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The Odyssey: Rendered into English prose for the use of those who cannot read the original

by Homer · in Italian

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AL PROFESSORE CAV. BIAGIO INGROIA, PREZIOSO ALLEATO L’AUTORE RICONOSCENTE.

PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

Questa traduzione è intesa come complemento di un'opera intitolata "L'autrice dell'Odissea", che pubblicai nel 1897. In quel libro non potevo dare l'intera "Odissea" senza renderlo troppo voluminoso; mi limitai quindi a riassumere la mia traduzione, che era già completata e che ora pubblico per intero.

Non intendo qui discutere i due punti principali trattati nell'opera appena menzionata; non ho nulla da aggiungere né da ritrattare di quanto vi scrissi. I punti in questione sono:

(1) che l'"Odissea" fu scritta interamente nel luogo ora chiamato Trapani, sulla costa occidentale della Sicilia, e attinta interamente da esso, sia per le scene feacie sia per quelle itacese; mentre le peregrinazioni di Ulisse, una volta che si trovi a portata di mano della Sicilia, si risolvono in un periplo dell'isola, praticamente da Trapani e ritorno a Trapani, passando per le isole Lipari, lo Stretto di Messina e l'isola di Pantelleria.

(2) Che il poema fu scritto interamente da una donna molto giovane, che viveva nel luogo ora chiamato Trapani, e che si introdusse nella propria opera sotto il nome di Nausicaa.

I principali argomenti sui quali baso la prima di queste affermazioni, piuttosto sorprendenti, sono stati esposti con evidenza e a più riprese al pubblico inglese e italiano da quando apparvero (senza che vi fosse risposta) nell'"Athenaeum" del 30 gennaio e del 20 febbraio 1892. Entrambe le affermazioni vennero sostenute (anch'esse senza risposta) nello "Eagle" del Johnian College nei semestri di Quaresima e di ottobre dello stesso anno. Da nessuna parte mi è giunto nulla cui io debba rispondere, e, sapendo con quanta ansia mi sono sforzato di individuare eventuali difetti nel mio ragionamento, comincio a nutrire una certa fiducia che, se tali difetti esistessero, ne avrei saputo qualcosa, almeno su qualcuno di essi, ormai. Senza dunque pretendere neppure per un momento che gli studiosi in genere acconsentano alle mie conclusioni, mi regolerò come se ritenessi improbabile che mi contraddicano in modo da rendermi necessario rispondere, e mi limiterò a tradurre l'"Odissea" per i lettori inglesi, con le note che riterrò utili. Tra queste richiamo specialmente l'attenzione su una al xxii. 465-473, che Lord Grimthorpe mi ha gentilmente permesso di rendere pubblica.

Ho ripetuto diverse delle illustrazioni usate in "L'autrice dell'Odissea", e ne ho aggiunte due che spero possano rendere più vivido al lettore il cortile esterno della casa di Ulisse. Vorrei chiarire che la presenza di un uomo e di un cane in una delle illustrazioni è accidentale, e non la notai fino a quando non sviluppai la lastra. In appendice ho anche ristampato i paragrafi esplicativi della pianta della casa di Ulisse, insieme alla pianta stessa. Si raccomanda al lettore di studiare questa pianta con una certa attenzione.

Nella prefazione alla mia traduzione dell'"Iliade" ho esposto la mia opinione sui principi fondamentali cui un traduttore dovrebbe attenersi, e non occorre che li ripeta qui, se non per rilevare che la libertà iniziale di tradurre poesia in prosa comporta il continuo prendersi più o meno licenze lungo tutta la traduzione; poiché molto di ciò che è giusto in poesia è sbagliato in prosa, e le esigenze di una prosa leggibile sono la prima cosa da considerare in una traduzione in prosa. Affinché tuttavia il lettore possa vedere fino a che punto mi sono discostato da una resa strettamente letterale, riporterò qui la traduzione dei circa sessanta versi dell'"Odissea" eseguita da Butcher e Lang. La loro traduzione dice:

Dimmi, o Musa, di quell'uomo, pronto a ogni evenienza, che peregrinò lungamente, dopo aver saccheggiato la sacra rocca di Troia, e molti furono gli uomini di cui vide le città e di cui apprese l'indole, anzi, e molte le pene che sofferse nel cuore sul mare, lottando per salvare la propria vita e il ritorno dei suoi compagni. Ma nemmeno così li salvò, sebbene lo desiderasse ardentemente. Perché, attraverso la cecità del loro stesso cuore, perirono, stolti, che divorarono i buoi del Sole Iperione: ma il dio tolse loro il giorno del ritorno. Di queste cose, o dea, figlia di Zeus, da qualunque fonte tu ne abbia sentito parlare, narra anche a noi.

Ora tutti gli altri, quanti erano sfuggiti alla nuda distruzione, erano a casa, e si erano sottratti sia alla guerra sia al mare, ma solo Odisseo, bramando la moglie e il cammino di ritorno, la ninfa signora Calipso lo trattenne, quella bella dea, nelle sue cave profonde, desiderando averlo come suo signore. Ma quando ormai l'anno era giunto nel ciclo delle stagioni, nel quale gli dei avevano decretato che tornasse a Itaca, nemmeno lì fu libero da fatiche, nemmeno tra i suoi; ma tutti gli dei ebbero pietà di lui, salvo Poseidone, che infuriava senza posa contro il divino Odisseo, finché giunse nella sua patria. Poseidone tuttavia era ormai partito per i lontani Etiopi, gli Etiopi che sono divisi in due, i più remoti degli uomini, che dimorano parte dove Iperione tramonta e parte dove sorge. Là si recava per ricevere la sua ecatombe di buoi e di montoni, là faceva festa sedendo al banchetto, ma gli altri dei si erano radunati nelle sale di Zeus Olimpio. Allora tra loro il padre degli uomini e degli dei prese a parlare, perché nel cuore gli tornò il ricordo del nobile Egisto, che il figlio di Agamennone, il famoso Oreste, uccise. Pensando a lui disse tra gli Immortali: «Ecco, vedete ora come vanamente i mortali biasimano gli dei! Poiché da noi, dicono, viene il male, mentre essi, proprio per la cecità del loro cuore, hanno dolori al di là di quanto è stabilito. Come di recente Egisto, al di là di quanto era stabilito, prese la moglie sposata del figlio di Atreo, e uccise il suo signore al ritorno, e ciò con rovina certa dinanzi agli occhi, poiché noi lo avevamo ammonito per mezzo dell'ambasciata di Hermes dagli occhi acuti, lo sterminatore di Argo, che non doveva né uccidere l'uomo, né corteggiare la moglie. Poiché il figlio di Atreo sarà vendicato per mano di Oreste, non appena giunga all'età virile e desideri la propria terra. Così parlò Hermes, ma non piegò il cuore di Egisto, per quanto fosse ben disposto; ma ora ha pagato un prezzo per tutto.»

E la dea, Atena dagli occhi grigi, gli rispose, dicendo: «O padre, nostro padre Cronide, assiso sul trono più alto; quell'uomo certo giace in una morte che è la sua giusta pena; così periscano tutti coloro che compiono tali gesta! Ma il mio cuore è straziato per il saggio Odisseo, l'infelice, che lungi dai suoi amici da tanto tempo soffre afflizione in un'isola cinta dal mare, dove è l'ombelico del mare, un'isola boscosa, e in essa una dea ha la sua dimora, la figlia del mago Atlante, che conosce gli abissi di ogni mare, e lui stesso sorregge le alte colonne che separano la terra e il cielo. È sua figlia che trattiene l'infelice nella pena: e sempre con dolci e ingannevoli racconti lo corteggia perché dimentichi Itaca. Ma Odisseo, che anela di vedere, se non fosse altro, il fumo levarsi dalla sua terra, desidera morire. Quanto a te, il tuo cuore non vi bada affatto, olimpiaco! Che! Odisseo non ti offerse forse presso le navi degli Argivi libagioni e sacrifici nella vasta terra di Troia? Perché dunque sei adirato con lui, o Zeus?»

L'"Odissea" (come tutti sanno) abbonda di passi presi a prestito dall'"Iliade"; avrei voluto stamparli in un carattere leggermente diverso, con riferimenti a margine all'"Iliade", e li avevo segnati a tal fine nel mio manoscritto. Trovai tuttavia che la traduzione ne sarebbe risultata irrimediabilmente resa scolastica, e abbandonai l'intenzione. Vorrei nondimeno raccomandare a coloro che dirigono le nostre stampe universitarie che renderebbero un grande servizio agli studenti se pubblicassero un testo greco dell'"Odissea" con i passi iliadici stampati in un carattere diverso e con i riferimenti a margine. Ho donato al British Museum una copia dell'"Odissea" con i passi iliadici sottolineati e riferiti in manoscritto; ho anche donato un'"Iliade" segnata con tutti i passi odissei e i loro riferimenti; ma copie sia dell'"Iliade" sia dell'"Odissea" così segnate dovrebbero essere alla portata di tutti gli studenti.

Chiunque, ai giorni nostri, discuta le questioni sorte attorno all'"Iliade" dal tempo di Wolf, senza tenere ben presente al lettore che l'"Odissea" fu dimostrabilmente scritta da una sola e medesima zona, e dunque (anche se null'altro puntasse a questa conclusione) presumibilmente da una sola persona — che essa fu scritta sicuramente prima del 750, e con ogni probabilità prima del 1000 a.C. — che l'autore di questo poemetto antichissimo era dimostrabilmente familiare con l'"Iliade" quale noi oggi la possediamo, attingendo con pari libertà da quei libri la cui autenticità è stata maggiormente impugnata, come da quelli che sono ammessi essere di Omero — chiunque trascuri di tenere questi punti presenti ai propri lettori, non si comporta con loro in modo equo. Chi invece segnerà la propria "Iliade" e la propria "Odissea" sulle copie del British Museum sopra menzionate, e saprà trarre l'unica conclusione che il buon senso possa trarre dalla presenza di tanti passi identici nei due poemi, troverà, ne sono persuaso, non poca difficoltà nello stabilire il giusto valore di un gran numero di libri, qui e nel Continente, che attualmente godono di una reputazione considerevole. Inoltre, e ciò forse è un vantaggio ancora più prezioso, troverà che molti enigmi dell'"Odissea" cessano di essere enigmi non appena si scopra che derivano da una sovrabbondanza di contatti con l'"Iliade".

Anche altre difficoltà svaniranno non appena si comprenda lo sviluppo del poema nella mente dell'autore. Ho trattato la questione a lungo alle pp. 251-261 di "L'autrice dell'Odissea". In breve, l'"Odissea" consta di due poemi distinti: (1) Il Ritorno di Ulisse, che solo la Musa è invitata a cantare nei versi d'apertura del poema. Questo poema comprende l'episodio feacio e il racconto delle avventure di Ulisse così come narrato da lui stesso nei Libri ix-xii. Esso comprende i versi 1-79 (circa) del Libro i, il verso 28 del Libro v, e da lì senza interruzione fino alla metà del verso 187 del Libro xiii, punto in cui l'impianto originario fu abbandonato.

(2) La storia di Penelope e dei Proci, con l'episodio del viaggio di Telemaco a Pilo. Questo poema ha inizio con il verso 80 (circa) del Libro i, prosegue fino alla fine del Libro iv, e non viene ripreso se non quando Ulisse si desta alla metà del verso 187 del Libro xiii, dal qual punto continua fino alla fine del Libro xxiv.

In "L'autrice dell'Odissea" scrissi:

l'inserimento dei versi xi, 115-137 e del verso ix, 535, con la stesura di un nuovo consiglio degli dei all'inizio del Libro v, per sostituire quello che era stato trasferito al Libro i, 1-79, furono le sole cose che si fecero per dare anche solo un'apparenza di unità al vecchio e al nuovo impianto, e per nascondere il fatto che la Musa, dopo essere stata invitata a cantare un soggetto, passa due terzi del suo tempo a cantare un soggetto ben diverso, con una conclusione che nessuno le ha chiesto. Poiché, all'incirca, il Ritorno occupa otto Libri, e Penelope e i Proci sedici.

Credo che ciò sia sostanzialmente corretto.

Infine, per affrontare un punto del tutto irrilevante, osservo che l'edizione Teubner di Lipsia dell'894 fa terminare i Libri ii e iii con una virgola. La punteggiatura è cosa di data così infinitamente più recente dell'"Odissea", che non sembra gran che utile attenersi al testo in così piccola cosa; tuttavia, per puro spirito conservativo, ho preferito farlo. Perché [greco] all'inizio dei Libri ii e viii, e [greco] all'inizio del Libro vii abbiano le iniziali maiuscole in un'edizione troppo accurata per ammettere l'ipotesi di una svista, mentre [greco] all'inizio dei Libri vi e xiii, e [greco] all'inizio del Libro xvii non hanno iniziali maiuscole, non riesco a determinarlo. Nessun altro Libro dell'"Odissea" ha iniziali maiuscole, eccetto i tre menzionati, a meno che la prima parola del Libro non sia un nome proprio.

S. BUTLER.

25 luglio 1900.

PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

La Traduzione dell'"Odissea" di Butler apparve originariamente nel 1900, e L'autrice dell'Odissea nel 1897. Nella prefazione alla nuova edizione de "L'autrice", che viene pubblicata contemporaneamente a questa nuova edizione della Traduzione, ho dato qualche ragguaglio sulla genesi dei due libri.

Le dimensioni della pagina originale sono state ridotte per rendere entrambi i libri uniformi alle altre opere di Butler; e, fortunatamente, è stato possibile, usando un carattere più piccolo, inserire in ogni pagina lo stesso numero di parole, così che i riferimenti restano validi, e, salvo qualche lieve modifica e riassestamento che ora verranno elencati nella misura in cui riguardano la Traduzione, le nuove edizioni sono fedeli ristampe delle edizioni originali, con corretti i refusi e gli errori evidenti — senza che si sia cercato di editarle né di aggiornarle.

(a) L'Indice è stato rivisto.

(b) A causa della riduzione delle dimensioni della pagina si è reso necessario abbreviare alcuni dei titoli correnti, e qui si è tratto vantaggio da varie correzioni e aggiunte ai titoli correnti e alle note a margine fatte da Butler sulle proprie copie dei due libri.

(c) Per lo più ciascuna delle illustrazioni occupa ora una pagina, mentre nelle edizioni originali generalmente ne apparivano due nella stessa pagina. Si è dovuto ridurre la pianta della Casa di Ulisse.

A pagina 153 de "L'autrice" Butler dice: "Nessun grande poeta paragonerebbe il proprio eroe a una pancia piena di sangue e di grasso, che cuoce davanti al fuoco (xx, 24-28)." Questo passo non compare nel racconto abbreviato dell'"Odissea" all'inizio del libro, ma nella Traduzione si presenta in queste parole:

"Così rimproverava il proprio cuore, e lo frenava nella pazienza, ma si rigirava come chi volta davanti al fuoco ardente una pancia piena di sangue e di grasso, prima da un lato poi dall'altro, perché possa cuocersi al più presto; proprio così si voltava da un lato e dall'altro, pensando di continuo come, lui solo com'era, avrebbe potuto fare strage di tanti uomini quanti erano i malvagi proci."

Sembra che nell'intervallo tra la pubblicazione de "L'autrice" (1897) e quella della Traduzione (1900) Butler avesse cambiato idea; poiché nel primo caso il paragone è tra Ulisse e una pancia piena, ecc., e nel secondo è tra Ulisse e un uomo che volta una pancia piena, ecc. Il secondo paragone è forse uno che un grande poeta potrebbe fare.

Nel seguire i lavori attraverso la stampa ho avuto la preziosissima assistenza del signor A. T. Bartholomew della Biblioteca Universitaria di Cambridge, e del signor Donald S. Robertson, Fellow del Trinity College, Cambridge. A entrambi questi amici rivolgo i miei più cordiali ringraziamenti per la cura e l'abilità da loro esercitate. Il signor Robertson ha trovato il tempo per il lavoro di verifica e correzione di tutte le citazioni e i riferimenti all'"Iliade" e all'"Odissea", e sono certo che non avrebbe potuto essere svolto meglio. Fu, lo so, un piacere per lui; e sarebbe stato un piacere anche per Butler, se avesse potuto sapere che la sua opera era seguita dal figlio del suo vecchio amico, il signor H. R. Robertson, che oltre mezzo secolo fa fu suo compagno di studi alla Cary's School of Art in Streatham Street, a Bloomsbury.

HENRY FESTING JONES.

120 MAIDA VALE, W.9. 4 dicembre 1921.

L'ODISSEA

LIBRO I

GLI DEI IN CONSIGLIO — LA VISITA DI MINERVA A ITACA — LA SFIDA DI TELEMACO AI PROCI.

Dimmi, o Musa, di quell'eroe ingegnoso che viaggiò a lungo e in largo, dopo aver saccheggiato la famosa città di Troia. Molte città visitò, e molte furono le nazioni di cui conobbe i costumi e le usanze; soffrì inoltre molto per mare, cercando di salvare la propria vita e di ricondurre i suoi uomini sani e salvi a casa; ma per quanto facesse, non poté salvare i suoi uomini, poiché essi perirono per la loro stessa stolta follia, mangiando i buoi del Sole Iperione; così il dio impedì loro di raggiungere la patria. Dimmi anche tutte queste cose, o figlia di Giove, da qualunque fonte tu le sappia.

Così, tutti coloro che erano sfuggiti alla morte in battaglia o per naufragio erano ormai sani e salvi a casa, tranne Ulisse, ed egli, benché desiderasse ardentemente tornare dalla moglie e dalla patria, era trattenuto dalla dea Calipso, che lo aveva fatto entrare in una vasta caverna e voleva sposarlo. Ma con il passare degli anni, venne il momento in cui gli dei stabilirono che dovesse tornare a Itaca; anche allora, però, quand'era già tra i suoi, le sue pene non erano ancora finite; nondimeno tutti gli dei avevano ormai cominciato a provar pietà per lui, tranne Nettuno, che continuava a perseguitarlo senza tregua e non voleva lasciarlo tornare a casa.

Nettuno se n'era andato dagli Etiopi, che si trovano all'estremità del mondo, e giacciono in due metà, l'una rivolta a Occidente e l'altra a Oriente.1 Egli vi si era recato per ricevere un'ecatombe di pecore e di buoi, e si stava godendo la festa; ma gli altri dei si radunarono nella casa di Giove Olimpio, e il padre degli dei e degli uomini prese a parlare per primo. In quel momento stava pensando a Egisto, che era stato ucciso da Oreste, figlio di Agamennone; così disse agli altri dei:

«Vedete ora, come gli uomini riversano su di noi, gli dei, la colpa di ciò che non è altro che la loro stessa follia. Guardate Egisto: dovette per forza innamorarsi della moglie di Agamennone e poi uccidere Agamennone, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita; poiché io mandai Mercurio a metterlo in guardia dal fare l'una o l'altra di queste cose, giacché Oreste si sarebbe certo vendicato quando fosse cresciuto e avesse voluto tornare in patria. Mercurio glielo disse in piena buona fede, ma egli non volle ascoltare, e ora ha pagato tutto per intero.»

Allora Minerva disse: «Padre, figlio di Saturno, Re dei re, Egisto ha avuto quel che si meritava, e così chiunque altro faccia come lui; ma Egisto non conta nulla; è per Ulisse che il mio cuore sanguina, quando penso alle sue sofferenze in quell'isola solitaria, cinta dal mare, lontana, pover'uomo, da tutti i suoi amici. È un'isola coperta di boschi, proprio nel mezzo del mare, e vi abita una dea, figlia del mago Atlante, che veglia sul fondo dell'oceano e sorregge le grandi colonne che tengono separati il cielo e la terra. Questa figlia di Atlante ha in suo potere il povero infelice Ulisse, e cerca con ogni tipo di lusinga di fargli dimenticare la sua casa, così che egli è stanco della vita e non pensa ad altro che a rivedere il fumo dei propri camini. Voi, signore, non vi curate di ciò, eppure, quando Ulisse era sotto Troia, non vi forse placava con molti olocausti? Perché dunque continuate a essere così adirato con lui?»

1 Le isole Fortunate, o le isole Canarie, o forse la costa occidentale dell'Africa.

E Giove disse: «Figlio mio, che cosa stai dicendo? Come potrei dimenticare Ulisse, al di sotto del quale non v'è sulla terra uomo più capace, né più liberale nelle offerte agli dèi immortali che dimorano nel cielo? Tieni però a mente che Nettuno è ancora furioso con Ulisse perché accecò un occhio di Polifemo, re dei Ciclopi. Polifemo è figlio di Nettuno e della ninfa Toosa, figlia del re del mare Forco; perciò, sebbene non voglia uccidere Ulisse apertamente, lo tormenta impedendogli di tornare a casa. Eppure, mettiamo insieme le nostre teste e vediamo come possiamo aiutarlo a ritornare; Nettuno allora sarà placato, perché, se siamo tutti d'accordo, difficilmente potrà opporsi a noi».

E Minerva disse: «Padre, figlio di Saturno, Re dei re, se dunque gli dèi vogliono ora che Ulisse ritorni a casa, dobbiamo anzitutto mandare Mercurio all'isola Ogigia per dire a Calipso che abbiamo deciso e che egli deve tornare. Nel frattempo io andrò a Itaca, per infondere coraggio nel figlio di Ulisse, Telemaco; voglio farlo ardito al punto di convocare in assemblea gli Achei e di parlare ai pretendenti di sua madre Penelope, che persistono nel divorare un gran numero delle sue pecore e dei suoi buoi; lo condurrò inoltre a Sparta e a Pilo, per vedere se può udire qualcosa sul ritorno del suo caro padre — poiché ciò lo farà ben parlare dalla gente».

Così dicendo, si allacciò i sandali d'oro sfavillante, imperituri, con i quali può volare come il vento sopra la terra e il mare; impugnò la temibile lancia dalla punta di bronzo, così robusta e gagliarda e forte, con la quale abbatte le schiere degli eroi che l'hanno disgustata, e si lanciò giù dalle vette più alte dell'Olimpo, dove subito fu a Itaca, alla porta della casa di Ulisse, in sembianza di un visitatore, Mente, capo dei Tafii, e teneva una lancia di bronzo nella mano. Qui trovò i signorili pretendenti seduti su pelli dei buoi che avevano ucciso e mangiato, intenti a giocare alla dama davanti alla casa. Servi e paggi si affaccendavano intorno per servirli, alcuni mescolando il vino con l'acqua nelle anfore, altri pulendo le tavole con spugne bagnate e disponendole di nuovo, e altri tagliando grandi quantità di carne.

Telemaco la scorse molto prima di ogni altro. Sedeva tra i pretendenti, di malumore, pensando al suo prode padre e a come li avrebbe messi in fuga dalla casa, se fosse tornato in possesso dei suoi beni e fosse stato onorato come nei giorni andati. Così rimuginando tra loro, scorse Minerva e andò dritto al cancello, perché era infastidito che uno straniero dovesse aspettare per essere ammesso. Le prese la mano destra nella propria, e le chiese di dargli la lancia. «Benvenuto», disse, «nella nostra casa, e quando avrai preso cibo ci dirai perché sei venuto».

Fece strada mentre parlava, e Minerva lo seguì. Quando furono dentro, prese la lancia e la pose nel porta-lance contro un robusto pilastro insieme alle molte altre lance del suo infelice padre, e la condusse a un seggio riccamente decorato, al di sotto del quale distese un panno di damasco. Vi era anche uno sgabello per i suoi piedi, e accanto a lei dispose per sé un altro seggio, lontano dai pretendenti, affinché ella non fosse disturbata mangiando dal loro baccano e dalla loro insolenza, e perché potesse chiederle più liberamente del padre.

Una ancella portò loro allora acqua in un bellissimo vaso d'oro e la versò in una bacinella d'argento perché si lavassero le mani, e accostò una tavola pulita. Un servo di rango superiore portò loro il pane, e offrì loro molte cose buone di quanto vi era nella casa, il trinciatore recò loro piatti di ogni sorta di carni e pose coppe d'oro accanto, e un servo portò loro il vino e lo versò.

Entrarono allora i pretendenti e presero posto sulle panche e sui seggi. Subito dei servi versarono acqua sulle loro mani, delle ancelle girarono con i cestini del pane, dei paggi riempirono le anfore di vino e acqua, ed essi stesero le mani sulle leccornie che stavano loro davanti. Come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, vollero musica e danza, che sono l'ornamento supremo di un banchetto, così un servo portò una lira a Femio, che costrinsero con la forza a cantare per loro. Non appena egli toccò la lira e cominciò a cantare, Telemaco parlò sottovoce a Minerva, con la testa vicina alla sua, perché nessuno potesse udire.

«Spero, signore», disse, «che non vi offenderete per ciò che sto per dire. Il canto costa poco a chi non lo paga, e tutto ciò è fatto a spese di uno le cui ossa giacciono imputridendo in qualche landa selvaggia o si sgretolano in polvere nella risacca. Se questi uomini vedessero mio padre tornare a Itaca, pregherebbero per avere gambe più lunghe anziché una borsa più lunga, perché il denaro non servirebbe loro; ma egli, ahimè, è caduto in triste sorte, e anche quando talvolta dicono che sta tornando, noi non prestiamo loro più fede; non lo vedremo mai più. E ora, signore, ditemi e ditemi il vero, chi siete e da dove venite. Ditemi della vostra città e dei vostri genitori, di che tipo di nave siete giunto, come l'equipaggio vi ha portato a Itaca, e di che nazione si dichiararono — poiché non potete essere venuto per terra. Ditemi anche in verità, perché voglio sapere, siete forestiero di questa casa, o siete stato qui al tempo di mio padre? Un tempo avevamo molti visitatori, perché mio padre girava molto di persona».

E Minerva rispose: «Vi dirò in verità e nei particolari tutto. Io sono Mente, figlio di Anchialo, e sono Re dei Tafii. Sono giunto qui con la mia nave e l'equipaggio, in viaggio verso uomini di lingua straniera, diretto a Temesa con un carico di ferro, e riporterò rame. Quanto alla mia nave, giace laggiù al largo, lontana dalla città aperta, nel porto Reitro, sotto il boscoso monte Nerito. I nostri padri furono amici prima di noi, come il vecchio Laerte vi dirà, se vorrete andare a chiederglielo. Mi dissero tuttavia che vostro padre era di nuovo in patria, e per questo son venuto, ma sembra che gli dèi lo trattengano ancora, poiché non è morto, non sulla terraferma. È più probabile che sia su qualche isola cinta dal mare in mezzo all'oceano, o un prigioniero tra selvaggi che lo trattengono contro la sua volontà. Non sono un indovino, e so molto poco dei presagi, ma parlo come mi viene suggerito dal cielo, e vi assicuro che non starà lontano ancora a lungo; poiché è un uomo di tale risorse che, anche se fosse in catene di ferro, troverebbe qualche modo di tornare a casa. Ma ditemi, e ditemi il vero, Ulisse può davvero avere un figlio così bello d'aspetto? Voi siete davvero meravigliosamente simile a lui per la testa e gli occhi, poiché eravamo amici stretti prima che salpasse per Troia, dove andò anche il fior fiore di tutti gli Argivi. Da quel tempo non ci siamo più visti l'un l'altro».

«Mia madre», rispose Telemaco, «mi dice che sono figlio di Ulisse, ma è saggio il figlio che conosce il proprio padre. Vorrei essere figlio di uno che fosse invecchiato sulle sue terre, poiché, dal momento che me lo chiedete, non v'è sotto il cielo uomo dalla stella più infausta di colui che mi dicono essere mio padre».

E Minerva disse: «Non c'è timore che la vostra stirpe si estingua ancora, mentre Penelope ha un figlio così bello come siete voi. Ma ditemi, e ditemi il vero, qual è il significato di tutto questo banchetto, e chi sono queste persone? Di che si tratta? Avete qualche festino, o vi è un matrimonio in famiglia — poiché nessuno sembra portare provviste proprie? E gli ospiti — come si comportano in modo atroce; che baccano fanno per tutta la casa; basta a disgustare qualsiasi persona rispettabile che si avvicini».

«Signore», disse Telemaco, «quanto alla vostra domanda, finché mio padre era qui tutto andava bene per noi e per la casa, ma gli dèi nel loro scontento hanno voluto altrimenti, e lo hanno nascosto più da vicino di quanto mai mortale sia stato nascosto. Potrei sopportarlo meglio anche se fosse morto, se fosse caduto con i suoi uomini davanti a Troia, o fosse morto con gli amici intorno, quando i giorni della sua battaglia fossero finiti; poiché allora gli Achei avrebbero eretto un tumulo sulle sue ceneri, e io stesso sarei stato erede della sua fama; ma ora i venti di tempesta lo hanno portato via, non sappiamo dove; se n'è andato senza lasciare neppure una traccia dietro di sé, e io non eredito null'altro che costernazione. E la cosa non finisce semplicemente con il dolore per la perdita di mio padre; il cielo mi ha inflitto dolori di altro genere ancora; poiché i capi di tutte le nostre isole, Dulichio, Same e l'isola boscosa di Zacinto, come pure tutti i principali uomini di Itaca stessa, stanno divorando la mia casa con il pretesto di corteggiare mia madre, che non vuole né rifiutare apertamente di non risposarsi, né portare la cosa a una conclusione; così stanno devastando la mia sostanza, e ben presto faranno altrettanto con me stesso».

«È così?», esclamò Minerva, «allora voi volete davvero che Ulisse torni a casa. Datogli il suo elmo, lo scudo e un paio di lance, e se è l'uomo che era quando lo conobbi la prima volta nella nostra casa, bevendo e facendo baldoria, ben presto metterebbe le mani addosso a questi furfanti di pretendenti, se solo si trovasse ancora sulla sua soglia. Egli veniva allora da Efira, dove era stato a mendicare veleno per le sue frecce da Ilo, figlio di Mermero. Ilo temeva gli dèi sempre viventi e non volle dargliene, ma mio padre gliene diede un poco, perché gli era molto affezionato. Se Ulisse è l'uomo che era allora, questi pretendenti avranno una fine rapida e un triste matrimonio.

«Ma ecco, sta al cielo decidere se deve tornare, e prendere la sua vendetta nella sua casa o no; vi esorterei però a mettervi subito all'opera per cercare di liberarvi di questi pretendenti. Seguite il mio consiglio, convocate domani mattina in assemblea gli eroi Achei — esponete la vostra causa e invocate il cielo come testimone. Ordinate ai pretendenti di andarsene, ciascuno a casa propria, e se la mente di vostra madre è decisa a risposarsi, lasciatela tornare da suo padre, che le troverà uno sposo e le fornirà tutti i doni nuziali che una figlia così cara può aspettarsi. Quanto a voi, lasciate che vi persuada a prendere la nave migliore che possiate avere, con un equipaggio di venti uomini, e andate in cerca di vostro padre che da tanto tempo è scomparso. Qualcuno potrebbe dirvi qualcosa, o (e la gente spesso ode cose in questo modo) qualche messaggio inviato dal cielo potrebbe guidarvi. Andate prima a Pilo e interrogate Nestore; di là proseguite per Sparta e visitate Menelao, poiché egli tornò per ultimo di tutti gli Achei; se udite che vostro padre è vivo e in viaggio verso casa, potrete tollerare lo spreco che questi pretendenti faranno per altri dodici mesi. Se invece udite della sua morte, tornate subito a casa, celebrate le sue esequie con ogni pompa dovuta, erigete un tumulo alla sua memoria, e fate che vostra madre si risposi. Poi, fatto tutto ciò, pensate bene in cuor vostro come, con mezzi leali o sleali, possiate uccidere questi pretendenti nella vostra casa. Siete troppo grande per invocare ancora l'infanzia; non avete udito come la gente canta le lodi di Oreste per aver ucciso l'assassino di suo padre Egisto? Siete un bel ragazzo, di bell'aspetto; mostrate il vostro valore, dunque, e fatevi un nome nella storia. Ora, però, devo tornare alla mia nave e al mio equipaggio, che sarà impaziente se lo faccio attendere più a lungo; pensate alla cosa voi stesso, e ricordate ciò che vi ho detto».

«Signore», rispose Telemaco, «è stato molto gentile da parte vostra parlarmi in questo modo, come se fossi vostro figlio, e farò tutto ciò che mi dite; so che volete proseguire il vostro viaggio, ma restate un poco ancora finché non avrete preso un bagno e vi sarete ristorato. Vi darò allora un dono, e potrete andare lieto per la vostra strada; vi darò un oggetto di grande bellezza e valore — un ricordo quale solo cari amici si scambiano tra loro».

Minerva rispose: «Non cercate di trattenermi, poiché sarei in cammino subito. Quanto a un dono che siate disposto a farmi, conservatelo finché non torni, e lo porterò a casa. Mi darete un dono molto bello, e io ve ne darò uno di valore non minore in cambio».

Con queste parole volò via come un uccello nell'aria, ma aveva infuso coraggio in Telemaco, e lo aveva fatto pensare più che mai a suo padre. Egli avvertì il cambiamento, ne fu meravigliato, e comprese che lo straniero era stato un dio, così andò dritto là dove i pretendenti stavano seduti.

Femio stava ancora cantando, e i suoi ascoltatori sedevano in silenzio rapito mentre narrava il triste racconto del ritorno da Troia, e dei mali che Minerva aveva inflitto agli Achei. Penelope, figlia di Icario, udi il suo canto dalla sua stanza di sopra, e scese per la grande scala, non sola, ma accompagnata da due delle sue ancelle. Quando raggiunse i pretendenti, si fermò presso uno dei pilastri che sostenevano il tetto del portico, con una vergine composta da una parte e dall'altra. Teneva un velo, inoltre, davanti al volto, e piangeva amaramente.

«Femio», gridò, «tu conosci molte altre gesta di dèi ed eroi, quali i poeti amano celebrare. Canta ai pretendenti qualcuna di queste, e lascia che bevano il loro vino in silenzio, ma cessa questo triste racconto, poiché spezza il mio cuore afflitto, e mi ricorda il mio perduto marito che piango senza mai cessare, e il cui nome era grande su tutta Ellade e la media Argo».

«Madre», rispose Telemaco, «lasciate che il cantore canti ciò che gli piace; i cantori non creano i mali di cui cantano; è Giove, non loro, che li crea, e che manda sugli uomini il bene o il male secondo il suo proprio volere. Costui non intende fare del male cantando il malaugurato ritorno dei Danai, poiché la gente applaude sempre più calorosamente i canti più recenti. Rassegnatevi e sopportate; Ulisse non è il solo uomo che non tornò mai da Troia, ma molti altri andarono giù come lui. Andate dunque dentro casa e occupatevi delle vostre incombenze quotidiane, il telaio, la conocchia e l'ordinamento delle ancelle; poiché la parola è cosa dell'uomo, e mia sopra ogni altro — poiché sono io il padrone qui».

Ella tornò, meravigliata, dentro la casa, e ripose nel cuore la parola del figlio. Poi, salita di sopra con le ancelle nella sua stanza, pianse il suo caro marito finché Minerva non sparse dolce sonno sui suoi occhi. Ma i pretendenti facevano chiasso per tutto il portico coperto, e ciascuno pregava di essere il suo letto compagno.

Allora Telemaco parlò: «Svergognati», gridò, «e insolenti pretendenti, facciamo festa a nostro piacere ora, e non vi siano litigi, poiché è cosa rara udire un uomo con una voce così divina come quella di Femio; ma domani mattina trovatevi in piena assemblea, affinché io vi dia formale avviso di andarvene, e banchettate nelle case l'uno dell'altro, a turno, a vostre spese. Se d'altra parte scegliete di persistere nello spillar sangue da un sol uomo, il cielo mi aiuti, ma Giove vi chiederà il conto per intero, e quando cadrete nella casa di mio padre non vi sarà alcuno che vi vendichi».

I pretendenti si morsero le labbra nel sentirlo, e si meravigliarono dell'audacia del suo dire. Allora Antinoo, figlio di Eupite, disse: «Gli dèi sembrano averti dato lezioni di spacconeria e di gran parlare; che Giove non ti conceda mai di essere capo in Itaca, come tuo padre fu prima di te».

Telemaco rispose: «Antinoo, non litigare con me, ma, se il cielo vuole, sarò capo anch'io se potrò. È questa la peggior sorte che possiate pensare per me? Non è brutta cosa essere un capo, poiché porta ricchezze e onore. Tuttavia, ora che Ulisse è morto, vi sono molti grandi uomini in Itaca, vecchi e giovani, e qualche altro può prendere la guida tra loro; nondimeno io sarò capo nella mia casa, e governerò coloro che Ulisse ha conquistato per me».

Allora Eurimaco, figlio di Polibo, rispose: «Sta al cielo decidere chi sarà capo tra noi, ma voi sarete padrone nella vostra casa e sui vostri possessi; nessuno, finché vi sarà un uomo in Itaca, vi farà violenza né vi deruberà. E ora, mio buon amico, voglio sapere di questo straniero. Da quale paese viene? Di quale famiglia è, e dove è la sua dimora? Vi ha portato notizie del ritorno di vostro padre, o era qui per affari suoi? Sembrava un uomo agiato, ma se n'è andato così di fretta che è sparito in un momento prima che potessimo conoscerlo».

«Mio padre è morto e scomparso», rispose Telemaco, «e anche se qualche voce mi giunge, non do più loro fede ormai. Mia madre talvolta manda davvero a chiamare un indovino e lo interroga, ma io non bado alle sue profezie. Quanto allo straniero, era Mente, figlio di Anchialo, capo dei Tafii, un vecchio amico di mio padre». Ma nel suo cuore sapeva che era stata la dea.

I proci tornarono allora al loro canto e alla danza fino alla sera; ma quando la notte scese sui loro sollazzi, se ne andarono a dormire ciascuno nella propria dimora.12 La stanza di Telemaco era in alto, in una torre13 che si affacciava sul cortile esterno; là dunque si diresse, cupo e pieno di pensieri. Una buona vecchia, Euriclea, figlia di Ops, figlio di Pisenore, gli precedeva con un paio di torce ardenti. Laerte l'aveva comprata con il proprio denaro quando era ancora giovanissima; aveva dato per lei il valore di venti buoi e le usava nella sua casa lo stesso rispetto che alla propria moglie legittima, ma non l'aveva condotta nel suo letto perché temeva la gelosia della moglie.14 Fu lei che ora fece lume a Telemaco verso la sua stanza, e lo amava più di qualsiasi altra donna della casa, perché lo aveva allattato quando era un bambino. Egli aprì la porta della sua camera da letto e si sedette sul letto; mentre si toglieva la tunica15 la porse alla buona vecchia, che la piegò con cura e gliela appese a un chiodo accanto al letto; dopo di che uscì, tirò la porta col suo chiavistello d'argento e ne assicurò il paletto per mezzo della cinghia.16 Ma Telemaco, mentre giaceva coperto da un vello di lana, continuò a pensare tutta la notte al viaggio che aveva in mente e ai consigli che Minerva gli aveva dato.

LIBRO II

ASSEMBLEA DEL POPOLO DI ITACA — DISCORSI DI TELEMACO E DEI PROCI — TELEMACO FA I SUOI PREPARATIVI E PARTE PER PILO CON MINERVA TRAVESTITA DA MENTORE.

Ora quando la figlia del mattino, l'Aurora dalle rosee dita, apparve, Telemaco si alzò e si vestì. Si legò i sandali ai suoi bei piedi, si cinse la spalla con la spada e uscì dalla sua stanza simile a un dio immortale. Mandò subito i banditori a convocare il popolo in assemblea; essi li chiamarono e la gente si radunò; poi, quando furono tutti insieme, Telemaco si recò al luogo dell'assemblea con la lancia in mano — non solo, perché i suoi due cani lo accompagnavano. Minerva lo infuse di una presenza di così divina bellezza che tutti lo ammirarono mentre passava, e quando prese posto sulla sede di suo padre anche i più anziani consiglieri gli fecero largo.

Egittio, un uomo piegato in due dall'età e di infinita esperienza, fu il primo a parlare. Suo figlio Antifo era partito con Ulisse verso Ilio, terra di nobili cavalli, ma il selvaggio Ciclope lo aveva ucciso quando erano tutti rinchiusi nella grotta e si era cucinato l'ultimo suo pasto.17 Gli restavano tre figli, dei quali due lavoravano ancora la terra del padre, mentre il terzo, Eurinomo, era uno dei proci; ciononostante il padre non riusciva a superare la perdita di Antifo, e piangeva ancora per lui quando cominciò il suo discorso.

«Uomini di Itaca», disse, «ascoltate le mie parole. Dal giorno in cui Ulisse ci lasciò non c'è stata alcuna riunione dei nostri consiglieri fino ad ora; chi può dunque essere, vecchio o giovane, che trovi così necessario convocarci? Ha avuto sentore di qualche esercito che si avvicina e vuole avvertirci, oppure vuole parlare di qualche altra questione di pubblico interesse? Sono certo che sia un uomo eccellente, e spero che Giove gli conceda ciò che desidera».

Telemaco prese queste parole come un buon presagio e si alzò subito, perché scoppiava di quanto aveva da dire. Si mise in mezzo all'assemblea e il buon araldo Pisenore gli portò lo scettro. Poi, volgendosi a Egittio: «Signore», disse, «sono io, come ben presto saprete, che vi ho convocati, perché sono io il più offeso. Non ho avuto sentore di alcun esercito che si avvicini, del quale vorrei avvertirvi, né c'è alcuna questione di pubblico interesse sulla quale voglia parlare. Il mio lamento è puramente personale, e riguarda due grandi disgrazie che si sono abbattute sulla mia casa. La prima di queste è la perdita del mio ottimo padre, che era il primo fra tutti voi qui presenti, ed era come un padre per ciascuno di voi; la seconda è molto più grave, e tra non molto sarà la rovina totale del mio patrimonio. I figli di tutti i principali fra voi assillano mia madre perché li sposi, contro la sua volontà. Hanno paura di andare da suo padre Icario, di chiedergli di scegliere quello che preferisce e di provvedere i doni di nozze per sua figlia, ma giorno dopo giorno continuano a bighellonare nella casa di mio padre, a sacrificare i nostri buoi, le pecore e le capre grasse per i loro banchetti, e a non dare neppure un pensiero alla quantità di vino che bevono. Nessun patrimonio può reggere a una tale dissolutezza; non abbiamo più un Ulisse che tenga lontano il danno dalle nostre porte, e io non posso resistere da solo contro di loro. Non sarò mai in tutti i miei giorni un uomo pari a lui, tuttavia certo mi difenderei se ne avessi la forza, perché non posso più tollerare un simile trattamento; la mia casa viene disonorata e rovinata. Abbiate dunque riguardo per le vostre coscienze e per l'opinione pubblica. Temete anche l'ira del cielo, che gli dèi non si sdegnino e si volgano contro di voi. Vi scongiuro per Giove e per Temi, che è il principio e la fine dei consigli, [non] trattenetevi, amici miei, e lasciatemi solo18 — a meno che il mio valoroso padre Ulisse non abbia fatto qualche torto agli Achei, che voi vorreste ora vendicare su di me, aiutando e favorendo questi proci. Per di più, se proprio devo essere divorato in casa e fuori, preferirei che foste voi a divorarmi, perché allora potrei rivolgermi contro di voi con qualche efficacia, e perseguitarvi di casa in casa con diffide finché non fossi pagato per intero, mentre ora non ho alcun rimedio».19

Detto ciò Telemaco sbatté lo scettro a terra e scoppiò in lacrime. Tutti furono molto dispiaciuti per lui, ma restarono tutti seduti e nessuno osò dargli una risposta sdegnata, tranne solo Antinoo, che parlò così:

«Telemaco, insolente spaccone che sei, come osi gettare la colpa su noi proci? È colpa di tua madre, non nostra, perché è una donna molto astuta. Per tre anni, e quasi quattro, ci ha fatto uscire di senno, incoraggiando ciascuno di noi e mandandogli messaggi senza pensare una sola parola di ciò che dice. E poi c'è quell'altro trucco che ci giocò. Allestì nella sua stanza un grande telaio e si mise a lavorare a un'enorme pezza di fino ricamo. 'Cari cuori', disse, 'Ulisse è davvero morto, ma non spingetemi a sposare subito ancora, aspettate — perché non vorrei che l'arte del ricamo perisse senza essere ricordata — finché io abbia finito un sudario per l'eroe Laerte, da tenere pronto per quando la morte lo prenderà. Egli è molto ricco, e le donne del luogo parleranno se verrà composto senza un sudario'.

«Questo fu ciò che disse, e noi acconsentimmo; così potevamo vederla lavorare alla sua grande tela tutto il giorno, ma di notte disfceva i punti di nuovo al lume delle torce. Ci ingannò in questo modo per tre anni e noi non la scoprimmo mai, ma con il passare del tempo, quando ormai era nel quarto anno, una delle sue serve che sapeva ciò che faceva ce lo rivelò, e noi la cogliemmo nell'atto di disfare il suo lavoro, così dovette finirlo volente o nolente. I proci, dunque, ti danno questa risposta, perché tu e gli Achei possiate intendere: 'Mandate via vostra madre, e ditele di sposare l'uomo di sua scelta e di suo padre'; perché non so cosa accadrà se continuerà ancora a lungo a tormentarci con le arie che si dà per via delle abilità che Minerva le ha insegnato, e perché è così furba. Mai abbiamo sentito parlare di una donna simile; conosciamo tutti Tyro, Alcmena, Micene e le donne famose di un tempo, ma non erano nulla in confronto a vostra madre, nessuna di loro. Non era giusto da parte sua trattarci in quel modo, e finché continuerà con l'animo di cui il cielo ora l'ha dotata, noi continueremo a mangiarci il vostro patrimonio; e non vedo perché dovrebbe cambiare, perché lei ne riceve tutto l'onore e la gloria, e siete voi che pagate, non lei. Sappiate dunque che non torneremo alle nostre terre, né qui né altrove, finché lei non avrà fatto la sua scelta e sposato qualcuno fra noi».

Telemaco rispose: «Antinoo, come posso cacciare di casa di mio padre la madre che mi ha partorito? Mio padre è lontano e non sappiamo se è vivo o morto. Sarà duro per me se dovrò pagare a Icario la forte somma che devo dargli se insisto nel rimandargli sua figlia. Non solo mi tratterà con rigore, ma anche il cielo mi punirà; perché mia madre, quando lascerà la casa, invocherà le Erinni perché la vendichino; inoltre non sarebbe cosa onorevole da fare, e non ne voglio sapere nulla. Se voi scegliete di offendervi per questo, lasciate la casa e banchettate altrove nelle case degli uni e degli altri, a vostre spese, a turno. Se, d'altra parte, scegliete di persistere nello spillar le sostanze di un solo uomo, il cielo mi aiuti, ma Giove vi chiederà conto, e quando cadrete nella casa di mio padre non ci sarà nessuno a vendicarvi».

Mentre così parlava, Giove mandò due aquile dalla cima del monte, ed esse volarono via e via col vento, veleggiando fianco a fianco nel loro volo signorile. Quando furono proprio sopra il mezzo dell'assemblea, girarono e volteggiarono, battendo l'aria con le ali e lanciando sguardi di morte negli occhi di quelli sotto; poi, lottando ferocemente e dilaniandosi a vicenda, volarono via verso destra sopra la città. La gente si meravigliò nel vederle e si chiese l'un l'altro cosa mai potesse essere; allora Aliterse, che era il miglior indovino e interprete di presagi fra loro, parlò loro apertamente e in tutta onestà, dicendo:

«Ascoltatemi, uomini di Itaca, e parlo in modo particolare ai proci, perché vedo prepararsi la disgrazia per loro. Ulisse non starà lontano ancora a lungo; anzi, è ormai vicino per dispensare morte e distruzione, non solo a loro, ma a molti altri fra noi che vivono a Itaca. Saggi dunque in tempo, e ponete fine a questa scelleratezza prima che egli giunga. I proci lo facciano di loro propria iniziativa; sarà meglio per loro, perché non profetizzo senza la debita conoscenza; ogni cosa è accaduta a Ulisse come predissi quando gli Argivi partirono per Troia, ed egli con loro. Dissi che dopo aver superato molte avversità e aver perso tutti i suoi uomini, sarebbe tornato a casa nel ventesimo anno e che nessuno lo avrebbe riconosciuto; e ora tutto ciò si sta avverando».

Eurimaco figlio di Polibo allora disse: «Vattene a casa, vecchio, e profetizza ai tuoi figli, o potrà andar peggio per loro. So leggere questi presagi io stesso molto meglio di te; gli uccelli volano sempre qua e là al sole, da qualche parte, ma di rado significano qualcosa. Ulisse è morto in una terra lontana, ed è un peccato che tu non sia morto insieme a lui, invece di blaterare qui di presagi e di aggiungere esca alla collera di Telemaco che già di per sé è feroce. Suppongo tu pensi che lui darà qualcosa alla tua famiglia, ma io ti dico — e così sarà di certo — che quando un vecchio come te, che dovrebbe sapere come comportarsi, circuisce un giovane finché non diventa molesto, in primo luogo il suo giovane amico non ci guadagnerà — non ne trarrà alcun profitto, perché i proci glielo impediranno — e in secondo luogo, noi ti imporremo una multa ben più salata, signore, di quanto ti piacerà pagare, perché peserà duramente su di te. Quanto a Telemaco, lo ammonisco alla presenza di tutti voi di rimandare sua madre da suo padre, che le troverà un marito e le fornirà tutti i doni di nozze che una figlia così cara può aspettarsi. Fino ad allora continueremo a tormentarlo col nostro corteggiamento; perché non temiamo alcun uomo, e non ci curiamo né di lui, con tutti i suoi bei discorsi, né di nessuna tua divinazione. Puoi predicare quanto ti pare, ma noi non faremo che odiarti di più. Noi torneremo indietro e continueremo a divorare il patrimonio di Telemaco senza pagarlo, finché sua madre non la smetterà di tormentarci tenendoci di giorno in giorno col fiato sospeso, ciascuno gareggiando con l'altro nel suo corteggiamento per un premio di così rara perfezione. Inoltre non possiamo andare dietro alle altre donne che dovremmo sposare a tempo debito, a causa del modo in cui lei ci tratta».

Allora Telemaco disse: «Eurimaco, e voi altri proci, non dirò altro, e non vi scongiurerò oltre, perché ora gli dèi e il popolo di Itaca conoscono la mia storia. Datemi dunque una nave e un equipaggio di venti uomini per portarmi qua e là, e io andrò a Sparta e a Pilo in cerca di mio padre che da tanto tempo manca. Qualcuno potrebbe dirmi qualcosa, o (e spesso si sentono cose in questo modo) qualche messaggio mandato dal cielo potrebbe guidarmi. Se potrò sapere che è vivo e in viaggio verso casa, sopporterò ancora per altri dodici mesi lo spreco che voi proci farete. Se invece saprò della sua morte, tornerò subito, celebrerò i suoi funerali con tutto il dovuto fasto, erigerò un tumulo in sua memoria, e farò risposare mia madre».

Con queste parole si sedette, e Mentore20 che era stato un amico di Ulisse ed era stato lasciato a guardia di ogni cosa con piena autorità sui servi, si alzò per parlare. Egli dunque, apertamente e in tutta onestà, si rivolse loro così:

«Ascoltatemi, uomini di Itaca, spero che non abbiate mai più un governante gentile e benevolo, né uno che vi governi con equità; spero che d'ora in poi tutti i vostri capi siano crudeli e ingiusti, perché non c'è uno fra voi che non abbia dimenticato Ulisse, che vi ha governato come se fosse vostro padre. Non sono neppure la metà così adirato con i proci, perché se scelgono di fare violenza nella malvagità dei loro cuori e di scommettere le loro teste che Ulisse non tornerà, possono prendere il sopravvento e mangiarsi il suo patrimonio, ma quanto a voi altri, sono sconvolto dal modo in cui tutti state seduti senza neppure cercare di porre fine a tali scandalosi andazzi — cosa che potreste fare se voleste, perché voi siete molti e loro sono pochi».

Leocrito figlio di Evenore gli rispose dicendo: «Mentore, che follia è mai questa, che tu voglia spingere il popolo a trattenerci? È cosa dura per un uomo solo combattere con molti per il proprio cibo. Anche se Ulisse in persona ci assalisse mentre banchettiamo nella sua casa, e facesse del suo meglio per cacciarci, sua moglie, che lo desidera tanto di ritorno, avrebbe ben poco motivo di rallegrarsi, e il suo sangue cadrebbe sulla sua testa se combattesse contro una tale disparità. Non c'è alcun senso in ciò che hai detto. Ora dunque, voi altri andate per i fatti vostri, e lasciate che i vecchi amici di suo padre, Mentore e Aliterse, affrettino questo ragazzo nel suo viaggio, se parte davvero — cosa che non credo, perché è più probabile che resti dov'è finché qualcuno venga a dirgli qualcosa».

Con ciò sciolse l'assemblea, e ogni uomo tornò alla propria dimora, mentre i proci tornarono alla casa di Ulisse.

Allora Telemaco andò tutto solo lungo la riva del mare, si lavò le mani nelle onde grigie e pregò Minerva.

«Ascoltami», gridò, «tu, dea che ieri mi hai visitato e mi hai ordinato di solcare i mari in cerca di mio padre che da tanto tempo manca. Ti obbedirei, ma gli Achei, e più particolarmente i malvagi proci, mi impediscono di farlo».

Mentre così pregava, Minerva gli si accostò da presso nelle sembianze e con la voce di Mentore. «Telemaco», disse, «se sei fatto della stessa stoffa di tuo padre non sarai d'ora in poi né sciocco né vile, perché Ulisse non mantenne mai la parola data né lasciò mai il suo lavoro a metà. Se dunque assomigli a lui, il tuo viaggio non sarà infruttuoso, ma se non hai nelle vene il sangue di Ulisse e di Penelope non vedo alcuna probabilità che tu riesca. I figli raramente sono uomini altrettanto buoni dei loro padri; di solito sono peggiori, non migliori; tuttavia, poiché non sarai né sciocco né vile d'ora in poi, e non sei del tutto privo di qualche parte del saggio discernimento di tuo padre, guardo con speranza alla tua impresa. Ma bada di non fare mai causa comune con nessuno di quei proci sciocchi, perché non hanno né senno né virtù, e non pensano alla morte e alla sorte che tra non molto cadrà su uno e su tutti loro, così che periranno nello stesso giorno. Quanto al tuo viaggio, non sarà a lungo ritardato; tuo padre era un tale vecchio amico mio che ti troverò una nave, e verrò io stessa con te. Ora, però, torna a casa, e va' fra i proci; comincia a preparare i viveri per il tuo viaggio; fa' mettere tutto in ordine, il vino in giare, e la farina d'orzo, che è il sostegno della vita, in sacchi di cuoio, mentre io giro per la città e arruolo subito volontari. Ci sono molte navi a Itaca, vecchie e nuove; le passerò in rassegna per te e sceglierò la migliore; la prepareremo e salperemo senza indugio».

Così parlò Minerva figlia di Giove, e Telemaco non perse tempo nel fare come la dea gli aveva detto. Tornò a casa di malumore, e trovò i proci che scuoiavano capre e abbrustolivano maiali nel cortile esterno. Antinoo gli si avvicinò subito e rise prendendogli la mano nella sua, dicendo: «Telemaco, mio bel mangiafuoco, non serbare più rancore né a parole né a fatti, ma mangia e bevi con noi come solevi fare. Gli Achei provvederanno a tutto — una nave e un equipaggio scelto per giunta — così che tu possa salpare per Pilo subito e avere notizie del tuo nobile padre».

«Antinoo», rispose Telemaco, «non posso mangiare in pace, né trarre diletto di alcun genere con uomini come voi. Non bastava che doveste sperperare tanta parte del mio patrimonio mentre ero ancora un ragazzo? Ora che sono più grande e ne so di più, sono anche più forte, e sia qui fra questo popolo, sia andando a Pilo, vi farò tutto il male che potrò. Andrò, e il mio andare non sarà inutile — sebbene, grazie a voi proci, non abbia né nave né equipaggio mio, e debba essere passeggero e non capitano».

Mentre così parlava strappò la mano da quella di Antinoo. Frattanto gli altri continuavano a preparare il pranzo fra le costruzioni,21 schernendolo in modo beffardo mentre lo facevano.

«Telemaco», disse un giovanotto, «vuole essere la nostra morte; suppongo che pensi di poter portare amici in aiuto da Pilo, o ancora da Sparta, dove sembra deciso ad andare. O andrà anche a Ephyra, per prendere veleno da metterci nel vino e ucciderci?»

Un altro disse: «Forse, se Telemaco si imbarcherà, sarà come suo padre e perirà lontano dai suoi amici. In tal caso avremo parecchio da fare, perché potremo dividerci i suoi beni tra noi; quanto alla dimora, possiamo lasciarla a sua madre e all'uomo che la sposerà».

Così parlavano. Ma Telemaco scese nell'alto e spazioso magazzino dove il tesoro di suo padre, oro e bronzo, giaceva ammucchiato sul pavimento, e dove la biancheria e i vestiti di ricambio erano custoditi in casse aperte. Qui si trovava anche una provvista di olio d'oliva fragrante, mentre botti di vino vecchio, ben maturato, non tagliato e degno di essere bevuto da un dio, erano allineate lungo la parete, nel caso Ulisse dovesse tornare a casa dopotutto. Il locale era chiuso da porte ben fatte che si aprivano nel mezzo; inoltre la fedele anziana governante Euriclea, figlia di Ops, figlio di Pisenore, vegliava su ogni cosa, notte e giorno. Telemaco la chiamò nel magazzino e disse:

«Nutrice, spillami un po' del vino migliore che hai, dopo quello che stai conservando per bere di mio padre, nel caso, pover'uomo, sfuggisse alla morte e riuscisse a trovare la strada di casa. Dammi dodici giare, e bada che abbiano tutte il coperchio; riempi anche alcuni otri di cuoio ben cuciti di farina d'orzo — circa venti misure in tutto. Fa' radunare queste cose in fretta, e non dir nulla. Porterò via tutto questa sera, appena mia madre sarà salita nelle sue stanze per la notte. Vado a Sparta e a Pilo per vedere se posso avere notizie del ritorno del mio caro padre».

Quando Euriclea udì ciò, si mise a piangere e gli parlò con tenerezza, dicendo: «Figlio mio caro, cosa mai ti ha messo in testa un'idea simile? Dove diavolo vuoi andare — tu, che sei l'unica speranza della casa? Il tuo povero padre è morto e scomparso in qualche paese straniero che nessuno conosce, e non appena volterai le spalle questi malvagi qui combineranno di toglierti di mezzo, e si spartiranno tra loro tutti i tuoi averi; resta dove sei, fra la tua gente, e non andare a vagare logorandoti la vita sul mare infecondo».

«Non temere, nutrice», rispose Telemaco, «il mio piano non è senza il consenso del cielo; ma giura che non dirai nulla di tutto ciò a mia madre, finché non sarò stato via dieci o dodici giorni, a meno che lei non senta della mia partenza e te lo chieda; perché non voglio che si rovini la bellezza a forza di piangere».

La vecchia giurò solennemente che non l'avrebbe fatto, e quando ebbe finito il giuramento, cominciò a spillare il vino nelle giare e a mettere la farina d'orzo negli otri, mentre Telemaco tornò dai pretendenti.

Allora Minerva pensò a un'altra faccenda. Assunse le sue sembianze, e girò per la città da ciascuno dell'equipaggio, dicendo loro di trovarsi alla nave al tramonto. Andò anche da Noèmone figlio di Fronio, e gli chiese di metterle a disposizione una nave — cosa che egli fu ben lieto di fare. Quando il sole fu calato e l'oscurità avvolse tutta la terra, ella fece scivolare la nave in acqua, mise a bordo tutta l'attrezzatura che le navi generalmente portano, e la ormeggiò all'estremità del porto. Poco dopo l'equipaggio giunse, e la dea parlò incoraggiando ciascuno di loro.

Inoltre andò alla casa di Ulisse, e gettò i pretendenti in un sonno profondo. Confuse le loro bevande, e fece loro cadere le coppe dalle mani, così che invece di starsene seduti a bere, tornarono in città per dormire, con gli occhi pesanti e pieni di sonnolenza. Allora assunse l'aspetto e la voce di Mentore, e chiamò Telemaco perché venisse fuori.

«Telemaco», disse, «gli uomini sono a bordo e ai remi, in attesa che tu dia gli ordini, quindi fai in fretta e partiamo».

A queste parole ella si avviò, e Telemaco la seguì. Quando giunsero alla nave, trovarono l'equipaggio che aspettava sulla riva, e Telemaco disse: «Ora, uomini miei, aiutatemi a portare le provviste a bordo; sono tutte raccolte nel chiostro, e mia madre non sa nulla, né alcuna delle ancelle tranne una».

Con queste parole si avviò e gli altri lo seguirono. Quando ebbero portato le cose come aveva detto loro, Telemaco salì a bordo, Minerva che gli precedeva e prendeva posto a poppa della nave, mentre Telemaco le sedette accanto. Allora gli uomini sciolsero gli ormeggi e si misero ai banchi. Minerva mandò loro un vento favorevole da Occidente, che fischiò sulle onde profonde color del blu, sul quale Telemaco disse loro di afferrare le cime e issare la vela, ed essi fecero come aveva ordinato. Piantarono l'albero nella sua sede sulla traversa, lo rizzarono, e lo assicurarono con i stralli; poi issarono le bianche vele in alto con corde di cuoio bovino ritorto. Mentre la vela si gonfiava al vento, la nave volò sull'acqua profonda color del blu, e la schiuma sibilava contro la prua mentre essa fuggiva avanti. Alloro assicurarono ogni cosa sulla nave, riempirono le coppe per le mescolanze fino all'orlo, e fecero libagioni agli dèi immortali che sono da sempre, ma più particolarmente alla figlia dagli occhi grigi di Giove.

Così, dunque, la nave fuggì sulla sua rotta attraverso i turni della notte dal buio fino all'alba.

LIBRO III

TELEMACO VISITA NESTORE A PILO

ma mentre il sole si levava dal bel mare nel firmamento del cielo per spargere luce sui mortali e sugli immortali, essi raggiunsero Pilo, la città di Neleo. Ora il popolo di Pilo era radunato sulla riva del mare per offrire sacrifici di tori neri a Nettuno, signore del Terremoto. C'erano nove gilde con cinquecento uomini ciascuna, e c'erano nove tori per ogni gilda. Mentre essi mangiavano le interiora e bruciavano le ossa delle cosce [sulla brace] in nome di Nettuno, Telemaco e il suo equipaggio arrivarono, ammainarono le vele, ancorarono la nave e scesero a terra.

Minerva andò avanti e Telemaco la seguì. Poco dopo ella disse: «Telemaco, non devi essere per nulla timido o nervoso; hai intrapreso questo viaggio per cercare di scoprire dove tuo padre è sepolto e come trovò la fine; così va' dritto da Nestore perché possiamo vedere che cosa ha da dirci. Scongiuralo di dire la verità, ed egli non racconterà bugie, perché è una persona eccellente».

«Ma come, Mentore», rispose Telemaco, «oso avvicinare Nestore, e come devo rivolgermi a lui? Non sono ancora abituato a sostenere lunghe conversazioni con la gente, e mi vergogno di cominciare a fare domande a uno che è molto più vecchio di me».

«Alcune cose, Telemaco», rispose Minerva, «ti saranno suggerite dal tuo istinto, e il cielo ti ispirerà oltre; perché sono certa che gli dèi sono stati con te dal momento della tua nascita fino ad ora».

Ella poi si avviò rapidamente, e Telemaco la seguì nei suoi passi finché raggiunsero il luogo dove le gilde del popolo pilio erano riunite. Lì trovarono Nestore che sedeva con i suoi figli, mentre la sua compagnia, intorno a lui, era intenta a preparare il pranzo, e a mettere pezzi di carne sugli spiedi mentre altri pezzi cuocevano. Quando videro gli stranieri, si affollarono intorno a loro, li presero per mano e li invitarono a prendere posto. Pisistrato, figlio di Nestore, offerse subito la mano a ciascuno di loro, e li fece sedere su alcune morbide pelli di pecora che giacevano sulla sabbia presso suo padre e suo fratello Trasimede. Poi diede loro le loro porzioni di interiora e versò loro il vino in una coppa d'oro, porgendola prima a Minerva, e salutandola nello stesso tempo.

«Offri una preghiera, signore», disse, «al re Nettuno, perché è al suo banchetto che ti unisci; quando avrai pregato come si deve e fatto la tua libagione, passa la coppa al tuo compagno affinché faccia anche lui così. Non dubito che anch'egli levi le mani in preghiera, perché l'uomo non può vivere senza Dio nel mondo. Tuttavia egli è più giovane di te, ed è molto della mia età, così ti darò la precedenza».

Mentre parlava le porse la coppa. Minerva pensò che fosse molto giusto e appropriato da parte sua avergliela data per prima; di conseguenza cominciò a pregare con fervore Nettuno. «O tu», gridò, «che abbracci la terra, degnati di concedere le preghiere dei tuoi servi che ti invocano. Più particolarmente ti preghiamo di mandare la tua grazia su Nestore e sui suoi figli; in seguito fa' anche al resto del popolo pilio un bel compenso per la bella ecatombe che ti offrono. Infine, concedi a Telemaco e a me un esito felice, riguardo alla questione che ci ha portato con la nostra nave a Pilo».

Quando ebbe così finito di pregare, porse la coppa a Telemaco, ed egli pregò allo stesso modo. Poco dopo, quando le carni esterne furono arrostite e tolte dagli spiedi, i tagliatori diedero a ciascun uomo la sua porzione e tutti fecero un pranzo eccellente. Non appena ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, Nestore, cavaliere di Gerena, cominciò a parlare.

«Ora», disse, «che i nostri ospiti hanno finito il pranzo, sarà meglio chiedere loro chi sono. Chi siete, dunque, signori stranieri, e da quale porto avete fatto vela? Siete mercanti? o solcate i mari come predoni con la mano contro ogni uomo, e la mano di ogni uomo contro di voi?»

Telemaco rispose con baldanza, perché Minerva gli aveva dato coraggio di chiedere notizie di suo padre e di farsi un buon nome.

«Nestore», disse, «figlio di Neleo, onore del nome acheo, chiedi da dove veniamo, e te lo dirò. Veniamo da Itaca sotto il Neritone, e la questione di cui vorrei parlare è di natura privata, non pubblica. Cerco notizie del mio infelice padre Ulisse, che si dice abbia saccheggiato la città di Troia in compagnia tua. Sappiamo quale sorte toccò a ciascuno degli altri eroi che combatterono a Troia, ma per quanto riguarda Ulisse il cielo ci ha nascosto la conoscenza anche del fatto che sia morto, perché nessuno può assicurarci in quale luogo sia perito, né dire se cadde in battaglia sulla terraferma, o fu perduto in mare fra le onde di Anfitrite. Perciò io sono supplichevole alle tue ginocchia, se mai ti aggradi dirmi della sua fine triste, sia che tu l'abbia vista con i tuoi occhi, o l'abbia udita da qualche altro viaggiatore, perché egli fu un uomo nato per la sventura. Non addolcire le cose per pietà di me, ma dimmi in piena schiettezza esattamente ciò che vedesti. Se il mio prode padre Ulisse mai ti rese un servizio leale, o con la parola o con l'azione, quando voi Achei eravate tribolati fra i Troiani, ricordatelo ora come a mio favore e dimmi sinceramente ogni cosa».

«Amico mio», rispose Nestore, «tu richiami alla mia mente un tempo di grande dolore, perché i prodi Achei soffrirono molto sia in mare, mentre facevano azioni di pirateria sotto Achille, sia quando combattevano davanti alla grande città del re Priamo. I nostri migliori uomini caddero tutti là — Aiace, Achille, Patroclo pari agli dèi nel consiglio, e il mio stesso caro figlio Antiloco, uomo singolarmente veloce di piedi e valoroso in battaglia. Ma soffrimmo molto più di così; quale lingua mortale infatti potrebbe raccontare l'intera storia? Anche se tu dovessi restare qui e interrogarmi per cinque anni, o anche sei, non potrei dirti tutto ciò che gli Achei soffrirono, e tu torneresti a casa stanco del mio racconto prima che finisse. Nove lunghi anni tentammo ogni sorta di stratagemma, ma la mano del cielo era contro di noi; durante tutto questo tempo non ci fu nessuno che potesse paragonarsi a tuo padre in astuzia — se davvero tu sei suo figlio — posso a malapena credere ai miei occhi — e parli proprio come lui — nessuno direbbe che persone di età così diversa possano parlare così somigliantemente. Egli ed io non avemmo mai alcun tipo di divergenza dal principio alla fine, né in campo né in consiglio, ma con cuore e intento unico consigliavamo gli Argivi su come ogni cosa potesse essere ordinata nel modo migliore.

«Quando, però, avemmo saccheggiato la città di Priamo, e stavamo salpando con le nostre navi come il cielo ci aveva dispersi, allora Giove giudicò opportuno tormentare gli Argivi nel loro viaggio di ritorno; perché non erano stati tutti saggi o assennati, e perciò molti giunsero a una cattiva fine per lo sdegno della figlia di Giove, Minerva, che provocò una contesa fra i due figli di Atreo.

«I figli di Atreo convocarono un'assemblea che non fu come avrebbe dovuto essere, perché era il tramonto e gli Achei erano appesantiti dal vino. Quando essi spiegarono perché avevano convocato il popolo, sembrò che Menelao fosse per fare vela verso casa subito, e ciò dispiacque ad Agamennone, che pensava che dovessimo aspettare fino a quando avessimo offerto ecatombi per placare lo sdegno di Minerva. Sciocco che era, avrebbe potuto sapere che non avrebbe prevalso su di lei, perché quando gli dèi si sono messi in mente qualcosa non cambiano idea facilmente. Così i due stettero a scambiarsi aspre parole, sul che gli Achei balzarono in piedi con un grido che lacerò l'aria, e furono di due pareri su cosa dovessero fare.

«Quella notte riposammo e covammo la nostra ira, perché Giove stava covando guai contro di noi. Ma al mattino alcuni di noi tirarono le nostre navi in acqua e misero le nostre cose con le nostre donne a bordo, mentre gli altri, circa la metà in numero, restarono con Agamennone. Noi — l'altra metà — ci imbarcammo e salpammo; e le navi procedettero bene, perché il cielo aveva lisciato il mare. Quando raggiungemmo Tenedos offrimmo sacrifici agli dèi, perché desideravamo tornare a casa; il crudele Giove, tuttavia, non intendeva ancora che lo facessimo, e sollevò una seconda contesa nel corso della quale alcuni fra noi volsero di nuovo le loro navi, e salparono sotto Ulisse per fare la pace con Agamennone; ma io, e tutte le navi che erano con me, spingemmo avanti, perché vedevo che guai si stavano preparando. Il figlio di Tideo proseguì anche con me, e i suoi equipaggi con lui. Più tardi Menelao ci raggiunse a Lesbo, e ci trovò intenti a decidere il nostro percorso — perché non sapevamo se andare fuori Chio, passando per l'isola di Psyra, tenendo questa alla nostra sinistra, o dentro Chio, di fronte al promontorio tempestoso di Mimas. Così chiedemmo al cielo un segno, e ci fu mostrato uno nel senso che saremmo usciti più presto dal pericolo se avessimo diretto le nostre navi attraverso il mare aperto verso Eubea. Facemmo dunque così, e si levò un vento favorevole che ci diede un rapido passaggio durante la notte fino a Gheresto, dove offrimmo molti sacrifici a Nettuno per averci aiutato fin qui sulla nostra strada. Quattro giorni dopo Diomede e i suoi uomini ormeggiarono le loro navi ad Argo, ma io feci rotta per Pilo, e il vento non calò mai dal giorno in cui il cielo lo rese per me favorevole.

«Perciò, mio caro giovane amico, tornai senza aver udito nulla degli altri. Non so né chi tornò a casa sano e salvo né chi fu perduto ma, come è mio dovere, ti darò senza riserve le notizie che mi sono giunte da quando sono qui nella mia casa. Dicono che i Mirmidoni tornarono a casa sani e salvi sotto il figlio di Achille Neottolemo; così anche il valoroso figlio di Poia, Filottete. Idomeneo, di nuovo, non perse uomini in mare, e tutti i suoi seguaci che sfuggirono alla morte sul campo tornarono a casa con lui a Creta. Non importa quanto lontano dal mondo tu viva, avrai sentito parlare di Agamennone e della brutta fine che fece per mano di Egisto — e un conto terribile Egisto dovette poi pagare. Guarda che bella cosa è per un uomo lasciarsi dietro un figlio che faccia come fece Oreste, che uccise il falso Egisto, l'assassino del suo nobile padre. Anche tu, dunque — poiché sei un tipo alto e sveglio di bell'aspetto — mostra il tuo valore e fatti un nome nella storia».

«Nestore figlio di Neleo», rispose Telemaco, «onore del nome acheo, gli Achei applaudono Oreste e il suo nome vivrà attraverso ogni tempo poiché ha vendicato suo padre nobilmente. Voglia il cielo concedermi di fare una simile vendetta sull'insolenza dei malvagi pretendenti, che mi trattano male e complottano la mia rovina; ma gli dèi non hanno una tale felicità in serbo per me e per mio padre, così dobbiamo sopportare come meglio possiamo».

«Amico mio», disse Nestore, «ora che me lo ricordi, mi ricordo d'aver udito che tua madre ha molti pretendenti, che sono maldisposti verso di te e stanno facendo scempio della tua sostanza. Tu ti sottoponi a questo docilmente, o il sentimento pubblico e la voce del cielo sono contro di te? Chi sa che Ulisse non possa tornare dopotutto, e pagare questi furfanti in pieno, sia da solo sia con una forza di Achei alle sue spalle? Se Minerva prendesse a te una simpatia grande come quella che prese a Ulisse quando combattevamo davanti a Troia (perché io non ho mai visto gli dèi apertamente così affezionati a qualcuno come Minerva allora era di tuo padre), se ella prendesse cura di te come fece di lui, questi pretendenti alcuni di loro dimenticherebbero ben presto il loro corteggiamento».

Telemaco rispose: «Non posso aspettarmi nulla del genere; sarebbe fin troppo da sperare. Non oso neppure permettermi di pensarci. Anche se gli dèi stessi lo volessero, una tale buona sorte non potrebbe toccarmi».

A queste parole Minerva disse: «Telemaco, che cosa vai dicendo? Il cielo ha un braccio lungo se è intenzionato a salvare un uomo; e se toccasse a me, non m'importerebbe quanto soffrissi prima di tornare a casa, purché potessi essere al sicuro una volta là. Preferirei questo, piuttosto che tornare a casa in fretta, e poi essere ucciso in casa mia come Agamennone per la fellonia di Egisto e di sua moglie. Eppure, la morte è certa, e quando l'ora di un uomo è giunta, neppure gli dèi possono salvarlo, per quanto gli siano affezionati».

«Mentore», rispose Telemaco, «non parliamone più. Non c'è possibilità che mio padre torni mai; gli dèi hanno già da tempo deciso la sua distruzione. C'è qualcos'altro, tuttavia, che vorrei chiedere a Nestore, perché lui sa molto più di chiunque altro. Dicono che abbia regnato per tre generazioni, così che è come parlare con un immortale. Dimmi, dunque, Nestore, e dimmi il vero: come mai Agamennone venne a morire in quel modo? Che cosa faceva Menelao? E come mai il falso Egisto poté uccidere un uomo tanto migliore di lui? Era Menelao lontano da Argo achea, in viaggio altrove fra i mortali, che Egisto prese coraggio e uccise Agamennone?»

«Te lo dirò sinceramente», rispose Nestore, «e invero tu stesso hai indovinato come andò. Se Menelao, quando tornò da Troia, avesse trovato Egisto ancora vivo nella sua casa, non ci sarebbe stato tumulo eretto per lui, neppure da morto, ma sarebbe stato gettato fuori dalla città ai cani e agli avvoltoi, e nessuna donna l'avrebbe pianto, perché aveva compiuto un gesto di grande scelleratezza; ma noi eravamo là, a combattere duramente a Troia, ed Egisto, che se ne stava comodamente nel cuore di Argo, lusingava la moglie di Agamennone, Clitennestra, con incessanti adulatorie.

All’inizio essa non volle avere nulla a che fare col suo empio disegno, perché era di indole naturalmente buona; e inoltre v’era con lei un bardo, al quale Agamennone, partendo per Troia, aveva dato ordini severi di sorvegliare la propria sposa; ma quando il cielo ne ebbe deciso la rovina, Egisto trasportò quel bardo su un’isola deserta e ve lo lasciò, perché corvi e gabbiani se ne cibassero a sazietà — dopodiché ella andò di buon grado alla casa di Egisto. Allora egli offrì molte ecatombe agli dèi, e adornò molti templi con tappezzerie e dorature, perché la sua riuscita aveva superato di gran lunga ogni sua aspettativa.

«Frattanto Menelao e io eravamo sulla via del ritorno da Troia, in buoni rapporti l’uno con l’altro. Quando giungemmo a Sunio, che è il promontorio di Atene, Apollo coi suoi dardi senza dolore uccise Fronti, il timoniere della nave di Menelao (e nessun uomo seppe mai meglio di lui guidare un vascello in mare grosso), sicché egli morì lì sul momento con il timone in mano, e Menelao, benché assai ansioso di proseguire, dovette fermarsi per seppellire il compagno e rendergli i dovuti onori funebri. Poco dopo, quando anch’egli poté riprendere il mare, e navigò fino alle promontorie Malee, Giove consigliò il male contro di lui e fece soffiare un vento violento, sì che le onde si levavano altissime come montagne. Qui egli divise la sua flotta e prese l’una metà verso Creta, dove vivono i Cidoni intorno alle acque del fiume Iardano. Da queste parti si stende nel mare un alto promontorio che parte da un luogo chiamato Gortina, e per tutto quel tratto di costa, fino a Festo, il mare si gonfia quando soffia il vento del sud, ma dopo Festo la costa è più riparata, perché un piccolo promontorio può offrire un grande rifugio. Qui quella parte della flotta fu sospinta contro gli scogli e naufragò; ma gli equipaggi riuscirono appena a salvarsi. Quanto alle altre cinque navi, furono portate dai venti e dai flutti in Egitto, dove Menelao raccolse molto oro e ricchezze tra genti di lingua straniera. Frattanto Egisto, qui in patria, ordì la sua scellerata impresa. Per sette anni, dopo aver ucciso Agamennone, regnò su Micene, e il popolo gli era docile e sottomesso; ma nell’ottavo anno Oreste tornò da Atene per essere la sua rovina, e uccise l’assassino di suo padre. Poi celebrò i funerali della madre e del falso Egisto con un banchetto per il popolo di Argo, e in quello stesso giorno Menelao giunse a casa, con un tesoro pari a quanto le sue navi potevano portare.

«Ascolta dunque il mio consiglio, e non metterti a girare a lungo così lontano da casa, né lasciare i tuoi beni in casa con gente così pericolosa; ti divoreranno tutto ciò che hai tra loro, e il tuo viaggio sarà stata una impresa da sciocco. Tuttavia ti consiglio in ogni modo di andare a trovare Menelao, che è appena reduce da un viaggio tra popoli così lontani che nessun uomo potrebbe mai sperare di far ritorno, una volta che i venti l’avevano portato tanto fuori dalla sua rotta; neppure gli uccelli potrebbero volare quella distanza in un anno intero, tanto vasti e terribili sono i mari che si devono attraversare. Va’ dunque da lui per mare, e porta con te i tuoi uomini; oppure, se preferisci viaggiare per terra, puoi avere un carro, puoi avere cavalli, ed ecco qui i miei figli che possono scortarti a Lacedemone, dove vive Menelao. Pregalo di dirti la verità, ed egli non ti racconterà bugie, perché è un uomo eccellente.»

Mentre così parlava, il sole tramontò e scese l’oscurità; onde Minerva disse: «Signore, tutto ciò che hai detto è ben detto; ora però ordina che siano tagliate le lingue delle vittime, e mesci il vino, perché possiamo fare le libagioni a Nettuno e agli altri immortali, e poi andiamo a letto, perché è l’ora di dormire. La gente dovrebbe andarsene per tempo e non far tardi a una festa religiosa.»

Così parlò la figlia di Giove, ed essi obbedirono alla sua parola. I servi versarono acqua sulle mani degli ospiti, mentre i paggi riempivano i crateri di vino e acqua, e lo porgevano in giro dopo aver dato a ciascuno la sua offerta da bere; poi gettarono le lingue delle vittime nel fuoco, e si alzarono per fare le loro libagioni. Quando ebbero fatto le offerte e ciascuno ebbe bevuto quanto desiderava, Minerva e Telemaco vollero tornare a bordo della loro nave, ma Nestore li raggiunse subito e li trattenne.

«Il cielo e gli dèi immortali» esclamò «vietino che voi lasciate la mia casa per andare a bordo di una nave. Pensi che io sia così povero e a corto di mantelli, o che abbia così poche coperte e abiti da non poter trovare letti comodi tanto per me quanto per i miei ospiti? Sappi che io ho in abbondanza sia tappeti sia mantelli, e non permetterò che il figlio del mio vecchio amico Odisseo si accampi sul ponte di una nave — finché io viva — né lo permetteranno i miei figli dopo di me, ma terranno casa aperta come ho fatto io.»

Allora Minerva rispose: «Signore, hai parlato bene, e sarà molto meglio che Telemaco faccia come hai detto; egli dunque tornerà con te e dormirà nella tua casa, ma io devo tornare a dare ordini al mio equipaggio e a tenerlo di buon animo. Sono l’unica persona più anziana tra loro; gli altri sono tutti giovani della stessa età di Telemaco, che hanno intrapreso questo viaggio per amicizia; dunque devo tornare alla nave e dormire là. Inoltre domani devo recarmi dai Cauconi, dove ho una grossa somma di denaro che mi è dovuta da tempo. Quanto a Telemaco, ora che è tuo ospite, mandalo a Lacedemone in un carro, e lascia che uno dei tuoi figli vada con lui. Ti prego anche di provvedergli i tuoi migliori e più veloci cavalli.»

Quando ebbe così parlato, se ne volò via in forma di aquila, e tutti si stupirono al vederla. Nestore rimase attonito, e prese Telemaco per mano. «Amico mio» disse «vedo che un giorno diventerai un grande eroe, poiché gli dèi ti assistono in tal modo mentre sei ancora così giovane. Questa non può essere stata altri, tra coloro che abitano nel cielo, se non la temibile figlia di Giove, la nata da Tritone, che mostrò tanto favore verso il tuo valoroso padre tra gli Argivi. Santa regina» continuò «concedi la tua grazia su me stesso, sulla mia buona moglie e sui miei figli. In cambio, ti offrirò in sacrificio una giovenca dall’ampia fronte, di un anno, intatta, e mai ancora condotta dall’uomo sotto il giogo. Ne indorerò le corna, e te la offrirò in sacrificio.»

Così pregava, e Minerva ascoltò la sua preghiera. Egli li condusse poi alla propria casa, seguito dai figli e dai generi. Quando furono giunti e ebbero preso posto sulle panche e sui seggi, egli mescolò loro una coppa di vino dolce, che aveva undici anni quando la governante tolse il coperchio dal grande vaso che lo conteneva. Mentre mesceva il vino, pregava a lungo e faceva libagioni a Minerva, figlia di Giove che porta l’egida. Poi, quando ebbero fatto le libagioni e ciascuno ebbe bevuto quanto desiderava, gli altri se ne andarono a letto ciascuno nella propria dimora; ma Nestore fece dormire Telemaco nella stanza che era sopra il vestibolo, insieme a Pisistrato, che era l’unico figlio non ancora sposato che gli restava. Quanto a sé, dormì nella stanza interna della casa, con la regina sua moglie al fianco.

Ora, quando la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, apparve, Nestore si alzò dal suo letto e prese posto sulle panche di marmo bianco e lucido che stavano davanti alla sua casa. Qui un tempo sedeva Neleo, pari agli dèi nel consiglio, ma ora era morto, ed era sceso nella casa di Ade; così Nestore sedette nel suo seggio con lo scettro in mano, come custode del bene pubblico. I suoi figli, uscendo dalle loro stanze, gli si raccolsero intorno — Echefrone, Stratio, Perseo, Areto e Trasimede; il sesto figlio era Pisistrato, e quando Telemaco si unì a loro, lo fecero sedere con loro. Nestore si rivolse loro.

«Figli miei» disse «affrettatevi a fare come vi dirò. Desidero prima di tutto propiziarmi la grande dea Minerva, che si è manifestata visibilmente a me durante le feste di ieri. Andate dunque, uno di voi nella pianura, dica al mandriano di scegliermi una giovenca e di condurla qui subito. Un altro vada alla nave di Telemaco, e inviti tutto l’equipaggio, lasciando solo due uomini a guardia della nave. Qualcun altro corra a chiamare Larceo l’orafo per indorare le corna della giovenca. Tutti gli altri restate qui dove siete; dite alle ancelle in casa di preparare un pranzo eccellente, e di portare sedie e ciocchi di legna per l’olocausto. Dite loro anche di portarmi dell’acqua limpida di sorgente.»

A quelle parole, essi si affrettarono ciascuno per la propria incombenza. La giovenca fu condotta dalla pianura, e l’equipaggio di Telemaco venne dalla nave; l’orafo portò l’incudine, il martello e le tenaglie con cui lavorava l’oro, e Minerva stessa venne ad accettare il sacrificio. Nestore distribuì l’oro, e il fabbro indorò le corna della giovenca, perché la dea potesse aver piacere della loro bellezza. Poi Stratio ed Echefrone la condussero per le corna; Areto portò l’acqua dalla casa in un vaso che aveva un motivo di fiori, e nell’altra mano teneva un canestro di farina d’orzo; il vigoroso Trasimede stava lì vicino con una scure affilata, pronto a colpire la giovenca, mentre Perseo teneva un secchio. Allora Nestor cominciò col lavarsi le mani e spargere la farina d’orzo, e offrì molte preghiere a Minerva mentre gettava sul fuoco una ciocca del capo della giovenca.

Quando ebbero finito di pregare e di spargere la farina d’orzo, Trasimede vibrò il suo colpo, e abbatté la giovenca con un fendente che recise i tendini alla base del collo; onde le figlie e le nuore di Nestor, e la sua venerabile moglie Euridice (ella era la figlia maggiore di Climeno), gridarono di gioia. Poi sollevarono il capo della giovenca da terra, e Pisistrato le tagliò la gola. Quando ebbe finito di sanguinare e fu del tutto morta, la tagliarono a pezzi. Ne tagliarono fuori le ossa delle cosce nell’ordine dovuto, le avvolsero in due strati di grasso, e vi posero sopra dei pezzi di carne cruda; poi Nestore le pose sulla legna che ardeva e vi versò sopra del vino, mentre i giovani gli stavano accanto con spiedi a cinque punte nelle mani. Quando le cosce furono bruciate ed ebbero assaggiato le interiora, tagliarono il resto della carne a pezzi piccoli, li infilarono negli spiedi e li arrostirono sul fuoco.

Frattanto la bella Policaste, la più giovane figlia di Nestore, lavò Telemaco. Quando lo ebbe lavato e unto con olio, gli portò un bel manto e una tunica, ed egli apparve come un dio uscendo dal bagno e prendendo posto accanto a Nestore. Quando le carni esterne furono cotte, le tirarono via dagli spiedi e si misero a pranzo, dove erano serviti da alcuni degni scudieri, che non cessavano di versare il vino in coppe d’oro. Quando ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Nestore disse: «Figli, attaccate i cavalli al carro di Telemaco, perché possa partire subito.»

Così parlò, ed essi fecero proprio come aveva detto, e aggiogarono i veloci cavalli al carro. La governante preparò loro una provvista di pane, vino e dolciumi degni di figli di principi. Poi Telemaco salì sul carro, mentre Pisistrato raccolse le redini e prese posto accanto a lui. Diede una frustata ai cavalli, ed essi si lanciarono avanti ben volentieri nella aperta campagna, lasciandosi alle spalle l’alta rocca di Pilo. Per tutto quel giorno viaggiarono, facendo oscillare il giogo sui loro colli, finché il sole tramontò e l’oscurità si stese su tutta la terra. Allora raggiunsero Fere, dove viveva Diocle, figlio di Ortiloco e nipote di Alfeo. Qui passarono la notte e Diocle li ospitò con generosità. Quando la figlia del mattino, l’Aurora dalle dita di rosa, apparve, di nuovo aggiogarono i cavalli e uscirono attraverso il portone sotto l’echeggiante andito. Pisistrato frustò i cavalli, ed essi si lanciarono avanti ben volentieri; poco dopo giunsero ai campi di grano dell’aperta campagna, e col trascorrere del tempo completarono il viaggio, così bene i loro destrieri li portarono.

Ora, quando il sole fu tramontato e l’oscurità si stese sulla terra,

LIBRO IV

LA VISITA AL RE MENELAO, CHE RACCONTA LA SUA STORIA — MENTRE I PROCI A ITACA ORDINANO UN COMPLOTTO CONTRO TELEMACO.

raggiunsero la città di Lacedemone, che giace in basso, dove si diressero dritto alla dimora di Menelao [e lo trovarono nella sua stessa casa, che banchettava con i suoi molti parenti in onore delle nozze di suo figlio, e anche di sua figlia, che stava maritando al figlio di quel prode guerriero Achille. Egli aveva dato il suo consenso e gliel’aveva promessa mentre era ancora a Troia, e ora gli dèi stavano portando a compimento il matrimonio; così la stava mandando con carri e cavalli nella città dei Mirmidoni, sui quali regnava il figlio di Achille. Per il suo unico figlio, invece, aveva trovato una sposa di Sparta, figlia di Alettore. Quel figlio, Megapente, gli era nato da una schiava, perché il cielo non aveva concesso ad Elena altri figli dopo averle partorito Ermione, che era bella come la stessa dorata Venere.

Così i vicini e i parenti di Menelao banchettavano e facevano festa nella sua casa. C’era anche un bardo che cantava per loro e suonava la sua lira, mentre due giocolieri andavano avanti esibendosi in mezzo a loro quando l’uomo intonava il suo canto.

Telemaco e il figlio di Nestore fermarono i cavalli al portone; onde Eteoneo, servo di Menelao, uscì fuori, e non appena li vide, corse precipitosamente dentro la casa ad avvisare il padrone. Gli si accostò e disse: «Menelao, ci sono qui degli ospiti arrivati, due uomini, che hanno l’aspetto di figli di Giove. Che cosa facciamo? Togliamo loro i cavalli, oppure diciamo loro di cercarsi un’altra accoglienza come meglio possono?»

Menelao si adirò molto e disse: «Eteoneo, figlio di Boeto, tu non sei stato mai uno sciocco, ma ora parli come un sempliciotto. Togli loro i cavalli, naturalmente, e fa’ entrare gli ospiti, perché possano cenare; tu e io abbiamo alloggiato abbastanza spesso in case altrui, prima di tornare qui, dove il cielo voglia che possiamo riposare in pace d’ora in poi.»

Così Eteoneo si affrettò a tornare indietro e ordinò agli altri servi di venire con lui. Tolsero i cavalli madidi di sudore dal giogo, li legarono alle mangiatoie e diedero loro biada e orzo mescolati. Poi appoggiarono il carro contro la parete di fondo del cortile, e fecero strada verso la casa. Telemaco e Pisistrato rimasero stupiti nel vederla, perché il suo splendore era quello stesso del sole e della luna; poi, quando ebbero ammirato ogni cosa a sazietà, entrarono nella sala del bagno e si lavarono.

Quando i servi li ebbero lavati e unti con olio, portarono loro mantelli di lana e tuniche, e i due presero posto accanto a Menelao. Un’ancella portò loro dell’acqua in un bellissimo vaso d’oro, e la versò in un bacile d’argento perché si lavassero le mani; e dispose accanto a loro una tavola pulita. Un servo più autorevole portò loro del pane, e offerse loro molte buone cose di quelle che c’erano in casa, mentre il trinciante recò piatti di ogni sorta di carni e pose accanto a loro coppe d’oro.

Menelao li salutò allora dicendo: «Mangiate, e siate i benvenuti; quando avrete finito di cenare vi chiederò chi siete, perché la stirpe di uomini come voi non può essersi perduta. Dovete discendere da una linea di re portatori di scettro, perché gente povera non ha figli come voi.»

Con ciò, porse loro un pezzo di grassa lonza arrostita, che gli era stata messa accanto come porzione pregiata, ed essi stesero le mani sulle leccornie che erano davanti a loro; non appena ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, Telemaco disse al figlio di Nestor, con la testa così vicina che nessuno potesse sentire: «Guarda, Pisistrato, uomo secondo il mio cuore, vedi il bagliore del bronzo e dell’oro — dell’ambra, dell’avorio e dell’argento. Tutto è così splendido che è come vedere il palazzo di Giove Olimpio. Sono fuori di me per l’ammirazione.»

Menelao lo udì per caso e disse: «Nessuno, figli miei, può competere con Giove, perché la sua casa e tutto ciò che gli sta intorno è immortale; ma tra i mortali — ebbene, può darsi che vi sia un altro che ha tante ricchezze quante ne ho io, o può darsi di no; ma in ogni caso io ho viaggiato molto e patito molte sofferenze, perché ci vollero quasi otto anni prima che potessi tornare a casa con la mia flotta. Andai a Cipro, in Fenicia e presso gli Egizi; andai anche dagli Etiopi, dai Sidoni e dagli Erembi, e in Libia dove gli agnelli hanno le corna appena nati, e le pecore figliano tre volte l’anno. Ognuno in quel paese, padrone o servo che sia, ha abbondanza di formaggio, carne e buon latte, perché le pecore figliano tutto l’anno. Ma mentre io viaggiavo e accumulavo grandi ricchezze tra quei popoli, mio fratello fu ucciso in segreto e in modo atroce a causa della perfidia della sua scellerata moglie, sicché io non provo alcun piacere a essere signore di tutte queste ricchezze. Qualunque siano i vostri genitori, vi avranno detto di tutto questo, e della mia grave perdita nella rovina di una dimora signorile fornita con ogni abbondanza e magnificenza. Magari avessi solo un terzo di ciò che ho ora, così fossi rimasto a casa, e fossero vivi tutti coloro che perirono nella pianura di Troia, lontano da Argo. Spesso mi dolgo, come siedo qui nella mia casa, per l’uno e per tutti loro. A volte grido forte per il dolore, ma poi smetto di nuovo, perché piangere è un magro conforto, e ben presto ci si stanca. Eppure, per quanto mi lamenti di tutti loro, lo faccio per un uomo più che per ciascuno di loro. Non riesco nemmeno a pensarci senza che mi venga nausea sia del cibo sia del sonno, tanto misero mi fa sentire, perché nessuno di tutti gli Achei lavorò tanto o rischiò quanto lui. Non ne ricavò nulla, e ha lasciato in eredità dolore a me, perché è partito da molto tempo, e non sappiamo se è vivo o morto. Il suo vecchio padre, la sua longanime moglie Penelope, e suo figlio Telemaco, che egli lasciò dietro di sé bambino in fasce, sono immersi nel dolore per lui.»

Così parlò Menelao, e il cuore di Telemaco fu stretto dalla nostalgia, pensando al padre suo. Le lacrime gli scesero dagli occhi mentre lo sentiva nominare in tal modo, sì che si coprì il volto col mantello con entrambe le mani. Quando Menelao se ne avvide, esitò se lasciar scegliere a lui il momento buono per parlare, o chiederglielo subito e scoprire che cosa fosse.

Note del traduttore (per continuità): il brano precedente termina con — «…e nessuna donna l'avrebbe pianto, perché aveva compiuto un gesto di grande scelleratezza; ma noi eravamo là, a combattere duramente a Troia, ed Egisto, che se ne stava comodamente nel cuore di Argo, lusingava la moglie di Agamennone, Clitennestra, con incessanti adulatorie.»

Mentre così esitava, Elena scese dalla sua alta stanza dai soffitti a volta e tutta profumata, bella come Diana in persona. Adraste le recò una seggiola, Alcippe un morbido tappeto di lana, mentre Filo le portò il cofanetto d'argento che le aveva donato Alcandra, moglie di Polibo. Polibo abitava nella Tebi d'Egitto, che è la città più ricca di tutto il mondo; egli aveva donato a Menelao due bacili, entrambi d'argento massiccio, due tripodi e dieci talenti d'oro; oltre a tutto ciò, sua moglie aveva fatto a Elena alcuni begli omaggi, e cioè un fuso d'oro e un cofanetto d'argento che scorreva su rotelle, con una fascia d'oro intorno al bordo. Filo lo pose ora al suo fianco, ricolmo di filo finemente ritorto, e un fuso carico di lana color viola fu adagiato sopra. Allora Elena si assise, posò i piedi sullo sgabello e prese a interrogare il marito.

«Sappiamo, Menelao», disse, «i nomi di questi stranieri che sono venuti a farci visita? Indovinerò bene o male? Ma non posso trattenermi dal dire ciò che penso. Mai ho veduto, né uomo né donna, somigliare tanto a qualcun altro (in verità, quando lo guardo, so appena cosa pensare) come questo giovane somiglia a Telemaco, che Ulisse lasciò bambino dietro di sé, quando voi Achei partiste per Troia con la guerra nel cuore, a causa di me, la più sfrontata che esista.»

«Mia cara sposa», rispose Menelao, «vedo la somiglianza esattamente come te. Le sue mani e i suoi piedi sono proprio quelli di Ulisse; così i capelli, la forma della testa e l'espressione degli occhi. Inoltre, mentre io parlavo di Ulisse e dicevo quanto egli avesse sofferto per causa mia, lacrime gli cadevano dagli occhi, ed egli nascose il volto nel mantello.»

Allora Pisistrato disse: «Menelao, figlio di Atreo, fai bene a pensare che questo giovane sia Telemaco, ma egli è molto riservato e si vergogna di presentarsi qui e di attaccare discorso con uno la cui conversazione è così divinamente interessante qual è la tua. Mio padre, Nestore, mi mandò ad accompagnarlo fin qui, perché desiderava sapere se tu potessi dargli qualche consiglio o suggerimento. Un figlio ha sempre guai in casa, quando il padre è partito lasciandolo senza difensori; e tale è appunto la condizione di Telemaco, poiché suo padre è lontano, e non c'è nessuno, tra la sua gente, che gli stia accanto.»

«Per gli dèi», rispose Menelao, «allora sto ricevendo la visita del figlio di un carissimo amico, che molto patì per me. Avevo sempre sperato di ospitarlo con la massima distinzione, quando il cielo ci avesse concesso un felice ritorno da oltre i mari. Gli avrei fondato una città in Argo, e costruito una casa. Lo avrei fatto partire da Itaca con i suoi beni, suo figlio e tutta la sua gente, e avrei devastato per loro qualcuna delle città vicine che mi sono soggette. Così ci saremmo visti di continuo, e solo la morte avrebbe potuto interrompere un consuetudine così stretta e felice. Suppongo, però, che il cielo ci abbia negato una così grande fortuna, perché ha impedito al poveretto di tornare del tutto a casa.»

Così parlò, e le sue parole li fecero tutti piangere. Pianse Elena, pianse Telemaco, e pianse anche Menelao, né Pisistrato poté trattenere le lacrime, ricordando il caro fratello Antiloco, che il figlio dell'alba splendente aveva ucciso. Allora disse a Menelao:

«Signore, mio padre Nestore, quando solevamo parlare di te a casa, mi diceva che eri persona di raro ed eccellente discernimento. Se dunque è in tuo potere, fa' come ti esorto. Non amo piangere mentre mi metto a cena. Verrà il mattino a tempo debito, e nella mattinata poco m'importa di piangere quanto voglio per i morti che se ne sono andati. È tutto ciò che possiamo fare per le povere creature. Possiamo solo rasare il capo in loro onore e spremere le lacrime dalle guance. Io avevo un fratello che morì a Troia; non era affatto il peggiore tra gli uomini là; tu certo lo conoscevi — il suo nome era Antiloco; io non lo vidi mai con i miei occhi, ma dicono che fosse straordinariamente veloce di piedi e valoroso in battaglia.»

«La tua saggezza, amico mio», rispose Menelao, «va oltre i tuoi anni. È chiaro che somigli al padre. Si vede subito quando un uomo è figlio di uno cui il cielo ha benedetto tanto nella sposa quanto nella prole — e ha benedetto Nestore dal principio alla fine di tutti i suoi giorni, concedendogli una verde vecchiazza nella sua casa, con figli intorno che sono entrambi ben disposti e valorosi. Metteremo dunque fine a tutto questo pianto, e torneremo a occuparci della cena. Si versi acqua sulle nostre mani. Telemaco ed io potremo parlare tra noi a nostro agio domattina.»

A questo punto Asfalione, uno dei servi, versò acqua sulle loro mani ed essi posero le mani sulle vivande che erano loro poste dinanzi.

Allora la figlia di Giove, Elena, pensò a un'altra cosa. Drogò il vino con un'erba che scaccia ogni affanno, dolore e malumore. Chiunque beva il vino così drogato non può versare una sola lacrima per tutto il resto del giorno, neppure se suo padre e sua madre cadano entrambi morti, o se veda un fratello o un figlio fatto a pezzi sotto i suoi occhi. Questa droga, di così sovrana potenza e virtù, era stata data a Elena da Polidamna, moglie di Ton, donna d'Egitto, dove crescono erbe d'ogni sorta, alcune buone da mettere nella coppa della mistura e altre velenose. Inoltre, ognuno nell'intero paese è un abile medico, perché discendono dalla stirpe di Peone. Quando Elena ebbe messo quella droga nella coppa, e ebbe detto ai servi di servire il vino in giro, disse:

«Menelao, figlio di Atreo, e voi miei buoni amici, figli di uomini onorati (che è come Giove vuole, poiché egli è il dispensatore del bene e del male, e può fare ciò che gli piace), festeggiate qui come vorrete, e ascoltate mentre vi racconto una storia a proposito. Non posso davvero nominare ogni singola prodezza di Ulisse, ma posso dire ciò che egli fece quando fu davanti a Troia, e voi Achei eravate in ogni sorta di difficoltà. Si ricoprì di ferite e lividi, si vestì tutto di stracci, ed entrò nella città nemica con l'aspetto di un servo o di un mendicante, del tutto diverso da quello che era tra la sua gente. In questo travestimento entrò nella città di Troia, e nessuno gli disse nulla. Io sola lo riconobbi e cominciai a interrogarlo, ma egli fu troppo astuto per me. Quando, però, lo ebbi lavato e unto e gli ebbi dato abiti, e dopo che ebbi giurato un solenne giuramento di non tradirlo ai Troiani finché non fosse tornato sano e salvo al suo accampamento e alle navi, egli mi disse tutto ciò che gli Achei intendevano fare. Uccise molti Troiani e ottenne molte informazioni prima di raggiungere l'accampo argivo, e per tutte queste cose le donne troiane fecero lamento, ma per parte mia gioii, perché il mio cuore cominciava a desiderare la casa, ed ero infelice per il torto che Venere mi aveva fatto portandomi là, lontano dal mio paese, dalla mia figliola e dal mio legittimo sposo, che davvero non è per nulla manchevole né di persona né di senno.»

Allora Menelao disse: «Tutto ciò che hai detto, mia cara sposa, è vero. Ho molto viaggiato e molto ho avuto a che fare con eroi, ma non ho mai veduto un uomo simile a Ulisse. Che resistenza poi, e che coraggio dimostrò dentro il cavallo di legno, dove tutti i più prodi degli Argivi stavano in agguato per portare morte e distruzione ai Troiani. In quel momento tu venisti da noi; qualche dio che voleva bene ai Troiani deve avervi spinto, e avevi con te Deifobo. Tre volte girasti intorno al nostro nascondiglio e lo toccasti; chiamasti i nostri capi ognuno per il suo nome, e imitasti tutte le nostre mogli — Diomede, Ulisse e io, dai nostri posti dentro, udimmo che fracasso facevi. Diomede ed io non riuscivamo a deciderci se balzar fuori lì per lì o se risponderti dall'interno, ma Ulisse ci trattenne tutti, così restammo seduti ben fermi, tutti tranne Anticlo, che cominciava a risponderti, quando Ulisse gli premette le sue due mani robuste sulla bocca, e ve le tenne. Fu questo che ci salvò tutti, perché mise la museruola ad Anticlo finché Minerva non ti portò via di nuovo.»

«Che dolore», esclamò Telemaco, «che tutto ciò non valse a salvarlo, né valse il suo ferreo coraggio. Ma ora, signore, concedici di mandarci tutti a letto, perché possiamo giacere e godere del beato dono del sonno.»

A questo punto Elena disse alle ancelle di disporre i letti nella stanza che era nel vestibolo, e di approntarli con bei tappeti rossi, e di stendere sopra coperte con mantelli di lana perché gli ospiti li indossassero. Così le ancelle uscirono, portando una torcia, e prepararono i letti, ai quali un servo condusse ben presto gli ospiti. Così dunque Telemaco e Pisistrato dormirono là nel cortile, mentre il figlio di Atreo giaceva in una stanza interna con la bella Elena al suo fianco.

Quando la figlia del mattino, l'Aurora dalle rosee dita, apparve, Menelao si alzò e si vestì. Si legò i sandali ai begli piedi, si cinse la spada sulle spalle, e uscì dalla sua stanza con l'aspetto di un dio immortale. Poi, preso posto accanto a Telemaco, disse:

«E dunque, Telemaco, che cosa ti ha spinto a intraprendere questo lungo viaggio per mare fino a Lacedemone? Sei qui per affari pubblici o privati? Raccontami ogni cosa.»

«Sono venuto, signore», rispose Telemaco, «per vedere se potete dirmi qualcosa di mio padre. Mi stanno mangiando la casa; la mia bella proprietà viene dissipata, e la mia casa è piena di scellerati che continuano ad ammazzare gran numero delle mie pecore e dei miei buoi, col pretesto di corteggiare mia madre. Perciò mi prostro alle tue ginocchia, nella speranza che per caso tu possa dirmi qualcosa della triste fine di mio padre, se l'hai veduta con i tuoi occhi, o se l'hai udita da qualche altro viaggiatore; poiché egli era un uomo nato per la sventura. Non attenuare le cose per pietà di me, ma raccontami in tutta franchezza esattamente ciò che vedesti. Se il mio prode padre Ulisse mai ti rese leale servizio con la parola o con l'azione, quando voi Achei eravate tribolati dai Troiani, ricordatelo ora come a mio favore e dimmi il vero di tutto.»

Menelao, nel sentire ciò, ne fu molto scosso. «Così», esclamò, «questi vigliacchi usurperanno il letto di un uomo prode? Una cerva potrebbe altrettanto deporre i suoi neonati nella tana di un leone, e poi andarsene a pascolare nella foresta o in qualche verde valletta: il leone, quando tornerà alla sua tana, farà breve giustizia di tutti e due — e così farà Ulisse di questi proci. Per padre Giove, Minerva e Apollo, se Ulisse è ancora l'uomo che era quando lottò con Filomelide in Lesbo e lo atterrò così pesantemente che tutti gli Achei lo acclamarono — se è ancora tale e potesse avvicinarsi a questi proci, essi avrebbero breve tempo e misere nozze. Per quanto riguarda le tue domande, tuttavia, non tergiverserò né ti ingannerò, ma ti racconterò senza reticenze tutto ciò che il vecchio del mare mi disse.

«Cercavo di tornare qui, ma gli dèi mi trattennero in Egitto, perché le mie ecatombi non li avevano pienamente soddisfatti, e gli dèi sono molto rigorosi nel pretendere ciò che è loro dovuto. Ora, al largo dell'Egitto, a circa la distanza che una nave può percorrere in un giorno con una buona brezza tesa alle spalle, c'è un'isola chiamata Faro — ha un buon porto da cui le navi possono uscire in mare aperto dopo aver fatto provvista d'acqua — e qui gli dèi mi tennero in calma di vento per venti giorni, senza un soffio di vento favorevole che mi aiutasse a procedere. Saremmo rimasti completamente senza provviste e i miei uomini sarebbero morti di fame, se una dea non avesse avuto pietà di me e non mi avesse salvato nella persona di Idotea, figlia di Proteo, il vecchio del mare, poiché ella si era fortemente invaghita di me.

«Ella venne da me un giorno, quando ero solo, come spesso accadeva, perché gli uomini andavano con i loro ami uncinati per tutta l'isola nella speranza di pescare uno o due pesci per salvarli dai morsi della fame. "Straniero", disse, "mi sembra che ti piaccia patire la fame in questo modo — almeno non sembra turbarti granché, poiché te ne stai qui giorno dopo giorno, senza nemmeno tentare di andartene, benché i tuoi uomini muoiano a poco a poco."

«"Lascia che ti dica", dissi io, "quale che sia la dea tu possa essere, che io non resto qui di mia volontà, ma devo aver offeso gli dèi che abitano il cielo. Dimmi dunque, poiché gli dèi tutto sanno, quale degli immortali sia che mi trattiene in questo modo, e dimmi anche come posso navigare il mare così da raggiungere la mia casa."

«"Straniero", rispose, "te lo renderò tutto chiarissimo. C'è un antico immortale che vive sotto il mare da queste parti e il cui nome è Proteo. È egiziano, e la gente dice che sia mio padre; è il capo di Nettuno e conosce ogni palmo di fondo in fondo al mare. Se puoi intrappolarlo e tenerlo stretto, ti dirà del tuo viaggio, quali rotte devi seguire, e come devi navigare il mare così da raggiungere la tua casa. Ti dirà anche, se vorrai, tutto ciò che è accaduto nella tua casa, in bene e in male, mentre tu eri via nel tuo lungo e pericoloso viaggio."

«"Puoi mostrarmi", dissi io, "qualche stratagemma per mezzo del quale io possa catturare questo antico dio senza che egli lo sospetti e mi scopra? Un dio, infatti, non si lascia prendere facilmente — non da un mortale."

«"Straniero", disse, "te lo renderò tutto chiarissimo. Verso l'ora in cui il sole sarà giunto a metà del cielo, il vecchio del mare sale da sotto le onde, annunciato dal vento d'Occidente che gli increspa l'acqua sopra il capo. Appena è salito si sdraia e si addormenta in una grande caverna marina, dove anche le foche — i pulcini di Alosidna, come le chiamano — salgono dal mare grigio e vanno a dormire in frotte tutt'intorno a lui; e un odore molto forte e di pesce si portano dietro. Domani di buon mattino ti condurrò in quel luogo e ti porrò in agguato. Scegli dunque i tre migliori uomini che hai nella tua flotta, e ti dirò tutti i trucchi che il vecchio vi giocherà.

«"Prima passerà in rassegna tutte le sue foche e le conterà; poi, quando le avrà viste e contate sulle cinque dita, andrà a dormire in mezzo a loro, come un pastore tra le sue pecore. Nell'istante in cui lo vedrai addormentato, afferralo; metti fuori tutta la tua forza e tienilo ben stretto, poiché egli farà di tutto per liberarsi da te. Si trasformerà in ogni sorta di creatura che cammina sulla terra, e diventerà anche fuoco e acqua; ma tu devi tenerlo stretto e afferrarlo sempre più forte, finché non cominci a parlarti e ritorni a quello che era quando lo vedrai addormentarsi; allora potrai allentare la presa e lasciarlo andare; e potrai chiedergli quale degli dèi sia adirato con te, e cosa tu debba fare per raggiungere la tua casa attraverso i mari."

«Detto ciò, ella si tuffò sotto le onde, onde io tornai al luogo dove le mie navi erano allineate sulla riva; e il cuore mi si rabbuiò di pensieri mentre camminavo. Quando raggiunsi la nave, aprimmo la cena, poiché calava la notte, e ci accampammo sulla spiaggia.

«Quando la figlia del mattino, l'Aurora dalle rosee dita, apparve, presi i tre uomini su cui potevo più contare per valore d'ogni sorta, e camminai lungo la riva del mare, pregando di cuore il cielo. Intanto la dea mi recò quattro pelli di foca dal fondo del mare, appena scuoiate, poiché intendeva fare uno scherzo a suo padre. Poi scavò quattro fosse perché noi vi ci coricassimo, e si sedette ad aspettare che noi venissimo. Quando le fummo vicini, ci fece distendere nelle fosse una dopo l'altra, e gettò una pelle di foca sopra ciascuno di noi. La nostra imboscata sarebbe stata intollerabile, perché il fetore delle foche era dei più ripugnanti — chi mai andrebbe a letto con un mostro marino, se potesse evitarlo? — ma qui pure la dea ci aiutò, e pensò a qualcosa che ci diede grande sollievo, poiché mise dell'ambrosia sotto le narici di ognuno, così fragrante che uccideva l'odore delle foche.

«Noi attendemmo tutta la mattina e facemmo del nostro meglio, guardando le foche che venivano a centinaia a basarsi sulla riva del mare, finché a mezzogiorno anche il vecchio del mare salì, e quando ebbe trovato le sue grasse foche le passò in rassegna e le contò. Noi eravamo tra le prime che contò, e non sospettò alcun inganno, ma si stese a dormire appena ebbe finito di contare. Allora gli piombammo addosso con un grido e lo afferrammo; a ciò egli cominciò subito con i suoi soliti trucchi, e si trasformò prima in un leone con una grande criniera; poi tutto a un tratto divenne un drago, un leopardo, un cinghiale; un momento dopo era acqua corrente, e poi di nuovo subito era un albero, ma noi restammo attaccati a lui e non lo lasciammo mai, finché alla fine l'astuto vecchio si affannò, e disse: "Quale degli dèi è stato, figlio di Atreo, che ha ordito con te questo piano per intrappolarmi e catturarmi contro la mia volontà? Che cosa vuoi?"

«"Tu lo sai già, vecchio", risposi io, "non guadagnerai nulla cercando di deflettermi. È perché sono stato trattenuto così a lungo in quest'isola e non vedo segno di poter ripartire. Mi si spezza il cuore; dimmi dunque, poiché voi dèi tutto sapete, quale degli immortali sia che mi trattiene, e dimmi anche come posso navigare il mare così da raggiungere la mia casa?"

«"Allora", disse, "se vuoi finire il viaggio e tornare a casa in fretta, devi offrire sacrifici a Giove e al resto degli dèi prima di imbarcarti; poiché è decretato che tu non possa tornare dai tuoi amici e nella tua dimora, finché non sia tornato al fiume nutritore del cielo d'Egitto e non abbia offerto sacre ecatombi agli dèi immortali che regnano nel cielo. Quando avrai fatto ciò, ti lasceranno finire il viaggio."

«Mi si spezzò il cuore, quando udiì che dovevo tornare indietro per tutto quel lungo e tremendo viaggio fino in Egitto; nondimeno, risposi: "Farò tutto, vecchio, ciò che mi hai imposto; ma ora dimmi, e dimmi il vero, se tutti gli Achei che Nestore ed io lasciammo a Troia quando salpammo sono tornati sani e salvi a casa, o se qualcuno di loro è finito male o sulla sua nave o tra i suoi amici, quando i giorni del combattere furono finiti."

«Figlio d'Atreo», rispose, «perché me lo chiedi? Faresti meglio a non sapere ciò che posso dirti, perché i tuoi occhi si colmeranno di lacrime quando avrai udito la mia storia. Molti di quelli dei quali mi domandi sono morti e scomparsi, ma molti ancora rimangono, e solo due dei capi achei perirono durante il ritorno in patria. Quanto a ciò che accadde sul campo di battaglia, tu eri là di persona. Un terzo capo acheo è ancora in mare, vivo, ma impedito di tornare. Aiace naufragò, perché Nettuno lo spinse sui grandi scogli di Gire; nondimeno, lo lasciò uscire salvo dall'acqua, e malgrado tutto l'odio di Minerva sarebbe sfuggito alla morte, se non si fosse rovinato con la sua tracotanza. Disse che gli dèi non potevano annegarlo nemmeno se ci avessero provato, e quando Nettuno udì quella gran chiacchiera, afferrò il suo tridente nelle sue due mani poderose, e spaccò in due la roccia di Gire. La base rimase dov'era, ma la parte su cui Aiace sedeva precipitò nel mare e con sé trascinò Aiace; così egli bevve acqua salata e annegò.

«Tuo fratello e le sue navi scamparono, perché Giunone lo protesse, ma quando stava per raggiungere l'alto promontorio di Malea, fu colto da una forte burrasca che lo trasportò di nuovo in mare suo malgrado, e lo spinse fino al capo dove un tempo soleva abitare Tieste, ma dove allora viveva Egisto. Più tardi, tuttavia, parve che dovesse tornare sano e salvo dopo tutto, perché gli dèi spinsero il vento nella sua direzione di prima e raggiunsero la patria; onde Agamennone baciò il suolo nativo, e sparse lacrime di gioia nel ritrovarsi nella sua terra.

«Ora c'era una sentinella che Egisto teneva sempre in guardia, e alla quale aveva promesso due talenti d'oro. Quest'uomo stava sorvegliando da un anno intero per assicurarsi che Agamennone non gli sfuggisse e non preparasse la guerra; quando, dunque, costui vide Agamennone passare, andò a dirlo a Egisto, che subito cominciò a ordire un tranello contro di lui. Scelse venti dei suoi più prodi guerrieri e li pose in agguato da un lato del chiostro, mentre dall'altro lato preparò un banchetto. Quindi mandò i suoi cocchi e i suoi cavalieri incontro ad Agamennone, e lo invitò al convito, ma intendeva fare il malocchio. Lo attirò là, del tutto inconsapevole del destino che lo attendeva, e lo uccise quando il banchetto fu finito, come se scannasse un bue nel macello; non uno dei seguaci di Agamennone rimase vivo, né uno di quelli di Egisto, ma furono tutti trucidati là nei chiostri.»

Così parlò Proteo, e il cuore mi si spezzò nel udirlo. Mi sedetti sulla sabbia e piansi; sentivo come se non potessi più sopportare di vivere né di guardare la luce del sole. Poco dopo, quando ebbi saziato il pianto e il contorcermi a terra, il vecchio del mare disse: «Figlio d'Atreo, non sprecare più tempo a piangere così amaramente; non può giovare in nessun modo; ritrova la via di casa il più in fretta che puoi, perché Egisto può essere ancora vivo, e anche se Oreste ti ha prevenuto uccidendolo, tu puoi ancora giungere in tempo per il suo funerale.»

A queste parole ripresi coraggio malgrado ogni dolore, e dissi: «So, dunque, di questi due; dimmi, pertanto, del terzo uomo di cui parlasti; è ancora vivo, ma in mare, e incapace di tornare a casa? o è morto? Dimmelo, per quanto mi addolori.»

«Il terzo», rispose, «è Ulisse che abita in Itaca. Lo vedo in un'isola che soffre amaramente nella casa della ninfa Calipso, la quale lo tiene prigioniero, ed egli non può raggiungere la sua dimora perché non ha navi né marinai che lo portino sul mare. Quanto alla tua fine, Menelao, non morirai in Argo, ma gli dèi ti porteranno nella pianura Elisia, che è ai confini del mondo. Là regna il biondo Radamanto, e gli uomini conducono una vita più lieve che in qualsiasi altro luogo del mondo, perché nell'Elisio non cadono pioggia, né grandine, né neve, ma Oceano soffia sempre con un vento d'Ovest che canta sommesso dal mare, e dà nuova vita a tutti gli uomini. Questo ti accadrà perché hai sposato Elena, e sei genero di Giove.»

Così parlò, si tuffò sotto le onde; onde io tornai alle navi coi miei compagni, e il cuore mi si offuscò di pena mentre camminavo. Quando raggiungemmo le navi, preparammo la cena, perché calava la notte, e ci accampammo sulla spiaggia. Quando la figlia del mattino, l'alba dalle dita di rosa, apparve, spingemmo le navi in acqua, e vi mettemmo dentro alberi e vele; poi salimmo a bordo noi stessi, prendemmo posto sui banchi, e percuotemmo con i remi il grigio mare. Di nuovo ormeggiai le mie navi nel fiume d'Egitto nutrito dal cielo, e offersi ecatombi piene e sufficienti. Quando ebbi così placato l'ira del cielo, innalzai un tumulo alla memoria di Agamennone perché il suo nome vivesse per sempre, dopo di che ebbi un rapido passaggio verso casa, perché gli dèi mi mandarono un vento favorevole.

«E ora per te — resta qui ancora dieci o dodici giorni, e poi ti affretterò nel cammino. Ti farò un nobile dono di un cocchio e tre cavalli. Ti darò anche una bella coppa che finché vivrai ti faccia pensare a me ogni volta che farai una libazione agli dèi immortali.»

«Figlio d'Atreo», rispose Telemaco, «non insistere perché resti più a lungo; sarei contento di rimanere con te per altri dodici mesi; trovo la tua conversazione così gradevole che non desidererei mai di trovarmi a casa con i miei genitori; ma l'equipaggio che ho lasciato a Pilo è già impaziente, e tu mi trattieni presso di loro. Quanto a un dono che tu possa volermi fare, preferirei che fosse un pezzo di vasellame. Non porterò cavalli con me a Itaca, ma li lascerò a ornare le tue stalle, perché tu hai molto terreno piano nel tuo regno dove prospera il loto, come anche l'olmaria e il grano e l'orzo, e l'avena con le sue spighe bianche e spampanate; mentre a Itaca non abbiamo campi aperti né ippodromi, e il paese è più adatto alle capre che ai cavalli, e tanto mi piace di più. Nessuna delle nostre isole ha molto terreno pianeggiante, adatto ai cavalli, e Itaca meno di tutte.»

Menelao sorrise e prese la mano di Telemaco nella sua. «Quello che dici», disse, «mostra che vieni da buona stirpe. Posso, e voglio, fare questo scambio con te, dandoti il più bello e prezioso pezzo di vasellame in tutta la mia casa. È un cratere per mescere, fabbricato dalla mano stessa di Vulcano, d'argento puro, tranne l'orlo, che è intarsiato d'oro. Me lo donò Fedimo, re dei Sidoni, nel corso di una visita che gli feci quando tornai là durante il mio viaggio di ritorno. Te ne farò dono.»

Così conversavano [e gli ospiti continuavano ad arrivare alla casa del re. Portavano pecore e vino, mentre le loro mogli avevano preparato il pane perché lo portassero con sé; così erano intenti a cucinare le loro cene nei cortili].

Frattanto i pretendenti scagliavano dischi o miravano con le lance a un bersaglio sul terreno livellato davanti alla casa di Ulisse, e si comportavano con tutta la loro antica insolenza. Antinoo ed Eurimaco, che erano i loro capi e di gran lunga i più in vista tra loro tutti, stavano seduti insieme quando Noèmone figlio di Fronio si avvicinò e disse ad Antinoo:

«Abbiamo qualche idea, Antinoo, in quale giorno Telemaco torni da Pilo? Ha una nave mia, e la voglio, per passare a Elide: ho là dodici cavalle da riproduzione con puledri muli annuali al loro fianco non ancora domati, e voglio portarne uno qui e domarlo.»

Furono attoniti nell'udire ciò, perché erano certi che Telemaco non fosse andato nella città di Neleo. Pensavano che fosse solo fuori da qualche parte nelle fattorie, e che fosse con le pecore, o con il guardiano dei porci; così Antinoo disse: «Quando è partito? Dimmi il vero, e quali giovani ha preso con sé? Erano uomini liberi o suoi propri servi — perché potrebbe fare anche quello? Dimmi anche, gli hai lasciato la nave di tua spontanea volontà perché te la chiese, o l'ha presa senza il tuo permesso?»

«Gliel'ho prestata io», rispose Noèmone, «che altro potevo fare quando un uomo della sua condizione disse che era in difficoltà, e mi chiese di obbligarlo? Non potevo in alcun modo rifiutare. Quanto a quelli che andarono con lui, erano i migliori giovani che abbiamo, e vidi Mentore salire a bordo come capitano — o qualche dio che gli somigliava esattamente. Non riesco a capirlo, perché vidi Mentore qui me stesso ieri mattina, e tuttavia allora stava partendo per Pilo.»

Noèmone poi tornò alla casa di suo padre, ma Antinoo ed Eurimaco erano molto adirati. Dissero agli altri di smettere di giocare, e di venire a sedersi insieme a loro. Quando vennero, Antinoo figlio di Eupite parlò con rabbia. Il cuore gli si era annerito di furore, e gli occhi lanciavano fuoco mentre diceva:

«Per Giove, questo viaggio di Telemaco è una faccenda seria; eravamo certi che sarebbe finito in niente, ma il giovanotto se n'è andato nonostante noi, e con un equipaggio scelto, per giunta. Ci darà guai tra poco; possa Giove portarlo via prima che sia completamente cresciuto. Trovami dunque una nave, con un equipaggio di venti uomini, e io starò in agguato per lui negli stretti tra Itaca e Samo; si pentirà allora del giorno in cui si mise in mare per cercare notizie di suo padre.»

Così parlò, e gli altri applaudirono le sue parole; poi entrarono tutti insieme negli edifici.

Non passò molto che Penelope venne a sapere ciò che i pretendenti tramavano; poiché un servo, Medonte, li aveva uditi di nascosto da fuori del cortile esterno mentre ordivano i loro piani dentro, e andò a dirlo alla sua padrona. Mentre varcava la soglia della sua stanza, Penelope disse: «Medonte, perché ti mandano qui i pretendenti? È forse per dire alle serve di lasciare le faccende del padrone e cucinare il pranzo per loro? Voglia il cielo che non facciano più la corte né pranzino d'ora in poi, né qui né altrove, ma che questo sia proprio l'ultima volta, per lo spreco che fate tutti del patrimonio di mio figlio. Non vi dissero i vostri padri quando eravate bambini, quanto fosse stato buono con loro Ulisse — non facendo mai nulla di prepotente, né parlando aspramente a nessuno? I re possono dire cose talvolta, e possono prendere in simpatia un uomo e averne in antipatia un altro, ma Ulisse non fece mai un'ingiustizia verso nessuno — il che mostra che cuori avete cattivi, e che non c'è più gratitudine in questo mondo.»

Allora Medonte disse: «Vorrei, signora, che fosse tutto qui; ma tramano qualcosa di molto più terribile ora — possa il cielo frustrare il loro disegno. Stanno per cercare di assassinare Telemaco mentre torna da Pilo e da Sparta, dove è andato per avere notizie di suo padre.»

Allora il cuore di Penelope sprofondò dentro di lei, e per lungo tempo restò senza parole; gli occhi le si riempirono di lacrime, e non trovava parola. Alla fine, tuttavia, disse: «Perché mio figlio mi ha lasciata? Che bisogno aveva di andarsene navigando su navi che fanno lunghi viaggi sopra l'oceano come cavalli marini? Vuole morire senza lasciare nessuno dietro di sé che ne mantenga il nome?»

«Non so», rispose Medonte, «se qualche dio lo spinse a farlo, o se andò di propria iniziativa per vedere se poteva scoprire se suo padre era morto, o vivo e sulla via del ritorno.»

Poi scese di nuovo le scale, lasciando Penelope in un'agonia di dolore. C'erano molte sedie in casa, ma essa non aveva cuore di sedersi su nessuna di esse; poteva solo gettarsi sul pavimento della sua stanza e piangere; onde tutte le serve della casa, vecchie e giovani, si raccolsero intorno a lei e cominciarono a piangere anch'esse, finché alla fine in un eccesso di dolore esclamò:

«Care mie, il cielo si è compiaciuto di provarmi con più afflizione di qualsiasi altra donna della mia età e del mio paese. Prima ho perduto il mio prode e coraggioso marito, che possedeva ogni buona qualità sotto il cielo, e il cui nome era grande in tutta l'Ellade e nella media Argo, e ora il mio amato figlio è alla mercé dei venti e delle onde, senza che io abbia udito una sola parola della sua partenza da casa. Voi sfacciate, non ci fu una tra voi che pensasse di chiamarmi fuori dal letto, sebbene tutte sapeste benissimo quando partiva. Se avessi saputo che intendeva fare questo viaggio, avrebbe dovuto rinunciarvi, per quanto vi fosse deciso, o lasciarmi un cadavere dietro di sé — l'uno o l'altro. Ora, invece, andate qualcuna di voi a chiamare il vecchio Dolio, che mi fu dato da mio padre al mio matrimonio, e che è il mio giardiniere. Ditegli di andare subito a riferire ogni cosa a Laerte, che può essere capace di escogitare qualche piano per ottenere la simpatia pubblica dalla nostra parte, contro coloro che cercano di sterminare la sua stessa stirpe e quella di Ulisse.»

Allora la cara vecchia nutrice Euriclea disse: «Puoi uccidermi, signora, o lasciarmi vivere ancora nella tua casa, come preferisci, ma ti dirò la pura verità. Sapevo tutto, e gli diedi tutto ciò che volle in fatto di pane e vino, ma mi fece giurare solennemente che non ti avrei detto nulla per dieci o dodici giorni, a meno che tu non chiedessi o venissi a sapere per caso che era partito, perché non voleva che tu rovinassi la tua bellezza col pianto. E ora, signora, lavati il viso, cambia vestito, e sali con le tue serve al piano di sopra a offrire preghiere a Minerva, figlia di Giove scuotitore dell'egida, perché può salvarlo anche se fosse nelle fauci della morte. Non turbare Laerte: ha già abbastanza affanni. Inoltre, non posso credere che gli dèi odino tanto la stirpe del figlio di Arcesio, ma ci sarà un figlio che verrà dopo di lui, e che erediterà sia la casa sia i belli campi che le giacciono tutt'intorno.»

Con queste parole fece smettere di piangere la sua padrona, e le asciugò le lacrime dagli occhi. Penelope si lavò il viso, cambiò vestito, e salì al piano di sopra con le sue serve. Mise poi dell'orzo frantumato in un canestro e cominciò a pregare Minerva.

«Ascoltami», gridò, «figlia di Giove scuotitore dell'egida, infaticabile. Se mai Ulisse mentre era qui ti bruciò grasse cosce di pecora o giovenca, ricordatene ora a mio favore, e salva il mio amato figlio dalla perfidia dei pretendenti.»

Gridò ad alta voce mentre parlava, e la dea udi la sua preghiera; frattanto i pretendenti facevano baccano nel coperto chiostro, e uno di loro disse:

«La regina si prepara alle nozze con uno o l'altro di noi. Non sogna che suo figlio è stato ormai condannato a morte.»

Questo fu ciò che dissero, ma non sapevano ciò che stava per accadere. Allora Antinoo disse: «Compagni, non vi siano voci alte, perché qualche parola non arrivi dentro. Su, facciamo in silenzio ciò che tutti abbiamo in mente.»

Scelse allora venti uomini, e scesero alla loro nave e al lido; trassero il vascello in acqua e vi misero dentro albero e vele; legarono i remi ai tomiti con corregge ritorte di cuoio, tutte in ordine, e spiegarono le bianche vele in alto, mentre i loro bei servi portavano loro le armi. Poi assicurarono la nave un po' al largo, tornarono a terra, fecero la cena, e attesero che calasse la notte.

Ma Penelope giaceva nella sua stanza di sopra incapace di mangiare o bere, e si chiedeva se il suo prode figlio sarebbe sfuggito, o sarebbe stato sopraffatto dai perfidi pretendenti. Come una leonessa presa nei lacci con i cacciatori che la circondano da ogni parte, pensava e pensava finché sprofondò in un sonno, e giacque sul suo letto priva di pensiero e di moto.

Allora Minerva pensò a un'altra cosa, e creò una visione a immagine della sorella di Penelope, Iftime figlia di Icario, che aveva sposato Eumelo e viveva in Fere. Disse alla visione di andare alla casa di Ulisse, e di far smettere di piangere Penelope; così entrò nella sua stanza per il buco attraverso cui passava la cinghia per tirare la porta, e le si librò sul capo dicendo:

«Dormi, Penelope: gli dèi che vivono nell'agio non vogliono che tu pianga e sia così triste. Tuo figlio non ha fatto loro alcun torto, perciò tornerà ancora da te.»

Penelope, che dormiva dolcemente alle porte del paese dei sogni, rispose: «Sorella, perché sei venuta qui? Non vieni molto spesso, ma suppongo che sia perché vivi così lontano. Devo, dunque, smettere di piangere e astenermi da tutti i tristi pensieri che mi tormentano? Io, che ho perduto il mio prode e coraggioso marito, che possedeva ogni buona qualità sotto il cielo, e il cui nome era grande in tutta l'Ellade e nella media Argo; e ora il mio amato figlio se n'è andato a bordo di una nave — uno sciocco che non è mai stato avvezzo alla durezza, né ad andare in giro tra adunanze di uomini. Sono ancora più in ansia per lui che per mio marito; tremo tutta quando penso a lui, che gli accada qualcosa, o da parte delle persone tra cui è andato, o per mare, perché ha molti nemici che cospirano contro di lui, e sono decisi a ucciderlo prima che possa tornare a casa.»

Allora la visione disse: «Fatti coraggio, e non essere così atterrita. C'è uno partito con lui che molti uomini sarebbero ben lieti di avere al proprio fianco, voglio dire Minerva; è lei che ha compassione di te, e che mi ha mandata a portarti questo messaggio.»

«Allora», disse Penelope, «se sei un dio o sei stata mandata qui per divina commissione, dimmi anche di quell'altro infelice — è ancora vivo, o è già morto e nella casa di Ade?»

E la visione disse: «Non ti dirò con certezza se è vivo o morto, e non serve a nulla una conversazione oziosa.»

Poi svanì attraverso il buco della cinghia della porta e si dissolse in sottile aria; ma Penelope si levò dal sonno rinfrescata e confortata, così vivido era stato il suo sogno.

Frattanto i pretendenti salirono a bordo e fecero vela sui mari, intenti a uccidere Telemaco. Ora c'è uno scoglioso isolotto chiamato Asteride, non molto grande, in mezzo al canale tra Itaca e Samo, e c'è un porto su ciascun lato di esso dove una nave può stare all'ancora. Qui dunque gli Achei si misero in agguato.

LIBRO V

CALIPSO — ULISSE RAGGIUNGE SCHERIA SU UNA ZATTERA.

E ora, mentre l'Aurora sorgeva dal suo letto accanto a Titone — messaggera di luce egualmente ai mortali e agli immortali — gli dèi si riunirono in consiglio e con essi Giove il signore del tuono, che è il loro re. Allora Minerva cominciò a raccontare loro delle molte sofferenze di Ulisse, perché lo compiangeva là nella casa della ninfa Calipso.

«Padre Giove», disse, «e tutti voi altri dèi che vivete in beatitudine eterna, spero che non vi sia più al mondo un sovrano gentile e benevolo, né uno che governi con equità. Spero che siano tutti d'ora in poi crudeli e ingiusti, perché non c'è uno solo dei suoi sudditi che si sia dimenticato di Ulisse, che li governava come se fosse loro padre. Eccolo là, disteso in grande dolore su un'isola dove abita la ninfa Calipso, che non lo lascia andare; e non può tornare al suo paese, perché non riesce a trovare né navi né marinai che lo portino attraverso il mare. Inoltre, gente malvagia ora trama di uccidere il suo unico figlio Telemaco, che sta tornando da Pilo e Sparta, dove si era recato per cercare notizie di suo padre».

«Come, mia cara, cosa vai dicendo?» rispose suo padre, «non lo hai mandato tu stessa là, perché pensavi che avrebbe aiutato Ulisse a tornare a casa e a punire i pretendenti? Inoltre, sei perfettamente in grado di proteggere Telemaco, e di farlo tornare sano e salvo a casa, mentre i pretendenti dovranno tornare di gran carriera senza averlo ucciso».

Così ebbe detto, e disse a suo figlio Mercurio: «Mercurio, tu sei il nostro messaggero, va' dunque a dire a Calipso che abbiamo decretato che il povero Ulisse deve tornare a casa. Non deve essere scortato né da dèi né da uomini, ma dopo un periploso di venti giorni su una zattera deve raggiungere la fertile Scheria, la terra dei Feaci, che sono stretti parenti degli dèi, e lo onoreranno come se fosse uno di noi. Lo manderanno in una nave al suo paese, e gli daranno più bronzo, oro e vesti di quante ne avrebbe riportate da Troia, se avesse avuto tutto il suo premio e fosse tornato senza disgrazia. Ecco come abbiamo stabilito che debba tornare al suo paese e ai suoi amici».

Così parlò, e Mercurio, guida e custode, uccisore di Argo, fece come gli era stato detto. Subito si legò ai piedi i sandali d'oro sfavillanti, con i quali poteva volare come il vento sopra terra e mare. Prese la verga con cui sigilla gli occhi degli uomini nel sonno o li desta a suo piacimento, e volò tenendola in mano sopra la Pieria; poi si abbatté giù attraverso il firmamento finché raggiunse il livello del mare, le cui onde sfiorò come un corvo marino che vola a pescare ogni buco e angolo dell'oceano, inzuppando il suo fitto piumaggio nella spuma. Volò e volò sopra molte onde stanche, ma quando infine giunse all'isola che era la meta del suo viaggio, lasciò il mare e proseguì per terra finché giunse alla grotta dove abitava la ninfa Calipso.

La trovò in casa. C'era un gran fuoco che ardeva sul focolare, e da lontano si poteva sentire il profumo del fumo aromatico di cedro e sandalo. Quanto a lei, era intenta al suo telaio, lanciando la spola dorata attraverso l'ordito e cantando dolcemente. Intorno alla sua grotta c'era un folto bosco di ontani, pioppi e cipressi dal profumo soave, nel quale ogni sorta di grandi uccelli avevano fatto il nido — gufi, falchi e cornacchie marine chiacchierone che esercitano il loro mestiere nelle acque. Una vite carica di grappoli era stata guidata e cresceva lussureggiante intorno all'ingresso della grotta; c'erano anche quattro ruscelli d'acqua corrente in canali scavati vicinissimi l'uno all'altro, e deviati di qua e di là per irrigare le aiuole di viole e di erbe succulente su cui scorrevano. Persino un dio non poteva restare indifferente di fronte a un luogo così incantevole, così Mercurio si fermò e lo contemplò; ma quando lo ebbe ammirato a sufficienza entrò dentro la grotta.

Calipso lo riconobbe subito — perché gli dèi si riconoscono tutti fra loro, per quanto distanti vivano gli uni dagli altri — ma Ulisse non era dentro; era sulla riva del mare come al solito, a guardare lo sterile oceano con lacrime agli occhi, gemendo e spezzandosi il cuore di dolore. Calipso offerse a Mercurio un seggio e disse: «Perché sei venuto a trovarmi, Mercurio — onorato e sempre benvenuto — poiché non mi visiti spesso? Dimmi cosa vuoi; lo farò per te subito se potrò, e se si può fare; ma entra, e lasciame mi offrirti un ristoro».

Mentre parlava trasse accanto a lui una tavola carica di ambrosia e gli mescolò del nettare rosso, così Mercurio mangiò e bevve finché non fu sazio, e poi disse:

«Parliamo dio a dea, e tu mi chiedi perché sono venuto qui, e te lo dirò sinceramente come vorresti che facessi. Giove mi ha mandato; non è stata una mia iniziativa; chi potrebbe mai voler venire per tutta questa strada sopra il mare dove non ci sono città piene di gente che mi offersa sacrifici o ecatombi scelte? Tuttavia ho dovuto venire, perché nessuno di noi altri dèi può opporsi a Giove, né trasgredire i suoi ordini. Dice che tu qui hai il più disgraziato di tutti quelli che combatterono nove anni davanti alla città di Re Priamo e salparono per tornare nel decimo anno dopo averla saccheggiata. Sulla via del peccarono contro Minerva, che scatenò contro di loro vento e onde, cosicché tutti i suoi prodi compagni perirono, e lui solo fu portato qui da vento e marea. Giove dice che devi lasciar andare quest'uomo subito, poiché è decretato che non debba perire qui, lontano dalla sua gente, ma debba tornare alla sua casa e al suo paese e rivedere i suoi amici».

Calipso tremò di rabbia quando udì questo, «Dèi», esclamò, «dovreste vergognarvi di voi stessi. Siete sempre gelosi e odiate vedere una dea incapricciarsi di un uomo mortale, e vivere con lui in aperto matrimonio. Così quando l'Aurora dalle dita di rosa si innamorò di Orione, voi preziosi dèi foste tutti furiosi finché Diana non andò a ucciderlo in Ortigia. Così di nuovo quando Cerere si innamorò di Iasione, e si concesse a lui in un campo arato tre volte, Giove non tardò molto a venirne a conoscenza e uccise Iasione con i suoi fulmini. E ora siete in collera anche con me perché ho un uomo qui. Trovai la povera creatura seduta tutta sola a cavalcioni di una chiglia, perché Giove aveva colpito la sua nave con un fulmine e l'aveva affondata in mezzo all'oceano, cosicché tutto il suo equipaggio era annegato, mentre lui stesso fu spinto da vento e onde sulla mia isola. Mi affezionai a lui e lo accudii, e avevo messo in cuore di farlo immortale, così che non invecchiasse mai nei suoi giorni; eppure non posso oppormi a Giove, né vanificare i suoi disegni; dunque, se lui insiste, lasciate che l'uomo se ne vada di nuovo oltre i mari; ma io non posso mandarlo da nessuna parte perché non ho né navi né uomini che possano portarlo. Tuttavia gli darò volentieri quei consigli, in tutta buona fede, che potranno verosimilmente condurlo sano e salvo al suo paese».

«Allora mandalo via», disse Mercurio, «o Giove sarà in collera con te e ti punirà».

A questo prese congedo, e Calipso uscì a cercare Ulisse, perché aveva udito il messaggio di Giove. Lo trovò seduto sulla spiaggia con gli occhi sempre pieni di lacrime, e morente di pura nostalgia di casa; perché si era stancato di Calipso, e sebbene fosse costretto a dormire con lei nella grotta di notte, era lei, non lui, che lo voleva. Quanto al giorno, lo passava sugli scogli e sulla riva del mare, piangendo, gridando forte per la sua disperazione, e sempre a guardare il mare. Calipso allora gli si accostò disse:

«Pover'uomo, non resterai qui ancora a lungo a consumarti di dolore e di affanno la vita. Sto per mandarti via di mia spontanea volontà; dunque va', taglia alcuni tronchi di legno, e costruisciti una grande zattera con un ponte superiore affinché ti porti sano e salvo attraverso il mare. Metterò a bordo pane, vino e acqua per evitare che muoia di fame. Ti darò anche dei vestiti, e ti manderò un vento favorevole per portarti a casa, se così vorranno gli dèi in cielo — perché loro ne sanno di più su queste cose, e possono deciderle meglio di me».

Ulisse rabbrividì nel sentirla. «Ora dea», rispose, «c'è qualcosa dietro a tutto questo; non puoi davvero intendere di aiutarmi a tornare a casa quando mi ordini una cosa così terribile come prendere il mare su una zattera. Neppure una nave ben armata con un vento favorevole potrebbe tentare una traversata così lontana: nulla di ciò che tu possa dire o fare mi persuaderà a imbarcarmi su una zattera se prima non giuri solennemente che non intendi farmi del male».

Calipso sorrise a questo e lo accarezzò con la mano: «Ne sai parecchio», disse, «ma qui sbagli di grosso. Mi siano testimoni il cielo sopra e la terra sotto, con le acque del fiume Stige — e questo è il giuramento più solenne che un dio beato possa pronunciare — che non ti intendo alcun male, e ti sto solo consigliando di fare esattamente ciò che farei io stessa al tuo posto. Mi comporto con te in tutta franchezza; il mio cuore non è di ferro, e ti compiango molto».

Quando ebbe così parlato, guidò rapidamente la via davanti a lui, e Ulisse ne seguì i passi; così la coppia, dea e uomo, andò avanti e avanti finché giunsero alla grotta di Calipso, dove Ulisse prese il seggio che Mercurio aveva appena lasciato. Calipso gli pose davanti carne e bevanda del cibo che mangiano i mortali; ma le sue ancelle portarono ambrosia e nettare per lei, e posero le mani sulle leccornie che stavano loro davanti. Quando si furono saziati di carne e bevanda, Calipso parlò, dicendo:

«Ulisse, nobile figlio di Laerte, vorresti dunque partire subito per tornare alla tua terra? Buona fortuna ti accompagni, ma se solo potessi sapere quante sofferenze ti sono destinate prima di tornare al tuo paese, resteresti dove sei, terrai casa insieme a me, e mi lascerai renderti immortale, per quanto tu possa essere ansioso di vedere questa tua moglie, a cui pensi tutto il tempo giorno dopo giorno; eppure mi lusingo di non essere affatto meno alta o bella di lei, perché non è da aspettarsi che una donna mortale possa paragonarsi in bellezza a un'immortale».

«Dea», rispose Ulisse, «non adirarti con me per questo. Sono ben consapevole che mia moglie Penelope non è affatto alta o bella come te. È solo una donna, mentre tu sei immortale. Tuttavia, voglio tornare a casa, e non riesco a pensare ad altro. Se qualche dio mi fa naufragare quando sono sul mare, lo sopporterò e farò il meglio possibile. Ho già avuto infiniti guai per terra e per mare, dunque che questo vada con il resto».

Presentemente il sole tramontò e si fece buio, e allora la coppia si ritirò nella parte interna della grotta e andò a letto.

Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, Ulisse indossò la camicia e il mantello, mentre la dea portò un abito di una stoffa leggera come una ragnatela, sottilissimo e grazioso, con una bella cintura d'oro intorno alla vita e un velo a coprirle il capo. Si mise subito a pensare come potesse agevolare la partenza di Ulisse. Così gli diede una grande scure di bronzo adatta alle sue mani; era affilata da entrambi i lati, e aveva un bel manico di legno d'ulivo fissato saldamente. Gli diede anche un'ascia tagliente, e poi lo guidò all'estremità più lontana dell'isola dove crescevano gli alberi più grandi — ontano, pioppo e pino, che raggiungevano il cielo — molto secchi e ben stagionati, così da galleggiare leggeri per lui nell'acqua. Poi, quando gli ebbe mostrato dove crescevano gli alberi migliori, Calipso tornò a casa, lasciandolo a tagliarli, cosa che egli terminò ben presto di fare. Abbatté in tutto venti alberi e li piallò lisci, squadrandoli con la riga in buona foggia da abile artigiano. Frattanto Calipso tornò con alcuni succhielli, così egli vi praticò dei fori e congiunse i legni con caviglie e rivetti. Fece la zattera larga come un abile carpentiere navale fa la chiglia di una grande imbarcazione, e fissò un ponte sopra le coste, e corse un bordo tutto intorno. Fece anche un albero con una pennola, e un timone per governare. Circondò la zattera tutt'intorno con graticci di vimini contro le onde, e poi vi scaricò sopra una quantità di legname. Dopo un po' Calipso gli portò del lino per fare le vele, ed egli le fece anch'esse, in modo eccellente, fissandole con funi e scotte. Per ultimo, con l'aiuto di leve, calò la zattera nell'acqua.

In quattro giorni ebbe completato tutto il lavoro, e nel quinto Calipso lo mandò via dall'isola dopo averlo lavato e avergli dato degli abiti puliti. Gli diede un otre di pelle di capra pieno di vino nero, e un altro più grande pieno d'acqua; gli diede anche una bisaccia piena di provviste, e lo fornì di molta buona carne. Inoltre, gli dispose il vento favorevole e caldo, e Ulisse spiegò volentieri la vela davanti a esso, mentre sedeva e guidava abilmente la zattera con il timone. Non chiuse mai gli occhi, ma li tenne fissi sulle Pleiadi, sul tardo Boote, e sull'Orsa — che gli uomini chiamano anche carro, e che gira e rigira dove si trova, di fronte a Orione, e unica a non tuffarsi mai nel flutto di Oceano — poiché Calipso gli aveva detto di tenersela a sinistra. Per sette e dieci giorni navigò sul mare, e nel diciottesimo le vaghe sagome delle montagne sulla parte più vicina della costa dei Feaci apparvero, sorgendo come uno scudo all'orizzonte.

Ma Re Nettuno, che tornava dagli Etiopi, scorse Ulisse da molto lontano, dai monti dei Solimi. Poteva vederlo navigare sul mare, e ciò lo irritò molto, così scosse il capo e borbottò fra sé, dicendo: «Perbacco, dunque gli dèi hanno cambiato idea su Ulisse mentre io ero via in Etiopia, e ora egli è prossimo alla terra dei Feaci, dove è decretato che sfugga alle calamità che lo hanno colpito. Eppure, avrà ancora abbondanza di guai prima di aver finito con lui».

A questo radunò insieme le sue nubi, impugnò il tridente, lo agitò nel mare, e scatenò la furia di ogni vento che soffia finché terra, mare e cielo furono nascosti nella nube, e la notte balzò fuori dai cieli. Venti da Est, Sud, Nord e Ovest si abbatterono su di lui tutti nello stesso momento, e si levò un mare tremendo, così che il cuore di Ulisse cominciò a venir meno. «Ahimè», disse fra sé nello sgomento, «che mai sarà di me? Temo che Calipso avesse ragione quando disse che avrei avuto guai per mare prima di tornare a casa. Si sta avverando tutto. Come Giove sta annerendo il cielo con le sue nubi, e che mare stanno sollevando i venti da ogni parte insieme. Ora sono certo di morire. Beati e tre volte beati quei Danai che caddero davanti a Troia per la causa dei figli di Atreo. Vorrei essere stato ucciso nel giorno in cui i Troiani mi premevano così duramente intorno al corpo morto di Achille, perché allora avrei avuto la debita sepoltura e gli Achei avrebbero onorato il mio nome; ma ora sembra che andrò incontro alla fine più pietosa».

Mentre parlava un'onda si rovesciò su di lui con tale furia terribile che la zattera vacillò di nuovo, ed egli fu scaraventato fuori bordo a molta distanza. Lasciò andare il timone, e la forza dell'uragano fu così grande che spezzò l'albero a metà, e sia la vela sia la pennola andarono sopra nel mare. Per molto tempo Ulisse restò sott'acqua, e fece fatica a risalire alla superficie, poiché i vestiti che Calipso gli aveva dato lo appesantivano; ma alla fine riemerse con la testa fuori dall'acqua e sputò l'acqua amara che gli colava giù per il viso in rivoli. Malgrado tutto questo, tuttavia, non perse di vista la sua zattera, ma nuotò più velocemente che poté verso di essa, l'afferrò, e risalì a bordo per sfuggire all'annegamento. Il mare prese la zattera e la sballottò come i venti autunnali fanno turbinare il cardo lanuginoso qua e là su una strada. Era come se i venti del Sud, del Nord, dell'Est e dell'Ovest giocassero tutti insieme a racchetta e volano con essa.

In tale frangente, Ino figlia di Cadmo, chiamata anche Leucotea, lo vide. Era stata un tempo una semplice mortale, ma era poi stata elevata al rango di dea marina. Vedendo in quale grande ambascia si trovasse ora Ulisse, ebbe compassione di lui, e, levandosi come un gabbiano dalle onde, prese posto sulla zattera.

«Mio povero brav'uomo», disse, «perché Nettuno è così furiosamente adirato con te? Ti sta dando un sacco di guai, ma con tutto il suo sbraitare non ti ucciderà. Sembra che tu sia una persona sensata, fa' dunque come ti dico: spogliati, lascia che la tua zattera vada alla deriva davanti al vento, e nuota verso la costa dei Feaci dove ti attende miglior sorte. E qui, prendi il mio velo e avvolgilo intorno al petto; è incantato, e non può accaderti alcun male finché lo porti. Appena tocchi terra toglilo, gettalo il più lontano possibile nel mare, e poi va' via». Con queste parole si tolse il velo e glielo diede. Poi si tuffò di nuovo come un gabbiano e svanì sotto le onde blu scure.

Ma Ulisse non sapeva cosa pensare. «Ahimè», disse fra sé nello sgomento, «questa non è che qualcuno degli dèi che mi sta lusingando verso la rovina consigliandomi di abbandonare la mia zattera. In ogni caso non lo farò per ora, perché la terra dove disse che sarò libero da tutti i guai sembrava essere ancora parecchio lontana. So cosa farò — sono sicuro che sarà meglio — qualunque cosa accada resterò attaccato alla zattera finché le sue tavole reggono insieme, ma quando il mare la spezzerà nuoterò per i fatti miei; non vedo come potrei fare di meglio di così».

Mentre era così incerto fra due pensieri, Nettuno mandò un'onda terribilmente grande che parve innalzarsi sopra la sua testa finché si rovesciò proprio sopra la zattera, che allora andò in pezzi come se fosse un mucchio di pula secca sbattuto da un turbine. Ulisse si mise a cavalcioni di un'asse e ci stette sopra come fosse a cavallo; poi si tolse i vestiti che Calipso gli aveva dato, si legò il velo di Ino sotto le braccia, e si tuffò nel mare — intendendo nuotare verso la riva. Re Nettuno lo guardò mentre faceva così, e scosse il capo, borbottando fra sé e dicendo: «Ebbene, nuota su e giù come meglio sai finché non incontri gente agiata. Non credo che potrai dire che ti ho lasciato andare troppo a buon mercato». Detto questo frustò i suoi cavalli e guidò verso Ege dove sta il suo palazzo.

Ma Minerva decise di aiutare Ulisse, così legò i sentieri di tutti i venti tranne uno e li costrinse a giacere del tutto immobili; ma destò una buona e gagliarda brezza da settentrione che placasse le acque finché Ulisse non raggiungesse la terra dei Feaci, dove sarebbe stato al sicuro.

Lui dunque galleggiò per due notti e due giorni nell'acqua, con un grosso mare gonfio e la morte che lo guardava in faccia; ma quando il terzo giorno spuntò, il vento cadde e ci fu una calma assoluta, senza che soffiasse neppure un alito d'aria. Mentre si sollevava sulla cresta dell'onda, guardò con avidità davanti a sé e poté scorgere la terra assai vicina. Allora, come i bambini gioiscono quando il loro caro padre comincia a star meglio dopo aver per lungo tempo sopportato una grave afflizione mandatagli da qualche spirito adirato, ma gli dei lo liberano dal male, così Ulisse fu riconoscente quando rivide la terra e gli alberi, e nuotò con tutte le sue forze per poter ancora una volta posare il piede su terreno asciutto. Quando, però, giunse entro la portata della voce, cominciò a sentire il fragore della risacca che si infrangeva contro gli scogli, poiché il mare gonfio continuava a rompersi contro di essi con un fragore tremendo. Ogni cosa era avvolta nella spuma; non c'erano porti dove una nave potesse ancorarsi, né riparo di alcun genere, ma solo promontori, scogli bassi e cime di montagne.

Il cuore di Ulisse cominciò a venir meno, e disse fra sé, disperato: «Ahimè, Giove mi ha lasciato vedere la terra dopo aver nuotato così a lungo che avevo perso ogni speranza, ma non riesco a trovare un punto dove approdare, perché la costa è rocciosa e battuta dalla risacca, le rocce sono lisce e si ergono a picco dal mare, con acque profonde subito sotto di esse, cosicché non posso uscire dall'acqua per mancanza di appiglio per i piedi. Temo che qualche grande onda mi sollevi e mi scagli contro gli scogli mentre lascio l'acqua — il che mi darebbe uno sbarco ben misero. Se, d'altra parte, nuoto oltre in cerca di qualche spiaggia declive o di un porto, un uragano può riportarmi in mare aperto mio malgrado, o il cielo può mandarmi contro qualche grande mostro degli abissi; poiché Anfitrite ne genera molti di tal fatta, e so che Nettuno è molto adirato con me».

Mentre era così indeciso, un'onda lo prese e lo sospinse con tale violenza contro gli scogli che sarebbe stato fracassato e fatto a pezzi se Minerva non gli avesse mostrato cosa fare. Egli si aggrappò alla roccia con entrambe le mani e vi restò attaccato, gemendo per il dolore, finché l'onda non si ritirò; così fu salvo quella volta; ma poco dopo l'onda tornò di nuovo e lo trasportò con sé lontano nel mare — lacerandogli le mani come le ventose di un polpo vengono strappate quando qualcuno lo strappa dal suo giaciglio, e i sassi vengono su con esso — proprio così le rocce lacerarono la pelle delle sue mani forti, e poi l'onda lo trasse giù, in profondità sotto l'acqua.

Qui il povero Ulisse sarebbe certamente perito, anche contro il suo stesso destino, se Minerva non lo avesse aiutato a mantenersi lucido. Nuotò di nuovo verso il mare aperto, oltre la portata della risacca che si infrangeva contro la terra, e nello stesso tempo continuava a guardare verso la riva per vedere se potesse trovare qualche rifugio, o un banco di sabbia che prendesse le onde di traverso. A poco a poco, mentre nuotava, giunse alla foce di un fiume, e qui pensò che sarebbe stato il posto migliore, poiché non c'erano rocce, e offriva riparo dal vento. Sentì che c'era una corrente, così pregò interiormente e disse:

«Ascoltami, o Re, chiunque tu sia, e salvami dall'ira del dio del mare Nettuno, poiché mi avvicino a te in preghiera. Chiunque si sia smarrito ha sempre un diritto anche sugli dei, perciò nella mia angoscia mi accosto alla tua corrente e mi aggrappo alle ginocchia della tua divinità fluviale. Abbi pietà di me, o re, poiché mi dichiaro tuo supplice».

Allora il dio arrestò la sua corrente e placò le onde, rendendo ogni cosa quieta davanti a lui, e portandolo sano e salvo alla foce del fiume. Qui finalmente le ginocchia e le mani forti di Ulisse vennero meno, poiché il mare lo aveva completamente sfiancato. Il suo corpo era tutto gonfio, e la bocca e le narici grondavano come un fiume d'acqua di mare, cosicché non poteva né respirare né parlare, e giaceva privo di sensi per la pura prostrazione; poco dopo, quando ebbe ripreso fiato e tornò in sé, si tolse il velo che Ino gli aveva dato e lo gettò indietro nella corrente salata del fiume, dove Ino lo ricevette nelle sue mani dall'onda che lo portava verso di lei. Poi lasciò il fiume, si stese fra i giunchi e baciò la terra generosa.

«Ahimè», gridò fra sé nello sgomento, «che mai ne sarà di me, e come andrà a finire tutto? Se rimango qui sul letto del fiume durante le lunghe veglie della notte, sono così sfinito che il freddo pungente e l'umidità possono aver ragione di me — poiché verso l'alba soffierà un vento gelido dal fiume. Se, d'altra parte, mi arrampico sul pendio, trovo riparo nei boschi, e dormo in qualche cespuglio folto, posso sfuggire al freddo e fare una buona notte di riposo, ma qualche fiera selvaggia può approfittare di me e divorarmi».

Alla fine giudicò meglio rifugiarsi nei boschi, e ne trovò uno su un terreno elevato non lontano dall'acqua. Qui si infilò sotto due polloni di olivo che crescevano da un unico ceppo — l'uno un pollone selvatico, mentre l'altro era stato innestato. Nessun vento, per quanto burrascoso, poteva penetrare attraverso il riparo che offrivano, né i raggi del sole potevano trafiggerli, né la pioggia poteva passare attraverso di essi, tanto strettamente crescevano l'uno nell'altro. Ulisse si insinuò sotto di essi e cominciò a prepararsi un giaciglio dove coricarsi, poiché c'era un grande strato di foglie morte sparse intorno — abbastanza per fare una copertura per due o tre uomini anche nel duro rigore dell'inverno. Fu ben lieto di vederlo, così si stese e ammucchiò le foglie tutt'intorno a sé. Poi, come uno che vive solo in campagna, lontano da qualsiasi vicino, nasconde un tizzone come seme di fuoco sotto la cenere per risparmiarsi la fatica di andare a cercare un fuoco altrove, proprio così Ulisse si coprì con le foglie; e Minerva diffuse un dolce sonno sui suoi occhi, gli chiuse le palpebre, e gli fece perdere ogni memoria delle sue pene.

LIBRO VI

L'INCONTRO TRA NAUSICAA E ULISSE.

Così Ulisse dormiva, vinto dal sonno e dalla fatica; ma Minerva se ne andò verso la campagna e la città dei Feaci — un popolo che un tempo viveva nella bella città di Iperesia, presso i Ciclopi senza legge. Ora i Ciclopi erano più forti di loro e li depredavano, così il loro re Nausitoo li trasferì da lì e li stabilì a Scheria, lontano da ogni altro popolo. Circondò la città con un muro, costruì case e templi, e divise le terre fra il suo popolo; ma era morto e se ne era andato alla casa di Ade, e il re Alcinoo, i cui consigli erano ispirati dal cielo, regnava ora. Verso la sua casa, dunque, si affrettò Minerva per favorire il ritorno di Ulisse.

Andò dritta alla camera da letto splendidamente decorata nella quale dormiva una fanciulla che era bella come una dea, Nausicaa, figlia del re Alcinoo. Due ancelle dormivano vicino a lei, entrambe molto graziose, una per parte della porta, che era chiusa con battenti ben fatti. Minerva assunse le sembianze della figlia del famoso capitano di mare Dimas, che era amica intima di Nausicaa e proprio della sua stessa età; poi, avvicinatasi al letto della fanciulla come un soffio di vento, le si librò sul capo e disse:

«Nausicaa, che cosa mai ha avuto in mente tua madre, per avere una figlia così pigra? Ecco i tuoi abiti tutti in disordine, eppure stai per maritarti quasi subito, e dovresti non solo essere ben vestita tu stessa, ma procurare buoni vestiti per coloro che ti assistono. Questo è il modo di farti un buon nome, e di rendere orgogliosi tuo padre e tua madre. Supponi, dunque, che facciamo domani un giorno di bucato, e cominciamo allo spuntar del giorno. Io verrò ad aiutarti, così che tu possa avere ogni cosa pronta il più presto possibile, perché tutti i migliori giovani del tuo popolo ti stanno corteggiando, e non resterai fanciulla ancora a lungo. Chiedi dunque a tuo padre di farci trovare allo spuntar del giorno un carro e dei muli, per portare i tappeti, le vesti e le cinture, e potrai montarci sopra anche tu, il che sarà molto più piacevole per te che camminare, poiché le cisterne per lavare sono a una certa distanza dalla città».

Quando ebbe detto questo, Minerva se ne andò verso l'Olimpo, che dicono essere l'eterna dimora degli dei. Qui nessun vento soffia con violenza, e né pioggia né neve può cadere; ma dimora in un eterno splendore di sole e in una grande pace di luce, nella quale gli dei beati sono illuminati in perpetuo. Questo fu il luogo verso cui la dea se ne andò, dopo aver dato istruzioni alla fanciulla.

A poco a poco venne il mattino e svegliò Nausicaa, che cominciò a riflettere sul suo sogno; si recò perciò all'altro capo della casa per raccontare al padre e alla madre ogni cosa, e li trovò nelle loro stanze. Sua madre sedeva accanto al fuoco filando il suo filo di porpora con le ancelle intorno, e lei sorprese suo padre proprio mentre stava uscendo per recarsi a una riunione del consiglio della città, che gli anziani Feaci avevano convocato. Lo fermò e disse:

«Papà caro, potresti fare in modo di procurarmi un carro grande e buono? Voglio portare al fiume tutti i nostri panni sporchi e lavarli. Tu sei qui il primo fra tutti, dunque è giusto che tu abbia una camicia pulita quando partecipi alle riunioni del consiglio. Inoltre hai cinque figli in casa, due dei quali sposati, mentre gli altri tre sono begli scapoli; sai che a loro piace sempre avere della biancheria pulita quando vanno a un ballo, e ho pensato a tutto questo».

Non disse una parola del proprio matrimonio, poiché non se la sentiva, ma suo padre capì e disse: «Avrai i muli, mia cara, e qualunque altra cosa tu desideri. Va' pure, e gli uomini ti prepareranno un carro robusto e solido con un pianale che possa contenere tutti i tuoi panni».

A questo punto diede ordini ai servi, che tirarono fuori il carro, aggiogarono i muli e li attaccarono, mentre la fanciulla portò i panni dal locale della biancheria e li sistemò sul carro. Sua madre le preparò un cestino di provviste con ogni sorta di cose buone, e un otre di vino pieno; la fanciulla salì allora sul carro, e sua madre le diede anche una coppa d'oro per l'olio, perché lei e le sue donne potessero ungervisi. Poi prese la frusta e le redini e spronò i muli, i quali partirono, e i loro zoccoli risuonarono sulla strada. Tirarono senza rallentare, e portarono non solo Nausicaa e il suo carico di panni, ma anche le ancelle che erano con lei.

Quando giunsero presso l'acqua si recarono alle cisterne del bucato, attraverso le quali scorreva in ogni tempo acqua pura a sufficienza per lavare qualsiasi quantità di biancheria, per quanto fosse sporca. Qui tolsero i finimenti ai muli e li lasciarono pascolare sull'erba dolce e succosa che cresceva lungo la riva. Trassero i panni dal carro, li misero nell'acqua, e gareggiarono tra loro nel pestarli nelle vasche per farne uscire lo sporco. Dopo averli lavati e averli resi del tutto puliti, li stesero sulla riva del mare, dove le onde avevano formato un'alta spiaggia di ciottoli, e si misero a lavarsi e a ungersi con olio d'oliva. Poi pranzarono presso il ruscello, e aspettarono che il sole finisse di asciugare i panni. Quando ebbero finito di pranzare, si tolsero i veli che coprivano i loro capi e cominciarono a giocare alla palla, mentre Nausicaa cantava per loro. Come la cacciatrice Diana esce sui monti del Taigeto o dell'Erimanto per cacciare cinghiali o cervi, e le ninfe dei boschi, figlie di Giove scuotitore dell'egida, si dilettano insieme a lei (allora Leto si compiace nel vedere sua figlia sovrastare le altre di un'intera testa, ed eclissare la più bella in mezzo a un'intera schiera di bellezze), proprio così la fanciulla superò le sue ancelle.

Quando fu tempo per loro di tornare a casa, e stavano piegando i panni e riponendoli nel carro, Minerva cominciò a riflettere su come Ulisse dovesse svegliarsi e vedere la bella fanciulla che doveva condurlo alla città dei Feaci. La fanciulla, perciò, lanciò una palla a una delle ancelle, che la mancò e cadde nell'acqua profonda. Allora tutte gridarono, e il rumore che fecero svegliò Ulisse, che si sollevò dal suo giaciglio di foglie e cominciò a chiedersi che cosa mai fosse tutto ciò.

«Ahimè», disse fra sé, «presso quale popolo sono mai capitato? Sono forse crudeli, selvaggi e incivili, oppure ospitali e umani? Mi sembra di sentire voci di giovani donne, e sembrano quelle delle ninfe che frequentano le cime dei monti, o le sorgenti dei fiumi e i prati di verde erba. In ogni caso sono fra una razza di uomini e donne. Lasciate che provi se riesco a vederli».

Mentre diceva questo, sgusciò fuori dal suo cespuglio, e staccò un ramo coperto di foglie fitte per nascondere la propria nudità. Sembrava un qualche leone della boscaglia che se ne va tronfio della sua forza e sfidando vento e pioggia; i suoi occhi brillano mentre va in cerca di buoi, pecore o cervi, poiché è affamato, e oserà persino forzare una corte ben recintata, cercando di arrivare alle pecore — proprio così Ulisse apparve alle giovani donne, mentre si avvicinava a loro tutto nudo com'era, poiché era nel più grande bisogno. Nel vedere uno così scompigliato e così coperto di salsedine, le altre scapparono lungo i banchi di sabbia che si protendevano nel mare, ma la figlia di Alcinoo restò ferma, poiché Minerva infuse coraggio nel suo cuore e le tolse ogni paura. Si piantò proprio davanti a Ulisse, e lui dubitò se dovesse avvicinarsi a lei, gettarsi ai suoi piedi e abbracciarle le ginocchia come un supplice, oppure restare dov'era e supplicarla di dargli dei vestiti e di mostrargli la strada per la città. Alla fine giudicò meglio supplicarla a distanza, nel caso che la fanciulla si offendesse per il fatto che lui si avvicinasse abbastanza da abbracciarle le ginocchia, così le rivolse parole dolci e persuasive.

«O regina», disse, «imploro il tuo aiuto — ma dimmi: sei una dea o sei una donna mortale? Se sei una dea e dimori nel cielo, posso solo supporre che tu sia Diana, figlia di Giove, poiché il tuo volto e la tua figura non somigliano a nessun'altra che a lei; se, d'altra parte, sei mortale e vivi sulla terra, tre volte felici sono tuo padre e tua madre — tre volte felici, troppo, sono i tuoi fratelli e le tue sorelle; quanto devono sentirsi orgogliosi e lieti nel vedere un germoglio così bello come te che esce per andare a un ballo; ma il più felice di tutti sarà colui le cui nozze saranno state le più ricche di doni, e che ti prende con sé nella sua casa. Io non vidi mai nessuno così bello, né uomo né donna, e sono smarrito nell'ammirazione mentre ti contemplo. Posso solo paragonarti a una giovane palma che vidi quando ero a Delo, cresciuta presso l'altare di Apollo — poiché anche io ero là, con molta gente al mio seguito, durante quel viaggio che è stato la causa di tutti i miei guai. Mai un germoglio così giovane era spuntato dal suolo come quello, e lo ammirai e me ne stupii proprio come ora ammiro e mi stupisco di te. Non oso abbracciare le tue ginocchia, ma sono nella più grande angoscia; ieri è stato il ventesimo giorno che vengo sballottato in mare. I venti e le onde mi hanno portato fin qui dall'isola Ogigia, e ora il destino mi ha scagliato su questa costa, dove potrei soffrire ancora di più; poiché non credo di essere ancora giunto alla fine, ma piuttosto che il cielo abbia in serbo per me molto altro male ancora.

«E ora, o regina, abbi pietà di me, poiché tu sei la prima persona che incontro, e non conosco nessun altro in questa terra. Mostrami la strada per la tua città, e dammi qualunque cosa tu abbia portato qui per avvolgere i tuoi vestiti. Possa il cielo concederti in ogni cosa ciò che il tuo cuore desidera — marito, casa, e una dimora felice e in pace; poiché non c'è nulla di meglio al mondo di quando marito e moglie sono di un solo animo in una casa. Ciò confonde i loro nemici, rallegra il cuore dei loro amici, ed essi stessi ne sanno più di chiunque altro».

A queste parole Nausicaa rispose: «Straniero, tu sembri una persona sensata e di buon carattere. Non si può dar conto della sorte; Giove dà prosperità ai ricchi e ai poveri come gli piace, così devi prendere ciò che egli ha ritenuto opportuno mandarti, e trarne il meglio che puoi. Ora, però, che sei giunto in questa nostra terra, non mancherai di vestiti né di qualsiasi altra cosa che un forestiero in difficoltà possa ragionevolmente sperare. Ti mostrerò la strada per la città, e ti dirò il nome del nostro popolo; noi siamo chiamati Feaci, e io sono figlia di Alcinoo, nel quale risiede tutto il potere dello stato».

Poi chiamò le sue ancelle e disse: «Restate dove siete, ragazze. Non siete capaci di vedere un uomo senza fuggire via da lui? Lo prendete forse per un ladro o un assassino? Né lui né nessun altro può venire qui per fare del male a noi Feaci, poiché siamo cari agli dei, e viviamo appartati su un capo di terra che si protende nel mare risonante, e non abbiamo nulla a che fare con nessun altro popolo. Questo è solo qualche pover'uomo che ha perso la strada, e dobbiamo essere gentili con lui, poiché gli stranieri e i forestieri in difficoltà sono sotto la protezione di Giove, e prenderanno ciò che possono e saranno riconoscenti; dunque, ragazze, date a questo poveretto qualcosa da mangiare e da bere, e lavatelo nel ruscello in qualche posto riparato dal vento».

A queste parole le ancelle smisero di fuggire e cominciarono a chiamarsi l'una con l'altra. Fecero sedere Ulisse al riparo come Nausicaa aveva loro detto, e gli portarono una tunica e un mantello. Gli portarono anche la piccola coppa d'oro per l'olio, e gli dissero di andare a lavarsi nel ruscello. Ma Ulisse disse: «Giovani donne, vi prego di stare un po' in disparte, così che io possa lavare via la salsedine dalle mie spalle e ungersi con l'olio, poiché è già abbastanza tempo che sulla mia pelle non cade una goccia d'olio. Non posso lavarmi finché tutte voi restate lì a guardare. Mi vergogno a spogliarmi davanti a un gruppo di giovani donne così belle».

Allora si fecero da parte e andarono a dirlo alla fanciulla, mentre Ulisse si lavava nel fiume e strofinava via la salsedine dal dorso e dalle ampie spalle. Quando si fu ben lavato e tolto il sale dai capelli, si unse con olio, indossò le vesti che la fanciulla gli aveva dato; Minerva allora lo fece apparire più alto e più robusto di prima, fece sì che i capelli gli ricoprissero folti il capo e ricadessero in riccioli somiglianti a fiori di giacinto; lo glorificò nel capo e nelle spalle come un abile artefice che, avendo appreso sotto Vulcano e Minerva ogni sorta d'arte, nobilita un oggetto d'argento con la doratura — e l'opera ne riesce piena di bellezza. Poi se ne andò a sedere un po' in disparte sulla riva del mare, apparendo giovanissimo e bellissimo, e la fanciulla lo contemplava piena di ammirazione; allora disse alle sue ancelle:

«Silenzio, mie care, perché desidero dirvi una cosa. Io credo che gli dèi che abitano nel cielo abbiano mandato quest'uomo ai Feaci. Quando lo vidi la prima volta mi parve un uomo comune, ma ora il suo aspetto è pari a quello degli dèi che dimorano nel cielo. Vorrei che il mio futuro sposo fosse proprio un altro tale come lui, se soltanto volesse restare qui e non desiderasse ripartire. Comunque, dategli qualcosa da mangiare e da bere».

Esse fecero come era stato ordinato, e posero il cibo davanti a Ulisse, il quale mangiò e bevve con avidità, poiché era trascorso molto tempo da quando avesse gustato un qualsiasi cibo. Intanto Nausicaa pensò a un'altra faccenda. Fece piegare la biancheria e la dispose sul carro, poi aggiogò le mule e, mentre saliva a sedersi, chiamò Ulisse:

«Forestiero», disse, «alzati e mettiamoci in cammino verso la città; ti condurrò alla casa del mio eccellente padre, dove posso assicurarti che incontrerai le persone migliori tra i Feaci. Ma fa' attenzione a fare come ti dico, perché mi sembri una persona sensata. Finché attraverseremo i campi e le terre coltivate, segui il carro di buon passo insieme alle ancelle e io stessa condurrò il cammino. Presto, tuttavia, giungeremo alla città, dove troverai un'alta muraglia che la cinge tutt'intorno, e un buon porto su ciascun lato con un ingresso stretto verso la città, e le navi saranno tirate a riva lungo la strada, perché ciascuno ha un luogo dove la propria nave può giacere. Vedrai la piazza del mercato con un tempio di Nettuno nel mezzo, e pavimentata con grandi lastre confitte nel terreno. Qui la gente commercia in attrezzature navali di ogni tipo, come cavi e vele, e qui si trovano anche i luoghi dove si fabbricano i remi, perché i Feaci non sono un popolo di arcieri; non sanno nulla di archi e frecce, ma sono gente di mare, e vanno orgogliosi dei loro alberi, dei remi e delle navi, con i quali viaggiano lontano sul mare.

«Temo le chiacchiere e lo scandalo che potrebbero essere messi in giro contro di me più tardi; perché la gente di qui è molto malevola, e qualche furfante, se ci incontrasse, potrebbe dire: "Chi è questo bellissimo forestiero che se ne va in giro con Nausicaa? Dove l'ha trovato? Suppongo che stia per sposarlo. Forse è un marinaio vagabondo che ha raccolto da qualche nave straniera, poiché non abbiamo vicini; oppure qualche dio è infine disceso dal cielo in risposta alle sue preghiere, e lei intende vivere con lui per il resto della sua vita. Sarebbe una buona cosa se se ne andasse a cercare un marito altrove, perché non degna nemmeno uno dei tanti eccellenti giovani Feaci che sono innamorati di lei". Questo è il genere di osservazione denigratoria che si farebbe su di me, e non potrei lamentarmi, poiché anch'io sarei scandalizzata nel vedere un'altra ragazza fare altrettanto, e andare in giro con uomini nonostante tutti, mentre suo padre e sua madre sono ancora in vita, e senza essersi sposata al cospetto di tutti.

«Se dunque vuoi che mio padre ti dia una scorta e ti aiuti a tornare a casa, fa' come ti dico; vedrai un bel boschetto di pioppi lungo la strada, consacrato a Minerva; vi scorre una sorgente e un prato tutt'intorno. Qui mio padre ha un campo di ricco orto, distante dalla città tanto quanto può giungere la voce di un uomo. Siedi là e attendi un poco finché noi altri potremo entrare in città e raggiungere la casa di mio padre. Quando poi penserai che questo sia avvenuto, entra in città e chiedi la via per la casa di mio padre Alcinoo. Non avrai alcuna difficoltà a trovarla; qualsiasi bambino te la indicherà, perché nessun altro in tutta la città possiede una casa che possa reggere il confronto con la sua. Una volta varcati i cancelli e attraversato il cortile esterno, prosegui diritto attraverso il cortile interno fino a raggiungere mia madre. La troverai seduta presso il fuoco, intenta a filare la sua lana purpurea al chiarore delle fiamme. È uno spettacolo meraviglioso vederla mentre si appoggia a una delle colonne portanti con le ancelle tutte schierate dietro di lei. Accanto alla sua sedia vi è quella di mio padre, sulla quale siede e trincotta come un dio immortale. Non badare a lui, ma avvicinati a mia madre e poni le tue mani sulle sue ginocchia, se desideri tornare a casa in fretta. Se riuscirai a guadagnartela, potrai sperare di rivedere la tua patria, per quanto lontana essa sia».

Così dicendo, sferzò le mule con la frusta e si allontanarono dal fiume. Le mule tiravano bene, e i loro zoccoli si alzavano e si abbassavano sul sentiero. Ella fu attenta a non procedere troppo in fretta per Ulisse e per le ancelle che seguivano a piedi insieme al carro, così adoperò la frusta con giudizio. Mentre il sole calava, giunsero al bosco sacro di Minerva, e là Ulisse sedette e pregò la potente figlia di Giove.

«Ascoltami», gridò, «figlia di Giove che porti l'egida, infaticabile, ascoltami ora, poiché non prestasti ascolto alle mie preghiere quando Nettuno mi stava annientando. Ora dunque, abbi pietà di me e concedimi di trovare amici e di essere ospitato con benevolenza dai Feaci».

Così pregava, e Minerva udì la sua preghiera, ma non volle mostrarsi apertamente a lui, perché temeva lo zio Nettuno, che era ancora furioso nei suoi tentativi di impedire a Ulisse di tornare a casa.

LIBRO VII

ACCOGLIENZA DI ULISSE NEL PALAZZO DEL RE ALCINOO.

Così Ulisse attese e pregò; ma la fanciulla proseguì verso la città. Quando raggiunse la casa del padre, si fermò presso il portale, e i suoi fratelli — belli come gli dèi — le si raccolsero intorno, staccarono le mule dal carro e portarono le vesti dentro la casa, mentre lei si recò nella propria stanza, dove un'anziana serva, Eurimedusa di Apeira, le aveva acceso il fuoco. Questa vecchia donna era stata condotta via per mare da Apeira, ed era stata scelta come premio per Alcinoo, perché egli era re dei Feaci, e il popolo gli obbediva come se fosse un dio. Era stata nutrice di Nausicaa, e ora le aveva acceso il fuoco e le aveva portato la cena nella sua stanza.

Frattanto Ulisse si alzò per incamminarsi verso la città; e Minerva sparse intorno a lui una fitta nebbia per nasconderlo, nel caso qualcuno dei superbi Feaci che lo avesse incontrato fosse scortese con lui o gli chiedesse chi fosse. Proprio mentre stava entrando in città, ella gli venne incontro sotto le sembianze di una fanciullina che portava un'anfora. Gli si piantò proprio davanti, e Ulisse disse:

«Mia cara, potresti essere così gentile da indicarmi la casa del re Alcinoo? Sono uno sfortunato forestiero in difficoltà, e non conosco nessuno nella vostra città e nel vostro paese».

Allora Minerva disse: «Sì, padre forestiero, ti mostrerò la casa che cerchi, perché Alcinoo abita proprio vicino a quella di mio padre. Andrò davanti a te e ti mostrerò la strada, ma non dire una sola parola mentre cammini, e non guardare nessun uomo, né fargli domande; perché la gente di qui non può sopportare i forestieri, e non ama gli uomini che vengono da qualche altro luogo. Sono un popolo di mare, e solcano i mari per grazia di Nettuno, su navi che scivolano rapide come il pensiero, o come un uccello nell'aria».

Con ciò lo precedette, e Ulisse ne seguì le orme; ma nessuno dei Feaci poté vederlo mentre attraversava la città in mezzo a loro; perché la grande dea Minerva, nella sua benevolenza verso di lui, lo aveva avvolto in una fitta nube di tenebra. Egli ammirò i loro porti, le navi, i luoghi di ritrovo e le alte mura della città, che, con il palizzato sulla sommità, erano davvero impressionanti, e quando raggiunsero la casa del re, Minerva disse:

«Questa è la casa, padre forestiero, che volevi ti indicassi. Troverai molta gente importante seduta a tavola, ma non avere paura; entra dritto, perché quanto più un uomo è audace, tanto più facilmente riesce nel suo intento, anche se è un forestiero. Cerca per prima la regina. Il suo nome è Arete, e appartiene alla stessa famiglia di suo marito Alcinoo. Entrambi discendono originariamente da Nettuno, che fu padre di Nausitoo per opera di Peribea, una donna di grande bellezza. Peribea era la figlia più giovane di Eurimedonte, che un tempo regnò sui giganti, ma rovinò il suo disgraziato popolo e perse con esso anche la vita.

«Nettuno, tuttavia, giacque con sua figlia, ed ella ne ebbe un figlio, il grande Nausitoo, che regnò sui Feaci. Nausitoo ebbe due figli, Ressènore e Alcinoo; Apollo uccise il primo di loro mentre era ancora uno sposo e senza eredi maschi; ma lasciò una figlia, Arete, che Alcinoo sposò e onora come nessun'altra donna è onorata fra tutte quelle che governano la casa accanto ai loro mariti.

«Così ella fu, e ancora è, rispettata al di là di ogni misura dai suoi figli, dallo stesso Alcinoo, e da tutto il popolo, che la considera come una dea, e la saluta ovunque ella vada per la città, perché è una donna veramente buona nel senno e nel cuore, e quando alcune donne sono sue amiche, ella aiuta anche i loro mariti a comporre le loro discordie. Se riuscirai a guadagnarti la sua benevolenza, potrai nutrire ogni speranza di rivedere i tuoi amici e di tornare sano e salvo alla tua casa e al tuo paese».

Allora Minerva lasciò Scheria e se ne andò al di là del mare. Si recò a Maratona e alle ampie vie di Atene, dove entrò nella dimora di Eretteo; ma Ulisse proseguì verso la casa di Alcinoo, e molto rifletté mentre indugiava un poco prima di raggiungere la soglia di bronzo, tanto era lo splendore del palazzo, pari a quello del sole o della luna. Le pareti, sui due lati, erano di bronzo da un capo all'altro, e la cornice era di smalto azzurro. Le porte erano d'oro, e pendevano da pilastri d'argento che sorgevano da un pavimento di bronzo, mentre l'architrave era d'argento e il gancio della porta era d'oro.

Da una parte e dall'altra stavano mastini d'oro e d'argento che Vulcano, con la sua somma abilità, aveva plasmato apposta per fare la guardia al palazzo del re Alcinoo; così essi erano immortali e non potevano mai invecchiare. Lungo le pareti erano disposte sedie, qua e là da un capo all'altro, con coperture di finissimo tessuto che le donne di casa avevano intrecciato. Qui i personaggi più illustri dei Feaci solevano sedersi a mangiare e a bere, poiché non mancava nulla in alcuna stagione; e vi erano figure d'oro di giovani con torce accese nelle mani, elevate su piedistalli, per fare luce di notte a coloro che erano a tavola. Vi sono cinquanta serve nella casa, alcune delle quali macinano continuamente ricco grano biondo al mulino, mentre altre lavorano al telaio, o siedono e filano, e le loro spole vanno avanti e indietro come il fremito delle foglie di pioppo tremulo, mentre la tela è tessuta così fitta da respingere l'olio. Come i Feaci sono i migliori marinai del mondo, così le loro donne superano tutte le altre nell'arte del tessere, perché Minerva ha insegnato loro ogni sorta di arti utili, ed esse sono molto intelligenti.

Fuori dal cancello del cortile esterno vi è un grande giardino di circa quattro arpenti con un muro tutt'intorno. È pieno di begli alberi — peri, melograni e i più deliziosi pomi. Vi sono anche fichi succosi, e ulivi in piena crescita. I frutti non marciscono mai e non vengono meno durante tutto l'anno, né d'inverno né d'estate, perché l'aria è così mite che un nuovo raccolto matura prima che il vecchio sia caduto. Il pero cresce sul pero, il pomo sul pomo, il fico sul fico, e così anche per le uve, perché vi è un'ottima vigna: in una parte pianeggiante di questa, le uve vengono fatte seccare all'uva passa; in un'altra parte vengono raccolte; alcune sono pigiate nei tini, altre più avanti hanno perduto il fiore e cominciano a mostrare il frutto, altre ancora stanno semplicemente cambiando colore. Nella parte più remota del terreno vi sono aiuole disposte con arte meravigliosa, piene di fiori che fioriscono tutto l'anno. Due correnti l'attraversano, l'una incanalata in condotti attraverso l'intero giardino, mentre l'altra è condotta sotto il pavimento del cortile esterno fino alla casa stessa, e gli abitanti della città vi attingono acqua. Tali erano, dunque, gli splendori di cui gli dèi avevano dotato la casa del re Alcinoo.

Così Ulisse rimase per un poco e guardò intorno a sé, ma quando ebbe osservato abbastanza, varcò la soglia ed entrò nella cinta della casa. Qui trovò tutti i più illustri fra i Feaci che facevano le loro libagioni a Mercurio, come solevano fare sempre per ultima cosa prima di andare a dormire. Attraversò dritto il cortile, ancora nascosto dal manto di tenebra in cui Minerva lo aveva avvolto, finché raggiunse Arete e il re Alcinoo; allora posò le mani sulle ginocchia della regina, e in quel momento la miracolosa tenebra si dileguò da lui ed egli divenne visibile. Tutti ammutolirono per la sorpresa nel vedere un uomo lì, ma Ulisse cominciò subito con la sua supplica.

«Regina Arete», esclamò, «figlia del grande Ressènore, nella mia disgrazia ti prego umilmente, come pure tuo marito e questi tuoi ospiti (che il cielo prosperi di lunga vita e felicità, e possano essi lasciare i loro beni ai loro figli, e tutti gli onori che lo Stato ha loro conferito), di aiutarmi a tornare nella mia patria al più presto; poiché da lungo tempo sono nelle angustie e lontano dai miei amici».

Poi sedette sul focolare tra le ceneri, e tutti tacquero, finché poco dopo il vecchio eroe Echeneo, che era un eccellente oratore e un anziano tra i Feaci, si rivolse loro con franchezza e in tutta onestà:

«Alcinoo», disse, «non è onorevole per te che un forestiero sia visto seduto tra le ceneri del tuo focolare; ognuno sta aspettando di udire ciò che stai per dire; digli dunque di alzarsi e di prendere posto su uno scranno intarsiato d'argento, e ordina ai tuoi servi di mescere del vino con acqua, affinché possiamo fare una libagione a Giove signore del tuono, che prende sotto la sua protezione tutti i supplici ben disposti; e fa' sì che la governante gli dia qualcosa da cena, di qualunque cosa vi sia in casa».

Quando Alcinoo udì ciò, prese Ulisse per mano, lo rialzò dal focolare e gli ordinò di prendere il seggio di Laodamante, che gli sedeva accanto, ed era il suo figlio prediletto. Un'ancella gli portò allora dell'acqua in una bella brocca d'oro e la versò in un bacile d'argento perché si lavasse le mani, e gli dispose accanto una tavola pulita; un servo di rango gli portò del pane e gli offerse molte buone cose di ciò che vi era in casa, e Ulisse mangiò e bevve. Allora Alcinoo disse a uno dei servi: «Pontonoo, mesci un cratere di vino e fallo girare, perché possiamo fare le libagioni a Giove signore del tuono, che è il protettore di tutti i supplici ben disposti».

Pontonoo allora mescè il vino con l'acqua, e lo fece girare dopo aver dato a ciascuno la sua porzione per la libagione. Quando ebbero fatto le loro offerte, e ciascuno ebbe bevuto quanto desiderava, Alcinoo disse:

«Anziani e consiglieri del popolo dei Feaci, ascoltate le mie parole. Avete cenato, dunque ora andate a casa a dormire. Domani mattina inviterò un numero ancora maggiore di anziani, e darò un banchetto sacrificale in onore del nostro ospite; potremo allora discutere la questione della sua scorta, e considerare come possiamo subito rimandarlo, lieto, al suo paese senza fastidio o disagio per lui, per quanto lontano esso sia. Dobbiamo fare in modo che non gli accada nulla di male durante il viaggio di ritorno, ma quando sarà una volta a casa, dovrà arrangiarsi con la sorte che gli è toccata in sorte, nel bene o nel male, come ogni altra persona. È possibile, tuttavia, che il forestiero sia uno degli immortali che è disceso dal cielo per farci visita; ma in tal caso gli dèi si stanno allontanando dalla loro consueta prassi, poiché finora si sono mostrati a noi perfettamente, quando offrivamo loro ecatombi. Vengono e siedono ai nostri banchetti proprio come uno di noi, e se qualche viandante solitario ha la ventura di imbattersi in qualcuno di loro, essi non fingono di nascondersi, perché siamo parenti prossimi degli dèi quanto i Ciclopi e i selvaggi giganti».

Allora Ulisse disse: «Ti prego, Alcinoo, non cacciarti in testa una simile idea. Io non ho nulla dell'immortale, né nel corpo né nella mente, e somiglio assai piuttosto a quelli tra voi che sono i più tribolati. Anzi, se vi raccontassi tutto ciò che il cielo ha voluto abbattere su di me, direste che sono anche peggio di loro. Cionondimeno, lasciatemi cenare nonostante l'afflizione, poiché uno stomaco vuoto è una cosa molto importuna, e si fa notare da un uomo a qualunque costo, per quanto grave sia la sua disgrazia. Io sono in grande pena, eppure esso insiste che io mangi e beva, mi ordina di mettere da parte ogni memoria dei miei dolori e di attendere soltanto al suo debito rifornimento. Quanto a voi, fate come proponete, e sul far dell'alba pensate ad aiutarmi a tornare a casa. Mi basterà morire, se prima potrò ancora una volta rivedere i miei beni, i miei servi, e tutta la grandezza della mia casa».

Così parlò. Tutti approvarono le sue parole, e convennero che gli venisse concessa la scorta, in quanto aveva parlato in modo assennato. Allora, quando ebbero fatto le loro libagioni, e ciascuno ebbe bevuto quanto desiderava, se ne andarono a casa a dormire, ognuno nella propria dimora, lasciando Ulisse nel portico con Arete e Alcinoo, mentre i servi stavano portando via le cose dopo la cena. Arete fu la prima a parlare, perché riconobbe la tunica, il mantello e i begli abiti che Ulisse indossava, come opera sua e delle sue ancelle; così disse: «Forestiero, prima di andare oltre, c'è una domanda che vorrei farti. Chi sei, e di dove sei, e chi ti ha dato quegli abiti? Non hai detto forse che sei giunto qui da oltre il mare?».

Ulisse rispose: «Sarebbe un racconto troppo lungo, regina, se io vi dovessi narrare per intero la storia delle mie sventure, poiché la mano del cielo si è posata pesantemente su di me; ma per quanto riguarda la vostra domanda, c'è un'isola lontana nel mare che si chiama Ogigia. Qui abita l'astuta e potente dea Calipso, figlia di Atlante. Vive da sola, lontana da ogni vicino, umano o divino. La sorte, tuttavia, mi condusse al suo focolare, tutto desolato e solo, perché Giove colpì la mia nave con i suoi fulmini e la fece a pezzi in mezzo all'oceano. I miei prodi compagni annegarono, tutti quanti, ma io mi aggrappai alla chiglia e venni portato qua e là per lo spazio di nove giorni, finché alfine, durante le tenebre della decima notte, gli dei mi condussero all'isola Ogigia, dove abita la grande dea Calipso. Ella mi accolse e mi trattò con la massima gentilezza; anzi, voleva rendermi immortale, perché non invecchiassi mai, ma non riuscì a persuadermi di lasciarla fare.

«Rimasi con Calipso sette anni di fila, e per tutto quel tempo innaffiai con le mie lacrime le belle vesti che ella mi donava; ma alla fine, quando l'ottavo anno tornò, ella mi ordinò di partire di sua spontanea volontà, sia perché Giove le aveva detto che doveva farlo, sia perché aveva cambiato idea. Mi mandò via dalla sua isola su una zattera, che ella aveva provveduto di pane e vino in abbondanza. Inoltre mi diede abiti forti e buoni, e mi mandò un vento che soffiava caldo e favorevole. Per sette e dieci giorni navigai sul mare, e al diciottesimo scorsi i primi contorni dei monti sulla vostra costa — e fui davvero lieto di posarvi sopra gli occhi. Ciononostante, c'era ancora molto dolore in serbo per me, perché a quel punto Nettuno non volle lasciarmi andare oltre, e scatenò contro di me una grande tempesta; il mare era così terribilmente alto che non potei più mantenermi sulla zattera, la quale andò in pezzi sotto la furia della burrasca, e dovetti nuotare, finché il vento e la corrente non mi portarono alle vostre spiagge.

«Lì tentai di sbarcare, ma non potei, perché era un brutto luogo e le onde mi scagliavano contro gli scogli, così ripresi il mare e nuotai finché giunsi a un fiume che sembrava il punto più adatto per approdare, poiché non c'erano rocce ed era riparato dal vento. Qui, dunque, uscii dall'acqua e raccolsi di nuovo i miei sensi. La notte si avvicinava, così lasciai il fiume ed entrai in un folto cespuglio, dove mi coprii tutto con delle foglie, e subito il cielo mi fece cadere in un sonno profondo. Malato e dolente com'ero, dormii tra le foglie tutta la notte e per tutto il giorno seguente fino al pomeriggio, quando mi svegliai mentre il sole calava a occidente, e vidi le serve di vostra figlia che giocavano sulla spiaggia, e vostra figlia tra loro, simile a una dea. La supplicai di aiutarmi, e si dimostrò di un'indole eccellente, molto più di quanto ci si potrebbe aspettare da una persona così giovane — perché i giovani sono spesso sconsiderati. Mi diede pane e vino in abbondanza, e dopo avermi fatto lavare nel fiume mi diede anche gli abiti in cui mi vedete. Ora, dunque, sebbene mi sia doluto farlo, vi ho detto tutta la verità».

Allora Alcinoo disse: «Forestiero, fu molto sbagliato da parte di mia figlia non portarvi subito a casa mia insieme alle ancelle, visto che fu lei la prima persona di cui chiedeste l'aiuto».

«Vi prego, non la sgridate», rispose Ulisse; «non è colpa sua. Mi disse davvero di seguire le ancelle, ma io mi vergognavo e temevo, perché pensavo che forse vi sareste sdegnato se mi aveste visto. Ogni essere umano è talvolta un po' sospettoso e irritabile».

«Forestiero», rispose Alcinoo, «non sono il tipo d'uomo che si adira per un nulla; è sempre meglio essere ragionevoli; ma, per padre Giove, Minerva e Apollo, ora che vedo che tipo d'uomo siete e quanto la pensate come me, vorrei che rimaneste qui, sposaste mia figlia e diventaste mio genero. Se vorrete restare, vi darò una casa e un podere, ma nessuno — il cielo non voglia — vi tratterrà qui contro la vostra volontà, e perché possiate essere certo di questo, domani mi occuperò della questione del vostro scorta. Potrete dormire durante tutto il viaggio, se volete, e gli uomini vi condurranno su acque tranquille sia alla vostra patria, sia dove preferite, anche se fosse molto più lontano dell'Eubea, che coloro del mio popolo che la videro quando scortarono il biondo Radamanto a vedere Tizio, figlio di Gea, mi dicono essere il luogo più lontano di tutti — eppure compirono l'intero viaggio in un solo giorno, senza affaticarsi, e poi tornarono indietro. Vedrete così quanto le mie navi superino tutte le altre, e quanto siano magnifici i rematori miei».

Allora Ulisse si rallegrò e pregò ad alta voce, dicendo: «Padre Giove, concedi che Alcinoo faccia tutto come ha detto, perché così si guadagnerà un nome imperituro tra gli uomini, e io potrò tornare nel mio paese».

Così conversarono. Poi Arete disse alle sue ancelle di preparare un letto nella stanza che era nel corpo di guardia, e di farlo con bei tappeti rossi, e di stendere sopra delle coperte con mantelli di lana perché Ulisse li indossasse. Le ancelle allora uscirono con le torce in mano, e quando ebbero preparato il letto vennero da Ulisse e dissero: «Alzatevi, signor forestiero, e venite con noi, perché il vostro letto è pronto», ed egli fu davvero lieto di andare a riposare.

Così Ulisse dormì in un letto posto in una stanza sopra la porta echeggiante; ma Alcinoo giacque nella parte interna della casa, con la regina sua moglie al fianco.

LIBRO VIII

BANCHETTO NELLA CASA DI ALCINOO — I GIOCHI.

Ora, quando il figlio del mattino, l'alba dalle rosee dita, apparve, Alcinoo e Ulisse si alzarono entrambi, e Alcinoo fece strada verso il luogo di riunione dei Feaci, che era presso le navi. Quando giunsero là, sedettero fianco a fianco su un sedile di pietra lucidata, mentre Minerva assunse le sembianze di uno dei servi di Alcinoo, e percorse la città per aiutare Ulisse a tornare in patria. Andò dai cittadini, uno per uno, e disse: «Anziani e consiglieri dei Feaci, venite tutti all'assemblea e ascoltate il forestiero che è appena giunto da un lungo viaggio alla casa del re Alcinoo; sembra un dio immortale».

Con queste parole fece sì che tutti volessero venire, e si affollarono all'assemblea finché posti a sedere e spazio in piedi furono ugualmente gremiti. Ognuno fu colpito dall'aspetto di Ulisse, perché Minerva lo aveva abbellito nel capo e nelle spalle, facendolo apparire più alto e robusto di quanto non fosse davvero, affinché facesse una buona impressione sui Feaci come uomo davvero straordinario, e potesse uscire bene dalle molte prove di abilità alle quali lo avrebbero sfidato. Poi, quando si furono radunati, Alcinoo parlò:

«Ascoltatemi», disse, «anziani e consiglieri dei Feaci, affinché io possa parlare come ho in mente. Questo forestiero, chiunque egli sia, è giunto alla mia casa da qualche parte, da oriente o da occidente. Desidera una scorta e vuole che la cosa sia risolta. Prepariamogliene dunque una, come abbiamo fatto per altri prima di lui; anzi, nessuno che sia mai giunto alla mia casa ha potuto lamentarsi di me per non averlo mandato abbastanza presto per la sua strada. Traggiamo in mare una nave — una che non abbia ancora compiuto alcun viaggio — e armiamola con cinquantadue dei nostri più svegli giovani marinai. Poi, quando avrete assicurato i remi ciascuno al proprio sedile, lasciate la nave e venite a casa mia a preparare un banchetto. Provvederò io a tutto. Do queste istruzioni ai giovani che formeranno l'equipaggio, perché per quanto riguarda voi, anziani e consiglieri, miterrete compagnia nell'intrattenere il nostro ospite nel portico. Non accetto scuse, e avremo Demodoco che canterà per noi; perché non c'è bardo come lui, qualunque cosa scelga di cantare».

Alcinoo fece allora strada, e gli altri lo seguirono, mentre un servo andò a chiamare Demodoco. I cinquantadue rematori prescelti andarono alla riva del mare come era stato loro detto, e quando giunsero là trassero la nave nell'acqua, misero l'albero e le vele dentro di essa, legarono i remi agli scalmi con corregge ritorte di cuoio, tutto in giusta successione, e spiegarono le vele bianche in alto. Ormeggiarono la nave un po' al largo dalla terra, poi vennero a riva e andarono alla casa del re Alcinoo. I cortili, gli spazi esterni e tutti i recinti furono riempiti di folle di uomini in gran moltitudine, vecchi e giovani; e Alcinoo uccise per loro dodici pecore, otto maiali adulti e due buoi. Li scuoiarono e li prepararono in modo da offrire un banchetto magnifico.

Un servo condusse subito il famoso bardo Demodoco, che la musa aveva profondamente amato, ma al quale aveva dato insieme il bene e il male, perché, sebbene lo avesse dotato di un dono divino di canto, lo aveva privato della vista. Pontonoo gli pose un seggio tra i convitati, appoggiandolo contro un palo di sostegno. Gli appese la lira a un piolo sopra il capo, e gli indicò dove cercarla con le mani. Gli pose anche una bella mensa con un cestino di viveri al fianco, e una coppa di vino da cui potesse bere quando ne avesse avuto voglia.

La compagnia allora stese le mani sulle cose buone che erano davanti a loro, ma non appena ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, la musa ispirò Demodoco a cantare le gesta degli eroi, e in particolare un fatto di cui tutti allora parlavano, cioè la contesa tra Ulisse e Achille, e le parole feroci che si rovesciarono addosso l'un l'altro, mentre sedevano insieme a un banchetto. Ma Agamennone fu lieto quando udì i suoi capi litigare fra loro, perché Apollo glielo aveva predetto a Pito, quando egli attraversò il pavimento di pietra per consultare l'oracolo. Qui fu il principio del male che, per volere di Giove, si abbatté sui Danai e sui Troiani.

Così cantò il bardo, ma Ulisse si tirò il mantello purpureo sul capo e si coprì il volto, perché si vergognava di lasciar vedere ai Feaci che stava piangendo. Quando il bardo smise di cantare, si asciugò le lacrime dagli occhi, si scoprì il volto e, prendendo la sua coppa, fece una libagione agli dei; ma quando i Feaci invitarono Demodoco a cantare ancora, perché si dilettavano dei suoi canti, allora Ulisse si tirò di nuovo il mantello sul capo e pianse amaramente. Nessuno notò il suo dolore, eccetto Alcinoo, che gli sedeva vicino e udì i profondi sospiri che egli mandava. Così disse subito: «Anziani e consiglieri dei Feaci, ne abbiamo avuto abbastanza, sia del banchetto, sia della musica che ne è il giusto accompagnamento; procediamo dunque alle gare atletiche, così che il nostro ospite, al suo ritorno in patria, possa dire ai suoi amici quanto noi superiamo tutte le altre nazioni nel pugilato, nella lotta, nel salto e nella corsa».

Con queste parole fece strada, e gli altri lo seguirono. Un servo appese la lira di Demodoco al suo piolo, lo condusse fuori dal portico e lo mise sulla stessa via lungo la quale tutti i capi dei Feaci stavano andando a vedere le gare; una folla di parecchie migliaia di persone li seguiva, e c'erano molti ottimi concorrenti per tutti i premi. Acroneo, Ocialo, Elatreo, Nauteo, Primneo, Anchialo, Eretmeo, Pondeo, Proreo, Toone, Anabesineo e Anfialo figlio di Polineo figlio di Tettone. C'era anche Eurialo figlio di Naubolo, che era simile a Marte stesso, ed era l'uomo più bello tra i Feaci, eccetto Laodamante. Tre figli di Alcinoo, Laodamante, Halio e Clitoneo, gareggiarono anch'essi.

Le corse a piedi vennero per prime. Fu tracciato il percorso per loro dal punto di partenza, ed essi sollevarono una polvere sulla pianura mentre tutti si slanciavano avanti nello stesso momento. Clitoneo giunse primo di gran lunga; lasciò tutti gli altri dietro di sé della lunghezza del solco che una coppia di muli può arare in un campo incolto. Poi si volsero alla faticosa arte della lotta, e qui Eurialo si dimostrò il migliore. Anfialo superò tutti gli altri nel salto, mentre nel lancio del disco nessuno poté avvicinarsi a Elatreo. Il figlio di Alcinoo, Laodamante, era il miglior pugile, e fu lui che disse poco dopo, quando tutti si furono divertiti con i giochi: «Chiediamo al forestiero se eccelle in qualcuno di questi sport; sembra assai robustamente costruito; le sue cosce, i polpacci, le mani e il collo sono di una forza prodigiosa, e non è affatto vecchio, ma ha molto sofferto ultimamente, e non c'è nulla come il mare per devastare un uomo, per quanto forte egli sia».

«Hai proprio ragione, Laodamante», rispose Eurialo, «va' dal tuo ospite e parlagliene tu stesso».

Quando Laodamante udì ciò, si fece strada nel mezzo della folla e disse a Ulisse: «Spero, signore, che vi iscriviate a qualcuna delle nostre gare, se siete esperto in qualcuna di esse — e di certo avrete gareggiato in molte prima d'ora. Non c'è nulla che faccia più onore a un uomo, per tutta la vita, del mostrare di essere un uomo come si deve con le mani e con i piedi. Provate dunque qualcosa, e bandite ogni dolore dalla vostra mente. Il vostro ritorno in patria non tarderà, perché la nave è già tirata nell'acqua e l'equipaggio è pronto».

Ulisse rispose: «Laodamante, perché mi stuzzichi in questo modo? Il mio animo è rivolto piuttosto alle preoccupazioni che alle gare; ho passato infiniti guai, e vengo ora tra voi come supplicante, a pregare il vostro re e il vostro popolo di aiutarmi nel mio ritorno in patria».

Allora Eurialo lo insultò apertamente e disse: «Deduco, dunque, che non sei esperto in nessuno dei molti sport di cui gli uomini generalmente si dilettano. Suppongo che tu sia uno di quei mercanti avidi che vanno per mare come capitani o commercianti, e che non pensano ad altro che ai loro carichi in uscita e in entrata. Non sembra che ci sia molto dell'atleta in te».

«Vergogna, signore», rispose Ulisse, con foga, «siete un insolente — così è vero che gli dei non adornano tutti gli uomini allo stesso modo nella parola, nell'aspetto e nell'intelletto. Un uomo può essere di presenza debole, ma il cielo lo ha adornato di una così buona conversazione che incanta chiunque lo veda; la sua moderazione dolce come il miele trascina chi lo ascolta, così che è guida in tutte le assemblee dei suoi compagni, e ovunque vada è tenuto in alta considerazione. Un altro può essere bello come un dio, ma la sua bellezza non è coronata dalla discrezione. Questo è il vostro caso. Nessun dio potrebbe fare un tipo più bello di voi, ma siete uno sciocco. Le vostre osservazioni mal giudicate mi hanno fatto arrabbiare moltissimo, e siete del tutto in errore, perché eccello in moltissime prove atletiche; anzi, finché ebbi gioventù e forza, fui tra i primi atleti dell'età. Ora, però, sono consumato dalla fatica e dal dolore, perché ho passato molto sia sui campi di battaglia, sia fra le onde del mare stanco; ciononostante, nonostante tutto ciò, gareggerò, perché i vostri sarcasmi mi hanno punto nel vivo».

Così si affrettò senza nemmeno togliersi il mantello, e afferrò un disco, più grande, più massiccio e molto più pesante di quelli usati dai Feaci quando si cimentavano tra loro nel lancio del disco. Poi, facendolo oscillare all'indietro, lo scagliò dalla sua mano muscolosa, ed esso emise un suono ronzante nell'aria mentre lo lanciava. I Feaci si ritrassero dinanzi alla furia del suo volo, mentre esso sfrecciava aggraziato dalla sua mano, e volò oltre ogni segno che fosse stato fatto finora. Minerva, in forma d'uomo, venne e segnò il punto dov'era caduto. «Un cieco, signore», disse, «potrebbe facilmente riconoscere il vostro segno andandolo a cercare a tastoni — è così distante da ogni altro. Potete stare tranquillo su questa prova, perché nessun Feacio può avvicinarsi a un lancio come il vostro».

Ulisse fu lieto quando trovò di avere un amico tra gli spettatori, così cominciò a parlare in modo più cortese. «Giovani», disse, «avvicinatevi a quel lancio, se potete, e io lancerò un altro disco, altrettanto pesante o anche di più. Se qualcuno vuole misurarsi con me, venga pure avanti, perché sono estremamente adirato; lotterò, lotterò, o correrò, non mi importa quale sia, con qualsiasi uomo tra voi tutti, eccetto Laodamante, ma non con lui perché è mio ospite, e non si può competere con il proprio amico personale. Almeno non credo sia prudente né sensato che un ospite sfidi la famiglia del proprio ospite in qualsiasi gioco, specialmente quando si trova in terra straniera. Si toglierebbe il terreno da sotto i piedi, se lo facesse; ma non faccio eccezione per nessun altro, perché voglio chiarire la questione e sapere chi è il migliore. Sono un buon conoscitore di ogni sorta di sport atletico noto tra gli uomini. Sono un arciere eccellente. In battaglia sono sempre il primo a stendere un uomo con la mia freccia, non importa quanti altri stiano mirando a lui insieme a me. Filottete fu il solo uomo che sapesse tirare meglio di me quando noi Achei eravamo davanti a Troia e ci esercitavamo. Sorpasso di gran lunga ogni altro al mondo, di quelli che ancora mangiano pane sulla faccia della terra, ma non vorrei tirare contro i potenti morti, come Ercole, o Eurito l'Ecalide — uomini che potevano tirare contro gli dei stessi. Fu in effetti così che Eurito incontrò prematuramente la sua fine, perché Apollo era adirato con lui e lo uccise perché lo aveva sfidato come arciere. So scagliare un dardo più lontano di quanto qualsiasi altro possa scoccare una freccia. La corsa è l'unico punto nel quale temo che alcuni Feaci possano battermi, perché sono stato ridotto molto in basso dal mare; le mie provviste sono venute meno, e perciò sono ancora debole».

Tutti tacquero fuorché il re Alcinoo, che cominciò: «Signore, ci è stata di grande diletto l'udire tutto ciò che ci avete narrato, dal che io capisco che siete disposto a mostrare il vostro valore, essendo rimasto sdegnato di certe insolenze che vi sono state dette da uno dei nostri atleti, e che mai sarebbero potute uscire dalla bocca di chi sappia parlar con decoro. Spero che afferrerete il mio pensiero, e che spiegherete a qualcuno dei vostri maggiorenti che pranzi con voi e con la vostra famiglia quando sarete a casa, che noi abbiamo un'attitudine ereditaria per ogni sorta di prove. Non siamo particolarmente rinomati nella pugna, né nella lotta, ma siamo singolarmente veloci nel corso e ottimi marinai. Siamo oltremodo amanti di buone mense, di musica e di danza; amiamo pure i frequenti cambi di biancheria, i bagni caldi e i buoni letti; or dunque, vi prego, qualcuno di voi che siete i migliori danzatori, date principio alla danza, affinché il nostro ospite, al ritorno in patria, possa dire ai suoi quanto noi sovrasteremo tutte le altre nazioni come marinai, corridori, danzatori e musici. Demodoco ha lasciato la sua lira in casa mia: qualcuno di voi corra dunque a prenderla per lui».

Disse, e un servo si affrettò a portare la lira dalla reggia; i nove uomini che erano stati prescelti come intendenti si fecero avanti. Era compito loro reggere ogni cosa attinente ai giochi, così spianarono il terreno e delimitarono un ampio spazio per i danzatori. In breve il servo tornò con la lira di Demodoco, il quale prese posto in mezzo a loro; allora i migliori giovani danzatori della città cominciarono a battere il piede e a sgambettare così lestamente che Ulisse fu deliziato dal leggiadro scintillìo dei lor piedi.

Frattanto l'aedo prese a cantare gli amori di Marte e Venere, e come essi cominciarono il loro intrigo nella casa di Vulcano. Marte fece a Venere molti doni e macchiò il talamo del re Vulcano, ma il Sole, che vide quel che facevano, lo riferì a Vulcano. Vulcano, all'udir sì terribile novella, montò in grande collera, e se ne andò alla sua fucina meditando vendetta; dispose il suo grande incudine sul ceppo e si mise a forgiare catene che nessuno potesse né sciogliere né spezzare, sì che quei due restassero presi là sul fatto. Quando ebbe ultimato il laccio entrò nella sua stanza da letto e ornò tutti i piedi del letto di catene simili a ragnateli; molte altre poi ne lasciò pendere dalla grande trave del soffitto. Nemmeno un dio le avrebbe scorte, tanto erano sottili e fini. Come ebbe disteso le catene per tutto il letto, finse di mettersi in cammino verso la bella contrada di Lemno, che di tutti i luoghi del mondo era il suo prediletto. Ma Marte non stava distratto, e come lo vide partire, accorse alla sua casa, tutto infocato d'amor di Venere.

Or Venere era appena rientrata da una visita al padre Giove, e stava per mettersi a sedere, quando Marte entrò nella casa, e disse prendendole la mano: «Andiamo al letto di Vulcano: non è in casa, ma è andato tra i Sinti a Lemno, la cui favella è barbara».

Ella non se lo fece dir due volte, e si recarono al letto per riposare; ma restarono presi nei lacci che il sagace Vulcano aveva tesi per loro, e non poterono più levarsi né muovere mani o piedi, ma troppo tardi s'accorsero d'esser in trappola. Allora sopraggiunse Vulcano, poiché era tornato indietro prima di giungere a Lemno, quando la sua spia, il Sole, gli ebbe detto quel che accadeva. Era in preda a furia terribile, e stava nell'atrio gridando orrendamente e chiamando a gran voce tutti gli dei.

«Padre Giove», gridava, «e voi tutti, altri dei beati che vivete in eterno, venite qua, e mirate lo spettacolo ridicolo e vergognoso che io vi mostrerò. La figlia di Giove, Venere, mi disonora sempre perché io sono zoppo. Ella ama Marte, che è bello e di forme perfette, mentre io sono uno storpio — ma i miei genitori son da biasimare, non io; non avrebbero dovuto generarmi. Venite a vedere la coppia insieme addormentata sul mio letto. Mi fa infuriare il guardarli. Son molto innamorati l'uno dell'altro, ma non credo che giaceranno là più a lungo che possano farne a meno, né che dormiran molto; là, tuttavia, resteranno finché il padre non mi abbia restituito la somma che io gli diedi per la sua bagascia di figlia, che è bella ma non onesta».

A queste voci gli dei si radunarono alla casa di Vulcano. Venne Nettuno che abbraccia la terra, e Mercurio messaggero di buona sorte, e il re Apollo, ma le dee restaron tutte in casa per pudore. Allora i dispensatori d'ogni bene stettero sulla soglia, e gli dei beati scoppiarono in una risata incontenibile, come scorsero l'astuzia di Vulcano; e l'uno si volgeva al vicino dicendo:

«Le male azioni non prosperano, e il debole confonde il forte. Ecco come lo zoppo Vulcano, quantunque storpio, ha colto Marte, che è il più lesto dio del cielo; ed ora Marte sarà condannato a pesanti risarcimenti».

Così discorrevan tra loro, ma il re Apollo disse a Mercurio: «Messaggero Mercurio, dispensator di beni, non ti importerebbe di quanto fossero forti le catene, se potessi giacere con Venere?»

«Re Apollo», rispose Mercurio, «io non desidero altro che aver la fortuna, quand'anche le catene fossero tre volte tante — e voi potreste guardar tutti, dei e dee, ma io giacerei con lei se potessi».

Gli dei immortali scoppiarono in una risa all'udirlo, ma Nettuno prese la cosa sul serio, e continuava a scongiurare Vulcano di porre Marte in libertà. «Lascialo andare», gridava, «e io m'impegno, come tu chiedi, che ti pagherà tutti i danni che saranno giudicati ragionevoli tra gli dei immortali».

«No», rispose Vulcano, «non chiedermi questo; la garanzia d'un malvagio è cattiva sicurtà; qual rimedio potrei avere contro di te se Marte se ne andasse lasciandosi dietro i debiti insieme con le catene?»

«Vulcano», disse Nettuno, «se Marte se ne va senza pagare i danni, pagherò io stesso per te». Vulcano allora rispose: «In tal caso io non posso, né devo, rifiutarti».

Detto ciò, sciolse i legami che li tenevan avvinti, e non appena furon liberi essi sgusciaron via: Marte verso la Tracia, e Venere che ama il riso, verso Cipro e verso Pafo, dov'è il suo bosco e il suo altare profumato d'offerte bruciate. Quivi le Grazie la bagnarono, e la unsero con olio d'ambrosia, di quel che si usano gli dei immortali, e la rivestirono di vesti leggiadre.

Così cantò l'aedo, e Ulisse e i Feaci navigatori furon rapiti nell'udirlo.

Allora Alcinoo disse a Laodamante e ad Alio di danzar soli, perché non c'era chi potesse gareggiare con loro. Essi presero una palla rossa che Polibo aveva fatta per loro, e l'uno si piegò all'indietro e la lanciò verso le nuvole, mentre l'altro balzò da terra e l'afferrò agevolmente prima che ricadesse. Dopo aver fatto quei lanci della palla dritta in alto, cominciarono a danzare, e al tempo stesso continuavano a gettarsela l'un l'altro, mentre tutti i giovani nel cerchio applaudivano e battevan forte i piedi. Allora Ulisse disse:

«Re Alcinoo, diceste che il vostro popolo era il più lesto danzatore del mondo, e davvero essi lo hanno dimostrato. Ne fui stupito mentre li guardavo».

Il re ne fu lieto, e gridò ai Feaci: «Anziani e consiglieri, il nostro ospite sembra persona di singolare discernimento; diamogli quella prova della nostra ospitalità che egli possa ragionevolmente aspettarsi. Voi siete dodici uomini tra i più ragguardevoli, e contando me siamo tredici; contribuite, ciascuno di voi, un manto pulito, una tunica e un talento d'oro fino; diamogli tutto ciò in una volta, sicché quando si metta a tavola possa farlo a cuor lieto. Quanto a Eurialo, dovrà fare una formale scusa e anche un presente, perché è stato villano».

Così disse. Gli altri tutti applaudirono al suo dire, e mandarono i servi a prendere i doni. Allora Eurialo disse: «Re Alcinoo, io darò allo straniero tutta la soddisfazione che richiedete. Avrà la mia spada, che è di bronzo, tranne l'elsa, che è d'argento. Gli darò anche il fodero di fresco segato avorio in cui essa s'incastra. Varrà molto per lui».

Mentre parlava, pose la spada nelle mani d'Ulisse e disse: «Buona fortuna a te, padre straniero; se mai qualcosa sia stata detta fuori di posto, possano i venti portarsela via con sé, e possa il cielo concederti un felice ritorno, ché io so che sei stato lungi da casa e hai passato molte avversità».

Ulisse rispose: «Buona fortuna anche a te, amico mio, e possano gli dei concederti ogni letizia. Spero che non sentirai la mancanza della spada che mi hai donata insieme con le tue scuse».

Detto ciò, si cinse la spada alle spalle, e verso il tramonto i doni cominciarono a comparire, portati dai servi dei donatori alla casa del re Alcinoo; qui i figli del re li ricevettero e li misero in custodia alla madre. Poi Alcinoo fece strada verso la casa e invitò gli ospiti a mettersi a sedere.

«Sposa», disse, volgendosi alla regina Arete, «va', prendi il più bel forziere che abbiamo, e mettivi dentro un manto pulito e una tunica. Metti anche un calderone sul fuoco e scalda dell'acqua; il nostro ospite farà un bagno caldo; bada anche a imballar con cura i doni che i nobili Feaci gli hanno fatto; così egli godrà meglio sia la cena sia il canto che seguirà. Io stesso gli darò questo cratere d'oro — ch'è d'arte squisita — perché di me si ricordi per il resto della vita, ogni volta che faccia una libazione a Giove o a qualcuno degli dei».

Arete allora disse alle ancelle di mettere un gran tripode sul fuoco più in fretta che potessero; quelle misero un tripode pieno d'acqua per il bagno su un fuoco chiaro; vi gettarono sopra legna perché la fiamma s'alzasse, e l'acqua si scaldò mentre il fuoco lambiva il ventre del tripode. Frattanto Arete recò dalla sua stanza un forziere magnifico, e dentro vi ripose tutti i begli oggetti d'oro e le vesti che i Feaci avean portato. Da ultimo vi aggiunse un manto e una buona tunica di Alcinoo, e disse a Ulisse:

«Vedi tu di mettervi il coperchio, e fa' che il tutto sia legato immediatamente, per paura che qualcuno ti derubi per via, mentre dormi sulla tua nave».

Ulisse, all'udir ciò, mise il coperchio sul forziere e lo assicurò con un nodo che Circe gli aveva insegnato. Aveva appena finito che un servo gli disse di venire al bagno e di lavarsi. Fu lietissimo d'un bagno caldo, perché nessuno lo aveva servito da quando aveva lasciato la casa di Calipso, la quale, finché egli rimase con lei, aveva avuto cura di lui come se fosse stato un dio. Quando i servi l'ebbero lavato e unto d'olio, e gli ebbero dato un manto pulito e una tunica, egli uscì dal bagno e raggiunse gli ospiti che sedevano sul vino. La leggiadra Nausicaa si fermò presso uno dei pilastri che reggevano il tetto del portico, e lo ammirò mentre passava. «Addio, straniero», disse, «non dimenticarmi quando sarai di nuovo salvo a casa, perché sei debitore a me, per prima, del riscatto d'aver salvato la vita».

E Ulisse disse: «Nausicaa, figlia del grande Alcinoo, possa il possente Giove, sposo di Giunona, concedermi di giungere a casa; così io ti benedirò come mia angelo custode per tutti i giorni miei, perché sei stata tu a salvarmi».

Detto ciò, sedette accanto ad Alcinoo. Fu allora imbandita la cena, e il vino fu mesciuto. Un servo introdusse il diletto aedo Demodoco e lo mise in mezzo alla compagnia, presso uno dei pilastri che reggevano il portico, perché vi si potesse appoggiare. Allora Ulisse tagliò un pezzo di maiale arrosto, con molto grasso (ché ne restava in abbondanza sul taglio), e disse a un servo: «Porta questo pezzo di maiale a Demodoco, e digli che lo mangi; per quanti affanni i suoi canti mi possan causare, non per questo lo saluterò di meno; i poeti sono onorati e rispettati in tutto il mondo, perché la musa insegna loro i canti e li ama».

Il servo portò con le dita il pezzo di maiale a Demodoco, il quale lo prese e ne fu molto lieto. Allora essi misero le mani sulle leccornie che eran loro dinanzi, e come ebbero mangiato e bevuto, Ulisse disse a Demodoco: «Demodoco, non c'è nessuno al mondo ch'io ammiri più di te. Devi aver studiato sotto la Musa, figlia di Giove, e sotto Apollo, tanto accuratamente canti il ritorno degli Achei con tutte le loro sofferenze e avventure. Se tu non vi fosti presente, devi aver udito tutto da qualcuno che v'era. Ora, però, cambia il tuo canto e narraci del cavallo di legno che Epeo costruì con l'aiuto di Minerva, e che Ulisse, per stratagemma, introdusse nella rocca di Troia dopo averlo caricato degli uomini che poi saccheggiarono la città. Se canterai bene questo racconto, io andrò dicendo al mondo intero quanta magnificenza il cielo ti ha concesso».

L'aedo ispirato dal cielo riprese la storia dal punto in cui alcuni degli Argivi diedero fuoco alle tende e salparono, mentre altri, nascosti nel cavallo, attendevano con Ulisse nel luogo d'adunanza dei Troiani. I Troiani stessi, infatti, avevano tratto il cavallo nella loro rocca, ed esso stava lì mentre sedevano in consiglio attorno ad esso, e tra loro eran divisi in tre pareri sul da farsi. Taluni avrebbero voluto spezzarlo seduta stante; altri volevano trascinarlo in cima allo scoglio su cui sorgeva la rocca, e poi gettarlo giù dal precipizio; altri ancora volevano lasciarlo stare come offerta e propiziazione agli dei. Così infatti si risolsero alla fine, perché la città era destinata a perire quando accolse quel cavallo, entro il quale tutti i più prodi degli Argivi stavano in attesa di portar morte e distruzione ai Troiani. Egli cantò poi come i figli degli Achei usciron dal cavallo e saccheggiaron la città, irrompendo dalla loro imboscata. Cantò come essi corsero per la città di qua e di là devastandola, e come Ulisse andò infuriato come Marte, insieme con Menelao, alla casa di Deifobo. Ivi fu che il combattimento infuriò più aspru; tuttavia, con l'aiuto di Minerva, egli fu vittorioso.

Tutto questo narrò, ma Ulisse ne fu sopraffatto nell'udirlo, e le guanne gli si bagnaron di lacrime. Pianse come piange una donna quando si getta sul corpo del marito caduto dinanzi alla sua città e al suo popolo, combattendo da prode in difesa della sua casa e dei suoi figli. Ella grida forte e getta le braccia attorno a lui che giace anelante e morente, ma i nemici la battono da tergo sulle spalle e sulla schiena, e la menano via in schiavitù, a una vita di lavoro e di dolore, e il fiore della bellezza si dilegua dalle sue guancia — con sì miserevole pianto Ulisse pianse, ma nessuno dei presenti scorse le sue lacrime, eccetto Alcinoo, che gli sedeva accanto e poteva udire i singhiozzi e i sospiri che gli sfuggivano dal petto. Il re, dunque, si levò tosto e disse:

«Anziani e consiglieri dei Feaci, faccia Demodoco cessare il suo canto, perché v'è chi presente non sembra gradirlo. Dal momento in cui finimmo la cena e Demodoco cominciò a cantare, il nostro ospite non ha fatto che gemere e lamentarsi. È chiaro ch'egli è in grande afflizione; perciò il poeta smetta, affinché tutti possiamo godere, ospiti e padroni di casa. Così sarà ben più come si conviene, perché tutte queste feste, con la scorta e i doni che noi facciamo con sì buona volontà, sono tutte in suo onore, e chiunque abbia pur solo un po' di senso della convenienza sa che si deve trattare un ospite e un supplicante come un proprio fratello.

«Perciò, signore, da parte vostra non dissimulate oltre, né fate riserbo, sul punto di cui vi domanderò; sarà più cortese da voi darmi una risposta schietta; ditemi il nome con cui vi chiamavano laggiù vostro padre e vostra madre, e con cui eravate conosciuto tra i vostri vicini e concittadini. Non c'è nessuno, né ricco né povero, che sia del tutto senza un nome, perché i padri e le madri dànno nomi ai figli appena nati. Ditemi anche il vostro paese, nazione e città, affinché le nostre navi possano far rotta di conseguenza e trasportarvi là. I Feaci, infatti, non hanno piloti; le loro navi non hanno timoni come quelle degli altri popoli, ma le navi stesse intendono ciò che noi pensiamo e vogliamo; conoscono tutte le città e i paesi del mondo intero, e possono traversare il mare anche quando esso è coperto di nebbia e di nubi, così che non c'è rischio di naufragio o di danno. Tuttavia mi ricordo d'aver udito mio padre dire che Nettuno era adirato con noi perché siamo troppo faciloni nel concedere scorte. Egli disse che un giorno o l'altro avrebbe fatto naufragare una delle nostre navi mentre tornava dall'aver scortato qualcuno, e avrebbe sepolto la nostra città sotto un alto monte. Questo era ciò che mio padre soleva dire, ma se il dio attuerà la sua minaccia o no, è cosa che deciderà lui stesso.

«E ora, ditemi e ditemi il vero. Dove siete andato errando, e in quali paesi avete viaggiato? Diteci delle genti stesse, e delle loro città: quali erano ostili, selvagge e incivili, e quali, invece, ospitali e umane. Diteci anche perché siete reso sì triste all'udire del ritorno dei Danai Argivi da Troia. Gli dei dispose tutto ciò, e mandaron loro le sventure perché le generazioni future avessero qualcosa da cantare. Perdeste qualche prode congiunto di vostra moglie quando eravate davanti a Troia? un genero o un suocero — che sono le parentele più strette che un uomo abbia fuori della propria carne e del proprio sangue? ovvero fu qualche prode e di cuor gentile compagno — ché un buon amico è caro a un uomo quanto un suo proprio fratello?»

LIBRO IX

ULISSE SI PALESA E COMINCIA IL SUO RACCONTO — I CICONI, I LOTOFAGI E I CICLOPI.

Ulisse rispose: «Re Alcinoo, è buona cosa udire un poeta dalla voce sì divina qual è quella di costui. Non v'è nulla di meglio né di più dolce che quando un popolo intero fa allegramente festa insieme, con gli ospiti seduti in ordine ad ascoltare, mentre la tavola è carica di pane e di carni, e il coppiere versa il vino e riempie la coppa a ciascuno. Questo è davvero lo spettacolo più bello che un uomo possa vedere. Ora, però, dacché voi siete disposto a chiedere il racconto dei miei dolori e a riaccendere in me i tristi ricordi di essi, io non so come cominciare, né pure come continuare e concludere la mia storia, perché la mano del cielo si è posata pesantemente su di me.

“Innanzi tutto, dunque, vi dirò il mio nome, affinché anche voi lo conosciate, e un giorno, se io sopravvivo a questo tempo di dolore, possiate diventare miei ospiti, benché io viva così lontano da tutti voi. Io sono Ulisse figlio di Laerte, rinomato fra gli uomini per ogni sorta di astuzia, sì che la mia fama sale fino al cielo. Abito in Itaca, dove sorge un alto monte chiamato Nerito, coperto di selve; e non lungi da esso vi è un gruppo d’isole molto vicine l’una all’altra — Dulichio, Same e la boscosa isola di Zacinto. Itaca giace abbassata sull’orizzonte, la più alta verso il mare, dalla parte del tramonto, mentre le altre giacciono lontano da essa verso levante. È un’isola aspra, ma genera uomini valorosi, e i miei occhi non ne conoscono alcuna che più amino contemplare. La dea Calipso mi tenne con sé nella sua grotta e volle che la sposassi, come volle anche la scaltra dea Eea Circe; ma nessuna delle due riuscì a persuadermi, poiché nulla è più caro a un uomo della propria patria e dei propri genitori, e per quanto splendida possa essere la dimora che egli abbia in terra straniera, se essa è lontana dal padre o dalla madre, egli non se ne cura. Ora, però, vi narrerò le molte avventure perigliose che, per volere di Giove, incontrai nel mio ritorno da Troia.

“Quando ebbi preso il mare di là, il vento mi portò prima a Ismaro, che è la città dei Ciconi. Ivi saccheggiai la città e passai a fil di spada la popolazione. Prendemmo le loro mogli e anche molto bottino, che dividemmo equamente fra noi, così che nessuno avesse motivo di lagnarsi. Dissi allora che sarebbe stato meglio ripartire subito, ma i miei uomini, scioccamente, non vollero obbedirmi, e così restarono là a bere molto vino e a scannare in riva al mare gran numero di pecore e di buoi. Frattanto i Ciconi gridarono chiedendo aiuto agli altri Ciconi che abitavano nell’interno. Questi erano più numerosi e più forti, e più esperti nell’arte della guerra, perché sapevano combattere, sia dai carri sia a piedi, secondo l’occasione; al mattino, dunque, vennero fitti come foglie e fiori d’estate, e la mano del cielo fu contro di noi, sì che fummo duramente premuti. Disposero la battaglia presso le navi, e gli schieramenti puntarono gli uni contro gli altri le lance calzate di bronzo. Finché il giorno crebbe e si era ancora al mattino, reggemmo contro di loro, benché fossero più numerosi di noi; ma quando il sole declinò, verso l’ora in cui gli uomini sciolgono i buoi, i Ciconi ebbero la meglio, e noi perdemmo sei uomini per ciascuna delle navi che avevamo; così ci allontanammo con quelli che restavano.

“Di là navigammo innanzi con dolore nel cuore, ma lieti d’esser sfuggiti alla morte benché avessimo perduto i compagni, né ci allontanammo prima d’aver invocato per tre volte ciascuno dei poveretti che erano periti per mano dei Ciconi. Allora Giove levò contro di noi il vento del Nord, finché soffiò un uragano, sì che terra e cielo restarono nascosti da dense nubi, e la notte balzò fuori dai cieli. Lasciammo correre le navi davanti alla raffica, ma la forza del vento lacerò le nostre vele in brandelli, così le ammainammo per paura del naufragio, e remammo con quanta forza avevamo verso la terra. Ivi giacemmo due giorni e due notti, soffrendo in egual misura per la fatica e l’angoscia dell’animo, ma al mattino del terzo giorno alzammo di nuovo gli alberi, spiegammo le vele e prendemmo i nostri posti, lasciando che il vento e i timonieri guidassero la nave. Sarei tornato in patria illeso in quel momento, se il vento del Nord e le correnti non mi fossero stati contrari mentre doppiavo il Capo Malea, e non mi avessero spinto fuori rotta presso l’isola di Citera.

“Di là fui sospinto da venti contrari per lo spazio di nove giorni sul mare, ma nel decimo raggiungemmo la terra dei Lotofagi, che vivono d’un cibo che viene da una specie di fiore. Ivi sbarcammo per prendere acqua dolce, e i nostri equipaggi consumarono il pasto di mezzogiorno sulla riva presso le navi. Quando ebbero mangiato e bevuto, mandai due dei miei a vedere che tipo di uomini fossero quelli del luogo, e avevano con loro un terzo uomo. Partirono subito e se ne andarono fra i Lotofagi, che non fecero loro alcun male, ma diedero loro da mangiare del loto, che era così delizioso che quelli che ne mangiarono smisero di curarsi della casa, e non vollero neppure tornare a riferire l’accaduto, ma erano intenzionati a restare e a mangiucchiare loto con i Lotofagi senza pensare oltre al loro ritorno; tuttavia, benché piangessero amaramente, li forzai a tornare alle navi e li feci legare sotto i banchi. Allora ordinai al resto di imbarcarsi subito, perché nessuno di loro assaggiasse il loto e smettesse di voler tornare in patria; così presero i loro posti e percossero il grigio mare con i remi.

“Navigammo di là, sempre in grande afflizione, finché giungemmo alla terra dei Ciclopi, senza legge e disumani. Ora i Ciclopi non piantano né arano, ma confidano nella provvidenza, e vivono del frumento, dell’orzo e delle uve che crescono selvatiche senza alcun genere di coltura, e le loro uve selvatiche danno vino secondo che il sole e la pioggia le facciano crescere. Non hanno leggi né assemblee del popolo, ma vivono in caverne sulle cime di alti monti; ciascuno è signore e padrone nella sua famiglia, e non si curano dei vicini.

“Ora al largo del loro porto giace un’isola boscosa e fertile, non del tutto vicina alla terra dei Ciclopi, ma tuttavia non lontana. È infestata da capre selvatiche, che vi si riproducono in gran numero e non sono mai disturbate da piede d’uomo; poiché i cacciatori — che di solito sopportano tante fatiche nei boschi o fra i precipizi dei monti — non vi si recano, né mai è arata o pascolata, ma giace incolta e non seminata di anno in anno, e non ha alcun essere vivente sopra di sé tranne le capre. Infatti i Ciclopi non hanno navi, né costruttori di navi che possano fabbricarne per loro; non possono quindi andare di città in città, o navigare sul mare verso il paese l’uno dell’altro, come fanno coloro che hanno navi; se le avessero avute, avrebbero colonizzato l’isola, perché è ottima e produrrebbe ogni cosa a suo tempo. Vi sono prati che in alcuni luoghi scendono fino alla riva del mare, ben irrigati e pieni d’erba succosa; le uve vi crescerebbero eccellentemente; vi è terra piana per l’aratro, e renderebbe sempre abbondantemente al tempo della messe, perché il suolo è profondo. Vi è un buon porto dove non servono cavi, né ancore, né c’è bisogno di ormeggiare la nave, ma tutto ciò che si deve fare è tirare a riva il proprio vascello e restarvi finché il vento non diventi favorevole per riprendere il mare. Alla testa del porto vi è una sorgente d’acqua limpida che scaturisce da una grotta, e attorno vi crescono pioppi.

“Qui entrammo, ma così buia era la notte che qualche dio ci deve aver portati dentro, poiché non si vedeva assolutamente nulla. Una fitta nebbia avvolgeva da ogni parte le nostre navi; la luna era nascosta dietro una massa di nubi, sì che nessuno avrebbe potuto scorgere l’isola, per quanto l’avesse cercata, né vi erano frangenti che ci avvertissero d’esser vicini a riva prima di trovarci sulla terra stessa; quando, però, ebbe tirato in secco le navi, ammainammo le vele, sbarcammo e accampammo sulla spiaggia fino allo spuntar del giorno.

“Quando apparve la figlia del mattino, l’alba dalle rosee dita, ammirammo l’isola e la percorrendemmo in ogni sua parte, mentre le ninfe, figlie di Giove, svegliavano le capre selvatiche affinché potessimo procurarci carne per il pranzo. Allora prendemmo dalle navi le nostre lance e gli archi con le frecce, e dividendoci in tre schiere cominciammo a tirare alle capre. Il cielo ci mandò ottima caccia; avevo con me dodici navi, e ogni nave ebbe nove capre, mentre la mia ne ebbe dieci; così per tutto il giorno, fino al tramonto del sole, mangiammo e bevemmo a sazietà, e ci rimase vino in abbondanza, perché ciascuno di noi ne aveva imbarcate molte giare piene quando saccheggiammo la città dei Ciconi, e non era ancora finito. Mentre banchettavamo, volgevamo di continuo gli occhi verso la terra dei Ciclopi, che era poco lontana, e vedemmo il fumo dei loro fuochi di stoppie. Potevamo quasi immaginare di udire le loro voci e il belato delle loro pecore e capre, ma quando il sole tramontò e scese l’oscurità, ci accampammo sulla spiaggia, e il mattino seguente convocai un consiglio.

“«Restate qui, miei bravi compagni,» dissi, «voi tutti, mentre io vado con la mia nave e provo da me questa gente: voglio vedere se sono selvaggi incivili, o una stirpe ospitale e umana.»

“Salito a bordo, ordinai ai miei uomini di fare altrettanto e di sciogliere gli ormeggi; così presero i loro posti e percossero il grigio mare con i remi. Quando giungemmo alla terra, che non era lontana, ecco, sulla faccia d’una scogliera presso il mare, vedemmo una gran caverna sovrastata da allori. Era una stazione per moltissime pecore e capre, e fuori vi era un ampio recinto, con un’alta parete intorno fatta di pietre confitte nel terreno e di alberi, sia pini sia querce. Questa era la dimora d’un mostro enorme, che allora era fuori casa a pascolare le sue greggi. Non voleva avere nulla a che fare con gli altri, ma conduceva la vita d’un fuorilegge. Era una creatura orrida, per nulla simile a un essere umano, ma rassomigliante piuttosto a qualche picco che si staglia ardito contro il cielo sulla cima d’un alto monte.

“Dissi ai miei uomini di tirare la nave a riva e di restare dove erano, tutti tranne i dodici migliori fra loro, che dovevano venire con me. Presi anche un otre di vino nero dolce, che mi era stato donato da Marone, figlio di Euanthide, sacerdote d’Apollo, dio protettore d’Ismaro, il quale viveva entro il boscoso recinto del tempio. Quando saccheggiammo la città lo usammo riguardo, e gli risparmiammo la vita, come alla moglie e al figlio; così egli mi fece alcuni doni di gran valore — sette talenti d’oro fino, e una coppa d’argento, con dodici giare di vino dolce, non tagliato, e dal sapore più squisito. Nessun uomo o fanciulla della casa ne era al corrente, ma solo lui, la moglie e un dispensiere; quando lo beveva, mescolava venti parti d’acqua a una di vino, e tuttavia il profumo che esalava dal cratere era così squisito che era impossibile astenersi dal bere. Riempii un grosso otre di questo vino, e presi con me una bisaccia piena di provviste, perché il cuore mi presentiva che avrei avuto a che fare con qualche selvaggio di gran forza, che non avrebbe rispettato né il diritto né la legge.

“Raggiungemmo in breve la sua caverna, ma egli era fuori a pascolare, così entrammo e facemmo l’inventario di tutto ciò che potevamo vedere. Le rastrelliere dei formaggi erano cariche di formaggi, e aveva più agnelli e capretti di quanti i recinti ne potessero contenere. Erano tenuti in greggi separati; prima venivano gli agnelli dell’anno, poi i più vecchi degli agnelli giovani e infine i più giovani, tutti tenuti separati gli uni dagli altri; quanto alla sua latteria, tutti i vasi, le ciotole e i secchi del latte nei quali mungeva, galleggiavano nel siero. Quando videro tutto ciò, i miei uomini mi supplicarono di lasciarli prima rubare un po’ di formaggi, e di portarseli via alla nave; poi sarebbero tornati, avrebbero fatto scendere a forza gli agnelli e i capretti, li avrebbero imbarcati e sarebbero salpati con quelli. Sarebbe stato certo meglio se l’avessimo fatto, ma non volli dar loro ascolto, perché volevo vedere il padrone di casa, nella speranza che potesse farmi un dono. Quando, però, lo vedemmo, i miei poveri uomini lo trovarono difficile da trattare.

“Accendemmo un fuoco, offrimmo in sacrificio alcuni dei formaggi, ne mangiammo altri, e poi ci sedemmo ad aspettare finché il Ciclope non rientrasse con le sue pecore. Quando venne, portò dentro con sé un enorme carico di legna secca per accendere il fuoco del suo pasto, e la scagliò con tale fragore sul pavimento della caverna che ci nascondemmo per la paura in fondo alla spelonca. Frattanto egli cacciò dentro tutte le pecore, come pure le capre che intendeva mungere, lasciando i maschi, sia montoni sia becchi, fuori nei recinti. Poi rotolò un macigno enorme all’imbocco della caverna — così enorme che ventidue robusti carri a quattro ruote non sarebbero bastati a smuoverlo dalla sua posta contro l’ingresso. Fatto questo, si sedette e munse le pecore e le capre, tutte nell’ordine giusto, e poi diede a ciascuna il suo piccolo. Cagionò metà del latte e lo mise da parte in cestelli di giunco, ma l’altra metà la versò in ciotole perché potesse berla per la sua cena. Quando ebbe terminato ogni suo lavoro, accese il fuoco, e poi scorse noi, onde disse:

««Stranieri, chi siete? Di dove salpate? Siete mercanti, o solcate il mare come predoni, con le vostre mani contro ogni uomo, e la mano d’ogni uomo contro di voi?»

“Restammo atterriti dalla sua voce tonante e dalla sua forma mostruosa, ma riuscii a dire: «Noi siamo Achei in viaggio verso casa da Troia, ma per volontà di Giove, e per la violenza della tempesta, siamo stati sospinti lungi dalla nostra rotta. Siamo il popolo d’Agamennone, figlio d’Atreo, che ha conquistato gloria infinita in tutto il mondo, saccheggiando una così grande città e uccidendo tanta gente. Vi supplichiamo umilmente di mostrarci un po’ d’ospitalità, e di farci altrimenti quei doni che i visitatori possono ragionevolmente aspettarsi. Possa la vostra eccellenza temere l’ira del cielo, perché noi siamo i vostri supplici, e Giove accoglie sotto la sua protezione tutti i viaggiatori rispettabili, poiché egli è il vendicatore di tutti i supplici e degli stranieri in pericolo.»

“A ciò egli non diede che una risposta spietata: «Straniero,» disse, «sei un folle, o non sai nulla di questo paese. Parlare con me, davvero, del temere gli dei o scansarne l’ira? Noi Ciclopi non ci curiamo di Giove né di alcuno dei vostri beati dei, perché siamo infinitamente più forti di loro. Non ti risparmierò, né i tuoi compagni, per alcun riguardo verso Giove, a meno che non ne abbia voglia. E ora dimmi dove hai ormeggiato la nave quando sei sbarcato. Era dietro il promontorio, o giace proprio al largo della terra?»

“Disse questo per farmi uscire allo scoperto, ma io ero troppo scaltro per farmi prendere in quel modo, così risposi con una menzogna: «Nettuno,» dissi, «spinse la mia nave sugli scogli all’estremità del vostro paese, e la naufragò. Fummo cacciati su di essi dal mare aperto, ma io e quelli che sono con me sfuggimmo alle fauci della morte.»

“Il crudele sciagurato non mi concesse neppure una parola di risposta, ma con un balzo improvviso afferrò due dei miei uomini in una volta sola e li sbatté a terra come se fossero stati cuccioli. Il loro cervello si sparse sul suolo, e la terra fu bagnata del loro sangue. Poi li fece a brandelli e se ne cibò. Li divorò come un leone nella solitudine, carne, ossa, midollo e interiora, senza lasciare nulla d’intatto. Quanto a noi, piangemmo e levammo le mani al cielo alla vista d’uno spettacolo così orrendo, perché non sapevamo cos’altro fare; ma quando il Ciclope ebbe riempito il suo enorme ventre, e lavato il pasto di carne umana con una bevuta di latte puro, si stese lungo disteso per terra fra le sue pecore, e si addormentò. Io fui dapprima tentato d’afferrare la spada, sguainarla e conficcargliela nelle viscere, ma riflettei che se l’avessi fatto saremmo stati certamente tutti perduti, perché non saremmo mai riusciti a spostare il macigno che il mostro aveva posto davanti all’ingresso. Così restammo dove eravamo, in singhiozzi e sospiri, finché giunse il mattino.

“Quando apparve la figlia del mattino, l’alba dalle rosee dita, egli accese di nuovo il fuoco, munse le capre e le pecore, tutte nell’ordine giusto, e poi diede a ciascuna il suo piccolo; appena ebbe finito ogni suo lavoro, afferrò altri due dei miei uomini, e cominciò a mangiarseli per sua prima colazione. Quindi, con la massima facilità, rotolò via il macigno dalla porta e fece uscire le sue pecore, ma subito lo rimise al suo posto — con la stessa facilità con cui si metta il coperchio a una faretra piena di frecce. Appena ebbe fatto ciò, gridò e disse «Shoo, shoo» alle sue pecore per spingerle verso il monte; così io rimasi a escogitare qualche modo di prendere la mia vendetta e di coprirmi di gloria.

“Alla fine giudicai che il miglior piano fosse il seguente: il Ciclope aveva una gran clava che giaceva presso uno dei recinti delle pecore; era di legno d’olivo verde, e l’aveva tagliata con l’intenzione di usarla come bastone non appena fosse stata secca. Era così enorme che potevamo paragonarla soltanto all’albero d’un mercantile da venti remi, di grande portata, atto ad avventurarsi in mare aperto. Mi avvicinai a questa clava e ne tagliai circa sei piedi; diedi quindi questo pezzo agli uomini e dissi loro d’assottigliarlo uniformemente a un’estremità, cosa che essi fecero, e infine io stesso lo appuntai, indurendo la punta nel fuoco. Quando ebbi fatto questo, lo nascosi sotto lo sterco, che giaceva sparso per tutta la caverna, e dissi agli uomini di tirare a sorte chi di loro dovesse avventurarsi con me a sollevarlo e a conficcarlo nell’occhio del mostro mentre dormiva. La sorte cadde proprio sui quattro che avrei scelto, e io stesso facevo il quinto. Alla sera il miserabile tornò dal pascolo, e cacciò le sue greggi nella caverna — questa volta cacciandole tutte dentro, e non lasciandone alcuna nei recinti; immagino che qualche capriccio gli fosse venuto, o un dio glielo avesse suggerito. Appena ebbe rimesso il macigno al suo posto contro la porta, si sedette, munse le pecore e le capre tutte nell’ordine giusto, e poi diede a ciascuna il suo piccolo; quando ebbe finito ogni suo lavoro, afferrò altri due dei miei uomini, e se ne fece cena. Così mi avvicinai a lui con una coppa d’edera piena di vino nero tra le mani:

««Guarda qui, Ciclope,» dissi, «hai mangiato molta carne d’uomo, così prendi questo e bevi un po’ di vino, perché tu possa vedere che tipo di liquore avevamo a bordo della mia nave. Te lo portavo come libagione, nella speranza che tu avessi compassione di me e mi aiutassi nel mio cammino verso casa, mentre tutto ciò che fai è continuare a infuriarti e a sbraitare in modo intollerabile. Dovresti vergognarti di te stesso; come puoi aspettarti che la gente venga ancora a trovarti, se la tratti in questo modo?»

Allora egli prese la coppa e bevve. Fu così deliziato dal sapore del vino che mi supplicò di dargliene un’altra scodella piena. «Sii così gentile», disse, «da darmene ancora, e dimmi subito il tuo nome. Voglio farti un dono di cui sarai lieto. Abbiamo vino anche in questo paese, perché il nostro suolo fa crescere le viti e il sole le matura, ma questo si beve come Nettare e Ambrosia tutti insieme.»

Io allora gliene diedi ancora; tre volte gli riempì la coppa, e tre volte la vuotò senza riflettere né badarvi; poi, quando vidi che il vino gli era entrato nel cervello, gli dissi nel modo più persuasivo che potei: «Ciclope, tu mi chiedi il mio nome e io te lo dirò; dammi dunque il dono che mi hai promesso; il mio nome è Nessuno; questo è ciò che mio padre e mia madre e i miei amici mi hanno sempre chiamato.»

Ma lo scellerato crudele disse: «Allora mangerò tutti i compagni di Nessuno prima di Nessuno stesso, e terrò Nessuno per ultimo. Questo è il dono che voglio fargli.»

Mentre così parlava barcollò, e cadde riverso a terra supino. Il suo grande collo pendeva pesantemente all’indietro e un sonno profondo s’impossessò di lui. Subito dopo si sentì male, e vomitò sia il vino sia i bocconi di carne umana di cui si era rimpinzato, perché era molto ubriaco. Allora io spinsi il travicello di legno a fondo tra i carboni accesi per scaldarlo, e incitai i miei uomini perché nessuno si perdesse d’animo. Quando il legno, benché verde, stava per divampare, lo trassi dal fuoco ardente di calore, e i miei uomini si strinsero intorno a me, perché il cielo aveva riempito i loro cuori di coraggio. Cacciammo la punta acuminata del travicello nell’occhio del mostro, e facendo forza su di esso con tutto il mio peso continuai a girarlo su e giù come se stessi trivellando la tavola di una nave con un succhiello, che due uomini con una ruota e una cinghia possono tenere in moto finché vogliono. Proprio così trivellammo con il travicello rovente il suo occhio, finché il sangue bollente non gorgogliò tutto intorno mentre noi lo giravamo, cosicché il vapore dell’occhio che bruciava gli scottò le palpebre e le sopracciglia, e le radici dell’occhio scoppiettarono nel fuoco. Come un fabbro immerge un’ascia o un’accetta nell’acqua fredda per temprarla — perché è questo che dà forza al ferro — e ne nasce un grande sfrigolio mentre lo fa, proprio così l’occhio del Ciclope sfrigolò intorno al travicello di legno d’olivo, e le sue urla orrende fecero risuonare di nuovo la caverna. Fuggimmo spaventati, ma egli strappò il travicello tutto imbrattato di sangue dal suo occhio, e lo scagliò lontano da sé nel delirio della rabbia e del dolore, gridando intanto agli altri Ciclopi che vivevano sugli scogli battuti dal vento accanto a lui; così essi si radunarono da ogni parte intorno alla sua caverna quando lo udirono gridare, e chiesero che cosa gli fosse accaduto.

«Che cosa ti succede, Polifemo», dissero, «che fai un tale baccano, rompendo il silenzio della notte e impedendoci di poter dormire? Certo nessuno ti sta portando via le pecore? Certo nessuno sta cercando di ucciderti o con l’inganno o con la forza?»

Ma Polifemo gridò loro dall’interno della caverna: «Nessuno mi uccide con l’inganno; nessuno mi uccide con la forza.»

«Allora», dissero, «se nessuno ti sta attaccando, devi essere malato; quando Giove fa ammalare la gente, non c’è rimedio, e faresti meglio a pregare tuo padre Nettuno.»

Allora se ne andarono, e io risi dentro di me per il successo del mio astuto stratagemma, ma il Ciclope, gemendo e in un’agonia di dolore, andò tastando con le mani finché trovò la pietra e la tolse dalla porta; poi si sedette sulla soglia e tese le mani davanti ad essa per acchiappare chiunque uscisse con le pecore, perché pensava che io potessi essere così sciocco da tentare una cosa simile.

Per parte mia, continuai a lambiccarmi il cervello per pensare come poter salvare meglio la mia vita e quella dei miei compagni; macchinai e macchinai, come uno che sa che la sua vita dipende da ciò, perché il pericolo era grandissimo. Alla fine giudicai che questo piano fosse il migliore: i montoni erano ben cresciuti, e portavano un pesante vello nero, così li legai silenziosamente a tre a tre, con alcuni dei vinchi sui quali il malvagio mostro soleva dormire. Ci sarebbe stato un uomo sotto la pecora di mezzo, e le due ai lati dovevano coprirlo, così che vi fossero tre pecore per ciascun uomo. Quanto a me, c’era un ariete più bello di tutti gli altri, così l’afferrai per il dorso, mi nascosi nel folto vello sotto il suo ventre, e mi attaccai pazientemente al suo vello, a faccia in su, tenendovi sempre una presa salda.

Così, dunque, aspettammo in grande timore dell’anima finché non venne il mattino, ma quando la figlia del mattino, l’Aurora dalle rosee dita, apparve, i montoni si affrettarono a uscire per pascolare, mentre le pecore restavano belando intorno agli ovili in attesa di essere munte, perché le loro mammelle erano piene fino a scoppiare; ma il loro padrone, nonostante tutto il suo dolore, palpò il dorso di tutte le pecore mentre stavano ritte, senza essere abbastanza acuto da scoprire che gli uomini stavano sotto i loro ventri. Mentre l’ariete stava uscendo, ultimo di tutti, pesante per il suo vello e per il peso del mio astuto me stesso, Polifemo lo afferrò e disse:

«Caro mio ariete, che cosa ti fa essere l’ultimo a lasciare la mia caverna questa mattina? Non sei solito lasciar andare le pecore prima di te, ma guidi il gregge di corsa sia al fiorito prato sia alla fontana gorgogliante, e sei il primo a tornare a casa la sera; ma ora resti indietro ultimo di tutti. È perché sai che il tuo padrone ha perduto l’occhio, e sei addolorato perché quel maledetto Nessuno e la sua orribile banda l’ha messo sotto col suo vino e l’ha accecato? Ma avrò la sua vita, eppure. Se tu potessi capire e parlare, mi diresti dove si nasconde il miserabile, e io gli sfracellerei il cervello al suolo finché non volasse per tutta la caverna. Avrei così qualche soddisfazione per il male che questo Nessuno buono a nulla mi ha fatto.»

Mentre così parlava cacciò fuori l’ariete, ma quando fummo un po’ fuori dalla caverna e dal cortile, prima mi staccai da sotto il ventre dell’ariete, e poi liberai i miei compagni; quanto alle pecore, che erano molto grasse, indirizzandole continuamente nella direzione giusta riuscimmo a condurle giù fino alla nave. L’equipaggio gioì grandemente nel rivedere quelli di noi che erano scampati alla morte, ma pianse per gli altri che il Ciclope aveva ucciso. Tuttavia io feci loro segno con cenni del capo e aggrottando le sopracciglia che dovevano smettere di piangere, e dissi loro di mettere tutte le pecore a bordo in una volta e di prendere il mare; così essi salirono a bordo, presero il loro posto, e percossero il grigio mare con i remi. Poi, quando mi fui spinto abbastanza fuori da dove la mia voce potesse giungere, cominciai a schernire il Ciclope.

«Ciclope», dissi, «avresti dovuto prendere miglior misura del tuo avversario prima di divorare i suoi compagni nella tua caverna. Miserabile, ti mangi i tuoi ospiti in casa tua? Avresti dovuto sapere che il tuo peccato ti avrebbe raggiunto, e ora Giove e gli altri dèi ti hanno punito.»

Egli si fece sempre più furioso nel sentirmi, così strappò la cima da un’alta montagna, e la scagliò proprio davanti alla mia nave, così che mancò di poco la punta del timone. Il mare tremò quando la roccia vi cadde dentro, e il flutto dell’onda che essa sollevò ci riportò verso la terraferma, e ci spinse verso la riva. Ma io afferrai un lungo palo e tenni la nave lontana, facendo segno ai miei uomini con cenni del capo che dovevano remare per salvarsi la vita, ed essi si misero al remo con grande lena. Quando fummo al doppio della distanza di prima, fui per tornare a schernire il Ciclope, ma gli uomini mi supplicarono e mi pregarono di tenere a freno la lingua.

«Non essere», gridarono, «così pazzo da provocare ulteriormente questa creatura selvaggia; ci ha già scagliato una roccia che ci ha ricacciati di nuovo verso la terraferma, e noi abbiamo creduto che fosse stata la nostra fine; se avesse sentito qualche altro suono di voci, ci avrebbe ridotto le teste e le assi della nave in poltiglia con le scogliere ruvide che ci avrebbe scagliato addosso, perché può scagliarle da molto lontano.»

Ma io non volli dar loro ascolto, e gridai a lui nella mia rabbia: «Ciclope, se qualcuno ti chiede chi è stato a cavarti l’occhio e a sciupare la tua bellezza, di’ che è stato il prode guerriero Ulisse, figlio di Laerte, che vive in Itaca.»

A queste parole egli gemette, e gridò: «Ahimè, ahimè, allora la vecchia profezia su di me si sta avverando. C’era qui una volta un indovino, un uomo sia coraggioso sia di grande statura, Telemò figlio di Eurimo, che era un eccellente veggente, e faceva tutti i vaticini per i Ciclopi finché non invecchiò; mi disse che tutto questo mi sarebbe accaduto un giorno, e disse che avrei perduto la vista per mano di Ulisse. Ho sempre aspettato qualcuno di aspetto imponente e di forza sovrumana, mentre invece si rivela un ometto insignificante e mingherlino, che è riuscito ad accecarmi approfittando di me nel vino; vieni dunque qui, Ulisse, che possa farti doni in segno della mia ospitalità, e che io possa esortare Nettuno ad aiutarti nel tuo cammino — perché Nettuno ed io siamo padre e figlio. Egli, se vuole, mi guarirà, cosa che nessun altro né dio né uomo può fare.»

Allora io dissi: «Vorrei poter essere certo di ucciderti sul colpo e di mandarti giù nella casa di Ade, come sono certo che ci vorrà più di Nettuno per guarire quell’occhio tuo.»

A queste parole egli levò le mani al firmamento del cielo e pregò, dicendo: «Ascoltami, grande Nettuno; se io sono davvero tuo vero figlio legittimo, concedi che Ulisse non giunga mai vivo a casa sua; oppure, se deve tornare dai suoi amici alla fine, che lo faccia tardi e in misere condizioni dopo aver perduto tutti i suoi uomini [che giunga a casa sua sulla nave di un altro e trovi guai nella sua dimora.»]

Così pregava, e Nettuno ascoltò la sua preghiera. Allora sollevò una roccia molto più grande della prima, la spinse in alto e la scagliò con forza prodigiosa. Cadde proprio a corto della nave, ma mancò di poco la punta del timone. Il mare tremò quando la roccia vi cadde dentro, e il flutto dell’onda che essa sollevò ci spinse innanzi sulla nostra via verso la riva dell’isola.

Quando finalmente giungemmo all’isola dove avevamo lasciato le altre nostre navi, trovammo i nostri compagni che ci piangevano, e in ansiosa attesa del nostro ritorno. Spingemmo la nostra nave sulla sabbia e scendemmo da essa sulla riva del mare; sbarchiamo anche le pecore del Ciclope, e le dividemmo equamente fra noi così che nessuno avesse motivo di lamentarsi. Quanto all’ariete, i miei compagni decisero che l’avrei avuto come parte supplementare; così lo sacrificai sulla riva del mare, e bruciai le sue ossa delle cosce a Giove, che è il signore di tutti. Ma egli non badò al mio sacrificio, e pensò soltanto a come distruggere sia le mie navi sia i miei compagni.

Così per l’intero giorno fino al calar del sole ci saziammo di carne e di bevanda, ma quando il sole tramontò e venne il buio, ci accampammo sulla spiaggia. Quando la figlia del mattino, l’Aurora dalle rosee dita, apparve, ordinai ai miei uomini di salire a bordo e di sciogliere gli ormeggi. Allora essi presero il loro posto e percossero il grigio mare con i remi; così navigammo con dolore nel cuore, ma lieti di essere scampati alla morte benché avessimo perduto i nostri compagni.

LIBRO X

EOLO, I LASTRIGONI, CIRCE.

«Di lì proseguimmo verso l’isola Eolia dove abita Eolo figlio d’Ippota, caro agli dèi immortali. È un’isola che galleggia (per così dire) sul mare, cinta da una muraglia di ferro che la recinge. Ora, Eolo ha sei figlie e sei robusti figli, così fece sì che i figli sposassero le figlie, e tutti vivono con il loro caro padre e la loro cara madre, banchettando e godendo ogni sorta concepibile di lusso. Per tutto il giorno l’atmosfera della casa è carica del profumo di carni arrosto fino a gemerne di nuovo, cortile e tutto; ma di notte dormono sui loro letti ben costruiti, ciascuno con la propria moglie tra le coperte. Questa era la gente presso la quale eravamo ora giunti.

Eolo mi intrattenne per un mese intero, chiedendomi informazioni per tutto il tempo su Troia, sulla flotta Argiva e sul ritorno degli Achei. Gli raccontai esattamente come erano andate tutte le cose, e quando dissi che dovevo andarmene, e gli chiesi di aiutarmi a proseguire il cammino, non fece alcuna difficoltà, ma si mise subito all’opera. Inoltre, mi scorticò una pelle di bue di prima scelta per contenere i sentieri dei venti ruggenti, che chiuse dentro la pelle come in un sacco — perché Giove lo aveva fatto capitano dei venti, ed egli poteva smuovere o calmare ciascuno di essi secondo il proprio piacere. Mise il sacco nella nave e ne legò la bocca così stretta con un filo d’argento che nemmeno un soffio di vento laterale potesse soffiare da nessuna parte. Il vento di Ovest, che per noi era propizio, lasciò che soffiasse liberamente come volle; ma tutto fu inutile, perché fummo perduti per la nostra stessa follia.

Per nove giorni e nove notte navigammo, e al decimo giorno la nostra terra natia apparve all’orizzonte. Ci avvicinammo talmente che potevamo vedere le stoppie dei fuochi ardere, e io, essendo allora esausto, caddi in un sonno leggero, perché non avevo mai lasciato il timone dalle mie stesse mani, per poter tornare a casa più in fretta. Allora gli uomini si misero a parlare fra loro, e dissero che io stavo portando oro e argento nel sacco che Eolo mi aveva dato. «Perdio», diceva uno al suo vicino, «come quest’uomo viene onorato e si fa amici in qualsiasi città o paese vada. Guarda quali bei premi porta a casa da Troia, mentre noi, che abbiamo viaggiato proprio quanto lui, torniamo con le mani vuote come quando siamo partiti — e ora Eolo gli ha dato anche molto di più. Presto — vediamo cos’è tutto questo, e quanto oro e argento c’è nel sacco che gli ha dato.»

Così parlavano e i consigli malvagi prevalsero. Sciolsero il sacco, e subito il vento volò fuori urlando e sollevò una tempesta che ci portò piangendo verso il mare aperto e lontano dal nostro paese. Allora mi svegliai, e non sapevo se gettarmi nel mare o continuare a vivere e fare il meglio possibile; ma lo sopportai, mi coprii, e mi stesi nella nave, mentre gli uomini gemevano amaramente mentre i venti feroci portavano la nostra flotta indietro verso l’isola Eolia.

Quando la raggiungemmo sbarcammo per fare provvista d’acqua, e pranzammo proprio accanto alle navi. Subito dopo pranzo presi un araldo e uno dei miei uomini e andai dritto alla casa di Eolo, dove lo trovai che banchettava con la moglie e la famiglia; così ci sedemmo come supplici sulla soglia. Furono sbalorditi quando ci videro e dissero: «Ulisse, che cosa ti porta qui? Quale dio ti ha trattato male? Ci siamo dati grande pena per aiutarti nel cammino verso Itaca, ovunque fosse che tu volessi andare.»

Così parlarono, ma io risposi addolorato: «I miei uomini mi hanno rovinato; loro, e il sonno crudele, mi hanno perduto. Amici miei, riparate questo danno, perché potete se volete.»

Parlai nel modo più commovente che potei, ma essi non dissero nulla, finché il loro padre rispose: «Il più vile dei mortali, vattene subito fuori dall’isola; colui che il cielo odia non lo aiuterò in alcun modo. Via di qui, perché vieni come uno aborrito dal cielo.» E con queste parole mi mandò dolente dalla sua porta.

Di lì navigammo mesti finché gli uomini non furono sfiniti dal lungo e infruttuoso remare, perché non c’era più alcun vento per aiutarli. Per sei giorni, notte e giorno faticammo, e al settimo giorno raggiungemmo la fortezza rocciosa di Lamo — Telepilo, la città dei Lastrigoni, dove il pastore che sta riportando dentro le sue pecore e capre [da mungere] saluta colui che sta facendo uscire il suo gregge [a pascolare] e questo ultimo risponde al saluto. In quel paese un uomo che potesse fare a meno del sonno potrebbe guadagnare salari doppi, uno come mandriano di armenti e un altro come pastore, perché lavorano pressappoco allo stesso modo di notte come di giorno.

Quando raggiungemmo il porto lo trovammo racchiuso da scogli ripidi, con un ingresso stretto tra due promontori. I miei capitani portarono tutte le loro navi all’interno, e le assicurarono ben strette l’una all’altra, perché lì dentro non c’era nemmeno un soffio di vento, ma era sempre una bonaccia mortale. Io tenni la mia nave fuori, e l’ormeggiai a una roccia proprio in fondo alla punta; poi mi arrampicai su un’alta roccia per fare una ricognizione, ma non potei vedere alcun segno né di uomini né di bestiame, solo del fumo che saliva dal suolo. Così mandai due dei miei uomini con un servo a scoprire che tipo di gente fossero gli abitanti.

Gli uomini, quando giunsero a terra, seguirono una strada pianeggiante con la quale la gente trasporta la legna dai monti nella città, finché ben presto incontrarono una giovane donna che era uscita fuori per prendere l’acqua, e che era figlia di un Lastrigone di nome Antifate. Stava andando alla fontana Artacia dalla quale la gente porta la propria acqua, e quando i miei uomini le furono arrivati vicino, le chiesero chi potesse essere il re di quel paese, e su quale tipo di gente regnasse; così lei li diresse alla casa di suo padre, ma quando vi giunsero trovarono che sua moglie era una gigantessa grande come una montagna, e inorridirono alla sua vista.

Lei subito chiamò suo marito Antifate dal luogo dell’assemblea, e immediatamente egli si diede a uccidere i miei uomini. Ne afferrò uno e cominciò a farne il suo pranzo seduta stante, onde gli altri due corsero indietro alle navi il più veloce possibile. Ma Antifate alzò un grido d’allarme dietro di loro, e migliaia di robusti Lastrigoni spuntarono da ogni parte — orchi, non uomini. Ci scagliarono contro enormi rocce dalle scogliere come se fossero state semplici pietre, e io udii il suono orribile delle navi che si stritolavano l’una contro l’altra, e le grida di morte dei miei uomini, mentre i Lastrigoni li infilzavano come pesci e li portavano a casa per mangiarseli. Mentre essi così sterminavano i miei uomini all’interno del porto, io sguainai la spada, tagliai il cavo della mia nave, e ordinai ai miei uomini di remare con tutte le loro forze se non volevano fare la stessa fine degli altri; così si misero al remo per salvarsi la vita, e fummo abbastanza riconoscenti quando giungemmo in acque aperte, fuori dalla portata delle rocce che ci scagliavano addosso. Quanto agli altri, non ne rimase nemmeno uno.

«Di là navigammo mesti, lieti d'aver scampato la morte, benché avessimo perduto i compagni, e giungemmo all'isola Eea, dove dimora Circe — una grande e astuta dea che è sorella carnale del mago Eete, poiché entrambi sono figli del Sole e di Perse, figlia di Oceano. Conducessimo la nave in un porto sicuro senza una parola, perché un dio ci guidava fin là, e una volta sbarcati vi giacemmo per due giorni e due notti, sossati nel corpo e nello spirito. Quando giunse il mattino del terzo giorno, presi la lancia e la spada, e mi allontanai dalla nave per esplorare, e vedere se potessi scoprire segni di opera umana, o udire il suono di voci. Salito in cima a un alto osservatorio, scorsi il fumo della casa di Circe levarsi in alto in mezzo a una fitta foresta d'alberi, e quando lo vidi fui in dubbio se, dopo aver visto il fumo, non sarei andato subito a saperne di più, ma alla fine reputai miglior cosa tornare alla nave, dare agli uomini il loro pranzo, e mandarvi invece alcuni di loro, anziché andarvi io stesso.

«Quando fui quasi giunto alla nave, un dio si impietosì della mia solitudine, e mi mandò proprio in mezzo al cammino un magnifico cervo dalle belle corna. Scendeva dal suo pascolo nella foresta per abbeverarsi al fiume, perché il calore del sole lo spingeva, e mentre passava lo colpii nel mezzo del dorso; la punta di bronzo della lancia l'attraversò da parte a parte, ed egli giacque gemendo nella polvere finché la vita lo abbandonò. Allora posi il piede su di lui, estrassi la lancia dalla ferita e la depose a terra; raccolsi anche erba ruvida e giunchi, e li intrecciai per circa un braccio di buona e soda corda, con la quale gli legai insieme le quattro zampe dell'animale nobile; fatto ciò me lo misi a tracolla attorno al collo e tornai alla nave appoggiandomi alla lancia, perché il cervo era di gran lunga troppo grande perché potessi portarlo sulla spalla, reggendolo con una mano. Mentre lo gettai a terra davanti alla nave, chiamai gli uomini e rivolsi parole di conforto a ciascuno di loro, uno per uno. «Guardate qui, amici miei,» dissi, «non moriremo poi così tanto prima del nostro tempo, e in ogni caso non moriremo di fame finché avremo qualcosa da mangiare e da bere a bordo.» Allora si scoprirono il capo sulla riva del mare e ammirarono il cervo, perché era davvero uno splendido esemplare. Poi, quando si furono saziati di contemplarlo, si lavarono le mani e si misero a cuocerlo per la cena.

«Così per tutto il lungo giorno fino al tramonto del sole restammo lì a mangiare e bere a sazietà, ma quando il sole calò e calò il buio, ci accampammo sulla riva del mare. Quando la figlia del mattino, l'alba dalle dita di rosa, apparve, convocai un consiglio e dissi: «Amici miei, siamo in grandissime difficoltà; ascoltatemi dunque. Non abbiamo idea di dove il sole tramonti o sorga, così che non sappiamo neppure distinguere l'est dall'ovest. Non vedo via d'uscita; tuttavia, dobbiamo tentare e trovarne una. Siamo certo su un'isola, perché sono salito stamattina fin dove ho potuto, e ho visto il mare raggiungerla tutt'intorno sino all'orizzonte; giace bassa, ma verso il centro ho visto del fumo levarsi da una fitta foresta d'alberi.»

«Il loro cuore sprofondò nel sentirmi, perché ricordavano come fossero stati trattati dall'Antifate dei Lestrigoni, e dal selvaggio gigante Polifemo. Pianse amaramente nella loro costernazione, ma non c'era nulla da guadagnare a piangere, così li divisi in due schiere e misi un capitano sopra ciascuna; diedi una schiera a Euriloco, mentre io presi il comando dell'altra. Poi gettammo le sorti in un elmo, e la sorte cadde su Euriloco; così egli partì con i suoi ventidue uomini, e piansero, come piansimo anche noi che eravamo rimasti indietro.

«Quando giunsero alla casa di Circe, la trovarono costruita di pietre squadrate, su un sito che si scorgeva da lontano, in mezzo alla foresta. Intorno vi erano lupi e leoni di montagna, erranti — povere creature maleficate che ella aveva ammansito con i suoi incantesimi e soggiogate con droghe. Non attaccarono i miei uomini, ma batterono le loro grandi code, li adularono, e strofinarono loro amorevolmente il muso. Come i cani si accalcano attorno al padrone quando lo vedono tornare dal pranzo — perché sanno che porterà loro qualcosa — così quei lupi e leoni dalle grandi unghie fecero le feste ai miei uomini, ma gli uomini furono terribilmente spaventati nel vedere sì strane creature. Presto raggiunsero i cancelli della casa della dea, e mentre stavan lì poterono udire Circe, dentro, cantare bellissimamente mentre lavorava al suo telaio, tessendo una tela così fine, così morbida, e di colori così abbaglianti che solo una dea avrebbe potuto tessere. A questo punto Polìte, che io stimavo e di cui mi fidavo più di ogni altro dei miei uomini, disse: «C'è qualcuno dentro che lavora a un telaio e canta bellissimamente; tutto il luogo ne risuona, chiamiamola e vediamo se è donna o dea.»

«La chiamarono ed ella scese, aprì il chiavistello della porta, e li invitò a entrare. Essi, non pensando a nulla di male, la seguirono, tutti tranne Euriloco, che sospettò un'insidia e rimase fuori. Quando li ebbe fatti entrare nella sua casa, li fece sedere su panche e seggi e preparò loro una mescolanza con formaggio, miele, farina e vino pramnio, ma la drogò con malvagi veleni per far loro dimenticare le loro case, e quando ebbero bevuto li trasformò in porci con un colpo della sua verga, e li rinchiuse nelle sue porcilie. Erano come porci — testa, pelo e tutto — e grugnivano proprio come fanno i porci; ma il loro intelletto era lo stesso di prima, e ricordavano ogni cosa.

«Così dunque stavano chiusi, squittendo, e Circe gettò loro ghiande e faggiole come quelle che mangiano i porci, ma Euriloco tornò di corsa a riferirmi la triste sorte dei nostri compagni. Era così sopraffatto dalla costernazione che, sebbene cercasse di parlare, non trovava parole per farlo; gli occhi gli si riempirono di lacrime e non poté far altro che singhiozzare e sospirare, finché alla fine gli cavammo fuori a forza la storia, ed egli ci raccontò ciò che era accaduto agli altri.

««Andammo,» disse, «come tu ci dicesti, attraverso la foresta, e in mezzo a essa c'era una bella casa costruita con pietre squadrate in un luogo che si scorgeva da lontano. Lì trovammo una donna, o forse una dea, che lavorava al suo telaio e cantava soavemente; così gli uomini le gridarono e la chiamarono, onde ella subito scese, aprì la porta e ci invitò a entrare. Gli altri non sospettarono alcun tranello, così la seguirono nella casa, ma io rimasi dov'ero, perché pensavo potesse esserci un inganno. Da quel momento non li vidi più, perché non ne uscì nemmeno uno, sebbene restassi a lungo a sorvegliarli.»

«Allora io presi la mia spada di bronzo e me la gettai sulle spalle; presi anche l'arco, e dissi a Euriloco di tornare con me e mostrarmi la strada. Ma egli mi afferrò con entrambe le mani e parlò pietosamente, dicendo: «Signore, non costringermi ad andare con te, ma lasciami restare qui, perché so che non riporterai indietro nessuno di loro, né tornerai vivo tu stesso; cerchiamo piuttosto di vedere se non possiamo scamparcela almeno con i pochi che ci restano, perché possiamo ancora salvarci la vita.»

««Rimani dove sei, allora,» risposi, «mangiando e bevendo presso la nave, ma io devo andare, perché ne sono strettamente obbligato.»

«Con ciò lasciai la nave e mi inoltrai nell'entroterra. Quando ebbi attraversato il bosco incantato e fui presso la grande casa della maga Circe, incontrai Mercurio dalla verga d'oro, travestito da giovane nel fiore della sua giovinezza e bellezza, con la lanugine che gli spuntava appena sul volto. Mi si avvicinò e prese la mia mano nella sua, dicendo: «Povero infelice, dove vai su questa vetta di monte, solo e senza conoscere la via? I tuoi uomini sono rinchiusi nelle porcilie di Circe, come tanti cinghiali nei loro covi. Certo non ti illudi di poterli liberare? Posso dirti che non tornerai più e che dovrai restare là con il resto di loro. Ma non temere, ti proteggerò e ti trarrò d'impaccio. Prendi quest'erba, che è di gran virtù, e tienila con te quando andrai alla casa di Circe: ti sarà talismano contro ogni sorta di maleficio.

««E ti racconterò di tutta la malvagia stregoneria che Circe tenterà di usare contro di te. Ti preparerà una mistura da bere, e drogherà la farina con cui la farà, ma non potrà incantarti, perché la virtù dell'erba che ti darò impedirà che i suoi incantesimi abbiano effetto. Te lo dirò tutto. Quando Circe ti colpirà con la sua verga, sfodera la spada e avventati su di lei come se volessi ucciderla. Ella si spaventerà e vorrà che tu vada a letto con lei; a questo punto non devi rifiutare in modo reciso, perché vuoi che liberi i tuoi compagni, e che si prenda buona cura anche di te, ma devi indurla a giurare solennemente, per tutti gli dei beati, che non macchinerà altri mali contro di te, altrimenti quando ti avrà nudo ti castrerà e ti renderà buono a nulla.»

«Mentre parlava sradicò l'erba dal suolo e me la mostrò. La radice era nera, mentre il fiore era bianco come il latte; gli dei la chiamano Moly, e i mortali non possono sradicarla, ma gli dei possono fare ciò che vogliono.

«Poi Mercurio tornò all'alto Olimpo, passando sopra l'isola boscosa; ma io tirai innanzi verso la casa di Circe, e il cuore mi si rabbuiò di pensieri mentre camminavo. Quando giunsi ai cancelli mi fermai lì e chiamai la dea, e non appena mi udì ella scese, aprì la porta e mi invitò a entrare; così io la seguii — molto turbato nell'animo. Ella mi pose su un seggio riccamente decorato e intarsiato d'argento, vi era anche uno sgabello sotto i miei piedi, e mi preparò in un calice d'oro una mistura da bere; ma la drogò, perché mi preparava un malanno. Quando me l'ebbe data, e io l'ebbi bevuta senza che mi incantasse, mi colpì con la verga. «Su, via,» gridò, «fila nella porcilia e fatti il covo con il resto di loro.»

«Ma io le balzai addosso con la spada sguainata come se volessi ucciderla, onde ella cadde con un forte grido, mi si aggrappò alle ginocchia e parlò pietosamente, dicendo: «Chi sei e di dove vieni? Da quale luogo e da quale gente sei giunto? Come può essere che le mie droghe non abbiano potere di incantarti? Mai nessun uomo poté resistere neppure a un assaggio dell'erba che ti diedi; devi essere immune da incantesimo; certo non puoi essere altri che l'ardito eroe Ulisse, che Mercurio disse sempre che un giorno sarebbe giunto qui con la sua nave tornando da Troia; sia dunque così; rinfodera la spada e andiamo a letto, affinché facciamo amicizia e impariamo a fidarci l'uno dell'altro.»

«E io risposi: «Circe, come puoi aspettarti che io sia amico con te, quando tu hai appena tramutato in porci tutti i miei uomini? E ora che mi hai attirato qui tu stessa, intendi farmi del male chiedendomi di andare a letto con te, e mi castrerai e mi renderai buono a nulla. Non acconsentirò certo ad andare a letto con te, a meno che prima tu non giuri solennemente di non tramare altro danno contro di me.»

«Ella giurò subito, come io le avevo detto, e quando ebbe compiuto il giuramento, allora andai a letto con lei.

«Intanto le sue quattro serve, che sono le sue ancelle domestiche, si misero al loro lavoro. Sono figlie dei boschi e delle fonti, e delle sacre acque che scendono al mare. Una di esse stese una bella stoffa di porpora sopra un seggio, e vi pose sotto un tappeto. Un'altra portò tavole d'argento accanto ai seggi, e le dispose con cestelli d'oro. Una terza mescolò del vino dolce con acqua in una coppa d'argento e pose coppe d'oro sulle tavole, mentre la quarta portò acqua e la mise a scaldare in un grande calderone sopra un buon fuoco che aveva acceso. Quando l'acqua nel calderone bolliva, vi versò dentro dell'acqua fredda finché non fu proprio di mio gradimento, e poi mi pose nella vasca e cominciò a lavarmi dal calderone attorno al capo e alle spalle, per togliere la stanchezza e la rigidezza dalle mie membra. Non appena ebbe finito di lavarmi e di untermi d'olio, mi vestì di un buon mantello e di una tunica e mi condò a un seggio riccamente decorato e intarsiato d'argento; vi era anche uno sgabello sotto i miei piedi. Un'ancella allora mi portò acqua in un bel vaso d'oro e la versò in un bacile d'argento perché mi lavassi le mani, e accostò un tavolo pulito accanto a me; un servo di rango mi portò il pane e mi offrì molte cose di ciò che vi era in casa, e allora Circe mi invitò a mangiare, ma io non volli, e me ne stetti seduto senza curare ciò che mi stava davanti, sempre cupo e sospettoso.

«Quando Circe mi vide seduto là senza mangiare, e in grande afflizione, mi venne accanto e disse: «Ulisse, perché te ne stai così, come se fossi muto, rodendoti il cuore, e rifiutando sia cibo che bevanda? È forse perché sei ancora diffidente? Non dovresti esserlo, perché ho già giurato solennemente che non ti farò del male.»

«E io dissi: «Circe, nessun uomo che abbia un briciolo di senso del giusto può pensare di mangiare o bere nella tua casa, prima che tu abbia liberato i suoi amici e glieli abbia mostrati. Se vuoi che mangi e beva, devi liberare i miei uomini e portarmeli, affinché li veda con i miei occhi.»

«Quando ebbi detto ciò, ella attraversò dritta il cortile con la verga in mano e aprì le porte delle porcilie. I miei uomini uscirono come tanti porci di prim'ordine e si fermarono a guardarla, ma ella andò attorno tra loro e unse ciascuno con un secondo farmaco, onde le setole che il maleficio aveva loro dato caddero, e tornarono uomini, più giovani di prima, e molto più alti e di miglior aspetto. Mi riconobbero subito, mi presero ciascuno per mano, e piansero di gioia finché la casa intera non fu piena del suono delle loro grida festanti, e Circe stessa ne ebbe tanta pena che mi si avvicinò e disse: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, torna subito al mare dove hai lasciato la tua nave, e prima traila sulla terraferma. Poi nascondi tutti gli attrezzi e le proprietà della nave in qualche grotta, e torna qui con i tuoi uomini.»

«Acconsentii, così tornai alla riva del mare, e trovai gli uomini presso la nave che piangevano e gemevano pietosamente. Quando mi videro, quei sciocchi piagnucolanti cominciarono a saltellarmi attorno come vitelli che escono e sgambettano attorno alle madri, quando le vedono tornare a casa per essere munti, dopo aver pascolato tutto il giorno, e l'aia risuona dei loro muggiti. Sembravan così lieti di vedermi come se fossero tornati alla loro aspra Itaca, dove erano nati e cresciuti. «Signore,» dissero quelle creature affettuose, «siamo così lieti di rivederti come se fossimo giunti sani e salvi a Itaca; ma raccontaci della sorte dei nostri compagni.»

«Io parlai loro con parole di conforto e dissi: «Dobbiamo trarre la nostra nave sulla terraferma, e nascondere gli attrezzi della nave con tutte le nostre proprietà in qualche grotta; poi venite tutti con me, in fretta, alla casa di Circe, dove troverete i vostri compagni che mangiano e bevono in mezzo a grande abbondanza.»

«A queste parole gli uomini sarebbero venuti con me subito, ma Euriloco cercò di trattenerli e disse: «Ahimè, poveri sciagurati che siamo, che ne sarà di noi? Non precipitatevi nella vostra rovina andando alla casa di Circe, che ci trasformerà tutti in porci o in lupi o in leoni, e dovremo far la guardia alla sua casa. Ricordate come il Ciclope ci trattò quando i nostri compagni entrarono nella sua grotta, e Ulisse con loro. Fu tutta per la sua pura follia che quegli uomini persero la vita.»

«Quando lo udii, ero indeciso se sguainare o no la lama affilata che pendeva dal mio robusto fianco e tagliargli la testa a dispetto del fatto che era mio stretto parente; ma gli uomini intercedettero per lui e dissero: «Signore, se così può essere, lascia che questo qui resti qui e badi alla nave, ma prendi con te tutti noi altri alla casa di Circe.»

«Allora andammo tutti nell'entroterra, e Euriloco non rimase indietro alla fine, ma venne anche lui, perché era spaventato dal severo rimprovero che gli avevo fatto.

«Intanto Circe aveva provveduto a lavare e ungere d'olio d'oliva gli uomini che erano rimasti indietro; aveva anche dato loro mantelli di lana e tuniche, e quando giungemmo li trovammo tutti comodamente a pranzo nella sua casa. Non appena gli uomini si videro faccia a faccia e si riconobbero, piansero di gioia e gridarono a voce alta finché tutto il palazzo ne risuonò di nuovo. Allora Circe mi si avvicinò e disse: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, di' ai tuoi uomini di smettere di piangere; so quanto avete tutti sofferto in mare, e come siete stati trattati male tra crudeli selvaggi sulla terraferma, ma ora è finita, dunque restate qui, e mangiate e bevete finché non sarete di nuovo forti e vigorosi come eravate quando lasciaste Itaca; perché ora siete indeboliti nel corpo e nello spirito; state tutto il tempo a pensare alle dure prove che avete sofferto durante i vostri viaggi, così che non vi resta più alcuna letizia.»

«Così ella disse e noi acconsentimmo. Restammo con Circe per un intero anno, banchettando con una quantità innumerevole sia di carni che di vino. Ma quando l'anno fu trascorso nel calare delle lune e i giorni lunghi tornarono, i miei uomini mi chiamarono in disparte e dissero: «Signore, è tempo che tu cominci a pensare al ritorno a casa, se mai ti è concesso di rivedere la tua casa e la tua terra natale.»

«Così parlavano e io assentii. Allora per tutto il lungo giorno fino al calare del sole saziammo di carni e di vino, ma quando il sole tramontò e scese il buio gli uomini si distesero a dormire nei portici coperti. Io invece, dopo essere entrato nel letto con Circe, la supplicai in ginocchio, e la dea ascoltò ciò che avevo da dire. «Circe», dissi, «ti prego di mantenere la promessa che mi hai fatta circa il favorire il mio viaggio verso casa. Voglio tornare e così i miei uomini, essi non smettono mai di tormentarmi con le loro lagnanze appena ti volti le spalle.»

«E la dea rispose: «Odisseo, nobile figlio di Laerte, voi non resterete qui più a lungo se non volete, ma c'è un altro viaggio che dovete intraprendere prima di poter veleggiare verso casa. Dovete recarvi alla casa di Ade e della terribile Proserpina per consultare il fantasma del cieco indovino tebano Tiresia, la cui ragione è ancora intatta. Solo a lui Proserpina ha lasciato il senno anche nella morte, mentre le altre anime vagano senza meta.»

«Fui costernato nel sentire ciò. Mi sollevai sul letto e piansi, e volentieri non avrei più voluto vedere la luce del sole, ma ben presto, quando mi fui stancato di piangere e di agitarmi, dissi: «E chi mi guiderà in questo viaggio — poiché la casa di Ade è un porto che nessuna nave può raggiungere.»

««Non avrete bisogno di guida», rispose; «innalzate l'albero, spiegate le vele bianche, state fermi e il Vento del Nord vi condurrà là da sé. Quando la vostra nave avrà attraversato le acque dell'Oceano, raggiungerete la fertile riva del paese di Proserpina con i suoi boschi di alti pioppi e salici che lasciano cadere i loro frutti prematuri; qui tirate la vostra nave sulla riva dell'Oceano, e proseguite dritto verso la dimora oscura di Ade. La troverete presso il luogo dove i fiumi Piriflegetonte e Cocito (che è un ramo del fiume Stige) confluiscono nell'Acheronte, e vedrete una rupe presso di essa, proprio dove i due fiumi ruggenti si uniscono in un solo corso.

««Quando avrete raggiunto questo punto, come ora vi dico, scavate un fossato di circa un cubito in lunghezza, larghezza e profondità, e versate in esso come libagione per tutti i morti, prima miele mescolato a latte, poi vino, e in terzo luogo acqua — cospargendo farina d'orzo bianca su tutto. Inoltre dovete offrire molte preghiere alle povere deboli ombre, e promettere loro che quando tornerete a Itaca sacrificherete una giovenca sterile per loro, la migliore che avrete, e caricherete la pira di cose prelibate. In particolare dovete promettere che Tiresia avrà una pecora nera tutta per sé, la più bella di tutte le vostre greggi.

««Quando avrete così supplicato le ombre con le vostre preghiere, offrite loro un ariete e una pecora nera, piegando le loro teste verso l'Erebo; ma voi allontanatevi da loro come se voleste dirigerervi verso il fiume. Allora molte ombre di morti verranno a voi, e dovrete dire ai vostri uomini di scuoiare le due pecore che avete appena ucciso, e offrirle come sacrificio bruciato con preghiere ad Ade e a Proserpina. Poi sfoderate la spada e sedetevi lì, per impedire a qualsiasi altra povera ombra di avvicinarsi al sangue versato prima che Tiresia abbia risposto alle vostre domande. L'indovino verrà ben presto da voi, e vi dirà del vostro viaggio — quali tappe dobbiate fare, e come dobbiate navigare sul mare per raggiungere la vostra casa.»

«Era l'alba quando ella ebbe finito di parlare, così mi vestì con la mia tunica e il mantello. Quanto a sé gettò sulle spalle un bellissimo tessuto di velo leggero, fermandolo con una cintura d'oro intorno alla vita, e si coprì il capo con un manto. Poi io andai tra gli uomini, ovunque nella casa, e parlai gentilmente a ciascuno di loro uno per uno: «Non dovete giacere qui a dormire più a lungo», dissi loro, «dobbiamo andare, perché Circe mi ha detto ogni cosa.» Ed essi fecero come io ordinai.

«Eppure, tuttavia, non li condussi via senza disgrazia. Avevamo con noi un certo giovinetto di nome Elpenore, non molto notevole per senno o coraggio, che si era ubriacato e giaceva sul tetto della casa, lontano dal resto degli uomini, per smaltire il suo vino al fresco. Quando udì il rumore degli uomini che si affaccendavano, balzò in piedi di colpo e dimenticò del tutto di scendere dalla scala principale, così precipitò dal tetto e si ruppe la nuca, e la sua anima scese alla casa di Ade.

«Quando ebbi radunato gli uomini dissi loro: «Voi pensate di ripartire verso casa, ma Circe mi ha spiegato che, invece di ciò, dobbiamo recarci alla casa di Ade e di Proserpina per consultare il fantasma dell'indovino tebano Tiresia.»

«Gli uomini si spezzarono il cuore nel sentirmi, e si gettarono al suolo gemendo e strapandosi i capelli, ma non migliorarono le cose col piangere. Quando raggiungemmo la riva del mare, piangendo e lamentando il nostro destino, Circe portò l'ariete e la pecora, e li legammo fermamente presso la nave. Ella passò in mezzo a noi senza che ce ne accorgessimo, poiché chi può vedere gli andare e venire di un dio, se il dio non vuole essere visto?

LIBRO XI

LA VISITA AI MORTI.

«Allora, quando fummo scesi alla riva del mare, traemmo la nostra nave nell'acqua e vi ponemmo l'albero e le vele; mettemmo a bordo anche le pecore e prendemmo i nostri posti, piangendo e in grande angoscia d'animo. Circe, quella grande e astuta dea, ci mandò un vento favorevole che soffiava esattamente in poppa e ci accompagnava costantemente tenendo le nostre vele sempre ben gonfie; così facemmo tutto ciò che era necessario all'attrezzatura della nave e la lasciammo andare mentre il vento e il timoniere la guidavano. Per tutto il giorno le sue vele furono piene mentre teneva la sua rotta sul mare, ma quando il sole tramontò e l'oscurità fu su tutta la terra, entrammo nelle profonde acque del fiume Oceano, dove giacciono la terra e la città dei Cimmeri che vivono avvolti nella nebbia e nell'oscurità che i raggi del sole non penetrano mai né al suo sorgere né al suo tramontare dal cielo, ma i poveri sventurati vivono in una sola lunga notte di mestizia. Quando vi giungemmo tirammo la nave a riva, levammo le pecore da essa, e camminammo lungo le acque dell'Oceano finché non giungemmo al luogo di cui Circe ci aveva parlato.

«Qui Perimede ed Euriloco tennero le vittime, mentre io sfoderai la spada e scavai il fossato di un cubito per ogni lato. Feci una libagione a tutti i morti, prima con miele e latte, poi con vino, e in terzo luogo con acqua, e cosparsi farina d'orzo bianca su tutto, pregando con fervore le povere anime sfinite, e promettendo loro che quando fossi tornato a Itaca avrei sacrificato una giovenca sterile per loro, la migliore che avessi, e avrei caricato la pira di cose prelibate. Promisi anche in particolare che Tiresia avrebbe avuto una pecora nera per sé, la migliore di tutte le mie greggi. Quando ebbi pregato sufficientemente i morti, tagliai la gola alle due pecore e lasciai che il sangue scorresse nel fossato, dove le ombre accorsero a frotte dall'Erebo — spose, giovani scapoli, vecchi consunti dalla fatica, fanciulle che avevano avuto l'amore contrastato, e prodi che erano stati uccisi in battaglia, con le loro armature ancora macchiate di sangue; venivano da ogni parte e volteggiavano intorno al fossato con uno strano suono di urla che mi fece impallidire di paura. Quando le vidi venire dissi agli uomini di fare in fretta e scuoiare le carcasse delle due pecore morte e farne olocausti, e nello stesso tempo di ripetere preghiere ad Ade e a Proserpina; ma io sedetti dove ero con la spada sfoderata e non lasciai che le povere anime sfinite si avvicinassero al sangue finché Tiresia non avesse risposto alle mie domande.

«La prima ombra che venne fu quella del mio compagno Elpenore, poiché non era stato ancora deposto sotto terra. Avevamo lasciato il suo corpo insepolto e senza onori funebri nella casa di Circe, perché avevamo avuto troppe altre cose da fare. Ebbi grande pietà di lui, e piansi quando lo vidi: «Elpenore», dissi, «come sei sceso quaggiù in questo buio e in questa tenebra? Sei giunto qui a piedi più in fretta di me con la mia nave.»

««Signore», rispose con un gemito, «fu tutta sfortuna, e la mia stessa indicibile ubriachezza. Giacevo addormentato sul tetto della casa di Circe, e non pensai affatto di scendere di nuovo dalla grande scala, ma caddi proprio dal tetto e mi ruppi la nuca, così la mia anima scese alla casa di Ade. E ora ti supplico per tutti quelli che hai lasciato dietro di te, sebbene non siano qui, per tua moglie, per il padre che ti allevò quando eri bambino, e per Telemaco che è l'unica speranza della tua casa, fa ciò che ora ti chiedo. So che quando lascerai questo limbo punterai di nuovo la tua nave verso l'isola Eea. Non andare via di là lasciandomi insepolto e senza onori funebri dietro di te, o potrei attirare su di te l'ira del cielo; ma bruciami con qualsiasi arma io abbia, costruisci un tumulo per me sulla riva del mare, che possa dire alla gente nei giorni a venire che sfortunato ero, e pianta sulla mia tomba il remo con cui remavo quando ero ancora vivo e con i miei compagni di mensa.» E io dissi: «Mio povero compagno, farò tutto ciò che mi hai chiesto.»

«Così dunque sedemmo e tenemmo un triste colloquio l'uno con l'altro, io da una parte del fossato con la mia spada tenuta sopra il sangue, e l'ombra del mio compagno che diceva tutto ciò a me dall'altra parte. Poi venne l'ombra della mia defunta madre Anticlea, figlia di Autolico. L'avevo lasciata in vita quando partii per Troia e mi commossi fino alle lacrime quando la vidi, ma nondimeno, nonostante il mio dolore non le permisi di avvicinarsi al sangue finché non avessi fatto le mie domande a Tiresia.

«Poi venne anche l'ombra del tebano Tiresia, con il suo scettro d'oro in mano. Mi riconobbe e disse: «Odisseo, nobile figlio di Laerte, perché, povero uomo, hai lasciato la luce del giorno e sei sceso a visitare i morti in questo triste luogo? Tienti lontano dal fossato e ritira la tua spada affinché io possa bere del sangue e rispondere alle tue domande veritieramente.»

«Così indietreggiai, e rinfoderai la mia spada, dove quando egli ebbe bevuto del sangue iniziò la sua profezia.

««Vuoi sapere», disse, «circa il tuo ritorno a casa, ma il cielo te lo renderà difficile. Non credo che sfuggirai all'occhio di Nettuno, che ancora nutre il suo rancore amaro contro di te per aver accecato suo figlio. Tuttavia, dopo molte sofferenze potrai giungere a casa se riuscirai a dominare te stesso e i tuoi compagni quando la tua nave raggiungerà l'isola Trinachia, dove troverai le pecore e i bovini appartenenti al sole, che vede e dà ascolto a ogni cosa. Se lascerai queste greggi incolumi e non penserai ad altro che a tornare a casa, potrai ancora dopo molte dure prove raggiungere Itaca; ma se le danneggerai, allora ti preavviso della distruzione sia della tua nave che dei tuoi uomini. Anche se tu stesso potessi sfuggire, tornerai in cattivo stato dopo aver perso tutti i tuoi uomini, [su un'altra nave, e troverai guai nella tua casa, che sarà invasa da gente prepotente, che sta divorando i tuoi beni con il pretesto di corteggiare e fare doni a tua moglie.

««Quando giungerai a casa ti vendicherai di questi pretendenti; e dopo averli uccisi con la forza o con l'inganno nella tua propria casa, dovrai prendere un remo ben fatto e portarlo sempre più avanti, finché non giungerai in un paese dove la gente non ha mai sentito parlare del mare e non mescola nemmeno il sale nel cibo, né sa nulla delle navi, e dei remi che sono come le ali di una nave. Ti darò questo segno certo che non può sfuggirti. Un viandante ti incontrerà e dirà che devi avere sulla spalla una pala da vagliatura; su questo punto devi conficcare il remo nel terreno e sacrificare un ariete, un toro e un cinghiale a Nettuno. Poi torna a casa e offri ecatombi a tutti gli dei del cielo uno dopo l'altro. Quanto a te, la morte verrà dal mare, e la tua vita si spegnerà molto dolcemente quando sarai pieno di anni e di pace interiore, e il tuo popolo ti benedirà. Tutto ciò che ho detto si avvererà.]

««Questo», risposi, «deve essere come piace al cielo, ma dimmi e dimmi e dimmi il vero, vedo l'ombra della mia povera madre qui vicino a noi; siede presso il sangue senza dire una parola, e sebbene io sia suo figlio non si ricorda di me e non mi parla; dimmi, Signore, come posso farle riconoscermi.»

««Quello», disse, «posso farlo subito. Qualsiasi ombra tu lasci assaggiare il sangue parlerà con te come un essere ragionevole, ma se non lascerai che ne abbiano alcuno se ne andranno di nuovo.»

«Allora l'ombra di Tiresia tornò alla casa di Ade, poiché le sue profezie erano state pronunciate, ma io sedetti immobile dove ero finché mia madre non si avvicinò e assaggiò il sangue. Allora mi riconobbe subito e mi parlò con affetto, dicendo: «Figlio mio, come sei sceso in questa dimora di tenebra mentre sei ancora vivo? È cosa dura per i vivi vedere questi luoghi, poiché tra noi e loro ci sono acque grandi e terribili, e c'è l'Oceano, che nessun uomo può attraversare a piedi, ma deve avere una buona nave che lo porti. Sei forse tutto questo tempo a cercare la via di casa da Troia, e non sei mai ancora tornato a Itaca né hai visto tua moglie nella tua propria casa?»

««Madre», dissi, «fui costretto a venire qui per consultare l'ombra dell'indovino tebano Tiresia. Non sono mai stato vicino alla terra degli Achei né ho posto piede sul mio paese natio, e non ho avuto altro che una lunga serie di sfortune dal primo giorno stesso in cui partii con Agamemnone per Ilio, la terra dei nobili cavalli, per combattere i Troiani. Ma dimmi, e dimmi il vero, in che modo sei morta? Hai avuto una lunga malattia, o il cielo ti ha concesso un passaggio dolce e facile all'eternità? Dimmi anche di mio padre, e del figlio che ho lasciato dietro di me, la mia proprietà è ancora nelle loro mani, o qualcun altro ne ha preso possesso, che pensa che io non tornerò a reclamarla? Dimmi ancora cosa intende fare mia moglie, e in quale animo è; vive con mio figlio e custodisce la mia proprietà al sicuro, o ha fatto il miglior matrimonio possibile e si è risposata?»

«Mia madre rispose: «Tua moglie resta ancora nella tua casa, ma è in grande angoscia d'animo e passa tutto il suo tempo in lacrime sia di notte che di giorno. Nessuno ha ancora preso possesso della tua bella proprietà, e Telemaco possiede ancora indisturbato le tue terre. Egli deve intrattenere largamente, come naturalmente deve, considerando la sua posizione di magistrato, e come tutti lo invitano; tuo padre resta al suo vecchio posto in campagna e non va mai vicino alla città. Non ha un letto comodo né biancheria da letto; d'inverno dorme sul pavimento davanti al fuoco con gli uomini e va in giro tutto in stracci, ma d'estate, quando il clima caldo torna di nuovo, giace fuori nella vigna su un letto di foglie di vite gettate alla rinfusa sul terreno. Si affligge continuamente per il fatto che non sei mai tornato a casa, e soffre sempre di più via via che invecchia. Quanto alla mia fine, fu in questo modo: il cielo non mi prese rapidamente e senza dolore nella mia propria casa, né fui assalita da alcuna malattia come quelle che generalmente logorano la gente e la uccidono, ma il mio desiderio di sapere cosa stessi facendo e la forza del mio affetto per te — fu questo che fu la mia morte.»

«Allora cercai di trovare un modo per abbracciare l'ombra della mia povera madre. Tre volte balzai verso di lei e cercai di stringerla tra le mie braccia, ma ogni volta essa sfuggì al mio abbraccio come un sogno o un fantasma, e toccato nel vivo le dissi: «Madre, perché non resti ferma quando vorrei abbracciarti? Se potessimo gettare le braccia l'uno intorno all'altra potremmo trovare triste conforto nella condivisione dei nostri dolori anche nella casa di Ade; Proserpina vuole forse aggiungere un ulteriore peso di dolore a me prendendosi gioco di me solo con un fantasma?»

««Figlio mio», rispose, «il più sventurato di tutti gli uomini, non è Proserpina che ti sta ingannando, ma tutti sono così quando sono morti. I nervi non tengono più insieme la carne e le ossa; queste periscono nella violenza del fuoco consumante non appena la vita ha lasciato il corpo, e l'anima volteggia via come fosse un sogno. Ora, tuttavia, torna alla luce del giorno al più presto che puoi, e nota tutte queste cose che tu possa raccontarle in seguito a tua moglie.»

«Così conversammo, e ben presto Proserpina mandò su le ombre delle mogli e delle figlie di tutti gli uomini più famosi. Si radunarono in folla intorno al sangue, e io considerai come avrei potuto interrogarle una per una. Alla fine giudicai che sarebbe stato meglio sfoderare la lama affilata che pendeva dal mio fianco vigoroso, e impedire che bevessero tutto il sangue in una volta. Così vennero su una dopo l'altra, e ciascuna, mentre io la interrogavo, mi disse la sua stirpe e la sua discendenza.

«La prima che vidi fu Tiro. Era figlia di Salmoneo e moglie di Creteo figlio di Eolo. Si innamorò del fiume Enipeo, che è di gran lunga il più bel fiume del mondo intero. Una volta, mentre passeggiava al suo fianco come al solito, Nettuno, sotto le spoglie del suo amante, giacque con lei alla foce del fiume, e un'enorme onda azzurra si inarcò come una montagna sopra di loro per nascondere sia la donna che il dio, dove sciolse la sua cintura verginale e la immerse in un sonno profondo. Quando il dio ebbe compiuto l'atto d'amore, la prese per mano nella sua e disse: «Tiro, gioisci in ogni buon augurio; gli amplessi degli dei non sono sterili, e tu avrai dei begli intorno a questo tempo tra dodici mesi. Abbi grande cura di loro. Io sono Nettuno, dunque ora va a casa, ma sta zitta e non dirlo a nessuno.»

«Poi si tuffò sotto il mare, e lei a tempo debito partorì Pelia e Neleo, che entrambi servirono Giove con tutte le loro forze. Pelia fu un grande allevatore di pecore e viveva a Iolco, ma l'altro viveva a Pilo. Il resto dei suoi figli furono di Creteo, cioè Eson, Fere, e Amitaone, che fu un possente guerriero e auriga.

«Accanto a lei vidi Antiope, figlia di Asopo, che poteva vantarsi d aver dormito fra le braccia dello stesso Giove, e che gli diede due figli, Anfione e Zeto. Essi fondarono Tebe dalle sette porte, e le costruirono attorno un muro; per quanto fossero forti, infatti, non poterono tenere Tebe finché non l'ebbero cinta di mura.

«Vidi poi Alcmena, la sposa di Anfitrione, che anch'ella generò con Giove l'indomabile Eracle; e Megara, figlia del grande re Creonte, che sposò il formidabile figlio di Anfitrione.

«Vidi anche la bella Epicaste, madre del re Edipo, al quale toccò in sorte la sciagura di sposare la propria madre senza sospettarlo. La sposò dopo aver ucciso il padre, ma gli dèi proclamarono al mondo la storia intera; onde egli rimase re di Tebe, in grande dolore per il dispetto che gli dèi gli avevano portato; ma Epicaste scese nella casa del possente carceriere Ade, dopo essersi impiccata per la disperazione, e gli spiriti vendicatori lo tormentarono come per una madre oltraggiata — ed egli ne ebbe poi amaramente a pentirsi.

«Vidi poi Clori, che Neleo sposò per la sua bellezza, dopo aver fatto doni incalcolabili per lei. Era la figlia più giovane di Anfione figlio di Iasio e re dell'Orcomeno Minieo, e fu regina a Pilo. Generò Nestore, Cromio e Periclimeno, e generò anche quella donna meravigliosamente bella che fu Pero, corteggiata da tutto il territorio intorno; ma Neleo non volle darla se non a chi avesse fatto razzia del bestiame di Ificle dai pascoli di Filace, e questo era un compito arduo. Il solo uomo che accettò di compiere la razzia fu un certo esimio indovino, ma la volontà del cielo era contro di lui, perché i guardiani del bestiame lo catturarono e lo misero in prigione; tuttavia, quando un anno intero fu passato e la stessa stagione tornò di nuovo, Ificle lo rimise in libertà, dopo che egli ebbe esposto tutti gli oracoli del cielo. Così, dunque, si compì la volontà di Giove.

«Vidi poi Leda, la sposa di Tindaro, che gli generò due figli famosi, Castore domatore di cavalli, e Polluce il possente pugile. Entrambi questi eroi giacciono sotto terra, sebbene siano ancora vivi, perché per una speciale disposizione di Giove, muoiono e tornano in vita, ciascuno di loro un giorno sì e uno no per tutta l'eternità, e hanno il rango degli dèi.

«Dopo di lei vidi Ifimedea, sposa di Aloo, che si vantava dell'abbraccio di Nettuno. Generò due figli, Oto ed Efialte, ma entrambi furono di breve vita. Furono i più belli tra i fanciulli che siano mai nati in questo mondo, e i più prestanti, eccettuato solo Orione; perché a nove anni erano alti nove braccia, e misuravano nove cubiti intorno al petto. Minacciarono di muovere guerra agli dèi nell'Olimpo, e tentarono di porre il monte Ossa sulla cima dell'Olimpo, e il monte Pelio sulla cima dell'Ossa, per poter scalare il cielo stesso, e ci sarebbero riusciti se fossero cresciuti, ma Apollo, figlio di Latona, li uccise entrambi, prima ancora che avessero avuto il minimo segno di peluria sulle guance o sul mento.

«Vidi poi Fedra, e Procri, e la bella Arianna figlia del mago Minosse, che Teseo stava portando da Creta ad Atene, ma non poté godersela, perché prima che potesse farlo Diana la uccise nell'isola di Dia a causa di ciò che Bacco aveva detto contro di lei.

«Vidi anche Maera e Climene e l'odiosa Erifile, che vendette il proprio marito per dell'oro. Ma mi occorrerebbe tutta la notte se dovessi nominare ogni singola delle spose e delle figlie di eroi che vidi, ed è tempo che io vada a letto, o a bordo della nave con la mia ciurma, o qui. Quanto al mio viaggio di ritorno, il cielo e voi provvederete.»

Qui egli tacque, e gli ospiti rimasero tutti quanti incantati e senza parole sotto il portico coperto. Allora Arete disse loro:

«Che ne pensate di quest'uomo, o Feaci? Non è forse alto e di bell'aspetto, e non è forse intelligente? È vero, egli è mio ospite, ma voi tutti partecipate di questo onore. Non abbiate fretta di mandarlo via, e non siate avari nei doni che fate a uno che si trova in così grande need. Il cielo ha benedetto tutti voi con grande abbondanza.»

Allora parlò l'anziano eroe Echeneo, che era uno dei più vecchi fra loro: «Amici miei,» disse, «ciò che la nostra augusta regina ci ha or ora detto è sia ragionevole sia appropriato, lasciatevi dunque persuadere; ma la decisione, in parola o in atto, spetta in ultima analisi al re Alcinoo.»

«La cosa sarà fatta,» esclamò Alcinoo, «sicuramente finché io viva e regni sui Feaci. Il nostro ospite è davvero molto ansioso di tornare a casa, tuttavia dobbiamo persuaderlo a restare con noi fino a domani, e in quel tempo potrò raccogliere l'intera somma che intendo dargli. Quanto al suo viaggio di ritorno, sarà cosa che riguarda voi tutti, e me più di ogni altro, come il principale fra voi.»

E Ulisse rispose: «Re Alcinoo, se tu mi comandassi di restare qui un anno intero, e poi di farmi partire carico dei tuoi nobili doni, io ti obbedirei lietamente e ciò tornerebbe grandemente a mio vantaggio, perché tornerei più ricco di mani alla mia gente, e sarei così più rispettato e amato da tutti coloro che mi vedranno quando rientrerò a Itaca.»

«Ulisse,» rispose Alcinoo, «nessuno di noi che ti vede ha la minima idea che tu sia un ciarlatano o un imbroglione. So che ci sono molte persone che vanno in giro a raccontare storie così plausibili che è molto difficile smascherarle, ma c'è uno stile nel tuo modo di esprimerti che mi assicura della tua buona disposizione. Inoltre hai raccontato la storia delle tue disgrazie, e di quelle degli Argivi, come se fossi un bardo esperto; ma dimmi, e dimmi il vero, se hai visto qualcuno dei grandi eroi che andarono a Troia insieme a te, e che vi morirono. Le sere sono ancora nel loro periodo più lungo, e non è ancora l'ora di andare a letto — va' avanti, dunque, col tuo divino racconto, perché io potrei restare qui ad ascoltare fino a domattina, purché tu continui a raccontarci le tue avventure.»

«Alcinoo,» rispose Ulisse, «c'è un tempo per fare discorsi, e un tempo per andare a letto; tuttavia, poiché tu lo desideri, non mi rifiuterò di raccontarti la storia ancor più triste di quelli fra i miei compagni che non caddero combattendo con i Troiani, ma morirono durante il ritorno, per la fellonia di una donna malvagia.

«Quando Proserpina ebbe congedato in ogni direzione i fantasmi delle donne, il fantasma di Agamennone figlio di Atreo si avvicinò a me con volto mesto, circondato da quelli che erano morti con lui nella casa di Egisto. Non appena ebbe assaporato il sangue, mi riconobbe, e piangendo amaramente stese le braccia verso di me per abbracciarmi; ma non aveva più forza né consistenza, e anch'io piangevo e lo compiangevo mentre lo guardavo. «Come ti vennero la morte?» dissi io, «re Agamennone? Fu Nettuno a sollevare contro di te i suoi venti e le sue onde mentre eri in mare, o ti tolsero la vita i tuoi nemici sulla terraferma mentre rubați bestiame o pecore, o mentre combattevano in difesa delle loro mogli e della loro città?»

««Ulisse,»» egli rispose, ««nobile figlio di Laerte, non mi persi in mare in nessuna tempesta sollevata da Nettuno, né i miei nemici mi diedero la morte sulla terraferma, ma Egisto e la mia perfida moglie furono insieme la mia morte. Mi invitò a casa sua, mi offerse un banchetto, e poi mi scannò nella maniera più miseranda come fossi un pingue animale in un macello, mentre tutto intorno a me i miei compagni furono trucidati come pecore o porci per la colazione di nozze, o per un picnic, o per un sontuoso banchetto di qualche gran signore. Devi aver vuto numerosi uomini uccisi o in uno scontro generale, o in singolar tenzone, ma mai vedesti nulla di tanto veramente pietoso quanto il modo in cui noi cademmo in quel portico, con la coppa delle mescite e le tavole imbandite sparse ovunque, e il suolo che grondava del nostro sangue. Udii la figlia di Priamo, Cassandra, urlare mentre Clitennestra la uccideva proprio accanto a me. Io giacevo morente a terra con la spada nel corpo, e levai le mani per colpire quella sciagurata di un'assassina, ma essa mi sfuggì; non volle nemmeno chiudermi le labbra né gli occhi mentre morivo, perché non c'è nulla al mondo di così crudele e così senza vergogna come una donna quando è caduta in una colpa come la sua. Pensare che uccise il proprio marito! Io credevo di essere accolto in casa dai miei figli e dai miei servi, ma il suo abominevole crimine ha recato vergogna su di lei e su tutte le donne che verranno dopo — anche sulle buone.»»

«E io dissi: «In verità Giove ha odiato la casa di Atreo dal principio alla fine per via dei consigli delle loro donne. Vedi quanti di noi caddero per causa di Elena, e ora pare che anche Clitennestra abbia macchinato la tua rovina durante la tua assenza.»»

««Sta' certo, dunque,»» continuò Agamennone, ««e non essere troppo amichevole nemmeno con tua moglie. Non dirle tutto ciò che tu sai perfettamente da te. Dille solo una parte, e tieni per te il resto del consiglio. Non che tua moglie, Ulisse, sia probabile che ti uccida, perché Penelope è una donna ammirevolissima e di indole eccellente. La lasciammo giovane sposa con un lattante al seno quando salpammo per Troia. Questo fanciullo ormai sarà cresciuto fino a diventare uomo, ed egli e suo padre avranno una gioiosa riunione e si abbracceranno come è giusto che facciano, laddove la mia perfida moglie non mi concesse nemmeno la gioia di guardare mio figlio, ma mi uccise prima che potessi farlo. Inoltre io dico — e prendi a cuore il mio detto — non dire alla gente quando stai portando la tua nave a Itaca, ma cogli il momento favorevole per giungere di sorpresa, perché dopo tutto ciò non ci si può fidare delle donne. Ma ora dimmi, e dimmi il vero, puoi darmi notizie di mio figlio Oreste? È a Orcomeno, o a Pilo, o è a Sparta presso Menelao — perché suppongo che sia ancora vivo.»»

«E io dissi: «Agamennone, perché me lo chiedi? Io non so se tuo figlio sia vivo o morto, e non è giusto parlare quando non si sa.»»

«Mentre noi due sedevamo piangendo e parlando così mesti l'uno con l'altro, il fantasma di Achille si avvicinò a noi con Patroclo, Antiloco e Aiace, che fu il più bello e il più prestante di tutti i Danai dopo il figlio di Peleo. Il fiero discendente di Eaco mi riconobbe e parlò con voce compassionevole, dicendo: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, quale prodezza imprenderai ancora, che discendi nella casa di Ade fra noi stolti morti, che non siamo che i fantasmi di quanti non possono più faticare?»»

«E io dissi: «Achille, figlio di Peleo, campione primo fra gli Achei, sono venuto a consultare Tiresia, e per vedere se potesse consigliarmi sul mio ritorno a Itaca, perché non sono ancora riuscito ad avvicinarmi alla terra degli Achei, né a mettere piede nel mio paese, ma sono stato in guai per tutto il tempo. Quanto a te, Achille, nessuno mai fu così fortunato come lo fosti tu, né mai lo sarà, perché tu fosti adorato da noi tutti Argivi finché fosti vivo, e ora che sei qui sei un gran principe fra i morti. Non te la prendere, dunque, tanto a cuore anche se sei morto.»»

««Non dir parola,»» egli rispose, ««in favore della morte; piuttosto sarei un servo salariato nella casa di un uomo povero ed essere sopra la terra che re dei re fra i morti. Ma dammi notizie di mio figlio; è andato in guerra e sarà un grande soldato, o non è così? Dimmi anche se hai udito qualcosa di mio padre Peleo — regge ancora sui Mirmidoni, o non gli mostrano rispetto in tutta Ellade e in Ftia ora che è vecchio e le sue membra lo abbandonano? Potessi io stargli accanto, alla luce del giorno, con la stessa forza che avevo quando uccisi il più valoroso dei nostri nemici sulla pianura di Troia — potessi io essere come ero allora e andare anche solo per breve tempo alla casa di mio padre, chiunque tentasse di fargli violenza o di soppiantarlo se ne pentirebbe presto.»»

««Non ho udito nulla,»» io risposi, ««di Peleo, ma posso dirti tutto di tuo figlio Neottolemo, perché lo presi sulla mia nave da Sciro con gli Achei. Nei nostri consigli di guerra davanti a Troia egli fu sempre il primo a parlare, e il suo giudizio era infallibile. Solo Nestore e io potevamo superarlo; e quando si giungeva a combattere sulla pianura di Troia, egli non restava mai col corpo delle sue truppe, ma si lanciava ben più avanti, il primo di tutti in valore. Molti ne uccise in battaglia — non posso nominare ogni singolo di quelli che egli abbatté mentre combatteva dalla parte degli Argivi, ma dirò soltanto come uccise quel prode eroe Euripilo figlio di Telefo, che fu l'uomo più bello che io abbia mai visto, eccettuato Memnone; molti altri Cetei caddero intorno a lui per via delle bribe di una donna. Inoltre, quando tutti i più valorosi degli Argivi entrarono nel cavallo che Epeo aveva fabbricato, e toccò a me decidere quando dovessimo aprire la porta della nostra imboscata, o richiuderla, sebbene tutti gli altri capi e principi fra i Danai si asciugassero gli occhi e tremassero in ogni membro, io non lo vidi mai impallidire né tergersi una lacruma dalla guancia; per tutto il tempo mi incalzava a irrompere dal ventre del cavallo — impugnando l'elsa della spada e la sua lancia dai piedi di bronzo, e spirando furia contro il nemico. Eppure, quando ebbimo saccheggiato la città di Priamo, egli ottenne la sua bella parte del bottino e salì a bordo (tale è la sorte della guerra) senza una ferita addosso, né da una lancia scagliata né in combattimento ravvicinato, perché il furore di Marte è cosa di grande sorte.»»

«Quando gli ebbi detto questo, il fantasma di Achille si allontanò a passi lunghi per un prato pieno di asfodeli, esultando di ciò che avevo detto riguardo alla prodezza di suo figlio.

«I fantasmi di altri morti mi stavano accanto e mi raccontavano ciascuno la propria mesta storia; ma quello di Aiace figlio di Telamone se ne stette solo in disparte — ancora incollerito con me per aver vinto la causa nella nostra disputa sulle armi di Achille. Teti le aveva offerte come premio, ma i prigionieri troiani e Minerva furono i giudici. Magari non avessi mai vinto in una tale contesa, perché costò la vita ad Aiace, che era il primo fra tutti i Danai dopo il figlio di Peleo, sia per statura sia per valore.

«Quando lo vidi, cercai di rabbonirlo e dissi: «Aiace, non vuoi dimenticare e perdonare anche in morte, ma il giudizio su quelle odiose armi ti rode ancora? Costò a noi Argivi assai cara la perdita di una torre di forza come eri tu. Ti piangemmo quanto piangemmo Achille figlio di Peleo stesso, né la colpa può essere attribuita ad altro che alla disposizione ostile che Giove nutriva contro i Danai, perché fu essa a persuaderlo della tua rovina — vieni dunque, piega il tuo fiero spirito, e ascolta ciò che posso dirti.»»

«Egli non volle rispondere, ma si volse verso l'Erebo e verso gli altri fantasmi; cionondimeno, lo avrei costretto a parlare con me malgrado la sua collera, o avrei continuato a parlargli, solo che vi erano ancora altri fra i morti che desideravo vedere.

«Vidi poi Minosse figlio di Giove con il suo scettro d'oro in mano, seduto in giudizio sui morti, e i fantasmi erano radunati seduti e in piedi intorno a lui nella spaziosa casa di Ade, per ascoltare le sue sentenze su di loro.

«Dopo di lui vidi il gigantesco Orione in un prato pieno di asfodeli che spingeva i fantasmi delle fiere che aveva ucciso sui monti, e aveva in mano un grande randello di bronzo, infrangibile in eterno.

«E vidi Tizio figlio di Gea disteso sulla pianura che copriva circa nove iugeri di terreno. Due avvoltoi, uno per lato, gli conficcavano il becco nel fegato, ed egli continuava a cercare di respingerli con le mani, ma non poteva; perché aveva violato la amante di Giove, Latona, mentre essa attraversava Panopeo diretta a Pito.

«Vidi anche la tremenda sorte di Tantalo, che stava in un lago che gli arrivava al mento; moriva dalla sete di dissetarsi, ma non poteva mai raggiungere l'acqua, perché ogni volta che il disgraziato si chinava a bere, essa si asciugava e svaniva, così che non restava che terreno arido — inaridito dalla vendetta del cielo. Vi erano inoltre alberi altissimi che lasciavano cadere i loro frutti sul suo capo — pere, melograni, mele, dolci fichi e olive succose, ma ogni volta che il disgraziato stendeva la mano per prenderne qualcuno, il vento risospingeva i rami fra le nubi.

«E vidi Sisifo al suo compito senza fine, che con entrambe le mani sollevava il suo masso prodigioso. Con mani e piedi cercava di spingerlo in cima al colle, ma sempre, proprio quando stava per rovesciarlo dall'altra parte, il peso era troppo per lui, e il masso spietato rotolava di nuovo fragorosamente giù nella pianura. Allora ricominciava a sospingerlo su per la china, e il sudore grondava da lui e il vapore ne seguiva le tracce.

«Dopo di lui vidi il possente Eracle, ma era solo il suo fantasma, perché egli banchetta in eterno con gli dèi immortali, e ha per sposa la bella Ebe, figlia di Giove e di Giunone. I fantasmi urlavano intorno a lui come uccelli spaventati che fuggono da ogni parte. Egli appariva nero come la notte con il suo arco nudo in pugno e la freccia incoccata, guardandosi intorno come sempre sul punto di prendere la mira. Sul petto portava una meravigliosa cintura d'oro, adorna nel modo più stupefacente di orsi, cinghiali e leoni dagli occhi lucenti; vi erano anche la guerra, la battaglia e la morte. L'uomo che fece quella cintura, per quanto si sforzasse, non potrebbe mai farne un'altra simile. Eracle mi riconobbe subito quando mi vide, e parlò con voce compassionevole, dicendo: «Povero Ulisse, nobile figlio di Laerte, anche tu conduci la stessa misera vita che condussi io quando ero sulla terra? Ero figlio di Giove, ma attraversai un'infinità di sofferenze, perché divenni servo di uno che era ben inferiore a me — un uomo da nulla che mi impose ogni sorta di fatiche. Una volta mi mandò qui a prendere il cane infernale — perché non credeva di potermi trovare nulla di più difficile, ma io trassi il cane fuori dall'Ade e lo portai a lui, poiché Mercurio e Minerva mi aiutarono.»

A questo punto Eracle ridiscese nella casa di Ade, ma io rimasi dov'ero, nel caso che qualche altro dei potenti morti venisse a me. E avrei visto altri ancora di quelli che mi hanno preceduto, che avrei voluto vedere — Teseo e Piritoo — figli gloriosi degli dèi, ma tante migliaia di fantasmi mi si fecero intorno e mandarono grida così terrificanti, che io fui preso dal panico, temendo che Proserpina mandasse su dalla casa di Ade il capo di quella spaventosa mostruosa Gorgone. A questo punto mi affrettai a tornare alla mia nave e ordinai ai miei uomini di salire a bordo subito e di sciogliere gli ormeggi; così essi s'imbarcarono e presero i loro posti, e la nave discese la corrente del fiume Oceano. Dapprima dovemmo remare, ma ben presto si levò un vento favorevole.

LIBRO XII

LE SIRENE, SCILLA E CARIDDI, LE MANDRIE DEL SOLE.

«Dopo che fummo usciti dal fiume Oceano, ed ebbimo raggiunto il mare aperto, continuammo la navigazione finché raggiungemmo l'isola Eea, dove vi sono l'aurora e il levar del sole come in altri luoghi. Trascinammo allora la nostra nave sulla sabbia e scendemmo da lei sulla riva, dove ci recammo a dormire e aspettammo che il giorno spuntasse.

«Poi, quando apparve la figlia del mattino, l'alba dalle rosee dita, mandai alcuni uomini alla casa di Circe per recuperare il corpo di Elpenore. Tagliammo legna da un bosco dove il promontorio si protendeva nel mare, e dopo che ebbimo pianto su di lui e l'avemmo lamentato, celebrammo le sue esequie. Quando il suo corpo e le sue armi furono bruciati fino a ridursi in cenere, innalzammo un tumulo, vi ponemmo sopra una pietra, e in cima al tumulo fissammo il remo con cui era solito vogare.

«Mentre facevamo tutto questo, Circe, che sapeva che eravamo tornati dalla casa di Ade, si vestì e venne da noi il più in fretta possibile; e con lei vennero le sue ancelle, recandoci pane, carne e vino. Si pose allora in mezzo a noi e disse: "Avete compiuto un'ardimentosa impresa scendendo vivi nella casa di Ade, e voi sarete morti due volte, mentre gli altri muoiono una volta sola; ora, dunque, sostate qui per il resto del giorno, saziatevi di cibo, e proseguite il vostro viaggio domani all'alba. Frattanto io indicherò a Ulisse la vostra rotta, e gli spiegherò ogni cosa, affinché non soffra disgrazie né per terra né per mare."

«Noi acconsentimmo a fare come lei aveva detto, e banchettammo per l'intero giorno fino al tramonto del sole, ma quando il sole fu calato e si fece buio, gli uomini si distesero a dormire presso i cavi di poppa della nave. Allora Circe mi prese per mano e mi invitò a sedermi lontano dagli altri, mentre lei si distese al mio fianco e mi chiese delle nostre avventure.

"'Fin qui tutto bene,' disse, quando io ebbi finito il mio racconto, 'e ora presta attenzione a ciò che sto per dirti — il cielo stesso, invero, te lo richiamerà alla memoria. Innanzitutto giungerai alle Sirene, che incantano tutti coloro che si avvicinano loro. Se qualcuno, incauto, si spinge troppo vicino e ode il canto delle Sirene, la moglie e i figli non potranno più dargli il bentornato in casa, perché esse siedono in un prato verde e lo trascinano a morte con la dolcezza del loro canto. Intorno vi è un grande mucchio di ossa di morti, con la carne ancora marcia che ne cola. Passa dunque oltre queste Sirene, e tappa le orecchie dei tuoi uomini con la cera, cosicché nessuno di loro possa udire; ma se vuoi, puoi ascoltare tu stesso, perché puoi far sì che gli uomini ti leghino, mentre stai ritto su un traverso a metà dell'albero, ed essi devono fissare le estremità della fune all'albero stesso, affinché tu possa avere il piacere di ascoltare. Se preghi e scongiuri gli uomini di scioglierti, allora essi debbono legarti ancora più stretto.

"'Quando la tua ciurma ti avrà portato oltre queste Sirene, non posso darti indicazioni precise su quale dei due percorsi tu debba seguire; ti porrò le due alternative, e tu dovrai considerarle da solo. Da un lato vi sono alcune rocce sporgenti contro cui le onde azzurre di Anfitrite si infrangono con violenza terribile; gli dèi beati chiamano queste rocce le Erranti. Qui neppure un uccello può passare, no, nemmeno le timide colombe che portano l'ambrosia al padre Giove, ma la nuda rocca trascina via sempre una di loro, e il padre Giove deve mandarne un'altra a completarne il numero; nessuna nave che mai sia giunta a queste rocce è potuta tornare indietro, ma le onde e i turbini di fuoco sono carichi di relitti e di corpi di uomini morti. L'unica nave che mai salpò e riuscì a passare fu la famosa Argo, di ritorno dalla casa di Eeta, e anche essa sarebbe andata a sbattere contro queste grandi rocce, solo che Giunone la pilotò oltre, per l'amore che portava a Giasone.

"'Di queste due rocce, una giunge fino al cielo e la sua cima si perde in una nube scura. Questa non l'abbandona mai, cosicché la sommità non è mai sgombra, nemmeno d'estate e all'inizio dell'autunno. Nessun uomo, anche se avesse venti mani e venti piedi, potrebbe trovare un appiglio su di essa e arrampicarsi, perché essa sale a picco, liscia come se fosse stata levigata. Al centro di essa vi è una grande caverna, rivolta a occidente e verso l'Erebo; tu devi portare la nave in questa direzione, ma la grotta è così alta che neppure il più vigoroso arciere potrebbe scagliarvi dentro una freccia. Dentro vi siede Scilla e guaisce con una voce che potreste scambiare per quella di un cucciolo, ma in verità essa è un mostro spaventoso, e nessuno — nemmeno un dio — potrebbe affrontarla senza essere preso dal terrore. Ha dodici piedi deformi, e sei colli di lunghezza prodigiosa; e all'estremità di ciascun collo ha un capo spaventoso, con tre file di denti in ognuno, tutti molto serrati tra loro, tanto che farebbero a pezzi chiunque in un istante, ed essa siede nel profondo della sua ombrosa cella, protendendo i suoi capi e scrutando intorno alla roccia, pescando delfini o pescecani o qualsiasi mostro più grande che possa acchiappare, tra le migliaia di cui Anfitrite abbonda. Nessuna nave mai è passata oltre lei senza perdere alcuni uomini, perché essa scaglia fuori tutti i suoi capi in una volta, e porta via un uomo con ciascuna bocca.

"'Troverai l'altra rocca più bassa, ma sono così vicine tra loro che non vi è più di un tiro d'arco tra loro. [Un grande fico in piena foglia vi cresce], e sotto di esso giace il risucchiante gorgo di Cariddi. Tre volte nel giorno essa vomita fuori le sue acque, e tre volte le risucchia giù di nuovo; bada di non trovarti lì quando sta risucchiando, perché se ci sei, Nettuno stesso non potrebbe salvarti; devi tenerti stretto al lato di Scilla e far passare la nave il più in fretta possibile, poiché è meglio perdere sei uomini che l'intera ciurma.'

"'Non vi è modo,' dissi io, 'di sfuggire a Cariddi, e al tempo stesso tenere lontana Scilla quando cerca di nuocere ai miei uomini?'

"'Sfacciato,' rispose la dea, 'tu vuoi sempre combattere con qualcuno o con qualcosa; non ti lasci battere nemmeno dagli immortali. Poiché Scilla non è mortale; per di più è selvaggia, feroce, rozza, crudele e invincibile. Non c'è rimedio; la tua miglior possibilità sarà di passarle davanti il più in fretta che puoi, perché se ti attardi presso la sua rupe mentre ti metti l'armatura, essa potrebbe coglierti con un secondo lancio dei suoi sei capi, e fare un'altra mezza dozzina dei tuoi uomini; così passa la nave oltre di lei a tutta velocità, e grida con quanto fiato hai a Cratài, che è la madre di Scilla, che la mala sorte la colga; ella allora la fermerà, impedendole un secondo assalto contro di voi.

"'Giungerai ora all'isola Trinachia, e qui vedrai molte mandrie di buoi e greggi di pecore appartenenti al dio del sole — sette mandrie di buoi e sette greggi di pecore, con cinquanta capi in ciascun gregge. Non si riproducono, né diminuiscono di numero, e sono custodite dalle dee Fetusa e Lampezia, che sono figlie del dio del sole Iperione e di Neera. La loro madre, quando le ebbe partorite e allevate, le mandò nell'isola Trinachia, che era molto lontana, perché vi dimorassero e custodissero le greggi e le mandrie del padre. Se lascerai intatte queste greggi, e non penserai ad altro che a tornare a casa, potrai ancora, dopo molte sofferenze, raggiungere Itaca; ma se le danneggerai, allora ti predico la distruzione sia della tua nave sia dei tuoi compagni; e anche se tu stesso potessi scampare, tornerai tardi, in cattivo stato, dopo aver perso tutti i tuoi uomini.'

«Qui ella tacque, e l'alba intronizzata nell'oro cominciò a mostrarsi in cielo, onde ella tornò nell'entroterra. Io salii allora a bordo e dissi ai miei uomini di sciogliere la nave dagli ormeggi; così essi subito entrarono in lei, presero i loro posti, e cominciarono a percuotere il grigio mare con i remi. Frattanto la grande e astuta dea Circe ci favorì con un vento favorevole che soffiava proprio da poppa, e ci accompagnò stabilmente, tenendo le vele ben gonfie, così noi facemmo tutto ciò che era necessario per le manovre della nave, e la lasciammo andare dove il vento e il timoniere la guidavano.

«Allora, essendo molto turbato nell'animo, dissi ai miei uomini: 'Miei amici, non è giusto che uno o due di noi soli conoscano le profezie che Circe mi ha fatto; vi racconterò dunque anche voi, così che, sia che viviamo sia che moriamo, possiamo farlo con gli occhi aperti. Innanzitutto ella disse che dobbiamo stare alla larga dalle Sirene, che siedono e cantano bellissimamente in un prato di fiori; ma disse che io stesso posso ascoltarle, purché nessun altro lo faccia. Perciò, prendetemi e legatemi al traverso a metà dell'albero; legatemi come sto ritto, con un nodo così stretto che non possa in alcun modo spezzarlo, e fissate le estremità della fune all'albero stesso. Se io vi preghi e scongiuri di liberarmi, allora legatemi ancor più stretto.'

«Avevo appena finito di dire ogni cosa agli uomini, prima che raggiungessimo l'isola delle due Sirene, perché il vento era stato molto favorevole. Poi, tutto a un tratto, cadde una bonaccia totale; non c'era un soffio di vento né un'increspatura sull'acqua, così gli uomini ammainarono le vele e le riposero; poi,presi i remi, imbiancarono l'acqua con la spuma che sollevavano nel vogare. Frattanto io presi una grande ruota di cera e la tagliai a pezzi piccoli con la mia spada. Poi impastai la cera nelle mie mani forti, finché non divenne morbida, come ben presto avvenne tra l'impastarla e i raggi del sole figlio di Iperione. Allora tappai le orecchie di tutti i miei uomini, ed essi mi legarono mani e piedi all'albero, mentre stavo ritto sul traverso; ma essi continuarono a remarre. Quando fummo giunti a portata d'orecchio dalla terra, e la nave procedeva a buona velocità, le Sirene videro che ci stavamo avvicinando alla riva e cominciarono con il loro canto.

"'Vieni qui,' cantavano, 'famoso Ulisse, onore del nome acheo, e ascolta le nostre due voci. Nessuno mai passò oltre noi senza fermarsi ad ascoltare l'incantevole dolcezza del nostro canto — e chi ascolta prosegue il suo cammino non solo ammaliato, ma più saggio, perché noi conosciamo tutti i mali che gli dèi inflissero agli Argivi e ai Troiani prima di Troia, e possiamo dirti tutto ciò che accadrà in tutto il mondo.'

«Cantavano queste parole con somma melodia, e, poiché bramavo ascoltarle ancora, feci segni, aggrottando le sopracciglia, ai miei uomini, che dovevano liberarmi; ma essi accelerarono la voga, ed Euriloco e Perimede mi legarono con legami ancor più stretti, finché non fummo fuori dalla portata delle voci delle Sirene. Allora i miei uomini tolsero la cera dalle loro orecchie e mi sciolsero.

«Subito dopo che ebbimo superato l'isola, vidi una grande onda dalla quale si levava la spuma, e udii un forte fragore. Gli uomini furono così spaventati che lasciarono i remi, perché tutto il mare risuonava del fragore delle acque, ma la nave rimase dov'era, perché gli uomini avevano smesso di remarre. Andai intorno, dunque, e li esortai uno per uno a non perdersi d'animo.

"'Miei amici,' dissi, 'non è la prima volta che ci troviamo in pericolo, e non siamo in nulla paragonabile a una situazione grave come quando il Ciclope ci rinchiuse nella sua grotta; nondimeno, il mio coraggio e il mio saggio consiglio ci salvarono allora, e vivremo per ripensare a tutto questo. Ora, dunque, fate tutti come dico io, confidate in Giove e vogate con tutte le forze. Quanto a te, timoniere, questi sono i tuoi ordini; bada ad essi, perché la nave è nelle tue mani; gira la prua lontano da queste rapide fumanti e tieniti stretto alla rupe, altrimenti essa ti sfuggirà e sarà di là prima che tu sappia dove sei, e sarai la nostra rovina.'

«Così essi fecero come avevo ordinato; ma non dissi nulla dello spaventoso mostro Scilla, perché sapevo che gli uomini non avrebbero continuato a remarre se l'avessi detto, ma si sarebbero rannicchiati insieme nella stiva. In una cosa sola disobbedii alle severe istruzioni di Circe — indossai la mia armatura. Poi, afferrate due robuste lance, mi posi sulla prua della nave, perché era là che mi aspettavo di vedere per prima il mostro della rupe, che avrebbe fatto ai miei uomini tanto male; ma non riuscii a scorgerlo in nessun luogo, per quanto sforzassi gli occhi a guardare la cupa rupe ancora e ancora.

«Entrammo allora negli Stretti con grande timore nell'animo, perché da un lato vi era Scilla, e dall'altro l'orrenda Cariddi continuava a risucchiare l'acqua salata. Mentre la vomitava su, era simile all'acqua in un calderone quando trabocca su un grande fuoco, e gli spruzzi raggiungevano la cima delle rocce da entrambi i lati. Quando cominciò a risucchiare di nuovo, potemmo vedere l'acqua, all'interno, vorticare in tondo, e produceva un suono assordante mentre si infrangeva contro le rocce. Potemmo vedere il fondo del gorgo tutto nero di sabbia e fango, e gli uomini erano disperati per la paura. Mentre eravamo presi da questo, e ci aspettavamo da un momento all'altro di essere la nostra fine, Scilla piombò giù all'improvviso su di noi e strappò via i miei sei uomini migliori. Io guardavo contemporaneamente sia alla nave sia agli uomini, e in un istante vidi le loro mani e i loro piedi in alto sopra di me, che si dibattevano nell'aria mentre Scilla li portava via, e li udii chiamare il mio nome in un ultimo grido di disperazione. Come un pescatore, seduto, con la lancia in pugno, su qualche roccia sporgente, getta l'esca nell'acqua per ingannare i poveri pesciolini, e li infilza con il corno di bue con cui la sua lancia è calzata, gettandoli boccheggianti sulla terraferma mentre li cattura uno a uno — proprio così Scilla fece approdare quelle creature ansimanti sulla sua rupe e le sgranocchiò all'imbocco della sua tana, mentre esse urlavano e tendevano le mani verso me nella loro agonia mortale. Questa fu la vista più nauseante che io vedessi in tutte le mie navigazioni.

«Quando ebbimo superato le rocce [Erranti], con Scilla e la terribile Cariddi, raggiungemmo la nobile isola del dio del sole, dove si trovavano le belle mandrie e le greggi appartenenti al sole Iperione. Mentre ero ancora in mare sulla mia nave, potevo udire le mandrie muggire mentre tornavano alle stalle, e le pecore belare. Allora mi ricordai di ciò che il cieco indovino tebano Tiresia mi aveva detto, e di come l'ea Circe mi avesse accuratamente avvertito di evitare l'isola del beato dio del sole. Essendo dunque molto turbato, dissi agli uomini: 'Miei uomini, so che siete duramente provati, ma ascoltate mentre vi dico la profezia che Tiresia mi fece, e di come l'ea Circe mi abbia accuratamente avvertito di evitare l'isola del beato dio del sole, perché era qui, disse, che ci sarebbe toccato il pericolo più grande. Volgi dunque la nave lontano dall'isola.'

«Gli uomini furono presi dalla disperazione a queste parole, ed Euriloco subito mi diede una risposta insolente. 'Ulisse,' disse, 'sei crudele; tu sei molto forte e non ti logori mai; sembri fatto di ferro, e ora, anche se i tuoi uomini sono sfiniti dalla fatica e dalla mancanza di sonno, non li lascerai sbarcare e cucinare una buona cena su quest'isola, ma ordini loro di prendere il mare e di andare vagando invano attraverso i turni della notte che fugge. È di notte che i venti soffiano più forte e arrecano tanti danni; come possiamo scamparla, se una di quelle improvvise raffiche si leva da libeccio o da ponente, che così spesso affondano un vascello quando i nostri signori, gli dèi, sono sfavorevoli? Ora, dunque, obbediamo ai comandi della notte e prepariamo qui la nostra cena, accanto alla nave; domani mattina torneremo a bordo e prenderemo il mare.'

«Così parlò Euriloco, e gli uomini approvarono le sue parole. Io vidi che il cielo ci preparava una disgrazia e dissi: 'Mi costringete a cedere, perché voi siete molti contro uno, ma in ogni caso ciascuno di voi deve fare un solenne giuramento che, se incontrerà una mandria di buoi o un grande gregge di pecore, non sarà così folle da ucciderne neppure un solo capo, ma si accontenterà del cibo che Circe ci ha dato.'

«Essi giurarono tutti come io ordinai, e quando ebbero completato il giuramento, assicurammo la nave in un porto che era presso un corso d'acqua dolce, e gli uomini scesero a terra e cucinarono le loro cene. Appena ebbero mangiato e bevuto a sazietà, cominciarono a parlare dei loro poveri compagni che Scilla aveva strappato via e mangiato; questo li fece piangere, e continuarono a piangere finché non caddero in un sonno profondo.

«Nel terzo turno della notte, quando le stelle ebbero mutato posizione, Giove sollevò una grande raffica di vento che soffiò come un uragano, così che terra e mare furono coperti di dense nubi, e la notte balzò fuori dal cielo. Quando la figlia del mattino, l'alba dalle rosee dita, apparve, portammo la nave a riva e la trainammo in una grotta dove le ninfe del mare tengono le loro corti e i loro balli, e radunai gli uomini in consiglio.

"'Miei amici,' dissi, 'abbiamo carne e bevanda nella nave, stiamo dunque attenti e non tocchiamo le mandrie, altrimenti ne soffriremo; perché queste mandrie e queste greggi appartengono al possente sole, che vede e ode ogni cosa.' E di nuovo essi promisero che avrebbero obbedito.

«Per un mese intero il vento soffiò costante dal Sud, e non vi fu altro vento che Sud ed Est. Finché durarono grano e vino, gli uomini non toccarono il bestiame pur avendo fame; quando però ebbero consumato tutto ciò che era nella nave, furono costretti a spingersi più lontano, con amo e lenza, catturando uccelli e prendendo tutto ciò che capitava loro sottomano, perché morivano di fame. Un giorno, dunque, mi inoltrai nell'entroterra per pregare il cielo di mostrarmi un modo per ripartire. Quando fui andato abbastanza lontano da essere fuori vista di tutti i miei uomini, e trovai un luogo ben riparato dal vento, mi lavai le mani e pregai tutti gli dèi dell'Olimpo, finché a poco a poco mi mandarono in un dolce sonno.

«Frattanto Euriloco aveva dato consigli malvagi agli uomini: "Ascoltatemi," disse, "miei poveri compagni. Tutte le morti sono abbastanza crudeli, ma nessuna è peggiore della fame. Perché non dovremmo spingere dentro le migliori di queste vacche e offrirle in sacrificio agli dèi immortali? Se mai torneremo a Itaca, potremo costruire un magnifico tempio al dio del sole e arricchirlo di ogni sorta di ornamenti; se invece egli è deciso ad affondare la nostra nave per vendetta di queste vacche cornute, e gli altri dèi sono dello stesso avviso, io per me preferirei bere acqua salata una volta per tutte e farla finita, che morire di fame a poco a poco in un'isola deserta come questa."

«Così parlò Euriloco, e gli uomini approvarono le sue parole. Ora le vacche, così belle e pregevoli, pascolavano non lontano dalla nave; gli uomini spinsero dunque dentro le migliori di esse, e tutti si disposero intorno dicendo le loro preghiere, e usando giovani germogli di quercia invece di farina d'orzo, perché non ne era rimasta. Quando ebbero finito di pregare, uccisero le vacche e ne prepararono le carcasse; tagliarono i femori, li avvolsero in due strati di grasso, e misero sopra alcuni pezzi di carne cruda. Non avevano vino con cui fare libagioni sul sacrificio mentre cuoceva, così continuavano a versare un po' d'acqua di tanto in tanto mentre le interiora arrostivano; poi, quando i femori furono bruciati ed ebbero assaggiato le interiora, fecero a pezzi il resto e infilarono i pezzi negli spiedi.

«A quel punto il mio sonno profondo mi aveva abbandonato, e tornai verso la nave e verso la riva del mare. Mentre mi avvicinavo cominciai a sentire odore di carne arrosto, così gemetti in una preghiera agli dèi immortali. "Padre Giove," esclamai, "e voi tutti gli altri dèi che vivete in eterna beatitudine, mi avete fatto un crudele torto col sonno in cui mi avete mandato; guardate quale bella impresa hanno compiuto questi uomini in mia assenza."

«Frattanto Lampetia corse direttamente dal sole e gli disse che avevamo ucciso le sue vacche, onde egli andò in grande collera, e disse agli immortali: "Padre Giove, e voi tutti gli altri dèi che vivete in eterna beatitudine, devo avere vendetta dell'equipaggio della nave di Ulisse: hanno avuto l'insolenza di uccidere le mie vacche, che erano l'unica cosa che amavo contemplare, sia che salissi in cielo sia che ne ridiscendessi. Se non mi renderanno ragione delle mie vacche, scenderò nell'Ade e brillerò tra i morti."

«"Sole," disse Giove, "continua a brillare su noi dèi e sui mortali sulla terra feconda. Io sfracellerò la loro nave in mille pezzi con un fulmine di candido lampo non appena prenderanno il mare."

«Tutto questo mi fu riferito da Calipso, che disse di averlo udito dalla bocca di Mercurio.

«Non appena giunsi alla mia nave e alla riva del mare, rimproverai ciascuno dei miei uomini separatamente, ma non vedevamo via d'uscita, perché le vacche erano già morte. E difatti gli dèi cominciarono subito a mostrare segni e prodigi tra noi, perché le pelli delle bestie strisciavano qua e là, e i pezzi infilati negli spiedi cominciarono a muggire come vacche, e la carne, cotta o cruda, continuava a fare un rumore proprio come fanno le vacche.

«Per sei giorni i miei uomini continuarono a spingere dentro le migliori vacche e a banchettare, ma quando il figlio di Saturno ebbe aggiunto un settimo giorno, la furia della tempesta si placò; salimmo dunque a bordo, alzammo gli alberi, spiegammo le vele e prendemmo il mare. Non appena fummo bene al largo dall'isola e non si vedeva nulla se non cielo e mare, il figlio di Saturno alzò una nera nube sopra la nostra nave, e il mare si fece scuro sotto di essa. Non facemmo molta strada, perché in un istante fummo colti da una terrifica raffica da Ovest che spezzò i stralli dell'albero, così che cadde a poppa, mentre tutta l'attrezzatura della nave rovinò sul fondo. L'albero cadde sulla testa del timoniere a poppa, così le ossa del suo cranio furono stritolate, ed egli cadde in mare come se si tuffasse, senza più vita in sé.

«Allora Giove scagliò i suoi fulmini, e la nave si capovolse più volte, e fu riempita di fuoco e zolfo mentre il lampo la colpiva. Gli uomini caddero tutti in mare; furono trascinati nell'acqua intorno alla nave, simili a tanti gabbiani, ma il dio ben presto li privò di ogni possibilità di tornare a casa.

«Io mi aggrappai alla nave finché il mare non le staccò i fianchi dalla chiglia (che andava alla deriva da sola) e non fece cadere l'albero verso la chiglia; ma c'era un paterazzo di robusto cuoio bovino che ancora pendeva da esso, e con quello legai insieme albero e chiglia, e montandovi a cavalcioni fui portato ovunque i venti scegliessero di condurmi.

«La raffica da Ovest aveva ormai esaurito la sua forza, e il vento tornò a soffiare da Sud, il che mi spaventò perché temevo di essere riportato al terribile vortice di Cariddi. Questo infatti fu ciò che accadde, perché fui portato dalle onde tutta la notte, e al sorger del sole avevo raggiunto la roccia di Scilla e il vortice. Essa allora stava risucchiando l'acqua salsa del mare, ma io fui sollevato verso il fico, al quale mi aggrappai e vi rimasi attaccato come un pipistrello. Non potevo piantare i piedi in nessun punto per stare saldo, perché le radici erano lontane e i rami che ombreggiavano l'intera pozza erano troppo alti, troppo vasti e troppo distanti tra loro perché potessi raggiungerli; così rimasi appeso con pazienza, aspettando che la pozza restituisse il mio albero e la zattera — e il tempo parve lunghissimo. Un giurato non è più lieto di tornare a casa per cenare, dopo essere stato a lungo trattenuto in tribunale da cause noiose, di quanto non lo fossi io nel vedere la mia zattera cominciare a farsi strada fuori dal vortice di nuovo. Alla fine mi lasciai andare con mani e piedi, e caddi pesantemente in mare, proprio accanto alla mia zattera sulla quale poi salii, e cominciai a remarre con le mani. Quanto a Scilla, il padre degli dèi e degli uomini non le permise di vedermi ancora — altrimenti sarei certamente morto.

«Di qui fui portato per nove giorni, finché nella decima notte gli dèi mi fecero naufragare sull'isola Ogigia, dove abita la grande e possente dea Calipso. Ella mi accolse e fu gentile con me, ma non c'è bisogno che dica di più su questo, perché ho raccontato tutto a te e alla tua nobile moglie ieri, e odio ripetere sempre le stesse cose.»

LIBRO XIII

ULISSE LASCIA SCHERIA E TORNA A ITACA.

Così parlò, e tutti tacquero nel portico coperto, incantati dal fascino del suo racconto, finché a un tratto Alcinoo cominciò a parlare.

«Ulisse,» disse, «ora che sei giunto alla mia casa, non dubito che arriverai a casa senza ulteriori disgrazie, per quanto tu abbia sofferto in passato. A voi altri, però, che venite qui notte dopo notte a bere il mio vino più scelto e ad ascoltare il mio bardo, vorrei imporre quanto segue. Il nostro ospite ha già impacchettato le vesti, l'oro lavorato, e gli altri oggetti di valore che gli avete portato in dono; proponiamo dunque ora, ciascuno di noi, di fargli ulteriormente dono di un grande tripode e di un calderone. Ci rifaremo con la leva di una tassa generale; perché non si può pretendere che i privati sostengano l'onere di un dono così generoso.»

Tutti approvarono, e poi se ne andarono a casa a dormire ciascuno nella propria dimora. Quando la figlia del mattino, l'alba dalle rosee dita, apparve, scesero in fretta alla nave e portarono con sé i calderoni. Alcinoo salì a bordo e vide che ogni cosa era così ben stivata sotto le panche che nulla avrebbe potuto staccarsi e ferire i rematori. Poi andarono alla casa di Alcinoo per pranzare, ed egli sacrificò per loro un toro in onore di Giove che è il signore di tutti. Misero le bistecche a grigliare e fecero un pranzo eccellente, dopo il quale l'ispirato bardo, Demodoco, che era caro a tutti, cantò per loro; ma Ulisse continuava a volgere gli occhi verso il sole, come per sollecitarne il tramonto, perché desiderava mettersi in viaggio. Come uno che abbia arato per tutto il giorno un campo incolto con una coppia di buoni continua a pensare alla cena ed è lieto quando viene la notte perché possa andare a prenderla, poiché a malapena le sue gambe lo reggono, così Ulisse gioì quando il sole tramontò, e subito disse ai Feaci, rivolgendosi in particolare al re Alcinoo:

«Signore, e voi tutti, addio. Fate le vostre libagioni e mandatemi via lieto, poiché avete soddisfatto il desiderio del mio cuore accordandomi una scorta e facendomi doni, che il cielo mi conceda di volgere a buon frutto; possa io trovare la mia ammirevole moglie che vive in pace tra gli amici, e possiate voi che lascio qui dare soddisfazione alle vostre mogli e ai vostri figli; possa il cielo accordarvi ogni grazia, e nessun male giungere tra la vostra gente.»

Così parlò. I suoi ascoltatori approvarono tutti le sue parole e convennero che dovesse avere la sua scorta, dato che aveva parlato con ragione. Alcinoo disse dunque al suo servo: «Pontonoo, mesci del vino e distribuiscilo a tutti, affinché possiamo rivolgere una preghiera al padre Giove e accelerare il cammino del nostro ospite.»

Pontonoo mescette il vino e lo porse a ciascuno a turno; gli altri, ciascuno dal proprio seggio, fecero una libagione agli dèi beati che vivono in cielo, ma Ulisse si alzò e pose la coppa doppia nelle mani della regina Arete.

«Addio, regina,» disse, «da ora e per sempre, finché l'età e la morte, sorte comune dei mortali, non stendano le loro mani su di te. Io prendo ora congedo; sii felice in questa casa con i tuoi figli, la tua gente, e con il re Alcinoo.»

Mentre parlava varcò la soglia, e Alcinoo mandò un uomo per accompagnarlo alla sua nave e alla riva del mare. Arete mandò anche alcune ancelle con lui — una con una camicia pulita e un mantello, un'altra per portare la sua cassa, e una terza con grano e vino. Quando giunsero alla riva, l'equipaggio prese queste cose e le caricò a bordo, con tutta la carne e il vino; ma per Ulisse stesero sul ponte una coperta e un lenzuolo di lino perché potesse dormire profondamente a poppa della nave. Allora anch'egli salì a bordo e si distese senza una parola, ma l'equipaggio prese ciascuno il suo posto e sciolse l'ormeggio dalla pietra forata a cui era legato. Quindi, quando cominciarono a remarre verso il largo, Ulisse cadde in un sonno profondo, dolce, quasi simile alla morte.

La nave balzò in avanti sul suo cammino come una quadriga vola sulla pista quando i cavalli sentono la frusta. La prua s'impennava come fosse il collo di uno stallone, e una grande onda d'acqua blu scura fremeva nella sua scia. Teneva ferma la sua rotta, e nemmeno un falco, il più veloce di tutti gli uccelli, avrebbe potuto starle dietro. Così, dunque, fendeva le acque, portando uno che era astuto quanto gli dèi, ma che ora dormiva in pace, dimentico di tutto ciò che aveva sofferto sia sul campo di battaglia sia tra i flutti del mare sfinente.

Quando la stella luminosa che annuncia l'approssimarsi dell'alba cominciò a mostrarsi, la nave si avvicinò alla terra. Ora c'è in Itaca un porto del vecchio uomo di mare Forco, che giace tra due promontori che rompono la linea del mare e chiudono il porto. Essi lo riparano dalle tempeste di vento e di mare che infuriano fuori, così che, una volta dentro, una nave può giacervi senza nemmeno essere ormeggiata. In fondo a questo porto c'è un grande olivo, e a poca distanza una bella caverna strapiombante sacra alle ninfe chiamate Naiadi. Vi sono dentro crateri per mescolare e giare di pietra per il vino, e là le api fanno il loro alveare. Vi sono inoltre grandi telai di pietra sui quali le ninfe tessono le loro vesti di porpora marina — assai curiose a vedersi — e in ogni tempo vi è acqua all'interno. Ha due ingressi, uno rivolto a Nord dal quale i mortali possono scendere nella caverna, mentre l'altro viene da Sud ed è più misterioso; i mortali non possono in alcun modo entrare da lì, è la via percorsa dagli dèi.

In questo porto, dunque, essi spinsero la nave, perché conoscevano il luogo. Aveva talmente abbrivio che si insabbiò per metà della sua lunghezza sulla riva; quando però ebbero sbarcato, la prima cosa che fecero fu di sollevare Ulisse con la sua coperta e il lenzuolo di lino dalla nave, e deporlo sulla sabbia ancora profondamente addormentato. Poi trassero fuori i doni che Minerva aveva persuaso i Feaci a fargli quando si metteva in viaggio verso casa. Misero tutto insieme alla radice dell'olivo, lontano dalla strada, per paura che qualche passante potesse venire a rubarli prima che Ulisse si svegliasse; e poi fecero alla meglio la strada di casa.

Ma Nettuno non dimenticò le minacce con cui aveva già minacciato Ulisse, così tenne consiglio con Giove. «Padre Giove,» disse, «non sarò più tenuto in alcun rispetto tra voi dèi, se dei mortali come i Feaci, che sono della mia propria carne e sangue, mostrano così poco riguardo per me. Dissi che avrei lasciato Ulisse tornare a casa quando avesse sofferto abbastanza. Non dissi che non sarebbe dovuto tornare a casa affatto, perché sapevo che tu avevi già annuito con il capo in proposito, e avevi promesso che l'avrebbe fatto; ma ora lo hanno portato in una nave profondamente addormentato e lo hanno sbarcato in Itaca dopo averlo caricato di più magnifici doni di bronzo, oro e vesti di quanti ne avrebbe mai riportati da Troia, se avesse avuto la sua parte del bottino e fosse tornato a casa senza disgrazie.»

E Giove rispose: «Ehi, o Signore del Terremoto, che cosa stai dicendo? Gli dèi non sono affatto privi di rispetto per te. Sarebbe mostruoso se insultassero uno così vecchio e onorato come sei tu. Per quanto riguarda i mortali, tuttavia, se qualcuno di loro si sta abbandonando all'insolenza e ti tratta senza rispetto, dipenderà sempre da te stesso trattarlo come ti parrà opportuno, dunque fa' come preferisci.»

«L'avrei fatto subito,» rispose Nettuno, «se non fossi preoccupato di evitare qualcosa che potrebbe dispiacerti; ora, dunque, vorrei naufragare la nave feacia mentre sta tornando dalla sua scorta. Questo li fermerà dallo scortare gente in futuro; e vorrei anche seppellire la loro città sotto un'enorme montagna.»

«Mio buon amico,» rispose Giove, «ti consiglio nel preciso momento in cui la gente della città sta guardando la nave sulla sua rotta, di trasformarla in una roccia presso la terra e simile a una nave. Questo stupirà tutti, e tu potrai poi seppellire la loro città sotto la montagna.»

Quando Nettuno che circonda la terra udì questo, andò a Scheria dove vivono i Feaci, e vi rimase finché la nave, che avanzava rapidamente, non fu giunta vicina. Allora le si avvicinò, la trasformò in pietra, e la conficcò con il palmo della mano così da radicarla nel suolo. Dopo di che se ne andò.

I Feaci allora cominciarono a parlare tra loro, e uno si rivolgeva al vicino dicendo: «Perbacco mio, chi può aver radicato la nave nel mare proprio mentre stava entrando in porto? Un momento fa la vedevamo intera.»

Così parlavano, ma non sapevano nulla in proposito; e Alcinoo disse: «Ora mi ricordo della vecchia profezia di mio padre. Diceva che Nettuno sarebbe stato in collera con noi perché portiamo tutti così al sicuro attraverso il mare, e che un giorno avrebbe fatto naufragare una nave feacia mentre tornava da una scorta, e avrebbe seppellito la nostra città sotto un'alta montagna. Questo era ciò che il mio vecchio padre soleva dire, e ora si sta avverando. Ora dunque facciamo tutti come dico; in primo luogo dobbiamo smettere di dare scorte alla gente quando viene qui, e in secondo luogo sacrifichiamo dodici tori scelti a Nettuno affinché abbia pietà di noi, e non seppellisca la nostra città sotto l'alta montagna.» Quando il popolo udì questo, ebbe paura e preparò i tori.

Così i capi e i governanti dei Feaci pregarono il re Nettuno, stando intorno al suo altare; e nello stesso tempo Ulisse si svegliò ancora una volta sul suo suolo. Era stato così a lungo lontano che non lo riconosceva; inoltre la figlia di Giove, Minerva, aveva fatto una giornata nebbiosa, affinché la gente non sapesse del suo arrivo, e affinché lei potesse dirgli ogni cosa senza che sua moglie o i suoi concittadini e amici lo riconoscessero, finché non avesse preso la sua vendetta sui pretendenti malvagi. Ogni cosa, dunque, gli parve del tutto diversa — i lunghi rettilinei, i porti, i precipizi, e i begli alberi, apparvero tutti mutati mentre si levò su e guardò la sua terra natia. Così si batté le cosce con il palmo delle mani e gridò forte nella disperazione.

«Ahimè,» esclamò, «tra quale gente sono capitato? Sono selvaggi e incivili, o ospitali e umani? Dove metterò tutto questo tesoro, e da che parte andrò? Vorrei essere rimasto là dai Feaci; o sarei potuto andare da qualche altro grande capo che sarebbe stato buono con me e mi avrebbe dato una scorta. Così come stanno le cose non so dove mettere il mio tesoro, e non posso lasciarlo qui per paura che qualcun altro se ne impossessi. In verità i capi e i governanti dei Feaci non si sono comportati lealmente con me, e mi hanno lasciato nel paese sbagliato; dissero che mi avrebbero riportato a Itaca e non l'hanno fatto: possa Giove protettore dei supplicanti punirli, poiché egli veglia su tutti e castiga chi fa il male. Eppure, suppongo di dover contare i miei beni e vedere se l'equipaggio se n'è andato con qualcuno di essi.»

Contò i suoi bei rame e i suoi calderoni, l'oro e tutti i suoi abiti, ma nulla mancava; nondimeno continuava ad affliggersi per non trovarsi nel proprio paese, e vagava su e giù lungo la riva del mare risonante, piangendo il suo duro destino. Allora Minerva gli si accostò, sotto le sembianze di un giovane pastore dall'aspetto delicato e principesco, con un buon mantello ripiegato in due sulle spalle; ai suoi bei piedi calzava sandali e teneva in mano un giavellotto. Ulisse si rallegrò nel vederla, e le andò diritto incontro.

«Ospite mio», disse, «sei la prima persona che incontro in questo paese; ti saluto dunque, e ti prego di volermi bene. Proteggi questi miei beni, e me stesso, perché abbraccio le tue ginocchia e ti supplico come se fossi un dio. Dimmi, allora, e dimmelo in verità, quale terra e paese è questa? Chi sono i suoi abitanti? Mi trovo su un'isola, o questa è la fascia costiera di qualche terraferma?»

Minerva rispose: «Forestiero, devi essere molto semplice, o devi venire da qualche luogo molto lontano, per non sapere quale paese sia questo. È un luogo assai celebre, e tutti lo conoscono ad oriente e ad occidente. È aspro e non è un buon paese da percorrere con carri, ma non è affatto una cattiva isola per quanto ha da offrire. Vi cresce quantità di grano e anche vino, poiché è bagnata sia dalla pioggia che dalla rugiada; vi si allevano anche buoi e capre; ogni sorta di legname vi cresce, e vi sono sorgenti dove l'acqua non viene mai meno; cosicché, signore, il nome di Itaca è noto fin presso Troia, che, a quel che mi consta, è molto lontana da questa terra degli Achei».

Ulisse si rallegrò di trovarsi, come Minerva gli diceva, nel proprio paese, e cominciò a rispondere, ma non disse il vero, e inventò una storia menzognera con l'astuzia istintiva del suo cuore.

«Sentii parlare di Itaca», disse, «quando ero a Creta oltre i mari, e ora pare che vi sia giunto con tutti questi tesori. Ne ho lasciato altrettanto là per i miei figli, ma sono in fuga perché uccisi Orsiloco figlio di Idomeneo, il più veloce corridore di Creta. Lo uccisi perché voleva spogliarmi del bottino che avevo riportato da Troia con tanta fatica e pericolo, sia sul campo di battaglia che tra i flutti del mare stanco; diceva che non avevo servito suo padre lealmente a Troia come vassallo, ma mi ero fatto padrone indipendente; così lo tesi un'imboscata con uno dei miei compagni lungo la strada, e lo colpii con la lancia mentre veniva in città dalla campagna. Era una notte molto buia e nessuno ci vide; non si seppe, dunque, che lo avevo ucciso, ma appena l'ebbi fatto andai a una nave e supplicai i padroni, che erano Fenici, di prendermi a bordo e di sbarcarmi a Pilo o in Elide dove regnano gli Epei, dando loro tanto bottino quanto bastasse a soddisfarli. Non avevano cattive intenzioni, ma il vento li spinse fuori rotta, e navigammo finché giungemmo qui di notte. Facemmo appena in tempo a entrare nel porto, e nessuno di noi disse una parola sulla cena, sebbene ne avessimo gran bisogno, ma tutti sbarcammo e ci sdraiammo così come eravamo. Ero molto stanco e m'addormentai subito, così essi tirarono fuori i miei beni dalla nave, e li deposero accanto a me dove giacevo sulla sabbia. Poi salparono per Sidone, e io fui lasciato qui in grande angoscia d'animo».

Tale fu la sua storia, ma Minerva sorrise e lo accarezzò con la mano. Poi assunse la forma di una donna, bella, maestosa e saggia. «Dev'essere davvero un furbo matricolato», disse, «chi potrebbe superarti in ogni sorta di astuzia, anche se avesse un dio per avversario. Temerario che sei, pieno d'inganni, instancabile nel mentire, non sai deporre i tuoi trucchi e la tua falsità istintiva, proprio ora che sei di nuovo nel tuo paese? Non ne parleremo più, tuttavia, poiché sappiamo entrambi ingannare all'occorrenza — tu sei il più consumato consigliere e oratore fra tutti gli uomini, mentre io per diplomazia e sottigliezza non ho pari fra gli dèi. Non conoscevi forse Minerva, figlia di Giove — me, che sono stata sempre con te, che vegliai su te in tutte le tue disgrazie, e che feci sì che i Feaci ti prendessero così grande simpatia? E ora, di nuovo, son venuta qui per parlare delle cose con te, e per aiutarti a nascondere il tesoro che feci dare ai Feaci; voglio dirti delle disgrazie che ti aspettano nella tua propria casa; devi affrontarle, ma non dire a nessuno, né uomo né donna, che sei tornato. Sopporta ogni cosa, e accontentati d'ogni insolenza d'ognuno, senza una parola».

E Ulisse rispose: «Un uomo, o dea, può saperne assai, ma tu muti così di continuo le tue sembianze che quando ti incontra gli è difficile sapere se sei tu o no. Questo soltanto so benissimo: mi fosti molto benigna finché noi Achei combattevamo davanti a Troia, ma dal giorno in cui ci imbarcammo dopo aver saccheggiato la città di Priamo, e il cielo disperse noi — da quel giorno, Minerva, io non ti vidi più, e non ricordo mai che tu venissi alla mia nave per aiutarmi in una difficoltà; dovetti errare malato e afflitto finché gli dèi mi liberarono dal male e giunsi alla città dei Feaci, dove tu m'incoraggiasti e mi introducesti nella città. E ora, ti supplico per il nome di tuo padre, dimmi la verità, poiché non credo di essere davvero tornato a Itaca. Sono in qualche altro paese e tu ti burli di me e m'inganni in tutto ciò che hai detto. Dimmi dunque in verità: sono davvero tornato al mio paese?»

«Vai sempre immaginando cose di quel genere», rispose Minerva, «ed è per questo che non posso abbandonarti nelle tue afflizioni; sei così plausibile, astuto e sfuggente. Chiunque altro, tornando da un viaggio così lungo, sarebbe corso a casa a rivedere la moglie e i figli, ma tu non sembri curarti di chiedere di loro o di averne notizie prima di aver sfruttato tua moglie, che resta in casa a piangere vanamente per te, senza pace notte e giorno per le lacrime che versa a causa tua. Quanto al non essermi accostata a te, non ero affatto in ansia per te, perché ero certa che saresti tornato sano e salvo, anche se avresti perduto tutti i tuoi uomini, e non volevo guastarmi con mio zio Nettuno, che non ti perdonò mai d'aver accecato suo figlio. Ora, tuttavia, ti mostrerò la disposizione del paese, e tu allora forse mi crederai. Questo è il porto del vecchio uomo di mare Forco, ed ecco l'olivo che cresce alla sua imboccatura; presso di esso è la grotta sacra alle Naiadi; ecco anche la caverna sporgente nella quale tu hai offerto tante ecatombe gradite alle ninfe, e questo è il boscoso monte Nerito».

Mentre parlava la de disperse la nebbia e la terra apparve. Allora Ulisse si rallegrò di trovarsi di nuovo nel suo paese, e baciò la terra feconda; alzò le mani e pregò le ninfe, dicendo: «Ninfe Naiadi, figlie di Giove, ero sicuro di non dovervi rivedere mai più; ora dunque vi saluto con ogni affettuosa reverenza, e vi offrirò sacrifizi come un tempo, se la veneranda figlia di Giove mi concederà la vita e condurrà mio figlio all'età adulta».

«Fatti animo, e non ti preoccupare di ciò», riprese Minerva, «occupiamoci piuttosto di nascondere subito le tue cose nella grotta, dove saranno al sicuro. Vediamo come possiamo fare al meglio».

Con ciò scese nella grotta a cercare i nascondigli più sicuri, mentre Ulisse portò su tutto il tesoro d'oro, bronzo e bei vestiti che i Feaci gli avevano dato. Riposero ogni cosa con cura, e Minerva pose una pietra contro l'ingresso della grotta. Poi i due si sedettero presso la radice del grande olivo, e studiarono come mandare a rovina i malvagi pretendenti.

«Ulisse», disse Minerva, «nobile figlio di Laerte, pensa come potrai metter le mani su questi sconci che da tre anni signoreggiano nella tua casa, facendo la corte a tua moglie e facendole doni di nozze, mentre essa non fa che lamentare la tua assenza, dando speranza e mandando messaggi incoraggianti a ciascuno di loro, ma intendendo l'esatto contrario di quanto dice».

E Ulisse rispose: «In verità, o dea, pare che io sarei finito nella mia stessa casa proprio come Agamennone, se tu non m'avessi dato così tempestive informazioni. Consigliami come potrò meglio vendicarmi. Stammi accanto e infondi coraggio nel mio cuore come nel giorno in cui levammo dalla fronte di Troia la sua bella corona. Aiutami ora come allora, e combatterò contro trecento uomini, se tu, o dea, sarai con me».

«Confida in me», disse ella, «non ti perderò di vista una volta cominciato, e immagino che alcuni di coloro che ti divorano il patrimonio insanguineranno allora il pavimento col loro sangue e il loro cervello. Comincerò col travestirti sì che nessun mortale ti riconosca; ti coprirò il corpo di rughe; perderai tutti i tuoi capelli biondi; ti rivestirò d'un abito che ispirerà ribrezzo a chiunque ti veda; ti offuscherò gli occhi, che pur son così belli, e ti renderò oggetto sgradevole al cospetto dei pretendenti, di tua moglie e del figlio che ti lasciasti dietro. Poi va' subito dal porcaro che custodisce i tuoi porci; ti è stato sempre affezionato, ed è devoto a Penelope e a tuo figlio; lo troverai intento a pascolare i suoi porci presso la rupe che è detta del Corvo, presso la fonte Aretusa, dove li ingrassa a ghiande e acqua di sorgente a modo loro. Rimani con lui e informati come stanno le cose, mentre io proseguo per Sparta e vedo tuo figlio, che è con Menelao in Laconia, dov'è andato per cercar di sapere se tu sei ancora vivo».

«Ma perché», disse Ulisse, «non glielo dicesti tu, che sapevi ogni cosa? Volevi che anche lui andasse navigando fra ogni sorta di disagi mentre altri gli divorano il patrimonio?»

Minerva rispose: «Non ti curar di lui, lo mandai perché si parlasse bene di lui per essere partito. Non si trova in nessun impiccio, ma sta benissimo con Menelao, ed è circondato da ogni abbondanza. I pretendenti son salpati e stanno in agguato per lui, poiché intendono ucciderlo prima che possa tornare a casa. Non credo molto che riescano, ma piuttosto che qualcuno di quelli che ora ti mangiano il patrimonio troverà prima la tomba».

Mentre parlava Minerva lo toccò con la bacchetta e lo coprì di rughe, gli tolse tutti i capelli biondi, e avvizzì le carni di tutto il corpo; gli offuscò gli occhi, che per natura eran bellissimi; gli mutò le vesti e gli buttò addosso un cencio d'un mantello, e una tunica lacera, sudicia e fuligginosa; gli diede anche una pelle di cervo non preparata come soprabito, e lo fornì d'un bastone e d'una bisaccia tutta bucata, con una cinghia intrecciata per islingarsela sulla spalla.

Quando i due ebbero così disposto i loro piani si separarono, e la dea andò dritta in Laconia a prendere Telemaco.

LIBRO XIV

ULISSE NELLA CAPANNA CON EUMEO.

Ulisse ormai lasciò il porto, e prese il sentiero aspro su per la contrada boscosa e oltre la cresta del monte, finché giunse al luogo dove Minerva gli aveva detto che avrebbe trovato il porcaro, il più frugale dei suoi servi. Lo trovò seduto davanti alla sua capanna, accanto ai recinti che si era costruiti in un sito visibile da lungi. Li aveva fatti ampi e belli a vedersi, con libero corso per i porci tutto intorno; li aveva costruiti durante l'assenza del suo padrone, con pietre raccolte dal suolo, senza dir nulla a Penelope né a Laerte, e li aveva coronati in cima con pruni. Fuori del recinto aveva piantato una robusta siepe di pali di quercia, spaccati e posti assai vicini, mentre dentro aveva costruito dodici stalle vicine l'una all'altra perché le scrofe vi dormissero. In ogni stalla si rotolavano cinquanta porci, tutti scrofe da razza; ma i verri dormivano fuori ed erano di gran lunga meno numerosi, poiché i pretendenti continuavano a mangiarseli, e il porcaro doveva mandar loro continuamente il meglio che aveva. C'erano trecentosessanta porci, e i quattro cani del guardiano, feroci come lupi, dormivano sempre con loro. Il porcaro in quel momento stava tagliando un paio di sandali da una buona e robusta pelle di bue. Tre dei suoi uomini erano fuori a pascolare i porchi chi in un luogo chi in un altro, e aveva mandato il quarto in città con un verro che aveva dovuto mandare ai pretendenti perché lo sacrificassero e si saziassero di carne.

Quando i cani videro Ulisse, si misero ad abbaiare furiosamente e gli si avventarono contro, ma Ulisse fu abbastanza astuto da sedersi e lasciar cadere il bastone che aveva in mano; pure, l'avrebbero sbranato nella sua propria fattoria se il porcaro non avesse lasciato cadere la pelle di bue, non fosse corso a tutta velocità attraverso il cancello del recinto e non avesse cacciato i cani a forza di grida e di sassi. Poi disse a Ulisse: «Vecchio, i cani ti avrebbero ridotto male, e così mi avresti cacciato nei guai. Gli dèi mi hanno già dato abbastanza affanni senza quello, poiché ho perduto il migliore dei padroni, e sono in continuo dolore per lui. Debbo aver cura di porci perché altri se li mangino, mentre lui, se pur vive ancora per vedere la luce del sole, langue di fame in qualche terra lontana. Ma entra, e dopo che avrai fatto il pieno di pane e vino, dimmi di dove vieni, e raccontami le tue disgrazie».

Allora il porcaro lo precedette nella capanna e lo invitò a sedersi. Sparse sul pavimento un buono e folto letto di giunchi, e sopra vi gettò la pelle pelosa di camoscio — una grossa e spessa — su cui soleva dormire di notte. Ulisse fu lieto d'esser così accolto, e disse: «Giove, signore, e gli altri dèi vi concedano il vostro desiderio in compenso della maniera cortese con cui m'avete accolto».

A questo tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Forestiero, anche se venisse qui un uomo ancor più povero, non sarebbe giusto ch'io l'insultassi, perché tutti i forestieri e i mendicanti vengono da Giove. Devi prendere ciò che puoi avere ed esserne grato, poiché i servi vivono nel timore quando hanno giovani signori per padroni; e questa è ora la mia disgrazia, perché il cielo ha impedito il ritorno di colui che sarebbe stato sempre buono con me e mi avrebbe dato qualcosa di mio — una casa, un pezzo di terra, una bella moglie, e quant'altro un padrone liberale concede a un servo che ha duramente lavorato per lui, e la cui fatica gli dèi hanno prosperato come hanno prosperato la mia nella condizione che occupo. Se il mio padrone fosse invecchiato qui, avrebbe fatto grandi cose per me, ma se n'è andato, e vorrei che l'intera stirpe d'Elena fosse sterminata, perché è stata la morte di tanti uomini valenti. Fu questa faccenda che portò il mio padrone a Ilio, la terra dei nobili destrieri, a combattere i Troiani per la causa del re Agamennone».

Mentre parlava si cinse la cintura e andò alle stalle dove i giovani porcellini lattanti erano chiusi. Ne scelse due che portò con sé e sacrificò. Li scottò, li tagliò e li infilzò allo spiedo; quando la carne fu cotta la portò dentro tutta e la mise davanti a Ulisse, calda ancora sullo spiedo; Ulisse vi sparse sopra farina d'orzo bianca. Il porcaro poi mescolò il vino in una ciotola di legno d'edera, e prendendo posto di fronte a Ulisse lo invitò a cominciare.

«Attacca, forestiero», disse, «con un piatto di carne di servo. I porci grassi toccano ai pretendenti, che se li mangiano senza vergogna né scrupolo; ma i beati dèi non amano tali vergognose azioni, e rispettano chi fa ciò che è lecito e giusto. Persino i fieri predoni che vanno a saccheggiare la terra altrui, e Giove dà loro il bottino — anch'essi, dopo che hanno riempito le navi e son tornati a casa, vivono in tormento di coscienza, e temono il giudizio; ma qualche dio sembra aver detto a questa gente che Ulisse è morto e sparito; essi non torneranno, dunque, alle loro case per fare le loro proposte di matrimonio secondo il costume, ma sperperano la sua sostanza con la forza, senza timore né misura. Non v'è giorno o notte che scenda dal cielo in cui non sacrifichino non già una sola vittima o due soltanto, e han libero corso del suo vino, poiché egli era oltremodo ricco. Nessun altro grande uomo, o in Itaca o sulla terraferma, è ricco come era lui; ne aveva quanto venti uomini insieme. Vi dirò quel che aveva. Vi sono dodici mandrie di buoi sulla terraferma, e altrettanti greggi di pecore; vi sono anche dodici greggi di porci, mentre i suoi uomini e stranieri assoldati gli allevano dodici mandrie sparse di capre. Qui in Itaca egli tiene altresì grandi greggi di capre all'estremità dell'isola, e sono affidati a ottimi caprai. Ciascuno di costoro manda ogni giorno ai pretendenti il miglior caprone del gregge. Quanto a me, son io che ho cura dei porci che vedi qui, e debbo scegliere sempre il meglio che ho e mandarlo a loro».

Questo fu il suo racconto, ma Ulisse continuò a mangiare e bere con avidità senza una parola, meditando la sua vendetta. Quando ebbe mangiato abbastanza e fu sazio, il porcaro prese la ciotola dalla quale soleva bere, la riempì di vino e la porse a Ulisse, che ne fu lieto, e disse nel riceverla in mano: «Amico mio, chi era questo tuo padrone che ti comprò e ti pagò, tanto ricco e potente come mi dici? Dici che periù per la causa del re Agamennone; dimmi chi era, ché forse ho incontrato qualcuno come lui. Giove e gli altri dèi lo sanno, ma io posso darti notizie di lui, poiché ho molto viaggiato».

Eumeo rispose: «Vecchio mio, nessun viaggiatore che venga qui con notizie riuscirà a convincere la moglie e il figlio di Ulisse della sua storia. Eppure i mendicanti in cerca di un alloggio continuano ad arrivare con la bocca piena di menzogne, e neppure una parola di verità: chiunque riesca a raggiungere Itaca va dalla mia padrona e le racconta falsità, ed ella li accoglie, li tratta con ogni riguardo e li interroga in ogni modo, piangendo sempre come fanno le donne quando hanno perduto il marito. E anche tu, vecchio mio, in cambio di una camicia e di un mantello sapresti certo inventare una bellissima storia. Ma i lupi e gli uccelli da preda hanno già da tempo fatto a brani Ulisse, o i pesci del mare lo hanno divorato, e le sue ossa giacciono sepolte nella sabbia di qualche spiaggia straniera; egli è morto e scomparso, e brutto affare è questo per tutti i suoi amici — per me in particolare; dovunque io vada non potrò trovare un padrone così buono, neppure se tornassi a casa di mia madre e di mio padre, dove sono cresciuto. Non mi preoccupo tanto, però, dei miei genitori, benché desidererei tanto rivederli nella mia terra; è la perdita di Ulisse che mi affligge di più; non posso parlare di lui senza reverenza, anche se non è più qui, perché mi era molto affezionato e si prese cura di me a tal punto che ovunque egli sia io ne onorerò sempre la memoria».

«Amico mio», rispose Ulisse, «sei ben deciso e davvero difficile da persuadere circa il ritorno del tuo padrone; eppure non mi limiterò a dirlo, ma lo giurerò: egli sta per tornare. Non darmi nulla per la mia notizia finché non sarà effettivamente arrivato; allora potrai darmi una camicia e un mantello di buona fattura, se vorrai. Sono nel grande bisogno, ma non prenderò proprio nulla fino ad allora, perché odio un uomo — quanto odio il fuoco dell'inferno — che si lasci tentare dalla povertà al punto da mentire. Lo giuro per il re Giove, per i riti dell'ospitalità e per quel focolare di Ulisse al quale ora mi sono presentato: tutto avverrà certamente come ho detto. Ulisse tornerà in questo stesso anno; con la fine di questa luna e l'inizio della prossima sarà qui per fare vendetta di tutti coloro che maltrattano sua moglie e suo figlio».

A questo tu rispondesti, porcaio Eumeo: «Vecchio mio, non sarai pagato per aver portato buone notizie, e Ulisse non tornerà mai a casa; bevi il tuo vino in pace e parliamo d'altro. Non continuare a rammentarmi tutto ciò; mi fa sempre soffrire quando qualcuno parla del mio onorato padrone. Quanto al tuo giuramento, lasciamo perdere; ma io desidero soltanto che egli torni, come lo desiderano Penelope, il vecchio padre Laerte e il figlio Telemaco. Sono terribilmente in ansia anche per questo suo ragazzo: stava crescendo rapidamente, diventando uomo, e prometteva di non essere da meno del padre, nel volto e nella figura; ma qualcuno, dio o uomo che sia, gli ha sconvolto la mente, così è partito per Pilo per cercare notizie del padre, e i pretendenti gli tendono un'imboscata mentre fa ritorno, nella speranza di lasciare la casa di Arcesio senza un nome a Itaca. Ma non parliamo più di lui e lasciamo che venga preso, oppure che sfugga, se il figlio di Saturno stende su di lui la sua mano a proteggerlo. E ora, vecchio mio, raccontami la tua storia; dimmi anche, perché voglio saperlo, chi sei e da dove vieni. Parlami della tua città e dei tuoi genitori, con quale tipo di nave sei giunto, come l'equipaggio ti portò a Itaca e da quale paese dicevano di venire — perché di certo non sei potuto venire per terra».

E Ulisse rispose: «Te lo racconterò per intero. Se vi fossero carne e vino in abbondanza, e potessimo restare qui nella capanna senza far nulla se mangiare e bere mentre gli altri vanno al loro lavoro, potrei facilmente continuare a parlare per un anno intero senza mai finire la storia delle sventure con cui è piaciuto al cielo visitarmi.

Sono di nascita cretese; mio padre era un uomo agiato, il quale aveva molti figli nati dal matrimonio, mentre io ero figlio di una schiava che egli aveva comprato come concubina; ciononostante mio padre Castore, figlio di Ilace (della cui stirpe mi vanto, e che era tenuto nella più alta stima tra i Cretesi per la sua ricchezza, la sua prosperità e il valore dei suoi figli) mi pose allo stesso livello dei miei fratelli nati nel matrimonio. Quando, però, la morte lo condusse alla casa di Ade, i suoi figli si divisero il patrimonio e tirarono a sorte le parti, ma a me toccarono un podere e poco altro; ciononostante il mio valore mi permise di sposarmi in una famiglia ricca, perché non ero incline alla spacconeria né a tirarmi indietro sul campo di battaglia. Ora è tutto finito; eppure, se guardi la paglia puoi capire come fosse la spiga, perché di guai ne ho avuti fin troppo e da avanzare. Marte e Minerva mi resero valoroso in guerra; quando avevo scelto i miei uomini per sorprendere il nemico con un'imboscata, non davo alla morte nemmeno un pensiero, ma ero il primo a scattare in avanti e a colpire con la lancia tutti quelli che potevo raggiungere. Tale ero io in battaglia, ma non mi curavo del lavoro dei campi, né della vita frugale di chi vorrebbe allevare figli. Il mio diletto erano le navi, i combattimenti, i giavellotti e le frecce — cose che fanno inorridire la maggior parte degli uomini al solo pensarci; ma un uomo ama una cosa e un altro un'altra, e questa era l'attività verso cui ero più naturalmente portato. Prima che gli Achei andassero a Troia, per nove volte fui al comando di uomini e navi in servizio all'estero, e accumulai molte ricchezze. In un primo momento ebbi la mia parte di bottino, e molto altro mi fu assegnato in seguito.

La mia casa crebbe in fretta e divenni un grande uomo tra i Cretesi, ma quando Giove consigliò quella spedizione terribile, nella quale tanti perirono, il popolo richiese me e Idomeneo per guidare le loro navi a Troia, e non c'era modo di sottrarsi, perché insistevano che lo facessimo. Lì combattevamo per nove anni interi, ma nel decimo saccheggiammo la città di Priamo e tornammo a navigare verso casa, come il cielo ci disperse. Fu allora che Giove macchinò il male contro di me. Trascorsi un solo mese felice con i miei figli, mia moglie e i miei beni, e poi concepii l'idea di fare una incursione in Egitto, così allestii una bella flotta e la equipaggiai. Avevo nove navi, e la gente accorreva a riempirle. Per sei giorni io e i miei uomini facemmo festa, e io procurai loro molte vittime sia per il sacrificio agli dèi sia per loro stessi; ma il settimo giorno salpammo da Creta con un bel vento di settentrione alle spalle, benché stessimo risalendo un fiume. Nulla andò male per nessuna delle nostre navi, e non ci furono malattie a bordo, ma restammo dove eravamo e lasciammo che le navi andassero come il vento e i timonieri le guidavano. Il quinto giorno raggiungemmo il fiume Egitto; là ormeggiai le mie navi nel fiume, ordinando ai miei uomini di restare presso di esse e di sorvegliarle, mentre io mandavo esploratori a ricognire da ogni altura.

Ma gli uomini disubbidirono ai miei ordini, seguirono il proprio capriccio e devastarono la terra degli Egiziani, uccidendo gli uomini e prendendo prigioniere le loro mogli e i loro figli. L'allarme fu ben presto portato in città, e quando udirono il grido di guerra, la gente uscì all'alba finché la pianura fu piena di cavalieri e fanti e del bagliore delle armature. Allora Giove sparse il panico tra i miei uomini, ed essi non vollero più affrontare il nemico, perché si trovarono accerchiati. Gli Egiziani ne uccisero molti di noi, e presero gli altri vivi per costringerli ai lavori forzati per loro. Giove, però, mi mise in mente di fare così — e vorrei essere morto là in Egitto, perché molte altre sventure mi attendevano — mi tolsi l'elmo e lo scudo e lasciai cadere la lancia dalla mano; poi andai dritto fino al carro del re, gli abbracciai le ginocchia e le baciai; ed egli mi risparmiò la vita, mi disse di salire sul suo carro e mi portò piangente nella sua dimora. Molti mi assalirono con le loro lance di frassino e tentarono di uccidermi nella loro furia, ma il re mi protesse, perché temeva l'ira di Giove protettore degli stranieri, che punisce chi fa il male.

Restai là per sette anni e radunai molto denaro tra gli Egiziani, perché tutti mi diedero qualcosa; ma quando ormai si andava verso l'ottavo anno giunse un certo Fenicio, un furbo furfante, che aveva già commesso ogni sorta di scelleratezze, e costui mi convinse ad andare con lui in Fenicia, dove si trovavano la sua casa e i suoi beni. Restai là per dodici mesi interi, ma alla fine di quel tempo, quando mesi e giorni passarono finché tornò la stessa stagione, mi imbarcò su una nave diretta in Libia, con il pretesto che dovevo portare con me un carico fino a quel luogo, ma in realtà per vendermi come schiavo e intascare il denaro che avrei fruttato. Sospettai la sua intenzione, ma salii a bordo con lui, perché non potevo farne a meno.

La nave corse davanti a un fresco vento di settentrione finché raggiungemmo il mare che si stende tra Creta e la Libia; là però Giove decise la loro rovina, perché non appena fummo ben al largo di Creta e non si vedeva nulla tranne mare e cielo, egli sollevò una nuvola nera sopra la nostra nave e il mare si fece scuro sotto di essa. Poi Giove scagliò i suoi fulmini e la nave girò su sé stessa e si riempì di fuoco e zolfo mentre il lampo la colpiva. Gli uomini caddero tutti in mare; venivano portati qua e là nell'acqua intorno alla nave, simili a tanti gabbiani, ma il dio ben presto tolse loro ogni possibilità di tornare a casa. Io ero tutto sbigottito. Giove, però, mi mandò a portata di mano l'albero della nave, il che mi salvò la vita, perché mi ci aggrappai e venni trascinato dalla furia della tempesta. Per nove giorni andai alla deriva, ma nel buio della decima notte una grande onda mi portò sulla costa dei Tesprozi. Là Fidone, re dei Tesprozi, mi ospitò con grande generosità senza chiedermi nulla — perché suo figlio mi trovò quando ero quasi morto di freddo e di stanchezza, ed egli mi rialzò prendendomi per mano, mi portò a casa di suo padre e mi diede vestiti da indossare.

Fu là che udii notizie di Ulisse, perché il re mi disse di averlo ospitato e di averlo trattato con grande generosità mentre era in viaggio verso casa. Mi mostrò anche il tesoro di oro e di ferro lavorato che Ulisse aveva radunato. Ce n'era abbastanza per mantenere la sua famiglia per dieci generazioni, tanto ne aveva lasciato nella casa del re Fidone. Ma il re disse che Ulisse era andato a Dodona per conoscere il volere di Giove dall'alta quercia del dio, e sapere se, dopo una così lunga assenza, dovesse tornare a Itaca apertamente o in segreto. Inoltre il re giurò in mia presenza, facendo libagioni nella sua stessa casa mentre lo faceva, che la nave era pronta sulla riva e l'equipaggio pronto, quello che doveva portarlo nella sua terra. Tuttavia mi congedò prima che Ulisse tornasse, perché capitò che una nave tesprozia salpasse per l'isola ferace di grano di Dulichio, ed egli disse a quelli che erano al comando di essa di essere certi di portarmi sano e salvo dal re Acasto.

Quelli ordirono contro di me un complotto che mi avrebbe ridotto alla più nera delle miserie, perché, quando la nave si fu un po' allontanata dalla terra, decisero di vendermi come schiavo. Mi strapparono la camicia e il mantello che indossavo e mi diedero invece i cenci logori che vedi ora addosso a me; poi, verso il calar della notte, raggiunsero le terre coltivate di Itaca, e là mi legarono con una fune robusta, ben stretto nella nave, mentre essi andavano a terra per cenare sulla riva del mare. Ma gli dèi ben presto mi sciolsero i legacci e, dopo essermi tirato i cenci sulla testa, scivolai giù per il timone in mare, dove nuotai finché non fui ben lontano da loro, e approdai presso un folto bosco nel quale mi nascosi. Essi erano molto adirati per la mia fuga e mi cercarono qua e là, finché alla fine pensarono che non valesse la pena di continuare e tornarono alla loro nave. Gli dèi, dopo avermi così facilmente nascosto, mi condussero allora alla porta di un uomo buono — perché a quanto pare non devo ancora morire».

A questo tu rispondesti, porcaio Eumeo: «Povero sventurato straniero, ho trovato la storia delle tue disgrazie estremamente interessante, ma quella parte su Ulisse non torna; e non riuscirai mai a farmela credere. Perché mai un uomo come te dovrebbe andare in giro a raccontare menzogne in questo modo? Io so tutto del ritorno del mio padrone. Gli dèi, tutti quanti, lo detestano, o lo avrebbero preso davanti a Troia, o lo avrebbero lasciato morire tra gli amici quando i giorni della sua lotta fossero finiti; perché allora gli Achei avrebbero eretto un tumulo sulle sue ceneri e suo figlio sarebbe stato erede della sua fama, ma ora i venti della tempesta lo hanno fatto sparire, non sappiamo dove.

Per quanto mi riguarda, vivo qui in disparte con i porci, e non vado in città se non quando Penelope mi manda a chiamare all'arrivo di qualche notizia su Ulisse. Allora si siedono tutti in cerchio e fanno domande, sia quelli che piangono per l'assenza del re, sia quelli che ne gioiscono perché possono mangiarsi i suoi beni senza pagarli. Quanto a me, non mi è più capitato di chiedere a nessuno dal tempo in cui fui ingannato da un Etolo, che aveva ucciso un uomo ed era venuto da lontano finché alla fine raggiunse la mia dimora, e io fui molto gentile con lui. Disse di aver visto Ulisse con Idomeneo tra i Cretesi, intento a riparare le sue navi che erano state danneggiate in una tempesta. Disse che Ulisse sarebbe tornato nell'estate o nell'autunno seguente con i suoi uomini, e che avrebbe riportato molte ricchezze. E ora tu, tu sfortunato vecchio, poiché il destino ti ha portato alla mia porta, non cercare di lusingarmi in questo modo con vane speranze. Non è per un tale motivo che ti tratterò bene, ma solo per rispetto verso Giove, il dio dell'ospitalità, perché lo temo e ho pietà di te».

Ulisse rispose: «Vedo che sei di animo incredulo; ti ho dato il mio giuramento, e tuttavia non vuoi credermi; facciamo allora un patto, e chiamiamo a testimoni tutti gli dèi del cielo. Se il tuo padrone torna a casa, dammi un mantello e una camicia di buona fattura e mandami a Dulichio, dove voglio andare; ma se non torna come dico io, aizzami contro i tuoi uomini e di' loro di gettarmi da quel precipite, come avvertimento ai mendicanti perché non se ne vadano in giro per il paese a raccontare bugie».

«E una bella figura farei allora», rispose Eumeo, «sia ora sia in futuro, se ti uccidessi dopo averti accolto nella mia capanna e averti usato ospitalità. Dovrei dire le mie preghiere davvero sul serio se lo facessi; ma è proprio l'ora di cena e spero che i miei uomini vengano subito, così che possiamo cucinare qualcosa di saporito per la cena».

Così conversavano, e subito i porcai vennero su con i porci, che furono poi chiusi per la notte nelle loro stalle, e un banchino straordinario fecero mentre venivano spinti dentro. Ma Eumeo chiamò i suoi uomini e disse: «Portate dentro il miglior porco che avete, perché io possa sacrificarlo per questo straniero, e noi ne ricaveremo la nostra parte. Abbiamo avuto abbastanza guai in tutto questo tempo a nutrire i porci, mentre altri colgono il frutto del nostro lavoro».

A queste parole cominciò a spaccare legna da ardere, mentre gli altri portarono dentro un bel porco grasso di cinque anni e lo posero presso l'altare. Eumeo non dimenticò gli dèi, perché era un uomo di sani principi, così la prima cosa che fece fu tagliare delle setole dal grifo del porco e gettarle nel fuoco, pregando tutti gli dèi mentre lo faceva, perché Ulisse potesse tornare a casa. Poi colpì il porco con un ciocco di quercia che aveva tenuto da parte mentre spaccava la legna, e lo stordì, mentre gli altri lo sgozzavano e lo scottavano. Poi lo tagliarono a pezzi, ed Eumeo cominciò mettendo dei pezzi crudi di ciascun taglio sopra un po' di grasso; li cosparse di farina d'orzo e li pose sulle braci; tagliarono il resto della carne a pezzi piccoli, infilarono i pezzi negli spiedi e li arrostirono finché non furono cotti; quando li tolsero dagli spiedi li gettarono sul tagliere in un mucchio. Il porcaio, che era un uomo quanto mai equo, si alzò poi per dare a ciascuno la sua parte. Fece sette porzioni; una di queste la mise da parte per Mercurio figlio di Maia e per le ninfe, pregandole mentre lo faceva; le altre le distribuì agli uomini, uno per uno. Diede a Ulisse alcune fette tagliate per il lungo lungo il lombo, in segno di speciale onore, e Ulisse ne fu molto lieto. «Spero, Eumeo», disse, «che Giove sia altrettanto ben disposto verso di te come lo sono io, per il rispetto che mostri verso un fuoriuscito come me».

A questo tu rispondesti, porcaio Eumeo: «Mangia, amico mio, e gustati la cena, per quello che vale. Dio concede questo e nega quello, come gli pare giusto, perché può fare qualunque cosa voglia».

Mentre parlava tagliò il primo pezzo e lo offerse come olocausto agli dèi immortali; poi fece una libagione, mise la coppa nelle mani di Ulisse e si sedette alla sua porzione. Mesaulio portò loro il pane; il porcaio aveva preso quell'uomo di sua iniziativa tra i Tafii durante l'assenza del suo padrone, e lo aveva pagato di tasca propria senza dire nulla né alla padrona né a Laerte. Poi essi stesero le mani sulle prelibatezze che erano davanti a loro, e quando ebbero mangiato e bevuto a sazietà, Mesaulio portò via ciò che restava del pane, e tutti andarono a letto dopo aver fatto una cena abbondante.

Ma venne la notte, tempestosa e molto oscura, perché non c'era la luna. Pioveva senza tregua, e il vento soffiava forte da Ovest, che è un quadrante di piogge, cosicché Ulisse pensò di vedere se Eumeo, nella sua squisita sollecitudine verso di lui, si sarebbe tolto il proprio mantello per darglielo, o avrebbe indotto qualcuno dei suoi uomini a dargliene uno. «Ascoltatemi», disse, «Eumeo e voi tutti; dopo aver detto una preghiera, vi racconterò qualcosa. È il vino che mi fa parlare in questo modo; il vino può indurre anche un uomo saggio a mettersi a cantare; lo fa ridacchiare e ballare e dire molte parole che sarebbe meglio lasciare inespresse; tuttavia, dato che ho cominciato, continuerò. Magari fossi ancora giovane e forte come quando organizzammo un'imboscata davanti a Troia. Menelao e Ulisse erano i capi, ma il comando spettava anche a me, perché gli altri due così vollero. Quando fummo giunti al muro della città, ci accovacciammo sotto le nostre armi e giacemmo al riparo delle canne e del folto sottobosco che cresceva intorno alla palude. Cominciò a gelare con un vento di Tramontana; la neve cadeva minuta e fine come brina, e i nostri scudi si ricoprirono di un fitto strato di gelo. Gli altri avevano tutti mantelli e tuniche, e dormivano abbastanza comodamente con gli scudi sulle spalle, ma io avevo lasciato il mio mantello dietro di me per distrazione, non pensando che avrei patito il freddo, e me n'ero andato con nient'altro che la tunica e lo scudo. Quando la notte era a due terzi e le stelle avevano mutato posizione, diedi di gomito a Ulisse che mi era accanto, ed egli subito mi porse ascolto.

«"Ulisse", dissi, "questo freddo sarà la mia morte, perché non ho mantello; qualche dio mi ha raggirato facendomi andare con nient'altro che la tunica, e non so cosa fare."

«Ulisse, che era astuto quanto valoroso, escogitò il seguente piano:

«"Sta' zitto", disse a bassa voce, "o gli altri ti sentiranno." Poi sollevò la testa sul gomito.

«"Amici miei", disse, "ho avuto un sogno dal cielo nel sonno. Siamo lontani dalle navi; vorrei che qualcuno scendesse a dire ad Agamennone di mandarci subito altri uomini."

«A queste parole Toante figlio di Andremone si tolse il mantello e partì di corsa verso le navi, onde io presi il mantello e giacqui dentro di esso abbastanza comodamente fino al mattino. Magari fossi ancora giovane e forte come in quei giorni, perché allora qualcuno di voi porcai mi darebbe un mantello sia per benevolenza sia per il rispetto dovuto a un prode soldato; ma ora la gente mi disprezza perché i miei vestiti sono logori.»

Ed Eumeo rispose: «Vecchio, ci hai raccontato un'ottima storia, e finora non hai detto nulla che non sia del tutto soddisfacente; per il momento, dunque, non ti mancherà né un vestito né qualsiasi altra cosa che un forestiero in disgrazia possa ragionevolmente aspettarsi, ma domattina dovrai scuotere attorno al tuo corpo i tuoi vecchi stracci di nuovo, perché qui non abbiamo molti mantelli o tuniche di ricambio, ma ciascuno ne ha soltanto una. Quando il figlio di Ulisse tornerà a casa, ti darà sia il mantello sia la tunica, e ti manderà ovunque tu voglia andare.»

Detto questo si alzò e preparò un giaciglio per Ulisse gettando a terra alcune pelli di capra e di pecora davanti al fuoco. Qui Ulisse si coricò, ed Eumeo lo coprì con un grande mantello pesante che teneva per il cambio in caso di maltempo straordinariamente cattivo.

Così Ulisse dormì, e i giovani dormirono accanto a lui. Ma al porcaio non piaceva dormire lontano dai suoi maiali, perciò si preparò per uscire, e Ulisse fu lieto di vedere che badava alla sua roba durante l'assenza del suo padrone. Prima si mise la spada sulle robuste spalle e indossò un mantello spesso per ripararsi dal vento. Prese anche la pelle di una capra grande e ben pasciuta, e un giavellotto in caso di attacco da uomini o cani. Così equipaggiato se ne andò al suo riposo dove i maiali si accampavano sotto una roccia sporgente che li riparava dalla Tramontana.

LIBRO XV

MINERVA CONVOCA TELEMACO DA LACEDEMONE—EGLI INCONTRA TEOCLIMENO A PILO E LO PORTA A ITHACA—SBARCATO, VA ALLA CAPANNA DI EUMEO.

Ma Minerva si recò nella bella città di Lacedemone per dire al figlio di Ulisse che doveva tornare subito. Lo trovò insieme a Pisistrato che dormivano nel cortile anteriore della casa di Menelao; Pisistrato dormiva profondamente, ma Telemaco non riuscì a trovare riposo per tutta la notte pensando al suo infelice padre, così Minerva gli si accostò e disse:

«Telemaco, non devi restare così lontano da casa ancora a lungo, né lasciare le tue sostanze con gente così pericolosa nella tua casa; si mangeranno tutto ciò che hai fra loro, e tu sarai stato in viaggio per un folle. Chiedi a Menelao di farti tornare a casa subito, se vuoi trovare la tua eccellente madre ancora lì quando rientri. Suo padre e i suoi fratelli già la spronano a sposare Eurimaco, che le ha offerto più di tutti gli altri, e ha continuato ad aumentare di molto i suoi doni di nozze. Spero che nulla di prezioso sia stato portato via dalla casa nonostante te, ma tu sai come sono le donne—vogliono sempre fare il meglio possibile per l'uomo che sposano, e non pensano più ai figli del loro primo marito, né al loro padre quand'è morto e finito. Va' dunque a casa, e affida tutto alla più rispettabile delle tue serve, finché il cielo non vorrà mandarti una moglie tua. Lascia che ti dica anche un'altra questione cui è meglio che tu badi. I principali fra i pretendenti ti stanno tendendo un agguato nello Stretto fra Itaca e Samo, e intendono ucciderti prima che tu possa raggiungere casa. Non credo molto che avranno successo; è più probabile che qualcuno di coloro che ora si mangiano le tue sostanze troverà lui una tomba. Naviga notte e giorno, e tieni la nave ben lontana dalle isole; il dio che veglia su di te e ti protegge ti manderà un vento favorevole. Appena giunto a Itaca, manda la tua nave e i tuoi uomini in città, ma tu va' dritto dal porcaio che custodisce i tuoi maiali; egli è ben disposto verso di te, resta dunque con lui per la notte, e poi mandalo da Penelope a dirle che sei tornato salvo da Pilo.»

Poi lei tornò sull'Olimpo; ma Telemaco punzecchiò Pisistrato col tallone per svegliarlo, e disse: «Svegliati, Pisistrato, e attacca i cavalli al carro, perché dobbiamo partire per casa.»

Ma Pisistrato disse: «Per quanta fretta abbiamo, non possiamo guidare nel buio. Sarà mattino presto; aspetta che Menelao abbia portato i suoi doni e li abbia messi nel carro per noi; e che ci dica addio nel modo consueto. Finché vive, un ospite non deve mai dimenticare un padrone di casa che gli abbia mostrato cortesia.»

Mentre così parlava cominciò a spuntare il giorno, e Menelao, che si era già alzato, lasciando Elena a letto, venne verso di loro. Quando Telemaco lo vide, si infilò la tunica più in fretta che poté, si gettò sulle spalle un grande mantello, e gli uscì incontro. «Menelao», disse, «lasciami tornare ora al mio paese, perché desidero rientrare a casa.»

E Menelao rispose: «Telemaco, se insisti ad andare non ti tratterrò. Non mi piace vedere un padrone di casa né troppo affezionato al suo ospite, né troppo rude con lui. La moderazione è il meglio in ogni cosa, e non lasciar andare un uomo quando vuole farlo è brutto quanto dirgli di andare se vorrebbe restare. Si deve trattare bene un ospite finché è in casa e accompagnarlo quando vuole andarsene. Aspetta, dunque, finché non potrò mettere i tuoi begli oggetti nel tuo carro, e che tu li abbia visti con i tuoi occhi. Dirò alle donne di preparare un pranzo sufficiente per te con ciò che ci sia in casa; sarà insieme più appropriato e meno costoso per te consumare il pranzo prima di intraprendere un viaggio così lungo. Se inoltre ti va di fare un giro per l'Ellade o nel Peloponneso, attaccherò i miei cavalli, e ti condurrò io stesso attraverso tutte le nostre principali città. Nessuno ci rimanderà a mani vuote; ciascuno ci darà qualcosa—un treppiede di bronzo, un paio di muli, o una coppa d'oro.»

«Menelao», rispose Telemaco, «voglio andare a casa subito, perché quando partii lasciai le mie sostanze senza protezione, e temo che, cercando mio padre, finirò per rovinarmi io stesso, o scoprirò che qualcosa di prezioso è stato rubato durante la mia assenza.»

Quando Menelao udì ciò, disse immediatamente a sua moglie e ai servi di preparare un pranzo sufficiente con ciò che ci fosse in casa. In quel momento gli si unì Eteoneo, perché viveva poco distante e si era appena alzato; così Menelao gli disse di accendere il fuoco e cuocere della carne, ed egli lo fece subito. Poi Menelao scese nella sua profumata dispensa, non solo, ma Elena scese con lui, insieme a Megapente. Quando raggiunse il luogo dove si custodivano i tesori della sua casa, scelse una coppa doppia, e disse a suo figlio Megapente di portare anche una coppa per mescere d'argento. Frattanto Elena andò al forziere dove teneva le splendide vesti che aveva fatto con le sue mani, e ne prese una che era la più grande e la più splendidamente ricamata; brillava come una stella, e giaceva in fondo al forziere. Poi tutti tornarono attraverso la casa finché giunsero da Telemaco, e Menelao disse: «Telemaco, possa Giove, il possente sposo di Giunone, portarti sano e salvo a casa secondo il tuo desiderio. Ti farò ora dono del più bello e prezioso pezzo di vasellame in tutta la mia casa. È una coppa per mescere d'argento puro, tranne l'orlo, che è intarsiato d'oro, ed è opera di Vulcano. Fedimo re dei Sidoni me ne fece dono in occasione di una visita che gli feci mentre ero sulla via del ritorno. Vorrei dartelo.»

Con queste parole pose la coppa doppia nelle mani di Telemaco, mentre Megapente portò la bella coppa per mescere e la mise davanti a lui. Accanto stava la splendida Elena con la veste pronta in mano.

«Anch'io, figlio mio», disse, «ho qualcosa per te come ricordo dalla mano di Elena; è perché la tua sposa lo indossi nel giorno delle nozze. Frattanto, fai che la tua cara madre lo conservi per te; così possa tu tornare lieto al tuo paese e alla tua casa.»

Così dicendo gli porse la veste ed egli la ricevette con gioia. Poi Pisistrato mise i doni nel carro, e li ammirò tutti mentre lo faceva. Presto Menelao prese con sé Telemaco e Pisistrato dentro casa, e tutti e due si misero a tavola. Una serva portò loro acqua in un bel vaso d'oro, e la versò in un bacile d'argento perché si lavassero le mani, e accostò un tavolo pulito accanto a loro; un servo di rango portò loro il pane e offrì loro molte cose buone di ciò che c'era in casa. Eteoneo tagliò la carne e diede loro ciascuno la propria porzione, mentre Megapente versò il vino. Poi stesero le mani sulle prelibatezze che erano davanti a loro, ma appena ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, Telemaco e Pisistrato attaccarono i cavalli, e presero il loro posto nel carro. Uscirono attraverso il portale interno e sotto la volta echeggiante del vestibolo del cortile esterno, e Menelao li seguì con una coppa d'oro nella mano destra perché potessero fare una libagione prima di partire. Si fermò davanti ai cavalli e brindò a loro, dicendo: «Addio a entrambi; fate in modo di dire a Nestore come vi ho trattato, perché egli fu gentile con me come qualsiasi padre mentre gli Achei combattevamo davanti a Troia.»

«Stai certo, signore», rispose Telemaco, «che gli diremo ogni cosa non appena lo vedremo. Vorrei essere altrettanto sicuro di trovare Ulisse tornato quando rientrerò a Itaca, da potergli dire della grandissima cortesia che mi avete mostrata e dei molti begli oggetti che porto con me.»

Mentre così parlava un uccello gli volò sulla destra—un'aquila con una grande oca bianca negli artigli che aveva portato via dal cortile della fattoria—e tutti gli uomini e le donne gli correvano dietro gridando. Venne proprio vicino a loro e volò via sulla loro destra davanti ai cavalli. Quando lo videro, furono contenti, e il loro cuore trovò conforto dentro di sé, onde Pisistrato disse: «Dimmi, Menelao, questo presagio il cielo lo ha mandato per noi o per te?»

Menelao stava pensando quale fosse la risposta più appropriata da dare, ma Elena fu più svelta di lui e disse: «Io leggerò questo evento come il cielo lo ha messo nel mio cuore, e come non dubito che avverrà. L'aquila venne dal monte dove fu generata e ha il nido, e allo stesso modo Ulisse, dopo aver molto viaggiato e molto patito, tornerà a prendersi la sua vendetta—se già non è tornato e non sta già preparando guai per i pretendenti.»

«Così Giove voglia concedere», rispose Telemaco, «se dovesse risultare vero, io ti farò voti come se fossi una dea, anche quando sarò a casa.»

Mentre così parlava frustò i cavalli ed essi partirono a tutta velocità attraverso la città verso la campagna aperta. Oscillarono il giogo sui loro colli e viaggiarono l'intero giorno fino a quando il sole tramò e l'oscurità fu sopra tutta la terra. Allora raggiunsero Fere, dove viveva Diocle che era figlio di Ortiloco, figlio di Alfeo. Lì passarono la notte e furono trattati con ospitalità. Quando la figlia del mattino, l'alba dalle rosee dita, apparve, di nuovo attaccarono i cavalli e i loro posti nel carro. Uscirono attraverso il portale interno e sotto la volta echeggiante del vestibolo del cortile esterno. Poi Pisistrato incitò i cavalli ed essi volarono in avanti senza sforzo; non tardarono a giungere a Pilo, e allora Telemaco disse:

«Pisistrato, spero che mi prometterai di fare ciò che sto per chiederti. Tu sai che i nostri padri erano amici prima di noi; inoltre, siamo coetanei, e questo viaggio ci ha legati ancor più strettamente; non portarmi dunque oltre la mia nave, ma lasciami là, perché se vado a casa di tuo padre cercherà di trattenermi nel calore della sua benevolenza verso di me, e io devo tornare a casa subito.»

Pisistrato pensò come avrebbe fatto secondo quanto gli era stato chiesto, e alla fine ritenne fosse meglio dirigere i cavalli verso la nave, e mettere i begli oggetti d'oro e le vesti dono di Menelao a poppa della nave. Poi disse: «Sali a bordo subito e dì ai tuoi uomini di fare altrettanto prima che io possa arrivare a casa per dirlo al padre mio. So quanto è ostinato, e sono sicuro che non ti lascerà andare; scenderà qui a prenderti, e non tornerà senza di te. Ma sarà molto adirato.»

Detto questo, guidò i suoi belli destrieri indietro verso la città dei Pili e raggiunse ben presto la sua casa, ma Telemaco convocò gli uomini e diede i suoi ordini. «Ora, uomini miei», disse, «mettete tutto in ordine a bordo della nave, e partiamo verso casa.»

Così egli parlò, ed essi salirono a bordo proprio come lui aveva detto. Ma mentre Telemaco era così occupato, pregando e sacrificando a Minerva a poppa della nave, gli si avvicinò un uomo venuto da un paese lontano, un indovino, che fuggiva da Argo perché aveva ucciso un uomo. Discendeva da Melampo, che un tempo viveva a Pilo, la terra delle pecore; era ricco e possedeva una grande casa, ma fu cacciato in esilio dal grande e potente re Neleo. Neleo sequestrò i suoi beni e li tenne per un anno intero, durante il quale egli fu un prigioniero stretto nella casa del re Filaco, e in grande angustia di spirito sia a causa della figlia di Neleo sia perché era tormentato da un grande dolore che la terribile Erinni gli aveva inflitto. Alla fine, tuttavia, scampò con la vita, portò il bestiame da Filace a Pilo, vendicò il torto che gli era stato fatto, e diede la figlia di Neleo a suo fratello. Poi lasciò il paese e andò ad Argo, dove era destino che regnasse su molti popoli. Lì si sposò, si stabilì, ed ebbe due figli famosi, Antifate e Mantio. Antifate divenne padre di Oicleo, e Oicleo di Anfiarao, che fu caro tanto a Giove quanto ad Apollo, ma non raggiunse la vecchiaia, perché fu ucciso a Tebe a causa dei doni di una donna. I suoi figli furono Alcmeone e Anfiloco. Mantio, l'altro figlio di Melampo, fu padre di Polifeide e Clito. Aurora, assisa in trono d'oro, rapì Clito per la sua bellezza, perché abitasse fra gli immortali, ma Apollo fece di Polifeide il più grande indovino di tutto il mondo ora che Anfiarao era morto. Egli litigò con suo padre e andò a vivere a Iperesia, dove rimase e profetizzò per tutti gli uomini.

Suo figlio, Teoclimeno, fu colui che ora si avvicinò a Telemaco mentre faceva libagioni e pregava sulla sua nave. «Amico», disse, «ora che ti trovo a sacrificare in questo luogo, ti scongiuro per i tuoi sacrifici stessi, e per il dio al quale li offri, ti supplico anche per la tua testa e per quelle dei tuoi compagni, di dirmi la verità e nient'altro che la verità. Chi sei e di dove sei? Dimmi anche della tua città e dei tuoi genitori.»

Telemaco disse: «Ti risponderò molto sinceramente. Vengo da Itaca, e mio padre è Ulisse, per quanto sicuramente egli sia mai vissuto. Ma è giunto a una fine miseranda. Perciò ho preso questa nave e radunato la mia ciurma per vedere se posso avere qualche notizia di lui, poiché è lontano da molto tempo.»

«Anch'io», rispose Teoclimeno, «sono un esule, perché ho ucciso un uomo della mia stessa gente. Egli ha molti fratelli e parenti ad Argo, e costoro hanno grande potere fra gli Argivi. Io fuggo per scampare alla morte per mano loro, e sono dunque destinato a essere un vagabondo sulla faccia della terra. Sono tuo supplice; prendimi dunque a bordo della tua nave, affinché non mi uccidano, perché so che mi stanno inseguendo.»

«Non ti rifiuterò», replicò Telemaco, «se desideri unirti a noi. Vieni, dunque, e a Itaca ti tratterremo con ospitalità secondo ciò che abbiamo.»

Egli ricevette da lui la lancia di Teoclimeno e la depose sul ponte della nave. Salì a bordo e sedette a poppa, invitando Teoclimeno ad accomodarsi accanto a lui; allora gli uomini mollarono gli ormeggi. Telemaco ordinò loro di afferrare le funi, ed essi si affrettarono a obbedire. Innalzarono l'albero nella sua sede sulla traversa, lo drizzarono e lo assicurarono con i stralli, poi spiegarono le bianche vele con scotte di cuoio di bue ritorto. Minerva mandò loro un vento favorevole, fresco e gagliardo, che spingesse la nave sul suo cammino il più velocemente possibile. Così dunque costeggiarono Crouni e Calcite.

Poi il sole tramontò e le tenebre si stesero su tutta la terra. La nave compì una rapida traversata fino a Fea e di lì proseguì verso Elide, dove regnano gli Epei. Telemaco allora la diresse verso le isole erranti, chiedendosi in cuor suo se sarebbe sfuggito alla morte o sarebbe stato fatto prigioniero.

Intanto Ulisse e il porcaro stavano cenando nella capanna, e gli uomini pranzavano con loro. Come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, Ulisse cominciò a mettere alla prova il porcaro e a vedere se avrebbe continuato a trattarlo con benevolenza, e se gli avrebbe chiesto di restare nella stalla o di congedarlo verso la città; così disse:

«Eumeo, e voi tutti, domani voglio andarmene e cominciare a mendicare per la città, così da non essere più di peso a te o ai tuoi uomini. Dammi dunque il tuo consiglio, e indicami una guida che venga con me e mi mostri la strada. Percorrerò la città mendicando, come purtroppo devo fare, per vedere se qualcuno vorrà darmi un sorso di vino e un pezzo di pane. Vorrei anche recarmi alla casa di Ulisse e portare notizie del marito alla regina Penelope. Potrei poi aggirarmi tra i pretendenti e vedere se, nella loro abbondanza, vorranno offrirmi un pasto. Presto potrei diventare per loro un servo eccellente in ogni sorta di mansioni. Ascolta e credimi quando ti dico che, con la benedizione di Mercurio che dà grazia e buon nome alle opere di tutti gli uomini, non c'è nessuno vivente che farebbe un servo più abile di me — per aggiungere legna al fuoco, spaccare la legna, trinciare, cucinare, versare il vino, e compiere tutti quei servizi che i poveri devono fare per i loro superiori.»

Il porcaro fu molto turbato nell'udire ciò. «Mi aiutino gli dèi», esclamò, «che cosa mai può averti messo in testa un'idea simile? Se ti avvicinerai ai pretendenti sarai perduto di certo, poiché la loro superbia e la loro insolenza raggiungono il cielo stesso. Non penserebbero mai di prendere un uomo come te come servo. I loro servi sono tutti giovani, ben vestiti, che indossano bei mantelli e camicie, dai volti piacenti e i capelli sempre in ordine, le tavole sono tenute ben pulite e cariche di pane, carne e vino. Resta dunque dove sei; non sei d'impiccio a nessuno; a me non dispiace che tu sia qui, né a nessun altro, e quando Telemaco tornerà a casa ti darà una camicia e un mantello e ti manderà dove vorrai andare.»

Ulisse rispose: «Spero che tu possa essere caro agli dèi quanto lo sei a me, per avermi risparmiato dal vagabondare e dal cacciarmi nei guai; non c'è nulla di peggio che essere sempre in giro; eppure, quando gli uomini sono caduti in basso nel mondo, sopportano molte cose per il loro miserable ventre. Tuttavia, poiché mi preghi di restare qui e di attendere il ritorno di Telemaco, parlami della madre di Ulisse, e di suo padre che egli lasciò sulla soglia della vecchiaia quando partì per Troia. Sono ancora in vita, o sono già morti e nella casa di Ade?»

«Ti racconterò ogni cosa», rispose Eumeo. «Laerte è ancora vivo e prega il cielo di poter spirare in pace nella sua casa, poiché è terribilmente afflitto per l'assenza del figlio, e anche per la morte di sua moglie, che lo addolorò grandemente e lo invecchiò più di qualsiasi altra cosa. Lei giunse a una fine infelice per il dolore causatole dal figlio: che nessun amico o vicino che mi abbia trattato con gentilezza giunga a una tale fine come lei. Finché fu in vita, sebbene fosse sempre afflitta, mi piaceva vederla e chiederle come stesse, poiché mi aveva allevato insieme con sua figlia Ctimene, la più giovane dei suoi figli; eravamo ragazzo e ragazza insieme, e lei non faceva grande differenza tra noi. Quando, però, entrambi crescemmo, mandarono Ctimene a Same e ricevettero per lei una dote splendida. Quanto a me, la mia padrona mi diede una buona camicia e un mantello con un paio di sandali per i piedi, e mi mandò nella campagna, ma lei mi voleva bene proprio come sempre. Ora tutto ciò è finito. Eppure al cielo è piaciuto prosperare il mio lavoro nella condizione che ora occupo. Ho cibo e bevanda a sufficienza, e posso trovare qualcosa per qualsiasi forestiero rispettabile che venga qui; ma non c'è modo di ottenere una parola gentile o un gesto affettuoso dalla mia padrona, poiché la casa è caduta nelle mani di gente malvagia. I servi talvolta desiderano vedere la loro padrona e scambiare qualche parola con lei; gradiscono avere qualcosa da mangiare e da bere in casa, e qualcosa anche da portare con sé nella campagna. È questo che mantiene i servi di buon umore.»

Ulisse rispose: «Devi essere stato un ragazzino molto piccolo, Eumeo, quando fosti portato così lontano dalla tua casa e dai tuoi genitori. Dimmi, e dimmi il vero: la città in cui vivevano tuo padre e tua madre fu saccheggiata e messa a ferro e fuoco, o furono alcuni nemici a rapirti mentre eri solo a custodire pecore o buoi, a imbarcarti e a venderti per qualunque prezzo il tuo padrone avesse dato loro?»

«Forestiero», rispose Eumeo, «riguardo alla tua domanda: sta' seduto, mettiti comodo, bevi il tuo vino e ascoltami. Le notti ora sono al loro culmine; c'è tempo in abbondanza sia per dormire sia per restare svegli a parlare insieme; non dovresti andare a letto prima dell'ora di dormire, troppo sonno è cattivo quanto troppo poco; se qualcuno degli altri desidera andare a letto ci lasci e lo faccia; potrà poi condurre fuori i maiali del mio padrone quando avrà fatto colazione al mattino. Anche noi staremo qui a mangiare e bere nella capanna, e a raccontarci l'un l'altro storie delle nostre disgrazie; poiché quando un uomo ha molto sofferto ed è stato sbattuto per il mondo, prova diletto nel ricordare la memoria di dolori da tempo passati. Riguardo alla tua domanda, dunque, il mio racconto è il seguente:

«Avrai forse udito di un'isola chiamata Siria che giace sopra Ortigia, dove la terra comincia a girarsi e a guardare in un'altra direzione. Non è molto densamente popolata, ma il suolo è buono, con molto pascolo adatto a buoi e pecore, e abbonda di vino e grano. La carestia non vi arriva mai, né la gente è tormentata da alcuna malattia, ma quando invecchiano Apollo viene con Diana e li uccide con i suoi dardi indolori. Contiene due comunità, e l'intero paese è diviso tra queste due. Mio padre Ctesio, figlio di Ormeno, un uomo paragonabile agli dèi, regnava su entrambe.

«Ora in questo luogo giunsero alcuni astuti mercanti fenici (poiché i Fenici sono grandi marinai) con una nave che avevano caricata di gingilli d'ogni genere. Accadde che ci fosse una donna fenicia nella casa di mio padre, molto alta e avvenente, e un'ottima serva; questi furfanti la avvicinarono un giorno mentre ella lavava presso la loro nave, la sedussero e la lusingarono in modi che nessuna donna può resistere, per quanto buona sia per natura. L'uomo che l'aveva sedotta le chiese chi fosse e da dove venisse, e allora ella gli disse il nome di suo padre. 'Vengo da Sidone', disse, 'e sono figlia di Ariба, un uomo che nuota nell'oro. Un giorno, mentre tornavo in città dalla campagna, alcuni pirati tafii mi presero e mi portarono qui attraverso il mare, dove mi vendettero all'uomo che possiede questa casa, ed egli diede loro il prezzo per me.'

«L'uomo che l'aveva sedotta disse allora: 'Vorreste venire con noi a vedere la casa dei vostri genitori e i vostri genitori stessi? Sono entrambi ancora vivi e si dice che stiano bene.'

«'Lo farò volentieri', rispose lei, 'se prima voi uomini mi farete un solenne giuramento che non mi farete del male durante il cammino.'

«Essi giurarono tutti come lei aveva detto, e quando ebbero completato il giuramento la donna disse: 'Silenzio; e se qualcuno dei vostri uomini mi incontra per la strada o alla fontana, non lasciate che mi parli, per timore che qualcuno vada a dirlo al mio padrone, nel qual caso egli sospetterebbe qualcosa. Mi metterebbe in prigione, e vi farebbe uccidere tutti; mantenete dunque il vostro segreto; comprate la vostra mercanzia il più velocemente possibile, e mandate a dirmi quando avrete finito di caricare. Porterò tanto oro quanto potrò mettere le mani addosso, e c'è qualcos'altro che posso fare per pagare il mio passaggio. Sono la nutrice del figlio del padrone di casa, un bambino buffo appena capace di correre qua e là. Lo porterò via sulla vostra nave, e voi ricaverete molto denaro da lui se lo prenderete e lo venderete in paesi stranieri.'

«Detto ciò tornò a casa. I Fenici restarono un anno intero finché ebbero caricato la loro nave di molta preziosa merce, poi, quando ebbero ottenuto un carico sufficiente, mandarono a dirlo alla donna. Il loro messaggero, un uomo molto astuto, venne alla casa di mio padre portando una collana d'oro con perle d'ambra infilate tra esse; e mentre mia madre e le serve l'avevano in mano ammirandola e trattando sul prezzo, egli fece un cenno silenzioso alla donna e poi tornò alla nave, dove ella mi prese per mano e mi condusse fuori dalla casa. Nella parte anteriore della casa ella vide le tavole imbandite con le coppe degli ospiti che avevano banchettato con mio padre, in quanto al suo servizio; questi ora erano tutti andati a una riunione dell'assemblea pubblica, così ella afferrò tre coppe e le portò via nel seno della veste, mentre io la seguivo, poiché non sapevo di meglio. Il sole era ormai tramontato, e le tenebre erano su tutta la terra, così ci affrettammo il più possibile finché raggiungemmo il porto, dove giaceva la nave fenicia. Quando furono a bordo essi fecero vela sul mare, portandoci con loro, e Giove mandò loro un vento favorevole; per sei giorni navigammo sia di notte sia di giorno, ma al settimo giorno Diana colpì la donna ed ella cadde pesantemente nella stiva della nave come se fosse un gabbiano che si posa sull'acqua; così la gettarono in pasto ai sigilli e ai pesci, e io rimasi tutto afflitto e solo. Poco dopo i venti e le onde spinsero la nave a Itaca, dove Laerte diede diversi dei suoi beni per me, e così avvenne che io giunsi a posare gli occhi su questo paese.»

Ulisse rispose: «Eumeo, ho ascoltato la storia delle tue disgrazie con il più vivo interesse e con pietà, ma Giove ti ha dato anche il bene insieme con il male, poiché nonostante tutto hai un buon padrone, che provvede affinché tu abbia sempre cibo e bevanda a sufficienza; e conduci una vita buona, mentre io vado ancora mendicando di città in città.»

Così conversavano, e avevano solo pochissimo tempo rimasto per dormire, poiché presto spuntò il giorno. Nel frattempo Telemaco e il suo equipaggio si stavano avvicinando alla terra, così sciolsero le vele, abbassarono l'albero e remarono la nave dentro il porto. Gettarono le ancore di pietra e assicurarono gli ormeggi; poi scesero sulla riva, mescolarono il vino e prepararono il pranzo. Come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza Telemaco disse: «Portate la nave in città, ma lasciatemi qui, poiché voglio badare ai guardiani di bestiame in una delle mie fattorie. Alla sera, quando avrò visto tutto ciò che desidero, scenderò in città, e domani mattina in cambio del vostro disturbo vi darò tutti un buon pranzo con carne e vino.»

Allora Teoclimeno disse: «E che sarà di me, mio caro giovane amico? In casa di chi, tra tutti i tuoi uomini principali, dovrò recarmi? o dovrò andare dritto alla tua stessa casa e da tua madre?»

«In qualsiasi altro momento», rispose Telemaco, «ti avrei pregato di andare alla mia stessa casa, poiché non vi troveresti mancanza di ospitalità; al momento, tuttavia, non staresti comodo là, poiché io sarò assente, e mia madre non ti vedrà; ella non si mostra spesso nemmeno ai pretendenti, ma siede al suo telaio a tessere in una stanza superiore, fuori dalla loro vista; ma posso indicarti un uomo nella cui casa puoi andare — intendo Eurimaco, figlio di Polibo, che è tenuto nella più alta stima da tutti a Itaca. Egli è di gran lunga il migliore e il più assiduo pretendente tra tutti coloro che fanno corte a mia madre e cercano di prendere il posto di Ulisse. Giove, però, nel cielo solo sa se essi giungeranno a una brutta fine prima che il matrimonio avvenga.»

Mentre così parlava un uccello gli passò volando sulla destra — un falco, messaggero di Apollo. Stringeva una colomba nei suoi artigli, e le piume, mentre le strappava, caddero a terra a metà strada tra Telemaco e la nave. A questo punto Teoclimeno lo prese in disparte e lo afferrò per la mano. «Telemaco», disse, «quell'uccello non è volato sulla tua destra senza essere stato inviato lì da qualche dio. Non appena lo vidi capii che era un presagio; significa che tu rimarrai potente e che non ci sarà casa a Itaca più regale della tua.»

«Mi auguro che si avveri», rispose Telemaco. «Se così sarà, ti mostrerò tanta benevolenza e ti darò tanti doni che tutti coloro che ti incontreranno si congratuleranno con te.»

Poi disse al suo amico Piraeo: «Piraeo, figlio di Clizio, tu hai mostrato in ogni occasione di essere il più volonteroso tra tutti coloro che mi hanno accompagnato a Pilo; vorrei che prendessi questo forestiero nella tua casa e lo ospitassi generosamente finché io non venga a prenderlo.»

E Piraeo rispose: «Telemaco, puoi stare via quanto ti pare, ma io mi prenderò cura di lui per te, ed egli non troverà mancanza di ospitalità.»

Così parlando salì a bordo e invitò gli altri a fare altrettanto e a mollare gli ormeggi, così presero posto sulla nave. Ma Telemaco si legò i sandali e prese dal ponte della nave una lunga e robusta lancia con una punta di bronzo affilato. Poi essi mollarono gli ormeggi, spinsero la nave al largo e fecero rotta verso la città come era stato loro ordinato, mentre Telemacho si incamminò a passi svelti, finché raggiunse la fattoria dove le sue innumerevoli mandrie di porci stavano pascolando, e dove dimorava l'eccellente porcaro, che era un servo così devoto al suo padrone.

LIBRO XVI

ULISSE SI RIVELA A TELEMACO.

Intanto Ulisse e il porcaro avevano acceso un fuoco nella capanna e stavano preparando la colba all'alba, poiché avevano mandato fuori gli uomini con i porci. Quando Telemaco giunse, i cani non abbaiano ma gli fecero festa, così Ulisse, udendo il rumore di passi e notando che i cani non abbaiavano, disse a Eumeo:

«Eumeo, sento dei passi; suppongo che venga qui uno dei tuoi uomini o qualcuno dei tuoi conoscenti, poiché i cani gli fanno festa e non abbaiano.»

Le parole erano appena uscite dalla sua bocca che suo figlio era sulla soglia. Eumeo balzò in piedi, e le ciotole in cui stava mescolando il vino gli caddero dalle mani, mentre si precipitava verso il suo padrone. Gli baciò il capo e entrambi i suoi begli occhi, e pianse di gioia. Un padre non potrebbe essere più felice al ritorno di un figlio unico, il bambino della sua vecchiaia, dopo dieci anni di assenza in un paese straniero e dopo aver attraversato molte avversità. Lo abbracciò, lo baciò dappertutto come se fosse tornato dal mondo dei morti, e gli parlò con affetto dicendo:

«Sei dunque tornato, Telemaco, luce dei miei occhi che tu sei. Quando seppi che eri partito per Pilo fui certo che non ti avrei mai più rivisto. Entra, mio caro figlio, e siediti, così che possa guardarti bene ora che sei di nuovo a casa; non ti capita molto spesso di venire in campagna a trovarci, noi pastori; tu rimani piuttosto attaccato alla città di solito. Immagino che tu ritenga sia meglio tenere d'occhio ciò che fanno i pretendenti.»

«Così sia, vecchio amico», rispose Telemaco, «ma sono venuto ora perché voglio vederti, e per sapere se mia madre è ancora nella sua vecchia casa o se qualcun altro l'ha sposata, così che il letto di Ulisse sia senza coperture e coperto di ragnatele.»

«Ella è ancora nella casa», rispose Eumeo, «afflitta e con il cuore spezzato, e non fa che piangere, sia di notte sia di giorno, continuamente.»

Mentre così parlava prese la lancia di Telemaco, ed egli varcò la soglia di pietra ed entrò dentro. Ulisse si alzò dal suo seggio per cedergli il posto mentre entrava, ma Telemaco lo trattenne: «Siedi, forestiero», disse, «posso facilmente trovare un altro seggio, e c'è qui uno che me lo preparerà.»

Ulisse tornò al suo posto, ed Eumeo sparse della verde sterpaglia sul pavimento e vi gettò sopra una pelle di pecora perché Telemacho vi si sedesse. Poi il porcaro portò loro piatti di carne fredda, i resti di ciò che avevano mangiato il giorno prima, e riempì i panieri di pane il più velocemente possibile. Mescolò anche il vino in ciotole di legno di edera, e prese posto di fronte a Ulisse. Allora posero le mani sulle leccornie che stavano davanti a loro, e come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza Telemaco disse a Eumeo: «Vecchio amico, da dove viene questo forestiero? Come lo portarono a Itaca i suoi uomini, e chi erano? — poiché di certo non venne qui per terra.»

A questo tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Mio figlio, ti dirò la pura verità. Egli dice di essere un cretese, e di essere stato un grande viaggiatore. In questo momento sta fuggendo da una nave tessala, e si è rifugiato presso la mia stalla, così te lo affido nelle tue mani. Fa' di lui ciò che vuoi, ma ricorda che è tuo supplice.»

«Sono molto addolorato» disse Telemaco «per ciò che mi avete appena detto. Come potrei accogliere questo straniero in casa mia? Sono ancora giovane, e non sono abbastanza forte per difendermi se qualcuno mi assale. Mia madre non sa decidersi se restare dov'è e custodire la casa per rispetto dell'opinione pubblica e della memoria di suo marito, oppure se è giunto il momento di prendere il migliore tra quelli che la corteggiano, e quello che le farà l'offerta più vantaggiosa; tuttavia, poiché lo straniero è giunto alla tua dimora, gli procurerò un mantello e una tunica di buona fattura, con una spada e dei sandali, e lo manderò dove vorrà andare. Oppure, se preferisci, puoi tenerlo qui alla stalla, e io gli manderò vesti e cibo così che non sia un peso per te e per i tuoi uomini; ma non voglio che si avvicini ai proci, perché sono molto insolenti, e sono certi che lo malmenerebbero in modo che mi addolorerebbe grandemente; per quanto valente un uomo possa essere, non può nulla contro i più, perché saranno troppo forti per lui.»

Allora Ulisse disse: «Signore, è giusto che dica qualcosa anch'io. Sono molto turbato da ciò che avete detto sull'arroganza con cui i proci si comportano, nonostante un uomo come voi. Ditemi, sopportate codesto trattamento con pazienza, o qualche dio ha aizzato contro di voi il vostro popolo? Non potete forse lamentarvi dei vostri fratelli — poiché è a quelli che un uomo può guardare per avere sostegno, per quanto grande sia la sua contesa? Magari fossi giovane come voi e con il mio presente ardire; se fossi figlio di Ulisse, o anzi Ulisse stesso, preferirei che qualcuno venisse a tagliarmi la testa, ma andrei alla casa e sarei la rovina di ognuno di questi uomini. Se fossero troppi per me — io che combatto da solo — preferirei morire combattendo nella mia casa, piuttosto che veder simili spettacoli vergognosi giorno dopo giorno, stranieri brutalmente maltrattati, e uomini che trascinano le serve per la casa in modo indecoroso, vino attinto senza criterio, e pane sprecato invano per un fine che non sarà mai raggiunto.»

E Telemaco rispose: «Vi dirò in verità ogni cosa. Non c'è inimicizia tra me e il mio popolo, né posso lamentarmi dei fratelli, ai quali un uomo può guardare per avere sostegno per quanto grande sia la sua contesa. Giove ci ha fatto una stirpe di figli unici. Laerte era l'unico figlio di Arcesio, e Ulisse l'unico figlio di Laerte. Io stesso sono l'unico figlio di Ulisse, che mi lasciò dietro quando partì, così che non gli sono mai stato di alcuna utilità. Da ciò viene che la mia casa è nelle mani di innumerevoli predoni; perché i capi di tutte le isole vicine, Dulichio, Same, Zacinto, come pure tutti i principali uomini di Itaca stessa, stanno divorando la mia casa col pretesto di corteggiare mia madre, che non vuole dire chiaramente che non si sposerà, né porta la cosa a una conclusione, così essi stanno mandando in rovina la mia sostanza, e tra non molto faranno lo stesso anche di me. L'esito, tuttavia, dipende dal cielo. Ma tu, vecchio amico Eumeo, va' subito e dì a Penelope che sono sano e salvo, e che sono tornato da Pilo. Dillo solo a lei, e poi torna qui senza far sapere ad alcun altro, perché molti tramano malefici contro di me.»

«Ho capito e ti obbedirò» rispose Eumeo; «non c'è bisogno che mi istruisca oltre, solo, dato che passo di là, dimmi se non sarebbe meglio avvertire il povero Laerte che siete tornato. Soleva sorvegliare il lavoro nella sua fattoria nonostante l'amaro dolore per Ulisse, e mangiava e beveva a volontà insieme ai suoi servi; ma mi dicono che dal giorno in cui voi partiste per Pilo non ha più né mangiato né bevuto come dovrebbe, né si cura della sua fattoria, ma siede piangendo e consumando la carne dalle ossa.»

«Peggio per lui» rispose Telemaco, «mi dispiace per lui, ma dobbiamo lasciarlo a se stesso per ora. Se la gente potesse avere ogni cosa a suo modo, la prima cosa che sceglierei sarebbe il ritorno di mio padre; ma va', e porta il tuo messaggio; poi affrettati a tornare, e non deviare dalla tua strada per informare Laerte. Di' a mia madre di mandare subito di nascosto una delle sue donne con la notizia, e che lui la senta da lei.»

Così sollecitò il porcaro; Eumeo dunque prese i suoi sandali, se li legò ai piedi, e partì per la città. Minerva lo guardò mentre si allontanava bene dalla stalla, e poi si avvicinò a questa sotto le spoglie di una donna — bella, altera, e saggia. Si fermò contro il fianco dell'ingresso, e si rivelò a Ulisse, ma Telemaco non poteva vederla, e non sapeva che fosse lì, perché gli dèi non si lasciano vedere da chiunque. Ulisse la vide, e così fecero i cani, perché non abbaiarono, ma spaventati e guaiti se ne andarono dall'altra parte delle aie. Ella accennò col capo e fece un cenno a Ulisse con le sopracciglia; onde egli lasciò la capanna e si fermò davanti a lei, fuori dal muro principale delle aie. Allora ella gli disse:

«Ulisse, nobile figlio di Laerte, è giunto il momento che tu dica chi sei a tuo figlio: non tenerlo più nell'oscurità, ma prepara i tuoi piani per la distruzione dei proci, e poi avviati verso la città. Non tarderò a raggiungerti, perché anch'io sono impaziente di combattere.»

Così dicendo lo toccò con la sua verga d'oro. Prima gli gettò sulle spalle una bella tunica pulita e un mantello; poi lo fece più giovane e di presenza più imponente; gli restituì il colorito, gli riempì le guance, e lasciò che la sua barba tornasse scura. Poi se ne andò e Ulisse rientrò nella capanna. Suo figlio fu sbalordito quando lo vide, e distolse gli occhi per timore di guardare un dio.

«Straniero» disse «come all'improvviso sei mutato da ciò che eri un istante fa. Sei vestito diversamente e il tuo colorito non è lo stesso. Sei forse uno degli dèi che abitano nel cielo? Se così fosse, siimi propizio finché possa offrirti debito sacrificio e offerte d'oro lavorato. Abbi pietà di me.»

E Ulisse disse: «Non sono un dio, perché dovresti scambiarmi per uno? Io sono tuo padre, a causa del quale tu soffri e patisci tanto per mano di uomini senza legge.»

Così dicendo baciò suo figlio, e una lacrima cadde dalla sua guancia a terra, perché aveva trattenuto ogni lacrima fino ad allora. Ma Telemaco non poteva ancora credere che fosse suo padre, e disse:

«Non siete mio padre, ma qualche dio mi lusinga con vane speranze perché io possa addolorarmi di più in seguito; nessun uomo mortale potrebbe da solo escogitare di fare come voi avete fatto, e rendersi vecchio e giovane in un attimo, se un dio non fosse con lui. Un istante fa eravate vecchio e tutto cencioso, e ora siete come un dio sceso dal cielo.»

Ulisse rispose: «Telemaco, non devi essere smisuratamente stupito che io sia davvero qui. Non c'è un altro Ulisse che verrà poi. Quale io sono, sono io, che dopo lungo errare e molte pene sono giunto a casa nel ventesimo anno al mio paese. Ciò di cui ti meravigli è opera della temibile dea Minerva, che fa di me ciò che vuole, perché può fare ciò che le piace. In un momento mi fa come un mendicante, e l'istante dopo sono un giovane con begli abiti addosso; è cosa facile per gli dèi che abitano nel cielo far parere qualsiasi uomo ricco o povero.»

Così dicendo si sedette, e Telemaco gli gettò le braccia al collo del padre e pianse. Erano entrambi così commossi che gridarono forte come aquile o avvoltoi dagli artigli adunchi cui i contadini abbiano rapito i piccoli meglio sviluppati. Così pietosamente piansero, e il sole sarebbe tramontato sul loro lamento se Telemaco non avesse detto a un tratto: «Con quale nave, mio caro padre, l'equipaggio ti ha condotto a Itaca? Di quale nazione dichiararono di essere — perché di certo non sei potuto venire per terra?»

«Ti dirò la verità, figlio mio» rispose Ulisse. «Furono i Feaci a portarmi qui. Sono grandi marinai, e sono soliti scortare chiunque raggiunga le loro coste. Mi trassero sul mare mentre dormivo profondamente, e mi sbarcarono a Itaca, dopo avermi donato molto bronzo, oro e vesti. Queste cose, per grazia del cielo, giacciono nascoste in una caverna, e io sono ora venuto qui su suggerimento di Minerva, affinché possiamo concertare l'uccisione dei nostri nemici. Prima dunque, dammi un elenco dei proci, col loro numero, affinché io sappia chi sono, e quanti sono. Potrò allora riflettere sulla cosa, e vedere se noi due possiamo da soli combattere tutti loro, o se dobbiamo trovarne altri ad aiutarci.»

A ciò Telemaco rispose: «Padre, ho sempre udito della vostra fama sia in campo che in consiglio, ma il compito di cui parlate è grandissimo: mi spaventa solo il pensarci; due uomini non possono reggere contro molti e valorosi. Non sono dieci proci soltanto, né due volte dieci, ma dieci per molte volte; saprete subito il loro numero. Vi sono cinquantadue giovani scelti da Dulichio, e hanno sei servi; da Same ve ne sono ventiquattro; venti giovani Achei da Zacinto, e dodici da Itaca stessa, tutti di buona nascita. Hanno con sé un servo Medone, un cantore, e due uomini che sanno intagliare a tavola. Se affronteremo un tal numero, potrete amaramente pentirvi di essere venuto, e della vostra vendetta. Vedete se non potete pensare a qualcuno che sia disposto a venire ad aiutarci.»

«Ascoltami» rispose Ulisse «e rifletti se Minerva e suo padre Giove possano sembrare sufficienti, o se devo cercare qualcun altro ancora.»

«Quelli che avete nominato» rispose Telemaco «sono una coppia di buoni alleati, perché sebbene dimorino in alto tra le nubi hanno potere sia sugli dèi che sugli uomini.»

«Questi due» continuò Ulisse «non staranno a lungo fuori dalla mischia, quando i proci e noi ci scontreremo nella mia casa. Ora dunque, torna a casa domani mattina di buon'ora, e va' tra i proci come prima. Più tardi il porcaro mi condurrà in città travestito da misero vecchio mendicante. Se li vedi maltrattarmi, indurisci il cuore contro le mie sofferenze; anche se mi trascinassero fuori di casa per i piedi, o mi scagliassero addosso cose, guarda e non far nulla se non cercar gentilmente di farli comportare più ragionevolmente; ma non ti ascolteranno, perché il giorno della loro resa dei conti è vicino. Inoltre dico, e ti metto questo detto nel cuore; quando Minerva vorrà suggerirmi, io ti farò un cenno col capo, e vedendomi far questo dovrai raccogliere tutte le armi che sono in casa e nasconderle nel solido magazzino. Trova una scusa quando i proci ti chiederanno perché le stai togliendo; dì che le hai portate via perché non fossero esposte al fumo, dato che non sono più com'erano quando Ulisse partì, ma sono diventate sporche e annerite dalla fuliggine. Aggiungi in particolare che temi che Giove possa spingerli a litigare per il vino, e che possano farsi del male l'un l'altro, cosa che disonorerebbe sia il banchetto che il corteggiamento, perché la vista delle armi talvolta tenta la gente a usarle. Ma lascia una spada e una lancia per te e per me, e un paio di scudi di pelle di bue, così che possiamo afferrarli in qualsiasi momento; Giove e Minerva allora ben presto calmeranno costoro. Vi è anche un'altra cosa: se sei davvero mio figlio e il mio sangue scorre nelle tue vene, che nessuno sappia che Ulisse è in casa — né Laerte, né il porcaro, né alcuno dei servi, né Penelope stessa. Lascia che tu e io sondiamo le donne da soli, e facciamo anche prova di qualcun altro dei servi uomini, per vedere chi è dalla nostra parte e la cui mano è contro di noi.»

«Padre» rispose Telemaco «finirete col conoscermi, e quando lo farete troverete che so mantenere il vostro segreto. Non credo tuttavia che il piano che proponete riuscirà bene per nessuno di noi due. Pensateci. Ci vorrà molto tempo per fare il giro delle fattorie e sondare gli uomini, e per tutto il tempo i proci staranno sperperando la vostra sostanza impunemente e senza scrupolo. Saggiatele donne in ogni modo, per vedere quali sono sleali e quali innocenti, ma non sono favorevole ad andare in giro a mettere alla prova gli uomini. Possiamo occuparcene più tardi, se avete davvero qualche segno da parte di Giove che vi sosterrà.»

Così conversavano, e intanto la nave che aveva portato Telemaco e il suo equipaggio da Pilo aveva raggiunto la città di Itaca. Quando furono entrati nel porto tirarono la nave a riva; i servi vennero e presero le loro armi, e lasciarono tutti i doni presso la casa di Clizio. Poi mandarono un servo a dire a Penelope che Telemaco era andato in campagna, ma aveva mandato la nave in città perché non si allarmasse e si rattristasse. Questo servo ed Eumeo si incontrarono per caso mentre erano entrambi diretti a informare Penelope. Quando giunsero alla Casa, il servo si alzò e disse alla regina, alla presenza delle ancelle in attesa: «Vostro figlio, signora, è ora tornato da Pilo»; ma Eumeo si avvicinò a Penelope, e le disse in privato tutto ciò che suo figlio gli aveva ordinato di dirle. Quando ebbe consegnato il suo messaggio, lasciò la casa con le sue dipendenze e tornò ai suoi porci.

I proci erano sorpresi e adirati per ciò che era accaduto, così uscirono fuori dal grande muro che correva intorno al cortile esterno, e tennero consiglio presso l'ingresso principale. Eurimaco, figlio di Polibo, fu il primo a parlare.

«Amici miei» disse «questa navigazione di Telemaco è cosa molto seria; eravamo certi che non sarebbe approdata a nulla. Ora però, tiriamo una nave in mare, e raduniamo un equipaggio per mandare dietro gli altri e dir loro di tornare più in fretta che possono.»

Aveva appena finito di parlare che Amfinomo si voltò sul suo seggio e vide la nave dentro il porto, con l'equipaggio che ammainava le vele, e metteva via i remi; così rise, e disse agli altri: «Non c'è bisogno di mandar loro alcun messaggio, perché sono già qui. Qualche dio deve averli avvertiti, oppure videro passare la nave, e non poterono raggiungerla.»

Allora si alzarono e andarono alla riva del mare. L'equipaggio tirò la nave a terra; i servi presero le loro armi, ed essi salirono in gruppo al luogo dell'assemblea, ma non lasciarono che nessuno, vecchio o giovane, sedesse con loro, e Antinoo, figlio di Eupite, parlò per primo.

«Perbacco» disse «guardate come gli dèi hanno salvato quest'uomo dalla distruzione. Tenemmo una schiera di esploratori sui promontori per tutto il giorno, e quando il sole calò non scendemmo a terra a dormire, ma restammo sulla nave tutta la notte fino al mattino nella speranza di catturarlo e ucciderlo; ma qualche dio lo ha ricondotto a casa nostro malgrado. Vediamo come possiamo finirla con lui. Non deve sfuggirci; la nostra impresa non potrà mai andare in porto finché egli vive, perché è molto astuto, e il sentimento pubblico non è affatto tutto dalla nostra parte. Dobbiamo fare in fretta prima che egli possa convocare gli Achei in assemblea; non perderà tempo nel farlo, perché sarà furioso con noi, e racconterà al mondo intero che tramammo di ucciderlo, ma non riuscimmo a prenderlo. Al popolo ciò non piacerà quando lo verrà a sapere; dobbiamo badare che non ci facciano del male, né ci caccino dal nostro paese in esilio. Cerchiamo di prendere lui o nella sua fattoria lontano dalla città, o sulla strada di qui. Allora potremo dividerci la sua proprietà tra noi, e lasciare la casa a sua madre e all'uomo che la sposerà. Se ciò non vi piace, e volete che Telemaco viva e conservi la proprietà di suo padre, allora non dobbiamo radunarci qui e mangiarci i suoi beni in questa maniera, ma dobbiamo fare le nostre offerte a Penelope ciascuno dalla propria casa, e lei potrà sposare l'uomo che darà di più per lei, e al quale toccherà in sorte di vincerla.»

Tutti tacquero finché Amfinomo si alzò per parlare. Era figlio di Niso, che era figlio del re Aretia, ed era il più autorevole di tutti i proci dell'isola ferace di grano e dai bei pascoli di Dulichio; il suo conversare, inoltre, era più gradito a Penelope di quello di qualsiasi altro proco, perché era uomo di buona indole naturale. «Amici miei» disse, parlando loro apertamente e con tutta onestà «non sono favorevole a uccidere Telemaco. È cosa nefanda uccidere uno di nobile sangue. Prima consultiamo gli dèi, e se gli oracoli di Giove lo consigliano, io stesso aiuterò a ucciderlo, e inciterò ogni altro a farlo; ma se ci dissuadono, vorrei che vi tratteneste.»

Così parlò, e le sue parole piacquero loro, così si alzarono subito e andarono alla casa di Ulisse, dove presero i loro soliti posti.

Allora Penelope decise di mostrarsi ai proci. Conosceva la congiura contro Telemaco, perché il servo Medone aveva udito i loro consigli e gliel'aveva riferiti; scese dunque nel cortile accompagnata dalle sue ancelle, e quando raggiunse i proci si fermò presso uno dei pali portanti che sostenevano il tetto del portico tenendo un velo davanti al viso, e rimproverò Antinoo dicendo:

«Antinoo, insolente e malvagio congiuratore, dicono che tu sia il miglior parlatore e consigliere di qualsiasi uomo della tua età a Itaca, ma non sei niente di simile. Pazzo, perché dovresti cercare di macchinare la morte di Telemaco, e non curarti dei supplici, la cui testimone è Giove stesso? Non è giusto che tu tramini così l'uno contro l'altro. Non ti ricordi come tuo padre fuggì in questa casa per paura del popolo, che era infuriato contro di lui perché era andato con alcuni pirati tafii e aveva saccheggiato i Tesproti, che erano in pace con noi? Volevano farlo a pezzi e mangiarsi tutto ciò che aveva, ma Ulisse trattenne le loro mani sebbene fossero infuriati, e ora tu divori la sua proprietà senza pagarla, e mi spezzi il cuore corteggiando sua moglie e cercando di uccidere suo figlio. Smetti di farlo, e ferma anche gli altri.»

Allora Eurimaco, figlio di Polibo, le rispose: «Coraggio, regina Penelope, figlia di Icario, e non affliggerti per queste cose. Non è ancora nato l'uomo, né mai nascerà, che porrà le mani su tuo figlio Telemaco, finché io viva e veda la luce del sole. Ecco ciò che dico, e così avverrà: la mia lancia s'imbratterà del suo sangue; perché molte volte Ulisse mi prese sulle sue ginocchia, mi porse il vino da bere e mi mise in mano bocconi di carne. Perciò Telemaco è di gran lunga il più caro amico che io abbia, e non ha nulla da temere dalle mani di noi pretendenti. Certo, se la morte gli verrà dagli dèi, non potrà sfuggirla.» Così disse per tranquillarla, ma in realtà tramava contro Telemaco.

Allora Penelope salì di nuovo nelle sue stanze e pianse il suo sposo, finché Minerva non le versò il sonno sugli occhi. Sul far della sera Eumeo tornò da Ulisse e da suo figlio, che avevano appena sacrificato un giovane porco di un anno e si aiutavano l'un l'altro a preparare la cena; Minerva dunque si avvicinò a Ulisse, lo trasformò in un vecchio con un colpo della sua verga, e lo rivestì dei suoi miseri abiti, per timore che il porcaro potesse riconoscerlo e non custodire il segreto, ma andare a riferire tutto a Penelope.

Telemaco fu il primo a parlare. «Sei dunque tornato, Eumeo», disse. «Quali notizie dalla città? I pretendenti sono già rientrati, o aspettano ancora laggiù per scortarmi nel viaggio di ritorno?»

«Non ho pensato di chiedere di ciò», rispose Eumeo, «quando ero in città. Ho pensato di consegnare il mio messaggio e di tornare il più presto possibile. Ho incontrato un uomo mandato da coloro che erano partiti con te per Pilo, ed egli fu il primo a recare la notizia a tua madre; ma io posso dire ciò che ho visto con i miei occhi; ero appena giunto sulla cresta della collina di Mercurio sopra la città, quando vidi una nave entrare nel porto con parecchi uomini a bordo. Aveano molti scudi e lance, e pensai che fossero i pretendenti, ma non posso esserne certo.»

A queste parole Telemaco sorrise al padre, ma in modo che Eumeo non potesse vederlo.

Poi, quando ebbero terminato il loro lavoro e il pasto fu pronto, mangiarono, e ciascuno ebbe la sua piena parte, così che tutti furono sazi. Come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, si stesero a riposare e godettero del dono del sonno.

LIBRO XVII

TELEMACO E SUA MADRE SI INCONTRANO — ULISSE ED EUMEO SCENDONO IN CITTÀ, E ULISSE È INSULTATO DA MELANTIO — VIENE RICONOSCIUTO DAL CANE ARGO — È INSULTATO E POI COLPITO DA ANTINOO CON UNO SGABELLO — PENELOPE DESIDERA CHE SIA CONDOTTO DA LEI.

Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, Telemaco si legò i sandali e prese una lancia robusta adatta alle sue mani, perché voleva recarsi in città. «Vecchio amico», disse al porcaro, «me ne andrò ora in città e mi mostrerò a mia madre, perché non cesserà mai di affliggersi finché non mi abbia visto. Quanto a questo sventurato straniero, conducilo in città e lascia che mendichi laggiù a chiunque voglia dargli un bicchiere e un pezzo di pane. Ho già abbastanza guai per conto mio, e non posso caricarmi d'altri. Se ciò lo irrita, tanto peggio per lui, ma a me piace dire ciò che penso.»

Allora Ulisse disse: «Signore, non desidero restare qui; un mendicante può sempre fare meglio in città che in campagna, perché chi vuole può dargli qualcosa. Sono troppo vecchio per preoccuparmi di rimanere qui agli ordini di un padrone. Dunque, costui faccia come hai appena detto, e portami in città dopo che mi sarò scaldato un po' al fuoco, e il giorno avrà preso un po' di calore. I miei vestiti sono miserevolmente sottili, e in questa mattina gelida sarò morto di freddo, perché tu dici che la città è piuttosto lontana.»

A queste parole Telemaco s'incamminò a grandi passi attraverso i cortili, meditando la sua vendetta sui pretendenti. Quando giunse a casa, appoggiò la lancia a un pilastro del portico, attraversò il pavimento di pietra del portico stesso, ed entrò.

La nutrice Euriclea lo vide assai prima di ogni altro. Stava stendendo le pelli sui seggi, e scoppiò a piangere correndogli incontro; accorsero anche tutte le altre serve, e gli coprirono il capo e le spalle di baci. Penelope uscì dalla sua stanza, simile a Diana o a Venere, e pianse gettando le braccia al collo del figlio. Gli baciò la fronte e i begli occhi, «Lume dei miei occhi», gridò parlandogli con tenerezza, «sei dunque tornato a casa; ero certa che non ti avrei mai più rivisto. Pensare che te ne sei andato a Pilo senza dirmi nulla e senza il mio consenso! Ma vieni, dimmi che cosa hai veduto.»

«Non sgridarmi, madre», rispose Telemaco, «e non tormentarmi, visto lo scampato pericolo che ho corso; ma lavati il viso, cambiati d'abito, sali nelle tue stanze con le tue ancelle, e prometti ecatombi pieni e sufficienti a tutti gli dèi, se Giove vorrà accordarci la vendetta sui pretendenti. Devo ora recarmi al luogo dell'assemblea per invitare uno straniero che è tornato con me da Pilo. L'ho mandato avanti con il mio equipaggio, e ho detto a Piraeo di condurlo a casa e di custodirlo finché io non possa venire a prenderlo di persona.»

Ella obbedì alle parole del figlio, si lavò il viso, si cambiò d'abito, e promise ecatombi pieni e sufficienti a tutti gli dèi, se solo avessero concesso la vendetta sui pretendenti.

Telemaco attraversò i portici ed uscì, la lancia in mano — non solo, perché i suoi due agili cani lo accompagnavano. Minerva lo avvolse in un'aureola di così divina bellezza che tutti lo ammirarono al suo passaggio, e i pretendenti gli si fecero intorno con dolci parole sulle labbra e malizia nel cuore; ma egli li evitò, e andò a sedersi presso Mentore, Antifo, e Aliterse, vecchi amici della casa paterna, ed essi lo fecero raccontare per filo e per segno tutto ciò che gli era accaduto. Allora giunse Piraeo con Teoclimeno, che aveva scortato attraverso la città fino al luogo dell'assemblea, e Telemaco si unì subito a loro. Piraeo fu il primo a parlare: «Telemaco», disse, «vorrei che mandassi qualcuna delle tue donne a casa mia per ritirare i doni che Menelao ti ha fatto.»

«Non sappiamo, Piraeo», rispose Telemaco, «che cosa possa accadere. Se i pretendenti mi uccideranno in casa mia e si divideranno i miei beni, preferirei che i doni fossero tuoi, piuttosto che qualcuno di loro ne entrasse in possesso. Se invece riuscirò a ucciderli, ti sarò molto obbligato se vorrai gentilmente portarmi i miei doni.»

Con queste parole condusse Teoclimeno alla propria casa. Quando vi giunsero, deposero i mantelli sui banchi e sui seggi, entrarono nei bagni e si lavarono. Quando le ancelle li ebbero lavati e unti di olio, e ebbero dato loro mantelli e tuniche, sedettero a mensa. Una serva portò loro dell'acqua in una bella brocca d'oro, e la versò in un bacile d'argento perché si lavassero le mani; e accostò una tavola pulita. Una serva di rango superiore portò loro il pane e offerse loro molte leccornie di quanto vi era in casa. Di fronte a loro sedeva Penelope, sdraiata su un letto presso uno dei pilastri del portico, e filava. Allora essi stesero le mani sulle vivande che erano davanti a loro, e come ebbero mangiato e bevuto a sufficienza, Penelope disse:

«Telemaco, salirò nelle mie stanze e mi stenderò su quel triste letto, che non ho cessato di bagnare di lacrime, dal giorno in cui Ulisse partì per Troia con i figli di Atreo. Tu, però, non hai saputo dirmi chiaramente, prima che i pretendenti tornassero a questa casa, se eri riuscito o no a sapere qualcosa del ritorno di tuo padre.»

«Te lo dirò dunque con esattezza», rispose il figlio. «Andammo a Pilo e vedemmo Nestore, che mi condusse a casa sua e mi trattò con l'ospitalità che si usa a un figlio appena tornato dopo una lunga assenza; così fecero anche i suoi figli; ma egli disse che non aveva udito una sola parola da alcun essere umano su Ulisse, se fosse vivo o morto. Mi mandò perciò, con un carro e cavalli, da Menelao. Là vidi Elena, per cagione della quale tanti, Argivi e Troiani, furono nel consiglio del cielo condannati a soffrire. Menelao mi chiese che cosa mi avesse condotto a Lacedemone, e io gli dissi l'intera verità; allora egli disse: "Così dunque questi vili usurperanno il letto di un uomo valoroso? Una cerva potrebbe altrettanto deporre i suoi piccoli appena nati nella tana di un leone, e poi andarsene a pascolare nella foresta o in qualche valle erbosa. Il leone, quando tornerà alla sua tana, farà breve giustizia di tutti e due, e così farà Ulisse di questi pretendenti. Per padre Giove, Minerva, e Apollo, se Ulisse è ancora l'uomo che era quando lottò con Filomelide in Lesbo, e lo atterrò con tale forza che tutti i Greci lo acclamarono — se è ancora tale, e gli capitasse di avvicinarsi a questi pretendenti, essi avrebbero breve respiro e un misero banchetto nuziale. Quanto alla tua domanda, tuttavia, non tergiverserò né ti ingannerò, ma ciò che il vecchio del mare mi disse, tanto ti racconterò per intero. Dis

The translation will continue in Italian, matching the established register and terminology from the previous section. The following is the translation of the new passage:

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«Questo cane», rispose Eumeo, «apparteneva a chi è morto in terra lontana. Se fosse com'era quando Ulisse partì per Troia, ben presto vi mostrerebbe di che cosa è capace. Non c'era bestia selvatica nella foresta che potesse sfuggirgli, una volta sulle sue tracce. Ma ora è caduto in cattivo tempo, perché il suo padrone è morto e sepolto, e le donne non si curano di lui. I servi non fanno mai il loro dovere quando la mano del padrone non è più su di loro, perché Giove toglie metà della bontà a un uomo quando lo rende schiavo.»

Mentre così parlava, entrò negli edifici fino al portico dove stavano i pretendenti, ma Argo morì non appena ebbe riconosciuto il suo padrone.

Telemaco scorse Eumeo molto prima di ogni altro, e gli fece cenno di venire a sedersi accanto a lui; così Eumeo guardò intorno e vide un seggio che giaceva presso il posto dove stava il trinciante che serviva le porzioni ai pretendenti; lo raccolse, lo portò alla mensa di Telemaco, e sedette di fronte a lui. Allora il servo gli portò la sua porzione, e gli diede pane dal cestello del pane.

Subito dopo Ulisse entrò nell'interno, con l'aspetto di un povero e miserabile vecchio mendicante, appoggiato al suo bastone e con i panni tutti a brandelli. Sedette sulla soglia di legno di frassino proprio entro le porte che conducevano dal cortile esterno a quello interno, e contro un pilastro di sostegno di legno di cipresso che il carpentiere aveva piallato con abilità e fatto combaciare con precisione mediante regolo e filo. Telemaco prese un'intera pagnotta dal cestello del pane, con quanta più carne potesse tenere nelle sue due mani, e disse a Eumeo: «Porta questo al forestiero, e digli che faccia il giro dei pretendenti e chieda loro l'elemosina; un mendicante non deve essere vergognoso.»

Così Eumeo gli si avvicinò e disse: «Forestiero, Telemaco ti manda questo, e dice che devi fare il giro dei pretendenti per mendicare, perché i mendicanti non devono essere vergognosi.»

Ulisse rispose: «Re Giove conceda ogni felicità a Telemaco, e compia il desiderio del suo cuore.»

Poi con entrambe le mani prese ciò che Telemaco gli aveva mandato, e lo posò sulla sudicia vecchia borsa ai suoi piedi. Continuò a mangiarlo mentre il bardo cantava, e aveva appena finito il suo pranzo quando quello smise di cantare. I pretendenti applaudirono il bardo, e allora Minerva si avvicinò a Ulisse e lo spinse a chiedere pezzi di pane a ciascuno dei pretendenti, perché potesse vedere che razza di gente fossero, e distinguere il buono dal cattivo; ma qualunque cosa accadesse, non avrebbe salvato nessuno di loro. Ulisse, dunque, continuò il suo giro, andando da sinistra a destra, e stese le mani per mendicare come se fosse un vero mendicante. Alcuni di loro ne ebbero pietà, ed erano curiosi di lui, chiedendosi l'un l'altro chi fosse e da dove venisse; allora il capraio Melanzio disse: «Pretendenti della mia nobile padrona, posso dirvi qualcosa di lui, perché l'ho già visto prima. Il porcaro lo ha portato qui, ma non so nulla dell'uomo in sé, né di dove venga.»

A queste parole Antinoo cominciò a ingiuriare il porcaro. «Prezioso idiota», gridò, «perché hai portato quest'uomo in città? Non abbiamo già abbastanza vagabondi e mendicanti che ci infastidiscono mentre sediamo a mangiare? Credi che sia una piccolezza che simile gente si raduni qui a sperperare i beni del tuo padrone — e devi proprio portare anche quest'uomo?»

E Eumeo rispose: «Antinoo, la tua nascita è buona ma le tue parole sono cattive. Non è opera mia se è venuto qui. Chi è probabile che inviti un forestiero da un paese straniero, se non uno di quelli che possono rendere un pubblico servizio come un indovino, un guaritore di ferite, un carpentiere, o un bardo che può incantarci con il suo canto? Simili uomini sono bene accetti in tutto il mondo, ma nessuno è probabile che chiami un mendicante che darà solo fastidio. Tu sei sempre più duro con i servi di Ulisse di quanto non siano tutti gli altri pretendenti, e soprattutto con me, ma non me ne importa finché Telemaco e Penelope sono vivi e qui presenti.»

Ma Telemaco disse: «Taci, non rispondergli; Antinoo ha la lingua più amara di tutti i pretendenti, e rende gli altri peggiori.»

Poi, volgendosi ad Antinoo, disse: «Antinoo, tu ti prendi cura dei miei interessi come se io fossi tuo figlio. Perché dovresti volere che questo forestiero sia cacciato di casa? Il cielo lo proibisca; prendi qualcosa e daglielo tu stesso; non te lo invidio; ti ordino di prenderlo. Non curarti di mia madre, né di nessun altro servo della casa; ma so che non farai ciò che dico, perché sei più contento di mangiare le cose tu stesso che di darle ad altri.»

«Che cosa intendi, Telemaco», rispose Antinoo, «con questo discorso da spaccone? Se tutti i pretendenti gli dessero quanto gli darò io, non verrebbe qui di nuovo per altri tre mesi.»

Mentre così parlava trasse da sotto la mensa lo sgabello su cui riposavano i suoi piedi delicati, e fece l'atto di scagliarlo contro Ulisse, ma gli altri pretendenti gli diedero tutti qualcosa, e gli riempirono la borsa di pane e carne; egli stava dunque per tornare alla soglia e mangiare ciò che i pretendenti gli avevano dato, ma prima si avvicinò ad Antinoo e disse:

«Signore, datemi qualcosa; non siete di certo l'uomo più povero qui; sembrate essere un capo, il primo tra tutti loro; dovreste dunque essere il miglior donatore, e io andrò lontano a spargere la voce della vostra munificenza. Anch'io fui una volta un uomo ricco, e avevo una bella casa mia; in quei giorni davo a molti un vagabondo quale io sono ora, non importava chi fosse né che cosa volesse. Avevo ogni sorta di servi, e tutte le altre cose che hanno coloro che vivono bene e sono stimati ricchi, ma piacque a Giove di portarmele via tutte. Mi mandò con una banda di predoni vaganti in Egitto; fu un lungo viaggio e ne fui rovinato. Stazionai le mie navi nel fiume Egitto, e ordinai ai miei uomini di restare presso di esse e di sorvegliarle, mentre io mandavo esploratori a ricognire da ogni punto di vantaggio.

«Ma gli uomini disobbedirono ai miei ordini, seguirono il proprio capriccio, e devastarono il paese degli Egizi, uccidendo gli uomini, e prendendo le loro mogli e i loro figli prigionieri. L'allarme fu presto portato alla città, e quando udirono il grido di guerra, il popolo uscì all'alba finché la pianura non fu piena di soldati a cavallo e a piedi, e del bagliore delle armi. Allora Giove sparse il panico tra i miei uomini, ed essi non vollero più affrontare il nemico, perché si trovarono accerchiati. Gli Egizi ne uccisero molti di noi, e presero gli altri vivi per farli lavorare forzatamente per loro; quanto a me, mi diedero a un amico che li incontrava, perché mi portasse a Cipro, di nome Dmetore, figlio di Iaso, che era un grande uomo a Cipro. Di là son giunto qui in stato di grande miseria.»

Allora Antinoo disse: «Quale dio può aver mandato una simile pestilenza a tormentarci durante il nostro pranzo? Fuori, nella parte aperta del cortile, o vi darò l'Egitto e Cipro di nuovo per la vostra insolenza e la vostra insistenza; avete mendicato da tutti gli altri, e vi hanno dato con larghezza, perché hanno abbondanza intorno, ed è facile esser generosi con i beni altrui quando ce n'è in abbondanza.»

A queste parole Ulisse cominciò ad allontanarsi, e disse: «Il vostro aspetto, mio bel signore, è migliore della vostra educazione; se foste in casa vostra non risparmiereste a un pover'uomo neppure un pizzico di sale, perché benché siate in casa d'altri, e circondato da abbondanza, non riuscite a trovare in voi di dargli neppure un pezzo di pane.»

Ciò fece adirare grandemente Antinoo, che lo guardò torvo dicendo: «La pagherete prima di uscire dal cortile.» Con queste parole gli scagliò contro uno sgabello, e lo colpì sulla scapola destra presso la parte alta della schiena. Ulisse rimase fermo come una roccia e il colpo non lo fece neppure vacillare, ma scosse il capo in silenzio mentre meditava la sua vendetta. Poi tornò alla soglia e vi sedette, posando ai suoi piedi la sua borsa ben riempita.

«Ascoltatemi», gridò, «voi pretendenti della regina Penelope, che io possa parlare anche come sono disposto. Un uomo non conosce né dolore né pena se viene colpito mentre combatte per il suo denaro, o per le sue pecore o il suo bestiame; e anche così Antinoo mi ha colpito mentre servo la mia misera pancia, che è sempre quella che mette la gente nei guai. Tuttavia, se i poveri hanno dei e numi vendicatori, prego che Antinoo giunga a una brutta fine prima delle sue nozze.»

«Siedi dove sei, e mangia il tuo cibo in silenzio, o vattene altrove», gridò Antinoo. «Se dici ancora di più, ti farò trascinare mani e piedi attraverso i cortili, e i servi ti scoteneranno vivo.»

Gli altri pretendenti furono molto scontenti di ciò, e uno dei giovani disse: «Antinoo, hai fatto male a colpire quel povero disgraziato vagabondo; sarà peggio per te se si rivelasse essere qualche dio — e sappiamo che gli dèi vanno in giro sotto mentite spoglie in ogni sorta di guise come gente di paesi stranieri, e viaggiano per il mondo per vedere chi fa il male e chi rettamente.»

Così dissero i pretendenti, ma Antinoo non diede loro ascolto. Intanto Telemaco era furioso per il colpo che era stato inferto a suo padre, e sebbene nessuna lacrima gli cadesse, scosse il capo in silenzio e meditò la sua vendetta.

Ora, quando Penelope seppe che il mendicante era stato colpito nel portico del banchetto, disse davanti alle sue ancelle: «Possa Apollo colpirti così, Antinoo», e la sua ancella Eurinoma rispose: «Se le nostre preghiere fossero esaudite, nessuno dei pretendenti vedrebbe mai più sorgere il sole.» Allora Penelope disse: «Nutrice, odio ognuno di loro, perché non intendono altro che malefatte, ma odio Antinoo come l'oscurità della morte stessa. Un povero sventurato vagabondo è venuto a mendicare per la casa per pura necessità. Ogni altro gli ha dato qualcosa da mettere nella sua borsa, ma Antinoo lo ha colpito sulla scapola destra con uno sgabello.»

Così parlava con le sue ancelle mentre sedeva nella sua propria stanza, e intanto Ulisse stava pranzando. Allora ella chiamò il porcaro e disse: «Eumeo, va' e di' al forestiero di venire qui, voglio vederlo e fargli qualche domanda. Sembra aver molto viaggiato, e può aver visto o udito qualcosa del mio infelice marito.»

A questo tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Se questi Achei, signora, volessero solo star quieti, sareste incantata dalla storia delle sue avventure. Lo ebbi con me tre giorni e tre notti nella mia capanna, che fu il primo luogo che raggiunse dopo essere fuggito dalla sua nave, e non ha ancora finito di raccontare la storia delle sue disgrazie. Se fosse stato il più ispirato dai cieli cantore di tutto il mondo, sulle cui labbra tutti gli ascoltatori pendono incantati, non avrei potuto essere più incantato mentre sedevo nella mia capanna e lo ascoltavo. Dice che c'è una vecchia amicizia tra la sua casa e quella di Ulisse, e che viene da Creta dove vivono i discendenti di Minosse, dopo essere stato spinto qua e là da ogni sorta di disgrazia; dichiara inoltre di aver udito che Ulisse è vivo e vicino, tra i Tesprozi, e che sta portando con sé grande ricchezza.»

«Chiamalo qui, dunque», disse Penelope, «che anch'io possa udire la sua storia. Quanto ai pretendenti, si prendano il loro piacere dentro o fuori come vogliono, perché non hanno nulla di cui affliggersi. Il loro grano e il loro vino rimangono intatti nelle loro case con nessuno tranne i servi a consumarli, mentre continuano a starsene appesi alla nostra casa giorno dopo giorno, sacrificando i nostri buoi, le nostre pecore e le nostre capre grasse per i loro banchetti, e senza mai dare neppure un pensiero alla quantità di vino che bevono. Nessuna sostanza può reggere a una simile dissolutezza, perché non abbiamo più un Ulisse a proteggerci. Se tornasse, lui e suo figlio avrebbero ben presto la loro vendetta.»

Mentre così parlava Telemaco starnutì così forte che tutta la casa ne risuonò. Penelope rise quando lo udì, e disse a Eumeo: «Va' e chiama il forestiero; non hai udito come ha starnutito mio figlio proprio mentre parlavo? Ciò può solo significare che tutti i pretendenti saranno uccisi, e che nessuno di loro scamperà. Inoltre io dico, e metti nel tuo cuore la mia parola: se sarò persuasa che il forestiero dica il vero, gli darò una camicia e un mantello di buona durata.»

Quando Eumeo udì ciò, andò dritto da lui e disse: «Padre forestiero, la mia padrona Penelope, madre di Telemaco, ti ha mandato a chiamare; è in grande dolore, ma desidera udire qualsiasi cosa tu possa dirle di suo marito, e se sarà persuasa che tu dica il vero, ti darà una camicia e un mantello, che sono proprio le cose di cui sei più bisognoso. Quanto al pane, puoi averne abbastanza da riempirti la pancia, mendicando per la città, e lasciando che diano coloro che vorranno.»

«Dirò a Penelope», rispose Ulisse, «nulla che non sia strettamente vero. So tutto di suo marito, e sono stato suo compagno nelle afflizioni, ma temo di attraversare questa folla di crudeli pretendenti, perché la loro superbia e la loro insolenza giungono al cielo. Proprio ora, inoltre, mentre andavo per la casa senza far nulla di male, un uomo mi ha dato un colpo che mi ha fatto molto male, ma né Telemaco né nessun altro mi ha difeso. Di' dunque a Penelope di aver pazienza e di aspettare fino al tramonto. Che mi dia un seggio accanto al fuoco, perché i miei panni sono molto logori — lo sai, perché li hai visti da quando ti chiesi per la prima volta di aiutarmi — potrà poi chiedermi del ritorno di suo marito.»

Il porcaro tornò indietro quando udì ciò, e Penelope disse come lo vide varcare la soglia: «Perché non lo porti qui, Eumeo? Ha forse paura che qualcuno lo maltratti, o è timido di entrare in casa del tutto? I mendicanti non devono essere vergognosi.»

A questo tu rispondesti, o porcaro Eumeo: «Il forestiero è del tutto ragionevole. Evita i pretendenti, e fa solo ciò che farebbe chiunque altro. Ti chiede di aspettare fino al tramonto, e sarà molto meglio, signora, che tu lo abbia tutto per te, quando potrai udirlo e parlargli come vorrai.»

«L'uomo non è uno sciocco», rispose Penelope, «è assai probabile che sia come dice, perché non c'è gente più abominevole in tutto il mondo di quanto siano questi uomini.»

Quando ebbe finito di parlare, Eumeo tornò dai pretendenti, perché aveva spiegato ogni cosa. Allora si avvicinò a Telemaco e gli disse all'orecchio in modo che nessuno potesse udirlo: «Mio caro signore, ora tornerò ai maiali, per badare ai vostri beni e ai miei affari. Voi baderete a ciò che accade qui, ma soprattutto fate attenzione a scansarvi il pericolo, perché molti vi portano malvolere. Possa Giove condurli a una brutta fine prima che ci facciano del male.»

«Molto bene», rispose Telemaco, «va' a casa dopo che avrai mangiato, e domani mattina vieni qui con le vittime che dobbiamo sacrificare per il giorno. Lascia il resto al cielo e a me.»

A queste parole Eumeo riprese il suo seggio, e quando ebbe finito il suo pranzo lasciò i cortili e il portico con gli uomini a tavola, e tornò ai suoi maiali. Quanto ai pretendenti, essi cominciarono ben presto a svagarsi cantando e ballando, perché si stava ormai facendo sera.

LIBRO XVIII

LA LOTTA CON IRO — ULISSE AVVERTE ANFINOMO — PENELOPE RICEVE DONI DAI PROPRIETARI — I BRACIERI — ULISSE RIMPROVERA EURIMACO.

Ora venne un certo vagabondo comune che soleva mendicare per tutta la città di Itaca, ed era noto come un incorreggibile ghiottone e beone. Quest'uomo non aveva in sé forza né sostegno, ma era un gran pezzo d'uomo da guardare; il suo vero nome, quello che sua madre gli aveva dato, era Arneo, ma i giovani del luogo lo chiamavano Iro, perché soleva correre a fare commissioni per chiunque volesse mandarlo. Non appena giunse, cominciò a insultare Ulisse, e a cercare di cacciarlo dalla sua stessa casa.

«Filati, vecchio», gridò, «dalla soglia, o sarai trascinato fuori per il collo e per i piedi. Non vedi che mi stanno tutti facendo l'occhiolino, e vogliono che ti cacci fuori con la forza, solo che non mi piace farlo? Alzati dunque, e vattene di tua volontà, o verremo alle mani.»

Ulisse lo guardò accigliato e disse: «Amico mio, non ti faccio alcun male; la gente ti dà molto, ma io non sono geloso. C'è spazio abbastanza in questa soglia per noi due, e non hai bisogno di negarmi cose che non sono tue da dare. Sembra che tu sia proprio un vagabondo come me, ma forse gli dèi ci daranno miglior fortuna più tardi. Non parlare troppo, tuttavia, di batterti, o mi incenserai, e benché vecchio, ti coprirò la bocca e il petto di sangue. Avrò più pace domani se lo farò, perché non verrai più alla casa di Ulisse.»

Iro era molto adirato e rispose: «Sporco ghiottone, parli con scioltezza come una vecchia venditrice di pesce. Ho una gran voglia di metterti le mani addosso, e di farti saltare i denti dalla testa come zanne di cinghiale. Preparati, dunque, e lascia che questi qui stiano a guardare. Non sarai mai in grado di combattere con uno che è molto più giovane di te.»

Così si apostrofarono aspramente sul liscio lastrico davanti alla soglia, e quando Antinoo vide ciò che accadeva rise di cuore e disse agli altri: «Questo è il più bello spettacolo che abbiate mai visto; il cielo non mandò mai nulla di simile in questa casa. Il forestiero e Iro hanno litigato e stanno per battersi; spingiamoli a farlo subito.»

I pretendenti vennero tutti su ridendo, e si radunarono intorno ai due laceri vagabondi. «Ascoltatemi», disse Antinoo, «ci sono delle pance di capra giù al fuoco, che abbiamo riempito di sangue e di grasso, e messo da parte per la cena; chi sarà vincitore e si dimostrerà il migliore avrà la sua scelta tra quelle; sarà libero alla nostra mensa e non permetteremo nessun altro mendicante in casa affatto.»

Gli altri acconsentirono, ma Ulisse, per sviarli, disse: «Signori, un vecchio come me, consumato dalle sofferenze, non può reggere contro un giovane; ma la mia irrefrenabile pancia mi spinge, benché sappia che può finire solo in una bastonatura. Dovete giurare, tuttavia, che nessuno di voi mi darà un colpo sleale per favorire Iro e assicurargli la vittoria.»

Giurarono come egli aveva ordinato, e quando ebbero prestato il giuramento Telemaco prese la parola e disse: «Forestiero, se avete intenzione di misurarvi con costui, non dovete temere nessuno qui. Chiunque vi colpisca dovrà battersi con più d'uno. Io sono il padrone di casa, e gli altri principi, Antinoo ed Eurimaco, entrambi uomini assennati, la pensano come me.»

Tutti assentirono, e Ulisse si cinse ai fianchi i vecchi cenci, così da scoprire le robuste cosce, il largo petto e le spalle, e le poderose braccia; ma Minerva gli si accostò e rese le sue membra ancora più vigorose. I pretendenti furono presi da stupore oltre ogni dire, e l'uno si volgeva al vicino dicendo: «Il forestiero ha tratto da quei vecchi stracci una coscia tale che ben presto di Iro non resterà nulla.»

Iro, sentendo tali parole, cominciò a stare in grande ansia, ma i servi lo cinsero per forza e lo condussero [nella parte aperta del cortile] in tale spavento che tutte le sue membra tremavano. Antinoo lo sgridò e disse: «Baldanzoso spaccone, non saresti mai dovuto nascere, se hai paura di un vecchio cencioso ridotto in rovina come questo vagabondo è. Dico dunque — e così sarà di certo — che se egli ti batte e si dimostra il migliore, ti caricherò su una nave per la terraferma e ti manderò dal re Echeto, che uccide chiunque gli si accosti. Egli ti taglierà il naso e le orecchie, e strapperà le tue viscere perché i cani le divorino.»

Ciò spaventò Iro ancor di più, ma lo spinsero al centro del cortile, e i due uomini alzarono le mani per combattere. Allora Ulisse valutò se colpirlo con tale forza da mandarlo a morte sul colpo, o se invece assestargli un colpo più lieve che si limitasse a stenderlo; alla fine reputò migliore il colpo leggero, per timore che gli Achei cominciassero a sospettare chi egli fosse. Quindi cominciarono a battersi, e Iro colpì Ulisse alla spalla destra; ma Ulisse assestò a Iro un colpo sul collo, sotto l'orecchio, che gli spaccò le ossa del cranio, e il sangue gli sgorgò dalla bocca; egli cadde gemendo nella polvere, digrignando i denti e scalciando a terra, ma i pretendenti si torcevano dal ridere a crepapelle, mentre Ulisse lo afferrava per un piede e lo trascinava attraverso il cortile esterno fino alla porta. Ve lo puntellò contro il muro e gli mise in mano il suo bastone. «Siedi qui», disse, «e tieni lontani i cani e i porci; sei una creatura miserabile, e se proverai ancora a farti re dei mendicanti, ti andrà anche peggio.»

Poi si gettò sulle spalle il suo lurido e lacero sacco, appeso con la corda che lo reggeva, e tornò a sedersi sulla soglia; ma i pretendenti rientrarono nei portici, ridendo e salutandolo: «Che Giove, e tutti gli altri dèi», dissero, «ti concedano ciò che desideri, per aver posto fine all'insolenza di questo mendicante insaziabile. Lo porteremo ben presto sulla terraferma, dal re Echeto, che uccide chiunque gli si accosti.»

Ulisse accolse ciò come un buon presagio, e Antinoo gli mise davanti una gran pancia di caprone ripiena di sangue e di grasso. Anfinomo prese due pani dal cestino del pane e glieli portò, brindandolo mentre lo faceva con una coppa d'oro di vino. «Buona fortuna a te», disse, «forestiero, padre mio: sei molto misero al presente, ma spero che avrai tempi migliori in seguito.»

A queste parole Ulisse rispose: «Anfinomo, tu sembri un uomo di buon senno, come in effetti puoi ben essere, dato chi è tuo padre. Ho udito parlare bene di lui; è Niso di Dulichio, uomo coraggioso e ricco. Mi dicono che tu sia suo figlio, e tu appari essere persona di riguardo; ascolta dunque, e bada a ciò che sto per dirti. L'uomo è la più vana di tutte le creature che hanno vita sulla terra. Finché il cielo gli concede salute e forza, crede che nessun male potrà colpirlo in futuro, e anche quando i beati dèi gli mandano dolore, lo sopporta come deve, e ne cava il meglio che può; poiché il dio onnipotente dà agli uomini il loro animo giorno per giorno. Lo so per esperienza, poiché fui un tempo uomo ricco, e feci molto male nella caparbietà del mio orgoglio, e nella fiducia che mio padre e i miei fratelli mi avrebbero sostenuto; perciò tema un uomo gli dèi in ogni cosa e sempre, e prenda il bene che il cielo gli vorrà mandare senza vana gloria. Considera l'infamia di ciò che questi pretendenti stanno facendo; guarda come stanno dilapidando i beni, e coprendo di disonore la moglie, di uno che è certo di tornare un giorno, e fra non molto, per giunta. Anzi, sarà qui ben presto; possa il cielo ricondurti a casa in pace prima che tu possa incontrarlo nel giorno del suo arrivo, perché una volta che egli sia qui, i pretendenti ed egli non si separeranno senza spargimento di sangue.»

Con queste parole fece una libagione, e quando ebbe bevuto rimise la coppa d'oro nelle mani di Anfinomo, che si allontanò serio e a capo chino, poiché presagiva il male. Ma neppure così sfuggì alla distruzione, perché Minerva lo aveva destinato a cadere per mano di Telemaco. Così riprese il suo seggio nel luogo da cui era venuto.

Allora Minerva mise nell'animo di Penelope di mostrarsi ai pretendenti, affinché li rendesse ancor più innamorati di lei, e ne traesse ulteriore onore presso il figlio e il marito. Così finse una risata di scherno e disse: «Eurinome, ho mutato pensiero, e mi piacerebbe mostrarmi ai pretendenti, sebbene li detesti. Vorrei anche dare un avvertimento a mio figlio, che è meglio non abbia più nulla a che fare con loro. Parlano in modo abbastanza cortese, ma intendono fare del male.»

«Cara figlia», rispose Eurinome, «tutto ciò che hai detto è vero: va' e ne parla a tuo figlio, ma prima lavati e ungiti il viso. Non andare in giro con le guance tutte rigate di lacrime; non è giusto che tu ti affligga così senza posa; poiché Telemaco, che tu sempre pregavi di poter vedere con la barba, è ormai cresciuto.»

«Lo so, Eurinome», replicò Penelope, «che intendi il mio bene, ma non cercare di persuadermi a lavarmi e a ungermi, perché il cielo mi ha rubato ogni bellezza nel giorno in cui mio marito salpò; tuttavia, di' ad Autonoe e Ippodamia che le voglio. Devono stare con me quando sarò nei portici; non intendo recarmi tra gli uomini da sola; non sarebbe decoroso da parte mia.»

Detto ciò la vecchia uscì dalla stanza per invitare le ancelle a raggiungere la padrona. Frattanto Minerva pensò a un'altra cosa, e fece cadere Penelope in un dolce sopore; così ella si adagiò sul suo letto e le membra si fecero pesanti di sonno. Allora la dea sparse su di lei grazia e bellezza, perché tutti gli Achei la ammirassero. Le lavò il viso con l'ambrosia soave che Venere indossa quando va a danzare con le Grazie; la rese più alta e di figura più maestosa, mentre per il colorito ella era più candida dell'avorio segato. Quando Minerva ebbe fatto tutto ciò se ne andò, e allora le ancelle vennero dal gineceo e svegliarono Penelope col suono delle loro voci.

«Che sonno squisitamente delizioso mi sono concessa», disse, passandosi le mani sul viso, «nonostante tutta la mia miseria. Voglia Diana lasciarmi morire così dolcemente in questo stesso istante, perché io non continui a consumarmi nella disperazione per la perdita del mio caro sposo, che possedeva ogni sorta di buone qualità e fu il più illustre fra gli Achei.»

Con queste parole scese dalla sua stanza superiore, non sola ma accompagnata da due delle sue ancelle, e quando giunse dai pretendenti si fermò presso uno dei pilastri che reggevano il tetto del portico, tenendo un velo dinanzi al viso, e con una fidata ancella da un lato e dall'altro. Come la scorsero, i pretendenti furono così soggiogati e presi da una così disperata passione per lei, che ciascuno pregò di poterla ottenere come compagna del proprio letto.

«Telemaco», disse, rivolgendosi al figlio, «temo che tu non sia più così discreto e ben educato come un tempo. Quando eri più giovane avevi un maggior senso del decoro; ora invece, che sei cresciuto, benché uno straniero, a guardarti, ti prenderebbe per il figlio di un padre agiato, a giudicare dalla statura e dalla bellezza, la tua condotta non è affatto come dovrebbe essere. Che confusione è mai questa che è andata avanti, e come hai potuto permettere che un forestiero fosse trattato in modo così indegno? Cosa sarebbe accaduto se avesse subito un grave danno mentre era supplice nella nostra casa? Certo ciò sarebbe stato ben disdicevole per te.»

«Non mi meraviglio, mia cara madre», rispose Telemaco, «della tua irritazione; capisco ogni cosa e so quando le cose non sono come dovrebbero essere, cosa che non potevo fare quand'ero più giovane; non posso però comportarmi sempre con perfetta proprietà. Ora uno ora un altro di questi malvagi qui presenti continua a tormentarmi, e io non ho nessuno che mi stia accanto. Del resto, però, questa lotta fra Iro e il forestiero non è andata come i pretendenti volevano, perché il forestiero ha avuto la meglio. Voglia il padre Giove, Minerva e Apollo spezzare il collo a ognuno di questi tuoi pretendenti, chi dentro la casa e chi fuori; e vorrei che fossero tutti molli come Iro là oltre, alla porta del cortile esterno. Guarda come ciondola il capo come un ubriaco; ha ricevuto una tale battitura che non può reggersi in piedi né tornare a casa sua, ovunque essa sia, perché non gli è rimasta forza alcuna.»

Così conversavano. Eurimaco allora si fece avanti e disse: «Regina Penelope, figlia di Icario, se tutti gli Achei nella Iasiense Argo potessero vederti in questo momento, domani mattina avresti ancora più pretendenti in casa tua, perché sei la donna più ammirevole al mondo, sia per bellezza personale sia per forza d'ingegno.»

A queste parole Penelope rispose: «Eurimaco, il cielo mi ha rubato ogni mia bellezza, di volto o di figura, quando gli Argivi salparono per Troia e con loro il mio caro sposo. Se egli tornasse e si curasse dei miei affari, sarei più rispettata e mostrerei al mondo un aspetto migliore. Così come stanno le cose, sono oppressa dalle cure e dalle afflizioni che il cielo ha voluto accumulare su di me. Mio marito previde tutto, e mentre partiva mi prese il polso destro nella mano — "Moglie", disse, "non torneremo tutti sani e salvi da Troia, perché i Troiani combattono bene con l'arco e con la lancia. Sono eccellenti anche nel combattimento dai carri, e nulla decide l'esito di una battaglia più in fretta di questo. Non so, dunque, se il cielo mi rispedirà da te, o se potrei cadere là, a Troia. Nel frattempo bada tu alle cose di qui. Abbi cura di mio padre e di mia madre come al presente, e ancor di più durante la mia assenza, ma quando vedrai nostro figlio coprirsi di barba, allora sposa chi vorrai, e lascia questa tua presente dimora." Questo egli disse, e ora tutto si avvera. Verrà una notte in cui dovrò cedere a un matrimonio che detesto, perché Giove mi ha tolto ogni speranza di felicità. Questo ulteriore dolore, inoltre, mi spezza il cuore. Voi pretendenti non mi corteggiate secondo l'usanza del mio paese. Quando gli uomini fanno la corte a una donna che credono sarà loro buona sposa e che è di nobile nascita, e ciascuno cerca di conquistarla per sé, essi offrono buoi e pecore per imbandire un banchetto in onore degli amici della dama, e le fanno magnifici doni, invece di mangiarsi i beni altrui senza pagarli.»

Così disse, e Ulisse gioì nel sentirla cercare di estorcere doni ai pretendenti, lusingandoli con parole cortesi che sapeva non sincere.

Allora Antinoo disse: «Regina Penelope, figlia di Icario, prendi quanti doni vorrai da chiunque sia disposto a dartene; non è bene rifiutare un dono; ma noi non lasceremo la nostra occupazione né ci muoveremo di qui, finché tu non avrai sposato il migliore fra noi, chiunque egli sia.»

Gli altri approvarono ciò che Antinoo aveva detto, e ciascuno mandò il proprio servo a portare il suo dono. Il servo di Antinoo tornò con una veste grande e leggiadra, finemente ricamata. Aveva dodici spille d'oro purissimo, lavorate con grande maestria, per fermarla. Eurimaco le offrì subito una magnifica collana di grani d'oro e d'ambra che riluceva come la luce del sole. I due uomini di Euridamante tornarono con orecchini foggiati in tre splendid pendenti che brillavano bellissimi; mentre il re Pisandro, figlio di Polittore, le fece dono di una collana di fattura rarissima, e ogni altro le portò un bel presente di qualche tipo.

Allora la regina tornò nelle sue stanze al piano di sopra, e le ancelle le portarono dietro i doni. Frattanto i pretendenti si misero a cantare e a danzare, e rimasero finché giunse la sera. Danzarono e cantarono finché non fece buio; poi portarono tre bracieri per fare luce, e li riempirono di legna tagliata, vecchia e ben secca, e ne accesero torce, che le ancelle reggevano a turno. Allora Ulisse disse:

«Ancelle, serve di Ulisse che tanto a lungo è stato lontano, andate dalla regina dentro la casa; sedete con lei e distraetela, o filate e cardate la lana. Io reggerò la luce per tutta questa gente. Possono restare fino al mattino, ma non la daranno a me, perché io so sopportare molte cose.»

Le ancelle si guardarono l'un l'altra e risero, mentre la bella Melanto prese a deriderlo con disprezzo. Era figlia di Dolio, ma era stata allevata da Penelope, che soleva darle balocchi da trastullarsi e si prendeva cura di lei quand'era bambina; ma nonostante tutto ciò ella non mostrava alcuna considerazione per i dolori della sua padrona, e usava intrattenersi sconvenientemente con Eurimaco, del quale era innamorata.

«Povero disgraziato», disse, «sei completamente uscito di senno? Va' a dormire in qualche fucina, o in un luogo di pettegole, invece di ciarlare qui. Non ti vergogni di aprir bocca dinanzi ai tuoi superiori — e sono tanti per giunta? Ti ha dato di volta il vino, o vai sempre cianciando in questo modo? Sembra che tu abbia perso il senno perché hai battuto il vagabondo Iro; bada che non venga un uomo migliore di lui a bastonarti sulla testa fino a scacciarti sanguinante dalla casa.»

«Megera», rispose Ulisse, guardandola torvo, «andrò a riferire a Telemaco ciò che hai detto, ed egli ti farà dilaniare membro a membro.»

Con queste parole spaventò le donne, ed esse corsero nel corpo della casa. Tremavano tutte, perché pensavano che avrebbe fatto come diceva. Ma Ulisse si pose accanto ai bracieri ardenti, reggendo le torce e osservando la gente — meditando intanto su cose che sarebbero di certo accadute.

Ma Minerva non permise ai pretendenti, neppure per un istante, di cessare la loro insolenza, perché voleva che Ulisse diventasse ancor più ostile verso di loro; perciò spinse Eurimaco, figlio di Polibo, a schernirlo, il che fece ridere gli altri. «Ascoltatemi», disse, «voi pretendenti della

così parlò, e il suo dire piacque loro assai, tanto che Mulio di Dulichio, servitore di Anfinomo, mescolò una coppa di vino e acqua e la porse a ciascuno di loro, uno a uno, dopodiché essi fecero le loro libagioni agli dei beati: poi, quando ebbero offerto le libagioni e bevuto quanto ciascuno desiderava, presero le loro strade, ognuno verso la propria dimora.

LIBRO XIX

TELEMACO E ULISSE RIMUOVONO LE ARMI—ULISSE SI COLLOQUIA CON PENELOPE—EURICLEA GLI LAVA I PIEDI E RICONOSCE LA CICATRICE SULLA GAMBA—PENELOPE RACCONTA IL SUO SOGNO A ULISSE.

Ulisse fu lasciato nel chiostro, a meditare sui mezzi con cui, con l'aiuto di Minerva, avrebbe potuto uccidere i pretendenti. Poco dopo disse a Telemaco: «Telemaco, dobbiamo raccogliere le armi e portarle all'interno. Trova una scusa quando i pretendenti ti chiederanno perché le hai rimosse. Di' che le hai portate via per tenerle lontano dal fumo, poiché non sono più quelle di quando Ulisse partì, ma sono diventate sporche e nere di fuliggine. Aggiungi a questo, più in particolare, che temi che Giove possa spingerli a litigare durante il vino, e che possano farsi del male a vicenda, il che disonorerebbe sia il banchetto che il corteggiamento, poiché la vista delle armi a volte tenta le persone a usarle».

Telemaco approvò quanto suo padre aveva detto, così chiamò la nutrice Euriclea e disse: «Nutrice, rinchiudi le donne nella loro stanza, mentre io porto le armi che mio padre ha lasciato dietro di sé nel ripostiglio. Nessuno se ne occupa ora che mio padre non c'è più, e sono diventate tutte sporche di fuliggine durante la mia infanzia. Voglio portarle giù dove il fumo non può raggiungerle».

«Vorrei, figlio mio», rispose Euriclea, «che tu prendessi la gestione della casa interamente nelle tue mani e ti occupassi tu stesso di tutti i beni. Ma chi verrà con te e ti farà luce verso il ripostiglio? Le ancelle lo avrebbero fatto, ma tu non glielo permetteresti».

«Lo straniero», disse Telemaco, «mi farà luce; quando la gente mangia il mio pane deve guadagnarselo, non importa da dove venga».

Euriclea fece come le era stato detto e chiuse le donne a chiave nella loro stanza. Poi Ulisse e suo figlio si affrettarono a portare dentro gli elmi, gli scudi e le lance; e Minerva camminava davanti a loro con una lampada d'oro in mano che emanava un bagliore tenue e brillante, dopodiché Telemaco disse: «Padre, i miei occhi vedono una grande meraviglia: le pareti, con le travi, i travicelli e i sostegni su cui poggiano sono tutti luminosi come di un fuoco fiammeggiante. Certamente c'è qualche dio qui che è sceso dal cielo».

«Taci», rispose Ulisse, «stai in silenzio e non fare domande, poiché questo è il modo degli dei. Vai a letto e lascia che io resti qui a parlare con tua madre e le ancelle. Tua madre nel suo dolore mi farà ogni sorta di domande».

A questo punto Telemaco andò alla luce della torcia dall'altra parte del cortile interno, verso la stanza in cui dormiva sempre. Lì giacque nel suo letto fino al mattino, mentre Ulisse fu lasciato nel chiostro a meditare sui mezzi con cui, con l'aiuto di Minerva, avrebbe potuto uccidere i pretendenti.

Poi Penelope scese dalla sua stanza, bellissima come Venere o Diana, e le prepararono un seggio intarsiato con volute d'argento e avorio vicino al fuoco, al suo posto abituale. Era stato fatto da Icmalio e aveva uno sgabello tutt'uno col sedile stesso; ed era coperto da un vello spesso: su di esso ella sedette, e le ancelle giunsero dalla stanza delle donne per raggiungerla. Iniziarono a rimuovere le tavole a cui avevano cenato i malvagi pretendenti, e portarono via il pane avanzato, con le coppe da cui avevano bevuto. Svuotarono le braci dai bracieri e vi ammucchiarono molta legna per dare luce e calore; ma Melanto cominciò a sbeffeggiare Ulisse per la seconda volta e disse: «Straniero, intendi tormentarci restando in giro per casa tutta la notte e spiando le donne? Vattene, miserabile, fuori, e mangia la tua cena lì, o sarai cacciato via con un tizzone ardente».

Ulisse la guardò in cagnesco e rispose: «Mia buona donna, perché dovresti essere così arrabbiata con me? È perché non sono pulito, e i miei vestiti sono tutti stracci, e perché sono costretto ad andare a mendicare come fanno solitamente i vagabondi e i mendicanti? Anch'io una volta ero un uomo ricco e avevo una bella casa tutta mia; a quei tempi davo a molti vagabondi come sono ora, non importa chi fossero o cosa volessero. Avevo una quantità di servitori e tutte le altre cose che possiedono coloro che vivono bene e sono considerati ricchi, ma piacque a Giove portarmi via tutto; perciò, donna, bada che anche tu non perda quell'orgoglio e quel posto nel quale ora ti pavoneggi sopra le tue compagne; fai attenzione a non cadere in disgrazia presso la tua padrona, e che Ulisse torni a casa, poiché c'è ancora una possibilità che ciò accada. Inoltre, sebbene sia morto come tu pensi che sia, per volere di Apollo ha lasciato dietro di sé un figlio, Telemaco, che noterà qualsiasi cosa fatta male dalle ancelle in casa, poiché ora non è più un bambino».

Penelope udì ciò che stava dicendo e sgridò l'ancella: «Sfacciata impudente», disse, «vedo come ti stai comportando in modo abominevole, e ne pagherai le conseguenze. Sapevi perfettamente, poiché te l'ho detto io stessa, che stavo andando a vedere lo straniero per chiedergli di mio marito, per il quale sono in un dolore così continuo».

Poi disse alla sua ancella capo, Eurinome: «Porta un seggio con un vello sopra, affinché lo straniero si sieda mentre racconta la sua storia e ascolta ciò che ho da dire. Desidero fargli alcune domande».

Eurinome portò subito il seggio e vi pose sopra un vello, e non appena Ulisse si fu seduto, Penelope iniziò dicendo: «Straniero, prima ti chiederò chi sei e da dove vieni? Parlami della tua città e dei tuoi genitori».

«Signora», rispose Ulisse, «chi sulla faccia di tutta la terra può osare di rimproverarvi? La vostra fama raggiunge il firmamento del cielo stesso; siete come un re senza macchia, che sostiene la rettitudine, come il monarca su una nazione grande e valorosa: la terra produce il suo grano e l'orzo, gli alberi sono carichi di frutti, le pecore generano agnelli e il mare abbonda di pesci grazie alle sue virtù, e il suo popolo compie buone azioni sotto di lui. Tuttavia, mentre siedo qui in casa vostra, fatemi qualche altra domanda e non cercate di conoscere la mia stirpe e la mia famiglia, o richiamerete ricordi che aumenteranno ancora di più il mio dolore. Sono pieno di pesantezza, ma non dovrei sedere a piangere e lamentarmi in casa altrui, né è bene essere così costantemente afflitti. Avrò una delle serve o voi stessa a lamentarvi di me, dicendo che i miei occhi nuotano di lacrime perché sono appesantito dal vino».

Allora Penelope rispose: «Straniero, il cielo mi ha derubato di ogni bellezza, sia del volto che della figura, quando gli Argivi salparono per Troia e il mio caro marito con loro. Se egli tornasse e si occupasse dei miei affari, sarei sia più rispettata che mostrerei un aspetto migliore al mondo. Come stanno le cose, sono oppressa dalle cure e dalle afflizioni che il cielo ha ritenuto opportuno accumulare su di me. I capi di tutte le nostre isole — Dulichio, Same e Zacinto, così come da Itaca stessa, mi corteggiano contro la mia volontà e stanno consumando il mio patrimonio. Non posso quindi prestare attenzione agli stranieri, né ai supplicanti, né alle persone che dicono di essere abili artigiani, ma sono tutto il tempo col cuore spezzato per Ulisse. Vogliono che mi risposi subito, e devo inventare stratagemmi per ingannarli. In primo luogo, il cielo mi ha messo in mente di montare un grande telaio nella mia stanza e di iniziare a lavorare su un enorme pezzo di pregevole ricamo. Poi ho detto loro: "Miei cari, Ulisse è davvero morto, tuttavia, non incalzatemi a risposarmi immediatamente; aspettate — poiché non vorrei che la mia abilità nel ricamo andasse perduta senza essere registrata — finché non avrò finito di fare un sudario per l'eroe Laerte, da tenere pronto per quando la morte lo porterà via. Egli è molto ricco, e le donne del luogo parleranno se verrà deposto senza un sudario". Questo è ciò che ho detto, ed essi hanno acconsentito; dopodiché lavoravo alla mia grande tela tutto il giorno, ma di notte disfacevo i punti alla luce della torcia. Li ho ingannati in questo modo per tre anni senza che se ne accorgessero, ma col passare del tempo e giunta al mio quarto anno, al calar delle lune e compiuti molti giorni, quelle buone a nulla delle mie ancelle mi hanno tradita ai pretendenti, che hanno fatto irruzione e mi hanno sorpresa; erano molto arrabbiati con me, così sono stata costretta a finire il mio lavoro, volente o nolente. E ora non vedo come possa trovare altri espedienti per sottrarmi a questo matrimonio. I miei genitori mi stanno facendo molta pressione, e mio figlio si irrita per le devastazioni che i pretendenti stanno facendo al suo patrimonio, poiché ora è abbastanza grande da capire tutto e perfettamente in grado di badare ai propri affari, poiché il cielo lo ha benedetto con un'eccellente indole. Tuttavia, nonostante tutto ciò, ditemi chi siete e da dove venite — poiché dovete avere avuto un padre e una madre di qualche tipo; non potete essere figlio di una quercia o di una roccia».

Allora Ulisse rispose: «Signora, sposa di Ulisse, poiché insistete a chiedermi della mia famiglia, risponderò, a qualunque costo: la gente deve aspettarsi di soffrire quando è stata in esilio quanto me, e ha sofferto tanto tra tanti popoli. Tuttavia, per quanto riguarda la vostra domanda, vi dirò tutto ciò che chiedete. C'è un'isola bella e feconda in mezzo all'oceano chiamata Creta; è densamente popolata e vi si trovano novanta città: la gente parla molte lingue diverse che si sovrappongono l'una all'altra, poiché ci sono Achei, coraggiosi Eteocretesi, Dori di triplice stirpe e nobili Pelasgi. C'è una grande città lì, Cnosso, dove regnò Minosse che ogni nove anni aveva un colloquio con Giove stesso. Minosse fu padre di Deucalione, di cui sono figlio, poiché Deucalione ebbe due figli: Idomeneo e me. Idomeneo salpò per Troia, e io, che sono il più giovane, sono chiamato Etone; mio fratello, tuttavia, era al contempo il più anziano e il più valoroso dei due; fu quindi a Creta che vidi Ulisse e gli offrii ospitalità, poiché i venti lo portarono lì mentre era in viaggio verso Troia, portandolo fuori rotta dal capo Malea e lasciandolo ad Amniso, vicino alla grotta di Ilizia, dove i porti sono difficili da raggiungere ed egli riuscì a malapena a trovare riparo dai venti che allora infuriavano. Non appena arrivò lì, andò in città e chiese di Idomeneo, dichiarandosi suo vecchio e stimato amico, ma Idomeneo era già salpato per Troia da circa dieci o dodici giorni prima, così lo portai nella mia casa e gli mostrai ogni tipo di ospitalità, poiché avevo abbondanza di tutto. Inoltre, nutrii gli uomini che erano con lui con farina d'orzo presa dalle scorte pubbliche, e ottenni donazioni di vino e buoi affinché potessero sacrificare a loro piacimento. Rimasero con me dodici giorni, poiché soffiava una burrasca da Nord così forte che a stento si poteva stare in piedi sulla terra. Suppongo che qualche dio ostile l'abbia sollevata per loro, ma il tredicesimo giorno il vento calò ed essi ripartirono».

Molti altri racconti plausibili Ulisse le narrò, e Penelope pianse mentre ascoltava, poiché il suo cuore si era sciolto. Come la neve si consuma sulle cime dei monti quando i venti da Sud-Est e da Ovest vi hanno soffiato sopra e l'hanno sciolta finché i fiumi scorrono pieni fino agli argini, così le sue guance traboccarono di lacrime per il marito che, per tutto il tempo, era seduto al suo fianco. Ulisse provò compassione per lei e ne fu addolorato, ma mantenne i suoi occhi duri come corno o ferro senza lasciarli nemmeno tremare, così astutamente trattenne le sue lacrime. Poi, quando ella si fu sollevata piangendo, si rivolse di nuovo a lui e disse: «Ora, straniero, vi metterò alla prova e vedrò se avete davvero ospitato mio marito e i suoi uomini, come dite di aver fatto. Ditemi, dunque, come era vestito, che tipo di uomo era a vedersi, e così anche dei suoi compagni».

«Signora», rispose Ulisse, «è passato così tanto tempo che a stento posso dirlo. Sono passati vent'anni da quando lasciò la mia casa e andò altrove; ma ve lo dirò come meglio ricordo. Ulisse indossava un mantello di lana porpora, a doppia fodera, ed era fissato da una spilla d'oro con due fermagli per lo spillo. Sulla parte frontale di questa c'era un disegno che mostrava un cane che teneva un cerbiatto maculato tra le zampe anteriori, e lo osservava mentre giaceva ansimante a terra. Ognuno si meravigliava del modo in cui queste cose erano state fatte in oro, il cane che guardava il cerbiatto e lo strangolava, mentre il cerbiatto si dibatteva convulsamente per sfuggire. Quanto alla tunica che indossava a contatto con la pelle, era così morbida che gli calzava come la pelle di una cipolla e brillava alla luce del sole per l'ammirazione di tutte le donne che la contemplavano. Inoltre dico, e fissate il mio dire nel vostro cuore, che non so se Ulisse indossasse questi abiti quando lasciò casa, o se uno dei suoi compagni glieli avesse dati mentre era in viaggio; o forse qualcuno presso la cui casa stava soggiornando gliene fece dono, poiché era un uomo di molti amici e aveva pochi eguali tra gli Achei. Io stesso gli diedi una spada di bronzo e un bellissimo mantello porpora, a doppia fodera, con una tunica che gli scendeva fino ai piedi, e lo inviai a bordo della sua nave con ogni segno d'onore. Aveva con sé un servitore, poco più vecchio di lui, e posso dirvi com'era fatto; aveva le spalle curve, era scuro e aveva folti capelli ricci. Il suo nome era Euribate, e Ulisse lo trattava con maggiore familiarità di chiunque altro, essendo quello che più la pensava come lui».

Penelope fu commossa ancora più profondamente mentre udiva le prove indiscutibili che Ulisse le esponeva; e quando ebbe trovato di nuovo sollievo nel pianto, gli disse: «Straniero, ero già disposta ad aver pietà di voi, ma d'ora in avanti sarete onorato e benvenuto nella mia casa. Fui io a dare a Ulisse gli abiti di cui parlate. Li presi dal ripostiglio e li piegai io stessa, e gli diedi anche la spilla d'oro da indossare come ornamento. Ahimè! Non gli darò mai più il bentornato a casa. Fu per un cattivo destino che egli partì per quella detestata città di cui non riesco nemmeno a pronunciare il nome».

Allora Ulisse rispose: «Signora, sposa di Ulisse, non sfiguratevi ulteriormente soffrendo così amaramente per la vostra perdita, sebbene io possa a stento rimproverarvi per farlo. Una donna che ha amato suo marito e gli ha dato dei figli, naturalmente si addolora nel perderlo, anche se fosse stato un uomo peggiore di Ulisse, che dicono fosse come un dio. Tuttavia, cessate le vostre lacrime e ascoltate ciò che posso dirvi. Non vi nasconderò nulla, e posso dire con assoluta verità che ho saputo recentemente di Ulisse, che è vivo e sulla via del ritorno; si trova tra i Tesproti e sta riportando molto prezioso tesoro che ha chiesto in dono all'uno o all'altro di loro; ma la sua nave e tutto il suo equipaggio andarono perduti mentre lasciavano l'isola di Trinacria, poiché Giove e il dio sole erano in collera con lui perché i suoi uomini avevano macellato il bestiame del dio sole, e annegarono tutti fino all'ultimo uomo. Ma Ulisse si aggrappò alla chiglia della nave e fu trascinato verso la terra dei Feaci, che sono vicini di stirpe agli immortali, e che lo trattarono come se fosse stato un dio, facendogli molti doni e desiderando scortarlo a casa sano e salvo. In effetti Ulisse sarebbe stato qui molto tempo fa, se non avesse ritenuto meglio andare di terra in terra a raccogliere ricchezze; poiché non c'è uomo vivente che sia astuto come lui; non c'è nessuno che possa paragonarsi a lui. Fidone, re dei Tesproti, mi disse tutto questo, e mi giurò — facendo libagioni in casa sua mentre lo faceva — che la nave era in riva al mare e l'equipaggio trovato per portare Ulisse nel suo paese. Egli mi mandò via per primo, poiché capitò che ci fosse una nave tesprota in rotta per l'isola produttrice di grano di Dulichio, ma mi mostrò tutto il tesoro che Ulisse aveva messo insieme, e ne aveva abbastanza a giacere nella casa del re Fidone da mantenere la sua famiglia per dieci generazioni; ma il re disse che Ulisse era andato a Dodona affinché potesse conoscere il volere di Giove dall'alta quercia, e sapere se dopo una così lunga assenza dovesse ritornare a Itaca apertamente o in segreto. Quindi potete sapere che è al sicuro e sarà qui tra poco; è vicino e non può restare lontano da casa molto più a lungo; tuttavia confermerò le mie parole con un giuramento, e chiamerò Giove che è il primo e il più potente di tutti gli dei a testimone, così come quel focolare di Ulisse al quale sono ora giunto, che tutto ciò che ho detto si avvererà certamente. Ulisse ritornerà in questo stesso anno; con la fine di questa luna e l'inizio della prossima egli sarà qui».

«Possa essere proprio così», rispose Penelope; «se le vostre parole si avvereranno, avrete tali doni e tale benevolenza da parte mia che tutti coloro che vi vedranno si congratuleranno con voi; ma so molto bene come andrà. Ulisse non ritornerà, né voi avrete la vostra scorta da qui, poiché, così certamente come Ulisse è esistito, non ci sono più in casa padroni come lui, per ricevere onorevoli stranieri o per aiutarli nel loro viaggio di ritorno. E ora, voi ancelle, lavategli i piedi e preparategli un letto su una branda con tappeti e coperte, affinché possa stare al caldo e tranquillo fino al mattino. Poi, all'alba, lavatelo e ungetelo di nuovo, affinché possa sedere nel chiostro e prendere i suoi pasti con Telemaco. Sarà peggio per chiunque di questa gente odiosa gli sia incivile; che gli piaccia o no, non avrà più nulla a che fare in questa casa. Poiché come, signore, potrete sapere se io sia superiore o meno ad altre del mio sesso sia in bontà di cuore che in comprensione, se vi lascio cenare nei miei chiostri squallido e mal vestito? Gli uomini vivono solo per un breve periodo; se sono duri e agiscono crudelmente, la gente augura loro il male finché sono in vita e parla con disprezzo di loro quando sono morti, ma colui che è giusto e agisce rettamente, la gente racconta la sua lode in tutte le terre, e molti lo chiameranno beato».

Odisseo rispose: «Signora, ho giurato di non toccare tappeti né coperte dal giorno in cui lasciai le distese nevose di Creta per imbarcarmi. Dormirò come ho fatto finora in tante notti insonni. Notte dopo notte ho riposato in giacigli di fortuna, in attesa del mattino. Né desidero che mi si lavino i piedi; non permetterò a nessuna delle sbarazzine che avete in casa di toccarmeli; ma, se avete una donna vecchia e rispettabile che abbia sofferto quanto me, le permetterò di lavarli».

A ciò Penelope disse: «Caro ospite, tra tutti gli stranieri che sono giunti a casa mia, non ce n’è mai stato uno che abbia parlato con tanta ammirevole proprietà come voi. C’è in casa una vecchia assai rispettabile, la stessa che accolse il mio povero caro sposo tra le braccia la notte in cui nacque e lo allattò nell’infanzia. Ora è molto debole, ma vi laverà i piedi». «Vieni qui», disse, «Euriclea, e lava il coetaneo del tuo signore; immagino che le mani e i piedi di Odisseo siano ormai molto simili ai suoi, poiché la sventura ci fa invecchiare tutti terribilmente in fretta».

A queste parole la vecchia si coprì il volto con le mani; scoppiò in pianto e si lamentò dicendo: «Figlio mio caro, non so proprio che cosa fare con te. Sono certa che nessuno sia mai stato più timorato degli dei di te, eppure Zeus ti odia. Nessuno al mondo ha mai bruciato per lui più cosce di bue, né gli ha offerto ecatombi più belle quando pregavi di poter giungere a una vecchiaia verdeggiante e di vedere tuo figlio crescere seguendo le tue orme: eppure vedi come ha impedito solo a te di tornare alla tua casa. Non dubito che le donne in qualche palazzo straniero dove Odisseo è giunto si facciano beffe di lui, così come tutte queste svergognate qui si sono fatte beffe di te. Non mi stupisce che tu non voglia farti lavare da loro, visto il modo in cui ti hanno insultato; io ti laverò i piedi molto volentieri, dato che Penelope mi ha ordinato di farlo; li laverò sia per amore di Penelope che per il tuo, perché hai suscitato nel mio animo i sentimenti più vivi di compassione; e permettimi di aggiungere questo, cui ti prego di prestare attenzione: abbiamo avuto ogni sorta di stranieri in difficoltà qui in passato, ma oso dire che nessuno sia mai giunto che fosse così simile a Odisseo nell’aspetto, nella voce e nei piedi come te».

«Coloro che hanno visto entrambi», rispose Odisseo, «hanno sempre detto che eravamo straordinariamente simili l'uno all'altro, e ora anche tu lo hai notato».

Allora la vecchia prese il calderone in cui stava per lavargli i piedi e vi versò molta acqua fredda, aggiungendovi quella calda finché il bagno non fu abbastanza tiepido. Odisseo sedette accanto al fuoco, ma non passò molto tempo prima che si voltasse lontano dalla luce, poiché gli venne in mente che, quando la vecchia gli avesse preso la gamba, avrebbe riconosciuto una certa cicatrice che vi portava, e allora tutta la verità sarebbe venuta a galla. E in effetti, non appena cominciò a lavare il suo signore, riconobbe subito la cicatrice che gli era stata procurata da un cinghiale durante una battuta di caccia sul monte Parnaso insieme all'eccellente nonno Autolico — che era il più abile ladro e spergiuro del mondo intero — e ai figli di Autolico. Ermes stesso lo aveva dotato di questo dono, poiché egli soleva bruciare per lui le cosce di capre e capretti, e il dio provava piacere nella sua compagnia. Accadde una volta che Autolico si recò a Itaca e trovò appena nato il figlio della figlia. Non appena ebbe terminato la cena, Euriclea pose il neonato sulle ginocchia di lui e disse: «Autolico, devi trovare un nome per il tuo nipote; desideravi tanto averne uno».

«Generi e figlia», rispose Autolico, «chiamate il bambino così: sono fortemente contrariato con un gran numero di persone in un luogo e nell'altro, sia uomini che donne; dunque chiamate il bambino "Odisseo", ovvero figlio dell'ira. Quando crescerà e verrà a far visita alla famiglia di sua madre sul monte Parnaso, dove si trovano i miei possedimenti, gli farò un dono e lo rimanderò a casa rallegrato».

Odisseo, dunque, andò sul Parnaso per ricevere i doni da Autolico, il quale, insieme ai suoi figli, gli strinse la mano e gli diede il benvenuto. Sua nonna Anfitèa gli gettò le braccia al collo, gli baciò il capo e gli occhi bellissimi, mentre Autolico ordinò ai suoi figli di preparare il pranzo, ed essi fecero come egli aveva detto. Portarono un toro di cinque anni, lo scorticarono, lo prepararono e lo divisero in quarti; poi tagliarono accuratamente questi pezzi in parti più piccole e li misero sugli spiedi; li arrostirono a puntino e servirono le porzioni. Così, per tutto il giorno, fino al tramonto del sole, banchettarono, e ogni uomo ebbe la sua piena parte affinché tutti fossero sazi; ma quando il sole calò e giunse l'oscurità, andarono a letto e godettero del dono del sonno.

Quando apparve la figlia del mattino, l'Aurora dalle dita di rosa, i figli di Autolico uscirono a caccia con i loro cani, e anche Odisseo andò con loro. Salirono sui pendii boscosi del Parnaso e presto raggiunsero le sue valli ventilate; ma mentre il sole, appena sorto dalle calme correnti dell'Oceano, cominciava a battere sui campi, giunsero in una gola montana. I cani erano in testa a cercare le tracce della bestia che stavano inseguendo, e dietro di loro venivano i figli di Autolico, tra i quali vi era Odisseo, vicino ai cani, con una lunga lancia in mano. Qui si trovava la tana di un enorme cinghiale tra alcuni cespugli, così fitti che il vento e la pioggia non potevano penetrarvi, né i raggi del sole potevano trafiggerli, e il terreno sottostante era coperto da uno strato di foglie cadute. Il cinghiale udì il rumore dei passi degli uomini e i cani che abbaiavano da ogni parte mentre i cacciatori si avvicinavano, così balzò fuori dalla sua tana, sollevò le setole sul collo e rimase a fronteggiarli con il fuoco che gli brillava negli occhi. Odisseo fu il primo a sollevare la lancia e a cercare di conficcarla nella bestia, ma il cinghiale fu più rapido di lui e lo caricò di lato, squarciandolo sopra il ginocchio con un taglio profondo che però non raggiunse l'osso. Quanto al cinghiale, Odisseo lo colpì alla spalla destra e la punta della lancia lo trapassò da parte a parte, così che cadde gemendo nella polvere finché la vita non lo abbandonò. I figli di Autolico si diedero da fare con la carcassa del cinghiale e fasciarono la ferita di Odisseo; poi, dopo aver pronunciato un incantesimo per fermare l'emorragia, tornarono a casa il più velocemente possibile. Ma quando Autolico e i suoi figli ebbero completamente guarito Odisseo, gli fecero degli splendidi doni e lo rimandarono a Itaca con grande benevolenza reciproca. Quando tornò, suo padre e sua madre furono felici di vederlo e gli chiesero tutto al riguardo, e come si fosse fatto male procurandosi quella cicatrice; così egli raccontò loro come il cinghiale lo avesse squarciato quando era fuori a caccia con Autolico e i suoi figli sul monte Parnaso.

Non appena Euriclea ebbe tra le mani l'arto segnato dalla cicatrice e lo ebbe stretto bene, lo riconobbe e lasciò andare il piede all'istante. La gamba ricadde nel bacile, che risuonò e fu rovesciato, così che tutta l'acqua si sparse a terra; gli occhi di Euriclea, tra la gioia e il dolore, si riempirono di lacrime e non riuscì a parlare, ma afferrò Odisseo per la barba e disse: «Figlio mio caro, sono certa che tu debba essere Odisseo in persona, solo che non ti ho riconosciuto finché non ti ho effettivamente toccato e maneggiato».

Mentre parlava, guardò verso Penelope, come se volesse dirle che il suo caro sposo era in casa, ma Penelope non fu in grado di guardare in quella direzione e osservare ciò che stava accadendo, poiché Atena aveva distolto la sua attenzione; così Odisseo afferrò Euriclea per la gola con la mano destra e con la sinistra la attirò a sé, dicendo: «Nutrice, vuoi essere la mia rovina, tu che mi hai allattato al tuo stesso seno, ora che dopo vent'anni di peregrinazioni sono finalmente tornato a casa mia? Poiché ti è stato concesso dal cielo di riconoscermi, tieni la lingua a freno e non farne parola con nessun altro in casa, perché se lo farai ti dico — e accadrà certamente — che se il cielo mi concederà di togliere la vita a questi pretendenti, non risparmierò nemmeno te, sebbene tu sia la mia nutrice, quando ucciderò le altre donne».

«Figlio mio», rispose Euriclea, «che cosa stai dicendo? Sai bene che nulla può piegarmi o spezzarmi. Terrò la lingua come una pietra o un pezzo di ferro; inoltre lasciami dire, e custodisci le mie parole nel tuo cuore, che quando il cielo avrà consegnato i pretendenti nelle tue mani, ti darò un elenco delle donne della casa che si sono comportate male e di quelle che sono innocenti».

E Odisseo rispose: «Nutrice, non dovresti parlare in questo modo; sono perfettamente in grado di farmi un'opinione su ciascuna di loro; tieni la lingua a freno e lascia tutto al cielo».

Mentre diceva ciò, Euriclea uscì dal chiostro per prendere altra acqua, poiché la prima si era tutta versata; e quando lo ebbe lavato e unto con olio, Odisseo avvicinò il suo seggio al fuoco per riscaldarsi e nascose la cicatrice sotto i suoi stracci. Allora Penelope ricominciò a parlargli e disse:

«Straniero, vorrei parlarvi brevemente di un'altra faccenda. È ormai quasi ora di coricarsi — per coloro, almeno, che riescono a dormire nonostante il dolore. Per quanto mi riguarda, il cielo mi ha dato una vita di tale immenso strazio che, anche di giorno, quando sbrigo le mie faccende e mi prendo cura dei servi, continuo a piangere e a lamentarmi per tutto il tempo; poi, quando giunge la notte e tutti noi andiamo a letto, giaccio sveglia a pensare, e il mio cuore diventa preda dei tormenti più incessanti e crudeli. Come l'usignolo bruno, figlia di Pandareo, canta all'inizio della primavera dal suo posto nascosto nel fitto dei boschi, e con molti trilli lamentosi effonde la storia di come per disgrazia uccise il suo stesso figlio Itilo, figlio del re Zeto, così la mia mente si agita e si volge nell'incertezza se io debba restare con mio figlio qui e salvaguardare i miei beni, i miei servi e la grandezza della mia casa, per rispetto dell'opinione pubblica e della memoria del mio defunto sposo, o se non sia ormai tempo che io vada con il migliore di questi pretendenti che mi corteggiano e mi fanno doni così magnifici. Finché mio figlio era ancora giovane e incapace di comprendere, non voleva sentir parlare di me che lasciavo la casa di mio marito, ma ora che è pienamente adulto mi prega e mi scongiura di farlo, essendo indignato per il modo in cui i pretendenti stanno divorando le sue proprietà. Ascoltate, dunque, un sogno che ho fatto e interpretatelo per me se potete. Ho venti oche in casa che mangiano il pastone da una mangiatoia, e alle quali sono estremamente affezionata. Ho sognato che una grande aquila scendeva in picchiata da una montagna e conficcava il suo becco ricurvo nel collo di ciascuna di esse finché non le ebbe uccise tutte. Poco dopo si è levata in volo verso il cielo e le ha lasciate giacere morte nel cortile; allora ho pianto nel mio sogno finché tutte le mie ancelle si sono radunate attorno a me, tanto pietosamente mi stavo addolorando perché l'aquila aveva ucciso le mie oche. Poi è tornata di nuovo e, posandosi su una trave sporgente, mi ha parlato con voce umana e mi ha detto di smettere di piangere. "Fatti coraggio", ha detto, "figlia di Icario; questo non è un sogno, ma una visione di buon auspicio che si avvererà sicuramente. Le oche sono i pretendenti, e io non sono più un'aquila, ma il tuo sposo, che è tornato da te e che condurrà questi pretendenti a una fine vergognosa". A questo mi sono svegliata e, quando ho guardato fuori, ho visto le mie oche alla mangiatoia che mangiavano il loro pastone come al solito».

«Questo sogno, signora», rispose Odisseo, «può ammettere una sola interpretazione, poiché Odisseo stesso non vi ha forse detto come si compirà? La morte dei pretendenti è presagita, e non uno solo di loro riuscirà a sfuggire».

E Penelope rispose: «Straniero, i sogni sono cose assai curiose e inspiegabili, e non sempre si avverano. Ci sono due porte attraverso le quali queste vane fantasie procedono: l'una è di corno, l'altra di avorio. Quelle che passano attraverso la porta d'avorio sono fallaci, ma quelle che provengono dalla porta di corno significano qualcosa per chi le vede. Non credo, tuttavia, che il mio sogno sia passato attraverso la porta di corno, sebbene io e mio figlio saremmo assai grati se si dimostrasse tale. Inoltre dico — e custodite le mie parole nel vostro cuore — che l'aurora imminente inaugurerà il giorno di malaugurio che deve separarmi dalla casa di Odisseo, poiché sto per tenere una gara di scuri. Mio marito soleva piantare dodici scuri nel cortile, una davanti all'altra, come i sostegni sui quali viene costruita una nave; poi si allontanava da esse e scoccava una freccia attraverso tutte e dodici. Farò in modo che i pretendenti tentino di fare la stessa cosa, e chiunque di loro riesca a tendere l'arco più facilmente e a far passare la freccia attraverso tutte le dodici scuri, lui seguirò, lasciando questa casa del mio sposo legittimo, così bella e così abbondante di ricchezze. Ma anche così, non dubito che la ricorderò nei miei sogni».

Allora Odisseo rispose: «Signora, sposa di Odisseo, non avete bisogno di rimandare la vostra gara, poiché Odisseo tornerà prima ancora che essi possano tendere l'arco, per quanto ci provino, e far passare le loro frecce attraverso il ferro».

A ciò Penelope disse: «Finché, signore, resterete qui a parlare con me, non potrò avere alcun desiderio di andare a letto. Tuttavia, le persone non possono fare a meno del sonno in modo permanente, e il cielo ha stabilito per noi abitanti della terra un tempo per ogni cosa. Salirò quindi al piano di sopra e mi coricherò su quel letto che non ho mai smesso di inondare di lacrime dal giorno in cui Odisseo partì per la città dal nome odioso».

Poi salì al piano di sopra verso la propria stanza, non da sola, ma accompagnata dalle sue ancelle, e una volta lì, pianse il suo caro sposo finché Atena non sparse un dolce sonno sulle sue palpebre.

LIBRO XX

ODISSEO NON RIESCE A DORMIRE — LA PREGHIERA DI PENELOPE A ARTEMIDE — I DUE SEGNI DAL CIELO — ARRIVANO EUMEO E FILOEZIO — I PRETENDENTI CENANO — CTESIPPO LANCIA UN PIEDE DI BUE CONTRO ODISSEO — TEOCLIMENO PREDISE IL DISASTRO E LASCIA LA CASA.

Odisseo dormì nel chiostro su una pelle di giovenco non conciata, sopra la quale gettò diverse pelli di pecora che i pretendenti avevano mangiato, ed Eurinome gli gettò un mantello dopo che si fu coricato. Là, dunque, Odisseo giaceva sveglio meditando sul modo in cui avrebbe dovuto uccidere i pretendenti; e poco dopo, le donne che avevano l'abitudine di comportarsi male con loro lasciarono la casa ridacchiando e scherzando tra loro. Ciò fece arrabbiare molto Odisseo, ed egli fu in dubbio se alzarsi e ucciderle tutte quante lì per lì, o lasciar loro dormire un'ultima volta con i pretendenti. Il suo cuore ringhiava dentro di lui, e come una cagna con i cuccioli ringhia e mostra i denti quando vede uno sconosciuto, così il suo cuore ringhiava di rabbia per le azioni malvagie che venivano compiute: ma egli si batté il petto e disse: «Cuore, resta calmo, ne hai dovute sopportare di peggiori il giorno in cui il terribile Ciclope mangiò i tuoi coraggiosi compagni; eppure le hai sopportate in silenzio finché la tua astuzia non ti ha tratto in salvo fuori dalla caverna, sebbene fossi certo di essere ucciso».

Così rimproverò il suo cuore e lo ricondusse alla pazienza, ma si rigirava come chi gira una pancia piena di sangue e grasso davanti a un fuoco ardente, facendolo prima da un lato e poi dall'altro, affinché possa cuocersi il prima possibile; allo stesso modo si rigirava da una parte all'altra, pensando tutto il tempo a come, solo com'era, avrebbe potuto escogitare di uccidere un così gran numero di uomini come i malvagi pretendenti. Ma poco dopo Atena scese dal cielo sotto le sembianze di una donna e si librò sopra la sua testa dicendo: «Povero uomo infelice, perché giaci sveglio in questo modo? Questa è la tua casa: tua moglie è al sicuro al suo interno, e così pure tuo figlio, che è proprio quel giovane di cui ogni padre può essere orgoglioso».

«Dea», rispose Odisseo, «tutto ciò che hai detto è vero, ma ho qualche dubbio su come riuscirò a uccidere questi malvagi pretendenti da solo, visto il numero di loro che c'è sempre. E c'è questa ulteriore difficoltà, che è ancora più considerevole. Supponendo che con l'aiuto di Zeus e il tuo riesca a ucciderli, devo chiederti di considerare dove potrò fuggire dai loro vendicatori quando tutto sarà finito».

«Vergognati», rispose Atena, «chiunque altro si fiderebbe di un alleato peggiore di me, anche se quell'alleato fosse solo un mortale e meno saggio di quanto io sia. Non sono forse una dea, e non ti ho protetto fin dall'inizio in tutte le tue sventure? Ti dico chiaramente che anche se ci fossero cinquanta bande di uomini a circondarci e desiderose di ucciderci, tu prenderesti tutte le loro pecore e il loro bestiame e li porteresti via con te. Ma va' a dormire; è una cosa assai cattiva giacere svegli tutta la notte, e presto sarai fuori dai tuoi guai».

Mentre parlava, sparse il sonno sui suoi occhi e poi tornò all'Olimpo.

Mentre Odisseo si abbandonava a un sonno profondissimo che alleviava il peso dei suoi affanni, la sua mirabile sposa si svegliò e, sedutasi sul letto, prese a piangere. Quando si fu sfogata col pianto, pregò Artemide dicendo: «Grande dea Artemide, figlia di Zeus, scaglia una freccia nel mio cuore e uccidimi; oppure faccia un turbine a rapirmi e a portarmi via attraverso sentieri di tenebra, finché non mi lasci cadere nelle bocche dell’impetuoso Oceano, come fece con le figlie di Pandareo. Le figlie di Pandareo persero padre e madre, perché gli dei li uccisero, ed esse rimasero orfane. Ma Afrodite si prese cura di loro, e le nutriva con formaggio, miele e vino dolce. Era insegnò loro a superare tutte le donne in bellezza di forme e ingegno; Artemide diede loro un portamento imponente, e Atena le dotò di ogni sorta di abilità; ma un giorno, mentre Afrodite era salita sull'Olimpo per parlare con Zeus al fine di farle maritare (poiché egli sa bene ciò che deve accadere e ciò che non deve accadere a ciascuno), arrivarono i venti di tempesta e le portarono via per farle ancelle delle terribili Erinni. Allo stesso modo vorrei che gli dei che abitano il cielo mi nascondessero alla vista dei mortali, o che la bella Artemide mi colpisse, perché vorrei andare persino sotto la triste terra, pur di farlo continuando a volgere lo sguardo soltanto a Odisseo, e senza dovermi concedere a un uomo peggiore di lui. Inoltre, per quanto la gente possa addolorarsi di giorno, può sopportarlo finché riesce a dormire la notte, poiché quando gli occhi sono chiusi nel sonno gli uomini dimenticano tanto il bene quanto il male; mentre la mia miseria mi perseguita persino nei sogni. Proprio stanotte mi è parso che ci fosse uno al mio fianco che era simile a Odisseo, così com'era quando partì con il suo esercito, e io gioivo, perché credevo che non fosse un sogno, ma la verità stessa».

Su ciò il giorno spuntò, ma Odisseo udì il suono del suo pianto, e ne rimase perplesso, poiché sembrava come se lei lo conoscesse già e fosse al suo fianco. Allora raccolse il mantello e i velli su cui aveva giaciuto, e li pose su un sedile nel portico, ma portò fuori all'aperto la pelle del bue. Levò le mani al cielo e pregò, dicendo: «Padre Zeus, poiché hai ritenuto opportuno condurmi per terra e per mare fino alla mia casa dopo tutte le afflizioni che mi hai inflitto, dammi un segno dalla bocca di qualcuno di coloro che ora sono svegli all'interno della casa, e lasciami avere un altro segno di qualche tipo dall'esterno».

Così pregò. Zeus udì la sua preghiera e subito tuonò in alto tra le nuvole dallo splendore dell'Olimpo, e Odisseo fu felice quando lo udì. Allo stesso tempo, all'interno della casa, una donna che lavorava al mulino, lì vicino nella stanza del mulino, alzò la voce e gli diede un altro segno. C'erano dodici donne al mulino il cui compito era macinare frumento e orzo, che sono il sostegno della vita. Le altre avevano terminato il loro lavoro ed erano andate a riposare, ma questa non aveva ancora finito, poiché non era così forte come loro, e quando udì il tuono smise di macinare e diede il segno al suo padrone. «Padre Zeus», disse, «tu che regni sul cielo e sulla terra, hai tuonato da un cielo sereno senza nemmeno una nuvola, e questo significa qualcosa per qualcuno; concedi dunque la preghiera di me, tua povera serva, che ti invoca, e fa' che questo sia l'ultimo giorno in cui i pretendenti cenano nella casa di Odisseo. Mi hanno sfinita con la fatica di macinare farina per loro, e spero che non possano mai più avere un'altra cena da nessuna parte».

Odisseo fu felice quando udì i presagi che gli venivano trasmessi dal discorso della donna e dal tuono, poiché sapeva che significavano che avrebbe dovuto vendicarsi dei pretendenti.

Poi le altre ancelle in casa si alzarono e accesero il fuoco sul focolare; anche Telemaco si alzò e indossò i suoi abiti. Si cinse la spada a tracolla, legò i sandali ai suoi bei piedi e prese una robusta lancia con una punta di bronzo affilato; poi andò sulla soglia del portico e disse a Euriclea: «Nonna, hai trattato bene lo straniero riguardo al letto e al pasto, o lo hai lasciato arrangiarsi da solo? Perché mia madre, per quanto sia una brava donna, ha l'abitudine di prestare grande attenzione a persone di poco conto e di trascurare altri che in realtà sono uomini molto migliori».

«Non cercare colpe, figlio», disse Euriclea, «quando non c'è nessuno da biasimare. Lo straniero si è seduto e ha bevuto il suo vino finché ha voluto: tua madre gli ha chiesto se volesse altro pane e lui ha detto di no. Quando è voluto andare a dormire, lei ha detto ai servi di preparargli un letto, ma lui ha detto di essere un tale misero reietto che non avrebbe dormito su un letto e sotto le coperte; ha insistito per avere una pelle di bue non conciata e alcune pelli di pecora messe per lui nel portico, e io stessa gli ho gettato addosso un mantello».

Poi Telemaco uscì dal cortile verso il luogo in cui gli Achei si stavano riunendo in assemblea; aveva la lancia in mano e non era solo, poiché i suoi due cani andavano con lui. Ma Euriclea chiamò le ancelle e disse: «Su, svegliatevi; mettetevi a spazzare i portici e a spruzzarli con acqua per placare la polvere; mettete le coperture sui sedili; pulite i tavoli, alcune di voi, con una spugna bagnata; ripulite i crateri e le coppe, e andate subito a prendere l'acqua alla fonte; i pretendenti saranno qui a momenti; saranno qui presto, perché è un giorno di festa».

Così parlò, e loro fecero proprio come aveva detto: venti di loro andarono alla fonte per l'acqua, e le altre si misero alacremente al lavoro per la casa. Anche gli uomini che erano al servizio dei pretendenti arrivarono e iniziarono a tagliare la legna. Poco dopo le donne tornarono dalla fonte, e il porcaro le seguì con i tre maiali migliori che era riuscito a scegliere. Li lasciò pascolare nei paraggi, poi disse con benevolenza a Odisseo: «Straniero, i pretendenti ti trattano un po' meglio ora, o sono insolenti come sempre?»

«Possa il cielo», rispose Odisseo, «ripagare loro la malvagità con cui agiscono con prepotenza nella casa di un altro uomo senza alcun senso di vergogna».

Così conversavano; nel frattempo arrivò Melanzio il capraio, poiché anche lui stava portando le sue capre migliori per la cena dei pretendenti; e aveva con sé due pastori. Legarono le capre sotto il portico d'ingresso, e poi Melanzio iniziò a schernire Odisseo. «Sei ancora qui, straniero», disse, «a infastidire la gente mendicando per la casa? Perché non puoi andare altrove? Tu ed io non troveremo un accordo prima di averci dato un assaggio dei nostri pugni. Mendichi senza alcun senso di decenza: non ci sono feste altrove tra gli Achei, oltre che qui?»

Odisseo non rispose, ma chinò il capo e rimase pensieroso. Poi un terzo uomo, Filezio, si unì a loro, portando una giovenca sterile e alcune capre. Queste erano state portate dai barcaioli che sono lì per traghettare le persone quando qualcuno arriva da loro. Così Filezio mise al sicuro la sua giovenca e le sue capre sotto il portico d'ingresso, e poi si avvicinò al porcaro. «Chi è, porcaro», disse, «questo straniero appena arrivato qui? È uno dei tuoi uomini? Qual è la sua famiglia? Da dove viene? Pover'uomo, sembra essere stato un grande personaggio, ma gli dei danno dolore a chi vogliono, persino ai re se così piace loro».

Mentre parlava si avvicinò a Odisseo e lo salutò con la mano destra; «Buongiorno a te, padre straniero», disse, «sembri essere messo molto male ora, ma spero che tu possa avere tempi migliori in seguito. Padre Zeus, tra tutti gli dei tu sei il più maligno. Siamo tuoi figli, eppure non ci mostri pietà in tutta la nostra miseria e nelle nostre afflizioni. Un sudore mi ha colto quando ho visto quest'uomo, e i miei occhi si sono riempiti di lacrime, perché mi ricorda Odisseo, che temo stia andando in giro proprio con stracci come quelli di quest'uomo, se mai è ancora tra i vivi. Se è già morto e nella casa di Ade, allora, ahimè per il mio buon padrone, che mi fece suo mandriano quando ero ancora molto giovane tra i Cefalleni, e ora il suo bestiame è innumerevole; nessuno avrebbe potuto gestirlo meglio di me, perché si sono moltiplicati come spighe di grano; tuttavia devo continuare a portarli per farli mangiare ad altri, che non si curano di suo figlio anche se è in casa, e non temono l'ira del cielo, ma sono già desiderosi di dividere i beni di Odisseo tra loro perché egli è lontano da tanto tempo. Ho spesso pensato — solo che non sarebbe giusto finché suo figlio è vivo — di andarmene via con il bestiame verso qualche paese straniero; per quanto brutto possa essere, è ancora più difficile restare qui ed essere maltrattato per le mandrie di altre persone. La mia posizione è intollerabile, e sarei scappato da tempo per mettermi sotto la protezione di qualche altro capo, se non fosse che credo che il mio povero padrone tornerà ancora, e farà fuggire tutti questi pretendenti dalla casa».

«Mandriano», rispose Odisseo, «sembri essere una persona molto ben disposta, e vedo che sei un uomo di buon senso. Perciò ti dirò, e confermerò le mie parole con un giuramento. Per Zeus, il capo di tutti gli dei, e per quel focolare di Odisseo a cui sono giunto ora, Odisseo tornerà prima che tu lasci questo posto, e se ne avrai l'animo, lo vedrai uccidere i pretendenti che ora sono padroni qui».

«Se Zeus portasse a compimento tutto ciò», replicò il mandriano, «vedresti come farei del mio meglio per aiutarlo».

E allo stesso modo Eumeo pregò che Odisseo potesse tornare a casa.

Così conversavano. Nel frattempo i pretendenti stavano tramando di assassinare Telemaco: ma un uccello volò vicino a loro alla loro sinistra, un'aquila con una colomba tra gli artigli. Su questo Anfinomo disse: «Amici miei, questo nostro complotto per assassinare Telemaco non avrà successo; andiamo a cena piuttosto».

Gli altri acconsentirono, così entrarono e posarono i loro mantelli sulle panche e sui sedili. Sacrificarono pecore, capre, maiali e la giovenca, e quando le interiora furono cotte le servirono in giro. Mescolarono il vino nei crateri, e il porcaro diede a ogni uomo la sua coppa, mentre Filezio distribuiva il pane nei canestri, e Melanzio versava il vino. Poi stesero le mani sulle buone cose che erano davanti a loro.

Telemaco fece sedere apposta Odisseo nella parte del portico che era pavimentata con pietre; gli diede un sedile dall'aspetto malandato a un tavolino tutto per lui, e fece portare la sua porzione di interiora, con il vino in una coppa d'oro. «Siediti lì», disse, «e bevi il tuo vino tra i grandi. Metterò fine agli scherni e alle percosse dei pretendenti, poiché questa non è una locanda pubblica, ma appartiene a Odisseo, ed è passata da lui a me. Pertanto, pretendenti, tenete le mani e la lingua a posto, o ci saranno guai».

I pretendenti si morsero le labbra e si stupirono dell'audacia del suo discorso; poi Antinoo disse: «Non ci piace un tale linguaggio, ma lo sopporteremo, poiché Telemaco ci sta minacciando sul serio. Se Zeus ce l'avesse permesso, avremmo messo fine alle sue parole coraggiose già da tempo».

Così parlò Antinoo, ma Telemaco non gli diede retta. Nel frattempo gli araldi stavano portando l'ecatombe sacra attraverso la città, e gli Achei si radunarono sotto il boschetto ombreggiato di Apollo.

Poi arrostirono la carne, la tolsero dagli spiedi, diedero a ogni uomo la sua porzione e banchettarono a sazietà; coloro che servivano a tavola diedero a Odisseo esattamente la stessa porzione che avevano gli altri, poiché Telemaco aveva detto loro di farlo.

Ma Atena non voleva che i pretendenti per un solo istante smettessero la loro insolenza, perché voleva che Odisseo diventasse ancora più amareggiato nei loro confronti. Ora accadde che tra loro ci fosse un tipo ribaldo, il cui nome era Ctesippo, che proveniva da Same. Quest'uomo, fiducioso nella sua grande ricchezza, faceva la corte alla moglie di Odisseo, e disse ai pretendenti: «Ascoltate ciò che ho da dire. Lo straniero ha già avuto una porzione grande quanto quella di chiunque altro; questo è bene, poiché non è giusto né ragionevole maltrattare qualsiasi ospite di Telemaco che viene qui. Farò tuttavia un regalo per conto mio, così che possa avere qualcosa da dare alla bagnina, o a qualcun altro dei servi di Odisseo».

Mentre parlava prese un piede di giovenca dal canestro della carne in cui giaceva, e lo lanciò contro Odisseo, ma Odisseo girò la testa un po' di lato ed evitò il colpo, sorridendo amaramente alla sarda mentre lo faceva, e il piede colpì il muro, non lui. Su questo Telemaco parlò con ferocia a Ctesippo: «È una buona cosa per te», disse, «che lo straniero abbia girato la testa così che tu lo abbia mancato. Se lo avessi colpito, ti avrei trafitto con la mia lancia, e tuo padre avrebbe dovuto pensare a farti seppellire piuttosto che sposare in questa casa. Quindi non voglio più vedere comportamenti sconvenienti da nessuno di voi, poiché ormai sono cresciuto, conosco il bene e il male e capisco cosa sta succedendo, invece di essere il bambino che sono stato finora. Vi ho visto a lungo uccidere le mie pecore e servirvi del mio grano e del mio vino: ho sopportato tutto ciò, poiché un uomo solo non può competere con molti, ma non fatemi ulteriore violenza. Eppure, se volete uccidermi, uccidetemi; preferirei di gran lunga morire che vedere scene così vergognose giorno dopo giorno: ospiti insultati e uomini che trascinano le serve in giro per la casa in modo sconveniente».

Tutti tacquero finché alla fine Agelao, figlio di Damastore, disse: «Nessuno dovrebbe offendersi per ciò che è appena stato detto, né contraddirlo, poiché è del tutto ragionevole. Smettete, dunque, di maltrattare lo straniero o chiunque altro dei servi che sono in casa; vorrei tuttavia dire una parola amichevole a Telemaco e a sua madre, che spero possa essere gradita a entrambi. 'Finché', vorrei dire, 'avevate motivo di sperare che Odisseo tornasse un giorno a casa, nessuno avrebbe potuto lamentarsi del fatto che aspettavate e tolleravate che i pretendenti fossero in casa vostra. Sarebbe stato meglio se fosse tornato, ma ora è sufficientemente chiaro che non lo farà mai; discutetene quindi tranquillamente con vostra madre, e ditele di sposare l'uomo migliore, quello che le fa l'offerta più vantaggiosa. Così potrete gestire la vostra eredità, mangiare e bere in pace, mentre vostra madre si occuperà della casa di qualcun altro, non della vostra'».

A questo Telemaco rispose: «Per Zeus, Agelao, e per i dolori del mio infelice padre, che è morto lontano da Itaca o sta vagando in qualche terra lontana, non metto ostacoli al matrimonio di mia madre; al contrario, la esorto a scegliere chiunque voglia, e le darò innumerevoli doni per giunta, ma non oso insistere categoricamente affinché lasci la casa contro la sua volontà. Il cielo non voglia che io faccia questo».

Atena fece scoppiare i pretendenti in una risata smodata e fece divagare le loro menti; ma ridevano con una risata forzata. La loro carne si macchiò di sangue; i loro occhi si riempirono di lacrime e i loro cuori erano pesanti di presagi. Teoclimeno vide ciò e disse: «Uomini infelici, cosa vi affligge? C'è un sudario di tenebra che vi avvolge dalla testa ai piedi, le vostre guance sono bagnate di lacrime; l'aria è viva di voci lamentose; le pareti e le travi del tetto grondano sangue; il cancello dei portici e il cortile oltre di esso sono pieni di fantasmi che scendono nella notte dell'inferno; il sole è cancellato dal cielo, e un'oscurità rovinosa è su tutta la terra».

Così parlò, e tutti risero di cuore. Eurimaco allora disse: «Questo straniero che è appena arrivato qui ha perso la ragione. Servi, cacciatelo in strada, visto che trova che qui sia così buio».

Ma Teoclimeno disse: «Eurimaco, non hai bisogno di mandare nessuno con me. Ho occhi, orecchie e un paio di piedi tutti miei, per non parlare di una mente comprensiva. Porterò queste cose fuori di casa con me, poiché vedo una sventura che incombe su di voi, dalla quale nessuno di voi uomini che insultate la gente e complottate azioni malvagie nella casa di Odisseo riuscirà a scappare».

Lasciò la casa mentre parlava, e tornò da Pireo che gli diede il benvenuto, ma i pretendenti continuavano a guardarsi l'un l'altro e a provocare Telemaco ridendo degli stranieri. Un insolente gli disse: «Telemaco, non sei fortunato con i tuoi ospiti; prima hai questo importuno vagabondo, che viene a chiedere pane e vino e non ha abilità per il lavoro o per il duro combattimento, ma è perfettamente inutile, e ora ecco un altro tipo che si atteggia a profeta. Lascia che ti persuada, perché sarà molto meglio metterli a bordo di una nave e mandarli via dai Siculi per venderli per quello che potranno fruttare».

Telemaco non gli diede retta, ma sedeva in silenzio a guardare suo padre, aspettandosi da un momento all'altro che iniziasse il suo attacco contro i pretendenti.

Nel frattempo la figlia di Icario, la saggia Penelope, aveva fatto mettere un ricco sedile per lei di fronte al cortile e ai portici, in modo che potesse sentire ciò che ognuno diceva. La cena infatti era stata preparata tra molta allegria; era stata buona e abbondante, poiché avevano sacrificato molte vittime; ma la cena doveva ancora arrivare, e nulla si può concepire di più raccapricciante del pasto che una dea e un uomo coraggioso stavano per offrire loro, poiché si erano attirati la condanna da soli.

LIBRO XXI

LA PROVA DEGLI ARCHI, DURANTE LA QUALE ODISSEO SI RIVELA A EUMEO E A FILEZIO

Minerva mise allora in mente a Penelope di far mettere alla prova i Proci con l'arco e con le scuri di ferro, in una gara tra di loro, come mezzo per attuare la loro distruzione. Ella salì al piano superiore e prese la chiave del magazzino, che era fatta di bronzo e aveva un'impugnatura d'avorio; andò poi con le sue ancelle nel ripostiglio in fondo alla casa, dove erano custoditi i tesori di suo marito, oro, bronzo e ferro lavorato, e dove si trovava anche il suo arco e la faretra piena di frecce mortali che gli erano state donate da un amico incontrato a Lacedemone: Ifito, figlio di Eurito. I due si erano incontrati a Messene, nella casa di Ortiloco, dove Odisseo alloggiava per riscuotere un debito dovuto da tutto il popolo; i Messeni infatti avevano sottratto trecento pecore da Itaca e se n'erano andati via con esse e con i loro pastori. Alla ricerca di queste, Odisseo intraprese un lungo viaggio quando era ancora molto giovane, poiché suo padre e gli altri capi lo avevano mandato in missione per recuperarle. Anche Ifito vi si era recato per cercare di riavere dodici giumente che aveva perduto, con i puledri che correvano insieme a loro. Queste giumente furono alla fine la sua rovina, poiché quando egli si recò alla casa del figlio di Giove, il potente Eracle, che compì tali prodigi di valore, Eracle, a sua vergogna, lo uccise, sebbene fosse suo ospite, poiché non temette la vendetta del cielo, né rispettò la propria tavola che aveva apparecchiato davanti a Ifito, ma lo uccise nonostante tutto, tenendo per sé le giumente. Fu proprio mentre reclamava queste che Ifito incontrò Odisseo e gli diede l'arco che il potente Eurito era solito portare, e che alla sua morte gli era stato lasciato in eredità dal figlio. Odisseo in cambio gli diede una spada e una lancia, e questo fu l'inizio di una salda amicizia, sebbene non si fossero mai fatti visita nelle rispettive case, poiché il figlio di Giove, Eracle, uccise Ifito prima che potessero farlo. Questo arco, dunque, donatogli da Ifito, non era stato portato con sé da Odisseo quando salpò per Troia; lo aveva usato finché era rimasto in patria, ma lo aveva lasciato indietro come ricordo di un caro amico.

Penelope raggiunse quindi la soglia di quercia del magazzino; il falegname l'aveva piallata a dovere e vi aveva tracciato una linea per renderla perfettamente dritta; vi aveva poi fissato gli stipiti e appeso le porte. Ella sciolse la cinghia dall'anello della porta, inserì la chiave e la spinse fino in fondo per far scattare i chiavistelli che tenevano chiuse le porte; queste si spalancarono con un rumore simile a quello di un toro che muggisce in un prato, e Penelope salì sulla piattaforma rialzata, dove si trovavano le casse in cui la bella biancheria e le vesti erano riposte insieme ad erbe profumate: sporgendosi da lì, tirò giù l'arco con la sua custodia dal piolo a cui era appeso. Si sedette con esso sulle ginocchia, piangendo amaramente mentre estraeva l'arco dalla custodia, e quando le lacrime le ebbero dato sollievo, si recò nel chiostro dove si trovavano i Proci, portando l'arco e la faretra, con le molte frecce mortali che vi erano dentro. Insieme a lei venivano le sue ancelle, portando una cassa che conteneva molto ferro e bronzo che suo marito aveva vinto come premio. Quando raggiunse i Proci, si fermò presso uno dei pilastri che sostenevano il tetto del chiostro, tenendosi un velo davanti al volto, con un'ancella da ciascun lato. Poi disse:

«Ascoltatemi, o Proci, che insistete nell'abusare dell'ospitalità di questa casa perché il suo padrone è lontano da tempo, e senza altro pretesto se non quello di volermi sposare; questo, dunque, essendo il premio per cui gareggiate, farò uscire il potente arco di Odisseo, e chiunque di voi riuscirà a tenderlo più facilmente e a far passare la sua freccia attraverso ognuna delle dodici scuri, lui seguirò, lasciando questa casa del mio legittimo sposo, così bella e così ricca di beni. Ma anche così, non dubito che la ricorderò nei miei sogni.»

Mentre parlava, ordinò a Eumeo di porre l'arco e i pezzi di ferro davanti ai Proci, ed Eumeo piangeva mentre li prendeva per fare come ella aveva ordinato. Lì vicino, anche il mandriano piangeva nel vedere l'arco del suo signore, ma Antinoo li rimproverò. «Voi bifolchi di campagna,» disse, «sciocchi sempliciotti; perché dovete aggiungere dolore alla vostra padrona piangendo in questo modo? Ha già abbastanza da rattristarsi per la perdita del marito; sedetevi dunque e mangiate le vostre cene in silenzio, o andate fuori se volete piangere, e lasciate qui l'arco. Noi Proci dovremo contendercelo con tutte le forze, poiché non troveremo affatto facile tendere un arco come questo. Non c'è nessuno tra noi che sia come Odisseo; poiché io l'ho visto e lo ricordo, anche se allora ero solo un bambino.»

Questo disse, ma tutto il tempo sperava di riuscire a tendere l'arco e a scoccare attraverso il ferro, mentre in realtà doveva essere il primo a gustare le frecce dalle mani di Odisseo, che egli stava disonorando nella sua stessa casa, spronando anche gli altri a fare lo stesso.

Poi parlò Telemaco. «Grandi dei!» esclamò, «Giove deve avermi tolto il senno. Ecco la mia cara ed eccellente madre che dice che lascerà questa casa e si risposerà, eppure io rido e mi diverto come se non stesse accadendo nulla. Ma, Proci, poiché la gara è stata concordata, che si proceda. Si tratta di una donna il cui pari non si trova a Pilo, Argo o Micene, né a Itaca o sulla terraferma. Voi lo sapete bene quanto me; che bisogno ho di parlare in lode di mia madre? Suvvia, dunque, non cercate scuse per ritardare, ma vediamo se riuscite a tendere l'arco o no. Anch'io farò una prova, poiché se riuscirò a tenderlo e a scoccare attraverso il ferro, non permetterò a mia madre di lasciare questa casa con un estraneo, non se potrò vincere i premi che mio padre vinse prima di me.»

Mentre parlava, balzò dal suo sedile, gettò via il mantello cremisi e tolse la spada dalla spalla. Per prima cosa dispose le scuri in fila, in un lungo solco che aveva scavato per loro, e che aveva reso dritto con la cordicella. Poi calcò la terra attorno ad esse, e tutti furono sorpresi nel vederlo sistemarle con tanta cura, sebbene non avesse mai visto nulla del genere prima d'ora. Fatto ciò, andò sul pavimento per tentare l'arco; per tre volte lo tirò, provando con tutte le sue forze a tendere la corda, e per tre volte dovette smettere, sebbene avesse sperato di tendere l'arco e scoccare attraverso il ferro. Stava tentando per la quarta volta, e lo avrebbe teso se Odisseo non gli avesse fatto un cenno per fermarlo, nonostante tutta la sua impazienza. Così disse:

«Ahimè! O sarò sempre debole e privo di valore, o sono troppo giovane, e non ho ancora raggiunto la mia piena forza per poter tenere testa se qualcuno mi attacca. Voi altri, dunque, che siete più forti di me, fate la prova dell'arco e chiudiamo questa gara.»

Detto ciò, depose l'arco, lasciandolo appoggiato contro la porta [che conduceva in casa] con la freccia appoggiata alla punta dell'arco. Poi si sedette sul sedile dal quale si era alzato, e Antinoo disse:

«Venite avanti, ognuno di voi a turno, andando verso destra dal punto in cui il coppiere inizia quando serve il vino.»

Gli altri acconsentirono, e Leiode, figlio di Enope, fu il primo ad alzarsi. Era il sacerdote sacrificale dei Proci e sedeva nell'angolo vicino al cratere. Era l'unico uomo che odiava le loro cattive azioni ed era indignato verso gli altri. Fu il primo a prendere l'arco e la freccia, così andò sul pavimento per fare il suo tentativo, ma non riuscì a tendere l'arco, perché le sue mani erano deboli e non abituate al duro lavoro, si stancarono quindi presto, e disse ai Proci: «Amici miei, non riesco a tenderlo; lo prenda un altro, questo arco toglierà la vita e l'anima a molti capi tra noi, poiché è meglio morire che vivere dopo aver mancato il premio per cui abbiamo tanto lottato, e che ci ha tenuti uniti così a lungo. Qualcuno di noi sta ancora sperando e pregando di poter sposare Penelope, ma dopo aver visto questo arco e averlo provato, corteggi e faccia offerte nuziali a qualche altra donna, e Penelope sposi chi le farà l'offerta migliore e a chi il destino vorrà destinarla.»

Detto ciò, depose l'arco, lasciandolo appoggiato contro la porta, con la freccia appoggiata alla punta dell'arco. Poi si sedette di nuovo sul sedile dal quale si era alzato; e Antinoo lo rimproverò dicendo:

«Leiode, che vai dicendo? Le tue parole sono mostruose e intollerabili; mi fa rabbia ascoltarti. Dovrebbe dunque questo arco togliere la vita a molti capi tra noi, solo perché tu non riesci a piegarlo? Vero, non sei nato per essere un arciere, ma ci sono altri che presto lo tenderanno.»

Poi disse a Melanzio, il capraio: «Sbrigati, accendi un fuoco nel cortile, e metti vicino un sedile con sopra una pelle di pecora; portaci anche una grossa palla di grasso, di quella che hanno in casa. Scaldiamo l'arco e ungiamolo; faremo poi un altro tentativo e porteremo a termine la gara.»

Melanzio accese il fuoco e vi pose accanto un sedile coperto di pelli di pecora. Portò anche una grossa palla di grasso da quella che avevano in casa, e i Proci scaldarono l'arco e fecero di nuovo un tentativo, ma nessuno di loro era abbastanza forte da tenderlo. Tuttavia, rimanevano ancora Antinoo ed Eurimaco, che erano i capibanda tra i Proci e di gran lunga i più autorevoli tra tutti.

Allora il porcaro e il mandriano lasciarono insieme il chiostro, e Odisseo li seguì. Quando furono fuori dalle porte e dal cortile esterno, Odisseo disse loro sottovoce:

«Mandriano, e tu porcaro, ho qualcosa in mente che sono in dubbio se dire o no; ma penso che la dirò. Che sorta di uomini sareste per schierarvi con Odisseo, se qualche dio dovesse riportarlo qui tutto d'un tratto? Dite a cosa siete disposti: stare dalla parte dei Proci, o con Odisseo?»

«Padre Giove,» rispose il mandriano, «magari tu potessi disporlo. Se qualche dio riportasse Odisseo indietro, vedresti con quanta forza e vigore combatterei per lui.»

Con parole simili Eumeo pregò tutti gli dei che Odisseo potesse ritornare; quando, dunque, vide con certezza quali fossero le loro intenzioni, Odisseo disse: «Sono io, Odisseo, che sono qui. Ho sofferto molto, ma alla fine, nel ventesimo anno, sono tornato nel mio paese. Trovo che voi due soli tra tutti i miei servi siete contenti che io lo faccia, poiché non ho sentito nessuno degli altri pregare per il mio ritorno. A voi due, dunque, rivelerò la verità così com'è. Se il cielo mi consegnerà i Proci nelle mani, troverò mogli per entrambi, vi darò casa e possedimenti vicino ai miei, e sarete per me come se foste fratelli e amici di Telemaco. Ora vi darò prove convincenti affinché possiate conoscermi ed esserne certi. Guardate, ecco la cicatrice del dente di cinghiale che mi squarciò quando ero a caccia sul Monte Parnaso con i figli di Autolico.»

Mentre parlava, scostò gli stracci dalla grande cicatrice, e quando l'ebbero esaminata a fondo, entrambi piansero attorno a Odisseo, gli gettarono le braccia al collo e gli baciarono il capo e le spalle, mentre Odisseo baciava le loro mani e i loro volti in cambio. Il sole sarebbe tramontato sul loro lutto se Odisseo non li avesse fermati dicendo:

«Cessate il vostro pianto, affinché qualcuno non esca e ci veda, e lo dica a quelli che sono dentro. Quando entrate, fatelo separatamente, non entrambi insieme; io andrò per primo, e voi seguitemi poi; sia inoltre questo il segnale tra noi: i Proci cercheranno tutti di impedirmi di impossessarmi dell'arco e della faretra; tu, Eumeo, mettimelo nelle mani quando lo porterai in giro, e di' alle donne di chiudere le porte dei loro appartamenti. Se sentono gemiti o fracasso come di uomini che combattono per la casa, non devono uscire; devono stare in silenzio e restare dove sono al loro lavoro. E ti ordino, Filezio, di sbarrare le porte del cortile esterno, e di legarle saldamente subito.»

Quando ebbe parlato così, tornò in casa e riprese il posto che aveva lasciato. Poco dopo, i suoi due servi lo seguirono all'interno.

In quel momento l'arco era nelle mani di Eurimaco, che lo stava scaldando vicino al fuoco, ma nemmeno così riusciva a tenderlo, ed era molto addolorato. Emise un profondo sospiro e disse: «Mi addoloro per me stesso e per noi tutti; mi addoloro per il fatto che dovrò rinunciare al matrimonio, ma non mi importa molto di questo, poiché ci sono molte altre donne a Itaca e altrove; ciò che sento di più è il fatto di essere così inferiori a Odisseo in forza da non poter tendere il suo arco. Questo ci disonorerà agli occhi di coloro che devono ancora nascere.»

«Non sarà così, Eurimaco,» disse Antinoo, «e lo sai anche tu. Oggi è la festa di Apollo in tutta la terra; chi può tendere un arco in un giorno come questo? Mettetelo da parte; quanto alle scuri, possono stare dove sono, poiché non è probabile che qualcuno venga in casa e le porti via: lasciate che il coppiere giri con le sue coppe, che possiamo fare le nostre libagioni e lasciar perdere questa faccenda dell'arco; diremo a Melanzio di portarci delle capre domani, le migliori che ha; potremo poi offrire le cosce ad Apollo, il potente arciere, e fare di nuovo prova dell'arco, così da portare la gara a conclusione.»

Gli altri approvarono le sue parole, e quindi i servi versarono acqua sulle mani degli ospiti, mentre i paggi riempivano i crateri con vino e acqua e li servivano dopo aver dato a ogni uomo la sua libagione. Poi, quando ebbero fatto le loro offerte e bevuto ciascuno quanto desiderava, Odisseo disse astutamente:—

«Proci dell'illustre regina, ascoltate affinché io possa parlare proprio come ho in mente. Faccio appello in modo particolare a Eurimaco, e ad Antinoo che ha appena parlato con tanta ragione. Cessate di tirare per il momento e lasciate la faccenda agli dei, ma al mattino che il cielo dia la vittoria a chi vorrà. Per il momento, tuttavia, date a me l'arco che possa provare la potenza delle mie mani tra voi tutti, e vedere se ho ancora tanta forza come usavo avere, o se i viaggi e l'incuria le hanno fatto terminare.»

Questo li fece tutti molto arrabbiare, poiché temevano che potesse tendere l'arco, Antinoo quindi lo rimproverò ferocemente dicendo: «Sciagurata creatura, non hai nemmeno un briciolo di buon senso in tutto il corpo; dovresti ritenerti fortunato di poter cenare incolume tra i tuoi superiori, senza che ti venga servita una porzione più piccola di quella che abbiamo avuto noi altri, e di poter ascoltare la nostra conversazione. A nessun altro mendicante o straniero è stato permesso di sentire ciò che diciamo tra noi; il vino deve averti fatto del male, come fa a tutti coloro che bevono smodatamente. Fu il vino che infiammò il Centauro Eurizione quando era ospite di Piritoo tra i Lapiti. Quando il vino gli ebbe dato alla testa, impazzì e compì cattive azioni nella casa di Piritoo; questo fece infuriare gli eroi che vi erano riuniti, così si scagliarono su di lui e gli tagliarono le orecchie e le narici; poi lo trascinarono fuori dalla casa attraverso la porta, così se ne andò folle, e portò il peso del suo crimine, privato del senno. Da allora, dunque, ci fu guerra tra gli uomini e i centauri, ma se l'era cercata lui stesso con la sua ubriachezza. Allo stesso modo, ti dico che ti andrà male se tenderai l'arco: non troverai pietà da nessuno qui, poiché ti spediremo subito dal re Echeto, che uccide chiunque gli si avvicini: non ne uscirai mai vivo, quindi bevi e sta' tranquillo senza metterti a litigare con uomini più giovani di te.»

Penelope allora gli parlò. «Antinoo,» disse, «non è giusto che tu maltratti qualsiasi ospite di Telemaco che viene in questa casa. Se lo straniero dovesse dimostrarsi abbastanza forte da tendere il potente arco di Odisseo, puoi forse supporre che mi porterebbe a casa con lui e farebbe di me sua moglie? Nemmeno l'uomo stesso può avere un'idea del genere in mente: nessuno di voi deve lasciare che ciò disturbi il suo banchetto; sarebbe del tutto fuori luogo.»

«Regina Penelope,» rispose Eurimaco, «non supponiamo che quest'uomo vi porterà via con lui; è impossibile; ma temiamo che qualcuno della gente di basso rango, uomini o donne tra gli Achei, vada in giro a spettegolare e dica: "Questi Proci sono gente debole; corteggiano la moglie di un uomo coraggioso il cui arco nessuno di loro è stato in grado di tendere, eppure un vagabondo mendicante che è venuto in casa lo ha teso subito e ha mandato una freccia attraverso il ferro." Questo è ciò che si dirà, e sarà uno scandalo contro di noi.»

«Eurimaco,» rispose Penelope, «le persone che insistono a mangiare il patrimonio di un grande capo e a disonorare la sua casa non devono aspettarsi che gli altri pensino bene di loro. Perché allora vi importa se la gente parla come pensate che farà? Questo straniero è forte e ben fatto, dice inoltre di essere di nobile nascita. Dategli l'arco, e vediamo se riesce a tenderlo o no. Io dico, e sarà certamente così, che se Apollo gli concederà la gloria di tenderlo, gli darò un mantello e una camicia di buon uso, con un giavellotto per difendersi da cani e briganti, e una spada affilata. Gli darò anche dei sandali, e farò in modo che sia mandato in salvo ovunque voglia andare.»

Allora Telemaco disse: «Madre, io sono l'unico uomo sia a Itaca che nelle isole di fronte all'Elide che ha il diritto di lasciare che qualcuno abbia l'arco o di rifiutarlo. Nessuno mi costringerà in un modo o nell'altro, nemmeno se scegliessi di fare allo straniero un regalo dell'arco direttamente, e lasciassi che se lo porti via. Va', dunque, dentro la casa e occupati dei tuoi doveri quotidiani, il tuo telaio, la tua conocchia, e il comando dei tuoi servi. Questo arco è una faccenda da uomini, e mia sopra tutti gli altri, poiché sono io che sono il padrone qui.»

Ella tornò meravigliata in casa, e serbò nel cuore le parole di suo figlio. Poi, salendo al piano di sopra con le ancelle fino alla sua stanza, pianse il suo caro sposo finché Minerva non sparse un dolce sonno sulle sue palpebre.

Il porcaro prese allora l'arco e stava per portarlo a Ulisse, ma i Proci gridarono contro di lui da ogni parte del chiostro, e uno di loro disse: «Idiota, dove stai portando quell'arco? Hai perso il senno? Se Apollo e gli altri dèi vorranno esaudire la nostra preghiera, i tuoi stessi cani da caccia ti trascineranno in qualche angolino tranquillo e ti sbraneranno a morte.»

Eumeo si spaventò per il tumulto che tutti sollevarono, così posò l'arco proprio lì, ma Telemaco gli gridò contro dall'altra parte del chiostro, minacciandolo e dicendo: «Padre Eumeo, porta avanti l'arco a dispetto di costoro, o per quanto io sia giovane ti scaccerò a sassate verso la campagna, poiché io sono il più forte dei due. Vorrei essere più forte di tutti gli altri Proci in questa casa quanto lo sono rispetto a te; li manderei presto via, malati e pentiti, poiché tramano sciagure.»

Così parlò, ed essi risero di cuore, il che li dispose meglio verso Telemaco; così Eumeo portò avanti l'arco e lo pose nelle mani di Ulisse. Fatto ciò, chiamò Euriclea in disparte e le disse: «Euriclea, Telemaco dice che devi chiudere le porte degli appartamenti delle donne. Se dovessero udire gemiti o baccano come di uomini che combattono in casa, non devono uscire, ma restare in silenzio e rimanere dove sono, al loro lavoro.»

Euriclea fece come le era stato ordinato e chiuse le porte degli appartamenti delle donne.

Nel frattempo Filezio scivolò silenziosamente fuori e sbarrò i cancelli del cortile esterno. C'era un cavo di nave in fibra di biblo che giaceva nella portineria, così sbarrò i cancelli con quello e rientrò, riprendendo il posto che aveva lasciato e tenendo d'occhio Ulisse, che ora aveva l'arco tra le mani e lo girava in ogni verso, saggiandolo tutto per vedere se i tarli avessero mangiato le sue due corna durante la sua assenza. Allora uno si volse verso il suo vicino dicendo: «Ecco un vecchio intenditore di archi; o ne ha uno uguale a casa, o ne vuole costruire uno, con tanta maestria quel vecchio vagabondo lo maneggia.»

Un altro disse: «Spero che non abbia più successo in altre cose di quanto ne avrà nel tendere questo arco.»

Ma Ulisse, dopo averlo preso ed esaminato in ogni parte, lo tese con la stessa facilità con cui un abile bardo tende una nuova corda alla sua lira e assicura il budello ritorto a entrambe le estremità. Poi lo prese nella mano destra per provare la corda, e questa cantò dolcemente sotto il suo tocco come il garrito di una rondine. I Proci furono sgomenti e cambiarono colore sentendola; in quel momento, inoltre, Giove tuonò forte come segno, e il cuore di Ulisse gioì nell'udire il presagio che il figlio del perfido Saturno gli aveva inviato.

Prese una freccia che giaceva sulla tavola — poiché quelle che gli Achei stavano per assaggiare erano tutte dentro la faretra — la appoggiò sulla parte centrale dell'arco e tirò verso di sé la tacca della freccia e la corda, rimanendo seduto sul suo seggio. Quando ebbe preso la mira, scoccò, e la sua freccia trafisse tutti i fori delle maniglie delle scuri, dal primo in poi, finché non fu passata interamente attraverso di essi e fuori nel cortile esterno. Poi disse a Telemaco:

«Il tuo ospite non ti ha disonorato, Telemaco. Non ho mancato ciò a cui miravo, e non ci ho messo molto a tendere il mio arco. Sono ancora forte, e non come i Proci mi rinfacciano di essere. Ora, tuttavia, è tempo che gli Achei preparino la cena finché c'è ancora luce, e poi si divertano con il canto e la danza, che sono gli ornamenti supremi di un banchetto.»

Mentre parlava, fece un cenno con le sopracciglia, e Telemaco si cinse la spada, afferrò la lancia e si pose armato accanto al seggio di suo padre.

LIBRO XXII

L'UCCISIONE DEI PROCI — LE ANCELLE CHE SI SONO COMPORTATE MALE SONO COSTRETTE A PULIRE IL CHIOSTRO E VENGONO POI IMPICCATE.

Allora Ulisse si strappò i cenci e balzò sull'ampio pavimento con il suo arco e la faretra piena di frecce. Sparse le frecce a terra ai suoi piedi e disse: «Il grande agone è giunto al termine. Ora vedrò se Apollo mi concederà di colpire un altro segno che nessun uomo ha ancora colpito.»

Ciò detto, mirò con una freccia mortale ad Antinoo, che stava per prendere una coppa d'oro a due manici per bere il vino e l'aveva già tra le mani. Non pensava alla morte — chi tra tutti i convitati avrebbe mai immaginato che un solo uomo, per quanto valoroso, potesse restare solo tra tanti e ucciderlo? La freccia colpì Antinoo alla gola e la punta passò netta attraverso il collo, cosicché egli cadde all'indietro e la coppa gli scivolò di mano, mentre un denso fiotto di sangue gli zampillò dalle narici. Calciò via la tavola e rovesciò le vivande, così che il pane e le carni arrostite furono tutte insudiciate mentre cadevano al suolo. I Proci fecero un gran tumulto quando videro che un uomo era stato colpito; balzarono sgomenti, tutti quanti, dai loro seggi e guardarono ovunque verso le pareti, ma non c'era né scudo né lancia, e rimproverarono Ulisse con molta ira. «Straniero,» dissero, «pagherai per aver sparato alle persone in questo modo: non vedrai altri agoni; sei un uomo spacciato; colui che hai ucciso era il giovane più importante di Itaca, e gli avvoltoi ti divoreranno per averlo ucciso.»

Così parlarono, poiché pensavano che avesse ucciso Antinoo per errore, e non percepirono che la morte pendeva sopra la testa di ognuno di loro. Ma Ulisse li fissò con ira e disse:

«Cani, credevate forse che non sarei tornato da Troia? Avete sperperato i miei beni, avete costretto le mie serve a giacere con voi, e avete corteggiato mia moglie mentre io ero ancora in vita. Non avete temuto né Dio né uomo, e ora morirete.»

Sbiancarono dalla paura mentre parlava, e ogni uomo si guardò attorno per vedere dove potesse fuggire per salvarsi, ma solo Eurimaco parlò.

«Se tu sei Ulisse,» disse, «allora ciò che hai detto è giusto. Abbiamo commesso molti torti sulle tue terre e nella tua casa. Ma Antinoo, che era il capo e il primo degli offensori, giace già a terra. È stata tutta opera sua. Non era che volesse sposare Penelope; non gli importava tanto di questo; ciò che voleva era qualcosa di ben diverso, e Giove non glielo ha concesso; voleva uccidere tuo figlio ed essere il capo a Itaca. Ora, dunque, che ha incontrato la morte che meritava, risparmia la vita alla tua gente. Ripareremo ogni cosa tra noi, e ti pagheremo per intero tutto ciò che abbiamo mangiato e bevuto. Ognuno di noi ti pagherà un'ammenda pari al valore di venti buoi, e continueremo a darti oro e bronzo finché il tuo cuore non si sarà addolcito. Finché non avremo fatto questo, nessuno può lamentarsi del tuo furore contro di noi.»

Ulisse lo fissò di nuovo e disse: «Anche se mi deste tutto ciò che avete al mondo, sia ora che tutto ciò che avrete mai, non fermerò la mia mano finché non vi avrò puniti tutti per intero. Dovete combattere o fuggire per salvarvi la vita; e fuggire, nessuno di voi lo farà.»

I loro cuori sprofondarono quando lo udirono, ma Eurimaco parlò ancora dicendo:

«Amici miei, quest'uomo non ci darà tregua. Se ne starà lì e ci abbatterà a colpi di freccia finché non avrà ucciso ognuno di noi. Mostriamo dunque di saper combattere; sguainate le spade e sollevate le tavole per proteggervi dalle sue frecce. Avventiamoci su di lui di slancio, per cacciarlo dal pavimento e dalla porta: potremo poi passare in città e dare un tale allarme che presto porrà fine ai suoi tiri.»

Mentre parlava, sguainò la sua affilata lama di bronzo, affilata da entrambi i lati, e con un alto grido balzò verso Ulisse, ma Ulisse scoccò immediatamente una freccia nel suo petto che lo colse al capezzolo e si conficcò nel fegato. Lasciò cadere la spada e cadde ripiegato sulla sua tavola. La coppa e tutte le vivande finirono a terra mentre percuoteva il suolo con la fronte nell'agonia della morte, e scalciò lo sgabello con i piedi finché i suoi occhi non furono chiusi nelle tenebre.

Allora Anfinomo sguainò la spada e si diresse dritto verso Ulisse per tentare di allontanarlo dalla porta; ma Telemaco fu più veloce di lui e lo colpì da dietro; la lancia lo prese tra le spalle e passò dritta attraverso il petto, cosicché cadde pesantemente al suolo e batté la fronte a terra. Allora Telemaco balzò lontano da lui, lasciando la sua lancia ancora nel corpo, poiché temeva che, se fosse rimasto a estrarla, qualcuno degli Achei potesse avvicinarsi e colpirlo con la spada, o abbatterlo; così partì di corsa e fu immediatamente al fianco di suo padre. Poi disse:

«Padre, lascia che ti porti uno scudo, due lance e un elmo di bronzo per le tue tempie. Mi armerò anch'io, e porterò altre armature per il porcaro e per il bovaro, poiché è meglio che siamo armati.»

«Corri a prenderle,» rispose Ulisse, «finché le mie frecce reggono, o quando sarò solo potrebbero allontanarmi dalla porta.»

Telemaco fece come disse suo padre e andò al ripostiglio dove erano custodite le armature. Scelse quattro scudi, otto lance e quattro elmi di bronzo con cimieri di crine di cavallo. Li portò con ogni rapidità a suo padre e si armò per primo, mentre il bovaro e il porcaro indossarono anch'essi le loro armature e presero posto vicino a Ulisse. Nel frattempo Ulisse, finché le sue frecce durarono, aveva abbattuto i Proci uno a uno, ed essi cadevano l'uno sopra l'altro: quando le sue frecce finirono, appoggiò l'arco contro la parete di fondo della casa, vicino allo stipite della porta, e si gettò sulle spalle uno scudo spesso quattro pelli; sulla sua bella testa pose l'elmo, ben lavorato con un cimiero di crine di cavallo che ondeggiava minaccioso sopra di esso, e afferrò due formidabili lance cerchiate di bronzo.

Ora c'era una botola sulla parete, mentre a un'estremità del pavimento c'era un'uscita che conduceva a un passaggio stretto, e quest'uscita era chiusa da una porta ben fatta. Ulisse disse a Filezio di stare vicino a questa porta e di sorvegliarla, poiché solo una persona alla volta poteva attaccarla. Ma Agelao gridò: «Qualcuno non può salire alla botola e dire alla gente cosa sta succedendo? Gli aiuti arriverebbero subito e presto porremmo fine a quest'uomo e ai suoi tiri.»

«Non può essere, Agelao,» rispose Melanzio, «l'imboccatura del passaggio stretto è pericolosamente vicina all'ingresso del cortile esterno. Un uomo valoroso potrebbe impedire a chiunque di entrare. Ma so cosa farò, vi porterò le armi dal ripostiglio, poiché sono certo che sia lì che Ulisse e suo figlio le hanno messe.»

Detto ciò, il capraio Melanzio andò per passaggi secondari al ripostiglio della casa di Ulisse. Lì scelse dodici scudi, con altrettanti elmi e lance, e li riportò il più velocemente possibile per darli ai Proci. Il cuore di Ulisse iniziò a mancare quando vide i Proci indossare le loro armature e brandire le lance. Vide la grandezza del pericolo e disse a Telemaco: «Qualcuna delle donne all'interno sta aiutando i Proci contro di noi, o forse è Melanzio.»

Telemaco rispose: «La colpa, padre, è mia, e solo mia; ho lasciato aperta la porta del ripostiglio, e loro hanno fatto più attenzione di me. Va', Eumeo, chiudi la porta e vedi se è una delle donne a fare questo, o se, come sospetto, è Melanzio, il figlio di Dolio.»

Così conversarono. Nel frattempo Melanzio stava andando di nuovo al ripostiglio per prendere altre armi, ma il porcaro lo vide e disse a Ulisse che era accanto a lui: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, è quel furfante di Melanzio, proprio come sospettavamo, che sta andando al ripostiglio. Dimmi, devo ucciderlo, se riesco ad avere la meglio su di lui, o devo portarlo qui affinché tu possa prenderti la tua rivincita per tutti i molti torti che ha commesso nella tua casa?»

Ulisse rispose: «Telemaco ed io terremo a bada questi Proci, qualunque cosa facciano; tornate entrambi e legate mani e piedi di Melanzio dietro la schiena. Gettatelo nel ripostiglio e chiudete la porta dietro di voi; poi stringete un cappio attorno al suo corpo e appendetelo vicino alle travi da un alto palo di sostegno, affinché languisca in agonia.»

Così parlò, ed essi fecero proprio come aveva detto; andarono al ripostiglio, nel quale entrarono prima che Melanzio li vedesse, poiché era occupato a cercare armi nella parte più interna della stanza, così i due si appostarono ai lati della porta e attesero. Poco dopo Melanzio uscì con un elmo in una mano e un vecchio scudo tarlato nell'altra, che era stato portato da Laerte quando era giovane, ma che era stato da tempo gettato da parte, e le cinghie si erano scucite; su questo i due lo afferrarono, lo trascinarono indietro per i capelli e lo gettarono a terra mentre si dibatteva. Gli piegarono mani e piedi ben dietro la schiena e li legarono stretti con un vincolo doloroso come Ulisse aveva detto loro; poi fissarono un cappio attorno al suo corpo e lo appesero a un alto pilastro finché non fu vicino alle travi, e sopra di lui allora ti vantasti, o porcaro Eumeo, dicendo: «Melanzio, passerai la notte su un letto morbido come meriti. Ti accorgerai bene quando arriverà il mattino dai flussi dell'Oceano, ed è ora per te di condurre dentro le tue capre affinché i Proci banchettino.»

Lì, dunque, lo lasciarono in una schiavitù molto crudele, e dopo aver indossato le loro armature chiusero la porta dietro di sé e tornarono a prendere i loro posti al fianco di Ulisse; dopodiché i quattro uomini stettero nel chiostro, feroci e pieni di furore; tuttavia, coloro che erano nel corpo del cortile erano ancora sia valorosi che numerosi. Allora la figlia di Giove, Minerva, si avvicinò a loro, avendo assunto la voce e l'aspetto di Mentore. Ulisse fu lieto quando la vide e disse: «Mentore, prestami il tuo aiuto, e non dimenticare il tuo vecchio compagno, né i molti favori che ti ha fatto. Inoltre, sei mio coetaneo.»

Ma per tutto il tempo fu certo che fosse Minerva, e i Proci dall'altra parte sollevarono un tumulto quando la videro. Agelao fu il primo a rimproverarla. «Mentore,» gridò, «non lasciare che Ulisse ti illuda di stare dalla sua parte e combattere i Proci. Ecco cosa faremo: quando avremo ucciso questa gente, padre e figlio, uccideremo anche te. Pagherai per questo con la testa, e quando ti avremo ucciso, prenderemo tutto ciò che hai, dentro o fuori casa, e lo metteremo in comune con le proprietà di Ulisse; non lasceremo che i tuoi figli vivano nella tua casa, né le tue figlie, né la tua vedova continuerà a vivere nella città di Itaca.»

Ciò rese Minerva ancora più furiosa, così rimproverò Ulisse con molta ira. «Ulisse,» disse, «la tua forza e il tuo valore non sono più quelli di quando combattevi per nove lunghi anni tra i Troiani per la nobile dama Elena. Uccidevi molti uomini in quei giorni, e fu grazie al tuo stratagemma che la città di Priamo fu presa. Come mai sei così lamentevolmente meno valoroso ora che sei sul tuo terreno, faccia a faccia con i Proci nella tua stessa casa? Coraggio, amico mio, sta' al mio fianco e vedi come Mentore, figlio di Alcimo, combatterà i tuoi nemici e ricompenserà la tua gentilezza verso di lui.»

Ma non volle ancora concedergli la vittoria completa, poiché desiderava mettere ulteriormente alla prova il suo valore e quello del suo valoroso figlio, così volò su una delle travi nel tetto del chiostro e vi si posò sotto forma di rondine.

Nel frattempo Agelao figlio di Damastore, Eurinomo, Anfimedonte, Demoptolemo, Pisandro e Polibo figlio di Polittore sostenevano il peso dello scontro dalla parte dei Proci; di tutti coloro che stavano ancora combattendo per la propria vita erano di gran lunga i più valorosi, poiché gli altri erano già caduti sotto le frecce di Ulisse. Agelao gridò loro dicendo: «Amici miei, presto dovrà smettere, poiché Mentore se n'è andato dopo non aver fatto altro che vantarsi per lui. Stanno lì alle porte senza sostegno. Non mirate a lui tutti insieme, ma sei di voi scaglino le lance per primi, e vediamo se non riuscite a coprirvi di gloria uccidendolo. Quando sarà caduto non dovremo preoccuparci degli altri.»

Scagliarono le loro lance come egli aveva ordinato, ma Minerva le rese tutte vane. Una colpì lo stipite della porta; un'altra andò contro la porta; l'asta appuntita di un'altra colpì il muro; e non appena ebbero evitato tutte le lance dei Proci, Ulisse disse ai suoi uomini: «Amici miei, direi che anche noi dovremmo scagliare nel mezzo di loro, o coroneranno tutto il male che ci hanno fatto uccidendoci del tutto.»

Mirarono dunque dritto davanti a loro e scagliarono le lance. Ulisse uccise Demoptolemo, Telemaco Eurìade, Eumeo Elato, mentre il bovaro uccise Pisandro. Tutti costoro morsero la polvere, e mentre gli altri si ritiravano in un angolo, Ulisse e i suoi uomini balzarono in avanti e recuperarono le loro lance estraendole dai corpi dei morti.

I Proci mirarono una seconda volta, ma ancora una volta Minerva rese le loro armi per lo più senza effetto. Una colpì un pilastro del chiostro; un'altra andò contro la porta; mentre l'asta appuntita di un'altra colpì il muro. Tuttavia, Anfimedonte scorticò appena la pelle dal polso di Telemaco, e Ctesippo riuscì a graffiare la spalla di Eumeo sopra il suo scudo; ma la lancia proseguì e cadde al suolo. Allora Ulisse e i suoi uomini scagliarono nel mezzo della folla dei Proci. Ulisse colpì Euridamante, Telemaco Anfimedonte ed Eumeo Polibo. Dopodiché il bovaro colpì Ctesippo al petto, e lo schernì dicendo: «Maleducato figlio di Politerse, non essere così sciocco da parlare in modo malvagio un'altra volta, ma lascia che sia il cielo a dirigere il tuo discorso, poiché gli dèi sono molto più forti degli uomini. Ti faccio dono di questo consiglio per ripagarti del piede che desti a Ulisse quando stava elemosinando per la sua stessa casa.»

Così parlò il bovaro, e Ulisse colpì il figlio di Damastore con una lancia in un corpo a corpo, mentre Telemaco colpì Leocrito, figlio di Evenore, al ventre, e il dardo lo attraversò da parte a parte, cosicché cadde in avanti riverso a terra. Allora Minerva, dal suo seggio sulla trave, sollevò la sua micidiale egida, e il cuore dei pretendenti si sgomentò. Fuggirono verso l’altra estremità del cortile come una mandria di bestiame resa folle dal tafano all’inizio dell’estate, quando le giornate sono più lunghe. Come avvoltoi dal becco d’aquila e dagli artigli ricurvi piombano dalle montagne sugli uccelli più piccoli che si rannicchiano a stormi sul terreno, e li uccidono, poiché quelli non possono né combattere né fuggire, e gli spettatori godono dello spettacolo — così Ulisse e i suoi uomini piombarono sui pretendenti e li colpirono da ogni parte. Emettevano orribili gemiti mentre i loro cervelli venivano fracassati, e il suolo ribolliva del loro sangue.

Leiode allora afferrò le ginocchia di Ulisse e disse: «Ulisse, ti imploro, abbi pietà di me e risparmiami. Non ho mai fatto torto a nessuna delle donne nella tua casa né in parole né in opere, e cercai di fermare gli altri. Li vedevo, ma non volevano ascoltare, e ora stanno pagando per la loro follia. Ero il loro sacerdote sacrificale; se mi uccidi, morirò senza aver fatto nulla che lo meriti, e non avrò ottenuto alcun ringraziamento per tutto il bene che ho fatto.»

Ulisse lo guardò con severità e rispose: «Se eri il loro sacerdote sacrificale, devi aver pregato molte volte che trascorresse molto tempo prima che io tornassi a casa, e che tu potessi sposare mia moglie e avere figli da lei. Perciò tu morirai.»

Con queste parole raccolse la spada che Agelao aveva lasciato cadere mentre veniva ucciso, e che giaceva a terra. Poi colpì Leiode alla nuca, cosicché la sua testa cadde rotolando nella polvere mentre stava ancora parlando.

L’aedo Femio, figlio di Terpe — colui che era stato costretto dai pretendenti a cantare per loro — cercò ora di salvarsi la vita. Se ne stava in piedi vicino alla botola, e teneva la cetra in mano. Non sapeva se fuggire dal chiostro e sedersi accanto all’altare di Giove che si trovava nel cortile esterno, e sul quale sia Laerte che Ulisse avevano offerto le ossa della coscia di molti buoi, o se andare dritto da Ulisse e abbracciargli le ginocchia, ma alla fine ritenne che fosse meglio abbracciare le ginocchia di Ulisse. Così posò la cetra a terra tra il cratere e il seggio borchiato d'argento; poi, avvicinandosi a Ulisse, gli afferrò le ginocchia e disse: «Ulisse, ti imploro, abbi pietà di me e risparmiami. Te ne pentiresti in seguito se uccidessi un bardo che sa cantare sia per gli dèi che per gli uomini come me. Compongo tutti i miei canti da solo, e il cielo mi visita con ogni sorta di ispirazione. Canterei per te come se tu fossi un dio, non avere dunque tanta fretta di tagliarmi la testa. Il tuo stesso figlio Telemaco ti dirà che non volevo frequentare la tua casa e cantare per i pretendenti dopo i loro pasti, ma erano troppi e troppo forti per me, così mi hanno costretto.»

Telemaco lo sentì e si avvicinò subito a suo padre. «Fermati!» gridò, «l'uomo è innocente, non fargli alcun male; e risparmieremo anche Medonte, che è sempre stato buono con me quando ero ragazzo, a meno che Filezio o Eumeo non l'abbiano già ucciso, o che non si sia imbattuto in te mentre infierivi nel cortile.»

Medonte colse queste parole di Telemaco, poiché era rannicchiato sotto un seggio, sotto il quale si era nascosto coprendosi con la pelle di una giovenca appena scuoiata; così gettò via la pelle, si avvicinò a Telemaco e gli afferrò le ginocchia.

«Eccomi, mio caro signore,» disse, «trattieni dunque la mano e dillo a tuo padre, altrimenti mi ucciderà nella sua furia contro i pretendenti per aver dissipato i suoi beni ed essere stati così follemente irrispettosi verso di te.»

Ulisse gli sorrise e rispose: «Non temere; Telemaco ti ha salvato la vita, affinché tu sappia in futuro, e dica agli altri, quanto le buone azioni prosperino meglio di quelle malvage. Va’, dunque, fuori dai chiostri, nel cortile esterno, e resta lontano dalla carneficina — tu e il bardo — mentre io finisco il mio lavoro qui dentro.»

I due andarono nel cortile esterno il più velocemente possibile e si sedettero accanto al grande altare di Giove, guardandosi intorno con paura, e aspettandosi ancora di essere uccisi. Poi Ulisse perlustrò attentamente tutto il cortile, per vedere se qualcuno fosse riuscito a nascondersi ed fosse ancora vivo, ma li trovò tutti distesi nella polvere e che sguazzavano nel loro sangue. Erano come pesci che i pescatori hanno tirato fuori dal mare con le reti e gettato sulla spiaggia, a boccheggiare per l'acqua finché il calore del sole non pone fine ai loro giorni. Proprio così giacevano i pretendenti, tutti ammassati l'uno contro l'altro.

Allora Ulisse disse a Telemaco: «Chiama la nutrice Euriclea; ho qualcosa da dirle.»

Telemaco andò a bussare alla porta della stanza delle donne. «Fai in fretta,» disse, «tu, vecchia che sei stata messa a capo di tutte le altre donne della casa. Vieni fuori; mio padre desidera parlarti.»

Quando Euriclea sentì questo, sbloccò la porta della stanza delle donne e uscì, seguendo Telemaco. Trovò Ulisse tra i cadaveri, coperto di sangue e lordura come un leone che ha appena divorato un bue, e il suo petto e entrambe le guance sono tutti insanguinati, tanto da essere una vista spaventosa; proprio così era Ulisse imbrattato dalla testa ai piedi di sangue. Quando vide tutti i cadaveri e una tale quantità di sangue, stava per gridare di gioia, poiché vedeva che era stata compiuta una grande opera; ma Ulisse la frenò: «Vecchia,» disse, «gioisci in silenzio; trattieniti e non farne parola; è una cosa empia vantarsi sui morti. Il destino del cielo e le loro stesse azioni malvagie hanno portato questi uomini alla distruzione, poiché non rispettavano nessuno al mondo, né ricchi né poveri, che si avvicinasse a loro, e hanno fatto una brutta fine come punizione per la loro malvagità e follia. Ora, tuttavia, dimmi quali delle donne della casa si sono comportate male, e chi sono le innocenti.»

«Ti dirò la verità, figlio mio,» rispose Euriclea. «Ci sono cinquanta donne in casa che addestriamo a fare lavori, come cardare la lana e ogni sorta di faccende domestiche. Di queste, dodici in tutto si sono comportate male e sono mancate di rispetto a me e anche a Penelope. Non hanno mostrato mancanza di rispetto verso Telemaco, poiché lui è cresciuto solo di recente e sua madre non gli ha mai permesso di dare ordini alle serve; ma lascia che salga al piano di sopra a dire a tua moglie tutto quello che è successo, poiché qualche dio l'ha fatta addormentare.»

«Non svegliarla ancora,» rispose Ulisse, «ma di’ alle donne che si sono comportate male di venire da me.»

Euriclea lasciò il chiostro per chiamare le donne e farle venire da Ulisse; nel frattempo egli chiamò Telemaco, il bovaro e il porcaro. «Iniziate,» disse, «a rimuovere i morti, e fatevi aiutare dalle donne. Poi, prendete spugne e acqua pulita per lavare i tavoli e i seggi. Quando avrete ripulito a fondo tutti i chiostri, portate le donne nello spazio tra la sala a cupola e il muro del cortile esterno, e trafiggetele con le vostre spade finché non saranno morte del tutto, e avranno dimenticato l'amore e il modo in cui erano solite giacere in segreto con i pretendenti.»

A questo punto le donne scesero in gruppo, piangendo e gemendo amaramente. Per prima cosa portarono fuori i corpi dei morti e li appoggiarono l'uno contro l'altro nell'atrio. Ulisse le comandava e le faceva lavorare in fretta, così dovettero portare fuori i corpi. Quando ebbero fatto ciò, pulirono tutti i tavoli e i seggi con spugne e acqua, mentre Telemaco e gli altri due spalavano il sangue e lo sporco dal suolo, e le donne portavano tutto fuori. Poi, quando ebbero reso tutto il posto pulito e ordinato, portarono fuori le donne e le rinchiusero nello stretto spazio tra il muro della sala a cupola e quello del cortile, così che non potessero scappare: e Telemaco disse agli altri due: «Non lascerò che queste donne facciano una morte pulita, poiché sono state insolenti con me e con mia madre, e usavano giacere con i pretendenti.»

Così dicendo, fissò una gomena da nave a uno dei pilastri che sostenevano il tetto della sala a cupola, e la assicurò tutto intorno all'edificio, a una buona altezza, affinché nessuno dei piedi delle donne toccasse terra; e come tordi o colombe battono contro una rete che è stata tesa per loro in un boschetto proprio mentre stanno arrivando al loro nido, e un destino terribile le attende, proprio così le donne dovettero mettere la testa in cappi, una dopo l'altra, e morire miseramente. I loro piedi si mossero convulsamente per un po’, ma non per molto.

Quanto a Melanzio, lo portarono attraverso il chiostro nel cortile interno. Lì gli tagliarono il naso e le orecchie; gli estrassero le viscere e le diedero crude ai cani, e poi, nella loro furia, gli tagliarono le mani e i piedi.

Quando ebbero fatto ciò, si lavarono le mani e i piedi e tornarono in casa, poiché tutto era ormai finito; e Ulisse disse alla cara vecchia nutrice Euriclea: «Portami dello zolfo, che purifica ogni contaminazione, e prendi anche del fuoco affinché io possa bruciarlo e purificare i chiostri. Va’, inoltre, a dire a Penelope di venire qui con le sue ancelle, e anche a tutte le serve che sono in casa.»

«Tutto ciò che hai detto è vero,» rispose Euriclea, «ma lascia che ti porti dei vestiti puliti — una tunica e un mantello. Non tenere più questi stracci addosso. Non è giusto.»

«Prima accendimi un fuoco,» replicò Ulisse.

Lei portò il fuoco e lo zolfo, come le aveva ordinato, e Ulisse purificò a fondo i chiostri e sia il cortile interno che quello esterno. Poi lei andò dentro a chiamare le donne e a dire loro cosa era successo; dopodiché esse uscirono dal loro appartamento con le torce in mano e si strinsero attorno a Ulisse per abbracciarlo, baciandogli la testa e le spalle e prendendogli le mani. Lo fece sentire come se volesse piangere, poiché le ricordava tutte.

LIBRO XXIII

PENELOPE ALLA FINE RICONOSCE IL MARITO — LA MATTINA PRESTO ULISSE, TELEMACO, EUMEO E FILEZIO LASCIANO LA CITTÀ.

Euriclea andò ora di sopra ridendo per dire alla sua padrona che il suo caro marito era tornato a casa. Le sue vecchie ginocchia tornarono giovani e i suoi piedi furono agili per la gioia mentre andava dalla sua padrona e si chinava sopra la sua testa per parlarle. «Svegliati, Penelope, cara bambina mia,» esclamò, «e vedi con i tuoi occhi qualcosa che desideri da tanto tempo. Ulisse è finalmente tornato a casa, e ha ucciso i pretendenti che davano così tanti problemi nella sua casa, divorando il suo patrimonio e maltrattando suo figlio.»

«Mia cara nutrice,» rispose Penelope, «devi essere pazza. Gli dèi a volte fanno perdere il senno a persone molto assennate, e rendono assennate persone sciocche. Questo è ciò che devono aver fatto a te; poiché sei sempre stata una persona ragionevole. Perché prenderti gioco di me quando ho già abbastanza guai — parlando tali sciocchezze, e svegliandomi da un dolce sonno che aveva preso possesso dei miei occhi e li aveva chiusi? Non ho mai dormito così profondamente dal giorno in cui il mio povero marito è andato in quella città dal nome di malaugurio. Torna pure nella stanza delle donne; se fosse stato chiunque altro a svegliarmi per portarmi notizie così assurde, l'avrei mandata via con un severo rimprovero. Così com'è, la tua età ti proteggerà.»

«Cara bambina mia,» rispose Euriclea, «non ti sto prendendo in giro. È tutto vero, come ti dico, che Ulisse è tornato a casa. Era lo straniero che tutti continuavano a trattare così male nel chiostro. Telemaco sapeva da tutto il tempo che era tornato, ma ha mantenuto il segreto di suo padre affinché potesse vendicarsi di tutte queste persone malvagie.»

Allora Penelope balzò giù dal suo letto, gettò le braccia attorno a Euriclea e pianse di gioia. «Ma mia cara nutrice,» disse, «spiegami questo; se è davvero tornato a casa come dici, come ha fatto a sconfiggere i malvagi pretendenti da solo, visto il gran numero di loro che c’era sempre?»

«Non ero lì,» rispose Euriclea, «e non lo so; ho solo sentito i loro gemiti mentre venivano uccisi. Siamo rimaste rannicchiate e ammassate in un angolo della stanza delle donne con le porte chiuse, finché tuo figlio è venuto a prendermi perché suo padre lo aveva mandato. Allora ho trovato Ulisse in piedi sopra i cadaveri che giacevano a terra tutto intorno a lui, uno sopra l'altro. Ti saresti divertita se avessi potuto vederlo lì, tutto imbrattato di sangue e lordura, e che sembrava proprio un leone. Ma i cadaveri sono ora tutti ammucchiati nell'atrio che si trova nel cortile esterno, e Ulisse ha acceso un grande fuoco per purificare la casa con lo zolfo. Mi ha mandato a chiamarti, perciò vieni con me affinché possiate essere entrambi felici insieme dopo tutto; poiché ora finalmente il desiderio del tuo cuore è stato esaudito; tuo marito è tornato a casa e ha trovato sia la moglie che il figlio vivi e vegeti, e per vendicarsi nella sua stessa casa dei pretendenti che si sono comportati così male con lui.»

«Mia cara nutrice,» disse Penelope, «non esultare troppo con sicurezza per tutto questo. Sai quanto ognuno sarebbe felice di vedere Ulisse tornare a casa — in particolare io, e il figlio che è nato a entrambi noi; ma ciò che mi dici non può essere davvero vero. È qualche dio che è adirato con i pretendenti per la loro grande malvagità, e ha posto fine a loro; poiché non rispettavano nessuno al mondo, né ricchi né poveri, che si avvicinasse a loro, e hanno fatto una brutta fine di conseguenza della loro iniquità; Ulisse è morto lontano dalla terra achea; non tornerà mai più a casa.»

Allora la nutrice Euriclea disse: «Figlia mia, cosa stai dicendo? Ma voi eravate tutti duri di fede e vi siete messi in testa che tuo marito non tornerà mai, anche se è in casa e accanto al suo stesso focolare in questo preciso momento. Inoltre, posso darti un'altra prova; quando lo stavo lavando ho notato la cicatrice che il cinghiale gli aveva fatto, e volevo dirtelo, ma nella sua saggezza non me lo ha permesso, e mi ha tappato la bocca con le mani; perciò vieni con me e farò questo patto con te — se ti sto ingannando, puoi farmi uccidere con la morte più crudele che ti venga in mente.»

«Mia cara nutrice,» disse Penelope, «per quanto tu possa essere saggia, difficilmente puoi comprendere i consigli degli dèi. Tuttavia, andremo in cerca di mio figlio, affinché io possa vedere i cadaveri dei pretendenti e l'uomo che li ha uccisi.»

A questo punto scese dalla sua stanza superiore, e mentre lo faceva considerava se restare a distanza da suo marito e interrogarlo, o se andare subito da lui e abbracciarlo. Quando, tuttavia, ebbe attraversato il pavimento di pietra del chiostro, si sedette di fronte a Ulisse accanto al fuoco, contro la parete ad angolo retto, mentre Ulisse sedeva vicino a uno dei pilastri, guardando a terra, e aspettando di vedere cosa la sua coraggiosa moglie gli avrebbe detto quando lo avesse visto. Per lungo tempo rimase seduta in silenzio e come persa nello stupore. A un certo punto lo guardò dritto in faccia, ma poi, subito dopo, fu tratta in inganno dai suoi abiti logori e non riuscì a riconoscerlo, finché Telemaco non iniziò a rimproverarla e disse:

«Madre — ma sei così dura che non posso chiamarti con un tale nome — perché ti tieni lontana da mio padre in questo modo? Perché non ti siedi al suo fianco e inizi a parlargli e a fargli domande? Nessun'altra donna potrebbe sopportare di tenersi lontana da suo marito quando è tornato da lei dopo vent'anni di assenza, e dopo aver passato così tanto; ma il tuo cuore è sempre stato duro come la pietra.»

Penelope rispose: «Figlio mio, sono così persa nello stupore che non riesco a trovare parole per fare domande o per rispondere. Non riesco nemmeno a guardarlo dritto in faccia. Eppure, se è davvero Ulisse tornato a casa sua, arriveremo a capirci meglio più tardi, poiché ci sono segni con cui noi due soli abbiamo familiarità, e che sono nascosti a tutti gli altri.»

Ulisse sorrise a questo, e disse a Telemaco: «Lascia che tua madre mi metta alla prova come preferisce; si deciderà a riguardo tra poco. Mi respinge per il momento e crede che io sia qualcun altro, perché sono coperto di sporcizia e ho addosso abiti così brutti; consideriamo, tuttavia, cosa è meglio fare dopo. Quando un uomo ne ha ucciso un altro — anche se non era uno che avrebbe lasciato molti amici a difendere la sua lite — l'uomo che lo ha ucciso deve comunque dire addio ai suoi amici e fuggire dal paese; laddove noi abbiamo ucciso il sostegno di un'intera città, e tutta la gioventù scelta di Itaca. Vorrei che tu considerassi questa faccenda.»

«Provvedi tu stesso, padre,» rispose Telemaco, «poiché dicono che tu sia il più saggio consigliere del mondo, e che non ci sia nessun altro uomo mortale che possa paragonarsi a te. Ti seguiremo di buona volontà, né troverai che verremo meno a te finché la nostra forza reggerà.»

«Dirò ciò che penso sia meglio,» rispose Ulisse. «Prima lavatevi e mettetevi le tuniche; dite anche alle ancelle di andare nella loro stanza e vestirsi; Femio attaccherà poi un motivo di danza sulla sua cetra, così che se la gente fuori sentisse, o qualche vicino, o qualcuno che passa lungo la strada dovesse notarlo, possano pensare che ci sia un matrimonio in casa, e nessuna voce sulla morte dei pretendenti si spargerà in città, prima che possiamo fuggire nei boschi sulla mia terra. Una volta lì, decideremo quale delle strade che il cielo ci concede sembrerà la più saggia.»

Così parlò, ed essi fecero proprio come aveva detto. Prima si lavarono e si misero le tuniche, mentre le donne si preparavano. Poi Femio prese la sua cetra e fece desiderare a tutti il dolce canto e la danza maestosa. La casa echeggiò con il suono di uomini e donne che danzavano, e la gente fuori diceva: «Immagino che la regina si sia sposata finalmente. Dovrebbe vergognarsi di non aver continuato a proteggere le proprietà di suo marito finché non fosse tornato a casa.»

Così dissero, ma non sapevano ciò che era accaduto. La governante Eurynome lavò e unse Odisseo nella sua stessa casa e gli diede una tunica e un mantello, mentre Minerva lo fece apparire più alto e più vigoroso di prima; gli fece anche crescere folti i capelli sul capo, che scendevano in riccioli simili a fiori di giacinto; lo glorificò nel capo e nelle spalle proprio come un abile artefice che ha appreso ogni genere di mestiere sotto Vulcano o Minerva — e la sua opera è piena di bellezza — impreziosisce un oggetto d'argento dorandolo. Egli uscì dal bagno simile a uno degli immortali, e sedette di fronte alla moglie sul seggio che aveva lasciato. «Cara mia», disse, «il cielo ti ha dotato di un cuore più inflessibile di quanto mai donna abbia avuto. Nessun'altra donna avrebbe potuto sopportare di tenersi lontana dal proprio marito quand'egli era tornato a lei dopo vent'anni di assenza, e dopo aver patito tanto. Ma orsù, nutrice, prepara un letto per me; dormirò da solo, poiché costei ha un cuore duro come il ferro.»

«Cara mia», rispose Penelope, «non ho desiderio di insuperbirmi, né di sminuirti; ma non sono colpita dal tuo aspetto, perché ben ricordo che tipo d'uomo eri quando salpasti da Itaca. Ciò nondimeno, Euriclea, porta il suo letto fuori dalla stanza da letto che lui stesso ha costruito. Porta il letto fuori da questa stanza, e stendici sopra coperte di vello, buoni coltrici e lane.»

Disse ciò per metterlo alla prova, ma Odisseo s'adirò molto e disse: «Moglie, mi sei oltremodo sgradita per ciò che hai appena detto. Chi ha preso il mio letto dal luogo in cui lo lasciai? Costui deve aver trovato un compito arduo, per quanto abile artigiano fosse, a meno che qualche dio sia venuto ad aiutarlo a spostarlo. Non v'è uomo vivente, per quanto forte e nel fiore degli anni, che potrebbe smuoverlo dal suo posto, poiché è una meraviglia che io feci con le mie stesse mani. V'era un giovane olivo che cresceva dentro il recinto della casa, nel pieno del vigore, e grosso quanto un palo portante. Intorno a esso costruii la mia stanza con solide mura di pietra e un tetto che le coprisse, e feci le porte robuste e ben combacianti. Poi tagliai i rami più alti dell'olivo e lasciai il ceppo in piedi. Lo sgrossai dal basso verso l'alto e poi lavorai con strumenti da carpentiere bene e abilmente, raddrizzando il lavoro con una linea tracciata sul legno, facendone un sostegno del letto. Quindi praticai un foro nel mezzo, e ne feci il montante centrale del mio letto, sul quale lavorai finché non l'ebbi finito, intarsiandolo d'oro e d'argento; dopo di ciò tesi una pelle di cuoio cremisi da un lato all'altro. Così vedi che so tutto di esso, e desidero sapere se è ancora là, o se qualcuno l'ha rimosso tagliando l'olivo alle radici.»

Quando udì le prove sicure che Odisseo le dava, ella si lasciò completamente andare. Gli corse accanto piangendo, gli gettò le braccia al collo e lo baciò. «Non adirarti con me, Odisseo», gridò, «tu che sei il più saggio degli uomini. Abbiamo sofferto, entrambi. Il cielo ci ha negato la felicità di trascorrere la giovinezza, e di invecchiare, insieme; non ti crucciare dunque né prendere in mala parte che non ti abbia abbracciato così appena ti vidi. Ho tremato per tutto il tempo, temendo che qualcuno potesse venire qui e ingannarmi con un racconto menzognero; poiché vi sono molte persone malvage in giro. La figlia di Giove, Elena, non si sarebbe mai concessa a un uomo di una terra straniera, se avesse saputo che i figli degli Achei sarebbero venuti a cercarla e l'avrebbero riportata indietro. Il cielo le mise nel cuore di fare il male, e ella non pensò a quella colpa, che è stata la fonte di tutti i nostri dolori. Ora, però, che mi hai convinta mostrando che sai ogni cosa del nostro letto (che nessun essere umano ha mai veduto tranne te e io e una sola ancella, la figlia di Attore, che mi fu data da mio padre al mio matrimonio, e che custodisce le porte della nostra stanza) per quanto duro sia stato il mio credere, non posso più diffidare.»

Allora Odisseo a sua volta si sciolse, e pianse mentre stringeva al petto la sua cara e fedele sposa. Come la vista della terra è benvenuta agli uomini che nuotano verso la riva, quando Nettuno ha loro distrutto la nave con la furia dei suoi venti e delle sue onde; solo pochi raggiungono la terra, e questi, coperti di salsedine, sono grati di trovarsi su terreno saldo e fuori pericolo — così il marito fu a lei benvenuto mentre ella lo guardava, e non poteva staccare le sue due belle braccia dal collo di lui. Avrebbero continuato a lungo ad abbandonarsi al dolore finché non fosse apparsa l'alba dalle rosee dita, se Minerva non avesse deciso altrimenti, trattenendo la notte in fondo all'occidente, mentre non permetteva all'Aurora di lasciare l'Oceano, né di aggiogare i due destrieri Lampus e Phaethon che la portano innanzi a illuminare il giorno sugli uomini.

Alla fine, tuttavia, Odisseo disse: «Moglie, non abbiamo ancora raggiunto la fine delle nostre pene. Ho ancora una quantità ignota di fatiche da sostenere. È lunga e difficile, ma devo portarla a termine, poiché così l'ombra di Tiresia profetizzò su di me, nel giorno in cui scesi nell'Ade a chiedere del mio ritorno e di quello dei miei compagni. Ma ora andiamo a letto, affinché ci corichiamo e godiamo del dono benedetto del sonno.»

«Andrai a letto quando vorrai», rispose Penelope, «ora che gli dei ti hanno mandato a casa tua, nella tua buona casa e nel tuo paese. Ma poiché il cielo ti ha messo in mente di parlarne, dimmi della prova che ti attende. Dovrò sentirne parlare più tardi, dunque è meglio che ne sia informata subito.»

«Cara mia», rispose Odisseo, «perché dovresti farmi premura di dirtelo? Eppure non te lo nasconderò, sebbene non ti piacerà. Non piace nemmeno a me, poiché Tiresia mi ordinò di viaggiare lontano, portando un remo, finché non giungessi in un paese dove la gente non ha mai sentito parlare del mare, e non mescola neppure il sale al cibo. Non sanno nulla delle navi, né dei remi che sono come le ali di una nave. Mi diede questo segno certo che non ti nasconderò. Disse che un viandante mi avrebbe incontrato e mi avrebbe chiesto se fosse un ventilabro quello che portavo sulla spalla. Allora io dovevo piantare il remo nel suolo e sacrificare a Nettuno un ariete, un toro e un verro; dopo di che dovevo tornare a casa e offrire ecatombe a tutti gli dei del cielo, uno dopo l'altro. Quanto a me, disse che la morte mi sarebbe venuta dal mare, e che la vita mi sarebbe scemata assai dolcemente quando fossi stato pieno d'anni e di pace, e il mio popolo mi avrebbe benedetto. Tutto questo, disse, sarebbe sicuramente accaduto.»

E Penelope disse: «Se gli dei vorranno concederti un tempo più felice nella tua vecchiaia, puoi sperare allora di avere un po' di respiro dalla sfortuna.»

Così conversavano. Intanto Eurynome e la nutrice presero le torce e prepararono il letto con morbide coperte; non appena le ebbero stese, la nutrice tornò dentro la casa per andare a riposare, lasciando la donna della stanza da letto, Eurynome, a indicare a Odisseo e Penelope il letto alla luce delle torce. Quando li ebbe condotti nella loro stanza, se ne tornò, ed essi allora vennero lieti ai riti del loro antico letto. Telemaco, Filezio e il porcaro ora smisero di danzare, e fecero smettere anche le donne. Poi si stesero a dormire nei portici.

Quando Odisseo e Penelope si furono saziati d'amore, si misero a parlare tra loro. Lei gli raccontò quanto avesse dovuto sopportare nel vedere la casa piena di una folla di malvagi pretendenti che avevano ucciso tante pecore e tanti buoi per causa sua, e avevano bevuto tante botti di vino. Odisseo a sua volta le raccontò ciò che aveva sofferto, e quanti fastidi avesse lui stesso dato ad altri. Le raccontò ogni cosa, e ella fu così lieta di ascoltare che non si addormentò finché egli non ebbe finito tutto il suo racconto.

Cominciò dalla sua vittoria sui Ciconi, e di come di là raggiunse la terra fertile dei Lotofagi. Le raccontò del Ciclope e di come lo avesse punito per aver così spietatamente mangiato i suoi prodi compagni; come poi fosse andato da Eolo, che lo aveva accolto ospitalmente e aiutato nel suo cammino, ma che cù non doveva raggiungere la patria, poiché con suo grande dolore un uragano lo riportò di nuovo in mare; come proseguì verso la città dei Lestrigoni, Telepilo, dove la gente distrusse tutte le sue navi con gli equipaggi, tranne lui e la sua sola nave. Poi le raccontò dell'astuta Circe e dei suoi inganni, e di come navigò fino alla gelida dimora di Ade, per consultare l'ombra del profeta tebano Tiresia, e di come vide i suoi vecchi compagni d'arme, e sua madre che lo aveva generato e allevato da bambino; come poi udì il meraviglioso canto delle Sirene, e proseguì verso le rocce erranti e la terribile Cariddi e verso Scilla, che nessun uomo aveva mai oltrepassato incolume; come i suoi uomini poi mangiarono le mandrie del dio Sole, e come perciò Giove colpì la nave con i suoi fulmini, così che tutti i suoi uomini perirono insieme, lui solo essendo rimasto vivo; come alla fine raggiunse l'isola Ogigia e la ninfa Calipso, che lo tenne là in una grotta, e lo nutrì, e lo volle sposare, nel qual caso intendeva renderlo immortale così che non invecchiasse mai, ma non poté persuaderlo a lasciarglielo fare; e come dopo molte sofferenze avesse trovato la strada verso i Feaci, che lo avevano trattato come se fosse stato un dio, e lo avevano mandato indietro su una nave nel suo paese dopo avergli dato oro, bronzo e vesti in grande abbondanza. Questa fu l'ultima cosa di cui le parlò, poiché qui un sonno profondo lo prese e alleviò il peso dei suoi affanni.

Allora Minerva pensò a un'altra cosa. Quando ritenne che Odisseo avesse goduto sia della moglie sia del riposo, ordinò all'Aurora dal trono d'oro di levarsi dall'Oceano affinché diffondesse la luce sui gli uomini. A questo, Odisseo si alzò dal suo letto confortevole e disse a Penelope: «Moglie, abbiamo avuto entrambi la nostra parte di guai, tu, qui, nel lamentare la mia assenza, e io nell'essere impedito di tornare a casa pur desiderando sempre di farlo. Ora, però, che ci siamo finalmente ritrovati, bada ai beni che sono nella casa. Quanto alle pecore e alle capre che i malvagi pretendenti hanno mangiato, io ne prenderò molte io stesso con la forza da altra gente, e costringerò gli Achei a risarcire il resto finché non avranno riempito tutte le mie aie. Ora vado nelle terre boscose fuori in campagna a vedere mio padre che da tanto tempo si strugge per me, e a te darò queste istruzioni, sebbene tu ne abbia poco bisogno. All'alba si diffonderà subito la voce che io ho ucciso i pretendenti; sali dunque di sopra, e rimani là con le tue donne. Non vedere nessuno e non fare domande.»

Mentre così parlava si cinse le armi. Poi svegliò Telemaco, Filezio ed Eumeo, e disse loro di mettersi le armi anch'essi. Essi lo fecero, e si armarono. Quando ebbero finito, aprirono i cancelli e uscirono fuori, Odisseo facendo strada. Era ormai giorno, ma Minerva nondimeno li avvolse nell'oscurità e li condusse rapidamente fuori dalla città.

LIBRO XXIV

LE OMBRE DEI PRETENDENTI NELL'ADE — ODISSEO E I SUOI UOMINI VANNO ALLA CASA DI LAERTE — IL POPOLO DI ITACA ESCE AD ATTACCARE ODISSEO, MA MINERVA CONCLUDE UNA PACE.

Allora Mercurio di Cillene convocò le ombre dei pretendenti, e nella mano teneva la bella verga d'oro con cui chiude gli occhi degli uomini oppure li desta come più gli piace; con essa svegliò le ombre e le guidò, mentre esse lo seguivano guaendo e farfugliando dietro di lui. Come pipistrelli volano stridendo nel cavo di qualche grande caverna, quando uno di essi è caduto dal grapppo cui s'appende, così le ombre guaivano e stridevano mentre Mercurio il guaritore del dolore le conduceva giù nella buia dimora della morte. Quando ebbero oltrepassato le acque dell'Oceano e la rupe Leucade, giunsero alle porte del sole e alla terra dei sogni, dove raggiunsero il prato d'asfodillo dove dimorano le anime e le ombre di coloro che non possono più faticare.

Qui trovarono l'ombra di Achille figlio di Peleo, con quelle di Patroclo, Antiloco e Aiace, che era il più bello e il più avvenente di tutti i Danai dopo il figlio di Peleo stesso.

Si radunarono intorno all'ombra del figlio di Peleo, e a loro si unì l'ombra di Agamennone, che si struggeva amaramente. Intorno a lui si radunarono anche le ombre di coloro che erano periti con lui nella casa di Egisto; e l'ombra di Achille parlò per prima.

«Figlio di Atreo», disse, «solevamo dire che Giove ti aveva amato meglio dal principio alla fine di qualsiasi altro eroe, perché eri capitano di molti e prodi uomini, quando tutti combattevamo insieme davanti a Troia; eppure la mano della morte, cui nessun mortale può sfuggire, si posò su di voi tutti troppo presto. Meglio per te se fossi caduto a Troia nel fiore della tua fama, perché gli Achei avrebbero eretto un tumulo sulle tue ceneri, e tuo figlio sarebbe stato erede del tuo buon nome, mentre invece ti è toccato di venire a una fine miserrima.»

«Felice figlio di Peleo», rispose l'ombra di Agamennone, «per essere morto a Troia lontano da Argo, mentre i più prodi dei Troiani e degli Achei cadevano intorno a te combattendo per il tuo corpo. Là giacevi nei turbinosi nugoli di polvere, tutto grande e smisurato, ormai incurante della tua cavalleria. Combattemmo tutto il santo giorno, né avremmo mai smesso se Giove non avesse mandato un uragano a fermarci. Poi, quando ti ebbimo portato alle navi fuori dalla mischia, ti adagiammo sul tuo letto e detergemmo la tua bella pelle con acqua calda e con unguenti. I Danai si strappavano i capelli e piangevano amaramente intorno a te. Tua madre, quando lo seppe, venne con le sue immortali ninfe dal mare, e il suono di un grande lamento si sparse sulle acque, così che gli Achei tremarono di paura. Sarebbero fuggiti presi dal panico verso le loro navi, se il saggio vecchio Nestore, il cui consiglio era sempre il più veritiero, non li avesse frenati dicendo: 'Ferma, Argivi, non fuggite figli degli Achei, questa è sua madre che viene dal mare con le sue ninfe immortali a vedere il corpo di suo figlio.'

«Così parlò, e gli Achei non temettero più. Le figlie del vecchio del mare stettero intorno a te piangendo amaramente, e ti rivestirono di abiti immortali. Vennero anche le nove muse e levarono le loro dolci voci nel lamento — chiamandosi e rispondendosi l'una con l'altra; non v'era Argivo che non piangesse per pietà del dirge che intonavano. Per giorni e notti, sette e dieci, ti piangemmo, mortali e immortali, ma nel diciottesimo giorno ti consegnammo alle fiamme, e molte pecore grasse con molti buoi uccidemmo in sacrificio intorno a te. Fosti bruciato in abiti degli dei, con ricche resine e con miele, mentre gli eroi, a cavallo e a piedi, cozzavano le armi intorno alla pira mentre tu bruciavi, con lo strepito come di una gran moltitudine. Ma quando le fiamme del cielo ebbero compiuto la loro opera, raccogliemmo le tue bianche ossa all'alba e le ponemmo in unguenti e in vino puro. Tua madre ci portò un vaso d'oro per contenerle — dono di Bacco, e opera di Vulcano stesso; in esso mescolammo le tue ossa sbiancate con quelle di Patroclo che ti aveva preceduto, e a parte racchiudemmo anche quelle di Antiloco, che ti era stato più vicino di ogni altro dei tuoi compagni ora che Patroclo non c'era più.

«Sopra di esse l'esercito degli Argivi eresse un nobile tumulo, su un punto che sporgeva sopra l'aperto Ellesponto, perché potesse essere visto da lontano sul mare da quelli che ora vivono e da quelli che nasceranno poi. Tua madre chiese premi agli dei, e li offrì perché i più nobili degli Achei li contendessero. Devi essere stato presente al funerale di molti eroi, quando i giovani si cingono le armi e si preparano a contendersi premi per la morte di qualche grande capo, ma non vedesti mai premi come quelli che Teti dai piedi d'argento offerse in tuo onore; perché gli dei ti amavano bene. Così anche nella morte la tua fama, Achille, non è andata perduta, e il tuo nome vive per sempre fra tutti gli uomini. Ma quanto a me, quale consolazione ebbi quando i giorni della mia lotta furon finiti? Poiché Giove volle la mia distruzione al mio ritorno, per mano di Egisto e di quella della mia perfida moglie.»

Così conversavano, e subito Mercurio giunse loro accanto con le ombre dei pretendenti che erano stati uccisi da Odisseo. Le ombre di Agamennone e di Achille furono stupite nel vederle, e andarono loro incontro subito. L'ombra di Agamennone riconobbe Anfimedonte figlio di Melaneo, che viveva in Itaca e gli era stato ospite, così prese a parlargli.

«Anfimedonte», disse, «che cosa è accaduto a tutti voi bei giovani — tutti della stessa età — perché siete scesi qui sotto terra? Non si potrebbe scegliere un più bel gruppo d'uomini da alcuna città. Fu Nettuno a sollevare i suoi venti e le sue onde contro di voi mentre eravate in mare, o i vostri nemici vi hanno tolto di vita sulla terraferma mentre facevate razzie di bestiame o rubavate pecore, o mentre combattevate in difesa delle loro mogli e della loro città? Rispondi alla mia domanda, poiché io sono stato tuo ospite. Non ricordi come venissi alla tua casa con Menelao, per persuadere Odisseo a unirsi a noi con le sue navi contro Troia? Fu un mese intero prima che potessimo riprendere il nostro viaggio, poiché avemmo grande fatica a persuadere Odisseo a venire con noi.»

Ed ecco che il fantasma di Anfimèdonte gli rispose: «Agamèmnone, figlio d'Atreo, re degli uomini, io ricordo tutto ciò che hai detto, e ti racconterò in modo pieno e veritiero in qual modo fu provocata la nostra fine. Odisseo era ormai lontano da lungo tempo, e noi facevamo la corte alla sua sposa, la quale non disse di punto in bianco che non avrebbe voluto sposarsi, né portò la cosa a compimento, poiché intendeva tramare la nostra rovina: questo, dunque, fu l'inganno che ella ci tese. Allestì nella sua stanza un grande telaio e si mise a lavorare un'enorme pezza di fine ricamo. "Cari amici," disse, "Odisseo è davvero morto, eppure non insistete con me perché mi risposi subito; aspettate — ché non vorrei che la mia abilità nel ricamo andasse perduta senza fama — finché io non abbia finito un sudario per l'eroe Laerte, per quando la morte lo colga. Egli è molto ricco, e le donne del luogo mormoreranno se verrà composto per la sepoltura senza un sudario." Questo fu ciò che disse, e noi acconsentimmo; onde potemmo vederla lavorare al suo gran telaio tutto il giorno, ma di notte, alla luce delle torce, scuciva i punti. Ci ingannò in tal modo per tre anni senza che noi lo scoprissimo, ma col passar del tempo e quando già era nel quarto anno, nel declinar delle lune e dopo che molti giorni si furono compiuti, una delle sue ancelle, che sapeva quel che ella faceva, ci rivelò la cosa, e noi la cogliemmo sul fatto mentre disfaceva il lavoro, cosicché ella dovette terminarlo volente o nolente; e quando ci mostrò la veste che aveva fatto, dopo averla fatta lavare, il suo splendore era pari a quello del sole o della luna.

Poi una divinità malvagia trasportò Odisseo alla fattoria di altura dove vive il suo guardiano di porci. Di lì venne anche poco dopo suo figlio, di ritorno da un viaggio a Pilo, e i due giunsero alla città dopo aver ordito la trama per la nostra distruzione. Telemaco venne per primo, e poi dopo di lui, accompagnato dal guardiano di porci, venne Odisseo, coperto di stracci e appoggiandosi a un bastone, come se fosse qualche miserabile vecchio mendicante. Arrivò così all'improvviso che nessuno di noi lo riconobbe, neppure i più anziani fra noi, e noi lo coprimmo d'insulti e gli scagliammo oggetti. Egli tollerò sia d'essere percosso sia d'essere insultato senza una parola, benché si trovasse nella sua propria casa; ma quando la volontà di Giove scuotitore d'egida lo ispirò, egli e Telemaco presero le armi e le nascosero in una stanza interna, sprangando le porte alle loro spalle. Quindi, con astuzia, fece sì che sua moglie offrisse il suo arco e una quantità di ferri da contendersi fra noi, sciagurati pretendenti; e questo fu l'inizio della nostra fine, poiché nessuno di noi poté tendere l'arco — né quasi riuscirci. Quando stava per giungere alle mani di Odisseo, noi tutti gridammo che non gli fosse dato, qualunque cosa egli potesse dire, ma Telemaco insistette che lo avesse lui. Quando lo ebbe in pugno, lo tese con facilità e scoccò la sua freccia attraverso il ferro. Allora si piantò sul pavimento del portico e versò a terra le sue frecce, volgendo intorno sguardi feroci. Uccise per primo Antìnoo, e poi, mirando diritto davanti a sé, lasciò volare i suoi dardi mortali, ed essi caddero fitti l'uno sull'altro. Era chiaro che qualcuno degli dei li aiutava, poiché si avventarono su di noi con ogni forza attraverso i portici, e vi fu un orrendo suono di gemiti mentre le nostre cervella venivano frantumate, e il suolo ribolliva del nostro sangue. Questo, Agamèmnone, è il modo in cui giungemmo alla nostra fine, e i nostri corpi giacciono ancora trascurati nella casa di Odisseo, poiché i nostri familiari, a casa, non sanno ancora ciò che è accaduto, sicché non possono comporci e lavare dalle nostre ferite il nero sangue, piangendoci secondo i riti dovuti ai defunti».

«Felice Odisseo, figlio di Laerte,» rispose il fantasma di Agamèmnone, «tu sei davvero beato nel possedere una sposa dotata di sì rara eccellenza d'intelletto, e così fedele al proprio marito come Penelope, figlia d'Icàrio. La fama, dunque, della sua virtù non morirà mai, e gli immortali comporranno un canto che sarà gradito a tutti gli uomini in onore della costanza di Penelope. Quanto diversamente fu invece la malvagità della figlia di Tindaro, che uccise il proprio legittimo sposo: il suo canto sarà odioso fra gli uomini, poiché ella ha gettato disonore su tutte le donne, anche sulle buone».

Così conversavano nella casa d'Ade, nelle profondità delle viscere della terra. Frattanto Odisseo e gli altri uscirono dalla città e raggiunsero ben presto la bella e ben coltivata fattoria di Laerte, che egli aveva riconquistato con infinita fatica. Qui era la sua casa, con una tettoia che correva tutt'intorno, dove gli schiavi che lavoravano per lui dormivano, sedevano e mangiavano, mentre dentro la casa vi era una vecchia donna sicula, che lo accudiva in quella sua fattoria di campagna. Quando Odisseo giunse là, disse a suo figlio e agli altri due:

«Andate alla casa e uccidete il miglior porco che possiate trovare per il pranzo. Frattanto io voglio vedere se mio padre mi riconoscerà, o se non riesce a riconoscermi dopo una così lunga assenza».

Si tolse allora le armi e le diede a Eumeo e Filezio, i quali proseguirono dritto verso la casa, mentre egli si diresse nella vigna per mettere alla prova suo padre. Mentre scendeva nel grande frutteto, non vide Dòlio, né alcuno dei suoi figli né degli altri servi, poiché erano tutti intenti a raccogliere spine per fare una siepe alla vigna, nel luogo dove il vecchio aveva detto loro; trovò dunque suo padre solo, intento a zappare una vite. Indossava una vecchia camicia sudicia, rattoppata e molto logora; le gambe erano fasciate con strisce di pelle di bue per proteggerlo dai rovi, e portava anche maniche di cuoio; aveva in capo un berretto di pelle di capra, e aveva un aspetto molto infelice. Quando Odisseo lo vide così logoro, così vecchio e pieno di dolore, si fermò sotto un alto pero e si mise a piangere. Era incerto se abbracciarlo, baciarlo e dirgli tutto del suo ritorno, oppure se dovesse prima interrogarlo e vedere che cosa avrebbe detto. Alla fine giudicò meglio essere astuto con lui, così, con questo proposito, salì verso suo padre, che era curvo e scavava intorno a una pianta.

«Vedo, signore,» disse Odisseo, «che siete un giardiniere eccellente — quante cure vi prendete, in verità. Non c'è una sola pianta, né un fico, una vite, un olivo, un pero, né un'aiuola, che non porti il segno della vostra attenzione. Confido, tuttavia, che non vi offenderete se vi dico che curate meglio il vostro giardino che voi stesso. Siete vecchio, trasandato, e vestito molto miseramente. Non può essere perché siete pigro che il vostro padrone vi curi così male; in verità il vostro volto e la vostra figura non hanno nulla dello schiavo, e proclamano la vostra nobile origine. Avrei detto che eravate uno di quelli che dovrebbero lavarsi bene, mangiar bene, e dormire su morbidi giacigli di notte, come è diritto dei vecchi; ma ditemi, e ditemi il vero, di chi siete schiavo, e in quale giardino lavorate? Ditemi anche un'altra cosa. Questo luogo dove sono giunto è davvero Itaca? Ho incontrato poco fa un uomo che lo affermava, ma era un tipo ottuso, e non ha avuto la pazienza di ascoltare il mio racconto quando gli chiedevo di un mio vecchio amico, se fosse ancora vivo, o fosse già morto e nella casa d'Ade. Credetemi quando vi dico che quest'uomo venne alla mia casa una volta, quando io ero nel mio paese, e mai venne da me uno straniero che mi piacesse di più. Disse che la sua famiglia veniva da Itaca e che suo padre era Laerte, figlio d'Arcesìo. Lo accolsi con ospitalità, facendogli parte di tutta l'abbondanza della mia casa, e quando ripartì gli diedi tutti i doni consueti. Gli diedi sette talenti d'oro fino, e una coppa d'argento massiccio con fiori cesellati sopra. Gli diedi dodici mantelli leggeri, e altrettante pezze di tessuto decorato; gli diedi anche dodici mantelli a un solo strato, dodici tappeti, dodici bei manti, e un pari numero di camicie. A tutto ciò aggiunsi quattro donne di bell'aspetto, esperte in ogni utile arte, e lo lasciai scegliere fra loro».

Suo padre versò lacrime e rispose: «Signore, siete davvero giunto nel paese che avete nominato, ma esso è caduto nelle mani di gente malvagia. Tutta questa ricchezza di doni è stata data invano. Se aveste potuto trovare qui vivo il vostro amico, in Itaca, vi avrebbe ospitato con larghezza e vi avrebbe ricompensato ampiamente i doni quando lo aveste lasciato — come sarebbe stato giusto, considerate le cose che già gli avevate dato. Ma ditemi, e ditemi il vero, quanti anni sono passati da quando ospitaste questo ospite — il mio infelice figlio, che mai vi fu pari! Ahimè! Egli è perito lontano dal suo paese; i pesci del mare lo hanno divorato, oppure è caduto preda degli uccelli e delle fiere di qualche continente. Né sua madre, né io suo padre, che fummo i suoi genitori, potemmo gettargli le braccia intorno e avvolgerlo nel suo sudario, né poté la sua eccellente e riccamente dotata sposa Penelope piangere il marito come sarebbe stato naturale sul letto di morte, e chiudergli gli occhi secondo i riti dovuti ai defunti. Ma ora, ditemi sinceramente, perché io voglio sapere. Chi siete voi, e di dove siete — ditemi della vostra città e dei vostri genitori? Dove giace la nave che ha portato voi e i vostri uomini a Itaca? O eravate un passeggero sulla nave d'un altro, e quelli che vi hanno portato qui sono ripartiti e vi hanno lasciato?».

«Vi dirò ogni cosa,» rispose Odisseo, «con piena verità. Vengo da Alibante, dove possiedo una bella casa. Sono figlio del re Afèida, che è figlio di Polipèmone. Il mio nome è Eperito; il cielo mi sospinse fuori rotta mentre lasciavo la Sicània, e sono stato qui portato mio malgrado. Quanto alla mia nave, giace là oltre, al largo della campagna aperta fuori dalla città, e questo è il quinto anno dacché Odisseo ha lasciato il mio paese. Poveretto, eppure gli auspici furono favorevoli per lui quando mi lasciò. Gli uccelli tutti ci volarono sulla destra, e sia lui sia io gioimmo nel vederli mentre ci separavamo, poiché avevamo ogni speranza di un nuovo amichevole incontro e di scambio di doni».

Una cupa nube di dolore calò su Laerte mentre ascoltava. Egli riempì entrambe le mani di polvere dal suolo e la sparse sul suo capo canuto, gemendo con forza mentre lo faceva. Il cuore di Odisseo ne fu commosso, e le sue narici tremarono guardando suo padre; poi gli si slanciò incontro, gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo: «Sono io, padre, colui del quale mi domandi — sono tornato dopo essere stato via per vent'anni. Ma smettete i vostri sospiri e i vostri lamenti — non c'è tempo da perdere, perché dovrei dirvi che ho ucciso i pretendenti nella mia casa, per punirli della loro insolenza e dei loro misfatti».

«Se siete davvero mio figlio Odisseo,» rispose Laerte, «e siete davvero tornato, dovete darmi una prova così manifesta della vostra identità che mi convinca».

«Osservate anzitutto questa cicatrice,» rispose Odisseo, «che mi procurò una zanna di cinghiale mentre cacciavo sul Parnaso. Voi e mia madre mi avevate mandato da Autòlico, il padre di mia madre, per ricevere i doni che, quand'era stato qui, aveva promesso di farmi. Inoltre vi mostrerò gli alberi nella vigna che mi deste, e io ve li chiedevo tutti mentre vi seguivo nel giardino. Li passammo in rassegna tutti, e voi mi diceste i loro nomi e che cos'erano. Mi deste tredici peri, dieci meli e quaranta fichi; diceste anche che mi avreste dato cinquanta filari di viti; fra un filare e l'altro era seminato il grano, ed essi dànno uve d'ogni sorta quando il calore del cielo si è fatto sentire».

La forza di Laerte lo abbandonò quando udì le prove convincenti che suo figlio gli aveva dato. Gli gettò le braccia al collo, e Odisseo dovette sorreggerlo, altrimenti sarebbe svenuto; ma non appena rinvenne, e cominciava a riprendere i sensi, disse: «O padre Giove, dunque voi dèi siete ancora sull'Olimpo, dopotutto, se i pretendenti sono stati davvero puniti per la loro insolenza e la loro follia. Eppure, temo molto che mi avrò subito qui tutti gli abitanti d'Itaca, ed essi manderanno messaggeri ovunque per tutte le città dei Cefalleni».

Odisseo rispose: «Fatevi animo e non vi preoccupate di ciò, ma andiamo nella casa accanto al vostro giardino. Ho già detto a Telemaco, Filezio ed Eumeo di proseguire là e di preparare il pranzo al più presto».

Così conversando, i due si diressero verso la casa. Quando vi giunsero, trovarono Telemaco con il bovaro e il guardiano di porci intenti a tagliar carni e a mescere il vino con l'acqua. Allora la vecchia donna sicula prese Laerte, lo condusse dentro, lo lavò e lo unse con olio. Gli mise addosso un buon mantello, e Minerva gli si accostò e gli infuse un aspetto più imponente, rendendolo più alto e più robusto di prima. Quando tornò, suo figlio fu sorpreso di vederlo così simile a un immortale, e gli disse: «Mio caro padre, qualcuno degli dèi vi ha reso molto più alto e di aspetto migliore».

Laerte rispose: «Magari, per padre Giove, Minerva e Apollo, fossi l'uomo che ero quando regnavo fra i Cefalleni e presi Nerìco, quella forte rocca sul promontorio. Se fossi ancora quello che ero allora, e fossi stato ieri nella nostra casa con le mie armi addosso, avrei potuto starmi al tuo fianco e aiutarti contro i pretendenti. Ne avrei uccisi molti, e tu avresti gioito a vederlo».

Così conversavano; ma gli altri, quando ebbero finito il loro lavoro e il banchetto fu pronto, smisero di lavorare e presero ciascuno il proprio posto sulle panche e sui seggi. Poi cominciarono a mangiare; di lì a poco il vecchio Dòlio e i suoi figli lasciarono il lavoro e vennero su, perché la madre, la donna sicula che accudiva Laerte ora che invecchiava, era andata a chiamarli. Quando videro Odisseo e furono certi che fosse lui, rimasero lì, smarriti per lo stupore; ma Odisseo li rimproverò con garbo e disse: «Sedetevi a pranzo, vecchio, e non fate caso al vostro stupore; noi da tempo desideravamo cominciare e vi stavamo aspettando».

Allora Dòlio stese entrambe le mani e si avvicinò a Odisseo. «Signore,» disse, afferrando la mano del padrone e baciandola al polso, «da lungo tempo desideravamo il vostro ritorno: e ora il cielo vi ha restituito a noi dopo che avevamo cessato di sperare. Salute, dunque, e gli dèi vi proteggano. Ma ditemi, Penelope sa già del vostro ritorno, o dobbiamo mandare qualcuno ad avvertirla?».

«Vecchio,» rispose Odisseo, «ella sa già, dunque non dovete preoccuparvi di questo». A queste parole prese posto, e i figli di Dòlio si fecero intorno a Odisseo per salutarlo e abbracciarlo uno dopo l'altro; poi sedettero in ordine accanto a Dòlio, loro padre.

Mentre essi erano così occupati a preparare il pranzo, la Fama si sparse per la città, e diffuse ovunque la terribile sorte toccata ai pretendenti; non appena, dunque, la gente lo seppe, accorse da ogni parte, gemendo e urlando davanti alla casa di Odisseo. Portarono via i morti, seppellirono ciascuno il proprio, e misero i corpi di quelli che venivano da fuori sulle barche da pesca, perché i pescatori li portassero ciascuno al proprio luogo. Poi si radunarono adirati nel luogo dell'assemblea, e quando furono tutti riuniti Eupìte si alzò per parlare. Era sopraffatto dal dolore per la morte di suo figlio Antìnoo, che era stato il primo uomo ucciso da Odisseo, perciò disse, piangendo amaramente: «Amici miei, quest'uomo ha fatto grande torto agli Achei. Condusse con sé molti dei nostri migliori uomini nella sua flotta, e ha perduto sia le navi sia gli uomini; ora, per giunta, al suo ritorno ha ucciso tutti i più nobili fra i Cefalleni. Muoviamoci e agiamo prima che egli possa fuggire a Pilo o a Elide, dove regnano gli Epei, o avremo vergogna di noi stessi per sempre. Sarà una vergogna eterna per noi se non vendicheremo l'assassinio dei nostri figli e fratelli. Per quanto mi riguarda, non avrei più alcun piacere nella vita, ma preferirei morire subito. Muoviamoci, dunque, e inseguiamoli, prima che possano attraversare verso la terraferma».

Piangendo parlava, e ognuno lo compassionava. Ma Medonte e il cantore Fêmio si erano ormai svegliati, e giunsero da loro dalla casa di Odisseo. Tutti furono stupiti nel vederli, ma essi si misero in mezzo all'assemblea, e Medonte disse: «Ascoltatemi, uomini d'Itaca. Odisseo non ha fatto queste cose contro il volere del cielo. Io stesso vidi un dio immortale prendere le sembianze di Mentore e porsi al suo fianco. Questo dio apparve, ora davanti a lui per incoraggiarlo, e ora infuriarsi per il cortile e attaccare i pretendenti, ed essi caddero fitti l'uno sull'altro».

A queste parole un pallido timore s'impadronì di loro, e il vecchio Aliterse, figlio di Mastòr, si alzò per parlare, poiché era l'unico fra loro a conoscere il passato e il futuro; così parlò loro con chiarezza e in piena onestà, dicendo:

«Uomini d'Itaca, è tutta colpa vostra se le cose sono andate come sono andate; non voleste ascoltare me, né tanto meno Mentore, quando vi esortavamo a frenare la follia dei vostri figli, che commettevano grandi torti nella sfrenatezza dei loro cuori — dissipando i beni e disonorando la sposa di un capo che essi credevano non sarebbe tornato. Ora, però, sia come dico io, e fate ciò che vi dico. Non muovete contro Odisseo, o potreste scoprire d'aver attirato il male sulle vostre stesse teste».

Questo fu ciò che disse, e più della metà alzò un alto grido, e subito lasciò l'assemblea. Ma il resto rimase dov'era, perché il discorso d'Aliterse li aveva scontentati, e si schierarono con Eupìte; si affrettarono dunque ad armarsi, e quando furono armati si radunarono davanti alla città, ed Eupìte li guidò nella loro follia. Egli credeva di andare a vendicare l'assassinio di suo figlio, mentre in verità non sarebbe mai tornato, ma sarebbe egli stesso perito nel suo tentativo.

Allora Minerva disse a Giove: «Padre, figlio di Crono, re dei re, rispondi a questa mia domanda — che cosa proponi di fare? Li farai combattere ancora, o farai la pace fra loro?».

E Giove rispose: «Figlia mia, perché me lo chiedi? Non sei stata tu stessa a disporre che Ulisse tornasse a casa e si vendicasse dei Proci? Fa’ come preferisci, ma ti dirò quale ritengo sia l’accordo più ragionevole. Ora che Ulisse si è vendicato, che giurino un solenne patto, in virtù del quale egli continuerà a regnare, mentre noi faremo sì che gli altri perdonino e dimentichino il massacro dei loro figli e fratelli. Che tornino tutti amici come un tempo, e che regnino la pace e l'abbondanza».

Questo era ciò che Minerva desiderava ardentemente ottenere, perciò si lanciò giù dalle vette più alte dell'Olimpo.

Quando Laerte e gli altri ebbero finito di cenare, Ulisse esordì dicendo: «Qualcuno di voi vada fuori a vedere se si stanno avvicinando». Così uno dei figli di Dolio andò come gli era stato ordinato. Standosene sulla soglia poté vederli tutti molto vicini, e disse a Ulisse: «Eccoli, indossiamo subito le nostre armature».

Indossarono le armature quanto più velocemente poterono: vale a dire Ulisse, i suoi tre uomini e i sei figli di Dolio. Anche Laerte e Dolio fecero lo stesso: guerrieri per necessità nonostante i loro capelli grigi. Quando ebbero tutti indossato le armature, aprirono il cancello e uscirono, con Ulisse a far strada.

Allora la figlia di Giove, Minerva, si avvicinò a loro, dopo aver assunto l'aspetto e la voce di Mentore. Ulisse fu lieto di vederla e disse a suo figlio Telemaco: «Telemaco, ora che stai per combattere in uno scontro che metterà alla prova il coraggio di ogni uomo, bada a non disonorare i tuoi antenati, che furono illustri per forza e valore in tutto il mondo».

«Dici il vero, caro padre», rispose Telemaco, «e vedrai, se vorrai, che non ho alcuna intenzione di disonorare la tua famiglia».

Laerte fu felicissimo quando sentì queste parole. «Cielo», esclamò, «che giornata sto vivendo: me ne rallegro davvero. Mio figlio e mio nipote gareggiano l'uno con l'altro in fatto di valore».

A questo punto Minerva gli si avvicinò e disse: «Figlio di Arcesio, il migliore amico che io abbia al mondo, prega la fanciulla dagli occhi azzurri e Giove suo padre; poi poni in equilibrio la tua lancia e scagliala».

Mentre parlava gli infuse nuovo vigore, e quando ebbe pregato la dea, egli bilanciò la lancia e la scagliò. Colpì l'elmo di Eupite, e la lancia lo trapassò da parte a parte, poiché l'elmo non la trattenne, e la sua armatura risuonò sferragliando attorno a lui mentre cadeva pesantemente a terra. Nel frattempo Ulisse e suo figlio si scagliarono contro la prima linea dei nemici e li colpirono con le loro spade e lance; in verità, li avrebbero uccisi tutti, impedendo loro di tornare mai più a casa, se Minerva non avesse alzato la voce e fatto fermare ognuno di loro. «Uomini di Itaca», gridò, «cessate questa guerra terribile e risolvete la faccenda subito, senza altro spargimento di sangue».

A quel punto un pallido timore si impadronì di tutti; erano così spaventati che le armi caddero dalle loro mani e finirono a terra al suono della voce della dea, ed essi fuggirono verso la città per salvarsi la vita. Ma Ulisse lanciò un gran grido e, raccogliendosi, si avventò giù come un'aquila in volo. Allora il figlio di Saturno scagliò un fulmine di fuoco che cadde proprio davanti a Minerva, così essa disse a Ulisse: «Ulisse, nobile figlio di Laerte, ferma questa lotta bellicosa, o Giove si adirerà con te».

Così parlò Minerva, e Ulisse obbedì volentieri. Allora Minerva assunse l'aspetto e la voce di Mentore e, poco dopo, sancì un patto di pace tra le due parti in conflitto.

[49] [ Si veda la nota alla riga 3 di questo libro. Il lettore osserverà che lo scrittore non è riuscito a tenere le donne fuori da un’interpolazione che consiste in sole quattro righe.]

[50] [ Scheria significa un lembo di terra che sporge nel mare. Nella mia “Autrice dell’Odissea” ho pensato che “Jutland” sarebbe stata una traduzione adatta, ma mi è stato fatto notare che “Jutland” significa solo la terra degli Juti.]

[51] [ L’irrigazione, così come viene qui descritta, è comune nei giardini vicino a Trapani. L’acqua che alimenta i canali è estratta dai pozzi da un mulo che aziona una ruota munita di secchi.]

[52] [ Non c’è qui una parola sui buoi del dio sole.]

[53] [ Lo scrittore pensava evidentemente che anche il legno verde e in crescita potesse essere ben stagionato.]

[54] [ Il lettore noterà che il fiume scorreva con acqua salata, vale a dire che era soggetto a marea.]

[55] [ Dunque l’isola Ogigia non era così lontana da poter supporre che Nausicaa sapesse dove si trovasse.]

[56] [ Greco {Greco}]

[57] [ Sospetto un gioco in famiglia, o un’allusione maliziosa a qualcosa di cui non sappiamo nulla, in questa storia di Eurimedusa portata da Apeira. La parola greca “apeiros” significa “inesperto”, “ignorante”. È possibile che Eurimedusa fosse notoriamente incompetente?]

[58] [ Polifemo era anche figlio di Nettuno, si veda “Od.” ix. 412, 529. Era dunque fratellastro di Nausitoo, mezzo zio di re Alcinoo e prozio di Nausicaa.]

[59] [ Sembrerebbe che lo scrittore pensasse che Maratona fosse vicina ad Atene.]

[60] [ Qui lo scrittore, sapendo di trarre (con abbellimenti) spunto da cose esistenti, diventa impaziente dei tempi passati e scivola nel presente.]

[61] [ Questa è malizia nascosta, che implica che i magnati feaci non fossero migliori di quanto dovrebbero essere. L’ultima libagione avrebbe dovuto essere fatta a Giove o Nettuno, non al dio della ladroneria e della furfanteria di ogni tipo. Alla riga 164 troviamo infatti Echeneo che propone di fare una libagione a Giove, ma Mercurio è evidentemente, secondo la nostra autrice, il dio che più probabilmente sarebbe stato loro utile.]

[62] [ Il fatto che Alcinoo sappia qualcosa dei Ciclopi suggerisce che, nella mente dello scrittore, Scheria e il paese dei Ciclopi non fossero molto distanti l’uno dall’altro. Considero i Ciclopi e i giganti come lo stesso popolo.]

[63] [ “La mia proprietà, ecc.” L’autrice sta qui adottando un verso iliadico (xix. 333), e questo deve spiegare l’assenza di qualsiasi riferimento a Penelope. Se si fosse ricordata di “Il.” v. 213, lo avrebbe senza dubbio preferito, poiché quel verso recita “la mia terra, mia moglie e tutta la grandezza della mia casa”.]

[64] [ Il sonno di Ulisse, inizialmente inspiegabile (lib. xiii. 79, ecc.), viene qui, come anche in viii. 445, chiaramente preparato. Lo scrittore vi attribuiva evidentemente la massima importanza. Coloro che sanno che il porto che serviva allo scrittore dell’“Odissea” per quello in cui Ulisse sbarcò a Itaca si trovava a sole 2 miglia circa dal luogo in cui Ulisse sta ora parlando con Alcinoo, capiranno perché il sonno fosse così necessario.]

[65] [ C’erano due classi: gli inferiori, che ricevevano provviste che dovevano cucinare da soli nei cortili e negli spazi esterni, dove avrebbero anche mangiato, e i superiori, che mangiavano nei chiostri della corte interna e facevano cucinare per loro.]

[66] [ Traduzione molto dubbia. Suppongo che il {Greco} qui sia riferito alle tettoie coperte che correvano attorno al cortile esterno. Si vedano le illustrazioni alla fine del lib. iii.]

[67] [ Lo scrittore ritiene apparentemente che le parole “rispetto a quanto i buoi possano arare nello stesso tempo” si intendano da sole. Non così lo scrittore dell’“Iliade”, da cui il passo odisseico è probabilmente tratto. Egli spiega che i muli possono arare più velocemente dei buoi (“Il.” x. 351-353).]

[68] [ È stato molto fortunato che un disco simile si trovasse lì, visto che nessuno di quel genere era di uso comune.]

[69] [ “Il.” xiii. 37. Qui, come spesso altrove nell’“Odissea”, l’appropriazione di un verso iliadico che non è del tutto appropriato mette in difficoltà il lettore. Il “essi” non sono le catene, né Marte e Venere. È un traboccamento dal passo iliadico in cui Nettuno incatena i suoi cavalli con legami “che nessuno poteva sciogliere o spezzare, affinché potessero restare lì in quel luogo”. Se il verso avesse potuto scansionarsi senza l’aggiunta delle parole “affinché potessero restare lì in quel luogo”, esse sarebbero state omesse nell’“Odissea”.]

[70] [ Il lettore noterà che Alcinoo non va mai oltre il dire che sta per dare il calice; non lo dà mai. Altrove sia nell’“Iliade” che nell’“Odissea” l’offerta di un regalo è immediatamente seguita dalla dichiarazione che esso è stato dato e ricevuto con gioia; Alcinoo in realtà regala davvero un forziere, un mantello e una tunica (probabilmente ha anche fornito parte del grano e del vino per il lungo viaggio di due miglia), ma è del tutto chiaro che non diede né un talento né una coppa.]

[71] [ “Il.” xviii. 344-349. Questi versi nell’“Iliade” raccontano la preparazione per lavare il corpo di Patroclo, e non mi piace che lo scrittore dell’“Odissea” li abbia adottati qui.]

[72] [ Si veda la nota [64].]

[73] [ Si veda la nota [43].]

[74] [ Il lettore troverà questa minaccia compiuta nel lib. xiii.]

[75] [ Se le altre isole giacevano a una certa distanza da Itaca (come suggerisce la parola {Greco}), che ne è del póρθμος, il passaggio tra Itaca e Samo di cui sentiamo parlare nei lib. iv. e xv.? Sospetto che l’autrice, nella sua mente, faccia tornare Telemaco da Pilo al promontorio Lilibeo e da lì a Trapani attraverso lo stretto tra l’Isola Grande e la terraferma, essendo l’isola di Asteria quella su cui sorse poi Mozia.]

[76] [ “Il.” xviii. 533-534. L’improvviso passaggio alla terza persona qui per un paio di versi è dovuto al fatto che i due versi iliadici presi sono in terza persona.]

[77] [ cfr. “Il.” ii. 776. Le parole sia nell’“Iliade” che nell’“Odissea” sono [Nota greca]. Nell’“Iliade” sono usate per i cavalli dei seguaci di Achille mentre se ne stavano oziosi, a “brucare loto”.]

[78] [ Considero tutto questo passo sui Ciclopi che non hanno navi come sarcastico, col significato di: “Voi abitanti di Drepanum non avete scuse per non colonizzare l’isola di Favignana, cosa che potreste fare facilmente, perché avete molte navi e l’isola è ottima”. Che l’isola così ampiamente descritta qui sia l’isola Egade o “isola delle capre” di Favignana, e che i Ciclopi siano gli antichi abitanti Sicani del Monte Erice, non dovrebbe essere messo in dubbio.]

[79] [ Per le ragioni per cui era necessario che la notte fosse così eccezionalmente buia, si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 188-189.]

[80] [ Nel cortile dovrebbero essere rimasti solo gli agnelli che popperebbero se fossero con le loro madri. Gli agnelli più grandi avrebbero dovuto essere fuori a pascolare. L’autrice ha sbagliato tutto, ma non importa. Si veda “L’autrice dell’Odissea”, p. 148.]

[81] [ Questo verso è racchiuso tra parentesi nel testo ricevuto ed è omesso (con nota) dai signori Butcher & Lang. Ma i versi racchiusi tra parentesi sono quasi sempre autentici; tutto ciò che le parentesi significano è che il passo tra parentesi ha messo in difficoltà qualche primo editore, il quale tuttavia lo ha trovato troppo ben stabilito nel testo per avventurarsi a ometterlo. Nel caso presente, il verso tra parentesi è l’ultimo che un editore maschio adulto avrebbe probabilmente interpolato. È più sicuro inferire che lo scrittore, una giovane donna, non sapendo o non curandosi di quale estremità della nave dovesse stare il timone, decise di assicurarsi posizionandolo a entrambe le estremità, cosa che troveremo farà subito dopo ripetendolo (riga 340) alla poppa della nave. Per quanto riguarda le due rocce scagliate, la prima la considero gli Asinelli, si veda la mappa a fronte di p. 80. La seconda la vedo come le due isole contigue delle Formiche, che sono trattate come una sola, si veda la mappa a fronte di p. 108. Gli Asinelli sono un’isola a forma di barca, rivolta verso l’isola di Favignana. Penso che i compatrioti dell’autrice, a cui probabilmente non piaceva molto più di quanto lei piacesse a loro, schernissero l’assurdità del comportamento di Ulisse e vedessero gli Asinelli o “asinelli” non come la roccia scagliata da Polifemo, ma come la barca stessa contenente Ulisse e i suoi uomini.]

[82] [ Questo verso esiste nel testo qui ma non nel passo corrispondente xii. 141. Sono incline a pensare che sia interpolato (probabilmente dalla poetessa stessa) dal primo dei versi xi. 115-137, che non posso dubitare siano stati aggiunti dallo scrittore quando lo schema dell’opera fu ampliato e alterato. Si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 254-255.]

[83] [ “Galleggiante” (πλωτῇ) non deve essere preso alla lettera. L’isola stessa, a parte i suoi abitanti, era del tutto normale. Non c’è indicazione che si muovesse durante il mese in cui Ulisse rimase con Eolo, e al suo ritorno dal suo sfortunato viaggio, sembra averla trovata nello stesso posto. Il πλωτῇ in effetti non dovrebbe essere forzato più di θοῇσι applicato alle isole, “Odissea” xv. 299, dove sono chiamate “volanti” perché la nave vi volava accanto. Così anche i “Vaganti”, come spiegato da Buttmann; si veda la nota sull’“Odissea” xii. 57.]

[84] [ Letteralmente “poiché i sentieri della notte e del giorno sono vicini”. Ho visto ciò che dice il signor Andrew Lang (“Homer and the Epic”, p. 236, e “Longman’s Magazine” per gennaio 1898, p. 277) riguardo alla “via dell’ambra” e alla “Via Sacra” a questo proposito; ma finché non darà le sue ragioni per sostenere che i popoli mediterranei nell’età odisseica andavano lontano a Nord per la loro ambra invece di procurarsela in Sicilia, dove si trova ancora in quantità considerevoli, non so quale peso dovrei dare alla sua opinione. Non sono riuscito a trovare ragioni per asserire che nel 1000 a.C. ci fosse alcun commercio tra il Mediterraneo e il “Lontano Nord”, ma sarò ben lieto di imparare se il signor Lang vorrà illuminarmi. Si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 185-186.]

[85] [ Si sarebbe pensato che, quando il sole spingeva il cervo verso l’acqua, Ulisse avrebbe potuto osservarne l’ubicazione.]

[86] [ Si veda la traduzione di Hobbes di Malmesbury.]

[87] [ “Il.” xviii. 349. Ancora una volta lo scrittore attinge al lavaggio del corpo di Patroclo, il che offende.]

[88] [ Questa visita è del tutto priva di significato topografico.]

[89] [ Le spose si presentavano istintivamente all’immaginazione dello scrittore, come la fase dell’umanità che trovava più interessante.]

[90] [ Ulisse doveva, di fatto, diventare un missionario e predicare Nettuno a persone che non conoscevano il suo nome. Ho avuto la fortuna di incontrare in Sicilia una donna che trasportava una di queste pale da ventilazione; non era molto più corta di un remo, e ho potuto vedere subito ciò che intendeva lo scrittore dell’“Odissea”.]

[91] [ Suppongo che i versi che ho racchiuso tra parentesi siano stati aggiunti dall’autrice quando ampliò il suo schema originale con l’aggiunta dei libri i.-iv. e xiii. (dalla riga 187)-xxiv. Il lettore osserverà che nel passo corrispondente (xii. 137-141) la profezia termina con “dopo aver perso tutti i tuoi compagni”, e che non c’è alcun accenno ai pretendenti. Per una spiegazione più completa si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 254-255.]

[92] [ Il lettore ricorderà che siamo nel primo anno delle peregrinazioni di Ulisse; Telemaco aveva quindi solo undici anni. Lo stesso anacronismo viene fatto più avanti in questo libro. Si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 132-133.]

[93] [ La tradizione dice che si fosse impiccata. Cfr. “Odissea” xv. 355, ecc.]

[94] [ Da non confondere con Eolo re dei venti.]

[95] [ Melampo, si veda il libro xv. 223, ecc.]

[96] [ Ho già detto in una nota sul lib. xi. 186 che a questo punto del viaggio di Ulisse Telemaco poteva avere solo tra gli undici e i dodici anni.]

[97] [ Lo scrittore è un uomo o una donna?]

[98] [ Cfr. “Il.” iv. 521, {Greco}. Il verso odisseico recita, {Greco}. Il famoso dattilismo, quindi, del verso odisseico fu probabilmente suggerito da quello iliadico piuttosto che dal desiderio di adattare il suono al senso. In ogni caso, la doppia coincidenza di un verso dattilico e di una finale {Greco} sembra decisiva riguardo alla familiarità dello scrittore dell’“Odissea” con il verso iliadico.]

[99] [ Al largo della costa siciliana e dell’Italia meridionale, nel mese di maggio, ho visto uomini legati a metà dell’albero di una barca con i piedi poggiati su una traversa, abbastanza grande da sostenerli. Da questo punto di osservazione arpionano i pesci spada. Quando ho visto uomini così impiegati, ho potuto a stento dubitare che lo scrittore dell’“Odissea” avesse visto altri simili a loro e li avesse in mente quando descriveva l’incatenamento di Ulisse. Ho quindi, con una certa timidezza, azzardato di discostarmi dalla traduzione ricevuta di ἰστοπέδη (cfr. Alceo frammento 18, dove, tuttavia, è molto difficile dire cosa significhi ἰστοπέδαν). Nel Lessico di Sofocle trovo un riferimento a Crisostomo (l, 242, A. Ed. Benedettina Parigi 1834-1839) per la parola ἰστοπόδη, che è probabilmente la stessa di ἰστοπέδη, ma ho cercato il passo invano.]

[100] [ Lo scrittore è in errore qui e cerca di scaricare la colpa su Circe. Quando Ulisse arriva a intraprendere il percorso prescritto da Circe, dovrebbe superare o i Vaganti o qualche altra difficoltà di cui non ci viene detto, ma non lo fa. Le Planctae, o Vaganti, si fondono in Scilla e Cariddi, e l’alternativa tra loro e qualcosa di non detto si fonde nell’alternativa se Ulisse avesse fatto meglio a scegliere Scilla o Cariddi. Eppure dalla riga 260 sembra che dobbiamo considerare i Vaganti come superati da Ulisse; ciò appare ancora più chiaramente da xxiii. 327, in cui Ulisse menziona espressamente le rocce Vaganti come poste tra le Sirene e Scilla e Cariddi. Lo scrittore, tuttavia, è evidentemente ignaro di non comprendere appieno la propria storia; la sua difficoltà era forse dovuta al fatto che, sebbene i marinai trapanesi le avessero dato un’idea abbastanza precisa di dove si trovassero tutte le sue altre località, nessuno a quei tempi più che ai nostri poteva localizzare le Planctae, che di fatto, come ha sostenuto Buttmann, non derivavano da alcun luogo particolare, ma dai racconti dei marinai sulle difficoltà di navigare l’intero gruppo delle isole Eolie (si veda la nota sull’“Od.” x. 3). Eppure la questione delle povere colombe catturò la sua fantasia, così non volle rinunciarvi. I vortici di fuoco e il fumo che avvolge Scilla suggeriscono un’allusione a Stromboli e forse anche all’Etna. Scilla si trova sul lato italiano, e quindi si può dire che guardi a Ovest. Dista circa 8 miglia dalla costa siciliana, quindi a Ulisse può essere detto perfettamente che dopo aver superato Scilla arriverà all’isola Trinacria o Sicilia. Cariddi è trasposta in un sito a poche miglia a nord della sua posizione reale.]

[101] [ Suppongo che questo verso sia stato intercalato dall’autore quando furono aggiunti i versi 426-446.]

[102] [ Per le ragioni che ci permettono di identificare l’isola delle due Sirene con l’isola di Lipari, ora Salina (l’antica Didyme, o isola “gemella”), si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 195, 196. Le due Sirene erano senza dubbio, come suggerisce il loro nome, le raffiche fischianti, o valanghe d’aria che a volte scendono senza preavviso dai due alti monti di Salina, così come da tutti i punti elevati nei dintorni.]

[103] [ Si veda l’ammiraglio Smyth sulle correnti nello Stretto di Messina, citato in “L’autrice dell’Odissea”, p. 197.]

[104] [ Nelle isole di Favignana e Marettimo al largo di Trapani ho visto uomini pescare esattamente come descritto qui. Masticano pane fino a farne una pasta e la gettano in mare per attirare i pesci, che poi arpionano. Non viene usata alcuna lenza.]

[105] [ Lo scrittore considera evidentemente Ulisse su una costa che guardava a Est non molto lontano a sud dello Stretto di Messina, diciamo, vicino a Tauromenium, ora Taormina.]

[106] [ Sicuramente deve mancare un verso qui per dirci che la chiglia e l’albero furono trascinati giù in Cariddi. Inoltre, l’aoristo {Greco} nel suo contesto attuale è sconcertante. L’ho tradotto come se fosse un imperfetto; vedo che i signori Butcher e Lang lo traducono come un piuccheperfetto, ma sicuramente Cariddi era nell’atto di risucchiare l’acqua quando Ulisse arrivò.]

[107] [ Suppongo che il passo tra parentesi sia stato un ripensamento, ma scritto dalla stessa mano del resto del poema. Suppongo che anche xii. 103 sia stato aggiunto dallo scrittore quando decise di rimandare Ulisse a Cariddi. La similitudine suggerisce la mano della moglie o della figlia di un magistrato che aveva spesso visto suo padre tornare a casa irritato e stanco.]

[108] [ Gr. πολυδαίδαλος. Questo esclude la moneta coniata, ma implica tuttavia che l’oro fosse stato lavorato in ornamenti di qualche tipo.]

[109] [ Suppongo che la profezia di Tiresia del lib. xi. 114-120 non avesse fatto alcuna impressione su Ulisse. Più probabilmente la profezia è stata un ripensamento, intercalato, come ho già detto, dall’autrice quando cambiò il suo schema.]

[110] [ Uno scrittore maschio avrebbe fatto dire a Ulisse, non “possiate dare soddisfazione alle vostre mogli”, ma “possano le vostre mogli dare soddisfazione a voi”.]

[111] [ Si veda la nota [64].]

[112] [ La terra era in realtà la stretta insenatura, ora le saline di S. Cusumano: il territorio di Trapani e del Monte Erice è fatto servire allo scopo doppio di Scheria e Itaca. Da qui la necessità di far partire Ulisse dopo il tramonto, farlo cadere istantaneamente in un sonno profondo e svegliare in una mattinata così nebbiosa che non avrebbe potuto vedere nulla finché i colloqui tra Nettuno e Giove e tra Ulisse e Minerva non avessero dato al pubblico il tempo di accettare la situazione. Si vedano le illustrazioni e la mappa rispettivamente verso la fine dei lib. v. e vi.]

[113] [ Questa grotta, identificabile con singolare completezza, è ora chiamata “grotta del toro”, probabilmente una corruzione di “tesoro”, poiché si ritiene che contenga un tesoro. Si veda “L’autrice dell’Odissea”, pp. 167-170.]

[114] [ Probabilmente lo farebbero.]

[115] [ Allora aveva un fondo basso e digradante.]

[116] [ Senza dubbio la strada passerebbe per il porto nei tempi odisseici così come passa per le saline ora; anzi, se deve esserci una strada lì, non c’è altro terreno piano che possa prendere. Si veda la mappa sopra citata.]

[117] [ La roccia all’estremità del porto settentrionale di Trapani, a cui suppongo si riferisca qui lo scrittore dell’“Odissea”, porta ancora il nome Malconsiglio: “la roccia del mal consiglio”. C’è una leggenda secondo cui si trattava di una nave di pirati turchi che intendevano attaccare Trapani, ma la “Madonna di Trapani” li schiacciò sotto questa roccia proprio mentre stavano entrando in porto. Il mio amico Cavaliere Giannitrapani di Trapani mi ha raccontato che suo padre era solito dirgli, quando era ragazzo, che se avesse fatto cadere esattamente tre gocce d’olio nell’acqua vicino alla roccia, avrebbe visto la nave ancora sul fondo. La leggenda è evidentemente una versione cristianizzata della storia odisseica, mentre il nome fornisce il dettaglio aggiuntivo che il disastro accadde in conseguenza di un mal consiglio.]

[118] [ Sembrerebbe quindi che la nave fosse tornata tutta la strada da Itaca in circa un quarto d’ora.]

[119] [ E non potremmo aggiungere “e anche per evitare che lui riconoscesse di trovarsi solo nel posto in cui aveva incontrato Nausicaa due giorni prima”?]

[120] [ Tutto ciò serve a scusare la completa assenza di Minerva nei libri IX-XII, che suppongo fossero già stati scritti prima che l'autrice avesse deciso di fare di Minerva un personaggio così rilevante.]

[121] [ Ci siamo già imbattuti in questo goffo tentativo di coprire il cambiamento di progetto dell'autrice alla fine del libro VI.]

[122] [ Trggo quanto segue da The Authoress of the Odyssey, p. 167. «Dal testo è chiaro che le grotte erano due, non una, ma qualcuno ha racchiuso tra parentesi i due versi in cui viene menzionata la seconda grotta, presumo perché si è trovato imbarazzato dal vedersi saltar fuori una seconda grotta quando fino a quel punto gli era stata menzionata una sola. «Mi permetto di pensare che, se avesse conosciuto il terreno, non sarebbe rimasto imbarazzato, perché le grotte sono due, distanti tra loro circa 80 o 100 iarde.» La grotta in cui Ulisse nascose il suo tesoro è, come ho già detto, identificabile con singolare completezza. L'altra grotta non presenta caratteristiche particolari, né nel poema né in natura.]

[123] [ Non si cerca nemmeno di mascherare il fatto che Penelope avesse a lungo incoraggiato i pretendenti. L'unica difesa addotta è che in realtà non intendeva incoraggiarli. Non sarebbe stato più saggio tentare un po' di scoraggiamento?]

[124] [ Vedi la mappa verso la fine del libro VI. Ruccazzù dei corvi significa ovviamente "la roccia dei corvi". Sia il nome che i corvi esistono ancora.]

[125] [ Vedi The Authoress of the Odyssey, pp. 140, 141. La vera ragione per cui Telemaco fu mandato a Pilo e a Sparta era che l'autrice potesse far entrare Elena di Troia nel suo poema. Fu mandato nell'unico punto della storia in cui poteva essere mandato, quindi dovette partire allora o mai più.]

[126] [ Il sito che assegno alla capanna di Eumeo, vicina al _Ruccazzù dei corvi_, si trova circa 2.000 piedi sul livello del mare e domina una vista assai ampia.]

[127] [ Sandali come quelli che Eumeo stava confezionando si indossano ancora negli Abruzzi e altrove. Un pezzo oblungo di cuoio forma la suola: si praticano fori ai quattro angoli, e attraverso questi fori si passano strisce di cuoio, che si legano attorno al piede e si incrociano risalendo lungo il polpaccio.]

[128] [ Vedi nota [75].]

[129] [ Telemaco, come molti altri bravi giovanotti, sembra aspettarsi che tutti debbano andare e venire per lui.]

[130] [ «Il.» VI 288. La stanza dei tesori era profumata perché costruita in legno di cedro. Vedi «Il.» XXIV 192.]

[131] [ cf. «Il.» VI 289 e 293-296. L'abito era custodito in fondo al cofano come uno di quelli che sarebbero serviti solo nelle occasioni più importanti; ma surely the marriage of Hermione e di Megapenthe (libro IV, all'inizio) avrebbe potuto indurre Elena a indossarlo la sera precedente, nel qual caso difficilmente avrebbe potuto essere di nuovo lì. Non troviamo alcun cenno, qui, al recente matrimonio di Megapenthe.]

[132] [ Vedi nota [83].]

[133] [ cf. «Od.» XI 196 e segg.]

[134] [ I nomi Syra e Ortygia, sull'isola su cui fu originariamente costruita la maggior parte della Siracusa dorica, suggeriscono che già in epoca odisseica esistesse una Siracusa preistorica, della cui esistenza l'autrice del poema era al corrente.]

[135] [ Letteralmente "dove sono i giri del sole". Partendo dal presupposto, come possiamo fare con ragionevole sicurezza, che la Syra e l'Ortygia dell'«Odissea» si riferiscano a Siracusa, è un fatto che poco più a sud di questi luoghi la terra gira bruscamente, cosicché i marinai che seguivano la costa si sarebbero trovati il sole sull'altro lato della nave rispetto a quello su cui l'avevano avuto fino ad allora.

Il signor A. S. Griffith ha gentilmente richiamato la mia attenzione su Erodoto IV 42, dove, parlando della circumnavigazione dell'Africa compiuta da marinai fenici sotto Necao, scrive:

«Al loro ritorno dichiararono — quanto a me, non li credo, ma forse altri potrebbero — che navigando attorno alla Libia [cioè l'Africa] avevano il sole sulla destra. Fu in questo modo che l'estensione della Libia fu per la prima volta scoperta.»

«Io ritengo che si fece in modo che Eumeo provenisse da Siracusa perché l'autrice pensava che avrebbe piuttosto dovuto far accadere qualcosa a Siracusa durante il suo resoconto dei viaggi di Ulisse. Non poteva, tuttavia, interrompere la sua lunga deriva da Cariddi all'isola di Pantelleria; decise quindi di rifarsi verso Siracusa in un altro modo.»

Gli scavi moderni stabiliscono l'esistenza di due e sole due comunità pre-doriche a Siracusa; esse sorgevano, come mi informò il dott. Orsi, a Plemmirio e a Cozzo Pantano. Vedi The Authoress of the Odyssey, pp. 211-213.]

[136] [ Questo porto è di nuovo evidentemente il porto in cui Ulisse era sbarcato, cioè il porto che è ora la salina di S. Cusumano.]

[137] [ Questo non può mai essere stato altro che un compenso assai misero per circa otto o nove giorni di servizio. Suppongo che l'equipaggio dovesse considerare il piacere di aver fatto una gita a Pilo come un compenso. Non v'è traccia che il pranzo sia stato effettivamente offerto, né la mattina seguente né in nessun'altra mattina.]

[139] [ Il testo è qui evidentemente corrotto e non ha senso come sta. Seguendo Butcher & Lang, ometto il verso 101.]

[140] [ cioè per essere munte, come nei paesi dell'Italia meridionale e della Sicilia ai giorni nostri.]

[141] [ La macellazione e la preparazione delle carcasse avvennero in parte nel cortile esterno e in parte nella parte scoperta del cortile interno.]

[142] [ Queste parole non possono significare che sarebbe presto pomeriggio subito dopo essere state pronunciate. Ulisse ed Eumeo raggiunsero la città, che era «a una certa distanza» (XVII 25), in tempo per il pasto mattutino dei pretendenti (XVII 170 e 176), diciamo alle dieci o alle undici. Il contesto del resto del libro lo dimostra. Eumeo e Ulisse, dunque, non possono essere partiti più tardi delle otto o delle nove, e le parole di Eumeo vanno intese come un'esagerazione allo scopo di far sbrigare Ulisse.]

[143] [ Immagino che la fontana si trovasse all'incirca dove sorge ora la chiesa della Madonna di Trapani, e che fosse alimentata dall'acqua di quella che oggi si chiama Fontana Diffali sul monte Erice.]

[144] [ Da questo e da altri passi dell'«Odissea» risulta che ci troviamo in un'epoca anteriore all'uso della moneta coniata — un'epoca in cui calderoni, tripodi, spade, bestiame, beni di ogni genere, misure di grano, vino o olio, ecc. ecc., per non parlare di pezzi d'oro, d'argento, di bronzo o persino di ferro, lavorati più o meno ma non coniati, rappresentavano la forma più vicina a una valuta che fosse stata fino ad allora raggiunta.]

[145] [ Gr. ἐς μέσσον.]

[146] [ Correggo queste bozze all'estero e non ho Hesiod a portata di mano, ma surely questo passo suggerisce conoscenza delle Opere e i Giorni, sebbene non la imponga affatto.]

[147] [ Sembrerebbe che Eurinome ed Euriclea siano la stessa persona. Vedi nota 156.]

[148] [ È chiaro, dunque, che Iride era comunemente accettata come messaggera degli dei, sebbene la nostra autrice non le permetta mai di andare o portare per nessuno.]

[149] [ cioè la porta che conduceva dal cortile interno a quello esterno.]

[150] [ Vedi nota 156.]

[151] [ Questi, immagino, dovevano trovarsi nella parte scoperta del cortile interno, dove stavano anche le ancelle, e proiettavano la luce delle loro torce nel portico coperto che correva tutto intorno. Altrimenti il fumo sarebbe stato intollerabile.]

[152] [ Traduzione molto incerta; vide Liddell and Scott, s.v. {Greek}.]

[153] [ Vedi foto nella pagina accanto.]

[154] [ cf. «Il.» II 184, e 217, 218. Mancando un'ulteriore e ben marcata caratteristica per convincere Penelope, l'autrice ha preso le spalle gobbe di Tersite (che è menzionato immediatamente dopo Euribate nell'«Iliade») e le ha messe sulla schiena di Euribate.]

[155] [ Ecco come si nutrono oggi le oche in Sicilia, almeno d'estate, quando l'erba è tutta bruciata. Non le ho mai viste pascolare.]

[156] [ Più sotto (verso 143) Euriclea dice che era stata lei a gettare il mantello su Ulisse — poiché il plurale non va inteso come indicante più di una persona. L'autrice sta evidentemente oscillando ancora tra Euriclea ed Eurinome come nome per la vecchia nutrice. Probabilmente intendeva originariamente chiamarla Euriclea, ma trovando non immediatamente facile far entrare Euriclea nel metro in XVII 495, la chiamò in fretta Eurinome, intendendo o modificare in seguito questo nome o trasformare in Eurinome la precedente Euriclea. Scivolò poi verso Eurinome man mano che la convenienza la guidava, continuando tuttavia a rimpiangere Euriclea, finché alla fine scoprì che la via di minor resistenza sarebbe stata quella di fare di Eurinome e Euriclea due persone distinte. Così in XXIII 289-292 compaiono insieme sia Eurinome sia «la nutrice» (che non può essere altri che Euriclea). Non dico che questo sia femminile, ma non è non femminile.]

[157] [ Vedi nota [156].]

[158] [ Questo, a mio avviso, era immediatamente davanti all'ingresso principale del cortile interno verso il corpo della casa.]

[159] [ Questa è l'unica allusione alla Sardegna sia nell'«Iliade» che nell'«Odissea».]

[160] [ La traduzione normale della parola greca sarebbe "trattenendo", "frenando", "contenendo", ma non riesco a credere che l'autrice intendesse questo — deve aver usato la parola nel suo altro significato di "avendo", "tenendo", "mantenendo", "conservando".]

[161] [ Ho invano cercato di rendermi conto della struttura della chiusura qui descritta.]

[162] [ Vedi la pianta della casa di Ulisse in appendice. È evidente che la parte scoperta del cortile non aveva altro pavimento che il terreno naturale.]

[163] [ Vedi la pianta della casa di Ulisse e la nota [175].]

[164] [ cioè la porta che immetteva nel corpo della casa.]

[165] [ Questa era, senza dubbio, la piccola tavola che fu apparecchiata per Ulisse, «Od.» XX 259.

Surely la difficoltà di questo passo è stata sopravvalutata. Suppongo che la parte di ferro dell'ascia fosse incastrata nel manico, o legata saldamente ad esso — il manico essendo mezzo interrato nel terreno. L'ascia sarebbe stata posta di taglio verso l'arciere, e questi avrebbe dovuto scoccare la sua freccia attraverso il foro in cui si inseriva il manico quando l'ascia era in uso. Dodici asce furono disposte in fila tutte alla stessa altezza, tutte esattamente l'una davanti all'altra, tutte di taglio rispetto a Ulisse, la cui freccia attraversò tutti i fori dal primo in poi. Non vedo come il greco possa sostenere un'interpretazione diversa, essendo le parole: {Greek}

«Non mancò un solo foro dal primo in poi.» {Greek} secondo Liddell and Scott è «il foro per il manico di un'ascia, ecc.», mentre {Greek} («Od.» V 236) è, secondo le stesse autorità, il manico stesso. La prodezza è assurdamente impossibile, ma la nostra autrice ha talvolta un'anima al di sopra delle impossibilità.]

[166] [ Il lettore noterà come lo spreco di cibo buono addolori l'autrice persino in un momento così supremo come questo.]

[167] [ Eccolo di nuovo. Lo spreco di beni viene prima.]

[168] [ cf. «Il.» III 337 e altri tre luoghi. È strano che l'autrice dell'«Iliade» trovasse così allarmante un po' di crine di cavallo. È abbastanza possibile che si stesse semplicemente prendendo a prestito una comune formula da qualche poeta precedente — o poetessa — perché si tratta più di un verso femminile che maschile.]

[169] [ O forse semplicemente "finestra". Vedi la pianta in appendice.]

[170] [ cioè il pavimento su cui Ulisse si trovava.]

[171] [ L'interpretazione dei versi 126-143 è oltremodo dubbia, e nella migliore delle ipotesi ci troviamo in una regione di melodramma: cf., tuttavia, i. 425 e segg., da cui risulta che nel cortile esterno sorgeva una torre, e che Telemaco vi dormiva abitualmente. La ὀρσοθύρα io la intendo come una porta, o botola, che immetteva sul tetto sopra la camera da letto di Telemaco, la quale si diceva fosse in un luogo visibile da ogni parte — oppure potrebbe essere semplicemente una finestra nella stanza di Telemaco che si affacciava sulla strada. Dalla cima della torre il mondo esterno avrebbe dovuto essere informato di quanto stava accadendo, ma la gente non avrebbe potuto entrare dalla ὀρσοθύρα: avrebbe dovuto entrare dall'ingresso principale, e Melanzio spiega che la bocca del passaggio stretto (che si trovava nelle terre di Ulisse e dei suoi amici) dominava l'unico ingresso attraverso il quale i soccorsi potevano giungere, cosicché non ci sarebbe stato nulla da guadagnare dando l'allarme.

Quanto alle ῥῶγες del verso 143, nessun commentatore antico o moderno è riuscito a dire cosa si intendesse — ma qualunque cosa fossero, Melanzio non avrebbe mai potuto portare dodici scudi, dodici elmi e dodici lance. Inoltre, dove lui poteva andare potevano andare anche gli altri. Se una dozzina di pretendenti avesse seguito Melanzio nella casa, avrebbe potuto attaccare Ulisse alle spalle, nel qual caso, a meno che Minerva non fosse intervenuta prontamente, l'«Odissea» avrebbe avuto un finale diverso. Ma attraverso tutta la scena ci troviamo in una regione di stravaganza piuttosto che di vera finzione — non può essere presa sul serio se non dai molto seri, finché non giungiamo all'episodio di Femio e Medonte, dove l'autrice comincia a ritrovarsi.]

[172] [ Presumo che l'intenzione fosse che vi fosse un gancio piantato nel palo portante.]

[173] [ A quale scopo?]

[174] [ Gr: {Greek}. Non è {Greek}.]

[175] [ Dai versi 333 e 341 di questo libro e dai versi 145 e 146 del libro XXI possiamo individuare con una certa sicurezza l'accesso alla {Greek}.]

[176] [ Ma in XIX 500-502 Ulisse aveva rimproverato Euriclea per aver offerto informazioni proprio su questo punto, dichiarandosi perfettamente in grado di risolvere la questione da sé.]

[177] [ I pretendenti erano centootto.]

[178] [ Lord Grimthorpe, la cui intelligenza non si presta facilmente a essere ingannata, ha avuto la cortesia di scrivermi a proposito della mia convinzione che l'«Odissea» sia stata scritta da una donna, e di inviarmi le sue osservazioni sulla grossolana assurdità dell'episodio qui riferito. È chiaro che all'autrice interessava soltanto che le donne fossero impiccate: quanto al cercare di realizzare, o di far realizzare ai lettori, come l'impiccagione fosse eseguita, questo non aveva importanza. Il lettore deve prendere per buona la sua parola e non fare domande. Lord Grimthorpe scrisse:

«Farò meglio a mandarti le mie idee sull'impiccagione delle ancelle compiuta da Nausicaa (non 'fanciulle', delle quali Froude scrisse così bene nella sua 'Science of History') prima che le dimentichi tutte. Per mia fortuna Liddell & Scott hanno tradotto appositamente la maggior parte delle parole dubbie, riferendosi proprio a questo passo.

«Una gomena di nave. Non so quanto grande fosse la nave che aveva in mente, ma deve essere stata davvero molto piccola se la sua 'gomena' poteva essere usata per legare stretta attorno al collo di una donna, e ancor più attorno a una dozzina di esse 'in fila', oltre a essere abbastanza robusta da sostenerle e tirarle tutte su.

«Una dozzina di donne di corporatura media avrebbe richiesto il peso e la forza di più di una dozzina di uomini robusti e pesanti anche sulla migliore carrucola appesa al tetto sopra di loro; e l'idea di tirarle su con una corda appesa comunque attorno a un palo {Greek} è assurdamente impossibile; e come una dozzina di loro potesse essere impiccata penzoloni attorno a un solo palo è un problema che lascerebbe perplesso anche un senior wrangler... Sarebbe stato meglio che avesse lasciato Telemaco usare la spada come aveva inteso fare, finché lei non gli cambiò idea.»]

[179] [ Esse erano state allora al servizio di Ulisse per più di vent'anni; forse le dodici colpevoli erano state assunte più di recente.]

[180] [ Traduzione molto dubbia — cf. «Il.» XXIV 598.]

[181] [ Ma perché non poteva chiedere subito di vedere la cicatrice, di cui Euriclea le aveva parlato, o perché Ulisse non poteva mostrargliela?]

[182] [ Gli Itacesi sembrano essere stati inclini alla critica quanto lo erano i Feaci in VI 273 e segg.]

[183] [ Vedi nota [156]. La camera da letto di Ulisse non sembra trovarsi né al piano superiore, né del tutto all'interno della casa. È possibile che fosse «la stanza a cupola» attorno all'esterno della quale le ancelle colpevoli erano, per quanto ci consta, ancora appese?]

[184] [ La camera da letto di Ulisse nella mente dell'autrice è qui pure, a quanto pare, al piano terreno.]

[185] [ Penelope, essendo stata ormai sufficientemente lavata, scompare dal poema.]

[186] [ Un'esperta lavandaia come la nostra autrice sapeva certamente che a quel punto la tela doveva essere ridotta a un tale rottame che si sarebbe disfatta nel lavaggio.

Una signora mi fa notare, proprio mentre questi fogli mi stanno lasciando le mani, che nessuna davvero brava cucitrice — nessuna, in realtà, la cui opera o il cui carattere valesse la pena di prendere in considerazione — avrebbe potuto tollerare, per nessuna ragione, di disfare il proprio lavoro giornaliero, giorno dopo giorno, per quasi quattro anni.]

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