirmi."

"Allora," disse Robin, "poiché fai così gentilmente come ti dico, e mi rivolgi parole così dolci, tratterò anche te con tutta la dovuta cortesia. Vorrei che tu sapessi, caro amico, che io sono, per così dire, un devoto al santuario di Saint Wilfred che, come forse sai, prese, volente o nolente, tutto il loro oro dai pagani, e lo fuse in candelabri. Perciò, su coloro che passano di qui, impongo un certo pedaggio, che uso per uno scopo migliore, spero, che farne candelabri. Perciò, dolce compare, vorrei che mi consegnassi la tua borsa, affinché io possa guardarci dentro, e giudicare, al meglio delle mie scarse capacità, se hai più ricchezza addosso di quanto la nostra legge permetta. Perché, come dice il nostro buon Gaffer Swanthold, 'Chi è grasso per aver vissuto troppo deve necessariamente perdere sangue'."

Per tutto questo tempo il giovane aveva annusato la rosa che teneva tra il pollice e l'indice. "No," disse con un sorriso gentile, quando Robin Hood ebbe finito, "amo sentirti parlare, tu bell'uomo, e se, per caso, non hai ancora finito, finisci, ti prego. Ho ancora un po' di tempo per restare."

"Ho detto tutto," disse Robin, "e ora, se mi darai la tua borsa, ti lascerò andare per la tua strada senza ostacoli o impedimenti non appena avrò visto cosa può contenere. Non prenderò nulla da te se hai solo poco."

"Ahimè! Mi addolora molto," disse l'altro, "che io non possa fare come tu desideri. Non ho nulla da darti. Lasciami andare per la mia strada, ti prego. Non ti ho fatto alcun male."

"No, non te ne vai," disse Robin, "finché non mi avrai mostrato la tua borsa."

"Buon amico," disse l'altro gentilmente, "ho affari altrove. Ti ho concesso molto tempo e ti ho ascoltato pazientemente. Ti prego, lascia che io parta in pace."

"Ti ho parlato, amico," disse Robin severamente, "e ora ti dico di nuovo che non farai un solo passo avanti finché non avrai fatto come ti ho ordinato." Così dicendo, sollevò il suo bastone sopra la testa in modo minaccioso.

"Ahimè!" disse lo straniero tristemente, "mi addolora che debba andare così. Temo molto di doverti uccidere, povero compagno!" Così dicendo, sguainò la spada.

"Riponi la tua arma," disse Robin. "Non vorrei approfittarmi di te. La tua spada non può resistere contro un bastone di quercia come il mio. Potrei spezzarla come uno stelo d'orzo. Laggiù c'è un buon boschetto di querce lungo la strada; prenditi un randello da lì e difenditi lealmente, se hai gusto per una sana bastonatura."

Per prima cosa lo straniero misurò Robin con lo sguardo, e poi misurò il bastone di quercia. "Hai ragione, buon uomo," disse poco dopo, "davvero, la mia spada non è all'altezza di quel tuo randello. Aspettami un momento finché non mi sarò procurato un bastone." Così dicendo, gettò via la rosa che aveva tenuto in mano per tutto quel tempo, rinfoderò la spada e, con passo più frettoloso di quanto avesse usato finora, si diresse verso il ciglio della strada dove cresceva il piccolo gruppo di querce di cui Robin aveva parlato. Scegliendo tra esse, trovò presto un alberello di suo gradimento. Non lo tagliò, ma, rimboccandosi un poco le maniche, vi si aggrappò, puntò il tallone contro il suolo e, con un possente strattone, sradicò il giovane albero dalla terra stessa. Poi tornò indietro, ripulendo le radici e i teneri steli con la sua spada con tanta calma come se non avesse fatto nulla di cui parlare.

Little John e il Conciatore avevano osservato tutto ciò che era accaduto, ma quando videro lo straniero sradicare l'alberello dalla terra e udirono lo strappo e il crepitio delle sue radici, il Conciatore contrasse le labbra, aspirando il fiato tra esse in un lungo fischio interiore.

"Per il soffio del mio corpo!" disse Little John, non appena riuscì a raccogliere i pensieri dallo stupore, "hai visto, Arthur? Perbacco, credo che il nostro povero padrone avrà ben poche possibilità con quel tizio. Per Nostra Signora, ha sradicato quell'albero verde come se fosse uno stelo d'orzo."

Qualunque cosa pensasse Robin Hood, rimase al suo posto, e ora lui e lo straniero in scarlatto stavano faccia a faccia.

Robin Hood tenne bene la posizione quel giorno, da vero yeoman della regione centrale. Combatterono di qua e di là, avanti e indietro, l'abilità di Robin contro la forza dello straniero. La polvere della strada si levava attorno a loro come una nuvola, tanto che a tratti Little John e il Conciatore non riuscivano a vedere nulla, ma solo udire il crepitio dei bastoni l'uno contro l'altro. Per tre volte Robin Hood colpì lo straniero; una volta sul braccio e due volte sulle costole, eppure aveva parato tutti i colpi dell'altro, uno solo dei quali, se avesse colpito il segno, avrebbe steso il robusto Robin nella polvere più profondamente di quanto non fosse mai accaduto prima. Alla fine lo straniero colpì il randello di Robin così bene nel mezzo che questi riuscì a malapena a trattenere il bastone in mano; colpì ancora, e Robin si piegò sotto il colpo; una terza volta colpì, e ora non solo abbatté la guardia di Robin, ma gli diede anche un colpo tale che questi ruzzolò nella strada polverosa.

"Fermi!" gridò Robin Hood, quando vide lo straniero sollevare di nuovo il bastone. "Mi arrendo!"

"Fermi!" gridò Little John, balzando fuori dal suo nascondiglio, col Conciatore alle calcagna. "Fermi! Smettetela, dico!"

"No," rispose lo straniero con calma, "se ce ne sono altri due come voi, e ciascuno robusto quanto questo buon uomo, rischio di avere le mani piene. Ciononostante, venite pure avanti, e mi sforzerò al meglio per servirvi tutti."

"Fermo!" gridò Robin Hood, "non combatteremo più. Faccio voto, questa è una brutta giornata per te e per me, Little John. Credo davvero che il mio polso, e anche il mio braccio, siano paralizzati dallo scossone del colpo che questo straniero mi ha assestato."

Allora Little John si voltò verso Robin Hood. "Ebbene, come va, buon padrone," disse. "Ahimè! Sei in una brutta situazione. Perbacco, la tua giubba è tutta sporca della polvere della strada. Lascia che ti aiuti ad alzarti."

"Che la peste ti colga con il tuo aiuto!" gridò Robin con rabbia. "Posso rimettermi in piedi senza il tuo aiuto, buon uomo."

"No, ma lascia almeno che ti spolveri la giubba. Temo che le tue povere ossa siano terribilmente doloranti," disse Little John seriamente, ma con un malizioso luccichio negli occhi.

"Smettila, dico!" esclamò Robin in preda alla rabbia. "La mia giubba è già stata spolverata abbastanza, senza il tuo aiuto." Poi, rivolgendosi allo straniero, disse: "Qual è il tuo nome, buon uomo?"

"Il mio nome è Gamwell," rispose l'altro.

"Ha!" gridò Robin, "è davvero così? Ho parenti stretti con quel nome. Da dove vieni, bel compare?"

"Vengo da Maxfield Town," rispose lo straniero. "Lì sono nato e cresciuto, e da lì vengo a cercare il fratello minore di mia madre, che gli uomini chiamano Robin Hood. Quindi, se per caso potessi indirizzarmi..."

"Ha! Will Gamwell!" gridò Robin, ponendo entrambe le mani sulle spalle dell'altro e tenendolo a distanza di braccio. "Certamente, non può essere altri! Avrei dovuto riconoscerti da quell'aria da damigella che hai, quel modo di camminare delicato e lezioso. Non mi riconosci, ragazzo? Guardami bene."

"Ora, per il soffio del mio corpo!" gridò l'altro, "credo dal profondo del cuore che tu sia il mio stesso Zio Robin. No, è certamente così!" E ciascuno gettò le braccia attorno all'altro, baciandolo sulla guancia.

Poi ancora una volta Robin tenne il parente a distanza di braccio e lo scrutò attentamente dalla testa ai piedi. "Ebbene, come va," disse, "che cambiamento è questo? In verità, circa otto o dieci anni fa ti ho lasciato che eri un ragazzino, con grandi articolazioni e arti mal messi, ed ecco! Qui sei un uomo in gamba quanto ne abbia mai visti. Non ricordi, ragazzo, come ti mostravo il modo corretto di pizzicare la penna d'oca tra le dita e tendere fermamente il braccio dell'arco? Promettevi bene di diventare un arciere abile. E non ricordi come ti ho insegnato a schermire e parare con il bastone?"

"Sì," disse il giovane Gamwell, "e ti ammiravo così tanto, e ti pensavo così superiore a tutti gli altri uomini che, faccio voto, se avessi saputo chi eri, non avrei mai osato alzare la mano contro di te questo giorno. Spero di non averti fatto alcun gran male."

"No, no," disse Robin in fretta, guardando di sbieco Little John, "non mi hai fatto male. Ma non parlarne più, ti prego. Tuttavia ti dirò, ragazzo, che spero di non sentire mai più un colpo come quello che mi hai dato. Per Nostra Signora, il mio braccio formicola ancora dalla punta delle dita al gomito. Davvero, ho pensato di essere paralizzato per la vita. Ti dico, cugino, che sei l'uomo più forte che abbia mai visto. Faccio voto, ho sentito il mio stomaco tremare quando ti ho visto sradicare quell'albero verde come hai fatto. Ma dimmi, come hai fatto a lasciare Sir Edward e tua madre?"

"Ahimè!" rispose il giovane Gamwell, "è una brutta storia, zio, quella che ho da raccontarti. L'amministratore di mio padre, arrivato da noi dopo la morte del vecchio Giles Gambastorta, è sempre stato un mascalzone sfacciato, e non so perché mio padre lo tenesse, se non per il fatto che sovrintendeva con grande giudizio. Mi irritava sentirlo parlare così audacemente a mio padre, che, lo sai, è sempre stato un uomo paziente con chi lo circondava, lento all'ira e alle parole dure. Ebbene, un giorno – e fu un brutto giorno per quel tizio sfacciato – cercò di rimproverare mio padre, mentre io ero lì vicino. Non ne potevo più, buon zio, così, facendomi avanti, gli diedi uno schiaffo sull'orecchio, e – ci crederesti? – il tizio morì all'istante per quello. Credo abbiano detto che gli ho spezzato il collo, o qualcosa di simile. Così mi hanno mandato via per cercarti e sfuggire alla legge. Ero in viaggio quando mi hai visto, ed eccomi qui."

"Bene, per la fede del mio cuore," disse Robin Hood, "per qualcuno che sfugge alla legge, ti stavi prendendo la faccenda con la maggior calma che abbia mai visto in vita mia. Quando mai qualcuno al mondo ha visto uno che ha ucciso un uomo, e sta scappando per questo, trotterellare lungo la strada come una delicata damigella di corte, annusando una rosa nel frattempo?"

"No, zio," rispose Will Gamwell, "la troppa fretta non ha mai zangolato buon burro, come dice il vecchio proverbio. Inoltre, credo davvero che questa forza eccessiva del mio corpo abbia tolto agilità ai miei talloni. Perché, tu mi hai appena colpito tre volte, e io te nemmeno una, se non sovrastandoti con la mia forza."

"No," disse Robin, "non diciamo altro su questo punto. Sono davvero felice di vederti, Will, e porterai grande onore e credito alla mia banda di allegri compagni. Ma devi cambiare nome, perché verranno presto emessi mandati contro di te; quindi, a causa dei tuoi abiti vivaci, sarai d'ora in poi e per sempre chiamato Will Scarlet."

"Will Scarlet," disse Little John, facendosi avanti e allungando la sua grande mano, che l'altro prese, "Will Scarlet, il nome ti si addice bene. Sono davvero felice di darti il benvenuto tra noi. Mi chiamo Little John; e questo è un nuovo membro appena unitosi a noi, un robusto conciatore chiamato Arthur a Bland. Probabilmente raggiungerai la fama, Will, lasciatelo dire, perché ci sarà più di una ballata allegra cantata per il paese, e più di un'allegra storia raccontata a Sherwood su come Robin Hood abbia insegnato a Little John e Arthur a Bland il modo corretto di usare il bastone; allo stesso modo, per così dire, su come il nostro buon maestro abbia addentato un pezzo di torta così grande da soffocarvisi."

"No, buon Little John," disse Robin gentilmente, poiché non amava che si raccontasse una tale burla su di lui. "Perché dovremmo parlare di questa piccola faccenda? Ti prego, teniamo i fatti di questo giorno tra di noi."

"Con tutto il cuore," disse Little John. "Ma, buon padrone, pensavo che tu amassi un'allegra storia, dato che hai così spesso scherzato su un certo aumento di grassezza sulle mie articolazioni, di carne accumulata dal mio soggiorno con lo Sceriffo di..."

"No, buon Little John," disse Robin in fretta, "mi viene in mente che ho detto abbastanza su quel punto."

"Va bene," disse Little John, "perché in verità io stesso mi sono un po' stancato di ciò. Ma ora mi viene in mente, sembravi anche propenso a scherzare sulla pioggia che minacciava ieri sera; quindi..."

"No, allora," disse Robin Hood stizzito, "mi sbagliavo. Ricordo ora che sembrava minacciare pioggia."

"Davvero, lo pensavo anch'io," disse Little John, "pertanto, senza dubbio, pensi sia stato saggio da parte mia restare tutta la notte alla locanda del Blue Boar, invece di avventurarmi fuori con quel tempo tempestoso; non è così?"

"Che la peste colga te e le tue faccende!" gridò Robin Hood. "Se la vuoi mettere così, hai fatto bene a restare ovunque tu abbia scelto."

"Ancora una volta, va bene," disse Little John. "Per quanto mi riguarda, oggi sono stato cieco. Non ho visto te bastonato; non ho visto te ruzzolare gambe all'aria nella polvere; e se qualche uomo dice che lo sei stato, posso con la coscienza pulita far battere la sua lingua bugiarda tra i suoi denti."

"Andiamo," gridò Robin, mordendosi il labbro inferiore, mentre gli altri non potevano fare a meno di ridere. "Non andremo oltre oggi, ma torneremo a Sherwood, e tu andrai ad Ancaster un'altra volta, Little John."

Così disse Robin, poiché ora che le sue ossa erano doloranti, sentiva che un lungo viaggio sarebbe stato una brutta cosa per lui. Così, voltando le spalle, ripercorsero i passi da dove erano venuti.

L'avventura con Midge il figlio del mugnaio

QUANDO I quattro yeoman ebbero viaggiato per lungo tempo di nuovo verso Sherwood, superato il mezzogiorno, iniziarono ad avere fame. Robin Hood disse: "Vorrei avere qualcosa da mangiare. Penso che una buona pagnotta di pane bianco, con un pezzo di formaggio bianco come la neve, innaffiato da un sorso di birra spumeggiante, sarebbe un banchetto per un re."

"Dato che ne parli," disse Will Scarlet, "penso che non sarebbe male nemmeno per me. C'è qualcosa dentro di me che grida: 'Viveri, buon amico, viveri!'"

"Conosco una casa qui vicino," disse Arthur a Bland, "e, se solo avessi il denaro, vi porterei ciò di cui parlate; vale a dire, una dolce pagnotta di pane, un bel formaggio e un otre di birra bruna."

"Per quanto riguarda la questione, sai che ho del denaro con me, buon padrone," disse Little John.

"Ebbene, così hai, Little John," disse Robin. "Quanto denaro servirà, buon Arthur, per comprarci carne e bevande?"

"Penso che sei larghi penny compreranno cibo a sufficienza per una dozzina di uomini," disse il Conciatore.

"Allora dagli sei penny, Little John," disse Robin, "poiché penso che il cibo per tre uomini soddisferà il mio bisogno. Ora va', Arthur, con il denaro, e porta il cibo qui, perché c'è una dolce ombra in quel boschetto laggiù, accanto alla strada, e lì consumeremo il nostro pasto."

Così Little John diede ad Arthur il denaro, e gli altri si incamminarono verso il boschetto, per attendere lì il ritorno del Conciatore.

Dopo un po' egli tornò, portando con sé una grande pagnotta di pane bruno, un bel formaggio rotondo e un otre di pelle di capra pieno di robusta birra di marzo, appeso alle spalle. Allora Will Scarlet prese la sua spada e divise la pagnotta e il formaggio in quattro belle porzioni, e ciascuno si servì. Poi Robin Hood fece un profondo sorso della birra. "Aha!" disse, riprendendo fiato, "non ho mai assaggiato bevanda più dolce di questa."

Dopo di ciò nessuno parlò più, ma ognuno masticò vigorosamente pane e formaggio, con qualche sorso di birra di tanto in tanto.

Alla fine Will Scarlet guardò un piccolo pezzo di pane che teneva ancora in mano e disse: "Penso che lo darò ai passeri." Così, gettandolo via, si spolverò le briciole dalla giubba.

"Anch'io," disse Robin, "credo di averne avuto abbastanza." Per quanto riguarda Little John e il Conciatore, avevano ormai mangiato ogni briciola del loro pane e formaggio.

"Ora," disse Robin, "mi sento un altro uomo, e vorrei godermi qualcosa di piacevole prima di proseguire nel nostro viaggio. Mi viene in mente, Will, che un tempo avevi una bella voce, che si accordava dolcemente con una canzone. Ti prego, regalacene una prima che viaggiamo oltre."

"Davvero, non mi dispiace intonare un motivo," rispose Will Scarlet, "ma non vorrei cantare da solo."

"No, altri seguiranno. Inizia, ragazzo," disse Robin.

"In tal caso, va bene," disse Will Scarlet. "Mi viene in mente una canzone che un certo menestrello soleva cantare nella sala di mio padre, in occasione. Non ne conosco il nome e quindi non posso darvelo; ma è così." Poi, schiarendosi la gola, cantò:

"_Nel tempo della lieta fioritura, Quando i desideri d'amore nutrono il petto, Quando il fiore è sul tiglio, Quando il piccolo uccello costruisce il nido, Dolcemente canta l'usignolo E il tordo così audace; Il cuculo nella valle rugiadosa E la tortora nel bosco. Ma il pettirosso amo caro, Perché canta tutto l'anno. Pettirosso! Pettirosso! Allegro Pettirosso! Così vorrei fosse il mio vero amore: Non fuggire Al vicino Segno di fredda avversità_.

_Quando la primavera porta dolci delizie, Quando in alto si leva l'allodola, Gli amanti corteggiano nelle notti miti, E i giovani sbirciano negli occhi delle fanciulle, Quel tempo sboccia l'eclantina, Le margherite screziate sulla collina, Le primule belle e l'aquilegia, Violette scure accanto al ruscello. Ma l'edera verde cresce Quando il vento del nord porta la neve. Edera! Edera! Salda e vera! Così vorrei fosse il suo amore: Non morire Al vicino Alito di fredda avversità_."

"È ben cantata," disse Robin, "ma, cugino, ti dico chiaramente, preferirei sentire un tipo robusto come te cantare una ballata vigorosa piuttosto che una canzone leziosa di fiori e uccelli, e quant'altro. Eppure, l'hai cantata bene, e non è un cattivo pezzetto di canzone, per quanto riguarda la cosa. Ora, Conciatore, tocca a te."

"Non so," disse Arthur, sorridendo, con la testa da un lato, come una fanciulla in boccio a cui viene chiesto di ballare, "non so se posso eguagliare la canzone del nostro dolce amico; inoltre, penso davvero di aver preso un raffreddore e di avere un certo solletico e raucedine nella trachea."

"No, canta, amico," disse Little John, che sedeva accanto a lui, dandogli una pacca sulla spalla. "Hai una voce bella, rotonda e dolce; facci sentire un tocco di essa."

"No, se volete avere una cosa da poco," disse Arthur, "farò del mio meglio. Avete mai sentito del corteggiamento di Sir Keith, il robusto giovane cavaliere della Cornovaglia, ai tempi del buon Re Artù?"

"Penso di averne sentito parlare," disse Robin; "ma ciononostante attacca il tuo motivetto e faccelo sentire, perché, come ricordo, è una canzone galante; quindi fuori con essa, buon uomo."

Dopodiché, schiarendosi la gola, il Conciatore, senza ulteriori indugi, iniziò a cantare:

IL CORTEGGIAMENTO DI SIR KEITH

"_Re Artù sedeva nella sua sala reale, E attorno su ogni lato C'era molti un nobile signorotto alto, Il più grande del paese.

"Sedeva Lancillotto con ciocche color corvo, Gawaine con capelli d'oro, Sir Tristram, Kay che custodiva le serrature, E molti altri lì.

"E attraverso le luminose finestre colorate, Da oltre le grondaie di tegole rosse, La luce del sole splendeva con luce colorata Su elmi e schinieri dorati.

"Ma improvvisamente giunse un silenzio Attorno alla Tavola Rotonda, Perché su per la sala camminò una dama Piegata quasi fino a terra.

"Il suo naso era adunco, i suoi occhi cisposi, Le sue ciocche erano rade e bianche; Sul suo mento cresceva una barba; Era uno spettacolo raccapricciante.

"E così con passo strisciante venne E si inginocchiò ai piedi di Artù; Disse Kay, 'È la dama più immonda Che mai la mia vista abbia accolto.'

"'O potente Re! da te imploro Un favore in ginocchio'; 'Così parlò. 'Cosa vorresti avere,' Disse Artù, Re, 'da me_?'

"_Disse lei, 'Ho una malattia immonda Che rode il mio cuore stesso, E solo una cosa può darmi sollievo O curare il mio amaro dolore.

"'Non c'è riposo, nessun sollievo per me Nord, est, o ovest, o sud, Finché un cavaliere cristiano non vorrà volentieri Baciarmi tre volte sulla bocca.

"'Né sposato può essere questo giovane Che dà sollievo a me; Né può essere costretto, credo, Ma baciarmi volentieri.

"'Quindi c'è qui un cavaliere cristiano Di una tale stirpe nobile Che darà a una creatura torturata Dolce sollievo da un dolore mortale?'

"'Un uomo sposato,' disse Artù, Re, 'Un uomo sposato io sono Altrimenti riterrei nobile cosa Baciarti volentieri.

"'Ora, Lancillotto, in vista di tutti gli uomini Tu sei il capo e il primo Della cavalleria. Vieni, nobile cavaliere, E dalle rapido sollievo.'

"Ma Lancillotto si voltò da parte E guardò verso terra, Perché pungeva il suo orgoglio altezzoso Sentirli ridere attorno.

"'Vieni tu, Sir Tristram,' disse il Re. Disse lui, 'Non può essere, Perché mai potrei portare il mio stomaco A farlo volentieri.'_

"'Vorresti tu, Sir Kay, o creatura sprezzante?' Disse Kay: 'No, in fede mia! Quale nobile dama bacerebbe un cavaliere Che ha baciato una bocca tanto turpe?'

"'Vorresti tu, Gawaine?' 'Non posso, Re.' 'Sir Geraint?' 'No, non io; I miei baci non porterebbero alcun sollievo, Poiché preferirei morire.'

"Allora si fece avanti e parlò l'uomo più giovane Di tutti quelli seduti alla mensa: 'Ora, un sollievo come un cristiano può dare, Io glielo darò, mio signore.'

"Era Sir Keith, un giovane cavaliere, Eppure robusto di membra e audace, Con la barba sul mento chiara Come i più sottili fili d'oro.

"Disse Kay: 'Egli non ha ancora una dama Che possa chiamare propria, Ma eccone una che è facile da ottenere, Come lei stessa ha mostrato.'

"La baciò una volta, la baciò due volte, La baciò tre volte ancora, Un prodigioso mutamento avvenne in un istante, Ed essa non fu più turpe.

"Le sue guance divennero rosse come rose, La sua fronte bianca come tela di lino, Il suo petto simile alle nevi invernali, I suoi occhi come quelli di un cerbiatto.

"Il suo respiro divenne dolce come la brezza estiva Che soffia sui prati; La sua voce divenne dolce come il fruscio degli alberi, E non fu più stridula né aspra.

"I suoi capelli divennero scintillanti come l'oro, Le sue mani bianche come il latte; I suoi cenci sozzi, così turpi e vecchi, Erano mutati in vesti di seta.

"Con grande stupore i cavalieri fissavano. Disse Kay: 'Faccio voto, Se ti farà piacere, o nobile dama, Ti bacerò volentieri adesso.'

"_Ma il giovane Sir Keith s'inginocchiò su un ginocchio E baciò le sue vesti così belle. 'Oh, lascia che io sia il tuo schiavo,' disse, 'Poiché nessuna si può paragonare a te.'

"Lei si chinò, gli baciò la fronte, Gli baciò le labbra e gli occhi. Disse lei: 'Tu sei il mio signore ora, Mio signore, mio amore, alzati!

"'E tutte le ricchezze che sono mie, Le mie terre, io do a te, Poiché mai cavaliere ha mostrato a una dama Così nobile cortesia.

"'Ero vittima di un incantesimo, in amaro dolore, Ma tu mi hai liberato, Così ora sono di nuovo me stessa, Mi do a te.'"

"Sì, in verità," disse Robin Hood, quando il Conciatore ebbe finito di cantare, "è come lo ricordo, un bel canto, e una ballata con una melodia piacevole."

"Mi è sembrato spesso," disse Will Scarlet, "che abbia un certo significato in sé, proprio come questo: che un dovere che a noi sembra talvolta brutto e aspro, quando lo baciamo sinceramente sulla bocca, per così dire, non è affatto una cosa così turpe in fin dei conti."

"Mi pare che tu abbia ragione," disse Robin, "e, al contrario, che quando baciamo un piacere che appare allegro, esso diventi turpe per noi; non è così, Little John? Davvero una cosa simile ti ha procurato pesanti colpi quest'oggi. Via, amico, non abbatterti. Schiarisciti la gola e cantaci un canto."

"No," disse Little John, "non ne conosco nessuno bello come quello che il gaio Arthur ha intonato. Sono tutte cose povere quelle che conosco. Inoltre, la mia voce non è in tono oggi, e non vorrei rovinare nemmeno una canzone tollerabile con un canto pessimo."

A questo punto tutti pregarono Little John di cantare, cosicché, dopo che li ebbe respinti per il tempo dovuto, come si addice a chi viene chiesto di cantare, egli alla fine acconsentì. Disse: "Bene, se volete così, vi darò quello che posso. Come il bel Will, non ho un titolo per il mio canto, ma fa così:

"_O mia Signora, la primavera è qui, Con un hey nonny nonny; La dolce stagione dell'amore dell'anno, Con un ninny ninny nonny; Ora ragazzo e ragazza Giacciono nell'erba Che cresce verde Con i fiori in mezzo. Il daino riposa, Le foglie spuntano, Il gallo canta, La brezza soffia, E ogni cosa ride in_--"

"Chi può essere quel tizio che viene lungo la strada?" disse Robin, interrompendo la canzone.

"Non lo so," disse Little John con voce burbera. "Ma questo lo so, che è una brutta cosa interrompere il flusso di una buona canzone."

"No, Little John," disse Robin, "non irritarti, ti prego; ma l'ho osservato arrivare, curvo sotto quel grande sacco sulla spalla, fin da quando hai iniziato la tua canzone. Guarda, Little John, ti prego, e vedi se lo conosci."

Little John guardò dove indicava Robin Hood. "Davvero," disse dopo un po', "penso che quel tizio sia un certo giovane mugnaio che ho visto di tanto in tanto ai margini di Sherwood; una povera creatura, mi pare, per rovinare una buona canzone."

"Ora che ne parli," disse Robin Hood, "mi pare di averlo visto anch'io di tanto in tanto. Non ha un mulino oltre Nottingham Town, vicino alla strada di Salisbury?"

"Hai ragione; è lui," disse Little John.

"Un buon uomo robusto," disse Robin. "L'ho visto spaccare la testa a Ned o' Bradford circa una quindicina di giorni fa, e mai in vita mia ho visto un capello spostato con più precisione."

A quel punto il giovane mugnaio era arrivato così vicino che potevano vederlo chiaramente. I suoi vestiti erano spolverati di farina, e sulla schiena portava un grande sacco di farina, piegandosi in modo da portare tutto il peso sulle spalle, e attraverso il sacco c'era un grosso bastone. Le sue membra erano robuste e forti, e camminava lungo la strada polverosa assai vigorosamente con il pesante sacco sulle spalle. Le sue guance erano rosee come una bacca invernale, i suoi capelli erano color lino, e sul mento c'era una peluria di barba color lino.

"Un buon uomo onesto," disse Robin Hood, "e uno di quelli che fanno onore allo yeomanry inglese. Ora facciamoci una bella risata con lui. Usciremo come se fossimo comuni ladri e faremo finta di derubarlo dei suoi onesti guadagni. Poi lo porteremo nella foresta e gli offriremo un banchetto come il suo stomaco non ne ha mai tenuto in vita sua. Gli inonderemo la gola di buon vino delle Canarie e lo manderemo a casa con corone nella borsa per ogni centesimo che ha. Che ne dite, ragazzi?"

"Davvero, è un bel pensiero," disse Will Scarlet.

"È ben pianificato," disse Little John, "ma che tutti i santi ci preservino da altre bastonate oggi! Perbacco, le mie povere ossa fanno così male che io..."

"Ti prego, taci, Little John," disse Robin. "La tua lingua sciocca ci farà ridere dietro abbastanza."

"La mia lingua sciocca, davvero," ringhiò Little John ad Arthur a Bland. "Vorrei che potesse impedire al nostro padrone di cacciarci in un altro guaio oggi."

Ma ora il Mugnaio, camminando a fatica lungo la strada, era arrivato di fronte a dove giacevano nascosti gli yeomen, dopodiché tutti e quattro gli corsero incontro e lo circondarono.

"Fermati, amico!" gridò Robin al Mugnaio; dopodiché egli si voltò lentamente, con il peso del sacco sulla spalla, e guardò ognuno a turno tutto confuso, poiché, sebbene fosse un uomo robusto, il suo ingegno non saltava come castagne arrosto.

"Chi mi intima di fermarmi?" disse il Mugnaio con una voce profonda e roca, come il ringhio di un grosso cane.

"Perbacco, lo faccio io," disse Robin; "e lascia che ti dica, amico, faresti meglio a seguire il mio ordine."

"E chi sei tu, buon amico?" disse il Mugnaio, gettando il grande sacco di farina dalla spalla a terra, "e chi sono quelli con te?"

"Siamo quattro bravi uomini cristiani," disse Robin, "e vorremmo volentieri aiutarti portando parte del tuo carico pesante."

"Vi ringrazio tutti," disse il Mugnaio, "ma la mia borsa non è così pesante che non possa portarla da solo."

"No, ti sbagli," disse Robin, "intendevo dire che potresti forse avere qualche pesante farthing o pence con te, per non parlare dell'argento e dell'oro. Il nostro buon Gaffer Swanthold dice che l'oro è un fardello troppo pesante per un asino a due gambe da portare; quindi vorremmo sollevarti un po' di questo carico."

"Ahimè!" gridò il Mugnaio, "cosa volete farmi? Non ho con me nemmeno un groat tosato. Non fatemi del male, vi prego, ma lasciatemi andare in pace. Inoltre, lasciate che vi dica che siete sulla terra di Robin Hood, e se dovesse trovarvi a cercare di derubare un onesto artigiano, vi taglierà le orecchie fino alla testa e vi frusta fino alle mura di Nottingham."

"In verità non temo Robin Hood più di quanto temo me stesso," disse il gaio Robin. "Devi oggi darmi ogni centesimo che hai addosso. No, se ti muovi di un pollice farò sferragliare questo bastone intorno alle tue orecchie."

"No, non colpirmi!" gridò il Mugnaio, alzando il gomito come se temesse il colpo. "Puoi perquisirmi se vuoi, ma non troverai nulla su di me, in borsa, tasca o pelle."

"È così?" disse Robin Hood, guardandolo intensamente. "Ora credo che quello che mi racconti non sia una storia vera. Se non mi sbaglio di molto, hai qualcosa in fondo a quel sacco grasso di farina. Buon Arthur, svuota il sacco a terra; ti garantisco che troverai uno o due scellini nella farina."

"Ahimè!" gridò il Mugnaio, cadendo in ginocchio, "non rovinare tutta la mia buona farina! Non può arricchirvi, e rovinerà me. Risparmiala, e vi darò i soldi che sono nel sacco."

"Ah!" disse Robin, dando una gomitata a Will Scarlet. "È così? E ho trovato dove giacciono i tuoi soldi? Perbacco, ho un naso meraviglioso per la benedetta immagine del buon Re Enrico. Pensavo di sentire l'odore di oro e argento sotto la farina d'orzo. Tira fuori subito, Mugnaio."

Poi lentamente il Mugnaio si alzò in piedi, e lentamente e malvolentieri sciolse la bocca del sacco, e lentamente infilò le mani nella farina e iniziò a frugare con le braccia sepolte fino ai gomiti nella farina d'orzo. Gli altri si radunarono attorno a lui, le teste vicine, guardando e chiedendosi cosa avrebbe tirato fuori.

Così stavano, tutti con le teste vicine a fissare dentro il sacco. Ma mentre faceva finta di cercare i soldi, il Mugnaio raccolse due grandi manciate di farina. "Ah," disse, "eccoli, le bellezze." Poi, mentre gli altri si sporgevano ancora più in avanti per vedere cosa avesse, improvvisamente gettò la farina nei loro volti, riempiendo i loro occhi, nasi e bocche con la farina, accecandoli e mezzo soffocandoli. Arthur a Bland stava peggio di chiunque altro, poiché la sua bocca era aperta, spalancata per la meraviglia di ciò che stava per accadere, cosicché una grande nuvola di farina volò giù per la sua gola, facendolo tossire finché riuscì a malapena a stare in piedi.

Poi, mentre tutti e quattro inciampavano in giro, ruggendo per il bruciore della farina nei loro bulbi oculari, e mentre si strofinavano gli occhi finché le lacrime non facevano grandi solchi sui loro volti attraverso la farina, il Mugnaio afferrò un'altra manciata di farina e un'altra e un'altra, gettandola nei loro volti, cosicché anche se avessero avuto un barlume di luce prima, ora erano ciechi come qualsiasi mendicante nel Nottinghamshire, mentre i loro capelli, barbe e vestiti erano bianchi come la neve.

Poi, afferrato il suo grande bastone di legno di corniolo, il Mugnaio iniziò a colpire tutto intorno come se fosse diventato pazzo. Di qua e di là saltavano i quattro, come piselli su una pelle di tamburo, ma non potevano vedere né per difendersi né per scappare. Thwack! thwack! andava il bastone del Mugnaio attraverso le loro schiene, e a ogni colpo grandi nuvole bianche di farina si alzavano nell'aria dalle loro giacche e andavano alla deriva nel vento.

"Fermati!" ruggì Robin alla fine. "Smetti, buon amico, sono Robin Hood!"

"Menti, furfante," gridò il Mugnaio, dandogli un colpo sulle costole che fece alzare una grande nuvola di farina come un soffio di fumo. "Il robusto Robin non ha mai derubato un onesto commerciante. Ah! volevi i miei soldi, vero?" E gli diede un altro colpo. "No, non avrai la tua parte, furfante dalle gambe lunghe. Dividere equamente." E colpì Little John attraverso le spalle mandandolo a saltellare per metà della strada. "No, non temere, tocca a te ora, barba nera." E diede al Conciatore una botta che lo fece ruggire nonostante la tosse. "Che ne dici, giubba rossa, lascia che ti spolveri dalla polvere!" gridò, colpendo Will Scarlet. E così li gratificò con parole allegre e colpi finché riuscirono a malapena a stare in piedi, e ogni volta che ne vedeva uno sul punto di pulirsi gli occhi, gettava altra farina in faccia. Alla fine Robin Hood trovò il suo corno e, portatelo alle labbra, soffiò tre forti squilli.

Ora accadde che Will Stutely e un gruppo di uomini di Robin si trovavano nel raduno non lontano da dove si stava svolgendo questo allegro passatempo. Udendo il tumulto di voci e i colpi che suonavano come il rumore di un correggiato nel fienile in inverno, si fermarono, ascoltando e chiedendosi cosa stesse succedendo. Disse Will Stutely: "Ora, se non mi sbaglio, c'è una bella battaglia con i bastoni in corso non lontano da qui. Vorrei vedere questo bel spettacolo." Così dicendo, lui e tutto il gruppo voltarono i passi da dove proveniva il rumore. Quando furono arrivati vicino a dove risuonava tutto il tumulto, udirono i tre squilli del corno di Robin.

"Presto!" gridò il giovane David di Doncaster. "Il nostro padrone è in grave necessità!" Così, senza fermarsi un momento, scattarono in avanti con forza e vigore e irruppero dalla copertura sulla strada maestra.

Ma che spettacolo era quello che videro! La strada era tutta bianca di farina, e cinque uomini stavano lì anch'essi bianchi di farina dalla testa ai piedi, poiché gran parte della farina d'orzo era ricaduta sul Mugnaio.

"Qual è il tuo bisogno, padrone?" gridò Will Stutely. "E cosa significa tutto questo?"

"Perché," disse Robin in una passione potente, "quel tizio traditore è arrivato vicino a uccidermi come nessun uomo al mondo. Se non fossi arrivato in fretta, buon Stutely, il tuo padrone sarebbe morto."

A questo punto, mentre lui e gli altri tre si strofinavano la farina dagli occhi, e Will Stutely e i suoi uomini pulivano i loro vestiti, raccontò loro tutto; come avesse voluto fare uno scherzo al Mugnaio, che si era ritorto così gravemente contro di loro.

"Presto, uomini, catturate il vile Mugnaio!" gridò Stutely, che era quasi soffocato dalle risate come gli altri; dopodiché molti corsero contro il robusto compagno e afferrandolo, gli legarono le braccia dietro la schiena con le corde degli archi.

"Ah!" gridò Robin, quando portarono il Mugnaio tremante da lui. "Volevi assassinarmi, eh? In fede mia..." Qui si fermò e rimase a fissare il Mugnaio cupamente. Ma la rabbia di Robin non poté reggere, così prima i suoi occhi brillarono, e poi, a dispetto di tutto, scoppiò a ridere.

Ora, quando videro il loro padrone ridere, gli yeomen che stavano attorno non poterono più contenersi, e un potente grido di risate si alzò da tutti. Molti non riuscivano a stare in piedi, ma rotolavano a terra per pura ilarità.

"Qual è il tuo nome, buon compagno?" disse Robin alla fine al Mugnaio, che stava a bocca aperta come se fosse sbalordito.

"Ahimè, signore, sono Midge, il figlio del mugnaio," disse con voce spaventata.

"Faccio voto," disse il gaio Robin, colpendolo sulla spalla, "che sei il più possente Midge che i miei occhi abbiano mai visto. Ora vorresti lasciare il tuo mulino polveroso e venire a unirti alla mia banda? In fede mia, sei un uomo troppo robusto per passare i tuoi giorni tra la tramoggia e il cassetto."

"Allora davvero, se mi perdoni per i colpi che ho dato, non sapendo chi fossi, mi unirò a te molto volentieri," disse il Mugnaio.

"Allora ho guadagnato quest'oggi," disse Robin, "i tre yeomen più robusti di tutto il Nottinghamshire. Andremo all'albero del bosco verde, e lì terremo un allegro banchetto in onore dei nostri nuovi amici, e magari una tazza o due di buon vino delle Canarie e delle Canarie potrà ammorbidire il dolore delle mie povere articolazioni e ossa, anche se garantisco che passeranno molti giorni prima che io sia di nuovo l'uomo che ero." Così dicendo, si voltò e aprì la strada, il resto a seguire, e così entrarono di nuovo nella foresta e furono persi di vista.

Quella notte tutto era in fiamme con fuochi scoppiettanti nei boschi, poiché sebbene Robin e gli altri di cui si è parlato, eccettuato solo Midge, il figlio del mugnaio, avessero molti lividi e contusioni qua e là sul corpo, non erano comunque così doloranti alle articolazioni da non poter godersi un allegro banchetto dato tutto in benvenuto ai nuovi membri della banda. Così con canti e scherzi e risate che echeggiavano attraverso gli angoli più profondi e silenziosi della foresta, la notte passò rapidamente, come tali momenti allegri sono soliti fare, finché alla fine ogni uomo cercò il suo giaciglio e il silenzio cadde su tutte le cose e ogni cosa sembrò dormire.

Ma la lingua di Little John non era mai una che fosse facile da guidare, cosicché, pollice dopo pollice, l'intera storia del suo scontro con il Conciatore e lo scontro di Robin con Will Scarlet venne fuori. E così l'ho raccontata affinché tu possa ridere dell'allegra storia insieme a me.

Robin Hood e Allan a Dale

È STATO appena raccontato come tre sfortunate avventure siano capitate a Robin Hood e Little John tutte in un giorno, portando loro costole doloranti e ossa indolenzite. Quindi racconteremo ora come abbiano rimediato a quegli eventi nefasti con una buona azione che avvenne non senza un po' di dolore per Robin.

Due giorni erano trascorsi, e un po' del dolore era passato dalle articolazioni di Robin Hood, eppure ancora, quando si muoveva all'improvviso e senza pensare, il dolore qua e là lo stuzzicava, come per dire: "Hai ricevuto una bastonata, buon compagno."

Il giorno era luminoso e gaio, e la rugiada del mattino giaceva ancora sull'erba. Sotto l'albero del bosco verde sedeva Robin Hood; da una parte c'era Will Scarlet, sdraiato a tutta lunghezza sulla schiena, fissando il cielo limpido, con le mani intrecciate dietro la nuca; dall'altra parte sedeva Little John, modellando un bastone da un robusto ramo di corniolo; altrove sull'erba sedevano o giacevano molti altri membri della banda.

"Per la fede del mio cuore," disse il gaio Robin, "mi viene in mente che non abbiamo avuto nessuno a cena con noi da molto tempo. Il nostro denaro scarseggia nella borsa, poiché nessuno è venuto a pagare un conto da molti giorni. Ora preparati, buon Stutely, e scegli sei uomini, e vattene alla Fosse Way o giù di lì, e vedi di portare qualcuno a mangiare con noi questa sera. Nel frattempo prepareremo un grande banchetto per fare a chiunque venga il maggiore onore. E ascolta, buon Stutely. Vorrei che prendessi Will Scarlet con te, poiché è giusto che diventi esperto con le vie della foresta."

"Ora ti ringrazio, buon padrone," disse Stutely, balzando in piedi, "che tu abbia scelto me per questa avventura. Davvero, le mie membra diventano pigre per lo stare oziosi qui. Quanto a due dei miei sei, sceglierò Midge il Mugnaio e Arthur a Bland, poiché, come ben sai, buon padrone, sono pugni robusti con il bastone. Non è così, Little John?"

A questo tutti risero tranne Little John e Robin, che storse il viso. "Posso parlare per Midge," disse lui, "e allo stesso modo per mio cugino Scarlet. Proprio questa benedetta mattina ho guardato le mie costole e le ho trovate di tanti colori quanto il mantello di un mendicante."

Così, avendo scelto altri quattro compagni robusti, Will Stutely e la sua banda si avviarono verso la Fosse Way, per vedere se potessero imbattersi in qualche ospite ricco da banchettare quel giorno a Sherwood con Robin e la sua banda.

Per tutto il lunghissimo giorno essi dimorarono nei pressi di questa strada maestra. Ognuno aveva portato con sé una buona scorta di carne fredda e una bottiglia di robusta birra di marzo per placare lo stomaco fino al ritorno a casa. Così, quando giunse il mezzodì, si sedettero sull'erba morbida, sotto un verde e ampio biancospino, e tennero un banchetto cordiale e gioviale. Dopo di ciò, uno fece la guardia mentre gli altri schiacciavano un pisolino, poiché era una giornata calma e afosa.

Passarono il tempo abbastanza piacevolmente, ma nessun ospite come quelli che desideravano si fece vedere per tutto il tempo in cui rimasero nascosti lì. Molti passarono lungo la strada polverosa sotto l'abbaglio del sole: ora era uno stuolo di donzelle chiacchierone che trotterellavano allegramente; ora un calderaio che procedeva a fatica; ora un allegro pastorello; ora un robusto fattore; tutti guardando avanti lungo la via, ignari dei sette robusti compari che giacevano nascosti così vicino a loro. Tali erano i viandanti lungo la strada; ma grassi abati, ricchi scudieri o usurai carichi di denaro non ve ne furono.

Alla fine il sole cominciò a calare basso nel cielo; la luce si fece rossa e le ombre lunghe. L'aria divenne colma di silenzio, gli uccelli cinguettarono assonnati e da lontano giunse, fioco e chiaro, il canto melodioso della lattaia che richiamava il bestiame a casa per la mungitura.

Allora Stutely si alzò dal luogo in cui giaceva. "Che malanno colga tanta sfortuna!" disse. "Siamo rimasti qui tutto il giorno e nessun uccello che valesse la pena abbattere, per così dire, è giunto a portata del nostro dardo. Se fossi andato in giro per un faccenda innocente, avrei incontrato una dozzina di robusti preti o una ventina di grassi usurai. Ma è sempre così: i cervi bruni non sono mai così rari come quando uno ha una penna d'oca grigia incastrata tra le dita. Via, ragazzi, raccogliamo tutto e torniamo a casa, dico io."

Di conseguenza, gli altri si alzarono e, uscendo dal folto, rivolsero tutti i piedi di nuovo verso Sherwood. Dopo aver percorso una certa distanza, Will Stutely, che guidava il gruppo, si fermò all'improvviso. "Zitti!" disse, poiché le sue orecchie erano acute come quelle di una volpe di cinque anni. "Ascoltate, ragazzi! Mi pare di udire un suono." A ciò tutti si fermarono e ascoltarono col fiato sospeso, sebbene per un momento non riuscissero a udire nulla, essendo le loro orecchie più sorde di quelle di Stutely. Alla fine udirono un suono debole e malinconico, come di qualcuno che si lamentasse.

"Ah!" disse Will Scarlet, "questo va indagato. C'è qualcuno in difficoltà qui vicino a noi."

"Non saprei," disse Will Stutely, scuotendo il capo dubbioso, "il nostro padrone è sempre sconsiderato nell'infilare le dita in una pentola che bolle; ma, per quanto mi riguarda, non vedo l'utilità di cacciarci in pasticci pericolosi. Quella è voce d'uomo, se non erro, e un uomo dovrebbe sempre essere pronto a trarsi d'impaccio da solo."

Allora Will Scarlet parlò audacemente. "Via, vergognati a parlare in quel modo, Stutely! Resta, se ti aggrada. Io vado a vedere quale possa essere la pena di questa povera creatura."

"No," disse Stutely, "tu salti così in fretta che finirai nel fosso. Chi ha detto che non sarei venuto? Vieni, dico io." Così dicendo, guidò il cammino, seguito dagli altri, finché, dopo aver percorso un breve tratto, giunsero a una piccola radura nel bosco, da cui un ruscello, dopo aver gorgogliato sotto l'intreccio di cespugli sporgenti, si allargava in una pozza ampia dai ciottoli vitrei. Al fianco di questa pozza, sotto i rami di un salice, giaceva un giovane a faccia in giù, piangendo ad alta voce, il cui suono aveva per primo colto le orecchie attente di Stutely. I suoi riccioli d'oro erano arruffati, le vesti in disordine e ogni cosa intorno a lui denotava dolore e affanno. Sopra la sua testa, dai rami del salice, pendeva una bellissima arpa di legno levigato intarsiato con oro e argento in disegni fantastici. Accanto a lui giacevano un robusto arco di frassino e una decina di frecce belle e lisce.

"Ehi!" gridò Will Stutely, quando furono usciti dalla foresta nel piccolo spiazzo. "Chi sei tu, compare, che giaci lì a uccidere tutta l'erba verde con acqua salata?"

Udita la voce, lo sconosciuto balzò in piedi e, afferrando l'arco e incoccando un dardo, si tenne pronto a qualsiasi male potesse accadergli.

"Davvero," disse uno degli yeomen, quando ebbero visto il volto del giovane sconosciuto, "conosco quel ragazzo assai bene. È un certo menestrello che ho visto da queste parti più di una volta. Solo una settimana fa lo vidi saltellare per la collina come una cerbiatta dell'anno. Un bel vedere era allora, con un fiore all'orecchio e una piuma di gallo infilata nel berretto; ma ora, mi pare, il nostro galletto è spennato delle sue allegre piume."

"Pah!" esclamò Will Stutely, avvicinandosi allo sconosciuto, "asciugati gli occhi, uomo! Odio vedere un tipo alto e robusto singhiozzare come una ragazzina di quattordici anni per un pettirosso morto. Deponi l'arco, uomo! Non ti vogliamo alcun male."

Ma Will Scarlet, vedendo come lo sconosciuto, che aveva un aspetto giovane e fanciullesco, fosse punto dalle parole che Stutely aveva pronunciato, si avvicinò a lui e gli pose la mano sulla spalla. "No, tu sei in pena, povero ragazzo!" disse gentilmente. "Non dare peso a ciò che hanno detto questi tipi. Sono rozzi, ma ti vogliono bene. Forse non capiscono un giovane come te. Verrai con noi, e forse potremo trovare qualcuno in grado di aiutarti nelle tue perplessità, qualunque esse siano."

"Sì, davvero, vieni con noi," disse Will Stutely bruscamente. "Non intendevo farti del male, e potrei farti del bene. Tira giù il tuo arnese da canto da questo bell'albero e vieni via con noi."

Il giovane fece come gli era stato ordinato e, con il capo chino e il passo mesto, accompagnò gli altri, camminando accanto a Will Scarlet. Così proseguirono il loro cammino attraverso la foresta. La luce brillante svanì dal cielo e un grigio scintillante calò su ogni cosa. Dalle recessi più profondi della foresta giungevano all'orecchio strani suoni sussurranti della notte; tutto il resto era silenzioso, salvo solo il fruscio dei loro passi tra le foglie secche e croccanti dell'inverno passato. Alla fine un bagliore rossastro brillò davanti a loro qua e là tra gli alberi; un po' più oltre giunsero alla radura aperta, ora bagnata dal pallido chiarore della luna. Al centro della spianata crepitava un grande fuoco, proiettando una luce rossa su tutto ciò che stava attorno. Al fuoco stavano arrostendo succulente bistecche di cervo, fagiani, capponi e pesce fresco di fiume. L'aria era tutta pervasa dal dolce profumo delle buone vivande in cottura.

La piccola banda si fece strada attraverso la radura, molti yeomen si voltarono con sguardi curiosi a guardarli, ma nessuno parlò o fece domande. Così, con Will Scarlet da un lato e Will Stutely dall'altro, lo sconosciuto giunse dove Robin Hood sedeva su un sedile di muschio sotto l'albero del bosco verde, con Little John in piedi accanto a lui.

"Buonasera, caro amico," disse Robin Hood, alzandosi mentre l'altro si avvicinava. "E sei venuto a banchettare con me quest'oggi?"

"Ahimè! Non so," disse il ragazzo, guardandosi attorno con occhi storditi, poiché era sbalordito da tutto ciò che vedeva. "Davvero, non so se io sia in un sogno," disse tra sé a bassa voce.

"No, perbacco," disse Robin, ridendo, "sei sveglio, come scoprirai tra poco, poiché un ottimo banchetto sta cuocendo per te. Sei il nostro ospite d'onore quest'oggi."

Ancora il giovane sconosciuto si guardava attorno, come se fosse in un sogno. Poco dopo si rivolse a Robin. "Mi pare," disse, "di sapere ora dove mi trovo e cosa mi sia accaduto. Non sei tu il grande Robin Hood?"

"Hai fatto centro," disse Robin, dandogli un colpetto sulla spalla. "Gli uomini da queste parti mi chiamano con quel nome. Poiché mi conosci, sai anche che chi banchetta con me deve pagare il conto. Confido che tu abbia una borsa piena con te, caro forestiero."

"Ahimè!" disse lo sconosciuto, "non ho borsa né denaro, salvo solo la metà di una sei-pence, l'altra metà della quale la mia stessa cara amata porta in seno, appesa al collo da un filo di seta."

A queste parole si levò un grande scoppio di risa da coloro che stavano attorno, al che il povero ragazzo sembrò sul punto di morire di vergogna; ma Robin Hood si voltò bruscamente verso Will Stutely. "Ebbene, come va," disse, "è questo l'ospite che ci hai portato per riempire la nostra borsa? Mi pare che tu abbia portato ben poco al mercato."

"No, buon padrone," rispose Will Stutely, sogghignando, "non è un mio ospite; è stato Will Scarlet a portarlo qui."

Allora prese la parola Will Scarlet, e raccontò di come avessero trovato il ragazzo nel dolore, e di come lo avesse portato a Robin, pensando che potesse forse aiutarlo nel suo travaglio. Allora Robin Hood si rivolse al giovane e, ponendogli una mano sulla spalla, lo tenne a distanza di braccio, scrutando da vicino il suo volto.

"Un volto giovane," disse a bassa voce, quasi tra sé, "un volto gentile, un buon volto. È come quello di una fanciulla per purezza, e, oltretutto, il più bello che i miei occhi abbiano mai visto; ma, se posso giudicare equamente dal tuo aspetto, il dolore arriva ai giovani così come ai vecchi." A queste parole, dette così gentilmente, gli occhi del povero ragazzo si riempirono di lacrime. "No, no," disse Robin in fretta, "fatti coraggio, ragazzo; ti garantisco che il tuo caso non è così grave da non poter essere risolto. Qual è il tuo nome?"

"Allen a Dale è il mio nome, buon padrone."

"Allen a Dale," ripeté Robin, meditando. "Allen a Dale. Mi sembra che il nome non sia del tutto estraneo alle mie orecchie. Sì, certamente tu sei il menestrello di cui abbiamo sentito parlare ultimamente, la cui voce incanta così tanto tutti gli uomini. Non vieni tu dalla Valle di Rotherstream, oltre Stavely?"

"Sì, davvero," rispose Allan, "vengo da lì."

"Quanti anni hai, Allan?" disse Robin.

"Ho solo vent'anni."

"Mi sembri troppo giovane per essere tormentato da preoccupazioni," disse Robin gentilmente; poi, rivolgendosi agli altri, gridò: "Su, ragazzi, preparatevi e allestite il nostro banchetto; solo tu, Will Scarlet, e tu, Little John, restate qui con me."

Poi, quando gli altri se ne furono andati, ciascuno alle proprie faccende, Robin si rivolse ancora una volta al giovane. "Ora, ragazzo," disse, "raccontaci i tuoi travagli e parla liberamente. Un flusso di parole allevia sempre il cuore dai dolori; è come aprire lo scarico quando la diga del mulino è troppo piena. Vieni, siediti qui accanto a me e parla a tuo agio."

Allora, senza indugio, il giovane raccontò ai tre yeomen tutto ciò che aveva nel cuore; dapprima con parole e frasi spezzate, poi liberamente e con maggiore facilità quando vide che tutti ascoltavano attentamente ciò che diceva. Così raccontò loro di come fosse venuto da York alla dolce valle del Rother, viaggiando per il paese come menestrello, fermandosi ora al castello, ora alla sala, e ora alla fattoria; di come avesse trascorso una dolce serata in una certa ampia e bassa fattoria, dove cantò davanti a un solido fattore e a una fanciulla pura e amabile come il primo bucaneve di primavera; di come avesse suonato e cantato per lei, e di come la dolce Ellen o' the Dale lo avesse ascoltato e amato. Poi, con voce bassa e dolce, appena più forte di un sussurro, raccontò di come l'avesse attesa e incontrata di tanto in tanto quando lei usciva, ma fosse troppo timoroso in sua dolce presenza per parlarle, finché alla fine, sulle rive del Rother, le aveva parlato del suo amore, e lei aveva sussurrato ciò che aveva fatto fremere di gioia le corde del suo cuore. Poi spezzarono una moneta da sei-pence tra loro e giurarono di essersi fedeli per sempre.

Poi raccontò di come suo padre avesse scoperto cosa stava accadendo e l'avesse portata via da lui, così che non l'aveva più rivista, e il suo cuore sentiva talvolta di spezzarsi; di come questa mattina, solo un mese e mezzo dopo l'ultima volta che l'aveva vista, avesse saputo, ed era certo che fosse così, che lei doveva sposare il vecchio Sir Stephen di Trent, due giorni dopo, poiché il padre di Ellen pensava che sarebbe stata una gran cosa far sposare sua figlia così in alto, sebbene lei non lo desiderasse; né era meraviglia che un cavaliere volesse sposare il suo dolce amore, che era la più bella fanciulla di tutto il mondo.

A tutto ciò gli yeomen ascoltarono in silenzio, mentre il chiasso di molte voci, scherzi e risate risuonava intorno a loro, e la luce rossa del fuoco brillava sui loro volti e nei loro occhi. Così semplici erano le parole del povero ragazzo, e così profondo il suo dolore, che persino Little John sentì un certo nodo groviglioso salirgli alla gola.

"Non mi meraviglio," disse Robin, dopo un momento di silenzio, "che il tuo vero amore ti abbia amato, poiché hai certamente una croce d'argento sotto la lingua, proprio come il buon San Francesco, che poteva incantare gli uccelli dell'aria col suo parlare."

"Per il soffio del mio corpo," sbottò Little John, cercando di coprire i suoi sentimenti con parole rabbiose, "ho una gran voglia di andare subito a bastonare la vita disgustosa fuori dal corpo di quel vile Sir Stephen. Perbacco, dico io, che malanno, crede un vecchio raggrinzito che le tenere fanciulle si comprino come pollastre in un giorno di mercato? Vergogna su di lui! Io... ma non importa, che si guardi bene alle spalle."

Allora parlò Will Scarlet. "Mi sembra che la fanciulla abbia agito male a cambiare così in fretta al comando altrui, specialmente quando si tratta di sposare un uomo vecchio come questo Sir Stephen. Non mi piace in lei, Allan."

"No," disse Allan accalorato, "le fai torto. Lei è dolce e gentile come una tortora. La conosco meglio di chiunque altro al mondo. Potrebbe eseguire l'ordine di suo padre, ma se sposa Sir Stephen, il suo cuore si spezzerà e lei morirà. La mia dolce cara, io..." Si fermò e scosse il capo, poiché non poteva dire altro.

Mentre gli altri parlavano, Robin Hood era rimasto immerso nei pensieri. "Mi pare di avere un piano che potrebbe adattarsi al tuo caso, Allan," disse. "Ma dimmi prima, pensi, ragazzo, che il tuo vero amore abbia abbastanza spirito da sposarti se foste insieme in chiesa, le pubblicazioni fatte e il prete trovato, anche se suo padre dovesse dirle di no?"

"Sì, perbacco che lo farebbe," gridò Allan avidamente.

"Allora, se suo padre è l'uomo che credo che sia, mi impegno affinché dia a entrambi la sua benedizione come uomo e moglie sposati, al posto del vecchio Sir Stephen, e proprio nel mattino delle sue nozze. Ma aspetta, ora che ci penso, c'è una cosa su cui non ho fatto i conti: il prete. Davvero, quelli dell'abito non mi amano troppo, e quando si tratta di fare come desidero in una faccenda simile, è probabile che si dimostrino testardi. Quanto al clero minore, temono di farmi un favore a causa dell'abate o del vescovo."

"No," disse Will Scarlet ridendo, "per quanto riguarda questo, conosco un certo frate che, se riuscissi a prenderlo dal verso giusto, sbrigherei la tua faccenda anche se la stessa Papessa Giovanna si facesse avanti per scomunicarlo. È conosciuto come il Frate Curtal dell'Abbazia di Fountain, e dimora nella Valle di Fountain."

"Ma," disse Robin, "l'Abbazia di Fountain è a ben cento miglia da qui. Se vogliamo aiutare questo ragazzo, non abbiamo tempo di andare fin là e tornare prima che il suo vero amore sia sposata. Non c'è nulla da guadagnare lì, cugino."

"Sì," disse Will Scarlet, ridendo ancora, "ma questa Abbazia di Fountain non è così lontana come quella di cui parli, zio. L'Abbazia di Fountain di cui parlo non è un luogo ricco e orgoglioso come l'altro, ma una semplice piccola cella; tuttavia, è un luogo accogliente quanto mai ne abbia abitato un solido anacoreta. Conosco bene il posto e posso guidarti fin là, poiché, sebbene sia una buona distanza, mi pare che un paio di gambe robuste potrebbero portare un uomo fin là e tornare in un giorno."

"Allora dammi la mano, Allan," gridò Robin, "e lasciati dire che giuro sui capelli luminosi di Santa AElfrida che tra due giorni, a quest'ora, Ellen a Dale sarà tua moglie. Cercherò questo stesso Frate dell'Abbazia di Fountain domani di buon'ora, e ti garantisco che lo prenderò dal verso giusto, anche se dovessi bastonarne uno per renderlo tale."

A ciò Will Scarlet rise di nuovo. "Non esserne troppo sicuro, buon zio," disse, "tuttavia, da quello che so di lui, penso che questo Frate Curtal unirà volentieri due amanti così belli, specialmente se dopo ci sarà da mangiare e da bere a volontà."

Ma ora uno della banda venne a dire che il banchetto era steso sull'erba; così, con Robin a guidare la strada, gli altri seguirono dove il lauto convito era apparecchiato. Allegro fu il pasto. Scherzi e racconti passarono liberamente, e tutti risero finché la foresta non echeggiò di nuovo. Allan rise con gli altri, poiché le sue guance erano arrossate dalla speranza che Robin Hood gli aveva dato.

Alla fine il banchetto fu concluso, e Robin Hood si rivolse ad Allan, che sedeva accanto a lui. "Ora, Allan," disse, "si è parlato tanto del tuo canto che vorremmo noi stessi assaggiare la tua abilità. Non puoi darci qualcosa?"

"Certamente," rispose Allan prontamente; poiché non era un menestrello di terz'ordine che deve essere pregato più e più volte, ma disse "sì" o "no" al primo invito; così, prendendo la sua arpa, fece scorrere le dita leggermente sulle corde dal suono dolce, e tutto tacque attorno alla tovaglia. Poi, accompagnando la voce con la dolce musica della sua arpa, cantò:

LE NOZZE DI MAY ELLEN

(Che narra di come fosse amata da un principe delle fate, il quale la portò alla sua dimora.)

"May Ellen sedeva sotto una spina, E a ogni brezza attorno I fiori cadevano a pioggia, Come neve al suolo, E in un tiglio vicino si udiva Il dolce canto di uno strano uccello selvaggio.

"Oh dolce, dolce, dolce, oh dolcissimo, Oh dolcemente persistente il motivo! Il cuore di May Ellen nel petto Si fermò per una beata pena: E così, ascoltando, col viso volto al cielo, Sedeva come morta in quel bel luogo.

"'Scendi dai fiori, uccello! Scendi dall'albero, E sul mio cuore ti lascerò posare, E ti amerò teneramente!' Così gridò May Ellen, piano e sommessa, Da dove il biancospino spargeva la sua neve.

"Giù cadde l'uccello su ali frementi, Dall'albero in fiore, E si annidò nel suo seno candido. 'Amore mio! Amore mio!' gridò lei; Poi dritto a casa, tra sole e fiori, Lo portò nel suo dolce pergolato.

"Il giorno è trascorso nella notte dolce, La luna fluttua sul prato, E alla sua luce solenne e pallida Un giovane sta in silenzio: Un giovane di bellezza strana e rara, Lì, nel pergolato di May Ellen.

"Stava dove sul selciato freddo Giacevano i barlumi lunari. May Ellen fissava con occhi sgranati, Né poteva voltarsi via, Poiché, come nei sogni mistici vediamo Uno spirito, stava lui silenzioso.

"Con voce bassa e senza fiato, 'Da dove vieni?' disse lei; 'Sei la creatura di un sogno, O una visione che vedo?' Poi soave parlò lui, come i venti notturni fremono Attraverso i giunchi tesi accanto al fiume.

"'Venni, uccello su ali piumate, Dal lontano Paese delle Fate Dove acque mormoranti cantano piano Sulla spiaggia dorata, Dove gli alberi dolci sono per sempre verdi; E lì mia madre è la regina.'

. . . . . . .

"Mai più May Ellen lascia il suo pergolato Per ornare i fiori gentili; Ma nell'ora silenziosa di mezzanotte La sentono parlare lì, Oppure, quando la luna brilla bianca, La sentono cantare attraverso la notte."

"Oh, indossa le tue sete e i tuoi gioielli pregiati", disse la madre di May Ellen, "Poiché qui giunge il Signore di Lyne e tu questo signore devi sposare". May Ellen disse: "Non può essere. Egli non troverà mai in me la sua sposa".

Su parlò suo fratello, oscuro e severo: "Ora, per il limpido cielo azzurro, prima ancora che un giorno sia trascorso per lui, il tuo uccello malvagio morirà! Poiché egli ti ha recato un’amara offesa, con qualche strana arte o astuto incantesimo".

Poi, con un canto triste e dolente, l'uccello volò via, e sopra le gronde del castello, e attraverso il cielo grigio e ventoso. "Vieni fuori!" gridò allora il fratello severo, "Perché fissi lo sguardo così dietro di lui?"

È il giorno delle nozze di May Ellen, il cielo è azzurro e sereno, e molti signori e dame gaie sono riuniti lì in chiesa. Lo sposo era Sir Hugh l'Audace, tutto vestito di seta e panno d'oro.

Entrò la sposa in sciamito bianco con una bianca ghirlanda sul capo; i suoi occhi erano fissi con uno sguardo vitreo, il suo volto era come quello di una morta, e quando stette in mezzo alla folla, cantò un canto selvaggio e prodigioso.

Poi giunse uno strano e impetuoso suono come quello che il vento imminente porta, e nelle finestre aperte si scagliarono nove cigni su ali fischianti, e in alto sopra le teste volarono, in un luccicante combattimento attraverso l'oscurità.

Attorno al capo di May Ellen volarono in un ampio e ventoso scontro, e tre volte tracciarono il cerchio. Gli ospiti si ritrassero spaventati, e il prete accanto all'altare lì, si fece il segno della croce con una preghiera borbottata.

Ma la terza volta che volarono attorno, la bella Ellen era svanita all'istante, e al suo posto, sul terreno, stava un cigno bianco come la neve. Poi, con un canto selvaggio e incantevole, si unì alla folla veloce e alata.

Ci sono uomini anziani che sono stati ai matrimoni, per sessant'anni e più, ma un giorno di nozze così meraviglioso, non ne videro mai prima. Ma nessuno poté fermare e nessuno poté trattenere, i cigni che portarono via la sposa".

Non un suono ruppe il silenzio quando Allan a Dale ebbe finito, ma tutti sedevano a fissare il bel cantore, poiché così dolce era la sua voce e la musica che ogni uomo sedeva a fiato sospeso, per timore che venisse una goccia in più e che potesse perderla.

"Per la mia fede e la mia parola", disse Robin alla fine, traendo un profondo respiro, "ragazzo, tu sei... Tu non devi lasciare la nostra compagnia, Allan! Non vorresti restare con noi qui nella dolce foresta verde? In verità, sento il mio cuore aprirsi verso di te con grande affetto".

Allora Allan prese la mano di Robin e la baciò. "Resterò con te sempre, caro maestro", disse, "poiché mai ho conosciuto tale gentilezza come quella che mi hai mostrato quest'oggi".

Allora Will Scarlet tese la mano e strinse quella di Allan in segno di fratellanza, come fece pure Little John. E così il famoso Allan a Dale divenne uno della banda di Robin Hood.

Robin Hood cerca il Frate Curtal

I VALOROSI YEOMAN della Foresta di Sherwood erano sempre mattinieri, specialmente quando era giunta la stagione estiva, poiché allora, nella freschezza dell'aurora, la rugiada era sempre la più luminosa e il canto degli uccellini il più dolce.

Disse Robin: "Ora andrò a cercare questo stesso Frate dell'Abbazia di Fountain di cui parlammo ieri sera, e porterò con me quattro dei miei bravi uomini, e questi quattro saranno Little John, Will Scarlet, David di Doncaster e Arthur a Bland. Voi altri restate qui, e Will Stutely sarà il vostro capo finché sarò via". Allora, all'istante, Robin Hood indossò una bella giubba d'acciaio di maglia, sopra la quale mise una leggera giacca di verde di Lincoln. Sul capo si calcò un berretto d'acciaio, che coprì con uno di morbida pelle bianca, in cui svettava una piuma di gallo ondeggiante. Al fianco appese una buona spada larga d'acciaio temperato, la lama bluastra contrassegnata ovunque da strane figure di draghi, donne alate e chissà cos'altro. Uno spettacolo galante era Robin così equipaggiato, lo so, col luccichio dell'acciaio che appariva qua e là mentre la luce del sole coglieva luminosamente le maglie della corazza lucida che spuntava sotto la sua giacca verde.

Così, essendosi equipaggiato, lui e i quattro yeomen si misero in cammino, con Will Scarlet a fare da guida, poiché conosceva meglio degli altri dove andare. Così, miglio dopo miglio, camminarono, ora attraverso un ruscello scrosciante, ora lungo una strada baciata dal sole, ora giù per qualche dolce sentiero della foresta, sopra il quale gli alberi si incontravano in una volta verde e frusciante, e alla fine del quale una mandria di cervi spaventati scappò via, con un fragore di foglie e uno scricchiolio di rami. Camminarono avanti tra canti, scherzi e risate finché il mezzogiorno fu passato, quando finalmente giunsero sulle rive di un ampio fiume, vitreo e coperto di ninfee. Qui un largo sentiero battuto si stendeva lungo le rive, sentiero su cui faticavano i cavalli che trainavano le chiatte a lento movimento, cariche di farina d'orzo o altro, dalla campagna verso la città dalle molte torri. Ma ora, nel caldo silenzio di mezzogiorno, non si vedeva né cavallo né uomo oltre a loro stessi. Dietro di loro e davanti a loro si stendeva il fiume, il cui placido seno era increspato qua e là dall'ombra purpurea di una lieve brezza.

"Ora, buon zio", disse Will Scarlet alla fine, quando ebbero camminato per lungo tempo accanto a questo dolce e luminoso fiume, "appena oltre quella curva davanti a noi c'è un guado poco profondo che in nessun punto è più profondo della tua metà coscia, e dall'altra parte del ruscello c'è un certo piccolo eremitaggio nascosto tra l'intrico boschivo dei cespugli, dove dimora il Frate di Fountain Dale. Fin là ti condurrò, poiché conosco la via; sebbene non sia troppo difficile da trovare".

"No", disse il gioviale Robin, fermandosi improvvisamente, "se avessi pensato che avessi dovuto guadare l'acqua, anche se fosse un ruscello così cristallino come questo, avrei indossato abiti diversi da quelli che ho addosso. Ma non importa ora, poiché dopo tutto un bagno non laverà via la pelle, e ciò che deve essere, deve essere. Ma aspettatemi qui, ragazzi, poiché vorrei godermi questa allegra avventura da solo. Tuttavia, ascoltate bene, e se mi udirete suonare il mio corno da caccia, venite presto". Così dicendo, si voltò e li lasciò, proseguendo da solo a grandi passi.

Robin non aveva camminato più lontano di dove la curva della strada nascondeva i suoi bravi uomini alla sua vista, quando si fermò improvvisamente, poiché pensò di udire delle voci. Rimase immobile ad ascoltare, e poco dopo sentì parole scambiate tra quelli che sembravano essere due uomini, eppure le due voci erano meravigliosamente simili. Il suono proveniva da dietro la riva, che qui era ripida e alta, scendendo dal bordo della strada una decina di piedi fino al margine erboso del fiume.

"È strano", mormorò Robin tra sé dopo un momento, quando le voci ebbero cessato di parlare, "sicuramente ci sono due persone che parlavano l'una con l'altra, eppure mi pare che le loro voci siano terribilmente simili. Faccio voto che mai ho udito nulla di simile in tutta la mia vita. Davvero, se questa coppia deve essere giudicata dalle loro voci, mai due piselli furono più simili. Andrò a indagare sulla faccenda". Così dicendo, giunse piano alla riva del fiume e, stendendosi sull'erba, scrutò oltre il bordo e giù in basso.

Tutto era fresco e ombroso sotto la riva. Un robusto salice cresceva, non dritto verso l'alto, ma sporgendo sull'acqua, ombreggiando il luogo con il suo fogliame tenero. Tutto attorno cresceva una massa di felci piumate, come quelle che si nascondono e nidificano in luoghi freschi, e fino alle narici di Robin giungeva il tenero odore del timo selvatico, che ama i margini umidi dei ruscelli correnti. Qui, con la sua ampia schiena contro il tronco rugoso del salice, e mezzo nascosto dalle morbide felci attorno a lui, sedeva un tipo robusto e nerboruto, ma nessun altro uomo era lì. La sua testa era tonda come una palla, e coperta da una massa di capelli neri, corti, ricciuti che crescevano bassi sulla fronte. Ma la sua corona era rasata liscia come il palmo di una mano, il che, insieme alla sua veste larga, al cappuccio e alla fila di perline, mostrava ciò che il suo aspetto mai avrebbe fatto, che egli era un frate. Le sue guance erano rosse e lucenti come una mela selvatica invernale, sebbene fossero quasi interamente coperte da una barba nera, folta e ricciuta, come lo erano anche il mento e il labbro superiore. Il suo collo era spesso come quello di un toro del nord, e la sua testa tonda strettamente posata su spalle pari a quelle di Little John stesso. Sotto le sue folte sopracciglia nere danzavano un paio di piccoli occhi grigi che non potevano stare fermi per la pura giocosità dell'umorismo. Nessun uomo avrebbe potuto guardarlo in faccia senza sentire le corde del proprio cuore solleticate dalla gaiezza del loro sguardo. Al suo fianco giaceva un berretto d'acciaio, che si era tolto per rinfrescare la corona. Le sue gambe erano divaricate, e tra le ginocchia teneva un grande pasticcio composto di carni succose di vario genere rese saporite con tenere cipolle novelle, carne e cipolle mescolate con un buon sugo ricco. Nel pugno destro teneva un grande pezzo di crosta bruna che masticava con vigore, e di tanto in tanto spingeva la mano sinistra nella torta e la estraeva piena di carne; subito dopo dava una possente tirata a una grande bottiglia di Malvasia che giaceva accanto a lui.

"Per la mia fede", disse Robin tra sé, "credo davvero che questo sia il banchetto più allegro, il tipo più allegro, il luogo più allegro e la vista più allegra in tutta l'allegra Inghilterra. Pensavo ci fosse un altro qui, ma deve essere stato quest'uomo santo che parla da solo".

Così Robin stava a guardare il Frate, e il Frate, del tutto ignaro di essere così osservato, mangiava il suo pasto placidamente. Alla fine ebbe finito, e, dopo essersi prima pulito le mani unte sulle felci e sul timo selvatico (e tovagliolo più dolce non ebbe mai re al mondo), prese il suo fiasco e cominciò a parlare tra sé come se fosse un altro uomo, e a rispondersi come se fosse qualcun altro.

"Caro ragazzo, tu sei il tipo più dolce di tutto il mondo, ti amo come un amante ama la sua bella. La, mi fai vergognare a parlare così a me in questo luogo solitario, senza nessuno accanto, eppure se vuoi che io lo dica, ti amo come tu ami me. No, allora, non vuoi bere un sorso di buona Malvasia? Dopo di te, ragazzo, dopo di te. No, ti supplico, addolcisci il sorso con le tue labbra (qui passò il fiasco dalla mano destra alla sinistra). Se mi forzi così, devo obbedire al tuo comando, eppure con tanto più piacere lo faccio mentre bevo alla tua salute (qui ne trasse un lungo, profondo sorso). E ora, dolce ragazzo, tocca a te (qui passò la bottiglia dalla sinistra di nuovo alla destra). La prendo, dolce caro, e qui ti auguro tanto bene quanto tu ne auguri a me". Dicendo questo, bevve un altro sorso, e davvero bevve abbastanza per due.

Per tutto questo tempo l'allegro Robin rimase sulla riva ad ascoltare, mentre il suo stomaco tremava così tanto per le risate che fu costretto a premere il palmo sulla bocca per impedirle di esplodere; poiché, davvero, non avrebbe rovinato uno scherzo così bello per metà del Nottinghamshire.

Ripreso fiato dall'ultimo sorso, il Frate ricominciò a parlare in questo modo: "Ora, dolce ragazzo, non sai cantarmi una canzone? La, non lo so, ho una voce pessima quest'oggi; ti prego non chiedermelo; non senti come gracchio come una rana? No, no, la tua voce è dolce come quella di qualsiasi fanello; dai, canta, ti prego, preferirei sentirti cantare che consumare un bel banchetto. Ahimè, preferirei non cantare davanti a uno che sa trillare così bene e ha udito tante belle canzoni e ballate, nondimeno, se proprio lo vuoi, farò del mio meglio. Ma ora penso che tu ed io potremmo cantare insieme qualche bella canzone; non conosci una certa deliziosa canzonetta chiamata 'Il Giovane Innamorato e la Fanciulla Sdegnosa'? Perché, davvero, penso di averla già sentita. Allora non pensi che potresti fare la parte della fanciulla se io faccio quella del giovane? Non so, ma proverò; comincia tu col giovane e io seguirò con la fanciulla".

Poi, cantando prima con una voce profonda e roca, e subito dopo con una alta e stridula, canticchiò allegramente la canzonetta di

IL GIOVANE INNAMORATO E LA FANCIULLA SDEGNOSA

*LUI "Ah, verrai con me, amore mio? E verrai, amore, a essere mia? Poiché io ti darò, amore mio, bei nodi e nastri così raffinati. Ti corteggerò, amore, in ginocchio, e suonerò dolci canzoni solo per te. Allora ascolta! ascolta! ascolta! l'allodola alata e ascolta la colomba che tuba! E il luminoso narciso cresce giù vicino al ruscello, perciò vieni e sii il mio amore.

LEI "Ora vattene, giovane così raffinato; ora vattene, dico; poiché il mio vero amore non sarà mai tuo, e quindi faresti meglio a non restare. Non sei un ragazzo abbastanza raffinato per me, quindi aspetterò finché non vedrò un giovane migliore. Poiché ascolta! ascolta! ascolta! l'allodola alata, e ascolta la colomba che tuba! E il luminoso narciso cresce giù vicino al ruscello, eppure non sarò mai il tuo amore.

LUI "Allora cercherò subito un'altra bella fanciulla, poiché molte ragazze si possono trovare, e poiché tu non vorrai mai nulla di me, da te non sarò mai legato. Poiché mai un fiore nel campo è così raro, che altri non se ne trovino altrettanto belli. Perciò ascolta! ascolta! ascolta! l'allodola gioiosa e ascolta la colomba che tuba! E il luminoso narciso cresce giù vicino al ruscello, e cercherò un altro mio caro amore.

LEI "Giovane uomo, non voltarti così in fretta per trovare un'altra bella ragazza. Mi pare di aver parlato in fretta oggi, né ho ancora preso una decisione,

*E se solo vorrai restare con me, non amerò nessun altro, dolce ragazzo, che te*."

Qui Robin non poté più trattenersi ma esplose in un fragoroso scoppio di risate; poi, continuando il santo Frate con la canzone, si unì al coro, e insieme cantarono, o, come si potrebbe dire, muggirono:

"*Perciò ascolta! ascolta! ascolta! l'allodola gioiosa e ascolta la colomba che tuba! Poiché il luminoso narciso cresce giù vicino al ruscello e io sarò il tuo vero amore*."

Così cantarono insieme, poiché il robusto Frate non sembrò aver udito le risate di Robin, né sembrò sapere che lo yeoman si fosse unito alla canzone, ma, con gli occhi socchiusi, guardando dritto davanti a sé e agitando la testa tonda da una parte all'altra a tempo con la musica, continuò coraggiosamente fino alla fine, lui e Robin finendo con un possente ruggito che avrebbe potuto essere udito a un miglio di distanza. Ma non appena fu cantata l'ultima parola, l'uomo santo afferrò il suo berretto d'acciaio, se lo calcò in testa e, balzando in piedi, gridò con gran voce: "Quale spia abbiamo qui? Vieni fuori, tu arto del male, e ti farò a pezzi come carne da pudding che una moglie dello Yorkshire abbia mai cucinato di domenica". Dopodiché estrasse da sotto le sue vesti una grande spada larga, robusta quanto quella di Robin.

"No, rinfodera il tuo ferro, amico", disse Robin, alzandosi con le lacrime della risata ancora sulle guance. "Gente che ha cantato così dolcemente insieme non dovrebbe combattere dopo". Dopodiché balzò giù dalla riva verso dove l'altro stava. "Ti dico, amico", disse, "la mia gola è arsa da quella canzone come una stoppia d'orzo in ottobre. Hai per caso della Malvasia rimasta in quel robusto boccale?"

"Davvero", disse il Frate con voce cupa, "ti inviti liberamente dove non sei invitato. Eppure confido di essere un cristiano troppo buono per rifiutare da bere a chiunque abbia sete. Quel che c'è, ti è offerto per un sorso". E porse il boccale a Robin.

Robin lo prese senza ulteriori indugi e, portatelo alle labbra, inclinò la testa all'indietro, mentre ciò che era dentro faceva "glug! lug! glug!" per più di tre battiti di ciglia, lo so. Il robusto Frate osservava Robin ansiosamente nel frattempo, e quando ebbe finito prese il boccale rapidamente. Lo scosse, lo tenne tra i suoi occhi e la luce, guardò con rimprovero lo yeoman, e immediatamente lo portò alle sue labbra. Quando ne venne via di nuovo, non c'era nulla dentro.

"Conosci il paese qui attorno, tu buon uomo santo?" chiese Robin, ridendo.

"Sì, in qualche modo", rispose l'altro seccamente.

"E conosci un certo luogo chiamato Abbazia di Fountain?"

"Sì, in qualche modo."

"Allora forse conosci anche un certo individuo che va sotto il nome di Frate Curtal dell'Abbazia di Fountain."

"Sì, in qualche modo."

"Bene allora, buon uomo, padre santo, o chiunque tu sia", disse Robin, "vorrei sapere se questo stesso Frate si trovi da questa parte del fiume o dall'altra."

"Questa", disse il Frate, "è una questione pratica su cui le astruse regole appartenenti alla logica non toccano. Ti consiglio di scoprirlo con l'aiuto dei tuoi stessi cinque sensi; vista, tatto e quant'altro."

"Desidero molto", disse Robin, guardando pensieroso il robusto prete, "attraversare quel guado e cercare di trovare questo stesso buon Frate."

"Davvero", disse l'altro piamente, "è un buon desiderio da parte di uno così giovane. Lungi da me ostacolarti in una ricerca così santa. Amico, il fiume è libero per tutti."

"Sì, buon padre", disse Robin, "ma vedi che i miei abiti sono dei più raffinati e non vorrei bagnarli. Penso che le tue spalle siano robuste e larghe; non potresti trovare nel tuo cuore di portarmi dall'altra parte?"

"Ora, per la bianca mano della santa Signora della Fonte!" esplose il Frate in una possente rabbia, "tu, tu povero gracile giovanotto, tu pappagallo baciamano; tu... tu... Come ti devo chiamare? Chiedi a me, il santo Tuck, di portarti? Ora giuro..." Qui si fermò improvvisamente, poi lentamente la rabbia svanì dal suo volto, e i suoi piccoli occhi brillarono ancora una volta. "Ma perché non dovrei?" disse piamente.

"Non portava forse il santo San Cristoforo lo straniero attraverso il fiume? E dovrei io, povero peccatore quale sono, vergognarmi di fare altrettanto? Vieni con me, straniero, e farò ciò che chiedi con animo umile". Così dicendo, si arrampicò sulla riva, seguito da vicino da Robin, e guidò la strada verso il guado poco profondo e ghiaioso, ridacchiando tra sé nel frattempo come se si stesse godendo qualche bello scherzo interiore.

Giunti al guado, si rimboccò le vesti attorno ai lombi, infilò la sua buona spada larga sotto il braccio e curvò la schiena per prendere Robin su di essa. Improvvisamente si raddrizzò. "Penso", disse, "che bagnerai la tua arma. Lascia che la infili sotto il mio braccio insieme alla mia."

"No, buon padre", disse Robin, "non vorrei gravarti con nulla di mio se non con me stesso."

"Pensi", disse il Frate dolcemente, "che il buon San Cristoforo avrebbe cercato la propria comodità? No, dammi il tuo attrezzo come ti ordino, poiché vorrei portarlo come penitenza per il mio orgoglio."

A questo punto, senza ulteriori indugi, Robin Hood si sbottonò la spada dal fianco e la porse all’altro, il quale la infilò insieme alla propria sotto il braccio. Poi, ancora una volta, il Frate curvò la schiena e, montatovi sopra Robin, egli entrò con passo saldo nell’acqua e avanzò a grandi falcate, sguazzando nel bassofondo e rompendo tutta la superficie liscia in cerchi sempre più ampi. Alla fine raggiunse l’altra riva e Robin balzò leggermente dalla sua schiena.

"Molte grazie, buon padre", disse. "Siete davvero un uomo buono e santo. Vi prego, datemi la mia spada e lasciatemi andare, poiché ho fretta."

A ciò il robusto Frate guardò Robin a lungo, la testa inclinata da un lato e una smorfia quanto mai beffarda sul volto; poi strizzò lentamente l’occhio destro. "No, buon giovane", disse con dolcezza, "non dubito che tu abbia fretta per i tuoi affari, eppure non pensi affatto ai miei. I tuoi sono di natura carnale; i miei sono di natura spirituale, un’opera santa, per così dire; inoltre, i miei affari giacciono dall’altra parte di questo ruscello. Vedo dalla tua ricerca di questo stesso santo eremita che sei un buon giovane e molto devoto all’abito. Mi sono bagnato venendo fin qui e temo grandemente che, se dovessi guadare di nuovo l’acqua, potrei procurarmi certi dolori e fitte alle giunture che rovinerebbero le mie devozioni per molti giorni a venire. So che, poiché ho umilmente esaudito il tuo volere, mi riporterai indietro. Vedi come San Godrick, quel santo eremita di cui oggi ricorre il giorno natale, abbia posto nelle mie mani due spade e nelle tue nemmeno una. Pertanto lasciati convincere, buon giovane, e riportami indietro."

Robin Hood guardò in alto e guardò in basso, mordendosi il labbro inferiore. Disse: "Astuto Frate, mi hai in pugno e per bene. Lascia che ti dica che nessuno del tuo abito mi ha mai preso in giro così in tutta la mia vita prima d'ora. Avrei dovuto capire dal tuo aspetto che non eri quell'uomo santo che fingevi di essere."

"No", interruppe il Frate, "ti invito a non parlare in modo così scurrile, che tu non abbia a sentire per caso la punta di un pollice o giù di lì di acciaio blu."

"Via, via", disse Robin, "non parlare così, Frate; chi perde ha sempre il diritto di usare la lingua come gli aggrada. Dammi la mia spada; ti prometto di riportarti indietro all'istante. No, non leverò l'arma contro di te."

"Per tutti i santi", esclamò il Frate, "non ti temo, compagno. Ecco il tuo spiedo; e preparati subito, poiché vorrei tornare in fretta."

Così Robin riprese la sua spada e la allacciò al fianco; poi curvò la sua schiena robusta e vi prese sopra il Frate.

Ora, sapevo che Robin Hood aveva un carico più pesante da portare nel Frate di quanto il Frate avesse avuto in lui. Inoltre non conosceva il guado, perciò andava inciampando tra le pietre, ora finendo in una buca profonda, ora quasi inciampando su un masso, mentre il sudore gli colava sul volto in gocce per la durezza del viaggio e la pesantezza del suo carico. Nel frattempo, il Frate continuava a piantare i talloni nei fianchi di Robin esortandolo ad affrettarsi, chiamandolo nel frattempo con molti brutti nomi. A tutto ciò Robin non rispose una parola, ma, avendo tastato con delicatezza finché non ebbe trovato la fibbia della cintura che sosteneva la spada del Frate, lavorò furtivamente alle chiusure, cercando di allentarle. Così accadde che, nel momento in cui raggiunse l'altra riva con il suo carico, il cinturone del Frate fosse allentato sebbene egli non lo sapesse; perciò quando Robin rimase in piedi sulla terra ferma e il Frate balzò giù dalla sua schiena, lo yeoman afferrò la spada cosicché lama, fodero e cinghia vennero via dall'uomo santo, lasciandolo senza arma.

"Ebbene", disse l'allegro Robin, ansimando mentre parlava e asciugandosi il sudore dalla fronte, "ti ho in pugno, compagno. Questa volta quel santo di cui parlavavi proprio ora ha consegnato due spade nelle mie mani e ti ha spogliato della tua. Ora, se non mi riporti indietro, e svelto, giuro che ti pungerò la pelle finché non sarà piena di buchi come un farsetto tagliato."

Il buon Frate non disse una parola per un po', ma guardò Robin con aria severa. "Ora", disse infine, "pensavo che il tuo ingegno fosse di tipo pesante e non sapevo che fossi così astuto. Davvero, mi hai messo alle strette. Dammi la mia spada e prometto di non sfoderarla contro di te se non per legittima difesa; inoltre, prometto di fare il tuo volere, prenderti sulle spalle e trasportarti."

Così l'allegro Robin gli diede di nuovo la spada, che il Frate si allacciò al fianco, e questa volta si assicurò che fosse più salda nelle chiusure; poi, rimboccatosi di nuovo le vesti, prese Robin Hood sulle spalle e senza una parola entrò nell'acqua, e così guadò in silenzio mentre Robin sedeva ridendo sulla sua schiena. Alla fine raggiunse il centro del guado dove l'acqua era più profonda. Qui si fermò per un momento, e poi, con un improvviso sollevamento della mano e una spinta delle spalle, scagliò Robin oltre la sua testa come se fosse stato un sacco di grano.

Robin finì nell'acqua con un fragoroso tonfo. "Ecco", disse l'uomo santo, voltandosi con calma di nuovo verso la riva, "lascia che questo raffreddi il tuo spirito bollente, se può."

Nel frattempo, dopo aver sguazzato a lungo, Robin si era rimesso in piedi e stava a guardarsi attorno tutto confuso, con l'acqua che gli colava addosso in graziosi rivoli. Alla fine scosse l'acqua dalle orecchie e ne sputò un po' dalla bocca, e, raccogliendo il suo ingegno disperso, vide il robusto Frate in piedi sulla riva che rideva. Allora, lo so, Robin Hood fu un uomo furioso. "Resta lì, mascalzone!" ruggì, "ti vengo subito dietro, e se non ti faccio a pezzi la carne quest'oggi, che io non possa mai più sollevare un dito!" Così dicendo, si precipitò, sguazzando, verso la riva.

"Non hai bisogno di affrettarti indebitamente", disse il robusto Frate. "Non temere; rimarrò qui, e se non griderai 'Povero me' prima che sia passato molto tempo, che io non possa mai più sbirciare attraverso il cespuglio un daino."

E ora Robin, avendo raggiunto la riva, cominciò, senza ulteriori indugi, a rimboccarsi le maniche sopra i polsi. Anche il Frate si rimboccò maggiormente le vesti, mostrando un braccio grande e robusto sul quale i muscoli spiccavano come le protuberanze di un vecchio albero. Allora Robin vide, cosa di cui non si era accorto prima, che il Frate aveva anche una cotta di maglia sotto la tonaca.

"Guardati bene", gridò Robin, sguainando la sua buona spada.

"Sì, per tutti i santi", disse il Frate, che teneva già la sua in mano. Così, senza ulteriori indugi, si scontrarono, e allora ebbe inizio una battaglia feroce e possente. A destra e a sinistra, su e giù e avanti e indietro combatterono. Le spade brillavano al sole e poi si incontravano con un fragore che risuonava lontano e vicino. So che questo non era un gioioso incontro al bastone, ma una lotta cupa e seria sul serio. Così lottarono per un'ora o più, facendo una pausa ogni tanto per riposare, momenti in cui ciascuno guardava l'altro con meraviglia, pensando di non aver mai visto un uomo così robusto; poi ancora una volta riprendevano con più ferocia di prima. Eppure in tutto questo tempo nessuno dei due aveva ferito l'altro né causato il suo sangue a scorrere. Alla fine l'allegro Robin gridò: "Fermati, buon amico!", dopodiché entrambi abbassarono le spade.

"Ora chiedo un favore prima di ricominciare", disse Robin, asciugandosi il sudore dalla fronte; poiché avevano lottato così a lungo che cominciava a pensare che sarebbe stata una brutta cosa essere colpito lui stesso o colpire un uomo così robusto e coraggioso.

"Cosa vuoi da me?" chiese il Frate.

"Solo questo", disse Robin; "che tu mi lasci soffiare tre volte nel mio corno da caccia."

Il Frate inarcò le sopracciglia e guardò Robin Hood con astuzia. "Ora credo davvero che tu abbia qualche astuto trucco in questo", disse. "Tuttavia, non ti temo e ti lascerò esaudire il tuo desiderio, a patto che tu lasci soffiare anche me tre volte in questo piccolo fischietto."

"Con tutto il mio cuore", disse Robin, "dunque, eccone una." Così dicendo, portò il suo corno d'argento alle labbra e soffiò tre volte, chiaro e acuto.

Nel frattempo, il Frate stava a guardare con attenzione ciò che sarebbe potuto accadere, tenendo tra le dita un grazioso fischietto d'argento, come quelli che i cavalieri usano per richiamare i loro falchi ai polsi, fischietto che pendeva sempre alla sua cintura insieme al rosario.

Appena l'eco dell'ultima nota del corno di Robin tornò serpeggiando dall'altra parte del fiume, quattro uomini alti in verde Lincoln arrivarono correndo dietro la curva della strada, ciascuno con un arco in mano e una freccia già incoccata sulla corda.

"Ah! È così, traditore mascalzone!" gridò il Frate. "Allora, per tutti i santi, guardati bene!" Così dicendo, portò subito il fischietto da falco alle labbra e soffiò un colpo che fu allo stesso tempo forte e stridulo. Ed ecco giunse uno scricchiolio dai cespugli che costeggiavano l'altro lato della strada, e subito dal riparo balzarono fuori quattro grandi segugi irsuti. "Addosso, Sweet Lips! Addosso, Bell Throat! Addosso, Beauty! Addosso, Fangs!" gridò il Frate, indicando Robin.

E ora fu un bene per quello yeoman che un albero gli stesse vicino accanto alla strada, altrimenti avrebbe avuto una brutta sorte. Prima che si potesse dire "Gaffer Downthedale" i segugi furono su di lui, e lui ebbe solo il tempo di lasciare la spada e balzare leggermente sull'albero, attorno al quale i segugi si radunarono, guardandolo in su come se fosse un gatto sul cornicione. Ma il Frate richiamò rapidamente i suoi cani. "Addosso!" gridò, indicando lungo la strada dove gli yeoman stavano fermi immobili per la meraviglia di ciò che vedevano. Come il falco si avventa sulla sua preda, così i quattro cani si scagliarono contro gli yeoman; ma quando i quattro uomini videro i segugi arrivare così, tutti d'accordo, eccetto Will Scarlet, ciascun uomo tirò la sua penna d'oca all'orecchio e lasciò volare la freccia.

E ora l'antica ballata racconta di una cosa meravigliosa che accadde, poiché dice così, che ogni cane così bersagliato balzò leggermente di lato, e mentre la freccia gli passava fischiando accanto, la afferrò in bocca e la morse in due. Ora sarebbe stata una brutta giornata per questi quattro bravi compagni se Will Scarlet non si fosse fatto avanti davanti agli altri e non avesse affrontato i segugi mentre arrivavano di corsa. "Ebbene, come va, Fangs!" gridò severamente. "Giù, Beauty! Giù, signore! Che significa questo?"

Al suono della sua voce ogni cane si ritrasse rapidamente e poi subito venne da lui, gli leccò le mani e gli fece le feste, come è consuetudine dei cani che incontrano qualcuno che conoscono. Poi i quattro yeoman si fecero avanti, con i segugi che saltellavano attorno a Will Scarlet gioiosamente. "Ebbene, come va!" gridò il robusto Frate, "che significa questo? Sei un mago da trasformare quei lupi in agnelli? Ah!" gridò, quando si furono avvicinati ancora di più, "posso fidarmi dei miei occhi? Che significa che vedo il giovane Mastro William Gamwell in tale compagnia?"

"No, Tuck", disse il giovane, mentre i quattro avanzavano verso dove Robin stava ora scendendo dall'albero nel quale si era appollaiato, avendo visto che ogni pericolo era passato per il momento; "no, Tuck, il mio nome non è più Will Gamwell, ma Will Scarlet; e questo è il mio buon zio, Robin Hood, presso il quale dimoro proprio ora."

"Davvero, buon maestro", disse il Frate, sembrando alquanto confuso e tendendo la sua grande mano verso Robin, "ho spesso sentito il tuo nome sia cantato che pronunciato, ma non avrei mai pensato di incontrarti in battaglia. Chiedo il tuo perdono, e non mi stupisco di aver trovato un uomo così robusto contro di me."

"Davvero, santissimo padre", disse Little John, "sono più grato di quanto non lo sia mai stato in tutta la mia vita prima d'ora che il nostro buon amico Scarlet conoscesse te e i tuoi cani. Ti dico seriamente che ho sentito il cuore sgretolarsi quando ho visto la mia freccia mancare così il bersaglio, e quelle tue grandi bestie venire dritte verso di me."

"Puoi davvero essere grato, amico", disse il Frate gravemente. "Ma, Mastro Will, come mai ora dimori a Sherwood?"

"Perché, Tuck, non conosci la mia brutta disavventura con l'intendente di mio padre?" rispose Scarlet.

"Sì, davvero, eppure non sapevo che fossi nascosto a causa di ciò. Per tutti i santi, i tempi sono tutti sottosopra quando un gentiluomo deve stare nascosto per una cosa così piccola."

"Ma stiamo perdendo tempo", disse Robin, "e devo ancora trovare quello stesso Curtal Friar."

"Perché, zio, non hai molta strada da fare", disse Will Scarlet, indicando il Frate, "poiché eccolo lì accanto a te."

"Come?" disse Robin, "sei tu l'uomo che ho cercato con tanta pena tutto il giorno, e per il quale ho ricevuto tale lavata di capo?"

"Perché, davvero", disse il Frate con modestia, "alcuni mi chiamano il Curtal Friar di Fountain Dale; altri ancora mi chiamano per scherzo l'Abate di Fountain Abbey; altri ancora mi chiamano semplicemente Frate Tuck."

"Mi piace di più l'ultimo nome", disse Robin, "poiché scivola più facilmente dalla lingua. Ma perché non mi hai detto che eri tu quello che cercavo, invece di mandarmi in cerca di raggi di luna neri?"

"Perché, davvero, non me l'hai chiesto, buon maestro", disse il robusto Tuck; "ma cosa desideravi da me?"

"No", disse Robin, "il giorno si fa tardi e non possiamo restare a parlare qui più a lungo. Torna con noi a Sherwood, e ti svelerò tutto mentre viaggiamo."

Così, senza indugiare oltre, partirono tutti, con i robusti cani alle calcagna, e fecero ritorno verso Sherwood; ma era passato molto tempo dal tramonto prima che raggiungessero l'albero della foresta verde.

Ora ascoltate, perché dopo vi racconterò come Robin Hood realizzò la felicità di due giovani amanti, aiutato dall'allegro Frate Tuck di Fountain Dale.

Robin Hood compie un matrimonio

ED ORA era giunto il mattino in cui la bella Ellen doveva sposarsi, e nel quale l'allegro Robin aveva giurato che Allan a Dale avrebbe, per così dire, mangiato dal piatto che era stato riempito per Sir Stephen of Trent. Si alzò Robin Hood, lieto e allegro, si alzarono i suoi allegri uomini tutti quanti, e si alzò per ultimo il robusto Frate Tuck, stropicciandosi il fastidio del sonno dagli occhi. Poi, mentre l'aria sembrava traboccare dal canto di molti uccelli, tutti mescolati insieme e tutti gioiosi nel mattino nebbioso, ogni uomo si lavò viso e mani nel ruscello che saltava, e così iniziò la giornata.

"Ora", disse Robin, quando ebbero fatto colazione e ogni uomo ebbe mangiato a sazietà, "è tempo di intraprendere l'impegno che abbiamo in mano per oggi. Sceglierò una ventina dei miei uomini migliori per venire con me, poiché potrei aver bisogno di aiuto; e tu, Will Scarlet, resterai qui e sarai il capo mentre sarò via." Poi, cercando tra tutta la banda, ogni uomo della quale si fece avanti desideroso di essere scelto, Robin chiamò per nome quelli che desiderava, finché non ebbe una ventina di robusti compagni, il fiore stesso dei suoi yeoman. Oltre a Little John e Will Stutely c'erano quasi tutti quei ragazzi famosi di cui vi ho già parlato. Poi, mentre quelli così scelti correvano saltando, pieni di gioia, ad armarsi con arco, freccia e spada, Robin Hood si fece da parte nel riparo, e lì indossò un allegro farsetto ornato di nastri come avrebbe potuto essere indossato da qualche menestrello girovago, e si gettò un'arpa a tracolla, per meglio portare a termine quella parte.

Tutta la banda fissò e molti risero, poiché non avevano mai visto il loro maestro in un abbigliamento così fantastico prima d'ora.

"Davvero", disse Robin, sollevando le braccia e guardandosi, "penso che sia un po' un abito da cavalletta allegro e vistoso; ma è una bella cosa nonostante tutto, e non si addice male al mio aspetto, sebbene lo indossi solo per l'occasione. Ma aspetta, Little John, ecco due borse che vorrei che tenessi nella tua sacca per sicurezza. Non posso occuparmene io stesso sotto questo costume."

"Perché, maestro", disse Little John, prendendo le borse e soppesandole in mano, "qui c'è il tintinnio dell'oro."

"Bene, e se ci fosse", disse Robin, "è moneta mia e la banda non ne risente per quello che c'è lì dentro. Andiamo, preparatevi, ragazzi", e si voltò rapidamente. "Preparatevi subito." Poi, radunata la ventina in un rango serrato, in mezzo al quale c'erano Allan a Dale e Frate Tuck, li condusse via dalle ombre della foresta.

Così camminarono a lungo finché non furono usciti da Sherwood e giunti nella valle di Rotherstream. Qui c'erano spettacoli diversi da quelli che si vedevano nella foresta; siepi, ampi campi di orzo, pascoli che si innalzavano fino a incontrare il cielo e tutti punteggiati di greggi di pecore bianche, campi di fieno da cui proveniva l'odore del fieno appena falciato che giaceva in strisce lisce sopra le quali sfrecciavano i rondoni in rapido volo; tali videro, ed era diverso, lo so, dalle profondità aggrovigliate dei dolci boschi, ma altrettanto bello. Così Robin guidava la sua banda, camminando allegramente con il petto in fuori e la testa all'indietro, annusando gli odori della brezza gentile che arrivava alla deriva dai campi di fieno.

"Davvero", disse, "il caro mondo è bello qui come nelle ombre del bosco. Chi la chiama valle di lacrime? Penso che sia solo l'oscurità nelle nostre menti a portare tristezza al mondo. Perché, cosa dice quella canzone allegra che canti, Little John? Non è così?

"Perché quando gli occhi del mio amore fanno i tuoi, fanno i tuoi, E quando le sue labbra sorridono così raramente, Il giorno è giocondo e bello, così bello, Anche se piova o sia sereno E quando la birra robusta scorre così veloce, I nostri dolori e problemi sono cose del passato."

"No", disse Frate Tuck con pietà, "voi pensate a cose profane e a nient'altro; eppure, davvero, ci sono migliori salvaguardie contro l'ansia e il dolore del bere birra e degli occhi luminosi, vale a dire, digiuno e meditazione. Guardate me, ho le sembianze di un uomo addolorato?"

A ciò un grande scoppio di risa si levò da tutti attorno, poiché la notte precedente il robusto Frate aveva svuotato due volte più boccali di birra di chiunque altro tra tutti gli uomini allegri.

"Davvero", disse Robin, quando poté parlare per le risate, "dovrei dire che i tuoi dolori sono all'incirca uguali alla tua bontà."

Così camminavano, parlando, cantando, scherzando e ridendo, finché non giunsero a una certa piccola chiesa che apparteneva ai grandi possedimenti della ricca Priorato di Emmet. Era qui che la bella Ellen doveva essere sposata quella mattina, ed era qui il luogo verso cui gli yeomen avevano puntato i piedi. Dall'altro lato della strada, rispetto a dove sorgeva la chiesa con i campi d'orzo ondulanti tutt'intorno, correva un muro di pietra lungo il ciglio. Oltre il muro, rispetto alla strada maestra, c'era una frangia di giovani alberi e cespugli, e qua e là il muro stesso era coperto da una massa di caprifoglio in fiore che riempiva tutta l'aria calda, vicino e lontano, con il suo dolce odore estivo. Poi, senza indugio, gli yeomen saltarono oltre il muro, atterrando sull'erba alta e soffice dall'altra parte, spaventando un gregge di pecore che giaceva lì all'ombra, così che scapparono via in tutte le direzioni. Qui vi era una dolce e fresca ombra, sia dal muro che dai bei alberelli e cespugli, e qui gli yeomen si sedettero, ed erano ben lieti di riposare dopo il loro lungo cammino della mattinata.

"Ora," disse Robin, "vorrei che uno di voi facesse la guardia e mi dicesse quando vede qualcuno venire verso la chiesa, e colui che scelgo sarà il giovane David of Doncaster. Perciò sali sul muro, David, e nasconditi sotto il caprifoglio così da fare la guardia."

Di conseguenza il giovane David fece come gli era stato ordinato, mentre gli altri si sdraiavano in lungo sull'erba, alcuni parlando tra loro e altri dormendo. Poi tutto fu silenzio, eccetto le voci sommesse di coloro che parlavano insieme, e i passi inquieti di Allan che andava avanti e indietro, poiché la sua anima era così piena di turbamento che non riusciva a star fermo, e eccetto, anche, il russare melodioso di Frate Tuck, che godeva del suo sonno con un rumore come di qualcuno che sega del legno tenero molto lentamente. Robin giaceva sulla schiena e fissava le foglie degli alberi, con il pensiero lontano leghe, e così passò molto tempo.

Poi Robin parlò: "Ora dicci, giovane David of Doncaster, cosa vedi?"

Allora David rispose: "Vedo le nuvole bianche che galleggiano e sento il vento che soffia e tre cornacchie nere volano sopra la brughiera; ma nient'altro vedo, buon padrone."

Così il silenzio tornò e passò altro tempo, rotto solo come ho detto, finché Robin, divenendo impaziente, parlò di nuovo. "Ora dimmi, giovane David, cosa vedi adesso?"

E David rispose: "Vedo i mulini a vento che girano e tre alti pioppi che ondeggiano contro il cielo, e uno stormo di tordi vola sopra la collina; ma nient'altro vedo, buon padrone."

Così passò altro tempo, finché alla fine Robin chiese al giovane David un'ultima volta cosa vedesse; e David disse: "Sento il cuculo cantare, e vedo come il vento crea onde nel campo d'orzo; e ora sopra la collina verso la chiesa viene un vecchio frate, e tra le mani porta un gran mazzo di chiavi; ed ecco! Ora arriva alla porta della chiesa."

Allora si alzò Robin Hood e scosse Frate Tuck per la spalla. "Su, svegliati, uomo santo!" gridò; al che, con molti grugniti, il robusto Tuck si mise in piedi. "Perbacco, datti una mossa," disse Robin, "perché laggiù, alla porta della chiesa, c'è uno dei tuoi. Vai tu a parlargli, e così introduciti in chiesa, in modo che tu possa essere lì quando sarai richiesto; nel frattempo, Little John, Will Stutely ed io ti seguiremo tra poco."

Così Frate Tuck si arrampicò sul muro, attraversò la strada e arrivò alla chiesa, dove il vecchio frate stava ancora faticando con la grande chiave, essendo la serratura alquanto arrugginita e lui alquanto vecchio e debole.

"Ehi, fratello," disse Tuck, "lascia che ti aiuti." Così dicendo, prese la chiave dalla mano dell'altro e aprì rapidamente la porta con un giro.

"Chi sei, buon fratello?" chiese il vecchio frate, con una voce acuta e sibilante. "Da dove vieni e dove vai?" E strizzò e sbatté le palpebre verso il robusto Frate Tuck come un gufo al sole.

"Così rispondo alle tue domande, fratello," disse l'altro. "Il mio nome è Tuck, e non vado oltre questo punto, se mai vorrai lasciarmi restare mentre questo matrimonio ha luogo. Vengo da Fountain Dale e, in verità, sono un certo povero eremita, per così dire, poiché vivo in una cella accanto alla fonte benedetta da quella santa Santa Ethelrada. Ma, se capisco bene, ci deve essere un allegro matrimonio qui oggi; quindi, se non ti dispiace, vorrei riposarmi nella fresca ombra all'interno, poiché mi piacerebbe vedere questo bel spettacolo."

"Davvero, sei il benvenuto, fratello," disse il vecchio, aprendo la strada all'interno. Nel frattempo, Robin Hood, nelle vesti di arpista, insieme a Little John e Will Stutely, era arrivato alla chiesa. Robin si sedette su una panca accanto alla porta, ma Little John, portando i due sacchi d'oro, entrò, così come Will Stutely.

Così Robin sedette vicino alla porta, guardando su e giù per la strada per vedere chi potesse arrivare, finché, dopo un po', vide sei cavalieri venire a cavallo con moderazione e lentezza, come si conveniva loro, poiché erano uomini di chiesa in alti ordini. Poi, quando furono più vicini, Robin vide chi erano e li riconobbe. Il primo era il Vescovo di Hereford, e faceva una bella figura, lo so. I suoi paramenti erano della seta più ricca, e attorno al collo aveva una bella catena d'oro battuto. Il berretto che nascondeva la tonsura era di velluto nero, e attorno ai bordi c'erano file di gioielli che brillavano alla luce del sole, ogni pietra incastonata nell'oro. Le sue calze erano di seta color fiamma, e le sue scarpe di velluto nero, le lunghe punte rivolte verso l'alto e fissate alle ginocchia, e su ogni collo del piede era ricamata una croce in filo d'oro. Accanto al Vescovo cavalcava il Priore di Emmet su un palafreno che trottava con grazia. Ricchi erano anche i suoi abiti, ma non così vivaci come quelli del robusto Vescovo. Dietro questi c'erano due dei confratelli superiori di Emmet, e dietro questi ancora due servitori appartenenti al Vescovo; poiché il Lord Vescovo di Hereford si sforzava di essere il più simile possibile ai grandi baroni, per quanto fosse nelle possibilità di uno negli ordini sacri.

Quando Robin vide questo seguito avvicinarsi, con lo scintillio di gioielli e seta e il tintinnio di campanellini d'argento sulle bardature dei ronzini, li guardò con astio. Disse tra sé: "Quel Vescovo è troppo vistoso per un uomo santo. Mi domando se il suo patrono, che, credo, fosse San Tommaso, fosse incline a portare catene d'oro al collo, abiti di seta sul corpo e scarpe a punta ai piedi; il denaro per tutto ciò, Dio lo sa, è stato estorto dal sudore di poveri affittuari. Vescovo, Vescovo, il tuo orgoglio potrebbe cadere prima di quanto pensi."

Così gli uomini santi arrivarono alla chiesa; il Vescovo e il Priore scherzavano e ridevano tra loro riguardo a certe belle dame, le loro parole più adatte alle labbra di laici, credo, che di sacri chierici. Poi smontarono, e il Vescovo, guardandosi intorno, scorse subito Robin in piedi sulla soglia. "Ehi, buon uomo," disse con voce gioviale, "chi sei tu che ti pavoneggi con piume così vivaci?"

"Sono un arpista del paese del nord," disse Robin, "e so toccare le corde, lo so, come nessun altro uomo in tutta l'allegra Inghilterra sa fare. Davvero, buon Lord Vescovo, molti cavalieri e borghesi, chierici e laici, hanno ballato al suono della mia musica, volenti o nolenti, e per lo più molto contro la loro volontà; tale è la magia della mia arpa. Ora, quest'oggi, mio Lord Vescovo, se posso suonare a questo matrimonio, prometto che farò sì che la bella sposa ami l'uomo che sposa con un amore che durerà finché quei due vivranno insieme."

"Ha! È così?" gridò il Vescovo. "Dici sul serio?" E guardò intensamente Robin, che ricambiò lo sguardo audacemente nei suoi occhi. "Ora, se farai sì che questa fanciulla (che ha davvero stregato il mio povero cugino Stephen) ami così l'uomo che sta per sposare, come dici di poter fare, ti darò qualunque cosa mi chiederai nella giusta misura. Fammi avere un assaggio della tua abilità, uomo."

"No," disse Robin, "la mia musica non arriva se non scelgo io, nemmeno al comando di un lord vescovo. In verità, non suonerò finché la sposa e lo sposo non saranno arrivati."

"Ora, sei un furfante insolente a parlare così al mio ceto," disse il Vescovo, aggrottando le sopracciglia verso Robin. "Eppure, devo sopportarti. Guarda, Priore, ecco che arriva nostro cugino Sir Stephen, e la sua amata."

E ora, attorno alla curva della strada maestra, ne arrivarono altri, cavalcando cavalli. Il primo di tutti era un uomo alto e magro, dal portamento cavalleresco, vestito tutto di seta nera, con un berretto di velluto nero in testa, risvoltato con scarlatto. Robin guardò, e non ebbe dubbi che questo fosse Sir Stephen, sia per il suo portamento cavalleresco che per i suoi capelli grigi. Accanto a lui cavalcava un robusto franklin sassone, il padre di Ellen, Edward of Deirwold; dietro quei due veniva una lettiga portata da due cavalli, e dentro c'era una fanciulla che Robin sapeva doveva essere Ellen. Dietro questa lettiga cavalcavano sei uomini d'arme, la luce del sole scintillava sui loro elmi d'acciaio mentre arrivavano tintinnando lungo la strada polverosa.

Così anche questi arrivarono alla chiesa, e lì Sir Stephen saltò da cavallo e, avvicinandosi alla lettiga, ne fece scendere la bella Ellen. Allora Robin Hood la guardò, e non poté più stupirsi di come fosse accaduto che un cavaliere così orgoglioso come Sir Stephen of Trent volesse sposare la figlia di un comune franklin; né si stupì che non fosse stato fatto alcun chiasso sulla faccenda, poiché era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Ora, tuttavia, era tutta pallida e abbattuta, come un bel giglio bianco spezzato allo stelo; e così, con la testa china e lo sguardo addolorato, entrò in chiesa, con Sir Stephen che la teneva per mano.

"Perché non suoni, uomo?" disse il Vescovo, guardando severamente Robin.

"Perbacco," disse Robin con calma, "suonerò in modo più grandioso di quanto Vostra Signoria pensi, ma non finché non sarà giunto il momento giusto."

Disse il Vescovo tra sé, mentre guardava torvo Robin: "Quando questo matrimonio sarà passato, farò frustare bene questo tizio per la sua lingua insolente e il discorso audace."

E ora la bella Ellen e Sir Stephen stavano davanti all'altare, e il Vescovo stesso arrivò nei suoi abiti e aprì il suo libro, al che la bella Ellen guardò in alto e intorno a sé in amara disperazione, come il cerbiatto che trova i segugi alle sue calcagna. Poi, in tutti i suoi svolazzanti nastri e fiocchi rossi e gialli, Robin Hood avanzò. Fece tre passi dalla colonna a cui si appoggiava, e si fermò tra la sposa e lo sposo.

"Lasciatemi guardare questa ragazza," disse a voce alta. "Ebbene, che abbiamo qui? Qui ci sono gigli nelle guance, e non rose come si addice a una graziosa sposa. Questo non è un matrimonio adatto. Tu, Sir Knight, così vecchio, e lei così giovane, e pensi di farla tua moglie? Ti dico che non può essere, perché tu non sei il suo vero amore."

A questo tutti rimasero stupiti, e non sapevano dove guardare né cosa pensare o dire, poiché erano tutti confusi dall'accaduto; così, mentre tutti guardavano Robin come se fossero stati trasformati in pietra, egli portò il suo corno alle labbra e soffiò tre squilli così forti e chiari, che riecheggiarono dal pavimento alle travi come se fossero suonati dalla tromba del giudizio finale. Poi, senza indugio, Little John e Will Stutely arrivarono saltando e si fermarono ai lati di Robin Hood, ed estrassero rapidamente le loro spade larghe, mentre una voce possente rotolava sopra le teste di tutti: "Eccomi, buon padrone, quando hai bisogno di me"; poiché era Frate Tuck che così chiamava dal coro dell'organo.

E ora tutto era un tumulto e rumore. Il robusto Edward avanzò furioso, e avrebbe afferrato sua figlia per trascinarla via, ma Little John si fece avanti e lo respinse. "Indietro, vecchio," disse, "tu sei un cavallo zoppo quest'oggi."

"Giù con i furfanti!" gridò Sir Stephen, e cercò la sua spada, ma non pendeva al suo fianco nel giorno del suo matrimonio.

Allora gli uomini d'arme estrassero le spade, e sembrò che il sangue avrebbe bagnato le pietre; ma improvvisamente ci fu un trambusto alla porta e voci alte, l'acciaio scintillò alla luce, e il fragore dei colpi risuonò. Gli uomini d'arme si ritirarono, e lungo la navata arrivarono saltando diciotto robusti yeomen tutti vestiti di verde Lincoln, con Allan a Dale alla loro testa. In mano portava il buon robusto e fidato arco di tasso di Robin Hood, e questo glielo diede, inginocchiandosi nel frattempo su un ginocchio.

Poi parlò Edward of Deirwold con una voce profonda di rabbia: "Sei tu, Allan a Dale, che ha provocato tutto questo scompiglio in una chiesa?"

"No," disse l'allegro Robin, "l'ho fatto io, e non mi importa chi lo sappia, perché il mio nome è Robin Hood."

A questo nome cadde un silenzio improvviso. Il Priore di Emmet e coloro che appartenevano a lui si riunirono come un gregge di pecore spaventate quando l'odore del lupo è vicino, mentre il Vescovo di Hereford, mettendo da parte il suo libro, si fece il segno della croce devotamente. "Ora il Cielo ci protegga quest'oggi," disse, "da quell'uomo malvagio!"

"No," disse Robin, "non intendo farvi alcun male; ma ecco il promesso sposo della bella Ellen, ed ella sposerà lui o il dolore sarà arrecato ad alcuni di voi."

Allora parlò il robusto Edward con voce alta e arrabbiata: "Ora dico di no! Io sono suo padre, ed ella sposerà Sir Stephen e nessun altro."

Ora, per tutto questo tempo, mentre tutto era in tumulto attorno a lui, Sir Stephen era rimasto in orgoglioso e sprezzante silenzio. "No, uomo," disse freddamente, "puoi riprenderti tua figlia; non la sposerei dopo le azioni di oggi potessi anche guadagnarci tutta l'allegra Inghilterra. Ti dico chiaramente, amavo tua figlia, vecchio come sono, e l'avrei presa come un gioiello dal porcile, eppure, in verità, non sapevo che lei amasse questo tizio, e fosse amata da lui. Fanciulla, se preferisci un menestrello straccione a un cavaliere di alto lignaggio, fai la tua scelta. Provo vergogna che io debba stare qui a parlare tra questa mandria, e così vi lascerò." Così dicendo, si voltò e, radunati i suoi uomini attorno a sé, camminò orgogliosamente lungo la navata. Allora tutti gli yeomen furono zittiti dal disprezzo delle sue parole. Solo Frate Tuck si sporse oltre il bordo del coro e gli gridò prima che se ne andasse: "Buon giorno, Sir Knight. Sai che le vecchie ossa devono sempre far spazio al sangue giovane." Sir Stephen non rispose né guardò in alto, ma uscì dalla chiesa come se non avesse sentito nulla, con i suoi uomini che lo seguivano.

Allora il Vescovo di Hereford parlò frettolosamente: "Anch'io non ho nulla da fare qui, e così me ne andrò." E fece l'atto di andarsene. Ma Robin Hood lo afferrò per gli abiti e lo trattenne. "Resta, mio Lord Vescovo," disse, "ho ancora qualcosa da dirti." Il volto del Vescovo cadde, ma rimase come Robin gli aveva ordinato, poiché vide che non poteva andarsene.

Allora Robin Hood si voltò verso il robusto Edward of Deirwold, e disse: "Dai la tua benedizione al matrimonio di tua figlia con questo yeoman, e tutto andrà bene. Little John, dammi i sacchi d'oro. Guarda, fattore. Ecco duecento angeli d'oro brillanti; dai la tua benedizione, come dico, e te li conterò come dote di tua figlia. Non dare la tua benedizione, ed ella sarà sposata lo stesso, ma non un solo centesimo crepato passerà per il tuo palmo. Scegli."

Allora Edward guardò a terra con le sopracciglia aggrottate, rigirando la faccenda nella sua mente; ma era un uomo astuto e uno, per di più, che faceva il miglior uso di un vaso rotto; così alla fine alzò lo sguardo e disse, ma non in tono gioioso: "Se la ragazza vuole andare per la sua strada, che ci vada. Avevo pensato di farne una signora; eppure se sceglie di essere ciò che sembra destinata ad essere, non ho più nulla a che fare con lei d'ora in poi. Nondimeno le darò la mia benedizione quando sarà debitamente sposata."

"Non può essere," disse uno di quelli di Emmet. "Le pubblicazioni non sono state debitamente pubblicate, né c'è alcun prete qui per sposarli."

"Cosa dici?" ruggì Tuck dal coro. "Nessun prete? Perbacco, qui sta un uomo santo quanto te, ogni giorno della settimana, un chierico negli ordini, vorrei farti sapere. Per quanto riguarda la questione delle pubblicazioni, non inciampare su quella paglia, fratello, poiché le pubblicherò io." Così dicendo, chiamò le pubblicazioni; e, dice la vecchia ballata, per timore che tre volte non fossero abbastanza, le pubblicò nove volte. Poi, senza indugio, scese dal coro e celebrò subito il servizio matrimoniale; e così Allan ed Ellen furono debitamente sposati.

E ora Robin contò duecento angeli d'oro a Edward of Deirwold, e lui, da parte sua, diede la sua benedizione, eppure non, lo so, come se lo intendesse con troppa buona volontà. Allora i robusti yeomen si affollarono attorno e strinsero il palmo di Allan, e lui, tenendo la mano di Ellen nella propria, si guardò intorno tutto stordito dalla sua felicità.

Poi alla fine l'allegro Robin si voltò verso il Vescovo di Hereford, che aveva guardato tutto ciò che era passato con sguardo torvo. "Mio Lord Vescovo," disse, "potresti ricordare che mi avevi promesso che se avessi suonato in modo tale da far sì che questa bella ragazza amasse suo marito, mi avresti dato qualunque cosa avessi chiesto ragionevolmente. Ho fatto il mio gioco, ed ella ama suo marito, cosa che non avrebbe fatto se non fosse stato per me; quindi ora mantieni la tua promessa. Hai indosso ciò che, credo, ti starebbe meglio senza; perciò, ti prego, dammi quella catena d'oro che pende attorno al tuo collo come regalo di nozze per questa bella sposa."

Allora le guance del Vescovo divennero rosse di rabbia e i suoi occhi brillarono. Guardò Robin con uno sguardo feroce, ma vide nel volto dello yeoman ciò che gli impose di fermarsi. Poi lentamente tolse la catena dal suo collo e la porse a Robin, che la gettò sopra la testa di Ellen così che pendeva scintillante attorno alle sue spalle. Poi disse l'allegro Robin: "Ti ringrazio, da parte della sposa, per il tuo bel dono, e davvero tu stesso sei più decoroso senza di esso. Ora, se mai dovessi avvicinarti a Sherwood, spero vivamente di offrirti lì un banchetto come non ne hai mai avuto in tutta la tua vita prima."

"Che il Cielo ci scampi!" gridò il Vescovo seriamente; poiché sapeva fin troppo bene che genere di banchetto fosse quello che Robin Hood offriva ai suoi ospiti nella Foresta di Sherwood.

Ma ora Robin Hood radunò i suoi uomini, e, con Allan e la sua giovane sposa in mezzo a loro, volsero tutti i loro passi verso i boschi. Sulla via verso lì Frate Tuck si avvicinò a Robin e lo tirò per la manica. "Conduci una vita allegra, buon padrone," disse, "ma non pensi che sarebbe per il benessere di tutte le vostre anime avere un buon robusto cappellano, come me, a sovrintendere alle questioni sacre? Davvero, amo immensamente questa vita." A questo l'allegro Robin Hood rise di gusto, e gli disse di restare e diventare uno della loro banda se lo desiderava.

Quella notte ci fu un banchetto tenuto nella foresta verde come il Nottinghamshire non ne vide mai prima. A quel banchetto io e te non fummo invitati, ed è un peccato che non lo siamo stati; quindi, per evitare che entrambi sentiamo la faccenda ancor più profondamente, non ne dirò altro.

IL MATTINO seguente, quando il sole sorgeva sopra le cime degli alberi e la rugiada brillava come diamanti sull'erba, Robin Hood chiamò a sé Little John e Sir Richard della Lea. "Sir Richard," disse Robin, "il tempo corre e la faccenda che ti sta a cuore non può attendere. Qui abbiamo del denaro che abbiamo preso in prestito dai ricchi per aiutare chi è nel bisogno; prendi dunque queste quattrocento sterline, recati al Priorato di Emmet e riscatta le tue terre, affinché la tua nobile sposa possa tornare a gioire nel suo castello."

Il cavaliere guardò Robin con occhi pieni di stupore, e per un momento le parole gli mancarono. "Buon Robin," esclamò infine, "questo è un atto di tale generosità che non saprei come ripagarti! Considera tutto ciò che ho come tuo, poiché ti devo la vita e l'onore."

"Non dirlo, Sir Richard," rispose Robin ridendo. "Siamo tutti fratelli nella foresta, e ciò che è mio è tuo. Vai ora, e possa la fortuna sorriderti nel tuo viaggio." Così, con il cuore ricolmo di gratitudine e una nuova speranza che gli illuminava il volto, Sir Richard partì, cavalcando verso il suo destino.

Passarono alcuni giorni, durante i quali la vita nella foresta scorreva lieta come sempre, tra il tiro con l'arco, la caccia e le storie narrate attorno al fuoco la sera. Robin spesso scrutava il sentiero, attendendo notizie, finché un giorno, nel crepuscolo, vide una figura familiare avvicinarsi tra i tronchi secolari. Era Sir Richard, ma non più il cavaliere dal volto mesto di un tempo; ora avanzava con passo fermo e lo sguardo sereno.

"Robin," disse giungendo al cospetto del fuorilegge, "le mie terre sono salve. Il Priore di Emmet ha dovuto accettare il pagamento, e la mia sposa mi ha accolto con lacrime di gioia che non dimenticherò mai. Sono venuto a restituirti il prestito e a ringraziarti ancora per la tua infinita bontà."

Robin scosse il capo, sorridendo. "Tieni pure il denaro, Sir Richard. Ti ho detto che, in questa foresta, noi non cerchiamo di arricchirci, ma di raddrizzare i torti. Il tuo debito è estinto nel momento stesso in cui la tua sposa ha ritrovato la pace."

"Sei un uomo nobile, Robin Hood," disse il cavaliere, "e anche se il mondo ti chiama fuorilegge, io ti chiamerò sempre amico. Se mai avrai bisogno di un braccio forte o di un rifugio sicuro, le porte di Lea saranno sempre aperte per te e per i tuoi uomini."

Così, in un clima di mutuo rispetto, i due si salutarono. Il cavaliere riprese la via di casa, mentre Robin, guardando i suoi uomini attorno a sé, si sentì felice. La foresta di Sherwood continuava a essere un luogo dove, nonostante le leggi degli uomini, la giustizia trovava sempre la sua strada, e dove il cuore di Robin Hood batteva sempre per coloro che il mondo aveva dimenticato. E così, tra una risata e una freccia scoccata, la vita andava avanti, serena e indomita, sotto le fronde verdi che proteggevano i loro segreti.

Mentre alcuni andavano ad accendere i fuochi per arrostire la carne, altri correvano saltellando a prendere i loro bastoni e gli archi lunghi. Poi Robin fece avanzare Sir Richard of the Lea. "Mio Signore Vescovo," disse, "ecco un altro ospite che abbiamo con noi quest'oggi. Vorrei che tu potessi conoscerlo meglio, poiché io e tutti i miei uomini ci impegneremo a onorare entrambi in questa lieta riunione."

"Sir Richard," disse il Vescovo con tono di rimprovero, "mi pare che tu ed io siamo compagni e compagni di sventura in questo covo di..." Stava per dire "ladri", ma si fermò di colpo e guardò Robin Hood di traverso.

"Parla pure, Vescovo," disse Robin, ridendo. "Noi di Sherwood non freniamo il facile scorrere delle parole. 'Covo di ladri' stavi per dire."

Il Vescovo rispose: "Forse era ciò che intendevo dire, Sir Richard; ma questo voglio aggiungere, che ti ho visto proprio ora ridere degli scherni scurili di questi individui. Sarebbe stato più consono a te, credo, redarguirli con cipiglio invece di incitarli con le risate."

"Non intendevo farti alcun male," disse Sir Richard, "ma un lieto scherzo è un lieto scherzo, e posso dire in verità che avrei riso di esso anche se fosse stato rivolto contro me stesso."

Ma a quel punto Robin Hood chiamò alcuni del suo gruppo che sparsero del muschio morbido sul terreno e vi stesero sopra delle pelli di cervo. Poi Robin invitò i suoi ospiti a sedersi, e così tutti e tre si accomodarono, mentre alcuni degli uomini principali, come Little John, Will Scarlet, Allan a Dale e altri, si sdraiavano sul terreno lì vicino. Poi fu posta una ghirlanda all'estremità della radura, e lì gli arcieri tirarono, e quel giorno fu eseguita una tale prova di tiro che avrebbe fatto balzare il cuore in petto a chiunque l'avesse vista. E per tutto il tempo Robin parlò in modo così arguto al Vescovo e al Cavaliere che, l'uno dimenticando il suo fastidio e l'altro i suoi crucci, risero entrambi a crepapelle più e più volte.

Poi Allan a Dale si fece avanti e accordò la sua arpa, e tutto attorno tacque, ed egli cantò con la sua voce meravigliosa canzoni d'amore, di guerra, di gloria e di tristezza, e tutti ascoltarono senza un movimento o un suono. Così Allan cantò finché la grande luna d'argento, rotonda, risplendette con la sua chiara luce bianca tra l'intrico superiore dei rami labirintici degli alberi. Alla fine due compagni vennero a dire che il banchetto era pronto, così Robin, conducendo i suoi ospiti per mano, li portò dove grandi piatti fumanti che emanavano profumi invitanti stavano lungo la bianca tovaglia di lino stesa sull'erba. Tutt'intorno c'era il bagliore delle torce che illuminava ogni cosa di una luce rossa. Poi, sedutisi immediatamente, tutti iniziarono a mangiare tra rumore e tumulto, mentre il tintinnio dei piatti si mescolava al suono di voci alte e risate. Il banchetto durò a lungo, ma alla fine tutto ebbe termine, e il vino brillante e la birra spumeggiante passarono con vivacità. Allora Robin Hood chiese ad alta voce il silenzio, e tutto tacque finché non ebbe parlato.

"Ho una storia da raccontarvi, quindi ascoltate ciò che ho da dire," disse; dopodiché, senza ulteriori indugi, raccontò loro tutto di Sir Richard e di come le sue terre fossero in pegno. Ma, mentre proseguiva, il volto del Vescovo, che prima era stato sorridente e rubicondo per l'allegria, divenne serio, e mise da parte il corno di vino che teneva in mano, poiché conosceva la storia di Sir Richard, e il suo cuore sprofondò con tetri presentimenti. Poi, quando Robin Hood ebbe finito, si voltò verso il Vescovo di Hereford. "Ora, mio Signore Vescovo," disse, "non pensi che questo sia un atto malvagio da parte di chiunque, ancor più di un uomo di chiesa, che dovrebbe vivere nell'umiltà e nella carità?"

A ciò il Vescovo non rispose una parola ma guardò il terreno con occhi cupi.

Robin disse: "Ora, tu sei il vescovo più ricco di tutta l'Inghilterra; non puoi aiutare questo fratello bisognoso?" Ma il Vescovo continuò a non rispondere.

Allora Robin si voltò verso Little John e disse: "Va' tu e Will Stutely e tirate fuori quei cinque cavalli da soma laggiù." Dopodiché i due yeomen fecero come era stato loro ordinato, e coloro che stavano attorno alla tovaglia fecero spazio sul prato, dove la luce era più viva, per i cinque cavalli che Little John e Will Stutely condussero poco dopo.

"Chi ha l'elenco delle merci?" chiese Robin Hood, guardando i Frati Neri.

Allora parlò il più piccolo di tutti, con voce tremante: era un vecchio, con un volto gentile e rugoso. "Ce l'ho io; ma, ti prego, non farmi del male."

"No," disse Robin, "non ho mai fatto del male a un uomo innocente; ma dammelo, buon padre." Così il vecchio fece come gli era stato chiesto e consegnò a Robin la tavoletta sulla quale era segnato il conto dei vari carichi sui cavalli. Robin la diede a Will Scarlet, ordinandogli di leggerla. Così Will Scarlet, alzando la voce affinché tutti potessero sentire, iniziò:

"Tre balle di seta per Quentin, il merciaio ad Ancaster."

"Quelle non le tocchiamo," disse Robin, "perché questo Quentin è un uomo onesto, che si è fatto da solo con la propria parsimonia." Così le balle di seta furono messe da parte senza essere aperte.

"Una balla di seta vellutata per l'Abbazia di Beaumont."

"Che cosa se ne fanno questi preti della seta vellutata?" disse Robin. "Tuttavia, sebbene non ne abbiano bisogno, non prenderò tutto da loro. Misuratela in tre parti, una da vendere per beneficenza, una per noi e una per l'abbazia." Così anche questo fu fatto come Robin Hood aveva ordinato.

"Quaranta grandi candele di cera per la Cappella di San Tommaso."

"Quelle appartengono giustamente alla cappella," disse Robin, "quindi mettetele da parte. Lungi da noi sottrarre al beato San Tommaso ciò che gli appartiene." Così anche questo fu fatto secondo l'ordine di Robin, e le candele furono messe da parte, insieme alle balle di seta intatte dell'onesto Quentin. Così l'elenco fu passato in rassegna e le merci giudicate secondo ciò che Robin riteneva più opportuno. Alcune cose furono messe da parte intatte, e molte furono aperte e divise in tre parti uguali, per la beneficenza, per loro stessi e per i proprietari. E ora tutto il terreno alla luce delle torce era coperto di sete, velluti, stoffe d'oro e casse di vini pregiati, e così giunsero all'ultima riga sulla tavoletta: "Una cassa appartenente al Signore Vescovo di Hereford."

A queste parole il Vescovo tremò come per un brivido, e la cassa fu posta a terra.

"Mio Signore Vescovo, hai la chiave di questa cassa?" chiese Robin.

Il Vescovo scosse il capo.

"Va', Will Scarlet," disse Robin, "tu sei l'uomo più forte qui: prendi subito una spada e taglia questa cassa, se puoi." Allora si alzò Will Scarlet e li lasciò, tornando poco dopo con una grande spada a due mani. Colpì tre volte quella robusta cassa cerchiata di ferro, e al terzo colpo essa si spalancò e un gran mucchio d'oro ne rotolò fuori, brillando rosso alla luce delle torce. A quella vista un mormorio si levò attorno tra la banda, come il suono del vento tra alberi lontani; ma nessuno si fece avanti né toccò il denaro.

Robin disse: "Tu, Will Scarlet, tu, Allan a Dale, e tu, Little John, contatelo."

Ci volle molto tempo per contare tutto il denaro, e quando fu debitamente sommato, Will Scarlet gridò che c'erano in tutto quindicimila sterline d'oro. Ma in mezzo all'oro trovarono un documento, e Will Scarlet lo lesse a voce alta, e tutti sentirono che quel denaro era il canone, le multe e le confische provenienti da alcune proprietà appartenenti al Vescovato di Hereford.

"Mio Signore Vescovo," disse Robin Hood, "non ti spoglierò, come ha detto Little John, come una siepe invernale, poiché riprenderai un terzo del tuo denaro. Un terzo potrai benissimo lasciarlo a noi per l'ospitalità tua e del tuo seguito, poiché sei molto ricco; un terzo potrai meglio destinarlo alla beneficenza, poiché, Vescovo, sento dire che sei un padrone duro con chi ti sta sotto e un avaro accumulatore di guadagni che potresti meglio, e con maggior credito per te stesso, devolvere in beneficenza che spendere per i tuoi piaceri."

A ciò il Vescovo alzò lo sguardo, ma non riuscì a dire una parola; tuttavia fu grato di poter conservare parte della sua ricchezza.

Poi Robin si voltò verso Sir Richard of the Lea e disse: "Ora, Sir Richard, la chiesa sembrava voler spogliare te, pertanto parte dell'eccedenza dei guadagni ecclesiastici può ben essere usata per aiutarti. Prenderai quelle cinquecento sterline messe da parte per persone più bisognose del Vescovo e pagherai con esse i tuoi debiti a Emmet."

Sir Richard guardò Robin finché qualcosa non sorse nei suoi occhi che fece sfocare tutte le luci e i volti insieme. Alla fine disse: "Ti ringrazio, amico, dal profondo del cuore, per ciò che fai per me; tuttavia, non pensare male se non posso accettare il tuo dono a cuor leggero. Ma questo farò: prenderò il denaro e pagherò i miei debiti, e tra un anno e un giorno esatto lo restituirò intatto o a te o al Signore Vescovo di Hereford. Per questo impegno la mia solenne parola di cavaliere. Mi sento libero di prendere in prestito, poiché non conosco uomo che debba essere più obbligato ad aiutarmi di uno così in alto in quella chiesa che ha preteso un accordo così duro." "In verità, Sir Cavaliere," disse Robin, "non comprendo quegli scrupoli sottili che pesano su quelli della tua risma; ma, nondimeno, sarà tutto come desideri. Ma farai meglio a portarmi il denaro alla fine dell'anno, poiché forse potrei farne un uso migliore del Vescovo." Dopodiché, voltandosi verso coloro che gli stavano vicino, diede i suoi ordini, e cinquecento sterline furono contate e legate in una sacca di cuoio per Sir Richard. Il resto del tesoro fu diviso, e una parte portata nel tesoro della banda, e una parte messa da parte con le altre cose per il Vescovo.

Poi Sir Richard si alzò. "Non posso trattenermi oltre, cari amici," disse, "poiché la mia signora sarà in ansia se non torno a casa; quindi chiedo il permesso di partire."

Allora Robin Hood e tutti i suoi allegri uomini si alzarono, e Robin disse: "Non possiamo lasciarti andare via senza scorta, Sir Richard."

Allora prese la parola Little John: "Buon padrone, lascia che scelga una ventina di uomini robusti dalla banda, e che ci armiamo in modo consono e serviamo così da scudieri per Sir Richard finché non ne potrà trovare altri al posto nostro."

"Hai parlato bene, Little John, e così sarà fatto," disse Robin.

Poi Will Scarlet disse: "Dategli una catena d'oro da portare al collo, come si addice a uno del suo lignaggio, e anche speroni d'oro da portare ai talloni."

Allora Robin Hood disse: "Hai parlato bene, Will Scarlet, e così sarà fatto."

Poi Will Stutely disse: "Dategli quella balla di ricco velluto e quel rotolo di stoffa d'oro da portare a casa alla sua nobile signora moglie come regalo da parte di Robin Hood e di tutti i suoi allegri uomini."

A questo punto tutti batterono le mani per la gioia, e Robin disse: "Hai parlato bene, Will Stutely, e così sarà fatto."

Allora Sir Richard of the Lea si guardò intorno e cercò di parlare, ma riuscì a stento a farlo per i sentimenti che gli soffocavano la gola; alla fine disse con voce rauca e tremante: "Vedrete tutti, cari amici, che Sir Richard o' the Lea ricorderà sempre la vostra gentilezza quest'oggi. E se mai vi troverete in grave necessità o in difficoltà, venite da me e dalla mia signora, e le mura di Castle Lea saranno abbattute prima che vi accada alcun male. Io..." Non poté dire altro, ma si voltò frettolosamente.

Ma ora Little John e diciannove uomini robusti che aveva scelto per il suo gruppo si fecero avanti, pronti per il viaggio. Ogni uomo portava sul petto una giubba di maglia concatenata, sul capo un elmo d'acciaio e al fianco una buona, robusta spada. Facevano un figurone mentre stavano tutti in fila. Poi Robin si avvicinò e gettò una catena d'oro al collo di Sir Richard, e Will Scarlet si inginocchiò e allacciò gli speroni d'oro al suo tallone; e ora Little John condusse avanti il cavallo di Sir Richard, e il Cavaliere montò in sella. Guardò Robin verso il basso per un breve istante, poi all'improvviso si chinò e gli baciò la guancia. Tutte le radure della foresta risuonarono del grido che si levò mentre il Cavaliere e gli yeomen si allontanavano attraverso il bosco con il bagliore delle torce e il luccichio dell'acciaio, e così se ne andarono.

Allora prese la parola il Vescovo di Hereford con voce mesta: "Anche io devo avviarmi, buon uomo, poiché la notte si fa tarda."

Ma Robin posò la mano sul braccio del Vescovo e lo trattenne. "Non essere così frettoloso, Signore Vescovo," disse. "Tra tre giorni Sir Richard deve pagare i suoi debiti a Emmet; fino a quel momento devi accontentarti di restare con me, per timore che tu crei problemi al Cavaliere. Ti prometto che ti divertirai molto, poiché so che sei amante della caccia al cervo. Metti da parte il tuo mantello di malinconia e cerca di condurre una vita gioiosa da yeoman per tre giorni. Ti prometto che ti dispiacerà andartene quando sarà giunto il momento."

Così il Vescovo e il suo seguito rimasero con Robin per tre giorni, e Sua Signoria si divertì molto in quel tempo, tanto che, come Robin aveva detto, quando arrivò il momento di partire gli dispiacque lasciare la selva verde. Alla fine dei tre giorni Robin lo lasciò libero e lo fece uscire dalla foresta con una scorta di yeomen per impedire ai predoni di sottrargli ciò che restava dei pacchi e dei bagagli.

Ma, mentre il Vescovo cavalcava via, giurò tra sé che un giorno avrebbe fatto pentire Robin del giorno in cui lo aveva fermato a Sherwood.

Ma ora seguiremo Sir Richard; quindi ascoltate, e sentirete cosa gli accadde, e come pagò i suoi debiti al Priorato di Emmet, e similmente a tempo debito a Robin Hood.

Come Sir Richard of the Lea pagò i suoi debiti

LA LUNGA STRADA MAESTRA si stendeva dritta davanti, grigia e polverosa sotto il sole. Su entrambi i lati c'erano canali pieni d'acqua bordati di vimini, e lontano in lontananza si stagliavano le torri del Priorato di Emmet con alti pioppi attorno.

Lungo la strada cavalcava un cavaliere con una ventina di robusti uomini d'arme dietro di lui. Il Cavaliere era vestito con una semplice e lunga veste di saia grigia, cinta in vita da un'ampia cintura di cuoio, dalla quale pendevano un lungo pugnale e una robusta spada. Ma sebbene fosse vestito in modo così semplice, il cavallo che cavalcava era un nobile barbaresco, e le sue bardature erano ricche di seta e campanelli d'argento.

Così il gruppo viaggiò lungo la strada tra i canali, finché alla fine raggiunsero il grande cancello del Priorato di Emmet. Lì il Cavaliere chiamò uno dei suoi uomini e gli ordinò di bussare alla porta del portiere con l'elsa della spada.

Il portiere stava sonnecchiando sulla sua panca all'interno della guardiola, ma al colpo si svegliò e, aprendo lo sportello, uscì zoppicando e salutò il Cavaliere, mentre uno storno addomesticato che stava in una gabbia di vimini all'interno cinguettava: "In coelo quies! In coelo quies!", essendo quelle le parole che il povero vecchio portiere zoppo gli aveva insegnato a dire.

"Dov'è il tuo priore?" chiese il Cavaliere al vecchio portiere.

"È a tavola, buon cavaliere, e attende il tuo arrivo," disse il portiere, "poiché, se non erro, tu sei Sir Richard of the Lea."

"Io sono Sir Richard of the Lea; allora andrò a cercarlo immediatamente," disse il Cavaliere.

"Ma non devo mandare il tuo cavallo alla stalla?" disse il portiere. "Per Nostra Signora, è il ronzino più nobile, e meglio bardato, che abbia mai visto in tutta la mia vita." E accarezzò il fianco del cavallo con il palmo della mano.

"No," disse Sir Richard, "le stalle di questo posto non fanno per me, quindi fatti da parte, ti prego." Dicendo ciò, spinse avanti, e, aperti i cancelli, entrò nel cortile acciottolato del Priorato, con i suoi uomini al seguito. Entrarono con il tintinnio dell'acciaio, il fragore delle spade e il rintocco degli zoccoli dei cavalli sul selciato, al che uno stormo di piccioni che passeggiava al sole volò con ali battenti verso gli alti cornicioni delle torri rotonde.

Mentre il Cavaliere cavalcava lungo la strada verso Emmet, un lieto banchetto era in corso nel refettorio. Il sole del pomeriggio filtrava attraverso le grandi finestre ad arco e si posava in ampi quadrati di luce sul pavimento di pietra e attraverso la tavola coperta da una candida tovaglia di lino, sulla quale era steso un banchetto principesco. A capotavola sedeva il Priore Vincenzo di Emmet, tutto vestito con morbide vesti di stoffa pregiata e seta; sul capo aveva un berretto di velluto nero guarnito d'oro, e attorno al collo pendeva una pesante catena d'oro, con un grande medaglione pendente. Accanto a lui, sul braccio della sua grande sedia, riposava il suo falco preferito, poiché il Priore amava la nobile arte della falconeria. Alla sua destra sedeva lo Sceriffo di Nottingham in ricche vesti di porpora tutte bordate di pelliccia, e alla sua sinistra un famoso dottore in legge in abito scuro e sobrio. Più in basso sedevano l'alto cellario di Emmet e altri tra i principali confratelli.

Battute e risate circolavano, e tutto era allegro quanto più non si poteva. Il volto raggrinzito dell'uomo di legge era contratto in un sorriso rugoso, poiché nella sua borsa c'erano ottanta angeli d'oro che il Priore gli aveva pagato come onorario per la causa tra lui e Sir Richard of the Lea. Il dotto dottore era stato pagato in anticipo, poiché non nutriva troppa fiducia nel santo Vincenzo di Emmet.

Lo Sceriffo di Nottingham disse: "Ma sei sicuro, Sir Priore, di avere le terre così al sicuro?"

"Sì, perbacco," disse il Priore Vincenzo, schioccando le labbra dopo un lungo sorso di vino, "ho tenuto d'occhio lui, sebbene ne fosse ignaro, e so bene che non ha denaro per pagarmi."

"Sì, è vero," disse l'uomo di legge con voce secca e rauca, "la sua terra è sicuramente confiscata se non viene a pagare; ma, Sir Priore, devi ottenere una rinuncia con la sua firma autografa, altrimenti non potrai sperare di mantenere la terra senza guai da parte sua."

"Sì," disse il Priore, "me lo hai già detto, ma so che questo cavaliere è così povero che firmerà volentieri via le sue terre per duecento sterline in contanti."

Allora prese la parola l'alto cellario: "Mi pare una vergogna ridurre così un cavaliere sfortunato al lastrico. Penso che sia un dolore che la più nobile tenuta del Derbyshire debba passare di mano per un misero importo di cinquecento sterline. In verità, io..."

"Come ora," interruppe il Priore con voce tremante, gli occhi scintillanti e le guance rosse di rabbia, "osi sproloquiare proprio davanti alla mia barba, signorino? Per San Uberto, faresti meglio a risparmiare il fiato per rinfrescare la tua zuppa, altrimenti potrebbe scottarti la bocca."

"No," disse l'uomo di legge con dolcezza, "oso giurare che questo stesso cavaliere non verrà mai a un accordo oggi, ma si dimostrerà un codardo. Nondimeno, cercheremo qualche mezzo per ottenere le sue terre, quindi non temere."

Ma proprio mentre il dottore parlava, giunse un improvviso scalpitio di zoccoli e un tintinnio di maglia di ferro nel cortile sottostante. Allora il Priore prese la parola e chiamò uno dei confratelli che sedeva sotto il sale, e gli ordinò di guardare fuori dalla finestra e vedere chi fosse di sotto, sebbene sapesse bene che non poteva essere altri che Sir Richard.

Allora il fratello si alzò, andò a guardare e disse: "Vedo di sotto una ventina di robusti armigeri e un cavaliere che sta appena smontando da cavallo. È vestito con lunghe vesti grigie che, mi par di capire, sono di povero aspetto; ma il cavallo che cavalca ha la bardatura più ricca che io abbia mai visto. Il cavaliere smonta e loro vengono da questa parte, e sono proprio ora di sotto nel gran salone."

"Ecco, guardate là ora," disse il Priore Vincent. "Qui avete un cavaliere con una borsa così magra da bastare a stento a comprargli una crosta di pane da masticare, eppure mantiene una banda di armigeri e mette ricchi finimenti sulla pelle del suo cavallo, mentre la sua stessa schiena va nuda. Non è forse bene che uomini simili siano abbassati?"

"Ma sei sicuro," disse il piccolo dottore tremando, "che questo cavaliere non ci farà alcun male? Quelli come lui sono feroci quando vengono ostacolati, e ha una banda di malvagi alle calcagna. Forse faresti meglio a concedergli una proroga sul suo debito." Così parlava, perché temeva che Sir Richard potesse fargli del male.

"Non hai nulla da temere," disse il Priore, guardando dall'alto il piccolo uomo accanto a lui. "Questo cavaliere è gentile e penserebbe a far del male a una vecchia tanto quanto a te."

Come il Priore finì di parlare, una porta all'estremità inferiore del refettorio si spalancò, ed entrò Sir Richard, con le mani giunte e la testa chinata sul petto. Così umilmente camminò lentamente lungo la sala, mentre i suoi armigeri stavano attorno alla porta. Quando fu giunto dove sedeva il Priore, si inginocchiò su un ginocchio. "Salvi e custodisca te, Sir Priore," disse, "sono venuto per mantenere il mio giorno."

Allora la prima parola che il Priore gli rivolse fu: "Hai portato il mio denaro?"

"Ahimè! Non ho nemmeno un soldo addosso," disse il Cavaliere; al che gli occhi del Priore brillarono.

"Ora, sei un debitore astuto, lo so," disse. Poi: "Sir Sceriffo, bevo alla vostra salute."

Ma il Cavaliere restava ancora inginocchiato sulle pietre dure, così il Priore si rivolse di nuovo a lui. "Cosa vorresti?" disse bruscamente.

A queste parole, un lento rossore salì alle guance del Cavaliere; ma egli rimase inginocchiato. "Vorrei implorare la tua misericordia," disse. "Come speri nella misericordia del Cielo, mostra misericordia a me. Non spogliarmi delle mie terre riducendo così un vero cavaliere in povertà."

"Il tuo giorno è scaduto e le tue terre confiscate," disse l'uomo di legge, rincuorandosi al discorso umile del Cavaliere.

Disse Sir Richard: "Tu, uomo di legge, non vorrai essermi amico nell'ora del mio bisogno?"

"No," disse l'altro, "io sto con questo santo Priore, che mi ha pagato i miei onorari in oro sonante, cosicché sono legato a lui."

"Non vorrai essere mio amico, Sir Sceriffo?" disse Sir Richard.

"No, davanti al Cielo," disse lo Sceriffo di Nottingham, "questo non è affar mio, tuttavia farò ciò che posso," e diede una gomitata al Priore sotto la tovaglia con il ginocchio. "Non vorrai alleggerirlo di alcuni dei suoi debiti, Sir Priore?"

A questo il Priore sorrise cupamente. "Pagami trecento sterline, Sir Richard," disse, "e ti darò quietanza del tuo debito."

"Sai bene, Sir Priore, che per me è facile pagare quattrocento sterline quanto trecento," disse Sir Richard. "Ma non vorrai concedermi un altro anno per pagare il mio debito?"

"Non un altro giorno," disse il Priore severamente.

"Ed è questo tutto ciò che farai per me?" chiese il Cavaliere.

"Ora, fuori di qui, falso cavaliere!" gridò il Priore, esplodendo in rabbia. "O paghi il tuo debito come ho detto, o rilasci la tua terra e vattene fuori dal mio salone."

Allora Sir Richard si alzò in piedi. "Tu falso, mentitore di un prete!" disse con voce così severa che l'uomo di legge si ritrasse spaventato, "Io non sono un falso cavaliere, come sai fin troppo bene, ma ho persino tenuto il mio posto nella mischia e nel torneo. Hai così poca cortesia da voler vedere un vero cavaliere inginocchiato per tutto questo tempo, o vederlo entrare nel tuo salone e non offrirgli mai cibo o bevanda?"

Allora disse l'uomo di legge con voce tremante: "Questo è certamente un modo errato di parlare di questioni attinenti agli affari; cerchiamo di essere miti nel parlare. Cosa pagherai a questo cavaliere, Sir Priore, per farti rilasciare la sua terra?"

"Gli avrei dato duecento sterline," disse il Priore, "ma poiché ha parlato così vilmente in faccia a me, non otterrà nemmeno un soldo oltre le cento sterline."

"Se mi avessi offerto mille sterline, falso priore," disse il Cavaliere, "non avresti ottenuto un pollice della mia terra." Poi, girandosi verso dove i suoi armigeri stavano vicino alla porta, chiamò: "Venite qui," e fece cenno con il dito; al che il più alto di tutti si fece avanti e gli porse una lunga borsa di cuoio. Sir Richard prese la borsa e ne fece schizzare sul tavolo uno scintillante flusso di denaro d'oro. "Tieni a mente, Sir Priore," disse, "che mi hai promesso quietanza per trecento sterline. Non un centesimo di più otterrai." Così dicendo, contò trecento sterline e le spinse verso il Priore.

Ma ora le mani del Priore caddero lungo i fianchi e la testa del Priore pendeva sulla spalla, poiché non solo aveva perso ogni speranza sulla terra, ma aveva condonato al Cavaliere cento sterline del suo debito e aveva inutilmente pagato all'uomo di legge ottanta angeli. A lui si rivolse, e disse: "Ridami il mio denaro che hai."

"No," gridò l'altro acutamente, "è solo il mio onorario che mi hai pagato, e non lo riavrai indietro." E si strinse la veste attorno.

"Ora, Sir Priore," disse Sir Richard, "ho mantenuto il mio giorno e pagato tutti i debiti richiesti; così, poiché non c'è più nulla tra noi, lascio questo vile posto immediatamente." Così dicendo, voltò i tacchi e si allontanò a grandi passi.

Per tutto questo tempo lo Sceriffo era rimasto a fissare con gli occhi spalancati e la bocca aperta il alto armigero, che stava come scolpito nella pietra. Alla fine ansimò: "Reynold Greenleaf!"

A questo, l'alto armigero, che non era altri che Little John, si voltò, sogghignando, verso lo Sceriffo. "Ti do il buon giorno, bel compare," disse. "Vorrei dire, dolce Sceriffo, che ho sentito tutto il tuo bel discorsetto oggi, e sarà debitamente riferito a Robin Hood. Quindi, addio per ora, finché non ci incontreremo di nuovo nella foresta di Sherwood." Poi anche lui si voltò e seguì Sir Richard lungo il salone, lasciando lo Sceriffo, tutto pallido e stupito, rannicchiato sulla sua sedia.

Fu un banchetto allegro quello a cui venne Sir Richard, ma una sorte triste si lasciò alle spalle, e poca fame ebbero per il cibo principesco imbandito davanti a loro. Solo il dotto dottore era felice, perché aveva avuto il suo onorario.

Ora un anno e un giorno passarono da quando il Priore Vincent di Emmet sedette al banchetto, ed ancora una volta il dolce autunno di un altro anno era giunto. Ma l'anno aveva portato grandi cambiamenti, lo so, alle terre di Sir Richard of the Lea; poiché, dove prima crescevano erbe selvatiche e ispide sui prati, ora tutto si estende in stoppie dorate, che testimoniano che un raccolto ricco e abbondante era stato da esse raccolto. Un anno aveva portato un grande cambiamento anche nel castello, poiché, dove c'erano fossati vuoti e il disfacimento dell'incuria, tutto era ora ordinato e ben tenuto.

Luminoso splendeva il sole su bastioni e torri, e nell'aria azzurra sopra di essi uno stormo di gracchi chiassosi volava attorno alla banderuola dorata e alla guglia. Poi, nella luminosità del mattino, il ponte levatoio cadde attraverso il fossato con un tintinnio e uno sferragliare di catene, il cancello del castello si spalancò lentamente, e una bella schiera di armigeri rivestiti d'acciaio, con un cavaliere tutto vestito in cotta di maglia, bianca come la brina sui rovi e le spine di una mattina d'inverno, uscì scintillando dal cortile del castello. Nella mano il Cavaliere teneva una grande lancia, dalla punta della quale sventolava un gagliardetto rosso sangue largo quanto il palmo di una mano. Così questa truppa uscì dal castello, e in mezzo a loro camminavano tre cavalli da soma carichi di pacchi di forme e generi diversi.

Così cavalcò fuori il buon Sir Richard of the Lea per pagare il suo debito a Robin Hood in questo mattino luminoso e allegro. Lungo la strada maestra proseguirono il loro cammino, con cadenzato calpestio di piedi e tintinnio di spade e finimenti. Marciarono avanti finché giunsero vicino a Denby, dove, dalla cima di una collina, videro, oltre la città, molte bandiere allegre e festoni fluttuare nell'aria luminosa. Allora Sir Richard si voltò verso l'armigero più vicino a lui. "Cosa c'è in programma laggiù a Denby oggi?" disse.

"Per favore Vostra Signoria," rispose l'armigero, "si tiene oggi lì una fiera allegra, e un grande incontro di lotta, al quale molta gente è venuta, poiché è stato offerto un premio di una botte di vino rosso, un bell'anello d'oro e un paio di guanti, tutto ciò che va al miglior lottatore."

"Ora, per la mia fede," disse Sir Richard, che amava molto i buoni sport virili, "questa sarà una bella cosa da vedere. Mi par di capire che dobbiamo fermarci un po' durante il nostro viaggio, e vedere questo allegro sport." Così volse la testa del suo cavallo di lato verso Denby e la fiera, e là lui e i suoi uomini si diressero.

Lì trovarono un gran baccano di allegria. Bandiere e festoni fluttuavano, acrobati facevano capriole sul verde, cornamuse suonavano, e ragazzi e ragazze danzavano al ritmo della musica. Ma la folla era radunata soprattutto attorno a un ring dove la lotta stava avendo luogo, e là Sir Richard e i suoi uomini rivolsero i loro passi.

Ora, quando i giudici della lotta videro Sir Richard arrivare e seppero chi fosse, il capo di loro scese dalla panca dove lui e gli altri sedevano, e andò dal Cavaliere e lo prese per mano, implorandolo di venire a sedersi con loro e giudicare lo sport. Così Sir Richard scese da cavallo e andò con gli altri alla panca rialzata accanto al ring.

Ora c'erano stati grandi avvenimenti quella mattina, poiché un certo yeoman di nome Egbert, che veniva da Stoke nello Staffordshire, aveva atterrato con facilità tutti coloro che si erano misurati contro di lui; ma un uomo di Denby, ben noto in tutta la campagna come William of the Scar, aveva aspettato il suo momento con l'uomo di Stoke; così, quando Egbert aveva atterrato tutti gli altri, il robusto William saltò nel ring. Poi seguì un incontro duro, e alla fine atterrò pesantemente Egbert, al che ci fu un grande gridare e stringere di mani, poiché tutti gli uomini di Denby erano orgogliosi del loro lottatore.

Quando Sir Richard arrivò, trovò il robusto William, gonfio per le grida dei suoi amici, che camminava su e giù per il ring, sfidando chiunque a venire a provare una presa con lui. "Venite uno, venite tutti!" disse. "Qui sto io, William of the Scar, contro chiunque. Se non c'è nessuno nel Derbyshire che venga contro di me, venite tutti coloro che vogliono, da Nottingham, Stafford o York, e se non farò loro radicarsi tutti al suolo con i loro nasi come porci nelle foreste, non chiamatemi più il coraggioso William il lottatore."

A questo tutti risero; ma sopra ogni risata si sentì una voce forte gridare: "Poiché parli così in grande, ecco che ne arriva uno da Nottinghamshire per tentare una caduta con te, compagno"; e subito un giovane alto con un robusto bastone in mano venne facendosi strada tra la folla e alla fine saltò leggermente sopra la corda nel ring. Non era pesante quanto il robusto William, ma era più alto e più largo nelle spalle, e tutte le sue articolazioni erano ben salde. Sir Richard lo guardò intensamente, poi, rivolgendosi a uno dei giudici, disse: "Sai chi è questo giovane? Mi par di averlo già visto prima."

"No," disse il giudice, "è uno straniero per me."

Nel frattempo, senza una parola, il giovane, mettendo da parte il suo bastone, iniziò a togliersi il farsetto e gli abiti fino a quando si trovò con braccia e corpo nudi; ed era un bell'aspetto quando così svelato alla vista, poiché i suoi muscoli erano tagliati rotondi e lisci e affilati come acqua che scorre veloce.

E ora ognuno sputò sulle proprie mani e, battendole sulle ginocchia, si accovacciò, guardando l'altro intensamente, così da prendere il vantaggio nella presa. Poi come un lampo balzarono insieme, e un grande grido si alzò, poiché William aveva ottenuto la presa migliore dei due. Per un breve periodo si sforzarono e lottarono e si contorsero, e poi il robusto William fece la sua mossa più astuta di sgambetto e lancio, ma lo straniero la contrastò con abilità maggiore della sua, e così il colpo non portò a nulla. Poi, improvvisamente, con una torsione e uno strappo, lo straniero si liberò, e quello della cicatrice si ritrovò bloccato in un paio di braccia che facevano scricchiolare le sue costole. Così, con respiri pesanti e caldi, stettero per un po' a sforzarsi, i loro corpi tutti luccicanti di sudore, e grandi gocce di sudore che colavano giù per i loro volti. Ma l'abbraccio dello straniero era così stretto che alla fine i muscoli del robusto William si ammorbidirono sotto la sua presa, ed emise un singhiozzo. Poi il giovane impiegò tutta la sua forza e diede un improvviso sgambetto con il tallone e un lancio sopra la sua anca destra, e giù cadde il robusto William, con un tonfo sordo, e rimase disteso come se non dovesse mai più muovere mano o piede.

Ma ora non si alzò alcun grido per lo straniero, ma un mormorio rabbioso si sentì tra la folla, così facilmente aveva vinto l'incontro. Poi uno dei giudici, un consanguineo di William of the Scar, si alzò con il labbro tremante e lo sguardo maligno. Disse: "Se hai ucciso quell'uomo ti andrà male, lascia che te lo dica, compagno." Ma lo straniero rispose audacemente: "Ha tentato la sorte con me come io ho tentato la mia con lui. Nessuna legge può toccarmi per farmi del male, anche se l'avessi ucciso, purché sia stato fatto lealmente sul ring di lotta."

"Questo lo vedremo," disse il giudice, guardando in cagnesco il giovane, mentre ancora una volta un mormorio rabbioso corse attorno alla folla; poiché, come ho detto, gli uomini di Denby erano orgogliosi del robusto William of the Scar.

Poi prese a parlare Sir Richard gentilmente. "No," disse, "il giovane ha ragione; se l'altro muore, muore nel ring di lotta, dove ha tentato la sorte, ed è stato atterrato lealmente abbastanza."

Ma nel frattempo tre uomini si erano fatti avanti e avevano sollevato il robusto William da terra e scoprirono che non era morto, sebbene gravemente scosso dalla sua pesante caduta. Poi il giudice capo si alzò e disse: "Giovane, il premio è debitamente tuo. Ecco l'anello d'oro rosso, e qui i guanti, e laggiù sta la botte di vino per farne ciò che preferisci."

A questo, il giovane, che si era messo i vestiti e aveva ripreso il suo bastone, s'inchinò senza una parola, poi, prendendo i guanti e l'anello, e spingendo l'uno nella sua cintura e infilando l'altro sul pollice, si voltò e, saltando leggermente sopra le corde di nuovo, si fece strada tra la folla, e se ne andò.

"Ora, mi chiedo chi possa essere quel giovane," disse il giudice, voltandosi verso Sir Richard, "sembra un robusto sassone dalle sue guance rosse e capelli chiari. Anche questo William nostro è un uomo robusto, e mai l'ho visto atterrato nel ring prima, sebbene non abbia ancora lottato con così grandi lottatori come Thomas of Cornwall, Diccon of York e il giovane David of Doncaster. Non ha un piede fermo nel ring, pensi, Sir Richard?"

"Sì, certamente, eppure questo giovane lo ha atterrato lealmente, e con meravigliosa facilità. Mi chiedo molto chi possa essere." Così disse Sir Richard con voce pensierosa.

Per un po' il Cavaliere stette a parlare con quelli attorno a lui, ma alla fine si alzò e si preparò a partire, così chiamò i suoi uomini attorno a sé e, stringendo i sottopancia della sua sella, montò di nuovo il suo cavallo.

Nel frattempo il giovane straniero si era fatto strada tra la folla, ma, mentre passava, sentì tutto attorno a sé parole mormorate come "Guarda il galletto!" "Osserva come si pavoneggia!" "Oserei giurare che ha atterrato il buon William slealmente!" "Sì, in verità, non avete visto colla d'uccellino sulle sue mani?" "Sarebbe bene tagliargli la cresta!" A tutto questo lo straniero non prestò attenzione, ma camminava orgogliosamente come se non lo sentisse. Così camminò lentamente attraverso il verde verso dove si trovava il padiglione in cui si danzava, e stando alla porta guardò dentro allo sport. Mentre stava così, una pietra colpì il suo braccio all'improvviso con un colpo secco, e, voltandosi, vide che una folla rabbiosa di uomini lo aveva seguito dal ring di lotta. Poi, quando lo videro voltarsi così, un grande schiamazzo e urla si levarono da tutti, cosicché la gente corse fuori dal padiglione da ballo per vedere cosa stesse succedendo. Alla fine un fabbro alto, largo di spalle e robusto si fece avanti dalla folla facendo oscillare un potente randello di prugnolo nella sua mano.

"Saresti venuto qui alla nostra bella città di Denby, tu Jack in the Box, per superare un buon ragazzo onesto con vili trucchi da giocoliere?" ringhiò lui con una voce profonda come il muggito di un toro rabbioso. "Prendi questo, allora!" E all'improvviso sferrò un colpo al giovane che avrebbe potuto abbattere un bue. Ma l'altro deviò il colpo abilmente, e ne restituì un altro così terribile che l'uomo di Denby cadde con un gemito, come se fosse stato colpito da un fulmine. Quando videro il loro capo cadere, la folla emise un altro grido rabbioso; ma lo straniero si mise con la schiena contro la tenda vicino alla quale si trovava, facendo oscillare il suo terribile bastone, e così feroce era stato il colpo che aveva inferto al robusto fabbro che nessuno osava entrare nel raggio del suo randello, così la folla si ritrasse, come un branco di cani da un orso all'angolo. Ma ora qualche mano codarda da dietro lanciò una pietra tagliente e frastagliata che colpì lo straniero sulla testa, cosicché barcollò all'indietro, e il sangue rosso zampillò dal taglio e colò lungo il suo viso e sopra il suo farsetto. Poi, vedendolo stordito da questo vile colpo, la folla si precipitò su di lui, cosicché lo sopraffecero ed egli cadde sotto i loro piedi.

Ora sarebbe potuta andare male al giovane, persino fino alla perdita della sua giovane vita, se Sir Richard non fosse venuto a questa fiera; poiché all'improvviso si sentirono grida, e l'acciaio scintillò nell'aria, e colpi furono dati con il piatto delle spade, mentre attraverso il mezzo della folla Sir Richard of the Lea veniva spronando il suo cavallo bianco. Allora la folla, vedendo il cavaliere rivestito d'acciaio e gli uomini armati, si sciolse come neve sul focolare caldo, lasciando il giovane tutto insanguinato e impolverato a terra.

Trovandosi libero, il giovane si alzò e, asciugandosi il sangue dal viso, alzò lo sguardo. Disse: "Sir Richard of the Lea, forse mi hai salvato la vita oggi."

"Chi sei tu che conosci così bene Sir Richard of the Lea?" disse il Cavaliere. "Mi par di aver già visto il tuo viso prima, giovane."

"Sì, l'hai visto," disse il giovane, "poiché gli uomini mi chiamano David of Doncaster."

"Ah!" esclamò Sir Richard, "mi meraviglio di non averti riconosciuto, David; ma la tua barba è cresciuta e tu stesso sei diventato più uomo da questo giorno dell'anno scorso. Vieni qui nella tenda, David, e lava il sangue dal tuo volto. E tu, Ralph, portagli subito una giubba pulita. Ora, mi dispiace per te, eppure sono ben lieto di aver avuto la possibilità di ripagare una parte del mio debito di gentilezza verso il tuo buon maestro Robin Hood, poiché sarebbe potuta andare male per te se non fossi giunto io, giovane mio."

Così dicendo, il Cavaliere condusse David nella tenda, e lì il giovane lavò il sangue dal viso e indossò la giubba pulita.

Nel frattempo, un sussurro era corso tra coloro che stavano più vicini, che quello non era altri che il grande David of Doncaster, il miglior lottatore di tutto il paese centrale, che solo la primavera scorsa aveva atterrato il robusto Adam o' Lincoln nel ring a Selby, nello Yorkshire, e che ora deteneva la cintura di campione del paese centrale. Accadde così che, quando il giovane David uscì dalla tenda insieme a Sir Richard, col sangue tutto lavato dal volto e la giubba sporca sostituita da una pulita, non si udì alcun suono di rabbia, ma tutti si fecero avanti per vedere il giovane, sentendosi orgogliosi che uno dei grandi lottatori d'Inghilterra fosse entrato nel ring alla fiera di Denby. Poiché così volubile è la massa degli uomini.

Allora Sir Richard chiamò a gran voce: "Amici, questo è David of Doncaster; dunque non considerate una vergogna che il vostro uomo di Denby sia stato atterrato da un tale lottatore. Egli non nutre alcun rancore verso di voi per ciò che è accaduto, ma sia per voi un monito su come trattare gli stranieri d'ora in avanti. Se lo aveste ucciso, sarebbe stata una brutta giornata per voi, poiché Robin Hood avrebbe saccheggiato la vostra città come il gheppio saccheggia la colombaia. Ho comprato la botte di vino da lui, e ora la dono liberamente a voi affinché la beviate come vi aggrada. Ma mai più, in futuro, avventatevi contro un uomo solo perché è un robusto yeoman."

A ciò tutti gridarono con forza; ma in verità pensavano più al vino che alle parole del Cavaliere. Poi Sir Richard, con David al suo fianco e i suoi armigeri attorno, si voltò e lasciò la fiera.

Ma nei giorni a venire, quando gli uomini che videro quell'incontro di lotta furono curvi per l'età, scuotevano il capo quando sentivano parlare di qualche prode gioco e dicevano: "Sì, sì; ma avreste dovuto vedere il grande David of Doncaster atterrare il robusto William of the Scar alla fiera di Denby."

Robin Hood stava nella gioiosa foresta con Little John e gran parte dei suoi robusti yeoman attorno, in attesa dell'arrivo di Sir Richard. Infine, un luccichio d'acciaio fu scorto tra le foglie brune della foresta e, dal riparo, allo scoperto cavalcò Sir Richard alla testa dei suoi uomini. Venne dritto verso Robin Hood e, saltando giù da cavallo, strinse lo yeoman tra le sue braccia.

"Ebbene, come va," disse Robin, dopo un po', tenendo Sir Richard a distanza e guardandolo dalla testa ai piedi, "mi par che tu sia un uccello più variopinto di quando ti vidi l'ultima volta."

"Sì, grazie a te, Robin," disse il Cavaliere, posando la mano sulla spalla dello yeoman. "Se non fosse stato per te, a quest'ora sarei stato a vagare nella miseria in un paese lontano. Ma ho mantenuto la mia parola, Robin, e ho riportato il denaro che mi prestasti, che ho raddoppiato quattro volte, tornando così a essere ricco ancora una volta. Insieme a questo denaro, ho portato un piccolo dono per te e per i tuoi coraggiosi uomini da parte della mia cara signora e mia." Poi, voltandosi verso i suoi uomini, chiamò a gran voce: "Portate avanti i cavalli da soma."

Ma Robin lo fermò. "No, Sir Richard," disse, "non pensare che sia audace da parte mia contraddire il tuo ordine, ma noi di Sherwood non sbrighiamo affari finché non abbiamo mangiato e bevuto." Dopodiché, prendendo Sir Richard per mano, lo condusse al seggio sotto l'albero della foresta, mentre altri tra gli uomini principali della banda venivano a sedersi attorno. Poi esclamò Robin: "Come mai ho visto il giovane David of Doncaster con te e i tuoi uomini, Sir Cavaliere?"

Allora, senza indugio, il Cavaliere raccontò tutto della sua permanenza a Denby e dell'accaduto alla fiera, e di come stesse per andare male al giovane David; così narrò la sua storia, e disse: "È stato questo, buon Robin, che mi ha trattenuto così tanto sulla via, altrimenti sarei stato qui un'ora fa."

Poi, quando ebbe finito di parlare, Robin tese la mano e afferrò il palmo del Cavaliere. Disse con voce tremante: "Ti devo un debito che non spero mai di poter ripagare, Sir Richard, perché lascia che ti dica che preferirei perdere la mano destra piuttosto che veder accadere al giovane David of Doncaster una sventura come quella che stava per abbattersi su di lui a Denby."

Così parlarono finché, dopo un po', qualcuno si fece avanti per dire che il banchetto era pronto; al che tutti si alzarono e vi si recarono. Quando alla fine fu terminato, il Cavaliere chiamò i suoi uomini a portare avanti i cavalli da soma, cosa che fecero secondo il suo ordine. Poi uno degli uomini portò al Cavaliere uno scrigno, che egli aprì, ne trasse una borsa e contò cinquecento sterline, la somma che aveva ricevuto da Robin.

"Sir Richard," disse Robin, "ci farai a tutti un piacere se terrai quel denaro come dono da parte nostra di Sherwood. Non è così, ragazzi miei?"

Allora tutti gridarono "Sì" con voce possente.

"Vi ringrazio tutti profondamente," disse il Cavaliere con fervore, "ma non vogliatemene se non posso accettarlo. L'ho preso in prestito volentieri da voi, ma non può essere che io lo accetti come dono."

Allora Robin Hood non disse più nulla ma diede il denaro a Little John affinché lo riponesse nel tesoro, poiché era abbastanza scaltro da sapere che nulla genera malanimo e amarezza come i doni forzati a chi non ha altra scelta se non quella di accettarli.

Poi Sir Richard fece deporre i carichi a terra e aprire, al che si levò un gran grido che fece risuonare di nuovo la foresta, poiché ecco, c'erano duecento archi del miglior tasso spagnolo, tutti bruniti finché non brillavano, e ogni arco intarsiato con figure fantasiose in argento, ma non intarsiato in modo da comprometterne la forza. Accanto a questi c'erano duecento faretre di cuoio ricamate con filo d'oro, e in ogni faretra c'erano venti frecce con punte brunite che brillavano come argento; ogni freccia era impennata con piume di pavone e taccata d'argento.

Sir Richard diede a ogni yeoman un arco e una faretra di frecce, ma a Robin diede un robusto arco intarsiato con la più abile maestria in oro, mentre ogni freccia nella sua faretra era taccata d'oro.

Allora tutti gridarono di nuovo per la gioia del bel dono, e tutti giurarono tra loro che sarebbero morti, se necessario, per Sir Richard e la sua signora.

Alla fine giunse il momento in cui Sir Richard dovette partire, al che Robin Hood chiamò la sua banda attorno a sé, e ciascuno degli yeoman prese una torcia in mano per illuminare la via attraverso i boschi. Così giunsero ai margini di Sherwood, e lì il Cavaliere baciò Robin sulle guance, lo lasciò e se ne andò.

Così Robin Hood aiutò un nobile cavaliere a uscire dalle sue terribili sventure, che altrimenti avrebbero soffocato la felicità della sua vita.

Little John diventa frate scalzo

IL FREDDO INVERNO era passato ed era giunta la primavera. Nessuna folta chioma aveva ancora rivestito i boschi, ma le foglie in boccio pendevano come una nebbia tenera attorno agli alberi. Nella campagna aperta i prati giacevano di un verde lucente, i campi di grano di un colore vellutato scuro, poiché erano folti e morbidi con i fili d'erba in crescita. Il ragazzo addetto all'aratro gridava sotto il sole, e nei solchi color porpora appena voltati stormi di uccelli cercavano grassi vermi. Tutta l'ampia terra umida sorrideva nella luce calda, e ogni piccola collina verde batteva le mani per la gioia.

Su una pelle di cervo, stesa a terra allo scoperto davanti all'albero della foresta, sedeva Robin Hood a scaldarsi al sole come una vecchia volpe. Appoggiato all'indietro con le mani intrecciate attorno alle ginocchia, osservava pigramente Little John arrotolare una robusta corda d'arco con lunghi fili di canapa, inumidendosi i palmi delle mani di tanto in tanto e facendo rotolare la corda sulla coscia. Vicino sedeva Allan a Dale, che stava montando una corda nuova sulla sua arpa.

Esclamò infine Robin: "Mi par che preferirei vagare per questa foresta nella dolce primavera piuttosto che essere Re di tutta la gioiosa Inghilterra. Quale palazzo nel vasto mondo è bello quanto questo dolce bosco proprio ora, e quale re al mondo ha un appetito per uova di piviere e lamprede pari al mio per la succosa selvaggina e l'ale frizzante? Gaffer Swanthold parla con verità quando dice: 'Meglio una crosta con contentezza che miele con un cuore amaro'."

"Sì," disse Little John, mentre strofinava la corda d'arco appena fatta con cera d'api gialla, "la vita che conduciamo è la vita per me. Tu parli della primavera, ma credo che anche l'inverno abbia le sue gioie. Tu ed io, buon maestro, abbiamo trascorso più di un giorno allegro, questo inverno passato, al Blue Boar. Non ricordi quella notte che tu, Will Stutely, Fra Tuck ed io passammo in quella stessa locanda con i due mendicanti e il frate girovago?"

"Sì," disse l'allegro Robin, ridendo, "quella fu la notte in cui Will Stutely dovette rubare un bacio alla robusta ostessa e, per i suoi sforzi, si vide svuotare un boccale di ale sulla testa."

"In verità, fu la stessa," disse Little John, ridendo a sua volta. "Mi par che fosse una bella canzone quella che cantava il frate girovago. Fra Tuck, tu hai un buon orecchio per una melodia, non la ricordi?"

"La presi al volo una volta," disse Tuck. "Vediamo," e si toccò l'indice sulla fronte pensieroso, canticchiando tra sé e fermandosi di tanto in tanto per adattare ciò che aveva trovato a ciò che cercava nella mente. Alla fine la trovò tutta e, schiarendosi la gola, cantò allegramente:

"_Nella siepe in fiore canta il pettirosso, Perché il sole è allegro e luminoso, E gioiosamente saltella e sbatte le ali, Perché il suo cuore è pieno di diletto. Perché il Maggio fiorisce bello, E c'è poco di affanno, E molto da mangiare nel raro tempo di Maggio. Quando i fiori tutti muoiono, Allora via volerà, Per tenersi al caldo In qualche allegro vecchio fienile Dove la neve e il vento non lo gelano né gli fanno male.

E tale è la vita del frate girovago, Con molto da mangiare e da bere; Poiché la buona donna gli terrà un posto vicino al fuoco, E le belle ragazze sorridono al suo ammiccare. Poi lui canta con vigore Mentre procede per la via, Una canzone ridente per la salvezza delle anime. Quando il vento soffia, Con l'arrivo della neve, C'è un posto vicino al fuoco Per il frate paterno, E una mela nel boccale per il desiderio del suo cuore_."

Così Fra Tuck cantò con voce ricca e melodiosa, facendo dondolare la testa da un lato all'altro a tempo con la musica, e quando ebbe finito, tutti batterono le mani e gridarono dalle risate, poiché la canzone gli si addiceva bene.

"In verità," disse Little John, "è una bella canzone, e, se non fossi uno yeoman della Foresta di Sherwood, preferirei essere un frate girovago piuttosto che qualsiasi altra cosa al mondo."

"Sì, è una bella canzone," disse Robin Hood, "ma pensavo che quei due robusti mendicanti raccontassero storie più allegre e vivessero una vita più gaia. Non ricordi cosa raccontò quel grande uomo dalla barba nera del suo mendicare alla fiera di York?"

"Sì," disse Little John, "ma cosa raccontò il frate della festa del raccolto nel Kentshire? Sostengo che conducesse una vita più gaia degli altri due."

"Davvero, per l'onore della tonaca," disse Fra Tuck, "sto col mio buon compare, Little John."

"Ora," disse Robin, "io resto della mia idea. Ma che ne dici, Little John, di una lieta avventura in questo bel giorno? Prendi una tonaca da frate dal nostro baule di vesti bizzarre, e indossala, ed io fermerò il primo mendicante che incontro e farò cambio di vestiti con lui. Poi vaghiamo per il paese, in questo dolce giorno, e vediamo cosa accade a ciascuno di noi."

"Questo incontra il mio favore," disse Little John, "quindi partiamo, dico io."

Dopodiché Little John e Fra Tuck andarono al magazzino della banda e lì scelsero per lo yeoman la tonaca di un Frate Grigio. Poi uscirono di nuovo e si levò un fragoroso ruggito di risate, poiché non solo la banda non aveva mai visto Little John in tali panni prima, ma la tonaca era troppo corta per lui di una buona larghezza di palmo. Ma le mani di Little John erano ripiegate nelle maniche larghe, i suoi occhi erano rivolti al suolo e alla cintura pendeva una lunga fila di perle.

E ora Little John prese il suo robusto bastone, alla cui estremità pendeva un grassoccio piccolo otre di cuoio, come quelli che i palmer portano alla punta dei loro bastoni; ma in esso c'era qualcosa, lo so, più simile a buon Malvasia che a fredda acqua di sorgente, come quella che portano i devoti pellegrini. Poi si alzò Robin e prese anch'egli il suo robusto bastone in mano, e scivolò dieci angeli d'oro nella sua borsa; poiché nessuna veste da mendicante era tra le provviste della banda, quindi fu costretto a correre il rischio di incontrare un mendicante e comprargli i vestiti.

Così, essendo tutto pronto, i due yeoman si misero in cammino, camminando vigorosamente lungo tutta la nebbiosa mattinata. Camminarono così lungo il sentiero della foresta finché non giunsero alla strada maestra, e poi lungo la strada maestra finché non si divise in due, conducendo da una parte a Blyth e dall'altra a Gainsborough. Qui gli yeoman si fermarono.

Disse l'allegro Robin: "Prendi tu la strada per Gainsborough, ed io prenderò quella per Blyth. Dunque, stammi bene, santo padre, e possa tu non aver causa di contare le tue perle sul serio prima che ci rincontriamo."

"Buon giorno, buon mendicante che deve essere," disse Little John, "e possa tu non aver causa di mendicare pietà prima che io ti riveda."

Così ciascuno s'incamminò risolutamente per la sua via finché una collina verde si levò tra loro, e l'uno fu nascosto alla vista dell'altro.

Little John camminava fischiettando, poiché non c'era nessuno nei paraggi su tutta la strada. Nelle siepi in boccio gli uccellini cinguettavano allegramente, e da entrambi i lati le colline verdi si slanciavano verso il cielo, le grandi nubi bianche di primavera navigavano lentamente sopra le loro cime in pigro volo. Su per la collina e giù per la valle camminava Little John, il vento fresco soffiava sul suo viso e le sue vesti sventolavano dietro di lui, e così alla fine giunse a un bivio che portava a Tuxford. Qui incontrò tre graziose ragazze, ciascuna portatrice di un paniere di uova al mercato. Disse: "Dove andate, belle fanciulle?" E si mise sul loro cammino, tenendo il bastone davanti a loro per fermarle.

Allora esse si rannicchiarono insieme e si diedero di gomito, e una parlò prontamente dicendo: "Stiamo andando al mercato di Tuxford, santo frate, a vendere le nostre uova."

"Ora, via di qui!" esclamò Little John, guardandole con la testa inclinata da un lato. "Certamente, è un peccato che tali graziose fanciulle debbano essere costrette a portare uova al mercato. Lasciate che vi dica, se avessi io il governo delle cose in questo mondo, tutte e tre sareste state vestite delle più fini sete, e cavalchereste su cavalli color bianco latte, con paggi al vostro fianco, e vi nutrireste solo di panna montata e fragole; poiché una tale vita si addirebbe sicuramente al vostro aspetto."

A questo discorso tutte e tre le graziose fanciulle guardarono in basso, arrossendo e facendo le smorziose. Una disse: "Oh!", un'altra: "Perbacco, si prende gioco di noi!", e la terza: "Ascoltate ora il sant'uomo!". Ma allo stesso tempo guardavano Little John con la coda dell'occhio.

"Ora, guardate," disse Little John, "non posso vedere damigelle delicate come voi trasportare ceste lungo una strada maestra. Lasciate che le prenda io stesso, e una di voi, se volete, può portare il mio bastone per me."

"No," disse una delle ragazze, "ma tu non puoi portare tre ceste tutte in una volta."

"Sì, invece," disse Little John, "e ve lo mostrerò tra poco. Ringrazio il buon Saint Wilfred che mi ha dato un bell'ingegno. Guardate ora. Qui prendo questa grande cesta, così; qui lego il mio rosario attorno al manico, così; e qui faccio scivolare il rosario sopra la mia testa e mi metto la cesta sulle spalle, in questo modo." E Little John fece secondo le sue parole, la cesta pendeva dietro di lui come il fagotto di un mercante; poi, dando il suo bastone a una delle fanciulle e prendendo una cesta su ciascun braccio, volse il viso verso la città di Tuxford e si incamminò allegramente, una fanciulla ridente su ogni lato e una che camminava davanti, portando il bastone. In questo modo viaggiarono, e chiunque incontrassero si fermava a guardarli, ridendo, poiché nessuno aveva mai visto una scena così allegra come questo alto e robusto Frate Grigio, con vesti troppo corte per lui, carico di uova, e che calpestava la strada con tre graziose fanciulle. Di ciò Little John non si curava affatto, ma quando tali persone gli rivolgevano parole di scherno, egli rispondeva con altrettanta allegria, parola per parola.

Così si avviarono verso Tuxford, chiacchierando e ridendo, finché non giunsero vicino alla città. Qui Little John si fermò e posò le ceste, poiché non si curava di entrare in città temendo che potesse, per caso, incontrare alcuni degli uomini dello Sceriffo. "Ahimè! dolci creature," disse, "qui devo lasciarvi. Non avevo pensato di venire da questa parte, ma sono felice di averlo fatto. Ora, prima di separarci, dobbiamo bere alla dolce amicizia." Così dicendo, sganciò l'otre di cuoio dall'estremità del suo bastone e, togliendone il tappo, lo porse alla fanciulla che aveva portato il suo bastone, prima pulendo la bocca dell'otre sulla sua manica. Poi ogni fanciulla prese un bel sorso di ciò che era dentro, e quando fu passato attorno a tutte, Little John finì ciò che era rimasto, così che non si poté spremere più nemmeno una goccia. Poi, baciando dolcemente ogni ragazza, augurò loro la buonanotte e le lasciò. Ma le fanciulle rimasero a guardarlo mentre si allontanava fischiettando. "Che peccato," disse una, "che un giovane così robusto e vigoroso debba essere in ordini sacri."

"Perbacco," disse Little John tra sé e sé, mentre avanzava, "quella non è stata una cattiva avventura; San Dunstan mi mandi altre cose del genere."

Dopo aver arrancato per un po', iniziò a sentire di nuovo sete nel calore della giornata. Scosse il suo otre di cuoio vicino all'orecchio, ma non ne uscì alcun suono. Poi lo portò alle labbra e lo inclinò in alto, ma non c'era una goccia. "Little John! Little John!" disse tristemente tra sé, scuotendo il capo nel frattempo, "la donna sarà la tua rovina, se non avrai maggior cura di te stesso."

Ma alla fine raggiunse la cresta di una certa collina e vide sotto di sé, nella valle, una graziosa locanda dal tetto di paglia che giaceva accogliente, verso la quale la strada scendeva bruscamente. Alla vista di ciò, una voce dentro di lui gridò ad alta voce: "Ti porto gioia, buon amico, poiché laggiù c'è la delizia del tuo cuore, vale a dire un dolce riposo e una coppa di birra scura". Così affrettò il passo lungo la collina e giunse alla piccola locanda, da cui pendeva un'insegna con dipinta una testa di cervo. Davanti alla porta una gallina che chiocciava stava razzolando nella polvere con una nidiata di pulcini intorno ai talloni, i passeri cinguettavano di faccende domestiche sotto le grondaie, e tutto era così dolce e pacifico che il cuore di Little John rideva dentro di lui. Accanto alla porta stavano due robusti ronzini con ampie selle imbottite, ben adatte a un viaggio comodo, che parlavano di ricchi ospiti nel salotto. Davanti alla porta tre allegri compari, un calderaio, un merciaio e un mendicante, erano seduti su una panca al sole a sorseggiare birra forte.

"Vi auguro buona giornata, dolci amici", disse Little John, avvicinandosi a grandi passi dove sedevano.

"Ti auguro buona giornata, santo padre", disse l'allegro Mendicante con un sogghigno. "Ma guarda, la tua tonaca è troppo corta. Faresti meglio a tagliarne un pezzo dalla parte superiore e ad attaccarlo a quella inferiore, così che possa essere abbastanza lunga. Ma vieni, siediti accanto a noi qui e assaggia un po' di birra, se i tuoi voti non te lo proibiscono."

"No", disse Little John, sogghignando a sua volta, "il beato San Dunstan mi ha concesso una libera dispensa per ogni indulgenza in tal senso." E infilò la mano nella sua borsa per cercare il denaro con cui pagare il suo conto.

"In verità", disse il Calderaio, "se il tuo aspetto non ti tradisce, santo frate, il buon San Dunstan è stato saggio, poiché senza tale dispensa il suo devoto è destinato a fare molte penitenze. No, togli la mano dalla borsa, fratello, poiché non pagherai tu questo conto. Ehi, oste, un boccale di birra!"

Così la birra fu portata e data a Little John. Poi, soffiando un po' sulla schiuma per fare spazio alle labbra, inclinò il fondo del boccale sempre più in alto, finché non puntò verso il cielo, e dovette chiudere gli occhi per tenere fuori il riverbero del sole. Poi allontanò il boccale, poiché non c'era più nulla dentro, e trasse un sospiro pieno e profondo, guardando gli altri con gli occhi umidi e scuotendo il capo solennemente.

"Ehi, oste!" gridò il Merciaio, "porta a questo buon compagno un altro boccale di birra, poiché in verità è un onore per tutti noi avere tra noi qualcuno che sappia svuotare un boccale così vigorosamente."

Così parlarono tra loro allegramente, finché dopo un po' Little John disse: "Chi cavalca quei due ronzini laggiù?"

"Due uomini santi come te, fratello", disse il Mendicante. "Stanno facendo un buon banchetto all'interno, poiché ho sentito l'odore del vapore di un pollo bollito proprio ora. La padrona di casa dice che vengono dall'abbazia di Fountain, nello Yorkshire, e vanno a Lincoln per affari."

"Sono una coppia allegra", disse il Calderaio, "poiché uno è magro come il fuso di una vecchia moglie, e l'altro è grasso come un budino di grasso."

"Parlando di grassezza", disse il Merciaio, "tu stesso non sembri troppo malnutrito, santo frate."

"No, in verità", disse Little John, "vedi in me ciò che il santo San Dunstan può fare per coloro che lo servono con una manciata di piselli secchi e un filo d'acqua fredda."

A questo si levò un grande scoppio di risa. "In verità, è una cosa meravigliosa", disse il Mendicante, "avrei giurato, a vedere il modo magistrale in cui hai fatto sparire quel boccale di birra, che non avessi assaggiato acqua pura per un paio di mesi. Lo stesso santo San Dunstan non ti ha insegnato una bella canzone o due?"

"Beh, per quanto riguarda questo", disse Little John, sogghignando, "forse mi ha dato una mano a imparare una canzoncina o due."

"Allora, ti prego, facci sentire come ti ha insegnato", disse il Calderaio.

A questo Little John si schiarì la gola e, dopo una parola o due su una certa raucedine che lo tormentava, cantò così:

"_Ah, bella, bella fanciulla, dove vai? Ti prego, ti prego, aspetta anche il tuo amante, E raccoglieremo la rosa Mentre fiorisce dolcemente, Poiché i venti allegri, allegri, sof-fi-a-no_."

Ora sembrava che le canzoni di Little John non dovessero mai essere cantate, poiché non era andato oltre questo punto quando la porta della locanda si aprì e ne uscirono i due fratelli dell'abbazia di Fountain, seguiti dall'oste che, come si suol dire, si lavava le mani con umile sapone. Ma quando i fratelli dell'abbazia di Fountain videro chi era a cantare, e come fosse vestito con gli abiti di un Frate Grigio, si fermarono improvvisamente, il grasso fratellino che increspava le sue pesanti sopracciglia in un forte cipiglio, e il fratello magro che storceva il volto come se avesse birra acida in bocca. Poi, mentre Little John riprendeva fiato per una nuova strofa, "Come, ora", ruggì il fratello grasso, la sua voce che usciva come un forte tuono da una piccola nuvola, "tu cattivo compagno, è questo un posto adatto per uno con il tuo abito per bere e cantare canzoni profane?"

"No", disse Little John, "poiché non posso bere e cantare, come la riverenza di Vostra Signoria, in un posto così bello come l'abbazia di Fountain, devo bere e cantare dove posso."

"Ora, via con te", gridò l'alto e magro Fratello con voce aspra, "ora, via con te, che tu debba così disonorare il tuo abito con questo parlare e questo comportamento."

"Perbacco!" disse Little John. "Disonore, dici? Mi sembra che sia più disonore per uno dei nostri abiti estorcere sudati centesimi dalla stretta di poveri contadini magri. Non è così, fratello?"

A questo il Calderaio, il Merciaio e il Mendicante si diedero di gomito, e tutti sogghignarono, e i frati guardarono in cagnesco Little John; ma non riuscirono a pensare a nient'altro da dire, così si voltarono verso i loro cavalli. Allora Little John si alzò all'improvviso dalla panca dove sedeva e corse dove i fratelli dell'abbazia di Fountain stavano salendo in sella. Disse: "Lasciate che tenga le briglie dei vostri cavalli per voi. In verità, le vostre parole hanno colpito il mio cuore peccatore, così che non rimarrò più in questa tana del male, ma andrò avanti con voi. Nessuna vile tentazione, lo so, cadrà su di me in una così santa compagnia."

"No, compagno", disse il Fratello magro con asprezza, poiché vide che Little John si prendeva gioco di loro, "non vogliamo la tua compagnia, quindi vattene."

"Ahimè", disse Little John, "sono davvero dispiaciuto che non vi piaccia io né la mia compagnia, ma quanto al lasciarvi, non può essere, poiché il mio cuore è così commosso che, volente o nolente, devo venire con voi per amore della vostra santa compagnia."

Ora, a queste parole tutti i bravi compari sulla panca sogghignarono finché i loro denti non brillarono, e persino l'oste non poté fare a meno di sorridere. Quanto ai frati, si guardarono l'un l'altro con uno sguardo perplesso e non sapevano cosa fare al riguardo. Erano così orgogliosi che li faceva sentire male per la vergogna il pensiero di cavalcare lungo la strada maestra con un frate girovago, con abiti troppo corti per lui, che correva accanto a loro, ma tuttavia non potevano costringere Little John a restare contro la sua volontà, poiché sapevano che avrebbe potuto spezzare le ossa a entrambi in un batter d'occhio se avesse voluto. Allora parlò il Fratello grasso più dolcemente di quanto avesse fatto prima. "No, buon fratello", disse, "noi cavalcheremo velocemente, e tu ti stancherai a morte al ritmo."

"In verità, ti sono grato per il pensiero di me", disse Little John, "ma non avere paura, fratello; i miei arti sono robusti, e potrei correre come una lepre da qui a Gainsborough."

A queste parole un suono di risate venne dalla panca, al che l'ira del Fratello magro traboccò, come acqua sul fuoco, con grande agitazione e rumore. "Ora, via con te, tu cattivo compagno!" gridò. "Non ti vergogni di portare così disonore al nostro abito? Resta qui, tu ubriacone, con questi porci. Non sei una compagnia adatta a noi."

"Oh, guardate lì ora!" disse Little John. "Senti, oste; non sei una compagnia adatta a questi uomini santi; torna alla tua birreria. No, se questi miei santissimi fratelli mi danno solo il permesso, ti picchierò la testa con questo robusto bastone finché non sarà morbida come uova montate."

A queste parole un grande scoppio di risate si levò da quelli sulla panca, e il volto dell'oste divenne rosso come una ciliegia per aver soffocato la risata nel suo stomaco; ma trattenne la sua ilarità, poiché non voleva attirare su di sé la cattiva volontà dei fratelli dell'abbazia di Fountain con un'allegria sconveniente. Così i due fratelli, non potendo fare altro, una volta montati sui loro ronzini, voltarono i loro musi verso Lincoln e si allontanarono.

"Non posso restare oltre, dolci amici", disse Little John, mentre si spingeva tra i due ronzini, "perciò vi auguro buona giornata. Via si va, noi tre." Così dicendo, fece oscillare il suo robusto bastone sulla spalla e si allontanò arrancando, misurando il suo passo con quello dei due ronzini.

I due fratelli guardarono in cagnesco Little John quando si spinse così in mezzo a loro, poi si allontanarono il più possibile da lui, cosicché il fattore camminava in mezzo alla strada, mentre loro cavalcavano sul sentiero su entrambi i lati della via. Mentre si allontanavano, il Calderaio, il Merciaio e il Mendicante corsero saltellando in mezzo alla strada maestra, ognuno con un boccale in mano, e guardarono dietro di loro ridendo.

Mentre erano in vista di quelli alla locanda, i fratelli fecero camminare i loro cavalli sobriamente, non volendo peggiorare le cose sembrando scappare da Little John, poiché non potevano fare a meno di pensare a come sarebbe suonato alle orecchie della gente quando avessero sentito come i fratelli dell'abbazia di Fountain fossero scappati via da un frate girovago, come l'Uno Brutto, quando il beato San Dunstan liberò il suo naso dalle tenaglie arroventate dove lo aveva tenuto stretto; ma quando ebbero superato la cresta della collina e la locanda fu persa di vista, il Fratello grasso disse al Fratello magro: "Fratello Ambrose, non sarebbe meglio aumentare il passo?"

"Perché in verità, compare", intervenne Little John, "mi sembra che sarebbe bene far bollire la nostra pentola un po' più velocemente, poiché la giornata sta passando. Quindi, se non ti scuoterà troppo il grasso, avanti, dico io."

A questo i due frati non dissero nulla, ma guardarono di nuovo Little John con sguardi funesti; poi, senza un'altra parola, diedero di sprone ai loro cavalli, ed entrambi scoppiarono al galoppo. Così galopparono per un miglio e più, e Little John corse tra loro leggero come un cervo e non perse mai un colpo con la corsa. Alla fine il Fratello grasso tirò le redini del suo cavallo con un gemito, poiché non poteva più sopportare lo scuotimento. "Ahimè", disse Little John, senza nemmeno un affanno nel respiro, "temevo tristemente che la ruvidezza di questo passo scuotesse la tua povera vecchia pancia grassa."

A questo il Frate grasso non disse mai una parola, ma fissò dritto davanti a sé, e si morse il labbro inferiore. E ora viaggiavano in avanti più tranquillamente, Little John in mezzo alla strada a fischiettare allegramente tra sé, e i due frati sul sentiero su entrambi i lati a non dire mai una parola.

Poi poco dopo incontrarono tre allegri menestrelli, tutti vestiti di rosso, che fissarono sbalorditi nel vedere un Frate Grigio con abiti così corti che camminava in mezzo alla strada, e due fratelli con la testa china per la vergogna, che cavalcavano su ronzini riccamente bardati sui sentieri. Quando furono giunti vicino ai menestrelli, Little John agitò il suo bastone come un usciere che libera la strada. "Fate largo!" gridò ad alta voce. "Fate largo! fate largo! Poiché qui andiamo, noi tre!" Poi come fissarono i menestrelli, e come risero! Ma il Frate grasso tremava come per una febbre, e il Frate magro chinò la testa sul collo del suo cavallo.

Poi in seguito incontrarono due nobili cavalieri in ricchi abiti, con il falco sul polso, e allo stesso modo due belle dame vestite di seta e velluto, tutte a cavallo su nobili destrieri. Tutti questi fecero largo, fissando, mentre Little John e i due frati procedevano lungo la strada. A loro Little John si inchinò umilmente. "Vi porgo i saluti, signori e dame", disse. "Ma qui andiamo, noi tre."

Allora tutti risero, e una delle belle dame gridò: "Quali tre intendi, allegro amico?"

Little John guardò oltre la spalla, poiché ormai si erano superati, e chiamò di rimando: "Big Jack, lean Jack e fat Jack-pudding."

A questo il Frate grasso emise un gemito e sembrò come se stesse per cadere dalla sella per la vergogna; l'altro fratello non disse nulla, ma guardò davanti a sé con uno sguardo cupo e di pietra.

Proprio davanti a loro la strada fece una svolta improvvisa attorno a una siepe alta, e circa quaranta passi dopo la curva un'altra strada incrociava quella su cui stavano cavalcando. Quando furono giunti all'incrocio ed erano ben lontani da quelli che avevano lasciato, il Frate magro tirò le redini improvvisamente. "Guarda, compagno", disse con voce tremante di rabbia, "ne abbiamo abbastanza della tua vile compagnia, e non ci importa più di essere presi in giro. Va' per la tua strada, e lascia che noi andiamo per la nostra in pace."

"Oh, guardate lì, ora!" disse Little John. "Pensavo che fossimo una compagnia così allegra, ed ecco che tu divampi come grasso nella padella. Ma in verità, ne ho avuto abbastanza di voi oggi, anche se posso a stento fare a meno della vostra compagnia. So che mi rimpiangerete, ma se mi volete di nuovo, sussurrate a Goodman Wind, e lui mi porterà notizie al riguardo. Ma vedete che sono un uomo povero e voi siete ricchi. Vi prego, datemi un penny o due per comprarmi pane e formaggio alla prossima locanda."

"Non abbiamo denaro, compagno", disse il Frate magro con asprezza. "Andiamo, Fratello Thomas, procediamo."

Ma Little John afferrò i cavalli per le redini, una in ogni mano. "Avete in verità denaro con voi, qualunque esso sia?" disse. "Ora, vi prego, fratelli, per amore della carità, datemi qualcosa per comprare una crosta di pane, anche se fosse solo un penny."

"Ti dico, compagno, non abbiamo denaro", tuonò il piccolo Frate grasso con la grande voce.

"Avete, in santa verità, denaro?" chiese Little John.

"Non un centesimo", disse il Frate magro con astio.

"Non un quattrino", disse il Frate grasso ad alta voce.

"No", disse Little John, "questo non deve essere. Lungi da me vedere uomini santi come voi partire da me senza denaro. Scendete entrambi subito dai vostri cavalli, e ci inginocchieremo qui in mezzo all'incrocio e pregheremo il beato San Dunstan di mandarci un po' di denaro per proseguire il nostro viaggio."

"Cosa dici, tu arto del male!" gridò il Frate magro, digrignando i denti per la rabbia. "Mi ordini, il gran cellario dell'abbazia di Fountain, di scendere dal mio cavallo e inginocchiarmi nella strada sporca per pregare qualche mendicante santo sassone?"

"Ora", disse Little John, "ho una gran voglia di spaccarti la testa per aver parlato così del buon San Dunstan! Ma scendi subito, poiché la mia pazienza non durerà molto più a lungo, e potrei dimenticare che siete entrambi in ordini sacri." Così dicendo, fece roteare il suo robusto bastone finché non fischiò di nuovo.

A questo discorso entrambi i frati divennero pallidi come pasta. Scivolò giù il Fratello grasso dal suo cavallo da un lato, e scivolò giù il Fratello magro dall'altro.

"Ora, fratelli, in ginocchio e pregate", disse Little John; dopodiché, mettendo le sue mani pesanti sulle spalle di ciascuno, li costrinse in ginocchio, inginocchiandosi anche lui. Poi Little John iniziò a implorare San Dunstan per il denaro, cosa che fece con una grande voce alta. Dopo aver così implorato il Santo per un po', ordinò ai frati di tastare nelle loro borse e vedere se il Santo avesse mandato loro qualcosa; così ognuno mise la mano lentamente nella borsa che pendeva accanto a lui, ma non ne trasse nulla.

"Ha!" disse Little John, "le vostre preghiere hanno così poca virtù? Allora ritentiamo di nuovo." Poi subito iniziò a invocare di nuovo San Dunstan, più o meno in questo modo: "O grazioso San Dunstan! Manda del denaro subito a questi poveri folli, affinché quello grasso non deperisca e diventi magro come quello magro, e quello magro non deperisca fino a nulla del tutto, prima che arrivino alla città di Lincoln; ma manda loro solo dieci scellini a testa, affinché non si gonfino di orgoglio. Qualunque cosa in più che mandi, mandala a me.

"Ora", disse, alzandosi, "vediamo cosa ha ciascuno." Poi infilò la mano nella sua borsa e ne trasse quattro angeli d'oro. "Cosa avete, fratelli?" disse.

Allora ancora una volta ogni frate infilò lentamente la mano nella sua borsa, e ancora una volta la tirò fuori senza nulla dentro.

"Non avete nulla?" disse Little John. "No, garantisco che c'è qualcosa che si è intrufolato nelle cuciture delle vostre borse, e così ve lo siete perso. Lasciate che guardi."

Così andò prima dal Frate magro e, infilando la mano nella borsa, ne trasse un sacchetto di cuoio e ne contò centodieci sterline di denaro d'oro. "Pensavo", disse Little John, "che tu avessi perso, in qualche angolo strano della tua borsa, il denaro che il beato Santo ti aveva mandato. E ora lasciatemi vedere se non ne avete anche voi, fratello." Dopodiché infilò la mano nella borsa del Frate grasso e ne trasse un sacchetto come l'altro e ne contò sessanta sterline. "Guardate ora", disse, "sapevo che il buon Santo ti aveva mandato qualche elemosina che anche tu avevi perso."

Poi, dando loro una sterlina in due, infilò il resto del denaro nella sua borsa, dicendo: "Mi avete dato la vostra santa parola che non avevate denaro. Essendo uomini santi, confido che non vorreste smentire la vostra parola così data, quindi so che il buon San Dunstan ha mandato questo in risposta alle mie preghiere. Ma siccome ho pregato solo per dieci scellini da mandare a ciascuno di voi, tutto ciò che è in più appartiene di diritto a me, e così lo prendo. Vi auguro buona giornata, fratelli, e che possiate avere un viaggio piacevole d'ora in poi." Così dicendo, si voltò e li lasciò, allontanandosi a grandi passi. I frati si guardarono l'un l'altro con uno sguardo doloroso, e lentamente e tristemente risalirono sui loro cavalli e si allontanarono senza dire una parola.

Ma Little John volse di nuovo i suoi passi verso la foresta di Sherwood, e fischiettò allegramente mentre procedeva.

E ora vedremo cosa accadde a Robin Hood nella sua avventura come mendicante.

Robin Hood diventa mendicante

Dopo che Jolly Robin ebbe lasciato Little John al bivio delle strade, camminò allegramente verso il sole che splendeva mite attorno a lui. Di tanto in tanto saltellava, balzava o intonava un frammento di canzone per la pura gioia del giorno; poiché, a causa della dolcezza della primavera, il suo cuore era vigoroso quanto quello di un puledro appena messo al pascolo. A volte camminava per lunghi tratti, fissando in alto le grandi nuvole bianche e gonfie che si muovevano lentamente attraverso il cielo blu profondo; poco dopo si fermava a bere la pienezza di vita di tutte le cose, poiché le siepi germogliavano teneramente e l'erba dei prati diventava alta e verde; di nuovo se ne stava immobile ad ascoltare il bel canto degli uccellini tra i cespugli, o tendeva l'orecchio al chiaro chicchirichì del gallo che sfidava il cielo a piovere, al che rideva, poiché bastava poco per solleticare il cuore di Robin e renderlo allegro. Così procedeva risoluto, sempre disposto a fermarsi per questo o quel motivo, e sempre pronto a chiacchierare con le allegre ragazze che incontrava di tanto in tanto. Così il mattino scivolò via, ma non incontrò alcun mendicante con cui poter fare a cambio di vestiti. Disse tra sé: "Se non cambio fortuna in fretta, finirò per passare una giornata a vuoto, poiché è quasi passata la metà, e, sebbene io abbia fatto una bella camminata per la campagna, non so nulla della vita di un mendicante".

Poi, dopo un po', cominciò ad avere fame, sicché la sua mente abbandonò i pensieri sulla primavera, sui fiori e sugli uccelli, per soffermarsi con grande tenerezza su capponi bolliti, Malvasia, pane bianco e simili. Disse a se stesso: "Vorrei avere il mantello dei desideri di Willie Wynkin; so bene cosa desidererei, ed è questo". Qui segnò sulle dita della mano sinistra con l'indice della destra le cose che desiderava. "In primo luogo, vorrei una dolce torta bruna di tenere allodole; badate bene, non cotte secche, ma con un buon intingolo di sugo per inumidirle. Poi, vorrei una bella pollastra, ben bollita, con tenere uova di piccione ad arte affettate, a guarnire il piatto attorno. Con queste vorrei una lunga e sottile pagnotta di grano cotta sul focolare; dovrebbe essere calda di forno, con una crosta bruna e lucida, del colore dei capelli della mia Maid Marian, e questa stessa crosta dovrebbe essere croccante e friabile come il sottile ghiaccio bianco che giace sui solchi in una mattina di inizio inverno. Questi basteranno per le cose più sostanziose; ma con queste devo avere tre boccali, grassi e rotondi, uno pieno di Malvasia, uno di Canary e uno colmo del mio caro, vigoroso sack". Così parlava Robin a se stesso, con la bocca che si inumidiva agli angoli al pensiero delle cose buone che aveva evocato nella sua mente.

Così, parlando tra sé, giunse dove la strada polverosa girava bruscamente attorno alla siepe, tutta tenera del verde delle foglie nascenti, e lì vide davanti a sé un robusto individuo seduto su uno stilo, che dondolava le gambe nell'ozio. Attorno a questo vigoroso mascalzone penzolavano svariate sacche e borse di diverse dimensioni e tipi, una dozzina o più, con bocche grandi, larghe e spalancate, come una nidiata di taccole affamate. Il suo cappotto era stretto in vita ed era rattoppato con tanti colori quante sono le strisce su un palo di maggio in primavera. In testa portava un grande cappello alto di cuoio e attraverso le ginocchia riposava un robusto bastone di prugnolo, lungo e pesante quanto quello di Robin. Era un mendicante gaio come non se ne sono mai visti per le stradine e i sentieri del Nottinghamshire, poiché i suoi occhi erano grigi come l'ardesia, e scattavano, brillavano e danzavano di allegria, e i suoi capelli neri si arricciavano fitti su tutta la testa in piccoli anelli crespi.

"Ehilà, buon uomo", disse Robin, quando fu giunto vicino all'altro, "cosa fai qui in questo giorno allegro, quando i fiori spuntano e le gemme si gonfiano?"

Allora l'altro fece l'occhiolino e subito intonò con voce allegra:

"_Siedo sullo stilo, E canto un po' Mentre aspetto il mio vero amore, oh, Poiché il sole splende luminoso, E le foglie danzano lievi, E il piccolo uccellino canta che lei è vicina, oh_.

"E così è per me, bravo ragazzo, se non fosse che la mia bella non viene".

"Ora, questa è proprio una dolce canzone", disse Robin, "e, se fossi dell'umore giusto per ascoltarti, potrei benissimo star qui a sentirne ancora; ma ho due cose serie da chiederti; perciò ascolta, ti prego".

A questo punto il gaio mendicante inclinò la testa di lato, come una gazza ladra. Disse: "Sono un cattivo vaso in cui versare cose pesanti, buon amico, e, se non erro, tu hai poche parole serie da spendere in qualsiasi momento".

"No", disse il gaio Robin, "ciò che vorrei dire per primo è il più serio di tutti i pensieri per me, vale a dire: 'Dove troverò qualcosa da mangiare e da bere?'"

"Dici davvero?" disse il mendicante. "Perbacco, io non mi faccio pensieri così seri sulla faccenda. Mangio quando posso averlo, e sgranocchio la mia crosta quando non posso avere neppure una briciola; allo stesso modo, quando non c'è birra da bere, mi lavo la gola dalla polvere con un goccio d'acqua fresca. Ero seduto qui, quando sei arrivato, a pensare se rompere il digiuno o meno. Amo far crescere la fame in modo potente prima di mangiare, perché allora una crosta secca vale per me quanto un pasticcio di cervo con grasso e uvetta per il robusto Re Harry. Ho una fame acuta ora, ma mi pare che tra poco maturerà in un appetito davvero dolce".

"Ora, in buona fede", disse il gaio Robin, ridendo, "hai una lingua bizzarra tra i denti. Ma hai davvero null'altro che una crosta secca con te? Mi sembra che le tue borse e sacche siano grasse e vigorose per un vitto così scarso".

"Perché, forse c'è qualche altro cibo freddo lì dentro", disse il mendicante con astuzia.

"E non hai nulla da bere se non acqua fredda?" disse Robin.

"Nemmeno una goccia", disse il mendicante. "Oltre quel gruppo di alberi c'è una locanda graziosa come non ne hai mai viste; ma io non ci vado, perché hanno un brutto modo di trattarmi. Una volta, mentre il buon Priore di Emmet stava cenando lì, la padrona di casa mise una graziosa tortina di granchi in umido e zucchero d'orzo sul davanzale della finestra a raffreddare, e, vedendola lì, e temendo che potesse andare perduta, la presi con me finché non avessi trovato il proprietario. Da allora si sono comportati molto male con me; eppure la verità mi impone di dire che hanno la birra migliore che sia mai passata sulla mia lingua".

A questo Robin rise ad alta voce. "Perbacco", disse, "si sono comportati male con te per la tua gentilezza. Ma dimmi sinceramente, cosa hai nelle tue borse?"

"Perché", disse il mendicante, sbirciando nelle bocche delle sue sacche, "trovo qui un buon pezzo di pasticcio di piccione, avvolto in una foglia di cavolo per trattenere il sugo. Qui vedo un delicato pezzo di carne salata striata, e qui un bel pezzo di pane bianco. Qui trovo quattro focacce d'avena e uno stinco freddo di prosciutto. Ah! In verità, è strano; ma qui vedo sei uova che devono essere arrivate per caso da qualche pollaio nei paraggi. Sono crude, ma arrostite sulle braci e spalmate con un pezzo di burro che vedo..."

"Pace, buon amico!" gridò Robin, alzando la mano. "Fai tremare il mio povero stomaco di gioia per ciò che mi racconti così dolcemente. Se vorrai darmi da mangiare, mi recherò subito in quella piccola locanda di cui hai parlato poc'anzi, e porterò un otre di birra per te e per me".

"Amico, hai detto abbastanza", disse il mendicante, scendendo dallo stilo. "Ti farò banchettare con il meglio che ho e benedirò San Cedric per la tua compagnia. Ma, dolce compagno, ti prego di portare almeno tre quarti di birra, uno per te e due per me, perché la mia sete è tale che penso di poter bere birra come le sabbie del fiume Dee bevono l'acqua salata".

Così Robin lasciò subito il mendicante, il quale, dal canto suo, andò verso un cespuglio di tiglio germogliante dietro la siepe, e lì sparse il suo banchetto sull'erba e arrostì le uova su un piccolo fuoco di sterpaglie, con una destrezza guadagnata da lungo lavoro in quel campo. Dopo un po' tornò Robin portando un buon otre di birra sulle spalle, che posò sull'erba. Poi, guardando il banchetto sparso a terra – ed era una bella vista da contemplare – si strofinò lentamente la mano sullo stomaco, poiché ai suoi occhi affamati sembrava la vista più bella che avesse mai visto in tutta la sua vita.

"Amico", disse il mendicante, "fammi sentire il peso di quell'otre".

"Sì, davvero", disse Robin, "serviti pure, dolce compagno, e nel frattempo lascia che veda se il tuo pasticcio di piccione è fresco o meno".

Così l'uno si impadronì della birra e l'altro del pasticcio di piccione, e per un po' non si udì altro che il masticare del cibo e il gorgoglio della birra mentre usciva dall'otre.

Alla fine, dopo che molto tempo era trascorso così, Robin spinse via il cibo e lanciò un grande sospiro di profondo appagamento, poiché si sentiva come se fosse stato fatto tutto di nuovo.

"E ora, buon amico", disse, appoggiandosi su un gomito, "vorrei parlarti di quell'altra questione seria di cui ho parlato poco fa".

"Come!" disse il mendicante con aria di rimprovero, "non vorrai certo parlare di cose inerenti ad affari seri con una birra come questa!"

"No", disse Robin, ridendo. "Non vorrei frenare la tua sete, dolce amico; bevi mentre ti parlo. È così: vorrei che tu sapessi che mi sono affezionato al tuo mestiere e vorrei assaggiare io stesso la vita di un mendicante".

Disse il mendicante: "Non mi meraviglia che tu abbia preso gusto al mio modo di vivere, buon compagno, ma 'avere gusto' e 'fare' sono due faccende di tipo diverso. Ti dico, amico, bisogna servire un lungo apprendistato prima di poter imparare a essere anche solo un accattone, per non parlare di un impostore o di un pazzo errante. Ti dico, ragazzo, sei troppo vecchio per intraprendere ciò che potrebbe richiederti anni per imparare a padroneggiare".

"Forse può essere così", disse Robin, "poiché mi torna in mente che Gaffer Swanthold dice che il calzolaio Jack fa il pane cattivo; il fornaio Tom fa scarpe cattive. Ciononostante, ho voglia di assaggiare la vita di un mendicante, e mi servono solo i vestiti per essere valido quanto chiunque altro".

"Ti dico, compare", disse il mendicante, "anche se fossi vestito bene come il buon San Wynten, il patrono del nostro mestiere, non diventeresti mai un mendicante. Perbacco, il primo viaggiatore allegro che incontreresti ti picchierebbe a sangue per aver ficcato il naso in un mestiere che non ti appartiene".

"Ciononostante", disse Robin, "vorrei provarci; e penso che farò cambio di vestiti con te, poiché il tuo abbigliamento sembra grazioso, per non dire gaio. Quindi, non solo cambierò vestiti, ma ti darò due angeli d'oro per giunta. Ho portato con me il mio bastone robusto, pensando che avrei dovuto colpire qualcuno dei fratelli della tua stoffa sulla testa per via di una discussione in merito, ma ti voglio così bene per il banchetto che mi hai offerto che non alzerei nemmeno il mio mignolo contro di te, quindi non devi avere un briciolo di paura".

A questo il mendicante ascoltò con le nocche appoggiate ai fianchi, e quando Robin ebbe finito inclinò la testa di lato e si spinse la lingua nella guancia.

"Perbacco, fatemi il piacere", disse alla fine. "Alzare il mignolo contro di me, davvero! Sei fuori di senno, uomo? Il mio nome è Riccon Hazel, e vengo da Holywell, nel Flintshire, oltre il fiume Dee. Ti dico, furfante, ho spaccato la testa a molti uomini migliori di te, e anche ora ti scalderi la corona se non fosse per la birra che mi hai dato. Ora non avrai nemmeno un cencio del mio cappotto, anche se potesse salvarti dall'impiccagione".

"Ora, compagno", disse Robin, "mi dispiacerebbe rovinarti la bella testa, ma ti dico chiaramente che, se non fosse per questo banchetto, ti farei qualcosa che ti impedirebbe di viaggiare per il paese per molti giorni a venire. Tieni la bocca chiusa, ragazzo, o la tua fortuna uscirà dalla tua bocca insieme alle tue parole!"

"Oh, povero te, uomo, perché ti sei procurato guai oggi!" gridò il mendicante, alzandosi e prendendo il suo bastone. "Prendi il tuo bastone e difenditi, compagno, perché non solo ti picchierò, ma ti prenderò i tuoi soldi e non ti lascerò nemmeno un soldo bucato per comprarti un po' di grasso d'oca per strofinarti la corona spaccata. Quindi difenditi, dico".

Allora balzò in piedi il gaio Robin e afferrò anch'egli il suo bastone. "Prendi i miei soldi, se puoi", disse. "Prometto liberamente di darti ogni centesimo se mi tocchi". E fece roteare il bastone tra le dita finché non fischiò.

Allora anche il mendicante fece roteare il suo bastone e sferrò un colpo potente contro Robin, che lo yeoman parò. Il mendicante sferrò tre colpi, ma nessuno sfiorò nemmeno un capello della testa di Robin. Allora il robusto Robin vide la sua occasione, e, prima che potessi contare fino a tre, il bastone di Riccon fu oltre la siepe, e Riccon stesso giaceva sull'erba verde senza più movimento di quanto se ne potesse trovare in un sacco vuoto.

"Come va!" disse il gaio Robin, ridendo. "Vuoi la mia pelle o i miei soldi, dolce compagno?" Ma a questo l'altro non rispose nulla. Allora Robin, vedendo la sua condizione e che era stordito dal colpo, corse, sempre ridendo, e portò l'otre di birra e ne versò un po' sulla testa del mendicante e un po' giù per la gola, cosicché poco dopo aprì gli occhi e si guardò intorno come se si domandasse perché giacesse sulla schiena.

Allora Robin, vedendo che aveva in qualche modo recuperato il senno che era stato appena scacciato dalla sua testa, disse: "Ora, buon uomo, farai cambio di vestiti con me, o dovrò colpirti di nuovo? Ecco due angeli d'oro se mi dai liberamente tutti i tuoi stracci, borse, il cappello e le tue cose. Se non li dai liberamente, temo molto che dovrò..." e guardò su e giù per il suo bastone.

Allora Riccon si sedette e si strofinò la protuberanza sulla corona. "Accidenti!" disse. "Pensavo di darti una bella lezione, compagno. Non so come sia, ma mi sembra, per così dire, di aver comprato più birra di quanta ne possa bere. Se devo rinunciare ai miei vestiti, lo farò, ma prima promettimi, sulla tua parola di vero yeoman, che non prenderai nulla da me se non i miei vestiti".

"Prometto sulla parola di un vero yeoman", disse Robin, pensando che il tizio avesse qualche soldo che voleva risparmiare.

Allora il mendicante tirò fuori un coltellino che pendeva al suo fianco e, strappando la fodera del suo cappotto, ne trasse dieci sterline d'oro lucenti, che depose a terra accanto a sé con un occhiolino astuto a Robin. "Ora puoi prenderti i miei vestiti, sei il benvenuto", disse, "e avresti potuto averli in cambio dei tuoi senza il costo di un solo centesimo, figuriamoci due angeli d'oro".

"Perbacco", disse Robin, ridendo, "sei un tizio astuto, e ti dico sinceramente, se avessi saputo che avevi così tanti soldi con te, forse non li avresti portati via, poiché garantisco che non te li sei guadagnati onestamente".

Poi ognuno si spogliò dei propri abiti e indossò quelli dell'altro, e un mendicante così vigoroso come Robin Hood non si sarebbe potuto trovare in nessuna giornata d'estate. Ma il robusto Riccon di Holywell saltellava, balzava e danzava per la gioia del bel vestito di panno verde di Lincoln che aveva così ottenuto. Disse: "Ora sono un uccello dalle piume gaie. In verità, la mia cara Moll Peascod non mi riconoscerebbe mai in questo abito. Puoi tenere i pezzi freddi del banchetto, amico, poiché intendo vivere bene e vigorosamente finché i miei soldi durano e i miei vestiti sono gai".

Così si voltò e lasciò Robin e, attraversando lo stilo, se ne andò, ma Robin lo sentì cantare da oltre la siepe mentre si allontanava:

"_Perché Polly sorride e Molly è contenta Quando il mendicante entra dalla porta, E Jack e Dick lo chiamano un bel ragazzo vigoroso, E la padrona di casa fa un gran conto.

Allora ehi, Willy Waddykin, Resta, Billy Waddykin, E lascia che la birra bruna scorra libera, scorra libera, Il mendicante è l'uomo per me_."

Robin ascoltò finché la canzone terminò in lontananza, poi anche lui attraversò lo stilo verso la strada, ma girò le punte dei piedi lontano da dove era andato il mendicante. La strada conduceva su una dolce collina e Robin la risalì, con una decina o più di borse che gli penzolavano attorno alle gambe. Proseguì per molto tempo, ma non trovò altre avventure. La strada era priva di tutto tranne che di lui, mentre sollevava piccole nuvole di polvere a ogni passo; poiché era mezzogiorno, il momento più tranquillo di tutta la giornata, dopo il crepuscolo. Tutta la terra era silenziosa nel riposo dell'ora di pranzo; i cavalli da aratro stavano nei solchi a sgranocchiare, con grandi borse sopra i musi che contenevano cibo dolce, l'aratore sedeva sotto la siepe e anche il ragazzo dell'aratro, e anch'essi sgranocchiavano, ognuno tenendo un grande pezzo di pane in un pugno e un grande pezzo di formaggio nell'altro.

Così Robin, con tutta la strada vuota per sé, procedeva a grandi passi fischiettando allegramente, con le sue borse e sacche che sobbalzavano e penzolavano alle sue cosce. Alla fine giunse dove un piccolo sentiero erboso lasciava la strada e, passando attraverso uno stilo e giù per una collina, conduceva in una piccola valle e oltre un ruscello nella valle e su per la collina dall'altra parte, finché raggiungeva un mulino a vento che sorgeva sulla cima dell'altura dove il vento piegava gli alberi in un movimento ondeggiante. Robin guardò il posto e gli piacque, e, senza alcun motivo se non che la sua fantasia lo guidava, prese il piccolo sentiero e camminò giù per il pendio erboso e soleggiato del prato aperto, e così giunse alla piccola valle e, prima di rendersene conto, su quattro vigorosi individui che sedevano con le gambe distese attorno a un buon banchetto sparso a terra.

Erano quattro mendicanti allegri, e ognuno aveva appeso al collo una tavoletta che poggiava sul petto. Una tavoletta aveva scritto sopra: "Sono cieco", un'altra, "Sono sordo", un'altra, "Sono muto", e la quarta, "Pietà per lo zoppo". Ma sebbene tutti questi problemi scritti sulle tavolette sembrassero così gravi, i quattro robusti individui sedevano attorno a banchettare allegramente come se la moglie di Caino non avesse mai aperto il vaso che conteneva le sfortune e le avesse lasciate libere come una nuvola di mosche a tormentarci.

Il sordo fu il primo a sentire Robin, poiché disse: "Udite, fratelli, sento qualcuno arrivare". E il cieco fu il primo a vederlo, poiché disse: "È un uomo onesto, fratelli, e dedito allo stesso mestiere nostro". Allora il muto lo chiamò a gran voce e disse: "Benvenuto, fratello; vieni a sederti finché c'è ancora un po' di banchetto e un filo di Malvasia nel boccale". A questo, lo zoppo, che si era tolto la gamba di legno e aveva slegato la propria, e se ne stava seduto con essa distesa sull'erba per farla riposare, fece spazio a Robin tra loro. "Siamo lieti di vederti, fratello", disse, porgendogli il fiasco di Malvasia.

"Perbacco", esclamò Robin, ridendo e pesando il fiasco tra le mani prima di bere, "mi pare non sia più che decoroso da parte vostra essere lieti di vedermi, visto che porto la vista ai ciechi, la parola ai muti, l'udito ai sordi e una gamba così vigorosa a uno zoppo. Brindo alla vostra felicità, fratelli, poiché non posso brindare alla vostra salute, visto che siete già sani e robusti, nelle membra come nel fiato".

A questo tutti sogghinarono, e il mendicante cieco, che era il capo tra loro, e il più forzuto e svergognato mascalzone del gruppo, diede un colpo sulla spalla a Robin, giurando che fosse un bel buontempone.

"Da dove vieni, ragazzo?" chiese il muto.

"Beh", disse Robin, "vengo da stamattina, dopo aver dormito la notte a Sherwood".

"Davvero?" disse il sordo. "Non dormirei una notte a Sherwood nemmeno per tutto il denaro che noi quattro stiamo portando alla città di Lincoln. Se Robin Hood catturasse uno del nostro mestiere nei suoi boschi, credo che gli taglierebbe le orecchie".

"Credo proprio di sì", disse Robin, ridendo. "Ma di che denaro parlate?"

Allora prese la parola lo zoppo. "Il nostro re, Peter di York", disse, "ci ha inviati a Lincoln con quel denaro che..."

"Fermo, fratello Hodge", disse il cieco, interrompendo il discorso, "non vorrei dubitare del nostro fratello qui presente, ma tieni a mente che non lo conosciamo. Cosa sei, fratello? Upright-man, Jurkman, Clapper-dudgeon, Dommerer o Abraham-man?"

A queste parole Robin guardò da un uomo all'altro con la bocca spalancata. "Davvero", disse, "confido di essere un uomo retto, almeno, mi sforzo di esserlo; ma non so cosa tu intenda con questo gergo, fratello. Sarebbe molto più decoroso, mi pare, se quel muto laggiù, che ha una voce dolce, ci facesse una canzone".

A queste parole calò il silenzio su tutti, e dopo un po' il cieco tornò a parlare. Disse: "Di certo scherzi quando dici di non capire simili parole. Rispondi a questo: hai mai picchiato un uomo sulla strada maestra per il denaro che aveva nella borsa?"

"Ora basta", disse Robin Hood stizzito, "se vi fate beffe di me snocciolando simile gergo, andrà male per tutti voi, ve lo dico. Ho la mezza idea di fracassare le teste a tutti e quattro, e lo farei pure, se non fosse per il dolce Malvasia che mi avete dato. Fratello, passa il boccale prima che diventi freddo".

Ma tutti e quattro i mendicanti balzarono in piedi quando Robin ebbe finito di parlare, e il cieco afferrò un pesante bastone nodoso che giaceva accanto a lui sull'erba, così come fecero gli altri. Allora Robin, vedendo che le cose stavano per mettersi male, sebbene non sapesse affatto di che si trattasse, balzò in piedi anche lui e, afferrato il suo fidato bastone, si appoggiò con la schiena all'albero e si pose in guardia contro di loro. "Ebbene!" gridò, facendo roteare il bastone tra le dita, "volete in quattro attaccare un solo uomo? Indietro, mascalzoni, o vi segnerò le zucche finché non avranno tanti segni quanto la porta di una bettola! Siete matti? Non vi ho fatto alcun male".

"Mentì!" disse quello che fingeva di essere cieco e che, essendo il furfante più vigoroso, era il capo degli altri, "menti! Perché sei venuto tra noi come una vile spia. Ma le tue orecchie hanno sentito troppo per il bene del tuo corpo, e non uscirai vivo da questo posto, perché oggi morirai! Venite, fratelli, tutti insieme! Abbattetelo!" Poi, facendo roteare il bastone, si scagliò su Robin come un toro infuriato si scaglia su un drappo rosso. Ma Robin era pronto a ogni evenienza. "Crick! Crack!" sferrò due colpi rapidi come un battito di ciglia, e il cieco andò giù, rotolando più e più volte sull'erba.

A questo gli altri indietreggiarono e rimasero a breve distanza a guardare in cagnesco Robin. "Avanti, feccia!" gridò lui allegramente. "Qui ci sono dolci e birra per tutti. Ora, chi sarà il prossimo a essere servito?"

A questo discorso i mendicanti non risposero nulla, ma guardarono Robin come il grande Blunderbore guardava il valoroso Jack, uccisore di giganti, come se volessero mangiarselo, corpo e ossa; tuttavia, non osavano avvicinarsi di più a lui e al suo terribile bastone. Poi, vedendoli esitare, Robin balzò improvvisamente su di loro, colpendo mentre saltava. Il muto andò giù, e il suo bastone volò via dalla mano mentre cadeva. A questo gli altri si chinarono per evitare un altro colpo, poi, dandosela a gambe, scapparono via, l'uno da una parte e l'altro dall'altra, come se avessero avuto gli stivali del vento dell'ovest ai piedi. Robin li guardò allontanarsi ridendo, e pensò che mai aveva visto un corridore così veloce come lo zoppo; ma nessuno dei mendicanti si fermò o si voltò, poiché ognuno sentiva ancora nella mente il vento del bastone di Robin attorno alle orecchie.

Poi Robin si rivolse ai due robusti furfanti stesi a terra. Disse: "Questi tizi parlavano di certo denaro che stavano portando a Lincoln; mi pare di poterlo trovare addosso a questo robusto cieco, che ha una vista acuta quanto quella di un boscaiolo addestrato a Nottingham o nello Yorkshire. Sarebbe un peccato lasciare denaro sonante nelle tasche di simili ladri". Così dicendo, si chinò sul corpulento mascalzone e frugò tra i suoi stracci e cenci, finché le sue dita non sentirono una borsa di cuoio legata attorno al corpo sotto la giubba rattoppata e strappata. La strappò via e, pesandola tra le mani, pensò che fosse davvero pesante. "Sarebbe una bella cosa", disse tra sé, "se fosse piena d'oro invece che di spiccioli di rame". Poi, sedutosi sull'erba, aprì la borsa e ci guardò dentro. Vi trovò quattro rotoli rotondi avvolti in pelle di pecora conciata; aprì uno di questi rotoli; poi la bocca gli rimase aperta e gli occhi sgranati, ve lo assicuro, come se non volessero chiudersi mai più, poiché cosa vide se non cinquanta sterline di denaro d'oro lucente? Aprì le altre tasche e in ognuna trovò lo stesso, cinquanta sterline d'oro nuove di zecca. Disse Robin: "Ho spesso sentito dire che la Gilda dei Mendicanti fosse straricca, ma non avrei mai pensato che inviassero somme simili al loro tesoro. Me la porterò via, poiché sarà meglio usata per la carità e il bene della mia allegra banda che per arricchire simili furfanti". Così dicendo, riavvolse il denaro nella pelle di pecora e, rimettendolo nella borsa, infilò il sacchetto nel proprio petto. Poi, prendendo il fiasco di Malvasia, lo porse ai due tizi stesi sull'erba e disse: "Dolci amici, brindo alla vostra salute e vi ringrazio caramente per ciò che mi avete così gentilmente donato quest'oggi, e così vi auguro la buona sera". Poi, ripreso il suo bastone, lasciò il posto e proseguì allegramente per la sua strada.

Ma quando i due robusti mendicanti che erano stati presi a colpi in testa si riebbero e si misero seduti, e quando gli altri ebbero superato lo spavento e furono tornati, erano tristi e abbattuti come quattro rane durante la siccità, poiché due di loro avevano le teste spaccate, il loro Malvasia era finito e non avevano nemmeno un soldo bucato con cui rimediare.

Ma dopo che Robin ebbe lasciato la piccola valle camminò allegramente, cantando mentre procedeva; ed era così lieto e un mendicante così robusto, e, per giunta, così fresco e pulito, che ogni allegra ragazza che incontrava aveva una dolce parola per lui e non provava alcun timore, mentre gli stessi cani, che il più delle volte odiano vedere un mendicante, gli annusavano le gambe in modo amichevole e scodinzolavano piacevolmente; poiché i cani riconoscono un uomo onesto dal suo odore, e un uomo onesto era Robin, a modo suo.

Così procedette finché alla fine giunse alla croce posta sulla via vicino a Ollerton e, essendo alquanto stanco, si sedette a riposare sulla sponda erbosa di fronte ad essa. "Si fa quasi ora", disse tra sé, "che io torni a Sherwood; tuttavia mi piacerebbe molto avere un'altra allegra avventura prima di tornare alla mia allegra banda".

Così guardò lungo la strada su e giù per vedere chi potesse arrivare, finché alla fine vide qualcuno avvicinarsi, cavalcando un cavallo. Quando il viaggiatore fu abbastanza vicino da poterlo vedere bene, Robin rise, poiché si presentava come una figura alquanto strana. Era un uomo magro, raggrinzito, e a guardarlo non si poteva dire se avesse trenta o sessant'anni, tanto era rinsecchito, pelle e ossa. Quanto al ronzino, era magro quanto il cavaliere, ed entrambi sembravano essere stati cotti nel forno di Madre Huddle, dove la gente viene essiccata al punto da vivere per sempre.

Ma sebbene Robin ridesse della comica visione, riconobbe nel viandante un certo ricco accaparratore di grano di Worksop, che più di una volta aveva comprato tutto il grano della regione e lo aveva tenuto da parte finché i prezzi non raggiunsero livelli da carestia, guadagnando così molto denaro dai bisogni della povera gente, e per questo era odiato ovunque da chiunque sapesse qualcosa di lui.

Così, dopo un po', l'accaparratore di grano arrivò cavalcando dove sedeva Robin; al che l'allegro Robin si fece subito avanti, in tutti i suoi stracci e cenci, con le borse e i sacchetti che gli penzolavano addosso, e posò la mano sulla briglia del cavallo, intimando all'altro di fermarsi.

"Chi sei, compagno, che osi fermarmi così sulla strada del Re?" disse l'uomo magro, con una voce secca e aspra.

"Abbi pietà di un povero mendicante", disse Robin. "Dammi solo un soldo per comprarmi un pezzo di pane".

"Via di qui!" ringhiò l'altro. "Tali robusti furfanti come te stanno meglio chiusi in prigione o a danzare sul nulla, con un collare di canapa attorno al collo, piuttosto che vagabondare liberamente per le strade".

"Tut", disse Robin, "come parli! Tu ed io siamo fratelli, uomo. Non prendiamo entrambi dalla povera gente ciò di cui hanno a stento per sé? Non ci guadagniamo da vivere senza far nulla di buono? Non viviamo entrambi senza mettere mano a un lavoro onesto? Abbiamo mai strofinato i pollici su soldi guadagnati onestamente? Suvvia! Siamo fratelli, dico; solo che tu sei ricco e io sono povero; perciò, ti prego ancora una volta, dammi un soldo".

"Parli così a me, mascalzone?" gridò l'accaparratore di grano in preda alla rabbia. "Ora ti farò frustare a dovere se mai ti prendessi in qualsiasi città dove la legge possa metterti le mani addosso! Quanto al darti un soldo, ti giuro che non ho nemmeno un singolo groat nella mia borsa. Se anche Robin Hood in persona mi prendesse, potrebbe perquisirmi dalla testa ai piedi senza trovare il minimo pezzo di denaro su di me. Confido di essere troppo astuto per viaggiare così vicino a Sherwood con denaro nel sacco, e quel ladro a piede libero nei boschi".

Allora l'allegro Robin guardò su e giù, come per assicurarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi, e poi, avvicinandosi all'accaparratore di grano, si alzò in punta di piedi e gli sussurrò all'orecchio: "Pensi davvero che io sia un mendicante, come sembro essere? Guardami. Non c'è un granello di sporco sulle mie mani, sul mio viso o sul mio corpo. Hai mai visto un mendicante così? Ti dico che sono un uomo onesto quanto te". Qui prese la borsa di denaro dal petto e mostrò agli occhi abbagliati dell'accaparratore di grano le lucenti monete d'oro. "Amico, questi stracci servono solo a nascondere un uomo ricco e onesto dagli occhi di Robin Hood".

"Metti via il tuo denaro, ragazzo", gridò l'altro prontamente. "Sei uno sciocco, a fidarti di stracci da mendicante per proteggerti da Robin Hood? Se ti catturasse, ti spoglierebbe fino alla pelle, poiché odia un mendicante vigoroso quanto odia un prete grasso o quelli della mia risma".

"È proprio così?" disse Robin. "Se lo avessi saputo, forse non sarei venuto da queste parti con questo abbigliamento. Ma ora devo andare avanti, poiché molto dipende dal mio viaggio. Dove vai, amico?"

"Vado a Grantham", disse l'accaparratore di grano, "ma alloggerò stasera a Newark, se riuscirò ad arrivare fin lì".

"Perché, anch'io sono diretto a Newark", disse l'allegro Robin, "così, siccome due uomini onesti sono meglio di uno su strade infestate da un tale Robin Hood, verrò con te, se non ti dispiace la mia compagnia".

"Beh, dato che sei un compagno onesto e un uomo ricco", disse l'accaparratore di grano, "non mi dispiace la tua compagnia; ma, in verità, non ho grande simpatia per i mendicanti".

"Allora avanti", disse Robin, "poiché il giorno declina e farà buio prima che raggiungiamo Newark". Così partirono, il cavallo magro che zoppicava come prima, e Robin che correva accanto, sebbene fosse così scosso dalle risate dentro di sé che riusciva a stento a stare in piedi; eppure non osava ridere ad alta voce, per timore che l'accaparratore di grano sospettasse qualcosa. Così viaggiarono finché raggiunsero una collina proprio alla periferia di Sherwood. Qui l'uomo magro rallentò il suo cavallo magro fino al passo, poiché la strada era ripida, e desiderava risparmiare le forze del suo ronzino, avendo molta strada da fare prima di raggiungere Newark. Poi si voltò in sella e parlò di nuovo a Robin, per la prima volta da quando avevano lasciato la croce. "Qui è il tuo pericolo maggiore, amico", disse, "poiché qui siamo più vicini a quel vile ladro di Robin Hood, e al luogo in cui dimora. Oltre questo torneremo in aperta campagna, e saremo più al sicuro nel nostro viaggio".

"Ahimè!" disse Robin, "vorrei avere con me poco denaro quanto te, poiché oggi temo che Robin Hood prenderà ogni centesimo della mia ricchezza".

Allora l'altro guardò Robin e fece l'occhiolino astutamente. Disse: "Ti dico, amico, che ho con me quasi quanto te, ma è nascosto così che nessun furfante a Sherwood potrebbe mai trovarlo".

"Scherzi sicuramente", disse Robin. "Come si può nascondere una somma come duecento sterline sulla propria persona?"

"Ora, siccome sei un compagno così onesto, e, per giunta, molto più giovane di me, ti dirò ciò che non ho mai rivelato a nessun uomo al mondo prima d'ora, e così potrai imparare a non fare mai più una cosa così sciocca come fidarti di vestiti da mendicante per proteggerti da Robin Hood. Vedi questi zoccoli ai miei piedi?"

"Sì", disse Robin, ridendo, "davvero, sono grandi abbastanza da essere visti da chiunque, anche se la sua vista fosse annebbiata come quella di Peter Patter, che non riusciva mai a vedere quando era ora di andare a lavorare".

"Pace, amico", disse l'accaparratore di grano, "perché questa non è materia da scherzi. Le suole di questi zoccoli non sono ciò che sembrano, poiché ognuna è una bella scatoletta; e ruotando il secondo chiodo dalla punta, la tomaia della scarpa e parte della suola si sollevano come un coperchio, e negli spazi all'interno ci sono ottanta e dieci sterline d'oro lucenti in ogni scarpa, tutte avvolte nei capelli, per evitare che tintinnino e che svelino il loro segreto".

Quando l'accaparratore di grano ebbe raccontato questo, Robin scoppiò in una risata fragorosa e, posando le mani sulla briglia, fermò il triste ronzino. "Fermo, buon amico", disse, tra un impeto di allegria e l'altro, "sei la volpe più astuta che abbia mai visto in tutta la mia vita! - Nelle suole dei suoi zoccoli, dice! - Se mai dovessi fidarmi di nuovo di un uomo dall'aspetto povero, rasatemi la testa e dipingetela di blu! Un commerciante di grano, un fantino, un agente immobiliare e una taccola per astuzia, dico io!" E rise ancora finché non tremò nelle scarpe per l'ilarità.

Per tutto questo tempo l'accaparratore di grano era rimasto a fissare Robin, con la bocca spalancata per lo stupore. "Sei pazzo", disse, "a parlare in questo modo, così forte e in un posto simile? Andiamo avanti, e riserva le tue risate finché non saremo sani e salvi a Newark".

"No", disse Robin, con le lacrime dell'allegria bagnate sulle guance, "a ben pensarci non vado oltre, poiché ho buoni amici da queste parti. Puoi andare avanti se ti aggrada, tu dolce e grazioso compagno, ma dovrai proseguire a piedi nudi, perché temo che le tue scarpe debbano restare qui. Togliti tutto, amico, perché ti dico che mi sono proprio piaciute".

A queste parole il commerciante di grano divenne pallido come un tovagliolo di lino. "Chi sei che parli in questo modo?" disse.

Allora l'allegro Robin rise di nuovo, e disse: "La gente da queste parti mi chiama Robin Hood; perciò, dolce amico, faresti meglio a fare come ti dico e darmi le tue scarpe, perciò sbrigati, ti prego, o altrimenti non arriverai alla fiera città di Newark prima che faccia buio".

Al suono del nome di Robin Hood, il commerciante di grano tremò di paura, tanto che dovette afferrare il suo cavallo per la criniera per evitare di cadere di sella. Poi, immediatamente e senza ulteriori parole, si tolse gli zoccoli e li lasciò cadere sulla strada. Robin, tenendo ancora la briglia, si chinò e li raccolse. Poi disse: "Dolce amico, sono solito chiedere a coloro con cui ho a che fare di venire a banchettare a Sherwood con me. Non lo chiederò a te, a causa del nostro piacevole viaggio insieme; poiché ti dico che ci sono persone a Sherwood che non sarebbero così gentili con te come lo sono stato io. Il nome di Accaparratore di Grano lascia un sapore sgradevole sulla lingua di tutti gli uomini onesti. Prendi il consiglio di uno sciocco da me e non venire più così vicino a Sherwood, o forse un giorno potresti improvvisamente trovarti una freccia lunga un braccio tra le costole. Perciò, con questo, ti auguro buona sera". Dopodiché diede uno schiaffo al fianco del cavallo e via ronzino e cavaliere. Ma il viso dell'uomo era tutto imperlato dal sudore dello spavento, e mai più, ve lo assicuro, fu trovato così vicino alla foresta di Sherwood come lo era stato quel giorno.

Robin rimase a guardarlo mentre si allontanava, e, quando fu del tutto sparito, si voltò ridendo ed entrò nella foresta portando gli zoccoli in mano.

Quella notte nella dolce Sherwood i fuochi rossi brillavano vivacemente in una luce tremolante sugli alberi e sui cespugli, e tutt'attorno sedevano o giacevano i robusti compagni della banda ad ascoltare Robin Hood e Little John raccontare le loro avventure. Tutti ascoltavano attentamente, e più e più volte i boschi risuonavano di grida di risate.

Quando tutto fu raccontato, Fra Tuck prese la parola. "Buon padrone," disse, "hai passato dei bei momenti, ma resto della mia opinione, che la vita del frate scalzo sia la più allegra delle due."

"No," disse Will Stutely, "io sono d'accordo col nostro padrone, che lui abbia avuto le avventure più piacevoli delle due, poiché ha avuto due bei combattimenti col bastone oggi."

Così alcuni della banda stavano con Robin Hood e altri con Little John. Quanto a me, penso... ma lascio a voi dire per vostro conto con chi state.

Robin Hood tira davanti alla Regina Eleonora

LA STRADA maestra si stendeva bianca e polverosa nel caldo sole del pomeriggio estivo, e gli alberi stavano immobili lungo il ciglio. Per tutti i prati l'aria calda danzava e tremolava, e nelle acque limpide del ruscello di pianura, attraversato da un piccolo ponte di pietra, i pesci stavano immobili sopra la ghiaia gialla, e la libellula sedeva del tutto ferma, appollaiata sulla punta aguzza di uno stelo di giunco, con le ali che luccicavano al sole.

Lungo la strada arrivava un giovane cavalcando un bel barbero bianco come il latte, e la gente che superava si fermava, si voltava e lo guardava passare, poiché mai prima d'allora si era visto a Nottingham un ragazzo così grazioso o vestito in modo così gaio. Non poteva avere più di sedici anni, ed era bello come una fanciulla. I suoi lunghi capelli gialli gli ricadevano dietro mentre cavalcava, tutto vestito di seta e velluto, con gioielli che brillavano e il pugnale che tintinnava contro il pomello della sella. Così giunse il paggio della Regina, il giovane Richard Partington, dalla famosa città di Londra fin nel Nottinghamshire, per ordine di Sua Maestà, per cercare Robin Hood nella foresta di Sherwood.

La strada era calda e polverosa e il suo viaggio era stato lungo, poiché quel giorno era venuto fin dalla città di Leicester, ben venti miglia e più; perciò il giovane Partington fu assai lieto quando vide davanti a sé una dolce piccola locanda, tutta ombreggiata e fresca sotto gli alberi, davanti alla cui porta pendeva un'insegna che recava l'immagine di un cinghiale blu. Qui tirò le redini e chiamò a gran voce affinché gli portassero una boccale di vino del Reno, poiché la robusta birra di campagna era una bevanda troppo grossolana per questo giovane gentiluomo. Cinque tizi vigorosi sedevano sulla panca sotto la piacevole ombra della quercia frondosa davanti alla porta della locanda, bevendo birra, e tutti fissavano sbalorditi quel bel ragazzo galante. Due dei più robusti erano vestiti di verde Lincoln, e un grande pesante bastone di quercia era appoggiato al tronco nodoso accanto a ciascuno di loro.

L'oste venne e portò un boccale di vino e un bicchiere lungo e stretto su un vassoio, che sollevò verso il paggio mentre sedeva sul cavallo. Il giovane Partington versò il vino giallo brillante e, tenendo il bicchiere in alto, gridò: "Alla salute e alla lunga felicità della mia signora reale, la nobile Regina Eleonora; e possa il mio viaggio e i suoi desideri aver presto fine, e io trovare un certo robusto yeoman che gli uomini chiamano Robin Hood."

A queste parole tutti fissarono, ma poco dopo i due robusti yeoman in verde Lincoln iniziarono a sussurrare tra loro. Allora uno dei due, che Partington riteneva essere il più alto e robusto che avesse mai visto, prese la parola e disse: "Cosa cerchi da Robin Hood, signor paggio? E cosa vuole da lui la nostra buona Regina Eleonora? Ti chiedo questo, non follemente, ma con ragione, poiché so qualcosa di questo robusto yeoman."

"Se sai qualcosa di lui, buon uomo," disse il giovane Partington, "farai un grande servizio a lui e un grande piacere alla nostra Regina reale aiutandomi a trovarlo."

Allora parlò l'altro yeoman, che era un bell'uomo dal viso bruciato dal sole e capelli castani ricciuti: "Hai un aspetto onesto, signor paggio, e la nostra Regina è gentile e leale con tutti i robusti yeoman. Mi pare che io e il mio amico qui potremmo guidarti in sicurezza da Robin Hood, poiché sappiamo dove può essere trovato. Eppure ti dico chiaramente, non vorremmo per tutta l'allegra Inghilterra che gli capitasse alcun danno."

"Mettiti l'animo in pace; non porto nulla di male con me," disse Richard Partington. "Porto un gentile messaggio per lui dalla nostra Regina, perciò se sapete dove si trova, vi prego di guidarmi fin là."

Allora i due yeoman si guardarono di nuovo, e l'uomo alto disse: "Certamente sarebbe sicuro fare questa cosa, Will"; al che l'altro annuì. Dopodiché entrambi si alzarono, e l'alto yeoman disse: "Pensiamo che tu sia sincero, signor paggio, e che non intenda alcun male, perciò ti guideremo da Robin Hood come desideri."

Allora Partington pagò il conto e, facendosi avanti gli yeoman, tutti partirono subito per la loro strada.

Sotto l'albero della foresta, nell'ombra fresca che si diffondeva tutt'intorno sull'erba, con luci tremolanti qua e là, Robin Hood e molti della sua banda giacevano sulla morbida erba verde, mentre Allan a Dale cantava e suonava la sua arpa dal suono dolce. Tutti ascoltavano in silenzio, poiché il canto del giovane Allan era una delle gioie più grandi di tutto il mondo per loro; ma mentre così ascoltavano giunse all'improvviso il suono dei passi di un cavallo, e poco dopo Little John e Will Stutely uscirono dal sentiero della foresta nella radura aperta, col giovane Richard Partington che cavalcava tra loro sul suo cavallo bianco come il latte. I tre vennero verso dove sedeva Robin Hood, con tutta la banda che fissava con tutte le forze, poiché mai avevano visto una vista così gaia come questo giovane paggio, né uno vestito così riccamente di sete, velluti, oro e gioielli. Allora Robin si alzò e si fece avanti per incontrarlo, e Partington saltò giù dal suo cavallo e, levandosi il berretto di velluto cremisi, incontrò Robin mentre arrivava. "Ora, benvenuto!" gridò Robin. "Ora, benvenuto, bel giovane, e dimmi, ti prego, cosa porta una persona di così bella presenza e vestita con vesti così nobili nella nostra povera foresta di Sherwood?"

Allora il giovane Partington disse: "Se non erro, tu sei il famoso Robin Hood, e questi la tua robusta banda di yeoman fuorilegge. A te porto i saluti della nostra nobile Regina Eleonora. Spesso ha sentito parlare di te e delle tue allegre imprese in questi dintorni, e vorrebbe vederti in volto; perciò mi ordina di dirti che se verrai presto nella città di Londra, farà tutto ciò che è in suo potere per proteggerti da ogni danno, e ti rimanderà sano e salvo nella foresta di Sherwood. Tra quattro giorni, a Finsbury Fields, il nostro buon Re Enrico, di grande fama, tiene una grande gara di tiro, e tutti i più famosi arcieri dell'allegra Inghilterra saranno lì. La nostra Regina vorrebbe vederti competere con questi, sapendo che se verrai, senza dubbio, ti aggiudicherai il premio. Perciò mi ha inviato con questo saluto, e inoltre ti manda, come segno di grande benevolenza, questo anello d'oro tolto dal suo stesso bel pollice, che ti consegno qui nelle tue mani."

Allora Robin Hood chinò il capo e, prendendo l'anello, lo baciò lealmente, e poi lo infilò sul suo dito mignolo. Disse: "Piuttosto perderei la vita che questo anello; e prima che parta da me, la mia mano sarà fredda nella morte o tagliata al polso. Bel signor paggio, eseguirò l'ordine della nostra Regina, e partirò presto con te per Londra; ma, prima di andare, ti offrirò un banchetto qui nei boschi con il meglio che abbiamo."

"Non può essere," disse il paggio; "non abbiamo tempo di indugiare, perciò preparati subito; e se c'è qualcuno della tua banda che vorresti portare con te, la nostra Regina mi ordina di dirti che li farà altrettanto benvenuti."

"In verità, hai ragione," disse Robin, "e abbiamo poco tempo per restare; perciò mi preparerò subito. Sceglierò solo tre dei miei uomini per venire con me, e questi tre saranno Little John, il mio vero braccio destro, Will Scarlet, mio cugino, e Allan a Dale, il mio menestrello. Andate, ragazzi, e preparatevi subito, e partiremo presto con tutta la velocità che possiamo. Tu, Will Stutely, sarai il capo della banda mentre io sarò via."

Allora Little John e Will Scarlet e Allan a Dale corsero saltando, pieni di gioia, per prepararsi, mentre anche Robin si preparò per il viaggio. Dopo un po' tutti e quattro uscirono, e fecero una bella figura, poiché Robin era vestito di blu dalla testa ai piedi, Little John e Will Scarlet di buon verde Lincoln, e quanto ad Allan a Dale, era vestito di scarlatto dalla cima della testa alle punte delle sue scarpe a punta. Ognuno portava sotto il berretto una piccola copertura per la testa di acciaio brunito fissata con rivetti d'oro, e sotto la giubba una cotta di maglia, fine come lana cardata, eppure così resistente che nessuna freccia poteva trapassarla. Poi, vedendo che tutti erano pronti, il giovane Partington risalì sul suo cavallo, e gli yeoman essendosi stretti la mano a vicenda, i cinque partirono per la loro strada.

Quella notte presero alloggio a Melton Mowbray, nel Leicestershire, e la notte successiva dormirono a Kettering, nel Northamptonshire; e la successiva a Bedford Town; e la successiva a St. Albans, nell'Hertfordshire. Questo luogo lasciarono non molto dopo la metà della notte, e viaggiando veloci attraverso il tenero albeggiare del giorno estivo, quando le rugiade giacevano splendenti sui prati e tenui nebbie pendevano nelle valli, quando gli uccelli cantavano più dolcemente e le ragnatele sotto le siepi luccicavano come fata stoffa d'argento, giunsero finalmente alle torri e alle mura della famosa città di Londra, mentre il mattino era ancora giovane e tutto dorato verso est.

La Regina Eleonora sedeva nel suo bower reale, attraverso le cui finestre aperte si riversava il dolce sole giallo in grandi inondazioni di luce dorata. Tutto attorno a lei stavano le sue dame di compagnia che chiacchieravano a bassa voce, mentre lei stessa sedeva sognante dove l'aria mite arrivava dolcemente alla deriva nella stanza carica dei profumi freschi delle dolci rose rosse che fiorivano nel grande giardino sotto il muro. A lei venne qualcuno che disse che il suo paggio, Richard Partington, e quattro robusti yeoman attendevano il suo piacere nel cortile sottostante. Allora la Regina Eleonora si alzò gioiosamente e ordinò che fossero subito condotti alla sua presenza.

Così Robin Hood e Little John e Will Scarlet e Allan a Dale vennero davanti alla Regina nel suo stesso bower reale. Allora Robin si inginocchiò davanti alla Regina con le mani giunte sul petto, dicendo in frasi semplici: "Eccomi, Robin Hood. Tu mi hai ordinato di venire, ed ecco, eseguo il tuo ordine. Mi do a te come tuo vero servitore, e farò ciò che comanderai, anche se fosse lo spargimento dell'ultima goccia del sangue della mia vita."

Ma la buona Regina Eleonora gli sorrise piacevolmente, ordinandogli di alzarsi. Poi fece sedere tutti loro per riposarsi dopo il loro lungo viaggio. Fu portato cibo ricco e vini nobili, e fece servire i bisogni degli yeoman dai suoi stessi paggi. Alla fine, dopo che ebbero mangiato tutto ciò che poterono, iniziò a interrogarli sulle loro allegre avventure. Allora le raccontarono tutte le vigorose imprese di cui qui si è parlato, e tra le altre quella riguardante il Vescovo di Hereford e Sir Richard della Lea, e come il Vescovo fosse rimasto tre giorni nella foresta di Sherwood. A questo, la Regina e le dame attorno a lei risero più e più volte, poiché si immaginavano il robusto Vescovo che dimorava nella foresta e vagava per i boschi in vigoroso sport con Robin e la sua banda. Poi, quando ebbero raccontato tutto ciò che potevano ricordare, la Regina chiese ad Allan di cantare per lei, poiché la sua fama di menestrello era giunta persino alla corte della città di Londra. Così Allan prese subito la sua arpa in mano e, senza altre domande, toccò leggermente le corde finché non risuonarono tutte dolcemente, poi cantò così:

"_Gentile fiume, gentile fiume, Luminose scorrono le tue acque di cristallo, Scivolando dove i pioppi tremano, Planando dove i gigli sbocciano,

"Cantando sopra secche di ciottoli, Baciando i fiori che si piegano in basso, Infrangendosi sotto le rondini che s'immergono, Tingendosi di viola dove soffiano le brezze.

"Galleggiando sul tuo petto per sempre Giù per la tua corrente potrei scivolare; Dolore e affanno non dovrebbero raggiungermi mai Sulla tua luminosa e gentile marea.

"Così il mio cuore dolente cerca il tuo, amore, Lì per trovare riposo e pace, Poiché, amando, la beatitudine è mia, amore, E i miei molti guai cessano_."

Così cantò Allan, e mentre cantava tutti gli occhi si soffermavano su di lui e nessun suono ruppe la quiete, e persino dopo che ebbe finito il silenzio rimase per un breve spazio. Così il tempo passò finché l'ora si avvicinò per lo svolgimento della grande gara di tiro con l'arco a Finsbury Fields.

Una vista gaia erano i famosi Finsbury Fields in quel mattino luminoso e soleggiato della vigorosa estate. Lungo la fine del prato stavano le tende per le diverse bande di arcieri, poiché gli yeoman del Re erano divisi in compagnie di ottanta uomini, e ogni compagnia aveva un capitano sopra di essa; così sul brillante prato verde stavano dieci tende di tela a strisce, una tenda per ogni banda degli arcieri reali, e sulla punta di ciascuna sventolava una bandiera nell'aria mite, e la bandiera era del colore che apparteneva al capitano di ogni banda. Dalla tenda centrale pendeva la bandiera gialla di Tepus, il famoso portatore d'arco del Re; accanto ad essa, da una parte, c'era la bandiera blu di Gilbert della Mano Bianca, e dall'altra il vessillo rosso sangue del robusto giovane Clifton del Buckinghamshire. Anche gli altri sette capitani degli arcieri erano uomini di grande fama; tra loro c'erano Egbert del Kent e William di Southampton; ma quelli nominati per primi erano i più famosi di tutti. Il rumore di molte voci in conversazione e risate proveniva dall'interno delle tende, e dentro e fuori correvano gli inservienti come formiche attorno a un formicaio. Alcuni portavano birra, e altri fasci di corde d'arco o faretre di frecce. Su ogni lato del campo di tiro c'erano file su file di posti a sedere che arrivavano in alto, e al centro del lato nord c'era un podio rialzato per il Re e la Regina, ombreggiato da tela di colori vivaci, e appeso con gagliardetti di seta fluenti di rosso e blu e verde e bianco. Ancora il Re e la Regina non erano arrivati, ma tutte le altre panchine erano piene di gente, che si alzava testa sopra testa in alto finché faceva girare la testa a guardarli. A centosessanta iarde di distanza dal segno da cui gli arcieri dovevano tirare stavano dieci bei bersagli, ogni bersaglio segnato da una bandiera del colore appartenente alla banda che doveva tirare lì. Così tutto era pronto per l'arrivo del Re e della Regina.

Alla fine suonò un grande squillo di trombe, e nel prato entrarono cavalcando sei trombettieri con trombe d'argento, dalle quali pendevano stendardi di velluto pesanti di ricchi lavori di filo d'argento e d'oro. Dietro questi arrivò il robusto Re Enrico su uno stallone grigio pomellato, con la sua Regina accanto a lui su una cavalla bianca come il latte. Ai loro lati camminavano gli yeoman della guardia, la luce del sole brillante che lampeggiava dalle lame lucide delle alabarde d'acciaio che portavano. Dietro questi arrivò la Corte in una grande folla, così che presto tutto il prato era vivo di colori brillanti, di seta e velluto, di piume ondeggianti e oro scintillante, con gioielli luccicanti e impugnature di spade; una vista galante in quel luminoso giorno d'estate.

Allora tutta la gente si alzò e gridò, così che le loro voci suonavano come la tempesta sulla costa della Cornovaglia, quando le onde scure corrono sulla riva e saltano e si infrangono, ondeggiando tra le rocce; così, tra il ruggito e il movimento della gente, e il sventolio di sciarpe e fazzoletti, il Re e la Regina giunsero al loro posto, e, scendendo dai loro cavalli, salirono le ampie scale che portavano alla piattaforma rialzata, e lì presero i loro posti su due troni adornati con sete viola e stoffe d'argento e d'oro.

Quando tutto fu tranquillo una tromba suonò, e subito gli arcieri marciarono in ordine dalle loro tende. Ottocento erano in tutto, una banda di yeoman così vigorosa come se ne potesse trovare in tutto il vasto mondo. Così arrivarono in modo ordinato e stettero davanti al podio dove sedevano Re Enrico e la sua Regina. Re Enrico guardò su e giù per i loro ranghi con orgoglio, poiché il suo cuore si scaldava nel vedere una banda così galante di yeoman. Poi ordinò al suo araldo Sir Hugh de Mowbray di farsi avanti e proclamare le regole che governavano il gioco. Così Sir Hugh fece un passo verso il bordo della piattaforma e parlò con voce chiara e forte, e così disse:

Che ogni uomo dovesse tirare sette frecce al bersaglio che apparteneva alla sua banda, e, degli ottanta yeoman di ogni banda, i tre che tiravano meglio dovevano essere scelti. Questi tre dovevano tirare tre frecce ciascuno, e quello che tirava meglio doveva essere scelto di nuovo. Poi ciascuno di questi doveva tirare di nuovo tre frecce ciascuno, e quello che tirava meglio doveva avere il primo premio, quello che tirava il successivo migliore doveva avere il secondo, e quello che tirava il successivo migliore doveva avere il terzo premio. Ognuno degli altri doveva avere ottanta penny d'argento per il suo tiro. Il primo premio doveva essere cinquanta sterline d'oro, un corno da caccia d'argento intarsiato d'oro, e una faretra con dieci frecce bianche con la punta d'oro e piumate con l'ala di cigno bianco. Il secondo premio doveva essere cento dei cervi più grassi che corrono a Dallen Lea, da tirare quando lo yeoman che li vinceva sceglieva. Il terzo premio doveva essere due barili di buon vino del Reno.

Così Sir Hugh parlò, e quando ebbe finito tutti gli arcieri agitarono i loro archi in alto e gridarono. Poi ogni banda si voltò e marciò in ordine verso il suo posto.

E ora il tiro ebbe inizio, i capitani per primi prendendo posizione e scagliando i loro dardi e poi facendo spazio agli uomini che tiravano, ognuno a turno, dopo di loro. Duecentottanta serie di dardi furono scagliate in tutto, e così abilmente furono scagliate che quando il tiro fu finito ogni bersaglio sembrava il dorso di un riccio quando il cane della fattoria lo annusa. Molto tempo fu impiegato in questo tiro, e quando fu finito i giudici si fecero avanti, guardarono attentamente i bersagli, e proclamarono a voce alta quali tre avevano tirato meglio dalle singole bande. Allora un grande tumulto di voci si levò, ogni uomo tra la folla che guardava chiamando il suo arciere preferito. Poi furono portati avanti dieci nuovi bersagli, e ogni suono fu messo a tacere mentre gli arcieri prendevano i loro posti ancora una volta.

Questa volta il tiro fu fatto più velocemente, poiché solo nove dardi furono scagliati da ogni banda. Nessuna freccia mancò i bersagli, ma in quello di Gilbert della Mano Bianca cinque frecce erano nel piccolo punto bianco che segnava il centro; di queste cinque tre furono scagliate da Gilbert. Poi i giudici si fecero avanti di nuovo, e guardando i bersagli, chiamarono a voce alta i nomi dell'arciere scelto come il miglior arciere di ogni banda. Di questi Gilbert della Mano Bianca era in testa, poiché sei delle dieci frecce che aveva scagliato si erano conficcate al centro; ma il robusto Tepus e il giovane Clifton lo tallonavano; eppure gli altri avevano una buona possibilità per il secondo o terzo posto.

E ora, tra il ruggito della folla, quei dieci robusti compagni che erano rimasti tornarono alle loro tende per riposarsi un po' e cambiare le loro corde d'arco, poiché nulla doveva fallire in questo prossimo round, e nessuna mano doveva tremare o occhio diventare fioco a causa della stanchezza.

Mentre il profondo ronzio e il brusio delle conversazioni risuonavano tutt'intorno come il rumore del vento in una foresta frondosa, la Regina Eleonora si volse al Re e disse: "Credete che questi arcieri così scelti siano i migliori di tutta la gaia Inghilterra?"

"Sì, in verità," disse il Re, sorridendo, poiché era assai compiaciuto del gioco a cui aveva assistito; "e vi dico che non solo sono i migliori arcieri di tutta la gaia Inghilterra, ma di tutto il vasto mondo."

"Ma cosa direste," disse la Regina Eleonora, "se io riuscissi a trovare tre arcieri capaci di sfidare i tre migliori del vostro corpo di guardia?"

"Direi che avreste fatto ciò che io non ho potuto fare," disse il Re ridendo, "poiché vi dico che non vivono in tutto il mondo tre arcieri capaci di competere con Tepus, Gilbert e Clifton del Buckinghamshire."

"Ora," disse la Regina, "conosco tre arcieri, e in verità non li ho visti molto tempo fa, che non temerei di mettere contro i tre che voi potete scegliere tra i vostri ottocento arcieri; e, inoltre, li sfiderò qui proprio quest'oggi. Ma li metterò alla prova con i vostri arcieri solo a patto che voi concediate un libero perdono a chiunque si presenti per mio conto."

A ciò, il Re rise forte e a lungo. "Davvero," disse, "vi state occupando di strane faccende per una regina. Se porterete quei tre compagni di cui parlate, prometto solennemente di concedere loro il libero perdono per quaranta giorni, per andare e venire dove più aggrada loro, né farò loro alcun male in tutto quel tempo. Inoltre, se costoro che porterete tireranno meglio dei miei arcieri, uomo contro uomo, avranno i premi per sé secondo la loro abilità. Ma poiché vi siete interessata così all'improvviso a sport di questo tipo, avete voglia di una scommessa?"

"Perché, in verità," disse la Regina Eleonora ridendo, "non so nulla di tali questioni, ma se avete voglia di fare qualcosa in tal senso, mi sforzerò di compiacervi. Cosa scommetterete sui vostri uomini?"

Allora il gaio Re rise di nuovo, poiché amava immensamente i buoni scherzi; così disse, tra le risate: "Scommetterò dieci botti di vino del Reno, dieci botti della birra più forte e duecento archi di tasso spagnolo temperato, con faretre e frecce abbinate."

Tutti coloro che stavano intorno sorrisero a ciò, poiché sembrava una scommessa allegra per un re da fare a una regina; ma la Regina Eleonora chinò il capo in silenzio. "Accetto la vostra scommessa," disse, "poiché so bene dove mettere quelle cose di cui avete parlato. Ora, chi starà dalla mia parte in questa faccenda?" E si guardò intorno tra coloro che le stavano vicini; ma nessuno parlò o osò scommettere dalla parte della Regina contro arcieri come Tepus, Gilbert e Clifton. Allora la Regina parlò di nuovo: "Ora, chi mi sosterrà in questa scommessa? Voi, mio Lord Vescovo di Hereford?"

"No," disse il Vescovo frettolosamente, "non si addice a uno del mio rango occuparsi di tali questioni. Inoltre, non esistono arcieri come quelli di Sua Maestà in tutto il mondo; pertanto non farei altro che perdere il mio denaro."

"Mi sembra che il pensiero del vostro oro pesi più del dovuto per il vostro rango," disse la Regina sorridendo, e a ciò un'ondata di risate si diffuse, poiché tutti sapevano quanto il Vescovo fosse affezionato al suo denaro. Poi la Regina si rivolse a un cavaliere che stava lì vicino, il cui nome era Sir Robert Lee. "Volete sostenermi in questa faccenda?" disse. "Siete certamente abbastanza ricco da rischiare tanto per il bene di una dama."

"Per compiacere la mia Regina lo farò," disse Sir Robert Lee, "ma per nessun altro al mondo scommetterei un soldo, poiché nessuno può resistere a Tepus, Gilbert e Clifton."

Poi, voltandosi verso il Re, la Regina Eleonora disse: "Non voglio un aiuto come quello che mi dà Sir Robert; ma contro il vostro vino, la vostra birra e i vostri robusti archi di tasso scommetto questa cintura tutta incastonata di gioielli che porto in vita; e certamente vale più della vostra."

"Ebbene, accetto la vostra scommessa," disse il Re. "Mandate subito a chiamare i vostri arcieri. Ma ecco che escono gli altri; lasciateli tirare, e poi metterò alla prova coloro che vinceranno contro tutto il mondo."

"Così sia," disse la Regina. Dopodiché, facendo cenno al giovane Richard Partington, gli sussurrò qualcosa all'orecchio, e subito il Paggio si inchinò e lasciò il posto, attraversando il prato verso l'altro lato del campo di tiro, dove fu presto perso nella folla. A ciò, tutti coloro che stavano intorno sussurrarono l'uno all'altro, chiedendosi cosa significasse tutto ciò e quali tre uomini la Regina stesse per mettere contro quei famosi arcieri della guardia del Re.

E ora i dieci arcieri della guardia del Re ripresero le loro posizioni, e tutta la grande folla fu ammutolita in un silenzio di morte. Lentamente e con attenzione ogni uomo scoccò le sue frecce, e il silenzio era così profondo che si poteva sentire ogni freccia colpire il bersaglio con un colpo secco. Poi, quando l'ultima freccia fu scoccata, si levò un grande boato; e il tiro, lo so, era ben degno di tale clamore. Ancora una volta Gilbert aveva piazzato tre frecce nel bianco; Tepus arrivò secondo con due nel bianco e una nell'anello nero subito accanto; ma il robusto Clifton era sceso in classifica e Hubert del Suffolk aveva preso il terzo posto, poiché, mentre quei due buoni arcieri avevano piazzato due frecce nel bianco, Clifton ne aveva persa una sul quarto anello, e Hubert ne aveva piazzata una sul terzo.

Tutti gli arcieri intorno alla tenda di Gilbert gridarono di gioia finché le loro gole furono rauche, agitando i berretti in aria e stringendosi la mano l'un l'altro.

In mezzo a tutto quel rumore e tumulto, cinque uomini camminarono attraverso il prato verso il padiglione del Re. Il primo era Richard Partington, ed era conosciuto dalla maggior parte della gente lì presente, ma gli altri erano estranei a tutti. Accanto al giovane Partington camminava un arciere vestito di blu, e dietro ne venivano altri tre, due in verde Lincoln e uno in scarlatto. Quest'ultimo portava tre robusti archi di tasso, due intarsiati fantasiosamente con argento e uno con oro. Mentre questi cinque uomini camminavano attraverso il prato, un messaggero arrivò correndo dalla tenda del Re e chiamò Gilbert, Tepus e Hubert perché lo seguissero. E ora le grida cessarono rapidamente, poiché tutti videro che stava accadendo qualcosa di insolito, così la gente si alzò al proprio posto e si sporse in avanti per vedere di cosa si trattasse.

Quando Partington e gli altri giunsero davanti al posto dove sedevano il Re e la Regina, i quattro arcieri piegarono le ginocchia e si tolsero i berretti davanti a lei. Il Re Enrico si sporse molto in avanti e li fissò attentamente, ma il Vescovo di Hereford, quando vide i loro volti, sussultò come se fosse stato punto da una vespa. Aprì la bocca come per parlare, ma, guardando in alto, vide la Regina che lo fissava con un sorriso sulle labbra, così non disse nulla, ma si morse il labbro inferiore, mentre la sua faccia era rossa come una ciliegia.

Allora la Regina si sporse in avanti e parlò con voce chiara. "Locksley," disse, "ho fatto una scommessa con il Re che tu e due dei tuoi uomini potete superare nel tiro qualsiasi trio egli possa mandarvi contro. Farai del tuo meglio per me?"

"Sì," disse Robin Hood, a cui si rivolgeva, "farò del mio meglio per te e, se fallirò, faccio voto di non toccare mai più una corda d'arco."

Ora, sebbene Little John fosse rimasto alquanto confuso nel padiglione della Regina, si sentì di nuovo il robusto compagno che era quando le piante dei suoi piedi premettero di nuovo l'erba verde; così disse audacemente: "Ora, benedizioni sul tuo dolce viso, dico io. Se vivesse un uomo che non volesse fare del suo meglio per te... non dirò nulla, solo che mi piacerebbe avere il piacere di spaccargli la testa da briccone!"

"Pace, Little John!" disse Robin Hood frettolosamente, a bassa voce; ma la buona Regina Eleonora rise ad alta voce, e un'ondata di ilarità risuonò in tutto il padiglione.

Il Vescovo di Hereford non rise, né lo fece il Re, ma egli si rivolse alla Regina e disse: "Chi sono questi uomini che avete portato al nostro cospetto?"

Allora il Vescovo parlò in fretta, poiché non poteva più tacere: "Vostra Maestà," disse, "quel tizio in blu è un certo ladro fuorilegge del centro, di nome Robin Hood; quel villano alto e robusto va sotto il nome di Little John; l'altro tizio in verde è un certo gentiluomo decaduto, noto come Will Scarlet; l'uomo in rosso è un mascalzone di menestrello del nord, chiamato Allan a Dale."

A questo discorso le sopracciglia del Re si contrassero scure, e si rivolse alla Regina. "È vero?" disse severamente.

"Sì," disse la Regina sorridendo, "il Vescovo ha detto la verità; e in verità dovrebbe conoscerli bene, poiché lui e due dei suoi frati trascorsero tre giorni in allegro svago con Robin Hood nella foresta di Sherwood. Non avrei mai pensato che il buon Vescovo tradisse così i suoi amici. Ma ricordate che avete dato la vostra promessa per la sicurezza di questi bravi arcieri per quaranta giorni."

"Manterrò la mia promessa," disse il Re, con una voce profonda che mostrava la rabbia nel suo cuore, "ma quando questi quaranta giorni saranno passati, che questo fuorilegge si guardi le spalle, poiché forse le cose non andranno così lisce come vorrebbe." Poi si voltò verso i suoi arcieri, che stavano lì vicino agli arcieri di Sherwood, ascoltando e meravigliandosi di tutto ciò che accadeva. Disse: "Gilbert, e tu, Tepus, e tu, Hubert, mi sono impegnato che dovrete tirare contro questi tre compagni. Se supererete i bricconi, riempirò i vostri berretti di penny d'argento; se fallirete, perderete i premi che avete vinto così onestamente, e andranno a coloro che tirano contro di voi, uomo contro uomo. Fate del vostro meglio, ragazzi, e se vincerete questo scontro sarete contenti per il resto della vostra vita. Andate, ora, e recatevi ai bersagli."

Allora i tre arcieri del Re si voltarono e tornarono alle loro postazioni, e Robin e i suoi uomini andarono ai loro posti al segno da cui dovevano tirare. Poi tesero i loro archi e si prepararono, controllando le loro faretre di frecce e scegliendo le più rotonde e le meglio impennate.

Ma quando gli arcieri del Re andarono alle loro tende, raccontarono ai loro amici tutto ciò che era accaduto, e come questi quattro uomini fossero il famoso Robin Hood e tre della sua banda, vale a dire Little John, Will Scarlet e Allan a Dale. La notizia di questo ronzava tra gli arcieri nelle tende, poiché non c'era uomo lì che non avesse sentito parlare di questi grandi arcieri del centro. Dagli arcieri la notizia fu raccolta dalla folla che guardava il tiro, così che alla fine tutti si alzarono, allungando il collo per intravedere i famosi fuorilegge.

Sei nuovi bersagli furono ora installati, uno per ogni uomo che doveva tirare; dopodiché Gilbert, Tepus e Hubert uscirono subito dalle tende. Poi Robin Hood e Gilbert della Bianca Mano lanciarono una moneta in aria per vedere chi dovesse iniziare il tiro, e la sorte toccò alla parte di Gilbert; dopodiché egli chiamò Hubert del Suffolk per iniziare.

Hubert prese il suo posto, piantò saldamente il piede e incoccò una freccia bella e liscia; poi, soffiando sulla punta delle dita, tirò la corda lentamente e con cura. La freccia volò dritta e si conficcò nel bianco; tirò di nuovo, e di nuovo colpì il centro; una terza freccia scoccò, ma questa volta mancò il centro e colpì solo il nero, tuttavia non più di un dito dal bianco. A ciò si levò un grido, poiché era il miglior tiro che Hubert avesse mai fatto quel giorno.

Il gaio Robin rise e disse: "Avrai un bel da fare a migliorare quel giro, Will, poiché tocca a te. Tenditi, ragazzo, e non portare vergogna a Sherwood."

Allora Will Scarlet prese il suo posto; ma, per eccesso di cautela, rovinò il suo bersaglio con la primissima freccia che scoccò, poiché colpì l'anello successivo al nero, il secondo dal centro. A ciò Robin si morse le labbra. "Ragazzo, ragazzo," disse, "non tenere la corda così a lungo! Non ti ho detto spesso cosa dice il vecchio Swanthold, che 'l'eccessiva cautela fa versare il latte'?" A questo Will Scarlet fece attenzione, così la freccia successiva che tirò si conficcò bene nell'anello centrale; tirò di nuovo, e di nuovo colpì il centro; ma, nonostante ciò, il robusto Hubert lo aveva superato, mostrando un bersaglio migliore. Allora tutti coloro che guardavano batterono le mani per la gioia perché Hubert aveva superato lo straniero.

Disse il Re cupo, alla Regina: "Se i tuoi arcieri non tirano meglio di così, rischi di perdere la tua scommessa, signora." Ma la Regina Eleonora sorrise, poiché si aspettava cose migliori da Robin Hood e Little John.

E ora Tepus prese il suo posto per tirare. Anche lui prestò troppa attenzione a ciò che stava facendo, e così cadde nell'errore di Will Scarlet. La prima freccia la colpì nell'anello centrale, ma la seconda mancò il segno e colpì il nero; l'ultima freccia fu baciata dalla fortuna, poiché colpì proprio il centro del bersaglio, sul punto nero che lo segnava. Disse Robin Hood: "Quello è il tiro più dolce che sia stato fatto oggi; ma, tuttavia, amico Tepus, la tua torta è bruciata, mi sembra. Little John, tocca a te."

Così Little John prese il suo posto come ordinato e scoccò le sue tre frecce rapidamente. Non abbassò mai il braccio dell'arco in tutto il tiro, ma incoccò ogni freccia con il suo arco lungo sollevato; eppure tutte e tre le sue frecce colpirono il centro a breve distanza dal nero. A ciò non si udì alcun suono di grida, poiché, sebbene fosse il miglior tiro che fosse stato fatto quel giorno, alla gente della città di Londra non piaceva vedere il robusto Tepus superato da un compagno di campagna, anche se fosse famoso come Little John.

E ora il robusto Gilbert della Bianca Mano prese il suo posto e tirò con la massima cura; e di nuovo, per la terza volta in un giorno, colpì tutte e tre le frecce nel bersaglio.

"Ben fatto, Gilbert!" disse Robin Hood, colpendolo sulla spalla. "Faccio voto che tu sia uno dei migliori arcieri che i miei occhi abbiano mai visto. Dovresti essere un arciere libero e allegro come noi, ragazzo, poiché sei più adatto alla foresta che ai ciottoli e alle pareti grigie della città di Londra." Così dicendo, prese il suo posto ed estrasse una bella freccia rotonda dalla sua faretra, che girò e rigirò prima di incoccarla alla corda del suo arco.

Allora il Re mormorò nella barba: "Ora, benedetto San Hubert, se solo potessi dare una gomitata a quel mascalzone in modo da fargli colpire almeno il secondo anello, darò otto volte venti candele di cera spesse tre dita alla tua cappella vicino a Matching." Ma può darsi che le orecchie di San Hubert fossero piene di stoppa, poiché non sembrò ascoltare la preghiera del Re quel giorno.

Avendo ottenuto tre frecce di suo gradimento, il gaio Robin controllò attentamente la corda del suo arco prima di tirare. "Sì," disse a Gilbert, che gli stava vicino per osservare il suo tiro, "dovresti farci visita nella gaia Sherwood." Qui tirò la corda dell'arco fino all'orecchio. "A Londra," – qui scoccò la sua freccia – "non puoi trovare nulla su cui tirare se non cornacchie e taccole; là si può solleticare le costole dei cervi più nobili d'Inghilterra." Così tirò proprio mentre parlava, eppure la freccia si conficcò non più di mezzo pollice dal centro esatto.

"Per la mia anima!" gridò Gilbert. "Sei il diavolo in blu, a tirare in quel modo?"

"No," disse Robin, ridendo, "non così male, spero." E prese un'altra freccia e la incoccò alla corda. Tirò di nuovo, e di nuovo colpì la sua freccia vicino al centro; una terza volta allentò la corda dell'arco e lasciò cadere la sua freccia proprio tra le altre due e nel centro esatto, così che le piume di tutte e tre erano arruffate insieme, sembrando da lontano essere un'unica freccia spessa.

E ora un basso mormorio corse tra quella grande folla, poiché mai prima d'ora Londra aveva visto un tiro come questo; e mai più lo avrebbe visto dopo che il giorno di Robin Hood fosse passato. Tutti videro che gli arcieri del Re erano stati chiaramente battuti, e il robusto Gilbert batté il palmo della mano su quello di Robin, ammettendo che non avrebbe mai potuto sperare di tendere una corda d'arco come Robin Hood o Little John. Ma il Re, pieno di ira, non voleva che fosse così, sebbene sapesse in cuor suo che i suoi uomini non potevano resistere a quei compagni. "No!" gridò, stringendo le mani sui braccioli del suo seggio, "Gilbert non è ancora battuto! Non ha colpito il bersaglio tre volte? Sebbene io abbia perso la mia scommessa, lui non ha ancora perso il primo premio. Tireranno ancora, e ancora, finché lui o quel mascalzone di Robin Hood non avranno la meglio. Vai tu, Sir Hugh, e ordina loro di tirare un altro giro, e un altro ancora, finché uno o l'altro non sarà superato." Poi Sir Hugh, vedendo quanto fosse adirato il Re, non disse una parola, ma andò subito a eseguire i suoi ordini; così giunse dove si trovavano Robin Hood e gli altri, e disse loro ciò che il Re aveva detto.

"Con tutto il mio cuore," disse il gaio Robin, "tirerò da questo momento fino a domani, se può compiacere il mio graziosissimo signore e Re. Prendi il tuo posto, ragazzo Gilbert, e tira."

Così Gilbert prese il suo posto ancora una volta, ma questa volta fallì, poiché, sollevandosi un'improvvisa piccola folata di vento, la sua freccia mancò l'anello centrale, ma non più della larghezza di un chicco d'orzo.

"Le tue uova sono rotte, Gilbert," disse Robin, ridendo; e subito scoccò una freccia, e ancora una volta colpì il cerchio bianco del centro.

Allora il Re si alzò dal suo posto, e non disse una parola, ma guardò intorno con uno sguardo funesto, e sarebbe stato un brutto giorno per chiunque avesse visto con un aspetto gioioso o allegro sul viso. Poi lui, la sua Regina e tutta la corte lasciarono il posto, ma il cuore del Re era traboccante di ira.

Dopo che il Re se ne fu andato, tutti gli arcieri della guardia si affollarono attorno a Robin, Little John, Will e Allan, per dare un'occhiata a questi famosi compagni del centro; e con loro ne vennero molti che erano stati spettatori del gioco, per lo stesso scopo. Così accadde che in breve gli arcieri, con cui Gilbert stava parlando, furono tutti circondati da una folla di persone che formavano un cerchio attorno a loro.

Dopo un po' i tre giudici che dovevano distribuire i premi si fecero avanti, e il capo di tutti loro parlò a Robin e disse: "Secondo l'accordo, il primo premio appartiene giustamente a te; quindi qui ti do la tromba d'argento, qui la faretra di dieci frecce d'oro, e qui una borsa di quarantanove sterline d'oro." E mentre parlava consegnò quelle cose a Robin, e poi si voltò verso Little John. "A te," disse, "appartiene il secondo premio, vale a dire, cento dei cervi più belli che corrono su Dallen Lea. Puoi cacciarli quando più ti aggrada." Per ultimo si voltò verso il robusto Hubert. "Tu," disse, "hai tenuto testa agli arcieri con cui hai tirato, e così hai mantenuto il premio debitamente tuo, vale a dire, due botti di buon vino del Reno. Queste ti saranno consegnate quando più ti aggrada." Poi chiamò gli altri sette arcieri del Re che avevano tirato per ultimi, e diede a ciascuno ottanta penny d'argento.

Allora prese la parola Robin, e disse: "Questo corno d'argento lo tengo in onore di questa gara di tiro; ma tu, Gilbert, sei il miglior arciere di tutta la guardia del Re, e a te dono volentieri questa borsa d'oro. Prendila, uomo, e vorrei che fosse dieci volte tanto, perché sei un vero yeoman, buono e leale. Inoltre, a ciascuno dei dieci che hanno tirato per ultimi dono uno di questi dardi dorati. Teneteli sempre con voi, così che possiate raccontare ai vostri nipoti, se mai ne sarete benedetti, che siete gli yeoman più valorosi di tutto il vasto mondo."

A questo tutti gridarono ad alta voce, perché a loro fece piacere sentire Robin parlare così di loro.

Poi prese la parola Little John. "Buon amico Tepus," disse, "non voglio quei cervi di Dallen Lea di cui parlava poc'anzi quel robusto giudice, perché in verità ne abbiamo a sufficienza e più che a sufficienza nel nostro paese. Quaranta e dieci ne do a te per il tuo tiro, e cinque ne do a ciascuna banda per il loro piacere."

A questo si levò un altro grande grido, e molti lanciarono i berretti in aria, e giurarono tra loro che non ci furono mai compagni migliori che abbiano calpestato la zolla di Robin Hood e dei suoi valorosi yeoman.

Mentre gridavano a gran voce, un alto e robusto yeoman della guardia del Re si fece avanti e tirò Robin per la manica. "Buon maestro," disse, "ho qualcosa da dirti all'orecchio; una sciocchezza, Dio lo sa, per un valoroso yeoman da dire a un altro; ma un giovane paggio vanitoso, un certo Richard Partington, ti cercava invano tra la folla, e, non riuscendo a trovarti, mi ha detto che portava un messaggio per te da una certa dama che conosci. Questo messaggio mi ha pregato di dirtelo in privato, parola per parola, ed era questo. Fammi vedere... confido di non averlo dimenticato... sì, era così: 'Il leone ringhia. Attento alla tua testa'."

"È così?" disse Robin, sussultando; poiché sapeva bene che era la Regina a inviare il messaggio, e che parlava dell'ira del Re. "Ora, ti ringrazio, buon uomo, perché oggi mi hai reso un servizio più grande di quanto tu creda." Poi chiamò i suoi tre yeoman e disse loro in privato che era meglio levare le tende, poiché rischiavano grosso essendo così vicini alla gaia città di Londra. Così, senza indugiare oltre, si fecero strada tra la folla finché non furono usciti dal tumulto. Poi, senza fermarsi, lasciarono la città di Londra e si avviarono verso nord.

La caccia a Robin Hood

COSI ROBIN HOOD e gli altri lasciarono il campo di tiro di Finsbury Fields e, senza indugiare, si misero subito in cammino verso casa. Fu una fortuna per loro che lo fecero, poiché non avevano percorso più di tre o quattro miglia quando sei degli yeoman della guardia del Re arrivarono tra la folla che ancora indugiava, cercando Robin e i suoi uomini, per catturarli e farli prigionieri. In verità, fu un'azione malvagia da parte del Re infrangere la sua promessa, ma tutto avvenne per opera del Vescovo di Hereford, perché accadde così:

Dopo che il Re ebbe lasciato il campo di tiro, si recò subito nel suo gabinetto, e con lui andarono il Vescovo di Hereford e Sir Robert Lee; ma il Re non disse una parola a quei due, sedendo invece a mordersi il labbro inferiore, poiché il suo cuore era amareggiato per quanto accaduto. Alla fine il Vescovo di Hereford parlò, con voce bassa e dolente: "È una cosa triste, Vostra Maestà, che questo fuorilegge furfante debba essere lasciato fuggire in questo modo; perché, se riuscisse a tornare nella Foresta di Sherwood sano e salvo, potrebbe fare il gesto dell'ombrello al re e ai suoi uomini."

A queste parole il Re alzò gli occhi e guardò severamente il Vescovo. "Dici così?" disse. "Ora ti mostrerò, a tempo debito, quanto sbagli, perché, quando i quaranta giorni saranno passati, catturerò questo fuorilegge ladro, anche se dovessi abbattere tutta Sherwood per trovarlo. Pensi che le leggi del Re d'Inghilterra possano essere eluse così da un povero furfante senza amici o denaro?"

Poi il Vescovo parlò di nuovo, con la sua voce dolce e suadente:

"Perdonate la mia audacia, Vostra Maestà, e credete che io non abbia a cuore altro che il bene dell'Inghilterra e i desideri di Vostra Maestà; ma a cosa servirebbe se il mio grazioso signore sradicasse ogni albero di Sherwood? Non ci sono altri posti per il nascondiglio di Robin Hood? Cannock Chase non è lontano da Sherwood, e la grande Foresta di Arden non è lontana da Cannock Chase. Oltre a queste ci sono molti altri boschi nel Nottingham e nel Derby, nel Lincoln e nello York, in ognuno dei quali Vostra Maestà potrebbe sperare di catturare Robin Hood tanto quanto sperare di mettere le mani su un topo tra la polvere e le cianfrusaglie di una soffitta. No, mio grazioso signore, se una volta mette piede nel bosco, è perduto per la legge per sempre."

A queste parole il Re tamburellò con le dita sul tavolo accanto a sé per il fastidio. "Cosa vorresti che facessi, Vescovo?" disse. "Non mi hai sentito dare la mia parola alla Regina? Il tuo parlare è sterile come il vento dei mantici sui carboni spenti."

"Lungi da me," disse l'astuto Vescovo, "indicare la via a uno dalla vista così chiara come Vostra Maestà; ma, se fossi il Re d'Inghilterra, guarderei alla faccenda in questo modo: ho promesso alla mia Regina, diciamo, che per quaranta giorni il più astuto mascalzone di tutta l'Inghilterra avrà libertà di andare e venire; ma, ecco! Trovo questo fuorilegge nelle mie mani; dovrò, allora, aggrapparmi scioccamente a una promessa data così in fretta? Supponiamo che io avessi promesso di fare il volere di Sua Maestà, al che lei mi avesse ordinato di uccidermi; dovrei, allora, chiudere gli occhi e correre ciecamente sulla mia spada? Così argomenterei tra me e me. Inoltre, direi a me stesso, una donna non sa nulla delle grandi questioni che riguardano il governo dello stato; e, allo stesso modo, so che una donna è sempre incline a prendere un capriccio, proprio come coglierebbe una margherita dal ciglio della strada, per poi gettarla via quando il profumo è svanito; pertanto, sebbene abbia preso in simpatia questo fuorilegge, presto svanirà e sarà dimenticato. Quanto a me, ho il più grande malvagio di tutta l'Inghilterra nelle mie mani; dovrei, allora, aprire la mano e lasciarlo scivolare tra le mie dita? Così, Vostra Maestà, direi a me stesso, se fossi il Re d'Inghilterra." Così parlò il Vescovo, e il Re prestò orecchio ai suoi malvagi consigli, finché, dopo un po', si rivolse a Sir Robert Lee e gli ordinò di inviare sei degli yeoman della guardia a prendere prigionieri Robin Hood e i suoi tre uomini.

Ora, Sir Robert Lee era un cavaliere gentile e nobile, e si sentì addolorato nel cuore nel vedere il Re infrangere così la sua promessa; tuttavia, non disse nulla, perché vedeva quanto amaramente il Re fosse ostile a Robin Hood; ma non inviò subito gli yeoman della guardia, bensì andò prima dalla Regina, e le raccontò tutto ciò che era accaduto, pregandola di mandare notizia a Robin del suo pericolo. Questo non lo fece per il benessere di Robin Hood, ma perché voleva salvare l'onore del suo signore se avesse potuto. Così accadde che quando, dopo un po', gli yeoman della guardia andarono al campo di tiro, non trovarono Robin e gli altri, e così non ottennero alcun dolce in quella fiera.

Il pomeriggio era già quasi finito quando Robin Hood, Little John, Will e Allan si misero in cammino verso casa, arrancando allegramente attraverso la luce gialla e obliqua, che mutò rapidamente in rosso rosato mentre il sole scendeva basso nel cielo. Le ombre si allungarono e infine si fusero nel grigiore del crepuscolo mite. L'autostrada polverosa giaceva tutta bianca tra le siepi oscure, e lungo essa camminavano quattro compagni come quattro ombre, il ticchettio dei loro piedi risuonava forte, e le loro voci, mentre parlavano, risuonavano chiare nel silenzio dell'aria. La grande luna tonda fluttuava senza respiro nel cielo orientale quando videro davanti a loro le luci tremolanti di Barnet Town, a circa dieci o dodici miglia da Londra. Camminarono giù per le strade sassose e oltre le accoglienti case con i timpani sporgenti, davanti alle cui porte sedevano i borghesi e gli artigiani al mite chiaro di luna, con le loro famiglie intorno, e così giunsero infine, dall'altra parte del villaggio, a una piccola locanda, tutta ombreggiata da rose e caprifogli. Davanti a questa locanda Robin Hood si fermò, poiché il luogo gli piaceva molto. Disse: "Qui prenderemo la nostra locanda e riposeremo per la notte, perché siamo ben lontani dalla città di Londra e dall'ira del nostro Re. Inoltre, se non erro, troveremo un buon vitto all'interno. Che ne dite, ragazzi?"

"In verità, buon maestro," disse Little John, "il tuo ordine e il mio fare si accordano sempre come dolci e birra. Entriamo, dico anch'io."

Poi prese la parola Will Scarlet: "Sono sempre pronto a fare ciò che dici, zio, eppure vorrei che fossimo più avanti nel nostro cammino prima di riposare per la notte. Tuttavia, se pensi sia meglio, entriamo per la notte, dico anch'io."

Così entrarono e chiesero il meglio che il posto potesse offrire. Poi fu servito loro un ottimo banchetto, con due robuste bottiglie di vecchio sack per annaffiare il tutto. Queste cose furono servite da una ragazza così paffuta e prosperosa come non se ne avrebbero trovate in tutta la terra, tanto che Little John, che aveva sempre occhio per una bella ragazza, anche quando c'erano cibo e bevande, mise le braccia ai fianchi e fissò gli occhi su di lei, ammiccando dolcemente ogni volta che la vedeva guardare verso di lui. Allora avreste dovuto vedere come la ragazza ridacchiava, e come guardava Little John con la coda dell'occhio, con una fossetta che appariva su ogni guancia; poiché il compagno aveva sempre un modo accattivante con le donne.

Così il banchetto trascorse allegramente, e mai quella locanda aveva visto commensali così vigorosi come questi quattro robusti compagni; ma alla fine ebbero finito di mangiare, anche se sembrava che non avrebbero mai finito, e sedettero a indugiare sul sack. Mentre sedevano così, il locandiere entrò all'improvviso e disse che c'era qualcuno alla porta, un certo giovane scudiero, Richard Partington, della casa della Regina, che desiderava vedere il ragazzo in blu e parlare con lui, senza perdere tempo. Così Robin si alzò rapidamente e, dicendo al locandiere di non seguirlo, lasciò gli altri a fissarsi l'un l'altro, chiedendosi cosa stesse per accadere.

Quando Robin uscì dalla locanda, trovò il giovane Richard Partington seduto sul suo cavallo al chiaro di luna bianca, in attesa del suo arrivo.

"Che notizie porti, Sir Paggio?" disse Robin. "Confido che non siano di natura cattiva."

"Beh," disse il giovane Partington, "per quanto riguarda questo, sono abbastanza cattive. Il Re è stato amaramente aizzato contro di te da quel vile Vescovo di Hereford. Ha mandato ad arrestarti ai bersagli di tiro a Finsbury Fields, ma non trovandoti lì, ha radunato i suoi uomini armati, cinquecento e più, e li sta mandando in fretta lungo questa stessa strada verso Sherwood, per prenderti sulla strada o per impedirti di tornare nei boschi. Ha dato al Vescovo di Hereford il comando su tutti questi uomini, e sai cosa devi aspettarti dal Vescovo di Hereford: confessione breve e corda lunga. Due bande di cavalieri sono già sulla strada, non lontano dietro di me, quindi faresti meglio ad andartene da questo posto subito, perché, se indugi oltre, rischi di dormire questa notte in una fredda prigione. Questa parola la Regina mi ha ordinato di portarti."

"Ora, Richard Partington," disse Robin, "questa è la seconda volta che mi salvi la vita, e se mai verrà il momento propizio ti mostrerò che Robin Hood non dimentica mai queste cose. Quanto a quel Vescovo di Hereford, se mai lo coglierò di nuovo vicino a Sherwood, le cose rischiano di mettersi male per lui. Puoi dire alla buona Regina che lascerò questo posto senza indugio, e farò credere al locandiere che stiamo andando a Saint Albans; ma quando saremo di nuovo sulla strada maestra, andrò per una via attraverso il paese e manderò i miei uomini per l'altra, così che se uno cade nelle mani del Re gli altri possano forse scappare. Andremo per vie traverse, e così, spero, raggiungeremo Sherwood sani e salvi. E ora, Sir Paggio, ti auguro addio."

"Addio, audace yeoman," disse il giovane Partington, "e che tu possa raggiungere il tuo nascondiglio sano e salvo." Così si strinsero la mano, e il ragazzo, voltando la testa del cavallo, cavalcò verso Londra, mentre Robin entrava di nuovo nella locanda.

Lì trovò i suoi yeoman seduti in silenzio, in attesa del suo arrivo; allo stesso modo c'era il locandiere, perché era curioso di sapere cosa avesse a che fare il Maestro Partington con il compagno in blu. "Su, miei allegri uomini!" disse Robin, "questo non è posto per noi, perché ci stanno dando la caccia persone con le quali avremo ben poche speranze se cadremo nelle loro mani. Quindi andremo avanti ancora una volta, né ci fermeremo questa notte finché non raggiungeremo Saint Albans." A questo punto, tirando fuori la borsa, pagò il conto al locandiere, e così lasciarono la locanda.

Quando furono giunti alla strada maestra fuori città, Robin si fermò e raccontò loro tutto ciò che era passato tra il giovane Partington e lui, e come gli uomini del Re fossero alle loro calcagna. Poi disse loro che qui si sarebbero separati; loro tre andando verso est e lui verso ovest, e così, costeggiando le strade principali, sarebbero giunti per vie traverse a Sherwood. "Quindi, siate astuti," disse Robin Hood, "e tenetevi ben lontani dalle strade verso nord finché non sarete giunti ben a est. E tu, Will Scarlet, prendi il comando degli altri, perché hai uno spirito astuto." Poi Robin baciò i tre sulle guance, e loro baciarono lui, e così si separarono.

Non molto tempo dopo, una ventina o più di uomini del Re arrivarono fracassando alla porta della locanda a Barnet Town. Qui balzarono dai loro cavalli e circondarono rapidamente il posto, il capo della banda e altri quattro entrarono nella stanza dove erano stati gli yeoman. Ma scoprirono che i loro uccelli erano volati via di nuovo, e che il Re era stato ostacolato per la seconda volta.

"Mi sembrava che fossero dei cattivi soggetti," disse l'oste, quando sentì chi cercavano gli uomini d'arme. "Ma ho sentito dire da quel furfante vestito di blu che sarebbero andati dritti avanti a Saint Albans; quindi, se vi affrettate, potreste forse prenderli sulla strada maestra tra qui e lì." Per questa notizia il capo della banda ringraziò il mio ospite di cuore, e, chiamando i suoi uomini, montò in sella e ripartì, galoppando verso Saint Albans in una caccia alle streghe.

Dopo che Little John, Will Scarlet e Allan a Dale ebbero lasciato la strada maestra vicino a Barnet, viaggiarono verso est, senza fermarsi, finché le loro gambe poterono portarli, finché non giunsero a Chelmsford, nell'Essex. Di lì voltarono a nord, e vennero attraverso Cambridge e il Lincolnshire, alla buona città di Gainsborough. Poi, dirigendosi verso ovest e sud, giunsero infine ai confini settentrionali della Foresta di Sherwood, senza aver incontrato in tutto quel tempo nemmeno una singola banda di uomini del Re. Otto giorni viaggiarono così prima di raggiungere i boschi sani e salvi, ma quando arrivarono alla radura del bosco verde, scoprirono che Robin non era ancora tornato.

Poiché Robin non fu fortunato nel tornare indietro come lo erano stati i suoi uomini, come udirete tra poco.

Dopo aver lasciato la grande strada del nord, voltò il viso verso ovest, e così passò Aylesbury, verso la bella Woodstock, nell'Oxfordshire. Di lì volse i suoi passi a nord, viaggiando per una grande distanza verso la città di Warwick, finché non giunse a Dudley, nello Staffordshire. Gli ci vollero sette giorni per viaggiare fin lì, e allora pensò di essere arrivato abbastanza a nord, così, voltandosi verso est, evitando le strade principali e scegliendo sentieri e viottoli erbosi, andò, via Litchfield e Ashby de la Zouch, verso Sherwood, finché non giunse in un luogo chiamato Stanton. E ora il cuore di Robin iniziò a ridere ad alta voce, perché pensava che il suo pericolo fosse passato, e che le sue narici avrebbero presto annusato di nuovo l'aria speziata dei boschi. Ma c'è un gran divario tra la coppa e il labbro, e questo Robin doveva scoprirlo. Poiché era così:

Quando gli uomini del Re si trovarono ostacolati a Saint Albans, e che Robin e i suoi uomini non si trovavano né in alto né in basso, non sapevano cosa fare. Poco dopo arrivò un'altra banda di cavalieri, e un'altra, finché tutte le strade al chiaro di luna non furono piene di uomini armati. Tra mezzanotte e l'alba un'altra banda arrivò in città, e con loro venne il Vescovo di Hereford. Quando seppe che Robin Hood era scivolato di nuovo fuori dalla trappola, non indugiò un minuto, ma, radunate le sue bande, avanzò verso nord con velocità, lasciando ordini a tutte le truppe che arrivavano a Saint Albans di seguire dopo di lui senza indugio. La sera del quarto giorno raggiunse la città di Nottingham, e lì divise subito i suoi uomini in bande di sei o sette, e li mandò tutti attraverso la campagna, bloccando ogni strada maestra e viottolo verso est, sud e ovest di Sherwood. Anche lo Sceriffo di Nottingham chiamò tutti i suoi uomini e si unì al Vescovo, perché vedeva che questa era la migliore occasione che fosse mai capitata per ripagare il suo conto per intero a Robin Hood. Will Scarlet, Little John e Allan a Dale avevano appena mancato gli uomini del Re verso est, perché proprio il giorno dopo che avevano superato la linea ed erano entrati a Sherwood le strade che avevano percorso furono bloccate, così che, se avessero indugiato nel loro viaggio, sarebbero sicuramente caduti nelle mani del Vescovo.

Ma di tutto ciò Robin non sapeva un accidente; perciò fischiettava allegramente mentre arrancava lungo la strada oltre Stanton, col cuore libero da ogni preoccupazione, proprio come il tuorlo d'un uovo lo è dalle ragnatele. Alla fine giunse dove un piccolo ruscello si allargava sulla strada in una sottile lamina d'acqua, tintinnando e scintillando mentre si faceva strada sul suo letto di ghiaia dorata. Qui Robin si fermò, essendo assetato, e, inginocchiatosi, si fece una coppa con i palmi delle mani e prese a bere. Su entrambi i lati della strada, per un lungo tratto, sorgevano fitti cespugli e alberelli, e al cuore di Robin faceva piacere udire i piccoli uccelli cantare tra essi, poiché gli faceva pensare a Sherwood, e gli pareva che fosse passata una vita intera da quando aveva respirato l'aria dei boschi. Ma all'improvviso, mentre se ne stava così curvo a bere, qualcosa sibilò vicino al suo orecchio e colpì con un tonfo la ghiaia e l'acqua accanto a lui. Veloce come un lampo Robin balzò in piedi e, con un solo salto, attraversò il ruscello e il ciglio della strada, tuffandosi a capofitto nel folto, senza voltarsi indietro, poiché sapeva fin troppo bene che ciò che aveva sibilato così velenosamente accanto al suo orecchio era una freccia dalla penna d'oca grigia, e che indugiare anche solo per un istante avrebbe significato la morte. Proprio mentre saltava nel boschetto, altre sei frecce tintinnarono tra i rami dietro di lui, una delle quali gli trapassò il farsetto e avrebbe colpito a fondo il suo fianco se non fosse stato per la robusta giubba di cuoio che indossava. Poi, su per la strada, arrivarono al galoppo alcuni degli uomini del Re. Saltarono giù dai cavalli e si gettarono immediatamente nel folto all'inseguimento di Robin. Ma Robin conosceva il terreno meglio di loro, così, strisciando qua, chinandosi là e, poco dopo, correndo attraverso qualche piccola radura, li lasciò presto molto indietro, sbucando alla fine su un'altra strada a circa ottocento passi da quella che aveva lasciato. Qui rimase per un momento, ascoltando le grida lontane dei sette uomini mentre perlustravano il bosco come segugi che avessero perso la traccia della preda. Poi, stringendo la cintura attorno alla vita, corse veloce lungo la strada verso oriente e Sherwood.

Ma Robin non aveva percorso più di tre furlong in quella direzione quando giunse improvvisamente alla sommità di una collina e vide sotto di sé un'altra banda di uomini del Re seduti all'ombra lungo la strada nella valle sottostante. Allora non esitò un istante, ma, vedendo che non lo avevano scorto, voltò i tacchi e corse indietro da dove era venuto, sapendo che era meglio correre il rischio di sfuggire a quei tizi che erano ancora nei boschetti piuttosto che gettarsi tra le braccia di quelli nella valle. Così corse indietro a tutta velocità e aveva superato indenne il boschetto quando i sette uomini sbucarono sulla strada aperta. Lanciarono un gran grido quando lo videro, come quello che il cacciatore emette quando il cervo esce allo scoperto, ma Robin era ormai a un quarto di miglio e più lontano da loro, correndo sul terreno come un levriero. Non rallentò mai il passo, ma continuò a correre, miglio dopo miglio, finché non giunse vicino a Mackworth, oltre il fiume Derwent, vicino alla città di Derby. Qui, vedendo di essere fuori dall'immediato pericolo, rallentò la corsa e alla fine si sedette sotto una siepe dove l'erba era più alta e l'ombra più fresca, per riposare e riprendere fiato. "Per l'anima mia, Robin", disse a se stesso, "quella è stata la volta che l'hai scampata per un soffio più di ogni altra volta in tutta la tua vita. Dico solennemente che la penna di quella malvagia freccia mi ha solleticato l'orecchio mentre fischiava oltre. Questa corsa mi ha fatto venire un appetito da lupo per cibo e bevande. Ora prego San Dunstan che mi mandi presto un po' di carne e birra".

Pareva che San Dunstan fosse intenzionato a esaudire la sua preghiera, poiché lungo la strada arrivò arrancando un certo calzolaio, un tal Quince di Derby, che era stato a consegnare un paio di scarpe a un fattore vicino a Kirk Langly e ora se ne tornava a casa, con un bel cappone bollito nella sacca e un robusto boccale di birra al fianco, che il fattore gli aveva donato per la gioia di aver ricevuto un così solido paio di calzari. Il buon Quince era un uomo onesto, ma il suo cervello era un po' pesante, come pasta non lievitata, così che l'unica cosa che aveva in testa era: "Tre scellini e sei pence e mezzo per le tue scarpe, buon Quince - tre scellini e sei pence e mezzo per le tue scarpe", e questo pensiero girava e rigirava dentro la sua zucca, senza che nessun altro pensiero riuscisse a entrarvi, come un pisello rotola dentro un boccale vuoto.

"Ehi, buon amico", disse Robin da sotto la siepe, quando l'altro si fu avvicinato abbastanza, "dove andate così allegro in questa luminosa giornata?"

Sentendosi chiamare, il calzolaio si fermò e, vedendo uno straniero ben vestito di blu, gli parlò in modo garbato. "Buon giorno a voi, bel signore, e vi dirò che vengo da Kirk Langly, dove ho venduto le mie scarpe e ho ottenuto tre scellini e sei pence e mezzo in moneta buona come mai ne vedeste, e guadagnati onestamente, vorrei farvi sapere. Ma se posso essere così audace, bel giovanotto, che fate là sotto la siepe?"

"Perbacco", disse l'allegro Robin, "siedo qui sotto la siepe per mettere il sale sulla coda agli uccelli dorati; ma in verità voi siete il primo pulcino di un qualche valore che io abbia visto in questa santa giornata".

A queste parole gli occhi del calzolaio si spalancarono e la sua bocca divenne tonda per lo stupore, come il buco di un nodo in una staccionata. "Accidenti", disse, "guardate un po'! Non ho mai visto quei famosi uccelli dorati. E in verità li trovate in queste siepi, buon uomo? Vi prego, ditemi, ce ne sono molti? Mi piacerebbe trovarli io stesso".

"Sì, davvero", disse Robin, "ce ne sono qui folti come aringhe fresche a Cannock Chase".

"Guardate un po'!" disse il calzolaio, tutto immerso nello stupore. "E in verità li catturate mettendo il sale sulle loro belle code?"

"Sì", disse Robin, "ma questo sale è di una specie strana, lasciate che ve lo dica, perché si può ottenere solo facendo bollire un quarto di raggi di luna in un piatto di legno, e poi se ne ottiene solo un pizzico. Ma ditemi, ora, uomo spiritoso, cosa avete lì in quella sacca al vostro fianco e in quel boccale?"

A queste parole il calzolaio guardò giù verso le cose di cui parlava l'allegro Robin, poiché il pensiero dell'uccello dorato le aveva scacciate dalla sua mente, e gli ci volle un po' per far tornare a galla il ricordo. "Beh", disse alla fine, "in una c'è della buona birra di marzo e nell'altra un cappone grasso. Davvero, Quince il calzolaio farà un bel banchetto quest'oggi, se non mi sbaglio".

"Ma ditemi, buon Quince", disse Robin, "avete intenzione di vendermi queste cose? Perché sentirne parlare suona dolce alle mie orecchie. Vi darò questi allegri abiti blu che porto sul corpo e dieci scellini per giunta in cambio dei vostri abiti, del vostro grembiule di cuoio, della vostra birra e del vostro cappone. Che ne dite, compare?"

"No, voi scherzate con me", disse il calzolaio, "perché i miei abiti sono rozzi e rammendati, e i vostri sono di stoffa pregiata e molto belli".

"Non parlo affatto per scherzo", disse Robin. "Venite, toglietevi la giacca e vi farò vedere, perché vi dico che i vostri abiti mi piacciono assai. Inoltre, sarò gentile con voi, poiché banchetterò subito con le buone cose che avete con voi, e sarete invitato al pasto". A queste parole iniziò a sfilarsi il farsetto, e il calzolaio, vedendolo così determinato, iniziò a togliersi anche lui i vestiti, perché l'abito di Robin Hood gli solleticava la vista. Così ognuno indossò gli abiti dell'altro, e Robin diede all'onesto calzolaio dieci scellini nuovi e lucenti. Disse l'allegro Robin: "Sono stato molte cose nella mia vita, ma mai sono stato un onesto calzolaio. Venite, amico, mettiamoci a mangiare, perché qualcosa dentro di me grida forte per quel buon cappone grasso". Così entrambi si sedettero e iniziarono a banchettare assai vigorosamente, tanto che, quando ebbero finito, le ossa del cappone erano state ripulite meglio di quanto la carità non faccia con i poveri.

Poi Robin distese le gambe con una dolce sensazione di conforto dentro di sé. Disse: "Dal tono della tua voce, buon Quince, so che hai una o due belle canzoni che corrono libere nella tua testa come puledri in un prato. Ti prego, tirane fuori una per me".

"Una canzone o due ne ho", disse il calzolaio, "povere cose, povere cose, ma per quello che valgono sei il benvenuto a una di esse". Così, inumidendosi la gola con un sorso di birra, cantò:

"Di tutte le gioie, la migliore che amo, Canta ehi la mia vispa Nan, o, E quella che più la mia anima commuove, È il boccale che tintinna, o.

Ogni altra beatitudine getterei via, Canta ehi la mia vispa Nan, o, Ma questa--"

Il robusto calzolaio non andò oltre nella sua canzone, poiché all'improvviso sei cavalieri irruppero su di loro dove sedevano e afferrarono rudemente l'onesto artigiano, tirandolo in piedi e quasi strappandogli gli abiti di dosso nel farlo. "Ha!" ruggì il capo della banda con una gran voce gioiosa, "ti abbiamo dunque catturato alla fine, mascalzone vestito di blu? Ora, benedetto sia il nome di San Uberto, perché siamo ottanta sterline più ricchi in questo momento di quanto non fossimo prima, poiché il buon Vescovo di Hereford ha promesso quella somma alla banda che ti porterà da lui. Oho! Astuto mascalzone! Vorresti sembrare così innocente, davvero! Ti conosciamo, vecchia volpe. Ma te ne andrai via con noi per farti tosare il pelo all'istante". A queste parole il povero calzolaio si guardò intorno con i suoi grandi occhi azzurri, tondi come quelli di un pesce morto, mentre la bocca restava aperta come se avesse ingoiato tutte le sue parole e avesse così perso la parola.

Anche Robin spalancò la bocca e fissò in modo stupito, proprio come avrebbe fatto il calzolaio al suo posto. "Ahimè", disse. "Non so se sono seduto qui o nel regno di nessuno! Che significa tutto questo trambusto, cari gentiluomini? Di certo questo è un bravo e onesto compagno".

"'Bravo compagno', dici, clown?" disse uno degli uomini. "Perché, ti dico che questo è quello stesso furfante che gli uomini chiamano Robin Hood".

A queste parole il calzolaio fissò e spalancò la bocca più che mai, poiché c'era un tale scompiglio di pensieri che si agitavano nella sua povera testa che il suo cervello era tutto offuscato dalla polvere e dalla pula di essi. Inoltre, mentre guardava Robin Hood e vedeva lo yeoman apparire così simile a come lui stesso sapeva di essere, iniziò a dubitare e a pensare che forse era davvero il grande fuorilegge. Disse con voce lenta e stupita: "Sono in verità quel tizio? Ora avevo pensato... ma no, Quince, ti sbagli... eppure... lo sono? No, devo essere proprio Robin Hood! Eppure, in verità, non avrei mai pensato di passare da onesto artigiano a un così grande yeoman".

"Ahimè!" disse Robin Hood, "guardate un po' là! Vedete come il vostro maltrattamento ha fatto cagliare il cervello di questo povero ragazzo e lo ha fatto inacidire tutto! Io stesso sono Quince, il calzolaio della città di Derby".

"È così?" disse Quince. "Allora, in verità, sono qualcun altro e non posso essere altri che Robin Hood. Prendimi, compagni; ma lasciate che vi dica che avete messo le mani sul più robusto yeoman che abbia mai calpestato i boschi".

"Vuoi fare il pazzo, eh?" disse il capo della banda. "Qui, Giles, prendi una corda e lega le mani di questo mascalzone dietro la schiena. Vi assicuro che gli faremo tornare il senno quando lo porteremo sano e salvo davanti al nostro buon Vescovo a Tutbury Town". Dopodiché legarono le mani del calzolaio dietro la schiena e lo portarono via con una corda, come il fattore porta via il vitello che ha comprato alla fiera. Robin rimase a guardarli allontanarsi, e quando se ne furono andati rise finché le lacrime non gli rigarono le guance; poiché sapeva che nessun male sarebbe accaduto all'onesto compagno, e immaginava il volto del Vescovo quando il buon Quince fosse stato condotto al suo cospetto come Robin Hood. Poi, voltando i passi ancora una volta verso oriente, si incamminò a gran passo verso il Nottinghamshire e la foresta di Sherwood.

Ma Robin Hood aveva passato più di quanto sapesse. Il suo viaggio da Londra era stato duro e lungo, e in una settimana aveva percorso centoquaranta e più miglia. Pensava ora di proseguire senza fermarsi finché non fosse giunto a Sherwood, ma prima di aver percorso una decina di miglia sentì le sue forze venir meno sotto di lui come una sponda del fiume che le acque avevano minato. Si sedette e riposò, ma sapeva dentro di sé che non poteva andare oltre quel giorno, poiché i suoi piedi sembravano pezzi di piombo, tanto erano pesanti di stanchezza. Ancora una volta si alzò e andò avanti, ma dopo aver percorso un paio di miglia fu costretto a rinunciare, così, giungendo in una locanda proprio in quel momento, entrò e, chiamando il locandiere, gli ordinò di accompagnarlo in una stanza, sebbene il sole stesse appena affondando nel cielo occidentale. C'erano solo tre camere da letto in quel posto, e il locandiere mostrò a Robin Hood la più misera di esse, ma poco importava a Robin dell'aspetto del luogo, poiché avrebbe potuto dormire quella notte su un letto di pietre spezzate. Così, spogliandosi dei suoi abiti senza ulteriori indugi, si rotolò nel letto e si addormentò quasi prima che la sua testa toccasse il cuscino.

Non molto tempo dopo che Robin si fu coricato, una grande nube sbirciò neramente sopra le colline verso occidente. Sempre più in alto si levò finché non si accumulò nella notte come una montagna di tenebre. Tutto intorno sotto di essa giungeva di tanto in tanto un cupo lampo rosso, e poco dopo si udì un breve e cupo brontolio del tuono in arrivo. Poi arrivarono a cavallo quattro robusti borghesi della città di Nottingham, poiché questa era l'unica locanda nel raggio di cinque miglia, e non volevano essere sorpresi da un tale temporale come quello che stava arrivando su di loro. Lasciati i ronzini allo stalliere, entrarono nella stanza migliore della locanda, dove freschi giunchi verdi giacevano sparsi sul pavimento, e lì chiesero il cibo migliore che il posto offriva. Dopo aver mangiato di cuore ordinarono al locandiere di mostrar loro le stanze, poiché erano stanchi, avendo cavalcato tutto il giorno da Dronfield. Così se ne andarono, brontolando per dover dormire in due in un letto, ma i loro problemi a questo riguardo, così come tutti gli altri, furono presto persi nella quiete del sonno.

Ed ora giunse la prima raffica di vento, sfrecciando oltre il posto, battendo e sbattendo porte e persiane, profumando di pioggia imminente, e tutto avvolto in una nuvola di polvere e foglie. Come se il vento avesse portato un ospite con sé, la porta si aprì d'un tratto ed entrò un frate del priorato di Emmet, e di alto rango, come mostrato dalla morbidezza e lucentezza delle sue vesti e dalla ricchezza del suo rosario. Chiamò il locandiere e gli ordinò prima di far nutrire e mettere a letto bene il suo mulo nella stalla, e poi di portargli il meglio che c'era in casa. Così poco dopo un saporito stufato di trippa e cipolle, con dolci palline di pasta grassa, gli fu posto davanti, insieme a un buon boccale di Malvasia, e subito il santo frate si mise all'opera con grande coraggio e abbondanza, tanto che in breve tempo non rimase che una piccola pozza di sugo al centro del piatto, non abbastanza grande da mantenere in vita un topo affamato.

Nel frattempo il temporale scoppiò. Un'altra raffica di vento passò correndo, e con essa caddero alcune pesanti gocce di pioggia, che poco dopo iniziarono a scendere scrosciando, battendo contro le finestre come cento piccole mani. Lampi luminosi illuminavano ogni goccia di pioggia, e con essi giungevano colpi di tuono che se ne andavano brontolando e sbatacchiando come se San Swithin fosse impegnato a far rotolare grandi botti d'acqua su un terreno accidentato sopra le loro teste. Le donne gridarono, e gli allegri compagnoni nella sala della taverna misero le braccia attorno alle loro vite per calmarle e farle tacere.

Alla fine il santo frate ordinò al locandiere di mostrargli la sua stanza; ma quando seppe che doveva dormire con un calzolaio, fu un uomo scontento quanto se ne potessero trovare in tutta l'Inghilterra, tuttavia non c'era nulla da fare, e doveva dormire lì o da nessuna parte; così, prendendo la candela, se ne andò, brontolando come il tuono ormai lontano. Quando giunse nella stanza dove doveva dormire, tenne la luce sopra Robin e lo guardò dalla testa ai piedi; poi si sentì più soddisfatto, poiché, invece di un uomo rozzo e dalla barba sporca, vide un ragazzo fresco e pulito come se ne potrebbero trovare in una settimana di domeniche; così, sfilandosi i vestiti, si rannicchiò anche lui nel letto, dove Robin, grugnendo e brontolando nel sonno, gli fece posto. Robin dormiva più profondamente, lo so, di quanto avesse fatto per molti giorni, altrimenti non avrebbe mai riposato così tranquillamente con uno della risma del frate così vicino a lui. Quanto al frate, se avesse saputo chi era Robin Hood, potete ben credere che avrebbe quasi preferito dormire con una vipera che con l'uomo che aveva come compagno di letto.

Così la notte passò abbastanza comodamente, ma al primo albeggiare Robin aprì gli occhi e girò la testa sul cuscino. Poi come spalancò la bocca e come fissò, poiché lì accanto a lui giaceva qualcuno tutto rasato e tosato, così che seppe che doveva essere un uomo in ordini sacri. Si pizzicò bruscamente ma, scoprendo di essere sveglio, si mise a sedere nel letto, mentre l'altro sonnecchiava pacificamente come se fosse sano e salvo a casa nel priorato di Emmet. "Ora", disse Robin a se stesso, "mi chiedo come questa creatura sia finita nel mio letto durante la notte". Così dicendo, si alzò dolcemente, per non svegliare l'altro, e guardandosi intorno nella stanza scorse gli abiti del frate giacere su una panca vicino alla parete. Dapprima guardò gli abiti, con la testa di lato, e poi guardò il frate e strizzò lentamente un occhio. Disse: "Buon Fratello Qualunque-sia-il-tuo-nome, dato che hai preso in prestito il mio letto così liberamente, prenderò in prestito i tuoi abiti in cambio". Così dicendo, indossò subito l'abito del santo uomo, ma lasciò gentilmente i vestiti del calzolaio al suo posto. Poi uscì nella freschezza del mattino, e lo stalliere che era sveglio e girava per le stalle spalancò gli occhi come se vedesse un topo verde davanti a sé, poiché uomini come i frati di Emmet non erano soliti essere mattinieri; ma l'uomo imbottigliò i suoi pensieri e chiese solo a Robin se volesse che il suo mulo fosse portato fuori dalla stalla.

"Sì, figlio mio", disse Robin - sebbene non sapesse nulla del mulo - "e portalo fuori velocemente, ti prego, perché sono in ritardo e devo andare". Così poco dopo lo stalliere portò fuori il mulo, e Robin lo cavalcò e proseguì per la sua strada rallegrandosi.

Quanto al santo frate, quando si alzò si trovava in un bell'impiccio, come chiunque altro al mondo, poiché le sue ricche e morbide vesti erano sparite, così come la sua borsa con dieci sterline d'oro, e non gli era rimasto altro che abiti rattoppati e un grembiule di cuoio. Imprecò e bestemmiò come un laico qualunque, ma siccome le sue imprecazioni non risolvevano nulla e il locandiere non poteva aiutarlo, e poiché, inoltre, doveva essere al Priorato di Emmet proprio quella mattina per questioni di affari, fu costretto a indossare gli abiti del calzolaio o a viaggiare per la strada in nudità. Così si mise i panni e, ancora imprecando e giurando vendetta contro tutti i calzolai del Derbyshire, si incamminò a piedi; ma i suoi guai non erano ancora finiti, poiché non aveva fatto molta strada quando cadde nelle mani degli uomini del Re, che lo trascinarono, volente o nolente, verso la città di Tutbury e il Vescovo di Hereford. Invano giurò di essere un uomo santo e mostrò la sua corona rasata; doveva andare, poiché non c'era verso, erano convinti che fosse Robin Hood.

Nel frattempo il buon Robin cavalcava allegramente, superando indenne due bande di uomini del Re, finché il suo cuore non cominciò a danzare per la vicinanza di Sherwood; così proseguì sempre verso est, finché, all'improvviso, incontrò un nobile cavaliere in un viale ombroso. Allora Robin fermò rapidamente il suo mulo e balzò giù dalla groppa. "Orbene, ben incontrato, Sir Richard of the Lea," gridò, "poiché piuttosto che chiunque altro in Inghilterra vorrei vedere il tuo volto benevolo quest'oggi!" Poi raccontò a Sir Richard tutte le vicende che gli erano accadute, e che ora finalmente si sentiva al sicuro, essendo di nuovo così vicino a Sherwood. Ma quando Robin ebbe finito, Sir Richard scosse tristemente il capo. "Sei in pericolo maggiore ora, Robin, di quanto tu sia mai stato finora," disse, "poiché davanti a te giacciono bande di uomini dello Sceriffo che bloccano ogni strada e non lasciano passare nessuno attraverso le linee senza esaminarli attentamente. Io stesso lo so, essendoci appena passato. Davanti a te ci sono gli uomini dello Sceriffo e dietro di te gli uomini del Re, e non puoi sperare di passare in alcun modo, poiché a quest'ora sapranno del tuo travestimento e saranno in attesa di catturarti. Il mio castello e tutto ciò che contiene sono tuoi, ma nulla si guadagnerebbe lì, poiché non potrei sperare di tenerlo contro una forza come quella che ora si trova a Nottingham, composta dagli uomini del Re e dello Sceriffo." Detto questo, Sir Richard chinò il capo in riflessione, e Robin sentì il suo cuore sprofondare come quello della volpe che sente i segugi alle calcagna e trova la sua tana bloccata dalla terra, così che non c'è nascondiglio per lui. Ma poco dopo Sir Richard parlò di nuovo, dicendo: "Una cosa puoi fare, Robin, e una sola. Torna a Londra e affidati alla pietà della nostra buona Regina Eleonora. Vieni con me subito al mio castello. Togliti questi abiti e mettiti quelli che indossano i miei servitori. Poi io mi affretterò verso la città di Londra con una schiera di uomini dietro di me, e tu ti mescolerai a loro, e così ti condurrò dove potrai vedere e parlare con la Regina. La tua unica speranza è arrivare a Sherwood, poiché lì nessuno può raggiungerti, e non arriverai mai a Sherwood se non in questo modo."

Così Robin andò con Sir Richard of the Lea e fece come disse, poiché vide la saggezza di ciò che il cavaliere consigliava e che questa era la sua unica possibilità di salvezza.

La Regina Eleonora passeggiava nel suo giardino reale, tra le rose che fiorivano dolcemente, e con lei passeggiavano sei delle sue dame di compagnia, chiacchierando allegramente. All'improvviso un uomo balzò sulla cima del muro dall'altra parte e poi, sospeso per un momento, ricadde leggermente sull'erba all'interno. Tutte le dame di compagnia gridarono per l'improvvisa apparizione, ma l'uomo corse dalla Regina e si inginocchiò ai suoi piedi, ed essa vide che era Robin Hood.

"Ebbene, come va, Robin!" gridò, "osi venire nelle fauci stesse del leone ruggente? Ahimè, povero uomo! Sei davvero perduto se il Re ti trova qui. Non sai che ti sta cercando in tutto il paese?"

"Sì," disse Robin, "so bene che il Re mi cerca, e per questo sono venuto; poiché, di certo, nessun male può accadermi quando egli ha impegnato la sua parola reale con Vostra Maestà per la mia sicurezza. Inoltre, conosco la gentilezza e la mitezza di cuore di Vostra Maestà, e così ripongo la mia vita liberamente nelle vostre graziose mani."

"Capisco cosa intendi, Robin Hood," disse la Regina, "e che mi rivolgi un rimprovero, come ben puoi fare, poiché so di non aver agito verso di te come avrei dovuto. So bene che devi essere stato messo a dura prova dal pericolo per balzare così audacemente in un pericolo per sfuggirne a un altro. Ancora una volta ti prometto il mio aiuto e farò tutto il possibile per rimandarti al sicuro nella Foresta di Sherwood. Attendi qui finché non tornerò." Così dicendo, lasciò Robin nel giardino delle rose e rimase via per molto tempo.

Quando tornò, Sir Robert Lee era con lei, e le guance della Regina erano calde e i suoi occhi brillavano, come se avesse discusso animatamente. Allora Sir Robert si fece avanti direttamente verso dove si trovava Robin Hood e parlò allo yeoman con voce fredda e severa. Disse: "Il nostro grazioso Sovrano il Re ha mitigato la sua ira verso di te, compagno, e ha promesso ancora una volta che te ne andrai in pace e sicurezza. Non solo ha promesso questo, ma tra tre giorni invierà uno dei suoi paggi ad accompagnarti e a vedere che nessuno arresti il tuo viaggio di ritorno. Puoi ringraziare il tuo santo patrono di avere un così buon amico nella nostra nobile Regina, poiché, se non fosse stato per le sue persuasioni e i suoi argomenti, saresti stato un uomo morto, te lo dico io. Lascia che questo pericolo che hai attraversato ti insegni due lezioni. Primo, sii più onesto. Secondo, non essere così audace nei tuoi spostamenti. Un uomo che cammina nell'oscurità come fai tu può scampare per un po', ma alla fine cadrà sicuramente nella fossa. Hai messo la testa nella bocca del leone arrabbiato, eppure sei scampato per miracolo. Non riprovarci." Così dicendo, si voltò, lasciò Robin e se ne andò.

Per tre giorni Robin dimorò a Londra presso la casa della Regina, e allo scadere di quel tempo il primo paggio del Re, Edward Cunningham, venne e, prendendo Robin con sé, partì verso nord sulla strada per Sherwood. Di tanto in tanto incrociavano bande di uomini del Re che tornavano a Londra, ma nessuna di quelle bande li fermò, e così, alla fine, raggiunsero le dolci e frondose distese boschive.

Robin Hood e Guy of Gisbourne

UN LUNGO TEMPO passò dopo la grande gara di tiro, e durante quel tempo Robin seguì una parte del consiglio di Sir Robert Lee, vale a dire quella di essere meno audace nei suoi spostamenti; poiché sebbene forse non fosse stato più onesto (come la maggior parte della gente considera l'onestà), si guardò bene dal viaggiare così lontano da Sherwood da non poterla raggiungere sia facilmente che rapidamente.

Grandi cambiamenti erano avvenuti in questo periodo; poiché il Re Enrico era morto e il Re Riccardo era salito al trono, che gli calzava così bene attraverso molte dure prove e attraverso avventure tanto emozionanti quanto qualsiasi altra mai capitata a Robin Hood. Ma sebbene fossero avvenuti grandi cambiamenti, non raggiunsero le ombre di Sherwood, poiché lì Robin Hood e i suoi uomini vivevano allegramente come avevano sempre fatto, tra cacce, banchetti, canti e gioiosi sport nei boschi; poiché poco li turbava la lotta del mondo esterno.

L'alba di un giorno d'estate era fresca e luminosa, e gli uccelli cantavano dolcemente in un grande tumulto di suoni. Così forte era il loro canto che svegliò Robin Hood dove giaceva addormentato, tanto che si agitò, si voltò e si alzò. Si alzò anche Little John, e tutti gli uomini allegri; poi, dopo aver fatto colazione, si misero in cammino di qua e di là per le faccende della giornata.

Robin Hood e Little John camminavano lungo un sentiero forestale dove tutto intorno le foglie danzavano e scintillavano mentre la brezza tremava tra loro e la luce del sole filtrava giù. Disse Robin Hood: "Faccio voto, Little John, che il sangue mi solletica le vene mentre scorre in esse in questo mattino gaio. Cosa ne dici se cerchiamo avventure, ognuno per conto proprio?"

"Con tutto il cuore," disse Little John. "Abbiamo avuto più di una piacevole avventura in quel modo, buon padrone. Ecco due sentieri; prendi tu quello a destra, e io prenderò quello a sinistra, e poi camminiamo dritti finché non inciampiamo in qualche allegra avventura o altro."

"Mi piace il tuo piano," disse Robin, "perciò ci separeremo qui. Ma bada, Little John, tieniti lontano dai guai, poiché non vorrei che ti accadesse nulla di male per tutto l'oro del mondo."

"Perbacco," disse Little John, "come parli! Mi sembra che tu sia solito cacciarti in guai ben peggiori di quelli in cui potrei cacciarmi io."

A questo Robin Hood rise. "Perché, in verità, Little John," disse, "hai un modo goffo e ostinato che sembra portarti sempre dal lato giusto in tutti i tuoi guai; ma vediamo chi se la caverà meglio quest'oggi." Così dicendo, batté il palmo della mano su quello di Little John e ognuno partì per la sua strada, con gli alberi che nascondevano rapidamente l'uno alla vista dell'altro.

Robin Hood vagò in avanti finché non arrivò dove una larga strada boschiva si stendeva davanti a lui. Sopra la sua testa i rami degli alberi si intrecciavano in un fogliame scintillante, tutto dorato dove si faceva rado alla luce del sole; sotto i suoi piedi il terreno era morbido e umido per l'ombra protettiva. Qui, in questo luogo piacevole, gli capitò l'avventura più acuta che mai fosse toccata a Robin Hood; poiché, mentre camminava lungo il sentiero boschivo pensando solo al canto degli uccelli, arrivò all'improvviso dove un uomo era seduto sulle radici muschiose sotto l'ombra di una grande quercia. Robin Hood vide che lo sconosciuto non lo aveva notato, così si fermò e rimase del tutto immobile, guardando l'altro per lungo tempo prima di farsi avanti. E lo straniero, lo so, valeva la pena di essere guardato, poiché mai Robin aveva visto una figura come quella seduta sotto l'albero. Dalla testa ai piedi era vestito con una pelle di cavallo, conciata con il pelo sopra. Sulla testa aveva un cappuccio che nascondeva il volto alla vista, e che era fatto della pelle del cavallo, le cui orecchie spuntavano come quelle di un coniglio. Il suo corpo era rivestito da una giacca fatta con la pelle, e anche le sue gambe erano coperte dalla pelle pelosa. Al suo fianco c'era una pesante spada a due tagli e un pugnale affilato a doppio taglio. Una faretra di frecce lisce e rotonde pendeva attraverso le sue spalle, e il suo robusto arco di tasso era appoggiato contro l'albero accanto a lui.

"Ehi, amico," gridò Robin, facendosi avanti finalmente, "chi sei tu che te ne stai seduto lì? E che cos'è quello che hai addosso? Faccio voto che non ho mai visto una tale vista in tutta la mia vita prima d'ora. Se avessi fatto una cosa malvagia, o se la mia coscienza mi tormentasse, avrei paura di te, pensando che tu fossi qualcuno venuto dal basso a portare un messaggio che mi ordinava di venire subito dal Re Nicola."

A questo discorso l'altro non rispose una parola, ma spinse indietro il cappuccio dalla testa e mostrò una fronte aggrottata, un naso adunco e un paio di feroci e inquieti occhi neri, che nel complesso facevano pensare a Robin a un falco mentre guardava il suo viso. Ma oltre a questo c'era qualcosa nelle linee del viso dello sconosciuto, e nella sua bocca sottile e crudele, e nello sguardo duro dei suoi occhi, che faceva accapponare la pelle a guardarlo.

"Chi sei, furfante?" disse infine, con voce forte e aspra.

"Piano, piano," disse l'allegro Robin, "non parlare così aspramente, fratello. Ti sei nutrito di aceto e ortiche stamattina che il tuo discorso è così pungente?"

"Se non ti piacciono le mie parole," disse l'altro ferocemente, "faresti meglio ad andartene, perché ti dico chiaramente, le mie azioni corrispondono ad esse."

"No, ma mi piacciono le tue parole, piccola creatura dolce," disse Robin, accovacciandosi sull'erba di fronte all'altro. "Inoltre, ti dico che il tuo discorso è spiritoso e giocoso quanto qualsiasi altro che io abbia mai sentito in tutta la mia vita."

L'altro non disse una parola, ma fissò Robin con uno sguardo malvagio e funesto, come quello che un cane feroce rivolge a un uomo prima di scagliarsi alla sua gola. Robin ricambiò lo sguardo con uno di ingenuità spalancata, senza che nemmeno un'ombra di sorriso brillasse nei suoi occhi o si contraesse agli angoli della sua bocca. Così sedettero a fissarsi l'un l'altro per molto tempo, finché lo straniero ruppe il silenzio improvvisamente. "Qual è il tuo nome, compagno?" disse.

"Ora," disse Robin, "sono davvero contento di sentirti parlare, perché ho iniziato a temere che la mia vista ti avesse reso muto. Quanto al mio nome, può essere questo o quello; ma penso che sia più opportuno per te dirmi il tuo, visto che sei il forestiero più grande da queste parti. Ti prego, dimmi, dolce creatura, perché indossi quel vestito raffinato sul tuo bel corpo?" A queste parole l'altro scoppiò in una breve e aspra risata. "Per le ossa del Demone Odino," disse, "sei l'uomo dalla parlantina più audace che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Non so perché non ti colpisca proprio dove sei seduto, poiché solo due giorni fa ho infilzato un uomo dietro la città di Nottingham per aver detto non la metà di quello che hai fatto tu. Indosso questo abito, sciocco, per tenere caldo il mio corpo; inoltre è quasi buono come un cappotto d'acciaio contro un comune colpo di spada. Quanto al mio nome, non mi importa chi lo sappia. È Guy of Gisbourne, e potresti averlo già sentito prima. Vengo dalle terre boschive dell'Herefordshire, sulle terre del Vescovo di quel luogo. Sono un fuorilegge e mi guadagno da vivere con l'inganno in un modo che ora non vale la pena raccontare. Non molto tempo fa il Vescovo mi mandò a chiamare e disse che se avessi fatto una certa cosa che lo Sceriffo di Nottingham mi avrebbe chiesto, mi avrebbe ottenuto un perdono gratuito e mi avrebbe dato duecento sterline per giunta. Così sono venuto subito alla città di Nottingham e ho trovato il mio dolce Sceriffo; e cosa pensi che volesse da me? Perché, in verità, venire qui a Sherwood per scovare un certo Robin Hood, anch'egli fuorilegge, e prenderlo vivo o morto. Sembra che non abbiano nessuno qui per affrontare quel tipo audace, e così hanno mandato fino nell'Herefordshire, e da me, perché conosci il vecchio detto, 'Usa un ladro per prenderne un altro'. Quanto all'uccisione di questo tipo, non mi dà alcun fastidio, poiché verserei il sangue di mio fratello per la metà di duecento sterline."

A tutto questo Robin ascoltò, e mentre ascoltava il suo disgusto crebbe. Sapeva bene di questo Guy of Gisbourne, e di tutte le azioni sanguinose e omicide che aveva compiuto nell'Herefordshire, poiché le sue gesta erano famose in tutta la terra. Eppure, sebbene detestasse la presenza stessa dell'uomo, se ne stette zitto, perché aveva uno scopo da raggiungere. "Davvero," disse, "ho sentito parlare delle tue gentili gesta. Penso che non ci sia nessuno al mondo che Robin Hood vorrebbe incontrare più di te."

A questo Guy of Gisbourne fece un'altra risata aspra. "Perché," disse, "è una cosa allegra pensare a un robusto fuorilegge come Robin Hood che ne incontra un altro robusto fuorilegge come Guy of Gisbourne. Solo che in questo caso sarà una brutta faccenda per Robin Hood, perché il giorno in cui incontrerà Guy of Gisbourne morirà."

"Ma tu, spirito gentile e allegro," disse Robin, "non pensi che forse questo stesso Robin Hood possa essere l'uomo migliore dei due? Lo conosco bene, e molti pensano che sia uno degli uomini più robusti nei dintorni."

"Potrà essere il più robusto degli uomini nei dintorni," disse Guy of Gisbourne, "eppure, ti dico, compagno, questo tuo porcile non è il mondo intero. Scommetto la mia vita che sono io l'uomo migliore dei due. Lui un fuorilegge, davvero! Perché, sento dire che non ha mai versato sangue in tutta la sua vita, tranne quando è arrivato per la prima volta nella foresta. Alcuni lo chiamano un grande arciere; perbacco, non avrei paura di affrontarlo tutti i giorni dell'anno con un arco in mano."

"Perché, davvero, alcune persone lo chiamano un grande arciere," disse Robin Hood, "ma noi del Nottinghamshire siamo famosi con l'arco lungo. Anche io, sebbene sia solo un semplice artigiano nel mestiere, non avrei paura di tentare una sfida con te."

A queste parole Guy of Gisbourne guardò Robin con occhi meravigliati e poi scoppiò in un'altra risata fragorosa finché i boschi risuonarono. "Ora," disse, "sei un tipo audace a parlarmi in questo modo. Mi piace il tuo spirito nel rispondermi così, perché pochi uomini hanno osato farlo. Metti una ghirlanda, ragazzo, e proverò una sfida con te."

"Piano, piano," disse Robin, "solo i bambini sparano alle ghirlande da queste parti. Metterò un buon bersaglio di Nottingham per te." Così dicendo, si alzò e, andando verso un boschetto di noccioli non lontano, tagliò un bastone grosso circa il doppio del pollice di un uomo. Da questo tolse la corteccia e, affilandone la punta, lo piantò nel terreno davanti a una grande quercia. Da lì misurò quattro volte venti passi, il che lo portò accanto all'albero dove sedeva l'altro. "Ecco," disse, "il tipo di bersaglio a cui sparano gli yeoman di Nottingham. Ora fammi vedere se sai colpire quel bastone se sei un arciere."

Allora Guy of Gisbourne si alzò. "Ora basta!" gridò. "Il Diavolo in persona non potrebbe colpire un bersaglio del genere."

"Forse potrebbe e forse no," disse l'allegro Robin, "ma questo non lo sapremo mai finché non avrai tirato."

A queste parole Guy of Gisbourne guardò Robin con le sopracciglia aggrottate, ma, siccome lo yeoman sembrava ancora innocente di ogni cattiva intenzione, trattenne le sue parole e tese il suo arco in silenzio. Sparò due volte, ma nessuna delle due colpì il bastone, mancandolo la prima volta di una spanna e la seconda di un buon palmo. Robin rise e rise. "Vedo ora," disse, "che il Diavolo in persona non potrebbe colpire quel bersaglio. Buon uomo, se non sei migliore con la spada che con l'arco e la freccia, non vincerai mai Robin Hood."

A queste parole Guy of Gisbourne fissò ferocemente Robin. Disse: "Hai una lingua allegra, villano; ma bada di non usarla troppo liberamente, o potrei tagliartela dalla gola per te."

Robin Hood tese il suo arco e prese posto senza dire una parola, sebbene le corde del suo cuore vibrassero di rabbia e disgusto. Scoccò due volte, la prima colpendo a un pollice dall'asta, la seconda spezzandola esattamente a metà. Poi, senza dare all'altro la possibilità di parlare, gettò l'arco a terra. "Ecco, brutto mascalzone!" gridò ferocemente, "lascia che questo ti mostri quanto poco tu conosca i giochi virili. E ora guarda per l'ultima volta la luce del giorno, poiché la buona terra è stata abbastanza infangata da te, vile bestia! Quest'oggi, se Nostra Signora lo vorrà, morirai; io sono Robin Hood." Detto ciò, fece balenare la sua spada lucente alla luce del sole.

Per un momento Guy of Gisbourne fissò Robin come se avesse perso il senno; ma il suo stupore si trasformò rapidamente in una rabbia selvaggia. "Sei davvero tu Robin Hood?" gridò. "Ora sono lieto di incontrarti, povero miserabile! Confessati, poiché non avrai tempo per la confessione quando avrò finito con te." Detto ciò, estrasse anch'egli la spada.

E ora ebbe inizio il combattimento più feroce che Sherwood avesse mai visto; poiché ogni uomo sapeva che o lui o l'altro doveva morire, e che in questa battaglia non vi era alcuna pietà. Combatterono avanti e indietro, finché tutta la dolce erba verde fu schiacciata e calpestata sotto il peso dei loro talloni. Più di una volta la punta della spada di Robin Hood sentì la morbidezza della carne, e ben presto il terreno iniziò a essere cosparso di brillanti gocce rosse, sebbene nessuna di esse provenisse dalle vene di Robin. Alla fine Guy of Gisbourne sferrò un fendente feroce e mortale contro Robin Hood, dal quale questi balzò indietro agilmente, ma nel balzare si impigliò il tallone in una radice e cadde pesantemente sulla schiena. "Ora, Santa Maria assistimi!" mormorò, mentre l'altro gli balzava addosso, con un ghigno di rabbia sul volto. Ferocemente Guy of Gisbourne pugnalò l'altro con la sua grande spada, ma Robin afferrò la lama a mani nude e, sebbene gli tagliasse il palmo, ne deviò la punta in modo che si conficcasse profondamente nel terreno proprio accanto a lui; poi, prima che un colpo potesse essere sferrato di nuovo, balzò in piedi, con la sua buona spada in pugno. E ora la disperazione calò sul cuore di Guy of Gisbourne come una nuvola nera, ed egli si guardò intorno selvaggiamente, come un falco ferito. Vedendo che le forze lo stavano abbandonando, Robin balzò in avanti e, rapido come un lampo, colpì con un rovescio sotto il braccio armato. La spada cadde dalla presa di Guy of Gisbourne, il quale barcollò all'indietro per il colpo, e, prima che potesse riprendersi, la spada di Robin gli trapassò il corpo da parte a parte. Egli ruotò sui talloni e, lanciando le mani in alto con un grido acuto e selvaggio, cadde prono faccia a terra sulla zolla verde.

Poi Robin Hood pulì la spada e la rinfoderò e, avvicinandosi a dove giaceva Guy of Gisbourne, si fermò sopra di lui con le braccia conserte, parlando tra sé e sé. "Questo è il primo uomo che uccido da quando ho sparso il guardaboschi del Re nei caldi giorni della mia giovinezza. Spesso penso amaramente, ancora oggi, a quella prima vita che ho tolto, ma di questa sono lieto come se avessi ucciso un cinghiale selvatico che devastava un bel paese. Poiché lo Sceriffo di Nottingham ha mandato uno come questo contro di me, indosserò le vesti del compagno e andrò a vedere se non riesco a trovare sua signoria, e magari ripagarlo di parte del debito che ho verso di lui per questo conto."

Così dicendo, Robin Hood spogliò il morto delle sue vesti pelose e le indossò, tutte insanguinate com'erano. Poi, cingendo la spada e il pugnale dell'altro attorno al corpo e portando i propri in mano, insieme ai due archi di tasso, si tirò il cappuccio di pelle di cavallo sul volto, in modo che nessuno potesse dire chi fosse, e si incamminò fuori dalla foresta, volgendo i passi verso oriente e la città di Nottingham. Mentre procedeva lungo le strade di campagna, uomini, donne e bambini si nascondevano al suo passaggio, poiché il terrore del nome di Guy of Gisbourne e delle sue azioni si era diffuso in lungo e in largo.

E ora vediamo cosa accadde a Little John mentre queste cose stavano accadendo.

Little John camminava per i sentieri della foresta finché non giunse alla periferia dei boschi, dove, qua e là, campi di orzo, grano o verdi pascoli giacevano sorridenti al sole. Così giunse alla strada maestra e dove una piccola capanna dal tetto di paglia sorgeva dietro un gruppo di contorti meli selvatici, con dei fiori davanti. Qui si fermò di colpo, poiché gli parve di udire un suono di qualcuno in pena. Ascoltò e scoprì che proveniva dalla capanna; così, volgendo i passi verso di essa, spinse il cancelletto ed entrò. Lì vide una donna dai capelli grigi seduta accanto a un focolare spento, che dondolava avanti e indietro piangendo amaramente.

Ora, Little John aveva un cuore tenero per i dolori altrui, così, avvicinandosi alla vecchia e picchiettandola gentilmente sulla spalla, le rivolse parole di conforto, esortandola a farsi coraggio e a raccontargli i suoi guai, perché forse avrebbe potuto fare qualcosa per alleviarli. A tutto ciò la buona donna scosse la testa; ma le sue parole gentili la calmarono un poco, così dopo un po' gli raccontò tutto ciò che le gravava sul cuore. Che quella mattina aveva accanto a sé tre figli, belli e alti, come se ne potevano trovare in tutto il Nottinghamshire, ma che ora le erano stati portati via e rischiavano di essere impiccati all'istante; che, colpita dalla miseria, il suo figlio maggiore era uscito la notte prima nella foresta e aveva ucciso una cerva al chiaro di luna; che i guardaboschi del Re avevano seguito le tracce di sangue sull'erba fino a giungere alla sua capanna, e lì avevano trovato la carne di cervo nella dispensa; che, poiché nessuno dei figli più giovani voleva tradire il fratello, i guardaboschi li avevano presi tutti e tre, nonostante il più grande dichiarasse di aver ucciso lui solo il cervo; che, mentre se ne andavano, aveva udito i guardaboschi parlare tra loro, dicendo che lo Sceriffo aveva giurato che avrebbe messo un freno alla grande strage di cervi che andava avanti ultimamente, impiccando il primo furfante colto in flagrante all'albero più vicino, e che avrebbero condotto i tre giovani alla locanda del King's Head, vicino alla città di Nottingham, dove lo Sceriffo risiedeva quel giorno, per attendere lì il ritorno di un certo individuo che aveva inviato a Sherwood in cerca di Robin Hood.

A tutto ciò Little John ascoltò, scuotendo tristemente la testa di tanto in tanto. "Ahimè," disse quando la buona donna ebbe finito di parlare, "questo è davvero un brutto caso. Ma chi è costui che va a Sherwood dopo Robin Hood, e perché va a cercarlo? Ma non importa ora; vorrei solo che Robin Hood fosse qui a consigliarci. Tuttavia, non si può perdere tempo a mandare a chiamarlo in quest'ora, se vogliamo salvare la vita ai tuoi tre figli. Dimmi, hai degli abiti qui intorno che io possa indossare al posto di questi di panno verde Lincoln? Perbacco, se il nostro solido Sceriffo mi coglie senza travestimento, rischio di essere impiccato più in fretta dei tuoi figli, te lo dico io, donna."

Allora la vecchia gli disse che aveva in casa alcuni vestiti del suo buon marito, morto solo due anni prima. Questi li portò a Little John, il quale, togliendosi la veste di verde Lincoln, li indossò al suo posto. Poi, fabbricando una parrucca e una barba finta di lana non cardata, coprì i propri capelli castani e la barba e, indossando un grande cappello alto che era appartenuto al vecchio contadino, prese il bastone in una mano e l'arco nell'altra, e partì a tutta velocità verso dove lo Sceriffo aveva preso alloggio.

A un miglio o più dalla città di Nottingham, e non lontano dai confini meridionali della foresta di Sherwood, sorgeva l'accogliente locanda che portava l'insegna del King's Head. Qui c'era un grande trambusto e agitazione in quella luminosa mattinata, poiché lo Sceriffo e una ventina dei suoi uomini erano venuti a fermarsi lì in attesa del ritorno di Guy of Gisbourne dalla foresta. Un gran sibilare e affaccendarsi per cucinare avveniva in cucina, e un gran bussare e picchiettare di barili di vino e birra avveniva in cantina. Lo Sceriffo sedeva all'interno, banchettando allegramente con il meglio che il posto offriva, e gli uomini dello Sceriffo sedevano sulla panca davanti alla porta, sorseggiando birra, o giacevano sotto l'ombra dei grandi alberi di quercia, parlando, scherzando e ridendo. Tutt'intorno stavano i cavalli della banda, con un gran rumore di zoccoli che battevano e un gran scodinzolare. A questa locanda giunsero i guardaboschi del Re, spingendo davanti a sé i tre figli della vedova. Le mani dei tre giovani erano legate strettamente dietro la schiena, e una corda dal collo al collo li teneva tutti uniti. Così furono condotti nella stanza dove lo Sceriffo sedeva a mangiare, e rimasero tremanti davanti a lui mentre li guardava con severità.

"Dunque," disse egli, con una voce tonante, forte e arrabbiata, "avete fatto bracconaggio sui cervi del Re, eh? Ora farò presto con voi quest'oggi, poiché impiccherò tutti e tre come un contadino impiccherebbe tre cornacchie per spaventare altri della stessa specie dal campo. La nostra bella contea di Nottingham è stata troppo a lungo un luogo di allevamento per mascalzoni malvagi come voi. Ho tollerato queste cose per molti anni, ma ora le estirperò una volta per tutte, e con voi inizierò."

Allora uno dei poveri disgraziati aprì bocca per parlare, ma lo Sceriffo gli ruggì contro ad alta voce di stare zitto, e ordinò ai guardaboschi di portarli via finché non avesse finito di mangiare e potuto occuparsi delle faccende che li riguardavano. Così i tre poveri giovani furono condotti fuori, dove rimasero con la testa china e il cuore disperato, finché dopo un po' lo Sceriffo non uscì. Poi chiamò a sé i suoi uomini e disse: "Questi tre furfanti saranno impiccati all'istante, ma non qui, affinché non portino sfortuna a questa bella locanda. Li porteremo laggiù verso quella fascia di boschi, poiché vorrei impiccarli proprio agli alberi di Sherwood stessa, per mostrare a quei vili fuorilegge che vi si trovano cosa possono aspettarsi da me se mai avessi la buona sorte di mettere le mani su di loro." Così dicendo, montò a cavallo, come fecero pure i suoi uomini d'arme, e tutti insieme partirono per la fascia di boschi di cui aveva parlato, i poveri giovani che camminavano in mezzo a loro scortati dai guardaboschi. Così giunsero finalmente al posto, e qui dei cappi furono legati attorno al collo dei tre, e le estremità delle corde gettate oltre il ramo di una grande quercia che sorgeva lì. Allora i tre giovani caddero in ginocchio e implorarono a gran voce pietà allo Sceriffo; ma lo Sceriffo di Nottingham rise con disprezzo. "Ora," disse, "vorrei avere qui un prete per confessarvi; ma, poiché nessuno è vicino, dovrete pure percorrere la vostra strada con tutti i vostri peccati caricati sulle spalle, e confidare in San Pietro che vi faccia entrare attraverso le porte del Paradiso come tre venditori ambulanti in città."

Nel frattempo, mentre tutto ciò stava accadendo, un vecchio si era avvicinato e stava in piedi appoggiato al suo bastone, guardando. I suoi capelli e la barba erano tutti ricci e bianchi, e sulla schiena portava un arco di tasso che sembrava troppo forte per poterlo tendere. Mentre lo Sceriffo si guardava intorno prima di ordinare ai suoi uomini di impiccare i tre giovani alla quercia, i suoi occhi caddero su questo strano vecchio. Allora sua signoria gli fece cenno, dicendo: "Vieni qui, padre, ho due parole da dirti." Così Little John, poiché non era altri che lui, si fece avanti, e lo Sceriffo lo guardò, pensando che ci fosse qualcosa di stranamente familiare nel volto davanti a lui. "Ebbene," disse, "credo di averti già visto. Qual è il tuo nome, padre?"

"Per piacere Vostra Signoria," disse Little John, con una voce incrinata come quella di un vecchio, "il mio nome è Giles Hobble, al servizio di Vostra Signoria."

"Giles Hobble, Giles Hobble," mormorò lo Sceriffo tra sé e sé, ripassando i nomi che aveva in mente per cercare di trovarne uno che si adattasse a questo. "Non ricordo il tuo nome," disse alla fine, "ma non importa. Hai voglia di guadagnare sei pence in questa luminosa mattinata?"

"Sì, perbacco," disse Little John, "poiché il denaro non è così abbondante per me da farmi buttare via sei pence se potessi guadagnarli con un lavoro onesto. Cosa volete che faccia Vostra Signoria?"

"Beh, questo," disse lo Sceriffo. "Ecco tre uomini che hanno bisogno di essere impiccati quanto chiunque io abbia mai visto. Se tu li impiccherai, ti pagherò due pence l'uno. Non mi piace che i miei uomini d'arme facciano i boia. Vuoi tentare la mano?"

"In verità," disse Little John, sempre con la voce del vecchio, "non ho mai fatto una cosa simile prima d'ora; ma se si possono guadagnare così facilmente sei pence, potrei prenderli io come chiunque altro. Ma, Vostra Signoria, questi disgraziati sono confessati?"

"No," disse lo Sceriffo, ridendo, "per nulla; ma potresti metterci mano anche tu se ne avessi voglia. Ma sbrigati, ti prego, poiché vorrei tornare alla mia locanda per tempo."

Così Little John si avvicinò a dove i tre giovani stavano tremando e, accostando il viso alla guancia del primo compagno come se lo stesse ascoltando, sussurrò dolcemente al suo orecchio: "Stai fermo, fratello, quando senti che i tuoi legacci vengono tagliati, ma quando mi vedi gettare la parrucca di lana e la barba dalla testa e dal viso, getta il cappio dal collo e corri verso i boschi." Poi tagliò astutamente la corda che legava le mani del giovane; il quale, dal canto suo, rimase fermo come se fosse ancora legato. Poi andò dal secondo compagno e gli parlò allo stesso modo, tagliando anche i suoi legacci. Fece lo stesso con il terzo, ma il tutto così astutamente che lo Sceriffo, che sedeva sul suo cavallo ridendo, non si accorse di ciò che veniva fatto, né i suoi uomini.

Poi Little John si voltò verso lo Sceriffo. "Per piacere Vostra Signoria," disse, "mi date il permesso di tendere il mio arco? Poiché vorrei aiutare questi compagni lungo la via, quando dondoleranno, con una freccia sotto le costole."

"Con tutto il cuore," disse lo Sceriffo, "solo, come ho detto prima, sbrigati nei tuoi affari."

Little John appoggiò la punta del suo arco al collo del piede e tese l'arma con tanta destrezza che tutti si meravigliarono di vedere un vecchio così forte. Poi estrasse una buona freccia liscia dalla faretra e la incoccò alla corda; quindi, guardandosi intorno per vedere che la via dietro di lui fosse libera, gettò improvvisamente via la lana dalla testa e dal viso, gridando con voce possente: "Correte!" Rapidi come un lampo i tre giovani gettarono i cappi dal collo e sfrecciarono attraverso la radura verso i boschi come la freccia scocca dall'arco. Anche Little John volò verso il riparo come un levriero, mentre lo Sceriffo e i suoi uomini guardavano dopo di lui tutti sbalorditi dall'improvvisa azione. Ma prima che lo yeoman fosse andato lontano, lo Sceriffo si riscosse. "Prendetelo!" ruggì con voce possente; poiché ora sapeva chi era colui con cui aveva parlato, e si meravigliò di non averlo riconosciuto prima.

Little John udì le parole dello Sceriffo e, vedendo che non poteva sperare di raggiungere i boschi prima che gli fossero addosso, si fermò e si voltò bruscamente, tenendo l'arco come se stesse per scoccare. "Indietro!" gridò ferocemente. "Il primo uomo che fa un passo avanti, o tocca con un dito la corda dell'arco, muore!"

A queste parole gli uomini dello Sceriffo rimasero immobili come statue, poiché sapevano bene che Little John avrebbe mantenuto la parola e che disobbedirgli significava morte. Invano lo Sceriffo ruggì contro di loro, chiamandoli codardi e incitandoli ad avanzare in gruppo; essi non si mossero di un pollice, ma rimasero a guardare Little John mentre si allontanava lentamente verso la foresta, mantenendo lo sguardo fisso su di loro. Ma quando lo Sceriffo vide il suo nemico scivolargli tra le dita in quel modo, impazzì dalla rabbia, tanto che la testa gli girava e non sapeva cosa facesse. Poi, all'improvviso, voltò la testa del cavallo e, piantando gli speroni nei fianchi, lanciò un gran grido e, sollevandosi sulle staffe, si abbatté su Little John come il vento. Allora Little John sollevò il suo arco mortale e portò la penna d'oca grigia alla guancia. Ma ahimè per lui! Perché, prima che potesse scoccare il dardo, il buon arco che lo aveva servito così a lungo si spezzò tra le sue mani, e la freccia cadde innocua ai suoi piedi. Vedendo cosa era successo, gli uomini dello Sceriffo sollevarono un grido e, seguendo il loro padrone, si precipitarono su Little John. Ma lo Sceriffo era davanti agli altri e raggiunse lo yeoman prima che questi raggiungesse il riparo dei boschi, poi sporgendosi in avanti sferrò un colpo potente. Little John si abbassò e la spada dello Sceriffo si girò nella sua mano, ma il piatto della lama colpì l'altro sulla testa e lo abbatté, stordito e privo di sensi.

"Ora, sono davvero lieto," disse lo Sceriffo, quando gli uomini arrivarono e scoprirono che Little John non era morto, "di non aver ucciso quest'uomo nella mia fretta! Preferirei perdere cinquecento sterline piuttosto che vederlo morire così invece di impiccarlo, come un vile ladro dovrebbe fare. Va', prendi dell'acqua da quella fontana, William, e versagliela sulla testa."

L'uomo fece come gli era stato ordinato, e ben presto Little John aprì gli occhi e si guardò intorno, tutto stordito e confuso dal colpo. Poi gli legarono le mani dietro la schiena e, sollevandolo, lo misero sul dorso di uno dei cavalli, con la faccia rivolta verso la coda e i piedi legati sotto la pancia. Così lo riportarono alla locanda del King's Head, ridendo e rallegrandosi mentre procedevano. Ma nel frattempo i tre figli della vedova si erano messi in salvo ed erano nascosti nei boschi.

Ancora una volta lo Sceriffo di Nottingham sedeva all'interno della locanda del King's Head. Il suo cuore gioiva dentro di lui, poiché alla fine aveva fatto ciò che aveva cercato di fare per anni: prendere Little John prigioniero. Disse tra sé e sé: "Domani a quest'ora il furfante penderà dalla forca davanti alla grande porta della città di Nottingham, e così avrò saldato il mio lungo conto con lui." Così dicendo, prese un lungo sorso di Canary. Ma sembrò che lo Sceriffo avesse ingoiato un pensiero insieme al suo vino, poiché scosse la testa e posò la coppa in fretta. "Ora," mormorò tra sé e sé, "non vorrei per mille sterline che questo tizio mi sfuggisse di mano; tuttavia, se il suo padrone dovesse sfuggire a quel brutto Guy of Gisbourne, non c'è modo di sapere cosa potrebbe fare, poiché è il furfante più astuto di tutto il mondo, questo stesso Robin Hood. Forse sarebbe meglio che non aspettassi fino a domani per impiccare il tizio." Così dicendo, spinse via la sedia in fretta e, uscendo dalla locanda, chiamò a raccolta i suoi uomini. Disse: "Non aspetterò più per l'impiccagione di questo furfante, ma sarà fatto immediatamente, e proprio dall'albero da cui ha salvato quei tre giovani mascalzoni mettendosi tra loro e la legge. Quindi preparatevi subito."

Allora posero ancora una volta Little John sul cavallo, con il viso rivolto alla coda, e così, uno che guidava il cavallo su cui sedeva e gli altri che cavalcavano attorno a lui, avanzarono verso quell'albero dai cui rami avevano pensato di impiccare i bracconieri. Proseguirono, con un rumore di sonagli e tintinnii lungo la strada, finché giunsero all'albero. Qui uno degli uomini parlò di punto in bianco allo Sceriffo. "Vostra Signoria," gridò, "non è forse quel tizio che ci viene incontro lo stesso Guy of Gisbourne che avete mandato nella foresta a cercare Robin Hood?" A queste parole lo Sceriffo si schermò gli occhi e guardò con avidità. "Perché, certo," disse, "quel tizio è proprio lui. Ora, il Cielo mandi che egli abbia ucciso il maestro dei ladri, come noi giustizieremo subito l'uomo!"

Quando Little John udì questo discorso alzò lo sguardo e subito il suo cuore si sgretolò dentro di lui, poiché non solo gli abiti dell'uomo erano tutti coperti di sangue, ma egli portava il corno di caccia di Robin Hood e aveva con sé il suo arco e la sua spada lunga.

"Ebbene!" gridò lo Sceriffo, quando Robin Hood, nei panni di Guy of Gisbourne, fu giunto vicino a loro. "Che fortuna ti è toccata nella foresta? Perché, uomo, i tuoi vestiti sono tutti pieni di sangue!"

"Se non ti piacciono i miei abiti," disse Robin con voce roca come quella di Guy of Gisbourne, "puoi chiudere gli occhi. Perbacco, il sangue che ho addosso è quello del più vile fuorilegge che abbia mai calpestato i boschi, e uno che ho ucciso quest'oggi, sebbene non senza ferirmi a mia volta."

Allora prese a parlare Little John, per la prima volta da quando era caduto nelle mani dello Sceriffo. "Oh, vile e sanguinario miserabile! Ti riconosco, Guy of Gisbourne, poiché chi c'è che non abbia sentito parlare di te e non ti abbia maledetto per le tue vili opere di sangue e rapina? È forse per mano tua che il cuore più gentile che abbia mai battuto è stato spento dalla morte? In verità, sei uno strumento adatto a questo vigliacco Sceriffo di Nottingham. Ora muoio con gioia, né mi importa come morirò, poiché la vita non è nulla per me!" Così disse Little John, mentre lacrime salate gli rigavano le guance brune.

Ma lo Sceriffo di Nottingham batté le mani per la gioia. "Ora, Guy of Gisbourne," gridò, "se quello che mi dici è vero, sarà la miglior giornata di lavoro che tu abbia mai fatto in tutta la tua vita."

"Ciò che ti ho detto è verità, e non mento," disse Robin, ancora con la voce di Guy of Gisbourne. "Guarda, non è forse questa la spada di Robin Hood, e non è questo il suo buon arco di tasso, e non è questo il suo corno di caccia? Pensi forse che li avrebbe ceduti a Guy of Gisbourne di sua spontanea volontà?"

Allora lo Sceriffo rise forte per la gioia. "Questa è una buona giornata!" gridò. "Il grande fuorilegge morto e il suo braccio destro nelle mie mani! Chiedi ciò che vuoi da me, Guy of Gisbourne, ed è tuo!"

"Allora questo ti chiedo," disse Robin. "Poiché ho ucciso il maestro, vorrei ora uccidere l'uomo. Dammi la vita di questo tizio nelle mie mani, Messer Sceriffo."

"Ora sei un pazzo!" gridò lo Sceriffo. "Avresti potuto avere denaro a sufficienza per il riscatto di un cavaliere se lo avessi chiesto. Mi dispiace lasciare che questo tizio mi sfugga dalle mani, ma poiché ho promesso, lo avrai."

"Ti ringrazio di cuore per il tuo dono," gridò Robin. "Togliete il furfante dal cavallo, uomini, e appoggiatelo contro quell'albero, mentre vi mostro come scanniamo un maiale dalle mie parti!"

A queste parole alcuni degli uomini dello Sceriffo scossero la testa; poiché, sebbene non importasse loro un fico secco se Little John fosse impiccato o meno, odiavano vederlo macellato a sangue freddo. Ma lo Sceriffo li chiamò a gran voce, ordinando loro di far scendere il contadino dal cavallo e di appoggiarlo contro l'albero, come l'altro aveva richiesto.

Mentre facevano ciò, Robin Hood tese sia il suo arco che quello di Guy of Gisbourne, sebbene nessuno di loro prestasse attenzione a ciò che faceva. Poi, quando Little John fu in piedi contro l'albero, egli estrasse il pugnale affilato a doppio taglio di Guy of Gisbourne. "Indietro! Indietro!" gridò. "Vorreste affollarvi così sul mio divertimento, voi mascalzoni senza maniere? Indietro, dico! Più lontano ancora!" Così si arretrarono, come aveva ordinato, molti di loro voltando il viso, per non vedere ciò che stava per accadere.

"Vieni!" gridò Little John. "Ecco il mio petto. È giusto che la stessa mano che ha ucciso il mio caro maestro scanni anche me! Ti riconosco, Guy of Gisbourne!"

"Pace, Little John!" disse Robin a bassa voce. "Due volte hai detto che mi riconosci, eppure non mi riconosci affatto. Non potevi capirlo sotto la pelle di questa bestia feroce? Laggiù, proprio davanti a te, giacciono il mio arco e le frecce, così come la mia spada lunga. Prendili quando ti taglierò i legacci. Ora! Prendi tutto in fretta!" Così dicendo, tagliò le corde, e Little John, veloce come un battibaleno, balzò in avanti e afferrò l'arco, le frecce e la spada lunga. Allo stesso tempo Robin Hood gettò indietro il cappuccio di pelle di cavallo dal viso e tese l'arco di Guy of Gisbourne, con una freccia aguzza e barbuta incoccata alla corda. "Indietro!" gridò con severità. "Il primo uomo che tocca la corda dell'arco muore! Ho ucciso il tuo uomo, Sceriffo; bada che non sia il tuo turno subito dopo." Poi, vedendo che Little John si era armato, portò il corno di caccia alle labbra e soffiò tre squilli, tanto forti quanto acuti.

Ora, quando lo Sceriffo di Nottingham vide di chi era il volto sotto il cappuccio di Guy of Gisbourne, e quando udì quegli squilli di corno risuonargli nell'orecchio, si sentì come se fosse giunta la sua ora. "Robin Hood!" ruggì, e senza un'altra parola fece voltare il suo cavallo sulla strada e fuggì via in una nuvola di polvere. Gli uomini dello Sceriffo, vedendo il loro padrone fuggire così per salvare la pelle, pensarono che non fosse affar loro indugiare oltre, così, spronando i cavalli, scapparono a loro volta dietro di lui. Ma per quanto lo Sceriffo di Nottingham andasse veloce, non poteva superare una freccia da un metro. Little John fece vibrare la corda dell'arco con un grido, e quando lo Sceriffo irruppe a tutta velocità attraverso le porte della città di Nottingham, una freccia grigia spuntava dietro di lui come un passero in muta con una sola penna sulla coda. Per un mese intero, in seguito, il povero Sceriffo non poté sedersi su nient'altro che sui cuscini più morbidi che si potessero trovare per lui.

Così lo Sceriffo e una ventina di uomini fuggirono da Robin Hood e Little John; cosicché quando Will Stutely e una dozzina o più di robusti contadini irruppero fuori dal boschetto, non videro nulla dei nemici del loro padrone, poiché lo Sceriffo e i suoi uomini stavano sfrecciando via in lontananza, nascosti dentro una nuvola di polvere come un piccolo temporale.

Poi tornarono tutti nella foresta ancora una volta, dove trovarono i tre figli della vedova, che corsero da Little John e gli baciarono le mani. Ma non era più possibile per loro vagare liberamente per la foresta; così promisero che, dopo essere andati a raccontare alla madre della loro fuga, sarebbero venuti quella notte all'albero della foresta verde, per divenire da quel momento in poi membri della banda.

Il Re Riccardo arriva nella foresta di Sherwood

NON ERANO passati più di due mesi da quando queste emozionanti avventure accaddero a Robin Hood e Little John, quando tutto il Nottinghamshire era in un grande fermento e tumulto, poiché il Re Riccardo Cuor di Leone stava facendo un progresso reale attraverso la gioiosa Inghilterra, e tutti si aspettavano che venisse nella città di Nottingham nel suo viaggio. I messaggeri galoppavano avanti e indietro tra lo Sceriffo e il Re, finché alla fine fu fissato il tempo in cui Sua Maestà si sarebbe fermato a Nottingham, come ospite di sua signoria.

E ora arrivò più trambusto che mai; un grande correre qua e là, un battere di martelli e un brusio di voci risuonavano ovunque nel luogo, poiché la gente stava costruendo grandi archi attraverso le strade, sotto i quali il Re doveva passare, e stavano drappeggiando questi archi con stendardi di seta e gagliardetti di molti colori. Un grande chiasso regnava anche nella Sala delle Corporazioni della città, poiché qui doveva essere offerto un grande banchetto al Re e ai nobili del suo seguito, e i migliori maestri carpentieri erano occupati a costruire un trono dove il Re e lo Sceriffo si sarebbero seduti a capotavola, fianco a fianco.

Sembrava a molti dei bravi abitanti del luogo come se il giorno che avrebbe portato il Re in città non dovesse mai arrivare; ma nonostante ciò arrivò a tempo debito, e il sole brillò luminoso sulle strade di pietra, che erano tutte vive con un mare inquieto di persone. Su entrambi i lati della via grandi folle di cittadini e gente di campagna stavano pigiati l'uno contro l'altro come aringhe essiccate in una scatola, cosicché gli uomini dello Sceriffo, con le alabarde in mano, riuscivano a stento a tenerli indietro per lasciare spazio al passaggio del Re.

"Attento a chi spingi!" gridò un grande e robusto frate a uno di quegli uomini. "Vorresti piantarmi i gomiti addosso, villano? Per Nostra Signora della Fontana, se non mi tratti con più deferenza spaccherò la tua zucca di mascalzone, anche se fossi uno dei potenti uomini dello Sceriffo."

A questo, un grande scoppio di risa si levò da un gruppo di alti contadini vestiti di verde Lincoln che erano sparsi tra la folla lì attorno; ma uno che sembrava avere più autorità degli altri diede una gomitata al sant'uomo. "Pace, Tuck," disse, "non mi avevi promesso, prima di venire qui, che avresti dato un freno alla tua lingua?"

"Sì, perbacco," brontolò l'altro, "ma non pensavo di avere un mascalzone dai piedi pesanti che mi calpestasse tutte le povere dita dei piedi come se non fossero più che ghiande nella foresta."

Ma all'improvviso tutto questo bisticcio cessò, poiché un suono limpido di molti corni da caccia arrivò serpeggiando lungo la strada. Allora tutta la gente allungò il collo e guardò nella direzione da cui proveniva il suono, e l'accalcarsi, lo spingere e l'ondeggiare divennero più grandi che mai. Ed ecco, un'imponente schiera di uomini apparve scintillando alla vista, e l'esultanza della gente corse tra la folla come il fuoco corre nell'erba secca.

Ventotto araldi in velluto e panno d'oro cavalcavano in avanti. Sopra le loro teste fluttuava una nuvola di piume bianco neve, e ogni araldo portava in mano una lunga tromba d'argento, che suonava musicalmente. Da ogni tromba pendeva un pesante stendardo di velluto e panno d'oro, con le insegne reali d'Inghilterra ivi impresse. Dopo questi cavalcavano cento nobili cavalieri, a due a due, tutti completamente armati, a eccezione del fatto che le loro teste erano scoperte. Nelle mani portavano alte lance, dalle cui sommità fluttuavano gagliardetti di molti colori e disegni. Al fianco di ogni cavaliere camminava un paggio vestito con ricchi abiti di seta e velluto, e ogni paggio portava nelle mani l'elmo del suo padrone, dal quale ondeggiavano lunghe piume fluttuanti. Mai Nottingham aveva visto uno spettacolo più bello di quei cento nobili cavalieri, dalle cui armature il sole divampava in una luce abbagliante mentre cavalcavano sui loro grandi cavalli da guerra, con fragore di armi e tintinnio di catene. Dietro i cavalieri venivano i baroni e i nobili del centro del paese, in vesti di seta e panno d'oro, con catene d'oro al collo e gioielli alle cinture. Dietro questi ancora veniva una grande schiera di uomini d'arme, con lance e alabarde nelle mani, e, in mezzo a questi, due cavalieri fianco a fianco. Uno dei cavalieri era lo Sceriffo di Nottingham nelle sue vesti ufficiali. L'altro, che era una testa più alto dello Sceriffo, era vestito con un abito ricco ma semplice, con una larga e pesante catena al collo. I suoi capelli e la barba erano come fili d'oro, e i suoi occhi erano azzurri come il cielo estivo. Mentre cavalcava, si inchinava a destra e a sinistra, e un potente boato di voci lo seguiva mentre passava; poiché quello era il Re Riccardo.

Poi, al di sopra di tutto il tumulto e le grida, si udì una grande voce ruggire: "Il Cielo e i suoi santi benedicano te, nostro grazioso Re Riccardo! E parimenti Nostra Signora della Fontana ti benedica!" Allora il Re Riccardo, guardando verso il punto da cui proveniva il suono, vide un prete alto, robusto e prestante stare davanti a tutta la folla con le gambe ben divaricate mentre si appoggiava a quelli dietro.

"Per la mia anima, Sceriffo," disse il Re, ridendo, "avete i preti più alti del Nottinghamshire che abbia mai visto in tutta la mia vita. Se il Cielo non esaudisse mai le preghiere per sordità, penso che avrei comunque benedizioni elargite su di me, poiché quell'uomo laggiù farebbe strofinare le orecchie alla grande statua di pietra di San Pietro per farlo ascoltare. Vorrei avere un esercito di uomini come lui."

A questo lo Sceriffo non rispose parola, ma tutto il sangue lasciò le sue guance, e si aggrappò al pomello della sella per non cadere; poiché anche lui vide il tizio che gridava così, e riconobbe in lui Frate Tuck; e, inoltre, dietro Frate Tuck vide i volti di Robin Hood, Little John, Will Scarlet, Will Stutely, Allan a Dale e altri della banda.

"Ebbene," disse il Re frettolosamente, "ti senti male, Sceriffo, che diventi così bianco?"

"No, Vostra Maestà," disse lo Sceriffo, "non è stato che un dolore improvviso che passerà presto." Così parlò, poiché si vergognava che il Re sapesse che Robin Hood lo temeva così poco da osare venire fin dentro le porte stesse della città di Nottingham.

Così cavalcò il Re nella città di Nottingham in quel luminoso pomeriggio dell'inizio della stagione autunnale; e nessuno gioì più di Robin Hood e dei suoi allegri compagni nel vederlo giungere così regalmente tra i suoi.

Era giunto il crepuscolo; il grande banchetto nella Sala delle Corporazioni a Nottingham era terminato, e il vino scorreva liberamente. Mille luci di cera brillavano lungo la tavola, alla quale sedevano lord, nobili, cavalieri e scudieri in bell'ordine. A capotavola, su un trono tutto drappeggiato di panno d'oro, sedeva il Re Riccardo con lo Sceriffo di Nottingham accanto a lui.

Disse il Re allo Sceriffo, ridendo mentre parlava: "Ho sentito molto parlare delle imprese di certi tizi da queste parti, un certo Robin Hood e la sua banda, che sono fuorilegge e dimorano nella foresta di Sherwood. Non puoi dirmi qualcosa di loro, Messer Sceriffo? Poiché ho sentito che hai avuto a che fare con loro più di una volta."

A queste parole lo Sceriffo di Nottingham guardò giù con aria cupa, e il Vescovo di Hereford, che era presente, si rosicchiò il labbro inferiore. Disse lo Sceriffo: "Posso dire a Vostra Maestà ben poco riguardo alle imprese di quei malvagi, se non che sono i più audaci trasgressori della legge in tutta la terra."

Allora prese a parlare il giovane Sir Henry of the Lea, un grande favorito del Re, sotto il quale aveva combattuto in Palestina. "Possa piacere a Vostra Maestà," disse, "quando ero lontano in Palestina ho sentito spesso parlare da mio padre, e nella maggior parte dei casi ho sentito di questo tizio, Robin Hood. Se a Vostra Maestà piacesse, vi racconterò una certa avventura di questo fuorilegge."

Allora il Re ridendo gli ordinò di raccontare la sua storia, dopodiché egli narrò come Robin Hood avesse aiutato Sir Richard of the Lea con denaro che aveva preso in prestito dal Vescovo di Hereford. Ripetutamente il Re e i presenti scoppiarono a ridere, mentre il povero Vescovo diventava rosso ciliegia in viso per il fastidio, poiché la faccenda era per lui un punto dolente. Quando Sir Henry of the Lea ebbe finito, altri tra i presenti, vedendo quanto il Re avesse gradito questa storia allegra, raccontarono altre storie riguardanti Robin e i suoi allegri compagni.

"Per l'elsa della mia spada," disse il robusto Re Riccardo, "questo è un furfante audace e allegro come non ne ho mai sentito parlare. Perbacco, devo prendere in mano questa faccenda e fare ciò che tu non hai potuto fare, Sceriffo, vale a dire, ripulire la foresta da lui e dalla sua banda."

Quella notte il Re sedeva nel luogo che era stato designato per il suo alloggio mentre si trovava nella città di Nottingham. Con lui c'erano il giovane Sir Henry of the Lea e altri due cavalieri e tre baroni del Nottinghamshire; ma la mente del Re indugiava ancora su Robin Hood. "Ora," disse, "darei volentieri cento sterline per incontrare questo furfante, Robin Hood, e vedere un po' delle sue gesta nella foresta di Sherwood."

Allora prese a parlare Sir Hubert of Gingham, ridendo: "Se Vostra Maestà ha un tale desiderio, non è così difficile da soddisfare. Se Vostra Maestà è disposta a perdere cento sterline, mi impegno a farvi non solo incontrare questo tizio, ma a banchettare con lui a Sherwood."

"Perbacco, Sir Hubert," disse il Re, "questo mi piace assai. Ma come mi farete incontrare Robin Hood?"

"Ebbene, così," disse Sir Hubert, "lasciate che Vostra Maestà e noi qui presenti indossiamo le vesti di sette membri dell'Ordine dei Frati Neri, e lasciate che Vostra Maestà appenda una borsa di cento sterline sotto la veste; poi lasciate che ci impegniamo a cavalcare da qui fino alla città di Mansfield domani, e, a meno che io non mi sbagli di grosso, incontreremo Robin Hood e ceneremo con lui prima che la giornata sia finita."

"Mi piace il tuo piano, Sir Hubert," disse il Re allegramente, "e domani lo proveremo e vedremo se c'è del buono in esso."

Così accadde che quando la mattina seguente di buon'ora lo Sceriffo giunse dove dimorava il suo signore feudale, per rendere omaggio, il Re gli raccontò di cosa avevano discusso la sera prima, e quale allegra avventura si erano prefissati di intraprendere quella mattina. Ma quando lo Sceriffo udì ciò, si colpì la fronte con il pugno. "Ahimè!" disse, "che cattivo consiglio vi è stato dato! Oh, mio grazioso signore e Re, non sapete cosa fate! Questo malvagio che andate così a cercare non ha alcun rispetto né per il re né per le leggi del re."

"Ma non ho sentito bene quando mi è stato detto che questo Robin Hood non ha versato sangue da quando è stato bandito, se non quello di quel vile Guy of Gisbourne, per la cui morte tutti gli uomini onesti dovrebbero ringraziarlo?"

"Sì, Vostra Maestà," disse lo Sceriffo, "avete sentito bene. Tuttavia--"

"Allora," disse il Re, interrompendo il discorso dello Sceriffo, "cosa ho da temere nell'incontrarlo, non avendogli fatto alcun male? In verità, non c'è alcun pericolo in questo. Ma forse verrete con noi, Messer Sceriffo."

"No," disse lo Sceriffo frettolosamente, "il Cielo non voglia!"

Ma ora furono portate sette tonache come quelle che indossano i Frati Neri, e il Re e coloro che erano con lui essendosi vestiti in esse, e avendo Sua Maestà appeso una borsa con cento sterline d'oro sotto le sue vesti, uscirono tutti e montarono sui muli che erano stati portati alla porta per loro. Poi il Re ordinò allo Sceriffo di tacere riguardo alle loro imprese, e così partirono per il loro cammino. Viaggiarono in avanti, ridendo e scherzando, finché non attraversarono la aperta campagna; tra campi mietuti e spogli da dove il raccolto era stato portato a casa; attraverso radure sparse che iniziarono a farsi più fitte man mano che procedevano lungo il cammino, finché non giunsero all'ombra pesante della foresta stessa. Viaggiarono nella foresta per parecchie miglia senza incontrare nessuno come quelli che cercavano, finché non giunsero a quella parte della strada che giaceva più vicina all'Abbazia di Newstead.

"Per il santo San Martino," disse il Re, "vorrei avere una memoria migliore per ricordare le cose di grande necessità. Ecco che siamo venuti via e non abbiamo portato con noi nemmeno una goccia di qualcosa da bere. Ora darei mezza centinaia di sterline per qualcosa con cui placare la mia sete."

Non appena il Re ebbe pronunciato queste parole, dal folto ai margini della strada uscì un uomo alto con barba e capelli biondi e un paio di allegri occhi azzurri. "Davvero, santo fratello," disse egli, posando la mano sulla briglia del cavallo del Re, "sarebbe cosa poco cristiana non dare risposta adeguata a un così equo baratto. Gestiamo una locanda qui nei dintorni, e per cinquanta sterline non solo vi offriremo un buon sorso di vino, ma vi serviremo un banchetto nobile come nessun altro con cui abbiate mai solleticato la vostra gola." Così dicendo, portò le dita alle labbra e fischiò acutamente. Poi, immediatamente, i cespugli e i rami su entrambi i lati della strada ondeggiarono e scricchiolarono, e tre volte venti uomini robusti vestiti di verde Lincoln balzarono fuori dal nascondiglio.

"Che succede, compare," esclamò il Re, "chi siete, voi furfanti sfrontati? Non avete alcun rispetto per uomini santi quali noi siamo?"

"Niente affatto," disse l'allegro Robin Hood, poiché il tizio era proprio lui, "poiché in verità tutta la santità che appartiene ai ricchi frati, come voi siete, la si potrebbe far cadere in un ditale e la buona donna non la sentirebbe nemmeno sulla punta del dito. Quanto al mio nome, è Robin Hood, e forse lo avrete già sentito prima."

"Ora, via con te!" esclamò Re Riccardo. "Sei un uomo audace e sfrontato, e per di più fuorilegge, come ho spesso sentito dire. Ora, ti prego, lascia che io e questi miei confratelli proseguiamo il nostro viaggio in pace e tranquillità."

"Non sia mai," disse Robin, "poiché ci farebbe brutta figura lasciar proseguire uomini così santi con lo stomaco vuoto. Ma non dubito che abbiate una borsa gonfia per pagare il conto alla nostra locanda, visto che offrite così generosamente tanto per un misero sorso di vino. Mostratemi la vostra borsa, reverendo fratello, o potrebbe darsi che debba strapparvi di dosso le vesti per cercarla io stesso."

"No, non usate la forza," disse il Re severamente. "Ecco la mia borsa, ma non posate le vostre mani illegali sulla nostra persona."

"Hut, tut," disse l'allegro Robin, "quali parole superbe sono queste? Siete forse il Re d'Inghilterra, per parlarmi in questo modo? Ecco, Will, prendi questa borsa e vedi cosa c'è dentro."

Will Scarlet prese la borsa e contò il denaro. Poi Robin gli ordinò di tenerne cinquanta sterline per loro e di rimetterne cinquanta nella borsa. Questa la consegnò al Re. "Ecco, fratello," disse, "prendi questa metà del tuo denaro, e ringrazia San Martino, che hai invocato poco fa, di essere caduto nelle mani di gentili furfanti che non ti lasceranno in mutande, come avrebbero potuto fare. Ma non vuoi tirare su il cappuccio? Poiché vorrei tanto vedere il tuo volto."

"No," disse il Re, indietreggiando, "non posso tirare su il cappuccio, poiché noi sette abbiamo fatto voto di non mostrare il nostro volto per quattro volte ventiquattr'ore."

"Allora teneteli coperti in pace," disse Robin, "e lungi da me farvi infrangere i vostri voti."

Così chiamò sette dei suoi uomini e ordinò a ciascuno di prendere un mulo per la briglia; poi, volgendo il volto verso le profondità dei boschi, proseguirono fino a giungere alla radura aperta e all'albero del bosco verde.

Little John, con tre volte venti uomini alle calcagna, era anch'egli uscito quella mattina per aspettare lungo le strade e condurre un ricco ospite nella radura di Sherwood, se la fortuna lo avesse assistito, poiché molti con borse gonfie dovevano percorrere le strade in quel periodo, dato che grandi avvenimenti si svolgevano nel Nottinghamshire; ma sebbene Little John e molti altri fossero partiti, Frate Tuck e due volte venti o più robusti uomini erano seduti o sdraiati sotto il grande albero, e quando Robin e gli altri arrivarono, balzarono in piedi per accoglierlo.

"Per l'anima mia," esclamò l'allegro Re Riccardo, quando fu sceso dal suo mulo e si guardò intorno, "hai davvero una bella schiera di giovani uomini attorno a te, Robin. Mi par di capire che Re Riccardo in persona sarebbe felice di avere una guardia del corpo simile."

"Questi non sono tutti i miei compagni," disse Robin orgogliosamente, "poiché altri tre volte venti sono via per affari con il mio buon braccio destro, Little John. Ma, quanto a Re Riccardo, ti dico, fratello, che non c'è uomo tra noi tutti che non verserebbe il proprio sangue come acqua per lui. Voi uomini di chiesa non potete comprendere appieno il nostro Re; ma noi uomini liberi lo amiamo lealmente per via delle sue coraggiose imprese che sono così simili alle nostre."

Ma ora Frate Tuck arrivò in tutta fretta. "Buon dì, fratelli," disse. "Sono ben lieto di accogliere alcuni del mio abito in questo luogo malvagio. Davvero, penso che questi furfanti di fuorilegge avrebbero poche speranze se non fosse per le preghiere del Santo Tuck, che lavora così duramente per il loro benessere." Qui strizzò un occhio astutamente e si spinse la lingua nella guancia.

"Chi siete, folle sacerdote?" disse il Re con voce seria, sebbene sorridesse sotto il cappuccio.

A questo, Frate Tuck si guardò intorno con sguardo lento. "Guardate un po'," disse, "non fatemi mai più dire che non sono un uomo paziente. Ecco un furfante di frate che mi chiama folle sacerdote, eppure non lo colpisco. Il mio nome è Frate Tuck, compare... il santo Frate Tuck."

"Basta, Tuck," disse Robin, "hai detto abbastanza. Ti prego, smetti di parlare e porta del vino. Questi reverendi uomini hanno sete, e poiché hanno pagato così profumatamente il loro conto, devono pur avere il meglio."

Frate Tuck si risentì per essere stato così interrotto nel suo parlare, tuttavia andò subito a eseguire l'ordine di Robin; così poco dopo fu portato un grande boccale e fu versato vino per tutti gli ospiti e per Robin Hood. Poi Robin tenne alta la sua coppa. "Fermo!" gridò. "Aspettate a bere finché non vi do un brindisi. Questo è al buon Re Riccardo di grande fama, e che tutti i suoi nemici siano confusi."

Allora tutti bevvero alla salute del Re, persino il Re stesso. "Mi sembra, buon compare," disse, "che tu abbia brindato alla tua stessa confusione."

"Niente affatto," disse l'allegro Robin, "poiché ti dico che noi di Sherwood siamo più leali verso il nostro signore il Re di quelli del tuo ordine. Noi daremmo la vita per il suo bene, mentre voi siete contenti di stare al calduccio nelle vostre abbazie e priorati, lasciando che regni chi vuole."

A questo il Re rise. Disse: "Forse il benessere di Re Riccardo mi sta più a cuore di quanto tu sappia, compare. Ma basta con questo argomento. Abbiamo pagato bene per il nostro cibo, non puoi mostrarci un po' di allegro intrattenimento? Ho sentito dire spesso che siete arcieri meravigliosi; non volete mostrarci un po' della vostra abilità?"

"Con tutto il cuore," disse Robin, "siamo sempre lieti di mostrare ai nostri ospiti tutto lo sport che c'è da vedere. Come dice il vecchio Swanthold: 'È un cuore duro quello che non dà il meglio a uno storno in gabbia'; e storni in gabbia siete voi con noi. Ehi, ragazzi! Mettete una ghirlanda in fondo alla radura."

Poi, mentre gli uomini correvano a eseguire l'ordine del loro padrone, Tuck si rivolse a uno dei finti frati. "Senti il nostro padrone?" disse, con un occhiolino astuto. "Ogni volta che si imbatte in un povero spirito arguto, lo mette subito sulle spalle di questo vecchio Swanthold - chiunque egli sia - così che il povero uomo va in giro con tutti i rimasugli e gli stracci del cervello del nostro padrone caricati sulla schiena." Così parlò Frate Tuck, ma a voce bassa affinché Robin non potesse sentirlo, poiché si sentiva un po' irritato dal fatto che Robin avesse tagliato corto il suo discorso.

Nel frattempo il bersaglio su cui dovevano tirare fu piazzato a una distanza di sei volte venti passi. Era una ghirlanda di foglie e fiori larga due spanne, che fu appesa a un palo davanti al tronco di un grande albero. "Ecco," disse Robin, "quello è un bel bersaglio, ragazzi. Ognuno di voi tiri tre frecce; e se qualcuno mancherà anche solo di una freccia, riceverà uno schiaffo dalla mano di Will Scarlet."

"Sentitelo!" disse Frate Tuck. "Perché, padrone, tu distribuisci schiaffi dal tuo robusto nipote come se fossero carezze di qualche ragazza vivace. Scommetto che sei sicuro di colpire tu stesso la ghirlanda, altrimenti non saresti così generoso con le sue manate."

Per primo tirò David di Doncaster, e piazzò tutte e tre le sue frecce all'interno della ghirlanda. "Ben fatto, David!" gridò Robin, "hai salvato le tue orecchie da una scaldata quest'oggi." Poi tirò Midge, il mugnaio, e anche lui piazzò le sue frecce nella ghirlanda. Seguì Wat, il calderaio, ma ahimè per lui! Poiché una delle sue frecce mancò il bersaglio per la larghezza di due dita.

"Vieni qui, compare," disse Will Scarlet, con la sua voce dolce e gentile, "ti devo qualcosa che vorrei pagarti subito." Allora Wat, il calderaio, si fece avanti e si mise davanti a Will Scarlet, contraendo il viso e chiudendo bene gli occhi, come se sentisse già le orecchie fischiare per lo schiaffo. Will Scarlet si rimboccò la manica e, stando sulle punte dei piedi per dare più slancio al braccio, colpì con forza e vigore. "SBAM!" il suo palmo arrivò sulla testa del calderaio, e il robusto Wat finì sull'erba, a capofitto, come l'immagine di legno alla fiera cade quando il giocatore abile gli tira un bastone. Poi, mentre il calderaio si sedeva sull'erba, strofinandosi l'orecchio e strizzando gli occhi davanti alle stelle luminose che danzavano davanti ai suoi occhi, gli uomini ruggirono di ilarità finché la foresta risuonò. Quanto a Re Riccardo, rise finché le lacrime gli scesero lungo le guance. Così la banda tirò, ognuno a turno, alcuni se la cavarono senza danni, e alcuni si guadagnarono uno schiaffo che li mandò sempre a terra. E ora, ultimo di tutti, Robin prese il suo posto, e tutto tacque mentre tirava. La prima freccia che tirò spezzò un pezzo del palo a cui era appesa la ghirlanda; la seconda si conficcò a un pollice dall'altra. "Per la mia reliquia," disse Re Riccardo tra sé e sé, "darei mille sterline perché questo tizio facesse parte della mia guardia!" E ora, per la terza volta Robin tirò; ma, ahimè per lui! La freccia era impennata male e, vacillando di lato, colpì a un pollice fuori dalla ghirlanda.

A questo si levò un gran boato, quelli degli uomini che sedevano sull'erba si rotolavano di qua e di là gridando dalle risate, poiché mai prima d'ora avevano visto il loro padrone mancare così il bersaglio; ma Robin gettò l'arco a terra per il disappunto. "Ora, via!" gridò. "Quella freccia aveva una piuma difettosa, poiché l'ho sentito mentre lasciava le mie dita. Datemi una freccia pulita, e mi impegno a spaccare il bastone con quella."

A queste parole gli uomini risero più forte che mai. "No, buon zio," disse Will Scarlet con la sua voce dolce e soave, "hai avuto la tua buona occasione e hai mancato il bersaglio in pieno. Giuro che la freccia era buona quanto qualsiasi altra sia stata scagliata oggi. Vieni qui; ti devo qualcosa, e vorrei pagartelo."

"Vai, buon padrone," ruggì Frate Tuck, "e possa la mia benedizione accompagnarti. Hai distribuito queste carezze di Will Scarlet con grande libertà. Sarebbe un peccato se non ricevessi la tua parte."

"Non sia mai," disse l'allegro Robin. "Io sono re qui, e nessun suddito può alzare la mano contro il re. Ma persino il nostro grande Re Riccardo può cedere al santo Papa senza vergogna, e persino prendere uno schiaffo da lui per penitenza; perciò mi arrenderò a questo santo frate, che sembra essere uno in autorità, e accetterò la mia punizione da lui." Così dicendo, si voltò verso il Re: "Ti prego, fratello, vuoi prendere la mia punizione nelle tue sante mani?"

"Con tutto il cuore," disse l'allegro Re Riccardo, alzandosi da dove era seduto. "Ti devo qualcosa per aver tolto un pesante peso di cinquanta sterline dalla mia borsa. Quindi fate spazio per lui sul verde, ragazzi."

"Se mi fai cadere," disse Robin, "ti restituirò volentieri le tue cinquanta sterline; ma ti dico, fratello, se non mi fai sentire l'erba su tutta la schiena, prenderò ogni centesimo che hai per il tuo discorso presuntuoso."

"Così sia," disse il Re, "sono disposto a rischiare." Dopodiché si rimboccò la manica e mostrò un braccio che fece sgranare gli occhi agli uomini. Ma Robin, con i piedi ben divaricati, se ne stava piantato fermo, aspettando l'altro, sorridendo. Poi il Re portò indietro il braccio e, bilanciandosi per un momento, assestò a Robin uno schiaffo che cadde come un fulmine. Robin finì a capofitto sull'erba, poiché il colpo avrebbe abbattuto un muro di pietra. Poi come risero gli uomini finché i fianchi non dolsero, poiché mai in vita loro avevano visto uno schiaffo simile. Quanto a Robin, poco dopo si mise seduto e si guardò intorno, come se fosse caduto da una nuvola e fosse atterrato in un posto mai visto prima. Dopo un po', continuando a guardarsi intorno verso i suoi uomini che ridevano, si toccò leggermente la punta delle dita all'orecchio e tastò tutto intorno con tenerezza. "Will Scarlet," disse, "conta a questo tizio le sue cinquanta sterline; non voglio più nulla né del suo denaro né di lui. Che un malanno colga lui e i suoi schiaffi! Vorrei aver preso il mio debito da te, poiché credo davvero che mi abbia reso l'orecchio sordo per sempre."

Poi, mentre raffiche di risate continuavano a scoppiare nella banda, Will Scarlet contò le cinquanta sterline e il Re le fece cadere di nuovo nella sua borsa. "Ti ringrazio, compare," disse, "e se mai desiderassi un altro schiaffo all'orecchio per pareggiare quello che hai ricevuto, vieni da me e te ne darò uno gratis."

Così parlò l'allegro Re; ma, proprio mentre finiva, giunse improvvisamente il suono di molte voci, e dal folto balzarono Little John e tre volte venti uomini, con Sir Richard of the Lea in mezzo. Corse attraverso la radura e, mentre arrivava, Sir Richard gridò a Robin: "Fai presto, caro amico, raduna la tua banda e vieni con me! Re Riccardo ha lasciato la città di Nottingham questa stessa mattina e viene a cercarti nei boschi. Non so come venga, poiché mi è giunta solo una voce di questo; tuttavia, so che è la verità. Pertanto affrettati con tutti i tuoi uomini e vieni al Castello di Lea, poiché lì potrai stare nascosto finché il tuo pericolo attuale non sarà passato. Chi sono questi stranieri che hai con te?"

"Perché," disse l'allegro Robin, alzandosi dall'erba, "questi sono certi gentili ospiti che sono venuti con noi dalla strada maestra oltre l'abbazia di Newstead. Non conosco i loro nomi, ma sono diventato fin troppo ben pratico del palmo di questo robusto furfante stamattina. Perbacco, il piacere di questa conoscenza mi è costato un orecchio sordo e cinquanta sterline per giunta!"

Sir Richard guardò intensamente l'alto frate, che, raddrizzandosi in tutta la sua altezza, guardò fisso il cavaliere. Poi, all'improvviso, le guance di Sir Richard divennero pallide, poiché riconobbe chi aveva davanti. Saltò rapidamente giù dal dorso del suo cavallo e si gettò in ginocchio davanti all'altro. A questo, il Re, vedendo che Sir Richard lo aveva riconosciuto, gettò indietro il cappuccio, e tutti gli uomini videro il suo volto e lo riconobbero a loro volta, poiché non c'era uno di loro che non fosse stato nella folla nella buona città di Nottingham e non lo avesse visto cavalcare fianco a fianco con lo Sceriffo. Caddero in ginocchio, né poterono dire una parola. Poi il Re si guardò intorno molto severamente e, per ultimo, il suo sguardo tornò a posarsi su Sir Richard of the Lea.

"Com'è possibile, Sir Richard?" disse severamente. "Come osi intrometterti tra me e questi uomini? E come osi offrire il tuo cavalleresco Castello di Lea come rifugio per loro? Vuoi renderlo un nascondiglio per i più rinomati fuorilegge d'Inghilterra?"

Allora Sir Richard of the Lea alzò gli occhi verso il volto del Re. "Lungi da me," disse, "fare alcunché che possa attirare su di me l'ira di Vostra Maestà. Eppure, preferirei affrontare l'ira di Vostra Maestà piuttosto che soffrire che qualsiasi danno che avrei potuto evitare cadesse su Robin Hood e la sua banda; poiché a loro devo la vita, l'onore, tutto. Dovrei, dunque, abbandonarlo nella sua ora del bisogno?"

Prima che il cavaliere avesse finito di parlare, uno dei finti frati che stava vicino al Re si fece avanti e si inginocchiò accanto a Sir Richard e, gettando indietro il cappuccio, mostrò il volto del giovane Sir Henry of the Lea. Poi Sir Henry afferrò la mano di suo padre e disse: "Qui si inginocchia uno che vi ha servito bene, Re Riccardo, e, come sapete, si è messo tra voi e la morte in Palestina; tuttavia resto fedele al mio caro padre, e qui dico anche che offrirei volentieri rifugio a questo nobile fuorilegge, Robin Hood, anche se ciò portasse la vostra ira su di me, poiché l'onore di mio padre e il benessere di mio padre mi sono cari quanto i miei."

Re Riccardo guardò dall'uno all'altro dei cavalieri inginocchiati, e alla fine il cipiglio svanì dalla sua fronte e un sorriso gli increspò gli angoli delle labbra. "Perbacco, Sir Richard," disse il Re, "sei un cavaliere dalla parola audace, e la tua libertà di parola non pesa molto contro di te con me. Questo tuo giovane figlio ha preso dal genitore sia in audacia di parola che di fatto, poiché, come dice, una volta si è messo tra me e la morte; perciò ti perdonerei per amor suo anche se avessi fatto più di quanto hai fatto. Alzatevi tutti, poiché non subirete alcun danno da me quest'oggi, perché sarebbe un peccato che un momento felice finisse in modo da guastarne la gioia."

Allora tutti si alzarono e il Re fece cenno a Robin Hood di venire da lui. "Che succede," disse, "il tuo orecchio è ancora troppo sordo per sentirmi parlare?"

"Le mie orecchie sarebbero sorde nella morte prima di smettere di udire la voce di Vostra Maestà," disse Robin. "Quanto al colpo che Vostra Maestà mi ha dato, vorrei dire che sebbene i miei peccati siano forse molti, mi pare che siano stati pagati per intero con esso."

"La pensi così?" disse il Re con un po' di severità nella voce. "Ora ti dico che, se non fosse per tre cose, vale a dire la mia misericordia, il mio amore per un robusto boscaiolo e la lealtà che hai giurato verso di me, le tue orecchie, forse, sarebbero state più strettamente chiuse di quanto uno schiaffo da parte mia avrebbe mai potuto fare. Non parlare alla leggera dei tuoi peccati, buon Robin. Ma vieni, guarda in alto. Il tuo pericolo è passato, poiché con la presente concedo a te e a tutta la tua banda il perdono totale. Ma, in verità, non posso lasciarvi vagare per la foresta come avete fatto in passato; perciò ti prenderò in parola, quando dicesti che avresti offerto il tuo servizio a me, e tornerai a Londra con me. Prenderemo anche quel furfante audace di Little John, e allo stesso modo tuo cugino, Will Scarlet, e il tuo menestrello, Allan a Dale. Quanto al resto della tua banda, prenderemo i loro nomi e li registreremo debitamente come guardie forestali reali; poiché penso che sarebbe più saggio trasformarli in custodi rispettosi della legge dei nostri cervi a Sherwood piuttosto che lasciarli liberi di correre come fuorilegge che li uccidono. Ma ora preparate un banchetto; vorrei vedere come vivete nei boschi."

Così Robin ordinò ai suoi uomini di preparare un grande banchetto. Subito furono accesi grandi fuochi che ardevano luminosi, sui quali cose saporite arrostivano dolcemente. Mentre ciò avveniva, il Re ordinò a Robin di chiamare Allan a Dale, poiché voleva sentirlo cantare. Così fu dato ordine per Allan, e poco dopo giunse, portando la sua arpa.

«Perbacco,» disse Re Riccardo, «se il tuo canto eguaglia il tuo aspetto, è più che buono. Ti prego, attacca una cantilena e facci assaggiare la tua bravura.»

Allora Allan sfiorò leggermente la sua arpa, e ogni parola fu soffocata mentre cantava così:

«"Oh, dove sei stata, figlia mia? Oh, dove sei stata quest'oggi, figlia, figlia mia?" "Oh, sono stata al lato del fiume, dove le acque giacciono grigie e vaste, e il cielo plumbeo cova sulla corrente di piombo, e il vento acuto sospira nel tendersi."

"Cosa hai visto là, figlia mia? Cosa hai visto là quest'oggi, figlia, figlia mia?" "Oh, ho visto una barca andare alla deriva, dove i giunchi tremanti sibilano e sospirano, e l'acqua rumoreggia gorgogliando, e il vento acuto sospira nel tendersi."

"Cosa navigava nella barca, figlia mia? Cosa navigava nella barca quest'oggi, figlia, figlia mia?" "Oh, c'era uno tutto vestito di bianco, e attorno al suo volto pendeva una luce pallida, e i suoi occhi brillavano acuti come le stelle nella notte, e il vento acuto sospirava nel tendersi."

"E cosa ha detto, figlia mia? Cosa ti ha detto quest'oggi, figlia, figlia mia?" "Oh, non ha detto nulla, ma ha fatto questo: tre volte sulle mie labbra ha impresso un bacio, e le corde del mio cuore si sono contratte con una beatitudine terribile, e il vento acuto sospirava nel tendersi."

"Perché diventi così fredda, figlia mia? Perché diventi così fredda e bianca, figlia, figlia mia?" Oh, mai una parola disse la figlia, ma sedeva tutta dritta con la testa china, poiché il suo cuore si era fermato e il suo volto era morto: e il vento acuto sospirava nel tendersi."»

Tutti ascoltarono in silenzio; e quando Allan a Dale ebbe finito, Re Riccardo trasse un sospiro. «Per il soffio del mio corpo, Allan,» disse, «hai una voce così meravigliosamente dolce che commuove stranamente il mio cuore. Ma che cantilena lugubre è questa per le labbra di un valoroso yeoman? Preferirei sentirti cantare una canzone di amore e di battaglia piuttosto che una cosa triste come quella. Inoltre, non la comprendo; cosa intendi con queste parole?»

«Non lo so, Vostra Maestà,» disse Allan, scuotendo il capo, «poiché spesso canto ciò che io stesso non comprendo appieno.»

«Bene, bene,» disse il Re, «lascia perdere; solo ti dico questo, Allan, dovresti volgere i tuoi canti verso tali argomenti di cui ho parlato, vale a dire, amore o guerra; poiché in verità hai una voce più dolce di Blondell, e pensavo fosse il miglior menestrello che avessi mai ascoltato.»

Ma ora qualcuno si fece avanti e disse che il banchetto era pronto; così Robin Hood condusse Re Riccardo e quelli con lui dove tutto giaceva disteso su belle tovaglie di lino bianco che poggiavano sulla soffice erba verde. Allora Re Riccardo si sedette e banchettò e bevve, e quando ebbe finito giurò solennemente di non essersi mai seduto a un pasto così vigoroso in tutta la sua vita.

Quella notte giacque nella Foresta di Sherwood su un letto di dolci foglie verdi, e di buon mattino il giorno seguente partì dai boschi per la città di Nottingham, con Robin Hood e tutta la sua banda che andavano con lui. Potete immaginare che agitazione vi fu nella buona città quando tutti questi famosi fuorilegge arrivarono marciando per le strade. Quanto allo Sceriffo, non sapeva cosa dire né dove guardare quando vide Robin Hood in così alto favore presso il Re, mentre tutto il suo cuore era colmo di fiele a causa del tormento che lo affliggeva.

Il giorno seguente il Re prese congedo dalla città di Nottingham; così Robin Hood e Little John e Will Scarlet e Allan a Dale strinsero le mani a tutti gli altri della banda, baciando le guance di ogni uomo e giurando che sarebbero venuti spesso a Sherwood a trovarli. Poi ognuno montò il proprio cavallo e cavalcò via al seguito del Re.

Epilogo

COSI FINISCONO le Allegre Avventure di Robin Hood; poiché, a dispetto della sua promessa, passarono molti anni prima che rivedesse Sherwood.

Dopo un anno o due a corte, Little John tornò nel Nottinghamshire, dove visse in modo ordinato, sebbene in vista di Sherwood, e dove ottenne grande fama come campione di tutta l'Inghilterra col bastone. Will Scarlet, dopo un po' di tempo, tornò alla sua casa, da cui era stato cacciato per l'infelice uccisione dello stalliere di suo padre. Il resto della banda fece il proprio dovere come guardiacaccia reali molto bene. Ma Robin Hood e Allan a Dale non tornarono a Sherwood così in fretta, poiché le cose andarono così:

Robin, grazie alla sua grande fama di arciere, divenne un favorito del Re, cosicché salì rapidamente di grado fino a diventare il capo di tutti gli yeoman. Alla fine il Re, vedendo quanto fosse fedele e leale, lo creò Conte di Huntingdon; così Robin seguì il Re nelle guerre e trovò il suo tempo così pieno da non avere occasione di tornare a Sherwood nemmeno per un giorno. Quanto ad Allan a Dale e sua moglie, la bella Ellen, seguirono Robin Hood e condivisero tutti gli alti e bassi della sua vita.

E ora, caro amico, tu che hai viaggiato con me in tutte queste allegre imprese, non ti chiederò di seguirmi oltre, ma lascerò la tua mano qui con un "buona giornata", se lo desideri; poiché ciò che viene dopo parla della fine delle cose e mostra come le gioie e i piaceri che sono morti e passati non possano mai essere rimessi in piedi per camminare di nuovo. Non mi soffermerò troppo a lungo sulla questione, ma racconterò il più velocemente possibile di come quel valoroso, Robin Hood, morì come aveva vissuto, non a corte come Conte di Huntingdon, ma con l'arco in mano, il cuore nel bosco verde e lui stesso un vero yeoman.

Re Riccardo morì sul campo di battaglia, in modo degno di un re dal cuore di leone, come tu stesso, senza dubbio, sai; così, dopo qualche tempo, il Conte di Huntingdon — o Robin Hood, come lo chiamiamo ancora come un tempo — non trovando nulla da fare all'estero, tornò di nuovo nella lieta Inghilterra. Con lui vennero Allan a Dale e sua moglie, la bella Ellen, poiché questi due erano stati il capo della casa di Robin da quando aveva lasciato la Foresta di Sherwood.

Era primavera quando sbarcarono ancora una volta sulle coste dell'Inghilterra. Le foglie erano verdi e i piccoli uccelli cantavano allegramente, proprio come facevano nella bella Sherwood quando Robin Hood vagava tra le ombre del bosco con un cuore libero e un passo leggero. Tutta la dolcezza del tempo e la gioia di ogni cosa riportarono alla mente di Robin la sua vita nella foresta, cosicché un grande desiderio si impossessò di lui di vedere ancora una volta i boschi. Così andò direttamente da Re Giovanni e lo implorò di dargli il permesso di visitare Nottingham per un breve periodo. Il Re gli diede il permesso di venire e di andare, ma gli ordinò di non trattenersi più di tre giorni a Sherwood. Così Robin Hood e Allan a Dale partirono senza indugio per il Nottinghamshire e la Foresta di Sherwood.

La prima notte presero alloggio nella città di Nottingham, tuttavia non andarono a rendere omaggio allo Sceriffo, poiché sua signoria nutriva più di un amaro rancore contro Robin Hood, rancori che non erano stati attenuati dall'ascesa di Robin nel mondo. Il giorno seguente, di buon'ora, montarono i loro cavalli e partirono per i boschi. Mentre percorrevano la strada, a Robin sembrava di conoscere ogni bastone e ogni pietra su cui posava lo sguardo. Laggiù c'era un sentiero che aveva calcato spesso in una tiepida sera, con Little John al suo fianco; qui ce n'era uno, ora quasi soffocato dai rovi, lungo il quale lui e un piccolo gruppo avevano camminato quando andarono in cerca di un certo frate tosato.

Così cavalcavano lentamente in avanti, parlando di queste vecchie, familiari cose; vecchie eppure nuove, poiché vi trovavano più di quanto avessero mai pensato prima. Così alla fine giunsero alla radura aperta e al grande albero del bosco verde che fu la loro casa per tanti anni. Nessuno dei due parlò quando furono sotto quell'albero. Robin guardò tutto intorno a sé le cose ben note, così simili a come erano solite essere eppure così diverse; poiché, dove un tempo c'era il brusio di molti uomini indaffarati, ora c'era la quiete della solitudine; e, mentre guardava, i boschi, il prato verde e il cielo si confondevano insieme alla sua vista attraverso lacrime salate, poiché un grande struggimento lo colse mentre guardava queste cose (ben note a lui come le dita della sua mano destra) che non poté trattenere l'acqua dai suoi occhi.

Quella mattina aveva appeso il suo buon vecchio corno da caccia a tracolla, e ora, con lo struggimento, giunse un grande desiderio di far suonare ancora una volta il suo corno. Lo portò alle labbra; soffiò un colpo. "Tirila, lirila," le note dolci e chiare si snodavano lungo i sentieri della foresta, tornando indietro dalle ombre boschive più distanti in deboli echi di suono, "Tirila, lirila, tirila, lirila," finché non svanì e andò perduto.

Ora accadde che proprio quella mattina Little John stesse camminando attraverso un ramo della foresta per certi affari, e mentre procedeva, immerso nella meditazione, le note deboli e chiare di un corno lontano giunsero al suo orecchio. Come salta il cervo quando sente la freccia al cuore, così saltò Little John quando quel suono lontano raggiunse il suo orecchio. Tutto il sangue nel suo corpo sembrò correre come una fiamma nelle sue guance mentre chinava il capo e ascoltava. Di nuovo giunse la nota del corno, sottile e chiara, e ancora risuonò. Allora Little John lanciò un grande grido selvaggio di struggimento, di gioia eppure di dolore, e, chinando il capo, si precipitò nel boschetto. In avanti si tuffò, scoppiettando e lacerando, come il cinghiale corre attraverso il sottobosco. Poco si curò di spine e rovi che gli graffiavano la pelle e strappavano i vestiti, poiché tutto ciò a cui pensava era di arrivare, per la via più breve, alla radura del bosco verde da cui sapeva provenire il suono del corno. Infine balzò fuori dal riparo, una pioggia di piccoli rametti spezzati che cadevano attorno a lui, e, senza esitare un momento, si precipitò in avanti e si gettò ai piedi di Robin. Poi strinse le braccia attorno alle ginocchia del suo signore, e tutto il suo corpo fu scosso da grandi singhiozzi; né Robin né Allan a Dale potevano parlare, ma stavano lì a guardare giù verso Little John, con le lacrime che scorrevano lungo le loro guance.

Mentre stavano così, sette guardiacaccia reali si precipitarono nella radura aperta e levarono un grande grido di gioia alla vista di Robin; e a loro capo c'era Will Stutely. Poi, dopo un po', ne giunsero altri quattro, ansimanti per la corsa, e due di questi quattro erano Will Scathelock e Midge, il mugnaio; poiché tutti costoro avevano udito il suono del corno di Robin Hood. Tutti corsero da Robin e baciarono le sue mani e i suoi vestiti, con grande fragore di pianto.

Dopo un po' Robin si guardò attorno con gli occhi appannati dalle lacrime e disse, con voce roca: «Ora, giuro che mai più lascerò questi cari boschi. Sono stato lontano da loro e da voi troppo a lungo. Ora depongo il nome di Robert, Conte di Huntingdon, e riprendo su di me ancora una volta quel titolo più nobile, Robin Hood, lo Yeoman.» A questo un grande grido si levò, e tutti gli yeoman si strinsero le mani per la gioia.

La notizia che Robin Hood era tornato a dimorare a Sherwood come un tempo si diffuse come un incendio in tutta la campagna, cosicché prima che passasse una settimana quasi tutti i suoi vecchi yeoman si erano radunati attorno a lui. Ma quando la notizia di tutto ciò giunse alle orecchie di Re Giovanni, egli giurò sia forte che profondamente, e fece un voto solenne che non avrebbe avuto pace finché non avesse avuto Robin Hood in suo potere, vivo o morto. Ora c'era a corte un certo cavaliere, Sir William Dale, un soldato tanto galante quanto mai ne abbia indossato un'armatura. Sir William Dale conosceva bene la Foresta di Sherwood, poiché era il capo custode di quella parte che giaceva vicino alla buona città di Mansfield; così il Re si rivolse a lui e gli ordinò di prendere un esercito di uomini e di andare subito in cerca di Robin Hood. Allo stesso modo il Re diede a Sir William il suo anello con sigillo da mostrare allo Sceriffo, affinché potesse sollevare tutti i suoi uomini armati per aiutare gli altri nella loro caccia a Robin. Così Sir William e lo Sceriffo partirono per eseguire l'ordine del Re e cercare Robin Hood; e per sette giorni cacciarono su e giù, eppure non lo trovarono.

Ora, se Robin Hood fosse stato pacifico come un tempo, tutto avrebbe potuto finire in fumo, come altre imprese simili avevano fatto sempre prima; ma egli aveva combattuto per anni sotto Re Riccardo, ed era cambiato rispetto a quello che era solito essere. Feriva il suo orgoglio fuggire così davanti a coloro che erano stati inviati contro di lui, come una volpe inseguita fugge dai segugi; così accadde, alla fine, che Robin Hood e i suoi yeoman incontrarono Sir William e lo Sceriffo e i loro uomini nella foresta, e ne seguì una sanguinosa battaglia. Il primo uomo ucciso in quella lotta fu lo Sceriffo di Nottingham, poiché cadde da cavallo con una freccia nel cervello prima che una decina di frecce fossero state scagliate. Molti uomini migliori dello Sceriffo baciarono il suolo quel giorno, ma alla fine, essendo Sir William Dale ferito e la maggior parte dei suoi uomini uccisi, si ritirò, sconfitto, e lasciò la foresta. Ma decine di bravi compagni furono lasciati indietro, distesi tutti rigidi sotto i dolci rami verdi.

Ma sebbene Robin Hood avesse respinto i suoi nemici in una lotta leale, tutto ciò gravava pesantemente sulla sua mente, cosicché rimuginò finché una febbre non lo colse. Per tre giorni lo tenne, e sebbene si sforzasse di combatterla, alla fine fu costretto ad arrendersi. Così accadde che, la mattina del quarto giorno, chiamò Little John a sé e gli disse che non riusciva a scuotersi di dosso la febbre, e che sarebbe andato da sua cugina, la priora del convento vicino a Kirklees, nello Yorkshire, che era una sapiente guaritrice, e le avrebbe fatto aprire una vena nel braccio e prelevare un po' di sangue, per migliorare la sua salute. Poi ordinò a Little John di prepararsi ad andare anche lui, poiché avrebbe potuto forse aver bisogno di aiuto nel suo viaggio. Così Little John e lui presero congedo dagli altri, e Robin Hood ordinò a Will Stutely di essere il capitano della banda finché non fossero tornati. Così giunsero a tappe facili e lenti viaggi finché non raggiunsero il Convento di Kirklees.

Ora Robin aveva fatto molto per aiutare questa sua cugina; poiché fu grazie all'amore di Re Riccardo per lui che essa era stata fatta priora del luogo. Ma non c'è nulla al mondo così facilmente dimenticato come la gratitudine; così, quando la Priora di Kirklees ebbe udito come suo cugino, il Conte di Huntingdon, avesse gettato via la sua contea e fosse tornato di nuovo a Sherwood, fu irritata nell'anima e temette che la sua parentela con lui potesse portare anche su di lei l'ira del Re. Così accadde che quando Robin venne da lei e le disse come desiderasse i suoi servizi di guaritrice, essa cominciò a tramare il male contro di lui nella sua mente, pensando che facendo del male a lui avrebbe potuto trovare favore presso i suoi nemici. Tuttavia, tenne tutto questo per sé e ricevette Robin con apparente gentilezza. Lo condusse su per la scala di pietra a chiocciola fino a una stanza che si trovava proprio sotto le grondaie di un'alta torre rotonda; ma non volle che Little John venisse con lui.

Così il povero yeoman allontanò i suoi passi dalla porta del convento e lasciò il suo padrone nelle mani delle donne. Ma, sebbene non entrasse, non andò nemmeno lontano; poiché si distese in una piccola radura vicina, dove poteva osservare il luogo in cui Robin risiedeva, come un grande cane fedele allontanato dalla porta dove il suo padrone è entrato.

Dopo che le donne ebbero portato Robin Hood nella stanza sotto le grondaie, la Priora mandò via tutte le altre; poi, prendendo una cordicella, la legò strettamente attorno al braccio di Robin, come se stesse per salassarlo. E così lo salassò, ma la vena che aprì non era una di quelle che giacciono vicine e blu sotto la pelle; più in profondità tagliò di quello, poiché aprì una di quelle vene attraverso le quali il sangue rosso brillante corre saltando dal cuore. Di questo Robin non seppe nulla; poiché, sebbene vedesse il sangue scorrere, non usciva abbastanza velocemente da fargli pensare che ci fosse qualcosa di male in esso.

Avendo compiuto questa vile azione, la Priora si voltò e lasciò suo cugino, chiudendo la porta a chiave dietro di sé. Per tutto quel lungo giorno il sangue corse dal braccio di Robin Hood, né egli riuscì a fermarlo, sebbene si sforzasse in ogni modo di farlo. Più e più volte chiese aiuto, ma nessun aiuto giunse, poiché sua cugina lo aveva tradito e Little John era troppo lontano per udire la sua voce. Così sanguinò e sanguinò finché non sentì la sua forza scivolargli via. Allora si alzò, vacillando, e sostenendosi con il palmo delle mani contro il muro, raggiunse finalmente il suo corno. Lo suonò tre volte, ma debolmente e debolmente, poiché il suo respiro tremava a causa della malattia e della perdita di forza; tuttavia, Little John lo udì dove giaceva nella radura e, con un cuore tutto malato di terrore, corse e saltò verso il convento. Bussò forte alla porta, e con voce alta gridò loro di farlo entrare, ma la porta era di quercia massiccia, fortemente sbarrata e borchiata di punte, così si sentirono al sicuro e dissero a Little John di andarsene.

Allora il cuore di Little John era folle di dolore e paura per la vita del suo padrone. Guardò selvaggiamente attorno a sé, e la sua vista cadde su un pesante mortaio di pietra, tale che tre uomini non potrebbero sollevare al giorno d'oggi. Little John fece tre passi avanti e, curvando la schiena, sollevò il mortaio di pietra da dove stava profondamente radicato. Barcollando sotto il suo peso, si fece avanti e lo scagliò schiantandolo contro la porta. La porta esplose e le suore spaventate fuggirono strillando al suo arrivo. Allora Little John entrò a grandi passi, e non disse una parola, ma corse su per i gradini di pietra a chiocciola finché non raggiunse la stanza in cui si trovava il suo padrone. Qui trovò la porta chiusa a chiave, ma, puntandovi contro la spalla, fece saltare le serrature come se fossero fatte di ghiaccio fragile.

Lì vide il suo caro padrone appoggiato contro il muro di pietra grigia, il volto tutto bianco e tirato, e la testa che oscillava avanti e indietro per la debolezza. Allora, con un grande grido selvaggio di amore, dolore e pietà, Little John balzò in avanti e prese Robin Hood tra le sue braccia. Lo sollevò come una madre solleva il suo bambino e, portandolo al letto, lo depose teneramente sopra.

E ora la Priora entrò in fretta, poiché era spaventata per ciò che aveva fatto e temeva la vendetta di Little John e degli altri della banda; allora fermò il sangue con bende ingegnose, cosicché non scorresse più. Per tutto il tempo Little John stette cupamente accanto, e dopo che ebbe finito le ordinò severamente di andarsene, ed essa obbedì, pallida e tremante. Poi, dopo che se ne fu andata, Little John disse parole incoraggianti, ridendo forte e dicendo che tutto questo era uno spavento da bambini e che nessun valoroso yeoman sarebbe morto per la perdita di poche gocce di sangue. «Perché,» disse, «datti una settimana e sarai a vagare per i boschi con la stessa baldanza di sempre.»

Ma Robin scosse il capo e sorrise debolmente dove giaceva. «Mio caro Little John,» sussurrò, «che il Cielo benedica il tuo cuore gentile e rude. Ma, caro amico, non vagheremo mai più insieme per le foreste.»

«Oh, invece sì!» esclamò ad alta voce Little John. «Dico ancora di sì, al diavolo! Chi osa dire che ti accadrà altro male? Non ci sono forse io qui? Lasciatemi vedere chi osa toccare...» Qui si interruppe all'improvviso, poiché le parole gli morirono in gola. Alla fine disse, con voce profonda e roca: «Ora, se dovesse accaderti qualche male a causa di ciò che è stato fatto oggi, giuro su San Giorgio che il gallo rosso canterà sul tetto di questa casa, poiché fiamme ardenti ne leccheranno ogni crepa e ogni fessura. Quanto a queste donne...» qui digrignò i denti, «sarà per loro un triste giorno!»

Ma Robin Hood prese il pugno rude e bruno di Little John tra le sue mani bianche e lo rimproverò dolcemente con la sua voce bassa e debole, chiedendogli da quando Little John avesse pensato di fare del male alle donne, anche per vendetta. Così parlò finché, alla fine, l'altro promise, con voce soffocata, che nessun male sarebbe caduto su quel luogo, qualunque cosa accadesse. Poi scese il silenzio e Little John sedette con la mano di Robin Hood nella sua, guardando fuori dalla finestra aperta, inghiottendo di tanto in tanto un grosso groppo che gli saliva alla gola. Nel frattempo il sole scendeva lentamente verso occidente, finché tutto il cielo fu in fiamme di una gloria rossa. Allora Robin Hood, con voce debole e tremante, pregò Little John di sollevarlo affinché potesse guardare un'ultima volta i boschi; così lo yeoman lo sollevò tra le braccia, come richiesto, e la testa di Robin Hood riposò sulla spalla dell'amico. A lungo guardò, con uno sguardo ampio e indugiante, mentre l'altro sedeva col capo chino, le lacrime calde che scorrevano una dopo l'altra dagli occhi e gocciolavano sul petto, poiché sentiva che il momento del commiato era vicino. Poi, poco dopo, Robin Hood gli chiese di tendere per lui il suo robusto arco e di scegliere una freccia liscia e bella dalla faretra. Little John lo fece, senza però disturbare il suo signore o alzarsi da dove sedeva. Le dita di Robin Hood si avvolsero amorevolmente attorno al suo buon arco ed egli sorrise debolmente quando lo sentì tra le mani, poi incoccò la freccia su quella parte della corda che le punte delle sue dita conoscevano così bene. «Little John,» disse, «Little John, mio caro amico, colui che amo più di ogni altro al mondo, segna, ti prego, dove si posa questa freccia, e lì sia scavata la mia tomba. Adagiami col viso verso Oriente, Little John, e fa' che il mio luogo di riposo sia mantenuto verde e che le mie stanche ossa non siano disturbate.»

Appena ebbe finito di parlare, si sollevò di scatto e si mise a sedere. La sua vecchia forza sembrò tornargli, e, tirando la corda dell'arco fino all'orecchio, scagliò la freccia fuori dalla finestra aperta. Mentre il dardo volava, la sua mano scese lentamente con l'arco finché non gli giacque sulle ginocchia, e il suo corpo allo stesso modo ricadde tra le amorevoli braccia di Little John; ma qualcosa era partito da quel corpo, proprio come la freccia alata era partita dall'arco.

Per alcuni minuti Little John rimase immobile, ma poco dopo depose con delicatezza ciò che teneva tra le braccia, poi, incrociando le mani sul petto e coprendo il volto, voltò i tacchi e lasciò la stanza senza una parola o un suono.

Sulla ripida scala incontrò la Priora e alcune delle sorelle principali. A loro parlò con voce profonda e tremante, dicendo: «Se varcherete la soglia di quella stanza anche solo di pochi passi, abbatterò il vostro nido sulle vostre teste in modo che non resti pietra su pietra. Tenete bene a mente le mie parole, perché non scherzo.» Così dicendo, si voltò e le lasciò, ed esse lo videro poco dopo correre rapidamente attraverso lo spiazzo, nel calare del crepuscolo, finché non fu inghiottito dalla foresta.

Il grigio mattutino dell'alba che stava arrivando cominciava appena a rischiarare il cielo nero verso oriente quando Little John e altri sei della banda attraversarono rapidamente lo spiazzo verso il convento. Non videro nessuno, poiché le sorelle erano tutte nascoste alla vista, essendo state spaventate dalle parole di Little John. Salirono le scale di pietra e si udì subito un grande pianto. Dopo un po' questo cessò, e poi si udì il calpestio e il trascinare dei piedi degli uomini mentre portavano un peso gravoso giù per le scale ripide e tortuose. Così uscirono dal convento e, mentre attraversavano le porte, un grande e fragoroso suono di lamento si levò dalla radura che giaceva tutta scura nell'alba, come se molti uomini, nascosti nell'ombra, avessero levato le loro voci nel dolore.

Così morì Robin Hood, al convento di Kirklees, nella bella Yorkshire, con la misericordia nel cuore verso coloro che erano stati la sua rovina; poiché così egli mostrò misericordia per chi sbagliava e pietà per i deboli durante tutto il tempo della sua vita.

I suoi yeoman da quel momento si dispersero, ma nessun grande male accadde loro in seguito, poiché uno sceriffo più misericordioso e che non li conosceva così bene succedette a quello che se n'era andato, ed essendo essi separati qua e là per la campagna, vissero in pace e tranquillità, così che molti vissero per tramandare queste storie ai loro figli e ai figli dei loro figli.

Qualcuno dice che su una pietra a Kirklees vi sia un'antica iscrizione. Questa la riporto nell'antico inglese in cui fu scritta, e così recita:

HEAR UNDERNEAD DIS LAITL STEAN LAIS ROBERT EARL OF HUNTINGTUN NEA ARCIR VER AS HIE SAE GEUD AN PIPL KAULD IM ROBIN HEUD SICK UTLAWS AS HI AN IS MEN VIL ENGLAND NIDIR SI AGEN OBIIT 24 KAL. DEKEMBRIS 1247.

E ora, caro amico, anche noi dobbiamo separarci, perché i nostri allegri viaggi sono giunti al termine, e qui, sulla tomba di Robin Hood, ci voltiamo, andando ognuno per la propria strada.

Public-domain source text from Project Gutenberg, translated into Italian by AI under our editorial direction. Machine translation of a whole book is not flawless — this exists so you can read a book otherwise closed to you, not as a scholarly edition. How this is made.