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The Mystery of Edwin Drood

by Charles Dickens · in Italian

Il mistero di Edwin Drood

di Charles Dickens

Indice

CAPITOLO I. L’ALBA CAPITOLO II. UN DECANO, E UN CAPITOLO ANCHE CAPITOLO III. LA CASA DELLE MONACHE CAPITOLO IV. MR. SAPSEA CAPITOLO V. MR. DURDLES E AMICO CAPITOLO VI. FILANTROPIA NEL MINOR CANON CORNER CAPITOLO VII. PIÙ CONFIDENZE DI UNA CAPITOLO VIII. SPADE SFODERATE CAPITOLO IX. UCCELLI NEL CESPUGLIO CAPITOLO X. SPIANARE LA STRADA CAPITOLO XI. UN QUADRO E UN ANELLO CAPITOLO XII. UNA NOTTE CON DURDLES CAPITOLO XIII. ENTRAMBI AL MEGLIO CAPITOLO XIV. QUANDO SI RITROVERANNO QUESTI TRE? CAPITOLO XV. INCRIMINATO CAPITOLO XVI. DEVOTO CAPITOLO XVII. FILANTROPIA, PROFESSIONALE E NON CAPITOLO XVIII. UN COLONO A CLOISTERHAM CAPITOLO XIX. OMBRA SULLA MERIDIANA CAPITOLO XX. UNA FUGA CAPITOLO XXI. UN RICONOSCIMENTO CAPITOLO XXII. UNO STATO DI COSE SABBIOSO SI AVVICINA CAPITOLO XXIII. L’ALBA DI NUOVO

IL MISTERO DI EDWIN DROOD

CAPITOLO I. L’ALBA

Un’antica torre di Cattedrale inglese? Come può trovarsi qui l’antica torre della Cattedrale inglese! La nota massiccia torre quadrata grigia della sua vecchia Cattedrale? Come può trovarsi qui! Non c’è alcuna punta di ferro arrugginito nell’aria, tra l’occhio e quella, da alcun punto della prospettiva reale. Qual è la punta che si frappone, e chi l’ha piantata? Forse è stata piantata per ordine del Sultano per l’impalamento di un’orda di ladri turchi, uno ad uno. È così, perché i cembali si scontrano, e il Sultano passa davanti al suo palazzo in una lunga processione. Diecimila scimitarre lampeggiano alla luce del sole, e tremila volte diecimila ballerine spargono fiori. Poi, seguono elefanti bianchi gualdrappati in innumerevoli colori sfarzosi, infiniti di numero e di accompagnatori. Eppure la Torre della Cattedrale si erge sullo sfondo, dove non può essere, e ancora nessuna figura che si contorce si trova sulla cupa punta. Fermo! È la punta una cosa così da poco come quella arrugginita sulla cima di un montante di un vecchio letto che è crollato tutto storto? Qualche vago periodo di risate assonnate deve essere dedicato alla considerazione di questa possibilità.

Tremante da capo a piedi, l’uomo la cui coscienza sparsa si è così fantasticamente ricomposta, alla fine si alza, sostiene il suo corpo tremante sulle braccia, e guarda intorno. Si trova nella più meschina e angusta delle piccole stanze. Attraverso la tenda lacerata della finestra, la luce del primo mattino filtra da un cortile miserabile. Giace, vestito, di traverso su un grande letto indecente, sopra una struttura che in effetti ha ceduto sotto il peso su di essa. Distesi, anch’essi vestiti e anch’essi di traverso sul letto, non per il lungo, ci sono un cinese, un lascar, e una donna emaciata. I primi due sono in un sonno o torpore; l’ultima sta soffiando in una specie di pipa, per accenderla. E mentre soffia, e ombreggiandola con la sua mano magra, ne concentra la scintilla rossa di luce, essa serve nel fioco mattino come una lampada per mostrargli ciò che vede di lei.

“Un’altra?” dice questa donna, in un bisbiglio lamentoso e gracchiante. “Ne prendi un’altra?”

Lui si guarda intorno, con la mano sulla fronte.

“Ne hai fumate ben cinque da quando sei entrato a mezzanotte,” continua la donna, come lamentandosi cronicamente. “Povera me, povera me, la mia testa sta così male. Quei due sono entrati dopo di te. Ah, povera me, gli affari sono fiacchi, sono fiacchi! Pochi cinesi attorno ai moli, e ancor meno lascar, e nessuna nave in arrivo, dicono! Eccone un’altra pronta per te, tesoro. Ti ricorderai come una buona anima, vero, che il prezzo di mercato è terribilmente alto proprio ora? Più di tre scellini e sei pence per un ditale pieno! E ti ricorderai che nessuno tranne me (e Jack Chinaman dall’altra parte del cortile; ma non sa farlo bene come me) ha il vero segreto per mescolarlo? Pagherai di conseguenza, tesoro, vero?”

Soffia nella pipa mentre parla, e, gorgogliandovi di tanto in tanto, ne inala gran parte del contenuto.

“Oh me, oh me, i miei polmoni sono deboli, i miei polmoni stanno male! È quasi pronta per te, tesoro. Ah, povera me, povera me, la mia povera mano trema come se dovesse staccarsi! Ti vedo riprenderti, e dico alla mia povera me: ‘Ne terrò pronta un’altra per lui, e lui terrà a mente il prezzo di mercato dell’oppio, e pagherà di conseguenza’. Oh la mia povera testa! Faccio le mie pipe con vecchie bottiglie d’inchiostro da un penny, vedi, tesoro—questa è una—e inserisco un bocchino, in questo modo, e prendo la mia miscela da questo ditale con questo cucchiaino di corno; e così riempio, tesoro. Ah, i miei poveri nervi! Ero ubriaca da far schifo per sedici anni prima di darmi a questo; ma questo non mi fa male, non degno di nota. E toglie la fame così come il cibo, tesoro.”

Gli porge la pipa quasi vuota, e ricade all’indietro, voltandosi sulla faccia.

Lui si alza barcollando dal letto, posa la pipa sulla pietra del focolare, tira indietro la tenda lacerata, e guarda con ripugnanza i suoi tre compagni. Nota che la donna si è fumata fino a una strana somiglianza col cinese. La sua forma della guancia, dell’occhio e della tempia, e il suo colore, sono ripetuti in lei. Il suddetto cinese lotta convulsamente con uno dei suoi molti Dei o Diavoli, forse, e ringhia orribilmente. Il lascar ride e sbava dalla bocca. La padrona di casa è immobile.

“Che visioni può avere?” l’uomo sveglio medita, mentre le volta la faccia verso di sé, e resta a guardarla dall’alto. “Visioni di molte macellerie, e osterie, e molto credito? Di un aumento di orribili clienti, e questo orribile letto rimesso dritto, e questo orribile cortile ripulito? A cosa può elevarsi, sotto qualsiasi quantità di oppio, più in alto di quello!—Eh?”

Porge l’orecchio, per ascoltare i suoi borbottii.

“Inintelligibile!”

Mentre osserva gli scatti spasmodici e i guizzi che scoppiano dal suo volto e dai suoi arti, come fulmini intermittenti da un cielo scuro, un contagio in essi lo coglie: tanto che deve ritirarsi su una magra poltrona vicino al focolare—collocata lì, forse, per tali emergenze—e sedervisi, tenendosi stretto, finché non ha avuto la meglio su questo spirito immondo di imitazione.

Poi torna indietro, balza sul cinese, e afferrandolo con entrambe le mani per la gola, lo gira violentemente sul letto. Il cinese ghermisce le mani aggressive, resiste, ansima e protesta.

“Cosa dici?”

Una pausa vigile.

“Inintelligibile!”

Allentando lentamente la presa mentre ascolta il gergo incoerente con un cipiglio attento, si volge verso il lascar e lo trascina fuori sul pavimento. Mentre cade, il lascar scatta in una posizione semieretta, sbarra gli occhi, si agita ferocemente con le braccia, ed estrae un coltello fantasma. Diventa allora evidente che la donna si è impossessata di questo coltello, per sicurezza; poiché, anche lei balzando su, e trattenendolo e rimproverandolo, il coltello è visibile nel suo vestito, non nel suo, quando ricadono assonnati all’indietro, fianco a fianco.

C’è stato chiacchiericcio e baccano a sufficienza tra loro, ma senza scopo. Quando una parola distinta è stata lanciata nell’aria, non ha avuto senso o sequenza. Perciò “inintelligibile!” è di nuovo il commento dell’osservatore, fatto con un certo cenno rassicurato del capo, e un sorriso cupo. Depone poi del denaro d’argento sul tavolo, trova il suo cappello, brancola verso il basso lungo le scale rotte, dà un buongiorno a un portiere infestato dai ratti, a letto in una buca nera sotto le scale, ed esce.

Quel pomeriggio stesso, la massiccia torre quadrata grigia di una vecchia Cattedrale si erge davanti alla vista di un viaggiatore stanco. Le campane stanno suonando per il servizio quotidiano dei vespri, e lui deve necessariamente parteciparvi, si direbbe, dalla sua fretta di raggiungere la porta aperta della Cattedrale. Il coro sta indossando le sue vesti bianche sporche, in fretta, quando arriva tra loro, indossa la propria veste, e cade nella processione che sfila per il servizio. Poi, il Sacrestano chiude i cancelli sbarrati di ferro che dividono il santuario dal coro, e tutti i membri della processione, essendosi precipitati ai loro posti, nascondono le loro facce; e poi le parole intonate, “QUANDO L’UOMO MALVAGIO—” si levano tra le nervature degli archi e le travi del tetto, risvegliando un tuono sommesso.

CAPITOLO II. UN DECANO, E UN CAPITOLO ANCHE

Chiunque abbia osservato quel sedato e clericale uccello, il corvo, può forse aver notato che quando vola verso casa verso il calar della notte, in una sedata e clericale compagnia, due corvi si staccheranno improvvisamente dal resto, ripercorreranno il loro volo per una certa distanza, e lì rimarranno in bilico e indugeranno; trasmettendo ai semplici uomini l’idea che sia di una qualche occulta importanza per il corpo politico, che questa astuta coppia finga di aver rinunciato ai legami con esso.

Similmente, finito il servizio nella vecchia Cattedrale con la torre quadrata, e il coro che esce di nuovo confuso, e svariate persone venerabili dall’aspetto corvino che si disperdono, due di questi ultimi ripercorrono i loro passi, e camminano insieme nell’echeggiante Chiostro.

Non solo il giorno sta scemando, ma l’anno. Il sole basso è focoso e tuttavia freddo dietro la rovina del monastero, e la vite americana sul muro della Cattedrale ha rovesciato metà delle sue foglie rosso cupo sul marciapiede. C’è stata pioggia questo pomeriggio, e un brivido invernale attraversa le piccole pozze sulle lastre di pietra crepate e irregolari, e attraverso i giganteschi alberi di olmo mentre versano una raffica di lacrime. Le loro foglie cadute giacciono sparse fittamente tutt’intorno. Alcune di queste foglie, in una timida corsa, cercano santuario all’interno della bassa porta ad arco della Cattedrale; ma due uomini che escono resistono loro, e le scacciano via di nuovo con i piedi; fatto ciò, uno dei due chiude la porta con una buona chiave, e l’altro vola via con un libro di musica in folio.

“Era Mr. Jasper quello, Tope?”

“Sì, signor Decano.”

“Si è trattenuto tardi.”

“Sì, signor Decano. Mi sono trattenuto per lui, la vostra Reverenza. È stato preso un po’ male.”

“Dica ‘colto’, Tope—al Decano,” il corvo più giovane interpone con tono sommesso con questo tocco di correzione, come chi dicesse: “Può offrire cattiva grammatica ai laici, o al clero più umile, non al Decano.”

Mr. Tope, Capo Sagrestano e Cicerone, e abituato a fare il superiore con le comitive di escursionisti, rifiuta con una silenziosa alterigia di percepire che gli sia stato offerto un suggerimento.

“E quando e come è stato colto Mr. Jasper—poiché, come Mr. Crisparkle ha fatto notare, è meglio dire colto—colto—” ripete il Decano; “quando e come è stato colto Mr. Jasper—”

“Colto, signore,” mormora deferente Tope.

“—Male, Tope?”

“Beh, signore, Mr. Jasper era così affannato—”

“Non direi ‘così affannato’, Tope,” interpone Mr. Crisparkle con lo stesso tocco di prima. “Non è inglese—per il Decano.”

“Affannato a tal punto,” il Decano (non poco lusingato da questo omaggio indiretto) osserva con condiscendenza, “sarebbe preferibile.”

“Il respiro di Mr. Jasper era così straordinariamente corto”—così discretamente Mr. Tope si fa strada attorno alla roccia sommersa—“quando è entrato, che lo ha angustiato potentemente tirare fuori le note: il che è stata forse la causa del suo avere una specie di attacco dopo un poco. La sua memoria si è STORDITA.” Mr. Tope, con gli occhi sul Reverendo Mr. Crisparkle, spara questa parola, come sfidandolo a migliorare su di essa: “e un appannamento e una vertigine lo hanno colto in modo strano come non ne ho mai visti: sebbene non sembrasse farci molto caso, lui stesso. Comunque, un po’ di tempo e un po’ d’acqua lo hanno tirato fuori dal suo STORDIMENTO.” Mr. Tope ripete la parola e la sua enfasi, con l’aria di dire: “Dato che ho avuto successo, lo avrò di nuovo.”

“E Mr. Jasper è tornato a casa perfettamente in sé, vero?” chiese il Decano.

“Vostra Reverenza, è tornato a casa perfettamente in sé. E sono lieto di vedere che si sta facendo accendere il fuoco, perché è freddo dopo l’umidità, e la Cattedrale aveva sia una sensazione di umido che un tocco di umido questo pomeriggio, ed era molto tremante.”

Tutti e tre guardano verso una vecchia casa di guardia in pietra che attraversa il Chiostro, con un passaggio ad arco che passa sotto di essa. Attraverso la sua finestra a traliccio, un fuoco brilla sulla scena che si oscura rapidamente, coinvolgendo nell’ombra le masse pendenti di edera e rampicanti che coprono la facciata dell’edificio. Mentre la profonda campana della Cattedrale batte l’ora, un’increspatura di vento attraversa queste a distanza, come un’increspatura del suono solenne che ronza attraverso tombe e torri, nicchie rotte e statue sfigurate, nell’edificio vicino.

“Il nipote di Mr. Jasper è con lui?” chiede il Decano.

“No, signore,” rispose il Sagrestano, “ma è atteso. C’è la sua ombra solitaria tra le sue due finestre—quella che guarda da questa parte, e quella che guarda giù verso la via principale—che sta tirando le sue tende ora.”

“Bene, bene,” dice il Decano, con un’aria vivace di interrompere la piccola conferenza, “spero che il cuore di Mr. Jasper non sia troppo rivolto al nipote. I nostri affetti, per quanto lodevoli, in questo mondo transitorio, non dovrebbero mai dominarci; dovremmo guidarli, guidarli. Trovo che non vengo sgradevolmente ricordato della mia cena, udendo la mia campana della cena. Forse, Mr. Crisparkle, vorrete, prima di tornare a casa, fare un salto da Jasper?”

“Certamente, signor Decano. E dirgli che avete avuto la gentilezza di desiderare di sapere come stava?”

“Sì; faccia così, faccia così. Certamente. Desideravo sapere come stava. Assolutamente. Desideravo sapere come stava.”

Con una piacevole aria di mecenatismo, il Decano inclina quasi il suo bizzarro cappello come può fare un Decano di buon umore, e dirige le sue graziose ghette verso la rossastra sala da pranzo della confortevole vecchia casa di mattoni rossi dove risiede attualmente con la signora Decana e la signorina Decana.

Mr. Crisparkle, Canonico Minore, biondo e roseo, e perpetuamente gettandosi a capofitto in tutte le acque correnti profonde della campagna circostante; Mr. Crisparkle, Canonico Minore, mattiniero, musicale, classico, allegro, gentile, bonario, socievole, contento e fanciullesco; Mr. Crisparkle, Canonico Minore e uomo buono, ultimamente “Allenatore” sulle principali strade pagane, ma da allora promosso da un mecenate (grato per un figlio ben istruito) al suo attuale incarico cristiano; si dirige verso la casa di guardia, sulla strada di casa per il suo tè anticipato.

“Mi spiace sentire da Tope che non sei stato bene, Jasper.”

“Oh, non era nulla, nulla!”

“Sembri un po’ sciupato.”

“Davvero? Oh, non credo proprio. Cosa migliore, non mi sento tale. Tope ha fatto troppo rumore, sospetto. È il suo mestiere fare il massimo di tutto ciò che appartiene alla Cattedrale, sai.”

“Posso dire al Decano—chiamo espressamente per conto del Decano—che sei di nuovo in forma?”

La risposta, con un leggero sorriso, è: “Certamente; con i miei rispetti e ringraziamenti al Decano.”

“Sono lieto di sapere che aspetti il giovane Drood.”

“Aspetto il caro ragazzo ogni momento.”

“Ah! Ti farà più bene di un dottore, Jasper.”

“Più bene di una dozzina di dottori. Perché lo amo teneramente, e non amo i dottori, o le medicine dei dottori.”

Mr. Jasper è un uomo bruno di circa ventisei anni, con folti, lucenti, ben curati capelli neri e basette. Sembra più vecchio di quanto sia, come spesso accade agli uomini bruni. La sua voce è profonda e buona, il suo viso e la sua figura sono buoni, il suo modo è un po’ cupo. La sua stanza è un po’ cupa, e potrebbe aver avuto la sua influenza nel formare il suo modo. È per lo più nell’ombra. Anche quando il sole splende brillantemente, tocca raramente il gran pianoforte nella rientranza, o i libri di musica in folio sul leggio, o gli scaffali dei libri sul muro, o il quadro incompiuto di una studentessa in fiore appeso sopra la mensola del camino; i suoi fluenti capelli castani legati con un nastro blu, e la sua bellezza notevole per un tocco alquanto infantile, quasi da bambina, di impertinente malcontento, comicamente consapevole di sé. (Non c’è il minimo merito artistico in questo quadro, che è una mera crosta; ma è chiaro che il pittore l’ha fatto umoristicamente—si potrebbe quasi dire, vendicativamente—simile all’originale.)

“Ci mancherai, Jasper, ai ‘Mercoledì Musicali Alternati’ di stasera; ma senza dubbio stai meglio a casa. Buonanotte. Dio ti benedica! ‘Dimmi, pasto-ri, di-i-immi; dimmi, avete visto (avete visto, avete visto, avete visto) la mia-a-a Flo-o-ora-a passare di qui!’” Melodiosamente bravo Canonico Minore il Reverendo Septimus Crisparkle si esprime così, in ritmo musicale, mentre ritira il suo viso amabile dalla porta e lo trasporta giù per le scale.

Suoni di riconoscimento e saluto passano tra il Reverendo Septimus e qualcun altro, ai piedi delle scale. Mr. Jasper ascolta, balza dalla sua sedia, e afferra un giovane tra le braccia, esclamando:

“Il mio caro Edwin!”

“Il mio caro Jack! Così felice di vederti!”

“Togliti il cappotto, ragazzo brillante, e siediti qui nel tuo angolo. I tuoi piedi non sono bagnati? Togliti gli stivali. Togliteli davvero.”

“Mio caro Jack, sono asciutto come un osso. Non coccolarmi, bravo ragazzo. Mi piace qualsiasi cosa più dell’essere coccolato.”

Con il freno addosso di essere antipaticamente trattenuto in un geniale sfogo di entusiasmo, Mr. Jasper resta fermo, e guarda intensamente il giovane, che si sta svestendo del suo cappotto esterno, cappello, guanti, e così via. Una volta per tutte, uno sguardo di intensità e concentrazione—uno sguardo di affetto affamato, esigente, vigile, e tuttavia devoto—è sempre, ora e sempre in seguito, sulla faccia di Jasper ogni volta che la faccia di Jasper è rivolta in questa direzione. E ogni volta che è così rivolta, non è mai, in questa occasione o in qualsiasi altra, rivolta in modo diviso; è sempre concentrata.

“Ora sono a posto, e ora prenderò il mio angolo, Jack. Qualche cena, Jack?”

Mr. Jasper apre una porta all’estremità superiore della stanza, e rivela una piccola stanza interna piacevolmente illuminata e preparata, dove una dama di bell’aspetto è nell’atto di disporre i piatti sulla tavola.

“Che vecchio Jack allegro che è!” grida il giovane, con un battito di mani. “Guarda qui, Jack; dimmi; di chi è il compleanno?”

“Non il tuo, lo so,” risponde Mr. Jasper, fermandosi a riflettere.

“Non il mio, lo so? No; non il mio, lo so! Di Pussy!”

Fisso come lo sguardo che il giovane incontra, c’è tuttavia in esso un qualche strano potere di includere improvvisamente lo schizzo sopra la mensola del camino.

“Di Pussy, Jack! Dobbiamo brindare a Molti felici ritorni per lei. Forza, zio; porta il tuo doveroso e affamato nipote a cena.”

Mentre il ragazzo (perché è poco più di questo) poggia una mano sulla spalla di Jasper, Jasper cordialmente e allegramente poggia una mano sulla sua spalla, e così marsigliese-mente vanno a cena.

“E, Dio! ecco la signora Tope!” grida il ragazzo. “Più adorabile che mai!”

“Non badare a me, Mastro Edwin,” ribatte la moglie del Sagrestano; “so badare a me stessa.”

“Non puoi. Sei troppo bella. Dammi un bacio perché è il compleanno di Pussy.”

“Ti darei una Pussy, giovanotto, se fossi Pussy, come la chiami,” ribatte arrossendo la signora Tope, dopo essere stata salutata. “Tuo zio è troppo preso da te, ecco cos’è. Ti fa così tante storie, che è mia opinione che tu pensi di dover solo chiamare le tue Pussy a dozzine, per farle venire.”

“Dimentica, signora Tope,” interviene Mr. Jasper, prendendo il suo posto a tavola con un sorriso geniale, “e così fai anche tu, Ned, che Zio e Nipote sono parole proibite qui per comune consenso e espresso accordo. Per quello che stiamo per ricevere il Suo santo nome sia lodato!”

“Fatto come il Decano! Testimone, Edwin Drood! Per favore di tagliare, Jack, perché io non posso.”

Questa sortita inaugura la cena. Poco allo scopo attuale, o a qualsiasi scopo, viene detto, mentre è in corso di essere consumata. Alla fine la tovaglia viene tolta, e un piatto di noci e un decanter di sherry dal colore ricco vengono posti sulla tavola.

“Dico! Dimmi, Jack,” il giovane poi prosegue: “ti senti davvero e sinceramente come se la menzione della nostra parentela ci dividesse affatto? Io no.”

“Gli zii di regola, Ned, sono molto più vecchi dei loro nipoti,” è la risposta, “così che ho quel sentimento istintivamente.”

“Di regola! Ah, può darsi! Ma cos’è una differenza di età di mezza dozzina di anni o giù di lì? E alcuni zii, in grandi famiglie, sono persino più giovani dei loro nipoti. Per Giorgio, vorrei che fosse il caso nostro!”

“Perché?”

“Perché se lo fosse, prenderei il comando con te, Jack, ed essere saggio come Vattene, ottusa Cura! che ha fatto diventare grigio un giovane, e Vattene, ottusa Cura! che ha trasformato un vecchio in argilla.—Ehilà, Jack! Non bere.”

“Perché no?”

“Chiede perché no, al compleanno di Pussy, e nessun Felice ritorno proposto! Pussy, Jack, e molti di essi! Felici ritorni, intendo.”

Appoggiando un tocco affettuoso e ridente sulla mano tesa del ragazzo, come se fosse al tempo stesso la sua testa vertiginosa e il suo cuore leggero, il signor Jasper beve il brindisi in silenzio.

“Hip, hip, hip, e nove volte nove, e uno per finire, e tutto il resto, inteso. Urrà, urrà, urrà! E ora, Jack, facciamo due chiacchiere su Pussy. Due schiaccianoci? Passamene uno e prendi l’altro.” Crack. “Come se la passa Pussy, Jack?”

“Con la musica? Discretamente.”

“Che tipo terribilmente coscienzioso sei, Jack! Ma lo so, Dio ti benedica! Disattenta, non è vero?”

“Può imparare qualsiasi cosa, se vuole.”

“Se vuole! Perbacco, è proprio questo. Ma se non vuole?”

Crack! da parte del signor Jasper.

“Com’è di aspetto, Jack?”

Il volto concentrato del signor Jasper si posa di nuovo sul ritratto mentre risponde: “Molto somigliante al tuo schizzo, davvero.”

“Ne sono un po’ orgoglioso,” dice il giovane, lanciando un’occhiata soddisfatta allo schizzo, poi chiudendo un occhio e prendendone una visuale corretta lungo un ponte livellato di schiaccianoci nell’aria: “Non è venuta male a memoria. Ma dovrei aver colto quell’espressione piuttosto bene, perché l’ho vista abbastanza spesso.”

Crack! da parte di Edwin Drood.

Crack! da parte del signor Jasper.

“A dire il vero,” riprende il primo, dopo aver rovistato in silenzio tra i suoi frammenti di noce con aria stizzita, “la vedo ogni volta che vado a trovare Pussy. Se non la trovo sul suo viso, ce la lascio io. Sai bene che lo faccio, signorina Sdegnosa e Insolente. Via!” Con un roteare di schiaccianoci verso il ritratto.

Crack! crack! crack. Lentamente, da parte del signor Jasper.

Crack. Seccamente da parte di Edwin Drood.

Silenzio da entrambe le parti.

“Hai perso la lingua, Jack?”

“Hai ritrovato la tua, Ned?”

“No, ma davvero; non è, sai, dopo tutto...”

Il signor Jasper solleva le sopracciglia scure in segno di domanda.

“Non è insoddisfacente essere privati della scelta in una faccenda simile? Ecco, Jack! Te lo dico io! Se potessi scegliere, sceglierei Pussy tra tutte le belle ragazze del mondo.”

“Ma tu non devi scegliere.”

“È di questo che mi lamento. Il mio defunto padre e il defunto padre di Pussy devono per forza farci sposare in anticipo. Perché al… Diavolo, stavo per dire, se fosse stato rispettoso verso la loro memoria… non potevano lasciarci in pace?”

“Zitto, zitto, caro ragazzo,” protesta il signor Jasper, con un tono di gentile disapprovazione.

“Zitto, zitto? Sì, Jack, per te è facile. Tu la prendi con filosofia. La tua vita non è tracciata in scala, delineata e tratteggiata per te, come la pianta di un geometra. Non hai lo scomodo sospetto di essere imposto a qualcuno, né qualcuno ha lo scomodo sospetto che lei sia imposta a te, o che tu sia imposto a lei. Tu puoi scegliere per te stesso. La vita, per te, è una prugna con la sua fioritura naturale; non è stata ripulita con troppa cura per te…”

“Non fermarti, caro amico. Continua.”

“Ti ho offeso in qualche modo, Jack?”

“Come potresti aver offeso i miei sentimenti?”

“Santo cielo, Jack, hai un aspetto terribile! C’è una strana patina che ti copre gli occhi.”

Il signor Jasper, con un sorriso forzato, tende la mano destra, come per disarmare l’apprensione e guadagnare tempo per riprendersi. Dopo un po’ dice debolmente:

“Ho preso dell’oppio per un dolore — un’agonia — che a volte mi assale. Gli effetti della medicina si insinuano su di me come un flagello o una nuvola, e poi passano. Li vedi nel momento in cui passano; spariranno subito. Non guardarmi. Andranno via prima.”

Con il volto spaventato, il più giovane acconsente abbassando lo sguardo sulle ceneri nel focolare. Senza allentare il suo sguardo sul fuoco, ma rafforzandolo piuttosto con una stretta feroce e salda sulla poltrona, il più anziano siede per alcuni istanti rigido, e poi, con gocce dense sulla fronte e un respiro affannoso, torna come prima. Quando si placa sulla sedia, il nipote lo assiste con gentilezza e solerzia finché non si è ripreso del tutto. Quando Jasper si è ristabilito, posa una mano tenera sulla spalla del nipote e, con un tono di voce meno turbato del senso delle sue parole — anzi con un che di derisorio o di canzonatorio — si rivolge così a lui:

“Si dice che in ogni casa ci sia uno scheletro nascosto; ma tu pensavi che nella mia non ce ne fosse nessuno, caro Ned.”

“Per la mia vita, Jack, lo pensavo davvero. Tuttavia, quando arrivo a considerare che anche nella casa di Pussy — se ne avesse una — e nella mia — se ne avessi una…”

“Stavi per dire (ma ti ho interrotto mio malgrado) che vita tranquilla sia la mia. Nessun vortice e baccano intorno a me, nessun commercio o calcolo che distragga, nessun rischio, nessun cambio di posto, io dedito all’arte che perseguo, il mio lavoro il mio piacere.”

“Stavo davvero per dire qualcosa del genere, Jack; ma vedi, tu, parlando di te stesso, tralasci quasi necessariamente molto di ciò che avrei incluso. Per esempio: avrei incluso in primo piano il fatto che tu sia così rispettato come Cantore Laico, o Chierico Laico, o come diavolo lo chiamate, di questa Cattedrale; il godere della reputazione di aver fatto meraviglie con il coro; lo scegliere le tue frequentazioni e il mantenere una posizione così indipendente in questo strano vecchio posto; il tuo dono per l’insegnamento (perché, persino Pussy, che non ama essere istruita, dice che non c’è mai stato un Maestro come te!), e le tue conoscenze.”

“Sì; capivo dove volevi arrivare. Lo odio.”

“Lo odi, Jack?” (Molto confuso.)

“Lo odio. La monotonia angusta della mia esistenza mi consuma granello dopo granello. Come ti suona il nostro servizio?”

“Bellissimo! Del tutto celestiale!”

“A me suona spesso diabolico. Ne sono così stanco. Gli echi della mia stessa voce tra le arcate sembrano prendermi in giro con la mia routine quotidiana. Nessun misero monaco che abbia consumato la sua vita in quel luogo cupo, prima di me, può esserne stato più stanco di quanto lo sia io. Lui poteva ricorrere come sollievo (e ricorreva) all’intagliare demoni dagli stalli, dai sedili e dai leggii. Cosa devo fare? Devo ricorrere a intagliarli dal mio cuore?”

“Pensavo che avessi trovato esattamente il tuo posto nel mondo, Jack,” ribatte Edwin Drood, stupito, sporgendosi in avanti sulla sedia per posare una mano comprensiva sul ginocchio di Jasper e guardandolo con volto ansioso.

“So che lo pensavi. Tutti lo pensano.”

“Beh, suppongo di sì,” dice Edwin, meditando ad alta voce. “Pussy lo pensa.”

“Quando te l’ha detto?”

“L’ultima volta che sono stato qui. Ricordi quando. Tre mesi fa.”

“Come l’ha formulato?”

“Oh, ha solo detto di essere diventata tua allieva e che tu eri fatto per la tua vocazione.”

Il più giovane lancia un’occhiata al ritratto. Il più anziano la nota in lui.

“Comunque, caro Ned,” riprende Jasper, scuotendo il capo con una grave allegria, “devo sottomettermi alla mia vocazione: che esteriormente è la stessa cosa. È troppo tardi per trovarne un’altra, ora. Questa è una confidenza tra noi.”

“Sarà sacralmente preservata, Jack.”

“L’ho riposta in te, perché…”

“Lo sento, ti assicuro. Perché siamo grandi amici e perché tu mi ami e ti fidi di me, come io amo e mi fido di te. Entrambe le mani, Jack.”

Mentre ognuno sta a guardare negli occhi dell’altro, e mentre lo zio tiene le mani del nipote, lo zio prosegue così:

“Ora sai, non è vero, che anche un povero corista monotono e macinatore di musica — nel suo posto — può essere turbato da qualche sorta di ambizione, aspirazione, irrequietezza, insoddisfazione, come vogliamo chiamarla?”

“Sì, caro Jack.”

“E te ne ricorderai?”

“Mio caro Jack, ti chiedo solo, è probabile che io dimentichi ciò che hai detto con tanto sentimento?”

“Prendilo come un avvertimento, allora.”

Nell’atto di farsi rilasciare le mani e di fare un passo indietro, Edwin si ferma per un istante a riflettere sull’applicazione di queste ultime parole. Passato l’istante, dice, sensibilmente toccato:

“Temo di essere solo un tipo superficiale, Jack, e che la mia testa non sia delle migliori. Ma non c’è bisogno che dica che sono giovane; e forse non peggiorerò invecchiando. Ad ogni modo, spero di avere dentro di me qualcosa di impressionabile, che sente — sente profondamente — il disinteresse del tuo mettere a nudo, dolorosamente, il tuo io interiore, come avvertimento per me.”

La fermezza del volto e della figura del signor Jasper diventa così prodigiosa che il suo respiro sembra essersi fermato.

“Non potevo non notare, Jack, che ti è costato un grande sforzo, e che eri molto turbato, e molto diverso dal tuo solito. Naturalmente sapevo che mi volevi un bene dell’anima, ma davvero non ero preparato al tuo, per così dire, sacrificarti per me in quel modo.”

Il signor Jasper, tornando a essere un uomo che respira senza la minima fase di transizione tra i due stati estremi, solleva le spalle, ride e agita il braccio destro.

“No; non mettere da parte il sentimento, Jack; per favore non farlo; perché sono molto serio. Non ho dubbi che quello stato mentale malsano che hai descritto così potentemente sia accompagnato da una reale sofferenza e sia difficile da sopportare. Ma lasciami rassicurarti, Jack, sulle probabilità che mi vinca. Non credo di essere sulla sua strada. Tra qualche mese meno di un altro anno, sai, porterò via Pussy da scuola come la signora Edwin Drood. Poi andrò a fare l’ingegnere in Oriente, e Pussy con me. E sebbene ora abbiamo le nostre piccole incomprensioni, derivanti da una certa inevitabile piattezza che accompagna il nostro corteggiamento, dovuta al fatto che il suo fine è tutto stabilito in anticipo, tuttavia non ho dubbi che ce la caveremo alla grande allora, quando sarà fatta e non si potrà più tornare indietro. In breve, Jack, per tornare alla vecchia canzone che citavo liberamente a cena (e chi conosce le vecchie canzoni meglio di te?), mia moglie ballerà, e io canterò, così allegramente passerà il giorno. Che Pussy sia bella non c’è dubbio; e quando sarai brava oltretutto, Piccola Miss Impertinenza,” apostrofando ancora una volta il ritratto, “brucerò la tua caricatura e ne dipingerò un’altra al tuo maestro di musica.”

Il signor Jasper, con la mano al mento e un’espressione di benevola meditazione sul volto, ha osservato attentamente ogni sguardo e gesto animato che ha accompagnato l’espressione di queste parole. Rimane in quell’atteggiamento dopo che sono state pronunciate, come in una sorta di fascinazione derivante dal suo forte interesse per lo spirito giovanile che ama così tanto. Poi dice con un sorriso tranquillo:

“Non vuoi essere avvertito, allora?”

“No, Jack.”

“Non puoi essere avvertito, allora?”

“No, Jack, non da te. Oltre al fatto che non mi considero realmente in pericolo, non mi piace che tu ti metta in quella posizione.”

“Andiamo a fare una passeggiata nel cimitero?”

“Certamente. Non ti dispiacerà se faccio un salto di mezzo momento alla Nuns’ House e lascio lì un pacchetto? Solo guanti per Pussy; tanti paia di guanti quanti sono gli anni che compie oggi. Abbastanza poetico, Jack?”

Il signor Jasper, sempre nello stesso atteggiamento, mormora: “‘Niente di così dolce nella vita’, Ned!”

“Ecco il pacchetto nella tasca del mio cappotto. Devono essere presentati stasera, o la poesia svanisce. È contro il regolamento per me passare la sera, ma non lasciare un pacchetto. Sono pronto, Jack!”

Il signor Jasper scioglie il suo atteggiamento ed escono insieme.

CAPITOLO III. LA NUNS’ HOUSE

Per ragioni sufficienti, che questa narrazione svelerà man mano che procede, un nome fittizio deve essere attribuito alla vecchia città Cattedrale. Lasciamolo in queste pagine come Cloisterham. Forse un tempo era conosciuta dai Druidi con un altro nome, e certamente dai Romani con un altro, e dai Sassoni con un altro, e dai Normanni con un altro; e un nome in più o in meno nel corso di molti secoli può avere poca importanza per le sue cronache polverose.

Un’antica città, Cloisterham, e non un luogo adatto per chiunque abbia il desiderio del mondo rumoroso. Una città monotona e silenziosa, che trae un sapore terroso ovunque dalla cripta della sua Cattedrale, e così abbondante di vestigia di tombe monastiche che i bambini di Cloisterham coltivano insalata nella polvere di abati e badesse, e fanno torte di fango di monache e frati; mentre ogni aratore nei suoi campi circostanti rende ai un tempo potenti Lord Tesorieri, Arcivescovi, Vescovi e simili, l’attenzione che l’Orco nel libro di fiabe desiderava rendere al suo visitatore non invitato, e ne macina le ossa per farne il suo pane.

Una città sonnolenta, Cloisterham, i cui abitanti sembrano supporre, con un’incoerenza più strana che rara, che tutti i suoi cambiamenti siano alle spalle e che non ce ne siano altri in arrivo. Una strana morale da trarre dall’antichità, eppure più antica di qualsiasi antichità tracciabile. Così silenziose sono le strade di Cloisterham (sebbene inclini ad echeggiare al minimo pretesto), che in una giornata estiva le tende dei suoi negozi osano a malapena sventolare al vento del sud; mentre i vagabondi abbronzati dal sole, che passano e fissano, accelerano un po’ la loro zoppia, affinché possano uscire al più presto dai confini della sua opprimente rispettabilità. Questa è un’impresa non difficile da realizzare, visto che le strade della città di Cloisterham non sono molto più di una strada stretta attraverso la quale si entra e si esce: il resto consiste per lo più in cortili deludenti con pompe dentro e senza sbocco — fatta eccezione per il sagrato della Cattedrale e un insediamento quacchero pavimentato, nel colore e nella conformazione generale molto simile alla cuffia di una quacchera, in un angolo ombroso.

In una parola, Cloisterham è una città di un altro tempo e di un tempo passato, con la sua rauca campana della Cattedrale, i suoi rauchi corvi che volteggiano intorno alla torre della Cattedrale, i suoi corvi ancora più rauchi e meno distinti negli stalli molto al di sotto. Frammenti di vecchie mura, cappelle di santi, sale capitolari, conventi e monasteri sono stati costruiti in modo incongruo o ingombrante in molte delle sue case e giardini, proprio come nozioni confuse simili sono state incorporate nelle menti di molti dei suoi cittadini. Tutto in essa appartiene al passato. Persino il suo unico banco dei pegni non accetta impegni, né lo fa da molto tempo, ma offre invano in vendita uno stock non riscattato, di cui gli articoli più costosi sono vecchi orologi dimessi e pallidi, apparentemente in una lenta sudorazione, pinze per zucchero appannate con gambe inefficaci e volumi sparsi di libri desolanti. Le prove più abbondanti e gradevoli della vita in progresso a Cloisterham sono le prove della vita vegetale in molti giardini; persino il suo piccolo teatro, cadente e avvilito, ha la sua povera striscia di giardino, che accoglie il demone maligno, quando si tuffa dal suo palcoscenico nelle regioni infernali, tra fagioli scarlatti o gusci di ostriche, a seconda della stagione dell’anno.

Nel mezzo di Cloisterham sorge la Nuns’ House: un venerabile edificio in mattoni, la cui attuale denominazione deriva senza dubbio dalla leggenda dei suoi usi conventuali. Sul cancello curato che racchiude il suo vecchio cortile c’è una risplendente targa di ottone che mostra la scritta: “Seminario per Giovani Signore. Miss Twinkleton.” La facciata della casa è così vecchia e consumata, e la targa di ottone è così lucida e sfacciata, che il risultato complessivo ha ricordato agli estranei fantasiosi un vecchio damerino malconcio con un grande monocolo moderno conficcato nel suo occhio cieco.

Se le suore di un tempo, essendo di una generazione sottomessa piuttosto che ostinata, chinassero abitualmente le loro teste contemplative per evitare la collisione con le travi nei bassi soffitti delle molte camere della loro Casa; se sedessero nelle sue lunghe finestre basse a sgranare i loro rosari per mortificazione, invece di farne collane per il loro ornamento; se siano mai state murate vive in strani angoli e timpani sporgenti dell’edificio per avere in sé un fermento inestirpabile della laboriosa madre Natura che ha tenuto in vita il mondo fermentante fin da allora; queste possono essere questioni di interesse per i suoi fantasmi (se ce ne sono), ma non costituiscono alcuna voce nei conti semestrali di Miss Twinkleton. Non fanno parte né delle sue regolari onnicomprensive, né dei suoi extra. La signora che si occupa del dipartimento poetico dello stabilimento per tanto (o così poco) a trimestre non ha pezzi nel suo elenco di recitazioni che riguardino tali questioni non redditizie.

Come, in alcuni casi di ubriachezza e in altri di magnetismo animale, ci sono due stati di coscienza che non si scontrano mai, ma ognuno dei quali segue il suo corso separato come se fosse continuo invece che interrotto (così, se nascondo il mio orologio quando sono ubriaco, devo essere di nuovo ubriaco prima di poter ricordare dove), così Miss Twinkleton ha due fasi distinte e separate di essere. Ogni notte, nel momento in cui le giovani signore si sono ritirate per riposare, Miss Twinkleton ravviva un po’ i suoi riccioli, ravviva un po’ i suoi occhi e diventa una Miss Twinkleton più vivace di quanto le giovani signore abbiano mai visto. Ogni notte, alla stessa ora, Miss Twinkleton riprende gli argomenti della notte precedente, comprendendo lo scandalo più tenero di Cloisterham, di cui non ha alcuna conoscenza durante il giorno, e riferimenti a una certa stagione a Tunbridge Wells (chiamata arieggiatamente da Miss Twinkleton in questo stato della sua esistenza “Le Terme”), in particolare la stagione in cui un certo gentiluomo finito (chiamato compassionevolmente da Miss Twinkleton, in questa fase della sua esistenza, “Sciocco signor Porters”) rivelò un omaggio del cuore, di cui Miss Twinkleton, nel suo stato di esistenza scolastico, è ignorante quanto un pilastro di granito. La compagna di Miss Twinkleton in entrambi gli stati di esistenza, e ugualmente adattabile a entrambi, è una certa signora Tisher: una vedova deferente con una schiena debole, un sospiro cronico e una voce soppressa, che si occupa dei guardaroba delle giovani signore e le porta a dedurre che abbia visto giorni migliori. Forse è per questo che è un articolo di fede tra i servitori, tramandato di generazione in generazione, che la defunta Tisher fosse una parrucchiera.

L’allieva prediletta della Nuns’ House è Miss Rosa Bud, naturalmente chiamata Rosebud; meravigliosamente carina, meravigliosamente infantile, meravigliosamente capricciosa. Un interesse imbarazzante (imbarazzante perché romantico) si lega a Miss Bud nelle menti delle giovani signore, a causa del fatto che è noto loro che un marito le è stato scelto per testamento e lascito, e che il suo tutore è vincolato a darla in sposa a quel marito quando raggiungerà la maggiore età. Miss Twinkleton, nel suo stato di esistenza seminariale, ha combattuto l’aspetto romantico di questo destino fingendo di scuotere la testa al riguardo dietro le spalle paffute di Miss Bud e di rimuginare sull’infelice sorte di quella piccola vittima designata. Ma senza altro effetto — forse qualche tocco non percepito dello sciocco signor Porters ha minato il tentativo — se non quello di evocare dalle giovani signore un grido unanime in camera da letto: “Oh, che vecchia pretenziosa che è Miss Twinkleton, cara mia!”

La Nuns’ House non è mai in uno stato di agitazione tale come quando questo marito assegnato chiama per vedere la piccola Rosebud. (È unanimemente inteso dalle giovani signore che egli abbia legalmente diritto a questo privilegio, e che se Miss Twinkleton lo contestasse, verrebbe immediatamente arrestata e deportata.) Quando il suo suono al campanello del cancello è atteso, o avviene, ogni giovane signora che può, con qualsiasi pretesto, guardare fuori dalla finestra, guarda fuori dalla finestra; mentre ogni giovane signora che sta “facendo pratica”, fa pratica fuori tempo; e la lezione di francese diventa così demoralizzata che il voto gira con la stessa vivacità della bottiglia a una festa conviviale del secolo scorso.

Nel pomeriggio del giorno successivo alla cena dei due alla portineria, il campanello suona con i soliti risultati agitati.

“Il signor Edwin Drood per vedere Miss Rosa.”

Questo è l’annuncio della cameriera principale. Miss Twinkleton, con un’aria esemplare di malinconia addosso, si rivolge al sacrificio e dice: “Puoi scendere, cara.” Miss Bud scende, seguita da tutti gli occhi.

Il signor Edwin Drood sta aspettando nel salotto di Miss Twinkleton: una stanza graziosa, con niente di più direttamente scolastico di un globo terrestre e uno celeste. Questi macchinari espressivi implicano (ai genitori e ai tutori) che anche quando Miss Twinkleton si ritira nel seno della privacy, il dovere può in qualsiasi momento costringerla a diventare una sorta di Ebrea Errante, setacciando la terra e solcando i cieli in cerca di conoscenza per le sue allieve.

L'ultima nuova domestica, che non ha mai visto il giovane gentiluomo a cui Miss Rosa è promessa, e che sta facendo la sua conoscenza tra i cardini della porta aperta, lasciata socchiusa a tale scopo, inciampa colpevole giù per le scale della cucina, mentre un’incantevole piccola apparizione, con il volto celato da un grembiulino di seta gettato sulla testa, scivola nel salotto.

“Oh! È così ridicolo!” dice l’apparizione, fermandosi e ritraendosi. “Non farlo, Eddy!”

“Non fare cosa, Rosa?”

“Non avvicinarti più, ti prego. È così assurdo.”

“Cosa è assurdo, Rosa?”

“Tutto quanto. È così assurdo essere un’orfana fidanzata ed è così assurdo avere le ragazze e la servitù che scorrazzano in giro dietro di me, come topi nel rivestimento di legno; ed è così assurdo ricevere visite!”

L’apparizione sembra avere un pollice nell’angolo della bocca mentre fa questa lamentela.

“Devo dire che mi riservi un’accoglienza affettuosa, Pussy.”

“Beh, lo farò tra un minuto, Eddy, ma non proprio adesso. Come stai?” (molto sbrigativamente.)

“Non sono in grado di rispondere di stare molto meglio nel vederti, Pussy, dato che non vedo nulla di te.”

Questo secondo rimprovero fa spuntare un occhio scuro, luminoso e imbronciato da un angolo del grembiule; ma esso diventa rapidamente di nuovo invisibile, mentre l’apparizione esclama: “Oh, cielo! Ti sei fatto tagliare metà dei capelli!”

“Credo che avrei fatto meglio a farmi tagliare la testa,” dice Edwin, scompigliando i capelli in questione, con un’occhiata feroce allo specchio e dando un colpo di piede impaziente. “Devo andare?”

“No; non hai bisogno di andare proprio adesso, Eddy. Le ragazze farebbero tutte domande sul perché te ne sei andato.”

“Una volta per tutte, Rosa, vuoi scoprire quella tua ridicola testolina e darmi il benvenuto?”

Il grembiule viene tirato via dalla testa infantile, mentre chi lo indossa risponde: “Sei il benvenuto, Eddy. Ecco! Sono sicura che così va bene. Stringimi la mano. No, non posso baciarti, perché ho una caramella acidula in bocca.”

“Sei per nulla contenta di vedermi, Pussy?”

“Oh, sì, sono terribilmente contenta. — Vai a sederti. — Miss Twinkleton.”

È costume di quell’eccellente signora, quando avvengono queste visite, apparire ogni tre minuti, di persona o nelle vesti della signora Tisher, e deporre un’offerta sull’altare della Convenienza fingendo di cercare qualche oggetto desiderato. Nell’occasione presente, Miss Twinkleton, scivolando graziosamente dentro e fuori, dice di passaggio: “Come sta, signor Drood? Molto lieta davvero di averne il piacere. Mi scusi, la prego. Pinzette. Grazie!”

“Ho ricevuto i guanti ieri sera, Eddy, e mi piacciono molto. Sono bellissimi.”

“Beh, è qualcosa,” risponde il fidanzato, mezzo brontolando. “Il minimo incoraggiamento è accolto con gratitudine. E come hai trascorso il tuo compleanno, Pussy?”

“Deliziosamente! Tutti mi hanno fatto un regalo. E abbiamo fatto un banchetto. E abbiamo dato un ballo la sera.”

“Un banchetto e un ballo, eh? Queste occasioni sembrano svolgersi abbastanza bene anche senza di me, Pussy.”

“De-liziosamente!” grida Rosa, in modo del tutto spontaneo, e senza la minima pretesa di riservatezza.

“Hah! E cos’era il banchetto?”

“Crostate, arance, gelatine e gamberetti.”

“Qualche partner al ballo?”

“Abbiamo ballato l’una con l’altra, naturalmente, signore. Ma alcune delle ragazze facevano finta di essere i loro fratelli. Era così buffo!”

“Qualcuno ha fatto finta di essere...”

“Di essere te? Oh, certo!” grida Rosa, ridendo con grande divertimento. “È stata la prima cosa fatta.”

“Spero che l’abbia fatto abbastanza bene,” dice Edwin piuttosto dubbioso.

“Oh, è stato eccellente! — Non volevo ballare con te, sai.”

Edwin sembra a malapena vederne la logica; prega di sapere se può prendersi la libertà di chiedere perché?

“Perché ero così stanca di te,” risponde Rosa. Ma aggiunge in fretta, e anche in modo supplichevole, vedendo il disappunto sul suo volto: “Caro Eddy, tu eri altrettanto stanco di me, lo sai.”

“L’ho detto, Rosa?”

“L’hai detto! Lo dici mai? No, l’hai solo mostrato. Oh, l’ha fatto così bene!” grida Rosa, in una subitanea estasi per il suo finto fidanzato.

“Mi sembra che debba essere una ragazza diabolicamente sfacciata,” dice Edwin Drood. “E così, Pussy, hai trascorso il tuo ultimo compleanno in questa vecchia casa.”

“Ah, sì!” Rosa giunge le mani, guarda in basso con un sospiro e scuote la testa.

“Sembri essere dispiaciuta, Rosa.”

“Mi dispiace per il povero vecchio posto. In qualche modo, mi sento come se gli mancherei, quando sarò andata così lontano, così giovane.”

“Forse faremmo meglio a fermarci qui, Rosa?”

Lei alza lo sguardo verso di lui con un’occhiata rapida e brillante; l’istante dopo scuote la testa, sospira e guarda di nuovo in basso.

“Vale a dire, Pussy, che siamo entrambi rassegnati?”

Lei annuisce di nuovo e, dopo un breve silenzio, esclama stravagantemente: “Sai che dobbiamo sposarci, e sposarci da qui, Eddy, o le povere ragazze rimarrebbero così terribilmente deluse!”

Per un momento c’è più compassione, sia per lei che per se stesso, sul volto del suo promesso sposo, che non amore. Lui reprime lo sguardo e chiede: “Ti porto a fare una passeggiata, cara Rosa?”

La cara Rosa non sembra affatto convinta su questo punto, finché il suo viso, che era stato comicamente riflessivo, si illumina. “Oh, sì, Eddy; andiamo a fare una passeggiata! E ti dico cosa faremo. Tu farai finta di essere fidanzato con un’altra, e io farò finta di non essere fidanzata con nessuno, e così non litigheremo.”

“Pensi che questo impedirà che litighiamo, Rosa?”

“So che lo farà. Zitto! Fai finta di guardare fuori dalla finestra — la signora Tisher!”

Attraverso un fortuito concorso di circostanze, la matronale Tisher appare all’orizzonte, dice, frusciando attraverso la stanza come il fantasma leggendario di una vedova in gonne di seta: “Spero di trovare bene il signor Drood; anche se non avrei bisogno di chiedere, se posso giudicare dal suo colorito. Confido di non disturbare nessuno; ma c’era un tagliacarte — Oh, grazie, ne sono certa!” e scompare con il suo bottino.

“Un’altra cosa devi fare, Eddy, per obbligarmi,” dice Rosebud. “Nel momento in cui usciamo in strada, devi mettermi all’esterno, e restare tu stesso vicino alla casa — stringiti e sfregati contro di essa.”

“Certamente, Rosa, se lo desideri. Potrei chiedere perché?”

“Oh! perché non voglio che le ragazze ti vedano.”

“È una bella giornata; ma vorresti che portassi su un ombrello?”

“Non essere sciocco, signore. Non hai stivali di pelle lucida,” facendo il broncio, con una spalla alzata.

“Forse questo potrebbe sfuggire all’attenzione delle ragazze, anche se mi vedessero,” osserva Edwin, guardando in basso i suoi stivali con un’improvvisa avversione per essi.

“Nulla sfugge alla loro attenzione, signore. E poi so cosa succederebbe. Alcune di loro inizierebbero a riflettere su di me dicendo (perché sono schiette) che non si impegneranno mai per nessuna ragione con amanti senza stivali di pelle lucida. Ascolta! Miss Twinkleton. Chiederò il permesso.”

Quella discreta signora, essendo udita fuori mentre chiede a nessuno in un tono blandamente colloquiale mentre avanza: “Eh? Davvero! Siete proprio sicure di aver visto il mio portabottone di madreperla sul tavolo da lavoro nella mia stanza?” viene subito sollecitata per il permesso di passeggiare, e graziosamente lo accorda. E presto la giovane coppia esce dalla Casa delle Monache, prendendo tutte le precauzioni contro la scoperta degli stivali così vitalmente difettosi del signor Edwin Drood: precauzioni, speriamo, efficaci per la pace della futura signora Edwin Drood.

“Che strada prendiamo, Rosa?”

Rosa risponde: “Voglio andare al negozio dei Bocconcini di Delizia.”

“Al...?”

“Un dolce turco, signore. Mio Dio, non capisci niente? Ti definisci un ingegnere e non lo sai?”

“Perché, come dovrei saperlo, Rosa?”

“Perché ne sono molto ghiotta. Ma oh! Ho dimenticato cosa dobbiamo fingere. No, non hai bisogno di sapere niente al riguardo; non importa.”

Così lui viene trascinato con malinconia al negozio dei Bocconcini di Delizia, dove Rosa fa il suo acquisto e, dopo averne offerti alcuni a lui (che lui rifiuta piuttosto indignato), inizia a consumarli con grande gusto: essendosi prima tolta e arrotolata un paio di guantini rosa, come petali di rosa, e occasionalmente portando le sue piccole dita rosa alle sue labbra rosee, per pulirle dalla Polvere di Delizia che viene via dai Bocconcini.

“Ora, sii un Eddy di buon umore, e fingi. E così sei fidanzato?”

“E così sono fidanzato.”

“È carina?”

“Incantevole.”

“Alta?”

“Immensamente alta!” essendo Rosa bassa.

“Deve essere sgraziata, direi,” è il commento tranquillo di Rosa.

“Chiedo scusa; affatto,” la contraddizione cresce in lui.

“Quella che viene definita una bella donna; una donna splendida.”

“Naso grosso, senza dubbio,” è di nuovo il commento tranquillo.

“Non piccolo, certamente,” è la pronta risposta, (essendo quello di Rosa piccolo.)

“Naso lungo e pallido, con una protuberanza rossa nel mezzo. Conosco il tipo di naso,” dice Rosa, con un cenno soddisfatto, e godendosi tranquillamente i Bocconcini.

“Non conosci il tipo di naso, Rosa,” con un certo calore; “perché non è affatto così.”

“Non un naso pallido, Eddy?”

“No.” Determinato a non acconsentire.

“Un naso rosso? Oh! Non mi piacciono i nasi rossi. Comunque; di sicuro può sempre incipriarlo.”

“Disdegnerebbe di incipriarlo,” dice Edwin, scaldandosi.

“Davvero? Che cosa stupida deve essere! È stupida in tutto?”

“No; in nulla.”

Dopo una pausa, in cui il volto comicamente malizioso non è stato incurante di lui, Rosa dice:

“E questa creatura così sensibile ama l’idea di essere portata in Egitto; vero, Eddy?”

“Sì. Prende un interesse sensato per i trionfi dell’abilità ingegneristica: specialmente quando devono cambiare l’intera condizione di un paese sottosviluppato.”

“Accidenti!” dice Rosa, alzando le spalle, con una piccola risata di meraviglia.

“Obietti,” chiede Edwin, con un maestoso voltarsi dei suoi occhi verso la figura fatata: “obietti, Rosa, al fatto che lei provi quell’interesse?”

“Obietto? mio caro Eddy! Ma davvero, non odia le caldaie e cose del genere?”

“Posso garantire che non è così idiota da odiare le Caldaie,” risponde lui con rabbiosa enfasi; “sebbene non possa garantire per le sue opinioni sulle Cose; non comprendendo affatto cosa si intenda per Cose.”

“Ma non odia gli Arabi, e i Turchi, e i Fellah, e la gente?”

“Certamente no.” Molto fermamente.

“Almeno deve odiare le Piramidi? Su, Eddy?”

“Perché dovrebbe essere una tale piccola — alta, intendo — oca, da odiare le Piramidi, Rosa?”

“Ah! dovresti sentire Miss Twinkleton,” annuendo spesso col capo e godendosi molto i Bocconcini, “annoiarsi al riguardo, e allora non chiederesti. Stancanti vecchi cimiteri! Isidi, e Ibidi, e Cheope, e Faraoni; a chi importa di loro? E poi c’era Belzoni, o qualcuno, tirato fuori per le gambe, mezzo soffocato dai pipistrelli e dalla polvere. Tutte le ragazze dicono: Ben gli sta, e spero che gli abbia fatto male, e vorrebbero che fosse stato completamente soffocato.”

Le due giovani figure, fianco a fianco, ma non ora sottobraccio, vagano scontenti per il vecchio Recinto; e ognuno a volte si ferma e imprime lentamente un’impronta più profonda nelle foglie cadute.

“Bene!” dice Edwin, dopo un lungo silenzio. “Secondo consuetudine. Non riusciamo ad andare d’accordo, Rosa.”

Rosa scuote la testa e dice che non vuole andare d’accordo.

“È un bel sentimento, Rosa, considerando.”

“Considerando cosa?”

“Se dico cosa, sbaglierai di nuovo.”

“Sbaglierai tu, intendi, Eddy. Non essere ingeneroso.”

“Ingeneroso! Questa mi piace!”

“Allora a me non piace questo, e te lo dico chiaramente,” fa il broncio Rosa.

“Ora, Rosa, ti chiedo. Chi ha sminuito la mia professione, la mia destinazione...”

“Non verrai sepolto nelle Piramidi, spero?” interrompe lei, inarcando le sue delicate sopracciglia. “Non hai mai detto che lo saresti stato. Se lo sei, perché non me ne hai parlato? Non posso scoprire i tuoi piani per istinto.”

“Ora, Rosa, sai benissimo cosa intendo, mia cara.”

“Bene allora, perché hai iniziato con le tue detestabili giganti dal naso rosso? E lei lo farebbe, lo farebbe, lo farebbe, lo farebbe, lo FAREBBE incipriarlo!” grida Rosa, in un piccolo scoppio di comico dispetto contraddittorio.

“In un modo o nell’altro, non riesco mai ad avere ragione in queste discussioni,” dice Edwin, sospirando e rassegnandosi.

“Com’è possibile, signore, che tu possa mai avere ragione quando hai sempre torto? E quanto a Belzoni, suppongo che sia morto; — sono sicura di sperare che lo sia — e come possono le sue gambe o i suoi soffocamenti riguardarti?”

“È quasi ora del tuo ritorno, Rosa. Non abbiamo fatto una passeggiata molto felice, vero?”

“Una passeggiata felice? Una passeggiata detestabilmente infelice, signore. Se vado di sopra appena rientro e piango finché non riesco a fare la mia lezione di danza, tu ne sei responsabile, bada!”

“Siamo amici, Rosa.”

“Ah!” grida Rosa, scuotendo la testa ed esplodendo in lacrime vere, “Vorrei potessimo essere amici! È perché non possiamo essere amici, che ci tormentiamo a vicenda. Sono una piccola cosa giovane, Eddy, per avere un vecchio dolore al cuore; ma davvero, davvero ce l’ho, a volte. Non essere arrabbiato. So che ne hai uno anche tu troppo spesso. Avremmo fatto meglio entrambi, se Ciò che deve essere fosse stato lasciato a Ciò che avrebbe potuto essere. Sono proprio una piccola cosa seria adesso, e non ti sto prendendo in giro. Che ognuno di noi si contenga, questa volta, per conto nostro e dell’altro!”

Disarmato da questo scorcio di natura femminile nella bambina viziata, sebbene per un istante propenso a risentirsene come se sembrasse comportare l’imposizione forzata di se stesso su di lei, Edwin Drood resta a guardarla mentre piange e singhiozza infantilmente, con entrambe le mani al fazzoletto sugli occhi, e poi — lei diventando più composta, e anzi iniziando nella sua giovane incostanza a ridere di se stessa per essere stata così commossa — la conduce a un sedile lì vicino, sotto gli olmi.

“Una chiara parola di intesa, cara Pussy. Non sono intelligente fuori dal mio campo — ora che ci penso, non so se sono particolarmente intelligente in esso — ma voglio fare la cosa giusta. Non c’è — potrebbe esserci — davvero non vedo la strada per ciò che voglio dire, ma devo dirlo prima di separarci — non c’è nessun altro giovane...”

“Oh no, Eddy! È generoso da parte tua chiedermelo; ma no, no, no!”

Sono arrivati molto vicino alle finestre della Cattedrale, e in questo momento l’organo e il coro risuonano in modo sublime. Mentre siedono ad ascoltare il solenne crescendo, la confidenza della scorsa notte sorge nella mente del giovane Edwin Drood, e pensa a quanto diversa sia questa musica da quella discordia.

“Mi sembra di poter distinguere la voce di Jack,” è la sua osservazione a bassa voce in connessione con il filo del pensiero.

“Riportami subito indietro, per favore,” esorta la sua Promessa, posando rapidamente la sua mano leggera sul suo polso. “Usciranno tutti tra un momento; allontaniamoci. Oh, che accordo risonante! Ma non fermiamoci ad ascoltarlo; allontaniamoci!”

La sua fretta finisce non appena sono passati fuori dal Recinto. Camminano ora sottobraccio, gravemente e deliberatamente, lungo la vecchia strada principale, verso la Casa delle Monache. Al cancello, essendo la strada visibilmente vuota, Edwin china il viso verso quello di Rosebud.

Lei protesta, ridendo, ed è di nuovo una scolara infantile.

“Eddy, no! Sono troppo appiccicosa per essere baciata. Ma dammi la tua mano, e soffierò un bacio dentro quella.”

Lui lo fa. Lei emette un leggero soffio in essa e chiede, trattenendola e guardandoci dentro: —

“Ora dimmi, cosa vedi?”

“Vedere, Rosa?”

“Beh, pensavo che voi ragazzi egiziani poteste guardare in una mano e vedere ogni sorta di fantasma. Non riesci a vedere un Futuro felice?”

Di certo, nessuno dei due vede un Presente felice, mentre il cancello si apre e si chiude, e l’uno entra, e l’altro se ne va.

CAPITOLO IV. IL SIGNOR SAPSEA

Accettando l’Asino come tipo di stupida sufficienza e presunzione — un costume, forse, come pochi altri costumi, più convenzionale che giusto — allora l’asino più puro di Cloisterham è il signor Thomas Sapsea, Banditore.

Il signor Sapsea “si veste come” il Decano; è stato salutato come il Decano, per errore; è stato persino interpellato per strada come Mio Signore, sotto l’impressione che fosse il Vescovo arrivato inaspettatamente, senza il suo cappellano. Il signor Sapsea è molto orgoglioso di questo, e della sua voce, e del suo stile. Ha persino (nel vendere proprietà terriere) tentato l’esperimento di intonare leggermente dal suo pulpito, per rendersi più simile a quello che ritiene essere il genuino articolo ecclesiastico. Così, nel concludere una Vendita all’Asta Pubblica, il signor Sapsea finisce con l’aria di impartire una benedizione agli intermediari riuniti, che lascia il vero Decano — un gentiluomo modesto e degno — molto indietro.

Il signor Sapsea ha molti ammiratori; anzi, la proposta è sostenuta da una larga maggioranza locale, inclusi persino i non credenti nella sua saggezza, che egli sia un vanto per Cloisterham. Possiede le grandi qualità di essere pomposo e noioso, e di avere un rullo nella sua parlata, e un altro rullo nella sua andatura; per non parlare di una certa azione gravemente fluente con le mani, come se stesse per Cresimare l’individuo con cui intrattiene un discorso. Molto più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta, con un profilo fluente dello stomaco e pieghe orizzontali nel panciotto; ritenuto ricco; che vota alle elezioni nell’interesse strettamente rispettabile; moralmente soddisfatto che nient’altro che lui stesso sia cresciuto da quando era un bambino; come può il tonto signor Sapsea essere altro che un vanto per Cloisterham e la società?

I locali del signor Sapsea sono sulla strada principale, di fronte alla Casa delle Monache. Risalgono all’incirca al periodo della Casa delle Monache, irregolarmente modernizzati qua e là, man mano che le generazioni costantemente in via di deterioramento scoprivano, sempre più, che preferivano aria e luce alla Febbre e alla Peste. Sopra la porta c’è un’effigie di legno, circa metà grandezza naturale, che rappresenta il padre del signor Sapsea, con una parrucca riccia e una toga, nell’atto di vendere. La castità dell’idea, e l’aspetto naturale del mignolo, del martello e del pulpito, sono stati molto ammirati.

Il signor Sapsea siede nel suo noioso soggiorno al piano terra, che dà prima sul suo cortile posteriore lastricato; e poi sul suo giardino recintato. Il signor Sapsea ha una bottiglia di vino porto su un tavolo davanti al fuoco — il fuoco è un lusso anticipato, ma piacevole nella fresca, fredda sera autunnale — ed è caratteristicamente assistito dal suo ritratto, il suo orologio a pendolo e il suo barometro. Caratteristicamente, perché sosterrebbe se stesso contro l’umanità, il suo barometro contro il tempo, e il suo orologio contro il tempo che scorre.

Accanto al signor Sapsea sul tavolo ci sono uno scrittoio e materiali per scrivere. Dando un’occhiata a un frammento di manoscritto, il signor Sapsea lo legge tra sé con aria elevata, e poi, camminando lentamente per la stanza con i pollici negli scalfi del panciotto, lo ripete a memoria: così interiormente, sebbene con molta dignità, che la parola “Ethelinda” è la sola udibile.

Ci sono tre bicchieri da vino puliti in un vassoio sul tavolo. La sua serva entra, e annunciando “Il signor Jasper è arrivato, signore,” il signor Sapsea fa un gesto di “Fallo entrare,” e trae due bicchieri da vino dalla fila, come richiesti.

“Lieta di vederla, signore. Mi congratulo con me stesso per aver l’onore di riceverla qui per la prima volta.” Il signor Sapsea fa gli onori di casa in questo modo.

“Lei è molto gentile. L’onore è mio e l’autocompiacimento è mio.”

“Lei è compiacente nel dirlo, signore. Ma le assicuro che è una soddisfazione per me riceverla nella mia umile dimora. E questo è ciò che non direi a chiunque.” Un’ineffabile altezzosità da parte del signor Sapsea accompagna queste parole, lasciando la frase sottintesa: “Lei non crederà facilmente che la sua compagnia possa essere una soddisfazione per un uomo come me; ciononostante, lo è.”

“Desideravo da tempo conoscerla, signor Sapsea.”

“E io, signore, la conosco da tempo per reputazione come un uomo di gusto. Mi permetta di riempire il suo bicchiere. Le offrirò, signore,” dice il signor Sapsea, riempiendo il proprio:

“Quando i Francesi verranno di qua, Che a Dover li si possa incontrar!”

Questo era un brindisi patriottico nell’infanzia del signor Sapsea, ed egli è perciò pienamente convinto che sia appropriato a qualsiasi epoca successiva.

“Difficilmente può essere ignaro, signor Sapsea,” osserva Jasper, guardando il banditore con un sorriso mentre quest’ultimo allunga le gambe davanti al fuoco, “che lei conosce il mondo.”

“Beh, signore,” è la risposta ridacchiante, “penso di conoscerne qualcosa; qualcosa.”

“La sua reputazione per tale conoscenza mi ha sempre interessato e sorpreso, e mi ha fatto desiderare di conoscerla. Poiché Cloisterham è un piccolo luogo. Rinchiuso in esso io stesso, non so nulla al di fuori di esso, e sento che è un luogo molto piccolo.”

“Se non sono andato in paesi stranieri, giovanotto,” esordisce il signor Sapsea, per poi fermarsi: “Mi scuserà se la chiamo giovanotto, signor Jasper? Lei è molto più giovane di me.”

“Certamente.”

“Se non sono andato in paesi stranieri, giovanotto, i paesi stranieri sono venuti da me. Sono venuti da me per via degli affari, e io ho fatto tesoro delle mie opportunità. Supponiamo che io faccia un inventario, o rediga un catalogo. Vedo un orologio francese. Non l’ho mai visto prima in vita mia, ma istantaneamente vi poso il dito sopra e dico: ‘Parigi!’. Vedo alcune tazze e piattini di fattura cinese, ugualmente estranei a me personalmente: vi poso il dito sopra, lì per lì, e dico: ‘Pechino, Nanchino e Canton’. È lo stesso con il Giappone, con l’Egitto, e con il bambù e il legno di sandalo delle Indie Orientali; vi poso il dito sopra a tutti. Ho posato il dito sul Polo Nord prima d’ora, e ho detto: ‘Lancia di fattura eschimese, per mezzo litro di sherry chiaro!’”

“Davvero? Un modo molto notevole, signor Sapsea, di acquisire una conoscenza degli uomini e delle cose.”

“Lo menziono, signore,” replica il signor Sapsea, con indicibile compiacimento, “perché, come dico, non serve vantarsi di ciò che si è; bisogna mostrare come si è diventati tali, e allora lo si prova.”

“Molto interessante. Stavamo per parlare della compianta signora Sapsea.”

“Stavamo per farlo, signore.” Il signor Sapsea riempie entrambi i bicchieri e ripone il decanter al sicuro. “Prima di consultare la sua opinione di uomo di gusto su questa piccola bagatella” – sollevandola – “che non è che una bagatella, e tuttavia ha richiesto una certa riflessione, signore, una piccola febbre della fronte, dovrei forse descrivere il carattere della compianta signora Sapsea, morta ormai da tre quarti d’anno.”

Il signor Jasper, nell’atto di sbadigliare dietro il suo bicchiere di vino, abbassa quello schermo e assume un’espressione di interesse. È leggermente compromessa nella sua espressività dal fatto di dover ancora smaltire uno sbadiglio soffocato, con gli occhi che lacrimano.

“Una mezza dozzina di anni fa, o giù di lì,” prosegue il signor Sapsea, “quando avevo ampliato la mia mente fino a… non dirò a ciò che è ora, perché potrebbe sembrare puntare troppo in alto, ma fino al livello di desiderare un’altra mente da assorbire in essa… mi guardai intorno in cerca di una compagna nuziale. Perché, come dico, non è bene che l’uomo sia solo.”

Il signor Jasper sembra affidare alla memoria questa idea originale.

“La signorina Brobity all’epoca teneva, non lo chiamerò lo stabilimento rivale di quello della Casa delle Monache di fronte, ma lo chiamerò l’altro stabilimento parallelo in città. Il mondo sosteneva che mostrasse una passione per frequentare le mie vendite, quando avvenivano nei giorni di mezza vacanza, o durante le ferie. Il mondo metteva in giro la voce che ammirasse il mio stile. Il mondo notava che, col passare del tempo, il mio stile era rintracciabile negli esercizi di dettato delle alunne della signorina Brobity. Giovanotto, sorse persino un sussurro, in un’oscura malignità, che un ignorante e ottuso bifolco (un genitore) si fosse spinto al punto di obiettare al riguardo per nome. Ma io non ci credo. Perché è verosimile che una creatura umana in pieno possesso delle sue facoltà si esponga così a essere additata da quello che chiamo il dito del disprezzo?”

Il signor Jasper scuote la testa. Niente affatto verosimile. Il signor Sapsea, in uno stato grandiloquente di assenza mentale, sembra riempire il bicchiere del suo ospite, che è già pieno; e riempie davvero il proprio, che è vuoto.

“L’Essere della signorina Brobity, giovanotto, era profondamente imbevuto di omaggio alla Mente. Riveriva la Mente, quando lanciata, o, come dico io, precipitata, su una vasta conoscenza del mondo. Quando feci la mia proposta, mi fece l’onore di essere così sopraffatta da una specie di Timore, da riuscire ad articolare solo le due parole: ‘O Tu!’, riferendosi a me. I suoi limpidi occhi azzurri erano fissi su di me, le sue mani semitrasparenti erano giunte, il pallore ricopriva i suoi lineamenti aquilini e, sebbene incoraggiata a procedere, non procedette mai oltre di una parola. Liquidai lo stabilimento parallelo con contratto privato, e divenimmo quanto più vicini a un’unica entità si potesse sperare date le circostanze. Ma lei non poté mai, e non riuscì mai, a trovare una frase soddisfacente per la sua forse troppo favorevole stima del mio intelletto. Fino all’ultimo (debole funzionamento del fegato), mi apostrofava negli stessi termini incompiuti.”

Il signor Jasper ha chiuso gli occhi mentre il banditore ha approfondito la voce. Ora li apre bruscamente e dice, all’unisono con la voce profonda: “Ah!” – piuttosto come se si stesse trattenendo sull’orlo estremo di aggiungere: “uomini!”

“Sono stato da allora,” dice il signor Sapsea, con le gambe distese, e godendosi solennemente il vino e il fuoco, “ciò che mi vede; sono stato da allora un dolente solitario; sono stato da allora, come dico, a sprecare la mia conversazione serale all’aria del deserto. Non dirò di aver rimproverato me stesso; ma ci sono stati momenti in cui mi sono posto la domanda: E se suo marito fosse stato più vicino al suo livello? Se non avesse dovuto guardare così tanto in alto, quale sarebbe stata l’azione stimolante sul fegato?”

Il signor Jasper dice, con l’apparenza di essere caduto in uno stato d’animo terribilmente depresso, che “suppone che dovesse andare così”.

“Possiamo solo supporlo, signore,” concorda il signor Sapsea. “Come dico, l’Uomo propone, il Cielo dispone. Può o non può essere la stessa idea espressa in un’altra forma; ma è così che la metto io.”

Il signor Jasper mormora un assenso.

“E ora, signor Jasper,” riprende il banditore, producendo il suo ritaglio di manoscritto, “avendo il monumento della signora Sapsea avuto tutto il tempo di assestarsi e asciugarsi, mi lasci avere la sua opinione, come uomo di gusto, sull’iscrizione che ho (come ho già fatto notare, non senza qualche piccola febbre della fronte) redatto per esso. La prenda in mano. La disposizione delle righe richiede di essere seguita con l’occhio, così come il contenuto con la mente.”

Il signor Jasper, acconsentendo, guarda e legge quanto segue:

ETHELINDA, Devota Moglie del SIGNOR THOMAS SAPSEA, BANDITORE, ESTIMATORE, AGENTE IMMOBILIARE, ecc., DI QUESTA CITTÀ. La cui Conoscenza del Mondo, Sebbene alquanto estesa, Non lo portò mai a conoscere UNO SPIRITO Più capace di GUARDARLO DAL BASSO IN ALTO. STRANIERO, FERMATI E poni a te stesso la Domanda, PUOI TU FARE LO STESSO? Se No, RITIRATI CON UN ROSSORE.

Il signor Sapsea, essendosi alzato e posizionato con le spalle al fuoco allo scopo di osservare l’effetto di queste righe sul volto di un uomo di gusto, ha di conseguenza la faccia rivolta verso la porta, quando la sua serva, apparendo di nuovo, annuncia: “Durdles è arrivato, signore!” Egli estrae e riempie prontamente il terzo bicchiere di vino, poiché ora richiesto, e risponde: “Fai entrare Durdles.”

“Ammirevole!” esclama il signor Jasper, restituendo il foglio.

“Lei approva, signore?”

“Impossibile non approvare. Colpisce, caratteristico e completo.”

Il banditore china il capo, come chi accetta ciò che gli spetta e ne rilascia ricevuta; e invita l’entrante Durdles a buttare giù quel bicchiere di vino (porgendoglielo), perché lo scalderà.

Durdles è uno scalpellino; principalmente nel campo delle lapidi, tombe e monumenti, e interamente del loro colore dalla testa ai piedi. Nessun uomo è più conosciuto a Cloisterham. È il libertino patentato del luogo. La fama lo proclama un lavoratore meraviglioso – il che, per quanto chiunque sappia, potrebbe essere (poiché non lavora mai); e un bevitore meraviglioso – il che tutti sanno essere. Con la cripta della Cattedrale ha più familiarità di qualsiasi autorità vivente; forse persino di qualsiasi autorità defunta. Si dice che l’intimità di questa conoscenza sia iniziata con il suo ricorrere abitualmente a quel luogo segreto per chiudere fuori la popolazione di ragazzi di Cloisterham e smaltire i fumi dell’alcol: avendo egli facile accesso alla Cattedrale, in qualità di appaltatore per riparazioni grossolane. Comunque sia, ne sa molto, e, nella demolizione di frammenti di muro, contrafforti e pavimentazione, ha visto cose strane. Parla spesso di se stesso in terza persona; forse, essendo un po’ confuso sulla propria identità, quando narra; forse adottando imparzialmente la nomenclatura di Cloisterham in riferimento a un personaggio di riconosciuta distinzione. Così dirà, parlando delle sue visioni strane: “Durdles s’imbatte nel vecchio tizio”, in riferimento a un magnate sepolto di tempi antichi e alto rango, “colpendo dritto nella bara con il suo piccone. Il vecchio tizio ha dato a Durdles un’occhiata con i suoi occhi aperti, come per dire: ‘Ti chiami Durdles? Ma allora, amico mio, è da un sacco di tempo che ti aspetto!’ E poi si è ridotto in polvere.” Con un metro a stecca sempre in tasca e un martello da muratore quasi sempre in mano, Durdles va continuamente a tastare e battere dappertutto intorno alla Cattedrale; e ogni volta che dice a Tope: “Tope, eccone un altro vecchio qui dentro!”, Tope lo annuncia al Decano come una scoperta accertata.

In un completo di flanella grezza con bottoni di corno, un fazzoletto giallo con le estremità logore, un vecchio cappello più color ruggine che nero, e stivali allacciati del colore della sua pietrosa professione, Durdles conduce una vita confusa, una sorta di esistenza zingaresca, portando il suo pranzo con sé in un piccolo fagotto, e sedendosi su ogni sorta di lapide per mangiare. Questo pranzo di Durdles è diventato una vera istituzione di Cloisterham: non solo perché non appare mai in pubblico senza di esso, ma perché è stato, in certe occasioni rinomate, preso in custodia insieme a Durdles (come ubriaco e incapace), ed esibito davanti al tribunale dei magistrati al municipio. Queste occasioni, tuttavia, sono state poche e distanti tra loro: Durdles è raramente ubriaco quanto sobrio. Per il resto, è un vecchio scapolo, e vive in un piccolo buco di casa antiquato che non è mai stato terminato: si suppone sia costruito, finora, con pietre rubate dal muro della città. A questa dimora c’è un accesso, profondo fino alle caviglie di schegge di pietra, che assomiglia a un bosco pietrificato di lapidi, urne, drappeggi e colonne spezzate, in tutti gli stadi della scultura. Qui due operai scalpellano incessantemente, mentre altri due operai, che si fronteggiano, segano incessantemente la pietra; immergendosi regolarmente dentro e fuori dalle loro garitte di riparo, come se fossero figure meccaniche emblematiche del Tempo e della Morte.

A Durdles, quando ha consumato il suo bicchiere di porto, il signor Sapsea affida quel prezioso sforzo della sua Musa. Durdles tira fuori senza sensibilità il suo metro a stecca, e misura le righe con calma, infangandole con polvere di pietra.

“Questo è per il monumento, vero, signor Sapsea?”

“L’Iscrizione. Sì.” Il signor Sapsea attende il suo effetto su una mente comune.

“Ci entrerà fino a un ottavo di pollice,” dice Durdles. “Al suo servizio, signor Jasper. Spero di vederla bene.”

“Come va, Durdles?”

“Ho un tocco di Tomatismo addosso, signor Jasper, ma me lo devo aspettare.”

“Intende il Reumatismo,” dice Sapsea, con tono acuto. (È irritato dal vedere la sua composizione così meccanicamente ricevuta.)

“No, non intendo. Intendo, signor Sapsea, il Tomatismo. È un’altra cosa dal Reumatismo. Il signor Jasper sa cosa intende Durdles. Lei vada tra quelle Tombe prima che faccia luce in una mattina d’inverno, e continui, come dice il Catechismo, a camminarvi in mezzo per tutti i giorni della sua vita, e saprà cosa intende Durdles.”

“È un luogo gelido e amaro,” concorda il signor Jasper, con un brivido antipatico.

“E se è gelido e amaro per lei, lassù nel coro, con un sacco di respiro vivo che le fuma intorno, quale sia l’amarezza per Durdles, giù nella cripta tra l’umidità terrosa lì, e il respiro dei morti dei vecchi,” risponde quell’individuo, “Durdles lascia che sia lei a giudicare. Si deve mettere mano subito a questo, signor Sapsea?”

Il signor Sapsea, con l’ansia d’autore di correre alla pubblicazione, risponde che non si può mettere mano troppo presto.

“Farebbe meglio a lasciarmi la chiave allora,” dice Durdles.

“Perché, uomo, non deve essere messo dentro il monumento!”

“Durdles sa dove deve essere messo, signor Sapsea; nessun uomo meglio di lui. Chieda a chiunque a Cloisterham se Durdles conosce il suo lavoro.”

Il signor Sapsea si alza, prende una chiave da un cassetto, sblocca una cassaforte di ferro incassata nel muro, e ne trae un’altra chiave.

“Quando Durdles dà un tocco o una finitura al suo lavoro, non importa dove, dentro o fuori, Durdles ama guardare il suo lavoro tutt’intorno, e vedere che il suo lavoro gli fa onore,” spiega Durdles, ostinatamente.

La chiave offertagli dal vedovo in lutto essendo grande, egli infila il suo metro a stecca in una tasca laterale dei suoi pantaloni di flanella fatta apposta, e apre deliberatamente il suo cappotto di flanella, e apre l’imboccatura di una grande tasca interna al petto prima di prendere la chiave per riporla in quel ricettacolo.

“Ma guarda, Durdles!” esclama Jasper, osservando divertito, “lei è minato di tasche!”

“E ci porto pure peso, signor Jasper. Senta queste!” producendo altre due grandi chiavi.

“Mi passi anche quella del signor Sapsea. Sicuramente questa è la più pesante delle tre.”

“Le troverà molto simili, immagino,” dice Durdles. “Appartengono tutte a monumenti. Aprono tutte il lavoro di Durdles. Durdles tiene le chiavi del suo lavoro per lo più. Non che siano molto usate.”

“A proposito,” gli viene in mente di dire a Jasper, mentre esamina distrattamente le chiavi, “stavo per chiederglielo, da molti giorni, e l’ho sempre dimenticato. Sa che a volte la chiamano Durdles il Pietroso, non è vero?”

“Cloisterham mi conosce come Durdles, signor Jasper.”

“Ne sono consapevole, naturalmente. Ma i ragazzi a volte…”

“Oh! se dà retta a quei piccoli diavoli di ragazzi…” interrompe bruscamente Durdles.

“Non gli do retta più di quanto faccia lei. Ma c’era una discussione l’altro giorno tra i membri del Coro, se Pietroso stesse per Tony;” facendo tintinnare una chiave contro l’altra.

(“Attento alle mandate, signor Jasper.”)

“O se Pietroso stesse per Stephen;” facendo tintinnare con un cambio di chiavi.

(“Non può farne un fischietto, signor Jasper.”)

“O se il nome derivi dal suo mestiere. Come stanno i fatti?”

Il signor Jasper pesa le tre chiavi in mano, solleva la testa dal suo atteggiamento distrattamente chino sul fuoco, e consegna le chiavi a Durdles con un volto ingenuo e amichevole.

Ma quello pietroso è anche burbero, e quello stato confuso è sempre uno stato incerto, altamente conscio della propria dignità, e propenso a offendersi. Lascia cadere le sue due chiavi in tasca una dopo l’altra, e le abbottona; prende il suo fagotto di pranzo dallo schienale della sedia su cui l’aveva appeso quando è entrato; distribuisce il peso che porta, legandovi la terza chiave, come se fosse uno struzzo, e gli piacesse cenare a base di ferro freddo; ed esce dalla stanza, senza degnarsi di una parola di risposta.

Il signor Sapsea propone quindi una partita a backgammon, che, condita con la sua edificante conversazione e terminante in una cena di manzo arrosto freddo e insalata, allieta la dorata serata fino a tarda ora. La saggezza del signor Sapsea, nel suo dispensarsi ai mortali, essendo piuttosto di ordine diffuso che epigrammatico, non è affatto esaurita nemmeno allora; ma il suo visitatore accenna che tornerà per un’altra dose della preziosa merce in future occasioni, e il signor Sapsea lo lascia andare per il momento, a riflettere sulla rata che porta via con sé.

CAPITOLO V. IL SIGNOR DURDLES E L’AMICO

John Jasper, sulla strada di casa attraverso il Chiostro, è costretto a fermarsi dallo spettacolo di Durdles il Pietroso, fagotto del pranzo e tutto, che appoggia la schiena contro la ringhiera di ferro del cimitero che lo chiude dai vecchi archi del chiostro; e un orribile ragazzino in stracci che gli tira pietre come bersaglio ben definito al chiaro di luna. A volte le pietre lo colpiscono, e a volte lo mancano, ma Durdles sembra indifferente a entrambe le fortune. L’orribile ragazzino, al contrario, ogni volta che colpisce Durdles, soffia un fischio di trionfo attraverso una fessura frastagliata, comoda allo scopo, nella parte anteriore della bocca, dove mancano metà dei denti; e ogni volta che lo manca, grida: “Mancato di nuovo!” e cerca di rimediare al fallimento prendendo una mira più corretta e viziosa.

“Cosa stai facendo all’uomo?” domanda Jasper, uscendo dal buio alla luce della luna.

“Ne faccio un tiro al bersaglio,” risponde l’orribile ragazzino.

“Dammi quelle pietre che hai in mano.”

“Sì, te le darò giù per la gola, se provi ad afferrarmi,” dice il ragazzino, scuotendosi di dosso e indietreggiando. “Ti spacco un occhio, se non stai attento!”

“Piccolo diavolo che sei, cosa ti ha fatto l’uomo?”

“Non vuole andare a casa.”

“Cosa t’importa?”

“Mi dà un soldino per prenderlo a sassate fino a casa se lo becco in giro troppo tardi,” dice il ragazzo. E poi intona, come un piccolo selvaggio, inciampando e ballando tra gli stracci e i lacci dei suoi stivali in rovina:

“Widdy widdy wen! Lo becco fuori dopo le dieci, Widdy widdy wy! Allora lui non va, allora io tiro, Widdy Widdy Wake-cock warning!”

— con un gesto onnicomprensivo sull’ultima parola, e un altro lancio contro Durdles.

Questa sembrerebbe essere una nota poetica di preparazione, concordata come avvertimento per Durdles di stare alla larga se può, o di avviarsi verso casa.

John Jasper invita il ragazzo con un cenno del capo a seguirlo (sentendo che è inutile trascinarlo, o convincerlo), e attraversa verso la ringhiera di ferro dove il Pietroso (e lapidato) sta meditando profondamente.

“Conosci questa cosa, questo bambino?” chiede Jasper, a corto di una parola che definisca questa cosa.

“Vice,” dice Durdles, con un cenno.

“È quello il suo… il suo nome?”

“Vice,” conferma Durdles.

“Sono il garzone al Travellers’ Twopenny in Gas Works Garding,” spiega questa cosa. “Tutti noi garzoni alle Travellers’ Lodgings siamo chiamati Vice. Quando siamo pieni zeppi e i viaggiatori sono tutti a letto esco per la mia salute.” Poi, ritirandosi nella strada e prendendo la mira, riprende:

“Widdy widdy wen! Lo becco fuori dopo…”

“Fermati,” grida Jasper, “e non tirare mentre sto così vicino a lui, o ti uccido! Vieni, Durdles; lasciami tornare a casa con te stasera. Devo portarti il fagotto?”

“Assolutamente no,” risponde Durdles, sistemandolo. “Durdles stava facendo le sue riflessioni qui quando lei è arrivato, signore, circondato dalle sue opere, come un autore popolare. Suo cognato;” presentando un sarcofago all’interno della ringhiera, bianco e freddo al chiaro di luna. “La signora Sapsea;” presentando il monumento di quella devota moglie. “Il defunto Incumbente;” presentando la colonna spezzata del Reverendo. “Tasse di Valutazione defunte;” presentando un vaso e un asciugamano, in piedi su ciò che potrebbe rappresentare il pezzo di sapone. “Ex pasticciere e produttore di muffin, molto rispettato;” presentando una lapide. “Tutto al sicuro e sano qui, signore, e tutto opera di Durdles. Della gente comune, che è solo impacchettata in zolle e rovi, meno si dice meglio è. Una povera razza, presto dimenticata.”

“Questa creatura, Vice, è dietro di noi,” dice Jasper, guardandosi indietro. “Deve seguirci?”

I rapporti tra Durdles e Vice sono di natura capricciosa; perché, quando Durdles si gira con la lenta gravità di una brusca ubriacatura, Vice fa un giro piuttosto largo nella strada e si mette sulla difensiva.

“Non hai mai gridato Widdy Warning prima di cominciare stasera,” dice Durdles, inaspettatamente ricordandosi, o immaginandosi, un torto.

“Menti, l’ho fatto,” dice Vice, nella sua unica forma di cortese contraddizione.

“Proprio fratello, signore,” osserva Durdles, voltandosi di nuovo, e dimenticando inaspettatamente la sua offesa come l’aveva ricordata o concepita; “proprio fratello di Peter il Ragazzo Selvaggio! Ma gli ho dato uno scopo nella vita.”

“A cui mira?” suggerisce il signor Jasper.

“Proprio così, signore,” risponde Durdles, alquanto soddisfatto; “a cui lui mira. L’ho preso sotto la mia ala e gli ho dato uno scopo. Cosa era prima? Un distruttore. Che lavoro faceva? Nient’altro che distruzione. Cosa ne ricavava? Brevi periodi nella prigione di Cloisterham. Non una persona, non un bene, non un vetro, non un cavallo, né un cane, né un gatto, né un uccello, né un volatile, né un maiale, che lui non prendesse a sassate, per mancanza di uno scopo illuminato. Io gli ho messo davanti quello scopo illuminato, e ora può guadagnarsi onestamente i suoi pochi spiccioli con i tre centesimi a settimana.”

“Mi stupisce che non abbia concorrenti.”

“Ne ha in abbondanza, signor Jasper, ma li mette tutti in fuga a sassate. Ora, non so a cosa porti questo mio piano,” prosegue Durdles, riflettendoci con la stessa torbida gravità; “non so come si possa definire con precisione. Non è una sorta di... piano di... Istruzione Nazionale?”

“Direi di no,” risponde Jasper.

“Direi di no,” concorda Durdles; “allora non cercheremo di dargli un nome.”

“Resta ancora dietro di noi,” ripete Jasper, guardandosi alle spalle; “deve seguirci?”

“Non possiamo evitare di passare per il Travellers’ Twopenny, se facciamo la strada breve, che è quella sul retro,” risponde Durdles, “e lo lasceremo lì.”

Così continuano il cammino; Vice, come retroguardia, prende largo e invade il silenzio dell’ora e del luogo prendendo a sassate ogni muro, palo, pilastro e altro oggetto inanimato lungo la via deserta.

“C’è qualcosa di nuovo nella cripta, Durdles?” chiede John Jasper.

“Qualcosa di vecchio, intende dire, credo,” brontola Durdles. “Non è un posto per novità.”

“Intendevo qualche nuova scoperta da parte sua.”

“Ce n’è uno vecchio sotto il settimo pilastro a sinistra mentre scendi i gradini rotti della piccola cappella sotterranea che c’era una volta; lo riconosco (per quanto l’abbia riconosciuto finora) come uno di quei vecchi con il pastorale. A giudicare dalle dimensioni dei passaggi nelle pareti, e dei gradini e delle porte da cui entravano e uscivano, quei pastorali dovevano essere un bell’intralcio per i vecchi! Due di loro che si incontravano per caso dovevano essersi impigliati spesso l’uno con l’altro per la mitra, direi.”

Senza alcun tentativo di correggere la letteralità di questa opinione, Jasper osserva il suo compagno — coperto da capo a piedi di vecchia malta, calce e graniglia di pietra — come se lui, Jasper, stesse venendo pervaso da un interesse romantico per la sua vita bizzarra.

“La sua è un’esistenza curiosa.”

Senza fornire il minimo indizio sulla questione se riceva ciò come un complimento o esattamente il contrario, Durdles risponde bruscamente: “La sua è un’altra.”

“Beh! nella misura in cui il mio destino è segnato nello stesso vecchio posto terreno, gelido e immutabile, sì. Ma c’è molto più mistero e interesse nella sua connessione con la Cattedrale che nella mia. Anzi, sto iniziando a pensare di chiederle di prendermi come una sorta di studente, o apprendista libero, sotto di lei, e di lasciarmi andare in giro con lei a volte, e vedere alcuni di questi strani angoli in cui passa le sue giornate.”

L’Uomo di Pietra risponde, in termini generali: “Va bene. Tutti sanno dove trovare Durdles, quando serve.” Il che, se non è rigorosamente vero, è approssimativamente tale, se inteso a significare che Durdles si può sempre trovare in uno stato di vagabondaggio da qualche parte.

“Ciò su cui mi soffermo di più,” dice Jasper, perseguendo il suo argomento di interesse romantico, “è la notevole precisione con cui sembrerebbe scoprire dove sono sepolte le persone. — Che succede? Quel fagotto è d’impiccio; lasci che lo tenga io.”

Durdles si è fermato ed è indietreggiato un poco (Vice, attento a tutti i suoi movimenti, si è immediatamente schermagliato sulla strada), e stava guardando in giro per cercare qualche sporgenza o angolo dove appoggiare il suo fagotto, quando ne è stato così sollevato.

“Mi dia il martello che c’è lì dentro,” dice Durdles, “e glielo farò vedere.”

Clink, clink. E il martello gli viene consegnato.

“Ora, guardi qui. Lei dà la nota, non è vero, signor Jasper?”

“Sì.”

“Così io controllo la mia. Prendo il martello, e picchietto.” (Qui colpisce il selciato, e l’attento Vice si schiera a una distanza leggermente maggiore, supponendo che la sua testa possa essere richiesta.) “Picchietto, picchietto, picchietto. Solido! Continuo a picchiettare. Ancora solido! Picchietto ancora. Olà! Vuoto! Picchietto ancora, con perseveranza. Solido nel vuoto! Picchietto, picchietto, picchietto, per provarlo meglio. Solido nel vuoto; e dentro il solido, di nuovo vuoto! Eccoci qua! Il vecchio è sgretolato dentro la bara di pietra, nel sepolcro!”

“Stupefacente!”

“Ho fatto anche questo,” dice Durdles, tirando fuori il suo metro da due piedi (Vice, intanto, si schiera più vicino, sospettando che possa essere scoperto un Tesoro, il che potrebbe in qualche modo portare al suo stesso arricchimento, e al delizioso piacere che gli scopritori vengano impiccati per il collo, sulla sua testimonianza, finché non siano morti). “Diciamo che quel mio martello è un muro — il mio lavoro. Due; quattro; e due fa sei,” misurando sul selciato. “Sei piedi dentro quel muro c’è la signora Sapsea.”

“Non davvero la signora Sapsea?”

“Diciamo la signora Sapsea. Il suo muro è più spesso, ma diciamo la signora Sapsea. Durdles picchietta, quel muro rappresentato da quel martello, e dice, dopo un buon sondaggio: ‘Qualcosa tra di noi!’ Abbastanza sicuro, della spazzatura è stata lasciata in quello stesso spazio di sei piedi dagli uomini di Durdles!”

Jasper opina che una tale precisione “sia un dono.”

“Non lo vorrei nemmeno in regalo,” ribatte Durdles, non ricevendo affatto bene l’osservazione. “Me lo sono guadagnato da solo. Durdles arriva alla sua conoscenza scavando a fondo, e tirandola fuori dalle radici quando non vuole venire. — Olà tu, Vice!”

“Widdy!” è la risposta acuta di Vice, stando di nuovo lontano.

“Afferra quel mezzo soldo. E non farti più vedere per stasera, dopo che saremo arrivati al Travellers’ Twopenny.”

“Avviso!” risponde Vice, avendo afferrato il mezzo soldo, e sembrando con questa parola mistica esprimere il suo assenso all’accordo.

Devono solo attraversare quello che un tempo era il vigneto, appartenente a quello che un tempo era il Monastero, per arrivare nello stretto vicolo sul retro in cui sorge la scalcinata casa di legno di due piani bassi attualmente nota come il Travellers’ Twopenny: — una casa tutta storta e distorta, come la morale dei viaggiatori, con scarsi resti di un portico a traliccio sopra la porta, e anche di una recinzione rustica davanti al suo giardino calpestato; a causa dei viaggiatori che sono così legati ai locali da un tenero sentimento (o così amanti di avere un fuoco lungo la strada nel corso della giornata), che non possono mai essere persuasi o minacciati ad andarsene, senza impossessarsi violentemente di qualche nontiscordardimé di legno, e portarselo via.

La parvenza di una locanda viene tentata di essere data a questo luogo miserabile da frammenti di convenzionali tende rosse alle finestre, stracci che vengono resi fangosamente trasparenti durante la notte da deboli luci di giunco o stoppini di cotone che bruciano fiaccamente nell’aria chiusa dell’interno. Mentre Durdles e Jasper si avvicinano, vengono interpellati da una lanterna di carta con un’iscrizione sopra la porta, che espone lo scopo della casa. Vengono anche interpellati da una mezza dozzina di altri orribili ragazzini — se siano inquilini da due soldi o seguaci o parassiti di tali, chi può dirlo! — che, come attratti da un qualche odore di carogna di Vice nell’aria, scattano al chiaro di luna, come avvoltoi che potrebbero radunarsi nel deserto, e iniziano istantaneamente a prendere a sassate lui e l’un l’altro.

“Fermatevi, piccoli bruti,” grida Jasper con rabbia, “e lasciateci passare!”

Essendo questo rimprovero ricevuto con urla e pietre volanti, secondo un’usanza degli ultimi anni comodamente stabilita tra i regolamenti di polizia delle nostre comunità inglesi, dove i cristiani vengono presi a sassate da ogni parte, come se i giorni di Santo Stefano fossero tornati, Durdles osserva dei giovani selvaggi, con un certo acume, che “non hanno uno scopo,” e apre la strada lungo il vicolo.

All’angolo del vicolo, Jasper, furiosamente infuriato, ferma il suo compagno e guarda indietro. Tutto è silenzioso. L’istante successivo, una pietra che arriva a sbatacchiare sul suo cappello, e un grido lontano di “Wake-Cock! Avviso!” seguito da un chicchirichì, come da un Gallo covato infernalmente, che lo avverte sotto quale fuoco vittorioso si trovi, lui gira l’angolo verso la salvezza, e riaccompagna Durdles a casa: Durdles inciampa tra le macerie del suo cortile di pietre come se stesse per finire a testa in giù in una delle tombe incompiute.

John Jasper ritorna per un’altra via alla sua portineria, ed entrando dolcemente con la sua chiave, trova il suo fuoco ancora acceso. Prende da un armadio chiuso a chiave una pipa dall’aspetto particolare, che riempie — ma non di tabacco — e, avendo sistemato il contenuto del fornello, molto attentamente, con un piccolo strumento, sale una scala interna di pochi gradini, che porta a due stanze. Una di queste è la sua camera da letto: l’altra è quella di suo nipote. C’è una luce in ciascuna.

Suo nipote giace addormentato, calmo e senza turbamenti. John Jasper sta a guardarlo dall’alto in basso, la sua pipa spenta in mano, per qualche tempo, con un’attenzione fissa e profonda. Poi, attutendo i suoi passi, passa nella sua stanza, accende la sua pipa, e si abbandona agli Spettri che essa evoca a mezzanotte.

CAPITOLO VI. FILANTROPIA NEL MINOR CANON CORNER

Il Reverendo Septimus Crisparkle (Septimus, perché sei piccoli fratelli Crisparkle prima di lui se ne andarono, uno a uno, appena nati, come sei deboli lucignoli, appena accesi), avendo rotto il sottile ghiaccio mattutino vicino alla chiusa di Cloisterham con la sua amabile testa, con grande rinvigorimento del suo fisico, stava ora assistendo la sua circolazione facendo pugilato contro uno specchio con grande scienza e prodezza. Un ritratto fresco e sano presentava lo specchio del Reverendo Septimus, che fingeva e schivava con la massima astuzia, e colpiva dalla spalla con la massima rettitudine, mentre i suoi lineamenti radiosi traboccavano di innocenza, e una benevolenza dal cuore tenero raggiava dai suoi guantoni da pugilato.

Non era ancora a malapena ora di colazione, poiché la signora Crisparkle — madre, non moglie del Reverendo Septimus — era appena scesa, e aspettava l’urna. In effetti, il Reverendo Septimus smise proprio in quel momento di prendere il bel viso della vecchia signora che entrava tra i suoi guantoni da pugilato e baciarlo. Avendolo fatto con tenerezza, il Reverendo Septimus tornò a darsi da fare, contrattaccando con il sinistro, e mettendo il destro, in modo tremendo.

“Lo dico, ogni mattina della mia vita, che finirai per farlo, Sept,” osservò la vecchia signora, guardando; “e così farai.”

“Fare cosa, cara Mamma?”

“Rompere lo specchio, o scoppiarti un vaso sanguigno.”

“Nessuno dei due, piaccia a Dio, cara Mamma. Ecco il fiato, Mamma. Guarda questo!” In un round conclusivo di grande severità, il Reverendo Septimus amministrò ed evitò ogni sorta di punizione, e finì col mandare il berretto della vecchia signora in Chancery — tale è il termine tecnico usato nei circoli scientifici dai dotti nell’Arte Nobile — con una leggerezza di tocco che a malapena mosse il più leggero nastro color lavanda o ciliegia su di esso. Rilasciando magnanimamente la sconfitta, appena in tempo per mettere i suoi guanti in un cassetto e fingere di guardare fuori dalla finestra in uno stato d’animo contemplativo quando entrò un servo, il Reverendo Septimus lasciò poi il posto all’urna e ad altri preparativi per la colazione. Questi completati, e i due di nuovo soli, era piacevole vedere (o sarebbe stato, se ci fosse stato qualcuno a vederlo, il che non c’era mai), la vecchia signora che stava in piedi per recitare il Padre Nostro ad alta voce, e suo figlio, Canonico Minore nonostante tutto, stare in piedi a capo chino per ascoltarlo, essendo lui a cinque anni dai quaranta: proprio come stava in piedi ad ascoltare le stesse parole dalle stesse labbra quando era a cinque mesi dai quattro.

Cosa c’è di più carino di una vecchia signora — eccetto una giovane signora — quando i suoi occhi sono luminosi, quando la sua figura è snella e compatta, quando il suo viso è allegro e calmo, quando il suo abito è come l’abito di una pastorella di porcellana: così delicato nei suoi colori, così individualmente assortito per lei, così ordinatamente modellato su di lei? Niente è più carino, pensava spesso il buon Canonico Minore, quando prendeva posto a tavola di fronte alla madre vedova da lungo tempo. Il suo pensiero in quei momenti può essere condensato nelle due parole che più spesso svolgevano il loro dovere insieme in tutte le sue conversazioni: “Il mio Sept!”

Erano una buona coppia a fare colazione insieme nel Minor Canon Corner, Cloisterham. Perché il Minor Canon Corner era un posto tranquillo all’ombra della Cattedrale, che il gracchiare dei corvi, i passi echeggianti di rari passanti, il suono della campana della Cattedrale, o il rullio dell’organo della Cattedrale, sembravano rendere più tranquillo del silenzio assoluto. Uomini d’arme baldanzosi avevano avuto i loro secoli di imperversare e delirare intorno al Minor Canon Corner, e servi battuti avevano avuto i loro secoli di faticare e morire lì, e monaci potenti avevano avuto i loro secoli di essere a volte utili e a volte dannosi lì, ed ecco che se n’erano andati tutti dal Minor Canon Corner, e tanto meglio. Forse uno dei più alti usi del fatto che fossero mai stati lì, era che potesse essere lasciata indietro, quella benedetta aria di tranquillità che pervadeva il Minor Canon Corner, e quello stato d’animo serenamente romantico — produttivo per la maggior parte di pietà e tolleranza — che è generato da una storia triste che è tutta raccontata, o un’opera patetica che è giunta al termine.

Muri di mattoni rossi armoniosamente attenuati nel colore dal tempo, edera dalle radici forti, finestre a traliccio, stanze rivestite di pannelli, grandi travi di quercia in piccoli spazi, e giardini murati di pietra dove frutta annuale ancora maturava su alberi monastici, erano i principali dintorni della graziosa vecchia signora Crisparkle e del Reverendo Septimus mentre sedevano a colazione.

“E cosa, cara Mamma,” chiese il Canonico Minore, dando prova di un appetito sano e vigoroso, “dice la lettera?”

La graziosa vecchia signora, dopo averla letta, l’aveva appena appoggiata sulla tovaglia della colazione. La porse al figlio.

Ora, la vecchia signora era estremamente orgogliosa che i suoi occhi luminosi fossero così chiari da poter leggere la scrittura senza occhiali. Suo figlio era anche così orgoglioso della circostanza, e così devotamente intenzionato a farle trarre la massima gratificazione possibile da essa, che aveva inventato il pretesto che lui stesso non potesse leggere la scrittura senza occhiali. Pertanto ora indossò un paio, di proporzioni gravi e prodigiose, che non solo infastidivano seriamente il suo naso e la sua colazione, ma impedivano seriamente la sua lettura della lettera. Perché, aveva gli occhi di un microscopio e di un telescopio combinati, quando erano senza assistenza.

“È del signor Honeythunder, naturalmente,” disse la vecchia signora, incrociando le braccia.

“Naturalmente,” assentì suo figlio. Poi lesse zoppicando:

“‘Rifugio di Filantropia, Uffici Principali, Londra, mercoledì.

“‘CARA SIGNORA,

“‘Scrivo dalla—;’ Nel cosa è questo? Da cosa scrive?”

“Dalla sedia,” disse la vecchia signora.

Il Reverendo Septimus si tolse gli occhiali, per poter vedere il suo viso, mentre esclamava:

“Perché, da cosa dovrebbe scrivere?”

“Dio mi benedica, Dio mi benedica, Sept,” rispose la vecchia signora, “non vedi il contesto! Ridammela, caro mio.”

Felice di togliersi gli occhiali (perché gli facevano sempre lacrimare gli occhi), suo figlio obbedì: mormorando che la sua vista per leggere i manoscritti peggiorava di giorno in giorno.

“‘Scrivo,’” continuò sua madre, leggendo molto chiaramente e precisamente, “‘dalla sedia, alla quale sarò probabilmente confinato per alcune ore.’”

Septimus guardò la fila di sedie contro il muro, con un’espressione di mezzo protestante e mezzo implorante.

“‘Abbiamo,’” continuò a leggere la vecchia signora con un po’ di enfasi extra, “‘una riunione del nostro Comitato Composito Principale Convocato di Filantropi Centrali e Distrettuali, presso il nostro Rifugio Principale come sopra; ed è il loro piacere unanime che io prenda la sedia.’”

Septimus respirò più liberamente, e mormorò: “O! se arriva a quello, lasciamoglielo fare.”

“‘Per non perdere la posta di un giorno, colgo l’opportunità di un lungo rapporto che viene letto, che denuncia un pubblico delinquente—’”

“È una cosa straordinaria,” intervenne il gentile Canonico Minore, posando coltello e forchetta per strofinarsi l’orecchio in modo contrariato, “che questi Filantropi stiano sempre a denunciare qualcuno. Ed è un’altra cosa straordinaria che siano sempre così violentemente pieni di delinquenti!”

“‘Denunciando un pubblico delinquente—’”—la vecchia signora riprese, “‘per togliermi di dosso la nostra piccola faccenda. Ho parlato con i miei due rioni, Neville ed Helena Landless, riguardo al soggetto della loro educazione difettosa, e cedono al piano proposto; come avrei avuto cura di fare, che piacesse loro o no.’”

“Ed è un’altra cosa straordinaria,” osservò il Canonico Minore con lo stesso tono di prima, “che questi filantropi siano così inclini ad afferrare i loro simili per la collottola, e (come si può dire) a farli scontrare nei sentieri della pace. — Chiedo perdono, cara Mamma, per aver interrotto.”

“‘Pertanto, cara Signora, lei vorrà preparare suo figlio, il Rev. Signor Septimus, ad aspettarsi Neville come ospite con cui leggere, lunedì prossimo. Lo stesso giorno Helena lo accompagnerà a Cloisterham, per prendere alloggio alla Nuns’ House, lo stabilimento raccomandato da lei e suo figlio congiuntamente. Per favore prepari anche la sua accoglienza e l’istruzione lì. I termini in entrambi i casi sono intesi come esattamente come dichiarati a me per iscritto da lei, quando ho aperto una corrispondenza con lei su questo soggetto, dopo l’onore di essere stato presentato a lei a casa di sua sorella in città qui. Con complimenti al Rev. Signor Septimus, sono, Cara Signora, Suo fratello affettuoso (In Filantropia), LUKE HONEYTHUNDER.’”

“Beh, Mamma,” disse Septimus, dopo un altro po’ di sfregamento dell’orecchio, “dobbiamo provarci. Non c’è dubbio che abbiamo spazio per un ospite, e che io abbia tempo da dedicargli, e anche inclinazione. Devo confessare di sentirmi piuttosto contento che non sia il signor Honeythunder in persona. Anche se sembra miseramente prevenuto — non è vero? — perché non l’ho mai visto. È un uomo grande, Mamma?”

“Lo definirei un uomo grande, caro mio,” rispose la vecchia signora dopo qualche esitazione, “se non fosse che la sua voce è molto più grande.”

“Di lui stesso?”

“Di chiunque.”

“Hah!” disse Septimus. E finì la sua colazione come se il sapore del tè Souchong della Famiglia Superiore, e anche del prosciutto, del toast e delle uova, fosse un po’ in declino.

La sorella della signora Crisparkle, un altro pezzo di porcellana di Dresda, e che si abbinava così ordinatamente a lei che avrebbero formato una coppia deliziosa di ornamenti per le due estremità di qualsiasi capiente caminetto vecchio stile, e per diritto non avrebbero mai dovuto essere viste separate, era la moglie senza figli di un ecclesiastico che deteneva un beneficio della Corporazione nella città di Londra. Il signor Honeythunder, nel suo carattere pubblico di Professore di Filantropia, aveva conosciuto la signora Crisparkle durante l’ultimo ri-abbinamento degli ornamenti di porcellana (in altre parole durante la sua ultima visita annuale a sua sorella), dopo un’occasione pubblica di natura filantropica, quando certi devoti orfani di tenera età erano stati rimpinzati di panini al prugnolo, e gonfia pomposità. Questi erano tutti gli antecedenti noti nel Minor Canon Corner dei futuri alunni.

“Sono sicuro che sarai d’accordo con me, Mamma,” disse il signor Crisparkle, dopo aver pensato alla questione, “che la prima cosa da fare è mettere questi giovani il più a loro agio possibile. Non c’è nulla di disinteressato nell’idea, perché non possiamo essere a nostro agio con loro a meno che loro non siano a loro agio con noi. Ora, il nipote di Jasper è qui al momento; e il simile attira il simile, e la gioventù attira la gioventù. È un giovane cordiale, e lo avremo a cena per incontrare il fratello e la sorella. Sono tre. Non possiamo pensare di invitare lui, senza invitare Jasper. Sono quattro. Aggiungi la signorina Twinkleton e la fata sposa che sarà, e sono sei. Aggiungi noi due, e sono otto. Otto a una cena amichevole ti metterebbero a disagio, Mamma?”

“Nove sì, Sept,” rispose la vecchia signora, visibilmente nervosa.

“Mia cara Mamma, specifico otto.”

“La dimensione esatta del tavolo e della stanza, caro mio.”

Fu dunque deciso in tal modo: e quando il signor Crisparkle, accompagnato dalla madre, fece visita alla signorina Twinkleton per accordarsi sull'accoglienza della signorina Helena Landless presso la Nuns’ House, gli altri due inviti riguardanti quell'istituto furono proposti e accettati. La signorina Twinkleton lanciò invero un'occhiata ai mappamondi, come dolendosi che non fossero fatti per essere portati in società; ma si rassegnò a lasciarli indietro. Furono quindi spedite istruzioni al Filantropo per la partenza e l'arrivo, in tempo per la cena, del signor Neville e della signorina Helena; e il fondo per il brodo divenne fragrante nell'aria del Minor Canon Corner.

A quei tempi non esisteva ferrovia per Cloisterham, e il signor Sapsea diceva che non ci sarebbe mai stata. Il signor Sapsea diceva di più; diceva che non ci sarebbe mai dovuta essere. Eppure, cosa meravigliosa a considerarsi, è accaduto, in questi giorni, che i treni espressi non ritengano Cloisterham degna di una sosta, ma urlino e turbinino attraverso di essa per le loro incombenze più importanti, scuotendo via la polvere dalle ruote come testimonianza contro la sua insignificanza. C'era un remoto frammento di linea principale per qualche altro luogo, che avrebbe mandato in rovina il mercato finanziario se fosse fallito, e Chiesa e Stato se fosse riuscito, e (naturalmente) la Costituzione, in ogni caso; ma persino quello aveva già talmente sconvolto il traffico di Cloisterham che il traffico, abbandonando la strada maestra, arrivava sgattaiolando da una parte senza precedenti del paese attraverso una via secondaria delle scuderie, per molti anni etichettata all'angolo: “Attenti al cane.”

Verso questo ignominioso viale d'accesso si diresse il signor Crisparkle, in attesa dell'arrivo di un omnibus basso e tozzo, con un mucchio sproporzionato di bagagli sul tetto — come un piccolo elefante con un castello infinitamente troppo grande — che era allora il servizio giornaliero tra Cloisterham e il resto dell'umanità. Mentre questo veicolo avanzava pesantemente, il signor Crisparkle riusciva a stento a vederne altro che un grande passeggero esterno seduto sul cassone, con i gomiti squadrati e le mani sulle ginocchia, che costringeva il cocchiere in uno spazio scomodamente ristretto, guardandosi attorno con un volto dai tratti marcati.

“Questa è Cloisterham?” domandò il passeggero con una voce tremenda.

“Lo è,” rispose il cocchiere, strofinandosi come se fosse indolenzito, dopo aver gettato le redini al mozzo. “E non sono mai stato così felice di vederla.”

“Dite al vostro padrone di allargare il sedile del cassone, allora,” replicò il passeggero. “Il vostro padrone è moralmente obbligato — e dovrebbe esserlo legalmente, sotto pene rovinose — a provvedere al comfort del suo prossimo.”

Il cocchiere istituì, con i palmi delle mani, una perquisizione superficiale dello stato del proprio scheletro; il che sembrò renderlo ansioso.

“Mi sono seduto sopra di voi?” chiese il passeggero.

“Sì,” disse il cocchiere, come se non gli piacesse affatto.

“Prendete quel biglietto, amico mio.”

“Penso che non ve ne priverò,” replicò il cocchiere, gettandovi un occhio senza grande benevolenza, senza prenderlo. “Che me ne faccio?”

“Siate membro di quella Società,” disse il passeggero.

“Cosa ne ricaverò?” chiese il cocchiere.

“Fratellanza,” rispose il passeggero con voce feroce.

“Grazie,” disse il cocchiere, molto deliberatamente, mentre scendeva; “mia madre si accontentava di me, e così faccio io. Non voglio fratelli.”

“Ma dovete averli,” replicò il passeggero, scendendo anch'egli, “che vi piaccia o no. Io sono vostro fratello.”

“Dico!” esclamò il cocchiere, irritandosi sempre più, “non troppo oltre! Il verme si rivolta, quando—”

Ma qui il signor Crisparkle intervenne, rimproverando in disparte, con voce amichevole: “Joe, Joe, Joe! Non dimenticarti di te stesso, Joe, mio buon uomo!” e poi, quando Joe toccò pacificamente il cappello, rivolgendosi al passeggero con: “Signor Honeythunder?”

“Quello è il mio nome, signore.”

“Il mio nome è Crisparkle.”

“Reverendo signor Septimus? Lieto di vedervi, signore. Neville e Helena sono dentro. Essendo recentemente un po' ceduto sotto la pressione delle mie fatiche pubbliche, ho pensato di prendere una boccata d'aria fresca, di scendere con loro e di ritornare in serata. Dunque voi siete il reverendo signor Septimus, eh?” esaminandolo nel complesso con disappunto, e facendo ruotare un doppio occhialino dal suo nastro, come se lo stesse arrostendo, ma senza usarlo altrimenti. “Ah! Mi aspettavo di vedervi più anziano, signore.”

“Spero che lo vedrete,” fu la risposta di buon umore.

“Eh?” domandò il signor Honeythunder.

“Solo una piccola battuta di spirito. Non vale la pena ripeterla.”

“Battuta? Ah; io non vedo mai una battuta,” replicò accigliato il signor Honeythunder. “Una battuta è sprecata con me, signore. Dove sono? Helena e Neville, venite qui! Il signor Crisparkle è sceso per incontrarvi.”

Un giovane insolitamente bello e agile, e una ragazza insolitamente bella e agile; molto simili; entrambi molto scuri e di colori molto ricchi; lei quasi del tipo zingaro; qualcosa di indomito in entrambi; una certa aria su di loro di cacciatore e cacciatrice; eppure, con tutto ciò, una certa aria di essere gli oggetti della caccia, piuttosto che i seguaci. Sottili, flessuosi, pronti di occhio e di arto; mezzo timidi, mezzo provocatori; feroci nello sguardo; un'indefinibile sorta di pausa che andava e veniva in tutta la loro espressione, sia del volto che della figura, che potrebbe essere paragonata ugualmente alla pausa prima di accovacciarsi o di balzare. Le rozze note mentali prese nei primi cinque minuti dal signor Crisparkle avrebbero letto così, letteralmente.

Invitò il signor Honeythunder a cena, con animo turbato (poiché il disagio della cara vecchia pastorella di porcellana vi pesava sopra), e diede il braccio a Helena Landless. Sia lei che suo fratello, mentre camminavano tutti insieme attraverso le antiche strade, presero grande diletto in ciò che egli indicava della Cattedrale e delle rovine del Monastero, e si meravigliavano — così procedevano le sue note — quasi come se fossero bellissimi prigionieri barbari portati da qualche selvaggio dominio tropicale. Il signor Honeythunder camminava nel mezzo della strada, spintonando i nativi fuori dalla sua via, e sviluppando a gran voce un piano che aveva, per fare un'incursione su tutte le persone disoccupate nel Regno Unito, mettendole tutte in prigione e costringendole, pena lo sterminio immediato, a diventare filantropi.

La signora Crisparkle ebbe bisogno della sua parte di filantropia quando scorse questa escrescenza molto grande e molto rumorosa sul piccolo gruppo. Sempre qualcosa della natura di un foruncolo sul volto della società, il signor Honeythunder si espanse in un'infiammatoria ciste nel Minor Canon Corner. Sebbene non fosse letteralmente vero, come veniva scherzosamente accusato dai miscredenti pubblici, che gridasse ai suoi simili: “Maledette le vostre anime e i vostri corpi, venite qui ed essere benedetti!”, comunque la sua filantropia era di quella sorta esplosiva che la differenza tra essa e l'animosità era difficile da determinare. Si doveva abolire la forza militare, ma si dovevano prima portare tutti gli ufficiali comandanti che avevano fatto il loro dovere dinanzi alla corte marziale per quell'offesa, e fucilarli. Si doveva abolire la guerra, ma si dovevano fare convertiti facendo guerra su di loro, e accusandoli di amare la guerra come la pupilla dei loro occhi. Non si doveva avere la pena capitale, ma si dovevano prima spazzare via dalla faccia della terra tutti i legislatori, giuristi e giudici che erano di opinione contraria. Si doveva avere la concordia universale, e la si doveva ottenere eliminando tutte le persone che non volevano, o non potevano coscienziosamente, essere concordi. Si doveva amare il proprio fratello come se stessi, ma dopo un intervallo indefinito di denigrazione verso di lui (molto come se lo si odiasse), e chiamandolo in ogni modo possibile. Soprattutto, non si doveva fare nulla in privato, o per proprio conto. Si doveva andare negli uffici del Rifugio della Filantropia e mettere il proprio nome come Membro e Filantropo Professante. Poi, si doveva pagare la quota associativa, ottenere la tessera di iscrizione, il nastro e la medaglia, e da quel momento vivere su una piattaforma, e da quel momento dire ciò che diceva il signor Honeythunder, e ciò che diceva il Tesoriere, e ciò che diceva il vice-Tesoriere, e ciò che diceva il Comitato, e ciò che diceva il sotto-Comitato, e ciò che diceva il Segretario, e ciò che diceva il vice-Segretario. E questo veniva solitamente detto nella risoluzione approvata all'unanimità sotto firma e sigillo, nel senso: “Che questo corpo riunito di Filantropi Professanti vede, con sdegno e disprezzo indignato, non immuni da totale detestazione e ripugnante aborrimento” — in breve, la bassezza di tutti coloro che non ne fanno parte, e si impegna a fare quante più dichiarazioni odiose possibile su di loro, senza essere affatto scrupolosi riguardo ai fatti.

La cena fu un fallimento quanto mai desolante. Il filantropo sconvolse la simmetria del tavolo, si sedette sulla via del servizio, bloccò il passaggio e spinse il signor Tope (che assisteva la cameriera) sull'orlo della distrazione passando piatti e portate sopra la propria testa. Nessuno poteva parlare con nessuno, perché egli teneva banco per tutti contemporaneamente, come se la compagnia non avesse esistenza individuale, ma fosse un'Assemblea. Sequestrò il reverendo signor Septimus, come personaggio ufficiale a cui rivolgersi, o sorta di piolo umano su cui appendere il suo cappello oratorio, e cadde nell'abitudine esasperante, comune tra tali oratori, di impersonarlo come un malvagio e debole avversario. Così, chiedeva: “E vorreste voi, signore, ora rendervi ridicolo dicendomi” — e così via, quando l'uomo innocente non aveva aperto le labbra, né intendeva aprirle. O diceva: “Ora vedete, signore, a quale posizione siete ridotto. Non vi lascerò scampo. Dopo aver esaurito tutte le risorse di frode e falsità, durante anni e anni; dopo aver esibito una combinazione di codarda bassezza con audacia insanguinata, quale il mondo non ha spesso testimoniato; avete ora l'ipocrisia di piegare il ginocchio dinanzi al più degradato dell'umanità, e di implorare, piagnucolare e urlare per avere misericordia!” Al che lo sfortunato Minor Canon appariva, in parte indignato e in parte perplesso; mentre la sua degna madre sedeva stizzita, con le lacrime agli occhi, e il resto del gruppo scivolava in una sorta di stato gelatinoso, in cui non vi era sapore o solidità, e pochissima resistenza.

Ma il getto di filantropia che scaturì quando la partenza del signor Honeythunder iniziò a profilarsi, deve essere stato altamente gratificante per i sentimenti di quell'uomo distinto. Il suo caffè fu prodotto, per la speciale attività del signor Tope, un'ora buona prima che lo richiedesse. Il signor Crisparkle sedette con l'orologio in mano per circa lo stesso periodo, per paura che si trattenesse oltre il tempo dovuto. I quattro giovani furono unanimi nel credere che l'orologio della Cattedrale avesse battuto i tre quarti, quando in realtà ne aveva battuto solo uno. La signorina Twinkleton stimò la distanza dall'omnibus in venticinque minuti di cammino, quando in realtà erano cinque. L'affettuosa gentilezza dell'intera cerchia lo spinse nel suo soprabito, e lo cacciò al chiaro di luna, come se fosse un traditore fuggitivo con il quale simpatizzavano, e una truppa di cavalleria fosse alla porta sul retro. Il signor Crisparkle e il suo nuovo protetto, che lo accompagnò all'omnibus, furono così ferventi nelle loro preoccupazioni che prendesse freddo, che lo chiusero dentro istantaneamente e lo lasciarono, con ancora mezz'ora di anticipo.

CAPITOLO VII. PIÙ DI UNA CONFIDENZA

“Conosco molto poco quel gentiluomo, signore,” disse Neville al Minor Canon mentre tornavano indietro.

“Conoscete molto poco il vostro tutore?” ripeté il Minor Canon.

“Quasi nulla!”

“Come è venuto—”

“Ad essere il mio tutore? Ve lo dirò, signore. Suppongo sappiate che veniamo (mia sorella ed io) da Ceylon?”

“Davvero, no.”

“Mi meraviglia. Vivevamo con un patrigno laggiù. Nostra madre morì lì, quando eravamo bambini piccoli. Abbiamo avuto un'esistenza miserabile. Lei lo rese il nostro tutore, ed egli era un miserabile avaro che ci negava il cibo da mangiare e i vestiti da indossare. Alla sua morte, ci passò a quest'uomo; per nessun motivo migliore di quanto io sappia, se non per il fatto di essere un amico o un conoscente, il cui nome era sempre stampato e catturava la sua attenzione.”

“È stato di recente, suppongo?”

“Molto di recente, signore. Questo nostro patrigno era un bruto crudele oltre che opprimente. È bene che sia morto quando è morto, o avrei potuto ucciderlo.”

Il signor Crisparkle si fermò di colpo al chiaro di luna e guardò il suo promettente allievo con costernazione.

“Vi sorprendo, signore?” disse, con un rapido passaggio a un modo di fare sottomesso.

“Mi scioccate; indicibilmente mi scioccate.”

L'allievo tenne la testa bassa per un po', mentre camminavano, e poi disse: “Voi non lo avete mai visto picchiare vostra sorella. Io l'ho visto picchiare la mia, più di una o due volte, e non l'ho mai dimenticato.”

“Nulla,” disse il signor Crisparkle, “nemmeno le lacrime di un'amata e bella sorella sotto un vile maltrattamento;” divenne meno severo, suo malgrado, mentre la sua indignazione cresceva; “potrebbe giustificare quelle orribili espressioni che avete usato.”

“Mi dispiace di averle usate, e specialmente con voi, signore. Vi prego di ritirarle. Ma permettetemi di rettificare su un punto. Avete parlato delle lacrime di mia sorella. Mia sorella si sarebbe lasciata fare a pezzi da lui, prima di lasciargli credere che avrebbe potuto farle versare una lacrima.”

Il signor Crisparkle riesaminò quelle sue note mentali, e non fu affatto sorpreso di sentirlo, né affatto disposto a metterlo in dubbio.

“Forse penserete che sia strano, signore,” — questo fu detto con voce esitante — “che io vi chieda così presto di permettermi di confidarmi con voi, e di avere la gentilezza di ascoltare una o due parole da me in mia difesa?”

“Difesa?” ripeté il signor Crisparkle. “Non siete sotto difesa, signor Neville.”

“Penso di esserlo, signore. Almeno so che dovrei esserlo, se aveste una migliore conoscenza del mio carattere.”

“Bene, signor Neville,” fu la replica. “Che ne dite se lasciate che sia io a scoprirlo?”

“Poiché è vostro piacere, signore,” rispose il giovane, con un rapido cambiamento nel suo modo di fare verso un cupo disappunto: “poiché è vostro piacere frenarmi nel mio impulso, devo sottomettermi.”

C'era qualcosa nel tono di questo breve discorso che rese inquieto l'uomo coscienzioso a cui era rivolto. Gli suggerì che avrebbe potuto, senza volerlo, distogliere una fiducia benefica a una mente giovane deformata e forse al suo stesso potere di dirigerla e migliorarla. Erano in vista delle luci alle sue finestre, ed egli si fermò.

“Torniamo indietro e facciamo un paio di giri su e giù, signor Neville, o potreste non avere il tempo di finire ciò che desiderate dirmi. Siete frettoloso nel pensare che intenda frenarvi. Tutt'altro. Invito la vostra confidenza.”

“L'avete invitata, signore, senza saperlo, fin da quando sono arrivato qui. Dico ‘fin da quando’, come se fossi stato qui una settimana. La verità è che siamo venuti qui (mia sorella ed io) per litigare con voi, e offendervi, e scappare via di nuovo.”

“Davvero?” disse il signor Crisparkle, del tutto incapace di trovare altro da dire.

“Vedete, non potevamo sapere chi foste in anticipo, signore; potevamo?”

“Chiaramente no,” disse il signor Crisparkle.

“E non avendo apprezzato nessun altro con cui siamo mai stati messi in contatto, avevamo deciso di non apprezzare voi.”

“Davvero?” disse di nuovo il signor Crisparkle.

“Ma vi apprezziamo, signore, e vediamo una differenza inconfondibile tra la vostra casa e la vostra accoglienza verso di noi, e qualsiasi altra cosa abbiamo mai conosciuto. Questo — e il fatto che io sia casualmente solo con voi — e tutto ciò che ci circonda che sembra così tranquillo e pacifico dopo la partenza del signor Honeythunder — e Cloisterham che è così antica e grave e bella, con la luna che vi splende sopra — queste cose mi hanno spinto ad aprire il mio cuore.”

“Comprendo perfettamente, signor Neville. Ed è salutare ascoltare tali influenze.”

“Nel descrivere le mie imperfezioni, signore, devo chiedervi di non supporre che io stia descrivendo quelle di mia sorella. Lei è uscita dagli svantaggi della nostra vita miserabile, tanto migliore di quanto io non sia, quanto quella torre della Cattedrale è più alta di quei camini.”

Il signor Crisparkle in cuor suo non ne era così sicuro.

“Ho dovuto, signore, fin dai miei primi ricordi, sopprimere un odio mortale e amaro. Questo mi ha reso segreto e vendicativo. Sono sempre stato tirannicamente tenuto giù dalla mano forte. Questo mi ha spinto, nella mia debolezza, alla risorsa di essere falso e meschino. Sono stato privato di istruzione, libertà, denaro, vestiti, le stesse necessità della vita, i piaceri più comuni dell'infanzia, i possedimenti più comuni della giovinezza. Questo ha fatto sì che io sia totalmente carente in non so quali emozioni, o ricordi, o buoni istinti — non ho nemmeno un nome per la cosa, vedete! — che avete dovuto lavorare su altri giovani a cui siete stato abituato.”

“Questo è evidentemente vero. Ma questo non è incoraggiante,” pensò il signor Crisparkle mentre tornavano indietro.

“E per finire, signore: sono stato cresciuto tra dipendenti abietti e servili, di una razza inferiore, e potrei facilmente aver contratto qualche affinità con loro. A volte, non so se possa essere una goccia di ciò che è tigresco nel loro sangue.”

“Come nel caso di quell'osservazione di poco fa,” pensò il signor Crisparkle.

“In un'ultima parola di riferimento a mia sorella, signore (siamo gemelli), dovreste sapere, in suo onore, che nulla nella nostra miseria l'ha mai sottomessa, sebbene spesso mi abbia scoraggiato. Quando scappavamo da essa (scappammo quattro volte in sei anni, per essere presto riportati indietro e crudelmente puniti), la fuga era sempre opera dei suoi piani e della sua guida. Ogni volta si vestiva da ragazzo, e mostrava l'audacia di un uomo. Suppongo avessimo sette anni quando scappammo per la prima volta; ma ricordo, quando persi il temperino con cui doveva tagliarsi i capelli corti, quanto disperatamente cercò di strapparli via, o morderli. Non ho altro da aggiungere, signore, se non che spero sarete paziente con me e mi perdonerete.”

“Di questo, signor Neville, potete star certo,” replicò il Minor Canon. “Non predico più di quanto io possa fare a meno, e non ricambierò la vostra confidenza con un sermone. Ma vi supplico di tenere a mente, molto seriamente e costantemente, che se devo farvi del bene, può essere solo con la vostra assistenza; e che potete renderla, in modo efficiente, solo cercando aiuto dal Cielo.”

“Cercherò di fare la mia parte, signore.”

“E, signor Neville, cercherò di fare la mia. Ecco la mia mano su questo. Che Dio benedica i nostri sforzi!”

Si trovavano ora davanti alla porta di casa, e un allegro suono di voci e risate si sentiva all'interno.

“Faremo un altro giro prima di entrare,” disse il signor Crisparkle, “perché voglio farvi una domanda. Quando avete detto che eravate cambiato nei miei confronti, avete parlato, non solo per voi, ma anche per vostra sorella?”

“Indubbiamente sì, signore.”

“Scusatemi, signor Neville, ma penso che non abbiate avuto l'opportunità di comunicare con vostra sorella, da quando vi ho incontrato. Il signor Honeythunder è stato molto eloquente; ma forse posso azzardarmi a dire, senza cattiveria, che ha piuttosto monopolizzato l'occasione. Non potreste aver risposto per vostra sorella senza sufficiente mandato?”

Neville scosse la testa con un sorriso orgoglioso.

“Non sapete ancora, signore, quale completa intesa possa esistere tra mia sorella e me, sebbene nessuna parola parlata — forse a stento tanto quanto uno sguardo — possa essere passata tra noi. Lei non solo sente come ho descritto, ma sa benissimo che sto cogliendo questa opportunità di parlarvi, sia per lei che per me.”

Il signor Crisparkle lo guardò in volto, con una certa incredulità; ma il suo volto esprimeva una tale assoluta e ferma convinzione della verità di ciò che diceva, che il signor Crisparkle guardò il selciato, e rifletté, finché non giunsero di nuovo alla sua porta.

“Chiederò un altro giro, signore, questa volta,” disse il giovane, con un colorito piuttosto acceso che gli saliva al volto. “Ma per l'eloquenza del signor Honeythunder — penso l'abbiate chiamata così, signore?” (un po' astutamente.)

“Io — sì, l'ho chiamata eloquenza,” disse il signor Crisparkle.

“Ma per l'eloquenza del signor Honeythunder, potrei non aver avuto bisogno di chiedervi ciò che sto per chiedervi. Questo signor Edwin Drood, signore: penso sia questo il nome?”

“Correttissimo,” disse il signor Crisparkle. “D-r-doppia o-d.”

“Studia — o studiava — con voi, signore?”

“Mai, signor Neville. Viene qui a trovare la sua parente, il signor Jasper.”

“Anche la signorina Bud è una sua parente, signore?”

(“Ora, perché dovrebbe chiedere questo, con improvvisa sufficienza?” pensò il signor Crisparkle.) Poi spiegò, ad alta voce, ciò che sapeva della piccola storia del loro fidanzamento.

“Oh! è così, dunque?” disse il giovane. “Ora capisco la sua aria di possesso!”

Ciò fu detto così evidentemente tra sé, o a chiunque altro fuorché al signor Crisparkle, che quest'ultimo sentì istintivamente che farvi caso sarebbe stato quasi equivalente a notare un passaggio in una lettera che aveva letto per caso sopra la spalla di chi scriveva. Un istante dopo rientrarono in casa.

Il signor Jasper era seduto al pianoforte quando entrarono nel suo salotto, e stava accompagnando la signorina Rosebud mentre cantava. Era una conseguenza del fatto che lui suonasse l'accompagnamento senza spartito, e che lei fosse una creaturina sbadata, molto incline a sbagliare, che lui seguisse le sue labbra con la massima attenzione, con gli occhi oltre che con le mani; suggerendo con cura e dolcemente la nota fondamentale di tanto in tanto. In piedi con un braccio stretto attorno a lei, ma con un volto assai più intento al signor Jasper che al suo canto, stava Helena, tra la quale e il fratello passò un riconoscimento istantaneo, nel quale il signor Crisparkle vide, o credette di vedere, l'intesa di cui si era parlato, balenare fuori. Il signor Neville prese allora la sua postazione di ammiratore, appoggiandosi al pianoforte, di fronte alla cantante; il signor Crisparkle si sedette accanto alla pastorella di porcellana; Edwin Drood ripiegò e dispiegò galantemente il ventaglio della signorina Twinkleton; e quella signora rivendicò passivamente quel tipo di proprietà da espositore nei confronti del talento in mostra, che il signor Tope, il sagrestano, rivendicava quotidianamente nel servizio in Cattedrale.

La canzone proseguì. Era un motivo doloroso di commiato, e la voce fresca e giovane era molto malinconica e tenera. Mentre Jasper osservava le graziose labbra, e di tanto in tanto suggeriva la singola nota, come se fosse un basso sussurro proveniente da lui stesso, la voce divenne meno ferma, finché tutt'a un tratto la cantante scoppiò in un pianto dirotto, ed esclamò, con le mani sugli occhi: “Non posso sopportare questo! Ho paura! Portatemi via!”

Con un rapido movimento della sua figura flessuosa, Helena adagiò la piccola bellezza su un divano, come se non l'avesse mai sollevata. Poi, su un ginocchio accanto a lei, e con una mano sulla sua bocca rosea, mentre con l'altra implorava tutti gli altri, Helena disse loro: “Non è nulla; è tutto finito; non parlatele per un minuto, e starà bene!”

Le mani di Jasper si erano, nello stesso istante, sollevate dai tasti, ed erano ora sospese sopra di essi, come se attendesse di riprendere. In quell'atteggiamento rimase ancora immobile: senza nemmeno voltarsi, quando tutti gli altri ebbero cambiato posto e si stavano rassicurando a vicenda.

“Pussy non è abituata a un pubblico; ecco il fatto,” disse Edwin Drood. “È diventata nervosa, e non ha retto. Inoltre, Jack, tu sei un maestro così coscienzioso, ed esigi così tanto, che credo tu la faccia spaventare. Non c'è da stupirsi.”

“Non c'è da stupirsi,” ripeté Helena.

“Ecco, Jack, hai sentito! Tu avresti paura di lui, in circostanze simili, non è vero, signorina Landless?”

“In nessuna circostanza,” rispose Helena.

Jasper abbassò le mani, guardò oltre la spalla, e pregò di ringraziare la signorina Landless per la sua difesa del suo carattere. Poi si mise a suonare in silenzio, senza colpire i tasti, mentre la sua piccola allieva veniva portata a una finestra aperta per prendere aria, e veniva altrimenti coccolata e rincuorata. Quando fu riportata indietro, il suo posto era vuoto. “Jack se n'è andato, Pussy,” le disse Edwin. “Temo più che a metà che non gli sia piaciuto essere accusato di essere il Mostro che ti ha spaventata.” Ma lei non rispose una parola, e tremò, come se l'avessero resa un po' troppo infreddolita.

La signorina Twinkleton, opinando ora che in verità fossero ore tarde, signora Crisparkle, per trovarci fuori dalle mura della Casa delle Monache, e che noi che intraprendevamo la formazione delle future mogli e madri d'Inghilterra (le ultime parole a voce più bassa, come bisognose di essere comunicate in confidenza) fossimo davvero tenute (la voce tornava a salire) a dare un esempio migliore di quello di chi ha abitudini dissolute, gli scialli furono messi in uso, e i due giovani cavalieri si offrirono volontari per accompagnare le signore a casa. Fu fatto presto, e il cancello della Casa delle Monache si chiuse dietro di loro.

Le convittrici si erano ritirate, e solo la signora Tisher in veglia solitaria attendeva la nuova allieva. Essendo la sua camera da letto all'interno di quella di Rosa, furono necessarie ben poche presentazioni o spiegazioni, prima che venisse affidata alla sua nuova amica, e lasciata per la notte.

“Questo è un sollievo benedetto, mia cara,” disse Helena. “Ho temuto tutto il giorno che sarei stata messa alle strette in questo momento.”

“Non siamo in molte,” rispose Rosa, “e siamo ragazze di buon carattere; almeno le altre lo sono; posso rispondere per loro.”

“Posso rispondere per te,” rise Helena, scrutando il bel visino con i suoi occhi scuri e ardenti, e accarezzando teneramente la piccola figura. “Sarai un'amica per me, vero?”

“Spero di sì. Ma l'idea che io sia un'amica per te sembra troppo assurda, però.”

“Perché?”

“Oh, sono una cosa così minuscola, e tu sei così femminile e bella. Sembri avere determinazione e potere sufficienti a schiacciarmi. Mi riduco nel nulla al cospetto della tua presenza.”

“Sono una creatura trascurata, mia cara, ignara di ogni talento, sensibilmente consapevole di avere tutto da imparare, e profondamente vergognosa di ammettere la mia ignoranza.”

“Eppure ammetti tutto con me!” disse Rosa.

“Mia bella, posso farne a meno? C'è un fascino in te.”

“Oh! davvero?” fece il broncio Rosa, metà per scherzo e metà sul serio. “Che peccato che il signor Eddy non lo senta di più!”

Naturalmente i suoi rapporti con quel giovane gentiluomo erano già stati resi noti a Minor Canon Corner.

“Ma, sicuramente deve amarti con tutto il suo cuore!” esclamò Helena, con una serietà che minacciava di divampare in ferocia se non l'avesse fatto.

“Eh? Oh, beh, suppongo di sì,” disse Rosa, facendo di nuovo il broncio; “sono certa di non avere il diritto di dire che non lo fa. Forse è colpa mia. Forse non sono gentile con lui quanto dovrei. Non credo di esserlo. Ma è così ridicolo!”

Gli occhi di Helena chiesero cosa lo fosse.

“Noi,” disse Rosa, rispondendo come se avesse parlato. “Siamo una coppia così ridicola. E litighiamo sempre.”

“Perché?”

“Perché entrambi sappiamo di essere ridicoli, mia cara!” Rosa diede quella risposta come se fosse la risposta più conclusiva del mondo.

Lo sguardo autorevole di Helena fu fisso sul suo volto per alcuni istanti, e poi tese impulsivamente entrambe le mani e disse:

“Sarai mia amica e mi aiuterai?”

“Davvero, mia cara, lo farò,” rispose Rosa, con un tono di infantile affetto che andò dritto e vero al suo cuore; “sarò un'amica buona quanto una cosa così minuscola può esserlo per una creatura così nobile come te. E sii un'amica per me, per favore; non capisco me stessa: e desidero un'amica che possa capirmi, molto davvero.”

Helena Landless la baciò, e trattenendole entrambe le mani disse:

“Chi è il signor Jasper?”

Rosa voltò la testa rispondendo: “Lo zio di Eddy, e il mio maestro di musica.”

“Tu non lo ami?”

“Ugh!” Portò le mani al volto, e tremò di paura o orrore.

“Sai che lui ti ama?”

“Oh, non farlo, non farlo, non farlo!” esclamò Rosa, cadendo in ginocchio, e aggrappandosi alla sua nuova risorsa. “Non parlarmene! Mi terrorizza. Perseguita i miei pensieri, come un fantasma spaventoso. Sento di non essere mai al sicuro da lui. Sento come se potesse passare attraverso il muro quando si parla di lui.” Si guardò davvero attorno, come se temesse di vederlo in piedi nell'ombra dietro di lei.

“Cerca di dirmi di più a riguardo, tesoro.”

“Sì, lo farò, lo farò. Perché sei così forte. Ma tienimi nel frattempo, e resta con me dopo.”

“Figlia mia! Parli come se ti avesse minacciata in qualche modo oscuro.”

“Non mi ha mai parlato di... quello. Mai.”

“Cosa ha fatto?”

“Mi ha reso sua schiava con i suoi sguardi. Mi ha costretta a capirlo, senza che dicesse una parola; e mi ha costretta a mantenere il silenzio, senza che proferisse una minaccia. Quando suono, non sposta mai gli occhi dalle mie mani. Quando canto, non sposta mai gli occhi dalle mie labbra. Quando mi corregge, e colpisce una nota, o un accordo, o suona un passaggio, lui stesso è nei suoni, sussurrando che mi insegue come un amante, e comandandomi di mantenere il suo segreto. Evito i suoi occhi, ma lui mi costringe a vederli senza guardarli. Anche quando una patina copre i suoi occhi (il che accade a volte), e sembra vagare lontano in una sorta di sogno spaventoso in cui minaccia di più, mi obbliga a saperlo, e a sapere che è seduto vicino a me, più terribile che mai.”

“Cos'è questa minaccia immaginata, bella mia? Cosa viene minacciato?”

“Non lo so. Non ho mai nemmeno osato pensare o chiedermi cosa sia.”

“E questo è stato tutto, stasera?”

“Questo è stato tutto; eccetto che stasera, quando osservava le mie labbra così da vicino mentre cantavo, oltre a sentirmi terrorizzata mi sono sentita vergognosa e profondamente ferita. È stato come se mi baciasse, e non ho potuto sopportarlo, ma ho gridato. Non devi mai fiatare di questo con nessuno. Eddy è devoto a lui. Ma tu hai detto stasera che non avresti avuto paura di lui, in nessuna circostanza, e questo mi dà – che ho così tanta paura di lui – il coraggio di dirlo solo a te. Tienimi! Resta con me! Ho troppa paura per essere lasciata da sola.”

Il volto zingaresco e lucente si chinò sulle braccia e sul petto che si stringevano, e i capelli neri e selvaggi ricaddero in modo protettivo sulla figura infantile. C'era un bagliore di fuoco che sonnecchiava negli intensi occhi scuri, sebbene fossero allora addolciti dalla compassione e dall'ammirazione. Badi bene chiunque ne sia maggiormente coinvolto!

CAPITOLO VIII. COLTELLI SFODERATI

I due giovani, dopo aver visto le donzelle, loro pupille, entrare nel cortile della Casa delle Monache, e ritrovandosi fissati freddamente dalla targa di ottone, come se il vecchio damerino malconcio con il monocolo fosse insolente, si guardano l'un l'altro, guardano lungo la prospettiva della strada illuminata dalla luna, e si allontanano lentamente insieme.

“Restate qui a lungo, signor Drood?” dice Neville.

“Non questa volta,” è la risposta incurante. “Parto di nuovo per Londra, domani. Ma sarò qui, di tanto in tanto, fino al prossimo solstizio d'estate; poi prenderò congedo da Cloisterham, e dall'Inghilterra pure; per molti lunghi giorni, immagino.”

“Andate all'estero?”

“Vado a svegliare un po' l'Egitto,” è la risposta condiscendente.

“State studiando?”

“Studiando?” ripete Edwin Drood, con un tocco di disprezzo. “No. Agendo, lavorando, facendo ingegneria. Il mio piccolo patrimonio è stato lasciato come parte del capitale della Ditta con cui lavoro, da mio padre, un ex socio; e sono a carico della Ditta finché non raggiungerò la maggiore età; e poi entrerò in possesso della mia modesta quota nell'impresa. Jack — l'avete incontrato a cena — è, fino ad allora, il mio tutore e amministratore.”

“Ho sentito dal signor Crisparkle della vostra altra buona sorte.”

“Cosa intendete con la mia altra buona sorte?”

Neville ha fatto la sua osservazione in un modo guardingo e avanzante, eppure furtivo e timido, molto espressivo di quell'aria particolare già notata, di essere contemporaneamente cacciatore e preda. Edwin ha risposto con una bruschezza tutt'altro che educata. Si fermano e si scambiano uno sguardo piuttosto acceso.

“Spero,” dice Neville, “che non ci sia offesa, signor Drood, nel mio riferirmi innocentemente al vostro fidanzamento?”

“Perbacco!” esclama Edwin, riprendendo il passo con un ritmo un po' più svelto; “tutti in questa vecchia Cloisterham chiacchierona vi si riferiscono. Mi meraviglio che non sia stata aperta una locanda, con il mio ritratto come insegna della Testa del Fidanzato. O il ritratto di Pussy. L'uno o l'altro.”

“Non sono responsabile del fatto che il signor Crisparkle mi abbia menzionato la faccenda così apertamente,” esordisce Neville.

“No; è vero; non lo siete,” acconsente Edwin Drood.

“Ma,” riprende Neville, “sono responsabile di averla menzionata a voi. E l'ho fatto, nella supposizione che non poteste non esserne altamente orgoglioso.”

Ora, ci sono questi due curiosi tocchi di natura umana che azionano le molle segrete di questo dialogo. Neville Landless è già abbastanza colpito dalla Piccola Rosebud, da sentirsi indignato che Edwin Drood (molto al di sotto di lei) debba tenere il suo premio così in poco conto. Edwin Drood è già abbastanza colpito da Helena, da sentirsi indignato che il fratello di Helena (molto al di sotto di lei) debba disporre di lui così freddamente, e metterlo da parte così completamente.

Comunque, sarebbe stato meglio rispondere all'ultima osservazione. Così, dice Edwin:

“Non so, signor Neville” (adottando quel modo di rivolgersi dal signor Crisparkle), “se ciò di cui la gente è più orgogliosa sia solitamente ciò di cui parla di più; non so nemmeno se ciò di cui sono più orgogliosi sia ciò che preferiscono che gli altri commentino. Ma io vivo una vita intensa, e parlo soggetto a correzione da parte vostra, lettori, che dovreste sapere tutto, e oso dire che sapete.”

A questo punto erano diventati entrambi selvaggi; il signor Neville allo scoperto; Edwin Drood sotto la copertura trasparente di una melodia popolare, e una sosta di tanto in tanto per fingere di ammirare effetti pittoreschi al chiaro di luna davanti a lui.

“Non mi sembra molto civile da parte vostra,” osserva Neville, alla fine, “riflettere su uno straniero che viene qui, non avendo avuto i vostri vantaggi, per cercare di recuperare il tempo perduto. Ma, a dir la verità, non sono stato cresciuto nella 'vita intensa', e le mie idee di civiltà si sono formate tra i pagani.”

“Forse, la migliore civiltà, qualunque sia il tipo di persone tra cui siamo cresciuti,” ribatte Edwin Drood, “è farsi gli affari propri. Se mi darete questo esempio, prometto di seguirlo.”

“Sapete che vi prendete troppa libertà?” è la replica rabbiosa, “e che nella parte di mondo da cui vengo, sareste chiamato a risponderne?”

“Da chi, per esempio?” chiede Edwin Drood, fermandosi, e scrutando l'altro con uno sguardo di disdegno.

Ma, ecco che una mano destra sorprendente viene posata sulla spalla di Edwin, e Jasper si frappone tra loro. Poiché, sembrerebbe che anche lui abbia passeggiato attorno alla Casa delle Monache, e sia arrivato dietro di loro sul lato in ombra della strada.

“Ned, Ned, Ned!” dice; “non dobbiamo averne più di questo. Non mi piace. Ho origliato parole grosse tra voi due. Ricorda, mio caro ragazzo, che sei quasi nella posizione di padrone di casa stasera. Appartieni, per così dire, al luogo, e in un certo senso lo rappresenti nei confronti di uno straniero. Il signor Neville è uno straniero, e dovresti rispettare gli obblighi dell'ospitalità. E, signor Neville,” appoggiando la mano sinistra sulla spalla interna di quel giovane gentiluomo, e camminando così tra loro, mano sulla spalla di entrambi i lati: “mi perdonerete; ma faccio appello anche a voi affinché controlliate il vostro temperamento. Ora, cosa c'è che non va? Ma perché chiedere! Non ci sia nulla che non vada, e la domanda è superflua. Siamo tutti e tre in buona intesa, non è così?”

Dopo una lotta silenziosa tra i due giovani su chi debba parlare per ultimo, Edwin Drood interviene con: “Per quanto mi riguarda, Jack, non c'è rabbia in me.”

“Nemmeno in me,” dice Neville Landless, sebbene non così liberamente; o forse così incurantemente. “Ma se il signor Drood sapesse tutto ciò che sta dietro di me, lontano da qui, potrebbe capire meglio come mai parole dai bordi taglienti abbiano bordi affilati per ferirmi.”

“Forse,” dice Jasper, in modo rassicurante, “faremmo meglio a non qualificare la nostra buona intesa. Faremmo meglio a non dire nulla che abbia l'apparenza di un rimprovero o di una condizione; potrebbe non sembrare generoso. Francamente e liberamente, vedete che non c'è rabbia in Ned. Francamente e liberamente, non c'è rabbia in voi, signor Neville?”

“Nessuna, signor Jasper.” Eppure, non così francamente o così liberamente; o, si dica ancora una volta, forse non così incurantemente.

“Tutto finito allora! Ora, il mio porticato da scapolo è a pochi metri da qui, e il bollitore è sul fuoco, e il vino e i bicchieri sono in tavola, e non è un tiro di sasso da Minor Canon Corner. Ned, tu sei su e parti domani. Porteremo il signor Neville con noi, per prendere un bicchiere della staffa.”

“Con tutto il cuore, Jack.”

“E con tutto il mio, signor Jasper.” Neville sente che è impossibile dire di meno, ma preferirebbe non andare. Ha l'impressione di aver perso il controllo del suo temperamento; sente che la freddezza di Edwin Drood, lungi dall'essere contagiosa, lo rende rovente.

Il signor Jasper, camminando ancora al centro, mano sulla spalla di entrambi i lati, intona magnificamente il ritornello di una canzone da osteria, e salgono tutti nelle sue stanze. Lì, il primo oggetto visibile, quando aggiunge la luce di una lampada a quella del fuoco, è il ritratto sopra il caminetto. Non è un oggetto calcolato per migliorare l'intesa tra i due giovani, poiché ravviva in modo piuttosto imbarazzante l'argomento della loro divergenza. Di conseguenza, entrambi lo guardano consapevolmente, ma non dicono nulla. Jasper, tuttavia (che sembrerebbe dal suo comportamento aver ottenuto solo un indizio imperfetto della causa delle loro recenti parole grosse), richiama direttamente l'attenzione su di esso.

“Riconoscete quel quadro, signor Neville?” oscurando la lampada per proiettarvi sopra la luce.

“Lo riconosco, ma è ben lontano dal lusingare l'originale.”

“Oh, siete severo! È stato fatto da Ned, che me ne ha fatto dono.”

“Mi dispiace per questo, signor Drood.” Neville si scusa, con una reale intenzione di scusarsi; “se avessi saputo di essere alla presenza dell'artista...”

“Oh, uno scherzo, signore, un puro scherzo,” interviene Edwin, con uno sbadiglio provocatorio. “Un po' di compiacenza per i punti di forza di Pussy! Ho intenzione di ritrarla seriamente, uno di questi giorni, se farà la brava.”

L'aria di comodo patronato e indifferenza con cui viene detto questo, mentre l'oratore si getta all'indietro su una sedia e intreccia le mani dietro la testa, come appoggio, è molto esasperante per l'eccitabile ed eccitato Neville. Jasper osserva dall'uno all'altro, sorride leggermente, e volta le spalle per mescolare una caraffa di vino brulè al fuoco. Sembra richiedere molta miscelazione e preparazione.

“Suppongo, signor Neville,” dice Edwin, pronto a risentirsi per l'indignata protesta contro se stesso sul volto del giovane Landless, che è visibile quanto il ritratto, o il fuoco, o la lampada: “suppongo che se dipingeste il ritratto della vostra innamorata...”

“Non so dipingere,” è l'interruzione affrettata.

“Quella è la vostra sfortuna, e non la vostra colpa. Lo fareste se poteste. Ma se poteste, suppongo che la rendereste (non importa cosa fosse in realtà), Giunone, Minerva, Diana, e Venere, tutte in una. Eh?”

“Non ho un'innamorata, e non saprei dire.”

“Se dovessi provare,” dice Edwin, con una millanteria adolescenziale che sta crescendo in lui, “a fare un ritratto della signorina Landless — sul serio, badate bene; sul serio — dovreste vedere cosa saprei fare!”

“Ottenendo prima il consenso di mia sorella a posare, suppongo? Dato che non verrà mai ottenuto, temo che non vedrò mai cosa sapete fare. Devo sopportare la perdita.”

Jasper si volta dal fuoco, riempie un grande calice per Neville, riempie un grande calice per Edwin, e consegna a ciascuno il suo; poi riempie per sé, dicendo:

“Su, signor Neville, dobbiamo brindare al mio nipote, Ned. Poiché è il suo piede che è nella staffa — metaforicamente — il nostro bicchiere della staffa deve essere dedicato a lui. Ned, mio carissimo, il mio affetto!”

Jasper dà l'esempio svuotando quasi il bicchiere, e Neville lo segue. Edwin Drood dice, “Vi ringrazio entrambi moltissimo,” e segue il doppio esempio.

«Guardatelo,» esclama Jasper, tendendo la mano con ammirazione e tenerezza, sebbene anche con un tono di scherno. «Vedete come se ne sta lì spaparanzato con tanta disinvoltura, signor Neville! Il mondo è tutto davanti a lui, dove scegliere. Una vita di lavoro stimolante e di interesse, una vita di cambiamenti e di emozioni, una vita di agi domestici e di amore! Guardatelo!»

Il volto di Edwin Drood si è rapidamente e notevolmente arrossato per il vino; lo stesso è accaduto al volto di Neville Landless. Edwin siede ancora abbandonato all’indietro sulla sedia, con le mani intrecciate dietro la nuca a fargli da supporto.

«Vedete quanto poco si curi di tutto ciò!» prosegue Jasper con tono canzonatorio. «Non vale quasi la pena per lui di cogliere il frutto dorato che pende maturo sull’albero per lui. Eppure considerate il contrasto, signor Neville. Voi ed io non abbiamo prospettive di lavoro stimolante e di interesse, o di cambiamenti e di emozioni, o di agi domestici e di amore. Voi ed io non abbiamo prospettive (a meno che voi non siate più fortunato di me, il che è ben possibile), se non il tedioso e immutabile giro di questo luogo noioso.»

«In fede mia, Jack,» dice Edwin, compiaciuto, «mi sento quasi in colpa per avere la strada spianata come descrivi. Ma tu sai quello che so io, Jack, e potrebbe non essere così facile come sembra, dopo tutto. Vero, Pussy?» Rivolto al ritratto, con uno scatto di pollice e dito. «Dobbiamo ancora trovare il modo di andare d’accordo; non è così, Pussy? Sai cosa intendo, Jack.»

Il suo modo di parlare è diventato impastato e indistinto. Jasper, calmo e padrone di sé, guarda Neville, come in attesa di una sua risposta o di un commento. Quando Neville parla, anche il suo tono è impastato e indistinto.

«Sarebbe stato meglio per il signor Drood aver conosciuto qualche difficoltà,» dice, con aria di sfida.

«Vi prego,» ribatte Edwin, volgendo solo gli occhi in quella direzione, «vi prego, perché sarebbe stato meglio per il signor Drood aver conosciuto qualche difficoltà?»

«Già,» acconsente Jasper, con un’aria di interesse; «facci sapere perché?»

«Perché avrebbero potuto renderlo più consapevole,» dice Neville, «della buona sorte che non è affatto necessariamente il risultato dei propri meriti.»

Il signor Jasper guarda rapidamente suo nipote per la replica.

«Ne avete conosciute voi di difficoltà, se posso chiedere?» dice Edwin Drood, raddrizzandosi.

Il signor Jasper guarda rapidamente l’altro per la risposta.

«Ne ho conosciute.»

«E di cosa vi hanno reso consapevole?»

Il gioco di sguardi del signor Jasper tra i due si mantiene saldo per tutto il dialogo, fino alla fine.

«Ve l’ho detto una volta prima di stasera.»

«Non avete fatto nulla del genere.»

«Vi dico che l’ho fatto. Che vi prendete troppa libertà.»

«Avete aggiunto qualcos’altro a questo, se ricordo bene?»

«Sì, ho detto qualcos’altro.»

«Ditelodinuovo.»

«Ho detto che nella parte di mondo da cui vengo, sareste chiamato a risponderne.»

«Solo lì?» esclama Edwin Drood, con una risata sprezzante. «Molto lontano, credo? Sì; capisco! Quella parte di mondo è a una distanza di sicurezza.»

«Dite qui, allora,» ribatte l’altro, alzandosi su tutte le furie. «Dite ovunque! La vostra vanità è intollerabile, la vostra presunzione è oltre ogni sopportazione; parlate come se foste un premio raro e prezioso, invece di un comune fanfarone. Siete un tizio qualunque e un comune fanfarone.»

«Pooh, pooh,» dice Edwin Drood, altrettanto furioso, ma più composto; «come potresti saperlo? Potresti conoscere un tizio qualunque di colore, o un fanfarone qualunque di colore, quando lo vedi (e senza dubbio hai una vasta conoscenza in tal senso); ma non sei un giudice degli uomini bianchi.»

Questa allusione insultante alla sua carnagione scura infuria Neville a tal punto che egli scaglia i rimasugli del suo vino contro Edwin Drood, ed è nell’atto di scagliare anche il calice, quando il suo braccio viene afferrato appena in tempo da Jasper.

«Ned, mio caro amico!» grida a voce alta; «ti supplico, ti comando, di stare fermo!» C’è stato un movimento concitato di tutti e tre, e un tintinnio di bicchieri e rovesciamento di sedie. «Signor Neville, vergogna! Mi dia questo bicchiere. Apra la mano, signore. LO VOGLIO!»

Ma Neville lo respinge e si ferma per un istante, in preda a una rabbia furiosa, con il calice ancora nella mano sollevata. Poi, lo scaraventa giù sotto la grata, con tale forza che le schegge rotte volano via di nuovo a pioggia; e lascia la casa.

Quando emerge per la prima volta nell’aria notturna, nulla intorno a lui è immobile o stabile; nulla intorno a lui appare per quello che è; sa solo che si trova a capo scoperto nel mezzo di un vortice rosso sangue, in attesa di essere affrontato, e di lottare fino alla morte.

Ma, non accadendo nulla, e la luna che guarda giù verso di lui come se fosse morto dopo un attacco d’ira, egli tiene a freno la testa e il cuore che battono come un maglio a vapore, e barcolla via. Poi, diventa semiconscio di essersi sentito chiudere fuori con catenacci e sbarre, come un animale pericoloso; e pensa a cosa debba fare.

Alcuni pensieri ferocemente appassionati sul fiume si dissolvono sotto l’incantesimo del chiaro di luna sulla Cattedrale e sulle tombe, e il ricordo di sua sorella, e il pensiero di ciò che deve al brav’uomo che proprio quel giorno ha conquistato la sua fiducia e gli ha dato la sua promessa. Si dirige verso Minor Canon Corner e bussa piano alla porta.

È abitudine del signor Crisparkle rimanere sveglio per ultimo tra i membri della casa che si coricano presto, suonando molto dolcemente il suo pianoforte ed esercitandosi nei suoi brani preferiti di musica vocale d’insieme. Il vento del sud che va dove vuole, passando per Minor Canon Corner in una notte tranquilla, non è più sommesso del signor Crisparkle in tali momenti, rispettoso del sonno della pastorella di porcellana.

Al suo bussare risponde immediatamente il signor Crisparkle in persona. Quando apre la porta, candela alla mano, il suo volto allegro si fa serio, e vi si legge uno stupore deluso.

«Signor Neville! In questo stato! Dove siete stato?»

«Sono stato dal signor Jasper, signore. Con suo nipote.»

«Entrate.»

Il Minor Canon lo sostiene per il gomito con una mano ferma (in modo rigorosamente scientifico, degno dei suoi allenamenti mattutini), lo fa girare nella sua piccola stanza dei libri e chiude la porta.

«Ho iniziato male, signore. Ho iniziato terribilmente male.»

«Troppo vero. Non siete sobrio, signor Neville.»

«Temo di non esserlo, signore, sebbene possa assicurarvi in un altro momento di aver bevuto davvero pochissimo, e che mi ha sopraffatto nel modo più strano e improvviso.»

«Signor Neville, signor Neville,» dice il Minor Canon, scuotendo la testa con un sorriso addolorato; «l’ho già sentito dire prima d’ora.»

«Credo... la mia mente è molto confusa, ma credo... che sia altrettanto vero per il nipote del signor Jasper, signore.»

«Molto probabile,» è la risposta secca.

«Abbiamo litigato, signore. Mi ha insultato in modo grossolano. Aveva riscaldato quel sangue tigrato di cui vi ho parlato oggi, ancor prima di allora.»

«Signor Neville,» ribatte il Minor Canon, con dolcezza, ma fermamente: «vi chiedo di non parlarmi con quella mano destra chiusa a pugno. Aprite la mano, vi prego.»

«Mi ha provocato, signore,» prosegue il giovane, obbedendo all’istante, «oltre la mia capacità di sopportazione. Non so dire se l’abbia fatto apposta all’inizio, ma l’ha fatto. Di certo l’ha fatto alla fine. Insomma, signore,» con un’esplosione irrefrenabile, «nella passione in cui mi ha trascinato, lo avrei abbattuto se avessi potuto, e ho provato a farlo.»

«Avete chiuso di nuovo quel pugno,» è il commento sommesso del signor Crisparkle.

«Chiedo scusa, signore.»

«Conoscete la vostra stanza, perché ve l’ho mostrata prima di cena; ma vi accompagnerò ancora una volta. Il vostro braccio, se vi aggrada. Piano, perché la casa è tutta a letto.»

Infilando la mano nello stesso sostegno scientifico del gomito di prima, e rinforzandolo con la forza inerte del suo braccio, abilmente come un esperto di polizia, e con un’apparente calma del tutto irraggiungibile dai novizi, il signor Crisparkle conduce il suo allievo nella stanza piacevole e ordinata preparata per lui. Giunto lì, il giovane si getta su una sedia e, gettando le braccia sul suo tavolo da lettura, vi appoggia la testa con un’aria di misero rimorso.

Il gentile Minor Canon ha pensato di lasciare la stanza senza dire una parola. Ma guardandosi indietro sulla soglia, e vedendo questa figura abbattuta, torna indietro, la tocca con una mano dolce e dice: «Buonanotte!» Un singhiozzo è il suo unico ringraziamento. Avrebbe potuto averne di peggiori; forse, avrebbe potuto averne di migliori.

Un altro colpo leggero alla porta esterna attira la sua attenzione mentre scende le scale. Apre al signor Jasper, che tiene in mano il cappello dell’allievo.

«Abbiamo avuto una scena terribile con lui,» dice Jasper, a voce bassa.

«È stata così grave?»

«Omicida!»

Il signor Crisparkle protesta: «No, no, no. Non usate parole così forti.»

«Avrebbe potuto lasciare il mio caro ragazzo morto ai miei piedi. Non è colpa sua se non l’ha fatto. Se non fossi stato, per la misericordia di Dio, rapido e forte con lui, lo avrebbe abbattuto sul mio focolare.»

La frase colpisce nel segno. «Ah!» pensa il signor Crisparkle, «le sue stesse parole!»

«Vedendo quello che ho visto stasera, e sentendo quello che ho sentito,» aggiunge Jasper, con grande serietà, «non conoscerò mai pace finché ci sarà il pericolo che quei due si incontrino, senza nessun altro a interferire. È stato orribile. C’è qualcosa di tigrato nel suo sangue scuro.»

«Ah!» pensa il signor Crisparkle, «così ha detto!»

«Voi, mio caro signore,» prosegue Jasper, prendendogli la mano, «persino voi, avete accettato un incarico pericoloso.»

«Non dovete temere per me, Jasper,» ribatte il signor Crisparkle, con un sorriso tranquillo. «Io non ne ho per me stesso.»

«Io non ne ho per me stesso,» ribatte Jasper, con enfasi sull’ultimo pronome, «perché non sono, né sono in procinto di essere, l’oggetto della sua ostilità. Ma voi potreste esserlo, e il mio caro ragazzo lo è stato. Buonanotte!»

Il signor Crisparkle entra, con il cappello che ha così facilmente, così quasi impercettibilmente, acquisito il diritto di essere appeso nel suo ingresso; lo appende; e va a letto pensieroso.

CAPITOLO IX. UCCELLI NEL CESPULIO

Rosa, non avendo parenti che conoscesse al mondo, non aveva conosciuto, dal settimo anno di età, altra casa se non la Nuns’ House, e altra madre se non la signorina Twinkleton. Il suo ricordo della propria madre era quello di una graziosa creaturina come lei (non molto più grande di lei, le sembrava), che era stata portata a casa tra le braccia del padre, annegata. Il fatale incidente era avvenuto durante una festa di piacere. Ogni piega e colore del grazioso vestito estivo, e persino i lunghi capelli bagnati, con petali sparsi di fiori rovinati ancora attaccati ad essi, mentre la figura della giovane morta, nella sua triste, tristissima bellezza, giaceva sul letto, erano impressi indelebilmente nei ricordi di Rosa. Così lo erano la disperazione selvaggia e il successivo dolore abbattuto del suo povero giovane padre, che morì col cuore spezzato nel primo anniversario di quel giorno tragico.

Il fidanzamento di Rosa nacque dal conforto dato al suo anno di tormento mentale dal suo caro amico e vecchio compagno di college, Drood: che a sua volta era rimasto vedovo in gioventù. Ma anche lui imboccò la strada silenziosa in cui convergono tutti i pellegrinaggi terreni, chi prima e chi dopo; e così la giovane coppia era giunta a essere quella che era.

L’atmosfera di pietà che circondava la piccola orfana quando arrivò per la prima volta a Cloisterham, non si era mai diradata. Aveva assunto tonalità più brillanti man mano che cresceva, diventava più felice, più graziosa; ora era stata dorata, ora rosea, e ora azzurra; ma l’aveva sempre adornata con una qualche luce soffusa tutta sua. Il desiderio generale di consolarla e accarezzarla aveva fatto sì che, all’inizio, venisse trattata come una bambina molto più piccola della sua età; lo stesso desiderio aveva fatto sì che venisse ancora viziata quando bambina non lo era più. Chi dovesse essere la sua preferita, chi dovesse anticipare questo o quel piccolo regalo, o farle questo o quel piccolo favore; chi dovesse portarla a casa per le vacanze; chi dovesse scriverle più spesso quando erano separate, e chi sarebbe stata più lieta di rivedere quando si fossero riunite; persino queste gentili rivalità non erano prive di lievi venature di amarezza nella Nuns’ House. Bene per le povere suore ai loro tempi, se non nascondevano lotte più dure sotto i loro veli e rosari!

Così Rosa era cresciuta diventando una creaturina amabile, svampita, ostinata e accattivante; viziata, nel senso di contare sulla gentilezza di tutti coloro che la circondavano; ma non nel senso di ripagarla con indifferenza. Possedendo nel suo carattere un pozzo inesauribile di affetto, le sue acque scintillanti avevano rinfrescato e illuminato la Nuns’ House per anni, eppure le sue profondità non erano mai state smosse: cosa potesse accadere quando ciò sarebbe avvenuto; quali cambiamenti evolutivi potessero abbattersi sulla testa sconsiderata, e sul cuore leggero, allora; restava da vedere.

In che modo la notizia che ci fosse stata una lite tra i due giovani la sera prima, che aveva coinvolto persino una sorta di aggressione da parte del signor Neville verso Edwin Drood, sia giunta nell’istituto della signorina Twinkleton prima di colazione, è impossibile dirlo. Se sia stata portata dagli uccelli del cielo, o sia arrivata soffiata dall’aria stessa, quando le finestre a battente erano state spalancate; se il fornaio l’abbia portata impastata nel pane, o il lattaio l’abbia consegnata come parte dell’adulterazione del suo latte; o le cameriere, battendo la polvere dai loro tappetini contro i pali del cancello, l’abbiano ricevuta in cambio depositata sui tappetini dall’atmosfera cittadina; certo è che la notizia permeò ogni timpano del vecchio edificio prima che la signorina Twinkleton fosse scesa, e che la signorina Twinkleton stessa la ricevette tramite la signora Tisher, mentre era ancora intenta a vestirsi; o (come avrebbe potuto esprimere la frase a un genitore o tutore di inclinazione mitologica) a sacrificare alle Grazie.

Il fratello della signorina Landless aveva lanciato una bottiglia contro il signor Edwin Drood.

Il fratello della signorina Landless aveva lanciato un coltello contro il signor Edwin Drood.

Un coltello divenne suggestivo di una forchetta; e il fratello della signorina Landless aveva lanciato una forchetta contro il signor Edwin Drood.

Come nella precedenza governativa di Peter Piper, che si presumeva avesse colto il sacco di pepe sottaceto, si riteneva fisicamente desiderabile avere la prova dell’esistenza del sacco di pepe sottaceto che si presumeva Peter Piper avesse colto; così, in questo caso, si riteneva psicologicamente importante sapere perché il fratello della signorina Landless avesse lanciato una bottiglia, un coltello o una forchetta — o bottiglia, coltello e forchetta — perché alla cuoca era stato dato a intendere che fossero tutti e tre — contro il signor Edwin Drood?

Bene, allora. Il fratello della signorina Landless aveva detto di ammirare la signorina Bud. Il signor Edwin Drood aveva detto al fratello della signorina Landless che non aveva alcun diritto di ammirare la signorina Bud. Il fratello della signorina Landless aveva allora “tirato su” (questa era l’informazione esatta della cuoca) la bottiglia, il coltello, la forchetta e il decanter (il decanter ora volava freddamente verso la testa di chiunque, senza la minima introduzione), e li aveva lanciati tutti contro il signor Edwin Drood.

La povera piccola Rosa si infilò un dito in ciascuna delle orecchie quando queste voci iniziarono a circolare, e si ritirò in un angolo, implorando di non sentirne più; ma la signorina Landless, chiedendo il permesso alla signorina Twinkleton di andare a parlare con suo fratello, e mostrando abbastanza chiaramente che lo avrebbe preso se non le fosse stato dato, imboccò la strada più definita di recarsi dal signor Crisparkle per informazioni precise.

Quando tornò (dopo essere stata prima chiusa a colloquio con la signorina Twinkleton, affinché qualsiasi cosa discutibile nelle sue notizie potesse essere trattenuta da quel filtro discreto), comunicò solo a Rosa ciò che era accaduto; soffermandosi con una guancia arrossata sulla provocazione che suo fratello aveva ricevuto, ma limitandola quasi a quell’ultimo grave affronto come coronamento di “altre parole tra loro”, e, per riguardo verso la sua nuova amica, sorvolando leggermente sul fatto che le altre parole erano nate dal fatto che il suo amante prendesse le cose in generale troppo alla leggera. Direttamente a Rosa, portò una petizione da parte di suo fratello affinché lo perdonasse; e, dopo averla consegnata con solerzia fraterna, pose fine all’argomento.

Era riservato alla signorina Twinkleton quello di rasserenare lo spirito pubblico della Nuns’ House. Quella signora, dunque, entrando in modo maestoso in quella che i plebei avrebbero potuto chiamare aula scolastica, ma che, nel linguaggio patrizio del capo della Nuns’ House, era eufemisticamente, per non dire giravoltamente, denominato “l’appartamento destinato allo studio”, e dicendo con aria forense: «Signore!» tutte si alzarono. La signora Tisher si raggruppò contemporaneamente dietro la sua superiora, come a rappresentare la prima amica storica femminile della regina Elisabetta al forte di Tilbury. La signorina Twinkleton procedette quindi a osservare che la Voce, Signore, era stata rappresentata dal bardo dell’Avon — inutile sarebbe menzionare l’immortale SHAKESPEARE, chiamato anche il Cigno del suo fiume natio, non improbabilmente con qualche riferimento all’antica superstizione secondo cui quell’uccello dal piumaggio aggraziato (la signorina Jennings vorrà avere la cortesia di stare dritta) cantasse dolcemente all’avvicinarsi della morte, per la quale non abbiamo alcuna autorità ornitologica —, la Voce, Signore, era stata rappresentata da quel bardo — hem! —

«che disegnò Il celebre Ebreo,»

come dipinta piena di lingue. La Voce a Cloisterham (la signorina Ferdinand vorrà onorarmi della sua attenzione) non faceva eccezione al ritratto del grande pittore della Voce altrove. Un leggero fracasso tra due giovani gentiluomini verificatosi la notte scorsa entro cento miglia da queste pacifiche mura (la signorina Ferdinand, essendo apparentemente incorreggibile, avrà la cortesia di scrivere questa sera, nella lingua originale, le prime quattro favole del nostro vivace vicino, Monsieur La Fontaine) era stato molto grossolanamente esagerato dalla voce della Voce. Nel primo allarme e ansia derivanti dalla nostra simpatia per una dolce giovane amica, non totalmente da dissociarsi da uno dei gladiatori nell’arena incruenta in questione (l’improprietà della signorina Reynolds che sembrava pugnalarsi la mano con uno spillo è fin troppo ovvia, e fin troppo sfacciatamente poco signorile, per essere sottolineata), siamo scese dalla nostra elevazione virginale per discutere questo tema sconveniente e inadatto. Avendo indagini responsabili ci assicurato che non era che uno di quegli “aerei nulla” indicati dal Poeta (il cui nome e data di nascita la signorina Giggles fornirà entro mezz’ora), vorremmo ora scartare l’argomento e concentrare le nostre menti sui grati lavori del giorno.

Ma l’argomento sopravvisse comunque tutto il giorno, tanto che la signorina Ferdinand finì in nuovi guai per essersi attaccata di nascosto dei baffi di carta all’ora di cena, e aver fatto il gesto di mirare con una bottiglia d’acqua alla signorina Giggles, la quale estrasse un cucchiaio da tavola per difendersi.

Ora, Rosa pensava molto a questo sfortunato litigio, e ci pensava con la sensazione spiacevole di esserne coinvolta, come causa, o conseguenza, o che altro, per via del trovarsi in una posizione falsa riguardo al suo fidanzamento. Mai libera da tale disagio quando era con il suo futuro sposo, non era probabile che ne sarebbe stata libera quando erano separati. Oggi, inoltre, era ripiegata su se stessa, e privata del sollievo di parlare liberamente con la sua nuova amica, perché il litigio era stato con il fratello di Helena, ed Helena evitava apertamente l’argomento in quanto delicato e difficile per lei. In questo momento critico, più che mai, fu annunciato che il tutore di Rosa era venuto a farle visita.

Il signor Grewgious era stato scelto bene per il suo incarico, in quanto uomo di incorruttibile integrità, ma certamente per nessun’altra qualità appropriata che fosse visibile in superficie. Era un uomo arido e sabbioso che, se fosse stato messo in un mulino, avrebbe dato l’impressione di ridursi immediatamente in tabacco da fiuto finissimo. Aveva una scarsa e piatta capigliatura, del colore e della consistenza di una mantellina di pelliccia gialla e tignosa; era così poco simile a dei capelli che doveva trattarsi di una parrucca, se non fosse stato per la stupenda inverosimiglianza che qualcuno potesse voler sfoggiare volontariamente una testa simile. Il poco gioco di lineamenti che il suo volto presentava era inciso profondamente in esso, in poche curve dure che lo rendevano più simile a un manufatto; e aveva certe tacche sulla fronte che sembravano suggerire che la Natura fosse stata sul punto di toccarle per conferire sensibilità o raffinatezza, quando aveva gettato via con impazienza lo scalpello e detto: “Non posso davvero prendermi il disturbo di dare il tocco finale a quest’uomo; lasciatelo com’è”.

Con una lunghezza eccessiva della gola alla sua estremità superiore, e troppo osso della caviglia e tallone a quella inferiore; con un modo di fare impacciato ed esitante; con un’andatura strascicata; e con quella che viene chiamata vista corta — che forse gli impediva di notare quanto cotone bianco delle calze mostrasse all’occhio pubblico, in contrasto con il suo abito nero — il signor Grewgious possedeva ancora una strana capacità di fare, nel complesso, una buona impressione.

Il signor Grewgious fu trovato dalla sua pupilla molto a disagio per il fatto di trovarsi in compagnia della signorina Twinkleton nella sacra stanza della signorina Twinkleton stessa. Foschi presentimenti di essere interrogato su qualcosa, e di non uscirne bene, sembravano opprimere il pover’uomo quando fu sorpreso in quelle circostanze.

“Cara, come stai? Sono felice di vederti. Cara, quanto sei migliorata. Permettimi di porgerti una sedia, mia cara.”

La signorina Twinkleton si alzò dal suo piccolo scrittoio, dicendo, con dolcezza generale, come rivolta al cortese Universo: “Mi permetterete di ritirarmi?”

“Assolutamente no, signora, per quanto mi riguarda. La prego di non muoversi.”

“Devo supplicarla di permettermi di muovermi,” replicò la signorina Twinkleton, ripetendo la parola con un grazia incantevole; “ma non mi allontanerò, visto che lei è così gentile. Se spingo la mia scrivania verso questa finestra ad angolo, sarò d’intralcio?”

“Signora! D’intralcio!”

“Lei è molto gentile. — Rosa, mia cara, non sarai sotto alcuna costrizione, ne sono certa.”

Qui il signor Grewgious, rimasto accanto al fuoco con Rosa, disse di nuovo: “Mia cara, come stai? Sono felice di vederti, mia cara.” E dopo aver atteso che lei si sedesse, si sedette a sua volta.

“Le mie visite,” disse il signor Grewgious, “sono come quelle degli angeli — non che io voglia paragonare me stesso a un angelo.”

“No, signore,” disse Rosa.

“Niente affatto,” assentì il signor Grewgious. “Mi riferisco semplicemente alle mie visite, che sono rare e distanziate. Gli angeli sono, lo sappiamo molto bene, al piano di sopra.”

La signorina Twinkleton si guardò intorno con una sorta di sguardo rigido.

“Mi riferisco, mia cara,” disse il signor Grewgious, posando la mano su quella di Rosa, mentre la possibilità di sembrare altrimenti capace di prendersi l’orribile libertà di chiamare la signorina Twinkleton ‘mia cara’ gli faceva fremere il corpo; “mi riferisco alle altre signorine.”

La signorina Twinkleton riprese a scrivere.

Il signor Grewgious, con la sensazione di non aver gestito il suo punto di apertura in modo così ordinato come avrebbe potuto desiderare, si lisciò la testa da dietro in avanti come se si fosse appena tuffato e stesse premendo via l’acqua — questo gesto di lisciarsi, per quanto superfluo, era abitudinario per lui — e tirò fuori un taccuino dalla tasca della giacca e un mozzicone di matita dalla tasca del panciotto.

“Ho preso,” disse, voltando le pagine: “ho preso un promemoria o due come guida — come faccio di solito, perché non possiedo alcuna capacità conversazionale — al quale, con il tuo permesso, mia cara, farò riferimento. ‘Bene e felice’. Davvero. Sei bene e felice, mia cara? Il tuo aspetto lo dice.”

“Sì, davvero, signore,” rispose Rosa.

“Per cui,” disse il signor Grewgious, con un cenno della testa verso la finestra ad angolo, “i nostri più calorosi ringraziamenti sono dovuti, e sono certo che vengono resi, alla materna gentilezza e alla costante cura e considerazione della signora che ho ora l’onore di vedere davanti a me.”

Anche questo punto ebbe una partenza zoppicante da parte del signor Grewgious e non arrivò mai a destinazione; poiché la signorina Twinkleton, sentendo che la cortesia richiedeva che a quel punto lei fosse completamente fuori dalla conversazione, si stava mordendo la punta della penna e guardando verso l’alto, come se attendesse la discesa di un’idea da uno qualsiasi dei membri delle Muse che potesse averne una da sprecare.

Il signor Grewgious si lisciò di nuovo la testa liscia, e poi fece un altro riferimento al suo taccuino, cancellando “bene e felice” come punto esaurito.

“‘Sterline, scellini e pence’, è la mia prossima nota. Un argomento arido per una giovane signora, ma anche un argomento importante. La vita è sterline, scellini e pence. La morte è—” Un’improvvisa memoria della morte dei suoi due genitori sembrò fermarlo, e disse con tono più dolce, inserendo evidentemente la negazione come un ripensamento: “La morte non è sterline, scellini e pence.”

La sua voce era dura e secca come lui stesso, e la Fantasia avrebbe potuto ridurla in polvere, proprio come lui, in tabacco da fiuto finissimo. Eppure, attraverso i mezzi di espressione molto limitati che possedeva, sembrava esprimere gentilezza. Se solo la Natura lo avesse finito, la gentilezza avrebbe potuto essere riconoscibile nel suo volto in quel momento. Ma se le tacche sulla sua fronte non si volevano fondere insieme, e se il suo volto doveva lavorare e non poteva giocare, che cosa poteva fare, pover’uomo!

“‘Sterline, scellini e pence’. Trovi che la tua indennità sia sempre sufficiente per i tuoi bisogni, mia cara?”

Rosa non aveva bisogno di nulla, e quindi era abbondante.

“E non sei in debito?”

Rosa rise all’idea di essere in debito. Sembrava, alla sua inesperienza, un bizzarro capriccio dell’immaginazione. Il signor Grewgious tese la sua vista corta per essere sicuro che fosse quella la sua visione del caso. “Ah!” disse come commento, con un’occhiata furtiva verso la signorina Twinkleton, e cancellando sterline, scellini e pence: “Ho parlato di essere finito tra gli angeli! È proprio così!”

Rosa sentì quale sarebbe stato il suo prossimo promemoria, e stava arrossendo e piegando una grinza nel suo vestito con una mano imbarazzata, molto prima che lui lo trovasse.

“‘Matrimonio’. Ehm!” Il signor Grewgious si passò la mano che lisciava sopra gli occhi e il naso, e persino il mento, prima di avvicinare un po’ la sedia e parlare in modo un po’ più confidenziale: “Ora tocco, mia cara, il punto che è la causa diretta del mio disturbarti con la presente visita. Altrimenti, essendo un uomo particolarmente Angolare, non mi sarei intromesso qui. Sono l’ultima persona al mondo a intromettermi in una sfera per la quale sono così completamente inadatto. Mi sento, in questi locali, come se fossi un orso — con i crampi — in un cotillon giovanile.”

La sua goffaggine gli conferì abbastanza l’aria della sua similitudine da far scoppiare Rosa in una risata di cuore.

“Ti colpisce sotto la stessa luce,” disse il signor Grewgious con perfetta calma. “Proprio così. Per tornare al mio promemoria. Il signor Edwin è stato qui avanti e indietro, come era stato stabilito. Lo hai menzionato nelle tue lettere trimestrali che mi hai inviato. E tu piaci a lui, e lui piace a te.”

“Mi piace molto, signore,” rispose Rosa.

“Così ho detto, mia cara,” rispose il suo tutore, per le cui orecchie l’enfasi timida era decisamente troppo sottile. “Bene. E corrispondete.”

“Ci scriviamo,” disse Rosa, facendo il broncio mentre ricordava le loro divergenze epistolari.

“Questo è il significato che attribuisco alla parola ‘corrispondere’ in questa applicazione, mia cara,” disse il signor Grewgious. “Bene. Tutto procede bene, il tempo passa, e al prossimo Natale diventerà necessario, come una questione di forma, dare all’esemplare signora nella finestra ad angolo, alla quale siamo così tanto debitori, comunicazione formale della tua partenza nel semestre successivo. I tuoi rapporti con lei sono ben più che rapporti d’affari, senza dubbio; ma un residuo di affari rimane in essi, e gli affari sono sempre affari. Io sono un uomo particolarmente Angolare,” continuò il signor Grewgious, come se gli venisse improvvisamente in mente di menzionarlo, “e non sono abituato a regalare nulla. Se, per queste due ragioni, qualche delegato competente potesse accompagnarti all’altare, te ne sarei molto grato.”

Rosa fece intendere, con gli occhi rivolti a terra, che pensava si potesse trovare un sostituto, se necessario.

“Certamente, certamente,” disse il signor Grewgious. “Per esempio, il signore che insegna danza qui — saprebbe come farlo con graziosa proprietà. Avanzerebbe e indietreggerebbe in un modo soddisfacente per i sentimenti del clero officiante, e tuoi, e dello sposo, e di tutte le parti interessate. Io sono — io sono un uomo particolarmente Angolare,” disse il signor Grewgious, come se si fosse deciso finalmente a sputarlo fuori: “e non farei che pasticciare.”

Rosa sedeva immobile e in silenzio. Forse la sua mente non era ancora arrivata così lontano come la cerimonia, ma era rimasta indietro lungo la strada.

“Promemoria, ‘Testamento’. Ora, mia cara,” disse il signor Grewgious, riferendosi ai suoi appunti, sbrigando “Matrimonio” con la matita, e prendendo un foglio dalla tasca; “sebbene ti abbia già messo al corrente del contenuto del testamento di tuo padre, ritengo giusto in questo momento lasciarne una copia certificata nelle tue mani. E sebbene anche il signor Edwin sia a conoscenza del suo contenuto, ritengo giusto in questo momento altrettanto mettere una copia certificata di esso nelle mani del signor Jasper—”

“Non nelle sue!” chiese Rosa, alzando lo sguardo rapidamente. “La copia non può andare a Eddy stesso?”

“Beh, sì, mia cara, se lo desideri particolarmente; ma ho parlato del signor Jasper come suo amministratore.”

“Lo desidero particolarmente, per favore,” disse Rosa, frettolosamente e con fervore; “non mi piace che il signor Jasper si metta tra noi, in alcun modo.”

“È naturale, immagino,” disse il signor Grewgious, “che il tuo giovane sposo debba essere tutto per te. Sì. Osservi che dico, immagino. Il fatto è che sono un uomo particolarmente innaturale, e non lo so per mia diretta conoscenza.”

Rosa lo guardò con un certo stupore.

“Intendo,” spiegò, “che i modi giovanili non sono mai stati i miei modi. Sono stato l’unico figlio di genitori in età molto avanzata, e credo quasi di essere nato io stesso in età avanzata. Non intendo alcun riferimento personale verso il nome che cambierai così presto, quando osservo che, mentre la crescita generale delle persone sembra essere nata come boccioli, io sembro essere nato come una scheggia. Ero una scheggia — e molto secca — quando presi coscienza di me stesso per la prima volta. Per quanto riguarda l’altra copia certificata, il tuo desiderio sarà esaudito. Per quanto riguarda la tua eredità, penso che tu sappia tutto. È una rendita di duecentocinquanta sterline. I risparmi su quella rendita, e alcune altre voci a tuo credito, tutte regolarmente registrate in conto, con giustificativi, ti metteranno in possesso di una somma forfettaria di denaro, che supera di poco le Millesettecento sterline. Sono autorizzato ad anticipare il costo dei tuoi preparativi per il matrimonio da quel fondo. Tutto qui.”

“Vuoi dirmi, per favore,” disse Rosa, prendendo il foglio con la fronte graziosamente corrugata, ma senza aprirlo: “se ho ragione in quello che sto per dire? Riesco a capire quello che mi dici, molto meglio di quello che leggo negli scritti legali. Il mio povero papà e il padre di Eddy presero il loro accordo insieme, come amici molto cari, fermi e leali, affinché anche noi potessimo essere amici molto cari, fermi e leali dopo di loro?”

“Proprio così.”

“Per il bene duraturo di entrambi, e la felicità duratura di entrambi?”

“Proprio così.”

“Che potessimo essere l’uno per l’altra ancora molto più di quanto loro fossero stati l’uno per l’altro?”

“Proprio così.”

“Non era vincolato a Eddy, e non era vincolato a me, da alcuna penale, nel caso—”

“Non agitarti, mia cara. Nel caso che porta le lacrime nei tuoi occhi affettuosi anche solo a immaginarlo — nel caso in cui non vi sposiate l’un l’altra — no, nessuna penale da nessuna delle due parti. Saresti stata allora mia pupilla fino alla maggiore età. Nulla di peggio ti sarebbe capitato. Abbastanza brutto, forse!”

“E Eddy?”

“Sarebbe entrato in possesso della sua quota derivante da suo padre, e dei suoi arretrati a suo credito (se ce ne fossero), al raggiungimento della maggiore età, esattamente come ora.”

Rosa, con il suo volto perplesso e la fronte corrugata, mordicchiava l’angolo della sua copia autenticata, mentre sedeva con la testa reclinata, guardando distrattamente il pavimento e lisciandolo con il piede.

“In breve,” disse il signor Grewgious, “questo fidanzamento è un desiderio, un sentimento, un progetto amichevole, teneramente espresso da entrambe le parti. Che fosse fortemente sentito, e che ci fosse una viva speranza che prosperasse, non c’è dubbio. Quando eravate entrambi bambini, avete iniziato ad abituarvici, e ha prosperato. Ma le circostanze alterano i casi; e ho fatto questa visita oggi, in parte, anzi principalmente, per liberarmi del dovere di dirti, mia cara, che due giovani possono essere fidanzati in matrimonio (tranne che come questione di convenienza, e quindi burla e miseria) solo di loro libera volontà, per loro reciproco attaccamento, e per loro convinzione (potrebbe rivelarsi sbagliata o meno, ma dobbiamo correre il rischio) che siano fatti l’uno per l’altra, e che si renderanno felici. Si deve supporre, per esempio, che se uno dei tuoi genitori fosse vivo ora, e avesse qualche dubbio su quel soggetto, la sua mente non cambierebbe con il mutare delle circostanze implicate dal cambiamento dei vostri anni? Insostenibile, irragionevole, inconcludente e assurdo!”

Il signor Grewgious disse tutto questo come se lo stesse leggendo ad alta voce; o, ancor di più, come se stesse ripetendo una lezione. Così privi di qualsiasi accenno di spontaneità erano il suo volto e il suo modo di fare.

“Ora, mia cara,” aggiunse, cancellando “Testamento” con la sua matita, “mi sono liberato di quello che è senza dubbio un dovere formale in questo caso, ma pur sempre un dovere in un caso simile. Promemoria, ‘Desideri’. Mia cara, c’è qualche desiderio tuo che posso favorire?”

Rosa scosse la testa, con un’aria quasi lamentosa di esitazione in cerca di aiuto.

“C’è qualche istruzione che posso ricevere da te in riferimento ai tuoi affari?”

“Io — mi piacerebbe sistemarli prima con Eddy, se ti va,” disse Rosa, intrecciando la piega nel suo vestito.

“Certamente, certamente,” rispose il signor Grewgious. “Voi due dovreste essere d’accordo su tutto. Il giovane signore è atteso a breve?”

“È partito solo questa mattina. Sarà di ritorno a Natale.”

“Niente potrebbe andare meglio. Al suo ritorno a Natale, sistemerai tutte le questioni di dettaglio con lui; poi comunicherai con me; e io mi libererò (come un semplice conoscente d’affari) delle mie responsabilità commerciali verso l’esperta signora nella finestra ad angolo. Matureranno in quella stagione.” Cancellando la matita ancora una volta. “Promemoria, ‘Congedo’. Sì. Ora, mia cara, prenderò il mio congedo.”

“Potrei,” disse Rosa, alzandosi, mentre lui si scuoteva dalla sedia nel suo modo goffo: “potrei chiederti, gentilmente, di venire da me a Natale, se avessi qualcosa di particolare da dirti?”

“Beh, certamente, certamente,” rispose; apparentemente — se una tale parola può essere usata per qualcuno che non aveva luci o ombre apparenti intorno a sé — lusingato dalla domanda. “Come uomo particolarmente Angolare, non mi inserisco senza intoppi nel circolo sociale, e di conseguenza non ho altro impegno nel periodo natalizio se non quello di consumare, il venticinque, un tacchino bollito con salsa al sedano con un — con un impiegato particolarmente Angolare che ho la fortuna di possedere, il cui padre, essendo un agricoltore del Norfolk, me lo manda (il tacchino), come regalo, dai dintorni di Norwich. Sarei molto orgoglioso del fatto che tu desideri vedermi, mia cara. Come ricevitore professionista di affitti, così poche persone desiderano vedermi, che la novità sarebbe tonificante.”

Per la sua pronta acquiescenza, la grata Rosa gli pose le mani sulle spalle, si alzò sulle punte dei piedi e lo baciò istantaneamente.

“Dio mi benedica!” esclamò il signor Grewgious. “Grazie, mia cara! L’onore è quasi pari al piacere. Signorina Twinkleton, signora, ho avuto una conversazione molto soddisfacente con la mia pupilla, e ora vi libererò dall’ingombro della mia presenza.”

“No, signore,” replicò la signorina Twinkleton, alzandosi con una graziosa condiscendenza: “non dica ingombro. Niente affatto, in nessun modo. Non posso permetterle di dirlo.”

“Grazie, signora. Ho letto sui giornali,” disse il signor Grewgious, balbettando un po’, “che quando un visitatore illustre (non che io lo sia: lungi da me) si reca in una scuola (non che questa lo sia: lungi da me), chiede una vacanza, o qualche tipo di grazia. Essendo ormai pomeriggio nel — Collegio — di cui lei è l’eminente direttrice, le giovani signore potrebbero non guadagnare nulla, se non nel nome, dall’avere il resto della giornata libera. Ma se c’è qualche giovane signora che si trova sotto una nuvola, potrei sollecitare—”

“Ah, signor Grewgious, signor Grewgious!” esclamò la signorina Twinkleton, con un dito accusatore castamente ironico. “Oh voi gentiluomini, voi gentiluomini! Vergogna, che siate così duri con noi povere disciplinatrici calunniate del nostro sesso, per amor vostro! Ma poiché la signorina Ferdinand è attualmente oppressa da un incubo” — la signorina Twinkleton avrebbe potuto dire un ‘penna-e-inchiostro-bo’ consistente nello scrivere Monsieur La Fontaine — “vai da lei, Rosa mia cara, e dille che la punizione è rimessa, in deferenza all’intercessione del tuo tutore, il signor Grewgious.”

La signorina Twinkleton eseguì qui una riverenza che suggeriva meraviglie accadute alle sue rispettate gambe, e dalla quale uscì nobilmente, tre metri dietro il suo punto di partenza.

Poiché riteneva suo dovere fare visita al signor Jasper prima di lasciare Cloisterham, il signor Grewgious si recò alla portineria e salì la scala della postierla. Ma essendo la porta del signor Jasper chiusa, e presentando su un foglietto di carta la parola “Cattedrale”, il fatto che fosse l’ora del servizio divino si fece strada nella mente del signor Grewgious. Così scese di nuovo la scala e, attraversando il chiostro, si fermò alla grande porta pieghevole occidentale della Cattedrale, che era aperta nel bel pomeriggio luminoso, sebbene di breve durata, per l’aerazione del luogo.

“Dio mio,” disse il signor Grewgious, sbirciando dentro, “è come guardare nella gola del Vecchio Tempo.”

Il Vecchio Tempo emise un sospiro ammuffito da tomba, arco e volta; e ombre cupe iniziarono ad approfondirsi negli angoli; e l’umidità iniziò a salire dalle chiazze verdi di pietra; e i gioielli, proiettati sul pavimento della navata dal sole calante attraverso le vetrate colorate, iniziarono a svanire. All’interno della grata del coro, su per i gradini sormontati in modo inquietante dall’organo che si oscurava rapidamente, si potevano vedere vagamente vesti bianche, e una voce debole, che saliva e scendeva in un mormorio incrinato e monotono, si poteva a intervalli udire debolmente. Nell’aria libera esterna, il fiume, i pascoli verdi e le terre arabili marroni, le colline e le valli rigogliose, erano arrossati dal tramonto: mentre le piccole finestre distanti nei mulini a vento e nelle case coloniche, brillavano come macchie di oro battuto lucente. Nella Cattedrale, tutto divenne grigio, torbido e sepolcrale, e il mormorio incrinato e monotono continuò come una voce morente, finché l’organo e il coro non esplosero, sommergendolo in un mare di musica. Poi, il mare si ritirò, e la voce morente fece un altro debole sforzo, e poi il mare si sollevò alto, e batté la sua vita, e sferzò il tetto, e ondeggiò tra gli archi, e trapassò le altezze della grande torre; e poi il mare fu asciutto, e tutto fu silenzio.

Il signor Grewgious era a quel punto arrivato ai gradini del coro, dove incontrò le acque vive che uscivano.

“Non succede nulla?” Così Jasper lo interpellò, piuttosto rapidamente. “Non ti hanno mandato a chiamare?”

“Affatto, affatto. Sono venuto giù di mia spontanea volontà. Sono stato dalla mia graziosa pupilla, e ora sto tornando verso casa.”

“L’hai trovata in fiore?”

“Fiorente, davvero. Molto fiorente. Sono venuto solo per dirle, seriamente, che cos’è un fidanzamento tra genitori defunti.”

“E che cos’è — secondo il tuo giudizio?”

Il signor Grewgious notò il biancore delle labbra che ponevano la domanda, e lo attribuì al conto gelido della Cattedrale.

“Sono venuto semplicemente a dirle che non può essere considerato vincolante, di fronte a qualsiasi ragione per la sua dissoluzione come una mancanza di affetto, o mancanza di inclinazione a portarlo a compimento, da parte di una delle due parti.”

“Posso chiederle se ha avuto una ragione particolare per dirglielo?”

Il signor Grewgious rispose piuttosto bruscamente: “La ragione particolare di compiere il mio dovere, signore. Semplicemente questo.” Poi aggiunse: “Andiamo, signor Jasper; conosco il suo affetto per suo nipote, e che lei è pronto a sentirsi coinvolto per suo conto. Le assicuro che questo non implica minimamente alcun dubbio, o mancanza di rispetto, verso suo nipote.”

“Lei non potrebbe,” ribatté Jasper, con una pressione amichevole sul braccio dell’altro, mentre camminavano fianco a fianco, “parlare in modo più nobile.”

Il signor Grewgious si tolse il cappello per lisciarsi i capelli e, dopo averli lisciati, annuì con soddisfazione e si rimise il cappello.

“Scommetterei,” disse Jasper, sorridendo — le sue labbra erano ancora così bianche che ne era consapevole, e le morsicò e inumidì mentre parlava: “Scommetterei che lei non ha accennato ad alcun desiderio di essere sciolta da Ned.”

“E vincerà la sua scommessa, se lo fa,” ribatté il signor Grewgious. “Dovremmo concedere un certo margine alle piccole delicatezze femminili in una giovane creatura senza madre, in tali circostanze, immagino; non è nel mio stile; lei che ne pensa?”

“Non c’è dubbio.”

“Sono lieto che lei dica così. Perché,” proseguì il signor Grewgious, che per tutto questo tempo aveva molto sapientemente tastato il terreno riguardo all’azione da intraprendere, basandosi su ciò che lei aveva detto dello stesso Jasper: “perché sembra avere un piccolo istinto delicato che tutti gli accordi preliminari debbano essere presi tra il signor Edwin Drood e lei stessa, capisce? Non ha bisogno di noi, non le pare?”

Jasper si toccò il petto e disse, in modo alquanto indistinto: “Intende me.”

Il signor Grewgious si toccò il petto e disse: “Intendo noi. Pertanto, lasciamo che abbiano le loro piccole discussioni e consultazioni, quando il signor Edwin Drood tornerà qui a Natale; e allora lei ed io interverremo, e daremo gli ultimi ritocchi alla faccenda.”

“Dunque, ha stabilito con lei che tornerà a Natale?” osservò Jasper. “Capisco! Signor Grewgious, come ha giustamente detto poco fa, c’è un legame così eccezionale tra mio nipote e me, che sono più sensibile per il caro, fortunato, felice, felice ragazzo che per me stesso. Ma è giusto che la giovane signora venga presa in considerazione, come lei ha sottolineato, e che io accetti le sue indicazioni. Le accetto. Capisco che a Natale completeranno i preparativi per maggio, che il loro matrimonio sarà avviato definitivamente da loro stessi, e che non resterà per noi altro che metterci in moto a nostra volta, e avere tutto pronto per il nostro formale sollevamento dagli incarichi, al compleanno di Edwin.”

“È anche la mia intenzione,” acconsentì il signor Grewgious, mentre si stringevano la mano per congedarsi. “Che Dio li benedica entrambi!”

“Che Dio li salvi entrambi!” esclamò Jasper.

“Ho detto, benedica,” osservò il primo, guardandosi indietro sopra la spalla.

“Ho detto, salvi,” ribatté il secondo. “C’è qualche differenza?”

CAPITOLO X. SPIANARE LA STRADA

È stato osservato abbastanza spesso che le donne possiedono una strana facoltà di intuire il carattere degli uomini, che sembrerebbe innata e istintiva; visto che vi si giunge senza alcun paziente processo di ragionamento, che non può darne alcuna spiegazione soddisfacente o sufficiente, e che si pronuncia nel modo più sicuro anche contro l’osservazione accumulata da parte dell’altro sesso. Ma non è stato osservato altrettanto spesso che questa facoltà (fallibile, come ogni altro attributo umano) è per la maggior parte assolutamente incapace di auto-revisione; e che quando ha espresso un parere avverso che, secondo ogni logica umana, si rivela successivamente errato, è indistinguibile dal pregiudizio, per quanto riguarda la sua determinazione a non essere corretto. Anzi, la stessa possibilità di contraddizione o smentita, per quanto remota, comunica a questo giudizio femminile fin dal principio, in nove casi su dieci, la debolezza che accompagna la testimonianza di un testimone interessato; tanto personalmente e fortemente la bella indovina si identifica con la sua divinazione.

“Ora, non pensa, cara mamma,” disse il Canonico Minore a sua madre un giorno, mentre sedeva al suo lavoro a maglia nella sua piccola stanza dei libri, “che lei sia piuttosto dura con il signor Neville?”

“No, non lo sono, Sept,” rispose la vecchia signora.

“Discutiamone, mamma.”

“Non ho obiezioni a discuterne, Sept. Confido, caro mio, di essere sempre aperta alla discussione.” Ci fu una vibrazione nella cuffia della vecchia signora, come se aggiungesse interiormente: “e vorrei vedere la discussione che mi farebbe cambiare idea!”

“Molto bene, mamma,” disse il figlio conciliante. “Non c’è nulla di meglio che essere aperti alla discussione.”

“Spero di no, caro mio,” ribatté la vecchia signora, evidentemente chiusa ad essa.

“Bene! Il signor Neville, in quella sfortunata occasione, si è compromesso sotto provocazione.”

“E sotto l’effetto del vin brulé,” aggiunse la vecchia signora.

“Devo ammettere il vino. Anche se credo che i due giovani fossero molto simili a riguardo.”

“Io no,” disse la vecchia signora.

“Perché no, mamma?”

“Perché no,” disse la vecchia signora. “Tuttavia, sono del tutto aperta alla discussione.”

“Ma, mia cara mamma, non vedo come possiamo discutere, se prende questa posizione.”

“Incolpi il signor Neville per questo, Sept, e non me,” disse la vecchia signora, con solenne severità.

“Mia cara mamma! Perché il signor Neville?”

“Perché,” disse la signora Crisparkle, rifugiandosi nei principi fondamentali, “è tornato a casa intossicato, e ha dato grande discredito a questa casa, e ha mostrato grande mancanza di rispetto a questa famiglia.”

“Questo non si può negare, mamma. Allora lo era, e ora è molto dispiaciuto per questo.”

“Ma se non fosse stato per la beneducata premura del signor Jasper nel venire da me, il giorno dopo, dopo la funzione, proprio nella Navata, ancora con la toga indosso, ed esprimendo la speranza che io non fossi rimasta molto allarmata o che il mio riposo non fosse stato violentemente interrotto, credo che non avrei mai sentito parlare di quella vergognosa faccenda,” disse la vecchia signora.

“Ad essere sincero, mamma, credo che glielo avrei tenuto nascosto se avessi potuto: sebbene non avessi preso una decisione definitiva. Stavo seguendo Jasper fuori, per conferire con lui sull’argomento, e per considerare l’opportunità che lui ed io insabbiassimo la cosa per ogni verso, quando l’ho trovato a parlare con lei. Allora era troppo tardi.”

“Troppo tardi, davvero, Sept. Era ancora pallido come le ceneri di un gentiluomo per quello che era accaduto nelle sue stanze durante la notte.”

“Se glielo avessi tenuto nascosto, mamma, può star certa che sarebbe stato per la sua pace e tranquillità, e per il bene dei giovani, e nel miglior adempimento del mio dovere secondo le mie convinzioni.”

La vecchia signora attraversò immediatamente la stanza e lo baciò, dicendo: “Naturalmente, mio caro Sept, ne sono certa.”

“Tuttavia, è diventato argomento di conversazione in città,” disse il signor Crisparkle, strofinandosi l’orecchio, mentre la madre riprendeva il suo posto e il suo lavoro a maglia, “ed è sfuggito al mio controllo.”

“E io dissi allora, Sept,” ribatté la vecchia signora, “che avevo una cattiva opinione del signor Neville. E dico ora, che ho una cattiva opinione del signor Neville. E dissi allora, e dico ora, che spero che il signor Neville possa diventare una brava persona, ma non credo che lo farà.” Qui la cuffia vibrò di nuovo considerevolmente.

“Mi dispiace sentirla dire così, mamma—”

“Mi dispiace dirlo, caro mio,” intervenne la vecchia signora, continuando a lavorare a maglia con fermezza, “ma non posso farci nulla.”

“—Poiché,” proseguì il Canonico Minore, “è innegabile che il signor Neville sia estremamente industrioso e attento, che migliori rapidamente, e che nutra — spero di poterlo dire — un attaccamento per me.”

“Non c’è alcun merito in quest’ultimo punto, caro mio,” disse la vecchia signora, velocemente; “e se dice che c’è, penso ancora peggio di lui per il vanto.”

“Ma, mia cara mamma, non ha mai detto che ci fosse.”

“Forse no,” ribatté la vecchia signora; “tuttavia, non vedo che sia di grande importanza.”

Non c’era impazienza nello sguardo piacevole con cui il signor Crisparkle contemplava il grazioso pezzo di porcellana antica mentre lavorava a maglia; ma c’era, certamente, un senso umoristico del fatto che non fosse un pezzo di porcellana con cui discutere troppo da vicino.

“Inoltre, Sept, chiediti cosa sarebbe senza sua sorella. Sai che influenza ha su di lui; sai che capacità ha; sai che tutto ciò che legge con te, lo legge con lei. Dalle la sua giusta parte delle tue lodi, e quanto ne resta per lui?”

A queste parole il signor Crisparkle cadde in una piccola reverie, in cui pensò a diverse cose. Pensò alle volte in cui aveva visto il fratello e la sorella insieme in profonda conversazione su uno dei suoi vecchi libri del college; ora, nelle mattine brinate, quando compiva quei pellegrinaggi di affinamento verso il Cloisterham Weir; ora, nelle cupe serate, quando affrontava il vento al tramonto, dopo aver scalato il suo punto di osservazione preferito, un frammento sporgente di rovina monastica; e le due figure studiose passavano sotto di lui lungo il margine del fiume, nel quale i fuochi e le luci della città già brillavano, rendendo il paesaggio più desolato. Pensò a come la consapevolezza si fosse insinuata in lui che, insegnando a uno, stava insegnando a due; e a come avesse quasi insensibilmente adattato le sue spiegazioni a entrambe le menti — quella con cui la sua era quotidianamente a contatto, e quella a cui si avvicinava solo attraverso di essa. Pensò alle chiacchiere che gli erano giunte dalla Nuns’ House, secondo cui Helena, che aveva guardato con sospetto perché così orgogliosa e fiera, si sottometteva alla fata-sposa (come la chiamava lui), e imparava da lei ciò che sapeva. Pensò alla pittoresca alleanza tra quei due, esternamente così molto diversi. Pensò — forse più di tutto — era possibile che queste cose avessero solo poche settimane di vita, e fossero diventate parte integrante della sua vita?

Poiché, ogni volta che il reverendo Septimus cadeva in meditazione, la sua buona madre lo considerava un segno infallibile che aveva “bisogno di sostegno”, la fiorente vecchia signora si affrettava verso l’armadio della sala da pranzo, per trarne il sostegno incarnato in un bicchiere di Constantia e un biscotto fatto in casa. Era un armadio meraviglioso, degno di Cloisterham e di Minor Canon Corner. Sopra di esso, un ritratto di Handel in una parrucca fluente raggiava verso lo spettatore, con un’aria sapiente di conoscere il contenuto dell’armadio, e un’aria musicale di voler combinare tutte le sue armonie in una deliziosa fuga. Non un comune armadio con una porta volgare su cerniere, apribile tutta in una volta, e che non lasciava nulla da scoprire per gradi, questo raro armadio aveva una serratura a mezz’aria, dove due guide perpendicolari si incontravano; una scendeva e l’altra spingeva verso l’alto. La guida superiore, essendo tirata verso il basso (lasciando quella inferiore un doppio mistero), rivelava profondi scaffali di barattoli di sottaceti, vasetti di marmellata, contenitori di latta, scatole di spezie, e piacevolmente bizzarri vasi di blu e bianco, gli succulenti alloggiamenti di tamarindi e zenzero conservati. Ogni benevolo abitante di questo rifugio aveva il suo nome inciso sul proprio stomaco. I sottaceti, in un’uniforme di ricco cappotto marrone a doppio petto abbottonato, e pantaloni gialli o di un cupo color kaki, annunciavano le loro forme corpulente, in caratteri stampati, come Noce, Cetriolino, Cipolla, Cavolo, Cavolfiore, Misto, e altri membri di quella nobile famiglia. Le marmellate, essendo di un temperamento meno maschile, e portando i bigodini, si annunciavano in calligrafia femminile, come un soffice sussurro, come Lampone, Uva spina, Albicocca, Prugna, Susina, Mela, e Pesca. La scena chiudendosi su queste incantatrici, e la guida inferiore ascendendo, le arance venivano rivelate, accompagnate da una possente scatola da zucchero laccata, per temperare la loro asprezza se acerbe. I biscotti fatti in casa attendevano alla Corte di questi Poteri, accompagnati da un buon frammento di plum-cake, e varie sottili dita di dama, da intingere nel vino dolce e baciare. Più in basso di tutti, una compatta volta di piombo custodiva il vino dolce e una scorta di cordiali: da dove uscivano sussurri di Arancia di Siviglia, Limone, Mandorla, e Semi di cumino. C’era un’aria culminante su questo armadio degli armadi, di essere stato per secoli attraversato dal ronzio della campana della Cattedrale e dell’organo, finché quelle venerabili api non avevano fatto miele sublimato di ogni cosa in serra; e si notava sempre che ogni tuffatore tra gli scaffali (profondi, come si è notato, e che inghiottivano testa, spalle e gomiti) ne usciva di nuovo col viso soffuso, e sembrando aver subito una trasfigurazione saccarina.

Il reverendo Septimus si arrendeva vittima altrettanto volenterosa a un nauseante armadio di erbe medicinali, anch’esso presieduto dalla pastorella di porcellana, come a questo glorioso ripostiglio. A quali incredibili infusioni di genziana, menta piperita, garofano, salvia, prezzemolo, timo, ruta, rosmarino e tarassaco, si sottometteva il suo coraggioso stomaco! In quali meravigliosi involucri, che racchiudevano strati di foglie essiccate, fasciava il suo viso roseo e soddisfatto, se sua madre sospettava che avesse il mal di denti! Quali macchie botaniche applicava allegramente sulla guancia, o sulla fronte, se la cara vecchia signora lo sorprendeva con un brufolo impercettibile lì! In questo penitenziario erbaceo, situato su un pianerottolo superiore delle scale: una cella bassa e stretta imbiancata a calce, dove mazzi di foglie essiccate pendevano da ganci arrugginiti nel soffitto, ed erano sparsi sugli scaffali, in compagnia di bottiglie portentose: veniva condotto sottomessamente il reverendo Septimus, come l’agnello altamente popolare che è stato così a lungo e senza resistenza condotto al macello, e lì, a differenza di quell’agnello, non annoiava nessuno se non se stesso. Non facendo nemmeno tanto, pur di far sì che la vecchia signora fosse occupata e contenta, deglutiva tranquillamente ciò che gli veniva dato, facendo semplicemente un tuffo correttivo di mani e viso nella grande ciotola di petali di rosa essiccati, e nell’altra grande ciotola di lavanda essiccata, e poi usciva, fiducioso nel potere dolcificante del Cloisterham Weir e di una mente sana, come Lady Macbeth era disperata per quelli di tutti i mari che ondeggiano.

Nel caso presente, il buon Canonico Minore prese il suo bicchiere di Constantia con un’eccellente grazia, e, così sostenuto con soddisfazione di sua madre, si applicò ai restanti doveri della giornata. Nel loro progresso ordinato e puntuale portarono il Vesperale e il crepuscolo. Essendo la Cattedrale molto fredda, partì per un trotto veloce dopo la funzione; il trotto doveva concludersi con un assalto al suo frammento di rovina preferito, che doveva essere preso d’assalto, senza una pausa per riprendere fiato.

Lo prese in modo magistrale, e, non ancora affannato, rimase a guardare giù verso il fiume. Il fiume a Cloisterham è sufficientemente vicino al mare da gettare spesso sulla riva una quantità di alghe. Una quantità insolita era arrivata con l’ultima marea, e questa, e la confusione dell’acqua, e l’irrequieto tuffarsi e sbattere dei rumorosi gabbiani, e una luce rabbiosa verso il mare oltre le chiatte dalle vele marroni che stavano diventando nere, presagivano una notte tempestosa. Nella sua mente stava contrapponendo il mare selvaggio e rumoroso al porto tranquillo di Minor Canon Corner, quando Helena e Neville Landless passarono sotto di lui. Aveva avuto i due insieme nei suoi pensieri tutto il giorno, e scese immediatamente per parlare con loro insieme. Il terreno era accidentato in una luce incerta per qualsiasi passo che non fosse quello di un buon scalatore; ma il Canonico Minore era un bravo scalatore quanto la maggior parte degli uomini, e si trovò accanto a loro prima che molti bravi scalatori fossero arrivati a metà strada.

“Una serata selvaggia, signorina Landless! Non trova la vostra solita passeggiata con suo fratello troppo esposta e fredda per il periodo dell’anno? O in ogni caso, quando il sole è tramontato, e il tempo si sta spingendo dal mare?”

Helena pensava di no. Era la loro passeggiata preferita. Era molto appartata.

“È molto appartata,” acconsentì il signor Crisparkle, cogliendo immediatamente l’opportunità e camminando con loro. “È un luogo su tutti gli altri dove si può parlare senza interruzioni, come desidero fare. Signor Neville, credo che lei dica a sua sorella tutto ciò che passa tra noi?”

“Tutto, signore.”

“Di conseguenza,” disse il signor Crisparkle, “sua sorella è consapevole che l’ho ripetutamente esortata a fare una sorta di scusa per quello sfortunato avvenimento accaduto la notte del suo arrivo qui.” Nel dirlo guardò lei, e non lui; perciò fu lei, e non lui, a rispondere:

“Sì.”

“Lo chiamo sfortunato, signorina Helena,” riprese il signor Crisparkle, “poiché certamente ha generato un pregiudizio contro Neville. C’è l’idea, in giro, che sia un individuo pericolosamente appassionato, di un temperamento incontrollabile e furioso: è realmente evitato come tale.”

“Non ho dubbi che lo sia, poveretto,” disse Helena, con uno sguardo di orgogliosa compassione verso il fratello, esprimendo un profondo senso del fatto che fosse trattato in modo ingeneroso. “Ne sarei del tutto sicura, dal fatto che lo dica lei; ma ciò che mi dice è confermato da accenni e riferimenti repressi che incontro ogni giorno.”

“Ora,” riprese di nuovo il signor Crisparkle, con un tono di mite ma ferma persuasione, “non è da rammaricarsi, e non dovrebbe essere emendato? Questi sono i primi giorni di Neville a Cloisterham, e non ho paura che superi un tale pregiudizio, e dimostri di essere stato frainteso. Ma quanto sarebbe più saggio agire immediatamente, piuttosto che confidare nel tempo incerto! Inoltre, a parte l’essere politico, è giusto. Perché non c’è dubbio che Neville avesse torto.”

“È stato provocato,” obiettò Helena.

“È stato lui l’aggressore,” obiettò il signor Crisparkle.

Camminarono in silenzio, finché Helena alzò gli occhi verso il volto del Canonico Minore, e disse, quasi con rimprovero: “O signor Crisparkle, vorrebbe che Neville si gettasse ai piedi del giovane Drood, o a quelli del signor Jasper, che lo calunnia ogni giorno? Nel suo cuore non può volerlo dire. Dal suo cuore non potrebbe farlo, se il suo caso fosse il suo.”

“Ho rappresentato al signor Crisparkle, Helena,” disse Neville, con uno sguardo di deferenza verso il suo tutore, “che se potessi farlo dal profondo del cuore, lo farei. Ma non posso, e mi rivolto alla finzione. Lei dimentica tuttavia, che porre il caso al signor Crisparkle come fosse il suo, significa supporre di aver fatto ciò che ho fatto io.”

“Chiedo scusa,” disse Helena.

“Vede,” osservò il signor Crisparkle, cogliendo di nuovo l’opportunità, sebbene con un tocco moderato e delicato, “entrambi riconoscete istintivamente che Neville ha sbagliato. Allora perché fermarsi, e non riconoscerlo diversamente?”

“C’è qualche differenza,” chiese Helena, con un po’ di esitazione nei modi; “tra la sottomissione a uno spirito generoso, e la sottomissione a uno meschino o banale?”

Prima che il degno Canonico Minore fosse del tutto pronto con il suo argomento in riferimento a questa sottile distinzione, Neville intervenne:

“Mi aiuti a chiarirmi con il signor Crisparkle, Helena. Mi aiuti a convincerlo che non posso essere il primo a fare concessioni senza derisione e falsità. La mia natura deve essere cambiata prima che io possa farlo, e non è cambiata. Sono consapevole di un’ineffabile offesa, e di una deliberata aggravante di un’ineffabile offesa, e sono arrabbiato. La semplice verità è, che sono ancora arrabbiato quando ricordo quella notte come lo ero quella notte.”

“Neville,” accennò il Canonico Minore, con un volto fermo, “hai ripetuto quell’azione precedente delle tue mani, che non mi piace affatto.”

“Mi dispiace, signore, ma è stata involontaria. Ho confessato di essere ancora così arrabbiato.”

“E io confesso,” disse il signor Crisparkle, “che speravo in cose migliori.”

“Mi dispiace deluderla, signore, ma sarebbe molto peggio ingannarla, e la ingannerei grossolanamente se fingessi che lei mi abbia ammorbidito sotto questo aspetto. Il tempo potrà venire in cui la sua potente influenza farà persino questo con il difficile allievo di cui conosce i precedenti; ma non è ancora giunto. È così, e a dispetto delle mie lotte contro me stesso, Helena?”

Lei, i cui occhi scuri stavano osservando l’effetto di ciò che lui diceva sul volto del signor Crisparkle, rispose — al signor Crisparkle, non a lui: “È così.” Dopo una breve pausa, rispose al minimo sguardo di indagine concepibile, negli occhi di suo fratello, con un cenno di assenso altrettanto leggero del proprio capo; e lui continuò:

“Non ho ancora avuto il coraggio di dirle, signore, ciò che con piena franchezza avrei dovuto dirle quando ha parlato con me per la prima volta di questo argomento. Non è facile da dire, e sono stato trattenuto dal timore che possa sembrare ridicolo, timore che mi opprime fortemente fino a quest’ultimo momento, e che, se non fosse per mia sorella, potrebbe impedirmi di essere del tutto sincero con lei anche ora. Ammiro la signorina Bud, signore, così tanto che non posso sopportare che venga trattata con presunzione o indifferenza; e anche se non sentissi di aver subito un torto dal giovane Drood per conto mio, sentirei di aver subito un torto da lui per conto suo.”

Il signor Crisparkle, in preda a un totale stupore, guardò Helena in cerca di conferma, e trovò nel suo volto espressivo piena conferma e una richiesta di consiglio.

“La giovane signora di cui parlate è, come sapete, signor Neville, prossima al matrimonio,” disse il signor Crisparkle, gravemente; “pertanto la vostra ammirazione, se è di quella natura speciale che sembrate indicare, è scandalosamente fuori luogo. Inoltre, è mostruoso che vi arroghiate il diritto di essere il paladino della giovane signora contro il suo promesso sposo. Oltretutto, li avete visti solo una volta. La giovane signora è diventata amica di vostra sorella; e mi meraviglia che vostra sorella, anche per conto suo, non vi abbia frenato in questa fantasia irrazionale e colpevole.”

“Ci ha provato, signore, ma inutilmente. Marito o non marito, quel tizio è incapace del sentimento che mi ispira la bella creatura che lui tratta come una bambola. Dico che ne è incapace quanto è indegno di lei. Dico che lei viene sacrificata nell’essere concessa a lui. Dico che io la amo, e disprezzo e odio lui!” Questo con un volto così arrossato e un gesto così violento che sua sorella attraversò la stanza fino al suo fianco e gli prese il braccio, ammonendolo: “Neville, Neville!”

Così richiamato a se stesso, egli si rese conto rapidamente di aver perso il controllo che aveva imposto alla sua tendenza passionale, e si coprì il volto con la mano, come un uomo pentito e infelice.

Il signor Crisparkle, osservandolo attentamente e allo stesso tempo meditando sul da farsi, camminò per alcuni passi in silenzio. Poi parlò:

“Signor Neville, signor Neville, sono profondamente addolorato di vedere in voi ulteriori tracce di un carattere cupo, collerico e selvaggio, come la notte che ora volge al termine. Sono aspetti troppo seri per lasciarmi la risorsa di trattare l’infatuazione che avete rivelato come non meritevole di seria considerazione. Le do una considerazione molto seria, e vi parlo di conseguenza. Questa faida tra voi e il giovane Drood non deve continuare. Non posso permettere che continui ancora, sapendo ciò che ora so da voi, e vivendo voi sotto il mio tetto. Qualunque interpretazione prevenuta e non autorizzata la vostra cieca e invidiosa ira possa dare al suo carattere, è un carattere franco e di buon cuore. So di potermi fidare di questo. Ora, vi prego di osservare ciò che sto per dire. Riflettendoci, e secondo la rappresentazione di vostra sorella, sono disposto ad ammettere che, nel fare pace con il giovane Drood, avete il diritto di essere venuti incontro a metà strada. Mi impegnerò affinché lo siate, e persino che il giovane Drood faccia il primo passo. Questa condizione soddisfatta, mi darete l’onore di un gentiluomo cristiano che la lite è per sempre finita da parte vostra. Cosa possa esserci nel vostro cuore quando gli stringerete la mano, può saperlo solo lo scrutatore di tutti i cuori; ma non vi andrà mai bene, se vi sarà del tradimento. Fin qui, per quanto riguarda questo; ora, per quanto riguarda quella che devo definire di nuovo come la vostra infatuazione. Capisco che sia stata confidata a me, e che non sia nota ad altre persone se non a vostra sorella e a voi stesso. Ho inteso correttamente?”

Helena rispose a voce bassa: “È nota solo a noi tre che siamo qui insieme.”

“Non è affatto nota alla giovane signora, vostra amica?”

“Anima mia, no!”

“Vi richiedo, dunque, di darmi la vostra analoga e solenne promessa, signor Neville, che rimanga il segreto che è, e che non intraprenderete alcuna altra azione di sorta se non cercare (e questo con la massima serietà) di cancellarla dalla vostra mente. Non vi dirò che passerà presto; non vi dirò che è il capriccio del momento; non vi dirò che tali capricci nascono e muoiono tra i giovani e gli ardenti ogni ora; vi lascerò indisturbato nella convinzione che abbia pochi paralleli o nessuno, che rimarrà con voi a lungo, e che sarà molto difficile da vincere. Tanto più peso darò alla promessa che vi richiedo, quando sarà data senza riserve.”

Il giovane tentò due o tre volte di parlare, ma fallì.

“Lasciate che vi lasci con vostra sorella, che è ora che accompagniate a casa,” disse il signor Crisparkle. “Mi troverete solo nella mia stanza tra poco.”

“La prego, non ci lasci ancora,” lo implorò Helena. “Un altro minuto.”

“Non avrei,” disse Neville, premendo la mano sul volto, “avuto bisogno nemmeno di un altro minuto, se lei fosse stato meno paziente con me, signor Crisparkle, meno premuroso nei miei confronti, e meno umilmente buono e leale. Oh, se nella mia infanzia avessi conosciuto una guida simile!”

“Segui la tua guida ora, Neville,” mormorò Helena, “e seguila fino al Cielo!”

C’era qualcosa nel suo tono che spezzò la voce del buon Canonico Minore, altrimenti avrebbe ripudiato la sua esaltazione. Così com’era, appoggiò un dito sulle labbra e guardò verso suo fratello.

“Dire che faccio entrambe le promesse, signor Crisparkle, dal profondo del mio cuore, e dire che non vi è alcun tradimento in esse, significa non dire nulla!” Così Neville, molto commosso. “Chiedo il suo perdono per il mio miserabile cedimento in un impeto di passione.”

“Non il mio, Neville, non il mio. Sapete con chi risiede il perdono, come il più alto attributo concepibile. Signorina Helena, lei e suo fratello siete gemelli. Siete venuti al mondo con le stesse disposizioni, e avete trascorso i vostri anni più giovani insieme circondati dalle stesse circostanze avverse. Ciò che avete superato in voi stessa, non potete superarlo in lui? Vedete la roccia che giace nel suo percorso. Chi se non voi può tenerlo lontano da essa?”

“Chi se non lei, signore?” rispose Helena. “Qual è la mia influenza, o la mia debole saggezza, a confronto della vostra!”

“Voi avete la saggezza dell’Amore,” rispose il Canonico Minore, “e quella è stata la più alta saggezza mai conosciuta su questa terra, ricordatelo. Quanto alla mia... ma meno si dice di quella merce comune, meglio è. Buona notte!”

Lei prese la mano che lui le offriva, e con gratitudine e quasi con riverenza la portò alle labbra.

“Via!” disse il Canonico Minore dolcemente, “sono fin troppo pagato!” e si voltò.

Rifacendo i suoi passi verso il chiostro della Cattedrale, cercò, mentre procedeva nel buio, di pensare ai mezzi migliori per far avverare ciò che aveva promesso di realizzare, e ciò che doveva in qualche modo essere fatto. “Probabilmente mi verrà chiesto di sposarli,” rifletté, “e vorrei che fossero sposati e partiti! Ma questo preme prima.”

Discusse principalmente se scrivere al giovane Drood, o se parlare a Jasper. La consapevolezza di essere popolare presso l’intero apparato della Cattedrale lo inclinò verso la seconda opzione, e la vista tempestiva della portineria illuminata lo convinse a farlo. “Colpirò finché il ferro è caldo,” disse, “e lo vedrò ora.”

Jasper era disteso a dormire su un divano davanti al fuoco, quando, dopo aver salito la scala della porta secondaria e non aver ricevuto risposta al suo bussare alla porta, il signor Crisparkle girò delicatamente la maniglia e guardò dentro. Molto tempo dopo ebbe motivo di ricordare come Jasper balzò dal divano in uno stato delirante tra il sonno e la veglia, esclamando: “Che succede? Chi è stato?”

“Sono solo io, Jasper. Mi dispiace averti disturbato.”

Il bagliore dei suoi occhi si placò in uno sguardo di riconoscimento, e spostò una sedia o due per fare spazio verso il focolare.

“Stavo sognando intensamente, e sono contento di essere stato disturbato da un sonno post-prandiale indigesto. Senza contare che tu sei sempre il benvenuto.”

“Grazie. Non sono certo,” rispose il signor Crisparkle, sedendosi nella poltrona preparata per lui, “che il mio argomento sarà a prima vista ben accetto quanto me; ma sono un ministro di pace, e perseguo il mio argomento nell’interesse della pace. In una parola, Jasper, voglio stabilire la pace tra questi due giovani.”

Un’espressione molto perplessa si impadronì del volto del signor Jasper; un’espressione molto sconcertante, inoltre, poiché il signor Crisparkle non riusciva a capirci nulla.

“Come?” fu la richiesta di Jasper, con voce bassa e lenta, dopo un silenzio.

“Per il ‘come’ vengo da te. Voglio chiederti di farmi il grande favore e servizio di intercedere presso tuo nipote (ho già interceduto presso il signor Neville), e di convincerlo a scriverti un breve biglietto, nel suo modo vivace, dicendo che è disposto a stringersi la mano. So che tipo di ragazzo di buon cuore sia, e che influenza tu abbia su di lui. E senza minimamente difendere il signor Neville, dobbiamo tutti ammettere che è stato amaramente punto.”

Jasper voltò quel volto perplesso verso il fuoco. Il signor Crisparkle, continuando a osservarlo, lo trovò ancora più perplesso di prima, in quanto sembrava denotare (il che poteva difficilmente essere) qualche calcolo interno profondo.

“So che non sei prevenuto a favore del signor Neville,” stava proseguendo il Canonico Minore, quando Jasper lo interruppe:

“Hai motivo di dirlo. Non lo sono, davvero.”

“Indubbiamente; e ammetto la sua deplorevole violenza di temperamento, sebbene spero che lui e io avremo la meglio su di essa insieme. Ma ho preteso da lui una promessa molto solenne riguardo al suo futuro comportamento verso tuo nipote, se tu intercederai gentilmente; e sono sicuro che la manterrà.”

“Sei sempre responsabile e degno di fiducia, signor Crisparkle. Ti senti davvero sicuro di poter rispondere per lui così con sicurezza?”

“Lo sono.”

Lo sguardo perplesso e sconcertante svanì.

“Allora mi sollevi da un grande timore e da un peso grave,” disse Jasper; “lo farò.”

Il signor Crisparkle, deliziato dalla rapidità e completezza del suo successo, lo riconobbe nei termini più gentili.

“Lo farò,” ripeté Jasper, “per il conforto di avere la tua garanzia contro i miei timori vaghi e infondati. Riderai, ma tieni un diario?”

“Una riga al giorno; non di più.”

“Una riga al giorno sarebbe quanto basterebbe alla mia vita priva di eventi, Dio sa,” disse Jasper, prendendo un libro da una scrivania, “ma il fatto è che il mio diario è, in realtà, anche un diario della vita di Ned. Riderai di questa annotazione; indovinerai quando è stata fatta:

“‘Passata la mezzanotte.—Dopo ciò che ho appena visto, ho un timore morboso di alcune terribili conseguenze che potrebbero derivare al mio caro ragazzo, contro le quali non posso ragionare o in alcun modo combattere. Tutti i miei sforzi sono vani. La passione demoniaca di questo Neville Landless, la sua forza nella furia, e la sua rabbia selvaggia per la distruzione del suo obiettivo, mi sconvolgono. Così profonda è l’impressione, che due volte sono andato nella stanza del mio caro ragazzo, per assicurarmi che dormisse al sicuro, e non giacesse morto nel suo sangue.’”

“Ecco un’altra annotazione la mattina successiva:

“‘Ned alzato e via. Spensierato e ignaro come sempre. Ha riso quando l’ho avvertito, e ha detto che era un uomo valido quanto Neville Landless in qualsiasi momento. Gli ho detto che poteva essere, ma che non era un uomo cattivo quanto lui. Ha continuato a prenderla alla leggera, ma ho viaggiato con lui finché ho potuto, e l’ho lasciato molto malvolentieri. Sono incapace di scrollarmi di dosso questi oscuri presentimenti intangibili di male, se così si devono chiamare i sentimenti fondati su fatti evidenti.’”

“Ancora e ancora,” disse Jasper, in conclusione, facendo roteare le pagine del libro prima di riporlo, “sono ricaduto in questi stati d’animo, come mostrano altre annotazioni. Ma ora ho la tua rassicurazione alle spalle, e la metterò nel mio libro, e ne farò un antidoto ai miei umori neri.”

“Un antidoto, spero,” rispose il signor Crisparkle, “tale da indurti tra non molto a consegnare gli umori neri alle fiamme. Dovrei essere l’ultimo a trovare qualcosa da ridire su di te questa sera, quando hai accolto i miei desideri così liberamente; ma devo dire, Jasper, che la tua devozione per tuo nipote ti ha reso esagerato qui.”

“Tu sei il mio testimone,” disse Jasper, scrollando le spalle, “quale fosse onestamente il mio stato d’animo, quella notte, prima che mi sedessi a scrivere, e con quali parole l’ho espresso. Ricordi di aver obiettato a una parola che ho usato, come troppo forte? Era una parola più forte di qualsiasi altra nel mio diario.”

“Bene, bene. Prova l’antidoto,” replicò il signor Crisparkle; “e possa darti una visione più luminosa e migliore del caso! Non ne discuteremo più ora. Devo ringraziarti per me stesso, ringraziarti sinceramente.”

“Vedrai,” disse Jasper, mentre si stringevano la mano, “che non farò la cosa che desideri a metà. Mi assicurerò che Ned, cedendo in qualcosa, ceda completamente.”

Il terzo giorno dopo questa conversazione, si recò dal signor Crisparkle con la seguente lettera:

“MIO CARO JACK, “Sono toccato dal tuo racconto del tuo colloquio con il signor Crisparkle, che rispetto e stimo molto. Dico subito apertamente che ho dimenticato me stesso in quell’occasione tanto quanto il signor Landless, e che desidero che il passato sia passato, e che tutto torni a posto. “Senti qui, caro vecchio amico. Invita il signor Landless a cena la vigilia di Natale (più è bello il giorno, più è bella l’azione), e che ci siamo solo noi tre, e stringiamoci la mano tutti quanti lì per lì, e non parliamone più.

“Mio caro Jack, “Sempre il tuo più affettuoso, “EDWIN DROOD.

“P.S. Amore alla signorina Pussy alla prossima lezione di musica.”

“Ti aspetti il signor Neville, dunque?” disse il signor Crisparkle.

“Conto sul suo arrivo,” disse il signor Jasper.

CAPITOLO XI. UN QUADRO E UN ANELLO

Dietro la parte più antica di Holborn, a Londra, dove certe case a capanna di alcuni secoli fa stanno ancora guardando la via pubblica, come se guardassero sconsolatamente il vecchio Bourne che da tempo si è prosciugato, c’è un piccolo angolo composto da due quadrangoli irregolari, chiamato Staple Inn. È uno di quegli angoli che, svoltandovi dalla strada chiassosa, conferisce al pedone sollevato la sensazione di aver messo cotone nelle orecchie e suole di velluto agli stivali. È uno di quegli angoli dove pochi passeri fumosi cinguettano su alberi fumosi, come se si chiamassero l’un l’altro: “Giochiamo a fare i campagnoli”, e dove pochi piedi di terra da giardino e pochi metri di ghiaia permettono loro di fare quella rinfrescante violenza alle loro minuscole intelligenze. Inoltre, è uno di quegli angoli che sono angoli legali; e contiene una piccola Sala, con una piccola lanterna sul tetto: a quali scopi ostruzionistici dedicata, e a spese di chi, questa storia non lo sa.

Nei giorni in cui Cloisterham si offese per l’esistenza di una ferrovia in lontananza, come minacciante quella costituzione sensibile, proprietà di noi britannici: lo strano destino della quale sacra istituzione è quello di essere in egual misura gracidato, temuto e vantato, qualunque cosa accada a qualsiasi cosa, ovunque nel mondo: in quei giorni nessuna architettura vicina di proporzioni elevate era sorta a oscurare Staple Inn. Il sole al tramonto gli concedeva sguardi luminosi, e il vento di sud-ovest vi soffiava senza impedimenti.

Né il vento né il sole, tuttavia, favorirono Staple Inn un pomeriggio di dicembre verso le sei, quando era pieno di nebbia, e le candele gettavano raggi torbidi e sfocati attraverso le finestre di tutti i suoi appartamenti allora occupati; in particolare da un appartamento in una casa d’angolo nel piccolo quadrangolo interno, che presentava in bianco e nero sopra il suo brutto portale la misteriosa iscrizione:

P J T 1747

In quell’appartamento, non essendosi mai preoccupato della scritta, se non per pensare a se stesso in momenti strani dandovi un’occhiata, che forse potesse significare Perhaps John Thomas, o Perhaps Joe Tyler, sedeva il signor Grewgious a scrivere vicino al suo fuoco.

Chi avrebbe potuto dire, guardando il signor Grewgious, se avesse mai conosciuto ambizione o delusione? Era stato educato all’avvocatura, e si era preparato per la pratica in studio; per redigere atti; “trasmettere, così lo chiamano i saggi”, come dice Pistol. Ma la trasmissione e lui avevano fatto un matrimonio così mediocre che si erano separati di comune accordo — se si può dire separazione dove non c’è mai stato un incontro.

No. La timida trasmissione non voleva venire dal signor Grewgious. Era corteggiata, non vinta, e presero le loro strade separate. Ma un arbitrato essendo stato soffiato verso di lui da qualche vento inspiegabile, e lui guadagnando grande credito in esso come persona instancabile nel cercare ciò che è giusto e nel fare ciò che è giusto, un incarico di curatore fallimentare piuttosto grasso fu poi soffiato nella sua tasca da un vento più riconducibile alla sua fonte. Così, per caso, aveva trovato la sua nicchia. Curatore e agente ora, per due ricchi patrimoni, e delegando i loro affari legali, in una quantità che valeva la pena avere, a uno studio di avvocati al piano di sotto, aveva spento la sua ambizione (supponendo che l’avesse mai accesa), e si era stabilito con i suoi smoccolatoi per il resto della sua vita sotto la vite secca e il fico di P. J. T., che piantò nel millesettecentoquarantasette.

Molti conti e libri contabili, molti archivi di corrispondenza e diverse casseforti guarnivano la stanza del signor Grewgious. Si può a stento dire che l’abbiano ingombrata, tanto coscienziosa e precisa era la loro disposizione ordinata. L’apprensione di morire improvvisamente, e di lasciare un fatto o una cifra con qualsiasi incompletezza o oscurità ad essa collegata, avrebbe steso il signor Grewgious morto stecchito in qualsiasi giorno. La massima fedeltà a un incarico era la linfa vitale dell’uomo. Ci sono tipi di linfa vitale che scorrono più velocemente, più gaiamente, più attraentemente; ma non c’è tipo migliore in circolazione.

Non c’era lusso nella sua stanza. Anche i suoi comfort erano limitati al fatto di essere asciutta e calda, e di avere un focolare accogliente sebbene sbiadito. Ciò che può essere definita la sua vita privata era confinata al focolare, e a una poltrona, e a un vecchio tavolo rotondo occasionale che veniva fuori sul tappeto dopo le ore di lavoro, da un angolo dove altrimenti rimaneva ripiegato come uno splendente scudo di mogano. Dietro di esso, quando stava così sulla difensiva, c’era un ripostiglio, che conteneva solitamente qualcosa di buono da bere. Una stanza esterna era la stanza del commesso; la stanza da letto del signor Grewgious era attraverso la scala comune; e deteneva alcune cantine non vuote in fondo alla scala comune. Trecento giorni all’anno, almeno, attraversava verso l’albergo a Furnival’s Inn per la sua cena, e dopo cena attraversava di nuovo indietro, per sfruttare al meglio queste semplicità finché non fosse diventato di nuovo giorno lavorativo, con P. J. T., data millesettecentoquarantasette.

Mentre il signor Grewgious sedeva e scriveva vicino al suo fuoco quel pomeriggio, così sedeva e scriveva il commesso del signor Grewgious vicino al suo fuoco. Una persona pallida, dal viso gonfio, dai capelli scuri di trent’anni, con grandi occhi scuri che mancavano completamente di lucentezza, e una carnagione insoddisfatta e pastosa, che sembrava chiedere di essere mandata dal fornaio, questo assistente era un essere misterioso, posseduto da qualche strano potere sul signor Grewgious. Come se fosse stato chiamato all’esistenza, come un favoloso Familiare, da un incantesimo magico che aveva fallito quando richiesto di congedarlo, rimaneva attaccato allo sgabello del signor Grewgious, sebbene il comfort e la comodità del signor Grewgious sarebbero stati manifestamente avanzati dal dispossessarlo. Una persona cupa con ciocche aggrovigliate, e un’aria generale di essere stato allevato all’ombra di quell’albero funesto di Giava che ha dato rifugio a più bugie dell’intero regno botanico, il signor Grewgious, tuttavia, lo trattava con inspiegabile considerazione.

«Ora, Bazzard», disse il signor Grewgious all’ingresso del suo impiegato: alzando lo sguardo dalle sue carte mentre le sistemava per la notte: «cosa c’è nell’aria, oltre alla nebbia?»

«Il signor Drood», disse Bazzard.

«Cosa si dice di lui?»

«È passato», disse Bazzard.

«Avresti potuto farlo entrare.»

«Lo sto facendo», disse Bazzard.

Il visitatore entrò di conseguenza.

«Dio mio!» disse il signor Grewgious, guardandosi attorno tra le sue due candele da scrivania. «Pensavo che fossi passato, avessi semplicemente lasciato il tuo nome e fossi andato via. Come va, signor Edwin? Mio Dio, sta soffocando!»

«È questa nebbia», rispose Edwin; «e mi fa bruciare gli occhi, come pepe di Cayenna.»

«È davvero così brutta? La prego, si tolga gli involucri. È una fortuna che io abbia un così buon fuoco; ma il signor Bazzard si è preso cura di me.»

«No, non l’ho fatto», disse il signor Bazzard sulla porta.

«Ah! allora ne consegue che devo essermi preso cura di me stesso senza accorgermene», disse il signor Grewgious. «La prego, si sieda sulla mia poltrona. No. La prego! Uscendo da un’atmosfera simile, sulla mia poltrona.»

Edwin prese la poltrona nell’angolo; e la nebbia che aveva portato con sé, e la nebbia che si tolse insieme al pastrano e allo scialle da collo, fu rapidamente risucchiata dall’avido fuoco.

«Ho l’aria», disse Edwin, sorridendo, «di essere venuto per restare.»

«—A proposito», esclamò il signor Grewgious; «mi scusi se la interrompo; resti pure. La nebbia potrebbe diradarsi tra un’ora o due. Possiamo farci portare la cena da appena oltre Holborn. È meglio che si prenda il suo pepe di Cayenna qui piuttosto che fuori; la prego, resti a cena.»

«Lei è molto gentile», disse Edwin, guardandosi intorno come attratto dall’idea di un nuovo e stuzzicante tipo di festa zingaresca.

«Nient’affatto», disse il signor Grewgious; «lei è molto gentile a unirsi a uno scapolo nei suoi uffici e a tentare la sorte. E chiederò», disse il signor Grewgious, abbassando la voce e parlando con un luccichio negli occhi, come ispirato da un’idea brillante: «chiederò a Bazzard. Altrimenti potrebbe non gradire.—Bazzard!»

Bazzard riapparve.

«Cena subito con il signor Drood e me.»

«Se mi viene ordinato di cenare, naturalmente lo farò, signore», fu la cupa risposta.

«Salvate quest’uomo!» esclamò il signor Grewgious. «Non le è stato ordinato; è stato invitato.»

«Grazie, signore», disse Bazzard; «in tal caso non mi dispiace se lo faccio.»

«È stabilito. E forse non le dispiacerebbe», disse il signor Grewgious, «fare un salto all’albergo di Furnival’s e chiedere loro di mandare il necessario per apparecchiare. Per cena avremo una zuppiera della zuppa più calda e sostanziosa disponibile, e avremo il miglior piatto cucinato che si possa raccomandare, e avremo una portata di carne (come un cosciotto di montone), e avremo un’oca, o un tacchino, o qualsiasi piccola cosa farcita di quel genere che possa esserci nel menu; in breve, avremo tutto ciò che c’è a disposizione.»

Queste generose istruzioni furono impartite dal signor Grewgious con la sua solita aria di chi legge un inventario, o ripete una lezione, o fa qualsiasi altra cosa a memoria. Bazzard, dopo aver estratto il tavolo rotondo, si ritirò per eseguirle.

«Ero un po’ delicato, vede», disse il signor Grewgious, con tono più basso, dopo la partenza del suo impiegato, «riguardo all’impiegarlo nel dipartimento di approvvigionamento o commissariato. Perché potrebbe non gradire.»

«Sembra che faccia a modo suo, signore», osservò Edwin.

«A modo suo?» ribatté il signor Grewgious. «Oh, caro lei, no! Pover’uomo, si sbaglia di grosso su di lui. Se facesse a modo suo, non sarebbe qui.»

«Mi chiedo dove sarebbe!» pensò Edwin. Ma lo pensò soltanto, perché il signor Grewgious si avvicinò e si piazzò con la schiena contro l’altro angolo del camino, le scapole contro la cornice, e si sistemò i lembi della giacca per una conversazione rilassata.

«Suppongo, senza avere il dono della profezia, che lei mi abbia fatto il favore di passare per accennare al fatto che sta andando laggiù — dove posso dirle che è atteso — e per offrirsi di eseguire qualche mia piccola commissione presso la mia incantevole pupilla, e forse per darmi una svegliata su qualche procedimento? Eh, signor Edwin?»

«Sono passato, signore, prima di scendere, come atto di attenzione.»

«Di attenzione!» disse il signor Grewgious. «Ah! naturalmente, non di impazienza?»

«Impazienza, signore?»

Il signor Grewgious aveva inteso essere malizioso — non che esprimesse minimamente quel significato — e si era portato in una vicinanza al fuoco a stento sostenibile, come per bruciare l’effetto più pieno della sua malizia dentro di sé, come altre sottili impressioni vengono impresse nei metalli duri. Ma la sua malizia svanì improvvisamente davanti al volto e ai modi composti del suo visitatore, e rimanendo soltanto il fuoco, sussultò e si sfregò.

«Sono stato laggiù di recente», disse il signor Grewgious, risistemandosi i lembi della giacca; «ed è a questo che mi riferivo, quando ho detto che potevo dirle che è atteso.»

«Davvero, signore! Sì; sapevo che Pussy mi stava aspettando.»

«Tiene un gatto laggiù?» chiese il signor Grewgious.

Edwin arrossì un poco mentre spiegava: «Chiamo Rosa Pussy.»

«Oh, davvero», disse il signor Grewgious, lisciandosi la testa; «è molto affabile.»

Edwin lanciò un’occhiata al suo viso, incerto se disapprovasse o meno seriamente l’appellativo. Ma Edwin avrebbe potuto altrettanto bene guardare il quadrante di un orologio.

«Un nomignolo, signore», spiegò di nuovo.

«Umps», disse il signor Grewgious, con un cenno del capo. Ma con un compromesso così straordinario tra un assenso incondizionato e un dissenso qualificato, che il suo visitatore ne fu molto sconcertato.

«PRosa...» iniziò Edwin per riprendersi.

«PRosa?» ripeté il signor Grewgious.

«Stavo per dire Pussy, e ho cambiato idea; — le ha detto qualcosa dei Landless?»

«No», disse il signor Grewgious. «Cosa sono i Landless? Una proprietà? Una villa? Una fattoria?»

«Un fratello e una sorella. La sorella è alla Nuns’ House ed è diventata una grande amica di P...»

«...Rosa», intervenne il signor Grewgious, con un volto impassibile.

«È una ragazza straordinariamente bella, signore, e pensavo che le potesse essere stata descritta, o forse presentata?»

«Nessuna delle due cose», disse il signor Grewgious. «Ma ecco Bazzard.»

Bazzard tornò, accompagnato da due camerieri — un cameriere immobile e un cameriere volante; e i tre portarono con sé tanta nebbia da dare un nuovo ruggito al fuoco. Il cameriere volante, che aveva portato tutto sulle spalle, apparecchiò la tavola con incredibile rapidità e destrezza; mentre il cameriere immobile, che non aveva portato nulla, trovava da ridire su di lui. Il cameriere volante poi lucidò accuratamente tutti i bicchieri che aveva portato, e il cameriere immobile li scrutò attraverso. Il cameriere volante poi volò attraverso Holborn per la zuppa, e tornò volando, e poi fece un altro volo per il piatto cucinato, e tornò volando, e poi fece un altro volo per la portata di carne e il pollame, e tornò volando, e nel frattempo fece voli supplementari per una grande varietà di articoli, poiché si scopriva di volta in volta che il cameriere immobile li aveva dimenticati tutti. Ma per quanto il cameriere volante potesse fendere l’aria, al suo ritorno veniva sempre rimproverato dal cameriere immobile per aver portato nebbia con sé e per essere senza fiato. Alla conclusione del pasto, momento in cui il cameriere volante era gravemente esausto, il cameriere immobile raccolse la tovaglia sotto il braccio con aria grandiosa e, dopo aver guardato severamente (per non dire con indignazione) il cameriere volante mentre disponeva i bicchieri puliti, rivolse uno sguardo di commiato al signor Grewgious, che trasmetteva: «Che sia chiaramente inteso tra noi che la ricompensa è mia, e che il Nulla è il credito di questo schiavo», e spinse il cameriere volante fuori dalla stanza davanti a sé.

Era come un dipinto in miniatura altamente rifinito che rappresentava i Signori del Dipartimento della Circonlocuzione, il Comando in Capo di qualsiasi tipo, il Governo. Era proprio un piccolo quadro edificante da appendere in bella mostra alla National Gallery.

Poiché la nebbia era stata la causa prossima di questo sontuoso banchetto, così la nebbia servì come sua salsa generale. Sentire gli impiegati all’aperto starnutire, rantolare e battere i piedi sulla ghiaia era un condimento di gran lunga superiore a quello del Dottor Kitchener. Ordinare, con un brivido, allo sfortunato cameriere volante di chiudere la porta prima ancora che l’avesse aperta, era un condimento dal sapore più profondo di quello di Harvey. E qui si noti, tra parentesi, che la gamba di questo giovane uomo, nell’atto di applicarsi alla porta, mostrava il più fine senso del tatto: precedendo sempre se stesso e il vassoio (con una sorta di aria da pescatore) di alcuni secondi: e indugiando sempre dopo che lui e il vassoio erano scomparsi, come la gamba di Macbeth quando lo accompagna fuori dal palcoscenico con riluttanza verso l’assassinio di Duncan.

Il padrone di casa era sceso in cantina e aveva portato bottiglie di bevande color rubino, paglierino e dorate, che erano maturate molto tempo prima in terre dove non c’è nebbia, e da allora erano rimaste a dormire nell’ombra. Scintillanti e frizzanti dopo un sonnellino così lungo, spingevano contro i loro tappi per aiutare il cavatappi (come prigionieri che aiutano i rivoltosi a forzare i loro cancelli), e danzavano fuori allegramente. Se P. J. T. nel 1747, o in qualsiasi altro anno del suo periodo, beveva vini simili — allora, di certo, anche P. J. T. era Molto Allegro.

Esternamente, il signor Grewgious non mostrava segni di essere addolcito da questi vini splendenti. Invece di berli, avrebbero potuto essere versati sopra di lui nella sua forma di tabacco da fiuto essiccato, e andare sprecati, per qualsiasi luce o ombra che avessero causato sul suo viso. Né il suo modo di fare ne fu influenzato. Ma, nel suo modo legnoso, aveva occhi attenti per Edwin; e quando, alla fine della cena, fece cenno a Edwin di tornare sulla sua poltrona nell’angolo del camino, ed Edwin vi si sprofondò lussuosamente dopo una brevissima rimostranza, il signor Grewgious, mentre voltava anche il suo sedile verso il fuoco e si lisciava la testa e il viso, avrebbe potuto essere visto guardare il suo visitatore tra le dita che si lisciavano.

«Bazzard!» disse il signor Grewgious, voltandosi improvvisamente verso di lui.

«La seguo, signore», rispose Bazzard; che aveva svolto il suo lavoro di consumare carne e bevande in modo professionale, sebbene per lo più nel silenzio.

«Brindo a lei, Bazzard; signor Edwin, successo al signor Bazzard!»

«Successo al signor Bazzard!» fece eco Edwin, con un’apparenza di entusiasmo totalmente infondata, e con l’aggiunta non detta: «Chissà in cosa!»

«E Possa!» proseguì il signor Grewgious — «Non sono libero di essere preciso — Possa! — le mie facoltà conversazionali sono così limitate che so che non ne uscirò bene da questa — Possa! — dovrebbe essere messo in modo immaginativo, ma non ho immaginazione — Possa! — la spina dell’ansia è quanto di più vicino al segno io possa arrivare — Possa uscirne finalmente!»

Il signor Bazzard, con un sorriso accigliato verso il fuoco, mise una mano tra le sue ciocche aggrovigliate, come se la spina dell’ansia fosse lì; poi nel panciotto, come se fosse lì; poi nelle tasche, come se fosse lì. In tutti questi movimenti fu seguito da vicino dagli occhi di Edwin, come se quel giovane signore si aspettasse di vedere la spina in azione. Non fu prodotta, tuttavia, e il signor Bazzard disse semplicemente: «La seguo, signore, e la ringrazio.»

«Sto per», disse il signor Grewgious, facendo tintinnare il bicchiere sul tavolo con una mano e piegandosi di lato sotto la copertura dell’altra, per sussurrare a Edwin, «brindare alla mia pupilla. Ma metto Bazzard al primo posto. Altrimenti potrebbe non gradire.»

Ciò fu detto con un misterioso ammiccamento; o quello che sarebbe stato un ammiccamento, se, nelle mani del signor Grewgious, fosse stato abbastanza rapido. Così Edwin ammiccò in risposta, senza la minima idea di cosa intendesse facendo così.

«E ora», disse il signor Grewgious, «dedico un brindisi alla bella e affascinante signorina Rosa. Bazzard, la bella e affascinante signorina Rosa!»

«La seguo, signore», disse Bazzard, «e le faccio pegno!»

«E anch’io!» disse Edwin.

«Dio mi benedica», esclamò il signor Grewgious, rompendo il silenzio vuoto che naturalmente ne seguì: sebbene chi possa dire perché queste pause debbano assalirci quando abbiamo compiuto un piccolo rito sociale, non direttamente inducibile all’autoesame o allo sconforto mentale? «Sono un uomo particolarmente angolare, eppure immagino (se posso usare la parola, non avendo un briciolo di fantasia), che potrei tracciare un quadro dello stato d’animo di un vero innamorato, stasera.»

«Ci lasci seguire, signore», disse Bazzard, «e avere il quadro.»

«Il signor Edwin lo correggerà dove è sbagliato», riprese il signor Grewgious, «e aggiungerà qualche tocco dal vivo. Oso dire che è sbagliato in molti particolari, e che necessita di molti tocchi dal vivo, perché sono nato come un Truciolo, e non ho né tenere simpatie né tenere esperienze. Bene! Azzardo l’ipotesi che la mente del vero innamorato sia completamente permeata dall’oggetto amato dei suoi affetti. Azzardo l’ipotesi che il suo caro nome sia prezioso per lui, non possa essere ascoltato o ripetuto senza emozione, e sia preservato sacro. Se ha un appellativo distintivo di tenerezza per lei, è riservato a lei, e non è per le orecchie comuni. Un nome che sarebbe un privilegio chiamarla, stando soli con il suo brillante sé, sarebbe una libertà, una freddezza, un’insensibilità, quasi una violazione della buona fede, sfoggiarlo altrove.»

Era meraviglioso vedere il signor Grewgious seduto dritto, con le mani sulle ginocchia, che continuava a tagliare questo discorso fuori di sé: proprio come un ragazzo di beneficenza con un’ottima memoria potrebbe recitare il suo catechismo: e non mostrando alcuna emozione corrispondente, se non in un certo occasionale piccolo formicolio percepibile sulla punta del naso.

«Il mio quadro», proseguì il signor Grewgious, «prosegue rappresentando (sotto correzione da parte sua, signor Edwin), il vero innamorato come sempre impaziente di essere in presenza o nelle vicinanze dell’oggetto amato dei suoi affetti; come uno a cui importa ben poco della sua condizione in qualsiasi altra compagnia; e come costantemente in cerca di quella. Se dovessi dire in cerca di quella, come un uccello cerca il suo nido, farei un asino di me stesso, perché questo sconfinerebbe in ciò che intendo per poesia; e sono così lontano dallo sconfinare nella poesia in qualsiasi momento, che non sono mai, a mia conoscenza, arrivato a diecimila miglia di distanza. E sono inoltre totalmente all’oscuro delle abitudini degli uccelli, eccetto gli uccelli di Staple Inn, che cercano i loro nidi sulle sporgenze, e nei tubi di scarico e nei comignoli, non costruiti per loro dalla mano benevola della Natura. Prego, pertanto, di essere inteso come rinunciante al nido d’uccello. Ma il mio quadro rappresenta il vero innamorato come non avente esistenza separabile da quella dell’oggetto amato dei suoi affetti, e come vivente allo stesso tempo una vita raddoppiata e una vita dimezzata. E se non esprimo chiaramente ciò che intendo con questo, è o per la ragione che non avendo facoltà conversazionali, non posso esprimere ciò che intendo, o che non avendo alcun significato, non intendo ciò che non riesco a esprimere. Il che, al meglio della mia convinzione, non è il caso.»

Edwin era diventato rosso e diventato bianco, mentre certi punti di questo quadro venivano alla luce. Ora sedeva guardando il fuoco, e si mordeva il labbro.

«Le speculazioni di un uomo angolare», riprese il signor Grewgious, ancora seduto e parlando esattamente come prima, «sono probabilmente errate su un argomento così globulare. Ma immagino (soggetto, come prima, alla correzione del signor Edwin), che non possa esserci freddezza, né lassitudine, né dubbio, né indifferenza, nessuno stato d’animo a metà fuoco e a metà fumo, in un vero innamorato. Prego, sono affatto vicino al segno nel mio quadro?»

Tanto brusco nella sua conclusione quanto nel suo inizio e progresso, lanciò questo interrogativo a Edwin, e si fermò quando si sarebbe potuto supporre fosse a metà della sua orazione.

«Dovrei dire, signore», balbettò Edwin, «poiché lei riferisce la questione a me...»

«Sì», disse il signor Grewgious, «la riferisco a lei, come autorità.»

«Dovrei dire, allora, signore», continuò Edwin, imbarazzato, «che il quadro che lei ha tracciato è generalmente corretto; ma sostengo che forse lei potrebbe essere piuttosto severo con lo sfortunato innamorato.»

«Probabile», assentì il signor Grewgious, «probabile. Sono un uomo duro nell’animo.»

«Egli potrebbe non mostrare», disse Edwin, «tutto ciò che prova; o potrebbe non...»

Lì si fermò così a lungo, per trovare il resto della sua frase, che il signor Grewgious rese la sua difficoltà mille volte più grande intervenendo inaspettatamente con:

«No, di certo; potrebbe non farlo!»

Dopo di che, rimasero tutti in silenzio; il silenzio del signor Bazzard era causato dal sonno.

«La sua responsabilità è molto grande, comunque», disse il signor Grewgious alla fine, con gli occhi sul fuoco.

Edwin fece un cenno di assenso, con gli occhi sul fuoco.

«E si assicuri di non giocare con nessuno», disse il signor Grewgious; «né con se stesso, né con nessun altro.»

Edwin si morse di nuovo il labbro, e sedeva ancora guardando il fuoco.

«Non deve fare un giocattolo di un tesoro. Guai a lui se lo fa! Se lo metta bene in testa», disse il signor Grewgious.

Sebbene dicesse queste cose in brevi frasi, molto come il supposto ragazzo di beneficenza appena citato avrebbe potuto ripetere un verso o due dal Libro dei Proverbi, c’era qualcosa di sognante (per un uomo così letterale) nel modo in cui ora scuoteva il dito indice destro verso i carboni vivi nel caminetto, e cadde di nuovo in silenzio.

Ma non per molto. Mentre sedeva dritto e rigido sulla sedia, batté improvvisamente le ginocchia, come l’immagine scolpita di qualche strano Joss che esce dalla sua rêverie, e disse: «Dobbiamo finire questa bottiglia, signor Edwin. Lasci che la aiuti. Aiuterò anche Bazzard, sebbene stia dormendo. Altrimenti potrebbe non gradire.»

Li aiutò entrambi, e aiutò se stesso, e vuotò il suo bicchiere, e lo posò capovolto sul tavolo, come se vi avesse appena catturato una mosca cavallina.

«E ora, signor Edwin», proseguì, asciugandosi la bocca e le mani sul fazzoletto: «a un piccolo pezzetto di affari. Ha ricevuto da me, l’altro giorno, una copia certificata del testamento del padre della signorina Rosa. Ne conosceva già il contenuto, ma l’ha ricevuto da me come questione di affari. L’avrei mandato al signor Jasper, se non fosse stato per il desiderio della signorina Rosa che arrivasse direttamente a lei, in via preferenziale. L’ha ricevuto?»

«In tutta sicurezza, signore.»

«Avrebbe dovuto confermarne la ricezione», disse il signor Grewgious; «gli affari sono affari in tutto il mondo. Tuttavia, non l’ha fatto.»

«Intendevo confermarla quando sono arrivato stasera, signore.»

«Non è una conferma in stile aziendale», ribatté il signor Grewgious; «comunque, lasciamo correre. Ora, in quel documento ha osservato alcune parole di gentile accenno al fatto che è lasciato a me assolvere a un piccolo incarico, affidatomi in conversazione, al momento in cui a mia discrezione riterrò meglio.»

«Sì, signore.»

«Signor Edwin, mi è venuto in mente proprio ora, quando stavo guardando il fuoco, che potrei, a mia discrezione, assolvere a quell’incarico nel momento migliore del presente. Mi favorisca con la sua attenzione, mezzo minuto.»

Prese un mazzo di chiavi dalla tasca, scelse alla luce della candela la chiave che voleva, e poi, con una candela in mano, andò verso un bureau o scrittoio, lo sbloccò, toccò la molla di un piccolo cassetto segreto, e ne trasse un normale astuccio per anelli fatto per un singolo anello. Con questo in mano, tornò alla sua sedia. Mentre lo teneva sollevato affinché il giovane potesse vedere, la sua mano tremava.

«Signor Edwin, questa rosa di diamanti e rubini delicatamente incastonati nell’oro, era un anello appartenente alla madre della signorina Rosa. Fu rimosso dalla sua mano morta, in mia presenza, con tale dolore straziante come spero non sia mai mio destino contemplare di nuovo. Uomo duro come sono, non sono abbastanza duro per quello. Guardi come brillano queste pietre!» aprendo l’astuccio. «Eppure gli occhi che erano così tanto più brillanti, e che così spesso le guardavano con una luce e un cuore orgoglioso, sono stati cenere tra la cenere, e polvere tra la polvere, da alcuni anni! Se avessi avuto una qualsiasi immaginazione (il che è inutile dire che non ho), potrei immaginare che la bellezza duratura di queste pietre fosse quasi crudele.»

Richiuse l’astuccio mentre parlava.

«Questo anello fu donato alla giovane signora che annegò così presto nella sua bella e felice carriera, dal suo marito, quando per la prima volta si promisero fede l’un l’altro. Fu lui a toglierlo dalla sua mano priva di sensi, e fu lui che, quando la sua morte si fece molto vicina, lo pose nella mia. Il mandato con cui lo ricevetti era che, crescendo voi e Miss Rosa fino all’età adulta, e prosperando il vostro fidanzamento fino a giungere a maturazione, io dovessi darlo a voi affinché lo poneste al suo dito. In mancanza di tali desiderati risultati, esso doveva rimanere in mio possesso.»

Un certo turbamento apparve sul volto del giovane, e una certa indecisione nel movimento della sua mano, mentre Mr. Grewgious, guardandolo fissamente, gli porgeva l’anello.

«Il vostro porlo al suo dito,» disse Mr. Grewgious, «sarà il solenne sigillo della vostra rigorosa fedeltà ai vivi e ai morti. State andando da lei, per fare gli ultimi irrevocabili preparativi per il vostro matrimonio. Portatelo con voi.»

Il giovane prese il piccolo astuccio e lo ripose sul petto.

«Se qualcosa dovesse andare male, se qualcosa dovesse essere anche solo minimamente sbagliato tra voi; se doveste avere una qualche consapevolezza segreta di impegnarvi in questo passo per nessun altro motivo se non perché siete stati a lungo abituati a prevederlo; allora,» disse Mr. Grewgious, «vi ingiungo ancora una volta, per i vivi e per i morti, di riportarmi quell’anello!»

Qui Bazzard si svegliò da solo col proprio russare; e, come è solito accadere in tali casi, se ne stette lì a fissare il vuoto con aria apoplettica, come a sfidare il vuoto ad accusarlo di essere stato addormentato.

«Bazzard!» disse Mr. Grewgious, più duro che mai.

«Vi seguo, signore,» disse Bazzard, «e vi stavo seguendo.»

«In adempimento di un mandato, ho consegnato a Mr. Edwin Drood un anello di diamanti e rubini. Avete visto?»

Edwin riprese il piccolo astuccio e lo aprì; e Bazzard vi guardò dentro.

«Seguo entrambi, signore,» rispose Bazzard, «e sono testimone della transazione.»

Evidentemente ansioso di andarsene e restare solo, Edwin Drood riprese ora i suoi abiti esterni, mormorando qualcosa riguardo a tempo e appuntamenti. La nebbia fu dichiarata non più diradata (dal cameriere volante, che discendeva da un volo speculativo nel settore del caffè), ma egli uscì dentro di essa; e Bazzard, secondo il suo costume, lo «seguì».

Mr. Grewgious, lasciato solo, camminò piano e lentamente avanti e indietro, per un’ora e più. Era irrequieto stasera, e sembrava avvilito.

«Spero di aver fatto bene,» disse. «L’appello a lui sembrava necessario. Era duro perdere l’anello, eppure deve essere uscito da me molto presto.»

Richiuse il piccolo cassetto vuoto con un sospiro, e chiuse a chiave lo scrittoio, tornando al solitario focolare.

«Il suo anello,» continuò. «Tornerà da me? La mia mente si attarda attorno al suo anello molto inquietamente stasera. Ma questo è spiegabile. L’ho avuto così a lungo, e l’ho apprezzato così tanto! Mi chiedo—»

Era in uno stato d’animo interrogativo oltre che irrequieto; poiché, sebbene si frenasse a quel punto, e facesse un’altra camminata, riprese a interrogarsi quando si sedette di nuovo.

«Mi chiedo (per la decimilionesima volta, e che sciocco debole io, poiché che cosa può significare ora!) se egli affidò a me l’incarico della loro bambina orfana, perché sapeva—Buon Dio, quanto è diventata simile a sua madre!»

«Mi chiedo se abbia mai anche solo sospettato che qualcuno stravedesse per lei, a una distanza senza speranza e senza parole, quando egli intervenne e la conquistò. Mi chiedo se gli sia mai passato per la mente chi fosse quel pover’uomo!»

«Mi chiedo se dormirò stasera! Ad ogni modo, mi chiuderò fuori il mondo con le coperte, e ci proverò.»

Mr. Grewgious attraversò la scala verso la sua camera da letto cruda e nebbiosa, e fu presto pronto per andare a dormire. Scorgendo vagamente il suo volto nello specchio appannato, vi tenne la candela davanti per un momento.

«Un bel soggetto, tu, per venire in mente a qualcuno in tale aspetto!» esclamò. «Ecco! ecco! ecco! Vai a letto, pover’uomo, e smettila di ciarlare!»

Con ciò, spense la luce, si tirò le coperte attorno, e con un altro sospiro chiuse fuori il mondo. Eppure ci sono tali angoli romantici inesplorati negli uomini più improbabili, che persino il vecchio, infiammabile e secco P. J. T. forse ciarlava così, in qualche strano momento, intorno al diciassettecentoquarantasette.

CAPITOLO XII. UNA NOTTE CON DURDLES

Quando Mr. Sapsea non ha niente di meglio da fare, verso sera, e trova che la contemplazione della propria profondità stia diventando un po’ monotona nonostante la vastità del soggetto, si concede spesso una boccata d’aria nel chiostro della Cattedrale e lì attorno. Gli piace passare accanto al cimitero con un’aria rigonfia di diritto di proprietà, e incoraggiare nel suo petto una sorta di sentimento da proprietario benevolo, per il fatto di essere stato generoso verso quella meritevole inquilina, Mrs. Sapsea, e di averle pubblicamente conferito un premio. Gli piace vedere un volto estraneo o due guardare attraverso le inferriate, e magari leggere la sua iscrizione. Se dovesse incontrare uno sconosciuto che esce dal cimitero a passo svelto, è moralmente convinto che lo sconosciuto si stia «ritirando con un rossore», come monumentale prescrizione.

L’importanza di Mr. Sapsea ha ricevuto un incremento, poiché è diventato Sindaco di Cloisterham. Senza sindaci, e molti di essi, non si può negare che l’intera struttura della società—Mr. Sapsea è certo di aver inventato quella figura energica—andrebbe in pezzi. I sindaci sono stati nominati cavalieri per essere «saliti» con degli indirizzi: macchine esplosive che scaricano intrepidamente colpi e proiettili contro la grammatica inglese. Mr. Sapsea potrebbe «salire» con un indirizzo. Si alzi, Sir Thomas Sapsea! Di tale pasta è il sale della terra.

Mr. Sapsea ha migliorato la conoscenza di Mr. Jasper, dal loro primo incontro per consumare porto, epitaffio, backgammon, manzo e insalata. Mr. Sapsea è stato ricevuto alla portineria con analoga ospitalità; e in quell’occasione Mr. Jasper si è seduto al pianoforte, e ha cantato per lui, solleticandogli le orecchie—figurativamente—abbastanza a lungo da presentare una considerevole area da solleticare. Ciò che a Mr. Sapsea piace in quel giovane è che è sempre pronto a trarre profitto dalla saggezza dei suoi anziani, e che è solido, signore, nel midollo. A riprova di ciò, quella sera cantò per Mr. Sapsea, non canzonette di poco conto, care ai nemici nazionali, ma gli offrì il genuino spirito casalingo di Giorgio III; esortandolo (in quanto «miei bravi ragazzi») a ridurre in condizioni di sfracello tutte le altre isole tranne questa isola, e tutti i continenti, penisole, istmi, promontori, e qualsivoglia altra forma geografica di terra, oltre a spazzare i mari in ogni direzione. In breve, ha reso abbastanza chiaro che la Provvidenza ha commesso un chiaro errore nel creare una nazione così piccola di cuori di quercia, e così tanti altri popoli parassiti.

Mr. Sapsea, camminando lentamente in questa sera umida vicino al cimitero con le mani dietro la schiena, in cerca di uno sconosciuto arrossente e ritirato, gira l’angolo, e giunge invece alla nobile presenza del Decano, che conversa con il Verger e Mr. Jasper. Mr. Sapsea fa il suo inchino, ed è istantaneamente colpito dal sentirsi molto più ecclesiastico di qualsiasi Arcivescovo di York o Canterbury.

«State evidentemente per scrivere un libro su di noi, Mr. Jasper,» disse il Decano; «scrivere un libro su di noi. Bene! Noi siamo molto antichi, e dovremmo produrre un buon libro. Non siamo così riccamente dotati di possedimenti come di età; ma forse metterete anche questo nel vostro libro, tra le altre cose, e richiamerete l’attenzione sui nostri torti.»

Mr. Tope, come da dovere, è grandemente divertito da ciò.

«Non ho davvero alcuna intenzione, signore,» risponde Jasper, «di diventare autore o archeologo. È solo un mio capriccio. E anche per il mio capriccio, Mr. Sapsea qui è più responsabile di quanto lo sia io.»

«Come mai, Mr. Mayor?» dice il Decano, con un cenno di benevola riconoscenza del suo Fetch. «Com’è questo, Mr. Mayor?»

«Non sono al corrente,» osserva Mr. Sapsea, guardandosi attorno in cerca di informazioni, «di ciò a cui il Molto Reverendo Decano mi fa l’onore di riferirsi.» E poi si mette a studiare il suo originale in punti di dettaglio minuto.

«Durdles,» suggerisce Mr. Tope.

«Ah!» echeggia il Decano; «Durdles, Durdles!»

«La verità è, signore,» spiega Jasper, «che la mia curiosità per l’uomo è stata stimolata per la prima volta da Mr. Sapsea. La conoscenza del genere umano di Mr. Sapsea e il suo potere di far emergere chiunque sia solitario o strano attorno a lui, mi hanno portato a dedicare un secondo pensiero all’uomo: sebbene naturalmente lo avessi incontrato costantemente in giro. Non ne sareste sorpreso, Mr. Dean, se aveste visto Mr. Sapsea trattare con lui nel suo salotto, come ho fatto io.»

«Oh!» esclama Sapsea, raccogliendo la palla lanciatagli con ineffabile compiacimento e pomposità; «sì, sì. Il Molto Reverendo Decano si riferisce a quello? Sì. Mi è capitato di far incontrare Durdles e Mr. Jasper. Considero Durdles un Personaggio.»

«Un personaggio, Mr. Sapsea, che con pochi tocchi abili rivoltate come un calzino,» dice Jasper.

«No, non proprio quello,» risponde il goffo banditore. «Potrei avere una certa influenza su di lui, forse; e una certa intuizione sul suo carattere, forse. Il Molto Reverendo Decano vorrà tenere a mente che ho visto il mondo.» Qui Mr. Sapsea si sposta un po’ dietro il Decano, per ispezionare i bottoni del suo cappotto.

«Bene!» dice il Decano, guardandosi attorno per vedere che fine abbia fatto il suo copista: «Spero, Mr. Mayor, che userete il vostro studio e la conoscenza di Durdles a buon fine per esortarlo a non spezzare il collo al nostro degno e rispettato Maestro del Coro; non possiamo permettercelo; la sua testa e la sua voce sono troppo preziose per noi.»

Mr. Tope è di nuovo molto divertito e, caduto in rispettose convulsioni di risate, si placa in un mormorio deferente, che implica che sicuramente qualsiasi gentiluomo considererebbe un piacere e un onore farsi spezzare il collo, in cambio di un simile complimento da una simile fonte.

«Mi prenderò l’incarico, signore,» osserva Sapsea con alterigia, «di rispondere per il collo di Mr. Jasper. Dirò a Durdles di starci attento. Farà attenzione a ciò che dico. Come è attualmente in pericolo?» chiede, guardandosi attorno con magnifica protezione.

«Solo dal mio compiere una spedizione al chiaro di luna con Durdles tra le tombe, le cripte, le torri e le rovine,» risponde Jasper. «Ricordate di aver suggerito, quando ci avete fatto incontrare, che, come amante del pittoresco, avrebbe potuto valere la pena per me?»

«Ricordo!» risponde il banditore. E il solenne idiota crede davvero di ricordare.

«Approfittando del vostro suggerimento,» continua Jasper, «ho fatto alcune passeggiate diurne con lo straordinario vecchio, e dobbiamo fare un’esplorazione notturna al chiaro di luna in posti nascosti.»

«Ed eccolo qui,» dice il Decano.

Durdles, con il suo fagotto della cena in mano, viene infatti scorto mentre si avvicina a loro con passo strascicato. Avvicinandosi e scorgendo il Decano, si toglie il cappello, e se ne sta andando strascicando con esso sotto il braccio, quando Mr. Sapsea lo ferma.

«Bada di prenderti cura del mio amico,» è l’ingiunzione che Mr. Sapsea gli rivolge.

«Quale amico vostro è morto?» chiede Durdles. «Nessun ordine è arrivato per nessun amico vostro.»

«Intendo il mio amico vivo lì.»

«Oh! lui?» dice Durdles. «Può prendersi cura di sé, Mister Jarsper.»

«Ma prenditi cura anche tu di lui,» dice Sapsea.

Che Durdles (essendoci comando nel suo tono) esamina sgarbatamente dalla testa ai piedi.

«Con sottomissione alla sua Reverenza il Decano, se vi farete i fatti vostri, Mr. Sapsea, Durdles farà i fatti suoi.»

«Sei di cattivo umore,» dice Mr. Sapsea, facendo l’occhiolino alla compagnia per far osservare con quanta fluidità lo gestirà. «Il mio amico mi riguarda, e Mr. Jasper è mio amico. E tu sei mio amico.»

«Non prendete la cattiva abitudine di vantarvi,» ribatte Durdles, con un grave cenno di ammonimento. «Vi prenderà la mano.»

«Sei di cattivo umore,» dice di nuovo Sapsea; arrossendo, ma chinandosi di nuovo verso la compagnia.

«Lo ammetto,» risponde Durdles; «non mi piacciono le confidenze.»

Mr. Sapsea fa un terzo occhiolino alla compagnia, come per dire: «Credo sarete d’accordo con me che ho sistemato i suoi affari;» e si allontana dalla controversia.

Durdles poi augura al Decano una buona sera, e aggiungendo, mentre si mette il cappello, «Mi troverete a casa, Mister Jarsper, come pattuito, quando mi vorrete; vado a casa a pulirmi,» strascica presto fuori dalla vista. Questo andare a casa a pulirsi è uno degli incomprensibili compromessi dell’uomo con fatti inesorabili; lui, e il suo cappello, e i suoi stivali, e i suoi vestiti, non mostrando mai alcuna traccia di pulizia, ma essendo uniformemente in una condizione di polvere e sabbia.

Il lampionaio ora punteggia il tranquillo chiostro con granelli di luce, e correndo a gran velocità su e giù per la sua piccola scala a quello scopo—la sua piccola scala sotto la cui sacra ombra di incomodità generazioni erano cresciute, e che tutta Cloisterham sarebbe rimasta sbigottita all’idea di abolire—il Decano si ritira per la sua cena, Mr. Tope per il suo tè, e Mr. Jasper al suo pianoforte. Lì, senza altra luce che quella del fuoco, siede a cantare musica corale con una voce bassa e bella, per due o tre ore; in breve, finché è buio da un po’, e la luna sta per sorgere.

Poi chiude il suo pianoforte dolcemente, cambia dolcemente il suo cappotto con una giubba, con una bella bottiglia rivestita di vimini nella sua tasca più grande, e indossando un cappello a corona bassa e tesa floscia, esce dolcemente. Perché si muove così dolcemente stasera? Nessuna ragione esteriore è apparente. Può esserci qualche ragione simpatetica che si annida cupamente dentro di lui?

Recandosi alla casa incompiuta di Durdles, o buco nel muro della città, e vedendo una luce al suo interno, sceglie dolcemente il suo percorso tra le lapidi, i monumenti e il legname di pietra del cimitero, già toccato qua e là, lateralmente, dalla luna nascente. I due operai hanno lasciato le loro due grandi seghe conficcate nei blocchi di pietra; e due operai scheletrici della Danza della Morte potrebbero ghignare nell’ombra delle loro sentinelle riparate, pronti a tagliare via le lapidi dei prossimi due individui destinati a morire a Cloisterham. Molto probabilmente, i due pensano poco a questo ora, essendo vivi, e forse allegri. Curioso, tirare a indovinare sui due;—o diciamo uno dei due!

«Ehi! Durdles!»

La luce si muove, ed egli appare con essa alla porta. Sembrerebbe essersi «pulito» con l’aiuto di una bottiglia, una brocca e un bicchiere; poiché nessun altro strumento di pulizia è visibile nella nuda stanza di mattoni con travi sopra la testa e nessun soffitto intonacato, in cui mostra il suo visitatore.

«Sei pronto?»

«Sono pronto, Mister Jarsper. Lasciate che i vecchi escano se ne hanno il coraggio, quando andiamo tra le loro tombe. Il mio spirito è pronto per loro.»

«Intendi spiriti animali, o ardenti?»

«L’uno è l’altro,» risponde Durdles, «e li intendo entrambi.»

Prende una lanterna da un gancio, mette un fiammifero o due in tasca per accenderla, se ce ne fosse bisogno; ed escono insieme, fagotto della cena e tutto il resto.

Sicuramente un tipo di spedizione inspiegabile! Che Durdles stesso, che vaga sempre tra vecchie tombe e rovine, come un Ghoul—che egli debba uscire furtivamente per arrampicarsi, immergersi e vagare senza uno scopo, non è nulla di straordinario; ma che il Maestro del Coro o chiunque altro debba ritenere degno di nota essergli accanto, e studiare gli effetti al chiaro di luna in tale compagnia è un’altra faccenda. Sicuramente un tipo di spedizione inspiegabile, dunque!

«Attento a quel cumulo vicino al cancello del cimitero, Mister Jarsper.»

«Lo vedo. Che cos’è?»

«Calce.»

Mr. Jasper si ferma, e aspetta che egli si avvicini, poiché si attarda. «Quella che chiamate calce viva?»

«Ah!» dice Durdles; «abbastanza viva da mangiarsi i vostri stivali. Con un po’ di mescolata a portata di mano, abbastanza viva da mangiarsi le vostre ossa.»

Proseguono, passando poco dopo le finestre rosse del Travellers’ Twopenny, ed emergendo nel chiaro di luna del Monks’ Vineyard. Attraversato questo, arrivano al Minor Canon Corner: la cui maggior parte giace nell’ombra finché la luna non sorgerà più alta nel cielo.

Il suono di una porta di casa che si chiude colpisce le loro orecchie, e due uomini escono. Questi sono Mr. Crisparkle e Neville. Jasper, con uno strano e improvviso sorriso sul volto, posa il palmo della mano sul petto di Durdles, fermandolo dove si trova.

A quella fine del Minor Canon Corner l’ombra è profonda nello stato attuale della luce: a quella fine, inoltre, c’è un pezzo di vecchio muro nano, alto fino al petto, l’unico confine rimasto di quello che un tempo era un giardino, ma ora è il passaggio. Jasper e Durdles avrebbero girato questo muro in un altro istante; ma, fermandosi così bruscamente, stanno dietro di esso.

«Quei due stanno solo passeggiando,» sussurra Jasper; «usciranno presto al chiaro di luna. Stiamocene qui tranquilli, o ci tratterranno, o vorranno unirsi a noi, o che altro.»

Durdles annuisce in segno di assenso, e si mette a masticare alcuni frammenti dal suo fagotto. Jasper incrocia le braccia sopra la sommità del muro, e, con il mento poggiato su di esse, osserva. Non presta alcuna attenzione al Minor Canon, ma osserva Neville, come se il suo occhio fosse sul grilletto di un fucile carico, e lo avesse preso di mira, e stesse per sparare. Un senso di potere distruttivo è così espresso nel suo volto, che persino Durdles fa una pausa nel suo masticare, e lo guarda, con un qualcosa non masticato nella guancia.

Nel frattempo Mr. Crisparkle e Neville camminano avanti e indietro, parlando tranquillamente insieme. Ciò che dicono, non può essere udito consecutivamente; ma Mr. Jasper ha già distinto il proprio nome più di una volta.

«Questo è il primo giorno della settimana,» si può distintamente sentire osservare Mr. Crisparkle, mentre tornano indietro; «e l’ultimo giorno della settimana è la Vigilia di Natale.»

«Potete essere certo di me, signore.»

Gli echi erano favorevoli in quei punti, ma mentre i due si avvicinano, il suono del loro parlare diventa di nuovo confuso. La parola «fiducia», frantumata dagli echi, ma ancora capace di essere ricomposta, viene pronunciata da Mr. Crisparkle. Mentre si avvicinano ancora di più, si sente questo frammento di risposta: «Non ancora meritata, ma lo sarà, signore.» Mentre si voltano di nuovo, Jasper sente ancora il proprio nome, in connessione con le parole di Mr. Crisparkle: «Ricordate che ho detto che rispondevo per voi con fiducia.» Poi il suono del loro parlare diventa di nuovo confuso; essi si fermano per un po’, e segue una qualche azione seria da parte di Neville. Quando si muovono ancora una volta, Mr. Crisparkle viene visto guardare il cielo, e indicare davanti a sé. Essi poi scompaiono lentamente; passando fuori nel chiaro di luna all’estremità opposta del Corner.

Non è finché non sono andati via, che Mr. Jasper si muove. Ma poi si volta verso Durdles, e scoppia in una risata. Durdles, che ha ancora quel qualcosa sospeso nella guancia, e che non vede nulla da ridere, lo fissa finché Mr. Jasper non abbassa il volto sulle braccia per esaurire la sua risata. Allora Durdles ingoia il qualcosa, come se si rassegnasse disperatamente all’indigestione.

Tra quei recessi appartati c’è ben poco movimento o agitazione dopo il calar del sole. Ce n’è ben poco anche nel pieno fulgore del giorno, ma di notte non ce n’è quasi per nulla. Oltre al fatto che la High Street, allegramente frequentata, sorge quasi parallela al luogo (con l’antica Cattedrale che si erge tra le due) e costituisce il canale naturale in cui scorre il traffico di Cloisterham, un certo silenzio solenne pervade l’antico edificio, i chiostri e il cimitero dopo il tramonto, che non molte persone desiderano affrontare. Se chiedeste ai primi cento cittadini di Cloisterham, incontrati a caso per strada a mezzogiorno, se credono ai fantasmi, vi risponderebbero di no; ma metteteli di fronte alla scelta, di notte, tra questi inquietanti Recinti e la via principale dei negozi, e scoprireste che novantanove opterebbero per il giro più lungo e la strada più frequentata. La causa di ciò non è da ricercare in alcuna superstizione locale che si leghi ai Recinti — sebbene una misteriosa signora, con un bambino tra le braccia e una corda che le pende dal collo, sia stata vista aggirarsi da vari testimoni tanto intangibili quanto lei — ma va cercata nell’istintivo ritrarsi della polvere che ha in sé il soffio della vita dalla polvere dalla quale il soffio della vita è passato; inoltre, nel riflesso ampiamente diffuso, e quasi altrettanto ampiamente non ammesso: «Se i morti, in qualsiasi circostanza, diventano visibili ai vivi, questi sono ambienti così probabili allo scopo che io, il vivo, me ne andrò al più presto». Di qui, quando Mr. Jasper e Durdles si fermano a guardarsi intorno, prima di scendere nella cripta da una piccola porta laterale di cui quest’ultimo possiede la chiave, l’intera distesa di chiaro di luna che hanno davanti è completamente deserta. Si potrebbe immaginare che la marea della vita sia stata arginata dalla guardiola stessa di Mr. Jasper. Il mormorio della marea si sente oltre; ma nessuna onda oltrepassa l’arcata, sopra la quale la sua lampada arde rossa dietro la tenda, come se l’edificio fosse un faro.

Entrano, chiudendosi dentro, scendono i gradini sconnessi e sono giù nella Cripta. La lanterna non serve, poiché il chiaro di luna penetra dalle finestre a crociera, prive di vetri, i cui telai rotti proiettano motivi sul terreno. I pesanti pilastri che sostengono il tetto generano masse di ombra nera, ma tra di essi vi sono corridoi di luce. Su e giù per questi corridoi camminano, con Durdles che discorre dei «vecchi» che conta ancora di dissotterrare, e che dà pacche a un muro, nel quale ritiene che «un’intera famiglia di loro» sia stata murata e sepolta, proprio come se fosse un intimo amico della famiglia. La taciturnità di Durdles è per il momento vinta dalla bottiglia di vimini di Mr. Jasper, che circola liberamente; nel senso, vale a dire, che il suo contenuto entra liberamente nella circolazione di Mr. Durdles, mentre Mr. Jasper si sciacqua la bocca solo una volta, e sputa il risciacquo.

Devono salire sulla grande Torre. Sui gradini da cui si sale alla Cattedrale, Durdles si ferma per riprendere fiato. I gradini sono molto bui, ma dall’oscurità possono vedere i corridoi di luce che hanno attraversato. Durdles si siede su un gradino. Mr. Jasper si siede su un altro. L’odore della bottiglia di vimini (che in qualche modo è passata sotto la custodia di Durdles) fa presto capire che il tappo è stato tolto; ma ciò non è accertabile attraverso il senso della vista, dato che nessuno dei due riesce a scorgere l’altro. Eppure, parlando, si voltano l’uno verso l’altro, come se i loro volti potessero comunicare tra loro.

«Questa è roba buona, Mister Jarsper!»

«È roba molto buona, spero. L’ho comprata apposta.»

«Non si fanno vedere, vede, i vecchi non si fanno vedere, Mister Jarsper!»

«Sarebbe un mondo più confuso di quello che è, se potessero.»

«Beh, porterebbe a una mescolanza di cose», acconsente Durdles, soffermandosi sull’osservazione, come se l’idea dei fantasmi non gli si fosse presentata in precedenza sotto una luce meramente scomoda, domesticamente o cronologicamente. «Ma lei crede che possano esserci fantasmi di altre cose, se non di uomini e donne?»

«Quali cose? Aiuole e annaffiatoi? Cavalli e finimenti?»

«No. Suoni.»

«Quali suoni?»

«Grida.»

«Quali grida intende? Sedie da riparare?»

«No. Intendo strilli. Ora le dico, Mr. Jarsper. Aspetti un attimo che metto a posto la bottiglia.» Qui il tappo viene evidentemente tolto di nuovo, e rimesso al suo posto. «Ecco! Ora è a posto! L’anno scorso di questi tempi, solo pochi giorni dopo, mi è capitato di fare ciò che era corretto per la stagione, nel senso di darle il benvenuto che aveva il diritto di aspettarsi, quando quei ragazzi di città mi si sono scagliati contro nel peggiore dei modi. Alla fine sono riuscito a seminarli e sono entrato qui. E qui mi sono addormentato. E cosa mi ha svegliato? Il fantasma di un grido. Il fantasma di un urlo terrificante, il quale urlo è stato seguito dal fantasma dell’ululato di un cane: un ululato lungo, lugubre, pietoso, come quello che fa un cane quando qualcuno è morto. Quella è stata la mia ultima Vigilia di Natale.»

«Cosa intende?» è la replica molto brusca, e, si potrebbe dire, feroce.

«Intendo che ho fatto ricerche dappertutto nei dintorni, e che nessun orecchio vivo oltre al mio ha sentito né quel grido né quell’ululato. Quindi dico che erano entrambi fantasmi; anche se perché siano venuti da me, non l’ho mai capito.»

«Pensavo che fosse un altro tipo di uomo», dice Jasper, con disprezzo.

«Così pensavo anch’io», risponde Durdles con la sua solita compostezza; «eppure sono stato scelto proprio io.»

Jasper si era alzato all’improvviso, quando gli aveva chiesto cosa intendesse, e ora dice: «Andiamo; qui congeleremo; faccia strada».

Durdles acconsente, non troppo saldamente; apre la porta in cima ai gradini con la chiave che ha già usato; e così emerge al livello della Cattedrale, in un passaggio a lato del coro. Qui, il chiaro di luna è di nuovo così luminoso che i colori della finestra colorata più vicina vengono proiettati sui loro volti. L’aspetto dell’inconsapevole Durdles, che tiene la porta aperta perché il suo compagno possa seguirlo, come se provenisse dalla tomba, è abbastanza spettrale, con una mano viola che attraversa il volto e una macchia gialla sulla fronte; ma egli sopporta l’attento esame del suo compagno in modo insensibile, sebbene esso si prolunghi mentre quest’ultimo fruga tra le tasche alla ricerca di una chiave che gli è stata affidata, che aprirà un cancello di ferro, così da permettere loro di passare alla scala della grande torre.

«Quella e la bottiglia sono abbastanza da trasportare per lei», dice, porgendola a Durdles; «mi dia il suo fagotto; sono più giovane e ho più fiato di lei.» Durdles esita un momento tra il fagotto e la bottiglia; ma dà la preferenza alla bottiglia come compagnia di gran lunga migliore, e consegna il peso secco al suo compagno di esplorazione.

Poi salgono la scala a chiocciola della grande torre, faticosamente, girando e rigirando, e abbassando la testa per evitare le scale sovrastanti, o il grezzo perno di pietra attorno al quale si attorcigliano. Durdles ha acceso la sua lanterna, traendo dalla parete fredda e dura una scintilla di quel fuoco misterioso che si nasconde in ogni cosa, e, guidati da questo puntino, si arrampicano tra le ragnatele e la polvere. La loro strada si snoda attraverso luoghi strani. Due o tre volte emergono in gallerie piane, ad arco ribassato, da dove possono guardare giù nella navata illuminata dalla luna; e dove Durdles, agitando la sua lanterna, fa agitare le teste degli angeli fioche sui capitelli del tetto, che sembrano osservare il loro progresso. Presto svoltano in scale più strette e ripide, e l’aria notturna inizia a soffiare su di loro, e il verso di qualche taccola sorpresa o di una cornacchia spaventata precede il pesante battito d’ali in uno spazio confinato, e il riversarsi di polvere e paglia sulle loro teste. Alla fine, lasciando la luce dietro una scala — perché qui soffia fresco — guardano giù verso Cloisterham, bella da vedere al chiaro di luna: le sue abitazioni in rovina e i santuari dei morti, alla base della torre: i suoi tetti di tegole rosse ammorbiditi dal muschio e le case di mattoni rossi dei vivi, raggruppate oltre: il suo fiume che serpeggia dalla nebbia all’orizzonte, come se quella fosse la sua sorgente, e già sollevato da una consapevolezza inquieta del suo avvicinarsi al mare.

Ancora una volta, una spedizione inspiegabile questa! Jasper (muovendosi sempre dolcemente senza una ragione visibile) contempla la scena, e specialmente quella parte più immobile di essa che la Cattedrale sovrasta. Ma contempla Durdles altrettanto curiosamente, e Durdles è di tanto in tanto consapevole dei suoi occhi vigili.

Solo di tanto in tanto, perché Durdles sta diventando assonnato. Come gli aeronauti alleggeriscono il carico che trasportano, quando desiderano salire, similmente Durdles ha alleggerito la bottiglia di vimini salendo. Sprazzi di sonno lo sorprendono in piedi, e lo fermano nel suo parlare. Un lieve attacco di mal di mare lo coglie, in cui ritiene che il terreno così in basso sia allo stesso livello della torre, e sarebbe disposto a camminare fuori dalla torre nell’aria senza problemi. Tale è il suo stato quando iniziano a scendere. E come gli aeronauti si rendono più pesanti quando desiderano scendere, similmente Durdles si carica con altro liquido dalla bottiglia di vimini, affinché possa scendere meglio.

Raggiunto e chiuso il cancello di ferro — ma non prima che Durdles sia caduto due volte, e si sia tagliato un sopracciglio una volta — scendono di nuovo nella cripta, con l’intento di uscirne come sono entrati. Ma, mentre ritornano tra quei corridoi di luce, Durdles diventa così incerto, sia nel passo che nel parlare, che si lascia cadere, o si getta, vicino a uno dei pesanti pilastri, a malapena meno pesante di esso, e implora confusamente il suo compagno per quaranta pisolini di un secondo ciascuno.

«Se vuoi che sia così, o deve essere così», risponde Jasper, «non ti lascerò qui. Falli, mentre io vado avanti e indietro.»

Durdles si addormenta subito; e nel sonno sogna un sogno.

Non è un gran sogno, considerando la vasta estensione dei domini del mondo dei sogni, e le loro meravigliose produzioni; è notevole solo per essere insolitamente inquieto e insolitamente reale. Sogna di giacere lì, addormentato, eppure di contare i passi del suo compagno mentre cammina avanti e indietro. Sogna che i passi svaniscano nella distanza del tempo e dello spazio, e che qualcosa lo tocchi, e che qualcosa cada dalla sua mano. Poi qualcosa tintinna e brancola, e sogna di essere solo per un tempo così lungo che i corridoi di luce prendono nuove direzioni man mano che la luna avanza nel suo corso. Dall’incoscienza successiva passa a un sogno di lenta inquietudine per il freddo; e si sveglia dolorosamente alla percezione dei corridoi di luce — realmente cambiati, proprio come aveva sognato — e Jasper che cammina tra loro, sbattendo mani e piedi.

«Ehi!» grida Durdles, inutilmente allarmato.

«Sveglio finalmente?» dice Jasper, avvicinandosi a lui. «Sai che i tuoi quaranta si sono trasformati in migliaia?»

«No.»

«Eppure è così.»

«Che ore sono?»

«Ascolta! Le campane stanno suonando nella Torre!»

Battono quattro quarti, e poi suona la grande campana.

«Due!» grida Durdles, arrampicandosi; «perché non ha cercato di svegliarmi, Mister Jarsper?»

«L’ho fatto. Avrei potuto provare a svegliare i morti — la tua stessa famiglia di morti, lì nell’angolo.»

«Mi ha toccato?»

«Toccato! Sì. Ti ho scosso.»

Mentre Durdles ricorda quel toccare qualcosa nel suo sogno, guarda il pavimento e vede la chiave della porta della cripta giacere vicino a dove lui stesso giaceva.

«L’ho fatta cadere io, vero?» dice, raccogliendola e ricordando quella parte del suo sogno. Mentre si ricompone in una posizione eretta, o in una posizione il più vicino possibile all’eretta che mantiene mai, è di nuovo consapevole di essere osservato dal suo compagno.

«Bene?» dice Jasper, sorridendo, «sei pronto? Ti prego, non avere fretta.»

«Mi lasci mettere a posto il fagotto, Mister Jarsper, e sono con lei.» Mentre lo lega di nuovo, è ancora una volta consapevole di essere osservato molto attentamente.

«Di cosa mi sospetta, Mister Jarsper?» chiede, con ubriaco risentimento. «Lasci che chiunque abbia sospetti su Durdles li faccia.»

«Non ho sospetti su di te, mio buon Mr. Durdles; ma ho il sospetto che la mia bottiglia fosse piena di qualcosa di più forte di quanto entrambi pensassimo. E ho anche il sospetto», aggiunge Jasper, raccogliendola dal pavimento e girandola sottosopra, «che sia vuota.»

Durdles si degna di ridere di questo. Continuando a ridacchiare quando la sua risata è finita, come se rimproverasse se stesso per le sue capacità di bere, rotola verso la porta e la sblocca. Entrambi escono, e Durdles la richiude e si mette la chiave in tasca.

«Mille grazie per una notte curiosa e interessante», dice Jasper, dandogli la mano; «puoi tornare a casa da solo?»

«Direi di sì!» risponde Durdles. «Se lei dovesse fare a Durdles l’affronto di mostrargli la strada di casa, lui non andrebbe a casa.

Durdles non andrebbe a casa fino al mattino; E allora Durdles non andrebbe a casa,

Durdles non ci andrebbe.» Questo con la massima sfida.

«Buonanotte, allora.»

«Buonanotte, Mister Jarsper.»

Ognuno sta prendendo la propria strada, quando un fischio acuto lacera il silenzio, e viene strillato il gergo:

Widdy widdy wen! I—ket—ches—Im—out—ar—ter—ten. Widdy widdy wy! Then—E—don’t—go—then—I—shy— Widdy Widdy Wake-cock warning!»

Subito dopo, una pioggia rapida di sassi batte contro il muro della Cattedrale, e l’orrendo ragazzino viene visto di fronte, che danza al chiaro di luna.

«Cosa! C’è quel diavolo di bambino in agguato lì!» grida Jasper su tutte le furie: così rapidamente provocato, e così violento, che sembra lui stesso un diavolo più vecchio. «Verserò il sangue di quel disgraziato dispettoso! So che lo farò!» Indifferente al lancio, sebbene lo colpisca più di una volta, si scaglia contro Deputy, lo prende per il colletto e cerca di portarlo dall’altra parte. Ma Deputy non si lascia portare dall’altra parte così facilmente. Con una visione diabolica della parte più forte della sua posizione, non appena viene preso per la gola, raggomitola le gambe, costringe il suo assalitore a impiccarlo, per così dire, e gorgoglia in gola, e contorce il corpo, e si agita, come se stesse già subendo le prime agonie dello strangolamento. Non c’è altro da fare che lasciarlo andare. Egli si ricompone istantaneamente, indietreggia verso Durdles e grida al suo assalitore, digrignando il grande vuoto davanti alla bocca con rabbia e malizia:

«Ti accecherò, giuro! Ti tirerò fuori gli occhi a sassate, giuro! Se non ti prendo la vista, che mi esplodano i polmoni!» Allo stesso tempo schivando dietro Durdles, e ringhiando a Jasper, ora da questo lato di lui, ora da quello: pronto, se assalito, a scappare via in ogni sorta di direzione curvilinea, e, se alla fine raggiunto, a strisciare nella polvere e gridare: «Ora, colpiscimi mentre sono giù! Fallo!»

«Non faccia del male al ragazzo, Mister Jarsper», esorta Durdles, proteggendolo. «Si ricomponga.»

«Ci ha seguito stasera, quando siamo arrivati qui la prima volta!»

«Menti, non l’ho fatto!» risponde Deputy, nella sua unica forma di cortese contraddizione.

«Ha girovagato vicino a noi fin da allora!»

«Menti, non l’ho fatto», ribatte Deputy. «Ero appena uscito per la mia salute quando ho visto voi due uscire dal Kin-freederel. Se

I—ket—ches—Im—out—ar—ter—ten!»

(con il solito ritmo e danza, sebbene schivando dietro Durdles), «non è una colpa, vero?»

«Portalo a casa, allora», ribatte Jasper, ferocemente, sebbene con un forte freno su se stesso, «e che i miei occhi siano liberati dalla vista di te!»

Deputy, con un altro fischio acuto, che esprime immediatamente il suo sollievo e il suo inizio di un più mite lancio di sassi a Mr. Durdles, inizia a lanciare sassi a quel rispettabile gentiluomo verso casa, come se fosse un bue riluttante. Mr. Jasper va alla sua guardiola, rimuginando. E così, poiché ogni cosa giunge a una fine, la spedizione inspiegabile giunge a una fine — per il momento.

CAPITOLO XIII. ENTRAMBE AL LORO MEGLIO

L’istituto di Miss Twinkleton stava per subire un sereno silenzio. Le vacanze di Natale erano alle porte. Quello che una volta, e non in epoca remota, era stato chiamato, persino dall’erudita Miss Twinkleton stessa, «il semestre», ma che ora veniva chiamato, essendo più elegante e più strettamente universitario, «il trimestre», sarebbe scaduto domani. Una notevole rilassatezza della disciplina pervasa da alcuni giorni la Nuns’ House. Cene tra club si erano tenute nelle camere da letto, e una lingua condita era stata tagliata con un paio di forbici e passata in giro con l’arricciacapelli. Porzioni di marmellata erano state distribuite su un servizio di piatti costruiti con carta per arricciare; e il vino di primule era stato bevuto dal piccolo bicchiere misuratore tozzo in cui la piccola Rickitts (una studentessa del corso inferiore di costituzione debole) prendeva quotidianamente le sue gocce di ferro. Le cameriere erano state corrotte con vari frammenti di nastro, e svariate paia di scarpe più o meno logore sui tacchi, affinché non facessero menzione di briciole nei letti; i costumi più ariosi erano stati indossati in queste occasioni festive; e l’audace Miss Ferdinand aveva persino sorpreso la compagnia con un vivace assolo con il pettine e la carta per arricciare, finché non era stata soffocata nel suo stesso cuscino da due giustizieri dai capelli fluenti.

Né questi erano gli unici segni di dispersione. Le casse apparvero nelle camere da letto (dove in altri momenti erano ottime), e ebbe luogo una sorprendente quantità di imballaggio, del tutto sproporzionata alla quantità imballata. La larghezza, sotto forma di avanzi di crema fredda e pomata, e anche di forcine, veniva liberamente distribuita tra le assistenti. Sotto accusa di inviolabile segreto, venivano scambiate confidenze riguardanti la gioventù dorata d’Inghilterra attesa per le visite, «a casa», alla prima opportunità. Miss Giggles (carente di sentimentalismo) professò davvero che lei, dal canto suo, riconosceva tale omaggio facendo boccacce alla gioventù dorata; ma questa giovane signorina fu messa in minoranza da una stragrande maggioranza.

L’ultima notte prima di una pausa, era sempre espressamente un punto d’onore che nessuno dovesse dormire, e che i fantasmi dovessero essere incoraggiati con ogni mezzo possibile. Questo patto falliva invariabilmente, e tutte le giovani signorine andavano a dormire molto presto, e si alzavano molto presto.

La cerimonia conclusiva si svolse alle dodici del giorno della partenza; quando Miss Twinkleton, sostenuta da Mrs. Tisher, tenne un ricevimento nel proprio appartamento (i mappamondi già coperti di tela marrone), dove bicchieri di vino bianco e piatti di torta tagliata venivano scoperti sul tavolo. Miss Twinkleton disse allora: Signore, un altro anno che volge al termine ci ha riportate a quel periodo festivo in cui i primi sentimenti della nostra natura balzavano nei nostri — Miss Twinkleton stava annualmente per aggiungere «seni», ma annualmente si fermava sull’orlo di quell’espressione, e sostituiva «cuori». Cuori; i nostri cuori. Ehem! Ancora un anno che volge al termine, signore, ci ha portate a una pausa nei nostri studi — speriamo i nostri studi notevolmente avanzati — e, come il marinaio nella sua barca, il guerriero nella sua tenda, il prigioniero nella sua prigione, e il viaggiatore nei suoi vari mezzi di trasporto, sospiravamo per casa. Abbiamo detto, in tale occasione, nelle parole di apertura della suggestiva tragedia di Mr. Addison:

«L’alba è coperta, il mattino si abbassa, E pesantemente tra le nuvole porta il giorno, Il grande, l’importante giorno —?»

Non così. Dall’orizzonte allo zenit tutto era roseo, poiché tutto era profumato dei nostri parenti e amici. Possa trovarli prosperi come ci aspettavamo; possano trovare noi prospere come si aspettavano! Signore, ora vorremmo, con il nostro affetto l’una per l’altra, augurarci addio, e felicità, fino a quando non ci incontreremo di nuovo. E quando giungerà il momento per la nostra ripresa di quelle occupazioni che (qui una depressione generale si diffuse ovunque), occupazioni che, occupazioni che; — allora ricordiamo sempre ciò che fu detto dal Generale spartano, in parole troppo trite per essere ripetute, nella battaglia che sarebbe superfluo specificare.

Le ancelle dell’istituto, con le loro cuffie migliori, passarono quindi i vassoi, e le giovani signorine sorseggiarono e sbriciolarono, e le carrozze prenotate iniziarono a intasare la strada. Allora il commiato non durò a lungo; e Miss Twinkleton, salutando la guancia di ogni giovane signorina, le affidò una lettera estremamente ordinata, indirizzata al suo prossimo tutore legale, «con i migliori complimenti di Miss Twinkleton» nell’angolo. Questa missiva la porse con un’aria come se non avesse il minimo legame con il conto, ma fosse qualcosa della natura di una delicata e gioiosa sorpresa.

Il signor Jasper era seduto nel suo studio, al centro della casa del canonico, con il suo pianoforte aperto, il suo violoncello in un angolo, e il suo libro di musica aperto sul leggio. Aveva atteso Edwin Drood per cena; ma Edwin non era ancora arrivato. La tavola era apparecchiata per due persone, e il fuoco nel caminetto ardeva lieto e brillante.

Il signor Jasper stava suonando sommessamente, lasciando che le sue dita vagassero sui tasti in una sorta di sogno ad occhi aperti, quando fu interrotto da un passo sulla scala. Alzò lo sguardo, aspettandosi di vedere Edwin, ma vide il signor Crisparkle.

«Oh, caro signor Crisparkle,» disse Jasper, alzandosi rapidamente. «Mi aspettavo il mio caro ragazzo, il giovane Edwin. Non è con lei?»

«No, signor Jasper,» rispose il canonico, entrando. «Pensavo di trovarlo qui. Sono venuto a fare una piccola commissione per mio conto, se non disturbo.»

«Niente affatto, niente affatto. Mi dispiace che non sia ancora arrivato. Spero che non gli sia successo nulla.»

«Sono certo che non sia nulla di grave,» disse il signor Crisparkle, con la sua solita cordialità. «Ma, signor Jasper, c’è una questione che vorrei discutere con lei, se ha un momento.»

«Certamente, signor Crisparkle. Si sieda, la prego.»

Il canonico si sedette, ma sembrava un po’ esitante. «È una questione un po’ delicata, signor Jasper. Riguarda il giovane Drood e la signorina Rosa.»

Jasper si irrigidì leggermente, le sue dita che ancora sfioravano i tasti del pianoforte. «Rosa? Cosa c’entra Rosa con il mio caro ragazzo in modo che richieda una discussione così formale?»

«Si tratta del loro fidanzamento,» disse il signor Crisparkle, fissando Jasper con i suoi occhi limpidi. «È giunto a una risoluzione. Hanno deciso, di comune accordo, di porvi fine. Non si vedono più come futuri sposi, ma come fratelli.»

Jasper rimase in silenzio per un momento, le sue dita immobili sui tasti. Un lampo di qualcosa — rabbia, sorpresa, trionfo? — attraversò il suo volto, ma fu subito sostituito da un’espressione di profonda preoccupazione. «Fine? Hanno rotto il fidanzamento? È una notizia inaspettata, signor Crisparkle. Molto inaspettata. E il mio povero ragazzo ne soffrirà terribilmente.»

«Sono entrambi molto dispiaciuti, signor Jasper, ma sono convinti che sia la decisione giusta. Hanno agito con grande maturità e saggezza.»

«Saggezza!» esclamò Jasper, con una nota amara nella voce. «La gioventù non conosce la saggezza, signor Crisparkle. Conosce solo l’impulsività. E quando si tratta di sentimenti...» Si interruppe, scuotendo la testa. «Dov’è lui ora? Devo parlargli.»

«Non so dove sia, signor Jasper. Ma sono sicuro che verrà da lei non appena potrà. È una decisione che pesa su entrambi.»

In quel momento, la porta si aprì e apparve Edwin Drood. Sembrava pallido e teso, ma cercò di sorridere. «Buonasera, zio. Buonasera, signor Crisparkle. Chiedo scusa per il ritardo.»

«Edwin,» disse Jasper, avvicinandosi a lui e posandogli una mano sulla spalla. La sua stretta era ferma, quasi dolorosa. «Il signor Crisparkle mi ha appena dato delle notizie che mi hanno profondamente turbato. È vero quello che dice?»

Edwin abbassò lo sguardo. «Sì, zio. È vero. Abbiamo parlato, Rosa e io, e abbiamo deciso che non possiamo sposarci.»

Jasper fissò il nipote con un’intensità che fece sentire a disagio persino il signor Crisparkle. «Non potete? O non volete?»

«Non credo che faccia differenza, zio,» rispose Edwin, con voce ferma ma stanca. «Il risultato è lo stesso.»

Jasper lasciò andare la spalla del nipote e tornò verso il pianoforte. «Molto bene. Molto bene. Se è così che deve essere. Ma cena, Edwin. Hai fame? Dobbiamo mangiare. Il Natale è una festa, dopo tutto, anche se le speranze svaniscono.»

Si sedettero a tavola, ma il pasto fu un affare silenzioso e opprimente. Il signor Crisparkle, sentendo di essere di troppo, si congedò presto, lasciando zio e nipote da soli.

Quando la porta si chiuse alle spalle del canonico, Jasper tornò a guardare Edwin. «Così, è finita tra voi due. E il mio caro ragazzo è ora un uomo libero.»

«Sono ancora il suo caro ragazzo, zio,» disse Edwin, cercando di mantenere la calma. «E non c’è bisogno di drammatizzare.»

«Oh, non lo faccio, Edwin. Non lo faccio affatto,» disse Jasper, con un sorriso che non raggiunse i suoi occhi. «Al contrario. Sono sollevato. È molto meglio così, ne sono certo. Molto meglio così.»

Si versò del vino, e la sua mano tremò impercettibilmente. Edwin notò il tremolio, ma decise di non dire nulla. Sentiva un bisogno improvviso di uscire da quella stanza, di respirare l’aria fredda della notte.

«Vado a fare una passeggiata, zio,» disse Edwin, alzandosi. «Torno tra poco.»

«Vai, vai, mio caro ragazzo,» disse Jasper, osservandolo con quegli occhi che sembravano vedere fin dentro la sua anima. «Vai dove vuoi. La notte è lunga, e Cloisterham è un posto così tranquillo in questa vigilia di Natale.»

Edwin uscì, e Jasper rimase solo. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori, verso la Cattedrale, le cui torri si stagliavano oscure contro il cielo stellato. «Libero,» sussurrò a se stesso. «Finalmente, libero.»

Jasper accese la sua lampada, la portò sul tavolo e vi si sedette davanti. Aveva davanti a sé un piccolo libretto di musica e una penna; eppure, per un lungo spazio di tempo, non scrisse nulla. Rimase immobile, con la testa appoggiata alla mano sinistra, mentre con la destra tamburellava ritmicamente sul tavolo.

Un’espressione di intenso appagamento si dipinse sul suo volto, che tuttavia era segnato da un’ombra di tensione. Si alzò, fece il giro della stanza, si fermò davanti a uno specchio e si osservò con attenzione, quasi volesse assicurarsi che il suo aspetto non tradisse le emozioni che provava. Poi tornò a sedersi e, finalmente, iniziò a scrivere.

Scriveva con cura, concentrato. Di tanto in tanto si fermava, leggeva quanto aveva tracciato, e poi riprendeva, con una precisione che rasentava la freddezza. Il tempo scorreva, e il silenzio della casa sembrava farsi più profondo, quasi volesse proteggere il segreto di quel lavoro notturno.

All'improvviso, un rumore proveniente dall'esterno — il battito sordo di un passo sul selciato, lontano ma udibile — lo fece sussultare. La penna si fermò a mezz'aria. Jasper tese l'orecchio, il volto improvvisamente teso, le narici che fremevano. Il rumore svanì, sostituito dal soffio del vento che fischiava tra le pietre della Cattedrale.

«Solo il vento,» mormorò tra sé, e un sorriso sottile, quasi impercettibile, gli increspò le labbra. Riprese a scrivere, ma il ritmo della sua mano era ora diverso, più rapido, quasi febbrile.

Quando ebbe finito, ripose il libretto in un cassetto nascosto del suo scrittoio, lo chiuse a chiave e ne nascose la piccola chiave in una tasca interna del panciotto. Si alzò quindi in piedi, si stiracchiò come se si fosse appena svegliato da un lungo sonno e, spegnendo la lampada, si immerse nell'oscurità della stanza. Solo la luce fioca delle stelle, che filtrava dalle finestre, disegnava i contorni dei mobili, rendendo l'ambiente spettrale e silenzioso.

Nella stanza accanto, il fuoco nel camino era ridotto ormai a un mucchietto di braci morenti. Jasper vi gettò sopra un ultimo pezzo di legna, guardando le fiamme che tornavano a guizzare, proiettando ombre lunghe e distorte sulle pareti. Si sedette sulla poltrona, intrecciò le dita e rimase a fissare il rosso incandescente del carbone, immerso in pensieri che parevano divorarlo dall'interno.

Fuori, nel freddo della notte, la città di Cloisterham dormiva. Le campane della Cattedrale rintoccarono l'ora, un suono cupo e solenne che vibrò nell'aria gelida. Jasper non si mosse. Rimase lì, l'immagine perfetta di un uomo che, avendo concluso la sua opera, attende ora che il destino faccia il suo corso, con la pazienza di chi non ha più nulla da temere.

John Jasper è sinceramente addolorato di sentire il signor Sapsea parlare in tal modo, poiché sa bene che il signor Sapsea non parla mai senza un motivo, e che possiede la sottile capacità di avere ragione. Il signor Sapsea (per una coincidenza davvero notevole) è esattamente della stessa opinione.

Il signor Jasper è in splendida voce quest'oggi. Nella patetica supplica di avere il cuore inclinato a osservare questa legge, stupisce non poco i suoi compagni con la sua potenza melodica. Non ha mai cantato musica difficile con tale abilità e armonia come nell'Inno di oggi. Il suo temperamento nervoso è talvolta incline a eseguire i brani complessi un po' troppo velocemente; oggi, il suo tempo è perfetto.

Questi risultati sono probabilmente raggiunti grazie a una grande compostezza di spirito. Il puro meccanismo della sua gola è un po' delicato, poiché indossa, sia con la veste da canto che con l'abito ordinario, una larga sciarpa nera di seta robusta e a trama fitta, avvolta con noncuranza attorno al collo. Ma la sua compostezza è così evidente che il signor Crisparkle ne parla mentre escono dai Vespri.

«Devo ringraziarla, Jasper, per il piacere con cui l'ho ascoltata oggi. Bellissimo! Incantevole! Spero che lei non avrebbe potuto superare se stesso in tal modo, senza essere meravigliosamente in salute.»

«Sono meravigliosamente in salute.»

«Niente di disuguale,» dice il Canonico Minore, con un movimento fluido della mano: «niente di incerto, niente di forzato, niente di eluso; tutto eseguito a fondo in modo magistrale, con perfetto autocontrollo.»

«La ringrazio. Spero sia così, se non è troppo presuntuoso dirlo.»

«Si direbbe, Jasper, che lei abbia provato una nuova medicina per quel suo occasionale malessere.»

«No, davvero? È ben osservato; poiché l'ho fatto.»

«Allora continui così, mio caro amico,» dice il signor Crisparkle, colpendolo sulla spalla con amichevole incoraggiamento, «continui così.»

«Lo farò.»

«Mi congratulo con lei,» prosegue il signor Crisparkle, mentre escono dalla Cattedrale, «sotto ogni aspetto.»

«Grazie ancora. Farò il giro fino al Corner con lei, se non le dispiace; ho molto tempo prima che arrivino i miei ospiti; e voglio dirle una parola che credo le farà piacere sentire.»

«Di che si tratta?»

«Beh. Stavamo parlando, l'altra sera, dei miei umori neri.»

Il volto del signor Crisparkle si incupisce e lui scuote la testa con rammarico.

«Ho detto, sa, che avrei dovuto farle da antidoto a quegli umori neri; e lei ha detto che sperava li avessi consegnati alle fiamme.»

«E lo spero ancora, Jasper.»

«Con la migliore ragione del mondo! Intendo bruciare il Diario di quest'anno alla fine dell'anno.»

«Perché lei—?» Il signor Crisparkle si illumina grandemente mentre inizia così.

«Lei mi anticipa. Perché sento di essere stato fuori fase, cupo, bilioso, oppresso nel cervello, qualunque cosa sia. Lei ha detto che ero stato esagerato. Ed è vero.»

Il volto illuminato del signor Crisparkle si illumina ancora di più.

«Non riuscivo a vederlo allora, perché ero fuori fase; ma ora sono in uno stato più sano, e lo riconosco con sincero piacere. Ho fatto un gran caso di pochissima cosa; è la verità.»

«Mi fa bene,» esclama il signor Crisparkle, «sentirglielo dire!»

«Un uomo che conduce una vita monotona,» prosegue Jasper, «e che manda i suoi nervi, o il suo stomaco, fuori ordine, si sofferma su un'idea finché essa perde le sue proporzioni. È stato il mio caso con l'idea in questione. Quindi brucerò la prova del mio caso, quando il libro sarà pieno, e inizierò il prossimo volume con una visione più chiara.»

«Questo è meglio,» dice il signor Crisparkle, fermandosi sui gradini della propria porta per stringergli la mano, «di quanto avrei potuto sperare.»

«Beh, naturalmente,» risponde Jasper. «Aveva ben poche ragioni di sperare che io potessi diventare più simile a lei. Lei si allena sempre a essere, mente e corpo, limpido come il cristallo, e lo è sempre, e non cambia mai; mentre io sono un'erbaccia fangosa, solitaria e malinconica. Tuttavia, ho superato quella malinconia. Devo aspettare, mentre lei chiede se il signor Neville è partito per casa mia? Se no, lui ed io potremmo fare la strada insieme.»

«Credo,» dice il signor Crisparkle, aprendo la porta d'ingresso con la sua chiave, «che sia partito già da un po'; almeno so che è uscito, e penso che non sia tornato. Ma mi informerò. Non vuole entrare?»

«I miei ospiti attendono,» disse Jasper, con un sorriso.

Il Canonico Minore scompare e in pochi istanti ritorna. Come pensava, il signor Neville non è tornato; anzi, come ricorda ora, il signor Neville aveva detto che probabilmente sarebbe andato direttamente alla portineria.

«Cattive maniere in un ospite!» dice Jasper. «I miei ospiti saranno lì prima di me! Cosa scommette che non troverò i miei ospiti ad abbracciarsi?»

«Scommetterei — o lo farei, se mai scommettessi,» risponde il signor Crisparkle, «che i suoi ospiti avranno un intrattenitore allegro questa sera.»

Jasper annuisce e ride la buonanotte!

Riprende i suoi passi verso la porta della Cattedrale e gira oltrepassandola verso la portineria. Canta, a bassa voce e con delicata espressione, mentre cammina. Sembra ancora che una nota falsa non sia nelle sue corde stasera, e che nulla possa affrettarlo o ritardarlo. Arrivando così sotto l'ingresso ad arco della sua abitazione, si ferma per un istante al riparo per sfilarsi quella grande sciarpa nera e appenderla in un cappio sul braccio. Per quel breve lasso di tempo, il suo volto è contratto e severo. Ma si distende immediatamente, mentre riprende il suo canto e il suo cammino.

E così sale la scala della poterna.

La luce rossa brucia costantemente per tutta la sera nel faro sul margine della marea della vita frenetica. Suoni smorzati e il ronzio del traffico passano oltre e fluiscono irregolarmente negli isolati Precincts; ma ben poco altro passa, a parte violente raffiche di vento. Inizia a soffiare un vento impetuoso.

I Precincts non sono mai particolarmente ben illuminati; ma le forti raffiche di vento che spengono molti dei lampioni (in alcuni casi frantumando anche le cornici e facendo cadere il vetro al suolo con fragore), li rendono insolitamente bui stasera. L'oscurità è accresciuta e confusa dal pulviscolo sollevato dalla terra, da ramoscelli secchi dagli alberi e da grandi frammenti laceri dai nidi delle cornacchie lassù nella torre. Gli alberi stessi ondeggiano e scricchiolano così tanto, mentre questa parte tangibile dell'oscurità vortica follemente, che sembrano in pericolo di essere sradicati dalla terra: mentre di tanto in tanto un crepitio, e una caduta rumorosa, indicano che qualche grosso ramo ha ceduto alla tempesta.

Non soffiava una tale potenza di vento da molte notti d'inverno. I camini crollano nelle strade, e la gente si aggrappa ai pali e agli angoli, e l'uno all'altro, per restare in piedi. Le violente raffiche non si attenuano, ma aumentano in frequenza e furia fino a mezzanotte, quando le strade sono vuote, e la tempesta tuona lungo di esse, facendo tintinnare tutti i chiavistelli e strappando tutte le imposte, come se avvertisse la gente di alzarsi e fuggire con essa, piuttosto che vedersi cadere i tetti sulla testa.

Eppure, la luce rossa brucia costantemente. Nulla è costante se non la luce rossa.

Per tutta la notte il vento soffia, e non si placa. Ma presto al mattino, quando c'è appena abbastanza luce a est per oscurare le stelle, inizia a calmarsi. Da quel momento, con occasionali cariche selvagge, come un mostro ferito che muore, cala e si attenua; e a pieno giorno è morto.

Si vede allora che le lancette dell'orologio della Cattedrale sono state strappate; che il piombo dal tetto è stato scrostato, arrotolato e soffiato nel Close; e che alcune pietre sono state spostate sulla sommità della grande torre. Sebbene sia mattina di Natale, è necessario mandare su degli operai, per accertare l'entità del danno subito. Questi, guidati da Durdles, salgono in alto; mentre il signor Tope e una folla di sfaccendati mattinieri si radunano giù nel Minor Canon Corner, schermandosi gli occhi e guardando in attesa della loro apparizione lassù.

Questo gruppetto viene improvvisamente rotto e messo da parte dalle mani del signor Jasper; tutti gli occhi che fissavano vengono riportati a terra dal suo chiedere ad alta voce al signor Crisparkle, a una finestra aperta:

«Dov'è mio nipote?»

«Non è stato qui. Non è con lei?»

«No. È andato al fiume ieri sera, con il signor Neville, per guardare la tempesta, e non è tornato. Chiami il signor Neville!»

«È partito stamattina, presto.»

«Partito stamattina presto? Mi faccia entrare! mi faccia entrare!»

Non c'è più nessuno che guardi la torre, ora. Tutti gli occhi riuniti sono rivolti al signor Jasper, bianco, seminudo, ansimante e aggrappato alla ringhiera davanti alla casa del Canonico Minore.

CAPITOLO XV. IMPUTATO

Neville Landless era partito così presto e aveva camminato a un passo così buono che, quando le campane della chiesa iniziarono a suonare a Cloisterham per la funzione mattutina, si trovava a otto miglia di distanza. Poiché desiderava la sua colazione a quell'ora, essendo partito con una crosta di pane, si fermò alla successiva locanda lungo la strada per ristorarsi.

I visitatori in cerca di colazione — a meno che non fossero cavalli o bestiame, per la quale categoria di ospiti c'era preparazione sufficiente in termini di abbeveratoio e fieno — erano così insoliti all'insegna del Tilted Wagon, che ci volle molto tempo per far entrare il carro nel solco di tè, pane tostato e pancetta. Neville nell'intervallo, seduto in un salotto impolverato, si chiedeva dopo quanto tempo, una volta che se ne fosse andato, il fuoco starnutente di fascine umide avrebbe iniziato a scaldare qualcun altro.

In effetti, il Tilted Wagon, come stabilimento fresco in cima a una collina, dove il terreno davanti alla porta era fangoso di zoccoli umidi e paglia calpestata; dove una padrona di casa arcigna schiaffeggiava un neonato umido (con un calzino rosso e uno mancante), al bar; dove il formaggio era gettato a terra su uno scaffale, in compagnia di una tovaglia ammuffita e un coltello dal manico verde, in una specie di canoa di ghisa; dove il pane dal volto pallido versava lacrime di mollica sopra il suo naufragio in un'altra canoa; dove la biancheria di famiglia, metà lavata e metà asciugata, conduceva una vita pubblica stando in giro; dove tutto ciò che c'era da bere veniva bevuto da tazze, e ogni altra cosa suggeriva una rima con le tazze; il Tilted Wagon, considerate tutte queste cose, manteneva a stento la sua promessa dipinta di fornire un buon intrattenimento per Uomo e Bestia. Tuttavia, l'Uomo, nel caso presente, non era critico, ma prendeva l'intrattenimento che poteva ottenere, e proseguiva di nuovo dopo un riposo più lungo di quanto avesse bisogno.

Si fermò a circa un quarto di miglio dalla casa, esitando se proseguire per la strada, o seguire una pista di carri tra due alte siepi, che conduceva attraverso il pendio di una brughiera ventosa, e che evidentemente si ricongiungeva alla strada più avanti. Decise a favore di quest'ultima pista, e la percorse con una certa fatica; la salita era ripida e la via scavata in solchi profondi.

Stava faticando lungo il cammino, quando si accorse di alcuni altri pedoni dietro di lui. Poiché avanzavano a un passo più veloce del suo, si fece da parte, contro una delle alte sponde, per lasciarli passare. Ma il loro atteggiamento era molto curioso. Solo quattro di loro passarono. Altri quattro rallentarono la velocità, e si attardarono come intenzionati a seguirlo quando lui avesse ripreso a camminare. Il resto del gruppo (forse una mezza dozzina) si voltò e tornò indietro a grande velocità.

Guardò i quattro dietro di lui, e guardò i quattro davanti a lui. Tutti ricambiarono il suo sguardo. Riprese il suo cammino. I quattro davanti proseguirono, guardandosi costantemente indietro; i quattro dietro si avvicinarono.

Quando uscirono tutti dallo stretto sentiero sull'aperto pendio della brughiera, e quest'ordine fu mantenuto, per quanto lui virasse da una parte o dall'altra, non c'era più spazio per dubitare che fosse assediato da questi tizi. Si fermò, come ultima prova; e tutti si fermarono.

«Perché mi seguite in questo modo?» chiese all'intero gruppo. «Siete un branco di ladri?»

«Non rispondergli,» disse uno del numero; non vide chi. «Meglio stare zitti.»

«Meglio stare zitti?» ripeté Neville. «Chi l'ha detto?»

Nessuno rispose.

«È un buon consiglio, chiunque di voi vigliacchi l'abbia dato,» continuò rabbiosamente. «Non mi sottometterò a essere rinchiuso tra quattro uomini lì, e quattro uomini lì. Voglio passare, e intendo passare, quei quattro davanti.»

Erano tutti fermi; lui incluso.

«Se otto uomini, o quattro uomini, o due uomini, si scagliano su uno solo,» proseguì, diventando sempre più infuriato, «quello non ha altra scelta che lasciare il suo segno su alcuni di loro. E, per il Signore, lo farò, se verrò interrotto ulteriormente!»

Imbracciando il suo pesante bastone e accelerando il passo, scattò per superare i quattro davanti. L'uomo più grande e forte del gruppo cambiò rapidamente lato da quello in cui lui si era avvicinato, e con destrezza lo chiuse e cadde con lui; ma non prima che il pesante bastone fosse sceso agilmente.

«Lasciatelo stare!» disse quest'uomo a voce soppressa, mentre lottavano insieme sull'erba. «Gioco leale! Il suo fisico è quello di una ragazza rispetto al mio, e ha anche un peso legato alla schiena. Lasciatelo stare. Me la vedrò io con lui.»

Dopo un po' di rotolamento, in una lotta ravvicinata che fece imbrattare i volti di entrambi di sangue, l'uomo tolse il ginocchio dal petto di Neville e si alzò, dicendo: «Ecco! Ora prendetelo sottobraccio, due di voi!»

Fu fatto immediatamente.

«Quanto al fatto che siamo un branco di ladri, signor Landless,» disse l'uomo, mentre sputava un po' di sangue e ne asciugava altro dal volto; «lei sa bene che non è così a mezzogiorno. Non l'avremmo toccata se non ci avesse costretto. La porteremo comunque sulla strada principale, e lì troverà aiuto a sufficienza contro i ladri, se lo vuole. — Asciugategli il viso, qualcuno; guardate come gli cola giù!»

Quando il suo viso fu pulito, Neville riconobbe nel parlante Joe, il guidatore dell'autobus di Cloisterham, che aveva visto solo una volta, e proprio il giorno del suo arrivo.

«E quello che le raccomando per il momento, è, non parli, signor Landless. Troverà un amico ad attenderla alla strada principale — andato avanti per l'altra via quando ci siamo divisi in due gruppi — e farà molto meglio a non dire nulla finché non lo raggiungerà. Portate via quel bastone, qualcun altro, e diamoci una mossa!»

Completamente sbalordito, Neville fissò intorno a sé e non disse una parola. Camminando tra i suoi due conduttori, che gli tenevano le braccia nelle loro, proseguì, come in un sogno, finché non giunsero di nuovo sulla strada principale, e in mezzo a un piccolo gruppo di persone. Gli uomini che erano tornati indietro erano tra il gruppo; e le sue figure centrali erano il signor Jasper e il signor Crisparkle. I conduttori di Neville lo portarono dal Canonico Minore, e lì lo rilasciarono, come atto di deferenza verso quel gentiluomo.

«Che cos'è tutto questo, signore? Che cosa succede? Mi sento come se avessi perso i sensi!» gridò Neville, mentre il gruppo si stringeva attorno a lui.

«Dov'è mio nipote?» chiese il signor Jasper, ferocemente.

«Dov'è suo nipote?» ripeté Neville, «Perché lo chiede a me?»

«Glielo chiedo,» ribatté Jasper, «perché lei è stata l'ultima persona in sua compagnia, e lui non si trova.»

«Non si trova!» gridò Neville, atterrito.

«Piano, piano,» disse il signor Crisparkle. «Mi permetta, Jasper. Signor Neville, lei è confuso; raccolga i suoi pensieri; è di grande importanza che lei raccolga i suoi pensieri; mi presti attenzione.»

«Ci proverò, signore, ma mi sento impazzire.»

«Ha lasciato il signor Jasper ieri sera con Edwin Drood?»

«Sì.»

«A che ora?»

«Erano le dodici?» chiese Neville, con la mano alla testa confusa, e facendo appello a Jasper.

«Esatto,» disse il signor Crisparkle; «l'ora che il signor Jasper mi ha già indicato. Siete andati al fiume insieme?»

«Indubbiamente. Per vedere l'azione del vento lì.»

«Cosa è successo? Quanto tempo siete rimasti lì?»

«Circa dieci minuti; direi non di più. Abbiamo poi camminato insieme fino a casa sua, e lui mi ha salutato alla porta.»

«Ha detto che sarebbe tornato al fiume?»

«No. Ha detto che sarebbe tornato dritto indietro.»

Gli astanti si guardarono l'un l'altro, e verso il signor Crisparkle. A cui il signor Jasper, che aveva osservato intensamente Neville, disse, con una voce bassa, distinta e sospettosa: «Cosa sono quelle macchie sul suo vestito?»

Tutti gli occhi furono rivolti al sangue sui suoi abiti.

«E qui ci sono le stesse macchie su questo bastone!» disse Jasper, prendendolo dalla mano dell'uomo che lo teneva. «So che il bastone è suo, e lo portava ieri sera. Cosa significa questo?»

«Nel nome di Dio, dica cosa significa, Neville!» esortò il signor Crisparkle.

«Quell'uomo ed io,» disse Neville, indicando il suo recente avversario, «abbiamo lottato per il bastone poco fa, e lei può vedere gli stessi segni su di lui, signore. Cosa avrei dovuto supporre, quando mi sono trovato molestato da otto persone? Potevo sognare la vera ragione quando non me ne volevano dare nessuna?»

Ammisero di aver pensato fosse discreto tacere, e che la lotta aveva avuto luogo. Eppure gli stessi uomini che l'avevano vista guardavano cupamente le macchie che l'aria fredda e limpida aveva già asciugato.

«Dobbiamo tornare, Neville,» disse il signor Crisparkle; «naturalmente lei sarà felice di tornare per scagionarsi?»

«Certamente, signore.»

«Il signor Landless camminerà al mio fianco,» continuò il Canonico Minore, guardandosi intorno. «Venga, Neville!»

Si avviarono per la camminata di ritorno; e gli altri, con una sola eccezione, si attardarono dietro di loro a varie distanze. Jasper camminava dall'altra parte di Neville, e non abbandonò mai quella posizione. Rimase in silenzio, mentre il signor Crisparkle più di una volta ripeteva le sue precedenti domande, e mentre Neville ripeteva le sue precedenti risposte; inoltre, mentre entrambi azzardavano alcune congetture esplicative. Rimase ostinatamente in silenzio, perché il modo di fare del signor Crisparkle faceva appello direttamente a lui affinché prendesse parte alla discussione, e nessun appello riusciva a smuovere il suo volto fisso. Quando si avvicinarono alla città, e fu suggerito dal Canonico Minore che avrebbero fatto bene a chiamare subito il Sindaco, egli assentì con un cenno severo; ma non proferì parola finché non si trovarono nel salotto del signor Sapsea.

Essendo stato informato il signor Sapsea dal signor Crisparkle delle circostanze in cui desideravano rendere una dichiarazione volontaria davanti a lui, il signor Jasper ruppe il silenzio dichiarando che riponeva tutta la sua fiducia, parlando umanamente, nella perspicacia del signor Sapsea. Non c'era alcuna ragione concepibile per cui suo nipote dovesse essere fuggito improvvisamente, a meno che il signor Sapsea non ne potesse suggerire una, e allora lui si sarebbe rimesso al suo giudizio. Non c'era alcuna verosimiglianza intelligibile che fosse tornato al fiume e fosse annegato accidentalmente nell'oscurità, a meno che non fosse apparso probabile al signor Sapsea, e allora di nuovo lui si sarebbe rimesso. Si lavava le mani il più possibile da ogni orribile sospetto, a meno che non fosse apparso al signor Sapsea che qualcuno di essi fosse inseparabile dal suo ultimo compagno prima della sparizione (con cui non era in buoni rapporti in precedenza), e allora, ancora una volta, si sarebbe rimesso. Il suo stato mentale, essendo egli distratto dai dubbi e tormentato da tristi apprensioni, non poteva essere considerato affidabile; ma quello del signor Sapsea sì.

Il signor Sapsea espresse la sua opinione che il caso avesse un aspetto cupo; in breve (e qui i suoi occhi si posarono pienamente sul volto di Neville), una carnagione Non-Inglese. Avendo fatto questo grande punto, vagò in una foschia e un labirinto di assurdità più densi di quanto perfino un sindaco ci si sarebbe aspettati di vedere divertirsi, e ne uscì con la brillante scoperta che togliere la vita a una creatura umana significava togliere qualcosa che non ti apparteneva. Esitò se emettere o meno subito il suo mandato per l'incarcerazione di Neville Landless, in circostanze di grave sospetto; e avrebbe potuto arrivare a farlo se non fosse stato per l'indignata protesta del Canonico Minore: che si fece garante che il giovane rimanesse nella propria casa, e che fosse...

...disponibile in ogni momento. Il signor Sapsea, nel suo ruolo di magistrato, acconsentì a questa misura, ma non senza far notare che il Canonico Minore si assumeva una responsabilità che, in circostanze meno eccezionali, avrebbe potuto rivelarsi fatale per la sua stessa carriera ecclesiastica.

Sembrò al signor Sapsea di suggerire che il fiume venisse dragato, che le sue rive venissero esaminate minuziosamente, che i dettagli della scomparsa venissero inviati in tutte le località limitrofe e a Londra, e che manifesti e annunci venissero ampiamente diffusi per implorare Edwin Drood, qualora per un motivo ignoto si fosse allontanato dalla casa e dalla cerchia sociale di suo zio, di aver pietà del dolore e dell'angoscia di quel parente affettuoso, e di informarlo in qualche modo che era ancora vivo. Il signor Sapsea fu compreso perfettamente, poiché era esattamente questo il suo intento (sebbene non ne avesse fatto parola); e furono prese immediatamente misure in tal senso.

Sarebbe stato difficile stabilire chi fosse più oppresso dall'orrore e dallo stupore: Neville Landless o John Jasper. Se la posizione di Jasper non lo avesse costretto all'azione, mentre quella di Neville lo costringeva alla passività, non ci sarebbe stata scelta tra loro. Ognuno era abbattuto e distrutto.

Alle prime luci del mattino seguente, uomini erano al lavoro sul fiume e altri uomini — per la maggior parte volontari — stavano esaminando le sponde. Per tutto il giorno le ricerche proseguirono; sul fiume, con chiatte, pertiche, draghe e reti; sulla riva fangosa e palustre, con stivali pesanti, accette, vanghe, corde, cani e ogni sorta di attrezzo immaginabile. Persino di notte, il fiume era punteggiato di lanterne e livido di fuochi; le insenature lontane, in cui la marea si riversava cambiando corso, avevano i loro gruppi di osservatori in ascolto del sciabordio della corrente, in attesa di qualunque peso essa potesse trasportare; remoti sentieri di ghiaia vicino al mare e punti solitari dove le correnti erano vorticose avevano i loro insoliti bracieri ardenti e figure infreddolite all'alba del giorno successivo; ma nessuna traccia di Edwin Drood tornò a rivedere la luce del sole.

Per tutto quel giorno, di nuovo, le ricerche continuarono. Ora su chiatte e barche, e ora a terra tra i salici, o camminando nel fango, tra pali e pietre taglienti in zone depresse, dove segni d'acqua solitari e segnali dalle forme bizzarre apparivano come spettri, John Jasper si affannava e faticava. Ma invano; poiché ancora nessuna traccia di Edwin Drood tornava a rivedere la luce del sole.

Stabiliti i turni anche per quella notte, affinché occhi vigili tenessero d'occhio ogni mutamento della marea, tornò a casa esausto. Incurante del proprio aspetto e in disordine, coperto di fango che si era seccato addosso e con gran parte degli abiti ridotti a brandelli, si era appena lasciato cadere sulla sua poltrona quando il signor Grewgious gli si parò davanti.

"Queste sono strane notizie", disse il signor Grewgious.

"Notizie strane e terribili."

Jasper aveva sollevato appena i suoi occhi pesanti per dirlo, e ora li lasciò cadere di nuovo mentre si accasciava, sfinito, su un lato della poltrona.

Il signor Grewgious si accarezzò il capo e il viso, restando a guardare il fuoco.

"Come sta la sua protetta?" chiese Jasper, dopo un momento, con voce fioca e affaticata.

"Povera piccola! Può immaginare le sue condizioni."

"Ha visto sua sorella?" indagò Jasper, come prima.

"Di chi?"

La bruschezza della controdomanda e il modo calmo e lento con cui, ponendola, il signor Grewgious spostò lo sguardo dal fuoco al volto del suo interlocutore, avrebbero potuto essere esasperanti in qualsiasi altro momento. Nella sua depressione ed esaurimento, Jasper aprì semplicemente gli occhi per dire: "Del giovane sospettato".

"Lei lo sospetta?" chiese il signor Grewgious.

"Non so cosa pensare. Non riesco a decidermi."

"Nemmeno io", disse il signor Grewgious. "Ma siccome ne ha parlato come del giovane sospettato, ho pensato che si fosse deciso. Ho appena lasciato la signorina Landless."

"Qual è il suo stato?"

"Sfiducia in ogni sospetto e fede illimitata nel fratello."

"Poverina!"

"Tuttavia", continuò il signor Grewgious, "non sono venuto a parlare di lei. È della mia protetta che intendo parlare. Ho una comunicazione da fare che la sorprenderà. O almeno, ha sorpreso me."

Jasper, con un gemito, si voltò stancamente sulla sedia.

"Devo rimandare a domani?" disse il signor Grewgious. "Si ricordi, la avverto, che credo la sorprenderà!"

Maggiore attenzione e concentrazione apparvero negli occhi di John Jasper quando videro il signor Grewgious accarezzarsi di nuovo il capo e guardare ancora verso il fuoco; ma ora con la bocca serrata e determinata.

"Di che si tratta?" domandò Jasper, raddrizzandosi sulla sedia.

"Già", disse il signor Grewgious, in modo irritantemente lento e introspettivo, tenendo gli occhi sul fuoco: "avrei dovuto saperlo prima; lei mi ha dato l'occasione; ma sono un uomo straordinariamente spigoloso, così non mi è passato per la testa; ho dato tutto per scontato."

"Di che si tratta?" domandò Jasper ancora una volta.

Il signor Grewgious, aprendo e chiudendo alternativamente i palmi delle mani mentre li scaldava al fuoco, guardandolo fissamente di lato e senza mai cambiare né gesto né sguardo in tutto ciò che seguì, continuò a rispondere.

"Questa giovane coppia, il giovane perduto e la signorina Rosa, la mia protetta, sebbene fidanzati da tanto tempo, e da tanto tempo consapevoli del loro fidanzamento, e vicini alle nozze..."

Il signor Grewgious vide un volto bianco e fisso, e due labbra bianche e tremanti sulla poltrona, e vide due mani infangate stringerne i braccioli. Se non fosse stato per le mani, avrebbe potuto pensare di non aver mai visto quel volto.

"...Questa giovane coppia giunse gradualmente alla scoperta (fatta da entrambe le parti in modo abbastanza equo, credo), che sarebbero stati più felici e starebbero meglio, sia nella vita presente che in quella futura, come amici affettuosi, o direi piuttosto come fratello e sorella, che come marito e moglie."

Il signor Grewgious vide un volto color piombo sulla poltrona, e sulla sua superficie gocce o bolle spaventose che spuntavano, come d'acciaio.

"Questa giovane coppia formò infine il sano proposito di scambiarsi le proprie scoperte, apertamente, sensatamente e teneramente. Si incontrarono a tale scopo. Dopo un colloquio innocente e generoso, convennero di sciogliere i loro legami esistenti, e quelli futuri, per sempre."

Il signor Grewgious vide una figura spettrale alzarsi, a bocca aperta, dalla poltrona e sollevare le mani aperte verso il capo.

"Uno di questa giovane coppia, e cioè suo nipote, temendo tuttavia che nella tenerezza del suo affetto per lui lei sarebbe rimasto amaramente deluso da un così netto cambiamento nei suoi piani di vita, si astenne dal dirle il segreto per qualche giorno, lasciando che fossi io a rivelarglielo quando fossi venuto a parlarle, e lui se ne sarebbe andato. Io le parlo, e lui è andato."

Il signor Grewgious vide la figura spettrale gettare indietro il capo, afferrarsi i capelli con le mani e voltarsi via da lui con un moto di sofferenza.

"Ora ho detto tutto ciò che avevo da dire: eccetto che questa giovane coppia si è separata, fermamente, sebbene non senza lacrime e dolore, la sera in cui lei li ha visti insieme l'ultima volta."

Il signor Grewgious udì un urlo terribile e non vide alcuna figura spettrale, seduta o in piedi; non vide altro che un mucchio di vestiti strappati e infangati sul pavimento.

Non cambiando nemmeno allora il suo atteggiamento, aprì e chiuse i palmi delle mani mentre li scaldava e guardò in basso verso quel mucchio.

CAPITOLO XVI. DEVOTO

Quando John Jasper si riprese dal suo attacco o svenimento, si ritrovò assistito dal signor e dalla signora Tope, che il suo visitatore aveva convocato allo scopo. Il suo visitatore, dall'aspetto ligneo, sedeva rigidamente su una sedia, con le mani sulle ginocchia, osservando la sua ripresa.

"Ecco! Si è ripreso bene ora, signore", disse la lacrimosa signora Tope; "era completamente esausto, e non c'è da stupirsi!"

"Un uomo", disse il signor Grewgious, con la sua solita aria di chi ripete una lezione, "non può avere il riposo interrotto, la mente crudelmente tormentata e il corpo sovraccaricato dalla fatica, senza essere completamente esausto."

"Temo di averla allarmata?" si scusò debolmente Jasper, una volta aiutato a sedersi sulla poltrona.

"Niente affatto, la ringrazio", rispose il signor Grewgious.

"Lei è troppo premuroso."

"Niente affatto, la ringrazio", rispose di nuovo il signor Grewgious.

"Deve prendere del vino, signore", disse la signora Tope, "e la gelatina che avevo preparato per lei, e che non ha voluto toccare a mezzogiorno, sebbene l'avessi avvertita di cosa sarebbe successo, sa, e lei che non aveva fatto colazione; e deve mangiare un'ala del pollo arrosto che è stato messo in caldo venti volte, se è stato messo una volta. Sarà tutto in tavola tra cinque minuti, e questo bravo signore forse si fermerà a vederla mangiare."

Questo bravo signore rispose con un grugnito, che poteva significare sì, o no, o qualsiasi cosa o nulla, e che la signora Tope avrebbe trovato alquanto mistificante, se la sua attenzione non fosse stata divisa dal servizio in tavola.

"Prenderà qualcosa con me?" disse Jasper, mentre la tovaglia veniva stesa.

"Non riuscirei a mandare giù un boccone, la ringrazio", rispose il signor Grewgious.

Jasper mangiò e bevve quasi voracemente. Insieme alla fretta del suo modo di farlo, c'era un'evidente indifferenza per il gusto di ciò che assumeva, suggerendo che mangiasse e bevesse per fortificarsi contro qualsiasi altro cedimento dello spirito, molto più che per soddisfare il palato. Il signor Grewgious nel frattempo sedeva composto, senza alcuna espressione sul volto, e una sorta di rigida e imperturbabile protesta cortese su tutta la sua persona: come se avesse voluto dire, in risposta a un invito a conversare: "Non riuscirei a concepire il minimo accenno a un'osservazione su qualsiasi argomento, la ringrazio".

"Sa", disse Jasper, quando ebbe spinto via il piatto e il bicchiere e fu rimasto a meditare per qualche minuto: "sa che trovo delle briciole di conforto nella comunicazione con la quale mi ha tanto stupito?"

"Davvero?" replicò il signor Grewgious, aggiungendo abbastanza chiaramente la clausola non pronunciata: "Io no, la ringrazio!"

"Dopo essermi ripreso dallo shock di una notizia sul mio caro ragazzo, così del tutto inaspettata e così distruttiva per tutti i castelli che avevo costruito per lui; e dopo aver avuto il tempo di pensarci; sì."

"Sarò lieto di raccogliere le sue briciole", disse il signor Grewgious, asciutto.

"Non c'è, o c'è — se mi inganno, me lo dica e accorci la mia pena — non c'è, o c'è speranza che, trovandosi in questa nuova posizione e diventando sensibilmente consapevole dell'imbarazzante onere di spiegazioni, da questa parte, da quella e dall'altra, di cui ciò lo caricherebbe, abbia evitato l'imbarazzo e sia fuggito?"

"Una cosa del genere potrebbe essere", disse il signor Grewgious, riflettendo.

"Una cosa del genere è accaduta. Ho letto di casi in cui persone, piuttosto che affrontare lo scandalo dei sette giorni e dover rendere conto di sé agli oziosi e agli impertinenti, se ne sono andate e non si è più saputo nulla di loro per lungo tempo."

"Credo che tali cose siano accadute", disse il signor Grewgious, continuando a riflettere.

"Quando non avevo, e non potevo avere, alcun sospetto", proseguì Jasper, seguendo avidamente la nuova pista, "che il caro ragazzo perduto mi avesse nascosto qualcosa — meno che mai una questione così importante come questa — quale raggio di luce c'era per me in tutto il cielo nero? Quando supponevo che la sua futura sposa fosse qui e il suo matrimonio vicino, come potevo contemplare la possibilità che lasciasse volontariamente questo posto, in un modo così inspiegabile, capriccioso e crudele? Ma ora che so ciò che mi ha detto, non c'è qualche piccola fessura attraverso la quale filtra la luce? Supponendo che sia scomparso di sua iniziativa, la sua scomparsa non è più spiegabile e meno crudele? Il fatto che si sia appena separato dalla sua protetta è di per sé una sorta di motivo per cui se ne sia andato. Non rende la sua misteriosa partenza meno crudele per me, è vero; ma la solleva dalla crudeltà verso di lei."

Il signor Grewgious non poté che convenire.

"E persino per quanto mi riguarda", continuò Jasper, sempre seguendo con ardore la nuova pista e, mentre lo faceva, illuminandosi di speranza: "sapeva che lei stava venendo da me; sapeva che le era stato affidato il compito di dirmi ciò che mi ha detto; se il suo farlo ha risvegliato un nuovo filo di pensieri nella mia mente perplessa, ne consegue ragionevolmente che, dalle stesse premesse, egli avrebbe potuto prevedere le deduzioni che ne avrei tratto. Ammettiamo che le abbia previste; e persino la crudeltà verso di me — e chi sono io! — John Jasper, Maestro di Musica, svanisce!"

Ancora una volta, il signor Grewgious non poté che convenire.

"Ho avuto i miei sospetti, e terribili sospetti sono stati", disse Jasper; "ma la sua rivelazione, per quanto travolgente all'inizio — mostrandomi che il mio caro ragazzo aveva avuto una grande, deludente reticenza nei miei confronti, che tanto affettuosamente lo amavo, accende la speranza in me. Lei non la spegne quando la espongo, ma ammette che sia una speranza ragionevole. Comincio a credere possibile": qui giunse le mani: "che possa essere scomparso tra noi di sua spontanea volontà, e che possa essere ancora vivo e vegeto."

Il signor Crisparkle entrò in quel momento. Al quale il signor Jasper ripeté:

"Comincio a credere possibile che possa essere scomparso di sua spontanea volontà, e che possa essere ancora vivo e vegeto."

Il signor Crisparkle, prendendo posto e chiedendo: "Perché mai?" il signor Jasper ripeté le argomentazioni che aveva appena esposto. Se fossero state meno plausibili di quanto non fossero, la mente del buon Canonico Minore sarebbe stata pronta ad accoglierle, come scagionante il suo sfortunato allievo. Ma anche lui attribuiva un'importanza notevole al fatto che il giovane perduto fosse stato, così subito prima della sua scomparsa, posto in una relazione nuova e imbarazzante verso tutti coloro che erano a conoscenza dei suoi progetti e affari; e il fatto gli sembrò presentare la questione sotto una nuova luce.

"Ho dichiarato al signor Sapsea, quando ci siamo recati da lui", disse Jasper, come in effetti aveva fatto: "che non vi fu alcun litigio o divergenza tra i due giovani durante il loro ultimo incontro. Sappiamo tutti che il loro primo incontro fu purtroppo ben lontano dall'essere amichevole; ma tutto è filato liscio e tranquillo quando sono stati insieme l'ultima volta a casa mia. Il mio caro ragazzo non era dell'umore consueto; era depresso — l'ho notato — e sono tenuto d'ora in avanti a soffermarmi maggiormente su questa circostanza, ora che so che vi era una ragione speciale per la sua depressione: una ragione, inoltre, che potrebbe averlo indotto ad allontanarsi."

"Prego il Cielo che le cose stiano così!" esclamò il signor Crisparkle.

"Prego il Cielo che le cose stiano così!" ripeté Jasper. "Lei sa — e il signor Grewgious dovrebbe saperlo allo stesso modo — che ho preso una grande prevenzione contro il signor Neville Landless, nata dal suo comportamento furioso in quella prima occasione. Lei sa che sono venuto da lei, estremamente preoccupato, per conto del mio caro ragazzo, per la sua folle violenza. Lei sa che ho persino annotato nel mio diario, e le ho mostrato l'annotazione, di avere oscuri presagi contro di lui. Il signor Grewgious dovrebbe essere messo al corrente dell'intero caso. Non sarà, per una mia omissione, informato di una parte di esso e tenuto all'oscuro di un'altra. Desidero che sia così gentile da comprendere che la comunicazione che mi ha fatto ha influenzato con speranza la mia mente, nonostante essa fosse stata, prima che questo misterioso evento avesse luogo, profondamente prevenuta contro il giovane Landless."

Questa correttezza turbò molto il Canonico Minore. Sentiva di non essere altrettanto aperto nel suo modo di agire. Si rimproverò duramente per aver omesso, fino a quel momento, i due punti riguardanti un secondo violento scoppio d'ira di Neville contro Edwin Drood e il fatto che la passione della gelosia, a sua certa conoscenza, fosse divampata nel petto di Neville contro di lui. Era convinto dell'innocenza di Neville in qualsiasi aspetto della brutta scomparsa; eppure così tante piccole circostanze si accumulavano in modo così funesto contro di lui, che temeva di aggiungerne altre due al loro peso cumulativo. Era tra gli uomini più sinceri; ma stava bilanciando nella sua mente, con grande sofferenza, se il suo offrirsi di raccontare questi due frammenti di verità, in questo momento, non equivalesse a mettere insieme una menzogna al posto della verità.

Tuttavia, aveva un modello davanti a sé. Non esitò più. Rivolgendosi al signor Grewgious, come a una persona investita di autorità dalla rivelazione che aveva portato alla luce il mistero (e il signor Grewgious divenne straordinariamente spigoloso quando si trovò in quella posizione inaspettata), il signor Crisparkle rese testimonianza dello stretto senso di giustizia del signor Jasper e, esprimendo la sua assoluta fiducia nella completa scagionamento del suo allievo da ogni minima macchia di sospetto, prima o poi, dichiarò che la sua fiducia in quel giovane era stata formata, nonostante la sua conoscenza confidenziale del fatto che il suo temperamento fosse tra i più caldi e feroci, e che fosse direttamente risentito contro il nipote del signor Jasper, per la circostanza di supporre romanticamente di essere innamorato della stessa giovane signora. La reazione ottimistica manifestata nel signor Jasper fu prova persino contro questa inaspettata dichiarazione. Lo rese più pallido; ma ripeté che si sarebbe aggrappato alla speranza che aveva tratto dal signor Grewgious; e che se non fosse stata trovata alcuna traccia del suo caro ragazzo, che conducesse alla terribile deduzione che fosse stato soppresso, avrebbe coltivato fino all'estremo limite della possibilità l'idea che potesse essere fuggito di sua folle volontà.

Ora, accadde che il signor Crisparkle, allontanandosi da questo colloquio ancora molto a disagio e molto turbato per conto del giovane che teneva come una sorta di prigioniero in casa propria, fece una memorabile passeggiata notturna.

Camminò fino alla diga di Cloisterham.

Lo faceva spesso, e di conseguenza non vi era nulla di strano nel fatto che i suoi passi tendessero verso quella direzione. Ma la preoccupazione della sua mente lo ostacolava così tanto dal pianificare qualsiasi passeggiata, o dal prestare attenzione agli oggetti che superava, che la sua prima consapevolezza di essere vicino alla diga derivò dal suono dell'acqua che cadeva lì vicino.

"Come sono arrivato qui!" fu il suo primo pensiero, mentre si fermava.

"Perché sono arrivato qui!" fu il suo secondo.

Poi, rimase ad ascoltare intensamente l'acqua. Un passaggio familiare nelle sue letture, riguardo a lingue aeree che sillabano i nomi degli uomini, gli sorse così spontaneo all'orecchio che lo scacciò con la mano, come se fosse tangibile.

Era una notte stellata. La diga era ben due miglia sopra il punto in cui i giovani si erano recati per osservare la tempesta. Nessuna ricerca era stata fatta fin lì, poiché la marea era scesa con forza, in quel momento della notte della vigilia di Natale, e i luoghi più probabili per il ritrovamento di un corpo, se un incidente fatale fosse accaduto in tali circostanze, si trovavano tutti — sia quando la marea rifluiva, sia quando tornava a salire — tra quel punto e il mare. L'acqua superava la diga con il suo suono abituale in una fredda notte stellata, e poco se ne poteva vedere; eppure il signor Crisparkle aveva una strana idea che qualcosa di insolito aleggiasse nel luogo.

Ragionò con se stesso: Che cos'era? Dov'era? Mettilo alla prova. Quale senso interrogava?

Nessun senso riferiva qualcosa di insolito lì. Ascoltò di nuovo, e il suo udito controllò di nuovo l'acqua che superava la diga, con il suo suono abituale in una fredda notte stellata.

Sapendo molto bene che il mistero che occupava la sua mente avrebbe potuto di per sé dare al luogo quell'aria infestata, tese i suoi occhi da falco per correggere la sua vista. Si avvicinò alla diga e scrutò i suoi noti pali e legni. Nulla di minimamente insolito era lontanamente adombrato. Ma decise che sarebbe tornato la mattina presto.

La diga attraversò il suo sonno inquieto per tutta la notte, e al sorgere del sole era di nuovo lì. Era una mattina luminosa e gelida. L'intera composizione davanti a lui, quando si trovò dove era stato la sera precedente, era chiaramente distinguibile nei minimi dettagli. Lo aveva osservato attentamente per alcuni minuti e stava per distogliere lo sguardo, quando esso fu attratto intensamente verso un punto.

Voltò le spalle alla diga, guardò lontano verso il cielo e la terra, poi guardò di nuovo quel punto. Gli ricatturò lo sguardo immediatamente, e vi concentrò la vista. Ora non poteva più perderlo, sebbene fosse solo un granello nel paesaggio. Gli affascinava la vista. Le sue mani iniziarono a sfilarsi il cappotto. Poiché lo colpì il fatto che in quel punto — un angolo della diga — qualcosa luccicasse, che non si muoveva e non veniva via con le gocce d’acqua scintillanti, ma rimaneva immobile.

Si accertò di questo, si gettò via i vestiti, si tuffò nell'acqua gelida e nuotò verso il punto. Arrampicandosi sulle travi, ne trasse, incastrato tra le loro intercapedini dalla sua catena, un orologio d'oro, recante inciso sul retro E. D.

Portò l'orologio sulla riva, nuotò di nuovo verso la diga, vi si arrampicò e si tuffò. Conosceva ogni buco e angolo di tutti gli abissi, e si tuffò, si tuffò e si tuffò ancora, finché non poté più sopportare il freddo. La sua idea era che avrebbe trovato il corpo; trovò solo uno spillo da camicia conficcato in un po' di fango e melma.

Con queste scoperte tornò a Cloisterham e, prendendo con sé Neville Landless, andò dritto dal Sindaco. Fu mandato a chiamare il signor Jasper, l'orologio e lo spillo da camicia furono identificati, Neville fu trattenuto e la più sfrenata frenesia e fatuità di maldicenze si sollevarono contro di lui. Era di quella natura vendicativa e violenta che, se non fosse stato per la sua povera sorella, che sola aveva influenza su di lui e fuori dalla cui vista non era mai da ritenersi affidabile, avrebbe commesso omicidi ogni giorno. Prima di venire in Inghilterra, aveva fatto frustare a morte svariati "Nativi" — persone nomadi, accampate ora in Asia, ora in Africa, ora nelle Indie Occidentali e ora al Polo Nord — vagamente supposti a Cloisterham essere sempre neri, sempre di grande virtù, sempre chiamando se stessi Me, e tutti gli altri Massa o Missie (a seconda del sesso), e leggendo sempre opuscoli dal significato più oscuro, in un inglese stentato, ma comprendendoli sempre accuratamente nella lingua madre più pura. Aveva quasi portato i capelli grigi della signora Crisparkle nella tomba per il dolore. (Quelle espressioni originali erano del signor Sapsea). Aveva ripetutamente detto che avrebbe preso la vita del signor Crisparkle. Aveva ripetutamente detto che avrebbe preso la vita di chiunque, diventando di fatto l'ultimo uomo. Era stato portato a Cloisterham, da Londra, da un eminente Filantropo, e perché? Perché quel Filantropo aveva espressamente dichiarato: "Lo devo ai miei simili che egli debba essere, nelle parole di BENTHAM, dove è la causa del maggior pericolo per il minor numero."

Questi colpi a pioggia dai moschettoni della testardaggine avrebbero potuto non colpirlo in un punto vitale. Ma doveva resistere anche contro un fuoco addestrato e ben diretto di armi di precisione. Aveva notoriamente minacciato il giovane scomparso e aveva, secondo quanto mostrato dal suo stesso fedele amico e tutore che si sforzava tanto per lui, una causa di amara animosità (creata da lui stesso, e dichiarata da lui stesso), contro quel povero disgraziato. Si era armato con un'arma offensiva per la notte fatale, ed era partito presto la mattina, dopo aver fatto i preparativi per la partenza. Era stato trovato con tracce di sangue addosso; in verità, avrebbero potuto essere causate interamente come lui sosteneva, ma avrebbero anche potuto non esserlo. Su un mandato di perquisizione emesso per l'esame della sua stanza, dei vestiti e così via, si scoprì che aveva distrutto tutti i suoi documenti e riordinato tutti i suoi averi, proprio nel pomeriggio della scomparsa. L'orologio trovato alla diga fu contestato dal gioielliere come uno che aveva caricato e regolato per Edwin Drood, alle due e venti di quello stesso pomeriggio; ed era scarico, prima di essere gettato nell'acqua; ed era ferma opinione del gioielliere che non fosse mai stato ricaricato. Ciò giustificherebbe l'ipotesi che l'orologio gli fosse stato tolto non molto tempo dopo aver lasciato la casa del signor Jasper a mezzanotte, in compagnia dell'ultima persona vista con lui, e che fosse stato gettato via dopo essere stato trattenuto per alcune ore. Perché gettato via? Se fosse stato assassinato, e così artatamente sfigurato, o nascosto, o entrambi, tanto che l'assassino sperava che l'identificazione fosse impossibile, eccetto che per qualcosa che indossava, sicuramente l'assassino avrebbe cercato di rimuovere dal corpo le cose più durature, le più conosciute e le più facilmente riconoscibili su di esso. Quelle cose sarebbero state l'orologio e lo spillo da camicia. Per quanto riguarda le sue opportunità di gettarli nel fiume; se lui fosse stato l'oggetto di questi sospetti, erano facili. Poiché era stato visto da molte persone, vagare da quella parte della città — anzi da ogni lato di essa — in modo miserabile e apparentemente mezzo distratto. Per quanto riguarda la scelta del luogo, ovviamente prove così incriminanti avrebbero fatto meglio a correre il rischio di essere trovate ovunque, piuttosto che su di lui, o in suo possesso. Riguardo alla natura riconciliatoria dell'incontro programmato tra i due giovani, si poté ricavare ben poco a favore del giovane Landless; poiché apparve chiaramente che l'incontro non ebbe origine da lui, ma dal signor Crisparkle, e che era stato sollecitato dal signor Crisparkle; e chi poteva dire quanto malvolentieri, o in quale umore mal disposto, il suo allievo forzato vi si fosse recato? Più il suo caso veniva esaminato, più diventava debole in ogni punto. Persino l'ampia suggestione che il giovane scomparso fosse fuggito, fu resa ulteriormente improbabile dalla testimonianza della giovane donna da cui si era separato così di recente; poiché, cosa disse, con grande serietà e dolore, quando interrogata? Che egli aveva, espressamente ed entusiasticamente, pianificato con lei, che avrebbe atteso l'arrivo del suo tutore, il signor Grewgious. E tuttavia, si osservi, egli scomparve prima che quel signore apparisse.

Sui sospetti così sollecitati e sostenuti, Neville fu trattenuto, e trattenuto di nuovo, e la ricerca fu spinta da ogni parte, e Jasper lavorò giorno e notte. Ma non fu trovato altro. Non essendo stata fatta alcuna scoperta, che provasse che l'uomo scomparso fosse morto, alla fine divenne necessario rilasciare la persona sospettata di averlo fatto sparire. Neville fu messo in libertà. Poi, ne seguì una conseguenza che il signor Crisparkle aveva previsto troppo bene. Neville doveva lasciare il luogo, poiché il luogo lo evitava e lo scacciava. Anche se non fosse stato così, la cara vecchia pastorella di porcellana si sarebbe preoccupata a morte con paure per suo figlio, e con trepidazione generale causata dall'avere un tale inquilino. Anche se non fosse stato così, l'autorità alla quale il Canonico Minore deferiva ufficialmente, avrebbe risolto la questione.

"Signor Crisparkle," disse il Decano, "la giustizia umana può errare, ma deve agire secondo le proprie luci. I giorni del diritto d'asilo sono passati. Questo giovane non deve trovare asilo da noi."

"Intende dire che deve lasciare la mia casa, signore?"

"Signor Crisparkle," rispose il prudente Decano, "non pretendo alcuna autorità in casa sua. Conferisco semplicemente con lei, sulla dolorosa necessità in cui si trova, di privare questo giovane dei grandi vantaggi del suo consiglio e della sua istruzione."

"È molto deplorevole, signore," rappresentò il signor Crisparkle.

"Molto," assentì il Decano.

"E se fosse una necessità—" balbettò il signor Crisparkle.

"Come lei sfortunatamente trova che sia," rispose il Decano.

Il signor Crisparkle s'inchinò sottomesso: "È difficile pregiudicare il suo caso, signore, ma sono consapevole che—"

"Proprio così. Perfettamente. Come dice lei, signor Crisparkle," intervenne il Decano, annuendo dolcemente, "non c'è altro da fare. Senza dubbio, senza dubbio. Non c'è alternativa, come il suo buon senso ha scoperto."

"Sono tuttavia interamente convinto della sua perfetta innocenza, signore."

"Ebbene!" disse il Decano, con un tono più confidenziale, e guardandosi leggermente intorno, "non direi così, in generale. Non in generale. Abbastanza sospetto si attacca a lui per—no, penso che non direi così, in generale."

Il signor Crisparkle s'inchinò di nuovo.

"Non ci compete, forse," continuò il Decano, "essere di parte. Non di parte. Noi ecclesiastici manteniamo i nostri cuori caldi e le nostre teste fredde, e teniamo una giudiziosa via di mezzo."

"Spero non le dispiaccia, signore, che io abbia dichiarato in pubblico, enfaticamente, che egli riapparirà qui, ogni volta che un nuovo sospetto possa essere risvegliato, o ogni volta che una nuova circostanza possa venire alla luce in questa straordinaria faccenda?"

"Per nulla," rispose il Decano. "E tuttavia, sa, non credo," con un'enfasi molto sottile e accurata su quelle due parole: "non credo che lo dichiarerei enfaticamente. Dichiararlo? Sii-ì! Ma enfaticamente? No-oo. Penso di no. Di fatto, signor Crisparkle, mantenendo i nostri cuori caldi e le nostre teste fredde, noi ecclesiastici non abbiamo bisogno di fare nulla enfaticamente."

Così il Canonico Minore Row non conobbe più Neville Landless; ed egli andò ovunque volesse, o potesse, con una piaga sul suo nome e sulla sua fama.

Non fu che allora che John Jasper riprese silenziosamente il suo posto nel coro. Cadente e dagli occhi rossi, le sue speranze lo avevano chiaramente abbandonato, il suo umore sanguigno era svanito e tutti i suoi peggiori dubbi erano tornati. Un giorno o due dopo, mentre si svestiva, prese il suo Diario dalla tasca del cappotto, voltò le pagine e, con uno sguardo impressionante, e senza una parola pronunciata, consegnò questa annotazione al signor Crisparkle da leggere:

"Il mio caro ragazzo è stato assassinato. La scoperta dell'orologio e dello spillo da camicia mi convince che sia stato assassinato quella notte, e che i suoi gioielli gli siano stati sottratti per impedire l'identificazione tramite essi. Tutte le speranze illusorie che avevo fondato sulla sua separazione dalla sua promessa sposa, le do ai venti. Periscono davanti a questa fatale scoperta. Ora giuro, e registro il giuramento su questa pagina, che mai più discuterò di questo mistero con alcuna creatura umana finché non avrò l'indizio in mano. Che mai mi rilasserò nella mia segretezza o nella mia ricerca. Che fisserò il crimine dell'omicidio del mio caro ragazzo morto sull'assassino. E che mi dedico alla sua distruzione."

CAPITOLO XVII. FILANTROPIA, PROFESSIONALE E NON PROFESSIONALE

Era passata buona metà di un anno, e il signor Crisparkle sedeva in una sala d'attesa negli uffici principali di Londra del Rifugio della Filantropia, finché non poté avere udienza dal signor Honeythunder.

Nei suoi giorni di college di esercizi atletici, il signor Crisparkle aveva conosciuto professori della Nobile Arte del pugilato, e aveva frequentato due o tre dei loro incontri con i guantoni. Ora aveva l'opportunità di osservare che, per quanto riguarda la formazione frenologica della parte posteriore delle loro teste, i Filantropi Professionisti erano straordinariamente simili ai Pugili. Nello sviluppo di tutti quegli organi che costituiscono, o accompagnano, una propensione a "azzuffarsi" con i propri simili, i Filantropi erano notevolmente favoriti. C'erano diversi Professori che entravano e uscivano, con l'aria aggressiva di essere pronti per uno scontro con qualsiasi Novizio che potesse trovarsi a portata di mano, che il signor Crisparkle ricordava bene nei circoli della Fancy. Erano in corso i preparativi per un piccolo scontro morale da qualche parte nel circuito rurale, e altri Professori sostenevano questo o quel Peso Massimo come valido per questo o quel colpo oratorio, così tanto alla maniera dei pubblicani sportivi, che le Risoluzioni previste avrebbero potuto essere Round. In un manager ufficiale di queste esibizioni molto celebrato per le sue tattiche da piattaforma, il signor Crisparkle riconobbe (in un completo nero) la controparte di un defunto benefattore della sua specie, un eminente personaggio pubblico, un tempo noto alla fama come Frosty-faced Fogo, che nei giorni di un tempo sovrintendeva alla formazione del cerchio magico con le corde e i paletti. C'erano solo tre condizioni di somiglianza mancanti tra questi Professori e quelli. Primo, i Filantropi erano in pessima forma: molto troppo grassi, e presentavano, sia nel viso che nella figura, una sovrabbondanza di ciò che è noto agli Esperti di Pugilato come Budino di Sugna. Secondo, i Filantropi non avevano il buon temperamento dei Pugili, e usavano un linguaggio peggiore. Terzo, il loro codice di combattimento aveva un grande bisogno di revisione, in quanto li autorizzava non solo a spingere l'avversario alle corde, ma a spingerlo fino ai confini della distrazione; anche a colpirlo quando era a terra, a colpirlo ovunque e comunque, a calciarlo, a calpestarlo, a cavargli gli occhi e a malmenarlo alle spalle senza pietà. In questi ultimi particolari i Professori della Nobile Arte erano molto più nobili dei Professori della Filantropia.

Il signor Crisparkle era così completamente perso a meditare su queste somiglianze e dissomiglianze, osservando allo stesso tempo la folla che andava e veniva, sempre, a quanto pareva, per commissioni di strappare antagonisticamente qualcosa a qualcuno, e mai dando nulla a nessuno, che il suo nome fu chiamato prima che lo sentisse. Rispondendo finalmente, fu mostrato da un Filantropo stipendiato miseramente malvestito e sottopagato (che difficilmente avrebbe potuto fare peggio se avesse preso servizio presso un nemico dichiarato della razza umana) nella stanza del signor Honeythunder.

"Signore," disse il signor Honeythunder, con la sua voce tremenda, come un maestro di scuola che impartisce ordini a un ragazzo di cui aveva una cattiva opinione, "si sieda."

Il signor Crisparkle si sedette.

Il signor Honeythunder, dopo aver firmato le restanti poche decine di alcune migliaia di circolari, che invitavano un numero corrispondente di famiglie senza mezzi a farsi avanti, a scucire immediatamente, ed essere Filantropi, o ad andare al Diavolo, un altro squallido Filantropo stipendiato (altamente disinteressato, se sincero) le raccolse in un cestino e se ne andò con esse.

"Ora, signor Crisparkle," disse il signor Honeythunder, girando la sedia a metà verso di lui quando furono soli, e squadrando le braccia con le mani sulle ginocchia, e le sopracciglia aggrottate, come se aggiungesse, sto per sbrigarmela in fretta con lei: "Ora, signor Crisparkle, nutriamo opinioni diverse, lei e io, signore, sulla sacralità della vita umana."

"Davvero?" rispose il Canonico Minore.

"Sì, signore."

"Potrei chiederle," disse il Canonico Minore: "quali sono le sue opinioni su quell'argomento?"

"Che la vita umana sia una cosa da ritenersi sacra, signore."

"Potrei chiederle," continuò il Canonico Minore come prima: "cosa suppone che siano le mie opinioni su quell'argomento?"

"Per Giorgio, signore!" rispose il Filantropo, squadrando le braccia ancora di più, mentre accigliato guardava il signor Crisparkle: "sono meglio conosciute a lei stesso."

"Prontamente ammesso. Ma lei ha iniziato dicendo che avevamo opinioni diverse, sa. Pertanto (o non potrebbe dirlo) lei deve aver stabilito alcune opinioni come mie. Mi dica, quali opinioni ha stabilito come mie?"

"Ecco un uomo — e un giovane," disse il signor Honeythunder, come se ciò rendesse la questione infinitamente peggiore, e avrebbe potuto facilmente sopportare la perdita di uno vecchio, "spazzato via dalla faccia della terra da un atto di violenza. Come chiama questo?"

"Omicidio," disse il Canonico Minore.

"Come chiama l'autore di quell'atto, signore?"

"Un assassino," disse il Canonico Minore.

"Sono lieto di sentirla ammettere così tanto, signore," ribatté il signor Honeythunder, nel suo modo più offensivo; "e le dico candidamente che non me l'aspettavo." Qui guardò pesantemente di nuovo il signor Crisparkle.

"Sia così gentile da spiegare cosa intende con quelle espressioni molto ingiustificabili."

"Non siedo qui, signore," rispose il Filantropo, alzando la voce fino a un ruggito, "per essere intimidito."

"Come l'unica altra persona presente, nessuno può saperlo meglio di me," rispose il Canonico Minore molto tranquillamente. "Ma interrompo la sua spiegazione."

"Omicidio!" continuò il signor Honeythunder, in una sorta di chiassosa fantasticheria, con il suo incrocio di braccia da piattaforma, e il suo cenno da piattaforma di ripugnante riflessione dopo ogni breve sentimento di una parola. "Spargimento di sangue! Abele! Caino! Non ho termini con Caino. Ripudio con un brivido la mano rossa quando mi viene offerta."

Invece di saltare istantaneamente sulla sedia e applaudire fino a diventare rauco, come la Confraternita riunita in assemblea pubblica avrebbe infallibilmente fatto a questo segnale, il signor Crisparkle invertì semplicemente l'incrocio tranquillo delle gambe, e disse dolcemente: "Non mi lasci interrompere la sua spiegazione — quando la inizia."

"I Comandamenti dicono, niente omicidio. NIENTE omicidio, signore!" continuò il signor Honeythunder, facendo una pausa da piattaforma come se prendesse il signor Crisparkle a rimprovero per aver distintamente asserito che essi dicevano: Può fare un piccolo omicidio, e poi smettere.

"E dicono anche, non renderai falsa testimonianza," osservò il signor Crisparkle.

"Basta!" ruggì il signor Honeythunder, con una solennità e una severità che avrebbero portato giù la casa a un incontro, "Ba—sta! I miei ex protetti essendo ora maggiorenni, e io essendo sollevato da un incarico che non posso contemplare senza un brivido di orrore, ecco i conti che lei si è impegnato ad accettare per loro conto, ed ecco un estratto del saldo che lei si è impegnato a ricevere, e che non può ricevere troppo presto. E mi lasci dire, signore, che vorrei che, come uomo e come Canonico Minore, lei fosse impiegato meglio," con un cenno. "Meglio impiegato," con un altro cenno. "Meglio im—piegato!" con un altro e i tre cenni sommati.

Il signor Crisparkle si alzò; un po' accaldato in volto, ma con perfetto autocontrollo.

"Signor Honeythunder," disse, prendendo i documenti a cui si riferiva: "il fatto che io sia meglio o peggio impiegato di quanto non sia attualmente è una questione di gusto e opinione. Potrebbe pensare che sarei meglio impiegato nell'iscrivermi come membro della sua Società."

"Sì, davvero, signore!" ribatté il signor Honeythunder, scuotendo la testa in modo minaccioso. "Sarebbe stato meglio per lei se lo avesse fatto molto tempo fa!"

"Io penso diversamente."

"O," disse il signor Honeythunder, scuotendo di nuovo la testa, "potrei pensare che uno della sua professione sia meglio impiegato nel dedicarsi alla scoperta e alla punizione della colpa piuttosto che nel lasciare che tale dovere venga intrapreso da un laico."

"Potrei considerare la mia professione da un punto di vista che mi insegna che il suo primo dovere è verso coloro che sono nel bisogno e nella tribolazione, che sono desolati e oppressi," disse il signor Crisparkle. "Tuttavia, poiché mi sono convinto abbastanza chiaramente che non è parte della mia professione fare professioni, non dico altro al riguardo. Ma devo al signor Neville, e alla sorella del signor Neville (e in un grado molto minore a me stesso), di dirle che so di essere stato in pieno possesso e comprensione della mente e del cuore del signor Neville al momento di questo accaduto; e che, senza minimamente colorare o nascondere ciò che era da deplorare in lui e che richiedeva di essere corretto, mi sento certo che la sua storia sia vera. Provando quella certezza, lo sostengo. Finché quella certezza durerà, lo sosterrò. E se qualche considerazione potesse scuotermi in questa decisione, sarei così vergognoso di me stesso per la mia meschinità, che l'opinione favorevole di nessun uomo — no, né di nessuna donna — così guadagnata, potrebbe compensarmi della perdita della mia."

Bravo ragazzo! Uomo coraggioso! Ed era così modesto, anche. Non c'era più autoaffermazione nel Canonico Minore che nello scolaro che era rimasto nei ventosi campi da gioco a difendere un wicket. Era semplicemente e saldamente fedele al suo dovere sia nel caso grande che in quello piccolo. Così sono sempre le anime vere. Così ogni anima vera è sempre stata, è sempre, e sarà sempre. Non c'è nulla di piccolo per chi è veramente grande nello spirito.

"Allora chi ritiene che abbia compiuto l'atto?" chiese il signor Honeythunder, voltandosi bruscamente verso di lui.

"Il cielo non voglia," disse il signor Crisparkle, "che nel mio desiderio di scagionare un uomo io debba accusarne leggermente un altro! Non accuso nessuno."

"Tcha!" esclamò il signor Honeythunder con grande disgusto; poiché questo non era affatto il principio su cui la Confraternita Filantropica procedeva abitualmente. "E, signore, lei non è un testimone disinteressato, dobbiamo tenerlo a mente."

"In che modo sono interessato?" chiese il signor Crisparkle, sorridendo innocentemente, incapace di immaginare.

"C'era un certo stipendio, signore, pagato a lei per il suo allievo, che potrebbe aver alterato un po' il suo giudizio," disse il signor Honeythunder, grossolanamente.

"Forse mi aspetto di trattenerlo ancora?" rispose il signor Crisparkle, illuminato; "intende dire anche questo?"

"Bene, signore," rispose il Filantropo professionista, alzandosi e infilando le mani nelle tasche dei pantaloni, "non vado in giro a misurare le persone per i cappelli. Se le persone scoprono che ne ho qualcuno con me che gli va bene, possono metterlo e indossarlo, se vogliono. Quello è affar loro: non mio."

Il signor Crisparkle lo guardò con giusta indignazione, e lo riprese così:

«Signor Honeythunder, quando sono entrato qui speravo di non dover commentare l'introduzione di maniere o manovre da tribuna tra le dignitose tolleranze della vita privata. Ma lei mi ha fornito un tale esempio di entrambe, che sarei un degno soggetto per entrambe se rimanessi in silenzio al riguardo. Sono detestabili.»

«Non le si addicono, oso dire, signore.»

«Sono», ripeté il signor Crisparkle, senza notare l'interruzione, «detestabili. Violano allo stesso modo la giustizia che dovrebbe appartenere ai cristiani e i freni che dovrebbero appartenere ai gentiluomini. Lei presume che un grande crimine sia stato commesso da qualcuno che io, conoscendo le circostanze concomitanti e avendo numerose ragioni dalla mia parte, credo devotamente essere innocente. Poiché dissento da lei su quel punto vitale, qual è la sua risorsa da tribuna? Rivolgersi istantaneamente contro di me, accusandomi di non avere alcun senso dell'enormità del crimine stesso, ma di esserne complice e fautore! Così, un'altra volta — prendendomi come rappresentante del suo avversario in altri casi — lei erige una credulità da tribuna; una professione di fede, proposta, appoggiata e approvata all'unanimità, in qualche ridicola illusione o maliziosa imposizione. Io mi rifiuto di crederci e lei ripiega sulla sua risorsa da tribuna di proclamare che io non credo a nulla; che poiché non voglio inchinarmi a un falso Dio di sua creazione, io rinnego il vero Dio! Un'altra volta lei fa la scoperta da tribuna che la guerra è una calamità e propone di abolirla con una serie di risoluzioni contorte lanciate in aria come la coda di un aquilone. Non ammetto affatto che la scoperta sia sua e non ho un briciolo di fede nel suo rimedio. Di nuovo, la sua risorsa da tribuna di rappresentarmi come uno che sguazza negli orrori di un campo di battaglia come un demonio incarnato! Un'altra volta, in un'altra delle sue indiscriminate sortite da tribuna, vorrebbe punire i sobri per gli ubriachi. Io chiedo considerazione per il conforto, la comodità e il ristoro dei sobri; e lei subito proclama dalla tribuna che ho un desiderio depravato di trasformare le creature del Cielo in porci e bestie feroci! In tutti questi casi i suoi proponenti, i suoi sostenitori e i suoi seguaci — i suoi regolari Professori di ogni grado, si scatenano come tanti Malesi impazziti; attribuendo abitualmente i motivi più bassi e vili con la massima imprudenza (lasci che richiami la sua attenzione su un recente caso che la riguarda, per il quale dovrebbe arrossire), e citando cifre che lei sa essere tanto volutamente unilaterali quanto il rendiconto di un bilancio complicato che fosse tutto dalla parte del Credito e nulla da quella del Debito, o tutto Debito e nulla Credito. È per questo, signor Honeythunder, che considero la tribuna un esempio sufficientemente cattivo e una scuola sufficientemente cattiva, persino nella vita pubblica; ma ritengo che, portata nella vita privata, diventi una molestia insopportabile.»

«Sono parole forti, signore!» esclamò il Filantropo.

«Spero di sì», disse il signor Crisparkle. «Buongiorno.»

Uscì dall'Haven a gran velocità, ma presto riprese il suo consueto passo svelto, e presto ebbe un sorriso sul volto mentre camminava, chiedendosi cosa avrebbe detto la pastorella di porcellana se lo avesse visto strapazzare il signor Honeythunder nel recente, vivace alterco. Poiché il signor Crisparkle aveva appena abbastanza vanità innocua da sperare di aver colpito duro, e da rifulgere alla convinzione di aver sistemato la Giubba Filantropica in modo piuttosto egregio.

Si diresse allo Staple Inn, ma non da P. J. T. e dal signor Grewgious. Salì molte scale scricchiolanti prima di raggiungere alcune stanze in soffitta in un angolo, girò il chiavistello della loro porta non chiusa a chiave e si fermò accanto al tavolo di Neville Landless.

Un'aria di ritiro e solitudine aleggiava intorno alle stanze e al loro abitante. Lui era molto logoro, e così pure esse. I loro soffitti spioventi, le ingombranti serrature e grate arrugginite, e i pesanti contenitori e travi di legno, che marcivano lentamente, avevano un aspetto carcerario, e lui aveva il volto scavato di un prigioniero. Eppure la luce del sole splendeva nella brutta finestra della soffitta, che aveva un abbaino tutto per sé sporgente tra le tegole; e sul parapetto incrinato e annerito dal fumo lì oltre, alcuni dei passeri illusi del luogo saltellavano in modo reumatico, come piccoli storpi piumati che avevano lasciato le stampelle nei nidi; e c'era un gioco di foglie vive a portata di mano che cambiava l'aria e ne faceva una sorta di musica imperfetta che in campagna sarebbe stata melodia.

Le stanze erano arredate con parsimonia, ma con una buona scorta di libri. Tutto esprimeva la dimora di uno studente povero. Che il signor Crisparkle fosse stato l'artefice della scelta, il prestatore o il donatore dei libri, o che avesse combinato le tre figure, si sarebbe potuto vedere facilmente nel raggio amichevole dei suoi occhi su di essi mentre entrava.

«Come va, Neville?»

«Sono di buon animo, signor Crisparkle, e sto lavorando sodo.»

«Vorrei che i tuoi occhi non fossero così grandi e non così luminosi», disse il Canonico Minore, lasciando lentamente la mano che aveva preso nella sua.

«Si illuminano alla tua vista», rispose Neville. «Se tu dovessi allontanarti da me, sarebbero presto abbastanza spenti.»

«Coraggio, coraggio!» esortò l'altro, con un tono stimolante. «Combatti per questo, Neville!»

«Se stessi morendo, sento che una tua parola mi rimetterebbe in sesto; se il mio polso si fosse fermato, sento che il tuo tocco lo farebbe battere di nuovo», disse Neville. «Ma mi sono ripreso e sto andando a meraviglia.»

Il signor Crisparkle lo girò con il viso un po' più verso la luce.

«Voglio vedere un tocco più roseo qui, Neville», disse, indicando la propria guancia sana come modello. «Voglio che più sole splenda su di te.»

Neville si afflosciò improvvisamente, mentre rispondeva a voce bassa: «Non sono ancora abbastanza temprato per questo. Potrei diventarlo, ma non posso ancora sopportarlo. Se tu avessi attraversato quelle strade di Cloisterham come ho fatto io; se avessi visto, come ho fatto io, quegli occhi distolti e la parte migliore della gente che silenziosamente mi lasciava troppo spazio per passare, affinché io non li toccassi o non mi avvicinassi a loro, non penseresti che sia del tutto irragionevole che io non possa andare in giro alla luce del giorno.»

«Povero ragazzo mio!» disse il Canonico Minore, con un tono così puramente comprensivo che il giovane gli afferrò la mano, «non ho mai detto che fosse irragionevole; non l'ho mai pensato. Ma mi piacerebbe che tu lo facessi.»

«E questo mi darebbe il motivo più forte per farlo. Ma non posso ancora. Non riesco a convincermi che gli occhi persino del flusso di estranei che supero in questa vasta città non mi guardino con sospetto. Mi sento segnato e contaminato, anche quando esco — cosa che faccio solo — di notte. Ma l'oscurità mi copre allora, e ne traggo coraggio.»

Il signor Crisparkle gli posò una mano sulla spalla e rimase a guardarlo dall'alto.

«Se avessi potuto cambiare il mio nome», disse Neville, «l'avrei fatto. Ma come mi hai fatto notare saggiamente, non posso farlo, perché sembrerebbe una colpevolezza. Se avessi potuto andare in qualche luogo lontano, avrei potuto trovare sollievo in questo, ma la cosa non è da prendere in considerazione, per la stessa ragione. Nascondersi e fuggire sarebbe l'interpretazione in entrambi i casi. Sembra un po' duro essere così legati a un palo, ed essere innocenti; ma non mi lamento.»

«E non devi aspettarti alcun miracolo che ti aiuti, Neville», disse il signor Crisparkle, con compassione.

«No, signore, lo so. L'ordinaria pienezza dei tempi e delle circostanze è tutto ciò a cui devo affidarmi.»

«Ti renderà giustizia alla fine, Neville.»

«Così credo, e spero di poter vivere abbastanza per saperlo.»

Ma percependo che l'umore abbattuto in cui stava cadendo gettava un'ombra sul Canonico Minore, e (forse) sentendo che la mano larga sulla sua spalla non era in quel momento così ferma come la sua naturale forza l'aveva resa quando l'aveva toccato poco fa, si rallegrò e disse:

«Ottime circostanze per lo studio, comunque! E sai, signor Crisparkle, quanto bisogno io abbia di studiare in ogni modo. Senza contare che mi hai consigliato di studiare per la difficile professione forense, specialmente, e che naturalmente mi sto guidando con il consiglio di un tale amico e aiutante. Un tale buon amico e aiutante!»

Prese la mano fortificante dalla spalla e la baciò. Il signor Crisparkle rifulse verso i libri, ma non così brillantemente come quando era entrato.

«Dedico dal tuo silenzio sull'argomento che il mio defunto tutore sia contrario, signor Crisparkle?»

Il Canonico Minore rispose: «Il tuo defunto tutore è una—una persona alquanto irragionevole, e non significa nulla per nessuna persona ragionevole se lui sia contrario, perverso o il contrario.»

«Bene per me che ho abbastanza con cui vivere risparmiando», sospirò Neville, tra lo stanco e l'allegro, «mentre aspetto di essere istruito e aspetto di essere riabilitato! Altrimenti avrei potuto dimostrare il proverbio che, mentre l'erba cresce, il destriero muore di fame!»

Aprì alcuni libri mentre lo diceva, e fu presto immerso nei loro passaggi intercalati e annotati; mentre il signor Crisparkle sedeva accanto a lui, spiegando, correggendo e consigliando. I doveri cattedrali del Canonico Minore rendevano queste sue visite difficili da compiere, e realizzabili solo a intervalli di molte settimane. Ma erano tanto utili quanto preziosi per Neville Landless.

Quando ebbero terminato gli studi che avevano in programma, rimasero a sporgersi sul davanzale della finestra, guardando giù verso l'aiuola del giardino. «La prossima settimana», disse il signor Crisparkle, «cesserai di essere solo e avrai una compagna devota.»

«Eppure», rispose Neville, «questo sembra un luogo poco congeniale in cui portare mia sorella.»

«Non credo», disse il Canonico Minore. «C'è un dovere da compiere qui; e c'è bisogno di sentimento femminile, buon senso e coraggio qui.»

«Intendevo», spiegò Neville, «che l'ambiente è così spento e poco femminile, e che Helena non può avere qui un'amica o una compagnia adatta.»

«Devi solo ricordare», disse il signor Crisparkle, «che tu stesso sei qui, e che lei deve trascinarti alla luce del sole.»

Rimasero in silenzio per un po', e poi il signor Crisparkle ricominciò.

«Quando abbiamo parlato insieme per la prima volta, Neville, mi hai detto che tua sorella era emersa dagli svantaggi delle vostre vite passate superiore a te come la torre della Cattedrale di Cloisterham è più alta dei camini del Minor Canon Corner. Te lo ricordi?»

«Benissimo!»

«Ero incline a pensare che fosse un volo entusiastico all'epoca. Non importa cosa ne pensi ora. Ciò che vorrei sottolineare è che, sotto il profilo dell'Orgoglio, tua sorella è un grande e opportuno esempio per te.»

«Sotto tutti i profili che sono inclusi nella composizione di un buon carattere, lo è.»

«Dillo pure; ma prendi questo. Tua sorella ha imparato come governare ciò che è orgoglioso nella sua natura. Sa dominarlo anche quando viene ferito attraverso la sua simpatia per te. Senza dubbio ha sofferto profondamente in quelle stesse strade dove tu hai sofferto profondamente. Senza dubbio la sua vita è oscurata dalla nuvola che oscura la tua. Ma piegando il suo orgoglio in una grande compostezza che non è altezzosa o aggressiva, ma è una fiducia sostenuta in te e nella verità, si è fatta strada attraverso quelle strade fino a percorrerle con un rispetto generale pari a chiunque le calpesti. Ogni giorno e ora della sua vita dalla scomparsa di Edwin Drood, ha affrontato malignità e follia — per te — come solo una natura coraggiosa ben diretta può fare. Così sarà con lei fino alla fine. Un altro e più debole tipo di orgoglio potrebbe sprofondare con il cuore spezzato, ma mai un orgoglio come il suo: che non conosce cedimenti e non può essere sopraffatto da lei.»

La guancia pallida accanto a lui arrossì sotto il paragone e l'accenno in esso implicito.

«Farò tutto il possibile per imitarla», disse Neville.

«Fallo, e sii un uomo veramente coraggioso, come lei è una donna veramente coraggiosa», rispose il signor Crisparkle risolutamente. «Si sta facendo buio. Verrai per la mia strada con me, quando sarà completamente buio? Bada! Non sono io quello che aspetta l'oscurità.»

Neville rispose che lo avrebbe accompagnato immediatamente. Ma il signor Crisparkle disse che aveva una breve visita da fare al signor Grewgious come atto di cortesia, e che sarebbe passato di corsa negli appartamenti di quel signore, per poi ricongiungersi a Neville sulla sua stessa porta, se fosse sceso lì a incontrarlo.

Il signor Grewgious, ritto come un fuso come al solito, sedeva a bere il suo vino nell'oscurità alla sua finestra aperta; il calice e la caraffa sul tavolo rotondo al suo fianco; lui stesso e le sue gambe sul sedile della finestra; un solo cardine in tutto il suo corpo, come un cavastivali.

«Come va, reverendo signore?» disse il signor Grewgious, con abbondanti offerte di ospitalità, che furono declinate con la stessa cordialità con cui furono fatte. «E come va il suo protetto di là, nell'appartamento che ho avuto il piacere di raccomandarle come libero ed eleggibile?»

Il signor Crisparkle rispose in modo appropriato.

«Sono contento che li approvi», disse il signor Grewgious, «perché nutro una sorta di fantasia nel tenerlo sotto controllo.»

Poiché il signor Grewgious doveva alzare lo sguardo considerevolmente prima di poter vedere gli appartamenti, la frase doveva essere presa in senso figurato e non letterale.

«E come ha lasciato il signor Jasper, reverendo signore?» disse il signor Grewgious.

Il signor Crisparkle lo aveva lasciato abbastanza bene.

«E dove ha lasciato il signor Jasper, reverendo signore?» Il signor Crisparkle lo aveva lasciato a Cloisterham.

«E quando ha lasciato il signor Jasper, reverendo signore?» Quella mattina.

«Uhmm!» disse il signor Grewgious. «Non ha detto che stava venendo, forse?»

«Venendo dove?»

«Ovunque, per esempio?» disse il signor Grewgious.

«No.»

«Perché eccolo qui», disse il signor Grewgious, che aveva fatto tutte queste domande con lo sguardo preoccupato diretto fuori dalla finestra. «E non sembra gradevole, vero?»

Il signor Crisparkle si stava sporgendo verso la finestra, quando il signor Grewgious aggiunse:

«Se volesse gentilmente passare qui dietro di me, nell'ombra della stanza, e volesse gettare un occhio alla finestra del pianerottolo del secondo piano in quella casa, penso che difficilmente mancherà di vedere un individuo furtivo nel quale riconosco il nostro amico locale.»

«Ha ragione!» esclamò il signor Crisparkle.

«Uhmm!» disse il signor Grewgious. Poi aggiunse, voltando il viso così bruscamente che la sua testa quasi entrò in collisione con quella del signor Crisparkle: «cosa direbbe che il nostro amico locale sta tramando?»

L'ultimo passaggio che gli era stato mostrato nel Diario tornò alla mente del signor Crisparkle con la forza di un forte contraccolpo, e chiese al signor Grewgious se ritenesse possibile che Neville dovesse essere tormentato dal fatto che si tenesse un controllo su di lui?

«Un controllo?» ripeté il signor Grewgious meditabondo. «Ah!»

«Che non solo di per sé perseguiterebbe e torturerebbe la sua vita», disse il signor Crisparkle con calore, «ma lo esporrebbe al tormento di un sospetto perpetuamente ravvivato, qualunque cosa potesse fare, o ovunque potesse andare.»

«Ah!» disse il signor Grewgious ancora pensieroso. «Lo vedo aspettarla?»

«Senza dubbio lo vede.»

«Allora sarebbe così gentile da scusare se non mi alzo per accompagnarla alla porta, di uscire a raggiungerlo, di fare la strada che stava facendo e di non prestare attenzione al nostro amico locale?» disse il signor Grewgious. «Nutro una sorta di fantasia nel tenerlo sotto controllo stasera, sa?»

Il signor Crisparkle, con un cenno significativo, acconsentì; e ricongiuntosi a Neville, se ne andò con lui. Cenarono insieme e si separarono alla stazione ferroviaria ancora incompiuta e in via di sviluppo: il signor Crisparkle per tornare a casa; Neville per percorrere le strade, attraversare i ponti, fare un ampio giro della città nell'amichevole oscurità e stancarsi fino in fondo.

Era mezzanotte quando tornò dalla sua spedizione solitaria e salì la sua scala. La notte era calda e le finestre della scala erano tutte spalancate. Arrivato in cima, ebbe un brivido passeggero di sorpresa (non essendoci stanze oltre la sua lassù) nel trovare uno sconosciuto seduto sul davanzale della finestra, più alla maniera di un vetraio avventuroso che di un dilettante solitamente attento al proprio collo; infatti, così tanto fuori dalla finestra che dentro, da suggerire il pensiero che debba essere salito dal tubo di scolo invece che dalle scale.

Lo sconosciuto non disse nulla finché Neville non inserì la chiave nella porta; poi, sembrando accertarsi della sua identità dall'azione, parlò:

«Le chiedo scusa», disse, venendo dalla finestra con un'aria franca e sorridente e un modo di fare accattivante; «i fagioli.»

Neville era del tutto smarrito.

«Rampicanti», disse il visitatore. «Scarlatti. Porta accanto sul retro.»

«Oh», rispose Neville. «E la reseda e la violacciocca?»

«Le stesse», disse il visitatore.

«La prego, entri.»

«Grazie.»

Neville accese le candele e il visitatore si sedette. Un bell'uomo, con un viso giovane, ma con una figura più matura nella sua robustezza e nella larghezza delle spalle; diciamo un uomo di ventotto o al massimo trent'anni; così estremamente abbronzato che il contrasto tra il suo volto bruno e la fronte bianca ombreggiata all'aperto dal suo cappello, e gli scorci di gola bianca sotto il fazzoletto da collo, sarebbe stato quasi ridicolo se non fosse stato per le sue tempie larghe, i luminosi occhi azzurri, i capelli castani a ciocche e i denti ridenti.

«Ho notato», disse; «—il mio nome è Tartar.»

Neville inclinò la testa.

«Ho notato (mi scusi) che lei si chiude molto in casa, e che sembra gradire il mio giardino lassù. Se volesse un po' di più, potrei tendere alcune linee e tiranti tra le mie finestre e le sue, ai quali i rampicanti si aggrapperebbero subito. E ho alcune cassette, sia di reseda che di violacciocca, che potrei spingere lungo la grondaia (con un gancio da barca che ho qui con me) fino alle sue finestre, e ritirare quando avessero bisogno di acqua o giardinaggio, e spingere di nuovo quando fossero in ordine; così non le causerebbero alcun disturbo. Non potevo prendermi questa libertà senza chiederle il permesso, quindi oso chiederlo. Tartar, appartamento corrispondente, porta accanto.»

«Lei è molto gentile.»

«Nient'affatto. Dovrei scusarmi per essere passato così tardi. Ma avendo notato (mi scusi) che lei solitamente esce di notte, ho pensato che l'avrei disturbata meno aspettando il suo ritorno. Ho sempre paura di disturbare le persone impegnate, essendo un uomo ozioso.»

«Non l'avrei pensato, dal suo aspetto.»

«No? Lo prendo come un complimento. In effetti, sono stato allevato nella Marina Reale, ed ero Primo Tenente quando l'ho lasciata. Ma, uno zio deluso dal servizio che mi ha lasciato la sua proprietà a condizione che lasciassi la Marina, ho accettato la fortuna e mi sono dimesso dal mio incarico.»

«Di recente, presumo?»

«Beh, ho avuto dodici o quindici anni di gavetta prima. Sono venuto qui circa nove mesi prima di lei; ho avuto un raccolto prima che lei arrivasse. Ho scelto questo posto perché, avendo servito l'ultima volta in una piccola corvetta, sapevo che mi sarei sentito più a casa dove avevo una costante opportunità di sbattere la testa contro il soffitto. Inoltre, non sarebbe mai andato bene per un uomo che è stato a bordo di una nave fin dall'infanzia diventare lussuoso tutto in una volta. Inoltre, ancora; essendo stato abituato a una scarsissima quantità di terra per tutta la vita, ho pensato che avrei saggiato il terreno per il comando di una tenuta terriera, iniziando con le cassette.»

Per quanto detto in modo bizzarro, c'era un tocco di allegra serietà in esso che lo rendeva doppiamente bizzarro.

«Comunque», disse il Tenente, «ho parlato abbastanza di me. Non è il mio modo, spero; è servito semplicemente a presentarmi a lei naturalmente. Se mi permetterà di prendermi la libertà che ho descritto, sarà un atto di carità, perché mi darà qualcosa in più da fare. E non deve pensare che comporterà alcuna interruzione o intrusione per lei, poiché è lontano dalle mie intenzioni.»

Neville rispose che gli era molto obbligato e che accettava con gratitudine la gentile proposta.

«Sono molto lieto di prendermi cura delle vostre finestre», disse il Tenente. «Da quel che ho visto di voi mentre giardinavo alle mie, e voi stavate a guardare, ho pensato che (scusatemi) foste un po’ troppo studioso e delicato. Posso chiedervi se la vostra salute ne risenta in qualche modo?»

«Ho sofferto di un certo tormento mentale», disse Neville, confuso, «che ha fatto le veci della malattia.»

«Perdonatemi», disse Mr. Tartar.

Con la massima delicatezza spostò nuovamente l’argomento sulle finestre e chiese se potesse darne un’occhiata a una. Appena Neville la aprì, egli balzò immediatamente fuori, come se stesse andando a riva con l’intero equipaggio in un’emergenza, dando un fulgido esempio.

«Per l’amor del cielo», gridò Neville, «non fatelo! Dove state andando, Mr. Tartar? Vi sfracellerete!»

«Tutto bene!» disse il Tenente, guardandosi intorno con calma sul tetto. «Qui è tutto in ordine e a posto. Quelle cime e quegli stralli saranno sistemati prima che usciate domattina. Posso prendere questa scorciatoia per tornare a casa e augurarvi la buonanotte?»

«Mr. Tartar!» esortò Neville. «Vi prego! Mi fa venire le vertigini vedervi!»

Ma Mr. Tartar, con un gesto della mano e l’agilità di un gatto, si era già immerso tra i suoi fagioli rampicanti senza spezzare una foglia, ed era “sceso sottocoperta”.

Mr. Grewgious, con la tenda della finestra della camera da letto tenuta da parte con la mano, accadde in quel momento di avere sotto gli occhi le stanze di Neville per l’ultima volta quella notte. Fortunatamente il suo sguardo era rivolto alla facciata della casa e non al retro, altrimenti quella straordinaria apparizione e sparizione avrebbe potuto turbare il suo riposo come un fenomeno. Ma Mr. Grewgious, non vedendo nulla lì, nemmeno una luce alle finestre, lasciò vagare lo sguardo dalle finestre alle stelle, come se volesse leggervi qualcosa che gli era celato. Molti di noi lo farebbero, se potessero; ma nessuno di noi sa ancora nemmeno leggere le lettere nelle stelle — o sembra probabile che lo faccia, in questo stato di esistenza — e poche lingue possono essere lette finché non se ne padroneggiano gli alfabeti.

CAPITOLO XVIII. UN NUOVO ARRIVATO A CLOISTERHAM

Verso quel periodo apparve a Cloisterham uno sconosciuto; un personaggio dai capelli bianchi, con sopracciglia nere. Essendo abbottonato in una redingote blu piuttosto attillata, con un panciotto color camoscio e pantaloni grigi, aveva un’aria vagamente militare, ma al Crozier (l’hotel ortodosso, dove alloggiò con una valigia) si presentò come un ozioso che viveva delle proprie rendite; e aggiunse di avere intenzione di prendere una stanza nella pittoresca antica città per un mese o due, con l’idea di stabilirvisi definitivamente. Entrambi gli annunci furono fatti nella sala caffè del Crozier, a tutti coloro a cui potesse o non potesse interessare, dallo sconosciuto mentre stava con le spalle al camino spento, in attesa della sua sogliola fritta, cotoletta di vitello e pinta di sherry. E il cameriere (essendo il lavoro cronicamente lento al Crozier) rappresentava tutti coloro a cui potesse o non potesse interessare, e assorbì l’intera informazione.

La testa bianca di questo gentiluomo era insolitamente grande, e la sua massa di capelli bianchi era insolitamente folta e abbondante. «Suppongo, cameriere», disse, scuotendo la sua chioma, come un cane Terranova potrebbe scuotere la propria prima di sedersi a cena, «che un alloggio dignitoso per un tipo solitario si possa trovare da queste parti, eh?»

Il cameriere non ne ebbe alcun dubbio.

«Qualcosa di vecchio», disse il gentiluomo. «Togliete il mio cappello per un momento da quel piolo, volete? No, non lo voglio; guardateci dentro. Cosa vedete scritto lì?»

Il cameriere lesse: «Datchery».

«Ora sapete il mio nome», disse il gentiluomo; «Dick Datchery. Riappendetelo. Dicevo, qualcosa di vecchio è ciò che preferirei, qualcosa di strano e fuori mano; qualcosa di venerabile, architettonico e scomodo.»

«Abbiamo una buona scelta di alloggi scomodi in città, signore, credo», rispose il cameriere, con una modesta fiducia nelle sue risorse in tal senso; «davvero, non ho dubbi che potremmo accontentarvi fino a quel punto, per quanto esigente possiate essere. Ma un alloggio architettonico!» Ciò sembrò turbare la testa del cameriere, che la scosse.

«Qualcosa in stile cattedrale, ora», suggerì Mr. Datchery.

«Mr. Tope», disse il cameriere, illuminandosi mentre si sfregava il mento con la mano, «sarebbe la persona più indicata per informarvi su quel genere di cose.»

«Chi è Mr. Tope?» chiese Dick Datchery.

Il cameriere spiegò che era il sagrestano, e che Mrs. Tope un tempo aveva affittato stanze lei stessa o si era offerta di farlo; ma poiché nessuno le aveva mai prese, il cartello alla finestra di Mrs. Tope, a lungo un’istituzione di Cloisterham, era scomparso; probabilmente era caduto un giorno e non era più stato rimesso.

«Farò visita a Mrs. Tope», disse Mr. Datchery, «dopo cena.»

Così, quando ebbe finito di cenare, fu debitamente indirizzato verso il posto e vi si recò. Ma essendo il Crozier un hotel di indole molto riservata, e le indicazioni del cameriere fatalmente precise, si ritrovò presto confuso, e andò brancolando attorno alla Torre della Cattedrale, ogni volta che riusciva a scorgerne uno scorcio, con l’impressione generale che la casa di Mrs. Tope fosse da qualche parte molto vicina, e che, come i bambini nel gioco del nascondino, fosse "caldo" nella sua ricerca quando vedeva la Torre, e "freddo" quando non la vedeva.

Stava diventando molto freddo davvero quando si imbatté in un frammento di cimitero in cui stava pascolando una pecora infelice. Infelice, perché un orribile ragazzino la stava prendendo a sassate attraverso le ringhiere, e l’aveva già resa zoppa a una gamba, ed era molto eccitato dal benevolo scopo sportivo di romperle le altre tre zampe e abbatterla.

«Dagli ancora!» gridò il ragazzo, mentre la povera creatura balzava; «e gli ho fatto un’ammaccatura nella lana.»

«Lasciala stare!» disse Mr. Datchery. «Non vedi che l’hai resa zoppa?»

«Menti», rispose lo sportivo. «Se l’è fatto da sola. L’ho visto io, e le ho tirato un sasso come avvertimento di non andare più a strusciare il montone del mio padrone.»

«Vieni qui.»

«Non ci vengo; verrò quando riuscirai a prendermi.»

«Resta lì allora, e mostrami qual è la casa di Mr. Tope.»

«Come faccio a stare qui e mostrarti dov’è la casa di Tope, quando è dall’altra parte della Kinfreederal, oltre gli incroci, e attorno a chissà quanti angoli? Stu-pido! Ya-a-ah!»

«Mostrami dov’è, e ti darò qualcosa.»

«Vieni allora.»

Concluso questo vivace dialogo, il ragazzo aprì la strada e, poco dopo, si fermò a una certa distanza da un passaggio ad arco, indicando.

«Guarda laggiù. Vedi quella finestra e quella porta?»

«Quella è di Tope?»

«Menti; non lo è. Quella è di Jarsper.»

«Davvero?» disse Mr. Datchery, con un secondo sguardo di un certo interesse.

«Sì, e io non vado più vicino a LUI, te lo dico io.»

«Perché no?»

«Perché non ho intenzione di farmi sollevare da terra, farmi rompere le bretelle e farmi soffocare; non se lo so, e non da Lui. Aspetta che un giorno scagli una bella pietra sulla nuca del suo vecchio capoccione! Ora guarda dall’altro lato dell’arco; non il lato dove c’è la porta di Jarsper; l’altro lato.»

«Capisco.»

«A poca distanza, da quel lato, c’è una porta bassa, dopo due gradini. Quella è la casa di Tope con il suo nome su una targhetta ovale.»

«Bene. Vedi qui», disse Mr. Datchery, tirando fuori uno scellino. «Mi devi la metà di questo.»

«Menti! Non ti devo niente; non ti ho mai visto.»

«Ti dico che mi devi la metà di questo, perché non ho una moneta da sei pence in tasca. Quindi la prossima volta che mi incontrerai farai qualcos’altro per me, per pagarmi.»

«Va bene, dammi qua.»

«Come ti chiami e dove abiti?»

«Deputy. Travellers’ Twopenny, oltre il prato.»

Il ragazzo scattò immediatamente via con lo scellino, per paura che Mr. Datchery ci ripensasse, ma si fermò a una distanza di sicurezza, nella speranza che fosse a disagio, per stuzzicarlo con una danza demoniaca che esprimeva l’irrevocabilità della cosa.

Mr. Datchery, togliendosi il cappello per dare un’altra scossa a quella sua chioma bianca, sembrò piuttosto rassegnato e si diresse dove gli era stato indicato.

L’abitazione ufficiale di Mr. Tope, che comunicava tramite una scala superiore con quella di Mr. Jasper (da qui l’assistenza di Mrs. Tope a quel gentiluomo), era di proporzioni molto modeste e aveva il carattere di una fresca prigione. Le sue antiche mura erano massicce, e le stanze sembravano piuttosto essere state scavate in esse, anziché progettate in anticipo con riferimento a esse. La porta principale si apriva direttamente su una camera di forma indefinibile, con un soffitto a crociera, che a sua volta dava su un’altra camera di forma indefinibile, con un altro soffitto a crociera: le finestre piccole, nello spessore dei muri. Queste due stanze, chiuse nella loro atmosfera e scure nella loro illuminazione naturale, erano gli appartamenti che Mrs. Tope aveva offerto così a lungo a una città poco riconoscente. Mr. Datchery, tuttavia, era più riconoscente. Scoprì che se si fosse seduto con la porta principale aperta avrebbe goduto della compagnia dei passanti che andavano e venivano dal cancello, e avrebbe avuto abbastanza luce. Scoprì che se Mr. e Mrs. Tope, vivendo al piano di sopra, usavano per la loro entrata e uscita una piccola scala laterale che sbucava proprio nei Recinti da una porta che si apriva verso l’esterno, con sorpresa e disagio di un limitato pubblico di pedoni in una strada stretta, lui sarebbe rimasto solo, come in una residenza separata. Trovò l’affitto moderato e tutto così stranamente scomodo come poteva desiderare. Accettò, quindi, di prendere l’alloggio seduta stante, con pagamento in contanti, prendendo possesso la sera successiva, a condizione che gli fosse consentito di fare riferimento a Mr. Jasper come occupante della portineria, di cui, dall’altra parte del cancello, il buco nel muro del sagrestano era un’appendice o parte sussidiaria.

Il povero caro gentiluomo era molto solitario e molto triste, disse Mrs. Tope, ma non aveva dubbi che avrebbe “parlato per lei”. Forse Mr. Datchery aveva sentito qualcosa di ciò che era accaduto lì l’inverno scorso?

Mr. Datchery aveva una conoscenza dell’evento in questione, nel cercare di ricordarlo, tanto confusa quanto avrebbe potuto esserlo. Chiese scusa a Mrs. Tope quando lei trovò necessario correggerlo in ogni dettaglio del suo riassunto dei fatti, ma si giustificò dicendo che era semplicemente un tipo solitario che tirava avanti nella vita con i propri mezzi nel modo più ozioso possibile, e che così tante persone continuavano costantemente a sbarazzarsi di così tante altre persone, da rendere difficile per un solitario di carattere facile mantenere distinte le circostanze dei vari casi nella propria mente.

Poiché Mr. Jasper si mostrò disposto a parlare per Mrs. Tope, Mr. Datchery, che aveva inviato il suo biglietto da visita, fu invitato a salire la scala della portineria. Il sindaco era lì, disse Mr. Tope; ma non doveva essere considerato come un ospite, poiché lui e Mr. Jasper erano grandi amici.

«Chiedo scusa», disse Mr. Datchery, facendo un inchino con il cappello sotto il braccio, rivolgendosi equamente a entrambi i gentiluomini; «una precauzione egoistica da parte mia, e non personalmente interessante per nessuno se non per me stesso. Ma come solitario che vive dei propri mezzi, e che ha l’idea di farlo in questo luogo incantevole in pace e tranquillità, per il resto della vita, prego di chiedere se la famiglia Tope sia del tutto rispettabile?»

Mr. Jasper poté rispondere affermativamente senza la minima esitazione.

«Questo è sufficiente, signore», disse Mr. Datchery.

«Il mio amico il Sindaco», aggiunse Mr. Jasper, presentando Mr. Datchery con un movimento cortese della mano verso quel potentato; «la cui raccomandazione è in realtà molto più importante per uno sconosciuto di quella di un’oscura persona come me, testimonierà a loro favore, ne sono certo.»

«L’Onorevole Sindaco», disse Mr. Datchery, con un profondo inchino, «mi pone sotto un infinito obbligo.»

«Ottima gente, signore, Mr. e Mrs. Tope», disse Mr. Sapsea, con condiscendenza. «Ottime opinioni. Molto ben educati. Molto rispettosi. Molto apprezzati dal Decano e dal Capitolo.»

«L’Onorevole Sindaco dà loro un carattere», disse Mr. Datchery, «di cui possono davvero essere orgogliosi. Vorrei chiedere a Sua Eccellenza (se mi fosse permesso) se non ci siano molti oggetti di grande interesse nella città che è sotto il suo benefico dominio?»

«Siamo, signore», rispose Mr. Sapsea, «un’antica città, e una città ecclesiastica. Siamo una città costituzionale, come si conviene a una tale città, e sosteniamo e manteniamo i nostri gloriosi privilegi.»

«Sua Eccellenza», disse Mr. Datchery, inchinandosi, «mi ispira il desiderio di conoscere meglio la città, e mi conferma nella mia inclinazione a terminare i miei giorni nella città.»

«In pensione dall’Esercito, signore?» suggerì Mr. Sapsea.

«Sua Eccellenza il Sindaco mi concede troppo credito», rispose Mr. Datchery.

«Marina, signore?» suggerì Mr. Sapsea.

«Di nuovo», ripeté Mr. Datchery, «Sua Eccellenza il Sindaco mi concede troppo credito.»

«La diplomazia è una bella professione», disse Mr. Sapsea, come osservazione generale.

«Lì, confesso, Sua Eccellenza il Sindaco mi supera», disse Mr. Datchery, con un sorriso ingegnoso e un inchino; «persino un uccello diplomatico deve cadere di fronte a un tale fucile.»

Ora, questo era molto rassicurante. Ecco un gentiluomo di grande, per non dire grandioso, portamento, abituato al rango e alla dignità, che dava davvero un bell’esempio di come comportarsi con un Sindaco. C’era qualcosa in quello stile in terza persona con cui veniva interpellato, che Mr. Sapsea trovava particolarmente riconoscente dei suoi meriti e della sua posizione.

«Ma chiedo perdono», disse Mr. Datchery. «Sua Eccellenza il Sindaco mi porterà pazienza, se per un momento sono stato indotto a occupare il suo tempo, e ho dimenticato le umili pretese del mio hotel, il Crozier.»

«Affatto, signore», disse Mr. Sapsea. «Sto tornando a casa, e se vi piacesse vedere l’esterno della nostra Cattedrale lungo la strada, sarei lieto di indicarvelo.»

«Sua Eccellenza il Sindaco», disse Mr. Datchery, «è più che gentile e cortese.»

Poiché Mr. Datchery, dopo aver fatto i suoi ringraziamenti a Mr. Jasper, non poté essere indotto a uscire dalla stanza prima dell’Onorevole, l’Onorevole aprì la strada scendendo le scale; Mr. Datchery seguiva con il cappello sotto il braccio e la sua chioma bianca che fluttuava nella brezza serale.

«Potrei chiedere a Sua Eccellenza», disse Mr. Datchery, «se quel gentiluomo che abbiamo appena lasciato sia il gentiluomo di cui ho sentito parlare nel vicinato come di colui che è molto afflitto dalla perdita di un nipote, e che concentra la sua vita sul vendicare la perdita?»

«Quello è il gentiluomo. John Jasper, signore.»

«Sua Eccellenza mi permetterebbe di chiedere se ci siano forti sospetti su qualcuno?»

«Più che sospetti, signore», rispose Mr. Sapsea; «quasi certezze.»

«Pensate un po’!» esclamò Mr. Datchery.

«Ma le prove, signore, le prove devono essere costruite pietra su pietra», disse il Sindaco. «Come dico io, il fine corona l’opera. Non basta che la giustizia sia moralmente certa; deve essere immoralmente certa — legalmente, cioè.»

«Sua Eccellenza», disse Mr. Datchery, «mi ricorda la natura della legge. Immorale. Quanto è vero!»

«Come dico, signore», proseguì pomposamente il Sindaco, «il braccio della legge è un braccio forte, e un braccio lungo. È così che la metto io. Un braccio forte e un braccio lungo.»

«Quanto è incisivo! — E ancora, quanto è vero!» mormorò Mr. Datchery.

«E senza tradire, quelli che chiamo i segreti della casa di prigionia», disse Mr. Sapsea; «i segreti della casa di prigionia è il termine che ho usato in tribunale.»

«E quale termine diverso da quello di Sua Eccellenza lo esprimerebbe?» disse Mr. Datchery.

«Senza, dico, tradirli, vi predico, conoscendo la volontà di ferro del gentiluomo che abbiamo appena lasciato (faccio l’audace passo di chiamarla ferro, a causa della sua forza), che in questo caso il braccio lungo raggiungerà, e il braccio forte colpirà. — Questa è la nostra Cattedrale, signore. I migliori intenditori si compiacciono di ammirarla, e i migliori tra i nostri concittadini ammettono di esserne un po’ vanitosi.»

Per tutto questo tempo Mr. Datchery aveva camminato con il cappello sotto il braccio e i capelli bianchi che fluttuavano. Ebbe uno strano aspetto momentaneo di aver dimenticato il cappello, quando Mr. Sapsea ora lo toccò; e si portò la mano alla testa come con una vaga aspettativa di trovarvi un altro cappello.

«Vi prego, copritevi, signore», implorò Mr. Sapsea, magnificamente insistendo: «Non mi dà alcun fastidio, ve lo assicuro.»

«Sua Eccellenza è molto gentile, ma lo faccio per stare al fresco», disse Mr. Datchery.

Poi Mr. Datchery ammirò la Cattedrale, e Mr. Sapsea la indicò come se l’avesse inventata e costruita lui stesso: c’erano in effetti alcuni dettagli che non approvava, ma li glissò, come se gli operai avessero fatto errori in sua assenza. Smaltita la Cattedrale, aprì la strada attraverso il cimitero, e si fermò a elogiare la bellezza della sera — per caso — nelle immediate vicinanze dell’epitaffio di Mrs. Sapsea.

«E a proposito», disse Mr. Sapsea, sembrando scendere da un’altezza per ricordarsene all’improvviso; come Apollo che scende dall’Olimpo per raccogliere la sua lira dimenticata; «quello è uno dei nostri piccoli vanti. La parzialità della nostra gente l’ha reso tale, e gli stranieri sono stati visti prenderne una copia di tanto in tanto. Non sono un giudice io stesso, perché è un piccolo lavoro mio. Ma è stato difficile da comporre, signore; posso dire, difficile da comporre con eleganza.»

Mr. Datchery divenne così estatico per la composizione di Mr. Sapsea che, nonostante la sua intenzione di finire i suoi giorni a Cloisterham, e quindi probabilmente avendo in serbo molte opportunità di copiarlo, l’avrebbe trascritto nel suo taccuino sul posto, se non fosse stato per l’avvicinarsi incerto del suo materiale produttore e perpetuatore, Durdles, che Mr. Sapsea salutò, non dispiaciuto di mostrargli un fulgido esempio di comportamento verso i superiori.

«Ah, Durdles! Questo è il muratore, signore; uno dei nostri degni di Cloisterham; tutti qui conoscono Durdles. Mr. Datchery, Durdles, un gentiluomo che ha intenzione di stabilirsi qui.»

«Non lo farei se fossi in lui», grugnì Durdles. «Siamo una bella banda pesante.»

«Sicuramente non parlate per voi stesso, Mr. Durdles», rispose Mr. Datchery, «più di quanto facciate per Sua Eccellenza.»

«Chi è Sua Eccellenza?» chiese Durdles.

«Sua Eccellenza il Sindaco.»

«Non sono mai stato portato davanti a lui», disse Durdles, con tutto tranne che l’aspetto di un suddito leale della carica di sindaco, «e sarà abbastanza tempo per me Onorarlo quando lo sarò. Fino a quando, e quando, e dove,

‘Mister Sapsea è il suo nome, l’Inghilterra è la sua nazione, Cloisterham è la sua dimora, Aukshneer è la sua occupazione.’»

Qui, Deputy (preceduto da un guscio d’ostrica volante) apparve sulla scena e richiese di avere la somma di tre pence immediatamente “lanciata” a lui da Mr. Durdles, che aveva cercato invano su e giù, come legittimo salario scaduto. Mentre quel gentiluomo, con il suo fagotto sotto il braccio, trovava e contava lentamente il denaro, Mr. Sapsea informò il nuovo arrivato delle abitudini, delle occupazioni, della dimora e della reputazione di Durdles. «Suppongo che un curioso straniero potrebbe venire a vedere voi, e le vostre opere, Mr. Durdles, in un momento qualsiasi?» disse Mr. Datchery a quel punto.

«Qualsiasi gentiluomo è benvenuto a venire a trovarmi ogni sera se porta liquore per due con sé», rispose Durdles, con un penny tra i denti e alcune monetine nelle mani; «o se gli piace farlo due volte due, sarà doppiamente il benvenuto.»

«Verrò. Master Deputy, cosa mi devi?»

«Un lavoro.»

«Ricordati di pagarmi onestamente con il lavoro di mostrarmi la casa di Mr. Durdles quando vorrò andarci.»

Deputy, con una perforante bordata di fischio attraverso l’intero spazio nella sua bocca, come ricevuta a saldo di tutti gli arretrati, svanì.

L’Onorevole e il suo ammiratore proseguirono poi insieme finché non si separarono, con molte cerimonie, alla porta dell’Onorevole; anche allora l’ammiratore portò il suo cappello sotto il braccio e offrì la sua chioma bianca fluttuante alla brezza.

Disse Mr. Datchery a se stesso quella notte, mentre guardava i suoi capelli bianchi nello specchio illuminato dal gas sopra il caminetto della sala caffè al Crozier, e li scuoteva: «Per essere un solitario, di temperamento facile, che vive oziosamente dei propri mezzi, ho avuto un pomeriggio piuttosto movimentato!»

CAPITOLO XIX. OMBRA SULLA MERIDIANA

Ancora una volta Miss Twinkleton ha tenuto il suo discorso di congedo, accompagnato da vino bianco e torta, e ancora una volta le signorine sono ripartite per le loro rispettive case. Helena Landless ha lasciato la Nuns’ House per occuparsi delle sorti del fratello, e la graziosa Rosa è sola.

Cloisterham è così luminosa e soleggiata in questi giorni d’estate, che la Cattedrale e le rovine del monastero sembrano avere pareti robuste ma trasparenti. Un soffuso bagliore pare irradiarsi dal loro interno, piuttosto che riflettersi su di esse dall’esterno, tale è la loro maturità mentre si affacciano sui caldi campi di grano e sulle polverose strade che serpeggiano in lontananza tra di essi. I giardini di Cloisterham arrossiscono di frutti maturi. C’è stato un tempo in cui pellegrini coperti di polvere cavalcavano in chiassose comitive attraverso le accoglienti ombre della città; ora è il tempo in cui i viandanti, che vivono una vita da zingari tra il tempo della fienagione e quello della mietitura, e che sembrano fatti proprio della polvere della terra, tanto sono impolverati, bighellonano sui freschi gradini delle porte, cercando di riparare le loro scarpe irreparabili, o abbandonandole alle fogne della città come un compito disperato, per cercarne altre nei fagotti che portano con sé, insieme alle falci ancora inutilizzate avvolte in legacci di paglia. Presso tutte le pompe più pubbliche c’è un gran rinfrescarsi di piedi nudi, insieme a un gran gorgogliare e sciacquettare nel bere, accostando la mano al beccuccio da parte di questi beduini; la polizia di Cloisterham intanto osserva di sbieco dai propri posti di guardia con sospetto, e manifesta impazienza affinché gli intrusi lascino i confini cittadini, per tornare a friggersi sulle strade in piena calura.

Nel pomeriggio di una giornata simile, quando l’ultima funzione in Cattedrale è terminata, e quando il lato della High Street su cui sorge la Nuns’ House è in un’ombra gradita, salvo dove il suo pittoresco vecchio giardino si apre verso ovest tra i rami degli alberi, una serva informa Rosa, con suo terrore, che Mr. Jasper desidera vederla.

Se avesse scelto il momento migliore per trovarla in difficoltà, non avrebbe potuto fare di meglio. Forse lo ha scelto apposta. Helena Landless è partita, Mrs. Tisher è assente con permesso, Miss Twinkleton (nel suo stato di esistenza amatoriale) ha contribuito con la propria presenza e con un pasticcio di vitello a un picnic.

«Oh perché, perché, perché avete detto che ero in casa!» esclamò Rosa, impotente.

La domestica risponde che Mr. Jasper non ha mai posto la domanda.

Che ha detto di sapere che lei era in casa, e ha pregato di riferirle che chiedeva di vederla.

«Cosa farò! Cosa farò!» pensa Rosa, stringendosi le mani.

In preda a una sorta di disperazione, aggiunge subito dopo che raggiungerà Mr. Jasper in giardino. Rabbrividisce al pensiero di essere chiusa con lui in casa; ma molte delle finestre danno sul giardino, e lì può essere vista oltre che ascoltata, e può gridare all’aria aperta e scappare via. Tale è l’idea folle che le balena nella mente.

Non lo ha più visto dalla notte fatale, se non quando è stata interrogata davanti al Sindaco, e allora lui era presente in una cupa vigilanza, come rappresentante del nipote perduto e ardente dal desiderio di vendicarlo. Si appende il cappello da giardino al braccio ed esce. Nel momento in cui lo vede dal portico, appoggiato alla meridiana, il vecchio orribile sentimento di essere soggiogata da lui riafferma la sua presa su di lei. Sente che tornerebbe indietro anche in quel momento, se non fosse che lui attira i suoi passi verso di sé. Non può resistere, e si siede, a capo chino, sulla panca del giardino accanto alla meridiana. Non riesce a guardarlo per l’orrore che prova, ma ha percepito che è vestito a lutto stretto. Anche lei. Non era così all’inizio; ma chi è perduto è stato ormai dato per morto da tempo, e pianto come tale.

Lui vorrebbe iniziare toccandole la mano. Lei sente l’intenzione e la ritrae. I suoi occhi sono allora fissi su di lei, lo sa, sebbene i propri non vedano altro che l’erba.

«Ho aspettato,» esordisce, «per qualche tempo, di essere richiamato al mio dovere vicino a te.»

Dopo aver dato più volte alle labbra, che sa essere attentamente osservate da lui, la forma di qualche altra esitante risposta, e poi di nessuna, lei risponde: «Dovere, signore?»

«Il dovere di istruirti, di servirti come tuo fedele maestro di musica.»

«Ho abbandonato quello studio.»

«Non abbandonato, credo. Sospeso. Mi è stato detto dal tuo tutore che lo hai sospeso a causa dello shock che tutti abbiamo sentito così acutamente. Quando riprenderai?»

«Mai, signore.»

«Mai? Non avresti potuto fare di più se avessi amato il mio caro ragazzo.»

«Io lo amavo!» gridò Rosa, con un lampo di rabbia.

«Sì; ma non del tutto—non del tutto nel modo giusto, dovrei dire? Non nel modo inteso e atteso. Per quanto il mio caro ragazzo fosse, sfortunatamente, troppo autocosciente e soddisfatto di sé (non traccerò alcun parallelo tra lui e te a questo proposito) per amare come avrebbe dovuto amare, o come chiunque al suo posto avrebbe amato—avrebbe dovuto amare!»

Lei siede nella stessa immobile postura, ma ritraendosi un poco di più.

«Dunque, sentirmi dire che hai interrotto lo studio con me, significava sentirmi dire educatamente che lo hai abbandonato del tutto?» suggerì lui.

«Sì,» dice Rosa, con improvviso vigore, «L’educazione era del mio tutore, non mia. Gli ho detto che ero risoluta a smettere, e che ero determinata a tener fede alla mia decisione.»

«E lo sei ancora?»

«Lo sono ancora, signore. E vi prego di non essere più interrogata al riguardo. In ogni caso, non risponderò più; questo è in mio potere.»

È così consapevole che lui la stia guardando con un’ammirazione bramosa per quel tocco di rabbia, e per il fuoco e l’animazione che essa porta con sé, che proprio mentre il suo spirito si risolleva, ricade di nuovo, e lei lotta con un senso di vergogna, offesa e paura, proprio come quella notte al pianoforte.

«Non ti interrogherò più, visto che ti opponi così tanto; confesserò—»

«Non desidero ascoltarvi, signore,» esclama Rosa, alzandosi.

Questa volta lui la tocca con la mano tesa. Nel ritrarsi, lei ricade a sedere.

«Dobbiamo talvolta agire in opposizione ai nostri desideri,» le dice a voce bassa. «Devi farlo ora, o arrecare più danno agli altri di quanto tu possa mai riparare.»

«Quale danno?»

«Tra poco, tra poco. Tu mi interroghi, vedi, e certamente non è giusto quando mi proibisci di interrogare te. Tuttavia, risponderò alla domanda tra poco. Cara Rosa! Incantevole Rosa!»

Lei scatta di nuovo in piedi.

Questa volta lui non la tocca. Ma il suo volto appare così malvagio e minaccioso, mentre se ne sta appoggiato alla meridiana — imprimendo, per così dire, il suo marchio nero sul volto stesso del giorno — che la sua fuga è arrestata dall’orrore mentre lo guarda.

«Non dimentico quante finestre abbiano la visuale su di noi,» dice, lanciando uno sguardo verso di esse. «Non ti toccherò più; non mi avvicinerò più a te di così. Siediti, e non ci sarà nulla di strano nel fatto che il tuo maestro di musica si appoggi oziosamente a un piedistallo parlando con te, ricordando tutto ciò che è accaduto, e le nostre parti in causa. Siediti, mia amata.»

Sarebbe andata via ancora una volta — mancava poco — e ancora una volta il suo volto, che minacciava oscuramente le conseguenze se lei se ne fosse andata, l’ha fermata. Guardandolo con l’espressione dell’istante congelata sul viso, lei si siede di nuovo sulla panca.

«Rosa, anche quando il mio caro ragazzo era fidanzato con te, ti amavo follemente; anche quando pensavo che la sua felicità nell’averti come moglie fosse certa, ti amavo follemente; anche quando mi sforzavo di renderlo più ardentemente devoto a te, ti amavo follemente; anche quando mi diede il ritratto del tuo volto incantevole, così sbadatamente calunniato da lui, che fingevo di tenere sempre sotto i miei occhi per lui, ma che adoravo nel tormento per anni, ti amavo follemente; nel lavoro sgradevole del giorno, nella miseria delle notti insonni, cinto da squallide realtà, o vagando attraverso Paradisi e Inferni di visioni in cui mi precipitavo, portando la tua immagine tra le braccia, ti amavo follemente.»

Se qualcosa potesse rendere le sue parole più orribili di quanto già non siano di per sé, sarebbe il contrasto tra la violenza del suo sguardo e del suo modo di esprimersi, e la compostezza del suo atteggiamento assunto.

«Ho sopportato tutto in silenzio. Finché tu eri sua, o finché ho supposto che tu fossi sua, ho nascosto lealmente il mio segreto. Non è vero?»

Questa menzogna, così grossolana, mentre le parole stesse con cui è detta sono così vere, è più di quanto Rosa possa sopportare. Risponde con indignazione ardente: «Siete stato falso fino in fondo, signore, come lo siete ora. Siete stato falso con lui, ogni giorno e ogni ora. Sapete di aver reso infelice la mia vita con il vostro corteggiamento. Sapete di avermi spaventata dal dover aprire i suoi occhi generosi, e che mi avete costretta, per il suo bene fiducioso, buono, buono, a nascondergli la verità, che eravate un uomo cattivo, cattivo!»

Mantenendo il suo atteggiamento disinvolto, che rende i suoi tratti contratti e le sue mani convulse assolutamente diabolici, lui ribatte, con un’estrema, feroce ammirazione:

«Come sei bella! Sei più bella nella rabbia che nella quiete. Non ti chiedo il tuo amore; dammi te stessa e il tuo odio; dammi te stessa e quella graziosa rabbia; dammi te stessa e quel disprezzo incantevole; sarà abbastanza per me.»

Lacrime impazienti salgono agli occhi della tremante bellezza, e il suo volto avvampa; ma mentre si alza di nuovo per lasciarlo indignata e cercare protezione in casa, lui allunga la mano verso il portico, come se la invitasse a entrarvi.

«Ti ho detto, rara incantatrice, dolce strega, che devi restare ad ascoltarmi, o fare più danno di quanto possa mai essere riparato. Hai chiesto quale danno. Resta, e te lo dirò. Vai, e lo farò!»

Di nuovo Rosa si rimpicciolisce davanti al suo volto minaccioso, sebbene ignara del suo significato, e rimane lì. Il suo respiro affannoso va e viene come se volesse soffocarla; ma con una mano repressiva sul petto, rimane.

«Ho fatto la mia confessione: il mio amore è folle. È così folle che, se i legami tra me e il mio caro ragazzo perduto fossero stati un filo di seta meno forti, avrei potuto spazzare via persino lui dal tuo fianco, quando lo favorivi.»

Una patina vela gli occhi che lei solleva per un istante, come se lui l’avesse fatta svenire.

«Persino lui,» ripete. «Sì, persino lui! Rosa, tu mi vedi e mi senti. Giudica tu stessa se un altro ammiratore ti amerà e vivrà, se la sua vita è nelle mie mani.»

«Cosa intendete, signore?»

«Intendo mostrarti quanto è folle il mio amore. È stato sbandierato durante le recenti indagini dal signor Crisparkle, che il giovane Landless gli aveva confessato di essere un rivale del mio ragazzo perduto. Quella è un’offesa imperdonabile ai miei occhi. Lo stesso signor Crisparkle sa, per mia mano, che mi sono dedicato alla scoperta e alla distruzione dell’assassino, chiunque egli sia, e che ho deciso di discutere il mistero con nessuno finché non avessi tenuto in mano l’indizio in cui avvolgere l’assassino come in una rete. Da allora ho lavorato pazientemente per avvolgerlo e riavvolgerlo intorno a lui; e si sta lentamente avvolgendo mentre parlo.»

«La vostra convinzione, se credete nella criminalità di Mr. Landless, non è quella del signor Crisparkle, ed egli è un uomo buono,» ribatte Rosa.

«La mia convinzione è mia; e me la tengo per me, adorata della mia anima! Le circostanze possono accumularsi così fortemente *persino contro un uomo innocente*, che, dirette, affilate e appuntite, possono ucciderlo. Un anello mancante scoperto con la perseveranza contro un uomo colpevole, prova la sua colpevolezza, per quanto lieve fosse l’evidenza prima, ed egli muore. Il giovane Landless si trova in pericolo mortale in entrambi i casi.»

«Se supponete davvero,» supplica Rosa, facendosi più pallida, «che io favorisca Mr. Landless, o che Mr. Landless si sia mai in qualche modo rivolto a me, vi sbagliate.»

Lui scaccia l’idea con un gesto sprezzante della mano e un labbro arricciato.

«Stavo per mostrarti quanto follemente ti amo. Più follemente ora che mai, perché sono disposto a rinunciare al secondo scopo che è sorto nella mia vita per dividerla con te; e d’ora in poi non avere altro scopo nell’esistenza che te sola. Miss Landless è diventata la tua amica del cuore. Tieni alla sua pace mentale?»

«Le voglio molto bene.»

«Tieni al suo buon nome?»

«Ho detto, signore, le voglio molto bene.»

«Sto inconsciamente,» osserva con un sorriso, mentre intreccia le mani sulla meridiana e vi appoggia il mento, così che il suo discorso sembrerebbe dalle finestre (volti vanno e vengono occasionalmente lì) essere dei più leggeri e giocosi — «sto inconsciamente dando offesa interrogando di nuovo. Farò semplicemente delle affermazioni, dunque, e non porrò domande. Tu tieni al buon nome della tua amica del cuore, e tieni alla sua pace mentale. Allora rimuovi l’ombra del patibolo da lei, cara!»

«Osi propormi di…»

«Tesoro, oso proporti. Fermati qui. Se è male idolatrati, sono il peggiore degli uomini; se è bene, sono il migliore. Il mio amore per te è al di sopra di ogni altro amore, e la mia verità verso di te è al di sopra di ogni altra verità. Fammi avere speranza e favore, e sarò un uomo spergiuro per amor tuo.»

Rosa si porta le mani alle tempie e, scostando i capelli, lo guarda con aria folle e disgustata, come se stesse cercando di ricomporre ciò che è suo profondo intento presentarle solo in frammenti.

«Non calcolare nulla in questo momento, angelo, se non i sacrifici che depongo ai tuoi piedi cari, che potrei baciare tra le ceneri più vili, e mettermeli sul capo come un povero selvaggio potrebbe fare. Ecco la mia fedeltà al mio caro ragazzo dopo la morte. Calpestala!»

Con un gesto delle mani, come se gettasse via qualcosa di prezioso.

«Ecco l’offesa imperdonabile contro la mia adorazione per te. Sprezzala!»

Con un gesto simile.

«Ecco i miei sforzi nella causa di una giusta vendetta per sei mesi di duro lavoro. Schiacciali!»

Con un’altra ripetizione del gesto.

«Ecco la mia vita passata e presente sprecata. Ecco la desolazione del mio cuore e della mia anima. Ecco la mia pace; ecco la mia disperazione. Calpestale nella polvere; purché tu prenda me, anche se mi odi mortalmente!»

La spaventosa veemenza dell’uomo, ora giunta al suo culmine, la terrorizza così tanto da rompere l’incantesimo che l’aveva trattenuta sul posto. Si muove rapidamente verso il portico; ma in un istante lui è al suo fianco, e le sussurra all’orecchio.

«Rosa, sono di nuovo represso. Sto camminando con calma accanto a te verso la casa. Aspetterò un po’ di incoraggiamento e speranza. Non colpirò troppo presto. Dammi un segno che mi presti attenzione.»

Lei muove lievemente e con costrizione la mano.

«Nemmeno una parola di questo a nessuno, o farà cadere il colpo, così sicuramente come la notte segue il giorno. Un altro segno che mi presti attenzione.»

Lei muove la mano ancora una volta.

«Ti amo, ti amo, ti amo! Se tu mi respingessi ora — ma non lo farai — non ti libereresti mai di me. Nessuno dovrebbe mettersi tra noi. Ti perseguiterei fino alla morte.»

La domestica che esce ad aprirgli il cancello, lui si toglie tranquillamente il cappello come saluto di congedo, e se ne va senza mostrare maggiore agitazione di quella visibile nell’effigie del padre del signor Sapsea di fronte. Rosa sviene salendo le scale, e viene portata con cura nella sua stanza e adagiata sul letto. Sta arrivando un temporale, dicono le serve, e l’aria calda e soffocante ha sopraffatto la cara ragazza: nessuna meraviglia; hanno sentito le loro ginocchia tremare tutto il giorno.

CAPITOLO XX. UNA FUGA

Rosa, non appena rinvenne, ebbe davanti agli occhi l’intero colloquio. Sembrava persino che l’avesse seguita nella sua incoscienza, e non ne aveva avuto un momento di dimenticanza. Non sapeva cosa fare, era in preda a uno smarrimento spaventato: l’unico pensiero chiaro nella sua mente era che doveva fuggire da quest’uomo terribile.

Ma dove poteva trovare rifugio, e come poteva andare? Non aveva mai sussurrato la sua paura di lui a nessuno se non a Helena. Se fosse andata da Helena, e le avesse raccontato ciò che era accaduto, quell’atto stesso avrebbe potuto causare l’irreparabile danno che lui minacciava di avere il potere di fare, e che lei sapeva avere la volontà di compiere. Più spaventoso appariva lui alla sua memoria e immaginazione eccitate, più allarmante appariva la sua responsabilità; vedendo che un leggero errore da parte sua, nell’azione o nel ritardo, avrebbe potuto scatenare la sua malevolenza sul fratello di Helena.

La mente di Rosa negli ultimi sei mesi era stata tempestosamente confusa. Un sospetto formato a metà, e mai espresso, vi si agitava, ora sollevandosi e ora sprofondando nell’abisso; ora acquistando palpabilità, ora perdendola. L’auto-assorbimento di Jasper nel nipote quando era vivo, e la sua incessante ricerca su come egli fosse morto, se fosse morto, erano temi così diffusi nel luogo che nessuno sembrava in grado di sospettare la possibilità di un gioco sporco da parte sua. Si era posta la domanda: «Sono così malvagia nei miei pensieri da concepire una malvagità che altri non possono immaginare?» Poi aveva considerato: il sospetto nasceva dal suo precedente ritrarsi da lui prima del fatto? E se fosse così, non era quella una prova della sua infondatezza? Poi aveva riflettuto: «Quale movente potrebbe mai avere, secondo la mia accusa?» Si vergognava di rispondere a se stessa: «Il movente di ottenere me!» E si copriva il volto, come se la benché minima ombra dell’idea di fondare un omicidio su una vanità così oziosa fosse un crimine quasi altrettanto grande.

Ripassò nella sua mente tutto ciò che lui aveva detto vicino alla meridiana in giardino. Aveva insistito nel trattare la scomparsa come un omicidio, coerentemente con tutto il suo corso pubblico dal ritrovamento dell’orologio e della spilla della camicia. Se avesse temuto che il crimine venisse scoperto, non avrebbe incoraggiato piuttosto l’idea di una scomparsa volontaria? Aveva persino dichiarato che se i legami tra lui e suo nipote fossero stati meno forti, avrebbe potuto spazzare via «persino lui» dal suo fianco. Era forse come se l’avesse fatto davvero? Aveva parlato di deporre ai suoi piedi i suoi sei mesi di fatiche nella causa di una giusta vendetta. Lo avrebbe fatto, con quella violenza di passione, se fossero state una finzione? Li avrebbe messi sullo stesso piano del suo cuore e della sua anima desolati, della sua vita sprecata, della sua pace e della sua disperazione? Il primo sacrificio che lui si rappresentava di fare per lei era la sua fedeltà al suo caro ragazzo dopo la morte. Sicuramente questi fatti erano forti contro un’immaginazione che osava appena suggerirsi. Eppure era un uomo così terribile! In breve, la povera ragazza (poiché cosa poteva sapere dell’intelletto criminale, che i suoi stessi studiosi professati interpretano male costantemente, perché insistono nel cercare di riconciliarlo con l’intelletto medio degli uomini medi, invece di identificarlo come un’orribile meraviglia a parte) non poteva arrivare per nessuna strada ad altra conclusione se non che egli fosse un uomo terribile, e che bisognava fuggire da lui.

«Cosa ne è di Neville?» chiese il signor Crisparkle. «La sua posizione è, se possibile, ancora più grave di quella di Helena, poiché il sospetto che grava su di lui non si è mai dissipato, ma è solo rimasto in attesa, come un animale in agguato nel buio, pronto a balzare fuori al minimo rumore. Ho avuto, di recente, una conversazione con lui; e, sebbene io nutra una fiducia incrollabile nella sua innocenza, devo ammettere che il suo temperamento è tale da rendere la sua stessa difesa un’impresa ardua. Egli è, per natura, provocatorio nei confronti della sorte.»

Rosa guardò il suo tutore, cercando in lui una conferma o una guida. Il signor Grewgious, con le sue solite maniere angolari, si schiarì la voce. «Il signor Crisparkle ed io abbiamo discusso della questione prima del vostro arrivo, mia cara. Non è una situazione in cui si possa procedere con precipitazione. Il fatto che voi siate qui, sotto la mia protezione, è il primo passo necessario. Per quanto riguarda Neville, egli deve restare nell'ombra finché non avremo elementi più solidi. Il signor Crisparkle terrà i contatti, ma con estrema cautela.»

«Ma io non posso restare qui a non fare nulla mentre loro soffrono!» esclamò Rosa, con un lampo di determinazione negli occhi.

Il signor Crisparkle le posò una mano sulla spalla con un gesto rassicurante. «La vostra preoccupazione è nobile, Rosa, ma la vostra sicurezza è ora la nostra priorità. Helena è una donna forte, e Neville ha la sua guida. Non siete sola in questa battaglia.»

Mentre parlavano, un senso di sollievo, misto a una nuova e più profonda apprensione, avvolse Rosa. Si sentiva, per la prima volta, parte di una rete di protezione, eppure il peso di ciò che sapeva — il segreto del suo tutore di Cloisterham, la sua dichiarazione, il suo sguardo — continuava a gravare su di lei come un’ombra invadente.

«Dobbiamo pensare al futuro,» riprese il signor Grewgious, alzandosi e camminando nervosamente per la stanza. «Non potete tornare a Cloisterham, non per ora. Il signor Crisparkle concorda con me che un cambiamento di ambiente sia indispensabile. Abbiamo pensato a un luogo dove possiate essere al sicuro e, al contempo, vicina a chi vi vuole bene.»

Rosa ascoltava, sentendo che la sua vecchia vita a Cloisterham stava svanendo, sostituita da un presente incerto, fatto di incontri segreti e di una sorveglianza che non avrebbe mai immaginato. Il signor Crisparkle, con la sua bontà d’animo, cercava di infonderle coraggio, mentre il signor Grewgious, con la sua strana e leale sollecitudine, pareva voler ergere attorno a lei una barriera impenetrabile.

«E Helena?» chiese ancora Rosa, con un filo di voce. «Posso scriverle?»

«Potete farlo,» rispose il signor Crisparkle, «ma che sia una lettera che non contenga nulla che possa essere usato contro di voi o contro suo fratello. Scrivete con la massima circospezione.»

Rosa annuì, sentendo che il tempo della fanciullezza era ormai finito, travolto dagli eventi che, come una marea, avevano invaso la sua quieta esistenza di collegiale, costringendola ad affrontare il mondo degli uomini, con le sue passioni oscure e le sue, talvolta, goffe ma nobili difese.

«Per la verità», disse il signor Crisparkle, «sono in grande imbarazzo. Se persino il signor Grewgious, che ha una testa molto più lunga della mia e che è avanti a me di un’intera notte di meditazione, è indeciso, cosa devo essere io!»

L’Illimitata mise qui la testa dentro la porta — dopo aver bussato ed essere stata autorizzata a presentarsi — annunciando che un signore desiderava dire due parole a un altro signore di nome Crisparkle, se un tale signore si trovasse lì. Se nessun tale signore si trovasse lì, chiedeva scusa per l’equivoco.

«Un tale signore è qui», disse il signor Crisparkle, «ma è impegnato proprio ora.»

«È un signore scuro?» intervenne Rosa, ritirandosi verso il suo tutore.

«No, signorina, più che altro un signore bruno.»

«Siete sicura che non abbia i capelli neri?» chiese Rosa, facendosi coraggio.

«Proprio sicura di quello, signorina. Capelli castani e occhi azzurri.»

«Forse», suggerì il signor Grewgious, con abituale cautela, «potrebbe essere bene vederlo, reverendo signore, se non vi dispiace. Quando uno è in difficoltà o non sa che pesci pigliare, non si sa mai in quale direzione possa aprirsi una via d’uscita. È un mio principio commerciale, in un caso del genere, non chiudere alcuna direzione, ma tenere d’occhio ogni direzione che possa presentarsi. Potrei raccontare un aneddoto a riguardo, ma sarebbe prematuro.»

«Se la signorina Rosa me lo permette, allora? Fate entrare il signore», disse il signor Crisparkle.

Il signore entrò; si scusò, con una grazia schietta ma modesta, per non aver trovato il signor Crisparkle solo; si volse al signor Crisparkle e, sorridendo, pose l’inaspettata domanda: «Chi sono?»

«Siete il signore che ho visto fumare sotto gli alberi a Staple Inn, pochi minuti fa.»

«Vero. Lì vi ho visto. Chi altro sono?»

Il signor Crisparkle concentrò l’attenzione su un volto attraente, molto abbronzato; e il fantasma di un qualche ragazzo di un tempo sembrò levarsi, gradualmente e debolmente, nella stanza.

Il signore vide un ricordo in lotta illuminare i lineamenti del Canonico Minore e, sorridendo di nuovo, disse: «Cosa prenderete per colazione stamattina? Avete finito la marmellata.»

«Aspettate un momento!» gridò il signor Crisparkle, alzando la mano destra. «Datemi un altro istante! Tartar!»

I due si strinsero la mano con la massima cordialità, e poi giunsero alla meravigliosa lunghezza — per degli inglesi — di porsi le mani l’un l’altro sulle spalle, guardandosi gioiosamente in faccia.

«Il mio vecchio fag!» disse il signor Crisparkle.

«Il mio vecchio maestro!» disse il signor Tartar.

«Mi avete salvato dall’annegare!» disse il signor Crisparkle.

«Dopo di che vi siete dato al nuoto, sapete!» disse il signor Tartar.

«Dio benedica l’anima mia!» disse il signor Crisparkle.

«Amen!» disse il signor Tartar.

E poi ricominciarono a stringersi la mano con la massima cordialità.

«Immaginate», esclamò il signor Crisparkle, con gli occhi lucidi: «Signorina Rosa Bud e signor Grewgious, immaginate il signor Tartar, quando era il più piccolo dei giovani allievi, tuffarsi per me, afferrarmi, un grande e pesante allievo anziano, per i capelli e nuotare verso la riva con me come un gigante dell’acqua!»

«Immaginate se lo avessi lasciato affondare, dato che era il mio fag!» disse il signor Tartar. «Ma essendo la verità che lui era il mio miglior protettore e amico, e mi faceva più bene di tutti i maestri messi insieme, un impulso irrazionale mi prese di raccoglierlo, o di andare a fondo con lui.»

«Hem! Permettetemi, signore, di avere l’onore», disse il signor Grewgious, avanzando con la mano tesa, «perché è un onore che stimo davvero. Sono orgoglioso di fare la vostra conoscenza. Spero non abbiate preso freddo. Spero non siate rimasto indisposto per aver inghiottito troppa acqua. Come siete stato da allora?»

Non era affatto evidente che il signor Grewgious sapesse cosa stesse dicendo, sebbene fosse molto evidente che intendesse dire qualcosa di altamente amichevole e riconoscente.

Se il Cielo, pensò Rosa, avesse solo mandato un tale coraggio e abilità in soccorso della sua povera madre! E lui doveva essere così esile e giovane allora!

«Non desidero essere complimentato per questo, vi ringrazio; ma credo di avere un’idea», annunciò il signor Grewgious, dopo aver fatto un paio di passi di trotto per la stanza, così inaspettati e inspiegabili che tutti lo fissarono, dubbiosi se stesse soffocando o avesse un crampo — «credo di avere un’idea. Credo di aver avuto il piacere di vedere il nome del signor Tartar come inquilino dell’appartamento all’ultimo piano nella casa accanto a quello all’ultimo piano nell’angolo?»

«Sì, signore», rispose il signor Tartar. «Avete ragione fin qui.»

«Ho ragione fin qui», disse il signor Grewgious. «Segnatelo;» cosa che fece, con il pollice destro sul sinistro. «Vi accadrebbe di conoscere il nome del vostro vicino nell’appartamento all’ultimo piano dall’altra parte del muro divisorio?» avvicinandosi molto al signor Tartar, per non perdere nulla del suo viso, nella sua miopia.

«Landless.»

«Segnatelo», disse il signor Grewgious, facendo un altro trotto, e poi tornando indietro. «Nessuna conoscenza personale, suppongo, signore?»

«Lieve, ma presente.»

«Segnatelo», disse il signor Grewgious, facendo un altro trotto, e tornando di nuovo indietro. «Natura della conoscenza, signor Tartar?»

«Ho pensato che sembrasse un giovane in cattive acque, e ho chiesto il suo permesso — solo un giorno o due fa — di condividere i miei fiori lassù con lui; vale a dire, di estendere il mio giardino fiorito alle sue finestre.»

«Avreste la cortesia di sedervi?» disse il signor Grewgious. «Ho un’idea!»

Obbedirono; il signor Tartar non meno prontamente, per il fatto di essere del tutto all’oscuro; e il signor Grewgious, seduto al centro, con le mani sulle ginocchia, espose così la sua idea, col suo solito modo di aver imparato la dichiarazione a memoria.

«Non riesco ancora a decidermi se sia prudente mantenere una comunicazione aperta nelle circostanze attuali, e da parte della gentile componente della presente compagnia, con il signor Neville o la signorina Helena. Ho motivo di sapere che un nostro conoscente locale (al quale prego di rivolgere una passeggera ma cordiale maledizione, con il gentile permesso del mio reverendo amico) si aggira avanti e indietro, e fa il doppio gioco. Quando non lo fa lui stesso, potrebbe avere qualche informatore che si aggira nei paraggi, nella persona di un guardiano, portiere, o simile parassita di Staple. D’altra parte, la signorina Rosa desidera molto naturalmente vedere la sua amica signorina Helena, e sembrerebbe importante che almeno la signorina Helena (se non anche suo fratello, attraverso di lei) sappia privatamente dalle labbra della signorina Rosa cosa sia successo, e cosa sia stato minacciato. Sono d’accordo in generale con le opinioni che sostengo?»

«Concordo interamente con esse», disse il signor Crisparkle, che era stato molto attento.

«Come non ho dubbi che sarei», aggiunse il signor Tartar, sorridendo, «se le comprendessi.»

«Con calma, signore», disse il signor Grewgious; «ci confideremo pienamente con voi tra poco, se vorrete favorirci col vostro permesso. Ora, se il nostro conoscente locale dovesse avere qualche informatore sul posto, è abbastanza chiaro che tale informatore può essere messo solo a sorvegliare gli appartamenti occupati dal signor Neville. Riferendo lui, al nostro conoscente locale, chi va e chi viene lì, il nostro conoscente locale fornirebbe per sé, dalla sua precedente conoscenza, l’identità delle parti. Nessuno può essere messo a sorvegliare tutta Staple, o a occuparsi di chi va e viene in altri appartamenti: a meno che, davvero, i miei.»

«Comincio a capire a cosa tendete», disse il signor Crisparkle, «e approvo vivamente la vostra cautela.»

«Non c’è bisogno che ripeta che non so ancora nulla del perché e del percome», disse il signor Tartar; «ma capisco anche a cosa tendete, quindi lasciatemi dire subito che i miei appartamenti sono liberamente a vostra disposizione.»

«Ecco!» gridò il signor Grewgious, lisciandosi la testa trionfante, «ora abbiamo tutti l’idea. Tu l’hai avuta, mia cara?»

«Credo di sì», disse Rosa, arrossendo un poco mentre il signor Tartar guardava rapidamente verso di lei.

«Vedete, voi andate a Staple con il signor Crisparkle e il signor Tartar», disse il signor Grewgious; «io che vado e vengo, e vengo e vado da solo, nel mio solito modo; voi salite con quei signori alle stanze del signor Tartar; date un’occhiata al giardino fiorito del signor Tartar; aspettate l’apparizione della signorina Helena lì, o fate capire alla signorina Helena che siete vicine; e comunicate con lei liberamente, e nessuna spia può esserne più saggia.»

«Ho molta paura che sarò—»

«Sarai cosa, mia cara?» chiese il signor Grewgious, mentre lei esitava. «Non spaventata?»

«No, non quello», disse Rosa, timidamente; «d’intralcio al signor Tartar. Sembra che stiamo appropriandoci della residenza del signor Tartar in modo così disinvolto.»

«Vi protesto», rispose quel signore, «che ne penserò bene per sempre, se la vostra voce vi risuonerà anche solo una volta.»

Rosa, non sapendo bene cosa dire a riguardo, abbassò gli occhi e, voltandosi verso il signor Grewgious, chiese rispettosamente se dovesse mettersi il cappello. Essendo il signor Grewgious dell’opinione che non avrebbe potuto fare di meglio, lei si ritirò a quello scopo. Il signor Crisparkle colse l’occasione per dare al signor Tartar un riassunto delle sofferenze di Neville e sua sorella; l’opportunità fu abbastanza lunga, dato che il cappello richiedeva un po’ di aggiustamento extra.

Il signor Tartar offrì il braccio a Rosa, e il signor Crisparkle camminava, distaccato, davanti.

«Povero, povero Eddy!» pensò Rosa, mentre procedevano.

Il signor Tartar agitava la mano destra mentre chinava la testa verso Rosa, parlando in modo animato.

«Non era così potente o così abbronzata quando ha salvato il signor Crisparkle», pensò Rosa, lanciandovi un’occhiata; «ma doveva essere stata molto ferma e determinata anche allora.»

Il signor Tartar le disse che era stato un marinaio, girovagando ovunque per anni e anni.

«Quando tornerete in mare?» chiese Rosa.

«Mai!»

Rosa si chiedeva cosa avrebbero detto le ragazze se avessero potuto vederla attraversare l’ampia strada sul braccio del marinaio. E immaginava che i passanti dovessero pensarla molto piccola e molto indifesa, in contrasto con la figura forte che avrebbe potuto raccoglierla e portarla via da qualsiasi pericolo, per miglia e miglia senza riposare.

Stava pensando, inoltre, che i suoi occhi azzurri lungimiranti sembravano essere stati usati per osservare il pericolo da lontano, e per osservarlo senza batter ciglio, mentre si avvicinava sempre di più: quando, capitandole di alzare i propri occhi, scoprì che lui sembrava star pensando qualcosa a riguardo.

Questo confuse un poco la piccola Rosa, e può spiegare perché non seppe mai bene, in seguito, come salì (con il suo aiuto) al suo giardino nell’aria, e sembrò entrare in un paese meraviglioso che fiorì all’improvviso come il paese sulla cima della magica pianta di fagioli. Possa fiorire per sempre!

CAPITOLO XXII. UNO STATO DI COSE SABBIOSO SI AVVICINA

Gli appartamenti del signor Tartar erano i più ordinati, i più puliti e i meglio tenuti che si fossero mai visti sotto il sole, la luna e le stelle. I pavimenti erano stati strofinati a tal punto che si sarebbe potuto supporre che gli inquinamenti londinesi fossero stati emancipati per sempre, e se ne fossero andati dalla terra per il bene. Ogni centimetro di ottone in possesso del signor Tartar era lucidato e brunito, finché non brillava come uno specchio di ottone. Nessuna macchia, né punto, né schizzo sporcava la purezza di alcuno degli dei domestici del signor Tartar, grandi, piccoli o medi. Il suo salotto era come la cabina dell’ammiraglio, il suo bagno era come un caseificio, la sua camera da letto, dotata ovunque di armadietti e cassetti, era come il negozio di un sementiere; e la sua amaca ben bilanciata si muoveva appena nel mezzo, come se respirasse. Ogni cosa appartenente al signor Tartar aveva i suoi alloggi assegnati: le sue mappe e carte nautiche avevano i loro quartieri; i suoi libri avevano i loro; le sue spazzole avevano i loro; i suoi stivali avevano i loro; i suoi vestiti avevano i loro; le sue bottiglie da cassa avevano i loro; i suoi telescopi e altri strumenti avevano i loro. Tutto era prontamente accessibile. Mensole, staffe, armadietti, ganci e cassetti erano ugualmente a portata di mano, ed erano ugualmente concepiti nell’ottica di evitare sprechi di spazio, e fornire qualche accogliente centimetro di stivaggio per qualcosa che non sarebbe entrato esattamente da nessun’altra parte. Il suo scintillante piccolo servizio di piatti era disposto sulla credenza in modo tale che un cucchiaino da sale fuori posto si sarebbe tradito istantaneamente; i suoi utensili da toeletta erano disposti sul tavolo da toletta in modo tale che uno stuzzicadenti dal comportamento sciatto avrebbe potuto essere segnalato a colpo d’occhio. Così per le curiosità che aveva portato a casa da vari viaggi. Impagliate, essiccate, rilucidate o altrimenti conservate, secondo la loro specie; uccelli, pesci, rettili, armi, articoli di abbigliamento, conchiglie, alghe, erbe, o ricordi di barriere coralline; ognuno era esposto al suo posto speciale, e ognuno non avrebbe potuto essere esposto in un posto migliore. Vernice e lucido sembravano essere tenuti da qualche parte fuori vista, in costante prontezza per cancellare impronte digitali vaganti ovunque ne diventasse percepibile qualcuna negli appartamenti del signor Tartar. Nessuna nave da guerra è mai stata tenuta più pulita e in ordine da un tocco negligente. In questo luminoso giorno estivo, una tenda pulita era montata sopra il giardino fiorito del signor Tartar come solo un marinaio può montarla, e c’era un’aria da navigazione sull’intero effetto, così deliziosamente completa, che il giardino fiorito avrebbe potuto appartenere alle finestre di poppa in mare aperto, e l’intera faccenda avrebbe potuto filare via galantemente con tutti a bordo, se il signor Tartar avesse solo accostato alle labbra il megafono che era appeso in un angolo, e dato ordini rauchi di levare l’ancora, muoversi lì, uomini, e issare tutte le vele!

Il signor Tartar che faceva gli onori di casa di questa galante imbarcazione era in sintonia con il resto. Quando un uomo cavalca un amabile hobby che non si spaventa per nulla e non dà calci a nessuno, è solo piacevole trovarlo a cavalcarlo con un senso umoristico del lato buffo della creatura. Quando l’uomo è cordiale e sincero per natura, e per di più è perfettamente fresco e genuino, si può dubitare se sia mai visto in vantaggio migliore che in un momento del genere. Così Rosa avrebbe naturalmente pensato (anche se non fosse stata condotta per la nave con tutto l’omaggio dovuto alla Prima Dama dell’Ammiragliato, o Prima Fata del Mare), che fosse affascinante vedere e sentire il signor Tartar ridere a metà, e rallegrarsi a metà, dei suoi vari congegni. Così Rosa avrebbe naturalmente pensato, ad ogni modo, che il marinaio abbronzato si mostrasse in grande vantaggio quando, finita l’ispezione, si ritirò delicatamente dalla cabina del suo ammiraglio, supplicandola di considerarsi la sua Regina, e salutandola fuori dal suo giardino fiorito con la mano che aveva tenuto la vita del signor Crisparkle.

«Helena! Helena Landless! Sei lì?»

«Chi mi parla? Non Rosa?» Poi un secondo volto attraente apparve.

«Sì, tesoro mio!»

«Perché, come sei arrivata qui, carissima?»

«Io... non so bene», disse Rosa con un rossore; «a meno che io stia sognando!»

Perché con un rossore? Poiché i loro due volti erano soli con gli altri fiori. I rossori sono tra i frutti del paese della magica pianta di fagioli?

«Non sto sognando», disse Helena, sorridendo. «Darei più cose per scontate se lo fossi. Come ci ritroviamo insieme — o così vicine — così inaspettatamente?»

Inaspettatamente davvero, tra i tetri frontoni e comignoli dei conoscenti di P. J. T., e i fiori che erano nati dal mare salato. Ma Rosa, svegliandosi, raccontò in fretta come fossero venute a trovarsi insieme, e tutto il perché e il percome di quella faccenda.

«E il signor Crisparkle è qui», disse Rosa, in rapida conclusione; «e, riusciresti a crederlo? molto tempo fa ha salvato la sua vita!»

«Potrei credere qualsiasi cosa del genere del signor Crisparkle», rispose Helena, con un volto raggiante.

(Altri rossori nel paese della pianta di fagioli!)

«Sì, ma non era Crisparkle», disse Rosa, inserendo rapidamente la correzione.

«Non capisco, cara.»

«È stato molto gentile da parte del signor Crisparkle essere salvato», disse Rosa, «e non avrebbe potuto mostrare la sua alta opinione del signor Tartar più espressivamente. Ma è stato il signor Tartar a salvarlo.»

Gli occhi scuri di Helena guardarono molto seriamente il volto luminoso tra le foglie, e chiese, con un tono più lento e pensieroso:

«Il signor Tartar è con te ora, cara?»

«No; perché ha ceduto le sue stanze a me — a noi, intendo. È un posto così bello!»

«Lo è?»

«È come l’interno della nave più squisita che abbia mai navigato. È come... è come...»

«Come un sogno?» suggerì Helena.

Rosa rispose con un piccolo cenno, e annusò i fiori.

Helena riprese, dopo una breve pausa di silenzio, durante la quale sembrò (o fu un’impressione di Rosa) compatire qualcuno: «Il mio povero Neville sta leggendo nella sua stanza, dato che il sole è così forte da questo lato proprio ora. Penso che sia meglio che non sappia che sei così vicina.»

«Oh, penso anch’io!» gridò Rosa molto prontamente.

«Suppongo», proseguì Helena, dubbiosa, «che debba sapere a poco a poco tutto quello che mi hai detto; ma non ne sono sicura. Chiedi il consiglio del signor Crisparkle, tesoro mio. Chiedigli se posso dire a Neville tanto o quanto poco di quello che mi hai detto, come ritengo meglio.»

Rosa si ritirò nella sua cabina di stato, e propose la domanda. Il Canonico Minore era per il libero esercizio del giudizio di Helena.

«Lo ringrazio molto», disse Helena, quando Rosa riemerse di nuovo con il suo rapporto. «Chiedigli se sarebbe meglio aspettare finché qualsiasi altra calunnia e persecuzione di Neville da parte di questo miserabile si rivelerà, o provare ad anticiparla: intendo, fin tanto da scoprire se qualcosa del genere continui nell’oscurità intorno a noi?»

Il Canonico Minore trovò questo punto così difficile su cui dare un’opinione sicura che, dopo due o tre tentativi e fallimenti, suggerì un riferimento al signor Grewgious. Helena acconsentendo, egli si recò (con una riuscitissima assunzione di indifferenza oziosa) attraverso il cortile verso P. J. T.’s, ed espose la questione. Il signor Grewgious si attenne decisamente al principio generale che, se potevi giocare d’anticipo su un brigante o una bestia feroce, era meglio farlo; e si attenne anche decisamente al caso speciale che John Jasper fosse un brigante e una bestia feroce in combinazione.

Così consigliato, il signor Crisparkle tornò indietro e riferì a Rosa, che a sua volta riferì a Helena. Ella, che ora seguiva costantemente il suo filo di pensieri alla finestra, rifletté sopra la cosa.

«Possiamo contare sulla prontezza del signor Tartar ad aiutarci, Rosa?» chiese.

Oh sì! Rosa timidamente lo pensava. Oh sì, Rosa timidamente credeva di poter quasi risponderne. Ma doveva chiedere al signor Crisparkle? «Penso che la tua autorità sul punto sia buona quanto la sua, mia cara», disse Helena, con calma, «e non hai bisogno di scomparire di nuovo per quello.» Strano da parte di Helena!

«Vedi, Neville», proseguì Helena dopo ulteriori riflessioni, «non conosce nessun altro qui: non ha scambiato nemmeno una parola con nessun altro qui. Se il signor Tartar andasse a trovarlo apertamente e spesso; se dedicasse un minuto allo scopo, frequentemente; se facesse persino così, quasi quotidianamente; qualcosa potrebbe uscirne.»

«Qualcosa potrebbe uscirne, cara?» ripeté Rosa, esaminando la bellezza della sua amica con un volto molto perplesso. «Qualcosa potrebbe?»

«Se i movimenti di Neville sono davvero sorvegliati, e se lo scopo è davvero quello di isolarlo da tutti gli amici e conoscenti e consumare la sua vita quotidiana granello dopo granello (che sembrerebbe essere la minaccia per te), non appare probabile», disse Helena, «che il suo nemico comunicherebbe in qualche modo con il signor Tartar per avvertirlo di stare lontano da Neville? Nel qual caso, potremmo non solo conoscere il fatto, ma potremmo sapere dal signor Tartar quali sono stati i termini della comunicazione.»

«Capisco!» gridò Rosa. E si lanciò immediatamente di nuovo nella sua cabina di stato.

Presto il suo bel viso riapparve, con un colore molto accentuato, e disse di averlo riferito al signor Crisparkle, e che il signor Crisparkle aveva portato dentro il signor Tartar, e che il signor Tartar — «che sta aspettando ora, nel caso avessi bisogno di lui», aggiunse Rosa, con un mezzo sguardo indietro, e non senza poca confusione tra l’interno della cabina di stato e l’esterno — aveva dichiarato la sua prontezza ad agire come lei aveva suggerito, e a intraprendere il suo compito proprio quel giorno.

«Lo ringrazio dal profondo del cuore», disse Helena. «Ti prego diglielo.»

Ancora non senza poca confusione tra il giardino fiorito e la cabina, Rosa s’immerse con il suo messaggio, e riemerse di nuovo con altre rassicurazioni dal signor Tartar, e stette a tentennare in uno stato diviso tra Helena e lui, il che dimostrò che la confusione non è sempre necessariamente imbarazzante, ma può talvolta presentare un aspetto molto piacevole.

«E ora, tesoro», disse Helena, «saremo memori della cautela che ci ha limitato a questo incontro per il momento, e ci lasceremo. Sento Neville che si muove anche lui. Stai tornando indietro?»

«Dalla signorina Twinkleton?» chiese Rosa.

«Sì.»

«Oh, non potrei mai più tornarci. Non potrei davvero, dopo quel colloquio spaventoso!» disse Rosa.

«Allora dove vai, cara?»

«A pensarci bene, non lo so», disse Rosa. «Non ho ancora deciso nulla, ma il mio tutore si prenderà cura di me. Non stare in pensiero, cara. Sicuramente sarò da qualche parte.»

(Sembrava probabile.)

«E avrò notizie del mio Bocciolo di Rosa dal signor Tartar?» chiese Helena.

«Sì, suppongo di sì; da...» Rosa si guardò indietro di nuovo, tutta agitata, invece di fare il nome. «Ma dimmi una cosa prima di separarci, carissima Helena. Dimmi... che sei certa, certa, certa, che non potevo farci nulla.»

«Farci nulla, tesoro?»

«Far sì che diventasse malevolo e vendicativo. Non potevo scendere a patti con lui, vero?»

«Sai quanto ti amo, cara», rispose Helena con indignazione; «ma preferirei vederti morta ai suoi piedi malvagi.»

«Questo è un gran conforto per me! E lo dirai al tuo povero fratello, vero? E gli porterai i miei ricordi e la mia solidarietà? E gli chiederai di non odiarmi?»

Con un mesto scuotimento del capo, come se fosse una supplica del tutto superflua, Helena baciò amorevolmente le sue due mani verso l'amica, e le due mani dell'amica furono baciate verso di lei; e poi vide una terza mano (bruna) apparire tra i fiori e le foglie, e aiutare l'amica a scomparire alla vista.

Il rinfresco che il signor Tartar produsse nella Cabina dell'Ammiraglio semplicemente toccando il pomello a molla di un armadietto e la maniglia di un cassetto, fu un banchetto abbagliante e incantato. Meravigliosi amaretti, liquori scintillanti, spezie tropicali magicamente conservate e gelatine di frutti tropicali celestiali si mostrarono profusamente in un istante. Ma il signor Tartar non poteva fermare il tempo; e il tempo, con la sua spietata rapidità, avanzava così in fretta che Rosa fu costretta a scendere dal paese delle piante di fagiolo magico per tornare sulla terra e nelle stanze del suo tutore.

«E ora, mia cara», disse il signor Grewgious, «cosa bisogna fare? Per dirla in un altro modo, cosa dobbiamo fare di te?»

Rosa poté solo guardarlo con aria scusante, sentendosi molto d'intralcio a se stessa e a chiunque altro. L'unica idea che le venne in mente, una sorta di piano, fu quella di vivere a prova di fuoco, su per molte rampe di scale a Furnival’s Inn per il resto dei suoi giorni.

«Mi è venuto in mente», disse il signor Grewgious, «che poiché la rispettata signora, la signorina Twinkleton, di tanto in tanto si reca a Londra durante le vacanze, con l'intento di estendere le sue conoscenze e rendersi disponibile per colloqui con genitori metropolitani, se ce ne fossero... se, finché non abbiamo il tempo di guardarci intorno, non potremmo invitare la signorina Twinkleton a venire a stare con te per un mese?»

«Stare dove, signore?»

«Se», spiegò il signor Grewgious, «non potessimo prendere un alloggio ammobiliato in città per un mese e invitare la signorina Twinkleton ad assumersi la responsabilità di te per quel periodo?»

«E dopo?» accennò Rosa.

«E dopo», disse il signor Grewgious, «non staremmo peggio di come stiamo ora.»

«Penso che potrebbe spianare la strada», acconsentì Rosa.

«Allora andiamo», disse il signor Grewgious, alzandosi, «a cercare un alloggio ammobiliato. Niente sarebbe più gradito per me della dolce presenza della scorsa sera, per tutte le sere restanti della mia esistenza; ma questi non sono ambienti adatti a una giovane signora. Mettiamoci in cerca di avventure e cerchiamo un alloggio ammobiliato. Nel frattempo, il signor Crisparkle qui, in procinto di tornare a casa immediatamente, senza dubbio vedrà gentilmente la signorina Twinkleton e inviterà quella signora a collaborare al nostro piano.»

Il signor Crisparkle, accettando volentieri l'incarico, partì; il signor Grewgious e la sua pupilla si misero in cammino per la loro spedizione.

Poiché l'idea del signor Grewgious di cercare un alloggio ammobiliato consisteva nel posizionarsi sul lato opposto della strada rispetto a una casa con un cartello adatto alla finestra e fissarla; per poi farsi strada tortuosamente fino al retro della casa e fissare anche quello; e poi non entrare, ma fare tentativi simili con un'altra casa, con lo stesso risultato; il loro progresso fu alquanto lento. Alla fine si ricordò di una cugina vedova, lontana parente del signor Bazzard, che una volta aveva sollecitato la sua influenza nel mondo degli affittuari e che viveva a Southampton Street, Bloomsbury Square. Il nome di questa signora, dichiarato in inequivocabili lettere maiuscole di considerevoli dimensioni su una targhetta di ottone, e tuttavia non lucido quanto a sesso o condizione, era BILLICKIN.

Una debolezza personale e una schiettezza personale travolgente erano i tratti distintivi dell'organizzazione della signora Billickin. Uscì languidamente dal suo esclusivo salottino sul retro, con l'aria di essere stata appositamente rianimata per lo scopo, dopo un accumulo di svariati svenimenti.

«Spero di vederla bene, signore», disse la signora Billickin, riconoscendo il suo visitatore con un inchino.

«Grazie, benissimo. E lei, signora?» rispose il signor Grewgious.

«Sto bene», disse la signora Billickin, diventando aspirante per l'eccesso di debolezza, «come lo sono sempre.»

«La mia pupilla e una signora anziana», disse il signor Grewgious, «desiderano trovare un alloggio signorile per un mese o poco più. Ha appartamenti disponibili, signora?»

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, «non la ingannerò; tutt'altro. Ho appartamenti disponibili.»

Questo con l'aria di aggiungere: «Portatemi pure al rogo, se volete; ma finché vivo, sarò sincera.»

«E ora, che appartamenti, signora?» chiese il signor Grewgious, con aria accogliente. Per placare una certa severità evidente da parte della signora Billickin.

«C'è questo soggiorno – che, chiamatelo come volete, è il salotto sul davanti, signorina», disse la signora Billickin, coinvolgendo Rosa nella conversazione: «il salotto sul retro è quello a cui mi aggrappo e di cui non mi separo mai; e ci sono due camere da letto in cima alla casa con il gas già collegato. Non vi dico che i pavimenti della vostra camera da letto siano solidi, perché solidi non sono. L'installatore del gas stesso ha ammesso che, per fare un lavoro solido, avrebbe dovuto passare proprio sotto i travetti, e non valeva la spesa per un affittuario annuale farlo. Le tubature sono portate sopra i vostri travetti, ed è meglio che vi sia reso noto.»

Il signor Grewgious e Rosa si scambiarono sguardi di un certo sgomento, sebbene non avessero la minima idea di quali orrori latenti potesse comportare questo passaggio delle tubature. La signora Billickin si mise la mano al cuore, come se si fosse liberata di un peso.

«Bene! Il tetto è a posto, senza dubbio», disse il signor Grewgious, facendosi coraggio.

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, «se dovessi dirle, signore, che non avere nulla sopra di sé significa avere un pavimento sopra di sé, le racconterei una bugia, cosa che non farò. No, signore. Le sue tegole SBATTERANNO allentate a quell'altezza quando c'è vento, faccia pure il massimo, il meglio o il peggio! La sfido, signore, chiunque lei sia, a tenere le sue tegole strette, provi pure come vuole.» Qui la signora Billickin, dopo essere stata calorosa con il signor Grewgious, si raffreddò un poco, per non abusare del potere morale che esercitava su di lui. «Di conseguenza», proseguì la signora Billickin, più gentilmente, ma ancora ferma nella sua incorruttibile schiettezza: «di conseguenza sarebbe peggio che inutile per me trascinarmi e viaggiare fino in cima alla casa con lei, e che lei dicesse: 'Signora Billickin, che macchia noto sul soffitto, poiché una macchia la considero?' e che io rispondessi: 'Non la capisco, signore.' No, signore, non sarò così subdola. La capisco prima che lei me la indichi. È l'umidità, signore. Entra, e non entra. Potreste stare asciutti lì per metà della vostra vita; ma verrà il momento, ed è meglio che lo sappiate, in cui essere inzuppati non sarebbe che un eufemismo.»

Il signor Grewgious sembrò molto avvilito dall'essere prefigurato in questo pasticcio.

«Ha altri appartamenti, signora?» chiese.

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, con molta solennità, «sì. Mi chiede se ne ho, e la mia risposta aperta e onesta è: sì. Il primo e il secondo piano sono liberi, e sono stanze dolci.»

«Su, su! Non c'è nulla contro di loro», disse il signor Grewgious, confortandosi.

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, «mi perdoni, ci sono le scale. A meno che la sua mente non sia preparata per le scale, porterà a un'inevitabile delusione. Non può, signorina», disse la signora Billickin, rivolgendosi a Rosa in tono di rimprovero, «mettere un primo piano, e tanto meno un secondo, sullo stesso livello di un salotto. No, non può farlo, signorina, è oltre il suo potere, e perché tentare?»

La signora Billickin la pose molto sentitamente, come se Rosa avesse mostrato una caparbia determinazione a mantenere la posizione insostenibile.

«Possiamo vedere queste stanze, signora?» chiese il suo tutore.

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, «può. Non glielo nasconderò, signore; può.»

La signora Billickin mandò quindi a chiamare il suo scialle nel salotto sul retro (essendo una finzione di stato, risalente a un'antichità immemorabile, che non potesse andare da nessuna parte senza essere avvolta) e, dopo essere stata bardata dal suo assistente, aprì la strada. Fece varie pause signorili sulle scale per riprendere fiato, e si strinse il cuore nel salotto come se si fosse quasi allentato, e lei l'avesse colto sul fatto mentre prendeva il volo.

«E il secondo piano?» disse il signor Grewgious, trovando il primo soddisfacente.

«Signor Grewgious», rispose la signora Billickin, voltandosi verso di lui con cerimoniosità, come se fosse giunto il momento in cui si dovesse giungere a un'intesa distinta su un punto difficile e stabilire una fiducia solenne, «il secondo piano è sopra questo.»

«Possiamo vedere anche quello, signora?»

«Sì, signore», rispose la signora Billickin, «è aperto come il giorno.»

Anche quello si rivelò soddisfacente, il signor Grewgious si ritirò in una finestra con Rosa per qualche parola di consultazione, e poi, chiedendo carta e penna, abbozzò un paio di righe di accordo. Nel frattempo la signora Billickin prese posto e fornì una sorta di indice, o riassunto, della questione generale.

«Quarantacinque scellini a settimana per il mese certo nel periodo dell'anno», disse la signora Billickin, «è ragionevole per entrambe le parti. Non è Bond Street né il Palazzo di St. James; ma non si pretende che lo sia. Né si tenta di negare – perché dovremmo? – che l'arcata porta a una scuderia. Le scuderie devono esistere. Per quanto riguarda l'assistenza; ne vengono tenute due, con salari liberali. Ci sono state discussioni riguardo ai commercianti, ma le scarpe sporche sul focolare appena pulito erano imputabili, e nessun desiderio di una commissione sui vostri ordini. Il carbone è o vicino al fuoco, o tramite il secchio.» Enfatizzò le preposizioni come a segnare una differenza sottile ma immensa. «I cani non sono visti con favore. Oltre alla sporcizia, vengono rubati, e i sospetti condivisi tendono a insinuarsi, e si creano spiacevolezze.»

A questo punto il signor Grewgious aveva le sue righe di accordo e la sua caparra pronti. «L'ho firmato per le signore, signora», disse, «e lei avrà la bontà di firmarlo per se stessa, nome e cognome, lì, se le aggrada.»

«Signor Grewgious», disse la signora Billickin in un nuovo scoppio di schiettezza, «no, signore! Deve scusare il nome di battesimo.»

Il signor Grewgious la fissò.

«La targhetta sulla porta è usata come protezione», disse la signora Billickin, «e funge da tale, e da essa non mi muoverò.»

Il signor Grewgious fissò Rosa.

«No, signor Grewgious, deve scusarmi. Finché questa casa è nota indefinitamente come Billickin, e finché è un dubbio per la gentaglia dove Billickin possa nascondersi, vicino alla porta d'ingresso o giù per l'intercapedine, e quale sia il suo peso e la sua taglia, finché mi sento al sicuro. Ma impegnarmi in una dichiarazione femminile solitaria, no, signorina! Né vorrebbe mai», disse la signora Billickin, con un forte senso di offesa, «approfittare del suo sesso, se non fosse portata a farlo da un esempio sconsiderato.»

Rosa, arrossendo come se avesse fatto un tentativo vergognoso di sopraffare la buona signora, implorò il signor Grewgious di accontentarsi di qualsiasi firma. E così, in modo baronale, la firma BILLICKIN fu apposta al documento.

I dettagli furono poi stabiliti per prendere possesso il giorno dopo l'altro, quando la signorina Twinkleton poteva essere ragionevolmente attesa; e Rosa tornò a Furnival’s Inn a braccetto del suo tutore.

Ecco il signor Tartar che camminava su e giù per Furnival’s Inn, frenandosi quando li vide arrivare e avanzando verso di loro!

«Mi è venuto in mente», accennò il signor Tartar, «che potremmo risalire il fiume, dato che il tempo è così delizioso e la marea favorevole. Ho una barca tutta mia ai Temple Stairs.»

«Non risalgo il fiume da molti giorni», disse il signor Grewgious, tentato.

«Non sono mai stata sul fiume», aggiunse Rosa.

Nel giro di mezz'ora stavano sistemando la faccenda risalendo il fiume. La marea correva con loro, il pomeriggio era incantevole. La barca del signor Tartar era perfetta. Il signor Tartar e Lobley (l'uomo del signor Tartar) tiravano un paio di remi. Il signor Tartar aveva uno yacht, a quanto pareva, ormeggiato da qualche parte vicino a Greenhithe; e l'uomo del signor Tartar si occupava di questo yacht, ed era stato distaccato al suo attuale servizio. Era un uomo dall'aspetto allegro, con capelli e basette color fulvo e una grossa faccia rossa. Era l'immagine sputata del sole nelle vecchie xilografie, i suoi capelli e le sue basette fungevano da raggi tutt'intorno a lui. Splendente a prua della barca, era una vista lucente, con addosso – o senza, a seconda dei punti di vista – la camicia di un marinaio da guerra, e le braccia e il petto tatuati con ogni sorta di motivo. Lobley sembrava prenderla con calma, e così pure il signor Tartar; eppure i loro remi si piegavano mentre tiravano, e la barca balzava sotto di loro. Il signor Tartar parlava come se non stesse facendo nulla, a Rosa che in realtà non stava facendo nulla, e al signor Grewgious che stava facendo questo: che timonava tutto sbagliato; ma cosa importava, quando un colpo del polso abile del signor Tartar, o un semplice sogghigno del signor Lobley a prua, metteva tutto a posto! La marea li portò avanti nel modo più gaio e frizzante, finché non si fermarono per cenare in qualche giardino eternamente verde, che non ha bisogno di identificazione materiale qui; e poi la marea girò obbligatoriamente – essendo devota solo a quel gruppo per quel giorno; e mentre galleggiavano oziosamente tra alcuni letti di vimini, Rosa provò cosa sapeva fare nel canottaggio, e ne uscì splendidamente, essendo molto assistita; e il signor Grewgious provò cosa sapeva fare, e ne uscì sulla schiena, piegato in due con un remo sotto il mento, non essendo affatto assistito. Poi ci fu un intervallo di riposo sotto i rami (che riposo!) mentre il signor Lobley asciugava il sudore e, disponendo cuscini, tenditori e simili, ballava sulla corda tesa per tutta la lunghezza della barca come un uomo per cui le scarpe erano una superstizione e le calze una schiavitù; e poi venne il dolce ritorno tra deliziosi odori di tigli in fiore e increspature musicali; e, troppo presto, la grande città nera gettò la sua ombra sulle acque, e i suoi ponti oscuri le attraversarono come la morte attraversa la vita, e il giardino eternamente verde sembrò essere lasciato per sempre, irrecuperabile e lontano.

«Mi chiedo se la gente possa attraversare la vita senza tappe noiose», pensò Rosa il giorno dopo, quando la città era di nuovo molto polverosa e tutto aveva uno strano e scomodo aspetto di sembrare in attesa di qualcosa che non sarebbe arrivato. NO. Iniziò a pensare che, ora che i giorni di scuola a Cloisterham erano scivolati via e passati, le tappe noiose avrebbero iniziato a presentarsi a intervalli e a farsi stancamente conoscere!

Eppure cosa si aspettava Rosa? Si aspettava la signorina Twinkleton? La signorina Twinkleton arrivò puntualmente. Dal suo salottino sul retro uscì la Billickin per ricevere la signorina Twinkleton, e la Guerra era negli occhi della Billickin da quel momento fatale.

La signorina Twinkleton portò con sé una quantità di bagagli, avendo sia i propri che quelli di Rosa. La Billickin la prese male perché la mente della signorina Twinkleton, essendo dolorosamente disturbata da questo bagaglio, non riuscì a cogliere la sua identità personale con quella chiarezza di percezione che era dovuta alle sue richieste. Di conseguenza, la solennità salì sul suo trono cupo sulla fronte della Billickin. E quando la signorina Twinkleton, agitata nel fare l'inventario dei suoi bauli e pacchi, che erano diciassette, contò particolarmente la Billickin stessa come numero undici, la B. trovò necessario ripudiare.

«Le cose non possono essere messe troppo presto sul piede», disse, con una schiettezza così dimostrativa da essere quasi invadente, «che la persona della casa non è una scatola né un fagotto, né una borsa da viaggio. No, le sono molto obbligata, signorina Twinkleton, né una mendicante.»

Quest'ultima smentita faceva riferimento al fatto che la signorina Twinkleton, distratta, le aveva offerto due scellini e sei pence, invece che al tassista.

Così respinta, la signorina Twinkleton chiese freneticamente «quale gentiluomo» dovesse essere pagato. Essendoci due gentiluomini in quella posizione (la signorina Twinkleton era arrivata con due taxi), ogni gentiluomo, dopo essere stato pagato, porse i suoi due scellini e sei pence sul palmo della mano aperta e, con uno sguardo senza parole e la mascella caduta, mostrò il suo torto al cielo e alla terra. Terrorizzata da questo spettacolo allarmante, la signorina Twinkleton mise un altro scellino in ogni mano; facendo appello allo stesso tempo alla legge in accenti agitati, e contando il suo bagaglio questa volta con i due gentiluomini dentro, il che fece sì che il totale risultasse complicato. Nel frattempo i due gentiluomini, guardando ciascuno molto fisso l'ultimo scellino brontolando, come se potesse diventare un scellino e sei pence se avessero continuato a fissarlo, scesero i gradini della porta, salirono sulle loro carrozze e se ne andarono, lasciando la signorina Twinkleton su una scatola di cappelli in lacrime.

La Billickin osservò questa manifestazione di debolezza senza simpatia, e diede istruzioni affinché «si facesse entrare un giovane» per lottare con il bagaglio. Quando quel gladiatore fu scomparso dall'arena, la pace seguì, e i nuovi affittuari cenarono.

Ma la Billickin era in qualche modo venuta a conoscenza che la signorina Twinkleton gestiva una scuola. Il salto da quella conoscenza all'inferenza che la signorina Twinkleton si mettesse a insegnarle qualcosa, fu facile. «Ma non lo farai», soliloquiò la Billickin; «non sono una tua allieva, chiunque sia lei», intendendo Rosa, «poverina!»

La signorina Twinkleton, d'altra parte, essendosi cambiata d'abito e avendo recuperato lo spirito, era animata da un desiderio blando di migliorare l'occasione in ogni modo, ed essere un modello il più sereno possibile. In un felice compromesso tra i suoi due stati di esistenza, era già diventata, con il suo cestino da lavoro davanti, l'equilibrata compagna vivace con un leggero tocco giudizioso di informazioni, quando la Billickin si annunciò.

«Non vi nasconderò, signore», disse la B., avvolta nello scialle di stato, «poiché non è nel mio carattere nascondere né le mie motivazioni né le mie azioni, che mi prendo la libertà di venire a trovarvi per esprimere la speranza che la vostra cena sia stata di vostro gradimento. Sebbene non professionista ma semplice, tuttavia il suo salario dovrebbe essere un obiettivo sufficiente per lei per stimolarla a volare sopra il semplice arrosto e bollito.»

«Abbiamo cenato molto bene, davvero», disse Rosa, «grazie.»

«Abituate», disse la signorina Twinkleton con un'aria graziosa, che alle orecchie gelose della Billickin sembrò aggiungere «mia buona donna» – «abituate a una dieta liberale e nutriente, seppur semplice e salutare, non abbiamo trovato motivo di lamentare la nostra assenza dall'antica città e dalla metodica famiglia, in cui la tranquilla routine del nostro destino è stata finora confinata.»

«Ho pensato bene di menzionare al mio cuoco», osservò la Billickin con un impeto di schiettezza, «che spero concorderà con me, signorina Twinkleton, era una precauzione giusta, che la giovane signora essendo abituata a quella che qui considereremmo una dieta povera, fosse meglio farla progredire per gradi. Perché, una corsa da un'alimentazione scarsa a un'alimentazione generosa, e da quello che si può chiamare pasticciare a quello che si può chiamare metodo, richiede un potere di costituzione che non si trova spesso nei giovani, particolare quando minato dal collegio!»

Si vedrà che la Billickin ora si metteva apertamente contro la signorina Twinkleton, come colei che aveva pienamente accertato essere la sua nemica naturale.

«Le sue osservazioni», rispose la signorina Twinkleton, da un'eminenza morale remota, «sono ben intenzionate, non ho dubbi; ma mi permetterà di osservare che sviluppano una visione errata dell'argomento, che può essere imputata solo alla sua estrema mancanza di informazioni accurate.»

«La mia informiazione», ribatté la Billickin, aggiungendo una sillaba in più per amore di un'enfasi al tempo stesso educata e potente, «la mia informiazione, signorina Twinkleton, è stata la mia stessa esperienza, che credo sia solitamente considerata una buona guida. Ma che lo sia o meno, da giovane fui mandata in un collegio molto distinto, essendo la direttrice una signora non meno di lei, pressappoco della sua stessa età o forse qualche anno più giovane, e dalla tavola scaturì una povertà di sangue che si è trascinata per tutta la mia vita».

«Molto probabile», disse la signorina Twinkleton, sempre dalla sua remota eminenza; «e molto deplorevole. — Rosa, cara, a che punto sei con il tuo lavoro?»

«Signorina Twinkleton», riprese la Billickin, con fare cortese, «prima di ritirarmi sull'’int, come una signora dovrebbe fare, desidero chiedere a lei, in quanto signora, se devo considerare che le mie parole siano messe in dubbio?»

«Non so su quale base lei nutra una simile supposizione», cominciò la signorina Twinkleton, quando la Billickin la interruppe con garbo.

«Non metta, se le piace, supposizioni tra le mie labbra laddove nessuna è stata da me impartita. Il suo flusso di parole è grande, signorina Twinkleton, e senza dubbio è atteso da lei dalle sue allieve, e senza dubbio è considerato valere il denaro. Nessun dubbio, ne sono certa. Ma non pagando per flussi di parole, e non chiedendo di esserne favorita qui, desidero ripetere la mia domanda».

«Se lei si riferisce alla povertà della sua circolazione», cominciò la signorina Twinkleton, quando di nuovo la Billickin la interruppe con garbo.

«Non ho usato tali espressioni».

«Se lei si riferisce, dunque, alla povertà del suo sangue...»

«Causatami», precisò la Billickin, espressamente, «in un collegio...»

«Allora», riprese la signorina Twinkleton, «tutto ciò che posso dire è che sono tenuta a credere, sulla sua asseverazione, che sia davvero molto povero. Non posso esimermi dall'aggiungere che, se quella sfortunata circostanza influenza la sua conversazione, è molto da lamentare, ed è eminentemente desiderabile che il suo sangue fosse più ricco. — Rosa, cara, a che punto sei con il tuo lavoro?»

«Hem! Prima di ritirarmi, signorina», proclamò la Billickin a Rosa, cancellando con alterigia la signorina Twinkleton, «vorrei che fosse inteso tra lei e me che le mie transazioni in futuro saranno soltanto con lei. Non conosco nessuna anziana signora qui, signorina, nessuna più anziana di lei».

«Un accordo altamente desiderabile, Rosa mia cara», osservò la signorina Twinkleton.

«Non è, signorina», disse la Billickin, con un sorriso sarcastico, «che io possieda il Mulino di cui ho sentito dire, nel quale le vecchie signorine potrebbero essere macinate per tornare giovani (che dono sarebbe per alcune di noi), ma che mi limito totalmente a lei».

«Quando avrò il desiderio di comunicare una richiesta alla persona di casa, Rosa mia cara», osservò la signorina Twinkleton con maestosa allegria, «lo farò sapere a te, e tu gentilmente ti farai carico, ne sono certa, che venga trasmesso al giusto destinatario».

«Buonasera, signorina», disse la Billickin, al contempo affettuosamente e freddamente. «Essendo sola ai miei occhi, le auguro la buonasera con i migliori auspici, e non mi trovo costretta, sono davvero ’appy di dirlo, a esprimere il mio disprezzo per un’indiwidual, sfortunatamente per lei, appartenente a lei».

La Billickin si ritirò graziosamente con questo discorso di commiato, e da quel momento Rosa occupò la posizione inquieta di volano tra questi due racchettoni. Nulla poteva essere fatto senza che si giocasse una vivace partita. Così, sulla questione che sorgeva quotidianamente riguardo alla cena, essendo le tre presenti insieme, la signorina Twinkleton diceva:

«Forse, tesoro mio, consulterai la persona di casa per sapere se può procurarci un fritto d'agnello; o, in mancanza di ciò, un pollo arrosto».

Al che la Billickin ribatteva (non avendo Rosa proferito parola):

«Se lei fosse più abituata alla carne del macellaio, signorina, non nutrirebbe l’idea di un fritto d’agnello. In primo luogo, perché gli agnelli sono stati pecore per lungo tempo, e in secondo luogo, perché ci sono giorni di macellazione e giorni che non lo sono. Quanto ai polli arrosto, signorina, perché mai dovrebbe essere del tutto sazia di polli arrosto, lasciando perdere i suoi acquisti, quando fa la spesa per sé, del pollame più anziano con le zampe più squamose, proprio come se fosse abituata a sceglierli per risparmiare. Provi un po' d'inwenzione, signorina. Si abitui un po' a fare la casa. Suvvia, pensi a qualcos'altro».

A questo incoraggiamento, offerto con l'indulgente tolleranza di un'esperta saggia e liberale, la signorina Twinkleton replicava, arrossendo:

«O, cara mia, potresti proporre alla persona di casa un’anatra».

«Beh, signorina!» esclamerebbe la Billickin (sempre senza che Rosa dicesse una parola), «lei mi sorprende davvero quando parla di anatre! Per non parlare del fatto che stanno andando fuori stagione e sono molto care, mi si stringe davvero il cuore a vederla mangiare un’anatra; poiché il petto, che è l'unico taglio delicato di un’anatra, va sempre in una direzione che non posso immaginare dove, e il suo piatto finisce per essere così miseramente pelle-e-ossa! Provi ancora, signorina. Pensi più a se stessa, e meno agli altri. Un piatto di animelle ora, o un pezzetto di montone. Qualcosa su cui possa avere le sue eque possibilità».

Occasionalmente il gioco diventava davvero molto vivace, e veniva mantenuto con una tale arguzia da rendere un incontro come questo del tutto insulso. Ma la Billickin otteneva quasi invariabilmente il punteggio di gran lunga più alto; e interveniva con colpi laterali della specie più inaspettata e straordinaria, quando sembrava non avere alcuna possibilità.

Tutto ciò non migliorava lo stato di cose sgradevole di Londra, né l'aria che Londra aveva assunto agli occhi di Rosa, di attesa per qualcosa che non arrivava mai. Stanca di lavorare e di conversare con la signorina Twinkleton, suggerì di lavorare e leggere: cosa a cui la signorina Twinkleton acconsentì prontamente, essendo un’eccellente lettrice di provate capacità. Ma Rosa scoprì presto che la signorina Twinkleton non leggeva onestamente. Tagliava le scene d'amore, interpolava passaggi in lode al celibato femminile, e si rendeva colpevole di altre palesi frodi pie. Come esempio pertinente, si prenda il passaggio vibrante: «Sempre carissimo e più adorato, — disse Edward, stringendo la cara testa al seno e facendo scorrere i capelli di seta tra le sue dita carezzevoli, dalle quali li lasciava cadere come pioggia dorata, — sempre carissimo e più adorato, fuggiamo dal mondo privo di simpatia e dalla sterile freddezza dei cuori di pietra, verso il ricco e caldo Paradiso della Fiducia e dell'Amore». La versione fraudolenta della signorina Twinkleton suonava noiosamente così: «Sempre promesso a me con il consenso dei nostri genitori da entrambe le parti, e l'approvazione del rettore dai capelli d'argento del distretto, — disse Edward, sollevando rispettosamente alle labbra le dita affusolate così abili nel ricamo, nel tamburo, nell'uncinetto e in altre arti veramente femminili, — lasciami chiamare tuo papà prima che l'alba di domani sia affondata nell'ovest, e proporre una sistemazione suburbana, umile può essere, ma entro i nostri mezzi, dove sarà sempre il benvenuto come ospite serale, e dove ogni disposizione investirà l'economia e il costante scambio di acquisizioni scolastiche con gli attributi dell'angelo custode della felicità domestica».

Mentre i giorni trascorrevano e non accadeva nulla, i vicini iniziarono a dire che la bella ragazza della Billickin, che guardava così malinconicamente e così a lungo fuori dalle finestre granulose del salotto, sembrava perdere il suo spirito. La bella ragazza avrebbe potuto perderlo se non fosse stato per l'accidente di essersi imbattuta in alcuni libri di viaggi e avventure per mare. Come compensazione alla loro narrativa, la signorina Twinkleton, leggendo ad alta voce, sfruttava al massimo tutte le latitudini e longitudini, rilevamenti, venti, correnti, scarti e altre statistiche (che riteneva non meno istruttive per il fatto di non esprimere assolutamente nulla per lei); mentre Rosa, ascoltando intensamente, sfruttava al massimo ciò che le stava più a cuore. Così entrambe se la cavarono meglio di prima.

CAPITOLO XXIII. DI NUOVO L'ALBA

Sebbene il signor Crisparkle e John Jasper si incontrassero quotidianamente sotto il tetto della Cattedrale, nulla passava tra loro in alcun momento in riferimento a Edwin Drood, dopo il tempo, più di mezzo anno trascorso, in cui Jasper mostrò silenziosamente al Canonico Minore la conclusione e la risoluzione annotate nel suo Diario. Non è probabile che si siano mai incontrati, sebbene così spesso, senza che i pensieri di ciascuno ritornassero sull'argomento. Non è probabile che si siano mai incontrati, sebbene così spesso, senza la sensazione da parte di ciascuno che l'altro fosse per lui un segreto sconcertante. Jasper, in qualità di denunciante e persecutore di Neville Landless, e il signor Crisparkle come suo coerente difensore e protettore, devono almeno essersi posti sufficientemente in opposizione da aver speculato con vivo interesse sulla fermezza e sulla prossima direzione dei disegni dell'altro. Ma nessuno dei due ha mai toccato l'argomento.

Non essendo la falsa pretesa nella natura del Canonico Minore, egli mostrava senza dubbio apertamente che avrebbe in qualsiasi momento ripreso l'argomento, e desiderava persino discuterne. La determinata reticenza di Jasper, tuttavia, non doveva essere avvicinata in tal modo. Impassibile, scontroso, solitario, risoluto, così concentrato su un'idea, e sul suo scopo fisso che l'accompagnava, da non volerla condividere con nessun essere vivente, viveva separato dalla vita umana. Esercitando costantemente un'Arte che lo portava in armonia meccanica con gli altri, e che non avrebbe potuto essere perseguita se lui e loro non fossero stati nelle più precise relazioni meccaniche e all'unisono, è curioso considerare che lo spirito dell'uomo non fosse in accordo morale o scambio con nulla che lo circondasse. Questo, in effetti, lo aveva confidato al suo defunto nipote, prima che sorgesse l'occasione per la sua attuale inflessibilità.

Che dovesse sapere dell'improvvisa partenza di Rosa, e che dovesse intuirne la causa, non era da dubitare. Supponeva di averla terrorizzata fino al silenzio? o supponeva che lei avesse confidato a qualcuno — al signor Crisparkle stesso, per esempio — i dettagli del suo ultimo colloquio con lei? Il signor Crisparkle non poteva determinarlo nella sua mente. Non poteva che ammettere, tuttavia, come uomo giusto, che non fosse, di per sé, un crimine innamorarsi di Rosa, né più di quanto fosse un crimine offrire di mettere l'amore al di sopra della vendetta.

Il terribile sospetto su Jasper, che Rosa era rimasta così scioccata di aver accolto nella sua immaginazione, sembrava non avere asilo in quella del signor Crisparkle. Se mai infestò i pensieri di Helena o di Neville, nessuno dei due ne diede una sola parola. Il signor Grewgious non si prese la briga di nascondere la sua implacabile avversione per Jasper, eppure non la ricondusse mai, per quanto distantemente, a una tale fonte. Ma era un uomo reticente oltre che eccentrico; e non fece menzione di una certa sera in cui si scaldò le mani al fuoco della portineria, e guardò fisamente un certo mucchio di abiti strappati e infangati sul pavimento.

La sonnolenta Cloisterham, ogni volta che si risvegliava a un riesame passeggero di una storia vecchia di oltre sei mesi e archiviata dal collegio dei magistrati, era piuttosto equamente divisa nell'opinione se l’amato nipote di John Jasper fosse stato ucciso dal suo traditore rivale appassionato, o in una lotta aperta; o se si fosse, per i suoi propri scopi, dileguato. Poi sollevava la testa, per notare che il dolente Jasper era ancora sempre dedito alla scoperta e alla vendetta; e poi si riaddormentava. Questa era la condizione delle cose, in tutto e per tutto, nel periodo al quale la presente storia è giunta.

Le porte della Cattedrale si sono chiuse per la notte; e il Maestro del Coro, con un breve permesso di assenza per due o tre funzioni, volge il suo volto verso Londra. Viaggia verso di essa con i mezzi con cui ha viaggiato Rosa, e arriva, come arrivò Rosa, in una serata calda e polverosa.

Il suo bagaglio da viaggio è facilmente trasportabile in mano, e si reca con esso a piedi, verso un hotel ibrido in una piccola piazza dietro Aldersgate Street, vicino al General Post Office. È hotel, pensione o alloggio, a discrezione del visitatore. Annuncia se stesso, nei nuovi Railway Advertisers, come un'impresa innovativa, che inizia timidamente a spuntare. Pudicamente, quasi scusandosi, fa capire al viaggiatore che non si aspetta da lui, secondo il buon vecchio piano costituzionale dell'hotel, di ordinare una pinta di lucido nero dolce per bere, e buttarla via; ma insinua che possa far lucidare i suoi stivali invece del suo stomaco, e forse anche avere letto, colazione, assistenza e un portiere sveglio tutta la notte, per una certa tariffa fissa. Da queste e simili premesse, molti veri britannici nello spirito più basso deducono che i tempi siano tempi di livellamento, eccetto nell'articolo delle strade principali, di cui tra poco non ce ne sarà più nemmeno una in Inghilterra.

Mangia senza appetito, e presto esce di nuovo. Verso est e ancora verso est attraverso le strade stantie prende la sua via, finché raggiunge la sua destinazione: una corte miserabile, specialmente miserabile tra molte altre simili.

Sale una scala rotta, apre una porta, guarda in una stanza buia e soffocante, e dice: «Sei sola qui?»

«Sola, tesoro; peggio per me, e meglio per te», risponde una voce gracchiante. «Entra, entra, chiunque tu sia: non posso vederti finché non accendo un fiammifero, eppure mi sembra di conoscere il suono del tuo parlare. Ti conosco, non è vero?»

«Accendi il tuo fiammifero, e prova».

«Così farò, tesoro, così farò; ma la mia mano che trema, non riesco a posarla su un fiammifero in un momento. E tossisco così tanto che, metto i miei fiammiferi dove voglio, non li trovo mai lì. Saltano e scattano, mentre tossisco e tossisco, come cose vive. Sei reduce da un viaggio, tesoro?»

«No».

«Non marinaio?»

«No».

«Beh, ci sono clienti di terra, e ci sono clienti di mare. Sono una madre per entrambi. Diversamente da Jack Chinaman dall'altra parte della corte. Non è un padre per nessuno dei due. Non è da lui. E non ha il vero segreto della miscela, sebbene chieda quanto me che ce l'ho, e di più se riesce a ottenerlo. Ecco un fiammifero, e ora dov'è la candela? Se la tosse mi prende, tossirò venti fiammiferi prima di accendere una luce».

Ma lei trova la candela e l'accende, prima che la tosse arrivi. La assale nel momento del successo, e lei si siede dondolandosi avanti e indietro, e ansimando a intervalli: «Oh, i miei polmoni sono terribilmente malati! i miei polmoni sono ridotti a reti per cavoli!» finché l'attacco non è finito. Durante la sua durata non ha avuto potere di vista, o alcun altro potere non assorbito nella lotta; ma non appena la lascia, inizia a tendere gli occhi, e non appena è in grado di articolare, grida, fissando:

«Ma sei tu!»

«Sei così sorpresa di vedermi?»

«Pensavo che non ti avrei mai più rivisto, tesoro. Pensavo che fossi morto, e andato in Paradiso».

«Perché?»

«Non pensavo che potessi stare lontano, vivo, così a lungo, dalla povera vecchia anima con la ricetta vera per mischiarlo. E sei anche in lutto! Perché non sei venuto a farti una pipa o due di conforto? Ti hanno lasciato dei soldi, forse, e così non volevi conforto?»

«No».

«Chi era che è morto, tesoro?»

«Un parente».

«Morto di cosa, amore?»

«Probabilmente, di Morte».

«Siamo sbrigativi stasera!» grida la donna, con una risata propiziatoria. «Sbrigativi e irritabili siamo! Ma siamo fuori fase per mancanza di una fumata. Abbiamo i tremori, non è vero, tesoro? Ma questo è il posto giusto per curarli; questo è il posto dove i tremori vengono fumati via».

«Puoi preparare, allora», risponde il visitatore, «non appena vuoi».

Si libera delle scarpe, allenta la cravatta e si sdraia ai piedi del letto squallido, con la testa appoggiata sulla mano sinistra.

«Ora inizi a sembrare te stesso», dice la donna approvando. «Ora inizio a conoscere il mio vecchio cliente davvero! Hai provato a mischiare per conto tuo per molto tempo, tesoro?»

«L'ho preso di tanto in tanto a modo mio».

«Mai prenderlo a modo tuo. Non è buono per gli affari, e non è buono per te. Dov'è il mio calamaio, e dov'è il mio ditale, e dov'è il mio cucchiaino? Sta per prenderlo in una forma astuta ora, il mio caro tesoro!»

Entrando nel suo processo, e iniziando a gorgogliare e soffiare sulla debole scintilla racchiusa nel cavo delle sue mani, parla di tanto in tanto, con un tono di soddisfazione nasale, senza smettere. Quando lui parla, lo fa senza guardarla, e come se i suoi pensieri stessero già vagando via per anticipazione.

«Ho preparato un bel po' di fumate per te, prima e dopo, non è vero, tesoro?»

«Un bel po'».

«Quando sei venuto la prima volta, eri del tutto nuovo, vero?»

«Sì, ero facilmente gestibile, allora».

«Ma sei andato avanti nel mondo, e sei stato in grado a poco a poco di prenderti la tua pipa con i migliori di loro, vero?»

«Ah; e i peggiori».

«È appena pronta per te. Che dolce cantante eri quando sei venuto la prima volta! Eri solito abbassare la testa, e cantare fino ad addormentarti come un uccellino! È pronta per te ora, tesoro».

Lui la prende da lei con grande cura, e mette il bocchino alle labbra. Lei si siede accanto a lui, pronta a riempire la pipa.

Dopo aver inalato qualche boccata in silenzio, lui la interpella dubbiosamente con:

«È potente come al solito?»

«Di cosa parli, tesoro?»

«Di cosa dovrei parlare, se non di quello che ho in bocca?»

«È esattamente la stessa. Sempre la stessa identica».

«Non ha lo stesso sapore. Ed è più lenta».

«Ti sei abituato di più, vedi».

«Quella potrebbe essere la causa, certamente. Guarda qui». Si ferma, diventa sognante, e sembra dimenticare di aver invitato la sua attenzione. Lei si china su di lui, e parla al suo orecchio.

«Ti sto ascoltando. Hai detto poco fa, Guarda qui. Dico io ora, ti sto ascoltando. Stavamo parlando poco prima del fatto che ti fossi abituato».

«Lo so tutto questo. Stavo solo pensando. Guarda qui. Supponi di avere qualcosa in mente; qualcosa che stavi per fare».

«Sì, tesoro; qualcosa che stavi per fare?»

«Ma non del tutto determinato a fare».

«Sì, tesoro».

«Potresti o non potresti fare, capisci».

«Sì». Con la punta di un ago rimescola il contenuto del fornello.

«Dovresti farlo nella tua fantasia, quando eri sdraiato qui a fare questo?»

Lei annuisce col capo. «Più e più volte».

«Proprio come me! L'ho fatto più e più volte. L'ho fatto centinaia di migliaia di volte in questa stanza».

«C'è da sperare che fosse piacevole da fare, tesoro».

«Era piacevole da fare!»

Dice questo con un'aria selvaggia, e un balzo o uno scatto verso di lei. Del tutto impassibile lei ritocca e riempie il contenuto del fornello con la sua piccola spatola. Vedendola intenta all'occupazione, lui affonda nel suo atteggiamento precedente.

«Era un viaggio, un viaggio difficile e pericoloso. Questo era l'argomento nella mia mente. Un viaggio rischioso e pericoloso, sopra abissi dove uno scivolone sarebbe la distruzione. Guarda giù, guarda giù! Vedi cosa giace in fondo lì?»

Si è scagliato in avanti per dirlo, e per indicare il suolo, come se a qualche oggetto immaginario molto al di sotto. La donna lo guarda, mentre il suo volto spasmodico si avvicina a quello di lei, e non al suo indicare. Sembra sapere quale sarebbe l'influenza della sua perfetta quiete; se è così, non ha calcolato male, perché lui si placa di nuovo.

«Beh; ti ho detto che l'ho fatto qui centinaia di migliaia di volte. Cosa dico? L'ho fatto milioni e miliardi di volte. L'ho fatto così spesso, e attraverso così vaste distese di tempo, che quando era realmente fatto, sembrava non valere la pena di farlo, era fatto così presto».

«Questo è il viaggio dal quale sei stato lontano», osserva lei tranquillamente.

Lui la fissa mentre fuma; e poi, i suoi occhi diventando vitrei, risponde: «Questo è il viaggio».

Segue il silenzio. I suoi occhi sono a volte chiusi e a volte aperti. La donna siede accanto a lui, molto attenta alla pipa, che è tutto il tempo alle sue labbra.

«Scommetto», osserva, quando lui l'ha guardata fisamente per alcuni momenti consecutivi, con uno strano aspetto negli occhi di sembrare vederla molto lontano, invece di così vicino a lui: «Scommetto che hai fatto il viaggio in molti modi, quando l'hai fatto così spesso?»

«No, sempre in un modo».

«Sempre allo stesso modo?»

«Sì».

«Nel modo in cui è stato realmente fatto alla fine?»

«Sì».

«E hai sempre provato lo stesso piacere a insisterci sopra?»

«Sì».

Per il momento sembra non essere in grado di fornire altra risposta che questo pigro assenso monosillabico. Probabilmente per assicurarsi che non si tratti dell'assenso di un mero automa, inverte la forma della sua frase successiva.

«Non ti sei mai stancato, caro, di provare a richiamare qualcos'altro per cambiare?»

Lui si dibatte per mettersi a sedere e le ribatte: «Cosa intendi? Cosa volevo? Per cosa sono venuto?»

Lei lo adagia dolcemente di nuovo e, prima di restituirgli lo strumento che ha lasciato cadere, ravviva il fuoco al suo interno con il proprio fiato; poi gli dice, in tono suadente:

«Certo, certo, certo! Sì, sì, sì! Ora ti seguo. Sei stato troppo veloce per me. Vedo ora. Sei venuto apposta per fare il viaggio. Ma guarda, avrei dovuto saperlo, visto che ti è rimasto così impresso.»

Lui risponde prima con una risata, e poi con un digrignare appassionato di denti: «Sì, sono venuto apposta. Quando non ho più potuto sopportare la mia vita, sono venuto per trovare sollievo, e l'ho ottenuto. È STATO uno! È STATO uno!» Questa ripetizione con straordinaria veemenza, e il ringhio di un lupo.

Lei lo osserva con molta cautela, come se stesse mentalmente tastando il terreno per la sua successiva osservazione. È questa: «C'era un compagno di viaggio, caro.»

«Ah, ah, ah!» Lui scoppia in una risata squillante, o meglio in un urlo.

«Pensare», grida, «a quante volte compagno di viaggio, eppure non saperlo! Pensare a quante volte ha fatto il viaggio e non ha mai visto la strada!»

La donna si inginocchia sul pavimento, con le braccia incrociate sulla coltre del letto, vicino a lui, e il mento appoggiato su di esse. In questo atteggiamento rannicchiato lo osserva. La pipa gli sta cadendo di bocca. Lei la rimette a posto e, appoggiando la mano sul suo petto, lo muove leggermente da una parte all'altra. Su questo lui parla, come se lei avesse parlato.

«Sì! Ho sempre fatto il viaggio prima, prima che iniziassero i cambi di colore e i grandi paesaggi e le scintillanti processioni. Non potevano iniziare finché non me lo fossi tolto dalla mente. Non avevo spazio fino ad allora per nient'altro.»

Ancora una volta ricade nel silenzio. Ancora una volta lei gli posa la mano sul petto e lo muove leggermente avanti e indietro, come un gatto potrebbe stimolare un topo mezzo morto. Ancora una volta lui parla, come se lei avesse parlato.

«Cosa? Te l'ho detto. Quando finalmente diventa reale, è così breve che sembra irreale per la prima volta. Ascolta!»

«Sì, caro. Sto ascoltando.»

«Il tempo e il luogo sono entrambi vicini.»

Lui è in piedi, parlando in un sussurro, e come se fosse al buio.

«Tempo, luogo e compagno di viaggio», suggerisce lei, adottando il suo tono e tenendolo dolcemente per il braccio.

«Come potrebbe il tempo essere vicino se non lo fosse anche il compagno di viaggio? Zitto! Il viaggio è fatto. È finita.»

«Così presto?»

«È quello che ho detto a te. Così presto. Aspetta un po'. Questa è una visione. La smaltirò dormendo. È stata troppo breve e facile. Devo avere una visione migliore di questa; questa è la più misera di tutte. Nessuna lotta, nessuna consapevolezza di pericolo, nessuna supplica – eppure non l'ho mai visto prima.» Con un sussulto.

«Visto cosa, caro?»

«Guardalo! Guarda che cosa misera, meschina, squallida è! Quello deve essere reale. È finita.»

Ha accompagnato questa incoerenza con alcuni gesti selvaggi e privi di senso; ma sfumano nell'inattività progressiva dello stupore, e lui giace come un tronco sul letto.

La donna, tuttavia, è ancora curiosa. Con una ripetizione del suo gesto felino scuote di nuovo leggermente il suo corpo, e ascolta; scuote ancora, e ascolta; gli sussurra qualcosa, e ascolta. Trovandolo ormai impossibile da risvegliare per il momento, si rimette lentamente in piedi, con aria contrariata, e gli schiaffeggia il viso con il dorso della mano voltandosi.

Ma non si allontana più di tanto dalla sedia sul focolare. Si siede, con un gomito su uno dei braccioli e il mento sulla mano, intenta a guardarlo. «Ti ho sentito dire una volta», gracchia a bassa voce, «ti ho sentito dire una volta, quando giacevo dove giaci tu, e facevi le tue speculazioni su di me: 'Inintelligibile!' Ti ho sentito dire così, di due persone oltre a me. Ma non esserne sempre troppo sicuro; non esserne troppo sicuro, bellezza!»

Senza battere ciglio, felina e attenta, aggiunge subito dopo: «Non così potente come una volta? Ah! Forse non all'inizio. Lì potresti aver ragione. La pratica rende perfetti. Potrei aver imparato il segreto su come farti parlare, caro.»

Lui non parla più, comunque sia. Contorcendosi in modo sgradevole di tanto in tanto, sia con il viso che con gli arti, giace pesante e silenzioso. La candela misera si consuma; la donna prende il mozzicone che sta per spegnersi tra le dita, ne accende un'altra, ficca il pezzetto gocciolante in fondo al candeliere, e lo spinge dentro con la candela nuova, come se stesse caricando un'arma di stregoneria maleodorante e sconveniente; la candela nuova a sua volta si consuma; e lui giace ancora insensibile. Alla fine ciò che rimane dell'ultima candela viene spento, e la luce del giorno entra nella stanza.

Non vi è entrata da molto, quando lui si mette a sedere, infreddolito e tremante, recupera lentamente la coscienza di dove si trova, e si prepara a partire. La donna riceve ciò che lui le paga con un riconoscente: «Che Dio ti benedica, ti benedica, caro!» e sembra, esausta, iniziare a prepararsi per dormire mentre lui lascia la stanza.

Ma l'apparenza può essere falsa o vera. È falsa in questo caso; poiché, nel momento in cui le scale hanno smesso di scricchiolare sotto il suo passo, lei scivola dietro di lui, mormorando enfaticamente: «Non ti mancherò due volte!»

Non c'è uscita dalla corte se non dal suo ingresso. Con una strana sbirciatina dalla soglia, sta in guardia per vedere se lui si volti. Lui non si volta prima di scomparire, con un passo incerto. Lei lo segue, sbircia dalla corte, lo vede ancora vacillare in avanti senza voltarsi, e lo tiene d'occhio.

Lui si dirige verso il retro di Aldersgate Street, dove una porta si apre immediatamente al suo bussare. Lei si rannicchia in un'altra soglia, osservando quella, e comprendendo facilmente che lui alloggia temporaneamente in quella casa. La sua pazienza non si esaurisce per ore. Per nutrirsi può, e lo fa, comprare del pane nel giro di cento iarde, e latte mentre viene portato oltre dove si trova.

Lui esce di nuovo a mezzogiorno, essendosi cambiato d'abito, ma senza portare nulla in mano, e non facendosi portare nulla. Non sta tornando in campagna, dunque, almeno per ora. Lei lo segue per un breve tratto, esita, si gira istantaneamente con sicurezza, ed entra dritta nella casa che lui ha lasciato.

«Il signore di Cloisterham è in casa?»

«Appena uscito.»

«Sfortuna. Quando torna il signore a Cloisterham?»

«Alle sei di questa sera.»

«Che Dio ti benedica e ti ringrazi. Possa il Signore far prosperare un'attività dove una domanda civile, anche da parte di una povera anima, viene risposto così civilmente!»

«Non ti mancherò due volte!» ripete la povera anima per strada, e non così civilmente. «Ti ho perso l'ultima volta, dove quell'omnibus su cui sei salito vicino alla fine del tuo viaggio faceva la spola tra la stazione e il posto. Non ero nemmeno certa che tu fossi andato dritto al posto. Ora so che l'hai fatto. Mio signore di Cloisterham, sarò lì prima di te, e aspetterò il tuo arrivo. Ho giurato il mio giuramento che non ti mancherò due volte!»

Di conseguenza, quella stessa sera la povera anima si trova nella High Street di Cloisterham, guardando i molti caratteristici timpani della Nuns’ House, e ammazzando il tempo come meglio può fino alle nove; a quell'ora ha motivo di supporre che i passeggeri dell'omnibus in arrivo possano avere qualche interesse per lei. L'oscurità amichevole, a quell'ora, le rende facile accertare se sia così o meno; ed è così, perché il passeggero da non mancare due volte arriva insieme agli altri.

«Ora vediamo cosa ti succede. Vai avanti!»

Un'osservazione rivolta all'aria, eppure potrebbe essere rivolta al passeggero, tanto docilmente lui prosegue lungo la High Street finché non arriva a un porticato ad arco, dove inaspettatamente svanisce. La povera anima accelera il passo; è veloce, ed è vicina a lui mentre entra sotto il porticato; ma vede solo una scala posteriore su un lato di esso, e dall'altro lato un'antica sala voltata, in cui un signore dalla testa grande e dai capelli grigi sta scrivendo, nelle strane circostanze di stare seduto aperto al passaggio pubblico e osservare tutti coloro che passano, come se fosse l'esattore del porticato: sebbene il passaggio sia libero.

«Ehilà!» grida a bassa voce, vedendola fermarsi: «chi stai cercando?»

«C'era un signore passato di qui un minuto fa, signore.»

«Certo che c'era. Cosa vuoi da lui?»

«Dove abita, caro?»

«Abitare? Su quella scala.»

«Che Dio ti benedica! Sussurra. Come si chiama, caro?»

«Cognome Jasper, nome di battesimo John. Il signor John Jasper.»

«Ha un mestiere, buon signore?»

«Mestiere? Sì. Canta nel coro.»

«Nella guglia?»

«Coro.»

«Cos'è?»

Il signor Datchery si alza dalle sue carte e viene sulla porta di casa. «Sai cos'è una cattedrale?» chiede, scherzosamente.

La donna annuisce.

«Cos'è?»

Sembra perplessa, cercando nella sua mente di trovare una definizione, quando le viene in mente che è più facile indicare l'oggetto sostanziale stesso, massiccio contro il cielo blu scuro e le prime stelle.

«Questa è la risposta. Vai lì alle sette di domani mattina, e potrai vedere il signor John Jasper, e sentirlo anche.»

«Grazie! Grazie!»

Lo scoppio di trionfo con cui lo ringrazia non sfugge all'attenzione del solitario dal temperamento facile che vive oziosamente dei suoi mezzi. Le lancia un'occhiata; incrocia le mani dietro la schiena, come è consuetudine di tali solitari; e passeggia lungo gli echi del Precinct al suo fianco.

«O», suggerisce, con uno strattone all'indietro della testa, «puoi andare subito alle stanze del signor Jasper, lì.»

La donna lo osserva con un sorriso astuto e scuote la testa.

«Oh! Non vuoi parlargli?»

Lei ripete la sua risposta muta, e forma con le labbra un silenzioso «No».

«Puoi ammirarlo a distanza tre volte al giorno, ogni volta che vuoi. È una lunga strada da percorrere solo per questo, però.»

La donna alza lo sguardo rapidamente. Se il signor Datchery pensa che lei debba essere indotta a dichiarare da dove viene, è di un temperamento molto più facile del suo. Ma lo assolve da un pensiero così astuto, mentre lui passeggia, come il seccatore patentato della città, con i suoi capelli grigi scoperti che soffiano al vento, e le sue mani senza scopo che fanno tintinnare il denaro sciolto nelle tasche dei pantaloni.

Il tintinnio del denaro ha un'attrazione per le sue orecchie avide. «Non mi aiuteresti a pagare l'alloggio del viaggiatore, caro signore, e a pagare il mio cammino? Sono una povera anima, lo sono davvero, e afflitta da una terribile tosse.»

«Conosci l'alloggio dei viaggiatori, vedo, e ti stai dirigendo direttamente lì», è il commento blando del signor Datchery, che continua a far tintinnare il suo denaro. «Sei stata spesso qui, mia brava donna?»

«Una volta in tutta la mia vita.»

«Ah, ah?»

Sono arrivati all'ingresso del Monks’ Vineyard. Un ricordo appropriato, che presenta un modello esemplare da imitare, viene ravvivato nella mente della donna dalla vista del luogo. Si ferma al cancello e dice energicamente:

«Per questo segno, anche se potresti non crederci, che un giovane signore mi diede tre scellini e sei pence mentre stavo tossendo la mia vita su questa stessa erba. Gli chiesi tre scellini e sei pence, e lui me li diede.»

«Non è stato un po' audace nominare la cifra?» accenna il signor Datchery, continuando a far tintinnare. «Non è consuetudine lasciare l'importo aperto? Non potrebbe aver avuto l'apparenza, al giovane signore – solo l'apparenza – che gli venisse imposto?»

«Guarda qui, caro», risponde, in tono confidenziale e persuasivo, «volevo i soldi per spenderli in una medicina che mi fa bene, e che tratto. L'ho detto al giovane signore, e lui me li ha dati, e li ho spesi onestamente fino all'ultimo centesimo. Voglio spendere la stessa somma nello stesso modo ora; e se me li dai, li spenderò onestamente fino all'ultimo centesimo di nuovo, giuro su Dio!»

«Qual è la medicina?»

«Sarò onesta con te in anticipo, così come dopo. È oppio.»

Il signor Datchery, con un improvviso cambio di espressione, le lancia un'occhiata improvvisa.

«È oppio, caro. Né più né meno. Ed è come una creatura umana finora, che senti sempre cosa si può dire contro di esso, ma raramente cosa si può dire a suo favore.»

Il signor Datchery inizia molto lentamente a contare la somma richiesta. Osservando avidamente le sue mani, lei continua a parlare del grande esempio datogli.

«Era la vigilia di Natale dell'anno scorso, proprio dopo il tramonto, l'unica volta che sono stata qui prima, quando il giovane signore mi diede i tre e sei.» Il signor Datchery si ferma nel suo conteggio, scopre di aver contato male, scuote insieme il denaro e ricomincia.

«E il nome del giovane signore», aggiunge, «era Edwin.»

Il signor Datchery lascia cadere un po' di denaro, si china per raccoglierlo, e arrossisce per lo sforzo mentre chiede:

«Come conosci il nome del giovane signore?»

«Gliel'ho chiesto, e me l'ha detto. Gli ho fatto solo le due domande, qual era il suo nome di battesimo, e se avesse un'innamorata? E lui ha risposto, Edwin, e non ne aveva.»

Il signor Datchery fa una pausa con le monete selezionate in mano, quasi come se stesse cadendo in una profonda riflessione sul loro valore, e non potesse sopportare di separarsene. La donna lo guarda con diffidenza, e con la sua rabbia che ribolle per l'eventualità che lui ci ripensi sul dono; ma lui glielo elargisce come se stesse distraendo la sua mente dal sacrificio, e con molti ringraziamenti servili lei se ne va per la sua strada.

La lampada di John Jasper è accesa, e il suo faro sta brillando quando il signor Datchery torna solo verso di esso. Come i marinai in un viaggio pericoloso, avvicinandosi a una costa rocciosa, possono guardare lungo i raggi della luce di avvertimento verso il rifugio che si trova oltre e che potrebbe non essere mai raggiunto, così lo sguardo malinconico del signor Datchery è diretto a questo faro, e oltre.

Il suo scopo nel rivisitare ora il suo alloggio è semplicemente quello di mettersi il cappello che sembra un articolo così superfluo nel suo guardaroba. Sono le dieci e mezza dall'orologio della Cattedrale quando esce di nuovo nel Precinct; indugia e si guarda intorno, come se, scoccata l'ora incantata in cui il signor Durdles può essere scacciato a sassate verso casa, avesse qualche aspettativa di vedere il Folletto che è incaricato della missione di prenderlo a sassate.

In effetti, quel Potere del Male è in giro. Non avendo nulla di vivente da prendere a sassate al momento, viene scoperto dal signor Datchery nell'ufficio empio di prendere a sassate i morti, attraverso le ringhiere del cimitero. Il Folletto trova questo un inseguimento stuzzicante e piccante; in primo luogo, perché il loro luogo di riposo è annunciato come sacro; e in secondo luogo, perché le alte lapidi sono abbastanza simili a loro stessi, nel loro giro al buio, da giustificare la deliziosa fantasia che vengano ferite quando colpite.

Il signor Datchery lo saluta: «Ehilà, Winks!»

Lui riconosce il saluto con: «Ehilà, Dick!» La loro conoscenza sembra essere stata stabilita su un piede di familiarità.

«Ma, dico», protesta, «non andare in giro a rendere pubblico il mio nome. Non ho mai intenzione di dichiararmi a nessun nome, bada bene. Quando mi dicono al commissariato, mentre mi stanno scrivendo nel libro, 'Qual è il tuo nome?' io dico loro, 'Scoprilo.' Allo stesso modo quando dicono, 'Qual è la tua religione?' io dico, 'Scoprilo.'»

Il che, si può osservare di sfuggita, sarebbe immensamente difficile per lo Stato, per quanto statistico, farlo.

«Oltre al quale», aggiunge il ragazzo, «non c'è nessuna famiglia di Winks.»

«Penso che debba esserci.»

«Menti, non c'è. I viaggiatori mi hanno dato il nome a causa del fatto che non ricevo un sonno stabile e vengo svegliato tutta la notte; per cui mi trovo con un occhio spalancato prima ancora di aver chiuso l'altro. Ecco cosa significa Winks. Deputy (Vice) è il nome più vicino con cui incriminarmi: ma non mi prenderesti a dichiararmi nemmeno a quello.»

«Sia sempre Deputy, allora. Noi due siamo buoni amici; eh, Deputy?»

«Molto buoni.»

«Ti ho perdonato il debito che avevi con me quando ci siamo conosciuti per la prima volta, e molti dei miei sei pence sono finiti nelle tue tasche da allora; eh, Deputy?»

«Ah! E cosa c'è di più, non sei affatto amico di Jarsper. Perché è andato a tirarmi su da terra?»

«Perché infatti! Ma non pensarci adesso. Uno scellino mio sta andando verso di te stasera, Deputy. Hai appena preso un alloggiante a cui ho parlato; una donna inferma con la tosse.»

«Puffer», assente Deputy, con un sogghigno astuto di riconoscimento, e fumando una pipa immaginaria, con la testa molto inclinata di lato e gli occhi molto fuori posto: «Hopeum Puffer.»

«Qual è il suo nome?»

«Sua Altezza Reale la Principessa Puffer.»

«Ha qualche altro nome oltre a quello; dove abita?»

«Su a Londra. Tra i Jacks.»

«I marinai?»

«L'ho detto; Jacks; e uomini di Chayner: e altri Coltellatori.»

«Mi piacerebbe sapere, tramite te, esattamente dove abita.»

«Va bene. Dammi il malloppo.»

Passa uno scellino; e, in quello spirito di fiducia che dovrebbe pervadere tutte le transazioni commerciali tra i principali di onore, questo pezzo di affare è considerato fatto.

«Ma ecco uno scherzo!» grida Deputy. «Dove pensi che Sua Altezza Reale stia andando domani mattina? Che io sia dannato se non sta andando al KIN-FREE-DER-EL!» Prolunga grandemente la parola in estasi, si batte la gamba, e si piega in due in un attacco di risata acuta.

«Come lo sai, Deputy?»

«Perché me l'ha detto proprio ora. Ha detto che deve essere su e fuori apposta. Dice, 'Deputy, devo farmi un lavaggio presto, e rendermi il più elegante che posso, perché sto andando a fare un giro al KIN-FREE-DER-EL!'» Separa le sillabe con il suo precedente gusto, e, non trovando il suo senso del ridicolo sufficientemente sollevato dallo scalpitare sul marciapiede, rompe in una danza lenta e maestosa, forse supposta essere eseguita dal Decano.

Il signor Datchery riceve la comunicazione con una faccia ben soddisfatta anche se pensierosa, e interrompe la conferenza. Ritornando al suo stravagante alloggio, e sedendo a lungo sulla cena di pane, formaggio, insalata e birra che la signora Tope ha lasciato preparata per lui, siede ancora quando la sua cena è finita. Alla fine si alza, spalanca la porta di un armadio ad angolo, e si riferisce a pochi rozzi tratti col gesso sul suo lato interno.

«Mi piace», dice il signor Datchery, «il vecchio modo della taverna di tenere i conti. Illeggibile tranne che per chi segna. Chi segna non è impegnato, chi è segnato è addebitato con ciò che è contro di lui. Hmm; ah! Un punteggio molto piccolo questo; un punteggio molto povero!»

Sospira sulla contemplazione della sua povertà, prende un pezzo di gesso da uno dei ripiani dell'armadio, e fa una pausa con esso in mano, incerto su quale aggiunta fare al conto.

«Penso che un tratto moderato», conclude, «sia tutto ciò che sono giustificato a segnare;» così, adatta l'azione alla parola, chiude l'armadio e va a dormire.

Una mattina brillante splende sulla vecchia città. Le sue antichità e rovine sono straordinariamente belle, con un'edera vigorosa che brilla al sole, e i ricchi alberi che ondeggiano nell'aria balsamica. Cambiamenti di luce gloriosa dai rami in movimento, canti di uccelli, profumi dai giardini, boschi e campi – o, piuttosto, dal grande giardino dell'intera isola coltivata nel suo tempo di resa – penetrano nella Cattedrale, placano il suo odore terroso, e predicano la Risurrezione e la Vita. Le fredde tombe di pietra di secoli fa si riscaldano; e macchie di luminosità guizzano negli angoli di marmo più severi dell'edificio, svolazzando lì come ali.

Arriva il signor Tope con le sue grandi chiavi e, sbadigliando, apre e spalanca. Arriva la signora Tope con i suoi spiriti servizievoli armati di scopa. Arrivano, a tempo debito, l’organista e il ragazzo dei mantici, che sbirciano giù dalle tende rosse nel matroneo, scuotendo senza timore la polvere dai libri a quell'altezza remota e spazzolandola via da tasti e pedali. Arrivano svariate cornacchie, da vari punti del cielo, di ritorno alla grande torre; si può presumere che amino le vibrazioni e sappiano che la campana e l'organo gliele concederanno. Arriva una congregazione davvero esigua e sparsa: proveniente per lo più dal Minor Canon Corner e dal Distretto. Arriva il signor Crisparkle, fresco e radioso; e i suoi confratelli officianti, non altrettanto freschi e radiosi. Arriva il Coro di fretta (sempre di fretta, e che si infila nelle camicie da notte all'ultimo momento, come bambini che si sottraggono al letto), e arriva John Jasper alla testa della fila. Per ultimo arriva il signor Datchery in uno stallo, uno di una scelta collezione vuota a sua completa disposizione, e si guarda intorno in cerca di Sua Altezza Reale la Principessa Puffer.

La funzione è piuttosto inoltrata prima che il signor Datchery riesca a scorgere Sua Altezza Reale. Ma a quel punto l'ha individuata, nell'ombra. Lei è dietro un pilastro, accuratamente sottratta alla vista del Maestro del Coro, ma lo osserva con la massima attenzione. Del tutto ignaro della sua presenza, lui salmeggia e canta. Lei fa una smorfia quando lui è più musicalmente fervido e — sì, il signor Datchery la vede farlo! — gli scuote il pugno dietro il riparo benevolo del pilastro.

Il signor Datchery guarda di nuovo, per convincersi. Sì, ancora! Brutta e avvizzita come una delle fantastiche sculture sui sostegni inferiori dei sedili del coro, maligna come il Maligno, dura come la grande aquila d'ottone che regge i libri sacri sulle sue ali (e, secondo la rappresentazione che lo scultore dà dei suoi feroci attributi, per nulla convertita da essi), lei si stringe nelle sue braccia magre e poi scuote entrambi i pugni contro il capo del Coro.

E in quel momento, fuori dalla porta a grate del Coro, avendo eluso la vigilanza del signor Tope con espedienti subdoli in cui è un esperto, Deputy sbircia, con sguardo acuto, attraverso le sbarre, e fissa sbalordito il minacciatore e il minacciato.

La funzione giunge al termine e i servitori si disperdono per la colazione. Il signor Datchery avvicina la sua ultima nuova conoscenza fuori, quando il Coro (tanto frettoloso di togliersi le vesti da notte quanto lo era stato poco prima di indossarle) si è dileguato.

«Bene, signora. Buongiorno. Lo avete visto?»

«L'ho visto, caro; l'ho visto!»

«E lo conoscete?»

«Conoscerlo! Molto meglio di quanto tutti i Reverendi Pastori messi insieme lo conoscano.»

Le cure della signora Tope hanno imbandito una colazione molto pulita e ordinata per il suo inquilino. Prima di sedersi, lui apre l'anta del suo armadietto d'angolo; prende il suo pezzetto di gesso dallo scaffale; aggiunge una spessa riga al conteggio, che si estende dalla parte superiore dell'anta dell'armadio fino a quella inferiore; e poi si mette a mangiare con appetito.

APPENDICE: FRAMMENTO DE ‘IL MISTERO DI EDWIN DROOD’

Quando Forster stava per terminare la sua biografia di Dickens, trovò tra le pagine di uno degli altri manoscritti del romanziere alcuni fogli sciolti di sua mano, ‘su carta grande solo la metà di quella usata per il racconto, così fitti, corretti tra le righe e macchiati da essere quasi illeggibili’. Questi, dopo un esame, si rivelarono contenere un capitolo suggerito per Edwin Drood, in cui Sapsea, il banditore d'asta, appare come figura principale, circondato da un gruppo di personaggi nuovi per la storia. Quel capitolo, essendo tra le ultime cose scritte da Dickens, sembra contenere così tanto interesse che potrebbe essere bene ristamparlo qui. — ED.

COME IL SIGNOR SAPSEA CESSÒ DI ESSERE MEMBRO DELL'EIGHT CLUB RACCONTATO DA LUI STESSO

Desiderando prendere un po' d'aria, mi avviai per un percorso tortuoso verso il Club, essendo la nostra serata di ritrovo settimanale. Scoprii che eravamo al completo. Eravamo iscritti sotto la denominazione di Eight Club. Eravamo in otto; ci riunivamo alle otto per otto mesi l'anno; giocavamo otto partite a cribbage a quattro mani, a otto pence a partita; la nostra frugale cena era composta da otto panini, otto costolette di montone, otto salsicce di maiale, otto patate al forno, otto ossi con midollo, con otto brindisi e otto bottiglie di birra. Ci può essere, o non esserci, una certa armonia di colore nell'idea dominante di questa (per adottare una frase dei nostri vivaci vicini) riunione. Era una mia piccola idea.

Un membro piuttosto popolare dell'Eight Club era un tale di nome Kimber. Di professione, maestro di ballo. Un uomo comune, speranzoso, del tutto privo di dignità o di conoscenza del mondo.

Mentre entravo nella sala del Club, Kimber stava facendo questa osservazione: ‘E lui crede ancora, a metà, che sia molto in alto nella Chiesa.’

Nell'atto di appendere il cappello al gancio numero otto vicino alla porta, incrociai lo sguardo di Kimber. Lui lo abbassò e fece una osservazione sul prossimo cambiamento della luna. Non vi feci caso particolare in quel momento, perché il mondo era spesso propenso a essere un po' timido riguardo agli argomenti ecclesiastici in mia presenza. Poiché sentivo di essere stato scelto (sebbene forse solo per coincidenza) in una certa misura per rappresentare ciò che chiamo la nostra gloriosa costituzione in Chiesa e Stato. La frase potrebbe essere contestata da menti prudenti; ma la rivendico come mia. La lanciai in una discussione un po' di tempo fa. Dissi: ‘LA NOSTRA GLORIOSA COSTITUZIONE in CHIESA e STATO.’

Un altro membro dell'Eight Club era Peartree; anch'egli membro del Royal College of Surgeons. Il signor Peartree non è responsabile verso di me per le sue opinioni, e non dico altro qui se non che assiste i poveri gratuitamente ogni volta che ne hanno bisogno, e non è il medico parrocchiale. Il signor Peartree può giustificare alla portata della sua mente il fare del suo meglio repubblicano per portare un funzionario nominato al disprezzo. Basti dire che il signor Peartree non potrà mai giustificarlo alla portata della mia.

Tra Peartree e Kimber c'era una sorta di alleanza malaticcia e debole di mente. Venne sotto la mia particolare attenzione quando vendetti Kimber all'asta. (Beni pignorati). Era un vedovo in un sottogilet bianco, e scarpe leggere con fiocchi, e aveva due figlie non sgradevoli d'aspetto. Anzi, il contrario. Entrambe le figlie insegnavano danza in istituti scolastici per Giovani Signore — lo avevano fatto da quella della signora Sapsea; anzi, della Twinkleton — ed entrambe, dando lezioni, offrivano lo spettacolo poco femminile di avere piccoli violini infilati sotto il mento. Nonostante ciò, la più giovane avrebbe potuto, se sono correttamente informato — solleverò il velo fino al punto di dire che SO che avrebbe potuto — sollevarsi per tutta la vita da questa degradante macchia, se non avesse avuto quel tipo di mente destinata a ciò che chiamo il gregge comune, ed essere così incredibilmente priva di venerazione da diventare penosamente ridicola.

Quando vendetti Kimber senza riserva, Peartree (povero quanto può permettersi di rimanere in piedi) si aggiudicò diversi lotti domestici di prima scelta. Non mi lascio accecare; e naturalmente era chiaro per me cosa avesse intenzione di farne, tanto quanto lo era che fosse un tipo di rivoluzionario rozzo e goffo che era stato in India con i soldati, e che avrebbe dovuto (per il bene della società) farsi spezzare il collo. Vidi i lotti poco dopo negli alloggi di Kimber — attraverso la finestra — e capii facilmente che c'era stata una subdola finzione di prestarli fino a tempi migliori. Un uomo con una conoscenza del mondo inferiore alla mia avrebbe potuto essere indotto a sospettare che Kimber avesse trattenuto denaro dai suoi creditori e acquistato fraudolentemente i beni. Ma, oltre al fatto che sapevo per certo che non aveva denaro, sapevo che ciò avrebbe comportato una specie di preveggenza non compatibile con la frivolezza di un saltimbanco, che inocula ad altri il saltare per il pane.

Poiché era la prima volta che vedevo uno dei due dopo la vendita, mi tenni in quello che chiamo Stato di Sospensione. Quando lo avevo messo all'asta, avevo pronunciato alcune osservazioni — dovrei dire una piccola omelia? — riguardanti Kimber, che il mondo ritenne più degne di nota del solito. Ero salito sul mio pulpito, si diceva, in modo straordinariamente simile — e un mormorio di riconoscimento aveva ripetuto il suo (non dirò di chi) titolo, prima che parlassi. Avevo poi proseguito dicendo che tutti i presenti avrebbero trovato, nella prima pagina del catalogo che giaceva davanti a loro, nell'ultimo paragrafo prima del primo lotto, le seguenti parole: ‘Venduto in conformità a un atto di pignoramento emesso da un creditore.’ Avevo poi proceduto a ricordare ai miei amici che, per quanto frivola, per non dire spregevole, fosse l'attività con cui un uomo metteva insieme i suoi beni, tuttavia i suoi beni erano tanto cari a lui, e tanto economici per la società (se venduti senza riserva), come se le sue occupazioni fossero state di un carattere tale da sopportare una seria contemplazione. Avevo poi diviso il mio testo (se mi si permette di chiamarlo così) in tre punti: primo, Venduto; secondo, In conformità a un atto di pignoramento; terzo, Emesso da un creditore; con alcune riflessioni morali su ciascuno, e concludendo con, ‘Ora al primo lotto’ in un modo che fu lodato quando in seguito mi mescolai ai miei uditori.

Quindi, non essendo certo dei rapporti tra me e Kimber, ero grave, ero gelido. Kimber, tuttavia, accennando un saluto verso di me, io accennai verso Kimber. (Ero io il creditore che aveva emesso l'atto. Non che importi.)

«Mi stavo riferendo, signor Sapsea,» disse Kimber, «a uno sconosciuto che è entrato in conversazione con me per strada mentre venivo al Club. Sembrava che avesse parlato con lei poco prima, vicino al cimitero; e sebbene lei gli avesse detto chi fosse, riuscivo a malapena a persuaderlo che lei non fosse in alto nella Chiesa.»

«Idiota?» disse Peartree.

«Asino!» disse Kimber.

«Idiota e Asino!» dissero gli altri cinque membri.

«Idiota e Asino, signori,» protestai, guardandomi intorno, «sono espressioni forti da applicare a un giovane di bell'aspetto e modi.» La mia generosità fu risvegliata; lo ammetto.

«Ammetterà che deve essere uno Sciocco,» disse Peartree.

«Non può negare che deve essere un Imbecille,» disse Kimber.

Il loro tono di disgusto arrivava a essere offensivo. Perché il giovane doveva essere così calunniato? Cosa aveva fatto? Aveva solo commesso un errore innocente e naturale. Controllai la mia generosa indignazione e lo dissi.

«Naturale?» ripeté Kimber. «È un Naturale!»

I restanti sei membri dell'Eight Club risero all'unanimità. Mi punse. Era una risata sprezzante. La mia rabbia fu risvegliata per conto di uno sconosciuto assente e senza amici. Mi alzai (perché ero rimasto seduto).

«Signori,» dissi con dignità, «non rimarrò in questo Club permettendo che si getti opprobrio su una persona innocente in sua assenza. Non violerò così quelli che chiamo i sacri riti dell'ospitalità. Signori, finché non saprete comportarvi meglio, vi lascio. Signori, fino ad allora ritiro, da questo luogo di incontro, qualsiasi qualifica personale io possa avervi portato. Signori, fino ad allora cessate di essere l'Eight Club, e dovrete fare del vostro meglio per diventare il Sette.»

Mi misi il cappello e mi ritirai. Mentre scendevo le scale li sentii distintamente lanciare un applauso represso. Tale è il potere del contegno e della conoscenza del genere umano. L'avevo strappato loro.

II

Chi dovrei incontrare per strada, a pochi metri dalla porta della locanda dove si teneva il Club, se non lo stesso giovane la cui causa avevo sentito il dovere di prendere così calorosamente — e aggiungerò così disinteressatamente — a cuore.

«È il signor Sapsea,» disse incerto, «o è —»

«È il signor Sapsea,» risposi.

«Mi perdoni, signor Sapsea; sembra accaldato, signore.»

«Sono stato accaldato,» dissi, «e per causa sua.» Dopo aver esposto le circostanze in modo alquanto esteso (la mia generosità lo sopraffece quasi), gli chiesi il suo nome.

«Signor Sapsea,» rispose, guardando in basso, «la sua penetrazione è così acuta, il suo sguardo nelle anime dei suoi simili è così penetrante, che se fossi stato tanto audace da negare che il mio nome sia Poker, a cosa mi servirebbe?»

Non so se avessi proprio capito esattamente al millimetro che il suo nome fosse Poker, ma oso dire che ci ero andato molto vicino.

«Bene, bene,» dissi, cercando di metterlo a suo agio annuendo in modo rassicurante. «Il suo nome è Poker, e non c'è nulla di male nell'essere chiamati Poker.»

«Oh, signor Sapsea!» esclamò il giovane, in modo molto educato. «Che Dio la benedica per queste parole!» Poi, come se si vergognasse di aver ceduto ai suoi sentimenti, guardò di nuovo in basso.

«Venga Poker,» dissi, «mi faccia sapere di più su di lei. Mi dica. Dove va, Poker? e da dove viene?»

«Ah signor Sapsea!» esclamò il giovane. «Il camuffamento con lei è impossibile. Lei sa già che vengo da qualche parte, e sto andando da qualche altra parte. Se dovessi negarlo, a cosa mi servirebbe?»

«Allora non lo neghi,» fu la mia osservazione.

«O,» continuò Poker, in una sorta di estasi sconsolata, «o se dovessi negare che sono venuto in questa città per vedere e ascoltare lei, signore, a cosa mi servirebbe? O se dovessi negare —»

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