myebooksbuy
My Books

The Mysterious Affair at Styles

by Agatha Christie · in Italian

L’intenso interesse suscitato nell’opinione pubblica da quello che allora fu noto come “Il caso Styles” si è ormai in parte placato. Tuttavia, in considerazione della notorietà mondiale che lo accompagnò, mi è stato chiesto, sia dal mio amico Poirot che dalla famiglia stessa, di redigere un resoconto dell’intera vicenda. Confidiamo che ciò possa mettere efficacemente a tacere le voci sensazionalistiche che ancora persistono.

Metterò dunque brevemente nero su bianco le circostanze che portarono al mio coinvolgimento nella faccenda.

Ero stato congedato dal fronte per invalidità; e, dopo aver trascorso alcuni mesi in una Casa di Convalescenza piuttosto deprimente, mi fu concesso un mese di licenza per malattia. Non avendo parenti stretti o amici, stavo cercando di decidere cosa fare, quando m’imbattei in John Cavendish. Non lo vedevo quasi per nulla da alcuni anni. Anzi, non l’avevo mai conosciuto particolarmente bene. Per prima cosa, era più vecchio di me di ben quindici anni, sebbene ne dimostrasse a stento quarantacinque. Da ragazzo, però, ero stato spesso ospite a Styles, la proprietà di sua madre nell’Essex.

Facemmo una bella chiacchierata sui vecchi tempi, che si concluse con il suo invito a Styles per trascorrervi la licenza.

“La mamma sarà felicissima di rivederti, dopo tutti questi anni,” aggiunse.

“Tua madre sta bene?” chiesi.

“Oh, sì. Immagino tu sappia che si è risposata?”

Temo di aver mostrato il mio stupore in modo piuttosto evidente. La signora Cavendish, che aveva sposato il padre di John quando questi era vedovo con due figli, era stata una bella donna di mezza età, per come la ricordavo. Di certo ora non poteva avere meno di settant’anni. La ricordavo come una personalità energica e autoritaria, un po’ incline alla notorietà benefica e mondana, con una predilezione per l’inaugurazione di mercatini di beneficenza e per il ruolo di signora della carità. Era una donna oltremodo generosa e possedeva un patrimonio considerevole.

La loro residenza di campagna, Styles Court, era stata acquistata dal signor Cavendish all’inizio del loro matrimonio. Era stato completamente sotto l’influenza della moglie, tanto che, in punto di morte, le aveva lasciato la proprietà per tutta la durata della sua vita, oltre alla maggior parte delle sue entrate; un accordo decisamente ingiusto per i suoi due figli. La matrigna, tuttavia, era sempre stata molto generosa con loro; anzi, erano così giovani al momento delle seconde nozze del padre che l’avevano sempre considerata la loro vera madre.

Lawrence, il minore, era stato un giovane cagionevole. Si era qualificato come medico, ma aveva presto abbandonato la professione, vivendo in casa mentre inseguiva ambizioni letterarie; sebbene i suoi versi non avessero mai riscosso alcun successo degno di nota.

John aveva esercitato per qualche tempo la professione di avvocato, ma si era infine stabilito nella più congeniale vita di gentiluomo di campagna. Si era sposato due anni prima e aveva portato la moglie a vivere a Styles, sebbene io avessi il fondato sospetto che avrebbe preferito che la madre gli aumentasse la rendita, il che gli avrebbe permesso di avere una casa tutta sua. La signora Cavendish, tuttavia, era una signora che amava fare i propri piani e si aspettava che gli altri vi si adeguassero, e in questo caso lei aveva certamente il coltello dalla parte del manico, ovvero: i cordoni della borsa.

John notò il mio stupore alla notizia delle seconde nozze della madre e sorrise in modo piuttosto malinconico.

“Un piccolo mascalzone, per giunta!” disse con ferocia. “Ti dico, Hastings, che sta rendendo la vita davvero difficile a tutti noi. Quanto a Evie… ricordi Evie?”

“No.”

“Oh, suppongo sia arrivata dopo il tuo tempo. È il factotum della mamma, dama di compagnia, tuttofare! Una gran sportiva, la vecchia Evie! Non esattamente giovane e bella, ma tenace quanto basta.”

“Stavi per dire…?”

“Oh, questo tizio! È spuntato fuori dal nulla, col pretesto di essere un cugino di secondo grado o qualcosa del genere di Evie, sebbene lei non sembri particolarmente entusiasta di riconoscere la parentela. Il tipo è un estraneo assoluto, chiunque può vederlo. Ha una gran barba nera e porta stivali di vernice con qualsiasi tempo! Ma la mamma se l’è subito filato, l’ha preso come segretario… sai come fa lei a gestire sempre un centinaio di associazioni?”

Annuii.

“Beh, naturalmente la guerra ha trasformato le centinaia in migliaia. Senza dubbio il tipo le è stato molto utile. Ma avresti potuto abbatterci tutti con una piuma quando, tre mesi fa, ha annunciato all’improvviso che lei e Alfred erano fidanzati! Il tipo deve avere almeno vent’anni meno di lei! È semplicemente una caccia alla fortuna sfacciata; ma tant’è… lei è padrona di se stessa, e l’ha sposato.”

“Deve essere una situazione difficile per tutti voi.”

“Difficile! È dannata!”

Fu così che, tre giorni dopo, scesi dal treno a Styles St. Mary, un’assurda stazioncina, priva di un’apparente ragione d’essere, arroccata in mezzo a campi verdi e stradine di campagna. John Cavendish mi aspettava sulla banchina e mi guidò verso l’auto.

“Vedi, ho ancora un goccio di benzina,” osservò. “Principalmente grazie alle attività della mamma.”

Il villaggio di Styles St. Mary era situato a circa due miglia dalla piccola stazione, e Styles Court giaceva un miglio oltre. Era una giornata ferma e calda di inizio luglio. Mentre si guardava oltre la piatta campagna dell’Essex, distesa così verde e pacifica sotto il sole del pomeriggio, sembrava quasi impossibile credere che, non molto lontano, una grande guerra stesse seguendo il suo corso prestabilito. Mi sentii come se fossi improvvisamente finito in un altro mondo. Mentre svoltavamo verso i cancelli della portineria, John disse:

“Temo che troverai molto silenzio qui, Hastings.”

“Mio caro amico, è proprio quello che voglio.”

“Oh, è abbastanza piacevole se vuoi condurre una vita oziosa. Io faccio esercitazioni con i volontari due volte a settimana e do una mano alle fattorie. Mia moglie lavora regolarmente ‘nei campi’. Si alza alle cinque ogni mattina per mungere, e continua costantemente fino all’ora di pranzo. È una vita bella e buona, tutto sommato… se non fosse per quel tipo di Alfred Inglethorp!” Frenò l’auto all’improvviso e diede un’occhiata all’orologio. “Mi chiedo se abbiamo il tempo di andare a prendere Cynthia. No, sarà già partita dall’ospedale a quest’ora.”

“Cynthia! Non è tua moglie?”

“No, Cynthia è una protetta di mia madre, la figlia di una sua vecchia compagna di scuola, che sposò un avvocato mascalzone. Lui fece bancarotta, e la ragazza rimase orfana e senza un soldo. Mia madre corse in suo aiuto, e Cynthia è con noi da quasi due anni ormai. Lavora all’ospedale della Croce Rossa a Tadminster, a sette miglia di distanza.”

Mentre pronunciava queste ultime parole, ci fermammo davanti alla bella casa antica. Una signora con una robusta gonna di tweed, che era curva su un’aiuola, si raddrizzò al nostro avvicinarsi.

“Salve, Evie, ecco il nostro eroe ferito! Signor Hastings… Miss Howard.”

Miss Howard mi strinse la mano con una presa cordiale, quasi dolorosa. Ebbi l’impressione di occhi molto azzurri in un volto abbronzato. Era una donna dall’aspetto piacevole di circa quarant’anni, con una voce profonda, quasi virile nei suoi toni stentorei, e aveva un corpo grande, sensato e squadrato, con piedi all’altezza… questi ultimi racchiusi in buoni stivali spessi. La sua conversazione, scoprii presto, era espressa in stile telegrafico.

“Le erbacce crescono come il fuoco. Non riesco a tenergli dietro. Ti recluterò. Meglio stare attenti.”

“Sono certo che sarò fin troppo lieto di rendermi utile,” risposi.

“Non dirlo. Non lo si fa mai. Vorresti non averlo detto più tardi.”

“Sei una cinica, Evie,” disse John, ridendo. “Dov’è il tè oggi, dentro o fuori?”

“Fuori. Troppo bella giornata per restare rinchiusi in casa.”

“Andiamo allora, hai lavorato abbastanza in giardino per oggi. ‘L’operaio è degno della sua mercede’, sai. Vieni a rinfrescarti.”

“Beh,” disse Miss Howard, sfilandosi i guanti da giardinaggio, “sono incline a darti ragione.”

Ci guidò attorno alla casa verso il punto in cui il tè era servito all’ombra di un grande sicomoro.

Una figura si alzò da una delle sedie di vimini e fece alcuni passi per venirci incontro.

“Mia moglie, Hastings,” disse John.

Non dimenticherò mai la mia prima visione di Mary Cavendish. La sua figura alta e slanciata, delineata contro la luce brillante; il vivido senso di fuoco sopito che sembrava trovare espressione solo in quei meravigliosi occhi ambrati, occhi notevoli, diversi da quelli di qualsiasi altra donna che io abbia mai conosciuto; l’intensa potenza di calma che possedeva, la quale tuttavia trasmetteva l’impressione di uno spirito selvaggio e indomito in un corpo squisitamente civilizzato: tutte queste cose sono impresse nella mia memoria. Non le dimenticherò mai.

Mi salutò con poche parole di piacevole benvenuto in una voce bassa e chiara, e io sprofondai in una sedia di vimini sentendomi decisamente lieto di aver accettato l’invito di John. La signora Cavendish mi servì il tè, e le sue poche osservazioni pacate accrebbero la mia prima impressione di lei come una donna profondamente affascinante. Un ascoltatore riconoscente è sempre stimolante, e descrissi, in modo umoristico, certi episodi della mia Casa di Convalescenza, in un modo che, mi lusingo, divertì molto la mia ospite. John, naturalmente, per quanto sia un buon compagno, difficilmente poteva essere definito un brillante conversatore.

In quel momento una voce ben nota fluttuò attraverso la finestra a vetri aperta lì vicino:

“Allora scriverai alla Principessa dopo il tè, Alfred? Scriverò io stessa a Lady Tadminster per il secondo giorno. O dobbiamo aspettare di avere notizie dalla Principessa? In caso di rifiuto, Lady Tadminster potrebbe aprire il primo giorno, e la signora Crosbie il secondo. Poi c’è la Duchessa… riguardo alla festa scolastica.”

Ci fu il mormorio di una voce maschile, e poi quella della signora Inglethorp si alzò in risposta:

“Sì, certamente. Dopo il tè andrà benissimo. Sei così premuroso, caro Alfred.”

La finestra a vetri si spalancò un poco di più, e una bella anziana dai capelli bianchi, con lineamenti dall’aria alquanto autoritaria, uscì sul prato. Un uomo la seguì, con una traccia di deferenza nei modi.

La signora Inglethorp mi salutò con effusione.

“Ma non è troppo delizioso rivederti, signor Hastings, dopo tutti questi anni? Alfred, tesoro, il signor Hastings… mio marito.”

Osservai con una certa curiosità “Alfred tesoro”. Dava certamente una nota piuttosto estranea. Non mi stupii che John si opponesse alla sua barba. Era una delle più lunghe e nere che avessi mai visto. Portava un pince-nez con montatura d’oro e aveva una curiosa impassibilità nei lineamenti. Mi colpì che potesse apparire naturale su un palcoscenico, ma era stranamente fuori posto nella vita reale. La sua voce era piuttosto profonda e untuosa. Mi mise in mano una mano di legno e disse:

“È un piacere, signor Hastings.” Poi, rivolto alla moglie: “Emily carissima, credo che quel cuscino sia un po’ umido.”

Lei raggiò teneramente su di lui, mentre ne sostituiva un altro con ogni dimostrazione della più tenera cura. Strano infatuamento di una donna altrimenti sensata!

Con la presenza del signor Inglethorp, un senso di costrizione e velata ostilità sembrò calare sulla compagnia. Miss Howard, in particolare, non si sforzò di nascondere i propri sentimenti. La signora Inglethorp, tuttavia, non sembrò notare nulla di insolito. La sua loquacità, che ricordavo bene, non aveva perso nulla negli anni trascorsi, e riversò un flusso costante di conversazione, principalmente sul tema del mercatino imminente che stava organizzando e che avrebbe avuto luogo a breve. Di tanto in tanto si riferiva al marito su una questione di giorni o date. Il suo modo di fare vigile e attento non variava mai. Sin dal primo istante nutrii per lui un’avversione ferma e radicata, e mi lusingo che i miei primi giudizi siano solitamente piuttosto acuti.

Poco dopo la signora Inglethorp si voltò per dare alcune istruzioni sulle lettere a Evelyn Howard, e suo marito si rivolse a me con la sua voce meticolosa:

“La carriera militare è la sua professione abituale, signor Hastings?”

“No, prima della guerra ero ai Lloyd’s.”

“E ci tornerà dopo che sarà finita?”

“Forse. O quello o un nuovo inizio del tutto.”

Mary Cavendish si sporse in avanti.

“Quale sceglierebbe davvero come professione, se potesse consultare solo la sua inclinazione?”

“Beh, dipende.”

“Nessun hobby segreto?” chiese. “Mi dica… è attratto da qualcosa? Tutti lo sono… solitamente qualcosa di assurdo.”

“Ride di me.”

Lei sorrise.

“Forse.”

“Beh, ho sempre avuto un desiderio segreto di fare il detective!”

“Quello vero? Scotland Yard? O Sherlock Holmes?”

“Oh, Sherlock Holmes senza dubbio. Ma davvero, seriamente, ne sono terribilmente attratto. Una volta incontrai un uomo in Belgio, un detective molto famoso, e mi entusiasmò parecchio. Era un ometto meraviglioso. Diceva sempre che tutto il buon lavoro investigativo fosse solo una questione di metodo. Il mio sistema si basa sul suo… sebbene io sia progredito un po’ oltre, naturalmente. Era un ometto buffo, un gran damerino, ma meravigliosamente intelligente.”

“Anche a me piacciono i buoni gialli,” osservò Miss Howard. “Molte sciocchezze scritte, però. Criminale scoperto nell’ultimo capitolo. Tutti sbalorditi. Crimine vero… lo sapresti subito.”

“Ci sono stati un gran numero di crimini irrisolti,” obiettai.

“Non intendo la polizia, ma le persone che ci sono dentro. La famiglia. Non potresti davvero prenderli in giro. Saprebbero.”

“Allora,” dissi, molto divertito, “pensi che se fossi coinvolto in un crimine, diciamo un omicidio, saresti in grado di scovare l’assassino subito?”

“Certo che lo sarei. Potrei non essere in grado di dimostrarlo a un branco di avvocati. Ma sono certa che lo saprei. Lo sentirei sulla punta delle dita se mi si avvicinasse.”

“Potrebbe essere una ‘lei’,” suggerii.

“Potrebbe. Ma l’omicidio è un crimine violento. Lo associo più a un uomo.”

“Non in un caso di avvelenamento.” La voce chiara della signora Cavendish mi sorprese. “Il dottor Bauerstein diceva ieri che, a causa dell’ignoranza generale sui veleni più rari tra la classe medica, probabilmente esistevano innumerevoli casi di avvelenamento del tutto insospettati.”

“Ma Mary, che conversazione macabra!” gridò la signora Inglethorp. “Mi fa sentire come se un’oca stesse camminando sulla mia tomba. Oh, ecco Cynthia!”

Una giovane ragazza in uniforme da V.A.D. corse leggera sul prato.

“Ma Cynthia, sei in ritardo oggi. Questo è il signor Hastings… Miss Murdoch.”

Cynthia Murdoch era una creatura giovane dall’aspetto fresco, piena di vita e vigore. Si tolse il berretto da V.A.D., e io ammirai le grandi onde sciolte dei suoi capelli ramati, e la piccolezza e il candore della mano che porse per reclamare il suo tè. Con occhi e ciglia scuri sarebbe stata una bellezza.

Si buttò a terra accanto a John, e mentre le porgevo un piatto di panini lei mi sorrise.

“Si sieda qui sull’erba, faccia pure. È molto meglio.”

Mi lasciai cadere obbediente.

“Lei lavora a Tadminster, non è vero, Miss Murdoch?”

Lei annuì.

“Per i miei peccati.”

“La maltrattano, allora?” chiesi, sorridendo.

“Mi piacerebbe vederli!” gridò Cynthia con dignità.

“Ho una cugina che fa l’infermiera,” osservai. “Ed è terrorizzata dalle ‘Sorelle’.”

“Non mi meraviglia. Le Sorelle sono, sa, signor Hastings. Semplicemente lo sono! Non ha idea! Ma io non sono un’infermiera, grazie al cielo, lavoro al dispensario.”

“Quante persone avvelena?” chiesi, sorridendo.

Cynthia sorrise a sua volta.

“Oh, centinaia!” disse.

“Cynthia,” chiamò la signora Inglethorp, “pensi di poter scrivere un paio di note per me?”

“Certamente, zia Emily.”

Si alzò prontamente, e qualcosa nei suoi modi mi ricordò che la sua posizione era di dipendenza e che la signora Inglethorp, per quanto potesse essere gentile in linea di massima, non le permetteva di dimenticarlo.

La mia ospite si voltò verso di me.

“John le mostrerà la sua stanza. La cena è alle sette e mezza. Abbiamo rinunciato alla cena tardiva da qualche tempo. Lady Tadminster, la moglie del nostro Membro del Parlamento… era la figlia del defunto Lord Abbotsbury… fa lo stesso. È d’accordo con me sul fatto che si debba dare un esempio di economia. Siamo una famiglia di guerra; qui non si spreca nulla… ogni brandello di carta straccia, persino, viene conservato e mandato via nei sacchi.”

Esprimii il mio apprezzamento, e John mi portò in casa e su per l’ampia scala, che a metà strada si biforcava a destra e a sinistra verso le diverse ali dell’edificio. La mia stanza era nell’ala sinistra e dava sul parco.

John mi lasciò, e pochi minuti dopo lo vidi dalla mia finestra camminare lentamente sull’erba sottobraccio a Cynthia Murdoch. Sentii la signora Inglethorp chiamare “Cynthia” con impazienza, e la ragazza sussultò e corse indietro verso la casa. Nello stesso momento, un uomo uscì dall’ombra di un albero e camminò lentamente nella stessa direzione. Sembrava avere circa quarant’anni, molto scuro con un volto malinconico e ben rasato. Qualche emozione violenta sembrava dominarlo. Guardò verso la mia finestra mentre passava, e lo riconobbi, sebbene fosse cambiato molto nei quindici anni trascorsi dal nostro ultimo incontro. Era il fratello minore di John, Lawrence Cavendish. Mi chiesi cosa fosse stato a portare quell’espressione singolare sul suo volto.

Poi lo scacciai dai miei pensieri e tornai a contemplare i miei affari.

La serata trascorse abbastanza piacevolmente; e quella notte sognai quell’enigmatica donna, Mary Cavendish.

Il mattino seguente albeggiò luminoso e soleggiato, ed ero pieno dell’attesa di una visita deliziosa.

Non vidi la signora Cavendish fino all’ora di pranzo, quando si offrì di portarmi a fare una passeggiata, e trascorremmo un pomeriggio incantevole vagando nei boschi, tornando a casa verso le cinque.

Mentre entravamo nel grande atrio, John ci fece segno a entrambi di entrare nella sala fumatori. Vidi subito dal suo volto che era successo qualcosa di inquietante. Lo seguimmo dentro, e lui chiuse la porta dietro di noi.

“Senti, Mary, c’è un gran pasticcio. Evie ha avuto una lite con Alfred Inglethorp, ed è in partenza.”

“Evie? In partenza?”

John annuì cupamente.

“Sì; vedi, è andata dalla mamma, e… Oh, ecco Evie in persona.”

Miss Howard entrò. Le sue labbra erano serrate in modo arcigno, e portava una piccola valigia. Sembrava eccitata e determinata, e leggermente sulla difensiva.

“Ad ogni modo,” sbottò, “ho detto quello che pensavo!”

“Cara Evelyn,” gridò la signora Cavendish, “non può essere vero!”

Miss Howard annuì cupamente.

“Vero eccome! Temo di aver detto a Emily cose che non dimenticherà né perdonerà in fretta. Non m’importa se sono servite solo a farle capire un minimo. Probabilmente è stata acqua sul dorso di un’anatra, però. Ho detto chiaro e tondo: ‘Sei una vecchia, Emily, e non c’è peggior stolto di un vecchio stolto. L’uomo ha vent’anni meno di te, e non illuderti sul motivo per cui ti ha sposata. Soldi! Beh, non lasciargliene troppi. Il fattore Raikes ha una moglie giovane molto graziosa. Chiedi al tuo Alfred quanto tempo passa laggiù’. Era molto arrabbiata. Naturale! Ho continuato: ‘Ti avverto, che ti piaccia o no. Quell’uomo ti ucciderebbe nel letto tanto volentieri quanto ti guarderebbe. È un poco di buono. Puoi dirmi quello che vuoi, ma ricorda quello che ti ho detto. È un poco di buono!’”

“Cosa ha detto lei?”

Miss Howard fece una smorfia estremamente espressiva.

“‘Caro Alfred’… ‘carissimo Alfred’… ‘calunnie malvagie’… ‘bugie malvagie’… ‘donna malvagia’… per aver accusato il suo ‘caro marito!’ Prima me ne vado da casa sua, meglio è. Quindi me ne vado.”

“Ma non ora?”

“In questo istante!”

Per un momento restammo seduti a fissarla. Infine John Cavendish, trovando inutili le sue persuasioni, andò a cercare gli orari dei treni. Sua moglie lo seguì, mormorando qualcosa sul convincere la signora Inglethorp a più miti consigli.

Appena lei lasciò la stanza, il volto di Miss Howard cambiò. Si sporse verso di me con impazienza.

“Signor Hastings, lei è onesto. Posso fidarmi di lei?”

Fui un po’ sorpreso. Lei posò la mano sul mio braccio e abbassò la voce fino a un sussurro.

“Si occupi di lei, signor Hastings. La mia povera Emily. Sono un branco di squali, tutti quanti. Oh, so bene di cosa parlo. Non ce n’è uno che non sia al verde e che non cerchi di spillare soldi a lei. L’ho protetta quanto ho potuto. Ora che sono fuori dai piedi, ne approfitteranno.”

“Naturalmente, Miss Howard,” dissi, “farò tutto ciò che è in mio potere, ma sono certo che lei sia solo agitata e sopraffatta.”

Mi interruppe scuotendo lentamente l’indice.

“Giovane uomo, mi dia retta. Ho vissuto nel mondo un po’ più a lungo di lei. Tutto ciò che le chiedo è di tenere gli occhi aperti. Capirà cosa intendo.”

Il rombo del motore giunse attraverso la finestra aperta; Miss Howard si alzò e si diresse verso la porta. La voce di John risuonò all’esterno. Con la mano sulla maniglia, voltò il capo sopra la spalla e mi fece cenno di avvicinarmi.

“Soprattutto, signor Hastings, tenga d’occhio quel diavolo di suo marito!”

Non ci fu tempo per altro. Miss Howard fu inghiottita da un coro ansioso di proteste e addii. Gli Inglethorp non si fecero vedere.

Mentre l’auto si allontanava, la signora Cavendish si staccò improvvisamente dal gruppo e attraversò il vialetto verso il prato per incontrare un uomo alto e barbuto che stava evidentemente dirigendosi verso la casa. Il colore le salì alle guance mentre gli porgeva la mano.

“Chi è quello?” chiesi bruscamente, perché istintivamente diffidavo dell’uomo.

“È il dottor Bauerstein,” disse John in tono sbrigativo.

“E chi è il dottor Bauerstein?”

“Alloggia al villaggio per una cura di riposo, dopo un grave esaurimento nervoso. È uno specialista di Londra; un uomo molto intelligente, uno dei più grandi esperti viventi di veleni, credo.”

“Ed è un grande amico di Mary,” aggiunse Cynthia, l’irrefrenabile.

John Cavendish si accigliò e cambiò argomento.

“Venga a fare due passi, Hastings. È stata una faccenda davvero spiacevole. Lei ha sempre avuto la lingua tagliente, ma non c’è amica più leale in Inghilterra di Evelyn Howard.”

Prese il sentiero attraverso la piantagione e scendemmo verso il villaggio attraverso i boschi che costeggiavano un lato della tenuta.

Mentre attraversavamo uno dei cancelli sulla via del ritorno, una bella giovane donna di tipo zingaresco, che proveniva dalla direzione opposta, s’inchinò e sorrise.

“È una bella ragazza,” commentai apprezzando.

Il volto di John si indurì.

“È la signora Raikes.”

“Quella di cui Miss Howard——”

“Esattamente,” disse John, con una bruschezza alquanto superflua.

Pensai alla vecchia signora dai capelli bianchi nella grande casa, e a quel piccolo volto vivido e malizioso che ci aveva appena sorriso, e un vago brivido di presagio mi colse. Lo scacciai.

“Styles è davvero un posto magnifico,” dissi a John.

Lui annuì piuttosto cupamente.

“Sì, è una bella proprietà. Un giorno sarà mia; dovrebbe già essere mia per diritto, se solo mio padre avesse fatto un testamento decente. E allora non sarei così dannatamente al verde come lo sono ora.”

“Al verde, dice?”

“Mio caro Hastings, non mi dispiace dirle che sono al limite, per quanto riguarda il denaro.”

“Suo fratello non potrebbe aiutarla?”

“Lawrence? Ha sperperato ogni centesimo che abbia mai avuto pubblicando versi osceni in rilegature eleganti. No, siamo una famiglia squattrinata. Mia madre è sempre stata terribilmente buona con noi, devo ammetterlo. Cioè, fino ad ora. Dal suo matrimonio, naturalmente——” si interruppe, accigliato.

Per la prima volta sentii che, con Evelyn Howard, qualcosa di indefinibile se n’era andato dall’atmosfera. La sua presenza significava sicurezza. Ora che quella sicurezza era venuta meno, l’aria sembrava carica di sospetto. Il volto sinistro del dottor Bauerstein mi tornò in mente in modo spiacevole. Un vago sospetto verso chiunque e qualunque cosa riempì la mia mente. Per un momento ebbi il presentimento di un male imminente.

CAPITOLO II. IL 16 E IL 17 LUGLIO

Ero arrivato a Styles il 5 luglio. Giungo ora agli eventi del 16 e 17 di quel mese. Per comodità del lettore, ricapitolerò gli incidenti di quei giorni nel modo più esatto possibile. Furono successivamente chiariti al processo tramite un lungo e tedioso processo di controinterrogatorio.

Ricevetti una lettera da Evelyn Howard un paio di giorni dopo la sua partenza, in cui mi diceva che lavorava come infermiera al grande ospedale di Middlingham, una città industriale a circa quindici miglia di distanza, e mi pregava di farle sapere se la signora Inglethorp avesse mai mostrato il desiderio di riconciliarsi.

L’unica nota stonata nei miei giorni tranquilli era lo straordinario, e per quanto mi riguardava, inesplicabile favore della signora Cavendish per la compagnia del dottor Bauerstein. Cosa trovasse in quell’uomo non riesco a immaginarlo, ma lei lo invitava costantemente a casa e spesso partiva con lui per lunghe spedizioni. Devo confessare che ero del tutto incapace di vedere il suo fascino.

Il 16 luglio cadeva di lunedì. Fu una giornata di tumulto. Il famoso bazar aveva avuto luogo sabato, e quella sera si sarebbe tenuto un intrattenimento, legato alla stessa beneficenza, durante il quale la signora Inglethorp avrebbe recitato una poesia di guerra. Passammo tutti la mattinata a sistemare e decorare la sala nel villaggio dove si sarebbe svolto. Pranzammo tardi e trascorremmo il pomeriggio riposando in giardino. Notai che l’atteggiamento di John era alquanto insolito. Sembrava molto eccitato e irrequieto.

Dopo il tè, la signora Inglethorp andò a riposare prima dei suoi impegni serali e io sfidai Mary Cavendish a una partita a tennis in singolo.

Verso le sette meno un quarto, la signora Inglethorp ci chiamò dicendo che avremmo fatto tardi poiché la cena era presto quella sera. Facemmo una corsa per prepararci in tempo; e prima che il pasto fosse finito, l’auto aspettava alla porta.

L’intrattenimento fu un grande successo, e la recitazione della signora Inglethorp ricevette applausi scroscianti. Ci furono anche alcuni *tableaux* in cui Cynthia prese parte. Non tornò con noi, essendo stata invitata a una cena e a trattenersi per la notte presso alcuni amici che avevano recitato con lei nei *tableaux*.

La mattina seguente, la signora Inglethorp rimase a letto per la colazione, poiché era piuttosto stanca; ma apparve nel suo umore più vivace verso le 12:30 e trascinò Lawrence e me a un pranzo.

“Un invito così affascinante da parte della signora Rolleston. La sorella di Lady Tadminster, sa. I Rolleston sono arrivati con il Conquistatore; una delle nostre famiglie più antiche.”

Mary si era scusata con il pretesto di un impegno con il dottor Bauerstein.

Facemmo un piacevole pranzo e, mentre ci allontanavamo, Lawrence suggerì di tornare passando per Tadminster, che era a malapena un miglio fuori strada, per fare visita a Cynthia al suo dispensario. La signora Inglethorp rispose che era un’ottima idea, ma poiché aveva diverse lettere da scrivere, ci avrebbe lasciati lì e noi saremmo potuti tornare con Cynthia sul calesse.

Fummo trattenuti sotto sospetto dal portiere dell’ospedale, finché Cynthia non apparve per garantirci, apparendo molto fresca e dolce nel suo lungo camice bianco. Ci portò nel suo santuario e ci presentò alla sua collega dispensiera, un individuo piuttosto inquietante, che Cynthia chiamava allegramente “Nibs”.

“Quante bottiglie!” esclamai, mentre il mio sguardo vagava per la piccola stanza. “Sa davvero cosa c’è dentro tutte?”

“Dica qualcosa di originale,” gemette Cynthia. “Ogni singola persona che viene qui dice questo. Stiamo seriamente pensando di conferire un premio al primo individuo che non dica: ‘Quante bottiglie!’. E so già qual è la prossima cosa che sta per dire: ‘Quante persone ha avvelenato?’”

Mi dichiarai colpevole con una risata.

“Se voi sapeste quanto è fatalmente facile avvelenare qualcuno per errore, non ci scherzereste sopra. Forza, prendiamo il tè. Abbiamo ogni sorta di scorta segreta in quell’armadio. No, Lawrence, quello è l’armadio dei veleni. L’armadio grande, esatto.”

Prendemmo un tè molto allegro e aiutammo Cynthia a lavare i piatti dopo. Avevamo appena riposto l’ultimo cucchiaino quando qualcuno bussò alla porta. I volti di Cynthia e Nibs furono improvvisamente pietrificati in un’espressione severa e proibitiva.

“Avanti,” disse Cynthia, con un tono acuto e professionale.

Una giovane infermiera dall’aria piuttosto spaventata apparve con una bottiglia che offrì a Nibs, la quale la indirizzò verso Cynthia con l’osservazione alquanto enigmatica:

“Oggi non sono qui.”

Cynthia prese la bottiglia ed esaminò con la severità di un giudice.

“Questa doveva essere inviata stamattina.”

“La caposala è molto dispiaciuta. Si è dimenticata.”

“La caposala dovrebbe leggere le regole fuori dalla porta.”

Dedussi dall’espressione della piccola infermiera che non c’era la minima probabilità che avesse il coraggio di riferire questo messaggio alla temuta “Caposala”.

“Quindi ora non può essere fatto fino a domani,” concluse Cynthia.

“Non crede che potrebbe farcelo avere stasera?”

“Beh,” disse Cynthia gentilmente, “siamo molto impegnate, ma se abbiamo tempo sarà fatto.”

La piccola infermiera si ritirò e Cynthia prese prontamente un barattolo dallo scaffale, riempì la bottiglia e la mise sul tavolo fuori dalla porta.

Risi.

“La disciplina deve essere mantenuta?”

“Esattamente. Venga sul nostro balconcino. Può vedere tutti i reparti esterni da lì.”

Seguii Cynthia e la sua amica, che mi indicarono i diversi reparti. Lawrence rimase indietro, ma dopo pochi istanti Cynthia lo chiamò sopra la spalla perché venisse a unirsi a noi. Poi guardò l’orologio.

“Nient’altro da fare, Nibs?”

“No.”

“Va bene. Allora possiamo chiudere e andare.”

Avevo visto Lawrence sotto una luce completamente diversa quel pomeriggio. Rispetto a John, era una persona incredibilmente difficile da conoscere. Era l’opposto di suo fratello sotto quasi ogni aspetto, essendo insolitamente timido e riservato. Eppure possedeva un certo fascino nei modi e immaginai che, se lo si fosse conosciuto davvero bene, si sarebbe potuto provare per lui un affetto profondo. Avevo sempre immaginato che il suo comportamento verso Cynthia fosse piuttosto costretto e che lei, da parte sua, fosse incline a essere timida con lui. Ma quel pomeriggio erano entrambi abbastanza allegri e chiacchieravano insieme come due bambini.

Mentre attraversavamo il villaggio, mi ricordai che volevo dei francobolli, così ci fermammo all’ufficio postale.

Mentre ne uscivo, andai a sbattere contro un ometto che stava proprio entrando. Mi feci da parte e mi scusai, quando improvvisamente, con una forte esclamazione, mi strinse tra le braccia e mi baciò calorosamente.

“Mon ami Hastings!” gridò. “È davvero mon ami Hastings!”

“Poirot!” esclamai.

Mi voltai verso il calesse.

“Questo è un incontro molto piacevole per me, Miss Cynthia. Questo è il mio vecchio amico, Monsieur Poirot, che non vedevo da anni.”

“Oh, conosciamo Monsieur Poirot,” disse Cynthia allegramente. “Ma non avevo idea che fosse un suo amico.”

“Sì, davvero,” disse Poirot seriamente. “Conosco Mademoiselle Cynthia. È grazie alla carità di quella buona signora Inglethorp che sono qui.” Poi, mentre lo guardavo interrogativo: “Sì, amico mio, lei ha gentilmente esteso la sua ospitalità a sette dei miei compatrioti che, ahimè, sono rifugiati dalla loro terra natia. Noi belgi la ricorderemo sempre con gratitudine.”

Poirot era un ometto dall’aspetto straordinario. Era alto poco più di un metro e sessanta, ma si portava con grande dignità. La sua testa aveva esattamente la forma di un uovo e la teneva sempre leggermente inclinata da un lato. I suoi baffi erano molto rigidi e militari. La cura del suo abbigliamento era quasi incredibile. Credo che un granello di polvere gli avrebbe causato più dolore di una ferita da proiettile. Eppure questo stravagante ometto vanitoso che, con mio dispiacere, ora zoppicava vistosamente, era stato a suo tempo uno dei membri più celebri della polizia belga. Come investigatore, il suo fiuto era stato straordinario e aveva ottenuto trionfi risolvendo alcuni dei casi più sconcertanti dell’epoca.

Mi indicò la piccola casa abitata da lui e dai suoi compagni belgi, e promisi di andarlo a trovare presto. Poi si tolse il cappello con un gesto teatrale verso Cynthia e noi ci allontanammo.

“È un caro ometto,” disse Cynthia. “Non avevo idea che lei lo conoscesse.”

“Ha ospitato una celebrità senza saperlo,” risposi.

E, per il resto del tragitto verso casa, recitai loro le varie imprese e i trionfi di Hercule Poirot.

Arrivammo di ritorno in uno stato d’animo molto allegro. Mentre entravamo nell’atrio, la signora Inglethorp uscì dal suo boudoir. Sembrava arrossata e turbata.

“Oh, siete voi,” disse.

“C’è qualcosa che non va, zia Emily?” chiese Cynthia.

“Certamente no,” disse la signora Inglethorp bruscamente. “Cosa dovrebbe esserci?” Poi, scorgendo Dorcas, la cameriera, che entrava in sala da pranzo, la chiamò per portarle dei francobolli nel boudoir.

“Sì, signora.” La vecchia servitrice esitò, poi aggiunse con timidezza: “Non crede, signora, che farebbe meglio ad andare a letto? Sembra molto stanca.”

“Forse hai ragione, Dorcas; sì; no; non ora. Ho delle lettere che devo finire entro l’orario di chiusura della posta. Hai acceso il fuoco nella mia stanza come ti ho detto?”

“Sì, signora.”

“Allora andrò a letto subito dopo cena.”

Tornò nel boudoir e Cynthia la fissò mentre si allontanava.

“Santo cielo! Mi chiedo cosa stia succedendo,” disse a Lawrence.

Lui non sembrò averla sentita, poiché senza dire una parola girò sui tacchi e uscì di casa.

Suggerii una veloce partita a tennis prima di cena e, con l’assenso di Cynthia, corsi al piano di sopra a prendere la mia racchetta.

La signora Cavendish stava scendendo le scale. Potrebbe essere stata una mia impressione, ma anche lei sembrava strana e turbata.

“Ha fatto una bella passeggiata con il dottor Bauerstein?” chiesi, cercando di apparire il più indifferente possibile.

“Non ci sono andata,” rispose bruscamente. “Dov’è la signora Inglethorp?”

“Nel boudoir.”

La sua mano si serrò sulla ringhiera, poi sembrò farsi coraggio per qualche incontro e mi passò rapidamente accanto scendendo le scale, attraversando l’atrio verso il boudoir, la cui porta chiuse dietro di sé.

Mentre correvo verso il campo da tennis pochi istanti dopo, dovetti passare davanti alla finestra aperta del boudoir e non potei fare a meno di ascoltare il seguente frammento di dialogo. Mary Cavendish stava dicendo con la voce di una donna che cercava disperatamente di controllarsi:

“Allora non me lo mostrerà?”

Al che la signora Inglethorp rispose:

“Mia cara Mary, non ha nulla a che fare con quella faccenda.”

“Allora me lo mostri.”

“Le dico che non è ciò che immagina. Non la riguarda minimamente.”

Al che Mary Cavendish rispose, con crescente amarezza:

“Certo, avrei dovuto sapere che lei lo avrebbe protetto.”

Cynthia mi stava aspettando e mi accolse con entusiasmo:

“Dico! C’è stata la lite più terribile! Ho saputo tutto da Dorcas.”

“Che tipo di lite?”

“Tra zia Emily e lui. Spero tanto che lei l’abbia scoperto finalmente!”

“Dorcas era lì, allora?”

“Certo che no. ‘Si è trovata vicino alla porta’. È stata una vera scenata. Vorrei tanto sapere di cosa si trattava.”

Pensai al volto zingaresco della signora Raikes e agli avvertimenti di Evelyn Howard, ma decisi saggiamente di tacere, mentre Cynthia esauriva ogni ipotesi possibile e sperava allegramente: “Zia Emily lo caccerà via e non gli parlerà mai più.”

Ero ansioso di trovare John, ma non si vedeva da nessuna parte. Evidentemente era accaduto qualcosa di molto importante quel pomeriggio. Provai a dimenticare le poche parole che avevo ascoltato, ma, per quanto facessi, non riuscivo a scacciarle del tutto dalla mia mente. Qual era l’interesse di Mary Cavendish nella faccenda?

Il signor Inglethorp era nel salotto quando scesi per la cena. Il suo volto era impassibile come sempre e la strana irrealtà dell’uomo mi colpì di nuovo.

La signora Inglethorp scese per ultima. Sembrava ancora agitata e, durante il pasto, ci fu un silenzio alquanto forzato. Inglethorp era insolitamente silenzioso. Di solito, circondava la moglie di piccole attenzioni, mettendole un cuscino dietro la schiena e interpretando, in tutto e per tutto, la parte del marito devoto. Subito dopo cena, la signora Inglethorp si ritirò di nuovo nel suo boudoir.

“Mandami il caffè qui, Mary,” chiamò. “Ho giusto cinque minuti per arrivare in tempo per la posta.”

Cynthia e io ci sedemmo vicino alla finestra aperta del salotto. Mary Cavendish ci portò il caffè. Sembrava eccitata.

“Voi giovani volete la luce o vi godete il crepuscolo?” chiese. “Porterai tu il caffè alla signora Inglethorp, Cynthia? Lo verso io.”

“Non disturbarti, Mary,” disse Inglethorp. “Lo porterò io a Emily.” Lo versò e uscì dalla stanza portandolo con cura.

Lawrence lo seguì e la signora Cavendish si sedette vicino a noi.

Sedemmo tutti e tre per un po’ in silenzio. Era una notte gloriosa, calda e immobile. La signora Cavendish si faceva aria delicatamente con un ventaglio di palma.

“È quasi troppo caldo,” mormorò. “Avremo un temporale.”

Ahimè, che questi momenti armoniosi non possano mai durare! Il mio paradiso fu rudemente infranto dal suono di una voce ben nota, e cordialmente detestata, nell’atrio.

“Il dottor Bauerstein!” esclamò Cynthia. “Che ora strana per venire.”

Lanciai uno sguardo geloso a Mary Cavendish, ma lei sembrava del tutto imperturbabile; il delicato pallore delle sue guance non mutò.

Dopo pochi istanti, Alfred Inglethorp introdusse il dottore, che rideva e protestava dicendo di non essere in condizioni adatte a un salotto. In verità, offriva uno spettacolo pietoso, essendo letteralmente coperto di fango.

“Cosa ha fatto, dottore?” esclamò la signora Cavendish.

“Devo porgere le mie scuse,” disse il dottore. “Non intendevo davvero venire, ma il signor Inglethorp ha insistito.”

“Beh, Bauerstein, è conciato male,” disse John, entrando dall’atrio. “Prenda un caffè e ci racconti cosa ha combinato.”

“Grazie, lo farò.” Rise piuttosto amaramente, descrivendo come avesse scoperto una specie di felce molto rara in un luogo inaccessibile e, nel tentativo di prenderla, avesse perso l’equilibrio, scivolando ignominiosamente in uno stagno vicino.

“Il sole mi ha asciugato presto,” aggiunse, “ma temo che il mio aspetto sia molto poco rispettabile.”

A questo punto, la signora Inglethorp chiamò Cynthia dall’atrio e la ragazza corse fuori.

“Portami su la mia ventiquattrore, vuoi, cara? Sto andando a letto.”

La porta che dava sull’atrio era ampia. Mi ero alzato quando Cynthia lo aveva fatto, John era vicino a me. C’erano quindi tre testimoni che avrebbero potuto giurare che la signora Inglethorp portasse il suo caffè, ancora non assaggiato, in mano.

La mia serata fu completamente e assolutamente rovinata dalla presenza del dottor Bauerstein. Mi sembrava che l’uomo non se ne sarebbe mai andato. Alla fine, però, si alzò e tirai un sospiro di sollievo.

“Farò due passi fino al villaggio con lei,” disse il signor Inglethorp. “Devo vedere il nostro agente per i conti della tenuta.” Si voltò verso John. “Nessuno deve stare sveglio. Prenderò io la chiave di sicurezza.”

CAPITOLO III. LA NOTTE DELLA TRAGEDIA

Per rendere chiara questa parte della mia storia, allego la seguente piantina del primo piano di Styles. Alle stanze della servitù si accede attraverso la porta B. Non hanno alcuna comunicazione con l’ala destra, dove erano situate le stanze degli Inglethorp.

Sembrava essere notte fonda quando fui svegliato da Lawrence Cavendish. Aveva una candela in mano e l’agitazione sul suo volto mi disse subito che qualcosa non andava.

“Cosa succede?” chiesi, sedendomi a letto e cercando di raccogliere i miei pensieri sparsi.

“Temiamo che mia madre stia molto male. Sembra avere una sorta di crisi. Purtroppo si è chiusa a chiave dentro.”

“Vengo subito.”

Balzai giù dal letto e, infilatomi una vestaglia, seguii Lawrence lungo il corridoio e la galleria fino all’ala destra della casa.

John Cavendish si unì a noi e alcuni dei servitori stavano lì intorno in uno stato di soggezione ed eccitazione. Lawrence si voltò verso suo fratello.

“Cosa pensi che dovremmo fare?”

Mai, pensai, la sua indecisione di carattere era stata più evidente.

John scosse violentemente la maniglia della porta della signora Inglethorp, ma senza alcun effetto. Era chiaramente chiusa a chiave o con il catenaccio dall’interno. L’intera casa era ormai sveglia. Si sentivano i suoni più allarmanti dall’interno della stanza. Chiaramente bisognava fare qualcosa.

“Provate a passare dalla stanza del signor Inglethorp, signore,” esclamò Dorcas. “Oh, la povera padrona!”

All’improvviso mi resi conto che Alfred Inglethorp non era con noi, che lui solo non aveva dato alcun segno della sua presenza. John aprì la porta della sua stanza. Era buio pesto, ma Lawrence seguiva con la candela e, alla sua debole luce, vedemmo che il letto non era stato disfatto e che non c’era alcun segno che la stanza fosse stata occupata.

Andammo dritti alla porta comunicante. Anche quella era chiusa a chiave o con il chiavistello dall’interno. Cosa si poteva fare?

“Oh, cielo, signore,” gridò Dorcas, torcendosi le mani, “cosa mai dobbiamo fare?”

“Dobbiamo provare a sfondare la porta, suppongo. Sarà un lavoro duro, però. Sentite, che una delle cameriere vada giù a svegliare Baily e gli dica di andare subito a chiamare il dottor Wilkins. Bene, allora, faremo un tentativo con la porta. Un momento, però, non c’è una porta che comunica con le stanze della signorina Cynthia?”

“Sì, signore, ma quella è sempre chiusa con il chiavistello. Non è mai stata aperta.”

“Beh, potremmo dare un’occhiata.”

Corse rapidamente lungo il corridoio verso la stanza di Cynthia. Mary Cavendish era lì, scuoteva la ragazza — che doveva avere un sonno insolitamente pesante — e cercava di svegliarla.

Dopo un istante o due tornò indietro.

“Niente da fare. Anche quella è chiusa con il chiavistello. Dobbiamo sfondare la porta. Penso che questa sia un po’ meno solida di quella nel corridoio.”

Ci sforzammo e spingemmo insieme. L’intelaiatura della porta era solida e per molto tempo resistette ai nostri sforzi, ma alla fine la sentimmo cedere sotto il nostro peso e, finalmente, con un fragore assordante, fu spalancata.

Entrammo inciampando l’uno nell’altro, con Lawrence che teneva ancora la candela. La signora Inglethorp giaceva sul letto, l’intera figura agitata da violente convulsioni, in una delle quali doveva aver rovesciato il tavolino accanto a lei. Non appena entrammo, però, i suoi arti si rilassarono e ricadde sui cuscini.

John attraversò la stanza a grandi passi e accese il gas. Voltandosi verso Annie, una delle cameriere, la mandò di sotto in sala da pranzo a prendere del brandy. Poi andò verso sua madre, mentre io scostavo il chiavistello della porta che dava sul corridoio.

Mi voltai verso Lawrence per suggerirgli che avrei fatto meglio a lasciarli soli, ora che non c’era più bisogno dei miei servizi, ma le parole mi si gelarono sulle labbra. Mai ho visto un’espressione così spettrale sul volto di un uomo. Era bianco come il gesso, la candela che teneva nella mano tremante sputacchiava sul tappeto e i suoi occhi, pietrificati dal terrore o da qualche emozione simile, fissavano un punto sulla parete di fronte, sopra la mia testa. Era come se avesse visto qualcosa che lo aveva trasformato in pietra. Istintivamente seguii la direzione del suo sguardo, ma non riuscii a vedere nulla di insolito. Le ceneri che ancora brillavano debolmente nel camino e la fila di ornamenti austeri sulla mensola del caminetto erano certamente innocue.

La violenza dell’attacco della signora Inglethorp sembrava placarsi. Riusciva a parlare con brevi sussulti.

“Meglio ora... molto improvviso... stupida io... a chiudermi dentro.”

Un’ombra cadde sul letto e, guardando in alto, vidi Mary Cavendish in piedi vicino alla porta con il braccio attorno a Cynthia. Sembrava sostenere la ragazza, che appariva totalmente stordita e diversa dal solito. Il suo viso era visibilmente arrossato e sbadigliava ripetutamente.

“La povera Cynthia è molto spaventata,” disse la signora Cavendish con voce bassa e chiara. Lei stessa, notai, era vestita con il suo camice da lavoro bianco. Allora doveva essere più tardi di quanto pensassi. Vidi che un debole raggio di luce diurna filtrava attraverso le tende delle finestre e che l’orologio sulla mensola del caminetto segnava quasi le cinque.

Un grido strozzato proveniente dal letto mi fece sobbalzare. Un nuovo accesso di dolore colse la sfortunata vecchia signora. Le convulsioni erano di una violenza terribile a vedersi. Tutto era confusione. Ci stringemmo attorno a lei, impotenti di aiutare o alleviare. Una convulsione finale la sollevò dal letto, finché sembrò poggiare solo sulla testa e sui talloni, con il corpo inarcato in modo straordinario. Invano Mary e John cercarono di somministrarle altro brandy. I momenti volavano. Di nuovo il corpo si inarcò in quella strana maniera.

In quel momento, il dottor Bauerstein si fece largo con autorità nella stanza. Per un istante si fermò di colpo, fissando la figura sul letto e, nello stesso istante, la signora Inglethorp gridò con voce strozzata, gli occhi fissi sul dottore:

“Alfred—Alfred...” Poi ricadde immobile sui cuscini.

Con un passo il dottore raggiunse il letto e, afferrandole le braccia, le mosse energicamente, applicando quella che riconobbi come respirazione artificiale. Diede alcuni brevi ordini secchi ai servitori. Un gesto imperioso della sua mano ci spinse tutti verso la porta. Lo guardammo, affascinati, anche se credo che tutti in cuor nostro sapessimo che era troppo tardi e che ormai non si poteva fare più nulla. Potevo vedere dall’espressione del suo volto che lui stesso nutriva poche speranze.

Alla fine abbandonò il suo compito, scuotendo il capo con gravità. In quel momento, udimmo passi fuori e il dottor Wilkins, il medico personale della signora Inglethorp, un ometto corpulento e indaffarato, entrò di corsa.

Con poche parole il dottor Bauerstein spiegò come si fosse trovato a passare davanti ai cancelli della portineria mentre l’auto usciva e come fosse corso alla casa il più velocemente possibile, mentre l’auto proseguiva per andare a prendere il dottor Wilkins. Con un lieve gesto della mano, indicò la figura sul letto.

“Tris—tissimo. Tris—tissimo,” mormorò il dottor Wilkins. “Povera cara signora. Ha sempre fatto fin troppo—fin troppo—contro il mio consiglio. L’avevo avvertita. Il suo cuore era tutt’altro che forte. ‘Se la prenda comoda,’ le dicevo, ‘se—la—prenda—comoda’. Ma no—il suo zelo per le buone opere era troppo grande. La natura si è ribellata. La—na—tu—ra—si—è—ri—bel—la—ta.”

Il dottor Bauerstein, notai, stava osservando attentamente il medico locale. Continuò a tenere gli occhi fissi su di lui mentre parlava.

“Le convulsioni sono state di una violenza particolare, dottor Wilkins. Mi dispiace che lei non sia stato qui in tempo per assistervi. Erano del tutto... di carattere tetanico.”

“Ah!” disse il dottor Wilkins con aria sapiente.

“Vorrei parlarle in privato,” disse il dottor Bauerstein. Si voltò verso John. “Non ha obiezioni?”

“Certamente no.”

Tutti noi uscimmo nel corridoio, lasciando i due dottori soli e sentii la chiave girare nella serratura dietro di noi.

Scendemmo lentamente le scale. Ero violentemente eccitato. Ho un certo talento per la deduzione e il modo di fare del dottor Bauerstein aveva fatto nascere uno stormo di congetture selvagge nella mia mente. Mary Cavendish mi posò una mano sul braccio.

“Che succede? Perché il dottor Bauerstein sembrava così... particolare?”

La guardai.

“Sa cosa penso?”

“Cosa?”

“Ascolti!” Mi guardai intorno, gli altri erano fuori portata di voce. Abbassai la voce in un sussurro. “Credo che sia stata avvelenata! Sono certo che il dottor Bauerstein lo sospetti.”

“Cosa?” Si ritrasse contro il muro, le pupille dei suoi occhi si dilatarono selvaggiamente. Poi, con un grido improvviso che mi fece sobbalzare, esclamò: “No, no—non questo—non questo!” E, divincolandosi da me, fuggì su per le scale. La seguii, temendo che stesse per svenire. La trovai appoggiata alla ringhiera, mortalmente pallida. Mi scacciò con impazienza.

“No, no—mi lasci. Preferisco stare sola. Mi lasci stare tranquilla per un minuto o due. Vada di sotto dagli altri.”

Obbedii a malincuore. John e Lawrence erano in sala da pranzo. Li raggiunsi. Eravamo tutti silenziosi, ma suppongo di aver dato voce ai pensieri di tutti quando alla fine ruppi il silenzio dicendo:

“Dov’è il signor Inglethorp?”

John scosse la testa.

“Non è in casa.”

I nostri sguardi si incrociarono. Dov’era Alfred Inglethorp? La sua assenza era strana e inspiegabile. Ricordai le parole morenti della signora Inglethorp. Cosa si celava dietro di esse? Cos’altro avrebbe potuto dirci, se avesse avuto tempo?

Alla fine udimmo i dottori scendere le scale. Il dottor Wilkins appariva importante ed eccitato, e cercava di nascondere un’esultanza interiore sotto un’aria di decorosa calma. Il dottor Bauerstein rimaneva in disparte, il suo volto grave e barbuto immutato. Il dottor Wilkins fu il portavoce per entrambi. Si rivolse a John:

“Signor Cavendish, vorrei il suo consenso per un’autopsia.”

“È necessario?” chiese John gravemente. Uno spasmo di dolore gli attraversò il volto.

“Assolutamente,” disse il dottor Bauerstein.

“Intende dire con questo...?”

“Che né il dottor Wilkins né io potremmo rilasciare un certificato di morte date le circostanze.”

John chinò il capo.

“In tal caso, non ho altra alternativa che acconsentire.”

“Grazie,” disse il dottor Wilkins sbrigativamente. “Proponiamo che abbia luogo domani sera—o meglio, stanotte.” E lanciò un’occhiata alla luce del giorno. “Date le circostanze, temo che un’inchiesta non si possa evitare—queste formalità sono necessarie, ma vi prego di non affliggervi.”

Ci fu una pausa e poi il dottor Bauerstein tirò fuori due chiavi dalla tasca e le porse a John.

“Queste sono le chiavi delle due stanze. Le ho chiuse a chiave e, a mio avviso, sarebbe meglio tenerle chiuse per il momento.”

I dottori poi se ne andarono.

Avevo accarezzato un’idea nella mia mente e sentivo che era giunto il momento di proporla. Eppure ero un po’ titubante nel farlo. John, lo sapevo, aveva l’orrore di qualsiasi tipo di pubblicità ed era un ottimista accomodante, che preferiva non affrontare mai i problemi prima del tempo. Sarebbe potuto essere difficile convincerlo della solidità del mio piano. Lawrence, d’altro canto, essendo meno convenzionale e avendo più immaginazione, sentivo che avrei potuto contare su di lui come alleato. Non c’era dubbio che fosse giunto il momento per me di prendere l’iniziativa.

“John,” dissi, “ho intenzione di chiederti una cosa.”

“Bene?”

“Ricordi quando ti ho parlato del mio amico Poirot? Il belga che è qui? È stato un detective molto famoso.”

“Sì.”

“Voglio che tu mi permetta di chiamarlo—per investigare su questa faccenda.”

“Cosa—ora? Prima dell’autopsia?”

“Sì, il tempo è un vantaggio se—se—c’è stata una manovra illecita.”

“Sciocchezze!” gridò Lawrence con rabbia. “A mio parere l’intera faccenda è un castello di carte di Bauerstein! Wilkins non ne aveva la minima idea, finché Bauerstein non gliel’ha messa in testa. Ma, come tutti gli specialisti, Bauerstein ha una fissazione. I veleni sono il suo passatempo, quindi naturalmente li vede ovunque.”

Confesso che fui sorpreso dall’atteggiamento di Lawrence. Raramente era così veemente su qualcosa.

John esitò.

“Non riesco a pensarla come te, Lawrence,” disse alla fine. “Sono propenso a dare carta bianca a Hastings, anche se preferirei aspettare un po’. Non vogliamo alcuno scandalo inutile.”

“No, no,” gridai con impazienza, “non devi temere nulla. Poirot è la discrezione in persona.”

“Molto bene, allora, fai pure a modo tuo. Lo lascio nelle tue mani. Anche se, se è come sospettiamo, sembra un caso abbastanza chiaro. Che Dio mi perdoni se sto commettendo un’ingiustizia nei suoi confronti!”

Guardai l’orologio. Erano le sei. Decisi di non perdere tempo.

Mi concessi però cinque minuti di ritardo. Li spesi frugando nella biblioteca finché non scoprii un libro di medicina che forniva una descrizione dell’avvelenamento da stricnina.

CAPITOLO IV. POIROT INDAGA

La casa che i belgi occupavano nel villaggio era molto vicina ai cancelli del parco. Si poteva risparmiare tempo prendendo uno stretto sentiero attraverso l’erba alta, che tagliava i tornanti del viale tortuoso. Così io, di conseguenza, andai per quella strada. Ero quasi arrivato alla portineria, quando la mia attenzione fu catturata dalla figura di un uomo che correva verso di me. Era il signor Inglethorp. Dove era stato? Come intendeva spiegare la sua assenza?

Mi interpellò con ansia.

“Mio Dio! È terribile! La mia povera moglie! L’ho appena saputo.”

“Dove sei stato?” chiesi.

“Denby mi ha trattenuto fino a tardi ieri sera. Era l’una quando abbiamo finito. Poi ho scoperto di aver dimenticato le chiavi di casa, dopotutto. Non volevo svegliare la famiglia, così Denby mi ha dato un letto.”

“Come hai saputo la notizia?” chiesi.

“Wilkins ha bussato da Denby per avvisarlo. La mia povera Emily! Era così dedita al sacrificio—un carattere così nobile. Ha sforzato troppo le sue forze.”

Un’ondata di repulsione mi travolse. Che ipocrita consumato era quest’uomo!

“Devo sbrigarmi,” dissi, grato che non mi chiedesse dove fossi diretto.

In pochi minuti stavo bussando alla porta di Leastways Cottage.

Non ricevendo risposta, ripetei il mio richiamo con impazienza. Una finestra sopra di me si aprì con cautela e Poirot stesso si affacciò.

Esclamò con sorpresa nel vedermi. In poche brevi parole, gli spiegai la tragedia che era accaduta e che avevo bisogno del suo aiuto.

“Aspetti, amico mio, la farò entrare e lei mi racconterà l’accaduto mentre mi vesto.”

In pochi istanti ebbe sbarrato la porta e lo seguii su nella sua stanza. Lì mi fece accomodare su una sedia e raccontai tutta la storia, senza nascondere nulla e senza omettere alcun particolare, per quanto insignificante, mentre lui stesso faceva una toilette attenta e deliberata.

Gli raccontai del mio risveglio, delle parole morenti della signora Inglethorp, dell’assenza di suo marito, del litigio del giorno prima, del frammento di conversazione tra Mary e sua suocera che avevo origliato, del precedente litigio tra la signora Inglethorp ed Evelyn Howard e delle insinuazioni di quest’ultima.

Non ero lucido come avrei voluto. Mi ripetei più volte e occasionalmente dovetti tornare su qualche dettaglio che avevo dimenticato. Poirot mi sorrise gentilmente.

“La mente è confusa? Non è così? Si prenda il suo tempo, mon ami. Lei è agitato; lei è eccitato—è naturale. Più tardi, quando saremo più calmi, organizzeremo i fatti, ordinatamente, ciascuno al suo posto. Esamineremo—e rifiuteremo. Quelli di importanza li metteremo da una parte; quelli di nessuna importanza, pouf!”—corrugò il suo viso da cherubino e sbuffò in modo abbastanza comico—“li via!”

“Tutto molto bello,” obiettai, “ma come intendi decidere cosa è importante e cosa no? Quella mi sembra sempre la difficoltà.”

Poirot scosse la testa energicamente. Stava ora sistemando i baffi con cura squisita.

“Non è così. Voyons! Un fatto porta all’altro—così continuiamo. Il prossimo si incastra con quello? À merveille! Bene! Possiamo procedere. Questo prossimo piccolo fatto—no! Ah, è curioso! C’è qualcosa che manca—un anello nella catena che non è lì. Esaminiamo. Cerchiamo. E quel piccolo fatto curioso, quel dettaglio magari meschino che non torna, lo mettiamo qui!” Fece un gesto stravagante con la mano. “È significativo! È tremendo!”

“S—ì...”

“Ah!” Poirot agitò l’indice così ferocemente verso di me che ne fui intimidito. “Attenzione! Pericolo per il detective che dice: ‘È così piccolo—non conta. Non quadra. Lo dimenticherò.’ Quella è la strada per la confusione! Tutto conta.”

“Lo so. Me l’hai sempre detto. Ecco perché ho esaminato tutti i dettagli di questa faccenda, che mi sembrassero rilevanti o meno.”

“E ne sono soddisfatto. Lei ha una buona memoria e mi ha esposto i fatti fedelmente. Sull’ordine in cui li presenta, non dico nulla—davvero, è deplorevole! Ma tengo conto—lei è sconvolto. A ciò attribuisco la circostanza che lei abbia omesso un fatto di importanza capitale.”

“Quale?” chiesi.

“Lei non mi ha detto se la signora Inglethorp ha mangiato bene ieri sera.”

Lo fissai. Sicuramente la guerra aveva intaccato il cervello del piccoletto. Era accuratamente impegnato a spazzolare il cappotto prima di indossarlo e sembrava totalmente assorto nel compito.

“Non ricordo,” dissi. “E, comunque, non vedo...”

“Lei non vede? Ma è della massima importanza.”

“Non capisco perché,” dissi, piuttosto infastidito. “Per quanto possa ricordare, non ha mangiato molto. Era chiaramente turbata e questo le aveva tolto l’appetito. Era naturale.”

“Sì,” disse Poirot pensieroso, “era solo naturale.”

Aprì un cassetto e tirò fuori una piccola ventiquattrore, poi si voltò verso di me.

“Ora sono pronto. Procederemo verso il castello e studieremo la faccenda sul posto. Mi scusi, mon ami, lei si è vestito in fretta e la sua cravatta è di lato. Mi permetta.” Con un gesto abile, la risistemò.

“Ça y est! Ora, iniziamo?”

Attraversammo in fretta il villaggio e girammo verso i cancelli della portineria. Poirot si fermò per un momento e guardò con tristezza la bellissima distesa del parco, ancora scintillante di rugiada mattutina.

“Così bello, così bello, eppure, la povera famiglia, immersa nel dolore, prostrata dal cordoglio.”

Mi guardò intensamente mentre parlava e mi resi conto di essere arrossito sotto il suo sguardo prolungato.

La famiglia era prostrata dal cordoglio? Il dolore per la morte della signora Inglethorp era così grande? Mi resi conto che c’era una carenza emotiva nell’atmosfera. La donna morta non aveva il dono di ispirare amore. La sua morte era uno shock e un turbamento, ma non sarebbe stata rimpianta appassionatamente.

Poirot sembrò seguire i miei pensieri. Annuì gravemente con la testa.

“No, lei ha ragione,” disse, “non è come se ci fosse un legame di sangue. È stata gentile e generosa con questi Cavendish, ma non era la loro madre. Il sangue parla—lo ricordi sempre—il sangue parla.”

“Poirot,” dissi, “vorrei che mi dicessi perché volevi sapere se la signora Inglethorp ha mangiato bene ieri sera? L’ho rimuginato nella mia mente, ma non vedo cosa c’entri con la faccenda.”

Rimase in silenzio per un minuto o due mentre camminavamo, ma alla fine disse:

“Non mi dispiace dirglielo—anche se, come sa, non è mia abitudine spiegare finché non si giunge alla fine. L’ipotesi attuale è che la signora Inglethorp sia morta per avvelenamento da stricnina, presumibilmente somministrata nel suo caffè.”

“Sì?”

“Bene, a che ora è stato servito il caffè?”

“Verso le otto.”

“Pertanto lo ha bevuto tra quell’ora e le otto e mezza—certamente non molto più tardi. Beh, la stricnina è un veleno abbastanza rapido. I suoi effetti si sentirebbero molto presto, probabilmente in circa un’ora. Eppure, nel caso della signora Inglethorp, i sintomi non si manifestano fino alle cinque del mattino seguente: nove ore! Ma un pasto abbondante, consumato all’incirca nello stesso momento del veleno, potrebbe ritardarne gli effetti, sebbene difficilmente fino a quel punto. Tuttavia, è una possibilità da prendere in considerazione. Ma, secondo lei, ha mangiato molto poco a cena, eppure i sintomi non si sviluppano fino al mattino presto! Ora, questa è una circostanza curiosa, amico mio. Qualcosa potrebbe emergere all’autopsia per spiegarlo. Nel frattempo, lo ricordi.”

Mentre ci avvicinavamo alla casa, John uscì e ci venne incontro. Il suo volto appariva stanco e segnato.

“Questa è una faccenda terribile, Monsieur Poirot,” disse. “Hastings le ha spiegato che ci preme evitare qualsiasi pubblicità?”

“Comprendo perfettamente.”

“Vede, è solo un sospetto finora. Non abbiamo nulla su cui basarci.”

“Precisamente. È solo una questione di precauzione.”

John si rivolse a me, tirando fuori il suo portasigarette e accendendo una sigaretta mentre lo faceva.

“Sai che quel tizio, Inglethorp, è tornato?”

“Sì. L’ho incontrato.”

John gettò il fiammifero in un’aiuola adiacente, un gesto che fu troppo per la sensibilità di Poirot. Lo recuperò e lo seppellì ordinatamente.

“È dannatamente difficile sapere come trattarlo.”

“Quella difficoltà non esisterà a lungo,” pronunciò Poirot con calma.

John apparve perplesso, non comprendendo appieno il presagio di questa affermazione criptica. Mi porse le due chiavi che il dottor Bauerstein gli aveva dato.

“Mostri a Monsieur Poirot tutto ciò che vuole vedere.”

“Le stanze sono chiuse a chiave?” chiese Poirot.

“Il dottor Bauerstein lo ha ritenuto opportuno.”

Poirot annuì pensieroso.

“Allora è molto sicuro. Bene, questo semplifica le cose per noi.”

Salimmo insieme alla stanza della tragedia. Per comodità, allego una piantina della stanza e dei principali mobili presenti.

Poirot chiuse la porta dall’interno e procedette a un’ispezione minuziosa della stanza. Scattò da un oggetto all’altro con l’agilità di una cavalletta. Rimasi vicino alla porta, temendo di cancellare qualsiasi traccia. Poirot, tuttavia, non sembrò essermi grato per la mia indulgenza.

“Cosa ha, amico mio,” gridò, “che resta lì come—come si dice?—ah, sì, il maiale bloccato?”

“Tracce? Ma che idea! C’è già stata praticamente un’armata nella stanza! Quali tracce pensiamo di trovare? No, venga qui e mi aiuti nelle ricerche. Deporrò la mia piccola valigetta finché non mi servirà.”

Lo fece, sul tavolino rotondo vicino alla finestra, ma fu una mossa imprudente; poiché, essendo il piano instabile, si inclinò e fece precipitare la valigetta sul pavimento.

“Eh voilà une table!” esclamò Poirot. “Ah, amico mio, si può vivere in una grande casa e non avere comunque alcun comfort.”

Dopo questo momento di moralismo, riprese le sue ricerche.

Una piccola valigetta color porpora, con una chiave nella serratura, sul tavolo da scrittoio, richiamò la sua attenzione per un certo tempo. Estrasse la chiave dalla serratura e me la passò affinché la esaminassi. Non vi vidi nulla di particolare, tuttavia. Era una chiave comune del tipo Yale, con un pezzetto di filo metallico ritorto attraverso l’impugnatura.

Successivamente, esaminò il telaio della porta che avevamo sfondato, accertandosi che il chiavistello fosse stato effettivamente inserito. Poi andò alla porta opposta che conduceva alla stanza di Cynthia. Anche quella porta era chiusa a chiave, come avevo dichiarato. Tuttavia, arrivò al punto di sbloccarla, aprendola e chiudendola diverse volte; lo fece con la massima precauzione per non fare alcun rumore. Improvvisamente, qualcosa nel chiavistello stesso sembrò attirare la sua attenzione. Lo esaminò con cura e poi, agilmente, tirando fuori un paio di pinzette dalla sua valigetta, ne estrasse una particella minuscola che sigillò con attenzione in una bustina.

Sulla cassettiera c’era un vassoio con un fornello a spirito e un pentolino sopra. Una piccola quantità di liquido scuro rimaneva nel pentolino, e una tazza con piattino, da cui si era bevuto, vuota, si trovava lì vicino.

Mi chiesi come avessi potuto essere così poco attento da trascurare questo dettaglio. Ecco un indizio che valeva la pena avere. Poirot immerse delicatamente il dito nel liquido e lo assaggiò con cautela. Fece una smorfia.

“Cacao—con—credo—del rum dentro.”

Passò ai detriti sul pavimento, dove il tavolino accanto al letto era stato rovesciato. Una lampada da lettura, alcuni libri, dei fiammiferi, un mazzo di chiavi e i frammenti frantumati di una tazzina da caffè giacevano sparsi in giro.

“Ah, questo è curioso,” disse Poirot.

“Devo confessare di non vedere nulla di particolarmente curioso in questo.”

“Non lo vede? Osservi la lampada—il paralume è rotto in due punti; sono lì dove sono caduti. Ma guardi, la tazzina da caffè è completamente ridotta in polvere.”

“Beh,” dissi stancamente, “suppongo che qualcuno debba averla calpestata.”

“Esattamente,” disse Poirot, con una voce strana. “Qualcuno l’ha calpestata.”

Si alzò dalle ginocchia e attraversò lentamente la stanza verso il caminetto, dove rimase a giocherellare distrattamente con gli ornamenti, raddrizzandoli—un suo tic quando era agitato.

“Mon ami,” disse, voltandosi verso di me, “qualcuno ha calpestato quella tazzina, riducendola in polvere, e la ragione per cui l’ha fatto era o perché conteneva stricnina o—cosa assai più grave—perché non conteneva stricnina!”

Non risposi. Ero sconcertato, ma sapevo che non sarebbe servito a nulla chiedergli di spiegarsi. Dopo un momento o due si riprese e proseguì con le sue indagini. Raccolse il mazzo di chiavi dal pavimento e, facendolo roteare tra le dita, ne scelse infine una, molto brillante e lucida, che provò nella serratura della valigetta porpora. Entrò, e lui aprì la scatola, ma dopo un momento di esitazione, la chiuse, la riaprì e infilò il mazzo di chiavi, insieme a quella che originariamente si trovava nella serratura, nella propria tasca.

“Non ho l’autorità per esaminare questi documenti. Ma dovrebbe essere fatto—immediatamente!”

Fece poi un esame molto attento dei cassetti del lavabo. Attraversando la stanza verso la finestra a sinistra, una macchia rotonda, a malapena visibile sul tappeto marrone scuro, sembrò interessarlo particolarmente. Si inginocchiò, esaminandola minuziosamente—arrivando persino ad annusarla.

Infine, versò alcune gocce del cacao in una provetta, sigillandola con cura. La sua operazione successiva fu quella di tirare fuori un piccolo taccuino.

“Abbiamo trovato in questa stanza,” disse, scrivendo febbrilmente, “sei punti di interesse. Li elenco io o lo fa lei?”

“Oh, lei,” risposi frettolosamente.

“Molto bene, allora. Uno, una tazzina da caffè ridotta in polvere; due, una valigetta con una chiave nella serratura; tre, una macchia sul pavimento.”

“Potrebbe essere stata fatta tempo fa,” interruppi.

“No, perché è ancora sensibilmente umida e odora di caffè. Quattro, un frammento di tessuto verde scuro—solo un filo o due, ma riconoscibile.”

“Ah!” gridai. “È quello che ha sigillato nella busta.”

“Sì. Potrebbe rivelarsi un pezzo di uno degli abiti della signora Inglethorp, e del tutto privo di importanza. Staremo a vedere. Cinque, questo!” Con un gesto teatrale, indicò una grande macchia di cera di candela sul pavimento vicino allo scrittoio. “Deve essere successo da ieri, altrimenti una brava cameriera l’avrebbe subito rimossa con carta assorbente e un ferro da stiro caldo. Uno dei miei cappelli migliori una volta... ma non è questo il punto.”

“Molto probabilmente è successo ieri sera. Eravamo molto agitati. O forse la signora Inglethorp stessa ha fatto cadere la sua candela.”

“Avete portato una sola candela nella stanza?”

“Sì. La teneva Lawrence Cavendish. Ma era molto sconvolto. Sembrava vedere qualcosa qui”—indicai il caminetto—“che lo paralizzava completamente.”

“Questo è interessante,” disse Poirot prontamente. “Sì, è indicativo”—il suo sguardo spaziava lungo tutta la parete—“ma non è stata la sua candela a creare questa grande macchia, perché si accorga che questa è cera bianca; mentre la candela del signor Lawrence, che è ancora sulla toeletta, è rosa. D’altra parte, la signora Inglethorp non aveva alcun candeliere in stanza, solo una lampada da lettura.”

“Allora,” dissi, “cosa deduce?”

A cui il mio amico diede solo una risposta piuttosto irritante, esortandomi a usare le mie facoltà naturali.

“E il sesto punto?” chiesi. “Suppongo sia il campione di cacao.”

“No,” disse Poirot pensieroso. “Avrei potuto includerlo nei sei, ma non l’ho fatto. No, il sesto punto lo terrò per me per il momento.”

Si guardò rapidamente attorno nella stanza. “Non c’è più nulla da fare qui, credo, a meno che”—fissò intensamente e a lungo le ceneri morte nel camino. “Il fuoco brucia—e distrugge. Ma per caso—potrebbe esserci—vediamo!”

Con destrezza, carponi, iniziò a separare le ceneri dal camino nel parascintille, maneggiandole con la massima cautela. Improvvisamente, emise un lieve esclamazione.

“Le pinzette, Hastings!”

Gliele porsi rapidamente e, con abilità, estrasse un pezzetto di carta semi-carbonizzata.

“Ecco, mon ami!” esclamò. “Cosa ne pensa?”

Esaminai il frammento. Questa è una riproduzione esatta:—

Ero perplesso. Era insolitamente spessa, nulla a che vedere con la normale carta da lettere. Improvvisamente mi venne un’idea.

“Poirot!” gridai. “Questo è un frammento di un testamento!”

“Esattamente.”

Alzai lo sguardo su di lui bruscamente.

“Lei non è sorpreso?”

“No,” disse gravemente, “me l’aspettavo.”

Corsi a lasciare il pezzo di carta e lo guardai riporlo nella sua valigetta, con la stessa cura metodica che riservava a ogni cosa. Il mio cervello era in subbuglio. Cos’era questa complicazione di un testamento? Chi l’aveva distrutto? La persona che aveva lasciato la cera di candela sul pavimento? Ovviamente. Ma come aveva fatto qualcuno a entrare? Tutte le porte erano state chiuse a chiave dall’interno.

“Ora, amico mio,” disse Poirot vivacemente, “andiamo. Vorrei fare alcune domande alla cameriera—Dorcas, il suo nome è, non è vero?”

Attraversammo la stanza di Alfred Inglethorp e Poirot si trattenne il tempo necessario per farne un esame breve ma abbastanza completo. Uscimmo da quella porta, chiudendo a chiave sia quella sia quella della stanza della signora Inglethorp come prima.

Lo accompagnai al boudoir che aveva espresso il desiderio di vedere, e andai io stesso in cerca di Dorcas.

Quando tornai con lei, tuttavia, il boudoir era vuoto.

“Poirot,” gridai, “dove si è cacciato?”

“Sono qui, amico mio.”

Era uscito dalla porta a vetri e stava in piedi, apparentemente perso in ammirazione, davanti alle aiuole dalle varie forme.

“Ammirabile!” mormorò. “Ammirabile! Che simmetria! Osservi quella mezzaluna; e quei rombi—la loro precisione rallegra la vista. Anche la spaziatura delle piante è perfetta. È stato fatto di recente; non è così?”

“Sì, credo che ci stessero lavorando ieri pomeriggio. Ma entri—Dorcas è qui.”

“Eh bien, eh bien! Non mi rimproveri un momento di soddisfazione per la vista.”

“Sì, ma questa faccenda è più importante.”

“E come sa che queste begonie non siano di pari importanza?”

Scrollai le spalle. Non c’era davvero modo di discutere con lui se decideva di prendere quella piega.

“Non è d’accordo? Eppure cose del genere sono successe. Beh, entriamo e interroghiamo la brava Dorcas.”

Dorcas era in piedi nel boudoir, le mani giunte davanti a sé, e i suoi capelli grigi si sollevavano in onde rigide sotto la cuffietta bianca. Era l’immagine stessa della brava cameriera d’altri tempi.

Nel suo atteggiamento verso Poirot, tendeva a essere sospettosa, ma lui ruppe presto le sue difese. Accostò una sedia.

“La prego, si sieda, mademoiselle.”

“Grazie, signore.”

“È con la sua padrona da molti anni, non è così?”

“Dieci anni, signore.”

“È un lungo periodo, e un servizio molto fedele. Le era molto affezionata, non è vero?”

“È stata una padrona molto buona con me, signore.”

“Allora non le dispiacerà rispondere ad alcune domande. Gliele pongo con la piena approvazione del signor Cavendish.”

“Oh, certamente, signore.”

“Allora inizierò chiedendole degli eventi di ieri pomeriggio. La sua padrona ha avuto un litigio?”

“Sì, signore. Ma non so se dovrei——” Dorcas esitò.

Poirot la guardò intensamente.

“Mia cara Dorcas, è necessario che io conosca ogni dettaglio di quel litigio nel modo più completo possibile. Non pensi di tradire i segreti della sua padrona. La sua padrona giace morta, ed è necessario che sappiamo tutto—se dobbiamo vendicarla. Nulla può riportarla in vita, ma speriamo, se c’è stato un gioco sporco, di assicurare l’assassino alla giustizia.”

“Amen a questo,” disse Dorcas ferocemente. “E, senza fare nomi, ce n’è uno in questa casa che nessuno di noi ha mai potuto sopportare! Ed è stato un giorno nefasto quando per la prima volta ha varcato la soglia.”

Poirot attese che la sua indignazione si placasse e poi, riprendendo il suo tono professionale, chiese:

“Ora, riguardo a questo litigio? Cosa ha sentito per primo?”

“Beh, signore, mi è capitato di passare per il corridoio qui fuori ieri——”

“A che ora è stato?”

“Non saprei dire esattamente, signore, ma non era affatto l’ora del tè. Forse le quattro—o poteva essere un po’ più tardi. Beh, signore, come ho detto, mi è capitato di passare, quando ho sentito voci molto alte e arrabbiate qui dentro. Non intendevo ascoltare, ma—beh, è così. Mi sono fermata. La porta era chiusa, ma la padrona parlava in modo molto nitido e chiaro, e ho sentito quello che ha detto distintamente. ‘Mi hai mentito e mi hai ingannata,’ ha detto. Non ho sentito cosa abbia risposto il signor Inglethorp. Parlava molto più a bassa voce di lei—ma lei ha risposto: ‘Come osi? Ti ho mantenuto, vestito e nutrito! Mi devi tutto! E questo è il modo in cui mi ripaghi! Portando disonore sul nostro nome!’ Ancora non ho sentito cosa abbia detto lui, ma lei ha continuato: ‘Nulla di ciò che puoi dire cambierà le cose. Vedo chiaramente il mio dovere. La mia decisione è presa. Non pensare che la paura della pubblicità, o lo scandalo tra marito e moglie, mi impediranno di agire.’ Poi ho pensato di averli sentiti uscire, così me ne sono andata in fretta.”

“È sicura che fosse la voce del signor Inglethorp quella che ha sentito?”

“Oh, sì, signore, di chi altro potrebbe essere?”

“Beh, cosa è successo dopo?”

“Più tardi, sono tornata nel corridoio; ma era tutto tranquillo. Alle cinque, la signora Inglethorp ha suonato il campanello e mi ha detto di portarle una tazza di tè—niente da mangiare—nel boudoir. Aveva un aspetto terribile—così bianca e sconvolta. ‘Dorcas,’ mi dice, ‘ho avuto un grande shock.’ ‘Mi dispiace, signora,’ dico io. ‘Si sentirà meglio dopo una buona tazza di tè caldo, signora.’ Aveva qualcosa in mano. Non so se fosse una lettera, o solo un pezzo di carta, ma c’era della scrittura sopra, e continuava a fissarlo, quasi come se non potesse credere a ciò che era scritto lì. Sussurrava tra sé e sé, come se avesse dimenticato che ero lì: ‘Queste poche parole—e tutto è cambiato.’ E poi mi dice: ‘Mai fidarsi di un uomo, Dorcas, non ne vale la pena!’ Mi sono affrettata a prenderle una bella tazza di tè forte, e lei mi ha ringraziato, dicendo che si sarebbe sentita meglio una volta bevuto. ‘Non so cosa fare,’ dice. ‘Uno scandalo tra marito e moglie è una cosa terribile, Dorcas. Preferirei insabbiare tutto se potessi.’ La signora Cavendish è entrata proprio allora, così non ha detto altro.”

“Aveva ancora la lettera, o qualunque cosa fosse, in mano?”

“Sì, signore.”

“Cosa avrebbe potuto farne dopo?”

“Beh, non so, signore, immagino l’avrebbe chiusa a chiave in quella valigetta porpora sua.”

“È lì che teneva di solito i documenti importanti?”

“Sì, signore. La portava giù con sé ogni mattina e la portava su ogni sera.”

“Quando ha perso la chiave?”

“Le è mancata ieri all’ora di pranzo, signore, e mi ha detto di cercarla con attenzione. Era molto contrariata per questo.”

“Ma aveva una chiave duplicata?”

“Oh, sì, signore.”

Dorcas lo stava guardando molto incuriosita e, a dire il vero, lo stavo facendo anch’io. Cos’era tutta questa storia di una chiave smarrita? Poirot sorrise.

“Non importa, Dorcas, è mio compito sapere le cose. È questa la chiave che è andata smarrita?” Estrasse dalla tasca la chiave che aveva trovato nella serratura della valigetta di sopra.

Gli occhi di Dorcas sembrarono voler saltare fuori dalle orbite.

“È quella, signore, senza dubbio. Ma dove l’ha trovata? L’ho cercata ovunque.”

“Ah, ma vede, non era nello stesso posto ieri come lo è oggi. Ora, passiamo a un altro argomento, la sua padrona aveva un abito verde scuro nel suo guardaroba?”

Dorcas fu piuttosto sorpresa dalla domanda inaspettata.

“No, signore.”

“Ne è sicura?”

“Oh, sì, signore.”

“Qualcun altro in casa ha un abito verde?”

Dorcas rifletté.

“La signorina Cynthia ha un abito da sera verde.”

“Verde chiaro o scuro?”

“Un verde chiaro, signore; una specie di chiffon, lo chiamano.”

“Ah, non è quello che cerco. E nessun altro ha qualcosa di verde?”

“No, signore—non che io sappia.”

Il volto di Poirot non tradì traccia di delusione o altro. Si limitò a osservare:

“Bene, lasciamo perdere questo e andiamo avanti. Ha qualche motivo di credere che la sua padrona potesse prendere una polvere per dormire ieri sera?”

“Non ieri sera, signore, so che non l’ha presa.”

“Perché lo sa così categoricamente?”

“Perché la scatola era vuota. Ha preso l’ultima due giorni fa, e non ne ha fatte preparare altre.”

“Ne è sicura?”

“Positivamente, signore.”

“Allora questo è chiarito! A proposito, la sua padrona non le ha chiesto di firmare alcun documento ieri?”

“Di firmare un documento? No, signore.”

“Quando il signor Hastings e il signor Lawrence sono entrati ieri sera, hanno trovato la sua padrona impegnata a scrivere lettere. Suppongo che non possa darmi un’idea a chi fossero indirizzate queste lettere?”

“Temo di no, signore. Ero fuori la sera. Forse Annie potrebbe dirglielo, sebbene sia una ragazza sconsiderata. Non ha mai sparecchiato le tazze da caffè ieri sera. Ecco cosa succede quando non sono qui a controllare le cose.”

Poirot alzò la mano.

“Dato che sono rimaste lì, Dorcas, le lasci ancora un po’, la prego. Vorrei esaminarle.”

“Molto bene, signore.”

“A che ora è uscita ieri sera?”

“Verso le sei, signore.”

“Grazie, Dorcas, questo è tutto quello che ho da chiederle.” Si alzò e si diresse verso la finestra. “Stavo ammirando queste aiuole. Quanti giardinieri sono impiegati qui, a proposito?”

“Solo tre ora, signore. Ne avevamo cinque, prima della guerra, quando era tenuta come si deve a una residenza di un gentiluomo. Vorrei che avesse potuto vederla allora, signore. Era un bello spettacolo. Ma ora ci sono solo il vecchio Manning, il giovane William e una giardiniera di tipo moderno in braghe e cose simili. Ah, questi sono tempi terribili!”

“I bei tempi torneranno, Dorcas. Almeno, lo speriamo. Ora, vuole mandare Annie qui da me?”

“Sì, signore. Grazie, signore.”

“Come sapeva che la signora Inglethorp prendeva polveri per dormire?” chiesi, con viva curiosità, mentre Dorcas lasciava la stanza. “E riguardo alla chiave smarrita e al duplicato?”

“Una cosa alla volta. Riguardo alle polveri per dormire, lo sapevo da questo.” Tirò fuori improvvisamente una piccola scatola di cartone, come quelle che usano i farmacisti per le polveri.

“Dove l’ha trovata?”

“Nel cassetto del lavabo nella camera da letto della signora Inglethorp. Era il Numero Sei del mio catalogo.”

“Ma suppongo, dato che l’ultima polvere è stata presa due giorni fa, che non sia di molta importanza?”

“Probabilmente no, ma nota qualcosa che le sembra peculiare in questa scatola?”

La esaminai attentamente.

“No, non direi.”

“Guardi l’etichetta.”

Lessi l’etichetta con attenzione: “‘Una polvere da prendere al momento di coricarsi, se necessario. Signora Inglethorp.’ No, non vedo nulla di insolito.”

“Non il fatto che non ci sia il nome del farmacista?”

“Ah!” esclamai. “In effetti, è strano!”

“Ha mai visto un farmacista mandare fuori una scatola del genere, senza il suo nome stampato?”

“No, non direi.”

Stavo diventando piuttosto eccitato, ma Poirot smorzò il mio ardore osservando:

“Eppure la spiegazione è molto semplice. Quindi non si intrighi, amico mio.”

Un cigolio udibile annunciò l’avvicinarsi di Annie, così non ebbi tempo di rispondere.

Annie era una ragazza robusta e vigorosa, ed era evidentemente in preda a un’intensa eccitazione, mescolata a un certo godimento macabro della tragedia.

Poirot arrivò subito al punto, con una prontezza professionale.

“L’ho fatta venire, Annie, perché pensavo potesse dirmi qualcosa sulle lettere che la signora Inglethorp ha scritto ieri sera. Quante erano? E può dirmi qualcuno dei nomi e degli indirizzi?”

Annie ci pensò su.

“C’erano quattro lettere, signore. Una era per la signorina Howard, e una per il signor Wells, l’avvocato, e le altre due non credo di ricordarle, signore—oh, sì, una era per Ross, i catering a Tadminster. L’altra, non la ricordo.”

“Pensi,” esortò Poirot.

Annie si scervellò invano.

“Mi dispiace, signore, ma è svanito del tutto. Non credo di averci fatto caso.”

“Non importa,” disse Poirot, non mostrando alcun segno di delusione. “Ora vorrei chiederle qualcos’altro. C’è un pentolino nella stanza della signora Inglethorp con del cacao dentro. Lo prendeva ogni sera?”

“Sì, signore, veniva messo nella sua stanza ogni sera, e lei lo scaldava durante la notte—ogni volta che le andava.”

“Cos’era? Cacao semplice?”

“Sì, signore, fatto con il latte, con un cucchiaino di zucchero e due cucchiaini di rum dentro.”

“Chi lo portava nella sua stanza?”

“Io, signore.”

“Sempre?”

“Sì, signore.”

“A che ora?”

“Quando andavo a tirare le tende, di solito, signore.”

“Lo portava direttamente dalla cucina allora?”

“No, signore, vede non c’è molto spazio sul fornello a gas, così la cuoca lo preparava presto, prima di mettere le verdure per la cena. Poi io lo portavo su e lo mettevo sul tavolo vicino alla porta a battente, e lo portavo nella sua stanza più tardi.”

“La porta a battente è nell’ala sinistra, non è vero?”

“Sì, signore.”

“E il tavolo, è da questo lato della porta, o dall’altro—quello di servizio?”

«È da questo lato, signore.»

«A che ora l’ha portato su ieri sera?»

«Verso le sette e un quarto, direi, signore.»

«E quando l’ha portato nella camera della signora Inglethorp?»

«Quando sono andata a chiudere, signore. Verso le otto. La signora Inglethorp era salita a letto prima che avessi finito.»

«Allora, tra le sette e un quarto e le otto, il cacao è rimasto sul tavolo nell’ala sinistra?»

«Sì, signore.» Annie era diventata sempre più rossa in volto e ora sbottò inaspettatamente:

«E se c’era del sale dentro, signore, non sono stata io. Non ho mai avvicinato il sale al cacao.»

«Cosa le fa pensare che ci fosse del sale?» chiese Poirot.

«L’ho visto sul vassoio, signore.»

«Ha visto del sale sul vassoio?»

«Sì. Sale grosso da cucina, sembrava. Non l’avevo notato quando ho portato su il vassoio, ma quando sono andata a portarlo nella stanza della padrona l’ho visto subito, e suppongo che avrei dovuto riportarlo giù e chiedere alla cuoca di prepararne dell’altro. Ma avevo fretta, perché Dorcas era uscita, e ho pensato che forse il cacao in sé fosse a posto e che il sale fosse caduto solo sul vassoio. Così l’ho spazzolato via con il grembiule e l’ho portato dentro.»

Ebbi la massima difficoltà a controllare la mia eccitazione. Senza saperlo, Annie ci aveva fornito un importante elemento di prova. Come avrebbe sgranato gli occhi se avesse capito che il suo “sale grosso da cucina” era stricnina, uno dei veleni più micidiali noti all’umanità. Mi meravigliai della calma di Poirot. Il suo autocontrollo era sbalorditivo. Attesi la sua prossima domanda con impazienza, ma mi deluse.

«Quando è entrata nella camera della signora Inglethorp, la porta che dà nella camera della signorina Cynthia era chiusa con il chiavistello?»

«Oh! Sì, signore; lo è sempre stata. Non era mai stata aperta.»

«E la porta verso la stanza del signor Inglethorp? Ha notato se anche quella era chiusa con il chiavistello?»

Annie esitò.

«Non saprei dire con precisione, signore; era chiusa, ma non saprei dire se fosse col chiavistello o meno.»

«Quando ha lasciato definitivamente la stanza, la signora Inglethorp ha chiuso la porta dietro di lei?»

«No, signore, non in quel momento, ma immagino l’abbia fatto più tardi. Di solito la chiudeva a chiave la sera. La porta verso il corridoio, intendo.»

«Ha notato della cera di candela sul pavimento quando ha rassettato la stanza ieri?»

«Cera di candela? Oh, no, signore. La signora Inglethorp non aveva una candela, solo una lampada da lettura.»

«Allora, se ci fosse stata una grossa macchia di cera di candela sul pavimento, pensa che l’avrebbe sicuramente vista?»

«Sì, signore, e l’avrei tolta con un pezzo di carta assorbente e un ferro caldo.»

Poi Poirot ripeté la domanda che aveva fatto a Dorcas:

«La sua padrona ha mai avuto un vestito verde?»

«No, signore.»

«Né una mantella, né un mantello, né un... come lo chiamate?... un golfino sportivo?»

«Non verde, signore.»

«Né nessun altro in casa?»

Annie rifletté.

«No, signore.»

«Ne è sicura?»

«Sicurissima.»

«Bien! Questo è tutto ciò che volevo sapere. Grazie mille.»

Con una risatina nervosa, Annie uscì dalla stanza facendo scricchiolare il pavimento. La mia eccitazione repressa esplose.

«Poirot,» esclamai, «mi congratulo con lei! Questa è una grande scoperta.»

«Quale sarebbe la grande scoperta?»

«Ma come, che è stato il cacao e non il caffè a essere avvelenato. Questo spiega tutto! Naturalmente non ha fatto effetto fino al mattino presto, dato che il cacao è stato bevuto solo nel cuore della notte.»

«Quindi lei pensa che il cacao — segni bene ciò che dico, Hastings, il cacao — contenesse stricnina?»

«Certamente! Quel sale sul vassoio, cos’altro avrebbe potuto essere?»

«Avrebbe potuto essere sale,» rispose Poirot placidamente.

Scrollai le spalle. Se intendeva affrontare la faccenda in quel modo, non valeva la pena discutere con lui. Mi balenò in mente l’idea, non per la prima volta, che il povero vecchio Poirot stesse invecchiando. In privato pensai che fosse una fortuna che avesse al suo fianco qualcuno con una mente più ricettiva.

Poirot mi osservava con gli occhi che luccicavano piano.

«Non è contento di me, mon ami?»

«Mio caro Poirot,» dissi freddamente, «non spetta a me darle ordini. Lei ha diritto alla sua opinione, proprio come io alla mia.»

«Un sentimento ammirevole,» osservò Poirot, alzandosi in piedi con vivacità. «Ora ho finito con questa stanza. A proposito, di chi è la scrivania più piccola nell’angolo?»

«Del signor Inglethorp.»

«Ah!» Provò la serranda della scrivania con esitazione. «Chiusa. Ma forse una delle chiavi della signora Inglethorp potrebbe aprirla.» Ne provò diverse, rigirandole con mano esperta, e infine emise un’esclamazione di soddisfazione. «Voilà! Non è la chiave, ma in caso di necessità può bastare.» Fece scorrere la serranda e passò in rassegna con occhio rapido le carte ordinatamente archiviate. Con mia sorpresa, non le esaminò, limitandosi a commentare con approvazione mentre richiudeva la scrivania: «Decisamente, è un uomo metodico, questo signor Inglethorp!»

Un “uomo metodico” era, nella stima di Poirot, il complimento più alto che potesse essere conferito a un individuo.

Sentii che il mio amico non era più quello di una volta mentre continuava a divagare in modo sconnesso:

«Non c’erano francobolli nella sua scrivania, ma avrebbero potuto esserci, eh, mon ami? Avrebbero potuto esserci? Sì» i suoi occhi vagarono per la stanza «questo boudoir non ha più nulla da dirci. Non ha reso molto. Solo questo.»

Tirò fuori di tasca una busta stropicciata e me la lanciò. Era un documento piuttosto curioso. Una busta vecchia, semplice e dall’aspetto sporco, con alcune parole scarabocchiate sopra, apparentemente a caso. Quella che segue ne è la riproduzione.

CAPITOLO V. «NON È STRICNINA, VERO?»

«Dove l’ha trovata?» chiesi a Poirot, con viva curiosità.

«Nel cestino della carta straccia. Riconosce la grafia?»

«Sì, è della signora Inglethorp. Ma che cosa significa?»

Poirot scrollò le spalle.

«Non saprei dire, ma è suggestivo.»

Un’idea folle mi balenò in mente. Era possibile che la mente della signora Inglethorp fosse disturbata? Aveva avuto qualche idea fantastica di possessione demoniaca? E, se fosse stato così, non era forse anche possibile che si fosse tolta la vita?

Stavo per esporre queste teorie a Poirot, quando le sue stesse parole mi distrassero.

«Andiamo,» disse, «ora esaminiamo le tazze da caffè!»

«Mio caro Poirot! Che senso ha, ora che sappiamo del cacao?»

«Oh, là là! Quel povero cacao!» esclamò Poirot con leggerezza.

Rise con apparente divertimento, alzando le braccia al cielo in un finto gesto di disperazione, in quello che non potevo non considerare il peggior gusto possibile.

«E comunque,» dissi, con crescente freddezza, «visto che la signora Inglethorp ha portato il caffè di sopra con sé, non vedo cosa speri di trovare, a meno che non ritenga probabile che scopriremo un pacchetto di stricnina sul vassoio del caffè!»

Poirot tornò serio all’istante.

«Su, su, amico mio,» disse, infilando il braccio nel mio. «Ne vous fâchez pas! Mi permetta di interessarmi alle mie tazze da caffè e io rispetterò il suo cacao. Ecco! Facciamo un patto?»

Era così stranamente umoristico che fui costretto a ridere; e andammo insieme in salotto, dove le tazze da caffè e il vassoio erano rimasti indisturbati, così come li avevamo lasciati.

Poirot mi fece ricapitolare la scena della sera prima, ascoltando con molta attenzione e verificando la posizione delle varie tazze.

«Quindi la signora Cavendish stava vicino al vassoio e versava. Sì. Poi è venuta alla finestra dove lei sedeva con la signorina Cynthia. Sì. Ecco le tre tazze. E la tazza sulla mensola del camino, bevuta a metà, quella sarebbe del signor Lawrence Cavendish. E quella sul vassoio?»

«Di John Cavendish. L’ho visto posarla lì.»

«Bene. Una, due, tre, quattro, cinque... ma dov’è, allora, la tazza del signor Inglethorp?»

«Lui non prende il caffè.»

«Allora il conto torna per tutti. Un momento, amico mio.»

Con infinita cura, prelevò una goccia o due dai fondi di ogni tazza, sigillandole in provette separate, assaggiando ognuna a turno mentre lo faceva. La sua fisionomia subì un curioso mutamento. Vi si dipinse un’espressione che posso descrivere solo come metà perplessa e metà sollevata.

«Bien!» disse alla fine. «È evidente! Avevo un’idea... ma chiaramente mi sbagliavo. Sì, mi sbagliavo del tutto. Eppure è strano. Ma non importa!»

E, con una scrollata di spalle caratteristica, scacciò dalla mente qualunque cosa lo stesse tormentando. Avrei potuto dirgli fin dall’inizio che questa sua ossessione per il caffè era destinata a finire in un vicolo cieco, ma mi trattenni. Dopotutto, per quanto vecchio, Poirot era stato un grande uomo ai suoi tempi.

«La colazione è pronta,» disse John Cavendish, entrando dall’atrio. «Farete colazione con noi, Monsieur Poirot?»

Poirot acconsentì. Osservai John. Era già quasi tornato in sé. Lo shock degli eventi della sera precedente lo aveva sconvolto temporaneamente, ma il suo equilibrio era presto tornato alla normalità. Era un uomo con poca immaginazione, in netto contrasto con suo fratello, che ne aveva, forse, troppa.

Fin dalle prime ore del mattino, John aveva lavorato sodo, inviando telegrammi — uno dei primi era andato a Evelyn Howard — scrivendo avvisi per i giornali e occupandosi in generale dei tristi doveri che comporta un decesso.

«Posso chiedere come procedono le cose?» disse. «Le vostre indagini indicano che mia madre è morta per cause naturali... o... o dobbiamo prepararci al peggio?»

«Credo, signor Cavendish,» disse Poirot gravemente, «che farebbe bene a non cullarsi in false speranze. Può dirmi le opinioni degli altri membri della famiglia?»

«Mio fratello Lawrence è convinto che stiamo facendo rumore per nulla. Dice che tutto indica un semplice caso di insufficienza cardiaca.»

«Dice così, eh? È molto interessante... molto interessante,» mormorò Poirot sottovoce. «E la signora Cavendish?»

Una leggera ombra passò sul volto di John.

«Non ho la minima idea di quali siano le opinioni di mia moglie in merito.»

La risposta portò con sé una momentanea tensione. John interruppe il silenzio piuttosto imbarazzante dicendo con un leggero sforzo:

«Le ho detto, vero, che il signor Inglethorp è tornato?»

Poirot chinò il capo.

«È una posizione imbarazzante per tutti noi. Naturalmente si deve trattarlo come al solito, ma, diavolo, viene il voltastomaco a sedersi a mangiare con un possibile assassino!»

Poirot annuì con comprensione.

«Capisco perfettamente. È una situazione molto difficile per lei, signor Cavendish. Vorrei farle una domanda. Il motivo per cui il signor Inglethorp non è tornato ieri sera era, credo, che aveva dimenticato la chiave della porta. Non è così?»

«Sì.»

«Suppongo che sia del tutto sicuro che la chiave sia stata dimenticata... che non l’abbia presa dopo tutto?»

«Non ne ho idea. Non ho mai pensato di controllare. La teniamo sempre nel cassetto dell’ingresso. Vado a vedere se è lì adesso.»

Poirot alzò una mano con un leggero sorriso.

«No, no, signor Cavendish, è troppo tardi ormai. Sono certo che la troverebbe. Se il signor Inglethorp l’avesse presa, ha avuto tempo a sufficienza per rimetterla a posto ormai.»

«Ma pensa che...»

«Non penso nulla. Se qualcuno avesse dato un’occhiata questa mattina prima del suo ritorno, e l’avesse vista lì, sarebbe stato un punto prezioso a suo favore. Tutto qui.»

John sembrò perplesso.

«Non si preoccupi,» disse Poirot con dolcezza. «Le assicuro che non deve lasciarsi turbare da questo. Dato che è così gentile, andiamo a fare colazione.»

Tutti erano riuniti nella sala da pranzo. Date le circostanze, naturalmente non eravamo un gruppo allegro. La reazione dopo uno shock è sempre faticosa, e credo che ne stessimo tutti soffrendo. Il decoro e le buone maniere imponevano naturalmente che il nostro comportamento fosse più o meno il solito, eppure non potevo fare a meno di chiedermi se questo autocontrollo fosse davvero un compito arduo. Non c’erano occhi rossi, nessun segno di dolore segretamente nutrito. Ritenevo di aver ragione nel pensare che Dorcas fosse la persona più colpita dal lato personale della tragedia.

Sorvolo su Alfred Inglethorp, che ha recitato la parte del vedovo addolorato in un modo che ho trovato disgustoso nella sua ipocrisia. Si rendeva conto che sospettavamo di lui, mi chiedevo. Sicuramente non poteva ignorare il fatto, per quanto cercassimo di nasconderlo. Provava qualche segreto brivido di paura, o era fiducioso che il suo crimine sarebbe rimasto impunito? Sicuramente il sospetto nell’aria doveva avvertirlo che era già un uomo segnato.

Ma tutti sospettavano di lui? E la signora Cavendish? La osservai mentre sedeva a capotavola, aggraziata, composta, enigmatica. Nel suo morbido abito grigio, con balze bianche sui polsi che ricadevano sulle sue mani sottili, sembrava bellissima. Quando voleva, tuttavia, il suo volto poteva essere impenetrabile come quello di una sfinge. Era molto silenziosa, apriva a stento le labbra, eppure in qualche modo strano sentivo che la grande forza della sua personalità ci stava dominando tutti.

E la piccola Cynthia? Sospettava? Sembrava molto stanca e malata, pensai. La pesantezza e il languore dei suoi modi erano molto marcati. Le chiesi se si sentisse male, e lei rispose francamente:

«Sì, ho un mal di testa terribile.»

«Prenda un’altra tazza di caffè, mademoiselle?» disse Poirot con premura. «La rimetterà in sesto. È impareggiabile per il mal di tête.» Balzò in piedi e prese la sua tazza.

«Senza zucchero,» disse Cynthia, osservandolo mentre prendeva le pinze per lo zucchero.

«Niente zucchero? Lo evita per via della guerra, eh?»

«No, non lo prendo mai nel caffè.»

«Sacré!» mormorò Poirot tra sé, mentre le riportava la tazza riempita.

Solo io lo sentii, e guardando con curiosità verso il piccolo uomo vidi che il suo volto era contratto da un’eccitazione repressa, e i suoi occhi erano verdi come quelli di un gatto. Aveva sentito o visto qualcosa che lo aveva colpito profondamente, ma cosa? Di solito non mi considero ottuso, ma devo confessare che nulla di straordinario aveva attirato la mia attenzione.

Un istante dopo, la porta si aprì e apparve Dorcas.

«Il signor Wells è qui per vederla, signore,» disse a John.

Ricordai il nome come quello dell’avvocato a cui la signora Inglethorp aveva scritto la sera prima.

John si alzò immediatamente.

«Lo faccia accomodare nel mio studio.» Poi si voltò verso di noi. «L’avvocato di mia madre,» spiegò. E a voce più bassa: «È anche il Coroner, capite. Forse vorreste venire con me?»

Acconsentimmo e lo seguimmo fuori dalla stanza. John avanzò a grandi passi e ne approfittai per sussurrare a Poirot:

«Ci sarà un’inchiesta, allora?»

Poirot annuì distrattamente. Sembrava assorto nei suoi pensieri; tanto che la mia curiosità fu destata.

«Che c’è? Non sta ascoltando quello che dico.»

«È vero, amico mio. Sono molto preoccupato.»

«Perché?»

«Perché la signorina Cynthia non prende lo zucchero nel caffè.»

«Cosa? Non può essere serio?»

«Ma sono serissimo. Ah, c’è qualcosa lì che non capisco. Il mio istinto aveva ragione.»

«Quale istinto?»

«L’istinto che mi ha portato a insistere per esaminare quelle tazze da caffè. Chut! non più ora!»

Seguimmo John nel suo studio, ed egli chiuse la porta dietro di noi.

Il signor Wells era un uomo piacevole di mezza età, con occhi acuti e la tipica bocca da avvocato. John ci presentò entrambi e spiegò il motivo della nostra presenza.

«Capirete, Wells,» aggiunse, «che tutto questo è strettamente privato. Speriamo ancora che non ci sia bisogno di alcuna indagine di sorta.»

«Certamente, certamente,» disse il signor Wells con tono rassicurante. «Avrei voluto risparmiarvi il dolore e la pubblicità di un’inchiesta, ma naturalmente è del tutto inevitabile in assenza di un certificato medico.»

«Sì, suppongo di sì.»

«Uomo in gamba, Bauerstein. Grande autorità in tossicologia, credo.»

«Infatti,» disse John con una certa rigidità nei modi. Poi aggiunse con una certa esitazione: «Dovremo apparire come testimoni, tutti noi, intendo?»

«Voi, naturalmente... e ah... ehm... il signor... ehm... Inglethorp.»

Seguì una breve pausa prima che l’avvocato proseguisse con il suo modo rassicurante:

«Qualsiasi altra testimonianza sarà semplicemente di conferma, una mera formalità.»

«Capisco.»

Una lieve espressione di sollievo attraversò il volto di John. Mi lasciò perplesso, perché non ne vedevo il motivo.

«Se non sapete nulla in contrario,» continuò il signor Wells, «avevo pensato a venerdì. Ci darà tutto il tempo per il rapporto del medico. L’autopsia si terrà stasera, credo?»

«Sì.»

«Allora questo accordo vi va bene?»

«Perfettamente.»

«Non ho bisogno di dirvi, mio caro Cavendish, quanto io sia addolorato per questa tragica vicenda.»

«Può darci un aiuto a risolverla, monsieur?» intervenne Poirot, parlando per la prima volta da quando eravamo entrati nella stanza.

«Io?»

«Sì, abbiamo saputo che la signora Inglethorp le ha scritto ieri sera. Dovrebbe aver ricevuto la lettera questa mattina.»

«Sì, ma non contiene informazioni. È solo un biglietto in cui mi chiede di andare a trovarla questa mattina, perché voleva il mio consiglio su una questione di grande importanza.»

«Non le ha dato alcun indizio su cosa potesse essere questa questione?»

«Purtroppo no.»

«È un peccato,» disse John.

«Un gran peccato,» concordò Poirot gravemente.

Ci fu silenzio. Poirot rimase perso nei suoi pensieri per qualche minuto. Infine si rivolse di nuovo all’avvocato.

«Signor Wells, c’è una cosa che vorrei chiederle, se non va contro l’etichetta professionale. In caso di morte della signora Inglethorp, chi erediterebbe il suo denaro?»

L’avvocato esitò un momento, poi rispose:

«La cosa sarà di dominio pubblico molto presto, quindi se il signor Cavendish non ha obiezioni...»

«Nessuna,» interloquì John.

«Non vedo motivo per cui non dovrei rispondere alla sua domanda. Con il suo ultimo testamento, datato agosto dello scorso anno, dopo vari lasciti di poco conto a servitori, ecc., ha lasciato l’intera fortuna al figliastro, il signor John Cavendish.»

«Non era... mi perdoni la domanda, signor Cavendish... piuttosto ingiusto nei confronti dell’altro figliastro, il signor Lawrence Cavendish?»

«No, non credo. Vedete, secondo i termini del testamento del loro padre, mentre John ereditava la proprietà, Lawrence, alla morte della matrigna, avrebbe ricevuto una somma di denaro considerevole. La signora Inglethorp ha lasciato il suo denaro al figliastro maggiore, sapendo che avrebbe dovuto mantenere Styles. È stata, secondo me, una distribuzione molto equa e giusta.»

Poirot annuì pensieroso.

«Capisco. Ma ho ragione di dire, non è vero, che secondo la vostra legge inglese quel testamento è stato automaticamente revocato quando la signora Inglethorp si è risposata?»

Il signor Wells chinò il capo.

«Come stavo per dire, Monsieur Poirot, quel documento è ora nullo e privo di effetto.»

«Hein!» disse Poirot. Rifletté un momento, poi chiese: «La signora Inglethorp stessa era consapevole di questo fatto?»

«Non saprei. Potrebbe esserlo stata.»

«Lo era,» disse John inaspettatamente. «Stavamo discutendo della questione della revoca dei testamenti a seguito di matrimonio proprio ieri.»

«Ah! Ancora una domanda, signor Wells. Lei dice “il suo ultimo testamento”. La signora Inglethorp aveva quindi fatto diversi testamenti precedenti?»

«In media, faceva un nuovo testamento almeno una volta all’anno,» disse il signor Wells imperturbabile. «Era solita cambiare idea sulle sue disposizioni testamentarie, ora favorendo uno, ora un altro membro della sua famiglia.»

«Supponiamo,» suggerì Poirot, «che, a sua insaputa, avesse fatto un nuovo testamento a favore di qualcuno che non era, in alcun senso della parola, un membro della famiglia... diciamo la signorina Howard, per esempio... ne sarebbe sorpreso?»

«Per nulla.»

«Ah!» Poirot sembrava aver esaurito le sue domande.

Mi avvicinai a lui, mentre John e l’avvocato stavano discutendo della questione di esaminare le carte della signora Inglethorp.

«Pensa che la signora Inglethorp abbia fatto testamento lasciando tutto il suo denaro alla signorina Howard?» chiesi a bassa voce, con una certa curiosità.

Poirot sorrise.

«No.»

«E allora perché l’ha chiesto?»

«Shh!»

John Cavendish si era rivolto a Poirot.

«Vuole venire con noi, Monsieur Poirot? Stiamo per esaminare le carte di mia madre. Il signor Inglethorp è ben lieto di lasciare tutto completamente al signor Wells e a me.»

«Il che semplifica molto le cose,» mormorò l’avvocato. «Dato che tecnicamente, naturalmente, ne avrebbe avuto diritto...» Non terminò la frase.

«Esamineremo prima lo scrittoio nel boudoir», spiegò John, «e saliremo nella sua camera da letto dopo. Conservava i suoi documenti più importanti in una borsa da viaggio viola, che dobbiamo controllare attentamente».

«Sì», disse l'avvocato, «è molto probabile che possa esserci un testamento successivo a quello in mio possesso».

«C'è un testamento successivo». Fu Poirot a parlare.

«Cosa?» John e l'avvocato lo guardarono sorpresi.

«O, piuttosto», continuò il mio amico imperturbabile, «ce n'era uno».

«Cosa intende dire con "ce n'era uno"? Dov'è adesso?»

«Bruciato!»

«Bruciato?»

«Sì. Guardate qui». Estrasse il frammento carbonizzato che avevamo trovato nel camino della stanza della signora Inglethorp e lo porse all'avvocato con una breve spiegazione di quando e dove lo avesse trovato.

«Ma è possibile che si tratti di un vecchio testamento?»

«Non credo. Anzi, sono quasi certo che non sia stato fatto prima di ieri pomeriggio».

«Cosa?» «Impossibile!» esclamarono simultaneamente i due uomini.

Poirot si voltò verso John.

«Se mi permette di mandare a chiamare il suo giardiniere, ve lo proverò».

«Oh, naturalmente... ma non capisco...»

Poirot alzò una mano.

«Faccia come le chiedo. Dopo potrà fare tutte le domande che vuole».

«Molto bene». Suonò il campanello.

Dorcas rispose a tempo debito.

«Dorcas, vuole dire a Manning di venire qui a parlarmi?»

«Sì, signore».

Dorcas si ritirò.

Aspettammo in un silenzio teso. Solo Poirot sembrava perfettamente a suo agio e spolverò un angolo dimenticato della libreria.

Il calpestio degli scarponi chiodati sulla ghiaia esterna annunciò l'arrivo di Manning. John guardò interrogativo Poirot. Quest'ultimo annuì.

«Entri, Manning», disse John, «voglio parlarle».

Manning entrò lentamente ed esitante dalla porta a vetri, fermandosi il più vicino possibile ad essa. Teneva il berretto tra le mani, rigirandolo con molta cura. Aveva la schiena piuttosto curva, sebbene probabilmente non fosse così vecchio come sembrava, ma i suoi occhi erano acuti e intelligenti, e smentivano il suo modo di parlare lento e alquanto cauto.

«Manning», disse John, «questo signore le porrà alcune domande a cui voglio che risponda».

«Sissignore», mormorò Manning.

Poirot si fece avanti vivacemente. L'occhio di Manning lo passò in rassegna con un leggero disprezzo.

«Stava piantando un'aiuola di begonie sul lato sud della casa ieri pomeriggio, vero Manning?»

«Sì, signore, io e Willum».

«E la signora Inglethorp è venuta alla finestra e l'ha chiamata, non è vero?»

«Sì, signore, è venuto».

«Mi dica con parole sue esattamente cosa è successo dopo».

«Beh, signore, niente di particolare. Ha solo detto a Willum di andare in bicicletta fino al villaggio e di riportare un modulo per testamento, o qualcosa del genere — non so esattamente cosa — gliel'ha scritto lei».

«Bene?»

«Beh, l'ha fatto, signore».

«E cosa è successo dopo?»

«Abbiamo continuato con le begonie, signore».

«La signora Inglethorp non l'ha chiamata di nuovo?»

«Sì, signore, ha chiamato sia me che Willum».

«E poi?»

«Ci ha fatto entrare proprio, e firmare i nostri nomi in fondo a un foglio lungo — sotto dove aveva firmato lei».

«Ha visto qualcosa di ciò che era scritto sopra la sua firma?» chiese Poirot bruscamente.

«No, signore, c'era un pezzo di carta assorbente su quella parte».

«E lei ha firmato dove le ha detto?»

«Sì, signore, prima io e poi Willum».

«Cosa ne ha fatto dopo?»

«Beh, signore, l'ha infilato in una busta lunga e l'ha messo dentro una specie di scatola viola che stava sulla scrivania».

«Che ora era quando l'ha chiamata la prima volta?»

«Verso le quattro, direi, signore».

«Non prima? Non potrebbe essere stata verso le tre e mezza?»

«No, non direi, signore. Sarebbe più probabile un po' dopo le quattro — non prima».

«Grazie, Manning, può andare», disse Poirot cortesemente.

Il giardiniere lanciò un'occhiata al suo padrone, che annuì, dopodiché Manning si portò un dito alla fronte con un basso mormorio e uscì cautamente dalla porta a vetri.

Ci guardammo tutti l'un l'altro.

«Cielo!» mormorò John. «Che coincidenza straordinaria».

«In che senso, una coincidenza?»

«Che mia madre abbia fatto testamento proprio il giorno della sua morte!»

Il signor Wells si schiarì la voce e osservò seccamente:

«È così sicuro che sia una coincidenza, Cavendish?»

«Cosa intende dire?»

«Sua madre, mi dice, ha avuto un violento litigio con qualcuno ieri pomeriggio...»

«Cosa vuole dire?» gridò di nuovo John. C'era un tremito nella sua voce ed era diventato molto pallido.

«In conseguenza di quel litigio, sua madre fa molto improvvisamente e in fretta un nuovo testamento. Il contenuto di quel testamento non lo sapremo mai. Non ha parlato a nessuno delle sue disposizioni. Questa mattina, senza dubbio, mi avrebbe consultato sull'argomento, ma non ne ha avuto la possibilità. Il testamento scompare e lei porta il suo segreto con sé nella tomba. Cavendish, temo molto che non ci sia alcuna coincidenza. Monsieur Poirot, sono certo che concorda con me sul fatto che i fatti siano molto indicativi».

«Indicativi o meno», interruppe John, «siamo molto grati a Monsieur Poirot per aver chiarito la faccenda. Se non fosse stato per lui, non avremmo mai saputo di questo testamento. Suppongo che non le possa chiedere, monsieur, cosa l'abbia portata per prima a sospettare il fatto?»

Poirot sorrise e rispose:

«Una vecchia busta scarabocchiata e un'aiuola di begonie appena piantata».

John, credo, avrebbe insistito con le sue domande, ma in quel momento si udì il forte rombo di un motore e tutti ci voltammo verso la finestra mentre sfrecciava oltre.

«Evie!» gridò John. «Mi scusi, Wells». Uscì frettolosamente nell'atrio.

Poirot mi guardò interrogativo.

«Miss Howard», spiegai.

«Ah, sono contento che sia venuta. Quella è una donna con testa e cuore, Hastings. Anche se il buon Dio non le ha dato la bellezza!»

Seguii l'esempio di John e uscii nell'atrio, dove Miss Howard stava cercando di liberarsi dalla massa voluminosa di veli che le avvolgevano la testa. Quando i suoi occhi caddero su di me, un'improvvisa fitta di colpa mi attraversò. Questa era la donna che mi aveva avvertito così seriamente, e al cui avvertimento io, ahimè, non avevo prestato attenzione! Quanto presto, e con quanto disprezzo, l'avevo rimosso dalla mia mente. Ora che si era dimostrata giustificata in modo così tragico, mi sentii in colpa. Conosceva Alfred Inglethorp fin troppo bene. Mi chiesi se, fosse rimasta a Styles, la tragedia avrebbe avuto luogo, o se l'uomo avrebbe temuto i suoi occhi vigili?

Mi sentii sollevato quando mi strinse la mano, con la sua indimenticabile presa dolorosa. Gli occhi che incontrarono i miei erano tristi, ma non di rimprovero; che avesse pianto amaramente potevo dirlo dal rossore delle sue palpebre, ma il suo modo di fare era invariato rispetto alla sua vecchia ruvidezza.

«Partita nel momento in cui ho ricevuto il telegramma. Appena finito il turno di notte. Auto a noleggio. Il modo più veloce per arrivare qui».

«Ha mangiato qualcosa questa mattina, Evie?» chiese John.

«No».

«Immaginavo. Vieni, la colazione non è ancora stata sparecchiata e ti prepareranno del tè fresco». Si voltò verso di me. «Badate a lei, Hastings, volete? Wells mi sta aspettando. Oh, ecco Monsieur Poirot. Ci sta aiutando, sa, Evie».

Miss Howard strinse la mano a Poirot, ma lanciò un'occhiata sospettosa oltre la spalla verso John.

«Cosa intendi con "aiutandoci"?»

«Aiutandoci a indagare».

«Niente da indagare. L'hanno già portato in prigione?»

«Portato chi in prigione?»

«Chi? Alfred Inglethorp, naturalmente!»

«Mia cara Evie, sii prudente. Lawrence è dell'opinione che mia madre sia morta per un attacco cardiaco».

«Sciocco, Lawrence!» ribatté Miss Howard. «Naturalmente Alfred Inglethorp ha ucciso la povera Emily, come ho sempre detto che avrebbe fatto».

«Mia cara Evie, non gridare così. Qualunque cosa possiamo pensare o sospettare, è meglio dire il meno possibile per il momento. L'inchiesta non è fino a venerdì».

«Non fino a venerdì un corno!» Lo sbuffo che fece Miss Howard fu davvero magnifico. «Siete tutti fuori di testa. L'uomo sarà fuori dal paese per allora. Se ha un po' di buon senso, non rimarrà qui tranquillamente ad aspettare di essere impiccato».

John Cavendish la guardò impotente.

«So cosa succede», lo accusò, «avete dato retta ai dottori. Mai farlo. Cosa sanno? Niente affatto — o giusto abbastanza da rendersi pericolosi. Dovrei saperlo, mio padre era un dottore. Quel piccolo Wilkins è circa il più grande sciocco che io abbia mai visto. Attacco cardiaco! Il genere di cosa che direbbe lui. Chiunque con un po' di buon senso avrebbe capito subito che il marito l'aveva avvelenata. Ho sempre detto che l'avrebbe uccisa nel suo letto, povera anima. Ora l'ha fatto. E tutto quello che sapete fare è mormorare cose stupide su "attacco cardiaco" e "inchiesta venerdì". Dovresti vergognarti, John Cavendish».

«Cosa vuoi che faccia?» chiese John, incapace di trattenere un leggero sorriso. «Accidenti, Evie, non posso trascinarlo alla stazione di polizia locale per la collottola».

«Beh, potresti fare qualcosa. Scopri come ha fatto. È un mascalzone astuto. Scommetto che ha inzuppato carta moschicida. Chiedi alla cuoca se ne manca».

Mi venne in mente molto chiaramente in quel momento che ospitare Miss Howard e Alfred Inglethorp sotto lo stesso tetto, e mantenere la pace tra loro, rischiava di rivelarsi un compito erculeo, e non invidiai John. Potevo vedere dall'espressione del suo viso che comprendeva appieno la difficoltà della posizione. Per il momento, cercò rifugio nella ritirata e lasciò la stanza precipitosamente.

Dorcas portò del tè fresco. Mentre usciva dalla stanza, Poirot si avvicinò dalla finestra dove era stato in piedi e si sedette di fronte a Miss Howard.

«Mademoiselle», disse gravemente, «voglio chiederle qualcosa».

«Chieda pure», disse la signora, guardandolo con una certa sfavore.

«Voglio poter contare sul suo aiuto».

«L'aiuterò a impiccare Alfred con piacere», rispose bruscamente. «Impiccarlo è troppo poco per lui. Dovrebbe essere squartato, come ai bei vecchi tempi».

«Siamo d'accordo allora», disse Poirot, «perché anch'io voglio impiccare il criminale».

«Alfred Inglethorp?»

«Lui, o un altro».

«Non c'è questione di un altro. La povera Emily non è mai stata uccisa finché non è arrivato lui. Non dico che non fosse circondata da squali — lo era. Ma era solo la sua borsa che cercavano. La sua vita era abbastanza al sicuro. Ma arriva il signor Alfred Inglethorp — e nel giro di due mesi — et voilà!»

«Mi creda, Miss Howard», disse Poirot molto seriamente, «se il signor Inglethorp è l'uomo, non mi sfuggirà. Sul mio onore, lo impiccherò alto quanto Aman!»

«Così va meglio», disse Miss Howard più entusiasta.

«Ma devo chiederle di fidarsi di me. Ora il suo aiuto può essermi molto prezioso. Le dirò perché. Perché, in tutta questa casa in lutto, i suoi sono gli unici occhi che hanno pianto».

Miss Howard batté le palpebre e una nuova nota si insinuò nella ruvidezza della sua voce.

«Se intende che le volevo bene — sì, è vero. Sa, Emily era una vecchia egoista a modo suo. Era molto generosa, ma voleva sempre qualcosa in cambio. Non lasciava mai che la gente dimenticasse cosa aveva fatto per loro — e, in questo modo, le mancava l'amore. Non credo che se ne sia mai resa conto, però, o che ne abbia sentito la mancanza. Spero di no, comunque. Io ero su un piano diverso. Ho preso la mia posizione fin dall'inizio. "Tante sterline l'anno valgo per te. Bene. Ma non un centesimo di più — né un paio di guanti, né un biglietto per il teatro". Non capiva — a volte era molto offesa. Diceva che ero scioccamente orgogliosa. Non era quello — ma non potevo spiegare. Comunque, ho mantenuto il mio rispetto di me stessa. E così, tra l'intero gruppo, ero l'unica che poteva permettersi di volerle bene. Vegliavo su di lei. La proteggevo dal gruppo di loro, e poi arriva un mascalzone dalla lingua sciolta, e pooh! tutti i miei anni di devozione non valgono nulla».

Poirot annuì con simpatia.

«Capisco, mademoiselle, capisco tutto quello che prova. È la cosa più naturale. Pensa che siamo tiepidi — che ci manchi fuoco ed energia — ma si fidi di me, non è così».

John fece capolino in questo momento e ci invitò entrambi a salire nella stanza della signora Inglethorp, poiché lui e il signor Wells avevano finito di controllare lo scrittoio nel boudoir.

Mentre salivamo le scale, John guardò verso la porta della sala da pranzo e abbassò la voce confidenzialmente:

«Senta, cosa succederà quando questi due si incontreranno?»

Scossi la testa impotente.

«Ho detto a Mary di tenerli separati se può».

«Riuscirà a farlo?»

«Solo Dio lo sa. C'è una cosa, Inglethorp stesso non sarà molto entusiasta di incontrarla».

«Ha ancora le chiavi, vero Poirot?» chiesi, mentre raggiungevamo la porta della stanza chiusa a chiave.

Prendendo le chiavi da Poirot, John la aprì e tutti entrammo. L'avvocato andò dritto allo scrittoio e John lo seguì.

«Mia madre teneva la maggior parte dei suoi documenti importanti in questa borsa da viaggio, credo», disse.

Poirot tirò fuori il piccolo mazzo di chiavi.

«Mi permetta. L'ho chiusa a chiave, per precauzione, questa mattina».

«Ma non è chiusa a chiave ora».

«Impossibile!»

«Guardi». E John sollevò il coperchio mentre parlava.

«Milles tonnerres!» gridò Poirot, sbalordito. «E io — che ho entrambe le chiavi in tasca!» Si lanciò sulla borsa. Improvvisamente si irrigidì. «Eh voilà une affaire! Questa serratura è stata forzata».

«Cosa?»

Poirot posò di nuovo la borsa.

«Ma chi l'ha forzata? Perché avrebbero dovuto? Quando? Ma la porta era chiusa a chiave?» Queste esclamazioni scoppiarono da noi in modo sconnesso.

Poirot rispose loro categoricamente — quasi meccanicamente.

«Chi? Questa è la domanda. Perché? Ah, se solo lo sapessi. Quando? Da quando ero qui un'ora fa. Per quanto riguarda la porta chiusa a chiave, è una serratura molto ordinaria. Probabilmente una qualsiasi delle chiavi delle porte in questo corridoio potrebbe adattarsi».

Ci fissammo l'un l'altro inespressivi. Poirot si era diretto verso la mensola del camino. Era esteriormente calmo, ma notai che le sue mani, che per lunga forza d'abitudine stavano meccanicamente raddrizzando i vasi sulla mensola, stavano tremando violentemente.

«Guardate qui, è andata così», disse alla fine. «C'era qualcosa in quella borsa — un qualche elemento di prova, lieve in sé forse, ma comunque abbastanza di un indizio per collegare l'assassino al crimine. Era vitale per lui che fosse distrutto prima di essere scoperto e che il suo significato fosse compreso. Pertanto, ha corso il rischio, il grande rischio, di venire qui. Trovando la borsa chiusa a chiave, è stato costretto a forzarla, tradendo così la sua presenza. Perché corresse quel rischio, doveva essere qualcosa di grande importanza».

«Ma cosa era?»

«Ah!» gridò Poirot, con un gesto di rabbia. «Questo, non lo so! Un documento di qualche tipo, senza dubbio, forse il pezzetto di carta che Dorcas ha visto nella sua mano ieri pomeriggio. E io —» la sua rabbia esplose liberamente — «miserabile animale che sono! Non ho indovinato nulla! Mi sono comportato come un imbecille! Non avrei mai dovuto lasciare quella borsa qui. Avrei dovuto portarla via con me. Ah, triplo maiale! E ora è sparita. È distrutta — ma è distrutta? Non c'è ancora una possibilità — dobbiamo lasciare nulla di intentato —»

Si precipitò come un pazzo fuori dalla stanza e io lo seguii non appena ebbi ripreso sufficientemente il mio senno. Ma, quando ebbi raggiunto la cima delle scale, lui era fuori vista.

Mary Cavendish stava dove le scale si dividevano, fissando giù nell'atrio nella direzione in cui era scomparso.

«Cosa è successo al suo straordinario piccolo amico, signor Hastings? È appena corso oltre me come un toro furioso».

«È piuttosto turbato per qualcosa», osservai debolmente. Non sapevo davvero quanto Poirot avrebbe voluto che rivelassi. Mentre vedevo un lieve sorriso formarsi sulla bocca espressiva della signora Cavendish, tentai di cambiare argomento dicendo: «Non si sono ancora incontrati, vero?»

«Chi?»

«Il signor Inglethorp e Miss Howard».

Mi guardò in modo piuttosto sconcertante.

«Pensa che sarebbe un tale disastro se si incontrassero?»

«Beh, non crede?» dissi, piuttosto colto alla sprovvista.

«No». Sorrideva nel suo modo tranquillo. «Mi piacerebbe vedere un bel falò. Chiarirebbe l'aria. Al momento stiamo tutti pensando così tanto e dicendo così poco».

«John non la pensa così», osservai. «È ansioso di tenerli separati».

«Oh, John!»

Qualcosa nel suo tono mi accese e sbbottai:

«Il vecchio John è una brava persona».

Mi studiò curiosamente per un minuto o due, e poi disse, con mia grande sorpresa:

«Lei è leale verso il suo amico. Mi piace per questo».

«Non è anche lei mia amica?»

«Sono una pessima amica».

«Perché dice questo?»

«Perché è vero. Sono affascinante con i miei amici un giorno, e mi dimentico tutto di loro quello dopo».

Non so cosa mi abbia spinto, ma ero irritato e dissi scioccamente e non con il miglior gusto:

«Eppure sembra essere invariabilmente affascinante con il dottor Bauerstein!»

All'istante mi pentii delle mie parole. Il suo viso si irrigidì. Ebbi l'impressione di una tenda d'acciaio che scendeva e cancellava la donna reale. Senza una parola, si voltò e salì rapidamente le scale, mentre io stavo come un idiota a bocca aperta dietro di lei.

Fui richiamato ad altre questioni da un baccano spaventoso che proveniva dal basso. Potevo sentire Poirot gridare e spiegare. Ero contrariato nel pensare che la mia diplomazia fosse stata vana. Il piccolo uomo sembrava stare mettendo a parte dell'intera casa la sua confidenza, un procedimento del quale io, per conto mio, dubitavo della saggezza. Ancora una volta non potei fare a meno di rammaricarmi che il mio amico fosse così incline a perdere la testa nei momenti di eccitazione. Scesi rapidamente le scale. La mia vista calmò Poirot quasi immediatamente. Lo trassi in disparte.

«Caro amico», dissi, «è saggio? Sicuramente non vuole che l'intera casa sappia di questo accadimento? Sta effettivamente giocando nelle mani del criminale».

«Lei pensa, Hastings?»

«Ne sono certo».

«Bene, bene, amico mio, mi farò guidare da lei».

«Bene. Sebbene, sfortunatamente, sia un po' troppo tardi ora».

«Sicuro».

Sembrava così avvilito e imbarazzato che mi sentii piuttosto dispiaciuto, sebbene pensassi ancora che il mio rimprovero fosse giusto e saggio.

«Bene», disse alla fine, «andiamo, mon ami».

«Ha finito qui?»

«Per il momento, sì. Vuole tornare con me al villaggio?»

«Volentieri».

Prese la sua piccola valigia e uscimmo attraverso la finestra aperta in salotto. Cynthia Murdoch stava appena entrando e Poirot si fece da parte per lasciarla passare.

«Mi scusi, mademoiselle, un minuto».

«Sì?» si voltò interrogativa.

«Ha mai preparato le medicine della signora Inglethorp?»

Un leggero rossore salì sul suo viso, mentre rispondeva piuttosto a disagio:

«No».

«Solo le sue polveri?»

Il rossore si fece più intenso mentre Cynthia rispondeva:

«Oh, sì, ho preparato delle polveri per dormire per lei una volta».

«Queste?»

Poirot tirò fuori la scatola vuota che aveva contenuto le polveri.

Lei annuì.

«Può dirmi cosa fossero? Sulfonal? Veronal?»

«No, erano polveri di bromuro».

«Ah! Grazie, mademoiselle; buongiorno».

Mentre ci allontanavamo velocemente dalla casa, lo guardai più di una volta. Avevo notato spesso prima che, se qualcosa lo eccitava, i suoi occhi diventavano verdi come quelli di un gatto. Ora brillavano come smeraldi.

«Amico mio», esclamò alla fine, «ho una piccola idea, un'idea molto strana, e probabilmente del tutto impossibile. Eppure — si incastra».

Strinsi le spalle. Pensavo privatamente che Poirot fosse piuttosto troppo incline a queste idee fantastiche. In questo caso, sicuramente, la verità era fin troppo chiara ed evidente.

«Quindi questa è la spiegazione dell'etichetta bianca sulla scatola», osservai. «Molto semplice, come ha detto. Mi meraviglio davvero che non ci abbia pensato io stesso».

Poirot non sembrava ascoltarmi.

«Hanno fatto un'altra scoperta, là-bas», osservò, facendo un gesto col pollice sopra la spalla in direzione di Styles. «Il signor Wells me l'ha detto mentre stavamo salendo le scale».

«Cosa era?»

«Chiuso nella scrivania del boudoir, hanno trovato un testamento della signora Inglethorp, datato prima del suo matrimonio, che lasciava la sua fortuna ad Alfred Inglethorp. Deve essere stato redatto proprio nel periodo in cui si erano fidanzati. È stata una vera sorpresa per Wells, e anche per John Cavendish. Era scritto su uno di quei moduli prestampati per testamenti, e controfirmato da due dei servitori, non da Dorcas».

«Il signor Inglethorp ne era a conoscenza?»

«Dice di no».

«Si potrebbe prendere questa affermazione con le pinze», osservai scettico. «Tutti questi testamenti sono molto confusi. Mi dica, in che modo quelle parole scarabocchiate sulla busta l'hanno aiutata a scoprire che era stato fatto un testamento ieri pomeriggio?»

Poirot sorrise.

«Mon ami, le è mai capitato, scrivendo una lettera, di essere bloccato dal fatto di non sapere come si scrive una certa parola?»

«Sì, spesso. Immagino sia capitato a tutti».

«Esattamente. E non ha provato, in tal caso, a scrivere la parola una o due volte sul bordo della carta assorbente, o su un pezzetto di carta di scarto, per vedere se sembrava corretta? Bene, è quello che ha fatto la signora Inglethorp. Noterà che la parola "possessed" è scritta prima con una sola "s" e successivamente con due, correttamente. Per esserne sicura, l'aveva ulteriormente provata in una frase, così: "I am possessed". Ora, cosa mi ha detto questo? Mi ha detto che la signora Inglethorp aveva scritto la parola "possessed" quel pomeriggio e, avendo in mente il frammento di carta trovato nel caminetto, la possibilità di un testamento — un documento quasi certamente contenente quella parola — mi è venuta subito in mente. Questa possibilità è stata confermata da un'ulteriore circostanza. Nella confusione generale, il boudoir non era stato spazzato quella mattina, e vicino alla scrivania c'erano diverse tracce di terriccio scuro e terra. Il tempo era stato perfettamente bello per alcuni giorni, e nessun paio di stivali comuni avrebbe lasciato un deposito così pesante».

«Sono andato alla finestra e ho visto subito che le aiuole di begonie erano state appena piantate. Il terriccio nelle aiuole era esattamente simile a quello sul pavimento del boudoir, e ho anche appreso da lei che erano state piantate ieri pomeriggio. Ero ora certo che uno, o forse entrambi i giardinieri — poiché c'erano due serie di impronte nell'aiuola — fossero entrati nel boudoir, perché se la signora Inglethorp avesse semplicemente voluto parlare con loro, con ogni probabilità sarebbe rimasta alla finestra e loro non sarebbero affatto entrati nella stanza. Ero ormai del tutto convinto che avesse fatto un nuovo testamento e avesse chiamato i due giardinieri a testimoniare la sua firma. Gli eventi hanno dimostrato che avevo ragione nella mia supposizione».

«È stato molto ingegnoso», non ho potuto fare a meno di ammettere. «Devo confessare che le conclusioni che ho tratto da quelle poche parole scarabocchiate erano del tutto errate».

Lui sorrise.

«Ha dato troppo spazio alla sua immaginazione. L'immaginazione è una buona serva, ma una cattiva padrona. La spiegazione più semplice è sempre la più probabile».

«Un altro punto: come ha fatto a sapere che la chiave della valigetta era andata perduta?»

«Non lo sapevo. È stata una supposizione che si è rivelata corretta. Lei ha osservato che aveva un pezzo di filo metallico ritorto attraverso l'anello. Questo mi ha suggerito subito che fosse stata forse strappata da un portachiavi fragile. Ora, se fosse andata perduta e ritrovata, la signora Inglethorp l'avrebbe subito rimessa nel suo mazzo; ma sul suo mazzo ho trovato quella che era ovviamente la chiave duplicata, molto nuova e lucida, il che mi ha portato all'ipotesi che qualcun altro avesse inserito la chiave originale nella serratura della valigetta».

«Sì», dissi, «Alfred Inglethorp, senza dubbio».

Poirot mi guardò con curiosità.

«È molto sicuro della sua colpevolezza?»

«Beh, naturalmente. Ogni nuova circostanza sembra stabilirlo più chiaramente».

«Al contrario», disse Poirot tranquillamente, «ci sono diversi punti a suo favore».

«Oh, via!»

«Sì».

«Io ne vedo solo uno».

«E quale sarebbe?»

«Che non era in casa la scorsa notte».

«"Colpo mancato!", come dite voi inglesi! Ha scelto l'unico punto che, a mio avviso, gioca contro di lui».

«Com'è possibile?»

«Perché se il signor Inglethorp avesse saputo che sua moglie sarebbe stata avvelenata la scorsa notte, avrebbe certamente fatto in modo di essere lontano da casa. La sua scusa era palesemente inventata. Questo ci lascia due possibilità: o sapeva cosa stava per succedere o aveva una sua ragione personale per la sua assenza».

«E quella ragione?» chiesi scettico.

Poirot scrollò le spalle.

«Come potrei saperlo? Poco onorevole, senza dubbio. Questo signor Inglethorp, direi, è un po' un mascalzone, ma ciò non lo rende necessariamente un assassino».

Scossi la testa, non convinto.

«Non siamo d'accordo, eh?» disse Poirot. «Bene, lasciamo perdere. Il tempo mostrerà chi di noi ha ragione. Ora passiamo ad altri aspetti del caso. Cosa pensa del fatto che tutte le porte della camera da letto fossero chiuse a chiave dall'interno?»

«Beh...» considerai. «Bisogna guardare la cosa in modo logico».

«Vero».

«La metterei in questo modo. Le porte erano chiuse a chiave — i nostri stessi occhi ce l'hanno detto — eppure la presenza della cera di candela sul pavimento, e la distruzione del testamento, provano che durante la notte qualcuno è entrato nella stanza. È d'accordo fin qui?»

«Perfettamente. Esposto con ammirevole chiarezza. Proceda».

«Bene», dissi, incoraggiato, «poiché la persona che è entrata non l'ha fatto dalla finestra, né per via miracolosa, ne consegue che la porta deve essere stata aperta dall'interno dalla stessa signora Inglethorp. Ciò rafforza la convinzione che la persona in questione fosse suo marito. Naturalmente avrebbe aperto la porta a suo marito».

Poirot scosse la testa.

«Perché avrebbe dovuto? Aveva chiuso a chiave la porta che conduceva alla sua stanza — una procedura alquanto insolita da parte sua — aveva avuto una lite violentissima con lui proprio quel pomeriggio. No, lui era l'ultima persona che avrebbe fatto entrare».

«Ma è d'accordo con me che la porta deve essere stata aperta dalla stessa signora Inglethorp?»

«C'è un'altra possibilità. Potrebbe aver dimenticato di chiudere a chiave la porta verso il corridoio quando è andata a letto, e essersi alzata più tardi, verso il mattino, e averla chiusa allora».

«Poirot, è seriamente questa la sua opinione?»

«No, non dico che sia così, ma potrebbe esserlo. Ora, per passare a un altro aspetto, cosa pensa del frammento di conversazione che ha origliato tra la signora Cavendish e sua suocera?»

«L'avevo dimenticato», dissi pensieroso. «È enigmatico come sempre. Sembra incredibile che una donna come la signora Cavendish, orgogliosa e riservata al massimo grado, si intrometta così violentemente in ciò che certamente non era affare suo».

«Precisamente. È stata una cosa sorprendente per una donna della sua educazione».

«È certamente curioso», convenni. «Tuttavia, non è importante e non c'è bisogno di tenerne conto».

Un gemito scappò a Poirot.

«Cosa le ho sempre detto? Tutto deve essere preso in considerazione. Se il fatto non si adatta alla teoria, si lasci perdere la teoria».

«Bene, vedremo», dissi, stizzito.

«Sì, vedremo».

Avevamo raggiunto Leastways Cottage e Poirot mi fece salire nella sua stanza. Mi offrì una delle minuscole sigarette russe che lui stesso fumava occasionalmente. Ero divertito nel notare che riponeva i fiammiferi usati molto accuratamente in un piccolo vasetto di porcellana. Il mio momentaneo fastidio svanì.

Poirot aveva posizionato le nostre due sedie davanti alla finestra aperta che dominava la vista della via del villaggio. L'aria fresca soffiava dentro, calda e piacevole. Sarebbe stata una giornata calda.

Improvvisamente la mia attenzione fu catturata da un giovane dall'aspetto trasandato che correva lungo la strada a gran velocità. Era l'espressione sul suo volto a essere straordinaria: un curioso miscuglio di terrore e agitazione.

«Guarda, Poirot!» dissi.

Lui si sporse in avanti.

«Tiens!» disse. «È il signor Mace, della farmacia. Sta venendo qui».

Il giovane si fermò davanti al Leastways Cottage e, dopo aver esitato un momento, bussò vigorosamente alla porta.

«Un minuto», gridò Poirot dalla finestra. «Arrivo».

Facendomi segno di seguirlo, corse velocemente giù per le scale e aprì la porta. Il signor Mace iniziò subito.

«Oh, signor Poirot, mi scusi per il disturbo, ma ho sentito che è appena tornato dalla Hall?»

«Sì, lo siamo».

Il giovane si inumidì le labbra secche. Il suo volto mostrava una strana agitazione.

«In tutto il villaggio non si parla d'altro che della morte improvvisa della vecchia signora Inglethorp. Dicono...» abbassò la voce con cautela «...che sia veleno?»

Il volto di Poirot rimase del tutto impassibile.

«Solo i dottori possono dircelo, signor Mace».

«Sì, esattamente... certo...» Il giovane esitò, e poi la sua agitazione ebbe la meglio su di lui. Afferrò Poirot per il braccio e abbassò la voce a un sussurro: «Mi dica solo questo, signor Poirot, non è... non è stricnina, vero?»

Sentii a malapena cosa rispose Poirot. Qualcosa evidentemente di natura non impegnativa. Il giovane se ne andò e, mentre chiudeva la porta, gli occhi di Poirot incontrarono i miei.

«Sì», disse, annuendo gravemente. «Avrà testimonianze da fornire all'inchiesta».

Salimmo di nuovo lentamente. Stavo per aprire bocca, quando Poirot mi fermò con un gesto della mano.

«Non ora, non ora, mon ami. Ho bisogno di riflettere. La mia mente è in un certo disordine, il che non va bene».

Per circa dieci minuti sedette in un silenzio tombale, perfettamente immobile, eccetto per diversi movimenti espressivi delle sopracciglia, e per tutto il tempo i suoi occhi divennero costantemente più verdi. Alla fine emise un profondo sospiro.

«Va bene. Il brutto momento è passato. Ora tutto è organizzato e classificato. Non bisogna mai permettere la confusione. Il caso non è ancora chiaro... no. Perché è della massima complessità! Mi sconcerta. Me, Hercule Poirot! Ci sono due fatti significativi».

«E quali sono?»

«Il primo è lo stato del tempo ieri. È molto importante».

«Ma è stata una giornata gloriosa!» lo interruppi. «Poirot, mi sta prendendo in giro!»

«Nient'affatto. Il termometro ha segnato 80 gradi all'ombra. Non lo dimentichi, amico mio. È la chiave dell'intero enigma!»

«E il secondo punto?» chiesi.

«L'importante fatto che il signor Inglethorp indossa vestiti molto particolari, ha una barba nera e usa gli occhiali».

«Poirot, non posso credere che lei sia serio».

«Sono assolutamente serio, amico mio».

«Ma è infantile!»

«No, è molto importante».

«E supponendo che la giuria del Coroner pronunci un verdetto di omicidio volontario contro Alfred Inglethorp. Che ne sarà delle sue teorie, allora?»

«Non verrebbero scosse dal fatto che dodici uomini stupidi abbiano commesso un errore! Ma non accadrà. Per prima cosa, una giuria di campagna non è ansiosa di assumersi responsabilità, e il signor Inglethorp occupa praticamente la posizione di signorotto locale. Inoltre», aggiunse placidamente, «non lo permetterei!»

«Non lo permetterebbe?»

«No».

Guardai lo straordinario ometto, diviso tra fastidio e divertimento. Era così tremendamente sicuro di sé. Come se leggesse nei miei pensieri, annuì gentilmente.

«Oh, sì, mon ami, farei ciò che dico». Si alzò e mi mise una mano sulla spalla. La sua fisionomia subì un cambiamento completo. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. «In tutto questo, vede, penso a quella povera signora Inglethorp che è morta. Non era amata in modo stravagante... no. Ma è stata molto buona con noi belgi... le devo un debito».

Cercai di interrompere, ma Poirot continuò.

«Le dico questo, Hastings. Non mi perdonerebbe mai se lasciassi che Alfred Inglethorp, suo marito, venisse arrestato ora... quando una mia parola potrebbe salvarlo!»

CAPITOLO VI. L'INCHIESTA

Nell'intervallo prima dell'inchiesta, Poirot fu instancabile nella sua attività. Due volte si chiuse in colloquio con il signor Wells. Fece anche lunghe passeggiate in campagna. Ero piuttosto risentito del fatto che non mi rendesse partecipe, tanto più che non riuscivo minimamente a indovinare a cosa mirasse.

Mi venne in mente che potesse aver fatto indagini alla fattoria di Raikes; così, non trovandolo quando passai al Leastways Cottage mercoledì sera, mi incamminai verso i campi, sperando di incontrarlo. Ma non c'era traccia di lui ed esitai ad andare fin su alla fattoria. Mentre mi allontanavo, incontrai un vecchio contadino, che mi guardò astutamente.

«Viene dalla Hall, vero?» mi chiese.

«Sì. Sto cercando un mio amico che pensavo potesse essere passato di qui».

«Un tizio basso? Che sventola le mani quando parla? Uno di quei belgi del villaggio?»

«Sì», dissi ansioso. «È stato qui, allora?»

«Oh, sì, è stato qui, eccome. Più di una volta, anche. È un suo amico, eh? Ah, voi signori della Hall... siete una bella schiera!» E mi guardò più scherzosamente che mai.

«Perché, i signori della Hall vengono qui spesso?» chiesi, il più distrattamente possibile.

Mi fece l'occhiolino in modo complice.

«Uno sì, mister. Senza fare nomi, intendo. E un gentiluomo molto generoso! Oh, grazie, signore, ne sono certo».

Camminai velocemente. Evelyn Howard aveva ragione, allora, e provai una fitta di disgusto pensando alla generosità di Alfred Inglethorp con i soldi di un'altra donna. Quello stuzzicante viso zingaresco era stato la causa del crimine, o era stata la molla più bassa del denaro? Probabilmente un giudizioso mix di entrambi.

Su un punto, Poirot sembrava avere una curiosa ossessione. Una o due volte mi osservò che pensava che Dorcas dovesse aver fatto un errore nel fissare l'orario della lite. Le suggerì ripetutamente che fossero le quattro e mezza, e non le quattro, quando aveva sentito le voci.

Ma Dorcas era irremovibile. Era passata almeno un'ora, o anche più, dal momento in cui aveva sentito le voci alle cinque, quando aveva portato il tè alla sua padrona.

L'inchiesta si tenne venerdì allo Stylites Arms nel villaggio. Poirot e io sedevamo insieme, non essendo richiesti per testimoniare.

I preliminari furono espletati. La giuria visionò il corpo e John Cavendish fornì la testimonianza per l'identificazione.

Interrogato ulteriormente, descrisse il suo risveglio nelle prime ore del mattino e le circostanze della morte di sua madre.

Fu poi raccolta la testimonianza medica. Ci fu un silenzio mozzafiato e ogni occhio era fissato sul famoso specialista di Londra, noto per essere una delle più grandi autorità del giorno in materia di tossicologia.

In poche brevi parole, riassunse il risultato dell'autopsia. Semplificato dalla sua terminologia medica e dai tecnicismi, il risultato era che la signora Inglethorp era morta in seguito ad avvelenamento da stricnina. A giudicare dalla quantità recuperata, doveva aver assunto non meno di tre quarti di grano di stricnina, ma probabilmente un grano o poco più.

«È possibile che possa aver ingerito il veleno per errore?» chiese il Coroner.

«Lo riterrei molto improbabile. La stricnina non viene usata per scopi domestici, come alcuni veleni, e ci sono restrizioni poste alla sua vendita».

«C'è qualcosa nel suo esame che la porta a determinare come sia stato somministrato il veleno?»

«No».

«È arrivato a Styles prima del dottor Wilkins, credo?»

«È così. l'automobile mi ha incontrato appena fuori dai cancelli della tenuta e sono corso lì il più velocemente possibile».

«Ci vuole raccontare esattamente cosa è successo dopo?»

«Sono entrato nella stanza della signora Inglethorp. In quel momento era in una tipica convulsione tetanica. Si è voltata verso di me e ha esclamato affannosamente: "Alfred... Alfred..."»

«La stricnina potrebbe essere stata somministrata nel caffè del dopocena della signora Inglethorp, che le è stato portato dal marito?»

«Possibilmente, ma la stricnina è un farmaco abbastanza rapido nella sua azione. I sintomi appaiono da una a due ore dopo l'ingestione. È ritardata in determinate condizioni, nessuna delle quali, tuttavia, sembra essere stata presente in questo caso. Presumo che la signora Inglethorp abbia preso il caffè dopo cena verso le otto, mentre i sintomi non si sono manifestati fino alle prime ore del mattino, il che, a prima vista, indica che il farmaco è stato assunto molto più tardi la sera».

«La signora Inglethorp era solita bere una tazza di cacao nel cuore della notte. La stricnina potrebbe essere stata somministrata in quella?»

«No, io stesso ho preso un campione del cacao rimasto nel pentolino e l'ho fatto analizzare. Non c'era stricnina».

Sentii Poirot ridacchiare sommessamente accanto a me.

«Come faceva a saperlo?» sussurrai.

«Ascolti».

«Direi» — stava continuando il dottore — «che sarei rimasto considerevolmente sorpreso da qualsiasi altro risultato».

«Perché?»

«Semplicemente perché la stricnina ha un gusto insolitamente amaro. Può essere rilevata in una soluzione di uno su settantamila e può essere mascherata solo da qualche sostanza fortemente aromatizzata. Il cacao sarebbe del tutto incapace di nasconderla».

Uno dei giurati volle sapere se la stessa obiezione si applicasse al caffè.

«No. Il caffè ha un suo gusto amaro che probabilmente coprirebbe quello della stricnina».

«Allora ritiene più probabile che il farmaco sia stato somministrato nel caffè, ma che per qualche ragione sconosciuta la sua azione sia stata ritardata».

«Sì, ma, essendo la tazza completamente frantumata, non c'è possibilità di analizzarne il contenuto».

Questo concluse la testimonianza del dottor Bauerstein. Il dottor Wilkins la corroborò su tutti i punti. Interpellato sulla possibilità di suicidio, la ripudiò totalmente. La defunta, disse, soffriva di cuore debole, ma per il resto godeva di perfetta salute ed era di indole allegra ed equilibrata. Sarebbe stata una delle ultime persone a togliersi la vita.

Fu chiamato Lawrence Cavendish. La sua testimonianza fu del tutto irrilevante, essendo una mera ripetizione di quella di suo fratello. Proprio mentre stava per scendere, fece una pausa e disse in modo piuttosto esitante:

«Vorrei fare un suggerimento, se posso?»

Diede un'occhiata deprecante al Coroner, che rispose vivacemente:

«Certamente, signor Cavendish, siamo qui per arrivare alla verità su questa faccenda e accogliamo volentieri qualsiasi cosa possa portare a un ulteriore chiarimento».

«È solo una mia idea», spiegò Lawrence. «Naturalmente potrei sbagliarmi completamente, ma mi sembra ancora che la morte di mia madre possa essere spiegata con mezzi naturali».

«Come arriva a questa conclusione, signor Cavendish?»

«Mia madre, al momento della morte e per qualche tempo prima, assumeva un tonico contenente stricnina».

«Ah!» disse il Coroner.

La giuria alzò lo sguardo, interessata.

«Credo», continuò Lawrence, «che ci siano stati casi in cui l'effetto cumulativo di un farmaco, somministrato per qualche tempo, ha finito per causare la morte. Inoltre, non è possibile che possa aver preso una dose eccessiva della sua medicina per errore?»

«Questa è la prima volta che sentiamo dire che la defunta assumeva stricnina al momento della morte. Le siamo molto obbligati, signor Cavendish».

Il dottor Wilkins fu richiamato e ridicolizzò l'idea.

«Ciò che suggerisce il signor Cavendish è del tutto impossibile. Qualsiasi medico le direbbe la stessa cosa. La stricnina è, in un certo senso, un veleno cumulativo, ma sarebbe del tutto impossibile che portasse a una morte improvvisa in questo modo. Ci sarebbe dovuto essere un lungo periodo di sintomi cronici che avrebbero immediatamente attirato la mia attenzione. È tutto assurdo».

«E il secondo suggerimento? Che la signora Inglethorp possa aver inavvertitamente preso una dose eccessiva?»

«Tre, o anche quattro dosi, non avrebbero portato alla morte. La signora Inglethorp si faceva sempre preparare una quantità di medicina extra grande alla volta, poiché si serviva da Coot's, il farmacista di Tadminster. Avrebbe dovuto prendere quasi l'intero flacone per giustificare la quantità di stricnina trovata all'autopsia».

«Allora ritiene che possiamo scartare il tonico come non strumentale in alcun modo nel causare la sua morte?»

«Certamente. La supposizione è ridicola».

Lo stesso giurato che aveva interrotto prima suggerì qui che il farmacista che aveva preparato la medicina potesse aver commesso un errore.

«Questo, naturalmente, è sempre possibile», rispose il dottore.

Ma Dorcas, che fu il testimone successivo chiamato, dissipò anche quella possibilità. La medicina non era stata appena preparata. Al contrario, la signora Inglethorp aveva preso l'ultima dose il giorno della sua morte.

Così la questione del tonico fu definitivamente abbandonata e il Coroner procedette con il suo compito. Dopo aver appreso da Dorcas come fosse stata svegliata dal violento suono del campanello della sua padrona e avesse successivamente svegliato la famiglia, passò al tema della lite del pomeriggio precedente.

La testimonianza di Dorcas su questo punto era sostanzialmente quella che Poirot ed io avevamo già sentito, perciò non la ripeterò qui.

Il prossimo testimone fu Mary Cavendish. Stava molto eretta e parlava con voce bassa, chiara e perfettamente composta. In risposta alla domanda del Coroner, raccontò come, svegliata dall’orologio alle quattro e mezza come di consueto, si stesse vestendo quando fu sopraffatta dal suono di qualcosa di pesante che cadeva.

“Quella sarebbe stata il tavolo accanto al letto?” commentò il Coroner.

“Aprii la porta,” continuò Mary, “e ascoltai. Dopo pochi minuti un campanello suonò violentemente. Dorcas scese di corsa e svegliò mio marito, e tutti noi andammo nella stanza della suocera, ma era chiusa a chiave——”

Il Coroner la interruppe.

“Non credo davvero sia necessario tormentarla ulteriormente su questo punto. Sappiamo tutto ciò che può essere saputo degli avvenimenti successivi. Ma le sarei grato se volesse raccontarci tutto ciò che ha udito della lite del giorno prima.”

“Io?”

C’era una lieve insolenza nella sua voce. Sollevò la mano e aggiustò il colletto di pizzo al collo, girando leggermente la testa mentre lo faceva. E, quasi spontaneamente, mi balenò in mente il pensiero: “Sta guadagnando tempo!”

“Sì. Capisco,” proseguì deliberatamente il Coroner, “che lei era seduta a leggere sulla panchina proprio fuori dalla lunga finestra del boudoir. È così, vero?”

Quella era una novità per me e, guardando di lato verso Poirot, immaginai che lo fosse anche per lui.

Ci fu la più minima esitazione, il mero balzo di un attimo, prima che lei rispondesse:

“Sì, è così.”

“E la finestra del boudoir era aperta, non è vero?”

Il suo volto divenne un po’ più pallido mentre rispondeva:

“Sì.”

“Allora non può aver fallito ad ascoltare le voci dentro, soprattutto perché erano elevate per la rabbia. In realtà, sarebbero state più udibili dove lei si trovava che nel corridoio.”

“Forse.”

“Ci ripete cosa ha udito della lite?”

“Non ricordo di aver sentito nulla.”

“Intende dire che non ha sentito voci?”

“Oh, sì, ho sentito le voci, ma non ho sentito quello che dicevano.” Un pallido rossore apparve sul suo guancia. “Non ho l’abitudine di ascoltare conversazioni private.”

Il Coroner insistette.

“E non ricorda assolutamente nulla? Nulla, signora Cavendish? Neanche una parola o frase strana che le faccia capire che fosse una conversazione privata?”

Fece una pausa, sembrò riflettere, restando esteriormente calma come sempre.

“Sì; ricordo. La signora Inglethorp ha detto qualcosa—non ricordo esattamente cosa—riguardo al creare scandalo tra marito e moglie.”

“Ah!” si appoggiò soddisfatto il Coroner indietro. “Ciò corrisponde a quanto ha udito Dorcas. Ma mi scusi, signora Cavendish, sebbene abbia capito che fosse una conversazione privata, non si è allontanata? È rimasta dove era?”

Catturai il fugace luccichio dei suoi occhi color mogano mentre li alzava. Ero certo che in quel momento avrebbe potuto strappar via a pezzi il piccolo avvocato, con le sue insinuazioni, ma rispose con sufficiente tranquillità:

“No. Ero molto a mio agio dove mi trovavo. Concentrai la mente sul mio libro.”

“E questo è tutto ciò che può dirci?”

“È tutto.”

L’esame era terminato, benché dubitassi che il Coroner ne fosse pienamente soddisfatto. Credo sospettasse che Mary Cavendish potesse dire di più se avesse voluto.

La prossima venne chiamata Amy Hill, commessa, che depose di aver venduto un modulo di testamento nel pomeriggio del 17 a William Earl, giardiniere di Styles.

William Earl e Manning la succedettero, e testimoniarono di aver visto un documento. Manning fissò l’ora intorno alle quattro e mezza, William ritenne fosse piuttosto prima.

Seguì Cynthia Murdoch. Aveva però poco da dire. Non sapeva nulla della tragedia finché non fu svegliata dalla signora Cavendish.

“Non ha sentito cadere il tavolo?”

“No. Dormivo profondamente.”

Il Coroner sorrise.

“Una buona coscienza rende chi dorme sonno profondo,” osservò. “Grazie, Miss Murdoch, è tutto.”

“Miss Howard.”

Miss Howard produsse la lettera scritta per lei dalla signora Inglethorp nella sera del 17. Poirot ed io l’avevamo già vista, ovviamente. Non aggiungeva nulla alla nostra conoscenza della tragedia. Seguì una copia:

STYLES COURT ESSEX nota manoscritta:

17 luglio Mia cara Evelyn Non possiamo seppellire l’ascia? Ho trovato difficile perdonare le cose che hai detto contro mio caro marito ma sono una vecchia e molto affezionata a te Con affetto, Emily Inglethorpe

Fu consegnata alla giuria, che la scrutò attentamente.

“Temo che non ci aiuti molto,” disse il Coroner, sospirando. “Non vi è alcun riferimento a quanto accaduto quell pomeriggio.”

“Chiaro come un bastone per me,” rispose brevemente Miss Howard. “Mostra chiaramente che la mia povera vecchia amica ha appena scoperto di essere stata presa in giro!”

“Non dice nulla del genere nella lettera,” osservò il Coroner.

“No, perché Emily non riusciva mai a mettersi in torto. Ma la conosco. Voleva che tornassi. Ma non avrebbe ammesso che avessi ragione. Gira intorno. La maggior parte della gente lo fa. Non ci credo nemmeno io.”

Il signor Wells sorrise debolmente. Lo notai anch’io, così come diversi membri della giuria. Miss Howard era evidentemente una figura molto pubblica.

“Comunque, tutta questa fesseria è una perdita di tempo immensa,” continuò la signora, guardando con disprezzo la giuria. “Parole—parole—parole! Quando tutto il tempo lo sappiamo perfettamente——”

Il Coroner la interruppe in un momento di apprensione:

“Grazie, Miss

Howard. Non abbiamo altre domande per lei.”

La testimone lasciò il banco con un’aria di estrema insoddisfazione, come se fosse stata privata di un diritto costituzionale.

Poi il Coroner si rivolse alla giuria. “Signori, avete sentito le prove. Sono, come sapete, di natura puramente preliminare. Non c’è bisogno che vi ricordi che il vostro compito oggi è semplicemente quello di stabilire la causa della morte, e di decidere se c’è motivo di rinviare a giudizio qualcuno per l’omicidio della defunta. Date le circostanze, il mio consiglio è di aggiornare l’inchiesta a una data successiva, in attesa di ulteriori indagini da parte della polizia.”

La giuria si ritirò per un breve consulto. Non ci fu dubbio alcuno. In meno di cinque minuti tornarono con il verdetto: omicidio per avvelenamento da stricnina da parte di persona o persone ignote.

Uscimmo dall’aula in un’atmosfera di cupa eccitazione. Le facce della gente erano tese e curiose. Sapevo che il nome di Styles sarebbe stato sulla bocca di tutti per settimane.

John Cavendish sembrava invecchiato di dieci anni. Si avvicinò a Poirot con un gesto nervoso. “Beh, Poirot, è finita per oggi. Ma Dio mio, che cosa ne sarà di noi?”

Poirot lo guardò con compassione. “Monsieur John, la verità è come il sole. Splende sempre, alla fine. Ma bisogna avere la pazienza di aspettare che le nuvole si diradino.”

John scosse la testa tristemente e si allontanò con Lawrence.

Mi voltai verso Poirot. “Ebbene?” chiesi. “Che cosa ne pensi di tutto questo?”

“Penso, mon ami,” rispose Poirot, fissando il vuoto con gli occhi socchiusi, “che siamo giunti a un punto molto interessante. Molto interessante davvero.”

“Interessante? Io la trovo una faccenda terribilmente deprimente.”

“Deprimente? Forse. Ma anche, in un certo senso, soddisfacente. Si sta delineando un quadro, Hastings. Un quadro che, finora, era solo un caos di colori senza senso.”

“C’è qualcosa che ti ha colpito in particolare?”

Poirot rifletté per un momento prima di rispondere. “Sì. Tre cose. Tre piccoli dettagli che, se messi insieme, potrebbero cambiare tutto.”

“E quali sarebbero?”

“Non ancora, mon ami. Non ancora. Prima devo verificare una piccola teoria. Ho bisogno di una conferma. Se la ottengo, allora potremo iniziare a parlare.”

Ci avviammo verso casa nel silenzio. Sentivo che Poirot stava lavorando freneticamente dietro quella sua maschera di composta calma. Ogni tanto mormorava qualcosa tra sé e sé, ma non riuscivo a capire cosa fosse.

Quando arrivammo a Styles, l’atmosfera era opprimente. La casa sembrava pervasa da un senso di sospetto e inquietudine. Ognuno di noi si guardava intorno, chiedendosi chi, tra le persone che conoscevamo così bene, potesse nascondere un segreto così oscuro.

Poirot mi fece cenno di seguirlo in biblioteca. Chiusi la porta dietro di noi.

“Ora,” disse, voltandosi verso di me con un’espressione seria, “dobbiamo agire in fretta. Il tempo stringe, Hastings. Il vero assassino è ancora tra noi, e non starà fermo a guardare.”

“Che cosa intendi fare?”

“Devo parlare con qualcuno. Qualcuno che sa più di quanto voglia ammettere. E credo che tu sappia a chi mi riferisco.”

Lo guardai, confuso. “Vuoi dire... Miss Howard?”

Poirot accennò un sorriso enigmatico. “Forse. O forse no. Ma una cosa è certa: la verità è vicina, Hastings. Più vicina di quanto chiunque in questa casa osi sperare.”

“Non posso fare a meno di pensare,” continuai goffamente, “che l’abbiamo esclusa un po’ troppo in fretta dai sospettati, semplicemente perché era lontana da qui. Ma, dopo tutto, si trovava solo a ventiquattro chilometri. Un’auto può coprire quella distanza in mezz’ora. Possiamo dire con certezza che fosse lontana da Styles la notte dell’omicidio?”

“Sì, amico mio,” disse Poirot inaspettatamente, “possiamo. Una delle mie prime azioni è stata quella di telefonare all’ospedale dove lavorava.”

“Ebbene?”

“Ebbene, ho appreso che Miss Howard era di turno il martedì pomeriggio e che, a causa dell’arrivo inaspettato di un convoglio, aveva gentilmente offerto di rimanere per il turno di notte, offerta che è stata accettata con gratitudine. Questo chiude la questione.”

“Oh!” dissi, piuttosto confuso. “Davvero,” continuai, “è la sua straordinaria veemenza contro Inglethorp che mi ha spinto a sospettare di lei. Non posso fare a meno di pensare che sarebbe capace di qualsiasi cosa pur di danneggiarlo. E mi era venuta l’idea che potesse sapere qualcosa riguardo alla distruzione del testamento. Potrebbe aver bruciato quello nuovo, scambiandolo per quello precedente a suo favore. È così terribilmente astiosa nei suoi confronti.”

“Lei considera la sua veemenza innaturale?”

“S—ì. È così violenta. Mi sono chiesto se sia davvero del tutto sana di mente su quel punto.”

Poirot scosse la testa energicamente.

“No, no, lei è fuori strada. Non c’è nulla di debole o degenerato in Miss Howard. È un eccellente esemplare di muscoli e sostanza inglese ben equilibrati. È la sanità mentale fatta persona.”

“Eppure il suo odio per Inglethorp sembra quasi una mania. La mia idea era — un’idea molto ridicola, senza dubbio — che lei avesse intenzione di avvelenarlo e che, in qualche modo, Mrs. Inglethorp ne sia venuta in possesso per errore. Ma non capisco affatto come possa essere successo. L’intera faccenda è assurda e ridicola al massimo grado.”

“Tuttavia ha ragione su una cosa. È sempre saggio sospettare di tutti finché non si può dimostrare logicamente, e con propria soddisfazione, che sono innocenti. Ora, quali ragioni ci sono contro il fatto che Miss Howard abbia deliberatamente avvelenato Mrs. Inglethorp?”

“Beh, le era devota!” esclamai.

“Tcha! Tcha!” gridò Poirot irritato. “Lei ragiona come un bambino. Se Miss Howard fosse capace di avvelenare la vecchia signora, sarebbe altrettanto capace di simulare devozione. No, dobbiamo guardare altrove. Lei ha perfettamente ragione nel presupporre che la sua veemenza contro Alfred Inglethorp sia troppo violenta per essere naturale; ma sbaglia completamente nella deduzione che ne trae. Io ho tratto le mie conclusioni, che credo siano corrette, ma al momento non ne parlerò.” Fece una pausa di un minuto, poi continuò. “Ora, a mio modo di vedere, c’è un’obiezione insormontabile al fatto che Miss Howard sia l’assassina.”

“E quale sarebbe?”

“Che in nessun modo la morte di Mrs. Inglethorp potrebbe avvantaggiare Miss Howard. Ora, non c’è omicidio senza movente.”

Riflettei.

“Mrs. Inglethorp non avrebbe potuto fare testamento in suo favore?”

Poirot scosse la testa.

“Ma lei stesso ha suggerito quella possibilità a Mr. Wells?”

Poirot sorrise.

“Quello era per una ragione. Non volevo fare il nome della persona a cui stavo effettivamente pensando. Miss Howard occupava più o meno la stessa posizione, quindi ho usato il suo nome al suo posto.”

“Tuttavia, Mrs. Inglethorp avrebbe potuto farlo. Perché, quel testamento, fatto il pomeriggio della sua morte potrebbe——”

Ma il cenno di diniego di Poirot fu così energico che mi fermai.

“No, amico mio. Ho alcune piccole idee mie riguardo a quel testamento. Ma le posso dire questo: non era a favore di Miss Howard.”

Accettai le sue rassicurazioni, sebbene non capissi davvero come potesse essere così categorico in merito.

“Bene,” dissi con un sospiro, “assolveremo Miss Howard, allora. È in parte colpa sua se ho iniziato a sospettare di lei. È stato quello che ha detto sulla sua testimonianza durante l’inchiesta a farmi scattare il dubbio.”

Poirot sembrò perplesso.

“Cosa ho detto sulla sua testimonianza durante l’inchiesta?”

“Non ricorda? Quando ho citato lei e John Cavendish come persone al di sopra di ogni sospetto?”

“Oh—ah—sì.” Sembrò un po’ confuso, ma si riprese. “A proposito, Hastings, c’è una cosa che voglio che faccia per me.”

“Certamente. Di che si tratta?”

“La prossima volta che si troverà da solo con Lawrence Cavendish, voglio che gli dica questo: ‘Ho un messaggio per lei, da parte di Poirot. Dice: “Trovi la tazzina da caffè extra e potrà riposare in pace!”’ Niente di più. Niente di meno.”

“‘Trovi la tazzina da caffè extra e potrà riposare in pace.’ È corretto?” chiesi, molto confuso.

“Eccellente.”

“Ma che cosa significa?”

“Ah, quello lascerò che lo scopra lei. Ha accesso ai fatti. Dica solo questo a lui e veda cosa risponde.”

“Molto bene, ma è tutto estremamente misterioso.”

Stavamo entrando a Tadminster e Poirot diresse l’auto verso il “Farmacista Analista”.

Poirot saltò giù agilmente ed entrò. In pochi minuti era di ritorno.

“Ecco,” disse. “Questo è tutto il mio compito.”

“Cosa stava facendo lì?” chiesi, con viva curiosità.

“Ho lasciato qualcosa da analizzare.”

“Sì, ma cosa?”

“Il campione di cacao che ho preso dal pentolino in camera da letto.”

“Ma quello è già stato esaminato!” esclamai, stupefatto. “Il Dr. Bauerstein l’ha fatto analizzare e lei stesso ha riso della possibilità che vi fosse stricnina.”

“So che il Dr. Bauerstein l’ha fatto analizzare,” rispose Poirot tranquillamente.

“E allora?”

“Ebbene, ho il pallino di farlo analizzare di nuovo, tutto qui.”

E non riuscii a cavargli di bocca un’altra parola sull’argomento.

Questo comportamento di Poirot, riguardo al cacao, mi lasciava intensamente perplesso. Non riuscivo a vedervi né logica né ragione. Tuttavia, la mia fiducia in lui, che a un certo punto era un po’ scemata, era stata pienamente ripristinata da quando la sua convinzione sull’innocenza di Alfred Inglethorp era stata così trionfalmente dimostrata.

Il funerale di Mrs. Inglethorp ebbe luogo il giorno seguente, e il lunedì, mentre scendevo per una colazione tardiva, John mi prese da parte e mi informò che Mr. Inglethorp sarebbe partito quella mattina, per prendere alloggio al Stylites Arms finché non avesse completato i suoi piani.

“Ed è davvero un grande sollievo pensare che se ne vada, Hastings,” continuò il mio onesto amico. “Era già abbastanza brutto prima, quando pensavamo che fosse stato lui, ma mi venga un colpo se non è peggio adesso, quando ci sentiamo tutti in colpa per essere stati così duri con il pover’uomo. Il fatto è che l’abbiamo trattato in modo abominevole. Certo, le cose sembravano mettersi male per lui. Non vedo come qualcuno possa biasimarci per aver tratto le conclusioni che abbiamo tratto. Eppure, eccoci qui, eravamo nel torto, e ora c’è questa brutta sensazione di dover rimediare; il che è difficile, quando il tizio non ci piace nemmeno un po’ più di prima. L’intera faccenda è maledettamente imbarazzante! E sono grato che abbia avuto il tatto di togliersi di mezzo. È un bene che Styles non fosse della mater per lasciarlo a lui. Non potrei sopportare l’idea che il tizio faccia il padrone qui. Si tenga pure i suoi soldi.”

“Sarai in grado di mantenere la proprietà senza problemi?” chiesi.

“Oh, sì. Ci sono le tasse di successione, naturalmente, ma metà dei soldi di mio padre vanno con la proprietà, e Lawrence rimarrà con noi per il momento, quindi c’è anche la sua parte. All’inizio saremo a corto di denaro, ovviamente, perché, come ti ho detto una volta, io stesso sono un po’ nei guai finanziariamente. Eppure, i creditori aspetteranno adesso.”

Nel sollievo generale per l’imminente partenza di Inglethorp, facemmo la colazione più conviviale che avessimo vissuto dopo la tragedia. Cynthia, il cui giovane spirito era naturalmente vivace, sembrava di nuovo la sua graziosa persona, e tutti noi, ad eccezione di Lawrence, che sembrava inalterabilmente cupo e nervoso, eravamo tranquillamente allegri all’aprirsi di un futuro nuovo e promettente.

I giornali, naturalmente, erano pieni della tragedia. Titoli a caratteri cubitali, biografie incrociate di ogni membro della famiglia, sottili allusioni, il solito ritornello familiare sul fatto che la polizia avesse un indizio. Nulla ci fu risparmiato. Era un periodo di calma piatta. La guerra era momentaneamente inattiva e i giornali colsero con avidità questo crimine nell’alta società: “Il misterioso caso di Styles” era l’argomento del momento.

Naturalmente era molto fastidioso per i Cavendish. La casa era costantemente assediata dai reporter, ai quali veniva sistematicamente negato l’ingresso, ma che continuavano a infestare il villaggio e i giardini, dove restavano in agguato con le macchine fotografiche per scovare qualche membro incauto della famiglia. Vivevamo tutti sotto una pioggia di pubblicità. Gli uomini di Scotland Yard andavano e venivano, esaminando, interrogando, con occhi di lince e bocche cucite. Verso quale obiettivo stessero lavorando, non lo sapevamo. Avevano qualche indizio, o l’intera faccenda sarebbe rimasta nella categoria dei crimini irrisolti?

Dopo colazione, Dorcas si avvicinò a me in modo piuttosto misterioso e mi chiese se potessi dedicarle due parole.

“Certamente. Che succede, Dorcas?”

“Beh, è solo questo, signore. Vedrà il signore belga oggi, forse?” Annuii. “Beh, signore, sa come mi ha chiesto in modo così particolare se la padrona, o chiunque altro, avesse un vestito verde?”

“Sì, sì. Ne ha trovato uno?” Il mio interesse si era risvegliato.

“No, non è quello, signore. Ma da allora mi sono ricordata di quella che i giovani signori”—John e Lawrence erano ancora i “giovani signori” per Dorcas—“chiamano la ‘cassa dei travestimenti’. È su in soffitta, signore. Un grande baule, pieno di vecchi vestiti e costumi di carnevale e quant’altro. E mi è venuto in mente all’improvviso che potrebbe esserci un vestito verde tra quelli. Quindi, se volesse dirlo al signore belga——”

“Lo dirò a lui, Dorcas,” promisi.

“La ringrazio molto, signore. È un gentiluomo molto gentile, signore. E di tutt’altra classe rispetto a quei due detective di Londra, che vanno in giro a ficcanasare e fare domande. Non vado d’accordo con gli stranieri di solito, ma da quello che dicono i giornali capisco che questi coraggiosi belgi non sono la solita razza di stranieri, e certamente è un gentiluomo che parla in modo molto educato.”

Cara vecchia Dorcas! Mentre stava lì, con il suo volto onesto rivolto verso il mio, pensai a che bell’esemplare fosse della servitù vecchio stampo, che sta scomparendo così velocemente.

Pensai che avrei potuto andare subito al villaggio a cercare Poirot; ma lo incontrai a metà strada, mentre saliva verso la casa, e gli riferii subito il messaggio di Dorcas.

“Ah, la coraggiosa Dorcas! Daremo un’occhiata al baule, sebbene—ma non importa—lo esamineremo lo stesso.”

Entrammo in casa da una delle finestre. Non c’era nessuno nell’atrio e salimmo direttamente in soffitta.

Proprio così, c’era il baule, un bel pezzo antico, borchiato con chiodi d’ottone e pieno fino all’orlo di ogni immaginabile tipo di indumento.

Poirot rovesciò tutto sul pavimento con poco cerimoniale. C’erano uno o due tessuti verdi di varie tonalità; ma Poirot scosse la testa su tutti. Sembrava alquanto apatico nella ricerca, come se non si aspettasse grandi risultati. Improvvisamente lanciò un’esclamazione.

“Cos’è?”

“Guardi!”

Il baule era quasi vuoto e lì, proprio sul fondo, c’era una magnifica barba nera.

“Ohó!” disse Poirot. “Ohó!” La rigirò tra le mani, esaminandola attentamente. “Nuova,” osservò. “Sì, del tutto nuova.”

Dopo un momento di esitazione, la ripose nel baule, ammucchiò tutte le altre cose sopra di essa come prima e si diresse agilmente al piano di sotto. Andò dritto nella dispensa, dove trovammo Dorcas intenta a lucidare l’argenteria.

Poirot le augurò il buongiorno con cortesia gallica e proseguì:

“Abbiamo dato un’occhiata a quel baule, Dorcas. Le sono molto obbligato per avermelo segnalato. C’è, davvero, una bella collezione lì dentro. Vengono usati spesso, se posso chiedere?”

“Beh, signore, non molto spesso di questi tempi, sebbene di tanto in tanto facciamo quella che i giovani signori chiamano ‘una serata di travestimento’. Ed è molto divertente a volte, signore. Mr. Lawrence è meraviglioso. Comicissimo! Non dimenticherò mai la sera in cui scese travestito dallo Scià di Persia, credo lo chiamasse così—una specie di Re orientale. Aveva il grande tagliacarte in mano e ‘Attenta, Dorcas,’ diceva, ‘dovrai essere molto rispettosa. Questa è la mia scimitarra appositamente affilata, e ti taglio la testa se non sono del tutto soddisfatto di te!’ Miss Cynthia, lei era quella che chiamano Apache, o qualche nome simile—una specie di tagliagola alla francese, intendo dire. Uno spettacolo, sembrava. Non avrebbe mai creduto che una bella giovane signora come quella potesse essersi trasformata in una tale manigolda. Nessuno l’avrebbe riconosciuta.”

“Queste serate dovevano essere molto divertenti,” disse Poirot cordialmente. “Suppongo che Mr. Lawrence indossasse quella bella barba nera del baule di sopra, quando era Scià di Persia?”

“Aveva una barba, signore,” rispose Dorcas, sorridendo. “E lo so bene, perché ha preso in prestito due matasse della mia lana nera per farla! E sono sicura che sembrava meravigliosamente naturale a distanza. Non sapevo che ci fosse una barba lì dentro. Deve essere stata presa molto di recente, credo. C’era una parrucca rossa, lo so, ma nient’altro in fatto di capelli. Usano per lo più tappi bruciati—sebbene sia una scocciatura pulirli via dopo. Miss Cynthia una volta era una negra e, oh, che fatica ha fatto.”

“Quindi Dorcas non sa nulla di quella barba nera,” disse Poirot pensieroso, mentre uscivamo di nuovo nell’atrio.

“Pensa che sia quella?” sussurrai con impazienza.

Poirot annuì.

“Lo credo. Ha notato che era stata rifilata?”

“No.”

“Sì. Era tagliata esattamente nella forma di quella di Mr. Inglethorp, e ho trovato uno o due peli tagliati. Hastings, questa faccenda è molto profonda.”

“Chi l’ha messa nel baule, mi chiedo?”

“Qualcuno con una buona dose di intelligenza,” osservò Poirot seccamente. “Si rende conto che ha scelto l’unico posto in casa dove nasconderla per far sì che la sua presenza non venisse notata? Sì, è intelligente. Ma noi dobbiamo essere più intelligenti. Dobbiamo essere così intelligenti che lui non sospetti affatto che noi lo siamo.”

Acconsentii.

“In questo, mon ami, lei mi sarà di grande aiuto.”

Fui compiaciuto dal complimento. C’erano stati momenti in cui non avevo affatto pensato che Poirot mi apprezzasse per il mio vero valore.

“Sì,” continuò, fissandomi pensieroso, “lei sarà inestimabile.”

Questo fu naturalmente gratificante, ma le parole successive di Poirot non furono così ben accette.

“Devo avere un alleato in casa,” osservò pensieroso.

“Ha me,” protestai.

“Vero, ma lei non è sufficiente.”

Rimasi ferito e lo dimostrai. Poirot si affrettò a spiegarsi.

“Lei non coglie appieno il mio significato. Si sa che lei lavora con me. Io voglio qualcuno che non sia associato a noi in alcun modo.”

“Oh, capisco. E John?”

“No, penso di no.”

“Il caro ragazzo forse non è molto sveglio,” dissi pensieroso.

“Ecco che arriva Miss Howard,” disse Poirot improvvisamente. “È la persona giusta. Ma sono nella sua lista nera, da quando ho scagionato Mr. Inglethorp. Tuttavia, possiamo sempre provare.”

Con un cenno a stento civile, Miss Howard acconsentì alla richiesta di Poirot di scambiare due parole.

Entrammo nel piccolo salottino del mattino e Poirot chiuse la porta.

“Bene, Monsieur Poirot,” disse Miss Howard impazientemente, “che succede? Sputi il rospo. Sono occupata.”

“Ricorda, mademoiselle, che una volta le ho chiesto di aiutarmi?”

“Sì, lo ricordo.” La signora annuì. “E le ho detto che l’avrei aiutata con piacere—a impiccare Alfred Inglethorp.”

“Ah!” Poirot la studiò seriamente. “Miss Howard, le farò una domanda. La prego di rispondermi con sincerità.”

“Non dico mai bugie,” rispose Miss Howard.

“È questa. Crede ancora che Mrs. Inglethorp sia stata avvelenata da suo marito?”

“Cosa intende dire?” chiese bruscamente. “Non pensi che le sue belle spiegazioni mi influenzino minimamente. Ammetterò che non è stato lui a comprare la stricnina in farmacia. E allora? Oserò dire che ha inzuppato la carta moschicida, come le ho detto fin dall’inizio.”

“Quello è arsenico—non stricnina,” disse Poirot gentilmente.

“Cosa importa? L’arsenico farebbe fuori la povera Emily proprio come la stricnina. Se sono convinta che sia stato lui, non mi importa un fico secco di come lo abbia fatto.”

“Esattamente. Se lei è convinta che sia stato lui,” disse Poirot tranquillamente. “Porrò la mia domanda in un’altra forma. Ha mai creduto, nel profondo del suo cuore, che Mrs. Inglethorp sia stata avvelenata da suo marito?”

“Buon Dio!” gridò Miss Howard. “Non le ho sempre detto che quell’uomo è un mascalzone? Non le ho sempre detto che l’avrebbe assassinata nel suo letto? Non l’ho sempre odiato come il veleno?”

“Esattamente,” disse Poirot. “Ciò conferma perfettamente la mia piccola idea.”

“Quale piccola idea?”

“Miss Howard, ricorda una conversazione avvenuta il giorno dell’arrivo del mio amico qui? Lui me l’ha riferita, e c’è una sua frase che mi ha colpito molto. Ricorda di aver affermato che se fosse stato commesso un crimine, e qualcuno che amava fosse stato assassinato, si sentiva certa che avrebbe saputo per istinto chi fosse il criminale, anche se non fosse stata affatto in grado di provarlo?”

“Sì, ricordo di averlo detto. E ci credo ancora. Immagino che lei pensi che siano sciocchezze?”

“Niente affatto.”

“Eppure non presta alcuna attenzione al mio istinto contro Alfred Inglethorp.”

“No,” disse Poirot bruscamente. “Perché il suo istinto non è contro Mr. Inglethorp.”

“Cosa?”

“No. Lei vuole credere che abbia commesso il crimine. Lo crede capace di commetterlo. Ma il suo istinto le dice che lui non l’ha commesso. Le dice di più—devo continuare?”

Lei lo fissava, affascinata, e fece un leggero movimento affermativo con la mano.

“Devo dirle perché è stata così veemente contro Mr. Inglethorp? È perché ha cercato di credere a ciò che voleva credere. È perché sta cercando di annegare e soffocare il suo istinto, che le suggerisce un altro nome——”

“No, no, no!” gridò Miss Howard selvaggiamente, alzando le mani. “Non lo dica! Oh, non lo dica! Non è vero! Non può essere vero. Non so cosa mi abbia messo in testa un’idea così folle—così terribile!”

“Ho ragione, non è vero?” chiese Poirot.

“Sì, sì; lei deve essere uno stregone per averlo indovinato. Ma non può essere così—è troppo mostruoso, troppo impossibile. Deve essere Alfred Inglethorp.”

Poirot scosse la testa gravemente.

“Non me lo chieda,” continuò Miss Howard, “perché non glielo dirò. Non lo ammetterò, nemmeno a me stessa. Devo essere pazza a pensare una cosa simile.”

Poirot annuì, come se fosse soddisfatto.

“Non le chiederò nulla. Mi basta che sia come pensavo. E io—anch’io ho un istinto. Stiamo lavorando insieme verso un fine comune.”

“Non mi chieda di aiutarla, perché non lo farò. Non muoverei un dito per—per——” Esitò.

“Lei mi aiuterà suo malgrado. Non le chiedo nulla—ma lei sarà la mia alleata. Non potrà farne a meno. Farà l’unica cosa che voglio da lei.”

“E quale sarebbe?”

“Lei osserverà!”

Evelyn Howard chinò il capo.

“Sì, non posso fare a meno di farlo. Sto sempre osservando—sempre sperando che si dimostri che ho torto.”

“Se abbiamo torto, tanto meglio,” disse Poirot. “Nessuno ne sarà più felice di me. Ma se abbiamo ragione? Se abbiamo ragione, Miss Howard, dalla parte di chi sta allora?”

“Non lo so, non lo so——”

“Coraggio, allora.”

“Si potrebbe insabbiare tutto.”

“Non ci deve essere alcun insabbiamento.”

“Ma Emily stessa——” Si interruppe.

“Miss Howard,” disse Poirot gravemente, “questo è indegno di lei.”

Improvvisamente tolse il viso dalle mani.

“Sì,” disse tranquillamente, “non è stata Evelyn Howard a parlare!” Alzò la testa con orgoglio. “Questa è Evelyn Howard! Ed è dalla parte della Giustizia! Qualunque sia il costo.” E con queste parole, uscì con passo fermo dalla stanza.

“Ecco,” disse Poirot, guardandola andare via, “una alleata molto preziosa. Quella donna, Hastings, ha cervello oltre che cuore.”

Non risposi.

“L’istinto è una cosa meravigliosa,” rifletté Poirot. “Non può essere né spiegato né ignorato.”

«Tu e Miss Howard sembrate sapere di cosa parlate», osservai freddamente. «Forse non vi rendete conto che sono ancora all’oscuro.»

«Davvero? È così, mon ami?»

«Sì. Illuminami, vuoi?»

Poirot mi studiò attentamente per un momento o due. Poi, con mia intensa sorpresa, scosse la testa con decisione.

«No, amico mio.»

«Oh, guarda qui, perché no?»

«Due bastano per un segreto.»

«Beh, mi sembra molto ingiusto nascondere fatti a me.»

«Non sto nascondendo fatti. Ogni fatto che conosco è in tuo possesso. Puoi trarre le tue deduzioni da essi. Questa volta si tratta di idee.»

«Eppure, sarebbe interessante saperlo.»

Poirot mi guardò con grande serietà e di nuovo scosse la testa.

«Vedi», disse tristemente, «tu non hai istinto.»

«Era intelligenza ciò che richiedevate proprio ora», sottolineai.

«Le due spesso vanno insieme», rispose Poirot enigmaticamente.

Il commento sembrò talmente fuori luogo che non mi presi nemmeno la pena di rispondere. Ma decisi che, se avessi fatto scoperte interessanti e importanti — come era inevitabile — le avrei tenute per me, per sorprendere Poirot con il risultato finale.

Ci sono momenti in cui è dovere affermarsi.

CAPITOLO IX. DR. BAUERSTEIN

Non avevo ancora avuto l’opportunità di trasmettere il messaggio di Poirot a Lawrence. Ma ora, mentre passeggiavo sul prato, ancora nutrendo rancore verso l’arroganza del mio amico, vidi Lawrence sul campo da croquet, intento a colpire inutilmente un paio di palline molto antiche con una mazza ancor più antica.

Mi colpì l’idea che fosse una buona occasione per consegnare il messaggio. Altrimenti, lo stesso Poirot sarebbe potuto sollevarmelo. Era vero che non ne afferravo del tutto il contenuto, ma mi compiacque l’idea che, grazie alla risposta di Lawrence e forse a un po’ di abile interrogatorio da parte mia, avrei presto colto il suo significato. Così lo avvicinai.

«Ti stavo cercando», dissi falsamente.

«Davvero?»

«Sì. In verità ho un messaggio per te — da Poirot.»

«Sì?»

«Mi ha detto di aspettare finché fossi solo con te», abbassai la voce in modo significativo, osservandolo attentamente con la coda dell’occhio. Sono sempre stato piuttosto bravo a creare atmosfera, credo.

«Bene?»

Il suo volto scuro e malinconico rimase immutato. Avrebbe capito cosa intendevo dire?

«Questo è il messaggio». Abbassai ancora la voce. ««Trova la tazza di caffè in più e potrai riposare in pace».»

«Che cosa vuole dire, per amore di Dio?», Lawrence mi fissò con sorpresa quasi indifferente.

«Non lo sai?»

«Per nulla. E tu?»

Dovetti scuotere la testa.

«Quale tazza di caffè in più?»

«Non lo so.»

«Dovrebbe chiedere a Dorcas o a una delle domestiche, se vuole sapere delle tazze di caffè. È affare loro, non mio. Non conosco nulla delle tazze, se non che ne abbiamo alcune che non vengono mai usate, un vero sogno! Worcester antico. Non sei un intenditore, vero, Hastings?»

Scossi la testa.

«Ti sfugge molto. Un pezzo davvero perfetto di porcellana antica — è puro piacere toccarlo, o anche solo guardarlo.»

«E cosa devo dire a Poirot?»

«Dìgli che non so di cosa sta parlando. Per me è un linguaggio incomprensibile.»

«Va bene.»

Stavo per dirigermi di nuovo verso la casa quando, improvvisamente, egli mi richiamò.

«Dì, qual era la fine di quel messaggio? Ripetilo, per favore.»

««Trova la tazza di caffè in più e potrai riposare in pace». Sei sicuro di non sapere cosa significhi?», gli chiesi con sincerità.

Scosse la testa.

«No», disse pensieroso, «non lo so. Vorrei sapere.»

Il gong della casa rimbombò, e entrambe entrammo. Poirot era stato invitato da John a restare per il pranzo ed era già seduto al tavolo.

Per tacito consenso, ogni accenno alla tragedia fu bandito. Conversammo di guerra e di altri argomenti esterni. Ma dopo che formaggi e biscotti furono serviti e Dorcas lasciò la stanza, Poirot si chinò improvvisamente verso la signora Cavendish.

«Mi scusi, madame, per aver richiamato ricordi spiacevoli, ma ho una piccola idea — le “piccole idee” di Poirot stavano diventando un vero motto — e vorrei porle una o due domande.»

«Su di me? Certamente.»

«Sei troppo gentile, madame. Quello che voglio chiedere è questo: la porta che conduceva nella stanza della signora Inglethorp da quella della Mademoiselle Cynthia, era chiusa a chiave, dite?»

«Certamente era chiusa a chiave», rispose Mary Cavendish, piuttosto sorpresa. «Lo dissi al processo.»

«Chiusa a chiave?»

«Sì». Guardò perplessa.

«Intendo dire», spiegò Poirot, «siete sicura che fosse chiusa a chiave e non semplicemente serrata?»

«Oh, capisco cosa intende. No, non lo so. Ho detto chiusa a chiave, intendendo che era bloccata e non potevo aprirla, ma credo che tutte le porte fossero chiuse dall’interno.»

«Tuttavia, per te la porta poteva altrettanto bene essere stata serrata?»

«Oh, sì.»

«Non ti è capitato di notare, madame, quando sei entrata nella stanza della signora Inglethorp, se quella porta fosse chiusa a chiave o meno?»

«Io... credo di sì.»

«Ma non l’hai vista?»

«No. Non ho mai guardato.»

«Io sì», interruppe improvvisamente Lawrence. «Ho notato che era chiusa a chiave.»

«Ah, così è chiaro». Poirot sembrò deluso.

Non potei fare a meno di gioirmi che, per una volta, una delle sue “piccole idee” non avesse portato a nulla.

Dopo pranzo Poirot mi implorò di accompagnarlo a casa. Acconsentai con un certo rigore.

«Sei irritato, vero?», domandò ansioso mentre passeggiavamo nel parco.

«Per nulla», risposi freddamente.

«Bene. Questo toglie un grande peso dalla mia mente.»

Non era proprio ciò che avevo inteso. Speravo che notasse la rigidità del mio tono. Tuttavia, il fervore delle sue parole servì ad alleviare il mio disappunto. Mi sciolsi.

«Ho dato a Lawrence il tuo messaggio», dissi.

«E cosa ti ha risposto? Era totalmente perplesso?»

«Sì. Sono certo che non avesse idea di cosa volessi dire.»

Mi aspettavo che Poirot fosse deluso; invece, con sorpresa, rispose che era proprio quello che aveva pensato e che ne era molto contento. Il mio orgoglio mi impedì di fare altre domande.

Poirot cambiò argomento.

«Mademoiselle Cynthia non ha pranzato oggi? Come mai?»

«È di nuovo in ospedale. Ha ripreso a lavorare oggi.»

«Ah, è una piccola demoiselle industriosa. E carina anche. È come le immagini che ho visto in Italia. Mi piacerebbe vedere quel suo dispensario. Pensi che lo mostrerebbe?»

«Sono certa che sarebbe felice. È un posto interessante.»

«Va lì tutti i giorni?»

«Ha il mercoledì libero e ritorna a pranzo il sabato. Sono i suoi unici giorni liberi.»

«Lo ricorderò. Le donne oggi fanno grandi cose, e Mademoiselle Cynthia è intelligente — oh, sì, ha cervello, quella piccola.»

«Sì. Credo abbia superato un esame molto difficile.»

«Senza dubbio. Dopotutto è un lavoro molto responsabile. Suppongo abbiano veleni molto forti lì?»

«Sì, ce li ha mostrati. Sono tenuti in un piccolo armadietto chiuso a chiave. Credo debbano essere molto cauti. Tirano fuori la chiave prima di lasciare la stanza.»

«Infatti. È vicino alla finestra, quell’armadietto?»

«No, dall’altro lato della stanza. Perché?»

Poirot scrollò le spalle.

«Mi chiedevo. Tutto qui. Vuoi entrare?»

Eravamo arrivati al cottage.

«No. Credo tornerò indietro. Farò il giro lungo attraverso i boschi.»

I boschi attorno a Styles erano molto belli. Dopo la passeggiata nel parco aperto, fu piacevole camminare lentamente tra le fresche radure. Quasi nessun alito di vento, il tenue cinguettio degli uccelli era appena percettibile. Camminai un po’ e infine mi lasciai cadere ai piedi di un maestoso faggio secolare. I miei pensieri sull’umanità erano gentili e caritatevoli. Persino perdonai Poirot per la sua assurda riservatezza. In effetti, ero in pace con il mondo. Poi sbadigiai.

Pensai al crimine, e mi sembrò molto irreale e distante.

Sbadigiai di nuovo.

Probabilmente, pensai, non è mai accaduto. Ovviamente, era tutto un brutto sogno. La verità era che fu Lawrence a uccidere Alfred Inglethorp con una mazza da croquet. Ma fu assurdo da parte di John fare tanto clamore e gridare: «Ti dico che non lo permetterò!»

Mi svegliai di soprassalto.

Immediatamente compresi di trovarmi in una situazione molto imbarazzante. A circa tre metri da me, John e Mary Cavendish stavano affrontandosi, evidentemente litigando, e non si accorgevano della mia presenza; prima che potessi muovermi o parlare, John ripeté le parole che mi avevano svegliato.

«Ti dico, Mary, non lo permetterò.»

La voce di Mary fu fredda e fluida:

«Hai il diritto di criticare le mie azioni?»

«Diventerà pettegolezzo di villaggio! Mia madre è stata seppellita sabato, e tu sei qui a far la festa con quel tipo.»

«Oh», scrollò le spalle, «se è solo pettegolezzo di villaggio che ti preoccupa!»

«Ma non è così. Ho avuto abbastanza di quel tipo che aggira. È un ebreo polacco, comunque.»

«Una goccia di sangue ebraico non è una cosa cattiva. Alza il…», guardò lui, «…la stupidità stoica dell’inglese comune.»

Fuoco negli occhi, ghiaccio nella voce. Non mi stupì che il sangue gli fosse salito al volto in una rosso fuoco.

«Mary!»

«Bene?» Il suo tono rimaneva inalterato.

Il supplicio morì dalla sua voce.

«Devo capire se continuerai a vedere Bauerstein contro le mie esplicite volontà?»

«Se lo scelgo.»

«Mi sfidi?»

«No, ma ne nego il diritto di criticare le mie azioni. Non hai amici che dovrei disapprovare?»

John fece un passo indietro. Il colore gli abbandonò lentamente il volto.

«Che intendi?», disse con voce incerta.

«Vedi!», rispose Mary a bassa voce. «Vedi, vero, che non hai il diritto di dirmi che amici devo avere?»

John la guardò implorante, con un’espressione desolata.

«Nessun diritto? Non ho diritto, Mary?», disse traballante. Allungò le mani. «Mary—»

Per un attimo mi sembrò che esitasse. Un’espressione più dolce apparve sul suo volto, poi improvvisamente si voltò quasi furiosa.

«Né uno!»

Stava uscendo quando John la raggiunse e la afferrò per il braccio.

«Mary», la sua voce era ora molto bassa, «sei innamorata di questo tipo Bauerstein?»

Esitò, e all’improvviso sul suo volto apparve un’espressione strana, antica come le colline, ma al tempo stesso eternamente giovane. Come se una sfinge egizia avesse sorriso.

Si liberò silenziosamente dal suo braccio e parlò sopra la spalla.

«Forse», disse; poi si allontanò rapidamente dalla piccola radura, lasciando John fermo come se fosse stato trasformato in pietra.

Con un certo apparire ostentato, mi avvicinai, schiacciando il sottobosco secco sotto i piedi. John si girò. Per fortuna, con la sua distrazione, pensò che fossi appena arrivato sulla scena.

«Salve, Hastings. Hai visto il piccolo qui tornare sano e salvo al suo cottage? Un tipo pittoresco! È davvero bravo?»

«Era considerato uno dei più fini detective del suo tempo.»

«Beh, immagino ci sia qualcosa, allora. Che mondo marcio!»

«Lo trovi così?», chiesi.

«Buon Signore, sì! È una cosa terribile da cominciare. Gli uomini di Scotland Yard vanno dentro e fuori dalla casa come una scatola di giocoliere! Non sai dove spunteranno dopo. Titoli urlanti su ogni giornale del paese — maledetti giornalisti, dico! Sai che c’era una folla davanti al cancello del lodge stamattina? Una specie di stanza degli orrori di Madame Tussaud che si può vedere gratis. Molto fitto, vero?»

«Su, John!», lo rassiciai. «Non può durare per sempre.»

«Può durare? Può durare abbastanza da non farci più alzare la testa.»

«No, no, ti fai troppo cupo sul tema.»

«Basta a far diventare un uomo cupo, essere inseguiti da giornalisti bestiali e fissati da idioti lunatici, ovunque vada! Ma c’è di peggio.»

«Cosa?»

John abbassò la voce:

«Hai mai pensato, Hastings — è un incubo per me — chi l’ha fatto? Non riesco a non sentire a volte che doveva essere un incidente. Perché — perché — chi potrebbe averlo fatto? Ora Inglethorp è fuori scena, non c’è nessun altro; nessuno, intendo, tranne — uno di noi.»

Sì, davvero, quello era un incubo per chiunque! Uno di noi? Sì, sicuramente, a meno che ——

Una nuova idea mi balenò in mente. La considerai rapidamente. La luce aumentò. I misteriosi accadimenti di Poirot, i suoi indizi — tutto si incastrava. Che sciocco non aver pensato a questa possibilità prima, e che sollievo per tutti noi.

«No, John», dissi, «non è uno di noi. Come potrebbe essere?»

«Lo so, ma, comunque, chi altro c’è?»

«Non riesci a indovinare?»

«No.»

Guardai cautamente intorno e abbassai la voce.

«Dr. Bauerstein!», sussurrai.

«Impossibile!»

«Per niente.»

«Ma che interesse terreno potrebbe avere nella morte di mia madre?»

«Non lo vedo», confessai, «ma ti dico questo: Poirot lo pensa.»

«Poirot? Lo pensa? Come lo sai?»

Gli raccontai dell’entusiasmo di Poirot quando seppe che il Dr. Bauerstein era stato a Styles nella notte fatale, aggiungendo:

«Ha detto due volte: “Questo cambia tutto”. E ho riflettuto. Sai, Inglethorp disse di aver versato il caffè nell’atrio? Proprio allora arrivò Bauerstein. È possibile che, mentre Inglethorp lo accompagnava per l’atrio, il dottore abbia versato qualcosa nel caffè di passaggio?»

«Hmm», disse John. «Sarebbe stato molto rischioso.»

«Sì, ma possibile.»

«E allora, come avrebbe saputo che era il suo caffè? No, vecchio, non credo che regga.»

Ma ricordai altro.

«Hai ragione. Non è così che è stato fatto. Ascolta». Gli raccontai del campione di cacao che Poirot aveva fatto analizzare.

John lo interruppe appena ebbe finito.

«Ma guarda, Bauerstein l’aveva già fatto analizzare?»

«Sì, sì, è il punto. Non l’avevo notato prima. Capisci? Bauerstein lo fece analizzare — è proprio questo! Se Bauerstein è l’assassino, nulla è più semplice che lui sostituire un normale cacao al suo campione e mandarlo a analizzare. E ovviamente non troverebbero stricnina! Ma nessuno sospetterebbe di Bauerstein, né penserà di prendere un altro campione — eccetto Poirot», aggiunsi, con un riconoscimento tardivo.

«Sì, ma cosa dire del gusto amaro che il cacao non può mascherare?»

«Beh, abbiamo solo la sua parola per questo. E ci sono altre possibilità. È ampiamente riconosciuto come uno dei più grandi tossicologi del mondo —»

«Uno dei più grandi cosa? Ripetilo.».

«Sa più di veleni di quasi tutti», spiegai. «Allora, la mia ipotesi è che forse ha trovato un modo per rendere la stricnina insapore. O forse non era stricnina, ma qualche droga sconosciuta che produce sintomi simili.»

«Hmm, potrebbe essere», disse John. «Ma guarda, come avrebbe potuto impossessarsi del cacao? Non era al piano di sotto?»

«No, non lo era», ammettii a malincuore.

E allora, improvvisamente, una possibilità terribile attraversò la mia mente. Sperai e pregaio che neanche John la considerasse. Lo guardai di lato. Era accigliato, e tirai un profondo sospiro di sollievo, perché il pensiero spaventoso che mi era balenato era questo: il Dr. Bauerstein poteva avere un complice.

Eppure non poteva essere! Nessuna donna così bella come Mary Cavendish poteva essere una assassina. Tuttavia, le donne belle erano state note per avvelenare.

E ricordo allora la prima conversazione al tè il giorno del mio arrivo, lo scintillio nei suoi occhi quando disse che il veleno era un’arma da donna. Quanto era agitata quel martedì fatale! La signora Inglethorp aveva scoperto qualcosa tra lei e Bauerstein, e minacciato di raccontarlo al marito? Fu per fermare quella denuncia che il delitto fu commesso?

Poi ricordai quella enigmatica conversazione tra Poirot ed Evelyn Howard. Era quello quello che intendevano? Era la mostruosa possibilità che Evelyn aveva cercato di non credere?

Sì, tutto si incastrava.

Non sorprende che Miss Howard avesse suggerito “tacere”. Ora capivo quella sua frase incompleta: «Emily stessa—» E nel mio cuore ero d’accordo con lei. La signora Inglethorp avrebbe preferito morire senza vendetta piuttosto che vedere tale terribile disonore ricoprire il nome Cavendish.

«C’è un’altra cosa», disse improvvisamente John, e il suono inatteso della sua voce mi fece sobbalzare colpevole. «Qualcosa che mi fa dubitare che quello che dici possa essere vero.»

«Cos’è?», chiesi, felice che avesse cambiato argomento sul come il veleno fosse stato introdotto nel cacao.

«Beh, il fatto che Bauerstein abbia richiesto un’autopsia. Non era necessario. Il piccolo Wilkins sarebbe stato contento di attribuirlo a una malattia cardiaca.»

«Sì», dissi dubbioso. «Ma non lo sappiamo. Forse pensava fosse più sicuro a lungo termine. Qualcuno avrebbe potuto parlare dopo. Allora l’Ufficio del Governo avrebbe ordinato l’esumazione. Tutto sarebbe uscito, e lui si sarebbe trovato in una posizione scomoda, perché nessuno avrebbe creduto che un uomo della sua reputazione potesse essere ingannato a chiamarlo malattia cardiaca.»

«Sì, è possibile», ammise John. «Eppure», aggiunse, «sono benedetto se riesco a vedere quale possa essere stato il suo movente.»

Tremai.

«Guarda», dissi, «potrei sbagliarmi del tutto. E ricorda, tutto questo è in confidenza.»

«Oh, certo — lo diamo per scontato.»

Camminavamo, parlando, e ora attraversavamo il piccolo cancello del giardino. Le voci si levavano vicine, perché il tè era disposto sotto il platano, come il giorno del mio arrivo.

Cynthia era tornata dall’ospedale, e posai la sedia accanto a lei, raccontandole del desiderio di Poirot di visitare il dispensario.

«Certo! Mi farebbe piacere che lo vedesse. Dovrebbe venire a prenderlo per tè un giorno. Devo organizzarlo con lui. È un uomo così caro! Ma è buffo. L’altro giorno mi fece togliere il fermaglio dalla cravatta e rimetterlo, perché diceva che non era dritto.»

Risi.

«È una vera mania con lui.»

«Sì, non è vero?»

Rimanemmo in silenzio per un minuto o due, poi, guardando verso Mary Cavendish e abbassando la voce, Cynthia disse:

«Signor Hastings.»

«Sì?»

«Dopo il tè, vorrei parlare con lei.»

Il suo sguardo verso Mary mi fece riflettere. Immaginai che tra le due ci fosse ben poco simpatia. Per la prima volta mi venne in mente il futuro della ragazza. La signora Inglethorp non aveva lasciato disposizioni per lei, ma immaginai che John e Mary avrebbero probabilmente voluto che lei vivesse con loro — almeno fino alla fine della guerra. John, sapevo, era molto affezionato a lei e sarebbe stato dispiaciuto a lasciarla andare.

“Mr. Hastings—sei sempre così gentile, e sai così tante cose.”

Mi colpì in quel momento che Cynthia era davvero una ragazza molto affascinante! Molto più affascinante di Mary, che non diceva mai cose del genere.

“Bene?” chiesi benignamente, mentre lei esitava.

“Voglio chiederti un consiglio. Cosa devo fare?”

“Fare?”

“Sì. Vedi, la zia Emily mi ha sempre detto che avrei dovuto essere provvista. Suppongo che se ne sia dimenticata, o non credesse di morire presto—comunque, non sono provvista! E non so cosa fare. Pensi che dovrei andarmene da qui subito?”

“Per tutti i santi, no! Sono sicuro che non vogliono separarsi da te.”

Cynthia esitò un istante, raccogliendo l’erba con le piccole mani. Poi disse: “La signora Cavendish sì. Mi odia.”

“Odiarti?” esclamai, stupito.

Cynthia annuì.

“Sì. Non so perché, ma non riesce a sopportarmi; e lui neppure.”

“Qui so che ti sbagli,” dissi calorosamente. “Al contrario, John è molto affezionato a te.”

“Oh, sì—John. Intendevo Lawrence. Non è che mi importi se Lawrence mi odia o no. Però è davvero orribile quando nessuno ti ama, vero?”

“Ma loro ti amano, cara Cynthia,” dissi con sincerità. “Sono certa che ti sbagli. Guarda, c’è John—e la signorina Howard—”

Cynthia annuì con un’ombra di malinconia. “Sì, credo che John mi piaccia, e naturalmente Evie, per tutti i suoi modi aspri, non sarebbe crudele con una mosca. Ma Lawrence non mi parla mai se può evitarlo, e Mary a malapena riesce a mostrarsi civile con me. Vuole che Evie resti, la sta implorando, ma non mi vuole, e—e—non so cosa fare.” All’improvviso la povera bambina scoppiò in lacrime.

Non so cosa mi abbia posseduto. Forse la sua bellezza, mentre sedeva lì, con la luce del sole che le scintillava sulla testa; forse il senso di sollievo nel incontrare qualcuno che evidentemente non potesse avere alcun legame con la tragedia; forse una sincera pietà per la sua giovinezza e solitudine. Comunque, mi chinai in avanti, e prendendo la sua piccola mano, dissi goffamente:

“Sposami, Cynthia.”

Inavvertitamente avevo trovato una cura sovrana per le sue lacrime. Si raddrizzò subito, ritirò la mano e disse, con un certo tono aspro:

“Non fare lo scemo!”

Rimasi un po’ irritato.

“Non sto facendo lo scemo. Ti chiedo l’onore di diventare mia moglie.”

Con mia grande sorpresa, Cynthia scoppiò a ridere e mi chiamò “caro divertente”.

“È molto dolce da parte tua,” disse, “ma sai che non vuoi!”

“Sì, lo so. Ho—”

“Non importa quello che hai. Non lo vuoi davvero—e neanche io.”

“Bene, naturalmente, così è risolto,” dissi rigidamente. “Ma non vedo nulla di divertente. Non c’è nulla di comico in una proposta.”

“No, davvero,” rispose Cynthia. “Qualcuno potrebbe accettare la prossima volta. Addio, mi hai rallegrato molto.”

E, con un ultimo impeto incontrollabile di allegria, svanì tra gli alberi.

Riflettendo sull’intervista, mi apparve come profondamente insoddisfacente.

Mi venne improvvisamente in mente di scendere al villaggio e di andare a trovare Bauerstein. Qualcuno doveva tenere d’occhio quell’uomo. Allo stesso tempo, sarebbe stato saggio placare ogni sospetto che potesse avere di essere sospettato. Ricordai come Poirot avesse fatto affidamento sulla mia diplomazia. Perciò mi recai alla piccola casa con il cartello “Appartamenti” inserito nella finestra, dove sapevo che alloggiava, e bussai alla porta.

Una vecchia donna venne e la aprì.

“Buon pomeriggio,” dissi piacevolmente. “Il dottor Bauerstein è dentro?”

Lei mi fissò.

“Non l’hai sentito?”

“Sentito cosa?”

“Riguardo a lui.”

“Cosa c’è di lui?”

“È stato preso.”

“Preso? Morto?”

“No, preso dai perlice.”

“Dalla polizia!” ansentai. “Intendi dire che l’hanno arrestato?”

“Sì, è così, e—”

Aspettai di non sentire altro, ma mi diressi verso il villaggio per cercare Poirot.

CAPITOLO X. L’ARRESTO

Con estrema irritazione scoprii che Poirot non c’era, e il vecchio belga che rispose al mio bussare mi informò che credeva fosse partito per Londra.

Rimasi sbalordito. Che cosa poteva fare Poirot a Londra! Era una decisione improvvisa da parte sua, o aveva già preso la decisione quando si era separato da me qualche ora prima?

Ritornai a Styles con un certo fastidio. Con Poirot assente, non sapevo come comportarmi. Aveva previsto questo arresto? Non avendo forse, con buona probabilità, provocato lui stesso l’arresto? Quelle domande non potevo risolverle. Ma nel frattempo, cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto annunciare l’arresto apertamente a Styles, o no? Sebbene non lo ammettesse a me stesso, il pensiero di Mary Cavendish gravava su di me. Non sarebbe stato un terribile shock per lei? Per il momento, misi da parte ogni sospetto su di lei. Non poteva essere coinvolta—altrimenti avrei avuto qualche indizio.

Ovviamente non vi era alcuna possibilità di nascondere permanentemente l’arresto del dottor Bauerstein a lei. Sarebbe stato annunciato su tutti i giornali il giorno seguente. Tuttavia, mi trattenni dal dirlo a gran voce. Se solo Poirot fosse stato disponibile, avrei potuto chiedergli consiglio. Che cosa lo aveva spinto a partire per Londra in questo modo incomprensibile?

Contro la mia volontà, la stima per la sua sagacia crebbe immensamente. Non avrei mai sospettato il medico, se non fosse stato Poirot a piantarlo nella mia testa. Sì, decisamente, il piccolo uomo era astuto.

Dopo qualche riflessione, decisi di confidare in John e lasciarlo decidere se rendere pubblico l’evento o meno, a suo giudizio.

Lui emise un silenzioso fischio, mentre io gli riferivo la notizia.

“Grande Scott! Allora avevi ragione. Non potevo crederci al tempo.”

“No, è stupefacente finché non ti abitui all’idea, e vedi come tutto si incastri. Ora, cosa facciamo? Ovviamente sarà noto domani.”

John rifletté.

“Non importa,” disse alla fine, “non diremo nulla per ora. Non c’è bisogno. Come dici tu, sarà noto a breve.”

Ma con mia grande sorpresa, al mattino presto del giorno successivo, aprendo avidamente i giornali, non vi era una parola sull’arresto! C’era una colonna di puro riempitivo sul “Caso dell’avvelenamento di Styles”, ma nient’altro. Era piuttosto inspiegabile, ma supposi che, per qualche ragione, Japp volesse tenere fuori dalla stampa quel fatto. Mi turbò un po’ perché suggeriva la possibilità di ulteriori arresti.

Dopo colazione, decisi di scendere al villaggio per vedere se Poirot fosse tornato; ma, prima di potermi muovere, un volto noto bloccò una delle finestre e la voce riconoscibile disse:

“Bonjour, mon ami!”

“Poirot,” esclamai sollevato, afferrandolo per entrambe le mani e trascinandolo nella stanza. “Non sono mai stato così felice di vedere qualcuno. Ascolta, ho detto nulla a nessuno se non a John. È corretto?”

“Amico mio,” rispose Poirot, “non so di cosa tu stia parlando.”

“L’arresto del dottor Bauerstein, ovviamente,” risposi impazientemente.

“Bauerstein è stato arrestato, allora?”

“Non lo sapevi?”

“Non la minima cosa al mondo.” Poi, facendo una pausa, aggiunse: “Eppure, non mi sorprende. Dopotutto, siamo a soli quattro miglia dalla costa.”

“La costa?” chiesi, perplesso. “Cosa c’entra?”

Poirot scrollò le spalle.

“È ovvio!”

“Non a me. Forse sono molto ottuso, ma non vedo cosa la vicinanza al mare abbia a che fare con l’omicidio della signora Inglethorp.”

“Niente, naturalmente,” rispose Poirot sorridendo. “Ma stavamo parlando dell’arresto del dottor Bauerstein.”

“Beh, è stato arrestato per l’omicidio della signora Inglethorp—”

“Cosa?” esclamò Poirot, apparentemente sorpreso. “Il dottor Bauerstein arrestato per l’omicidio della signora Inglethorp?”

“Sì.”

“Impossibile! Sarebbe una farsa troppo buona! Chi te l’ha detto, amico mio?”

“Beh, nessuno mi ha detto esattamente,” confessai. “Ma è stato arrestato.”

“Oh, sì, molto probabile. Ma per spionaggio, mon ami.”

“Spionaggio?” ansentai.

“Precisamente.”

“Non per l’avvelenamento della signora Inglethorp?”

“A meno che il nostro amico Japp non abbia perso la ragione,” rispose placidamente Poirot.

“Ma—ma pensavo che anche tu lo credessi?”

Poirot mi lanciò uno sguardo pieno di compassione perplessa e della completa assurdità di tale idea.

“Vuoi dire che il dottor Bauerstein è una spia?”

Poirot annuì.

“Non ti sei mai sospettato?”

“Non mi è mai venuto in mente.”

“Non ti è sembrato strano che un famoso medico londinese si fosse rifugiato in un piccolo villaggio come questo, e camminasse di notte completamente vestito?”

“No,” confessai, “non mi è mai venuto in mente.”

“È, ovviamente, tedesco di nascita,” osservò Poirot pensieroso, “anche se pratica da così tanto tempo in questo paese che nessuno lo vede altro che un inglese. È stato naturalizzato circa quindici anni fa. Un uomo molto intelligente—un ebreo, ovviamente.”

“Il villain!” feci con indignazione.

“Né tanto. Al contrario, è un patriota. Pensa a cosa rischierebbe di perdere. Lo ammiro molto.”

Ma non potevo vederla con la filosofia di Poirot.

“E quest’uomo è quello con cui la signora Cavendish ha girato per tutto il paese!” esclamai indignato.

“Sì. Immagino che l’abbia trovata molto utile,” osservò Poirot. “Finché i pettegoli accorparono i loro nomi, le altre stranezze del medico passarono inosservate.”

“Allora credi che non le fosse mai davvero cara?” chiesi con impazienza—forse troppo impazienza, date le circostanze.

“Quello, naturalmente, non posso dirlo, ma—ti rivelerò la mia opinione personale, Hastings?”

“Sì.”

“Bene, è questo: la signora Cavendish non le importa, e non le è mai importato il più piccolo minimo del dottor Bauerstein!”

“Davvero lo pensi?” non potei nascondere il piacere.

“Sono assolutamente certa. E ti spiego perché.”

“Perché?”

“Perché lei tiene a qualcun altro, mon ami.”

“Oh!” Cosa voleva dire? Nonostante me stesso, una calorosa sensazione di piacere si diffuse in me. Non sono un uomo vanitoso con le donne, ma ricordai certe prove, troppo leggermente considerate allora, forse, ma che certamente sembravano indicare—

I miei pensieri piacevoli furono interrotti dall’improvvisa entrata della signorina Howard. Guardò in fretta intorno per accertarsi che non ci fosse nessun altro nella stanza, e tirò fuori un vecchio foglio di carta marrone. Lo porse a Poirot, mormorando le parole criptiche:

“Sopra l’armadio.” Poi uscì di corsa dalla stanza.

Poirot aprì il foglio con entusiasmo, ed esclamò di soddisfazione. Lo stese sul tavolo.

“Vieni qui, Hastings. Ora dimmi, quale è quell’iniziale—J. o L.?”

Era un foglio di dimensioni medie, piuttosto impolverato, come se fosse rimasto lì per un po’. Ma era l’etichetta ad attirare l’attenzione di Poirot. In alto portava il timbro stampato dei Signori Parkson, i famosi costumisti teatrali, e l’indirizzo era “—(l’iniziale dibattuta) Cavendish, Esq., Styles Court, Styles St. Mary, Essex.”

“Potrebbe essere T., o potrebbe essere L.,” dissi, dopo aver studiato il documento per un minuto o due. “Sicuramente non è J.”

“Bene,” rispose Poirot, ripiegando il foglio. “Anch’io penso così. È una L., contaci!”

“Da dove proviene?” chiesi curiosamente. “È importante?”

“Moderatamente. Conferma una mia ipotesi. Avendone dedotta l’esistenza, ho incaricato la signorina Howard di cercarlo e, come vedi, ha avuto successo.”

“Cosa intendeva con ‘Sopra l’armadio’?”

“Intendeva,” rispose prontamente Poirot, “che lo trovò sopra un armadio.”

“Un posto strano per un foglio di carta marrone,” osservai.

“Per nulla. L’alto di un armadio è un luogo eccellente per carta e scatole di cartone. Io stesso li tengo lì. Ordinati, non offrono nulla di sgradevole.”

“Poirot,” dissi con fervore, “hai preso una decisione su questo crimine?”

“Sì—cioè, credo di sapere come è stato commesso.”

“Ah!”

“Sfortunatamente non ho prove oltre la mia ipotesi, a meno che—” Con energia improvvisa mi afferrò per il braccio, mi spinse lungo il corridoio, gridando in francese per l’entusiasmo: “Mademoiselle Dorcas, Mademoiselle Dorcas, un moment, s’il vous plaît!”

Dorcas, molto agitata dal trambusto, corse fuori dalla dispensa.

“Buona Dorcas, ho un’idea—una piccola idea—se si dimostrerà giusta, che occasione magnifica! Dimmi, lunedì, non martedì, Dorcas, ma lunedì, il giorno prima della tragedia, qualcosa andò storto al campanello della signora Inglethorp?”

Dorcas sembrò molto sorpresa.

“Sì, signore, ora che lo menziona, è vero; non so come ne sia venuto a conoscenza. Un topo, o qualcosa del genere, deve aver rosicchiato il filo. L’uomo è venuto e l’ha riparato martedì mattina.”

Con un lungo e appassionato sospiro di estasi, Poirot tornò nella sala da pranzo.

“Vedi, non si deve chiedere una prova esterna—no, la ragione è sufficiente. Ma la carne è debole, è consolante trovare che si è sulla buona strada. Ah, amico mio, mi sento come un gigante rinvigorito. Corro! Salto!”

E, invero, corse e saltò, scorrazzando selvaggiamente sul prato fuori dalla grande finestra.

“Che cosa fa il tuo notevole amico?” chiese una voce alle mie spalle, e mi voltai per trovare Mary Cavendish al mio fianco. Lei sorrise, e lo feci anch’io. “Di che si tratta?”

“Davvero non posso dirti. Ha chiesto a Dorcas qualche cosa sul campanello, e sembrava così felice della risposta che sta saltellando come vedi!”

Mary rise.

“Che ridicolo! Sta uscendo dal cancello. Non tornerà oggi?”

“Non lo so. Ho smesso di provare a indovinare cosa farà dopo.”

“È proprio pazzo, Mr. Hastings?”

“Sinceramente non lo so. A volte mi sembra certo che sia pazzo come un cappellaio; e poi, proprio quando è al massimo della follia, scopro che c’è metodo nella sua follia.”

“Capisco.”

Nonostante la sua risata, Mary sembrava pensierosa quella mattina. Sembrava grave, quasi triste.

Mi venne in mente che sarebbe stato opportuno affrontarla sul tema di Cynthia. Iniziai piuttosto con tatto, pensai, ma non fui molto lontano prima che lei mi fermasse autoritariamente.

“Sei un ottimo avvocato, non ne ho dubbi, Mr. Hastings, ma in questo caso i tuoi talenti sono sprecati. Cynthia non correrà alcun rischio di incontrare la mia ingiustizia.”

Iniziai a balbettare debolmente sperando non avesse pensato—ma di nuovo mi interruppe, e le sue parole furono così inaspettate da spazzare fuori dalla mia mente Cynthia e i suoi guai.

“Mr. Hastings,” disse, “pensi che io e mio marito siamo felici insieme?”

Rimasi notevolmente sorpreso e mormorai qualcosa sul fatto che non fosse affare mio pensare a una cosa del genere.

“Bene,” disse tranquillamente, “che sia affare tuo o no, ti dirò che non siamo felici.”

Non dissi nulla, poiché vedevo che non aveva finito.

Cominciò lentamente, camminando avanti e indietro nella stanza, la testa leggermente chinata, la sua figura snella e flessuosa ondeggiava dolcemente mentre camminava. Si fermò bruscamente e mi guardò in alto.

“Non sai nulla di me, vero?” chiese. “Da dove vengo, chi ero prima di sposare John—qualcosa, in effetti? Bene, te lo dirò. Ti farò diventare il mio confessore. Sei gentile, credo—sì, sono certa che sei gentile.”

In qualche modo non ero così entusiasta come avrei potuto esserlo. Ricordai che Cynthia aveva iniziato le sue confessioni in modo simile. Inoltre, un confessore dovrebbe essere anziano; non era affatto il ruolo di un giovane uomo.

“Mio padre era inglese,” disse la signora Cavendish, “ma mia madre era russa.”

“Ah,” dissi, “ora capisco—”

“Capire cosa?”

“Un accenno a qualcosa di straniero—diverso—che c’è sempre stato in te.”

“Mia madre era molto bella, credo. Non lo so, perché non l’ho mai vista. Morì quando ero ancora una bambina. Credo ci fosse una tragedia legata alla sua morte—presò una dose eccessiva di una pozione sonnifera per errore. Tuttavia, mio padre ne fu devastato. Poco dopo, entrò nel servizio consolare. Ovunque andasse, io lo seguivo. Quando avevo ventitré anni, avevo viaggiato quasi tutto il mondo. Fu una vita splendida—la amavo.”

Un sorriso apparve sul suo volto, e la testa si raddrizzò. Sembrava rivivere il ricordo di quei giorni felici.

“Poi morì mio padre. Mi lasciò in povertà. Dovetti andare a vivere con alcune zie anziane nello Yorkshire.” Rabbrividì. “Capirai quando dirò che fu una vita mortale per una ragazza cresciuta così. La ristrettezza, la monotonia mortale, quasi mi portarono alla follia.” Fece una pausa, poi aggiunse con tono diverso: “E poi incontrai John Cavendish.”

“Sì?”

“Puoi immaginare, dal punto di vista delle zie, che fosse una buona combinazione per me. Ma posso dire onestamente che non fu questo a gravarmi. No, era semplicemente una via di fuga dalla monotonia insopportabile della mia vita.”

Non dissi nulla e, dopo un attimo, proseguì:

“Non fraintendere. Sono stata del tutto onesta con lui. Gli ho detto la verità, che lo

sposavo perché non vedevo altra via d’uscita. E lui fu contento, o almeno mi disse di esserlo.”

“Ma lei, Mary, è felice?”

“Felice?” rise, un suono amaro. “Che cosa significa felicità per persone come noi? Non siamo nati per essere felici, Hastings. Siamo nati per soffrire, per lottare, e per rendere la vita degli altri il più possibile simile alla nostra.”

“È una filosofia molto triste.”

“È la verità. Ma torniamo a noi. Dopo il matrimonio, ci siamo stabiliti qui. All’inizio andava tutto bene. Poi, gradualmente, ho iniziato a sentirmi soffocare. La vita in questa casa è così ristretta, così soffocante! Mrs. Inglethorp era una donna di buon cuore, ma la sua benevolenza era una tirannia. E poi c’era John. Non mi ha mai capita. Non ha mai cercato di farlo.”

“E ora?” chiesi, sentendo di dover dire qualcosa.

“Ora,” rispose lei, con una nota di disperazione nella voce, “tutto è finito. Mi chiedo se sia mai iniziato sul serio.”

Ci fu un lungo silenzio. Mi sentivo profondamente a disagio. Non era il genere di conversazione che mi aspettavo, e non sapevo come rassicurarla.

“Lei pensa che sarò mai felice, Hastings?” chiese improvvisamente, voltandosi verso di me.

“Sono convinto che lo sarà,” risposi con enfasi. “La vita riserva sempre delle sorprese.”

“Speriamo,” mormorò lei, quasi tra sé e sé.

In quel momento, sentimmo dei passi. Era John. Il suo volto era cupo e teso. Ci lanciò un’occhiata rapida, poi disse a sua moglie: “Mary, vorrei parlarti.”

Lei si alzò immediatamente. “Certamente, John.”

Li guardai allontanarsi insieme, camminando verso la casa. C’era qualcosa nel loro modo di muoversi, una sorta di estraneità, che mi colpì profondamente. Erano marito e moglie, eppure sembravano due estranei che si incontravano per caso.

Rimasi solo, immerso nei miei pensieri. La situazione a Styles diventava ogni giorno più complicata. E, in mezzo a tutto questo, c’era Poirot, con i suoi piccoli misteri, le sue deduzioni, e quel suo modo enigmatico di guardare il mondo.

Che cosa sapeva veramente? E quanto era vicino alla verità?

Mi avviai lentamente verso la casa. Era una sera fresca, e l’aria era carica dell’odore del giardino. Mi sentivo stanco, quasi sopraffatto da tutto ciò che stava accadendo.

All’ingresso, incontrai Dorcas. Sembrava agitata.

“Oh, signor Hastings,” disse, fermandomi. “C’è una cosa che vorrei dirle.”

“Cosa c’è, Dorcas?”

“È il signor John. È così strano ultimamente. Non è più lui.”

“Cosa intende dire?”

“Non lo so, signore. È come se avesse qualcosa in mente, qualcosa che lo tormenta. E poi c’è il signor Lawrence... sono sempre insieme, a sussurrare in corridoio.”

Annuii, senza dire nulla. Sapevo già che la tensione stava aumentando. Ma non avrei mai immaginato quanto fosse vicina la tempesta.

Entrai in casa. Tutto sembrava normale, eppure c’era una strana atmosfera, un silenzio che gravava su ogni cosa. Mi sedetti in biblioteca, cercando di concentrarmi su un libro, ma i miei pensieri tornavano continuamente a Mary, a John, e a quella misteriosa tazza di caffè che Lawrence sosteneva di aver trovato.

Dov’era la verità? E quanto tempo ci sarebbe voluto prima che esplodesse?

Non lo sapevo ancora. Ma una cosa era certa: la vita a Styles non sarebbe stata più la stessa. E la tragedia, la vera tragedia, doveva ancora arrivare.

Vennero raccolte le testimonianze dei giardinieri riguardo all'autenticazione del testamento, e poi fu chiamata Dorcas.

Dorcas, fedele ai suoi "giovani signori", negò strenuamente che potesse essere la voce di John quella che aveva sentito, e dichiarò risolutamente, andando contro tutto e tutti, che era stato il signor Inglethorp a trovarsi nel boudoir con la sua padrona. Un sorriso alquanto malinconico attraversò il volto del prigioniero sul banco degli imputati. Sapeva fin troppo bene quanto fosse inutile la sua coraggiosa sfida, dato che non era scopo della difesa negare questo punto. La signora Cavendish, naturalmente, non poteva essere chiamata a testimoniare contro il marito.

Dopo varie domande su altri argomenti, il signor Philips chiese:

"Nel mese di giugno scorso, ricorda l'arrivo di un pacco per il signor Lawrence Cavendish da Parkson?"

Dorcas scosse il capo.

"Non ricordo, signore. Può darsi che sia arrivato, ma il signor Lawrence è stato lontano da casa per parte di giugno."

"Nel caso in cui arrivasse un pacco per lui mentre era assente, cosa ne verrebbe fatto?"

"Sarebbe stato messo nella sua stanza o spedito dopo di lui."

"Da lei?"

"No, signore, lo avrei lasciato sul tavolo dell'ingresso. Sarebbe stata la signorina Howard a occuparsi di una cosa del genere."

Evelyn Howard fu chiamata e, dopo essere stata interrogata su altri punti, fu interpellata riguardo al pacco.

"Non ricordo. Arrivano un sacco di pacchi. Non posso ricordarmene uno in particolare."

"Lei non sa se sia stato spedito dopo il signor Lawrence Cavendish in Galles, o se sia stato messo nella sua stanza?"

"Non credo sia stato spedito dopo di lui. Me ne sarei ricordata se fosse stato così."

"Supponendo che sia arrivato un pacco indirizzato al signor Lawrence Cavendish e che in seguito sia scomparso, lei noterebbe la sua assenza?"

"No, non credo. Penserei che qualcuno se ne sia fatto carico."

"Credo, signorina Howard, che sia stata lei a trovare questo foglio di carta da pacchi?" Sollevò lo stesso pezzo polveroso che Poirot ed io avevamo esaminato nel salotto di Styles.

"Sì, sono stata io."

"Come le è venuto in mente di cercarlo?"

"Il detective belga che si occupava del caso mi ha chiesto di cercarlo."

"Dove lo ha scoperto alla fine?"

"Sopra—sopra—un armadio."

"Sopra l'armadio del prigioniero?"

"I—io credo di sì."

"Non lo ha trovato lei stessa?"

"Sì."

"Allora deve sapere dove lo ha trovato?"

"Sì, era sopra l'armadio del prigioniero."

"Va meglio così."

Un assistente di Parkson, costumisti teatrali, testimoniò che il 29 giugno avevano fornito una barba nera al signor L. Cavendish, come richiesto. Fu ordinata per lettera e fu allegato un vaglia postale. No, non avevano conservato la lettera. Tutte le transazioni venivano registrate nei loro libri. Avevano spedito la barba, come indicato, a "L. Cavendish, Esq., Styles Court".

Sir Ernest Heavywether si alzò pesantemente.

"Da dove era stata scritta la lettera?"

"Da Styles Court."

"Lo stesso indirizzo a cui avete spedito il pacco?"

"Sì."

"E la lettera proveniva da lì?"

"Sì."

Come una bestia da preda, Heavywether si avventò su di lui:

"Come lo sa?"

"Io—non capisco."

"Come sa che quella lettera proveniva da Styles? Ha notato il timbro postale?"

"No—ma——"

"Ah, non ha notato il timbro postale! Eppure afferma con tanta sicurezza che proveniva da Styles. Potrebbe, infatti, essere stato un timbro postale qualsiasi?"

"S—ì."

"In effetti, la lettera, sebbene scritta su carta da lettere intestata, potrebbe essere stata spedita da qualsiasi luogo? Dal Galles, per esempio?"

Il testimone ammise che tale poteva essere il caso, e Sir Ernest diede segno di essere soddisfatto.

Elizabeth Wells, seconda cameriera a Styles, dichiarò che dopo essere andata a letto si ricordò di aver chiuso a chiave la porta d'ingresso, invece di lasciarla con il chiavistello come richiesto dal signor Inglethorp. Era quindi scesa di nuovo per rimediare al suo errore. Sentendo un leggero rumore nell'ala ovest, aveva sbirciato lungo il corridoio e aveva visto il signor John Cavendish bussare alla porta della signora Inglethorp.

Sir Ernest Heavywether la liquidò in fretta e, sotto il suo spietato bullismo, lei si contraddisse irrimediabilmente, e Sir Ernest si sedette di nuovo con un sorriso soddisfatto sul volto.

Con la testimonianza di Annie, riguardo al grasso di candela sul pavimento e riguardo all'aver visto il prigioniero portare il caffè nel boudoir, il procedimento fu aggiornato al giorno seguente.

Mentre tornavamo a casa, Mary Cavendish parlò con amarezza contro l'avvocato dell'accusa.

"Quell'uomo odioso! Che rete ha tessuto intorno al mio povero John! Come ha distorto ogni piccolo fatto finché non lo ha fatto sembrare ciò che non era!"

"Beh," dissi in tono consolatorio, "domani sarà il contrario."

"Sì," disse pensierosa; poi abbassò improvvisamente la voce. "Signor Hastings, lei non pensa—sicuramente non potrebbe essere stato Lawrence—Oh, no, questo non potrebbe essere!"

Ma io stesso ero perplesso, e non appena fui solo con Poirot gli chiesi cosa pensasse che Sir Ernest volesse dimostrare.

"Ah!" disse Poirot con apprezzamento. "È un uomo astuto, quel Sir Ernest."

"Pensa che creda Lawrence colpevole?"

"Non credo che creda o si curi di nulla! No, quello che sta cercando di fare è creare una tale confusione nella mente della giuria che essi rimangano divisi sulla loro opinione riguardo a quale fratello sia stato. Sta cercando di far passare l'idea che ci siano prove contro Lawrence tanto quanto contro John—e non sono affatto sicuro che non ci riuscirà."

Il detective ispettore Japp fu il primo testimone chiamato alla riapertura del processo, e fornì la sua deposizione in modo succinto e breve. Dopo aver raccontato gli eventi precedenti, proseguì:

"Agendo su informazioni ricevute, il sovrintendente Summerhaye ed io abbiamo perquisito la stanza del prigioniero, durante la sua temporanea assenza da casa. Nel suo cassettone, nascosti sotto della biancheria intima, abbiamo trovato: primo, un paio di pince-nez con montatura in oro simili a quelli indossati dal signor Inglethorp"—questi furono esibiti—"secondo, questa fiala."

La fiala era quella già riconosciuta dall'assistente del farmacista, una minuscola bottiglia di vetro blu, contenente pochi grani di una polvere cristallina bianca, ed etichettata: "Cloridrato di stricnina. VELENO."

Una nuova prova scoperta dai detective dopo il procedimento in tribunale era un lungo pezzo di carta assorbente, quasi nuovo. Era stato trovato nel libretto degli assegni della signora Inglethorp e, se capovolto davanti a uno specchio, mostrava chiaramente le parole: "...tutto ciò di cui sono in possesso lascio al mio amato marito Alfred Ing..." Questo mise fuori discussione il fatto che il testamento distrutto fosse stato a favore del marito della defunta signora. Japp produsse poi il frammento di carta carbonizzato recuperato dal camino, e questo, con la scoperta della barba in soffitta, completò la sua deposizione.

Ma il controinterrogatorio di Sir Ernest doveva ancora venire.

"In che giorno ha perquisito la stanza del prigioniero?"

"Martedì, 24 luglio."

"Esattamente una settimana dopo la tragedia?"

"Sì."

"Ha trovato questi due oggetti, dice, nel cassettone. Il cassetto era chiuso a chiave?"

"No."

"Non le sembra improbabile che un uomo che abbia commesso un crimine conservi le prove in un cassetto non chiuso a chiave, affinché chiunque possa trovarle?"

"Potrebbe averle riposte lì in fretta."

"Ma lei ha appena detto che era passata un'intera settimana dal crimine. Avrebbe avuto tutto il tempo di rimuoverle e distruggerle."

"Forse."

"Non c'è nessun forse. Avrebbe o no avuto tutto il tempo di rimuoverle e distruggerle?"

"Sì."

"La pila di biancheria intima sotto la quale erano nascosti gli oggetti era pesante o leggera?"

"Abbastanza pesante."

"In altre parole, si trattava di biancheria intima invernale. Ovviamente, il prigioniero non sarebbe stato propenso ad andare in quel cassetto?"

"Forse no."

"Risponda gentilmente alla mia domanda. Il prigioniero, nella settimana più calda di un'estate torrida, sarebbe stato propenso ad andare in un cassetto contenente biancheria intima invernale? Sì o no?"

"No."

"In tal caso, non è possibile che gli articoli in questione possano essere stati messi lì da una terza persona, e che il prigioniero fosse del tutto ignaro della loro presenza?"

"Non credo sia probabile."

"Ma è possibile?"

"Sì."

"Questo è tutto."

Seguirono altre prove. Prove riguardanti le difficoltà finanziarie in cui il prigioniero si era trovato alla fine di luglio. Prove riguardanti la sua relazione con la signora Raikes—povera Mary, deve essere stato amaro da sentire per una donna del suo orgoglio. Evelyn Howard aveva ragione sui fatti, sebbene la sua animosità contro Alfred Inglethorp l'avesse portata a saltare alla conclusione che fosse lui la persona coinvolta.

Lawrence Cavendish fu poi messo sul banco dei testimoni. A bassa voce, in risposta alle domande del signor Philips, negò di aver ordinato alcunché da Parkson a giugno. Infatti, il 29 giugno, era stato via, in Galles.

Immediatamente, il mento di Sir Ernest si protese in modo bellicoso.

"Nega di aver ordinato una barba nera da Parkson il 29 giugno?"

"Lo nego."

"Ah! Nel caso in cui accadesse qualcosa a suo fratello, chi erediterebbe Styles Court?"

La brutalità della domanda fece arrossire il volto pallido di Lawrence. Il giudice emise un lieve mormorio di disapprovazione, e il prigioniero sul banco degli imputati si sporse in avanti con rabbia.

A Heavywether non importava nulla della rabbia del suo cliente.

"Risponda alla mia domanda, se vuole."

"Suppongo," disse Lawrence con calma, "che sarei io."

"Cosa intende con 'suppongo'? Suo fratello non ha figli. Lei lo erediterebbe, non è vero?"

"Sì."

"Ah, va meglio così," disse Heavywether, con feroce cordialità. "E lei erediterebbe anche una bella fetta di denaro, non è vero?"

"Davvero, Sir Ernest," protestò il giudice, "queste domande non sono pertinenti."

Sir Ernest si inchinò e, avendo scoccato la sua freccia, procedette.

"Martedì 17 luglio, lei è andato, credo, con un altro ospite, a visitare il dispensario dell'ospedale della Croce Rossa a Tadminster?"

"Sì."

"Ha—mentre si è trovato solo per alcuni secondi—aperto l'armadietto dei veleni, ed esaminato alcune bottiglie?"

"Io—io—potrei averlo fatto."

"Le suggerisco che lei lo abbia fatto davvero?"

"Sì."

Sir Ernest gli scagliò contro la domanda successiva.

"Ha esaminato una bottiglia in particolare?"

"No, non credo."

"Faccia attenzione, signor Cavendish. Mi riferisco a una boccetta di Cloridrato di Stricnina."

Lawrence stava diventando di un color verdastro malsano.

"N—o—sono sicuro di no."

"Allora come spiega il fatto che vi ha lasciato l'inconfondibile impronta delle sue dita?"

Il modo arrogante era altamente efficace con una disposizione nervosa.

"Io—io suppongo di aver preso in mano la bottiglia."

"Lo suppongo anch'io! Ha sottratto parte del contenuto della bottiglia?"

"Certamente no."

"Allora perché l'ha presa in mano?"

"Un tempo ho studiato per diventare medico. Tali cose mi interessano naturalmente."

"Ah! Quindi i veleni la 'interessano naturalmente', vero? Eppure, ha aspettato di essere solo prima di soddisfare questo suo 'interesse'?"

"È stato puro caso. Se ci fossero stati gli altri, avrei fatto esattamente lo stesso."

"Eppure, come succede, gli altri non c'erano?"

"No, ma——"

"In effetti, durante tutto il pomeriggio, è rimasto solo per un paio di minuti, e si dà il caso—dico, si dà il caso—che sia stato proprio durante quei due minuti che lei ha mostrato il suo 'interesse naturale' per il Cloridrato di Stricnina?"

Lawrence balbettò pietosamente.

"Io—io——"

Con un'espressione soddisfatta ed eloquente, Sir Ernest osservò:

"Non ho altro da chiederle, signor Cavendish."

Questo pezzo di controinterrogatorio aveva causato grande eccitazione in tribunale. Le teste delle molte donne elegantemente vestite presenti erano affollate insieme, e i loro sussurri divennero così forti che il giudice minacciò con rabbia di far sgomberare l'aula se non ci fosse stato silenzio immediato.

Ci furono poche altre prove. Gli esperti di grafologia furono chiamati a dare il loro parere sulla firma di "Alfred Inglethorp" nel registro dei veleni del farmacista. Tutti dichiararono all'unanimità che non era certamente la sua calligrafia, e diedero come loro opinione che potesse essere quella del prigioniero camuffata. Sottoposti a controinterrogatorio, ammisero che poteva trattarsi della calligrafia del prigioniero abilmente contraffatta.

Il discorso di Sir Ernest Heavywether nell'aprire il caso per la difesa non fu lungo, ma fu sostenuto da tutta la forza del suo modo enfatico. Mai, disse, nel corso della sua lunga esperienza, aveva conosciuto un'accusa di omicidio basata su prove così deboli. Non solo era interamente indiziaria, ma la maggior parte di essa era praticamente non provata. Lasciamo che esaminino le testimonianze che avevano sentito e che le setaccino imparzialmente. La stricnina era stata trovata in un cassetto nella stanza del prigioniero. Quel cassetto era non chiuso a chiave, come aveva sottolineato, e sostenne che non c'erano prove per dimostrare che fosse stato il prigioniero a nascondere il veleno lì. Era, infatti, un tentativo malvagio e malevolo da parte di una terza persona di addossare il crimine al prigioniero. L'accusa non era stata in grado di produrre uno straccio di prova a sostegno della loro tesi che fosse stato il prigioniero a ordinare la barba nera da Parkson. La lite che aveva avuto luogo tra il prigioniero e la sua matrigna era liberamente ammessa, ma sia essa che le sue difficoltà finanziarie erano state grossolanamente esagerate.

Il suo dotto amico—Sir Ernest annuì distrattamente al signor Philips—aveva dichiarato che se il prigioniero fosse stato un uomo innocente, si sarebbe fatto avanti all'inchiesta per spiegare che era stato lui, e non il signor Inglethorp, a partecipare alla lite. Pensava che i fatti fossero stati travisati. Ciò che era realmente accaduto era questo. Il prigioniero, tornando a casa martedì sera, era stato informato con autorità che c'era stata una violenta lite tra il signor e la signora Inglethorp. Non era entrato in testa al prigioniero alcun sospetto che qualcuno potesse aver scambiato la sua voce per quella del signor Inglethorp. Aveva naturalmente concluso che la sua matrigna avesse avuto due liti.

L'accusa sosteneva che lunedì 16 luglio, il prigioniero fosse entrato nella farmacia del villaggio, camuffato da signor Inglethorp. Il prigioniero, al contrario, si trovava in quel momento in un luogo isolato chiamato Marston's Spinney, dove era stato convocato da una nota anonima, formulata in termini ricattatori, e che minacciava di rivelare certe questioni a sua moglie a meno che non avesse soddisfatto le sue richieste. Il prigioniero era, di conseguenza, andato nel luogo designato, e dopo aver aspettato lì inutilmente per mezz'ora, era tornato a casa. Sfortunatamente, non aveva incontrato nessuno sulla strada per andare o tornare che potesse garantire la verità della sua storia, ma fortunatamente aveva conservato la nota, e sarebbe stata prodotta come prova.

Per quanto riguarda la dichiarazione relativa alla distruzione del testamento, il prigioniero aveva precedentemente esercitato l'avvocatura, ed era perfettamente consapevole che il testamento fatto a suo favore un anno prima era automaticamente revocato dal nuovo matrimonio della sua matrigna. Avrebbe chiamato testimoni per mostrare chi avesse distrutto il testamento, ed era possibile che ciò potesse aprire una prospettiva del tutto nuova sul caso.

Infine, avrebbe fatto notare alla giuria che c'erano prove contro altre persone oltre a John Cavendish. Avrebbe richiamato la loro attenzione sul fatto che le prove contro il signor Lawrence Cavendish erano forti quanto, se non più, di quelle contro suo fratello.

Avrebbe ora chiamato il prigioniero.

John se la cavò bene sul banco dei testimoni. Sotto la sapiente gestione di Sir Ernest, raccontò la sua storia in modo credibile e valido. La nota anonima ricevuta da lui fu prodotta e consegnata alla giuria per l'esame. La prontezza con cui ammise le sue difficoltà finanziarie, e il disaccordo con la matrigna, diedero valore alle sue smentite.

Alla fine del suo esame, fece una pausa e disse:

"Vorrei chiarire una cosa. Respingo totalmente e disapprovo le insinuazioni di Sir Ernest Heavywether contro mio fratello. Mio fratello, ne sono convinto, non ha avuto più a che fare con il crimine di quanto ne abbia avuto io."

Sir Ernest si limitò a sorridere, e notò con occhio acuto che la protesta di John aveva prodotto un'impressione molto favorevole sulla giuria.

Poi iniziò il controinterrogatorio.

"Capisco che lei dica che non le sia mai passato per la testa che i testimoni all'inchiesta potessero aver scambiato la sua voce per quella del signor Inglethorp. Non è molto sorprendente?"

"No, non credo. Mi era stato detto che c'era stata una lite tra mia madre e il signor Inglethorp, e non mi è mai venuto in mente che non fosse davvero così."

"Nemmeno quando la serva Dorcas ha ripetuto certi frammenti della conversazione—frammenti che lei deve aver riconosciuto?"

"Non li ho riconosciuti."

"La sua memoria deve essere insolitamente corta!"

"No, ma eravamo entrambi arrabbiati, e, penso, abbiamo detto più di quanto intendessimo. Ho prestato pochissima attenzione alle parole effettive di mia madre."

Il fiuto incredulo del signor Philips fu un trionfo di abilità forense. Passò all'argomento della nota.

"Ha prodotto questa nota molto opportunamente. Mi dica, non c'è nulla di familiare nella calligrafia?"

"Non che io sappia."

"Non pensa che porti una marcata somiglianza con la sua stessa calligrafia—trascuratamente camuffata?"

"No, non credo."

"Le suggerisco che sia la sua stessa calligrafia!"

"No."

"Le suggerisco che, ansioso di provare un alibi, lei abbia concepito l'idea di un appuntamento fittizio e piuttosto incredibile, e abbia scritto questa nota da solo per sostenere la sua affermazione!"

"No."

"Non è un fatto che, nel momento in cui sostiene di aver atteso in un luogo solitario e poco frequentato, lei fosse realmente nella farmacia di Styles St. Mary, dove ha acquistato stricnina a nome di Alfred Inglethorp?"

"No, quella è una menzogna."

"Le suggerisco che, indossando un abito del signor Inglethorp, con una barba nera tagliata per assomigliare alla sua, lei fosse lì—e abbia firmato il registro a suo nome!"

"È assolutamente falso."

"Allora lascerò la notevole somiglianza di calligrafia tra la nota, il registro e la sua, alla considerazione della giuria," disse il signor Philips, e si sedette con l'aria di un uomo che ha fatto il suo dovere, ma che era nondimeno inorridito da una tale deliberata falsa testimonianza.

Dopo questo, poiché si stava facendo tardi, il caso fu aggiornato a lunedì.

Poirot, notai, sembrava profondamente scoraggiato. Aveva quel piccolo cipiglio tra gli occhi che conoscevo così bene.

"Cos'è, Poirot?" chiesi.

"Ah, mon ami, le cose stanno andando male, male."

Nonostante me stesso, il mio cuore fece un balzo di sollievo. Evidentemente c'era una probabilità che John Cavendish venisse assolto.

Quando raggiungemmo la casa, il mio piccolo amico scacciò l'offerta di tè di Mary.

"No, grazie, madame. Salirò nella mia stanza."

Lo seguii. Sempre accigliato, si diresse verso la scrivania e tirò fuori un piccolo mazzo di carte per il solitario. Poi avvicinò una sedia al tavolo e, con mio totale stupore, iniziò solennemente a costruire case di carte!

La mia mascella cadde involontariamente, e lui disse subito:

"No, mon ami, non sono tornato all'infanzia! Calmo i miei nervi, tutto qui. Questo impiego richiede precisione delle dita. Con la precisione delle dita va la precisione del cervello. E mai ne ho avuto più bisogno di ora!"

"Qual è il problema?" chiesi.

Con un gran colpo sul tavolo, Poirot demolì il suo edificio costruito con cura.

"È questo, mon ami! Che posso costruire case di carte alte sette piani, ma non posso"—colpo—"trovare"—colpo—"quell'ultimo anello di cui le ho parlato."

Non sapevo bene cosa dire, così rimasi in silenzio, e lui iniziò lentamente a costruire di nuovo le carte, parlando a scatti mentre lo faceva.

"Si fa—così! Mettendo—una carta—sull'altra—con precisione—matematica!"

Guardai la casa di carte che si alzava sotto le sue mani, piano dopo piano. Non esitò o tentennò mai. Era quasi come un gioco di prestigio.

"Che mano ferma che hai," osservai. "Credo di aver visto la tua mano tremare solo una volta."

"In un'occasione in cui ero infuriato, senza dubbio," osservò Poirot, con grande placidità.

"Sì, davvero! Eri in una rabbia tremenda. Ti ricordi? È stato quando hai scoperto che la serratura della valigetta da viaggio nella camera da letto della signora Inglethorp era stata forzata. Stavi vicino al caminetto, giocherellando con le cose sopra di esso nel tuo solito modo, e la tua mano tremava come una foglia! Devo dire——"

Ma mi fermai improvvisamente. Perché Poirot, emettendo un grido rauco e inarticolato, annientò di nuovo il suo capolavoro di carte, e mettendosi le mani sugli occhi oscillò avanti e indietro, apparentemente soffrendo la più acuta agonia.

"Cielo, Poirot!" gridai. "Cosa c'è che non va? Ti senti male?"

"No, no," ansimò. "È—è—che ho avuto un'idea!"

«Oh!» esclamai, molto sollevato. «Una delle tue “piccole idee”?»

«Ah, ma foi, no!» rispose Poirot francamente. «Questa volta è un’idea gigantesca! Stupenda! E tu, tu, amico mio, me l’hai data!»

Stringendomi improvvisamente tra le braccia, mi baciò calorosamente su entrambe le guance e, prima che potessi riprendermi dallo stupore, corse via dalla stanza a perdifiato.

Mary Cavendish entrò in quel momento.

«Che cosa succede a Monsieur Poirot? È corso via davanti a me gridando: “Un garage! Per l’amor del Cielo, mi indichi un garage, madame!”. E, prima che potessi rispondere, si è precipitato in strada.»

Mi affrettai verso la finestra. Era proprio lui, che correva lungo la strada, a capo scoperto, gesticolando mentre procedeva. Mi voltai verso Mary con un gesto di disperazione.

«Tra un minuto sarà fermato da un poliziotto. Eccolo che gira l’angolo!»

I nostri sguardi si incrociarono e ci fissammo con aria impotente.

«Cosa potrà mai essere successo?»

Scossi la testa.

«Non lo so. Stava costruendo castelli di carte, quando improvvisamente ha detto di aver avuto un’idea ed è corso via come hai visto.»

«Beh,» disse Mary, «immagino che tornerà prima di cena.»

Ma scese la notte e Poirot non era ancora tornato.

CAPITOLO XII. L'ULTIMO ANELLO

L’improvvisa partenza di Poirot ci aveva incuriosito tutti enormemente. La domenica mattina trascorse e lui non riappariva ancora. Ma verso le tre un suono di clacson feroce e prolungato fuori casa ci spinse alla finestra, dove vedemmo Poirot scendere da un’auto, accompagnato da Japp e Summerhaye. Il piccolo uomo era trasformato. Irradiava un’assurda compiacenza. Si inchinò con esagerato rispetto a Mary Cavendish.

«Madame, ho il suo permesso di tenere una piccola réunion nel salone? È necessario che tutti siano presenti.»

Mary sorrise tristemente.

«Sa, Monsieur Poirot, che ha carta bianca in ogni modo.»

«Lei è troppo amabile, madame.»

Sempre raggiante, Poirot ci fece accomodare tutti nel salotto, spostando le sedie mentre lo faceva.

«Miss Howard, qui. Mademoiselle Cynthia. Monsieur Lawrence. La buona Dorcas. E Annie. Bien! Dobbiamo ritardare il nostro procedimento di qualche minuto finché il signor Inglethorp non arriverà. Gli ho inviato un biglietto.»

Miss Howard si alzò immediatamente dal suo posto.

«Se quell’uomo entra in questa casa, io me ne vado!»

«No, no!» Poirot si avvicinò a lei e la implorò a bassa voce.

Alla fine Miss Howard acconsentì a tornare sulla sua sedia. Pochi minuti dopo Alfred Inglethorp entrò nella stanza.

Una volta riunita la compagnia, Poirot si alzò dal suo posto con l’aria di un conferenziere popolare e si inchinò cortesemente al suo pubblico.

«Messieurs, mesdames, come tutti sapete, sono stato chiamato dal signor John Cavendish per indagare su questo caso. Ho esaminato immediatamente la camera della defunta che, su consiglio dei medici, era stata tenuta chiusa a chiave e di conseguenza era esattamente come quando la tragedia si era consumata. Ho trovato: primo, un frammento di materiale verde; secondo, una macchia sul tappeto vicino alla finestra, ancora umida; terzo, una scatola vuota di polveri di bromuro.»

«Per occuparmi prima del frammento di materiale verde, l’ho trovato incastrato nel chiavistello della porta comunicante tra quella stanza e quella adiacente, occupata da Mademoiselle Cynthia. Ho consegnato il frammento alla polizia che non lo ha ritenuto di grande importanza. Né lo hanno riconosciuto per quello che era: un pezzo strappato da una fascia da braccio verde da lavoro.»

Ci fu un piccolo fremito di eccitazione.

«Ora, c’era solo una persona a Styles che lavorava nei campi: la signora Cavendish. Pertanto doveva essere stata la signora Cavendish a entrare nella stanza della defunta attraverso la porta comunicante con la stanza di Mademoiselle Cynthia.»

«Ma quella porta era chiusa a chiavistello dall’interno!» esclamai.

«Quando ho esaminato la stanza, sì. Ma in primo luogo abbiamo solo la sua parola, dato che è stata lei a provare quella particolare porta e a riferire che era chiusa. Nella confusione che ne seguì, avrebbe avuto ampie opportunità di far scorrere il chiavistello. Ho colto l’occasione per verificare le mie congetture. Per cominciare, il frammento corrisponde esattamente a uno strappo nella fascia da braccio della signora Cavendish. Inoltre, all’inchiesta, la signora Cavendish ha dichiarato di aver sentito, dalla propria stanza, la caduta del tavolino accanto al letto. Ho colto l’occasione per verificare quella dichiarazione facendo stazionare il mio amico Monsieur Hastings nell’ala sinistra dell’edificio, proprio fuori dalla porta della signora Cavendish. Io stesso, in compagnia della polizia, sono andato nella stanza della defunta e, mentre ero lì, ho rovesciato, apparentemente per caso, il tavolo in questione, ma ho scoperto che, come mi aspettavo, Monsieur Hastings non aveva sentito alcun rumore. Ciò ha confermato la mia convinzione che la signora Cavendish non stesse dicendo la verità quando ha dichiarato di essersi vestita nella sua stanza al momento della tragedia. Infatti, ero convinto che, lungi dall’essere stata nella sua stanza, la signora Cavendish si trovasse effettivamente nella camera della defunta quando è stato dato l’allarme.»

Lanciai una rapida occhiata a Mary. Era molto pallida, ma sorrideva.

«Ho proceduto a ragionare su tale presupposto. La signora Cavendish è nella stanza di sua suocera. Diremo che sta cercando qualcosa e non l’ha ancora trovato. Improvvisamente la signora Inglethorp si sveglia ed è colta da un parossismo allarmante. Getta fuori il braccio, rovesciando il tavolino, e poi tira disperatamente il campanello. La signora Cavendish, sorpresa, lascia cadere la candela, spargendo la cera sul tappeto. La raccoglie e si ritira rapidamente nella stanza di Mademoiselle Cynthia, chiudendo la porta dietro di sé. Si precipita nel corridoio, perché la servitù non deve trovarla dove si trova. Ma è troppo tardi! Già i passi riecheggiano lungo la galleria che collega le due ali. Cosa può fare? Rapida come il pensiero, corre indietro nella stanza della giovane e inizia a scuoterla per svegliarla. La famiglia, frettolosamente destata, arriva in corridoio. Sono tutti occupati a battere alla porta della signora Inglethorp. A nessuno viene in mente che la signora Cavendish non sia arrivata con gli altri, ma — e questo è significativo — non riesco a trovare nessuno che l’abbia vista arrivare dall’altra ala.» Guardò Mary Cavendish. «Ho ragione, madame?»

Lei chinò il capo.

«Proprio così, monsieur. Deve capire che, se avessi pensato di poter fare del bene a mio marito rivelando questi fatti, lo avrei fatto. Ma non mi è sembrato che avesse attinenza con la questione della sua colpevolezza o innocenza.»

«In un certo senso, è corretto, madame. Ma ha liberato la mia mente da molti preconcetti e mi ha lasciato libero di vedere altri fatti nella loro vera importanza.»

«Il testamento!» gridò Lawrence. «Allora eri tu, Mary, ad aver distrutto il testamento?»

Lei scosse la testa, e anche Poirot scosse la sua.

«No,» disse con calma. «C’è solo una persona che avrebbe potuto distruggere quel testamento: la signora Inglethorp stessa!»

«Impossibile!» esclamai. «Lo aveva appena redatto proprio quel pomeriggio!»

«Tuttavia, mon ami, è stata la signora Inglethorp. Perché in nessun altro modo si può spiegare il fatto che, in uno dei giorni più caldi dell’anno, la signora Inglethorp abbia ordinato di accendere un fuoco nella sua stanza.»

Trasalii. Che idioti eravamo stati a non pensare mai che quel fuoco fosse incongruo! Poirot continuava:

«La temperatura in quel giorno, messieurs, era di 80 gradi all’ombra. Eppure la signora Inglethorp ha ordinato un fuoco! Perché? Perché voleva distruggere qualcosa e non riusciva a pensare a nessun altro modo. Ricorderete che, a causa dell’economia di guerra praticata a Styles, non veniva gettata via carta straccia. Non c’era quindi alcun mezzo per distruggere un documento spesso come un testamento. Nel momento in cui ho sentito parlare di un fuoco acceso nella stanza della signora Inglethorp, ho tratto la conclusione che servisse a distruggere qualche documento importante, probabilmente un testamento. Quindi il ritrovamento del frammento carbonizzato nel camino non è stata una sorpresa per me. Naturalmente, non sapevo all’epoca che il testamento in questione fosse stato redatto solo quel pomeriggio, e ammetterò che, quando ho appreso quel fatto, sono caduto in un grave errore. Sono giunto alla conclusione che la determinazione della signora Inglethorp di distruggere il suo testamento fosse sorta come conseguenza diretta del litigio avvenuto quel pomeriggio, e che quindi il litigio avesse avuto luogo dopo, e non prima, della stesura del testamento.»

«Qui, come sappiamo, mi sbagliavo, e sono stato costretto ad abbandonare quell’idea. Ho affrontato il problema da un nuovo punto di vista. Ora, alle quattro, Dorcas ha sentito la sua padrona dire con rabbia: “Non devi pensare che la paura della pubblicità, o dello scandalo tra marito e moglie, mi impedirà di agire”. Ho congetturato, e giustamente, che queste parole fossero rivolte, non al marito, ma al signor John Cavendish. Alle cinque, un’ora dopo, usa quasi le stesse parole, ma il punto di vista è diverso. Ammette a Dorcas: “Non so cosa fare; lo scandalo tra marito e moglie è una cosa terribile”. Alle quattro era arrabbiata, ma completamente padrona di sé. Alle cinque è in uno stato di violento turbamento e parla di aver ricevuto un grande shock.»

«Guardando alla questione psicologicamente, ho tratto una deduzione che ero convinto fosse corretta. Il secondo “scandalo” di cui ha parlato non era lo stesso del primo, e riguardava lei stessa!»

«Ricostruiamo. Alle quattro, la signora Inglethorp litiga con il figlio e minaccia di denunciarlo alla moglie, la quale, tra l’altro, ha sentito gran parte della conversazione. Alle quattro e mezza, la signora Inglethorp, in seguito a una conversazione sulla validità dei testamenti, fa testamento a favore del marito, cosa di cui i due giardinieri sono testimoni. Alle cinque, Dorcas trova la sua padrona in uno stato di considerevole agitazione, con un pezzetto di carta – “una lettera”, pensa Dorcas – in mano, ed è allora che ordina di accendere il fuoco nella sua stanza. Presumibilmente, dunque, tra le quattro e mezza e le cinque, è successo qualcosa che ha causato una completa rivoluzione di sentimenti, dato che ora è ansiosa di distruggere il testamento tanto quanto prima era ansiosa di farlo. Cos’è stato quel qualcosa?»

«Per quanto ne sappiamo, è rimasta del tutto sola durante quella mezz’ora. Nessuno è entrato o uscito da quel boudoir. Cosa ha causato dunque questo improvviso cambiamento di sentimento?»

«Si può solo tirare a indovinare, ma credo che la mia congettura sia corretta. La signora Inglethorp non aveva francobolli nel suo scrittoio. Lo sappiamo, perché più tardi ha chiesto a Dorcas di portargliene un po’. Ora, nell’angolo opposto della stanza, c’era lo scrittoio del marito, chiuso a chiave. Era ansiosa di trovare dei francobolli e, secondo la mia teoria, ha provato le sue chiavi nel mobile. So che una di esse si adattava. Ha quindi aperto lo scrittoio e, cercando i francobolli, si è imbattuta in qualcos’altro: quel pezzetto di carta che Dorcas ha visto nelle sue mani e che certamente non era mai stato destinato agli occhi della signora Inglethorp. D’altra parte, la signora Cavendish credeva che il foglietto di carta a cui la suocera si aggrappava con tanta tenacia fosse una prova scritta dell’infedeltà del proprio marito. Lo ha preteso dalla signora Inglethorp, che le ha assicurato, giustamente, che non aveva nulla a che fare con quella faccenda. La signora Cavendish non le ha creduto. Pensava che la signora Inglethorp stesse proteggendo il figliastro. Ora, la signora Cavendish è una donna molto risoluta e, dietro la sua maschera di riserbo, era follemente gelosa del marito. Ha deciso di entrare in possesso di quel foglio a ogni costo, e in questa risoluzione il caso è venuto in suo aiuto. Le è capitato di raccogliere la chiave della borsa da documenti della signora Inglethorp, che era andata perduta quel mattino. Sapeva che la suocera conservava invariabilmente tutti i documenti importanti in questa particolare borsa.»

«La signora Cavendish, quindi, ha elaborato i suoi piani come solo una donna spinta alla disperazione dalla gelosia avrebbe potuto fare. A un certo punto della serata ha sbloccato la porta che portava nella stanza di Mademoiselle Cynthia. Forse ha applicato dell’olio ai cardini, poiché ho scoperto che si apriva in modo del tutto silenzioso quando ho provato. Ha rimandato il suo progetto alle prime ore del mattino perché più sicuro, dato che la servitù era abituata a sentirla muoversi per la sua stanza a quell’ora. Si è vestita completamente con il suo abbigliamento da lavoro e si è fatta strada silenziosamente attraverso la stanza di Mademoiselle Cynthia in quella della signora Inglethorp.»

Fece una pausa di un momento e Cynthia interruppe:

«Ma mi sarei svegliata se qualcuno fosse passato per la mia stanza?»

«Non se fosse stata drogata, mademoiselle.»

«Drogata?»

«Mais, oui!»

«Ricordate» – si rivolse di nuovo a noi collettivamente – «che attraverso tutto il tumulto e il rumore della porta accanto, Mademoiselle Cynthia dormiva. Ciò ammetteva due possibilità. O il suo sonno era simulato – cosa a cui non credevo – o la sua incoscienza era indotta da mezzi artificiali.»

«Con questa idea in mente, ho esaminato tutte le tazze da caffè con la massima attenzione, ricordando che era stata la signora Cavendish a portare a Mademoiselle Cynthia il caffè la sera prima. Ho preso un campione da ogni tazza e l’ho fatto analizzare, senza alcun risultato. Avevo contato le tazze con attenzione, nel caso in cui una fosse stata rimossa. Sei persone avevano preso il caffè e sei tazze sono state debitamente trovate. Ho dovuto confessare di essermi sbagliato.»

«Poi ho scoperto di essere stato colpevole di una svista molto grave. Il caffè era stato portato per sette persone, non sei, poiché il dottor Bauerstein era stato lì quella sera. Questo ha cambiato l’aspetto dell’intera faccenda, poiché ora mancava una tazza. La servitù non ha notato nulla, poiché Annie, la cameriera che ha portato il caffè, ha portato sette tazze, non sapendo che il signor Inglethorp non lo beveva mai, mentre Dorcas, che le ha sparecchiate la mattina seguente, ne ha trovate sei come al solito – o, a dire il vero, ne ha trovate cinque, essendo la sesta quella trovata rotta nella stanza della signora Inglethorp.»

«Ero sicuro che la tazza mancante fosse quella di Mademoiselle Cynthia. Avevo una ragione in più per crederlo, dato che tutte le tazze trovate contenevano zucchero, che Mademoiselle Cynthia non metteva mai nel suo caffè. La mia attenzione è stata attirata dalla storia di Annie riguardo a un po’ di “sale” sul vassoio del cacao che portava ogni sera nella stanza della signora Inglethorp. Di conseguenza, ho ottenuto un campione di quel cacao e l’ho fatto analizzare.»

«Ma quello era già stato fatto dal dottor Bauerstein,» disse Lawrence rapidamente.

«Non esattamente. L’analista è stato incaricato da lui di riferire se la stricnina fosse presente o meno. Non l’ha fatto testare, come ho fatto io, per un narcotico.»

«Per un narcotico?»

«Sì. Ecco il rapporto dell’analista. La signora Cavendish ha somministrato un narcotico sicuro, ma efficace, sia alla signora Inglethorp che a Mademoiselle Cynthia. Ed è possibile che abbia avuto un mauvais quart d’heure di conseguenza! Immaginate i suoi sentimenti quando la suocera viene improvvisamente colta da malore e muore, e subito dopo sente la parola “Veleno”! Ha creduto che il sonnifero somministrato fosse perfettamente innocuo, ma non c’è dubbio che per un momento terribile deve aver temuto che la morte della signora Inglethorp pesasse sulla sua coscienza. È stata colta dal panico e, sotto la sua influenza, si è precipitata al piano di sotto, e ha fatto cadere rapidamente la tazza da caffè e il piattino usati da Mademoiselle Cynthia in un grande vaso di ottone, dove è stato scoperto più tardi dal signor Lawrence. Non ha osato toccare i resti del cacao. Troppi occhi erano su di lei. Indovinate il suo sollievo quando viene menzionata la stricnina e scopre che, dopo tutto, la tragedia non è opera sua.»

«Ora siamo in grado di spiegare perché i sintomi dell’avvelenamento da stricnina abbiano tardato così tanto a manifestarsi. Un narcotico assunto con la stricnina ritarderà l’azione del veleno di alcune ore.»

Poirot fece una pausa. Mary lo guardò, con il colore che saliva lentamente al suo volto.

«Tutto ciò che ha detto è del tutto vero, Monsieur Poirot. È stata l’ora più terribile della mia vita. Non la dimenticherò mai. Ma lei è meraviglioso. Ora capisco...»

«Cosa intendevo quando le ho detto che poteva confessare in tutta sicurezza a Papa Poirot, eh? Ma lei non ha voluto fidarsi di me.»

«Ora vedo tutto,» disse Lawrence. «Il cacao drogato, assunto sopra il caffè avvelenato, spiega ampiamente il ritardo.»

«Esattamente. Ma il caffè era avvelenato o no? Qui incontriamo una piccola difficoltà, dato che la signora Inglethorp non lo ha mai bevuto.»

«Cosa?» Il grido di sorpresa fu universale.

«No. Ricorderete che ho parlato di una macchia sul tappeto nella stanza della signora Inglethorp? C’erano alcuni punti particolari riguardo a quella macchia. Era ancora umida, emanava un forte odore di caffè e incastrate nelle fibre del tappeto ho trovato alcune piccole schegge di porcellana. Ciò che era accaduto mi era chiaro, poiché non due minuti prima avevo appoggiato la mia valigetta sul tavolo vicino alla finestra e il tavolo, inclinandosi, l’aveva depositata sul pavimento esattamente nello stesso punto. Allo stesso modo, la signora Inglethorp aveva posato la sua tazza di caffè quando era arrivata nella sua stanza la sera prima, e il traditore tavolo le aveva giocato lo stesso scherzo.»

«Quello che è successo dopo è solo una mia congettura, ma direi che la signora Inglethorp ha raccolto la tazza rotta e l’ha appoggiata sul tavolo accanto al letto. Sentendo il bisogno di uno stimolante di qualche tipo, ha scaldato il suo cacao e l’ha bevuto lì per lì. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo problema. Sappiamo che il cacao non conteneva stricnina. Il caffè non è mai stato bevuto. Eppure la stricnina deve essere stata somministrata tra le sette e le nove di quella sera. Qual era il terzo mezzo: un mezzo così adatto a nascondere il gusto della stricnina che è straordinario che nessuno ci abbia pensato?» Poirot guardò intorno alla stanza, poi rispose a se stesso in modo impressionante. «La sua medicina!»

«Vuole dire che l’assassino ha introdotto la stricnina nel suo tonico?» esclamai.

«Non c’era bisogno di introdurla. Era già lì, nella miscela. La stricnina che ha ucciso la signora Inglethorp era l’identica stricnina prescritta dal dottor Wilkins. Per rendervelo chiaro, leggerò un estratto da un libro sulla preparazione dei farmaci che ho trovato nel dispensario dell’ospedale della Croce Rossa a Tadminster:

«“La seguente prescrizione è diventata famosa nei libri di testo:

Strychninae Sulph. . . . . . 1 gr.

Potass Bromide . . . . . . . 3vi

Aqua ad. . . . . . . . . . . . . 3viii

Fiat Mistura

*Questa soluzione deposita in poche ore la maggior parte del sale di stricnina come bromuro insolubile in cristalli trasparenti. Una signora in Inghilterra ha perso la vita assumendo una miscela simile: la stricnina precipitata si è raccolta sul fondo e, prendendo l’ultima dose, ne ha ingerita quasi tutta!*

«Ora, naturalmente, non c’era bromuro nella prescrizione del dottor Wilkins, ma ricorderete che ho menzionato una scatola vuota di polveri di bromuro. Una o due di quelle polveri introdotte nell’intera bottiglia di medicina avrebbero effettivamente fatto precipitare la stricnina, come descrive il libro, e fatto sì che venisse assunta nell’ultima dose. Più tardi apprenderete che la persona che solitamente versava la medicina della signora Inglethorp era sempre estremamente attenta a non agitare la bottiglia, ma a lasciare indisturbato il sedimento sul fondo.»

«Per tutto il caso, ci sono state prove che la tragedia doveva aver luogo lunedì sera. In quel giorno, il filo del campanello della signora Inglethorp era stato tagliato con cura e, lunedì sera, Mademoiselle Cynthia trascorreva la notte fuori con amici, così che la signora Inglethorp sarebbe rimasta completamente sola nell’ala destra, completamente isolata da qualsiasi aiuto, e sarebbe morta, con ogni probabilità, prima che potessero essere chiamati i soccorsi medici. Ma nella sua fretta di essere in tempo per l’intrattenimento del villaggio, la signora Inglethorp ha dimenticato di prendere la medicina e il giorno dopo ha pranzato fuori casa, cosicché l’ultima – e fatale – dose è stata effettivamente assunta ventiquattr’ore più tardi di quanto previsto dall’assassino; ed è grazie a quel ritardo che la prova finale – l’ultimo anello della catena – è ora nelle mie mani.»

Tra un’eccitazione mozzafiato, tese tre sottili strisce di carta.

«Una lettera scritta di pugno dall’assassino, mes amis! Se fosse stata un po’ più chiara nei suoi termini, è possibile che la signora Inglethorp, avvertita in tempo, si sarebbe salvata. Così com’era, ha intuito il suo pericolo, ma non il modo in cui si sarebbe presentato.»

Nel silenzio mortale, Poirot unì i foglietti di carta e, schiarendosi la voce, lesse:

«Carissima Evelyn:

«Sarai ansiosa per il fatto di non avere mie notizie. È tutto a posto; solo che avverrà stasera invece che ieri sera. Capisci. Ci attendono tempi d'oro una volta che la vecchia sarà morta e tolta di mezzo. Nessuno potrà mai risalire a me per il crimine. Quell'idea tua sui bromuri è stata un colpo di genio! Ma dobbiamo essere molto circospetti. Un passo falso...»

«Qui, amici miei, la lettera si interrompe. Senza dubbio chi scriveva è stato interrotto; ma non può esserci alcun dubbio sulla sua identità. Conosciamo tutti questa calligrafia e...»

Un ululato che era quasi un grido ruppe il silenzio.

«Maledetto! Come l'hai avuta?»

Una sedia fu rovesciata. Poirot scartò agilmente di lato. Un suo rapido movimento, e l'aggressore cadde con un fracasso.

«Messieurs, mesdames», disse Poirot, con un inchino, «permettetemi di presentarvi l'assassino, il signor Alfred Inglethorp!»

CAPITOLO XIII. POIROT SPIEGA

«Poirot, vecchio furfante», dissi, «ho una mezza idea di strangolarti! Che intendi dire ingannandomi come hai fatto?»

Eravamo seduti in biblioteca. Diversi giorni convulsi ci stavano alle spalle. Nella stanza al piano di sotto, John e Mary erano di nuovo insieme, mentre Alfred Inglethorp e Miss Howard erano in custodia. Ora, finalmente, avevo Poirot tutto per me e potevo placare la mia curiosità ancora bruciante.

Poirot non mi rispose per un momento, ma alla fine disse:

«Non ti ho ingannato, mon ami. Al massimo, ti ho permesso di ingannare te stesso.»

«Sì, ma perché?»

«Beh, è difficile da spiegare. Vedi, amico mio, hai una natura così onesta e un volto così trasparente che... enfin, nascondere i propri sentimenti è impossibile! Se ti avessi rivelato le mie idee, la primissima volta che avessi visto il signor Alfred Inglethorp, quel gentiluomo così astuto avrebbe... nel tuo idioma così espressivo... "sentito puzzo di bruciato"! E allora, addio alle nostre possibilità di catturarlo!»

«Credo di avere più diplomazia di quanta tu me ne riconosca.»

«Amico mio», mi supplicò Poirot, «ti imploro, non ti adirare! Il tuo aiuto è stato del tutto inestimabile. È stata solo la tua natura estremamente bella a farmi esitare.»

«Beh», brontolai, un po' placato. «Penso comunque che avresti potuto darmi un suggerimento.»

«Ma l'ho fatto, amico mio. Diversi suggerimenti. Tu non li hai voluti cogliere. Pensa ora, ti ho mai detto che credevo John Cavendish colpevole? Non ti ho detto, al contrario, che sarebbe stato quasi certamente assolto?»

«Sì, ma...»

«E non ho forse parlato immediatamente dopo della difficoltà di assicurare l'assassino alla giustizia? Non ti era chiaro che stavo parlando di due persone completamente diverse?»

«No», dissi, «non mi era chiaro!»

«Poi ancora», continuò Poirot, «all'inizio, non ti ho ripetuto più volte che non volevo che il signor Inglethorp venisse arrestato subito? Questo avrebbe dovuto trasmetterti qualcosa.»

«Vuoi dire che lo sospettavi già da allora?»

«Sì. Per cominciare, chiunque altro potesse trarre beneficio dalla morte della signora Inglethorp, suo marito ne avrebbe tratto il beneficio maggiore. Non c'era modo di sfuggire a questo. Quando sono andato a Styles con te quel primo giorno, non avevo idea di come fosse stato commesso il crimine, ma da quello che sapevo del signor Inglethorp immaginavo che sarebbe stato molto difficile trovare qualcosa che lo collegasse ad esso. Quando sono arrivato allo château, ho capito subito che era stata la signora Inglethorp a bruciare il testamento; e qui, tra l'altro, non puoi lamentarti, amico mio, perché ho fatto del mio meglio per farti capire il significato di quel fuoco in camera da letto in piena estate.»

«Sì, sì», dissi impaziente. «Continua.»

«Bene, amico mio, come dicevo, le mie opinioni sulla colpevolezza del signor Inglethorp erano molto scosse. C'erano, infatti, così tante prove contro di lui che ero propenso a credere che non fosse stato lui.»

«Quando hai cambiato idea?»

«Quando ho scoperto che più facevo sforzi per scagionarlo, più lui faceva sforzi per farsi arrestare. Poi, quando ho scoperto che Inglethorp non aveva nulla a che fare con la signora Raikes e che, in realtà, era John Cavendish a essere interessato a quel fronte, ne sono stato certo.»

«Ma perché?»

«Semplicemente per questo. Se fosse stato Inglethorp a portare avanti un intrigo con la signora Raikes, il suo silenzio sarebbe stato perfettamente comprensibile. Ma, quando ho scoperto che in tutto il villaggio si sapeva che era John a essere attratto dalla graziosa moglie del fattore, il suo silenzio assumeva un significato completamente diverso. Era un'assurdità pretendere che avesse paura dello scandalo, dato che nessuno scandalo avrebbe potuto toccarlo. Questo suo atteggiamento mi ha dato furiosamente da pensare, e sono stato lentamente costretto alla conclusione che Alfred Inglethorp voleva essere arrestato. Eh bien! Da quel momento, sono stato altrettanto determinato che non dovesse essere arrestato.»

«Aspetta un momento. Non capisco perché volesse essere arrestato.»

«Perché, mon ami, è la legge del tuo paese che un uomo, una volta assolto, non possa mai essere processato di nuovo per lo stesso reato. Aha! ma era astuta, la sua idea! Assicuratamente, è un uomo di metodo. Vedi, lui sapeva che nella sua posizione sarebbe stato inevitabilmente sospettato, così ha concepito l'idea estremamente intelligente di preparare una serie di prove fabbricate contro se stesso. Voleva essere arrestato. Avrebbe poi presentato il suo alibi inoppugnabile e, voilà, sarebbe stato al sicuro per tutta la vita!»

«Ma ancora non capisco come sia riuscito a provare il suo alibi e, allo stesso tempo, ad andare alla farmacia.»

Poirot mi fissò con sorpresa.

«È possibile? Mio povero amico! Non hai ancora realizzato che è stata Miss Howard ad andare alla farmacia?»

«Miss Howard?»

«Ma certamente. Chi altro? È stato facilissimo per lei. È di buona statura, la sua voce è profonda e virile; inoltre, ricorda, lei e Inglethorp sono cugini, e c'è una netta somiglianza tra loro, specialmente nell'andatura e nel portamento. È stata la semplicità stessa. Sono una coppia astuta!»

«Sono ancora un po' confuso su come sia stata messa in atto esattamente la faccenda dei bromuri», osservai.

«Bon! Ricostruirò per te per quanto possibile. Sono propenso a pensare che Miss Howard fosse la mente dietro quell'affare. Ricordi che ha menzionato una volta che suo padre era un medico? Possibilmente preparava i farmaci per lui, oppure potrebbe aver preso l'idea da uno dei tanti libri lasciati in giro quando Mademoiselle Cynthia studiava per il suo esame. Ad ogni modo, aveva familiarità con il fatto che l'aggiunta di un bromuro a una miscela contenente stricnina avrebbe causato la precipitazione di quest'ultima. Probabilmente l'idea le è venuta del tutto all'improvviso. La signora Inglethorp aveva una scatola di polveri di bromuro, che prendeva occasionalmente di notte. Cosa c'era di più facile che sciogliere tranquillamente una o più di quelle polveri nella bottiglia di medicina di grande formato della signora Inglethorp quando arrivava da Coot's? Il rischio è praticamente nullo. La tragedia non avrà luogo fino a quasi quindici giorni dopo. Se qualcuno ha visto uno dei due toccare la medicina, se ne sarà dimenticato a quel punto. Miss Howard avrà architettato il suo litigio e se ne sarà andata dalla casa. Il trascorrere del tempo e la sua assenza sconfiggeranno ogni sospetto. Sì, è stata un'idea astuta! Se l'avessero lasciata stare, è possibile che il crimine non sarebbe mai stato attribuito a loro. Ma non erano soddisfatti. Hanno cercato di essere troppo furbi, e quella è stata la loro rovina.»

Poirot diede una boccata alla sua minuscola sigaretta, con gli occhi fissi sul soffitto.

«Hanno organizzato un piano per gettare sospetti su John Cavendish, comprando stricnina dal farmacista del villaggio e firmando il registro con la sua calligrafia.

«Lunedì, la signora Inglethorp prenderà l'ultima dose della sua medicina. Lunedì, quindi, alle sei, Alfred Inglethorp si organizza per essere visto da un gran numero di persone in un luogo molto lontano dal villaggio. Miss Howard ha precedentemente inventato una storia strampalata su di lui e la signora Raikes per giustificare il suo tacere in seguito. Alle sei, Miss Howard, travestita da Alfred Inglethorp, entra nella farmacia, con la sua storia su un cane, ottiene la stricnina e scrive il nome di Alfred Inglethorp con la calligrafia di John, che aveva precedentemente studiato con cura.

«Ma, siccome non servirebbe a nulla se anche John potesse provare un alibi, gli scrive un biglietto anonimo — sempre copiando la sua calligrafia — che lo porta in un luogo remoto dove è estremamente improbabile che qualcuno lo veda.

«Fin qui, tutto va bene. Miss Howard torna a Middlingham. Alfred Inglethorp torna a Styles. Non c'è nulla che possa comprometterlo in alcun modo, dato che è Miss Howard ad avere la stricnina, che, dopo tutto, serve solo come copertura per gettare sospetti su John Cavendish.

«Ma ora si verifica un intoppo. La signora Inglethorp non prende la sua medicina quella notte. Il campanello rotto, l'assenza di Cynthia — organizzata da Inglethorp tramite sua moglie — tutto questo è sprecato. E poi... fa il suo passo falso.

«La signora Inglethorp è fuori, e lui si siede a scrivere alla sua complice, che teme possa essere nel panico per il mancato successo del loro piano. È probabile che la signora Inglethorp sia tornata prima di quanto lui si aspettasse. Sorpreso sul fatto, e alquanto agitato, chiude in fretta e chiude a chiave la sua scrivania. Teme che, se rimane nella stanza, potrebbe doverla riaprire, e che la signora Inglethorp potrebbe scorgere la lettera prima che lui possa afferrarla. Così esce e cammina nei boschi, senza minimamente immaginare che la signora Inglethorp aprirà la sua scrivania e scoprirà il documento incriminante.

«Ma questo, come sappiamo, è ciò che è accaduto. La signora Inglethorp lo legge e viene a conoscenza della perfidia di suo marito e di Evelyn Howard, sebbene, sfortunatamente, la frase sui bromuri non trasmetta alcun avvertimento alla sua mente. Sa di essere in pericolo, ma ignora dove risieda il pericolo. Decide di non dire nulla al marito, ma si siede e scrive al suo avvocato, chiedendogli di venire l'indomani, e decide anche di distruggere immediatamente il testamento che aveva appena fatto. Conserva la lettera fatale.»

«È stato per scoprire quella lettera, dunque, che il marito ha forzato la serratura della valigetta?»

«Sì, e dall'enorme rischio che ha corso possiamo vedere quanto pienamente si rendesse conto della sua importanza. Quella lettera a parte, non c'era assolutamente nulla che lo collegasse al crimine.»

«C'è solo una cosa che non riesco a capire, perché non l'ha distrutta subito quando ne è entrato in possesso?»

«Perché non ha osato correre il rischio più grande di tutti: quello di tenerla addosso.»

«Non capisco.»

«Guardala dal suo punto di vista. Ho scoperto che c'erano solo cinque brevi minuti in cui avrebbe potuto prenderla: i cinque minuti immediatamente precedenti il nostro arrivo sulla scena, perché prima di quel momento Annie stava spazzando le scale e avrebbe visto chiunque fosse passato andando verso l'ala destra. Figuratevi la scena! Entra nella stanza, aprendo la porta con una delle altre chiavi della porta — erano tutte molto simili. Corre alla valigetta: è chiusa a chiave e le chiavi non si vedono da nessuna parte. È un colpo terribile per lui, perché significa che la sua presenza nella stanza non può essere nascosta come sperava. Ma vede chiaramente che tutto deve essere rischiato per il bene di quella prova schiacciante. In fretta, forza la serratura con un temperino e gira le carte finché non trova ciò che sta cercando.

«Ma ora sorge un nuovo dilemma: non osa tenere quel pezzo di carta addosso. Potrebbe essere visto uscire dalla stanza, potrebbe essere perquisito. Se il foglio venisse trovato addosso a lui, sarebbe la fine certa. Probabilmente, in questo momento, sente anche i suoni al piano di sotto del signor Wells e di John che lasciano il boudoir. Deve agire in fretta. Dove può nascondere questo terribile pezzo di carta? Il contenuto del cestino della carta straccia viene conservato e, in ogni caso, è sicuro che verrà esaminato. Non ci sono mezzi per distruggerlo; e lui non osa tenerlo. Si guarda intorno e vede... cosa pensi, mon ami?»

Scossi la testa.

«In un momento, ha strappato la lettera in lunghe strisce sottili e, arrotolandole in stoppini, le spinge frettolosamente tra gli altri stoppini nel vaso sul caminetto.»

Emetti un'esclamazione.

«Nessuno penserebbe di guardare lì», continuò Poirot. «E lui sarà in grado, con calma, di tornare e distruggere questo unico pezzo di prova contro di lui.»

«Quindi, per tutto il tempo, è rimasta nel vaso degli stoppini nella camera da letto della signora Inglethorp, proprio sotto i nostri nasi?» gridai.

Poirot annuì.

«Sì, amico mio. È lì che ho scoperto il mio "ultimo anello", e devo quella scoperta molto fortunata a te.»

«A me?»

«Sì. Ricordi di avermi detto che la mia mano tremava mentre stavo raddrizzando gli ornamenti sulla mensola del caminetto?»

«Sì, ma non vedo...»

«No, ma io ho visto. Sai, amico mio, ho ricordato che la mattina presto, quando eravamo stati lì insieme, avevo raddrizzato tutti gli oggetti sulla mensola del caminetto. E, se erano già raddrizzati, non ci sarebbe stato bisogno di raddrizzarli di nuovo, a meno che, nel frattempo, qualcun altro non li avesse toccati.»

«Mio Dio», mormorai, «quindi questa è la spiegazione del tuo comportamento straordinario. Ti sei precipitato a Styles e l'hai trovata ancora lì?»

«Sì, ed è stata una corsa contro il tempo.»

«Ma ancora non riesco a capire perché Inglethorp sia stato così sciocco da lasciarla lì quando aveva molte opportunità per distruggerla.»

«Ah, ma non ha avuto alcuna opportunità. Ho provveduto io.»

«Tu?»

«Sì. Ricordi di avermi rimproverato per aver messo la famiglia al corrente della faccenda?»

«Sì.»

«Bene, amico mio, ho visto che c'era solo una possibilità. Non ero sicuro allora se Inglethorp fosse il criminale o meno, ma se lo era, ho ragionato che non avrebbe avuto il foglio addosso, ma l'avrebbe nascosto da qualche parte, e arruolando la simpatia della famiglia avrei potuto impedire efficacemente che lo distruggesse. Era già sotto sospetto, e rendendo la questione pubblica ho assicurato i servizi di circa dieci detective dilettanti, che lo avrebbero osservato incessantemente, ed essendo lui stesso consapevole della loro vigilanza non avrebbe osato cercare ulteriormente di distruggere il documento. È stato quindi costretto ad allontanarsi dalla casa, lasciandolo nel vaso degli stoppini.»

«Ma sicuramente Miss Howard ha avuto ampie opportunità di aiutarlo.»

«Sì, ma Miss Howard non sapeva dell'esistenza del foglio. In accordo con il loro piano prestabilito, non ha mai parlato con Alfred Inglethorp. Dovevano essere nemici mortali, e finché John Cavendish non fosse stato condannato con sicurezza, nessuno dei due ha osato rischiare un incontro. Naturalmente ho tenuto sotto controllo il signor Inglethorp, sperando che prima o poi mi avrebbe condotto al nascondiglio. Ma era troppo astuto per correre rischi. Il foglio era al sicuro dov'era; dato che nessuno aveva pensato di guardare lì nella prima settimana, non era probabile che lo facessero dopo. Se non fosse stato per la tua fortunata osservazione, potremmo non essere mai stati in grado di assicurarlo alla giustizia.»

«Ora capisco; ma quando hai iniziato a sospettare di Miss Howard?»

«Quando ho scoperto che aveva mentito all'inchiesta riguardo alla lettera che aveva ricevuto dalla signora Inglethorp.»

«Perché, cosa c'era su cui mentire?»

«Hai visto quella lettera? Ricordi il suo aspetto generale?»

«Sì, più o meno.»

«Ricorderai, allora, che la signora Inglethorp scriveva con una grafia molto distintiva e lasciava grandi spazi chiari tra le sue parole. Ma se guardi la data in cima alla lettera noterai che il "17 luglio" è piuttosto diverso sotto questo aspetto. Vedi cosa intendo?»

«No», confessai, «non vedo.»

«Non vedi che quella lettera non è stata scritta il 17, ma il 7 — il giorno dopo la partenza di Miss Howard? L' "1" è stato scritto prima del "7" per trasformarlo nel "17".»

«Ma perché?»

«È esattamente quello che mi sono chiesto. Perché Miss Howard sopprime la lettera scritta il 17 e produce invece questa contraffatta? Perché non voleva mostrare la lettera del 17. Perché, ancora? E subito un sospetto è sorto nella mia mente. Ricorderai che ho detto che è saggio diffidare delle persone che non ti dicono la verità.»

«Eppure», gridai indignato, «dopo di ciò, mi hai dato due ragioni per cui Miss Howard non avrebbe potuto commettere il crimine!»

«E ragioni molto buone, peraltro», rispose Poirot. «Per molto tempo sono state un ostacolo per me finché non ho ricordato un fatto molto significativo: che lei e Alfred Inglethorp erano cugini. Non avrebbe potuto commettere il crimine da sola, ma le ragioni contro ciò non le impedivano di essere una complice. E, poi, c'era quell'odio piuttosto troppo veemente da parte sua! Nascondeva un'emozione molto opposta. C'era, senza dubbio, un legame di passione tra loro molto prima che lui arrivasse a Styles. Avevano già organizzato il loro infame complotto: che lui sposasse questa signora anziana ricca, ma piuttosto sciocca, la inducesse a fare un testamento lasciandogli i suoi soldi, e poi raggiungessero i loro scopi tramite un crimine concepito molto abilmente. Se tutto fosse andato come avevano pianificato, probabilmente avrebbero lasciato l'Inghilterra e vissuto insieme con i soldi della loro povera vittima.»

«Sono una coppia molto astuta e senza scrupoli. Mentre il sospetto doveva essere diretto contro di lui, lei avrebbe fatto preparativi silenziosi per un epilogo molto diverso. Arriva da Middlingham con tutti gli elementi compromettenti in suo possesso. Nessun sospetto ricade su di lei. Nessuna attenzione viene prestata al suo andare e venire in casa. Nasconde la stricnina e i bicchieri nella stanza di John. Mette la barba in soffitta. Si assicurerà che prima o poi vengano debitamente scoperti.»

«Non capisco bene perché abbiano cercato di addossare la colpa a John», osservai. «Sarebbe stato molto più facile per loro far ricadere il crimine su Lawrence.»

«Sì, ma quello è stato puro caso. Tutte le prove contro di lui sono scaturite da puro incidente. Deve essere stato, infatti, decisamente fastidioso per la coppia di cospiratori.»

«Il suo modo di fare era sfortunato», osservai pensieroso.

«Sì. Ti rendi conto, naturalmente, di cosa ci fosse dietro?»

«No.»

«Non hai capito che credeva che Mademoiselle Cynthia fosse colpevole del crimine?»

«No», esclamai, stupito. «Impossibile!»

«Affatto. Io stesso ho quasi avuto la stessa idea. Era nella mia mente quando ho fatto al signor Wells quella prima domanda sul testamento. Poi c'erano le polveri di bromuro che lei aveva fatto preparare, e le sue abili imitazioni maschili, come ci ha raccontato Dorcas. C'erano davvero più prove contro di lei che contro chiunque altro.»

«Stai scherzando, Poirot!»

«No. Ti dirò cosa ha fatto diventare Monsieur Lawrence così pallido quando è entrato per la prima volta nella stanza di sua madre la notte fatale? È stato perché, mentre sua madre giaceva lì, ovviamente avvelenata, ha visto, oltre la tua spalla, che la porta della stanza di Mademoiselle Cynthia non era chiusa a chiave.»

«Ma ha dichiarato di averla vista chiusa a chiave!» gridai.

«Esattamente», disse Poirot seccamente. «E quello è stato proprio ciò che ha confermato il mio sospetto che non lo fosse. Stava proteggendo Mademoiselle Cynthia.»

«Ma perché avrebbe dovuto proteggerla?»

«Perché è innamorato di lei.»

Risi.

«Lì, Poirot, ti sbagli di grosso! Mi risulta per certo che, lungi dall'essere innamorato di lei, lui la detesta positivamente.»

«Chi te l'ha detto, mon ami?»

«Cynthia stessa.»

«La pauvre petite! Ed era preoccupata?»

«Ha detto che non le importava affatto.»

«Allora certamente le importava moltissimo», osservò Poirot. «Sono fatte così... les femmes!»

«Quello che dici su Lawrence è una grande sorpresa per me», dissi.

«Ma perché? Era del tutto ovvio. Non faceva Monsieur Lawrence il muso aspro ogni volta che Mademoiselle Cynthia parlava e rideva con suo fratello? Aveva assunto nella sua lunga testa che Mademoiselle Cynthia fosse innamorata di Monsieur John. Quando entrò nella stanza di sua madre e la vide evidentemente avvelenata, saltò alla conclusione che Mademoiselle Cynthia sapesse qualcosa della faccenda. Era quasi al punto di disperarsi. Prima schiacciò la tazzina di caffè in polvere sotto i piedi, ricordando che la sera precedente era salita con sua madre, e decise che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di testarne il contenuto. Da quel momento, sostenne con vigore, e del tutto inutilmente, la teoria della ‘Morte per cause naturali’.»

«E che dire della ‘tazzina di caffè in più’?»

«Ero abbastanza certo che fosse la signora Cavendish ad averla nascosta, ma dovevo accertarmene. Monsieur Lawrence non capiva affatto cosa intendevo; tuttavia, riflettendo, giunse alla conclusione che se avesse trovato una tazzina di caffè in più da qualche parte, la sua amata sarebbe stata scagionata da ogni sospetto. E aveva perfettamente ragione.»

«Un’altra cosa. Cosa intendeva dire la signora Inglethorp con le sue parole morenti?»

«Caro mio, Poirot,» dissi con un sospiro, «penso che tu abbia spiegato tutto. Sono contento che sia finito così felicemente. Anche John e sua moglie si sono riconciliati.»

«Grazie a me.»

«Cosa intendi—grazie a te?»

«Mio caro amico, non ti rendi conto che è semplicemente e soltanto il processo ad averli riportati insieme? Ero convinto che John Cavendish amasse ancora sua moglie. Anche lei era altrettanto innamorata di lui. Ma si erano allontanati molto. Tutto ebbe origine da un malinteso. Lei lo aveva sposato senza amore. Lui lo sapeva. È un uomo sensibile a modo suo, non si sarebbe imposto a lei se non l’avesse voluta. E, mentre si allontanava, il suo amore si risvegliò. Ma entrambi sono insolitamente orgogliosi, e il loro orgoglio li tenne inesorabilmente separati. Lui si immerse in un intrigo con la signora Raikes, e lei coltivò deliberatamente l’amicizia del dottor Bauerstein. Ti ricordi il giorno dell’arresto di John Cavendish, quando mi trovavi a meditare su una grande decisione?»

«Scusami, mon ami, ma non l’hai capito minimamente. Stavo cercando di decidere se avrei assolto John Cavendish subito. Avrei potuto assolverlo—anche se ciò sarebbe significato non condannare i veri criminali. Erano del tutto all’oscuro della mia reale intenzione fino all’ultimo momento—cosa che in parte spiega il mio successo.»

«Vuoi dire che avresti potuto salvare John Cavendish dal processo?»

«Sì, amico mio. Ma alla fine ho optato per ‘la felicità di una donna’. Nient’altro che il grande pericolo che hanno attraversato avrebbe potuto riunire di nuovo queste due anime orgogliose.»

Guardai Poirot in silenzioso stupore. La guancia colossale del piccolo uomo! Chi, se non Poirot, avrebbe potuto pensare a un processo per omicidio come rigeneratore della felicità coniugale!

«Percepisco i tuoi pensieri, mon ami,» disse Poirot, sorridendomi. «Nessuno se non Hercule Poirot avrebbe tentato una cosa del genere! E ti sbagli a condannarla. La felicità di un uomo e di una donna è la cosa più grande del mondo.»

Le sue parole mi riportarono a eventi precedenti. Ricordai Mary mentre giaceva bianca ed esausta sul divano, ascoltando, ascoltando. Sentii suonare la campanella al piano di sotto. Si alzò. Poirot aprì la porta e, incontrando i suoi occhi agonizzanti, annuì dolcemente. «Sì, madame,» disse. «L’ho riportato a voi.» Restò a parte, e mentre uscivo vidi lo sguardo di Mary, mentre John Cavendish stringeva sua moglie tra le braccia.

«Forse hai ragione, Poirot,» dissi dolcemente. «Sì, è la cosa più grande del mondo.»

All’improvviso si udì un bussare alla porta e Cynthia sbirciò dentro.

«Io—io solo——»

«Entrate,» dissi, alzandomi di scatto.

Entrò, ma non si sedette.

«Volevo solo dirvi qualcosa——»

«Sì?»

Cynthia giocherellò per qualche attimo con una piccola nappa, poi, improvvisamente esclamò: «Voi, carissimi!» baciò prima me e poi Poirot, e fuggì di nuovo dalla stanza.

«Che cosa diavolo significhi tutto ciò?» chiesi, sorpreso.

Era molto piacevole essere baciati da Cynthia, ma la pubblicità del saluto ne diminuì il piacere.

«Significa che ha scoperto che Monsieur Lawrence non la disprezza tanto quanto credeva,» rispose filosoficamente Poirot.

«Ma——»

«Ecco lui.»

Lawrence in quel momento attraversò la porta.

«Eh! Monsieur Lawrence,» chiamò Poirot. «Dobbiamo congratularci con voi, non è vero?»

Lawrence arrossò, poi sorrise imbarazzato. Un uomo innamorato è uno spettacolo patetico. Ora Cynthia appariva affascinante.

Sospirai.

«Che cosa c’è, mon ami?»

«Niente», dissi tristemente. «Sono due donne deliziose!»

«E nessuna delle due è per te?» concluse Poirot. «Non importa. Consolati, amico mio. Potremmo andare a caccia insieme di nuovo, chissà? E poi——»

FINE

Public-domain source text from Project Gutenberg, translated into Italian by AI under our editorial direction. Machine translation of a whole book is not flawless — this exists so you can read a book otherwise closed to you, not as a scholarly edition. How this is made.