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The Red House Mystery

by A. A. (Alan Alexander) Milne · in Italian

Il Mistero della Red House

di A. A. Milne

A JOHN VINE MILNE

Mio caro Padre,

Come tutte le persone veramente squisite, hai un debole per i gialli e ritieni che non ce ne siano mai abbastanza. Dunque, dopo tutto quello che hai fatto per me, il meno che io possa fare per te è scrivertene uno. Eccolo qui: con più gratitudine e affetto di quanto io riesca a esprimere in queste righe.

A.A.M.

Indice

CAPITOLO I. La signora Stevens è spaventata CAPITOLO II. Il signor Gillingham scende alla stazione sbagliata CAPITOLO III. Due uomini e un cadavere CAPITOLO IV. Il fratello dall’Australia CAPITOLO V. Il signor Gillingham sceglie una nuova professione CAPITOLO VI. Fuori o dentro? CAPITOLO VII. Ritratto di un gentiluomo CAPITOLO VIII. “Mi segui, Watson?” CAPITOLO IX. Le possibilità di un set da croquet CAPITOLO X. Il signor Gillingham dice sciocchezze CAPITOLO XI. Il reverendo Theodore Ussher CAPITOLO XII. Un’ombra sul muro CAPITOLO XIII. La finestra aperta CAPITOLO XIV. Il signor Beverley si qualifica per il palcoscenico CAPITOLO XV. La signora Norbury si confida col caro signor Gillingham CAPITOLO XVI. Preparativi per la notte CAPITOLO XVII. Il signor Beverley si dà all’acqua CAPITOLO XVIII. Congetture CAPITOLO XIX. L’inchiesta CAPITOLO XX. Il signor Beverley è pieno di tatto CAPITOLO XXI. Le scuse di Cayley CAPITOLO XXII. Il signor Beverley va avanti

CAPITOLO I. La signora Stevens è spaventata

Nel torpore estivo del pomeriggio, la Red House stava facendo la siesta. Si udiva un pigro mormorio di api tra le bordure fiorite, un dolce tubare di piccioni sulle cime degli olmi. Dai prati in lontananza giungeva il ronzio di un tosaerba, il più riposante di tutti i suoni di campagna; che rende la quiete ancora più dolce, sapendo che la si gode mentre altri sono al lavoro.

Era l’ora in cui anche coloro il cui compito è soddisfare i bisogni altrui hanno un momento o due per se stessi. Nella stanza della governante, Audrey Stevens, la graziosa cameriera, stava guarnendo di nuovo il suo cappello migliore, chiacchierando svogliatamente con sua zia, la cuoca-governante della dimora da scapolo del signor Mark Ablett.

“Per Joe?” chiese la signora Stevens placidamente, con l’occhio rivolto al cappello. Audrey annuì. Prese uno spillo dalla bocca, trovò un posto nel cappello e disse: “Gli piace un tocco di rosa”.

“Non dico che un tocco di rosa dispiaccia neppure a me”, rispose la zia. “Joe Turner non è l’unico”.

“Non è un colore che sta bene a tutte”, disse Audrey, tenendo il cappello a distanza di braccio e osservandolo pensierosa. “Elegante, non trovi?”

“Oh, a te starà benissimo, e sarebbe stato adatto anche a me alla tua età. Un po’ troppo appariscente per me ora, anche se mi conservo meglio di altri, oserei dire. Non sono mai stata una che finge di essere ciò che non è. Se ho cinquantacinque anni, ne ho cinquantacinque: questo dico io”.

“Cinquantotto, non è così, zia?”

“Stavo solo facendo un esempio”, disse la signora Stevens con grande dignità.

Audrey infilò l’ago, tese la mano, osservò le unghie criticamente per un momento e poi iniziò a cucire.

“Che storia strana quella del fratello del signor Mark. Pensa, non vedere tuo fratello per quindici anni”. Fece una risatina imbarazzata e proseguì: “Mi chiedo cosa farei se non vedessi Joe per quindici anni”.

“Come vi ho detto stamattina”, disse la zia, “sono qui da cinque anni e non ho mai sentito parlare di un fratello. Potrei giurarlo davanti a chiunque, anche se dovessi morire domani. Non c’è stato alcun fratello qui, da quando ci sono io”.

“Mi avresti potuta abbattere con una piuma quando ne ha parlato a colazione stamattina. Non ho sentito cosa ha detto prima, naturalmente, ma parlavano tutti del fratello quando sono entrata – ora, perché ero entrata? Latte caldo, o pane tostato? – insomma, parlavano tutti, e il signor Mark si gira verso di me e dice – sai come fa lui – ‘Stevens’, dice, ‘mio fratello viene a trovarmi questo pomeriggio; me lo aspetto verso le tre’, dice. ‘Fallo accomodare nello studio’, dice, proprio così. ‘Sì, signore’, dico io con molta calma, ma non sono mai stata così sorpresa in vita mia, non sapendo che avesse un fratello. ‘Mio fratello dall’Australia’, dice – ecco, l’avevo dimenticato. Dall’Australia”.

“Beh, può essere stato in Australia”, disse la signora Stevens, giudiziosa; “non posso dirlo, non conoscendo il paese; ma quello che dico è che non è mai stato qui. Non da quando ci sono io, e sono cinque anni”.

“Sì, ma zia, non è stato qui per quindici anni. Ho sentito il signor Mark dirlo al signor Cayley. ‘Quindici anni’, dice. Il signor Cayley gli aveva chiesto quando suo fratello fosse stato in Inghilterra l’ultima volta. Il signor Cayley sapeva della sua esistenza, l’ho sentito dirlo al signor Beverley, ma non sapeva quando fosse stato in Inghilterra l’ultima volta, capisci? Ecco perché l’ha chiesto al signor Mark”.

“Non sto dicendo nulla sui quindici anni, Audrey. Posso parlare solo di ciò che so, e sono cinque anni a Pentecoste. Posso giurare che non ha messo piede in questa casa da cinque anni a Pentecoste. E se è stato in Australia, come dici tu, beh, immagino avesse le sue ragioni”.

“Quali ragioni?” disse Audrey con leggerezza.

“Non importa quali ragioni. Facendo le veci di una madre per te, da quando la tua povera mamma è morta, ti dico questo, Audrey: quando un gentiluomo va in Australia, ha le sue ragioni. E quando resta in Australia quindici anni, come dice il signor Mark, e come so io per certo da cinque anni, ha le sue ragioni. E una ragazza ben educata non chiede quali siano le ragioni”.

“Si sarà cacciato nei guai, immagino”, disse Audrey con noncuranza. “Dicevano a colazione che era un tipo scapestrato. Debiti. Sono contenta che Joe non sia così. Ha quindici sterline nel libretto di risparmio postale. Te l’ho detto?”

Ma non ci fu più modo di parlare di Joe Turner quel pomeriggio. Il suono di un campanello fece scattare Audrey in piedi: non più Audrey, ma ora Stevens. Si sistemò la cuffietta davanti allo specchio.

“Ecco, è la porta d’ingresso”, disse. “È lui. ‘Fallo accomodare nello studio’, ha detto il signor Mark. Immagino non voglia che gli altri signori e signore lo vedano. Beh, sono tutti fuori a giocare a golf, comunque. Mi chiedo se si fermerà. Forse ha riportato un sacco d’oro dall’Australia. Magari sentirò qualcosa sull’Australia, perché se qualcuno riesce a trovare oro là, allora non dico che Joe ed io…”

“Su, su, vai, Audrey”.

“Vado subito, cara”. Uscì.

Per chiunque avesse appena percorso il viale sotto il sole d’agosto, la porta aperta della Red House rivelava un ingresso deliziosamente invitante, che già alla sola vista rinfrescava. Era un ambiente ampio, dal soffitto basso e con travi di quercia, pareti color crema e finestre dai vetri a losanga, con tende blu. A destra e a sinistra c’erano porte che conducevano ad altre stanze, ma sul lato di fronte all’entrata c’erano altre finestre, affacciate su un piccolo cortile erboso, e dalle finestre aperte l’aria, quel poco che ce n’era, filtrava dolcemente. La scala saliva con gradini larghi e bassi lungo la parete di destra e, svoltando a sinistra, conduceva lungo una galleria che attraversava la larghezza dell’atrio fino alla stanza da letto. Questo, se si intendeva passare la notte. Le intenzioni del signor Robert Ablett in merito erano ancora ignote.

Mentre Audrey attraversava l’atrio, ebbe un piccolo sussulto vedendo il signor Cayley seduto inaspettatamente su una panca sotto una delle finestre, intento a leggere. Non c’era motivo per cui non dovesse essere lì; di certo era un posto molto più fresco dei campi da golf in una giornata simile; ma c’era un’aria deserta in casa quel pomeriggio, come se tutti gli ospiti fossero fuori o, forse la cosa più saggia, su nelle loro stanze a dormire. Il signor Cayley, il cugino del padrone, fu una sorpresa; e dopo aver lanciato un piccolo esclamazione nel vederlo all’improvviso, arrossì e disse: “Oh, mi scusi signore, non l’avevo visto all’inizio”, e lui alzò lo sguardo dal libro e le sorrise. Era un sorriso attraente su quel viso grande e brutto. “Che gentiluomo, il signor Cayley”, pensò tra sé mentre proseguiva, chiedendosi cosa farebbe il padrone senza di lui. Se questo fratello, per esempio, dovesse essere rispedito in Australia, sarebbe stato il signor Cayley a occuparsi di gran parte del lavoro sporco.

“Quindi questo è il signor Robert”, disse Audrey tra sé, quando vide l’ospite.

Dopo avrebbe detto alla zia che l’avrebbe riconosciuto ovunque come fratello del signor Mark, ma l’avrebbe detto in ogni caso. In realtà, era sorpresa. Il piccolo e distinto Mark, con la sua curata barba a punta e i baffi meticolosamente arricciati; con i suoi occhi vispi, sempre pronti a passare da un commensale all’altro, per registrare un sorriso in più a suo credito quando aveva detto una cosa brillante, o uno sguardo carico di aspettativa quando attendeva il suo turno per parlare; era un uomo molto diverso da questo coloniale dall’aspetto trasandato e mal vestito, che la fissava in cagnesco.

“Voglio vedere il signor Mark Ablett”, ringhiò. Sembrava quasi una minaccia.

Audrey si riprese e gli sorrise in modo rassicurante. Aveva un sorriso per tutti.

“Sì, signore. La sta aspettando, se vuole venire da questa parte”.

“Oh! Quindi sai chi sono, eh?”

“Il signor Robert Ablett?”

“Sì, giusto. Quindi mi aspetta, eh? Sarà contento di vedermi, eh?”

“Se vuole venire da questa parte, signore”, disse Audrey in tono formale.

Andò alla seconda porta sulla sinistra e la aprì.

“Il signor Robert Ab—” iniziò, poi si interruppe. La stanza era vuota. Si voltò verso l’uomo dietro di lei. “Se vuole sedersi, signore, andrò a cercare il padrone. So che è in casa, perché mi ha detto che sarebbe arrivato questo pomeriggio”.

“Oh!” Si guardò intorno nella stanza. “Come chiamate questo posto, eh?”

“Lo studio, signore”.

“Lo studio?”

“La stanza dove lavora il padrone, signore”.

“Lavora, eh? Questa è nuova. Non sapevo avesse mai fatto un colpo di lavoro in vita sua”.

“Dove scrive, signore”, disse Audrey con dignità. Il fatto che il signor Mark “scrivesse”, sebbene nessuno sapesse cosa, era motivo di vanto per la stanza della governante.

“Non abbastanza elegante per il salotto, eh?”

“Dirò al padrone che lei è qui, signore”, disse Audrey con decisione.

Chiuse la porta e lo lasciò lì.

Beh! Ecco qualcosa da raccontare alla zia! La sua mente era subito in fermento, ripassando tutto ciò che lui le aveva detto e ciò che lei gli aveva risposto, con calma. “Appena l’ho visto ho detto tra me e me…” – Beh, avrebbero potuto abbatterla con una piuma. Le piume, in effetti, erano una minaccia perpetua per Audrey.

Tuttavia, l’incombenza immediata era trovare il padrone. Attraversò l’atrio verso la biblioteca, sbirciò dentro, tornò indietro un po’ incerta e si fermò davanti a Cayley.

“Per favore, signore”, disse con voce bassa e rispettosa, “può dirmi dove si trova il padrone? È arrivato il signor Robert”.

“Cosa?” disse Cayley, alzando lo sguardo dal libro. “Chi?”

Audrey ripeté la domanda.

“Non saprei. Non è nello studio? È andato al Tempio dopo pranzo. Credo di non averlo più visto da allora”.

“Grazie, signore. Andrò al Tempio”.

Cayley tornò al suo libro.

Il “Tempio” era un padiglione di mattoni, nel giardino sul retro della casa, a circa trecento metri di distanza. Lì Mark meditava a volte prima di ritirarsi nello “studio” per mettere i suoi pensieri su carta. I pensieri non erano di gran valore; inoltre, venivano esposti a tavola più spesso di quanto finissero su carta, e finivano su carta più spesso di quanto arrivassero alle stampe. Ma questo non impediva al padrone della Red House di essere un po’ contrariato quando un ospite trattava il Tempio con noncuranza, come se fosse stato costruito per i comuni scopi di flirt e fumo di sigarette. C’era stata un’occasione in cui due dei suoi ospiti erano stati sorpresi a giocare a pallamano lì dentro. Mark non aveva detto nulla in quel momento, se non chiedere – con un po’ meno della sua solita sottigliezza – se non riuscissero a trovare un altro posto per il loro gioco, ma i trasgressori non furono mai più invitati alla Red House.

Audrey camminò lentamente fino al Tempio, sbirciò dentro e tornò indietro lentamente. Tutta quella camminata per nulla. Forse il padrone era di sopra in camera sua. “Non abbastanza elegante per il salotto”. Beh, ora, zia, ti piacerebbe avere qualcuno nel tuo salotto con un fazzoletto rosso intorno al collo e grandi stivali impolverati, e – ascolta! Uno degli uomini che spara ai conigli. La zia apprezzava un bel coniglio con salsa di cipolle. Che caldo; non direbbe di no a una tazza di tè. Beh, una cosa è certa, il signor Robert non si fermava per la notte; non aveva bagagli. Naturalmente il signor Mark poteva prestargli qualcosa; aveva vestiti per sei persone. L’avrebbe riconosciuto ovunque come fratello del signor Mark.

Rientrò in casa. Mentre passava davanti alla stanza della governante per andare nell’atrio, la porta si aprì bruscamente e un viso piuttosto spaventato fece capolino.

“Ehi, Aud”, disse Elsie. “È Audrey”, disse, voltandosi verso la stanza.

“Entra, Audrey”, chiamò la signora Stevens.

“Che succede?” chiese Audrey, affacciandosi alla porta.

“Oh, cara, mi hai fatto prendere un colpo. Dove sei stata?”

“Al Tempio”.

“Hai sentito qualcosa?”

“Sentire cosa?”

“Botti, esplosioni e cose terribili”.

“Oh!” disse Audrey, piuttosto sollevata. “Uno degli uomini che spara ai conigli. Perché, mi sono detta mentre venivo qui, ‘La zia apprezza un bel coniglio’, mi sono detta, e non mi sorprenderebbe se…”

“Conigli!” disse la zia con disprezzo. “È stato dentro casa, ragazza mia”.

“Proprio così”, disse Elsie. Era una delle cameriere. “L’ho detto alla signora Stevens – vero, signora Stevens? – ‘È stato in casa’, ho detto”.

Audrey guardò la zia e poi Elsie.

“Pensate che avesse un revolver con sé?” disse con voce sommessa.

“Chi?” chiese Elsie eccitata.

“Quel suo fratello. Dall’Australia. Ho detto appena l’ho visto: ‘Sei un tipo poco raccomandabile, mio caro!’ È quello che ho detto, Elsie. Ancora prima che mi parlasse. Che maleducato!” Si rivolse alla zia. “Beh, vi do la mia parola”.

“Se ricordi, Audrey, ho sempre detto che non ci si può fidare di chi viene dall’Australia”. La signora Stevens si abbandonò sulla sedia, respirando piuttosto velocemente. “Non uscirei da questa stanza ora, nemmeno se mi pagassero centomila sterline”.

“Oh, signora Stevens!” disse Elsie, che avrebbe avuto un gran bisogno di cinque scellini per un nuovo paio di scarpe, “non arriverei a tanto, io no, ma…”

“Ecco!” gridò la signora Stevens, raddrizzandosi di scatto. Ascoltarono con ansia, le due ragazze che si avvicinavano istintivamente alla sedia della donna più anziana.

Una porta veniva scossa, presa a calci, fatta vibrare.

“Ascoltate!”

Audrey ed Elsie si guardarono con occhi spaventati.

Sentirono la voce di un uomo, alta, arrabbiata.

“Aprite la porta!” gridava. “Aprite la porta! Dico, aprite la porta!”

“Non aprite la porta!” gridò la signora Stevens nel panico, come se fosse la sua porta a essere minacciata. “Audrey! Elsie! Non fatelo entrare!”

“Dannazione, aprite la porta!” tornò a tuonare la voce.

“Siamo tutte destinati a essere assassinate nel nostro letto”, tremò lei. Terrorizzate, le due ragazze si strinsero ancora di più, e con un braccio attorno a ciascuna, la signora Stevens sedette lì, in attesa.

CAPITOLO II. Il signor Gillingham scende alla stazione sbagliata

Se Mark Ablett fosse un noioso o meno dipendeva dal punto di vista, ma si può subito dire che non annoiava mai la sua compagnia parlando della sua giovinezza. Tuttavia, le storie circolano. C’è sempre qualcuno che sa. Si era capito – e questo, in ogni caso, per autorità dello stesso Mark – che suo padre era stato un pastore di campagna. Si diceva che, da ragazzo, Mark avesse attirato l’attenzione e il patrocinio di una ricca zitella del vicinato, che aveva pagato la sua istruzione, sia a scuola che all’università. Più o meno nel periodo in cui stava lasciando Cambridge, suo padre era morto; lasciandosi dietro alcuni debiti, come monito per la sua famiglia, e una reputazione di sermoni brevi, come esempio per il suo successore. Né il monito né l’esempio sembrano essere stati efficaci. Mark andò a Londra con una rendita dalla sua protettrice, e (si conviene generalmente) fece conoscenza con gli usurai. Si supponeva, dalla sua protettrice e da chiunque altro chiedesse, che stesse “scrivendo”; ma cosa scrivesse, oltre a lettere che chiedevano più tempo per pagare, non è mai stato scoperto. Tuttavia, frequentava i teatri e i music-hall molto regolarmente – senza dubbio in vista di qualche serio articolo sullo “Spectator” riguardo alla decadenza del palcoscenico inglese.

Fortunatamente (dal punto di vista di Mark) la sua protettrice morì durante il suo terzo anno a Londra e gli lasciò tutti i soldi di cui aveva bisogno. Da quel momento la sua vita perde il suo carattere leggendario e diventa più una questione storica. Saldò i conti con gli usurai, abbandonò il suo raccolto di sregolatezze al mietere degli altri e divenne a sua volta un mecenate. Patrocinò le Arti. Non furono solo gli usurai a scoprire che Mark Ablett non scriveva più per denaro; agli editori venivano ora offerti contributi gratuiti oltre a pranzi gratuiti; agli autori venivano dati accordi per un occasionale volumetto snello, in cui l’autore pagava tutte le spese e rinunciava a tutte le royalties; giovani pittori e poeti promettenti cenavano con lui; e portò persino una compagnia teatrale in tournée, facendo l’ospite e il “primo attore” con uguale prodigalità.

Non era quello che la maggior parte della gente chiama uno snob. Uno snob è stato definito distrattamente come un uomo che ama i lord; e, più accuratamente, come un avido amante di cose meschine – il che sarebbe un po’ ingeneroso verso la nobiltà se la prima definizione fosse vera. Mark aveva indubbiamente le sue vanità, ma avrebbe preferito incontrare un impresario teatrale piuttosto che un conte; avrebbe parlato della sua amicizia con Dante – se ciò fosse stato possibile – più speditamente che della sua amicizia con il Duca. Chiamatelo snob se volete, ma non del peggior genere; un parassita, ma alle gonne dell’Arte, non della Società; un arrampicatore, ma nei dintorni del Parnaso, non di Hay Hill.

Il suo patrocinio non si fermava alle Arti. Includeva anche Matthew Cayley, un cuginetto di tredici anni, le cui circostanze erano limitate quanto lo erano state quelle di Mark prima che la sua protettrice lo salvasse. Mandò il cugino Cayley a scuola e a Cambridge. I suoi motivi, senza dubbio, erano abbastanza ultraterreni all’inizio; un semplice ripagare sul suo conto nel libro dell’Angelo Registratore la generosità che era stata prodigata a lui stesso; un accumulare tesori in cielo. Ma è probabile che, man mano che il ragazzo cresceva, i disegni di Mark per il suo futuro si basassero sui propri interessi tanto quanto su quelli del cugino, e che un Matthew Cayley di ventitré anni, opportunamente istruito, fosse visto da lui come una proprietà utile per un uomo nella sua posizione; un uomo, vale a dire, la cui vanità gli lasciava così poco tempo per i suoi affari.

Cayley, quindi, a ventitré anni, si occupava degli affari del cugino. A quel tempo Mark aveva comprato la Red House e la considerevole quantità di terra che l’accompagnava. Cayley sovrintendeva al personale necessario. I suoi doveri, in effetti, erano molti. Non era proprio un segretario, non proprio un agente immobiliare, non proprio un consulente d’affari, non proprio un compagno, ma qualcosa di tutti e quattro. Mark si appoggiava a lui e lo chiamava “Cay”, obiettando giustamente nelle circostanze al nome di Matthew. Cay, sentiva, era soprattutto affidabile; un tipo solido, dalla mascella grande e pesante, che non ti infastidiva con chiacchiere inutili – una manna per un uomo a cui piaceva fare la maggior parte del parlare.

Cayley aveva ora ventotto anni, ma ne dimostrava tutti i quaranta, che erano gli anni del suo mecenate. Saltuariamente intrattenevano molto alla Red House, e la preferenza di Mark – chiamatela gentilezza o vanità, come volete – era per ospiti che non fossero in grado di ricambiare la sua ospitalità. Diamo un’occhiata a loro mentre scendevano a quella colazione di cui Stevens, la cameriera, ci ha già dato un assaggio.

Il primo ad apparire fu il Maggiore Rumbold, un uomo alto, dai capelli grigi, dai baffi grigi e silenzioso, che indossava una giacca Norfolk e pantaloni di flanella grigia, viveva con la sua pensione da ufficiale in congedo e scriveva articoli di storia naturale per i giornali. Ispezionò i piatti sul tavolino di servizio, scelse con cura il kedgeree e si mise all’opera. Quando arrivò il successivo ospite, era già passato a una salsiccia. Si trattava di Bill Beverly, un giovane allegro in pantaloni di flanella bianca e blazer.

“Buongiorno, Maggiore,” disse entrando, “come va la gotta?”

“Non è gotta,” rispose bruscamente il Maggiore.

“Beh, qualunque cosa sia.”

Il Maggiore grugnì.

“Ho preso l’abitudine di essere educato a colazione,” disse Bill, servendosi abbondantemente di porridge. “La maggior parte della gente è così maleducata. È per questo che l’ho chiesto a lei. Ma non me lo dica, se è un segreto. Caffè?” aggiunse, versandosene una tazza.

“No, grazie. Non bevo mai finché non ho finito di mangiare.”

“Giustissimo, Maggiore; sono solo buone maniere.” Si sedette di fronte all’altro. “Beh, abbiamo una bella giornata per la nostra partita. Sarà terribilmente caldo, ma è lì che Betty e io guadagniamo punti. Alla quinta buca, la sua vecchia ferita, quella che si è procurato in quella scaramuccia di frontiera nel ’43, inizierà a darle fastidio; all’ottava, il suo fegato, minato da anni di curry, andrà a pezzi; alla dodicesima...”

“Oh, sta’ zitto, asino!”

“Beh, ti sto solo avvertendo. Ehi, buongiorno, Miss Norris. Stavo giusto dicendo al Maggiore cosa sarebbe successo a lei e a lui questa mattina. Vuole assistenza o preferisce scegliersi la colazione da sola?”

“La prego, non si alzi,” disse Miss Norris. “Faccio da sola. Buongiorno, Maggiore.” Gli sorrise cortesemente. Il Maggiore annuì.

“Buongiorno. Sarà una giornata calda.”

“Come stavo dicendo a lui,” esordì Bill, “è lì che... Ehi, ecco Betty. Buongiorno, Cayley.”

Betty Calladine e Cayley erano entrati insieme. Betty era la figlia diciottenne della signora John Calladine, vedova del pittore, che in questa occasione faceva le veci della padrona di casa per Mark. Ruth Norris prendeva sul serio il suo lavoro di attrice e, durante le vacanze, quello di golfista. Era piuttosto competente in entrambi. Né la Stage Society né Sandwich avevano segreti per lei.

“A proposito, l’auto sarà qui alle 10.30,” disse Cayley, alzando lo sguardo dalle sue lettere. “Pranzerete lì e tornerete subito dopo. Non è così?”

“Non vedo perché non dovremmo fare... due giri,” disse Bill con speranza.

“Troppo caldo nel pomeriggio,” disse il Maggiore. “Tornate comodamente per il tè.”

Arrivò Mark. Di solito era l’ultimo. Salutò i presenti e si sedette per mangiare pane tostato e bere tè. La colazione non era il suo pasto. Gli altri chiacchieravano amabilmente mentre lui leggeva la corrispondenza.

“Santo cielo!” esclamò Mark all’improvviso.

Ci fu un istintivo volgersi di teste verso di lui. “Chiedo scusa, Miss Norris. Mi dispiace, Betty.”

Miss Norris sorrise per perdonarlo. Spesso avrebbe voluto dirlo lei stessa, specialmente durante le prove.

“Dico, Cay!” Era accigliato, infastidito, perplesso. Sollevò una lettera e la scosse. “Chi pensi che mi scriva?”

Cayley, dall’altra parte del tavolo, scrollò le spalle. Come avrebbe mai potuto indovinare?

“Robert,” disse Mark.

“Robert?” Era difficile sorprendere Cayley. “E quindi?”

“È facile dire ‘e quindi?’ così,” rispose Mark stizzito. “Viene qui questo pomeriggio.”

“Pensavo fosse in Australia, o da qualche parte.”

“Certamente. Lo pensavo anch’io.” Diede un’occhiata a Rumbold. “Ha fratelli, Maggiore?”

“No.”

“Beh, mi dia retta, non ne abbia.”

“Non credo succederà ora,” disse il Maggiore.

Bill rise. Miss Norris disse cortesemente: “Ma lei non ha fratelli, signor Ablett?”

“Uno,” disse Mark cupo. “Se sarete tornati in tempo, lo vedrete questo pomeriggio. Probabilmente vi chiederà di prestargli cinque sterline. Non fatelo.”

Tutti si sentirono un po’ a disagio.

“Io ho un fratello,” disse Bill cercando di essere d’aiuto, “ma sono io che chiedo sempre prestiti a lui.”

“Come Robert,” disse Mark.

“Quand’è stata l’ultima volta che è stato in Inghilterra?” chiese Cayley.

“Circa quindici anni fa, non è vero? Tu eri un ragazzino, naturalmente.”

“Sì, ricordo di averlo visto una volta verso quel periodo, ma non sapevo se fosse tornato da allora.”

“No. Non che io sappia.” Mark, visibilmente ancora agitato, tornò alla sua lettera.

“Personalmente,” disse Bill, “penso che i parenti siano un grande errore.”

“Ciò nonostante,” disse Betty con un pizzico di audacia, “deve essere piuttosto divertente avere uno scheletro nell’armadio.”

Mark alzò lo sguardo, accigliato.

“Se pensi che sia divertente, te lo affido, Betty. Se è ancora come era un tempo, e come sono state le sue poche lettere... beh, Cay lo sa.”

Cayley grugnì.

“Tutto ciò che sapevo era che non si dovevano fare domande su di lui.”

Potrebbe essere stato inteso come un avvertimento per qualsiasi ospite troppo curioso di non porre altre domande, o come un promemoria per il suo ospite di non parlare troppo liberamente davanti agli estranei, sebbene lo disse con il tono di una semplice constatazione di fatto. Ma l’argomento cadde, per essere sostituito da quello più affascinante del foursome in arrivo. La signora Calladine si sarebbe recata in auto con i giocatori per pranzare con una vecchia amica che viveva vicino al campo da golf, e Mark e Cayley sarebbero rimasti a casa per degli “affari”. Apparentemente, tra gli “affari” ora c’era incluso un fratello prodigo. Ma ciò non avrebbe reso il foursome meno piacevole.

All’incirca nel momento in cui il Maggiore (per qualunque motivo) stava sbagliando il suo tee-shot alla sedicesima buca, e Mark e suo cugino erano alle prese con i loro affari alla Red House, un distinto gentiluomo di nome Antony Gillingham stava consegnando il biglietto alla stazione di Woodham e chiedendo la strada per il villaggio. Ricevute le indicazioni, lasciò la valigia al capostazione e si incamminò con calma. È un personaggio importante per questa storia, perciò è bene che sappiamo qualcosa di lui prima di lasciarlo libero di muoversi. Fermiamolo in cima alla collina con una scusa e diamogli una buona occhiata.

La prima cosa che realizziamo è che lui osserva più di quanto facciamo noi. Sopra un viso dai lineamenti netti e rasato, del tipo solitamente associato alla Marina, porta un paio di occhi grigi che sembrano assorbire ogni dettaglio della nostra persona. Agli estranei questo sguardo risulta quasi allarmante all’inizio, finché non scoprono che la sua mente è molto spesso altrove; che ha, per così dire, lasciato i suoi occhi di guardia, mentre lui segue un filo di pensieri in un’altra direzione. Molte persone lo fanno, naturalmente; quando, per esempio, parlano con qualcuno e cercano di ascoltare qualcun altro; ma i loro occhi li tradiscono. Quelli di Antony non lo facevano mai.

Aveva visto molto del mondo con quegli occhi, sebbene mai come marinaio. Quando all’età di ventun anni ereditò il denaro di sua madre, 400 sterline l’anno, il vecchio Gillingham alzò lo sguardo dalla “Gazzetta degli Allevatori” per chiedere cosa avesse intenzione di fare.

“Vedere il mondo,” disse Antony.

“Bene, mandami due righe dall’America, o ovunque tu vada.”

“D’accordo,” disse Antony.

Il vecchio Gillingham tornò al suo giornale. Antony era un figlio minore e, nel complesso, non così interessante per suo padre quanto i cadetti di certe altre famiglie; i Champion Birket, per esempio. Ma, d’altronde, Champion Birket era il miglior toro Hereford che avesse mai allevato.

Antony, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di andare più lontano di Londra. La sua idea di vedere il mondo era di vedere, non paesi, ma persone; e vederle da quante più angolazioni possibili. Ce ne sono di ogni sorta a Londra, se sai come guardarle. Così Antony le guardava, da vari angoli insoliti; dal punto di vista del valletto, del giornalista, del cameriere, del commesso. Con l’indipendenza di 400 sterline all’anno alle spalle, se la godeva immensamente. Non restava mai a lungo nello stesso posto e di solito chiudeva il suo rapporto lavorativo dicendo al suo datore di lavoro (contrariamente a ogni etichetta intesa tra padrone e servitore) esattamente cosa pensasse di lui. Non aveva difficoltà a trovare una nuova professione. Invece di esperienza e referenze, offriva la sua personalità e una scommessa sportiva. Non avrebbe preso stipendio il primo mese e, se avesse soddisfatto il datore di lavoro, il doppio il secondo. Otteneva sempre il suo doppio stipendio.

Ora aveva trent’anni. Era venuto a Woodham per una vacanza, perché gli piaceva l’aspetto della stazione. Il suo biglietto gli dava diritto a viaggiare oltre, ma aveva sempre avuto intenzione di fare come gli pareva in merito. Woodham lo attirava, aveva una valigia nella carrozza con sé e denaro in tasca. Perché non scendere?

La padrona della locanda ‘The George’ fu ben lieta di ospitarlo e promise che suo marito sarebbe passato quel pomeriggio a prendere i bagagli.

“E immagino che gradirebbe pranzare, signore.”

“Sì, ma non si dia alcun disturbo. Qualcosa di freddo, quello che ha.”

“Che ne dice di manzo, signore?” chiese lei, come se avesse cento varietà di carne tra cui scegliere e gli stesse offrendo il meglio.

“Andrà benissimo. E una pinta di birra.”

Mentre finiva il pranzo, il locandiere entrò per chiedere dei bagagli. Antony ordinò un’altra pinta e presto lo fece parlare.

“Deve essere piuttosto divertente gestire una locanda di campagna,” disse, pensando che fosse giunto il momento di iniziare un’altra professione.

“Non so quanto sia divertente, signore. Ci dà di che vivere, e qualcosina in più.”

“Dovrebbe prendersi una vacanza,” disse Antony, guardandolo pensieroso.

“Curioso che lo dica lei,” disse il locandiere con un sorriso. “Un altro signore, venuto dalla Red House, lo diceva proprio ieri. Si è persino offerto di prendere il mio posto.” Rise in modo profondo.

“La Red House? Non la Red House di Stanton?”

“Proprio così, signore. Stanton è la stazione successiva a Woodham. La Red House è a circa un miglio da qui, del signor Ablett.”

Antony prese una lettera dalla tasca. Era indirizzata dalla “Red House, Stanton” e firmata “Bill”.

“Il buon vecchio Bill,” mormorò tra sé. “Si sta dando da fare.”

Antony aveva conosciuto Bill Beverley due anni prima in una tabaccheria. Gillingham era da un lato del bancone e il signor Beverley dall’altro. Qualcosa in Bill, la sua giovinezza e freschezza, forse, attirò Antony; e quando le sigarette furono ordinate e dato l’indirizzo a cui spedirle, ricordò di aver incontrato una zia di Beverley una volta in una casa di campagna. Beverley e lui si incontrarono di nuovo poco tempo dopo in un ristorante. Entrambi erano in abito da sera, ma usavano i tovaglioli in modi diversi, e Antony fu il più educato dei due. Tuttavia, Bill gli stava ancora simpatico. Così, in una delle sue vacanze, quando era disoccupato, organizzò un incontro tramite un amico comune. Beverley fu un po’ scioccato quando gli furono ricordati i loro precedenti incontri, ma il disagio svanì presto e lui e Antony divennero rapidamente intimi. Ma Bill di solito si rivolgeva a lui chiamandolo “Caro Pazzo” quando gli capitava di scrivergli.

Antony decise di fare una passeggiata fino alla Red House dopo pranzo per andare a trovare il suo amico. Dopo aver ispezionato la sua stanza, che non era proprio la camera da locanda di campagna profumata di lavanda dei romanzi, ma era sufficientemente pulita e confortevole, si incamminò attraverso i campi.

Mentre percorreva il viale e si avvicinava alla vecchia facciata in mattoni rossi della casa, c’era un pigro brusio di api nelle aiuole, un dolce tubare di piccioni in cima agli olmi e, dai prati distanti, il ronzio di un tosaerba, quel suono più riposante di tutti i suoni di campagna...

E nell’atrio un uomo stava battendo su una porta chiusa a chiave, gridando: “Aprite la porta, dico! Aprite la porta!”

“Ehi!” disse Antony con stupore.

CAPITOLO III. Due uomini e un corpo

Cayley si voltò di scatto al suono della voce.

“Posso essere d’aiuto?” disse Antony cortesemente.

“È successo qualcosa,” disse Cayley. Respirava affannosamente. “Ho sentito uno sparo, sembrava uno sparo, ero in biblioteca. Un forte botto, non sapevo cosa fosse. E la porta è chiusa a chiave.” Scosse di nuovo la maniglia. “Aprite la porta!” gridò. “Dico, Mark, cos’è successo? Aprite la porta!”

“Ma deve aver chiuso la porta apposta,” disse Antony. “Quindi perché dovrebbe aprirla solo perché glielo chiedete?”

Cayley lo guardò in modo confuso. Poi si voltò di nuovo verso la porta. “Dobbiamo sfondarla,” disse, puntandoci contro la spalla. “Mi aiuti.”

“Non c’è una finestra?”

Cayley si voltò verso di lui, stordito.

“Finestra? Finestra?”

“È molto più facile sfondare una finestra,” disse Antony con un sorriso. Appariva molto calmo e composto, mentre stava appena dentro l’atrio, appoggiato al bastone, pensando, senza dubbio, che si stesse facendo un gran chiasso per nulla. Ma lui non aveva sentito lo sparo.

“Finestra... naturalmente! Che idiota sono.”

Si fece largo oltre Antony e iniziò a correre verso il viale. Antony lo seguì. Corsero lungo la facciata della casa, giù per un sentiero a sinistra, e poi ancora a sinistra sull’erba, Cayley davanti, l’altro subito dietro di lui. All’improvviso Cayley guardò sopra la spalla e si fermò di colpo.

“Qui,” disse.

Erano arrivati alle finestre della stanza chiusa a chiave, porte-finestre che davano sui prati sul retro della casa. Ma ora erano chiuse. Antony non poté fare a meno di provare un brivido di eccitazione mentre seguiva l’esempio di Cayley e accostava il viso al vetro. Per la prima volta si chiese se ci fosse stato davvero un colpo di rivoltella in quella stanza misteriosa. Dall’altra parte della porta era sembrato tutto così assurdo e melodrammatico. Ma se c’era stato un colpo, perché non ce ne sarebbero potuti essere altri due? Contro quegli sciocchi sbadati che premevano il naso contro i vetri, sfidando la sorte.

“Mio Dio, riesce a vederlo?” disse Cayley con voce tremante. “Laggiù. Guardi!”

L’istante dopo Antony lo vide. Un uomo giaceva sul pavimento in fondo alla stanza, dandogli le spalle. Un uomo? O il corpo di un uomo?

“Chi è?” disse Antony.

“Non lo so,” sussurrò l’altro.

“Beh, faremmo meglio ad andare a vedere.” Esaminò le finestre per un momento. “Credo che, se ci si appoggia con tutto il peso, proprio dove si congiungono, cederanno senza problemi. Altrimenti, possiamo sfondare il vetro con un calcio.”

Senza dire nulla, Cayley fece forza con il proprio peso. La finestra cedette ed entrarono nella stanza. Cayley camminò rapidamente verso il corpo e si inginocchiò al suo fianco. Per un momento sembrò esitare; poi, con uno sforzo, posò una mano sulla spalla dell’uomo e lo girò.

“Grazie a Dio!” mormorò, lasciando andare il corpo.

“Chi è?” disse Antony.

“Robert Ablett.”

“Oh!” disse Antony. “Pensavo che il suo nome fosse Mark,” aggiunse, più a se stesso che all’altro.

“Sì, Mark Ablett vive qui. Robert è suo fratello.” Rabbrividì e disse: “Temevo fosse Mark.”

“C’era anche Mark nella stanza?”

“Sì,” disse Cayley distrattamente. Poi, come risentito all’improvviso per quelle domande da parte di uno sconosciuto: “Chi è lei?”

Ma Antony era andato alla porta chiusa a chiave e stava girando la maniglia. “Immagino che abbia messo la chiave in tasca,” disse, mentre tornava verso il corpo.

“Chi?”

Antony scrollò le spalle.

“Chiunque abbia fatto questo,” disse, indicando l’uomo sul pavimento. “È morto?”

“Mi aiuti,” disse Cayley semplicemente.

Girarono il corpo sulla schiena, facendosi coraggio per guardarlo. Robert Ablett era stato colpito tra gli occhi. Non era uno spettacolo piacevole e, insieme all’orrore, Antony provò un’improvvisa pietà per l’uomo accanto a lui e un improvviso rimorso per il modo sbadato e leggero in cui aveva trattato la vicenda. Ma d’altronde si va sempre in giro immaginando che certe cose non accadano... se non agli altri. È difficile crederci, all’inizio, quando capitano a te.

“Lo conosceva bene?” disse Antony a bassa voce. Intendeva: “Le era affezionato?”

“Quasi per niente. Mark è mio cugino. Voglio dire, Mark è il fratello che conosco meglio.”

“Suo cugino?”

“Sì.” Esitò, poi disse: “È morto? Immagino di sì. Vuole... sa qualcosa di... di questo genere di cose? Forse è meglio che vada a prendere dell’acqua.”

C’era un’altra porta di fronte a quella chiusa a chiave, che conduceva, come Antony avrebbe scoperto di lì a poco, in un corridoio dal quale si aprivano altre due stanze. Cayley entrò nel corridoio e aprì la porta sulla destra. La porta dell’ufficio, attraverso la quale era passato, rimase aperta. La porta in fondo al breve corridoio era chiusa. Antony, inginocchiato accanto al corpo, seguì Cayley con gli occhi e, dopo che fu scomparso, fissò lo sguardo sulla parete spoglia del corridoio, ma non era consapevole di ciò che stava guardando, perché la sua mente era con l’altro uomo, in sintonia con lui.

“Non che l’acqua serva a un cadavere,” disse tra sé, “ma la sensazione di fare qualcosa, quando ovviamente non c’è nulla da fare, è di grande conforto.”

Cayley rientrò nella stanza. Aveva una spugna in una mano, un fazzoletto nell’altra. Guardò Antony. Antony annuì. Cayley mormorò qualcosa e si inginocchiò per detergere il volto dell’uomo morto. Poi vi posò sopra il fazzoletto. Un piccolo sospiro sfuggì ad Antony, un sospiro di sollievo.

Si alzarono e si guardarono.

“Se posso esserle utile in qualche modo,” disse Antony, “la prego di farmelo sapere.”

“È molto gentile da parte sua. Ci saranno cose da fare. Polizia, dottori... non so. Ma non deve lasciare che io abusi della sua gentilezza. Davvero, dovrei scusarmi per aver già abusato abbastanza.”

“Ero venuto per vedere Beverley. È un mio vecchio amico.”

“È fuori a giocare a golf. Sarà qui tra poco.” Poi, come se se ne fosse appena reso conto: “Saranno tutti qui tra poco.”

“Resterò, se posso essere d’aiuto.”

“La prego, lo faccia. Vede, ci sono delle donne. Sarà piuttosto penoso. Se lei volesse...” Esitò e rivolse ad Antony un timido sorriso, patetico in un uomo così grande e autosufficiente. “Solo il suo sostegno morale, sa. Sarebbe qualcosa.”

“Certamente.” Antony gli sorrise a sua volta e disse allegramente: “Bene, allora, inizierò suggerendole di chiamare la polizia.”

“La polizia? S-sì.” Guardò l’altro con incertezza. “Suppongo...”

Antony parlò francamente.

“Ora, mi ascolti, signor... ehm...”

“Cayley. Sono il cugino di Mark Ablett. Vivo con lui.”

“Il mio nome è Gillingham. Mi scusi, avrei dovuto dirglielo prima. Bene, ora, signor Cayley, non serve a nulla far finta di niente. C’è un uomo che è stato colpito... beh, qualcuno gli ha sparato.”

“Potrebbe essersi sparato da solo,” mormorò Cayley.

“Sì, potrebbe, ma non l’ha fatto. O, se l’ha fatto, qualcuno era nella stanza in quel momento, e quel qualcuno ora non è qui. E quel qualcuno ha portato via una rivoltella. Beh, la polizia vorrà dire la sua su questo, non crede?”

Cayley rimase in silenzio, guardando a terra.

“Oh, so cosa sta pensando, e mi creda, le sono solidale, ma non possiamo comportarci da bambini. Se suo cugino Mark Ablett era nella stanza con quest’uomo...” indicò il corpo, “...allora...”

“Chi ha detto che c’era?” disse Cayley, scattando improvvisamente verso Antony.

“Lei.”

“Io ero in biblioteca. Mark è entrato... potrebbe essere uscito di nuovo... non so nulla. Qualcun altro potrebbe essere entrato...”

“Sì, sì,” disse Antony con pazienza, come a un bambino piccolo. “Lei conosce suo cugino; io no. Siamo d’accordo che lui non c’entri nulla. Ma qualcuno era nella stanza quando quest’uomo è stato colpito, e... beh, la polizia dovrà saperlo. Non crede...” Guardò il telefono. “O preferisce che lo faccia io?”

Cayley scrollò le spalle e si avvicinò al telefono.

“Posso... ehm... dare un’occhiata in giro?” Antony accennò alla porta aperta.

“Oh, certamente. Sì.” Si sedette e tirò a sé l’apparecchio. “Deve avere pazienza con me, signor Gillingham. Vede, conosco Mark da molto tempo. Ma, naturalmente, lei ha perfettamente ragione e io sto solo facendo lo stupido.” Sollevò la cornetta.

Supponiamo che, per prendere un primo contatto con questo “ufficio”, vi entriamo dall’atrio, attraverso la porta che ora è chiusa a chiave, ma che, per nostra particolare comodità, è stata magicamente sbloccata per noi. Mentre ci troviamo appena dentro la porta, la stanza si estende a destra e a sinistra; o, per essere più precisi, solo a destra, poiché la parete di sinistra è quasi a portata di mano. Immediatamente di fronte a noi, attraverso la larghezza della stanza (circa quattro metri e mezzo), c’è quell’altra porta, dalla quale Cayley è uscito ed è tornato pochi minuti fa. Nella parete di destra, a nove metri da noi, ci sono le porte-finestre. Attraversando la stanza e uscendo dalla porta opposta, arriviamo in un passaggio, dal quale conducono due stanze. Quella sulla destra, nella quale è entrato Cayley, è lunga meno della metà dell’ufficio; è una stanza piccola e quadrata, che evidentemente è stata usata in passato come camera da letto. Il letto non c’è più, ma in un angolo c’è un lavabo con rubinetti per l’acqua calda e fredda; sedie, uno o due armadi e una cassettiera. La finestra è rivolta verso lo stesso lato delle porte-finestre nella stanza accanto; ma chiunque guardi fuori dalla finestra della camera da letto vede la propria visuale verso destra immediatamente bloccata dal muro esterno dell’ufficio, che sporge, a causa della sua maggiore lunghezza, di quattro metri e mezzo più avanti nel prato.

La stanza dall’altra parte della camera da letto è un bagno. Le tre stanze insieme, infatti, formano una sorta di suite privata; utilizzata, forse, durante l’occupazione del precedente proprietario, da qualche invalido che non poteva fare le scale, ma lasciata da Mark in disuso, a eccezione del soggiorno. Ad ogni modo, non dormiva mai al piano di sotto.

Antony lanciò un’occhiata al bagno e poi si aggirò nella camera da letto, la stanza in cui era stato Cayley. La finestra era aperta e lui guardò l’erba ben curata sotto di sé e la tranquilla distesa del parco oltre; e si sentì molto dispiaciuto per il proprietario di tutto ciò, che ora era coinvolto in un affare così cupo.

“Cayley pensa che sia stato lui,” disse Antony a se stesso. “È ovvio. Spiega perché ha perso così tanto tempo a battere sulla porta. Perché dovrebbe cercare di forzare una serratura quando è molto più facile rompere una finestra? Certo, potrebbe aver perso la testa; d’altra parte, potrebbe... beh, potrebbe aver voluto dare a suo cugino una possibilità di scappare. Lo stesso vale per la polizia, e... oh, un sacco di cose. Perché, per esempio, abbiamo fatto tutto il giro della casa per arrivare alle finestre? Sicuramente c’è un’uscita sul retro attraverso l’atrio. Decom dare un’occhiata più tardi.”

Antony, si noterà, non aveva affatto perso la testa.

Ci fu un passo nel corridoio esterno e lui si voltò, vedendo Cayley sulla soglia. Rimase a guardarlo per un momento, ponendosi una domanda. Era una domanda piuttosto curiosa. Si stava chiedendo perché la porta fosse aperta.

Beh, non esattamente perché la porta fosse aperta; quello si poteva spiegare abbastanza facilmente. Ma perché si aspettava che la porta fosse chiusa? Non ricordava di averla chiusa, ma in qualche modo fu sorpreso di vederla aperta ora, di vedere Cayley sulla soglia, proprio mentre entrava nella stanza. Qualcosa che lavorava a livello subconscio nel suo cervello gli aveva suggerito che fosse sorprendente. Perché?

Accantonò la faccenda in un angolo della sua mente per il momento; la risposta gli sarebbe venuta più tardi. Aveva una mente straordinariamente tenace. Tutto ciò che vedeva o sentiva sembrava lasciare la sua impressione corrispondente da qualche parte nel suo cervello; spesso senza che ne fosse consapevole; e queste impressioni fotografiche erano sempre lì, pronte per lui quando desiderava svilupparle.

Cayley lo raggiunse alla finestra.

“Ho telefonato,” disse. “Stanno mandando un ispettore o qualcuno da Middleston, e la polizia locale e il medico da Stanton.” Scrollò le spalle. “Siamo nei guai adesso.”

“Quanto dista Middleston?” Era la città per la quale Antony aveva preso un biglietto quella mattina, appena sei ore prima. Quanto sembrava assurdo.

“Circa trenta chilometri. Queste persone torneranno presto.”

“Beverley e gli altri?”

“Sì. Credo che vorranno andarsene subito.”

“Molto meglio che lo facciano.”

“Sì.” Cayley rimase in silenzio per un po’. Poi disse: “Lei alloggia qui vicino?”

“Sono al ‘The George’, a Woodham.”

“Se è da solo, vorrei che si fermasse qui. Vede,” continuò imbarazzato, “dovrà essere qui... per l’... per l’inchiesta e... e così via. Se posso offrirle l’ospitalità di mio cugino nel suo... intendo se lui non... se lui davvero ha...”

Antony lo interruppe frettolosamente con i suoi ringraziamenti e l’accettazione.

“Bene. Forse Beverley rimarrà, se è un suo amico. È un buon ragazzo.”

Antony si sentì del tutto sicuro, da ciò che Cayley aveva detto ed esitato a dire, che Mark fosse stato l’ultimo a vedere suo fratello vivo. Non ne conseguiva che Mark Ablett fosse un assassino. I revolver partono accidentalmente; e quando sono partiti, le persone perdono la testa e scappano, temendo che la loro storia non venga creduta. Ciononostante, quando le persone scappano, innocentemente o colpevolmente, non si può fare a meno di chiedersi da che parte siano andate.

“Suppongo da questa parte,” disse Antony ad alta voce, guardando fuori dalla finestra.

“Chi?” disse Cayley ostinatamente.

“Beh, chiunque sia stato,” disse Antony, sorridendo tra sé. “L’assassino. O, diciamo, l’uomo che ha chiuso la porta dopo che Robert Ablett è stato ucciso.”

“Mi chiedo.”

“Beh, come altro avrebbe potuto scappare? Non è passato dalle finestre nella stanza accanto, perché erano chiuse.”

“Non è piuttosto strano?”

“Beh, all’inizio l’ho pensato, ma...” Indicò il muro che sporgeva sulla destra. “Vede, lei è protetto dal resto della casa se esce di qui, ed è molto vicino al boschetto. Se esce dalle porte-finestre, immagino che sia molto più visibile. Tutta quella parte della casa...” agitò la mano destra... “l’ovest, beh, quasi nord-ovest, dove ci sono le zone della cucina... vede, da qui è nascosto. Oh, sì! conosceva la casa, chiunque fosse, e ha fatto bene a uscire da questa finestra. Sarebbe arrivato subito nel boschetto.”

Cayley lo guardò pensieroso.

“Mi sembra, signor Gillingham, che lei conosca la casa piuttosto bene, considerando che questa è la prima volta che ci viene.”

Antony rise.

“Oh, beh, noto le cose, sa. Sono nato osservando. Ma ho ragione, vero, sul perché sia uscito da questa parte?”

“Sì, credo di sì.” Cayley distolse lo sguardo, verso il boschetto. “Vuole andare a fare delle osservazioni lì dentro adesso?” Accennò verso di esso.

“Credo che potremmo lasciarlo fare alla polizia,” disse Antony gentilmente. “È... beh, non c’è fretta.”

Cayley emise un piccolo sospiro, come se avesse trattenuto il respiro in attesa della risposta e ora potesse respirare di nuovo.

“Grazie, signor Gillingham,” disse.

CAPITOLO IV. Il fratello dall’Australia

Agli ospiti della Red House era concesso fare ciò che volevano, entro limiti ragionevoli; la ragionevolezza o meno di tale condotta era decisa da Mark. Ma una volta che essi (o Mark) avevano deciso cosa volevano fare, il piano doveva essere rispettato. La signora Calladine, che conosceva questa piccola debolezza del loro ospite, resistette, perciò, al suggerimento di Bill di fare una seconda partita nel pomeriggio e tornare a casa comodamente dopo il tè. Gli altri golfisti erano abbastanza disposti, ma la signora Calladine, senza dire esplicitamente che al signor Ablett non sarebbe piaciuto, fu ferma sul punto che, avendo programmato di essere di ritorno per le quattro, dovevano essere di ritorno per le quattro.

“Non credo proprio che Mark ci voglia, sa,” disse il Maggiore. Avendo giocato male al mattino, voleva dimostrare a se stesso nel pomeriggio che era davvero migliore di così. “Con l’arrivo di suo fratello, sarà fin troppo felice di averci fuori dai piedi.”

“Certo che lo sarà, Maggiore.” Questo da parte di Bill. “Le piacerebbe giocare, vero, signorina Norris?”

La signorina Norris guardò dubbiosa la padrona di casa.

“Certo, se volete tornare indietro, cara, non dobbiamo trattenervi qui. Inoltre, è così noioso per lei non giocare.”

“Solo nove buche, mamma,” implorò Betty.

“L’auto potrebbe riportarvi indietro e potreste dire loro che stavamo facendo un altro giro, e poi potrebbe tornare a prenderci,” disse Bill brillantemente.

“Qui c’è decisamente più fresco di quanto pensassi,” aggiunse il Maggiore.

La signora Calladine cedette. Fuori dal golf-club si stava piacevolmente al fresco e, naturalmente, Mark sarebbe stato piuttosto contento di averli fuori dai piedi. Così acconsentì a nove buche; e, finita la partita in parità e avendo giocato tutti molto meglio che al mattino, tornarono in auto alla Red House, molto soddisfatti di se stessi.

“Salve,” disse Bill tra sé, mentre si avvicinavano alla casa, “non è il vecchio Tony?”

Antony era in piedi davanti alla casa, ad aspettarli. Bill fece un cenno, e lui ricambiò. Poi, quando l’auto si fermò, Bill, che era davanti con l’autista, saltò giù e lo salutò con entusiasmo.

“Salve, pazzo, sei venuto a stare qui, o cosa?” Ebbe un’idea improvvisa. “Non dirmi che sei il fratello scomparso da tempo di Mark Ablett dall’Australia, anche se potrei crederci benissimo.” Rise in modo infantile.

“Salve, Bill,” disse Antony con calma. “Vuoi presentarmi? Temo di avere delle brutte notizie.”

Bill, piuttosto rincuorato da questo, lo presentò. Il Maggiore e la signora Calladine erano sul lato vicino dell’auto e Antony parlò loro a bassa voce.

“Temo di darvi uno shock,” disse. “Robert Ablett, il fratello del signor Mark Ablett, è stato ucciso.” Fece un cenno con il pollice dietro la spalla. “In casa.”

“Dio mio!” disse il Maggiore.

“Vuol dire che si è ucciso?” chiese la signora Calladine. “Proprio ora?”

“È successo circa due ore fa. Mi è capitato di venire qui,” si voltò a metà verso Beverley e spiegò: “Stavo venendo a trovare te, Bill, e sono arrivato subito dopo la... la morte. Il signor Cayley e io abbiamo trovato il corpo. Poiché il signor Cayley è occupato in questo momento (ci sono polizia, dottori e così via in casa), mi ha chiesto di avvertirvi. Dice che senza dubbio preferireste, dato che la comitiva è stata interrotta in questo modo tragico, partire il prima possibile.” Fece un piacevole sorriso scusandosi e continuò: “Lo sto dicendo male, ma quello che intende, naturalmente, è che dovete consultare interamente i vostri sentimenti in merito, e per favore fate i vostri accordi per ordinare l’auto per qualsiasi treno desideriate prendere. Ce n’è uno questa sera, mi risulta, che potreste prendere se lo voleste.”

Bill fissò Antony a bocca aperta. Non aveva parole nel suo vocabolario per esprimere ciò che voleva dire, oltre a quelle che il Maggiore aveva già usato. Betty si stava sporgendo verso la signorina Norris dicendo: “Chi è stato ucciso?” con voce stupita, e la signorina Norris, che istintivamente stava assumendo un’espressione tragica come quella che mostrava sul palcoscenico quando un messaggero annunciava la morte di uno degli attori, si fermò per un momento per spiegare. La signora Calladine era tranquillamente padrona di sé.

“Saremo d’intralcio, sì, capisco perfettamente,” disse; “ma non possiamo semplicemente scuoterci la polvere del posto dai piedi perché è successo qualcosa di terribile. Devo vedere Mark e potremo organizzarci più tardi su cosa fare. Deve sapere quanto profondamente ci sentiamo vicini a lui. Forse noi...” esitò.

“Il Maggiore e io potremmo essere utili, comunque,” disse Bill. “Non è quello che intende, signora Calladine?”

“Dov’è Mark?” disse il Maggiore improvvisamente, fissando Antony.

Antony ricambiò lo sguardo senza esitare e non disse nulla.

“Credo,” disse il Maggiore gentilmente, sporgendosi verso la signora Calladine, “che sarebbe meglio se portasse Betty a Londra stasera.”

“Molto bene,” concordò lei tranquillamente. “Verrai con noi, Ruth?”

“Vi accompagnerò sani e salvi,” disse Bill con voce sommessa. Non sapeva bene cosa stesse succedendo e, avendo previsto di rimanere alla Red House per un’altra settimana, non aveva un posto dove andare a Londra, ma Londra sembrava essere il posto dove tutti stavano andando, e quando avesse potuto avere Tony da solo per un momento, Tony senza dubbio glielo avrebbe spiegato.

“Cayley vuole che tu resti, Bill. Devi andare comunque, domani, Maggiore Rumbold?”

“Sì. Verrò con voi, signora Calladine.”

“Il signor Cayley vorrebbe che dicessi di nuovo che per favore non esitiate a dare i vostri ordini, sia per quanto riguarda l’auto sia per qualsiasi telefonata o telegramma che desiderate fare.” Sorrise di nuovo e aggiunse: “Per favore perdonatemi se sembro essermi preso molte libertà, ma mi è capitato di essere a portata di mano come portavoce di Cayley.” Si inchinò verso di loro ed entrò in casa.

“Beh!” disse la signorina Norris in modo drammatico.

Mentre Antony rientrava nell’atrio, l’Ispettore di Middleston stava passando proprio in quel momento in biblioteca con Cayley. Quest’ultimo si fermò e fece un cenno ad Antony.

“Aspetti un momento, Ispettore. Ecco il signor Gillingham. È meglio che venga con noi.” E poi ad Antony: “Questo è l’Ispettore Birch.”

Birch guardò interrogativamente l’uno e l’altro.

“Il signor Gillingham e io abbiamo trovato il corpo insieme,” spiegò Cayley.

“Oh! Beh, venite, e cerchiamo di mettere in ordine un po’ i fatti. Mi piace sapere dove mi trovo, signor Gillingham.”

“Tutti noi.”

“Oh!” Guardò Antony con interesse. “Sa dove si trova in questo caso?”

“So dove mi troverò.”

“Dove?”

“Sotto torchio dall’Ispettore Birch,” disse Antony con un sorriso.

L’ispettore rise con cordialità.

“Beh, la risparmierò il più possibile. Venite.”

Entrarono in biblioteca. L’ispettore si sedette a uno scrittoio e Cayley sedette su una sedia accanto ad esso. Antony si mise comodo in una poltrona e si preparò a interessarsi.

“Inizieremo con l’uomo morto,” disse l’Ispettore. “Robert Ablett, non ha detto?” Tirò fuori il suo taccuino.

“Sì. Fratello di Mark Ablett, che vive qui.”

“Ah!” Iniziò ad appuntire una matita. “Ospite in casa?”

“Oh, no!”

Antony ascoltava attentamente mentre Cayley spiegava tutto ciò che sapeva su Robert. Questa era una novità per lui. “Capisco. Mandato via dal paese in disgrazia. Che cosa aveva fatto?”

“Lo so a malapena. Avevo solo dodici anni all’epoca. L’età in cui ti dicono di non fare domande.”

“Domande scomode?”

“Esattamente.”

“Quindi non sa davvero se fosse stato semplicemente sregolato o... o malvagio?”

“No. Il vecchio signor Ablett era un pastore,” aggiunse Cayley. “Forse ciò che potrebbe sembrare malvagio a un pastore potrebbe sembrare solo sregolato a un uomo di mondo.”

“Può darsi, signor Cayley,” sorrise l’Ispettore. “Comunque, era più comodo averlo in Australia?”

“Sì.”

“Mark Ablett non parlava mai di lui?”

“Quasi mai. Si vergognava molto di lui e... beh, era molto contento che fosse in Australia.”

“Scriveva a Mark a volte?”

“Di tanto in tanto. Forse tre o quattro volte negli ultimi cinque anni.”

“Chiedendo denaro?”

“Qualcosa del genere. Non credo che Mark rispondesse sempre. Per quanto ne so, non ha mai mandato denaro.”

“Ora, la sua opinione personale, signor Cayley. Pensa che Mark sia stato ingiusto verso suo fratello? Indebitamente duro con lui?”

“Non si sono mai piaciuti da ragazzi. Non c’è mai stato affetto tra loro. Non so di chi sia stata la colpa in primo luogo, se di qualcuno.”

“Tuttavia, Mark avrebbe potuto dargli una mano?”

“Mi risulta,” disse Cayley, “che Robert abbia passato tutta la vita a chiedere mani.”

L’ispettore annuì.

“Conosco quel tipo. Bene, ora, passiamo a stamattina. Questa lettera che Mark ha ricevuto... l’ha vista?”

“Non al momento. Me l’ha mostrata dopo.”

“C’era un indirizzo?”

“No. Mezzo foglio di carta piuttosto sporca.”

“Dov’è adesso?”

“Non lo so. In tasca di Mark, immagino.”

“Ah!” Si tirò la barba. “Beh, ci arriveremo. Riesce a ricordare cosa diceva?”

“Per quanto ricordo, qualcosa del tipo: ‘Mark, il tuo amorevole fratello verrà a trovarti domani, fin dall’Australia. Ti avverto così potrai nascondere la tua sorpresa, ma non, spero, il tuo piacere. Aspettalo alle tre, o giù di lì.’”

“Ah!” L’ispettore la copiò attentamente. “Ha notato il timbro postale?”

“Londra.”

“E qual era l’atteggiamento di Mark?”

“Fastidio, disgusto...” Cayley esitò.

“Apprensione?”

“N-no, non esattamente. O, piuttosto, apprensione per un colloquio spiacevole, non per un esito spiacevole per lui stesso.”

“Intende dire che non aveva paura di violenze, o ricatti, o qualcosa del genere?”

“Non sembrava.”

“Bene... Ora, allora, è arrivato, dice, verso le tre?”

“Sì, verso quell’ora.”

“Chi c’era in casa allora?”

“Mark e io, e alcuni dei domestici. Non so quali. Naturalmente, li interrogherà direttamente, senza dubbio.”

“Con il suo permesso. Nessun ospite?”

“Erano fuori tutto il giorno a giocare a golf,” spiegò Cayley. “Oh, a proposito,” aggiunse, “se posso interrompere un momento, vorrà vederli affatto? Non è molto piacevole per loro ora, naturalmente, e ho suggerito...” si voltò verso Antony, che ricambiò il cenno. “Mi risulta che vogliano tornare a Londra questa sera. Non ci sono obiezioni, immagino?”

“Mi farà avere i loro nomi e indirizzi nel caso volessi comunicare con loro?”

“Certamente. Uno di loro si trattiene, se vorrà vederlo più tardi, ma sono tornati dal golf solo mentre attraversavamo l’atrio.”

“Va bene, signor Cayley. Bene, ora, torniamo alle tre. Dov’era lei quando Robert è arrivato?”

Cayley spiegò come fosse seduto nell’atrio, come Audrey gli avesse chiesto dove fosse il padrone, e come lui avesse detto di averlo visto l’ultima volta salire al Tempio.

“Lei se ne andò e io continuai con il mio libro. Ci fu un passo sulle scale e alzai lo sguardo per vedere Mark che scendeva. Andò nell’ufficio e io continuai con il mio libro. Andai in biblioteca per un momento, per consultare un altro libro, e mentre ero lì sentii uno sparo. Almeno, fu un forte boato, non ero sicuro che fosse uno sparo. Stetti ad ascoltare. Poi venni lentamente alla porta e guardai fuori. Poi tornai indietro, esitai un po’, sa, e alla fine decisi di andare nell’ufficio, e assicurarmi che fosse tutto a posto. Girai la maniglia della porta e scoprii che era chiusa a chiave. Allora mi spaventai, e battei alla porta, e gridai, e... beh, è stato quando è arrivato il signor Gillingham.” Continuò a spiegare come avessero trovato il corpo.

L’ispettore lo guardò con un sorriso.

“Sì, beh, dovremo rivedere parte di questo, signor Cayley. Il signor Mark, ora. Pensava fosse al Tempio. Sarebbe potuto entrare, e salire nella sua stanza, senza che lei lo vedesse?”

“Ci sono scale sul retro. Non le avrebbe usate in modo normale, ovviamente. Ma non sono stato nell’atrio tutto il pomeriggio. Potrebbe facilmente essere salito di sopra senza che io ne sapessi nulla.”

“Quindi non è stato sorpreso quando l’ha visto scendere?”

“Oh, per niente.”

“Beh, ha detto qualcosa?”

“Ha detto: ‘Robert è qui?’, o qualcosa del genere. Suppongo avesse sentito il campanello, o le voci nell’atrio.”

“Da che parte dà la sua camera da letto? Avrebbe potuto vederlo arrivare lungo il viale?”

“Avrebbe potuto, sì.”

“Beh?”

“Beh, allora, ho detto ‘Sì’, e lui ha fatto una sorta di scrollata di spalle, e ha detto: ‘Non andare troppo lontano, potrei aver bisogno di te’; e poi è entrato.”

“Cosa pensava intendesse con questo?”

“Beh, mi consulta molto, sa. Sono una sorta di suo avvocato non ufficiale, in un certo senso.”

“Questo era un incontro d’affari piuttosto che fraterno?”

“Oh, sì. È così che l’ha considerato, ne sono certo.”

“Sì. Quanto tempo è passato prima che sentisse lo sparo?”

“Molto poco. Due minuti, forse.”

“Due minuti, forse. E dopo lo sparo, cos’ha fatto lei?”

“Sono rimasto seduto lì per un istante, senza sapere cosa pensare. Poi, quando ho realizzato cosa fosse, sono corso alla porta dell’ufficio.”

“E l’ha trovata chiusa?”

“Sì. Ho bussato e ho chiamato Mark, ma non ho ricevuto risposta. Allora sono corso alla finestra, ma era anch’essa chiusa. Ho urlato ancora, poi ho visto il signor Gillingham che arrivava, e insieme abbiamo forzato la finestra.”

“È stato allora che avete trovato il corpo?”

“Sì.”

“Molto bene, signor Beverley. Non ho altro da chiederle per il momento. Ma rimanga nei paraggi, per favore.”

Bill si alzò e lanciò un’occhiata ad Antony. “Tutto qui? Niente di più?”

“Per ora basta così,” disse l’ispettore.

Bill si allontanò con Antony verso il prato.

“Che tipo strano,” mormorò Bill. “Mi ha guardato come se avessi sparato io. E poi, queste domande su di te, Antony! Mi ha chiesto dove ci siamo conosciuti, cosa fai, se sei davvero un esperto di tabacchi… Gli ho detto che sei un uomo dai molti talenti, ma non credo che gli sia importato molto.”

“È il suo lavoro, Bill. Sta cercando di inquadrare la situazione.”

“Sì, ma inquadrare te è un’impresa.”

“Lascia fare a me. Senti, c’è una cosa che vorrei sapere. Quando sei arrivato qui, questa mattina, hai incontrato qualcuno?”

“Solo Cayley, nel corridoio. Mi ha detto che Mark era occupato con suo fratello e mi ha suggerito di fare un giro in giardino. Ed è quello che ho fatto.”

“Hai visto Robert?”

“No. Solo la sua schiena, mentre entrava nello studio. Aveva un aspetto decisamente poco raccomandabile.”

Antony si fermò e guardò la casa. “Bill, pensi che Mark potesse essere davvero in pericolo?”

“Mark? Ma no! È un tipo così… pacifico. Certo, Robert era il classico pecora nera, ma Mark è sempre stato molto protettivo nei suoi confronti. Non riesco a immaginare un conflitto serio tra loro.”

“Eppure, uno è morto e l’altro è scomparso.”

“Appunto. È questo che non torna. Se Mark avesse ucciso Robert, perché scappare? Avrebbe potuto chiamare la polizia, spiegare l’accidente… sarebbe stato molto più semplice.”

“A meno che,” disse Antony, “non sia andata diversamente.”

“Cioè?”

“Non lo so ancora. Ma ho intenzione di scoprirlo.”

“Conti su di me, allora.”

“Conto su di te, Bill. Ma per ora, fa’ finta di niente. Torna alla locanda, mangia qualcosa e resta a disposizione. Io devo fare un altro giro di perlustrazione.”

Antony si avviò verso il lato della casa, là dove aveva notato la porta che portava al corridoio. Mentre camminava, la sua mente analizzava ogni dettaglio, ogni parola udita, ogni impressione raccolta. L’ispettore Birch era convinto di avere in mano la soluzione; ma Antony sapeva che, a volte, la soluzione più ovvia è solo una cortina di fumo. E lui, da buon investigatore improvvisato, non aveva intenzione di farsi ingannare dalle apparenze.

Entrò di nuovo in casa, questa volta dalla porta di servizio. Il corridoio era deserto. Si avvicinò allo studio di Mark Ablett. La porta era ora socchiusa, e si sentivano le voci basse dell’ispettore e di un altro agente all’interno. Antony proseguì oltre, salendo le scale verso la stanza che Cayley aveva indicato come suo studio. Doveva trovare qualche traccia, qualche indizio che il signor Cayley avesse inavvertitamente lasciato dietro di sé.

La porta dello studio di Cayley era aperta. Antony bussò leggermente e, non ricevendo risposta, entrò. Era una stanza ordinata, piena di libri e documenti. Sulla scrivania, una serie di appunti relativi alla gestione della tenuta. Antony iniziò a sfogliarli, cercando qualcosa che potesse riguardare Robert.

“Dopotutto,” disse tra sé, “se Mark è davvero il tipo ‘altamente civile’ che tutti descrivono, forse è Cayley ad avere in mano i fili di tutta questa faccenda.”

Un rumore di passi nel corridoio lo fece sussultare. Si voltò prontamente, ma era solo un domestico che portava dell'acqua calda nella stanza accanto. Antony trasse un respiro profondo e si impose di calmarsi. Non c'era tempo per le esitazioni. Riprese a esaminare i documenti con maggiore attenzione, concentrandosi sui registri contabili.

Sembravano essere in ordine, meticolosamente tenuti da Cayley. Antony notò diverse voci di spesa piuttosto ingenti relative a "lavori di ristrutturazione" e "manutenzione straordinaria". Non c'era nulla di sospetto, ma il fatto che tali spese fossero aumentate vertiginosamente nell'ultimo anno attirò la sua attenzione. Robert, pensò, aveva forse preteso troppo dal bilancio della tenuta?

Continuando la ricerca, trovò un plico di lettere legate insieme da un nastro. Non c'era mittente, solo il nome "Robert" scritto sul foglio esterno. Antony le aprì. Erano richieste di denaro, scritte in un tono che passava rapidamente dalla supplica alla minaccia. Robert non stava chiedendo un prestito; stava esigendo una parte di ciò che riteneva gli spettasse di diritto.

Antony sentì un brivido lungo la schiena. Ecco il movente, o almeno una parte di esso. Ma chi era il destinatario di quelle lettere? Erano indirizzate a Mark, o era Cayley a gestirle? Le date erano recenti, le ultime risalivano a pochi giorni prima della tragedia.

Sentì di nuovo dei passi, questa volta più vicini. Chiuse rapidamente il plico e lo rimise al suo posto. Si stava allontanando dalla scrivania quando la porta si spalancò. Cayley apparve sulla soglia, con un'espressione indecifrabile.

"Oh, Gillingham," disse, con un tono che non tradiva alcuna sorpresa. "Stavo giusto venendo a cercarla. È ora di cena."

Antony gli rivolse un sorriso che sperò apparisse naturale. "Mi scusi, Cayley. Mi sono lasciato trasportare dalla curiosità. Questa sua stanza è così ricca di fascino che ho pensato di ingannare l'attesa osservando qualche vecchio libro."

Cayley lo fissò per un istante, i suoi occhi scuri che scrutavano il viso di Antony come se cercassero di leggergli nel pensiero. Poi, con un gesto della mano, indicò la porta. "Non c'è problema. Ma faremmo meglio ad andare. Non vorrei che la cena si raffreddasse più di quanto non sia già previsto."

Si incamminarono verso la sala da pranzo in silenzio. Antony sentiva il peso di ciò che aveva scoperto bruciargli in tasca, metaforicamente parlando. La faccenda stava diventando più complessa di quanto avesse immaginato, e il ruolo di Cayley appariva sempre più ambiguo. Una volta seduti a tavola, l'atmosfera era tesa. Bill cercava di mantenere viva la conversazione, ma le sue battute cadevano nel vuoto.

"E allora," disse Antony all'improvviso, rivolgendosi a Cayley, "crede che la polizia tornerà domani?"

Cayley posò le posate con estrema calma. "È probabile. Hanno ancora molto lavoro da fare. Ma sono convinto che alla fine la verità verrà a galla. La giustizia, a modo suo, trova sempre una strada."

Antony lo osservò, notando come le sue mani fossero perfettamente ferme. "Certamente," rispose, "ma la strada a volte è molto più tortuosa di quanto si possa pensare."

"Vero," rispose Cayley, riprendendo a mangiare. "Ma una volta raggiunta la meta, la tortuosità del percorso perde importanza."

Antony non rispose. Si chiese se Cayley fosse consapevole del fatto che, con quella frase, aveva appena dato una giustificazione alla sua condotta pomeridiana. Se la verità era la meta, allora il tempo che lui aveva fatto perdere a tutti con il giro dell'oca non era stato che una tortuosità del percorso.

Dopo cena si separarono. Antony tornò nella sua stanza, ma invece di coricarsi si sedette vicino alla finestra, osservando le ombre che si allungavano sul prato. La luna illuminava il Red House, conferendogli un aspetto spettrale, quasi volesse avvalorare le parole di Elsie. Eppure, la logica di Antony si rifiutava di accettare spettri. C'era un assassino, e c'era un complice, o forse un protettore, che cercava di nascondere le tracce. Il punto focale, ne era certo, era l'ufficio.

Il mattino seguente la casa era immersa in un silenzio innaturale. Antony scese presto e trovò Cayley che prendeva un caffè in solitudine.

"Buongiorno," disse Cayley, alzando lo sguardo. "Ha dormito bene?"

"Molto bene, grazie. E lei?"

"Ho avuto molto da fare. Le pratiche per l'inchiesta, sa com'è. Birch tornerà tra un'ora."

Antony si sedette. "Senta, Cayley, c'è una cosa che mi tormenta. Ieri sera abbiamo parlato di Elsie, la cameriera. È convinto davvero che abbia mentito?"

Cayley posò la tazza con un gesto misurato. "Non ho detto che ha mentito intenzionalmente. Ho detto che le persone di quel ceto sociale hanno una fervida immaginazione, specialmente quando si tratta di drammi."

"Ma se avesse sentito davvero qualcosa?"

"Allora avrebbe sentito dei rumori che non significano nulla. Mark aveva l'abitudine di parlare da solo quando era contrariato. Forse stava discutendo con se stesso."

Antony lo fissò. "Discutendo con se stesso, eh? È una spiegazione plausibile."

"È la sola spiegazione," disse Cayley con una freddezza che troncò ogni ulteriore discussione.

Poco dopo, il rombo di un motore annunciò l'arrivo dell'Ispettore Birch. Antony si alzò, sentendo che la giornata sarebbe stata decisiva. Sapeva che, se voleva arrivare in fondo a quella faccenda, doveva agire prima che l'inchiesta ufficiale iniziasse a chiudere tutte le porte. E la prima porta da aprire, metaforicamente, era quella dell'ufficio.

Mentre usciva in giardino per incontrare l'Ispettore, incrociò Bill, che sembrava visibilmente agitato.

"È qui," sussurrò Bill. "Spero tu sappia cosa stai facendo, Tony."

"Lo spero anch'io," rispose Antony con un mezzo sorriso. "Ma ricorda, Bill: osserva, non guardare. La differenza è tutta lì."

L'Ispettore narrò i fatti con una precisione che rasentava l'ossessività. Cayley aveva telefonato alla polizia alle tre, e lui era arrivato poco dopo le quattro. La porta dell'ufficio era chiusa a chiave dall'interno, e Cayley aveva dovuto forzarla con l'aiuto di un attrezzo. Robert Ablett era riverso sulla scrivania, morto all'istante per un colpo di rivoltella sparato a bruciapelo. Non c'erano armi nella stanza, il che escludeva categoricamente il suicidio.

"E la finestra?" chiese Antony, mentre passeggiavano lungo il viale.

"Chiusa e sprangata dall'interno," rispose l'Ispettore. "Non c'è via di fuga, Gillingham. È un classico caso di stanza chiusa. Il colpevole deve aver lasciato la stanza e chiuso la porta a chiave dall'esterno, ma la chiave è stata ritrovata nella serratura, dal lato interno."

Antony si fermò un istante, accendendo la pipa con studiata lentezza. "La chiave era nella serratura, dal lato interno. Interessante. E Cayley dice di aver trovato la porta chiusa a chiave?"

"Esatto. Ha dovuto forzare la serratura per entrare."

"E il signor Mark Ablett?"

"È scomparso. Si presume che sia fuggito subito dopo il fatto. Cayley sostiene che Mark fosse nell'ufficio con suo fratello, ma che se ne sia andato prima che lui arrivasse. Eppure, se Mark avesse sparato, come avrebbe potuto chiudere la porta dall'interno e poi sparire? È fisicamente impossibile, a meno che..."

"A meno che la chiave non sia stata girata dall'esterno con un qualche espediente," concluse Antony. "Ma stiamo parlando di una porta comune, non di un enigma da romanzo poliziesco."

L'Ispettore scosse la testa. "Non ci sono trucchi qui, solo una brutta faccenda di famiglia. Mark aveva debiti, Robert era un uomo rigido. Il movente è fin troppo chiaro."

Antony non rispose subito. I suoi occhi vagavano verso la finestra dell'ufficio, che si scorgeva in lontananza tra gli alberi. Qualcosa non tornava. Non era il movente, né la dinamica. Era l'atteggiamento di Cayley. Perché, se era così preoccupato per la scomparsa del cugino, non aveva mostrato il minimo segno di esitazione nel descrivere la scena?

"Ispettore," disse infine Antony, "chi ha trovato la chiave per primo? Voglio dire, chi ha visto che era nella serratura, dal lato interno, prima che la porta venisse forzata?"

"Cayley. È stato lui a dire agli agenti che la chiave era lì. Ma è un uomo onesto, Gillingham. Non avrebbe motivo di mentire."

"La gente mente per molte ragioni," disse Antony pensieroso. "A volte persino per proteggere qualcuno che odiano."

Si congedarono poco dopo. Antony tornò sui suoi passi, cercando Bill. Aveva bisogno di capire cosa fosse successo davvero in quell'ufficio prima che il tempo cancellasse le tracce di una verità molto più complessa di quella che l'Ispettore stava mettendo insieme con tanta fretta. Il silenzio del parco sembrava opprimente, come se l'intera casa trattenesse il respiro in attesa di una rivelazione che nessuno osava pronunciare.

Beh, non era una domanda a cui si potesse rispondere su due piedi. Ma il fatto che fosse tale aveva incuriosito Antony; ed era per questo motivo che aveva seguito con tanta attenzione il riferimento casuale di Bill riguardo a lei in relazione alla storia del travestimento. Sentiva di voler sapere qualcosa di più sulla signorina Norris e sulla parte che aveva avuto nella cerchia della Red House. Per pura fortuna, come gli parve, era inciampato nella risposta alla sua domanda.

La signorina Norris era stata fatta allontanare in fretta perché sapeva del passaggio segreto.

Il passaggio, dunque, aveva qualcosa a che fare con il mistero della morte di Robert. La signorina Norris lo aveva usato per compiere la sua drammatica apparizione come fantasma. Forse lo aveva scoperto da sola; forse Mark glielo aveva rivelato segretamente un giorno, senza mai immaginare che in seguito ne avrebbe fatto un uso così spiacevole; forse Cayley, essendo stato reso partecipe dello scherzo del travestimento, le aveva mostrato come avrebbe potuto rendere la sua apparizione sul campo da bocce ancora più misteriosa e soprannaturale. In un modo o nell'altro, lei sapeva del passaggio segreto. Perciò doveva essere allontanata in fretta.

Perché? Perché se fosse rimasta e avesse parlato, avrebbe potuto farne qualche cenno innocente. E Cayley non voleva che se ne facesse alcun cenno.

Perché, ancora? Ovviamente perché il passaggio, o anche solo la consapevolezza della sua esistenza, avrebbe potuto fornire un indizio.

"Mi chiedo se Mark si stia nascondendo lì", pensò Antony; e si addormentò.

CAPITOLO X. Il signor Gillingham dice sciocchezze

Antony scese a colazione di ottimo umore la mattina seguente, e trovò che il suo ospite lo aveva preceduto. Cayley alzò lo sguardo dalle sue lettere e annuì.

"Qualche notizia del signor Ablett, di Mark?" disse Antony, mentre si versava il caffè.

"No. L'ispettore vuole dragare il lago questo pomeriggio."

"Oh! C'è un lago?"

Ci fu solo un guizzo di sorriso sul volto di Cayley, ma scomparve tanto rapidamente quanto era apparso.

"Beh, è in realtà uno stagno", disse, "ma veniva chiamato 'il lago'."

"Da Mark", pensò Antony. Ad alta voce disse: "Cosa si aspettano di trovare?"

"Pensano che Mark..." Si interruppe e fece spallucce.

"Si sia potuto annegare, sapendo di non poter scappare? E sapendo di essersi compromesso cercando di scappare del tutto?"

"Sì; suppongo di sì", disse Cayley lentamente.

"Avrei pensato che si sarebbe dato più possibilità di farla franca. Dopo tutto, aveva un revolver. Se era determinato a non farsi prendere vivo, avrebbe sempre potuto evitarlo. Non avrebbe potuto prendere un treno per Londra prima che la polizia sapesse qualcosa?"

"Avrebbe potuto farcela per un pelo. C'era un treno. Lo avrebbero notato a Woodham, naturalmente, ma avrebbe potuto farcela a Stanton. Non è così conosciuto lì, naturalmente. L'ispettore ha fatto delle indagini. Nessuno sembra averlo visto."

"Ci sarà sicuramente gente che dirà di averlo fatto, più avanti. Non c'è mai stato un uomo scomparso senza che una dozzina di persone si facessero avanti giurando di averlo visto in una dozzina di posti diversi nello stesso momento."

Cayley sorrise.

"Sì. È vero. Comunque, vuole dragare lo stagno per primo." Aggiunse seccamente: "Da quello che ho letto nei romanzi polizieschi, gli ispettori vogliono sempre dragare lo stagno per primo."

"È profondo?"

"Abbastanza profondo", disse Cayley mentre si alzava. Sulla strada verso la porta si fermò e guardò Antony. "Mi dispiace molto che vi teniamo qui in questo modo, ma sarà solo fino a domani. L'inchiesta è domani pomeriggio. Divertitevi come preferite fino ad allora. Beverley si prenderà cura di voi."

"Grazie mille. Starò davvero bene."

Antony continuò la sua colazione. Forse era vero che gli ispettori amavano dragare gli stagni, ma la domanda era: ai Cayley piaceva che venissero dragati? Cayley era ansioso al riguardo, o del tutto indifferente? Di certo non sembrava ansioso, ma poteva nascondere i suoi sentimenti molto facilmente dietro quel viso pesante e solido, e non era spesso che il vero Cayley facesse capolino. Solo un po' troppo ansioso una o due volte, forse, ma non c'era nulla da imparare da questo stamattina. Forse sapeva che lo stagno non aveva segreti da rivelare. Dopo tutto, gli ispettori dragano sempre gli stagni.

Bill entrò rumorosamente.

Il viso di Bill era un libro aperto. L'eccitazione vi era scritta tutta sopra.

"Bene", disse con entusiasmo, mentre si sedeva per dedicarsi al pasto, "cosa faremo stamattina?"

"Non parlare così forte, per prima cosa", disse Antony. Bill si guardò intorno con apprensione. Cayley era sotto il tavolo, per esempio? Dopo la scorsa notte non si sapeva mai.

"È... ehm..." Alzò le sopracciglia.

"No. Ma non c'è bisogno di urlare. Bisogna modulare la voce, mio caro William, respirando dolcemente dai fianchi. Così si evitano quelle note di petto che hanno tradito molti segreti. In altre parole, passami il pane tostato."

"Sembri brillante stamattina."

"Lo sono. Molto brillante. Cayley l'ha notato. Cayley ha detto: 'Se non avessi altro da fare, verrei a raccogliere noci e biancospino con te. Vorrei tanto volteggiare attorno al cespuglio di more e saltellare sulle piccole colline. Ma le acque del Giordano mi avvolgono e l'ispettore Birch attende fuori con il suo retino per gamberetti. Il mio amico William Beverley si occuperà di te tra poco. Addio, un lungo addio a tutti... i tuoi cereali'. Poi è uscito dal centro. Entra W. Beverley, a destra."

"Sei spesso così a colazione?"

"Quasi invariabilmente. Disse lui con la bocca piena. Esce W. Beverley, a sinistra."

"È un colpo di sole, immagino", disse Bill, scuotendo tristemente la testa.

"È il sole, la luna e le stelle, tutti che agiscono insieme su uno stomaco vuoto. Sai qualcosa delle stelle, signor Beverley? Sai qualcosa della Cintura di Orione, per esempio? E perché non c'è una stella chiamata Cintura di Beverley? O un romanzo? Disse lui masticando. Rientra W. Beverley attraverso una botola."

"A proposito di botole..."

"Non farlo", disse Antony, alzandosi. "Alcuni parlano di Alessandro e alcuni di Ercole, ma nessuno parla di... qual è il latino per botola?... Mensa... un tavolo; potresti arrivarci da lì. Bene, signor Beverley" — e gli diede una pacca cordiale sulla schiena mentre gli passava accanto — "ci vediamo dopo. Cayley dice che mi intratterrai, ma finora non mi hai fatto ridere nemmeno una volta. Devi cercare di essere più divertente quando avrai finito la tua colazione. Ma non avere fretta. Lascia che le mandibole superiori abbiano il tempo di fare il loro lavoro." Con queste parole il signor Gillingham lasciò lo spazioso appartamento.

Bill continuò la sua colazione con un'aria leggermente confusa. Non sapeva che Cayley stava fumando una sigaretta fuori dalle finestre dietro di lui; non ascoltando, forse; forse nemmeno sentendo; ma a portata di vista di Antony, che non avrebbe corso rischi. Così continuò la sua colazione, riflettendo sul fatto che Antony fosse un tipo strambo, e chiedendosi se avesse solo sognato le cose incredibili accadute il giorno prima.

Antony salì in camera sua per prendere la pipa. Era occupata da una cameriera, e lui le fece delle scuse gentili per averla disturbata. Poi si ricordò.

"È Elsie?" chiese, facendole un sorriso amichevole.

"Sì, signore", disse lei, timida ma orgogliosa. Non aveva dubbi sul perché avesse raggiunto una tale notorietà.

"Sei stata tu a sentire il signor Mark ieri, vero? Spero che l'ispettore sia stato gentile con te?"

"Sì, grazie, signore."

"'È il mio turno adesso. Aspetta e vedrai'", mormorò Antony a se stesso.

"Sì, signore. Con tono cattivo. Nel senso che la sua occasione era arrivata."

"Mi chiedo."

"Beh, è quello che ho sentito, signore. Davvero."

Antony la guardò pensieroso e annuì.

"Sì. Mi chiedo. Mi chiedo perché."

"Perché cosa, signore?"

"Oh, molte cose, Elsie... È stato proprio un caso che tu fossi fuori proprio in quel momento?"

Elsie arrossì. Non aveva dimenticato quello che la signora Stevens aveva detto a riguardo.

"Proprio così, signore. Di solito uso le altre scale."

"Certo."

Aveva trovato la pipa ed stava per scendere di nuovo quando lei lo fermò.

"Mi scusi, signore, ma ci sarà un'inchiesta?"

"Oh, sì. Domani, credo."

"Dovrò dare la mia testimonianza, signore?"

"Certo. Non c'è nulla di cui aver paura."

"L'ho sentito davvero, signore. Davvero."

"Ma certo che l'hai sentito. Chi dice di no?"

"Alcune delle altre, signore... la signora Stevens e tutte le altre."

"Oh, è solo perché sono gelose", disse Antony con un sorriso.

Era felice di aver parlato con lei, perché aveva riconosciuto subito l'immensa importanza della sua testimonianza. Per l'ispettore senza dubbio era sembrata importante solo perché mostrava che Mark aveva adottato un atteggiamento minaccioso nei confronti del fratello. Per Antony aveva molto più significato. Era l'unica testimonianza attendibile che Mark fosse stato nell'ufficio quel pomeriggio.

Perché chi vide Mark entrare nell'ufficio? Solo Cayley. E se Cayley avesse nascosto la verità sulle chiavi, perché non avrebbe dovuto nascondere la verità sull'ingresso di Mark nell'ufficio? Ovviamente tutta la testimonianza di Cayley non valeva nulla. Parte di essa senza dubbio era vera; ma la stava dando, sia verità che menzogna, con uno scopo. Quale fosse lo scopo Antony non lo sapeva ancora: proteggere Mark, proteggere se stesso, persino tradire Mark; poteva essere chiunque di questi. Ma poiché la sua testimonianza era resa per i suoi fini, era impossibile che potesse essere trattata come la testimonianza di uno spettatore imparziale e degno di fiducia. Quale, per esempio, Elsie sembrava essere.

La testimonianza di Elsie, tuttavia, sembrava risolvere la questione. Mark era andato nell'ufficio a trovare suo fratello; Elsie li aveva sentiti entrambi parlare; e poi Antony e Cayley avevano trovato il corpo di Robert... e l'ispettore stava per dragare lo stagno.

Ma certamente la testimonianza di Elsie non provava nulla di più della semplice presenza di Mark nella stanza. "È il mio turno adesso; aspetta e vedrai." Quella non era una minaccia immediata; era una minaccia per il futuro. Se Mark avesse sparato a suo fratello subito dopo, deve essere stato un incidente, il risultato di una colluttazione, diciamo, provocata da quel tono di voce "cattivo". Nessuno direbbe "aspetta e vedrai" a un uomo che sta per essere ucciso. "Aspetta e vedrai" significava "Aspetta e vedrai cosa ti succederà più tardi". Il proprietario della Red House ne aveva avuto abbastanza dello scrocco di suo fratello, del ricatto di suo fratello; ora era il turno di Mark di riprendersi un po' di quello che gli spettava. Che Robert aspettasse un po', e avrebbe visto. La conversazione che Elsie aveva sentito poteva aver significato qualcosa del genere. Non poteva aver significato omicidio. Comunque non l'omicidio di Robert da parte di Mark.

"È una faccenda strana", pensò Antony. "La soluzione ovvia è così facile eppure così sbagliata. E ho cento cose per la testa, e non riesco a metterle insieme. E questo pomeriggio ne farà centouno. Non devo dimenticare questo pomeriggio."

Trovò Bill nell'atrio e gli propose una passeggiata. Bill era fin troppo pronto. "Dove vuoi andare?" chiese.

"Non mi importa molto. Mostrami il parco."

"Va bene."

Camminarono fuori insieme.

"Watson, vecchio mio", disse Antony, non appena furono lontani dalla casa, "non devi davvero parlare così forte dentro casa. C'era un gentiluomo fuori, proprio dietro di te, tutto il tempo."

"Oh, dico", disse Bill, diventando rosso. "Mi dispiace tantissimo. Quindi è per questo che dicevi tante sciocchezze."

"In parte, sì. E in parte perché mi sento davvero piuttosto brillante stamattina. Avremo una giornata impegnativa."

"Davvero? Cosa faremo?"

"Stanno per dragare lo stagno... chiedo scusa, il lago. Dov'è il lago?"

"Siamo sulla strada giusta, se vuoi vederlo."

"Possiamo anche dargli un'occhiata. Frequenti molto il lago di solito?"

"Oh, no, tutt'altro. Non c'è niente da fare lì."

"Non si può fare il bagno?"

"Beh, non mi interesserebbe. Troppo sporco."

"Capisco... Questa è la strada che abbiamo fatto ieri, non è vero? La strada per il villaggio?"

"Sì. Andiamo un po' a destra subito. Perché lo stanno dragando?"

"Mark."

"Oh, sciocchezze", disse Bill a disagio. Rimase in silenzio per un po', e poi, dimenticando i suoi pensieri fastidiosi nel ricordo improvviso dei tempi eccitanti che stavano vivendo, disse con entusiasmo: "Dico, quando andremo a cercare quel passaggio?"

"Non possiamo fare molto mentre Cayley è in casa."

"Che ne dici di questo pomeriggio mentre dragano lo stagno? Sarà sicuramente lì."

Antony scosse la testa.

"C'è qualcosa che devo fare questo pomeriggio", disse. "Certo potremmo avere tempo per entrambe le cose."

"Anche Cayley deve essere fuori casa per l'altra cosa?"

"Beh, penso che dovrebbe esserlo."

"Dico, è qualcosa di piuttosto eccitante?"

"Non lo so. Potrebbe essere piuttosto interessante. Oserei dire che potrei farlo in un altro momento, ma in qualche modo mi ispira alle tre. L'ho tenuto apposta per allora."

"Dico, che divertimento! Hai bisogno di me, vero?"

"Certo che sì. Solo, Bill, non parlare di queste cose dentro casa, a meno che non inizi io. Fai il bravo Watson."

"Non lo farò. Giuro che non lo farò."

Erano arrivati allo stagno... il lago di Mark... e vi camminarono attorno in silenzio. Quando ebbero fatto il giro, Antony si sedette sull'erba e riaccese la pipa. Bill seguì il suo esempio.

"Bene, Mark non è qui", disse Antony.

"No", disse Bill. "Almeno, non capisco bene perché sai che non c'è."

"Non è 'sapere', è 'intuire'", disse Antony rapidamente. "È molto più facile spararsi che annegare, e se Mark avesse voluto spararsi in acqua, con l'idea di non far trovare il corpo, avrebbe messo delle grandi pietre nelle tasche, e le uniche pietre grandi sono vicino al bordo dell'acqua, e avrebbero lasciato dei segni, e non l'hanno fatto, e quindi non l'ha fatto, e... oh, al diavolo lo stagno; quello può aspettare fino a questo pomeriggio. Bill, dove inizia il passaggio segreto?"

"Beh, è quello che dobbiamo scoprire, non è vero?"

"Sì. Vedi, la mia idea è questa."

Spiegò le sue ragioni per pensare che il segreto del passaggio avesse a che fare in qualche modo con il segreto della morte di Robert, e continuò:

"La mia teoria è che Mark scoprì il passaggio circa un anno fa... il periodo in cui iniziò ad appassionarsi al croquet. Il passaggio usciva sul pavimento del capanno, e probabilmente fu un'idea di Cayley mettere una scatola da croquet sopra la botola, in modo da nasconderla più completamente. Sai, quando scopri un segreto da solo, sembra sempre che debba essere così ovvio per tutti gli altri. Posso immaginare che Mark amasse avere questo piccolo segreto tutto per sé... e per Cayley, naturalmente, ma Cayley non conterebbe... e devono essersi divertiti un mondo a sistemarlo, e a renderlo più difficile da trovare per gli altri. Bene, allora, quando la signorina Norris stava per travestirsi, Cayley si lasciò sfuggire il segreto. Probabilmente le disse che non avrebbe mai potuto raggiungere il campo da bocce senza essere scoperta, e poi forse mostrò di sapere che c'era un modo in cui avrebbe potuto farlo, e lei in qualche modo gli estorse il segreto."

"Ma questo è stato due o tre giorni prima che Robert arrivasse."

"Esattamente. Non sto suggerendo che ci fosse qualcosa di sinistro riguardo al passaggio in primo luogo. Era solo un piccolo pezzo privato di romanticismo e avventura per Mark, tre giorni fa. Non sapeva nemmeno che Robert stesse arrivando. Ma in qualche modo il passaggio è stato usato da allora, in connessione con Robert. Forse Mark è scappato da lì; forse si sta nascondendo lì adesso. E se è così, allora l'unica persona che avrebbe potuto tradirlo era la signorina Norris. E lei naturalmente lo avrebbe fatto solo innocentemente... non sapendo che il passaggio avesse qualcosa a che fare con tutto ciò."

"Quindi era più sicuro farla allontanare?"

"Sì."

"Ma guarda, Tony, perché vuoi preoccuparti di questa parte della faccenda? Possiamo sempre entrare dal lato del campo da bocce."

"Lo so, ma se lo facciamo dovremmo farlo apertamente. Significherebbe scassinare la scatola, e far sapere a Cayley che l'abbiamo fatto. Vedi, Bill, se non scopriamo nulla da soli nel prossimo giorno o due, dobbiamo dire alla polizia quello che abbiamo scoperto, e poi loro possono esplorare il passaggio da soli. Ma non voglio farlo ancora."

"Tutt'altro."

"Quindi dobbiamo continuare segretamente per un po'. È l'unico modo." Sorrise e aggiunse: "Ed è molto più divertente."

"Giusto!" Bill ridacchiò tra sé e sé.

"Molto bene. Dove inizia il passaggio segreto?"

CAPITOLO XI. Il reverendo Theodore Ussher

"C'è una cosa di cui dobbiamo renderci conto subito", disse Antony, "ed è che se non lo troviamo facilmente, non lo troveremo affatto."

"Intendi dire che non avremo tempo?"

"Né tempo né opportunità. Il che è un pensiero piuttosto consolante per una persona pigra come me."

"Ma rende tutto molto più difficile, se non possiamo cercare adeguatamente."

"Più difficile da trovare, sì, ma molto più facile da cercare. Per esempio, il passaggio potrebbe iniziare nella camera da letto di Cayley. Beh, ora sappiamo che non è così."

"Non sappiamo niente del genere", protestò Bill.

"Lo sappiamo ai fini della nostra ricerca. Ovviamente non possiamo intrufolarci nella camera da letto di Cayley e picchiettare i suoi armadi; e ovviamente, quindi, se dobbiamo cercarlo, dobbiamo presumere che non inizi lì."

"Oh, capisco." Bill masticò un filo d'erba pensieroso. "Comunque, non inizierebbe a un piano superiore, vero?"

"Probabilmente no. Beh, stiamo andando avanti."

"Puoi eliminare la cucina e tutta quella parte della casa", disse Bill, dopo aver riflettuto ulteriormente. "Non possiamo andare lì."

"Giusto. E le cantine, se ce ne sono."

"Beh, non ci lascia molto."

"No. Certo è solo una possibilità su cento che lo troviamo, ma quello che vogliamo considerare è quale sia il posto più probabile tra i pochi in cui possiamo cercare in sicurezza."

"Tutto quello che resta", disse Bill, "sono le stanze al piano di sotto... sala da pranzo, biblioteca, atrio, sala da biliardo e le stanze dell'ufficio."

"Sì, è tutto."

"Beh, l'ufficio è il più probabile, non è vero?"

"Sì. Tranne che per una cosa."

"Quale?"

"Beh, è sul lato sbagliato della casa. Ci si aspetterebbe che il passaggio parta dal posto più vicino a quello dove sta andando. Perché renderlo più lungo passando prima sotto la casa?"

"Sì, è vero. Beh, allora, pensi la sala da pranzo o la biblioteca?"

"Sì. E la biblioteca per scelta. Intendo per la nostra scelta. C'è sempre servitù che va nelle sale da pranzo. Non avremmo molte possibilità di esplorare adeguatamente lì dentro. Inoltre, c'è un'altra cosa da ricordare. Mark ha tenuto questo segreto per un anno. Avrebbe potuto mantenerlo in sala da pranzo? La signorina Norris avrebbe potuto entrare in sala da pranzo e usare la porta segreta subito dopo cena senza essere vista? Sarebbe stato troppo rischioso."

Bill si alzò con entusiasmo.

"Andiamo", disse, "proviamo la biblioteca. Se arriva Cayley, possiamo sempre fingere di scegliere un libro."

Antony si alzò lentamente, gli prese il braccio e tornò verso casa con lui.

La biblioteca valeva la pena di essere visitata, passaggi segreti o meno. Antony non riusciva mai a resistere agli scaffali di qualcun altro. Non appena entrò nella stanza, si ritrovò a vagare in giro per vedere quali libri il proprietario leggesse, o (più probabilmente) non leggesse, ma tenesse per l'aria che conferivano alla casa. Mark era orgoglioso della sua biblioteca. Era una collezione eterogenea di volumi. Libri ereditati sia da suo padre che dal suo mecenate; libri acquistati perché lo interessavano o, se non altro, perché interessavano agli autori ai quali desiderava concedere il suo patrocinio; libri ordinati in edizioni splendidamente rilegate, in parte perché facevano bella figura sugli scaffali, conferendo un colore nobile alle sue stanze, in parte perché nessun uomo di cultura dovrebbe mai esserne sprovvisto; vecchie edizioni, nuove edizioni, libri costosi, libri economici: una biblioteca in cui chiunque, qualunque fosse il suo gusto, poteva essere certo di trovare qualcosa di adatto a sé.

"E qual è la tua passione particolare, Bill?" disse Antony, guardando da uno scaffale all'altro. "O giochi sempre a biliardo?"

"Do un'occhiata al 'Badminton' ogni tanto," disse Bill. "È laggiù in quell'angolo." Fece un gesto con la mano.

"Qui?" disse Antony, avvicinandosi.

"Sì." Si corresse subito. "Oh, no, non lo è. È laggiù a destra ora. Mark ha fatto un grande riordino della sua biblioteca circa un anno fa. Gli ci è voluta più di una settimana, ci ha detto. Ne ha una quantità spaventosa, non è vero?"

"Ora, questo è molto interessante," disse Antony, e si sedette riempiendo di nuovo la pipa.

C'era davvero una "quantità spaventosa" di libri. Le quattro pareti della biblioteca ne erano tappezzate dal pavimento al soffitto, eccetto dove la porta e le due finestre insistevano nel vivere la propria vita, seppur analfabeta. Per Bill, sembrava la stanza più disperata di tutte in cui cercare un'apertura segreta.

"Dovremo tirar giù ogni benedetto libro," disse, "prima di poter essere certi di non averla mancata."

"Comunque," disse Antony, "se li togliamo uno alla volta, nessuno può sospettare che abbiamo intenzioni sinistre. Dopotutto, perché uno va in biblioteca, se non per prendere dei libri?"

"Ma ce n'è una quantità così spaventosa."

La pipa di Antony ora funzionava a dovere, così si alzò e camminò con calma verso l'estremità della parete opposta alla porta.

"Bene, diamo un'occhiata," disse, "e vediamo se sono così spaventosi. Salve, ecco il tuo 'Badminton'. Lo leggi spesso, dici?"

"Se leggo qualcosa."

"Sì." Guardò su e giù per lo scaffale. "Sport e viaggi, principalmente. Mi piacciono i libri di viaggio, a te no?"

"Di solito sono piuttosto noiosi."

"Beh, comunque, ad alcune persone piacciono molto," disse Antony, con aria di rimprovero. Passò alla fila successiva di scaffali. "Drammaturgia. I drammaturghi della Restaurazione. Puoi tenerti la maggior parte di loro. Eppure, come ben osservi, molte persone sembrano amarli. Shaw, Wilde, Robertson: mi piace leggere testi teatrali, Bill. Non sono in molti a farlo, ma quelli che lo fanno di solito sono molto appassionati. Passiamo oltre."

"Dico, non abbiamo molto tempo," disse Bill con irrequietezza.

"Non ne abbiamo. Ecco perché non ne stiamo sprecando. Poesia. Chi legge poesia al giorno d'oggi? Bill, quando hai letto per l'ultima volta 'Paradiso perduto'?"

"Mai."

"Immaginavo. E quando è stata l'ultima volta che la signorina Calladine ti ha letto ad alta voce 'L'escursione'?"

"A dire il vero, Betty, la signorina Calladine, capita che sia terribilmente appassionata di... come si chiama quel disgraziato?"

"Non importa il suo nome. Hai detto abbastanza. Passiamo oltre."

Passò allo scaffale successivo.

"Biografie. Oh, ce ne sono a bizzeffe. Adoro le biografie. Sei membro del Johnson Club? Scommetto che Mark lo è. 'Memorie di molte corti': sono certo che la signora Calladine lo legga. Comunque, le biografie sono interessanti tanto quanto la maggior parte dei romanzi, quindi perché indugiare? Passiamo oltre." Andò allo scaffale successivo, poi lanciò un fischio improvviso. "Salve, salve!"

"Cosa succede?" disse Bill piuttosto irritato.

"Indietreggia. Tieni indietro la folla, Bill. Ci stiamo arrivando. Sermoni, parola mia. Sermoni. Il padre di Mark era un ecclesiastico, o Mark ci si dedica naturalmente?"

"Suo padre era un pastore, credo. Oh, sì, lo so che lo era."

"Ah, allora questi sono i libri di papà. 'Mezz'ore con l'infinito': devo ordinarlo dalla biblioteca quando torno. 'La pecora smarrita', 'Jones sulla Trinità', 'Le epistole di San Paolo spiegate'. Oh, Bill, ci siamo in mezzo. 'La via stretta, ovvero sermoni del reverendo Theodore Ussher': sal-ve!"

"Cosa c'è?"

"William, sono ispirato. Preparati." Prese giù l'opera classica del reverendo Theodore Ussher, la guardò con un sorriso felice per un momento, poi la diede a Bill.

"Ecco, tieni Ussher per un po'."

Bill prese il libro obbediente.

"No, ridammelo. Vai solo in corridoio e vedi se riesci a sentire Cayley da qualche parte. Se lo senti, di' 'Salve' a voce alta."

Bill uscì rapidamente, ascoltò e tornò.

"È tutto a posto."

"Bene." Tolse di nuovo il libro dallo scaffale. "Allora, puoi tenere Ussher. Tienilo nella mano sinistra, così. Con la mano destra o destra, afferra saldamente questo scaffale, così. Ora, quando dico 'Tira', tira gradualmente. Hai capito?"

Bill annuì, il volto illuminato dall'eccitazione.

"Bene." Antony mise la mano nello spazio lasciato dal massiccio Ussher e tastò il retro dello scaffale. "Tira," disse.

Bill tirò.

"Ora continua a tirare così. Lo prenderò subito. Non forte, sai, ma mantieni la trazione."

Le sue dita si misero al lavoro freneticamente.

E poi, all'improvviso, l'intera fila di scaffali, da cima a fondo, si aprì dolcemente verso di loro.

"Santo cielo!" disse Bill, lasciando la presa sullo scaffale per lo stupore.

Antony spinse indietro gli scaffali, estrasse Ussher dalle dita di Bill, lo rimise a posto e poi, prendendo Bill per il braccio, lo condusse al divano e ce lo fece sedere. Fermandosi davanti a lui, s'inchinò gravemente.

"Un gioco da ragazzi, Watson," disse; "un gioco da ragazzi."

"Come diavolo..."

Antony rise felice e si sedette sul divano accanto a lui.

"Non vuoi davvero che te lo spieghi," disse, dandogli una pacca sul ginocchio; "stai solo facendo il Watson. È molto gentile da parte tua, naturalmente, e lo apprezzo."

"No, ma davvero, Tony."

"Oh, mio caro Bill!" Fumò in silenzio per un po', poi continuò: "È quello che dicevo poco fa: un segreto è tale finché non lo scopri, e non appena l'hai scoperto, ti chiedi perché nessun altro lo stia scoprendo e come abbia mai potuto essere un segreto. Questo passaggio è qui da anni, con un'apertura a un'estremità nella biblioteca e all'altra estremità nel capanno. Poi Mark lo scoprì e sentì immediatamente che chiunque altro doveva scoprirlo. Così rese l'estremità del capanno più difficile mettendoci la cassa del croquet, e questa estremità più difficile..." si fermò e guardò l'altro "...con cosa, Bill?"

Ma Bill stava facendo il Watson.

"Cosa?"

"Ovviamente riordinando i suoi libri. Gli capitò di togliere 'La vita di Nelson' o 'Tre uomini in una barca', o qualunque cosa fosse, e per puro caso scoprì il segreto. Naturalmente pensò che chiunque altro avrebbe preso 'La vita di Nelson' o 'Tre uomini in una barca'. Naturalmente pensò che il segreto sarebbe stato più al sicuro se nessuno avesse mai toccato quello scaffale. Quando hai detto che i libri erano stati riordinati un anno fa, proprio quando è apparsa la cassa del croquet, ovviamente ho indovinato il perché. Quindi ho cercato i libri più noiosi che riuscissi a trovare, i libri che nessuno legge mai. Ovviamente la collezione di sermoni di un ecclesiastico di metà epoca vittoriana era lo scaffale che cercavamo."

"Sì, capisco. Ma perché eri così certo del punto preciso?"

"Beh, doveva contrassegnare il punto preciso con qualche libro. Ho pensato che lo scherzo di mettere 'La via stretta' proprio sopra l'ingresso del passaggio potesse piacergli. A quanto pare, è stato così."

Bill annuì tra sé pensieroso diverse volte. "Sì, è molto astuto," disse. "Sei un diavolo furbo, Tony."

Tony rise.

"Mi incoraggi a pensarlo, il che è un male per me, ma molto piacevole."

"Bene, andiamo allora," disse Bill, e si alzò tendendo una mano.

"Andiamo dove?"

"A esplorare il passaggio, ovviamente."

Antony scosse la testa.

"Perché mai no?"

"Beh, cosa ti aspetti di trovarci?"

"Non lo so. Ma sembravi pensare che potremmo trovare qualcosa che ci aiuti."

"Supponiamo di trovarci Mark?" disse Antony piano.

"Dico, pensi davvero che sia lì?"

"Supponiamo che lo sia?"

"Beh, allora eccoci qui."

Antony si diresse verso il caminetto, scosse via la cenere dalla pipa e si voltò verso Bill. Lo guardò gravemente senza parlare.

"Cosa gli dirai?" disse infine.

"In che senso?"

"Hai intenzione di arrestarlo o di aiutarlo a fuggire?"

"Io... io... beh, naturalmente, io..." iniziò Bill, balbettando, per poi finire debolmente, "Beh, non lo so."

"Esatto. Dobbiamo decidere, non è vero?"

Bill non rispose. Molto turbato, camminò irrequieto per la stanza, accigliandosi tra sé, fermandosi di tanto in tanto davanti alla porta appena scoperta e fissandola come se stesse cercando di capire cosa ci fosse dietro. Da che parte stava, se si trattava di scegliere? Quella di Mark o quella della Legge?

"Sai, non puoi semplicemente dirgli 'Oh... ehm... salve!'", disse Antony, interrompendo in modo piuttosto appropriato i suoi pensieri.

Bill lo guardò di scatto.

"Né," continuò Antony, "puoi dire: 'Questo è il mio amico signor Gillingham, che è ospite da te. Stavamo giusto andando a fare una partita a bocce'."

"Sì, è dannatamente difficile. Non so cosa dire. Mi sono dimenticato un po' di Mark." Si avvicinò alla finestra e guardò i prati. C'era un giardiniere che tagliava i bordi dell'erba. Non c'era motivo per cui il prato dovesse essere in disordine solo perché il padrone di casa era scomparso. Sarebbe stata di nuovo una giornata calda. Dannazione, certo che aveva dimenticato Mark. Come poteva pensarlo come un assassino in fuga, un ricercato dalla giustizia, quando tutto procedeva esattamente come il giorno prima e il sole splendeva proprio come quando erano andati tutti a giocare a golf, solo ventiquattro ore prima? Come poteva non pensare che questa non fosse una vera tragedia, ma solo una divertente specie di gioco investigativo che lui e Antony stavano facendo?

Si voltò verso il suo amico.

"Tuttavia," disse, "volevi trovare il passaggio, e ora l'hai trovato. Non ci entrerai affatto?"

Antony lo prese per il braccio.

"Usciamo di nuovo," disse. "Non possiamo entrarci ora, in ogni caso. È troppo rischioso, con Cayley in giro. Bill, mi sento come te: solo un po' spaventato. Ma di cosa sia spaventato non lo so bene. Comunque, vuoi andare avanti, vero?"

"Sì," disse Bill con fermezza. "Dobbiamo."

"Allora esploreremo il passaggio questo pomeriggio, se ne avremo l'occasione. E se non ne avremo l'occasione, allora ci proveremo stanotte."

Attraversarono l'atrio e uscirono di nuovo alla luce del sole.

"Pensi davvero che potremmo trovare Mark nascosto lì?" chiese Bill.

"È possibile," disse Antony. "O Mark o..." Si interruppe bruscamente. "No," mormorò tra sé, "non mi permetterò di pensarlo, non ancora, comunque. È troppo orribile."

CAPITOLO XII. Un'ombra sul muro

Nelle venti ore circa a sua disposizione, l'ispettore Birch era stato indaffarato. Aveva telegrafato a Londra una descrizione completa di Mark nell'abito di flanella marrone che era stato visto indossare l'ultima volta; aveva chiesto informazioni a Stanton se qualcuno che rispondesse a questa descrizione fosse stato visto partire con il treno delle 4:20; e sebbene le testimonianze che gli erano state offerte fossero state inconcludenti, rendevano possibile che Mark avesse effettivamente preso quel treno e fosse arrivato a Londra prima che la polizia dall'altra parte fosse pronta a riceverlo. Ma il fatto che fosse giorno di mercato a Stanton, e che la cittadina fosse più piena del solito di visitatori, rendeva meno probabile che la partenza di Mark con il 4:20, o l'arrivo di Robert con il 2:10 nel primo pomeriggio, fossero stati particolarmente notati. Come aveva detto Antony a Cayley, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a fornire alla polizia una storia circostanziata sui movimenti di qualsiasi uomo a cui la polizia fosse interessata.

Che Robert fosse arrivato con il 2:10 sembrava abbastanza certo. Scoprire di più su di lui in tempo per l'inchiesta sarebbe stato difficile. Tutto ciò che si sapeva su di lui nel villaggio in cui lui e Mark avevano vissuto da ragazzi confermava la testimonianza di Cayley. Era un figlio insoddisfacente ed era stato mandato in fretta in Australia; né era stato più visto nel villaggio. Se ci fossero stati motivi di lite più sostanziali tra i due fratelli oltre al fatto che il più giovane era a casa e benestante, mentre il maggiore era povero ed esiliato, non si sapeva, né, per quanto l'ispettore potesse vedere, era probabile che si sapesse finché Mark non fosse stato catturato.

La scoperta di Mark era tutto ciò che contava nell'immediato. Dragare lo stagno poteva non aiutare in questo, ma avrebbe certamente dato l'impressione in tribunale, il giorno successivo, che l'ispettore Birch stesse gestendo il caso con zelo. E se solo fosse emerso il revolver con cui era stato commesso il fatto, la sua fatica sarebbe stata ben ripagata. "L'ispettore Birch trova l'arma" avrebbe fatto un eccellente titolo sul giornale locale.

Era quindi soddisfatto di sé mentre camminava verso lo stagno, dove i suoi uomini lo stavano aspettando, e decisamente dell'umore giusto per una piccola piacevole conversazione con il signor Gillingham e il suo amico, il signor Beverley. Diede loro un allegro "Buon pomeriggio" e aggiunse con un sorriso: "Venite ad aiutarci?"

"Non avete davvero bisogno di noi," disse Antony, ricambiando il sorriso.

"Potete venire se volete."

Antony ebbe un piccolo brivido.

"Mi direte dopo cosa troverete," disse. "A proposito," aggiunse, "spero che il proprietario del 'The George' mi abbia dato delle buone referenze?"

L'ispettore lo guardò rapidamente.

"E come diavolo fate a sapere qualcosa a riguardo?"

Antony si inchinò gravemente.

"Perché ho indovinato che lei fosse un membro molto efficiente delle Forze dell'Ordine."

L'ispettore rise.

"Beh, se l'è cavata bene, signor Gillingham. Ha ottenuto la fedina pulita. Ma dovevo essere sicuro di lei."

"Certo che doveva. Bene, le auguro buona fortuna. Ma non credo che troverete molto nello stagno. È piuttosto fuori mano, no, per chiunque stia scappando?"

"È proprio quello che ho detto al signor Cayley, quando ha richiamato la mia attenzione sullo stagno. Comunque, non faremo danni a guardare. È l'inaspettato che è il più probabile in questo tipo di casi."

"Ha perfettamente ragione, ispettore. Bene, non la tratteniamo. Buon pomeriggio," e Antony gli sorrise piacevolmente.

"Buon pomeriggio, signore."

"Buon pomeriggio," disse Bill.

Antony rimase a guardare l'ispettore mentre si allontanava, in silenzio così a lungo che alla fine Bill lo scosse per il braccio, chiedendogli piuttosto bruscamente cosa ci fosse che non andava.

Antony scosse lentamente la testa da una parte all'altra.

"Non lo so; davvero non lo so. È troppo diabolico quello che continuo a pensare. Non può essere così a sangue freddo."

"Chi?"

Senza rispondere, Antony aprì la strada verso la panchina del giardino su cui erano stati seduti. Si sedette con la testa tra le mani.

"Oh, spero che trovino qualcosa," mormorò. "Oh, spero proprio di sì."

"Nello stagno?"

"Sì."

"Ma cosa?"

"Qualsiasi cosa, Bill; qualsiasi cosa."

Bill era infastidito. "Dico, Tony, così non va. Non devi essere così dannatamente misterioso. Cosa ti è successo all'improvviso?"

Antony lo guardò sorpreso.

"Non hai sentito quello che ha detto?"

"Cosa, in particolare?"

"Che è stata idea di Cayley dragare lo stagno."

"Oh! Oh, dico!" Bill era di nuovo piuttosto eccitato. "Vuoi dire che ha nascosto qualcosa lì? Qualche falso indizio che vuole che la polizia trovi?"

"Lo spero," disse Antony sinceramente, "ma temo..." Si interruppe.

"Temi cosa?"

"Temo che non abbia nascosto nulla lì. Temo che..."

"Beh?"

"Qual è il posto più sicuro in cui nascondere qualcosa di molto importante?"

"Da qualche parte dove nessuno guarderà."

"C'è un posto migliore di quello."

"Cosa?"

"Da qualche parte dove tutti hanno già guardato."

"Per Giove! Vuoi dire che non appena lo stagno sarà stato dragato, Cayley vi nasconderà qualcosa?"

"Sì, ne ho paura."

"Ma perché ne hai paura?"

"Perché penso che debba essere qualcosa di molto importante, qualcosa che non potrebbe essere facilmente nascosto altrove."

"Cosa?" chiese Bill ansioso.

Antony scosse la testa.

"No, non ne parlerò ancora. Possiamo aspettare e vedere cosa trova l'ispettore. Potrebbe trovare qualcosa, non so cosa, qualcosa che Cayley ha messo lì perché lui lo trovi. Ma se non lo farà, allora sarà perché Cayley ha intenzione di nasconderci qualcosa stanotte."

"Cosa?" chiese di nuovo Bill.

"Vedrai cosa, Bill," disse Antony; "perché noi saremo lì."

"Dobbiamo sorvegliarlo?"

"Sì, se l'ispettore non trova nulla."

"Bene," disse Bill.

Se si trattava di scegliere tra Cayley e la Legge, aveva deciso chiaramente da che parte stare. Prima della tragedia di ieri era andato d'accordo con entrambi i cugini, senza essere minimamente intimo con nessuno dei due. Anzi, dei due preferiva, forse, il silenzioso e solido Cayley al più volubile Mark. Le qualità di Cayley, per come apparivano a Bill, potevano essere state principalmente negative; ma anche se questo merito risiedesse nel fatto che non esponeva mai le debolezze che poteva avere, è una qualità eccellente in un co-ospite (o, se vogliamo, co-padrone di casa) in una casa dove si è continuamente in visita. Le debolezze di Mark, d'altra parte, erano molto evidenti, e Bill ne aveva viste parecchie.

Tuttavia, sebbene la mattina avesse esitato a definire la sua posizione riguardo a Mark, non esitò a schierarsi dalla parte della Legge contro Cayley. Mark, dopo tutto, non gli aveva fatto alcun male, ma Cayley aveva commesso un reato imperdonabile. Cayley aveva ascoltato segretamente una conversazione privata tra lui e Tony. Che Cayley venga impiccato, se la Legge lo richiede.

Antony guardò l'orologio e si alzò.

"Andiamo," disse. "È l'ora del lavoro di cui ho parlato."

"Il passaggio?" disse Bill ansioso.

"No; la cosa che ho detto di dover fare questo pomeriggio."

"Oh, certo. Cos'è?"

Senza dire nulla, Antony guidò la strada all'interno verso l'ufficio.

Erano le tre, e alle tre di ieri Antony e Cayley avevano trovato il corpo. Pochi minuti dopo le tre, aveva guardato fuori dalla finestra della stanza adiacente, ed era rimasto sorpreso di trovare la porta aperta e Cayley dietro di lui. Si era vagamente chiesto, in quel momento, perché si aspettasse che la porta fosse chiusa, ma non aveva avuto tempo allora di risolvere la questione, e si era ripromesso di esaminarla con calma in seguito. Forse non significava nulla; forse, se significava qualcosa, avrebbe potuto scoprirne il senso con una visita all'ufficio quella mattina. Ma aveva sentito che sarebbe stato più probabile recuperare le impressioni di ieri se avesse scelto, per quanto possibile, le stesse condizioni per il suo esperimento. Così aveva deciso che le tre di quel pomeriggio lo avrebbero trovato ancora una volta nell'ufficio.

Mentre entrava nella stanza, seguito da Bill, provò quasi uno shock nel vedere che ora non c'era alcun corpo di Robert disteso lì tra le due porte. Ma c'era una macchia scura che mostrava dove era stata la testa del morto, e Antony si inginocchiò sopra di essa, come si era inginocchiato ventiquattr'ore prima.

«Voglio rifarlo,» disse. «Tu devi essere Cayley. Cayley ha detto che sarebbe andato a prendere dell'acqua. Ricordo di aver pensato che l'acqua non servisse a molto a un uomo morto, e che probabilmente fosse solo ben felice di fare qualsiasi cosa piuttosto che restare con le mani in mano. È tornato con una spugna bagnata e un fazzoletto. Immagino abbia preso il fazzoletto dalla cassettiera. Aspetta un momento.»

Si alzò e andò nella stanza adiacente; si guardò intorno, aprì un paio di cassetti e, dopo aver chiuso tutte le porte, tornò nell'ufficio.

«La spugna è lì, e ci sono fazzoletti nel cassetto in alto a destra. Adesso, Bill, fai finta di essere Cayley. Hai appena detto qualcosa riguardo all'acqua e ti alzi.»

Sentendo che la cosa era un po' inquietante, Bill, che era rimasto in ginocchio accanto al suo amico, si alzò e uscì. Antony, come aveva fatto il giorno precedente, lo guardò mentre si allontanava. Bill svoltò nella stanza a destra, aprì il cassetto e prese il fazzoletto, inumidì la spugna e tornò indietro.

«Bene?» disse meravigliato.

Antony scosse la testa.

«È tutto diverso,» disse. «Per prima cosa, tu hai fatto un rumore del diavolo e Cayley no.»

«Forse non stavi ascoltando quando Cayley è entrato?»

«Non lo stavo facendo. Ma l'avrei sentito se avessi potuto sentirlo, e me ne sarei ricordato dopo.»

«Forse Cayley si è chiuso la porta alle spalle.»

«Aspetta!»

Si premette la mano sugli occhi e rifletté. Non era qualcosa che aveva sentito, ma qualcosa che aveva visto. Provò disperatamente a rivederlo... Vide Cayley alzarsi, aprire la porta dell'ufficio, lasciarla aperta e camminare nel corridoio, voltarsi verso la porta a destra, aprirla, entrare e poi... Cosa avevano visto i suoi occhi dopo? Se solo avessero voluto dirglielo di nuovo!

Improvvisamente balzò in piedi, con il volto illuminato. «Bill, ci sono!» gridò.

«Cosa?»

«L'ombra sul muro! Stavo guardando l'ombra sul muro. Oh, asino, e dieci volte asino!»

Bill lo guardò senza capire. Antony lo prese per il braccio e indicò la parete del corridoio.

«Guarda la luce del sole lì sopra,» disse. «È perché hai lasciato aperta la porta di quella stanza. Il sole entra direttamente dalle finestre. Ora, io chiuderò la porta. Guarda! Vedi come si muove l'ombra? È quello che ho visto: l'ombra che si muoveva mentre la porta si chiudeva dietro di lui. Bill, entra e chiudi la porta dietro di te, con naturalezza. Presto!»

Bill uscì e Antony si inginocchiò, osservando con impazienza.

«Pensavo proprio!» gridò. «Sapevo che non poteva essere stato quello.»

«Cosa è successo?» disse Bill, tornando indietro.

«Proprio quello che ti saresti aspettato. È arrivata la luce del sole e l'ombra è tornata indietro: tutto in un unico movimento.»

«E cosa è successo ieri?»

«La luce del sole è rimasta lì; e poi l'ombra è tornata indietro molto lentamente, e non c'è stato alcun rumore di porta che si chiudeva.»

Bill lo guardò con occhi sbarrati.

«Perbacco! Vuoi dire che Cayley ha chiuso la porta dopo, come ripensamento, e molto silenziosamente, così che tu non potessi sentire?»

Antony annuì.

«Sì. Questo spiega perché dopo, quando sono entrato nella stanza, mi sono sorpreso di trovare la porta aperta dietro di me. Sai come si chiudono quelle porte con le molle?»

«Il tipo che i vecchi signori usano per tenere fuori le correnti d'aria?»

«Sì. Proprio all'inizio quasi non si muovono, e poi molto, molto lentamente si accostano... beh, quello era il modo in cui si muoveva l'ombra, e inconsciamente devo averlo associato al movimento di quel tipo di porta. Perbacco!» Si alzò e si spolverò le ginocchia. «Ora, Bill, giusto per essere sicuri, entra e chiudi la porta in quel modo. Come ripensamento, sai; e molto silenziosamente, così che io non senta lo scatto.»

Bill fece come gli era stato detto, poi sporse la testa con impazienza per sentire cosa fosse successo.

«Era quello,» disse Antony, con assoluta convinzione. «Era esattamente quello che ho visto ieri.» Uscì dall'ufficio e raggiunse Bill nella stanza piccola.

«E ora,» disse, «cerchiamo di scoprire cosa stesse facendo qui il signor Cayley, e perché dovesse stare così attento che il suo amico signor Gillingham non lo sentisse.»

CAPITOLO XIII. La finestra aperta

Il primo pensiero di Antony fu che Cayley avesse nascosto qualcosa; qualcosa, forse, che aveva trovato vicino al corpo, e... ma era assurdo. Nel tempo a sua disposizione, non avrebbe potuto fare altro che riporlo in un cassetto, dove sarebbe stato molto più facile da scoprire per Antony che se lo avesse tenuto in tasca. In ogni caso, a quest'ora lo avrebbe rimosso e nascosto in un posto più segreto. Inoltre, perché in quel caso preoccuparsi di chiudere la porta?

Bill aprì un cassetto della cassettiera e guardò dentro.

«Pensi che serva a qualcosa controllare questi?» chiese.

Antony guardò sopra la sua spalla.

«Perché teneva dei vestiti qui, dopotutto?» chiese. «Si cambiava mai qui sotto?»

«Mio caro Tony, aveva più vestiti di chiunque altro al mondo. Li teneva qui nel caso potessero tornare utili, immagino. Quando io e te andiamo da Londra in campagna, ci portiamo dietro i nostri vestiti. Mark non lo faceva mai. Nel suo appartamento a Londra aveva tutto quello che ha qui. Era un suo hobby, collezionare vestiti. Se avesse avuto mezza dozzina di case, sarebbero state tutte piene di un completo corredo cittadino e campagnolo da gentiluomo.»

«Capisco.»

«Certo, poteva tornare utile a volte, quando era impegnato nella stanza accanto, non dover salire di sopra per un fazzoletto o una giacca più comoda.»

«Capisco. Sì.» Stava camminando per la stanza mentre rispondeva, sollevò il coperchio del cesto della biancheria che si trovava vicino al lavabo e diede un'occhiata dentro. «Sembra che sia venuto qui per un colletto di recente.»

Bill sbirciò dentro. C'era un colletto in fondo al cesto.

«Sì. Immagino di sì,» concordò. «Se si fosse accorto all'improvviso che quello che indossava era scomodo o un po' sporco, o qualcosa del genere. Era molto meticoloso.»

Antony si sporse e lo prese.

«Doveva essere scomodo questa volta,» disse, dopo averlo esaminato con cura. «Non potrebbe essere più pulito di così.» Lo lasciò ricadere dentro. «Comunque, veniva qui a volte?»

«Oh, sì, certo.»

«Sì, ma per cosa veniva qui Cayley così di nascosto?»

«Per cosa voleva chiudere la porta?» disse Bill. «È questo che non capisco. Non avresti potuto vederlo, in ogni caso.»

«No. Quindi ne consegue che avrei potuto sentirlo. Stava per fare qualcosa che non voleva che sentissi.»

«Perbacco, è così!» disse Bill con entusiasmo.

«Sì; ma cosa?»

Bill si accigliò speranzoso, ma non arrivò alcuna ispirazione.

«Beh, prendiamo un po' d'aria, comunque,» disse alla fine, esausto per lo sforzo, e andò alla finestra, la aprì e guardò fuori. Poi, colpito da un'idea, si voltò verso Antony e disse: «Pensi che dovrei andare allo stagno per assicurarmi che siano ancora lì? Perché...»

Si interruppe bruscamente alla vista del volto di Antony.

«Oh, idiota, idiota!» esclamò Antony. «Oh, il più eccellente dei Watson! Oh, piccolo mio, mia benedizione! Oh, Gillingham, ineguagliabile asino!»

«Che diavolo...»

«La finestra, la finestra!» gridò Antony, indicandola.

Bill si voltò verso la finestra, aspettandosi che dicesse qualcosa. Poiché non diceva nulla, guardò di nuovo Antony.

«Stava aprendo la finestra!» gridò Antony.

«Chi?»

«Cayley, naturalmente.» Molto gravemente e lentamente spiegò. «È venuto qui per aprire la finestra. Ha chiuso la porta così che io non potessi sentirlo aprire la finestra. Ha aperto la finestra. Sono entrato qui e ho trovato la finestra aperta. Ho detto: "Questa finestra è aperta. I miei straordinari poteri di analisi mi dicono che l'assassino deve essere scappato da questa finestra." "Oh," disse Cayley, alzando le sopracciglia. "Beh," disse lui, "immagino che tu debba avere ragione." Dissi io con orgoglio, "L'ho avuta. Perché la finestra è aperta," dissi. Oh, ineguagliabile asino!»

Ora aveva capito. Spiegava così tante cose che lo avevano lasciato perplesso.

Cercò di mettersi nei panni di Cayley: Cayley, quando Antony lo aveva scoperto per la prima volta, che picchiava sulla porta gridando: "Fatemi entrare!". Qualunque cosa fosse successa all'interno dell'ufficio, chiunque avesse ucciso Robert, Cayley ne sapeva tutto, e sapeva che Mark non era dentro e non era scappato dalla finestra. Ma era necessario per i piani di Cayley – per i piani di Mark, se agivano di concerto – che si pensasse che fosse scappato in quel modo. A un certo punto, quindi, mentre picchiava (con la chiave in tasca) sulla porta chiusa, doveva essersi ricordato all'improvviso – con quale shock! – che era stato fatto un errore. Una finestra non era stata lasciata aperta!

Probabilmente all'inizio sarebbe stato solo un orribile dubbio. La finestra dell'ufficio era aperta? Sicuramente era aperta! Lo era?... Avrebbe avuto il tempo ora di sbloccare la porta, scivolare dentro, aprire le finestre a battente e scivolare fuori di nuovo? No. Da un momento all'altro potevano arrivare i domestici. Era troppo rischioso. Fatale, se fosse stato scoperto. Ma i domestici erano stupidi. Avrebbe potuto aprire le finestre senza problemi mentre si accalcavano attorno al corpo. Non se ne sarebbero accorti. Poteva farlo in qualche modo.

E poi l'apparizione improvvisa di Antony! Ecco una complicazione. E Antony che suggeriva di controllare la finestra! Ma se la finestra era proprio quello che lui voleva evitare. Non c'era da stupirsi che all'inizio sembrasse stordito.

Ah, ed ecco finalmente la spiegazione del perché avessero fatto la strada più lunga pur correndo. Era l'unica possibilità di Cayley di guadagnare un vantaggio su Antony, di arrivare alle finestre per primo, di riuscire ad aprirle in qualche modo prima che Antony lo raggiungesse. Anche se fosse stato impossibile, doveva arrivare lì per primo, giusto per essere sicuro. Forse erano aperte. Doveva allontanarsi da Antony e controllare. E se fossero state chiuse, irrimediabilmente chiuse, allora avrebbe dovuto avere un momento per sé, un momento in cui pensare a qualche altro piano ed evitare la rovina che sembrava minacciarlo così all'improvviso.

Così era corso. Ma Antony lo aveva seguito. Avevano sfondato la finestra insieme ed erano entrati nell'ufficio. Ma Cayley non aveva ancora finito. C'era la finestra dello spogliatoio! Ma silenziosamente, silenziosamente. Antony non doveva sentire.

E Antony non aveva sentito. Anzi, aveva assecondato Cayley magnificamente. Non solo aveva attirato l'attenzione sulla finestra aperta, ma aveva spiegato accuratamente a Cayley perché Mark avesse scelto proprio quella finestra preferendola a quella dell'ufficio. E Cayley aveva concordato che probabilmente era quello il motivo. Come doveva aver ridacchiato tra sé e sé! Ma era ancora un po' spaventato. Spaventato che Antony esaminasse l'arbusto. Perché? Ovviamente perché non c'era traccia che qualcuno avesse attraversato l'arbusto. Senza dubbio Cayley aveva fornito le tracce necessarie in seguito, e aveva aiutato l'Ispettore a trovarle. Si era spinto persino fino a creare impronte – con le scarpe di Mark? Ma il terreno era molto duro. Forse le impronte non erano necessarie. Antony sorrise pensando al grosso Cayley che cercava di infilarsi nelle scarpe piccole ed eleganti di Mark. Cayley doveva essere stato felice che le impronte non fossero necessarie.

No, la finestra aperta era abbastanza; la finestra aperta e un ramoscello spezzato o due. Ma silenziosamente, silenziosamente. Antony non doveva sentire. E Antony non aveva sentito... Ma aveva visto un'ombra sul muro.

Ora erano di nuovo fuori sul prato, Bill e Antony, e Bill stava ascoltando a bocca aperta la teoria del suo amico sugli eventi di ieri. Tornava, spiegava le cose, ma non li portava più avanti. Dava loro solo un altro mistero da risolvere.

«Cos'è quello?» disse Antony.

«Mark. Dov'è Mark? Se non è mai entrato nell'ufficio, allora dov'è ora?»

«Non dico che non sia mai entrato nell'ufficio. Anzi, deve esserci entrato. Elsie l'ha sentito.» Si fermò e ripeté lentamente: «L'ha sentito... almeno dice di averlo fatto. Ma se era lì, è uscito di nuovo dalla porta.»

«Beh, ma dove ti porta questo?»

«Dove ha portato Mark. Il corridoio.»

«Vuoi dire che è rimasto nascosto lì tutto il tempo?» Antony rimase in silenzio finché Bill non ebbe ripetuto la domanda, e poi con uno sforzo uscì dai suoi pensieri e gli rispose.

«Non lo so. Ma guarda qui. Ecco una possibile spiegazione. Non so se sia quella giusta... non lo so, Bill; sono piuttosto spaventato. Spaventato da ciò che potrebbe essere successo, da ciò che potrebbe accadere. Comunque, ecco una spiegazione. Vedi se riesci a trovarci qualche difetto.»

Con le gambe allungate e le mani profonde nelle tasche, si sdraiò sulla panchina del giardino, guardando verso il cielo azzurro dell'estate sopra di lui, e proprio come se vedesse lassù gli eventi di ieri che si compivano di nuovo, li descrisse lentamente a Bill così come accadevano.

«Cominciamo dal momento in cui Mark spara a Robert. Chiamiamolo un incidente; probabilmente lo era. Mark direbbe che lo era, comunque. È nel panico, naturalmente. Ma non chiude la porta a chiave e scappa. Per prima cosa, la chiave è all'esterno della porta; per seconda, non è così sciocco. Ma si trova in una posizione orribile. È risaputo che è in pessimi rapporti con suo fratello; ha appena pronunciato qualche sciocca minaccia contro di lui, che potrebbe essere stata sentita. Cosa deve fare? Fa la cosa naturale, la cosa che Mark farebbe sempre in simili circostanze. Consulta Cayley, l'invalutabile, inevitabile Cayley.

«Cayley è appena fuori, Cayley deve aver sentito lo sparo, Cayley gli dirà cosa fare. Apre la porta proprio mentre Cayley sta arrivando per vedere cosa succede. Spiega rapidamente. "Cosa si deve fare, Cay? Cosa si deve fare? È stato un incidente. Giuro che è stato un incidente. Mi ha minacciato. Mi avrebbe sparato se non l'avessi fatto io. Pensa a qualcosa, presto!"

«Cayley ha pensato a qualcosa. "Lascia fare a me," dice. "Tu sparisci del tutto. Ho sparato io, se vuoi. Farò io tutte le spiegazioni. Vattene. Nasconditi. Nessuno ti ha visto entrare. Nel corridoio, presto. Ti raggiungerò lì appena posso."

«Bravo Cayley. Fedele Cayley! Il coraggio di Mark ritorna. Cayley spiegherà tutto per bene. Cayley dirà ai domestici che è stato un incidente. Telefonerà alla polizia. Nessuno sospetterà di Cayley: Cayley non ha alcun diverbio con Robert. E poi Cayley entrerà nel corridoio e gli dirà che va tutto bene, e Mark uscirà dall'altra parte e tornerà lentamente verso la casa. Gli verrà data la notizia da uno dei domestici. Robert sparato accidentalmente? Buon Dio!

«Così, molto rassicurato, Mark va in biblioteca. E Cayley va alla porta dell'ufficio... e la chiude a chiave. E poi batte sulla porta e grida: "Fatemi entrare!"»

Antony rimase in silenzio. Bill lo guardò e scosse la testa.

«Sì, Tony, ma questo non ha senso. Qual è il punto del comportamento di Cayley?»

Antony scrollò le spalle senza rispondere.

«E cosa è successo a Mark dopo?»

Antony scrollò di nuovo le spalle.

«Beh, prima andiamo in quel corridoio, meglio è,» disse Bill.

«Sei pronto per andare?»

«Certamente,» disse Bill, sorpreso.

«Sei proprio pronto per quello che potremmo trovare?»

«Stai diventando dannatamente misterioso, vecchio mio.»

«Lo so.» Fece una risatina e continuò: «Forse sono un asino, proprio un asino melodrammatico. Beh, spero di esserlo.» Guardò l'orologio.

«È sicuro, vero? Sono ancora occupati allo stagno?»

«Faremmo meglio ad accertarcene. Riusciresti a fare il segugio, Bill – uno di quelli che viaggiano sulla pancia molto silenziosamente? Voglio dire, potresti avvicinarti abbastanza allo stagno per essere sicuro che Cayley sia ancora lì, senza farti vedere?»

«Certamente!» Si alzò con entusiasmo. «Aspettami.»

La testa di Antony scattò improvvisamente. «Perché, è quello che ha detto Mark,» gridò.

«Mark?»

«Sì. Quello che Elsie ha sentito dire.»

«Oh, quello.»

«Sì, immagino che non possa aver commesso un errore, Bill? L'ha sentito davvero?»

«Non avrebbe potuto confondere la sua voce, se è questo che intendi.»

«Oh?»

«Mark aveva una voce straordinariamente caratteristica.»

«Oh!»

«Piuttosto acuta, sai, e... beh, non si può spiegare, ma...»

«Sì?»

«Beh, piuttosto così, sai, o anche di più se possibile.» Recitò queste parole con la voce piuttosto monotona e acuta di Mark, poi rise e aggiunse con la sua voce naturale: «Dico, è stato davvero piuttosto azzeccato.»

Antony annuì rapidamente. «Era così?» disse.

«Esattamente.»

«Sì.» Si alzò e strinse il braccio di Bill. «Bene, vai a vedere di Cayley, e poi ci muoveremo. Sarò in biblioteca.»

«Va bene.»

Bill annuì e si incamminò in direzione dello stagno. Era un divertimento glorioso; questa era la vita. Il programma immediato non poteva essere migliore. Prima di tutto stava per pedinare Cayley. C'era un piccolo boschetto sopra il livello dello stagno, a circa cento iarde di distanza. Sarebbe arrivato da dietro, si sarebbe intrufolato con cautela, facendo attenzione che nessun ramoscello si spezzasse, e poi, strisciando sulla pancia fino al bordo, avrebbe sbirciato giù la scena sottostante. La gente faceva sempre quel genere di cose nei libri, e lui era stato colto da un'invidia disperata verso di loro; beh, ora lo avrebbe fatto lui stesso. Che divertimento!

E poi, quando fosse tornato inosservato alla casa e fatto rapporto ad Antony, avrebbero esplorato il passaggio segreto! Ancora, che divertimento! Sfortunatamente non sembrava esserci possibilità di tesori sepolti, ma potevano esserci indizi sepolti. Anche se non avessi trovato nulla, non potevi sfuggire al fatto che un passaggio segreto fosse un passaggio segreto, e qualsiasi cosa potesse accadere al suo interno. Ma neanche quella era la fine di questa giornata eccitante. Avrebbero guardato lo stagno quella notte; avrebbero guardato Cayley sotto il chiaro di luna, guardato mentre gettava nel silenzio dello stagno... cosa? La rivoltella? Beh, comunque, lo avrebbero guardato. Che divertimento!

Per Antony, che era più grande e che si rendeva conto in quali acque profonde si stessero addentrando, non sembrava un divertimento. Ma era incredibilmente interessante. Vedeva così tanto, eppure in qualche modo era tutto fuori fuoco. Era come guardare un opale, e scoprire a ogni movimento un nuovo colore, un nuovo bagliore di luce riflessa, e tuttavia non vedere mai davvero l'opale nel suo insieme. Era troppo vicino, o troppo lontano; sforzava gli occhi e li rilassava; non serviva a nulla. Il suo cervello non riusciva ad afferrarlo.

Ma c'erano momenti in cui quasi ce l'aveva... e poi se ne allontanava. Aveva visto più vita di Bill, ma non aveva mai visto un omicidio prima, e questo che era nella sua mente ora, e che aveva paura di ascoltare, non era solo l'uccisione a sangue caldo a cui ogni uomo può arrivare se perde il controllo. Era qualcosa di molto più orribile. Troppo orribile per essere vero. Allora lasciatelo cercare di nuovo la verità. Guardò di nuovo, ma era tutto fuori fuoco.

«Non guarderò di nuovo,» disse ad alta voce, mentre iniziava a camminare verso la casa. «Non ancora, comunque.» Avrebbe continuato a raccogliere fatti e impressioni. Forse il fatto, da solo, sarebbe arrivato a rendere tutto chiaro.

CAPITOLO XIV. Il signor Beverley si qualifica per il palcoscenico

Bill era tornato, e aveva riferito, piuttosto senza fiato, che Cayley era ancora allo stagno.

«Ma non credo che stiano tirando su molto oltre al fango,» disse. «Ho corso per gran parte della strada del ritorno per darci quanto più tempo possibile.»

Antony annuì.

«Beh, allora vieni,» disse. «Prima si fa, meglio è.»

Si fermarono davanti alla fila di sermoni. Antony tirò giù il famoso volume del Reverendo Theodore Ussher e cercò la molla. Bill tirò. Gli scaffali si spalancarono verso di loro.

«Per Giove!» disse Bill, «è un passaggio stretto.»

Davanti a loro c’era un’apertura di circa un metro quadrato, che aveva un aspetto simile a quello di un caminetto di mattoni, un caminetto rialzato da terra di circa sessanta centimetri. Ma, a parte una fila di mattoni sul davanti, il suo fondo era il vuoto. Antony prese una torcia dalla tasca e la puntò nel buio.

«Guarda,» sussurrò all’impaziente Bill. «I gradini iniziano laggiù. A un metro e ottanta di profondità.»

Puntò di nuovo la torcia verso l’alto. C’era un appiglio di ferro, una sorta di grande graffa metallica, nei mattoni davanti a loro.

«Ti lanci da lì,» disse Bill. «O almeno, suppongo che sia così. Mi chiedo come sia piaciuto farlo a Ruth Norris.»

«Cayley l’ha aiutata, immagino... È strano.»

«Vado io per primo?» chiese Bill, che desiderava chiaramente farlo. Antony scosse la testa con un sorriso.

«Credo che andrò io, se non ti dispiace troppo, Bill. Tanto per stare sicuri.»

«Sicuri di cosa?»

«Beh, sicuri e basta.»

Bill dovette accontentarsi, ma era troppo eccitato per chiedersi cosa intendesse Antony.

«D’accordo,» disse. «Vai pure.»

«Beh, prima di tutto dobbiamo assicurarci di poter tornare indietro. Non sarebbe davvero giusto nei confronti dell’Ispettore se restassimo bloccati qui sotto per il resto dei nostri giorni. Ha già abbastanza da fare cercando di trovare Mark, e se poi deve trovare anche te e me...»

«Possiamo sempre uscire dall’altra parte.»

«Beh, non ne siamo ancora certi. Credo che sia meglio se vado giù e torno subito. Prometto solennemente di non esplorare.»

«Come vuoi.»

Antony si sedette sul bordo di mattoni, fece dondolare i piedi oltre il vuoto e rimase seduto per un momento, con le gambe a penzoloni. Puntò di nuovo la torcia nel buio, per accertarsi di dove iniziassero i gradini; poi la rimise in tasca, afferrò la graffa davanti a sé e si calò giù. I suoi piedi toccarono i gradini sottostanti e lui si lasciò andare.

«È tutto a posto?» disse Bill ansioso.

«Tutto bene. Scenderò solo fino in fondo ai gradini e tornerò. Resta lì.»

La luce brillò giù vicino ai suoi piedi. La sua testa iniziò a sparire. Per un po’ Bill, sporgendosi nell’apertura, riuscì ancora a vedere deboli sprazzi di luce e a sentire passi lenti e incerti; per un altro momento poté immaginare di vederli e sentirli ancora; poi fu solo...

Beh, non proprio solo. Ci fu una voce improvvisa nell’ingresso esterno.

«Buon Dio!» esclamò Bill, voltandosi di scatto, «Cayley!»

Se non era rapido nel pensiero quanto Antony, era abbastanza veloce nell’azione. Ora non c’era tempo per riflettere. Chiudere la porta segreta in modo sicuro ma silenzioso, assicurarsi che i libri fossero al posto giusto, spostarsi verso un’altra fila di scaffali per farsi trovare immerso in “Badminton” o “Baedeker” o chiunque gli dèi benevoli gli avessero mandato in soccorso: la difficoltà non era decidere cosa fare, ma fare tutto questo in cinque secondi invece che in sei.

«Ah, eccoti qui,» disse Cayley dalla soglia.

«Salve!» disse Bill, sorpreso, sollevando lo sguardo dal quarto volume di “Vita e opere di Samuel Taylor Coleridge”. «Hanno finito?»

«Finito cosa?»

«Lo stagno,» disse Bill, chiedendosi perché stesse leggendo Coleridge in un pomeriggio così bello. Cercò disperatamente di pensare a una buona ragione... verificare una citazione — una discussione con Antony — quella sarebbe andata bene. Ma quale citazione?

«Oh, no. Sono ancora lì. Dov’è Gillingham?»

‘La ballata del vecchio marinaio’ — acqua, acqua dappertutto — o era qualcos’altro? E dov’era Gillingham? Acqua, acqua dappertutto...

«Tony? Oh, è da qualche parte nei paraggi. Stiamo per andare al villaggio. Non stanno trovando nulla allo stagno, vero?»

«No. Ma a loro piace farlo. Si sentono sollevati quando possono dire di aver fatto tutto il possibile.»

Bill, immerso nel suo libro, alzò lo sguardo, disse «Sì» e tornò a leggere. Era quasi arrivato al punto giusto.

«Che libro è?» disse Cayley, avvicinandosi a lui. Con la coda dell’occhio diede un’occhiata allo scaffale dei sermoni mentre arrivava. Bill vide quell’occhiata e rimase pensieroso. C’era qualcosa lì che potesse rivelare il segreto?

«Stavo solo cercando una citazione,» disse strascicando le parole. «Io e Tony avevamo scommesso su questo. Sai quella cosa tipo... ehm... acqua, acqua dappertutto, e... ehm... non una goccia da bere.» (Ma che diavolo, si chiese tra sé, su cosa stavano scommettendo?)

«‘Né una goccia da bere’, per essere precisi.»

Bill lo guardò sorpreso. Poi un sorriso felice gli illuminò il volto.

«Ne sei sicuro?» disse.

«Certamente.»

«Allora mi hai risparmiato un sacco di problemi. Era proprio su questo che verteva la scommessa.» Chiuse il libro con un tonfo, lo ripose sullo scaffale e iniziò a cercare la pipa e il tabacco. «Sono stato uno sciocco a scommettere con Tony,» aggiunse. «Lui sa sempre tutto su queste cose.»

Fin qui, tutto bene. Ma Cayley era ancora in biblioteca e Antony era lì, ignaro di tutto, nel passaggio. Quando Antony fosse tornato non si sarebbe stupito di trovare la porta chiusa, perché l’intero scopo della sua discesa era stato vedere se riuscisse ad aprirla facilmente dall’interno. Da un momento all’altro, dunque, lo scaffale avrebbe potuto aprirsi e mostrare la testa di Antony nell’apertura. Una bella sorpresa per Cayley!

«Vieni con noi?» disse casualmente, mentre accendeva un fiammifero. Aspirò vigorosamente la fiamma mentre attendeva la risposta, sperando di nascondere la sua ansia, perché se Cayley avesse accettato, per lui sarebbe stata la fine.

«Devo andare a Stanton.»

Bill espirò una grande nuvola di fumo con un sospiro che coprì anche un sentito sollievo.

«Oh, peccato. Guidi tu, immagino?»

«Sì. L’auto sarà qui tra poco. C’è una lettera che devo scrivere prima.» Si sedette a uno scrittoio e prese un foglio di carta da lettere.

Era rivolto verso la porta segreta; se si fosse aperta, l’avrebbe vista. Da un momento all’altro avrebbe potuto aprirsi.

Bill si lasciò cadere su una sedia e rifletté. Antony doveva essere avvertito. Ovviamente. Ma come? Come si faceva a mandare un segnale a qualcuno? Con un codice. Codice Morse. Antony lo conosceva? Lo conosceva Bill stesso, se fosse stato per quello? Ne aveva imparato un po’ nell’esercito — non abbastanza da inviare un messaggio, ovviamente. Ma un messaggio era comunque impossibile; Cayley lo avrebbe sentito battere. Non sarebbe servito a nulla inviare più di una singola lettera. Quali lettere conosceva? E quale lettera avrebbe comunicato qualcosa ad Antony?... Aspirò dalla pipa, con lo sguardo che vagava da Cayley alla sua scrivania al Reverendo Theodore Ussher sullo scaffale. Quale lettera?

C per Cayley. Antony avrebbe capito? Probabilmente no, ma valeva la pena tentare. Com’era la C? Lungo, breve, lungo, breve. Umpty-iddy-umpty-iddy. Era giusto? C — sì, quella era la C. Ne era sicuro. C. Umpty-iddy-umpty-iddy.

Con le mani in tasca, si alzò e vagò per la stanza, canticchiando vagamente tra sé, l’immagine di un uomo che aspetta un altro uomo (magari il suo amico Gillingham) che entri per portarlo fuori a fare una passeggiata o qualcosa del genere. Si avvicinò ai libri dietro Cayley e iniziò a picchiettare distrattamente sugli scaffali, mentre guardava i titoli. Umpty-iddy-umpty-iddy. Non che sembrasse molto quello all’inizio; non riusciva a prenderne il ritmo...

Umpt-y-iddy-umpt-y-iddy. Era meglio. Ora era tornato a Samuel Taylor Coleridge. Antony avrebbe iniziato a sentirlo presto. Umpt-y-iddy-umpt-y-iddy; solo il picchiettio senza meta di un uomo che si chiede quale libro prendere per leggerlo sul prato. Antony avrebbe sentito? Si sentiva sempre l’uomo dell’appartamento di fianco che puliva la pipa. Antony avrebbe capito? Umpt-y-iddy-umpt-y-iddy. C per Cayley, Antony. Cayley è qui. Per l’amor di Dio, aspetta.

«Buon Dio! Sermoni!» disse Bill, con una risata sonora. (Umpt-y-iddy-umpt-y-iddy) «Ne hai mai letti, Cayley?»

«Cosa?» Cayley alzò lo sguardo all’improvviso. La schiena di Bill si mosse lentamente lungo la parete, le sue dita battevano un tatuaggio sugli scaffali mentre camminava.

«Ehm... no,» disse Cayley con una risatina. Una risatina imbarazzata e scomoda, parve a Bill.

«Nemmeno io.» Aveva superato i sermoni — superato la porta segreta — ma continuava a picchiettare nello stesso modo senza meta.

«Oh, per l’amor di Dio, siediti,» sbottò Cayley. «O esci fuori se vuoi camminare.»

Bill si voltò con stupore.

«Salve, che succede?»

Cayley era leggermente vergognoso del suo sfogo.

«Scusa, Bill,» si scusò. «Ho i nervi a fior di pelle. Quel tuo continuo picchiettare e agitarti...»

«Picchiettare?» disse Bill con aria di totale sorpresa.

«Picchiettare sugli scaffali e canticchiare. Scusa. Mi ha dato sui nervi.»

«Mio caro vecchio amico, mi dispiace tantissimo. Andrò nell’ingresso.»

«Va bene così,» disse Cayley, e continuò la sua lettera. Bill si sedette di nuovo sulla sedia. Antony aveva capito? Beh, comunque, ora non restava che aspettare che Cayley se ne andasse. «E se chiedi a me,» disse Bill tra sé, molto compiaciuto, «dovrei fare l’attore. È quello il mio posto. L’attore completo.»

Un minuto, due minuti, tre minuti... cinque minuti. Ora era al sicuro. Antony aveva indovinato.

«L’auto è arrivata?» chiese Cayley, mentre sigillava la lettera.

Bill passeggiò nell’ingresso, rispose «Sì» e uscì a parlare con l’autista. Cayley lo raggiunse e rimasero lì per un momento.

«Salve,» disse una voce piacevole dietro di loro. Si voltarono e videro Antony.

«Scusate se vi ho fatto aspettare, Bill.»

Con uno sforzo immenso Bill trattenne i suoi sentimenti e disse abbastanza casualmente che andava tutto bene.

«Beh, devo andare,» disse Cayley. «Andate al villaggio?»

«Questa è l’idea.»

«Vi dispiacerebbe portare questa lettera a Jallands per me?»

«Certo che no.»

«Grazie mille. Beh, ci vediamo più tardi.»

Fece un cenno e salì in auto.

Non appena furono soli, Bill si rivolse ansiosamente al suo amico.

«Allora?» disse eccitato.

«Entriamo in biblioteca.»

Entrarono e Tony si lasciò cadere su una sedia.

«Devi darmi un momento,» ansimò. «Ho corso.»

«Corso?»

«Beh, certo. Come pensi che sia tornato qui?»

«Non vorrai dire che sei uscito dall’altra parte?»

Antony annuì.

«Dico, mi hai sentito picchiettare?»

«Certamente. Bill, sei un genio.»

Bill arrossì.

«Sapevo che avresti capito,» disse. «Hai indovinato che intendevo Cayley?»

«Sì. Era il minimo che potessi fare dopo che tu sei stato così brillante. Devi aver passato dei momenti piuttosto emozionanti.»

«Emozionanti? Buon Dio, direi proprio di sì.»

«Raccontami tutto.»

Con la massima modestia possibile, il signor Beverley spiegò le sue qualifiche per una vita sul palcoscenico.

«Bravo uomo,» disse Antony alla fine. «Sei il Watson più perfetto che sia mai esistito. Bill, ragazzo mio,» continuò in modo drammatico, alzandosi e prendendo la mano di Bill tra le sue, «Non c’è nulla che tu ed io non potremmo compiere insieme, se ci mettessimo d’impegno.»

«Sciocco vecchio asino.»

«È quello che dici sempre quando sono serio. Beh, comunque, grazie mille. Questa volta ci hai davvero salvato.»

«Stavi tornando?»

«Sì. O almeno credo. Mi stavo giusto chiedendo quando ti ho sentito picchiettare. Il fatto che la porta fosse chiusa è stato piuttosto sorprendente. Certo, l’idea era di vedere se si potesse aprire facilmente dall’altra parte, ma sentivo che non l’avresti chiusa fino all’ultimo momento possibile — finché non mi avessi visto tornare. Beh, poi ho sentito i colpi e sapevo che dovevano significare qualcosa, così me ne sono rimasto buono. Poi, quando la C ha iniziato ad arrivare, ho detto: ‘Cayley, per Giove’ — sveglio, eh? — e sono corso all’altra estremità del passaggio più velocemente che potevo. E sono corso di nuovo indietro. Perché ho pensato che ti saresti potuto trovare in difficoltà con le spiegazioni — su dove fossi, e così via.»

«Non hai visto Mark, allora?»

«No. Né il suo... No, non ho visto nulla.»

«Né cosa?»

Antony rimase in silenzio per un momento.

«Non ho visto nulla, Bill. O meglio, ho visto qualcosa; ho visto una porta nel muro, un ripostiglio. Ed è chiusa a chiave. Quindi, se c’è qualcosa che vogliamo trovare, è lì che si trova.»

«Mark potrebbe nascondersi lì?»

«Ho chiamato attraverso la serratura — sussurrando — ‘Mark, sei lì?’ — avrebbe pensato che fosse Cayley. Non c’è stata risposta.»

«Beh, andiamo giù e proviamo di nuovo. Potremmo riuscire ad aprire la porta.»

Antony scosse la testa.

«Non verrò affatto?» disse Bill molto deluso.

Quando Antony parlò, fu per fare un’altra domanda:

«Cayley sa guidare l’auto?»

«Sì, certo. Perché?»

«Allora potrebbe facilmente lasciare l’autista al suo alloggio e andare a Stanton, o dove voleva, per conto suo?»

«Suppongo di sì — se volesse.»

«Sì.» Antony si alzò. «Beh, senti, dato che abbiamo detto che andavamo al villaggio, e dato che abbiamo promesso di consegnare quella lettera, penso quasi che dovremmo farlo.»

«Oh!... Oh, va bene.»

«Jallands. Cosa mi dicevi a riguardo? Oh, sì; la Vedova Norbury.»

«Esatto. Cayley era piuttosto preso dalla figlia. La lettera è per lei.»

«Sì; bene, portiamola. Giusto per andare sul sicuro.»

«Mi farai perdere del tutto quel passaggio segreto?» chiese Bill irritato.

«Non c’è nulla da vedere, davvero, te lo prometto.»

«Sei molto misterioso. Cosa ti ha turbato? Hai visto qualcosa laggiù, ne sono certo.»

«L’ho fatto e te ne ho parlato.»

«No, non l’hai fatto. Mi hai solo parlato della porta nel muro.»

«È quella, Bill. Ed è chiusa a chiave. E ho paura di ciò che c’è dietro.»

«Ma allora non sapremo mai cosa c’è se non andiamo a guardare.»

«Lo sapremo stanotte,» disse Antony, prendendo il braccio di Bill e guidandolo verso l’ingresso, «quando vedremo il nostro caro amico Cayley gettarla nello stagno.»

CAPITOLO XV. La signora Norbury si confida con il caro signor Gillingham

Lasciarono la strada e presero il sentiero attraverso i campi che digradavano dolcemente verso Jallands. Antony era in silenzio e, poiché è difficile mantenere una conversazione con un uomo silenzioso per molto tempo, anche Bill cadde nel silenzio. O meglio, canticchiava tra sé, colpiva i cardi nell’erba con il bastone e faceva rumori fastidiosi con la pipa. Ma notò che il suo compagno continuava a guardarsi indietro, sopra la spalla, quasi volesse ricordare per un’occasione futura la strada che stavano percorrendo. Eppure non c’era alcuna difficoltà, poiché rimanevano sempre in vista della strada, e la fascia di alberi sopra il lungo muro del parco che ne delimitava il lato opposto spiccava chiaramente contro il cielo.

Antony, che si era appena voltato di nuovo, si girò con un sorriso.

«Qual è lo scherzo?» disse Bill, felice dell’atmosfera più sociale.

«Cayley. Non hai visto?»

«Vedere cosa?»

«L’auto. Che passa sulla strada lì.»

«Quindi è quello che stavi cercando. Hai degli occhi davvero buoni, ragazzo mio, se riconosci l’auto a questa distanza dopo averla vista solo due volte.»

«Beh, ho degli occhi davvero buoni.»

«Pensavo stesse andando a Stanton.»

«Sperava che lo pensassi — ovviamente.»

«Allora dove sta andando?»

«In biblioteca, probabilmente. A consultare il nostro amico Ussher. Dopo essersi assicurato che i suoi amici Beverley e Gillingham stessero davvero andando a Jallands, come avevano detto.»

Bill si fermò improvvisamente in mezzo al sentiero.

«Dico, pensi davvero?»

Antony scrollò le spalle.

«Non ne sarei sorpreso. Dobbiamo essere terribilmente scomodi per lui, a gironzolare per casa. Ogni momento che riesce a ottenere, quando noi siamo decisamente da qualche altra parte, deve essergli molto utile.»

«Utile per cosa?»

«Beh, utile per i suoi nervi, se non altro. Sappiamo che è coinvolto in questa faccenda; sappiamo che sta nascondendo un segreto o due. Anche se non sospetta che siamo sulle sue tracce, deve sentire che da un momento all’altro potremmo inciampare in qualcosa.»

Bill emise un grugnito di assenso e continuarono lentamente a camminare.

«E per stanotte?» disse, dopo una lunga boccata di pipa.

«Prova un filo d’erba,» disse Antony, offrendoglielo. Bill lo spinse attraverso il bocchino, soffiò di nuovo, disse «Così va meglio,» e rimise la pipa in tasca.

«Come faremo a uscire senza che Cayley lo sappia?»

«Beh, questo richiede una riflessione. Sarà difficile. Vorrei che dormissimo alla locanda... È questa la signorina Norbury, per caso?»

Bill alzò lo sguardo rapidamente. Erano ormai vicini a Jallands, una vecchia fattoria dal tetto di paglia che, dopo secoli di sonno, si era svegliata in un mondo nuovo e aveva subito messo le ali; ali, tuttavia, di una crescita così discreta che non avevano portato con sé alcun cambiamento di carattere evidente, e Jallands, anche con un bagno, era ancora Jallands. All’esterno, almeno. All’interno, era più chiaramente della signora Norbury.

«Sì — Angela Norbury,» mormorò Bill. «Non è niente male, vero?»

La ragazza che stava accanto al piccolo cancello bianco di Jallands era qualcosa di più che «non niente male», ma in questo Bill stava riservando i suoi superlativi per un’altra. Agli occhi di Bill doveva essere giudicata, e condannata, da tutto ciò che la distingueva da Betty Calladine. Per Antony, libero da questi standard di confronto, sembrava, semplicemente, bellissima.

«Cayley ci ha chiesto di portare una lettera,» spiegò Bill, quando le strette di mano e le presentazioni necessarie furono terminate. «Eccola qui.»

«Gli direte, vero, quanto sono terribilmente dispiaciuta per... per quello che è successo? Sembra così inutile dire qualsiasi cosa; così inutile persino crederci. Se è vero quello che abbiamo sentito.»

Bill ripeté i contorni degli eventi di ieri.

«Sì... E il signor Ablett non è ancora stato trovato?» Scosse la testa con angoscia. «Sembra ancora che sia successo a qualcun altro; qualcuno che non conoscevamo affatto.» Poi, con un sorriso grave e improvviso che li incluse entrambi: «Ma dovete venire a prendere il tè.»

«È molto gentile da parte tua,» disse Bill imbarazzato, «ma noi... ehm...»

«Verrete, vero?» disse ad Antony.

«Grazie mille.»

La signora Norbury era felicissima di vederli, come lo era sempre di vedere qualsiasi uomo in casa sua che soddisfacesse i requisiti di idoneità. Quando la sua opera di una vita fosse stata completata, e riassunta in quelle bellissime parole: «È stato organizzato un matrimonio, e avrà luogo a breve, tra Angela, figlia del defunto John Norbury...» allora avrebbe pronunciato un grato Nunc dimittis e se ne sarebbe andata in pace — verso un mondo migliore, se il Cielo avesse insistito, ma preferibilmente verso il più dignitoso stabilimento del suo nuovo genero. Perché non c’era dubbio che l’idoneità significasse non solo idoneità come marito.

Ma non era come «idonei» che i visitatori della Red House venivano accolti con tanta impazienza oggi, e anche se il suo sorriso speciale per i «possibili» era lì, era istintivo piuttosto che ragionato. Tutto ciò che voleva in quel momento erano notizie — notizie di Mark. Perché stava finalmente riuscendo nel suo intento; e, se le rubriche dei matrimoni del “Morning Post” fossero state precedute, come nel caso delle rubriche dei necrologi, da un bollettino premonitore, l’annuncio di ieri avrebbe gridato trionfalmente al mondo, o a quella parte di mondo che contava: «Un matrimonio è stato quasi organizzato (dalla signora Norbury), e avrà luogo certamente, tra Angela, unica figlia del defunto John Norbury, e Mark Ablett della Red House.» E, imbattendosi in esso mentre cercava la pagina sportiva, Bill ne sarebbe rimasto sorpreso. Perché aveva pensato che, se qualcuno, era Cayley.

Per la ragazza non era nessuno dei due. Era spesso divertita dai modi di sua madre; a volte se ne vergognava; a volte ne era angosciata. La faccenda di Mark Ablett le era sembrata particolarmente angosciante, perché Mark era così chiaramente in combutta con sua madre contro di lei. Altri pretendenti, sui quali sua madre aveva sorriso, erano rimasti imbarazzati da quel sostegno; Mark sembrava dipendere da esso tanto quanto dalle sue stesse attrattive; per quanto grandi lui credesse che fossero. Andavano a corteggiare insieme. Era un piacere rivolgersi a Cayley, quell’irrimediabile non idoneo.

Ma ahimè! Cayley l’aveva fraintesa. Non riusciva a immaginarsi Cayley innamorato, finché non l’aveva visto, e aveva tentato, troppo tardi, di fermarlo. Erano passati quattro giorni. Da allora non l’aveva più visto, ed ecco questa lettera. Temeva di aprirla. Provava un senso di sollievo nel sentire di avere almeno una scusa per non farlo, finché i suoi ospiti erano in casa.

La signora Norbury comprese immediatamente che Antony sarebbe stato un ascoltatore più comprensivo; e quando il tè fu terminato, e Bill e Angela furono spediti in giardino con la prontezza e l’efficienza dell’esperto, il caro signor Gillingham si ritrovò sul divano accanto a lei, ad ascoltare molte cose che per lui erano di interesse ancora maggiore di quanto lei avrebbe mai potuto sperare.

“È terribile, terribile,” disse. “E insinuare che il caro signor Ablett—”

Antony emise dei suoni appropriati.

“Lei ha visto il signor Ablett di persona. Un uomo così gentile, dal cuore così tenero—”

Antony spiegò di non aver visto il signor Ablett.

“Certo, sì, dimenticavo. Ma, mi creda, signor Gillingham, in queste cose ci si può fidare dell’intuizione di una donna.”

Antony disse di esserne certo.

“Pensi ai miei sentimenti di madre.”

Antony stava pensando ai sentimenti di figlia della signorina Norbury, e si chiedeva se lei immaginasse che le sue faccende venissero ora discusse con uno sconosciuto. Eppure, cosa poteva fare? Cosa voleva fare, in realtà, se non ascoltare, nella speranza di imparare? Mark fidanzato, o quasi fidanzato! Aveva questo qualche attinenza con gli eventi di ieri? Cosa, per esempio, avrebbe pensato la signora Norbury del fratello Robert, quello scheletro nell’armadio della famiglia? Era questo un altro motivo per voler togliere di mezzo il fratello Robert?

“Non mi è mai piaciuto, mai!”

“Mai piaciuto——?” disse Antony, sbalordito.

“Quel suo cugino, il signor Cayley.”

“Oh!”

“Le chiedo, signor Gillingham, sono forse il tipo di donna che affiderebbe la propria bambina a un uomo capace di andare in giro a sparare al suo unico fratello?”

“Sono certo di no, signora Norbury.”

“Se c’è stato qualche sparo, è stato opera di qualcun altro.”

Antony la guardò interrogativo.

“Non mi è mai piaciuto,” disse la signora Norbury con fermezza. “Mai.” Tuttavia, pensò Antony tra sé e sé, questo non provava affatto che Cayley fosse un assassino.

“Come andava d’accordo con lui la signorina Norbury?” chiese con cautela.

“Non c’era assolutamente nulla,” disse enfaticamente la madre della signorina Norbury. “Nulla. Lo direi a chiunque.”

“Oh, le chiedo scusa. Non intendevo—”

“Nulla. Posso dirlo per la cara Angela con perfetta sicurezza. Se lui abbia fatto delle avance—” Si interruppe con una scrollata delle sue spalle paffute.

Antony attese con impazienza.

“Naturalmente si incontravano. Forse lui avrebbe potuto—non lo so. Ma il mio dovere di madre era chiaro, signor Gillingham.”

Il signor Gillingham emise un suono incoraggiante.

“Gli ho detto francamente che—come dovrei metterla?—che stava oltrepassando il limite. Con tatto, naturalmente. Ma francamente.”

“Intende dire,” disse Antony, cercando di parlare con calma, “che gli ha detto che—ehm—il signor Ablett e sua figlia—?”

La signora Norbury annuì più volte.

“Esattamente, signor Gillingham. Avevo il mio dovere di madre.”

“Sono certo, signora Norbury, che nulla le impedirebbe di compiere il suo dovere. Ma deve essere stato spiacevole. Particolarmente se non era del tutto sicura—”

“Era attratto, signor Gillingham. Ovviamente attratto.”

“Chi non lo sarebbe?” disse Antony, con un sorriso affascinante. “Deve essere stato uno shock per lui—”

“È stato proprio questo che mi ha reso così contenta di aver parlato. Ho visto subito di non aver parlato un momento troppo presto.”

“Deve esserci stato un certo imbarazzo nel successivo incontro,” suggerì Antony.

“Naturalmente, da allora non è più venuto qui. Senza dubbio, prima o poi, si sarebbero dovuti incontrare alla Red House.”

“Oh, questa cosa è avvenuta solo molto di recente?”

“La scorsa settimana, signor Gillingham. Ho parlato proprio in tempo.”

“Ah!” disse Antony, a bassa voce. Era quello che aspettava.

Ora avrebbe voluto andarsene, così da poter riflettere sulla nuova situazione da solo; o, forse preferibilmente, aver cambiato partner per un po’ con Bill. La signorina Norbury difficilmente sarebbe stata pronta a confidarsi con uno sconosciuto con la stessa prontezza di una madre, ma avrebbe potuto imparare qualcosa ascoltandola. Per quale dei due nutriva il sentimento maggiore: Cayley o Mark? Era davvero pronta a sposare Mark? Amava lui, o l’altro, o nessuno dei due? La signora Norbury era una testimone affidabile solo riguardo alle proprie azioni e ai propri pensieri; aveva imparato tutto ciò che era necessario su quelli, e ora solo la figlia aveva ancora qualcosa da dirgli. Ma la signora Norbury stava ancora parlando.

“Le ragazze sono così sciocche, signor Gillingham,” stava dicendo. “È una fortuna che abbiano delle madri che le guidano. Per me era così ovvio fin dall’inizio che il caro signor Ablett fosse proprio il marito adatto per la mia bambina. Lei non l’ha mai conosciuto?”

Antony disse di nuovo di non aver visto il signor Ablett.

“Un vero gentiluomo. Così bell’aspetto, nel suo modo artistico. Un vero Velázquez—dovrei dire Van Dyck. Angela insisteva nel dire che non avrebbe mai potuto sposare un uomo con la barba. Come se la cosa avesse importanza, quando—” Si interruppe, e Antony concluse la frase per lei.

“La Red House è certamente incantevole,” disse.

“Incantevole. Davvero incantevole. E non è che l’aspetto del signor Ablett sia in alcun modo privo di distinzione. Al contrario. Sono certa che sia d’accordo con me?”

Antony disse di non aver mai avuto il piacere di vedere il signor Ablett.

“Sì. E proprio al centro del mondo letterario e artistico. Così desiderabile sotto ogni aspetto.”

Emise un profondo sospiro e si raccolse in se stessa per un istante. Antony stava per cogliere l’occasione di congedarsi, quando la signora Norbury ricominciò.

“E poi c’è questo fratello scapestrato. È stato perfettamente franco con me, signor Gillingham. Lo sarebbe stato. Mi ha parlato di questo fratello, e io gli ho detto che ero del tutto certa che non avrebbe fatto alcuna differenza per i sentimenti di mia figlia nei suoi confronti.... Dopotutto, il fratello era in Australia.”

“Quando è successo? Ieri?” Antony pensò che, se Mark ne avesse fatto menzione solo dopo l’annuncio del fratello di una visita personale alla Red House, questa perfetta franchezza nascondesse una buona dose di saggezza.

“Non può essere stato ieri, signor Gillingham. Ieri—” rabbrividì e scosse la testa.

“Pensavo che forse fosse stato qui la mattina.”

“Oh, no! Esiste una cosa, signor Gillingham, chiamata essere un amante troppo devoto. Non la mattina, no. Eravamo entrambi d’accordo che la cara Angela—Oh, no. No; l’altro ieri, quando è capitato qui verso l’ora del tè.”

Ad Antony balenò il pensiero che la signora Norbury si fosse allontanata di molto dalla sua affermazione iniziale, secondo cui Mark e la signorina Norbury erano praticamente fidanzati. Ora stava ammettendo che la cara Angela non doveva essere forzata, che la cara Angela, in effetti, non aveva affatto il cuore per quel matrimonio.

“L’altro ieri. Come è successo, la cara Angela era fuori. Non che importasse. Stava andando in auto a Middleston. Aveva a malapena il tempo per una tazza di tè, quindi anche se fosse stata in casa—”

Antony annuì distrattamente. Questa era una novità. Perché Mark era andato a Middleston l’altro ieri? Ma, dopo tutto, perché non avrebbe dovuto? Cento motivi non collegati alla morte di Robert avrebbero potuto portarlo lì.

Si alzò per andare. Voleva restare solo—solo, almeno, con Bill. La signora Norbury gli aveva dato molte cose su cui riflettere, ma il grande fatto saliente emerso era questo: che Cayley aveva motivo di odiare Mark—la signora Norbury gli aveva dato quel motivo. Odiare? Beh, essere geloso, comunque. Ma era abbastanza.

“Vedi,” disse a Bill, mentre tornavano indietro, “sappiamo che Cayley sta spergiurando e rischiando in prima persona per questa faccenda, e questo deve essere per una di queste due ragioni: o per salvare Mark o per metterlo in pericolo. Vale a dire, o è schierato lealmente dalla sua parte o è lealmente contro di lui. Beh, ora sappiamo che è contro di lui, decisamente contro di lui.”

“Ma, ascolta, sai,” protestò Bill, “uno non cerca necessariamente di rovinare il proprio rivale in amore.”

“No?” disse Antony, voltandosi verso di lui con un sorriso.

Bill arrossì.

“Beh, certo, non si sa mai, ma intendo dire—”

“Tu potresti non cercare di rovinarlo, Bill, ma non spergiureresti per tirarlo fuori da un guaio causato da lui stesso.”

“Santo cielo, no.”

“Quindi, delle due alternative, l’altra è la più probabile.”

Erano arrivati al cancello dell’ultimo campo che li separava dalla strada e, dopo averlo oltrepassato, si voltarono e vi si appoggiarono, riposandosi per un momento e guardando verso la casa che avevano lasciato.

“Bel posticino, non è vero?” disse Bill.

“Molto. Ma piuttosto misterioso.”

“In che senso?”

“Beh, dov’è la porta d’ingresso?”

“La porta d’ingresso? Ma se ci sei appena uscito!”

“Ma non c’è un vialetto, o una strada o qualcosa del genere?”

Bill rise.

“No; è proprio questo il bello per certe persone. Ed è per questo che è così economico, e perché i Norbury possono permetterselo, immagino. Non se la passano troppo bene.”

“Ma che mi dici dei bagagli, dei fornitori e cose del genere?”

“Oh, c’è una carrareccia, ma le automobili non possono arrivare più vicine della strada” — si voltò e indicò — “lassù. Quindi i milionari del fine settimana non lo prendono. O meglio, dovrebbero costruire una strada, un garage e tutto il resto, se lo facessero.”

“Capisco,” disse Antony con noncuranza, e si voltarono per continuare la loro camminata verso la strada. Ma in seguito ricordò questa conversazione casuale al cancello, e ne comprese l’importanza.

CAPITOLO XVI. Preparativi per la notte

Cosa stava per nascondere Cayley in quello stagno quella notte? Antony pensava di saperlo ora. Era il corpo di Mark.

Fin dall’inizio aveva visto arrivare questa risposta e se ne era ritratto. Perché, se Mark era stato ucciso, sembrava un omicidio così a sangue freddo. Era Cayley capace di tanto? Bill avrebbe detto di no, ma perché aveva fatto colazione con Cayley, pranzato con lui, cenato con lui; lo aveva preso in giro e ci aveva giocato. Bill avrebbe detto di no, perché Bill non avrebbe ucciso nessuno a sangue freddo, e perché dava per scontato che gli altri si comportassero più o meno come lui. Ma Antony non aveva tali illusioni. Gli omicidi venivano commessi; un omicidio era stato effettivamente commesso qui, poiché c’era il cadavere di Robert. Perché non un altro omicidio?

Mark era stato davvero in ufficio quel pomeriggio? L’unica prova (oltre a quella di Cayley, che ovviamente non contava) era quella di Elsie. Elsie era del tutto certa di aver sentito la sua voce. Ma poi Bill aveva detto che era una voce molto caratteristica—una voce facile, quindi, da imitare. Se Bill poteva imitarla così bene, perché non Cayley?

Ma forse non era stato un omicidio così a sangue freddo, dopo tutto. Supponiamo che Cayley avesse avuto un litigio con suo cugino quel pomeriggio a causa della ragazza che entrambi corteggiavano. Supponiamo che Cayley avesse ucciso Mark, o intenzionalmente, in un impeto di passione, o accidentalmente, volendo solo farlo cadere. Supponiamo che questo fosse accaduto nel passaggio, diciamo verso le due, o perché Cayley lo aveva deliberatamente condotto lì, o perché Mark aveva casualmente suggerito una visita. (Si poteva immaginare Mark che continuava a gongolare per quel passaggio segreto.) Supponiamo Cayley lì, con il corpo ai suoi piedi, che sentiva già la corda intorno al collo; la sua mente che balzava qua e là nella frenetica ricerca di una via di fuga; e supponiamo che improvvisamente e in modo irrilevante ricordi che Robert sarebbe arrivato a casa alle tre di quel pomeriggio—automaticamente guarda l’orologio—tra mezz’ora.... Tra mezz’ora. Deve pensare a qualcosa in fretta, in fretta. Deve seppellire il corpo nel passaggio e lasciare che si pensi che Mark sia scappato, spaventato al solo pensiero dell’arrivo del fratello? Ma c’era la prova della tavola della colazione. Mark era sembrato infastidito da questa resurrezione della pecora nera, ma certamente non spaventato. No; quella era una storia troppo debole. Ma supponiamo che Mark avesse effettivamente visto suo fratello e avesse avuto un litigio con lui; supponiamo che si potesse far apparire come se Robert avesse ucciso Mark—

Antony si figurò Cayley nel passaggio, in piedi sopra il cadavere del cugino, a elaborare il tutto. Come si poteva far apparire Robert come l’assassino, se Robert era vivo per negarlo? Ma supponiamo che anche Robert fosse morto?

Guarda di nuovo l’orologio. (Solo venticinque minuti ora.) Supponiamo che anche Robert fosse morto? Robert morto in ufficio, e Mark morto nel passaggio—come aiuta questo? Follia! Ma se i corpi venissero portati insieme in qualche modo e la morte di Robert sembrasse un suicidio?.... Era possibile?

Follia di nuovo. Troppo difficile. (Solo venti minuti ora.) Troppo difficile da organizzare in venti minuti. Non si può organizzare un suicidio. Troppo difficile.... Solo diciannove minuti....

E poi l’improvvisa ispirazione! Robert morto in ufficio, il corpo di Mark nascosto nel passaggio—impossibile far sembrare Robert l’assassino, ma quanto era facile far sembrare Mark! Robert morto e Mark scomparso; perché, saltava all’occhio subito. Mark aveva ucciso Robert—accidentalmente; sì, sarebbe stato più probabile—e poi era scappato. Panico improvviso.... (Guarda di nuovo l’orologio. Quindici minuti, ma ora c’è tempo in abbondanza. La cosa si organizza da sé.)

Era quella la soluzione, si chiedeva Antony. Sembrava coincidere con i fatti per come li conoscevano; ma poi, lo stesso valeva per quell’altra teoria che aveva suggerito a Bill la mattina.

“Quale?” disse Bill.

Erano tornati da Jallands attraverso il parco e si erano seduti nel boschetto sopra lo stagno, dal quale l’ispettore e i suoi pescatori si erano ormai ritirati. Bill aveva ascoltato con la bocca aperta la teoria di Antony e, a parte un occasionale “Per Giove!”, aveva ascoltato in silenzio. “Uomo sveglio, Cayley,” era stato il suo unico commento alla fine.

“Quale altra teoria?”

“Che Mark avesse ucciso Robert accidentalmente e fosse andato da Cayley per chiedere aiuto, e che Cayley, dopo averlo nascosto nel passaggio, avesse chiuso la porta dell’ufficio dall’esterno e avesse picchiato contro di essa.”

“Sì, ma sei stato così dannatamente misterioso al riguardo. Ti ho chiesto quale fosse il punto, e non hai voluto dire nulla.” Rifletté per un po’, poi continuò: “Immagino che intendessi dire che Cayley ha tradito deliberatamente Mark e ha cercato di farlo apparire come un assassino.”

“Volevo avvertirti che probabilmente avremmo trovato Mark nel passaggio, vivo o morto.”

“E ora non lo pensi più?”

“Ora penso che il suo cadavere sia lì.”

“Intendi dire che Cayley è sceso e l’ha ucciso dopo—dopo che eravamo arrivati noi, dopo che era arrivata la polizia?”

“Beh, è questo che mi fa esitare, Bill. È così orribilmente a sangue freddo. Cayley potrebbe esserne capace, ma odio pensarci.”

“Ma, diavolo, anche l’altro tuo metodo è abbastanza a sangue freddo. Secondo te, lui va in ufficio e spara deliberatamente a un uomo con il quale non ha alcun litigio, che non vede da quindici anni!”

“Sì, ma per salvare la propria pelle. Fa la differenza. La mia teoria è che abbia litigato violentemente con Mark per la ragazza, e l’abbia ucciso in un impeto di passione. Tutto ciò che è successo dopo sarebbe legittima difesa. Non dico di scusarlo, ma di capirlo. E penso che il cadavere di Mark sia nel passaggio ora, e vi si trovi da, diciamo, le due e mezza di ieri pomeriggio. E stanotte Cayley lo nasconderà nello stagno.”

Bill tirò il muschio sul terreno accanto a lui, ne gettò via una manciata o due e disse lentamente: “Potresti avere ragione, ma è tutta una supposizione, sai.”

Antony rise.

“Santo cielo, certo che lo è,” disse. “E stanotte sapremo se è una buona supposizione o una cattiva.”

Bill si illuminò improvvisamente.

“Stanotte,” disse. “Dico, stanotte sarà piuttosto divertente. Come la gestiamo?”

Antony rimase in silenzio per un po’.

“Certo,” disse alla fine, “dovremmo informare la polizia, così possono venire qui e sorvegliare lo stagno stanotte.”

“Certo,” sogghignò Bill.

“Ma penso che forse sia un po’ presto per esporre loro le nostre teorie.”

“Penso che forse lo sia,” disse Bill solennemente.

Antony lo guardò con un sorriso improvviso.

“Bill, vecchio furfante.”

“Beh, diavolo, è il nostro spettacolo. Non vedo perché non dovremmo ricavarne un po’ di divertimento.”

“Nemmeno io. Va bene, allora, faremo a meno della polizia stanotte.”

“Ci mancheranno,” disse Bill tristemente, “ma è meglio così.”

C’erano due problemi davanti a loro: primo, il problema di uscire di casa senza essere scoperti da Cayley, e secondo, il problema di recuperare qualunque cosa Cayley avesse gettato nello stagno quella notte.

“Guardiamola dal punto di vista di Cayley,” disse Antony. “Potrebbe non sapere che siamo sulle sue tracce, ma non può fare a meno di essere sospettoso nei nostri confronti. È destinato a essere sospettoso di tutti in casa, e più particolarmente di noi, perché siamo presumibilmente più intelligenti degli altri.”

Si fermò un momento per accendere la pipa, e Bill colse l’occasione per apparire più intelligente della signora Stevens.

“Ora, ha qualcosa da nascondere stanotte, e farà molta attenzione che noi non lo stiamo guardando. Beh, cosa farà?”

“Assicurarsi prima che dormiamo, prima di uscire.”

“Sì. Verrà a rimboccarci le coperte e a vedere se siamo belli comodi.”

“Sì, è un problema,” disse Bill. “Ma potremmo chiudere le nostre porte a chiave, e allora non saprebbe che non siamo lì.”

“Hai mai chiuso la tua porta a chiave?”

“Mai.”

“No. E puoi scommettere che Cayley lo sa. Comunque, busserebbe, tu non risponderesti, e allora cosa penserebbe?”

Bill rimase in silenzio; abbattuto.

“Allora non vedo come possiamo fare,” disse, dopo averci riflettuto a fondo. “Ovviamente verrà da noi appena prima di uscire, e questo non ci dà il tempo di arrivare allo stagno prima di lui.”

“Mettiamoci al suo posto,” disse Antony, aspirando lentamente dalla pipa. “Ha il corpo, o qualunque cosa sia, nel passaggio. Non salirà le scale, portandolo tra le braccia, a guardare nelle nostre stanze per vedere se siamo svegli. Prima dovrà assicurarsi di noi, e poi scenderà per il corpo. Quindi questo ci dà un po’ di tempo.”

“S-sì,” disse Bill pensieroso. “Potremmo farcela, ma sarà una corsa contro il tempo.”

“Ma aspetta. Quando sarà sceso nel passaggio e avrà preso il corpo, cosa farà dopo?”

“Uscirà di nuovo,” disse Bill in modo utile.

“Sì; ma da quale parte?”

Bill si sedette di scatto.

“Per Giove, vuoi dire che uscirà dall’estremità lontana, vicino al campo da bocce?”

“Non credi? Immaginalo mentre attraversa il prato in piena vista della casa, a mezzanotte, con un corpo tra le braccia. Pensa alla sensazione terribile che avrebbe alla nuca, chiedendosi se qualcuno, qualche dormiglione irrequieto, abbia scelto proprio quel momento per vagare alla finestra e guardare fuori nella notte. C’è ancora molto chiaro di luna, Bill. Attraverserà il parco al chiaro di luna, con tutte quelle finestre che lo fissano? Non se può farne a meno. Ma può uscire dal campo da bocce e poi arrivare allo stagno senza essere mai visto dalla casa.”

“Hai ragione. E questo ci darà giusto il tempo. Bene. Ora, qual è la prossima cosa?”

“La prossima cosa è segnare il punto esatto nello stagno dove lui getterà—qualunque cosa getterà.”

“Così che possiamo ripescarlo.”

“Se riusciamo a vedere cos’è, non ne avremo bisogno. La polizia potrà occuparsene domani. Ma se è qualcosa che non possiamo identificare da lontano, allora dobbiamo cercare di tirarlo fuori. Per vedere se valga la pena parlarne alla polizia.”

“S-sì,” disse Bill, corrugando la fronte. “Certo, il problema con l’acqua è che un pezzo sembra proprio uguale all’altro. Non so se ti era venuto in mente.”

«Lo è», sorrise Antony. «Andiamo a dare un’occhiata».

Camminarono fino al limitare del boschetto e vi si sdraiarono in silenzio, osservando lo stagno sotto di loro.

«Vedi qualcosa?» disse Antony alla fine.

«Cosa?»

«La staccionata dall’altra parte».

«E allora?»

«Beh, è piuttosto utile, tutto qui».

«Disse Sherlock Holmes enigmaticamente», aggiunse Bill. «Un attimo dopo, il suo amico Watson lo aveva scaraventato nello stagno».

Antony rise.

«Adoro fare lo Sherlock», disse. «È davvero ingiusto da parte tua non stare al gioco».

«Perché quella staccionata è utile, mio caro Holmes?» disse Bill obbediente.

«Perché puoi usarla per prendere un rilevamento. Vedi...»

«Sì, non c’è bisogno che ti fermi a spiegarmi cos’è un rilevamento».

«Non avevo intenzione di farlo. Ma tu sei sdraiato qui» – guardò in alto – «sotto questo pino. Cayley esce con la vecchia barca e lascia cadere il pacco. Tu prendi una linea da qui fino alla barca e la segni sulla staccionata laggiù. Diciamo che sia il quinto palo dalla fine. Bene, allora io prendo una linea dal mio albero – ne troveremo uno per me tra un momento – e arriva al ventesimo palo, diciamo. E dove le due linee si incontrano, lì saranno radunate le aquile. Q.E.D. E lì, quasi dimenticavo di osservare, l’aquila più alta, di nome Beverley, darà il suo famoso spettacolo di tuffi. Come rappresentato ogni sera all’Hippodrome».

Bill lo guardò inquieto.

«Dico, davvero? È acqua maledettamente sporca, sai».

«Temo di sì, Bill. Così è scritto nel libro di Jasher».

«Certo, sapevo che uno dei due avrebbe dovuto farlo, ma speravo... oh, beh, è una notte calda».

«Proprio la notte giusta per un bagno», convenne Antony, alzandosi. «Bene, cerchiamo il mio albero».

Camminarono fino al margine dello stagno e poi si voltarono a guardare. L’albero di Bill si stagliava catturando la luce della sera, alto e inconfondibile, cinquanta piedi più vicino al cielo rispetto ai suoi vicini. Ma aveva il suo simile all’altra estremità del boschetto, forse non così alto, ma altrettanto appariscente.

«È lì che starò io», disse Antony, indicandolo. «Ora, per l’amor del cielo, conta i tuoi pali con precisione».

«Grazie mille, ma lo farò per il mio bene», disse Bill con enfasi. «Non voglio passare l’intera notte a tuffarmi».

«Fissati sul palo in linea retta con te e il punto del tonfo, e poi conta all’indietro fino all’inizio della staccionata».

«D’accordo, vecchio mio. Lascia fare a me. Potrei farlo a occhi chiusi».

«Beh, è così che dovrai fare l’ultima parte», disse Antony con un sorriso.

Guardò l’orologio. Era quasi ora di cambiarsi per cena. Iniziarono a tornare verso la casa insieme.

«C’è una cosa che mi preoccupa un po’», disse Antony. «Dove dorme Cayley?»

«Nella stanza accanto alla mia. Perché?»

«Beh, è solo possibile che possa dare un’altra occhiata a te dopo essere tornato dallo stagno. Non credo che si preoccuperebbe nel normale corso delle cose, ma se passa proprio davanti alla tua porta, penso che potrebbe dare un’occhiata dentro».

«Io non sarò lì. Sarò sul fondo dello stagno a succhiare fango».

«Sì... Pensi che potresti lasciare qualcosa nel tuo letto che sembri vagamente te al buio? Un cuscino con sopra una giacca del pigiama, un braccio fuori dalla coperta e un paio di calzini o qualcosa del genere per la testa. Sai il genere di cosa. Penso che gli farebbe piacere sentire che stai ancora dormendo pacificamente».

Bill ridacchiò tra sé.

«Certamente. Sono bravissimo in queste cose. Gli preparerò qualcosa di davvero ben fatto. Ma tu?»

«Io sono all’altro capo della casa; è difficile che si disturbi per me una seconda volta. E sarò così profondamente addormentato alla sua prima visita. Comunque, tanto vale farlo, per andare sul sicuro».

Entrarono in casa. Cayley era nell’atrio quando arrivarono. Annuì e tirò fuori l’orologio.

«Ora di cambiarsi?» disse.

«Pressappoco», disse Bill.

«Non ti sei dimenticato la mia lettera?»

«Per nulla. Anzi, abbiamo preso il tè lì».

«Ah!» Guardò altrove e disse con noncuranza: «Come stavano tutti?»

«Ti hanno mandato ogni sorta di messaggio di solidarietà, e... e tutto quel genere di cose».

«Oh, sì».

Bill aspettò che aggiungesse altro, e poi, visto che non arrivava nulla, si voltò, disse: «Andiamo, Tony», e aprì la strada verso il piano di sopra.

«Hai tutto ciò che ti serve?» disse in cima alle scale.

«Credo di sì. Vieni a trovarmi prima di scendere».

«D’accordo».

Antony si chiuse la porta della camera alle spalle e si avvicinò alla finestra. Spinse un battente e guardò fuori. La sua camera era proprio sopra la porta sul retro della casa. Il muro laterale dello studio, che sporgeva sul prato oltre il resto della casa, era alla sua sinistra. Poteva scavalcare fino alla sommità della porta e da lì scendere facilmente a terra. Tornare indietro sarebbe stato poco più difficile. C’era un comodo tubo di scarico che avrebbe aiutato.

Aveva appena finito di vestirsi quando Bill entrò. «Istruzioni finali?» chiese, sedendosi sul letto. «A proposito, come ci divertiamo dopo cena? Intendo subito dopo cena».

«Biliardo?»

«D’accordo. Tutto ciò che vuoi».

«Non parlare troppo forte», disse Antony a voce più bassa. «Siamo più o meno sopra l’atrio e Cayley potrebbe essere lì». Indicò la finestra. «Usciremo da qui stasera. Scendere le scale è troppo rischioso. È abbastanza facile; meglio mettere le scarpe da tennis».

«D’accordo. Dico, nel caso non avessi un’altra occasione da solo con te... cosa faccio quando Cayley viene a rimboccarmi le coperte?»

«È difficile dirlo. Sii il più naturale possibile. Intendo, se bussa leggermente e guarda dentro, fa’ finta di dormire. Non esagerare con il russare. Ma se fa un rumore infernale, dovrai svegliarti, stropicciarti gli occhi e chiederti cosa diavolo stia facendo in camera tua. Sai il tipo di cosa».

«D’accordo. E riguardo al fantoccio. Lo preparerò non appena saliremo, e lo nasconderò sotto il letto».

«Sì... Penso che dovremmo andare completamente a letto anche noi. Non ci metteremo un attimo a rivestirci, e gli darà il tempo di raggiungere il corridoio in sicurezza. Poi vieni nella mia stanza».

«D’accordo... Sei pronto?»

«Sì».

Scesero insieme.

CAPITOLO XVII. Il signor Beverley scende in acqua

Cayley sembrò molto affezionato a loro quella sera. Dopo cena, suggerì una passeggiata fuori. Camminarono avanti e indietro sulla ghiaia davanti alla casa, dicendosi ben poco, finché Bill non ne poté più. Per gli ultimi venti giri aveva rallentato speranzoso ogni volta che passavano davanti alla porta, ma il suggerimento era sempre sfuggito ai suoi compagni, e ogni volta veniva fatto un altro giro. Ma alla fine era stato fermo.

«Che ne dite di un po’ di biliardo?» disse, liberandosi dagli altri.

«Giocherai?» disse Antony a Cayley.

«Vi guarderò», disse, e li aveva osservati risolutamente finché la partita, e poi un’altra dopo quella, non furono giocate.

Entrarono nell’atrio e si dedicarono ai drink.

«Beh, grazie al cielo per il letto», disse Bill, posando il bicchiere. «Vieni?»

«Sì», disse Antony, e finì il suo drink. Guardò Cayley.

«Ho solo un paio di piccole cose da fare», disse Cayley. «Non ci metterò molto a seguirvi».

«Beh, buona notte, allora».

«Buona notte».

«Buona notte», chiamò Bill da metà delle scale. «Buona notte, Tony».

«Buona notte».

Bill guardò l’orologio. Undici e mezza. Poche possibilità che accada qualcosa per un’altra ora. Aprì un cassetto e si chiese cosa indossare per la loro spedizione. Pantaloni di flanella grigia, camicia di flanella e una giacca scura; forse un maglione, dato che avrebbero potuto restare distesi nel boschetto per un po’. E... ottima idea... un asciugamano. Gli sarebbe servito più tardi, e nel frattempo poteva portarlo legato in vita.

Scarpe da tennis... Ecco. Tutto era pronto. Ora, avanti con il fantoccio.

Guardò di nuovo l’orologio prima di mettersi a letto. Dodici e un quarto. Quanto aspettare prima che Cayley salisse? Spense la luce e poi, stando vicino alla porta in pigiama, attese che i suoi occhi si abituassero al nuovo buio... Riusciva appena a scorgere il letto nell’angolo della stanza. Cayley avrebbe voluto più luce di quella se avesse voluto assicurarsi dalla porta che il letto fosse occupato. Tirò indietro le tende di poco. Così andava bene. Avrebbe potuto dare un’altra occhiata più tardi, quando avrebbe avuto il fantoccio nel letto.

Quanto ci avrebbe messo Cayley a salire? Non era che volesse che i suoi amici, Beverley e Gillingham, dormissero prima di iniziare i suoi affari allo stagno; tutto ciò che voleva era essere sicuro che fossero al sicuro nelle loro stanze. Gli affari di Cayley non avrebbero fatto rumore, né dato segni, per attirare il membro più vigile della casa, a patto che la casa fosse davvero dentro la casa. Ma se avesse voluto rassicurarsi sui suoi ospiti, avrebbe dovuto aspettare finché non fossero stati abbastanza avviati verso il sonno da non essere disturbati da lui mentre saliva a rassicurarsi. Quindi, in realtà, equivaleva alla stessa cosa. Avrebbe aspettato finché non avessero dormito... finché non avessero dormito... dormito...

Con un grande sforzo Bill riprese il controllo dei suoi pensieri vaganti e si risvegliò. Non poteva andare avanti così. Sarebbe stato fatale se si fosse addormentato... se si fosse addormentato... addormentato... E poi, in un istante, fu intensamente sveglio. E se Cayley non fosse mai venuto!

E se Cayley fosse così poco sospettoso che, non appena erano saliti, si fosse fiondato nel corridoio e avesse iniziato i suoi affari. E se, proprio ora, fosse allo stagno, lasciando cadere in esso quel suo segreto. Santo cielo, che sciocchi erano stati! Come aveva potuto Antony correre un tale rischio? Mettiti nei panni di Cayley, aveva detto. Ma com’era possibile? Non erano Cayley. Cayley era allo stagno ora. Non avrebbero mai saputo cosa ci avesse gettato dentro.

Ascolta!... Qualcuno alla porta. Lui dormiva. Molto naturalmente ora. Respirare un po’ più forte, forse. Lui dormiva... La porta si stava aprendo. Poteva sentirla aprirsi dietro di sé... Buon Dio, e se Cayley fosse davvero un assassino! Perché, anche adesso potrebbe essere... no, non deve pensarci. Se ci pensa, dovrà voltarsi. Non deve voltarsi. Lui dormiva; dormiva solo pacificamente. Ma perché la porta non si chiudeva? Dov’era Cayley ora? Proprio dietro di lui? E in mano... no, non deve pensarci. Lui dormiva. Ma perché la porta non si chiudeva?

La porta si stava chiudendo. Ci fu un sospiro da parte del dormiente nel letto, un sospiro di sollievo che gli sfuggì involontariamente. Ma aveva un suono molto naturale: un respiro profondo di qualcuno che dorme pesantemente. Ne aggiunse un altro per farlo sembrare più naturale. La porta era chiusa.

Bill contò fino a cento lentamente e poi si alzò. Il più rapidamente e silenziosamente possibile si vestì al buio. Mise il fantoccio nel letto, sistemò gli indumenti in modo che se ne vedesse quanto bastava ma non troppo, e rimase vicino alla porta a guardarlo. Per un’occhiata distratta la stanza era abbastanza illuminata. Poi, molto silenziosamente, molto lentamente aprì la porta. Tutto era immobile. Non c’era luce da sotto la porta della stanza di Cayley. Molto silenziosamente, molto attentamente strisciò lungo il corridoio fino alla stanza di Antony. Aprì la porta ed entrò.

Antony era ancora a letto. Bill camminò per svegliarlo, poi si bloccò, e il cuore gli martellò contro le costole. C’era qualcun altro nella stanza.

«Va tutto bene, Bill», disse una voce sussurrante, e Antony uscì da dietro le tende.

Bill lo fissò senza dire nulla.

«Piuttosto buono, non è vero?» disse Antony, avvicinandosi e indicando il letto. «Andiamo; prima usciamo, meglio è».

Aprì la strada dalla finestra, seguito dal silenzioso Bill. Raggiunsero il suolo in modo sicuro e silenzioso, attraversarono rapidamente il prato e così, oltre la staccionata, entrarono nel parco. Fu solo quando furono fuori dalla vista della casa che Bill si sentì al sicuro nel parlare.

«Pensavo davvero che fossi tu a letto», disse.

«Speravo di sì. Ora rimarrei un po’ deluso se Cayley non tornasse a controllare. È un peccato sprecarlo».

«È venuto proprio poco fa?»

«Oh, certamente. E tu?»

Bill spiegò le sue sensazioni in modo pittoresco.

«Non avrebbe avuto molto senso ucciderti», disse Antony prosaicamente. «Oltre al fatto che era troppo rischioso».

«Oh!» disse Bill. E poi: «Avevo sperato che fosse il suo affetto per me a trattenerlo».

Antony rise.

«Ne dubito... Non hai acceso la luce quando ti sei vestito?»

«Buon Dio, no. Volevi che lo facessi?»

Antony rise di nuovo e lo prese sottobraccio.

«Sei uno splendido cospiratore, Bill. Io e te potremmo affrontare qualsiasi cosa insieme».

Lo stagno li attendeva, più solenne al chiaro di luna. Gli alberi che incoronavano il pendio sulla sponda opposta erano misteriosamente silenziosi. Sembrava che avessero il mondo tutto per loro.

Quasi inconsciamente Antony parlò sottovoce.

«Ecco il tuo albero, ecco il mio. Finché non ti muovi, non c’è possibilità che ti veda. Dopo che se n’è andato, non uscire finché non lo faccio io. Non sarà qui per un quarto d’ora circa, quindi non essere impaziente».

«D’accordo», sussurrò Bill.

Antony gli fece un cenno e un sorriso, e si incamminarono verso le loro postazioni.

I minuti passarono lentamente. Ad Antony, sdraiato nascosto tra i cespugli ai piedi del suo albero, si stava presentando un nuovo problema. E se Cayley avesse dovuto fare più di un viaggio quella notte? Potrebbe tornare e trovarli nella barca; uno di loro, addirittura, nell’acqua. E se decidessero di aspettare nascosti, nell’eventualità che Cayley tornasse, qual era il tempo minimo che potevano concedersi in sicurezza? Forse sarebbe stato meglio girare sul davanti della casa e osservare il suo ritorno da lì, la luce nella sua camera da letto, prima di condurre i loro esperimenti allo stagno. Ma poi avrebbero potuto mancare la sua seconda visita in questo modo, se avesse fatto una seconda visita. Era difficile.

I suoi occhi erano fissi sulla barca mentre considerava queste cose, e improvvisamente, come materializzato dal nulla, Cayley era in piedi accanto alla barca. In mano aveva una piccola borsa marrone.

Cayley mise la borsa sul fondo della barca, salì a bordo e, usando un remo come pertica, si spinse lentamente al largo. Poi, molto silenziosamente, remò verso il centro dello stagno.

Si era fermato. I remi poggiavano sull’acqua. Prese la borsa tra i piedi, si sporse oltre la prua della barca e la appoggiò leggermente sull’acqua per un momento. Poi la lasciò andare. Affondò lentamente. Aspettò lì, guardando; temendo, forse, che potesse tornare a galla. Antony iniziò a contare...

E ora Cayley era tornato al suo punto di partenza. Legò la barca, guardò attentamente in giro per vedere di non aver lasciato tracce dietro di sé, e poi si rivolse di nuovo all’acqua. Per molto tempo, come sembrò agli osservatori, rimase lì, molto grande, molto silenzioso, al chiaro di luna. Alla fine sembrò soddisfatto. Qualunque fosse il suo segreto, lo aveva nascosto; e così, con un sospiro gentile, inconfondibile per Antony come se lo avesse sentito, Cayley si voltò e svanì di nuovo silenziosamente come era arrivato.

Antony gli concesse tre minuti, poi uscì dagli alberi. Aspettò lì che Bill lo raggiungesse.

«Sei», sussurrò Bill.

Antony annuì.

«Vado sul davanti della casa. Tu torna al tuo albero e osserva, nel caso Cayley torni. La tua camera è quella all’estremità sinistra, e quella di Cayley è la penultima? È giusto?»

Bill annuì.

«D’accordo. Resta nascosto finché non torno. Non so quanto ci metterò, ma non essere impaziente. Sembrerà più lungo di quanto sia». Gli diede una pacca sulla spalla e, con un sorriso e un cenno del capo, lo lasciò lì.

Cosa c’era nella borsa? Cosa poteva voler nascondere Cayley oltre a una chiave o un revolver? Chiavi e revolver affondano da soli; non c’è bisogno di metterli prima in una borsa. Cosa c’era nella borsa? Qualcosa che non affonda da solo; qualcosa che doveva essere aiutato con delle pietre prima di poter nascondersi al sicuro nel fango.

Beh, lo avrebbero scoperto. Non c’era motivo di preoccuparsene ora. Bill aveva davanti a sé un brutto lavoro notturno. Ma dov’era il corpo che Antony si aspettava così fiduciosamente o, se non c’era alcun corpo, dov’era Mark?

Più immediatamente, tuttavia, dov’era Cayley? Il più velocemente possibile Antony era arrivato sul davanti della casa e ora era sdraiato tra gli arbusti che costeggiavano il prato, aspettando che si accendesse la luce nella finestra di Cayley. Se si fosse accesa nella finestra di Bill, allora erano stati scoperti. Avrebbe significato che Cayley aveva dato un’occhiata nella stanza di Bill, era stato sospettoso del fantoccio nel letto e aveva acceso la luce per assicurarsi. Dopo di che, sarebbe stata guerra tra loro. Ma se si fosse accesa nella stanza di Cayley...

C’era una luce. Antony sentì un brivido improvviso di eccitazione. Era nella stanza di Bill. Guerra!

La luce rimase lì, splendente vividamente, poiché era arrivato un vento, che soffiava la luna dietro una nuvola e proiettava un’ombra sul resto della casa. Bill aveva lasciato le tende aperte. Era stato sbadato da parte sua; la prima cosa stupida che aveva fatto, ma...

La luna scivolò di nuovo fuori... e Antony rise tra sé tra i cespugli. C’era un’altra finestra oltre quella di Cayley, e non c’era luce dentro. La dichiarazione di guerra era rimandata.

Antony giaceva lì, guardando Cayley andare a letto. Dopotutto era solo educato ricambiare la sollecitudine di Cayley all’inizio della notte. La cortesia esigeva che non ci si divertisse sullo stagno finché i propri amici non fossero stati comodamente rimboccati.

Nel frattempo Bill si stava stancando di aspettare. La sua paura principale era di poter rovinare tutto dimenticando il numero «sei». Era il sesto palo. Sei. Spezzò un rametto e lo divise in sei pezzi. Li dispose a terra davanti a sé. Sei. Guardò lo stagno, contò fino al sesto palo e mormorò di nuovo «sei» tra sé. Poi guardò i suoi rametti. Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette. Sette! Era sette? O quel settimo pezzetto di rametto era un pezzo accidentale che si trovava comunque a terra? Sicuramente era sei! Aveva detto «sei» ad Antony? Se sì, Antony se lo sarebbe ricordato, ed era tutto a posto. Sei. Buttò via il settimo rametto e raccolse gli altri sei. Forse sarebbero stati più al sicuro nella sua tasca. Sei. L’altezza di un uomo alto... beh, la sua altezza. Sei piedi. Sì, era quello il modo di ricordarselo. Sentendosi un po’ più al sicuro sul punto, iniziò a chiedersi della borsa, e cosa ne avrebbe detto Antony, e la possibile profondità dell’acqua e del fango sul fondo; e si stava ancora chiedendo, e dicendosi: «Buon Dio, che vita!», quando Antony riapparve.

Bill si alzò e scese lungo il pendio per incontrarlo.

«Sei», disse con fermezza. «Sesto palo dalla fine».

«Bene», sorrise Antony. «Il mio era il diciottesimo... un po’ oltre».

«Perché te ne sei andato?»

«Per vedere Cayley a letto».

«È tutto a posto?»

«Sì. Meglio appendere la tua giacca al sesto palo, così lo vedremo più facilmente. Metterò la mia sul diciottesimo. Ti spoglierai qui o sulla barca?»

«Un po’ qui, e un po’ sulla barca. Sei proprio sicuro di non voler fare tu stesso l’immersione?»

«Proprio sicuro, grazie.»

Avevano camminato fino all’altro lato dello stagno. Arrivati al sesto palo della recinzione, Bill si tolse la giacca e la mise in posizione, poi finì di spogliarsi, mentre Antony si allontanava per segnare il diciottesimo palo. Quando furono pronti, salirono sulla barca, con Antony ai remi.

«Ora, Bill, avvisami appena sarò in linea con i tuoi due segnali.»

Remò lentamente verso il centro dello stagno.

«Ci sei quasi», disse alla fine Bill.

Antony smise di remare e si guardò intorno.

«Sì, è piuttosto corretto.» Girò la prua della barca finché non fu puntata verso il pino sotto il quale si era steso Bill. «Vedi il mio albero e l’altra giacca?»

«Sì», disse Bill.

«Bene. Adesso, remo dolcemente lungo questa linea finché non saremo esattamente in mezzo ai due. Cerca di essere il più preciso possibile, per il tuo bene.»

«Fermo!» disse Bill ammonitore. «Indietro un po’... ancora un po’... un po’ più avanti ancora... Bene.» Antony lasciò i remi nell’acqua e si guardò intorno. Per quanto poteva dire, erano esattamente in linea con ciascuna coppia di punti di riferimento.

«E adesso, Bill, dentro.»

Bill si sfilò camicia e pantaloni e si alzò in piedi.

«Non devi tuffarti dalla barca, vecchio mio», disse Antony frettolosamente. «Ne sposteresti la posizione. Scivola dentro delicatamente.»

Bill scivolò dentro dalla poppa e nuotò lentamente verso Antony.

«Com’è?» chiese Antony.

«Fredda. Beh, buona fortuna.»

Diede un calcio improvviso, luccicò per un istante nell’acqua e scomparve. Antony tenne ferma la barca e diede un’altra occhiata ai suoi segnali.

Bill riemerse dietro di lui con un forte sciacquio. «È piuttosto fangoso», protestò.

«Alghe?»

«No, grazie al cielo.»

«Bene, riprova.»

Bill diede un altro calcio e scomparve. Di nuovo Antony convinse la barca a tornare in posizione, e di nuovo Bill riemerse, questa volta davanti a lui.

«Ho la sensazione che se ti lanciassi una sardina», disse Antony con un sorriso, «la prenderesti al volo con la bocca in modo delizioso.»

«È terribilmente facile fare dell’ironia da dove sei tu. Per quanto ancora devo andare avanti?»

Antony guardò l’orologio.

«Circa tre ore. Dobbiamo tornare prima dell’alba. Ma sii più rapido se puoi, perché fa piuttosto freddo per me restare qui seduto.»

Bill gli spruzzò una manciata d’acqua e scomparve di nuovo. Questa volta rimase sotto per quasi un minuto, e quando riapparve sul suo volto c’era un sogghigno.

«L’ho presa, ma è dannatamente difficile tirarla su. Non sono sicuro che non sia troppo pesante per me.»

«Va bene così», disse Antony. Tirò fuori dalla tasca un gomitolo di spago grosso. «Fallo passare nel manico se riesci, così possiamo tirare entrambi.»

«Ottimo.» Remò fino a riva, prese un’estremità dello spago e tornò indietro. «Ora.»

Due minuti dopo la borsa era al sicuro nella barca. Bill vi si arrampicò dietro e Antony tornò a remare. «Ben fatto, Watson», disse a bassa voce, mentre sbarcavano. Prese le loro due giacche, poi attese, con la borsa in mano, mentre Bill si asciugava e si vestiva. Non appena quest’ultimo fu pronto, lo prese sottobraccio e lo condusse nel boschetto. Depose la borsa e frugò nelle tasche.

«Accenderò la pipa prima di aprirla», disse. «Tu?»

«Sì.»

Con grande cura riempirono e accesero le pipe. La mano di Bill era un po’ instabile. Antony lo notò e gli rivolse un sorriso rassicurante.

«Pronto?»

«Sì.»

Si sedettero e, tenendo la borsa tra le ginocchia, Antony premette la chiusura e la aprì.

«Vestiti!» disse Bill.

Antony tirò fuori il capo superiore e lo scosse. Era una giacca di flanella marrone bagnata.

«La riconosci?» chiese.

«L’abito di flanella marrone di Mark.»

«Quello con cui, secondo gli annunci, è scappato?»

«Sì. Sembra proprio lui. Certo, aveva un sacco di vestiti.»

Antony mise la mano nella tasca interna e ne trasse alcune lettere. Le esaminò con dubbio per un momento.

«Suppongo sia meglio leggerle», disse. «Voglio dire, giusto per vedere...» Guardò interrogativo Bill, che annuì. Antony accese la torcia e le diede un’occhiata. Bill aspettava ansioso.

«Sì. Mark... Ehi!»

«Cos’è?»

«La lettera di cui Cayley stava parlando all’ispettore. Da Robert. ‘Mark, il tuo amorevole fratello sta venendo a trovarti...’ Sì, suppongo sia meglio tenerla. Beh, questa è la sua giacca. Tiriamo fuori il resto.» Prese i vestiti rimanenti dalla borsa e li sparse davanti a sé.

«Ci sono tutti», disse Bill. «Camicia, cravatta, calze, biancheria intima, scarpe... sì, tutti quanti.»

«Tutto ciò che indossava ieri?»

«Sì.»

«Che cosa ne deduci?»

Bill scosse la testa e pose un’altra domanda.

«È quello che ti aspettavi?»

Antony rise improvvisamente.

«È troppo assurdo», disse. «Mi aspettavo... beh, sai cosa mi aspettavo. Un cadavere. Un cadavere con addosso un completo. Beh, forse sarebbe stato più sicuro nasconderli separatamente. Il cadavere qui, e i vestiti nel passaggio, dove non si sarebbero mai traditi. E invece lui si prende un sacco di disturbo per nascondere i vestiti qui, e non si preoccupa affatto del cadavere.» Scosse la testa. «Sono un po’ smarrito per il momento, Bill, ed è la verità.»

«C’è altro lì dentro?»

Antony frugò nella borsa.

«Pietre e... sì, c’è qualcos’altro.» Lo tirò fuori e lo sollevò. «Eccoci qua, Bill.»

Era la chiave dell’ufficio.

«Per Giove, avevi ragione.»

Antony frugò di nuovo nella borsa, poi la rovesciò delicatamente sull’erba. Ne uscì una dozzina di grosse pietre... e qualcos’altro. Puntò la torcia.

«Un’altra chiave», disse.

Mise le due chiavi in tasca e rimase seduto a lungo in silenzio, a riflettere. Anche Bill taceva, non volendo interrompere i suoi pensieri, ma alla fine disse:

«Devo rimettere a posto queste cose?»

Antony alzò lo sguardo di scatto.

«Cosa? Oh, sì. No, le rimetterò a posto io. Mi fai luce, per favore?»

Molto lentamente e con attenzione rimise i vestiti nella borsa, facendo una pausa ogni volta che prendeva un capo, nella certezza, come parve a Bill, che avesse qualcosa da dirgli se solo avesse saputo leggerlo. Quando anche l’ultimo fu dentro, rimase ancora lì in ginocchio, a pensare.

«Questo è tutto», disse Bill.

Antony gli fece cenno di sì.

«Sì, questo è tutto», disse; «ed è proprio questo il lato buffo. Sei sicuro che sia tutto?»

«Che cosa intendi?»

«Passami la torcia un momento.» La prese e illuminò il terreno davanti a loro. «Sì, è tutto. È strano.» Si alzò in piedi con la borsa tra le mani. «Ora troviamo un nascondiglio per questi, e poi...» Non aggiunse altro, ma si incamminò tra gli alberi, seguito docilmente da Bill.

Non appena si furono sbarazzati della borsa e furono fuori dal boschetto, Antony divenne più comunicativo. Tirò fuori le due chiavi dalla tasca.

«Una di queste è la chiave dell’ufficio, immagino, e l’altra è la chiave dell’armadio nel passaggio. Quindi ho pensato che forse potremmo dare un’occhiata all’armadio.»

«Dico, pensi davvero che sia quella?»

«Beh, non vedo cos’altro possa essere.»

«Ma perché dovrebbe volerla buttare via?»

«Perché ora ha fatto il suo lavoro, qualunque esso sia, e vuole lavarsene le mani, del passaggio. Butterebbe via il passaggio se potesse. Non credo che cambi molto in un modo o nell’altro, e non suppongo che ci sia nulla da trovare nell’armadio, ma sento che dobbiamo controllare.»

«Pensi ancora che il corpo di Mark possa essere lì?»

«No. Eppure, dove altro potrebbe essere? A meno che io non sia completamente in errore, e Cayley non l’abbia mai ucciso affatto.»

Bill esitò, domandandosi se osare avanzare la sua teoria.

«So che mi prenderai per un asino...»

«Mio caro Bill, sono io stesso un asino così evidente che sarei felice di pensare che lo sia anche tu.»

«Beh, allora, supponiamo che Mark abbia ucciso Robert, e che Cayley lo abbia aiutato a scappare, proprio come abbiamo pensato all’inizio. So che dopo hai dimostrato che era impossibile, ma supponiamo che sia successo in un modo che non conosciamo e per ragioni che non conosciamo. Voglio dire, ci sono così tante cose strane in tutta la faccenda che... beh, potrebbe essere successo quasi tutto.»

«Hai perfettamente ragione. E quindi?»

«Beh, allora, questa faccenda dei vestiti. Non sembra confermare piuttosto la teoria della fuga? L’abito marrone di Mark era noto alla polizia. Cayley non avrebbe potuto portargliene un altro nel passaggio, per scappare, e poi ritrovarsi con quello marrone tra le mani? E pensare che fosse più sicuro nasconderlo nello stagno?»

«Sì», disse Antony pensieroso. Poi: «Continua.»

Bill continuò con entusiasmo:

«Sembra che tutto torni, sai. Voglio dire, persino con la tua prima teoria: che Mark l’abbia ucciso accidentalmente e poi sia andato da Cayley in cerca di aiuto. Certo, se Cayley avesse giocato lealmente, avrebbe detto a Mark che non aveva nulla di cui aver paura. Ma non sta giocando lealmente; vuole togliere Mark di mezzo a causa della ragazza. Beh, questa è la sua occasione. Fa spaventare Mark il più possibile e gli dice che la sua unica speranza è scappare. Beh, naturalmente, fa tutto il possibile per aiutarlo a sparire, perché se Mark venisse catturato, l’intera storia del tradimento di Cayley verrebbe a galla.»

«Sì. Ma non è un po’ esagerato fargli cambiare anche la biancheria intima e tutto il resto? Si perde un sacco di tempo, sai.»

Bill fu bruscamente interrotto e disse: «Oh!» con grande delusione.

«No, non è così male come pensi, Bill», disse Antony con un sorriso. «Oserei dire che la biancheria intima si potrebbe spiegare. Ma ecco la difficoltà. Perché Mark avrebbe avuto bisogno di passare dal marrone al blu, o qualunque altro colore fosse, quando Cayley era l’unica persona che lo aveva visto in marrone?»

«La descrizione della polizia dice che indossa un abito marrone.»

«Sì, perché è stato Cayley a dirlo alla polizia. Vedi, anche se Mark avesse pranzato col suo abito marrone, e la servitù lo avesse notato, Cayley avrebbe sempre potuto fingere che si fosse cambiato nel blu dopo pranzo, perché solo Cayley lo ha visto dopo. Quindi, se Cayley avesse detto all’ispettore che indossava il blu, Mark sarebbe potuto scappare comodamente nel suo marrone, senza bisogno di cambiarsi affatto.»

«Ma è proprio quello che ha fatto!» esclamò Bill trionfante. «Che sciocchi che siamo!»

Antony lo guardò sorpreso, poi scosse la testa.

«Sì, sì!» insistette Bill. «Certamente! Non capisci? Mark si è cambiato dopo pranzo e, per dargli maggiori possibilità di fuga, Cayley ha mentito dicendo che indossava l’abito marrone con cui lo avevano visto i servitori. Beh, poi ha avuto paura che la polizia potesse esaminare i vestiti di Mark e trovare ancora quello marrone, così l’ha nascosto, e poi l’ha buttato nello stagno in un secondo momento.»

Si voltò con entusiasmo verso l’amico, ma Antony non disse nulla. Bill ricominciò a parlare, ma fu prontamente zittito da un gesto della mano.

«Non dire altro, vecchio mio; mi hai dato abbastanza su cui riflettere. Non tormentiamoci stasera. Daremo solo un’occhiata a questo armadio e poi andremo a letto.»

Ma l’armadio non ebbe molto da dire loro quella notte. Era vuoto, a parte poche vecchie bottiglie.

«Bene, questo è quanto», disse Bill.

Ma Antony, in ginocchio con la torcia in mano, continuava a cercare qualcosa.

«Cosa stai cercando?» chiese alla fine Bill.

«Qualcosa che non c’è», disse Antony, alzandosi e spolverandosi i pantaloni. E chiuse di nuovo la porta a chiave.

CAPITOLO XVIII. Congetture

L’inchiesta era alle tre; dopo di allora Antony non avrebbe più potuto vantare alcun diritto all’ospitalità della Red House. Alle dieci la sua borsa era già pronta, in attesa di essere portata al ‘The George’. Per Bill, che saliva le scale dopo una colazione più prolungata, questo fermento del primo mattino era un po’ sorprendente.

«Cos’è tutta questa fretta?» chiese.

«Nessuna. Ma non vogliamo tornare qui dopo l’inchiesta. Finisci di preparare le tue cose ora, così potremo avere la mattinata tutta per noi.»

«D’accordo.» Si voltò per andare nella sua stanza, poi tornò indietro. «Dico, diremo a Cayley che staremo al ‘The George’?»

«Tu non starai al ‘The George’, Bill. Non ufficialmente. Tu torni a Londra.»

«Oh!»

«Sì. Chiedi a Cayley di far portare il tuo bagaglio a Stanton, pronto per quando prenderai il treno dopo l’inchiesta. Puoi dirgli che devi vedere il vescovo di Londra immediatamente. Il fatto che tu corra a Londra per essere cresimato renderà più naturale il fatto che io riprenda la mia solitudine interrotta al ‘The George’ non appena te ne sarai andato.»

«E dove dormo stasera, allora?»

«Ufficialmente, immagino, a Fulham Place; ufficiosamente, sospetto, nel mio letto, a meno che non abbiano un’altra stanza libera al ‘The George’. Ho messo la tua veste da cresimando — cioè, il tuo pigiama, le spazzole e tutto il resto — nella mia borsa, pronta per te. C’è qualcos’altro che vuoi sapere? No? Allora vai a fare i bagagli. E incontrami alle dieci e mezza sotto la quercia fulminata o nell’atrio o da qualche parte. Voglio parlare, parlare e parlare, e devo avere il mio Watson.»

«Bene», disse Bill, e se ne andò in camera sua.

Un’ora dopo, comunicati i loro piani ufficiali a Cayley, vagarono insieme nel parco.

«Allora?» disse Bill, mentre si sedevano sotto un albero adatto. «Parla pure.»

«Ho avuto molti pensieri brillanti mentre facevo il bagno stamattina», esordì Antony. «Il più brillante di tutti è che siamo stati degli idioti maledetti, e che abbiamo affrontato la faccenda dal verso sbagliato.»

«Beh, è utile.»

«Certo, è molto limitante fare il detective quando non si sa nulla di investigazioni, quando nessuno sa che stai investigando, quando non puoi convocare le persone per interrogarle, e non hai né l’energia né i mezzi per fare indagini adeguate; e, in breve, quando si fa tutto in modo del tutto amatoriale e casuale.»

«Per essere dei dilettanti non credo che stiamo andando affatto male», protestò Bill.

«No; non per dei dilettanti. Ma se fossimo stati dei professionisti, credo che avremmo affrontato la cosa dall’altra parte. Dalla parte di Robert. Siamo stati a interrogarci su Mark e Cayley tutto il tempo. Ora interroghiamoci un po’ su Robert.»

«Sappiamo così poco di lui.»

«Beh, vediamo cosa sappiamo. Per prima cosa, sappiamo vagamente che era un elemento poco raccomandabile: il tipo di fratello che viene tenuto nascosto davanti agli altri.»

«Sì.»

«Sappiamo che ha annunciato il suo imminente arrivo a Mark in una lettera piuttosto sgradevole, che ho in tasca.»

«Sì.»

«E poi sappiamo una cosa piuttosto curiosa. Sappiamo che Mark ha detto a tutti voi che questa pecora nera stava arrivando. Ora, perché ve l’ha detto?»

Bill rimase pensieroso per un momento.

«Suppongo», disse lentamente, «che sapesse che eravamo destinati a vederlo, e che pensasse che il modo migliore fosse essere del tutto franchi al riguardo.»

«Ma eravate destinati a vederlo? Eravate tutti via a giocare a golf.»

«Eravamo destinati a vederlo se fosse rimasto in casa quella notte.»

«Molto bene, allora. Questa è una cosa che abbiamo scoperto. Mark sapeva che Robert sarebbe rimasto in casa quella notte. O vogliamo metterla così: sapeva che non c’era modo di far uscire Robert di casa immediatamente.»

Bill guardò l’amico con entusiasmo.

«Continua», disse. «Si fa interessante.»

«Sapeva anche un’altra cosa», proseguì Antony. «Sapeva che Robert era destinato a tradire il suo vero carattere davanti a voi non appena lo aveste incontrato. Non poteva spacciarlo per un semplice fratello viaggiatore proveniente dai Domini, magari con un po’ di accento; doveva dirvelo subito, perché eravate destinati a scoprire che Robert era un buono a nulla.»

«Sì. È ragionevole.»

«Beh, ora, non ti colpisce il fatto che Mark abbia preso una decisione su tutto questo piuttosto in fretta?»

«In che senso?»

«Ha ricevuto questa lettera a colazione. L’ha letta; e non appena l’ha letta ha iniziato a confidarsi con tutti voi. Vale a dire, in circa un secondo ha elaborato l’intera faccenda ed è giunto a una decisione: a due decisioni. Ha considerato la possibilità di far sparire Robert prima del vostro ritorno, e ha deciso che era impossibile. Ha considerato la possibilità che Robert si comportasse come una persona normale e decente in pubblico, e ha deciso che era molto improbabile. È giunto a queste due decisioni istantaneamente, mentre leggeva la lettera. Non è un po’ veloce come lavoro?»

«Beh, qual è la spiegazione?»

Antony attese di aver riempito e acceso la pipa prima di rispondere.

«Qual è la spiegazione? Beh, lasciamola stare per un momento e diamo un’altra occhiata ai due fratelli. Insieme, questa volta, alla signora Norbury.»

«La signora Norbury?» disse Bill, sorpreso.

«Sì. Mark sperava di sposare la signorina Norbury. Ora, se Robert fosse stato davvero una macchia sull’onore della famiglia, Mark avrebbe voluto fare una di queste due cose. O tenerlo nascosto ai Norbury del tutto, o, se la cosa fosse venuta fuori, dirglielo lui stesso prima che la notizia arrivasse loro indirettamente. Beh, gliel’ha detto. Ma la cosa buffa è che gliel’ha detto il giorno prima che arrivasse la lettera di Robert. Robert è arrivato, ed è stato ucciso, l’altro ieri: martedì. Mark ne ha parlato alla signora Norbury lunedì. Che cosa ne deduci?»

«Coincidenza», disse Bill, dopo un’attenta riflessione. «Aveva sempre avuto intenzione di dirglielo; il suo corteggiamento procedeva bene, e poco prima che tutto venisse finalmente stabilito, gliel’ha detto. È successo che fosse lunedì. Martedì ha ricevuto la lettera di Robert e si è sentito molto sollevato di averglielo detto in tempo.»

«Beh, potrebbe essere, ma è una coincidenza piuttosto curiosa. Ed ecco qualcosa che la rende davvero molto curiosa. Mi è venuta in mente solo nel bagno stamattina. Un posto ispiratore, il bagno. Beh, è questo: gliel’ha detto lunedì mattina, mentre andava a Middleston in macchina.»

«Beh?»

«Beh.»

«Scusa, Tony; sono ottuso stamattina.»

«In macchina, Bill. E quanto può avvicinarsi la macchina a Jallands?»

«A circa seicento iarde.»

«Sì. E mentre va a Middleston, per degli affari o quant’altro, Mark ferma la macchina, cammina per seicento iarde giù per la collina fino a Jallands, dice: ‘Oh, a proposito, signora Norbury, non credo di averle mai detto che ho un fratello losco di nome Robert’, cammina per seicento iarde su per la collina, risale in macchina e parte per Middleston. È probabile?»

Bill aggrottò la fronte pesantemente.

«Sì, ma non capisco dove vuoi arrivare. Probabile o non probabile, sappiamo che l’ha fatto.»

«Certo che l’ha fatto. Tutto ciò che intendo è che deve aver avuto una ragione forte per dirlo alla signora Norbury subito. E la ragione che suggerisco è che sapeva quella mattina — lunedì mattina, non martedì — che Robert stava venendo a trovarlo, e doveva giocare d’anticipo con la notizia.»

«Ma... ma...»

«E questo spiegherebbe l’altro punto: la sua decisione istantanea a colazione di dirvi tutto sul fratello. Non è stata istantanea. Sapeva lunedì che Robert stava arrivando, e ha deciso allora che avreste dovuto saperlo tutti.»

«Allora come spieghi la lettera?»

«Beh, diamoci un’occhiata.»

Antony prese la lettera dalla tasca e la spiegò sull’erba tra loro.

_«Mark, il tuo amorevole fratello sta venendo a trovarti domani, fin dall’Australia. Ti avverto, così sarai in grado di nascondere la tua sorpresa, ma spero non il tuo piacere. Aspettatelo verso le tre o giù di lì.»_

«Nessuna data menzionata, vedi», disse Antony. «Solo domani.»

«Ma l’ha ricevuta martedì.»

«Davvero?»

«Beh, ce l’ha letta martedì.»

«Oh, sì! Ve l’ha letta.»

Bill rilesse la lettera, poi la girò e ne esaminò il retro. Il retro non aveva nulla da dirgli.

«E il timbro postale?» chiese.

«Purtroppo non abbiamo la busta.»

«E pensi che abbia ricevuto questa lettera lunedì.»

«Sono propenso a crederlo, Bill. Comunque, penso – mi sento quasi certo – che lunedì sapesse già che suo fratello stava arrivando.»

«Ci sarà d’aiuto?»

«No. Rende tutto più complicato. C’è qualcosa di piuttosto inquietante in tutta questa faccenda. Non la capisco.» Rimase in silenzio per un momento, poi aggiunse: «Mi chiedo se l’inchiesta ci sarà d’aiuto.»

«E per quanto riguarda ieri sera? Sono impaziente di sapere cosa ne pensi. Ci hai ragionato sopra?»

«Ieri sera», disse Antony tra sé e sé, pensieroso. «Sì, ieri sera richiede qualche spiegazione.»

Bill attese con speranza che gliela desse. Per esempio, che cosa stava cercando Antony nell’armadio?

«Credo», esordì Antony lentamente, «che dopo ieri sera dobbiamo abbandonare l’idea che Mark sia stato ucciso; ucciso da Cayley, intendo. Non credo che nessuno si darebbe tanta pena per nascondere un vestito avendo un cadavere tra le mani. Il corpo sembrerebbe molto più importante. Penso che ormai possiamo dare per assodato che i vestiti siano tutto ciò che Cayley aveva da nascondere.»

«Ma perché non tenerli nel passaggio?»

«Aveva paura del passaggio. La signorina Norris ne era a conoscenza.»

«Beh, allora nella sua camera da letto, o persino in quella di Mark. Per quanto ne sapessimo tu, io o chiunque altro, Mark avrebbe potuto avere due abiti marroni. Probabilmente li aveva, direi.»

«Probabilmente. Ma dubito che questo avrebbe rassicurato Cayley. L’abito marrone nascondeva un segreto, e quindi l’abito marrone doveva essere nascosto. Sappiamo tutti che in teoria il nascondiglio più sicuro è quello più ovvio, ma in pratica poche persone hanno il fegato di rischiare.»

Bill sembrò piuttosto deluso.

«Allora torniamo al punto di partenza», si lamentò. «Mark ha ucciso suo fratello e Cayley lo ha aiutato a fuggire attraverso il passaggio; o per comprometterlo, o perché non c’era altro modo per uscirne. E lo ha aiutato dicendo una bugia sul suo abito marrone.»

Antony gli sorrise con sincero divertimento.

«Che sfortuna, Bill», disse con compassione. «Dopotutto, c’è solo un omicidio. Mi dispiace tantissimo. È stata colpa mia per...»

«Stai zitto, stupido. Sai bene che non intendevo quello.»

«Beh, sembravi terribilmente deluso.»

Bill non disse nulla per un po’, poi, con una risata improvvisa, confessò.

«Era così eccitante ieri», disse scusandosi, «e sembrava che ci stessimo arrivando, che stessimo scoprendo le cose più meravigliose, e ora...»

«E ora?»

«Beh, è tutto molto più ordinario.»

Antony scoppiò a ridere.

«Ordinario!» esclamò. «Ordinario! Beh, sono sbalordito! Ordinario! Se solo una cosa accadesse in modo ordinario, potremmo concludere qualcosa, ma è tutto ridicolo.»

Bill si rallegrò di nuovo.

«Ridicolo? In che senso?»

«In ogni senso. Prendi quei vestiti ridicoli che abbiamo trovato ieri sera. Puoi spiegare l’abito marrone, ma perché la biancheria intima? Puoi spiegare la biancheria intima in qualche modo assurdo, se vuoi – puoi dire che Mark si cambiava sempre la biancheria ogni volta che riceveva qualcuno dall’Australia – ma perché, in tal caso, mio caro Watson, perché non si è cambiato il colletto?»

«Il colletto?» disse Bill stupito.

«Il colletto, Watson.»

«Non capisco.»

«Ed è tutto così ordinario», schernì Antony.

«Scusa, Tony, non intendevo questo. Dimmi del colletto.»

«Beh, tutto qui. Ieri sera nella borsa non c’era nessun colletto. Camicia, calzini, cravatta... tutto tranne un colletto. Perché?»

«Era quello che cercavi nell’armadio?» chiese Bill con fervore.

«Certamente. “Perché niente colletto?” mi sono detto. Per qualche motivo Cayley ha ritenuto necessario nascondere tutti i vestiti di Mark; non solo l’abito, ma tutto ciò che indossava, o che si supponeva indossasse, al momento dell’omicidio. Ma non aveva nascosto il colletto. Perché? Lo aveva lasciato fuori per errore? Così ho guardato nell’armadio. Non c’era. Lo aveva lasciato fuori apposta? Se è così, perché? E dov’era? Naturalmente ho iniziato a dirmi: “Dove ho visto un colletto ultimamente? Un colletto tutto solo?”. E mi sono ricordato... cosa, Bill?»

Bill si accigliò profondamente e scosse la testa.

«Non chiedermelo, Tony. Non riesco a... Perbacco!» Sollevò la testa. «Nel cesto nella camera da letto dell’ufficio!»

«Esattamente.»

«Ma è quello giusto?»

«Quello che va col resto dei vestiti? Non lo so. Dove altro potrebbe essere? Ma se è così, perché mandare il colletto tranquillamente al lavaggio nel modo consueto e prendersi l’immensa briga di nascondere tutto il resto? Perché, perché, perché?»

Bill morse forte la pipa, ma non riuscì a trovare nulla da dire.

«Comunque», disse Antony, alzandosi irrequieto, «sono certo di una cosa. Lunedì Mark sapeva che Robert stava venendo qui.»

CAPITOLO XIX. L’inchiesta

Il Coroner, dopo aver fatto alcune osservazioni banali sulla terribile natura della tragedia che erano stati chiamati a indagare quel pomeriggio, procedette a delineare il caso alla giuria. Sarebbero stati chiamati dei testimoni per identificare il defunto come Robert Ablett, il fratello del proprietario della Red House, Mark Ablett. Si sarebbe dimostrato che era una sorta di scapestrato che aveva trascorso gran parte della sua vita in Australia e che aveva annunciato, in quella che si poteva quasi definire una lettera minatoria, la sua intenzione di visitare il fratello quel pomeriggio. Ci sarebbero state prove del suo arrivo, del suo essere stato fatto accomodare sulla scena della tragedia – una stanza della Red House, comunemente chiamata “l’ufficio” – e dell’ingresso del fratello in quella stanza. La giuria avrebbe dovuto farsi una propria opinione su quanto fosse accaduto lì. Ma qualunque cosa fosse successa, era accaduta quasi istantaneamente. Entro due minuti dall’ingresso di Mark Ablett, come sarebbe emerso dalle prove, si era udito uno sparo e quando – circa cinque minuti dopo – la stanza era stata forzata, il corpo senza vita di Robert Ablett era stato trovato disteso sul pavimento. Per quanto riguarda Mark Ablett, nessuno lo aveva più visto dal momento in cui era entrato nella stanza, ma sarebbero state presentate prove per dimostrare che aveva con sé abbastanza denaro per portarlo in qualsiasi altra parte del paese, e che un uomo corrispondente alla sua descrizione era stato notato sulla banchina della stazione di Stanton, apparentemente in attesa del treno delle 3.55 per Londra. Come la giuria avrebbe compreso, tali prove di identificazione non erano sempre affidabili. Gli scomparsi avevano il dono di essere visti in una dozzina di posti diversi contemporaneamente. In ogni caso, non c’era dubbio che per il momento Mark Ablett fosse sparito.

«Sembra un uomo assennato», sussurrò Antony a Bill. «Non parla troppo.»

Antony non si aspettava di apprendere molto dalle testimonianze – conosceva ormai troppo bene i fatti del caso – ma si chiedeva se l’ispettore Birch avesse sviluppato nuove teorie. Se così fosse, sarebbero emerse durante l’esame del Coroner, poiché quest’ultimo sarebbe stato certamente istruito dalla polizia sui fatti importanti da estrarre da ogni testimone. Bill fu il primo a essere interrogato.

«Ora, a proposito di questa lettera, signor Beverley?» gli chiesero una volta conclusa la sua deposizione principale. «L’ha vista?»

«Non ho visto la scrittura vera e propria. Ho visto il retro. Mark la teneva in mano quando ci ha parlato di suo fratello.»

«Non sa cosa c’era scritto, quindi?»

Bill ebbe un sussulto improvviso. Aveva letto la lettera solo quella mattina. Sapeva benissimo cosa c’era scritto. Ma non poteva ammetterlo. E poi, proprio mentre stava per spergiurare, si ricordò: Antony aveva sentito Cayley parlarne con l’ispettore.

«L’ho saputo dopo. Me l’hanno detto. Ma Mark non l’ha letta a colazione.»

«Ha dedotto, tuttavia, che si trattasse di una lettera sgradita?»

«Oh, sì!»

«Direbbe che Mark ne fosse spaventato?»

«Non spaventato. Una sorta di amarezza... e rassegnazione. Una specie di “Oh, Signore, ci risiamo!”»

Ci fu qualche risatina qua e là. Il Coroner sorrise e cercò di fingere di non averlo fatto.

«Grazie, signor Beverley.»

Il testimone successivo fu chiamato con il nome di Andrew Amos, e Antony sollevò lo sguardo con interesse, chiedendosi chi fosse.

«Vive alla portineria interna», gli sussurrò Bill.

Tutto ciò che Amos aveva da dire era che uno sconosciuto era passato davanti alla sua portineria poco prima delle tre di quel pomeriggio, e gli aveva rivolto la parola. Aveva visto il corpo e lo aveva riconosciuto come quell’uomo.

«Cosa ha detto?»

«“È questa la strada per la Red House?” o qualcosa del genere, signore.»

«E lei cosa ha detto?»

«Ho risposto: “Questa è la Red House. Chi vuole vedere?”. Era un tipo un po’ trasandato, sa, signore, e non capivo cosa ci facesse lì.»

«Bene?»

«Beh, signore, ha detto: “Il signor Mark Ablett è in casa?”. Detto così non sembra molto, signore, ma non mi è piaciuto il modo in cui l’ha detto. Così mi sono messo davanti a lui, per modo di dire, e ho chiesto: “Che cosa vuole, eh?”. E lui ha fatto una specie di ridacchiare e ha detto: “Voglio vedere il mio caro fratello Mark”. Beh, allora l’ho guardato meglio e ho pensato che forse potesse essere suo fratello, così ho detto: “Se segue il viale, signore, arriverà alla casa. Naturalmente non posso dirle se il signor Ablett sia in casa”. E lui ha fatto di nuovo una specie di risata sgradevole e ha detto: “Bel posto che si è fatto il signor Mark Ablett qui. Un sacco di soldi da spendere, eh?”. Beh, allora l’ho guardato di nuovo, signore, perché i gentiluomini non parlano così, e se fosse stato davvero il fratello del signor Ablett... ma prima che potessi decidermi, ha riso ed è andato avanti. È tutto quello che posso dirle, signore.»

Andrew Amos scese dal banco e si spostò verso il fondo della stanza, e Antony non gli staccò gli occhi di dosso finché non fu certo che Amos intendesse rimanere lì fino alla fine dell’inchiesta.

«Con chi sta parlando Amos ora?» sussurrò ad Antony.

«Parsons. Uno dei giardinieri. È alla portineria esterna sulla strada per Stanton. Sono tutti qui oggi. Una specie di vacanza per loro.»

«Mi chiedo se debba testimoniare anche lui», pensò Antony. Era così. Seguì Amos. Aveva lavorato sul prato davanti alla casa e aveva visto arrivare Robert Ablett. Non aveva sentito lo sparo, o almeno non ci aveva fatto caso. Era un po’ duro d’orecchi. Aveva visto un gentiluomo arrivare circa cinque minuti dopo il signor Robert.

«Riesce a vederlo in tribunale ora?» chiese il Coroner. Parsons si guardò intorno lentamente. Antony incrociò il suo sguardo e sorrise.

«È lui», disse Parsons, indicandolo.

Tutti guardarono Antony.

«È stato circa cinque minuti dopo?»

«Circa, signore.»

«Qualcuno è uscito di casa prima dell’arrivo di questo gentiluomo?»

«No, signore. Cioè, non li ho visti.»

Seguì Stevens. Fornì la sua deposizione proprio come l’aveva data all’ispettore. Nessun elemento nuovo emerse dal suo interrogatorio. Poi arrivò Elsie. Mentre i giornalisti scarabocchiavano ciò che aveva origliato, aggiunsero tra parentesi “Sensazione” per la prima volta quel pomeriggio.

«Quanto tempo dopo aver sentito questo è arrivato lo sparo?» chiese il Coroner.

«Quasi subito, signore.»

«Un minuto?»

«Non saprei dire, signore. È stato così veloce.»

«Era ancora nell’atrio?»

«Oh, no, signore. Ero appena fuori dalla stanza della signora Stevens. La governante, signore.»

«Non ha pensato di tornare nell’atrio per vedere cosa fosse successo?»

«Oh, no, signore. Sono solo entrata dalla signora Stevens, e lei ha detto: “Oh, cos’era?”, spaventata. E io ho risposto: “Era in casa, signora Stevens, era proprio lì”. Sembrava qualcosa che scoppiava, ecco.»

«Grazie», disse il Coroner.

Ci fu un altro turbamento emotivo nella stanza quando Cayley entrò nel banco dei testimoni; non “Sensazione” questa volta, ma un interesse avido e, come parve ad Antony, comprensivo. Ora stavano arrivando al cuore del dramma.

Fornì la sua deposizione con attenzione, senza emozioni – le bugie con la stessa lenta deliberazione della verità. Antony lo osservava attentamente, chiedendosi cosa ci fosse in lui che esercitasse questo strano tipo di attrattiva. Antony, che sapeva che stava mentendo, e mentendo (come credeva) non per il bene di Mark ma per il proprio, non poteva fare a meno di condividere parte di quella simpatia generale nei suoi confronti.

«Mark è mai stato in possesso di una rivoltella?» chiese il Coroner.

«Non che io sappia. Credo che lo avrei saputo se lo fosse stato.»

«Lei è rimasto solo con lui per tutta quella mattina. Ha parlato affatto di questa visita di Robert?»

«Non l’ho visto molto durante la mattina. Ero al lavoro nella mia stanza, e fuori, e così via. Abbiamo pranzato insieme e ne ha parlato un po’ in quell’occasione.»

«In che termini?»

«Beh...» esitò, poi continuò. «Non riesco a trovare una parola migliore di “irritabilmente”. Di tanto in tanto diceva: “Cosa pensi che voglia?”, o “Perché non è rimasto dov’era?”, o “Non mi piace il tono della sua lettera. Pensi che voglia creare problemi?”. Parlava più o meno in quel modo.»

«Ha espresso sorpresa per il fatto che suo fratello fosse in Inghilterra?»

«Credo temesse sempre che un giorno sarebbe spuntato fuori.»

«Sì... Non ha sentito alcuna conversazione tra i fratelli quando erano insieme nell’ufficio?»

«No. Mi è capitato di entrare in biblioteca subito dopo che Mark vi era entrato, e sono rimasto lì tutto il tempo.»

«La porta della biblioteca era aperta?»

«Oh, sì.»

«Ha visto o sentito l’ultimo testimone?»

«No.»

«Se qualcuno fosse uscito dall’ufficio mentre lei era in biblioteca, lo avrebbe sentito?»

«Credo di sì. A meno che non fossero usciti molto silenziosamente di proposito.»

«Definirebbe Mark un uomo dal temperamento irascibile?»

Cayley valutò attentamente la domanda prima di rispondere.

«Irascibile, sì», disse. «Ma non violento.»

«Era piuttosto atletico? Attivo e svelto?»

«Attivo e svelto, sì. Non particolarmente forte.»

«Sì... Un’ultima domanda. Mark era solito portare con sé una somma di denaro considerevole?»

«Sì. Aveva sempre con sé una banconota da 100 sterline e forse anche dieci o venti sterline.»

«Grazie, signor Cayley.»

Cayley tornò pesantemente al suo posto. “Dannazione”, disse Antony tra sé e sé, “perché mi sta simpatico questo tizio?”

«Antony Gillingham!»

Di nuovo si poteva percepire l’avido interesse della sala. Chi era questo sconosciuto che era stato coinvolto nella faccenda in modo così misterioso?

Antony sorrise a Bill e salì per rendere la sua testimonianza.

Spiegò come fosse arrivato a soggiornare al ‘The George’ a Woodham, come avesse sentito dire che la Red House era nei paraggi, come si fosse incamminato per vedere il suo amico Beverley e fosse arrivato subito dopo la tragedia. Ripensandoci in seguito, era abbastanza certo di aver sentito lo sparo, ma non gli aveva fatto alcuna impressione sul momento. Era arrivato alla casa dalla parte di Woodham e di conseguenza non aveva visto nulla di Robert Ablett, che lo precedeva di pochi minuti. Da quel punto in poi, la sua testimonianza coincideva con quella di Cayley.

«Lei e l’ultimo testimone siete arrivati insieme alle porte-finestre e le avete trovate chiuse?»

«Sì.»

«Le avete forzate e siete giunti al corpo. Naturalmente non avevate idea di chi fosse il corpo?»

«No.»

«Il signor Cayley ha detto qualcosa?»

«Ha girato il corpo, giusto per vedere il viso, e quando l’ha visto, ha detto: “Grazie a Dio”.»

Di nuovo i giornalisti scrissero “Sensazione”.

«Ha capito cosa intendesse con ciò?»

«Gli ho chiesto chi fosse, e lui ha risposto che era Robert Ablett. Poi ha spiegato che all’inizio temeva fosse il cugino con cui viveva, Mark.»

«Sì. Sembrava sconvolto?»

«Molto, all’inizio. Meno quando ha scoperto che non era Mark.»

Ci fu un’improvvisa risatina da parte di un gentiluomo nervoso tra la folla in fondo alla sala, e il Coroner inforcò gli occhiali e fissò severamente la direzione da cui proveniva. Il gentiluomo nervoso decise frettolosamente che era giunto il momento di allacciarsi una scarpa. Il Coroner abbassò gli occhiali e continuò.

«Qualcuno è uscito di casa mentre lei stava risalendo il viale?»

«No.»

«Grazie, signor Gillingham.»

Fu seguito dall’ispettore Birch. L’ispettore, rendendosi conto che quello era il suo pomeriggio e che gli occhi del mondo erano puntati su di lui, produsse una planimetria della casa e spiegò l’ubicazione delle diverse stanze. La planimetria fu quindi consegnata alla giuria.

L’ispettore Birch, così disse al mondo, era arrivato alla Red House alle 16:42 del pomeriggio in questione. Era stato ricevuto dal signor Matthew Cayley, che gli aveva rilasciato una breve dichiarazione, e aveva quindi proceduto a esaminare la scena del crimine. Le porte-finestre erano state forzate dall’esterno. La porta che conduceva nell’atrio era chiusa a chiave; aveva perquisito accuratamente la stanza e non aveva trovato traccia di una chiave. Nella camera da letto che dava sull’ufficio aveva trovato una finestra aperta. Non c’erano segni sulla finestra, ma era bassa e, come sperimentò personalmente, molto facile da varcare senza toccarla con gli stivali. A pochi metri fuori dalla finestra iniziava un arbusteto. Non c’erano impronte recenti fuori dalla finestra, ma il terreno era in condizioni molto dure a causa dell’assenza di pioggia. Nell’arbusteto, tuttavia, aveva trovato diversi rametti a terra, spezzati di recente, insieme ad altre prove che qualcuno si era fatto strada a forza. Aveva interrogato tutti coloro che erano legati alla tenuta, e nessuno di loro era entrato nell’arbusteto di recente. Forzando il passaggio attraverso l’arbusteto, era possibile per una persona fare una deviazione rispetto alla casa e raggiungere l’estremità del parco verso Stanton senza mai essere in vista della casa stessa.

Aveva fatto indagini sul defunto. Il defunto era partito per l’Australia circa quindici anni prima, a causa di alcuni problemi finanziari in famiglia. Il defunto non godeva di buona reputazione nel villaggio da cui lui e suo fratello provenivano. Il defunto e suo fratello non erano mai stati in buoni rapporti, e il fatto che Mark Ablett avesse ereditato del denaro era stato causa di grande amarezza tra loro. Fu poco dopo che Robert partì per l’Australia.

Aveva fatto indagini alla stazione di Stanton. Era giorno di mercato a Stanton e la stazione era stata più affollata del solito. Nessuno aveva notato in modo particolare l’arrivo di Robert Ablett; c’erano stati molti passeggeri col treno delle 14:10 quel pomeriggio, il treno con cui Robert era indubbiamente arrivato da Londra. Un testimone, tuttavia, avrebbe dichiarato di aver notato un uomo somigliante a Mark Ablett alla stazione alle 15:53 di quel pomeriggio, e quest’uomo aveva preso il treno delle 15:55 per la città.

C’era uno stagno nei terreni della Red House. Lo aveva dragato, ma senza risultati...

Antony lo ascoltava con indifferenza, assorto nei propri pensieri. Seguì la testimonianza medica, ma non se ne ricavò nulla. Si sentiva così vicino alla verità; da un momento all’altro qualcosa avrebbe potuto dare al suo cervello quel piccolo suggerimento di cui aveva bisogno. L’ispettore Birch stava semplicemente inseguendo l’ordinario. Qualunque altra cosa fosse questo caso, non era ordinario. C’era qualcosa di inquietante.

John Borden stava testimoniando. Si trovava sulla banchina per salutare un amico che partiva col treno delle 15:55 di martedì pomeriggio. Aveva notato un uomo sulla banchina con il colletto del cappotto alzato e una sciarpa intorno al mento. Si era chiesto perché l’uomo facesse una cosa simile in una giornata così calda. L’uomo sembrava cercare di sfuggire all’osservazione. Appena arrivato il treno, si era affrettato a salire in una carrozza. E così via.

«C’è sempre un John Borden in ogni caso di omicidio», disse Antony tra sé e sé.

«Ha mai visto Mark Ablett?»

«Una o due volte, signore.»

«Era lui?»

«Non l’ho mai visto bene in faccia, signore, con quel colletto alzato e la sciarpa e tutto il resto. Ma appena ho sentito del triste accaduto, e che il signor Ablett era scomparso, ho detto alla signora Borden: “Mi chiedo se fosse il signor Ablett quello che ho visto alla stazione”. Così ne abbiamo parlato e abbiamo deciso che avrei dovuto venire a dirlo all’ispettore Birch. Era esattamente della statura del signor Ablett, signore».

Antony proseguì con i suoi pensieri....

Il coroner stava facendo il punto della situazione. La giuria, disse, aveva ormai ascoltato tutte le testimonianze e avrebbe dovuto decidere cosa fosse accaduto in quella stanza tra i due fratelli. Come era giunto alla morte il defunto? Le prove mediche li avrebbero probabilmente convinti che Robert Ablett era morto per gli effetti di una ferita da proiettile alla testa. Chi aveva sparato quel colpo? Se Robert Ablett avesse premuto il grilletto da solo, senza dubbio avrebbero emesso un verdetto di suicidio; ma se così fosse stato, dov’era il revolver che aveva sparato e che fine aveva fatto Mark Ablett? Se non credevano in questa possibilità di suicidio, cosa rimaneva? Morte accidentale, omicidio giustificabile e omicidio volontario. Il defunto poteva essere stato ucciso accidentalmente? Era possibile, ma allora perché Mark Ablett sarebbe scappato? Le prove che fosse fuggito dalla scena del crimine erano solide. Suo cugino lo aveva visto entrare nella stanza, la domestica Elsie Wood lo aveva sentito litigare con il fratello all’interno, la porta era stata chiusa a chiave dall’interno e c’erano segni che, fuori dalla finestra aperta, qualcuno si fosse fatto strada poco tempo prima attraverso l’arbusto. Chi, se non Mark? Avrebbero dovuto quindi considerare se sarebbe scappato se fosse stato innocente della morte del fratello. Senza dubbio le persone innocenti a volte perdono la testa. Era possibile che, se in seguito fosse stato dimostrato che Mark Ablett aveva sparato a suo fratello, si sarebbe potuto anche dimostrare che era giustificato nel farlo e che, quando era fuggito dal cadavere del fratello, non avesse in realtà nulla da temere dalla legge. A questo proposito non c’era bisogno di ricordare alla giuria che essi non erano il tribunale definitivo e che, se avessero dichiarato Mark Ablett colpevole di omicidio, ciò non avrebbe pregiudicato il suo processo in alcun modo, qualora fosse stato catturato.... La giuria poteva ritirarsi per il verdetto.

Lo considerarono. Annunciarono che il defunto era morto a causa di una ferita da arma da fuoco e che il colpo era stato sparato da suo fratello Mark Ablett.

Bill si voltò verso Antony al suo fianco. Ma Antony non c’era più. Dall’altra parte della stanza vide Andrew Amos e Parsons uscire insieme dalla porta, con Antony in mezzo a loro.

CAPITOLO XX. Il signor Beverley è pieno di tatto

L’inchiesta si era tenuta al “Lamb” a Stanton; a Stanton Robert Ablett sarebbe stato sepolto il giorno seguente. Bill aspettò fuori il suo amico, chiedendosi dove fosse andato. Poi, rendendosi conto che Cayley sarebbe uscito presto per prendere la sua auto e che una conversazione d’addio con Cayley sarebbe stata un po’ imbarazzante, si aggirò nel cortile sul retro della locanda, accese una sigaretta e rimase a osservare un manifesto strappato e rovinato dalle intemperie sul muro della stalla. «GRANDE SPETTACOLO TEATRALE» annunciava, previsto per «mercoledì, dicem». Bill sorrise tra sé mentre lo guardava, perché la parte di Joe, un postino loquace, era stata interpretata da «William B. Beverl», come confermavano i resti del poster, ed era stato molto meno loquace di quanto l’autore avesse inteso, avendo dimenticato completamente le sue battute, ma era stato tutto molto divertente. Poi smise di sorridere, perché non ci sarebbe stato più alcun divertimento alla Red House.

«Scusa se ti ho fatto aspettare», disse la voce di Antony alle sue spalle. «I miei vecchi amici Amos e Parsons hanno insistito per offrirmi da bere».

Infilò la mano sotto il braccio di Bill e gli sorrise felicemente.

«Perché eri così interessato a loro?» chiese Bill con un po’ di risentimento. «Non riuscivo a immaginare dove diavolo fossi finito».

Antony non disse nulla. Fissava il manifesto.

«Quando è successo questo?» chiese.

«Cosa?»

Antony indicò il manifesto.

«Oh, quello? Lo scorso Natale. È stato piuttosto divertente».

Antony iniziò a ridere tra sé e sé.

«Sei stato bravo?»

«Una schifezza. Non pretendo di essere un attore».

«Mark era bravo?»

«Oh, piuttosto. Adora farlo».

«Rev. Henry Stutters—Mr. Matthew Cay», lesse Antony.

«Era il nostro amico Cayley?»

«Sì».

«Era bravo?»

«Beh, molto meglio di quanto mi aspettassi. Non era entusiasta, ma Mark lo ha costretto».

«La signorina Norris non recitava, vedo».

«Mio caro Tony, lei è una professionista. Certo che non recitava».

Antony rise di nuovo.

«Un grande successo, vero?»

«Oh, altroché!»

«Sono un idiota, un dannato idiota», annunciò Antony solennemente. «E un dannato idiota», disse di nuovo sottovoce, mentre allontanava Bill dal manifesto e usciva dal cortile verso la strada. «E un dannato idiota. Persino ora...» Si interruppe e poi chiese improvvisamente: «Mark ha mai avuto molti problemi con i denti?»

«Andava spesso dal dentista. Ma che diavolo...»

Antony rise per la terza volta.

«Che fortuna!» ridacchiò. «Ma come lo sai?»

«Andiamo dallo stesso uomo; Mark me l’ha consigliato. Cartwright, in Wimpole Street».

«Cartwright in Wimpole Street», ripeté Antony pensieroso. «Sì, posso ricordarlo. Cartwright in Wimpole Street. Cayley andava anche lui da lui, per caso?»

«Immagino di sì. Oh, sì, so che ci andava. Ma che diavolo...»

«Com’era la salute generale di Mark? Vedeva spesso un medico?»

«Quasi mai, direi. Faceva molti esercizi al mattino presto che avrebbero dovuto renderlo sveglio e allegro a colazione. Non sortivano quell’effetto, ma sembravano mantenerlo piuttosto in forma. Tony, vorrei che tu...»

Antony sollevò una mano e lo zittì.

«Un’ultima domanda», disse. «A Mark piaceva nuotare?»

«No, lo odiava. Non credo sapesse nuotare. Tony, sei pazzo tu o lo sono io? O è un nuovo gioco?»

Antony gli strinse il braccio.

«Caro vecchio Bill», disse. «È un gioco. Che gioco! E la risposta è Cartwright in Wimpole Street».

Camminarono in silenzio per circa mezzo miglio lungo la strada per Woodham. Bill provò due o tre volte a far parlare il suo amico, ma Antony rispose solo con dei grugniti. Stava per fare un altro tentativo quando Antony si fermò di colpo e si voltò verso di lui ansiosamente.

«Mi chiedo se faresti una cosa per me», disse, guardandolo con una certa esitazione.

«Che tipo di cosa?»

«Beh, è davvero dannatamente importante. È proprio l’unica cosa che mi manca ora».

Bill tornò improvvisamente entusiasta.

«Dico, hai davvero scoperto tutto?»

Antony annuì.

«O almeno, sono quasi arrivato, Bill. C’è solo questa cosa che voglio ora. Significa tornare a Stanton. Beh, non siamo venuti da lontano; non ti porterà via molto tempo. Ti dispiace?»

«Mio caro Holmes, sono ai tuoi ordini».

Antony gli rivolse un sorriso e rimase in silenzio per un po’, a riflettere.

«C’è un’altra locanda a Stanton, abbastanza vicina alla stazione?»

«Il “Plough and Horses” — proprio all’angolo dove la strada sale verso la stazione — è quella che intendi?»

«Deve essere quella. Immagino che ti andrebbe bene un drink, vero?»

«Altroché!» disse Bill, con un sorriso.

«Bene. Allora prendine uno al “Plough and Horses”. Prendine due, se vuoi, e parla con il proprietario, o la proprietaria, o chiunque ti serva. Voglio che scopra se qualcuno ha alloggiato lì lunedì sera».

«Robert?» disse Bill con impazienza.

«Non ho detto Robert», disse Antony, sorridendo. «Voglio solo che scopra se hanno avuto un ospite che ha dormito lì lunedì sera. Uno sconosciuto. Se è così, allora cerca di ottenere qualsiasi dettaglio su di lui, senza far capire al proprietario che sei interessato...»

«Lascia fare a me», lo interruppe Bill. «So esattamente cosa vuoi».

«Non dare per scontato che fosse Robert, o chiunque altro. Lascia che siano loro a descriverti l’uomo. Non influenzarli inconsciamente suggerendo che fosse basso o alto, o qualcosa del genere. Falli solo parlare. Se è il proprietario, faresti meglio a offrirgli da bere una o due volte».

«D’accordo», disse Bill con sicurezza. «Dove ti incontro di nuovo?»

«Probabilmente al “The George”. Se arrivi lì prima di me, puoi ordinare la cena per le otto. Comunque ci incontreremo alle otto, se non prima».

«Bene». Annuì ad Antony e si incamminò a grandi passi verso Stanton.

Antony rimase a guardarlo con un piccolo sorriso per il suo entusiasmo. Poi si guardò intorno lentamente, come in cerca di qualcosa. All’improvviso vide ciò che voleva. Vent’anni più avanti, una stradina si diramava a sinistra e c’era un cancello poco lontano sul lato destro. Antony si incamminò verso il cancello, caricando la pipa mentre camminava. Poi accese la pipa, si sedette sul cancello e si prese la testa tra le mani.

«Ora», disse a se stesso, «cominciamo dall’inizio».

Erano quasi le otto quando William Beverley, il famoso segugio, arrivò, stanco e impolverato, al “The George”, per trovare Antony, fresco e pulito, in piedi a capo scoperto sulla porta, ad aspettarlo.

«La cena è pronta?» furono le prime parole di Bill.

«Sì».

«Allora vado solo a darmi una lavata. Signore, quanto sono stanco».

«Non avrei mai dovuto chiedertelo», disse Antony pentito.

«Va tutto bene. Non ci metterò un attimo». A metà delle scale si voltò e chiese: «Sono nella tua stanza?»

«Sì. Conosci la strada?»

«Sì. Inizia a tagliare la carne, vuoi? E ordina molta birra». Scomparve in cima alla scala. Antony entrò lentamente.

Quando il primo languore della fame fu placato e poté concedersi un po’ di tempo tra un boccone e l’altro, Bill fece il resoconto delle sue avventure. Il proprietario del “Plough and Horses” era stato restio, decisamente restio; Bill non era riuscito all’inizio a cavargli nulla. Ma Bill era stato pieno di tatto; cielo, quanto era stato pieno di tatto.

«Continuava a parlare dell’inchiesta, e di che faccenda strana fosse stata, e così via, e di come ci fosse stata un’inchiesta nella famiglia di sua moglie una volta, di cui sembrava piuttosto orgoglioso, e io continuavo a dire: “Abbastanza occupato, immagino, in questo momento, eh?”, e lui rispondeva: “Così così”, e ricominciava a parlare di Susan — quella che aveva avuto l’inchiesta — ne parlava come se fosse una malattia; e poi ci riprovavo, dicendo: “Tempi morti, immagino, in questo momento, eh?”, e lui rispondeva di nuovo “Così così”, e poi era il momento di offrirgli un altro drink, e non sembrava che mi avvicinassi molto. Ma alla fine l’ho preso. Gli ho chiesto se conosceva John Borden, l’uomo che diceva di aver visto Mark alla stazione. Beh, sapeva tutto di Borden e, dopo che mi ebbe raccontato tutto della famiglia della moglie di Borden e di come una di loro fosse morta bruciata — dopo di te con la birra, grazie — beh, allora ho detto con noncuranza che deve essere molto difficile ricordare qualcuno che hai appena visto una volta, per identificarlo in seguito, e lui ha convenuto che sarebbe stato “così così difficile”, e poi...»

«Fammi indovinare tre volte», interruppe Antony. «Gli hai chiesto se si ricordava di tutti quelli che venivano alla sua locanda?»

«Esatto. Intelligente, vero?»

«Brillante. E qual è stato il risultato?»

«Il risultato è stato una donna».

«Una donna?» disse Antony con impazienza.

«Una donna», disse Bill in modo eloquente. «Certo, pensavo che sarebbe stato Robert, così pensavi anche tu, vero? Ma non lo era. Era una donna. È arrivata molto tardi lunedì sera in auto, guidando da sola, ed è ripartita presto la mattina dopo».

«L’ha descritta?»

«Sì. Era così così. Altezza media, età media, carnagione media, e così via. Non aiuta molto, vero? Ma comunque, una donna. Questo sconvolge la tua teoria?»

Antony scosse la testa.

«No, Bill, affatto», disse.

«Lo sapevi fin dall’inizio? O almeno, l’avevi intuito?»

«Aspetta domani. Ti dirò tutto domani».

«Domani!» disse Bill con grande delusione.

«Beh, ti dirò una cosa stasera, se mi prometti di non fare altre domande. Ma probabilmente la sai già».

«Di cosa si tratta?»

«Solo che Mark Ablett non ha ucciso suo fratello».

«E Cayley lo ha fatto?»

«Questa è un’altra domanda, Bill. Comunque, la risposta è che nemmeno Cayley l’ha fatto».

«Allora chi diavolo...»

«Bevi un’altra birra», disse Antony con un sorriso. E Bill dovette accontentarsi di quello.

Quella sera andarono a letto presto, perché entrambi erano stanchi. Bill dormì in modo rumoroso e provocatorio, ma Antony rimase sveglio a riflettere. Cosa stava succedendo alla Red House in quel momento? Forse avrebbe saputo qualcosa al mattino; forse avrebbe ricevuto una lettera. Ripassò l’intera storia dall’inizio: c’era qualche possibilità di errore? Cosa avrebbero fatto i poliziotti? Avrebbero mai scoperto la verità? Avrebbe dovuto dirglielo? Beh, che scoprano loro; era il loro lavoro. Di certo non poteva aver fatto un errore questa volta. Non serviva a nulla chiederselo ora; lo avrebbe saputo con certezza al mattino.

Al mattino c’era una lettera per lui.

CAPITOLO XXI. Le scuse di Cayley

«Mio caro signor Gillingham,

«Dedurrò dalla sua lettera che lei ha fatto certe scoperte che potrebbe sentire il dovere di comunicare alla polizia e che, in questo caso, il mio arresto per l’accusa di omicidio seguirebbe inevitabilmente. Perché, in queste circostanze, lei mi dia un così ampio avvertimento delle sue intenzioni, non lo capisco, a meno che non sia perché non è del tutto privo di simpatia nei miei confronti. Ma che lei provi simpatia o meno, in ogni caso vorrà sapere — e voglio che lei sappia — l’esatta modalità con cui Ablett è andato incontro alla morte e le ragioni che hanno reso necessaria quella morte. Se la polizia deve sapere qualcosa, preferisco che anche loro conoscano l’intera storia. Loro, e persino lei, potrebbero chiamarlo omicidio, ma a quel punto sarò fuori portata. Li lasci chiamare come vogliono.

«Devo iniziare portandola indietro a una giornata estiva di quindici anni fa, quando io ero un ragazzo di tredici anni e Mark un giovane uomo di venticinque. La sua intera vita era una finzione e in quel momento stava fingendo di essere un filantropo. Sedeva nel nostro piccolo salotto, schioccando i guanti contro il dorso della mano sinistra, e mia madre, buona anima, pensava a che nobile giovane gentiluomo fosse, e Philip e io, frettolosamente lavati e ficcati dentro colletti inamidati, stavamo davanti a lui, dandoci di gomito e scalciando con i tacchi e maledicendolo in cuor nostro per aver interrotto il nostro gioco. Aveva deciso di adottare uno di noi, il gentile cugino Mark. Il cielo sa perché scelse me. Philip ne aveva undici; altri due anni da aspettare. Forse era per questo.

«Bene, Mark mi ha fatto studiare. Sono andato in una scuola pubblica e a Cambridge, e sono diventato il suo segretario. Beh, molto più che il suo segretario, come forse il suo amico Beverley le ha detto: il suo agente immobiliare, il suo consulente finanziario, il suo corriere, il suo — ma soprattutto questo — il suo pubblico. Mark non poteva mai vivere solo. Doveva sempre esserci qualcuno ad ascoltarlo. Penso che in cuor suo sperasse che sarei stato il suo Boswell. Un giorno mi disse che mi aveva reso suo esecutore letterario, povero diavolo. E mi scriveva le lettere più assurde e lunghe quando ero lontano da lui, lettere che leggevo una volta e poi stracciavo. La futilità dell’uomo!

«È stato tre anni fa che Philip si è messo nei guai. Era stato spinto frettolosamente attraverso una scuola di grammatica economica e dentro un ufficio di Londra, scoprendo lì che non c’era molto divertimento da ottenere in questo mondo con due sterline a settimana. Un giorno ho ricevuto una sua lettera frenetica, che diceva che doveva avere cento sterline subito, o sarebbe stato rovinato, e sono andato da Mark per i soldi. Solo per prenderli in prestito, capisce; mi dava un buon stipendio e avrei potuto restituirglieli in tre mesi. Ma no. Non ci vedeva nulla per sé, immagino; niente applausi, niente ammirazione. La gratitudine di Philip sarebbe stata verso di me, non verso di lui. Ho implorato, ho minacciato, abbiamo discusso; e mentre discutevamo, Philip è stato arrestato. Ha ucciso mia madre — era sempre il suo preferito — ma Mark, come al solito, ne ha tratto soddisfazione. Si è pavoneggiato sul suo giudizio sul carattere nell’aver scelto me e non Philip dodici anni prima!

«Più tardi mi sono scusato con Mark per le cose avventate che gli avevo detto, e lui ha interpretato la parte del gentiluomo magnanimo con la sua consueta abilità, ma, sebbene esteriormente fossimo come prima l’uno verso l’altro, da quel giorno in poi, nonostante la sua vanità non gli permettesse mai di vederlo, io ero il suo più acerrimo nemico. Se fosse stato tutto qui, mi chiedo se lo avrei ucciso? Vivere in termini di intima amicizia con un uomo che odi è un lavoro pericoloso per il tuo amico. A causa della sua convinzione che io fossi il suo pupillo ammirato e grato e della sua convinzione di essere il mio benefattore, ora ero completamente in mio potere. Potevo prendermi il mio tempo e scegliere la mia occasione. Forse non lo avrei ucciso, ma avevo giurato di avere la mia vendetta — ed eccolo lì, povero sciocco vanitoso, alla mia mercé. Non avevo fretta.

«Due anni dopo ho dovuto riconsiderare la mia posizione, perché la mia vendetta mi stava sfuggendo di mano. Mark ha iniziato a bere. Avrei potuto fermarlo? Non credo, ma con mia enorme sorpresa mi sono ritrovato a provare a farlo. Istinto, forse, che ha la meglio sulla ragione; o ho ragionato e mi sono detto che, se si fosse bevuto fino alla morte, avrei perso la mia vendetta? Sulla mia parola, non posso dirglielo; ma, per qualunque motivo, volevo davvero fermarlo. Bere è una cosa così bestiale, comunque.

«Non potevo fermarlo, ma l’ho tenuto entro certi limiti, in modo che nessuno tranne me conoscesse il suo segreto. Sì, l’ho tenuto esteriormente presentabile; e forse ora stavo diventando come il cannibale che tiene la sua vittima in buone condizioni per i propri fini. Mi compiacevo di Mark, pensando a quanto fosse totalmente mio da rovinare come volevo, finanziariamente, moralmente, in qualunque modo mi desse più soddisfazione. Dovevo solo togliere la mia mano da lui ed egli sprofondava. Ma ancora una volta, non avevo fretta.

«Poi si è ucciso. Quel piccolo ubriacone futile, consumato dal suo egoismo e dalla sua vanità, ha offerto la sua bestialità alla donna più pura e vera di questa terra. Lei l’ha vista, signor Gillingham, ma non ha mai conosciuto Mark Ablett. Anche se non fosse stato un ubriacone, non c’era alcuna possibilità di felicità per lei con lui. Lo conoscevo da molti anni, ma non l’ho mai visto una volta commosso da alcuna emozione generosa. Aver vissuto con quella piccola anima avvizzita sarebbe stato un inferno per lei; e un inferno mille volte peggiore quando ha iniziato a bere.

«Quindi doveva essere ucciso. Ero l’unico rimasto a proteggerla, poiché sua madre era in combutta con Mark per causare la sua rovina. Gli avrei sparato apertamente per il suo bene, e con quanta gioia, ma non avevo intenzione di sacrificarmi inutilmente. Era in mio potere; avrei potuto persuaderlo a quasi tutto con l’adulazione; di certo non sarebbe stato difficile dare alla sua morte l’apparenza di un incidente.

«Non ho bisogno di rubarle tempo raccontandole i molti piani che ho fatto e respinto. Per alcuni giorni ho propeso per un sfortunato incidente in barca nello stagno — Mark, un nuotatore molto mediocre, io quasi esausto in un galante tentativo di tenerlo a galla. E poi lui stesso mi ha dato l’idea, lui e la signorina Norris insieme, e così si è messo nelle mie mani; senza rischio di scoperta, avrei detto, se lei non mi avesse scoperto».

«Eravamo a parlare di fantasmi. Mark era stato ancora più vanitoso, pomposo e assurdo del solito, e potevo vedere che la signorina Norris ne era irritata. Dopo cena, suggerì di travestirsi da fantasma per spaventarlo. Pensai fosse mio dovere avvertirla che Mark prendeva male qualsiasi scherzo fatto alle sue spalle, ma lei era determinata a farlo. Cedetti a malincuore. A malincuore, inoltre, le rivelai il segreto del passaggio. (C’è un passaggio sotterraneo che va dalla biblioteca al campo da bocce. Dovrebbe esercitare il suo ingegno, signor Gillingham, nel cercare di scoprirlo. Mark vi si imbatté per caso un anno fa. Per lui fu una manna dal cielo; poteva bere lì con maggiore segretezza. Ma dovette raccontarmelo. Voleva un pubblico, persino per i suoi vizi.)

Raccontai tutto alla signorina Norris, dunque, perché era necessario per il mio piano che Mark fosse spaventato a dovere. Senza il passaggio, lei non avrebbe mai potuto avvicinarsi abbastanza al campo da bocce per allarmarlo come si deve, ma così come lo organizzai con lei, fece un’apparizione efficacissima, e Mark fu esattamente nello stato di rabbia e vendetta di cui avevo bisogno. La signorina Norris, capisce, è un’attrice professionista. Non c’è bisogno che le dica che, ai suoi occhi, io apparivo animato da nient’altro che da un desiderio fanciullesco di mettere in atto un buon scherzo — uno scherzo diretto tanto contro gli altri quanto contro Mark.

Venne da me quella sera, come mi aspettavo, ancora tremante d’indignazione. La signorina Norris non doveva più essere invitata in quella casa; dovevo prenderne nota particolare; mai più. Era oltraggioso. Se non avesse avuto una reputazione di ospite da mantenere, l’avrebbe cacciata via la mattina seguente. Così com’erano le cose, poteva restare; l’ospitalità lo esigeva; ma mai più sarebbe venuta alla Red House — su questo era assolutamente determinato. Dovevo prenderne nota particolare.

Lo confortai, gli lisciai le penne arruffate. Si era comportata molto male, ma lui aveva perfettamente ragione; doveva cercare di non mostrare quanto disapprovava il suo comportamento. E naturalmente lei non sarebbe più venuta — era ovvio. E poi, all’improvviso, iniziai a ridere. Mi guardò indignato.

«C’è qualcosa che fa ridere?» disse freddamente.

Risi di nuovo, sommessamente.

«Stavo solo pensando,» dissi, «che sarebbe piuttosto divertente se tu... beh, ti vendicassi.»

«La mia vendetta? Che cosa intendi?»

«Beh, ripagarla con la sua stessa moneta.»

«Intendi provare a spaventarla?»

«No, no; ma travestirti e prenderla un po’ in giro. Farla sembrare una sciocca davanti agli altri.» Risi di nuovo tra me e me. «Le starebbe proprio bene.»

Balzò in piedi eccitato.

«Perbacco, Cay!» esclamò. «Se potessi! Come? Devi pensare a un modo.»

Non so se Beverley le abbia parlato della recitazione di Mark. Era un amatore di tutte le arti, e vanitoso dei suoi piccoli talenti, ma come attore si riteneva davvero straordinario. Certamente aveva una certa attitudine per il palcoscenico, finché lo aveva tutto per sé e recitava davanti a un pubblico ammirato. Come attore professionista in una piccola parte sarebbe stato un disastro; come amatore che recita la parte del protagonista, meritava tutto ciò che i giornali locali avevano scritto di lui. E così, l’idea di darci una rappresentazione privata, diretta contro un’attrice professionista che lo aveva preso in giro, solleticava allo stesso modo la sua vanità e il suo desiderio di ritorsione. Se lui, Mark Ablett, con la sua recitazione meravigliosa fosse riuscito a far sembrare Ruth Norris una sciocca davanti agli altri, fosse riuscito a ingannarla, per poi unirsi alla risata alle sue spalle, avrebbe avuto davvero una degna vendetta!

Le sembra infantile, signor Gillingham? Ah, lei non ha mai conosciuto Mark Ablett.

«Come, Cay, come?» disse impaziente.

«Beh, non ci ho ancora pensato bene,» protestai. «Era solo un’idea.»

Iniziò a pensarci da solo.

«Potrei fingere di essere un impresario, venuto a trovarla... ma immagino che li conosca tutti. Che ne dici di un intervistatore?»

«Sarà difficile,» dissi pensieroso. «Hai una faccia piuttosto caratteristica, sai. E la tua barba...»

«Me la raderò,» tagliò corto.

«Mio caro Mark!»

Guardò altrove e mormorò: «Pensavo di toglierla, in ogni caso. E poi, se ho intenzione di fare una cosa, la faccio come si deve.»

«Sì, sei sempre stato un artista,» dissi, guardandolo con ammirazione.

Fece le fusa. Essere chiamato artista era ciò a cui aspirava di più. Ora sapevo di averlo in pugno.

«Tuttavia,» continuai, «anche senza barba e baffi potresti essere riconoscibile. A meno che, naturalmente...» mi interruppi.

«A meno che cosa?»

«Che tu finga di essere Robert.» Iniziai a ridere di nuovo tra me e me. «Perbacco!» dissi, «non è una cattiva idea. Fingi di essere Robert, il fratello scapestrato, e renditi sgradevole alla signorina Norris. Chiedile dei soldi in prestito, e cose del genere.»

Mi guardò con i suoi occhietti luminosi, annuendo con entusiasmo.

«Robert,» disse. «Sì. Come la mettiamo in pratica?»

C’era davvero un Robert, signor Gillingham, come non ho dubbi che lei e l’ispettore abbiate scoperto. Ed era uno scapestrato e se n’era andato in Australia. Ma non venne mai alla Red House quel martedì pomeriggio. Non avrebbe potuto, perché morì (senza che nessuno lo piangesse) tre anni fa. Ma non c’era nessuno che lo sapesse, a parte Mark e me, poiché Mark era l’unico della famiglia rimasto, essendo sua sorella morta l’anno scorso. Anche se dubito, comunque, che lei sapesse se Robert fosse vivo o morto. Non se ne parlava.

Per i due giorni seguenti Mark ed io definimmo i nostri piani. Lei capirà ormai che i nostri scopi non erano identici. L’intento di Mark era che il suo inganno durasse, diciamo, un paio d’ore; il mio che andasse nella tomba insieme a lui. Lui doveva solo ingannare la signorina Norris e gli altri ospiti; io dovevo ingannare il mondo. Quando fosse stato travestito da Robert, io l’avrei ucciso. Robert sarebbe stato morto, Mark (naturalmente) scomparso. Cosa avrebbe potuto pensare la gente se non che Mark avesse ucciso Robert? Ma vede quanto era importante per Mark calarsi completamente nella sua ultima (e definitiva) interpretazione. Le mezze misure sarebbero state fatali.

Lei dirà che era impossibile fare la cosa in modo abbastanza approfondito. Le rispondo ancora che lei non ha mai conosciuto Mark. Era ciò che desiderava più di ogni altra cosa: essere un artista. Nessun Otello si è mai annerito la faccia con tanto entusiasmo quanto Mark. La sua barba se ne sarebbe andata comunque — forse un’osservazione casuale della signorina Norbury aiutò in questo. Non le piacevano le barbe. Ma per me era importante che le mani del morto non fossero le mani di un gentiluomo curato. Cinque minuti a giocare sulla vanità dell’artista sistemarono le sue mani. Lasciò crescere le unghie e poi le tagliò in modo irregolare. «La signorina Norris noterebbe subito le sue mani,» avevo detto. «Inoltre, come artista...»

Così per la biancheria intima. Non fu quasi necessario avvertirlo che le sue mutande potevano vedersi sopra l’orlo dei calzini; come artista aveva già deciso di indossare mutande da Robert. Le comprai, insieme ad altre cose, a Londra per lui. Anche se non avessi tagliato via ogni traccia del nome del produttore, lo avrebbe fatto lui istintivamente. Come australiano e come artista, non poteva avere un indirizzo dell’East London sulla biancheria intima. Sì, stavamo facendo le cose per bene, entrambi; lui come artista, io come... beh, può chiamarmi assassino, se vuole. Non mi importa più.

I nostri piani erano stabiliti. Andai a Londra lunedì e gli scrissi una lettera da parte di Robert. (Il tocco artistico, di nuovo.) Comprai anche una rivoltella. Martedì mattina, a tavola durante la colazione, annunciò l’arrivo di Robert. Robert era vivo — avevamo sei testimoni a provarlo; sei testimoni che sapevano che sarebbe arrivato quel pomeriggio. Il nostro piano privato era che Robert si presentasse alle tre, pronto per il ritorno del gruppo di golfisti poco dopo. La cameriera sarebbe andata a cercare Mark e, non avendolo trovato, sarebbe tornata allo studio trovandomi a intrattenere Robert in assenza di Mark. Avrei spiegato che Mark doveva essere uscito da qualche parte, e avrei presentato personalmente il fratello scapestrato al tavolo del tè. L’assenza di Mark non avrebbe suscitato alcun commento, perché si sarebbe pensato — anzi, lo avrebbe suggerito lo stesso Robert — che avesse avuto paura di incontrare il fratello. Poi Robert si sarebbe reso divertentemente offensivo con gli ospiti, in particolare, naturalmente, con la signorina Norris, finché non avesse pensato che lo scherzo fosse durato abbastanza.

Questo era il nostro piano privato. Forse dovrei dire che era il piano privato di Mark. Il mio era diverso.

L’annuncio a colazione andò bene. Dopo che il gruppo di golfisti se ne fu andato, avemmo la mattinata per completare i preparativi. Ciò che mi premeva maggiormente era stabilire nel modo più completo possibile l’identità di Robert. Per questo motivo suggerii a Mark che, una volta vestito, uscisse dal passaggio segreto verso il campo da bocce e tornasse dal viale d’ingresso, premurandosi di entrare in conversazione con il custode. In questo modo avrei avuto altri due testimoni dell’arrivo di Robert — primo il custode, e secondo uno dei giardinieri che avrei fatto lavorare sul prato davanti. Mark, naturalmente, era ben disposto. Poteva esercitare il suo accento australiano con il custode. Era davvero divertente vedere con quanta prontezza aderisse a ogni mio suggerimento. Mai un omicidio fu pianificato più accuratamente dalla sua vittima.

Si cambiò indossando i vestiti di Robert nella camera da letto dello studio. Era il modo più sicuro — per entrambi. Quando fu pronto, mi chiamò dentro e lo ispezionai. Era straordinario quanto fosse adatto alla parte. Suppongo che i segni della sua dissolutezza si fossero già impressi sul suo volto, ma fossero stati nascosti finora dai baffi e dalla barba; poiché ora che era sbarbato giacevano esposti al mondo dal quale li avevamo tenuti così accuratamente nascosti, ed era davvero lo scapestrato che fingeva di essere.

«Perbacco, sei meraviglioso,» dissi.

Lui fece un sorrisetto e richiamò la mia attenzione sui vari tocchi artistici che potevo essermi perso.

«Meraviglioso,» dissi di nuovo tra me e me. «Nessuno potrebbe mai sospettare.»

Spiai nell’ingresso. Era vuoto. Attraversammo in fretta la biblioteca; lui entrò nel passaggio e se ne andò. Tornai in camera da letto, raccolsi tutti i suoi vestiti dismessi, ne feci un fagotto e tornai con quelli nel passaggio. Poi mi sedetti nell’ingresso e aspettai.

Lei ha ascoltato la testimonianza di Stevens, la cameriera. Non appena lei si fu incamminata verso il tempio in cerca di Mark, entrai nello studio. La mia mano era nella tasca laterale della giacca, e nella mano avevo la rivoltella.

Iniziò subito con il suo personaggio di Robert — qualche discorso sconnesso sul viaggio lavorando su una nave dall’Australia; una piccola recita privata per mia edificazione. Poi, con la sua voce naturale, gongolando per la sua ritorsione ben pianificata contro la signorina Norris, sbottò: «Adesso tocca a me. Aspetta e vedrai.» Fu questo che udì Elsie. Non aveva affari lì e avrebbe potuto rovinare tutto, ma come andarono le cose fu la cosa più fortunata che potesse accadere. Perché era l’unico pezzo di prova che volevo; una prova, diversa dalla mia, che Mark e Robert fossero nella stanza insieme.

Non dissi nulla. Non avevo intenzione di correre il rischio di essere sentito parlare in quella stanza. Sorrisi soltanto alla povera piccola sciocca, tirai fuori la rivoltella e gli sparai. Poi tornai in biblioteca e aspettai — esattamente come dissi nella mia testimonianza.

Riesce a immaginare, signor Gillingham, lo shock che la sua improvvisa apparizione mi ha dato? Riesce a immaginare i sentimenti di un "assassino" che ha (come pensa) pianificato ogni possibilità, e si ritrova poi improvvisamente di fronte a un problema del tutto nuovo? Che differenza avrebbe fatto il suo arrivo? Non lo sapevo. Forse nessuna; forse tutta. E mi ero dimenticato di aprire la finestra!

Non so se lei riterrà il mio piano per uccidere Mark ingegnoso. Forse no. Ma se merito qualche lode in tutta la faccenda, penso di meritarla per il modo in cui mi sono ricomposto di fronte alla catastrofe inaspettata del suo arrivo. Sì, ho aperto una finestra, signor Gillingham, proprio sotto il suo naso; la finestra giusta, come lei è stato così gentile da dire. E le chiavi — sì, è stato intelligente da parte sua, ma penso di essere stato più intelligente io. L’ho ingannata sulle chiavi, signor Gillingham, come ho appreso quando mi sono preso la libertà di ascoltare una conversazione sul campo da bocce tra lei e il suo amico Beverley. Dove sono rimasto? Ah, dovrà dare un’occhiata a quel passaggio segreto, signor Gillingham.

Ma cosa sto dicendo? L’ho ingannata davvero? Lei ha scoperto il segreto — che Robert era Mark — e questo è tutto ciò che conta. Come ha fatto a scoprirlo? Non lo saprò mai adesso. Dove ho sbagliato? Forse lei mi ha ingannato tutto il tempo. Forse sapeva delle chiavi, della finestra, persino del passaggio segreto. Lei è un uomo intelligente, signor Gillingham.

Avevo i vestiti di Mark tra le mani. Avrei potuto lasciarli nel passaggio, ma il segreto del passaggio era ormai fuori. La signorina Norris lo conosceva. Quello era il punto debole del mio piano, forse, che la signorina Norris dovesse conoscerlo. Così li ho nascosti nello stagno, dopo che l’ispettore lo aveva gentilmente dragato per me. Un paio di chiavi si sono unite a loro, ma ho tenuto la rivoltella. Fortunato, non è vero, signor Gillingham?

Non credo ci sia altro da dirle. Questa è una lunga lettera, ma d’altronde è l’ultima che scriverò. C’è stato un tempo in cui speravo che potesse esserci un futuro felice per me, non alla Red House, non da solo. Forse non è stato mai più di un ozioso sogno ad occhi aperti, poiché non sono più degno di lei di quanto lo fosse Mark. Ma avrei potuto renderla felice, signor Gillingham. Dio, quanto avrei lavorato per renderla felice! Ma ora è impossibile. Offrirle la mano di un assassino sarebbe grave quanto offrirle la mano di un ubriacone. E Mark è morto per questo. L’ho vista stamattina. È stata molto dolce. È un mondo difficile da capire.

Bene, bene, ora siamo tutti andati — gli Ablett e i Cayley. Mi chiedo cosa pensi di tutto ciò il vecchio nonno Cayley. Forse è un bene che ci siamo estinti. Non che ci fosse qualcosa che non andasse in Sarah — a parte il suo temperamento. E aveva il naso degli Ablett — non ci si può fare molto. Sono contento che non abbia lasciato figli.

Addio, signor Gillingham. Mi dispiace che la sua permanenza con noi non sia stata di natura più piacevole, ma lei comprende le difficoltà in cui mi sono trovato. Non faccia pensare troppo male di me a Bill. È un bravo ragazzo; si prenda cura di lui. Sarà sorpreso. I giovani sono sempre sorpresi. E grazie per avermi lasciato finire a modo mio. Spero che lei abbia simpatizzato un po’, sa. Avremmo potuto essere amici in un altro mondo — lei ed io, ed io e lei. Le dica ciò che vuole. Tutto o niente. Lei saprà cosa è meglio. Addio, signor Gillingham.

MATTHEW CAYLEY.

Mi sento solo stasera senza Mark. È buffo, vero?»

«Beh, avevo indovinato. Così ho iniziato a vedere un’incognita che si adattava proprio a questa parte del problema: quella degli indumenti. Vedevo Mark cambiarsi d’abito; lo vedevo, per istinto, gettare il colletto nel cesto della biancheria, proprio come aveva sempre fatto con ogni colletto che si fosse mai tolto, ma lasciare il resto degli abiti su una sedia nel modo abituale; e vedevo Cayley raccogliere tutti gli abiti in seguito – tutti gli abiti visibili – senza rendersi conto che il colletto non c’era».

«Continua», disse Bill con impazienza.

«Beh, ne ero abbastanza certo e volevo una spiegazione. Perché Mark si era cambiato laggiù invece che nella sua stanza da letto? L’unica risposta era che il fatto che lui si cambiasse doveva rimanere segreto. Quando si è cambiato? L’unico momento possibile era tra il pranzo (quando sarebbe stato visto dalla servitù) e il momento dell’arrivo di Robert. E quando ha fatto Cayley il fagotto con gli abiti? Di nuovo, l’unica risposta era: "Prima dell’arrivo di Robert". Quindi serviva un’altra incognita, per far quadrare queste tre condizioni».

«E la risposta era che si intendeva commettere un omicidio, ancor prima che arrivasse Robert?»

«Sì. Bene, ora, non poteva essere inteso sulla base di quella lettera, a meno che dietro la lettera non ci fosse molto più di quanto sapessimo. Né era possibile che un omicidio potesse essere pianificato senza altra preparazione se non quella di cambiarsi d’abito per fuggire. Era troppo infantile. Inoltre, se Robert doveva essere ucciso, perché prendersi il disturbo di annunciare la sua esistenza a tutti voi, persino, con una certa fatica, alla signora Norbury? Cosa significava tutto ciò? Non lo sapevo. Ma ho iniziato a sentire che Robert fosse solo un incidente; che il complotto fosse un piano di Cayley contro Mark – o per spingerlo a uccidere suo fratello, o per far sì che suo fratello uccidesse lui – e che, per qualche ragione inspiegabile, Mark sembrasse prestarsi al gioco». Rimase in silenzio per un po’, poi disse, quasi tra sé: «Avevo visto le bottiglie di brandy vuote in quell’armadietto».

«Non ne hai mai fatto parola», si lamentò Bill.

«Le ho viste solo dopo. Stavo cercando il colletto, ricordi? Mi sono tornate in mente in seguito; sapevo cosa avrebbe provato Cayley al riguardo... Povero diavolo!»

«Continua», disse Bill.

«Bene, poi abbiamo avuto l’inchiesta e, naturalmente, ho notato, e suppongo anche tu, lo strano fatto che Robert avesse chiesto indicazioni alla seconda portineria e non alla prima. Così ho parlato con Amos e Parsons. La cosa si è fatta ancora più strana. Amos mi ha detto che Robert aveva fatto una deviazione per parlargli; l’aveva chiamato, infatti. Parsons mi ha detto che sua moglie era stata nel loro orticello alla prima portineria per tutto il pomeriggio, ed era certa che Robert non vi fosse mai passato davanti. Mi ha anche detto che Cayley gli aveva assegnato un lavoro sul prato antistante quel pomeriggio. Così ho fatto un’altra ipotesi. Robert aveva usato il passaggio segreto, quello che sbuca nel parco tra la prima e la seconda portineria. Robert, dunque, era stato in casa; era un piano architettato tra Robert e Cayley. Ma come poteva Robert essere lì senza che Mark lo sapesse? Ovviamente, anche Mark sapeva. Cosa significava tutto ciò?»

«Quando è successo questo?» interruppe Bill. «Subito dopo l’inchiesta, dopo che avevi visto Amos e Parsons, ovviamente?»

«Sì. Mi sono alzato, li ho lasciati e sono venuto a cercarti. Ero tornato agli abiti, allora. Perché Mark si è cambiato d’abito così di nascosto? Travestimento? Ma allora il suo viso? Quello era molto più importante degli abiti. Il suo viso, la sua barba – avrebbe dovuto radersi la barba – e poi... oh, idiota! Ti ho visto guardare quel manifesto. Mark che recita, Mark truccato, Mark travestito. Oh, idiota inestimabile! Mark era Robert... Fiammiferi, per favore».

Bill gli passò di nuovo i fiammiferi, attese che Antony avesse riacceso la pipa, poi tese la mano per riprenderli, proprio mentre stavano finendo nella tasca dell’altro.

«Sì», disse Bill pensieroso. «Sì... Ma aspetta un momento. E il "Plough and Horses"?» Antony lo guardò in modo comico.

«Non mi perdonerai mai, Bill», disse. «Non verrai mai più a caccia di indizi con me».

«Cosa intendi?»

Antony sospirò.

«Era una messa in scena, Watson. Volevo che ti togliessi di mezzo. Volevo stare solo. Avevo indovinato la mia incognita e volevo metterla alla prova, metterla alla prova in ogni modo, con tutto ciò che avevamo scoperto. Dovevo semplicemente stare solo in quel momento. Così...» sorrise e aggiunse: «Beh, sapevo che volevi bere qualcosa».

«Sei un diavolo», disse Bill, fissandolo. «E il tuo interesse quando ti ho detto che una donna alloggiava lì...»

«Beh, era solo cortese mostrarsi interessati quando ti eri preso tanto disturbo».

«Bruto! Tu... tu Sherlock! E poi continui a cercare di rubarmi i fiammiferi. Bene, continua».

«Tutto qui. La mia incognita quadrava».

«Avevi intuito riguardo alla signorina Norris e tutto il resto?»

«Beh, non del tutto. Non mi ero reso conto che Cayley avesse lavorato per questo fin dall’inizio, che avesse spinto la signorina Norris a spaventare Mark. Pensavo avesse solo colto l’opportunità».

Bill rimase in silenzio per molto tempo. Poi, tirando boccate dalla pipa, disse lentamente: «Cayley si è sparato?»

Antony scrollò le spalle.

«Povero diavolo», disse Bill. «È stato onesto da parte tua dargli una possibilità. Sono contento che tu l’abbia fatto».

«Non potevo fare a meno di provare simpatia per Cayley in un certo senso, sai».

«È un diavolo astuto. Se non fossi arrivato proprio in quel momento, non sarebbe mai stato scoperto».

«Chissà. Era ingegnoso, ma spesso è proprio la cosa ingegnosa a venire scoperta. La cosa imbarazzante dal punto di vista di Cayley era che, sebbene Mark fosse scomparso, né lui né il suo corpo potevano mai essere trovati. Beh, non capita spesso con un uomo scomparso. Di solito alla fine viene scoperto; un criminale professionista, forse no, ma un dilettante come Mark! Avrebbe potuto mantenere il segreto su come ha ucciso Mark, ma penso che sarebbe diventato ovvio prima o poi che era stato lui a ucciderlo».

«Sì, c’è del vero in questo... Oh, dimmi solo una cosa. Perché Mark ha parlato alla signorina Norbury del suo fratello immaginario?»

«Anche questo mi ha lasciato piuttosto perplesso, Bill. Può darsi che stesse solo facendo il gioco di Otello, dipingendosi di nero tutto quanto. Voglio dire, forse era così preso dal suo aspetto di Robert da aver quasi iniziato a credere in Robert, e doveva dirlo a tutti. Più probabilmente, però, sentiva che, dopo averlo detto a tutti voi in casa, avesse fatto meglio a dirlo alla signorina Norbury, nel caso in cui avesse incontrato uno di voi; nel qual caso, se aveste menzionato l’imminente arrivo di Robert, lei avrebbe potuto dire: "Oh, sono certa che non abbia fratelli; me l’avrebbe detto se ne avesse avuti", rovinando così il suo scherzo. Possibilmente, anche Cayley lo ha spinto a farlo; Cayley voleva ovviamente che quante più persone possibile sapessero di Robert».

«Hai intenzione di dirlo alla polizia?»

«Sì, suppongo che debbano sapere. Cayley potrebbe aver lasciato un’altra confessione. Spero che non mi tradisca; vedi, sono stato una specie di complice da ieri sera. E devo andare a trovare la signorina Norbury».

«Ho chiesto», spiegò Bill, «perché mi stavo chiedendo cosa avrei dovuto dire a... a Betty. La signorina Calladine. Sai, è inevitabile che me lo chieda».

«Forse non la vedrai più per molto, molto tempo», disse Antony tristemente.

«A dire il vero, mi risulta che sarà dai Barrington. E io andrò lì domani».

«Bene, faresti meglio a dirglielo. Non vedi l’ora di farlo, ovviamente. Solo, non lasciarle dire nulla per un giorno o due. Ti scriverò».

«D’accordo!»

Antony scosse la cenere dalla pipa e si alzò.

«I Barrington», disse. «Una grande festa?»

«Abbastanza, credo».

Antony sorrise al suo amico.

«Sì. Beh, se qualcuno di loro dovesse essere ucciso, potresti mandarmi a chiamare. Sto appena prendendo la mano».

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