THE MOONSTONE
Un romanzo
di Wilkie Collins
Indice
PROLOGO
LA STORIA
PRIMO PERIODO CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI CAPITOLO VII CAPITOLO VIII CAPITOLO IX CAPITOLO X CAPITOLO XI CAPITOLO XII CAPITOLO XIII CAPITOLO XIV CAPITOLO XV CAPITOLO XVI CAPITOLO XVII CAPITOLO XVIII CAPITOLO XIX CAPITOLO XX CAPITOLO XXI CAPITOLO XXII CAPITOLO XXIII
SECONDO PERIODO PRIMA NARRAZIONE CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI CAPITOLO VII CAPITOLO VIII
SECONDA NARRAZIONE CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III
TERZA NARRAZIONE CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI CAPITOLO VII CAPITOLO VIII CAPITOLO IX CAPITOLO X
QUARTA NARRAZIONE
QUINTA NARRAZIONE
SESTA NARRAZIONE I II III IV V
SETTIMA NARRAZIONE
OTTAVA NARRAZIONE
EPILOGO I II III
PROLOGO
L’ASSALTO A SERINGAPATAM (1799):
(Tratto da un documento di famiglia.)
I
Indirizzo queste righe — scritte in India — ai miei parenti in Inghilterra.
Il mio scopo è spiegare il motivo che mi ha indotto a rifiutare la mano dell'amicizia a mio cugino, John Herncastle. La riservatezza che ho finora mantenuto in questa faccenda è stata fraintesa da membri della mia famiglia di cui non posso accettare di perdere la buona opinione. Chiedo loro di sospendere il giudizio finché non avranno letto la mia narrazione. E dichiaro, sulla mia parola d'onore, che ciò che sto per scrivere è, rigorosamente e letteralmente, la verità.
La divergenza privata tra mio cugino e me ebbe origine da un grande evento pubblico in cui fummo entrambi coinvolti: l’assalto a Seringapatam, sotto il comando del generale Baird, il 4 maggio 1799.
Affinché le circostanze siano chiaramente comprese, devo tornare per un momento al periodo precedente l’assalto e alle storie che circolavano nel nostro accampamento circa il tesoro di gioielli e oro accumulato nel Palazzo di Seringapatam.
II
Una delle storie più stravaganti riguardava un Diamante Giallo: una gemma famosa negli annali indigeni dell'India.
Le tradizioni più antiche descrivono la pietra come incastonata nella fronte del dio indiano a quattro braccia che simboleggia la Luna. In parte per il suo colore peculiare, in parte per una superstizione che lo voleva sensibile all'influenza della divinità che adornava, crescendo e diminuendo di lucentezza con il crescere e il calare della luna, ottenne per primo il nome con cui è ancora oggi conosciuto in India: il nome di THE MOONSTONE (La Pietra di Luna). Una superstizione simile era un tempo diffusa, come ho sentito dire, nell'antica Grecia e a Roma; non applicata però (come in India) a un diamante devoto al servizio di un dio, bensì a una pietra semitrasparente di ordine inferiore, ritenuta soggetta alle influenze lunari; anche in quest'ultimo caso, fu la luna a conferire il nome con cui la pietra è ancora nota ai collezionisti dei nostri giorni.
Le avventure del Diamante Giallo iniziano con l’undicesimo secolo dell’era cristiana.
A quell'epoca, il conquistatore musulmano, Mahmoud di Ghazni, attraversò l'India; si impadronì della città santa di Somnauth; e spogliò dei suoi tesori il famoso tempio, rimasto in piedi per secoli: santuario del pellegrinaggio indù e meraviglia del mondo orientale.
Di tutte le divinità venerate nel tempio, solo il dio-luna sfuggì alla rapacità dei musulmani conquistatori. Preservata da tre bramini, l’inviolata divinità, che portava il Diamante Giallo sulla fronte, fu rimossa di notte e trasportata nella seconda delle città sacre dell’India: la città di Benares.
Qui, in un nuovo santuario — in una sala intarsiata di pietre preziose, sotto un tetto sostenuto da colonne d’oro — il dio-luna fu eretto e venerato. Qui, la notte in cui il santuario fu completato, Vishnu il Preservatore apparve ai tre bramini in sogno.
La divinità soffiò il respiro della propria divinità sul Diamante nella fronte del dio. E i bramini si inginocchiarono e nascosero i volti nelle loro vesti. La divinità ordinò che la Pietra di Luna fosse sorvegliata, da quel momento in poi, da tre sacerdoti a turno, notte e giorno, fino alla fine delle generazioni degli uomini. E i bramini ascoltarono, e si inchinarono al suo volere. La divinità predisse un disastro certo per il mortale presuntuoso che avesse messo le mani sulla gemma sacra, e per tutti i membri della sua casa e del suo nome che l'avessero ricevuta dopo di lui. E i bramini fecero scrivere la profezia sopra le porte del santuario in lettere d'oro.
Un’epoca seguì l’altra — e ancora, generazione dopo generazione, i successori dei tre bramini vegliarono sulla loro inestimabile Pietra di Luna, notte e giorno. Un’epoca seguì l’altra finché i primi anni del diciottesimo secolo cristiano non videro il regno di Aurangzeb, Imperatore dei Mogul. Per suo comando, devastazione e rapina furono scatenate ancora una volta tra i templi del culto di Brahma. Il santuario del dio a quattro braccia fu inquinato dal massacro di animali sacri; le immagini delle divinità furono fatte a pezzi; e la Pietra di Luna fu sequestrata da un ufficiale di alto rango dell'esercito di Aurangzeb.
Impotenti nel recuperare il loro tesoro perduto con la forza aperta, i tre sacerdoti custodi lo seguirono e lo sorvegliarono travestiti. Le generazioni si succedettero; il guerriero che aveva commesso il sacrilegio perì miserabilmente; la Pietra di Luna passò (portando con sé la sua maledizione) da una mano musulmana senza legge all'altra; e ancora, attraverso ogni fortuna e cambiamento, i successori dei tre sacerdoti custodi mantennero la loro veglia, in attesa del giorno in cui il volere di Vishnu il Preservatore avrebbe restituito loro la gemma sacra. Il tempo passò dai primi agli ultimi anni del diciottesimo secolo cristiano. Il Diamante cadde in possesso di Tippoo, Sultano di Seringapatam, che lo fece porre come ornamento nell’impugnatura di un pugnale e ordinò che fosse custodito tra i tesori più preziosi della sua armeria. Persino allora — nel palazzo del Sultano stesso — i tre sacerdoti custodi mantenevano ancora segretamente la loro veglia. C'erano tre ufficiali della casa di Tippoo, estranei agli altri, che avevano conquistato la fiducia del loro padrone conformandosi, o apparendo conformarsi, alla fede musulmana; ed è su quei tre uomini che le voci indicavano come i tre sacerdoti travestiti.
III
Così, come raccontato nel nostro accampamento, correva la storia fantasiosa della Pietra di Luna. Non fece alcuna impressione seria su nessuno di noi, eccetto mio cugino, il cui amore per il meraviglioso lo indusse a crederci. La notte prima dell'assalto a Seringapatam, fu assurdamente in collera con me, e con altri, per aver trattato l'intera faccenda come una favola. Seguì un diverbio sciocco; e lo sfortunato temperamento di Herncastle prese il sopravvento. Dichiarò, nel suo modo vanaglorioso, che avremmo visto il Diamante al suo dito, se l'esercito inglese avesse preso Seringapatam. La sortita fu salutata da una risata fragorosa, e lì, come pensammo tutti quella notte, la cosa finì.
Lasciate che vi conduca ora al giorno dell'assalto.
Mio cugino e io fummo separati fin dall'inizio. Non lo vidi mai quando guadammo il fiume; quando innalzammo la bandiera inglese nella prima breccia; quando attraversammo il fossato oltre di essa; e, combattendo ogni centimetro del nostro cammino, entrammo in città. Fu solo al crepuscolo, quando il luogo fu nostro, e dopo che il generale Baird stesso ebbe trovato il corpo senza vita di Tippoo sotto un cumulo di caduti, che Herncastle e io ci incontrammo.
Eravamo entrambi assegnati a un distaccamento inviato per ordine del generale a impedire il saccheggio e la confusione che seguirono la nostra conquista. I seguaci dell'esercito commisero eccessi deplorevoli; e, cosa ancor peggiore, i soldati trovarono la via, attraverso una porta non sorvegliata, nel tesoro del Palazzo, e si caricarono di oro e gioielli. Fu nel cortile fuori dal tesoro che mio cugino e io ci incontrammo, per far rispettare le leggi della disciplina ai nostri soldati. Il temperamento focoso di Herncastle era stato, come potevo chiaramente vedere, esasperato fino a una sorta di frenesia dal terribile massacro attraverso il quale eravamo passati. Era del tutto inadatto, a mio avviso, a compiere il dovere che gli era stato affidato.
C'era abbastanza tumulto e confusione nel tesoro, ma nessuna violenza che io abbia visto. Gli uomini (se posso usare tale espressione) si disonorarono bonariamente. Ogni sorta di scherzo rozzo e battuta veniva scambiata tra loro; e la storia del Diamante saltò fuori di nuovo inaspettatamente, sotto forma di uno scherzo malizioso. “Chi ha la Pietra di Luna?” era il grido di battaglia che faceva sì che il saccheggio, non appena veniva fermato in un punto, scoppiasse in un altro. Mentre stavo ancora tentando invano di stabilire l'ordine, udii un grido spaventoso dall'altra parte del cortile, e corsi subito verso le grida, temendo di trovare qualche nuovo scoppio di saccheggio in quella direzione.
Arrivai a una porta aperta e vidi i corpi di due indiani (dal loro abbigliamento, come immaginai, ufficiali del palazzo) distesi attraverso l'ingresso, morti.
Un grido all'interno mi spinse in una stanza, che sembrava servire da armeria. Un terzo indiano, ferito a morte, stava cedendo ai piedi di un uomo la cui schiena era rivolta verso di me. L'uomo si voltò nell'istante in cui entrai, e vidi John Herncastle, con una torcia in una mano e un pugnale grondante di sangue nell'altra. Una pietra, incastonata come un pomolo nell'estremità dell'impugnatura del pugnale, brillò alla luce della torcia, mentre si voltava verso di me, come un bagliore di fuoco. L'indiano morente si accasciò in ginocchio, indicò il pugnale nella mano di Herncastle e disse, nella sua lingua nativa: “La Pietra di Luna avrà la sua vendetta su di te e sui tuoi!” Proferì quelle parole e cadde morto sul pavimento.
Prima che potessi muovermi in merito, gli uomini che mi avevano seguito attraverso il cortile si accalcarono dentro. Mio cugino si precipitò loro incontro, come un folle. “Liberate la stanza!” mi gridò, “e mettete una guardia alla porta!” Gli uomini si ritirarono quando lui si gettò su di loro con la torcia e il pugnale. Misi due sentinelle della mia compagnia, di cui potevo fidarmi, a sorvegliare la porta. Per il resto della notte, non vidi più mio cugino.
Al mattino presto, mentre il saccheggio continuava, il generale Baird annunciò pubblicamente al rullo di tamburi che qualsiasi ladro sorpreso in flagrante, chiunque fosse, sarebbe stato impiccato. Il prevosto era presente, per dimostrare che il Generale faceva sul serio; e nella folla che seguì il proclama, Herncastle e io ci incontrammo di nuovo.
Mi porse la mano, come al solito, e disse: “Buongiorno.”
Aspettai prima di dargli la mia mano in cambio.
“Dimmi prima,” dissi, “come l'indiano nell'armeria ha trovato la morte, e cosa significavano quelle ultime parole, quando indicava il pugnale nella tua mano.”
“L'indiano ha trovato la morte, suppongo, per una ferita mortale,” disse Herncastle. “Cosa significassero le sue ultime parole non ne so più di te.”
Lo guardai attentamente. La sua frenesia del giorno precedente si era del tutto placata. Decisi di dargli un'altra possibilità.
“È tutto ciò che hai da dirmi?” chiesi.
Rispose: “Questo è tutto.”
Gli voltai le spalle; e non ci siamo più parlati da allora.
IV
Prego che si comprenda che ciò che scrivo qui riguardo a mio cugino (a meno che non sorga qualche necessità di renderlo pubblico) è solo per informazione della famiglia. Herncastle non ha detto nulla che possa giustificarmi dal parlarne al nostro ufficiale comandante. È stato schernito più di una volta riguardo al Diamante, da coloro che ricordano il suo sfogo d'ira prima dell'assalto; ma, come si può facilmente immaginare, il suo stesso ricordo delle circostanze in cui lo sorpresi nell'armeria è stato sufficiente a farlo tacere. Si dice che intenda chiedere il trasferimento in un altro reggimento, dichiaratamente allo scopo di separarsi da me.
Che ciò sia vero o meno, non riesco a indurmi a diventare il suo accusatore — e penso con buona ragione. Se rendessi pubblica la faccenda, non avrei altre prove che prove morali da addurre. Non solo non ho prove che abbia ucciso i due uomini alla porta; non posso nemmeno dichiarare che abbia ucciso il terzo uomo all'interno — perché non posso dire che i miei stessi occhi abbiano visto il fatto commesso. È vero che udii le parole dell'indiano morente; ma se quelle parole venissero dichiarate delirio, come potrei contraddire l'affermazione basandomi sulla mia conoscenza? Lasciamo che i nostri parenti, da entrambe le parti, si formino la propria opinione su ciò che ho scritto, e decidano da soli se l'avversione che provo ora verso quest'uomo sia ben o mal fondata.
Sebbene non attribuisca alcun credito alla fantastica leggenda indiana della gemma, devo riconoscere, prima di concludere, di essere influenzato da una certa superstizione personale in questa faccenda. È mia convinzione, o mia illusione, non importa quale, che il crimine porti con sé la sua fatalità. Non sono solo persuaso della colpevolezza di Herncastle; sono persino così stravagante da credere che vivrà per pentirsene, se terrà il Diamante; e che altri vivranno per pentirsi di averlo preso da lui, se egli cederà il Diamante.
LA STORIA
PRIMO PERIODO
LA PERDITA DEL DIAMANTE (1848)
*Gli eventi narrati da Gabriel Betteredge, maggiordomo al servizio di Julia, Lady Verinder.*
CAPITOLO I
Nella prima parte di *Robinson Crusoe*, a pagina centoventinove, troverete scritto quanto segue:
“Ora vedevo, sebbene troppo tardi, la follia di iniziare un’opera prima di averne calcolato il costo, e prima di aver giudicato rettamente la nostra forza per portarla a termine.”
Solo ieri ho aperto il mio *Robinson Crusoe* in quel punto. Solo questa mattina (ventuno maggio, milleottocentocinquanta), è venuto il nipote della mia signora, il signor Franklin Blake, e ha tenuto una breve conversazione con me, come segue:
“Betteredge,” dice il signor Franklin, “sono stato dall’avvocato per alcune faccende di famiglia; e, tra le altre cose, abbiamo parlato della perdita del Diamante indiano, nella casa di mia zia nello Yorkshire, due anni fa. Il signor Bruff pensa, come penso io, che l’intera storia debba, nell’interesse della verità, essere messa per iscritto — e prima è, meglio è.”
Non intuendo ancora dove volesse andare a parare, e pensando che sia sempre desiderabile, per amore di pace e tranquillità, stare dalla parte dell’avvocato, dissi che lo pensavo anch’io. Il signor Franklin continuò.
“In questa faccenda del Diamante,” disse, “i caratteri di persone innocenti hanno già sofferto sotto sospetto — come sai. Le memorie di persone innocenti potrebbero soffrire, in futuro, per mancanza di una testimonianza dei fatti a cui coloro che verranno dopo di noi possano appellarsi. Non c’è dubbio che questa strana storia di famiglia debba essere raccontata. E penso, Betteredge, che io e il signor Bruff abbiamo trovato il modo giusto per raccontarla.”
Molto soddisfacente per entrambi, senza dubbio. Ma non riuscivo a vedere cosa avessi a che fare io con tutto ciò, fino a quel momento.
“Abbiamo certi eventi da narrare,” proseguì il signor Franklin; “e abbiamo certe persone coinvolte in quegli eventi che sono in grado di narrarli. Partendo da questi fatti semplici, l’idea è che dovremmo tutti scrivere la storia della Pietra di Luna a turno — per quanto la nostra esperienza personale si estende, e non oltre. Dobbiamo iniziare mostrando come il Diamante cadde per la prima volta nelle mani di mio zio Herncastle, quando prestava servizio in India cinquant’anni fa. Questa narrazione preliminare l’ho già con me sotto forma di un vecchio documento di famiglia, che riferisce i dettagli necessari sotto l’autorità di un testimone oculare. La cosa successiva da fare è raccontare come il Diamante trovò la sua strada nella casa di mia zia nello Yorkshire, due anni fa, e come fu perso in poco più di dodici ore dopo. Nessuno sa quanto ne sai tu, Betteredge, su ciò che accadde in casa in quel periodo. Quindi devi prendere la penna in mano e iniziare la storia.”
In quei termini fui informato di quale fosse il mio interesse personale nella faccenda del Diamante. Se siete curiosi di sapere quale linea di condotta ho intrapreso in quelle circostanze, vi prego di informarvi che ho fatto ciò che probabilmente avreste fatto voi al mio posto. Mi sono modestamente dichiarato del tutto inadeguato al compito impostomi — e privatamente sentivo, tutto il tempo, di essere abbastanza intelligente da compierlo, se solo avessi dato alle mie capacità una possibilità leale. Il signor Franklin, immagino, deve aver visto i miei sentimenti privati sul mio volto. Si rifiutò di credere alla mia modestia; e insistette nel dare alle mie capacità una possibilità leale.
Sono passate due ore da quando il signor Franklin mi ha lasciato. Non appena mi ha voltato le spalle, sono andato al mio scrittoio per iniziare la storia. Da allora sono rimasto lì, impotente (a dispetto delle mie capacità); vedendo ciò che vide Robinson Crusoe, come citato sopra — ovvero, la follia di iniziare un’opera prima di averne calcolato il costo, e prima di aver giudicato rettamente la nostra forza per portarla a termine. Vi prego di ricordare, ho aperto il libro per caso, su quel punto, solo il giorno prima che intraprendessi avventatamente l’affare ora in mano; e, permettetemi di chiedere — se questa non è profezia, cos’è?
Non sono superstizioso; ho letto un mucchio di libri ai miei tempi; sono uno studioso a modo mio. Sebbene abbia superato i settant’anni, possiedo una memoria attiva e le gambe che le corrispondono. Non dovete prenderla, se vi aggrada, come l’affermazione di un uomo ignorante, quando esprimo la mia opinione che un libro come *Robinson Crusoe* non sia mai stato scritto, e mai verrà scritto di nuovo. Ho messo alla prova quel libro per anni — generalmente in combinazione con una pipa di tabacco — e l’ho trovato il mio amico nel bisogno in tutte le necessità di questa vita mortale. Quando sono di cattivo umore — *Robinson Crusoe*. Quando voglio un consiglio — *Robinson Crusoe*. Nei tempi passati quando mia moglie mi tormentava; nei tempi presenti quando ho bevuto un goccio di troppo — *Robinson Crusoe*. Ho consumato sei robusti *Robinson Crusoe* con il duro lavoro al mio servizio. Per l’ultimo compleanno della mia signora me ne ha dato un settimo. Ho bevuto un goccio di troppo per festeggiare, e *Robinson Crusoe* mi ha rimesso in sesto. Prezzo quattro scellini e sei pence, rilegato in blu, con un’illustrazione per giunta.
Tuttavia, questo non sembra molto come iniziare la storia del Diamante — vero? Sembro vagare in cerca di Dio sa cosa, Dio sa dove. Prenderemo un nuovo foglio di carta, se vi aggrada, e ricominceremo da capo, con i miei migliori rispetti.
CAPITOLO II
Ho parlato della mia signora una riga o due fa. Ora, il Diamante non avrebbe mai potuto essere in casa nostra, dove fu perso, se non fosse stato fatto dono alla figlia della mia signora; e la figlia della mia signora non sarebbe mai esistita per ricevere il dono, se non fosse stato per la mia signora che (con dolore e travaglio) l’ha portata al mondo. Di conseguenza, se iniziamo con la mia signora, siamo abbastanza sicuri di iniziare abbastanza indietro. E questo, lasciate che ve lo dica, quando avete un lavoro come il mio tra le mani, è un vero conforto all’inizio.
Se sapete qualcosa del mondo alla moda, avrete sentito parlare delle tre belle signorine Herncastle. La signorina Adelaide; la signorina Caroline; e la signorina Julia — quest’ultima, a mio parere, la più giovane e la migliore delle tre sorelle; e io ho avuto modo di giudicare, come vedrete tra poco. Entrai al servizio del vecchio lord, il loro padre (grazie a Dio, non abbiamo nulla a che fare con lui in questa faccenda del Diamante; aveva la lingua più lunga e il carattere più irascibile di qualsiasi uomo, alto o basso, che io abbia mai incontrato) — dicevo, entrai al servizio del vecchio lord come paggetto al seguito delle tre onorevoli signorine, all’età di quindici anni. Lì vissi fino a quando la signorina Julia sposò il compianto Sir John Verinder. Un uomo eccellente, al quale mancava solo qualcuno che lo tenesse a bada; e, tra noi due, trovò qualcuno che lo facesse; e per di più, ne trasse giovamento e ne divenne florido, vivendo felice e morendo serenamente, dal giorno in cui la mia signora lo portò in chiesa per sposarlo, fino al giorno in cui gli diede sollievo con il suo ultimo respiro e gli chiuse gli occhi per sempre.
Ho omesso di dire che andai con la sposa nella casa e nelle terre del marito di lei, quaggiù. “Sir John”, dice lei, “non posso fare a meno di Gabriel Betteredge”. “Mia signora”, dice Sir John, “nemmeno io posso fare a meno di lui”. Era il suo modo di trattare con lei — e fu così che entrai al suo servizio. Per me era lo stesso dove andare, purché io e la mia padrona fossimo insieme.
Visto che la mia signora si interessava dei lavori all’aperto, delle fattorie e cose simili, presi a interessarmene anch’io — a maggior ragione perché io stesso ero il settimo figlio di un piccolo fattore. La mia signora mi fece mettere sotto il fattore e io feci del mio meglio, diedi soddisfazione e ottenni di conseguenza una promozione. Qualche anno dopo, diciamo il lunedì, la mia signora dice: “Sir John, il vostro fattore è un vecchio stupido. Mandatelo in pensione generosamente e date il suo posto a Gabriel Betteredge”. Diciamo il martedì, Sir John dice: “Mia signora, il fattore è stato mandato in pensione generosamente; e Gabriel Betteredge ha preso il suo posto”. Sentite fin troppo spesso parlare di sposi che vivono insieme miseramente. Ecco un esempio del contrario. Che serva da monito per alcuni di voi e da incoraggiamento per altri. Nel frattempo, proseguirò con la mia storia.
Bene, ero al settimo cielo, direte voi. Messo in una posizione di fiducia e onore, con un piccolo cottage tutto mio in cui vivere, con i miei giri nella tenuta a occuparmi la mattina, i miei conti il pomeriggio e la mia pipa e il mio Robinson Crusoe la sera — cos’altro avrei potuto desiderare per essere felice? Ricordate cosa desiderava Adamo quando era solo nel Giardino dell’Eden; e se non lo rimproverate ad Adamo, non rimproveratelo a me.
La donna su cui posai gli occhi fu quella che badava alla casa nel mio cottage. Si chiamava Selina Goby. Sono d’accordo con il compianto William Cobbett riguardo alla scelta della moglie. Assicuratevi che mastichi bene il cibo e che poggi il piede fermamente a terra quando cammina, e sarete a posto. Selina Goby era a posto sotto entrambi gli aspetti, il che era un motivo per sposarla. Avevo anche un altro motivo, interamente scoperto da me. Selina, essendo una donna nubile, mi faceva pagare una certa somma alla settimana per il vitto e i servizi. Selina, diventando mia moglie, non avrebbe potuto farsi pagare per il vitto e avrebbe dovuto prestarmi i suoi servizi gratis. Era da questo punto di vista che guardavo la cosa. Economia — con un pizzico d’amore. Lo proposi alla mia padrona, come era mio dovere, proprio come avevo fatto con me stesso.
“Ho riflettuto su Selina Goby”, dissi, “e penso, mia signora, che sarà più economico sposarla che mantenerla”.
La mia signora scoppiò a ridere e disse che non sapeva di cosa scandalizzarsi di più: del mio linguaggio o dei miei principi. Qualche battuta l’aveva divertita, suppongo, di quelle che non si possono cogliere se non si è persone di qualità. Non capendo altro che il fatto di essere libero di farmi avanti con Selina, andai e mi feci avanti di conseguenza. E cosa disse Selina? Dio! quanto poco dovete conoscere le donne, se lo chiedete. Naturalmente disse di sì.
Man mano che il tempo si avvicinava e si iniziava a parlare di farmi fare una giacca nuova per la cerimonia, il mio animo iniziò ad avere dei dubbi. Mi sono confrontato con altri uomini su ciò che hanno provato mentre si trovavano nella mia interessante situazione; e tutti hanno ammesso che, circa una settimana prima che accadesse, avrebbero voluto segretamente tirarsene fuori. Io andai un po’ oltre; mi alzai, per così dire, e cercai di tirarmi indietro. Non gratis! Ero un uomo troppo giusto per aspettarmi che lei mi lasciasse andare gratis. Un risarcimento alla donna quando l’uomo si tira indietro è una delle leggi d’Inghilterra. In obbedienza alle leggi, e dopo averci riflettuto attentamente, offrii a Selina Goby un letto di piume e cinquanta scellini per annullare l’accordo. Difficilmente ci crederete, ma è comunque vero: fu così sciocca da rifiutare.
Dopo di che, naturalmente, per me fu finita. Presi la giacca nuova il più a buon mercato possibile e affrontai tutto il resto il più a buon mercato possibile. Non eravamo una coppia felice, né una coppia infelice. Eravamo pari e patta. Come sia successo non lo capisco, ma sembrava che ci intralciassimo sempre a vicenda, con le migliori intenzioni. Quando volevo salire le scale, ecco che mia moglie scendeva; o quando mia moglie voleva scendere, ecco che io salivo. Questa è la vita matrimoniale, secondo la mia esperienza.
Dopo cinque anni di malintesi sulle scale, piacque alla Provvidenza onnisciente di liberarci l’uno dell’altra prendendosi mia moglie. Rimasi con la mia bambina Penelope, e nessun altro figlio. Poco dopo Sir John morì e la mia signora rimase con la sua bambina, la signorina Rachel, e nessun altro figlio. Ho scritto molto male della mia signora, se avete bisogno che vi venga detto che la mia piccola Penelope fu accudita, sotto lo sguardo della mia buona padrona, e fu mandata a scuola e istruita, e resa una ragazza sveglia, e promossa, quando fu abbastanza grande, a diventare la cameriera personale della signorina Rachel.
Quanto a me, continuai il mio lavoro come fattore anno dopo anno fino al Natale del 1847, quando ci fu un cambiamento nella mia vita. Quel giorno, la mia signora si invitò a prendere una tazza di tè da sola con me nel mio cottage. Osservò che, contando dall’anno in cui iniziai come paggetto ai tempi del vecchio lord, ero al suo servizio da più di cinquant’anni, e mi mise tra le mani un bellissimo panciotto di lana che aveva lavorato lei stessa, per tenermi al caldo durante il gelido clima invernale.
Ricevetti questo magnifico regalo senza trovare le parole per ringraziare la mia padrona per l’onore che mi aveva fatto. Con mia grande sorpresa, tuttavia, venne fuori che il panciotto non era un onore, ma una tangente. La mia signora aveva scoperto che stavo invecchiando prima che lo scoprissi io stesso, ed era venuta al mio cottage per convincermi (se posso usare un’espressione simile) a rinunciare al mio duro lavoro all’aperto come fattore e a godermi il riposo per il resto dei miei giorni come amministratore della casa. Combatterai il più possibile contro l’indegnità di godermi il riposo. Ma la mia padrona conosceva il mio lato debole; la pose come un favore fatto a lei. La disputa tra noi finì, dopo di che, con me che mi asciugavo gli occhi, come un vecchio sciocco, con il mio nuovo panciotto di lana, dicendo che ci avrei pensato.
Dato che la perturbazione nel mio animo, riguardo al pensarci, era davvero terribile dopo che la mia signora se ne fu andata, applicai il rimedio che non ho mai trovato fallire in casi di dubbio ed emergenza. Fumai una pipa e feci un giro con Robinson Crusoe. Prima ancora di essermi occupato di quello straordinario libro per cinque minuti, mi imbattei in un passo confortante (pagina centocinquantotto), come segue: “Oggi amiamo ciò che domani odiamo”. Vidi la strada chiaramente all’istante. Oggi ero tutto preso dal voler continuare a fare il fattore; domani, secondo l’autorità di Robinson Crusoe, sarei stato tutto dell’altro avviso. Prendi me stesso domani mentre sono nell’umore di domani, e la cosa è fatta. Il mio animo rincuorato in questo modo, andai a dormire quella notte nelle vesti di fattore di Lady Verinder, e mi svegliai la mattina dopo nelle vesti di amministratore di casa di Lady Verinder. Tutto molto confortevole, e tutto grazie a Robinson Crusoe!
Mia figlia Penelope ha appena guardato sopra la mia spalla per vedere cosa ho fatto finora. Osserva che è scritto magnificamente e che ogni parola è vera. Ma fa notare un’obiezione. Dice che quello che ho fatto finora non è affatto ciò che mi era stato richiesto. Mi è stato chiesto di raccontare la storia del Diamante e, invece di quello, ho raccontato la storia di me stesso. Curioso, e del tutto inspiegabile per me. Mi chiedo se i gentiluomini che fanno un mestiere e si guadagnano da vivere scrivendo libri, trovino mai se stessi a intralciare i propri argomenti, come me? Se lo fanno, posso capirli. Nel frattempo, ecco un’altra falsa partenza e altro spreco di buona carta da scrivere. Che si deve fare ora? Niente che io sappia, eccetto che voi manteniate la calma e che io ricominci tutto da capo per la terza volta.
CAPITOLO III
La questione di come iniziare la storia correttamente ho cercato di risolverla in due modi. Primo, grattandomi la testa, il che non ha portato a nulla. Secondo, consultando mia figlia Penelope, il che ha portato a un’idea del tutto nuova.
L’idea di Penelope è che io debba mettere per iscritto ciò che è accaduto, regolarmente giorno dopo giorno, iniziando dal giorno in cui ricevemmo la notizia che il signor Franklin Blake era atteso in visita alla casa. Quando arrivate a fissare la vostra memoria con una data in questo modo, è meraviglioso ciò che la vostra memoria sarà in grado di recuperare per voi sotto quella costrizione. L’unica difficoltà è tirare fuori le date, in primo luogo. Penelope si offre di farlo per me consultando il suo diario, che le è stato insegnato a tenere quando era a scuola e che ha continuato a tenere da allora. In risposta a un miglioramento di questa idea, ideato da me, vale a dire che lei dovrebbe raccontare la storia al posto mio, dal suo diario, Penelope osserva, con uno sguardo feroce e il viso rosso, che il suo diario è per i suoi occhi privati e che nessuna creatura vivente saprà mai cosa c’è dentro se non lei stessa. Quando chiedo cosa significhi, Penelope dice: “Sciocchezze!”. Io dico, innamorati.
Iniziando, dunque, secondo il piano di Penelope, prego di menzionare che fui chiamato appositamente un mercoledì mattina nel salotto della mia signora, essendo la data il ventiquattro maggio, milleottocentoquarantotto.
“Gabriel”, dice la mia signora, “ecco una notizia che vi sorprenderà. Franklin Blake è tornato dall’estero. È stato ospite di suo padre a Londra e verrà da noi domani per restare fino al mese prossimo e festeggiare il compleanno di Rachel”.
Se avessi avuto un cappello in mano, solo il rispetto mi avrebbe impedito di lanciarlo fino al soffitto. Non vedevo il signor Franklin da quando era un ragazzo, che viveva insieme a noi in questa casa. Era, senza ombra di dubbio (per come lo ricordo), il ragazzo più gentile che abbia mai fatto girare una trottola o rotto una finestra. La signorina Rachel, che era presente e a cui feci quella osservazione, osservò, di rimando, che lo ricordava come il più atroce tiranno che abbia mai torturato una bambola e il più spietato guidatore di una ragazzina esausta attaccata a una corda che l’Inghilterra potesse produrre. “Brucio d’indignazione e mi fanno male le ossa per la stanchezza”, fu il modo in cui la signorina Rachel riassunse, “quando penso a Franklin Blake”.
Sentendo quello che vi dico ora, chiederete naturalmente come sia possibile che il signor Franklin abbia trascorso tutti gli anni, da quando era ragazzo a quando è diventato uomo, fuori dal suo paese. Rispondo: perché suo padre ebbe la sventura di essere il prossimo erede a un Ducato, senza poterlo dimostrare.
In due parole, ecco come accadde la cosa:
La sorella maggiore della mia signora sposò il celebre signor Blake — ugualmente famoso per le sue grandi ricchezze e per la sua grande causa legale. Per quanti anni continuò a tormentare i tribunali del suo paese per cacciare il Duca in carica e mettersi al suo posto — quante borse di avvocati riempì fino a farle scoppiare, e quante persone altrimenti innocue mise l’una contro l’altra a discutere se avesse ragione o torto — è molto più di quanto io possa contare. Sua moglie morì, e due dei suoi tre figli morirono, prima che i tribunali potessero decidersi a mostrargli la porta e a non prendere più il suo denaro. Quando tutto fu finito, e il Duca in carica rimase al suo posto, il signor Blake scoprì che l’unico modo per pareggiare i conti con il suo paese per il modo in cui lo aveva trattato, era non permettere al suo paese di avere l’onore di educare suo figlio. “Come posso fidarmi delle mie istituzioni nazionali”, era il modo in cui la metteva, “dopo il modo in cui le mie istituzioni nazionali si sono comportate con me?”. Aggiungete a questo che il signor Blake non amava i ragazzi, compreso il suo, e ammetterete che non poteva che finire in un modo solo. Il giovane Franklin ci fu portato via dall’Inghilterra e mandato in istituzioni di cui suo padre poteva fidarsi, in quel paese superiore, la Germania; il signor Blake stesso, noterete, rimase comodamente in Inghilterra, per migliorare i suoi compatrioti nella Camera del Parlamento e per pubblicare una dichiarazione sull’argomento del Duca in carica, che è rimasta una dichiarazione incompiuta da quel giorno a oggi.
Ecco! Grazie a Dio, è stato detto! Né voi né io dobbiamo più scervellarci riguardo al signor Blake senior. Lasciatelo al Ducato; e lasciate che io e voi ci atteniamo al Diamante.
Il Diamante ci riporta al signor Franklin, che fu l’innocente mezzo per portare quel gioiello sfortunato nella casa.
Il nostro bel ragazzo non si dimenticò di noi dopo essere andato all’estero. Scriveva di tanto in tanto; a volte alla mia signora, a volte alla signorina Rachel e a volte a me. Avevamo avuto una transazione insieme, prima che partisse, che consisteva nel fatto che lui mi aveva preso in prestito un gomitolo di spago, un coltello a quattro lame e sette scellini e sei pence in denaro — il cui colore di quest’ultimo non ho mai visto e non mi aspetto mai di rivedere. Le sue lettere a me riguardavano principalmente il chiederne in prestito dell’altro. Sentivo, tuttavia, dalla mia signora, come se la passasse all’estero, mentre cresceva in anni e statura. Dopo aver imparato ciò che le istituzioni della Germania potevano insegnargli, passò ai francesi e poi agli italiani. Tra loro lo resero una sorta di genio universale, per quanto ho potuto capire. Scriveva un po’; dipingeva un po’; cantava, suonava e componeva un po’ — prendendo in prestito, sospetto, in tutti questi casi, proprio come aveva preso in prestito da me. La fortuna di sua madre (settecento sterline l’anno) gli spettò quando divenne maggiorenne e gli scivolò tra le mani come attraverso un setaccio. Più denaro aveva, più ne voleva; c’era un buco nella tasca del signor Franklin che niente avrebbe potuto cucire. Ovunque andasse, il suo modo di fare vivace e disinvolto lo rendeva benvenuto. Viveva qui, là e ovunque; il suo indirizzo (come diceva lui stesso) era “Ufficio Postale, Europa — da conservare fino al ritiro”. Per due volte si decise a tornare in Inghilterra a trovarci; e per due volte (con vostro perdono), qualche donna innominabile si mise di mezzo e lo fermò. Il suo terzo tentativo ebbe successo, come sapete già da ciò che la mia signora mi ha detto. Giovedì venticinque maggio, avremmo visto per la prima volta cosa era diventato da uomo il nostro bel ragazzo. Veniva da buona stirpe; aveva un grande coraggio; e aveva venticinque anni, secondo i nostri calcoli. Ora sapete del signor Franklin Blake quanto ne sapevo io — prima che il signor Franklin Blake venisse a casa nostra.
Il giovedì fu una giornata estiva bella come non ne avete mai viste: e la mia signora e la signorina Rachel (non aspettandosi il signor Franklin fino all’ora di cena) uscirono a pranzo con degli amici nei dintorni.
Quando se ne furono andate, andai a dare un’occhiata alla camera da letto che era stata preparata per il nostro ospite e vidi che tutto era in ordine. Poi, essendo maggiordomo nell’istituzione della mia signora, oltre che amministratore (per mia espressa richiesta, badate, e perché mi infastidiva vedere qualcun altro che non fosse me in possesso della chiave della cantina del compianto Sir John) — poi, dico, tirai su un po’ del nostro famoso claret Latour e lo misi nella calda aria estiva per togliergli il freddo prima di cena. Decidendo di mettermi anch’io nella calda aria estiva — visto che ciò che fa bene al vecchio claret fa altrettanto bene alla vecchiaia — presi la mia sedia a forma di alveare per uscire nel cortile sul retro, quando fui fermato dal sentire un suono simile al dolce battere di un tamburo, sulla terrazza davanti alla residenza della mia signora.
Facendo il giro della terrazza, trovai tre indiani color mogano, in camici e pantaloni di lino bianco, che guardavano verso la casa.
Gli indiani, come notai guardando più da vicino, avevano piccoli tamburi a mano appesi davanti a loro. Dietro di loro stava un ragazzino inglese dai capelli chiari e dall’aspetto delicato che trasportava una borsa. Giudicai i tizi come giocolieri girovaghi e il ragazzo con la borsa come colui che trasportava gli strumenti del loro mestiere. Uno dei tre, che parlava inglese e che mostrava, devo ammettere, i modi più eleganti, mi informò subito che il mio giudizio era corretto. Chiese il permesso di mostrare i suoi trucchi alla presenza della signora della casa.
Ora, non sono un vecchio acido. Sono generalmente propenso al divertimento e l’ultima persona al mondo a diffidare di un altro solo perché capita che sia di qualche sfumatura più scuro di me. Ma i migliori di noi hanno i loro punti deboli — e il mio punto debole, quando so che un cestino dell’argento di famiglia è fuori su un tavolo della dispensa, è di essere immediatamente ricordato di quel cestino dalla vista di uno straniero girovago i cui modi sono superiori ai miei. Informai di conseguenza l’indiano che la signora della casa era fuori; e avvertii lui e il suo gruppo di allontanarsi dalla proprietà. Mi fece un bell’inchino in risposta; e lui e il suo gruppo se ne andarono dalla proprietà. Dal canto mio, tornai alla mia sedia a forma di alveare, mi sedetti sul lato soleggiato del cortile e caddi (se si deve confessare la verità), non esattamente in un sonno, ma in qualcosa che ci andava molto vicino.
Fui svegliato da mia figlia Penelope che correva verso di me come se la casa fosse in fiamme. Cosa pensate che volesse? Voleva che i tre giocolieri indiani venissero immediatamente arrestati; per questo motivo, vale a dire, che sapevano chi stava arrivando da Londra a farci visita e che avevano in mente qualche guaio per il signor Franklin Blake.
Il nome del signor Franklin mi scosse. Aprii gli occhi e feci in modo che la mia ragazza si spiegasse.
Sembrava che Penelope fosse appena tornata dalla nostra portineria, dove era stata a chiacchierare con la figlia del portinaio. Le due ragazze avevano visto gli indiani uscire, dopo che io li avevo allontanati, seguiti dal loro ragazzino. Mettendosi in testa che il ragazzo fosse maltrattato dagli stranieri – senza alcuna ragione che io potessi scoprire, se non che era carino e dall'aspetto delicato – le due ragazze si erano intrufolate lungo il lato interno della siepe tra noi e la strada, e avevano osservato le manovre degli stranieri sul lato esterno. Tali manovre si conclusero con l'esecuzione dei seguenti strani trucchi.
Dapprima guardarono su per la strada, e giù per la strada, e si accertarono di essere soli. Poi si voltarono tutti e tre e fissarono intensamente la direzione della nostra casa. Poi confabularono e discussero nella loro lingua, guardandosi l'un l'altro come uomini in dubbio. Poi si rivolsero tutti al loro ragazzino inglese, come se si aspettassero che li aiutasse. E allora l'indiano capo, che parlava inglese, disse al ragazzo: "Tendi la mano".
Nell'udire quelle terribili parole, mia figlia Penelope disse di non sapere cosa trattenne il suo cuore dal balzarle fuori dal petto. Io pensai privatamente che potesse essere stato il busto. Tutto ciò che dissi, tuttavia, fu: "Mi fai venire la pelle d'oca". (Nota bene: alle donne piacciono questi piccoli complimenti.)
Ebbene, quando l'indiano disse "Tendi la mano", il ragazzo si ritrasse, scosse la testa e disse che non gli piaceva. L'indiano, allora, gli chiese (non affatto sgarbatamente) se gli sarebbe piaciuto essere rimandato a Londra e lasciato dove lo avevano trovato, a dormire in un cesto vuoto in un mercato, un ragazzino affamato, stracciato e abbandonato. Questo, a quanto pare, pose fine alla difficoltà. Il ragazzino tese la mano controvoglia. A quel punto, l'indiano trasse una bottiglia dal suo petto e ne versò un po' di sostanza nera, simile a inchiostro, nel palmo della mano del ragazzo. L'indiano – dopo aver prima toccato la testa del ragazzo e fatto dei segni nell'aria sopra di essa – disse poi: "Guarda". Il ragazzo divenne completamente rigido e rimase in piedi come una statua, fissando l'inchiostro nell'incavo della mano.
(Fin qui, mi era sembrato un gioco di prestigio, accompagnato da uno sciocco spreco di inchiostro. Stavo ricominciando ad avere sonno, quando le parole successive di Penelope mi scossero.)
Gli indiani guardarono ancora una volta su per la strada e giù per la strada, e poi l'indiano capo disse queste parole al ragazzo: "Vedi il gentiluomo inglese proveniente da terre straniere".
Il ragazzo disse: "Lo vedo".
L'indiano disse: "È sulla strada per questa casa, e su nessun'altra, che il gentiluomo inglese viaggerà oggi?".
Il ragazzo disse: "È sulla strada per questa casa, e su nessun'altra, che il gentiluomo inglese viaggerà oggi".
L'indiano pose una seconda domanda, dopo aver atteso un poco. Disse: "Il gentiluomo inglese ha 'Essi' con sé?".
Il ragazzo rispose, sempre dopo aver atteso un poco: "Sì".
L'indiano pose una terza e ultima domanda: "Il gentiluomo inglese verrà qui, come ha promesso di venire, al calar del giorno?".
Il ragazzo disse: "Non posso dirlo".
L'indiano chiese perché.
Il ragazzo disse: "Sono stanco. La nebbia mi sale alla testa e mi confonde. Non posso vedere altro oggi".
Con ciò il catechismo ebbe fine. L'indiano capo disse qualcosa nella sua lingua agli altri due, indicando il ragazzo e indicando verso la città, nella quale (come scoprimmo in seguito) alloggiavano. Poi, dopo aver fatto altri segni sulla testa del ragazzo, soffiò sulla sua fronte e così lo svegliò di soprassalto. Dopodiché, proseguirono tutti per la loro strada verso la città, e le ragazze non li videro più.
La maggior parte delle cose che si dicono ha una morale, se solo la si cerca. Qual era la morale di questo?
La morale era, come pensai io: primo, che il giocoliere capo aveva sentito parlare dell'arrivo del signor Franklin tra la servitù fuori casa e aveva visto il modo di guadagnarci qualche soldo. Secondo, che lui, i suoi uomini e il ragazzo (nell'intento di guadagnare detti soldi) intendevano bighellonare finché non avessero visto la mia signora tornare a casa in carrozza, per poi tornare e predire l'arrivo del signor Franklin con la magia. Terzo, che Penelope li aveva sentiti provare il loro hocus-pocus, come attori che provano una commedia. Quarto, che avrei fatto bene a tenere d'occhio, quella sera, il cestino dell'argenteria. Quinto, che Penelope avrebbe fatto bene a calmarsi e a lasciare che io, suo padre, tornassi ad appisolarmi al sole.
Quella mi sembrò la visione sensata. Se sapete qualcosa delle abitudini delle giovani donne, non vi stupirete nel sentire che Penelope non volle accettarla. La morale della faccenda era seria, secondo mia figlia. Mi ricordò in particolare la terza domanda dell'indiano: Il gentiluomo inglese ha "Essi" con sé? "Oh, padre!" dice Penelope, giungendo le mani, "non scherzare su questo. Cosa significa 'Essi'?"
"Lo chiederemo al signor Franklin, mia cara," dissi, "se puoi aspettare finché non arriva il signor Franklin." Feci l'occhiolino per mostrare che lo intendevo come uno scherzo. Penelope la prese molto sul serio. La serietà della mia ragazza mi divertì. "Che diavolo dovrebbe saperne il signor Franklin?" chiesi. "Chiediglielo," dice Penelope. "E vedi se anche lui pensa che sia una cosa da ridere." Con quella frecciata finale, mia figlia mi lasciò.
Decisi tra me e me, quando se ne fu andata, che avrei davvero chiesto al signor Franklin, principalmente per mettere a tacere la mente di Penelope. Ciò che fu detto tra noi, quando glielo chiesi più tardi lo stesso giorno, lo troverete esposto completamente al suo posto. Ma siccome non desidero alimentare le vostre aspettative per poi deluderle, mi prenderò la libertà di avvertirvi qui, prima di andare oltre, che non troverete nemmeno l'ombra di uno scherzo nella nostra conversazione sul tema dei giocolieri. Con mia grande sorpresa, il signor Franklin, come Penelope, prese la cosa sul serio. Quanto seriamente, capirete quando vi dirò che, secondo lui, "Essi" significava la Pietra di Luna.
CAPITOLO IV
Mi dispiace davvero trattenervi con me e la mia sedia a nido d'ape. Un vecchio assonnato, in un cortile soleggiato, non è un oggetto interessante, ne sono ben consapevole. Ma le cose devono essere messe al loro posto, così come sono realmente accadute, e dovete avere la pazienza di procedere ancora un po' con me, in attesa dell'arrivo del signor Franklin Blake più tardi nel corso della giornata.
Prima che avessi il tempo di riappisolarmi, dopo che mia figlia Penelope mi ebbe lasciato, fui disturbato da un tintinnio di piatti e stoviglie nella sala della servitù, il che significava che la cena era pronta. Consumando i miei pasti nel mio salotto, non avevo nulla a che fare con la cena dei servitori, se non augurare loro un buon appetito, prima di ricompormi ancora una volta sulla mia sedia. Stavo giusto distendendo le gambe, quando un'altra donna mi saltò davanti. Non di nuovo mia figlia; solo Nancy, la sguattera, questa volta. Ero esattamente sulla sua strada verso l'uscita; e notai, mentre mi chiedeva di lasciarla passare, che aveva una faccia imbronciata, una cosa che, come capo della servitù, non permetto mai, per principio, che passi sotto silenzio senza chiedere spiegazioni.
"Perché volti le spalle alla tua cena?" chiesi. "Cosa c'è che non va ora, Nancy?"
Nancy cercò di spingere per passare, senza rispondere; al che mi alzai e la presi per un orecchio. È una bella ragazza giovane e paffuta, ed è mia abitudine adottare quel modo per dimostrare che approvo personalmente una ragazza.
"Cosa c'è che non va ora?" dissi ancora una volta.
"Rosanna è di nuovo in ritardo per la cena," dice Nancy. "E sono stata mandata a prenderla. Tutto il lavoro duro ricade sulle mie spalle in questa casa. Mi lasci stare, signor Betteredge!"
La persona qui menzionata come Rosanna era la nostra seconda cameriera. Provando una sorta di pietà per la nostra seconda cameriera (il perché, lo saprete tra poco), e vedendo nella faccia di Nancy che avrebbe riportato la sua compagna di servizio con parole più dure di quanto potesse essere necessario nelle circostanze, mi balenò in mente che non avevo nulla di particolare da fare, e che tanto valeva andare a prendere Rosanna io stesso; dandole un suggerimento di essere puntuale in futuro, che sapevo avrebbe accolto bene da me.
"Dov'è Rosanna?" chiesi.
"Sulla spiaggia, naturalmente!" dice Nancy, con un colpo di testa. "Ha avuto un'altra delle sue crisi di svenimento stamattina, e ha chiesto di uscire a prendere un po' di aria fresca. Non ho pazienza con lei!"
"Torna alla tua cena, ragazza mia," dissi. "Io ho pazienza con lei, e andrò a prenderla."
Nancy (che ha un bell'appetito) sembrò compiaciuta. Quando sembra compiaciuta, ha un bell'aspetto. Quando ha un bell'aspetto, le do un colpetto sotto il mento. Non è immoralità, è solo un'abitudine.
Ebbene, presi il mio bastone e mi avviai verso la spiaggia.
No! Non va bene partire ancora. Mi dispiace di nuovo trattenervi; ma dovete davvero ascoltare la storia della spiaggia e la storia di Rosanna, per questo motivo, che la faccenda del Diamante le tocca entrambe da vicino. Quanto mi sforzo di proseguire con la mia esposizione senza fermarmi lungo la strada, e quanto male ci riesco! Ma, ecco! Le persone e le cose saltano fuori in modo così irritante in questa vita, e in un certo senso insistono per essere notate. Prendiamola con calma e facciamola breve; saremo presto nel mezzo del mistero, ve lo prometto!
Rosanna (per mettere la Persona prima della Cosa, il che è solo una comune cortesia) era l'unica servitrice nuova nella nostra casa. Circa quattro mesi prima del periodo di cui sto scrivendo, la mia signora era stata a Londra ed era andata a visitare un Riformatorio, inteso a salvare donne abbandonate dal ricadere su cattive strade dopo essere state rilasciate di prigione. La direttrice, vedendo che la mia signora si interessava al posto, le indicò una ragazza, di nome Rosanna Spearman, e le raccontò una storia così miserabile, che non ho il coraggio di ripetere qui; perché non mi piace essere reso infelice senza alcuno scopo, e nemmeno a voi. Il succo fu che Rosanna Spearman era stata una ladra, e non essendo del tipo che fonda Compagnie in Città e ruba a migliaia, invece di rubare solo a uno, la legge la prese, e la prigione e il riformatorio seguirono l'esempio della legge. L'opinione della direttrice su Rosanna era (nonostante ciò che aveva fatto) che la ragazza fosse una su mille, e che avesse solo bisogno di una possibilità per dimostrarsi degna dell'interesse di qualsiasi donna cristiana. La mia signora (essendo una donna cristiana, se mai ce n'è stata una) disse alla direttrice, a quel punto: "Rosanna Spearman avrà la sua possibilità, al mio servizio". Una settimana dopo, Rosanna Spearman entrò in questo stabilimento come nostra seconda cameriera.
A nessuno fu raccontata la storia della ragazza, eccetto alla signorina Rachel e a me. La mia signora, facendomi l'onore di consultarmi sulla maggior parte delle cose, mi consultò su Rosanna. Essendo caduto molto ultimamente nell'abitudine del defunto Sir John di essere sempre d'accordo con la mia signora, fui d'accordo con lei di cuore su Rosanna Spearman.
Una possibilità più equa di quella data a questa nostra povera ragazza, nessuna ragazza avrebbe potuto averla. Nessuno dei servitori poteva rinfacciarle la sua vita passata, poiché nessuno dei servitori sapeva cosa fosse stata. Aveva il suo salario e i suoi privilegi, come il resto di loro; e di tanto in tanto una parola amichevole da parte della mia signora, in privato, per incoraggiarla. In cambio, si dimostrò, devo dire, ben degna del trattamento gentile che le era stato riservato. Sebbene tutt'altro che forte, e turbata occasionalmente da quegli svenimenti già menzionati, svolgeva il suo lavoro modestamente e senza lamentarsi, facendolo con cura e facendolo bene. Ma, in qualche modo, non riuscì a fare amicizia tra le altre donne di servizio, eccetto mia figlia Penelope, che era sempre gentile con Rosanna, sebbene mai intima con lei.
Non so quasi cosa fece la ragazza per offenderle. Certamente non c'era alcuna bellezza in lei per rendere le altre invidiose; era la donna più brutta della casa, con l'ulteriore sfortuna di avere una spalla più grande dell'altra. Ciò che i servitori risentivano maggiormente, penso, era la sua lingua silenziosa e i suoi modi solitari. Leggeva o lavorava nelle ore libere quando le altre spettegolavano. E quando arrivava il suo turno di uscire, nove volte su dieci si metteva tranquillamente il cappello e faceva il suo turno da sola. Non litigava mai, non si offendeva mai; manteneva solo una certa distanza, ostinatamente e civilmente, tra il resto di loro e se stessa. Aggiungete a questo che, per quanto brutta fosse, c'era appena un pizzico di qualcosa che non era da cameriera, e che era da signora, intorno a lei. Poteva essere nella sua voce, o poteva essere nella sua faccia. Tutto quello che posso dire è che le altre donne ci si avventarono sopra come un fulmine il primo giorno che entrò in casa, e dissero (il che era del tutto ingiusto) che Rosanna Spearman se la tirava.
Avendo ora raccontato la storia di Rosanna, devo solo notare uno dei tanti modi stravaganti di questa strana ragazza per arrivare poi alla storia della spiaggia.
La nostra casa si trova in alto sulla costa dello Yorkshire, e vicino al mare. Abbiamo bellissime passeggiate tutto intorno a noi, in ogni direzione tranne una. Quella ammetto che sia una passeggiata orribile. Conduce, per un quarto di miglio, attraverso una malinconica piantagione di abeti, e vi porta tra scogliere basse sulla più solitaria e brutta piccola baia di tutta la nostra costa.
Le dune di sabbia qui corrono fino al mare e terminano in due punte di roccia che sporgono l'una di fronte all'altra, finché non le perdete di vista nell'acqua. Una è chiamata Punta Nord, e una Punta Sud. Tra le due, spostandosi avanti e indietro in certe stagioni dell'anno, giace la più orribile sabbie mobili sulle coste dello Yorkshire. Al cambio della marea, qualcosa accade negli abissi sconosciuti sottostanti, che fa tremare e sussultare l'intera superficie delle sabbie mobili in un modo molto notevole da vedere, e che ha dato ad essa, tra la gente delle nostre parti, il nome di Sabbia Tremante. Un grande banco, a mezzo miglio di distanza, vicino all'imboccatura della baia, rompe la forza dell'oceano principale che arriva dal largo. In inverno e in estate, quando la marea scorre sopra le sabbie mobili, il mare sembra lasciare le onde dietro di sé sul banco, e fa rotolare le sue acque dolcemente con un moto ondoso, e copre la sabbia in silenzio. Un rifugio solitario e orribile, ve lo dico io! Nessuna barca si avventura mai in questa baia. Nessun bambino del nostro villaggio di pescatori, chiamato Cobb's Hole, viene mai qui a giocare. Gli uccelli stessi dell'aria, mi sembra, danno alla Sabbia Tremante un ampio raggio. Che una giovane donna, con dozzine di belle passeggiate tra cui scegliere, e compagnia con cui andare, se solo dicesse "Venite!", preferisca questo posto, e debba sedersi a lavorare o leggere qui, tutta sola, quando è il suo turno di uscire, vi garantisco, è incredibile. È vero, tuttavia, spiegatelo come volete, che questa era la passeggiata preferita di Rosanna Spearman, tranne quando andava una o due volte a Cobb's Hole, a trovare l'unica amica che aveva nel nostro vicinato, di cui parleremo in seguito. È anche vero che stavo partendo per questo stesso posto, per andare a prendere la ragazza per la cena, il che ci riporta felicemente al nostro punto precedente, e ci fa ripartire bene sulla nostra strada verso la spiaggia.
Non vidi alcun segno della ragazza nella piantagione. Quando uscii, attraverso le dune di sabbia, sulla spiaggia, eccola lì, con il suo cappellino di paglia e il suo semplice mantello grigio che indossava sempre per nascondere la sua spalla deforme il più possibile – eccola lì, tutta sola, a guardare le sabbie mobili e il mare.
Trasalì quando la raggiunsi e voltò la testa lontano da me. Non guardarmi in faccia essendo un altro dei procedimenti che, come capo della servitù, non permetto mai, per principio, che passi senza chiedere spiegazioni – la voltai dalla mia parte e vidi che stava piangendo. Il mio fazzoletto di bandanna – uno dei sei gioielli datimi dalla mia signora – era a portata di mano nella mia tasca. Lo tirai fuori e dissi a Rosanna: "Vieni a sederti, cara, sul pendio della spiaggia insieme a me. Prima ti asciugherò gli occhi, e poi mi prenderò la libertà di chiedere perché hai pianto".
Quando arriverete alla mia età, troverete che sedersi sul pendio di una spiaggia è un lavoro molto più lungo di quanto pensiate ora. Quando mi fui sistemato, Rosanna si era asciugata gli occhi con un fazzoletto molto inferiore al mio – cambric economico. Sembrava molto tranquilla e molto infelice; ma si sedette accanto a me come una brava ragazza, quando glielo chiesi. Quando volete consolare una donna per la via più breve, prendetela sulle ginocchia. Pensai a questa regola d'oro. Ma ecco! Rosanna non era Nancy, e questa è la verità!
"Ora, dimmi, cara," dissi, "perché piangi?"
"Per gli anni che sono passati, signor Betteredge," dice Rosanna tranquillamente. "La mia vita passata mi ritorna ancora a volte."
"Avanti, avanti, ragazza mia," dissi, "la tua vita passata è tutta cancellata. Perché non riesci a dimenticarla?"
Mi prese per uno dei lembi della mia giacca. Sono un vecchio trasandato, e molta della mia carne e bevanda finisce schizzata sui miei vestiti. A volte una delle donne, e a volte un'altra, mi pulisce dal grasso. Il giorno prima, Rosanna aveva tolto una macchia per me sul lembo della mia giacca, con una nuova composizione, garantita per rimuovere qualsiasi cosa. Il grasso era sparito, ma era rimasto un piccolo punto opaco sul pelo del tessuto dove c'era stato il grasso. La ragazza indicò quel punto e scosse la testa.
"La macchia è tolta," disse. "Ma il segno si vede, signor Betteredge – il segno si vede!"
Un'osservazione che coglie un uomo di sorpresa per mezzo della sua stessa giacca non è un'osservazione facile a cui rispondere. Qualcosa nella ragazza stessa, inoltre, mi rendeva particolarmente dispiaciuto per lei in quel momento. Aveva dei bei occhi castani, per quanto brutta fosse per altri versi – e mi guardò con una sorta di rispetto per la mia felice vecchiaia e il mio buon carattere, come cose per sempre fuori dalla sua portata, il che rese il mio cuore pesante per la nostra seconda cameriera. Non sentendomi in grado di consolarla, c'era solo un'altra cosa da fare. Quella cosa era – portarla dentro a cena.
"Aiutami ad alzarmi," dissi. "Sei in ritardo per la cena, Rosanna – e sono venuto a prenderti."
"Lei, signor Betteredge!" dice lei.
"Hanno detto a Nancy di venire a prenderti," dissi. "Ma ho pensato che ti sarebbe piaciuto di più il tuo rimprovero, cara, se fosse venuto da me."
Invece di aiutarmi ad alzarmi, la poverina infilò la sua mano nella mia e le diede una piccola stretta. Si sforzò duramente per trattenersi dal piangere di nuovo, e ci riuscì – cosa per cui la rispettai. "Lei è molto gentile, signor Betteredge," disse. "Non voglio cenare oggi – mi lasci stare ancora un po' qui."
"Cosa ti porta a stare qui?" chiesi. "Cosa è che ti porta eternamente in questo posto miserabile?"
"Qualcosa mi attira qui," dice la ragazza, facendo figure con il dito nella sabbia. "Cerco di starne lontana, e non ci riesco. A volte," dice con voce bassa, come se fosse spaventata dalla sua stessa fantasia, "a volte, signor Betteredge, penso che la mia tomba mi stia aspettando qui."
"C'è dell'agnello arrosto e del budino di sego che ti aspettano!" dico io. "Vai a cena immediatamente. Questo è ciò che succede, Rosanna, a pensare a stomaco vuoto!" Parlai severamente, essendo naturalmente indignato (alla mia età) di sentire una giovane donna di venticinque anni parlare della sua fine!
Non sembrava sentirmi: mi posò una mano sulla spalla e mi trattenne dov’ero, seduto al suo fianco.
“Credo che questo luogo mi abbia gettato un incantesimo addosso”, disse. “Lo sogno notte dopo notte; ci penso quando siedo a cucire il mio lavoro. Lei sa che sono riconoscente, signor Betteredge; lei sa che cerco di meritare la sua gentilezza e la fiducia che la mia padrona ripone in me. Ma a volte mi chiedo se la vita qui non sia troppo tranquilla e troppo buona per una donna come me, dopo tutto quello che ho passato, signor Betteredge, dopo tutto quello che ho passato. È più solitario per me stare tra gli altri domestici, sapendo che non sono come loro, che stare qui. La mia padrona non sa, la direttrice del riformatorio non sa, che tremendo rimprovero siano, di per sé, le persone oneste per una donna come me. Non mi sgridi, lei è un caro uomo buono. Faccio il mio lavoro, non è vero? La prego di non dire alla mia padrona che sono scontenta; non lo sono. È la mia mente a essere inquieta, a volte, tutto qui.” Si strappò la mano dalla mia spalla e indicò improvvisamente verso le sabbie mobili. “Guardi!” disse. “Non è meraviglioso? Non è terribile? L’ho visto decine di volte, ed è sempre nuovo per me come se non l’avessi mai visto prima!”
Guardai dove indicava. La marea stava girando e l’orribile sabbia iniziò a fremere. L’ampia superficie bruna si sollevò lentamente, poi si increspò e vibrò tutta. “Sa a cosa mi fa pensare?” dice Rosanna, afferrandomi di nuovo per la spalla. “Sembra che ci siano centinaia di persone che soffocano lì sotto, tutte che lottano per raggiungere la superficie, e tutte che affondano sempre più a fondo negli abissi spaventosi! Tiri un sasso, signor Betteredge! Tiri un sasso e vediamo la sabbia risucchiarlo!”
Ecco del parlare malsano! Ecco uno stomaco vuoto che si nutre di una mente inquieta! La mia risposta — una risposta piuttosto tagliente, nell’interesse della povera ragazza, glielo assicuro! — era sulla punta della lingua, quando fu troncata di netto all’improvviso da una voce tra le dune che gridava il mio nome. “Betteredge!” grida la voce, “dove sei?” “Qui!” gridai di rimando, senza avere la minima idea di chi fosse. Rosanna balzò in piedi e rimase a guardare verso la voce. Stavo giusto pensando di rimettermi in piedi a mia volta, quando fui scosso da un improvviso mutamento nel volto della ragazza.
La sua carnagione si tinse di un bellissimo rosso, che non avevo mai visto prima; si illuminò tutta di una sorta di sorpresa senza fiato e senza parole. “Chi è?” chiesi. Rosanna mi rimandò la mia stessa domanda. “Oh! Chi è?” disse sottovoce, più a se stessa che a me. Mi voltai sulla sabbia e guardai dietro di me. Lì, che usciva verso di noi da tra le dune, c’era un giovane gentiluomo dagli occhi brillanti, vestito con un bellissimo abito color daino, con guanti e cappello in tinta, una rosa all’occhiello e un sorriso sul volto che avrebbe potuto far sorridere la Sabbia Tremante stessa in risposta. Prima che potessi alzarmi, si accasciò sulla sabbia al mio fianco, mi mise un braccio intorno al collo, alla maniera straniera, e mi diede un abbraccio che mi tolse letteralmente il fiato dal corpo. “Caro vecchio Betteredge!” dice lui. “Ti devo sette scellini e sei pence. Ora sai chi sono?”
Che Dio ci benedica e ci salvi! Ecco, con quattro buone ore di anticipo rispetto a quanto ci aspettassimo, il signor Franklin Blake!
Prima che potessi dire una parola, vidi il signor Franklin, con un po’ di sorpresa a quanto pareva, distogliere lo sguardo da me per posarlo su Rosanna. Seguendo il suo esempio, guardai anch’io la ragazza. Stava arrossendo di un rosso più acceso che mai, apparentemente per aver incrociato lo sguardo del signor Franklin; e si voltò e ci lasciò improvvisamente, in una confusione del tutto inspiegabile per la mia mente, senza fare la riverenza al gentiluomo né dire una parola a me. Molto diverso dal suo solito modo di fare: non si è mai incontrata una domestica più civile e meglio educata, in generale.
“È una ragazza strana”, dice il signor Franklin. “Mi chiedo cosa veda in me per sorprendersi così.”
“Suppongo, signore”, risposi, alludendo all’educazione continentale del nostro giovane gentiluomo, “che sia la vernice dei paesi stranieri.”
Metto per iscritto qui la domanda spensierata del signor Franklin e la mia sciocca risposta, come consolazione e incoraggiamento per tutte le persone stupide; essendo, come ho già osservato, una grande soddisfazione per le nostre creature inferiori scoprire che i loro superiori sono, in certe occasioni, non più brillanti di loro. Né il signor Franklin, con la sua meravigliosa formazione estera, né io, con la mia età, esperienza e buon senso naturale, avevamo la benché minima idea di cosa significasse realmente l’inspiegabile comportamento di Rosanna Spearman. Era fuori dai nostri pensieri, povera anima, prima ancora che avessimo visto l’ultimo svolazzo del suo mantellino grigio tra le dune. E che importa? chiederete, giustamente. Continuate a leggere, buon amico, con quanta più pazienza potete, e forse vi dispiacerà per Rosanna Spearman tanto quanto è dispiaciuto a me, quando ho scoperto la verità.
CAPITOLO V
La prima cosa che feci, dopo essere rimasti soli, fu di fare un terzo tentativo per alzarmi dal mio posto sulla sabbia. Il signor Franklin mi fermò.
“C’è un vantaggio in questo posto orribile”, disse; “lo abbiamo tutto per noi. Resta dove sei, Betteredge; ho qualcosa da dirti.”
Mentre parlava, lo stavo osservando, cercando di ritrovare qualcosa del ragazzo che ricordavo nell’uomo che avevo davanti. L’uomo mi metteva in confusione. Per quanto guardassi, non riuscivo a scorgere nulla delle guance rosee del ragazzo, né della sua giacchetta attillata. La sua carnagione era diventata pallida: il volto, nella parte inferiore, era coperto, con mia grande sorpresa e delusione, da una barba riccia castana e baffi. Aveva un modo vivace e disinvolto di fare, molto piacevole e coinvolgente, lo ammetto; ma nulla in confronto ai suoi modi liberi e facili di un tempo. Per peggiorare le cose, aveva promesso di diventare alto e non aveva mantenuto la promessa. Era curato, snello e ben fatto; ma non arrivava di un pollice o due alla statura media. In breve, mi spiazzava del tutto. Gli anni passati non avevano lasciato nulla del suo vecchio io, eccetto lo sguardo brillante e diretto nei suoi occhi. Lì ritrovai il nostro bel ragazzo, e lì decisi di fermare la mia indagine.
“Bentornato al vecchio posto, signor Franklin”, dissi. “Ancora più benvenuto, signore, visto che è arrivato con qualche ora di anticipo rispetto a quanto ci aspettassimo.”
“Ho una ragione per essere arrivato prima del previsto”, rispose il signor Franklin. “Sospetto, Betteredge, di essere stato seguito e osservato a Londra negli ultimi tre o quattro giorni; e ho viaggiato con il treno del mattino invece di quello del pomeriggio, perché volevo seminare un certo sconosciuto dall’aspetto cupo.”
Quelle parole fecero più che sorprendermi. Mi riportarono alla mente, in un lampo, i tre giocolieri e l’idea di Penelope che stessero tramando qualcosa di male contro il signor Franklin Blake.
“Chi la sta osservando, signore, e perché?” chiesi.
“Mi racconti dei tre indiani che ha avuto in casa oggi”, dice il signor Franklin, senza badare alla mia domanda. “È del tutto possibile, Betteredge, che il mio sconosciuto e i suoi tre giocolieri possano rivelarsi pezzi dello stesso enigma.”
“Come fa a sapere dei giocolieri, signore?” chiesi, ponendo una domanda dietro l’altra, il che era maleducato, lo ammetto. Ma non ci si aspetta molto dalla povera natura umana, quindi non si aspetti molto da me.
“Ho visto Penelope in casa”, dice il signor Franklin; “e Penelope me l’ha detto. Tua figlia prometteva di diventare una bella ragazza, Betteredge, e ha mantenuto la promessa. Penelope ha un orecchio piccolo e un piede piccolo. La defunta signora Betteredge possedeva questi inestimabili pregi?”
“La defunta signora Betteredge possedeva un bel po’ di difetti, signore”, dico io. “Uno di questi (se vuole perdonarmi se lo menziono) era di non restare mai sul punto in questione. Era più simile a una mosca che a una donna: non riusciva a posarsi su nulla.”
“Mi sarebbe andata a genio”, dice il signor Franklin. “Neanch’io mi poso mai su nulla. Betteredge, la tua arguzia è migliore che mai. Tua figlia ha detto proprio questo, quando le ho chiesto particolari sui giocolieri. ‘Il padre glielo dirà, signore. È un uomo meraviglioso per la sua età; e si esprime magnificamente.’ Parole di Penelope, arrossendo divinamente. Nemmeno il mio rispetto per te mi ha impedito di... non importa; l’ho conosciuta quando era una bambina, e non ne è uscita peggiorata. Cerchiamo di essere seri. Cosa hanno fatto i giocolieri?”
Ero alquanto insoddisfatto di mia figlia, non perché avesse lasciato che il signor Franklin la baciasse; il signor Franklin era il benvenuto; ma per avermi costretto a raccontare la sua sciocca storia di seconda mano. Tuttavia, non c’era altro da fare che menzionare le circostanze. L’allegria del signor Franklin svanì tutta man mano che proseguivo. Sedeva aggrottando le sopracciglia e torcendosi la barba. Quando ebbi finito, ripeté dopo di me due delle domande che il capo giocoliere aveva rivolto al ragazzo, apparentemente allo scopo di fissarle bene nella sua mente.
“‘È sulla strada per questa casa, e su nessun’altra, che il gentiluomo inglese viaggerà oggi?’ ‘Il gentiluomo inglese ha Esso con sé?’ Sospetto”, dice il signor Franklin, tirando fuori dalla tasca un piccolo pacchetto sigillato, “che ‘Esso’ significhi questo. E ‘questo’, Betteredge, significa il famoso Diamante di mio zio Herncastle.”
“Buon Dio, signore!” esclamai, “come fa a essere in possesso del Diamante del malvagio Colonnello?”
“Il testamento del malvagio Colonnello ha lasciato il suo Diamante come regalo di compleanno a mia cugina Rachel”, dice il signor Franklin. “E mio padre, in qualità di esecutore testamentario del malvagio Colonnello, mi ha dato l’incarico di portarlo qui.”
Se il mare, che stava in quel momento trasudando dolcemente sulla Sabbia Tremante, si fosse trasformato in terraferma sotto i miei occhi, dubito che avrei potuto essere più sorpreso di quanto lo fui quando il signor Franklin disse quelle parole.
“Il Diamante del Colonnello lasciato alla signorina Rachel!” dico io. “E suo padre, signore, l’esecutore del Colonnello! Perché, avrei scommesso qualsiasi cosa, signor Franklin, che suo padre non avrebbe toccato il Colonnello nemmeno con le molle!”
“Linguaggio forte, Betteredge! Cosa c’era contro il Colonnello? Apparteneva ai tuoi tempi, non ai miei. Dimmi cosa sai di lui, e ti dirò come mio padre sia diventato il suo esecutore, e altro ancora. Ho fatto alcune scoperte a Londra su mio zio Herncastle e il suo Diamante, che ai miei occhi hanno un aspetto piuttosto brutto; e voglio che tu le confermi. Lo hai chiamato ‘malvagio Colonnello’ poco fa. Fruga nella tua memoria, mio vecchio amico, e dimmi perché.”
Vidi che era serio, e glielo dissi.
Qui segue la sostanza di ciò che dissi, scritta interamente per vostro beneficio. Prestate attenzione, o sarete completamente fuori strada quando entreremo più a fondo nella storia. Liberate la mente dai figli, o dalla cena, o dal nuovo cappello, o che altro. Provate a dimenticare la politica, i cavalli, i prezzi in Borsa e le rimostranze al club. Spero non prenderete a male questa mia libertà; è solo un mio modo di rivolgermi al gentile lettore. Signore! Non vi ho forse visto con i più grandi autori tra le mani, e non so forse quanto la vostra attenzione sia pronta a vagare quando è un libro a chiederla, invece di una persona?
Parlai, poco tempo fa, del padre della mia padrona, il vecchio lord dal temperamento irascibile e dalla lingua lunga. Aveva cinque figli in tutto. Due figli maschi per cominciare; poi, dopo molto tempo, sua moglie riprese a procreare, e le tre signorine arrivarono vivacemente una dopo l’altra, così in fretta quanto la natura delle cose poteva permettere; la mia padrona, come già menzionato, era la più giovane e la migliore delle tre. Dei due figli, il maggiore, Arthur, ereditò il titolo e le proprietà. Il secondo, l’onorevole John, ottenne una bella fortuna lasciatagli da un parente ed entrò nell’esercito.
Si dice che sia un uccello malvagio quello che sporca il proprio nido. Io considero la nobile famiglia degli Herncastle come il mio nido; e la prenderò come un favore se non mi si chiederà di entrare nei particolari sul conto dell’onorevole John. Era, credo onestamente, uno dei più grandi mascalzoni che siano mai vissuti. Non posso dire né più né meno di questo. Entrò nell’esercito, iniziando nelle Guardie. Dovette lasciare le Guardie prima di avere ventidue anni, non importa perché. Sono molto severi nell’esercito, e lo erano troppo per l’onorevole John. Andò in India per vedere se fossero ugualmente severi lì, e per provare un po’ di servizio attivo. In fatto di coraggio (per rendergli giustizia), era un misto di bulldog e gallo da combattimento, con un pizzico di selvaggio. Era alla presa di Seringapatam. Poco dopo passò in un altro reggimento e, col passare del tempo, in un terzo. Nel terzo ottenne il suo ultimo grado di tenente colonnello e, ottenendo quello, si prese anche un’insolazione e tornò a casa in Inghilterra.
Tornò con una reputazione che gli chiuse le porte di tutta la sua famiglia, con la mia padrona (allora appena sposata) che prendeva il comando e dichiarava (con l’approvazione di Sir John, naturalmente) che suo fratello non avrebbe mai varcato la soglia di nessuna casa sua. C’era più di una macchia sul Colonnello che rendeva le persone schive nei suoi confronti; ma la macchia del Diamante è tutto ciò che ho bisogno di menzionare qui.
Si diceva che fosse entrato in possesso del suo gioiello indiano con mezzi che, per quanto fosse audace, non osava ammettere. Non tentò mai di venderlo, non avendo bisogno di denaro e non facendo (per rendergli giustizia ancora una volta) del denaro uno scopo. Non lo regalò mai; non lo mostrò mai nemmeno a un’anima viva. Alcuni dicevano che avesse paura di mettersi nei guai con le autorità militari; altri (davvero molto ignoranti sulla vera natura dell’uomo) dicevano che temesse, se l’avesse mostrato, che gli sarebbe costato la vita.
C’era forse un granello di verità mescolato a quest’ultima diceria. Era falso dire che avesse paura; ma era un fatto che la sua vita fosse stata minacciata due volte in India; e si credeva fermamente che la Pietra di Luna fosse la causa di tutto. Quando tornò in Inghilterra e si ritrovò evitato da tutti, si pensò di nuovo che la Pietra di Luna fosse la causa. Il mistero della vita del Colonnello si mise sulla strada del Colonnello e lo mise al bando, per così dire, tra la sua stessa gente. Gli uomini non lo facevano entrare nei loro club; le donne, più di una, che voleva sposare, lo rifiutarono; amici e parenti divennero troppo miopi per vederlo per strada.
Altri uomini in questo pasticcio avrebbero cercato di mettersi a posto con il mondo. Ma arrendersi, anche quando aveva torto e aveva tutta la società contro, non era da onorevole John. Aveva tenuto il Diamante, in aperta sfida all’assassinio, in India. Tenne il Diamante, in aperta sfida all’opinione pubblica, in Inghilterra. Eccovi il ritratto dell’uomo, come in un quadro: un carattere che sfidava tutto; e un volto, per quanto bello fosse, che sembrava posseduto dal diavolo.
Sentivamo diverse voci su di lui di tanto in tanto. A volte dicevano che si dedicasse a fumare oppio e a collezionare vecchi libri; a volte si diceva che stesse facendo strani esperimenti in chimica; a volte lo si vedeva gozzovigliare e divertirsi tra la gente più umile nei bassifondi più infimi di Londra. Comunque sia, una vita solitaria, viziosa e sotterranea era la vita che conduceva il Colonnello. Una volta, e una sola, dopo il suo ritorno in Inghilterra, lo vidi io stesso, faccia a faccia.
Circa due anni prima del tempo di cui sto scrivendo ora, e circa un anno e mezzo prima della sua morte, il Colonnello venne inaspettatamente a casa della mia padrona a Londra. Era la sera del compleanno della signorina Rachel, il ventuno di giugno; e c’era una festa in suo onore, come al solito. Ricevetti un messaggio dal valletto che diceva che un gentiluomo voleva vedermi. Salendo nell’atrio, trovai lì il Colonnello, sciupato, logoro, vecchio, trasandato, e selvaggio e malvagio come sempre.
“Vai da mia sorella”, dice lui; “e di’ che sono passato per augurare alla mia nipote molti felici ritorni del giorno.”
Aveva fatto tentativi per lettera, più di una volta, di riconciliarsi con la mia padrona, al solo scopo, ne sono fermamente convinto, di infastidirla. Ma questa era la prima volta che veniva effettivamente a casa. Avevo sulla punta della lingua di dire che la mia padrona aveva una festa quella sera. Ma il suo sguardo diabolico mi scoraggiò. Salii al piano di sopra con il suo messaggio e lo lasciai, per suo stesso desiderio, ad aspettare nell’atrio. I domestici stavano a guardarlo, a distanza, come se fosse una macchina da distruzione ambulante, carica di polvere e pallini, pronta a esplodere tra loro da un momento all’altro.
La mia padrona aveva un pizzico, non di più, del temperamento di famiglia. “Dite al colonnello Herncastle”, disse, quando le diedi il messaggio di suo fratello, “che la signorina Verinder è impegnata e che rifiuto di vederlo.” Provai a perorare una risposta più civile di quella, conoscendo la superiorità costituzionale del Colonnello rispetto ai vincoli che regolano i gentiluomini in generale. Del tutto inutile! Il temperamento di famiglia balenò fuori contro di me all’istante. “Quando voglio il tuo consiglio”, dice la mia padrona, “sai che lo chiedo sempre. Non lo chiedo ora.” Andai al piano di sotto con il messaggio, del quale mi presi la libertà di presentare una nuova e corretta edizione di mio conio, come segue: “La mia padrona e la signorina Rachel si rammaricano di essere impegnate, Colonnello; e pregano di essere scusate per non avere l’onore di riceverla.”
Mi aspettavo che esplodesse, anche con quel modo educato di metterla. Con mia sorpresa non fece nulla del genere; mi allarmò prendendo la cosa con una calma innaturale. I suoi occhi, di un grigio brillante e scintillante, si posarono su di me solo per un momento; e rise, non apertamente come gli altri, ma dentro di sé, in un modo sommesso, ridacchiante, orribilmente malizioso. “Grazie, Betteredge”, disse. “Mi ricorderò del compleanno di mia nipote.” Con ciò, girò sui tacchi e uscì di casa.
Arrivò il compleanno successivo e sentimmo che era malato a letto. Sei mesi dopo, vale a dire sei mesi prima del tempo di cui sto scrivendo ora, arrivò una lettera da un reverendo molto rispettabile alla mia padrona. Comunicava due cose meravigliose come notizie di famiglia. Primo, che il Colonnello aveva perdonato sua sorella sul letto di morte. Secondo, che aveva perdonato tutti gli altri e aveva fatto una fine molto edificante. Io stesso (a dispetto dei vescovi e del clero) nutro un rispetto non finguto per la Chiesa; ma sono fermamente convinto, allo stesso tempo, che il diavolo sia rimasto in possesso indisturbato dell’onorevole John, e che l’ultimo atto abominevole nella vita di quell’uomo abominevole sia stato (senza offesa) quello di prendere in giro il reverendo!
Questo era il totale di ciò che dovevo dire al signor Franklin. Notai che ascoltava sempre più avidamente man mano che proseguivo. Inoltre, la storia del Colonnello mandato via dalla porta di sua sorella, in occasione del compleanno della nipote, sembrò colpire il signor Franklin come un colpo che aveva centrato il bersaglio. Sebbene non lo ammettesse, vidi che lo avevo reso a disagio, chiaramente, sul volto.
«Avete detto la vostra, Betteredge», osservò. «Ora tocca a me. Prima, però, di dirvi quali scoperte ho fatto a Londra e come sia venuto a trovarmi invischiato in questa faccenda del Diamante, voglio sapere una cosa. Sembrate, mio vecchio amico, non comprendere appieno lo scopo a cui deve rispondere questa nostra consultazione. Il vostro aspetto vi tradisce?»
«No, signore», dissi. «Il mio aspetto, in questa occasione almeno, dice la verità.»
«In tal caso», dice il signor Franklin, «supponete che io vi metta al corrente del mio punto di vista, prima di andare oltre. Vedo tre questioni molto gravi coinvolte nel dono di compleanno del Colonnello a mia cugina Rachel. Seguitemi attentamente, Betteredge; e contatele sulle dita, se può aiutarvi», dice il signor Franklin, con un certo piacere nel mostrare quanto potesse essere lucido, il che mi ricordò meravigliosamente i vecchi tempi in cui era un ragazzo. «Prima questione: il Diamante del Colonnello era oggetto di una cospirazione in India? Seconda questione: la cospirazione ha seguito il Diamante del Colonnello in Inghilterra? Terza questione: il Colonnello sapeva che la cospirazione seguiva il Diamante; e ha lasciato deliberatamente un’eredità di guai e pericoli a sua sorella, attraverso l’innocente tramite della figlia di lei? È a questo che voglio arrivare, Betteredge. Non lasciate che vi spaventi.»
Era facile a dirsi, ma mi aveva spaventato.
Se aveva ragione, ecco la nostra tranquilla casa inglese improvvisamente invasa da un diabolico Diamante indiano, che si portava dietro una cospirazione di furfanti in carne ed ossa, scatenati contro di noi dalla vendetta di un morto. Ecco la nostra situazione, così come mi era stata rivelata dalle ultime parole del signor Franklin! Chi ha mai sentito nulla di simile, nel diciannovesimo secolo, badate bene; in un’epoca di progresso e in un paese che gode delle benedizioni della costituzione britannica? Nessuno ha mai sentito nulla di simile e, di conseguenza, nessuno può aspettarsi di crederci. Continuerò con la mia storia, tuttavia, a dispetto di ciò.
Quando si riceve un improvviso allarme, del tipo che avevo ricevuto io ora, nove volte su dieci il punto in cui lo si avverte è lo stomaco. Quando lo si avverte nello stomaco, l’attenzione vaga e si comincia ad agitarsi. Mi agitai silenziosamente al mio posto sulla sabbia. Il signor Franklin mi notò, mentre ero alle prese con uno stomaco o una mente perturbata – fate voi; significano la stessa cosa – e, trattenendosi proprio mentre stava iniziando la sua parte di storia, mi disse bruscamente: «Che cosa volete?»
Che cosa volevo? Non glielo dissi; ma lo dirò a voi, in confidenza. Volevo una boccata della mia pipa e un giro con *Robinson Crusoe*.
CAPITOLO VI
Tenendo per me i miei sentimenti privati, chiesi rispettosamente al signor Franklin di proseguire. Il signor Franklin rispose: «Non agitatevi, Betteredge», e proseguì.
Le prime parole del nostro giovane gentiluomo mi informarono che le sue scoperte, riguardanti il malvagio Colonnello e il Diamante, erano iniziate con una visita che egli aveva fatto (prima di venire da noi) all’avvocato di famiglia, a Hampstead. Una parola casuale lasciata cadere dal signor Franklin, quando i due erano soli, un giorno, dopo cena, rivelò che era stato incaricato da suo padre di portare un regalo di compleanno alla signorina Rachel. Una cosa tirò l’altra; e finì con l’avvocato che menzionò cosa fosse realmente il regalo e come fosse nato il legame amichevole tra il defunto Colonnello e il signor Blake senior. I fatti qui sono davvero così straordinari che dubito di poter confidare nel mio linguaggio per render loro giustizia. Preferisco provare a riferire le scoperte del signor Franklin, il più fedelmente possibile, con le parole del signor Franklin stesso.
«Ricordate il tempo, Betteredge», disse, «in cui mio padre cercava di dimostrare il suo diritto a quel Ducato sfortunato? Ebbene! Quello fu anche il tempo in cui mio zio Herncastle tornò dall’India. Mio padre scoprì che suo cognato era in possesso di certi documenti che potevano essergli utili nella sua causa legale. Andò a trovare il Colonnello, con il pretesto di dargli il bentornato in Inghilterra. Il Colonnello non si fece ingannare in quel modo. “Volete qualcosa”, disse, “altrimenti non avreste compromesso la vostra reputazione venendo a trovarmi”. Mio padre vide che l’unica possibilità per lui era scoprire le sue carte; ammise, subito, di volere i documenti. Il Colonnello chiese un giorno per considerare la sua risposta. La sua risposta arrivò sotto forma di una lettera davvero straordinaria, che il mio amico avvocato mi ha mostrato. Il Colonnello iniziava dicendo che voleva qualcosa da mio padre e che pregava di proporre uno scambio di favori amichevoli tra loro. La fortuna di guerra (questa fu l’espressione che usò) lo aveva messo in possesso di uno dei più grandi Diamanti del mondo; e aveva ragione di credere che né lui né il suo prezioso gioiello fossero al sicuro in nessuna casa, in nessuna parte del globo, che occupassero insieme. In queste circostanze allarmanti, aveva deciso di affidare il suo Diamante alla custodia di un’altra persona. Non ci si aspettava che quella persona corresse alcun rischio. Poteva depositare la pietra preziosa in qualsiasi luogo appositamente sorvegliato e riservato – come il caveau di un banchiere o di un gioielliere – per la custodia sicura di oggetti di alto valore. La sua principale responsabilità personale nella faccenda doveva essere di natura passiva. Doveva impegnarsi – da solo o tramite un rappresentante di fiducia – a ricevere a un indirizzo prestabilito, in certi giorni prestabiliti di ogni anno, un biglietto dal Colonnello, che dichiarasse semplicemente il fatto che egli era un uomo vivo in quella data. Nel caso in cui la data fosse passata senza che il biglietto fosse ricevuto, il silenzio del Colonnello poteva essere preso come un segno certo della morte del Colonnello per omicidio. In quel caso, e in nessun altro, certe istruzioni sigillate relative allo smaltimento del Diamante, e depositate con esso, dovevano essere aperte e seguite implicitamente. Se mio padre avesse scelto di accettare questo strano incarico, i documenti del Colonnello sarebbero stati a sua disposizione in cambio. Questa era la lettera.»
«Cosa fece vostro padre, signore?» chiesi.
«Cosa fece?» dice il signor Franklin. «Vi dirò cosa fece. Mise in campo l’invalutabile facoltà, chiamata senso comune, riguardo alla lettera del Colonnello. Il tutto, dichiarò, era semplicemente assurdo. Da qualche parte nelle sue peregrinazioni indiane, il Colonnello aveva raccolto un qualche cristallo miserabile che aveva scambiato per un diamante. Quanto al pericolo di essere assassinato, e alle precauzioni ideate per preservare la sua vita e il suo pezzo di cristallo, questo era il diciannovesimo secolo, e qualsiasi uomo di buon senso doveva solo rivolgersi alla polizia. Il Colonnello era un noto mangiatore di oppio da anni; e, se l’unico modo per ottenere i preziosi documenti che possedeva era accettare una faccenda di oppio come una faccenda di fatto, mio padre era ben disposto ad assumersi la ridicola responsabilità che gli veniva imposta – tanto più volentieri perché non comportava alcun fastidio per lui. Il Diamante e le istruzioni sigillate finirono nel caveau del suo banchiere, e le lettere del Colonnello, che riferivano periodicamente che era un uomo vivo, venivano ricevute e aperte dal nostro avvocato di famiglia, il signor Bruff, come rappresentante di mio padre. Nessuna persona sensata, in una posizione simile, avrebbe potuto vedere la faccenda in altro modo. Nulla a questo mondo, Betteredge, è probabile a meno che non faccia appello alla nostra meschina esperienza; e crediamo a un romanzo solo quando lo vediamo su un giornale.»
Da questo mi fu chiaro che il signor Franklin pensava che l’opinione di suo padre sul Colonnello fosse avventata e sbagliata.
«Qual è la vostra opinione privata sulla faccenda, signore?» chiesi.
«Finiamo prima la storia del Colonnello», dice il signor Franklin. «C’è una curiosa mancanza di metodo, Betteredge, nella mente inglese; e la vostra domanda, mio vecchio amico, ne è un esempio. Quando non siamo occupati a costruire macchinari, siamo (mentalmente parlando) il popolo più sciatto dell’universo.»
«Tanto», pensai tra me e me, «per un’educazione straniera! Ha imparato quel modo di prendersela con noi in Francia, suppongo.»
Il signor Franklin riprese il filo perduto e continuò.
«Mio padre», disse, «ottenne i documenti che voleva e da quel momento non vide mai più suo cognato. Anno dopo anno, nei giorni prestabiliti, la lettera prestabilita arrivava dal Colonnello e veniva aperta dal signor Bruff. Ho visto le lettere, in un mucchio, tutte scritte nella stessa forma di parole breve e professionale: “Signore, si certifica che sono ancora un uomo vivo. Lasciate stare il Diamante. John Herncastle”. Era tutto ciò che scriveva, e arrivava regolarmente il giorno stabilito; fino a circa sei o otto mesi fa, quando la forma della lettera variò per la prima volta. Ora recitava: “Signore, mi dicono che sto morendo. Venite da me e aiutatemi a fare il mio testamento”. Il signor Bruff andò e lo trovò nella piccola villa di periferia, circondata dal proprio terreno, in cui aveva vissuto da solo, da quando aveva lasciato l’India. Aveva cani, gatti e uccelli a fargli compagnia; ma nessun essere umano vicino a lui, eccetto la persona che veniva ogni giorno a fare le pulizie e il medico al capezzale. Il testamento fu una faccenda molto semplice. Il Colonnello aveva dissipato la maggior parte della sua fortuna nelle sue indagini chimiche. Il suo testamento iniziava e finiva con tre clausole, che dettò dal suo letto, in perfetto possesso delle sue facoltà. La prima clausola prevedeva il mantenimento e il sostegno dei suoi animali. La seconda fondava una cattedra di chimica sperimentale in un’università del nord. La terza lasciava la Pietra di Luna in dono di compleanno a sua nipote, a condizione che mio padre facesse da esecutore. Mio padre all’inizio si rifiutò di agire. A una seconda riflessione, tuttavia, cedette, in parte perché gli fu assicurato che l’esecutoria non gli avrebbe comportato alcun problema; in parte perché il signor Bruff suggerì, nell’interesse di Rachel, che il Diamante poteva valere qualcosa, dopo tutto.»
«Il Colonnello diede qualche ragione, signore», chiesi, «sul perché lasciò il Diamante alla signorina Rachel?»
«Non solo diede la ragione, ma fece scrivere la ragione nel suo testamento», disse il signor Franklin. «Ho un estratto, che vedrete tra poco. Non siate di mente sciatta, Betteredge! Una cosa alla volta. Avete sentito del testamento del Colonnello; ora dovete sentire cosa accadde dopo la morte del Colonnello. Era formalmente necessario far valutare il Diamante, prima che il testamento potesse essere convalidato. Tutti i gioiellieri consultati confermarono immediatamente l’affermazione del Colonnello di possedere uno dei più grandi diamanti del mondo. La questione di valutarlo accuratamente presentava alcune serie difficoltà. Le sue dimensioni lo rendevano un fenomeno nel mercato dei diamanti; il suo colore lo collocava in una categoria a sé stante; e, ad aggiungere questi elementi di incertezza, c’era un difetto, sotto forma di una crepa, nel cuore stesso della pietra. Anche con quest’ultimo grave inconveniente, tuttavia, la più bassa delle varie stime fornite era di ventimila sterline. Concepite lo stupore di mio padre! Era stato a un capello dal rifiutarsi di agire come esecutore e dal permettere che questo magnifico gioiello andasse perduto per la famiglia. L’interesse che ora nutriva per la faccenda lo indusse ad aprire le istruzioni sigillate che erano state depositate con il Diamante. Il signor Bruff mi mostrò questo documento, insieme agli altri documenti; e suggerisce (a mio avviso) un indizio sulla natura della cospirazione che minacciava la vita del Colonnello.»
«Allora voi credete, signore», dissi, «che ci sia stata una cospirazione?»
«Non possedendo l’eccellente senso comune di mio padre», rispose il signor Franklin, «credo che la vita del Colonnello fosse minacciata, esattamente come diceva il Colonnello. Le istruzioni sigillate, come penso, spiegano come sia successo che morì, dopo tutto, tranquillamente nel suo letto. In caso di morte violenta (vale a dire, in assenza della regolare lettera da parte sua alla data fissata), mio padre doveva inviare segretamente la Pietra di Luna ad Amsterdam. Doveva essere depositata in quella città presso un famoso tagliatore di diamanti, e doveva essere tagliata in un numero di pietre separate da quattro a sei. Le pietre dovevano poi essere vendute per quanto avrebbero reso, e il ricavato doveva essere applicato alla fondazione di quella cattedra di chimica sperimentale, che il Colonnello ha poi dotato con il suo testamento. Ora, Betteredge, esercitate quel vostro acume e osservate la conclusione verso cui puntano le istruzioni del Colonnello!»
Esercitai istantaneamente il mio acume. Era del tipo inglese sciatto; e di conseguenza confusi tutto, finché il signor Franklin non li prese in mano e indicò ciò che avrebbero dovuto vedere.
«Notate», dice il signor Franklin, «che l’integrità del Diamante, come pietra intera, è qui astutamente resa dipendente dalla protezione dalla violenza della vita del Colonnello. Non si accontenta di dire ai nemici che teme: “Uccidetemi, e non sarete più vicini al Diamante di quanto lo siate ora; è dove non potete raggiungerlo, nel caveau sorvegliato di una banca”. Dice invece: “Uccidetemi, e il Diamante non sarà più il Diamante; la sua identità sarà distrutta”. Che cosa significa?»
Qui ebbi (come pensai) un lampo della meravigliosa brillantezza straniera.
«Lo so», dissi. «Significa abbassare il valore della pietra e imbrogliare i furfanti in quel modo!»
«Niente affatto», dice il signor Franklin. «Mi sono informato a riguardo. Il Diamante crepato, tagliato, renderebbe effettivamente più del Diamante così com’è ora; per questa semplice ragione: che da quattro a sei brillanti perfetti potrebbero essere ricavati da esso, che sarebbero, collettivamente, valere più denaro della singola pietra grande, ma imperfetta. Se il furto a scopo di guadagno era alla base della cospirazione, le istruzioni del Colonnello rendevano il Diamante assolutamente più degno di essere rubato. Più denaro si sarebbe potuto ottenere per esso, e lo smaltimento nel mercato dei diamanti sarebbe stato infinitamente più facile, se fosse passato attraverso le mani degli operai di Amsterdam.»
«Dio ci benedica, signore!» esclamai. «Qual era il complotto, allora?»
«Un complotto organizzato tra gli indiani che originariamente possedevano il gioiello», dice il signor Franklin, «un complotto con qualche antica superstizione indù alla base. Questa è la mia opinione, confermata da un documento di famiglia che ho con me in questo momento.»
Vidi, ora, perché l’apparizione dei tre giocolieri indiani a casa nostra si era presentata al signor Franklin sotto la luce di una circostanza degna di nota.
«Non voglio forzare la mia opinione su di voi», continuò il signor Franklin. «L’idea che certi servitori scelti di un’antica superstizione indù si dedichino, attraverso tutte le difficoltà e i pericoli, a guardare l’opportunità di recuperare la loro sacra gemma, mi sembra perfettamente coerente con tutto ciò che sappiamo della pazienza delle razze orientali e dell’influenza delle religioni orientali. Ma poi io sono un uomo fantasioso; e il macellaio, il fornaio e l’esattore delle tasse non sono le uniche realtà credibili esistenti per la mia mente. Lasciate che l’ipotesi che ho fatto sulla verità in questa faccenda valga quello che vale, e passiamo all’unica questione pratica che ci riguarda. La cospirazione contro la Pietra di Luna sopravvive alla morte del Colonnello? E il Colonnello lo sapeva, quando ha lasciato il regalo di compleanno a sua nipote?»
Cominciai a vedere la mia signora e la signorina Rachel alla fine di tutto, ora. Non una parola che disse mi sfuggì.
«Non ero molto disposto, quando scoprii la storia della Pietra di Luna», disse il signor Franklin, «a essere il mezzo per portarla qui. Ma il signor Bruff mi ha ricordato che qualcuno deve mettere l’eredità di mia cugina nelle mani di mia cugina, e che avrei potuto farlo io tanto bene quanto chiunque altro. Dopo aver tolto il Diamante dalla banca, mi immaginavo di essere seguito per le strade da un uomo malandato e dalla carnagione scura. Andai a casa di mio padre per prendere il mio bagaglio e vi trovai una lettera, che inaspettatamente mi trattenne a Londra. Tornai in banca con il Diamante e pensai di aver visto di nuovo l’uomo malandato. Prendendo il Diamante ancora una volta dalla banca stamattina, vidi l’uomo per la terza volta, gli sfuggii e partii (prima che ritrovasse la mia traccia) con il treno del mattino invece di quello del pomeriggio. Eccomi qui, con il Diamante sano e salvo, e qual è la prima notizia che mi accoglie? Scopro che tre indiani girovaghi sono stati alla casa, e che il mio arrivo da Londra, e qualcosa che si aspetta che io abbia con me, sono due oggetti speciali di indagine per loro quando credono di essere soli. Non spreco tempo e parole sul loro versare l’inchiostro nella mano del ragazzo e dirgli di guardarci dentro per vedere un uomo a distanza, e qualcosa nella tasca di quell’uomo. La cosa (che ho visto fare spesso in Oriente) è “hocus-pocus” secondo me, come lo è secondo voi. La questione attuale da decidere per noi è se sto attribuendo erroneamente un significato a un mero incidente, o se abbiamo davvero prove che gli indiani siano sulle tracce della Pietra di Luna, nel momento in cui viene rimossa dalla custodia sicura della banca?»
Né lui né io sembravamo propensi ad affrontare questa parte dell’indagine. Ci guardammo l’un l’altro, e poi guardammo la marea, che trasudava dolcemente, sempre più in alto, sopra la Sabbia Tremante.
«A cosa state pensando?» dice il signor Franklin, improvvisamente.
«Stavo pensando, signore», risposi, «che vorrei buttare il Diamante nelle sabbie mobili e risolvere la questione in quel modo.»
«Se avete il valore della pietra in tasca», rispose il signor Franklin, «ditelo, Betteredge, e dentro ci va!»
È curioso notare, quando la vostra mente è ansiosa, quanto lontano possa andare, in termini di sollievo, una battuta molto piccola. Trovammo un fondo di ilarità, all’epoca, nell’idea di disfarsi della proprietà legittima della signorina Rachel, e di cacciare il signor Blake, come esecutore, in terribili guai; sebbene dove fosse l’ilarità, sono del tutto incapace di scoprirlo ora.
Il signor Franklin fu il primo a riportare il discorso al suo scopo appropriato. Prese una busta dalla tasca, l’aprì e mi consegnò il foglio all’interno.
«Betteredge», disse, «dobbiamo affrontare la questione del movente del Colonnello nel lasciare questa eredità a sua nipote, per il bene di mia zia. Tenete a mente come Lady Verinder trattò suo fratello dal momento in cui tornò in Inghilterra, al momento in cui vi disse che si sarebbe ricordato del compleanno di sua nipote. E leggete qui.»
Mi diede l’estratto dal testamento del Colonnello. Ce l’ho qui con me mentre scrivo queste parole; e lo copio, come segue, per vostro beneficio:
«In terzo e ultimo luogo, do e lascio a mia nipote, Rachel Verinder, figlia e unica erede di mia sorella, Julia Verinder, vedova – se sua madre, la suddetta Julia Verinder, sarà in vita al prossimo compleanno di Rachel Verinder dopo la mia morte – il Diamante giallo che mi appartiene, e noto in Oriente con il nome di Pietra di Luna: subordinatamente a questa condizione, che sua madre, la suddetta Julia Verinder, sia in vita al momento. E con la presente desidero che il mio esecutore dia il mio Diamante, personalmente o per mano di un rappresentante di fiducia che egli nominerà, nel possesso personale della mia suddetta nipote Rachel, al suo prossimo compleanno dopo la mia morte, e alla presenza, se possibile, di mia sorella, la suddetta Julia Verinder. E desidero che mia sorella sia informata, tramite una copia conforme di questa, la terza e ultima clausola del mio testamento, che dono il Diamante a sua figlia Rachel, in segno del mio libero perdono per l’offesa che il suo comportamento nei miei confronti è stato il mezzo per infliggere alla mia reputazione durante la mia vita; e specialmente a riprova che perdono, come si addice a un uomo morente, l’insulto offertomi come ufficiale e gentiluomo, quando il suo servitore, per suo ordine, chiuse la porta di casa sua contro di me, in occasione del compleanno di sua figlia.»
Seguirono altre parole, che disponevano nel caso in cui mia signora fosse morta, o se Miss Rachel fosse morta, al momento del decesso del testatore, che il Diamante fosse inviato in Olanda, in conformità con le istruzioni sigillate originariamente depositate insieme ad esso. Il ricavato della vendita, in tal caso, doveva essere aggiunto al denaro già lasciato per testamento per la cattedra di chimica presso l’università nel nord.
Restituii il documento a Mr. Franklin, terribilmente turbato sul cosa dirgli. Fino a quel momento, la mia opinione (come sapete) era stata che il Colonnello fosse morto tanto malvagiamente quanto era vissuto. Non dico che la copia del suo testamento mi abbia effettivamente convertito da quell'opinione: dico solo che mi ha scosso.
«Bene,» dice Mr. Franklin, «ora che avete letto la dichiarazione del Colonnello, cosa ne pensate? Nel portare la Pietra di Luna a casa di mia zia, sto servendo la sua vendetta alla cieca, o lo sto riabilitando nel carattere di uomo penitente e cristiano?»
«È difficile dirlo, signore,» risposi, «che sia morto con un orrido desiderio di vendetta nel cuore e un’orrida menzogna sulle labbra. Solo Dio conosce la verità. Non chiedetemelo.»
Mr. Franklin sedeva rigirando tra le dita l’estratto del testamento, come se si aspettasse di spremerne fuori la verità in quel modo. Allo stesso tempo, cambiò in modo alquanto notevole. Da vivace e brillante che era, divenne, in modo assai inesplicabile, un giovane lento, solenne e riflessivo.
«Questa questione ha due lati,» disse. «Un lato Oggettivo e un lato Soggettivo. Quale dobbiamo prendere?»
Aveva avuto un’educazione tedesca oltre a una francese. Una delle due aveva avuto il possesso indisturbato di lui (come supponevo) fino a quel momento. E ora (per quanto riuscissi a capire) l’altra stava prendendo il suo posto. È una delle mie regole di vita non notare mai ciò che non capisco. Navigai in una rotta intermedia tra il lato Oggettivo e il lato Soggettivo. In parole povere, fissai il vuoto e non dissi nulla.
«Estraiamo il significato profondo di tutto ciò,» dice Mr. Franklin. «Perché mio zio ha lasciato il Diamante a Rachel? Perché non l’ha lasciato a mia zia?»
«Questo non è difficile da indovinare, signore, in ogni caso,» dissi. «Il Colonnello Herncastle conosceva mia signora abbastanza bene da sapere che si sarebbe rifiutata di accettare qualsiasi lascito che venisse da lui.»
«Come faceva a sapere che anche Rachel non avrebbe potuto rifiutarsi di accettarlo?»
«Esiste forse una giovane signora, signore, che potrebbe resistere alla tentazione di accettare un regalo di compleanno come la Pietra di Luna?»
«Questa è la visione Soggettiva,» dice Mr. Franklin. «Ti fa molto onore, Betteredge, essere in grado di adottare la visione Soggettiva. Ma c’è un altro mistero riguardo al lascito del Colonnello che non è ancora stato spiegato. Come dobbiamo interpretare il fatto che abbia dato a Rachel il suo regalo di compleanno solo a condizione che sua madre fosse in vita?»
«Non voglio calunniare un uomo morto, signore,» risposi. «Ma se ha lasciato deliberatamente un lascito di guai e pericoli a sua sorella, per mezzo della figlia di lei, deve essere un lascito reso condizionato dal fatto che sua sorella sia in vita per provare il fastidio che ne deriva.»
«Oh! È questa la tua interpretazione del suo movente, vero? Di nuovo l’interpretazione Soggettiva! Sei mai stato in Germania, Betteredge?»
«No, signore. Qual è la vostra interpretazione, se vi aggrada?»
«Posso vedere,» dice Mr. Franklin, «che l’obiettivo del Colonnello potrebbe, molto probabilmente, essere stato—non quello di beneficiare la nipote, che non aveva mai nemmeno visto—ma quello di dimostrare a sua sorella che era morto perdonandola, e di dimostrarlo in modo assai elegante per mezzo di un regalo fatto alla figlia di lei. Ecco una spiegazione totalmente diversa dalla tua, Betteredge, che nasce da un punto di vista Soggettivo-Oggettivo. Per quanto posso vedere, un’interpretazione ha la stessa probabilità di essere corretta dell’altra.»
Avendo portato le cose a questo piacevole e confortante esito, Mr. Franklin parve pensare di aver completato tutto ciò che era richiesto da lui. Si distese sulla schiena sulla sabbia e chiese cosa si dovesse fare dopo.
Era stato così intelligente e lucido (prima di iniziare a parlare quel gergo straniero), e aveva preso così completamente il comando della faccenda fino a quel momento, che ero del tutto impreparato a un cambiamento così repentino come quello che ora mostrava in questo impotente appoggiarsi a me. Fu solo più tardi che appresi—con l’aiuto di Miss Rachel, che fu la prima a fare la scoperta—che questi sconcertanti mutamenti e trasformazioni in Mr. Franklin erano dovuti all’effetto su di lui della sua formazione straniera. All’età in cui siamo tutti più inclini a prendere la nostra colorazione, sotto forma di riflesso dalla colorazione delle altre persone, era stato mandato all’estero ed era passato da una nazione all’altra, prima che vi fosse il tempo affinché una qualsiasi colorazione più di un’altra si fissasse saldamente su di lui. Come conseguenza di ciò, era tornato con così tanti lati diversi nel suo carattere, tutti più o meno in contrasto tra loro, che sembrava passare la vita in uno stato di perenne contraddizione con se stesso. Poteva essere un uomo attivo e un uomo pigro; annebbiato nella testa e lucido nella testa; un modello di determinazione e uno spettacolo di impotenza, tutto insieme. Aveva il suo lato francese, il suo lato tedesco e il suo lato italiano—il fondamento inglese originale che emergeva, di tanto in tanto, come per dire: «Eccomi qui, terribilmente trasformato, come vedi, ma c’è ancora qualcosa di me in fondo a lui.» Miss Rachel era solita osservare che il lato italiano di lui era quello predominante, in quelle occasioni in cui cedeva inaspettatamente e ti chiedeva, nel suo modo gentile e di buon carattere, di caricarti delle sue responsabilità. Non gli farete alcuna ingiustizia, credo, se concluderete che il suo lato italiano fosse quello predominante in quel momento.
«Non è forse compito vostro, signore,» chiesi, «sapere cosa fare dopo? Di certo non può essere il mio?»
Mr. Franklin non sembrò vedere la forza della mia domanda—non essendo nella posizione, in quel momento, di vedere altro che il cielo sopra la sua testa.
«Non voglio allarmare mia zia senza motivo,» disse. «E non voglio lasciarla senza quello che potrebbe essere un necessario avvertimento. Se tu fossi al mio posto, Betteredge, dimmi, in una parola, cosa faresti?»
In una parola, gli dissi: «Aspettare.»
«Con tutto il cuore,» dice Mr. Franklin. «Quanto a lungo?»
Procedetti a spiegarmi.
«Per quanto ho capito, signore,» dissi, «qualcuno è tenuto a mettere questo fastidioso Diamante nelle mani di Miss Rachel per il suo compleanno—e potreste farlo voi tanto quanto un altro. Molto bene. Questo è il venticinque di maggio e il compleanno è il ventuno di giugno. Abbiamo quasi quattro settimane davanti a noi. Aspettiamo e vediamo cosa succede in questo periodo; e avvertiamo o meno mia signora, a seconda di come le circostanze ci indicheranno di fare.»
«Perfetto, Betteredge, fin dove arriviamo!» dice Mr. Franklin. «Ma tra ora e il compleanno, cosa bisogna fare del Diamante?»
«Quello che ha fatto vostro padre, di sicuro, signore!» risposi. «Vostro padre lo mise al sicuro in una banca a Londra. Voi mettetelo al sicuro nella banca di Frizinghall.» (Frizinghall era la nostra città più vicina, e la Banca d’Inghilterra non era più sicura della banca che c’era lì.) «Se fossi in voi, signore,» aggiunsi, «andrei subito lì a cavallo prima che le signore tornino.»
La prospettiva di fare qualcosa—e, per di più, di fare quel qualcosa a cavallo—fece scattare Mr. Franklin come un fulmine dalla sua posizione distesa. Balzò in piedi e mi tirò su, senza complimenti, sui miei. «Betteredge, vali il tuo peso in oro,» disse. «Vieni, e sella subito il miglior cavallo nelle scuderie.»
Ecco (Dio lo benedica!) il fondamento inglese originale di lui che finalmente traspariva attraverso tutta la vernice straniera! Ecco il Maestro Franklin che ricordavo, che tornava fuori nel buon vecchio modo alla prospettiva di una cavalcata, e mi ricordava i bei vecchi tempi! Sellare un cavallo per lui? Ne avrei sellati una dozzina, se solo avesse potuto cavalcarli tutti!
Tornammo alla casa in fretta; facemmo sellare il cavallo più veloce delle scuderie in fretta; e Mr. Franklin partì al galoppo in fretta, per depositare il Diamante maledetto ancora una volta nel caveau di una banca. Quando sentii l’ultimo degli zoccoli del suo cavallo sul viale, e quando mi voltai nel cortile e mi ritrovai di nuovo solo, mi sentii quasi tentato di chiedermi se non mi fossi svegliato da un sogno.
CAPITOLO VII
Mentre ero in questo stato d’animo sconcertato, avendo un gran bisogno di un po’ di tempo tranquillo per conto mio per rimettermi in sesto, mia figlia Penelope si mise sulla mia strada (proprio come la sua defunta madre era solita mettersi sulla mia strada sulle scale), e mi chiamò all’istante per riferirle tutto ciò che era passato nella conversazione tra Mr. Franklin e me. Nelle circostanze attuali, l’unica cosa da fare era spegnere la curiosità di Penelope all’istante. Risposi di conseguenza che Mr. Franklin e io avevamo parlato di politica estera, finché non ne avevamo più avuto, e che poi ci eravamo addormentati a vicenda al calore del sole. Provate questo tipo di risposta quando vostra moglie o vostra figlia vi importuneranno la prossima volta con una domanda scomoda in un momento scomodo, e fate affidamento sulla naturale dolcezza delle donne per baciarvi e fare pace alla prima occasione.
Il pomeriggio trascorse, e mia signora e Miss Rachel tornarono.
Inutile dire quanto fossero stupite quando sentirono che Mr. Franklin Blake era arrivato ed era ripartito a cavallo. Inutile anche dire che fecero domande scomode direttamente, e che la «politica estera» e l’«addormentarsi al sole» non sarebbero servite una seconda volta con loro. Essendo alla fine della mia inventiva, dissi che l’arrivo di Mr. Franklin con il treno del mattino era interamente attribuibile a uno dei capricci di Mr. Franklin. Essendomi stato chiesto, in seguito, se il suo galoppare via di nuovo a cavallo fosse un altro dei capricci di Mr. Franklin, dissi: «Sì, lo era;» e me la cavai—credo in modo molto intelligente—in quel modo.
Essendo superate le mie difficoltà con le signore, ne trovai altre che mi aspettavano quando tornai nella mia stanza. Entrò Penelope—con la naturale dolcezza delle donne—per baciare e fare pace; e—con la naturale curiosità delle donne—per fare un’altra domanda. Questa volta voleva solo che le dicessi cosa c’era che non andava nella nostra seconda cameriera, Rosanna Spearman.
Dopo aver lasciato Mr. Franklin e me alla Sabbia Tremante, Rosanna, a quanto pareva, era tornata in casa in uno stato d’animo molto inspiegabile. Era diventata (se si doveva credere a Penelope) di tutti i colori dell’arcobaleno. Era stata allegra senza motivo e triste senza motivo. In un momento faceva centinaia di domande su Mr. Franklin Blake, e nell’altro era arrabbiata con Penelope per aver presunto che uno strano gentiluomo potesse avere qualche interesse per lei. Era stata sorpresa a sorridere e a scarabocchiare il nome di Mr. Franklin dentro la sua scatola da cucito. Era stata sorpresa di nuovo a piangere e a guardare la sua spalla deforme allo specchio. Lei e Mr. Franklin sapevano qualcosa l’una dell’altro prima di oggi? Assolutamente impossibile! Avevano sentito qualcosa l’uno dell’altra? Impossibile di nuovo! Potevo testimoniare che lo stupore di Mr. Franklin fosse genuino, quando vide come la ragazza lo fissava. Penelope poteva testimoniare che la curiosità della ragazza fosse genuina, quando faceva domande su Mr. Franklin. La conversazione tra noi, condotta in questo modo, era abbastanza stancante, finché mia figlia non la terminò improvvisamente esplodendo in quella che ritenni la supposizione più mostruosa che avessi mai sentito in vita mia.
«Padre!» dice Penelope, molto seriamente, «c’è solo una spiegazione. Rosanna si è innamorata di Mr. Franklin Blake a prima vista!»
Avete sentito parlare di bellissime giovani donne che si innamorano a prima vista, e avete pensato che fosse abbastanza naturale. Ma una cameriera uscita da un riformatorio, con un viso scialbo e una spalla deforme, che si innamora, a prima vista, di un gentiluomo che viene in visita a casa della sua padrona, trovatemi un’assurdità del genere in qualsiasi libro di storie della cristianità, se potete! Risi finché le lacrime mi rigarono le guance. Penelope si risentì della mia ilarità in un modo piuttosto strano. «Non ti ho mai conosciuto crudele prima d’ora, padre,» disse, molto dolcemente, e uscì.
Le parole di mia figlia caddero su di me come una secchiata di acqua gelata. Ero furioso con me stesso per essermi sentito a disagio nel momento in cui le aveva pronunciate—ma così fu. Cambieremo argomento, se vi aggrada. Mi dispiace di essermi lasciato andare a scrivere di questo; e non senza ragione, come vedrete quando saremo andati avanti insieme ancora un po’.
Venne la sera, e la campana per la cena suonò prima che Mr. Franklin tornasse da Frizinghall. Portai io stesso l’acqua calda nella sua stanza, aspettandomi di sentire, dopo questo straordinario ritardo, che fosse successo qualcosa. Con mia grande delusione (e senza dubbio anche vostra), non era successo nulla. Non aveva incontrato gli indiani, né all’andata né al ritorno. Aveva depositato la Pietra di Luna in banca—descrivendola semplicemente come un oggetto di grande valore—e aveva la ricevuta in tasca. Andai di sotto, sentendo che era stata una conclusione piuttosto scialba, dopo tutta la nostra eccitazione per il Diamante all’inizio della giornata.
Come sia andato l’incontro tra Mr. Franklin e sua zia e sua cugina, è più di quanto io possa dirvi.
Avrei dato chissà cosa per servire a tavola quel giorno. Ma, nella mia posizione in casa, servire a cena (tranne nelle grandi feste di famiglia) significava abbassare la mia dignità agli occhi degli altri servitori—una cosa che mia signora considerava io fossi già abbastanza incline a fare, senza cercarne le occasioni. Le notizie che mi giunsero dai piani alti, quella sera, provenivano da Penelope e dal cameriere. Penelope menzionò di non aver mai visto Miss Rachel così particolare riguardo all’acconciatura dei suoi capelli, e di non averla mai vista così radiosa e carina come quando scese a incontrare Mr. Franklin in salotto. Il resoconto del cameriere fu che mantenere una composta deferenza in presenza dei suoi superiori e servire Mr. Franklin Blake a cena erano due delle cose più difficili da conciliare che avessero mai messo alla prova il suo addestramento in servizio. Più tardi la sera, li sentimmo cantare e suonare duetti, Mr. Franklin che fischiettava alto, Miss Rachel che fischiettava ancora più alto, e mia signora, al piano, che li seguiva come se fosse tra siepi e fossi, e li portava al sicuro attraverso di esso in un modo meraviglioso e piacevole da ascoltare attraverso le finestre aperte, sulla terrazza di notte. Più tardi ancora, andai da Mr. Franklin nella sala fumatori, con l’acqua frizzante e il brandy, e scoprii che Miss Rachel gli aveva fatto scordare completamente il Diamante. «È la ragazza più affascinante che abbia visto da quando sono tornato in Inghilterra!» fu tutto ciò che riuscii a estorcergli, quando cercai di condurre la conversazione su cose più serie.
Verso mezzanotte, feci il giro della casa per chiudere, accompagnato dal mio secondo in comando (Samuel, il cameriere), come al solito. Quando tutte le porte furono assicurate, eccetto la porta laterale che si apriva sulla terrazza, mandai Samuel a letto e uscii per una boccata d’aria fresca prima di andare a letto a mia volta.
La notte era calma e afosa, e la luna era piena nel cielo. Era così silenzioso fuori che sentivo di tanto in tanto, molto debole e basso, il frangersi del mare, mentre il moto ondoso lo spingeva sulla duna di sabbia vicino all’imboccatura della nostra piccola baia. Per come era posizionata la casa, il lato della terrazza era il lato oscuro; ma la chiara luce della luna mostrava bene il sentiero di ghiaia che correva lungo il lato successivo alla terrazza. Guardando in quella direzione, dopo aver guardato il cielo, vidi l’ombra di una persona, alla luce della luna, proiettata in avanti da dietro l’angolo della casa.
Essendo vecchio e astuto, mi astenni dal gridare; ma essendo anche, purtroppo, vecchio e pesante, i miei piedi mi tradirono sulla ghiaia. Prima che potessi girare improvvisamente l’angolo, come avevo proposto, sentii passi più leggeri dei miei—e più di una coppia, come pensai—che si ritiravano in fretta. Nel momento in cui arrivai all’angolo, gli intrusi, chiunque fossero, erano corsi nel boschetto sul lato opposto del sentiero, ed erano nascosti alla vista tra i fitti alberi e cespugli in quella parte dei giardini. Dal boschetto, potevano facilmente farsi strada, oltre la nostra recinzione, verso la strada. Se avessi avuto quarant’anni di meno, avrei potuto avere una possibilità di prenderli prima che lasciassero la nostra proprietà. Così com’era, tornai indietro per mettere in moto un paio di gambe più giovani delle mie. Senza disturbare nessuno, Samuel e io prendemmo un paio di fucili e facemmo tutto il giro della casa e attraverso il boschetto. Essendoci assicurati che non ci fosse nessuno in agguato da nessuna parte nei nostri giardini, tornammo indietro. Passando sul sentiero dove avevo visto l’ombra, notai ora, per la prima volta, un piccolo oggetto luminoso, che giaceva sulla ghiaia pulita, sotto la luce della luna. Raccogliendo l’oggetto, scoprii che era una boccetta, contenente un liquido denso e profumato, nero come l’inchiostro.
Non dissi nulla a Samuel. Ma, ricordando ciò che Penelope mi aveva detto riguardo ai giocolieri e al versare la piccola pozza d’inchiostro nel palmo della mano del ragazzo, sospettai all’istante di aver disturbato i tre indiani, in agguato intorno alla casa e intenzionati, nel loro modo pagano, a scoprire dove si trovasse il Diamante quella notte.
CAPITOLO VIII
Qui, per un momento, trovo necessario fare una pausa.
Richiamando alla mente i miei ricordi—e facendomi aiutare da Penelope, consultando il suo diario—trovo che possiamo passare abbastanza rapidamente sull’intervallo tra l’arrivo di Mr. Franklin Blake e il compleanno di Miss Rachel. Per la maggior parte di quel tempo i giorni passarono, e non portarono con sé nulla che valesse la pena registrare. Con il vostro permesso, dunque, e con l’aiuto di Penelope, annoterò solo certe date in questo luogo; riservandomi di raccontare la storia giorno per giorno, ancora una volta, non appena arriveremo al momento in cui la faccenda della Pietra di Luna divenne l’occupazione principale di tutti in casa nostra.
Detto questo, possiamo ora proseguire—iniziando, naturalmente, con la boccetta di inchiostro profumato che trovai sul sentiero di ghiaia di notte.
La mattina seguente (la mattina del ventisei) mostrai a Mr. Franklin questo oggetto di giocoleria e gli dissi ciò che ho già detto a voi. La sua opinione fu, non solo che gli indiani fossero in agguato per il Diamante, ma anche che fossero effettivamente così sciocchi da credere nella loro stessa magia—intendendo con ciò il tracciare segni sulla testa di un ragazzo e il versare inchiostro nella mano di un ragazzo, e poi aspettarsi che vedesse persone e cose oltre la portata della visione umana. Nel nostro paese, così come in Oriente, mi informò Mr. Franklin, ci sono persone che praticano questo curioso imbroglio (senza l’inchiostro, tuttavia); e che lo chiamano con un nome francese, che significa qualcosa come chiarezza di vista. «Contaci,» dice Mr. Franklin, «gli indiani davano per scontato che avremmo tenuto il Diamante qui; e hanno portato il loro ragazzo chiaroveggente per mostrare loro la strada, se fossero riusciti a entrare in casa ieri sera.»
«Pensate che ci riproveranno, signore?» chiesi.
«Dipende», dice Mr. Franklin, «da cosa è davvero in grado di fare il ragazzo. Se riesce a vedere il Diamante attraverso la cassaforte di ferro della banca a Frizinghall, non saremo più disturbati dalle visite degli indiani per il momento. Se non ci riesce, avremo un’altra occasione per coglierli nel boschetto, prima che passino molte altre notti sopra le nostre teste.»
Aspettai con una certa fiducia quest’ultima occasione; ma, strano a dirsi, non arrivò mai.
Che i giocolieri abbiano saputo in città che Mr. Franklin era stato visto alla banca, e ne abbiano tratto le dovute conclusioni; o che il ragazzo abbia davvero visto il Diamante dove il Diamante era ora custodito (cosa a cui io, per parte mia, non credo affatto); o che, dopotutto, sia stato un mero effetto del caso, questa in ogni caso è la pura verità: non un’ombra di indiano si avvicinò più alla casa, durante le settimane che trascorsero prima del compleanno di Miss Rachel. I giocolieri rimasero in città e nei dintorni a esercitare il loro mestiere; e Mr. Franklin ed io rimanemmo in attesa di vedere cosa potesse accadere, decisi a non mettere in allerta i furfanti mostrando troppo presto i nostri sospetti su di loro. Con questo resoconto degli avvenimenti da entrambe le parti, finisce tutto ciò che ho da dire sugli indiani per il momento.
Il ventinove del mese, Miss Rachel e Mr. Franklin trovarono un nuovo metodo per trascorrere insieme il tempo che altrimenti sarebbe pesato sulle loro mani. Ci sono ragioni per prestare particolare attenzione qui all’occupazione che li divertiva. Scoprirete che ha un legame con qualcosa che deve ancora venire.
I gentiluomini in generale hanno uno scoglio molto scomodo davanti nella vita: lo scoglio della loro stessa oziosità. Essendo le loro vite, per la maggior parte, passate a guardarsi intorno in cerca di qualcosa da fare, è curioso vedere — specialmente quando i loro gusti sono di quella che viene chiamata specie intellettuale — quanto spesso vadano alla deriva, bendati, in qualche occupazione sgradevole. Nove volte su dieci si dedicano a torturare qualcosa, o a rovinare qualcosa — e credono fermamente di migliorare la propria mente, quando la pura verità è che stanno solo mettendo a soqquadro la casa. Li ho visti (le signore, mi dispiace dirlo, così come i gentiluomini) uscire, giorno dopo giorno, per esempio, con scatole di pillole vuote, e catturare tritoni, e scarabei, e ragni, e rane, e tornare a casa e infilzarli con degli spilli, o farli a pezzettini, senza un briciolo di rimorso. Vedete il mio giovane padrone, o la mia giovane padrona, studiare con una lente d’ingrandimento le interiora di uno dei loro ragni; o incontrate una delle loro rane che scende le scale senza testa — e quando vi chiedete cosa significhi questa crudele sgradevolezza, vi viene detto che significa, nel mio giovane padrone o nella mia giovane padrona, un gusto per la storia naturale. A volte, ancora, li vedete occupati per ore intere a rovinare un bel fiore con strumenti appuntiti, per una stupida curiosità di sapere di cosa sia fatto il fiore. Il suo colore è forse più grazioso, o il suo profumo più dolce, una volta che lo sapete? Ma via! le povere anime devono pur far passare il tempo, vedete — devono far passare il tempo. Voi pasticciavate nel fango sgradevole, e facevate tortine, quando eravate bambini; e pasticciate con la scienza sgradevole, e dissezionate ragni, e rovinate fiori, quando diventate adulti. Nell’uno e nell’altro caso, il segreto sta nel fatto che non avete nulla a cui pensare nella vostra povera testa vuota, e nulla da fare con le vostre povere mani oziose. E così finisce che rovinate tele con i colori, e create odore in casa; o che tenete girini in una scatola di vetro piena d’acqua sporca, rivoltando lo stomaco a chiunque in casa; o che scheggiate pezzi di pietra qui, là, e ovunque, lasciando cadere granelli di polvere in tutte le vivande in casa; o che vi macchiate le dita nel perseguire la fotografia, facendo giustizia senza misericordia sulla faccia di chiunque in casa. Cade spesso abbastanza pesante, senza dubbio, sulle persone che sono veramente costrette a guadagnarsi da vivere, essere forzate a lavorare per i vestiti che le coprono, il tetto che le ripara, e il cibo che le mantiene in vita. Ma confrontate il giorno di lavoro più duro che abbiate mai fatto con l’ozio che spacca i fiori e ficca il naso negli stomaci dei ragni, e ringraziate il cielo che la vostra testa abbia qualcosa a cui pensare, e le vostre mani qualcosa che devono fare.
Quanto a Mr. Franklin e Miss Rachel, non torturarono nulla, sono lieto di dirlo. Si limitarono semplicemente a fare un disastro; e tutto ciò che rovinarono, a onor del vero, fu il pannello di una porta.
Il genio universale di Mr. Franklin, che si dilettava in tutto, si dilettava in quella che chiamava “pittura decorativa”. Aveva inventato, ci informò, una nuova miscela per diluire i colori, che descrisse come un “veicolo”. Di cosa fosse fatta, non lo so. Cosa facesse, posso dirvelo in due parole: puzzava. Essendo Miss Rachel impaziente di mettere alla prova la sua mano nel nuovo processo, Mr. Franklin mandò a prendere i materiali a Londra; li mischiò, con l’accompagnamento di un odore che faceva starnutire persino i cani quando entravano nella stanza; mise un grembiule e una pettorina sopra l’abito di Miss Rachel, e la mise al lavoro a decorare il suo piccolo salottino — chiamato, per mancanza di inglese con cui nominarlo, il suo “boudoir”. Iniziarono dall’interno della porta. Mr. Franklin grattò via tutta la bella vernice con la pietra pomice, e creò quella che descrisse come una superficie su cui lavorare. Miss Rachel poi coprì la superficie, sotto la sua direzione e con il suo aiuto, con motivi e disegni — grifoni, uccelli, fiori, amorini, e cose simili — copiati da bozzetti fatti da un famoso pittore italiano, il cui nome mi sfugge: quello, intendo, che rifornì il mondo di Vergini Marie, e che aveva un’innamorata dal fornaio. Vista come lavoro, questa decorazione era lenta da fare, e sporca da gestire. Ma la nostra giovane signora e il nostro giovane gentiluomo non sembravano stancarsene mai. Quando non andavano a cavallo, o ricevevano visite, o consumavano i pasti, o suonavano le loro canzoni, eccoli lì con le teste vicine, indaffarati come api, a rovinare la porta. Chi fu il poeta che disse che Satana trova sempre qualche guaio per le mani oziose? Se avesse occupato il mio posto nella famiglia, e avesse visto Miss Rachel con il suo pennello, e Mr. Franklin con il suo veicolo, non avrebbe potuto scrivere nulla di più vero su entrambi di quello.
La data successiva degna di nota è domenica quattro giugno.
Quella sera noi, nella sala della servitù, discutemmo per la prima volta di una questione domestica che, come la decorazione della porta, ha il suo peso su qualcosa che deve ancora venire.
Vedendo il piacere che Mr. Franklin e Miss Rachel provavano nella compagnia l’uno dell’altra, e notando che bella coppia formassero sotto ogni aspetto personale, ipotizzammo naturalmente la possibilità che si mettessero insieme con altri obiettivi in vista oltre all’ornamento di una porta. Alcuni di noi dissero che ci sarebbe stato un matrimonio in casa prima che l’estate fosse finita. Altri (guidati da me) ammettevano che era abbastanza probabile che Miss Rachel potesse sposarsi; ma dubitavamo (per ragioni che appariranno presto) che il suo sposo sarebbe stato Mr. Franklin Blake.
Che Mr. Franklin fosse innamorato, da parte sua, nessuno che lo vedesse e lo sentisse poteva dubitarlo. La difficoltà era sondare Miss Rachel. Mi conceda l’onore di farvela conoscere; dopodiché, lascerò che siate voi a sondarla — se ci riuscite.
Il diciottesimo compleanno della mia giovane padrona era il compleanno che si avvicinava, il ventuno giugno. Se per caso vi piacciono le donne scure (che, mi si dice, sono passate di moda ultimamente nel mondo elegante), e se non avete particolari pregiudizi a favore della statura, rispondo io per Miss Rachel come una delle ragazze più graziose che i vostri occhi abbiano mai visto. Era piccola e snella, ma tutta in perfetta proporzione dalla testa ai piedi. Vederla sedersi, vederla alzarsi, e specialmente vederla camminare, bastava a convincere qualsiasi uomo sano di mente che le grazie della sua figura (se mi perdonate l’espressione) erano nella sua carne e non nei suoi vestiti. I suoi capelli erano i più neri che avessi mai visto. I suoi occhi si abbinavano ai suoi capelli. Il suo naso non era abbastanza grande, lo ammetto. La sua bocca e il suo mento erano (per citare Mr. Franklin) bocconi per gli dei; e il suo incarnato (sulla stessa innegabile autorità) era caldo come il sole stesso, con questo grande vantaggio sul sole, che era sempre in ordine da guardare. Aggiungete a ciò che portava la testa alta come un dardo, in un modo sbarazzino, vivace, purosangue — che aveva una voce chiara, con un suono di metallo nobile in essa, e un sorriso che iniziava molto graziosamente negli occhi prima di arrivare alle labbra — ed ecco il suo ritratto, al meglio della mia pittura, grande quanto la vita!
E che dire del suo temperamento, poi? Questa creatura incantevole non aveva difetti? Aveva esattamente tanti difetti quanti ne avete voi, signora — né più né meno.
Per metterla seriamente, la mia cara graziosa Miss Rachel, pur possedendo una schiera di grazie e attrazioni, aveva un difetto, che la stretta imparzialità mi costringe a riconoscere. Era diversa dalla maggior parte delle altre ragazze della sua età, in questo: che aveva idee proprie, ed era abbastanza ostinata da sfidare le mode stesse, se le mode non si adattavano alle sue vedute. Nelle inezie, questa sua indipendenza andava benissimo; ma nelle questioni importanti, la portava (come pensava la mia signora, e come pensavo io) troppo lontano. Giudicava da sola, come poche donne di due volte la sua età giudicano in generale; non chiedeva mai consiglio; non vi diceva mai in anticipo cosa stava per fare; non portava mai segreti e confidenze a nessuno, da sua madre in giù. Nelle piccole e nelle grandi cose, con le persone che amava, e le persone che odiava (e faceva entrambe le cose con uguale intensità), Miss Rachel andava sempre per la sua strada, sufficiente a se stessa nelle gioie e nei dolori della sua vita. Più e più volte ho sentito la mia signora dire: “La migliore amica di Rachel e la peggiore nemica di Rachel sono, l’una e l’altra — Rachel stessa”.
Aggiungete una cosa in più a questo, e ho finito.
Con tutta la sua segretezza e ostinazione, non c’era neppure l’ombra di alcunché di falso in lei. Non ricordo che abbia mai infranto la sua parola; non ricordo che abbia mai detto No, intendendo Sì. Posso richiamare alla mente, nella sua infanzia, più di un’occasione in cui la brava bambina si prendeva la colpa, e subiva la punizione, per qualche colpa commessa da un compagno di giochi che amava. Nessuno la sentì mai confessare, quando la cosa veniva scoperta e lei ne veniva accusata in seguito. Ma nessuno la sentì mai mentire al riguardo, nemmeno. Vi guardava dritto in faccia, scuoteva la sua testolina impertinente, e diceva chiaramente: “Non ve lo dirò!”. Punita di nuovo per questo, ammetteva di essere dispiaciuta per aver detto “non voglio”; ma, pane e acqua nonostante, non ve lo diceva mai. Ostinata — diabolicamente ostinata a volte — lo concedo; ma la creatura più nobile, nondimeno, che abbia mai camminato sulle strade di questo mondo inferiore. Forse pensate di vedere una certa contraddizione qui? In tal caso, una parola al vostro orecchio. Studiate vostra moglie attentamente, per le prossime ventiquattr’ore. Se la vostra brava signora non mostra qualcosa sotto forma di contraddizione in quel tempo, che il Cielo vi aiuti! — avete sposato un mostro.
Vi ho ora fatto conoscere Miss Rachel, il che troverete ci mette faccia a faccia, dopo, con la questione delle vedute matrimoniali di quella giovane signora.
Il dodici giugno, un invito dalla mia padrona fu inviato a un gentiluomo a Londra, affinché venisse ad aiutare a festeggiare il compleanno di Miss Rachel. Questo era l’individuo fortunato sul quale credevo che il suo cuore fosse privatamente puntato! Come Mr. Franklin, era suo cugino. Il suo nome era Mr. Godfrey Ablewhite.
La seconda sorella della mia signora (non allarmatevi; non andremo molto a fondo nelle questioni familiari questa volta) — la seconda sorella della mia signora, dicevo, ebbe una delusione amorosa; e prendendo marito in seguito, secondo il principio del tutto o niente, fece quella che chiamano un’alleanza ineguale. Ci fu un putiferio in famiglia quando l’onorevole Caroline insistette per sposare il semplice Mr. Ablewhite, il banchiere di Frizinghall. Era molto ricco e molto rispettabile, e generò una famiglia prodigiosamente numerosa — tutto a suo favore, fin qui. Ma aveva osato elevarsi da una bassa condizione nel mondo — e questo era contro di lui. Tuttavia, il Tempo e il progresso dell’illuminismo moderno misero le cose a posto; e l’alleanza ineguale passò abbastanza bene. Stiamo diventando tutti liberali ora; e (a patto che tu possa grattare me, se io gratto te) che mi importa, dentro o fuori dal Parlamento, se tu sia uno spazzino o un Duca? Questo è il modo moderno di vederla — e io sto al passo con il modo moderno. Gli Ablewhite vivevano in una bella casa con giardino, poco fuori Frizinghall. Persone molto degne, e molto rispettate nel vicinato. Non saremo molto disturbati da loro in queste pagine — eccetto Mr. Godfrey, che era il secondo figlio di Mr. Ablewhite, e che deve prendere il suo posto appropriato qui, per favore, per amore di Miss Rachel.
Con tutta la sua brillantezza e intelligenza e qualità generali, la possibilità di Mr. Franklin di superare Mr. Godfrey nella stima della nostra giovane signora era, a mio parere, una possibilità davvero molto scarsa.
In primo luogo, Mr. Godfrey era, in quanto a corporatura, l’uomo di gran lunga più prestante dei due. Era alto più di un metro e ottanta; aveva un bel colore rosso e bianco; un viso liscio e rotondo, rasato come il palmo della mano; e una testa di graziosi lunghi capelli color lino, che ricadevano con noncuranza sulla nuca. Ma perché provo a darvi questa descrizione personale di lui? Se mai vi siete abbonati a un ente di beneficenza femminile a Londra, conoscete Mr. Godfrey Ablewhite bene quanto me. Era un avvocato per professione; un uomo per le donne per temperamento; e un buon Samaritano per scelta. La benevolenza femminile e l’indigenza femminile non potevano fare nulla senza di lui. Società materne per il parto delle donne povere; società Maddalena per salvare le donne povere; società dalle idee forti per mettere le donne povere al posto degli uomini poveri, e lasciare che gli uomini se la cavino da soli; — ne era vicepresidente, manager, arbitro di tutte. Ovunque ci fosse un tavolo con un comitato di signore sedute intorno in consiglio, c’era Mr. Godfrey in fondo al tavolo, a mantenere la calma del comitato, e a guidare le care creature lungo le vie spinose degli affari, cappello in mano. Suppongo che questo sia stato il filantropo più esperto (con una piccola rendita) che l’Inghilterra abbia mai prodotto. Come oratore alle riunioni di beneficenza, uno come lui per strapparvi le lacrime e il denaro non era facile da trovare. Era proprio un personaggio pubblico. L’ultima volta che fui a Londra, la mia padrona mi fece due regali. Mi mandò a teatro a vedere una ballerina che andava per la maggiore; e mi mandò all’Exeter Hall ad ascoltare Mr. Godfrey. La signora lo faceva, con una banda musicale. Il gentiluomo lo faceva, con un fazzoletto e un bicchiere d’acqua. Folle allo spettacolo con le gambe. Idem allo spettacolo con la lingua. E con tutto ciò, la persona dal temperamento più dolce (mi riferisco a Mr. Godfrey) — la più semplice, piacevole e facile da accontentare — che abbiate mai incontrato. Amava tutti. E tutti amavano lui. Che possibilità aveva Mr. Franklin — che possibilità aveva chiunque di media reputazione e capacità — contro un uomo come questo?
Il quattordici, arrivò la risposta di Mr. Godfrey.
Accettò l’invito della mia padrona, dal mercoledì del compleanno alla sera di venerdì — quando i suoi doveri verso gli Enti di Beneficenza Femminili lo avrebbero costretto a tornare in città. Accluse anche una copia di versi su quello che chiamava elegantemente il “giorno natale” della cugina. Miss Rachel, fui informato, si unì a Mr. Franklin nel prendersi gioco dei versi a cena; e Penelope, che era tutta dalla parte di Mr. Franklin, mi chiese, in gran trionfo, cosa ne pensassi. “Miss Rachel ti ha condotta su una falsa pista, mia cara”, risposi; “ma il mio naso non si mistifica così facilmente. Aspetta che ai versi di Mr. Ablewhite segua Mr. Ablewhite stesso.”
Mia figlia rispose che Mr. Franklin poteva farsi avanti, e tentare la fortuna, prima che ai versi seguisse il poeta. A favore di questa visione, devo riconoscere che Mr. Franklin non lasciò nulla di intentato per conquistare le buone grazie di Miss Rachel.
Sebbene fosse uno dei fumatori più accaniti che avessi mai incontrato, rinunciò al suo sigaro, perché lei disse, un giorno, che odiava il tanfo stantio di esso nei suoi vestiti. Dormiva così male, dopo questo sforzo di rinuncia, per mancanza dell’effetto calmante del tabacco a cui era abituato, e scendeva mattina dopo mattina sembrando così esausto e sciupato, che Miss Rachel stessa lo pregò di riprendere i suoi sigari. No! non avrebbe ripreso nulla che potesse causarle un momento di fastidio; avrebbe combattuto risolutamente, e avrebbe recuperato il sonno, prima o poi, con la forza bruta della pazienza nell’aspettarlo. Tale devozione, potreste dire (come dissero alcuni di loro di sotto), non avrebbe mai potuto mancare di produrre l’effetto giusto su Miss Rachel — sostenuta, inoltre, com’era, dal lavoro di decorazione ogni giorno sulla porta. Tutto molto bello — ma lei aveva una fotografia di Mr. Godfrey in camera da letto; rappresentato mentre parlava a un’assemblea pubblica, con tutti i capelli soffiati via dal soffio della sua stessa eloquenza, e i suoi occhi, deliziosissimi, che attiravano il denaro fuori dalle vostre tasche. Cosa dite a questo? Ogni mattina — come Penelope stessa mi confessò — c’era l’uomo di cui le donne non potevano fare a meno, che guardava, in effigie, mentre Miss Rachel si faceva pettinare. Avrebbe guardato, nella realtà, prima di molto tempo — questa era la mia opinione.
Il sedici giugno portò un evento che rese la possibilità di Mr. Franklin, a mio modo di vedere, una possibilità peggiore che mai.
Uno strano gentiluomo, che parlava inglese con un accento straniero, venne quella mattina alla casa, e chiese di vedere Mr. Franklin Blake per affari. Gli affari non avrebbero potuto essere collegati al Diamante, per queste due ragioni — primo, che Mr. Franklin non mi disse nulla al riguardo; secondo, che li comunicò (quando il gentiluomo se ne fu andato, suppongo) alla mia signora. Probabilmente lei ne accennò qualcosa in seguito a sua figlia. In ogni caso, si diceva che Miss Rachel avesse detto delle cose severe a Mr. Franklin, al piano quella sera, riguardo alle persone tra cui aveva vissuto, e ai principi che aveva adottato in parti straniere. Il giorno dopo, per la prima volta, non fu fatto nulla riguardo alla decorazione della porta. Sospetto che qualche imprudenza di Mr. Franklin nel Continente — con una donna o un debito in fondo ad essa — lo avesse seguito in Inghilterra. Ma quella è tutta congettura. In questo caso, non solo Mr. Franklin, ma anche la mia signora, con mia sorpresa, mi lasciarono all’oscuro.
Il diciassette, a quanto pareva, la nuvola passò di nuovo. Tornarono al loro lavoro di decorazione sulla porta, e sembrarono essere buoni amici come sempre. Se si doveva credere a Penelope, Mr. Franklin aveva colto l’opportunità della riconciliazione per fare una proposta a Miss Rachel, e non era stato né accettato né rifiutato. La mia ragazza era sicura (da segni e indizi che non ho bisogno di tediarvi) che la sua giovane padrona avesse respinto Mr. Franklin rifiutandosi di credere che fosse sincero, e se ne fosse poi segretamente pentita in seguito per averlo trattato in quel modo. Sebbene Penelope fosse ammessa a più familiarità con la sua giovane padrona di quanto le cameriere solitamente non siano — poiché le due erano state quasi cresciute insieme da bambine — conoscevo tuttavia il carattere riservato di Miss Rachel troppo bene per credere che avrebbe mostrato i suoi pensieri a chiunque in questo modo. Ciò che mia figlia mi disse, nell’occasione presente, era, come sospettavo, più ciò che desiderava che ciò che sapeva veramente.
Il diciannove accadde un altro evento. Il dottore fu in casa per motivi professionali. Era stato chiamato a prescrivere cure per una persona che ho già avuto occasione di presentarvi in queste pagine: la nostra seconda cameriera, Rosanna Spearman.
Questa povera ragazza — che mi aveva lasciato perplesso, come già sapete, alla distesa di Shivering Sand — mi lasciò perplesso più di una volta, nell'intervallo di tempo di cui sto scrivendo ora. L'idea di Penelope che la sua compagna di servizio fosse innamorata di Mr. Franklin (cosa che mia figlia, per mio ordine, mantenne strettamente segreta) sembrava assurda come sempre. Ma devo ammettere che ciò che io stesso vidi, e ciò che vide anche mia figlia, della condotta della nostra seconda cameriera, cominciò ad apparire misterioso, a dir poco.
Per esempio, la ragazza si metteva costantemente sulla strada di Mr. Franklin — molto furtivamente e silenziosamente, ma lo faceva. Lui la notava più o meno quanto notava il gatto; non sembrava mai sfiorargli l'idea di sprecare uno sguardo sul volto comune di Rosanna. L'appetito della poveretta, mai molto grande, svanì terribilmente; e i suoi occhi al mattino mostravano chiari segni di aver passato la notte a piangere. Un giorno Penelope fece una scoperta imbarazzante, che mettemmo a tacere sul momento. Sorprese Rosanna alla toeletta di Mr. Franklin, mentre rimuoveva segretamente una rosa che Miss Rachel gli aveva dato da portare all'occhiello, e ne metteva al suo posto un'altra simile, colta da lei stessa. Dopo di allora, fu una o due volte impertinente con me, quando le diedi un consiglio generale e ben intenzionato di fare attenzione alla sua condotta; e, cosa ancor peggiore, ora non era troppo rispettosa nelle poche occasioni in cui Miss Rachel le rivolgeva accidentalmente la parola.
La mia signora notò il cambiamento e mi chiese cosa ne pensassi. Cercai di proteggere la ragazza rispondendo che pensavo fosse in cattiva salute; e finì con il dottore che fu fatto chiamare, come già menzionato, il diciannove. Disse che erano i suoi nervi, e dubitò che fosse in grado di prestare servizio. La mia signora si offrì di trasferirla per un cambio d'aria in una delle nostre fattorie, nell'entroterra. Lei implorò e pregò, con le lacrime agli occhi, di essere lasciata restare; e, in un'ora nefasta, consigliai alla mia signora di provare a tenerla ancora per un po'. Come dimostrarono gli eventi, e come vedrete presto, questo fu il peggior consiglio che avrei potuto dare. Se solo avessi potuto guardare un po' avanti nel futuro, avrei portato via Rosanna Spearman dalla casa, seduta stante, con le mie stesse mani.
Il venti arrivò un biglietto da Mr. Godfrey. Aveva preso accordi per fermarsi a Frizinghall quella notte, avendo occasione di consultare suo padre per affari. Nel pomeriggio del giorno seguente, lui e le sue due sorelle maggiori sarebbero venuti da noi a cavallo, in tempo utile prima di cena. Un elegante cofanetto in porcellana accompagnava il biglietto, presentato a Miss Rachel con l'affetto e i migliori auguri del cugino. Mr. Franklin le aveva dato solo un medaglione semplice, che non valeva nemmeno la metà dei soldi. Mia figlia Penelope, nondimeno — tale è l'ostinazione delle donne — continuava a scommettere sulla vittoria di lui.
Grazie al Cielo, siamo finalmente arrivati alla vigilia del compleanno! Converrete, penso, che vi ho fatto attraversare il terreno questa volta, senza troppi indugi lungo la strada. Fatevi animo! Vi solleverò con un altro nuovo capitolo qui — e, per di più, quel capitolo vi porterà dritti nel vivo della storia.
CAPITOLO IX
Il ventuno giugno, il giorno del compleanno, era nuvoloso e instabile all'alba, ma verso mezzogiorno si rasserenò magnificamente.
Noi, nella sala della servitù, iniziammo questo felice anniversario, come al solito, offrendo i nostri piccoli doni a Miss Rachel, con il discorso regolare pronunciato ogni anno da me in quanto capo. Seguo il piano adottato dalla Regina nell'apertura del Parlamento — vale a dire, il piano di dire più o meno la stessa cosa regolarmente ogni anno. Prima che sia pronunciato, il mio discorso (come quello della Regina) è atteso con ansia come se nulla di simile fosse mai stato ascoltato prima. Quando viene pronunciato, e si scopre che non è la novità prevista, sebbene brontolino un po', attendono con speranza qualcosa di più nuovo l'anno successivo. Gente facile da governare, nel Parlamento e in Cucina — questa è la morale.
Dopo colazione, Mr. Franklin ed io avemmo una conferenza privata sull'argomento della Moonstone — essendo giunto il momento di rimuoverla dalla banca di Frizinghall e di porla nelle mani di Miss Rachel.
Se stesse cercando di fare di nuovo la corte a sua cugina, e avesse ricevuto un rifiuto — o se il suo riposo interrotto, notte dopo notte, stesse aggravando le strane contraddizioni e incertezze del suo carattere — non lo so. Ma è certo che Mr. Franklin non riuscì a mostrarsi al meglio la mattina del compleanno. Era in venti stati d'animo diversi riguardo al Diamante in altrettanti minuti. Per parte mia, rimasi fermo sui fatti chiari per come li conoscevamo. Non era accaduto nulla che giustificasse l'allarmare la mia signora sull'argomento del gioiello; e nulla poteva alterare l'obbligo legale che ora gravava su Mr. Franklin di metterlo in possesso della cugina. Questa era la mia visione della faccenda; e, per quanto potesse rigirarsi, alla fine fu costretto a farla sua. Convenimmo che sarebbe andato a cavallo, dopo pranzo, a Frizinghall, per riportare indietro il Diamante, con Mr. Godfrey e le due giovani signore, con ogni probabilità, a fargli compagnia sulla via del ritorno.
Deciso ciò, il nostro giovane signore tornò da Miss Rachel.
Consumarono l'intera mattinata, e parte del pomeriggio, nell'eterna faccenda di decorare la porta, con Penelope in disparte a mescolare i colori, come ordinato; e la mia signora, mentre l'ora di pranzo si avvicinava, che entrava e usciva dalla stanza, con il fazzoletto al naso (poiché usarono una gran quantità del preparato di Mr. Franklin quel giorno), tentando invano di allontanare i due artisti dal loro lavoro. Erano le tre quando si tolsero i grembiuli, liberarono Penelope (molto provata dal preparato) e si pulirono dal pasticcio. Ma avevano fatto ciò che volevano — avevano finito la porta il giorno del compleanno, ed erano abbastanza orgogliosi di ciò. I grifoni, i cupidi e così via, erano, devo ammettere, bellissimi da vedere; sebbene così numerosi, così intrecciati in fiori e motivi, e così sottosopra nelle loro azioni e atteggiamenti, che li sentivi sgradevolmente nella testa per ore dopo aver finito il piacere di guardarli. Se aggiungo che Penelope terminò la sua parte di lavoro mattutino sentendosi male nella cucina sul retro, non è con spirito ostile verso il preparato. No! No! Smise di puzzare quando si asciugò; e se l'Arte richiede questo tipo di sacrifici — sebbene la ragazza sia mia figlia — dico, lasciamo che l'Arte li abbia!
Mr. Franklin afferrò un boccone dal tavolo del pranzo e partì al galoppo per Frizinghall — per scortare le sue cugine, come disse alla mia signora. Per prendere la Moonstone, come era noto privatamente a lui e a me.
Essendo questa una delle grandi feste in cui prendevo posto alla credenza, al comando del servizio a tavola, avevo molto per occupare la mia mente mentre Mr. Franklin era via. Dopo aver controllato il vino, ed essermi assicurato dei miei uomini e donne che avrebbero servito a cena, mi ritirai per ricompormi prima che arrivassero gli ospiti. Una boccata di — sapete cosa, e una lettura a un certo libro che ho avuto occasione di menzionare in queste pagine, mi calmarono, corpo e mente. Fui risvegliato da ciò che sono incline a pensare non fosse un sonnellino, ma una fantasticheria, dal rumore degli zoccoli dei cavalli fuori; e, andando alla porta, ricevetti una cavalcata comprendente Mr. Franklin e le sue tre cugine, scortati da uno dei mozzi del vecchio Mr. Ablewhite.
Mr. Godfrey mi colpì, stranamente, per essere simile a Mr. Franklin sotto questo aspetto — che non sembrava essere nel suo solito spirito. Mi strinse gentilmente la mano come al solito, ed era cortesemente lieto di vedere il suo vecchio amico Betteredge stare così bene. Ma c'era una sorta di nuvola su di lui, che non riuscivo affatto a spiegarmi; e quando chiesi come avesse trovato suo padre in salute, rispose piuttosto bruscamente: "Molto bene, come al solito". Tuttavia, le due Miss Ablewhite erano abbastanza allegre per venti, il che ripristinò più che a sufficienza l'equilibrio. Erano grandi quasi quanto il loro fratello; ragazze vigorose, dai capelli biondi, rosee, traboccanti di carne e sangue in abbondanza; che scoppiavano di salute e spirito dalla testa ai piedi. Le zampe dei poveri cavalli tremavano a portarle; e quando saltarono giù dalle selle (senza aspettare di essere aiutate), giuro che rimbalzarono a terra come se fossero fatte di gomma. Ogni cosa che le Miss Ablewhite dicevano iniziava con una grande O; ogni cosa che facevano era fatta con un botto; e ridacchiavano e gridavano, a proposito e a sproposito, al minimo pretesto. Saltatrici — così le chiamo io.
Approfittando del rumore fatto dalle giovani signore, ebbi l'opportunità di scambiare una parola in privato con Mr. Franklin nell'atrio.
"Avete il Diamante al sicuro, signore?"
Lui annuì e si picchiettò la tasca interna della giacca.
"Avete visto qualcosa degli indiani?"
"Nemmeno un'occhiata." Con quella risposta, chiese della mia signora e, sentendo che era nel piccolo salotto, vi si diresse direttamente. Il campanello suonò, prima che fosse da un minuto nella stanza, e Penelope fu mandata a dire a Miss Rachel che Mr. Franklin Blake desiderava parlarle.
Attraversando l'atrio, circa mezz'ora dopo, fui bloccato improvvisamente da un'esplosione di grida dal piccolo salotto. Non posso dire di essermi affatto allarmato; poiché riconobbi nelle grida la grande O preferita delle Miss Ablewhite. Tuttavia, entrai (col pretesto di chiedere istruzioni per la cena) per scoprire se fosse successo davvero qualcosa di serio.
C'era Miss Rachel al tavolo, come una persona affascinata, con lo sfortunato Diamante del Colonnello in mano. Lì, su entrambi i lati di lei, erano inginocchiate le due Saltatrici, che divoravano il gioiello con gli occhi e gridavano di estasi ogni volta che brillava per loro sotto una nuova luce. Lì, dal lato opposto del tavolo, stava Mr. Godfrey, che batteva le mani come un bambino grande, cantando dolcemente: "Squisito! Squisito!". Lì sedeva Mr. Franklin su una sedia vicino alla libreria, tirandosi la barba e guardando ansiosamente verso la finestra. E lì, alla finestra, stava l'oggetto che lui stava contemplando — la mia signora, con l'estratto dal testamento del Colonnello in mano, che voltava le spalle a tutta la compagnia.
Mi guardò in faccia, quando chiesi le mie istruzioni; e vidi il cipiglio di famiglia radunarsi sopra i suoi occhi, e il temperamento di famiglia contrarsi agli angoli della sua bocca.
"Venga nella mia stanza tra mezz'ora", rispose. "Avrò qualcosa da dirle, allora."
Con quelle parole, uscì. Era abbastanza chiaro che fosse turbata dalla stessa difficoltà che aveva turbato Mr. Franklin e me nella nostra conferenza alla distesa di Shivering Sand. Il lascito della Moonstone era la prova che aveva trattato suo fratello con crudele ingiustizia? O era la prova che lui era peggio del peggio che lei avesse mai pensato di lui? Questioni serie quelle per la mia signora da determinare, mentre sua figlia, ignara di ogni conoscenza del carattere del Colonnello, stava lì con il regalo di compleanno del Colonnello in mano.
Prima che potessi lasciare la stanza a mia volta, Miss Rachel, sempre premurosa verso il vecchio servitore che era in casa quando lei era nata, mi fermò. "Guarda, Gabriel!" disse, e fece brillare il gioiello davanti ai miei occhi in un raggio di sole che entrava dalla finestra.
Che il Signore ci benedica! era un Diamante! Grande, o quasi, quanto l'uovo di un piviere! La luce che ne emanava era come la luce della luna del raccolto. Quando guardavi dentro la pietra, guardavi in un abisso giallo che attirava i tuoi occhi dentro di sé in modo tale che non vedevano nient'altro. Sembrava insondabile; questo gioiello, che potevi tenere tra il dito e il pollice, sembrava insondabile come il cielo stesso. Lo mettemmo al sole, e poi chiudemmo la luce fuori dalla stanza, e brillò spaventosamente dal profondo della sua stessa luminosità, con un bagliore lunare, nell'oscurità. Non c'è da stupirsi che Miss Rachel fosse affascinata: non c'è da stupirsi che le sue cugine gridassero. Il Diamante fece una tale presa su di me che ne uscii con una "O" grande quanto quella delle Saltatrici stesse. L'unico di noi che mantenne i sensi fu Mr. Godfrey. Mise un braccio attorno alla vita di ciascuna delle sue sorelle e, guardando con compassione avanti e indietro tra il Diamante e me, disse: "Carbonio, Betteredge! semplice carbonio, mio buon amico, dopotutto!".
Il suo scopo, suppongo, era di istruirmi. Tutto ciò che fece, tuttavia, fu ricordarmi la cena. Zoppicai verso il mio esercito di camerieri al piano di sotto. Mentre uscivo, Mr. Godfrey disse: "Caro vecchio Betteredge, ho la più sincera stima per lui!". Stava abbracciando le sue sorelle e facendo gli occhi dolci a Miss Rachel, mentre onorava me con quella testimonianza di affetto. Qualcosa come una riserva di amore da cui attingere lì! Mr. Franklin era un vero selvaggio in confronto a lui.
Alla fine della mezz'ora, mi presentai, come ordinato, nella stanza della mia signora.
Ciò che passò tra la mia padrona e me, in questa occasione, fu, in sostanza, una ripetizione di ciò che era passato tra Mr. Franklin e me alla distesa di Shivering Sand — con questa differenza, che mi preoccupai di tenere per me le mie riflessioni sui prestigiatori, vedendo che non era accaduto nulla che mi giustificasse ad allarmare la mia signora su questo punto. Quando ricevetti il mio congedo, potevo vedere che lei vedeva le motivazioni del Colonnello sotto la luce più nera possibile, e che era determinata a togliere la Moonstone dal possesso di sua figlia alla prima occasione.
Sulla via del ritorno verso la mia parte della casa, fui incontrato da Mr. Franklin. Voleva sapere se avessi visto qualcosa di sua cugina Rachel. Non avevo visto nulla di lei. Potevo dirgli dove fosse il cugino Godfrey? Non lo sapevo; ma cominciai a sospettare che il cugino Godfrey non potesse essere lontano dalla cugina Rachel. I sospetti di Mr. Franklin apparentemente presero la stessa piega. Si tirò forte la barba e andò a chiudersi in biblioteca con un colpo di porta che aveva un mondo di significato dentro di sé.
Non fui più interrotto nel compito di preparare la cena di compleanno finché non fu tempo per me di sistemarmi per ricevere la compagnia. Proprio mentre mi ero messo il gilet bianco, Penelope si presentò alla mia toeletta, con il pretesto di spazzolare quel poco di capelli che mi rimanevano e migliorare il nodo della mia cravatta bianca. La mia ragazza era di ottimo umore e vidi che aveva qualcosa da dirmi. Mi diede un bacio sulla sommità della mia testa calva e sussurrò: "Novità per voi, padre! Miss Rachel lo ha rifiutato".
"Chi è 'lui'?" chiesi.
"Il membro del comitato delle signore, padre", dice Penelope. "Un tipo subdolo e sgradevole! Lo odio per aver cercato di soppiantare Mr. Franklin!"
Se avessi avuto abbastanza fiato, avrei certamente protestato contro questo modo indecente di parlare di un eminente personaggio filantropico. Ma mia figlia stava migliorando il nodo della mia cravatta in quel momento, e l'intera forza dei suoi sentimenti si riversò nelle sue dita. Non sono mai stato così vicino allo strangolamento in vita mia.
"L'ho visto portarla via da sola nel giardino delle rose", dice Penelope. "E ho aspettato dietro l'agrifoglio per vedere come tornavano. Erano usciti sottobraccio, entrambi ridevano. Sono tornati camminando separati, gravi quanto più non si poteva, e guardando dritto lontano l'uno dall'altra in un modo che non lasciava dubbi. Non sono mai stata più contenta, padre, in vita mia! C'è una donna al mondo che può resistere a Mr. Godfrey Ablewhite, ad ogni modo; e, se fossi una signora, ne sarei un'altra!"
Qui avrei dovuto protestare di nuovo. Ma mia figlia aveva preso la spazzola per capelli per quel momento, e l'intera forza dei suoi sentimenti si era trasferita in quella. Se siete calvi, capirete come mi abbia sacrificato. Se non lo siete, saltate questo pezzetto, e ringraziate Dio di avere qualcosa a difesa tra la spazzola e la vostra testa.
"Proprio dall'altra parte dell'agrifoglio", continuò Penelope, "Mr. Godfrey si fermò. 'Preferisci', dice lui, 'che io resti qui come se non fosse successo nulla?'. Miss Rachel si voltò verso di lui come un fulmine. 'Hai accettato l'invito di mia madre', disse; 'e sei qui per incontrare i suoi ospiti. A meno che tu non voglia creare uno scandalo in casa, rimarrai, naturalmente!'. Fece qualche passo, e poi sembrò cedere un po'. 'Dimentichiamo ciò che è successo, Godfrey', disse, 'e rimaniamo ancora cugini'. Gli diede la mano. Lui la baciò, cosa che avrei considerato prendersi una libertà, e poi lei lo lasciò. Lui attese un po' da solo, con la testa china, e il tacco che scavava lentamente un buco nel vialetto di ghiaia; non avete mai visto un uomo apparire più contrariato in vita vostra. 'Imbarazzante!', disse tra i denti, quando guardò in alto e si diresse verso la casa — 'molto imbarazzante!'. Se quella era la sua opinione su se stesso, aveva perfettamente ragione. Abbastanza imbarazzante, ne sono certo. E la fine di tutto ciò, padre, è quello che vi ho sempre detto", grida Penelope, finendomi con un'ultima scorticatura, la più ardente di tutte. "Mr. Franklin è l'uomo giusto!"
Riuscii a impossessarmi della spazzola e aprii le labbra per amministrare il rimprovero che, converrete, il linguaggio e la condotta di mia figlia meritavano riccamente.
Prima che potessi dire una parola, lo schianto delle ruote di carrozza fuori intervenne e mi fermò. I primi ospiti per la cena erano arrivati. Penelope corse via all'istante. Mi misi la giacca e guardai nello specchio. La mia testa era rossa come un'aragosta; ma, per altri aspetti, ero vestito bene per le cerimonie della serata come un uomo deve essere. Arrivai nell'atrio appena in tempo per annunciare i primi due degli ospiti. Non c'è bisogno che vi sentiate particolarmente interessati a loro. Solo il padre e la madre del filantropo — Mr. e Mrs. Ablewhite.
CAPITOLO X
L'uno dopo l'altro il resto della compagnia seguì gli Ablewhite, finché non avemmo l'intera lista al completo. Inclusa la famiglia, erano in ventiquattro in tutto. Era una vista nobile da vedere, quando si sistemarono ai loro posti attorno al tavolo da pranzo, e il Rettore di Frizinghall (con una bellissima dizione) si alzò e recitò la preghiera.
Non c'è bisogno di preoccuparvi con una lista degli ospiti. Non ne incontrerete nessuno una seconda volta — nella mia parte della storia, ad ogni modo — con l'eccezione di due.
Quei due sedevano su entrambi i lati di Miss Rachel, che, come regina della giornata, era naturalmente la grande attrazione della festa. In questa occasione lei era più particolarmente il punto centrale verso cui gli occhi di tutti erano diretti; poiché (con segreto fastidio della mia signora) indossava il suo meraviglioso regalo di compleanno, che eclissava tutti gli altri — la Moonstone. Era senza alcuna montatura quando era stata posta nelle sue mani; ma quel genio universale, Mr. Franklin, aveva escogitato, con l'aiuto delle sue dita agili e un pezzetto di filo d'argento, di fissarla come una spilla sul petto del suo abito bianco. Tutti si meravigliavano della prodigiosa dimensione e bellezza del Diamante, come cosa ovvia. Ma gli unici due della compagnia che dissero qualcosa di fuori dal comune al riguardo furono quei due ospiti che ho menzionato, che sedevano accanto a Miss Rachel alla sua destra e alla sua sinistra.
L'ospite alla sua sinistra era Mr. Candy, il nostro dottore a Frizinghall.
Si trattava di un ometto piacevole e socievole, con l'inconveniente, tuttavia, devo ammettere, di essere troppo incline, a sproposito e non, alle sue battute, e di lanciarsi in modo piuttosto avventato in conversazioni con estranei, senza attendere di tastare prima il terreno. In società commetteva continuamente errori, mettendo involontariamente la gente l'una contro l'altra. Nella sua pratica medica era un uomo più prudente; cogliendo la sua discrezione (come dicevano i suoi nemici) per una sorta di istinto, e rivelandosi generalmente nel giusto laddove medici condotti con maggiore attenzione si dimostravano in errore. Ciò che disse riguardo al Diamante a Miss Rachel fu detto, come al solito, a mo' di mistificazione o scherzo. La implorò gravemente (nell'interesse della scienza) di lasciarglielo portare a casa per bruciarlo. "Prima lo scalderemo, Miss Rachel," dice il dottore, "a tale e tale grado; poi lo esporremo a una corrente d'aria; e, a poco a poco — puff! — evaporeremo il Diamante, risparmiandole un mondo di ansia riguardo alla custodia sicura di una pietra preziosa di valore!" La mia padrona, che ascoltava con un'espressione piuttosto afflitta sul volto, sembrava desiderare che il dottore avesse parlato sul serio, e che avesse potuto trovare Miss Rachel abbastanza zelante nella causa della scienza da sacrificare il suo regalo di compleanno.
L'altro ospite, che sedeva alla destra della mia giovane padrona, era un eminente personaggio pubblico — nientemeno che il celebre viaggiatore in India, Mr. Murthwaite, il quale, a rischio della propria vita, si era addentrato sotto mentite spoglie dove nessun europeo aveva mai messo piede prima.
Era quest'uomo lungo, magro, nervoso, bruno, silenzioso. Aveva un aspetto stanco e uno sguardo molto fermo e attento. Si diceva che fosse stanco della vita monotona tra la gente delle nostre parti, e che desiderasse tornare indietro e ricominciare a vagabondare nei luoghi selvaggi d'Oriente. A parte ciò che disse a Miss Rachel riguardo al suo gioiello, dubito che abbia pronunciato sei parole o bevuto anche solo un singolo bicchiere di vino, per tutta la durata della cena. La Pietra di Luna era l'unico oggetto che lo interessasse anche solo minimamente. La fama di essa sembrava averlo raggiunto, in alcuni di quei pericolosi luoghi indiani dove si erano spinti i suoi vagabondaggi. Dopo averla guardata in silenzio per così tanto tempo che Miss Rachel cominciò a confondersi, le disse nel suo modo freddo e imperturbabile: "Se mai andrà in India, Miss Verinder, non porti con sé il regalo di compleanno di suo zio. Un diamante indù è talvolta parte di una religione indù. Conosco una certa città, e un certo tempio in quella città, dove, vestita come è ora, la sua vita non varrebbe cinque minuti di acquisto." Miss Rachel, al sicuro in Inghilterra, fu davvero deliziata di sentir parlare del suo pericolo in India. I Bouncer ne furono ancora più deliziati; lasciarono cadere coltelli e forchette con un fracasso e scoppiarono insieme veementemente: "Oh! Che interessante!" La mia padrona si agitò sulla sedia e cambiò argomento.
Col procedere della cena, mi resi conto, a poco a poco, che questa festa non stava procedendo come altre feste simili avevano fatto in precedenza.
Ripensando al compleanno ora, alla luce di ciò che accadde in seguito, sono quasi propenso a pensare che il maledetto Diamante debba aver gettato un presagio sull'intera compagnia. Li rifornii bene di vino; ed essendo un personaggio privilegiato, seguii i piatti meno apprezzati attorno al tavolo e sussurrai confidenzialmente ai convitati: "Vi prego di cambiare idea e di provarlo; perché so che vi farà bene." Nove volte su dieci cambiavano idea — per riguardo verso il loro vecchio originale Betteredge, si compiacevano di dire — ma tutto senza scopo. Ci furono pause di silenzio nella conversazione, col procedere della cena, che mi fecero sentire personalmente a disagio. Quando tornavano a usare la lingua, la usavano innocentemente, nel modo più sfortunato e per il peggior scopo possibile. Mr. Candy, il dottore, ad esempio, disse cose più sfortunate di quanto non lo avessi mai sentito fare prima. Prendete un campione del modo in cui andò avanti, e capirete cosa ho dovuto sopportare alla credenza, officiando come facevo nel ruolo di un uomo che aveva a cuore la prosperità della festa.
Una delle nostre signore presenti a cena era la degna Mrs. Threadgall, vedova del defunto Professore di quel nome. Parlano perpetuamente del suo defunto marito, questa buona signora non menzionava mai agli estranei che fosse deceduto. Pensava, suppongo, che ogni adulto abile in Inghilterra dovesse saperne tanto. In una delle pause di silenzio, qualcuno menzionò l'arido e piuttosto spiacevole argomento dell'anatomia umana; dopodiché la buona Mrs. Threadgall introdusse subito il suo defunto marito come al solito, senza menzionare che fosse morto. Descrisse l'anatomia come il passatempo preferito del Professore nelle sue ore libere. Per sfortuna, Mr. Candy, seduto di fronte (che non sapeva nulla del defunto gentiluomo), la sentì. Essendo l'uomo più educato del mondo, colse l'opportunità di assistere ai divertimenti anatomici del Professore sul momento.
"Hanno avuto degli scheletri notevolmente belli ultimamente al College dei Chirurghi," dice Mr. Candy, attraverso il tavolo, con voce alta e allegra. "Raccomando vivamente al Professore, signora, quando avrà di nuovo un'ora libera, di far loro visita."
Si sarebbe potuto sentire volare una mosca. La compagnia (per rispetto alla memoria del Professore) sedette tutta senza parole. Ero dietro Mrs. Threadgall in quel momento, offrendole confidenzialmente un bicchiere di vino hock. Chinò il capo e disse a voce molto bassa: "Il mio amato marito non è più."
Sfortunatamente Mr. Candy, non sentendo nulla e lontano miglia dal sospettare la verità, continuò attraverso il tavolo più alto e più educato che mai.
"Il Professore potrebbe non essere a conoscenza," dice, "che la tessera di un membro del College gli permetterà l'ingresso, in qualsiasi giorno eccetto la domenica, tra le ore dieci e le quattro."
Mrs. Threadgall chinò il capo fin dentro la sua gorgiera e, a voce ancora più bassa, ripeté le solenni parole: "Il mio amato marito non è più."
Feci l'occhiolino con forza a Mr. Candy attraverso il tavolo. Miss Rachel gli toccò il braccio. La mia padrona gli rivolse occhiate indicibili. Del tutto inutile! Lui continuò, con una cordialità che non c'era modo di fermare. "Sarò lieto," dice, "di inviare al Professore la mia tessera, se vorrà obbligarmi menzionando il suo attuale indirizzo."
"Il suo attuale indirizzo, signore, è la tomba," dice Mrs. Threadgall, perdendo improvvisamente la pazienza e parlando con un'enfasi e una furia che fecero risuonare di nuovo i bicchieri. "Il Professore è morto da dieci anni."
"Oh, buon Cielo!" dice Mr. Candy. Eccetto i Bouncer, che scoppiarono a ridere, un tale vuoto calò ora sulla compagnia, che avrebbero potuto tutti seguire la strada del Professore, e provenire come lui dalla direzione della tomba.
Tanto per Mr. Candy. Gli altri erano quasi altrettanto provocatori nei loro diversi modi quanto il dottore stesso. Quando avrebbero dovuto parlare, non parlavano; o quando parlavano erano perpetuamente in disaccordo. Mr. Godfrey, sebbene così eloquente in pubblico, declinò di sforzarsi in privato. Se fosse scontroso o se fosse timido, dopo la sua sconfitta nel roseto, non saprei dire. Riservò tutto il suo parlare all'orecchio privato della signora (un membro della nostra famiglia) che sedeva accanto a lui. Era una delle sue donne del comitato — una persona spirituale, con un bel mostra di clavicola e un gusto grazioso per lo champagne; gli piaceva secco, capite, e abbondante. Essendo vicino dietro questi due alla credenza, posso testimoniare, da ciò che ho sentito passare tra loro, che la compagnia perse una buona dose di conversazione molto edificante, che colsi mentre stappavo le bottiglie, tagliavo il montone, e così via. Cosa dicessero delle loro Opere di Carità non lo sentii. Quando ebbi tempo di ascoltarli, erano andati molto oltre le loro donne da confinare, e le loro donne da salvare, e stavano discutendo su argomenti seri. La Religione (capii Mr. Godfrey dire, tra i tappi e l'arrosto) significava amore. E amore significava religione. E la terra era il paradiso un po' logoro. E il paradiso era la terra, riadattata per sembrare nuova. La terra aveva delle persone molto discutibili al suo interno; ma, per rimediare a ciò, tutte le donne in paradiso sarebbero state membri di un prodigioso comitato che non litigava mai, con tutti gli uomini al loro servizio come angeli ministranti. Bellissimo! Bellissimo! Ma perché diavolo Mr. Godfrey lo teneva tutto per la sua signora e per sé?
Mr. Franklin di nuovo — sicuramente, direte, Mr. Franklin ha spronato la compagnia a trascorrere una serata piacevole?
Niente affatto! Si era ripreso completamente, ed era in una forma e uno spirito meravigliosi, Penelope avendolo informato, sospetto, dell'accoglienza di Mr. Godfrey nel roseto. Ma, per quanto potesse parlare, nove volte su dieci beccava l'argomento sbagliato, o si rivolgeva alla persona sbagliata; finendo per offendere alcuni e confonderli tutti. Quella sua educazione straniera — quei lati francesi e tedeschi e italiani di lui, ai quali ho già accennato — emersero, alla tavola ospitale della mia padrona, in un modo davvero sconcertante.
Cosa pensate, ad esempio, del suo discutere su quanto una donna sposata potesse spingere la sua ammirazione per un uomo che non fosse suo marito, e mettendolo nel suo modo arguto e lucido francese alla zitella zia del Vicario di Frizinghall? Cosa pensate, quando passò al lato tedesco, del suo dire al signore del maniero, mentre quella grande autorità in fatto di bestiame stava citando la sua esperienza nell'allevamento dei tori, che l'esperienza, correttamente intesa, non contava nulla, e che il modo corretto di allevare i tori era guardare a fondo nella propria mente, farne evolvere l'idea di un toro perfetto, e produrlo? Cosa dite, quando il nostro deputato di contea, riscaldandosi, al momento del formaggio e dell'insalata, riguardo al diffondersi della democrazia in Inghilterra, sbottò come segue: "Se perdiamo una volta le nostre antiche salvaguardie, Mr. Blake, prego di chiederle, cosa ci rimane?" — cosa dite a Mr. Franklin che risponde, dal punto di vista italiano: "Ci rimangono tre cose, signore — Amore, Musica e Insalata"? Non solo terrorizzò la compagnia con simili sfoghi, ma, quando il suo lato inglese emerse a tempo debito, perse la sua levigatezza straniera; e, finendo sull'argomento della professione medica, disse cose così dirette in ridicolo dei dottori, che mise davvero il gioviale e piccolo Mr. Candy su tutte le furie.
La disputa tra loro iniziò con Mr. Franklin portato — dimentico come — ad ammettere che ultimamente aveva dormito molto male la notte. Mr. Candy gli disse allora che i suoi nervi erano tutti fuori posto e che avrebbe dovuto sottoporsi immediatamente a una cura di medicine. Mr. Franklin replicò che una cura di medicine, e una cura di brancolare nel buio, significavano, secondo lui, una sola e medesima cosa. Mr. Candy, colpendo di rimando prontamente, disse che Mr. Franklin stesso stava, costituzionalmente parlando, brancolando nel buio in cerca di sonno, e che nient'altro che la medicina poteva aiutarlo a trovarlo. Mr. Franklin, mantenendo la palla al balzo dalla sua parte, disse che aveva spesso sentito parlare di ciechi che guidano altri ciechi, e ora, per la prima volta, sapeva cosa significasse. In questo modo, andarono avanti vivacemente, colpo su colpo, finché entrambi non si scaldarono — Mr. Candy, in particolare, perdendo così completamente il controllo di sé, in difesa della sua professione, che la mia padrona fu costretta a intervenire, e proibire che la disputa continuasse. Questo necessario atto di autorità pose l'ultimo estintore sugli spiriti della compagnia. La conversazione riprese a sprazzi qua e là, per un minuto o due alla volta; ma c'era una misera mancanza di vita e brio in essa. Il Diavolo (o il Diamante) possedeva quella cena; e fu un sollievo per tutti quando la mia padrona si alzò, e diede alle signore il segnale di lasciare i gentiluomini al loro vino.
Avevo appena allineato i decanter davanti al vecchio Mr. Ablewhite (che rappresentava il padrone di casa), quando giunse un suono dalla terrazza che mi scosse all'istante dai miei modi da compagnia. Mr. Franklin e io ci guardammo; era il suono del tamburo indiano. Come vivo di pane, ecco che i giocolieri tornavano da noi con il ritorno della Pietra di Luna in casa!
Mentre giravano l'angolo della terrazza e apparivano in vista, zoppicai fuori per avvertirli di andare via. Ma, per sfortuna, i due Bouncer mi precedettero. Sfrecciarono sulla terrazza come un paio di razzi, smaniosi di vedere gli indiani esibirsi nei loro trucchi. Le altre signore seguirono; i gentiluomini uscirono dalla loro parte. Prima che si potesse dire: "Che il Signore ci benedica!", i furfanti stavano facendo i loro salaam; e i Bouncer stavano baciando il bel ragazzino.
Mr. Franklin si mise da una parte di Miss Rachel, e io mi misi dietro di lei. Se i nostri sospetti erano giusti, eccola lì, innocente di ogni conoscenza della verità, che mostrava agli indiani il Diamante sul petto del suo abito!
Non so dirvi quali trucchi abbiano eseguito, o come l'abbiano fatto. Tra il fastidio per la cena e la provocazione dei furfanti che tornavano proprio nel momento giusto per vedere il gioiello con i loro occhi, confesso di aver perso la testa. La prima cosa che ricordo di aver notato fu l'improvvisa apparizione sulla scena del viaggiatore in India, Mr. Murthwaite. Tagliando il semicerchio in cui i gentiluomini stavano o sedevano, arrivò silenziosamente dietro i giocolieri e parlò loro all'improvviso nella lingua del loro paese.
Se li avesse punti con una baionetta, dubito che gli indiani avrebbero potuto trasalire e voltarsi verso di lui con una prontezza più tigresca di quanto non fecero, nel sentire le prime parole che uscirono dalle sue labbra. L'istante successivo stavano inchinandosi e facendo salaam a lui nel loro modo più educato e serpentino. Dopo che alcune parole nella lingua sconosciuta furono passate da entrambe le parti, Mr. Murthwaite si ritirò con la stessa discrezione con cui si era avvicinato. L'indiano capo, che fungeva da interprete, si voltò allora di nuovo verso i gentiluomini. Notai che la faccia color caffè del tizio era diventata grigia da quando Mr. Murthwaite gli aveva parlato. Si inchinò alla mia padrona e la informò che l'esibizione era finita. I Bouncer, indicibilmente delusi, scoppiarono con un forte "Oh!" diretto contro Mr. Murthwaite per aver interrotto lo spettacolo. L'indiano capo posò la mano umilmente sul petto e disse una seconda volta che il gioco era finito. Il ragazzino fece il giro con il cappello. Le signore si ritirarono nel salotto; e i gentiluomini (eccetto Mr. Franklin e Mr. Murthwaite) tornarono al loro vino. Io e il valletto seguimmo gli indiani e li vedemmo allontanarsi sani e salvi dalla proprietà.
Tornando per il sentiero del boschetto, sentii odore di tabacco e trovai Mr. Franklin e Mr. Murthwaite (quest'ultimo che fumava un cheroot) che camminavano lentamente su e giù tra gli alberi. Mr. Franklin mi fece cenno di raggiungerli.
"Questo," dice Mr. Franklin, presentandomi al grande viaggiatore, "è Gabriel Betteredge, il vecchio servitore e amico della nostra famiglia di cui ti ho parlato poco fa. Digli, per favore, quello che hai appena detto a me."
Mr. Murthwaite tolse il suo cheroot dalla bocca e si appoggiò, nel suo modo stanco, al tronco di un albero.
"Mr. Betteredge," esordì, "quei tre indiani non sono più giocolieri di quanto lo siamo io e lei."
Ecco una nuova sorpresa! Chiesi naturalmente al viaggiatore se avesse mai incontrato gli indiani prima.
"Mai," dice Mr. Murthwaite; "ma so cosa sia veramente il gioco di prestigio indiano. Tutto ciò che ha visto stasera è un'imitazione molto scadente e maldestra. A meno che, dopo una lunga esperienza, io non sia completamente in errore, quegli uomini sono bramini di alta casta. Li ho accusati di essere travestiti, e lei ha visto come la cosa li abbia colpiti, per quanto il popolo indù sia abile nel nascondere i propri sentimenti. C'è un mistero nel loro comportamento che non riesco a spiegare. Hanno doppiamente sacrificato la loro casta — primo, nell'attraversare il mare; secondo, nel travestirsi da giocolieri. Nel paese in cui vivono quello è un sacrificio tremendo da fare. Deve esserci qualche motivo molto serio alla base di ciò, e qualche giustificazione non comune da addurre per loro, nel recupero della loro casta, quando torneranno nel loro paese."
Rimasi ammutolito. Mr. Murthwaite continuò con il suo cheroot. Mr. Franklin, dopo quello che mi sembrò un piccolo virare privato tra i diversi lati del suo carattere, ruppe il silenzio come segue:
"Provo una certa esitazione, Mr. Murthwaite, a disturbarla con questioni di famiglia, nelle quali lei non può avere alcun interesse e di cui non sono molto disposto a parlare fuori dalla nostra cerchia. Ma, dopo ciò che ha detto, mi sento in dovere, nell'interesse di Lady Verinder e di sua figlia, di dirle qualcosa che possa eventualmente metterle in mano l'indizio. Le parlo in confidenza; lei mi obbligherà, ne sono certo, a non dimenticarlo?"
Con questa premessa, raccontò al viaggiatore indiano tutto ciò che aveva detto a me alla Sabbia Tremante. Persino l'imperturbabile Mr. Murthwaite fu così interessato a ciò che sentì, da lasciar spegnere il suo cheroot.
"Ora," dice Mr. Franklin, quando ebbe finito, "cosa dice la sua esperienza?"
"La mia esperienza," rispose il viaggiatore, "dice che lei ha avuto più scampati pericoli di vita, Mr. Franklin Blake, di quanti ne abbia avuti io; e questo vuol dire molto."
Fu il turno di Mr. Franklin di essere stupito ora.
"È davvero così grave?" chiese.
"A mio parere lo è," rispose Mr. Murthwaite. "Non posso dubitare, dopo ciò che mi ha raccontato, che la restituzione della Pietra di Luna al suo posto sulla fronte dell'idolo indiano, sia il movente e la giustificazione di quel sacrificio di casta a cui accennavo poco fa. Quegli uomini attenderanno la loro opportunità con la pazienza dei gatti, e la useranno con la ferocia delle tigri. Come lei sia sfuggito loro non riesco a immaginarlo," dice l'eminente viaggiatore, riaccendendo il suo cheroot e fissando intensamente Mr. Franklin. "Lei ha trasportato il Diamante avanti e indietro, qui e a Londra, e lei è ancora un uomo vivo! Proviamo a spiegarlo. Era giorno, entrambe le volte, suppongo, quando ha prelevato il gioiello dalla banca a Londra?"
"Pieno giorno," dice Mr. Franklin.
"E molta gente per le strade?"
"Molta."
"Ha stabilito, naturalmente, di arrivare alla casa di Lady Verinder a una certa ora? È una campagna solitaria tra qui e la stazione. Ha rispettato l'appuntamento?"
"No. Sono arrivato quattro ore prima del mio appuntamento."
"La prego di congratularsi con lei per quella procedura! Quando ha portato il Diamante alla banca nella città qui?"
"L'ho portato un'ora dopo averlo portato in questa casa — e tre ore prima che chiunque fosse preparato a vedermi da queste parti."
"La prego di congratularsi di nuovo con lei! L'ha riportato qui da solo?"
"No. Mi è capitato di tornare a cavallo con i miei cugini e lo stalliere."
"La prego di congratularsi per la terza volta! Se mai si sentirà incline a viaggiare oltre i limiti civili, Mr. Blake, me lo faccia sapere, e verrò con lei. Lei è un uomo fortunato."
Qui intervenni io. Questo genere di cose non quadrava affatto con le mie idee inglesi.
"Non intende davvero dire, signore," chiesi, "che avrebbero tolto la vita a Mr. Franklin, per ottenere il loro Diamante, se lui avesse dato loro l'occasione?"
"Lei fuma, Mr. Betteredge?" dice il viaggiatore.
"Sì, signore."
"Le importa molto della cenere lasciata nella sua pipa quando la svuota?"
"No, signore."
"Nel paese da cui provengono quegli uomini, la vita di un uomo non ha più importanza di quanta ne abbia per lei la cenere che svuota dalla sua pipa. Se mille vite si frapponessero tra loro e il recupero del loro Diamante — e se ritenessero di poter distruggere quelle vite senza essere scoperti — le prenderebbero tutte. Il sacrificio della casta è una cosa seria in India, se vuole. Il sacrificio della vita non è assolutamente nulla."
Io espressi la mia opinione al riguardo, ovvero che fossero una banda di ladri assassini. Mr. Murthwaite espresse la sua, ovvero che fossero un popolo meraviglioso. Mr. Franklin, non esprimendo alcuna opinione, ci ricondusse alla questione in esame.
"Hanno visto la Pietra di Luna sul vestito di Miss Verinder", disse. "Che cosa dobbiamo fare?"
"Ciò che suo zio minacciò di fare", rispose Mr. Murthwaite. "Il colonnello Herncastle comprendeva le persone con cui aveva a che fare. Mandi il Diamante domani (sotto la scorta di più di un uomo) affinché venga tagliato ad Amsterdam. Ne ricavi una mezza dozzina di diamanti, invece di uno solo. La sua sacra identità come Pietra di Luna avrà fine — e la cospirazione avrà fine."
Mr. Franklin si voltò verso di me.
"Non c'è altra scelta", disse. "Dobbiamo parlare con Lady Verinder domani."
"E per stanotte, signore?" chiesi. "E se gli indiani tornassero?"
Mr. Murthwaite mi rispose prima che Mr. Franklin potesse parlare.
"Gli indiani non rischieranno di tornare stanotte", disse. "La via diretta non è quasi mai quella che scelgono per alcunché — tanto meno per una faccenda come questa, in cui il minimo errore potrebbe essere fatale per il raggiungimento del loro scopo."
"Ma se i furfanti fossero più audaci di quanto lei pensi, signore?" insistetti.
"In tal caso", dice Mr. Murthwaite, "liberi i cani. Avete dei cani grandi nel cortile?"
"Due, signore. Un mastino e un bloodhound."
"Andranno bene. Nella presente emergenza, Mr. Betteredge, il mastino e il bloodhound hanno un grande merito: è improbabile che vengano tormentati dai suoi scrupoli circa la sacralità della vita umana."
Lo strimpellare del pianoforte ci giunse dal salotto, proprio mentre scoccava quel colpo contro di me. Gettò via il suo cheroot e prese il braccio di Mr. Franklin, per tornare dalle signore. Notai che il cielo si stava annuvolando rapidamente, mentre li seguivo verso la casa. Anche Mr. Murthwaite lo notò. Si voltò verso di me, nel suo modo asciutto e monotono, e disse:
"Agli indiani serviranno gli ombrelli, stanotte, Mr. Betteredge!"
Per lui era facile scherzare. Ma io non ero un eminente viaggiatore — e la mia strada in questo mondo non mi aveva portato a giocare alla roulette russa con la mia stessa vita, tra ladri e assassini nei luoghi più remoti della terra. Entrai nella mia stanzetta, mi sedetti sulla sedia sudando e mi chiesi impotente cosa si dovesse fare dopo. In questo stato d'animo ansioso, altri uomini avrebbero potuto finire per mandarsi in febbre; io finii in modo diverso. Accesi la pipa e mi dedicai a Robinson Crusoe.
Prima che fossero passati cinque minuti, arrivai a questo brano sorprendente — pagina centosessantuno — come segue:
"Il timore del Pericolo è diecimila volte più terrificante del Pericolo stesso, quando è palese agli Occhi; e troviamo il Peso dell'Ansia molto maggiore del Male per cui siamo in ansia."
L'uomo che non crede in Robinson Crusoe, dopo aver letto questo, è un uomo con una rotella fuori posto nel suo intelletto, o un uomo perso nella nebbia della propria presunzione! Discutere con lui è tempo perso; e la pietà è meglio riservarla a qualche persona con una fede più viva.
Ero già avanti con la mia seconda pipa, e ancora perso nell'ammirazione di quel libro meraviglioso, quando Penelope (che aveva servito il tè) entrò con il suo rapporto dal salotto. Aveva lasciato i Bouncer a cantare un duetto — parole che iniziavano con una grande "O", e musica di conseguenza. Aveva osservato che la mia signora faceva errori nella sua partita di whist, per la prima volta da quando la conoscevamo. Aveva visto il grande viaggiatore addormentato in un angolo. Aveva sentito di sfuggita Mr. Franklin affilare il suo spirito su Mr. Godfrey, a spese delle Opere di Beneficenza femminili in generale; e aveva notato che Mr. Godfrey gli aveva risposto con una prontezza che poco si addiceva a un gentiluomo del suo carattere benevolo. Aveva scovato Miss Rachel, apparentemente impegnata a placare Mrs. Threadgall mostrandole alcune fotografie, ma in realtà intenta a lanciare a Mr. Franklin sguardi che nessuna cameriera intelligente avrebbe potuto fraintendere per un solo istante. Infine, aveva notato la mancanza di Mr. Candy, il dottore, che era misteriosamente scomparso dal salotto, per poi ritornarvi misteriosamente ed entrare in conversazione con Mr. Godfrey. Nel complesso, le cose stavano andando meglio di quanto l'esperienza della cena ci desse diritto di sperare. Se solo avessimo potuto resistere per un'altra ora, il vecchio Padre Tempo avrebbe fatto arrivare le loro carrozze e ci avrebbe liberati del tutto da loro.
Tutto svanisce in questo mondo; e anche l'effetto confortante di Robinson Crusoe svanì, dopo che Penelope mi lasciò. Divenni di nuovo irrequieto e decisi di fare un sopralluogo dei terreni prima che arrivasse la pioggia. Invece di prendere il cameriere, il cui naso era umano, e quindi inutile in qualsiasi emergenza, portai con me il bloodhound. Sul suo fiuto per gli estranei c'era da fidarsi. Facemmo il giro della proprietà e uscimmo sulla strada — e tornammo saggi tanto quanto eravamo partiti, non avendo scoperto nulla di simile a una creatura umana in agguato da nessuna parte.
L'arrivo delle carrozze fu il segnale per l'arrivo della pioggia. Diluviò come se avesse intenzione di piovere tutta la notte. Ad eccezione del dottore, il cui calesse lo stava aspettando, il resto della compagnia andò a casa comodamente, al coperto, in carrozze chiuse. Dissi a Mr. Candy che temevo si sarebbe bagnato fino alle ossa. Mi rispose, di rimando, che si meravigliava che fossi arrivato alla mia età senza sapere che la pelle di un medico è impermeabile. Così ripartì sotto la pioggia, ridendo del suo piccolo scherzo; e così ci liberammo dei nostri ospiti della cena.
La prossima cosa da raccontare è la storia della notte.
CAPITOLO XI
Quando l'ultimo degli ospiti se ne fu andato, tornai nell'atrio interno e trovai Samuel al tavolino, a presiedere il brandy e l'acqua di soda. La mia signora e Miss Rachel uscirono dal salotto, seguite dai due gentiluomini. Mr. Godfrey prese un po' di brandy e acqua di soda, Mr. Franklin non prese nulla. Si sedette, sembrando morto di stanchezza; parlare in questa occasione di compleanno era stato, suppongo, troppo per lui.
La mia signora, voltandosi per augurare loro la buonanotte, guardò fisso il lascito del malvagio Colonnello che brillava sul vestito di sua figlia.
"Rachel", chiese, "dove metterai il tuo Diamante stanotte?"
Miss Rachel era di ottimo umore, proprio in quello stato d'animo incline a dire sciocchezze e a insistervi pervicacemente come se fossero sensate, che potreste aver talvolta osservato nelle ragazze giovani quando sono molto eccitate, alla fine di una giornata movimentata. Dapprima, dichiarò di non sapere dove mettere il Diamante. Poi disse: "sul mio tavolo da toletta, naturalmente, insieme alle mie altre cose". Poi si ricordò che il Diamante avrebbe potuto mettersi a brillare da solo, con la sua spaventosa luce lunare nel buio — e questo l'avrebbe terrorizzata nel cuore della notte. Poi si ricordò di un mobiletto indiano che stava nel suo salottino; e decise immediatamente di mettere il diamante indiano nel mobiletto indiano, allo scopo di permettere a due bellissime produzioni native di ammirarsi a vicenda. Dopo aver lasciato che il suo piccolo flusso di sciocchezze scorresse fino a quel punto, sua madre intervenne e la fermò.
"Mia cara! Il tuo mobiletto indiano non ha la serratura", dice la mia signora.
"Cielo, mamma!" esclamò Miss Rachel, "questo è un albergo? Ci sono ladri in casa?"
Senza prestare attenzione a questo modo fantastico di parlare, la mia signora augurò la buonanotte ai gentiluomini. Si voltò poi verso Miss Rachel e la baciò. "Perché non lasci che tenga io il Diamante per te stanotte?" chiese.
Miss Rachel ricevette quella proposta come avrebbe potuto, dieci anni prima, ricevere la proposta di separarsi da una nuova bambola. La mia signora vide che non c'era modo di ragionare con lei quella notte. "Vieni nella mia stanza, Rachel, domattina di buon'ora", disse. "Avrò qualcosa da dirti." Con quelle ultime parole ci lasciò lentamente; assorta nei suoi pensieri e, a quanto pareva, non troppo compiaciuta della strada verso cui la stavano conducendo.
Miss Rachel fu la successiva a dire buonanotte. Strinse la mano prima a Mr. Godfrey, che stava in piedi all'altra estremità dell'atrio a guardare un quadro. Poi si voltò verso Mr. Franklin, ancora seduto stanco e silenzioso in un angolo.
Quali parole si siano scambiati non posso dirlo. Ma stando vicino alla vecchia cornice di quercia che regge il nostro grande specchio, la vidi riflessa in esso, mentre infilava di sottecchi il medaglione che Mr. Franklin le aveva regalato fuori dal petto del suo vestito, e glielo mostrava per un momento, con un sorriso che significava certamente qualcosa di fuori dal comune, prima di filare a letto. Questo incidente mi fece vacillare un po' nella fiducia che avevo precedentemente sentito nel mio stesso giudizio. Iniziai a pensare che Penelope potesse avere ragione sullo stato dei sentimenti della sua giovane padrona, dopo tutto.
Non appena Miss Rachel gli lasciò gli occhi liberi di vedere, Mr. Franklin si accorse di me. Il suo umore variabile, che oscillava su tutto, aveva già oscillato riguardo agli indiani.
"Betteredge", disse, "sono quasi incline a pensare di aver preso Mr. Murthwaite troppo sul serio, quando abbiamo fatto quella chiacchierata nel boschetto. Mi chiedo se abbia cercato di raccontarci qualcuna delle sue storie da viaggiatore? Intende davvero liberare i cani?"
"Li libererò dai loro collari, signore", risposi, "e li lascerò liberi di fare un giro nella notte, se dovessero fiutare una ragione per farlo."
"Va bene", dice Mr. Franklin. "Vedremo cosa fare domani. Non sono affatto disposto ad allarmare mia zia, Betteredge, senza una ragione molto pressante per farlo. Buonanotte."
Sembrava così logoro e pallido mentre mi annuiva e prendeva la candela per salire al piano di sopra, che mi azzardai a consigliargli di prendere un goccio di brandy e acqua, come digestivo della buonanotte. Mr. Godfrey, camminando verso di noi dall'altra estremità dell'atrio, mi sostenne. Insistette con Mr. Franklin, nel modo più amichevole, affinché prendesse qualcosa prima di andare a letto.
Annoto queste circostanze insignificanti solo perché, dopo tutto ciò che avevo visto e sentito quel giorno, mi fece piacere osservare che i nostri due gentiluomini erano in buoni rapporti come sempre. La loro guerra di parole (udita da Penelope nel salotto) e la loro rivalità per il posto migliore nelle buone grazie di Miss Rachel, sembravano non aver creato alcuna seria divergenza tra loro. Ma tant'è! Erano entrambi di buon carattere ed entrambi uomini di mondo. E c'è certamente questo merito nelle persone di rango, che non sono affatto così litigiose tra loro come le persone di nessun rango.
Mr. Franklin rifiutò il brandy e acqua e salì di sopra con Mr. Godfrey, essendo le loro stanze l'una accanto all'altra. Sul pianerottolo, tuttavia, o il cugino lo persuase, o lui cambiò rotta e mutò idea come al solito. "Forse ne vorrò durante la notte", mi gridò di sotto. "Mandi del brandy e acqua nella mia stanza."
Mandai Samuel con il brandy e acqua; poi uscii e sbottonai i collari dei cani. Entrambi persero la testa per lo stupore nel vedere che venivano liberati a quell'ora di notte e mi saltarono addosso come un paio di cuccioli! Tuttavia, la pioggia li rinfrescò presto: ne leccarono un goccio d'acqua ciascuno e strisciarono di nuovo nei loro canili. Mentre entravo in casa, notai dei segni nel cielo che presagivano un miglioramento del tempo. Per il momento, diluviava ancora pesantemente e il terreno era un vero pantano.
Samuel ed io facemmo il giro della casa e chiudemmo tutto come al solito. Esaminai tutto io stesso e non affidai nulla al mio vice in questa occasione. Tutto era sicuro e serrato quando riposai le mie vecchie ossa a letto, tra mezzanotte e l'una del mattino.
Le preoccupazioni della giornata erano state un po' troppo per me, suppongo. Ad ogni modo, ebbi un accenno del malanno di Mr. Franklin quella notte. Fu l'alba prima che cadessi finalmente nel sonno. Per tutto il tempo in cui rimasi sveglio, la casa fu silenziosa come una tomba. Non un suono si mosse se non lo scroscio della pioggia e il sospiro del vento tra gli alberi, mentre una brezza si alzava con il mattino.
Verso le sette e mezza mi svegliai e aprii la mia finestra su una bella giornata di sole. L'orologio aveva battuto le otto e stavo proprio per uscire per incatenare di nuovo i cani, quando sentii un improvviso fruscio di sottane sulle scale dietro di me.
Mi voltai ed era Penelope che volava giù verso di me come una pazza. "Padre!" urlò, "venga di sopra, per l'amor di Dio! _Il Diamante è sparito!_"
"Hai perso la testa?" le chiesi.
"Sparito!" dice Penelope. "Sparito, nessuno sa come! Venga su a vedere."
Mi trascinò con sé nel salottino della nostra giovane padrona, che comunicava con la sua camera da letto. Lì, sulla soglia della porta della sua camera, stava Miss Rachel, quasi bianca in viso quanto la vestaglia bianca che indossava. Lì stavano anche le due ante del mobiletto indiano, spalancate. Uno dei cassetti all'interno era tirato fuori il più possibile.
"Guardi!" dice Penelope. "Io stessa ho visto Miss Rachel mettere il Diamante in quel cassetto ieri sera." Andai al mobiletto. Il cassetto era vuoto.
"È vero, signorina?" chiesi.
Con uno sguardo che non era il suo, con una voce che non era la sua, Miss Rachel rispose come aveva risposto mia figlia:
"Il Diamante è sparito!"
Dopo aver detto quelle parole, si ritirò nella sua camera da letto e chiuse e chiuse a chiave la porta.
Prima che sapessimo dove voltarci, la mia signora entrò, sentendo la mia voce nel salottino della figlia e chiedendosi cosa fosse successo. La notizia della perdita del Diamante sembrò pietrificarla. Andò dritta nella camera da letto di Miss Rachel e insistette per essere ammessa. Miss Rachel la fece entrare.
L'allarme, correndo per la casa come un incendio, colse poi i due gentiluomini.
Mr. Godfrey fu il primo a uscire dalla sua stanza. Tutto ciò che fece quando seppe cosa era successo fu di alzare le mani in uno stato di smarrimento, che non deponeva molto a favore della sua naturale forza d'animo. Mr. Franklin, sulla cui testa lucida avevo fatto affidamento con fiducia affinché ci consigliasse, sembrò essere impotente quanto il cugino quando seppe la notizia a sua volta. Per miracolo, aveva finalmente fatto una buona notte di sonno; e l'insolito lusso del riposo lo aveva, come disse lui stesso, apparentemente stordito. Tuttavia, quando ebbe ingoiato la sua tazza di caffè — che prendeva sempre, secondo l'usanza straniera, qualche ora prima di fare colazione — il suo cervello si schiarì; il lato lucido di lui riemerse e prese in mano la faccenda, risolutamente e abilmente, pressappoco così:
Fece prima chiamare la servitù e disse loro di lasciare tutte le porte e le finestre inferiori (ad eccezione della porta d'ingresso, che avevo aperto io) esattamente come erano state lasciate quando avevamo chiuso a chiave la sera prima. Propose poi al cugino e a me di assicurarci bene, prima di fare ulteriori passi, che il Diamante non fosse caduto accidentalmente da qualche parte fuori dalla vista — diciamo dietro il mobiletto, o dietro il tavolo su cui poggiava il mobiletto. Avendo cercato in entrambi i luoghi e non avendo trovato nulla — avendo anche interrogato Penelope e scoperto da lei non più del poco che mi aveva già detto — Mr. Franklin suggerì poi di estendere le nostre indagini a Miss Rachel e mandò Penelope a bussare alla porta della sua camera.
La mia signora rispose al colpo e chiuse la porta dietro di sé. Un momento dopo la sentimmo chiusa a chiave dall'interno da Miss Rachel. La mia padrona uscì tra noi, sembrando dolorosamente confusa e angosciata. "La perdita del Diamante sembra aver completamente sopraffatto Rachel", disse, in risposta a Mr. Franklin. "Si ritrae, nel modo più strano, dal parlarne, anche con me. È impossibile che possiate vederla per il momento."
Avendo aggiunto alle nostre perplessità questo resoconto su Miss Rachel, la mia signora, dopo un piccolo sforzo, recuperò la sua solita compostezza e agì con la sua solita decisione.
"Suppongo che non ci sia altra scelta?" disse, tranquillamente. "Suppongo di non avere alternative se non quella di chiamare la polizia?"
"E la prima cosa che la polizia deve fare", aggiunse Mr. Franklin, interrompendola, "è mettere le mani sui giocolieri indiani che si sono esibiti qui ieri sera."
La mia signora e Mr. Godfrey (non sapendo ciò che sapevamo io e Mr. Franklin) trasalirono entrambi ed entrambi sembrarono sorpresi.
"Non posso fermarmi a spiegarmi ora", continuò Mr. Franklin. "Posso solo dirvi che gli indiani hanno certamente rubato il Diamante. Mi dia una lettera di presentazione", dice, rivolgendosi alla mia signora, "per uno dei magistrati a Frizinghall — dicendogli semplicemente che rappresento i suoi interessi e desideri, e mi lasci cavalcare via immediatamente. La nostra possibilità di catturare i ladri potrebbe dipendere dal non sprecare nemmeno un minuto non necessario." (Nota bene: Che fosse il lato francese o quello inglese, il lato giusto di Mr. Franklin sembrava essere quello superiore ora. L'unica domanda era: quanto sarebbe durato?)
Mise carta, penna e calamaio davanti a sua zia, che (come mi parve) scrisse la lettera che lui voleva un po' controvoglia. Se fosse stato possibile trascurare un evento come la perdita di un gioiello del valore di ventimila sterline, credo — con l'opinione che la mia signora aveva del suo defunto fratello e la sua sfiducia verso il suo dono di compleanno — che sarebbe stato privatamente un sollievo per lei lasciare che i ladri se la cavassero con la Pietra di Luna senza conseguenze.
Uscii con Mr. Franklin verso le stalle e colsi l'occasione per chiedergli come gli indiani (che sospettavo, naturalmente, con la stessa astuzia con cui lo faceva lui) avessero potuto entrare in casa.
"Uno di loro potrebbe essere scivolato nell'atrio, nella confusione, quando gli ospiti della cena se ne stavano andando", dice Mr. Franklin. "Il tizio potrebbe essere stato sotto il divano mentre mia zia e Rachel parlavano di dove mettere il Diamante per la notte. Avrebbe solo dovuto aspettare che la casa fosse silenziosa, e sarebbe stato lì nel mobiletto, a portata di mano." Con quelle parole, chiamò il mozzo di stalla per aprire il cancello e galoppò via.
Questa sembrava certamente essere l'unica spiegazione razionale. Ma come aveva fatto il ladro a riuscire a scappare dalla casa? Avevo trovato la porta d'ingresso chiusa a chiave e con il chiavistello, come l'avevo lasciata la notte, quando ero andato ad aprirla dopo essermi alzato. Per quanto riguarda le altre porte e finestre, erano ancora lì, tutte sicure e serrate, a testimoniare da sole. E i cani? Supponendo che il ladro fosse scappato calandosi da una delle finestre superiori, come era scampato ai cani? Era forse arrivato preparato per loro con carne drogata? Mentre il dubbio mi attraversava la mente, i cani stessi vennero a galoppo verso di me da dietro l'angolo, rotolandosi l'un l'altro sull'erba bagnata, in una salute e uno spirito così vivaci che non fu con poca difficoltà che li riportai alla ragione e li incatenai di nuovo. Più ci riflettevo, meno soddisfacente appariva la spiegazione di Mr. Franklin.
Facemmo colazione — qualunque cosa accada in una casa, furto o omicidio, non importa, la colazione va fatta. Quando avemmo finito, la mia signora mi mandò a chiamare; e mi trovai costretto a dirle tutto ciò che finora avevo nascosto, riguardo agli indiani e al loro complotto. Essendo una donna di grande coraggio, superò presto il primo effetto sbalorditivo di ciò che avevo da comunicare. La sua mente sembrava essere molto più turbata riguardo alla figlia che ai furfanti pagani e alla loro cospirazione. “Sai quanto è strana Rachel, e quanto si comporti diversamente a volte dalle altre ragazze,” mi disse la mia signora. “Ma non ho mai, in tutta la mia esperienza, vista così strana e così riservata come è ora. La perdita del suo gioiello sembra quasi averle dato alla testa. Chi avrebbe mai pensato che quell'orribile Diamante potesse far presa su di lei in così poco tempo?”
Era certamente strano. Prendendo giocattoli e ninnoli in generale, Miss Rachel non era affatto così pazza per loro come la maggior parte delle ragazze giovani. Eppure eccola lì, ancora chiusa inconsolabilmente nella sua camera da letto. È giusto aggiungere che non era l'unica di noi in casa a essere stata scagliata fuori dal binario abituale. Mr. Godfrey, per esempio — sebbene professionalmente una sorta di consolatore generale — sembrava non sapere dove cercare le sue risorse. Non avendo compagnia per divertirsi, e non avendo possibilità di tentare ciò che la sua esperienza con le donne in difficoltà poteva fare per consolare Miss Rachel, vagava qua e là per la casa e i giardini in modo senza meta e inquieto. Era di due opinioni diverse su cosa fosse opportuno fare, dopo la disgrazia che ci era capitata. Doveva sollevare la famiglia, nella loro situazione attuale, dalla responsabilità di lui come ospite, o doveva restare nella speranza che anche i suoi umili servizi potessero essere di qualche utilità? Decise infine che l'ultima opzione fosse forse la più consueta e premurosa da intraprendere, in un caso così peculiare di disagio familiare come questo. Le circostanze mettono alla prova il metallo di cui un uomo è realmente fatto. Mr. Godfrey, messo alla prova dalle circostanze, si mostrò di metallo più debole di quanto avessi pensato. Quanto alle domestiche, eccetto Rosanna Spearman, che se ne stava per conto suo, presero a bisbigliare insieme negli angoli, e a fissare il nulla con sospetto, come è costume di quella metà più debole della famiglia umana, quando accade qualcosa di straordinario in una casa. Io stesso riconosco di essere stato nervoso e di cattivo umore. La maledetta Pietra di Luna ci aveva messo tutti sottosopra.
Poco prima delle undici tornò Mr. Franklin. Il lato risoluto di lui, a quanto pare, aveva ceduto, nell'intervallo trascorso dalla sua partenza, sotto la pressione che vi era stata esercitata. Ci aveva lasciato al galoppo; tornò da noi al passo. Quando se ne andò, era fatto di ferro. Quando ritornò, era imbottito di cotone, floscio quanto più floscio non si poteva.
“Bene,” dice la mia signora, “sta arrivando la polizia?”
“Sì,” dice Mr. Franklin; “hanno detto che mi avrebbero seguito in una carrozza. Il sovrintendente Seegrave, della vostra forza di polizia locale, e due dei suoi uomini. Una pura formalità! Il caso è disperato.”
“Cosa! Gli indiani sono scappati, signore?” chiesi.
“I poveri indiani maltrattati sono stati ingiustamente messi in prigione,” dice Mr. Franklin. “Sono innocenti come il bambino non ancora nato. La mia idea che uno di loro fosse nascosto in casa è finita, come tutte le mie altre idee, in fumo. È stato dimostrato,” dice Mr. Franklin, soffermandosi con grande gusto sulla propria incapacità, “essere semplicemente impossibile.”
Dopo averci stupito annunciando questa svolta totalmente nuova nella faccenda della Pietra di Luna, il nostro giovane gentiluomo, su richiesta di sua zia, si sedette e si spiegò.
Sembrava che il lato risoluto di lui avesse tenuto fino a Frizinghall. Aveva presentato l'intero caso chiaramente al magistrato, e il magistrato aveva immediatamente mandato a chiamare la polizia. Le prime indagini istituite sugli indiani mostrarono che non avevano nemmeno tentato di lasciare la città. Ulteriori domande rivolte alla polizia provarono che tutti e tre erano stati visti tornare a Frizinghall con il loro ragazzo, la notte precedente tra le dieci e le undici — il che (avuto riguardo alle ore e alle distanze) provava anche che erano tornati direttamente indietro dopo essersi esibiti sulla nostra terrazza. Più tardi ancora, a mezzanotte, la polizia, avendo avuto occasione di perquisire la pensione comune dove vivevano, li aveva visti di nuovo tutti e tre, e il loro bambino con loro, come al solito. Poco dopo mezzanotte io stesso avevo chiuso la casa al sicuro. Prove più chiare di queste, a favore degli indiani, non ce ne potevano essere. Il magistrato disse che non c'era nemmeno un caso di sospetto contro di loro finora. Ma, dato che era appena possibile, quando la polizia fosse venuta a indagare sulla faccenda, che potessero essere fatte scoperte riguardanti i giocolieri, avrebbe escogitato, facendoli rinchiudere come furfanti e vagabondi, di tenerli a nostra disposizione, sotto chiave, per una settimana. Avevano fatto ignorantemente qualcosa (dimentico cosa) in città, che li portava a malapena sotto l'operatività della legge. Ogni istituzione umana (giustizia inclusa) si tende un po', se solo la si tira dal verso giusto. Il degno magistrato era un vecchio amico della mia signora, e gli indiani furono “rinchiusi” per una settimana, non appena il tribunale aprì quella mattina.
Tale fu il racconto di Mr. Franklin degli eventi a Frizinghall. L'indizio indiano verso il mistero del gioiello perduto era ora, a quanto pare, un indizio che si era spezzato tra le nostre mani. Se i giocolieri erano innocenti, chi, in nome del cielo, aveva preso la Pietra di Luna dal cassetto di Miss Rachel?
Dieci minuti dopo, con nostro infinito sollievo, arrivò alla casa il sovrintendente Seegrave. Riferì di aver incrociato Mr. Franklin sulla terrazza, seduto al sole (immagino col suo lato italiano in primo piano), e di aver avvertito la polizia, mentre passavano, che l'indagine era disperata, prima ancora che l'indagine fosse iniziata.
Per una famiglia nella nostra situazione, il sovrintendente della polizia di Frizinghall era l'ufficiale più confortante che si potesse desiderare di vedere. Mr. Seegrave era alto e corpulento, e militare nei suoi modi. Aveva una bella voce di comando, e un occhio straordinariamente risoluto, e un gran soprabito che si abbottonava magnificamente fino al suo colletto di cuoio. “Sono l'uomo che vi serve!” era scritto su tutta la sua faccia; e ordinava ai suoi due poliziotti inferiori con una severità che ci convinse tutti che non si poteva scherzare con lui.
Iniziò facendo il giro dei locali, fuori e dentro; il risultato di quell'indagine provò a lui che nessun ladro era entrato in casa nostra dall'esterno, e che il furto, di conseguenza, doveva essere stato commesso da una persona in casa. Vi lascio immaginare in che stato fossero i servi quando questo annuncio ufficiale giunse per la prima volta alle loro orecchie. Il sovrintendente decise di iniziare esaminando il boudoir e, fatto ciò, di esaminare i servi subito dopo. Allo stesso tempo, piazzò uno dei suoi uomini sulla scala che portava alle camere da letto dei servi, con l'istruzione di non far passare nessuno in casa, fino a nuovi ordini.
A quest'ultima procedura, la metà più debole della famiglia umana impazzì sul posto. Schizzarono fuori dai loro angoli, volarono di sopra in gruppo verso la stanza di Miss Rachel (Rosanna Spearman fu trascinata via tra loro questa volta), irruppero addosso al sovrintendente Seegrave e, tutti dall'aria ugualmente colpevole, gli intimarono di dire subito quale di loro sospettasse.
Il signor sovrintendente si dimostrò all'altezza della situazione; li guardò con il suo occhio risoluto e li intimidì con la sua voce militare.
“Ora, dunque, donne, tornate di sotto, ognuna di voi. Non vi voglio qui. Guardate!” dice il signor sovrintendente, indicando improvvisamente una piccola macchia della pittura decorativa sulla porta di Miss Rachel, sul bordo esterno, proprio sotto la serratura. “Guardate che danno hanno già fatto le sottane di alcune di voi. Sgomberare! Sgomberare!” Rosanna Spearman, che era la più vicina a lui e la più vicina alla piccola macchia sulla porta, diede l'esempio dell'obbedienza e scivolò via istantaneamente al suo lavoro. Il resto la seguì fuori. Il sovrintendente finì la sua esame della stanza e, non cavandone nulla, mi chiese chi avesse scoperto per prima il furto. Mia figlia lo aveva scoperto per prima. Mia figlia fu mandata a chiamare.
Il signor sovrintendente si dimostrò un po' troppo brusco con Penelope all'inizio. “Ora, giovane donna, badate a me, e fate attenzione a dire la verità.” Penelope si infiammò istantaneamente. “Non mi è mai stato insegnato a dire bugie, signor poliziotto! — e se mio padre può stare lì a sentirmi accusare di falsità e furto, e la mia camera da letto chiusa contro di me, e la mia reputazione portata via, che è tutto ciò che rimane a una povera ragazza, non è il buon padre che credo che sia!” Una parola tempestiva da parte mia mise la Giustizia e Penelope su un piano più piacevole. Le domande e le risposte procedettero a gonfie vele, e finirono nel nulla degno di nota. Mia figlia aveva visto Miss Rachel mettere il Diamante nel cassetto del mobile come ultima cosa la sera. Era entrata con la tazza di tè di Miss Rachel alle otto del mattino successivo, e aveva trovato il cassetto aperto e vuoto. Su quello, aveva allarmato la casa — e quella fu la fine della testimonianza di Penelope.
Il signor sovrintendente chiese poi di vedere Miss Rachel stessa. Penelope riferì la sua richiesta attraverso la porta. La risposta ci giunse per la stessa strada: “Non ho nulla da dire al poliziotto — non posso vedere nessuno.” Il nostro esperto ufficiale sembrò ugualmente sorpreso e offeso quando udì quella replica. Gli dissi che la mia giovane signora era malata, e lo pregai di aspettare un po' e di vederla più tardi. Scendemmo quindi di nuovo di sotto, e incontrammo Mr. Godfrey e Mr. Franklin che attraversavano l'atrio.
I due gentiluomini, essendo ospiti della casa, furono chiamati a dire se potessero far luce sulla questione. Nessuno dei due ne sapeva nulla. Avevano sentito rumori sospetti durante la notte precedente? Non avevano sentito altro che il picchiettio della pioggia. Avevo, io, stando sveglio più a lungo di entrambi, sentito qualcosa? Nulla! Rilasciato dall'esame, Mr. Franklin, continuando a restare sulla visione impotente della nostra difficoltà, mi sussurrò: “Quell'uomo non ci sarà di alcuna utilità terrena. Il sovrintendente Seegrave è un asino.” Rilasciato a sua volta, Mr. Godfrey mi sussurrò: “Evidentemente una persona competentissima. Betteredge, ho la massima fiducia in lui!” Molti uomini, molte opinioni, come disse uno degli antichi, prima del mio tempo.
Il passo successivo del signor sovrintendente lo riportò di nuovo al “boudoir”, con mia figlia e me alle calcagna. Il suo scopo era scoprire se qualche mobile fosse stato spostato, durante la notte, dal suo posto abituale — la sua precedente indagine nella stanza, apparentemente, non era andata abbastanza lontano da soddisfare la sua mente su questo punto.
Mentre stavamo ancora frugando tra sedie e tavoli, la porta della camera da letto fu improvvisamente aperta. Dopo essersi negata a tutti, Miss Rachel, con nostro stupore, camminò in mezzo a noi di sua spontanea volontà. Prese il suo cappello da giardino da una sedia, e poi andò dritta verso Penelope con questa domanda:—
“Mr. Franklin Blake ti ha mandato con un messaggio per me stamattina?”
“Sì, signorina.”
“Voleva parlarmi, vero?”
“Sì, signorina.”
“Dov'è ora?”
Sentendo voci sulla terrazza sottostante, guardai fuori dalla finestra e vidi i due gentiluomini che camminavano avanti e indietro insieme. Rispondendo per mia figlia, dissi: “Mr. Franklin è sulla terrazza, signorina.”
Senza un'altra parola, senza badare al signor sovrintendente, che cercò di parlarle, pallida come la morte, e avvolta stranamente nei suoi stessi pensieri, lasciò la stanza e scese dai suoi cugini sulla terrazza.
Mostrava una mancanza di dovuto rispetto, mostrava una rottura delle buone maniere, da parte mia, ma, per quanto potessi, non riuscii a trattenermi dal guardare fuori dalla finestra quando Miss Rachel incontrò i gentiluomini fuori. Andò verso Mr. Franklin senza sembrare accorgersi di Mr. Godfrey, il quale allora si ritirò e li lasciò da soli. Ciò che disse a Mr. Franklin sembrò detto con veemenza. Durò solo per breve tempo, e, a giudicare da ciò che vidi della sua faccia dalla finestra, sembrò stupirlo oltre ogni potere di espressione. Mentre erano ancora insieme, la mia signora apparve sulla terrazza. Miss Rachel la vide — disse poche ultime parole a Mr. Franklin — e tornò improvvisamente in casa, prima che sua madre la raggiungesse. La mia signora, sorpresa lei stessa, e notando la sorpresa di Mr. Franklin, gli parlò. Mr. Godfrey si unì a loro, e parlò anche lui. Mr. Franklin si allontanò un poco tra i due, raccontando loro cosa era successo suppongo, poiché entrambi si fermarono di colpo, dopo aver fatto pochi passi, come persone colpite dallo sbalordimento. Avevo appena visto tanto, quando la porta del salotto fu aperta violentemente. Miss Rachel camminò velocemente verso la sua camera da letto, selvaggia e arrabbiata, con occhi feroci e guance in fiamme. Il signor sovrintendente tentò ancora una volta di interrogarla. Lei si voltò verso di lui sulla porta della sua camera da letto. “Non vi ho mandato a chiamare!” gridò con veemenza. “Non vi voglio. Il mio Diamante è perduto. Né voi né nessun altro lo troverà mai!” Con quelle parole entrò e chiuse la porta in faccia a noi. Penelope, stando più vicina ad essa, la sentì scoppiare a piangere nel momento in cui fu di nuovo sola.
In preda alla rabbia, un momento; in lacrime, l'istante dopo! Cosa significava?
Dissi al sovrintendente che significava che l'umore di Miss Rachel era turbato dalla perdita del suo gioiello. Essendo ansioso per l'onore della famiglia, mi addolorava vedere la mia giovane signora dimenticarsi — persino con un ufficiale di polizia — e feci la migliore scusa che potei, di conseguenza. Nella mia mente privata ero più confuso dal linguaggio e dalla condotta straordinari di Miss Rachel di quanto le parole possano dire. Prendendo ciò che aveva detto alla porta della sua camera da letto come guida per indovinare, potei solo concludere che fosse mortalmente offesa dal fatto che avessimo mandato a chiamare la polizia, e che lo stupore di Mr. Franklin sulla terrazza fosse causato dal fatto che lei si era espressa a lui (in quanto persona principalmente responsabile di aver chiamato la polizia) in quel senso. Se questa supposizione era giusta, perché — avendo perso il suo Diamante — avrebbe dovuto opporsi alla presenza in casa proprio delle persone il cui compito era recuperarlo per lei? E come, in nome del cielo, poteva sapere che la Pietra di Luna non sarebbe mai più stata ritrovata?
Per come stavano le cose, al presente, nessuna risposta a quelle domande era sperabile da chiunque in casa. Mr. Franklin sembrava pensare che fosse un punto d'onore astenersi dal ripetere a un servo — persino a un servo così vecchio come ero io — ciò che Miss Rachel gli aveva detto sulla terrazza. Mr. Godfrey, che, come gentiluomo e parente, era stato probabilmente ammesso alla confidenza di Mr. Franklin, rispettava quella confidenza come era tenuto a fare. La mia signora, che era anch'ella nel segreto senza dubbio, e che sola aveva accesso a Miss Rachel, ammise apertamente che non riusciva a cavarne nulla. “Mi fate impazzire quando parlate del Diamante!” Tutta l'influenza di sua madre non riuscì a estrarre da lei una parola di più di quello.
Eravamo, dunque, a un punto morto riguardo a Miss Rachel — e a un punto morto riguardo alla Pietra di Luna. Nel primo caso, la mia signora era impotente nell'aiutarci. Nel secondo (come presto giudicherete), Mr. Seegrave si stava rapidamente avvicinando alla condizione di un sovrintendente alle corde.
Dopo aver frugato dappertutto nel “boudoir”, senza fare scoperte tra i mobili, il nostro esperto ufficiale si rivolse a me per sapere se i servi in generale fossero o meno a conoscenza del posto in cui il Diamante era stato messo per la notte.
“Sapevo dove era stato messo, signore,” dissi, “per cominciare. Samuel, il domestico, lo sapeva anche lui — perché era presente nell'atrio, quando parlavano di dove il Diamante dovesse essere tenuto quella notte. Mia figlia lo sapeva, come le ha già detto. Lei o Samuel potrebbero aver menzionato la cosa agli altri servi — o gli altri servi potrebbero aver sentito il discorso per conto loro, attraverso la porta laterale dell'atrio, che avrebbe potuto essere aperta verso la scala di servizio. Per quanto ne so, chiunque in casa potrebbe aver saputo dove fosse il gioiello, ieri notte.”
Poiché la mia risposta presentava un campo piuttosto ampio su cui i sospetti del signor sovrintendente potevano spaziare, cercò di restringerlo chiedendo poi riguardo al carattere dei servi.
Pensai direttamente a Rosanna Spearman. Ma non era né il mio posto né il mio desiderio dirigere il sospetto contro una povera ragazza, la cui onestà era stata al di sopra di ogni dubbio da quando l'avevo conosciuta. La direttrice del Riformatorio l'aveva segnalata alla mia signora come una ragazza sinceramente pentita e completamente degna di fiducia. Era compito del sovrintendente scoprire motivi per sospettare di lei per primo — e allora, e non prima, sarebbe stato mio dovere dirgli come era entrata al servizio della mia signora. “Tutta la nostra gente ha ottimi caratteri,” dissi. “E tutti hanno meritato la fiducia che la loro padrona ha riposto in loro.” Dopo di che, rimaneva solo una cosa da fare per Mr. Seegrave — cioè, mettersi al lavoro e occuparsi lui stesso dei caratteri dei servi.
Uno dopo l'altro, furono esaminati. Uno dopo l'altro, dimostrarono di non aver nulla da dire — e lo dissero (per quanto riguardava le donne) molto a lungo, e con un senso di rabbia molto forte per l'embargo imposto alle loro camere da letto. Gli altri essendo stati rimandati ai loro posti di sotto, Penelope fu poi chiamata, ed esaminata separatamente una seconda volta.
Il piccolo sfogo di temperamento di mia figlia nel “boudoir”, e la sua prontezza a ritenersi sospettata, sembrava aver prodotto un'impressione sfavorevole sul sovrintendente Seegrave. Sembrava anche soffermarsi un po' sulla sua mente, il fatto che fosse stata l'ultima persona a vedere il Diamante di notte. Quando il secondo interrogatorio fu finito, la mia ragazza tornò da me in preda alla frenesia. Non c'era più alcun dubbio — il poliziotto le aveva quasi detto chiaramente che lei era la ladra! Potevo a stento credere (prendendo il punto di vista di Mr. Franklin) che fosse un asino proprio fino a quel punto. Ma, sebbene non dicesse nulla, l'occhio con cui guardava mia figlia non era un occhio molto piacevole da vedere. La presi sul ridere con la povera Penelope, come qualcosa di troppo ridicolo per essere trattato seriamente — il che certamente era. Segretamente, temo di essere stato abbastanza sciocco da essere arrabbiato anch'io. Era un po' snervante — lo era, davvero. La mia ragazza si sedette in un angolo, con il grembiule sulla testa, completamente affranta. Sciocca da parte sua, direte voi. Avrebbe potuto aspettare finché lui non l'avesse apertamente accusata. Beh, essendo un uomo di temperamento altrettanto equo, lo ammetto. Tuttavia il signor sovrintendente avrebbe potuto ricordare — non importa cosa avrebbe potuto ricordare. Che il diavolo se lo porti!
Il prossimo e ultimo passo nell'indagine portò le cose, come si suol dire, a una crisi. L'ufficiale ebbe un colloquio (a cui ero presente) con la mia signora. Dopo averle informato che il Diamante doveva essere stato preso da qualcuno in casa, richiese il permesso per sé e per i suoi uomini di perquisire le stanze e i bauli dei servi sul posto. La mia buona padrona, come la donna generosa e di alto lignaggio che era, si rifiutò di lasciarci trattare come ladri. “Non acconsentirò mai a fare un tale ritorno,” disse, “per tutto ciò che devo ai fedeli servitori che sono impiegati nella mia casa.”
Il signor Sovrintendente fece un inchino, con uno sguardo nella mia direzione che diceva chiaramente: “Perché assumermi, se poi mi legate le mani in questo modo?” Come capo della servitù, sentii subito che eravamo tenuti, per giustizia verso tutte le parti, a non approfittare della generosità della nostra padrona. “Ringraziamo con gratitudine vostra signoria”, dissi; “ma chiediamo il vostro permesso di fare ciò che è giusto in questa faccenda, consegnando le nostre chiavi. Quando Gabriel Betteredge dà l’esempio”, dissi, fermando il Sovrintendente Seegrave sulla porta, “il resto della servitù seguirà, ve lo prometto. Ecco le mie chiavi, tanto per cominciare!” La mia signora mi prese per mano e mi ringraziò con le lacrime agli occhi. Dio! Cosa non avrei dato, in quel momento, per il privilegio di stendere il Sovrintendente Seegrave!
Come avevo promesso per loro, gli altri servitori seguirono il mio esempio, seppur controvoglia, naturalmente, ma tutti adottando il mio stesso punto di vista. Le donne erano uno spettacolo da vedere mentre gli ufficiali di polizia frugavano tra le loro cose. La cuoca sembrava pronta a grigliare il signor Sovrintendente vivo su una fornace, e le altre donne sembravano pronte a mangiarselo una volta cotto.
Terminata la perquisizione, e non essendo stato trovato, naturalmente, alcun Diamante o segno di esso da nessuna parte, il Sovrintendente Seegrave si ritirò nella mia stanzetta per riflettere sul da farsi. Lui e i suoi uomini erano ormai in casa da ore e non ci avevano fatto avanzare di un pollice verso la scoperta di come fosse stata presa la Pietra di Luna, o di chi dovessimo sospettare come ladro.
Mentre l’ufficiale di polizia stava ancora meditando in solitudine, fui mandato a chiamare dal signor Franklin in biblioteca. Con mio indicibile stupore, proprio mentre avevo la mano sulla porta, questa fu aperta improvvisamente dall’interno e ne uscì Rosanna Spearman!
Dopo che la biblioteca era stata spazzata e pulita al mattino, né la prima né la seconda cameriera avevano nulla da fare in quella stanza in nessun momento successivo della giornata. Fermai Rosanna Spearman e la accusai sul posto di una violazione della disciplina domestica.
“Cosa potreste mai volere in biblioteca a quest’ora del giorno?” chiesi.
“Il signor Franklin Blake ha fatto cadere uno dei suoi anelli di sopra”, dice Rosanna; “e sono entrata in biblioteca per restituirglielo.” Il viso della ragazza era tutto un rossore mentre mi dava quella risposta; se ne andò via scrollando il capo e con un’aria di sufficienza che non sapevo affatto come spiegarmi. Gli eventi in casa avevano indubbiamente sconvolto chi più chi meno tutte le cameriere; ma nessuna di loro era uscita completamente dal proprio carattere naturale, come Rosanna, a quanto pare, aveva fatto ora.
Trovai il signor Franklin che scriveva al tavolo della biblioteca. Appena entrai nella stanza, chiese un mezzo di trasporto per la stazione ferroviaria. Il primo suono della sua voce mi informò che avevamo di nuovo il suo lato risoluto in primo piano. L’uomo fatto di cotone era scomparso; e l’uomo fatto di ferro sedeva di nuovo davanti a me.
“Andate a Londra, signore?” chiesi.
“Vado a telegrafare a Londra”, dice il signor Franklin. “Ho convinto mia zia che abbiamo bisogno di una testa più intelligente di quella del Sovrintendente Seegrave per aiutarci; e ho ottenuto il suo permesso di inviare un telegramma a mio padre. Lui conosce il Capo Commissario di Polizia, e il Commissario può mettere le mani sull’uomo giusto per risolvere il mistero del Diamante. A proposito di misteri”, dice il signor Franklin, abbassando la voce, “ho un’altra parola da dirvi prima che andiate alle scuderie. Non fatevene parola con nessuno per ora; ma o la testa di Rosanna Spearman non è del tutto a posto, o temo che ne sappia più di quanto dovrebbe sulla Pietra di Luna.”
So a malapena dire se fossi più sorpreso o addolorato nel sentirglielo dire. Se fossi stato più giovane, avrei potuto confessare altrettanto al signor Franklin. Ma quando si è vecchi, si acquisisce un’abitudine eccellente. Nei casi in cui non si vede chiaramente la strada da seguire, si tiene la lingua a freno.
“È entrata qui con un anello che ho fatto cadere in camera mia”, continuò il signor Franklin. “Dopo averla ringraziata, mi aspettavo naturalmente che se ne andasse. Invece, è rimasta in piedi davanti a me al tavolo, guardandomi nel modo più strano – metà spaventata e metà confidenziale – non riuscivo a capire. ‘È una cosa strana quella del Diamante, signore’, ha detto, in modo curiosamente improvviso e precipitoso. Ho detto: ‘Sì, lo è’, e mi sono chiesto cosa sarebbe seguito. In fede mia, Betteredge, penso che debba avere qualcosa che non va alla testa! Ha detto: ‘Non troveranno mai il Diamante, signore, vero? No! Né la persona che l’ha preso – ve lo garantisco io.’ Mi ha fatto addirittura un cenno e mi ha sorriso! Prima che potessi chiederle cosa intendesse, abbiamo sentito il vostro passo fuori. Immagino avesse paura che la sorprendeste qui. Ad ogni modo, ha cambiato colore ed è uscita dalla stanza. Cosa diavolo significa?”
Non riuscii a raccontargli la storia della ragazza, nemmeno allora. Sarebbe stato quasi come dirgli che era lei la ladra. Inoltre, anche se avessi fatto tabula rasa, e anche supponendo che fosse lei la ladra, il motivo per cui avrebbe dovuto rivelare il suo segreto al signor Franklin, tra tutte le persone del mondo, sarebbe rimasto ancora tutto da scoprire.
“Non sopporto l’idea di mettere la povera ragazza nei guai, solo perché ha un modo di fare volubile e parla in modo molto strano”, continuò il signor Franklin. “Eppure, se avesse detto al Sovrintendente ciò che ha detto a me, per quanto sia sciocco, temo che…” Si interruppe lì, lasciando il resto non detto.
“Il modo migliore, signore”, dissi, “sarà che io dica due parole in privato alla mia signora a questo proposito alla prima occasione. La mia signora ha un interesse molto amichevole per Rosanna; e la ragazza potrebbe essere stata solo sfacciata e sciocca, dopo tutto. Quando c’è un pasticcio di qualsiasi tipo in casa, signore, alle cameriere piace guardare il lato cupo – dà alle povere disgraziate una sorta di importanza ai loro occhi. Se c’è qualcuno malato, contate sulle donne per profetizzare che la persona morirà. Se è un gioiello smarrito, contate su di loro per profetizzare che non sarà mai più ritrovato.”
Questo punto di vista (che, devo dire, ritenevo probabile anche io, a ben riflettere) sembrò sollevare il signor Franklin immensamente: piegò il suo telegramma e archiviò l’argomento. Mentre mi recavo alle scuderie per ordinare il calesse, feci un salto in cucina, dove stavano cenando. Rosanna Spearman non era tra loro. Chiedendo in giro, scoprii che era stata colta da un malore improvviso ed era andata di sopra nella sua stanza a sdraiarsi.
“Curioso! Sembrava stare bene quando l’ho vista l’ultima volta”, osservai.
Penelope mi seguì fuori. “Non parlare in quel modo davanti agli altri, padre”, disse. “Li rendi solo più duri del solito nei confronti di Rosanna. La poverina si sta struggendo per il signor Franklin Blake.”
Ecco un altro punto di vista sul comportamento della ragazza. Se fosse stato possibile che Penelope avesse ragione, la spiegazione del linguaggio e del comportamento strani di Rosanna avrebbe potuto essere tutta qui: che non le importava cosa diceva, purché riuscisse a sorprendere il signor Franklin facendogli parlare con lei. Ammettendo che quella fosse la giusta interpretazione dell’enigma, spiegava, forse, il suo modo di fare volubile e presuntuoso quando mi era passata accanto in corridoio. Sebbene lui avesse pronunciato solo tre parole, lei aveva comunque raggiunto il suo scopo, e il signor Franklin le aveva parlato.
Vidi io stesso il pony sellato. Nell’infernale rete di misteri e incertezze che ora ci circondava, dichiaro che è stato un sollievo osservare quanto bene fibbie e cinghie si capissero tra loro! Quando hai visto il pony posizionato nelle stanghe del calesse, hai visto qualcosa su cui non c’erano dubbi. E questo, lasciatemi dire, stava diventando un piacere della specie più rara nella nostra famiglia.
Facendo il giro con il calesse verso la porta principale, trovai ad attendermi sui gradini non solo il signor Franklin, ma anche il signor Godfrey e il Sovrintendente Seegrave.
Le riflessioni del signor Sovrintendente (dopo non essere riuscito a trovare il Diamante nelle stanze o nei bauli dei servi) lo avevano portato, a quanto pare, a una conclusione del tutto nuova. Restando fermo sul suo primo punto, ovvero che qualcuno in casa avesse rubato il gioiello, il nostro esperto ufficiale era ora dell’opinione che il ladro (era stato abbastanza saggio da non fare il nome della povera Penelope, a prescindere da ciò che potesse pensare in privato di lei!) avesse agito di concerto con gli indiani; e propose di conseguenza di spostare le sue indagini sui giocolieri nella prigione di Frizinghall. Sentendo questa nuova mossa, il signor Franklin si era offerto di riportare il Sovrintendente in città, da dove avrebbe potuto telegrafare a Londra con la stessa facilità che dalla nostra stazione. Il signor Godfrey, credendo ancora devotamente nel signor Seegrave e molto interessato ad assistere all’esame degli indiani, aveva chiesto il permesso di accompagnare l’ufficiale a Frizinghall. Uno dei due poliziotti subalterni doveva essere lasciato in casa, nel caso fosse successo qualcosa. L’altro doveva tornare con il Sovrintendente in città. Così i quattro posti nel calesse furono appena riempiti.
Prima di prendere le redini per partire, il signor Franklin mi allontanò di qualche passo fuori dalla portata di udito degli altri.
“Aspetterò a telegrafare a Londra”, disse, “fino a vedere cosa verrà fuori dal nostro esame degli indiani. La mia convinzione è che questo poliziotto locale dalla testa confusa sia al buio come sempre, e stia semplicemente cercando di guadagnare tempo. L’idea che qualcuno dei servitori sia in combutta con gli indiani è un’assurdità preposta, a mio parere. Restate nei paraggi della casa, Betteredge, finché non torno, e cercate di capire cosa potete trarre da Rosanna Spearman. Non vi chiedo di fare nulla che sia degradante per il vostro rispetto di voi stessi, o nulla di crudele verso la ragazza. Vi chiedo solo di esercitare la vostra osservazione più attentamente del solito. Minimizzeremo la cosa davanti a mia zia – ma questa è una faccenda più importante di quanto possiate supporre.”
“È una faccenda da ventimila sterline, signore”, dissi, pensando al valore del Diamante.
“È una faccenda di tranquillizzare la mente di Rachel”, rispose gravemente il signor Franklin. “Sono molto inquieto per lei.”
Mi lasciò improvvisamente; come se desiderasse troncare ogni ulteriore discussione tra noi. Pensai di capire il perché. Ulteriori discorsi avrebbero potuto farmi entrare nel segreto di ciò che la signorina Rachel gli aveva detto sulla terrazza.
Così partirono per Frizinghall. Ero abbastanza pronto, nell’interesse stesso della ragazza, a fare una chiacchierata in privato con Rosanna. Ma l’occasione necessaria non si presentò. Tornò di sotto solo all’ora del tè. Quando apparve, era volubile ed eccitata, ebbe quello che chiamano un attacco isterico, prese una dose di sale volatile per ordine della mia signora e fu rimandata a letto.
La giornata volse al termine in modo abbastanza tetro e miserabile, ve lo assicuro. La signorina Rachel rimase ancora nella sua stanza, dichiarando di essere troppo malata per scendere a cena quel giorno. La mia signora era così giù di morale per sua figlia che non riuscivo a farmi venire in mente di renderla ulteriormente ansiosa riferendo ciò che Rosanna Spearman aveva detto al signor Franklin. Penelope continuava a credere che sarebbe stata presto processata, condannata e deportata per furto. Le altre donne si dedicarono alle loro Bibbie e ai libri di inni, e sembravano aspre come agresto durante la lettura – un risultato che ho osservato, nella mia sfera di vita, seguire generalmente al compimento di atti di pietà in periodi insoliti della giornata. Quanto a me, non avevo nemmeno abbastanza cuore per aprire il mio Robinson Crusoe. Uscii nel cortile e, avendo bisogno di un po’ di allegra compagnia, misi la mia sedia accanto ai canili e parlai con i cani.
Mezz’ora prima di cena, i due signori tornarono da Frizinghall, dopo aver concordato con il Sovrintendente Seegrave che sarebbe tornato da noi il giorno seguente. Erano andati a trovare il signor Murthwaite, il viaggiatore indiano, nella sua attuale residenza, vicino alla città. Su richiesta del signor Franklin, aveva gentilmente offerto loro il beneficio della sua conoscenza della lingua, trattando con quei due, sui tre indiani, che non conoscevano l’inglese. L’esame, condotto con cura e a lungo, non aveva portato a nulla; non era stata scoperta nemmeno l’ombra di un motivo per sospettare che i giocolieri avessero manomesso qualcuno dei nostri servi. Giunto a quella conclusione, il signor Franklin aveva inviato il suo messaggio telegrafico a Londra, e lì la faccenda rimase fino al giorno successivo.
Tanto per la storia del giorno che seguì il compleanno. Nemmeno un barlume di luce era trapelato su di noi, finora. Un giorno o due dopo, tuttavia, l’oscurità si sollevò un po’. Come, e con quale risultato, vedrete tra poco.
CAPITOLO XII
La notte di giovedì passò e non accadde nulla. Con il venerdì mattina arrivarono due notizie.
Punto primo: il garzone del fornaio dichiarò di aver incontrato Rosanna Spearman, il pomeriggio precedente, con un velo spesso, mentre camminava verso Frizinghall lungo il sentiero pedonale sopra la brughiera. Sembrava strano che qualcuno potesse sbagliarsi su Rosanna, la cui spalla la distingueva abbastanza chiaramente, poverina – ma l’uomo doveva essersi sbagliato; perché Rosanna, come sapete, era stata tutto il giovedì pomeriggio malata di sopra nella sua stanza.
Punto secondo arrivò tramite il postino. Il degno signor Candy aveva detto un’altra delle sue tante cose sfortunate, quando era partito sotto la pioggia la notte del compleanno, dicendomi che la pelle di un medico era impermeabile. Nonostante la sua pelle, l’umidità lo aveva attraversato. Si era preso un raffreddore quella notte ed era ora a letto con la febbre. Gli ultimi rapporti, portati dal postino, lo descrivevano in delirio – parlando sciocchezze con scioltezza, pover’uomo, nel suo delirio come spesso ne parlava nei suoi sensi sobri. Eravamo tutti dispiaciuti per il piccolo dottore; ma il signor Franklin sembrava rammaricarsi della sua malattia, principalmente per conto della signorina Rachel. Da ciò che disse alla mia signora, mentre ero nella stanza all’ora di colazione, sembrava pensare che la signorina Rachel – se la suspense sulla Pietra di Luna non fosse stata presto placata – potesse avere un urgente bisogno del miglior consiglio medico a nostra disposizione.
La colazione non era finita da molto, quando arrivò un telegramma dal signor Blake, il vecchio, in risposta a suo figlio. Ci informava che aveva messo le mani (con l’aiuto del suo amico, il Commissario) sull’uomo giusto per aiutarci. Il suo nome era Sergente Cuff; e il suo arrivo da Londra poteva essere previsto con il treno del mattino.
Leggendo il nome del nuovo ufficiale di polizia, il signor Franklin ebbe un sussulto. Sembra che avesse sentito alcuni aneddoti curiosi sul Sergente Cuff, dall’avvocato di suo padre, durante il suo soggiorno a Londra.
“Comincio a sperare che stiamo già vedendo la fine delle nostre ansie”, disse. “Se la metà delle storie che ho sentito sono vere, quando si tratta di districare un mistero, non c’è eguale in Inghilterra al Sergente Cuff!”
Eravamo tutti eccitati e impazienti mentre si avvicinava il momento per l’apparizione di questo personaggio rinomato e capace. Il Sovrintendente Seegrave, ritornando da noi all’orario stabilito e sentendo che il Sergente era atteso, si chiuse immediatamente in una stanza, con penna, inchiostro e carta, per prendere appunti sul Rapporto che ci si sarebbe certamente aspettato da lui. Mi sarebbe piaciuto andare io stesso alla stazione per prendere il Sergente. Ma non si poteva pensare alla carrozza e ai cavalli della mia signora, nemmeno per il celebre Cuff; e il calesse era richiesto più tardi per il signor Godfrey. Egli si rammaricava profondamente di essere costretto a lasciare sua zia in un momento così ansioso; e rimandò gentilmente l’ora della sua partenza fino all’ultimo treno, allo scopo di sentire cosa pensasse del caso l’intelligente ufficiale di polizia di Londra. Ma venerdì sera doveva essere in città, avendo una Beneficenza Femminile, in difficoltà, in attesa di consultarlo sabato mattina.
Quando arrivò il momento dell’arrivo del Sergente, andai al cancello ad aspettarlo.
Una vettura dalla ferrovia si avvicinò mentre raggiungevo la portineria; e ne scese un uomo brizzolato e anziano, così miseramente magro che sembrava non avesse un grammo di carne sulle ossa in nessuna parte del corpo. Era vestito tutto a lutto decente, con una cravatta bianca intorno al collo. Il suo viso era affilato come un’accetta e la pelle era gialla, secca e avvizzita come una foglia autunnale. I suoi occhi, di un grigio chiaro d’acciaio, avevano un trucco molto sconcertante, quando incontravano i tuoi, di guardarti come se si aspettassero da te qualcosa di più di quanto tu stesso sapessi. Il suo passo era morbido; la sua voce era malinconica; le sue lunghe dita ossute erano ricurve come artigli. Avrebbe potuto essere un pastore, o un becchino – o qualsiasi altra cosa vi piaccia, tranne quello che era veramente. Un opposto più completo al Sovrintendente Seegrave rispetto al Sergente Cuff, e un ufficiale meno confortante da guardare, per una famiglia in difficoltà, vi sfido a scoprirlo, cercate dove volete.
“È questa la casa di Lady Verinder?” chiese.
“Sì, signore.”
“Sono il Sergente Cuff.”
“Da questa parte, signore, se vi piace.”
Sulla strada per la casa, menzionai il mio nome e la mia posizione nella famiglia, per rassicurarlo che poteva parlarmi dell’affare per il quale la mia signora doveva assumerlo. Non disse una parola sull’affare, tuttavia, nonostante tutto. Ammirò il parco e osservò che sentiva l’aria di mare molto vivace e rinfrescante. Io, da parte mia, mi chiedevo in privato come il celebre Cuff avesse ottenuto la sua reputazione. Raggiungemmo la casa con l’umore di due cani estranei, legati insieme per la prima volta nella loro vita dalla stessa catena.
Chiedendo della mia signora e sentendo che era in una delle serre, facemmo il giro dei giardini sul retro e mandammo un servitore a cercarla. Mentre aspettavamo, il Sergente Cuff guardò attraverso l’arco di sempreverdi alla nostra sinistra, scorse il nostro roseto e vi entrò dritto, con la prima apparenza di qualsiasi tipo di interesse che avesse mostrato finora. Con stupore del giardiniere e mio disgusto, questo celebre poliziotto si rivelò essere una miniera di conoscenze sull’argomento futile dei giardini di rose.
“Ah, avete la giusta esposizione qui a sud e sud-ovest”, dice il Sergente, con un cenno della testa brizzolata e una sfumatura di piacere nella sua voce malinconica. “Questa è la forma per un roseto – niente come un cerchio inserito in un quadrato. Sì, sì; con vialetti tra tutte le aiuole. Ma non dovrebbero essere vialetti di ghiaia come questi. Erba, signor Giardiniere – vialetti d’erba tra le vostre rose; la ghiaia è troppo dura per loro. Quella è una dolcissima aiuola di rose bianche e rose rosate. Si mescolano sempre bene insieme, non è vero? Ecco la rosa muschiata bianca, signor Betteredge – la nostra vecchia rosa inglese che tiene alta la testa insieme alle migliori e alle più nuove. Cara, carina!” dice il Sergente, accarezzando la Rosa Muschiata con le sue dita ossute, e parlandole come se stesse parlando a un bambino.
Questo era il tipo giusto di uomo per ritrovare il Diamante della signorina Rachel, e per trovare il ladro che l’aveva rubato!
“Sembrate essere appassionato di rose, Sergente?” osservai.
“Non ho molto tempo per affezionarmi a qualsiasi cosa,” dice il Sergente Cuff. “Ma quando ho un momento di affetto da donare, il più delle volte, signor Betteredge, va alle rose. Ho iniziato la mia vita in mezzo a loro nel vivaio di mio padre, e finirò la mia vita in mezzo a loro, se ci riesco. Sì. Uno di questi giorni (se piace a Dio) mi ritirerò dal dare la caccia ai ladri, e mi cimenterò nel coltivare rose. Ci saranno vialetti d’erba, signor Giardiniere, tra le mie aiuole,” dice il Sergente, nella cui mente i sentieri di ghiaia del nostro roseto sembravano insediarsi in modo sgradevole.
“Sembra un gusto bizzarro, signore,” mi azzardai a dire, “per un uomo della sua professione.”
“Se si guardasse intorno (cosa che la maggior parte della gente non fa),” dice il Sergente Cuff, “vedrebbe che la natura dei gusti di un uomo è, il più delle volte, quanto di più opposto possibile alla natura della sua attività. Mi mostri due cose più opposte l’una all’altra di una rosa e di un ladro; e correggerò i miei gusti di conseguenza — se non è troppo tardi per la mia età. Trova che la rosa damascena sia un buon portainnesto per la maggior parte delle varietà delicate, non è così, signor Giardiniere? Ah! Lo pensavo. Ecco che arriva una signora. È Lady Verinder?”
L’aveva vista prima che io o il giardiniere l’avessimo vista, sebbene noi sapessimo da che parte guardare, e lui no. Iniziai a pensare che fosse un uomo piuttosto più svelto di quanto sembrasse a prima vista.
L’aspetto del Sergente, o la missione del Sergente — l’uno o l’altra, o entrambi — sembravano causare alla mia signora un certo imbarazzo. Era, per la prima volta in tutta la mia esperienza con lei, in difficoltà su cosa dire in un incontro con un estraneo. Il Sergente Cuff la mise subito a suo agio. Chiese se qualche altra persona fosse stata impiegata nel caso del furto prima che mandassimo a chiamare lui; e, saputo che un’altra persona era stata chiamata ed era ora in casa, chiese il permesso di parlare con lui prima che venisse fatto qualsiasi altro passo.
La mia signora ci fece strada per tornare indietro. Prima di seguirla, il Sergente si tolse un peso dallo stomaco riguardo ai vialetti di ghiaia con una parola d’addio al giardiniere. “Convinca sua signoria a provare con l’erba,” disse, con uno sguardo acido ai sentieri. “Niente ghiaia! Niente ghiaia!”
Perché il Sovrintendente Seegrave dovesse sembrare di diverse taglie più piccolo del normale, nel venire presentato al Sergente Cuff, non posso prendermi la briga di spiegarlo. Posso solo constatare il fatto. Si ritirarono insieme; e rimasero una noiosa, lunga ora chiusi lontano da ogni intrusione mortale. Quando uscirono, il signor Sovrintendente era agitato, e il signor Sergente stava sbadigliando.
“Il Sergente desidera vedere il salottino della signorina Verinder,” dice il signor Seegrave, rivolgendosi a me con grande pompa e premura. “Il Sergente potrebbe avere delle domande da fare. Accompagni il Sergente, se le piace!”
Mentre venivo comandato a bacchetta in questo modo, guardai il grande Cuff. Il grande Cuff, da parte sua, guardò il Sovrintendente Seegrave con quel modo quietamente aspettante che ho già notato. Non posso affermare che stesse in attesa della pronta apparizione del suo collega ufficiale nel ruolo di un Asino — posso solo dire che ne avevo il forte sospetto.
Aprii la strada verso il piano di sopra. Il Sergente esaminò con delicatezza tutto il mobile indiano e tutto il “boudoir”; facendo domande (occasionalmente solo al signor Sovrintendente, e continuamente a me), il cui senso credo sia stato ugualmente inintelligibile per entrambi. A tempo debito, il suo percorso lo portò alla porta, e lo mise faccia a faccia con la pittura decorativa che conoscete. Appoggiò un dito magro e indagatore sulla piccola macchia, proprio sotto la serratura, che il Sovrintendente Seegrave aveva già notato, quando aveva rimproverato le cameriere perché si erano accalcate tutte insieme nella stanza.
“È un peccato,” dice il Sergente Cuff. “Com’è successo?”
Pose la domanda a me. Risposi che le cameriere si erano accalcate nella stanza la mattina precedente, e che alcune delle loro sottane avevano fatto il danno. “Il Sovrintendente Seegrave le ha fatte uscire, signore,” aggiunsi, “prima che facessero altri guai.”
“Giusto!” dice il signor Sovrintendente nel suo modo militare. “Le ho fatte uscire. Le sottane hanno fatto tutto, Sergente — le sottane hanno fatto tutto.”
“Ha notato quale sottana ha fatto il danno?” chiese il Sergente Cuff, rivolgendosi ancora, non al suo collega, ma a me.
“No, signore.”
Si voltò verso il Sovrintendente Seegrave a quel punto, e disse: “Lei ha notato, suppongo?”
Il signor Sovrintendente sembrò un po’ colto alla sprovvista; ma ne trasse il meglio. “Non riesco a richiamarlo alla memoria, Sergente,” disse, “una pura inezia — una pura inezia.”
Il Sergente Cuff guardò il signor Seegrave, come aveva guardato i vialetti di ghiaia nel roseto, e ci diede, nel suo modo malinconico, il primo assaggio della sua stoffa che avessimo avuto finora.
“Ho fatto un’indagine privata la scorsa settimana, signor Sovrintendente,” disse. “A un’estremità dell’indagine c’era un omicidio, e all’altra estremità c’era una macchia d’inchiostro su una tovaglia che nessuno sapeva spiegare. In tutta la mia esperienza lungo le strade più sporche di questo piccolo mondo sporco, non ho mai incontrato una cosa che fosse un’inezia. Prima di andare un passo oltre in questa faccenda dobbiamo vedere la sottana che ha fatto la macchia, e dobbiamo sapere per certo quando quella vernice era fresca.”
Il signor Sovrintendente — incassando il rimprovero piuttosto sgarbatamente — chiese se dovesse convocare le donne. Il Sergente Cuff, dopo aver riflettuto un minuto, sospirò e scosse la testa.
“No,” disse, “affronteremo prima la questione della vernice. È una questione di Sì o No con la vernice — il che è breve. È una questione di sottane con le donne — il che è lungo. Che ore erano quando la servitù era in questa stanza ieri mattina? Le undici — eh? C’è qualcuno in casa che sappia se quella vernice fosse fresca o asciutta, alle undici di ieri mattina?”
“Il nipote di sua signoria, il signor Franklin Blake, lo sa,” dissi.
“Il signore è in casa?”
Il signor Franklin era a portata di mano come meglio non poteva — in attesa della sua prima occasione di essere presentato al grande Cuff. In mezzo minuto fu nella stanza, e stava fornendo la sua testimonianza come segue:
“Quella porta, Sergente,” disse, “è stata dipinta dalla signorina Verinder, sotto la mia supervisione, con il mio aiuto, e con un veicolo di mia composizione. Il veicolo asciuga qualunque colore si usi con esso, in dodici ore.”
“Si ricorda quando è stata fatta la parte macchiata, signore?” chiese il Sergente.
“Perfettamente,” rispose il signor Franklin. “Quello fu l’ultimo pezzetto della porta a essere finito. Volevamo finirlo mercoledì scorso — e io stesso l’ho completato verso le tre del pomeriggio, o poco dopo.”
“Oggi è venerdì,” disse il Sergente Cuff, rivolgendosi al Sovrintendente Seegrave. “Facciamo il conto alla rovescia, signore. Alle tre di mercoledì pomeriggio, quel pezzo di pittura fu completato. Il veicolo lo ha asciugato in dodici ore — vale a dire, lo ha asciugato entro le tre di giovedì mattina. Alle undici di giovedì mattina lei ha tenuto la sua indagine qui. Tolga tre da undici, e rimangono otto. Quella vernice era asciutta da otto ore, signor Sovrintendente, quando lei ha supposto che le sottane delle cameriere l’abbiano macchiata.”
Primo colpo da k.o. per il signor Seegrave! Se non avesse sospettato della povera Penelope, lo avrei compianto.
Avendo risolto la questione della vernice, il Sergente Cuff, da quel momento, rinunciò al suo collega considerandolo un caso disperato — e si rivolse al signor Franklin, come all’assistente più promettente dei due.
“È molto probabile, signore,” disse, “che lei abbia messo l’indizio nelle nostre mani.”
Mentre le parole gli uscivano dalle labbra, la porta della camera da letto si aprì, e la signorina Rachel uscì tra noi improvvisamente.
Si rivolse al Sergente, senza apparire di notare (o di badare al fatto) che fosse un perfetto estraneo per lei.
“Ha detto,” chiese, indicando il signor Franklin, “che lui ha messo l’indizio nelle vostre mani?”
(“Questa è la signorina Verinder,” sussurrai, dietro il Sergente.)
“Quel signore, signorina,” dice il Sergente — con i suoi occhi grigio acciaio che studiavano attentamente il volto della mia giovane signora — “ha possibilmente messo l’indizio nelle nostre mani.”
Si voltò per un momento, e cercò di guardare il signor Franklin. Dico, cercò, perché si voltò improvvisamente di nuovo prima che i loro sguardi si incontrassero. Sembrava esserci un qualche strano turbamento nella sua mente. Arrossì, e poi tornò pallida. Con il pallore, venne un nuovo sguardo sul suo volto — uno sguardo che mi fece sussultare nel vederlo.
“Avendo risposto alla sua domanda, signorina,” dice il Sergente, “chiedo il permesso di fare un’indagine a mia volta. C’è una macchia sulla pittura della sua porta, qui. Le capita di sapere quando è stata fatta? O chi l’ha fatta?”
Invece di dare una risposta, la signorina Rachel continuò con le sue domande, come se lui non avesse parlato, o come se non lo avesse sentito.
“È un altro ufficiale di polizia?” chiese.
“Sono il Sergente Cuff, signorina, della Polizia Investigativa.”
“Pensa che il consiglio di una giovane signora valga la pena di essere ascoltato?”
“Sarò lieto di ascoltarlo, signorina.”
“Faccia il suo dovere da solo — e non permetta al signor Franklin Blake di aiutarla!”
Disse quelle parole con tale astio, così selvaggiamente, con una tale straordinaria esplosione di malanimo verso il signor Franklin, nella sua voce e nel suo sguardo, che — sebbene l’avessi conosciuta fin da quando era una neonata, sebbene la amassi e la onorassi subito dopo la mia signora stessa — mi vergognai della signorina Rachel per la prima volta nella mia vita.
Gli occhi immobili del Sergente Cuff non si staccarono mai dal suo volto. “Grazie, signorina,” disse. “Le capita di sapere qualcosa riguardo alla macchia? Potrebbe averla fatta lei stessa per sbaglio?”
“Non so nulla della macchia.”
Con quella risposta, si voltò e si rinchiuse di nuovo nella sua camera da letto. Questa volta, la sentii — come Penelope l’aveva sentita prima — scoppiare in lacrime non appena fu di nuovo sola.
Non riuscivo a costringermi a guardare il Sergente — guardai il signor Franklin, che mi stava più vicino. Sembrava ancora più gravemente turbato per quanto era successo di quanto lo fossi io.
“Le ho detto che ero in ansia per lei,” disse. “E ora vede perché.”
“La signorina Verinder sembra essere un po’ fuori di sé per la perdita del suo Diamante,” osservò il Sergente. “È un gioiello prezioso. Naturale! È naturale!”
Ecco che la scusa che avevo trovato per lei (quando si era dimenticata di sé davanti al Sovrintendente Seegrave, il giorno precedente) veniva trovata per lei di nuovo, da un uomo che non poteva avere il mio interesse nel trovarla — perché era un perfetto estraneo! Una specie di brivido freddo mi attraversò, che non riuscivo a spiegarmi in quel momento. So, ora, che devo aver avuto il mio primo sospetto, in quel momento, che una nuova luce (e orribile luce) fosse improvvisamente caduta sul caso, nella mente del Sergente Cuff — puramente e interamente in conseguenza di ciò che aveva visto nella signorina Rachel, e sentito dalla signorina Rachel, in quel primo incontro tra loro.
“La lingua di una giovane signora è un membro privilegiato, signore,” dice il Sergente al signor Franklin. “Dimentichiamo ciò che è passato, e procediamo dritti con questa faccenda. Grazie a lei, sappiamo quando la vernice era asciutta. La prossima cosa da scoprire è quando la vernice è stata vista per l’ultima volta senza quella macchia. Lei ha sale in zucca — e capisce cosa intendo.”
Il signor Franklin si ricompose, e tornò con uno sforzo dalla signorina Rachel alla faccenda in mano.
“Credo di capire,” disse. “Più restringiamo la questione del tempo, più restringiamo anche il campo dell’indagine.”
“È così, signore,” disse il Sergente. “Ha notato il suo lavoro qui, mercoledì pomeriggio, dopo averlo finito?”
Il signor Franklin scosse la testa, e rispose: “Non posso dire di sì.”
“Lei?” chiese il Sergente Cuff, voltandosi verso di me.
“Non posso dire di sì neanch’io, signore.”
“Chi è stata l’ultima persona nella stanza, l’ultima cosa mercoledì sera?”
“La signorina Rachel, suppongo, signore.”
Il signor Franklin intervenne lì: “O possibilmente sua figlia, Betteredge.” Si voltò verso il Sergente Cuff, e spiegò che mia figlia era la cameriera della signorina Verinder.
“Signor Betteredge, chieda a sua figlia di salire. Fermi!” dice il Sergente, portandomi via verso la finestra, fuori portata d’orecchio. “Il suo Sovrintendente qui,” continuò, in un sussurro, “mi ha fatto un rapporto piuttosto completo del modo in cui ha gestito questo caso. Tra le altre cose, ha, per sua stessa confessione, fatto arrabbiare la servitù. È molto importante calmarli di nuovo. Dica a sua figlia, e lo dica al resto di loro, queste due cose, con i miei complimenti: Primo, che non ho prove davanti a me, ancora, che il Diamante sia stato rubato; so solo che il Diamante è stato smarrito. Secondo, che il mio compito qui con la servitù è semplicemente quello di chiedere loro di spremersi le meningi e aiutarmi a ritrovarlo.”
La mia esperienza con le cameriere, quando il Sovrintendente Seegrave mise il suo embargo sulle loro stanze, mi fu utile qui.
“Posso essere così audace, Sergente, da dire alle donne una terza cosa?” chiesi. “Sono libere (con i suoi complimenti) di andare su e giù per le scale, e sfrecciare dentro e fuori dalle loro camere da letto, se gliene prende il capriccio?”
“Perfettamente libere,” disse il Sergente.
“Questo le calmerà,” osservai, “dalla cuoca allo sguattero.”
“Vada, e lo faccia subito, signor Betteredge.”
Lo feci in meno di cinque minuti. Ci fu solo una difficoltà quando arrivai alla parte sulle camere da letto. Ci volle una bella dose della mia autorità, come capo, per impedire a tutta la servitù femminile di seguire me e Penelope di sopra, nel ruolo di testimoni volontari in una febbre bruciante di ansia di aiutare il Sergente Cuff.
Il Sergente sembrò approvare Penelope. Divenne un tantino meno cupo; e sembrava molto simile a quando aveva notato la rosa muschiata bianca nel giardino dei fiori. Ecco la testimonianza di mia figlia, come estratta da lei dal Sergente. La diede, credo, molto graziosamente — ma, ecco! è tutta mia figlia: niente di sua madre in lei; Dio la benedica, niente di sua madre in lei!
Penelope interrogata: Prese un vivo interesse per la pittura sulla porta, avendo aiutato a mescolare i colori. Notò il pezzetto di lavoro sotto la serratura, perché era l’ultimo pezzo fatto. L’aveva visto, alcune ore dopo, senza una macchia. L’aveva lasciato, fino alle dodici di notte, senza una macchia. Aveva, a quell’ora, augurato la buonanotte alla sua giovane signora nella camera da letto; aveva sentito l’orologio battere nel “boudoir”; aveva la mano in quel momento sulla maniglia della porta dipinta; sapeva che la vernice era fresca (avendo aiutato a mescolare i colori, come sopra detto); si prese particolare cura di non toccarla; poteva giurare che tenne sollevate le gonne del suo vestito, e che non c’era alcuna macchia sulla vernice allora; non poteva giurare che il suo vestito non potesse averla toccata accidentalmente uscendo; ricordava il vestito che indossava, perché era nuovo, un regalo della signorina Rachel; suo padre ricordava, e poteva testimoniare anche lui; poteva, e voleva, e portò effettivamente il vestito; vestito riconosciuto da suo padre come il vestito che indossava quella notte; gonne esaminate, un lungo lavoro data la dimensione di esse; non l’ombra di una macchia di vernice scoperta da nessuna parte. Fine della testimonianza di Penelope — e molto carina e convincente, anche. Firmato, Gabriel Betteredge.
Il passo successivo del Sergente fu quello di interrogarmi su eventuali cani di grossa taglia in casa che avrebbero potuto entrare nella stanza, e fare il danno con un colpo di coda. Sentendo che questo era impossibile, mandò poi a prendere una lente d’ingrandimento, e provò a vedere come appariva la macchia, vista in quel modo. Nessun segno cutaneo (come di una mano umana) stampato sulla vernice. Tutti i segni visibili — segni che dicevano che la vernice era stata macchiata da qualche articolo sciolto del vestito di qualcuno che la toccava passando. Quel qualcuno (mettendo insieme la testimonianza di Penelope e quella del signor Franklin) doveva essere stato nella stanza, e aver fatto il danno, tra la mezzanotte e le tre del mattino di giovedì.
Avendo portato la sua indagine a questo punto, il Sergente Cuff scoprì che una persona come il Sovrintendente Seegrave era rimasta ancora nella stanza, su cui riassunse il procedimento a beneficio del suo collega, come segue:
“Questa sua inezia, signor Sovrintendente,” dice il Sergente, indicando il punto sulla porta, “è cresciuta un po’ in importanza da quando lei l’ha notata l’ultima volta. Allo stadio attuale dell’indagine ci sono, come la intendo io, tre scoperte da fare, partendo da quella macchia. Scopra (primo) se c’è qualche articolo di vestiario in questa casa con la macchia di vernice sopra. Scopra (secondo) a chi appartiene quel vestito. Scopra (terzo) come la persona possa spiegare di essere stata in questa stanza, e di aver macchiato la vernice, tra mezzanotte e le tre del mattino. Se la persona non riesce a soddisfarla, non ha molta strada da fare per trovare la mano che ha preso il Diamante. Gestirò la cosa da solo, se le va, e non la tratterrò più dal suo lavoro regolare in città. Ha uno dei suoi uomini qui, vedo. Lo lasci qui a mia disposizione, nel caso mi serva — e mi permetta di augurarle buongiorno.”
Il rispetto del Sovrintendente Seegrave per il Sergente era grande; ma il suo rispetto per se stesso era ancora più grande. Colpito duramente dal celebre Cuff, ribatté prontamente, al meglio delle sue capacità, lasciando la stanza.
“Mi sono astenuto dall’esprimere qualsiasi opinione, finora,” dice il signor Sovrintendente, con la sua voce militare ancora in buon ordine di funzionamento. “Ora ho solo un’osservazione da offrire nel lasciare questo caso nelle sue mani. Esiste una cosa, Sergente, come fare una montagna da un granello di sabbia. Buongiorno.”
“Esiste anche una cosa come non fare nulla da un granello di sabbia, a causa del fatto che la sua testa è troppo alta per vederlo.” Avendo ricambiato i complimenti del suo collega in quei termini, il Sergente Cuff si voltò, e si allontanò verso la finestra da solo.
Il signor Franklin ed io aspettammo di vedere cosa sarebbe successo dopo. Il Sergente stava alla finestra con le mani in tasca, guardando fuori, e fischiettando l’aria di “The Last Rose of Summer” dolcemente tra sé. Più tardi nel corso dei fatti, scoprii che dimenticava le buone maniere solo al punto di fischiare, quando la sua mente era duramente al lavoro, vedendo la sua strada pollice dopo pollice verso i propri fini privati, occasioni in cui “The Last Rose of Summer” evidentemente lo aiutava e lo incoraggiava. Suppongo che si adattasse in qualche modo al suo carattere. Gli ricordava, vede, le sue rose preferite, e, mentre la fischiettava, era l’aria più malinconica che ci fosse in giro.
Voltandosi dalla finestra, dopo un minuto o due, il Sergente camminò fino al centro della stanza, e si fermò lì, immerso nei pensieri, con gli occhi sulla porta della camera da letto della signorina Rachel. Dopo un po’ si riscosse, annuì con la testa, come per dire, “Questo può bastare,” e, rivolgendosi a me, chiese dieci minuti di conversazione con la mia padrona, alla prima occasione utile di sua signoria.
Lasciando la stanza con questo messaggio, sentii il signor Franklin porre al Sergente una domanda, e mi fermai per sentire anche la risposta sulla soglia della porta.
“Può già indovinare,” chiese il signor Franklin, “chi ha rubato il Diamante?”
“Nessuno ha rubato il Diamante,” rispose il Sergente Cuff.
Entrambi sussultammo a quella visione straordinaria del caso, e entrambi lo pregammo ardentemente di dirci cosa intendesse.
“Aspettate un po’,” disse il Sergente. “I pezzi del puzzle non sono tutti messi insieme ancora.”
CAPITOLO XIII
Trovai la mia signora nel suo salottino. Sussultò e sembrò infastidita quando menzionai che il Sergente Cuff desiderava parlarle.
“Devo vederlo?” chiese. “Non può rappresentarmi lei, Gabriel?”
Mi sentii in difficoltà a comprendere questo, e lo mostrai chiaramente, suppongo, in volto. La mia signora fu così gentile da spiegarsi.
“Temo che i miei nervi siano un po’ scossi,” disse. “C’è qualcosa in quell’ufficiale di polizia di Londra che mi fa ritrarre — non so perché. Ho il presentimento che stia portando guai e miseria con sé in casa. Molto sciocco, e molto diverso da me — ma è così.”
Non sapevo quasi cosa rispondere a questo. Più vedevo il sergente Cuff, più mi stava a genio. La mia signora si riprese un poco dopo avermi aperto il cuore — essendo, naturalmente, una donna di gran coraggio, come vi ho già detto.
“Se devo vederlo, devo,” disse. “Ma non riesco a convincermi a vederlo da sola. Portalo dentro, Gabriel, e resta qui finché lui rimane.”
Questo fu il primo attacco di malinconia che ricordassi nella mia padrona dai tempi in cui era una ragazza. Tornai nel “boudoir”. Il signor Franklin si incamminò verso il giardino e raggiunse il signor Godfrey, il cui momento della partenza si stava ormai avvicinando. Il sergente Cuff ed io andammo dritti nella stanza della mia padrona.
Dichiaro che la mia signora divenne di una sfumatura più pallida alla sua vista! Si ricompose, tuttavia, sotto altri aspetti, e chiese al sergente se avesse qualche obiezione alla mia presenza. Fu così gentile da aggiungere che io ero il suo consigliere di fiducia, oltre che il suo vecchio servitore, e che per qualsiasi cosa riguardasse la casa ero la persona con cui sarebbe stato più proficuo consultarsi. Il sergente rispose cortesemente che avrebbe considerato la mia presenza un favore, avendo qualcosa da dire sui domestici in generale, e avendo trovato la mia esperienza in quel campo già di una certa utilità. La mia signora indicò due sedie e ci mettemmo subito a tavolino per la nostra conferenza.
“Ho già formato un’opinione su questo caso,” dice il sergente Cuff, “che prego vostra signoria di permettermi di tenere per me per il momento. Il mio compito ora è riferire ciò che ho scoperto di sopra nel salottino della signorina Verinder, e ciò che ho deciso (con il permesso di vostra signoria) di fare in seguito.”
Passò quindi alla questione della macchia sulla vernice, ed espose le conclusioni che ne aveva tratto — proprio come le aveva esposte (solo con maggiore rispetto di linguaggio) al sovrintendente Seegrave. “Una cosa,” disse, concludendo, “è certa. Il diamante è sparito dal cassetto del mobile. Un’altra cosa è quasi certa. I segni della macchia sulla porta devono trovarsi su un capo di vestiario appartenente a qualcuno in questa casa. Dobbiamo scoprire quel capo di vestiario prima di fare un solo passo avanti.”
“E quella scoperta,” osservò la mia padrona, “implica, presumo, la scoperta del ladro?”
“Chiedo scusa a vostra signoria — non dico che il diamante sia stato rubato. Dico solo, al momento, che il diamante è sparito. La scoperta del vestito macchiato potrebbe aprire la strada per ritrovarlo.”
Sua signoria guardò me. “Capite questo?” disse.
“Il sergente Cuff lo capisce, mia signora,” risposi.
“Come pensate di scoprire il vestito macchiato?” chiese la mia padrona, rivolgendosi ancora al sergente. “I miei bravi domestici, che sono con me da anni, hanno avuto, mi vergogno a dirlo, i loro bauli e le loro stanze già perquisiti dall’altro ufficiale. Non posso e non voglio permettere che siano insultati in quel modo una seconda volta!”
(Ecco una padrona da servire! Ecco una donna su diecimila, se volete!)
“È proprio il punto che stavo per sottoporre a vostra signoria,” disse il sergente. “L’altro ufficiale ha fatto un mondo di danni a questa inchiesta, lasciando che i domestici vedessero che li sospettava. Se do loro motivo di ritenersi sospettati una seconda volta, non si può sapere quali ostacoli potrebbero frappormi — le donne in particolare. Allo stesso tempo, i loro bauli devono essere perquisiti di nuovo — per questa semplice ragione, che la prima indagine cercava solo il diamante, e che la seconda indagine deve cercare il vestito macchiato. Sono pienamente d’accordo con voi, mia signora, che i sentimenti dei domestici dovrebbero essere rispettati. Ma sono altrettanto convinto che i guardaroba dei domestici debbano essere perquisiti.”
Sembrava proprio un vicolo cieco. La mia signora lo disse, con parole più ricercate delle mie.
“Ho un piano per affrontare la difficoltà,” disse il sergente Cuff, “se vostra signoria vorrà acconsentirvi. Propongo di spiegare il caso ai domestici.”
“Le donne si crederanno sospettate subito,” dissi, interrompendolo.
“Le donne no, signor Betteredge,” rispose il sergente, “se potrò dire loro che ho intenzione di esaminare i guardaroba di tutti — da vostra signoria in giù — che hanno dormito in casa mercoledì notte. È una mera formalità,” aggiunse, con un’occhiata di sbieco alla mia padrona; “ma i domestici l’accetteranno come un trattamento equo tra loro e i loro superiori; e, invece di ostacolare l’indagine, faranno una questione d’onore il prestarci assistenza.”
Ne vidi la verità. La mia signora, una volta passata la prima sorpresa, ne vide la verità anch’essa.
“Siete certo che l’indagine sia necessaria?” disse.
“È la strada più breve che riesco a vedere, mia signora, per arrivare al fine che abbiamo in vista.”
La mia padrona si alzò per suonare il campanello per la sua cameriera. “Parlerete ai domestici,” disse, “con le chiavi del mio guardaroba in mano.”
Il sergente Cuff la fermò con una domanda del tutto inaspettata.
“Non sarebbe meglio accertarsi prima,” chiese, “che anche le altre dame e i gentiluomini in casa siano d’accordo?”
“L’unica altra dama in casa è la signorina Verinder,” rispose la mia padrona, con uno sguardo di sorpresa. “Gli unici gentiluomini sono i miei nipoti, il signor Blake e il signor Ablewhite. Non c’è il minimo timore di un rifiuto da parte di nessuno dei tre.”
Ricordai alla mia signora, qui, che il signor Godfrey stava per partire. Mentre pronunciavo le parole, il signor Godfrey stesso bussò alla porta per salutare, e fu seguito dal signor Franklin, che stava andando con lui alla stazione. La mia signora spiegò la difficoltà. Il signor Godfrey la risolse subito. Chiamò Samuel, attraverso la finestra, per riportare di sopra la sua valigia, e poi mise lui stesso la chiave in mano al sergente Cuff. “Il mio bagaglio può seguirmi a Londra,” disse, “quando l’inchiesta sarà finita.” Il sergente ricevette la chiave con le dovute scuse. “Mi dispiace arrecarvi qualsiasi inconveniente, signore, per una mera formalità; ma l’esempio dei loro superiori farà miracoli nel riconciliare i domestici con questa inchiesta.” Il signor Godfrey, dopo aver preso congedo dalla mia signora in modo assai partecipe, lasciò un messaggio di addio per la signorina Rachel, i cui termini resero chiaro alla mia mente che non aveva accettato un No come risposta, e che intendeva proporle la questione del matrimonio ancora una volta, alla prossima occasione. Il signor Franklin, seguendo il cugino fuori, informò il sergente che tutti i suoi abiti erano a disposizione per un esame, e che nulla di ciò che possedeva era tenuto sotto chiave. Il sergente Cuff fece i suoi migliori ringraziamenti. Le sue vedute, noterete, erano state accolte con la massima prontezza dalla mia signora, dal signor Godfrey e dal signor Franklin. Mancava solo la signorina Rachel per seguire il loro esempio, prima che riunissimo i domestici e iniziassimo la ricerca del vestito macchiato.
L’inspiegabile obiezione della mia signora verso il sergente sembrò rendere la nostra conferenza più sgradevole che mai, non appena rimanemmo di nuovo soli. “Se vi mando le chiavi della signorina Verinder,” gli disse, “presumo che avrò fatto tutto ciò che volete da me per il momento?”
“Chiedo scusa a vostra signoria,” disse il sergente Cuff. “Prima di iniziare, mi piacerebbe, se conveniente, avere il registro della biancheria. L’articolo di vestiario macchiato potrebbe essere un capo di biancheria. Se la ricerca non porta a nulla, voglio essere in grado di rendere conto in seguito di tutta la biancheria in casa, e di tutta la biancheria mandata a lavare. Se manca un capo, ci sarà almeno la presunzione che abbia su di sé la macchia di vernice, e che sia stato fatto sparire apposta, ieri o oggi, dalla persona che lo possiede. Il sovrintendente Seegrave,” aggiunse il sergente, rivolgendosi a me, “ha attirato l’attenzione delle donne di servizio sulla macchia, quando si sono tutte accalcate nella stanza giovedì mattina. Quello potrebbe rivelarsi, signor Betteredge, essere stato uno in più dei molti errori del sovrintendente Seegrave.”
La mia signora mi chiese di suonare il campanello e ordinare il registro della biancheria. Rimase con noi finché non fu prodotto, nel caso in cui il sergente Cuff avesse avuto ulteriori richieste da farle dopo averlo consultato.
Il registro della biancheria fu portato da Rosanna Spearman. La ragazza era scesa a colazione quella mattina miseramente pallida ed esausta, ma sufficientemente ripresa dalla malattia del giorno precedente per svolgere il suo solito lavoro. Il sergente Cuff guardò attentamente la nostra seconda cameriera — il suo volto, quando entrò; la sua spalla storta, quando uscì.
“Avete altro da dirmi?” chiese la mia signora, ancora ansiosa come sempre di stare fuori dalla compagnia del sergente.
Il grande Cuff aprì il registro, lo comprese perfettamente in mezzo minuto e lo richiuse. “Mi permetto di disturbare vostra signoria con un’ultima domanda,” disse. “La giovane donna che ci ha portato questo registro è al vostro servizio da tanto tempo quanto gli altri domestici?”
“Perché lo chiedete?” disse la mia signora.
“L’ultima volta che l’ho vista,” rispose il sergente, “era in prigione per furto.”
Dopo di che, non ci fu altro da fare che dirgli la verità. La mia padrona si soffermò molto sul buon comportamento di Rosanna al suo servizio, e sull’alta opinione che di lei aveva la direttrice del Riformatorio. “Non la sospetterete, spero?” aggiunse la mia signora, concludendo, molto seriamente.
“Ho già detto a vostra signoria che non sospetto nessuna persona in casa di furto — fino al momento presente.”
Dopo quella risposta, la mia signora si alzò per andare di sopra e chiedere le chiavi della signorina Rachel. Il sergente mi anticipò nell’aprirle la porta. Fece un inchino molto profondo. La mia signora rabbrividì mentre gli passava davanti.
Aspettammo, e aspettammo, e nessuna chiave apparve. Il sergente Cuff non fece alcuna osservazione. Volse il suo volto malinconico alla finestra; mise le mani lunghe nelle tasche; e fischiettò “The Last Rose of Summer” piano tra sé.
Alla fine, Samuel entrò, non con le chiavi, ma con un pezzetto di carta per me. Presi i miei occhiali, con un certo armeggiare e difficoltà, sentendo gli occhi tristi del sergente fissi su di me tutto il tempo. C’erano due o tre righe sulla carta, scritte a matita dalla mia signora. Mi informavano che la signorina Rachel si rifiutava categoricamente di far esaminare il suo guardaroba. Alla richiesta delle ragioni, era scoppiata a piangere. Richiesta di nuovo, aveva detto: “Non voglio, perché non voglio. Devo cedere alla forza se la usate, ma non cederò a nient’altro.” Compresi la ritrosia della mia signora ad affrontare il sergente Cuff con una risposta del genere da parte di sua figlia. Se non fossi stato troppo vecchio per le amabili debolezze della gioventù, credo che avrei arrossito all’idea di affrontarlo io stesso.
“Notizie delle chiavi della signorina Verinder?” chiese il sergente.
“La mia signorina si rifiuta di far esaminare il suo guardaroba.”
“Ah!” disse il sergente.
La sua voce non era in uno stato di disciplina così perfetto come il suo volto. Quando disse “Ah!”, lo disse con il tono di un uomo che aveva sentito qualcosa che si aspettava di sentire. Mi fece arrabbiare e spaventare al tempo stesso — perché, non saprei dirlo, ma lo fece.
“La ricerca deve essere abbandonata?” chiesi.
“Sì,” disse il sergente, “la ricerca deve essere abbandonata, perché la vostra signorina si rifiuta di sottoporvisi come il resto. Dobbiamo esaminare tutti i guardaroba della casa o nessuno. Mandate la valigia del signor Ablewhite a Londra con il prossimo treno, e restituite il registro della biancheria, con i miei complimenti e ringraziamenti, alla giovane donna che lo ha portato.”
Appoggiò il registro della biancheria sul tavolo e, tirando fuori il suo temperino, iniziò a limarsi le unghie.
“Non sembrate molto deluso,” dissi.
“No,” disse il sergente Cuff; “non sono molto deluso.”
Cercai di spingerlo a spiegarsi.
“Perché la signorina Rachel dovrebbe mettervi un ostacolo sulla strada?” chiesi. “Non è nel suo interesse aiutarvi?”
“Aspettate un poco, signor Betteredge — aspettate un poco.”
Teste più brillanti della mia avrebbero potuto vedere dove volesse andare a parare. O una persona meno affezionata alla signorina Rachel di me avrebbe potuto vederlo. L’orrore della mia signora per lui avrebbe potuto (come ho pensato da allora) significare che vedeva le sue intenzioni (come dice la scrittura) “come in uno specchio, in modo oscuro.” Io non lo vedevo ancora — questo è tutto ciò che so.
“Che cosa si deve fare ora?” chiesi.
Il sergente Cuff finì l’unghia su cui stava lavorando, la guardò per un momento con un interesse malinconico e ripose il temperino.
“Venite fuori in giardino,” disse, “e diamo un’occhiata alle rose.”
CAPITOLO XIV
La strada più breve per il giardino, uscendo dal salotto della mia signora, era il sentiero del boschetto, che già conoscete. Per farvi comprendere meglio ciò che sta per venire, posso aggiungere che il sentiero del boschetto era la passeggiata preferita del signor Franklin. Quando era fuori nei terreni, e quando non riuscivamo a trovarlo da nessun’altra parte, di solito lo trovavamo qui.
Temo di dover ammettere di essere un vecchio piuttosto ostinato. Più fermamente il sergente Cuff teneva i suoi pensieri chiusi a me, più fermamente insistevo nel cercare di guardarci dentro. Mentre svoltavamo nel sentiero del boschetto, tentai di aggirarlo in un altro modo.
“Così come stanno le cose,” dissi, “se fossi al vostro posto, sarei alla fine del mio ingegno.”
“Se foste al mio posto,” rispose il sergente, “avreste formato un’opinione — e, così come stanno le cose, qualsiasi dubbio avreste potuto provare in precedenza sulle vostre conclusioni sarebbe completamente fugato. Non importa per il momento quali siano quelle conclusioni, signor Betteredge. Non vi ho portato qui per farmi tormentare come un tasso; vi ho portato qui per chiedervi qualche informazione. Avreste potuto darmela senza dubbio in casa, invece che fuori. Ma le porte e gli ascoltatori hanno la tendenza a mettersi insieme; e, nel mio mestiere, coltiviamo un sano gusto per l’aria aperta.”
Chi poteva aggirare quest’uomo? Cedetti — e aspettai con quanta più pazienza potevo per sentire cosa stesse per venire.
“Non entriamo nei motivi della vostra signorina,” continuò il sergente; “diremo solo che è un peccato che si rifiuti di aiutarmi, perché, così facendo, rende questa indagine più difficile di quanto potrebbe altrimenti essere. Ora dobbiamo cercare di risolvere il mistero della macchia sulla porta — che, potete credermi sulla parola, significa anche il mistero del diamante — in qualche altro modo. Ho deciso di vedere i domestici, e di perquisire i loro pensieri e le loro azioni, signor Betteredge, invece di perquisire i loro guardaroba. Prima di iniziare, tuttavia, voglio chiedervi una o due domande. Siete un uomo osservatore — avete notato qualcosa di strano in qualcuno dei domestici (facendo la dovuta tara, naturalmente, per lo spavento e l’agitazione), dopo che la perdita del diamante è stata scoperta? Qualche litigio particolare tra loro? Qualcuno di loro non nel suo solito umore? Inaspettatamente irritabile, per esempio? o inaspettatamente ammalato?”
Ebbi appena il tempo di pensare all’improvvisa malattia di Rosanna Spearman alla cena di ieri — ma non il tempo di dare alcuna risposta — quando vidi gli occhi del sergente Cuff volgersi improvvisamente verso il boschetto; e lo sentii dire piano tra sé, “Ehi!”
“Che succede?” chiesi.
“Un colpo di reumatismi alla schiena,” disse il sergente, a voce alta, come se volesse che qualche terza persona ci sentisse. “Avremo un cambiamento di tempo prima di molto.”
Alcuni passi più avanti ci portarono all’angolo della casa. Svoltando bruscamente a destra, entrammo sulla terrazza e scendemmo, attraverso i gradini nel mezzo, nel giardino sottostante. Il sergente Cuff si fermò lì, nello spazio aperto, dove potevamo vedere intorno a noi su ogni lato.
“A proposito di quella giovane persona, Rosanna Spearman?” disse. “Non è molto probabile, con il suo aspetto, che abbia un amante. Ma, per il bene della ragazza stessa, devo chiedervi subito se si sia procurata un innamorato, povera disgraziata, come tutti gli altri?”
Che diamine intendeva, nelle presenti circostanze, nel farmi una domanda simile? Lo fissai, invece di rispondergli.
“Ho visto Rosanna Spearman nascondersi nel boschetto mentre passavamo,” disse il sergente.
“Quando avete detto ‘Ehi’?”
“Sì — quando ho detto ‘Ehi!’. Se c’è un innamorato di mezzo, il nascondersi non importa molto. Se non c’è — così come stanno le cose in questa casa — il nascondersi è una circostanza altamente sospetta, e sarà mio doloroso dovere agire di conseguenza.”
Cosa, in nome di Dio, dovevo dirgli? Sapevo che il boschetto era la passeggiata preferita del signor Franklin; sapevo che molto probabilmente avrebbe svoltato da quella parte quando fosse tornato dalla stazione; sapevo che Penelope aveva sorpreso più e più volte la sua compagna di servizio a gironzolare lì intorno, e mi aveva sempre dichiarato che l’obiettivo di Rosanna era attirare l’attenzione del signor Franklin. Se mia figlia aveva ragione, avrebbe potuto benissimo stare in agguato per il ritorno del signor Franklin quando il sergente l’aveva notata. Ero messo tra le due difficoltà di menzionare l’idea fantasiosa di Penelope come se fosse la mia, o di lasciare che una creatura sfortunata subisse le conseguenze, le conseguenze molto gravi, di eccitare il sospetto del sergente Cuff. Per pura pietà verso la ragazza — sulla mia anima e sul mio carattere, per pura pietà verso la ragazza — diedi al sergente le spiegazioni necessarie, e gli dissi che Rosanna era stata così folle da perdere la testa per il signor Franklin Blake.
Il sergente Cuff non rideva mai. Nelle poche occasioni in cui qualcosa lo divertiva, si arricciava un po’ agli angoli delle labbra, niente di più. Si arricciò ora.
“Non sarebbe meglio dire che è così folle da essere una ragazza brutta e solo una domestica?” chiese. “L’innamorarsi di un gentiluomo con i modi e l’aspetto del signor Franklin Blake non mi sembra affatto la parte più folle della sua condotta. Comunque, sono contento che la cosa sia chiarita: allevia la mente avere le cose chiarite. Sì, manterrò il segreto, signor Betteredge. Mi piace essere tenero verso l’umana infermità — anche se non ho molte occasioni di esercitare questa virtù nel mio mestiere. Pensate che il signor Franklin Blake non abbia il sospetto della cotta della ragazza per lui? Ah! lo avrebbe scoperto abbastanza in fretta se lei fosse stata una bella ragazza. Le donne brutte se la passano male in questo mondo; speriamo che venga loro compensato in un altro. Avete un bel giardino qui, e un prato ben tenuto. Vedete voi stessi quanto meglio appaiono i fiori con l’erba intorno invece della ghiaia. No, grazie. Non prenderò una rosa. Mi si spezza il cuore a staccarle dal gambo. Proprio come si spezza il cuore a voi, sapete, quando c’è qualcosa che non va tra i domestici. Avete notato qualcosa di inspiegabile in qualcuno dei domestici quando la perdita del diamante è stata scoperta per la prima volta?”
Me la ero cavata piuttosto bene con il sergente Cuff finora. Ma l’astuzia con cui infilò quell’ultima domanda mi mise in guardia. In parole povere, non gradivo affatto l’idea di aiutare le sue indagini, quando quelle indagini lo portavano (nella veste di serpe in seno) tra i miei compagni di servizio.
“Non ho notato nulla,” dissi, “se non che abbiamo perso tutti la testa insieme, me compreso.”
“Oh,” dice il sergente, “è tutto ciò che avete da dirmi, vero?”
Risposi, (come mi lusingavo) con un volto impassibile, “Questo è tutto.”
Gli occhi tristi del sergente Cuff mi guardarono dritto in faccia.
“Signor Betteredge,” disse, “avete qualche obiezione a farmi il piacere di stringermi la mano? Ho preso una simpatia straordinaria per voi.”
(Perché abbia scelto proprio il momento in cui lo stavo ingannando per darmi quella prova della sua buona opinione, è del tutto incomprensibile! Mi sentivo un po' orgoglioso — davvero, mi sentivo un po' orgoglioso di essere riuscito finalmente a superare in astuzia il celebre Cuff!)
Tornammo alla casa; il sergente mi chiese di riservargli una stanza tutta per sé e di farvi entrare i domestici (solo quelli che prestavano servizio all'interno), uno dopo l'altro, in ordine di rango, dal primo all'ultimo.
Accompagnai il sergente Cuff nella mia stanza e poi radunai i domestici nel salone. Rosanna Spearman apparve tra loro, pressappoco come al solito. Era svelta nel suo genere quanto il sergente nel suo, e sospetto che avesse sentito ciò che lui mi aveva detto riguardo ai domestici in generale, appena prima che la scoprisse. Ad ogni modo, eccola lì, con l'aria di chi non avesse mai sentito parlare in vita sua di un posto chiamato giardino.
Li feci entrare, uno a uno, come richiesto. La cuoca fu la prima a entrare nella Corte di Giustizia, alias la mia stanza. Rimase solo per poco tempo. Rapporto, all'uscita: “Il sergente Cuff è giù di morale; ma il sergente Cuff è un perfetto gentiluomo”. Seguì la cameriera personale della mia signora. Rimase molto più a lungo. Rapporto, all'uscita: “Se il sergente Cuff non crede a una donna rispettabile, potrebbe tenersi le sue opinioni per sé, perlomeno!”. Penelope andò dopo. Rimase solo un momento o due. Rapporto, all'uscita: “Il sergente Cuff è molto da compatire. Deve aver avuto una delusione d'amore, padre, quando era giovane”. La prima cameriera seguì Penelope. Rimase, come la cameriera della mia signora, a lungo. Rapporto, all'uscita: “Non sono entrata al servizio di sua signoria, signor Betteredge, per farmi dare della bugiarda in faccia da un poliziotto da quattro soldi!”. Rosanna Spearman andò dopo. Rimase più di tutti loro. Nessun rapporto all'uscita — silenzio di tomba e labbra pallide come cenere. Samuel, il valletto, seguì Rosanna. Rimase un minuto o due. Rapporto, all'uscita: “Chiunque lucidi gli stivali del sergente Cuff dovrebbe vergognarsi”. Nancy, la sguattera, andò per ultima. Rimase un minuto o due. Rapporto, all'uscita: “Il sergente Cuff ha un cuore; non fa scherzi, signor Betteredge, con una povera ragazza che lavora sodo”.
Entrando nella Corte di Giustizia, quando tutto fu finito, per sentire se ci fossero ulteriori ordini per me, trovai il sergente al suo solito trucco — guardare fuori dalla finestra e fischiettare “The Last Rose of Summer” tra sé e sé.
“Qualche scoperta, signore?” chiesi.
“Se Rosanna Spearman chiede il permesso di uscire,” disse il sergente, “lasciate che la poverina vada; ma fatemelo sapere prima.”
Tanto valeva che fossi rimasto zitto riguardo a Rosanna e al signor Franklin! Era fin troppo chiaro; la sfortunata ragazza era caduta sotto i sospetti del sergente Cuff, nonostante tutto quello che potevo fare per impedirlo.
“Spero non crediate che Rosanna sia coinvolta nella sparizione del Diamante?” mi azzardai a dire.
Gli angoli della bocca malinconica del sergente si curvarono verso l'alto e lui mi fissò dritto in faccia, proprio come aveva fatto in giardino.
“Credo sia meglio non dirvelo, signor Betteredge,” disse. “Potreste perdere la testa, sapete, per la seconda volta.”
Cominciai a dubitare di aver superato in astuzia il celebre Cuff, dopo tutto! Fu un sollievo che venissimo interrotti da un bussare alla porta e da un messaggio della cuoca. Rosanna Spearman aveva chiesto di uscire, per il solito motivo, che le doleva la testa e voleva una boccata d'aria fresca. Con un cenno del sergente, dissi di sì. “Qual è l'uscita dei domestici?” chiese lui, quando il messaggero se ne fu andato. Gli indicai l'uscita dei domestici. “Chiudete la porta della vostra stanza,” dice il sergente; “e se qualcuno mi cerca, dite che sono lì dentro, a comporre il mio spirito.” Si ripiegò di nuovo agli angoli delle labbra e sparì.
Rimasto solo, in quelle circostanze, una curiosità divorante mi spinse a fare qualche scoperta per conto mio.
Era evidente che i sospetti del sergente Cuff su Rosanna erano stati destati da qualcosa che aveva scoperto durante l'interrogatorio dei domestici nella mia stanza. Ora, gli unici due domestici (eccetto Rosanna stessa) che erano rimasti sotto esame per un certo tempo, erano la cameriera personale della mia signora e la prima cameriera, essendo quelle due anche le donne che avevano preso l'iniziativa di perseguitare la loro sfortunata compagna di servizio fin dall'inizio. Giunto a queste conclusioni, andai a trovarle, casualmente per così dire, nella sala dei domestici e, trovando che si stava prendendo il tè, mi invitai istantaneamente a quel pasto. (Perché, nota bene, una goccia di tè è per la lingua di una donna ciò che una goccia d'olio è per una lampada che si consuma.)
La mia fiducia nella teiera, come alleata, non rimase senza ricompensa. In meno di mezz'ora sapevo quanto il sergente stesso.
La cameriera della mia signora e la cameriera, a quanto pareva, non avevano creduto all'indisposizione di Rosanna del giorno precedente. Quei due demoni — mi perdonerete; ma come altro si può descrivere un paio di donne dispettose? — erano salite di sopra, a intervalli durante il pomeriggio di giovedì; avevano provato la porta di Rosanna e l'avevano trovata chiusa a chiave; avevano bussato e non avevano ricevuto risposta; avevano ascoltato e non avevano sentito un suono all'interno. Quando la ragazza era scesa per il tè, ed era stata mandata a letto di nuovo, ancora indisposta, i due demoni di cui sopra avevano riprovato la sua porta e l'avevano trovata chiusa a chiave; avevano guardato dal buco della serratura e l'avevano trovato ostruito; avevano visto una luce sotto la porta a mezzanotte e avevano sentito lo scoppiettio di un fuoco (un fuoco nella camera da letto di una domestica nel mese di giugno!) alle quattro del mattino. Tutto questo l'avevano raccontato al sergente Cuff, il quale, in cambio della loro sollecitudine a illuminarlo, le aveva guardate con sguardi acidi e sospettosi, e aveva mostrato chiaramente che non credeva né all'una né all'altra. Da qui, i rapporti sfavorevoli su di lui che queste due donne avevano portato fuori con loro dall'esame. Da qui, anche (senza contare l'influenza della teiera), la loro prontezza a lasciar correre la lingua su qualsiasi argomento riguardo all'atteggiamento sgarbato del sergente nei loro confronti.
Avendo avuto esperienza dei modi tortuosi del grande Cuff, e avendolo visto per l'ultima volta chiaramente intenzionato a seguire Rosanna privatamente quando era uscita per la sua passeggiata, mi parve chiaro che avesse ritenuto inopportuno far sapere alla cameriera della signora e alla cameriera quanto lo avessero aiutato materialmente. Erano esattamente il tipo di donne che, se avesse trattato le loro testimonianze come degne di fiducia, si sarebbero gonfiate di orgoglio e avrebbero detto o fatto qualcosa che avrebbe messo Rosanna Spearman in guardia.
Uscii nel bel pomeriggio estivo, molto dispiaciuto per la povera ragazza e molto inquieto per la piega che avevano preso le cose. Dirigendomi verso il giardino, poco tempo dopo, incontrai il signor Franklin. Dopo essere tornato dall'aver accompagnato la cugina alla stazione, era stato con la mia signora, intrattenendo una lunga conversazione con lei. Lei gli aveva riferito dell'inspiegabile rifiuto di Miss Rachel di lasciar esaminare il proprio guardaroba; e lo aveva messo di così cattivo umore riguardo alla mia giovane signora che lui sembrava sottrarsi al parlarne. Il temperamento di famiglia apparve sul suo volto quella sera, per la prima volta nella mia esperienza con lui.
“Ebbene, Betteredge,” disse, “come ti va l'atmosfera di mistero e sospetto in cui stiamo vivendo tutti ora? Ti ricordi quella mattina in cui arrivai qui per la prima volta con il Moonstone? Dio volesse che l'avessimo gettato nelle sabbie mobili!”
Dopo essere esploso in quel modo, si astenne dal parlare di nuovo finché non si fu ricomposto. Camminammo in silenzio, fianco a fianco, per un minuto o due, e poi mi chiese che fine avesse fatto il sergente Cuff. Era impossibile sviare il signor Franklin con la scusa che il sergente era nella mia stanza, a comporre il suo spirito. Gli raccontai esattamente cosa era successo, menzionando in particolare ciò che la cameriera della mia signora e la cameriera avevano detto su Rosanna Spearman.
La mente lucida del signor Franklin comprese la piega che avevano preso i sospetti del sergente in un batter d'occhio.
“Non mi hai detto stamattina,” disse, “che uno dei commercianti ha dichiarato di aver incontrato Rosanna ieri, sul sentiero per Frizinghall, quando supponevamo che fosse malata nella sua stanza?”
“Sì, signore.”
“Se la cameriera di mia zia e l'altra donna hanno detto la verità, puoi star certo che il commerciante l'ha incontrata davvero. L'attacco di malattia della ragazza era una farsa per ingannarci. Aveva qualche colpevole motivo per andare in città segretamente. L'abito macchiato di vernice è suo; e il fuoco sentito scoppiettare nella sua stanza alle quattro del mattino era un fuoco acceso per distruggerlo. Rosanna Spearman ha rubato il Diamante. Vado subito dentro a dire a mia zia la piega che hanno preso le cose.”
“Non ancora, se vi piace, signore,” disse una voce malinconica dietro di noi.
Ci voltammo entrambi e ci ritrovammo faccia a faccia con il sergente Cuff.
“Perché non ancora?” chiese il signor Franklin.
“Perché, signore, se lo dite a sua signoria, sua signoria lo dirà a Miss Verinder.”
“Supponiamo che lo faccia. E allora?” Il signor Franklin disse quelle parole con un'improvvisa foga e veemenza, come se il sergente lo avesse mortalmente offeso.
“Pensate che sia saggio, signore,” disse il sergente Cuff, tranquillamente, “farmi una domanda del genere — in un momento come questo?”
Ci fu un momento di silenzio tra loro: il signor Franklin si avvicinò al sergente. I due si guardarono dritto in faccia. Il signor Franklin parlò per primo, abbassando la voce tanto improvvisamente quanto l'aveva alzata.
“Suppongo sappiate, signor Cuff,” disse, “che state camminando su un terreno delicato?”
“Non è la prima volta, su molte centinaia, che mi ritrovo a camminare su un terreno delicato,” rispose l'altro, immobile come sempre.
“Devo intendere che mi proibite di dire a mia zia cosa è successo?”
“Dovete intendere, se vi piace, signore, che abbandono il caso se dite a Lady Verinder, o dite a chiunque, cosa è successo, finché non vi darò il permesso.”
Questo chiuse la questione. Il signor Franklin non ebbe altra scelta che sottomettersi. Si voltò con rabbia e ci lasciò.
Ero rimasto lì ad ascoltarli, tutto tremante; non sapendo chi sospettare o cosa pensare dopo. Nel mezzo della mia confusione, due cose, tuttavia, mi erano chiare. Primo, che la mia giovane signora era, in qualche modo inspiegabile, dietro i discorsi taglienti che si erano scambiati. Secondo, che si comprendevano perfettamente, senza aver precedentemente scambiato una parola di spiegazione da entrambe le parti.
“Signor Betteredge,” dice il sergente, “avete fatto una cosa molto sciocca in mia assenza. Avete fatto un po' di lavoro investigativo per conto vostro. In futuro, forse, sarete così gentile da fare il vostro lavoro investigativo insieme a me.”
Mi prese sottobraccio e mi portò via con sé lungo la strada da cui era venuto. Oso dire che mi ero meritato il suo rimprovero — ma non avevo intenzione di aiutarlo a tendere trappole a Rosanna Spearman, nonostante tutto. Ladra o non ladra, legale o non legale, non mi importa — la compativo.
“Cosa volete da me?” chiesi, scrollandomelo di dosso e fermandomi di colpo.
“Solo qualche informazione sui dintorni qui intorno,” disse il sergente.
Non potevo certo oppormi a migliorare la conoscenza geografica del sergente Cuff.
“C'è qualche sentiero, in quella direzione, che porta alla spiaggia del mare da questa casa?” chiese il sergente. Indicò, mentre parlava, la piantagione di abeti che portava alle Sabbie Mobili.
“Sì,” dissi, “c'è un sentiero.”
“Mostratemelo.”
Fianco a fianco, nel grigio della sera estiva, il sergente Cuff ed io partimmo per le Sabbie Mobili.
CAPITOLO XV
Il sergente rimase in silenzio, immerso nei suoi pensieri, finché non entrammo nella piantagione di abeti che portava alle sabbie mobili. Lì si riscosse, come un uomo la cui mente è decisa, e mi parlò di nuovo.
“Signor Betteredge,” disse, “poiché mi avete onorato prendendo un remo nella mia barca, e poiché potreste, penso, essermi di qualche aiuto prima che la serata finisca, non vedo l'utilità di continuare a mistificarci a vicenda, e mi propongo di darvi un esempio di franchezza da parte mia. Siete determinato a non darmi alcuna informazione a pregiudizio di Rosanna Spearman, perché è stata una brava ragazza con voi e perché la compatite di cuore. Quelle considerazioni umane vi fanno un mondo di onore, ma capitano in questo caso di essere considerazioni umane del tutto sprecate. Rosanna Spearman non corre il minimo pericolo di finire nei guai — no, nemmeno se la inchiodassi come complice nella sparizione del Diamante, con prove che sono chiare come il sole!”
“Intendete dire che la mia signora non sporgerà denuncia?” chiesi.
“Intendo dire che la vostra signora non può sporgere denuncia,” disse il sergente. “Rosanna Spearman è semplicemente uno strumento nelle mani di un'altra persona, e Rosanna Spearman sarà tenuta al sicuro per il bene di quell'altra persona.”
Parlava come un uomo sincero — non si poteva negarlo. Eppure, sentivo qualcosa che si agitava inquietamente contro di lui nella mia mente. “Non potete dare un nome a quell'altra persona?” dissi.
“Non potete voi, signor Betteredge?”
“No.”
Il sergente Cuff rimase immobile come una statua e mi esaminò con uno sguardo di malinconico interesse.
“È sempre un piacere per me essere tenero verso l'infermità umana,” disse. “Mi sento particolarmente tenero in questo momento, signor Betteredge, verso di voi. E voi, con lo stesso eccellente motivo, vi sentite particolarmente tenero verso Rosanna Spearman, vero? Vi capita di sapere se ha avuto un nuovo corredo di biancheria ultimamente?”
Cosa intendesse dicendo questa domanda straordinaria all'improvviso, non ne avevo la più pallida idea. Non vedendo alcun possibile danno per Rosanna se avessi detto la verità, risposi che la ragazza era venuta da noi piuttosto scarsamente fornita di biancheria, e che la mia signora, in ricompensa per la sua buona condotta (diedi enfasi alla sua buona condotta), le aveva dato un corredo nuovo non più di quindici giorni fa.
“Questo è un mondo miserabile,” dice il sergente. “La vita umana, signor Betteredge, è una specie di bersaglio — la sfortuna sta sempre sparando contro di esso, e colpisce sempre il segno. Ma per quel corredo, avremmo scoperto una nuova camicia da notte o una sottoveste tra le cose di Rosanna, e l'avremmo inchiodata in quel modo. Non siete in difficoltà a seguirmi, vero? Avete esaminato voi stesso i domestici e sapete quali scoperte ne hanno fatto due fuori dalla porta di Rosanna. Sicuramente sapete cosa ha combinato la ragazza ieri, dopo che si è sentita male? Non potete indovinare? Oh cielo, è chiaro come quella striscia di luce là, alla fine degli alberi. Alle undici, di giovedì mattina, il sovrintendente Seegrave (che è un ammasso di infermità umana) indica a tutte le donne di servizio la macchia sulla porta. Rosanna ha le sue ragioni per sospettare delle proprie cose; coglie la prima occasione per andare nella sua stanza, trova la macchia di vernice sulla sua camicia da notte, o sottoveste, o quant'altro, finge di stare male e scivola via verso la città, prende i materiali per confezionare una nuova sottoveste o camicia da notte, la fa da sola nella sua stanza giovedì notte, accende un fuoco (non per distruggerla; due delle sue compagne di servizio stanno spiando fuori dalla sua porta, e lei sa bene di non fare odore di bruciato e di non avere un sacco di cenere di cui sbarazzarsi) — accende un fuoco, dico, per asciugare e stirare l'abito sostitutivo dopo averlo strizzato, tiene l'abito macchiato nascosto (probabilmente addosso a sé), ed è in questo momento occupata a sbarazzarsene, in qualche posto conveniente, su quel tratto solitario di spiaggia davanti a noi. L'ho seguita questa sera fino al vostro villaggio di pescatori e fino a una particolare casetta, che potremmo forse dover visitare, prima di tornare. Si è fermata nella casa per un po', ed è uscita con (come credo) qualcosa nascosto sotto il mantello. Un mantello (sulle spalle di una donna) è un emblema di carità — copre una moltitudine di peccati. L'ho vista partire verso nord lungo la costa, dopo aver lasciato la casa. La vostra spiaggia qui è considerata un bell'esempio di paesaggio marino, signor Betteredge?”
Risposi, “Sì,” il più brevemente possibile.
“I gusti sono gusti,” dice il sergente Cuff. “Guardandolo dal mio punto di vista, non ho mai visto un paesaggio marino che ammirassi meno. Se vi capita di seguire un'altra persona lungo la vostra costa, e se quella persona si volta, non c'è un brandello di copertura per nascondervi da nessuna parte. Ho dovuto scegliere tra prendere Rosanna in custodia per sospetto, o lasciarla, per il momento, con il suo piccolo gioco nelle sue mani. Per ragioni che non vi dirò, ho deciso di fare qualsiasi sacrificio piuttosto che dare l'allarme già stasera a una certa persona che rimarrà innominata tra noi. Sono tornato alla casa per chiedervi di portarmi all'estremità nord della spiaggia per un'altra via. La sabbia — rispetto al modo in cui conserva le impronte dei passi delle persone — è uno dei migliori ufficiali investigativi che conosco. Se non incontriamo Rosanna Spearman arrivando da questa parte, la sabbia potrebbe dirci cosa ha combinato, se la luce dura abbastanza. Ecco la sabbia. Se volete scusare il mio suggerimento — supponete di tacere e lasciarmi andare avanti?”
Se esiste una cosa nota alla bottega del dottore come febbre investigativa, quella malattia aveva ormai preso saldamente il vostro umile servitore. Il sergente Cuff andò avanti tra le colline di sabbia, giù verso la spiaggia. Lo seguii (con il cuore in gola); e aspettai a breve distanza ciò che sarebbe accaduto dopo.
Come si è scoperto, mi sono ritrovato a stare quasi nello stesso posto in cui Rosanna Spearman ed io stavamo parlando insieme quando il signor Franklin apparve improvvisamente davanti a noi, arrivando a casa nostra da Londra. Mentre i miei occhi osservavano il sergente, la mia mente vagava suo malgrado verso ciò che era successo, in quell'occasione precedente, tra Rosanna ed me. Dichiaro che ho quasi sentito la poverina infilarmi di nuovo la mano nella mia e darmela una piccola stretta riconoscente per ringraziarmi di averle parlato gentilmente. Dichiaro che ho quasi sentito la sua voce dirmi di nuovo che le Sabbie Mobili sembravano attirarla a sé contro la sua stessa volontà, ogni volta che usciva — ho quasi visto il suo viso illuminarsi di nuovo, come si illuminò quando posò gli occhi per la prima volta sul signor Franklin che usciva vivacemente verso di noi da tra le colline. Il mio umore scese sempre più in basso mentre pensavo a queste cose — e la vista della solitaria baia, quando mi guardai intorno per scuotermi, servì solo a farmi sentire ancora più inquieto.
L'ultima luce della sera stava svanendo; e su tutto il luogo desolato pendeva una calma immobile e terribile. Il sollevarsi dell'oceano aperto sul grande banco di sabbia nella baia, era un sollevamento che non faceva rumore. Il mare interno giaceva perduto e fioco, senza un alito di vento a incresparlo. Macchie di melma sgradevole galleggiavano, giallo-bianche, sulla superficie morta dell'acqua. Schiuma e fango brillavano debolmente in certi punti, dove l'ultima luce li coglieva ancora sulle due grandi lingue di roccia che sporgevano, a nord e a sud, nel mare. Era ora il momento dell'inversione della marea: e proprio mentre stavo lì ad aspettare, l'ampia faccia bruna delle sabbie mobili iniziò a incresparsi e tremare — l'unica cosa che si muoveva in tutto l'orribile posto.
Vidi il sergente trasalire quando il fremito della sabbia colpì il suo occhio. Dopo averlo guardato per un minuto o poco più, si voltò e tornò da me.
“Un posto insidioso, signor Betteredge,” disse; “e nessun segno di Rosanna Spearman da nessuna parte sulla spiaggia, guardate dove volete.”
Mi condusse più in basso sulla riva e vidi con i miei occhi che le sue impronte e le mie erano le uniche lasciate sulla sabbia.
“Com’è orientato il villaggio di pescatori, stando dove siamo ora?” chiese il sergente Cuff.
“Cobb’s Hole,” risposi (essendo quello il nome del luogo), “si trova, per quanto possibile, esattamente a sud.”
“Ho visto la ragazza stasera, camminare verso nord lungo la riva, provenendo da Cobb’s Hole,” disse il sergente. “Di conseguenza, deve aver camminato verso questo punto. Cobb’s Hole si trova dall'altra parte di quella punta di terra là? E possiamo arrivarci — ora che c’è la bassa marea — passando dalla spiaggia?”
Risposi di sì a entrambe le domande.
“Se mi perdonate il suggerimento, cammineremo a passo svelto,” disse il sergente. “Voglio trovare il punto in cui ha lasciato la riva, prima che faccia buio.”
Avevamo camminato, dovrei dire, per un paio di centinaia di iarde verso Cobb’s Hole, quando il sergente Cuff si inginocchiò improvvisamente sulla spiaggia, in apparenza colto da un’improvvisa frenesia di mettersi a pregare.
“C’è qualcosa da dire per il vostro paesaggio marino qui, dopotutto,” osservò il sergente. “Ecco le impronte di una donna, signor Betteredge! Chiamiamole le impronte di Rosanna, finché non troveremo prove contrarie a cui non potremo opporci. Impronte molto confuse, noterete — intenzionalmente confuse, direi. Ah, povera anima, comprende le virtù investigative della sabbia tanto quanto me! Ma non è stata forse un po’ troppo frettolosa nello cancellare bene i segni? Credo di sì. Ecco un’impronta che va da Cobb’s Hole; ed eccone un’altra che torna indietro. Non è forse la punta della sua scarpa rivolta dritto verso il bagnasciuga? E non vedo forse due segni di tacchi più avanti sulla spiaggia, vicini anche loro al bagnasciuga? Non voglio ferire i vostri sentimenti, ma temo che Rosanna sia astuta. Sembra che avesse deciso di arrivare in quel punto da cui io e voi siamo appena venuti, senza lasciare alcun segno sulla sabbia che permettesse di seguirla. Diciamo che ha camminato nell’acqua da questo punto fino a raggiungere quella sporgenza di rocce dietro di noi, ed è tornata indietro per la stessa via, per poi rimettersi sulla spiaggia dove sono rimasti quei due segni di tacchi? Sì, diciamo così. Sembra concordare con la mia idea che avesse qualcosa sotto il mantello, quando ha lasciato il cottage. No! Non qualcosa da distruggere — perché, in tal caso, che bisogno ci sarebbe stato di tutte queste precauzioni per impedirmi di rintracciare il luogo in cui terminava la sua passeggiata? Qualcosa da nascondere è, credo, l’ipotesi migliore delle due. Forse, se andiamo al cottage, potremmo scoprire cosa sia questo qualcosa?”
A questa proposta, la mia febbre da detective si raffreddò improvvisamente. “Non avete bisogno di me,” dissi. “Che bene posso fare?”
“Più vi conosco, signor Betteredge,” disse il sergente, “più virtù scopro. Modestia — oh mio Dio, quanto è rara la modestia in questo mondo! E quanto di tale rarità possedete! Se vado da solo al cottage, le lingue della gente saranno legate alla prima domanda che porrò loro. Se vado con voi, sarò introdotto da un vicino giustamente rispettato, e una conversazione fluida ne sarà il risultato necessario. Mi appare sotto questa luce; a voi come appare?”
Non avendo una risposta della prontezza necessaria tanto pronta quanto avrei voluto, cercai di guadagnare tempo chiedendogli a quale cottage volesse andare.
Quando il sergente descrisse il posto, lo riconobbi come un cottage abitato da un pescatore di nome Yolland, con sua moglie e due figli adulti, un maschio e una femmina. Se guardate indietro, scoprirete che, nel presentarvi Rosanna Spearman, l’ho descritta mentre variava occasionalmente la sua passeggiata verso la Shivering Sand con una visita ad alcune sue amiche a Cobb’s Hole. Quegli amici erano gli Yolland — persone rispettabili e degne, un vanto per il vicinato. La conoscenza di Rosanna con loro era iniziata tramite la figlia, afflitta da un piede deforme, conosciuta dalle nostre parti col nome di Lucy la Zoppa. Le due ragazze deformi avevano, suppongo, una sorta di affinità reciproca. Ad ogni modo, gli Yolland e Rosanna sembravano sempre andare d’accordo, nelle poche occasioni che avevano di incontrarsi, in modo piacevole e amichevole. Il fatto che il sergente Cuff avesse rintracciato la ragazza al loro cottage mise la questione del mio aiuto alle sue indagini sotto una luce del tutto nuova. Rosanna era semplicemente andata dove era solita andare; e dimostrare che era stata in compagnia del pescatore e della sua famiglia valeva quanto provare che, fin lì almeno, era stata occupata in modo innocente. Sarebbe stato quindi fare un servizio alla ragazza, invece che un danno, se mi fossi lasciato convincere dalla logica del sergente Cuff. Mi dichiarai convinto di conseguenza.
Proseguimmo per Cobb’s Hole, osservando le impronte sulla sabbia finché durò la luce.
Arrivati al cottage, il pescatore e suo figlio si rivelarono essere fuori con la barca; e Lucy la Zoppa, sempre debole e stanca, stava riposando sul suo letto di sopra. La buona signora Yolland ci accolse da sola nella sua cucina. Quando seppe che il sergente Cuff era un personaggio celebre di Londra, sbatté sul tavolo una bottiglia di gin olandese e un paio di pipe pulite, fissandolo come se non potesse mai vederlo abbastanza.
Rimasi in silenzio in un angolo, in attesa di sentire come il sergente avrebbe trovato la strada per il soggetto di Rosanna Spearman. Il suo solito modo indiretto di procedere si rivelò, in questa occasione, essere più indiretto che mai. Come ci sia riuscito è più di quanto potessi dire all’epoca, ed è più di quanto possa dire ora. Ma questo è certo: iniziò con la Famiglia Reale, i Metodisti Primitivi e il prezzo del pesce; e da lì passò (nel suo modo cupo e sotterraneo) alla perdita della Moonstone, alla malevolenza della nostra prima cameriera e al comportamento duro delle domestiche in generale nei confronti di Rosanna Spearman. Raggiunto l’argomento in questo modo, si descrisse come impegnato a fare indagini sul Diamante perduto, in parte con l’intento di ritrovarlo, e in parte allo scopo di scagionare Rosanna dagli ingiusti sospetti dei suoi nemici in casa. A circa un quarto d’ora dal nostro ingresso in cucina, la buona signora Yolland era convinta di parlare con il miglior amico di Rosanna, e stava insistendo affinché il sergente Cuff si confortasse lo stomaco e si rinvigorisse lo spirito con la bottiglia olandese.
Essendo fermamente convinto che il sergente stesse sprecando il fiato inutilmente con la signora Yolland, sedetti godendomi la conversazione tra loro, più o meno come mi è capitato, ai miei tempi, di godermi uno spettacolo teatrale. Il grande Cuff mostrò una pazienza meravigliosa; tentando la fortuna in modo desolato qua e là, e sparando colpo dopo colpo, per così dire, a casaccio, nella speranza di colpire il bersaglio. Tutto a credito di Rosanna, nulla a pregiudizio di Rosanna — ecco come finiva, per quanto ci provasse; con la signora Yolland che parlava a macchinetta e riponeva in lui la massima fiducia. Il suo ultimo tentativo fu fatto quando guardammo gli orologi e ci alzammo prima di congedarci.
“Vi auguro la buonanotte, signora,” dice il sergente. “E dirò solo, nel congedarmi, che Rosanna Spearman ha un sincero sostenitore in me, vostro umile servitore. Ma, oh mio Dio! non farà mai strada nel suo posto attuale; e il mio consiglio per lei è — lasciatelo.”
“Benedetto il vostro cuore! sta per lasciarlo!” grida la signora Yolland. (Nota bene — traduco la signora Yolland dal dialetto dello Yorkshire alla lingua inglese. Quando vi dico che il bravissimo Cuff era di tanto in tanto perplesso nel capirla finché non lo aiutavo, trarrete le vostre conclusioni su quale sarebbe il vostro stato d’animo se la riportassi nella sua lingua natia.)
Rosanna Spearman sta per lasciarci! drizzai le orecchie a quel punto. Sembrava strano, a dir poco, che non avesse dato alcun preavviso, in primo luogo, alla mia signora o a me. Un certo dubbio mi sorse in mente se l’ultimo colpo sparato a casaccio dal sergente Cuff non avesse colpito il bersaglio. Iniziai a chiedermi se la mia parte in quei procedimenti fosse stata così innocua come avevo pensato. Poteva anche essere nel modo di fare degli affari del sergente mistificare una donna onesta avvolgendola in una rete di bugie, ma era mio dovere ricordare, da buon protestante, che il padre delle bugie è il Diavolo — e che la malizia e il Diavolo non sono mai lontani. Iniziando ad annusare malizia nell’aria, cercai di portare via il sergente Cuff. Si sedette di nuovo all’istante e chiese un goccio di conforto dalla bottiglia olandese. La signora Yolland si sedette di fronte a lui e gli diede il suo bicchierino. Mi avviai verso la porta, eccessivamente a disagio, e dissi che pensavo di dover augurar loro la buonanotte — e tuttavia non me ne andai.
“Quindi intende andarsene?” dice il sergente. “Cosa farà quando se ne andrà? Triste, triste! La povera creatura non ha amici al mondo, a parte voi e me.”
“Ah, ma ne ha invece!” dice la signora Yolland. “È venuta qui, come vi ho detto, stasera; e, dopo essersi seduta e aver parlato un po’ con la mia ragazza Lucy e me, ha chiesto di andare di sopra da sola, nella stanza di Lucy. È l’unica stanza nel nostro posto dove ci sono penna e inchiostro. ‘Voglio scrivere una lettera a un amico,’ dice ‘e non posso farlo per via degli sguardi e delle curiosità dei servitori su alla casa.’ A chi fosse scritta la lettera non posso dirvelo: deve essere stata terribilmente lunga, a giudicare dal tempo che ha passato di sopra a scriverla. Le ho offerto un francobollo quando è scesa. Non aveva la lettera in mano, e non ha accettato il francobollo. Un po’ riservata, povera anima (come sapete), su se stessa e le sue faccende. Ma un amico ce l’ha da qualche parte, ve lo posso dire; e da quell’amico potete star certi che andrà.”
“Presto?” chiese il sergente.
“Appena può,” dice la signora Yolland.
Qui intervenni di nuovo dalla porta. Come capo del personale della mia signora, non potevo permettere che questo tipo di chiacchiere a vanvera su una nostra servitrice che se ne va, o non se ne va, continuasse ancora in mia presenza, senza farle notare.
“Dovete sbagliarvi su Rosanna Spearman,” dissi. “Se avesse avuto intenzione di lasciare la sua attuale posizione, lo avrebbe menzionato, in primo luogo, a me.”
“Sbagliarmi?” grida la signora Yolland. “Perché, solo un’ora fa ha comprato alcune cose che le servivano per viaggiare — proprio da me, signor Betteredge, in questa stessa stanza. E questo mi ricorda,” dice la donna estenuante, iniziando improvvisamente a rovistare in tasca, “qualcosa che ho in mente di dire su Rosanna e i suoi soldi. È probabile che uno di voi la veda quando tornerete alla casa?”
“Porterò un messaggio alla povera creatura, con il massimo piacere,” rispose il sergente Cuff, prima che potessi inserire una parola di traverso.
La signora Yolland tirò fuori dalla tasca alcuni scellini e sei pence, e li contò con una meticolosità molto particolare e irritante sul palmo della mano. Offrì il denaro al sergente, apparendo molto riluttante a separarsene per tutto il tempo.
“Potrei chiedervi di restituire questo a Rosanna, con il mio affetto e i miei rispetti?” dice la signora Yolland. “Ha insistito per pagarmi per le una o due cose che le sono piaciute stasera — e i soldi sono ben accetti a casa nostra, non lo nego. Tuttavia, non sono tranquilla nel prendere i piccoli risparmi della poverina. E a dirvi la verità, non credo che il mio uomo gradirebbe sentire che ho preso i soldi di Rosanna Spearman, quando tornerà domani mattina dal lavoro. Per favore ditele che è la benvenuta per le cose che ha comprato da me — come regalo. E non lasciate i soldi sul tavolo,” dice la signora Yolland, posandoli improvvisamente davanti al sergente, come se le bruciassero le dita — “non fatelo, brav’uomo! Perché i tempi sono duri, e la carne è debole; e potrei sentirmi tentata di rimetterli in tasca.”
“Andiamo!” dissi, “non posso aspettare oltre: devo tornare alla casa.”
“Vi seguirò subito,” dice il sergente Cuff.
Per la seconda volta, andai alla porta; e, per la seconda volta, per quanto potessi provarci, non riuscii a varcare la soglia.
“È una questione delicata, signora,” sentii dire al sergente, “restituire denaro. Le avete fatto pagare poco le cose, ne sono certo?”
“Poco!” dice la signora Yolland. “Venite a giudicare voi stesso.”
Prese la candela e guidò il sergente in un angolo della cucina. Per quanto potessi fare, non riuscii a non seguirli. Ammassato nell’angolo c’era un mucchio di cianfrusaglie (per lo più vecchio metallo), che il pescatore aveva raccolto in diverse occasioni da navi naufragate, e per le quali non aveva ancora trovato un mercato di suo gradimento. La signora Yolland si tuffò in quel mucchio di rifiuti e ne tirò fuori una vecchia scatola di latta laccata, con un coperchio e un gancio per appenderla — il tipo di cosa che usano, a bordo delle navi, per tenere le loro mappe e carte nautiche, e simili, al riparo dall’umidità.
“Ecco!” dice. “Quando Rosanna è venuta stasera, ha comprato quella che fa il paio con questa. ‘Andrà bene,’ dice, ‘per metterci i miei polsini e colletti, ed evitare che si sgualciscano nella mia cassa.’ Uno e nove, signor Cuff. Come è vero che vivo di pane, non un mezzo penny di più!”
“Prezzo da straccivendolo!” dice il sergente, con un sospiro profondo.
Pesò la scatola nella mano. Mi sembrò di sentire una nota o due di “The Last Rose of Summer” mentre la guardava. Non c’era dubbio ora! Aveva fatto un’altra scoperta a pregiudizio di Rosanna Spearman, nel posto tra tutti gli altri dove pensavo il suo carattere fosse più al sicuro, e tutto per colpa mia! Lascio a voi immaginare cosa ho provato, e quanto sinceramente mi sia pentito di essere stato il mezzo di introduzione tra la signora Yolland e il sergente Cuff.
“Basta così,” dissi. “Dobbiamo proprio andare.”
Senza prestarmi la minima attenzione, la signora Yolland fece un altro tuffo tra i rifiuti e ne uscì, questa volta, con una catena da cane.
“Pesatela nella vostra mano, signore,” disse al sergente. “Ne avevamo tre di queste; e Rosanna ne ha prese due. ‘Cosa te ne fai, cara mia, di un paio di catene da cane?’ dico io. ‘Se le unisco insieme andranno bene attorno alla mia cassa,’ dice lei. ‘La corda è più economica,’ dico io. ‘La catena è più sicura,’ dice lei. ‘Chi ha mai sentito di una cassa legata con la catena,’ dico io. ‘Oh, signora Yolland, non fate obiezioni!’ dice lei; ‘lasciatemi avere le mie catene!’ Una ragazza strana, signor Cuff — buona come l’oro, e più gentile di una sorella per la mia Lucy — ma sempre un po’ strana. Ecco! L’ho assecondata. Tre e sei. Sulla parola di una donna onesta, tre e sei, signor Cuff!”
“Ciascuna?” dice il sergente.
“Entrambe insieme!” dice la signora Yolland. “Tre e sei per le due.”
“Regalate, signora,” dice il sergente, scuotendo la testa. “Proprio regalate!”
“Ecco i soldi,” dice la signora Yolland, tornando lateralmente verso il mucchio di argento sul tavolo, come se la attirasse nonostante se stessa. “La scatola di latta e le catene da cane sono tutto ciò che ha comprato, e tutto ciò che ha portato via. Uno e nove e tre e sei — totale, cinque e tre. Con il mio affetto e i miei rispetti — e non riesco a trovare nella mia coscienza di prendere i risparmi di una povera ragazza, quando potrebbe averne bisogno lei stessa.”
“Non riesco a trovare nella mia coscienza, signora, di restituire i soldi,” dice il sergente Cuff. “Le avete praticamente fatto un regalo con le cose — davvero.”
“È la vostra sincera opinione, signore?” dice la signora Yolland illuminandosi meravigliosamente.
“Non ci può essere alcun dubbio,” rispose il sergente. “Chiedetelo al signor Betteredge.”
Non serviva chiedermelo. Tutto ciò che ottennero da me fu: “Buonanotte.”
“Al diavolo i soldi!” dice la signora Yolland. Con queste parole, sembrò perdere ogni controllo su se stessa; e, facendo un improvviso scatto verso il mucchio di argento, lo rimise, alla rinfusa, in tasca. “Ti fa perdere la pazienza, davvero, vederlo stare lì, e nessuno che lo prende,” grida questa donna irragionevole, sedendosi con un tonfo, e guardando il sergente Cuff, come per dire: “È di nuovo in tasca mia ora — tiralo fuori se ci riesci!”
Questa volta, non solo andai alla porta, ma uscii proprio sulla strada del ritorno. Spiegatelo come volete, mi sentivo come se uno o entrambi mi avessero mortalmente offeso. Prima di aver fatto tre passi nel villaggio, sentii il sergente dietro di me.
“Grazie per la vostra introduzione, signor Betteredge,” disse. “Sono in debito con la moglie del pescatore per una sensazione del tutto nuova. La signora Yolland mi ha perplesso.”
Mi era sulla punta della lingua dargli una risposta tagliente, per nessun motivo migliore di questo — che ero di cattivo umore con lui, perché ero di cattivo umore con me stesso. Ma quando ammise di essere perplesso, un dubbio confortante mi attraversò la mente se fosse stato fatto, dopo tutto, qualche gran danno. Attesi in discreto silenzio per sentire di più.
“Sì,” dice il sergente, come se stesse leggendo i miei pensieri al buio. “Invece di mettermi sulla pista, potrebbe consolarvi sapere, signor Betteredge (con il vostro interesse per Rosanna), che siete stato il mezzo per farmi perdere la pista. Ciò che la ragazza ha fatto, stasera, è chiaro abbastanza, naturalmente. Ha unito le due catene, e le ha fissate al gancio della scatola di latta. Ha affondato la scatola, nell’acqua o nelle sabbie mobili. Ha fissato l’estremità libera della catena a qualche posto sotto le rocce, noto solo a lei. E lascerà la scatola al sicuro al suo ancoraggio finché gli attuali procedimenti non saranno giunti al termine; dopodiché potrà privatamente tirarla su di nuovo dal suo nascondiglio, con tutta calma e comodità. Tutto perfettamente chiaro, fin qui. Ma,” dice il sergente, con il primo tono di impazienza nella voce che avessi sentito finora, “il mistero è — che diavolo ha nascosto nella scatola di latta?”
Pensai tra me e me: “La Moonstone!” Ma dissi solo al sergente Cuff: “Non potete indovinare?”
“Non è il Diamante,” dice il sergente. “L’intera esperienza della mia vita è fallace, se Rosanna Spearman ha preso il Diamante.”
Nell’udire quelle parole, l’infernale febbre da detective iniziò, suppongo, a bruciare di nuovo in me. Ad ogni modo, mi dimenticai di me stesso nell’interesse di indovinare questo nuovo enigma. Dissi avventatamente: “Il vestito macchiato!”
Il sergente Cuff si fermò di colpo al buio, e mi posò la mano sul braccio.
“Qualcosa gettato in quelle sabbie mobili che avete, viene mai riportato in superficie?” chiese.
“Mai,” risposi. “Leggero o pesante, tutto ciò che finisce nelle Shivering Sand viene risucchiato, e non si vede più.”
“Rosanna Spearman lo sa?”
“Lo sa bene quanto me.”
«Allora», dice il Sergente, «che altro diavolo può fare se non avvolgere un sasso nel vestito macchiato e gettarlo nelle sabbie mobili? Non c’è l’ombra di un motivo per cui avrebbe dovuto nasconderlo, eppure deve averlo nascosto. Domanda», continua il Sergente, riprendendo a camminare, «il vestito macchiato di vernice è una sottana o una camicia da notte? O è qualcos’altro per cui c’è ragione di preservarlo a ogni costo? Signor Betteredge, se non accade nulla che lo impedisca, devo andare a Frizinghall domani e scoprire cosa abbia comprato in città, quando si è procurata di nascosto il materiale per confezionare l’abito sostitutivo. È un rischio lasciare la casa, così come stanno le cose ora, ma è un rischio ancora peggiore muovere un altro passo in questa faccenda al buio. Scusi se sono un po’ irritato; mi sento degradato ai miei stessi occhi; ho lasciato che Rosanna Spearman mi mettesse in difficoltà».
Quando tornammo, la servitù era a cena. La prima persona che vedemmo nel cortile esterno fu il poliziotto che il sovrintendente Seegrave aveva lasciato a disposizione del Sergente. Il Sergente chiese se Rosanna Spearman fosse tornata. Sì. Quando? Quasi un’ora fa. Cosa aveva fatto? Era salita di sopra a togliersi cuffia e mantello, e ora era a cena tranquillamente con gli altri.
Senza fare alcun commento, il Sergente Cuff si avviò verso il retro della casa, sprofondando sempre più nella propria stima. Mancando l’ingresso al buio, proseguì (a dispetto dei miei richiami) finché non fu fermato da un cancelletto che conduceva al giardino. Quando lo raggiunsi per ricondurlo sulla strada giusta, lo trovai intento a osservare con attenzione una particolare finestra, al piano delle camere da letto, sul retro della casa.
Guardando a mia volta, scoprii che l’oggetto della sua contemplazione era la finestra della stanza della signorina Rachel, e che delle luci passavano avanti e indietro come se stesse accadendo qualcosa di insolito.
«Non è quella la stanza della signorina Verinder?» chiese il Sergente Cuff.
Risposi di sì, e lo invitai a venire con me a cena. Il Sergente rimase al suo posto e disse qualcosa sul godersi il profumo del giardino di notte. Lo lasciai al suo godimento. Proprio mentre stavo girando l’angolo della porta, udii «The Last Rose of Summer» provenire dal cancelletto. Il Sergente Cuff aveva fatto un’altra scoperta! E questa volta la finestra della mia giovane padrona c’entrava eccome!
Quest’ultima riflessione mi riportò dal Sergente, con l’avvertimento educato che non avevo il cuore di lasciarlo solo. «C’è qualcosa che non capisce lassù?» aggiunsi, indicando la finestra della signorina Rachel.
A giudicare dalla voce, il Sergente Cuff era improvvisamente risalito al posto giusto nella propria stima. «Voi nello Yorkshire siete grandi scommettitori, non è vero?» chiese.
«Bene?» dissi io. «E se lo fossimo?»
«Se fossi dello Yorkshire», continuò il Sergente, prendendomi sottobraccio, «le scommetterei una sovrana, signor Betteredge, che la sua giovane padrona ha improvvisamente deciso di lasciare la casa. Se vincessi quella scommessa, le offrirei di scommetterne un’altra, che l’idea le è venuta nell’ultima ora». La prima delle congetture del Sergente mi fece trasalire. La seconda si mescolò in qualche modo nella mia testa con il rapporto che avevamo sentito dal poliziotto, ovvero che Rosanna Spearman era tornata dalle sabbie nell’ultima ora. Le due cose insieme ebbero uno strano effetto su di me mentre entravamo a cena. Mi scossi dal braccio del Sergente Cuff e, dimenticando le buone maniere, gli passai davanti attraverso la porta per fare le mie indagini per conto mio.
Samuel, il valletto, fu la prima persona che incontrai nel corridoio.
«Sua signoria sta aspettando di vedere lei e il Sergente Cuff», disse, prima che potessi rivolgergli alcuna domanda.
«Da quanto tempo sta aspettando?» chiese la voce del Sergente dietro di me.
«Da un’ora, signore».
Eccola lì! Rosanna era tornata; la signorina Rachel aveva preso una decisione fuori dall’ordinario; e la mia signora stava aspettando di vedere il Sergente, tutto nell’ultima ora! Non era piacevole vedere queste persone e cose così diverse collegarsi in questo modo. Salii di sopra senza guardare il Sergente Cuff, né parlargli. La mia mano fu colta da un improvviso tremito mentre la sollevavo per bussare alla porta della mia padrona.
«Non mi sorprenderebbe», sussurrò il Sergente sopra la mia spalla, «se uno scandalo scoppiasse in questa casa stasera. Non si allarmi! Ai miei tempi ho messo il bavaglio a difficoltà familiari peggiori di questa».
Mentre pronunciava queste parole, udii la voce della mia padrona chiamarci a entrare.
CAPITOLO XVI
Trovammo la mia signora con la sola luce della lampada da lettura nella stanza. Il paralume era abbassato in modo da oscurarle il volto. Invece di guardarci nel suo solito modo diretto, sedeva vicino al tavolo e teneva gli occhi fissi ostinatamente su un libro aperto.
«Ufficiale», disse, «è importante per l’inchiesta che sta conducendo sapere in anticipo se qualcuno in questa casa desidera lasciarla?»
«Molto importante, mia signora».
«Devo dirle, allora, che la signorina Verinder si propone di andare a stare da sua zia, la signora Ablewhite, di Frizinghall. Ha preso accordi per lasciarci domani mattina, di buon’ora».
Il Sergente Cuff mi guardò. Feci un passo avanti per parlare alla mia padrona e, sentendo mancarmi il cuore (se devo confessarlo), feci un passo indietro e non dissi nulla.
«Posso chiedere a vostra signoria quando la signorina Verinder l’ha informata che sarebbe andata da sua zia?» chiese il Sergente.
«Circa un’ora fa», rispose la mia padrona.
Il Sergente Cuff mi guardò ancora una volta. Si dice che il cuore dei vecchi non si commuova facilmente. Il mio non avrebbe potuto battere molto più forte di così, se avessi avuto di nuovo venticinque anni!
«Non ho alcun diritto, mia signora», dice il Sergente, «di controllare le azioni della signorina Verinder. Tutto ciò che posso chiederle di fare è di rimandare la sua partenza, se possibile, a più tardi nel corso della giornata. Devo andare io stesso a Frizinghall domani mattina, e sarò di ritorno entro le due, se non prima. Se la signorina Verinder potesse essere trattenuta qui fino a quell’ora, vorrei dirle due parole, inaspettatamente, prima che parta».
La mia signora mi diede ordine di avvisare il cocchiere che la carrozza non doveva venire a prendere la signorina Rachel prima delle due. «Ha altro da dire?» chiese al Sergente, una volta fatto ciò.
«Solo una cosa, vostra signoria. Se la signorina Verinder dovesse sorprendersi per questo cambiamento negli accordi, la prego di non fare il mio nome come causa del rinvio del suo viaggio».
La mia padrona sollevò improvvisamente la testa dal libro come se stesse per dire qualcosa, si trattenne con un grande sforzo e, guardando di nuovo la pagina aperta, ci congedò con un cenno della mano.
«È una donna straordinaria», disse il Sergente Cuff, quando fummo di nuovo nel corridoio. «Se non fosse per il suo autocontrollo, il mistero che la confonde, signor Betteredge, sarebbe già finito stasera».
A quelle parole, la verità si precipitò finalmente nella mia stupida vecchia testa. Per un momento, suppongo di aver perso completamente il senno. Afferrai il Sergente per il bavero della giacca e lo schiacciai contro il muro.
«Maledetto lei!» gridai, «c’è qualcosa che non va riguardo alla signorina Rachel, e lei me l’ha tenuto nascosto per tutto questo tempo!»
Il Sergente Cuff mi guardò, piatto contro il muro, senza muovere una mano, né un muscolo del suo volto malinconico.
«Ah», disse, «finalmente ha indovinato».
La mia mano cadde dal suo bavero e la testa mi ricadde sul petto. Si prega di ricordare, come scusa per il mio sfogo, che servivo la famiglia da cinquant’anni. La signorina Rachel mi si era arrampicata sulle ginocchia e mi aveva tirato le basette, tante e tante volte quando era bambina. La signorina Rachel, con tutti i suoi difetti, era stata, a mio parere, la più cara, graziosa e migliore giovane padrona che un vecchio servitore abbia mai servito e amato. Chiesi scusa al Sergente Cuff, ma temo di averlo fatto con gli occhi lucidi e non in modo molto decoroso.
«Non si angusti, signor Betteredge», dice il Sergente, con più gentilezza di quella che avessi diritto di aspettarmi da lui. «Nel mio mestiere, se fossimo pronti a offendere, non varremmo nemmeno il sale nelle nostre minestre. Se può esserle di conforto, mi riprenda per il bavero. Non sa affatto come si faccia, ma sorvolerò sulla sua goffaggine in considerazione dei suoi sentimenti».
Arricciò gli angoli delle labbra e, nel suo modo tetro, sembrò pensare di aver sfoderato una bellissima battuta.
Lo condussi nel mio piccolo salottino e chiusi la porta.
«Mi dica la verità, Sergente», dissi. «Cosa sospetta? Non è gentile nascondermelo ora».
«Non sospetto», disse il Sergente Cuff. «Io so».
Il mio sfortunato temperamento ricominciò ad avere la meglio su di me.
«Vuol dirmi, in parole povere», dissi, «che la signorina Rachel ha rubato il suo stesso Diamante?»
«Sì», dice il Sergente; «questo è ciò che intendo dirle, in tante parole. La signorina Verinder è stata in possesso segreto della Pietra di Luna dall’inizio alla fine; e ha reso Rosanna Spearman sua confidente, perché ha calcolato che avremmo sospettato di Rosanna Spearman per il furto. Ecco l’intero caso in poche parole. Mi prenda di nuovo per il bavero, signor Betteredge. Se le serve a sfogare i suoi sentimenti, mi prenda di nuovo per il bavero».
Dio mi aiuti! I miei sentimenti non potevano essere alleviati in quel modo. «Mi dia le sue ragioni!» Fu tutto ciò che riuscii a dirgli.
«Domani sentirà le mie ragioni», disse il Sergente. «Se la signorina Verinder si rifiuterà di rimandare la sua visita alla zia (cosa che vedrà, la signorina Verinder farà), sarò costretto a esporre l’intero caso alla sua signora domani. E, siccome non so cosa ne potrà venire fuori, le chiederò di essere presente e di ascoltare ciò che si dirà da entrambe le parti. Lasciamo perdere la questione per stasera. No, signor Betteredge, non otterrà una parola di più da me sull’argomento della Pietra di Luna. Ecco il suo tavolo apparecchiato per la cena. Quella è una delle tante infermità umane che tratto sempre con tenerezza. Se vuole suonare il campanello, dirò la grazia. "Per ciò che stiamo per ricevere..."»
«Le auguro buon appetito, Sergente», dissi. «Il mio appetito è sparito. Aspetterò di vederla servito, e poi le chiederò di scusarmi se me ne vado, e cercherò di superare la cosa da solo».
Lo vidi servito con il meglio di ogni cosa, e non mi sarebbe dispiaciuto se il meglio di ogni cosa lo avesse soffocato. Il capo giardiniere (il signor Begbie) entrò nello stesso momento, con il suo rendiconto settimanale. Il Sergente passò immediatamente all’argomento delle rose e ai meriti dei sentieri d’erba e di ghiaia. Lasciai i due insieme e uscii con il cuore pesante. Questo era il primo problema che ricordassi da molti anni a questa parte che non potesse essere spazzato via da una boccata di tabacco, e che era addirittura fuori dalla portata di Robinson Crusoe.
Essendo irrequieto e infelice, e non avendo una stanza particolare in cui andare, feci un giro sulla terrazza e riflettei sulla cosa in pace e tranquillità da solo. Non importa molto quali fossero i miei pensieri. Mi sentivo miseramente vecchio, logoro e inadatto al mio posto, e iniziai a chiedermi, per la prima volta in vita mia, quando sarebbe piaciuto a Dio prendermi con sé. Con tutto ciò, mantenni ferma, nonostante tutto, la mia fiducia nella signorina Rachel. Se il Sergente Cuff fosse stato Salomone in tutta la sua gloria e mi avesse detto che la mia giovane padrona si era immischiata in un complotto meschino e colpevole, avrei avuto una sola risposta per Salomone, per quanto saggio fosse: «Lei non la conosce; io sì».
Le mie meditazioni furono interrotte da Samuel. Mi portò un messaggio scritto dalla mia signora.
Entrando in casa per prendere una luce per leggerlo, Samuel fece notare che sembrava che il tempo stesse per cambiare. La mia mente turbata mi aveva impedito di notarlo prima. Ma, ora che la mia attenzione era desto, udii i cani irrequieti e il vento gemere basso. Guardando verso il cielo, vidi le nuvole farsi sempre più nere e correre sempre più veloci su una luna acquosa. Tempo tempestoso in arrivo; Samuel aveva ragione, tempo tempestoso in arrivo.
Il messaggio della mia signora mi informava che il magistrato di Frizinghall le aveva scritto per ricordarle dei tre indiani. All’inizio della prossima settimana, i furfanti dovranno necessariamente essere rilasciati, e lasciati liberi di seguire le proprie strade. Se avevamo altre domande da porre loro, non c’era tempo da perdere. Avendo dimenticato di menzionarlo, quando aveva visto l’ultima volta il Sergente Cuff, la mia signora ora desiderava che io colmassi l’omissione. Gli indiani mi erano usciti completamente di mente (come sono, senza dubbio, usciti completamente dalla sua). Non vedevo molta utilità nel riaprire quell’argomento. Tuttavia, obbedii ai miei ordini sul momento, come cosa ovvia.
Trovai il Sergente Cuff e il giardiniere, con una bottiglia di whisky scozzese tra loro, immersi fino al collo in una discussione sulla coltivazione delle rose. Il Sergente era così profondamente interessato che alzò la mano e mi fece segno di non interrompere la discussione, quando entrai. Per quanto riuscissi a capire, la questione tra loro era se la rosa muschiata bianca avesse o meno bisogno di essere innestata sulla rosa canina per farla crescere bene. Il signor Begbie diceva di sì, e il Sergente Cuff diceva di no. Si appellarono a me, con calore pari a quello di un paio di ragazzini. Non sapendo assolutamente nulla della coltivazione delle rose, tenni una linea di mezzo, proprio come fanno i giudici di Sua Maestà, quando le bilance della giustizia li infastidiscono restando in equilibrio anche per un capello. «Signori», osservai, «c’è molto da dire da entrambe le parti». Nella temporanea calma prodotta da quella frase imparziale, poggiai il messaggio scritto della mia signora sul tavolo, sotto gli occhi del Sergente Cuff.
A quel punto, ero arrivato, per quanto possibile, a odiare il Sergente. Ma la verità mi costringe ad ammettere che, per quanto riguarda la prontezza di spirito, era un uomo meraviglioso.
Mezzo minuto dopo aver letto il messaggio, aveva cercato nella sua memoria il rapporto del sovrintendente Seegrave; aveva estratto quella parte in cui erano coinvolti gli indiani; ed era pronto con la sua risposta. Un certo grande viaggiatore, che comprendeva gli indiani e la loro lingua, figurava nel rapporto del signor Seegrave, vero? Molto bene. Conoscevo il nome e l’indirizzo del signore? Molto bene ancora. Avrei potuto scriverli sul retro del messaggio della mia signora? Molto obbligato. Il Sergente Cuff avrebbe cercato quel signore, quando fosse andato a Frizinghall al mattino.
«Si aspetta che ne venga fuori qualcosa?» chiesi. «Il sovrintendente Seegrave ha trovato gli indiani innocenti come bimbi appena nati».
«Il sovrintendente Seegrave si è dimostrato in errore, finora, in tutte le sue conclusioni», rispose il Sergente. «Potrebbe valere la pena scoprire domani se il sovrintendente Seegrave si sia sbagliato anche sugli indiani». Con ciò si voltò verso il signor Begbie e riprese la discussione esattamente nel punto in cui era stata interrotta. «Questa questione tra noi è una questione di terreni e stagioni, e di pazienza e fatica, signor giardiniere. Ora lasci che gliela ponga da un altro punto di vista. Lei prende la sua rosa muschiata bianca...»
A quel punto, avevo chiuso la porta dietro di loro ed ero fuori portata di voce dal resto della disputa.
Nel corridoio, incontrai Penelope che se ne stava in giro, e chiesi cosa stesse aspettando.
Stava aspettando il campanello della sua giovane padrona, quando la sua giovane padrona avesse deciso di chiamarla per proseguire con i preparativi per il viaggio del giorno seguente. Ulteriori indagini mi rivelarono che la signorina Rachel aveva dato come motivo per voler andare dalla zia a Frizinghall, il fatto che la casa le fosse insopportabile e che non potesse più tollerare l’odiosa presenza di un poliziotto sotto lo stesso tetto. Essendo stata informata, mezz’ora prima, che la sua partenza sarebbe stata rimandata alle due del pomeriggio, era andata su tutte le furie. La mia signora, presente in quel momento, l’aveva severamente rimproverata, e poi (avendo apparentemente qualcosa da dire, riservato alle orecchie della figlia) aveva mandato Penelope fuori dalla stanza. La mia ragazza era di umore miseramente basso per il cambiato stato delle cose in casa. «Niente va per il verso giusto, padre; niente è come una volta. Mi sento come se una terribile sventura fosse sospesa sopra tutti noi».
Era anche il mio sentimento. Ma feci buon viso a cattivo gioco, davanti a mia figlia. Il campanello della signorina Rachel suonò mentre parlavamo. Penelope corse su per le scale di servizio per continuare a fare i bagagli. Io andai dall’altra parte, verso l’ingresso, per vedere cosa diceva il barometro sul cambiamento del tempo.
Proprio mentre mi avvicinavo alla porta a battente che portava all’ingresso dagli uffici della servitù, questa fu spalancata violentemente dall’altra parte, e Rosanna Spearman mi corse davanti, con un’espressione miserabile di dolore sul volto e una delle mani premuta forte sul cuore, come se il tormento fosse in quella zona. «Cosa c’è che non va, ragazza mia?» chiesi, fermandola. «Stai male?» «Per l’amor di Dio, non mi parli», rispose, si divincolò dalle mie mani e corse verso la scala di servizio. Chiamai la cuoca (che era a portata di voce) perché badasse alla povera ragazza. Altre due persone si rivelarono essere a portata di voce, oltre alla cuoca. Il Sergente Cuff uscì furtivamente dalla mia stanza e chiese cosa stesse succedendo. Risposi: «Nulla». Il signor Franklin, dall’altra parte, aprì la porta a battente e, facendomi cenno di entrare nell’ingresso, mi chiese se avessi visto Rosanna Spearman.
«Mi è appena passata davanti, signore, con un volto molto turbato e in modo molto strano».
«Temo di essere io, innocentemente, la causa di quel turbamento, Betteredge».
«Lei, signore!»
«Non posso spiegarlo», dice il signor Franklin; «ma, se la ragazza è coinvolta nella perdita del Diamante, credo davvero che stesse per confessare tutto, a me, tra tutte le persone al mondo, non due minuti fa».
Guardando verso la porta a battente, mentre diceva quelle ultime parole, mi parve di vederla socchiusa dall’interno.
C’era qualcuno che ascoltava? La porta si richiuse prima che potessi raggiungerla. Guardando attraverso, l’istante dopo, mi parve di vedere i lembi del rispettabile cappotto nero del Sergente Cuff svanire dietro l’angolo del corridoio. Sapeva, bene quanto me, che non poteva aspettarsi altro aiuto da me, ora che avevo scoperto la piega che stavano prendendo le sue indagini. In quelle circostanze, era del tutto nel suo personaggio aiutare se stesso, e farlo per vie traverse.
Non essendo sicuro di aver visto davvero il Sergente, e non volendo creare inutili malumori, dove, il Cielo lo sa, c’era già abbastanza scompiglio, dissi al signor Franklin che pensavo che uno dei cani fosse entrato in casa, e poi lo pregai di descrivermi cosa fosse successo tra Rosanna e lui.
«Stava passando per l’ingresso, signore?» chiesi. «L’ha incontrata per caso, quando le ha parlato?»
Il signor Franklin indicò il tavolo da biliardo.
«Stavo dando dei colpi alle biglie» disse, «e cercavo di cacciarmi dalla mente questa miserevole faccenda del Diamante. Mi è capitato di alzare lo sguardo, e lì, di fianco a me, c’era Rosanna Spearman, come un fantasma! Il suo sgattaiolare verso di me in quel modo è stato così strano che, sulle prime, non sapevo quasi cosa fare. Vedendo un’espressione molto ansiosa sul suo volto, le ho chiesto se desiderasse parlarmi. Lei ha risposto: “Sì, se ne ho il coraggio”. Sapendo quale sospetto gravasse su di lei, non ho potuto che dare una sola interpretazione a parole simili. Confesso che la cosa mi ha messo a disagio. Non avevo alcun desiderio di sollecitare la confidenza della ragazza. Allo stesso tempo, nelle difficoltà che ora ci assillano, difficilmente potevo sentirmi giustificato nel rifiutarmi di ascoltarla, se era davvero decisa a parlarmi. Era una posizione imbarazzante; e oso dire che ne sono uscito in modo abbastanza imbarazzante. Le ho detto: “Non la capisco bene. C’è qualcosa che vuole che io faccia?”. Intendiamoci, Betteredge, non ho parlato con poca gentilezza! La povera ragazza non può farci nulla se è brutta; l’ho sentito, in quel momento. Avevo ancora la stecca in mano e ho continuato a dare colpi alle biglie, per togliere impaccio alla cosa. Come si è visto, ho solo peggiorato le cose. Temo di averla mortificata senza volerlo! Si è voltata bruscamente. “Guarda le biglie da biliardo”, l’ho sentita dire. “Tutto, pur di non guardare me!”. Prima che potessi fermarla, aveva lasciato la sala. Non sono affatto tranquillo al riguardo, Betteredge. Le dispiacerebbe dire a Rosanna che non intendevo essere scortese? Forse sono stato un po’ duro con lei, nei miei pensieri; ho quasi sperato che la perdita del Diamante potesse essere ricondotta a lei. Non per cattiva volontà verso la povera ragazza: ma…» Si è fermato lì e, tornando al tavolo da biliardo, ha ricominciato a colpire le biglie.
Dopo quello che era successo tra il Sergente e me, sapevo cosa avesse lasciato inespresso tanto bene quanto lo sapeva lui stesso.
Nient’altro che il rintracciare il Moonstone nella nostra seconda cameriera avrebbe potuto ora sollevare Miss Rachel dall’infame sospetto che gravava su di lei nella mente del Sergente Cuff. Non si trattava più di placare l’eccitazione nervosa della mia giovane signora; si trattava di provare la sua innocenza. Se Rosanna non avesse fatto nulla per compromettersi, la speranza che il signor Franklin confessava di aver provato sarebbe stata, in tutta coscienza, già abbastanza dura per lei. Ma non era questo il caso. Aveva finto di essere malata ed era andata segretamente a Frizinghall. Era stata sveglia tutta la notte, facendo o distruggendo qualcosa, in privato. Ed era stata allo Shivering Sand, quella sera, in circostanze che erano quanto meno altamente sospette. Per tutte queste ragioni (per quanto mi dispiacesse per Rosanna) non potevo che pensare che il modo di vedere la faccenda del signor Franklin non fosse né innaturale né irragionevole, nella posizione in cui si trovava. Gli ho rivolto una parola in tal senso.
«Sì, sì!» ha risposto in cambio. «Ma c’è solo una possibilità, per la verità molto scarsa, che la condotta di Rosanna possa ammettere qualche spiegazione che al momento non vediamo. Odio ferire i sentimenti di una donna, Betteredge! Dica alla povera creatura quello che le ho detto di dirle. E se vuole parlarmi (non mi importa se mi caccerò nei guai o meno), la mandi da me in biblioteca». Con quelle gentili parole ha posato la stecca e mi ha lasciato.
Le informazioni prese presso gli uffici della servitù mi hanno fatto sapere che Rosanna si era ritirata nella sua stanza. Aveva declinato ogni offerta di assistenza con ringraziamenti, e aveva solo chiesto di essere lasciata a riposare in pace. Qui, dunque, c’era la fine di ogni confessione da parte sua (supponendo che avesse davvero una confessione da fare) per quella notte. Ho riferito il risultato al signor Franklin, il quale, di conseguenza, ha lasciato la biblioteca ed è andato a letto.
Stavo spegnendo le luci e chiudendo le finestre, quando Samuel è entrato con notizie dei due ospiti che avevo lasciato nella mia stanza.
La discussione sulla rosa muscosa bianca era apparentemente giunta al termine. Il giardiniere era tornato a casa e il Sergente Cuff non si trovava da nessuna parte nei piani bassi della casa.
Ho dato un’occhiata nella mia stanza. Verissimo: non c’era altro da scoprire se non un paio di bicchieri vuoti e un forte odore di grog caldo. Il Sergente era andato di sua volontà nella stanza da letto che gli era stata preparata? Sono salito a vedere.
Dopo aver raggiunto il secondo pianerottolo, mi è sembrato di sentire un suono di respiro calmo e regolare alla mia sinistra. Il mio lato sinistro portava al corridoio che comunicava con la stanza di Miss Rachel. Ho guardato dentro, e lì, raggomitolato su tre sedie messe proprio di traverso al passaggio, lì, con un fazzoletto rosso legato attorno alla testa brizzolata e la sua rispettabile giacca nera arrotolata come cuscino, giaceva e dormiva il Sergente Cuff!
Si è svegliato, istantaneamente e quietamente, come un cane, nel momento in cui mi sono avvicinato a lui.
«Buonanotte, signor Betteredge» ha detto. «E badi bene, se mai dovesse mettersi a coltivare rose, la rosa muscosa bianca ne guadagna se non viene innestata sulla rosa canina, qualunque cosa il giardiniere possa dire in contrario!»
«Cosa sta facendo qui?» ho chiesto. «Perché non è nel suo letto?»
«Non sono nel mio letto» ha risposto il Sergente, «perché sono una delle molte persone in questo misero mondo che non possono guadagnarsi il denaro onestamente e facilmente allo stesso tempo. C’è stata una coincidenza, questa sera, tra il periodo del ritorno di Rosanna Spearman dalle Sands e il periodo in cui Miss Verinder ha dichiarato la sua risoluzione di lasciare la casa. Qualunque cosa Rosanna abbia nascosto, è chiaro alla mia mente che la sua giovane signora non poteva andarsene finché non sapeva che era nascosto. Le due devono aver comunicato privatamente già una volta stasera. Se provano a comunicare di nuovo, quando la casa è tranquilla, voglio essere sulla loro strada e fermarle. Non mi incolpi per aver sconvolto i suoi preparativi per il sonno, signor Betteredge; incolpi il Diamante».
«Voglia il Cielo che il Diamante non avesse mai trovato la sua strada in questa casa!» sono sbottato.
Il Sergente Cuff ha guardato con aria dolente le tre sedie sulle quali si era condannato a passare la notte.
«Anche io», ha detto gravemente.
CAPITOLO XVII
Non è successo nulla durante la notte; e (sono felice di aggiungere) nessun tentativo di comunicazione tra Miss Rachel e Rosanna ha premiato la vigilanza del Sergente Cuff.
Mi aspettavo che il Sergente partisse per Frizinghall di prima mattina. Ha aspettato in giro, tuttavia, come se avesse qualcos’altro da fare prima. L’ho lasciato alle sue occupazioni; e andando nei terreni poco dopo, ho incontrato il signor Franklin sulla sua passeggiata preferita lungo il lato del boschetto.
Prima che avessimo scambiato due parole, il Sergente si è unito inaspettatamente a noi. Si è diretto verso il signor Franklin, il quale lo ha ricevuto, devo ammetterlo, abbastanza altezzosamente. «Ha qualcosa da dirmi?» è stato tutto il ritorno che ha ottenuto per aver augurato gentilmente il buongiorno al signor Franklin.
«Ho qualcosa da dirle, signore» ha risposto il Sergente, «sull’argomento dell’indagine che sto conducendo qui. Lei ha intuito la direzione che quell’indagine stava realmente prendendo, ieri. Naturalmente, nella sua posizione, lei è scioccato e addolorato. Naturalmente, anche, lei sfoga il suo rabbioso senso dello scandalo familiare su di Me».
«Cosa vuole?» ha interrotto il signor Franklin, abbastanza bruscamente.
«Voglio ricordarle, signore, che non sono stato, finora, dimostrato in errore. Tenendo questo a mente, si degni di ricordare, allo stesso tempo, che sono un ufficiale della legge che agisce qui sotto la sanzione della padrona di casa. In queste circostanze, è o non è suo dovere, come buon cittadino, assistermi con qualsiasi informazione speciale di cui lei possa essere in possesso?»
«Non possiedo alcuna informazione speciale» dice il signor Franklin.
Il Sergente Cuff ha messo da parte quella risposta, come se non fosse stata fatta alcuna risposta.
«Lei può risparmiare il mio tempo dall’essere sprecato in un’indagine a distanza» ha continuato, «se sceglie di capirmi e di parlare chiaro».
«Non la capisco» ha risposto il signor Franklin; «e non ho nulla da dire».
«Una delle domestiche (non farò nomi) le ha parlato privatamente, signore, ieri sera».
Ancora una volta il signor Franklin lo ha interrotto; ancora una volta il signor Franklin ha risposto: «Non ho nulla da dire».
Restando in silenzio, ho pensato al movimento della porta a battente la sera precedente, e ai lembi della giacca che avevo visto scomparire lungo il corridoio. Il Sergente Cuff aveva, senza dubbio, sentito appena abbastanza, prima che io lo interrompessi, da fargli sospettare che Rosanna si fosse liberata del peso confessando qualcosa al signor Franklin Blake.
Questa idea mi aveva appena colpito, quando chi dovrebbe apparire alla fine del sentiero del boschetto se non Rosanna Spearman in persona! Era seguita da Penelope, che stava evidentemente cercando di farle ripercorrere i suoi passi verso la casa. Vedendo che il signor Franklin non era solo, Rosanna si è fermata, evidentemente in grande perplessità sul da farsi. Penelope aspettava dietro di lei. Il signor Franklin ha visto le ragazze non appena le ho viste io. Il Sergente, con la sua diabolica astuzia, ha fatto finta di non averle notate affatto. Tutto questo è successo in un istante. Prima che il signor Franklin o io potessimo dire una parola, il Sergente Cuff si è inserito fluidamente, con l’apparenza di continuare la conversazione precedente.
«Non deve aver paura di danneggiare la ragazza, signore» ha detto al signor Franklin, parlando a voce alta, affinché Rosanna potesse sentirlo. «Al contrario, le raccomando di onorarmi della sua confidenza, se sente un qualche interesse per Rosanna Spearman».
Il signor Franklin ha subito fatto finta di non aver notato nemmeno lui le ragazze. Ha risposto, parlando forte a sua volta:
«Non provo alcun interesse, in alcun modo, per Rosanna Spearman».
Ho guardato verso la fine del viale. Tutto quello che ho visto in lontananza è stato che Rosanna si è voltata improvvisamente, nel momento in cui il signor Franklin aveva parlato. Invece di resistere a Penelope, come aveva fatto l’istante prima, ora ha lasciato che mia figlia la prendesse per il braccio e la riportasse verso la casa.
La campana della colazione ha suonato mentre le due ragazze scomparivano, e anche il Sergente Cuff è stato ora costretto a rinunciarvi come a un cattivo affare! Mi ha detto quietamente: «Andrò a Frizinghall, signor Betteredge; e sarò di ritorno prima delle due». Ha proseguito per la sua strada senza un’altra parola, e per alcune ore ce ne siamo liberati bene.
«Deve mettere a posto le cose con Rosanna» mi ha detto il signor Franklin, quando siamo rimasti soli. «Sembro essere destinato a dire o fare qualcosa di imbarazzante, davanti a quella sfortunata ragazza. Deve aver visto lei stesso che il Sergente Cuff ha teso una trappola a entrambi. Se riuscisse a confondermi, o a irritarla fino a farla sbottare, lei o io potremmo aver detto qualcosa che servirebbe ai suoi scopi. Sul momento, non ho visto modo migliore per uscirne se non quello che ho preso. Ha impedito alla ragazza di dire alcunché, e ha mostrato al Sergente che avevo capito il suo gioco. Stava evidentemente ascoltando, Betteredge, quando le parlavo ieri sera».
Aveva fatto peggio che ascoltare, come ho pensato privatamente tra me e me. Si era ricordato che gli avevo detto che la ragazza era innamorata del signor Franklin; e aveva fatto i suoi calcoli su questo, quando ha fatto appello all’interesse del signor Franklin per Rosanna, udibile da Rosanna stessa.
«Quanto all’ascoltare, signore» ho osservato (tenendo l’altro punto per me), «saremo tutti sulla stessa barca se questo genere di cose continua ancora per molto. Curiosare, spiare e ascoltare sono le occupazioni naturali delle persone che si trovano nella nostra situazione. Tra un giorno o due, signor Franklin, saremo tutti ammutoliti insieme, per questa ragione, che saremo tutti intenti ad ascoltare per sorprendere i segreti altrui, e lo sapremo tutti. Mi scusi se sono sbottato, signore. L’orribile mistero che pende su di noi in questa casa mi entra in testa come liquore, e mi rende selvaggio. Non dimenticherò quello che mi ha detto. Prenderò la prima occasione per mettere le cose a posto con Rosanna Spearman».
«Non le ha detto ancora nulla riguardo a ieri sera, vero?» ha chiesto il signor Franklin.
«No, signore».
«Allora non dica nulla adesso. È meglio che io non inviti la confidenza della ragazza, con il Sergente in agguato per sorprenderci insieme. La mia condotta non è molto coerente, Betteredge, non è vero? Non vedo via d’uscita da questa faccenda, che non sia terribile da pensare, a meno che il Diamante non sia rintracciato in Rosanna. Eppure non posso, e non voglio, aiutare il Sergente Cuff a scoprire la ragazza».
Abbastanza irragionevole, senza dubbio. Ma era anche il mio stato d’animo. Lo capivo perfettamente. Se lei, per una volta nella sua vita, ricorderà di essere mortale, forse capirà perfettamente anche lui.
Lo stato delle cose, dentro e fuori, mentre il Sergente Cuff era sulla via per Frizinghall, era brevemente questo:
Miss Rachel aspettava l’ora in cui la carrozza l’avrebbe portata da sua zia, ancora ostinatamente chiusa nella propria stanza. La mia signora e il signor Franklin facevano colazione insieme. Dopo la colazione, il signor Franklin ha preso una delle sue improvvise risoluzioni ed è uscito precipitosamente per calmare la sua mente con una lunga passeggiata. Ero l’unica persona che lo ha visto andare; e mi ha detto che sarebbe tornato prima del ritorno del Sergente. Il cambiamento nel tempo, preannunciato durante la notte, era arrivato. La pioggia battente era stata seguita, poco dopo l’alba, da un forte vento. Soffiava fresco, man mano che la giornata avanzava. Ma sebbene le nuvole minacciassero più di una volta, la pioggia si tratteneva ancora. Non era una brutta giornata per una passeggiata, se si era giovani e forti, e si riusciva a contrastare le grandi raffiche di vento che arrivavano spazzando dal mare.
Ho assistito la mia signora dopo la colazione e l’ho aiutata nella sistemazione dei nostri conti domestici. Lei ha fatto cenno alla questione del Moonstone solo una volta, e lo ha fatto proibendo qualsiasi menzione attuale di essa tra noi. «Aspetti che quell’uomo torni», ha detto, riferendosi al Sergente. «Dobbiamo parlarne allora: non siamo obbligati a parlarne ora».
Dopo aver lasciato la mia padrona, ho trovato Penelope che mi aspettava nella mia stanza.
«Vorrei, padre, che tu venissi a parlare con Rosanna», ha detto. «Sono molto in ansia per lei».
Ho sospettato abbastanza facilmente cosa ci fosse che non andava. Ma è una mia massima che gli uomini (essendo creature superiori) siano tenuti a migliorare le donne, se possono. Quando una donna vuole che io faccia qualcosa (mia figlia, o meno, non importa), insisto sempre per sapere perché. Più spesso le costringi a rovistare nelle proprie menti per una ragione, più le troverai gestibili in tutte le relazioni della vita. Non è colpa loro (povere disgraziate!) se agiscono prima e pensano dopo; è colpa degli sciocchi che le assecondano.
La ragione del perché di Penelope, in questa occasione, può essere data con le sue stesse parole: «Temo, padre», ha detto, «che il signor Franklin abbia ferito Rosanna crudelmente, senza volerlo».
«Cosa ha portato Rosanna nel sentiero del boschetto?» ho chiesto.
«La sua pazzia», dice Penelope; «non posso chiamarla diversamente. Era decisa a parlare con il signor Franklin, stamattina, qualunque cosa potesse accadere. Ho fatto del mio meglio per fermarla; lo hai visto. Se solo fossi riuscita a portarla via prima che sentisse quelle parole terribili…»
«Ecco! ecco!» ho detto, «non perdere la testa. Non mi sovviene che sia successo nulla per spaventare Rosanna».
«Nulla per spaventarla, padre. Ma il signor Franklin ha detto che non nutre alcun interesse per lei, e, oh, lo ha detto con una voce così crudele!»
«Lo ha detto per chiudere la bocca al Sergente», ho risposto.
«Gliel’ho detto», dice Penelope. «Ma vedi, padre (sebbene il signor Franklin non sia da biasimare), l’ha mortificata e delusa per settimane e settimane; e ora questo arriva a coronamento di tutto! Lei non ha diritto, naturalmente, di aspettarsi che lui nutra alcun interesse per lei. È assolutamente mostruoso che lei dimentichi se stessa e il suo rango in quel modo. Ma sembra aver perso l’orgoglio, e il giusto sentimento, e tutto il resto. Mi ha spaventata, padre, quando il signor Franklin ha detto quelle parole. Sembrano averla trasformata in pietra. Un’improvvisa calma è scesa su di lei, e da allora fa il suo lavoro come una donna in un sogno».
Ho cominciato a sentirmi un po’ a disagio. C’era qualcosa nel modo in cui Penelope la poneva che zittiva il mio senso superiore. Ho richiamato alla mente, ora che i miei pensieri erano diretti in quella direzione, quello che era passato tra il signor Franklin e Rosanna durante la notte. Sembrava ferita al cuore in quell’occasione; e ora, come sfortuna voleva, era stata inevitabilmente punta di nuovo, povera anima, nel punto dolente. Triste! triste! tanto più triste perché la ragazza non aveva alcuna ragione per giustificarsi, e nessun diritto di sentirlo.
Avevo promesso al signor Franklin di parlare con Rosanna, e questo mi è sembrato il momento più opportuno per mantenere la parola.
Abbiamo trovato la ragazza che spazzava il corridoio fuori dalle camere da letto, pallida e composta, e pulita come sempre nel suo modesto vestito di cotone stampato. Ho notato una strana opacità e ottusità nei suoi occhi, non come se avesse pianto, ma come se avesse guardato qualcosa troppo a lungo. Possibilmente, era un qualcosa di annebbiato sollevato dai suoi stessi pensieri. Non c’era certamente alcun oggetto intorno a lei da guardare che non avesse già visto centinaia e centinaia di volte.
«Su col morale, Rosanna!» ho detto. «Non devi tormentarti per le tue fantasie. Ho qualcosa da dirti da parte del signor Franklin».
Ho quindi esposto la questione nella giusta prospettiva davanti a lei, con le parole più amichevoli e confortanti che ho potuto trovare. I miei principi, riguardo all’altro sesso, sono, come avrai notato, molto severi. Ma in un modo o nell’altro, quando mi trovo faccia a faccia con le donne, la mia pratica (lo ammetto) non è conforme.
«Il signor Franklin è molto gentile e premuroso. La prego di ringraziarlo». È stata tutta la risposta che mi ha dato.
Mia figlia aveva già notato che Rosanna faceva il suo lavoro come una donna in un sogno. Ho aggiunto ora a questa osservazione che ascoltava e parlava anch’essa come una donna in un sogno. Dubitavo che la sua mente fosse in una condizione adatta per assimilare ciò che le avevo detto.
«Sei proprio sicura, Rosanna, di avermi capito?» ho chiesto.
«Proprio sicura».
Mi ha fatto eco, non come una donna viva, ma come una creatura mossa da un meccanismo. Ha continuato a spazzare per tutto il tempo. Le ho tolto la scopa con la massima delicatezza e gentilezza possibile.
«Vieni, vieni, ragazza mia!» ho detto, «questa non sei tu. Hai qualcosa che ti tormenta. Sono tuo amico, e sarò tuo amico, anche se avessi fatto del male. Svuota il sacco, Rosanna, svuota il sacco!»
Ci sono stati tempi in cui il mio parlarle in quel modo avrebbe portato le lacrime ai suoi occhi. Non riuscivo a vedere alcun cambiamento in essi ora.
«Sì», ha detto, «svuoterò il sacco».
«Alla mia signora?» ho chiesto.
«No».
«Al signor Franklin?»
«Sì; al signor Franklin».
Non sapevo quasi cosa dire a riguardo. Non era in condizione di capire l’avvertimento di non parlargli in privato, che il signor Franklin mi aveva incaricato di darle. Procedendo a tentoni, poco a poco, le ho solo detto che il signor Franklin era uscito per una passeggiata.
«Non importa», ha risposto. «Non disturberò il signor Franklin, oggi».
«Perché non parlare alla mia signora?» ho detto. «Il modo per sollevare la tua mente è parlare alla misericordiosa e cristiana padrona che è sempre stata gentile con te».
Mi ha guardato per un momento con un’attenzione grave e ferma, come se stesse fissando quello che dicevo nella sua mente. Poi ha preso la scopa dalle mie mani e si è allontanata lentamente, poco lontano lungo il corridoio.
«No», disse, continuando a spazzare e parlando tra sé e sé; «conosco un modo migliore per sollevarmi lo spirito di quello».
«Quale?»
«La prego di lasciarmi continuare il mio lavoro».
Penelope la seguì e si offrì di aiutarla.
Lei rispose: «No. Voglio fare il mio lavoro. Grazie, Penelope». Si voltò a guardarmi. «Grazie, signor Betteredge».
Non c’era verso di smuoverla; non c’era altro da aggiungere. Feci segno a Penelope di venire via con me. La lasciammo, come l’avevamo trovata, a spazzare il corridoio, come una donna in sogno.
«Questa è una faccenda di cui deve occuparsi il dottore», dissi. «Va oltre le mie capacità».
Mia figlia mi ricordò della malattia del signor Candy, dovuta (come forse ricorderete) al raffreddore preso la sera della cena. Il suo assistente, un certo signor Ezra Jennings, era a nostra disposizione, certo. Ma nessuno sapeva molto di lui da quelle parti. Era stato assunto dal signor Candy in circostanze piuttosto peculiari; e, a torto o a ragione, nessuno di noi lo amava o si fidava di lui. C’erano altri dottori a Frizinghall. Ma erano estranei a casa nostra; e Penelope dubitava, nello stato attuale di Rosanna, che degli estranei potessero farle più male che bene.
Pensai di parlare alla mia signora. Ma, ricordando il grave peso di ansia che già gravava sulla sua mente, esitai ad aggiungere questo nuovo tormento a tutte le altre vessazioni. Eppure, era necessario fare qualcosa. Lo stato della ragazza era, a mio avviso, decisamente allarmante, e la mia padrona doveva esserne informata. Malvolentieri, mi recai nel suo salotto. Non c’era nessuno. La mia signora era chiusa dentro con la signorina Rachel. Mi era impossibile vederla finché non fosse uscita di nuovo.
Aspettai invano finché l’orologio sulla scala principale non batté il quarto alle due. Cinque minuti dopo, sentii il mio nome chiamato dal viale fuori casa. Riconobbi subito la voce. Il sergente Cuff era tornato da Frizinghall.
CAPITOLO XVIII
Scendendo alla porta d’ingresso, incontrai il sergente sui gradini.
Mi andava contro il pelo, dopo quello che era successo tra noi, mostrargli che provavo un qualche tipo di interesse per le sue attività. Nonostante me stesso, tuttavia, provavo un interesse a cui non potevo resistere. Il mio senso di dignità svanì sotto di me, e le parole uscirono: «Che notizie da Frizinghall?»
«Ho visto gli indiani», rispose il sergente Cuff. «E ho scoperto cosa ha comprato Rosanna privatamente in città, giovedì scorso. Gli indiani saranno rimessi in libertà mercoledì della prossima settimana. Non ho alcun dubbio, e non ne ha il signor Murthwaite, che siano venuti in questo luogo per rubare la Pietra di Luna. I loro calcoli sono stati ovviamente mandati all’aria da ciò che è accaduto in casa mercoledì notte; e non hanno più a che fare con l’effettiva perdita del gioiello di quanto ne abbiate voi. Ma posso dirvi una cosa, signor Betteredge: se non troviamo noi la Pietra di Luna, la troveranno loro. Non avete ancora sentito l’ultima parola sui tre giocolieri».
Il signor Franklin tornò dalla sua passeggiata mentre il sergente pronunciava quelle parole sorprendenti. Controllando la sua curiosità meglio di quanto avessi fatto io con la mia, ci oltrepassò senza una parola e proseguì in casa.
Quanto a me, avendo già abbandonato la mia dignità, decisi di trarre tutto il beneficio possibile dal sacrificio. «Questo per quanto riguarda gli indiani», dissi. «E per Rosanna, invece?»
Il sergente Cuff scosse la testa.
«Il mistero in quella direzione è più fitto che mai», disse. «L’ho rintracciata fino a un negozio di Frizinghall, gestito da un mercante di biancheria di nome Maltby. Non ha comprato assolutamente nulla in nessuno degli altri negozi di merceria, né da modiste o sarti; e da Maltby non ha comprato altro che un pezzo di tela grezza. È stata molto meticolosa nello scegliere una certa qualità. Quanto alla quantità, ne ha presa abbastanza per fare una camicia da notte».
«La camicia da notte di chi?» chiesi.
«La sua, ovviamente. Tra mezzanotte e le tre, nella mattinata di giovedì, deve essersi intrufolata nella stanza della vostra giovane signorina, per sistemare il nascondiglio della Pietra di Luna mentre tutti gli altri erano a letto. Tornando nella sua stanza, la sua camicia da notte deve aver sfiorato la vernice fresca sulla porta. Non poteva lavare via la macchia; e non poteva distruggere la camicia da notte in sicurezza senza prima procurarsene un’altra simile, per far tornare l’inventario della sua biancheria».
«Cosa prova che fosse la camicia da notte di Rosanna?» obiettai.
«Il materiale che ha comprato per confezionare l’abito sostitutivo», rispose il sergente. «Se fosse stata la camicia da notte della signorina Verinder, avrebbe dovuto comprare pizzi, balze e Dio sa cos’altro; e non avrebbe avuto tempo di farla in una notte. Una semplice tela grezza significa una semplice camicia da notte da servitù. No, no, signor Betteredge: tutto ciò è abbastanza chiaro. Il punto cruciale della questione è: perché, dopo essersi procurata l’abito sostitutivo, nasconde la camicia da notte sporca, invece di distruggerla? Se la ragazza non vuole parlare, c’è un solo modo per risolvere la difficoltà. Il nascondiglio alle Sabbie Tremanti deve essere perquisito, e il vero stato delle cose sarà scoperto lì».
«Come pensate di trovare il posto?» chiesi.
«Mi spiace deludervi», disse il sergente, «ma questo è un segreto che intendo tenere per me».
(Per non irritare la vostra curiosità, come lui ha irritato la mia, posso informarvi qui che era tornato da Frizinghall munito di un mandato di perquisizione. La sua esperienza in tali faccende gli diceva che Rosanna con ogni probabilità portava con sé un appunto sul nascondiglio, per guidarla, nel caso vi fosse tornata in circostanze mutate e dopo un certo lasso di tempo. In possesso di questo appunto, il sergente sarebbe stato fornito di tutto ciò che poteva desiderare.)
«Ora, signor Betteredge», continuò, «supponiamo di abbandonare le speculazioni e di passare agli affari. Ho detto a Joyce di tenere d’occhio Rosanna. Dov’è Joyce?»
Joyce era il poliziotto di Frizinghall, che era stato lasciato dal sovrintendente Seegrave a disposizione del sergente Cuff. L’orologio batté le due, mentre poneva la domanda; e, puntuale al momento, la carrozza arrivò per portare la signorina Rachel dalla zia.
«Una cosa alla volta», disse il sergente, fermandomi mentre stavo per mandare qualcuno a cercare Joyce. «Devo occuparmi prima della signorina Verinder».
Poiché la pioggia minacciava ancora, era stata scelta la carrozza chiusa per portare la signorina Rachel a Frizinghall. Il sergente Cuff fece cenno a Samuel di scendere da lui dal predellino posteriore.
«Vedrete un mio amico che aspetta tra gli alberi, da questo lato del cancello della portineria», disse. «Il mio amico, senza fermare la carrozza, salirà sul predellino con voi. Non dovete far altro che tenere la lingua a posto e chiudere gli occhi. Altrimenti, vi caccerete nei guai».
Con quel consiglio, mandò il valletto al suo posto. Cosa pensasse Samuel non lo so. Era chiaro, secondo me, che la signorina Rachel doveva essere tenuta privatamente sotto controllo dal momento in cui avesse lasciato la nostra casa, se mai l’avesse lasciata. Una sorveglianza sulla mia giovane signorina! Una spia alle sue spalle sul predellino della carrozza di sua madre! Mi sarei tagliato la lingua per essermi dimenticato a tal punto da parlare con il sergente Cuff.
La prima persona a uscire di casa fu la mia signora. Si mise da parte, in cima ai gradini, appostandosi lì per vedere cosa accadeva. Non disse una parola, né al sergente né a me. Con le labbra serrate e le braccia incrociate nel leggero mantello da giardino che si era avvolta addosso uscendo all’aperto, se ne stava lì, immobile come una statua, in attesa che comparisse sua figlia.
Dopo un minuto, la signorina Rachel scese le scale, vestita molto graziosamente con una stoffa gialla morbida, che metteva in risalto la sua carnagione scura e la stringeva stretta (sotto forma di giacchetta) intorno alla vita. Aveva un elegante cappellino di paglia in testa, con un velo bianco avvolto attorno. Aveva guanti color primula che le calzavano come una seconda pelle. I suoi bei capelli neri sembravano lisci come il raso sotto il cappello. Le sue orecchiette erano come conchiglie rosate: avevano una perla che dondolava da ciascuna di esse. Venne rapidamente verso di noi, dritta come un giglio sul suo stelo, e agile e flessuosa in ogni movimento come una giovane gatta. Nulla che potessi scoprire era cambiato nel suo bel viso, se non gli occhi e le labbra. I suoi occhi erano più luminosi e più feroci di quanto mi piacesse vedere; e le sue labbra avevano perso così completamente il loro colore e il loro sorriso che a stento le riconoscevo. Baciò sua madre in modo frettoloso e improvviso sulla guancia. Disse: «Cerca di perdonarmi, mamma», e poi si tirò giù il velo sul viso così violentemente che lo strappò. Un istante dopo era corsa giù per i gradini e si era precipitata nella carrozza come se fosse un nascondiglio.
Il sergente Cuff fu altrettanto rapido dal canto suo. Spostò Samuel e si parò davanti alla signorina Rachel, con lo sportello della carrozza aperta in mano, nell’istante in cui lei si sistemava al suo posto.
«Cosa volete?» dice la signorina Rachel, da dietro il suo velo.
«Voglio dirvi una parola, signorina», rispose il sergente, «prima che andiate. Non posso permettermi di impedirvi di far visita a vostra zia. Posso solo azzardarmi a dire che il vostro lasciarci, così come stanno le cose ora, mette un ostacolo sulla strada del mio recupero del vostro Diamante. Vi prego di capirlo; e ora decidete voi stessa se andare o restare».
La signorina Rachel non gli rispose nemmeno. «Avanti, James!» gridò al cocchiere.
Senza un’altra parola, il sergente chiuse lo sportello della carrozza. Proprio mentre lo chiudeva, il signor Franklin arrivò correndo giù per i gradini. «Addio, Rachel», disse, porgendole la mano.
«Avanti!» gridò la signorina Rachel, più forte che mai, e non prestando più attenzione al signor Franklin di quanta ne avesse prestata al sergente Cuff.
Il signor Franklin fece un passo indietro folgorato, come ben poteva essere. Il cocchiere, non sapendo cosa fare, guardò verso la mia signora, ancora in piedi e immobile in cima ai gradini. La mia signora, con rabbia, dolore e vergogna che lottavano insieme sul suo volto, gli fece segno di far partire i cavalli, e poi tornò precipitosamente in casa. Il signor Franklin, riacquistato l’uso della parola, chiamò dietro di lei, mentre la carrozza si allontanava: «Zia! Avevate ragione. Accettate i miei ringraziamenti per tutta la vostra gentilezza, e lasciatemi andare».
La mia signora si voltò come per parlargli. Poi, come se diffidasse di se stessa, agitò gentilmente la mano. «Fammi vedere prima che tu ci lasci, Franklin», disse, con voce rotta, e proseguì verso la sua stanza.
«Mi faccia un ultimo favore, Betteredge», dice il signor Franklin, rivolgendosi a me, con le lacrime agli occhi. «Mi faccia arrivare al treno il prima possibile!»
Anche lui se ne andò verso la casa. Per un momento, la signorina Rachel lo aveva completamente abbattuto. Giudicate da questo quanto doveva esserne innamorato!
Il sergente Cuff ed io restammo faccia a faccia, in fondo ai gradini. Il sergente se ne stava con il viso rivolto verso un’apertura tra gli alberi, che dominava la vista di una delle curve del viale che portava alla casa. Aveva le mani nelle tasche e stava fischiettando dolcemente «The Last Rose of Summer» tra sé e sé.
«C’è un tempo per ogni cosa», dissi abbastanza selvaggiamente. «Questo non è il momento di fischiettare».
In quel momento, la carrozza apparve in lontananza, attraverso l’apertura, sulla via per il cancello della portineria. C’era un altro uomo, oltre a Samuel, chiaramente visibile sul predellino posteriore.
«Tutto bene!» disse il sergente tra sé e sé. Si voltò verso di me. «Non è il momento di fischiettare, signor Betteredge, come dite voi. È il momento di prendere questa faccenda in mano, ora, senza risparmiare nessuno. Inizieremo con Rosanna Spearman. Dov’è Joyce?»
Chiamammo entrambi Joyce e non ricevemmo risposta. Mandai uno dei ragazzi di stalla a cercarlo.
«Avete sentito cosa ho detto alla signorina Verinder?» osservò il sergente, mentre aspettavamo. «E avete visto come l’ha accolto? Le dico chiaramente che il suo lasciarci sarà un ostacolo sulla via del mio recupero del suo Diamante, e lei parte, alla faccia di quella dichiarazione! La vostra giovane signorina ha una compagna di viaggio nella carrozza di sua madre, signor Betteredge, e il suo nome è: la Pietra di Luna».
Non dissi nulla. Mi aggrappai solo come la morte alla mia fiducia nella signorina Rachel.
Il ragazzo di stalla tornò, seguito, molto malvolentieri, a quanto mi parve, da Joyce.
«Dov’è Rosanna Spearman?» chiese il sergente Cuff.
«Non so spiegarmelo, signore», iniziò Joyce; «e mi dispiace molto. Ma in un modo o nell’altro...»
«Prima che andassi a Frizinghall», disse il sergente, interrompendolo, «vi ho detto di tenere gli occhi su Rosanna Spearman, senza farle scoprire che era sorvegliata. Volete dirmi che vi siete fatto sfuggire di mano la situazione?»
«Temo, signore», dice Joyce, iniziando a tremare, «di essere stato forse un po’ troppo cauto nel non farmi scoprire. Ci sono così tanti passaggi nelle parti basse di questa casa...»
«Da quanto tempo l’avete persa di vista?»
«Da quasi un’ora, signore».
«Potete tornare alle vostre mansioni abituali a Frizinghall», disse il sergente, parlando con la stessa compostezza di sempre, nel suo solito modo calmo e tetro. «Non credo che i vostri talenti siano affatto nelle nostre corde, signor Joyce. Il vostro attuale tipo di impiego è un tantino al di sopra di voi. Buongiorno».
L’uomo si allontanò furtivamente. Trovo molto difficile descrivere come fui colpito dalla scoperta che Rosanna Spearman era scomparsa. Sembravo avere cinquanta pensieri diversi al riguardo, tutti nello stesso momento. In quello stato, stavo a fissare il sergente Cuff, e le mie capacità di linguaggio mi abbandonarono del tutto.
«No, signor Betteredge», disse il sergente, come se avesse scoperto il pensiero più pressante in me, e lo stesse scegliendo per rispondere, prima di tutti gli altri. «La vostra giovane amica, Rosanna, non mi sfuggirà dalle dita così facilmente come pensate. Finché so dove si trova la signorina Verinder, ho i mezzi a mia disposizione per rintracciare il complice della signorina Verinder. Ho impedito loro di comunicare la scorsa notte. Benissimo. Si incontreranno a Frizinghall, invece di incontrarsi qui. L’attuale indagine deve semplicemente essere spostata (piuttosto prima di quanto avessi previsto) da questa casa alla casa in cui la signorina Verinder è ospite. Nel frattempo, temo di dovervi disturbare per riunire di nuovo la servitù».
Andai con lui verso la sala della servitù. È molto disdicevole, ma non è meno vero che ebbi un altro attacco di febbre investigativa, quando disse quelle ultime parole. Dimenticai che odiavo il sergente Cuff. Lo presi confidenzialmente per il braccio. Dissi: «Per l’amor del cielo, ci dica cosa ha intenzione di fare ora con la servitù!»
Il grande Cuff rimase immobile e si rivolse in una sorta di estasi malinconica all’aria vuota.
«Se quest’uomo», disse il sergente (riferendosi apparentemente a me), «capisse solo la coltivazione delle rose, sarebbe il personaggio più perfettamente completo sulla faccia del creato!» Dopo quella forte espressione di sentimento, sospirò e si infilò il braccio nel mio. «Stanno così le cose», disse, tornando agli affari. «Rosanna ha fatto una di queste due cose. O è andata direttamente a Frizinghall (prima che io possa arrivarci), o è andata prima a visitare il suo nascondiglio alle Sabbie Tremanti. La prima cosa da scoprire è quale dei servitori l’abbia vista per l’ultima volta prima che lasciasse la casa».
Avviando questa indagine, venne fuori che l’ultima persona ad aver posato gli occhi su Rosanna era Nancy, la sguattera.
Nancy l’aveva vista scivolare fuori con una lettera in mano e fermare il garzone del macellaio che aveva appena consegnato della carne alla porta sul retro. Nancy l’aveva sentita chiedere all’uomo di imbucare la lettera quando fosse tornato a Frizinghall. L’uomo aveva guardato l’indirizzo e aveva detto che era un giro tortuoso consegnare una lettera diretta a Cobb’s Hole, imbucandola a Frizinghall; e che, per di più, di sabato, il che avrebbe impedito alla lettera di arrivare a destinazione prima di lunedì mattina. Rosanna aveva risposto che il fatto che la consegna della lettera fosse ritardata fino a lunedì non aveva importanza. L’unica cosa di cui voleva essere sicura era che l’uomo facesse ciò che gli aveva chiesto. L’uomo aveva promesso di farlo ed era ripartito. Nancy era stata richiamata al suo lavoro in cucina. E nessun’altra persona aveva visto Rosanna Spearman in seguito.
«Bene?» chiesi, quando fummo di nuovo soli.
«Bene», dice il sergente. «Devo andare a Frizinghall».
«Per la lettera, signore?»
«Sì. L’appunto sul nascondiglio è in quella lettera. Devo vedere l’indirizzo all’ufficio postale. Se è l’indirizzo che sospetto, farò un’altra visita alla nostra amica, la signora Yolland, lunedì prossimo».
Andai con il sergente a ordinare il calesse. Nel cortile della stalla ricevemmo una nuova luce sulla ragazza scomparsa.
CAPITOLO XIX
La notizia della scomparsa di Rosanna si era, a quanto pare, diffusa tra i servitori che lavoravano all’esterno. Anche loro avevano fatto le loro indagini; e avevano appena messo le mani su un ragazzino svelto, soprannominato «Duffy», che veniva impiegato occasionalmente per diserbare il giardino e che aveva visto Rosanna Spearman appena mezz’ora prima. Duffy era certo che la ragazza gli fosse passata accanto nella piantagione di abeti, non camminando, ma correndo, in direzione della riva del mare.
«Questo ragazzo conosce la costa da queste parti?» chiese il sergente Cuff.
«È nato e cresciuto sulla costa», risposi.
«Duffy!» dice il sergente, «vuoi guadagnarti uno scellino? Se vuoi, vieni con me. Tieni pronto il calesse, signor Betteredge, finché non torno».
Partì per le Sabbie Tremanti a un ritmo che le mie gambe (sebbene abbastanza ben conservate per la mia età) non avevano speranza di eguagliare. Il piccolo Duffy, come è tipico dei giovani selvaggi da queste parti quando sono di buon umore, lanciò un urlo e trotterellò sui talloni del sergente.
Anche qui, trovo impossibile dare un resoconto chiaro dello stato della mia mente nell’intervallo dopo che il sergente Cuff ci ebbe lasciati. Una strana e stupefacente irrequietezza si impadronì di me. Feci una dozzina di cose inutili dentro e fuori casa, nessuna delle quali ora riesco a ricordare. Non so nemmeno quanto tempo fosse passato dopo che il sergente era andato alle sabbie, quando Duffy tornò correndo con un messaggio per me. Il sergente Cuff aveva dato al ragazzo un foglio strappato dal suo taccuino, su cui era scritto a matita: «Mandatemi uno degli stivali di Rosanna Spearman, e fate in fretta».
Mandai la prima serva che potei trovare nella stanza di Rosanna; e mandai il ragazzo a dire che io stesso l’avrei seguito con lo stivale.
Questo, lo so bene, non era il modo più veloce di obbedire alle istruzioni che avevo ricevuto. Ma ero deciso a vedere con i miei occhi quale nuova mistificazione fosse in corso prima di affidare lo stivale di Rosanna nelle mani del sergente. La mia vecchia idea di proteggere la ragazza, se avessi potuto, sembrava essermi tornata di nuovo all’undicesima ora. Questo stato d’animo (per non parlare della febbre investigativa) mi spinse via, non appena ebbi lo stivale, alla velocità più vicina a una corsa che un uomo sopra i settant’anni possa ragionevolmente sperare di fare.
Mentre mi avvicinavo alla riva, le nuvole si addensarono scure e scese la pioggia, che il vento trascinava in grandi veli bianchi d’acqua. Udii il rombo del mare sul banco di sabbia alla foce della baia. Poco più avanti, superai il ragazzo accovacciato al riparo sotto il pendio delle dune. Poi vidi il mare in tempesta, i cavalloni che si infrangevano sul banco di sabbia, la pioggia battente che spazzava le acque come un vestito al vento, e la landa giallastra della spiaggia con un’unica figura nera che vi stava sopra: la figura del sergente Cuff.
Agitò la mano verso nord, non appena mi vide. "Resti da quel lato!" gridò. "E venga qui da me!"
Scesi da lui col fiato mozzo, col cuore che mi balzava in petto come se volesse uscirmi dal corpo. Non ero in grado di parlare. Avevo cento domande da fargli, e nemmeno una riusciva a passarmi le labbra. Il suo volto mi spaventava. Vidi nei suoi occhi uno sguardo che era uno sguardo d’orrore. Mi strappò lo stivale di mano e lo posò in un’impronta sulla sabbia, che si dirigeva verso sud rispetto a dove ci trovavamo, puntando dritto verso la cresta rocciosa chiamata South Spit. Il segno non era ancora stato cancellato dalla pioggia, e lo stivale della ragazza calzava a pennello.
Il sergente indicò lo stivale nell’impronta, senza dire una parola.
Mi aggrappai al suo braccio e cercai di parlargli, ma fallii come avevo fallito quando ci provai prima. Lui proseguì, seguendo le orme sempre più giù, fino al punto in cui le rocce e la sabbia si congiungevano. Il South Spit era appena lambito dalla marea montante; le acque si sollevavano sopra il volto nascosto della Shivering Sand. Ora di qua, ora di là, con un’ostinata pazienza che era terribile a vedersi, il sergente Cuff provò lo stivale nelle orme, e le trovò sempre puntate nella stessa direzione: dritta verso le rocce. Per quanto cercasse, non riuscì a trovare da nessuna parte traccia di orme che tornassero indietro.
Alla fine rinunciò. Rimanendo in silenzio, mi guardò di nuovo; e poi guardò le acque davanti a noi, che si sollevavano sempre più profonde sopra le sabbie mobili. Guardai dove guardava lui, e vidi il suo pensiero nel suo volto. Un tremito muto e terribile mi pervase d’un tratto. Caddi in ginocchio sulla spiaggia.
"È tornata al nascondiglio," sentii il sergente dire tra sé. "Le è accaduto un incidente fatale su quelle rocce."
L’aspetto mutato della ragazza, le sue parole e le sue azioni — il modo intorpidito e spento con cui mi ascoltava e mi parlava quando l’avevo trovata a spazzare il corridoio solo poche ore prima — mi tornarono in mente, avvertendomi, proprio mentre il sergente parlava, che la sua ipotesi era ben lontana dalla terribile verità. Cercai di parlargli della paura che mi aveva gelato. Cercai di dire: "La morte che ha trovato, sergente, è una morte che lei stessa ha cercato". No! Le parole non uscivano. Il tremito muto mi teneva in pugno. Non riuscivo a sentire la pioggia battente. Non riuscivo a vedere la marea che saliva. Come nella visione di un sogno, la povera creatura perduta tornò davanti a me. La rividi come l’avevo vista in passato, la mattina in cui andai a prenderla per portarla in casa. La riudii dirmi che la Shivering Sand sembrava attirarla a sé contro la sua volontà, e chiedersi se la sua tomba la stesse aspettando lì. L’orrore di tutto ciò mi colpì, in un modo insondabile, attraverso mia figlia. La mia ragazza aveva proprio la sua età. Mia figlia, messa alla prova come era stata messa alla prova Rosanna, avrebbe potuto vivere quella vita misera e morire di questa morte terribile.
Il sergente mi sollevò con gentilezza e mi voltò per non farmi vedere il luogo in cui lei aveva trovato la fine.
Con quel sollievo, ricominciai a riprendere fiato e a vedere le cose intorno a me per quello che erano realmente. Guardando verso le dune, vidi i domestici maschi e il pescatore di nome Yolland che correvano tutti insieme verso di noi; e tutti, allarmati, gridavano per sapere se la ragazza fosse stata trovata. Con pochissime parole, il sergente mostrò loro la prova delle impronte e disse che doveva esserle accaduto un incidente fatale. Poi scelse il pescatore tra gli altri e gli pose una domanda, voltandosi di nuovo verso il mare: "Mi dica", disse. "Una barca avrebbe potuto portarla via, con un tempo simile, da quelle rocce dove le sue impronte si fermano?"
Il pescatore indicò i cavalloni che si infrangevano sul banco di sabbia e le grandi onde che balzavano in nuvole di schiuma contro i promontori su entrambi i lati.
"Nessuna barca che sia mai stata costruita", rispose, "avrebbe potuto raggiungerla attraverso quella furia."
Il sergente Cuff guardò per l’ultima volta le impronte sulla sabbia, che la pioggia stava ormai rapidamente cancellando.
"Ecco", disse, "la prova che non può aver lasciato questo posto via terra. E qui", continuò, guardando il pescatore, "c’è la prova che non può essere fuggita via mare." Si fermò e rifletté per un minuto. "È stata vista correre verso questo posto, mezz’ora prima che io arrivassi qui dalla casa", disse a Yolland. "Da allora è passato del tempo. Diciamo, in tutto, un’ora fa. Quanto sarebbe alta l’acqua, a quell’ora, su questo lato delle rocce?" Indicò il lato sud, ovvero il lato non colmato dalle sabbie mobili.
"Per come monta la marea oggi", disse il pescatore, "non ci sarebbe stata acqua a sufficienza per annegare un gattino su quel lato dello Spit, un’ora fa."
Il sergente Cuff si voltò verso nord, verso le sabbie mobili.
"Quanta su questo lato?" chiese.
"Ancora meno", rispose Yolland. "La Shivering Sand sarebbe stata appena lambita, e niente più."
Il sergente si rivolse a me e disse che l’incidente doveva essere accaduto sul lato delle sabbie mobili. A quel punto la mia lingua si sciolse. "Nessun incidente!" gli dissi. "Quando è venuta in questo posto, è venuta stanca della vita, per porvi fine."
Si ritrasse da me. "Come fa a saperlo?" chiese. Gli altri si fecero intorno. Il sergente si riprese all’istante. Li allontanò da me; disse che ero un uomo anziano; disse che la scoperta mi aveva scosso; disse: "Lasciatelo stare per un momento". Poi si rivolse a Yolland e chiese: "C’è qualche possibilità di trovarla, quando la marea si ritirerà di nuovo?" E Yolland rispose: "Nessuna. Ciò che la Sabbia prende, la Sabbia tiene per sempre". Detto questo, il pescatore fece un passo avanti e si rivolse a me.
"Signor Betteredge", disse, "ho una parola da dirle sulla morte della giovane donna. A quattro piedi di distanza, in larghezza, lungo il lato dello Spit, c’è una sporgenza di roccia, a circa mezzo braccio sotto la sabbia. La mia domanda è: perché non ha colpito quella? Se fosse scivolata per sbaglio dallo Spit, sarebbe caduta dove c’è un appiglio sul fondo, a una profondità che le arriverebbe a stento alla vita. Deve aver guadato, o saltato, nelle profondità oltre, altrimenti non mancherebbe ora. Nessun incidente, signore! Le profondità delle sabbie mobili l’hanno presa. E l’hanno presa per sua stessa volontà."
Dopo quella testimonianza da parte di un uomo la cui conoscenza era attendibile, il sergente rimase in silenzio. Il resto di noi, come lui, tacque. All’unisono, voltammo tutti le spalle risalendo il pendio della spiaggia.
Ai piedi delle dune venimmo incontro al sottogroom, che correva verso di noi dalla casa. Il ragazzo è un bravo ragazzo e nutre un onesto rispetto per me. Mi porse un piccolo biglietto, con un dolore dignitoso sul volto. "Penelope mi ha mandato con questo, signor Betteredge", disse. "L’ha trovato nella stanza di Rosanna."
Era il suo ultimo addio all’uomo anziano che aveva fatto del suo meglio — grazie a Dio, sempre del suo meglio — per esserle amico.
"Mi ha perdonato spesso, signor Betteredge, in passato. Quando vedrà di nuovo la Shivering Sand, provi a perdonarmi ancora una volta. Ho trovato la mia tomba dove la mia tomba mi stava aspettando. Ho vissuto e sono morta, signore, grata per la sua gentilezza."
Non c’era altro. Per quanto poco fosse, non ebbi abbastanza forza d’animo per reggerlo. Le lacrime vengono facili, quando sei giovane e stai iniziando la vita. Le lacrime vengono facili, quando sei vecchio e la stai lasciando. Scoppiai a piangere.
Il sergente Cuff fece un passo verso di me, con buone intenzioni, non ne dubito. Mi ritrassi da lui. "Non mi tocchi", dissi. "È il terrore di lei che l’ha spinta a questo."
"Lei sbaglia, signor Betteredge", rispose con calma. "Ma ci sarà tempo per parlarne quando saremo di nuovo al chiuso."
Seguii gli altri, con l’aiuto del braccio del groom. Attraverso la pioggia battente tornammo indietro, incontro al turbamento e al terrore che ci stavano aspettando alla casa.
CAPITOLO XX
Quelli davanti avevano diffuso la notizia prima di noi. Trovammo i servitori in preda al panico. Mentre passavamo davanti alla porta della mia signora, questa fu spalancata violentemente dall’interno. La mia padrona uscì in mezzo a noi (col signor Franklin che la seguiva, cercando invano di calmarla), del tutto fuori di sé per l’orrore della cosa.
"Lei è responsabile di tutto questo!" gridò, minacciando selvaggiamente il sergente con la mano. "Gabriel! dia a quel disgraziato i suoi soldi e mi liberi dalla sua vista!"
Il sergente fu l’unico tra noi in grado di tenerle testa, essendo l’unico a mantenere il controllo di sé.
"Non sono più responsabile di questa penosa calamità di quanto lo sia lei, mia signora", disse. "Se, tra mezz’ora, insisterà ancora perché io lasci la casa, accetterò il licenziamento di vostra signoria, ma non il denaro di vostra signoria."
Fu detto con molta deferenza, ma al tempo stesso con molta fermezza, e ottenne il suo effetto sulla mia padrona così come su di me. Permise al signor Franklin di ricondurla nella stanza. Mentre la porta si chiudeva sui due, il sergente, guardandosi intorno tra le domestiche con il suo modo osservatore, notò che, mentre tutte le altre erano semplicemente spaventate, Penelope era in lacrime. "Quando suo padre si sarà cambiato d’abito", le disse, "venga a parlarci, nella stanza di suo padre."
Prima che passasse la mezz’ora, mi ero messo abiti asciutti e avevo prestato al sergente Cuff quel cambio di vestiti di cui aveva bisogno. Penelope venne da noi per sentire cosa volesse il sergente da lei. Non credo di aver mai sentito quanto una figlia buona e premurosa avessi, così intensamente come in quel momento. La presi, la feci sedere sulle mie ginocchia e pregai Dio che la benedicesse. Nascose il volto sul mio petto e mi mise le braccia intorno al collo, e aspettammo un po’ in silenzio. La povera ragazza morta doveva essere nel fondo di tutto ciò, credo, per mia figlia e per me. Il sergente andò alla finestra e stette lì a guardare fuori. Pensai fosse giusto ringraziarlo per averci trattato entrambi in quel modo, e lo feci.
Le persone dell’alta società hanno tutti i lussi per sé, tra gli altri, il lusso di indulgere nei propri sentimenti. Le persone del ceto basso non hanno tale privilegio. La necessità, che risparmia i nostri superiori, non ha pietà di noi. Impariamo a ricacciare i nostri sentimenti dentro di noi e a proseguire con i nostri doveri con la massima pazienza possibile. Non mi lamento di questo, lo noto soltanto. Penelope ed io eravamo pronti per il sergente, non appena il sergente fu pronto dalla sua parte. Alla domanda se sapesse cosa avesse spinto la sua compagna di servitù a togliersi la vita, mia figlia rispose (come potrete prevedere) che era stato per amore del signor Franklin Blake. Alla domanda successiva, se avesse menzionato questa sua idea a qualcun altro, Penelope rispose: "Non l’ho menzionata, per il bene di Rosanna". Sentii il bisogno di aggiungere una parola a riguardo. Dissi: "E anche per il bene del signor Franklin, mia cara. Se Rosanna è morta per amore suo, non è a sua insaputa o per sua colpa. Lasci che se ne vada oggi, se deve andarsene, senza l’inutile dolore di conoscere la verità". Il sergente Cuff disse: "Molto bene", e tornò in silenzio; confrontando l’idea di Penelope (come mi parve) con qualche altra idea sua che tenne per sé.
Allo scadere della mezz’ora, suonò il campanello della mia padrona.
Mentre andavo a rispondere, incontrai il signor Franklin che usciva dal salotto di sua zia. Menzionò che sua signoria era pronta a vedere il sergente Cuff — alla mia presenza come prima — e aggiunse che lui stesso voleva dire due parole al sergente prima. Sulla via del ritorno verso la mia stanza, si fermò e guardò l’orario dei treni nell’ingresso.
"Se ne va davvero, signore?" chiesi. "La signorina Rachel tornerà sicuramente in sé, se solo le darà tempo?"
"Tornerà in sé", rispose il signor Franklin, "quando saprà che me ne sono andato e che non mi vedrà più."
Pensai che parlasse per risentimento verso il trattamento ricevuto dalla mia giovane padrona. Ma non era così. La mia padrona aveva notato, da quando la polizia era entrata in casa, che la semplice menzione di lui era sufficiente a far infiammare l’animo della signorina Rachel. Era stato troppo affezionato a sua cugina per ammetterlo a se stesso, finché la verità non gli era stata imposta nel momento in cui lei era partita verso casa della zia. Una volta che i suoi occhi si furono aperti in quel modo crudele che sapete, il signor Franklin aveva preso la sua decisione — l’unica decisione che un uomo di spirito potesse prendere — di lasciare la casa.
Ciò che aveva da dire al sergente fu detto alla mia presenza. Descrisse sua signoria come disposta ad ammettere di aver parlato troppo frettolosamente. E chiese se il sergente Cuff avesse acconsentito — in tal caso — ad accettare il suo onorario e a lasciare la faccenda del Diamante dove si trovava ora. Il sergente rispose: "No, signore. Il mio onorario mi viene pagato per fare il mio dovere. Mi rifiuto di prenderlo, finché il mio dovere non sarà compiuto".
"Non la capisco", dice il signor Franklin.
"Mi spiegherò, signore", dice il sergente. "Quando sono arrivato qui, mi sono impegnato a fare la necessaria luce sulla faccenda del Diamante scomparso. Ora sono pronto e in attesa di mantenere la mia promessa. Quando avrò esposto il caso a Lady Verinder per come si presenta ora, e quando le avrò detto chiaramente quale linea d’azione intraprendere per il recupero della Moonstone, la responsabilità sarà tolta dalle mie spalle. Lasci che sia sua signoria a decidere, dopo di allora, se permettermi o meno di proseguire. Avrò allora fatto ciò che mi ero impegnato a fare, e prenderò il mio onorario."
Con quelle parole il sergente Cuff ci ricordò che, anche nella Polizia Investigativa, un uomo può avere una reputazione da perdere.
Il punto di vista che aveva adottato era così chiaramente quello giusto, che non c’era altro da dire. Mentre mi alzavo per condurlo nella stanza della mia signora, chiese se il signor Franklin desiderasse essere presente. Il signor Franklin rispose: "Non se Lady Verinder non lo desidera". Aggiunse, sussurrandomi mentre seguivo il sergente fuori, "So cosa sta per dire quell’uomo riguardo a Rachel; e sono troppo affezionato a lei per ascoltarlo e mantenere la calma. Mi lasci solo".
Lo lasciai, abbastanza miserabile, appoggiato al davanzale della mia finestra, con il volto nascosto tra le mani e Penelope che sbirciava dalla porta, desiderando consolarlo. Al posto del signor Franklin, l’avrei chiamata. Quando vieni trattato male da una donna, c’è un grande conforto nel raccontarlo a un’altra, perché, nove volte su dieci, l’altra prende sempre le tue parti. Forse, quando mi ero voltato, lui l’aveva chiamata? In tal caso, è solo rendere giustizia a mia figlia dichiarare che non si sarebbe fermata davanti a nulla, pur di consolare il signor Franklin Blake.
Nel frattempo, il sergente Cuff ed io procedemmo verso la stanza della mia signora.
Nell’ultimo colloquio che avevamo avuto con lei, non l’avevamo trovata molto propensa a sollevare gli occhi dal libro che aveva sul tavolo. In quest’occasione c’era un cambiamento in meglio. Incontrò lo sguardo del sergente con un occhio fermo quanto il suo. Lo spirito di famiglia si mostrava in ogni linea del suo volto; e seppi che il sergente Cuff avrebbe trovato pane per i suoi denti, quando una donna come la mia padrona era tesa a udire il peggio che lui potesse dirle.
CAPITOLO XXI
Le prime parole, una volta che ci fummo seduti, furono pronunciate dalla mia signora.
"Sergente Cuff", disse, "c’era forse una qualche scusa per il modo sconsiderato in cui ho parlato con lei mezz’ora fa. Non ho alcun desiderio, tuttavia, di avanzare quella scusa. Dico, con perfetta sincerità, che me ne rammarico, se le ho fatto un torto."
La grazia della voce e dei modi con cui gli offrì quella riparazione ebbe il suo dovuto effetto sul sergente. Chiese il permesso di giustificarsi, ponendo la sua giustificazione come un atto di rispetto verso la mia padrona. Era impossibile, disse, che potesse essere in alcun modo responsabile della calamità, che aveva scosso tutti noi, per questa ragione sufficiente, che il suo successo nel portare l’inchiesta alla sua giusta conclusione dipendeva dal non dire né fare nulla che potesse allarmare Rosanna Spearman. Si appellò a me per testimoniare se avesse, o meno, perseguito tale obiettivo. Potei, e lo feci, testimoniare che lo aveva fatto. E lì, come pensavo, la faccenda avrebbe potuto essere lasciata giudiziosamente a finire.
Il sergente Cuff, tuttavia, fece un passo oltre, evidentemente (come ora giudicherete) allo scopo di forzare la spiegazione più dolorosa di tutte le possibili, affinché avesse luogo tra sua signoria e lui stesso.
"Ho sentito attribuire un movente al suicidio della giovane donna", disse il sergente, "che potrebbe forse essere quello giusto. È un movente del tutto slegato dal caso che sto conducendo qui. Sono tenuto ad aggiungere, tuttavia, che la mia opinione punta dalla parte opposta. Un’ansia insopportabile in relazione al Diamante scomparso, credo, ha spinto la povera creatura alla sua stessa distruzione. Non pretendo di sapere quale possa essere stata quell’ansia insopportabile. Ma penso (con il permesso di vostra signoria) di poter mettere la mano su una persona che sia capace di decidere se ho ragione o torto."
"La persona è ora in casa?" chiese la mia padrona, dopo aver atteso un poco.
"La persona ha lasciato la casa, mia signora."
Quella risposta puntava dritto alla signorina Rachel nel modo più diretto possibile. Un silenzio cadde su di noi che pensai non avrebbe mai avuto fine. Signore! come ululava il vento e come la pioggia batteva alla finestra, mentre sedevo lì in attesa che l’uno o l’altra parlassero di nuovo!
"Si spieghi chiaramente, la prego", disse la mia signora. "Si riferisce a mia figlia?"
"Proprio così", disse il sergente Cuff, con quelle precise parole.
La mia padrona aveva il suo libretto degli assegni sul tavolo quando entrammo nella stanza, senza dubbio per pagare l’onorario al sergente. Ora lo rimise nel cassetto. Mi si spezzò il cuore nel vedere quanto tremasse la sua povera mano; la mano che aveva colmato di benefici la sua vecchia servitù; la mano che, prego Dio, possa prendere la mia, quando verrà il mio momento, e lascerò il mio posto per sempre!
"Speravo", disse la mia signora, molto lentamente e con calma, "di aver ricompensato i suoi servizi e di essermi congedata da lei senza che il nome della signorina Verinder fosse stato apertamente menzionato tra noi come è stato menzionato ora. Mio nipote ha probabilmente detto qualcosa di questo, prima che lei entrasse nella mia stanza?"
"Il signor Blake ha dato il suo messaggio, mia signora. E io ho dato al signor Blake una ragione——"
«È inutile dirmi la sua ragione. Dopo quello che ha appena detto, sa bene quanto me che si è spinto troppo oltre per tornare indietro. Lo devo a me stessa, e lo devo a mia figlia, insistere perché lei rimanga qui, e insistere perché lei parli chiaro».
Il sergente guardò l’orologio.
«Se ci fosse stato tempo, mia signora,» rispose, «avrei preferito scrivere il mio rapporto, invece di comunicarlo a voce. Ma, se quest’indagine deve proseguire, il tempo è troppo prezioso per essere sprecato scrivendo. Sono pronto ad affrontare la questione immediatamente. È una faccenda molto dolorosa per me da esporre, e per lei da ascoltare».
A quel punto la mia padrona lo fermò ancora una volta.
«Potrei forse renderla meno dolorosa per lei, e per il mio buon servitore e amico qui presente,» disse, «se dessi l’esempio parlando apertamente, da parte mia. Lei sospetta che la signorina Verinder inganni tutti noi, nascondendo il Diamante per qualche suo scopo personale? È vero?»
«Verissimo, mia signora».
«Benissimo. Ora, prima che lei inizi, devo dirle, in quanto madre della signorina Verinder, che lei è assolutamente incapace di fare ciò che lei suppone abbia fatto. La sua conoscenza del carattere di mia figlia risale a un giorno o due fa. La mia conoscenza del suo carattere risale all’inizio della sua vita. Esponga pure i suoi sospetti con la massima fermezza; è impossibile che lei possa offendermi nel farlo. Sono certa, in anticipo, che (con tutta la sua esperienza) le circostanze l’abbiano fatalmente tratta in inganno in questo caso. Attenzione! Non sono in possesso di alcuna informazione privata. Sono esclusa dalla confidenza di mia figlia tanto quanto lei. La mia unica ragione per parlare con tale sicurezza è quella che ha già sentito. Conosco mia figlia».
Si voltò verso di me e mi porse la mano. La baciai in silenzio. «Può continuare», disse, tornando ad affrontare il sergente con la solita fermezza.
Il sergente Cuff si inchinò. La mia padrona aveva prodotto su di lui un solo effetto. Il suo volto affilato si addolcì per un momento, come se provasse pena per lei. Quanto a scuoterlo nelle sue convinzioni, era evidente che non l’aveva spostato di un solo millimetro. Si sistemò sulla sedia e iniziò il suo vile attacco al carattere della signorina Rachel con queste parole:
«Devo chiedere a vostra signoria,» disse, «di guardare in faccia questa faccenda, dal mio punto di vista oltre che dal suo. Vuole avere la bontà di immaginarsi nei miei panni, qui, con la mia esperienza? E vuole permettermi di menzionare molto brevemente quale sia stata tale esperienza?»
La mia padrona gli fece cenno di procedere. Il sergente continuò:
«Negli ultimi vent’anni,» disse, «sono stato largamente impiegato in casi di scandali familiari, agendo in qualità di uomo di fiducia. L’unico risultato della mia pratica domestica che abbia attinenza con la questione in mano è un risultato che posso riassumere in due parole. È ben noto alla mia esperienza che le giovani signore di rango e posizione abbiano occasionalmente debiti privati che non osano confessare ai loro parenti e amici più stretti. A volte, il sarto e il gioielliere ne sono la causa. A volte, il denaro è richiesto per scopi che non sospetto in questo caso, e che non vorrei scandalizzarla menzionando. Tenga a mente quello che ho detto, mia signora; e ora vediamo come gli eventi in questa casa mi abbiano costretto a ricorrere alla mia esperienza, che lo volessi o no!»
Rifletté tra sé per un momento e proseguì, con un’orribile chiarezza che costringeva a capirlo, con una giustizia abominevole che non favoriva nessuno.
«La mia prima informazione riguardante la perdita della Pietra di Luna,» disse il sergente, «mi è giunta dal sovrintendente Seegrave. Egli ha dimostrato con mia piena soddisfazione di essere assolutamente incapace di gestire il caso. L’unica cosa che ha detto e che mi è parsa degna di ascolto è stata questa: che la signorina Verinder si era rifiutata di essere interrogata da lui, e gli aveva parlato con una maleducazione e un disprezzo del tutto incomprensibili. L’ho trovato curioso, ma l’ho attribuito principalmente a una certa goffaggine da parte del sovrintendente, che potrebbe aver offeso la giovane signora. Dopodiché, l’ho accantonato nella mia mente e mi sono dedicato al caso da solo. È finito, come lei sa, con la scoperta della macchia sulla porta e con la testimonianza del signor Franklin Blake che mi ha convinto che questa stessa macchia e la perdita del Diamante fossero pezzi dello stesso enigma. Fin qui, se sospettavo qualcosa, sospettavo che la Pietra di Luna fosse stata rubata e che uno dei servitori potesse rivelarsi il ladro. Molto bene. In questo stato di cose, cosa succede? La signorina Verinder esce improvvisamente dalla sua stanza e mi parla. Osservo tre aspetti sospetti in quella giovane signora. È ancora violentemente agitata, sebbene siano passate più di ventiquattr’ore da quando il Diamante è andato perduto. Mi tratta come ha già trattato il sovrintendente Seegrave. Ed è mortalmente offesa con il signor Franklin Blake. Molto bene, ancora. Ecco (mi dico) una giovane signora che ha perso un gioiello di valore; una giovane signora, inoltre, come i miei occhi e le mie orecchie mi confermano, dal temperamento impetuoso. In queste circostanze, e con quel carattere, cosa fa? Tradisce un risentimento incomprensibile contro il signor Blake, contro il sovrintendente e contro me stesso; ovvero proprio contro le tre persone che, ognuna a modo suo, hanno cercato di aiutarla a ritrovare il gioiello perduto. Avendo portato la mia indagine a quel punto, allora, mia signora, e non prima, ho iniziato a frugare nella mia mente per trovare la mia esperienza. La mia esperienza spiega il comportamento altrimenti incomprensibile della signorina Verinder. L’associa a quelle altre giovani signore che conosco. Mi dice che ha debiti che non osa confessare, che devono essere pagati. E mi spinge a chiedermi se la perdita del Diamante non possa significare che il Diamante debba essere segretamente impegnato per pagarli. Questa è la conclusione che la mia esperienza trae dai fatti evidenti. Cosa ha da obiettare l’esperienza di vostra signoria?»
«Quello che ho già detto,» rispose la mia padrona. «Le circostanze l’hanno tratta in inganno».
Io non dissi nulla. Robinson Crusoe — Dio sa come — si era insinuato nella mia confusa testa di vecchio. Se il sergente Cuff si fosse trovato, in quel momento, trasportato su un’isola deserta, senza un Venerdì a fargli compagnia o una nave a portarlo via, si sarebbe trovato esattamente dove volevo che fosse! (Nota bene: sono un buon cristiano nella media, quando non si spinge troppo oltre il mio cristianesimo. E tutti voi — il che è di grande conforto — siete, sotto questo aspetto, molto simili a me).
Il sergente Cuff continuò:
«Che abbia ragione o torto, mia signora,» disse, «avendo tratto la mia conclusione, la cosa successiva da fare era metterla alla prova. Ho suggerito a vostra signoria l’esame di tutti gli armadi della casa. Era un mezzo per trovare l’indumento che, con ogni probabilità, aveva causato la macchia; ed era un mezzo per mettere alla prova la mia conclusione. Com’è andata a finire? Vostra signoria ha acconsentito; il signor Blake ha acconsentito; il signor Ablewhite ha acconsentito. La sola signorina Verinder ha bloccato l’intero procedimento rifiutandosi categoricamente. Quel risultato mi ha convinto che il mio punto di vista fosse quello giusto. Se vostra signoria e il signor Betteredge insistete nel non essere d’accordo con me, dovete essere ciechi di fronte a ciò che è accaduto sotto i vostri occhi proprio oggi. In vostra presenza, ho detto alla giovane signora che il suo lasciare la casa (così come stavano le cose) avrebbe rappresentato un ostacolo al ritrovamento del suo gioiello. Avete visto voi stessi che se n’è andata incurante di quella dichiarazione. Avete visto voi stessi che, lungi dal perdonare il signor Blake per aver fatto più di tutti voi per mettere l’indizio nelle mie mani, ha insultato pubblicamente il signor Blake, sui gradini della casa di sua madre. Cosa significano queste cose? Se la signorina Verinder non è complice della soppressione del Diamante, cosa significano queste cose?»
Questa volta guardò dalla mia parte. Era davvero spaventoso sentirlo accumulare prova dopo prova contro la signorina Rachel e sapere, mentre si desiderava difenderla, che non c’era modo di contestare la verità di ciò che diceva. Io sono (grazie a Dio!) costituzionalmente superiore alla ragione. Questo mi ha permesso di rimanere fermo sul punto di vista della mia signora, che era anche il mio. Questo ha risvegliato il mio spirito e mi ha fatto tenere testa al sergente Cuff. Approfittatene, cari amici, vi supplico, dal mio esempio. Vi risparmierà molti guai di natura fastidiosa. Coltivate una superiorità rispetto alla ragione, e vedrete come limerete gli artigli a tutte le persone assennate quando cercheranno di graffiarvi per il vostro bene!
Constatando che non facevo alcun commento, e che la mia padrona non faceva alcun commento, il sergente Cuff procedette. Signore! Quanto mi faceva infuriare notare che non era minimamente scosso dal nostro silenzio!
«Ecco il caso, mia signora, così come si pone contro la sola signorina Verinder,» disse. «La cosa successiva è esporre il caso così come si pone contro la signorina Verinder e la defunta Rosanna Spearman prese insieme. Torniamo indietro per un momento, se le aggrada, al rifiuto di sua figlia di lasciar esaminare il suo guardaroba. Essendo giunto a una conclusione dopo quella circostanza, avevo due domande da considerare in seguito. Primo, sul metodo corretto per condurre la mia indagine. Secondo, se la signorina Verinder avesse un complice tra la servitù femminile in casa. Dopo averci pensato attentamente, decisi di condurre l’indagine in quello che nel nostro ufficio chiameremmo un modo altamente irregolare. Per questa ragione: avevo a che fare con uno scandalo familiare, che era mio dovere mantenere entro i confini della famiglia. Meno rumore si faceva, e meno estranei venivano assunti per aiutarmi, meglio era. Per quanto riguarda la solita procedura di prendere le persone in custodia per sospetto, andare davanti al magistrato e tutto il resto, non se ne doveva nemmeno parlare, quando la figlia di vostra signoria era (come credevo) dietro l’intera faccenda. In questo caso, ho ritenuto che una persona del carattere e della posizione del signor Betteredge in casa — conoscendo i servitori come li conosceva, e avendo a cuore l’onore della famiglia — sarebbe stata più sicura da prendere come assistente di chiunque altro su cui avessi potuto mettere le mani. Avrei provato anche con il signor Blake, se non fosse stato per un ostacolo. Aveva intuito la piega che prendevano i miei procedimenti fin dall’inizio; e, con il suo interesse per la signorina Verinder, qualsiasi comprensione reciproca era impossibile tra lui e me. Disturbo vostra signoria con questi dettagli per mostrarle che ho mantenuto il segreto di famiglia entro la cerchia familiare. Sono l’unico estraneo a conoscerlo, e la mia esistenza professionale dipende dal saper tenere la lingua a freno».
Qui ho sentito che la mia esistenza professionale dipendeva dal non tenere la lingua a freno. Essere additato davanti alla mia padrona, nella mia vecchiaia, come una sorta di vice-poliziotto, era, ancora una volta, più di quanto il mio cristianesimo fosse in grado di sopportare.
«Prego di informare vostra signoria,» dissi, «che non ho mai, a mia conoscenza, aiutato questo abominevole affare di investigazione, in alcun modo, dall’inizio alla fine; e chiamo il sergente Cuff a contraddirmi, se osa!»
Dopo aver dato sfogo a quelle parole, mi sentii molto sollevato. Sua signoria mi onorò con una piccola pacca amichevole sulla spalla. Guardai con giusta indignazione il sergente, per vedere cosa pensasse di una testimonianza del genere! Il sergente mi ricambiò lo sguardo come un agnello, e sembrò apprezzarmi più di prima.
La mia signora lo informò che poteva continuare la sua dichiarazione. «Capisco,» disse, «che lei ha onestamente fatto del suo meglio, in quello che crede essere nel mio interesse. Sono pronta ad ascoltare quello che ha da dire in seguito».
«Quello che ho da dire in seguito,» rispose il sergente Cuff, «riguarda Rosanna Spearman. Ho riconosciuto la giovane donna, come vostra signoria ricorderà, quando ha portato il registro della lavanderia in questa stanza. Fino a quel momento ero incline a dubitare che la signorina Verinder avesse confidato il suo segreto a qualcuno. Quando ho visto Rosanna, ho cambiato idea. L’ho sospettata immediatamente di essere a conoscenza della soppressione del Diamante. La povera creatura è andata incontro alla morte con una fine terribile, e non voglio che vostra signoria pensi, ora che non c’è più, che io sia stato eccessivamente duro con lei. Se questo fosse stato un comune caso di furto, avrei dato a Rosanna il beneficio del dubbio proprio come l’avrei dato a chiunque altro dei servitori in casa. La nostra esperienza con le donne del Riformatorio è che, quando messe alla prova nel servizio — e quando trattate con gentilezza e giudizio — si rivelano nella maggior parte dei casi sinceramente pentite, e onestamente meritevoli degli sforzi fatti per loro. Ma questo non era un comune caso di furto. Era un caso — nella mia mente — di una frode profondamente pianificata, con il proprietario del Diamante dietro di essa. Nutrendo questa convinzione, la prima considerazione che si è naturalmente presentata a me, in relazione a Rosanna, è stata questa: la signorina Verinder si accontenterebbe (chiedo perdono a vostra signoria) di farci credere tutti che la Pietra di Luna fosse semplicemente persa? O farebbe un passo ulteriore, e ci illuderebbe facendoci credere che la Pietra di Luna sia stata rubata? In quest’ultimo evento c’era Rosanna Spearman — con la reputazione di ladra — pronta per lei; la persona più adatta di ogni altra per sviare vostra signoria, e per sviare me, su una falsa pista».
Era possibile (mi chiesi) che potesse mettere il suo caso contro la signorina Rachel e Rosanna in un punto di vista più orribile di questo? Era possibile, come vedrete ora.
«Avevo un’altra ragione per sospettare la defunta,» disse, «che mi appare ancora più forte. Chi sarebbe stata la persona adatta ad aiutare la signorina Verinder a raccogliere denaro privatamente sul Diamante? Rosanna Spearman. Nessuna giovane signora nella posizione della signorina Verinder potrebbe gestire una faccenda così rischiosa da sola. Deve avere avuto un intermediario, e chi sarebbe più adatta, chiedo di nuovo, di Rosanna Spearman? La defunta cameriera di vostra signoria era al vertice della sua professione quando era una ladra. Aveva relazioni, a mia certa conoscenza, con uno dei pochi uomini a Londra (nel campo dei prestiti di denaro) che avrebbe anticipato una grossa somma su un gioiello così notevole come la Pietra di Luna, senza fare domande imbarazzanti, o insistere su condizioni imbarazzanti. Tenga a mente questo, mia signora; e ora mi permetta di mostrarle come i miei sospetti siano stati giustificati dagli atti stessi di Rosanna, e dalle ovvie deduzioni che se ne possono trarre».
Passò quindi in rassegna l’intero comportamento di Rosanna. Voi siete già a conoscenza di quei procedimenti tanto quanto me; e capirete come questa parte del suo rapporto abbia fissato inconfutabilmente la colpa di essere stata coinvolta nella sparizione della Pietra di Luna sulla memoria della povera ragazza morta. Persino la mia padrona fu scoraggiata da ciò che disse ora. Non gli diede risposta quando ebbe finito. Non sembrava importare al sergente se riceveva risposta o meno. Andò avanti (che il diavolo se lo porti!), saldo come sempre.
«Avendo esposto l’intero caso come lo comprendo,» disse, «non mi resta che dire a vostra signoria, ora, cosa mi propongo di fare in seguito. Vedo due modi per portare questa indagine a una conclusione positiva. Considero uno di questi modi una certezza. L’altro, lo ammetto, è un esperimento audace, e nient’altro. Sua signoria deciderà. Prendiamo prima la certezza?»
La mia padrona gli fece segno di procedere a modo suo e di scegliere da sé.
«Grazie,» disse il sergente. «Inizieremo con la certezza, visto che vostra signoria è così gentile da lasciar fare a me. Che la signorina Verinder rimanga a Frizinghall o che torni qui, mi propongo, in entrambi i casi, di mantenere un’attenta sorveglianza su tutti i suoi movimenti: sulle persone che vede, sulle passeggiate che può fare, e sulle lettere che può scrivere e ricevere».
«E poi?» chiese la mia padrona.
«Successivamente,» rispose il sergente, «chiederò il permesso di vostra signoria di introdurre in casa, come servitrice al posto di Rosanna Spearman, una donna abituata a indagini private di questo tipo, della cui discrezione posso garantire».
«E poi?» ripeté la mia padrona.
«Successivamente,» continuò il sergente, «e infine, mi propongo di inviare uno dei miei colleghi a prendere accordi con quel prestatore di denaro a Londra, che ho menzionato poco fa come precedentemente conosciuto da Rosanna Spearman — e il cui nome e indirizzo, vostra signoria può esserne certa, sono stati comunicati da Rosanna alla signorina Verinder. Non nego che la linea di condotta che sto suggerendo costerà denaro e consumerà tempo. Ma il risultato è certo. Tracciamo una linea attorno alla Pietra di Luna, e stringiamo quella linea sempre di più finché non la troveremo in possesso della signorina Verinder, supponendo che decida di tenerla. Se i suoi debiti la incalzano, e decide di spedirla via, allora abbiamo il nostro uomo pronto, e incontriamo la Pietra di Luna al suo arrivo a Londra».
Sentire la propria figlia diventare oggetto di una proposta simile, spinse la mia padrona a parlare con rabbia per la prima volta.
«Consideri la sua proposta rifiutata, in ogni sua parte,» disse. «E passi al suo altro modo di portare l’indagine a una conclusione».
«Il mio altro modo,» disse il sergente, procedendo disinvolto come sempre, «è tentare quell’esperimento audace a cui ho alluso. Credo di essermi fatto un’idea piuttosto corretta del temperamento della signorina Verinder. È perfettamente capace (secondo la mia convinzione) di commettere una frode audace. Ma è troppo passionale e impetuosa di temperamento, e troppo poco abituata all’inganno come abitudine, per recitare l’ipocrita nelle piccole cose, e per trattenersi sotto ogni provocazione. I suoi sentimenti, in questo caso, sono ripetutamente sfuggiti al suo controllo, proprio nel momento in cui era chiaramente suo interesse nasconderli. È su questa particolarità del suo carattere che mi propongo ora di agire. Voglio darle un grande shock improvvisamente, in circostanze che la colpiranno nel vivo. In parole povere, voglio dire alla signorina Verinder, senza una parola di avvertimento, della morte di Rosanna, nella speranza che i suoi sentimenti migliori la spingano a vuotare il sacco. Vostra signoria accetta questa alternativa?»
La mia padrona mi stupì al di là di ogni possibilità di espressione. Gli rispose all’istante:
«Sì; accetto».
«Il calesse è pronto,» disse il sergente. «Auguro il buongiorno a vostra signoria».
La mia signora sollevò la mano e lo fermò alla porta.
«Ai sentimenti migliori di mia figlia sarà fatto appello, come lei propone,» disse. «Ma rivendico il diritto, come sua madre, di metterla alla prova io stessa. Lei rimarrà qui, per favore; e io andrò a Frizinghall».
Per una volta nella vita, il grande Cuff rimase senza parole per lo stupore, come un uomo qualunque.
La mia padrona suonò il campanello e ordinò i suoi capi impermeabili. Pioveva ancora a dirotto; e la carrozza chiusa se n’era andata, come sapete, con la signorina Rachel a Frizinghall. Cercai di dissuadere sua signoria dall’affrontare la severità del tempo. Del tutto inutile! Chiesi il permesso di andare con lei e tenere l’ombrello. Non volle sentir ragioni. Il calesse arrivò, con il cocchiere al comando. «Può fare affidamento su due cose,» disse al sergente Cuff, nell’atrio. «Tenterò l’esperimento sulla signorina Verinder con la stessa audacia con cui potrebbe tentarlo lei. E la informerò del risultato, personalmente o per lettera, prima che l’ultimo treno parta per Londra stasera».
Detto ciò, salì sul calesse e, prendendo lei stessa le redini, partì alla volta di Frizinghall.
CAPITOLO XXII
Avendo la mia padrona lasciato noi, ebbi modo di pensare al sergente Cuff. Lo trovai seduto in un angolo accogliente dell’atrio, a consultare il suo taccuino e ad arricciare viziosamente gli angoli delle labbra.
«Prende appunti sul caso?», chiesi.
«No», disse il Sergente. «Sto guardando quale sarà il mio prossimo impegno professionale».
«Oh!», dissi. «Crede che sia tutto finito, allora, qui?»
«Credo», rispose il Sergente Cuff, «che Lady Verinder sia una delle donne più intelligenti d’Inghilterra. Credo anche che una rosa meriti molto di più di essere guardata di un diamante. Dov’è il giardiniere, signor Betteredge?»
Non ci fu verso di cavargli di bocca una parola in più sulla faccenda della Moonstone. Aveva perso ogni interesse per la sua stessa indagine; e insisteva a voler cercare il giardiniere. Un’ora dopo, li sentii discutere animatamente nella serra, con la rosa canina ancora una volta al centro della disputa.
Nel frattempo, era mio compito scoprire se il signor Franklin persistesse nella sua risoluzione di lasciarci con il treno del pomeriggio. Dopo essere stato informato della conferenza nella stanza della mia signora, e di come fosse finita, decise immediatamente di attendere per avere notizie da Frizinghall. Questo mutamento di piani del tutto naturale — che, con persone comuni, non avrebbe portato a nulla di particolare — si rivelò, nel caso del signor Franklin, avere un risultato discutibile. Lo lasciò inquieto, con un retaggio di tempo libero tra le mani, e, così facendo, lasciò che venissero a galla tutti i lati stranieri del suo carattere, l’uno sopra l’altro, come topi fuori da un sacco.
Ora come un italiano-inglese, ora come un tedesco-inglese, e ora come un francese-inglese, andava alla deriva dentro e fuori da tutti i salotti della casa, senza altro di cui parlare se non del trattamento riservatogli dalla signorina Rachel; e senza nessuno a cui rivolgersi se non a me. Lo trovai (per esempio) nella biblioteca, seduto sotto la carta dell’Italia Moderna, e del tutto ignaro di qualsiasi altro metodo per affrontare i suoi problemi, se non quello di parlarne. «Ho diverse nobili aspirazioni, Betteredge; ma cosa devo farne ora? Sono pieno di qualità latenti, se solo Rachel mi avesse aiutato a farle emergere!» Era così eloquente nel dipingere il quadro dei propri meriti trascurati, e così patetico nel lamentarsene una volta finito, che mi sentii davvero al limite delle mie possibilità su come consolarlo, quando mi balenò all’improvviso l’idea che questo fosse un caso per la salutare applicazione di un po’ di Robinson Crusoe. Zoppicai fino alla mia stanza, e zoppicai di ritorno con quel libro immortale. Nessuno in biblioteca! La carta dell’Italia Moderna fissava me; e io fissavo la carta dell’Italia Moderna.
Provai nel salotto. C’era il suo fazzoletto sul pavimento, a dimostrare che vi era andato alla deriva. E c’era la stanza vuota a dimostrare che ne era andato alla deriva di nuovo.
Provai nella sala da pranzo, e scoprii Samuel con un biscotto e un bicchiere di sherry, a investigare silenziosamente l’aria vuota. Un minuto prima, il signor Franklin aveva suonato furiosamente per un piccolo rinfresco. Al suo arrivo, in fretta e furia, per mano di Samuel, il signor Franklin era svanito prima che il campanello al piano di sotto avesse smesso di suonare per la tirata che gli aveva dato.
Provai nel salottino, e lo trovai finalmente. Eccolo lì alla finestra, a disegnare geroglifici con il dito sull’umidità del vetro.
«Il suo sherry l’attende, signore», gli dissi. Avrei potuto rivolgermi a una delle quattro pareti della stanza; era sprofondato negli abissi senza fondo delle sue meditazioni, oltre ogni possibilità di ripescaggio. «Come spiega la condotta di Rachel, Betteredge?» fu l’unica risposta che ricevetti. Non essendo pronto con la risposta necessaria, tirai fuori Robinson Crusoe, nel quale sono fermamente convinto si sarebbe potuta trovare qualche spiegazione, se solo l’avessimo cercata abbastanza a lungo. Il signor Franklin chiuse il Robinson Crusoe e si impantanò immediatamente nel suo gergo tedesco-inglese. «Perché non darci un’occhiata?», disse, come se io mi fossi opposto personalmente a darci un’occhiata. «Perché al diavolo perdere la pazienza, Betteredge, quando la pazienza è tutto ciò che serve per arrivare alla verità? Non m’interrompa. La condotta di Rachel è perfettamente intelligibile, se solo vorrà farle la comune giustizia di adottare prima la visione Oggettiva, poi quella Soggettiva, e infine la visione Oggettivo-Soggettiva per concludere. Cosa sappiamo? Sappiamo che la perdita della Moonstone, giovedì mattina scorso, l’ha gettata in uno stato di eccitazione nervosa, dal quale non si è ancora ripresa. Intende negare la visione Oggettiva, fin qui? Molto bene, allora—non m’interrompa. Ora, essendo in uno stato di eccitazione nervosa, come possiamo aspettarci che si comporti come si sarebbe altrimenti comportata con chiunque le stesse intorno? Argomentando in questo modo, dall’interno verso l’esterno, cosa raggiungiamo? Raggiungiamo la visione Soggettiva. La sfido a controbattere la visione Soggettiva. Molto bene allora—cosa ne consegue? Buon Dio! la spiegazione Oggettivo-Soggettiva, naturalmente! Rachel, propriamente parlando, non è Rachel, ma Qualcun Altro. Mi importa di essere trattato crudelmente da Qualcun Altro? Lei è abbastanza irragionevole, Betteredge; ma difficilmente può accusarmi di questo. Allora come finisce? Finisce, a dispetto della sua confusa ristrettezza e dei suoi pregiudizi inglesi, con il mio essere perfettamente felice e a mio agio. Dov’è lo sherry?»
La mia testa era a quel punto in una condizione tale, che non ero del tutto sicuro se fosse la mia testa, o quella del signor Franklin. In questo stato deplorevole, riuscii a fare, quelle che ritengo siano state, tre cose Oggettive. Portai al signor Franklin il suo sherry; mi ritirai nella mia stanza; e mi consolai con la pipa di tabacco più rasserenante che ricordi di aver mai fumato in vita mia.
Non crediate, tuttavia, che mi fossi sbarazzato del signor Franklin a condizioni così semplici. Andando ancora alla deriva, dal salottino verso l’atrio, trovò la strada verso i locali di servizio subito dopo, sentì l’odore della mia pipa, e gli fu immediatamente ricordato di essere stato tanto ingenuo da rinunciare a fumare per amore della signorina Rachel. In un batter d’occhio, irruppe da me con il suo portasigari, e diede il meglio di sé sul solito argomento eterno, nel suo modo pulito, arguto e incredulo, alla francese. «Mi dia un fuoco, Betteredge. È concepibile che un uomo possa aver fumato tanto quanto me senza scoprire che c’è un sistema completo per il trattamento delle donne in fondo al suo portasigari? Mi segua attentamente, e glielo proverò in due parole. Lei sceglie un sigaro, lo prova, e la delude. Cosa fa lei allora? Lo getta via e ne prova un altro. Ora osservi l’applicazione! Lei sceglie una donna, la prova, e lei le spezza il cuore. Sciocco! prenda lezione dal suo portasigari. La getti via, e ne provi un’altra!»
Scossi la testa a quel punto. Meravigliosamente intelligente, non lo metto in dubbio, ma la mia esperienza personale era assolutamente contraria. «Ai tempi della defunta signora Betteredge», dissi, «mi sentii abbastanza spesso incline a provare la sua filosofia, signor Franklin. Ma la legge insiste che uno si fumi il suo sigaro, signore, una volta che l’ha scelto». Sottolineai quell’osservazione con un occhiolino. Il signor Franklin scoppiò a ridere — e fummo allegri come grilli, finché il successivo nuovo lato del suo carattere non venne fuori a tempo debito. Così andarono le cose tra il mio giovane padrone e me; e così (mentre il Sergente e il giardiniere litigavano sulle rose) noi due trascorremmo l’intervallo prima che arrivassero le notizie da Frizinghall.
Il pony-chaise tornò con buona mezz’ora di anticipo rispetto a quanto avessi osato sperare. La mia signora aveva deciso di rimanere per il momento a casa di sua sorella. Il domestico portò due lettere dalla sua padrona; una indirizzata al signor Franklin, e l’altra a me.
La lettera del signor Franklin gliela inviai in biblioteca — rifugio in cui le sue derive lo avevano portato ora per la seconda volta. La mia lettera la lessi nella mia stanza. Un assegno, che cadde fuori quando l’aprii, mi informò (prima ancora che avessi assimilato il contenuto) che il congedo del Sergente Cuff dall’indagine sulla Moonstone era ormai una cosa decisa.
Mandai a chiamare in serra per dire che desideravo parlare immediatamente con il Sergente. Apparve, con la mente piena del giardiniere e della rosa canina, dichiarando che un eguale al signor Begbie per ostinazione non era mai esistito, e non sarebbe mai esistito di nuovo. Lo pregai di lasciar perdere tali meschine bazzecole dalla nostra conversazione, e di dedicare la sua massima attenzione a una questione davvero seria. A quel punto si sforzò abbastanza da notare la lettera che avevo in mano. «Ah!», disse in tono stanco, «avete avuto notizie da sua signoria. Ho qualcosa a che fare con la faccenda, signor Betteredge?»
«Giudicherà lei stesso, Sergente». A quel punto gli lessi la lettera (con la mia migliore enfasi e discrezione), nelle seguenti parole:
«MIO BUON GABRIEL, — Richiedo che informiate il Sergente Cuff di aver adempiuto alla promessa che gli ho fatto; con questo risultato, per quanto concerne Rosanna Spearman. La signorina Verinder dichiara solennemente di non aver mai scambiato una parola in privato con Rosanna, da quando quella sventurata donna è entrata per la prima volta in casa mia. Non si sono mai incontrate, nemmeno accidentalmente, la notte in cui il Diamante fu perso; e nessuna comunicazione di sorta ha avuto luogo tra loro, dal giovedì mattina in cui fu dato l’allarme per la prima volta in casa, a questo presente sabato pomeriggio, in cui la signorina Verinder ci ha lasciato. Dopo aver detto a mia figlia improvvisamente, e con queste stesse parole, del suicidio di Rosanna Spearman — ecco cosa ne è uscito».
Raggiunto quel punto, alzai lo sguardo, e chiesi al Sergente Cuff cosa pensasse della lettera, fin lì?
«Vi offenderei solo se esprimessi la mia opinione», rispose il Sergente. «Continuate, signor Betteredge», disse, con la più esasperante rassegnazione, «continuate».
Quando ricordai che quest’uomo aveva avuto l’audacia di lamentarsi dell’ostinazione del nostro giardiniere, la mia lingua fremeva per «continuare» con parole diverse da quelle della mia padrona. Questa volta, tuttavia, la mia cristianità tenne duro. Proseguii costantemente con la lettera di sua signoria:
«Avendo fatto appello alla signorina Verinder nel modo che l’ufficiale riteneva più desiderabile, le ho parlato poi nel modo che io stessa ritenevo più probabile che la colpisse. In due diverse occasioni, prima che mia figlia lasciasse il mio tetto, l’ho avvertita privatamente che si stava esponendo a un sospetto del tipo più insopportabile e degradante. Le ho ora detto, nei termini più chiari, che i miei timori si sono realizzati.
«La sua risposta a questo, secondo la sua stessa solenne affermazione, è tanto chiara quanto le parole possono essere. In primo luogo, non deve denaro privatamente a nessuna creatura vivente. In secondo luogo, il Diamante non è ora, e non è mai stato, in suo possesso, da quando lo ha riposto nel suo mobiletto mercoledì notte.
«La confidenza che mia figlia ha riposto in me non va oltre questo punto. Mantiene un ostinato silenzio, quando le chiedo se possa spiegare la sparizione del Diamante. Si rifiuta, tra le lacrime, quando faccio appello a lei affinché parli per il mio bene. “Il giorno verrà in cui saprete perché non m’importa di essere sospettata, e perché taccio anche con voi. Ho fatto molto per far sì che mia madre abbia pietà di me—nulla per far sì che mia madre debba arrossire per me”. Queste sono le parole stesse di mia figlia.
«Dopo quanto è passato tra l’ufficiale e me, penso — per quanto estraneo sia — che debba essere messo al corrente di ciò che la signorina Verinder ha detto, così come voi. Leggetegli la mia lettera, e poi mettetegli tra le mani l’assegno che accludo. Nel rinunciare a ogni ulteriore pretesa sui suoi servizi, devo solo dire che sono convinta della sua onestà e della sua intelligenza; ma sono più fermamente persuasa che mai, che le circostanze, in questo caso, lo abbiano fatalmente fuorviato».
Lì la lettera finiva. Prima di presentare l’assegno, chiesi al Sergente Cuff se avesse qualche osservazione da fare.
«Non fa parte del mio dovere, signor Betteredge», rispose, «fare osservazioni su un caso, quando ho chiuso con esso».
Lanciai l’assegno sul tavolo verso di lui. «Crede in quella parte della lettera di sua signoria?», chiesi, indignato.
Il Sergente guardò l’assegno, e sollevò le sue tristi sopracciglia in segno di riconoscimento della generosità di sua signoria.
«Questa è una stima così generosa del valore del mio tempo», disse, «che mi sento in dovere di fare qualche contraccambio. Terrò a mente l’importo di questo assegno, signor Betteredge, quando arriverà l’occasione di ricordarlo».
«Cosa intende dire?», chiesi.
«Sua signoria ha appianato le cose per il momento molto abilmente», disse il Sergente. «Ma questo scandalo familiare è del genere che riesplode quando meno te l’aspetti. Avremo altre faccende da investigatore tra le mani, signore, prima che la Moonstone sia molto più vecchia di qualche mese».
Se quelle parole significavano qualcosa, e se il modo in cui le disse significava qualcosa — si riduceva a questo. La lettera della mia signora aveva dimostrato, a suo modo di vedere, che la signorina Rachel era abbastanza indurita da resistere al più forte appello che le si potesse rivolgere, e che aveva ingannato la sua stessa madre (buon Dio, in quali circostanze!) con una serie di abominevoli menzogne. Come altre persone, al mio posto, avrebbero potuto rispondere al Sergente, non lo so. Risposi a ciò che disse in questi termini chiari:
«Sergente Cuff, considero la sua ultima osservazione come un insulto alla mia signora e a sua figlia!»
«Signor Betteredge, la consideri come un avvertimento per lei stesso, e sarà più vicino al punto».
Caldo e arrabbiato com’ero, l’infernale sicurezza con cui mi diede quella risposta mi chiuse le labbra.
Camminai verso la finestra per ricompormi. La pioggia era cessata; e, chi dovrei vedere nel cortile, se non il signor Begbie, il giardiniere, in attesa fuori per continuare la controversia sulla rosa canina con il Sergente Cuff.
«I miei omaggi al Sairgente», disse il signor Begbie, non appena posò gli occhi su di me. «Se è dell’idea di camminare fino alla stazione, sono d’accordo di andare con lui».
«Cosa!», grida il Sergente, dietro di me, «non siete ancora convinto?»
«Il diavolo se sono convinto!», rispose il signor Begbie.
«Allora camminerò fino alla stazione!», dice il Sergente.
«Allora vi incontrerò al cancello!», dice il signor Begbie.
Ero abbastanza arrabbiato, come sapete — ma come poteva la rabbia di un uomo resistere a un’interruzione come questa? Il Sergente Cuff notò il cambiamento in me, e lo incoraggiò con una parola a tempo debito. «Andiamo! andiamo!», disse, «perché non trattare la mia visione del caso come la tratta sua signoria? Perché non dire che le circostanze mi hanno fatalmente fuorviato?»
Prendere qualcosa come la prendeva sua signoria era un privilegio che valeva la pena godersi — anche con lo svantaggio che mi fosse stato offerto dal Sergente Cuff. Mi raffreddai lentamente fino al mio livello abituale. Consideravo qualsiasi altra opinione sulla signorina Rachel, che non fosse quella della mia signora o la mia, con un nobile disprezzo. L’unica cosa che non potevo fare, era tenermi lontano dall’argomento della Moonstone! Il mio buon senso avrebbe dovuto avvertirmi, lo so, di lasciar riposare la faccenda — ma, ecco! le virtù che distinguono la generazione attuale non erano state inventate ai miei tempi. Il Sergente Cuff mi aveva colpito sul vivo e, sebbene lo guardassi dall’alto in basso con disprezzo, il punto dolente continuava a formicolare nonostante tutto. La fine fu che lo guidai perversamente di nuovo sull’argomento della lettera di sua signoria. «Sono abbastanza soddisfatto io stesso», dissi. «Ma non importa! Continui, come se fossi ancora aperto alla convinzione. Lei pensa che la signorina Rachel non sia credibile sulla parola; e dice che sentiremo parlare di nuovo della Moonstone. Scommetta sulla sua opinione, Sergente», conclusi, in modo spensierato. «Scommetta sulla sua opinione».
Invece di offendersi, il Sergente Cuff mi afferrò la mano, e la scosse finché le mie dita non tornarono a farmi male.
«Dichiaro davanti al cielo», dice questo strano ufficiale solennemente, «che passerei al servizio domestico domani, signor Betteredge, se avessi una possibilità di essere impiegato insieme a Voi! Dire che siete trasparente come un bambino, signore, è pagare ai bambini un complimento che nove su dieci di loro non meritano. Ecco! ecco! non ricominciamo a discutere. L’avrete vinta su di me a condizioni più facili di così. Non dirò un’altra parola su sua signoria, o sulla signorina Verinder — farò solo il profeta, per una volta, e per il vostro bene. Vi ho già avvertito che non avete ancora finito con la Moonstone. Molto bene. Ora vi dirò, nel lasciarvi, tre cose che accadranno in futuro, e che, credo, si imporranno alla vostra attenzione, che vi piaccia o no».
«Continui!», dissi, del tutto imperturbabile, e spensierato come sempre.
«Primo», disse il Sergente, «sentirete qualcosa dagli Yolland — quando il postino consegnerà la lettera di Rosanna a Cobb’s Hole, lunedì prossimo».
Se mi avesse rovesciato addosso un secchio d’acqua gelata, dubito che avrei potuto sentirlo in modo molto più spiacevole di quanto sentii quelle parole. L’affermazione della propria innocenza da parte della signorina Rachel aveva lasciato la condotta di Rosanna — il confezionamento della nuova camicia da notte, il nascondere la camicia da notte sporca, e tutto il resto — interamente senza spiegazione. E questo non mi era mai passato per la testa, finché il Sergente Cuff non me lo costrinse in mente tutto in un momento!
«In secondo luogo», proseguì il Sergente, «sentirete di nuovo parlare dei tre indiani. Sentirete di loro nel vicinato, se la signorina Rachel rimarrà nel vicinato. Sentirete di loro a Londra, se la signorina Rachel andrà a Londra».
Avendo perso ogni interesse per i tre giocolieri, e avendo convinto a fondo me stesso dell’innocenza della mia giovane signora, presi questa seconda profezia abbastanza facilmente. «Tanto per due delle tre cose che stanno per accadere», dissi. «Ora per la terza!»
«Terza, e ultima», disse il Sergente Cuff, «sentirete, prima o poi, qualcosa di quell’usuraio a Londra, che mi sono già preso la libertà di menzionare due volte. Datemi il vostro taccuino, e prenderò nota per voi del suo nome e indirizzo — così che non ci possa essere alcun errore al riguardo se la cosa accadrà davvero».
Scrisse di conseguenza su un foglio bianco — «Signor Septimus Luker, Middlesex-place, Lambeth, Londra».
«Ecco», disse, indicando l’indirizzo, «sono le ultime parole, sull’argomento della Moonstone, con le quali vi disturberò per il momento. Il tempo mostrerà se ho ragione o torto. Nel frattempo, signore, porto via con me un sincero affetto personale per voi, che credo faccia onore a entrambi. Se non ci incontreremo di nuovo prima che il mio ritiro professionale abbia luogo, spero verrete a trovarmi in una piccola casa vicino a Londra, sulla quale ho messo gli occhi. Ci saranno sentieri d’erba, signor Betteredge, ve lo prometto, nel mio giardino. E quanto alla rosa muschiata bianca——»
«Il diavolo se riuscirete a far crescere la rosa muschiata bianca, a meno che non l’innestate prima sulla rosa canina», gridò una voce alla finestra.
Ci voltammo entrambi. C’era l’eterno signor Begbie, troppo impaziente per la controversia per aspettare ancora al cancello. Il Sergente mi strinse la mano, e scattò fuori nel cortile, ancora più acceso dal suo lato. «Chiedetegli della rosa muschiata, quando torna, e vedete se gli ho lasciato una gamba su cui stare!», gridò il grande Cuff, chiamandomi a sua volta attraverso la finestra. «Signori, entrambi!», risposi, moderandoli di nuovo come li avevo moderati una volta già. «Nella questione della rosa muschiata c’è molto da dire da entrambe le parti!» Avrei potuto (come dicono gli irlandesi) benissimo fischiare motivi a una pietra miliare. Se ne andarono via insieme, combattendo la battaglia delle rose senza chiedere né dare quartiere da nessuna delle due parti. L’ultima volta che li vidi, il signor Begbie stava scuotendo la sua testa ostinata, e il Sergente Cuff lo aveva preso per il braccio come un prigioniero in consegna. Ah, bene! bene! ammetto che non potevo fare a meno di apprezzare il Sergente — sebbene lo odiassi per tutto il tempo.
Spiegate quello stato d’animo, se potete. Presto sarete liberi, ormai, di me e delle mie contraddizioni. Quando avrò riferito della partenza del signor Franklin, la storia degli eventi di sabato sarà finalmente conclusa. E quando avrò descritto le strane cose accadute nel corso della nuova settimana, avrò fatto la mia parte nella Storia e passerò la penna alla persona designata a seguire le mie orme. Se siete stanchi di leggere questo resoconto quanto io lo sono di scriverlo — Dio, come ce la spasseremo, da una parte e dall’altra, tra qualche pagina!
CAPITOLO XXIII
Avevo tenuto pronto il calesse, nel caso il signor Franklin avesse insistito per lasciarci con il treno quella sera. La comparsa dei bagagli, seguiti al piano di sotto dal signor Franklin in persona, mi fece capire chiaramente che, per una volta nella vita, era rimasto fermo nella sua risoluzione.
«Dunque, signore, avete davvero deciso?» dissi, quando ci incontrammo nell’atrio. «Perché non aspettare un giorno o due ancora, e dare alla signorina Rachel un’altra possibilità?»
Quella patina straniera sembrava essersi dissolta dal signor Franklin, ora che era giunto il momento di dirsi addio. Invece di rispondermi a parole, mi mise in mano la lettera che sua signoria gli aveva indirizzato. La maggior parte di essa ripeteva quanto già contenuto nell’altra comunicazione che avevo ricevuto. Ma vi era un passaggio riguardante la signorina Rachel, aggiunto alla fine, che spiegherà la fermezza della determinazione del signor Franklin, se non altro.
«Vi stupirete, oso dire» (scriveva sua signoria), «che io permetta a mia figlia di tenermi completamente all’oscuro. Un diamante del valore di ventimila sterline è andato perduto — e sono costretta a dedurre che il mistero della sua scomparsa non sia un mistero per Rachel, e che un incomprensibile obbligo di silenzio le sia stato imposto da una o più persone a me totalmente sconosciute, con uno scopo che non posso nemmeno immaginare. È concepibile che io permetta di essere trattata in questo modo? È del tutto concepibile, nello stato attuale di Rachel. Si trova in una condizione di agitazione nervosa che fa pietà. Non oso affrontare di nuovo l’argomento della Pietra di Luna finché il tempo non avrà fatto qualcosa per calmarla. Per favorire questo fine, non ho esitato a congedare l’agente di polizia. Il mistero che ci sconcerta, sconcerta anche lui. Questa non è una faccenda in cui un estraneo possa aiutarci. Aggiunge altro a ciò che devo soffrire; e fa impazzire Rachel se sente soltanto il suo nome.
«I miei piani per il futuro sono definiti quanto possono esserlo. La mia idea attuale è di portare Rachel a Londra — in parte per sollevare il suo spirito con un cambiamento radicale, in parte per tentare ciò che si può fare consultando il miglior parere medico. Posso chiedervi di incontrarci in città? Mio caro Franklin, voi, a vostro modo, dovete imitare la mia pazienza e attendere, come faccio io, un momento più adatto. Il prezioso aiuto che avete prestato alle indagini sul gioiello perduto è ancora un’offesa imperdonata, nel terribile stato mentale in cui versa Rachel. Muovendovi alla cieca in questa faccenda, avete aggiunto al peso dell’ansia che lei ha dovuto sopportare, minacciando innocentemente il suo segreto di scoperta attraverso i vostri sforzi. Mi è impossibile scusare la perversità che vi ritiene responsabile di conseguenze che né voi né io avremmo potuto immaginare o prevedere. Non si può ragionare con lei — si può solo averne pietà. Mi addolora doverlo dire, ma per il momento, voi e Rachel starete meglio separati. L’unico consiglio che posso offrirvi è di darle tempo.»
Restituii la lettera, sinceramente dispiaciuto per il signor Franklin, poiché sapevo quanto fosse affezionato alla mia giovane signora; e vidi che il resoconto di sua madre gli aveva trafitto il cuore. «Conoscete il proverbio, signore», fu tutto ciò che gli dissi. «Quando le cose vanno al peggio, non possono che migliorare. Le cose non possono andare molto peggio, signor Franklin, di come vanno ora.»
Il signor Franklin ripiegò la lettera di sua zia, senza apparire molto confortato dall’osservazione che mi ero azzardato a rivolgergli.
«Quando arrivai qui da Londra con quel terribile Diamante», disse, «non credo ci fosse una famiglia più felice di questa in Inghilterra. Guardate la famiglia ora! Dispersa, divisa — l’aria stessa del luogo avvelenata dal mistero e dal sospetto! Ricordate quella mattina al Shivering Sand, quando parlammo di mio zio Herncastle e del suo regalo di compleanno? La Pietra di Luna ha servito la vendetta del Colonnello, Betteredge, attraverso mezzi che il Colonnello stesso non avrebbe mai sognato!»
Con ciò mi strinse la mano e uscì verso il calesse.
Lo seguii giù per i gradini. Era davvero straziante vederlo lasciare il vecchio luogo, dove aveva trascorso gli anni più felici della sua vita, in quel modo. Penelope (tristemente sconvolta da tutto ciò che era accaduto in casa) venne in giro piangendo, per dirgli addio. Il signor Franklin la baciò. Salutai con la mano come a dire: «Siete il benvenuto, signore». Alcuni degli altri domestici apparvero, sbirciando dietro l’angolo. Era uno di quegli uomini che piacciono a tutte le donne. All’ultimo momento, fermai il calesse e chiesi come favore che ci facesse avere sue notizie per lettera. Non sembrò badare a ciò che dicevo — guardava intorno da una cosa all’altra, prendendo una sorta di commiato dalla vecchia casa e dai giardini. «Diteci dove state andando, signore!» dissi, tenendomi al calesse e cercando di scoprire i suoi progetti futuri in quel modo. Il signor Franklin si calò il cappello bruscamente sugli occhi. «Andare?» disse, facendo eco alla mia parola. «Sto andando al diavolo!» Il pony scattò alla parola, come se ne avesse provato un orrore cristiano. «Che Dio vi benedica, signore, ovunque andiate!» fu tutto ciò che ebbi il tempo di dire, prima che fosse fuori dalla vista e dalla portata d’orecchio. Un uomo dolce e piacevole! Con tutti i suoi difetti e le sue follie, un uomo dolce e piacevole! Lasciò un triste vuoto dietro di sé, quando se ne andò dalla casa della mia signora.
Fu cupo e desolante, quando il lungo pomeriggio estivo volse al termine, in quel sabato sera.
Mantenni alto il morale restando fedele alla mia pipa e al mio Robinson Crusoe. Le donne (eccetto Penelope) ingannarono il tempo parlando del suicidio di Rosanna. Erano tutte ostinatamente dell’opinione che la povera ragazza avesse rubato la Pietra di Luna e che si fosse tolta la vita per il terrore di essere scoperta. Mia figlia, naturalmente, sosteneva in privato ciò che aveva detto fin dall’inizio. La sua idea sul movente che si celava dietro il suicidio mancava, stranamente, proprio dove falliva anche l’affermazione della mia giovane signora sulla sua innocenza. Lasciava il viaggio segreto di Rosanna a Frizinghall e le azioni di Rosanna riguardo alla camicia da notte del tutto inspiegati. Non serviva a nulla farlo notare a Penelope; l’obiezione faceva su di lei circa la stessa impressione di un acquazzone su un impermeabile. La verità è che mia figlia eredita la mia superiorità alla ragione — e, rispetto a tale dote, è arrivata molto più avanti di suo padre.
Il giorno seguente (domenica), la carrozza chiusa, che era rimasta presso il signor Ablewhite, tornò da noi vuota. Il cocchiere portò un messaggio per me e istruzioni scritte per la cameriera personale della mia signora e per Penelope.
Il messaggio mi informava che la mia padrona aveva deciso di portare la signorina Rachel nella sua casa a Londra, il lunedì. Le istruzioni scritte informavano le due cameriere del vestiario necessario e ordinavano loro di incontrare le padrone in città a un’ora stabilita. La maggior parte degli altri domestici avrebbe seguito. La mia signora aveva trovato la signorina Rachel così riluttante a tornare in casa, dopo quanto accaduto, che aveva deciso di andare a Londra direttamente da Frizinghall. Io dovevo rimanere in campagna, fino a nuovi ordini, per badare alle cose dentro e fuori. I domestici rimasti con me sarebbero stati messi a paga fissa.
Essendo ricordato, da tutto ciò, di quanto il signor Franklin avesse detto riguardo al fatto che eravamo una famiglia dispersa e divisa, la mia mente fu portata naturalmente al signor Franklin stesso. Più pensavo a lui, più mi sentivo inquieto riguardo alle sue future azioni. Finì che scrissi, con la posta della domenica, al valletto di suo padre, il signor Jeffco (che avevo conosciuto anni prima), per pregarlo di farmi sapere cosa il signor Franklin avesse deciso di fare, una volta arrivato a Londra.
La domenica sera fu, se possibile, ancora più cupa della sera del sabato. Concludemmo il giorno di riposo, come centinaia di migliaia di persone lo concludono regolarmente, una volta alla settimana, in queste isole — vale a dire, tutti anticipammo l’ora di andare a letto e ci addormentammo sulle nostre sedie.
Come il lunedì abbia influito sul resto della servitù non lo so. Il lunedì mi diede una bella scossa. La prima delle profezie del Sergente Cuff su ciò che sarebbe accaduto — ovvero, che avrei avuto notizie dagli Yolland — si avverò in quel giorno.
Avevo visto Penelope e la cameriera della mia signora partire in treno con i bagagli per Londra, e stavo bighellonando per i giardini, quando sentii chiamare il mio nome. Voltandomi, mi ritrovai faccia a faccia con la figlia del pescatore, Lucy la Zoppa. A parte il suo piede storpio e la sua magrezza (quest’ultima un orrendo svantaggio per una donna, a mio parere), la ragazza aveva alcune qualità piacevoli agli occhi di un uomo. Un viso scuro, acuto, intelligente, una bella voce chiara e una bellissima testa di capelli castani contavano tra i suoi meriti. Una stampella appariva nell’elenco delle sue sventure. E un temperamento che pesava molto nella somma totale dei suoi difetti.
«Bene, cara», dissi, «cosa volete da me?»
«Dov’è l’uomo che chiamate Franklin Blake?» disse la ragazza, fissandomi con uno sguardo feroce, mentre si appoggiava alla stampella.
«Non è un modo rispettoso di parlare di un gentiluomo», risposi. «Se desiderate informarvi sul nipote della mia signora, vi prego di menzionarlo come signor Franklin Blake.»
Zoppicò un passo più vicino a me e guardò come se avrebbe potuto mangiarmi viva. «Signor Franklin Blake?» ripeté dopo di me. «Franklin Blake l’assassino sarebbe un nome più adatto per lui.»
La mia pratica con la defunta signora Betteredge tornò utile qui. Ogni volta che una donna cerca di farvi perdere la pazienza, ribaltate la situazione e fate perdere la pazienza a lei. Di solito sono preparate a ogni sforzo che potete fare per la vostra difesa, ma non a quello. Una parola basta quanto cento; e una parola bastò con Lucy la Zoppa. La guardai piacevolmente in faccia; e dissi: «Puh!»
Il temperamento della ragazza divampò immediatamente. Si bilanciò sul piede sano, prese la sua stampella e la batté furiosamente tre volte a terra. «È un assassino! è un assassino! è un assassino! È stato la morte di Rosanna Spearman!» Urlò quella risposta a squarciagola. Una o due delle persone al lavoro nei giardini vicino a noi alzarono lo sguardo — videro che era Lucy la Zoppa — sapevano cosa aspettarsi da quella parte — e guardarono altrove.
«È stato la morte di Rosanna Spearman?» ripetei. «Cosa vi fa dire questo, Lucy?»
«Cosa vi importa? Cosa importa a qualsiasi uomo? Oh! se solo avesse pensato agli uomini come penso io, forse sarebbe ancora viva!»
«Pensava sempre con gentilezza a me, povera anima», dissi; «e, per quanto nelle mie possibilità, ho sempre cercato di agire gentilmente con lei.»
Pronunciai quelle parole nel modo più confortante possibile. La verità è che non avevo il cuore di irritare la ragazza con un’altra delle mie risposte argute. Avevo notato solo il suo temperamento all’inizio. Notai la sua infelicità ora — e l’infelicità non è comunemente insolente, scoprirete, nella vita umile. La mia risposta sciolse Lucy la Zoppa. Chinò la testa e la appoggiò sulla sommità della stampella.
«Io l’amavo», disse la ragazza dolcemente. «Aveva vissuto una vita miserabile, signor Betteredge — persone vili l’avevano maltrattata e portata sulla cattiva strada — e ciò non aveva rovinato il suo dolce temperamento. Era un angelo. Avrebbe potuto essere felice con me. Avevo un piano perché andassimo a Londra insieme come sorelle, e vivessimo dei nostri aghi. Quell’uomo è venuto qui e ha rovinato tutto. L’ha stregata. Non ditemi che non l’ha fatto apposta e non lo sapeva. Avrebbe dovuto saperlo. Avrebbe dovuto averne pietà. ‘Non posso vivere senza di lui — e, oh, Lucy, lui non mi guarda nemmeno.’ Questo è ciò che lei diceva. Crudele, crudele, crudele. Io dissi: ‘Nessun uomo vale la pena di tormentarsi in quel modo’. E lei disse: ‘Ci sono uomini per cui vale la pena morire, Lucy, e lui è uno di loro’. Avevo messo da parte un po’ di soldi. Avevo sistemato le cose con padre e madre. Volevo portarla via dall’umiliazione che stava soffrendo qui. Avremmo avuto una piccola pensione a Londra e vissuto insieme come sorelle. Aveva una buona istruzione, signore, come sapete, e scriveva bene. Era veloce con l’ago. Io ho una buona istruzione e scrivo bene. Non sono veloce con l’ago come lei — ma avrei potuto farcela. Avremmo potuto guadagnarci da vivere bene. E, oh! cosa succede stamattina? cosa succede stamattina? La sua lettera arriva e mi dice che ha finito con il peso della sua vita. La sua lettera arriva e mi dice addio per sempre. Dov’è lui?» grida la ragazza, sollevando la testa dalla stampella e divampando di nuovo attraverso le lacrime. «Dov’è questo gentiluomo di cui non devo parlare, se non con rispetto? Ha, signor Betteredge, il giorno non è lontano in cui i poveri insorgeranno contro i ricchi. Prego il Cielo che possano iniziare con lui. Prego il Cielo che possano iniziare con lui.»
Ecco un’altra delle vostre brave cristiane medie, ed ecco il solito crollo, conseguente al fatto che quella stessa cristianità media viene spinta troppo oltre! Il pastore stesso (sebbene ammetta che questo sia dire molto) avrebbe difficilmente potuto fare una predica alla ragazza nello stato in cui si trovava ora. Tutto ciò che mi azzardai a fare fu di tenerla sul punto — nella speranza che potesse emergere qualcosa che valesse la pena sentire.
«Cosa volete dal signor Franklin Blake?» chiesi.
«Voglio vederlo.»
«Per qualcosa di particolare?»
«Ho una lettera da dargli.»
«Da parte di Rosanna Spearman?»
«Sì.»
«Inviata a voi nella vostra lettera?»
«Sì.»
L’oscurità stava per sollevarsi? Tutte le scoperte che morivo dalla voglia di fare, stavano arrivando e offrendosi a me di propria volontà? Fui costretto ad attendere un momento. Il Sergente Cuff aveva lasciato dietro di sé la sua infezione. Certi segni e segnali, personali per me, mi avvertivano che la febbre investigativa stava iniziando di nuovo.
«Non potete vedere il signor Franklin», dissi.
«Devo, e voglio, vederlo.»
«È andato a Londra ieri sera.»
Lucy la Zoppa mi guardò dritto in faccia e vide che stavo dicendo la verità. Senza dire un’altra parola, si voltò di nuovo istantaneamente verso Cobb’s Hole.
«Fermatevi!» dissi. «Mi aspetto notizie del signor Franklin Blake domani. Date a me la vostra lettera e la inoltrerò a lui per posta.»
Lucy la Zoppa si stabilizzò sulla stampella e mi guardò indietro sopra la spalla.
«Devo darla dalle mie mani nelle sue mani», disse. «E devo dargliela in nessun altro modo.»
«Devo scrivere e dirgli ciò che avete detto?»
«Ditegli che lo odio. E gli direte la verità.»
«Sì, sì. Ma riguardo alla lettera——?»
«Se vuole la lettera, deve tornare qui e prenderla da Me.»
Con quelle parole zoppicò via verso Cobb’s Hole. La febbre investigativa bruciò tutta la mia dignità sul posto. La seguii e cercai di farla parlare. Tutto invano. Fu la mia sfortuna essere un uomo — e Lucy la Zoppa si divertiva a deludermi. Più tardi nel giorno, tentai la fortuna con sua madre. La buona signora Yolland riusciva solo a piangere e a raccomandare una goccia di conforto dalla bottiglia olandese. Trovai il pescatore sulla spiaggia. Disse che era «un brutto affare» e continuò a rammendare la sua rete. Né padre né madre sapevano più di quanto sapessi io. L’unico modo rimasto da tentare era la possibilità, che poteva arrivare col mattino, di scrivere al signor Franklin Blake.
Vi lascio immaginare come ho aspettato il postino martedì mattina. Mi portò due lettere. Una, da Penelope (che ho avuto a malapena la pazienza di leggere), annunciava che la mia signora e la signorina Rachel erano stabilite al sicuro a Londra. L’altra, dal signor Jeffco, mi informava che il figlio del suo padrone aveva già lasciato l’Inghilterra.
Raggiunta la metropoli, il signor Franklin era, a quanto pare, andato dritto alla residenza di suo padre. Arrivò in un momento scomodo. Il signor Blake, il vecchio, era immerso fino al collo negli affari della Camera dei Comuni, e si stava divertendo a casa quella sera con il giocattolo parlamentare preferito che chiamano «una legge privata». Il signor Jeffco stesso mostrò al signor Franklin lo studio di suo padre. «Mio caro Franklin! perché mi sorprendi in questo modo? Qualcosa che non va?» «Sì; qualcosa che non va con Rachel; sono terribilmente angosciato a riguardo.» «Addolorato di sentirlo. Ma non posso ascoltarti ora.» «Quando puoi ascoltarmi?» «Mio caro ragazzo! non voglio ingannarti. Posso ascoltare alla fine della sessione, non un momento prima. Buonanotte.» «Grazie, signore. Buonanotte.»
Tale fu la conversazione, all’interno dello studio, come riferitami dal signor Jeffco. La conversazione fuori dallo studio fu ancora più breve. «Jeffco, vedi a che ora parte il treno delle maree domani mattina.» «Alle sei e quaranta, signor Franklin.» «Fammi chiamare alle cinque.» «Andate all’estero, signore?» «Vado, Jeffco, ovunque il treno scelga di portarmi.» «Devo dirlo a vostro padre, signore?» «Sì; diteglielo alla fine della sessione.»
La mattina seguente il signor Franklin era partito per parti straniere. Verso quale luogo particolare fosse diretto, nessuno (lui incluso) poteva presumere di indovinare. Avremmo potuto avere sue notizie la prossima volta in Europa, Asia, Africa o America. Le probabilità erano divise equamente quanto possibile, secondo l’opinione del signor Jeffco, tra i quattro quarti del globo.
Questa notizia — chiudendo ogni prospettiva che io portassi Lucy la Zoppa e il signor Franklin insieme — fermò immediatamente ogni ulteriore progresso da parte mia sulla strada della scoperta. La convinzione di Penelope che la sua collega di servizio si fosse tolta la vita per amore non corrisposto verso il signor Franklin Blake, fu confermata — e questo era tutto. Se la lettera che Rosanna aveva lasciato per essere consegnata a lui dopo la sua morte contenesse o meno la confessione che il signor Franklin sospettava avesse cercato di fargli durante la sua vita, era impossibile dirlo. Poteva essere solo una parola d’addio, che non diceva altro che il segreto del suo infelice capriccio per una persona fuori dalla sua portata. O poteva confessare tutta la verità sugli strani procedimenti in cui il Sergente Cuff l’aveva scoperta, dal momento in cui la Pietra di Luna fu persa, al momento in cui corse verso la sua stessa distruzione al Shivering Sand. Una lettera sigillata era stata posta nelle mani di Lucy la Zoppa, e una lettera sigillata rimase per me e per chiunque intorno alla ragazza, i suoi genitori inclusi. Tutti sospettavamo che fosse stata nella confidenza della donna morta; tutti cercavamo di farla parlare; tutti fallimmo. Ora l’uno, ora l’altro dei domestici — ancora legati alla convinzione che Rosanna avesse rubato il Diamante e l’avesse nascosto — sbirciavano e frugavano tra le rocce verso cui era stata seguita, e sbirciavano e frugavano invano. La marea scendeva e la marea saliva; l’estate passava e l’autunno arrivava. E la sabbia mobile, che nascondeva il suo corpo, nascondeva anche il suo segreto.
La notizia della partenza del signor Franklin dall’Inghilterra la domenica mattina, e la notizia dell’arrivo della mia signora a Londra con la signorina Rachel il lunedì pomeriggio, mi erano giunte, come sapete, con la posta del martedì. Arrivò il mercoledì, e non portò nulla. Il giovedì produsse un secondo carico di notizie da Penelope.
La lettera della mia ragazza mi informava che un grande medico di Londra era stato consultato riguardo alla sua giovane signora, e si era guadagnato una ghinea osservando che sarebbe stato meglio distrarla. Esposizioni floreali, opere, balli: c’era un intero giro di svaghi in programma; e la signorina Rachel, con stupore di sua madre, vi si dedicò con entusiasmo. Il signor Godfrey aveva fatto visita; evidentemente innamorato come sempre della cugina, nonostante l’accoglienza ricevuta quando aveva tentato la fortuna in occasione del compleanno. Con grande rammarico di Penelope, era stato accolto nel modo più benevolo, e aveva aggiunto il nome della signorina Rachel a una delle sue Opere di Beneficenza per Signore seduta stante. La mia padrona veniva descritta come giù di morale e come se avesse avuto due lunghi colloqui con il suo avvocato. Seguirono certe illazioni, riferite a una povera parente della famiglia, una certa signorina Clack, che ho menzionato nel mio resoconto del pranzo di compleanno come seduta accanto al signor Godfrey e dotata di un certo gusto per lo champagne. Penelope era stupita di scoprire che la signorina Clack non avesse ancora fatto visita. Non sarebbe certo passato molto tempo prima che si appiccicasse alla mia signora come al solito, e così via, e così via, nel modo in cui le donne hanno di stuzzicarsi a vicenda, per iscritto e non. Questo non sarebbe valso la pena di menzionarlo, lo ammetto, se non per una ragione. Sento dire che è probabile che vi passino alla signorina Clack, dopo esservi separati da me. In tal caso, fatemi il favore di non credere a una parola di quello che dice, se dovesse parlare del vostro umile servitore.
Il venerdì non accadde nulla, eccetto che uno dei cani mostrò segni di un’eruzione cutanea dietro le orecchie. Gli diedi una dose di sciroppo di ranno e lo misi a dieta di brodo di cottura e verdure fino a nuovo ordine. Scusate se ho menzionato questo particolare. È scivolato dentro per caso. Passate oltre, per favore. Mi sto avvicinando rapidamente alla fine delle mie offese contro il vostro colto gusto moderno. Del resto, il cane era una brava creatura e meritava una buona purga; davvero, se la meritava.
Il sabato, l’ultimo giorno della settimana, è anche l’ultimo giorno del mio racconto.
La posta del mattino mi ha portato una sorpresa sotto forma di un giornale di Londra. La calligrafia sull’indirizzo mi ha lasciato perplesso. L’ho confrontata con il nome e l’indirizzo dello strozzino registrati nel mio taccuino, e l’ho identificata immediatamente come la grafia del sergente Cuff.
Esaminando il giornale con una certa avidità dopo questa scoperta, ho trovato un segno d’inchiostro tracciato attorno a uno dei rapporti di polizia. Eccolo qui, a vostra disposizione. Leggetelo come l’ho letto io, e darete il giusto valore alla cortese attenzione del sergente nel mandarmi le notizie del giorno:
“LAMBETH—Poco prima della chiusura del tribunale, il signor Septimus Luker, il noto commerciante di gemme antiche, intagli, cammei, ecc., ecc., si è rivolto al magistrato di turno per chiedere consiglio. Il richiedente ha dichiarato di essere stato infastidito, a intervalli durante la giornata, dalle azioni di alcuni di quegli indiani girovaghi che infestano le strade. Le persone di cui ci si lamenta erano in numero di tre. Dopo essere stati allontanati dalla polizia, sono tornati più e più volte, e hanno tentato di entrare nella casa con il pretesto di chiedere l’elemosina. Allontanati dal davanti, sono stati scoperti di nuovo sul retro dei locali. Oltre al fastidio lamentato, il signor Luker ha espresso il timore che si potesse pianificare un furto. La sua collezione conteneva molte gemme uniche, sia classiche che orientali, di altissimo valore. Solo il giorno prima era stato costretto a licenziare un abile operaio intagliatore di avorio dal suo impiego (un nativo dell’India, a quanto abbiamo capito), per sospetto di tentato furto; e non si sentiva affatto sicuro che quest’uomo e i giocolieri di strada di cui si lamentava non stessero agendo di concerto. Il loro obiettivo potrebbe essere quello di radunare una folla, creare un disturbo in strada e, nella confusione così causata, ottenere l’accesso alla casa. In risposta al magistrato, il signor Luker ha ammesso di non avere prove da produrre riguardo a un eventuale tentativo di furto in fase di pianificazione. Poteva parlare con certezza del fastidio e dell’interruzione causati dagli indiani, ma non di altro. Il magistrato ha osservato che, se il fastidio fosse stato ripetuto, il richiedente avrebbe potuto convocare gli indiani in quel tribunale, dove avrebbero potuto essere facilmente trattati ai sensi della Legge. Per quanto riguarda gli oggetti di valore in possesso del signor Luker, il signor Luker stesso deve prendere le migliori misure per la loro sicura custodia. Farebbe bene forse a comunicare con la polizia e ad adottare ulteriori precauzioni che la loro esperienza potrebbe suggerire. Il richiedente ha ringraziato sua signoria e si è ritirato.”
Si dice che uno dei saggi antichi (dimentico in quale occasione) abbia raccomandato ai suoi simili di “guardare alla fine”. Guardando alla fine di queste mie pagine, e chiedendomi da qualche giorno come sarei riuscito a scriverla, trovo che la mia semplice esposizione dei fatti giunge a una conclusione, nel modo più appropriato, da sola. Siamo andati avanti, in questa faccenda della Pietra di Luna, da una meraviglia all’altra; e qui terminiamo con la più grande meraviglia di tutte: ovvero, il compimento delle tre previsioni del sergente Cuff in meno di una settimana dal momento in cui le aveva fatte.
Dopo aver avuto notizie dagli Yolland il lunedì, avevo ora saputo degli indiani e saputo dello strozzino, nelle notizie da Londra; ricordate, la signorina Rachel stessa era a Londra in quel momento. Vedete, espongo le cose nella loro luce peggiore, anche quando si rivelano contrarie alla mia opinione. Se mi abbandonate e vi schierate con il sergente, in base alle prove che avete davanti; se l’unica spiegazione razionale che riuscite a vedere è che la signorina Rachel e il signor Luker debbano essersi incontrati, e che la Pietra di Luna debba essere ora in pegno nella casa dello strozzino, ammetto di non potervi biasimare per essere giunti a questa conclusione. Nell’oscurità vi ho condotti fin qui. Nell’oscurità sono costretto a lasciarvi, con i miei più rispettosi omaggi.
Perché costretto? si potrebbe chiedere. Perché non portare le persone che mi hanno accompagnato fin qui, fin lassù in quelle regioni di superiore illuminazione in cui siedo io stesso?
In risposta a ciò, posso solo dichiarare che sto agendo su ordine, e che tali ordini mi sono stati dati (per quanto ho capito) nell’interesse della verità. Mi è proibito dire in questo racconto più di quanto sapessi io stesso all’epoca. O, per dirla più chiaramente, devo restare strettamente entro i limiti della mia esperienza, e non informarvi di ciò che altre persone mi hanno detto, per la ragione più che sufficiente che riceverete le informazioni da quelle stesse persone, di prima mano. In questa faccenda della Pietra di Luna il piano è di non presentare rapporti, ma di produrre testimoni. Mi raffiguro un membro della famiglia che legge queste pagine tra cinquant’anni. Dio! che complimento riterrà che sia, essergli chiesto di non prendere nulla per sentito dire, e di essere trattato sotto ogni aspetto come un Giudice in tribunale.
In questo punto, dunque, ci separiamo, per il momento almeno, dopo un lungo viaggio insieme, con un sentimento di compagnia, spero, da entrambe le parti. La danza del diavolo del Diamante Indiano ha trovato la sua strada verso Londra; e a Londra dovete andare a inseguirlo, lasciandomi nella casa di campagna. Vi prego di scusare i difetti di questa composizione: il mio parlare così tanto di me stesso, e l’essere troppo familiare, temo, con voi. Non intendo alcun male; e bevo molto rispettosamente (avendo appena finito di cenare) alla vostra salute e prosperità, in un boccale della birra di mia signora. Possa voi trovare in questi fogli della mia scrittura, ciò che Robinson Crusoe trovò nella sua esperienza sull’isola deserta, vale a dire: “qualcosa da cui trarre conforto, e da mettere nella Descrizione del Bene e del Male, sul Lato del Credito del Bilancio”.—Addio.
LA FINE DEL PRIMO PERIODO.
SECONDO PERIODO.
LA SCOPERTA DELLA VERITÀ. (1848-1849.)
Gli Eventi raccontati in diversi Racconti.
PRIMO RACCONTO.
Contribuito dalla signorina Clack; nipote del defunto Sir John Verinder
CAPITOLO I
Sono debitrice ai miei cari genitori (entrambi ora in cielo) per avermi fatto instillare abitudini di ordine e regolarità in un’età molto precoce.
In quel felice tempo passato, mi veniva insegnato di tenere i capelli in ordine a tutte le ore del giorno e della notte, e di ripiegare ogni articolo del mio abbigliamento con cura, nello stesso ordine, sulla stessa sedia, nello stesso posto ai piedi del letto, prima di ritirarmi a riposare. Un’annotazione degli eventi della giornata nel mio piccolo diario precedeva invariabilmente il ripiegamento. L’“Inno della Sera” (ripetuto a letto) seguiva invariabilmente il ripiegamento. E il dolce sonno dell’infanzia seguiva invariabilmente l’“Inno della Sera”.
Più tardi nella vita (ahimè!) l’Inno è stato succeduto da tristi e amare meditazioni; e il dolce sonno è stato mal scambiato per i sonni interrotti che tormentano il cuscino inquieto dell’ansia. D’altra parte, ho continuato a ripiegare i miei vestiti e a tenere il mio piccolo diario. La prima abitudine mi lega alla mia felice infanzia, prima che papà fosse rovinato. La seconda abitudine, finora principalmente utile nell’aiutarmi a disciplinare la natura caduta che tutti ereditiamo da Adamo, si è rivelata inaspettatamente importante per i miei umili interessi in tutt’altro modo. Mi ha permesso, la povera Me, di servire il capriccio di un membro facoltoso della famiglia in cui si è sposato il mio defunto zio. Ho la fortuna di essere utile al signor Franklin Blake.
Sono stata tagliata fuori da ogni notizia dei miei parenti acquisiti da qualche tempo. Quando siamo isolati e poveri, non di rado veniamo dimenticati. Ora vivo, per economia, in una piccola città in Bretagna, abitata da un circolo selezionato di seri amici inglesi, e dotata degli inestimabili vantaggi di un pastore protestante e di un mercato economico.
In questo ritiro, un Patmos in mezzo all’oceano ruggente del papismo che ci circonda, una lettera dall’Inghilterra mi ha finalmente raggiunto. Trovo la mia insignificante esistenza improvvisamente ricordata dal signor Franklin Blake. Il mio facoltoso parente, potessi aggiungere il mio spiritualmente facoltoso parente!, scrive, senza nemmeno un tentativo di dissimulare che vuole qualcosa da me. Il capriccio lo ha colto di ravvivare il deplorevole scandalo della Pietra di Luna: e io devo aiutarlo scrivendo il resoconto di ciò che io stessa ho testimoniato mentre ero in visita a casa di zia Verinder a Londra. Mi viene offerta una remunerazione pecuniaria, con la mancanza di tatto tipica dei ricchi. Devo riaprire ferite che il Tempo ha appena chiuso; devo rievocare le rimembranze più intensamente dolorose; e fatto questo, devo sentirmi compensata da una nuova lacerazione, sotto forma dell’assegno del signor Blake. La mia natura è debole. Mi è costata una dura lotta, prima che l’umiltà cristiana conquistasse l’orgoglio peccaminoso, e l’abnegazione accettasse l’assegno.
Senza il mio diario, dubito, vi prego di lasciarmelo esprimere nei termini più grezzi!, se avrei potuto onestamente guadagnare i miei soldi. Con il mio diario, la povera lavoratrice (che perdona il signor Blake per averla insultata) è degna della sua paga. Nulla mi è sfuggito nel periodo in cui ero in visita alla cara zia Verinder. Tutto è stato annotato (grazie al mio precoce addestramento) giorno dopo giorno man mano che accadeva; e tutto, fino al più piccolo particolare, sarà raccontato qui. Il mio sacro rispetto per la verità è (grazie a Dio) ben al di sopra del mio rispetto per le persone. Sarà facile per il signor Blake sopprimere ciò che potrebbe non rivelarsi sufficientemente lusinghiero in queste pagine per la persona principalmente coinvolta in esse. Ha acquistato il mio tempo, ma nemmeno la sua ricchezza può acquistare anche la mia coscienza.*
[*Nota. Aggiunta da Franklin Blake.—La signorina Clack può stare del tutto tranquilla su questo punto. Nulla sarà aggiunto, alterato o rimosso, nel suo manoscritto, o in nessuno degli altri manoscritti che passano tra le mie mani. Qualunque opinione gli scrittori possano esprimere, qualunque peculiarità di trattamento possa contraddistinguere, e forse in senso letterario, sfigurare i racconti che sto ora raccogliendo, non una riga verrà manomessa da nessuna parte, dall’inizio alla fine. Come documenti autentici mi vengono inviati, e come documenti autentici li conserverò, autenticati dalle attestazioni di testimoni che possono parlare dei fatti. Resta solo da aggiungere che “la persona principalmente coinvolta” nel racconto della signorina Clack, è abbastanza felice al momento presente, non solo di sfidare il più acuto esercizio della penna della signorina Clack, ma anche di riconoscerne l’indiscutibile valore come strumento per l’esposizione del carattere della signorina Clack.]
Il mio diario mi informa che stavo passando accidentalmente davanti alla casa di zia Verinder in Montagu Square, lunedì 3 luglio 1848.
Vedendo le persiane aperte e le tende alzate, ho sentito che sarebbe stato un atto di cortese attenzione bussare e fare delle domande. La persona che ha risposto alla porta mi ha informato che mia zia e sua figlia (davvero non posso chiamarla mia cugina!) erano arrivate dalla campagna una settimana prima e meditavano di fermarsi a Londra. Ho mandato subito su un messaggio, declinando di disturbarle e chiedendo solo se potessi essere di qualche utilità.
La persona che ha risposto alla porta ha preso il mio messaggio in insolente silenzio e mi ha lasciata in piedi nell’atrio. È la figlia di un vecchio pagano di nome Betteredge, a lungo, troppo a lungo, tollerato nella famiglia di mia zia. Mi sono seduta nell’atrio ad aspettare la mia risposta e, avendo sempre qualche opuscolo nella mia borsa, ne ho scelto uno che si è rivelato in modo del tutto provvidenziale applicabile alla persona che ha risposto alla porta. L’atrio era sporco e la sedia era dura; ma la benedetta consapevolezza di rendere il bene per il male mi ha elevata al di sopra di qualsiasi considerazione futile di quel tipo. L’opuscolo faceva parte di una serie indirizzata alle giovani donne sulla peccaminosità dell’abbigliamento. Nello stile era devotamente familiare. Il suo titolo era: “Una Parola Con Te Sui Nastri della Tua Cuffia”.
“La mia signora è molto obbligata e prega che veniate a pranzo domani alle due.”
Ho sorvolato sul modo in cui ha dato il suo messaggio e sulla terribile audacia del suo sguardo. Ho ringraziato questa giovane peccatrice; e ho detto, con un tono di interesse cristiano: “Volete farmi il favore di accettare un opuscolo?”
Ha guardato il titolo. “È scritto da un uomo o da una donna, signorina? Se è scritto da una donna, preferirei non leggerlo per questo motivo. Se è scritto da un uomo, prego di informarlo che non ne sa nulla.” Mi ha restituito l’opuscolo e ha aperto la porta. Dobbiamo seminare il buon seme in qualche modo. Ho aspettato che la porta si chiudesse su di me e ho fatto scivolare l’opuscolo nella cassetta delle lettere. Quando ho fatto cadere un altro opuscolo attraverso le inferriate della zona, mi sono sentita sollevata, in piccola misura, da una pesante responsabilità verso gli altri.
Abbiamo avuto una riunione quella sera del Comitato Selezionato della Società per la Conversione dei Piccoli Indumenti delle Madri. Lo scopo di questa eccellente Beneficenza è, come tutte le persone serie sanno, salvare i pantaloni dei padri non riscattati dal banco dei pegni, e impedire la loro ripresa, da parte del genitore irrecuperabile, riducendoli immediatamente per adattarli alle proporzioni del figlio innocente. Ero un membro, a quel tempo, del comitato selezionato; e menziono la Società qui, perché il mio prezioso e ammirevole amico, il signor Godfrey Ablewhite, era associato al nostro lavoro di utilità morale e materiale. Mi aspettavo di vederlo nella sala del consiglio, la sera del lunedì di cui sto scrivendo ora, e mi ero proposta di parlargli, quando ci fossimo incontrati, dell’arrivo della cara zia Verinder a Londra. Con mio grande disappunto, non si è mai presentato. Esprimendo un senso di sorpresa per la sua assenza, le mie sorelle del Comitato hanno alzato tutte insieme lo sguardo dai loro pantaloni (avevamo una grande pressione di lavoro quella sera), e hanno chiesto con stupore se non avessi sentito la notizia. Ho riconosciuto la mia ignoranza, e mi è stato quindi raccontato, per la prima volta, un evento che forma, per così dire, il punto di partenza di questo racconto. Il venerdì precedente, due gentiluomini, che occupavano posizioni ampiamente diverse nella società, erano stati vittime di un oltraggio che aveva scosso tutta Londra. Uno dei gentiluomini era il signor Septimus Luker, di Lambeth. L’altro era il signor Godfrey Ablewhite.
Vivendo nel mio attuale isolamento, non ho modo di inserire il resoconto giornalistico dell’oltraggio nel mio racconto. Sono stata anche privata, all’epoca, dell’inestimabile vantaggio di sentire gli eventi raccontati dalla fervida eloquenza del signor Godfrey Ablewhite. Tutto ciò che posso fare è esporre i fatti così come mi sono stati esposti, quella sera di lunedì; procedendo secondo il piano che mi è stato insegnato fin dall’infanzia ad adottare nel ripiegare i miei vestiti. Tutto sarà messo in ordine, e tutto sarà messo al suo posto. Queste righe sono scritte da una povera donna debole. Da una povera donna debole chi sarà così crudele da aspettarsi di più?
La data, grazie ai miei cari genitori, nessun dizionario che sia mai stato scritto può essere più particolare di me riguardo alle date, era venerdì 30 giugno 1848.
Presto in quella memorabile giornata, il nostro dotato signor Godfrey si trovava a incassare un assegno presso una banca in Lombard Street. Il nome della ditta è accidentalmente cancellato nel mio diario, e il mio sacro rispetto per la verità mi proibisce di azzardare un’ipotesi in una faccenda di questo tipo. Fortunatamente, il nome della ditta non importa. Ciò che importa è una circostanza che si è verificata quando il signor Godfrey ha concluso i suoi affari. Raggiungendo la porta, ha incontrato un gentiluomo, un perfetto sconosciuto per lui, che stava uscendo accidentalmente dall’ufficio esattamente nello stesso momento in cui usciva lui. Una momentanea gara di cortesia è scoppiata tra loro su chi dovesse essere il primo a passare attraverso la porta della banca. Lo sconosciuto ha insistito per far passare il signor Godfrey prima di lui; il signor Godfrey ha detto alcune parole civili; si sono inchinati e si sono separati per strada.
Le persone sconsiderate e superficiali potrebbero dire: Ecco sicuramente un incidente da nulla raccontato in modo assurdamente circostanziato. Oh, miei giovani amici e compagni peccatori! guardatevi dal presumere di esercitare la vostra povera ragione carnale. Oh, siate moralmente ordinati. Fate che la vostra fede sia come le vostre calze, e le vostre calze come la vostra fede. Entrambe sempre immacolate, ed entrambe pronte da indossare in qualsiasi momento!
Chiedo mille perdoni. Sono caduta insensibilmente nel mio stile da scuola domenicale. Molto inappropriato in un resoconto come questo. Lasciatemi provare a essere mondana, lasciatemi dire che le inezie, in questo caso come in molti altri, hanno portato a risultati terribili. Premettendo semplicemente che lo sconosciuto cortese era il signor Luker, di Lambeth, seguiremo ora il signor Godfrey a casa sua, a Kilburn.
Ha trovato ad attenderlo, nell’atrio, un ragazzino vestito poveramente ma dall’aspetto delicato e interessante. Il ragazzo gli ha consegnato una lettera, menzionando semplicemente che gli era stata affidata da una vecchia signora che non conosceva, e che non gli aveva dato istruzioni di aspettare una risposta. Incidenti come questi non erano rari nella vasta esperienza del signor Godfrey come promotore di opere di beneficenza pubbliche. Ha lasciato andare il ragazzo e ha aperto la lettera.
La calligrafia gli era del tutto sconosciuta. Richiedeva la sua presenza, entro un’ora, in una casa in Northumberland Street, Strand, in cui non aveva mai avuto occasione di entrare prima. L’obiettivo ricercato era ottenere dal degno manager alcuni dettagli sul tema della Società per la Conversione dei Piccoli Indumenti delle Madri, e l’informazione era richiesta da un’anziana signora che proponeva di aggiungere ingenti somme alle risorse della beneficenza, se le sue domande avessero ricevuto risposte soddisfacenti. Ha menzionato il suo nome, e ha aggiunto che la brevità del suo soggiorno a Londra le impediva di dare un preavviso più lungo all’eminente filantropo a cui si rivolgeva.
La gente comune avrebbe potuto esitare prima di accantonare i propri impegni per assecondare la comodità di un estraneo. L’Eroe Cristiano non esita mai laddove c’è del bene da compiere. Il signor Godfrey fece immediatamente dietrofront e si diresse verso la casa in Northumberland Street. Un uomo dall’aspetto più che rispettabile, sebbene alquanto corpulento, venne ad aprire la porta e, udito il nome del signor Godfrey, lo condusse subito in una stanza vuota sul retro, al piano del salotto. Entrando, notò due cose insolite. Una era un debole odore di muschio e canfora. L’altra era un antico manoscritto orientale, riccamente miniato con figure e motivi indiani, che giaceva aperto su un tavolo pronto per essere esaminato.
Stava osservando il libro, la cui posizione lo costringeva a stare con le spalle rivolte alle porte a soffietto chiuse che comunicavano con la stanza anteriore, quando, senza il minimo rumore premonitore ad avvertirlo, si sentì afferrare improvvisamente al collo da dietro. Ebbe giusto il tempo di notare che il braccio che gli cingeva il collo era nudo e di un colore bruno-fulvo, prima che gli venissero bendati gli occhi, imbavagliata la bocca e che venisse gettato inerme sul pavimento da (come giudicò lui) due uomini. Un terzo gli rovistò nelle tasche e — se, come signora, posso azzardarmi a usare una simile espressione — lo perquisì senza cerimonie, fin sotto la pelle.
Qui proverei grande piacere nel dire alcune parole di conforto sulla devota fiducia che sola avrebbe potuto sostenere il signor Godfrey in un’emergenza così terribile come questa. Tuttavia, forse, la posizione e l’aspetto del mio ammirabile amico nel momento culminante dell’oltraggio (come sopra descritto) non rientrano propriamente nei limiti della discussione femminile. Lasciatemi sorvolare sui momenti successivi e tornare al signor Godfrey nel momento in cui l’odiosa perquisizione della sua persona fu completata. L’oltraggio era stato perpetrato dall’inizio alla fine in un silenzio tombale. Al termine, furono scambiate alcune parole tra gli invisibili miserabili, in una lingua che egli non comprese, ma con toni che erano chiaramente espressivi (per il suo orecchio colto) di delusione e rabbia. Fu sollevato improvvisamente da terra, messo su una sedia e lì legato mani e piedi. L’istante successivo sentì l’aria fluire dalla porta aperta, tese l’orecchio e concluse di essere di nuovo solo nella stanza.
Passò un intervallo, e udì un suono proveniente dal basso simile al fruscio dell’abito di una donna. Salì le scale e si fermò. Un grido femminile squarciò l’atmosfera di colpa. Una voce d’uomo di sotto esclamò: «Ehi!». I piedi di un uomo salirono le scale. Il signor Godfrey sentì dita cristiane sciogliergli la benda ed estrargli il bavaglio. Guardò con stupore due rispettabili sconosciuti e articolò debolmente: «Cosa significa?». I due rispettabili sconosciuti guardarono a loro volta e dissero: «Esattamente la domanda che stavamo per porre a lei».
Seguì l’inevitabile spiegazione. No! Lasciatemi essere scrupolosamente precisa. Seguirono sali volatili e acqua, per ricomporre i nervi del caro signor Godfrey. La spiegazione venne dopo.
Risultò dalla dichiarazione del padrone di casa e della padrona di casa (persone di buona reputazione nel vicinato) che i loro appartamenti al primo e secondo piano erano stati presi, il giorno precedente, per una settimana certa, da un gentiluomo dall’aspetto assai rispettabile — lo stesso che è già stato descritto mentre apriva la porta al bussare del signor Godfrey. Il gentiluomo aveva pagato l’affitto della settimana e tutti gli extra in anticipo, dichiarando che gli appartamenti servivano a tre nobili orientali, suoi amici, che visitavano l’Inghilterra per la prima volta. Di primo mattino, nel giorno dell’oltraggio, due degli stranieri orientali, accompagnati dal loro rispettabile amico inglese, presero possesso degli appartamenti. Il terzo era atteso a breve; e il bagaglio (segnalato come molto ingombrante) fu annunciato in arrivo dopo il passaggio alla Dogana, nel tardo pomeriggio. Non più di dieci minuti prima della visita del signor Godfrey, il terzo straniero era arrivato. Non era accaduto nulla fuori dall’ordinario, a conoscenza del padrone e della padrona di casa al piano di sotto, fino agli ultimi cinque minuti — quando avevano visto i tre stranieri, accompagnati dal loro rispettabile amico inglese, lasciare tutti la casa insieme, camminando tranquillamente in direzione dello Strand. Ricordando che un visitatore era passato, e non avendo visto anche il visitatore lasciare la casa, la padrona di casa aveva trovato piuttosto strano che il gentiluomo fosse stato lasciato solo di sopra. Dopo una breve discussione con il marito, aveva ritenuto opportuno accertarsi se qualcosa non andasse. Il risultato era seguito, come ho già tentato di descriverlo; e lì la spiegazione del padrone e della padrona di casa ebbe fine.
Venne quindi fatta un’indagine nella stanza. Gli averi del caro signor Godfrey furono trovati sparsi in ogni direzione. Quando gli oggetti furono raccolti, tuttavia, non mancava nulla; il suo orologio, la catena, il portafoglio, le chiavi, il fazzoletto, il taccuino e tutte le sue carte sciolte erano stati esaminati attentamente, e poi lasciati intatti per essere ripresi dal proprietario. Allo stesso modo, non era stato sottratto il minimo frammento di proprietà appartenente ai padroni di casa. I nobili orientali avevano portato via il loro manoscritto miniato, e non avevano portato via nient’altro.
Cosa significava? Adottando il punto di vista mondano, sembrava significare che il signor Godfrey fosse stato vittima di qualche incomprensibile errore, commesso da certi uomini sconosciuti. Una cupa cospirazione era in atto in mezzo a noi; e il nostro amato e innocente amico era rimasto impigliato nelle sue maglie. Quando l’eroe cristiano di cento vittorie caritatevoli finisce in una trappola che è stata scavata per lui per errore, oh, che monito è per il resto di noi stare costantemente in guardia! Quanto presto le nostre stesse passioni malvagie possono rivelarsi nobili orientali che ci piombano addosso ignari!
Potrei scrivere pagine di affettuoso monito su questo solo tema, ma (ahimè!) non mi è permesso di edificare — sono condannata a narrare. L’assegno del mio facoltoso parente — d’ora in avanti, l’incubo della mia esistenza — mi avverte che non ho ancora finito con questo resoconto di violenza. Dobbiamo lasciare il signor Godfrey a riprendersi in Northumberland Street, e dobbiamo seguire le azioni del signor Luker in un momento successivo della giornata.
Dopo aver lasciato la banca, il signor Luker aveva visitato varie parti di Londra per commissioni di lavoro. Ritornato alla propria residenza, trovò una lettera che lo attendeva, descritta come consegnata poco tempo prima da un ragazzo. In questo caso, come nel caso del signor Godfrey, la grafia era strana; ma il nome menzionato era il nome di uno dei clienti del signor Luker. Il suo corrispondente annunciava (scrivendo in terza persona — apparentemente per mano di un sostituto) di essere stato inaspettatamente convocato a Londra. Si era appena stabilito in un alloggio in Alfred Place, Tottenham Court Road; e desiderava vedere il signor Luker immediatamente, in merito a un acquisto che intendeva fare. Il gentiluomo era un entusiasta collezionista di antichità orientali, ed era stato per molti anni un generoso mecenate dello stabilimento di Lambeth. Oh, quando ci svezzeremo dal culto di Mammona! Il signor Luker chiamò una carrozza e partì immediatamente dal suo generoso mecenate.
Esattamente ciò che era accaduto al signor Godfrey in Northumberland Street accadde ora al signor Luker in Alfred Place. Ancora una volta il rispettabile uomo aprì la porta e mostrò al visitatore la strada per salire al salotto sul retro. Lì, di nuovo, giaceva il manoscritto miniato su un tavolo. L’attenzione del signor Luker fu assorbita, come l’attenzione del signor Godfrey era stata assorbita, da questa bella opera d’arte indiana. Anche lui fu distolto dai suoi studi da un braccio nudo e fulvo attorno alla gola, da una benda sugli occhi e da un bavaglio in bocca. Anche lui fu gettato a terra e perquisito fin sotto la pelle. Era poi passato un intervallo più lungo di quello trascorso nell’esperienza del signor Godfrey; ma era finito come prima, con i padroni di casa che sospettavano qualcosa di sbagliato e salivano a vedere cosa fosse successo. Precisamente la stessa spiegazione che il padrone di casa in Northumberland Street aveva dato al signor Godfrey, il padrone di casa in Alfred Place diede ora al signor Luker. Entrambi erano stati ingannati allo stesso modo dall’atteggiamento plausibile e dal portafoglio ben fornito del rispettabile straniero, che si era presentato come agente per i suoi amici stranieri. L’unico punto di differenza tra i due casi si verificò quando il contenuto sparso delle tasche del signor Luker fu raccolto dal pavimento. Il suo orologio e il portafoglio erano salvi, ma (meno fortunato del signor Godfrey) una delle carte sciolte che portava con sé era stata portata via. Il documento in questione riconosceva la ricezione di un oggetto di grande pregio che il signor Luker aveva quel giorno lasciato in custodia ai suoi banchieri. Questo documento sarebbe stato inutile ai fini di una frode, in quanto prevedeva che l’oggetto di valore venisse consegnato solo su richiesta personale del proprietario. Non appena si riprese, il signor Luker si affrettò alla banca, nella speranza che i ladri che lo avevano derubato potessero ignorante presentarsi con la ricevuta. Non era stato visto nulla di loro quando arrivò allo stabilimento, e non fu visto nulla di loro in seguito. Il loro rispettabile amico inglese aveva (secondo l’opinione dei banchieri) esaminato la ricevuta prima che tentassero di farne uso, e aveva dato loro il necessario avvertimento per tempo.
Informazioni su entrambi gli oltraggi furono comunicate alla polizia, e le necessarie indagini furono perseguite, credo, con grande energia. Le autorità sostennero che una rapina era stata pianificata, basandosi su informazioni insufficienti ricevute dai ladri. Non erano stati chiaramente sicuri se il signor Luker avesse, o meno, affidato la trasmissione della sua preziosa gemma a un’altra persona; e il povero, cortese signor Godfrey aveva pagato il prezzo di essere stato visto accidentalmente parlare con lui. Si aggiunga a ciò che l’assenza del signor Godfrey dal nostro incontro del lunedì sera era stata causata da una consultazione delle autorità, alla quale era stato richiesto di assistere — e fornite ora tutte le spiegazioni richieste, posso procedere con la storia più semplice delle mie piccole esperienze personali in Montagu Square.
Fui puntuale all’ora del pranzo martedì. Il riferimento al mio diario mostra che questa è stata una giornata movimentata — molto in essa da rimpiangere devotamente, molto in essa per cui essere devotamente grati.
La cara zia Verinder mi accolse con la sua solita grazia e gentilezza. Ma notai, dopo poco, che qualcosa non andava. Alcuni sguardi ansiosi sfuggirono a mia zia, tutti rivolti verso sua figlia. Non vedo mai Rachel senza chiedermi come sia possibile che una persona dall’aspetto così insignificante sia la figlia di genitori così illustri come Sir John e Lady Verinder. In questa occasione, tuttavia, non solo deluse — mi scioccò davvero. C’era un’assenza di ogni contegno signorile nel suo linguaggio e nei suoi modi, assai doloroso da vedere. Era posseduta da una qualche eccitazione febbrile che la rendeva fastidiosamente rumorosa quando rideva, e peccaminosamente dispendiosa e capricciosa in ciò che mangiava e beveva a pranzo. Mi sentii profondamente partecipe per la sua povera madre, anche prima che il vero stato delle cose mi venisse confidato.
Terminato il pranzo, mia zia disse: «Ricorda ciò che ti ha detto il dottore, Rachel, riguardo al calmarti con un libro dopo aver mangiato».
«Andrò in biblioteca, mamma», rispose lei. «Ma se chiama Godfrey, bada che mi venga detto. Muoio dalla voglia di avere altre notizie di lui, dopo la sua avventura in Northumberland Street». Baciò sua madre sulla fronte e guardò verso di me. «Addio, Clack», disse, con noncuranza. La sua insolenza non suscitò alcun sentimento di rabbia in me; feci solo un appunto privato di pregare per lei.
Quando fummo lasciate sole, mia zia mi raccontò l’intera orribile storia del Diamante Indiano, che, sono felice di sapere, non è necessario ripetere qui. Non mi nascose che avrebbe preferito mantenere il silenzio sull’argomento. Ma quando la sua stessa servitù sapeva della perdita della Pietra di Luna, e quando alcune delle circostanze avevano effettivamente trovato la loro strada sui giornali — quando estranei speculavano se ci fosse una qualche connessione tra ciò che era accaduto nella casa di campagna di Lady Verinder e ciò che era accaduto in Northumberland Street e Alfred Place — il nascondimento non era da prendere in considerazione; e la perfetta franchezza divenne una necessità oltre che una virtù.
Alcune persone, udendo ciò che udii io, sarebbero state probabilmente sopraffatte dallo stupore. Per quanto mi riguarda, sapendo che l’animo di Rachel era stato essenzialmente non rigenerato fin dall’infanzia, ero preparata a tutto ciò che mia zia potesse dirmi riguardo a sua figlia. Sarebbe potuta andare di male in peggio fino a finire in un Omicidio; e avrei comunque detto a me stessa: Il risultato naturale! oh, cara, cara, il risultato naturale! L’unica cosa che mi scioccò fu il corso che mia zia aveva intrapreso date le circostanze. Ecco sicuramente un caso per un ecclesiastico, se mai ce n’è stato uno! Lady Verinder aveva pensato a un caso per un medico. Tutta la prima vita della mia povera zia era trascorsa nella casa senza Dio di suo padre. Ancora il risultato naturale! Oh, cara, cara, ancora il risultato naturale!
«I medici raccomandano molto esercizio e divertimento per Rachel, e mi esortano vivamente a mantenere la sua mente il più possibile lontana dal soffermarsi sul passato», disse Lady Verinder.
«Oh, che consiglio pagano!», pensai tra me e me. «In questo paese cristiano, che consiglio pagano!»
Mia zia continuò: «Faccio del mio meglio per eseguire le mie istruzioni. Ma questa strana avventura di Godfrey arriva in un momento assai infelice. Rachel è stata incessantemente irrequieta ed eccitata da quando ne ha sentito parlare per la prima volta. Non mi ha dato pace finché non ho scritto e chiesto a mio nipote Ablewhite di venire qui. Prova persino interesse per l’altra persona che è stata trattata brutalmente — il signor Luker, o un nome simile — sebbene l’uomo sia, naturalmente, un totale estraneo per lei».
«La sua conoscenza del mondo, cara zia, è superiore alla mia», suggerii timidamente. «Ma deve esserci sicuramente una ragione per questo comportamento straordinario da parte di Rachel. Sta nascondendo un peccaminoso segreto a lei e a tutti. Non potrebbe esserci qualcosa in questi recenti eventi che minaccia il suo segreto di essere scoperto?»
«Scoperto?», ripeté mia zia. «Cosa puoi intendere? Scoperto tramite il signor Luker? Scoperto tramite mio nipote?»
Mentre la parola le usciva dalle labbra, si verificò una speciale provvidenza. Il domestico aprì la porta e annunciò il signor Godfrey Ablewhite.
CAPITOLO II
Il signor Godfrey seguì l’annuncio del suo nome — come il signor Godfrey fa ogni altra cosa — esattamente al momento giusto. Non fu così vicino ai talloni del domestico da spaventarci. Non fu così indietro da causarci il doppio inconveniente di una pausa e di una porta aperta. È nella completezza della sua vita quotidiana che appare il vero Cristiano. Questo caro uomo era molto completo.
«Va’ dalla signorina Verinder», disse mia zia, rivolgendosi al domestico, «e dille che il signor Ablewhite è qui».
Entrambi ci informammo sulla sua salute. Entrambi gli chiedemmo insieme se si sentisse di nuovo se stesso, dopo la sua terribile avventura della scorsa settimana. Con perfetto tatto, riuscì a risponderci nello stesso momento. Lady Verinder ebbe la sua risposta a parole. Io ebbi il suo affascinante sorriso.
«Cosa», esclamò, con infinita tenerezza, «ho fatto per meritare tutta questa simpatia? Mia cara zia! mia cara signorina Clack! Sono stato semplicemente scambiato per qualcun altro. Sono stato solo bendato; sono stato solo strangolato; sono stato solo gettato a terra sulla schiena, su un tappeto molto sottile, che copriva un pavimento particolarmente duro. Pensate solo quanto peggio avrebbe potuto essere! Avrei potuto essere assassinato; avrei potuto essere derubato. Cosa ho perso? Nulla se non Forza Nervosa — che la legge non riconosce come proprietà; così che, a voler essere rigorosi, non ho perso assolutamente nulla. Se avessi potuto fare a modo mio, avrei tenuto la mia avventura per me — mi sottraggo a tutto questo trambusto e pubblicità. Ma il signor Luker ha reso pubbliche le sue ferite, e le mie ferite, come necessaria conseguenza, sono state proclamate a loro volta. Sono diventato proprietà dei giornali, finché il gentile lettore non si stanca dell’argomento. Io stesso ne sono davvero molto stanco. Possa il gentile lettore presto essere come me! E come sta la cara Rachel? Si gode ancora le gaiezze di Londra? Così lieta di sentirlo! Signorina Clack, ho bisogno di tutta la sua indulgenza. Sono tristemente in ritardo con il mio Lavoro di Comitato e le mie care Signore. Ma spero davvero di fare un salto ai Piccoli Indumenti delle Madri la prossima settimana. Ha fatto incoraggianti progressi al Comitato di lunedì? Il Consiglio era ottimista sulle prospettive future? E siamo ben forniti di Pantaloni?»
La celestiale dolcezza del suo sorriso rese le sue scuse irresistibili. La ricchezza della sua voce profonda aggiunse il suo fascino indescrivibile all’interessante questione d’affari che mi aveva appena rivolto. In verità, eravamo quasi troppo ben forniti di Pantaloni; ne eravamo completamente sopraffatti. Stavo proprio per dirlo, quando la porta si aprì di nuovo, e un elemento di disturbo mondano entrò nella stanza, nella persona della signorina Verinder.
Si avvicinò al caro signor Godfrey a una velocità tutt’altro che signorile, con i capelli scandalosamente disordinati e il viso, quello che definirei, sgradevolmente arrossato.
«Sono incantata di vederti, Godfrey», disse, rivolgendosi a lui, mi addolora aggiungere, nel modo sbrigativo di un giovane che parla a un altro. «Avrei voluto che avessi portato il signor Luker con te. Tu e lui (finché dura l’attuale eccitazione) siete i due uomini più interessanti di tutta Londra. È morboso dire questo; è malsano; è tutto ciò di cui una mente ben regolata come quella della signorina Clack istintivamente rabbrividisce. Non importa. Raccontami subito tutta la storia di Northumberland Street. So che i giornali ne hanno tralasciato una parte».
Persino il caro signor Godfrey partecipa alla natura decaduta che tutti ereditiamo da Adamo — è una parte molto piccola del nostro retaggio umano, ma, ahimè!, ce l’ha. Confesso che mi addolorò vederlo prendere la mano di Rachel con entrambe le sue, e appoggiarla dolcemente sul lato sinistro del panciotto. Fu un diretto incoraggiamento al suo modo spericolato di parlare e al suo insolente riferimento a me.
«Carissima Rachel», disse, con la stessa voce che mi aveva fatto vibrare quando parlava delle nostre prospettive e dei nostri pantaloni, «i giornali ti hanno detto tutto — e l’hanno detto molto meglio di quanto possa fare io».
«Godfrey pensa che facciamo tutti troppo rumore per la questione», osservò mia zia. «Ha appena detto che non gli importa di parlarne».
«Perché?»
Pose la domanda con un lampo improvviso negli occhi e uno sguardo improvviso al volto del signor Godfrey. Da parte sua, lui la guardò dall’alto in basso con un’indulgenza così poco giudiziosa e così poco meritata, che mi sentii davvero in dovere di intervenire.
«Rachel, cara!», rimproverai dolcemente, «la vera grandezza e il vero coraggio sono sempre modesti».
«Sei un bravo ragazzo a modo tuo, Godfrey», disse lei — senza prestare la minima attenzione, osservate, a me, e continuando a parlare al cugino come se fosse un giovane che si rivolge a un altro. «Ma sono sicura che non sei grande; non credo che tu possieda alcun coraggio straordinario; e sono fermamente convinta — se mai hai avuto un briciolo di modestia — che le tue adoratrici te l’abbiano sottratta molti anni fa. Hai una ragione privata per non parlare della tua avventura in Northumberland Street; e intendo scoprirla».
«La mia ragione è la più semplice immaginabile, e la più facilmente riconoscibile», rispose, continuando a sopportarla. «Sono stanco dell’argomento».
«Sei stanco dell’argomento? Mio caro Godfrey, sto per fare un’osservazione».
«Quale?».
«Vivi troppo nella società delle donne. E di conseguenza hai contratto due abitudini molto cattive. Hai imparato a dire sciocchezze seriamente, e ti sei abituato a raccontare frottole per il piacere di raccontarle. Non riesci a essere schietto con le tue adoratrici. Intendo farti essere schietto con me. Vieni, e siediti. Sono stracolma di domande dirette; e mi aspetto che tu sia stracolmo di risposte dirette».
«Sono stanco di questo argomento». «Sei stanco di questo argomento? Mio caro Godfrey, sto per fare un’osservazione». «Quale?». «Vivi troppo nella società delle donne. E di conseguenza hai contratto due abitudini molto cattive. Hai imparato a dire sciocchezze seriamente, e ti sei abituato a raccontare frottole per il piacere di raccontarle. Non riesci a essere schietto con le tue adoratrici. Intendo farti essere schietto con me. Vieni, e siediti. Sono stracolma di domande dirette; e mi aspetto che tu sia stracolmo di risposte dirette».
«Uno dei due medici», proseguì mia zia, «era un estraneo per me. L'altro era stato un vecchio amico di mio marito e aveva sempre nutrito un sincero interesse per me, per il bene di mio marito. Dopo aver prescritto una cura per Rachel, disse che desiderava parlarmi in privato in un'altra stanza. Mi aspettavo, naturalmente, di ricevere istruzioni particolari per gestire la salute di mia figlia. Con mia sorpresa, mi prese gravemente per mano e disse: "Vi ho osservata, Lady Verinder, con un interesse professionale oltre che personale. Temo che abbiate un bisogno di consulenza medica assai più urgente di vostra figlia". Mi pose alcune domande che, da principio, fui incline a trattare con una certa leggerezza, finché non notai che le mie risposte lo addoloravano. La cosa finì con lui che prese appuntamento per venire a vedermi, accompagnato da un collega medico, il giorno seguente, in un'ora in cui Rachel non sarebbe stata in casa. Il risultato di quella visita — comunicatomi con la massima gentilezza e delicatezza — convinse entrambi i medici che era stato perso del tempo prezioso, che non avrebbe mai potuto essere recuperato, e che il mio caso era ormai fuori dalla portata della loro arte. Da più di due anni soffro di una forma insidiosa di cardiopatia che, senza alcun sintomo che mi mettesse in allarme, mi ha fatalmente abbattuto poco a poco. Potrei vivere ancora qualche mese, oppure morire prima che sia passato un altro giorno: i dottori non possono, e non osano, esprimersi con maggiore certezza. Sarebbe vano dire, mia cara, che non ho avuto momenti di sconforto da quando mi è stata resa nota la mia reale situazione. Ma sono più rassegnata di prima e sto facendo del mio meglio per mettere in ordine i miei affari mondani. La mia unica grande ansia è che Rachel venga tenuta all'oscuro della verità. Se lo sapesse, attribuirebbe immediatamente la mia salute cagionevole all'ansia per il Diamante e si rimprovererebbe amaramente, povera bambina, per ciò che non è in alcun senso colpa sua. Entrambi i dottori concordano sul fatto che il male sia iniziato due, se non tre anni fa. Sono certa che manterrai il mio segreto, Drusilla, perché sono certa di leggere sincero dolore e compassione per me sul tuo volto».
Dolore e compassione! Oh, che emozioni pagane da aspettarsi da una cristiana inglese saldamente ancorata alla sua fede!
Poco immaginava la mia povera zia quale ondata di devota gratitudine mi pervase mentre si avvicinava alla fine della sua malinconica storia. Ecco che si apriva davanti a me una carriera di utilità! Ecco una parente amata e una creatura in procinto di perire, alla vigilia del grande cambiamento, totalmente impreparata; e guidata, provvidenzialmente guidata, a rivelare la sua situazione a Me! Come posso descrivere la gioia con cui ricordai, in quel momento, che i preziosi amici ecclesiastici su cui potevo contare si contavano, non a uno a due, ma a decine e ventine. Presi mia zia tra le mie braccia; la mia tenerezza traboccante non poteva essere soddisfatta, ora, con nulla di meno di un abbraccio. «Oh!», le dissi fervidamente, «l'indescrivibile interesse con cui mi ispirate! Oh! Il bene che intendo farvi, cara, prima che ci separiamo!». Dopo un'altra parola o due di premuroso avvertimento introduttivo, le diedi la scelta tra tre preziosi amici, tutti dediti all'opera di misericordia dalla mattina alla sera nel suo stesso quartiere; tutti ugualmente inesauribili nell'esortazione; tutti affettuosamente pronti a esercitare i loro doni a una mia parola. Ahimè! Il risultato fu tutt'altro che incoraggiante. La povera Lady Verinder appariva confusa e spaventata, e oppose a tutto ciò che potevo dirle l'obiezione puramente mondana di non essere abbastanza forte da affrontare degli estranei. Cedetti, solo per il momento, naturalmente. La mia vasta esperienza (come lettrice e visitatrice, sotto non meno di quattordici amati amici ecclesiastici, nel tempo) mi insegnava che questo era un altro caso da preparare attraverso i libri. Possedevo una piccola biblioteca di opere, tutte adatte alla presente emergenza, tutte calcolate per risvegliare, convincere, preparare, illuminare e fortificare mia zia. «Leggerete, cara, non è vero?», dissi, nel mio modo più accattivante. «Leggerete, se vi porto i miei preziosi libri? Ripiegati in tutti i punti giusti, zia. E segnati a matita dove dovete fermarvi e chiedervi: "Questo si applica a me?"». Anche quel semplice appello — così assolutamente paganizzante è l'influenza del mondo — sembrò far sussultare mia zia. Disse: «Farò quello che posso, Drusilla, per compiacerti», con uno sguardo di sorpresa che era, al tempo stesso, istruttivo e terribile da vedere. Non c'era un momento da perdere. L'orologio sulla mensola del camino mi informò che avevo appena il tempo di correre a casa, di procurarmi una prima serie di letture selezionate (diciamo solo una dozzina) e di tornare in tempo per incontrare l'avvocato e fare da testimone al testamento di Lady Verinder. Promettendo fedelmente di essere di ritorno entro le cinque, lasciai la casa per la mia missione di misericordia.
Quando non sono in gioco interessi che non siano i miei, mi accontento umilmente di spostarmi da un luogo all'altro con l'omnibus. Permettetemi di dare un'idea della mia devozione agli interessi di mia zia registrando che, in questa occasione, commisi la prodigalità di prendere una carrozza.
Andai a casa, selezionai e segnai la mia prima serie di letture e tornai a Montagu Square, con una dozzina di opere in una borsa da viaggio, le quali, credo fermamente, non si trovano nella letteratura di nessun altro paese d'Europa. Pagai al vetturino esattamente la sua tariffa. La ricevette con una imprecazione; al che gli diedi istantaneamente un opuscolo religioso. Se gli avessi puntato una pistola alla testa, questo disgraziato non avrebbe potuto mostrare costernazione maggiore. Saltò sul suo cassone e, con profane esclamazioni di sgomento, si allontanò furiosamente. Del tutto inutile, sono felice di dire! Seminai il buon seme, a dispetto di lui, gettando un secondo opuscolo dal finestrino della carrozza.
Il domestico che venne ad aprire — non la persona con i nastri sulla cuffia, con mio grande sollievo, ma il lacchè — mi informò che il medico era passato ed era ancora chiuso dentro con Lady Verinder. Il signor Bruff, l'avvocato, era arrivato da un minuto ed stava aspettando in biblioteca. Fui fatta entrare in biblioteca per aspettare anch'io.
Il signor Bruff sembrò sorpreso di vedermi. È l'avvocato di famiglia e c'eravamo incontrati più di una volta, in occasioni precedenti, sotto il tetto di Lady Verinder. Un uomo, mi addolora dirlo, invecchiato e incanutito al servizio del mondo. Un uomo che, nelle ore di lavoro, era il profeta prescelto della Legge e di Mammona; e che, nelle ore di svago, era ugualmente capace di leggere un romanzo o di fare a pezzi un opuscolo.
«Siete venuta a stare qui, Miss Clack?», mi chiese, dando un'occhiata alla mia borsa da viaggio.
Rivelare il contenuto della mia preziosa borsa a una persona simile sarebbe stato semplicemente invitare a uno sfogo di profanità. Mi abbassai al suo livello e menzionai il mio affare in casa.
«Mia zia mi ha informato che sta per firmare il suo testamento», risposi. «È stata così gentile da chiedermi di essere uno dei testimoni».
«Ah? Ah? Bene, Miss Clack, andrete bene. Avete più di ventun anni e non avete il minimo interesse pecuniario nel testamento di Lady Verinder».
Non il minimo interesse pecuniario nel testamento di Lady Verinder. Oh, quanto mi sentii grata quando lo udii! Se mia zia, in possesso di migliaia di sterline, si fosse ricordata della povera Me, a cui cinque sterline fanno comodo — se il mio nome fosse apparso nel testamento, con un piccolo legato consolatorio allegato — i miei nemici avrebbero potuto dubitare del motivo che mi aveva caricato dei tesori più scelti della mia biblioteca e che aveva gravato sulle mie scarse risorse per le spese stravaganti di una carrozza. Nessuno dei più crudeli schernitori avrebbe potuto dubitare adesso. Molto meglio così! Oh, certamente, certamente, molto meglio così!
Fui distolta da queste consolanti riflessioni dalla voce del signor Bruff. Il mio silenzio meditativo sembrava pesare sugli spiriti di questo mondano e costringerlo, per così dire, a parlare con me contro la sua stessa volontà.
«Bene, Miss Clack, quali sono le ultime notizie nei circoli caritatevoli? Come sta il vostro amico signor Godfrey Ablewhite, dopo il pestaggio che ha ricevuto dai furfanti in Northumberland Street? Perbacco! Al mio club raccontano una bella storiella su quel signore caritatevole!».
Avevo sorvolato sul modo in cui questa persona aveva fatto notare che avevo più di ventun anni e che non avevo alcun interesse pecuniario nel testamento di mia zia. Ma il tono con cui alludeva al caro signor Godfrey era troppo per la mia tolleranza. Sentendomi in dovere, dopo quanto era accaduto in mia presenza quel pomeriggio, di affermare l'innocenza del mio ammirevole amico ogni volta che la trovavo messa in discussione — confesso di essermi sentita in dovere di includere, nel compimento di questo giusto proposito, una pungente punizione nei confronti del signor Bruff.
«Vivo molto fuori dal mondo», dissi, «e non possiedo il vantaggio, signore, di appartenere a un club. Ma mi capita di conoscere la storia a cui alludete; e so anche che non è mai stata raccontata una menzogna più vile di quella storia».
«Sì, sì, Miss Clack, voi credete nel vostro amico. Abbastanza naturale. Il signor Godfrey Ablewhite non troverà il mondo in generale così facile da convincere come un comitato di dame caritatevoli. Le apparenze sono decisamente contro di lui. Era in casa quando il Diamante è andato perduto. Ed è stata la prima persona in casa ad andare a Londra dopo. Queste sono circostanze brutte, signora, viste alla luce degli eventi successivi».
Avrei dovuto, lo so, correggerlo prima che andasse oltre. Avrei dovuto dirgli che stava parlando nell'ignoranza di una testimonianza sull'innocenza del signor Godfrey, offerta dall'unica persona che fosse innegabilmente competente a parlare con una conoscenza positiva dell'argomento. Ahimè! La tentazione di condurre l'avvocato astutamente verso la sua stessa disfatta era troppo per me. Chiesi cosa intendesse per «eventi successivi», con un'aria di estrema innocenza.
«Per eventi successivi, Miss Clack, intendo eventi in cui sono coinvolti gli indiani», proseguì il signor Bruff, diventando sempre più superiore alla povera Me, man mano che continuava. «Cosa fanno gli indiani, nel momento in cui vengono liberati dalla prigione di Frizinghall? Vanno dritti a Londra e si concentrano sul signor Luker. Cosa ne consegue? Il signor Luker si sente allarmato per la sicurezza di "un oggetto di gran valore", che ha in casa. Lo deposita privatamente (sotto una descrizione generica) nella cassaforte dei suoi banchieri. Meravigliosamente astuto da parte sua: ma gli indiani sono altrettanto astuti dalla loro parte. Hanno il sospetto che l'"oggetto di gran valore" venga spostato da un posto all'altro; e arrivano a un modo singolarmente audace e completo per chiarire quei sospetti. Chi catturano e perquisiscono? Non solo il signor Luker — il che sarebbe abbastanza comprensibile — ma anche il signor Godfrey Ablewhite. Perché? La spiegazione del signor Ablewhite è che hanno agito per cieco sospetto, dopo averlo visto parlare accidentalmente con il signor Luker. Assurdo! Mezza dozzina di altre persone hanno parlato con il signor Luker quella mattina. Perché non sono state seguite a casa anche loro e attirate nella trappola? No! No! La deduzione ovvia è che il signor Ablewhite avesse il suo interesse privato nel "valore" tanto quanto il signor Luker, e che gli indiani fossero così incerti su chi dei due ne avesse la disponibilità, che non c'era altra alternativa che perquisirli entrambi. L'opinione pubblica dice questo, Miss Clack. E l'opinione pubblica, in questa occasione, non è facile da confutare».
Disse queste ultime parole, apparendo così meravigliosamente saggio nella sua presunzione mondana che davvero (a mia vergogna va detto) non potei resistere al guidarlo ancora un po' oltre, prima di sopraffarlo con la verità.
«Non ho la presunzione di discutere con un avvocato astuto come voi», dissi. «Ma è giusto, signore, verso il signor Ablewhite sorvolare sull'opinione del famoso agente di polizia londinese che ha indagato su questo caso? Non un'ombra di sospetto gravava su nessuno se non su Miss Verinder, nella mente del sergente Cuff».
«Intendete dirmi, Miss Clack, che siete d'accordo con il sergente?».
«Non giudico nessuno, signore, e non offro alcuna opinione».
«E io commetto entrambe quelle enormità, signora. Giudico che il sergente si sia sbagliato completamente; e offro l'opinione che, se avesse conosciuto il carattere di Rachel come lo conosco io, avrebbe sospettato di tutti in casa tranne che di lei. Ammetto che ha i suoi difetti — è segreta e ostinata; strana e selvaggia, e diversa dalle altre ragazze della sua età. Ma è leale come l'acciaio, nobile d'animo e generosa fino all'eccesso. Se la prova più evidente al mondo indicasse una direzione, e se nient'altro che la parola d'onore di Rachel indicasse l'altra, prenderei la sua parola prima della prova, per quanto avvocato io sia! Linguaggio forte, Miss Clack; ma ne sono convinto».
«Obiettereste di illustrare il vostro significato, signor Bruff, così che io possa essere sicura di averlo compreso? Supponete di trovare Miss Verinder abbastanza inspiegabilmente interessata a ciò che è successo al signor Ablewhite e al signor Luker? Supponete che ponesse le domande più strane su questo terribile scandalo e mostrasse l'agitazione più incontrollabile quando scoprisse la piega che stava prendendo?».
«Supponete quello che volete, Miss Clack, non scuoterebbe la mia fiducia in Rachel Verinder di un capello».
«È così assolutamente degna di fiducia?».
«Così assolutamente degna di fiducia».
«Allora permettetemi di informarvi, signor Bruff, che il signor Godfrey Ablewhite era in questa casa da non più di due ore, e che la sua totale innocenza riguardo a qualsiasi coinvolgimento nella scomparsa della Pietra di Luna è stata proclamata da Miss Verinder stessa, nel linguaggio più forte che io abbia mai sentito usare da una giovane signora in vita mia».
Mi godetti il trionfo — l'empio trionfo, temo di dover ammettere — di vedere il signor Bruff totalmente confuso e sopraffatto da poche semplici parole da Me. Scattò in piedi e mi fissò in silenzio. Rimasi seduta, imperturbabile, e raccontai l'intera scena com'era accaduta. «E che cosa dite ora del signor Ablewhite?», chiesi, con la massima gentilezza possibile, non appena ebbi finito.
«Se Rachel ha testimoniato la sua innocenza, Miss Clack, non mi faccio scrupolo di dire che credo nella sua innocenza con la stessa fermezza vostra. Sono stato tratto in inganno dalle apparenze, come il resto del mondo; e farò la migliore riparazione che posso, contraddicendo pubblicamente lo scandalo che ha assalito il vostro amico ovunque lo incontri. Nel frattempo, permettetemi di congratularmi con voi per il modo magistrale in cui avete aperto il fuoco completo delle vostre batterie contro di me nel momento in cui meno me l'aspettavo. Avreste fatto grandi cose nella mia professione, signora, se vi fosse capitato di essere un uomo».
Con queste parole si allontanò da me e iniziò a camminare irritato avanti e indietro per la stanza.
Potevo vedere chiaramente che la nuova luce che avevo gettato sull'argomento lo aveva enormemente sorpreso e turbato. Alcune espressioni scivolate dalle sue labbra, mentre si immergeva sempre più nei suoi pensieri, suggerivano alla mia mente l'abominevole visione che aveva finora avuto del mistero della Pietra di Luna perduta. Non si era fatto scrupolo di sospettare del caro signor Godfrey dell'infamia di rubare il Diamante e di attribuire la condotta di Rachel a una generosa risoluzione di nascondere il crimine. Per l'autorità di Miss Verinder stessa — un'autorità perfettamente inattaccabile, come sapete, nella stima del signor Bruff — quella spiegazione delle circostanze era ora mostrata come del tutto errata. Il disorientamento in cui avevo gettato questa alta autorità legale era così opprimente che egli non era affatto in grado di nasconderlo. «Che caso!», lo udii dire a se stesso, fermandosi alla finestra durante la sua passeggiata e tamburellando sul vetro con le dita. «Non solo sfida ogni spiegazione, è persino oltre ogni congettura».
Non c'era nulla in queste parole che rendesse necessaria una qualsiasi risposta da parte mia — eppure, risposi! Sembra quasi incredibile che non sia stata in grado di lasciar stare il signor Bruff, persino ora. Sembra quasi oltre la mera perversità mortale che io abbia scoperto, in ciò che aveva appena detto, una nuova opportunità di rendermi personalmente sgradevole a lui. Ma — ah, amici miei! Nulla è oltre la perversità mortale; e tutto è credibile quando le nostre nature decadute prendono il sopravvento su di noi!
«Perdonatemi se mi intrometto nelle vostre riflessioni», dissi all'ignaro signor Bruff. «Ma sicuramente c'è una congettura da fare che non ci è ancora venuta in mente».
«Forse, Miss Clack. Ammetto di non sapere quale sia».
«Prima che fossi così fortunata, signore, da convincervi dell'innocenza del signor Ablewhite, avete menzionato come uno dei motivi per sospettare di lui il fatto che fosse in casa nel momento in cui il Diamante è andato perduto. Permettetemi di ricordarvi che anche il signor Franklin Blake era in casa nel momento in cui il Diamante è andato perduto».
Il vecchio mondano lasciò la finestra, prese una sedia esattamente di fronte alla mia e mi guardò fisso, con un sorriso duro e vizioso.
«Non siete un'avvocata così brava, Miss Clack», osservò in modo meditativo. «Non sapete quando è il momento di lasciar perdere».
«Temo di non riuscire a seguirvi, signor Bruff», dissi, modestamente.
«Non funzionerà, Miss Clack — davvero, non funzionerà una seconda volta. Franklin Blake è un mio grande favorito, come ben sapete. Ma non importa. Adotterò il vostro punto di vista, in questa occasione, prima ancora che abbiate il tempo di voltarvi contro di me. Avete perfettamente ragione, signora. Ho sospettato del signor Ablewhite, su basi che astrattamente giustificano il sospettare anche del signor Blake. Molto bene — sospettiamo di loro insieme. È perfettamente nel suo carattere, diremo, essere capace di rubare la Pietra di Luna. L'unica domanda è se fosse nel suo interesse farlo».
«I debiti del signor Franklin Blake», feci notare, «sono questioni di notorietà familiare».
«E i debiti del signor Godfrey Ablewhite non sono ancora arrivati a quel grado di sviluppo. Molto vero. Ma capitano due difficoltà sulla strada della vostra teoria, Miss Clack. Gestisco gli affari di Franklin Blake e vi prego di informarvi che la stragrande maggioranza dei suoi creditori (sapendo che suo padre è un uomo ricco) è abbastanza contenta di addebitare interessi sui propri crediti e di attendere il proprio denaro. Ecco la prima difficoltà — che è abbastanza ostica. Troverete la seconda ancora più ostica. Ho l'autorità di Lady Verinder stessa che sua figlia era pronta a sposare Franklin Blake, prima che quell'infernale Diamante indiano sparisse dalla casa. Lo aveva attirato e poi allontanato di nuovo, con la civetteria di una ragazza giovane. Ma aveva confessato a sua madre di amare il cugino Franklin, e sua madre aveva confidato al cugino Franklin il segreto. Quindi eccolo lì, Miss Clack, con i suoi creditori contenti di attendere, e con la prospettiva certa davanti a sé di sposare un'ereditiera. Consideratelo pure un furfante; ma ditemi, per favore, perché dovrebbe rubare la Pietra di Luna?».
«Il cuore umano è imperscrutabile», dissi gentilmente. «Chi può sondarlo?».
«In altre parole, signora — anche se non aveva l'ombra di un motivo per prendere il Diamante — avrebbe potuto prenderlo, ciò nonostante, per naturale depravazione. Molto bene. Diciamo che l'ha fatto. Perché diavolo...».
«Vi prego di scusarmi, signor Bruff. Se sento menzionare il diavolo in quel modo, devo lasciare la stanza».
«Vi chiedo scusa, signorina Clack; in futuro sarò più attento nella scelta del linguaggio. Tutto ciò che intendevo chiedere era questo: perché — anche supponendo che abbia preso lui il Diamante — Franklin Blake dovrebbe rendersi la persona più in vista della casa nel tentativo di recuperarlo? Potreste dirmi che l'ha fatto astutamente per sviare i sospetti da sé. Io rispondo che non aveva bisogno di sviare alcun sospetto, perché nessuno lo sospettava. Prima ruba la Pietra di Luna (senza il minimo motivo) per naturale depravazione; e poi recita una parte, in relazione alla perdita del gioiello, che non c'è la minima necessità di recitare, e che lo porta a offendere mortalmente la giovane signorina che, altrimenti, lo avrebbe sposato. Questa è la mostruosa proposizione che siete costretta ad asserire, se tentate di associare la scomparsa della Pietra di Luna a Franklin Blake. No, no, signorina Clack! Dopo quanto è accaduto qui oggi, tra noi due, il vicolo cieco, in questo caso, è completo. L'innocenza di Rachel è (come sua madre sa, e come so io) fuori discussione. L'innocenza del signor Ablewhite è altrettanto certa, o Rachel non ne avrebbe mai testimoniato. E l'innocenza di Franklin Blake, come avete appena visto, si afferma in modo inconfutabile. Da un lato, siamo moralmente certi di tutte queste cose. E dall'altro, siamo altrettanto sicuri che qualcuno abbia portato la Pietra di Luna a Londra, e che il signor Luker, o il suo banchiere, ne sia in possesso privato in questo momento. A che serve la mia esperienza, a che serve l'esperienza di chiunque, in un caso come questo? Mi sconcerta; sconcerta voi, sconcerta tutti».
No, non tutti. Non aveva sconcertato il sergente Cuff. Stavo per menzionare questo fatto, con tutta la mitezza possibile e con ogni necessaria protesta contro l'essere sospettata di gettare discredito su Rachel, quando il domestico entrò per dire che il medico se n'era andato e che mia zia era pronta a riceverci.
Questo pose fine alla discussione. Il signor Bruff raccolse le sue carte, apparendo un po' esausto per le richieste che la nostra conversazione gli aveva imposto. Io presi la mia borsa piena di preziose pubblicazioni, sentendo come se avessi potuto continuare a parlare per ore. Procedemmo in silenzio verso la stanza di Lady Verinder.
Permettetemi di aggiungere qui, prima che la mia narrazione proceda verso altri eventi, che non ho descritto ciò che è passato tra l'avvocato e me senza avere un obiettivo preciso. Mi è stato ordinato di includere nel mio contributo alla scioccante storia della Pietra di Luna una chiara rivelazione, non solo della piega che presero i sospetti, ma persino dei nomi delle persone su cui caddero i sospetti, nel periodo in cui si credeva che il Diamante indiano fosse a Londra. Un resoconto della mia conversazione in biblioteca con il signor Bruff mi è parso esattamente ciò che serviva per rispondere a questo scopo, mentre, allo stesso tempo, possedeva il grande vantaggio morale di rendere essenzialmente necessario, da parte mia, un sacrificio della peccaminosa stima di sé. Sono stata costretta a riconoscere che la mia natura decaduta ha avuto la meglio su di me. Facendo quella umiliante confessione, ho la meglio sulla mia natura decaduta. L'equilibrio morale è ripristinato; l'atmosfera spirituale sembra di nuovo limpida. Cari amici, possiamo andare avanti.
CAPITOLO IV
La firma del testamento fu una faccenda molto più breve di quanto avessi previsto. Fu liquidata, a mio parere, con indecente fretta. Samuel, il domestico, fu mandato a chiamare per fungere da secondo testimone, e la penna fu subito messa in mano a mia zia. Mi sentii fortemente spinta a dire alcune parole appropriate in questa solenne occasione. Ma il modo di fare del signor Bruff mi convinse che fosse più saggio reprimere l'impulso finché lui fosse rimasto nella stanza. In meno di due minuti fu tutto finito, e Samuel (senza aver beneficiato di ciò che avrei potuto dire) era tornato di sotto.
Il signor Bruff ripiegò il testamento e poi guardò nella mia direzione, apparentemente domandandosi se avessi o meno l'intenzione di lasciarlo solo con mia zia. Avevo la mia missione di misericordia da compiere e la mia borsa di preziose pubblicazioni pronta sulle ginocchia. Avrebbe potuto aspettarsi di spostare la Cattedrale di San Paolo guardandola, tanto quanto di spostare me. C'era un merito in lui (dovuto senza dubbio alla sua educazione mondana) che non ho alcun desiderio di negare. Era rapido nel capire le cose. Sembrai produrre quasi la stessa impressione su di lui che avevo prodotto sul vetturino. Anche lui pronunciò un'espressione profana, si ritirò in grande fretta e mi lasciò padrona del campo.
Non appena fummo sole, mia zia si distese sul divano e accennò, con una certa parvenza di confusione, all'argomento del suo testamento.
«Spero che non ti sentirai trascurata, Drusilla», disse. «Intendo darti il tuo piccolo lascito, mia cara, con le mie stesse mani».
Ecco un'occasione d'oro! La colsi sul momento. In altre parole, aprii immediatamente la mia borsa e ne trassi la pubblicazione che stava sopra. Si rivelò essere un'edizione precoce — solo la venticinquesima — della famosa opera anonima (che si crede sia della preziosa signorina Bellows), intitolata *Il serpente in casa*. Lo scopo del libro — con il quale il lettore mondano potrebbe non avere familiarità — è mostrare come il Maligno sia in agguato per noi in tutte le azioni più apparentemente innocenti della nostra vita quotidiana. I capitoli più adatti alla lettura femminile sono «Satana nella spazzola per capelli», «Satana dietro lo specchio», «Satana sotto il tavolo da tè», «Satana fuori dalla finestra» e molti altri.
«Prestate attenzione, cara zia, a questo prezioso libro, e mi darete tutto ciò che chiedo». Con queste parole glielo porsi aperto, su un passaggio segnato: un'esplosione continua di ardente eloquenza! Soggetto: Satana tra i cuscini del divano.
La povera Lady Verinder (sdraiata sconsideratamente sui cuscini del suo divano) diede un'occhiata al libro e me lo porse di ritorno, sembrando più confusa che mai.
«Temo, Drusilla», disse, «di dover aspettare di stare un po' meglio, prima di poter leggere questo. Il medico...»
Nel momento in cui menzionò il nome del medico, seppi cosa stava per succedere. Più e più volte nella mia esperienza passata tra le mie creature periture, i membri della notoriamente infedele professione della Medicina si erano messi tra me e la mia missione di misericordia, con la misera scusa che il paziente aveva bisogno di tranquillità e che l'influenza disturbante che più di ogni altra temevano era l'influenza della signorina Clack e dei suoi libri. Precisamente lo stesso cieco materialismo (lavorando proditoriamente alle mie spalle) cercava ora di derubarmi dell'unico diritto di proprietà che la mia povertà potesse vantare: il mio diritto di proprietà spirituale sulla mia zia peritura.
«Il medico mi dice», continuò la mia povera parente fuorviata, «che oggi non sto tanto bene. Mi proibisce di vedere estranei; e mi ordina, se proprio devo leggere, di leggere solo i libri più leggeri e divertenti. "Non faccia nulla, Lady Verinder, per stancare la sua testa o accelerare il suo battito" — furono queste le sue ultime parole, Drusilla, quando mi ha lasciato oggi».
Non c'era altro da fare che cedere di nuovo, solo per il momento, come prima. Qualsiasi aperta affermazione dell'infinitamente superiore importanza di un ministero come il mio, rispetto al ministero del medico, avrebbe solo provocato il medico a far leva sulla debolezza umana della sua paziente e a minacciare di abbandonare il caso. Fortunatamente, ci sono più modi di uno per seminare il buon seme, e poche persone sono più versate di me in quei modi.
«Potreste sentirvi più forte, cara, tra un'ora o due», dissi. «O potreste svegliarvi, domani mattina, con la sensazione che manchi qualcosa, e persino questo volume senza pretese potrebbe essere in grado di fornirlo. Mi lascerete lasciare il libro, zia? Il medico difficilmente potrà opporsi a questo!»
Lo infilai sotto i cuscini del divano, metà dentro e metà fuori, vicino al suo fazzoletto e al suo flacone di sali. Ogni volta che la sua mano avesse cercato l'uno o l'altro di questi, avrebbe toccato il libro; e, prima o poi (chi può dirlo?) il libro avrebbe potuto toccare lei. Dopo aver fatto questa sistemazione, pensai che fosse saggio ritirarmi. «Lasciate che vi lasci riposare, cara zia; passerò di nuovo domani». Guardai accidentalmente verso la finestra mentre dicevo questo. Era piena di fiori, in cassette e vasi. Lady Verinder era stravagantemente affezionata a questi tesori deperibili, e aveva l'abitudine di alzarsi di tanto in tanto, e andare a guardarli e annusarli. Una nuova idea mi balenò in mente. «Oh! Posso prendere un fiore?» dissi, e arrivai alla finestra senza destare sospetti, in quel modo. Invece di portar via un fiore, ne aggiunsi uno, sotto forma di un altro libro dalla mia borsa, che lasciai, per sorprendere mia zia, tra i gerani e le rose. Il pensiero felice seguì: «Perché non fare lo stesso per lei, povera cara, in ogni altra stanza in cui entra?». Salutai immediatamente; e, attraversando l'atrio, scivolai in biblioteca. Samuel, che stava venendo su per farmi uscire e supponendo che me ne fossi andata, tornò di sotto. Sul tavolo della biblioteca notai due dei «libri divertenti» che l'infedele medico aveva raccomandato. Li coprii istantaneamente alla vista con due delle mie preziose pubblicazioni. Nella sala della colazione trovai il canarino preferito di mia zia che cantava nella sua gabbia. Aveva sempre l'abitudine di nutrire lei stessa l'uccellino. Del senecione era sparso su un tavolo che stava immediatamente sotto la gabbia. Misi un libro tra il senecione. Nel salotto trovai altre incoraggianti opportunità di svuotare la mia borsa. I pezzi musicali preferiti di mia zia erano sul pianoforte. Infilai altri due libri tra gli spartiti. Ne collocai un altro nel salotto interno, sotto un ricamo incompiuto, che sapevo essere opera di Lady Verinder. Una terza stanza piccola si apriva dal salotto interno, dalla quale era separata da tende invece che da una porta. Il vecchio ventaglio semplice di mia zia era sul caminetto. Aprii il mio nono libro su un passaggio molto speciale e vi inserii il ventaglio come segnalibro, per tenere il posto. La questione poi sorse, se dovessi andare ancora più in alto, e provare il piano della camera da letto, col rischio, indubbiamente, di essere insultata, se la persona con i nastri della cuffia si fosse trovata nelle zone alte della casa e mi avesse scoperta. Ma oh, che importa? È un povero cristiano quello che ha paura di essere insultato. Salii le scale, pronta a sopportare qualsiasi cosa. Tutto era silenzioso e solitario: era l'ora del tè dei domestici, immagino. La stanza di mia zia era davanti. La miniatura del mio compianto caro zio, Sir John, era appesa alla parete di fronte al letto. Sembrava sorridermi; sembrava dire: «Drusilla! deposita un libro». C'erano tavoli su entrambi i lati del letto di mia zia. Era una cattiva dormitrice e voleva, o pensava di volere, molte cose di notte. Misi un libro vicino ai fiammiferi su un lato, e un libro sotto la scatola dei cioccolatini sull'altro. Che volesse una luce, o che volesse un cioccolatino, c'era una preziosa pubblicazione per incontrare il suo sguardo, o per incontrare la sua mano, e per dire con silenziosa eloquenza, in entrambi i casi: «Vieni, provami! provami!». Ma un solo libro era ora rimasto sul fondo della mia borsa, e un solo appartamento doveva ancora essere esplorato: il bagno, che si apriva dalla camera da letto. Ci sbirciai dentro; e la santa voce interiore che non inganna mai mi sussurrò: «L'hai incontrata, Drusilla, ovunque altrove; incontrala al bagno, e il lavoro è fatto». Osservai una vestaglia gettata su una sedia. Aveva una tasca, e in quella tasca misi il mio ultimo libro. Possono le parole esprimere il mio squisito senso del dovere compiuto, quando fui scivolata fuori dalla casa, senza che nessuno di loro sospettasse, e quando mi ritrovai per strada con la mia borsa vuota sotto il braccio? Oh, miei amici mondani, che inseguite il fantasma, il Piacere, attraverso i colpevoli labirinti della Dissipazione, quanto è facile essere felici, se solo volete essere buoni!
Quando ripiegai le mie cose quella notte, quando riflettei sulle vere ricchezze che avevo sparso con mano così generosa, dalla cima al fondo della casa della mia ricca zia, dichiaro che mi sentii libera da ogni ansia come se fossi stata di nuovo una bambina. Ero così leggera di spirito che cantai un verso dell'Inno della Sera. Ero così leggera di spirito che mi addormentai prima di poterne cantare un altro. Proprio come una bambina di nuovo! proprio come una bambina di nuovo!
Così trascorsi quella notte beata. Alzandomi la mattina seguente, quanto mi sentivo giovane! Potrei aggiungere, quanto giovane apparivo, se fossi capace di soffermarmi sulle preoccupazioni del mio corpo perituro. Ma non ne sono capace, e non aggiungo nulla.
Verso l'ora di pranzo, non per amore dei piaceri della carne, ma per la certezza di trovare la cara zia, misi il mio cappellino per andare a Montagu Square. Proprio mentre ero pronta, la cameriera dell'alloggio in cui vivevo allora guardò dentro dalla porta e disse: «Il domestico di Lady Verinder, per vedere la signorina Clack».
Occupavo il piano terra, in quel periodo della mia residenza a Londra. Il salotto anteriore era la mia stanza di soggiorno. Molto piccola, con il soffitto molto basso, molto poveramente arredata, ma, oh, così ordinata! Guardai nel corridoio per vedere quale dei domestici di Lady Verinder avesse chiesto di me. Era il giovane domestico, Samuel, una persona civile dal colorito fresco, con un'aria istruibile e un modo di fare molto servizievole. Avevo sempre provato un interesse spirituale per Samuel, e il desiderio di metterlo alla prova con alcune parole serie. In questa occasione, lo invitai nella mia stanza di soggiorno.
Entrò con un grande pacchetto sotto il braccio. Quando posò il pacchetto, sembrò spaventarlo. «I saluti della mia signora, signorina; e dovevo dire che troverà una lettera all'interno». Avendo dato quel messaggio, il giovane domestico dal colorito fresco mi sorprese sembrando come se avesse voluto scappare via.
Lo trattenni per fare alcune gentili domande. Potevo vedere mia zia, se fossi passata a Montagu Square? No; era uscita per un giro in carrozza. La signorina Rachel era andata con lei, e anche il signor Ablewhite aveva preso posto nella carrozza. Sapendo quanto tristemente il lavoro caritatevole del caro signor Godfrey fosse in arretrato, trovai strano che andasse a fare un giro in carrozza, come un uomo ozioso. Fermai Samuel alla porta e feci qualche altra gentile domanda. La signorina Rachel sarebbe andata a un ballo quella sera, e il signor Ablewhite aveva organizzato di venire per il caffè e di andare con lei. C'era un concerto mattutino pubblicizzato per domani, e a Samuel era stato ordinato di prendere i posti per un gruppo numeroso, incluso un posto per il signor Ablewhite. «Tutti i biglietti potrebbero essere finiti, signorina», disse questo giovane innocente, «se non corro a prenderli subito!». Corse mentre diceva le parole, e mi ritrovai di nuovo sola, con alcuni pensieri ansiosi a occuparmi.
Avevamo una riunione speciale della Società per la Conversione degli Indumenti per le Madri quella sera, convocata espressamente con l'intento di ottenere il consiglio e l'assistenza del signor Godfrey. Invece di sostenere la nostra sorellanza, sotto un flusso travolgente di Pantaloni che prostrò completamente la nostra piccola comunità, aveva organizzato di prendere il caffè a Montagu Square e di andare a un ballo dopo! Il pomeriggio del giorno seguente era stato scelto per il Festival della Società Britannica di Supervisione dei Fidanzati delle Serve. Invece di essere presente, l'anima e il cuore di quella Istituzione in difficoltà, si era impegnato a far parte di un gruppo di mondani a un concerto mattutino! Mi chiesi cosa significasse. Ahimè! Significava che il nostro Eroe Cristiano stava per rivelarsi a me in un nuovo carattere, e per essere associato nella mia mente a uno dei più terribili passi falsi dei tempi moderni.
Per tornare, tuttavia, alla storia della giornata che passa. Trovandomi sola nella mia stanza, rivolsi naturalmente la mia attenzione al pacchetto che sembrava aver così stranamente intimidito il giovane domestico dal colorito fresco. Mia zia mi aveva mandato il mio lascito promesso? E aveva preso la forma di vestiti smessi, o cucchiai d'argento logori, o gioielli fuori moda, o qualsiasi cosa del genere? Pronta ad accettare tutto, e a non risentirmi di nulla, aprii il pacchetto, e cosa incontrò il mio sguardo? Le dodici preziose pubblicazioni che avevo sparso per la casa, il giorno precedente; tutte restituitemi per ordine del medico! Ben poteva il giovane Samuel ritrarsi quando portò il suo pacchetto nella mia stanza! Ben poteva correre quando ebbe compiuto la sua misera commissione! Per quanto riguarda la lettera di mia zia, si riduceva semplicemente, povera anima, a questo: che non osava disobbedire al suo medico.
Cosa fare ora? Con la mia formazione e i miei principi, non ho mai avuto un momento di dubbio.
Una volta sostenuto dalla coscienza, una volta imbarcato in una carriera di manifesta utilità, il vero Cristiano non cede mai. Né le influenze pubbliche né quelle private producono il minimo effetto su di noi, quando abbiamo una volta ottenuto la nostra missione. La tassazione può essere la conseguenza di una missione; le rivolte possono essere la conseguenza di una missione; le guerre possono essere la conseguenza di una missione: noi andiamo avanti con il nostro lavoro, indipendentemente da ogni considerazione umana che muove il mondo fuori di noi. Siamo al di sopra della ragione; siamo oltre il ridicolo; non vediamo con gli occhi di nessuno, non sentiamo con le orecchie di nessuno, non sentiamo con i cuori di nessuno, se non i nostri. Glorioso, glorioso privilegio! E come si guadagna? Ah, amici miei, potete risparmiarvi l'inutile indagine! Noi siamo le sole persone che possono guadagnarlo, perché siamo le sole persone che hanno sempre ragione.
Nel caso della mia zia fuorviata, la forma che la pia perseveranza doveva prendere successivamente si rivelò a me abbastanza chiaramente.
La preparazione da parte di amici clericali aveva fallito, a causa della riluttanza di Lady Verinder stessa. La preparazione tramite libri aveva fallito, a causa dell'infedele ostinazione del medico. Così sia! Qual era la prossima cosa da provare? La prossima cosa da provare era: Preparazione tramite Piccole Note. In altre parole, essendo stati rimandati indietro i libri stessi, estratti selezionati dai libri, copiati da mani diverse, e tutti indirizzati come lettere a mia zia, dovevano essere, alcuni inviati per posta e alcuni distribuiti per la casa secondo il piano che avevo adottato il giorno precedente. Come lettere non avrebbero suscitato alcun sospetto; come lettere sarebbero state aperte e, una volta aperte, potevano essere lette. Alcune di esse le scrissi io stessa. «Cara zia, posso chiedere la vostra attenzione per alcune righe?», ecc. «Cara zia, stavo leggendo la scorsa notte, e mi sono imbattuta nel seguente passaggio», ecc. Altre lettere furono scritte per me dalle mie valorose collaboratrici, la sorellanza delle Madri per gli Indumenti. «Cara signora, perdonate l'interesse preso per voi da una vera, sebbene umile, amica». «Cara signora, può una persona seria sorprendervi dicendo alcune parole incoraggianti?». Usando queste e altre simili forme di cortese appello, reintroducemmo tutti i miei preziosi passaggi sotto una forma che nemmeno il vigile materialismo del medico poteva sospettare. Prima che le ombre della sera si chiudessero intorno a noi, avevo una dozzina di lettere risveglianti per mia zia, invece di una dozzina di libri risveglianti. Sei ne preparai immediatamente per l'invio tramite posta, e sei le tenni in tasca per la distribuzione personale in casa il giorno dopo.
Poco dopo le due ero di nuovo sul campo di pia battaglia, rivolgendo altre gentili domande a Samuel alla porta di Lady Verinder.
Mia zia aveva passato una cattiva notte. Era di nuovo nella stanza in cui avevo testimoniato il suo testamento, riposando sul divano e cercando di dormire un po'.
Dissi che avrei aspettato in biblioteca, nella speranza di vederla. Nel fervore del mio zelo di distribuire le lettere, non mi venne mai in mente di chiedere di Rachel. La casa era silenziosa ed era passata l'ora in cui iniziava lo spettacolo musicale. Detti per scontato che lei e il suo gruppo di cercatori di piacere (il signor Godfrey, ahimè! incluso) fossero tutti al concerto, e mi dedicai avidamente al mio buon lavoro, mentre il tempo e l'opportunità erano ancora a mia completa disposizione.
La corrispondenza mattutina di mia zia — comprese le sei lettere risvegliatrici che avevo imbucato durante la notte — giaceva ancora chiusa sul tavolo della biblioteca. Evidentemente non si era sentita in grado di occuparsi di una tale mole di posta, e avrebbe potuto scoraggiarsi per il numero di lettere se fosse entrata in biblioteca più tardi nel corso della giornata. Posi una delle sei lettere del mio secondo gruppo sulla mensola del camino, da sola; lasciando che attirasse la sua curiosità grazie alla sua posizione solitaria, separata dalle altre. Una seconda lettera la misi di proposito sul pavimento nella sala della colazione. Il primo servitore che fosse entrato dopo di me avrebbe concluso che mia zia l'avesse fatta cadere, e si sarebbe premurato in modo particolare di restituirgliela. Seminati così i campi al piano terra, corsi leggermente di sopra per spargere le mie misericordie anche sul pavimento del salotto.
Proprio mentre entravo nella stanza principale, udii un doppio colpo alla porta d'ingresso: un picchiettare lieve, frettoloso e discreto. Prima che potessi pensare di scivolare di nuovo in biblioteca (dove si supponeva che io stessi aspettando), l'attivo giovane valletto era già nell'ingresso ad aprire la porta. Poco importava, pensai. Nello stato di salute in cui versava mia zia, i visitatori in generale non venivano ammessi. Con mio orrore e stupore, l'autore di quel piccolo, discreto picchiettare si rivelò un'eccezione alle regole generali. La voce di Samuel sotto di me (dopo aver apparentemente risposto a delle domande che non avevo sentito) disse, inequivocabilmente: "Di sopra, se vuole, signore". L'istante successivo udii dei passi — passi d'uomo — avvicinarsi al piano del salotto. Chi poteva essere questo privilegiato visitatore maschio? Quasi non appena mi posi la domanda, ne ebbi la risposta. Chi poteva essere se non il dottore?
Nel caso di qualsiasi altro visitatore, mi sarei lasciata scoprire nel salotto. Non ci sarebbe stato nulla di strano nel fatto che mi fossi stancata della biblioteca e fossi salita di sopra per cambiare aria. Ma il mio amor proprio mi impediva di incontrare la persona che mi aveva insultato rimandandomi indietro i miei libri. Scivolai nella piccola terza stanza, che ho menzionato come comunicante con il salotto sul retro, e lasciai cadere le tende che chiudevano la porta aperta. Se avessi aspettato lì solo per un minuto o due, si sarebbe verificato il solito risultato in casi simili. Vale a dire, il dottore sarebbe stato accompagnato nella stanza della sua paziente.
Aspettai un minuto o due, e più di un minuto o due. Udii il visitatore camminare irrequieto avanti e indietro. Lo sentii anche parlare tra sé e sé. Mi parve persino di riconoscere la voce. Avevo fatto un errore? Non era il dottore, ma qualcun altro? Il signor Bruff, per esempio? No! Un istinto infallibile mi diceva che non era il signor Bruff. Chiunque fosse, stava ancora parlando tra sé. Scostai le pesanti tende quel tanto che bastava, il minimo indispensabile, e ascoltai.
Le parole che udii furono: "Lo farò oggi!". E la voce che le pronunciò era quella del signor Godfrey Ablewhite.
CAPITOLO V
La mia mano ricadde dalla tenda. Ma non pensate — oh, non pensate — che il terribile imbarazzo della mia situazione fosse il pensiero principale nella mia mente! Così fervido era ancora l'interesse fraterno che nutrivo per il signor Godfrey, che non mi fermai mai a chiedermi perché non fosse al concerto. No! Pensavo solo alle parole — le sorprendenti parole — che erano appena cadute dalle sue labbra. Lo avrebbe fatto oggi. Aveva detto, in un tono di terribile risolutezza, che lo avrebbe fatto oggi. Che cosa, oh che cosa mai avrebbe fatto? Qualcosa di ancora più deplorevolmente indegno di lui rispetto a ciò che aveva già fatto? Avrebbe abiurato la fede? Ci avrebbe abbandonato al comitato per gli indumenti dei bambini poveri? Avevamo visto l'ultima volta il suo sorriso angelico nella sala del comitato? Avevamo ascoltato l'ultima volta la sua ineguagliabile eloquenza all'Exeter Hall? Ero così sconvolta dalla sola idea di tali terribili eventualità in relazione a un uomo simile, che credo sarei corsa fuori dal mio nascondiglio e lo avrei implorato, in nome di tutti i Comitati Femminili di Londra, di spiegarsi — quando udii improvvisamente un'altra voce nella stanza. Penetrò attraverso le tende; era alta, era audace, mancava di ogni grazia femminile. La voce di Rachel Verinder.
"Perché sei venuto qui, Godfrey?" chiese. "Perché non sei andato in biblioteca?"
Lui rise dolcemente e rispose: "La signorina Clack è in biblioteca".
"Clack in biblioteca!" Lei si sedette immediatamente sull'ottomana nel salotto sul retro. "Hai perfettamente ragione, Godfrey. È molto meglio se restiamo qui."
Fino a un momento prima ero stata in preda a una febbre bruciante, in dubbio sul da farsi. Ora ero diventata estremamente fredda e non avevo più alcun dubbio. Palesarmi, dopo quello che avevo sentito, era impossibile. Ritirarmi — a meno che non fosse nel caminetto — era altrettanto fuori discussione. Mi attendeva un martirio. In giustizia verso me stessa, disposi silenziosamente le tende in modo da poter sia vedere che ascoltare. E poi affrontai il mio martirio con lo spirito di un cristiano primitivo.
"Non sederti sull'ottomana," continuò la giovane signorina. "Prendi una sedia, Godfrey. Mi piace che le persone mi stiano di fronte quando parlo con loro."
Lui prese la sedia più vicina. Era una sedia bassa. Lui era molto alto e di svariate taglie troppo grande per essa. Non avevo mai visto le sue gambe in uno svantaggio simile prima d'ora.
"Bene?" continuò lei. "Che cosa hai detto loro?"
"Esattamente quello che hai detto tu, cara Rachel, a me."
"Che la mamma non stava affatto bene oggi? E che non mi andava proprio di lasciarla per andare al concerto?"
"Queste sono state le parole. Erano dispiaciuti di perderti al concerto, ma hanno capito perfettamente. Tutti hanno mandato i loro affettuosi saluti; e tutti hanno espresso la confortante convinzione che l'indisposizione di Lady Verinder sarebbe presto passata."
"Non pensi che sia grave, vero, Godfrey?"
"Lungi da me! Nel giro di pochi giorni, ne sono certo, tutto tornerà a posto."
"Lo penso anch'io. Ero un po' spaventata all'inizio, ma lo penso anch'io. È stato molto gentile da parte tua andare a porgere le mie scuse a persone che sono quasi degli estranei per te. Ma perché non sei andato con loro al concerto? Sembra davvero crudele che anche tu debba perderti la musica."
"Non dirlo, Rachel! Se solo sapessi quanto sono più felice — qui, con te!"
Giunse le mani e la guardò. Nella posizione in cui si trovava, quando fece ciò, si voltò verso di me. Possono le parole descrivere come mi sentii male quando notai esattamente la stessa espressione patetica sul suo volto, che mi aveva affascinato quando perorava la causa di milioni di indigenti suoi simili sulla piattaforma all'Exeter Hall!
"È difficile liberarsi dalle cattive abitudini, Godfrey. Ma cerca almeno di liberarti dell'abitudine di fare complimenti — fallo, per farmi piacere."
"Non ti ho mai fatto un complimento, Rachel, in vita mia. Un amore coronato da successo può talvolta usare il linguaggio dell'adulazione, lo ammetto. Ma un amore senza speranza, carissima, dice sempre la verità."
Avvicinò la sedia e le prese la mano, quando disse "amore senza speranza". Ci fu un momento di silenzio. Lui, che faceva fremere chiunque, aveva senza dubbio fatto fremere lei. Pensai di aver ora compreso le parole che gli erano sfuggite quando era solo nel salotto: "Lo farò oggi". Ahimè! La più rigida correttezza difficilmente avrebbe potuto non scoprire che lo stava facendo proprio in quel momento.
"Hai dimenticato ciò su cui ci eravamo accordati, Godfrey, quando mi hai parlato in campagna? Eravamo d'accordo che saremmo stati cugini, e nulla più."
"Infrango l'accordo, Rachel, ogni volta che ti vedo."
"Allora non vedermi."
"Del tutto inutile! Infrango l'accordo ogni volta che ti penso. Oh, Rachel! Con quanta gentilezza mi hai detto, solo l'altro giorno, che il posto che occupo nella tua stima è un posto più alto di quanto non sia mai stato finora! Sono pazzo a nutrire le speranze che nutro su quelle care parole? Sono pazzo a sognare un qualche giorno futuro in cui il tuo cuore possa addolcirsi verso di me? Non dirmelo, se sono pazzo! Lasciami la mia illusione, carissima! Devo avere quella da custodire e che mi dia conforto, se non ho nient'altro!"
La sua voce tremò e portò il suo fazzoletto bianco agli occhi. Di nuovo l'Exeter Hall! Non mancava nulla per completare il parallelo se non il pubblico, gli applausi e il bicchiere d'acqua.
Persino la sua natura ostinata ne fu toccata. La vidi sporgersi un po' verso di lui. Udii un nuovo tono di interesse nelle sue parole successive.
"Sei davvero sicuro, Godfrey, che mi voglia così tanto bene?"
"Sicuro! Tu sai cosa ero, Rachel. Lascia che ti dica cosa sono. Ho perso ogni interesse nella vita, eccetto il mio interesse per te. Una trasformazione è avvenuta in me, che non so spiegarmi nemmeno io. Ci crederesti? Il mio lavoro di beneficenza è un fastidio insopportabile per me; e quando vedo un Comitato Femminile ora, vorrei essere ai confini più remoti della terra!"
Se gli annali dell'apostasia offrono qualcosa di paragonabile a una dichiarazione del genere, posso solo dire che il caso in questione non è reperibile negli archivi delle mie letture. Pensai al comitato per gli indumenti dei bambini poveri. Pensai alla sorveglianza delle fidanzate della domenica. Pensai alle altre Società, troppo numerose per essere menzionate, tutte costruite su quest'uomo come su una torre di forza. Pensai ai combattivi Consigli Femminili, che, per così dire, traevano il respiro della loro vita professionale attraverso le narici del signor Godfrey — di quello stesso signor Godfrey che aveva appena denigrato il nostro buon lavoro definendolo un "fastidio" — e aveva appena dichiarato che avrebbe voluto essere ai confini più remoti della terra quando si ritrovava in nostra compagnia! Le mie giovani amiche si sentiranno incoraggiate a perseverare, quando menzionerò che fu messa a dura prova persino la mia disciplina prima che potessi divorare la mia giusta indignazione in silenzio. Allo stesso tempo, è solo giustizia verso me stessa aggiungere che non mi persi una sillaba della conversazione. Rachel fu la successiva a parlare.
"Hai fatto la tua confessione," disse. "Mi chiedo se ti guarirebbe dal tuo infelice attaccamento verso di me, se facessi la mia?"
Lui sussultò. Confesso che sussultai anch'io. Lui pensava, e io pensavo, che lei stesse per svelare il mistero della Pietra di Luna.
"Diresti, a guardarmi," continuò, "che sono la ragazza più infelice che esista? È vero, Godfrey. Quale infelicità più grande può esserci del vivere degradata nella propria stessa stima? Questa è la mia vita ora."
"Mia cara Rachel! è impossibile che tu possa avere una qualsiasi ragione per parlare di te in quel modo!"
"Come fai a sapere che non ne ho ragione?"
"Puoi pormi la domanda! Lo so, perché ti conosco. Il tuo silenzio, carissima, non ti ha mai abbassata nella stima dei tuoi veri amici. La scomparsa del tuo prezioso regalo di compleanno può sembrare strana; il tuo inspiegabile legame con quell'evento può sembrare ancora più strano——"
"Stai parlando della Pietra di Luna, Godfrey?"
"Certamente pensavo che ti riferissi——"
"Non mi riferivo a nulla del genere. Posso sentire parlare della perdita della Pietra di Luna, chiunque ne parli, senza sentirmi degradata nella mia stessa stima. Se la storia del Diamante dovesse mai venire alla luce, si saprà che ho accettato una terribile responsabilità; si saprà che mi sono coinvolta nella custodia di un segreto miserabile — ma sarà chiaro come la luce del sole a mezzogiorno che non ho fatto nulla di meschino! Hai frainteso, Godfrey. È colpa mia per non aver parlato più chiaramente. Mi costi quel che mi costi, sarò più chiara ora. Supponi che tu non fossi innamorato di me? Supponi che tu fossi innamorato di un'altra donna?"
"Sì?"
"Supponi di scoprire che quella donna è del tutto indegna di te? Supponi di essere del tutto convinto che sia una vergogna per te sprecare un altro pensiero su di lei? Supponi che la sola idea di sposare mai una tale persona ti faccia bruciare il volto, solo a pensarci?"
"Sì?"
"E, supponi, nonostante tutto ciò — tu non possa strapparla dal tuo cuore? Supponi che il sentimento che lei ha suscitato in te (nel tempo in cui credevi in lei) non sia un sentimento da nascondere? Supponi che l'amore che questa sciagurata ha ispirato in te——? Oh, come posso trovare le parole per dirlo! Come posso far capire a un uomo che un sentimento che mi inorridisce in me stessa, può essere un sentimento che mi affascina allo stesso tempo? È il respiro della mia vita, Godfrey, ed è il veleno che mi uccide — entrambi in uno solo! Vai via! Devo aver perso il senno a parlare come sto parlando ora. No! non devi lasciarmi — non devi portar via un'impressione sbagliata. Devo dire ciò che va detto a mia difesa. Ricorda questo! Lui non sa — non saprà mai, quello che ti ho detto. Non lo vedrò mai — non mi importa cosa succeda — non lo vedrò mai, mai, mai più! Non chiedermi il suo nome! Non chiedermi altro! Cambiamo argomento. Sei abbastanza medico, Godfrey, da dirmi perché mi sento come se stessi soffocando per mancanza di respiro? Esiste una forma di isterismo che esplode in parole invece che in lacrime? Immagino di sì! Che importa? Supererai qualsiasi problema ti abbia causato, abbastanza facilmente ora. Sono scesa al posto che mi spetta nella tua stima, non è vero? Non badare a me! Non compatirmi! Per l'amor di Dio, vai via!"
Si voltò di scatto e batté le mani selvaggiamente sul retro dell'ottomana. La testa le ricadde sui cuscini; e scoppiò a piangere. Prima che avessi il tempo di sentirmi scioccata da ciò, fui inorridita da un procedere del tutto inaspettato da parte del signor Godfrey. Sarà creduto che si inginocchiò ai suoi piedi? — su entrambe le ginocchia, lo dichiaro solennemente! Può la modestia menzionare che poi le mise le braccia intorno? E può la riluttante ammirazione riconoscere che la folgorò con due parole?
"Nobile creatura!"
Nient'altro che questo! Ma lo fece con uno di quegli scoppi che hanno reso la sua fama come oratore pubblico. Lei sedette, o del tutto folgorata, o del tutto affascinata — non so quale — senza nemmeno fare lo sforzo di rimettere le braccia di lui dove le braccia avrebbero dovuto essere. Per quanto mi riguarda, il mio senso di correttezza era completamente sbalordito. Ero così dolorosamente incerta se fosse mio primo dovere chiudere gli occhi o tapparmi le orecchie, che non feci né l'una né l'altra cosa. Attribuisco il fatto di essere ancora in grado di tenere la tenda nella giusta posizione per guardare e ascoltare, interamente a un isterismo represso. Nell'isterismo represso, è ammesso, persino dai medici, che si debba tenere stretto qualcosa.
"Sì," disse lui, con tutto il fascino della sua voce e dei suoi modi evangelici, "sei una nobile creatura! Una donna che sa dire la verità, per amore della verità stessa — una donna che sacrificherà il proprio orgoglio, piuttosto che sacrificare un uomo onesto che la ama — è il più inestimabile di tutti i tesori. Quando una donna siffatta si sposa, se il marito ottiene solo la sua stima e il suo rispetto, ottiene abbastanza da nobilitare l'intera sua vita. Hai parlato, carissima, del tuo posto nella mia stima. Giudica quale sia quel posto — quando ti imploro in ginocchio di lasciare che la cura del tuo povero cuore ferito sia compito mio. Rachel! vuoi onorarmi, vuoi benedirmi, diventando mia moglie?"
A questo punto avrei certamente deciso di tapparmi le orecchie, se Rachel non mi avesse incoraggiato a tenerle aperte, rispondendogli con le prime parole sensate che avessi mai sentito uscire dalle sue labbra.
"Godfrey!" disse, "devi essere pazzo!"
"Non ho mai parlato in modo più ragionevole, carissima — nel tuo interesse, così come nel mio. Guarda per un momento al futuro. La tua felicità deve essere sacrificata a un uomo che non ha mai saputo cosa provi per lui, e che sei risoluta a non vedere mai più? Non è tuo dovere verso te stessa dimenticare questo sfortunato attaccamento? E la dimenticanza si trova nella vita che stai conducendo ora? Hai provato quella vita, e ne sei già stanca. Circondati di interessi più nobili dei miserabili interessi del mondo. Un cuore che ti ama e ti onora; una casa le cui pacifiche pretese e i cui felici doveri ti conquistino dolcemente giorno dopo giorno — prova la consolazione, Rachel, che si trova lì! Non chiedo il tuo amore — mi accontenterò del tuo affetto e della tua stima. Lascia che il resto sia lasciato, fiduciosamente lasciato, alla devozione di tuo marito, e al Tempo che guarisce anche ferite profonde come le tue."
Iniziò già a cedere. Oh, che educazione deve aver avuto! Oh, come avrei agito diversamente al suo posto!
"Non tentarmi, Godfrey," disse; "sono già abbastanza infelice e spericolata così come sono. Non tentarmi a essere ancora più infelice e ancora più spericolata!"
"Una domanda, Rachel. Hai qualche obiezione personale verso di me?"
"Io! Mi sei sempre piaciuto. Dopo quello che mi hai appena detto, sarei davvero insensibile se non ti rispettassi e ammirassi anche."
"Conosci molte mogli, mia cara Rachel, che rispettano e ammirano i loro mariti? Eppure loro e i loro mariti vanno d'accordo. Quante spose vanno all'altare con cuori che sosterrebbero l'esame degli uomini che le prendono in sposa? Eppure non finisce infelicemente — in un modo o nell'altro l'istituzione nuziale procede. La verità è che le donne provano il matrimonio come un Rifugio, molto più numerosamente di quanto siano disposte ad ammettere; e, cosa ancor più importante, scoprono che il matrimonio ha giustificato la loro fiducia in esso. Guarda ancora una volta il tuo caso. Alla tua età, e con le tue attrattive, è possibile per te condannarti a una vita da nubile? Fidati della mia conoscenza del mondo — nulla è meno possibile. È semplicemente una questione di tempo. Potresti sposare qualche altro uomo, tra qualche anno. Oppure potresti sposare l'uomo, carissima, che è ora ai tuoi piedi, e che apprezza il tuo rispetto e la tua ammirazione più dell'amore di qualsiasi altra donna sulla faccia della terra."
"Piano, Godfrey! mi stai mettendo in testa qualcosa a cui non avevo mai pensato prima. Mi stai tentando con una nuova prospettiva, quando tutte le mie altre prospettive sono chiuse davanti a me. Ti dico di nuovo, sono abbastanza infelice e disperata, se dici un'altra parola, da sposarti alle tue condizioni. Prendi l'avvertimento, e vattene!"
"Non mi alzerò nemmeno dalle ginocchia, finché non avrai detto di sì!"
"Se dico di sì ti pentirai, e io mi pentirò, quando sarà troppo tardi!"
"Entrambi benediremo il giorno, tesoro, in cui ho insistito, e in cui tu hai ceduto."
"Ti senti così fiducioso come parli?"
"Dovrai giudicare tu stessa. Parlo per ciò che ho visto nella mia stessa famiglia. Dimmi cosa pensi della nostra casa a Frizinghall. Mio padre e mia madre vivono infelicemente insieme?"
"Lungi da me pensarlo — per quanto ne vedo."
"Quando mia madre era una ragazza, Rachel (non è un segreto in famiglia), aveva amato come tu ami — aveva dato il suo cuore a un uomo che era indegno di lei. Ha sposato mio padre, rispettandolo, ammirandolo, ma nient'altro. I tuoi stessi occhi hanno visto il risultato. Non c'è incoraggiamento in ciò per te e per me?"*
* Si veda la Narrazione di Betteredge, capitolo viii.
"Non mi metterai fretta, Godfrey?"
"Il mio tempo sarà il tuo."
"Non mi chiederai più di quanto io possa dare?"
"Angelo mio! ti chiedo solo di dare a me te stessa."
"Prendimi!"
In quelle due parole, lei lo accettò!
Lui ebbe un altro scoppio — uno scoppio di empia estasi questa volta. La trasse sempre più vicino a sé finché il suo volto non toccò il suo; e poi — No! Non posso davvero convincermi a portare questa scioccante rivelazione oltre. Lasciatemi solo dire che provai a chiudere gli occhi prima che accadesse, e che ero solo un momento troppo in ritardo. Avevo calcolato, vedete, sulla sua resistenza. Lei si sottomise. Per ogni persona di buon sentimento del mio stesso sesso, i volumi non potrebbero dire di più.
Anche la mia innocenza in tali faccende cominciò a intravedere, a quel punto, la fine del colloquio. Si comprendevano così profondamente ormai, che mi aspettavo pienamente di vederli allontanarsi insieme, sottobraccio, per sposarsi. Sembrava tuttavia, a giudicare dalle parole successive del signor Godfrey, che vi fosse ancora una piccola formalità da osservare. Egli si sedette — questa volta senza che glielo si vietasse — sull’ottomana al fianco di lei. "Devo parlare alla tua cara madre?" chiese. "O vuoi farlo tu?"
Lei rifiutò entrambe le alternative.
"Che mia madre non senta nulla da nessuno di noi, finché non starà meglio. Desidero che per il momento resti un segreto, Godfrey. Va’ ora, e torna questa sera. Siamo stati qui soli abbastanza a lungo."
Si alzò e, alzandosi, guardò per la prima volta verso la piccola stanza in cui si stava consumando il mio martirio.
"Chi ha tirato quelle tende?" esclamò. "La stanza è già abbastanza soffocante così, senza dover impedire all'aria di circolare in quel modo."
Si diresse verso le tende. Nel momento in cui vi posò la mano — nel momento in cui la scoperta della mia presenza parve del tutto inevitabile — la voce del giovane valletto dal colorito acceso, sulle scale, sospese improvvisamente ogni ulteriore azione da parte sua o mia. Era inequivocabilmente la voce di un uomo in grande allarme.
"Miss Rachel!" gridò, "dove siete, Miss Rachel?"
Lei balzò lontano dalle tende e corse alla porta.
Il valletto entrò appena nella stanza. Il suo colorito rubizzo era svanito del tutto. Disse: "Vi prego di scendere al piano di sotto, Miss! La mia signora è svenuta e non riusciamo a farla rinvenire."
Un attimo dopo ero sola e libera di scendere a mia volta, senza essere stata vista da nessuno.
Il signor Godfrey mi superò nell’atrio, correndo fuori a chiamare il medico. "Entrate e aiutatele!" disse, indicando la stanza. Trovai Rachel in ginocchio accanto al divano, con la testa di sua madre sul petto. Uno sguardo al volto di mia zia (sapendo ciò che sapevo) fu sufficiente ad avvertirmi della terribile verità. Tenni per me i miei pensieri finché non arrivò il medico. Non passò molto tempo prima che giungesse. Iniziò mandando Rachel fuori dalla stanza, e poi disse a noi altri che Lady Verinder non c'era più. Le persone serie, in cerca di prove di indurito scetticismo, potrebbero essere interessate a sapere che egli non mostrò alcun segno di rimorso quando guardò Me.
Più tardi feci capolino nella sala da pranzo e nella biblioteca. Mia zia era morta senza aprire una sola delle lettere che le avevo indirizzato. Fui così scossa da ciò che non mi sovvenne, se non alcuni giorni dopo, che era anche morta senza lasciarmi la mia piccola eredità.
CAPITOLO VI
(1.) "Miss Clack porge i suoi ossequi al signor Franklin Blake; e, nell’inviargli il quinto capitolo della sua umile narrazione, lo prega di scusarla se si sente del tutto incapace di dilungarsi come vorrebbe su un evento così terribile, date le circostanze, come la morte di Lady Verinder. Ha, pertanto, allegato al proprio manoscritto copiose Estratti da preziose pubblicazioni in suo possesso, tutte attinenti a questo terribile argomento. E possano tali Estratti (Miss Clack spera fervidamente) risuonare come il soffio di una tromba alle orecchie del suo rispettato congiunto, il signor Franklin Blake."
(2.) "Il signor Franklin Blake porge i suoi ossequi a Miss Clack e la ringrazia per il quinto capitolo della sua narrazione. Nel restituire gli estratti inviati con esso, si asterrà dal menzionare qualsiasi obiezione personale che possa nutrire nei confronti di questo genere di letteratura, e si limiterà a dire che le aggiunte proposte al manoscritto non sono necessarie al compimento dello scopo che egli si prefigge."
(3.) "Miss Clack prega di prendere atto della restituzione dei suoi Estratti. Ricorda affettuosamente al signor Franklin Blake di essere una cristiana e che, pertanto, è del tutto impossibile per lui offenderla. Miss C. persiste nel nutrire il più profondo interesse per il signor Blake e si impegna, alla prima occasione in cui la malattia possa abbatterlo, a offrirgli l'uso dei suoi Estratti per la seconda volta. Nel frattempo, sarebbe lieta di sapere, prima di iniziare i capitoli finali della sua narrazione, se le sia permesso di rendere completa la sua umile contribuzione, avvalendosi della luce che le scoperte successive hanno gettato sul mistero della Moonstone."
(4.) "Il signor Franklin Blake è spiacente di deludere Miss Clack. Può solo ripetere le istruzioni che ha avuto l'onore di darle quando ha iniziato la sua narrazione. È pregata di limitarsi alla propria esperienza individuale di persone ed eventi, così come registrata nel suo diario. Sarà così gentile da lasciare le scoperte successive alle penne di coloro che possono scrivere in qualità di testimoni diretti."
(5.) "Miss Clack è estremamente spiacente di disturbare il signor Franklin Blake con un’altra lettera. I suoi Estratti sono stati restituiti e l'espressione delle sue vedute mature sul tema della Moonstone è stata proibita. Miss Clack è dolorosamente consapevole che dovrebbe (secondo l'espressione mondana) sentirsi umiliata. Ma no — Miss C. ha appreso la Perseveranza nella Scuola dell'Avversità. Il suo scopo nello scrivere è sapere se il signor Blake (che proibisce ogni altra cosa) proibisca l'apparizione della presente corrispondenza nella narrazione di Miss Clack? Qualche spiegazione della posizione in cui l'interferenza del signor Blake l'ha posta in quanto autrice sembra dovuta in nome della comune giustizia. E Miss Clack, dal canto suo, è assai ansiosa che le sue lettere siano prodotte affinché parlino da sole."
(6.) "Il signor Franklin Blake concorda con la proposta di Miss Clack, con l’intesa che ella vorrà gentilmente considerare questa comunicazione del suo consenso come la chiusura della corrispondenza tra loro."
(7.) "Miss Clack ritiene un atto di dovere cristiano (prima che la corrispondenza si chiuda) informare il signor Franklin Blake che la sua ultima lettera — evidentemente intesa a offenderla — non è riuscita a raggiungere l'obiettivo di chi l’ha scritta. Richiede affettuosamente al signor Blake di ritirarsi nella privacy della propria stanza e di considerare tra sé se la disciplina che può così elevare una povera donna debole al di sopra della portata dell'insulto non sia degna di una maggiore ammirazione di quella che egli è ora disposto a provare. Ricevendo un cenno in tal senso, Miss C. si impegna solennemente a rispedire la serie completa dei suoi Estratti al signor Franklin Blake."
[A questa lettera non fu ricevuta alcuna risposta. Il commento è superfluo.
(Firmato) DRUSILLA CLACK.]
CAPITOLO VII
La corrispondenza di cui sopra spiegherà sufficientemente perché non mi resti altra scelta se non quella di sorvolare sulla morte di Lady Verinder con il semplice annuncio del fatto che conclude il mio quinto capitolo.
Mantenendomi per il futuro rigorosamente entro i limiti della mia esperienza personale, devo ora riferire che trascorse un mese dal momento della scomparsa di mia zia prima che Rachel Verinder ed io ci incontrassimo di nuovo. Quell'incontro fu l'occasione per trascorrere alcuni giorni sotto lo stesso tetto con lei. Nel corso della mia visita, accadde qualcosa, relativo al suo fidanzamento con il signor Godfrey Ablewhite, che è abbastanza importante da richiedere un’attenzione speciale in queste pagine. Quando quest’ultima tra le molte dolorose circostanze familiari sarà stata rivelata, il mio compito sarà completato; poiché avrò allora raccontato tutto ciò che so, in qualità di testimone diretta (e assai riluttante) degli eventi.
Le spoglie di mia zia furono rimosse da Londra e sepolte nel piccolo cimitero annesso alla chiesa nel suo parco. Fui invitata al funerale insieme al resto della famiglia. Ma era impossibile (con le mie opinioni religiose) riprendermi in pochi giorni dallo shock che questa morte mi aveva causato. Fui informata, inoltre, che il rettore di Frizinghall avrebbe letto la cerimonia. Avendo io stessa, in passato, visto questo naufrago clericale fare da giocatore al tavolo da whist di Lady Verinder, dubito, anche se fossi stata in grado di viaggiare, che mi sarei sentita giustificata a presenziare alla funzione.
La morte di Lady Verinder lasciò la figlia sotto la cura del cognato, il signor Ablewhite senior. Fu nominato tutore dal testamento, finché la nipote non si fosse sposata o avesse raggiunto la maggiore età. In queste circostanze, il signor Godfrey informò suo padre, suppongo, della nuova relazione in cui si trovava nei confronti di Rachel. Ad ogni modo, a dieci giorni dalla morte di mia zia, il segreto del fidanzamento non era più affatto un segreto all'interno della cerchia familiare, e la grande questione per il signor Ablewhite senior — un altro naufrago incallito! — era come rendere se stesso e la propria autorità quanto più graditi alla ricca giovane donna che stava per sposare suo figlio.
Rachel gli diede qualche problema all'inizio riguardo alla scelta del luogo in cui potesse essere persuasa a risiedere. La casa in Montagu Square era associata alla calamità della morte di sua madre. La casa nello Yorkshire era associata allo scandaloso affare della Moonstone perduta. La residenza stessa del suo tutore a Frizinghall non era soggetta a nessuna di queste obiezioni. Ma la presenza di Rachel, dopo il suo recente lutto, fungeva da freno ai divertimenti delle sue cugine, le signorine Ablewhite — e lei stessa richiese che la sua visita fosse rimandata a un’occasione più favorevole. Finì con una proposta, proveniente dal vecchio signor Ablewhite, di provare una casa ammobiliata a Brighton. Sua moglie, una figlia invalida e Rachel avrebbero dovuto abitarvi insieme, e avrebbero dovuto aspettare che lui le raggiungesse più tardi nella stagione. Non avrebbero frequentato altra società che pochi vecchi amici, e avrebbero avuto suo figlio Godfrey, viaggiando avanti e indietro con il treno da Londra, sempre a loro disposizione.
Descrivo questo inutile vagabondare da un luogo di residenza all'altro — questa insaziabile irrequietezza del corpo e spaventosa stagnazione dell'anima — puramente nell'ottica di giungere a dei risultati. L'evento che (sotto la Provvidenza) si rivelò essere il mezzo per riunire Rachel Verinder e me non fu altro che l'affitto della casa a Brighton.
Mia zia Ablewhite è una donna corpulenta, silenziosa, di carnagione chiara, con un punto degno di nota nel suo carattere. Dall'ora della sua nascita non si è mai saputo che abbia fatto nulla per se stessa. Ha attraversato la vita accettando l'aiuto di tutti e adottando le opinioni di tutti. Una persona più disperata, dal punto di vista spirituale, non l'ho mai incontrata — non c'è assolutamente, in questo caso sconcertante, alcun materiale ostativo su cui lavorare. Zia Ablewhite ascolterebbe il Gran Lama del Tibet esattamente come ascolta Me, e rifletterebbe le sue opinioni con la stessa prontezza con cui riflette le mie. Trovò la casa ammobiliata a Brighton fermandosi in un albergo a Londra, accomodandosi su un divano e facendo chiamare suo figlio. Scoprì i servitori necessari facendo colazione a letto una mattina (sempre in albergo) e concedendo alla sua cameriera un giorno libero a condizione che la ragazza "iniziasse a divertirsi andando a prendere Miss Clack". La trovai placidamente intenta a farsi aria in vestaglia alle undici. "Drusilla, cara, ho bisogno di servitori. Tu sei così intelligente — per favore, trovali per me." Mi guardai intorno nella stanza disordinata. Le campane della chiesa suonavano per una funzione feriale; suggerirono una parola di affettuoso rimprovero da parte mia. "Oh, zia!" dissi tristemente. "È degno di una cristiana inglese? Il passaggio dal tempo all'eternità deve essere fatto in questo modo?" Mia zia rispose: "Metterò il mio abito, Drusilla, se sarai così gentile da aiutarmi." Cosa si poteva dire dopo di ciò? Ho fatto prodigi con assassine — non ho mai fatto un passo avanti con zia Ablewhite. "Dov’è la lista", chiesi, "dei servitori di cui hai bisogno?" Mia zia scosse la testa; non aveva nemmeno abbastanza energia per tenere la lista. "Rachel ce l’ha, cara," disse, "nella stanza accanto." Andai nella stanza accanto e così vidi Rachel di nuovo per la prima volta da quando ci eravamo separate in Montagu Square.
Sembrava pietosamente piccola e magra nel suo lutto profondo. Se attribuissi una qualche importanza seria a un aspetto così effimero come l'apparenza personale, sarei incline ad aggiungere che il suo era uno di quei complessi sfortunati che soffrono sempre quando non sono ravvivati da un bordo bianco vicino alla pelle. Ma cosa sono i nostri complessi e il nostro aspetto? Impedimenti e insidie, care ragazze, che ci assediano sulla strada verso cose più elevate! Con mia grande sorpresa, Rachel si alzò quando entrai nella stanza e si fece avanti per accogliermi con la mano tesa.
"Sono contenta di vederti," disse. "Drusilla, ho avuto l'abitudine di parlarti in modo molto sciocco e molto sgarbato in occasioni precedenti. Ti chiedo perdono. Spero che vorrai perdonarmi."
Il mio volto, suppongo, tradì lo stupore che provai. Arrossì per un momento, e poi procedette a spiegarsi.
"Durante la vita della mia povera madre," continuò, "i suoi amici non erano sempre anche i miei. Ora che l'ho persa, il mio cuore si rivolge per conforto alle persone che le piacevano. Tu le piacevi. Cerca di essere amica mia, Drusilla, se puoi."
Per qualsiasi mente giustamente costituita, il movente così riconosciuto era semplicemente scioccante. Qui nella cristiana Inghilterra c'era una giovane donna in uno stato di lutto, con così poca idea di dove cercare il vero conforto, che si aspettava addirittura di trovarlo tra gli amici di sua madre! Qui c'era una mia parente, risvegliata a un senso delle sue mancanze verso gli altri, sotto l'influenza, non della convinzione e del dovere, ma del sentimento e dell'impulso! Molto deplorevole a pensarci — ma, tuttavia, indicativo di qualcosa di speranzoso, per una persona della mia esperienza nel dedicarsi alla buona opera. Non poteva esserci alcun danno, pensai, nell'accertare l'estensione del cambiamento che la perdita della madre aveva operato nel carattere di Rachel. Decisi, come prova utile, di sondarla sull'argomento del suo fidanzamento con il signor Godfrey Ablewhite.
Dopo aver accolto le sue aperture con tutta la cordialità possibile, mi sedetti accanto a lei sul divano, su sua richiesta. Discutemmo di affari di famiglia e piani futuri — sempre eccettuato quel piano futuro che doveva concludersi nel suo matrimonio. Per quanto mi sforzassi di volgere la conversazione in quella direzione, lei rifiutava risolutamente di cogliere l'allusione. Qualsiasi riferimento aperto alla questione, da parte mia, sarebbe stato prematuro in questa fase iniziale della nostra riconciliazione. Inoltre, avevo scoperto tutto ciò che volevo sapere. Non era più la creatura spericolata e provocatoria che avevo sentito e visto, in occasione del mio martirio a Montagu Square. Questo, di per sé, era abbastanza per incoraggiarmi a prendere in mano la sua futura conversione — iniziando con poche parole di serio avvertimento rivolte contro la frettolosa formazione del vincolo matrimoniale, per poi passare a cose più elevate. Guardandola, ora, con questo nuovo interesse — e ricordando l'impetuosa improvvisazione con cui aveva accolto le vedute matrimoniali del signor Godfrey — sentii il solenne dovere di intervenire con un fervore che mi assicurava che avrei ottenuto risultati non comuni. La rapidità di procedere era, come credevo, di importanza in questo caso. Tornai subito alla questione dei servitori richiesti per la casa ammobiliata.
"Dov’è la lista, cara?"
Rachel la produsse.
"Cuoco, sguattera, cameriera e valletto," lessi. "Mia cara Rachel, questi servitori sono richiesti solo per un periodo — il periodo durante il quale il tuo tutore ha preso la casa. Avremo grandi difficoltà a trovare persone di carattere e capacità che accettino un impegno temporaneo di quel tipo, se cerchiamo a Londra. La casa a Brighton è già stata trovata?"
"Sì. Godfrey l'ha presa; e delle persone nella casa volevano che lui le assumesse come servitori. Pensava che difficilmente avrebbero fatto al caso nostro, ed è tornato senza aver concluso nulla."
"E tu non hai alcuna esperienza in queste faccende, Rachel?"
"Nessuna."
"E zia Ablewhite non si darà da fare?"
"No, povera cara. Non biasimarla, Drusilla. Penso che sia l'unica donna davvero felice che io abbia mai incontrato."
"Ci sono gradi nella felicità, tesoro. Dobbiamo fare una chiacchierata, un giorno, su questo argomento. Nel frattempo mi farò carico della difficoltà riguardo ai servitori. Tua zia scriverà una lettera alle persone della casa——"
"Firmerà una lettera, se la scrivo io per lei, il che equivale alla stessa cosa."
"Esattamente la stessa cosa. Prenderò la lettera e andrò a Brighton domani."
"Che estremamente gentile da parte tua! Ti raggiungeremo non appena sarai pronta per noi. E rimarrai, spero, come mia ospite. Brighton è così vivace; ti divertirai sicuramente."
Con quelle parole l'invito fu fatto, e il glorioso prospetto dell'interferenza si aprì davanti a me.
Era allora la metà della settimana. Entro sabato pomeriggio la casa era pronta per loro. In quel breve intervallo avevo vagliato, non solo i caratteri, ma anche le visioni religiose di tutti i servitori senza impiego che si erano rivolti a me, ed ero riuscita a fare una selezione che la mia coscienza approvava. Scoprii anche e feci visita a due miei amici seri, residenti in città, a cui sapevo di poter confidare il pio obiettivo che mi aveva condotto a Brighton. Uno di loro — un amico ecclesiastico — mi aiutò gentilmente a prendere dei posti per il nostro piccolo gruppo nella chiesa in cui egli stesso officiava. L'altra — una signorina, come me — mise le risorse della sua biblioteca (composta interamente da preziose pubblicazioni) interamente a mia disposizione. Presi in prestito mezza dozzina di opere, tutte accuratamente scelte in vista di Rachel. Quando queste furono giudiziosamente distribuite nelle varie stanze che lei avrebbe probabilmente occupato, ritenni che i miei preparativi fossero completi. Sana dottrina nei servitori che la servivano; sana dottrina nel ministro che le predicava; sana dottrina nei libri che giacevano sul suo tavolo — tale fu il triplice benvenuto che il mio zelo aveva preparato per la fanciulla senza madre! Una calma celeste riempì la mia mente, quel sabato pomeriggio, mentre sedevo alla finestra in attesa dell'arrivo dei miei parenti. La folla stordita passava e ripassava davanti ai miei occhi. Ahimè! quanti di loro provavano il mio squisito senso del dovere compiuto? Una domanda terribile. Non seguitiamola.
Tra le sei e le sette arrivarono i viaggiatori. Con mia indicibile sorpresa, erano scortati, non dal signor Godfrey (come avevo previsto), ma dall'avvocato, il signor Bruff.
"Come state, Miss Clack?" disse. "Ho intenzione di restare questa volta."
Quel riferimento all'occasione in cui l'avevo costretto a rimandare i suoi affari a favore dei miei, quando entrambi eravamo in visita a Montagu Square, mi convinse che il vecchio uomo di mondo era venuto a Brighton con un obiettivo tutto suo. Avevo preparato un piccolo Paradiso per la mia amata Rachel — ed ecco il Serpente già presente!
"Godfrey era molto contrariato, Drusilla, di non poter venire con noi," disse mia zia Ablewhite. "C'era qualcosa di mezzo che lo ha trattenuto in città. Il signor Bruff si è offerto di prendere il suo posto e di farne una vacanza fino a lunedì mattina. A proposito, signor Bruff, mi è stato ordinato di fare esercizio, e non mi piace. Quella," aggiunse zia Ablewhite, indicando fuori dalla finestra un invalido che passava in una sedia a rotelle, spinta da un uomo, "è la mia idea di esercizio. Se è aria che vuoi, la ottieni nella tua sedia. E se è stanchezza che vuoi, sono certa che sia abbastanza faticoso guardare quell'uomo."
Rachel stava in silenzio, a una finestra da sola, con gli occhi fissi sul mare.
"Stanca, tesoro?" chiesi.
"No. Solo un po’ giù di morale," rispose. "Ho visto spesso il mare, sulla nostra costa dello Yorkshire, con quella luce sopra. E stavo pensando, Drusilla, ai giorni che non potranno mai più tornare."
Il giorno dopo, la zia Ablewhite ricevette una lettera che la mise in uno stato di agitazione tale da renderla incapace di pranzare. Suo marito stava arrivando a Brighton; e, cosa ancor più importante, arrivava con l'intenzione di discutere con Rachel della rottura del fidanzamento.
Il signor Ablewhite apparve nel pomeriggio. Era un uomo corpulento e dal volto rubicondo, che possedeva, in un grado quasi penoso, quella spiccata prosperità fisica che spesso accompagna il successo commerciale. Entrò nella stanza con un'aria di autorità paterna che mi fece subito desiderare di essere altrove. Rachel, che sembrava aver atteso la sua venuta con una cupa rassegnazione, non si mosse per andargli incontro.
"Bene, Rachel!" esclamò il signor Ablewhite, con una voce che sembrava voler riempire ogni angolo della casa. "Che significa questa storia? Ho ricevuto una lettera confusa da Godfrey, e mia moglie mi scrive che siete tutti in subbuglio. Spero che si tratti solo di uno dei tuoi soliti capricci, ragazza mia!"
Rachel si alzò in piedi. Non tremava; il suo volto era freddo e fisso come una maschera di pietra. "Non è un capriccio, signor Ablewhite," rispose con una fermezza che mi sorprese. "La mia decisione è definitiva. Non sposerò Godfrey."
Il signor Ablewhite scoppiò in una risata forzata, che finì quasi subito per trasformarsi in un grugnito di contrarietà. "Definitiva? Sciocchezze! Un fidanzamento è un contratto, e i contratti non si stracciano perché una signorina ha cambiato umore. Dov'è Godfrey? Perché non è qui a difendere le sue ragioni?"
"Godfrey sa che la mia decisione è irrevocabile," disse Rachel. "E ha accettato la mia parola."
"Accettato la tua parola!" urlò il signor Ablewhite, perdendo ormai ogni parvenza di cortesia. "Godfrey è un debole, ecco cos'è! Ma io non accetto. Voglio parlare con lui, e parlerò con te finché non avrai ritrovato il buon senso."
Si voltò verso di me, come se si fosse appena accorto della mia presenza. "Signorina Clack, la prego, ci lasci soli. È una questione di famiglia."
Mi alzai con molta dignità. "È un dolore assistere a tanta asprezza," dissi, lanciando uno sguardo di commiserazione a Rachel. "Spero che la luce della verità possa scendere su questa casa."
Uscii, ma non mi allontanai molto. Mi fermai nel corridoio, nel caso in cui la mia presenza potesse rendersi necessaria per offrire conforto a Rachel dopo che la tempesta si fosse placata. Attraverso la porta socchiusa, potevo udire il tono di voce crescente del signor Ablewhite, che ora minacciava, ora implorava, e la voce di Rachel, che rispondeva sempre con la stessa gelida monotonia: "Non lo sposerò."
Passò quasi un'ora. Quando finalmente il signor Ablewhite uscì dalla stanza, il suo volto era paonazzo di rabbia. Mi ignorò completamente e si diresse verso lo studio della zia. Mi avvicinai alla porta di Rachel e picchiai piano. Non ci fu risposta. Entrai, e la trovai seduta esattamente dove l'avevo lasciata, con le mani intrecciate in grembo e lo sguardo perso nel vuoto.
"Cara Rachel," sussurrai, avvicinandomi a lei, "ho pregato per te. Il peso che porti nel cuore è grande, ma c'è chi può sollevartene."
Lei alzò gli occhi su di me, e per un momento vidi in essi una tale sofferenza da scuotere anche la mia incrollabile risolutezza. "Drusilla," disse, con una voce che era poco più di un filo di fiato, "non c'è nulla che tu possa fare. Nessuna preghiera può cambiare ciò che è stato fatto."
"Ogni cosa è possibile per chi ha fede," risposi, cercando di prenderle la mano. Lei però la ritrasse, non con violenza, ma con una sorta di stanchezza infinita.
"Lasciami sola," disse. "Ti prego, lasciami sola."
Non potevo insistere ulteriormente. Uscii dalla stanza, sentendomi profondamente scoraggiata, eppure più che mai convinta che il momento di Rachel fosse vicino. Se la sua orgogliosa resistenza stava finalmente cedendo sotto la pressione del dolore e dell'isolamento, il terreno era pronto per il seme che ero stata chiamata a seminare. La mia missione non era ancora compiuta, ma il cammino, per quanto tortuoso, mi appariva ora più chiaro che mai.
Era dello stesso umore la sera. Scoprii in una delle preziose pubblicazioni della mia amica — *Vita, lettere e opere della signorina Jane Ann Stamper*, quarantaquattresima edizione — passaggi che si attagliavano con una meravigliosa appropriatezza alla situazione attuale di Rachel. Non appena proposi di leggerli, lei si diresse al pianoforte. Immaginate quanto poco dovesse conoscere le persone serie, se pensava che la mia pazienza si potesse esaurire in quel modo! Trattenni con me la signorina Jane Ann Stamper e attesi gli eventi con la fiducia più incrollabile nel futuro.
Il vecchio signor Ablewhite non fece la sua comparsa quella sera. Ma conoscevo l'importanza che la sua avidità mondana attribuiva al matrimonio del figlio con la signorina Verinder, e nutrivo la ferma convinzione (a dispetto di qualsiasi cosa il signor Godfrey potesse fare per impedirlo) che lo avremmo visto il giorno seguente. Con la sua interferenza nella faccenda, la tempesta su cui avevo contato sarebbe certamente arrivata, e il salutare esaurimento delle forze di resistenza di Rachel sarebbe altrettanto certamente seguito. Non ignoro che il vecchio signor Ablewhite goda generalmente della reputazione (specialmente tra i suoi inferiori) di essere un uomo straordinariamente bonario. Secondo la mia osservazione, merita tale reputazione finché le cose vanno come vuole lui, e non un momento di più.
Il giorno dopo, esattamente come avevo previsto, zia Ablewhite fu quanto più vicina allo stupore di quanto la sua natura le consentisse, per l'improvvisa apparizione del marito. Non era passato nemmeno un minuto da quando era in casa, che fu seguito, con mio stupore questa volta, da un'inaspettata complicazione nelle vesti del signor Bruff.
Non ricordo di aver mai provato una sensazione di presenza dell'avvocato più sgradita di quella che provai in quel momento. Sembrava pronto a tutto pur di ostacolare il corso delle cose, capace persino di mantenere la pace con Rachel per conto di uno dei contendenti!
"Questa è una piacevole sorpresa, signore," disse il signor Ablewhite, rivolgendosi con la sua ingannevole cordialità al signor Bruff. "Quando ho lasciato il suo ufficio ieri, non mi aspettavo di avere l'onore di vederla a Brighton oggi."
"Ho riflettuto sulla nostra conversazione dopo che se n'è andato," rispose il signor Bruff. "E mi è venuto in mente che avrei forse potuto essere utile in questa occasione. Sono arrivato giusto in tempo per prendere il treno, e non ho avuto modo di scoprire la carrozza in cui viaggiava."
Fornita tale spiegazione, si sedette accanto a Rachel. Io mi ritirai modestamente in un angolo, con la signorina Jane Ann Stamper in grembo, in caso di emergenza. Mia zia sedeva alla finestra, placidamente sventolandosi come al solito. Il signor Ablewhite stava in piedi al centro della stanza, con la testa calva molto più rossa di quanto non l'avessi mai vista finora, e si rivolse con il modo più affettuoso a sua nipote.
"Rachel, cara," disse, "ho sentito delle notizie molto straordinarie da Godfrey. E sono qui per informarmi al riguardo. Hai un salottino tutto tuo in questa casa. Mi farai l'onore di mostrarmi la strada per arrivarci?"
Rachel non si mosse. Se fosse determinata a portare le cose a un punto di crisi, o se fosse stata sollecitata da qualche segnale privato del signor Bruff, è più di quanto io possa dire. Rifiutò di fare al vecchio signor Ablewhite l'onore di accompagnarlo nel suo salottino.
"Qualsiasi cosa desideri dirmi," rispose, "può essere detta qui, alla presenza dei miei parenti, e alla presenza" (guardò il signor Bruff) "del fidato vecchio amico di mia madre."
"Come preferisci, mia cara," disse l'amabile signor Ablewhite. Prese una sedia. Gli altri guardarono il suo volto, come se si aspettassero che, dopo settant'anni di esperienza mondana, dicesse la verità. Io guardai la sommità della sua testa calva, avendo notato in altre occasioni che l'umore che provava realmente aveva l'abitudine di manifestarsi lì.
"Alcune settimane fa," proseguì il vecchio signore, "mio figlio mi ha informato che la signorina Verinder gli aveva fatto l'onore di promettersi in sposa a lui. È possibile, Rachel, che egli possa aver frainteso — o abusato — di ciò che gli hai detto veramente?"
"Certamente no," rispose lei. "Mi sono impegnata a sposarlo."
"Risposta molto franca!" disse il signor Ablewhite. "E quanto mai soddisfacente, mia cara, fin qui. Per quanto riguarda ciò che è accaduto qualche settimana fa, Godfrey non ha sbagliato. L'errore è evidentemente in ciò che mi ha detto ieri. Inizio a capirlo ora. Tu e lui avete avuto un litigio tra innamorati, e il mio sciocco figlio l'ha interpretato seriamente. Ah! Avrei dovuto sapere meglio di così, alla sua età."
La natura decaduta in Rachel — la madre Eva, per così dire — iniziò a irritarsi per questo.
"La prego, cerchiamo di capirci, signor Ablewhite," disse. "Niente che somigli minimamente a un litigio ha avuto luogo ieri tra suo figlio e me. Se le ha detto che ho proposto di rompere il nostro fidanzamento, e che lui ha acconsentito per parte sua, le ha detto la verità."
Il termometro autoregolante sulla sommità della testa calva del signor Ablewhite iniziò a indicare un aumento di temperatura. Il suo volto era più amabile che mai, ma c'era quel rosa sulla sommità del viso, già di una sfumatura più intensa!
"Via, via, mia cara!" disse, nel suo modo più conciliante, "non essere arrabbiata, e non essere dura con il povero Godfrey! Ha evidentemente detto una cosa infelice. È sempre stato goffo fin da bambino, ma ha buone intenzioni, Rachel, ha buone intenzioni!"
"Signor Ablewhite, o mi sono espressa molto male, o lei mi sta fraintendendo di proposito. Una volta per tutte, è una cosa stabilita tra suo figlio e me che rimarremo, per il resto della nostra vita, cugini e nulla più. È abbastanza chiaro?"
Il tono con cui pronunciò quelle parole rese impossibile, persino per il vecchio signor Ablewhite, fraintenderla ancora. Il suo termometro salì di un altro grado, e la sua voce, quando parlò la volta successiva, cessò di essere quella appropriata a un uomo notoriamente bonario.
"Devo intendere, dunque," disse, "che il vostro impegno matrimoniale è rotto?"
"Deve intenderlo così, signor Ablewhite, se le va."
"Devo anche prenderlo come un fatto assodato che la proposta di ritirarsi dall'impegno sia venuta, in prima istanza, da lei?"
"È venuta, in prima istanza, da me. E ha incontrato, come le ho detto, il consenso e l'approvazione di suo figlio."
Il termometro salì fino alla cima del registro. Intendo dire che il rosa virò improvvisamente allo scarlatto.
"Mio figlio è un segugio dallo spirito meschino!" gridò questo furioso vecchio uomo di mondo. "Per giustizia verso me stesso in quanto suo padre — non per giustizia verso lui — chiedo alla signorina Verinder, quale lamentela ha da muovere contro il signor Godfrey Ablewhite?"
Qui il signor Bruff intervenne per la prima volta.
"Non è tenuta a rispondere a questa domanda," disse a Rachel.
Il vecchio signor Ablewhite si avventò immediatamente su di lui.
"Non dimentichi, signore," disse, "che lei è un ospite non invitato qui. La sua interferenza sarebbe stata più gradita se avesse atteso che venisse richiesta."
Il signor Bruff non se ne curò. La vernice liscia sul suo volto vecchio e malvagio non si incrinò mai. Rachel lo ringraziò per il consiglio che le aveva dato, e poi si rivolse al vecchio signor Ablewhite, mantenendo la sua compostezza in un modo che (tenuto conto della sua età e del suo sesso) era semplicemente terribile da vedere.
"Suo figlio mi ha rivolto la stessa domanda che lei ha appena posto," disse. "Avevo solo una risposta per lui, e ho solo una risposta per lei. Ho proposto che ci sciogliessimo a vicenda, perché la riflessione mi aveva convinta che avrei curato al meglio il suo benessere e il mio ritrattando una promessa avventata, e lasciandolo libero di fare la sua scelta altrove."
"Cosa ha fatto mio figlio?" insistette il signor Ablewhite. "Ho il diritto di saperlo. Cosa ha fatto mio figlio?"
Lei insistette con la stessa ostinazione.
"Ha avuto l'unica spiegazione che ritengo necessario dare a lei, o a lui," rispose.
"In parole povere, è sua sovrana volontà e piacere, signorina Verinder, piantare in asso mio figlio?"
Rachel rimase in silenzio per un momento. Sedendo proprio dietro di lei, la sentii sospirare. Il signor Bruff le prese la mano e le diede una piccola stretta. Lei si riprese e rispose al signor Ablewhite con audacia quanto mai.
"Mi sono esposta a interpretazioni peggiori di questa," disse. "E le ho sopportate pazientemente. È passato il tempo in cui poteva mortificarmi chiamandomi una donna che pianta in asso."
Parlò con un'amarezza di tono che mi convinse che lo scandalo della Moonstone le era stato in qualche modo riportato alla mente. "Non ho altro da dire," aggiunse, stancamente, non indirizzando le parole a nessuno in particolare, e guardando lontano da tutti noi, fuori dalla finestra che le era più vicina.
Il signor Ablewhite si alzò in piedi e spinse via la sedia così violentemente che si rovesciò cadendo sul pavimento.
"Ho qualcosa altro da dire da parte mia," annunciò, facendo scendere il palmo della mano sul tavolo con un colpo secco. "Devo dire che se mio figlio non sente questo insulto, io lo sento!"
Rachel sussultò e lo guardò con improvvisa sorpresa.
"Insulto?" ripeté. "Cosa intende?"
"Insulto!" ribadì il signor Ablewhite. "Conosco il suo movente, signorina Verinder, per rompere la sua promessa a mio figlio! Lo so con la stessa certezza come se lo avesse confessato in tante parole. Il suo maledetto orgoglio di famiglia sta insultando Godfrey, come ha insultato me quando ho sposato sua zia. La sua famiglia — la sua miserabile famiglia — le ha voltato le spalle per aver sposato un uomo onesto, che si era fatto da solo e aveva guadagnato la sua fortuna. Io non avevo antenati. Non discendevo da una schiera di mascalzoni tagliagole che vivevano di rapina e omicidio. Non potevo indicare il tempo in cui gli Ablewhite non avevano una camicia sulla schiena e non sapevano firmare il proprio nome. Ah! ah! Non ero abbastanza buono per gli Herncastle, quando mi sono sposato. E ora che siamo al dunque, mio figlio non è abbastanza buono per lei. L'ho sospettato, fin dall'inizio. Lei ha il sangue degli Herncastle dentro di sé, mia cara signorina! L'ho sospettato fin dall'inizio."
"Un sospetto molto indegno," osservò il signor Bruff. "Sono stupito che lei abbia il coraggio di riconoscerlo."
Prima che il signor Ablewhite potesse trovare le parole per rispondere, Rachel parlò con un tono di disprezzo quanto mai esasperante.
"Sicuramente," disse all'avvocato, "questo è al di sotto di ogni considerazione. Se può pensare in questo modo, lasciamo che pensi come gli pare."
Da scarlatto, il signor Ablewhite stava ora diventando paonazzo. Ansava per la mancanza di respiro; guardava avanti e indietro da Rachel al signor Bruff in una tale frenesia di rabbia verso entrambi che non sapeva chi attaccare per primo. Sua moglie, che era rimasta impassibile a sventolarsi fino a quel momento, iniziò a essere allarmata e tentò, del tutto inutilmente, di calmarlo. Io, durante questo angosciante colloquio, avevo sentito più di una volta l'impulso interiore di intervenire con poche parole sincere, e mi ero trattenuta sotto il timore di possibili risultati, molto indegni di una donna cristiana inglese che non guarda a ciò che è meschinamente prudente, ma a ciò che è moralmente giusto. Nel punto in cui le cose erano arrivate, mi elevai al di sopra di ogni considerazione di mera convenienza. Se avessi contemplato di frapporre un mio umile rimprovero, forse avrei ancora esitato. Ma l'angosciante emergenza domestica che ora mi si parava davanti era stata meravigliosamente e splendidamente prevista nella corrispondenza della signorina Jane Ann Stamper — Lettera milleuno, sulla "Pace nelle famiglie". Mi alzai nel mio modesto angolo e aprii il mio prezioso libro.
"Caro signor Ablewhite," dissi, "una parola!"
Quando attirai per la prima volta l'attenzione della compagnia alzandomi, potei vedere che era sul punto di dirmi qualcosa di scortese. La mia forma di appellativo fraterna lo frenò. Mi fissò in uno stupore pagano.
"Come affettuosa sostenitrice e amica," proseguii, "e come una persona a lungo abituata a risvegliare, convincere, preparare, illuminare e fortificare gli altri, mi permetta di prendermi la più perdonabile di tutte le libertà: la libertà di comporre il suo animo."
Iniziò a riprendersi; era sul punto di esplodere — avrebbe esploso, con chiunque altro. Ma la mia voce (abitualmente gentile) possiede una nota alta o due, nelle emergenze. In questa emergenza, mi sentii imperativamente chiamata ad avere la voce più alta delle due.
Tenni sollevato il mio prezioso libro davanti a lui; colpii in modo impressionante la pagina aperta con l'indice. "Non sono parole mie!" esclamai, in uno scoppio di fervente interruzione. "Oh, non pensi che richieda attenzione per le MIE umili parole! Manna nel deserto, signor Ablewhite! Rugiada sulla terra riarsa! Parole di conforto, parole di saggezza, parole di amore — le benedette, benedette, benedette parole della signorina Jane Ann Stamper!"
Fui fermata lì da un momentaneo impedimento del respiro. Prima che potessi riprendermi, questo mostro in forma umana urlò furiosamente:
"La signorina Jane Ann Stamper vada a ——!"
Mi è impossibile scrivere l'orribile parola, che qui è rappresentata da uno spazio vuoto. Strillai mentre passava le sue labbra; volai alla mia piccola borsa sul tavolino a lato; scossi via tutti i miei opuscoli; afferrai quello particolare sulla bestemmia, intitolato: "Silenzio, per l'amor del Cielo!"; glielo porsi con un'espressione di agonizzante supplica. Lo strappò in due e me lo scagliò contro attraverso il tavolo. Gli altri si alzarono in allarme, non sapendo cosa potesse accadere dopo. Mi sedetti istantaneamente di nuovo nel mio angolo. C'era stata una volta un'occasione, in circostanze più o meno simili, in cui la signorina Jane Ann Stamper era stata presa per le due spalle e buttata fuori da una stanza. Attesi, ispirata dal suo spirito, una ripetizione del suo martirio.
Ma no — non doveva succedere. Sua moglie fu la persona successiva a cui si rivolse. "Chi — chi — chi," disse, balbettando di rabbia, "chi ha invitato questa impudente fanatica in casa? Tu?"
Prima che zia Ablewhite potesse dire una parola, Rachel rispose per lei.
"Miss Clack è qui," disse, "come mia ospite."
Quelle parole ebbero un effetto singolare sul signor Ablewhite. Lo trasformarono improvvisamente da un uomo in uno stato di rabbia incandescente a un uomo in uno stato di disprezzo gelido. Era chiaro a tutti che Rachel avesse detto qualcosa — per quanto breve e semplice fosse stata la sua risposta — che gli dava finalmente il sopravvento su di lei.
"Oh?" disse. "Miss Clack è qui come tua ospite — a casa mia?"
Fu il turno di Rachel di perdere la calma a quel punto. Il suo colore salì e i suoi occhi brillarono ferocemente. Si voltò verso l'avvocato e, indicando il signor Ablewhite, chiese altezzosamente: "Cosa intende dire?"
Il signor Bruff intervenne per la terza volta.
"Lei sembra dimenticare," disse, rivolgendosi al signor Ablewhite, "che lei ha preso questa casa come tutore della signorina Verinder, per l'uso della signorina Verinder."
"Non così in fretta," intervenne il signor Ablewhite. "Ho un'ultima parola da dire, che avrei dovuto dire qualche tempo fa, se questa..." Guardò verso di me, riflettendo su quale nome abominevole chiamarmi — "se questa Zitella Rampante non ci avesse interrotti. La informo, signore, che se mio figlio non è abbastanza buono per essere il marito della signorina Verinder, non posso presumere di considerare suo padre abbastanza buono per essere il tutore della signorina Verinder. Intenda, se le piace, che rifiuto di accettare la posizione che mi viene offerta dal testamento di Lady Verinder. Nel suo gergo legale, declino di agire. Questa casa è stata necessariamente affittata a mio nome. Mi assumo l'intera responsabilità di essa sulle mie spalle. È casa mia. Posso tenerla, o affittarla, proprio come mi piace. Non ho alcun desiderio di mettere fretta alla signorina Verinder. Al contrario, la prego di rimuovere la sua ospite e il suo bagaglio, a sua totale discrezione." Fece un basso inchino e uscì dalla stanza.
Quella fu la vendetta del signor Ablewhite su Rachel, per essersi rifiutata di sposare suo figlio!
Nell'istante in cui la porta si chiuse, zia Ablewhite esibì un fenomeno che ci ridusse tutti al silenzio. Fu dotata di energia sufficiente per attraversare la stanza!
"Cara," disse, prendendo Rachel per mano, "dovrei vergognarmi di mio marito, se non sapessi che è il suo temperamento ad aver parlato con te, e non lui." "Tu," continuò zia Ablewhite, voltandosi verso di me nel mio angolo con un'altra dote di energia, negli sguardi questa volta invece che negli arti — "tu sei la persona maliziosa che lo ha irritato. Spero di non vedere mai più te o i tuoi opuscoli." Tornò da Rachel e la baciò. "Ti chiedo scusa, mia cara," disse, "a nome di mio marito. Cosa posso fare per te?"
Coerentemente perversa in ogni cosa — capricciosa e irragionevole in tutte le azioni della sua vita — Rachel si sciolse in lacrime a quelle parole banali, e ricambiò il bacio di sua zia in silenzio.
"Se mi si permette di rispondere per la signorina Verinder," disse il signor Bruff, "potrei chiederle, signora Ablewhite, di mandare Penelope di sotto con il cappello e lo scialle della sua padrona. Ci lasci soli dieci minuti," aggiunse, con un tono più basso, "e può fare affidamento sul fatto che sistemerò le cose, con sua soddisfazione oltre che con quella di Rachel."
La fiducia della famiglia in quest'uomo era qualcosa di meraviglioso da vedere. Senza un'altra parola, da parte sua, zia Ablewhite lasciò la stanza.
"Ah!" disse il signor Bruff, guardandola andare via. "Il sangue degli Herncastle ha i suoi inconvenienti, lo ammetto. Ma c'è qualcosa nella buona educazione, dopotutto!"
Fatta quell'osservazione puramente mondana, guardò fisso verso il mio angolo, come se si aspettasse che me ne andassi. Il mio interesse per Rachel — un interesse infinitamente più alto del suo — mi inchiodò alla sedia.
Il signor Bruff rinunciò, esattamente come aveva rinunciato da zia Verinder, a Montagu Square. Condusse Rachel verso una sedia vicino alla finestra e le parlò lì.
"Mia cara giovane signora," disse, "il comportamento del signor Ablewhite l'ha naturalmente scioccata, e presa alla sprovvista. Se valesse la pena contestare la questione con un uomo simile, potremmo presto mostrargli che non è lui ad avere tutto sotto controllo. Ma non ne vale la pena. Aveva perfettamente ragione in ciò che ha appena detto; è al di sotto della nostra considerazione."
Si fermò e guardò verso il mio angolo. Sedevo lì del tutto immobile, con i miei opuscoli al mio fianco e con la signorina Jane Ann Stamper in grembo.
"Lei sa," riprese, voltandosi di nuovo verso Rachel, "che faceva parte della bella natura della sua povera madre vedere sempre il meglio delle persone che la circondavano, e mai il peggio. Ha nominato suo cognato suo tutore perché credeva in lui, e perché pensava che avrebbe fatto piacere a sua sorella. Non avevo mai amato il signor Ablewhite, e ho indotto sua madre a lasciarmi inserire una clausola nel testamento, che autorizzasse i suoi esecutori, in certi casi, a consultarsi con me sulla nomina di un nuovo tutore. Uno di quegli eventi è accaduto oggi; e mi ritrovo nella posizione di porre fine a tutti questi aridi dettagli d'affari, spero piacevolmente, con un messaggio da parte di mia moglie. Vorrà fare l'onore alla signora Bruff di divenire sua ospite? E vorrà rimanere sotto il mio tetto, ed essere una della mia famiglia, finché noi persone sagge non avremo unito le teste, e deciso cosa si debba fare dopo?"
A quelle parole, mi alzai per intervenire. Il signor Bruff aveva fatto esattamente ciò che temevo avrebbe fatto, quando aveva chiesto alla signora Ablewhite il cappello e lo scialle di Rachel.
Prima che potessi frapporre una parola, Rachel aveva accettato il suo invito nei termini più calorosi. Se avessi permesso che l'accordo così preso tra loro venisse portato a compimento — se avesse varcato una volta la soglia della porta del signor Bruff — addio alla più cara speranza della mia vita, la speranza di riportare la mia pecora smarrita all'ovile! La sola idea di una tale calamità mi sopraffece completamente. Gettai i miserabili vincoli della discrezione mondana al vento, e parlai con il fervore che mi riempiva, con le parole che mi vennero prima.
"Fermatevi!" dissi — "fermatevi! Devo essere ascoltata. Signor Bruff! Lei non è imparentato con lei, e io lo sono. La invito — convoco gli esecutori affinché mi nominino tutrice. Rachel, carissima Rachel, ti offro la mia modesta casa; vieni a Londra con il prossimo treno, cara, e condividila con me!"
Il signor Bruff non disse nulla. Rachel mi guardò con uno stupore crudele che non fece alcuno sforzo per nascondere.
“Lei è molto gentile, Drusilla,” disse. “Spero di farle visita ogni volta che mi capiterà di essere a Londra. Ma ho accettato l’invito del signor Bruff, e penso che sia meglio, per il momento, che io rimanga sotto la protezione del signor Bruff.”
“Oh, non dica così!” la implorai. “Non posso separarmi da te, Rachel; non posso separarmi da te!”
Cercai di stringerla tra le mie braccia. Ma lei si ritrasse. Il mio fervore non le si trasmise; la allarmò soltanto.
“Certamente,” disse, “questa è una manifestazione di agitazione del tutto inutile? Non la capisco.”
“Nemmeno io,” disse il signor Bruff.
La loro durezza; la loro orribile, mondana durezza, mi rivoltò.
“Oh, Rachel! Rachel!” esclamai. “Non hai ancora visto che il mio cuore anela a fare di te una cristiana? Nessuna voce interiore ti ha detto che sto cercando di fare per te ciò che stavo cercando di fare per la tua cara madre, quando la morte la strappò dalle mie mani?”
Rachel fece un passo verso di me e mi guardò in modo molto strano.
“Non capisco il suo riferimento a mia madre,” disse. “Miss Clack, vuole avere la bontà di spiegarsi?”
Prima che potessi rispondere, il signor Bruff si fece avanti e, offrendo il braccio a Rachel, cercò di condurla fuori dalla stanza.
“Farebbe meglio a non approfondire l’argomento, mia cara,” disse. “E Miss Clack farebbe meglio a non spiegarsi.”
Se fossi stata un tronco o una pietra, un’interferenza simile mi avrebbe spinta a testimoniare la verità. Misi da parte il signor Bruff con sdegno, con la mia stessa mano, e, in un linguaggio solenne e appropriato, esposi il punto di vista con cui la dottrina corretta non si fa scrupolo di considerare l’orribile calamità di morire senza preparazione.
Rachel sussultò allontanandosi da me; arrossisco a scriverlo; con un grido d’orrore.
“Venga via!” disse al signor Bruff. “Venga via, per l’amor di Dio, prima che quella donna possa dire altro! Oh, pensi alla vita innocua, utile e bella della mia povera madre! Lei era al funerale, signor Bruff; ha visto come tutti la amassero; ha visto le persone povere e indifese piangere sulla sua tomba per la perdita della loro migliore amica. E quello scellerato se ne sta lì, e cerca di farmi dubitare che mia madre, che era un angelo in terra, sia ora un angelo in cielo! Non si fermi a parlarne! Venga via! Mi soffoca respirare la stessa aria che respira lei! Mi spaventa sentire che siamo nella stessa stanza!”
Sorda a ogni rimostranza, corse verso la porta.
Nello stesso istante, la sua cameriera entrò con il cappellino e lo scialle. Lei se li infilò addosso in fretta e furia. “Fai i bagagli,” disse, “e portali dal signor Bruff.” Tentai di avvicinarmi a lei; ero scioccata e addolorata, ma, non c’è bisogno di dirlo, non offesa. Volevo solo dirle: “Possa il tuo cuore indurito essere addolcito! Ti perdono liberamente!” Si abbassò il velo, strappò lo scialle dalla mia mano e, uscendo in fretta, mi chiuse la porta in faccia. Sopportai l’insulto con la mia solita fortezza. Lo ricordo ora con la mia solita superiorità rispetto a qualsiasi sentimento di offesa.
Il signor Bruff ebbe la sua parola d’addio di scherno per me, prima che anche lui uscisse in fretta, a sua volta.
“Avrebbe fatto meglio a non spiegarsi, Miss Clack,” disse, quindi si inchinò e lasciò la stanza.
La persona con i nastri della cuffia seguì.
“È facile vedere chi ha messo tutti gli uni contro gli altri,” disse. “Sono solo una povera serva, ma dichiaro di vergognarmi di lei!” Anche lei uscì e sbatté la porta dietro di sé.
Rimasi sola nella stanza. Vituperata da tutti loro, abbandonata da tutti loro, rimasi sola nella stanza.
C’è altro da aggiungere a questa semplice esposizione dei fatti, a questo commovente quadro di una cristiana perseguitata dal mondo? No! Il mio diario mi ricorda che un altro dei molti capitoli tormentati della mia vita finisce qui. Da quel giorno in poi, non vidi mai più Rachel Verinder. Ebbe il mio perdono nel momento in cui mi insultò. Ha avuto i miei voti di preghiera da allora in poi. E quando morirò, per completare il contraccambio da parte mia del bene al male, le sarà lasciata, come lascito nel mio testamento, la *Vita, Lettere e Opere di Miss Jane Ann Stamper*.
SECONDA NARRAZIONE.
Contributo di Mathew Bruff, Sollecitatore, di Gray’s Inn Square.
CAPITOLO I
La mia gentile amica, Miss Clack, avendo deposto la penna, ci sono due ragioni per cui io la prenda in mano a mia volta.
In primo luogo, sono in grado di gettare la necessaria luce su certi punti di interesse che fino a questo momento sono rimasti nell’ombra. Miss Verinder aveva la sua ragione privata per rompere il fidanzamento, e io ne ero al corrente. Il signor Godfrey Ablewhite aveva la sua ragione privata per ritirare ogni pretesa alla mano della sua affascinante cugina, e io ho scoperto quale fosse.
In secondo luogo, è stata mia fortuna o sfortuna, non saprei dire quale, trovarmi coinvolto personalmente, nel periodo di cui sto scrivendo, nel mistero del Diamante Indiano. Ho avuto l’onore di un colloquio, presso il mio ufficio, con uno straniero orientale dai modi distinti, che era senza dubbio nientemeno che il capo dei tre indiani. Aggiungete a ciò che ho incontrato il celebre viaggiatore, il signor Murthwaite, il giorno seguente, e che ho avuto una conversazione con lui sul soggetto della Pietra di Luna, che ha una rilevanza molto importante sugli eventi successivi. Ed ecco a voi l’esposizione delle mie pretese di ricoprire la posizione che occupo in queste pagine.
La vera storia del fidanzamento infranto viene prima in ordine di tempo, e deve quindi occupare il primo posto nella presente narrazione. Ripercorrendo la catena degli eventi, da un capo all’altro, trovo necessario aprire la scena, stranamente come penserete, al capezzale del mio eccellente cliente e amico, il defunto Sir John Verinder.
Sir John aveva la sua parte, forse una parte piuttosto grande, delle debolezze più innocue e amabili che sono proprie dell’umanità. Tra queste, posso menzionare, come applicabile alla questione in mano, un’invincibile riluttanza, finché godeva della sua solita buona salute, ad affrontare la responsabilità di fare testamento. Lady Verinder esercitò la sua influenza per risvegliarlo a un senso del dovere in questa faccenda; e io esercitai la mia influenza. Ammise la giustizia delle nostre opinioni, ma non andò oltre, finché non si ritrovò afflitto dalla malattia che alla fine lo portò nella tomba. Allora, fui finalmente chiamato per prendere le istruzioni del mio cliente in merito al suo testamento. Si rivelarono le istruzioni più semplici che avessi mai ricevuto in tutta la mia carriera professionale.
Sir John stava sonnecchiando quando entrai nella stanza. Si svegliò alla mia vista.
“Come sta, signor Bruff?” disse. “Non ci metterò molto. E poi tornerò a dormire.” Guardò con grande interesse mentre raccoglievo penne, inchiostro e carta. “È pronto?” chiese. Mi inchinai, intinsi la penna nell’inchiostro e attesi le mie istruzioni.
“Lascio tutto a mia moglie,” disse Sir John. “Tutto qui.” Si voltò sul cuscino e si dispose a dormire di nuovo.
Fui costretto a disturbarlo.
“Devo capire,” chiesi, “che lascia l’intera proprietà, di ogni tipo e descrizione, di cui sarà in possesso al momento della morte, assolutamente a Lady Verinder?”
“Sì,” disse Sir John. “Solo che l’ho detta più breve. Perché non può scriverla più breve e lasciarmi tornare a dormire? Tutto a mia moglie. Questo è il mio Testamento.”
Il suo patrimonio era interamente a sua disposizione ed era di due tipi. Proprietà terriera (mi astengo deliberatamente dall’usare un linguaggio tecnico) e proprietà in denaro. Nella maggior parte dei casi, temo che avrei sentito come mio dovere verso il cliente chiedergli di riconsiderare il suo testamento. Nel caso di Sir John, sapevo che Lady Verinder era non solo degna della fiducia illimitata che suo marito aveva riposto in lei (tutte le buone mogli sono degne di ciò), ma anche capace di amministrare adeguatamente un patrimonio (cosa che, nella mia esperienza col gentil sesso, non una su mille è in grado di fare). In dieci minuti, il testamento di Sir John fu redatto ed eseguito, e Sir John stesso, buon uomo, stava finendo il suo sonnellino interrotto.
Lady Verinder giustificò ampiamente la fiducia che suo marito aveva riposto in lei. Nei primi giorni della sua vedovanza, mi mandò a chiamare e fece il suo testamento. Il punto di vista che ebbe della sua posizione era così profondamente solido e sensato che fui sollevato da ogni necessità di consigliarla. La mia responsabilità iniziò e finì col dare forma legale alle sue istruzioni. Prima che Sir John fosse nella tomba da una quindicina di giorni, il futuro di sua figlia era stato previsto nel modo più saggio e affettuoso.
Il testamento rimase nella sua cassetta ignifuga nel mio ufficio per più anni di quanti mi piaccia contare. Non fu fino all’estate del 1848 che trovai occasione di guardarlo di nuovo in circostanze molto malinconiche.
Alla data che ho menzionato, i medici pronunciarono la sentenza sulla povera Lady Verinder, che era letteralmente una sentenza di morte. Fui la prima persona che informò della sua situazione; e la trovai ansiosa di rileggere il suo testamento con me.
Era impossibile migliorare le disposizioni relative a sua figlia. Ma, col passare del tempo, i suoi desideri riguardo a certi legati minori, lasciati a diversi parenti, avevano subito qualche modifica; e divenne necessario aggiungere tre o quattro codicilli al documento originale. Avendo fatto ciò immediatamente, per timore di incidenti, ottenni il permesso di Sua Signoria di incorporare le sue recenti istruzioni in un secondo testamento. Il mio scopo era quello di evitare certe inevitabili confusioni e ripetizioni che ora deturpavano il documento originale e che, a dire il vero, stridevano tristemente con il mio senso professionale dell’appropriatezza delle cose.
L’esecuzione di questo secondo testamento è stata descritta da Miss Clack, che fu così gentile da testimoniarlo. Per quanto riguardava gli interessi pecuniari di Rachel Verinder, era, parola per parola, l’esatta controparte del primo testamento. Gli unici cambiamenti introdotti riguardavano la nomina di un tutore e certe disposizioni riguardanti tale nomina, che furono fatte sotto il mio consiglio. Alla morte di Lady Verinder, il testamento fu messo nelle mani del mio procuratore per essere “probato” (come si dice) nel modo consueto.
Circa tre settimane da quel momento, per quanto riesca a ricordare, mi giunse il primo avvertimento di qualcosa di insolito che stava accadendo sotto la superficie. Mi capitò di fare un salto nell’ufficio del mio amico procuratore e notai che mi accolse con un’apparenza di maggiore interesse rispetto al solito.
“Ho delle notizie per lei,” disse. “Cosa pensa che abbia sentito a Doctors’ Commons questa mattina? Il testamento di Lady Verinder è già stato richiesto ed esaminato!”
Questa era una notizia davvero! Non c’era assolutamente nulla che potesse essere contestato nel testamento; e non c’era nessuno a cui potessi pensare che avesse il benché minimo interesse a esaminarlo. (Farò forse bene se spiego in questo luogo, a beneficio delle poche persone che non lo sanno già, che la legge consente a chiunque ne faccia richiesta, dietro pagamento di uno scellino, di esaminare tutti i testamenti a Doctors’ Commons.)
“Ha sentito chi ha richiesto il testamento?” chiesi.
“Sì; l’impiegato non ha esitato a dirmelo. Il signor Smalley, dello studio Skipp e Smalley, l’ha chiesto. Il testamento non è stato ancora copiato nei grandi registri in folio. Quindi non c’era alternativa che discostarsi dal corso consueto e lasciargli vedere il documento originale. Lo ha esaminato attentamente e ha preso nota sul suo taccuino. Ha qualche idea di cosa volesse farne?”
Scossi la testa. “Lo scoprirò,” risposi, “prima di essere più vecchio di un giorno.” Detto questo, tornai subito al mio ufficio.
Se un altro studio di legali fosse stato coinvolto in questo inspiegabile esame del testamento della mia defunta cliente, avrei potuto trovare qualche difficoltà nel fare la necessaria scoperta. Ma avevo in pugno Skipp e Smalley, il che rendeva il mio corso in questa faccenda relativamente facile. Il mio impiegato di common law (un uomo competentissimo ed eccellente) era fratello del signor Smalley; e, grazie a questo genere di legame indiretto con me, Skipp e Smalley avevano, per alcuni anni passati, raccolto le briciole che cadevano dalla mia tavola, sotto forma di casi portati al mio ufficio che, per varie ragioni, non ritenevo valesse la pena intraprendere. Il mio patrocinio professionale era, in questo modo, di una certa importanza per lo studio. Avevo intenzione, se necessario, di ricordare loro quel patrocinio, in questa occasione.
Nel momento in cui tornai, parlai al mio impiegato; e, dopo avergli raccontato cosa era successo, lo mandai all’ufficio di suo fratello, “con i complimenti del signor Bruff, e sarebbe stato lieto di sapere perché i signori Skipp e Smalley avessero trovato necessario esaminare il testamento di Lady Verinder.”
Questo messaggio riportò il signor Smalley al mio ufficio in compagnia di suo fratello. Ammise di aver agito sotto istruzioni ricevute da un cliente. E poi mi chiese se non sarebbe stata una violazione della confidenza professionale da parte sua dire di più.
Abbiamo avuto un’accesa discussione su questo. Aveva ragione, senza dubbio; e io avevo torto. La verità è che ero arrabbiato e sospettoso, e insistetti per saperne di più. Peggio ancora, rifiutai di considerare qualsiasi informazione aggiuntiva offerta come un segreto posto sotto la mia custodia: pretesi la piena libertà di usare la mia discrezione. Peggio ancora, presi un vantaggio ingiustificabile dalla mia posizione. “Scelga, signore,” dissi al signor Smalley, “tra il rischio di perdere l’attività del suo cliente e il rischio di perdere la Mia.” Del tutto indifendibile, lo ammetto; un atto di tirannia, e niente meno. Come altri tiranni, ottenni il mio scopo. Il signor Smalley scelse la sua alternativa, senza un momento di esitazione.
Sorrise rassegnato e rivelò il nome del suo cliente:
Il signor Godfrey Ablewhite.
Questo mi bastò; non volevo sapere altro.
Avendo raggiunto questo punto nella mia narrazione, ora diventa necessario porre il lettore di queste righe, per quanto riguarda il testamento di Lady Verinder, su un piano di perfetta uguaglianza, rispetto alle informazioni, con me stesso.
Lasciatemi affermare, dunque, nelle poche parole possibili, che Rachel Verinder non aveva altro che un usufrutto sulla proprietà. L’eccellente senso di sua madre e la mia lunga esperienza si erano combinati per sollevarla da ogni responsabilità e per proteggerla da ogni pericolo di diventare in futuro la vittima di qualche uomo bisognoso e senza scrupoli. Né lei, né suo marito (se si fosse sposata), avrebbero potuto ricavare un soldo, né dalla proprietà terriera, né dalla proprietà in denaro. Avrebbero avuto le case a Londra e nello Yorkshire in cui vivere, e avrebbero avuto il cospicuo reddito, e questo era tutto.
Quando mi misi a pensare a ciò che avevo scoperto, ero profondamente perplesso sul da farsi.
Non era passata nemmeno una settimana da quando avevo sentito (con mia sorpresa e sgomento) del proposto matrimonio di Miss Verinder. Nutrivo la più sincera ammirazione e affetto per lei; ed ero rimasto inesprimibilmente addolorato quando avevo sentito che stava per buttarsi via con il signor Godfrey Ablewhite. E ora, ecco l’uomo, che avevo sempre creduto essere un impostore dalla lingua sciolta, che giustificava il peggio che avessi mai pensato di lui, e rivelava chiaramente l’oggetto mercenario del matrimonio, dalla sua parte! E cosa importa?, potreste rispondere, la cosa si fa ogni giorno. D’accordo, mio caro signore. Ma pensereste alla cosa con tanta leggerezza se fosse fatta (diciamo) con vostra sorella?
La prima considerazione che mi venne naturalmente in mente fu questa. Il signor Godfrey Ablewhite si sarebbe attenuto al suo impegno, dopo ciò che il suo avvocato aveva scoperto per lui?
Dipendeva interamente dalla sua posizione pecuniaria, di cui non sapevo nulla. Se quella posizione non fosse stata disperata, sarebbe valsa la pena per lui sposare Miss Verinder solo per il suo reddito. Se, d’altra parte, avesse avuto un urgente bisogno di realizzare una grande somma entro un dato tempo, allora il testamento di Lady Verinder avrebbe esattamente soddisfatto il caso e avrebbe preservato sua figlia dal cadere nelle mani di un furfante.
In quest’ultimo caso, non ci sarebbe stato bisogno che io angosciassi Miss Rachel, nei primi giorni del suo lutto per la madre, con una rivelazione immediata della verità. Nel primo caso, se fossi rimasto in silenzio, sarei stato complice di un matrimonio che l’avrebbe resa infelice per tutta la vita.
I miei dubbi finirono con una mia visita all’hotel di Londra, dove sapevo che Mrs. Ablewhite e Miss Verinder alloggiavano. Mi informarono che sarebbero andate a Brighton il giorno successivo, e che un ostacolo inaspettato impediva al signor Godfrey Ablewhite di accompagnarle. Proposi subito di prendere il suo posto. Mentre pensavo solo a Rachel Verinder, era possibile esitare. Quando la vidi effettivamente, la mia mente fu subito decisa, a qualunque costo, a dirle la verità.
Trovai la mia opportunità quando ero a passeggio con lei, il giorno dopo il mio arrivo.
“Posso parlarle,” chiesi, “del suo fidanzamento?”
“Sì,” disse, con indifferenza, “se non ha nulla di più interessante di cui parlare.”
“Vuole perdonare un vecchio amico e servitore della sua famiglia, Miss Rachel, se mi azzardo a chiederle se il suo cuore è deciso su questo matrimonio?”
“Mi sposo per disperazione, signor Bruff, nella speranza di cadere in una sorta di felicità stagnante che possa riconciliarmi con la mia vita.”
Linguaggio forte! E suggestivo di qualcosa sotto la superficie, sotto forma di una storia romantica. Ma avevo il mio obiettivo in vista e mi rifiutai (come diciamo noi avvocati) di perseguire la questione nelle sue ramificazioni secondarie.
“Il signor Godfrey Ablewhite difficilmente può pensarla come lei,” dissi. “Il suo cuore deve essere deciso sul matrimonio, ad ogni modo?”
“Lui dice di sì, e suppongo di dovergli credere. Difficilmente mi sposerebbe, dopo ciò che gli ho confessato, se non fosse affezionato a me.”
Povera creatura! La nuda idea di un uomo che la sposasse per i suoi scopi egoistici e mercenari non le era mai entrata in testa. Il compito che mi ero prefissato iniziò ad apparire come un compito più duro di quanto avessi pattuito.
“Suona strano,” continuai, “alle mie orecchie all’antica——”
“Cosa suona strano?” chiese.
“Sentirla parlare del suo futuro marito come se non fosse del tutto sicura della sincerità del suo attaccamento. È consapevole di qualche ragione nella sua stessa mente per dubitare di lui?”
La sua sorprendente rapidità di percezione rilevò un cambiamento nella mia voce, o nel mio modo di fare, quando posi quella domanda, che la avvertì che avevo parlato per tutto il tempo con qualche obiettivo ulteriore in vista. Si fermò e, togliendo il braccio dal mio, mi guardò scrutatrice in faccia.
“Signor Bruff,” disse, “lei ha qualcosa da dirmi su Godfrey Ablewhite. Lo dica.”
La conoscevo abbastanza bene da prenderla in parola. Glielo dissi.
Rimise il braccio nel mio e camminò con me lentamente. Sentii la sua mano stringere meccanicamente la presa sul mio braccio, e la vidi diventare sempre più pallida mentre parlavo; ma, non una parola uscì dalle sue labbra mentre stavo parlando. Quando ebbi finito, lei rimase ancora in silenzio. La sua testa si chinò un po’ e camminò al mio fianco, ignara della mia presenza, ignara di tutto ciò che la circondava; persa, sepolta, potrei quasi dire, nei suoi pensieri.
Non feci alcun tentativo per disturbarla. La mia esperienza del suo carattere mi avvertì, in questa, come in precedenti occasioni, di darle tempo.
L'istinto primario delle ragazze in generale, quando viene loro raccontato qualcosa che le interessa, è quello di fare una moltitudine di domande e poi correre via a discuterne con qualche amica del cuore. L'istinto primario di Rachel Verinder, in circostanze analoghe, era quello di chiudersi nel proprio intimo e riflettere per conto proprio. Questa assoluta autonomia di pensiero è una grande virtù in un uomo. In una donna, comporta il grave inconveniente di separarla moralmente dalla massa del proprio sesso, esponendola così a essere fraintesa dall'opinione pubblica. Sospetto fortemente di pensare come il resto del mondo su questo punto, eccetto che nel caso di Rachel Verinder. L'autonomia del suo carattere era, a mio avviso, una delle sue virtù; in parte, senza dubbio, perché la ammiravo sinceramente e le volevo bene; in parte, perché la visione che avevo del suo legame con la perdita della Pietra di Luna si basava sulla mia conoscenza specifica del suo temperamento. Per quanto le apparenze potessero apparire negative riguardo al Diamante — per quanto fosse indubbiamente scioccante sapere che era associata in qualche modo al mistero di un furto non ancora scoperto — ero comunque convinto che non avesse fatto nulla di indegno di lei, poiché ero altrettanto convinto che non avesse mosso un solo passo in quella faccenda senza essersi prima chiusa nel proprio intimo a riflettere.
Avevamo camminato per quasi un miglio, direi, prima che Rachel si riprendesse. Alzò improvvisamente lo sguardo verso di me con un tenue riflesso del suo sorriso dei tempi più felici, il sorriso più irresistibile che io abbia mai visto sul volto di una donna.
"Devo già molto alla sua gentilezza", disse. "E mi sento ora più che mai in debito verso di essa. Se dovesse sentire voci sul mio matrimonio quando tornerà a Londra, le smentisca immediatamente, a mio nome."
"Ha deciso di sciogliere il suo fidanzamento?" chiesi.
"Può dubitarne?" replicò lei con fierezza, "dopo quello che mi ha raccontato!"
"Mia cara signorina Rachel, lei è molto giovane, e potrebbe trovare più difficoltà di quanto preveda nel ritirarsi dalla sua attuale posizione. Non ha nessuno, intendo una signora, ovviamente, con cui potrebbe consultarsi?"
"Nessuno", rispose.
Mi addolorò, mi addolorò davvero sentirle dire questo. Era così giovane e così sola, e lo portava così bene! L'impulso di aiutarla ebbe la meglio su qualsiasi senso di inadeguatezza che avrei potuto provare in tali circostanze; ed esposi le idee che mi vennero in mente su due piedi, al meglio delle mie capacità. Ho consigliato un numero prodigioso di clienti e ho affrontato alcune difficoltà estremamente spinose, a mio tempo. Ma questa era la prima volta in cui mi trovavo a consigliare una giovane signora su come ottenere lo scioglimento di una promessa di matrimonio. Il suggerimento che le offrii si riduceva brevemente a questo. Le consigliai di dire al signor Godfrey Ablewhite — in un colloquio privato, s’intende — che lei era venuta a conoscenza della natura mercenaria del movente che lo guidava. Avrebbe poi dovuto aggiungere che il loro matrimonio, dopo quanto aveva scoperto, era semplicemente impossibile; e avrebbe dovuto metterlo di fronte alla scelta se ritenesse più saggio assicurarsi il suo silenzio assecondando le sue vedute, o costringerla, opponendosi, a rendere pubblico il movente che la spingeva ad agire. Se avesse tentato di difendersi o di negare i fatti, lei avrebbe dovuto rimandarlo a me.
La signorina Verinder ascoltò attentamente finché non ebbi finito. Mi ringraziò poi molto gentilmente per il consiglio, ma mi informò allo stesso tempo che per lei era impossibile seguirlo.
"Posso chiederle", dissi, "quale obiezione vede nel seguirlo?"
Esitò, e poi mi affrontò con una domanda a sua volta.
"Supponga che le venisse chiesto di esprimere la sua opinione sulla condotta del signor Godfrey Ablewhite", esordì.
"Sì?"
"Come la definirebbe?"
"La definirei la condotta di un uomo meschinamente ingannevole."
"Signor Bruff! Ho avuto fede in quell'uomo. Ho promesso di sposare quell'uomo. Come posso dirgli che è meschino, come posso dirgli che mi ha ingannata, come posso disonorarlo agli occhi del mondo dopo questo? Ho degradato me stessa solo pensando a lui come a mio marito. Se dicessi a lui ciò che lei mi suggerisce di dire, ammetterei di essermi degradata in faccia a lui. Non posso farlo. Dopo quello che è successo tra noi, non posso farlo! La vergogna di ciò non significherebbe nulla per lui. Ma la vergogna di ciò sarebbe insopportabile per me."
Ecco un'altra delle spiccate peculiarità del suo carattere che si rivelava a me senza riserve. Ecco il suo sensibile orrore per il semplice contatto con qualsiasi cosa meschina, che la accecava rispetto a ogni considerazione su ciò che doveva a se stessa, spingendola in una posizione falsa che avrebbe potuto comprometterla nella stima di tutti i suoi amici! Fino a quel momento, ero stato un po' titubante sull'opportunità del consiglio che le avevo dato. Ma, dopo quanto aveva appena detto, non ebbi alcun dubbio che fosse il miglior consiglio che potessi offrirle; e non sentii alcuna esitazione a insistervi nuovamente.
Lei scosse solo il capo e ripeté la sua obiezione con altre parole.
"È stato abbastanza intimo con me da chiedermi di essere sua moglie. È stato abbastanza in alto nella mia stima da ottenere il mio consenso. Non posso dirgli in faccia che è la più spregevole delle creature viventi, dopo questo!"
"Ma, mia cara signorina Rachel", obiettai, "è altrettanto impossibile per lei dirgli che recede dal suo fidanzamento senza darne alcuna ragione."
"Dirò che ci ho riflettuto e che sono convinta che sia meglio per entrambi se ci separiamo."
"Nient'altro che questo?"
"Nient'altro."
"Ha pensato a ciò che lui potrebbe dire, dal canto suo?"
"Può dire ciò che vuole."
Era impossibile non ammirare la sua delicatezza e la sua risolutezza, ed era altrettanto impossibile non sentire che si stava mettendo dalla parte del torto. La supplicai di considerare la sua posizione. Le ricordai che si sarebbe esposta alle più odiose interpretazioni dei suoi moventi. "Non può sfidare l'opinione pubblica", dissi, "al comando di un sentimento privato."
"Posso", rispose. "L'ho già fatto."
"Cosa intende?"
"Ha dimenticato la Pietra di Luna, signor Bruff. Non ho sfidato l'opinione pubblica, in quel caso, con le mie ragioni private?"
La sua risposta mi ridusse al silenzio per un momento. Mi portò a cercare di rintracciare la spiegazione della sua condotta, al tempo della perdita della Pietra di Luna, a partire dalla strana confessione che le era appena sfuggita. Forse avrei potuto farlo quando ero più giovane. Certamente non potevo farlo ora.
Tentai un'ultima rimostranza prima di tornare a casa. Lei rimase ferma sulle sue posizioni come sempre. La mia mente era in un singolare conflitto di sentimenti riguardo a lei quando la lasciai quel giorno. Era ostinata; aveva torto. Era interessante; era ammirevole; meritava profondamente di essere compianta. Le feci promettere di scrivermi non appena avesse avuto notizie da inviarmi. E tornai ai miei affari a Londra, con la mente estremamente inquieta.
La sera del mio ritorno, prima che mi fosse possibile ricevere la lettera promessa, fui sorpreso da una visita del signor Ablewhite senior, e fui informato che il signor Godfrey aveva ricevuto il benservito — e lo aveva accettato — proprio quel giorno.
Con la visione che avevo già del caso, il fatto nudo e crudo espresso nelle parole che ho sottolineato, rivelava il movente del signor Godfrey Ablewhite per la sua sottomissione in modo chiaro come se lo avesse ammesso lui stesso. Aveva bisogno di una grossa somma di denaro; e ne aveva bisogno entro una data prestabilita. Il reddito di Rachel, che lo avrebbe aiutato in qualsiasi altra cosa, non lo avrebbe aiutato in questo; e Rachel, di conseguenza, si era svincolata, senza incontrare un momento di seria opposizione da parte sua. Se mi si dice che questa è una pura speculazione, chiedo a mia volta quale altra teoria possa spiegare la sua rinuncia a un matrimonio che lo avrebbe mantenuto nello splendore per il resto dei suoi giorni?
Qualsiasi esultanza che avrei potuto provare per la fortunata piega che avevano preso le cose fu efficacemente frenata da quanto emerso nel mio colloquio con il vecchio signor Ablewhite.
Era venuto, naturalmente, per sapere se potessi dargli una spiegazione della straordinaria condotta della signorina Verinder. Non c'è bisogno di dire che fui del tutto incapace di fornirgli le informazioni che cercava. Il fastidio che gli procurai, unito all'irritazione prodotta da un recente colloquio con suo figlio, colse il signor Ablewhite alla sprovvista. Sia il suo sguardo che il suo linguaggio mi convinsero che la signorina Verinder avrebbe trovato in lui un uomo spietato con cui avere a che fare, quando il giorno seguente avesse raggiunto le signore a Brighton.
Passai una notte irrequieta, riflettendo su cosa avrei dovuto fare in seguito. Come terminarono le mie riflessioni, e quanto si rivelò fondata la mia sfiducia nei confronti del signor Ablewhite, sono elementi di informazione che (come mi si dice) sono già stati messi ordinatamente al loro posto da quella persona esemplare, la signorina Clack. Ho solo da aggiungere — a completamento del suo resoconto — che la signorina Verinder trovò la calma e il riposo di cui aveva tristemente bisogno, poverina, nella mia casa di Hampstead. Ci onorò restando a lungo. Mia moglie e le mie figlie ne furono incantate; e, quando gli esecutori testamentari decisero la nomina di un nuovo tutore, provo un orgoglio e un piacere sinceri nel registrare che la mia ospite e la mia famiglia si separarono come vecchi amici, da entrambe le parti.
CAPITOLO II
La prossima cosa che devo fare è presentare le ulteriori informazioni che possiedo sul soggetto della Pietra di Luna, o, per parlare più correttamente, sul soggetto del complotto indiano per rubare il Diamante. Il poco che ho da dire è (come credo di aver già detto) di una certa importanza, tuttavia, riguardo alla sua incidenza davvero notevole su eventi che devono ancora venire.
Circa una settimana o dieci giorni dopo che la signorina Verinder ci aveva lasciato, uno dei miei impiegati entrò nella stanza privata del mio ufficio, con un biglietto da visita in mano, e mi informò che un gentiluomo era al piano di sotto e voleva parlarmi.
Guardai il biglietto. C'era un nome straniero scritto sopra, che è sfuggito alla mia memoria. Era seguito da una riga scritta in inglese in fondo al biglietto, che ricordo perfettamente bene:
"Raccomandato dal signor Septimus Luker."
L'audacia di una persona nella posizione del signor Luker che pretendeva di raccomandare chiunque a me, mi colse così completamente di sorpresa che rimasi seduto in silenzio per un momento, chiedendomi se i miei occhi non mi avessero ingannato. L'impiegato, osservando il mio smarrimento, mi favorì con il risultato della sua osservazione sullo straniero che stava attendendo al piano di sotto.
"È un uomo dall'aspetto piuttosto notevole, signore. Così scuro di carnagione che in ufficio lo abbiamo preso tutti per un indiano, o qualcosa del genere."
Associando l'idea dell'impiegato con la riga iscritta sul biglietto che avevo in mano, pensai che la Pietra di Luna potesse essere dietro la raccomandazione del signor Luker e la visita dello straniero al mio ufficio. Con lo stupore del mio impiegato, decisi immediatamente di concedere un colloquio al gentiluomo al piano di sotto.
A giustificazione del sacrificio altamente non professionale alla pura curiosità che feci in tal modo, mi si permetta di ricordare a chiunque legga queste righe, che nessuna persona vivente (in Inghilterra, in ogni caso) può pretendere di aver avuto un legame così intimo con il romanzo del Diamante indiano come il mio. Fui messo a parte del segreto del piano del colonnello Herncastle per sfuggire all'assassinio. Ricevevo le lettere del colonnello, che periodicamente si dichiarava uomo vivo. Redassi il suo testamento, lasciando la Pietra di Luna alla signorina Verinder. Persuasi il suo esecutore testamentario ad agire, nella speranza che il gioiello potesse rivelarsi una preziosa acquisizione per la famiglia. E, infine, combattei gli scrupoli del signor Franklin Blake, e lo indussi a essere il tramite per trasportare il Diamante alla casa di Lady Verinder. Se qualcuno può rivendicare un diritto prescrittivo di interesse nella Pietra di Luna, e in tutto ciò che vi è connesso, credo sia difficile negare che io sia quell'uomo.
Nel momento in cui il mio misterioso cliente fu fatto entrare, provai l'intima convinzione di essere al cospetto di uno dei tre indiani, probabilmente il capo. Era vestito accuratamente in costume europeo. Ma la sua carnagione scura, la sua figura lunga e agile, e la sua grave e aggraziata gentilezza di modi erano sufficienti a tradire la sua origine orientale a qualsiasi occhio intelligente che lo guardasse.
Indicai una sedia e chiesi di essere informato sulla natura dei suoi affari con me.
Dopo essersi scusato — in un'eccellente selezione di parole inglesi — per la libertà che si era preso nel disturbarmi, l'indiano produsse un piccolo pacchetto il cui rivestimento esterno era di stoffa d'oro. Rimosso questo e un secondo involucro di un qualche tessuto di seta, pose sul mio tavolo una piccola scatola, o cofanetto, intarsiato in modo bellissimo e ricco di gioielli, su un fondo di ebano.
"Sono venuto, signore", disse, "per chiederle di prestarmi del denaro. E lascio questo come garanzia per lei che il mio debito sarà ripagato."
Indicai il suo biglietto. "E lei si rivolge a me", replicai, "su raccomandazione del signor Luker?"
L'indiano s'inchinò.
"Posso chiederle come mai il signor Luker in persona non le abbia anticipato il denaro di cui ha bisogno?"
"Il signor Luker mi ha informato, signore, di non avere denaro da prestare."
"E così le ha raccomandato di venire da me?"
L'indiano, a sua volta, indicò il biglietto. "È scritto lì", disse.
Risposto brevemente, e del tutto al punto! Se la Pietra di Luna fosse stata in mio possesso, questo gentiluomo orientale mi avrebbe assassinato, ne sono ben consapevole, senza un momento di esitazione. Allo stesso tempo, e a parte quel leggero inconveniente, sono tenuto a testimoniare che era il modello perfetto di cliente. Potrebbe non aver rispettato la mia vita. Ma fece ciò che nessuno dei miei connazionali aveva mai fatto, in tutta la mia esperienza con loro: rispettò il mio tempo.
"Mi dispiace", dissi, "che lei abbia avuto il disturbo di venire da me. Il signor Luker si sbaglia completamente nel mandarla qui. Mi viene affidato, come ad altri uomini della mia professione, del denaro da prestare. Ma non ne presto mai agli stranieri, e non ne presto mai su una garanzia come quella che lei ha prodotto."
Lungi dal tentare, come altre persone avrebbero fatto, di indurmi ad allentare le mie regole, l'indiano mi fece solo un altro inchino e avvolse la sua scatola nei suoi due rivestimenti senza una parola di protesta. Si alzò — questo ammirevole assassino si alzò per andarsene, nel momento stesso in cui gli ebbi risposto!
"La sua condiscendenza verso uno straniero, vorrà scusarmi se le rivolgo una domanda", disse, "prima di congedarmi?"
Mi inchinai a mia volta. Solo una domanda in congedo! La media nella mia esperienza era di cinquanta.
"Supponendo, signore, che fosse stato possibile (e consuetudine) per lei prestarmi il denaro", disse, "in quanto tempo sarebbe stato possibile (e consuetudine) per me ripagarlo?"
"Secondo l'usuale corso seguito in questo paese", risposi, "lei avrebbe avuto il diritto di ripagare il denaro (se lo avesse voluto) entro un anno dalla data in cui le era stato inizialmente anticipato."
L'indiano mi fece un ultimo inchino, il più profondo di tutti, e improvvisamente e dolcemente uscì dalla stanza.
Fu fatto in un momento, in un modo silenzioso, flessuoso, felino, che mi ha un po' scosso, lo ammetto. Non appena fui abbastanza composto per pensare, giunsi a una conclusione distinta in riferimento al visitatore altrimenti incomprensibile che mi aveva fatto l'onore di una chiamata.
Il suo volto, la sua voce e i suoi modi — mentre ero in sua compagnia — erano sotto un controllo così perfetto da sfidare ogni scrutinio. Ma mi aveva dato una possibilità di guardare sotto la sua liscia superficie esteriore, nonostante tutto. Non aveva mostrato il minimo segno di tentare di fissare nella sua mente qualcosa di ciò che gli avevo detto, finché non menzionai il tempo entro cui era consuetudine permettere il primo rimborso, da parte di un debitore, del denaro che era stato anticipato come prestito. Quando gli diedi quell'informazione, mi guardò dritto in faccia, mentre stavo parlando, per la prima volta. La deduzione che ne trassi fu che avesse uno scopo speciale nel pormi la sua ultima domanda, e un interesse speciale nell'udire la mia risposta. Più riflettevo attentamente su quanto era accaduto tra noi, più sospettavo astutamente che la produzione del cofanetto e la richiesta del prestito fossero state mere formalità, progettate per spianare la strada alla domanda di congedo rivolta a me.
Mi ero convinto della correttezza di questa conclusione — e stavo cercando di fare un passo oltre, e penetrare i moventi dell'indiano — quando mi fu portata una lettera, che si rivelò essere di nientemeno che del signor Septimus Luker in persona. Mi chiedeva perdono in termini di servilismo stomachevole, e mi assicurava che avrebbe potuto spiegarmi le cose con mia soddisfazione, se lo avessi onorato acconsentendo a un colloquio personale.
Feci un altro sacrificio non professionale alla pura curiosità. Lo onorai fissando un appuntamento nel mio ufficio, per il giorno successivo.
Il signor Luker era, sotto ogni aspetto, una creatura così inferiore all'indiano — era così volgare, così brutto, così servile e così prolisso — che è del tutto indegno di essere riportato, con qualsiasi lunghezza, in queste pagine. La sostanza di ciò che aveva da dirmi può essere onestamente esposta come segue:
Il giorno prima che ricevessi la visita dell'indiano, il signor Luker era stato gratificato da una chiamata di quell'uomo compiuto. Nonostante il suo travestimento europeo, il signor Luker aveva immediatamente identificato il suo visitatore nel capo dei tre indiani, che in precedenza lo aveva infastidito aggirandosi intorno a casa sua, e che non gli aveva lasciato altra alternativa se non quella di consultare un magistrato. Da questa sorprendente scoperta aveva tratto la conclusione (abbastanza naturalmente, lo ammetto) di trovarsi certamente in compagnia di uno dei tre uomini che lo avevano bendato, imbavagliato e derubato della ricevuta bancaria. Il risultato fu che rimase completamente paralizzato dal terrore, e che credeva fermamente che la sua ultima ora fosse giunta.
Dal canto suo, l'indiano preservò il carattere di un perfetto estraneo. Produsse il piccolo cofanetto, e fece esattamente la stessa richiesta che aveva fatto in seguito a me. Come modo più rapido per sbarazzarsi di lui, il signor Luker aveva immediatamente dichiarato di non avere denaro. L'indiano aveva quindi chiesto di essere informato sulla persona migliore e più sicura a cui rivolgersi per il prestito di cui aveva bisogno. Il signor Luker aveva risposto che la persona migliore e più sicura, in tali casi, era solitamente un rispettabile avvocato. Pregato di nominare un individuo di tale carattere e professione, il signor Luker aveva fatto il mio nome — per l'unica semplice ragione che, nell'estremo del suo terrore, il mio era stato il primo nome che gli era venuto in mente. "Il sudore mi colava addosso come pioggia, signore", concluse la misera creatura. "Non sapevo di cosa stessi parlando. E spero che vorrà passarci sopra, signor Bruff, signore, in considerazione del fatto che ero stato davvero e sinceramente spaventato fuori di senno."
Giustificai il tizio abbastanza graziosamente. Era il modo più rapido per liberarmi della sua vista. Prima che mi lasciasse, lo trattenni per fare un'indagine.
L'indiano aveva detto qualcosa di degno di nota, nel momento in cui lasciava la casa del signor Luker?
Sì! L'indiano aveva rivolto precisamente la stessa domanda al signor Luker, nel congedarsi, che aveva rivolto a me; ricevendo naturalmente la stessa risposta della risposta che gli avevo dato io.
Che cosa significava? La spiegazione del signor Luker non mi fu di alcun aiuto per risolvere il problema. Il mio ingegno, a cui ricorsi subito dopo, si dimostrò del tutto inadeguato a far fronte alla difficoltà. Avevo un impegno a cena quella sera; e salii al piano di sopra, con uno stato d'animo tutt'altro che gioviale, poco sospettando che la strada per la mia stanza da letto e la strada per la scoperta significassero, in questa particolare occasione, la stessa identica cosa.
CAPITOLO III
Il personaggio di spicco tra gli ospiti alla cena si rivelò essere il signor Murthwaite.
Alla sua comparsa in Inghilterra, dopo i suoi vagabondaggi, la società era rimasta molto colpita dal viaggiatore, come uomo che aveva vissuto molte pericolose avventure e che era scampato per raccontarle. Aveva ora annunciato la sua intenzione di tornare sul luogo delle sue gesta e di penetrare in regioni ancora inesplorate. Questa magnifica indifferenza nel mettere a repentaglio la propria incolumità per la seconda volta riaccese il vacillante interesse degli ammiratori verso l'eroe. La legge delle probabilità giocava chiaramente contro una sua salvezza in questa occasione. Non capita tutti i giorni di incontrare una persona eminente a cena e di sentire che esiste una ragionevole prospettiva che la notizia del suo assassinio sia l'ultima che sentiremo su di lui.
Quando i gentiluomini rimasero soli nella sala da pranzo, mi ritrovai seduto accanto al signor Murthwaite. Essendo gli ospiti presenti tutti inglesi, è inutile dire che, non appena venne rimosso il salutare freno esercitato dalla presenza delle signore, la conversazione virò inevitabilmente sulla politica.
Rispetto a questo argomento nazionale che assorbe tutto, mi capita di essere uno degli inglesi meno inglesi che esistano. Di norma, il discorso politico mi appare il più noioso e il più inutile di tutti i discorsi. Lanciando uno sguardo al signor Murthwaite, quando le bottiglie ebbero fatto il loro primo giro di tavola, scoprii che era apparentemente del mio stesso avviso. Lo stava facendo con molta destrezza — con ogni possibile considerazione per i sentimenti del suo ospite — ma non è meno certo che si stava preparando per un pisolino. Mi balenò l'idea che fosse un esperimento che valeva la pena tentare, vedere se un'allusione giudiziosa all'argomento della Moonstone lo avrebbe tenuto sveglio, e, se ci fossi riuscito, vedere cosa pensasse dell'ultima complicazione nella cospirazione indiana, come rivelata nei prosaici uffici del mio studio.
«Se non vado errato, signor Murthwaite,» iniziai, «lei conosceva la defunta Lady Verinder e ha nutrito un certo interesse per la strana successione di eventi che è culminata nella perdita della Moonstone?»
L'eminente viaggiatore mi fece l'onore di svegliarsi in un istante e di chiedermi chi fossi.
Lo informai della mia relazione professionale con la famiglia Herncastle, non dimenticando la curiosa posizione che avevo occupato nei confronti del Colonnello e del suo Diamante nel tempo passato.
Il signor Murthwaite si voltò sulla sedia in modo da lasciarsi alle spalle il resto della compagnia (Conservatori e Liberali allo stesso modo) e concentrò tutta la sua attenzione sul semplice signor Bruff, di Gray's Inn Square.
«Ha sentito qualcosa, ultimamente, riguardo agli indiani?» chiese.
«Ho ogni ragione di credere,» risposi, «che uno di loro abbia avuto un colloquio con me, nel mio ufficio, ieri.»
Il signor Murthwaite non era un uomo facile da stupire; ma quell'ultima mia risposta lo scosse completamente. Descrissi ciò che era accaduto al signor Luker e ciò che era accaduto a me, esattamente come l'ho descritto qui. «È chiaro che la domanda finale dell'indiano aveva uno scopo,» aggiunsi. «Perché dovrebbe essere così ansioso di sapere l'ora in cui chi prende denaro in prestito ha solitamente il privilegio di restituirlo?»
«È possibile che lei non veda il suo movente, signor Bruff?»
«Mi vergogno della mia stupidità, signor Murthwaite, ma certamente non lo vedo.»
Il grande viaggiatore si interessò molto a sondare l'immensa vacuità della mia ottusità fino ai suoi minimi termini.
«Mi lasci farle una domanda,» disse. «In che posizione si trova ora la cospirazione per impossessarsi della Moonstone?»
«Non saprei dire,» risposi. «Il complotto indiano è un mistero per me.»
«Il complotto indiano, signor Bruff, può essere un mistero per lei solo perché non l'ha mai esaminato seriamente. Vogliamo ripercorrerlo insieme, dal momento in cui redasse il testamento del Colonnello Herncastle, fino al momento in cui l'indiano è passato dal suo ufficio? Nella sua posizione, potrebbe essere di gravissima importanza per gli interessi della signorina Verinder che lei sia in grado di avere una visione chiara di questa faccenda in caso di necessità. Mi dica, tenendo questo a mente, se vuole penetrare il movente dell'indiano da solo, o se desidera che le risparmi la fatica di fare qualsiasi indagine in merito?»
È inutile dire che ho apprezzato appieno lo scopo pratico che ora vedevo avere in mente, e che la prima delle due alternative fu quella che scelsi.
«Molto bene,» disse il signor Murthwaite. «Prendiamo prima la questione dell'età dei tre indiani. Posso testimoniare che sembrano tutti avere più o meno la stessa età, e lei può decidere da solo se l'uomo che ha visto fosse o meno nel fiore degli anni. Non quarantenne, pensa? Anche la mia idea. Diciamo non quarantenne. Ora torni al tempo in cui il Colonnello Herncastle venne in Inghilterra e in cui lei fu coinvolto nel piano che adottò per preservare la sua vita. Non voglio che conti gli anni. Dirò solo che è chiaro che questi attuali indiani, alla loro età, devono essere i successori di altri tre indiani (tutti Brahmini di alta casta, signor Bruff, quando hanno lasciato il loro paese natio!) che hanno seguito il Colonnello su queste coste. Molto bene. Questi nostri attuali uomini sono succeduti agli uomini che erano qui prima di loro. Se avessero fatto solo questo, la faccenda non sarebbe valsa la pena di essere indagata. Ma hanno fatto di più. Sono succeduti all'organizzazione che i loro predecessori avevano stabilito in questo paese. Non trasalisca! L'organizzazione è una faccenda da nulla, secondo le nostre idee, non ne dubito. La valuterei includendo la disponibilità di denaro; i servizi, quando necessari, di quel tipo losco di inglese che vive nei vicoli della vita straniera a Londra; e, infine, la segreta simpatia di quei pochi uomini del loro paese, e (almeno in passato) della loro stessa religione, che si trovano ad essere impiegati nel soddisfare alcuni dei multiformi bisogni di questa grande città. Niente di molto formidabile, come vede! Ma vale la pena notarlo fin dall'inizio, perché potremmo trovare occasione di riferirci a questa modesta piccola organizzazione indiana man mano che procediamo. Avendo ora sgomberato il terreno, le farò una domanda; e mi aspetto che la sua esperienza risponda. Qual è stato l'evento che ha dato agli indiani la loro prima occasione di impossessarsi del Diamante?»
Capii l'allusione alla mia esperienza.
«La prima occasione che hanno avuto,» risposi, «è stata chiaramente offerta loro dalla morte del Colonnello Herncastle. Sapevano della sua morte, immagino, come cosa ovvia?»
«Come cosa ovvia. E la sua morte, come dice lei, ha dato loro la prima occasione. Fino a quel momento la Moonstone era al sicuro nel caveau della banca. Lei redasse il testamento del Colonnello lasciando il gioiello a sua nipote; e il testamento fu convalidato nel modo consueto. Come avvocato, non può non sapere quale corso avrebbero preso gli indiani (sotto consiglio inglese) dopo di ciò.»
«Si sarebbero procurati una copia del testamento presso il Doctors’ Commons,» dissi.
«Esattamente. L'uno o l'altro di quegli inglesi loschi a cui ho alluso, avrebbe procurato loro la copia che ha descritto. Quella copia li avrebbe informati che la Moonstone era stata lasciata in eredità alla figlia di Lady Verinder, e che il signor Blake il vecchio, o qualche persona da lui nominata, doveva consegnargliela. Sarà d'accordo con me che le informazioni necessarie sulle persone nella posizione di Lady Verinder e del signor Blake sarebbero state informazioni perfettamente facili da ottenere. L'unica difficoltà per gli indiani sarebbe stata decidere se tentare di prendere il Diamante quando era in fase di trasferimento dalla custodia della banca, o se aspettare fino a quando non fosse stato portato nello Yorkshire, a casa di Lady Verinder. La seconda via sarebbe stata manifestamente la più sicura, ed ecco la spiegazione della comparsa degli indiani a Frizinghall, travestiti da giocolieri, in attesa del loro momento. A Londra, è inutile dirlo, avevano la loro organizzazione a disposizione per tenersi informati sugli eventi. Due uomini sarebbero bastati. Uno per seguire chiunque uscisse da casa del signor Blake diretto alla banca. E uno per offrire birra ai domestici di basso rango e per ascoltare le notizie della casa. Queste precauzioni banali li avrebbero prontamente informati che il signor Franklin Blake era stato alla banca e che il signor Franklin Blake era l'unica persona in casa che avrebbe visitato Lady Verinder. Ciò che seguì effettivamente a quella scoperta, lo ricorda, senza dubbio, con la stessa precisione con cui lo ricordo io.»
Ricordai che Franklin Blake aveva individuato una delle spie per strada — che aveva, di conseguenza, anticipato di alcune ore il suo arrivo nello Yorkshire — e che (grazie all'eccellente consiglio del vecchio Betteredge) aveva depositato il Diamante nella banca di Frizinghall, prima ancora che gli indiani fossero pronti a vederlo nei paraggi. Tutto perfettamente chiaro fin qui. Ma essendo gli indiani all'oscuro delle precauzioni così prese, come mai non avevano fatto alcun tentativo contro la casa di Lady Verinder (in cui devono aver supposto che si trovasse il Diamante) per tutto l'intervallo trascorso prima del compleanno di Rachel?
Nel porre questa difficoltà al signor Murthwaite, pensai fosse giusto aggiungere di aver sentito parlare del ragazzino, della goccia d'inchiostro e del resto, e che qualsiasi spiegazione basata sulla teoria della chiaroveggenza era una spiegazione che non avrebbe convinto minimamente la mia mente.
«Nemmeno la mia,» disse il signor Murthwaite. «La chiaroveggenza in questo caso è semplicemente uno sviluppo del lato romantico del carattere indiano. Sarebbe un ristoro e un incoraggiamento per quegli uomini — del tutto inconcepibile, glielo concedo, per la mente inglese — circondare la loro faticosa e pericolosa missione in questo paese con una certa aureola di meraviglioso e soprannaturale. Il loro ragazzo è indubbiamente un soggetto sensibile all'influenza mesmerica — e, sotto quell'influenza, ha senza dubbio riflesso ciò che era già nella mente della persona che lo stava mesmerizzando. Ho testato la teoria della chiaroveggenza — e non ho mai trovato che le manifestazioni andassero oltre quel punto. Gli indiani non indagano sulla faccenda in questo modo; gli indiani considerano il loro ragazzo come un Veggente di cose invisibili ai loro occhi — e, ripeto, in quella meraviglia trovano la fonte di un nuovo interesse per lo scopo che li unisce. Noto questo solo come una curiosa visione del carattere umano, che deve esserle del tutto nuova. Non abbiamo nulla a che fare con la chiaroveggenza, o con il mesmerismo, o con qualsiasi altra cosa difficile da credere per un uomo pratico, nell'indagine che stiamo ora perseguendo. Il mio obiettivo nel seguire il complotto indiano, passo dopo passo, è tracciare i risultati all'indietro, con mezzi razionali, verso cause naturali. Sono riuscito a soddisfarla fin qui?»
«Senza dubbio, signor Murthwaite! Sto aspettando, tuttavia, con una certa ansia, di sentire la spiegazione razionale della difficoltà che ho appena avuto l'onore di sottoporle.»
Il signor Murthwaite sorrise. «È la difficoltà più facile da gestire di tutte,» disse. «Mi permetta di iniziare ammettendo che la sua esposizione del caso è assolutamente corretta. Gli indiani non erano indubbiamente a conoscenza di ciò che il signor Franklin Blake aveva fatto con il Diamante — poiché li troviamo commettere il loro primo errore, la prima notte dell'arrivo del signor Blake a casa di sua zia.»
«Il loro primo errore?» ripetei.
«Certamente! L'errore di permettere a se stessi di essere sorpresi, mentre si aggiravano intorno alla terrazza di notte, da Gabriel Betteredge. Tuttavia, hanno avuto il merito di vedere da soli di aver fatto un passo falso — poiché, come dice lei, di nuovo, con molto tempo a disposizione, non si sono mai avvicinati alla casa per settimane dopo.»
«Perché, signor Murthwaite? È questo che voglio sapere! Perché?»
«Perché nessun indiano, signor Bruff, corre mai un rischio non necessario. La clausola che lei ha redatto nel testamento del Colonnello Herncastle, li informava (non è così?) che la Moonstone doveva passare assolutamente in possesso della signorina Verinder il giorno del suo compleanno. Molto bene. Mi dica qual era la strada più sicura per uomini nella loro posizione? Tentare di prendere il Diamante mentre era sotto il controllo del signor Franklin Blake, che aveva già dimostrato di poter sospettare e superare in astuzia? O aspettare finché il Diamante non fosse stato a disposizione di una giovane ragazza, che si sarebbe innocentemente dilettata a indossare il magnifico gioiello in ogni occasione possibile? Forse vuole una prova che la mia teoria sia corretta? Prenda la condotta degli indiani stessi come prova. Sono apparsi alla casa, dopo aver atteso tutte quelle settimane, il giorno del compleanno della signorina Verinder; e sono stati ricompensati per la paziente precisione dei loro calcoli nel vedere la Moonstone sul seno del suo vestito! Quando ho sentito la storia del Colonnello e del Diamante, più tardi quella sera, mi sono sentito così sicuro del rischio che il signor Franklin Blake aveva corso (lo avrebbero certamente attaccato, se non fosse successo che fosse tornato a cavallo da Lady Verinder in compagnia di altre persone); ed ero così fortemente convinto del rischio ancora peggiore, in serbo per la signorina Verinder, che ho raccomandato di seguire il piano del Colonnello, e di distruggere l'identità della gemma facendola tagliare in pietre separate. Come la sua straordinaria sparizione quella notte abbia reso inutile il mio consiglio, e abbia totalmente sconfitto il complotto indù — e come ogni ulteriore azione da parte degli indiani sia stata paralizzata il giorno dopo dalla loro reclusione in prigione come furfanti e vagabondi — lei lo sa bene quanto me. Il primo atto della cospirazione si chiude qui. Prima di passare al secondo, posso chiederle se ho risposto alla sua difficoltà, con una spiegazione che sia soddisfacente per la mente di un uomo pratico?»
Era impossibile negare che avesse risposto correttamente alla mia difficoltà; grazie alla sua superiore conoscenza del carattere indiano — e grazie al fatto di non aver avuto centinaia di altri testamenti a cui pensare dai tempi del Colonnello Herncastle!
«Fin qui, tutto bene,» riprese il signor Murthwaite. «La prima occasione che gli indiani hanno avuto di impossessarsi del Diamante è stata un'occasione persa, il giorno in cui sono stati condotti nella prigione di Frizinghall. Quando si è presentata la seconda occasione? La seconda occasione si è presentata — come sono in grado di provare — mentre erano ancora in reclusione.»
Tirò fuori il suo taccuino e lo aprì in una pagina particolare, prima di continuare.
«Ero ospite,» riprese, «di alcuni amici a Frizinghall, all'epoca. Un giorno o due prima che gli indiani fossero liberati (di lunedì, credo), il direttore della prigione venne da me con una lettera. Era stata lasciata per gli indiani da una certa signora Macann, presso la quale avevano affittato l'alloggio in cui vivevano; ed era stata consegnata alla porta della signora Macann, nel normale corso della posta, la mattina precedente. Le autorità carcerarie avevano notato che il timbro postale era 'Lambeth', e che l'indirizzo all'esterno, sebbene espresso in un inglese corretto, era, nella forma, stranamente in contrasto con il metodo consueto di indirizzare una lettera. Aprendola, avevano scoperto che il contenuto era scritto in una lingua straniera, che avevano giustamente indovinato essere l'indostano. Il loro obiettivo nel venire da me era, naturalmente, far tradurre la lettera. Ho preso una copia nel mio taccuino dell'originale, e della mia traduzione — ed eccole a sua disposizione.»
Mi porse il taccuino aperto. L'indirizzo sulla lettera fu la prima cosa copiata. Era tutto scritto in un unico paragrafo, senza alcun tentativo di punteggiatura, così: «Ai tre uomini indiani che vivono con la signora chiamata Macann a Frizinghall nello Yorkshire.» Seguivano i caratteri indù; e la traduzione inglese appariva alla fine, espressa in queste misteriose parole:
«Nel nome del Reggente della Notte, il cui trono è sull'Antilope, le cui braccia abbracciano i quattro angoli della terra.
Fratelli, volgete i vostri volti a sud, e venite da me nella strada dei molti rumori, che conduce giù verso il fiume fangoso.
La ragione è questa.
I miei occhi l'hanno visto.»
Lì finiva la lettera, senza data né firma. La restituii al signor Murthwaite, e confessai che questo curioso esemplare di corrispondenza indù mi lasciava piuttosto perplesso.
«Posso spiegarle la prima frase,» disse; «e la condotta degli indiani stessi spiegherà il resto. Il dio della luna è rappresentato, nella mitologia indù, come una divinità a quattro braccia, seduta su un'antilope; e uno dei suoi titoli è il reggente della notte. Ecco, dunque, per cominciare, qualcosa che sembra sospettosamente un riferimento indiretto alla Moonstone. Ora, vediamo cosa hanno fatto gli indiani, dopo che le autorità carcerarie hanno permesso loro di ricevere la lettera. Il giorno stesso in cui sono stati liberati si sono recati immediatamente alla stazione ferroviaria e hanno preso posto sul primo treno partito per Londra. A Frizinghall abbiamo tutti pensato che fosse un peccato che i loro movimenti non fossero stati sorvegliati privatamente. Ma, dopo che Lady Verinder aveva congedato l'agente di polizia, e aveva fermato ogni ulteriore indagine sulla perdita del Diamante, nessun altro poteva presumere di muoversi in merito. Gli indiani erano liberi di andare a Londra, e a Londra andarono. Quali furono le prossime notizie che abbiamo avuto su di loro, signor Bruff?»
«Stavano dando fastidio al signor Luker,» risposi, «aggirandosi intorno alla casa di Lambeth.»
«Ha letto il rapporto della richiesta del signor Luker al magistrato?»
«Sì.»
«Nel corso della sua dichiarazione ha fatto riferimento, se ricorda, a un operaio straniero al suo servizio, che aveva appena licenziato per sospetto di tentato furto, e di cui diffidava anche come possibile complice degli indiani che lo avevano infastidito. L'inferenza è piuttosto chiara, signor Bruff, su chi abbia scritto quella lettera che l'ha confusa poco fa, e su quale dei tesori orientali del signor Luker l'operaio avesse tentato di rubare.»
L'inferenza (come mi affrettai ad ammettere) era troppo chiara per aver bisogno di essere indicata. Non avevo mai dubitato che la Moonstone fosse finita nelle mani del signor Luker, al tempo a cui alludeva il signor Murthwaite. La mia unica domanda era stata: come avevano fatto gli indiani a scoprire la circostanza? Questa domanda (la più difficile da trattare di tutte, come avevo pensato) aveva ora ricevuto la sua risposta, come le altre. Avvocato com'ero, iniziai a sentire che potevo fidarmi del signor Murthwaite per farmi condurre bendato attraverso gli ultimi meandri del labirinto, lungo il quale mi aveva guidato fin qui. Gli feci il complimento di dirglielo, e trovai la mia piccola concessione molto graziosamente ricevuta.
«Lei dovrà darmi un'informazione a sua volta prima di procedere,» disse. «Qualcuno deve aver portato la Moonstone dallo Yorkshire a Londra. E qualcuno deve aver ottenuto denaro su di essa, o non sarebbe mai stata in possesso del signor Luker. È stata fatta alcuna scoperta su chi fosse quella persona?»
«Nessuna che io sappia.»
«C'era una storia (non è vero?) riguardo al signor Godfrey Ablewhite. Mi dicono che sia un eminente filantropo — il che è decisamente contro di lui, per cominciare.»
Fui sinceramente d'accordo su questo con il signor Murthwaite. Allo stesso tempo, mi sentii in dovere di informarlo (senza, è inutile dirlo, menzionare il nome della signorina Verinder) che il signor Godfrey Ablewhite era stato scagionato da ogni sospetto, su prove che potevo garantire come del tutto indiscutibili.
«Benissimo», disse il signor Murthwaite, con calma, «lasciamo che sia il tempo a chiarire la faccenda. Nel frattempo, signor Bruff, dobbiamo tornare agli indiani, per conto vostro. Il loro viaggio a Londra è finito semplicemente con il renderli vittime di un'altra sconfitta. La perdita della loro seconda occasione di impossessarsi del Diamante è da attribuirsi principalmente, a mio parere, all'astuzia e alla lungimiranza del signor Luker — il quale non occupa la cima della prospera e antica professione dell'usura per nulla! Con il pronto licenziamento dell'uomo al suo servizio, ha privato gli indiani dell'assistenza che il loro complice avrebbe fornito per entrare in casa. Con il pronto trasporto della Pietra di Luna dal suo banchiere, ha colto i cospiratori di sorpresa prima che fossero pronti con un nuovo piano per derubarlo. Come gli indiani, in quest'ultimo caso, abbiano sospettato ciò che aveva fatto, e come siano riusciti a entrare in possesso della ricevuta del suo banchiere, sono eventi troppo recenti per soffermarcisi. Basti dire che sanno che la Pietra di Luna è ancora una volta fuori dalla loro portata; depositata (sotto la descrizione generale di 'un oggetto di grande valore') nella cassaforte di un banchiere. Ora, signor Bruff, qual è la loro terza occasione di impossessarsi del Diamante? E quando arriverà?»
Mentre la domanda gli usciva dalle labbra, compresi finalmente il motivo della visita dell'indiano al mio ufficio!
«Capisco!» esclamai. «Gli indiani danno per scontato, come noi, che la Pietra di Luna sia stata impegnata; e vogliono essere informati con certezza del primo periodo in cui il pegno potrà essere riscattato — perché quello sarà il primo periodo in cui il Diamante potrà essere rimosso dalla custodia sicura della banca!»
«Le avevo detto che l'avrebbe scoperto da solo, signor Bruff, se solo le avessi dato una possibilità equa. Tra un anno dal momento in cui la Pietra di Luna è stata impegnata, gli indiani saranno in guardia per la loro terza occasione. Le labbra stesse del signor Luker hanno detto loro quanto tempo dovranno aspettare, e la sua rispettabile autorità li ha convinti che il signor Luker abbia detto la verità. Quando supponiamo, a occhio e croce, che il Diamante sia finito nelle mani dell'usuraio?»
«Verso la fine dello scorso giugno», risposi, «per quanto riesca a calcolarlo.»
«E ora siamo nell'anno quarantotto. Molto bene. Se la persona sconosciuta che ha impegnato la Pietra di Luna può riscattarla tra un anno, il gioiello sarà di nuovo in possesso di quella persona alla fine di giugno del quarantanove. A quella data mi troverò a migliaia di miglia dall'Inghilterra e dalle notizie inglesi. Ma potrebbe valere la pena per lei prenderne nota e organizzarsi per essere a Londra in quel periodo.»
«Pensa che accadrà qualcosa di grave?» dissi.
«Penso che sarò più al sicuro», rispose, «tra i più feroci fanatici dell'Asia centrale di quanto lo sarei se varcassi la soglia della banca con la Pietra di Luna in tasca. Gli indiani sono stati sconfitti due volte di fila, signor Bruff. È mia ferma convinzione che non saranno sconfitti una terza volta.»
Queste furono le ultime parole che disse sull'argomento. Arrivò il caffè; gli ospiti si alzarono e si dispersero per la stanza; e noi raggiungemmo le signore della cena al piano di sopra.
Presi nota della data, e potrebbe non essere fuori luogo se chiudo la mia narrazione ripetendo quella nota qui:
_Giugno, quarantanove. Aspettatevi notizie degli indiani, verso la fine del mese._
E fatto ciò, passo la penna, che non ho ora più alcun diritto di usare, allo scrittore che mi segue.
TERZA NARRAZIONE.
Contributo di Franklin Blake.
CAPITOLO I
Nella primavera dell'anno milleottocentoquarantanove vagavo in Oriente, e avevo allora recentemente modificato i piani di viaggio che avevo stabilito alcuni mesi prima, e che avevo comunicato al mio avvocato e al mio banchiere a Londra.
Questo cambiamento rese necessario inviare uno dei miei servitori a ritirare le mie lettere e le mie rimesse dal console inglese in una certa città, che non era più inclusa tra i miei luoghi di sosta nel mio nuovo piano di viaggio. L'uomo doveva raggiungermi di nuovo in un luogo e in un momento prestabiliti. Un incidente, di cui non era responsabile, lo ritardò nella sua commissione. Per una settimana io e la mia gente attendemmo, accampati ai confini di un deserto. Alla fine di quel tempo, l'uomo scomparso fece la sua comparsa, con il denaro e le lettere, all'ingresso della mia tenda.
«Temo di portarle cattive notizie, signore», disse, e indicò una delle lettere, che aveva un bordo a lutto attorno, e il cui indirizzo era scritto dalla mano del signor Bruff.
Non conosco nulla, in un caso del genere, di così insopportabile come l'incertezza. La lettera con il bordo a lutto fu quella che aprii per prima.
Mi informava che mio padre era morto e che io ero l'erede della sua grande fortuna. La ricchezza che mi era così caduta tra le mani portava con sé le sue responsabilità, e il signor Bruff mi supplicava di non perdere tempo nel ritornare in Inghilterra.
All'alba del mattino seguente, ero in viaggio verso il mio paese.
Il ritratto che fa di me il mio vecchio amico Betteredge, al momento della mia partenza dall'Inghilterra, è (a mio parere) un po' esagerato. Ha, nel suo modo bizzarro, interpretato seriamente uno dei tanti riferimenti satirici della mia giovane padrona alla mia educazione straniera; e si è convinto di aver visto davvero quei lati francesi, tedeschi e italiani del mio carattere, che la mia vivace cugina fingeva solo di scoprire per scherzo, e che non hanno mai avuto alcuna esistenza reale, se non nel cervello del nostro buon Betteredge. Ma, a parte questo inconveniente, sono tenuto ad ammettere che non ha detto nulla più della verità nel rappresentarmi come ferito nel cuore dal comportamento di Rachel, e come partente dall'Inghilterra nel primo acuto soffrire causato dalla più amara delusione della mia vita.
Andai all'estero, risoluto — se il cambiamento e l'assenza avessero potuto aiutarmi — a dimenticarla. Sono persuaso che non sia una visione vera della natura umana quella che nega che il cambiamento e l'assenza aiutino un uomo in queste circostanze; essi costringono la sua attenzione a distogliersi dalla contemplazione esclusiva del proprio dolore. Non l'ho mai dimenticata; ma il pungolo del ricordo ha perso la sua peggiore amarezza, a poco a poco, man mano che il tempo, la distanza e la novità si interponevano sempre più efficacemente tra Rachel e me.
D'altro canto, non è meno certo che, con l'atto di voltare la prua verso casa, il rimedio che aveva guadagnato terreno così costantemente, iniziò ora, altrettanto costantemente, a retrocedere. Più mi avvicinavo al paese che lei abitava, e alla prospettiva di rivederla, più irresistibilmente la sua influenza iniziava a riprendere presa su di me. Lasciando l'Inghilterra era l'ultima persona al mondo il cui nome avrei permesso che passasse sulle mie labbra. Tornando in Inghilterra, era la prima persona su cui chiesi informazioni, quando il signor Bruff e io ci incontrammo di nuovo.
Fui informato, naturalmente, di tutto ciò che era accaduto in mia assenza; in altre parole, di tutto ciò che è stato raccontato qui in continuazione della narrazione di Betteredge — fatta eccezione per una sola circostanza. Il signor Bruff non si sentì, in quel momento, libero di informarmi dei motivi che avevano influenzato privatamente Rachel e Godfrey Ablewhite nel revocare la promessa di matrimonio, da entrambe le parti. Non lo disturbai con domande imbarazzanti su questo argomento delicato. Era abbastanza di sollievo per me, dopo la gelosa delusione causata dal sentir dire che lei avesse mai contemplato di diventare la moglie di Godfrey, sapere che la riflessione l'aveva convinta di aver agito avventatamente, e che lei stessa aveva effettuato la sua liberazione dal fidanzamento.
Dopo aver ascoltato la storia del passato, le mie successive richieste (ancora richieste su Rachel!) avanzarono naturalmente fino al tempo presente. Sotto la cui cura era stata posta dopo aver lasciato la casa del signor Bruff? E dove viveva ora?
Viveva sotto la cura di una sorella vedova del defunto Sir John Verinder — una certa signora Merridew — a cui gli esecutori testamentari di sua madre avevano chiesto di agire come tutrice, e che aveva accettato la proposta. Mi furono descritte come persone che andavano d'accordo in modo ammirevole, e come stabilite, per la stagione, nella casa della signora Merridew in Portland Place.
Mezz'ora dopo aver ricevuto questa informazione, ero in viaggio per Portland Place — senza aver avuto il coraggio di confessarlo al signor Bruff!
L'uomo che rispose alla porta non era sicuro se la signorina Verinder fosse in casa o meno. Lo mandai di sopra con il mio biglietto da visita, come il modo più rapido per risolvere la questione. L'uomo tornò giù con una faccia impenetrabile e mi informò che la signorina Verinder era fuori.
Avrei potuto sospettare che altre persone si negassero deliberatamente a me. Ma era impossibile sospettare Rachel. Lasciai detto che sarei ripassato alle sei di quella sera.
Alle sei fui informato per la seconda volta che la signorina Verinder non era in casa. Era stato lasciato qualche messaggio per me? Nessun messaggio era stato lasciato per me. La signorina Verinder non aveva ricevuto il mio biglietto? Il servitore mi chiese scusa — la signorina Verinder lo aveva ricevuto.
L'inferenza era troppo chiara per essere contrastata. Rachel rifiutava di vedermi.
Da parte mia, rifiutai di essere trattato in questo modo, senza tentare, almeno, di scoprirne una ragione. Mandai il mio nome alla signora Merridew e le chiesi di favorirmi con un colloquio personale a qualsiasi ora le fosse più comodo fissare.
La signora Merridew non fece alcuna difficoltà a ricevermi subito. Fui introdotto in un comodo salottino e mi trovai al cospetto di una comoda anziana signora. Fu così gentile da provare grande rammarico e molta sorpresa, interamente per conto mio. Non era, tuttavia, nelle condizioni di offrirmi alcuna spiegazione, o di insistere con Rachel su una questione che sembrava riguardare solo un problema di sentimento privato. Questo mi fu detto più e più volte, con una cortese pazienza che nulla avrebbe potuto stancare; e questo fu tutto ciò che ottenni rivolgendomi alla signora Merridew.
La mia ultima possibilità era scrivere a Rachel. Il mio servitore le portò una lettera il giorno seguente, con istruzioni rigorose di attendere una risposta.
La risposta tornò, letteralmente in una sola frase.
«La signorina Verinder prega di declinare l'instaurazione di qualsiasi corrispondenza con il signor Franklin Blake.»
Per quanto fossi innamorato di lei, sentii con indignazione l'insulto che mi era stato rivolto in quella risposta. Il signor Bruff entrò per parlarmi di affari, prima che avessi ripreso possesso di me stesso. Liquidai la questione sul momento e gli esposi l'intero caso. Si dimostrò incapace di illuminarmi tanto quanto la signora Merridew stessa. Gli chiesi se fosse stata detta qualche calunnia sul mio conto all'udito di Rachel. Il signor Bruff non era a conoscenza di alcuna calunnia di cui io fossi l'oggetto. Si era riferita a me in qualche modo mentre era ospite sotto il tetto del signor Bruff? Mai. Non aveva chiesto nemmeno una volta, durante la mia lunga assenza, se fossi vivo o morto? Nessuna domanda del genere era mai uscita dalle sue labbra. Estrassi dal mio portafoglio la lettera che la povera Lady Verinder mi aveva scritto da Frizinghall, il giorno in cui lasciai la sua casa nello Yorkshire. E richiamai l'attenzione del signor Bruff su queste due frasi in essa contenute:
«La preziosa assistenza che lei ha reso all'indagine sul gioiello perduto è ancora un'offesa imperdonata, nel terribile stato mentale in cui si trova Rachel. Muovendosi alla cieca in questa faccenda, lei ha aggiunto al carico di ansia che lei ha dovuto sopportare, minacciando innocentemente il suo segreto di essere scoperto attraverso i suoi sforzi.»
«È possibile», chiesi, «che il sentimento nei miei confronti che è lì descritto sia amaro quanto lo era allora?»
Il signor Bruff apparve sinceramente addolorato.
«Se insiste per una risposta», disse, «ammetto di non poter dare altra interpretazione al suo comportamento che quella.»
Suonai il campanello e ordinai al mio servitore di preparare il mio baule e di mandare a cercare una guida ferroviaria. Il signor Bruff chiese, con stupore, cosa avessi intenzione di fare.
«Vado nello Yorkshire», risposi, «con il prossimo treno.»
«Posso chiederle a quale scopo?»
«Signor Bruff, l'assistenza che ho innocentemente reso all'indagine sul Diamante era un'offesa imperdonata, nella mente di Rachel, quasi un anno fa; e rimane ancora un'offesa imperdonata. Non accetterò quella posizione! Sono determinato a scoprire il segreto del suo silenzio verso sua madre, e della sua inimicizia verso di me. Se il tempo, le pene e il denaro possono farlo, metterò le mani sul ladro che ha preso la Pietra di Luna!»
Il degno vecchio gentiluomo tentò di protestare — di indurmi ad ascoltare la ragione — di fare il suo dovere nei miei confronti, in breve. Ero sordo a tutto ciò che poteva sollecitare. Nessuna considerazione terrena avrebbe, in quel momento, scosso la risoluzione che era in me.
«Riprenderò l'indagine», continuai, «dal punto in cui l'ho interrotta; e la seguirò in avanti, passo dopo passo, fino ad arrivare al tempo presente. Ci sono anelli mancanti nelle prove, così come le ho lasciate, che Gabriel Betteredge può fornire, e da Gabriel Betteredge vado!»
Verso il tramonto di quella sera mi ritrovai di nuovo sulla terrazza ben ricordata e guardai ancora una volta la tranquilla vecchia casa di campagna. Il giardiniere fu la prima persona che vidi nei terreni deserti. Aveva lasciato Betteredge, un'ora prima, a prendere il sole nel solito angolo del cortile sul retro. Lo conoscevo bene; e dissi che sarei andato a cercarlo io stesso.
Camminai lungo i sentieri e i passaggi familiari e guardai attraverso il cancello aperto del cortile.
Eccolo lì — il caro vecchio amico dei giorni felici che non sarebbero mai più tornati — eccolo lì nel vecchio angolo, sulla vecchia sedia a forma di alveare, con la pipa in bocca, il suo Robinson Crusoe sulle ginocchia e i suoi due amici, i cani, che sonnecchiavano ai suoi lati! Nella posizione in cui mi trovavo, la mia ombra era proiettata davanti a me dagli ultimi raggi obliqui del sole. O i cani la videro, o il loro fiuto acuto li informò del mio avvicinarsi; scattarono in piedi con un ringhio. Scattando a sua volta, il vecchio li calmò con una parola, poi ombreggiò i suoi occhi stanchi con la mano e guardò con aria interrogativa la figura al cancello.
I miei occhi erano pieni di lacrime. Fui costretto ad attendere un momento prima di potermi fidare a parlargli.
CAPITOLO II
«Betteredge!» dissi, indicando il ben ricordato libro sulle sue ginocchia, «Robinson Crusoe ti ha informato, questa sera, che avresti potuto aspettarti di vedere Franklin Blake?»
«Per tutti i diavoli, signor Franklin!» gridò il vecchio, «è esattamente quello che ha fatto Robinson Crusoe!»
Si alzò a fatica con il mio aiuto e rimase per un momento a guardare avanti e indietro tra Robinson Crusoe e me, apparentemente smarrito nel cercare di scoprire quale di noi due lo avesse sorpreso di più. Il verdetto finì a favore del libro. Tenendolo aperto davanti a sé con entrambe le mani, scrutò il meraviglioso volume con uno sguardo di indicibile aspettativa — come se si aspettasse di vedere Robinson Crusoe stesso uscire dalle pagine e favorirci con un colloquio personale.
«Ecco il punto, signor Franklin!» disse, non appena ebbe recuperato l'uso della parola. «Come vivo di pane, signore, ecco il punto che stavo leggendo, un momento prima che lei entrasse! Pagina centocinquantasei, come segue: — 'Stetti come folgorato, o come se avessi visto un'Apparizione'. Se questo non significa: 'Aspettati l'improvvisa apparizione del signor Franklin Blake' — non c'è significato nella lingua inglese!» disse Betteredge, chiudendo il libro con un colpo secco e riuscendo finalmente a liberare una delle sue mani per prendere quella che gli offrivo.
Mi aspettavo che lui, naturalmente abbastanza date le circostanze, mi sommergesse di domande. Ma no — l'impulso ospitale era l'impulso predominante nella mente del vecchio servitore, quando un membro della famiglia appariva (non importa come!) come ospite in casa.
«Entri, signor Franklin», disse, aprendo la porta dietro di lui, con il suo bizzarro inchino all'antica. «Chiederò cosa la porta qui dopo — devo prima metterla a suo agio. Ci sono stati tristi cambiamenti, da quando se n'è andato. La casa è chiusa e la servitù se n'è andata. Non importa! Le cucinerò la cena; e la moglie del giardiniere le preparerà il letto — e se è rimasta una bottiglia del nostro famoso claret Latour in cantina, giù per la sua gola, signor Franklin, quella bottiglia andrà. Le do il benvenuto, signore! Le do un caloroso benvenuto!» disse il povero vecchio, combattendo virilmente contro la tristezza della casa deserta, e ricevendomi con la socievole e cortese attenzione dei tempi passati.
Mi irritava doverlo deludere. Ma la casa era la casa di Rachel, ora. Potevo mangiare lì, o dormirci, dopo quello che era successo a Londra? Il più comune senso di rispetto per se stessi mi proibiva — giustamente mi proibiva — di varcare la soglia.
Presi Betteredge sottobraccio e lo condussi fuori, in giardino. Non c'era altro da fare. Fui costretto a dirgli la verità. Tra il suo attaccamento a Rachel e il suo attaccamento a me, era profondamente confuso e angosciato per la piega che avevano preso le cose. La sua opinione, quando la espresse, fu data nel suo solito modo schietto, e sapeva piacevolmente della filosofia più positiva che conosca — la filosofia della scuola di Betteredge.
«La signorina Rachel ha i suoi difetti — non l'ho mai negato», esordì. «E cavalcare il cavallo alto, di tanto in tanto, è uno di questi. Ha cercato di cavalcarla — e lei l'ha sopportato. Signore, signor Franklin, non conosce ancora le donne meglio di così? Mi ha sentito parlare della defunta signora Betteredge?»
L'avevo sentito parlare della defunta signora Betteredge piuttosto spesso — presentandola invariabilmente come il suo unico esempio innegabile della fragilità e perversità innate dell'altro sesso. In quella veste la esibì ora.
«Molto bene, signor Franklin. Ora mi ascolti. Donne diverse hanno modi diversi di cavalcare il cavallo alto. La defunta signora Betteredge faceva il suo esercizio su quell'animale femminile preferito ogni volta che mi capitava di negarle qualcosa che le stava a cuore. Così sicuro come tornavo a casa dal mio lavoro in queste occasioni, così sicuro mia moglie mi chiamava su per le scale della cucina, e diceva che, dopo il mio brutale trattamento nei suoi confronti, non aveva il cuore di cucinarmi la cena. L'ho sopportato per un po' di tempo — proprio come lei lo sta sopportando ora dalla signorina Rachel. Alla fine la mia pazienza si è esaurita. Sono sceso di sotto, ho preso la signora Betteredge — affettuosamente, capisce — tra le mie braccia e l'ho portata, holus-bolus, nel salotto buono dove riceveva i suoi ospiti. Ho detto 'Questo è il posto giusto per te, cara mia', e così sono tornato in cucina. Mi sono chiuso dentro, mi sono tolto la giacca, mi sono rimboccato le maniche della camicia e mi sono cucinato la mia cena. Quando fu pronta, la servii nel mio modo migliore e me la godetti con tutto il cuore. Dopo ho avuto la mia pipa e il mio goccio di grog; e poi ho sparecchiato la tavola, ho lavato le stoviglie, ho pulito i coltelli e le forchette, ho messo via le cose e ho spazzato il focolare. Quando le cose furono di nuovo luminose e pulite, quanto più luminose e pulite potevano essere, ho aperto la porta e ho fatto entrare la signora Betteredge. 'Ho mangiato la mia cena, cara mia', ho detto; 'e spero che troverai che ho lasciato la cucina tutto ciò che i tuoi desideri più teneri possono desiderare'. Per il resto della vita di quella donna, signor Franklin, non ho mai più dovuto cucinarmi la cena! Morale: lei ha sopportato la signorina Rachel a Londra; non la sopporti nello Yorkshire. Ritorni alla casa!»
Assolutamente inconfutabile! Potevo solo assicurare al mio buon amico che anche le sue doti di persuasione erano, in questo caso, sprecate su di me.
«È una bella serata», dissi. «Andrò a piedi a Frizinghall, starò all’albergo, e tu verrai domani mattina a fare colazione con me. Ho qualcosa da dirti».
Betteredge scosse il capo con gravità.
«Mi dispiace sinceramente per questo», disse. «Avevo sperato, signor Franklin, di sentire che le cose fossero tornate tranquille e piacevoli tra lei e la signorina Rachel. Se proprio deve fare di testa sua, signore», continuò, dopo un momento di riflessione, «non c’è bisogno di andare a Frizinghall stasera per dormire. Si può trovare più vicino. C’è la fattoria di Hotherstone, a meno di due miglia da qui. Difficilmente potrà obiettare per via della signorina Rachel», aggiunse l’anziano con astuzia. «Hotherstone vive, signor Franklin, su una sua proprietà terriera».
Mi ricordai del posto nel momento stesso in cui Betteredge lo menzionò. La casa colonica sorgeva in una valle riparata nell’entroterra, sulle rive del più bel ruscello di quella parte dello Yorkshire: e il fattore aveva una camera da letto e un salotto liberi, che era solito affittare ad artisti, pescatori e turisti in generale. Non avrei potuto desiderare di trovare un luogo di soggiorno più gradevole durante la mia permanenza nei dintorni.
«Le stanze sono libere?» chiesi.
«La signora Hotherstone in persona, signore, mi ha chiesto ieri una buona parola per raccomandare le stanze».
«Le prenderò, Betteredge, con il massimo piacere».
Tornammo nel cortile, dove avevo lasciato la mia borsa da viaggio. Dopo aver infilato un bastone nel manico e aver gettato la borsa in spalla, Betteredge sembrò ricadere nello sconcerto che la mia improvvisa apparizione aveva causato quando l’avevo sorpreso sulla sedia a alveare. Guardò la casa con incredulità, poi si voltò e guardò me con incredulità ancora maggiore.
«Ho vissuto un bel po’ di tempo in questo mondo», disse questo migliore e più caro di tutti i vecchi servitori, «ma una cosa simile non mi sarei mai aspettato di vederla. Lì c’è la casa, e qui c’è il signor Franklin Blake – e, perdiana, se uno dei due non sta voltando le spalle all’altro per andare a dormire in una locanda!»
Ci fece strada, scuotendo il capo e brontolando in modo sinistro. «C’è solo un altro miracolo che può accadere», mi disse voltandosi. «La prossima cosa che farà, signor Franklin, sarà restituirmi quei sette scellini e sei pence che mi prese in prestito quando era un ragazzo».
Questo colpo di sarcasmo lo mise di miglior umore con se stesso e con me. Lasciammo la casa e passammo attraverso i cancelli della portineria. Una volta fuori dai terreni, i doveri dell’ospitalità (nel codice morale di Betteredge) cessarono, e iniziarono i privilegi della curiosità.
Si lasciò indietro per mettersi al mio fianco. «Bella serata per una passeggiata, signor Franklin», disse, come se ci fossimo appena incontrati per caso in quel momento. «Supponendo che lei fosse andato all’albergo di Frizinghall, signore?»
«Sì?»
«Avrei avuto l’onore di fare colazione con lei, domani mattina».
«Venga a fare colazione con me alla fattoria di Hotherstone, invece».
«Molto obbligato per la sua gentilezza, signor Franklin. Ma non era esattamente la colazione quello che cercavo. Mi sembra di aver capito che avesse qualcosa da dirmi? Se non è un segreto, signore», disse Betteredge, abbandonando improvvisamente la strada tortuosa per prendere quella dritta, «brucio dal desiderio di sapere cosa l’abbia portata qui, se vuole, in questo modo così improvviso».
«Cosa mi ha portato qui la prima volta?» chiesi.
«Il Moonstone, signor Franklin. Ma cosa la porta adesso, signore?»
«Di nuovo il Moonstone, Betteredge».
Il vecchio si fermò improvvisamente e mi guardò nel crepuscolo grigio come se sospettasse che le sue stesse orecchie lo stessero ingannando.
«Se è uno scherzo, signore», disse, «temo di essere diventato un po’ sordo nella mia vecchiaia. Non l’ho colto».
«Non è uno scherzo», risposi. «Sono venuto qui per riprendere l’indagine che era stata abbandonata quando ho lasciato l’Inghilterra. Sono venuto qui per fare ciò che nessuno ha ancora fatto: scoprire chi ha preso il Diamante».
«Lasci stare il Diamante, signor Franklin! Mi dia retta, lasci stare il Diamante! Quel maledetto gioiello indiano ha fuorviato chiunque gli si sia avvicinato. Non sprechi i suoi soldi e il suo temperamento – nella bella primavera della sua vita, signore – immischiandosi con il Moonstone. Come può sperare di riuscirci (con tutto il rispetto), quando il sergente Cuff in persona ha fatto un pasticcio? Il sergente Cuff!» ripeté Betteredge, puntandomi l’indice contro con severità. «Il più grande poliziotto d’Inghilterra!»
«La mia decisione è presa, mio vecchio amico. Nemmeno il sergente Cuff mi scoraggia. A proposito, potrei voler parlare con lui, prima o poi. Ha sentito qualcosa di lui ultimamente?»
«Il sergente non l’aiuterà, signor Franklin».
«Perché no?»
«C’è stato un evento, signore, negli ambienti della polizia, da quando se n’è andato. Il grande Cuff si è ritirato dagli affari. Ha preso un piccolo cottage a Dorking; ed è immerso fino agli occhi nella coltivazione delle rose. Ce l’ho di suo pugno, signor Franklin. Ha fatto crescere la rosa muscosa bianca, senza innestarla prima sulla rosa canina. E il signor Begbie, il giardiniere, deve andare a Dorking e ammettere che il sergente lo ha battuto alla fine».
«Non importa molto», dissi. «Dovrò fare a meno dell’aiuto del sergente Cuff. E dovrò fidarmi di lei, per cominciare».
È molto probabile che io abbia parlato con una certa noncuranza.
In ogni caso, Betteredge sembrò piccato da qualcosa nella risposta che gli avevo appena dato. «Potrebbe fidarsi di persone peggiori di me, signor Franklin, glielo dico io», disse un po’ bruscamente.
Il tono con cui ribatté, e un certo turbamento, dopo che ebbe parlato, che rilevai nel suo modo di fare, mi suggerirono che fosse in possesso di qualche informazione che esitava a comunicare.
«Mi aspetto che lei mi aiuti», dissi, «a raccogliere i frammenti di prova che il sergente Cuff ha lasciato dietro di sé. So che può farlo. Non può fare di più?»
«Cos’altro può aspettarsi da me, signore?» chiese Betteredge, con un’apparenza di estrema umiltà.
«Mi aspetto di più, da ciò che ha detto poco fa».
«Solo vanteria, signor Franklin», rispose il vecchio con ostinazione. «Alcune persone nascono fanfaroni e non guariscono mai fino al giorno della loro morte. Io sono uno di loro».
C’era solo un modo per prenderlo. Feci appello al suo interesse per Rachel, e al suo interesse per me.
«Betteredge, sarebbe felice di sapere che Rachel ed io siamo tornati buoni amici?»
«Ho servito la sua famiglia, signore, per ben poco scopo, se ne dubita!»
«Si ricorda come Rachel mi ha trattato, prima che lasciassi l’Inghilterra?»
«Bene come se fosse ieri! La mia signora le scrisse una lettera al riguardo; e lei fu così gentile da mostrarmi la lettera. Diceva che la signorina Rachel era mortalmente offesa con lei, per la parte che aveva avuto nel tentativo di recuperare il suo gioiello. E né la mia signora, né lei, né nessun altro poteva indovinare il perché».
«Verissimo, Betteredge! E io torno dai miei viaggi e la trovo ancora mortalmente offesa con me. Sapevo che il Diamante era dietro a tutto ciò, l’anno scorso, e so che il Diamante è dietro a tutto ciò ora. Ho provato a parlarle, e non vuole vedermi. Ho provato a scriverle, e non vuole rispondermi. Come, in nome del Cielo, posso chiarire la faccenda? La possibilità di indagare sulla perdita del Moonstone è l’unica possibilità di indagine che Rachel stessa mi ha lasciato».
Quelle parole misero evidentemente la questione davanti a lui, come non l’aveva ancora vista. Pose una domanda che mi convinse di averlo scosso.
«Non c’è risentimento in questo, signor Franklin, da parte sua, vero?»
«C’era un po’ di rabbia», risposi, «quando ho lasciato Londra. Ma è tutto svanito ora. Voglio che Rachel arrivi a un chiarimento con me, e non voglio altro».
«Non prova alcuna paura, signore, supponendo che faccia delle scoperte, riguardo a ciò che potrebbe scoprire sulla signorina Rachel?»
Compresi la gelosa fiducia nella sua giovane padrona che aveva suggerito quelle parole.
«Sono certo di lei quanto lo è lei», risposi. «La più completa rivelazione del suo segreto non rivelerà nulla che possa alterare il suo posto nella sua stima, o nella mia».
Gli ultimi scrupoli di Betteredge svanirono.
«Se sto sbagliando ad aiutarla, signor Franklin», esclamò, «tutto quello che posso dire è che sono innocente quanto un bambino che deve ancora nascere! Posso metterla sulla strada della scoperta, se solo può proseguire da solo. Si ricorda di quella povera ragazza che avevamo, Rosanna Spearman?»
«Certo!»
«Ha sempre pensato che avesse una sorta di confessione riguardo a questa faccenda del Moonstone, che voleva farle?»
«Certamente non riuscivo a spiegarmi il suo strano comportamento in nessun altro modo».
«Può mettere a tacere quel dubbio, signor Franklin, quando vuole».
Ora toccava a me fermarmi. Cercai invano, nell’oscurità crescente, di vedere il suo volto. Nella sorpresa del momento, chiesi con un po’ d’impazienza cosa intendesse.
«Calma, signore!» proseguì Betteredge. «Intendo quello che dico. Rosanna Spearman lasciò una lettera sigillata dietro di sé, una lettera indirizzata a lei».
«Dov’è?»
«In possesso di una sua amica, a Cobb’s Hole. Deve aver sentito parlare, quando era qui l’ultima volta, signore, di Lucy la Zoppa, una ragazza zoppa con una stampella».
«La figlia del pescatore?»
«La stessa, signor Franklin».
«Perché la lettera non mi è stata inoltrata?»
«Lucy la Zoppa ha una volontà tutta sua, signore. Non voleva darla in altre mani se non nelle sue. E lei aveva lasciato l’Inghilterra prima che io potessi scriverle».
«Torniamo indietro, Betteredge, e prendiamola subito!»
«Troppo tardi, signore, stasera. Sono molto risparmiatori di candele lungo la nostra costa; e vanno a letto presto a Cobb’s Hole».
«Sciocchezze! Potremmo arrivarci in mezz’ora».
«Lei potrebbe, signore. E quando ci arrivasse, troverebbe la porta chiusa a chiave». Indicò una luce che brillava sotto di noi; e, nello stesso momento, sentii attraverso la quiete della sera il gorgoglio di un ruscello. «Ecco la fattoria, signor Franklin! Si metta comodo per stasera, e venga da me domani mattina, se vuole essere così gentile».
«Verrà con me al cottage del pescatore?»
«Sì, signore».
«Presto?»
«Presto quanto vuole, signor Franklin».
Discendemmo il sentiero che portava alla fattoria.
CAPITOLO III
Ho solo un ricordo confuso di ciò che accadde alla fattoria di Hotherstone.
Ricordo una calorosa accoglienza; una cena prodigiosa, che avrebbe sfamato un intero villaggio in Oriente; una camera da letto deliziosamente pulita, con nulla di cui rammaricarsi se non quel detestabile prodotto della follia dei nostri antenati: un letto di piuma; una notte agitata, con molti accendini di fiammiferi e molte accensioni di una piccola candela; e un immenso senso di sollievo quando sorse il sole e ci fu la prospettiva di alzarsi.
Era stato concordato la sera prima con Betteredge che sarei passato a prenderlo, sulla via per Cobb’s Hole, non appena avessi voluto, il che, interpretato dalla mia impazienza di entrare in possesso della lettera, significava non appena avessi potuto. Senza aspettare la colazione alla fattoria, presi una crosta di pane in mano e mi avviai, col dubbio se non avrei sorpreso l’eccellente Betteredge ancora a letto. Con mio grande sollievo, si dimostrò eccitato quanto me per l’evento imminente. Lo trovai pronto e ad aspettarmi, con il suo bastone in mano.
«Come sta stamattina, Betteredge?»
«Molto male, signore».
«Mi dispiace sentirlo. Di cosa si lamenta?»
«Mi lamento di una nuova malattia, signor Franklin, di mia invenzione. Non voglio allarmarla, ma è certo che la prenderà prima che la mattinata sia finita».
«Al diavolo!»
«Sente un calore fastidioso alla bocca dello stomaco, signore? E un brutto battito in cima alla testa? Ah! non ancora? La prenderà a Cobb’s Hole, signor Franklin. La chiamo la febbre dell’investigatore; e l’ho presa per la prima volta in compagnia del sergente Cuff».
«Ah! ah! e la cura in questo caso è aprire la lettera di Rosanna Spearman, immagino? Andiamo, e prendiamola».
Per quanto fosse presto, trovammo la moglie del pescatore indaffarata in cucina. Alla mia presentazione da parte di Betteredge, la brava signora Yolland eseguì una cerimonia sociale, rigorosamente riservata (come appresi in seguito) agli estranei di distinzione. Mise una bottiglia di gin olandese e un paio di pipe pulite sul tavolo, e aprì la conversazione dicendo: «Quali notizie da Londra, signore?»
Prima che potessi trovare una risposta a questa domanda immensamente ampia, un’apparizione avanzò verso di me da un angolo buio della cucina. Una ragazza pallida, selvaggia e dall’aspetto stravolto, con capelli notevolmente belli e una feroce acutezza negli occhi, venne zoppicando su una stampella verso il tavolo a cui ero seduto, e mi guardò come se fossi un oggetto di misto interesse e orrore, che l’affascinava completamente vedere.
«Signor Betteredge», disse, senza togliere gli occhi da me, «menzioni di nuovo il suo nome, per favore».
«Il nome di questo gentiluomo», rispose Betteredge (con una forte enfasi su gentiluomo), «è il signor Franklin Blake».
La ragazza mi voltò le spalle e lasciò improvvisamente la stanza. La brava signora Yolland, credo, fece delle scuse per lo strano comportamento di sua figlia, e Betteredge (probabilmente) le tradusse in un inglese educato. Ne parlo con assoluta incertezza. La mia attenzione era assorbita dal seguire il suono della stampella della ragazza. Tonfo-tonfo, su per le scale di legno; tonfo-tonfo attraverso la stanza sopra le nostre teste; tonfo-tonfo di nuovo giù per le scale, ed ecco l’apparizione sulla porta aperta, con una lettera in mano, che mi faceva cenno di uscire!
Lasciai altre scuse in corso di consegna dietro di me e seguii questa strana creatura, che zoppicava davanti a me, sempre più veloce, giù per il pendio della spiaggia. Mi condusse dietro alcune barche, fuori dalla vista e dall’udito delle poche persone nel villaggio di pescatori, poi si fermò e mi affrontò per la prima volta.
«Stia lì», disse, «voglio guardarla».
Non c’era modo di sbagliare l’espressione sul suo viso. Le ispiravo le più forti emozioni di avversione e disgusto. Non voglio essere così vanitoso da dire che nessuna donna mi avesse mai guardato in questo modo prima. Mi avventurerò solo nell’affermazione più modesta che nessuna donna me lo avesse mai fatto percepire finora. C’è un limite alla lunghezza dell’ispezione che un uomo può sopportare, in certe circostanze. Tentai di dirigere l’attenzione di Lucy la Zoppa verso un oggetto meno rivoltante del mio viso.
«Credo che lei abbia una lettera da darmi», cominciai. «È la lettera lì, in mano sua?»
«Lo dica di nuovo», fu l’unica risposta che ricevetti.
Ripetei le parole, come un bravo bambino che impara la lezione.
«No», disse la ragazza, parlando tra sé, ma mantenendo ancora gli occhi fissi senza pietà su di me. «Non riesco a capire cosa abbia visto nella sua faccia. Non riesco a indovinare cosa abbia sentito nella sua voce». Distolse improvvisamente lo sguardo da me e appoggiò stancamente la testa sulla sommità della sua stampella. «Oh, mia povera cara!» disse, nei primi toni dolci che le avevo sentito usare. «Oh, mia cara perduta! cosa potevi vedere in quest’uomo?» Sollevò di nuovo la testa ferocemente e mi guardò ancora una volta. «Sa mangiare e bere?» chiese.
Cercai di mantenere la mia serietà e risposi: «Sì».
«Sa dormire?»
«Sì».
«Quando vede una povera ragazza a servizio, non prova alcun rimorso?»
«Certamente no. Perché dovrei?»
Mi ficcò bruscamente la lettera in faccia.
«La prenda!» esclamò furiosamente. «Non l’ho mai vista prima. Dio Onnipotente mi guardi dal vederla mai più».
Con quelle parole d’addio zoppicò via da me alla massima velocità. L’unica interpretazione che potevo dare al suo comportamento, senza dubbio, è stata anticipata da tutti. Potevo solo supporre che fosse pazza.
Giunto a quella conclusione inevitabile, mi rivolsi all’oggetto di indagine più interessante che mi veniva presentato dalla lettera di Rosanna Spearman. L’indirizzo era scritto come segue: «Per il signor Franklin Blake. Da consegnare nelle sue proprie mani (e da non affidare a nessun altro), da Lucy Yolland».
Ruppi il sigillo. La busta conteneva una lettera: e questa, a sua volta, conteneva un foglietto di carta. Lessi prima la lettera:
«Signore, se è curioso di conoscere il significato del mio comportamento nei suoi confronti, mentre soggiornava nella casa della mia padrona, Lady Verinder, faccia ciò che le viene detto di fare nel memorandum allegato a questa, e lo faccia senza che nessuna persona sia presente a sorvegliarla. Il suo umile servitore,
«ROSANNA SPEARMAN».
Passai poi al foglietto di carta. Ecco la copia letterale, parola per parola:
«Memorandum: Andare alla Shivering Sand al cambio della marea. Camminare sul South Spit, finché non avrò in linea il South Spit Beacon e l’asta della bandiera alla stazione della Guardia Costiera sopra Cobb’s Hole. Posare sulle rocce un bastone, o qualsiasi cosa dritta per guidare la mia mano, esattamente sulla linea del faro e dell’asta della bandiera. Fare attenzione, nel fare ciò, che un’estremità del bastone sia sul bordo delle rocce, sul lato che sovrasta le sabbie mobili. Tastare lungo il bastone, tra le alghe (iniziando dall’estremità che punta verso il faro), per trovare la Catena. Far scorrere la mano lungo la Catena, una volta trovata, finché non arrivo alla parte che si estende oltre il bordo delle rocce, giù nelle sabbie mobili. E poi, tirare la catena».
Proprio mentre leggevo le ultime parole, sottolineate nell’originale, sentii la voce di Betteredge dietro di me. L’inventore della febbre dell’investigatore aveva completamente ceduto a quel malanno irresistibile. «Non ne posso più, signor Franklin. Cosa dice la sua lettera? Per amor di Dio, signore, mi dica, cosa dice la sua lettera?»
Gli porsi la lettera e il memorandum. Lesse la prima senza sembrare molto interessato. Ma il secondo, il memorandum, produsse una forte impressione su di lui.
«Il sergente lo aveva detto!» gridò Betteredge. «Dall’inizio alla fine, signore, il sergente diceva che lei aveva un memorandum del nascondiglio. Ed eccolo qui! Dio ci salvi, signor Franklin, ecco il segreto che ha lasciato tutti perplessi, dal grande Cuff in giù, pronto e in attesa, si può dire, di mostrarsi a lei! È bassa marea ora, signore, come chiunque può vedere da solo. Quanto tempo mancherà al cambio della marea?» Guardò in alto e osservò un ragazzo al lavoro, a poca distanza da noi, che rammendava una rete. «Tammie Bright!» gridò a squarciagola.
«Ti sento!» rispose Tammie.
«Quando c’è il cambio della marea?»
«Tra un’ora».
Entrambi guardammo i nostri orologi.
«Possiamo fare il giro dalla costa, signor Franklin», disse Betteredge, «e arrivare alle sabbie mobili in questo modo con tutto il tempo a disposizione. Che ne dice, signore?»
«Andiamo!»
Sulla strada per la Shivering Sand, chiesi a Betteredge di rinfrescarmi la memoria sugli eventi (riguardanti Rosanna Spearman) al periodo dell’indagine del sergente Cuff. Con l’aiuto del mio vecchio amico, ebbi presto la successione delle circostanze chiaramente registrata nella mia mente. Il viaggio di Rosanna a Frizinghall, quando tutta la servitù credeva che fosse malata nella sua stanza; l’occupazione misteriosa di Rosanna durante la notte con la porta chiusa a chiave e la candela accesa fino al mattino; l’acquisto sospetto da parte di Rosanna della scatola di latta laccata e delle due catene per cani dalla signora Yolland; la convinzione positiva del sergente che Rosanna avesse nascosto qualcosa alla Shivering Sand, e l’assoluta ignoranza del sergente su cosa potesse essere quel qualcosa: tutti questi strani risultati dell’indagine infruttuosa sulla perdita del Moonstone mi tornarono chiaramente in mente, quando raggiungemmo le sabbie mobili e camminammo insieme sul basso sporgente di rocce chiamato South Spit.
Con l’aiuto di Betteredge, mi trovai presto nella posizione giusta per vedere il faro e l’asta della bandiera della guardia costiera allineati. Seguendo il promemoria come nostra guida, posammo poi il mio bastone nella direzione necessaria, con la maggior precisione possibile, sulla superficie irregolare delle rocce. E poi guardammo di nuovo i nostri orologi.
Mancavano ancora quasi venti minuti all’inversione della marea. Suggerii di attendere questo intervallo sulla spiaggia, invece che sulla superficie bagnata e scivolosa delle rocce. Raggiunta la sabbia asciutta, mi preparai a sedermi; e, con mia grande sorpresa, Betteredge si preparò a lasciarmi.
«Perché se ne va?» chiesi.
«Rilegga la lettera, signore, e capirà.»
Uno sguardo alla lettera mi ricordò che ero stato incaricato, al momento della scoperta, di farla da solo.
«È dura per me lasciarla, in un momento come questo,» disse Betteredge. «Ma lei ha fatto una fine terribile, povera anima... e sento una sorta di richiamo, signor Franklin, a soddisfare quel suo desiderio. Inoltre,» aggiunse, in confidenza, «non c’è nulla nella lettera che le vieti di rivelare il segreto in seguito. Rimarrò a gironzolare nella pineta, e aspetterò che venga a prendermi. Non ci metta più del necessario, signore. La febbre del detective non è una malattia facile da gestire, in queste circostanze.»
Con quel monito d’addio, mi lasciò.
L’intervallo d’attesa, per quanto breve se misurato dal tempo, assunse proporzioni formidabili se misurato dalla suspense. Questa fu una di quelle occasioni in cui l’invalutabile abitudine di fumare diventa particolarmente preziosa e consolatoria. Accesi un sigaro e mi sedetti sul pendio della spiaggia.
La luce del sole riversava la sua bellezza senza nubi su ogni oggetto che potevo vedere. La squisita freschezza dell’aria rendeva il semplice atto di vivere e respirare un lusso. Persino la piccola baia solitaria accoglieva il mattino con un’aria di allegria; e la superficie bagnata e scoperta delle sabbie mobili, scintillante di una luminosità dorata, nascondeva l’orrore del suo falso volto bruno sotto un sorriso passeggero. Era la giornata più bella che avessi visto dal mio ritorno in Inghilterra.
L’inversione della marea arrivò prima che avessi finito il sigaro. Vidi il sollevarsi preliminare della sabbia e poi l’orribile brivido che strisciò sulla sua superficie, come se uno spirito del terrore vivesse, si muovesse e fremesse negli abissi senza fondo sottostanti. Gettai via il sigaro e tornai alle rocce.
Le istruzioni nel promemoria mi ordinavano di tastare lungo la linea tracciata dal bastone, iniziando dall’estremità più vicina al faro.
Procedetti in questo modo per più di metà del bastone, senza incontrare altro che i bordi delle rocce. Un pollice o due più avanti, tuttavia, la mia pazienza fu ricompensata. In una stretta fessura, appena a portata del mio dito indice, sentii la catena. Tentando poi di seguirla, al tatto, in direzione delle sabbie mobili, trovai il mio avanzamento bloccato da una fitta crescita di alghe, che si erano fissate nella fessura, senza dubbio, nel tempo trascorso da quando Rosanna Spearman aveva scelto il suo nascondiglio.
Era ugualmente impossibile strappare le alghe o forzare la mano attraverso di esse. Dopo aver segnato il punto indicato dall’estremità del bastone posta più vicino alle sabbie mobili, decisi di proseguire la ricerca della catena con un mio piano. La mia idea era di «sondare» immediatamente sotto le rocce, nella speranza di recuperare la traccia perduta della catena nel punto in cui entrava nella sabbia. Presi il bastone e mi inginocchiai sul bordo del South Spit.
In questa posizione, il mio viso si trovava a pochi piedi dalla superficie delle sabbie mobili. La vista di essa così vicina, ancora disturbata a intervalli dal suo orribile attacco di fremiti, scosse i miei nervi per un momento. Una fantasia orribile che la donna morta potesse apparire sulla scena del suo suicidio per assistere alla mia ricerca — un terrore indicibile di vederla sorgere attraverso la superficie agitata della sabbia e indicare il posto — si fece strada nella mia mente e mi gelò sotto il caldo sole. Ammetto di aver chiuso gli occhi nel momento in cui la punta del bastone entrò per la prima volta nelle sabbie mobili.
L’istante successivo, prima che il bastone potesse essere sommerso per più di qualche pollice, fui libero dalla morsa del mio stesso terrore superstizioso e fremetti d’eccitazione dalla testa ai piedi. Sondando alla cieca, al primo tentativo, a quel primo tentativo avevo fatto centro! Il bastone colpì la catena.
Afferrando saldamente le radici delle alghe con la mano sinistra, mi stesi oltre il bordo e tastai con la destra sotto i bordi sporgenti della roccia. La mia mano destra trovò la catena.
La tirai su senza la minima difficoltà. E lì c’era la scatola di latta laccata fissata alla sua estremità.
L’azione dell’acqua aveva arrugginito la catena a tal punto che mi fu impossibile sganciarla dal fermo che la univa alla scatola. Mettendo la scatola tra le ginocchia e usando tutta la mia forza, riuscii a togliere il coperchio. Una sostanza bianca riempiva l’intero interno quando guardai dentro. Infilai la mano e scoprii che si trattava di biancheria.
Nel tirare fuori la biancheria, estrassi anche una lettera spiegazzata insieme ad essa. Dopo aver guardato l’indirizzo e aver scoperto che portava il mio nome, misi la lettera in tasca e tolsi completamente la biancheria. Ne uscì un rotolo spesso, modellato, naturalmente, alla forma della scatola in cui era rimasta confinata così a lungo, e perfettamente preservato da qualsiasi danno causato dal mare.
Portai la biancheria sulla sabbia asciutta della spiaggia e lì la srotolai e la distesi. Non c’era da confondersi: era un capo di vestiario. Si trattava di una camicia da notte.
Il lato superiore, quando la spiegai, mostrava innumerevoli pieghe e grinze, e nient’altro. Provai il lato inferiore, subito dopo, e scoprii istantaneamente la macchia di vernice proveniente dalla porta del boudoir di Rachel!
I miei occhi rimasero fissi sulla macchia e la mia mente mi riportò con un balzo dal presente al passato. Le parole stesse del sergente Cuff mi tornarono in mente, come se l’uomo stesso fosse di nuovo al mio fianco, a indicare l’inconfutabile inferenza che aveva tratto dalla macchia sulla porta.
«Scopra se in questa casa c’è qualche capo di vestiario con sopra una macchia di vernice. Scopra a chi appartiene quel vestito. Scopra come la persona possa giustificare il fatto di essere stata nella stanza e di aver spalmato la vernice tra mezzanotte e le tre del mattino. Se la persona non riesce a convincerla, non deve guardare molto lontano per trovare la mano che ha preso il Diamante.»
Una dopo l’altra quelle parole viaggiarono nella mia memoria, ripetendosi ancora e ancora con una stancante, meccanica reiterazione. Fui scosso da quello che sembrava un trance di molte ore — da quello che era in realtà, senza dubbio, la pausa di pochi istanti soltanto — da una voce che mi chiamava. Alzai lo sguardo e vidi che la pazienza di Betteredge era finalmente venuta meno. Era appena visibile tra le dune di sabbia, mentre tornava verso la spiaggia.
L’aspetto del vecchio mi richiamò, nel momento in cui lo percepii, al mio senso delle cose presenti, e mi ricordò che l’indagine che avevo perseguito fino a quel momento rimaneva ancora incompleta. Avevo scoperto la macchia sulla camicia da notte. A chi apparteneva la camicia da notte?
Il mio primo impulso fu quello di consultare la lettera in tasca, la lettera che avevo trovato nella scatola.
Mentre alzavo la mano per tirarla fuori, ricordai che c’era una via più breve per la scoperta. La camicia da notte stessa avrebbe rivelato la verità, poiché, con ogni probabilità, la camicia da notte era contrassegnata con il nome del suo proprietario.
La presi dalla sabbia e cercai il segno.
Trovai il segno e lessi: IL MIO STESSO NOME.
C’erano le lettere familiari che mi dicevano che la camicia da notte era mia. Alzai lo sguardo. C’era il sole; c’erano le acque scintillanti della baia; c’era il vecchio Betteredge, che avanzava sempre più vicino a me. Guardai di nuovo le lettere. Il mio stesso nome. Chiaramente di fronte a me: il mio stesso nome.
«Se il tempo, la fatica e il denaro possono farcela, metterò la mano sul ladro che ha preso il Moonstone.» Avevo lasciato Londra con quelle parole sulle labbra. Avevo penetrato il segreto che le sabbie mobili avevano custodito da ogni altra creatura vivente. E, sull’inconfutabile prova della macchia di vernice, avevo scoperto Me Stesso come il Ladro.
CAPITOLO IV
Non ho una parola da dire sulle mie sensazioni.
La mia impressione è che lo shock subito abbia completamente sospeso il mio potere di pensare e sentire. Certamente non avrei potuto sapere cosa stessi facendo quando Betteredge mi raggiunse, poiché ho la sua autorità per dire che risi, quando mi chiese cosa fosse successo, e mettendogli la camicia da notte tra le mani, gli dissi di leggere l’enigma da solo.
Di ciò che fu detto tra noi sulla spiaggia, non ho il più pallido ricordo. Il primo posto in cui ora riesco a rivedermi chiaramente è la piantagione di abeti. Betteredge e io stiamo tornando insieme verso la casa; e Betteredge mi sta dicendo che sarò in grado di affrontarla, e lui sarà in grado di affrontarla, quando avremo bevuto un bicchiere di grog.
La scena si sposta dalla piantagione al salottino di Betteredge. La mia risoluzione di non entrare in casa di Rachel è dimenticata. Sento con gratitudine la frescura, l’ombra e la quiete della stanza. Bevo il grog (un lusso perfettamente nuovo per me, a quell’ora del giorno), che il mio buon vecchio amico mescola con acqua ghiacciata del pozzo. In qualsiasi altra circostanza, la bevanda mi avrebbe semplicemente stordito. Così com’è, mi tende i nervi. Inizio ad «affrontarla», come Betteredge ha predetto. E Betteredge, dal canto suo, inizia ad «affrontarla» pure lui.
L’immagine che sto presentando di me stesso, sospetto, sarà considerata molto strana, per non dire altro. Messo in una situazione che può, credo, essere descritta come del tutto senza paralleli, qual è il primo procedimento a cui ricorro? Mi isolo da ogni società umana? Cerco di analizzare l’abominevole impossibilità che, tuttavia, mi si pone davanti come un fatto innegabile? Corro a Londra col primo treno per consultare le più alte autorità e avviare immediatamente un’inchiesta approfondita? No. Accetto il riparo di una casa che avevo giurato di non degradarmi mai più a frequentare; e mi siedo, a bere alcolici e acqua in compagnia di un vecchio servitore, alle dieci del mattino. È questa la condotta che ci si sarebbe potuti aspettare da un uomo messo nella mia orribile posizione? Posso solo rispondere che la vista del volto familiare del vecchio Betteredge è stata per me un conforto indicibile, e che bere il grog del vecchio Betteredge mi ha aiutato, come credo nient’altro avrebbe potuto aiutarmi, nello stato di completa prostrazione fisica e mentale in cui ero caduto. Posso solo offrire questa scusa per me stesso; e posso solo ammirare quell’invariabile preservazione della dignità e quella rigorosa coerenza logica di condotta che distinguono ogni uomo e ogni donna che leggerà queste righe, in ogni emergenza della loro vita, dalla culla alla tomba.
«Ora, signor Franklin, c’è una cosa certa, in ogni caso,» disse Betteredge, gettando la camicia da notte sul tavolo tra noi e indicandola come se fosse una creatura vivente in grado di sentirlo. «È un bugiardo, per cominciare.»
Questa visione confortante della questione non era la visione che si presentava alla mia mente.
«Sono innocente di ogni conoscenza di aver preso il Diamante quanto lo è lei,» dissi. «Ma ecco il testimone contro di me! La vernice sulla camicia da notte e il nome sulla camicia da notte sono fatti.»
Betteredge sollevò il mio bicchiere e lo mise in modo persuasivo nella mia mano.
«Fatti?» ripeté. «Prenda un altro goccio di grog, signor Franklin, e supererà la debolezza di credere nei fatti! Gioco sporco, signore!» continuò, abbassando la voce in confidenza. «È così che leggo l’enigma. Gioco sporco da qualche parte — e lei e io dobbiamo scoprirlo. Non c’era nient’altro nella scatola di latta, quando ci ha infilato la mano?»
La domanda mi ricordò istantaneamente la lettera in tasca. La tirai fuori e l’aprii. Era una lettera di molte pagine, scritta fittamente. Cercai con impazienza la firma alla fine. «Rosanna Spearman.»
Mentre leggevo il nome, un ricordo improvviso illuminò la mia mente e un sospetto improvviso sorse dalla nuova luce.
«Fermi!» esclamai. «Rosanna Spearman venne da mia zia da un riformatorio? Rosanna Spearman era stata una ladra?»
«Non c’è da negarlo, signor Franklin. Cosa importa ora, se le va?»
«Cosa importa ora? Come facciamo a sapere che non abbia rubato lei il Diamante, dopotutto? Come facciamo a sapere che non abbia sporcato apposta la mia camicia da notte con la vernice?»
Betteredge pose la mano sul mio braccio e mi fermò prima che potessi dire altro.
«Sarà scagionato da tutto questo, signor Franklin, senza alcun dubbio. Ma spero che non sarà scagionato in quel modo. Veda cosa dice la lettera, signore. Per giustizia verso la memoria della ragazza, veda cosa dice.»
Sentii la serietà con cui parlava, la sentii come un rimprovero amichevole verso di me. «Si farà il suo giudizio sulla sua lettera,» dissi. «La leggerò ad alta voce.»
Iniziai, e lessi queste righe:
«Signore, ho qualcosa da confessarle. Una confessione che significa molta miseria può talvolta essere fatta in poche parole. Questa confessione può essere fatta in tre parole. Io vi amo.»
La lettera cadde dalla mia mano. Guardai Betteredge. «In nome del Cielo,» dissi, «cosa significa?»
Sembrò ritrarsi dal rispondere alla domanda.
«Lei e Limping Lucy eravate soli insieme stamattina, signore,» disse. «Non ha detto nulla di Rosanna Spearman?»
«Non ha nemmeno menzionato il nome di Rosanna Spearman.»
«La prego di tornare alla lettera, signor Franklin. Le dico chiaramente che non ho il cuore di rattristarla, dopo quello che ha già dovuto sopportare. Lasci che parli lei stessa, signore. E vada avanti col suo grog. Per il suo bene, vada avanti col suo grog.»
Ripresi la lettura della lettera.
«Sarebbe molto vergognoso per me dirvi questo, se fossi una donna viva quando lo leggerete. Sarò morta e sepolta, signore, quando troverete la mia lettera. È questo che mi rende audace. Nemmeno la mia tomba rimarrà a parlare di me. Posso confessare la verità, con le sabbie mobili che aspettano di nascondermi quando le parole saranno scritte.
«Inoltre, troverete la vostra camicia da notte nel mio nascondiglio, con la macchia di vernice sopra; e vorrete sapere come sia finita a essere nascosta da me? E perché non vi ho detto nulla a riguardo finché ero in vita? Ho solo una ragione da dare. Ho fatto queste cose strane, perché vi amavo.
«Non vi annoierò molto su di me, o sulla mia vita, prima che arrivaste a casa della mia signora. Lady Verinder mi ha preso da un riformatorio. Ero andata al riformatorio dalla prigione. Fui messa in prigione perché ero una ladra. Ero una ladra perché mia madre andava per strada quando ero ancora una bambina. Mia madre andava per strada perché il gentiluomo che era mio padre l’aveva abbandonata. Non c’è bisogno di raccontare una storia così comune, per esteso. È raccontata abbastanza spesso sui giornali.
«Lady Verinder è stata molto gentile con me, e il signor Betteredge è stato molto gentile con me. Quei due, e la direttrice del riformatorio, sono le uniche brave persone che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. Avrei potuto farcela al mio posto, non felicemente, ma avrei potuto farcela, se non foste venuto in visita. Non vi incolpo, signore. È colpa mia, tutta colpa mia.
«Vi ricordate quando siete spuntato fuori tra le dune di sabbia, quella mattina, cercando il signor Betteredge? Eravate come un principe in una fiaba. Eravate come un amante in un sogno. Eravate la creatura umana più adorabile che avessi mai visto. Qualcosa che sembrava la vita felice che non avevo mai vissuto, è balzata in me nell’istante in cui ho posato gli occhi su di voi. Non ridete di questo, se potete farne a meno. Oh, se potessi solo farvi sentire quanto sia serio per me!
«Sono tornata a casa, ho scritto il vostro nome e il mio nella mia scatola da cucito e ho disegnato un vero nodo d’amore sotto di essi. Poi, qualche diavolo, no, dovrei dire qualche buon angelo, mi ha sussurrato: “Vai a guardarti allo specchio”. Lo specchio mi ha detto... non importa cosa. Ero troppo sciocca per accogliere l’avvertimento. Ho continuato a volervi sempre più bene, proprio come se fossi una dama del vostro rango sociale, e la creatura più bella su cui i vostri occhi si fossero mai posati. Ho provato, oh, Dio, quanto ho provato, a far sì che mi guardaste. Se aveste saputo come piangevo la notte per la miseria e l’umiliazione del fatto che non mi aveste mai notata, forse mi avreste compianta e mi avreste dato uno sguardo di tanto in tanto per cui vivere.
«Non sarebbe stato uno sguardo molto gentile, forse, se aveste saputo quanto odiassi la signorina Rachel. Credo di aver scoperto che eravate innamorato di lei, prima che lo sapeste voi stesso. Era solita darvi delle rose da portare all’occhiello. Ah, signor Franklin, avete portato le mie rose più spesso di quanto voi o lei pensaste! L’unico conforto che avevo a quel tempo era mettere segretamente la mia rosa nel vostro bicchiere d’acqua, al posto della sua, e poi gettare via la sua.
«Se lei fosse stata davvero carina come pensavate, avrei potuto sopportarlo meglio. No, credo che sarei stata ancora più dispettosa nei suoi confronti. Supponete di mettere la signorina Rachel in un abito da serva e di toglierle gli ornamenti? Non so quale sia l’utilità che io scriva in questo modo. Non si può negare che avesse una brutta figura; era troppo magra. Ma chi può dire cosa piaccia agli uomini? E le giovani signore possono comportarsi in un modo che costerebbe a una serva il suo posto. Non sono affari miei. Non posso aspettarmi che leggiate la mia lettera, se la scrivo in questo modo. Ma irrita sentire chiamare la signorina Rachel carina, quando si sa tutto il tempo che è il suo vestito a farlo, e la sua fiducia in se stessa.
«Cercate di non perdere la pazienza con me, signore. Andrò avanti il più velocemente possibile verso il momento che sicuramente vi interesserà, il momento in cui il Diamante fu perso.
«Ma c’è una cosa che ho in mente di dirvi prima.»
«La mia vita non era una vita molto difficile da sopportare, quando ero una ladra. Fu solo quando mi ebbero insegnato al riformatorio a sentire la mia stessa degradazione, e a cercare cose migliori, che i giorni divennero lunghi e stancanti. Pensieri sul futuro si imponevano ora su di me. Sentivo il terribile rimprovero che le persone oneste — persino le più gentili tra le persone oneste — rappresentavano per me di per sé. Una straziante sensazione di solitudine mi accompagnava, ovunque andassi, qualunque cosa facessi e chiunque incontrassi. Era mio dovere, lo so, cercare di andare d’accordo con i miei compagni di servizio nel mio nuovo posto. In qualche modo, non riuscivo a fare amicizia con loro. Sembravano (o almeno così pensavo io) come se sospettassero ciò che ero stata. Non mi pento, tutt’altro, di essere stata spronata a compiere lo sforzo di essere una donna riformata, ma davvero, davvero è stata una vita stancante. Voi eravate apparso nel suo corso come un raggio di sole, all’inizio, e poi anche voi mi avete abbandonata. Ero così folle da amarvi; e non riuscivo nemmeno ad attirare la vostra attenzione. C’era una grande miseria, c’era davvero una grande miseria in tutto ciò.
«Ora arrivo a ciò che volevo dirvi. In quei giorni di amarezza, andai due o tre volte, quando era il mio turno di uscire, nel mio posto preferito: la spiaggia sopra il Shivering Sand. E dicevo a me stessa: “Credo che finirà qui. Quando non potrò più sopportarlo, credo che finirà qui”. Capirete, signore, che quel luogo aveva esercitato una sorta di incantesimo su di me prima ancora che arrivaste voi. Avevo sempre avuto l’idea che mi sarebbe accaduto qualcosa alle sabbie mobili. Ma non l’avevo mai guardato pensando che fosse il mezzo per farla finita con me stessa, finché non giunse il tempo di cui sto scrivendo ora. Allora pensai davvero che quello fosse un luogo che avrebbe posto fine a tutti i miei tormenti in un momento o due, e mi avrebbe nascosta per sempre dopo di allora.
«Questo è tutto ciò che ho da dire su di me, contando dal mattino in cui vi vidi per la prima volta, al mattino in cui in casa fu dato l’allarme che il Diamante era perduto.
«Ero così irritata dai discorsi sciocchi tra le donne di servizio, tutte a chiedersi chi si dovesse sospettare per primo; ed ero così arrabbiata con voi (non conoscendo di meglio a quel tempo) per gli sforzi che facevate nel cercare il gioiello e nel mandare a chiamare la polizia, che rimasi il più possibile per conto mio, fino a più tardi nel corso della giornata, quando l’agente di Frizinghall arrivò a casa.
«Il signor Seegrave iniziò, come ricorderete, col mettere una guardia alle camere da letto delle donne; e le donne lo seguirono tutte di sopra, furibonde, per sapere cosa intendesse con l’insulto che aveva rivolto loro. Andai con le altre, perché se avessi fatto qualcosa di diverso dalle altre, il signor Seegrave era il tipo d’uomo che mi avrebbe sospettata immediatamente. Lo trovammo nella stanza della signorina Rachel. Ci disse che non voleva un gruppo di donne lì; indicò la macchia sulla porta dipinta, disse che erano state alcune delle nostre gonne a causare il danno, e ci rimandò tutte al piano di sotto.
«Dopo aver lasciato la stanza della signorina Rachel, mi fermai un momento su uno dei pianerottoli, da sola, per vedere se per caso avessi preso la macchia di vernice sul mio vestito. Penelope Betteredge (l’unica tra le donne con cui ero in rapporti amichevoli) passò e notò cosa stavo facendo.
«“Non hai bisogno di preoccuparti, Rosanna”, disse. “La vernice sulla porta della signorina Rachel è asciutta da ore. Se il signor Seegrave non avesse messo una guardia alle nostre camere da letto, avrei potuto dirglielo. Non so cosa tu ne pensi: non sono mai stata insultata così in vita mia!”
«Penelope era una ragazza dal temperamento focoso. La calmai e la riportai a ciò che aveva detto riguardo al fatto che la vernice sulla porta fosse asciutta da ore.
«“Come lo sai?” chiesi.
«“Ero con la signorina Rachel e il signor Franklin, per tutta la mattina di ieri”, disse Penelope, “a mescolare i colori mentre finivano la porta. Ho sentito la signorina Rachel chiedere se la porta sarebbe stata asciutta quella sera, in tempo per gli ospiti del compleanno. E il signor Franklin ha scosso la testa, dicendo che non sarebbe stata asciutta in meno di dodici ore. Era passato molto tempo dall’ora di pranzo, erano le tre quando hanno finito. Cosa dice la tua aritmetica, Rosanna? La mia dice che la porta era asciutta alle tre di stamattina.”
«“Qualcuna delle signore è andata di sopra ieri sera a vederla?” chiesi. “Mi è sembrato di sentire la signorina Rachel avvertirle di stare lontane dalla porta.”
«“Nessuna delle signore ha fatto la macchia”, rispose Penelope. “Ho lasciato la signorina Rachel a letto alle dodici di ieri notte. E ho notato la porta, e non c’era nulla che non andasse allora.”
«“Non dovresti menzionare questa cosa al signor Seegrave, Penelope?”
«“Non direi una parola per aiutare il signor Seegrave per tutto l’oro del mondo!”
«Lei andò al suo lavoro, e io al mio.
«Il mio lavoro, signore, era rifare il vostro letto e mettere in ordine la vostra stanza. Era l’ora più felice che avessi in tutta la giornata. Ero solita baciare il cuscino su cui la vostra testa era rimasta a riposare tutta la notte. Non importa chi l’abbia fatto da allora, non avete mai avuto i vestiti piegati bene come li piegavo io per voi. Di tutti i ninnoli nella vostra trousse, non ce n’era uno che avesse anche solo un granello di polvere. Voi non l’avete mai notato, così come non avete notato me. Chiedo scusa; sto dimenticando me stessa. Mi affretterò e andrò avanti.
«Bene, entrai quella mattina per fare il mio lavoro nella vostra stanza. C’era la vostra camicia da notte gettata sul letto, proprio come l’avevate tolta. La presi per piegarla, e vidi la macchia di vernice della porta della signorina Rachel!
«Fui così sorpresa dalla scoperta che corsi fuori con la camicia da notte in mano, mi diressi verso le scale di servizio e mi chiusi nella mia stanza, per guardarla in un posto dove nessuno potesse intromettersi e interrompermi.
«Non appena ripresi fiato, mi tornò in mente la conversazione con Penelope e dissi a me stessa: “Ecco la prova che lui era nel salotto della signorina Rachel tra le dodici di ieri notte e le tre di stamattina!”
«Non vi dirò con parole piane quale fu il primo sospetto che mi attraversò la mente, quando feci quella scoperta. Vi arrabbiereste solo, e, se foste arrabbiato, potreste strappare la mia lettera e non leggerne più nulla.
«Vi basti, se volete, dire solo questo. Dopo averci pensato su al meglio delle mie capacità, dedussi che la cosa non era probabile, per una ragione che vi dirò. Se foste stato nel salotto della signorina Rachel, a quell’ora della notte, a conoscenza della signorina Rachel (e se foste stato così sciocco da dimenticare di fare attenzione alla porta umida) lei ve lo avrebbe ricordato; non vi avrebbe mai lasciato portare via una tale testimone contro di lei, come la testimone che stavo guardando ora! Allo stesso tempo, ammetto che non ero completamente certa nella mia mente di aver dimostrato che il mio sospetto fosse sbagliato. Non avrete dimenticato che ho ammesso di odiare la signorina Rachel. Cercate di pensare, se potete, che c’era un po’ di quell’odio in tutto questo. Finì con la mia determinazione di tenere la camicia da notte, di aspettare, di osservare e vedere che uso avrei potuto farne. A quel tempo, vi prego di ricordare, non mi passò per l’anticamera del cervello l’idea che foste stato voi a rubare il Diamante.»
Qui, interruppi la lettura della lettera per la seconda volta.
Avevo letto quelle parti della confessione della povera donna che riguardavano me, con sincero stupore e, posso onestamente aggiungere, con sincero turbamento. Avevo rimpianto, profondamente rimpianto, l’illazione che avevo sconsideratamente lanciato sulla sua memoria, prima di aver visto una riga della sua lettera. Ma quando fui arrivato al passaggio citato sopra, ammetto di aver sentito la mia mente farsi sempre più amara nei confronti di Rosanna Spearman man mano che procedevo. «Leggete il resto per conto vostro», dissi, porgendo la lettera a Betteredge attraverso il tavolo. «Se c’è qualcosa che devo vedere, potete dirmelo mentre andate avanti.»
«Vi capisco, signor Franklin», rispose. «È naturale, signore, da parte vostra. E, che Dio ci aiuti tutti!» aggiunse, con un tono più basso, «non è meno naturale da parte sua.»
Procedo a copiare il seguito della lettera dall’originale, in mio possesso:
«Avendo deciso di tenere la camicia da notte e di vedere che uso il mio amore, o la mia vendetta (a stento so quale dei due) avrebbero potuto farne in futuro, la cosa successiva da scoprire era come tenerla senza il rischio di essere scoperta.
«C’era solo un modo: farne un’altra esattamente uguale, prima che arrivasse sabato e portasse la lavandaia con il suo inventario in casa.
«Ero spaventata all’idea di rimandare al giorno dopo (il venerdì); nel dubbio che potesse accadere qualche incidente nell’intervallo. Decisi di fare la nuova camicia da notte quello stesso giorno (il giovedì), mentre potevo contare, se avessi giocato bene le mie carte, di avere il tempo tutto per me. La prima cosa da fare (dopo aver chiuso a chiave la vostra camicia da notte nel mio cassetto) era tornare nella vostra camera da letto, non tanto per metterla in ordine (Penelope l’avrebbe fatto per me, se glielo avessi chiesto) quanto per scoprire se aveste rimosso parte della macchia di vernice dalla vostra camicia da notte, sul letto o su qualche mobile della stanza.
«Esaminai tutto attentamente, e alla fine trovai alcune strisciate di vernice all’interno della vostra vestaglia: non la vestaglia di lino che indossavate solitamente in quella stagione estiva, ma una vestaglia di flanella che avevate con voi. Suppongo che sentiste freddo dopo aver camminato avanti e indietro solo con la vostra camicia da notte, e indossaste la cosa più calda che riusciste a trovare. Ad ogni modo, c’erano le macchie, appena visibili, all’interno della vestaglia. Mi liberai facilmente di queste raschiando via il tessuto della flanella. Fatto questo, l’unica prova rimasta contro di voi era la prova chiusa nel mio cassetto.
«Avevo appena finito la vostra stanza quando fui mandata a chiamare per essere interrogata dal signor Seegrave, insieme al resto della servitù. Poi venne l’esame di tutte le nostre scatole. E poi seguì l’evento più straordinario della giornata, per me, da quando avevo trovato la vernice sulla vostra camicia da notte. Questo evento scaturì dal secondo interrogatorio di Penelope Betteredge da parte del sovrintendente Seegrave.
«Penelope tornò da noi fuori di sé dalla rabbia per il modo in cui il signor Seegrave l’aveva trattata. Aveva lasciato intendere, senza possibilità di errore, che sospettava lei di essere la ladra. Eravamo tutte ugualmente stupite nel sentire ciò, e chiedemmo tutte: perché?
«“Perché il Diamante era nel salotto della signorina Rachel”, rispose Penelope. “E perché io sono stata l’ultima persona nel salotto di notte!”
«Quasi prima che le parole le fossero uscite dalle labbra, ricordai che un’altra persona era stata nel salotto più tardi di Penelope. Quella persona eravate voi. La testa mi girava e i miei pensieri erano in una terribile confusione. In mezzo a tutto ciò, qualcosa nella mia mente mi sussurrava che la macchia sulla vostra camicia da notte potesse avere un significato del tutto diverso da quello che le avevo dato fino a quel momento. “Se l’ultima persona che è stata nella stanza è quella da sospettare”, pensai tra me e me, “il ladro non è Penelope, ma il signor Franklin Blake!”
«Nel caso di qualsiasi altro gentiluomo, credo che mi sarei vergognata di sospettarlo di furto, quasi non appena il sospetto mi fosse passato per la mente.
«Ma il solo pensiero che vi foste abbassato al mio livello, e che io, impossessandomi della vostra camicia da notte, mi fossi anche impossessata dei mezzi per proteggervi dallo scoprire ed essere disonorato a vita — dico, signore, il solo pensiero di questo sembrava aprire una tale possibilità davanti a me di guadagnarmi la vostra benevolenza, che passai bendata, si potrebbe dire, dal sospettare al credere. Decisi, su due piedi, che vi eravate mostrato il più attivo di chiunque altro nel chiamare la polizia, come specchietto per le allodole per ingannarci tutti; e che la mano che aveva preso il gioiello della signorina Rachel non avrebbe potuto in alcun modo essere una mano diversa dalla vostra.
«L’eccitazione di questa mia nuova scoperta deve, penso, avermi fatto perdere la testa per un po’. Provavo un’avidità divorante di vedervi, di mettervi alla prova con una o due parole sul Diamante, e di farvi guardare verso di me, e parlarmi, in quel modo, che mi sistemai i capelli, mi feci bella il più possibile e venni coraggiosamente da voi in biblioteca, dove sapevo che stavate scrivendo.
«Avevate lasciato uno dei vostri anelli di sopra, il che costituiva una scusa per la mia intrusione buona quanto avrei potuto desiderare. Ma, oh, signore! Se avete mai amato, capirete come mai tutto il mio coraggio si sia raffreddato quando entrai nella stanza e mi trovai in vostra presenza. E poi, voi guardaste verso di me così freddamente, e mi ringraziaste per aver trovato il vostro anello in modo così indifferente, che le mie ginocchia tremarono sotto di me, e mi sentii come se dovessi cadere a terra ai vostri piedi. Quando mi ringraziaste, tornaste a guardare, se ricordate, la vostra scrittura. Ero così mortificata dall’essere trattata in questo modo, che mi feci coraggio abbastanza da parlare. Dissi: “È una cosa strana questa del Diamante, signore”. E voi guardaste di nuovo in alto, e diceste: “Sì, lo è!”. Parlaste gentilmente (non posso negarlo); ma ancora mantenevate una distanza, una distanza crudele tra noi. Credendo, come facevo, che aveste nascosto il Diamante perduto addosso a voi, mentre parlavate, la vostra freddezza mi provocò a tal punto che presi coraggio abbastanza, nel calore del momento, da darvi un suggerimento. Dissi: “Non troveranno mai il Diamante, signore, vero? No! Né la persona che l’ha preso, rispondo di questo”. Annuì e vi sorrisi, come per dire: “Lo so!”. Questa volta, guardaste verso di me con qualcosa di simile all’interesse nei vostri occhi; e sentii che qualche parola in più da parte vostra e mia avrebbe potuto far emergere la verità. Proprio in quel momento, il signor Betteredge rovinò tutto venendo alla porta. Conoscevo il suo passo, e sapevo anche che era contro le sue regole che io fossi in biblioteca a quell’ora del giorno, per non parlare del fatto di esserci insieme a voi. Ebbi solo il tempo di uscire di mia spontanea volontà, prima che lui potesse entrare e dirmi di andare. Ero arrabbiata e delusa; ma non ero del tutto senza speranza, nonostante ciò. Il ghiaccio, vedete, era rotto tra noi, e pensai che mi sarei assicurata, alla prossima occasione, che il signor Betteredge fosse fuori dai piedi.
«Quando tornai nella sala della servitù, suonava la campanella per il nostro pranzo. Il pomeriggio già! E i materiali per fare la nuova camicia da notte dovevano ancora essere presi! C’era solo una possibilità di ottenerli. Finsi di essere malata a pranzo; e così mi assicurai tutto l’intervallo da allora fino all’ora del tè per il mio uso.
«Cosa stavo facendo, mentre la casa credeva che fossi sdraiata nella mia stanza; e come passai la notte, dopo aver finto di nuovo di essere malata all’ora del tè, ed essere stata mandata a letto, non c’è bisogno di dirvelo. Il sergente Cuff scoprì molto di tutto ciò, se non scoprì nient’altro. E posso indovinare come. Fui individuata (sebbene tenessi il velo abbassato) nel negozio di tessuti a Frizinghall. C’era uno specchio davanti a me, al bancone dove stavo comprando la tela di cotone; e, in quello specchio, vidi uno dei commessi indicare la mia spalla e sussurrare a un altro. Di notte di nuovo, quando ero segretamente al lavoro, chiusa nella mia stanza, sentivo il respiro delle donne di servizio che mi sospettavano, fuori dalla mia porta.
«Non importava allora; non importa ora. Il venerdì mattina, ore prima che il sergente Cuff entrasse in casa, c’era la nuova camicia da notte, a completare il vostro numero al posto della camicia da notte che avevo preso, fatta, strizzata, asciugata, stirata, contrassegnata e piegata come la lavandaia piegava tutte le altre, al sicuro nel vostro cassetto. Non c’era timore (se la biancheria in casa fosse stata esaminata) che la novità della camicia da notte mi tradisse. Tutta la vostra biancheria era stata rinnovata, quando veniste a casa nostra, suppongo al vostro ritorno a casa da paesi stranieri.
«La cosa successiva fu l’arrivo del sergente Cuff; e la successiva grande sorpresa fu l’annuncio di ciò che pensava riguardo alla macchia sulla porta.
«Avevo creduto che foste colpevole (come ho ammesso), più perché volevo che lo foste che per qualsiasi altra ragione. E ora, il sergente era giunto per una strada del tutto diversa alla stessa conclusione (riguardo alla camicia da notte) della mia! E io avevo il vestito che era l’unica prova contro di voi! E nessuna creatura vivente lo sapeva, voi incluso! Ho paura di dirvi come mi sono sentita quando ho ricordato queste cose; odiereste la mia memoria per sempre dopo di allora.»
A quel punto, Betteredge alzò lo sguardo dalla lettera.
«Non un barlume di luce finora, signor Franklin», disse il vecchio, togliendosi i pesanti occhiali di tartaruga e spingendo la confessione di Rosanna Spearman un po’ lontano da sé. «Siete giunto a qualche conclusione, signore, nella vostra mente, mentre stavo leggendo?»
«Finite prima la lettera, Betteredge; potrebbe esserci qualcosa a illuminarci alla fine. Avrò una o due parole da dirvi dopo.»
«Molto bene, signore. Riposerò solo gli occhi, e poi andrò avanti. Nel frattempo, signor Franklin, non voglio mettervi fretta, ma vi dispiacerebbe dirmi, in una parola, se vedete una via d’uscita da questo terribile pasticcio?»
«Vedo la mia strada per tornare a Londra», dissi, «per consultare il signor Bruff. Se lui non può aiutarmi...»
«Sì, signore?»
«E se il sergente non vuole lasciare il suo ritiro a Dorking...»
«Non lo farà, signor Franklin!»
«Allora, Betteredge, per quanto ne so ora, sono alla fine delle mie risorse. Dopo il signor Bruff e il sergente, non conosco una creatura vivente che possa essermi della minima utilità.»
Mentre le parole mi uscivano dalle labbra, qualcuno fuori bussò alla porta della stanza.
Betteredge sembrò sorpreso oltre che infastidito dall’interruzione.
«Avanti», gridò, irritato, «chiunque siate!»
La porta si aprì e, silenziosamente, entrò da noi l'uomo dall'aspetto più straordinario che avessi mai visto. A giudicare dalla figura e dai movimenti, era ancora giovane. A giudicare dal viso, e confrontandolo con Betteredge, sembrava il più anziano dei due. Il suo incarnato era di una cupezza zingaresca; le guance scarnificate erano rientrate in profondi incavi, sui quali l'osso sporgeva come una tettoia. Il naso presentava quella fine forma e modellatura così spesso riscontrabili tra gli antichi popoli d'Oriente, e così raramente visibili tra le nuove razze d'Occidente. La fronte si innalzava alta e dritta sopra le sopracciglia. I segni e le rughe erano innumerevoli. Da questo volto strano, occhi ancora più strani, di un marrone dolcissimo — occhi sognanti e malinconici, profondamente infossati nelle orbite — ti guardavano e (nel mio caso, almeno) catturavano la tua attenzione a loro piacimento. Si aggiunga a ciò una quantità di capelli folti e strettamente ricci che, per un capriccio della Natura, avevano perso il colore nel modo più sorprendente, parziale e bizzarro. Sulla sommità del capo erano ancora del nero profondo che era il loro colore naturale. Attorno ai lati della testa — senza la minima gradazione di grigio a spezzare la forza dello straordinario contrasto — erano diventati completamente bianchi. La linea tra i due colori non manteneva alcun tipo di regolarità. In un punto, il bianco correva dentro il nero; in un altro, il nero correva dentro il bianco. Guardai l'uomo con una curiosità che, mi vergogno a dirlo, trovai del tutto impossibile controllare. I suoi dolci occhi marroni mi ricambiarono lo sguardo con gentilezza; e rispose alla mia involontaria scortesia di fissarlo con una scusa che sapevo di non meritare.
«Chiedo scusa», disse. «Non avevo idea che il signor Betteredge fosse occupato.» Prese un foglietto dalla tasca e lo porse a Betteredge. «La lista per la prossima settimana», disse. I suoi occhi si posarono ancora un istante su di me e lasciò la stanza con la stessa discrezione con cui era entrato.
«Chi è?», chiesi.
«L'assistente del signor Candy», disse Betteredge. «A proposito, signor Franklin, le dispiacerà sapere che il piccolo dottore non si è mai ripreso da quella malattia che ha preso tornando dalla cena di compleanno. È abbastanza in salute, ma ha perso la memoria durante la febbre e da allora non ne ha recuperato che un relitto. Tutto il lavoro ricade sul suo assistente. Non molto, ormai, se non tra i poveri. Non possono farci niente, sa. Devono accontentarsi dell'uomo dai capelli pezzati e dall'incarnato zingaresco, o non avrebbero affatto cure mediche.»
«Non sembra piacerle, Betteredge?»
«Non piace a nessuno, signore.»
«Perché è così impopolare?»
«Beh, signor Franklin, tanto per cominciare, il suo aspetto è contro di lui. E poi c'è la storia che il signor Candy lo ha preso con una reputazione molto dubbia. Nessuno sa chi sia, e non ha un amico in tutto il posto. Come si può pretendere che piaccia a qualcuno, dopo tutto questo?»
«Del tutto impossibile, naturalmente! Posso chiederle cosa volesse da lei, quando le ha dato quel pezzo di carta?»
«Solo portarmi la lista settimanale dei malati qui intorno, signore, che hanno bisogno di un po' di vino. La mia signora faceva sempre una distribuzione regolare di buon porto e sherry tra i poveri infermi; e la signorina Rachel desidera che l'usanza venga mantenuta. I tempi sono cambiati! I tempi sono cambiati! Ricordo quando era il signor Candy in persona a portare la lista alla mia padrona. Ora è l'assistente del signor Candy a portarla a me. Continuerò con la lettera, se me lo permette, signore», disse Betteredge, riprendendo in mano la confessione di Rosanna Spearman. «Non è una lettura allegra, lo ammetto. Ma, ecco! Mi impedisce di diventare acido a forza di pensare al passato.» Si mise gli occhiali e scosse la testa con tristezza. «C'è un fondo di buon senso, signor Franklin, nel nostro modo di trattare le madri quando ci mettono al mondo per la prima volta. Siamo tutti più o meno riluttanti a essere messi al mondo. E abbiamo tutti ragione.»
L'assistente del signor Candy aveva prodotto su di me un'impressione troppo forte per essere immediatamente scacciata dai miei pensieri. Tralasciai l'ultima inoppugnabile espressione della filosofia di Betteredge e tornai sull'argomento dell'uomo dai capelli pezzati.
«Come si chiama?», chiesi.
«Un nome brutto quanto basta», rispose Betteredge bruscamente. «Ezra Jennings.»
CAPITOLO V
Dopo avermi detto il nome dell'assistente del signor Candy, Betteredge sembrò pensare che avessimo sprecato abbastanza tempo su un argomento insignificante. Riprese la lettura della lettera di Rosanna Spearman.
Da parte mia, mi sedetti alla finestra, aspettando che avesse finito. Poco a poco, l'impressione prodotta su di me da Ezra Jennings — sembrava del tutto inspiegabile, in una situazione come la mia, che un essere umano potesse aver prodotto su di me una qualsiasi impressione! — svanì dalla mia mente. I miei pensieri fluirono di nuovo nel loro canale precedente. Ancora una volta, mi sforzai di guardare risolutamente in faccia la mia incredibile posizione. Ancora una volta, passai in rassegna nella mia mente il percorso che avevo finalmente trovato la calma necessaria per pianificare per il futuro.
Tornare a Londra quel giorno; sottoporre l'intero caso al signor Bruff; e, ultimo e più importante, ottenere (non importa con quali mezzi o a quale sacrificio) un colloquio personale con Rachel: questo era il mio piano d'azione, per quanto fossi capace di formarlo in quel momento. C'era ancora più di un'ora prima della partenza del treno. E c'era la remota possibilità che Betteredge potesse scoprire qualcosa nella parte non letta della lettera di Rosanna Spearman, che potesse essermi utile sapere prima di lasciare la casa in cui era andato perduto il Diamante. Per quella possibilità stavo ora aspettando.
La lettera terminava in questi termini:
«Non ha bisogno di essere arrabbiato, signor Franklin, anche se ho provato un piccolo trionfo nel sapere di tenere tutte le sue prospettive di vita nelle mie mani. Ansie e paure tornarono presto da me. Con il punto di vista del sergente Cuff sulla perdita del Diamante, sarebbe sicuramente finito a esaminare la nostra biancheria e i nostri vestiti. Non c'era posto nella mia stanza — non c'era posto in casa — che potessi sentire al sicuro da lui. Come nascondere la camicia da notte in modo che nemmeno il sergente potesse trovarla? E come farlo senza perdere un solo momento di tempo prezioso? — queste non erano domande facili a cui rispondere. Le mie incertezze finirono col farmi prendere una via che potrebbe farla ridere. Mi spogliai e indossai la camicia da notte. Lei l'aveva indossata — e io ho avuto un altro piccolo momento di piacere nell'indossarla dopo di lei.
«La notizia successiva che giunse a noi nella sala della servitù mostrò che non mi ero assicurata della camicia da notte un momento troppo presto. Il sergente Cuff voleva vedere il registro del bucato.
«Lo trovai e glielo portai nel salotto della mia signora. Il sergente ed io ci eravamo incrociati più di una volta in passato. Ero certa che mi avrebbe riconosciuta di nuovo — e non ero certa di cosa avrebbe potuto fare quando mi avesse trovata impiegata come domestica in una casa in cui era stato perso un gioiello prezioso. In questa suspense, sentii che sarebbe stato un sollievo per me che l'incontro tra noi avvenisse e sapere subito il peggio.
«Mi guardò come se fossi un'estranea quando gli porsi il registro del bucato; e fu molto specificamente gentile nel ringraziarmi per averglielo portato. Pensai che fossero entrambi cattivi segni. Non c'era modo di sapere cosa potesse dire di me alle mie spalle; non c'era modo di sapere quanto presto avrei potuto trovarmi arrestata in custodia per sospetto, e perquisita. Era allora il momento del suo ritorno dal congedare il signor Godfrey Ablewhite alla ferrovia; e andai nella sua passeggiata preferita nel boschetto, per tentare un'altra possibilità di parlarle — l'ultima possibilità, per quanto ne sapevo, che avrei potuto avere.
«Lei non apparve mai; e, cosa ancora peggiore, il signor Betteredge e il sergente Cuff passarono davanti al luogo in cui mi nascondevo — e il sergente mi vide.
«Non ebbi altra scelta, dopo di ciò, che tornare al mio posto e al mio lavoro, prima che mi capitassero altri disastri. Proprio mentre stavo per attraversare il sentiero, lei tornò dalla ferrovia. Si stava dirigendo dritto verso il boschetto, quando mi vide — sono certa, signore, che mi ha vista — e si voltò come se avessi avuto la peste, ed entrò in casa.*
* NOTA; di Franklin Blake. — La scrivente è del tutto in errore, povera creatura. Non l'ho mai notata. La mia intenzione era certamente quella di fare un giro nel boschetto. Ma, ricordando nello stesso momento che mia zia avrebbe potuto desiderare di vedermi, dopo il mio ritorno dalla ferrovia, cambiai idea ed entrai in casa.
«Tornai al meglio in casa, rientrando dall'ingresso della servitù. Non c'era nessuno nella lavanderia in quel momento; e mi sedetti lì da sola. Le ho già raccontato i pensieri che la Sabbia Tremante mi ha messo in testa. Quei pensieri mi tornarono ora. Mi chiedevo tra me e me cosa sarebbe stato più difficile fare, se le cose fossero andate avanti in questo modo — sopportare l'indifferenza del signor Franklin Blake verso di me, o saltare nelle sabbie mobili e farla finita per sempre in quel modo?
«È inutile chiedermi di giustificare la mia condotta, in questo momento. Ci provo — e non riesco a capirlo nemmeno io.
«Perché non l'ho fermata, quando mi ha evitata in quel modo crudele? Perché non ho gridato: "Signor Franklin, ho qualcosa da dirle; riguarda lei, e deve, e dovrà, ascoltarlo"? Lei era alla mia mercé — avevo il coltello dalla parte del manico, come si dice. E meglio ancora, avevo i mezzi (se solo avessi potuto farle avere fiducia in me) per esserle utile in futuro. Naturalmente, non ho mai supposto che lei — un gentiluomo — avesse rubato il Diamante per il semplice piacere di rubarlo. No. Penelope aveva sentito la signorina Rachel, ed io avevo sentito il signor Betteredge, parlare della sua stravaganza e dei suoi debiti. Per me era chiaro che lei aveva preso il Diamante per venderlo, o impegnarlo, e così ottenere il denaro di cui aveva bisogno. Beh! Avrei potuto parlarle di un uomo a Londra che avrebbe anticipato una bella somma sul gioiello, e che non avrebbe fatto domande imbarazzanti al riguardo.
«Perché non le ho parlato! Perché non le ho parlato!
«Mi chiedo se i rischi e le difficoltà di tenere la camicia da notte fossero quanto potessi gestire, senza che altre difficoltà si aggiungessero a essi? Questo avrebbe potuto essere il caso di alcune donne — ma come poteva essere il mio caso? Nei giorni in cui ero una ladra, avevo corso rischi cinquanta volte maggiori, e avevo trovato la via d'uscita da difficoltà di cui questa era solo un gioco da ragazzi. Ero stata istruita, si potrebbe dire, alle frodi e agli inganni — alcuni dei quali su scala così grande, e gestiti così abilmente, da diventare famosi e apparire sui giornali. Era probabile che una cosuccia come tenere la camicia da notte potesse pesare sul mio spirito, e farmi sprofondare il cuore, nel momento in cui avrei dovuto parlarle? Che assurdità fare questa domanda! La cosa non poteva essere.
«Che utilità c'è nel soffermarmi in questo modo sulla mia follia? La nuda verità è abbastanza chiara, sicuramente? Alle sue spalle, l'amavo con tutto il cuore e l'anima. Di fronte a lei — non si può negare — avevo paura di lei; paura di farla arrabbiare con me; paura di cosa avrebbe potuto dirmi (anche se aveva preso il Diamante) se avessi osato dirle che l'avevo scoperto. Mi ero avvicinata quanto avevo osato quando le ho parlato in biblioteca. Lei non mi aveva voltato le spalle allora. Non era scappato da me come se avessi avuto la peste. Ho cercato di provocarmi per sentirmi arrabbiata con lei, e risvegliare il mio coraggio in quel modo. No! Non potevo sentire altro che la miseria e l'umiliazione. "Sei una ragazza semplice; hai una spalla storta; sei solo una domestica — che intendi fare cercando di parlare con Me?" Lei non ha mai pronunciato una parola di ciò, signor Franklin; ma me l'ha detto tutto, comunque! Si può spiegare una tale follia? No. Non c'è nulla da fare se non confessarla e lasciar correre.
«Le chiedo perdono, ancora una volta, per questo vagare della mia penna. Non c'è pericolo che riaccada. Sono vicina alla fine ora.
«La prima persona che mi ha disturbato entrando nella stanza vuota è stata Penelope. Aveva scoperto il mio segreto da tempo, e aveva fatto del suo meglio per riportarmi in me — e l'ha fatto anche gentilmente.
«"Ah!", ha detto, "so perché sei seduta qui, a tormentarti, tutta sola. La cosa migliore che può accadere per il tuo vantaggio, Rosanna, sarà che la visita del signor Franklin qui giunga al termine. È mia convinzione che non passerà molto prima che lasci la casa."
«In tutti i miei pensieri su di lei non avevo mai pensato alla sua partenza. Non riuscivo a parlare a Penelope. Potevo solo guardarla.
«"Ho appena lasciato la signorina Rachel", ha continuato Penelope. "E ho avuto una gran fatica a sopportare il suo umore. Dice che la casa le è insopportabile con la polizia dentro; ed è determinata a parlare alla mia signora questa sera, e ad andare da sua zia Ablewhite domani. Se fa questo, il signor Franklin sarà il prossimo a trovare un motivo per andarsene, può contarci!"
«Recuperai l'uso della lingua a quel punto. "Intendi dire che il signor Franklin andrà con lei?", ho chiesto.
«"Solo troppo volentieri, se lei glielo permettesse; ma non lo farà. È stata fatta sentire il suo umore; è anche nelle sue liste nere — e questo dopo aver fatto tutto il possibile per aiutarla, poveretto! No! No! Se non si chiariscono prima di domani, vedrai la signorina Rachel andare da una parte, e il signor Franklin dall'altra. Dove possa rifugiarsi non so dirlo. Ma non resterà mai qui, Rosanna, dopo che la signorina Rachel ci avrà lasciati."
«Riuscii a dominare la disperazione che provavo alla prospettiva della sua partenza. A dire la verità, vidi un piccolo barlume di speranza per me stessa se c'era davvero un serio disaccordo tra la signorina Rachel e lei. "Sai", ho chiesto, "qual è il litigio tra loro?"
«"È tutto dalla parte della signorina Rachel", ha detto Penelope. "E, per quanto ne so, è solo l'umore della signorina Rachel, e nient'altro. Sono riluttante a rattristarti, Rosanna; ma non correre via con l'idea che il signor Franklin sia mai propenso a litigare con lei. Le è troppo affezionato per questo!"
«Aveva appena pronunciato quelle parole crudeli quando arrivò un richiamo da parte del signor Betteredge. Tutti i domestici interni dovevano riunirsi nell'atrio. E poi dovevamo entrare, uno a uno, ed essere interrogati nella stanza del signor Betteredge dal sergente Cuff.
«Venne il mio turno di entrare, dopo che la cameriera della signora e la prima cameriera erano state interrogate per prime. Le inchieste del sergente Cuff — sebbene le avesse avvolte molto astutamente — mi mostrarono presto che quelle due donne (le mie più amare nemiche in casa) avevano fatto le loro scoperte fuori dalla mia porta, il martedì pomeriggio, e ancora il giovedì notte. Avevano detto al sergente abbastanza da aprirgli gli occhi su una parte della verità. Credeva giustamente che io avessi fatto segretamente una nuova camicia da notte, ma credeva erroneamente che la camicia da notte macchiata di vernice fosse mia. Mi sentii soddisfatta di un'altra cosa, da ciò che disse, cosa che mi lasciava perplessa nel capire. Mi sospettava, naturalmente, di essere coinvolta nella sparizione del Diamante. Ma, allo stesso tempo, mi lasciò vedere — intenzionalmente, come pensai — che non mi considerava come la persona principalmente responsabile della perdita del gioiello. Sembrava pensare che avessi agito sotto la direzione di qualcun altro. Chi potesse essere quella persona, non potevo indovinarlo allora, e non posso indovinarlo ora.
«In questa incertezza, una cosa era chiara — che il sergente Cuff era lontano anni luce dal conoscere l'intera verità. Lei era al sicuro finché la camicia da notte era al sicuro — e non un momento di più.
«Dispero del tutto di farle capire l'angoscia e il terrore che mi opprimevano ora. Mi era impossibile rischiare di indossare ancora la sua camicia da notte. Avrei potuto trovarmi portata via, da un momento all'altro, al tribunale di Frizinghall, per essere accusata su sospetto, e perquisita di conseguenza. Mentre il sergente Cuff mi lasciava ancora libera, dovevo scegliere — e subito — tra distruggere la camicia da notte, o nasconderla in qualche posto sicuro, a una distanza sicura dalla casa.
«Se fossi stata solo un po' meno affezionata a lei, penso che l'avrei distrutta. Ma oh! Come potevo distruggere l'unica cosa che avevo che provava che l'avevo salvata dalla scoperta? Se fossimo arrivati a una spiegazione insieme, e se lei mi avesse sospettata di avere qualche cattivo motivo, e avesse negato tutto, come avrei potuto convincerla a fidarsi di me, se non avessi avuto la camicia da notte da mostrare? Era farle un torto credere, come ho fatto e faccio ancora, che lei potesse esitare a lasciare che una povera ragazza come me fosse partecipe del suo segreto, e sua complice nel furto che i suoi problemi di denaro l'avevano tentata di commettere? Pensi al suo comportamento freddo verso di me, signore, e a stento si meraviglierà della mia riluttanza a distruggere l'unica pretesa alla sua fiducia e alla sua gratitudine che era mia fortuna possedere.
«Decisi di nasconderla; e il posto che scelsi fu il posto che conoscevo meglio — la Sabbia Tremante.
«Non appena l'interrogatorio fu finito, trovai la prima scusa che mi venne in mente, e ottenni il permesso di uscire per una boccata d'aria fresca. Andai dritta a Cobb's Hole, al cottage del signor Yolland. Sua moglie e sua figlia erano le migliori amiche che avessi. Non pensi che le abbia rese partecipi del suo segreto — non ho dato fiducia a nessuno. Tutto ciò che volevo era scrivere questa lettera a lei, e avere un'opportunità sicura di togliermi la camicia da notte. Sospettata com'ero, non potevo fare nessuna di quelle cose con alcuna sicurezza, in casa.
«E ora ho quasi finito la mia lunga lettera, scrivendola da sola nella camera da letto di Lucy Yolland. Quando sarà finita, andrò di sotto con la camicia da notte arrotolata, e nascosta sotto il mio mantello. Troverò i mezzi di cui ho bisogno per mantenerla sicura e asciutta nel suo nascondiglio, tra il disordine delle vecchie cose nella cucina della signora Yolland. E poi andrò alla Sabbia Tremante — non abbia paura che lasci che le mie impronte mi tradiscano! — e nasconderò la camicia da notte giù nella sabbia, dove nessuna creatura vivente può trovarla senza essere prima resa partecipe del segreto da me stessa.
«E, quando ciò sarà fatto, che succede?»
«Allora, signor Franklin, avrò due ragioni per fare un altro tentativo di dirle le parole che non le ho ancora detto. Se lei se ne andrà dalla casa, come Penelope crede che farà, e se io non le avrò parlato prima di allora, perderò la mia occasione per sempre. Questa è una ragione. Poi, ancora, c’è la confortante consapevolezza — se il mio parlare dovesse farla arrabbiare — che ho tenuto pronta la camicia da notte per perorare la mia causa come nient’altro potrebbe fare. Questa è la mia altra ragione. Se queste due insieme non induriranno il mio cuore contro la freddezza che finora lo ha gelato (intendo la freddezza del suo modo di trattarmi), sarà la fine dei miei sforzi — e la fine della mia vita.
«Sì. Se perdo la mia prossima occasione — se lei sarà crudele come sempre, e se io la sentirò di nuovo come l’ho sentita finora — addio al mondo che mi ha negato la felicità che concede agli altri. Addio alla vita, che nient’altro che un po’ di gentilezza da parte sua potrà mai rendermi di nuovo piacevole. Non si incolpi, signore, se finisce in questo modo. Ma provi — provi davvero — a provare un po’ di doloroso perdono per me! Mi preoccuperò di farle scoprire cosa ho fatto per lei, quando non sarò più in grado di dirglielo io stessa. Dirà qualcosa di gentile su di me, allora — con lo stesso modo gentile che usa quando parla alla signorina Rachel? Se lo farà, e se esistono cose come i fantasmi, credo che il mio fantasma lo udirà, e tremerà al piacere che ne deriverà.
«È tempo che io smetta. Mi sto facendo piangere. Come farò a vedere la strada per il nascondiglio se lascio che queste lacrime inutili vengano a rendermi cieca?
«Inoltre, perché dovrei guardare al lato cupo? Perché non credere, finché posso, che alla fine andrà tutto bene? Potrei trovarla di buon umore stasera — o, se non altro, potrei riuscirci meglio domani mattina. Non migliorerò la mia faccia scialba tormentandomi, non è vero? Chi può dire che io non abbia riempito inutilmente tutte queste lunghe e stancanti pagine di carta? Andranno, per sicurezza (non importa ora per quale altra ragione), nel nascondiglio insieme alla camicia da notte. È stato un lavoro duro, durissimo, scrivere la mia lettera. Oh! Se solo finissimo per capirci a vicenda, quanto mi godrò lo strapparla!
«Resto, signore, la sua vera amante e umile serva,
«ROSANNA SPEARMAN.»
La lettura della lettera fu completata da Betteredge in silenzio. Dopo averla rimessa con cura nella busta, rimase a riflettere, con il capo chino e gli occhi rivolti al suolo.
«Betteredge,» dissi, «c’è qualche indizio che mi guidi alla fine della lettera?»
Lui alzò lo sguardo lentamente, con un pesante sospiro.
«Non c’è nulla che la guidi, signor Franklin,» rispose. «Se vuole il mio consiglio, terrà la lettera nella busta finché queste sue attuali ansie non saranno giunte al termine. La rattristerà dolorosamente, ogni volta che la leggerà. Non la legga ora.»
Riposi la lettera nel mio portafogli.
Uno sguardo ai capitoli sedicesimo e diciassettesimo della Narrazione di Betteredge mostrerà che c’era davvero un motivo per cui mi risparmiavo così, in un momento in cui la mia fortezza era già stata crudelmente messa alla prova. Per due volte, l’infelice donna aveva fatto il suo ultimo tentativo di parlarmi. E per due volte, era stata mia sfortuna (Dio sa quanto innocentemente!) respingere le avances che mi aveva fatto. Il venerdì sera, come descrive fedelmente Betteredge, mi aveva trovato solo al tavolo da biliardo. I suoi modi e il suo linguaggio suggerivano a me — e avrebbero suggerito a chiunque, in quelle circostanze — che stesse per confessare una colpevole conoscenza della scomparsa del Diamante. Per il suo stesso bene, avevo mostrato volutamente scarso interesse per ciò che stava per dire; per il suo stesso bene, avevo guardato di proposito le palle da biliardo, invece di guardare lei — e quale era stato il risultato? L’avevo mandata via da me, ferita al cuore! Di nuovo il sabato — nel giorno in cui doveva aver previsto, dopo ciò che Penelope le aveva detto, che la mia partenza era imminente — la stessa fatalità continuava a perseguitarci. Aveva tentato ancora una volta di incontrarmi nel viale degli arbusti, e mi aveva trovato lì in compagnia di Betteredge e del sergente Cuff. A portata di orecchio, il sergente, con il suo obiettivo subdolo in mente, aveva fatto appello al mio interesse per Rosanna Spearman. Di nuovo per il bene della povera creatura, avevo risposto all’agente di polizia con una netta smentita, e avevo dichiarato — dichiarato ad alta voce, in modo che potesse sentirmi anche lei — che non provavo «alcun interesse per Rosanna Spearman». A quelle parole, pensate unicamente per metterla in guardia dal cercare di guadagnarsi il mio orecchio privato, si era voltata e aveva lasciato il posto: avvertita del suo pericolo, come credevo allora; autodestinata alla distruzione, come so ora. Da quel punto, ho già tracciato la successione degli eventi che mi hanno condotto allo sbalorditivo ritrovamento alle sabbie mobili. Il resoconto è ora completo. Posso lasciare la miserabile storia di Rosanna Spearman — alla quale, anche a distanza di tempo, non posso tornare senza una fitta di dolore — a suggerire da sola tutto ciò che qui è volutamente lasciato inespresso. Posso passare dal suicidio alle Shivering Sand, con la sua strana e terribile influenza sulla mia attuale posizione e sulle mie prospettive future, a interessi che riguardano le persone vive di questa narrazione, e a eventi che stavano già spianando la mia strada per il lento e faticoso viaggio dall’oscurità alla luce.
CAPITOLO VI
Mi incamminai verso la stazione ferroviaria accompagnato, è inutile dirlo, da Gabriel Betteredge. Avevo la lettera in tasca e la camicia da notte accuratamente riposta in una piccola borsa — entrambe da sottoporre, prima di dormire quella notte, all’indagine del signor Bruff.
Lasciammo la casa in silenzio. Per la prima volta nella mia esperienza con lui, trovai il vecchio Betteredge in mia compagnia senza una parola da dirmi. Avendo qualcosa da dire da parte mia, iniziai la conversazione non appena fummo fuori dai cancelli della portineria.
«Prima di andare a Londra,» esordii, «ho due domande da farle. Riguardano me stesso, e credo che la sorprenderanno alquanto.»
«Se servono a far uscire dalla mia testa la lettera di quella povera creatura, signor Franklin, possono farmi qualsiasi altra cosa vogliano. Per favore, inizi pure a sorprendermi, signore, non appena può.»
«La mia prima domanda, Betteredge, è questa. Ero ubriaco la sera del compleanno di Rachel?»
«Lei ubriaco!» esclamò il vecchio. «Ma è il grande difetto del suo carattere, signor Franklin, che lei beve solo a cena, e non tocca mai una goccia di liquore dopo!»
«Ma il compleanno era un’occasione speciale. Potrei aver abbandonato le mie abitudini abituali, in quella sera più di ogni altra.»
Betteredge rifletté per un momento.
«Lei uscì dalle sue abitudini, signore,» disse. «E le dirò come. Sembrava terribilmente malato — e la persuademmo a prendere una goccia di brandy e acqua per tirarsi un po’ su.»
«Non sono abituato al brandy e acqua. È del tutto possibile——»
«Aspetti un po’, signor Franklin. Sapevo anche che non era abituato. Le versai mezzo bicchiere del nostro Cognac di cinquant’anni; e (vergogna per me!) affogai quel nobile liquore in quasi un bicchiere pieno di acqua fredda. Un bambino non si sarebbe ubriacato — tanto meno un uomo adulto!»
Sapevo di poter contare sulla sua memoria, in una questione di questo tipo. Era chiaramente impossibile che fossi stato intossicato. Passai alla seconda domanda.
«Prima che fossi mandato all’estero, Betteredge, lei mi ha visto molto quando ero ragazzo? Ora mi dica chiaramente, ricorda qualcosa di strano di me, dopo che ero andato a letto la sera? Mi ha mai scoperto a camminare nel sonno?»
Betteredge si fermò, mi guardò per un momento, annuì con la testa e riprese a camminare.
«Vedo dove vuole andare a parare ora, signor Franklin!» disse. «Sta cercando di spiegare come le sia finito il colore sulla camicia da notte, senza saperlo lei stesso. Non funzionerà, signore. È ancora lontano miglia dal raggiungere la verità. Camminare nel sonno? Non ha mai fatto una cosa simile in vita sua!»
Anche qui, sentii che Betteredge doveva avere ragione. Né in patria né all’estero la mia vita era mai stata del genere solitario. Se fossi stato un sonnambulo, ci sarebbero state centinaia e centinaia di persone che dovevano avermi scoperto, e che, nell’interesse della mia stessa sicurezza, mi avrebbero avvertito dell’abitudine e avrebbero preso precauzioni per limitarla.
Tuttavia, ammettendo tutto questo, mi aggrappai — con un’ostinazione che era sicuramente naturale e scusabile, date le circostanze — all’una o all’altra delle sole due spiegazioni che riuscivo a vedere e che giustificassero l’insopportabile posizione in cui mi trovavo allora. Osservando che non ero ancora soddisfatto, Betteredge fece astutamente riferimento ad alcuni eventi successivi nella storia della Moonstone; e disperse entrambe le mie teorie al vento, una volta per tutte.
«Proviamo in un altro modo, signore,» disse. «Mantenga la sua opinione, e veda fin dove la porterà verso la scoperta della verità. Se dobbiamo credere alla camicia da notte — cosa che io non faccio — lei non solo ha rimosso il colore dalla porta, senza saperlo, ma ha anche preso il Diamante senza saperlo. È corretto, fin qui?»
«Correttissimo. Continui.»
«Molto bene, signore. Diremo che era ubriaco, o che camminava nel sonno, quando ha preso il gioiello. Questo spiega la notte e la mattina dopo il compleanno. Ma come spiega quello che è successo da quel momento? Il Diamante è stato portato a Londra, da quel momento. Il Diamante è stato impegnato presso il signor Luker, da quel momento. Ha fatto anche queste due cose senza saperlo? Era ubriaco quando l’ho salutata sul calesse quel sabato sera? E ha camminato nel sonno fino dal signor Luker, quando il treno l’ha portata alla fine del suo viaggio? Mi scusi se lo dico, signor Franklin, ma questa faccenda l’ha sconvolta a tal punto che non è ancora in grado di giudicare da solo. Prima metterà la sua testa vicino a quella del signor Bruff, prima vedrà la via d’uscita dal vicolo cieco in cui si trova ora.»
Raggiungemmo la stazione con solo un minuto o due di anticipo.
Diedi frettolosamente a Betteredge il mio indirizzo a Londra, in modo che potesse scrivermi, se necessario; promettendo, da parte mia, di informarlo di qualsiasi notizia potessi comunicargli. Fatto questo, e proprio mentre lo stavo salutando, mi capitò di dare un’occhiata verso l’edicola dei giornali. C’era di nuovo lo straordinario assistente del signor Candy, che parlava con il gestore dell’edicola! I nostri sguardi si incontrarono nello stesso momento. Ezra Jennings si tolse il cappello davanti a me. Ricambiai il saluto e salii in una carrozza proprio mentre il treno partiva. Era un sollievo per la mia mente, suppongo, soffermarmi su qualsiasi argomento che apparisse, personalmente, di nessuna importanza per me. Ad ogni modo, iniziai il memorabile viaggio di ritorno che mi avrebbe portato dal signor Bruff, meravigliandomi — assurdamente, lo ammetto — di aver visto l’uomo dai capelli brizzolati due volte in un giorno!
L’ora in cui arrivai a Londra escluse ogni speranza di trovare il signor Bruff presso il suo ufficio. Andai dalla stazione alla sua residenza privata a Hampstead, e disturbai il vecchio avvocato che sonnecchiava da solo nella sua sala da pranzo, con il suo carlino preferito in grembo e la bottiglia di vino a portata di mano.
Descriverò al meglio l’effetto che la mia storia produsse sulla mente del signor Bruff raccontando le sue azioni quando l’ebbe ascoltata fino alla fine. Ordinò che venissero portate luci e tè forte nel suo studio; e mandò un messaggio alle signore della sua famiglia, proibendo loro di disturbarci con qualsiasi pretesto. Sbrigati questi preliminari, esaminò prima la camicia da notte, e poi si dedicò alla lettura della lettera di Rosanna Spearman.
Terminata la lettura, il signor Bruff mi rivolse la parola per la prima volta da quando eravamo stati chiusi insieme nell’isolamento della sua stanza.
«Franklin Blake,» disse il vecchio gentiluomo, «questa è una faccenda molto seria, sotto più di un aspetto. A mio parere, riguarda Rachel tanto quanto riguarda lei. Il suo comportamento straordinario non è più un mistero. Crede che lei abbia rubato il Diamante.»
Mi ero sottratto dal ragionare equamente fino a quella ripugnante conclusione. Ma si era imposta su di me, nondimeno. La mia risoluzione di ottenere un colloquio personale con Rachel poggiava davvero e sinceramente sul terreno appena esposto dal signor Bruff.
«Il primo passo da compiere in questa indagine,» continuò l’avvocato, «è fare appello a Rachel. È rimasta in silenzio per tutto questo tempo, per motivi che io (che conosco il suo carattere) posso facilmente comprendere. È impossibile, dopo quello che è successo, sottomettersi a quel silenzio ancora per molto. Deve essere persuasa a dirci, o deve essere costretta a dirci, su quali basi fonda la sua convinzione che lei abbia preso la Moonstone. È probabile che l’intero caso, serio come appare ora, vada in pezzi, se solo riuscissimo a rompere l’inveterato riserbo di Rachel e a indurla a parlare apertamente.»
«È un’opinione molto confortante per me,» dissi. «Ammetto che mi piacerebbe sapere——»
«Le piacerebbe sapere come posso giustificarla,» intervenne il signor Bruff. «Posso dirglielo in due minuti. Intenda, in primo luogo, che guardo a questa faccenda dal punto di vista di un avvocato. Per me è una questione di prove. Molto bene. La prova crolla, fin dall’inizio, su un punto importante.»
«Su quale punto?»
«Lo sentirà. Ammetto che il segno del nome prova che la camicia da notte sia sua. Ammetto che il segno del colore provi che la camicia da notte abbia fatto la macchia sulla porta di Rachel. Ma quale prova c’è per dimostrare che lei sia la persona che la indossava, la notte in cui il Diamante è andato perduto?»
L’obiezione mi colpì, tanto più fortemente in quanto rifletteva un’obiezione che avevo sentito io stesso.
«Quanto a questo,» proseguì l’avvocato prendendo la confessione di Rosanna Spearman, «posso capire che la lettera sia penosa per lei. Posso capire che lei possa esitare ad analizzarla da un punto di vista puramente imparziale. Ma io non sono nella sua posizione. Posso portare la mia esperienza professionale su questo documento, proprio come la porterei su qualsiasi altro. Senza alludere alla carriera della donna come ladra, mi limiterò a osservare che la sua lettera la dimostra esperta nell’inganno, secondo la sua stessa ammissione; e sostengo da ciò che sono giustificato nel sospettarla di non aver detto tutta la verità. Non avanzerò alcuna teoria, al momento, su ciò che possa o non possa aver fatto. Dirò solo che, se Rachel ha sospettato di lei sulla base della sola prova della camicia da notte, le probabilità sono novantanove su cento che Rosanna Spearman sia stata la persona che gliel’ha mostrata. In tal caso, ecco la lettera della donna, che confessa di essere gelosa di Rachel, confessa di aver cambiato le rose, confessa di aver visto uno spiraglio di speranza per sé, nella prospettiva di un litigio tra Rachel e lei. Non mi fermo a chiedere chi abbia preso la Moonstone (come mezzo per il suo fine, Rosanna Spearman avrebbe preso cinquanta Moonstone) — dico solo che la scomparsa del gioiello diede a questa ladra redenta che era innamorata di lei, l’opportunità di mettere lei e Rachel in disaccordo per il resto della vostra vita. Non aveva ancora deciso di distruggersi, allora, ricordi; e, avendo l’opportunità, asserisco chiaramente che era nel suo carattere, e nella sua posizione all’epoca, coglierla. Che ne dice?»
«Qualche sospetto simile,» risposi, «mi ha attraversato la mente, non appena ho aperto la lettera.»
«Esattamente! E quando ha letto la lettera, ha avuto pietà della povera creatura, e non ha avuto il coraggio di sospettare di lei. Le fa onore, mio caro signore — le fa onore!»
«Ma supponiamo che risulti che ho indossato la camicia da notte? E allora?»
«Non vedo come il fatto possa essere provato,» disse il signor Bruff. «Ma supponendo che la prova sia possibile, la rivendicazione della sua innocenza non sarebbe una faccenda facile. Non entriamo nel merito, ora. Aspettiamo e vediamo se Rachel non abbia sospettato di lei basandosi solo sulla prova della camicia da notte.»
«Buon Dio, come parla con freddezza del fatto che Rachel sospetti di me!» esclamai. «Che diritto ha lei di sospettare di ME, basandosi su qualsiasi prova, di essere un ladro?»
«Una domanda molto sensata, mio caro signore. Posta un po’ con calore — ma ben degna di essere considerata, nonostante tutto. Ciò che confonde lei, confonde anche me. Scavi nella sua memoria, e mi dica questo. È successo qualcosa mentre soggiornava alla casa — non, ovviamente, da scuotere la fede di Rachel nel suo onore — ma, diciamo, da scuotere la sua fede (non importa con quanta poca ragione) nei suoi principi in generale?»
Balzai in piedi, in un’agitazione incontenibile. La domanda dell’avvocato mi ricordò, per la prima volta da quando avevo lasciato l’Inghilterra, che qualcosa era successo.
Nell’ottavo capitolo della Narrazione di Betteredge, si troverà un’allusione all’arrivo di uno straniero, un forestiero, alla casa di mia zia, che venne a vedermi per affari. La natura dei suoi affari era questa.
Ero stato così sciocco (essendo, come al solito, a corto di denaro all’epoca) da accettare un prestito dal gestore di un piccolo ristorante a Parigi, al quale ero ben noto come cliente. Fu stabilito un tempo tra noi per restituire il denaro; e quando arrivò il momento, lo trovai (come migliaia di altri uomini onesti hanno trovato) impossibile rispettare il mio impegno. Mandai all’uomo una cambiale. Il mio nome era purtroppo troppo ben noto su tali documenti: non riuscì a negoziarla. I suoi affari erano caduti in disordine, nell’intervallo da quando avevo preso in prestito da lui; la bancarotta lo fissava in faccia; e un suo parente, un avvocato francese, venne in Inghilterra per trovarmi e per insistere sul pagamento del mio debito. Era un uomo dal temperamento violento; e prese la strada sbagliata con me. Volarono parole grosse da entrambe le parti; e mia zia e Rachel erano sfortunatamente nella stanza accanto, e ci sentirono. Lady Verinder entrò, e insistette per sapere cosa stesse succedendo. Il francese esibì le sue credenziali, e dichiarò che io ero responsabile della rovina di un pover’uomo, che aveva confidato nel mio onore. Mia zia gli pagò istantaneamente il denaro e lo mandò via. Lei mi conosceva meglio, ovviamente, che prendere il punto di vista del francese sulla transazione. Ma era scioccata dalla mia negligenza, e giustamente arrabbiata con me per essermi messo in una posizione che, senza il suo intervento, avrebbe potuto diventare molto vergognosa. O sua madre glielo disse, o Rachel sentì ciò che accadde — non saprei dire quale. Prese la sua visione romantica, altisonante della faccenda. Io ero «senza cuore»; ero «disonorevole»; non avevo «alcun principio»; non c’era «modo di sapere cosa avrei fatto dopo» — in breve, mi disse alcune delle cose più severe che avessi mai sentito dalle labbra di una giovane signora. La frattura tra noi durò per tutto il giorno successivo. Il giorno dopo, riuscii a fare pace, e non ci pensai più. Rachel era tornata su questo sfortunato incidente, nel momento critico in cui il mio posto nella sua stima veniva di nuovo, e molto più seriamente, assalito? Il signor Bruff, quando gli ebbi menzionato le circostanze, rispose alla domanda immediatamente in modo affermativo.
«Avrà il suo effetto sulla sua mente», disse gravemente. «E vorrei, per amor tuo, che la cosa non fosse accaduta. Tuttavia, abbiamo scoperto che esisteva un’influenza predisponente contro di te — e c’è, ad ogni modo, un’incertezza in meno sul nostro cammino. Non vedo nient’altro che possiamo fare ora. Il nostro prossimo passo in questa indagine deve essere quello che ci condurrà da Rachel».
Si alzò e cominciò a passeggiare pensieroso su e giù per la stanza. Per due volte fui sul punto di dirgli che avevo deciso di vedere Rachel di persona; e per due volte, avuto riguardo alla sua età e al suo carattere, esitai a prenderlo alla sprovvista in un momento sfavorevole.
«La grande difficoltà è», riprese, «come farle rivelare tutto ciò che ha in mente su questa faccenda, senza riserve. Hai qualche suggerimento da offrire?»
«Ho deciso, signor Bruff, di parlare io stesso con Rachel».
«Tu!» Si fermò improvvisamente nel suo passeggiare e mi guardò come se pensasse che avessi perso il senno. «Tu, tra tutte le persone del mondo!» Si trattenne bruscamente e fece un altro giro per la stanza. «Aspetta un po’», disse. «In casi di questo genere straordinario, il modo avventato è talvolta il migliore». Considerò la questione per un momento o due, sotto quella nuova luce, e finì audacemente con una decisione a mio favore. «Chi non risica non rosica», riprese il vecchio gentiluomo. «Hai una possibilità a tuo favore che io non possiedo — e sarai tu il primo a tentare l’esperimento».
«Una possibilità a mio favore?» ripetei, con la massima sorpresa.
Il volto del signor Bruff si addolcì, per la prima volta, in un sorriso.
«Stanno così le cose», disse. «Ti dirò onestamente, non mi fido della tua discrezione e non mi fido del tuo temperamento. Ma confido nel fatto che Rachel conservi ancora, in un remoto angolino del suo cuore, una certa perversa debolezza per te. Tocca quel tasto — e confida nelle conseguenze per le più piene rivelazioni che possano fluire dalle labbra di una donna! La domanda è: come farai a vederla?»
«È stata ospite vostra in questa casa», risposi. «Posso azzardarmi a suggerire — se non si dicesse nulla di me in anticipo — che potrei vederla qui?»
«Che faccia tosta!» disse il signor Bruff. Con quella sola parola di commento alla risposta che gli avevo dato, fece un altro giro su e giù per la stanza.
«In parole povere», disse, «la mia casa deve essere trasformata in una trappola per catturare Rachel; con un’esca per tentarla, sotto forma di un invito da parte di mia moglie e delle mie figlie. Se tu fossi chiunque altro che Franklin Blake, e se questa faccenda fosse anche solo un atomo meno seria di quanto non sia in realtà, rifiuterei categoricamente. Stando così le cose, credo fermamente che Rachel vivrà abbastanza da ringraziarmi per averle fatto il traditore in tarda età. Considerami tuo complice. Rachel sarà invitata a trascorrere la giornata qui; e ne riceverai debito avviso».
«Quando? Domani?»
«Domani non ci darà tempo sufficiente per avere una sua risposta. Diciamo dopodomani».
«Come avrò tue notizie?»
«Resta a casa per tutta la mattinata e aspettati la mia visita».
Lo ringraziai per l’inestimabile assistenza che mi stava prestando, con la gratitudine che provavo realmente; e, declinando un ospitale invito a pernottare quella notte a Hampstead, tornai ai miei alloggi a Londra.
Del giorno che seguì, ho solo da dire che fu il giorno più lungo della mia vita. Per quanto innocente sapessi di essere, per quanto fossi certo che l’abominevole imputazione che pesava su di me dovesse prima o poi essere cancellata, c’era tuttavia un senso di umiliazione nella mia mente che mi rendeva istintivamente poco incline a vedere uno qualsiasi dei miei amici. Sentiamo spesso dire (quasi invariabilmente, tuttavia, da osservatori superficiali) che la colpa può sembrare innocenza. Credo sia infinitamente più vero l’assioma opposto: che l’innocenza possa sembrare colpa. Mi feci negare per tutto il giorno a ogni visitatore che chiamasse; e mi avventurai fuori solo col favore delle tenebre.
La mattina seguente, il signor Bruff mi sorprese al tavolo della colazione. Mi porse una grossa chiave e annunciò di vergognarsi di se stesso per la prima volta in vita sua.
«Sta venendo?»
«Sta venendo oggi, per pranzo e per passare il pomeriggio con mia moglie e le mie ragazze».
«La signora Bruff e le tue figlie sono al corrente del segreto?»
«Inevitabilmente. Ma le donne, come avrai potuto osservare, non hanno princìpi. La mia famiglia non prova i miei rimorsi di coscienza. Dato che il fine è far riunire te e Rachel, mia moglie e le mie figlie trascurano i mezzi impiegati per ottenerlo, con la stessa compostezza come se fossero gesuiti».
«Sono loro infinitamente obbligato. Cos’è questa chiave?»
«La chiave del cancello nel muro del mio giardino sul retro. Sii lì alle tre di questo pomeriggio. Entra in giardino e fatti strada attraverso la porta della veranda. Attraversa il piccolo salotto e apri la porta davanti a te che conduce alla sala della musica. Lì troverai Rachel — e la troverai sola».
«Come posso ringraziarti!»
«Ti dirò come. Non incolparmi per ciò che accadrà in seguito».
Con queste parole, uscì.
Avevo ancora molte ore stancanti da attendere. Per far passare il tempo, guardai le mie lettere. Tra queste ce n’era una di Betteredge.
La aprii con impazienza. Con mia sorpresa e delusione, iniziava con delle scuse, avvertendomi di non aspettarmi notizie di alcuna importanza. Nella frase successiva apparve di nuovo l’eterno Ezra Jennings! Aveva fermato Betteredge mentre usciva dalla stazione e aveva chiesto chi fossi. Informato su questo punto, aveva menzionato di avermi visto al suo padrone, il signor Candy. Il signor Candy, venutolo a sapere, si era recato lui stesso da Betteredge per esprimere il suo rammarico per esserci mancati. Aveva un motivo per voler parlare particolarmente con me; e, quando fossi stato di nuovo nei dintorni di Frizinghall, mi pregava di farglielo sapere. A parte alcune caratteristiche espressioni della filosofia di Betteredge, questo era il succo della lettera del mio corrispondente. Il vecchio, fedele e dal cuore caldo, riconosceva di aver scritto «principalmente per il piacere di scrivermi».
Accartocciai la lettera in tasca e la dimenticai un istante dopo, preso dall’interesse totalizzante del mio imminente colloquio con Rachel.
Quando l’orologio della chiesa di Hampstead batté le tre, misi la chiave del signor Bruff nella serratura della porta nel muro. Quando entrai per la prima volta in giardino, e mentre assicuravo di nuovo la porta dal lato interno, confesso di aver provato una certa colpevole incertezza su ciò che potesse accadere in seguito. Guardai furtivamente da una parte e dall’altra; sospettoso della presenza di qualche testimone inatteso in qualche angolo sconosciuto del giardino. Non apparve nulla a giustificare i miei timori. I vialetti erano, tutti quanti, solitudini; e gli uccelli e le api erano gli unici testimoni.
Attraversai il giardino; entrai nella veranda e attraversai il piccolo salotto. Mentre posavo la mano sulla porta di fronte, sentii alcuni accordi malinconici suonati al pianoforte nella stanza interna. Spesso si era intrattenuta così con lo strumento, quando soggiornavo a casa di sua madre. Fui costretto ad attendere un poco, per riprendermi. Il passato e il presente si ergevano fianco a fianco, in quel momento supremo — e il contrasto mi scosse.
Dopo il trascorrere di un minuto, richiamai la mia virilità e aprii la porta.
CAPITOLO VII
Nel momento in cui mi mostrai sulla soglia, Rachel si alzò dal pianoforte.
Chiusi la porta dietro di me. Ci fronteggiammo in silenzio, con tutta la lunghezza della stanza tra noi. Il movimento che aveva fatto alzandosi sembrava essere l’unico sforzo di cui fosse capace. Ogni uso di qualsiasi altra facoltà, corporea o mentale, sembrava essere fuso nel semplice atto di guardarmi.
Un timore mi attraversò la mente: quello di essermi mostrato troppo improvvisamente. Feci alcuni passi verso di lei. Dissi dolcemente: «Rachel!»
Il suono della mia voce riportò la vita alle sue membra e il colore al suo volto. Avanzò, dal canto suo, ancora senza parlare. Lentamente, come se agisse sotto qualche influenza indipendente dalla sua stessa volontà, si avvicinò sempre di più a me; il caldo colore scuro che le arrossava le guance, la luce di una ritrovata intelligenza che si faceva sempre più brillante nei suoi occhi. Dimenticai l’oggetto che mi aveva condotto al suo cospetto; dimenticai il vile sospetto che pesava sul mio buon nome; dimenticai ogni considerazione, passata, presente e futura, che ero tenuto a ricordare. Non vidi altro che la donna che amavo che si avvicinava sempre più a me. Tremava; restava irresoluta. Non potevo più resistere — la strinsi tra le mie braccia e le coprii il volto di baci.
Ci fu un momento in cui pensai che i baci fossero ricambiati; un momento in cui sembrò che anche lei potesse aver dimenticato. Quasi prima che l’idea potesse prendere forma nella mia mente, la sua prima azione volontaria mi fece capire che ricordava. Con un grido che era come un grido d’orrore — con una forza a cui dubito di aver potuto resistere se ci avessi provato — mi spinse via da sé. Vidi un’ira spietata nei suoi occhi; vidi un disprezzo spietato sulle sue labbra. Mi squadrò, dalla testa ai piedi, come avrebbe potuto guardare un estraneo che l’avesse insultata.
«Vile!» disse. «Vile meschino, miserabile, senza cuore!»
Quelle furono le sue prime parole! Il rimprovero più insopportabile che una donna possa rivolgere a un uomo, fu il rimprovero che scelse di rivolgere a Me.
«Ricordo il tempo, Rachel», dissi, «in cui avresti potuto dirmi che ti avevo offesa, in un modo più degno di questo. Ti chiedo scusa».
Qualcosa dell’amarezza che provavo deve essersi comunicata alla mia voce. Alle prime parole della mia risposta, i suoi occhi, che si erano voltati altrove un istante prima, guardarono di nuovo verso di me controvoglia. Rispose a bassa voce, con una sottomessa ostilità di modi che era del tutto nuova nella mia esperienza con lei.
«Forse c’è qualche scusa per me», disse. «Dopo quello che hai fatto, è un’azione virile, da parte tua, trovare la strada per venire da me come hai fatto oggi? Sembra un esperimento vile, tentare un esperimento sulla mia debolezza per te. Sembra una sorpresa vile, sorprendermi fino al punto di lasciarti baciare. Ma questa è solo la visione di una donna. Avrei dovuto sapere che non poteva essere la tua visione. Avrei fatto meglio se mi fossi controllata e non avessi detto nulla».
Le scuse furono più insopportabili dell’insulto. L’uomo più degradato sulla faccia della terra si sarebbe sentito umiliato da esse.
«Se il mio onore non fosse nelle tue mani», dissi, «te ne lascerei all’istante e non ti vedrei mai più. Hai parlato di ciò che ho fatto. Cosa ho fatto?»
«Cosa hai fatto! Fai questa domanda a me?»
«La faccio».
«Ho tenuto segreta la tua infamia», rispose. «E ho sofferto le conseguenze del nasconderla. Non ho forse il diritto di essere risparmiata dall’insulto di sentirti chiedere cosa hai fatto? È forse morto in te ogni senso di gratitudine? Un tempo eri un gentiluomo. Un tempo eri caro a mia madre, e ancora più caro a me——»
La voce le mancò. Si lasciò cadere su una sedia, mi voltò le spalle e si coprì il viso con le mani.
Attesi un po’ prima di fidarmi a dire altro. In quel momento di silenzio, non so a stento cosa sentissi più intensamente: il pungiglione che il suo disprezzo aveva piantato in me, o l’orgogliosa risoluzione che mi escludeva da ogni comunione con la sua sofferenza.
«Se non vuoi parlare tu per prima», dissi, «devo farlo io. Sono venuto qui con qualcosa di serio da dirti. Mi farai la comune giustizia di ascoltare mentre lo dico?»
Non si mosse, né rispose. Non feci un secondo appello a lei; non avanzai di un pollice verso la sua sedia. Con un orgoglio ostinato quanto il suo, le raccontai del mio ritrovamento alla Sabbia Tremante e di tutto ciò che vi aveva condotto. La narrazione, necessariamente, richiese un po’ di tempo. Dall’inizio alla fine, non si voltò mai verso di me e non pronunciò una sola parola.
Mantenni la calma. Il mio intero futuro dipendeva, con ogni probabilità, dal non perdere il controllo di me stesso in quel momento. Era giunto il momento di mettere alla prova la teoria del signor Bruff. Nel fiato mozzo dell’interesse di tentare quell’esperimento, mi spostai in modo da pormi di fronte a lei.
«Ho una domanda da farti», dissi. «Mi costringe a fare di nuovo riferimento a un argomento doloroso. Rosanna Spearman ti ha mostrato la camicia da notte? Sì o no?»
Scattò in piedi e camminò fino a me di sua spontanea volontà. I suoi occhi mi guardarono scrutatori in faccia, come per leggervi qualcosa che non avevano mai letto prima.
«Sei pazzo?» chiese.
Mi trattenni ancora. Dissi tranquillamente: «Rachel, risponderai alla mia domanda?»
Continuò, senza badare a me.
«Hai qualche scopo da raggiungere che non capisco? Qualche timore meschino riguardo al futuro, in cui io sono coinvolta? Dicono che la morte di tuo padre ti abbia reso un uomo ricco. Sei venuto qui per risarcirmi della perdita del mio Diamante? E hai ancora abbastanza cuore per sentirti vergognato del tuo incarico? È questo il segreto della tua finzione di innocenza e della tua storia su Rosanna Spearman? C’è un movente di vergogna in fondo a tutta la falsità, questa volta?»
La fermai lì. Non riuscivo più a controllarmi.
«Mi hai fatto un torto infame!» sbottai accalorato. «Mi sospetti di aver rubato il tuo Diamante. Ho il diritto di sapere, e saprò, il motivo per cui!»
«Sospettarti!» esclamò, la sua rabbia che cresceva con la mia. «*Tu furfante, ti ho visto prendere il Diamante con i miei occhi!*»
La rivelazione che mi scoppiò in quelle parole, il rovesciamento che esse compirono istantaneamente dell’intera visione del caso su cui il signor Bruff aveva fatto affidamento, mi lasciò impotente. Per quanto innocente fossi, stetti davanti a lei in silenzio. Ai suoi occhi, agli occhi di chiunque, devo essere apparso come un uomo sopraffatto dalla scoperta della propria colpa.
Si ritrasse dallo spettacolo della mia umiliazione e del suo trionfo. L’improvviso silenzio che era calato su di me sembrò spaventarla. «Ti ho risparmiato, all’epoca», disse. «Ti avrei risparmiato anche ora, se non mi avessi costretta a parlare». Si allontanò come per uscire dalla stanza — ed esitò prima di arrivare alla porta. «Perché sei venuto qui a umiliarti?» chiese. «Perché sei venuto qui a umiliarmi?» Fece qualche passo, e si fermò ancora una volta. «Per l’amor di Dio, di’ qualcosa!» esclamò, appassionatamente. «Se ti è rimasta un po’ di pietà, non lasciarmi degradare in questo modo! Di’ qualcosa — e scacciami via dalla stanza!»
Avanzai verso di lei, a malapena consapevole di ciò che stavo facendo. Avevo forse qualche idea confusa di trattenerla finché non mi avesse detto di più. Dal momento in cui seppi che la prova su cui ero condannato nella mente di Rachel era la prova dei suoi stessi occhi, nulla — nemmeno la convinzione della mia stessa innocenza — era chiaro alla mia mente. La presi per mano; cercai di parlare con fermezza e con uno scopo. Tutto ciò che potei dire fu: «Rachel, un tempo mi amavi».
Trasalì e distolse lo sguardo da me. La sua mano giaceva inerte e tremante nella mia. «Lasciala andare», disse debolmente.
Il mio tocco sembrò avere su di lei lo stesso effetto che il suono della mia voce aveva prodotto quando ero entrato per la prima volta nella stanza. Dopo che aveva detto la parola che mi definiva un vigliacco, dopo che aveva fatto l’ammissione che mi bollava come ladro — mentre la sua mano giaceva nella mia ero ancora il suo padrone!
La trassi gentilmente di nuovo verso il centro della stanza. La feci sedere accanto a me. «Rachel», dissi, «non posso spiegare la contraddizione in quello che sto per dirti. Posso solo dire la verità come tu l’hai detta. Mi hai visto — con i tuoi stessi occhi, mi hai visto prendere il Diamante. Davanti a Dio che ci ascolta, dichiaro che ora so di averlo preso per la prima volta! Dubiti ancora di me?»
Non mi aveva né ascoltato né udito. «Lascia andare la mia mano», ripeté debolmente. Quella fu la sua unica risposta. La sua testa ricadde sulla mia spalla; e la sua mano si chiuse inconsciamente sulla mia, nel momento in cui mi chiedeva di lasciarla.
Mi astenni dal premere la domanda. Ma lì la mia pazienza finì. La mia possibilità di tenere di nuovo la testa alta tra gli uomini onesti dipendeva dalla mia possibilità di indurla a rendere completa la sua rivelazione. L’unica speranza che mi restava era la speranza che lei potesse aver trascurato qualcosa nella catena delle prove — una mera inezia, forse, che potrebbe tuttavia, sotto un’attenta indagine, diventare il mezzo per rivendicare la mia innocenza alla fine. Confesso di aver mantenuto la presa della sua mano. Confesso di averle parlato con tutto ciò che potevo richiamare della simpatia e della fiducia del tempo passato.
«Voglio chiederti una cosa», dissi. «Voglio che tu mi dica tutto ciò che è accaduto, dal momento in cui ci siamo augurati la buona notte, al momento in cui mi hai visto prendere il Diamante».
Sollevò la testa dalla mia spalla e fece uno sforzo per liberare la mano. «Oh, perché tornarci sopra!» disse. «Perché tornarci sopra!»
«Ti dirò perché, Rachel. Tu sei la vittima, e io sono la vittima, di una qualche mostruosa illusione che ha indossato la maschera della verità. Se guardiamo insieme a ciò che è accaduto la notte del tuo compleanno, potremmo finire per comprenderci ancora».
La sua testa ricadde sulla mia spalla. Le lacrime le si raccolsero negli occhi e caddero lentamente sulle guance. «Oh!» disse, «non ho mai avuto quella speranza? Non ho provato a vederlo, come stai provando tu ora?»
«Ci hai provato da sola», risposi. «Non ci hai provato con me ad aiutarti».
Quelle parole sembrarono risvegliare in lei qualcosa della speranza che provavo io stesso quando le avevo pronunciate. Rispose alle mie domande con più che docilità — esercitò la sua intelligenza; aprì volentieri tutto il suo animo a me.
«Cominciamo», dissi, «con ciò che accadde dopo che ci fummo augurati la buona notte. Sei andata a letto? O sei rimasta alzata?»
«Sono andata a letto».
«Hai notato l’ora? Era tardi?»
«Non molto. Verso mezzanotte, credo».
«Ti sei addormentata?»
«No. Non riuscivo a dormire quella notte».
«Eri irrequieta?»
«Stavo pensando a te».
La risposta quasi mi tolse la forza. Qualcosa nel tono, ancor più che nelle parole, mi andò dritto al cuore. Fu solo dopo aver fatto una piccola pausa che riuscii ad andare avanti.
«Avevi luce nella tua stanza?» chiesi.
«Nessuna — finché non mi sono alzata di nuovo e ho acceso la candela».
«Quanto tempo dopo, da quando eri andata a letto?»
«Circa un’ora dopo, credo. Verso l’una».
«Hai lasciato la tua camera da letto?»
«Stavo per lasciarla. Avevo indossato la vestaglia; e stavo andando nel mio salottino per prendere un libro——»
«Avevi aperto la porta della camera da letto?»
«L’avevo appena aperta».
«Ma non eri andata nel salottino?»
«No — mi fu impedito di andarci».
«Cosa ti fermò?»
«Vidi una luce, sotto la porta; e sentii dei passi che vi si avvicinavano».
«Eri spaventata?»
«Non allora. Sapevo che la mia povera madre soffriva d’insonnia; e ricordai che aveva insistito molto, quella sera, per convincermi a lasciarle prendere in custodia il mio Diamante. Era irragionevolmente ansiosa a riguardo, secondo me; e pensai che venisse da me per vedere se fossi a letto, e per parlarmi di nuovo del Diamante, se avesse scoperto che ero ancora alzata».
«Cosa facesti?»
«Spensi la candela, così che potesse pensare che fossi a letto. Ero irragionevole, dal canto mio: ero determinata a tenere il mio Diamante nel posto che avevo scelto io».
«Dopo aver spento la candela, tornasti a letto?»
«Non ebbi il tempo di tornarci. Nel momento in cui spensi la candela, la porta del salottino si aprì, e vidi...»
«Vedesti?»
«Te».
«Vestito come al solito?»
«No».
«Con la mia camicia da notte?»
«Con la tua camicia da notte, con la candela della tua camera in mano».
«Solo?»
«Solo».
«Potevi vedere il mio volto?»
«Sì».
«Chiaramente?»
«Chiaramente. La candela che avevi in mano me lo mostrava».
«Avevo gli occhi aperti?»
«Sì».
«Notasti qualcosa di strano in essi? Qualcosa come un’espressione fissa, vacua?»
«Nulla del genere. I tuoi occhi erano brillanti, più brillanti del solito. Ti guardavi intorno nella stanza, come se sapessi di essere dove non avresti dovuto essere, e come se avessi paura di essere scoperto».
«Osservasti una cosa quando entrai nella stanza: osservasti come camminavo?»
«Camminavi come fai sempre. Entrasti fino al centro della stanza, poi ti fermasti e ti guardasti intorno».
«Cosa facesti, al vedermi la prima volta?»
«Non potevo fare nulla. Ero pietrificata. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a gridare, non riuscivo nemmeno a muovermi per chiudere la porta».
«Potevo vederti, dove stavi?»
«Avresti certamente potuto vedermi. Ma non guardasti mai verso di me. È inutile fare questa domanda. Sono certa che non mi vedesti mai».
«Come ne sei certa?»
«Avresti preso il Diamante? Ti saresti comportato come facesti in seguito? Saresti qui ora, se avessi visto che ero sveglia e ti stavo guardando? Non farmi parlare di quella parte! Voglio risponderti con calma. Aiutami a rimanere il più tranquilla possibile. Passa ad altro».
Aveva ragione, sotto ogni aspetto, ragione. Passai ad altre cose.
«Cosa feci, dopo essere arrivato al centro della stanza e essermi fermato lì?»
«Ti voltasti e andasti dritto all’angolo vicino alla finestra, dove si trova il mio mobiletto indiano».
«Quando ero al mobiletto, dovevo avere le spalle voltate verso di te. Come facesti a vedere cosa stavo facendo?»
«Quando ti muovevi tu, mi muovevo io».
«Così da vedere cosa stavo facendo con le mani?»
«Ci sono tre specchi nel mio salottino. Mentre stavi lì, vidi tutto ciò che facevi, riflesso in uno di essi».
«Cosa vedesti?»
«Appoggiasti la candela sopra il mobiletto. Apristi e chiudesti un cassetto dopo l’altro, finché arrivasti al cassetto in cui avevo riposto il mio Diamante. Guardasti il cassetto aperto per un momento. E poi vi infilasti la mano e tirasti fuori il Diamante».
«Come sai che tirai fuori il Diamante?»
«Vidi la tua mano entrare nel cassetto. E vidi il bagliore della pietra tra il tuo dito e il pollice, quando tirasti fuori la mano».
«La mia mano si avvicinò di nuovo al cassetto, per chiuderlo, per esempio?»
«No. Avevi il Diamante nella mano destra; e prendesti la candela dalla parte superiore del mobiletto con la mano sinistra».
«Mi guardai di nuovo intorno, dopo quello?»
«No».
«Lasciai la stanza immediatamente?»
«No. Restasti immobile per quello che sembrò un lungo periodo. Vidi il tuo volto di profilo nello specchio. Sembravi un uomo che pensa, e insoddisfatto dei propri pensieri».
«Cosa accadde dopo?»
«Ti scuotesti all’improvviso e uscisti dritto dalla stanza».
«Chiusi la porta dietro di me?»
«No. Passasti velocemente nel corridoio e lasciasti la porta aperta».
«E poi?»
«Poi, la tua luce scomparve, e il suono dei tuoi passi si spense, e io fui lasciata sola al buio».
«Non accadde nulla, da quel momento al momento in cui tutta la casa seppe che il Diamante era perduto?»
«Nulla».
«Ne sei certa? Potresti non essere stata addormentata per parte del tempo?»
«Non ho mai dormito. Non sono mai tornata a letto. Non accadde nulla finché Penelope non entrò, al solito orario del mattino».
Le lasciai la mano, mi alzai e feci un giro nella stanza. Ogni domanda che potevo porre aveva avuto risposta. Ogni dettaglio che desideravo conoscere mi era stato posto davanti. Ero persino tornato all’idea del sonnambulismo e all’idea dell’intossicazione; e, di nuovo, l’inconsistenza dell’una e dell’altra teoria era stata provata, questa volta dall’autorità della testimone che mi aveva visto. Cosa restava da dire? Cosa restava da fare? Si levava l’orribile fatto del Furto, l’unico oggetto visibile e tangibile che mi stava di fronte, in mezzo all’impenetrabile oscurità che avvolgeva tutto il resto! Non uno sprazzo di luce a guidarmi, quando mi ero impossessato del segreto di Rosanna Spearman alla sabbia tremante. E non uno sprazzo di luce ora, quando mi ero appellato a Rachel stessa, e avevo ascoltato l’odiosa storia della notte dalle sue stesse labbra.
Fu lei, questa volta, a rompere il silenzio.
«Bene?» disse, «hai chiesto, e io ho risposto. Mi hai fatto sperare qualcosa da tutto questo, perché tu speravi qualcosa da esso. Cosa hai da dire ora?»
Il tono con cui parlava mi avvertì che la mia influenza su di lei era un’influenza perduta ancora una volta.
«Dovevamo guardare insieme a ciò che accadde nella notte del mio compleanno», continuò; «e dovevamo poi capirci a vicenda. Lo abbiamo fatto?»
Attese senza pietà la mia risposta. Rispondendole commisi un errore fatale: lasciai che l’esasperante impotenza della mia situazione avesse la meglio sul mio autocontrollo. Impulsivamente e inutilmente, la rimproverai per il silenzio che mi aveva tenuto fino a quel momento nell’ignoranza della verità.
«Se avessi parlato quando avresti dovuto parlare», iniziai; «se mi avessi reso la comune giustizia di spiegarti...»
Mi interruppe con un grido di furia. Le poche parole che avevo detto sembravano averla frustata all’istante in una frenesia di rabbia.
«Spiegarmi!» ripeté. «Oh! esiste un altro uomo come questo al mondo? Lo risparmio, quando il mio cuore sta scoppiando; lo proteggo quando il mio stesso onore è in gioco; e lui, tra tutti gli esseri umani, lui, si rivolta contro di me ora, e mi dice che avrei dovuto spiegarmi! Dopo aver creduto in lui come ho fatto, dopo averlo amato come ho fatto, dopo averlo pensato di giorno e sognato di notte, si meraviglia che non l’abbia accusato della sua ignominia la prima volta che ci siamo incontrati: "Il mio tesoro, sei un Ladro! Il mio eroe che amo e onoro, ti sei intrufolato nella mia stanza al riparo della notte e hai rubato il mio Diamante!" Questo è ciò che avrei dovuto dire. Tu mascalzone, tu meschino, meschino, meschino mascalzone, avrei perso cinquanta diamanti piuttosto che vedere il tuo volto mentirmi, come vedo che mente ora!»
Presi il cappello. Per pietà verso di lei, sì! Posso onestamente dirlo, per pietà verso di lei, mi voltai senza una parola e aprii la porta da cui ero entrato nella stanza.
Lei mi seguì e mi strappò la porta di mano; la chiuse e indicò il posto che avevo lasciato.
«No!» disse. «Non ancora! Sembra che io debba una giustificazione della mia condotta a te. Resta ad ascoltarla. Oppure chinati alla più bassa infamia di tutte e fatti strada fuori».
Mi straziava il cuore vederla; mi straziava il cuore ascoltarla. Risposi con un cenno, era tutto ciò che potevo fare, che mi sottomettevo alla sua volontà.
Il rossore cremisi della rabbia iniziò a svanire dal suo volto, mentre tornavo indietro e riprendevo la mia sedia in silenzio. Attese un poco e si ricompose. Quando continuò, solo un segno di sentimento era discernibile in lei. Parlava senza guardarmi. Le sue mani erano strettamente intrecciate in grembo e i suoi occhi erano fissi a terra.
«Avrei dovuto renderti la comune giustizia di spiegarmi», disse, ripetendo le mie stesse parole. «Vedrai se ho cercato di renderti giustizia o no. Ti ho detto poco fa che non ho mai dormito e non sono mai tornata a letto dopo che avevi lasciato il mio salottino. È inutile disturbarti soffermandomi su ciò che ho pensato (non capiresti i miei pensieri), ti dirò solo cosa ho fatto, quando era passato abbastanza tempo da aiutarmi a riprendermi. Mi sono astenuta dall’allarmare la casa e dal dire a tutti cosa fosse successo, come avrei dovuto fare. Nonostante ciò che avevo visto, ero abbastanza affezionata a te da credere... non importa cosa!... qualsiasi impossibilità, piuttosto che ammettere alla mia mente che tu fossi deliberatamente un ladro. Ho pensato e pensato, e ho finito per scrivere a te».
«Non ho mai ricevuto la lettera».
«So che non l’hai mai ricevuta. Aspetta un po’, e sentirai il perché. La mia lettera non ti avrebbe detto nulla apertamente. Non ti avrebbe rovinato per la vita se fosse caduta nelle mani di qualcun altro. Avrebbe solo detto, in un modo che tu stesso non avresti potuto scambiare, che avevo motivo di sapere che eri indebitato, e che era nella mia esperienza e in quella di mia madre su di te che non eri molto discreto o molto scrupoloso su come ottenevi denaro quando ne avevi bisogno. Avresti ricordato la visita dell’avvocato francese e avresti saputo a cosa mi riferivo. Se avessi continuato a leggere con un certo interesse dopo quello, saresti arrivato a un’offerta che avevo da farti: l’offerta, privatamente (non una parola, bada, da dire apertamente tra noi!), del prestito di una somma di denaro grande quanto potevo ottenere. E l’avrei ottenuta!» esclamò, il suo colore iniziava a salire di nuovo e i suoi occhi tornavano a guardare verso di me. «Avrei impegnato io stessa il Diamante, se non avessi potuto ottenere il denaro in altro modo! Con quelle parole ti ho scritto. Aspetta! Ho fatto di più. Ho organizzato con Penelope di darti la lettera quando nessuno era vicino. Ho progettato di chiudermi nella mia camera da letto e di avere il salottino lasciato aperto e vuoto per tutta la mattina. E ho sperato, con tutto il cuore e l’anima ho sperato, che tu cogliessi l’occasione e rimettessi il Diamante segretamente nel cassetto».
Tentai di parlare. Lei sollevò la mano con impazienza e mi fermò. Nei rapidi alternarsi del suo temperamento, la sua rabbia iniziava a salire di nuovo. Si alzò dalla sedia e mi si avvicinò.
«So cosa stai per dire», continuò. «Stai per ricordarmi di nuovo che non hai mai ricevuto la mia lettera. Posso dirti perché. L’ho strappata».
«Per quale motivo?» chiesi.
«Per le migliori ragioni. Ho preferito strapparla che sprecarla su un uomo come te! Quali furono le prime notizie che mi giunsero al mattino? Proprio mentre il mio piccolo piano era completo, cosa ho sentito? Ho sentito che tu, tu!!!, eri la persona più in vista in casa nell’andare a chiamare la polizia. Eri l’uomo attivo; eri il leader; lavoravi più duramente di chiunque altro per recuperare il gioiello! Hai persino portato la tua audacia abbastanza lontano da chiedere di parlare con me della perdita del Diamante, il Diamante che tu stesso avevi rubato; il Diamante che era tutto il tempo nelle tue mani! Dopo quella prova della tua orribile falsità e astuzia, ho strappato la mia lettera. Ma anche allora, anche quando ero resa folle dalla ricerca e dall’interrogatorio del poliziotto, che avevi mandato tu, anche allora c’era una qualche infatuazione nella mia mente che non mi lasciava rinunciare a te. Mi sono detta: "Ha recitato la sua vile farsa davanti a tutti gli altri in casa. Lascia che provi se può recitarla davanti a me". Qualcuno mi disse che eri sulla terrazza. Sono scesa sulla terrazza. Mi sono costretta a guardarti; mi sono costretta a parlarti. Hai dimenticato cosa ho detto?»
Avrei potuto rispondere che ricordavo ogni parola. Ma quale scopo, in quel momento, avrebbe servito la risposta?
Come potevo dirle che ciò che aveva detto mi aveva stupito, mi aveva addolorato, mi aveva suggerito che era in uno stato di pericolosa eccitazione nervosa, aveva persino suscitato un momento di dubbio nella mia mente se la perdita del gioiello fosse un mistero per lei quanto per il resto di noi, ma non mi aveva mai dato nemmeno uno sguardo alla verità? Senza l’ombra di una prova da produrre a difesa della mia innocenza, come potevo persuaderla che non ne sapevo più di quanto il più estraneo avrebbe potuto sapere di ciò che era realmente nei suoi pensieri quando mi parlò sulla terrazza?
«Può far comodo a te dimenticare; fa comodo a me ricordare», continuò. «So cosa ho detto, perché l’ho considerato tra me e me, prima di dirlo. Ti ho dato un’opportunità dopo l’altra di confessare la verità. Non ho lasciato nulla di intentato che potessi dire, a parte dirti effettivamente che sapevo che avevi commesso il furto. E tutto il compenso che mi hai dato è stato guardarmi con la tua vile finzione di stupore, e il tuo falso volto di innocenza, proprio come mi hai guardato oggi; proprio come mi stai guardando ora! Ti ho lasciato, quel mattino, conoscendoti finalmente per quello che eri, per quello che sei, un mascalzone così vile come non ne ha mai camminato sulla terra!»
«Se avessi parlato apertamente all’epoca, avresti potuto lasciarmi, Rachel, sapendo di aver crudelmente offeso un uomo innocente».
«Se avessi parlato apertamente davanti ad altre persone», replicò con un altro scoppio di indignazione, «saresti stato disonorato a vita! Se avessi parlato apertamente a orecchie che non fossero le tue, avresti negato, come stai negando ora! Pensi che ti avrei creduto? Un uomo esiterebbe davanti a una menzogna, dopo aver fatto quello che ti ho visto fare, dopo essersi comportato al riguardo in seguito come ti ho visto comportare? Ti dico ancora, mi sono ritratta dall’orrore di sentirti mentire, dopo l’orrore di vederti rubare. Parli come se questo fosse un malinteso che poche parole avrebbero potuto sistemare! Bene! Il malinteso è finito. La cosa è sistemata? No! La cosa è esattamente dove era. Non ti credo ora! Non credo che tu abbia trovato la camicia da notte, non credo alla lettera di Rosanna Spearman, non credo a una parola di quello che hai detto. L’hai rubato, ti ho visto! Hai finto di aiutare la polizia, ti ho visto! Hai impegnato il Diamante con l’usuraio a Londra, ne sono certa! Hai gettato il sospetto della tua ignominia (grazie al mio vile silenzio!) su un uomo innocente! Sei fuggito nel Continente con il tuo bottino la mattina dopo! Dopo tutta quella viltà, c’era solo una cosa in più che potevi fare. Potevi venire qui con un’ultima menzogna sulle labbra, potevi venire qui e dirmi che ti ho offeso!»
Se fossi rimasto un momento di più, non so quali parole avrebbero potuto sfuggirmi che avrei ricordato con vano pentimento e rimpianto. Le passai accanto e aprii la porta per la seconda volta. Per la seconda volta, con la frenetica perversità di una donna irritata, mi afferrò per il braccio e mi sbarrò la strada.
«Lasciami andare, Rachel», dissi. «Sarà meglio per entrambi. Lasciami andare».
La passione isterica si gonfiava nel suo petto; il suo respiro affannoso e convulsivo batteva quasi sul mio viso, mentre mi tratteneva alla porta.
«Perché sei venuto qui?» insistette, disperatamente. «Te lo chiedo ancora, perché sei venuto qui? Hai paura che ti denunci? Ora che sei un uomo ricco, ora che hai un posto nel mondo, ora che puoi sposare la migliore signora del paese, hai paura che dica le parole che non ho mai detto finora a nessuno se non a te? Non posso dire le parole! Non posso denunciarti! Sono peggio, se peggio può esserci, di quanto tu sia tu stesso». Singulti e lacrime scoppiarono da lei. Lottò ferocemente contro di essi; mi trattenne sempre più fermamente. «Non riesco a strapparti dal mio cuore», disse, «nemmeno ora! Puoi confidare nella vergognosa, vergognosa debolezza che può solo lottare contro di te in questo modo!» Mi lasciò andare improvvisamente, sollevò le mani e le torse freneticamente nell’aria. «Qualsiasi altra donna vivente si ritrarrebbe dall’orrore di toccarlo!» esclamò. «Oh, Dio! Disprezzo me stessa ancora più cordialmente di quanto disprezzi lui!»
Le lacrime si facevano strada nei miei occhi mio malgrado; l’orrore di tutto ciò non poteva più essere sopportato.
«Saprai che mi hai offeso, ancora», dissi. «O non mi vedrai mai più!»
Con quelle parole, la lasciai. Scattò dalla sedia su cui si era lasciata cadere un momento prima: scattò, nobile creatura!, e mi seguì attraverso la stanza esterna, con un’ultima parola misericordiosa nel congedarsi.
«Franklin!» disse, «ti perdono! Oh, Franklin, Franklin! non ci incontreremo mai più. Dì che mi perdoni!»
Mi voltai, in modo da lasciare che il mio volto le mostrasse che ero oltre il poter parlare; mi voltai, agitai la mano e la vidi vagamente, come in una visione, attraverso le lacrime che avevano avuto la meglio su di me finalmente.
Il momento successivo, l’amarezza peggiore era passata. Ero di nuovo fuori nel giardino. Non la vidi, né la sentii più.
CAPITOLO VIII
Tardi quella sera, fui sorpreso nel mio alloggio da una visita del signor Bruff.
C’era un cambiamento notevole nei modi dell’avvocato. Aveva perso la sua solita sicurezza e il suo spirito. Mi strinse la mano, per la prima volta in vita sua, in silenzio.
«Sta tornando a Hampstead?» chiesi, tanto per dire qualcosa.
«Ho appena lasciato Hampstead», rispose. «So, signor Franklin, che è arrivato alla verità finalmente. Ma, le dico chiaramente, se avessi potuto prevedere il prezzo che doveva essere pagato per essa, avrei preferito lasciarla all’oscuro».
«Ha visto Rachel?»
«Sono venuto qui dopo averla riportata a Portland Place; era impossibile lasciarla tornare in carrozza da sola. Difficilmente posso ritenerla responsabile, considerando che l’ha vista in casa mia e con il mio permesso, per lo shock che questo infelice colloquio le ha inflitto. Tutto ciò che posso fare è provvedere contro una ripetizione del danno. È giovane, ha uno spirito risoluto, supererà questo, con il tempo e il riposo ad aiutarla. Voglio avere la certezza che non farà nulla per ostacolare la sua guarigione. Posso dipendere dal fatto che non farà alcun secondo tentativo di vederla, se non con la mia sanzione e approvazione?»
«Dopo quello che ha sofferto, e dopo quello che ho sofferto io», dissi, «può contare su di me».
«Ho la sua promessa?»
«Ha la mia promessa».
Il signor Bruff sembrò sollevato. Posò il cappello e avvicinò la sua sedia alla mia.
«È deciso!» disse. «Ora, riguardo al futuro... il suo futuro, intendo. Per quanto mi riguarda, il risultato della piega straordinaria che la faccenda ha preso è, in breve, questo. In primo luogo, siamo certi che Rachel le abbia detto tutta la verità, così chiaramente come le parole possono fare. In secondo luogo — sebbene sappiamo che deve esserci da qualche parte un terribile errore — difficilmente possiamo biasimarla per averla creduta colpevole, in base alla testimonianza dei suoi stessi sensi; suffragata, com’è stata quella testimonianza, da circostanze che, a prima vista, sembrano accusarla in modo schiacciante».
A quel punto intervenni. «Non biasimo Rachel», dissi. «Mi rammarico solo che non sia riuscita a trovare la forza di parlarmi più chiaramente al momento».
«Potrebbe altrettanto bene rammaricarsi che Rachel non sia qualcun altro», replicò il signor Bruff. «E anche allora, dubito che una ragazza di una qualsiasi delicatezza, il cui cuore era incline a sposarla, avrebbe potuto indursi ad accusarla in faccia di essere un ladro. Ad ogni modo, non era nella natura di Rachel farlo. In una faccenda ben diversa da questa sua — che tuttavia la poneva in una posizione non del tutto dissimile da quella nei suoi confronti — mi risulta che fu influenzata da un motivo simile a quello che ha guidato la sua condotta nel suo caso. Inoltre, come lei stessa mi ha detto, sulla strada per la città questa sera, se avesse parlato chiaramente, non avrebbe creduto alla sua smentita allora, proprio come non le crede ora. Che risposta può dare a questo? Non c'è risposta da dare. Suvvia, signor Franklin! Il mio punto di vista sul caso si è rivelato del tutto sbagliato, lo ammetto, ma, stando così le cose, il mio consiglio potrebbe valere comunque la pena di essere ascoltato. Le dico chiaramente che sprecheremo il nostro tempo, e ci scervelleremo inutilmente, se tentiamo di tornare indietro e sbrogliare questa spaventosa complicazione dall'inizio. Chiudiamo risolutamente le nostre menti a tutto ciò che è accaduto l'anno scorso nella casa di campagna di Lady Verinder; e guardiamo a ciò che possiamo scoprire nel futuro, invece che a ciò che non possiamo scoprire nel passato».
«Certamente dimentica», dissi, «che l'intera faccenda è essenzialmente una questione del passato, per quanto mi riguarda?»
«Risponda a questo», replicò il signor Bruff. «Il Moonstone è alla base di tutto il guaio, o no?»
«Lo è, naturalmente».
«Benissimo. Cosa crediamo sia stato fatto con il Moonstone, quando è stato portato a Londra?»
«È stato impegnato presso il signor Luker».
«Sappiamo che lei non è la persona che lo ha impegnato. Sappiamo chi è stato?»
«No».
«Dove crediamo che si trovi ora il Moonstone?»
«Depositato in custodia presso i banchieri del signor Luker».
«Esattamente. Ora osservi. Siamo già nel mese di giugno. Verso la fine del mese (non posso essere preciso sul giorno) sarà trascorso un anno dal momento in cui crediamo che il gioiello sia stato impegnato. C'è una possibilità — a dir poco — che la persona che lo ha dato in pegno possa essere pronta a riscattarlo una volta scaduto l'anno. Se lo riscatta, il signor Luker deve lui stesso — secondo i termini del suo accordo — ritirare il Diamante dalle mani dei suoi banchieri. In queste circostanze, propongo di mettere qualcuno a sorvegliare la banca, verso la fine del mese corrente, e scoprire chi sia la persona a cui il signor Luker restituirà il Moonstone. Vede ora?»
Ammissi (un po' a malincuore) che l'idea fosse, quantomeno, nuova.
«È un'idea del signor Murthwaite tanto quanto mia», disse il signor Bruff. «Non mi sarebbe mai passata per la testa, se non fosse stato per una conversazione che abbiamo avuto tempo fa. Se il signor Murthwaite ha ragione, è probabile che anche gli indiani siano in agguato alla banca, verso la fine del mese, e qualcosa di serio potrebbe venirne fuori. Ciò che ne deriva non importa a lei e a me, se non nella misura in cui può aiutarci a mettere le mani sul misterioso Qualcuno che ha impegnato il Diamante. Quella persona, può contarci, è responsabile (non pretendo di sapere come) della posizione in cui lei si trova in questo momento; e quella persona sola può riabilitarla nella stima di Rachel».
«Non posso negare», dissi, «che il piano che propone affronti la difficoltà in un modo molto audace, molto ingegnoso e molto nuovo. Ma...»
«Ma ha un'obiezione da fare?»
«Sì. La mia obiezione è che la sua proposta ci obbliga ad aspettare».
«Concesso. Per come calcolo il tempo, le richiede di aspettare circa una quindicina di giorni, più o meno. È così tanto?»
«È una vita intera, signor Bruff, in una situazione come la mia. La mia esistenza sarà semplicemente insopportabile, a meno che io non faccia qualcosa per ripulire la mia reputazione immediatamente».
«Bene, bene, lo capisco. Ha già pensato a cosa può fare?»
«Ho pensato di consultare il sergente Cuff».
«Si è ritirato dalla polizia. È inutile aspettarsi che il sergente la aiuti».
«So dove trovarlo; e posso solo provare».
«Provi», disse il signor Bruff, dopo un momento di riflessione. «Il caso ha assunto un aspetto così straordinario dai tempi del sergente Cuff, che lei potrebbe ravvivare il suo interesse per l'indagine. Provi, e mi faccia sapere il risultato». Nel frattempo, continuò, alzandosi, «se lei non farà alcuna scoperta da qui alla fine del mese, sono libero di tentare, da parte mia, cosa si possa fare tenendo d'occhio la banca?»
«Certamente», risposi, «a meno che io non la sollevi da ogni necessità di tentare l'esperimento nell'intervallo».
Il signor Bruff sorrise e prese il cappello.
«Dica al sergente Cuff», replicò, «che dico io che la scoperta della verità dipende dalla scoperta della persona che ha impegnato il Diamante. E mi faccia sapere cosa dice l'esperienza del sergente a riguardo».
Così ci separammo.
La mattina presto, partii per la cittadina di Dorking, il luogo del ritiro del sergente Cuff, come indicatomi da Betteredge.
Informandomi all'hotel, ricevetti le indicazioni necessarie per trovare il cottage del sergente. Vi si accedeva da una stradina tranquilla, poco fuori città, e sorgeva comodamente nel mezzo del suo appezzamento di giardino, protetto da un buon muro di mattoni sul retro e ai lati, e da un'alta siepe di arbusti davanti. Il cancello, ornato nella parte superiore da un traliccio dipinto con cura, era chiuso a chiave. Dopo aver suonato il campanello, sbirciai attraverso il traliccio e vidi ovunque il fiore preferito del grande Cuff; che fioriva nel suo giardino, si arrampicava sulla sua porta, sbirciava alle sue finestre. Lontano dai crimini e dai misteri della grande città, l'illustre cacciatore di ladri stava placidamente vivendo gli ultimi anni sibariti della sua vita, soffocato tra le rose!
Una donna anziana e decorosa mi aprì il cancello e annientò immediatamente tutte le speranze che avevo riposto nell'ottenere l'assistenza del sergente Cuff. Era partito, solo il giorno prima, per un viaggio in Irlanda.
«È andato lì per affari?» chiesi.
La donna sorrise. «Ha un solo affare ora, signore», disse; «e sono le rose. Il giardiniere di qualche gran signore in Irlanda ha scoperto qualcosa di nuovo nella coltivazione delle rose, e il signor Cuff è via per informarsi al riguardo».
«Sa quando tornerà?»
«È del tutto incerto, signore. Il signor Cuff ha detto che sarebbe tornato subito, o sarebbe rimasto via per un po', a seconda che trovasse la nuova scoperta priva di valore, o degna di essere approfondita. Se ha qualche messaggio da lasciargli, mi assicurerò, signore, che lo riceva».
Le diedi il mio biglietto da visita, dopo aver scritto a matita: «Ho qualcosa da dire sul Moonstone. Mi faccia sapere appena torna». Fatto ciò, non restava che sottomettersi alle circostanze e tornare a Londra.
Nella condizione irritabile in cui versava la mia mente all'epoca di cui sto scrivendo, il risultato infruttuoso del mio viaggio al cottage del sergente non fece che aggravare l'impulso irrequieto in me di fare qualcosa. Il giorno del mio ritorno da Dorking, decisi che la mattina seguente mi avrebbe visto determinato in un nuovo sforzo per farmi strada, attraverso tutti gli ostacoli, dall'oscurità alla luce.
Che forma doveva prendere il mio prossimo esperimento?
Se l'eccellente Betteredge fosse stato presente mentre stavo considerando quella domanda, e se fosse stato reso partecipe del segreto dei miei pensieri, avrebbe, senza dubbio, dichiarato che il mio lato tedesco era, in quell'occasione, il mio lato predominante. Per parlare seriamente, è forse possibile che la mia formazione tedesca fosse in una certa misura responsabile del labirinto di inutili speculazioni in cui mi coinvolgevo ora. Per la maggior parte della notte, sedetti a fumare e a costruire teorie, l'una più profondamente improbabile dell'altra. Quando riuscii a dormire, le mie fantasie da sveglio mi perseguitarono nei sogni. Mi alzai la mattina seguente, con Oggettivo-Soggettivo e Soggettivo-Oggettivo inestricabilmente intrecciati nella mia mente; e iniziai la giornata che doveva testimoniare il mio prossimo sforzo verso un'azione pratica di qualche tipo, dubitando di avere alcun diritto (su basi puramente filosofiche) di considerare qualsiasi cosa (Diamante incluso) come esistente.
Quanto a lungo sarei rimasto perso nella nebbia della mia stessa metafisica, se fossi stato lasciato a districarmi da solo, mi è impossibile dirlo. Come dimostrarono gli eventi, il caso venne in mio soccorso e mi liberò felicemente. Mi capitò di indossare, quella mattina, lo stesso cappotto che avevo indossato il giorno del mio colloquio con Rachel. Cercando qualcos'altro in una delle tasche, mi imbattei in un pezzo di carta stropicciato e, tirandolo fuori, trovai tra le mani la lettera dimenticata di Betteredge.
Sembrava crudele verso il mio buon vecchio amico lasciarlo senza una risposta. Andai al mio scrittoio e lessi di nuovo la sua lettera.
Una lettera che non contiene nulla della minima importanza non è sempre una lettera facile a cui rispondere. L'attuale sforzo di Betteredge di corrispondere con me rientrava in questa categoria. L'assistente del signor Candy, ovvero Ezra Jennings, aveva detto al suo padrone di avermi visto; e il signor Candy, a sua volta, voleva vedermi e dirmi qualcosa, quando fossi stato di nuovo nelle vicinanze di Frizinghall. Cosa si poteva dire in risposta a ciò, che valesse la carta su cui era scritto? Sedetti oziosamente a disegnare ritratti a memoria del notevole assistente del signor Candy, sul foglio di carta che avevo giurato di dedicare a Betteredge, finché non mi venne improvvisamente in mente che ecco l'irrefrenabile Ezra Jennings che si metteva di nuovo sulla mia strada! Gettai una dozzina di ritratti, almeno, dell'uomo dai capelli brizzolati (i capelli, in ogni caso, notevolmente simili), nel cestino della carta straccia, e lì per lì scrissi la mia risposta a Betteredge. Era una lettera perfettamente banale, ma ebbe un effetto eccellente su di me. Lo sforzo di scrivere poche frasi, in un inglese semplice, liberò completamente la mia mente dalla confusa assurdità che l'aveva riempita dal giorno precedente.
Deditiandomi ancora una volta all'elucidazione dell'impenetrabile enigma che la mia stessa posizione mi presentava, cercai ora di affrontare la difficoltà investigandola da un punto di vista chiaramente pratico. Essendo gli eventi della memorabile notte ancora inintelligibili per me, guardai un po' più indietro e cercai nella mia memoria delle prime ore del compleanno qualsiasi incidente che potesse rivelarsi di qualche aiuto per trovare l'indizio.
Era successo qualcosa mentre Rachel ed io stavamo finendo la porta dipinta? O, più tardi, quando cavalcai verso Frizinghall? O dopo, quando tornai con Godfrey Ablewhite e le sue sorelle? O, più tardi ancora, quando misi il Moonstone nelle mani di Rachel? O, più tardi ancora, quando arrivarono gli ospiti e ci riunimmo tutti attorno alla tavola da pranzo? La mia memoria dispose di quella serie di domande abbastanza facilmente, fino a quando non arrivai all'ultima. Guardando indietro all'evento sociale della cena di compleanno, mi ritrovai in un punto morto all'inizio dell'indagine. Non ero nemmeno capace di ricordare accuratamente il numero degli ospiti che si erano seduti allo stesso tavolo con me.
Sentirmi completamente in colpa qui, e concludere, di conseguenza, che gli incidenti della cena potessero essere particolarmente degni della fatica di indagarli, faceva parte dello stesso processo mentale, nel mio caso. Credo che altre persone, in una situazione simile, avrebbero ragionato come ho fatto io. Quando il perseguimento dei nostri interessi ci porta a diventare oggetto di indagine per noi stessi, siamo naturalmente sospettosi di ciò che non conosciamo. Una volta in possesso dei nomi delle persone che erano state presenti alla cena, risolsi — come mezzo per arricchire le carenti risorse della mia stessa memoria — di fare appello alla memoria degli altri ospiti; di scrivere tutto ciò che potevano ricordare degli eventi sociali del compleanno; e di testare il risultato, così ottenuto, alla luce di quanto accaduto dopo, quando gli ospiti avevano lasciato la casa.
Quest'ultimo e più recente dei miei molti esperimenti contemplati nell'arte dell'indagine — che Betteredge avrebbe probabilmente attribuito al fatto che il lato chiaro, o francese, di me fosse predominante in quel momento — può giustamente rivendicare una registrazione qui, per i suoi meriti. Per quanto improbabile possa sembrare, ero arrivato effettivamente a brancolare fino alla radice della questione, alla fine. Tutto ciò di cui avevo bisogno era un suggerimento che mi guidasse nella giusta direzione all'inizio. Prima che un altro giorno fosse trascorso sopra la mia testa, quel suggerimento mi fu dato da uno dei presenti al banchetto di compleanno!
Con il piano di procedere che avevo ora in vista, era prima necessario possedere la lista completa degli ospiti. Questo potevo ottenerlo facilmente da Gabriel Betteredge. Decisi di tornare nello Yorkshire quel giorno stesso, e di iniziare la mia indagine contemplata la mattina seguente.
Era appena troppo tardi per partire con il treno che lasciava Londra prima di mezzogiorno. Non c'era altra alternativa che aspettare, quasi tre ore, la partenza del treno successivo. C'era qualcosa che potevo fare a Londra, che potesse utilmente occupare questo intervallo di tempo?
I miei pensieri tornarono ostinatamente alla cena di compleanno.
Sebbene avessi dimenticato i numeri e, in molti casi, i nomi degli ospiti, ricordavo abbastanza facilmente che di gran lunga la proporzione maggiore di loro proveniva da Frizinghall, o dal suo circondario. Ma la proporzione maggiore non era tutto. Alcuni pochi di noi non erano residenti abituali in campagna. Io stesso ero uno dei pochi. Il signor Murthwaite era un altro. Godfrey Ablewhite era il terzo. Il signor Bruff — no: ricordai che gli affari avevano impedito al signor Bruff di far parte del gruppo. C'erano state signore presenti, la cui residenza abituale era a Londra? Potevo solo ricordare Miss Clack come rientrante in quest'ultima categoria. Comunque, ecco tre degli ospiti, in ogni caso, che era chiaramente consigliabile vedere prima di lasciare la città. Andai subito all'ufficio del signor Bruff; non conoscendo gli indirizzi delle persone che stavo cercando, e pensando fosse probabile che potesse mettermi sulla strada giusta per trovarle.
Il signor Bruff si dimostrò troppo occupato per concedermi più di un minuto del suo prezioso tempo. In quel minuto, tuttavia, riuscì a sbarazzarsi — nel modo più scoraggiante — di tutte le domande che avevo da porgli.
In primo luogo, considerava il mio metodo appena scoperto per trovare un indizio del mistero come qualcosa di troppo puramente fantasioso per essere discusso seriamente. In secondo, terzo e quarto luogo, il signor Murthwaite era ora sulla via del ritorno verso la scena delle sue passate avventure; Miss Clack aveva subito perdite, e si era stabilita, per motivi di economia, in Francia; il signor Godfrey Ablewhite poteva, o non poteva, essere rintracciabile da qualche parte a Londra. Supponiamo che mi informassi al suo club? E supponiamo che scusassi il signor Bruff, se tornava ai suoi affari e mi augurava buon giorno?
Essendo il campo d'indagine a Londra così ristretto da includere solo la necessità di scoprire l'indirizzo di Godfrey, seguii il consiglio dell'avvocato e guidai fino al suo club.
Nell'atrio, incontrai uno dei membri, che era un vecchio amico di mio cugino, e che era anche un mio conoscente. Questo signore, dopo avermi illuminato sull'argomento dell'indirizzo di Godfrey, mi raccontò di due recenti eventi nella sua vita, che erano di una certa importanza in sé, e che non erano giunti precedentemente alle mie orecchie.
Sembrava che Godfrey, lungi dall'essere scoraggiato dal ritiro di Rachel dal suo fidanzamento con lui, avesse fatto avances matrimoniali poco dopo a un'altra giovane signora, nota per essere una grande ereditiera. La sua causa era prosperata, e il suo matrimonio era stato considerato una cosa decisa e certa. Ma, anche qui, il fidanzamento era stato improvvisamente e inaspettatamente rotto — dovuto, si diceva, in quest'occasione, a una seria divergenza di opinione tra lo sposo e il padre della signora, sulla questione degli insediamenti.
Come compensazione per questo secondo disastro matrimoniale, Godfrey si era trovato poco dopo oggetto di affettuosa memoria pecuniaria, da parte di una delle sue numerose ammiratrici. Una ricca vecchia signora — molto rispettata alla Mothers’ Small-Clothes-Conversion-Society, e una grande amica di Miss Clack (alla quale non lasciò nulla se non un anello da lutto) — aveva lasciato all'ammirevole e meritevole Godfrey un lascito di cinquemila sterline. Dopo aver ricevuto questa bella aggiunta alle sue modeste risorse pecuniarie, si era sentito dire che sentiva il bisogno di ottenere un po' di tregua dalle sue opere di carità, e che il suo medico prescriveva «un giro sul Continente, come probabile foriero di molti benefici futuri per la sua salute». Se volevo vederlo, sarebbe stato consigliabile non perdere tempo nel fare la mia visita contemplata.
Andai, lì per lì, a fare la mia visita.
La stessa fatalità che mi aveva reso appena un giorno troppo tardi nel chiamare il sergente Cuff, mi rese di nuovo un giorno troppo tardi nel chiamare Godfrey. Aveva lasciato Londra, la mattina precedente, con il treno di marea, per Dover. Doveva attraversare per Ostenda; e il suo servitore credeva che stesse andando a Bruxelles. Il tempo del suo ritorno era piuttosto incerto; ma potevo essere certo che sarebbe rimasto via almeno tre mesi.
Tornai ai miei alloggi un po' depresso nello spirito. Tre degli ospiti alla cena di compleanno — e quei tre tutti persone eccezionalmente intelligenti — erano fuori dalla mia portata, proprio nel momento in cui era più importante poter comunicare con loro. Le mie ultime speranze riposavano ora su Betteredge, e sugli amici della defunta Lady Verinder che avrei potuto ancora trovare a vivere nelle vicinanze della casa di campagna di Rachel.
In quest'occasione, viaggiai direttamente verso Frizinghall — essendo la città ora il punto centrale del mio campo d'indagine. Arrivai troppo tardi la sera per poter comunicare con Betteredge. La mattina dopo, mandai un messaggero con una lettera, chiedendogli di raggiungermi all'hotel, al più presto possibile.
Avendo preso la precauzione — in parte per risparmiare tempo, in parte per accomodare Betteredge — di mandare il mio messaggero in una carrozza, avevo una ragionevole prospettiva, se non si fossero verificati ritardi, di vedere il vecchio entro meno di due ore dal momento in cui lo avevo mandato a chiamare. Durante questo intervallo, mi organizzai per impiegarmi nell'aprire la mia indagine contemplata, tra gli ospiti presenti alla cena di compleanno che mi erano personalmente noti, e che erano facilmente alla mia portata. Questi erano i miei parenti, gli Ablewhite, e il signor Candy. Il dottore aveva espresso un desiderio speciale di vedermi, e il dottore viveva nella strada accanto. Così dal signor Candy andai per primo.
Dopo quanto Betteredge mi aveva riferito, mi aspettavo naturalmente di trovare sul volto del dottore le tracce della grave malattia di cui aveva sofferto. Ma non ero affatto preparato a un tale cambiamento, quale vidi in lui quando entrò nella stanza e mi strinse la mano. I suoi occhi erano spenti; i capelli erano diventati completamente grigi; il viso era avvizzito; la figura si era rimpicciolita. Guardai quel medico un tempo vivace, chiacchierone e spiritoso — associato nel mio ricordo alla perpetrazione di incorreggibili indiscrezioni sociali e innumerevoli scherzi da ragazzo — e non vidi nulla rimasto del suo io precedente, se non la vecchia tendenza a una volgare ricercatezza nell’abbigliamento. L'uomo era un relitto; ma i suoi vestiti e i suoi gioielli — in crudele scherno del mutamento in lui — erano gioiosi e sgargianti come sempre.
“Ho pensato spesso a lei, signor Blake”, disse; “e sono sinceramente lieto di rivederla finalmente. Se c'è qualcosa che posso fare per lei, la prego di disporre dei miei servizi, signore — la prego di disporre dei miei servizi!”
Pronunciò quelle poche parole banali con fretta e ansia inutili, e con una curiosità di sapere cosa mi avesse portato nello Yorkshire che era perfettamente — direi infantilmente — incapace di celare allo sguardo.
Con l’obiettivo che avevo in vista, avevo naturalmente previsto la necessità di addentrarmi in una sorta di spiegazione personale, prima di poter sperare di interessare delle persone, per lo più estranee per me, a fare del loro meglio per assistere la mia indagine. Durante il viaggio verso Frizinghall avevo stabilito quale dovesse essere la mia spiegazione — e colsi l’opportunità ora offertami di provare l’effetto che avrebbe fatto sul signor Candy.
“Ero nello Yorkshire, l’altro giorno, e sono di nuovo nello Yorkshire adesso, per una faccenda piuttosto romantica”, dissi. “È una questione, signor Candy, a cui tutti gli amici della compianta Lady Verinder hanno preso un certo interesse. Ricorda la misteriosa perdita del Diamante Indiano, ormai quasi un anno fa? Si sono verificate di recente delle circostanze che portano a sperare che possa ancora essere ritrovato — e io mi sto interessando, come uno della famiglia, a recuperarlo. Tra gli ostacoli sul mio cammino, vi è la necessità di raccogliere di nuovo tutte le prove che furono scoperte all’epoca, e altre ancora, se possibile. Ci sono delle particolarità in questo caso che rendono auspicabile ravvivare il mio ricordo di tutto ciò che accadde in casa, la sera del compleanno della signorina Verinder. E mi arrischio ad appellarmi agli amici della sua defunta madre che erano presenti in quell’occasione, affinché mi prestino l’assistenza delle loro memorie——”
Ero arrivato a quel punto nel ripassare le mie frasi esplicative, quando fui improvvisamente bloccato dal vedere chiaramente sul volto del signor Candy che il mio esperimento su di lui era un fallimento totale.
Il piccolo dottore sedeva irrequieto a stuzzicarsi la punta delle dita per tutto il tempo in cui parlavo. I suoi occhi spenti e acquosi erano fissi sul mio volto con un’espressione di vacua e malinconica interrogazione, molto dolorosa da vedere. A cosa stesse pensando era impossibile indovinarlo. L’unica cosa chiaramente visibile era che avevo fallito, dopo le prime due o tre parole, nel fissare la sua attenzione. L’unica possibilità di riportarlo in sé sembrava risiedere nel cambiare argomento. Provai subito un nuovo tema.
“Così tanto”, dissi, allegramente, “per quanto riguarda ciò che mi porta a Frizinghall! Ora, signor Candy, tocca a lei. Mi ha mandato un messaggio tramite Gabriel Betteredge——”
Smettendo di stuzzicarsi le dita, si illuminò improvvisamente.
“Sì! sì! sì!” esclamò con entusiasmo. “Proprio così! Le ho mandato un messaggio!”
“E Betteredge lo ha debitamente comunicato per iscritto”, continuai. “Aveva qualcosa da dirmi, la prossima volta che fossi stato nelle sue vicinanze. Bene, signor Candy, eccomi qui!”
“Eccola qui!” fece eco il dottore. “E Betteredge aveva perfettamente ragione. Avevo qualcosa da dirle. Questo era il mio messaggio. Betteredge è un uomo meraviglioso. Che memoria! Alla sua età, che memoria!”
Ricadde nel silenzio e ricominciò a stuzzicarsi le dita. Ricordando ciò che avevo sentito da Betteredge circa l’effetto della febbre sulla sua memoria, proseguii la conversazione, nella speranza di poterlo aiutare a iniziare.
“È passato molto tempo da quando ci siamo incontrati”, dissi. “L’ultima volta ci siamo visti all’ultimo compleanno che la mia povera zia avrebbe mai festeggiato.”
“Proprio così!” esclamò il signor Candy. “La cena di compleanno!” Si alzò d’impulso in piedi e mi guardò. Un rossore intenso si sparse improvvisamente sul suo viso sbiadito, e si sedette bruscamente di nuovo, come se fosse consapevole di aver tradito una debolezza che avrebbe voluto nascondere. Era chiaro, pietosamente chiaro, che era consapevole del proprio deficit di memoria, e che era determinato a nasconderlo all’osservazione dei suoi amici.
Fin qui aveva fatto appello solo alla mia compassione. Ma le parole che aveva appena detto — per quanto poche — suscitarono istantaneamente la mia curiosità al massimo grado. La cena di compleanno era già diventata l’unico evento del passato a cui guardavo con sentimenti stranamente misti di speranza e sfiducia. Ed ecco che la cena di compleanno si proclamava inequivocabilmente come l’argomento su cui il signor Candy aveva qualcosa di importante da dirmi!
Tentai di aiutarlo ancora una volta. Ma, questa volta, i miei interessi erano alla base del mio motivo compassionevole, e mi spinsero un po’ troppo bruscamente verso il fine che mi ero prefissato.
“È passato quasi un anno ormai”, dissi, “da quando sedemmo a quella piacevole tavola. Ha preso qualche appunto — nel suo diario o altro — su ciò che voleva dirmi?”
Il signor Candy comprese il suggerimento e mi mostrò, comprendendolo, di vederlo come un insulto.
“Non ho bisogno di appunti, signor Blake”, disse, abbastanza rigidamente. “Non sono ancora un uomo così vecchio — e la mia memoria (grazie a Dio) è del tutto affidabile!”
Inutile dire che mi rifiutai di capire che si fosse offeso con me.
“Vorrei poter dire lo stesso della mia memoria”, risposi. “Quando cerco di pensare a questioni vecchie di un anno, raramente trovo il mio ricordo vivido quanto vorrei che fosse. Prenda la cena da Lady Verinder, per esempio——”
Il signor Candy si illuminò di nuovo, nel momento in cui l’allusione passò le mie labbra.
“Ah! la cena, la cena da Lady Verinder!” esclamò, più entusiasta che mai. “Ho qualcosa da dirle a riguardo.”
I suoi occhi mi guardarono di nuovo con quella dolorosa espressione di interrogazione, così malinconica, così vacua, così miseramente impotente da vedere. Evidentemente stava cercando con tutte le sue forze, e invano, di recuperare il ricordo perduto. “È stata una cena molto piacevole”, sbottò improvvisamente, con l’aria di dire esattamente ciò che voleva dire. “Una cena molto piacevole, signor Blake, non è vero?” Annnuì e sorrise, e parve pensare, pover’uomo, di essere riuscito a nascondere il fallimento totale della sua memoria con un esercizio ben tempestivo della propria prontezza di spirito.
Era così straziante che cambiai subito discorso — per quanto fossi profondamente interessato a che recuperasse il ricordo perduto — verso temi di interesse locale.
Qui, se la cavò abbastanza speditamente. Piccoli scandali e litigi da nulla in città, alcuni vecchi anche di un mese, sembravano tornare prontamente alla sua memoria. Chiacchierò, con qualcosa della fluida scioltezza pettegola dei tempi passati. Ma ci furono momenti, persino nel pieno flusso della sua loquacità, in cui esitò improvvisamente — mi guardò per un istante con l’interrogazione vacua ancora una volta negli occhi — si controllò — e continuò. Mi sottomisi pazientemente al mio martirio (non è forse niente meno che martirio, per un uomo di simpatie cosmopolite, assorbire in rassegnato silenzio le notizie di una cittadina di provincia?) finché l’orologio sul caminetto mi disse che la mia visita si era prolungata oltre mezz'ora. Avendo ora qualche diritto di considerare il sacrificio come completo, mi alzai per congedarmi. Mentre ci stringevamo la mano, il signor Candy tornò di sua iniziativa sulla festa di compleanno.
“Sono così lieto che ci siamo rivisti”, disse. “Avevo in mente — avevo davvero in mente, signor Blake, di parlarle. Circa la cena da Lady Verinder, sa? Una cena piacevole — davvero una cena piacevole, non è vero?”
Nel ripetere la frase, sembrò sentirsi meno certo di avermi impedito di sospettare il suo vuoto di memoria, di quanto si fosse sentito la prima volta. Lo sguardo malinconico offuscò di nuovo il suo volto; e, dopo aver apparentemente inteso di accompagnarmi alla porta di strada, cambiò improvvisamente idea, suonò il campanello per il servitore e rimase nel salotto.
Scesi lentamente le scale del dottore, provando la sconfortante convinzione che avesse davvero qualcosa da dire che era di vitale importanza per me udire, e che fosse moralmente incapace di dirlo. Lo sforzo di ricordare che voleva parlarmi era, fin troppo evidentemente, l’unico sforzo che la sua memoria indebolita era ormai in grado di compiere.
Proprio mentre raggiungevo il fondo delle scale e avevo svoltato l’angolo sulla via per l’atrio esterno, una porta si aprì dolcemente da qualche parte al piano terra della casa, e una voce gentile disse dietro di me:—
“Temo, signore, che trovi il signor Candy tristemente cambiato?”
Mi voltai e mi ritrovai faccia a faccia con Ezra Jennings.
CAPITOLO IX
La graziosa cameriera del dottore stava aspettandomi, con la porta di strada aperta in mano. Inondando luminosamente l’atrio, la luce del mattino cadde piena sul volto dell’assistente del signor Candy quando mi voltai e lo guardai.
Era impossibile contestare l’affermazione di Betteredge che l’aspetto di Ezra Jennings, parlando da un punto di vista popolare, fosse contro di lui. Il suo incarnato zingaresco, le guance prive di carne, le ossa facciali sporgenti, gli occhi sognanti, i suoi straordinari capelli bicolori, la sconcertante contraddizione tra il viso e la figura che lo faceva apparire vecchio e giovane allo stesso tempo — erano tutti più o meno calcolati per produrre una sfavorevole impressione di lui nella mente di uno straniero. E tuttavia — sentendo questo come certamente sentivo — non si può negare che Ezra Jennings facesse un qualche imperscrutabile appello alle mie simpatie, a cui trovai impossibile resistere. Mentre la mia conoscenza del mondo mi avvertiva di rispondere alla domanda che aveva posto, riconoscendo che trovavo davvero il signor Candy tristemente cambiato, e poi di procedere per la mia strada fuori dalla casa — il mio interesse per Ezra Jennings mi tenne inchiodato al posto, e gli diede l’opportunità di parlarmi in privato del suo datore di lavoro, per la quale era evidentemente in attesa.
“Sta andando verso la mia direzione, signor Jennings?” dissi, osservando che teneva il cappello in mano. “Sto andando a fare visita a mia zia, la signora Ablewhite.”
Ezra Jennings rispose che doveva vedere un paziente e che stava andando nella mia direzione.
Lasciammo la casa insieme. Osservai che la graziosa servetta — che era tutta sorrisi e amabilità, quando le ho augurato buongiorno uscendo — ricevette un modesto messaggino da Ezra Jennings, relativo all’ora in cui ci si sarebbe potuti aspettare il suo ritorno, con le labbra contratte e con occhi che ostentatamente guardavano ovunque tranne che in faccia a lui. Il poveretto non era evidentemente un favorito in casa. Fuori di casa, avevo la parola di Betteredge che era impopolare ovunque. “Che vita!” pensai tra me e me, mentre scendevamo i gradini del dottore.
Avendo già fatto riferimento alla malattia del signor Candy da parte sua, Ezra Jennings sembrò ora determinato a lasciare a me il riprendere l’argomento. Il suo silenzio diceva significativamente: “Tocca a lei ora”. Anche io avevo le mie ragioni per riferirmi alla malattia del dottore: e accettai prontamente la responsabilità di parlare per primo.
“A giudicare dal cambiamento che vedo in lui”, iniziai, “la malattia del signor Candy deve essere stata ben più grave di quanto avessi supposto?”
“È quasi un miracolo”, disse Ezra Jennings, “che sia sopravvissuto.”
“La sua memoria non è mai migliore di come l’ho trovata oggi? Ha cercato di parlarmi——”
“Di qualcosa che è accaduto prima che si ammalasse?” chiese l’assistente, osservando che esitavo.
“Sì.”
“Il suo ricordo degli eventi, in quel tempo passato, è irrimediabilmente indebolito”, disse Ezra Jennings. “È quasi da deplorare, pover’uomo, che ne rimanga persino il relitto. Mentre ricorda vagamente dei piani che aveva formato — cose, qui e là, che doveva dire o fare prima della sua malattia — è perfettamente incapace di ricordare quali fossero i piani, o cosa fosse la cosa che doveva dire o fare. È dolorosamente consapevole della propria deficienza, e dolorosamente ansioso, come deve aver visto, di nasconderla dall’osservazione. Se solo avesse potuto riprendersi in uno stato di completo oblio riguardo al passato, sarebbe stato un uomo più felice. Forse saremmo tutti più felici”, aggiunse, con un triste sorriso, “se potessimo solo dimenticare completamente!”
“Ci sono alcuni eventi sicuramente nella vita di tutti gli uomini”, risposi, “il cui ricordo non vorrebbero perdere interamente?”
“Questo è, spero, da dirsi della maggior parte degli uomini, signor Blake. Temo non possa dirsi sinceramente di tutti. Ha qualche motivo di supporre che il ricordo perduto che il signor Candy ha cercato di recuperare — mentre lei gli stava parlando poco fa — fosse un ricordo che fosse importante per lei che lui richiamasse?”
Nel dire quelle parole, aveva toccato, di sua iniziativa, proprio il punto su cui ero ansioso di consultarlo. L’interesse che provavo per quest’uomo strano mi aveva spinto, in prima istanza, a dargli l’opportunità di parlarmi; riservando ciò che potevo avere da dire, da parte mia, in relazione al suo datore di lavoro, finché non fossi stato prima soddisfatto che fosse una persona nella cui delicatezza e discrezione potessi fidarmi. Quel poco che aveva detto, fin qui, era stato sufficiente a convincermi che stavo parlando con un gentiluomo. Aveva quella che posso azzardarmi a descrivere come una disinvoltura non ricercata, che è un segno sicuro di buona educazione, non solo in Inghilterra, ma ovunque nel mondo civilizzato. Qualunque fosse l’obiettivo che aveva in vista, nel pormi la domanda che mi aveva appena rivolto, non sentii alcun dubbio di essere giustificato — fin qui — nel rispondergli senza riserve.
“Credo di avere un forte interesse”, dissi, “a rintracciare il ricordo perduto che il signor Candy non è stato in grado di richiamare. Posso chiederle se può suggerirmi un metodo con cui potrei assistere la sua memoria?”
Ezra Jennings mi guardò, con un improvviso lampo di interesse nei suoi sognanti occhi castani.
“La memoria del signor Candy è fuori dalla portata dell’assistenza”, disse. “Ho provato ad aiutarla abbastanza spesso dopo la sua guarigione, da poter parlare con certezza su questo punto.”
Questo mi deluse; e lo ammisi.
“Confesso che mi aveva portato a sperare in una risposta meno scoraggiante di quella”, dissi.
Ezra Jennings sorrise. “Potrebbe non essere, forse, una risposta definitiva, signor Blake. Potrebbe essere possibile rintracciare il ricordo perduto del signor Candy, senza la necessità di fare appello al signor Candy stesso.”
“Davvero? È un’indiscrezione, da parte mia, chiedere come?”
“Niente affatto. La mia unica difficoltà nel rispondere alla sua domanda, è la difficoltà di spiegarmi. Posso fare affidamento sulla sua pazienza, se faccio riferimento ancora una volta alla malattia del signor Candy: e se ne parlo questa volta senza risparmiarle certi dettagli professionali?”
“La prego, continui! Mi ha già interessato ascoltare i dettagli.”
La mia ansia sembrò divertire — forse, potrei piuttosto dire, fargli piacere. Sorrise di nuovo. Avevamo ormai lasciato le ultime case della città alle nostre spalle. Ezra Jennings si fermò per un momento e colse dei fiori selvatici dalla siepe lungo la strada. “Come sono belli!” disse, semplicemente, mostrandomi il suo piccolo mazzolino. “E come poche persone in Inghilterra sembrano ammirarli come meritano!”
“Non è sempre stato in Inghilterra?” dissi.
“No. Sono nato e in parte cresciuto in una delle nostre colonie. Mio padre era inglese; ma mia madre— Ci stiamo allontanando dal nostro argomento, signor Blake; ed è colpa mia. La verità è che ho delle associazioni con questi modesti fiorellini di siepe— Non importa; stavamo parlando del signor Candy. Al signor Candy torniamo.”
Connettendo le poche parole su se stesso che così riluttante gli erano sfuggite, con la visione malinconica della vita che lo portava a porre le condizioni della felicità umana nel completo oblio del passato, mi sentii soddisfatto che la storia che avevo letto sul suo volto fosse, in due particolari almeno, la storia che raccontava davvero. Aveva sofferto come pochi uomini soffrono; e c’era la mescolanza di qualche razza straniera nel suo sangue inglese.
“Ha sentito, oserei dire, la causa originaria della malattia del signor Candy?” riprese. “La sera della cena di Lady Verinder fu una notte di pioggia battente. Il mio datore di lavoro guidò fino a casa sotto di essa nel suo calesse, e raggiunse la casa bagnato fino alle ossa. Trovò un messaggio urgente da un paziente che lo aspettava; e andò sfortunatamente subito a visitare la persona malata, senza fermarsi a cambiarsi i vestiti. Io stesso fui trattenuto professionalmente, quella notte, da un caso a una certa distanza da Frizinghall. Quando tornai la mattina seguente, trovai il garzone del signor Candy che aspettava in grande allarme per portarmi nella stanza del suo padrone. A quell’ora il danno era fatto; la malattia era iniziata.”
“La malattia mi è stata descritta solo, in termini generali, come una febbre”, dissi.
“Non posso aggiungere nulla che renda la descrizione più accurata”, rispose Ezra Jennings. “Dall’inizio alla fine la febbre non assunse alcuna forma specifica. Mandai subito a chiamare due degli amici medici del signor Candy in città, entrambi dottori, affinché venissero a darmi la loro opinione sul caso. Concordarono con me che sembrava grave; ma dissentirono entrambi fortemente dalla visione che avevo preso del trattamento. Differimmo completamente nelle conclusioni che traemmo dal polso del paziente. I due dottori, argomentando dalla rapidità del battito, dichiararono che un trattamento defatigante era l’unico trattamento da adottare. Da parte mia, ammisi la rapidità del polso, ma indicai anche la sua allarmante debolezza come indicativa di una condizione esausta del sistema, e come mostrante una chiara necessità per la somministrazione di stimolanti. I due dottori erano per mantenerlo a pappa, limonata, acqua d’orzo, e così via. Io ero per dargli champagne, o brandy, ammoniaca e chinino. Una seria differenza di opinione, come vede! Una differenza tra due medici di consolidata reputazione locale, e uno straniero che era solo un assistente in casa. Per i primi giorni, non ebbi scelta se non quella di cedere ai miei superiori in età e grado; il paziente affondava costantemente per tutto il tempo. Feci un secondo tentativo di fare appello alla chiara, innegabilmente chiara, evidenza del polso. La sua rapidità era incontrollata, e la sua debolezza era aumentata. I due dottori si offesero per la mia ostinazione. Dissero: ‘Signor Jennings, o gestiamo noi questo caso, o lo gestisce lei. Cosa deve essere?’ Dissi: ‘Signori, mi diano cinque minuti per riflettere, e quella chiara domanda avrà una chiara risposta’. Quando il tempo scadde, ero pronto con la mia risposta. Dissi: ‘Si rifiutano positivamente di tentare il trattamento stimolante?’ Si rifiutarono in tante parole. ‘Ho intenzione di tentarlo subito, signori.’ — ‘Lo tenti, signor Jennings, e noi ci ritiriamo dal caso.’ Mandai a chiamare in cantina una bottiglia di champagne; e ne somministrai mezzo bicchiere al paziente con la mia stessa mano. I due medici presero i loro cappelli in silenzio e lasciarono la casa.”
“Si era assunto una seria responsabilità”, dissi. “Al suo posto, temo che mi sarei tirato indietro.”
«Al mio posto, signor Blake, avrebbe ricordato che il signor Candy l’aveva accolta al suo servizio, in circostanze che la rendevano suo debitore per la vita. Al mio posto, l’avrebbe visto spegnersi, ora dopo ora; e avrebbe rischiato qualsiasi cosa, piuttosto che lasciare che l’unico uomo sulla terra che le era stato amico morisse davanti ai suoi occhi. Non creda che non avessi coscienza della terribile posizione in cui mi ero cacciato! Ci furono momenti in cui provai tutta l’infelicità della mia solitudine, tutto il pericolo della mia terribile responsabilità. Se fossi stato un uomo felice, se avessi condotto una vita prospera, credo che sarei crollato sotto il compito che mi ero imposto. Ma non avevo alcun tempo felice a cui guardare indietro, nessuna pace mentale passata che potesse porsi in contrasto con la mia ansia e la mia angoscia attuali — e ho tenuto fede alla mia risoluzione attraverso tutto ciò. Mi prendevo un intervallo a metà giornata, quando le condizioni del mio paziente erano al meglio, per il riposo di cui avevo bisogno. Per il resto delle ventiquattr’ore, finché la sua vita è stata in pericolo, non ho mai lasciato il suo capezzale. Verso il tramonto, come di consueto in tali casi, sopraggiunse il delirio tipico della febbre. È durato più o meno per tutta la notte; e poi si è interrotto, in quel momento terribile del primo mattino — dalle due alle cinque — quando le energie vitali persino dei più sani tra noi sono al minimo. È allora che la Morte miete il suo raccolto umano più abbondantemente. Fu allora che la Morte ed io combattemmo la nostra battaglia sopra il letto, per decidere a chi sarebbe spettato l’uomo che vi giaceva sopra. Non ho mai esitato nel proseguire il trattamento su cui avevo puntato tutto. Quando il vino fallì, provai col brandy. Quando gli altri stimolanti persero efficacia, raddoppiai la dose. Dopo un intervallo di sospensione — il cui simile spero in Dio di non provare mai più — arrivò un giorno in cui la rapidità del polso diminuì leggermente, ma in modo apprezzabile; e, cosa ancora migliore, arrivò anche un cambiamento nel battito — un cambiamento inconfondibile verso la stabilità e la forza. Allora, seppi di averlo salvato; e allora confesso di essere crollato. Riposi la mano smagrita del poveretto sul letto e scoppiai a piangere. Un sollievo isterico, signor Blake — niente di più! La fisiologia dice, e dice il vero, che alcuni uomini nascono con costituzioni femminili — e io sono uno di loro!»
Egli fornì quella spiegazione amaramente professionale per le sue lacrime, parlando con calma e senza affettazione, come aveva fatto fin dall’inizio. Il suo tono e il suo modo di fare, dall'inizio alla fine, lo mostravano particolarmente, quasi morbosamente, ansioso di non porsi come oggetto di interesse per me.
«Potrà ben chiedersi perché l’abbia stancata con tutti questi dettagli?» continuò. «È l’unico modo che vedo, signor Blake, per presentarle adeguatamente ciò che ho da dire in seguito. Ora che sa esattamente quale fosse la mia posizione al tempo della malattia del signor Candy, comprenderà più facilmente il bisogno doloroso che avevo di alleggerire il peso sulla mia mente dandogli, a intervalli, una sorta di sollievo. Ho avuto la presunzione di occupare il mio tempo libero, per alcuni anni passati, scrivendo un libro indirizzato ai membri della mia professione — un libro sull’intricato e delicato argomento del cervello e del sistema nervoso. Il mio lavoro probabilmente non sarà mai finito; e certamente non sarà mai pubblicato. Ciò nonostante, è stato l’amico di molte ore solitarie; e mi ha aiutato a far passare il tempo ansioso — il tempo dell’attesa, e nient’altro — al capezzale del signor Candy. Le ho detto che delirava, mi pare? E ho menzionato il momento in cui sopraggiungeva il suo delirio?»
«Sì.»
«Bene, ero giunto a una sezione del mio libro, in quel periodo, che toccava proprio questa questione del delirio. Non la disturberò a lungo con la mia teoria in materia — mi limiterò a dirle solo ciò che è nel suo attuale interesse sapere. Mi è capitato spesso, nel corso della mia pratica medica, di dubitare se possiamo giustificatamente dedurre — nei casi di delirio — che la perdita della facoltà di parlare in modo connesso implichi necessariamente anche la perdita della facoltà di pensare in modo connesso. La malattia del povero signor Candy mi ha dato l’opportunità di mettere alla prova questo dubbio. Comprendo l’arte della stenografia; e sono stato in grado di trascrivere i ‘vagamendi’ del paziente, esattamente come cadevano dalle sue labbra. — Vede, signor Blake, dove voglio arrivare finalmente?»
Lo vedevo chiaramente, e attesi con interesse senza fiato di sentire altro.
«A ritagli di tempo», continuò Ezra Jennings, «ho riprodotto i miei appunti stenografici nella forma normale di scrittura — lasciando ampi spazi tra le frasi spezzate, e persino tra le singole parole, così come erano cadute in modo sconnesso dalle labbra del signor Candy. Ho poi trattato il risultato così ottenuto, più o meno secondo il principio che si adotta nel comporre il ‘puzzle’ di un bambino. È tutta confusione all’inizio; ma può essere tutto portato in ordine e forma, se solo si riesce a trovare la via giusta. Agendo secondo questo piano, ho riempito ogni spazio vuoto sul foglio con ciò che le parole o le frasi ai suoi lati mi suggerivano come significato di chi parlava; alterando più e più volte, finché le mie aggiunte non seguivano naturalmente le parole pronunciate che le precedevano, e si inserivano naturalmente nelle parole pronunciate che le seguivano. Il risultato è stato che non solo ho occupato in questo modo molte ore vuote e ansiose, ma che sono giunto a qualcosa che era (come mi è parso) una conferma della teoria che sostenevo. In parole più semplici, dopo aver messo insieme le frasi spezzate, ho trovato la facoltà superiore di pensare procedere, più o meno in modo connesso, nella mente del mio paziente, mentre la facoltà inferiore di espressione era in uno stato di incapacità e confusione quasi complete.»
«Una parola!» intervenni con impazienza. «Il mio nome è apparso in qualcuno dei suoi vagamendi?»
«Sentirà, signor Blake. Tra le mie prove scritte dell’asserzione che ho appena avanzato — o, dovrei dire, tra gli esperimenti scritti che tendono a mettere alla prova la mia asserzione — ce n’è una in cui appare il suo nome. Per quasi tutta una notte, la mente del signor Candy è stata occupata da qualcosa tra lui e lei. Ho le parole spezzate, così come sono cadute dalle sue labbra, su un foglio. E ho i legami della mia scoperta che collegano quelle parole insieme, su un altro foglio. Il prodotto (come direbbero gli aritmetici) è una dichiarazione intelligibile — in primo luogo, di qualcosa di realmente fatto nel passato; in secondo luogo, di qualcosa che il signor Candy contemplava di fare in futuro, se la sua malattia non si fosse messa di mezzo e non lo avesse fermato. La questione è se questo rappresenti o meno il ricordo perduto che egli ha tentato invano di ritrovare quando lei è passato a trovarlo stamattina?»
«Senza dubbio!» risposi. «Torniamo subito indietro e guardiamo le carte!»
«Assolutamente impossibile, signor Blake.»
«Perché?»
«Si metta al mio posto per un momento», disse Ezra Jennings. «Rivelerebbe a un’altra persona ciò che è caduto inconsciamente dalle labbra del suo paziente sofferente e del suo amico impotente, senza prima sapere che vi fosse una necessità tale da giustificarla nell’aprire bocca?»
Sentii che era inattaccabile, qui; ma tentai comunque di discutere la questione.
«La mia condotta in una faccenda così delicata come quella che descrive», risposi, «dipenderebbe molto dal fatto se la rivelazione fosse di natura tale da compromettere o meno il mio amico.»
«Ho eliminato ogni necessità di considerare quel lato della questione, molto tempo fa», disse Ezra Jennings. «Ovunque i miei appunti includessero qualcosa che il signor Candy avrebbe potuto voler tenere segreto, quegli appunti sono stati distrutti. I miei esperimenti manoscritti al capezzale del mio amico non includono nulla, ora, che egli avrebbe esitato a comunicare ad altri, se avesse recuperato l’uso della memoria. Nel suo caso, ho ogni ragione di supporre che i miei appunti contengano qualcosa che egli desiderava realmente dirle.»
«Eppure, lei esita?»
«Eppure, esito. Ricordi le circostanze in cui ho ottenuto le informazioni che possiedo! Per quanto innocue siano, non riesco a convincermi a cederle a lei, a meno che lei non mi soddisfi prima sul fatto che vi sia una ragione per farlo. Era così miseramente malato, signor Blake! ed era così impotentemente dipendente da me! È chiedere troppo, se le chiedo solo di accennarmi quale sia il suo interesse per il ricordo perduto — o cosa lei creda che quel ricordo perduto sia?»
Rispondergli con la franchezza che sia il suo linguaggio che il suo modo di fare pretendevano da me, avrebbe significato impegnarmi ad ammettere apertamente di essere sospettato del furto del Diamante. Per quanto Ezra Jennings avesse intensificato il primo interesse impulsivo che avevo provato per lui, non aveva superato la mia invincibile riluttanza a rivelare la posizione degradante in cui mi trovavo. Mi rifugiai ancora una volta nelle frasi esplicative con cui mi ero preparato ad affrontare la curiosità degli estranei.
Questa volta non ebbi motivo di lamentarmi della mancanza di attenzione da parte della persona a cui mi rivolgevo. Ezra Jennings ascoltò pazientemente, quasi ansiosamente, finché non ebbi finito.
«Mi dispiace aver sollevato le sue aspettative, signor Blake, solo per deluderle», disse. «Durante l’intero periodo della malattia del signor Candy, dall’inizio alla fine, non una parola sul Diamante è sfuggita alle sue labbra. La faccenda con cui l’ho sentito collegare il suo nome non ha, posso assicurarglielo, alcuna relazione scoperta di sorta con la perdita o il ritrovamento del gioiello della signor Verinder.»
Arrivammo, mentre diceva quelle parole, in un punto in cui l’autostrada lungo la quale stavamo camminando si biforcava in due strade. Una portava alla casa del signor Ablewhite, l’altra verso un villaggio tra le brughiere a circa due o tre miglia di distanza. Ezra Jennings si fermò alla strada che portava al villaggio.
«La mia via giace in questa direzione», disse. «Sono davvero e sinceramente dispiaciuto, signor Blake, di non poterle essere di alcuna utilità.»
La sua voce mi disse che parlava sinceramente. I suoi dolci occhi castani si posarono su di me per un momento con uno sguardo di malinconico interesse. Si inchinò, e andò, senza un’altra parola, per la sua strada verso il villaggio.
Per un minuto o più rimasi a guardarlo, allontanarsi sempre di più da me; portando sempre più lontano con sé quello che ora credevo fermamente fosse l’indizio che stavo cercando. Si voltò, dopo aver camminato ancora per un po’, e guardò indietro. Vedendomi ancora fermo nel punto in cui ci eravamo separati, si fermò, come dubitando se potessi desiderare di parlargli ancora. Non c’era tempo per me di ragionare sulla mia situazione — di ricordare a me stesso che stavo perdendo la mia occasione, in quello che poteva essere il punto di svolta della mia vita, e tutto per lusingare nient’altro di più importante della mia stessa autostima! C’era solo tempo per richiamarlo indietro prima, e pensare dopo. Sospetto di essere uno dei più avventati tra gli uomini esistenti. Lo richiamai — e poi dissi a me stesso: «Ora non c’è rimedio. Devo dirgli la verità!»
Ripercorse i suoi passi immediatamente. Avanzai lungo la strada per incontrarlo.
«Signor Jennings», dissi. «Non l’ho trattata in modo del tutto corretto. Il mio interesse nel rintracciare il ricordo perduto del signor Candy non è l’interesse di recuperare la Pietra di Luna. Una seria faccenda personale è alla base della mia visita nello Yorkshire. Ho solo una scusa per non essere stato franco con lei in questa faccenda. È più doloroso di quanto possa dire, menzionare a chiunque quale sia la mia posizione reale.»
Ezra Jennings mi guardò con la prima parvenza di imbarazzo che avessi visto in lui finora.
«Non ho alcun diritto, signor Blake, e alcun desiderio», disse, «di intromettermi nei suoi affari privati. Mi permetta di chiederle scusa, da parte mia, per averla (molto innocentemente) messa alla prova in modo doloroso.»
«Lei ha il pieno diritto», replicai, «di fissare i termini ai quali si sente giustificato nel rivelare ciò che ha udito al capezzale del signor Candy. Comprendo e rispetto la delicatezza che la influenza in questa faccenda. Come posso aspettarmi di essere ammesso alla sua confidenza se mi rifiuto di ammetterla nella mia? Lei dovrebbe sapere, e saprà, perché sono interessato a scoprire cosa il signor Candy volesse dirmi. Se dovessi sbagliarmi nelle mie anticipazioni, e se lei si dimostrasse incapace di aiutarmi quando sarà realmente consapevole di ciò che voglio, confiderò nel suo onore affinché mantenga il mio segreto — e qualcosa mi dice che non confiderò invano.»
«Fermi, signor Blake. Ho una parola da dire, che deve essere detta prima che lei vada oltre.»
Lo guardai con stupore. La morsa di una qualche terribile emozione sembrava averlo afferrato e scosso fin nell’anima. La sua carnagione zingaresca era mutata in un pallore grigiastro livido; i suoi occhi erano diventati improvvisamente selvaggi e luccicanti; la sua voce era scesa su un tono — basso, severo e risoluto — che udivo ora per la prima volta. Le risorse latenti nell’uomo, per il bene o per il male — era difficile, in quel momento, dire quale — balzarono fuori in lui e si mostrarono a me, con l’improvvisazione di un lampo di luce.
«Prima che lei riponga alcuna fiducia in me», continuò, «dovrebbe sapere, e deve sapere, sotto quali circostanze sono stato accolto nella casa del signor Candy. Non ci vorrà molto. Non pretendo, signore, di raccontare la mia storia (come si dice) a nessuno. La mia storia morirà con me. Tutto ciò che chiedo è di avere il permesso di dirle quello che ho detto al signor Candy. Se lei è ancora dell’idea, dopo aver udito questo, di dire ciò che si è proposto di dire, lei comanderà la mia attenzione e comanderà i miei servizi. Vogliamo proseguire?»
La sofferenza repressa sul suo volto mi mise a tacere. Risposi alla sua domanda con un cenno. Proseguimmo.
Dopo aver avanzato alcune centinaia di iarde, Ezra Jennings si fermò in una breccia nel muro di pietra grezza che separava la brughiera dalla strada, in quel tratto.
«Le dispiace riposare un po’, signor Blake?» chiese. «Non sono più quello di una volta — e alcune cose mi scuotono.»
Acconsentii, naturalmente. Aprì la strada attraverso la breccia verso un lembo di prato sul terreno brucato, schermato da cespugli e alberi nani sul lato più vicino alla strada, e che dominava nella direzione opposta una vista grandiosamente desolata sull’ampia distesa bruna della brughiera. Le nuvole si erano addensate nell’ultima mezz’ora. La luce era opaca; la distanza era fioca. Il volto incantevole della Natura ci venne incontro, morbido e ancora incolore — ci venne incontro senza un sorriso.
Ci sedemmo in silenzio. Ezra Jennings mise da parte il cappello e si passò la mano stancamente sulla fronte, stancamente attraverso i suoi sorprendenti capelli bianchi e neri. Gettò via da sé il suo piccolo mazzolino di fiori selvatici, come se i ricordi che richiamava fossero ricordi che ora lo ferivano.
«Signor Blake!» disse, improvvisamente. «Lei è in cattiva compagnia. La nube di una orribile accusa grava su di me da anni. Le dico il peggio subito. Sono un uomo la cui vita è un relitto, e il cui carattere è perduto.»
Tentai di parlare. Mi fermò.
«No», disse. «Mi perdoni; non ancora. Non si impegni in espressioni di solidarietà che potrebbe in seguito desiderare di ritirare. Ho menzionato un’accusa che grava su di me da anni. Ci sono circostanze in relazione ad essa che sono a mio sfavore. Non riesco a convincermi ad ammettere quale sia l’accusa. E sono incapace, perfettamente incapace, di provare la mia innocenza. Posso solo asserire la mia innocenza. L’asserisco, signore, sotto giuramento, come cristiano. È inutile appellarsi al mio onore come uomo.»
Si fermò di nuovo. Mi guardai intorno verso di lui. Non mi guardò mai in risposta. Tutto il suo essere sembrava assorbito nell’agonia del ricordare, e nello sforzo di parlare.
«C’è molto che potrei dire», continuò, «riguardo al trattamento spietato riservatomi dalla mia stessa famiglia, e all’ostilità spietata di cui sono rimasto vittima. Ma il danno è fatto; il torto è oltre ogni rimedio. Rifiuto di stancarla o angustiarla, signore, se posso evitarlo. All’inizio della mia carriera in questo paese, la vile calunnia a cui ho fatto riferimento mi ha abbattuto subito e per sempre. Ho rassegnato le mie aspirazioni nella mia professione — l’oscurità era l’unica speranza rimasta per me. Mi sono separato dalla donna che amavo — come avrei potuto condannarla a condividere la mia disgrazia? Si presentò il posto di assistente medico, in un angolo remoto dell’Inghilterra. Ottenni il posto. Mi prometteva pace; mi prometteva oscurità, come pensavo. Mi sbagliavo. La cattiva fama, con il tempo e l’occasione ad aiutarla, viaggia pazientemente, e viaggia lontano. L’accusa da cui ero fuggito mi seguì. Ebbi sentore del suo avvicinarsi. Fui in grado di lasciare la mia posizione volontariamente, con le referenze che mi ero guadagnato. Mi trovarono un’altra posizione in un altro distretto remoto. Il tempo passò ancora; e di nuovo la calunnia che era morte per il mio carattere mi scovò. In quell’occasione non ebbi preavviso. Il mio datore di lavoro disse: ‘Signor Jennings, non ho reclami da fare contro di lei; ma deve mettersi a posto, o lasciarmi’. Avevo solo una scelta — lo lasciai. È inutile soffermarsi su ciò che ho sofferto dopo di allora. Ho solo quarant’anni adesso. Guardi il mio volto, e lasci che le racconti la storia di alcuni anni miserabili. È finita col mio arrivare alla deriva in questo luogo, e incontrare il signor Candy. Cercava un assistente. Lo indirizzai, sulla questione della capacità, al mio ultimo datore di lavoro. La questione del carattere rimaneva. Gli dissi quello che ho detto a lei — e altro. Lo avvertii che c’erano difficoltà lungo la via, anche se mi avesse creduto. ‘Qui, come altrove’, dissi, ‘disprezzo la colpevole evasione di vivere sotto un nome assunto: non sono più al sicuro a Frizinghall che in altri posti dalla nube che mi segue, ovunque io vada’. Rispose: ‘Non faccio le cose a metà — le credo, e mi fa pietà. Se lei vuole rischiare ciò che può accadere, lo rischierò anch’io’. Dio Onnipotente lo benedica! Mi ha dato riparo, mi ha dato impiego, mi ha dato pace mentale — e ho la certezza (l’ho avuta per alcuni mesi passati) che nulla accadrà ora da farglielo rimpiangere.»
«La calunnia è morta?» dissi.
«La calunnia è attiva come sempre. Ma quando mi seguirà fin qui, arriverà troppo tardi.»
«Lei avrà lasciato il posto?»
«Certamente. E quando se ne sarà andato, il signor Candy non avrà più nulla da temere dalla mia presenza al suo fianco. Ora, signor Blake, le mie scuse per questa digressione personale. Ritorniamo a ciò che ha da dirmi. Mi ha parlato di un altro incidente. Qual è?»
«È questo,» risposi. «Il signor Candy ha parlato di me, nel suo delirio, in termini che hanno gettato una luce nuova e terribile su ciò che accadde quella notte a casa di Lady Verinder. Io non sono in grado di riferire le sue parole esattamente come le ha pronunciate lei. Ma sono in grado di riferirle il senso di ciò che ho udito. Egli ha accennato a una dose di laudano che mi avrebbe somministrato, a mia insaputa, la sera del compleanno.»
Ezra Jennings si alzò in piedi, teso e immobile come una statua.
«Il signor Candy ha detto questo?» domandò, con voce bassa e vibrante.
«L’ha detto, ed è proprio questo il punto su cui mi trovo a brancolare nell’oscurità. Se lei possiede le note che ha preso al suo capezzale, la prego, le consulti. Mi dica se sono vittima di un’allucinazione, o se c’è una verità in quello che ho udito.»
Egli non rispose immediatamente. Si voltò e camminò lentamente fino alla finestra, rimanendo in silenzio per alcuni istanti, con lo sguardo perso nel vuoto. Quando infine si volse verso di me, il suo volto era contratto da un’emozione che non osavo interpretare.
«Lei mi chiede una cosa che ha un’importanza vitale per entrambi,» disse. «Se quanto lei ha udito corrisponde a verità, lei ha tra le mani la chiave del mistero che la perseguita da un anno. Ma devo avvertirla: le note di cui parla contengono i frammenti sconnessi di un delirio. Il loro significato non è sulla superficie; deve essere estratto con pazienza, con cura, con una conoscenza della materia che il signor Candy non avrebbe mai potuto sperare di possedere in quello stato. Se lei è pronto ad ascoltare, io sono pronto a mostrarle ciò che ho scoperto. Ma le chiedo di essere paziente. La strada che dobbiamo percorrere è lunga e tortuosa.»
«Sono pronto a tutto,» risposi. «Non mi importa quanto tempo ci vorrà. Dica ciò che deve.»
Egli riprese il suo posto al tavolo e, con mano ferma, trasse da un cassetto un piccolo plico di fogli ripiegati.
«Prima di mostrarle questi,» disse, fissandomi intensamente, «devo chiederle se lei è consapevole di ciò che comporta la mia scoperta. Se io le dimostro, con le prove alla mano, che lei ha agito sotto l’effetto di un narcotico senza saperlo, lei sarà pronto a difendere la sua reputazione dinanzi al mondo? O il timore delle conseguenze la spingerà a tenere nascosta la verità?»
«La mia reputazione è già compromessa, signor Jennings,» risposi con amarezza. «La verità è l’unica cosa che mi è rimasta da salvare. Non ho nulla da temere.»
«Bene,» concluse egli, aprendo il plico. «Allora cominciamo.»
«Inutile, signor Blake! Del tutto inutile, così come stanno le cose, per tre ragioni inconfutabili. In primo luogo, quegli appunti sono stati presi in circostanze che esulano completamente dall’esperienza della massa degli uomini. Già questo depone contro di loro! In secondo luogo, quegli appunti rappresentano una teoria medica e metafisica. Ancora una volta, contro di loro! In terzo luogo, quegli appunti sono opera mia; non c’è nient’altro che la mia parola, in senso contrario, a garantire che non siano delle invenzioni. Ricordi ciò che le ho detto nella brughiera e si chieda quanto valga la mia parola. No! I miei appunti hanno un solo valore, se guardiamo al giudizio del mondo esterno. La sua innocenza deve essere rivendicata, e loro mostrano come ciò possa essere fatto. Dobbiamo mettere alla prova la nostra convinzione, e lei è l’uomo adatto a dimostrarla!»
«Come?» chiesi.
Si sporse ansiosamente verso di me sopra il tavolo che ci divideva.
«È disposto a tentare un esperimento audace?»
«Farò qualunque cosa per liberarmi del sospetto che grava su di me ora.»
«Si sottometterà a qualche inconveniente personale per un certo periodo?»
«A qualsiasi inconveniente, non importa quale sia.»
«Si lascerà guidare implicitamente dal mio consiglio? Potrebbe esporla al ridicolo degli sciocchi; potrebbe sottoporla ai rimproveri di amici le cui opinioni lei è tenuto a rispettare.»
«Mi dica cosa fare!» sbbottai con impazienza. «E, qualunque cosa accada, lo farò.»
«Dovrà fare questo, signor Blake,» rispose. «Dovrà rubare il Diamante, inconsciamente, per la seconda volta, alla presenza di testimoni la cui testimonianza è indiscutibile.»
Balzai in piedi. Provai a parlare. Riuscii solo a guardarlo.
«Credo che si possa fare,» continuò. «E si farà, se solo vorrà aiutarmi. Cerchi di calmarsi: si sieda e ascolti ciò che ho da dirle. Ha ripreso l’abitudine di fumare; l’ho visto con i miei occhi. Da quanto tempo ha ripreso?»
«Da quasi un anno.»
«Fuma di più o di meno di quanto faceva prima?»
«Di più.»
«Vuole abbandonare di nuovo l’abitudine? All’improvviso, badi bene! Come l’ha abbandonata prima.»
Cominciai a intravedere vagamente dove volesse arrivare. «La abbandonerò, da questo momento,» risposi.
«Se seguiranno le stesse conseguenze che seguirono lo scorso giugno,» disse Ezra Jennings, «se soffrirà ancora una volta come soffrì allora, per notti insonni, avremo fatto il nostro primo passo. L’avremo riportata a una condizione nervosa assimilabile a quella della notte del compleanno. Se poi riusciremo a far rivivere, o quasi, le circostanze domestiche che la circondavano; e se riusciremo a occupare di nuovo la sua mente con le varie questioni riguardanti il Diamante che in precedenza la agitavano, l’avremo ricollocata, il più vicino possibile, nella stessa posizione, fisicamente e moralmente, in cui l’oppio la trovò l’anno scorso. In tal caso possiamo sperare giustamente che una ripetizione della dose porti, in misura maggiore o minore, a una ripetizione del risultato. Ecco la mia proposta, espressa in poche parole affrettate. Ora vedrà quali ragioni ho per giustificarmi nel farla.»
Si voltò verso uno dei libri al suo fianco e lo aprì in un punto segnato da un piccolo pezzo di carta.
«Non creda che io voglia stancarla con una lezione di fisiologia,» disse. «Ritengo mio dovere dimostrare, per giustizia nei confronti di entrambi, che non le chiedo di tentare questo esperimento in deferenza a una teoria di mia invenzione. Principi ammessi e autorità riconosciute mi giustificano nel punto di vista che sostengo. Mi conceda cinque minuti della sua attenzione e mi impegnerò a dimostrarle che la scienza approva la mia proposta, per quanto possa sembrare fantasiosa. Ecco, in primo luogo, il principio fisiologico su cui sto agendo, affermato da una persona non meno importante del dottor Carpenter. Legga lei stesso.»
Mi porse il pezzo di carta che aveva segnato il posto nel libro. Conteneva alcune righe di scrittura, come segue:
«Sembra esserci molto fondamento per la convinzione che ogni impressione sensoriale che sia stata una volta riconosciuta dalla coscienza percettiva sia registrata (per così dire) nel cervello, e possa essere riprodotta in un momento successivo, sebbene possa non esserci alcuna coscienza della sua esistenza nella mente durante l’intero periodo intermedio.»
«È chiaro, fin qui?» chiese Ezra Jennings.
«Perfettamente chiaro.»
Spinse il libro aperto attraverso il tavolo verso di me e indicò un passaggio, segnato da linee a matita.
«Ora,» disse, «legga quel resoconto di un caso che ha, come credo, un legame diretto con la sua posizione e con l’esperimento che sto tentando di farle fare. Osservi, signor Blake, prima di iniziare, che mi sto riferendo a uno dei più grandi fisiologi inglesi. Il libro che ha in mano è la Fisiologia Umana del dottor Elliotson; e il caso che il dottore cita si basa sulla ben nota autorità del signor Combe.»
Il passaggio che mi fu indicato era espresso in questi termini:
«Il dottor Abel mi informò,» dice il signor Combe, «di un facchino irlandese di un magazzino, che dimenticava, quando era sobrio, ciò che aveva fatto quando era ubriaco; ma, essendo ubriaco, ricordava di nuovo le transazioni del suo precedente stato di intossicazione. In un’occasione, essendo ubriaco, aveva perso un pacco di un certo valore, e nei suoi momenti di sobrietà non sapeva darne conto. La volta successiva che fu intossicato, ricordò di aver lasciato il pacco in una certa casa, e non essendoci alcun indirizzo su di esso, era rimasto lì al sicuro, e fu recuperato quando andò a chiederlo.»
«Di nuovo chiaro?» chiese Ezra Jennings.
«Quanto più chiaro non si può.»
Rimise il pezzo di carta al suo posto e chiuse il libro.
«È soddisfatto che io non abbia parlato senza una buona autorità a sostenermi?» chiese. «In caso contrario, non ho che da andare a quegli scaffali, e lei non ha che da leggere i passaggi che posso indicarle.»
«Sono pienamente soddisfatto,» dissi, «senza leggere una parola di più.»
«In tal caso, possiamo tornare al suo interesse personale in questa faccenda. Sono tenuto a dirle che c’è qualcosa da dire contro l’esperimento tanto quanto a suo favore. Se potessimo, quest’anno, riprodurre esattamente, nel suo caso, le condizioni così come esistevano l’anno scorso, è fisiologicamente certo che arriveremmo esattamente allo stesso risultato. Ma questo, non c’è modo di negarlo, è semplicemente impossibile. Possiamo solo sperare di avvicinarci alle condizioni; e se non riusciremo a riportarla abbastanza vicino a ciò che era, questa nostra avventura fallirà. Se invece riusciremo — e io stesso sono fiducioso nel successo — lei potrebbe almeno ripetere in una certa misura le sue azioni nella notte del compleanno, tanto da soddisfare chiunque ragionevole che lei è innocente, moralmente parlando, del furto del Diamante. Credo, signor Blake, di aver ora esposto la questione, da entrambi i lati, nel modo più equo possibile, entro i limiti che mi sono imposto. Se c’è qualcosa che non le ho chiarito, mi dica cosa è, e se posso illuminarla, lo farò.»
«Tutto ciò che mi ha spiegato,» dissi, «lo capisco perfettamente. Ma confesso di essere perplesso su un punto, che non mi ha ancora chiarito.»
«Qual è il punto?»
«Non capisco l’effetto del laudano su di me. Non capisco il mio camminare giù per le scale, lungo i corridoi, il mio aprire e chiudere i cassetti di un mobile, e il mio tornare nella mia stanza. Tutte queste sono azioni attive. Pensavo che l’influenza dell’oppio fosse prima di stordirti, e poi di farti addormentare.»
«Il comune errore sull’oppio, signor Blake! Io sto, in questo momento, esercitando la mia intelligenza (qualunque essa sia) al suo servizio, sotto l’influenza di una dose di laudano, circa dieci volte superiore alla dose che il signor Candy le somministrò. Ma non si fidi della mia autorità, nemmeno su una questione che rientra nella mia esperienza personale. Avevo previsto l’obiezione che ha appena fatto; e mi sono di nuovo munito di una testimonianza indipendente che avrà il suo giusto peso nella sua mente, e nelle menti dei suoi amici.»
Mi porse il secondo dei due libri che aveva accanto sul tavolo.
«Lì,» disse, «ci sono le famose Confessioni di un mangiatore d’oppio inglese! Prenda il libro con sé e lo legga. Nel passaggio che ho segnato, troverà che quando De Quincey aveva commesso ciò che chiama ‘una baldoria di oppio’, o andava al loggione dell’Opera per godersi la musica, o girovagava per i mercati di Londra il sabato sera, interessandosi a osservare tutti i piccoli espedienti e le contrattazioni dei poveri per procurarsi la cena della domenica. Tanto per la capacità di un uomo di occuparsi attivamente e di spostarsi da un posto all’altro sotto l’influenza dell’oppio.»
«Ho avuto risposta fin qui,» dissi; «ma non ho ancora avuto risposta riguardo all’effetto prodotto dall’oppio su di me.»
«Cercherò di risponderle in poche parole,» disse Ezra Jennings. «L’azione dell’oppio è compresa, nella maggior parte dei casi, in due influenze: un’influenza stimolante prima e un’influenza sedativa dopo. Sotto l’influenza stimolante, le impressioni più recenti e vivide rimaste nella sua mente — vale a dire, le impressioni relative al Diamante — avrebbero potuto, nella sua condizione nervosa morbosamente sensibile, intensificarsi nel suo cervello, e avrebbero subordinato a sé il suo giudizio e la sua volontà esattamente come un sogno comune subordina a sé il suo giudizio e la sua volontà. A poco a poco, sotto questa azione, qualsiasi apprensione sulla sicurezza del Diamante che lei potrebbe aver provato durante il giorno sarebbe stata soggetta a svilupparsi dallo stato di dubbio allo stato di certezza, l’avrebbe spinta all’azione pratica per preservare il gioiello, avrebbe diretto i suoi passi, con quel motivo in vista, nella stanza in cui è entrato, e avrebbe guidato la sua mano verso i cassetti del mobile, finché non avesse trovato il cassetto che conteneva la pietra. Nell’intossicazione spiritualizzata dell’oppio, farebbe tutto questo. Più tardi, mentre l’azione sedativa iniziava a prevalere sull’azione stimolante, diventerebbe lentamente inerte e stordito. Più tardi ancora cadrebbe in un sonno profondo. Quando arrivasse il mattino, e l’effetto dell’oppio fosse stato smaltito nel sonno, si sveglierebbe assolutamente ignaro di ciò che aveva fatto nella notte, come se avesse vissuto agli antipodi. Le ho chiarito la cosa fin qui?»
«Me l’ha resa così chiara,» dissi, «che voglio che vada oltre. Mi ha mostrato come sono entrato nella stanza e come sono arrivato a prendere il Diamante. Ma la signorina Verinder mi ha visto lasciare di nuovo la stanza, con il gioiello in mano. Può tracciare le mie azioni da quel momento? Può indovinare cosa ho fatto dopo?»
«È proprio il punto a cui volevo arrivare,» rispose. «È una questione per me se l’esperimento che propongo come mezzo per rivendicare la sua innocenza, non possa essere reso anche un mezzo per recuperare il Diamante perduto. Quando ha lasciato il salotto della signorina Verinder, con il gioiello in mano, è tornato con ogni probabilità nella sua stanza...»
«Sì? E poi?»
«È possibile, signor Blake — non oso dire di più — che la sua idea di preservare il Diamante abbia portato, con una sequenza naturale, all’idea di nascondere il Diamante, e che il posto in cui lo ha nascosto fosse da qualche parte nella sua camera da letto. In tal caso, il caso del facchino irlandese potrebbe essere il suo. Potrebbe ricordare, sotto l’influenza della seconda dose di oppio, il posto in cui ha nascosto il Diamante sotto l’influenza della prima.»
Toccava a me, ora, illuminare Ezra Jennings. Lo fermai, prima che potesse dire altro.
«Sta speculando,» dissi, «su un risultato che non può assolutamente verificarsi. Il Diamante è, in questo momento, a Londra.»
Trasalì e mi guardò con grande sorpresa.
«A Londra?» ripeté. «Come è arrivato a Londra dalla casa di Lady Verinder?»
«Nessuno lo sa.»
«Lei l’ha rimosso con la sua mano dalla stanza della signorina Verinder. Come è stato tolto dalla sua custodia?»
«Non ho idea di come sia stato tolto dalla mia custodia.»
«L’ha visto, quando si è svegliato al mattino?»
«No.»
«La signorina Verinder ne ha ripreso il possesso?»
«No.»
«Signor Blake! Sembra esserci qualcosa qui che richiede chiarimenti. Posso chiederle come fa a sapere che il Diamante è, in questo momento, a Londra?»
Avevo posto esattamente la stessa domanda al signor Bruff quando feci le mie prime indagini sulla Moonstone, al mio ritorno in Inghilterra. Nel rispondere a Ezra Jennings, di conseguenza, ripetei ciò che io stesso avevo sentito dalle labbra dell’avvocato, e ciò che è già familiare ai lettori di queste pagine.
Mostrò chiaramente di non essere soddisfatto della mia risposta.
«Con tutto il rispetto per lei,» disse, «e con tutto il rispetto per il suo consulente legale, mantengo l’opinione che ho espresso poco fa. Si basa, ne sono consapevole, su una mera supposizione. Mi perdoni se le ricordo che anche la sua opinione si basa su una mera supposizione.»
Il punto di vista che aveva sulla questione era del tutto nuovo per me. Aspettai ansiosamente di sentire come l’avrebbe difeso.
«Suppongo,» proseguì Ezra Jennings, «che l’influenza dell’oppio, dopo averla spinta a impossessarsi del Diamante, con lo scopo di garantirne la sicurezza, potrebbe anche spingerla, agendo sotto la stessa influenza e lo stesso motivo, a nasconderlo da qualche parte nella sua stanza. Lei presume che i cospiratori indù non possano assolutamente commettere un errore. Gli indiani sono andati a casa del signor Luker per il Diamante e, quindi, in possesso del signor Luker il Diamante deve essere! Ha qualche prova per dimostrare che la Moonstone sia stata portata a Londra? Non può nemmeno indovinare come, o da chi, sia stata rimossa dalla casa di Lady Verinder! Ha qualche prova che il gioiello sia stato impegnato al signor Luker? Lui dichiara di non aver mai sentito parlare della Moonstone; e la ricevuta dei suoi banchieri non riconosce altro che il deposito di un oggetto di valore di grande prezzo. Gli indiani presumono che il signor Luker stia mentendo, e lei presume di nuovo che gli indiani abbiano ragione. Tutto ciò che dico, dissentendo da lei, è che il mio punto di vista è possibile. Cos’altro, signor Blake, logicamente o legalmente, si può dire per il suo?»
Era stato esposto con forza; ma non si poteva negare che fosse stato esposto anche correttamente.
«Confesso che mi fa tentennare,» risposi. «Le dispiace se scrivo al signor Bruff e gli dico cosa ha detto?»
«Al contrario, sarò lieto se scriverà al signor Bruff. Se consultiamo la sua esperienza, potremmo vedere la questione sotto una nuova luce. Per il momento, torniamo al nostro esperimento con l’oppio. Abbiamo deciso che lei smetta l’abitudine di fumare da questo momento.»
«Da questo momento.»
«Questo è il primo passo. Il passo successivo è riprodurre, il più vicino possibile, le circostanze domestiche che la circondavano l’anno scorso.»
Come si poteva fare? Lady Verinder era morta. Rachel ed io, finché il sospetto di furto gravava su di me, eravamo separati irrevocabilmente. Godfrey Ablewhite era via, in viaggio sul Continente. Era semplicemente impossibile riunire le persone che avevano abitato la casa, quando io vi avevo dormito l’ultima volta. L’esposizione di questa obiezione non sembrò imbarazzare Ezra Jennings. Non attribuiva molta importanza, disse, al riunire le stesse persone, visto che sarebbe stato vano aspettarsi che riassumessero le varie posizioni che avevano occupato nei miei confronti nei tempi passati. D’altra parte, considerava essenziale per il successo dell’esperimento che io vedessi intorno a me gli stessi oggetti che mi circondavano quando ero stato l’ultima volta in casa.
«Soprattutto,» disse, «deve dormire nella stanza in cui ha dormito la notte del compleanno, e deve essere arredata nello stesso modo. Le scale, i corridoi e il salotto della signorina Verinder devono essere riportati a ciò che erano quando li ha visti l’ultima volta. È assolutamente necessario, signor Blake, sostituire ogni articolo di arredamento in quella parte della casa che ora potrebbe essere stato riposto. Il sacrificio dei suoi sigari sarà inutile, a meno che non riusciamo a ottenere il permesso della signorina Verinder di farlo.»
«Chi deve chiederle il permesso?» chiesi.
«Non è possibile che lo chieda lei?»
«Del tutto fuori questione. Dopo quello che è successo tra noi riguardo al Diamante perduto, non posso né vederla, né scriverle, così come stanno le cose ora.»
Ezra Jennings fece una pausa e rifletté per un momento.
«Posso farle una domanda delicata?» disse.
Gli feci cenno di proseguire.
«Ho ragione, signor Blake, a immaginare (da una o due cose che le sono sfuggite) che non provasse un interesse comune per la signorina Verinder, nei tempi passati?»
«Esattamente.»
«Il sentimento era ricambiato?»
«Lo era.»
«Pensa che la signorina Verinder sarebbe incline a provare un forte interesse per il tentativo di dimostrare la sua innocenza?»
«Ne sono certo.»
«In tal caso, scriverò alla signorina Verinder, se mi dà il permesso.»
«Dicendole della proposta che mi ha fatto?»
«Dicendole tutto ciò che è successo tra noi oggi.»
È inutile dire che accettai con entusiasmo il servizio che mi aveva offerto.
«Avrò tempo di scrivere con la posta di oggi,» disse, guardando l’orologio. «Non dimentichi di chiudere a chiave i suoi sigari, quando torna all’albergo! Passerò domani mattina e sentirò come ha passato la notte.»
Mi alzai per congedarmi da lui; e tentai di esprimere il grato senso della sua gentilezza che sentivo davvero.
Mi strinse la mano dolcemente. «Ricordi ciò che le ho detto nella brughiera,» rispose. «Se posso farle questo piccolo servizio, signor Blake, lo sentirò come un ultimo raggio di sole, che cade sulla sera di una giornata lunga e nuvolosa.»
Ci separammo. Era allora il quindici di giugno. Gli eventi dei dieci giorni successivi — ognuno di essi più o meno direttamente collegato all’esperimento di cui ero l’oggetto passivo — sono tutti messi a verbale, esattamente come sono accaduti, nel diario tenuto abitualmente dall’assistente del signor Candy. Nelle pagine di Ezra Jennings nulla è nascosto e nulla è dimenticato. Lasciate che sia Ezra Jennings a raccontare come l’avventura con l’oppio fu tentata e come finì.
QUARTA NARRAZIONE.
Estratto dal Diario di Ezra Jennings.
1849. — 15 giugno.... Con qualche interruzione da parte dei pazienti e qualche interruzione dovuta al dolore, ho terminato la mia lettera alla signorina Verinder in tempo per la posta di oggi. Non sono riuscito a renderla corta quanto avrei voluto. Ma penso di averla resa chiara. La lascia interamente padrona della sua decisione. Se acconsente ad assistere all’esperimento, acconsente di sua libera volontà, e non come un favore al signor Franklin Blake o a me.
16 giugno. — Alzato tardi, dopo una notte terribile; la vendetta dell’oppio di ieri, che mi ha perseguitato attraverso una serie di sogni spaventosi. Una volta vorticavo attraverso lo spazio vuoto con i fantasmi dei morti, amici e nemici insieme. Un’altra volta, l’unico volto amato che non vedrò mai più, sorgeva al mio capezzale, orribilmente fosforescente nell’oscurità nera, e mi fissava e mi sogghignava. Un leggero ritorno del vecchio dolore, al solito orario del primo mattino, è stato il benvenuto come un cambiamento. Ha scacciato le visioni, ed era sopportabile perché ha fatto quello.
La mia cattiva notte ha fatto sì che fosse tardi al mattino, prima che potessi arrivare dal signor Franklin Blake. L’ho trovato steso sul divano, a fare colazione con brandy e acqua di seltz, e un biscotto secco.
«Comincio bene, tanto bene quanto si possa desiderare», disse. «Una notte miserabile, inquieta; e questa mattina un’assoluta mancanza di appetito. Esattamente quello che successe l’anno scorso, quando smisi di fumare i sigari. Prima sarò pronto per la mia seconda dose di laudano, più ne sarò soddisfatto».
«L’avrà al più presto possibile», risposi. «Nel frattempo, dobbiamo avere la massima cura della sua salute. Se le permettiamo di arrivare all’esaurimento, falliremo in questo intento. Deve trovare l’appetito per la cena. In altre parole, deve fare una cavalcata o una passeggiata questa mattina, all’aria aperta».
«Cavalcherò, se riescono a trovarmi un cavallo qui. A proposito, ho scritto al signor Bruff, ieri. Ha scritto alla signorina Verinder?»
«Sì, con la posta di ieri sera».
«Molto bene. Avremo delle notizie degne di essere ascoltate, da raccontarci domani. Non vada via ancora! Ho una parola da dirle. Ieri le è sembrato di capire che il nostro esperimento con l’oppio difficilmente sarebbe stato visto di buon occhio da alcuni miei amici. Aveva perfettamente ragione. Io considero il vecchio Gabriel Betteredge uno dei miei amici; e la divertirà sapere che ha protestato con vigore quando l’ho visto ieri. “Ne ha fatte di sciocchezze nel corso della sua vita, signor Franklin, ma questa le batte tutte!”. Ecco l’opinione di Betteredge! Sono certo che terrà conto dei suoi pregiudizi, se dovesse capitarle di incontrarlo».
Lasciai il signor Blake per fare il mio giro tra i pazienti; sentendomi meglio e più felice anche solo per il breve colloquio che avevo avuto con lui.
Qual è il segreto dell’attrazione che quest’uomo esercita su di me? Significa forse soltanto che sento il contrasto tra il modo francamente gentile in cui mi ha permesso di entrare in confidenza con lui e l’impietosa avversione e diffidenza con cui vengo accolto dalle altre persone? O c’è davvero qualcosa in lui che risponde all’anelito che provo per un po’ di simpatia umana – l’anelito che è sopravvissuto alla solitudine e alla persecuzione di tanti anni; che sembra farsi sempre più acuto, man mano che si avvicina il momento in cui non soffrirò e non sentirò più nulla? Quanto è inutile porsi queste domande! Il signor Blake mi ha dato un nuovo interesse per la vita. Che questo basti, senza cercare di sapere cosa sia questo nuovo interesse.
17 giugno. — Prima di colazione, stamattina, il signor Candy mi ha informato che sarebbe partito per una quindicina di giorni, per andare a trovare un amico nel sud dell’Inghilterra. Mi ha dato così tante istruzioni precise, pover’uomo, riguardo ai pazienti, come se avesse ancora la vasta clientela che possedeva prima di ammalarsi. La clientela vale ben poco ora! Altri medici lo hanno sostituito; e nessuno che possa evitarlo si rivolge a me.
È forse una fortuna che debba assentarsi proprio in questo momento. Si sarebbe sentito mortificato se non l’avessi informato dell’esperimento che ho intenzione di tentare con il signor Blake. E non so dire quali indesiderabili risultati avrebbero potuto verificarsi, se gli avessi dato confidenza. Meglio così. Senza dubbio, meglio così.
La posta mi ha portato la risposta della signorina Verinder, dopo che il signor Candy aveva lasciato la casa.
Una lettera incantevole! Mi dà l’opinione più alta di lei. Non c’è alcun tentativo di nascondere l’interesse che prova per le nostre procedure. Mi dice, nel modo più grazioso, che la mia lettera l’ha convinta dell’innocenza del signor Blake, senza il minimo bisogno (per quanto la riguarda) di mettere alla prova la mia asserzione. Arriva persino a rimproverare se stessa – in modo del tutto immeritato, povera cara! – per non aver intuito all’epoca quale potesse essere la vera soluzione del mistero. Il movente alla base di tutto questo deriva evidentemente da qualcosa di più di una generosa ansia di espiare un torto che ha innocentemente inflitto a un’altra persona. È chiaro che lo ha amato, per tutto il tempo del loro allontanamento. In più di un punto, l’estasi di scoprire che lui meritava di essere amato irrompe innocentemente attraverso le più rigide formalità di carta e inchiostro, e sfida persino il freno ancora più forte dello scrivere a uno sconosciuto. È possibile (mi chiedo, leggendo questa deliziosa lettera) che io, tra tutti gli uomini al mondo, sia stato scelto per essere lo strumento che farà riunire questi due giovani? La mia felicità è stata calpestata; il mio amore mi è stato strappato via. Vivrò abbastanza da vedere una felicità altrui, nata dal mio operato – un amore rinnovato, riportato in vita da me? Oh, misericordiosa Morte, fammela vedere prima che le tue braccia mi avvolgano, prima che la tua voce mi sussurri: «Riposa, finalmente!».
Nella lettera ci sono due richieste. Una di queste mi impedisce di mostrarla al signor Franklin Blake. Sono autorizzato a dirgli che la signorina Verinder acconsente volentieri a mettere la sua casa a nostra disposizione; e, detto questo, mi viene chiesto di non aggiungere altro.
Fin qui, è facile conformarsi ai suoi desideri. Ma la seconda richiesta mi mette seriamente in imbarazzo.
Non contenta di aver scritto al signor Betteredge, ordinandogli di eseguire qualsiasi istruzione io possa dare, la signorina Verinder chiede il permesso di aiutarmi, supervisionando personalmente il ripristino del suo salotto. Attende solo una parola di risposta da parte mia per mettersi in viaggio per lo Yorkshire e per essere presente come una dei testimoni la notte in cui l’oppio verrà somministrato per la seconda volta.
Qui, ancora una volta, c’è un movente sotto la superficie; e, ancora una volta, credo di poterlo scoprire.
Ciò che mi ha proibito di dire al signor Franklin Blake, lei (così come lo interpreto) è impaziente di dirglielo con le sue stesse labbra, prima che lui venga sottoposto alla prova che deve giustificare il suo carattere agli occhi degli altri. Comprendo e ammiro questa generosa ansia di scagionarlo, senza aspettare che la sua innocenza possa, o meno, essere provata. È l’espiazione che desidera ardentemente fare, povera ragazza, dopo averlo innocentemente e inevitabilmente offeso. Ma la cosa non si può fare. Non ho alcun dubbio che l’agitazione che un incontro tra loro provocherebbe da entrambe le parti – riaccendendo sentimenti dormienti, facendo appello a vecchi ricordi, risvegliando nuove speranze – sarebbe, nei suoi effetti sulla mente del signor Blake, quasi certamente fatale per il successo del nostro esperimento. È già abbastanza difficile, così come stanno le cose, riprodurre in lui le condizioni quali esistevano, o quasi quali esistevano, l’anno scorso. Con nuovi interessi e nuove emozioni ad agitarlo, il tentativo sarebbe semplicemente inutile.
Eppure, sapendo questo, non trovo il coraggio di deluderla. Devo provare a scoprire qualche nuovo accordo, prima dell’orario della posta, che mi permetta di dire di sì alla signorina Verinder, senza danno per il servizio che mi sono impegnato a rendere al signor Franklin Blake.
Ore due. — Sono appena tornato dal mio giro di visite mediche; avendo cominciato, naturalmente, passando dall’albergo.
Il resoconto del signor Blake sulla notte è lo stesso di prima. Ha avuto solo qualche intervallo di sonno interrotto, e nulla più. Ma oggi ne risente meno, avendo dormito dopo la cena di ieri. Questo sonno dopo cena è il risultato, senza dubbio, della cavalcata che gli ho consigliato di fare. Temo che dovrò ridurre il suo esercizio ristoratore all’aria aperta. Non deve stare né troppo bene, né troppo male. È un caso (come direbbe un marinaio) di guida molto delicata.
Non ha ancora avuto notizie dal signor Bruff. L’ho trovato impaziente di sapere se avessi ricevuto risposta dalla signorina Verinder.
Gli ho detto esattamente ciò che mi era permesso dire, e nulla più. Era del tutto inutile inventare scuse per non mostrargli la lettera. Mi ha detto, con abbastanza amarezza, pover’uomo, di comprendere la delicatezza che mi spingeva a non produrla. «Lei acconsente, naturalmente, per una questione di comune cortesia e comune giustizia», ha detto. «Ma mantiene la sua opinione su di me, e aspetta di vedere il risultato». Sono stato ferocemente tentato di lasciar intendere che ora fosse lui a fare un torto a lei, proprio come lei lo aveva fatto a lui. Riflettendoci, mi sono astenuto dal precederla nel duplice lusso di sorprenderlo e perdonarlo.
La mia visita è stata brevissima. Dopo l’esperienza dell’altra notte, sono stato costretto ancora una volta a rinunciare alla mia dose di oppio. Come risultato necessario, l’agonia della malattia che ho dentro ha ripreso il sopravvento. Ho sentito arrivare l’attacco e me ne sono andato bruscamente, per non allarmarlo o angosciarlo. Questa volta è durato solo un quarto d’ora, e mi ha lasciato abbastanza forza per continuare il mio lavoro.
Ore cinque. — Ho scritto la mia risposta alla signorina Verinder.
L’accordo che ho proposto concilia gli interessi di entrambe le parti, se lei vorrà acconsentire. Dopo aver esposto per primo le obiezioni che sussistono riguardo a un incontro tra lei e il signor Blake prima che l’esperimento venga tentato, ho suggerito che lei organizzi il suo viaggio in modo da arrivare alla casa privatamente, la sera in cui faremo il tentativo. Viaggiando con il treno pomeridiano da Londra, ritarderebbe il suo arrivo fino alle nove. A quell’ora, mi sono impegnato ad accompagnare il signor Blake al sicuro nella sua camera da letto; e in questo modo lasciare la signorina Verinder libera di occupare le proprie stanze fino al momento di somministrare il laudano. Quando ciò sarà fatto, non potrà esserci alcuna obiezione al fatto che lei osservi il risultato, insieme a tutti noi. La mattina seguente, lei mostrerà al signor Blake (se le va) la sua corrispondenza con me, e lo convincerà in tal modo che lui era stato scagionato nella sua stima, prima ancora che la questione della sua innocenza venisse messa alla prova.
In questo senso, le ho scritto. Questo è tutto ciò che posso fare oggi. Domani dovrò vedere il signor Betteredge e dare le istruzioni necessarie per riaprire la casa.
18 giugno. — Di nuovo in ritardo, nel fare visita al signor Franklin Blake. Altro di quel dolore orribile nelle prime ore del mattino; seguito, questa volta, da completa prostrazione, per alcune ore. Prevedo, a dispetto delle pene che mi infligge, che dovrò tornare all’oppio per la centesima volta. Se dovessi pensare solo a me stesso, preferirei i dolori acuti ai sogni spaventosi. Ma la sofferenza fisica mi esaurisce. Se mi lascio andare, potrebbe finire che diventi inutile per il signor Blake proprio nel momento in cui ha più bisogno di me.
Era quasi l’una prima che riuscissi ad arrivare all’albergo oggi. La visita, persino nelle mie condizioni disastrose, si è rivelata assai divertente, grazie interamente alla presenza sulla scena di Gabriel Betteredge.
L’ho trovato nella stanza, quando sono entrato. Si è ritirato verso la finestra e ha guardato fuori, mentre rivolgevo al mio paziente la mia prima domanda di rito. Il signor Blake aveva dormito di nuovo male, e questa mattina risentiva della mancanza di riposo più di quanto non avesse fatto finora.
Ho chiesto poi se avesse avuto notizie dal signor Bruff.
Una lettera lo aveva raggiunto quella mattina. Il signor Bruff esprimeva la più forte disapprovazione per la linea di condotta che il suo amico e cliente stava seguendo dietro mio consiglio. Era dannosa, poiché suscitava speranze che avrebbero potuto non realizzarsi mai. Era del tutto incomprensibile per la sua mente, se non per il fatto che sembrava un trucco, simile alle astuzie del mesmerismo, della chiaroveggenza e cose simili. Sconvolgeva la casa della signorina Verinder, e avrebbe finito per sconvolgere la signorina Verinder stessa. Aveva sottoposto il caso (senza menzionare i nomi) a un eminente medico; e l’eminente medico aveva sorriso, aveva scosso la testa e non aveva detto nulla. Su queste basi, il signor Bruff aveva presentato la sua protesta, e l’aveva lasciata lì.
La mia successiva richiesta riguardava l’argomento del Diamante. L’avvocato aveva prodotto prove per dimostrare che il gioiello fosse a Londra?
No, l’avvocato si era semplicemente rifiutato di discutere la questione. Era lui stesso convinto che la Pietra di Luna fosse stata data in pegno al signor Luker. Anche il suo eminente amico assente, il signor Murthwaite (la cui somma conoscenza del carattere indiano nessuno poteva negare), ne era convinto. In queste circostanze, e con le molte richieste che gli erano già state fatte, doveva rifiutarsi di entrare in qualsiasi disputa sull’argomento delle prove. Il tempo avrebbe mostrato; e il signor Bruff era disposto ad aspettare il tempo.
Era del tutto evidente – anche se il signor Blake non lo avesse reso ancora più chiaro riferendo il contenuto della lettera, invece di leggere ciò che era effettivamente scritto – che la diffidenza nei miei confronti era alla base di tutto ciò. Avendo io stesso previsto quel risultato, non fui né mortificato né sorpreso. Chiesi al signor Blake se la protesta del suo amico lo avesse scosso. Rispose con enfasi che non aveva prodotto il minimo effetto sulla sua mente. Ero libero dopo di ciò di escludere il signor Bruff dalle mie considerazioni, e lo esclusi di conseguenza.
Seguì una pausa nel colloquio tra noi, e Gabriel Betteredge uscì dal suo isolamento alla finestra.
«Può favorirmi con la sua attenzione, signore?», chiese, rivolgendosi a me.
«Sono a sua completa disposizione», risposi.
Betteredge prese una sedia e si sedette al tavolo. Estrasse un enorme taccuino di cuoio vecchio stile, con una matita di dimensioni corrispondenti. Dopo aver messo gli occhiali, aprì il taccuino su una pagina bianca e si rivolse a me ancora una volta.
«Ho vissuto», disse Betteredge, guardandomi severamente, «vicino a cinquant’anni al servizio della mia defunta padrona. Ero paggio prima di allora, al servizio del vecchio signore, suo padre. Ora ho tra i settant’anni e gli ottant’anni – non importa esattamente quanti! Si ritiene che io abbia acquisito una conoscenza ed esperienza del mondo buona quanto quella della maggior parte degli uomini. E a cosa porta tutto ciò? Porta, signor Ezra Jennings, a un gioco di prestigio eseguito sul signor Franklin Blake, da un assistente di medico con una boccetta di laudano – e per il cielo vivente, io sono nominato, nella mia vecchiaia, a fare da aiutante del prestigiatore!».
Il signor Blake scoppiò a ridere. Tentai di parlare. Betteredge alzò la mano, in segno che non aveva ancora finito.
«Non una parola, signor Jennings!», disse. «Non c’è bisogno di una parola, signore, da parte sua. Io ho i miei principi, grazie a Dio. Se mi arriva un ordine, che è fratello carnale di un ordine arrivato dal manicomio, non importa. Finché mi arriva dal mio padrone o dalla mia padrona, a seconda dei casi, io obbedisco. Potrei avere la mia opinione, che è anche, si ricordi per favore, l’opinione del signor Bruff – il Grande signor Bruff!», disse Betteredge, alzando la voce e scuotendo la testa verso di me solennemente. «Non importa; ritratto la mia opinione, nonostante tutto. La mia giovane padrona dice: “Lo faccia”. E io dico: “Signorina, sarà fatto”. Eccomi qui, con il mio taccuino e la mia matita – quest’ultima non appuntita come vorrei, ma quando i cristiani perdono il lume della ragione, chi si può aspettare che le matite mantengano la punta? Mi dia i suoi ordini, signor Jennings. Li avrò per iscritto, signore. Sono determinato a non stare né dietro di loro, né davanti, nemmeno per un capello. Sono un agente cieco – ecco cosa sono. Un agente cieco!», ripeté Betteredge, con infinito compiacimento per la propria descrizione.
«Mi dispiace molto», iniziai, «che lei e io non siamo d’accordo…»
«Non mi tiri in ballo!», intervenne Betteredge. «Questa non è una questione di accordo, è una questione di obbedienza. Emetta le sue direttive, signore – emetta le sue direttive!».
Il signor Blake mi fece cenno di prenderlo in parola. «Emanai le mie direttive» il più chiaramente e gravemente possibile.
«Desidero che alcune parti della casa vengano riaperte», dissi, «e che vengano arredate, esattamente come erano arredate in questo periodo l’anno scorso».
Betteredge diede alla sua matita mal appuntita una leccata preliminare con la lingua. «Nomini le parti, signor Jennings!», disse con alterigia.
«Primo, l’atrio interno, che conduce alla scala principale».
«“Primo, l’atrio interno”», scrisse Betteredge. «Impossibile arredarlo, signore, come era arredato l’anno scorso – per cominciare».
«Perché?»
«Perché c’era una poiana impagliata, signor Jennings, nell’atrio l’anno scorso. Quando la famiglia partì, la poiana fu messa via con le altre cose. Quando la poiana fu messa via – è scoppiata».
«Escluderemo la poiana, allora».
Betteredge prese nota dell’eccezione. «“L’atrio interno da arredare di nuovo, come arredato l’anno scorso. Una poiana scoppiata sola esclusa”. La prego di continuare, signor Jennings».
«Il tappeto da stendere sulle scale, come prima».
«“Il tappeto da stendere sulle scale, come prima”. Mi dispiace deluderla, signore. Ma non si può fare neanche questo».
«Perché no?»
«Perché l’uomo che stese quel tappeto è morto, signor Jennings – e uno come lui per conciliare insieme un tappeto e un angolo, non si trova in tutta l’Inghilterra, cerchi pure dove vuole».
«Molto bene. Dobbiamo provare con il secondo miglior uomo in Inghilterra».
Betteredge prese un altro appunto; e io continuai a impartire le mie direttive.
«Il salotto della signorina Verinder da ripristinare esattamente com’era l’anno scorso. Anche il corridoio che conduce dal salotto al primo pianerottolo. Anche il secondo corridoio, che conduce dal secondo pianerottolo alle stanze da letto principali. Anche la camera da letto occupata lo scorso giugno dal signor Franklin Blake».
La matita spuntata di Betteredge mi seguiva coscienziosamente, parola per parola. «Continui, signore», disse, con gravità sardonica. «C’è ancora un sacco di scrittura nella punta di questa matita».
Gli dissi che non avevo altre direttive da dare. «Signore», disse Betteredge, «in tal caso, ho un punto o due da porre per conto mio». Aprì il taccuino su una nuova pagina e diede all’inesauribile matita un’altra leccata preliminare.
«Desidero sapere», iniziò, «se posso, o non posso, lavarmi le mani…»
«Può decisamente», disse il signor Blake. «Suonerò per il cameriere».
«…da certe responsabilità», proseguì Betteredge, rifiutandosi imperterrito di vedere chiunque nella stanza se non se stesso e me. «Per quanto riguarda il salotto della signorina Verinder, tanto per cominciare. Quando abbiamo tolto il tappeto l’anno scorso, signor Jennings, abbiamo trovato una quantità sorprendente di spilli. Sono io responsabile di rimettere a posto gli spilli?»
«Certamente no».
Betteredge prese nota di quella concessione, sul momento.
«Per quanto riguarda il primo corridoio, poi», riprese. «Quando abbiamo spostato gli ornamenti in quella parte, abbiamo spostato una statua di un bambino grasso e nudo – profanamente descritto nel catalogo della casa come “Cupido, dio dell’Amore”. L’anno scorso aveva due ali, nella parte carnosa delle spalle. Avendo distolto lo sguardo da lui, per un momento, ne ha persa una. Sono io responsabile dell’ala di Cupido?»
Feci un’altra concessione e Betteredge fece un altro appunto.
«Per quanto riguarda il secondo corridoio», continuò. «Essendoci stato nulla l’anno scorso, eccetto le porte delle stanze (su ognuna delle quali posso giurare, se necessario), la mia mente è tranquilla, lo ammetto, per quanto riguarda solo quella parte della casa. Ma, per quanto riguarda la camera da letto del signor Franklin (se deve essere riportata a com’era prima), voglio sapere chi è responsabile di mantenerla in un costante stato di disordine, non importa quante volte possa essere messa in ordine – i suoi pantaloni qui, i suoi asciugamani là, e i suoi romanzi francesi ovunque. Dico, chi è responsabile di disordinare l’ordine della stanza del signor Franklin, lui o io?»
Il signor Blake dichiarò che si sarebbe assunto l’intera responsabilità con il massimo piacere. Betteredge si rifiutò ostinatamente di ascoltare qualsiasi soluzione al problema, senza prima sottoporla alla mia sanzione e approvazione. Accettai la proposta del signor Blake; e Betteredge fece un’ultima annotazione nel taccuino a tale scopo.
«Faccia un salto quando vuole, signor Jennings, a partire da domani», disse, rimettendosi in piedi. «Mi troverà al lavoro, con le persone necessarie ad assistermi. La prego rispettosamente di scusarmi, signore, per aver sorvolato sul caso della poiana impagliata e sull’altro caso dell’ala di Cupido, così come per avermi permesso di lavarmi le mani da ogni responsabilità riguardo agli spilli sul tappeto e alla confusione nella stanza del signor Franklin. Parlando come servitore, le sono profondamente debitore. Parlando come uomo, la considero una persona la cui testa è piena di grilli, e porto la mia testimonianza contro il suo esperimento, definendolo un’illusione e un inganno. Non tema, per questo, che i miei sentimenti di uomo ostacolino il mio dovere di servitore! Sarà obbedito. Nonostante i grilli, signore, sarà obbedito. Se dovesse finire col dare fuoco alla casa, che io sia dannato se chiamo i pompieri, a meno che lei non suoni il campanello e lo ordini per primo!»
Con quella promessa d'addio, mi fece un inchino e uscì dalla stanza.
«Pensa che possiamo contare su di lui?» chiesi.
«Implicitamente», rispose il signor Blake. «Quando andremo alla casa, non troveremo nulla di trascurato e nulla di dimenticato.»
19 giugno. — Un'altra protesta contro i nostri procedimenti previsti! Questa volta da parte di una signora.
La posta del mattino mi ha portato due lettere. Una dalla signorina Verinder, che acconsente, nel modo più gentile, all'accordo che ho proposto. L'altra dalla signora sotto la cui tutela vive — una certa signora Merridew.
La signora Merridew presenta i suoi omaggi e non pretende di comprendere l'argomento di cui ho corrisposto con la signorina Verinder, nei suoi aspetti scientifici. Visto nei suoi aspetti sociali, tuttavia, si sente libera di esprimere un'opinione. La signora Merridew pensa che io probabilmente non sia al corrente del fatto che la signorina Verinder ha appena diciannove anni. Permettere a una giovane signorina, alla sua età, di essere presente (senza una «dama di compagnia») in una casa piena di uomini tra i quali si sta svolgendo un esperimento medico, è un oltraggio alla decenza che la signora Merridew non può assolutamente permettere. Se la faccenda dovesse procedere, sentirà come suo dovere — con un serio sacrificio della propria comodità personale — accompagnare la signorina Verinder nello Yorkshire. In queste circostanze, si avventura a richiedere che io riconsideri gentilmente l'argomento; visto che la signorina Verinder si rifiuta di farsi guidare da qualsiasi opinione che non sia la mia. La sua presenza non può assolutamente essere necessaria; e una mia parola in tal senso libererebbe sia la signora Merridew che me stesso da una responsabilità molto spiacevole.
Tradotto dalle cortesi banalità al semplice inglese, il significato di ciò è, per quanto ho capito, che la signora Merridew vive nel timore mortale dell'opinione del mondo. Sfortunatamente si è rivolta proprio all'ultimo uomo sulla faccia della terra che abbia motivo di considerare tale opinione con rispetto. Non deluderò la signorina Verinder; e non ritarderò una riconciliazione tra due giovani che si amano e che sono stati separati già da troppo tempo. Tradotto dal semplice inglese alle cortesi banalità, ciò significa che il signor Jennings porge i suoi omaggi alla signora Merridew e si rammarica di non poter ritenere giustificato interferire ulteriormente nella faccenda.
Il rapporto del signor Blake su se stesso, stamattina, era lo stesso di prima. Abbiamo deciso di non disturbare Betteredge supervisionandolo alla casa oggi. Domani sarà tempo sufficiente per la nostra prima visita di ispezione.
20 giugno. — Il signor Blake sta iniziando a sentire la sua continua irrequietezza notturna. Prima le stanze saranno riarredate, ora, meglio sarà.
Sulla via per la casa, stamattina, mi ha consultato, con una certa nervosa impazienza e irresolutezza, riguardo a una lettera (inoltrata a lui da Londra) che aveva ricevuto dal sergente Cuff.
Il sergente scrive dall'Irlanda. Riconosce il ricevimento (tramite la sua governante) di un biglietto e un messaggio che il signor Blake ha lasciato presso la sua residenza vicino a Dorking, e annuncia il suo ritorno in Inghilterra come probabile entro una settimana o meno. Nel frattempo, chiede di essere favorito con le ragioni del signor Blake per voler parlare con lui (come dichiarato nel messaggio) sull'argomento della Moonstone. Se il signor Blake può convincerlo di aver commesso qualche serio errore, nel corso della sua indagine dello scorso anno riguardante il Diamante, considererà un dovere (dopo il modo liberale in cui è stato trattato dalla defunta Lady Verinder) mettersi a disposizione di quel signore. In caso contrario, chiede il permesso di rimanere nel suo ritiro, circondato dalle pacifiche attrazioni orticole di una vita di campagna.
Dopo aver letto la lettera, non ho avuto esitazioni nel consigliare al signor Blake di informare il sergente Cuff, in risposta, di tutto ciò che è accaduto da quando l'indagine è stata sospesa l'anno scorso, e di lasciarlo trarre le sue conclusioni dai fatti chiari.
Ripensandoci, ho anche suggerito di invitare il sergente a essere presente all'esperimento, nel caso in cui tornasse in Inghilterra in tempo per unirsi a noi. Sarebbe un testimone prezioso da avere, in ogni caso; e, se dovessi rivelarmi in errore nel credere che il Diamante sia nascosto nella stanza del signor Blake, il suo consiglio potrebbe essere di grande importanza, in una fase futura dei procedimenti su cui non potrei esercitare alcun controllo. Quest'ultima considerazione è sembrata convincere il signor Blake. Ha promesso di seguire il mio consiglio.
Il suono del martello ci ha informato che i lavori di riarredo erano in pieno corso, mentre entravamo nel viale che conduceva alla casa.
Betteredge, vestito per l'occasione con un berretto rosso da pescatore e un grembiule di panno verde, ci è venuto incontro nell'atrio esterno. Nel momento in cui mi ha visto, ha tirato fuori il taccuino e la matita e ha insistito ostinatamente per prendere appunti su tutto ciò che gli dicevo. Guardassimo dove guardassimo, abbiamo trovato, come il signor Blake aveva predetto, che i lavori procedevano con la rapidità e l'intelligenza che era possibile desiderare. Ma c'era ancora molto da fare nell'atrio interno e nella stanza della signorina Verinder. Sembrava dubbio che la casa sarebbe stata pronta per noi prima della fine della settimana.
Dopo essermi congratulato con Betteredge per i progressi fatti (lui insisteva a prendere appunti ogni volta che aprivo bocca, rifiutandosi, allo stesso tempo, di prestare la minima attenzione a qualsiasi cosa detta dal signor Blake); e dopo aver promesso di tornare per una seconda visita di ispezione tra un giorno o due, ci siamo preparati a lasciare la casa, uscendo dal retro. Prima che fossimo fuori dai passaggi al piano di sotto, sono stato fermato da Betteredge, proprio mentre passavo davanti alla porta che conduceva alla sua stanza.
«Potrei dirle due parole in privato?» ha chiesto, in un sussurro misterioso.
Ho acconsentito naturalmente. Il signor Blake si è incamminato ad aspettarmi in giardino, mentre io accompagnavo Betteredge nella sua stanza. Anticipavo pienamente una richiesta di nuove concessioni, seguendo il precedente già stabilito nei casi della poiana impagliata e dell'ala di Cupido. Con mia grande sorpresa, Betteredge mi ha messo la mano in modo confidenziale sul braccio e mi ha rivolto questa domanda straordinaria:
«Signor Jennings, le capita di conoscere Robinson Crusoe?»
Ho risposto che avevo letto Robinson Crusoe quando ero bambino.
«Non da allora?» ha chiesto Betteredge.
«Non da allora.»
Ha fatto qualche passo indietro e mi ha guardato con un'espressione di curiosità compassionevole, temperata da timore superstizioso.
«Non ha letto Robinson Crusoe da quando era bambino», ha detto Betteredge, parlando a se stesso, non a me. «Proviamo a vedere che effetto fa Robinson Crusoe su di lui ora!»
Ha sbloccato un armadietto in un angolo e ha tirato fuori un libro sporco e con le orecchie, che esalava un forte odore di tabacco stantio mentre sfogliava le pagine. Dopo aver trovato un passaggio che apparentemente stava cercando, mi ha chiesto di unirmi a lui nell'angolo; sempre misteriosamente confidenziale e sempre parlando a bassa voce.
«Riguardo a questo vostro trucco, signore, con il laudano e il signor Franklin Blake», ha iniziato. «Mentre gli operai sono in casa, il mio dovere di servitore ha la meglio sui miei sentimenti di uomo. Quando gli operai se ne vanno, i miei sentimenti di uomo hanno la meglio sul mio dovere di servitore. Benissimo. La scorsa notte, signor Jennings, mi è stato impresso potentemente nella mente che questa vostra nuova impresa medica sarebbe finita male. Se avessi ceduto a quel Dettame segreto, avrei rimesso via tutti i mobili di mia mano e avrei avvertito gli operai di stare lontani dai locali quando sono venuti la mattina dopo.»
«Sono lieto di scoprire, da ciò che ho visto al piano di sopra», ho detto, «che lei ha resistito al Dettame segreto.»
«Resistito non è la parola», ha risposto Betteredge. «Lottato è la parola. Ho lottato, signore, tra gli ordini silenziosi nel mio petto che mi tiravano da una parte e gli ordini scritti nel mio taccuino che mi spingevano dall'altra, finché (con rispetto parlando) ero in un sudore freddo. In quella terribile perturbazione della mente e lassità del corpo, a quale rimedio mi sono rivolto? Al rimedio, signore, che non mi ha mai tradito negli ultimi trent'anni e più: a Questo Libro!»
Ha dato un colpo sonoro al libro con la mano aperta, colpendolo e sprigionando da esso un odore di tabacco stantio più forte che mai.
«Cosa ho trovato qui», ha continuato Betteredge, «nella prima pagina che ho aperto? Questo pezzo terribile, signore, pagina centosettantotto, come segue: "Su queste, e molte simili Riflessioni, presi in seguito come regola certa, Che ogni volta che trovavo quei suggerimenti segreti o Pressioni della mia Mente, al fare, o non fare una Qualsiasi Cosa che si presentava; o all'andare da questa Parte, o da quella, non ho mai mancato di obbedire al Dettame segreto". Come vivo di pane, signor Jennings, quelle sono state le prime parole che hanno incontrato il mio occhio, esattamente nel momento in cui io stesso stavo sfidando il Dettame segreto! Non vede niente di fuori dal comune in questo, vero, signore?»
«Vedo una coincidenza, niente di più.»
«Non si sente affatto scosso, signor Jennings, riguardo a questa vostra impresa medica?»
«Neanche per idea.»
Betteredge mi ha fissato intensamente, nel silenzio più totale. Ha chiuso il libro con grande deliberazione; lo ha chiuso di nuovo a chiave nell'armadietto con straordinaria cura; ha fatto dietrofront e mi ha fissato di nuovo intensamente. Poi ha parlato.
«Signore», ha detto gravemente, «ci sono grandi scusanti da fare per un uomo che non ha letto Robinson Crusoe da quando era bambino. Le auguro il buongiorno.»
Ha aperto la sua porta con un profondo inchino e mi ha lasciato libero di trovare la mia strada per il giardino. Ho incontrato il signor Blake che tornava verso la casa.
«Non ha bisogno di dirmi cosa è successo», ha detto. «Betteredge ha giocato la sua ultima carta: ha fatto un'altra scoperta profetica in Robinson Crusoe. Ha assecondato la sua illusione preferita? No? Gli ha fatto capire che non crede in Robinson Crusoe? Signor Jennings! È caduto nel gradino più basso possibile nella stima di Betteredge. Dica quel che vuole e faccia quel che vuole, per il futuro. Scoprirà che non sprecherà un'altra parola con lei, adesso.»
21 giugno. — Una breve annotazione deve bastare nel mio diario oggi.
Il signor Blake ha avuto la peggiore notte che ha passato finora. Sono stato costretto, molto contro la mia volontà, a prescrivergli qualcosa. Gli uomini della sua sensibile organizzazione sono fortunatamente rapidi nel sentire l'effetto delle misure correttive. Altrimenti, sarei incline a temere che sarà totalmente inadatto per l'esperimento quando verrà il momento di provarlo.
Per quanto mi riguarda, dopo una qualche piccola remissione dei miei dolori negli ultimi due giorni, ho avuto un attacco stamattina, del quale non dirò altro se non che mi ha deciso a tornare all'oppio. Chiuderò questo libro e prenderò la mia dose completa: cinquecento gocce.
22 giugno. — Le nostre prospettive sembrano migliori oggi. La sofferenza nervosa del signor Blake è notevolmente placata. Ha dormito un po' la scorsa notte. La mia notte, grazie all'oppio, è stata la notte di un uomo stordito. Non posso dire di essermi svegliato stamattina; l'espressione più adatta sarebbe che ho ripreso i sensi.
Siamo andati in macchina alla casa per vedere se il riarredo fosse terminato. Sarà completato domani, sabato. Come il signor Blake aveva predetto, Betteredge non ha sollevato ulteriori ostacoli. Dall'inizio alla fine, è stato minacciosamente educato e minacciosamente silenzioso.
La mia impresa medica (come la chiama Betteredge) deve ora, inevitabilmente, essere ritardata fino a lunedì prossimo. Domani sera gli operai saranno ancora al lavoro in casa fino a tardi. Il giorno successivo, la consolidata tirannia domenicale che è una delle istituzioni di questo libero paese, regola i treni in modo tale da rendere impossibile chiedere a chiunque di viaggiare da Londra verso di noi. Fino a lunedì, non c'è altro da fare che osservare il signor Blake attentamente e mantenerlo, se possibile, nello stesso stato in cui lo trovo oggi.
Nel frattempo, l'ho convinto a scrivere al signor Bruff, insistendo sul fatto che debba essere presente come uno dei testimoni. Scelgo appositamente l'avvocato perché è fortemente prevenuto contro di noi. Se convinciamo lui, poniamo la nostra vittoria al di sopra di ogni possibilità di disputa.
Il signor Blake ha anche scritto al sergente Cuff; e io ho mandato due righe alla signorina Verinder. Con questi, e con il vecchio Betteredge (che è davvero una persona importante nella famiglia), avremo testimoni abbastanza per lo scopo, senza includere la signora Merridew, se la signora Merridew insiste nel sacrificarsi all'opinione del mondo.
23 giugno. — La vendetta dell'oppio mi ha raggiunto di nuovo la scorsa notte. Non importa; devo andare avanti così finché lunedì non sarà passato.
Il signor Blake non sta bene di nuovo oggi. Alle due di stamattina, confessa di aver aperto il cassetto in cui sono messi via i suoi sigari. È riuscito a richiuderlo solo con un violento sforzo. Il suo gesto successivo, in caso di tentazione, è stato buttare la chiave dalla finestra. Il cameriere l'ha portata dentro stamattina, scoperta in fondo a una cisterna vuota: tale è il Destino! Ho preso possesso della chiave fino a martedì prossimo.
24 giugno. — Il signor Blake e io abbiamo fatto un lungo giro in carrozza scoperta. Entrambi abbiamo beneficiato della benedetta influenza della dolce aria estiva. Ho cenato con lui all'hotel. Con mio grande sollievo, poiché l'ho trovato in uno stato di sovraeccitazione e affaticamento stamattina, ha fatto due ore di sonno profondo sul divano dopo cena. Se dovesse avere un'altra brutta notte, ora, non temo le conseguenze.
25 giugno, lunedì. — Il giorno dell'esperimento! Sono le cinque del pomeriggio. Siamo appena arrivati alla casa.
La prima e più importante questione è quella della salute del signor Blake.
Per quanto mi sia possibile giudicare, promette (fisicamente parlando) di essere del tutto suscettibile all'azione dell'oppio stanotte quanto lo era in questo periodo l'anno scorso. È, questo pomeriggio, in uno stato di sensibilità nervosa che si ferma appena prima dell'irritazione nervosa. Cambia colore facilmente; la sua mano non è del tutto ferma; e trasale per rumori casuali e per apparizioni inaspettate di persone e cose.
Questi risultati sono stati tutti prodotti dalla privazione del sonno, che è a sua volta la conseguenza nervosa di una brusca cessazione dell'abitudine al fumo, dopo che tale abitudine è stata portata all'estremo. Ecco di nuovo all'opera le stesse cause che hanno operato l'anno scorso; ed ecco, apparentemente, gli stessi effetti. Il parallelo reggerà ancora, quando il test finale sarà stato provato? Gli eventi della notte devono decidere.
Mentre scrivo queste righe, il signor Blake si sta divertendo al tavolo da biliardo nell'atrio interno, esercitandosi in diversi colpi del gioco, come era solito fare quando era ospite in questa casa nel giugno scorso. Ho portato il mio diario qui, in parte con l'intento di occupare le ore oziose che sono sicuro di avere tra le mani da qui a domani mattina; in parte nella speranza che possa accadere qualcosa che valga la pena annotare al momento.
Ho omesso qualcosa, finora? Uno sguardo all'annotazione di ieri mi mostra che ho dimenticato di annotare l'arrivo della posta del mattino. Lasciatemi rimediare prima di chiudere queste pagine per il momento e raggiungere il signor Blake.
Ho ricevuto due righe, ieri, dalla signorina Verinder. Ha organizzato di viaggiare con il treno del pomeriggio, come ho raccomandato. La signora Merridew ha insistito per accompagnarla. Il biglietto accenna al fatto che l'umore generalmente eccellente della vecchia signora è un po' irritato e richiede ogni debita indulgenza per lei, in considerazione della sua età e delle sue abitudini. Cercherò, nelle mie relazioni con la signora Merridew, di emulare la moderazione che Betteredge mostra nelle sue relazioni con me. Ci ha ricevuto oggi, portentosamente abbigliato con il suo miglior completo nero e la sua più rigida cravatta bianca. Ogni volta che guarda verso di me, si ricorda che non ho letto Robinson Crusoe da quando ero bambino, e mi compatisce rispettosamente.
Ieri, inoltre, il signor Blake ha avuto la risposta dell'avvocato. Il signor Bruff accetta l'invito, sotto protesta. È, pensa, chiaramente necessario che un gentiluomo dotato della media del buonsenso accompagni la signorina Verinder sulla scena di quella che, ci arrischieremo a chiamare, la proposta esibizione. Per mancanza di una scorta migliore, il signor Bruff stesso sarà quel gentiluomo. Quindi ecco la povera signorina Verinder dotata di due «dame di compagnia». È un sollievo pensare che l'opinione del mondo sarà sicuramente soddisfatta da questo!
Non si è saputo nulla del sergente Cuff. È senza dubbio ancora in Irlanda. Non dobbiamo aspettarci di vederlo stanotte.
Betteredge è appena entrato per dire che il signor Blake ha chiesto di me. Devo posare la penna per il momento.
Sette di sera. — Siamo stati di nuovo in tutte le stanze riarredate e sulle scale; e abbiamo fatto una piacevole passeggiata nel giardino, che era la passeggiata preferita del signor Blake quando era qui l'ultima volta. In questo modo, spero di ravvivare le vecchie impressioni dei luoghi e delle cose in modo vivido possibile nella sua mente.
Ora andremo a cena, esattamente all'ora in cui fu data la cena di compleanno l'anno scorso. Il mio obiettivo, naturalmente, è puramente medico in questo caso. Il laudano deve trovare il processo di digestione, quanto più possibile, dove il laudano lo trovò l'anno scorso.
A un orario ragionevole dopo cena mi propongo di riportare la conversazione — il più artificiosamente possibile — sull'argomento del Diamante e della cospirazione indiana per rubarlo. Quando avrò riempito la sua mente con questi argomenti, avrò fatto tutto ciò che è in mio potere fare, prima che giunga il momento di dargli la seconda dose.
Otto e mezza. — Ho trovato solo in questo momento l'opportunità di dedicarmi al dovere più importante di tutti; il dovere di guardare nella cassetta dei medicinali di famiglia per il laudano che il signor Candy usò l'anno scorso.
Dieci minuti fa, ho colto Betteredge in un momento di inattività e gli ho detto cosa volevo. Senza una parola di obiezione, senza neanche un tentativo di tirare fuori il suo taccuino, ha fatto strada (tenendo conto di me a ogni passo) verso il ripostiglio in cui è conservata la cassetta dei medicinali.
Ho scoperto la bottiglia, accuratamente protetta da un tappo di vetro legato con della pelle. La preparazione che conteneva era, come avevo previsto, la comune Tintura d'Oppio. Trovando la bottiglia ancora ben piena, ho deciso di usarla, preferendola all'impiego di una qualsiasi delle due preparazioni con cui mi ero premurato di provvedere, in caso di emergenza.
La questione della quantità che devo somministrare presenta alcune difficoltà. Ci ho riflettuto sopra e ho deciso di aumentare la dose.
I miei appunti mi informano che il signor Candy somministrò solo venticinque minime. Si tratta di una dose esigua per aver prodotto i risultati che ne seguirono, persino nel caso di una persona tanto sensibile quanto il signor Blake. Ritengo altamente probabile che il signor Candy ne abbia somministrato più di quanto egli stesso credesse — sapendo, come so, che egli nutre un vivo gusto per i piaceri della tavola e che misurò il laudano durante il giorno del compleanno, dopo cena. In ogni caso, correrò il rischio di aumentare la dose a quaranta minime. In questa occasione, il signor Blake sa in anticipo che sta per assumere il laudano — il che equivale, fisiologicamente parlando, al fatto che egli possieda (inconsapevolmente) una certa capacità di resistere agli effetti. Se la mia visione è corretta, una quantità maggiore è dunque imperativamente richiesta, questa volta, per ripetere i risultati che la quantità minore produsse l'anno scorso.
Ore dieci. — I testimoni, o la compagnia (come dovrei chiamarli?), hanno raggiunto la casa un'ora fa.
Poco prima delle nove, ho persuaso il signor Blake ad accompagnarmi nella sua camera da letto; adducendo, come motivo, il desiderio che egli vi desse un'occhiata, per l'ultima volta, al fine di assicurarsi che nulla fosse stato dimenticato nel riarredare la stanza. Avevo precedentemente concordato con Betteredge che la camera preparata per il signor Bruff sarebbe stata quella adiacente alla stanza del signor Blake, e che sarei stato informato dell'arrivo dell'avvocato da un bussare alla porta. Cinque minuti dopo che l'orologio nell'atrio aveva battuto le nove, ho udito il colpo; e, uscendo immediatamente, ho incontrato il signor Bruff nel corridoio.
Il mio aspetto personale (come al solito) ha giocato a mio sfavore. La diffidenza del signor Bruff mi fissava chiaramente dagli occhi del signor Bruff. Essendo ben abituato a produrre tale effetto sugli sconosciuti, non ho esitato un istante a dire ciò che dovevo dire, prima che l'avvocato trovasse la via per la stanza del signor Blake.
«Siete giunto qui, credo, in compagnia della signora Merridew e della signorina Verinder?», ho detto.
«Sì», ha risposto il signor Bruff, nel modo più asciutto possibile.
«La signorina Verinder vi avrà probabilmente detto che desidero che la sua presenza in casa (e quella della signora Merridew, naturalmente) sia tenuta segreta al signor Blake, finché il mio esperimento su di lui non sarà stato tentato per primo?»
«So che devo tenere la lingua a posto, signore!», ha detto il signor Bruff, con impazienza. «Essendo abitualmente silenzioso sul tema della follia umana, sono tanto più pronto a mantenere chiuse le labbra in questa occasione. Vi soddisfa?»
Ho fatto un cenno col capo e ho lasciato che Betteredge lo accompagnasse alla sua stanza. Betteredge mi ha rivolto un unico sguardo nel congedarsi, che diceva, quasi a parole, «Avete trovato pane per i vostri denti, signor Jennings — e il suo nome è Bruff.»
Era poi necessario sbrigare l'incontro con le due signore. Sono sceso dalle scale — un po' nervosamente, lo confesso — mentre mi dirigevo verso il salotto della signorina Verinder.
La moglie del giardiniere (incaricata di badare alla sistemazione delle signore) mi ha incontrato nel corridoio del primo piano. Questa eccellente donna mi tratta con un'eccessiva civiltà che è chiaramente figlia di puro terrore. Fissa, trema e fa l'inchino ogni volta che le rivolgo la parola. Quando ho chiesto della signorina Verinder, ha fissato, tremato e senza dubbio avrebbe fatto l'inchino subito dopo, se la signorina Verinder stessa non avesse troncato quella cerimonia aprendo improvvisamente la porta del suo salotto.
«È il signor Jennings?», ha chiesto.
Prima che potessi rispondere, è uscita con impazienza per parlarmi nel corridoio. Ci siamo incontrati sotto la luce di una lampada su una mensola. Al primo sguardo verso di me, la signorina Verinder si è fermata ed ha esitato. Si è ripresa all'istante, è arrossita per un momento — e poi, con un'affascinante franchezza, mi ha offerto la mano.
«Non posso trattarvi come un estraneo, signor Jennings», ha detto. «Oh, se solo sapeste quanto le vostre lettere mi abbiano resa felice!»
Ha guardato il mio volto brutto e rugoso con una luminosa gratitudine così nuova per me nella mia esperienza col prossimo, che ero in difficoltà su come risponderle. Nulla mi aveva preparato alla sua gentilezza e alla sua bellezza. La miseria di molti anni non ha indurito il mio cuore, grazie a Dio. Ero impacciato e timido con lei, come se fossi stato un adolescente.
«Dov'è lui ora?», ha chiesto, dando libera espressione al suo unico interesse dominante — l'interesse per il signor Blake. «Cosa sta facendo? Ha parlato di me? È di buon umore? Come sopporta la vista della casa, dopo quello che vi è accaduto l'anno scorso? Quando avete intenzione di dargli il laudano? Posso vedervi mentre lo versate? Sono così interessata; sono così eccitata — ho diecimila cose da dirvi, e si affollano tutte insieme così che non so cosa dire per primo. Vi meravigliate dell'interesse che provo per questo?»
«No», ho detto. «Ardisco pensare di comprenderlo appieno.»
Lei era ben al di sopra della meschina affettazione dell'essere confusa. Mi ha risposto come avrebbe risposto a un fratello o a un padre.
«Mi avete sollevata da un'indescrivibile infelicità; mi avete dato una nuova vita. Come posso essere tanto ingrata da nascondervi qualcosa? Io lo amo», ha detto semplicemente, «l'ho amato dall'inizio alla fine — anche quando lo stavo danneggiando nei miei stessi pensieri; anche quando gli dicevo le parole più dure e crudeli. C'è qualche scusa per me, in questo? Spero di sì — temo sia l'unica scusa che ho. Quando arriverà domani, e lui saprà che sono in casa, pensate che...»
Si è fermata di nuovo e mi ha guardato molto seriamente.
«Quando arriverà domani», ho detto, «penso che non dobbiate far altro che dirgli ciò che avete appena detto a me.»
Il suo volto si è illuminato; ha fatto un passo verso di me. Le sue dita giocherellavano nervosamente con un fiore che avevo colto in giardino e che avevo messo nell'occhiello della giacca.
«Lo avete visto molto ultimamente», ha detto. «Avete, davvero e sinceramente, visto questo?»
«Davvero e sinceramente», ho risposto. «Sono del tutto certo di ciò che accadrà domani. Vorrei poter essere altrettanto certo di ciò che accadrà stanotte.»
A quel punto della conversazione, siamo stati interrotti dall'apparizione di Betteredge con il vassoio del tè. Mi ha rivolto un altro sguardo significativo mentre passava nel salotto. «Sì! sì! fate il fieno finché c'è il sole. Il Tartaro è di sopra, signor Jennings — il Tartaro è di sopra!»
L'abbiamo seguito nella stanza. Una piccola signora anziana, in un angolo, vestita molto graziosamente e profondamente assorta sopra un elegante ricamo, ha lasciato cadere il lavoro in grembo e ha emesso un flebile gridolino al primo apparire del mio colorito da gitano e dei miei capelli pezzati.
«Signora Merridew», ha detto la signorina Verinder, «questo è il signor Jennings.»
«Chiedo perdono al signor Jennings», ha detto la vecchia signora, guardando la signorina Verinder e parlando a me. «Viaggiare in treno mi rende sempre nervosa. Sto cercando di calmare la mia mente occupandomi come al solito. Non so se il mio ricamo sia fuori posto in questa straordinaria occasione. Se interferisce con le opinioni mediche del signor Jennings, sarò naturalmente felice di metterlo via.»
Mi sono affrettato a sancire la presenza del ricamo, esattamente come avevo sancito l'assenza della poiana impagliata e dell'ala di Cupido. La signora Merridew ha fatto uno sforzo — un riconoscente sforzo — per guardare i miei capelli. No! non c'era verso. La signora Merridew è tornata a guardare la signorina Verinder.
«Se il signor Jennings me lo consente», ha proseguito la vecchia signora, «vorrei chiedere un favore. Il signor Jennings sta per tentare un esperimento scientifico stanotte. Ero solita assistere a esperimenti scientifici quando ero una ragazzina a scuola. Finivano invariabilmente con un'esplosione. Se il signor Jennings volesse essere così gentile, vorrei essere avvertita dell'esplosione questa volta. Nell'ottica di sbrigarla, se possibile, prima di andare a letto.»
Ho tentato di assicurare la signora Merridew che un'esplosione non era inclusa nel programma di questa occasione.
«No», ha detto la vecchia signora. «Sono molto obbligata al signor Jennings — sono consapevole che mi sta solo ingannando per il mio bene. Preferisco la franchezza. Sono del tutto rassegnata all'esplosione — ma vorrei sbrigarla, se possibile, prima di andare a letto.»
Qui la porta si è aperta e la signora Merridew ha emesso un altro piccolo grido. L'avvento dell'esplosione? No: solo l'avvento di Betteredge.
«Chiedo perdono, signor Jennings», ha detto Betteredge, nel suo modo più elaboratamente confidenziale. «Il signor Franklin desidera sapere dove siete. Essendo sotto i vostri ordini di ingannarlo, rispetto alla presenza della mia signorina in casa, ho detto che non lo so. Questo, vi prego di osservare, è stata una bugia. Avendo già un piede nella tomba, signore, meno bugie vi aspettate che dica, più vi sarò debitore, quando la mia coscienza mi pungerà e giungerà la mia ora.»
Non c'era un momento da sprecare sulla questione puramente speculativa della coscienza di Betteredge. Il signor Blake avrebbe potuto farsi vivo in cerca di me, a meno che non fossi andato subito da lui nella sua stanza. La signorina Verinder mi ha seguito nel corridoio.
«Sembrano essere in combutta per perseguitarvi», ha detto. «Cosa significa?»
«Solo la protesta del mondo, signorina Verinder — su scala molto piccola — contro tutto ciò che è nuovo.»
«Cosa dobbiamo fare con la signora Merridew?»
«Ditele che l'esplosione avrà luogo alle nove di domani mattina.»
«Così da mandarla a letto?»
«Sì — così da mandarla a letto.»
La signorina Verinder è tornata al salotto e io sono salito dal signor Blake.
Con mia sorpresa l'ho trovato solo; camminava irrequieto per la stanza, ed era un po' irritato per essere stato lasciato da solo.
«Dov'è il signor Bruff?», ho chiesto.
Ha indicato la porta di comunicazione chiusa tra le due stanze. Il signor Bruff aveva fatto un salto da lui, per un momento; aveva tentato di rinnovare la sua protesta contro i nostri procedimenti; ed era fallito ancora una volta nel produrre la minima impressione sul signor Blake. A quel punto, l'avvocato si era rifugiato in una borsa di cuoio nero, riempita fino a scoppiare di documenti professionali. «I seri affari della vita», aveva ammesso, «erano tristemente fuori luogo in un'occasione come la presente. Ma i seri affari della vita devono procedere, nonostante tutto. Il signor Blake vorrà forse gentilmente scusare le abitudini all'antica di un uomo pratico. Il tempo è denaro — e, quanto al signor Jennings, può star certo che il signor Bruff sarà disponibile quando richiesto.» Con quella scusa, l'avvocato era tornato nella sua stanza e si era immerso ostinatamente nella sua borsa nera.
Ho pensato alla signora Merridew e al suo ricamo, e a Betteredge e alla sua coscienza. C'è una meravigliosa uniformità nel lato solido del carattere inglese — proprio come c'è una meravigliosa uniformità nell'espressione solida del volto inglese.
«Quando avete intenzione di darmi il laudano?», ha chiesto il signor Blake con impazienza.
«Dovete attendere ancora un poco», ho detto. «Resterò a tenervi compagnia finché non giungerà il momento.»
Non erano ancora le dieci. Le indagini che avevo fatto, in vari momenti, a Betteredge e al signor Blake, mi avevano portato alla conclusione che la dose di laudano somministrata dal signor Candy non avrebbe potuto essere somministrata prima delle undici. Avevo di conseguenza determinato di non tentare la seconda dose fino a quell'ora.
Abbiamo parlato un po'; ma le nostre menti erano entrambe preoccupate per l'imminente prova. La conversazione è presto scemata — poi è cessata del tutto. Il signor Blake sfogliava oziosamente i libri sul tavolino della sua camera da letto. Avevo preso la precauzione di guardarli, quando eravamo entrati nella stanza per la prima volta. *The Guardian; The Tatler; Richardson’s Pamela; Mackenzie’s Man of Feeling; Roscoe’s Lorenzo de’ Medici; e Robertson’s Charles the Fifth* — tutte opere classiche; tutte (naturalmente) immensamente superiori a qualsiasi cosa prodotta in tempi più recenti; e tutte (dal mio punto di vista attuale) dotate dell'unico grande merito di non incatenare l'interesse di nessuno e di non eccitare il cervello di nessuno. Ho lasciato il signor Blake all'influenza calmante della Letteratura Standard e mi sono occupato di scrivere questa annotazione nel mio diario.
Il mio orologio mi informa che sono quasi le undici. Devo chiudere queste pagine ancora una volta.
Ore due del mattino. — L'esperimento è stato tentato. Con quale risultato, ora vado a descrivere.
Alle undici, ho suonato il campanello per Betteredge e ho detto al signor Blake che poteva finalmente prepararsi per andare a letto.
Ho guardato fuori dalla finestra la notte. Era mite e piovosa, somigliando, sotto questo aspetto, alla notte del compleanno — il ventuno giugno, l'anno scorso. Senza professare di credere nei presagi, era almeno incoraggiante non trovare influenze nervose dirette — nessuna perturbazione tempestosa o elettrica — nell'atmosfera. Betteredge si è unito a me alla finestra e mi ha messo misteriosamente un piccolo foglietto di carta in mano. Conteneva queste righe:
«La signora Merridew è andata a letto, col chiaro accordo che l'esplosione debba avvenire alle nove di domani mattina, e che io non debba muovermi da questa parte della casa finché lei non venga a liberarmi. Non ha idea che la scena principale dell'esperimento sia il mio salotto — altrimenti vi sarebbe rimasta per tutta la notte! Sono sola e molto ansiosa. Vi prego, lasciate che vi veda misurare il laudano; voglio avere qualcosa a che fare con esso, anche nell'irrilevante veste di semplice spettatrice. — R.V.»
Ho seguito Betteredge fuori dalla stanza e gli ho detto di portare la cassetta dei medicinali nel salotto della signorina Verinder.
L'ordine sembrava prenderlo completamente alla sprovvista. Sembrava quasi che sospettasse in me qualche occulto disegno medico sulla signorina Verinder! «Potrei osare chiedere», ha detto, «cosa abbiano a che fare l'una con l'altra la mia signorina e la cassetta dei medicinali?»
«Restate nel salotto e vedrete.»
Betteredge sembrava dubitare della sua capacità, senza aiuti, di sorvegliarmi efficacemente in un'occasione in cui una cassetta dei medicinali era inclusa nei procedimenti.
«C'è qualche obiezione, signore», ha chiesto, «a coinvolgere il signor Bruff in questa parte della faccenda?»
«Al contrario! Sto proprio andando a chiedere al signor Bruff di accompagnarmi al piano di sotto.»
Betteredge si è ritirato a prendere la cassetta dei medicinali, senza aggiungere una parola. Sono tornato nella stanza del signor Blake e ho bussato alla porta di comunicazione. Il signor Bruff l'ha aperta, con le sue carte in mano — immerso nel Diritto; impenetrabile alla Medicina.
«Mi dispiace disturbarvi», ho detto. «Ma sto per preparare il laudano per il signor Blake; e devo richiedere la vostra presenza, affinché vediate ciò che faccio.»
«Sì?», ha detto il signor Bruff, con nove decimi della sua attenzione inchiodata alle sue carte, e con un decimo controvoglia accordato a me. «Qualcos'altro?»
«Devo disturbarvi affinché torniate qui con me, e vediate somministrare la dose.»
«Qualcos'altro?»
«Ancora una cosa. Devo crearvi l'inconveniente di rimanere nella stanza del signor Blake e di attendere di vedere cosa accade.»
«Oh, benissimo!», ha detto il signor Bruff. «La mia stanza, o la stanza del signor Blake — non importa quale; posso proseguire con le mie carte ovunque. A meno che non vi opponiate, signor Jennings, all'importazione di quella dose di buon senso nei procedimenti?»
Prima che potessi rispondere, il signor Blake si è rivolto all'avvocato, parlando dal suo letto.
«Volete davvero dire che non sentite alcun interesse per ciò che stiamo per fare?», ha chiesto. «Signor Bruff, non avete più immaginazione di una mucca!»
«Una mucca è un animale molto utile, signor Blake», ha detto l'avvocato. Con quella risposta mi ha seguito fuori dalla stanza, continuando a tenere le sue carte in mano.
Abbiamo trovato la signorina Verinder, pallida e agitata, che camminava irrequieta per il suo salotto da una parte all'altra. A un tavolo in un angolo stava Betteredge, di guardia alla cassetta dei medicinali. Il signor Bruff si è seduto sulla prima sedia che ha trovato e (emulando l'utilità della mucca) si è tuffato di nuovo nelle sue carte sul momento.
La signorina Verinder mi ha tirato in disparte ed è tornata istantaneamente al suo unico interesse assorbente — l'interesse per il signor Blake.
«Com'è ora?», ha chiesto. «È nervoso? è fuori di sé? Pensate che riuscirà? Siete sicuro che non farà alcun male?»
«Certamente. Venite e vedetemi mentre lo misuro.»
«Un momento! Sono passate le undici ora. Quanto tempo passerà prima che accada qualcosa?»
«Non è facile dirlo. Un'ora, forse.»
«Immagino che la stanza debba essere buia, come fu l'anno scorso?»
«Certamente.»
«Aspetterò nella mia camera da letto — proprio come feci prima. Terrò la porta leggermente aperta. Era leggermente aperta l'anno scorso. Sorveglierò la porta del salotto; e nel momento in cui si muoverà, spegnerò la mia luce. È successo tutto in quel modo, la notte del mio compleanno. E deve succedere tutto di nuovo nello stesso modo, non è vero?»
«Siete sicura di potervi controllare, signorina Verinder?»
«Per il suo bene, posso fare qualsiasi cosa!», ha risposto con fervore.
Uno sguardo al suo volto mi ha detto che potevo fidarmi di lei. Mi sono rivolto di nuovo al signor Bruff.
«Devo disturbarvi per mettere da parte le vostre carte per un momento», ho detto.
«Oh, certamente!» Si è alzato di scatto — come se lo avessi disturbato in un punto particolarmente interessante — e mi ha seguito alla cassetta dei medicinali. Lì, privato dell'eccitazione senza fiato incidentale alla pratica della sua professione, ha guardato Betteredge — e ha sbadigliato stancamente.
La signorina Verinder mi ha raggiunto con una brocca di vetro d'acqua fredda, che aveva preso da un tavolino. «Lasciate che versi io l'acqua», ha sussurrato. «Devo averne parte!»
Ho misurato le quaranta minime dalla bottiglia e ho versato il laudano in un bicchiere da medicina. «Riempitelo finché non è pieno per tre quarti», ho detto, e ho passato il bicchiere alla signorina Verinder. Ho poi ordinato a Betteredge di chiudere a chiave la cassetta dei medicinali; informandolo che ora avevo finito con essa. Uno sguardo di indicibile sollievo si è diffuso sul volto del vecchio servitore. Aveva evidentemente sospettato in me un disegno medico sulla sua signorina!
Dopo aver aggiunto l'acqua come avevo ordinato, la signorina Verinder ha colto un momento — mentre Betteredge chiudeva a chiave la cassetta, e mentre il signor Bruff stava tornando alle sue carte — e ha astutamente baciato il bordo del bicchiere da medicina. «Quando glielo date», ha detto l'affascinante ragazza, «daglielo da quel lato!»
Ho preso il pezzo di cristallo che doveva rappresentare il Diamante dalla mia tasca e gliel'ho dato.
«Anche voi dovete avere una parte in questo», ho detto. «Dovete metterlo dove avete messo la Pietra di Luna l'anno scorso.»
Lei ha fatto strada verso il mobile indiano e ha messo il falso Diamante nel cassetto che il Diamante vero aveva occupato la notte del compleanno. Il signor Bruff è stato testimone di questo procedimento, sotto protesta, come era stato testimone di ogni altra cosa. Ma il forte interesse drammatico che l'esperimento stava assumendo, si è rivelato (con mio grande divertimento) essere troppo per la capacità di autocontrollo di Betteredge. La sua mano tremava mentre reggeva la candela, e ha sussurrato ansiosamente, «Siete sicura, signorina, che sia il cassetto giusto?»
Ho guidato la via verso l'uscita, con il laudano e l'acqua in mano. Alla porta, mi sono fermato per rivolgere un'ultima parola alla signorina Verinder.
«Non tardate a spegnere le luci», ho detto.
«Le spegnerò subito», ha risposto. «E aspetterò nella mia camera da letto, con una sola candela accesa.»
Ha chiuso la porta del salotto dietro di noi. Seguito dal signor Bruff e da Betteredge, sono tornato nella stanza del signor Blake.
L'abbiamo trovato che si muoveva irrequieto da una parte all'altra del letto, chiedendosi irritato se dovesse avere il laudano quella notte. Alla presenza dei due testimoni, gli ho dato la dose, ho scosso i suoi cuscini e gli ho detto di coricarsi di nuovo tranquillamente e attendere.
Il suo letto, provvisto di leggere cortine di chintz, era sistemato con la testiera contro la parete della stanza, così da lasciare un buon spazio libero su entrambi i lati. Su un lato, tirai completamente le cortine, e nella parte della stanza così schermata alla sua vista, collocai il signor Bruff e Betteredge, affinché attendessero il risultato. In fondo al letto, tirai le cortine a metà e misi la mia sedia a poca distanza, in modo da poter far sì che mi vedesse o meno, che mi parlasse o meno, proprio come le circostanze avrebbero potuto richiedere. Essendo già stato informato che dormiva sempre con una luce nella stanza, collocai una delle due candele accese su un tavolino alla testiera del letto, dove il riverbero della luce non avrebbe colpito i suoi occhi. Diedi l'altra candela al signor Bruff; la luce, in questo caso, era attenuata dallo schermo delle cortine di chintz. La finestra era aperta nella parte superiore, così da ventilare la stanza. La pioggia cadeva dolcemente, la casa era silenziosa. Erano le undici e venti, secondo il mio orologio, quando i preparativi furono completati e presi posto sulla sedia riservata in fondo al letto.
Il signor Bruff riprese le sue carte, con ogni apparenza di essere interessato ad esse quanto mai. Ma guardandolo ora, vidi certi segni e indizi che mi dissero che la Legge stava iniziando a perdere la presa su di lui, finalmente. L'interesse sospeso della situazione in cui eravamo ora posti stava lentamente facendo valere la sua influenza persino sulla sua mente priva di immaginazione. Quanto a Betteredge, la coerenza di principio e la dignità di condotta erano diventate, nel suo caso, semplici parole vuote. Dimenticò che stavo eseguendo un gioco di prestigio sul signor Franklin Blake; dimenticò che avevo messo a soqquadro la casa da cima a fondo; dimenticò che non leggevo Robinson Crusoe da quando ero bambino. «Per l'amor di Dio, signore,» mi sussurrò, «ci dica quando inizierà a fare effetto.»
«Non prima di mezzanotte,» sussurrai di rimando. «Non dica nulla e resti seduto.»
Betteredge scese al grado più basso di confidenza con me, senza alcuno sforzo per salvarsi. Rispose con un occhiolino!
Guardando poi verso il signor Blake, lo trovai irrequieto come sempre nel suo letto; a chiedersi irritato perché l'influenza del laudano non avesse ancora iniziato a farsi sentire. Dirgli, nel suo attuale umore, che più si agitava e si interrogava, più avrebbe ritardato il risultato che stavamo aspettando, sarebbe stato semplicemente inutile. La linea d'azione più saggia da seguire era scacciare l'idea dell'oppio dalla sua mente, portandolo insensibilmente a pensare ad altro.
Con questo intento, lo incoraggiai a parlare con me; ingegnandomi a dirigere la conversazione, da parte mia, in modo da riportarla sull'argomento che ci aveva occupato all'inizio della serata: il soggetto del Diamante. Mi curai di ritornare su quelle parti della storia della Pietra di Luna che riguardavano il suo trasporto da Londra allo Yorkshire; al rischio che il signor Blake aveva corso nel rimuoverla dalla banca di Frizinghall; e all'inaspettata apparizione degli indiani in casa, la sera del compleanno. E, nel riferirmi a questi eventi, assunsi deliberatamente di aver frainteso molto di ciò che lo stesso signor Blake mi aveva raccontato poche ore prima. In questo modo, lo indussi a parlare dell'argomento con cui era ora di vitale importanza riempire la sua mente, senza permettergli di sospettare che lo stessi facendo parlare per uno scopo. A poco a poco, divenne così interessato a correggermi che dimenticò di agitarsi nel letto. La sua mente era lontana dalla questione dell'oppio, nel momento di massima importanza in cui i suoi occhi mi rivelarono per primi che l'oppio stava iniziando a far presa sul suo cervello.
Guardai l'orologio. Mancavano cinque minuti a mezzanotte quando i sintomi premonitori dell'effetto del laudano si mostrarono per la prima volta a me.
A quest'ora, occhi non esperti non avrebbero rilevato alcun cambiamento in lui. Ma, man mano che i minuti del nuovo giorno trascorrevano, il progresso rapido e sottile dell'influenza iniziò a mostrarsi più chiaramente. La sublime ebbrezza dell'oppio brillava nei suoi occhi; la rugiada di un sudore furtivo iniziò a luccicare sul suo volto. Dopo altri cinque minuti, la conversazione che manteneva ancora con me perse di coerenza. Restava fermo sul soggetto del Diamante, ma smise di completare le frasi. Poco più tardi, le frasi si ridussero a singole parole. Poi, ci fu un intervallo di silenzio. Poi, si mise a sedere sul letto. Poi, ancora occupato con il soggetto del Diamante, ricominciò a parlare, non a me, ma a se stesso. Quel cambiamento mi disse che la prima fase dell'esperimento era stata raggiunta. L'influenza stimolante dell'oppio aveva avuto la meglio su di lui.
L'ora, adesso, era le dodici e ventitré. La mezz'ora successiva, al massimo, avrebbe deciso la questione se si sarebbe alzato o meno dal suo letto, lasciando la stanza.
Nell'interesse mozzafiato di osservarlo, nell'indicibile trionfo di vedere il primo risultato dell'esperimento dichiararsi nel modo, e quasi nel tempo, che avevo previsto, avevo dimenticato del tutto i due compagni della mia veglia notturna. Guardando verso di loro ora, vidi la Legge (come rappresentata dalle carte del signor Bruff) giacere incustodita sul pavimento. Il signor Bruff stesso guardava avidamente attraverso una fessura lasciata nelle cortine del letto tirate imperfettamente. E Betteredge, incurante di ogni rispetto per le distinzioni sociali, sbirciava sopra la spalla del signor Bruff.
Entrambi balzarono indietro, scoprendo che li stavo guardando, come due ragazzi colti in fallo dal loro maestro. Feci loro segno di togliersi gli stivali silenziosamente, come stavo facendo io con i miei. Se il signor Blake ci avesse dato la possibilità di seguirlo, era di vitale importanza farlo senza rumore.
Passarono dieci minuti, e non accadde nulla. Poi, gettò improvvisamente via le coperte. Mise una gamba fuori dal letto. Attese.
«Vorrei non averlo mai portato fuori dalla banca,» disse tra sé. «Era al sicuro nella banca.»
Il mio cuore batteva forte; le pulsazioni alle tempie battevano furiosamente. Il dubbio sulla sicurezza del Diamante era, ancora una volta, l'impressione dominante nel suo cervello! Su quel singolo perno, ruotava l'intero successo dell'esperimento. La prospettiva che si apriva così improvvisamente davanti a me era troppo per i miei nervi distrutti. Fui costretto a distogliere lo sguardo da lui, o avrei perso l'autocontrollo.
Ci fu un altro intervallo di silenzio.
Quando fui in grado di fidarmi di me stesso per guardarlo di nuovo, era fuori dal letto, in piedi ed eretto al suo fianco. Le pupille dei suoi occhi erano ora contratte; i bulbi oculari brillavano alla luce della candela mentre muoveva la testa lentamente avanti e indietro. Stava pensando; stava dubitando; parlò di nuovo.
«Come faccio a sapere?» disse. «Gli indiani potrebbero essere nascosti in casa.»
Si fermò e camminò lentamente verso l'altro lato della stanza. Si voltò, attese, tornò al letto.
«Non è nemmeno chiuso a chiave,» continuò. «È nel cassetto del suo mobiletto. E il cassetto non si chiude a chiave.»
Si sedette sul bordo del letto. «Chiunque potrebbe prenderlo,» disse.
Si alzò di nuovo irrequieto e reiterò le sue prime parole.
«Come faccio a sapere? Gli indiani potrebbero essere nascosti in casa.»
Attese ancora. Mi ritrassi dietro la mezza cortina del letto. Si guardò intorno nella stanza, con un luccichio vacuo negli occhi. Fu un momento senza fiato. Ci fu una pausa di qualche tipo. Una pausa nell'azione dell'oppio? Una pausa nell'azione del cervello? Chi poteva dirlo? Tutto dipendeva, ora, da ciò che avrebbe fatto dopo.
Si coricò di nuovo sul letto!
Un dubbio orribile mi attraversò la mente. Era possibile che l'azione sedativa dell'oppio si stesse già facendo sentire? Non era nella mia esperienza che dovesse accadere così. Ma cos'è l'esperienza, quando l'oppio è coinvolto? Probabilmente non esistono due uomini al mondo su cui la droga agisca esattamente nello stesso modo. C'era forse qualche peculiarità costituzionale in lui, che sentiva l'influenza in un modo nuovo? Stavamo per fallire proprio sull'orlo del successo?
No! Si alzò di nuovo bruscamente. «Come diavolo faccio a dormire,» disse, «con questo pensiero in testa?»
Guardò la luce, che bruciava sul tavolo alla testiera del suo letto. Dopo un momento, prese la candela in mano.
Spensi la seconda candela, che bruciava dietro le cortine chiuse. Mi ritrassi, con il signor Bruff e Betteredge, nell'angolo più lontano vicino al letto. Feci loro segno di stare in silenzio, come se le loro vite dipendessero da quello.
Attendemmo, senza vedere né sentire nulla. Attendemmo, nascosti a lui dalle cortine.
La luce che teneva dall'altra parte di noi si mosse improvvisamente. L'istante successivo ci passò davanti, rapido e silenzioso, con la candela in mano.
Aprì la porta della camera da letto e uscì.
Lo seguimmo lungo il corridoio. Lo seguimmo giù per le scale. Lo seguimmo lungo il secondo corridoio. Non si voltò mai; non esitò mai.
Aprì la porta del soggiorno ed entrò, lasciandola aperta dietro di sé.
La porta era appesa (come tutte le altre porte della casa) su grandi cardini all'antica. Quando fu aperta, si aprì una fessura tra la porta e lo stipite. Feci segno ai miei due compagni di guardare attraverso questa, così da evitare che si mostrassero. Mi posi, anch'io fuori dalla porta, sul lato opposto. Una rientranza nel muro era alla mia sinistra, nella quale avrei potuto nascondermi istantaneamente, se avesse mostrato segni di guardare indietro nel corridoio.
Avanzò verso il centro della stanza, con la candela ancora in mano: si guardò intorno, ma non si voltò mai.
Vidi la porta della camera da letto della signor Verinder socchiusa. Aveva spento la sua luce. Si controllò nobilmente. Il debole contorno bianco del suo vestito estivo era tutto ciò che riuscivo a vedere. Nessuno che non lo avesse saputo in anticipo avrebbe sospettato che ci fosse una creatura vivente nella stanza. Si tenne indietro, al buio: nessuna parola, nessun movimento le sfuggì.
Erano le una e dieci. Sentii, attraverso il silenzio assoluto, il dolce gocciolio della pioggia e il tremulo passaggio dell'aria notturna tra gli alberi.
Dopo aver atteso irresoluto, per un minuto o più, nel mezzo della stanza, si spostò verso l'angolo vicino alla finestra, dove si trovava il mobiletto indiano.
Pose la sua candela sopra il mobiletto. Aprì e chiuse un cassetto dopo l'altro, finché arrivò al cassetto in cui era riposto il falso Diamante. Guardò nel cassetto per un momento. Poi prese il falso Diamante con la mano destra. Con l'altra mano, prese la candela dalla cima del mobiletto.
Camminò indietro di qualche passo verso il centro della stanza e si fermò di nuovo.
Fin qui, aveva ripetuto esattamente ciò che aveva fatto nella notte del compleanno. Il suo prossimo atto sarebbe stato lo stesso dell'anno scorso? Avrebbe lasciato la stanza? Sarebbe tornato ora, come credevo fosse tornato allora, nella sua camera da letto? Ci avrebbe mostrato cosa aveva fatto del Diamante, quando fosse tornato nella sua stanza?
La sua prima azione, quando si mosse ancora una volta, si rivelò essere un'azione che non aveva compiuto quando era sotto l'influenza dell'oppio per la prima volta. Posò la candela su un tavolo e vagò ancora un po' verso l'estremità più lontana della stanza. C'era un divano lì. Si appoggiò pesantemente allo schienale con la mano sinistra, poi si riprese e tornò al centro della stanza. Ora potevo vedere i suoi occhi. Stavano diventando spenti e pesanti; il luccichio in essi stava rapidamente svanendo.
La suspense del momento si rivelò eccessiva per l'autocontrollo della signor Verinder. Avanzò di qualche passo, poi si fermò di nuovo. Il signor Bruff e Betteredge guardarono verso di me, attraverso l'apertura della porta, per la prima volta. La premonizione di una delusione imminente si stava imprimendo nelle loro menti così come nella mia.
Tuttavia, finché restava dove si trovava, c'era speranza. Attendemmo, in un'aspettativa indicibile, di vedere cosa sarebbe successo dopo.
Il prossimo evento fu decisivo. Lasciò cadere il falso Diamante dalla mano.
Cadde sul pavimento, davanti all'ingresso, chiaramente visibile a lui e a tutti noi. Non fece alcuno sforzo per raccoglierlo: guardò in basso verso di esso con aria vacua e, mentre guardava, la sua testa affondò sul petto. Barcollò, si riprese per un istante, camminò indietro incerto verso il divano e vi si sedette. Fece un ultimo sforzo; provò ad alzarsi e ricadde indietro. La sua testa cadde sui cuscini del divano. Erano le una e venticinque. Prima che avessi rimesso l'orologio in tasca, lui dormiva.
Era tutto finito ora. L'influenza sedativa aveva avuto la meglio su di lui; l'esperimento era giunto al termine.
Entrai nella stanza, dicendo al signor Bruff e a Betteredge che potevano seguirmi. Non c'era timore di disturbarlo. Eravamo liberi di muoverci e parlare.
«La prima cosa da stabilire,» dissi, «è la questione di cosa dobbiamo fare con lui. Probabilmente dormirà per le prossime sei o sette ore, almeno. È un po' lontano portarlo di peso fino alla sua stanza. Quando ero più giovane, avrei potuto farlo da solo. Ma la mia salute e le mie forze non sono più quelle di una volta: temo di dovervi chiedere di aiutarmi.»
Prima che potessero rispondere, la signor Verinder mi chiamò dolcemente. Mi venne incontro alla porta della sua stanza, con uno scialle leggero e con la coltre del suo letto.
«Intende vegliarlo mentre dorme?» chiese.
«Sì, non sono abbastanza sicuro dell'effetto dell'oppio nel suo caso da volerlo lasciare solo.»
Mi porse lo scialle e la coltre.
«Perché dovrebbe disturbarlo?» sussurrò. «Gli prepari il letto sul divano. Posso chiudere la mia porta e restare nella mia stanza.»
Era infinitamente il modo più semplice e sicuro di sistemarlo per la notte. Riferii il suggerimento al signor Bruff e a Betteredge, che approvarono entrambi la mia adozione di esso. In cinque minuti lo avevo adagiato comodamente sul divano e coperto leggermente con la coltre e lo scialle. La signor Verinder ci augurò la buonanotte e chiuse la porta. Su mia richiesta, noi tre ci stringemmo quindi attorno al tavolo al centro della stanza, sul quale la candela era ancora accesa e sul quale erano stati posti materiali per scrivere.
«Prima di separarci,» esordii, «ho una parola da dire sull'esperimento che è stato tentato stasera. Due obiettivi distinti dovevano essere raggiunti con esso. Il primo di questi obiettivi era dimostrare che il signor Blake entrò in questa stanza e prese il Diamante, l'anno scorso, agendo inconsciamente e irresponsabilmente sotto l'influenza dell'oppio. Dopo quello che avete visto entrambi, siete entrambi soddisfatti, fin qui?»
Mi risposero affermativamente, senza un momento di esitazione.
«Il secondo obiettivo,» continuai, «era scoprire cosa fece con il Diamante, dopo che fu visto dalla signor Verinder lasciare il suo salotto con il gioiello in mano, la notte del compleanno. Il raggiungimento di questo obiettivo dipendeva, naturalmente, dal fatto che continuasse a ripetere esattamente i suoi procedimenti dell'anno scorso. Non l'ha fatto; e lo scopo dell'esperimento è conseguentemente fallito. Non posso asserire di non essere deluso dal risultato, ma posso onestamente dire di non esserne sorpreso. Dissi al signor Blake fin dal principio che il nostro completo successo in questa faccenda dipendeva dal riprodurre completamente in lui le condizioni fisiche e morali dell'anno scorso, e lo avvertii che questa era quasi una vera e propria impossibilità. Abbiamo solo parzialmente riprodotto le condizioni e l'esperimento è stato solo parzialmente coronato da successo, di conseguenza. È anche possibile che io abbia somministrato una dose troppo forte di laudano. Ma io stesso considero la prima ragione che ho dato come la vera ragione per cui dobbiamo lamentare un fallimento, oltre a rallegrarci per un successo.»
Dopo aver detto quelle parole, posi i materiali per scrivere davanti al signor Bruff e gli chiesi se avesse qualche obiezione, prima che ci separassimo per la notte, a redigere e firmare una chiara dichiarazione di ciò che aveva visto. Prese subito la penna e produsse la dichiarazione con la fluida prontezza di una mano esperta.
«Le devo questo,» disse, firmando il documento, «come una sorta di ammenda per quanto è passato tra noi all'inizio della serata. Le chiedo scusa, signor Jennings, per aver dubitato di lei. Ha reso a Franklin Blake un servizio inestimabile. Nella nostra terminologia legale, ha dimostrato il suo caso.»
Le scuse di Betteredge furono caratteristiche dell'uomo.
«Signor Jennings,» disse, «quando leggerà di nuovo Robinson Crusoe (cosa che le consiglio caldamente di fare), scoprirà che non si fa mai scrupolo di riconoscerlo, quando risulta essere stato nel torto. La prego di considerarmi, signore, come colui che fa ciò che fece Robinson Crusoe, nella presente occasione.» Con quelle parole firmò il documento a sua volta.
Il signor Bruff mi prese in disparte, mentre ci alzavamo dal tavolo.
«Una parola sul Diamante,» disse. «La sua teoria è che Franklin Blake abbia nascosto la Pietra di Luna nella sua stanza. La mia teoria è che la Pietra di Luna sia in possesso dei banchieri del signor Luker a Londra. Non discuteremo su chi di noi abbia ragione. Chiederemo solo: chi di noi è nella posizione di mettere alla prova la sua teoria?»
«La prova, nel mio caso,» risposi, «è stata tentata stasera ed è fallita.»
«La prova, nel mio caso,» replicò il signor Bruff, «è ancora in corso di svolgimento. Negli ultimi due giorni ho fatto tenere d'occhio il signor Luker alla banca; e farò continuare tale sorveglianza fino all'ultimo giorno del mese. So che deve ritirare il Diamante personalmente dalle mani dei suoi banchieri, e sto agendo sulla possibilità che la persona che ha impegnato il Diamante possa costringerlo a fare ciò, riscattando il pegno. In tal caso potrei essere in grado di mettere le mani sulla persona. Se ci riesco, chiarirò il mistero esattamente nel punto in cui il mistero ci sconcerta ora! Lo ammette, fin qui?»
Lo ammisi prontamente.
«Torno in città con il treno del mattino,» proseguì l'avvocato. «Potrei sentire, al mio ritorno, che è stata fatta una scoperta, e potrebbe essere della massima importanza che io abbia Franklin Blake a portata di mano per fare appello a lui, se necessario. Intendo dirgli, non appena si sveglierà, che deve tornare con me a Londra. Dopo tutto ciò che è accaduto, posso contare sulla sua influenza per sostenermi?»
«Certamente!» dissi.
Il signor Bruff mi strinse la mano e lasciò la stanza. Betteredge lo seguì fuori.
Andai verso il divano per guardare il signor Blake. Non si era mosso da quando lo avevo adagiato e gli avevo preparato il letto: giaceva avvinto in un sonno profondo e tranquillo.
Mentre lo stavo ancora guardando, sentii la porta della camera da letto aprirsi dolcemente. Ancora una volta, la signor Verinder apparve sulla soglia, nel suo grazioso vestito estivo.
«Mi fa un ultimo favore?» sussurrò. «Mi lasci vegliarlo con lei.»
Esitai, non per interessi di convenienza, solo nell'interesse del suo riposo notturno. Si avvicinò a me e mi prese la mano.
«Non riesco a dormire; non riesco nemmeno a stare seduta ferma, nella mia stanza,» disse. «Oh, signor Jennings, se lei fosse me, pensi solo a quanto desidererebbe sedersi e guardarlo. Dica di sì! Lo faccia!»
È necessario menzionare che cedetti? Certamente no!
Trasse una sedia ai piedi del divano. Lo guardò in un silenzioso estasi di felicità, finché le lacrime le salirono agli occhi. Si asciugò gli occhi e disse che avrebbe preso il suo lavoro. Prese il suo lavoro e non ne fece mai nemmeno un punto. Le giaceva in grembo; non riusciva nemmeno a distogliere lo sguardo da lui abbastanza a lungo da infilare l'ago. Pensai alla mia giovinezza; pensai agli occhi gentili che un tempo mi avevano guardato con amore. Nella pesantezza del mio cuore mi rivolsi al mio Diario per trovare sollievo e vi scrissi ciò che è scritto qui.
Così tenemmo la nostra veglia insieme in silenzio. Uno di noi assorto nella sua scrittura; l'altra assorta nel suo amore.
Ora dopo ora giacque nel suo sonno profondo. La luce del nuovo giorno cresceva e cresceva nella stanza e lui non si mosse ancora.
Verso le sei, avvertii l'avvertimento che mi diceva che i miei dolori stavano tornando. Fui costretto a lasciarla sola con lui per un po'. Dissi che sarei andato di sopra a prendergli un altro cuscino dalla sua stanza. Non fu un attacco lungo, questa volta. Dopo poco fui in grado di avventurarmi a tornare e lasciarmi vedere di nuovo da lei.
La trovai a capotavola del divano, quando tornai. Stava appena toccando la sua fronte con le labbra. Scossi la testa il più seriamente possibile e indicai la sua sedia. Mi guardò con un sorriso luminoso e un colore incantevole sul volto. «Lo avrebbe fatto lei,» sussurrò, «al posto mio!»
Sono esattamente le otto. Sta iniziando a muoversi per la prima volta.
La signorina Verinder è in ginocchio accanto al divano. Si è posizionata in modo tale che, quando i suoi occhi si apriranno per la prima volta, dovranno aprirsi sul suo viso.
Dovrei lasciarli soli?
Sì!
Undici ore.—La casa è di nuovo vuota. Hanno organizzato tutto tra loro; sono andati tutti a Londra con il treno delle dieci. Il mio breve sogno di felicità è finito. Mi sono risvegliato di nuovo alle realtà della mia vita solitaria e senza amici.
Non oso fidarmi di me stesso per scrivere le parole gentili che mi sono state dette, specialmente dalla signorina Verinder e dal signor Blake. Inoltre, è inutile. Quelle parole torneranno da me nelle mie ore solitarie e mi aiuteranno a superare ciò che resta della fine della mia vita. Il signor Blake deve scrivermi e dirmi cosa succede a Londra. La signorina Verinder deve tornare nello Yorkshire in autunno (per il suo matrimonio, senza dubbio); e io devo prendermi una vacanza ed essere ospite in quella casa. Oh me, come mi sono sentito, mentre la felice gratitudine mi guardava dai suoi occhi e la calda pressione della sua mano diceva: «Questo è merito tuo!»
I miei poveri pazienti mi aspettano. Di nuovo, stamattina, alla vecchia routine! Di nuovo, stasera, alla terribile alternativa tra l'oppio e il dolore!
Dio sia lodato per la Sua misericordia! Ho visto un po' di sole; ho trascorso un periodo felice.
QUINTO RACCONTO.
La storia ripresa da Franklin Blake.
CAPITOLO I
Ma poche parole sono necessarie, da parte mia, per completare il racconto che è stato presentato nel Diario di Ezra Jennings.
Di me stesso, devo solo dire che mi sono svegliato la mattina del ventisei, perfettamente ignaro di tutto ciò che avevo detto e fatto sotto l'influenza dell'oppio, dal momento in cui la droga mi ha preso per la prima volta, al momento in cui ho aperto gli occhi nel salotto di Rachel.
Di ciò che è accaduto dopo il mio risveglio, non mi sento in dovere di rendere conto nei dettagli. Limitandomi semplicemente ai risultati, devo riferire che Rachel e io ci siamo compresi perfettamente, prima ancora che una sola parola di spiegazione fosse passata da entrambe le parti. Mi rifiuto di dare spiegazioni, e Rachel si rifiuta di dare spiegazioni, per la straordinaria rapidità della nostra riconciliazione. Signore e Signora, guardate indietro al tempo in cui eravate appassionatamente legati l'uno all'altra, e saprete cosa è successo, dopo che Ezra Jennings ha chiuso la porta del salotto, tanto bene quanto lo so io.
Non ho, tuttavia, alcuna obiezione ad aggiungere che saremmo stati certamente scoperti dalla signora Merridew, se non fosse stato per la prontezza di spirito di Rachel. Udì il rumore dell'abito della vecchia signora nel corridoio e corse immediatamente fuori a incontrarla; sentii la signora Merridew dire: «Che succede?» e sentii Rachel rispondere: «L'esplosione!» La signora Merridew si lasciò immediatamente prendere per il braccio e condurre in giardino, fuori dalla portata dell'imminente shock. Al suo ritorno in casa, mi incontrò nell'atrio e si espresse come grandemente colpita dal vasto progresso della Scienza, dai tempi in cui era una ragazza a scuola. «Le esplosioni, signor Blake, sono infinitamente più miti di quanto non fossero. Le assicuro, ho appena sentito l'esplosione del signor Jennings dal giardino. E nessun odore dopo, che io possa rilevare, ora che siamo tornati in casa! Devo davvero scusarmi con il suo amico medico. È solo doveroso verso di lui dire che ha gestito la cosa magnificamente!»
Così, dopo aver sconfitto Betteredge e il signor Bruff, Ezra Jennings ha sconfitto la signora Merridew stessa. C'è un sacco di sentimento liberale non sviluppato nel mondo, dopo tutto!
A colazione, il signor Bruff non ha fatto mistero delle sue ragioni per desiderare che io lo accompagnassi a Londra con il treno del mattino. La sorveglianza tenuta alla banca, e il risultato che poteva ancora venirne, facevano appello in modo così irresistibile alla curiosità di Rachel, che ha deciso immediatamente (se la signora Merridew non avesse avuto obiezioni) di accompagnarci in città, così da essere a portata delle prime notizie sui nostri procedimenti.
La signora Merridew si è rivelata tutta flessibilità e indulgenza, dopo il modo veramente premuroso in cui l'esplosione si era comportata; e Betteredge è stato di conseguenza informato che saremmo andati tutti e quattro insieme con il treno del mattino. Mi aspettavo pienamente che avrebbe chiesto il permesso di accompagnarci. Ma Rachel aveva saggiamente fornito al suo fedele vecchio servitore un'occupazione che lo interessava. Era incaricato di completare l'arredamento della casa, ed era troppo pieno delle sue responsabilità domestiche per sentire la «febbre da investigatore» come avrebbe potuto sentirla in altre circostanze.
Il nostro unico motivo di rammarico, nell'andare a Londra, era la necessità di separarci, più bruscamente di quanto avremmo voluto, da Ezra Jennings. È stato impossibile persuaderlo ad accompagnarci. Ho potuto solo promettere di scrivergli, e Rachel ha potuto solo insistere perché venisse a trovarla quando sarebbe tornata nello Yorkshire. C'erano tutte le prospettive di rivederci tra pochi mesi, eppure c'era qualcosa di molto triste nel vedere il nostro migliore e più caro amico lasciato solo sulla banchina, mentre il treno usciva dalla stazione.
Al nostro arrivo a Londra, il signor Bruff è stato avvicinato al capolinea da un ragazzino, vestito con una giacca e pantaloni di panno nero logoro, e personalmente notevole in virtù della straordinaria prominenza dei suoi occhi. Sporgevano così tanto, e rotolavano in giro così liberamente, che ci si chiedeva con disagio perché rimanessero nelle loro orbite. Dopo aver ascoltato il ragazzo, il signor Bruff ha chiesto alle signore se avessero scusato il nostro non accompagnarle fino a Portland Place. Avevo a malapena il tempo di promettere a Rachel che sarei tornato e le avrei raccontato tutto ciò che era successo, prima che il signor Bruff mi afferrasse per il braccio e mi trascinasse in una carrozza. Il ragazzo dagli occhi mal fissi prese posto sul cassone accanto al cocchiere, e al cocchiere fu ordinato di andare a Lombard Street.
«Novità dalla banca?» ho chiesto, mentre partivamo.
«Novità del signor Luker,» ha detto il signor Bruff. «Un'ora fa, è stato visto lasciare la sua casa a Lambeth, in una carrozza, accompagnato da due uomini, che sono stati riconosciuti dai miei uomini come agenti di polizia in borghese. Se la paura del signor Luker per gli indiani è alla base di questa precauzione, l'inferenza è abbastanza chiara. Sta andando a ritirare il Diamante dalla banca.»
«E noi stiamo andando alla banca per vedere cosa ne viene fuori?»
«Sì, o per sentire cosa ne è venuto fuori, se è tutto finito a quest'ora. Ha notato il mio ragazzo, lì sul cassone?»
«Ho notato i suoi occhi.»
Il signor Bruff ha riso. «Chiamano il povero piccolo disgraziato 'Uva spina' in ufficio,» ha detto. «Lo impiego per sbrigare commissioni, e vorrei solo che i miei impiegati che gli hanno dato quel soprannome fossero affidabili quanto lui. Uva spina è uno dei ragazzi più svegli di Londra, signor Blake, a dispetto dei suoi occhi.»
Erano le cinque meno venti quando ci fermammo davanti alla banca in Lombard Street. Uva spina guardò con desiderio il suo padrone, mentre apriva la portiera della carrozza.
«Vuoi venire dentro anche tu?» ha chiesto gentilmente il signor Bruff. «Vieni allora, e rimani alle mie calcagna fino a nuovo ordine. È veloce come un lampo,» ha continuato il signor Bruff, rivolgendosi a me in un sussurro. «Due parole basteranno con Uva spina, dove ne servirebbero venti con un altro ragazzo.»
Entrammo in banca. L'ufficio esterno, con il lungo bancone, dietro il quale sedevano i cassieri, era affollato di persone; tutte in attesa del loro turno per prelevare denaro, o per versare denaro, prima che la banca chiudesse alle cinque.
Due uomini tra la folla si avvicinarono al signor Bruff, non appena si mostrò.
«Bene,» ha chiesto l'avvocato. «Lo avete visto?»
«È passato davanti a noi mezz'ora fa, signore, ed è andato nell'ufficio interno.»
«Non è ancora uscito?»
«No, signore.»
Il signor Bruff si è voltato verso di me. «Aspettiamo,» ha detto.
Ho guardato in giro tra le persone intorno a me per i tre indiani. Non c'era traccia di loro da nessuna parte. L'unica persona presente con una carnagione notevolmente scura era un uomo alto con una giacca da pilota e un cappello rotondo, che sembrava un marinaio. Poteva essere uno di loro travestito? Impossibile! L'uomo era più alto di chiunque degli indiani; e la sua faccia, dove non era nascosta da una folta barba nera, era almeno due volte la larghezza di quella di chiunque di loro.
«Devono avere la loro spia da qualche parte,» ha detto il signor Bruff, guardando a sua volta il marinaio scuro. «E lui potrebbe essere l'uomo.»
Prima che potesse dire altro, il lembo della sua giacca è stato rispettosamente tirato dal suo spirito assistente dagli occhi d'uva spina. Il signor Bruff ha guardato dove guardava il ragazzo. «Zitto!» ha detto. «Ecco il signor Luker!»
Lo strozzino è uscito dalle regioni interne della banca, seguito dai suoi due poliziotti guardiani in borghese.
«Tenga gli occhi su di lui,» ha sussurrato il signor Bruff. «Se passa il Diamante a qualcuno, lo passerà qui.»
Senza notare nessuno di noi, il signor Luker si è fatto strada lentamente verso la porta, ora nella parte più fitta, ora in quella più rada della folla. Ho visto distintamente la sua mano muoversi, mentre passava accanto a un uomo basso e robusto, rispettabilmente vestito con un abito grigio sobrio. L'uomo ha sussultato un po' e lo ha guardato. Il signor Luker ha proseguito lentamente attraverso la folla. Alla porta la sua guardia si è piazzata su entrambi i lati di lui. Tutti e tre sono stati seguiti da uno degli uomini del signor Bruff, e non li ho più visti.
Ho guardato l'avvocato, e poi ho guardato in modo significativo verso l'uomo con l'abito grigio sobrio. «Sì!» ha sussurrato il signor Bruff, «l'ho visto anch'io!» Si è voltato in cerca del suo secondo uomo. Il secondo uomo non si vedeva da nessuna parte. Ha guardato dietro di sé il suo spirito assistente. Uva spina era scomparso.
«Che diavolo significa?» ha detto il signor Bruff con rabbia. «Ci hanno lasciato entrambi proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno.»
È arrivato il turno dell'uomo con l'abito grigio di sbrigare i suoi affari al bancone. Ha versato un assegno, ha ricevuto una ricevuta e si è voltato per uscire.
«Cosa bisogna fare?» ha chiesto il signor Bruff. «Non possiamo degradarci seguendolo.»
«Posso farlo io!» ho detto. «Non perderei di vista quell'uomo per diecimila sterline!»
«In tal caso,» ha replicato il signor Bruff, «non perderei di vista lei, per il doppio del denaro. Una bella occupazione per un uomo nella mia posizione,» ha mormorato tra sé, mentre seguivamo lo sconosciuto fuori dalla banca. «Per l'amor del cielo non lo menzioni. Sarei rovinato se si sapesse.»
L'uomo con l'abito grigio è salito su un autobus, diretto a ovest. Siamo saliti dopo di lui. C'erano riserve latenti di giovinezza ancora rimaste nel signor Bruff. Lo affermo positivamente: quando ha preso posto sull'autobus, è arrossito!
L'uomo con l'abito grigio ha fermato l'autobus ed è sceso in Oxford Street. Lo abbiamo seguito di nuovo. È entrato in una farmacia.
Il signor Bruff ha sussultato. «Il mio farmacista!» ha esclamato. «Temo che abbiamo commesso un errore.»
Siamo entrati nel negozio. Il signor Bruff e il proprietario hanno scambiato alcune parole in privato. L'avvocato mi ha raggiunto di nuovo, con una faccia molto abbattuta.
«È grandemente a nostro merito,» ha detto, mentre mi prendeva sottobraccio e mi conduceva fuori, «questa è una consolazione!»
«Cosa è a nostro merito?» ho chiesto.
«Signor Blake! Lei e io siamo i due peggiori investigatori dilettanti che abbiano mai provato a cimentarsi nel mestiere. L'uomo con l'abito grigio lavora da trent'anni al servizio del farmacista. È stato mandato alla banca per versare denaro sul conto del suo padrone, e non ne sa più della Pietra di Luna del nascituro.»
Ho chiesto cosa si dovesse fare dopo.
«Torni al mio ufficio,» ha detto il signor Bruff. «Uva spina e il mio secondo uomo hanno evidentemente seguito qualcun altro. Speriamo che avessero gli occhi aperti almeno!»
Quando abbiamo raggiunto Gray's Inn Square, il secondo uomo era arrivato lì prima di noi. Aspettava da più di un quarto d'ora.
«Bene!» ha chiesto il signor Bruff. «Quali sono le sue notizie?»
«Mi dispiace dire, signore,» ha risposto l'uomo, «che ho commesso un errore. Avrei potuto giurare di aver visto il signor Luker passare qualcosa a un signore anziano, con un paletot di colore chiaro. Il signore anziano si è rivelato, signore, essere un rispettabilissimo mastro ferramenta di Eastcheap.»
«Dov'è Uva spina?» ha chiesto rassegnato il signor Bruff.
L'uomo ha sgranato gli occhi. «Non lo so, signore. Non ho visto nulla di lui da quando ho lasciato la banca.»
Il signor Bruff ha congedato l'uomo. «Una di queste due cose,» mi ha detto. «O Uva spina è scappato, o sta cacciando per conto suo. Che ne dice di cenare qui, con la possibilità che il ragazzo torni tra un'ora o due? Ho del buon vino in cantina, e possiamo farci portare una costoletta dalla caffetteria.»
Abbiamo cenato negli uffici del signor Bruff. Prima che la tovaglia venisse tolta, una «persona» è stata annunciata come desiderosa di parlare con l'avvocato. La persona era Uva spina? No: solo l'uomo che era stato impiegato per seguire il signor Luker quando aveva lasciato la banca.
Il rapporto, in questo caso, non ha presentato alcun elemento di minimo interesse. Il signor Luker era tornato a casa sua e lì aveva congedato la sua guardia. Non era più uscito dopo. Verso il tramonto, le persiane erano state chiuse e le porte erano state sbarrate. La strada davanti alla casa e il vicolo dietro la casa erano stati attentamente sorvegliati. Nessun segno degli indiani era stato visibile. Nessuna persona era stata vista aggirarsi per i locali. Avendo esposto questi fatti, l'uomo ha aspettato di sapere se ci fossero ulteriori ordini. Il signor Bruff lo ha congedato per la notte.
«Pensa che il signor Luker abbia portato la Pietra di Luna a casa con sé?» ho chiesto.
«Non lui,» ha detto il signor Bruff. «Non avrebbe mai congedato i suoi due poliziotti, se avesse corso il rischio di tenere di nuovo il Diamante in casa sua.»
Abbiamo aspettato un'altra mezz'ora per il ragazzo, e abbiamo aspettato invano. Era poi tempo che il signor Bruff andasse a Hampstead, e che io tornassi da Rachel a Portland Place. Ho lasciato il mio biglietto da visita, affidato al portiere degli uffici, con una riga scritta sopra per dire che sarei stato al mio alloggio alle dieci e mezza di quella sera. Il biglietto doveva essere dato al ragazzo, se fosse tornato.
Alcuni uomini hanno il dono di mantenere gli appuntamenti; e altri uomini hanno il dono di mancarli. Io sono uno degli altri uomini. Si aggiunga che ho passato la serata a Portland Place, sullo stesso sedile di Rachel, in una stanza lunga quaranta piedi, con la signora Merridew all'estremo opposto. Qualcuno si meraviglia che sia tornato a casa alle dodici e mezza invece che alle dieci e mezza? Quanto deve essere completamente senza cuore quella persona! E quanto sinceramente spero di non fare mai la conoscenza di quella persona!
Il mio servitore mi ha consegnato un pezzetto di carta quando mi ha fatto entrare.
Ho letto, in una calligrafia legale pulita, queste parole: «Se le piace, signore, sto diventando assonnato. Tornerò domani mattina, tra le nove e le dieci.» Le indagini hanno dimostrato che un ragazzo, con occhi dall'aspetto molto straordinario, era passato, aveva presentato il mio biglietto e il messaggio, aveva aspettato un'ora, non aveva fatto altro che addormentarsi e risvegliarsi di nuovo, aveva scritto una riga per me, ed era andato a casa, dopo aver informato gravemente il servitore che «non era adatto a nulla se non avesse fatto la sua dormita notturna.»
Alle nove, la mattina dopo, ero pronto per il mio visitatore. Alle nove e mezza, ho sentito dei passi fuori dalla mia porta. «Avanti, Uva spina!» ho gridato. «Grazie, signore,» ha risposto una voce grave e malinconica. La porta si è aperta. Sono balzato in piedi e mi sono trovato di fronte... al Sergente Cuff!
«Ho pensato di fare un salto qui, signor Blake, con la speranza che lei fosse in città, prima di scrivere nello Yorkshire,» ha detto il Sergente.
Era triste e magro come sempre. I suoi occhi non avevano perso il loro vecchio trucco (così sottilmente notato nel Racconto di Betteredge) di «guardare come se si aspettassero qualcosa di più da te di quanto tu stesso sapessi.» Ma, per quanto l'abbigliamento possa cambiare un uomo, il grande Cuff era cambiato oltre ogni riconoscimento. Indossava un cappello bianco a tesa larga, una giacca da caccia leggera, pantaloni bianchi e ghette color camoscio. Portava un robusto bastone di quercia. Tutto il suo scopo e obiettivo sembrava essere quello di apparire come se avesse vissuto in campagna per tutta la vita. Quando gli ho fatto i complimenti per la sua Metamorfosi, ha rifiutato di prenderla come uno scherzo. Si è lamentato, molto seriamente, dei rumori e degli odori di Londra. Dichiaro che sono ben lontano dall'essere sicuro che non abbia parlato con un leggero accento rustico! Gli ho offerto la colazione. L'innocente campagnolo ne è rimasto molto scioccato. La sua ora della colazione era le sei e mezza, e andava a letto con i polli!
«Sono tornato dall'Irlanda solo ieri sera,» ha detto il Sergente, arrivando all'obiettivo pratico della sua visita, nel suo impenetrabile modo. «Prima di andare a letto, ho letto la sua lettera, che mi diceva cosa è successo da quando la mia indagine sul Diamante è stata sospesa l'anno scorso. C'è solo una cosa da dire sulla questione da parte mia. Ho completamente sbagliato il mio caso. Come un uomo vivente potesse vedere le cose nella loro vera luce, in una situazione come la mia all'epoca, non pretendo di saperlo. Ma questo non cambia i fatti così come stanno. Ammetto di aver fatto un pasticcio. Non il primo pasticcio, signor Blake, che ha contraddistinto la mia carriera professionale! È solo nei libri che gli ufficiali della forza investigativa sono superiori alla debolezza di commettere un errore.»
«È arrivato giusto in tempo per recuperare la sua reputazione,» ho detto.
«Vi prego di scusarmi, signor Blake», rispose il sergente. «Ora che mi sono ritirato dagli affari, non me ne importa un fico secco della mia reputazione. Ho chiuso con la mia reputazione, grazie a Dio! Sono qui, signore, in grata memoria della generosità che la defunta Lady Verinder mi ha dimostrato. Tornerò al mio vecchio lavoro — se avete bisogno di me e se vi fidate di me — a quella condizione, e a nessun’altra. Non passerà un solo centesimo dalle vostre mani alle mie, se vi va bene. È una questione d’onore. Ora ditemi, signor Blake, a che punto è la faccenda da quando mi avete scritto l’ultima volta.»
Gli parlai dell’esperimento con l’oppio e di ciò che era accaduto in seguito alla banca in Lombard Street. Fu molto colpito dall’esperimento: era qualcosa di completamente nuovo per la sua esperienza. E fu particolarmente interessato alla teoria di Ezra Jennings, relativa a ciò che avevo fatto con il Diamante dopo aver lasciato il salotto di Rachel, la sera del compleanno.
«Non credo, come il signor Jennings, che abbiate nascosto il Moonstone», disse il sergente Cuff. «Ma concordo con lui sul fatto che dobbiate averlo certamente riportato nella vostra stanza.»
«Ebbene?» chiesi. «E cosa accadde poi?»
«Non avete alcun sospetto di ciò che accadde, signore?»
«Nessuno.»
«Il signor Bruff non ha alcun sospetto?»
«Nessuno più di me.»
Il sergente Cuff si alzò e andò verso il mio scrittoio. Tornò con una busta sigillata. Era contrassegnata con la scritta “Privato”, era indirizzata a me e recava la firma del sergente nell’angolo.
«L’anno scorso ho sospettato la persona sbagliata», disse, «e potrei sospettare la persona sbagliata anche ora. Aspettate ad aprire la busta, signor Blake, finché non sarete giunto alla verità. E allora confrontate il nome della persona colpevole con il nome che ho scritto in quella lettera sigillata.»
Misi la lettera in tasca e chiesi poi l’opinione del sergente sulle misure che avevamo adottato in banca.
«Ottime intenzioni, signore», rispose, «e la cosa giusta da fare. Ma c’era un’altra persona che avrebbe dovuto essere tenuta d’occhio oltre al signor Luker.»
«La persona indicata nella lettera che mi avete appena dato?»
«Sì, signor Blake, la persona indicata nella lettera. Non si può fare nulla, ora. Avrò qualcosa da proporre a voi e al signor Bruff, signore, quando sarà il momento. Aspettiamo, intanto, e vediamo se il ragazzo ha qualcosa da dirci che valga la pena ascoltare.»
Erano quasi le dieci e il ragazzo non si era ancora fatto vivo. Il sergente Cuff parlò di altre faccende. Chiese del suo vecchio amico Betteredge e del suo vecchio nemico, il giardiniere. In un altro minuto, senza dubbio, sarebbe passato da questo argomento a quello delle sue rose preferite, se il mio servitore non ci avesse interrotti annunciando che il ragazzo era di sotto.
Una volta portato nella stanza, Gooseberry si fermò sulla soglia della porta e guardò con diffidenza lo sconosciuto che era in mia compagnia. Dissi al ragazzo di venire da me.
«Puoi parlare davanti a questo signore», dissi. «È qui per aiutarmi e sa tutto quello che è successo. Sergente Cuff», aggiunsi, «questo è il ragazzo dell’ufficio del signor Bruff.»
Nel nostro moderno sistema di civiltà, la celebrità (di qualsiasi tipo essa sia) è la leva che muove ogni cosa. La fama del grande Cuff era giunta persino alle orecchie del piccolo Gooseberry. Gli occhi malfermi del ragazzo rotearono, quando menzionai l’illustre nome, finché pensai che dovessero davvero cadergli sul tappeto.
«Vieni qui, ragazzo mio», disse il sergente, «e facci sentire cosa hai da raccontarci.»
L’attenzione del grande uomo — l’eroe di tante storie famose in ogni ufficio legale di Londra — sembrò affascinare il ragazzo. Si posizionò davanti al sergente Cuff e mise le mani dietro la schiena, secondo la moda approvata di un neofita che viene esaminato sul suo catechismo.
«Come ti chiami?» disse il sergente, iniziando con la prima domanda del catechismo.
«Octavius Guy», rispose il ragazzo. «Mi chiamano Gooseberry in ufficio a causa dei miei occhi.»
«Octavius Guy, altrimenti noto come Gooseberry», continuò il sergente, con la massima gravità, «ieri non sei stato visto in banca. Cosa stavi facendo?»
«Se vi piace, signore, stavo seguendo un uomo.»
«Chi era?»
«Un uomo alto, signore, con una grossa barba nera, vestito come un marinaio.»
«Mi ricordo di quell’uomo!» intervenni. «Il signor Bruff ed io pensavamo fosse una spia al soldo degli indiani.»
Il sergente Cuff non sembrò molto colpito da ciò che il signor Bruff ed io avevamo pensato. Continuò a interrogare Gooseberry.
«Bene?» disse. «E perché hai seguito il marinaio?»
«Se vi piace, signore, il signor Bruff voleva sapere se il signor Luker avesse passato qualcosa a qualcuno uscendo dalla banca. Ho visto il signor Luker passare qualcosa al marinaio con la barba nera.»
«Perché non hai detto al signor Bruff quello che avevi visto?»
«Non ho avuto il tempo di dirlo a nessuno, signore, il marinaio è uscito così di fretta.»
«E tu gli sei corso dietro, eh?»
«Sì, signore.»
«Gooseberry», disse il sergente, dandogli una pacca sulla testa, «hai qualcosa in quel tuo piccolo cranio, e non è ovatta. Sono molto soddisfatto di te, fin qui.»
Il ragazzo arrossì per il piacere. Il sergente Cuff continuò.
«Bene? E cosa ha fatto il marinaio, quando è arrivato in strada?»
«Ha chiamato una carrozza, signore.»
«E tu cosa hai fatto?»
«Mi sono aggrappato dietro e ho corso dietro ad essa.»
Prima che il sergente potesse porre la sua domanda successiva, fu annunciato un altro visitatore: il capo impiegato dell’ufficio del signor Bruff.
Sentendo l’importanza di non interrompere l’esame del ragazzo da parte del sergente Cuff, ricevetti l’impiegato in un’altra stanza. Portava brutte notizie del suo datore di lavoro. L’agitazione e l’eccitazione degli ultimi due giorni si erano rivelate troppo pesanti per il signor Bruff. Si era svegliato quella mattina con un attacco di gotta; era costretto a letto nella sua stanza ad Hampstead; e, nella critica condizione attuale dei nostri affari, era molto inquieto all’idea di dovermi lasciare senza il consiglio e l’assistenza di una persona esperta. Il capo impiegato aveva ricevuto l’ordine di mettersi a mia disposizione ed era disposto a fare del suo meglio per sostituire il signor Bruff.
Scrissi subito per tranquillizzare il vecchio signore, raccontandogli della visita del sergente Cuff: aggiungendo che Gooseberry era in quel momento sotto esame; e promettendo di informare il signor Bruff, personalmente o per lettera, di qualsiasi cosa fosse accaduta più tardi nella giornata. Dopo aver spedito l’impiegato ad Hampstead con il mio biglietto, tornai nella stanza che avevo lasciato e trovai il sergente Cuff vicino al camino, nell’atto di suonare il campanello.
«Vi chiedo scusa, signor Blake», disse il sergente. «Stavo per mandare a dire tramite il vostro servitore che volevo parlarvi. Non ho alcun dubbio che questo ragazzo — questo ragazzo così meritevole», aggiunse il sergente, dando una pacca sulla testa a Gooseberry, «abbia seguito l’uomo giusto. Si è perso tempo prezioso, signore, a causa del fatto che voi sfortunatamente non eravate in casa alle dieci e mezza di ieri sera. L’unica cosa da fare, ora, è mandare a chiamare immediatamente una carrozza.»
Dopo altri cinque minuti, il sergente Cuff ed io (con Gooseberry a cassetta per guidare il cocchiere) eravamo in viaggio verso est, verso la City.
«Un giorno o l’altro», disse il sergente, indicando attraverso il finestrino anteriore della carrozza, «quel ragazzo farà grandi cose nella mia ex professione. È il ragazzino più brillante e intelligente che abbia incontrato da molti lunghi anni a questa parte. Vi farò sentire il succo, signor Blake, di ciò che mi ha detto mentre eravate fuori dalla stanza. Eri presente, credo, quando ha menzionato che si era aggrappato dietro la carrozza e le era corso dietro?»
«Sì.»
«Bene, signore, la carrozza è andata da Lombard Street al Tower Wharf. Il marinaio con la barba nera è sceso e ha parlato con lo steward del battello a vapore di Rotterdam, che doveva partire la mattina successiva. Ha chiesto se gli fosse permesso di salire a bordo subito e dormire nella sua cuccetta durante la notte. Lo steward ha detto di no. Le cabine, le cuccette e la biancheria da letto dovevano essere tutte pulite a fondo quella sera, e a nessun passeggero poteva essere permesso di salire a bordo prima del mattino. Il marinaio si è voltato e ha lasciato il molo. Quando è tornato in strada, il ragazzo ha notato per la prima volta un uomo vestito come un rispettabile meccanico, che camminava sul lato opposto della strada e apparentemente teneva d’occhio il marinaio. Il marinaio si è fermato in una tavola calda nei paraggi ed è entrato. Il ragazzo — non riuscendo a decidersi, in quel momento — si è aggirato tra altri ragazzi, fissando le cose buone nella vetrina della tavola calda. Ha notato il meccanico aspettare, come lui stesso stava aspettando, ma sempre sul lato opposto della strada. Dopo un minuto, una carrozza è passata lentamente e si è fermata dove si trovava il meccanico. Il ragazzo poteva vedere chiaramente una sola persona nella carrozza, che si è sporta in avanti al finestrino per parlare con il meccanico. Ha descritto quella persona, signor Blake, senza alcun suggerimento da parte mia, come avente un volto scuro, come il volto di un indiano.»
Era chiaro, a quel punto, che il signor Bruff ed io avevamo commesso un altro errore. Il marinaio con la barba nera non era chiaramente una spia al servizio della cospirazione indiana. Era, per caso, l’uomo che aveva preso il Diamante?
«Dopo un po’», continuò il sergente, «la carrozza si è mossa lentamente lungo la strada. Il meccanico ha attraversato la strada ed è entrato nella tavola calda. Il ragazzo ha aspettato fuori finché non ha avuto fame e stanchezza, e poi è entrato a sua volta nella tavola calda. Aveva uno scellino in tasca e ha cenato sontuosamente, mi dice, con un sanguinaccio, un pasticcio di anguilla e una bottiglia di ginger-beer. Cosa non riesce a digerire un ragazzo? La sostanza in questione non è mai stata trovata finora.»
«Cosa ha visto nella tavola calda?» chiesi.
«Bene, signor Blake, ha visto il marinaio leggere il giornale a un tavolo e il meccanico leggere il giornale a un altro. Era l’imbrunire quando il marinaio si è alzato e ha lasciato il posto. Si è guardato intorno con sospetto quando è uscito in strada. Il ragazzo — essendo un ragazzo — è passato inosservato. Il meccanico non era ancora uscito. Il marinaio ha proseguito, guardandosi intorno e apparentemente non molto sicuro di dove sarebbe andato dopo. Il meccanico è apparso ancora una volta sul lato opposto della strada. Il marinaio ha proseguito finché non è arrivato a Shore Lane, che conduce a Lower Thames Street. Lì si è fermato davanti a un pub, sotto l’insegna de “La Ruota della Fortuna”, e, dopo aver esaminato il posto dall’esterno, è entrato. Gooseberry è entrato pure lui. C’era molta gente, per lo più persone perbene, al bancone. “La Ruota della Fortuna” è una casa molto rispettabile, signor Blake; famosa per la sua birra scura e i pasticci di maiale.»
Le digressioni del sergente mi irritavano. Se ne accorse e si limitò più rigorosamente alla testimonianza di Gooseberry quando continuò.
«Il marinaio», riprese, «ha chiesto se potesse avere un letto. Il padrone ha detto “No, siamo pieni”. La cameriera del bar lo ha corretto, dicendo che “la numero dieci era libera”. È stato mandato a chiamare un cameriere per accompagnare il marinaio alla numero dieci. Poco prima, Gooseberry aveva notato il meccanico tra la gente al bancone. Prima che il cameriere rispondesse alla chiamata, il meccanico era svanito. Il marinaio è stato portato nella sua stanza. Non sapendo cosa fare dopo, Gooseberry ha avuto la saggezza di aspettare per vedere se succedesse qualcosa. Qualcosa è successo. È stato chiamato il padrone. Si sono sentite voci arrabbiate al piano di sopra. Il meccanico è apparso improvvisamente di nuovo, preso per il colletto dal padrone e mostrando, con grande sorpresa di Gooseberry, tutti i segni e i sintomi dell’essere ubriaco. Il padrone lo ha spinto fuori dalla porta e lo ha minacciato di chiamare la polizia se fosse tornato. Dall’alterco tra loro, mentre questo accadeva, è emerso che l’uomo era stato scoperto nella numero dieci e aveva dichiarato con ostinazione da ubriaco di aver preso lui la stanza. Gooseberry è rimasto così colpito da questa improvvisa intossicazione di una persona precedentemente sobria, che non ha potuto resistere alla tentazione di correre fuori dietro al meccanico in strada. Finché è rimasto in vista del pub, l’uomo ha barcollato nel modo più vergognoso. Nel momento in cui ha girato l’angolo della strada, ha recuperato immediatamente l’equilibrio ed è diventato un membro della società sobrio come si vorrebbe vedere. Gooseberry è tornato alla “Ruota della Fortuna” in uno stato mentale molto confuso. Ha aspettato ancora, nella speranza che succedesse qualcosa. Non è successo nulla; e non si è sentito né visto più nulla del marinaio. Gooseberry ha deciso di tornare in ufficio. Proprio mentre giungeva a questa conclusione, chi dovrebbe apparire, sul lato opposto della strada come al solito, se non di nuovo il meccanico! Ha guardato verso una particolare finestra in cima al pub, che era l’unica ad avere una luce accesa. La luce sembrava rassicurarlo. Ha lasciato il posto immediatamente. Il ragazzo si è diretto verso Gray’s Inn — ha preso il vostro biglietto e il messaggio — è passato, ma non è riuscito a trovarvi. Ecco lo stato della faccenda, signor Blake, così come si presenta al momento attuale.»
«Qual è la vostra opinione sul caso, sergente?»
«Penso che sia serio, signore. A giudicare da ciò che ha visto il ragazzo, gli indiani sono coinvolti, tanto per cominciare.»
«Sì. E il marinaio è evidentemente la persona a cui il signor Luker ha passato il Diamante. Sembra strano che il signor Bruff, io e l’uomo alle dipendenze del signor Bruff, ci siamo tutti sbagliati su chi fosse quella persona.»
«Per nulla, signor Blake. Considerando il rischio che quella persona ha corso, è molto probabile che il signor Luker vi abbia deliberatamente fuorviato, previo accordo tra loro.»
«Capite le vicende al pub?» chiesi. «L’uomo vestito da meccanico agiva ovviamente per conto degli indiani. Ma sono altrettanto confuso nel cercare di spiegare la sua improvvisa finzione di ubriachezza quanto lo è Gooseberry.»
«Credo di poter tirare a indovinare cosa significhi, signore», disse il sergente. «Se riflettete, vedrete che l’uomo deve aver avuto istruzioni piuttosto precise dagli indiani. Erano fin troppo appariscenti di persona per rischiare di essere visti in banca o nel pub; erano costretti ad affidare tutto al loro delegato. Molto bene. Il loro delegato sente nominare un certo numero nel pub, come il numero della stanza che il marinaio deve avere per la notte, che è anche la stanza (a meno che la nostra idea non sia del tutto sbagliata) che anche il Diamante deve avere per la notte. In tali circostanze, gli indiani, potete contarci, avrebbero insistito per avere una descrizione della stanza: della sua posizione nella casa, della sua possibilità di essere avvicinata dall’esterno, e così via. Cosa doveva fare l’uomo, con ordini come questi? Proprio quello che ha fatto! È corso al piano di sopra per dare un’occhiata alla stanza, prima che il marinaio vi fosse portato. È stato trovato lì a fare le sue osservazioni, e ha finto di essere ubriaco, come il modo più semplice per uscire dalla difficoltà. È così che leggo l’enigma. Dopo essere stato buttato fuori dal pub, probabilmente è andato con il suo rapporto nel luogo in cui i suoi datori di lavoro lo stavano aspettando. E i suoi datori di lavoro, senza dubbio, lo hanno mandato indietro per assicurarsi che il marinaio fosse davvero sistemato al pub fino al mattino successivo. Per quanto riguarda ciò che è accaduto alla “Ruota della Fortuna” dopo che il ragazzo se n’è andato, avremmo dovuto scoprirlo ieri sera. Sono le undici del mattino, ora. Dobbiamo sperare per il meglio e scoprire quello che possiamo.»
Dopo un altro quarto d’ora, la carrozza si fermò a Shore Lane e Gooseberry aprì la portiera per farci scendere.
«Tutto a posto?» chiese il sergente.
«Tutto a posto», rispose il ragazzo.
Nel momento in cui entrammo alla “Ruota della Fortuna”, fu chiaro anche ai miei occhi inesperti che c’era qualcosa che non andava nella casa.
L’unica persona dietro il bancone dove venivano serviti i liquori era una servetta confusa, completamente ignara del mestiere. Uno o due clienti, in attesa del loro drink mattutino, picchiettavano impazientemente sul bancone con il loro denaro. La cameriera del bar apparve dalle regioni interne del locale, eccitata e preoccupata. Rispose alla richiesta del sergente Cuff di vedere il padrone, dicendogli bruscamente che il suo capo era al piano di sopra e che non doveva essere disturbato da nessuno.
«Venite con me, signore», disse il sergente Cuff, facendosi strada con calma al piano di sopra e facendo cenno al ragazzo di seguirlo.
La cameriera chiamò il suo capo e lo avvertì che degli estranei si stavano introducendo in casa. Al primo piano fummo incontrati dal padrone, che scendeva di corsa, in uno stato altamente irritato, per vedere cosa stesse succedendo.
«Chi diavolo siete? E cosa volete qui?» chiese.
«Mantenete la calma», disse il sergente, tranquillamente. «Vi dirò chi sono, tanto per cominciare. Sono il sergente Cuff.»
L’illustre nome produsse immediatamente il suo effetto. L’arrabbiato padrone spalancò la porta di un salotto e chiese scusa al sergente.
«Sono infastidito e fuori posto, signore, è la verità», disse. «Qualcosa di spiacevole è accaduto in casa questa mattina. Un uomo nel mio settore ha molto da turbare il suo temperamento, sergente Cuff.»
«Senza dubbio», disse il sergente. «Passerò subito, se me lo permettete, al motivo che ci porta qui. Questo signore ed io vogliamo disturbarvi con alcune domande, su una questione di un certo interesse per entrambi.»
«Riguardante cosa, signore?» chiese il padrone.
«Riguardante un uomo scuro, vestito da marinaio, che ha dormito qui la scorsa notte.»
«Buon Dio! È l’uomo che sta mettendo a soqquadro l’intera casa in questo momento!» esclamò il padrone. «Voi, o questo signore, sapete qualcosa di lui?»
«Non possiamo esserne certi finché non lo vediamo», rispose il sergente.
«Vederlo?» fece eco il padrone. «È l’unica cosa che nessuno è stato in grado di fare dalle sette di stamattina. Quello era l’orario in cui ha fatto sapere, ieri sera, che doveva essere chiamato. È stato chiamato, e non c’è stato verso di ottenere una risposta da lui, né di aprire la sua porta per vedere cosa fosse successo. Hanno riprovato alle otto, e hanno riprovato alle nove. Inutile! C’era la porta ancora chiusa a chiave, e non si sentiva un suono nella stanza! Sono stato fuori stamattina e sono tornato solo un quarto d’ora fa. Ho martellato alla porta io stesso, e tutto per nulla. Il garzone è andato a prendere un falegname. Se potete aspettare qualche minuto, signori, faremo aprire la porta e vedremo cosa significa.»
«L’uomo era ubriaco ieri sera?» chiese il sergente Cuff.
«Perfettamente sobrio, signore, o non gli avrei mai permesso di dormire a casa mia.»
«Ha pagato per il suo letto in anticipo?»
«No.»
«Poteva lasciare la stanza in qualche modo, senza uscire dalla porta?»
«La stanza è una soffitta», disse il padrone. «Ma c’è una botola nel soffitto, che porta sul tetto, e un po’ più in basso lungo la strada c’è una casa vuota in riparazione. Pensate, sergente, che il malvivente sia scappato in quel modo, senza pagare?»
«Un marinaio», disse il sergente Cuff, «potrebbe averlo fatto, presto al mattino, prima che la strada fosse in fermento. Sarebbe abituato ad arrampicarsi e la sua testa non lo tradirebbe sui tetti delle case.»
Mentre parlava, fu annunciato l’arrivo del falegname. Salimmo tutti al piano di sopra, immediatamente, fino all’ultimo piano. Notai che il sergente era insolitamente grave, anche per lui. Mi sembrò anche strano che dicesse al ragazzo (dopo averlo precedentemente incoraggiato a seguirci), di aspettare nella stanza di sotto finché non fossimo tornati giù.
Il martello e lo scalpello del falegname eliminarono la resistenza della porta in pochi minuti. Ma qualche mobile era stato messo contro di essa all’interno, come barricata. Spingendo la porta, spostammo questo ostacolo e così ottenemmo l’accesso alla stanza. Il padrone entrò per primo; il sergente per secondo; ed io per terzo. Le altre persone presenti ci seguirono.
Guardammo tutti verso il letto, e trasalimmo tutti.
L'uomo non aveva lasciato la stanza. Giaceva, vestito, sul letto—con un cuscino bianco sopra il volto, che lo nascondeva completamente alla vista.
"Che significa questo?" disse il padrone di casa, indicando il cuscino.
Il sergente Cuff si fece strada verso il letto, senza rispondere, e rimosse il cuscino.
Il volto bruno dell'uomo era placido e immobile; i capelli neri e la barba erano leggermente, assai leggermente, scomposti. I suoi occhi fissavano il soffitto, sbarrati, vitrei e vacui. Il loro aspetto velato e l'espressione fissa mi inorridirono. Mi voltai e andai verso la finestra aperta. Gli altri rimasero, dove rimase il sergente Cuff, presso il letto.
"È colto da un malore!" udii dire il padrone di casa.
"È morto," rispose il sergente. "Mandate a chiamare il medico più vicino, e mandate a chiamare la polizia."
Il cameriere fu spedito per entrambe le commissioni. Un qualche strano fascino pareva trattenere il sergente Cuff al letto. Una qualche strana curiosità pareva indurre gli altri ad attendere, per vedere cosa avrebbe fatto il sergente in seguito.
Mi voltai di nuovo verso la finestra. Il momento dopo, sentii una leggera trazione ai lembi della giacca, e una vocina sussurrò: "Guardate qui, signore!"
Gooseberry ci aveva seguiti nella stanza. I suoi occhi vaghi roteavano in modo spaventoso—non per terrore, ma per esultanza. Aveva fatto una scoperta da investigatore per conto proprio. "Guardate qui, signore," ripeté—e mi condusse a un tavolo nell'angolo della stanza.
Sul tavolo c'era una piccola scatola di legno, aperta e vuota. Su un lato della scatola giaceva dell'ovatta da gioielliere. Dall'altro lato, c'era un foglio di carta bianca strappato, con un sigillo sopra, parzialmente distrutto, e con un'iscrizione scritta, che era ancora perfettamente leggibile. L'iscrizione recitava queste parole:
"Depositata presso i signori Bushe, Lysaught e Bushe, dal signor Septimus Luker, di Middlesex Place, Lambeth, una piccola scatola di legno, sigillata in questa busta, e contenente un oggetto di gran valore. La scatola, quando reclamata, dovrà essere consegnata dai signori Bushe e Co. solo su richiesta personale del signor Luker."
Quelle righe rimossero ogni ulteriore dubbio, su un punto almeno. Il marinaio era in possesso della Pietra di Luna, quando aveva lasciato la banca il giorno precedente.
Sentii un'altra trazione ai lembi della giacca. Gooseberry non aveva ancora finito con me.
"Furto!" sussurrò il ragazzo, indicando, con estremo compiacimento, la scatola vuota.
"Ti è stato detto di aspettare di sotto," dissi. "Va' via!"
"E omicidio!" aggiunse Gooseberry, indicando, con ancora più gusto, l'uomo sul letto.
C'era qualcosa di così orrendo nel godimento del ragazzo per l'orrore della scena, che lo presi per le due spalle e lo misi fuori dalla stanza.
Nel momento in cui varcai la soglia della porta, udii la voce del sergente Cuff che chiedeva dove fossi. Mi venne incontro, mentre tornavo nella stanza, e mi costrinse a tornare con lui al capezzale.
"Signor Blake!" disse. "Guardate il volto dell'uomo. È un volto camuffato—ed ecco la prova!"
Tracciò con il dito una sottile linea di bianco livido, che correva all'indietro dalla fronte del morto, tra la carnagione bruna e i capelli neri leggermente scomposti. "Vediamo cosa c'è sotto," disse il sergente, afferrando improvvisamente i capelli neri con una presa ferma della mano.
I miei nervi non erano abbastanza forti da sopportarlo. Mi voltai di nuovo via dal letto.
La prima cosa che incontrò i miei occhi, dall'altra parte della stanza, fu l'irrefrenabile Gooseberry, appollaiato su una sedia, che guardava con interesse senza fiato, sopra le teste dei più anziani, le azioni del sergente.
"Si sta togliendo la parrucca!" sussurrò Gooseberry, compativendo la mia posizione, in quanto unica persona nella stanza che non riusciva a vedere nulla.
Ci fu una pausa—e poi un grido di stupore tra le persone intorno al letto.
"Si è tolto la barba!" gridò Gooseberry.
Ci fu un'altra pausa—il sergente Cuff chiese qualcosa. Il padrone di casa andò al lavabo e tornò al letto con una bacinella d'acqua e un asciugamano.
Gooseberry ballava per l'eccitazione sulla sedia. "Salite quassù, insieme a me, signore! Si sta lavando via la carnagione adesso!"
Il sergente si fece improvvisamente largo tra le persone intorno a lui e venne, con l'orrore sul volto, dritto nel punto in cui mi trovavo.
"Tornate al letto, signore!" esordì. Mi guardò più da vicino e si frenò. "No!" riprese. "Aprite prima la lettera sigillata—la lettera che vi ho dato stamattina."
Aprii la lettera.
"Leggete il nome, signor Blake, che ho scritto all'interno."
Lessi il nome che aveva scritto. Era—Godfrey Ablewhite.
"Ora," disse il sergente, "venite con me, e guardate l'uomo sul letto."
Andai con lui e guardai l'uomo sul letto.
GODFREY ABLEWHITE!
SESTA NARRAZIONE.
Contribuita dal sergente Cuff.
I
Dorking, Surrey, 30 luglio 1849. Al signor Franklin Blake. Signore,—Vi prego di scusarmi per il ritardo occorso nella produzione del Rapporto che mi ero impegnato a fornirvi. Ho atteso per renderlo un Rapporto completo; e sono stato ostacolato, qua e là, da impedimenti che era possibile rimuovere solo con un po' di dispendio di pazienza e tempo.
L'obiettivo che mi ero prefissato è ora, spero, stato raggiunto. Troverete, in queste pagine, risposte alla maggior parte—se non a tutte—le domande riguardanti il defunto signor Godfrey Ablewhite, che vi sono sorte in mente l'ultima volta che ho avuto l'onore di vedervi.
Mi propongo di dirvi—in primo luogo—cosa si sa del modo in cui vostro cugino ha incontrato la morte; allegando alla dichiarazione tali deduzioni e conclusioni che siamo giustificati (secondo la mia opinione) nel trarre dai fatti.
Cercherò poi—in secondo luogo—di mettervi al corrente delle scoperte che ho fatto riguardo alle attività del signor Godfrey Ablewhite, prima, durante e dopo il periodo in cui voi e lui vi siete incontrati come ospiti nella casa di campagna della defunta Lady Verinder.
II
Quanto alla morte di vostro cugino, dunque, in primo luogo.
Sembra accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, che sia stato ucciso (mentre dormiva, o immediatamente al suo risveglio) venendo soffocato con un cuscino del suo letto—che le persone colpevoli di averlo assassinato siano i tre indiani—e che l'obiettivo contemplato (e raggiunto) dal crimine fosse quello di ottenere il possesso del diamante, chiamato la Pietra di Luna.
I fatti dai quali si trae questa conclusione sono derivati in parte da un esame della stanza nella taverna; e in parte dalle prove ottenute durante l'inchiesta del coroner.
Forzando la porta della stanza, il defunto gentiluomo è stato scoperto, morto, con il cuscino del letto sopra il volto. Il medico che lo ha esaminato, informato di questa circostanza, ha considerato le apparenze post-mortem come perfettamente compatibili con l'omicidio per soffocamento—vale a dire, con un omicidio commesso da una o più persone, premendo il cuscino sul naso e sulla bocca del defunto, fino a provocare la morte per congestione polmonare.
In seguito, quanto al movente del crimine.
Una piccola scatola, con un foglio sigillato strappato via (il foglio contenente un'iscrizione), è stata trovata aperta e vuota su un tavolo nella stanza. Il signor Luker ha personalmente identificato la scatola, il sigillo e l'iscrizione. Ha dichiarato che la scatola conteneva effettivamente il diamante, chiamato la Pietra di Luna; e ha ammesso di aver dato la scatola (così sigillata) al signor Godfrey Ablewhite (allora nascosto sotto un travestimento), nel pomeriggio del ventisei giugno scorso. La giusta deduzione da tutto ciò è che il furto della Pietra di Luna fosse il movente del crimine.
In seguito, quanto al modo in cui il crimine è stato commesso.
Esaminando la stanza (che è alta solo sette piedi), una botola nel soffitto, che conduce sul tetto della casa, è stata scoperta aperta. La scala corta, usata per ottenere l'accesso alla botola (e tenuta sotto il letto), è stata trovata posizionata all'apertura, in modo da consentire a chiunque, nella stanza, di lasciarla di nuovo facilmente. Nella botola stessa è stata trovata un'apertura quadrata tagliata nel legno, apparentemente con qualche strumento estremamente affilato, proprio dietro il chiavistello che fissava la porta dal lato interno. In questo modo, chiunque dall'esterno avrebbe potuto ritrarre il chiavistello, aprire la porta e calarsi (o essere calato silenziosamente da un complice) nella stanza—essendo l'altezza, come già osservato, di soli sette piedi. Che qualche persona, o persone, debba aver ottenuto l'accesso in questo modo, appare evidente dal fatto che l'apertura sia lì. Quanto al modo in cui lui (o loro) abbia ottenuto l'accesso al tetto della taverna, va notato che la terza casa, più giù nella strada, era vuota e in ristrutturazione—che una lunga scala era stata lasciata dagli operai, conducendo dal marciapiede fino alla cima della casa—e che, tornando al loro lavoro, la mattina del 27, gli uomini trovarono l'asse che avevano legato alla scala, per impedire a chiunque di usarla in loro assenza, rimosso e giacente a terra. Quanto alla possibilità di salire da questa scala, passare sopra i tetti delle case, tornare indietro e scendere di nuovo, inosservati—è stato scoperto, sulla testimonianza del poliziotto notturno, che egli passa attraverso Shore Lane solo due volte in un'ora, quando è di pattuglia. Anche la testimonianza degli abitanti dichiara che Shore Lane, dopo mezzanotte, è una delle strade più tranquille e solitarie di Londra. Qui ancora, dunque, sembra giusto dedurre che—con cautela ordinaria e presenza di spirito—qualsiasi uomo, o uomini, avrebbe potuto salire dalla scala e scendere di nuovo, inosservato. Una volta sul tetto della taverna, è stato dimostrato, per esperimento, che un uomo potrebbe tagliare attraverso la botola, mentre vi è sdraiato sopra, e che in tale posizione, il parapetto di fronte alla casa lo nasconderebbe alla vista di chiunque passi nella strada.
Infine, quanto alla persona, o alle persone, da cui il crimine è stato commesso.
È noto (1) che gli indiani avevano un interesse a entrare in possesso del Diamante. (2) È almeno probabile che l'uomo con l'aspetto di un indiano, che Octavius Guy vide alla finestra della carrozza, mentre parlava all'uomo vestito da meccanico, fosse uno dei tre cospiratori indù. (3) È certo che questo stesso uomo vestito da meccanico, sia stato visto tenere d'occhio il signor Godfrey Ablewhite, per tutta la sera del 26, e sia stato trovato nella camera da letto (prima che il signor Ablewhite vi fosse accompagnato) in circostanze che portano al sospetto che stesse esaminando la stanza. (4) Un pezzetto di filo d'oro strappato è stato raccolto nella camera da letto, che persone esperte in tali materie dichiarano essere di manifattura indiana, e di essere una specie di filo d'oro non conosciuto in Inghilterra. (5) La mattina del 27, tre uomini, corrispondenti alla descrizione dei tre indiani, sono stati osservati a Lower Thames Street, sono stati seguiti fino al Tower Wharf, e sono stati visti lasciare Londra con il piroscafo diretto a Rotterdam.
Vi è qui, morale, se non legale, prova che l'omicidio è stato commesso dagli indiani.
Se l'uomo che impersonava un meccanico fosse o meno un complice nel crimine, è impossibile dirlo. Che possa aver commesso l'omicidio da solo, sembra oltre i limiti della probabilità. Agendo da solo, difficilmente avrebbe potuto soffocare il signor Ablewhite—che era l'uomo più alto e più forte dei due—senza che avesse luogo una lotta, o che fosse udito un grido. Una cameriera, che dormiva nella stanza accanto, non ha sentito nulla. Il padrone di casa, che dormiva nella stanza sottostante, non ha sentito nulla. L'intera prova punta alla deduzione che più di un uomo fosse coinvolto in questo crimine—e le circostanze, ripeto, giustificano moralmente la conclusione che gli indiani lo abbiano commesso.
Ho solo da aggiungere che il verdetto all'inchiesta del coroner è stato Omicidio Volontario contro ignoti. La famiglia del signor Ablewhite ha offerto una ricompensa, e nessuno sforzo è stato lasciato intentato per scoprire le persone colpevoli. L'uomo vestito da meccanico ha eluso ogni indagine. Gli indiani sono stati rintracciati. Quanto alla prospettiva di catturare infine questi ultimi, avrò una parola da dirvi su questo punto, quando raggiungerò la fine del presente Rapporto.
Nel frattempo, avendo ora scritto tutto ciò che è necessario sull'argomento della morte del signor Godfrey Ablewhite, posso passare successivamente alla narrazione delle sue attività prima, durante e dopo il periodo in cui voi e lui vi siete incontrati nella casa della defunta Lady Verinder.
III
Per quanto riguarda l'argomento in questione, posso affermare, fin dall'inizio, che la vita del signor Godfrey Ablewhite aveva due lati.
Il lato rivolto alla vista del pubblico, presentava lo spettacolo di un gentiluomo, in possesso di una considerevole reputazione come oratore in riunioni di beneficenza, e dotato di abilità amministrative, che metteva a disposizione di varie Società Benefiche, per lo più di natura femminile. Il lato mantenuto nascosto all'attenzione generale, mostrava questo stesso gentiluomo nel carattere totalmente diverso di un uomo di piacere, con una villa in periferia che non era stata presa a suo nome, e con una signora nella villa, che non era stata presa a suo nome, neppure lei.
Le mie indagini nella villa mi hanno mostrato diversi bei quadri e statue; mobili scelti con gusto e ammirevolmente realizzati; e un conservatorio dei fiori più rari, il cui pari non sarebbe facile da trovare in tutta Londra. La mia indagine sulla signora ha portato alla scoperta di gioielli che sono degni di stare al rango con i fiori, e di carrozze e cavalli che hanno (meritatamente) prodotto una sensazione nel Parco, tra persone ben qualificate a giudicare la costruzione dei primi e la razza dei secondi.
Tutto questo è, fin qui, abbastanza comune. La villa e la signora sono oggetti così familiari nella vita londinese, che dovrei scusarmi per introdurli all'attenzione. Ma ciò che non è comune e non è familiare (nella mia esperienza), è che tutte queste belle cose non solo venivano ordinate, ma pagate. I quadri, le statue, i fiori, i gioielli, le carrozze e i cavalli—l'indagine provò, con mio indicibile stupore, che non un soldo di debito era dovuto su nessuno di essi. Quanto alla villa, era stata acquistata, interamente, e intestata alla signora.
Avrei potuto cercare di trovare la giusta lettura di questo enigma, e cercare invano—se non fosse stato per la morte del signor Godfrey Ablewhite, che ha causato un'indagine sullo stato dei suoi affari.
L'indagine ha fatto emergere questi fatti:—
Che il signor Godfrey Ablewhite era stato incaricato della cura di una somma di ventimila sterline—come uno dei due Amministratori per un giovane gentiluomo, che era ancora minorenne nell'anno milleottocentoquarantotto. Che l'Amministrazione doveva decadere, e che il giovane gentiluomo doveva ricevere le ventimila sterline il giorno in cui avrebbe raggiunto la maggiore età, nel mese di febbraio, milleottocentocinquanta. Che, in attesa dell'arrivo di questo periodo, un reddito di seicento sterline doveva essergli pagato dai suoi due Amministratori, semestralmente—a Natale e a Mezza Estate. Che questo reddito veniva regolarmente pagato dall'Amministratore attivo, il signor Godfrey Ablewhite. Che le ventimila sterline (dalle quali si presumeva derivasse il reddito) erano state vendute fino all'ultimo centesimo dai Fondi, in diversi periodi, terminando con la fine dell'anno milleottocentoquarantasette. Che la procura, che autorizzava i banchieri a vendere le azioni, e i vari ordini scritti che dicevano loro quali importi vendere, erano formalmente firmati da entrambi gli Amministratori. Che la firma del secondo Amministratore (un ufficiale dell'esercito in pensione, che viveva in campagna) era una firma falsificata, in ogni caso, dall'Amministratore attivo—ovvero il signor Godfrey Ablewhite.
In questi fatti risiede la spiegazione della condotta onorevole del signor Godfrey, nel pagare i debiti contratti per la signora e la villa—e (come vedrete tra poco) di altro ancora.
Possiamo ora avanzare alla data del compleanno della signorina Verinder (nell'anno milleottocentoquarantotto)—il ventuno giugno.
Il giorno prima, il signor Godfrey Ablewhite arrivò a casa di suo padre, e chiese (come so dal signor Ablewhite senior in persona) un prestito di trecento sterline. Notate la somma; e ricordate allo stesso tempo, che il pagamento semestrale al giovane gentiluomo era dovuto il ventiquattro del mese. Inoltre, che l'intera fortuna del giovane gentiluomo era stata spesa dal suo Amministratore, entro la fine dell'anno quarantasette.
Il signor Ablewhite senior, si rifiutò di prestare a suo figlio un soldo.
Il giorno seguente il signor Godfrey Ablewhite cavalcò, con voi, verso la casa di Lady Verinder. Poche ore dopo, il signor Godfrey (come voi stesso mi avete detto) fece una proposta di matrimonio alla signorina Verinder. Qui, vedeva la sua strada senza dubbio—se accettato—verso la fine di tutte le sue ansie monetarie, presenti e future. Ma, come gli eventi si sono effettivamente svolti, cosa è successo? La signorina Verinder lo ha rifiutato.
La notte del compleanno, dunque, la posizione pecuniaria del signor Godfrey Ablewhite era questa. Aveva trecento sterline da trovare il ventiquattro del mese, e ventimila sterline da trovare nel febbraio milleottocentocinquanta. Non riuscendo a raccogliere queste somme, in questi momenti, era un uomo rovinato.
In quelle circostanze, cosa accade dopo?
Voi esasperate il signor Candy, il medico, sul tasto dolente della sua professione; e lui vi fa uno scherzo, in cambio, con una dose di laudano. Affida l'amministrazione della dose, preparata in una piccola fiala, al signor Godfrey Ablewhite—che ha confessato lui stesso la parte che ha avuto nella faccenda, in circostanze che vi saranno riferite tra poco. Il signor Godfrey è tanto più pronto a entrare nella cospirazione, avendo egli stesso sofferto della vostra lingua tagliente nel corso della serata. Si unisce a Betteredge nel persuadervi a bere un po' di brandy e acqua prima di andare a letto. Versa privatamente la dose di laudano nel vostro grog freddo. E voi bevete la miscela.
Spostiamo ora la scena, se volete, alla casa del signor Luker a Lambeth. E permettetemi di osservare, a titolo di prefazione, che il signor Bruff ed io, insieme, abbiamo trovato un mezzo per costringere l'usuraio a svuotare il sacco. Abbiamo accuratamente vagliato la dichiarazione che ci ha indirizzato; ed eccola a vostra disposizione.
IV
A tarda sera di venerdì, il ventitré giugno ('quarantotto), il signor Luker fu sorpreso da una visita del signor Godfrey Ablewhite. Fu più che sorpreso, quando il signor Godfrey esibì la Pietra di Luna. Nessun tale Diamante (secondo l'esperienza del signor Luker) era in possesso di alcuna persona privata in Europa.
Il signor Godfrey Ablewhite aveva due modeste proposte da fare, in relazione a questa magnifica gemma. Primo, il signor Luker sarebbe stato così gentile da acquistarla? Secondo, il signor Luker (in mancanza di vedere la strada per l'acquisto) si impegnerebbe a venderla su commissione, e a pagare una somma subito, sul risultato previsto?
Il signor Luker testò il Diamante, pesò il Diamante e stimò il valore del Diamante, prima di rispondere una parola. La sua stima (tenendo conto dell'imperfezione nella pietra) era di trentamila sterline.
Avendo raggiunto quel risultato, il signor Luker aprì le labbra, e pose una domanda: "Come siete venuto in possesso di questo?" Solo sei parole! Ma che volumi di significato in esse!
Il signor Godfrey Ablewhite iniziò una storia. Il signor Luker aprì di nuovo le labbra, e disse solo tre parole, questa volta. "Questo non basta!"
Il signor Godfrey Ablewhite iniziò un'altra storia. Il signor Luker non sprecò più parole con lui. Si alzò, e suonò il campanello per il servitore affinché accompagnasse il gentiluomo alla porta.
Sotto questa costrizione, il signor Godfrey fece uno sforzo, e se ne uscì con una nuova e corretta versione dell'affare, nei seguenti termini.
Dopo aver versato privatamente il laudano nel vostro brandy e acqua, vi augurò la buonanotte e si ritirò nella propria stanza. Era la camera adiacente alla vostra; e le due erano collegate da una porta comunicante. Entrato nella sua stanza, il signor Godfrey (come egli supponeva) chiuse la porta. I suoi problemi di denaro lo tenevano sveglio. Sedette, in vestaglia e pantofole, per quasi un'ora, riflettendo sulla sua situazione. Proprio mentre si stava preparando per andare a letto, vi udì parlare tra voi e voi nella vostra stanza e, avvicinandosi alla porta comunicante, scoprì di non averla chiusa come credeva.
Diede un'occhiata nella vostra stanza per vedere cosa stesse accadendo. Vi scoprì con la candela in mano, proprio mentre stavate lasciando la camera da letto. Vi sentì dire tra voi e voi, con una voce del tutto diversa dalla vostra: "Come faccio a saperlo? Gli indiani potrebbero essere nascosti in casa."
Fino a quel momento, egli aveva semplicemente supposto (dandovi il laudano) di contribuire a farvi vittima di un innocuo scherzo. Ora gli venne in mente che il laudano avesse avuto su di voi un effetto che non era stato previsto dal medico, né da lui stesso. Nel timore che potesse accadere un incidente, vi seguì furtivamente per vedere cosa avreste fatto.
Vi seguì fino al salotto della signorina Verinder e vi vide entrare. Lasciaste la porta aperta. Egli guardò attraverso la fessura così creata, tra la porta e lo stipite, prima di avventurarsi egli stesso nella stanza.
In quella posizione, non solo vi sorprese mentre prendevate il Diamante dal cassetto, ma sorprese anche la signorina Verinder, che vi osservava silenziosamente dalla sua camera da letto, attraverso la porta aperta. I suoi stessi occhi gli diedero la certezza che anche lei vi avesse visto prendere il Diamante.
Prima di lasciare di nuovo il salotto, esitaste un poco. Il signor Godfrey approfittò di questa esitazione per tornare nella sua camera da letto prima che voi usciste e lo scopriste. Era appena rientrato quando anche voi tornaste. Voi lo vedeste (come egli suppone) proprio mentre stava varcando la porta comunicante. Ad ogni modo, lo chiamaste con una voce strana e assonnata.
Egli tornò da voi. Voi lo guardaste in modo spento e assonnato. Gli metteste il Diamante in mano. Gli diceste: "Riportalo, Godfrey, alla banca di tuo padre. Lì è al sicuro, qui non lo è." Vi voltaste barcollando e indossaste la vestaglia. Vi sedeste sulla grande poltrona nella vostra stanza. Diceste: "Non posso riportarlo in banca. La mia testa è come di piombo, e non sento i piedi sotto di me." La testa vi ricadde sullo schienale della poltrona, emetteste un profondo sospiro e vi addormentaste.
Il signor Godfrey Ablewhite tornò, con il Diamante, nella propria stanza. La sua dichiarazione è che non giunse ad alcuna conclusione, in quel momento, se non quella di aspettare e vedere cosa fosse successo al mattino.
Quando giunse il mattino, il vostro linguaggio e il vostro comportamento mostrarono che eravate assolutamente ignaro di ciò che avevate detto e fatto durante la notte. Allo stesso tempo, il linguaggio e il comportamento della signorina Verinder mostrarono che lei era risoluta a non dire nulla (per pietà verso di voi) da parte sua. Se il signor Godfrey Ablewhite avesse scelto di tenere il Diamante, avrebbe potuto farlo con perfetta impunità. La Pietra di Luna si frapponeva tra lui e la rovina. Si mise la Pietra di Luna in tasca.
V
Questa è la storia raccontata da vostro cugino (sotto la pressione della necessità) al signor Luker.
Il signor Luker credeva che la storia fosse, in tutti i suoi punti essenziali, vera, sulla base del fatto che il signor Godfrey Ablewhite era troppo sciocco per averla inventata. Il signor Bruff ed io concordiamo con il signor Luker nel considerare questa prova della veridicità della storia come perfettamente attendibile.
La questione successiva era cosa avrebbe fatto il signor Luker riguardo alla Pietra di Luna. Propose le seguenti condizioni, come le uniche alle quali avrebbe acconsentito di lasciarsi coinvolgere in quella che era (anche nel suo genere di affari) una transazione dubbia e pericolosa.
Il signor Luker avrebbe acconsentito a prestare al signor Godfrey Ablewhite la somma di duemila sterline, a condizione che la Pietra di Luna gli venisse depositata come pegno. Se, allo scadere di un anno da quella data, il signor Godfrey Ablewhite avesse pagato tremila sterline al signor Luker, avrebbe ricevuto indietro il Diamante, come pegno riscattato. Se non fosse riuscito a produrre il denaro allo scadere dell'anno, il pegno (ovvero la Pietra di Luna) sarebbe stato considerato confiscato a favore del signor Luker, il quale, in quest'ultimo caso, avrebbe generosamente fatto dono al signor Godfrey di certe sue cambiali (relative a passati rapporti) che si trovavano allora in possesso dello strozzino.
È inutile dire che il signor Godfrey rifiutò con indignazione di ascoltare queste condizioni mostruose. Il signor Luker, per tutta risposta, gli restituì il Diamante e gli augurò la buonanotte.
Vostro cugino andò alla porta e poi tornò indietro. Come poteva essere sicuro che la conversazione di quella sera sarebbe rimasta strettamente segreta tra il suo amico e lui?
Il signor Luker non pretese di sapere come. Se il signor Godfrey avesse accettato le sue condizioni, il signor Godfrey lo avrebbe reso un complice e avrebbe potuto contare sul suo silenzio come su una certezza. Allo stato delle cose, il signor Luker doveva lasciarsi guidare dai propri interessi. Se fossero state fatte domande scomode, come ci si poteva aspettare che si compromettesse per amore di un uomo che aveva rifiutato di trattare con lui?
Ricevendo questa risposta, il signor Godfrey Ablewhite fece ciò che fanno tutti gli animali (umani e non) quando si trovano presi in una trappola. Si guardò intorno in uno stato di disperazione impotente. Il giorno del mese, segnato su un grazioso cartellino in una scatola sul caminetto dello strozzino, attirò casualmente il suo sguardo. Era il ventitré giugno. Il ventiquattro doveva pagare trecento sterline al giovane gentiluomo di cui era tutore, e non aveva alcuna possibilità di reperire il denaro, eccetto quella che il signor Luker gli aveva offerto. Se non fosse stato per questo misero ostacolo, avrebbe potuto portare il Diamante ad Amsterdam e farne una merce commerciabile, facendolo tagliare in pietre separate. Per come stavano le cose, non aveva altra scelta che accettare le condizioni del signor Luker. Dopo tutto, aveva un anno a sua disposizione per reperire le tremila sterline, e un anno è un tempo lungo.
Il signor Luker redasse i documenti necessari sul posto. Quando furono firmati, consegnò al signor Godfrey Ablewhite due assegni. Uno, datato 23 giugno, per trecento sterline. Un altro, datato una settimana dopo, per il saldo rimanente: diciassettemila sterline.
Come la Pietra di Luna fu affidata alla custodia dei banchieri del signor Luker, e come gli indiani trattarono il signor Luker e il signor Godfrey (dopo che ciò fu fatto), lo sapete già.
Il successivo evento nella vita di vostro cugino riguarda di nuovo la signorina Verinder. Le propose di sposarlo per la seconda volta e (dopo essere stato accettato) acconsentì, su sua richiesta, a considerare il matrimonio come annullato. Uno dei motivi che lo spinsero a questa concessione è stato intuito dal signor Bruff. La signorina Verinder aveva solo un usufrutto vitalizio sulle proprietà di sua madre, e non c'era modo di ricavare le ventimila sterline da quello.
Ma voi direte che avrebbe potuto risparmiare le tremila sterline per riscattare il Diamante impegnato, se si fosse sposato. Avrebbe potuto farlo, certamente, supponendo che né sua moglie, né i suoi tutori e amministratori si opponessero al fatto che lui anticipasse più della metà delle entrate a sua disposizione per uno scopo ignoto nel primo anno di matrimonio. Ma anche se avesse superato questo ostacolo, ce n'era un altro che lo attendeva sullo sfondo. La signora della Villa aveva sentito parlare del suo matrimonio progettato. Una donna superba, signor Blake, del tipo con cui non si scherza, del tipo con la carnagione chiara e il naso romano. Provava il massimo disprezzo per il signor Godfrey Ablewhite. Sarebbe stato un disprezzo silenzioso, se le avesse assicurato un buon mantenimento. Altrimenti, sarebbe stato un disprezzo con la lingua affilata. L'usufrutto vitalizio della signorina Verinder non gli lasciava alcuna speranza di reperire il "mantenimento" più di quanto ne avesse di reperire le ventimila sterline. Non poteva sposarsi, davvero non poteva sposarsi, date tutte le circostanze.
Come abbia tentato di nuovo la fortuna con un'altra signora, e come anche quel matrimonio sia fallito per questioni di denaro, lo sapete già. Sapete anche del lascito di cinquemila sterline, lasciatogli poco dopo da una di quelle numerose ammiratrici tra il gentil sesso le cui buone grazie quest'uomo affascinante era riuscito a conquistare. Quel lascito (come gli eventi hanno dimostrato) lo ha condotto alla morte.
Ho accertato che quando andò all'estero, dopo aver ottenuto le sue cinquemila sterline, si recò ad Amsterdam. Lì prese tutti gli accordi necessari per far tagliare il Diamante in pietre separate. Tornò (sotto mentite spoglie) e riscattò la Pietra di Luna nel giorno stabilito. Si lasciarono trascorrere alcuni giorni (come precauzione concordata da entrambe le parti) prima che il gioiello venisse effettivamente prelevato dalla banca. Se fosse arrivato sano e salvo ad Amsterdam, ci sarebbe stato giusto il tempo tra il luglio del quarantanove e il febbraio del cinquanta (quando il giovane gentiluomo raggiunse la maggiore età) per tagliare il Diamante e fare una merce commerciabile (lucidata o grezza) dalle pietre separate. Giudicate da questo quali motivi avesse per correre il rischio che effettivamente corse. Per lui era "o la borsa o la vita", se mai lo è stato per qualcuno.
Mi resta solo da ricordarvi, prima di concludere questo Rapporto, che c'è ancora la possibilità di mettere le mani sugli indiani e di recuperare la Pietra di Luna. Si trovano ora (vi è ogni ragione di crederlo) durante il viaggio per Bombay, su un East Indiaman. La nave (salvo incidenti) non toccherà nessun altro porto lungo la rotta; e le autorità di Bombay (già avvisate tramite lettera via terra) saranno pronte a salire a bordo della nave non appena entrerà in porto.
Ho l'onore di rimanere, caro signore, vostro umile servitore, RICHARD CUFF (già sergente della Forza Investigativa, Scotland Yard, Londra).*
* NOTA.—Ovunque il Rapporto tocchi gli eventi del compleanno, o dei tre giorni che lo seguirono, si confronti con la Narrazione di Betteredge, capitoli dall'VIII al XIII.
SETTIMA NARRAZIONE.
In una lettera del signor Candy.
Frizinghall, mercoledì 26 settembre 1849.—Caro signor Franklin Blake, anticiperete la triste notizia che ho da darvi nel trovare la vostra lettera a Ezra Jennings che vi viene restituita, non aperta, in questo plico. È morto tra le mie braccia, all'alba, mercoledì scorso.
Non sono da biasimare per aver mancato di avvertirvi che la sua fine era vicina. Mi proibì espressamente di scrivervi. "Sono in debito con il signor Franklin Blake", disse, "per aver trascorso alcuni giorni felici. Non addoloratelo, signor Candy, non addoloratelo."
Le sue sofferenze, fino alle ultime sei ore della sua vita, erano terribili da vedere. Negli intervalli di remissione, quando la sua mente era lucida, lo implorai di parlarmi di suoi parenti a cui avrei potuto scrivere. Mi chiese di essere perdonato per il fatto di rifiutarmi qualsiasi cosa. E poi disse, non con amarezza, che sarebbe morto come aveva vissuto, dimenticato e sconosciuto. Mantenne quella risoluzione fino alla fine. Non c'è speranza ora di fare alcuna scoperta che lo riguardi. La sua storia è un vuoto.
Il giorno prima di morire, mi disse dove trovare tutte le sue carte. Gliele portai sul letto. C'era un piccolo fascio di vecchie lettere che mise da parte. C'era il suo libro incompiuto. C'era il suo Diario, in molti volumi chiusi a chiave. Aprì il volume per quest'anno e strappò, una dopo l'altra, le pagine relative al periodo in cui voi e lui eravate insieme. "Date queste", disse, "al signor Franklin Blake. Negli anni a venire, potrebbe provare interesse a guardare indietro a ciò che è scritto lì." Poi giunse le mani e pregò Dio ferventemente di benedire voi e le persone a voi care. Disse che gli sarebbe piaciuto vedervi ancora. Ma un attimo dopo cambiò idea. "No", rispose quando mi offrii di scrivere. "Non lo addolorerò! Non lo addolorerò!"
Su sua richiesta raccolsi poi le altre carte, vale a dire il fascio di lettere, il libro incompiuto e i volumi del Diario, e li racchiusi tutti in un unico involucro, sigillato con il mio sigillo. "Promettete", disse, "che metterete questo nella mia bara con la vostra stessa mano; e che vedrete che nessun'altra mano lo toccherà in seguito."
Gli diedi la mia promessa. E la promessa è stata mantenuta.
Mi chiese di fare un'altra cosa per lui, che mi è costato una dura lotta eseguire. Disse: "Lasciate che la mia tomba sia dimenticata. Datemi la vostra parola d'onore che non permetterete a nessun monumento di alcun tipo, nemmeno alla più comune lapide, di segnare il luogo della mia sepoltura. Lasciatemi dormire, senza nome. Lasciatemi riposare, sconosciuto." Quando cercai di pregarlo di cambiare risoluzione, divenne per la prima e unica volta violentemente agitato. Non potevo sopportare di vederlo; e cedetti. Nient'altro che un piccolo tumulo d'erba segna il luogo del suo riposo. Col tempo, le lapidi sorgeranno intorno ad esso. E la gente che verrà dopo di noi guarderà e si meraviglierà di quella tomba senza nome.
Come vi ho detto, per sei ore prima della sua morte le sue sofferenze cessarono. Sonnecchiò un poco. Credo che sognasse. Una o due volte sorrise. Il nome di una donna, come suppongo, il nome di "Ella", era spesso sulle sue labbra in quel momento. Pochi minuti prima della fine mi chiese di sollevarlo sul cuscino, per vedere il sole sorgere dalla finestra. Era molto debole. La sua testa ricadde sulla mia spalla. Sussurrò: "Sta arrivando!" Poi disse: "Baciami!" Gli baciai la fronte. All'improvviso sollevò la testa. La luce del sole gli toccò il viso. Un'espressione bellissima, un'espressione angelica, gli si dipinse sul volto. Gridò tre volte: "Pace! pace! pace!" La sua testa ricadde sulla mia spalla, e la lunga pena della sua vita ebbe fine.
Così ci ha lasciati. Questo era, a mio avviso, un grande uomo, sebbene il mondo non lo abbia mai conosciuto. Aveva il carattere più dolce che io abbia mai incontrato. La sua perdita mi fa sentire molto solo. Forse non sono più stato del tutto me stesso dopo la mia malattia. A volte penso di abbandonare la mia professione, di andare via e provare cosa potranno fare per me alcuni dei bagni e delle acque termali straniere.
Si dice qui che voi e la signorina Verinder vi sposerete il mese prossimo. Vi prego di accettare le mie migliori congratulazioni.
Le pagine del diario del mio povero amico vi attendono a casa mia, sigillate, con il vostro nome sull'involucro. Avevo paura di affidarle alla posta.
I miei migliori rispetti e auguri alla signorina Verinder. Rimango, caro signor Franklin Blake, sinceramente vostro,
THOMAS CANDY.
OTTAVA NARRAZIONE.
Contributo di Gabriel Betteredge.
Io sono la persona (come ricordate senza dubbio) che ha guidato il cammino in queste pagine e ha aperto la storia. Sono anche la persona che è rimasta indietro, per così dire, a chiudere la storia.
Che nessuno supponga che io abbia ultime parole da dire qui riguardo al Diamante indiano. Nutro orrore per quel gioiello sfortunato, e vi rimando ad altra autorità che non la mia per le notizie sulla Pietra di Luna che vi potreste, al momento attuale, aspettare di ricevere. Il mio scopo, in questo luogo, è di esporre un fatto nella storia della famiglia, che è stato ignorato da tutti, e che non permetterò che venga soffocato in modo irrispettoso. Il fatto a cui alludo è il matrimonio della signorina Rachel e del signor Franklin Blake. Questo interessante evento ha avuto luogo a casa nostra nello Yorkshire, martedì 9 ottobre 1849. Per l'occasione ho indossato un vestito nuovo. E la coppia di sposi è andata a trascorrere la luna di miele in Scozia.
Essendo le feste di famiglia abbastanza rare a casa nostra, dopo la morte della mia povera padrona, ammetto, in questa occasione del matrimonio, di aver (verso la fine della giornata) bevuto un goccio di troppo per festeggiare.
Se avete mai fatto la stessa cosa voi stessi, capirete e avrete compassione di me. Se non l'avete fatto, molto probabilmente direte: "Disgustoso vecchio! perché ci racconta questo?" Il motivo sta per arrivare.
Avendo, dunque, preso il mio goccio (Dio vi benedica! avete anche voi il vostro vizio preferito; solo che il vostro vizio non è il mio, e il mio non è il vostro), ho applicato poi l'unico rimedio infallibile, rimedio che è, come sapete, Robinson Crusoe. Dove ho aperto quel libro senza pari, non saprei dire. Dove le righe stampate alla fine hanno smesso di confondersi tra loro, lo so, tuttavia, perfettamente bene. Era a pagina trecentodiciotto, un pezzo domestico riguardante il matrimonio di Robinson Crusoe, come segue:
"Con quei Pensieri, considerai il mio nuovo Impegno, che avevo una Moglie" (Notate! così aveva il signor Franklin!) "un Figlio nato" (Notate ancora! questo potrebbe ancora essere anche il caso del signor Franklin!) "e mia Moglie allora" — Cosa facesse, o non facesse, la moglie di Robinson Crusoe "allora", non provai alcun desiderio di scoprirlo. Segnai il pezzetto sul Figlio con la mia matita e misi un pezzetto di carta come segno per mantenere il posto; "Stattene lì", dissi, "finché il matrimonio del signor Franklin e della signorina Rachel non sarà più vecchio di qualche mese, e poi vedremo!"
I mesi passarono (più di quanto avessi pattuito), e non si presentò alcuna occasione per disturbare quel segno nel libro. Non è stato fino a questo presente mese di novembre 1850 che il signor Franklin è entrato nella mia stanza, di ottimo umore, e ha detto: "Betteredge! ho delle notizie per voi! Qualcosa accadrà in casa, prima che siamo più vecchi di qualche mese."
"Riguarda la famiglia, signore?" ho chiesto.
"Riguarda decisamente la famiglia", dice il signor Franklin.
"La vostra gentile signora ha qualcosa a che fare con questo, se vi piace, signore?"
"Ha molto a che fare con questo", dice il signor Franklin, cominciando a sembrare un po' sorpreso.
"Non c'è bisogno che diciate una parola di più, signore", ho risposto. "Dio benedica entrambi! Sono di tutto cuore felice di sentirlo."
Il signor Franklin mi ha fissato come una persona folgorata. "Posso permettermi di chiedere dove avete avuto le vostre informazioni?" ha chiesto. "Ho avuto le mie (impartite nella più stretta segretezza) solo cinque minuti fa."
Ecco un'opportunità per tirare fuori Robinson Crusoe! Ecco una possibilità di leggere quel pezzetto domestico sul bambino che avevo segnato il giorno del matrimonio del signor Franklin! Ho letto quelle parole miracolose con un'enfasi che rendeva loro giustizia, e poi l'ho guardato severamente in faccia. "Ora, signore, credete in Robinson Crusoe?" ho chiesto, con una solennità adatta all'occasione.
"Betteredge!" dice il signor Franklin, con pari solennità, "sono convinto finalmente." Mi ha stretto la mano, e ho sentito di averlo convertito.
Con il racconto di questa straordinaria circostanza, la mia riapparizione in queste pagine giunge al termine. Che nessuno rida dell'aneddoto unico qui raccontato. Siete liberi di essere allegri quanto volete su tutto il resto che ho scritto. Ma quando scrivo di Robinson Crusoe, per il Signore è una cosa seria, e vi chiedo di prenderla come tale!
Quando questo è detto, tutto è detto. Signore e signori, faccio il mio inchino e chiudo la storia.
EPILOGO.
IL RITROVAMENTO DEL DIAMANTE.
I
LA DICHIARAZIONE DELL'UOMO DEL SERGENTE CUFF. (1849.)
Il ventisette giugno scorso, ho ricevuto istruzioni dal sergente Cuff di seguire tre uomini, sospettati di omicidio e descritti come indiani. Erano stati visti al Tower Wharf quella mattina, mentre si imbarcavano sul battello a vapore diretto a Rotterdam.
Lasciai Londra con un battello a vapore appartenente a un’altra compagnia, salpato la mattina di giovedì ventotto. Arrivato a Rotterdam, riuscii a trovare il comandante del battello del mercoledì. Mi informò che gli indiani erano stati certamente passeggeri a bordo della sua imbarcazione, ma soltanto fino a Gravesend. Al largo di quella località, uno dei tre aveva chiesto a che ora sarebbero giunti a Calais. Informato che il battello era diretto a Rotterdam, il portavoce del gruppo espresse la massima sorpresa e costernazione per l’errore commesso da lui e dai suoi due compagni. Erano tutti disposti (disse) a rinunciare al costo del biglietto, se solo il comandante li avesse fatti sbarcare. Compatendo la loro posizione di stranieri in terra ignota e non conoscendo alcun motivo per trattenerli, il comandante segnalò a una barca costiera di avvicinarsi e i tre uomini lasciarono la nave.
Poiché tale condotta degli indiani era stata chiaramente decisa in precedenza come mezzo per evitare di essere rintracciati, non persi tempo a tornare in Inghilterra. Lasciai il battello a Gravesend e scoprii che gli indiani si erano recati da lì a Londra. In seguito, li rintracciai nuovamente, avendo essi preso la via di Plymouth. Le indagini svolte a Plymouth provarono che erano salpati, quarantott’ore prima, sulla Bewley Castle, un veliero delle Indie orientali diretto direttamente a Bombay.
Ricevuta questa notizia, il sergente Cuff fece in modo che le autorità di Bombay venissero avvisate via terra, cosicché la nave potesse essere ispezionata dalla polizia non appena fosse entrata in porto. Compiuto questo passo, il mio legame con la faccenda ebbe fine. Da quel momento non ne ho saputo più nulla.
II
LA DICHIARAZIONE DEL CAPITANO. (1849.)
Sono stato pregato dal sergente Cuff di mettere per iscritto alcuni fatti riguardanti tre uomini (ritenuti indù) che l’estate scorsa sono stati passeggeri, sotto il mio comando, sulla nave Bewley Castle diretta a Bombay.
Gli indù si unirono a noi a Plymouth. Durante la traversata non udii alcuna lamentela riguardo alla loro condotta. Erano alloggiati nella parte prodiera della nave. Io stesso ho avuto poche occasioni di notarli personalmente.
Nell’ultima parte del viaggio, avemmo la sfortuna di rimanere in bonaccia per tre giorni e tre notti, al largo della costa dell’India. Non ho il giornale di bordo da consultare e non riesco ora a richiamare alla mente la latitudine e la longitudine. Riguardo alla nostra posizione, pertanto, sono in grado di affermare solo in termini generali che le correnti ci trascinarono verso terra e che, quando il vento ci ritrovò, raggiungemmo il nostro porto ventiquattro ore dopo.
La disciplina di una nave (come sanno tutte le persone di mare) si allenta in una lunga bonaccia. La disciplina della mia nave si allentò. Alcuni signori tra i passeggeri fecero calare alcune delle barche più piccole e si divertirono a remare in giro e a nuotare, quando il sole, verso sera, era abbastanza fresco da permettere loro di svagarsi in quel modo. Le barche, una volta utilizzate, avrebbero dovuto essere issate di nuovo al loro posto. Invece di ciò, furono lasciate ormeggiate al fianco della nave. Tra il caldo e il fastidio del tempo, né gli ufficiali né gli uomini sembravano avere voglia di compiere il proprio dovere finché durò la bonaccia.
La terza notte, nulla di insolito fu udito o visto dalla guardia di coperta. Quando giunse il mattino, la più piccola delle barche era scomparsa, e fu riferito che anche i tre indù erano scomparsi.
Se questi uomini avessero rubato la barca poco dopo il crepuscolo (cosa di cui non dubito), eravamo abbastanza vicini alla terra da rendere vano qualsiasi inseguimento quando la scoperta fu fatta al mattino. Non ho dubbi che siano arrivati a terra, con quel tempo calmo (tenendo debito conto della fatica e del modo goffo di remare), prima dell’alba.
Raggiunto il porto, appresi lì, per la prima volta, la ragione che quei passeggeri avevano per cogliere l’occasione di fuggire dalla nave. Potei solo fare alle autorità la stessa dichiarazione che ho fatto qui. Mi ritennero colpevole per aver permesso che la disciplina della nave si allentasse. Ho espresso il mio rammarico a questo riguardo a loro e ai miei armatori.
Da quel momento, per quanto ne sappia, non si è più saputo nulla dei tre indù. Non ho altro da aggiungere a quanto qui scritto.
III
LA DICHIARAZIONE DEL SIGNOR MURTHWAITE. (1850.)
(In una lettera al signor Bruff.)
Ha qualche ricordo, mio caro signore, di una persona seminomade che incontrò a cena, a Londra, nell’autunno del quarantotto? Mi permetta di ricordarle che il nome di quella persona era Murthwaite e che lei e lui intratteneste una lunga conversazione dopo cena. Il discorso verteva su un diamante indiano, chiamato Pietra di Luna, e su una cospirazione allora in atto per entrare in possesso della gemma.
Da quel momento, ho vagato per l’Asia centrale. Da lì sono tornato alla deriva verso lo scenario di alcune mie passate avventure nel nord e nel nord-ovest dell’India. Circa una quindicina di giorni fa, mi sono ritrovato in un certo distretto o provincia (ma poco nota agli europei) chiamata Kattiawar.
Qui mi è accaduta un’avventura in cui (per quanto incredibile possa sembrare) lei è personalmente interessato.
Nelle regioni selvagge del Kattiawar (e quanto siano selvagge lo comprenderà quando le dirò che persino i contadini arano la terra armati fino ai denti), la popolazione è fanaticamente devota alla vecchia religione indù, all’antico culto di Bramah e Vishnu. Le poche famiglie maomettane, sparse qua e là nei villaggi dell’interno, hanno paura di assaggiare carne di qualsiasi tipo. Un maomettano anche solo sospettato di uccidere quel sacro animale, la mucca, viene, come cosa ovvia, messo a morte senza pietà in queste zone dai pii vicini indù che lo circondano. Per rafforzare l’entusiasmo religioso del popolo, due dei più famosi santuari del pellegrinaggio indù si trovano entro i confini del Kattiawar. Uno di essi è Dwarka, il luogo di nascita del dio Krishna. L’altro è la città sacra di Somnauth, saccheggiata e distrutta fin dall’undicesimo secolo dal conquistatore maomettano Mahmoud di Ghizni.
Trovandomi, per la seconda volta, in queste romantiche regioni, decisi di non lasciare il Kattiawar senza rivedere un’altra volta la magnifica desolazione di Somnauth. Nel luogo in cui progettai di farlo, ero (per quanto ho potuto calcolare) a circa tre giorni di cammino, viaggiando a piedi, dalla città sacra.
Non ero da molto sulla strada, quando notai che altre persone — a due a due o a tre a tre — sembravano viaggiare nella mia stessa direzione.
A quelli di loro che mi rivolgevano la parola, mi presentavo come un indù-buddista, proveniente da una provincia lontana, diretto in pellegrinaggio. È inutile dire che il mio abbigliamento era tale da sostenere questa descrizione. Aggiunga che conosco la lingua tanto bene quanto la mia, e che sono abbastanza magro e scuro da rendere tutt’altro che facile individuare la mia origine europea, e comprenderà che sono passato facilmente inosservato tra la gente: non come uno di loro, ma come uno straniero proveniente da una parte lontana del loro stesso paese.
Il secondo giorno, il numero di indù che viaggiavano nella mia direzione era aumentato a centinaia e migliaia. Il terzo giorno, la folla era cresciuta a migliaia; tutti lentamente converge-vano verso un unico punto: la città di Somnauth.
Un piccolo servizio che fui in grado di rendere a uno dei miei compagni di pellegrinaggio, durante il terzo giorno di viaggio, fu il mezzo per farmi conoscere a certi indù di casta superiore. Da questi uomini appresi che la moltitudine era in cammino verso una grande cerimonia religiosa, che avrebbe avuto luogo su una collina a poca distanza da Somnauth. La cerimonia era in onore del dio della Luna e si sarebbe tenuta di notte.
La folla ci trattenne mentre ci avvicinavamo al luogo della celebrazione. Quando giungemmo sulla collina, la luna era alta nel firmamento. I miei amici indù possedevano alcuni privilegi speciali che permettevano loro di accedere al santuario. Mi permisero gentilmente di accompagnarli. Quando arrivammo sul posto, trovammo il santuario nascosto alla nostra vista da una cortina appesa tra due magnifici alberi. Sotto gli alberi, una sporgenza rocciosa e piatta si protendeva, formando una sorta di piattaforma naturale. Sotto di essa, mi fermai insieme ai miei amici indù.
Guardando giù dalla collina, la vista presentava il più grandioso spettacolo della Natura e dell’Uomo, in combinazione, che io abbia mai visto. I pendii inferiori dell’altura sfumavano impercettibilmente in una pianura erbosa, il luogo dell’incontro di tre fiumi. Da un lato, il grazioso serpeggiare delle acque si estendeva in lontananza, ora visibile, ora nascosto dagli alberi, fin dove l’occhio poteva giungere. Dall’altro, l’oceano senza onde dormiva nella calma della notte. Popolate questa scena incantevole con decine di migliaia di creature umane, tutte vestite di bianco, che si estendevano lungo i fianchi della collina, traboccando nella pianura e costeggiando le rive vicine dei fiumi serpeggianti. Illuminate questa sosta dei pellegrini con le fiamme rosse e selvagge dei bracieri e delle torce, che divampavano a intervalli da ogni parte dell’innumerevole folla. Immagini il chiaro di luna d’Oriente, che si riversa in gloria senza nubi su tutto quanto: e si farà un’idea della vista che mi si presentò quando guardai dalla sommità della collina.
Un lamento di musica malinconica, suonato da strumenti a corda e flauti, richiamò la mia attenzione sul santuario nascosto.
Mi voltai e vidi sulla piattaforma rocciosa le figure di tre uomini. Nella figura centrale dei tre riconobbi l’uomo a cui avevo rivolto la parola in Inghilterra, quando gli indiani apparvero sulla terrazza della casa di Lady Verinder. Gli altri due, che erano stati suoi compagni in quell’occasione, erano senza dubbio i suoi compagni anche in questa.
Uno degli spettatori, vicino al quale mi trovavo, mi vide sobbalzare. Sussurrando, mi spiegò l’apparizione delle tre figure sulla piattaforma di roccia.
Erano bramini (disse) che avevano perso la loro casta al servizio del dio. Il dio aveva ordinato che la loro purificazione fosse la purificazione tramite il pellegrinaggio. Quella notte, i tre uomini si sarebbero separati. In tre direzioni diverse, sarebbero partiti come pellegrini verso i santuari dell’India. Mai più avrebbero guardato l’uno il volto dell’altro. Mai più avrebbero riposato durante i loro vagabondaggi, dal giorno che vide la loro separazione al giorno che avrebbe visto la loro morte.
Mentre quelle parole mi venivano sussurrate, la musica malinconica cessò. I tre uomini si prostrarono sulla roccia, davanti alla cortina che nascondeva il santuario. Si alzarono, si guardarono l’un l’altro, si abbracciarono. Poi scesero separatamente tra la gente. La folla fece loro spazio in un silenzio di tomba. In tre direzioni diverse vidi la folla aprirsi, nello stesso identico momento. Lentamente, la grande massa bianca della gente si richiuse. La traccia degli uomini condannati tra i ranghi dei loro simili fu cancellata. Non li vedemmo più.
Un nuovo brano di musica, forte e giubilante, si levò dal santuario nascosto. La folla intorno a me rabbrividì e si strinse.
La cortina tra gli alberi fu tirata da parte e il santuario fu svelato alla vista.
Lì, sollevato in alto su un trono, seduto sulla sua tipica antilope, con le sue quattro braccia tese verso i quattro angoli della terra, lì, svettava sopra di noi, oscuro e terribile nella luce mistica del cielo, il dio della Luna. E lì, nella fronte della divinità, brillava il diamante giallo, il cui splendore era apparso davanti ai miei occhi l’ultima volta in Inghilterra, dal seno dell’abito di una donna!
Sì! Dopo il trascorrere di otto secoli, la Pietra di Luna torna a guardare ancora una volta oltre le mura della città sacra in cui la sua storia ebbe inizio. Come abbia trovato la via del ritorno verso la sua terra selvaggia e natia, per quale incidente o per quale crimine gli indiani abbiano recuperato il possesso della loro gemma sacra, può essere a sua conoscenza, ma non è nella mia. Lei l’ha persa di vista in Inghilterra e (se conosco qualcosa di questo popolo) lei l’ha persa di vista per sempre.
Così gli anni passano e si ripetono; così gli stessi eventi ruotano nei cicli del tempo. Quali saranno le prossime avventure della Pietra di Luna? Chi può dirlo?
FINE