myebooksbuy
My Books

The Romance of Tristan and Iseult

by Joseph Bédier · in Italian

IL ROMANZO DI TRISTANO E ISOTTA

Il Romanzo di Tristano e Isotta, tratto dalle migliori fonti francesi e riscritto da J. Bédier. Tradotto in inglese da H. Belloc.

Londra: George Allen & Company, Ltd. Ruskin House, Rathbone Place. Mcmxiii

[Tutti i diritti riservati]

“Le Roman de Tristan et Iseut”, di M. Joseph Bédier, è stato premiato dall’Accademia di Francia.

Stampato da BALLANTYNE, HANSON & Co.

presso la Ballantyne Press, Edimburgo

INDICE

PARTE PRIMA

L’infanzia di Tristano Il Moroldo d’Irlanda La ricerca della dama dai capelli d’oro Il filtro Il pino alto La scoperta Il salto della cappella

PARTE SECONDA

Il bosco di Morois Ogrin l’eremita Il guado Il giudizio del ferro

PARTE TERZA

La piccola campana fatata Isotta dalle Bianche Mani La pazzia di Tristano La morte di Tristano

PARTE PRIMA

L’INFANZIA DI TRISTANO

Signori, se volete ascoltare una nobile storia d’amore e di morte, ecco quella di Tristano e della regina Isotta; come amarono l’uno l’altra con gioia piena, ma anche con dolore, e come alla fine morirono di quell’amore insieme in uno stesso giorno; lei per lui e lui per lei.

Molto tempo fa, quando Marco era re di Cornovaglia, Rivalen, re di Lyonesse, seppe che i nemici di Marco gli muovevano guerra; così attraversò il mare per portargli aiuto; e lo servì con tanta fedeltà, col consiglio e con la spada, che Marco gli diede in sposa sua sorella Biancofiore, che re Rivalen amava in modo meraviglioso.

La sposò nel monastero di Tintagel, ma appena sposati giunse la notizia che il suo vecchio nemico, il duca Morgan, aveva invaso la Lyonesse e stava devastando città e campi. Allora Rivalen armò in fretta le sue navi e portò con sé Biancofiore nella sua terra lontana; ma lei era incinta. Sbarcò sotto il suo castello di Kanoël e affidò la regina al suo maresciallo Rohalt, dopodiché partì per condurre la guerra.

Biancofiore lo attese a lungo, ma egli non fece ritorno, finché un giorno seppe che il duca Morgan lo aveva ucciso in un vile agguato. Non pianse: non emise grida né lamenti, ma le membra le vennero meno e si fecero deboli, e la sua anima fu colma di un forte desiderio di liberarsi della carne, e sebbene Rohalt cercasse di confortarla, ella non volle udire. Per tre giorni attese la ricongiunzione col suo signore, e al quarto diede alla luce un figlio; e prendendolo tra le braccia disse:

“Piccolo figlio, ho desiderato a lungo vederti, e ora ti vedo la cosa più bella che donna abbia mai partorito. Nella tristezza sono giunta qui, nella tristezza ho partorito, e nella tristezza è passato il tuo primo giorno di festa. E poiché nella tristezza sei venuto al mondo, il tuo nome sarà Tristano; vale a dire, il figlio della tristezza.”

Dopo aver detto queste parole lo baciò, e non appena lo ebbe baciato morì.

Rohalt, il custode della fede, prese il bambino, ma già gli uomini del duca Morgan assediavano il castello di Kanoël da ogni lato. C’è un saggio detto: “L’audacia folle non fu mai audacia”, e fu costretto ad arrendersi al duca Morgan a sua discrezione: ma per paura che Morgan potesse uccidere l’erede di Rivalen, il maresciallo lo nascose tra i propri figli.

Quando furono passati sette anni e giunse il tempo di togliere il bambino alle donne, Rohalt affidò Tristano a un buon maestro, lo scudiero Gorvenal, e Gorvenal gli insegnò in pochi anni le arti che si addicono a un nobile. Gli insegnò l’uso della lancia, della spada, dello scudo e dell’arco, e come lanciare dischi di pietra e saltare ampi fossati: e gli insegnò a odiare ogni menzogna e fellonia e a mantenere la parola data; e gli insegnò i vari tipi di canto e l’arte dell’arpa, e l’arte venatoria; e quando il fanciullo cavalcava tra i giovani scudieri, avreste detto che lui, il suo cavallo e la sua armatura fossero una cosa sola. A vederlo così nobile e fiero, largo di spalle, leale, forte e giusto, tutti glorificavano Rohalt per un tale figlio. Ma Rohalt, ricordando Rivalen e Biancofiore (della cui giovinezza e grazia tutto ciò era una resurrezione), lo amava davvero come un figlio, ma nel suo cuore lo riveriva come suo signore.

Ora, tutta la sua gioia gli fu strappata un giorno in cui certi mercanti di Norvegia, avendo attirato Tristano sulla loro nave, lo portarono via come un ricco bottino, sebbene Tristano combattesse duramente, come un giovane lupo che lotta, preso in un laccio. Ma è una verità ben provata, e ogni marinaio lo sa, che il mare difficilmente sopporta una nave di malfattori e non dà aiuto alla rapina. Il mare si sollevò e avvolse la nave in una cupa tempesta, sospingendola per otto giorni e otto notti alla deriva, finché i marinai non scorsero attraverso la nebbia una costa di scogliere spaventose e rocce marine su cui il mare avrebbe ridotto in frantumi il loro scafo: allora fecero penitenza, sapendo che l’ira del mare derivava dal ragazzo, che avevano rubato in un’ora maledetta, e giurarono di liberarlo e prepararono una barca per portarlo, se possibile, a terra: allora il vento e il mare si placarono e il cielo tornò sereno, e mentre la nave norvegese si faceva piccola al largo, una marea tranquilla portò Tristano e la barca su una spiaggia di sabbia.

Con fatica risalì la scogliera e vide, oltre, una brughiera solitaria e ondulata e una foresta che si estendeva all’infinito. E pianse, ricordando Gorvenal, suo padre, e la terra di Lyonesse. Poi il grido lontano di una caccia, con cavalli e cani, giunse improvvisamente a sollevargli il cuore, e un alto cervo uscì dal folto ai margini della foresta. Il branco e i cacciatori lo seguirono con un tumulto di grida e corni squillanti, ma proprio mentre i cani correvano raggruppati alle zampe, la preda si voltò a fronteggiarli a un tiro di pietra da Tristano; un cacciatore gli diede il colpo di grazia, mentre tutto intorno la caccia si era radunata e suonava la morte. Ma Tristano, vedendo dal gesto del cacciatore che si apprestava a tagliare il collo del cervo, gridò:

“Mio signore, che fate? È forse degno fare a pezzi una bestia così nobile come un maiale da cortile? È questa l’usanza di questo paese?”

E il cacciatore rispose:

“Bel giovane, cosa ti stupisce? Ebbene sì, prima taglio la testa al cervo, poi lo taglio in quattro quarti e lo portiamo sulle nostre selle a re Marco, nostro signore: così facciamo, e così hanno fatto gli uomini della Cornovaglia fin dai giorni dei primi cacciatori. Se però conosci un’usanza più nobile, insegnacela: prendi questo coltello e impareremo volentieri.”

Allora Tristano si inginocchiò e scorticò il cervo prima di farlo a pezzi, lo squartò tutto in ordine lasciando l’osso del collo intatto, come è dovuto, e mettendo da parte alla fine la testa, la coscia, la lingua e la grande vena del cuore; e i cacciatori e i guardiani dei cani restarono a guardarlo con diletto, e il capo cacciatore disse:

“Amico, questi sono buoni metodi. In quale terra li hai imparati? Dicci il tuo paese e il tuo nome.”

“Buon signore, il mio nome è Tristano, e ho imparato questi metodi nel mio paese di Lyonesse.”

“Tristano,” disse il capo cacciatore, “Dio ricompensi il padre che ti ha allevato così nobilmente; senza dubbio è un barone, ricco e forte.”

Ora Tristano sapeva sia parlare che tacere, e rispose:

“No, signore; mio padre è un borghese. Ho lasciato la sua casa di nascosto su una nave che commerciava in un luogo lontano, perché desideravo imparare come vivessero gli uomini in terre straniere. Ma se volete accogliermi nella caccia, vi seguirò volentieri e vi insegnerò altre arti venatorie.”

“Bel Tristano, mi meraviglia che vi sia una terra dove il figlio di un borghese possa conoscere ciò che il figlio di un cavaliere non conosce altrove, ma vieni con noi poiché lo vuoi; e sii il benvenuto: ti porteremo da re Marco, nostro signore.”

Tristano completò il suo compito; ai cani diede il cuore, la testa, le interiora e le orecchie; e insegnò alla caccia come dovevano essere eseguiti lo scuoiamento e lo smembramento. Poi infilzò i pezzi su picche e li diede a questo o quel cacciatore perché li portassero, a uno il muso, a un altro la coscia, a un altro il fianco, a un altro la lombata; e insegnò loro come cavalcare a due a due in fila, secondo la dignità dei pezzi che ognuno portava.

Così presero la strada e parlarono insieme, finché giunsero a un grande castello e intorno a esso campi e frutteti, acque vive e peschiere e terre arate, e molte navi erano nel suo porto, perché quel castello sorgeva sul mare. Era ben difeso contro ogni assalto o macchina da guerra, e il suo mastio, che i giganti avevano costruito molto tempo fa, era composto di grandi pietre, come una scacchiera di verde e azzurro.

E quando Tristano ne chiese il nome:

“Buon signore,” dissero, “lo chiamiamo Tintagel.”

E Tristano gridò:

“Tintagel! Sii benedetta da Dio, e benedetti siano coloro che dimorano in te.”

(Lì, signori, lì Rivalen aveva preso in moglie Biancofiore, sebbene il loro figlio non lo sapesse.)

Quando giunsero davanti al mastio, i corni portarono i baroni alle porte e lo stesso re Marco. E quando il capo cacciatore gli ebbe raccontato tutta la storia, e re Marco si fu meravigliato del buon ordine del corteo, dello squartamento del cervo e dell’alta arte venatoria, ancor più si meravigliò del ragazzo straniero, e continuava a fissarlo, turbato e meravigliato da dove venisse la sua tenerezza, e il suo cuore non gli rispondeva nulla; ma, signori, era il sangue che parlava, e l’amore che da tempo portava a sua sorella Biancofiore.

Quella sera, quando le tavole furono sparecchiate, un cantore del Galles, un maestro, si fece avanti tra i baroni nella sala e cantò un canto d’arpa, e mentre questo arpista toccava le corde della sua arpa, Tristano, che sedeva ai piedi del re, gli disse così:

“Oh maestro, questo è il primo dei canti! I Bretoni di un tempo lo composero per celebrare gli amori di Graëlent. E la melodia è rara e rare sono le parole: maestro, la tua voce è sottile: suonaci bene questo.”

Ma quando il gallese ebbe cantato, rispose:

“Ragazzo, cosa ne sai tu dell’arte della musica? Se i borghesi di Lyonesse insegnano ai loro figli anche l’arte dell’arpa, e rote e viole, alzati, prendi quest’arpa e mostra la tua abilità.”

Allora Tristano prese l’arpa e cantò così bene che i baroni si addolcirono nell’udire, e re Marco si meravigliò dell’arpista di Lyonesse, dove tanto tempo prima Rivalen aveva portato via Biancofiore.

Quando il canto finì, il re rimase in silenzio per un lungo spazio, ma alla fine disse:

“Figlio, benedetto sia il maestro che ti ha insegnato, e benedetto sii tu da Dio: perché Dio ama i buoni cantori. Le loro voci e la voce dell’arpa entrano nell’anima degli uomini, risvegliano cari ricordi e li portano a dimenticare molti lutti e molti peccati. Per la nostra gioia sei giunto sotto questo tetto, resta a lungo vicino a noi, amico.”

E Tristano rispose:

“Molto volentieri vi servirò, sire, come vostro arpista, vostro cacciatore e vostro vassallo.”

Così fece, e per tre anni un amore reciproco crebbe nei loro cuori. Di giorno Tristano seguiva re Marco nelle battute di caccia e in sella; di notte dormiva nella stanza reale con i consiglieri e i pari, e se il re era triste, suonava per lui per lenire il suo affanno. Anche i baroni lo amavano, e (come apprenderete) Dinas di Lidan, il siniscalco, più di ogni altro. E il re lo amava più teneramente dei baroni e di Dinas. Ma Tristano non poteva dimenticare, né Rohalt suo padre, né il suo maestro Gorvenal, né la terra di Lyonesse.

Signori, un narratore che voglia compiacere non dovrebbe allungare troppo la sua storia, e in verità questa storia è così varia e nobile che non ha bisogno di artifici. Lasciate dunque che vi racconti brevemente come lo stesso Rohalt, dopo un lungo vagare per mare e per terra, giunse in Cornovaglia, trovò Tristano e, mostrando al re il carbonchio che un tempo era stato di Biancofiore, disse:

“Re Marco, ecco vostro nipote Tristano, figlio di vostra sorella Biancofiore e di re Rivalen. Il duca Morgan detiene la sua terra in modo del tutto ingiusto; è tempo che tale terra torni al suo signore.”

E Tristano (in breve), quando suo zio lo ebbe armato cavaliere, attraversò il mare, fu salutato dai vassalli di suo padre, uccise l’assassino di Rivalen e riprese possesso della sua terra.

Poi, ricordando come re Marco non potesse più vivere nella gioia senza di lui, convocò il suo consiglio e i suoi baroni e disse quanto segue:

“Signori della Lyonesse, ho ripreso questo luogo e ho vendicato re Rivalen con l’aiuto di Dio e di voi. Ma due uomini, Rohalt e re Marco di Cornovaglia, mi hanno nutrito, orfano e ragazzo errante. Così dovrei chiamarli entrambi padri. Ora un uomo libero ha due cose che gli appartengono interamente, il suo corpo e la sua terra. A Rohalt, dunque, qui presente, lascerò la mia terra. Detenetela voi, padre, e vostro figlio la deterrà dopo di voi. Ma il mio corpo lo dono a re Marco. Lascerò questo paese, per quanto caro, e in Cornovaglia servirò re Marco come mio signore. Questo è il mio giudizio, ma voi, miei signori di Lyonesse, siete i miei vassalli e mi dovete consiglio; se dunque qualcuno di voi vorrà consigliarmi qualcos’altro, si alzi e parli.”

Ma tutti i baroni lo lodarono, sebbene piangessero; e portando con sé solo Gorvenal, Tristano salpò per la terra di re Marco.

IL MOROLDO D’IRLANDA

Quando Tristano tornò in quella terra, re Marco e tutta la sua baronìa erano in lutto; poiché il re d’Irlanda aveva armato una flotta per devastare la Cornovaglia, qualora re Marco si fosse rifiutato, come aveva fatto per quindici anni, di pagare un tributo che i suoi padri avevano pagato. Ora, quell’anno, questo re aveva inviato a Tintagel, per portare la sua convocazione, un cavaliere gigante; il Moroldo, la cui sorella aveva sposato, e che nessun uomo era ancora riuscito a sconfiggere: così re Marco aveva convocato tutti i baroni della sua terra a consiglio, con lettere sigillate.

Nel giorno stabilito, quando i baroni furono riuniti nella sala e quando il re ebbe preso il suo trono, il Moroldo disse queste cose:

“Re Marco, ascoltate per l’ultima volta la convocazione del re d’Irlanda, mio signore. Egli vi intima di pagare finalmente ciò che dovete da così tanto tempo, e poiché vi siete rifiutati troppo a lungo, vi ordina di consegnarmi oggi trecento giovani e trecento fanciulle tratti a sorte tra il popolo della Cornovaglia. Ma se vi fosse qualcuno che volesse provare con la prova del combattimento che il re d’Irlanda riceve questo tributo senza diritto, accetterò la sua sfida. Chi tra voi, miei signori di Cornovaglia, combatterà per riscattare questa terra?”

I baroni si guardarono l’un l’altro, ma tutti tacquero.

Allora Tristano si inginocchiò ai piedi di re Marco e disse:

“Signor re, col vostro permesso, combatterò io.”

E invano re Marco avrebbe cercato di distoglierlo dal suo proposito, pensando: come potrebbe anche il valore salvare un cavaliere così giovane? Ma egli gettò il suo pegno al Moroldo, e il Moroldo raccolse il pegno.

Nel giorno stabilito si fece rivestire per una grande prova d’armi con un usbergo e un elmo d’acciaio, ed entrò in una barca e si diresse verso l’isolotto di San Sansone, dove i cavalieri dovevano combattere l’uno contro l’altro da soli. Ora il Moroldo aveva issato al suo albero una vela di porpora ricca, e venendo velocemente a terra, ormeggiò la sua barca sulla riva. Ma Tristano spinse la propria barca alla deriva con i piedi e disse:

“Uno solo di noi ne uscirà vivo. Una barca basterà.”

E incitandosi a vicenda allo scontro, passarono nell’isola.

Nessuno vide il feroce combattimento; ma tre volte la brezza salmastra aveva portato o sembrava portare un grido di furia verso la terra, quando alla fine, verso l’ora di mezzogiorno, la vela di porpora apparve in lontananza; la barca irlandese apparve dalla riva dell’isola e si levò un clamore: “Il Moroldo!”. Quando improvvisamente, mentre la barca si faceva più grande alla vista e superava un’onda, videro che Tristano stava sulla prua tenendo una spada in mano. Saltò a terra e, mentre le madri baciavano l’acciaio sui suoi piedi, gridò agli uomini del Moroldo:

“Miei signori d’Irlanda, il Moroldo ha combattuto bene. Guardate, la mia spada è spezzata e una scheggia di essa è rimasta conficcata nella sua testa. Prendete quell’acciaio, miei signori; è il tributo della Cornovaglia.”

Poi salì a Tintagel e, mentre camminava, il popolo che aveva liberato agitava rami verdi e ricchi drappi erano appesi alle finestre. Ma quando Tristano raggiunse il castello con gioia, tra canti e campane a festa, si accasciò tra le braccia di re Marco, poiché il sangue scorreva dalle sue ferite.

Gli uomini del Moroldo sbarcarono in Irlanda del tutto abbattuti. Perché ogni volta che tornava a Whitehaven, il Moroldo era solito rallegrarsi alla vista del suo clan sulla riva, della regina sua sorella e di sua nipote Isotta la Bionda. Teneramente lo avevano curato in passato, e se avesse riportato qualche ferita, lo guarivano, perché erano esperti in balsami e pozioni. Ma ora la loro magia era vana, poiché egli giaceva morto e la scheggia della lama straniera stava ancora nel suo cranio finché Isotta non la strappò e la chiuse in uno scrigno.

Da quel giorno Isotta la Bionda conobbe e odiò il nome di Tristano di Lyonesse.

Ma a Tintagel Tristano languiva, poiché un sangue velenoso gocciolava dalla sua ferita. I medici scoprirono che il Moroldo gli aveva conficcato un aculeo avvelenato, e poiché le loro pozioni e i loro teriaci non potevano mai guarirlo, lo lasciarono nelle mani di Dio. Un fetore così odioso proveniva dalla sua ferita che tutti i suoi amici più cari fuggirono da lui, tutti tranne re Marco, Gorvenal e Dinas di Lidan. Essi potevano sempre restare vicino al suo giaciglio perché il loro amore superava il loro disgusto. Alla fine Tristano si fece portare in una barca in disparte sulla riva; e giacendo rivolto verso il mare attese la morte, poiché pensava: “Devo morire; ma è bello vedere il sole e il mio cuore è ancora nobile. Vorrei provare il mare che porta ogni sorte… vorrei che il mare mi portasse lontano da solo, in qualunque terra, purché mi guarisca dalla mia ferita.”

Pregò così tanto che re Marco accettò il suo desiderio. Lo portarono in una barca senza vela né remo, e Tristano volle che solo la sua arpa fosse posta accanto a lui: poiché vele non poteva sollevare, né remi manovrare, né spada impugnare; e come un marinaio in un lungo viaggio getta in mare un amato compagno morto, così Gorvenal spinse in mare quella barca dove giaceva il suo caro figlio; e il mare lo portò via.

Per sette giorni e sette notti il mare lo portò così; a volte, per lenire il suo dolore, suonava l’arpa; e quando alla fine il mare lo portò vicino a una costa dove i pescatori avevano lasciato il porto quella notte per pescare al largo, udirono mentre remavano una melodia dolce, forte e viva che correva sopra il mare, e fermando i remi ascoltarono immobili.

Nel primo candore dell’alba videro la barca al largo: andava alla deriva e nulla sembrava vivere in essa se non la voce dell’arpa. Ma mentre si avvicinavano, l’aria si fece più debole e morì; e quando la raggiunsero, le mani di Tristano erano cadute senza vita sulle corde, sebbene tremassero ancora. I pescatori lo presero a bordo e lo portarono indietro al porto, dalla loro signora che era misericordiosa e forse lo avrebbe guarito.

Era quello lo stesso porto di Whitehaven dove giaceva il Morholt, e la loro signora era Iseult la Bionda.

Lei sola, essendo esperta in filtri, avrebbe potuto salvare Tristano, ma lei sola desiderava la sua morte. Quando Tristano tornò in sé (poiché la sua arte lo aveva ristabilito) comprese di trovarsi nella terra del pericolo. Ma era ancora abbastanza forte da difendersi e trovò buone parole astute. Raccontò la storia di come fosse un indovino che si era imbarcato su una nave mercantile per navigare fino in Spagna e apprendere l'arte di leggere tutte le stelle; di come dei pirati avessero assaltato la nave e di come, sebbene ferito, fosse fuggito su quella barca. Gli credettero, né alcuno degli uomini del Morholt riconobbe il suo volto, tanto il veleno lo aveva guastato. Ma quando, dopo quaranta giorni, Iseult dai Capelli d'Oro lo ebbe quasi guarito, quando già le sue membra si erano riprese e la grazia della giovinezza era tornata, comprese di dover fuggire, e scappò e dopo molti pericoli tornò al cospetto di Re Mark.

L'IMPRESA DELLA DAMA DAI CAPELLI D'ORO

Miei signori, c'erano alla corte di Re Mark quattro baroni, i più vili degli uomini, che odiavano Tristano con duro odio, per la sua grandezza e per il tenero amore che il Re nutriva per lui. E conosco bene i loro nomi: Andret, Guenelon, Gondoïne e Denoalen. Sapevano che il Re aveva intenzione di invecchiare senza figli e di lasciare la sua terra a Tristano; e la loro invidia crebbe e con menzogne aizzarono i principali uomini di Cornovaglia contro Tristano. Dicevano:

«Ci sono state troppe meraviglie nella vita di quest'uomo. Era già meraviglia abbastanza che avesse battuto il Morholt, ma per quale sortilegio ha sfidato il mare da solo in punto di morte, o chi di noi, miei signori, potrebbe viaggiare senza albero o vela? Dicono che gli stregoni possano. È stata certamente un'opera da stregone, e quella sua arpa da stregone versa veleno ogni giorno nel cuore del Re. Vedete come ha piegato quel cuore con la forza e la catena della stregoneria! Sarà ancora re, miei signori, e voi terrete le vostre terre da un mago.»

Portarono dalla loro parte la maggior parte dei baroni e questi sollecitarono Re Mark a prendere in moglie una figlia di re che gli desse un erede, altrimenti minacciarono di ritirarsi ciascuno nel proprio feudo e muovergli guerra. Ma il Re si voltò contro di loro e giurò in cuor suo che finché il suo caro nipote fosse vissuto, nessuna figlia di re sarebbe entrata nel suo letto. Allora, a sua volta, Tristano (nella sua vergogna di essere ritenuto al soldo) minacciò che, se il Re non avesse ceduto ai suoi baroni, egli stesso sarebbe andato oltre mare a servire qualche grande re. A questo punto, Re Mark prese accordi con i suoi baroni e diede loro quaranta giorni per ascoltare la sua decisione.

Nel giorno stabilito attese solo nella sua stanza e rimuginò tristemente: «Dove troverò una figlia di re così bella eppure così lontana che io possa fingere di volerla mia moglie?»

Proprio allora, dalla sua finestra che dava sul mare, entrarono due rondini in fase di costruzione, litigando tra loro. Poi, spaventate, volarono fuori, ma avevano lasciato cadere dai becchi un capello di donna, lungo e fine, e lucente come un raggio di luce.

Re Mark lo prese, chiamò i suoi baroni e Tristano e disse:

«Per compiacervi, signori, prenderò moglie; ma dovete cercare colei che ho scelto.»

«Bel signore, lo desideriamo tutti,» dissero, «e chi può mai essere?»

«Ebbene,» disse egli, «colei di cui questo è il capello; né ne prenderò un'altra.»

«E da dove, Re signore, viene questo Capello d'Oro; chi lo ha portato e da quale terra?»

«Viene, miei signori, dalla Dama dai Capelli d'Oro, le rondini me lo hanno portato. Loro sanno da quale paese provenisse.»

Allora i baroni si videro scherniti e ingannati, e si volsero con sarcasmo verso Tristano, poiché pensavano che fosse stato lui a suggerire l'inganno. Ma Tristano, dopo aver guardato il Capello d'Oro, si ricordò di Iseult la Bionda, sorrise e disse questo:

«Re Mark, non vedete che i dubbi di questi signori mi coprono di vergogna? Avete architettato invano. Andrò io a cercare la Dama dai Capelli d'Oro. La ricerca è pericolosa: tuttavia, mio zio, vorrei ancora una volta mettere il mio corpo e la mia vita in pericolo per voi; e affinché i vostri baroni sappiano che vi amo lealmente, faccio questo giuramento: morire nell'avventura o riportare in questo castello di Tintagel la Regina con quei bei capelli.»

Allestì una grande nave e la caricò di grano e vino, di miele e ogni sorta di cose buone; la equipaggiò con Gorvenal e cento giovani cavalieri di alto lignaggio, scelti tra i più coraggiosi, e li vestì con abiti di lana grezza e di crine affinché sembrassero solo mercanti: ma sotto il ponte nascose ricche stoffe d'oro e scarlatto come per i messaggeri di un grande re.

Quando la nave prese il largo, il timoniere gli chiese:

«Signore, verso quale terra devo dirigere?»

«Messere,» disse, «dirigete per l'Irlanda, dritto verso il porto di Whitehaven.»

Dapprima Tristano fece credere agli uomini di Whitehaven che i suoi compagni fossero mercanti d'Inghilterra venuti pacificamente a barattare; ma poiché quei mercanti stranieri passavano la giornata negli inutili giochi di dama e scacchi, e sembravano conoscere i dadi meglio del prezzo di mercato del grano, Tristano temette di essere scoperto e non sapeva come proseguire la sua ricerca.

Ora accadde un giorno, allo spuntare dell'alba, che udì un grido così terribile che uno lo avrebbe chiamato il grido di un demone; né aveva mai udito una bestia ruggire in tal modo, tanto appariva orrendo e strano. Chiamò una donna che passava vicino al porto e disse:

«Ditemi, signora, da dove viene quella voce che ho udito, e non nascondetemi nulla.»

«Mio signore,» disse lei, «vi dirò la verità. È il ruggito di un drago, il più terribile e impavido sulla terra. Ogni giorno lascia la sua tana e si ferma a una delle porte della città: né alcuno può uscire o entrare finché una fanciulla non gli sia stata data in pasto; e quando l'ha tra i suoi artigli, la divora.»

«Signora,» disse Tristano, «non prendetevi gioco di me, ma ditemi chiaramente: può un uomo nato da donna uccidere questa creatura?»

«Bel signore e gentile,» disse, «non saprei dire; ma questo è certo: venti cavalieri provati hanno tentato l'impresa, perché il Re d'Irlanda ha proclamato che darà sua figlia, Iseult la Bionda, a chiunque ucciderà la bestia; ma essa li ha divorati tutti.»

Tristano lasciò la donna e, ritornato alla sua nave, si armò in segreto, ed era una bella vista vedere un destriero così nobile e un cavaliere così valente uscire da un tale scafo mercantile: ma il porto era vuoto di gente, poiché l'alba era appena spuntata e nessuno lo vide mentre cavalcava verso la porta. E a malapena l'ebbe superata, che incontrò improvvisamente cinque uomini al galoppo che fuggivano verso la città. Tristano ne afferrò uno per i capelli, mentre passava, e lo trascinò oltre la groppa della sua cavalcatura e lo tenne stretto:

«Dio vi salvi, mio signore,» disse, «e da dove viene il drago?» E quando l'altro gli ebbe indicato per quale strada, lo lasciò andare.

Mentre il mostro si avvicinava, mostrava la testa di un orso, occhi rossi come carboni ardenti e orecchie pelose e irsute; artigli di leone, coda di serpente e corpo di grifone.

Tristano caricò il drago col suo cavallo con tale forza che, sebbene la criniera della bestia si rizzasse per lo spavento, egli spinse comunque contro il drago: la sua lancia colpì le scaglie e si frantumò. Allora Tristano estrasse la spada e colpì la testa del drago, ma non riuscì nemmeno a tagliare la pelle. La bestia sentì il colpo: con gli artigli strappò lo scudo e lo staccò dal braccio; allora, col petto scoperto, Tristano usò di nuovo la spada e colpì con tanta forza che l'aria rintronò tutto intorno: ma invano, poiché non riusciva a ferire e nel frattempo il drago vomitò dalle narici due rivoli di fiamme ripugnanti, l'elmo di Tristano si annerì come una brace e il suo cavallo inciampò, cadde a terra e morì; ma Tristano, restando in piedi, affondò la spada proprio nelle fauci della bestia e le squarciò il cuore in due.

Poi tagliò la lingua e la mise nei suoi calzari, ma quando il veleno toccò la sua carne, l'eroe svenne e cadde nell'erba alta che bordava la palude circostante.

Ora, l'uomo che egli aveva fermato nella fuga era il Siniscalco d'Irlanda e desiderava Iseult la Bionda: e sebbene fosse un codardo, aveva osato tanto da tornare segretamente con i suoi compagni, e trovò il drago morto; così gli tagliò la testa e la portò al Re, reclamando la grande ricompensa.

Il Re poteva credere alla sua prodezza solo a stento, tuttavia desiderava che fosse fatta giustizia e convocò i suoi vassalli a corte, affinché lì, davanti alla Baronia riunita, il siniscalco fornisse prova della vittoria ottenuta.

Quando Iseult la Bionda seppe che stava per essere data a quel codardo, dapprima rise a lungo, poi pianse. Ma l'indomani, dubitando di qualche inganno, prese con sé Perinis il suo scudiero e Brangien la sua ancella, e tutti e tre cavalcarono all'insaputa di tutti verso la tana del drago: e Iseult vide una traccia sulla strada che la fece meravigliare, poiché gli zoccoli che l'avevano impressa non erano mai stati ferrati nella sua terra. Poi giunse al drago, senza testa, e a un cavallo morto al suo fianco: né il cavallo era bardato secondo la moda d'Irlanda. Qualche uomo straniero aveva ucciso la bestia, ma non sapevano se egli vivesse ancora o no.

Lo cercarono a lungo, Iseult, Perinis e Brangien insieme, finché alla fine Brangien vide l'elmo scintillare nell'erba palustre: e Tristano respirava ancora. Perinis lo caricò sul suo cavallo e lo portò segretamente nelle stanze delle donne. Lì Iseult raccontò la storia a sua madre e lasciò l'eroe con lei, e mentre la Regina lo svestiva dall'armatura, la lingua del drago cadde dal suo stivale d'acciaio. Allora, la Regina d'Irlanda lo rianimò grazie alla virtù di un'erba e disse:

«Straniero, vi riconosco come il vero uccisore del drago: ma il nostro siniscalco, un fellone, ne ha tagliato la testa e reclama mia figlia Iseult come suo salario; sarete pronto tra due giorni a smentirlo in duello?»

«Regina,» disse, «il tempo è breve, ma voi, credo, potete guarirmi in due giorni. Sul drago ho conquistato Iseult, e sul siniscalco forse la riconquisterò.»

Allora la Regina gli preparò infusi forti, e l'indomani Iseult la Bionda gli preparò un bagno e lo unse con un balsamo che sua madre aveva preparato, e mentre lo guardava pensò: «Così ho trovato la Regina dai Capelli d'Oro,» e sorrise pensando a ciò. Ma Iseult, notandolo, pensò: «Perché sorride, o cosa ho trascurato di ciò che è dovuto a un ospite? Sorride pensando che ho dimenticato di lucidare la sua armatura.»

Andò a prendere la spada dal suo ricco fodero, ma quando vide la scheggia mancante e la tacca sulla lama, pensò alla testa del Morholt. Esitò un momento nel dubbio, poi andò dove teneva l'acciaio che aveva trovato nel cranio e lo accostò alla spada, e si adattò così bene che la giuntura si vedeva a stento.

Corse dove Tristano giaceva ferito, e con la spada sopra di lui gridò:

«Voi siete quel Tristano di Lyonesse, che uccise il Morholt, fratello di mia madre, e ora toccherà a voi morire.»

Tristano si sforzò di parare il colpo, ma era troppo debole; il suo ingegno, tuttavia, rimase saldo nonostante il male e disse:

«Così sia, lasciatemi morire: ma per risparmiarvi lunghi ricordi, ascoltate per un momento. Figlia di re, la mia vita non è solo in vostro potere ma è vostra per diritto. La mia vita è vostra perché voi l'avete restituita a me due volte. Una volta, molto tempo fa: poiché ero l'arpista ferito che voi guariste dal veleno del dardo del Morholt. Né pentitevi della guarigione: queste ferite non furono forse ricevute in un leale combattimento? Ho forse ucciso il Morholt con tradimento? Non mi aveva forse sfidato e non ero forse tenuto alla difesa del mio corpo? E ora anche questa seconda volta mi avete salvato. È stato per voi che ho combattuto la bestia.

«Ma lasciamo stare queste cose. Vorrei solo mostrarvi come la mia vita sia vostra. Poi, se mi ucciderete giustamente per la gloria di farlo, potrete riflettere per lunghi anni, compiacendovi di aver ucciso un ospite ferito che aveva scommesso la propria vita per conquistarvi.»

Iseult rispose: «Odo parole strane. Perché colui che ha ucciso il Morholt dovrebbe cercare anche me, sua nipote? Senza dubbio perché il Morholt venne per un tributo di fanciulle dalla Cornovaglia, così voi siete venuto a vantarvi, tornando, di aver portato in Cornovaglia, come schiava, la fanciulla che gli era più vicina.»

«Figlia di re,» disse Tristano, «No... Un giorno due rondini volarono, e volarono fino a Tintagel e portarono un capello tra tutti i vostri capelli d'oro, e pensai che mi portassero buona volontà e pace, così venni a cercarvi oltre mare. Guardate qui, tra i fili d'oro del mio mantello il vostro capello è intessuto: i fili sono appannati, ma il vostro lucente capello brilla ancora.»

Iseult depose la spada e, prendendo il mantello, vide su di esso il Capello d'Oro e rimase in silenzio per un lungo tratto, finché lo baciò sulle labbra per suggellare la pace, e lo coprì con ricche vesti.

Il giorno dell'assemblea dei baroni, Tristano mandò Perinis segretamente alla sua nave per convocare i suoi compagni affinché venissero a corte adornati come si conveniva agli inviati di un grande re.

Uno a uno, i cento cavalieri entrarono nella sala dove si trovavano tutti i baroni d'Irlanda; entrarono in silenzio e si sedettero tutti in fila insieme: sulle loro vesti scarlatte e porpora le gemme scintillavano.

Quando il Re ebbe preso il suo trono, il siniscalco si alzò per provare con testimoni e con le armi di aver ucciso il drago e che così Iseult era stata conquistata. Allora Iseult si inchinò a suo padre e disse:

«Re, ho qui un uomo che sfida il vostro siniscalco per menzogna e fellonia. Promettete che perdonerete quest'uomo per tutte le sue azioni passate, lui che si erge a dimostrare che egli e nessun altro ha ucciso il drago, e concedetegli il perdono e la vostra pace.»

Il Re disse: «Lo concedo.» Ma Iseult disse: «Padre, prima datemi il bacio della pace e del perdono, come segno che gli darete lo stesso.»

Allora trovò Tristano e lo condusse davanti alla Baronia. E mentre giungeva, i cento cavalieri si alzarono tutti insieme, incrociarono le braccia sul petto e si inchinarono, così gli irlandesi seppero che egli era il loro signore.

Ma tra gli irlandesi molti lo riconobbero e gridarono: «Tristano di Lyonesse, colui che uccise il Morholt!» Sguainarono le spade e chiesero la morte. Ma Iseult gridò: «Re, baciate quest'uomo sulle labbra come da vostro giuramento,» e il Re lo baciò, e il clamore cessò.

Allora Tristano mostrò la lingua del drago e offrì battaglia al siniscalco, ma il siniscalco guardò il suo volto e non osò.

Allora Tristano disse:

«Miei signori, lo avete detto, ed è la verità: ho ucciso il Morholt. Ma ho attraversato il mare per offrirvi un buon guidrigildo, per riscattare quell'azione e liberarmi da essa.

«Ho messo il mio corpo in pericolo di morte e vi ho liberato dalla bestia e ho così conquistato Iseult la Bionda, e avendola conquistata la porterò via sulla mia nave.

«Ma affinché queste terre di Cornovaglia e d'Irlanda non conoscano più odio, ma solo amore, sappiate che Re Mark, mio signore, la sposerà. Qui stanno cento cavalieri di alto lignaggio, che tutti giureranno con un giuramento sulle reliquie dei santi, che Re Mark vi invia tramite la loro ambasceria un'offerta di pace, di fratellanza e di buona volontà; e che egli vorrebbe, per vostra cortesia, tenere Iseult come sua onorata moglie, e che vorrebbe che tutti gli uomini di Cornovaglia la servissero come loro Regina.»

Quando i signori d'Irlanda udirono questo, lo acclamarono, e anche il Re fu soddisfatto.

Allora, poiché quel trattato e quell'alleanza dovevano essere stabiliti, il Re suo padre prese Iseult per mano e chiese a Tristano di prestare giuramento; vale a dire, che l'avrebbe condotta lealmente al suo signore, e Tristano prestò quel giuramento e lo giurò davanti ai cavalieri e alla Baronia d'Irlanda riunita. Allora il Re pose la mano destra di Iseult nella mano destra di Tristano, e Tristano la tenne per un momento in segno di consegna per il Re di Cornovaglia.

Così, per amore di Re Mark, Tristano conquistò la Regina dai Capelli d'Oro.

IL FILTRO

Quando il giorno della consegna di Iseult ai Signori di Cornovaglia si avvicinò, sua madre raccolse erbe, fiori e radici e li immerse nel vino, e preparò una pozione potente, e dopo aver fatto ciò, disse in disparte a Brangien:

«Figlia, spetta a te andare con Iseult nel paese di Re Mark, poiché la ami con amore fedele. Prendi dunque questo boccale e ricorda bene le mie parole. Nascondilo affinché nessun occhio lo veda né alcuna labbra vi si accosti: ma quando verrà la notte di nozze e quel momento in cui gli sposi saranno lasciati soli, versa questo vino essenziato in una coppa e offrilo a Re Mark e a Iseult sua regina. Oh! Prendi ogni precauzione, figlia mia, affinché soltanto loro assaggino questo infuso. Poiché questo è il suo potere: coloro che lo bevono insieme si amano con ogni singolo senso e con ogni pensiero, per sempre, nella vita e nella morte.»

E Brangien promise alla Regina che avrebbe fatto quanto da lei ordinato.

Sulla nave che la portava a Tintagel Iseult la Bionda piangeva ricordando la propria terra, e il dolore le gonfiava il cuore, e diceva: «Chi sono io per lasciarvi e seguire uomini sconosciuti, madre mia e terra mia? Maledetto sia il mare che mi porta, poiché preferirei giacere morta sulla terra dove sono nata piuttosto che vivere là fuori, oltre...»

Un giorno, quando il vento era calato e le vele pendevano molli, Tristano gettò l'ancora presso un'isola e i cento cavalieri di Cornovaglia e i marinai, stanchi del mare, sbarcarono tutti. Iseult rimase sola a bordo con una piccola ancella, quando Tristano si avvicinò alla Regina per calmare il suo dolore. Il sole era caldo sopra di loro ed essi avevano sete e, mentre chiamavano, la piccola ancella cercò da bere per loro e trovò quel boccale che la madre di Iseult aveva affidato alla custodia di Brangien. E quando lo trovò, la bambina gridò: «Ho trovato del vino!» Ora, non aveva trovato vino, ma Passione e Gioia acutissima, e Angoscia senza fine, e Morte.

La Regina bevve profondamente da quel sorso e lo diede a Tristano ed egli bevve a lungo e lo svuotò tutto.

Brangien entrò da loro; li vide fissarsi l'un l'altra in silenzio come rapiti e distanti; vide davanti a loro il boccale posato lì; lo afferrò e lo gettò nel mare che fremeva e gridò ad alta voce: «Maledetto il giorno in cui sono nata e maledetto il giorno in cui per prima ho calpestato questo ponte. Iseult, amica mia, e Tristano, voi, voi avete bevuto la morte insieme.»

E ancora una volta la barca corse libera verso Tintagel. Ma a Tristano parve che un rovo ardente, acuto di spine ma dal fiore soavissimo, conficcasse le radici nel suo sangue e si avvincesse tutt'intorno al corpo leggiadro di Isotta, legandolo al proprio e a ogni suo pensiero e desiderio. E pensò: «Sciagurati, che mi accusaste di bramare la terra di Re Mark, sono sceso assai più in basso, poiché non è la sua terra che bramo. Bel signore, che amasti me orfano prima ancora di conoscere in me il sangue di tua sorella Blanchefleur, tu che piangesti mentre mi portavi solo su quella barca, perché non cacciasti via il ragazzo che ti avrebbe tradito? Ah! Che pensiero fu quello! Isotta è tua e io non sono che il tuo vassallo; Isotta è tua e io sono tuo figlio; Isotta è tua e non può amarmi.»

Ma Isotta lo amava, sebbene avrebbe voluto odiarlo. Non poteva odiare, perché una tenerezza più acuta dell'odio la dilaniava.

E Brangien li osservava in angoscia, soffrendo più crudelmente perché lei sola conosceva la profondità del male compiuto.

Per due giorni li osservò, vedendoli rifiutare ogni cibo o conforto e cercarsi l'un l'altra come fanno i ciechi, infelici da separati e ancora più infelici insieme, poiché allora tremavano entrambi per la prima confessione.

Il terzo giorno, mentre Tristano si avvicinava alla tenda sul ponte dove sedeva Isotta, lei lo vide arrivare e gli disse, con molta umiltà: «Entrate, mio signore.»

«Regina,» disse Tristano, «perché mi chiamate signore? Non sono forse il vostro suddito e vassallo, per riverire, servire e farvi cara come mia dama e Regina?»

Ma Isotta rispose: «No, sapete di essere il mio signore e il mio padrone, e io la vostra schiava. Ah, perché non affilai quelle ferite del cantante ferito, o non lasciai morire quell'uccisore di draghi tra le erbe della palude? Ma allora non sapevo ciò che ora so!»

«E cosa è che sapete, Isotta?»

Lei posò il braccio sulla spalla di Tristano, la luce dei suoi occhi si spense e le labbra le tremarono.

«Il mio amore per voi,» disse. Al che lui premette le sue labbra sulle sue.

Ma mentre assaporavano così la loro prima gioia, Brangien, che li osservava, distese le braccia e gridò ai loro piedi in lacrime:

«Restate e tornate indietro se ancora potete… Ma oh! quella strada non ha ritorno. Poiché già Amore e la sua forza vi trascinano e ora d'ora in avanti per sempre mai più conoscerete gioia senza dolore. Il vino vi possiede, il filtro che vostra madre diede a me, il filtro che il Re solo avrebbe dovuto bere con voi: ma quell'antico Nemico ha ingannato noi, tutti e tre; amico Tristano, Isotta mia amica, per quella cattiva custodia che feci prendete qui il mio corpo e la mia vita, poiché tramite me e in quella coppa avete bevuto non solo amore, ma amore e morte insieme.»

Gli amanti si strinsero; la vita e il desiderio tremarono attraverso la loro giovinezza, e Tristano disse: «Ebbene, venga la Morte.»

E mentre scendeva la sera, sulla barca che sbandava e correva verso la terra di Re Mark, si abbandonarono interamente all'amore.

IL PINO ALTO

Mentre Re Mark scendeva a salutare Isotta sulla riva, Tristano le prese la mano e la condusse al Re e il Re prese possesso di lei, prendendole la mano. La condusse con grande sfarzo al suo castello di Tintagel, e quando entrò nel salone tra i vassalli la sua bellezza risplendette tanto che le pareti ne furono illuminate come avviene all'alba. Allora Re Mark benedisse quelle rondini che, per felice cortesia, avevano portato il Capello d'Oro, e benedisse anche Tristano, e i cento cavalieri che, su quella barca avventurosa, erano andati a trovargli gioia di cuore e di occhi; eppure anche a lui quella nave avrebbe portato pungiglione, tormento e lutto.

E il diciottesimo giorno, dopo aver radunato la sua Baronia, prese Isotta in sposa. Ma la notte delle nozze, per salvare l'amico, Brangien prese il suo posto nell'oscurità, poiché il suo rimorso esigeva anche questo da lei; né l'inganno fu scoperto.

Allora Isotta visse come una regina, ma visse nella tristezza. Aveva la tenerezza di Re Mark e l'onore dei baroni; anche il popolo l'amava; passava le sue giornate tra gli affreschi sulle pareti e i pavimenti tutti cosparsi di fiori; aveva buoni gioielli e panni di porpora e arazzi d'Ungheria e anche di Tessaglia, e canti di arpisti, e tende sulle quali erano ricamati leopardi, aquile, pappagalli e tutte le bestie del mare e dei campi. E aveva anche il suo amore, amore alto e splendido, poiché come è usanza tra i grandi signori, Tristano poteva sempre esserle vicino. A suo agio e nei suoi passatempi, notte e giorno: poiché dormiva nella camera del Re come fanno i grandi signori, tra i sudditi e i consiglieri. Eppure temeva ancora; poiché sebbene il suo amore fosse segreto e Tristano insospettabile (perché chi sospetta di un figlio?) Brangien sapeva. E Brangien pareva nella mente della Regina come un testimone che spia; poiché Brangien sola sapeva che genere di vita conduceva, e la teneva così in suo potere. E la Regina pensava: Ah, se un giorno si stancasse di servire come schiava il letto dove un tempo passò per Regina… Se Tristano morisse per il suo tradimento! Così la paura rendeva folle la Regina, ma non in verità la paura di Brangien che era leale; il suo stesso cuore generava la paura.

Non Brangien che era fedele, non Brangien, ma loro stessi dovevano temere questi amanti, poiché cuori così colpiti perdono la loro vigilanza. L'amore li premeva forte, come la sete preme il cervo morente verso il ruscello; l'amore cadeva su di loro dall'alto cielo, come un falco lanciato dopo una lunga fame cade proprio sull'uccello. E l'amore non vuole essere nascosto. Brangien in verità con la sua prudenza li salvava bene, né mai la Regina e il suo amante furono senza guardia. Ma in ogni ora e luogo ogni uomo poteva vedere Amore terribile, che li cavalcava, e poteva vedere in questi amanti ogni loro senso traboccare come vino nuovo che fermenta nel tino.

I quattro felloni a corte che avevano odiato Tristano da tempo per il suo valore, osservavano la Regina; avevano indovinato quel grande amore, e bruciavano di invidia e odio e ora di una sorta di gioia malvagia. Progettarono di dare notizia del loro osservare al Re, per vedere la sua tenerezza trasformarsi in furia, Tristano scacciato o ucciso, e la Regina nel tormento; poiché sebbene temessero Tristano il loro odio vinceva la loro paura; e, un giorno, i quattro baroni chiamarono Re Mark a colloquio, e Andret disse:

«Bel Re, il vostro cuore sarà turbato e anche noi quattro piangiamo; tuttavia siamo tenuti a dirvi ciò che sappiamo. Avete riposto la vostra fiducia in Tristano e Tristano vi coprirebbe di vergogna. Invano vi abbiamo avvertito. Per l'amore di un uomo avete schernito i legami di sangue e tutta la vostra Baronia. Sappiate dunque che Tristano ama la Regina; è verità provata e molte voci circolano ormai su questo.»

Il Re reale si ritrasse e rispose:

«Codardo! Che pensiero fu quello? In verità ho riposto la mia fiducia in Tristano. E a ragione, poiché il giorno in cui il Morholt offrì duello a voi tutti, voi chinaste il capo e rimaneste muti, e tremaste davanti a lui; ma Tristano lo sfidò per l'onore di questa terra, e ricevette ferite mortali. Perciò lo odiate, e perciò io lo amo più di te, Andret, e più di chiunque altro; ma che cosa avete dunque visto o udito o saputo?»

«Nulla, signore, se non ciò che i vostri occhi potevano vedere o le vostre orecchie udire. Guardate e ascoltate, Sire, se c'è ancora tempo.»

E lo lasciarono a gustare il veleno.

Allora Re Mark osservò la Regina e Tristano; ma Brangien notandolo avvertì entrambi e il Re osservò invano, cosicché, stancandosi presto di un compito ignobile, ma sapendo (ahimè!) che non poteva uccidere il suo pensiero inquieto, mandò a chiamare Tristano e disse:

«Tristano, lasciate questo castello; e una volta lasciato, restate lontano e non pensate di tornarvi, e non ripassate il suo fossato o i confini. Dei felloni vi hanno accusato di un orribile tradimento, ma non chiedetemi nulla; non potrei dire le loro parole senza vergogna per entrambi, e da parte vostra non cercate parole per placarmi. Non ho creduto loro… se l'avessi fatto… Ma le loro cattive parole hanno turbato tutta la mia anima e solo con la vostra assenza la mia inquietudine può essere lenita. Andate, senza dubbio presto vi richiamerò. Andate, figlio mio, mi siete ancora caro.»

Quando i felloni udirono la notizia dissero tra loro: «È partito, il mago; è cacciato via. Sicuramente attraverserà il mare in lontane avventure per portare il suo servizio di traditore a qualche re lontano.»

Ma Tristano non aveva la forza di partire del tutto; e quando ebbe varcato i fossati e i confini del Castello seppe di non poter andare oltre. Rimase nella città di Tintagel e alloggiò con Gorvenal nella casa di un borghese, e languì oh! più ferito di quando in quel tempo passato il dardo del Morholt aveva contaminato il suo corpo.

Nelle torri chiuse anche Isotta la Bionda languiva, ma ancora più infelice. Poiché spettava a lei tutto il giorno fingere risate e tutta la notte vincere la febbre e la disperazione. E tutta la notte mentre giaceva al fianco di Re Mark, la febbre la teneva ancora sveglia, e fissava l'oscurità. Desiderava volare da Tristano e sognava di correre verso i cancelli e di trovarvi falci affilate, trappole dei felloni, che le tagliavano le ginocchia tenere; e sognava di debolezza e di cadere, e che le sue ferite avessero lasciato il suo sangue sul terreno. Ora questi amanti sarebbero morti, ma Brangien li soccorse. A rischio della sua vita trovò la casa dove giaceva Tristano. Lì Gorvenal le aprì con grande gioia, sapendo quale salvezza potesse portare.

Così trovò Tristano, e per salvare gli amanti gli insegnò un espediente, né fu mai conosciuta una più sottile astuzia d'amore.

Dietro il castello di Tintagel c'era un frutteto recintato e ampio e tutto chiuso con pali robusti e appuntiti e innumerevoli alberi c'erano lì e frutti su di essi, uccelli e grappoli di uva dolce. E più lontano dal castello, presso i pali della palizzata, c'era un pino alto, dritto e con rami pesanti che si spandevano dal suo tronco. Alla sua radice una sorgente viva sgorgava calma in un cerchio di marmo, poi correva tra due bordi tortuosi, attraverso tutto il frutteto e così, via, finché scorreva infine dentro il castello e attraverso le stanze delle donne.

E ogni sera, per consiglio di Brangien, Tristano tagliava ramoscelli e corteccia, saltava i pali affilati e, giunto sotto il pino, li gettava nella sorgente limpida; galleggiavano leggeri come schiuma lungo il ruscello fino alle stanze delle donne; e Isotta vegliava per il loro arrivo, e in quelle sere usciva nel frutteto e trovava il suo amico. Agile e in preda alla paura veniva, guardando a ogni passo ciò che potesse celarsi tra gli alberi a osservare, nemici o i felloni che conosceva, finché scorgeva Tristano; e la notte e i rami del pino li proteggevano.

E così disse una notte: «Oh, Tristano, ho sentito dire che il castello è fatato e che due volte l'anno svanisce. Così è svanito ora e questo è quel frutteto incantato di cui cantano gli arpisti.» E mentre lo diceva, le sentinelle suonarono l'alba.

Isotta aveva ritrovato la sua gioia. Il pensiero di malessere di Mark si fece debole; ma i felloni sentivano o sapevano dove giaceva la verità, e indovinarono che Tristano aveva incontrato la Regina. Finché alla fine il Duca Andret (che Dio svergogni) disse ai suoi pari:

«Miei signori, prendiamo consiglio da Frocin il Nano; poiché conosce le sette arti, la magia e ogni sorta di incantesimo. Ci insegnerà se vuole le astuzie di Isotta la Bionda.»

Il piccolo uomo malvagio tracciò segni per loro e caratteri di stregoneria; trasse le sorti dell'ora e poi alla fine disse:

«Signori, alti buoni signori, stanotte li prenderete entrambi.»

Poi condussero il piccolo mago al Re, e lui disse:

«Sire, ordinate ai vostri cacciatori di legare i cani e sellare i cavalli, proclamate una caccia di sette giorni nella foresta e sette notti fuori in essa, e impiccatemi in alto se non udrete stanotte quale conversazione intrattiene Tristano.»

Così fece il Re controvoglia; e al calar della notte lasciò la caccia prendendo il nano in groppa, ed entrò nel frutteto, e il nano lo condusse al pino alto, dicendo:

«Bel Re, salite su questi rami e portate con voi le vostre frecce e il vostro arco, poiché potreste averne bisogno; e restate immobile.»

Quella notte la luna splendeva chiara. Nascosto tra i rami il Re vide suo nipote saltare le palizzate e gettare la sua corteccia e i ramoscelli nel ruscello. Ma Tristano si era chinato sopra il pozzo rotondo per gettarli e così facendo aveva visto l'immagine del Re. Non poté fermare i rami mentre galleggiavano via, e là, laggiù, nelle stanze delle donne, Isotta stava vegliando e sarebbe venuta.

Lei venne, e Tristano la osservò immobile. Sopra di lui tra i rami udì lo scatto della freccia quando si adatta alla corda.

Venne, ma con più prudenza del suo solito, pensando: «Che è successo, che Tristano non viene a incontrarmi? Ha visto qualche nemico.»

Improvvisamente, al chiaro di luna, anche lei vide l'ombra del Re nella fonte. Mostrò bene l'ingegno delle donne, non alzò gli occhi.

«Signore Iddio,» disse, a bassa voce, concedi che sia io la prima a parlare.»

«Tristano,» disse, «cosa avete osato fare, chiamandomi qui a un'ora simile? Spesso mi avete chiamata —per implorare, dicevate. E Regina sebbene io sia, so che voi mi avete fatto guadagnare quel titolo— e sono venuta. Cosa volete?»

«Regina, vorrei che imploraste il Re per me.»

Lei era in lacrime e tremante, ma Tristano lodò Dio il Signore che aveva mostrato al suo amico il suo pericolo.

«Regina,» continuò, «spesso e invano vi ho chiamata; mai sareste venuta. Abbiate pietà; il Re mi odia e non so perché. Forse conoscete la causa e potete incantare la sua rabbia. Poiché chi può fidarsi se non voi, casta Regina e cortese, Isotta?»

«Davvero, Signor Tristano, non sapete che dubita di noi entrambi. E io, per aggiungere alla mia vergogna, devo mettervi al corrente. Ah! ma Dio sa se mento, mai il mio amore andò ad altro uomo che a colui che per primo mi ricevette. E vorreste che io, in un momento simile, implorassi il vostro perdono dal Re? Perché, se sapesse del mio passaggio qui stanotte getterebbe le mie ceneri al vento. Il mio corpo trema e ho paura. Vado, poiché ho atteso troppo.»

Tra i rami il Re sorrise ed ebbe pietà.

E mentre Isotta fuggiva: «Regina,» disse Tristano, «nel nome del Signore aiutatemi, per carità.»

«Amico,» rispose lei, «Dio vi aiuti! Il Re vi fa torto ma il Signore Iddio sarà con voi in qualunque terra andrete.»

Così tornò nelle stanze delle donne e lo raccontò a Brangien, che gridò: «Isotta, Dio ha fatto un miracolo per voi, poiché Egli è compassionevole e non ferirà gli innocenti di cuore.»

E quando ebbe lasciato il frutteto, il Re disse sorridendo:

«Bel nipote, quella cavalcata che avevate pianificato è finita ora.»

Ma in una radura aperta, Frocin, il Nano, lesse nelle stelle chiare che il Re ora voleva la sua morte; annerì di vergogna e paura e fuggì nel Galles.

LA SCOPERTA

Re Mark fece pace con Tristano. Tristano tornò al castello come un tempo. Tristano dormiva nella camera del Re con i suoi pari. Poteva andare o venire, il Re non vi pensava più.

Mark aveva perdonato i felloni, e quando il siniscalco, Dinas di Lidan, trovò il nano che vagava abbandonato in una foresta, lo portò a casa, e il Re ebbe pietà e perdonò anche lui.

Ma la sua bontà non fece che alimentare l'ira dei baroni, che giurarono questo giuramento: se il Re avesse tenuto Tristano nel paese si sarebbero ritirati nelle loro fortezze come per la guerra, e chiamarono il Re a colloquio.

«Signore,» dissero, «Cacciate Tristano. Egli ama la Regina come chiunque scelga può vedere, ma quanto a noi non lo sopporteremo più.»

E il Re sospirò, guardando in basso in silenzio.

«Re,» continuarono, «non lo sopporteremo, poiché sappiamo ora che questo è noto a voi e che tuttavia non volete muovervi. Parlate, e prendete consiglio. Quanto a noi se non esilierete quest'uomo, vostro nipote, e non lo cacciate via dalla vostra terra per sempre, ci ritireremo nei nostri Bailiati e porteremo via anche i nostri vicini dalla vostra corte: poiché non possiamo sopportare la sua presenza più a lungo in questo luogo. Tale è il vostro bilancio: scegliete.»

«Miei signori,» disse, «un tempo diedi ascolto alle cattive parole che diceste di Tristano, eppure mi sbagliavo alla fine. Ma voi siete i miei sudditi e non vorrei perdere il servizio dei miei uomini. Consigliatemi dunque, vi ordino, voi che mi dovete consiglio. Mi conoscete come un uomo né orgoglioso né che travalica i limiti.»

«Signore,» dissero, «chiamate allora Frocin qui. Voi diffidate di lui per quella notte nel frutteto. Eppure, non fu lui a leggere nelle stelle dell'arrivo della Regina lì e proprio al pino alto? Egli è molto saggio, prendete consiglio da lui.»

E venne, quel gobbo dell'Inferno: i felloni lo salutarono e lui pianificò questo male.

«Sire,» disse, «lasciate che vostro nipote cavalchi forte domani all'alba con un breve redatto su pergamena e ben sigillato con un sigillo: ordinate lui di cavalcare verso Re Artù a Carduel. Sire, egli dorme con i pari nella vostra camera; uscite voi quando il primo sonno cade sugli uomini, e se egli ama Isotta così follemente, ebbene, allora giuro su Dio e sulle leggi di Roma, tenterà di parlare con lei prima di cavalcare. Ma se lo farà a vostra o mia insaputa, allora uccidetemi. Quanto alla trappola, lasciate che sia io a tenderla, ma voi non dite nulla della sua cavalcata fino all'ora del sonno.»

E quando Re Mark ebbe acconsentito, questo nano fece una cosa vile. Comprò da un fornaio quattro quarti di farina, e la nascose nella piega del suo mantello. Quella notte, quando il Re ebbe cenato e gli uomini d'arme si coricarono a dormire nel salone, Tristano venne dal Re come era consuetudine, e il Re disse:

«Bel nipote, fate la mia volontà: cavalcate domani notte verso Re Artù a Carduel, e dategli questo breve, con il mio saluto, affinché possa aprirlo: e restate da lui solo un giorno.»

E quando Tristano disse: «Lo porterò al mattino;»

Il Re aggiunse: «Sì, e prima che spunti il giorno.»

Ma, mentre i pari dormivano tutti attorno al Re loro signore, quella notte, un pensiero folle prese Tristano che, prima di cavalcare, non sapeva per quanto tempo, prima dell'alba avrebbe detto un'ultima parola alla Regina. E c'era una lunghezza di lancia nell'oscurità tra loro. Ora il nano dormiva con il resto nella camera del Re, e quando pensò che tutti dormissero si alzò e sparse la farina silenziosamente nella lunghezza di lancia che giaceva tra Tristano e la Regina; ma Tristano vegliava e lo vide, e disse a se stesso:

«È per segnare i miei passi, ma non ci saranno segni a mostrare.»

A mezzanotte, quando tutto era buio nella stanza, senza che alcuna candela o lampada scintillasse, il Re uscì silenziosamente dalla porta e con lui il nano. Allora Tristano si alzò nell'oscurità e, valutata la distanza di una lancia, spiccò il salto per il suo addio. Ma quel giorno, durante la caccia, un cinghiale lo aveva ferito a una gamba, e in quello sforzo la ferita sanguinò. Egli non lo sentì né lo vide nell'oscurità, ma il sangue gocciolò sui giacigli e sulla farina sparsa tra essi; e fuori, al chiaro di luna, il nano lesse il cielo, seppe ciò che era stato fatto e gridò:

«Entrate, mio Re, e se non li prenderete, impiccatemi alto.»

Allora il Re, il nano e i quattro malvagi entrarono con luci e rumore, e sebbene Tristano avesse riguadagnato il suo posto, c'era il sangue a testimoniare, e sebbene Isotta fingesse di dormire, così come Perinis, che giaceva ai piedi di Tristano, pure c'era il sangue a testimoniare. E il Re guardò in silenzio il sangue lì dove giaceva sul letto, sulle assi e calpestato nella farina.

E i quattro baroni tennero fermo Tristano sul suo letto e schernirono anche la Regina, promettendole piena giustizia; e scoprirono e mostrarono la ferita da cui il sangue fluiva.

Allora il Re disse:

«Tristano, ora nulla più trattiene. Domani morirai.»

E Tristano rispose:

«Abbi pietà, Signore, nel nome di Dio che soffrì sulla Croce!»

Ma i malvagi chiamarono il Re alla vendetta, dicendo:

«Fai giustizia, Re: vendicati.»

E Tristano continuò: «Abbi pietà, non di me — poiché perché dovrei oppormi al morire? — Davvero, se non fosse per voi, avrei venduto cara la pelle a codardi che, sotto la vostra pace, hanno osato mettermi le mani addosso — ma in omaggio a voi mi sono arreso e potete fare di me ciò che volete. Ma, signore, ricordatevi della Regina!»

E mentre si inginocchiava ai piedi del Re, ancora si lamentava:

«Ricordatevi della Regina; poiché se un uomo della vostra corte fosse così audace da sostenere la menzogna che io l'abbia amata illecitamente, mi alzerò armato contro di lui in un recinto. Sire, nel nome di Dio il Signore, abbiate pietà di lei.»

Allora i baroni lo legarono con corde, e anche la Regina. Ma se Tristano avesse saputo che il giudizio per duello gli sarebbe stato negato, certamente non lo avrebbe tollerato.

Poiché confidava in Dio e sapeva che nessun uomo osava sguainare la spada contro di lui nelle lizza. E davvero fece bene a confidare in Dio, poiché sebbene i malvagi lo schernissero quando diceva di aver amato lealmente, io vi chiamo a testimoniare, miei signori che leggete questo, e che conoscete del filtro bevuto in alto mare, e che comprendete se il suo amore fosse davvero slealtà. Poiché gli uomini vedono questo o quell'aspetto esteriore, ma solo Dio il cuore, e nel cuore soltanto risiede il crimine e il solo giudice finale è Dio. Perciò Egli stabilì la legge che un uomo accusato potesse sostenere la propria causa in battaglia, e Dio stesso combatte per l'innocente in tale scontro.

Perciò Tristano reclamò giustizia e il diritto di battaglia e perciò fu attento a non mancare in nulla dell'omaggio dovuto a Re Marco, suo signore.

Ma se avesse saputo ciò che stava per accadere, avrebbe ucciso i malvagi.

IL SALTO DELLA CAPPELLETTA

Buia era la notte, e la notizia corse che Tristano e la Regina erano prigionieri e che il Re li avrebbe uccisi; e ricchi borghesi, o gente comune, piangevano e correvano al palazzo.

E i mormorii e le grida corsero per la città, ma tale era l'ira del Re nel suo castello sovrastante che né il più forte né il più orgoglioso dei baroni osò muoverlo.

La notte finì e il giorno si avvicinò. Marco, prima dell'alba, cavalcò verso il luogo dove teneva le udienze e il giudizio. Ordinò che fosse scavato un fosso nella terra e che vi fossero deposti tralci di vite nodosi e spine.

All'ora di Prima fece gridare un bando in tutta la terra per radunare gli uomini di Cornovaglia; essi giunsero con gran rumore e il Re parlò loro così:

«Miei signori, ho preparato qui una catasta di spine per Tristano e la Regina; poiché sono caduti.»

Ma essi gridarono tutti, tra le lacrime:

«Una sentenza, signore, una sentenza; un atto d'accusa e un processo; poiché uccidere senza giudizio è vergogna e crimine.»

Ma Marco rispose nella sua ira:

«Né rinvio, né ritardo, né processi, né sentenza. Per Dio che fece il mondo, se qualcuno osa petizionarmi, arderà per primo!»

Ordinò che il fuoco fosse acceso, e che Tristano fosse chiamato.

Le fiamme si levarono, e tutti tacquero davanti alle fiamme, e il Re attese.

I servitori corsero alla stanza dove si faceva la guardia ai due amanti; e trascinarono via Tristano per le mani sebbene egli piangesse per il suo onore; ma mentre lo trascinavano via in tale vergogna, la Regina ancora lo chiamava:

«Amico, se io muoio affinché tu viva, sarà una grande gioia.»

Ora, ascoltate quanto è pieno di pietà Dio e come Egli ascoltò il lamento e le preghiere della gente comune, quel giorno.

Poiché mentre Tristano e le sue guardie scendevano dalla città verso dove bruciava la catasta, vicino alla strada su una roccia vi era una cappelletta, sorgeva sul ciglio di una scogliera ripida e scoscesa, e volgeva alla brezza marina; nell'abside c'erano finestre vetrate. Allora Tristano disse a coloro che erano con lui:

«Miei signori, lasciatemi entrare in questa cappelletta, per pregare per un momento la misericordia di Dio che ho offeso; la mia morte è vicina. C'è solo una porta in questo luogo, miei signori, e ognuno di voi ha la spada sguainata. Dunque, potete ben vedere che, quando la mia preghiera a Dio sarà finita, dovrò passare di nuovo davanti a voi: quando avrò pregato Dio, miei signori, per l'ultima volta.»

E una delle guardie disse: «Ebbene, lasciatelo entrare.»

Così lo lasciarono entrare a pregare. Ma egli, una volta dentro, si precipitò oltre e saltò la balaustra dell'altare e l'altare stesso e forzò una finestra dell'abside, e saltò ancora oltre il ciglio della scogliera. Così potesse morire, ma non di quella morte vergognosa davanti al popolo.

Ora apprendete, miei signori, quanto fu generoso Dio con lui quel giorno. Il vento prese il mantello di Tristano ed egli cadde su una roccia liscia ai piedi della scogliera, che fino a questo giorno gli uomini di Cornovaglia chiamano "il salto di Tristano".

Le sue guardie ancora lo attendevano alla porta della cappelletta, ma invano, poiché Dio era ora la sua guardia. Ed egli corse, e la sabbia fine scricchiolava sotto i suoi piedi, e lontano vide la catasta bruciare, e il fumo e le fiamme scoppiettanti; e fuggì.

Spada cinta e briglie sciolte, Gorvenal era fuggito dalla città, per timore che il Re lo bruciasse al posto del suo signore: e trovò Tristano sulla riva.

«Signore,» disse Tristano, «Dio mi ha salvato, ma oh! signore, a quale scopo? Poiché senza Isotta non posso e non voglio vivere, e avrei preferito morire nella mia caduta. La bruceranno per me, allora anch'io morirò per lei.»

«Signore,» disse Gorvenal, «non ascoltate il consiglio dell'ira. Vedete qui questo boschetto con un fosso scavato tutto attorno. Nascondiamoci lì dove il sentiero passa vicino, e i viandanti ci porteranno notizie; e, ragazzo, se bruciano Isotta, giuro per Dio, il Figlio di Maria, di non dormire mai più sotto un tetto finché non sarà vendicata.»

C'era un pover'uomo del popolo che aveva visto la caduta di Tristano, e lo aveva visto inciampare e rialzarsi dopo, e strisciò fino a Tintagel e fino a Isotta dove era legata, e disse:

«Regina, non piangere più. Il tuo amico è fuggito al sicuro.»

«Allora ringrazio Dio,» disse lei, «e se mi leghino o mi sciolgano, e se mi uccidano o mi risparmino, ora m'importa ben poco.»

E sebbene il sangue uscisse dai nodi delle corde, tanto strettamente l'avevano legata i traditori, pur tuttavia disse, sorridendo:

«Se piangessi per questo, ora che Dio ha sciolto il mio amico, varrei ben poco.»

Quando giunse al Re la notizia che Tristano aveva compiuto quel salto ed era perduto, impallidì per l'ira e ordinò ai suoi uomini di portare fuori Isotta.

La trascinarono fuori dalla stanza, ed ella giunse davanti alla folla, tenuta per le sue mani delicate, dalle quali gocciolava sangue, e la folla gridò:

«Abbiate pietà di lei — la leale Regina e onorata! Certamente coloro che l'hanno consegnata hanno portato il lutto su tutti noi — le nostre maledizioni su di loro!»

Ma gli uomini del Re la trascinarono verso la catasta di spine che ardeva. Ella si fermò davanti alla fiamma, e la folla gridò la sua rabbia, e maledisse i traditori e il Re. Nessuno poteva vederla senza pietà, a meno che non avesse un cuore da malvagio: era così strettamente legata. Le lacrime le rigavano il volto e cadevano sul suo abito grigio dove correva un piccolo filo d'oro, e un filo d'oro era intrecciato nei suoi capelli.

Proprio allora erano sopraggiunti cento lebbrosi del Re, deformi e distrutti, orribilmente bianchi, e zoppicanti sulle loro stampelle. E si avvicinarono alla fiamma, e poiché erano malvagi, amavano quella vista. E il loro capo Ivan, il più brutto di tutti, gridò al Re con voce tremante:

«O Re, vorresti bruciare questa donna in quella fiamma, ed è giusta giustizia, ma troppo rapida, poiché molto presto il fuoco si spegnerà, e le sue ceneri saranno molto presto disperse dall'alto vento e la sua agonia sarà finita. Gettala piuttosto ai tuoi lebbrosi dove potrà trascinare una vita per sempre invocando la morte.»

E il Re rispose:

«Sì; lasciatela vivere quella vita, poiché è una giustizia migliore e più terribile. Posso amare coloro che mi hanno dato un tale pensiero.»

E i lebbrosi risposero:

«Gettala tra noi, e rendila una di noi. Mai dama avrà conosciuto una fine peggiore. E guarda,» dissero, «i nostri stracci e le nostre abominazioni. Ella ha goduto di ricche stoffe e pellicce, gioielli e pareti di marmo, onore, buoni vini e gioia, ma quando vedrà i tuoi lebbrosi sempre, Re, e solo loro per sempre, i loro giacigli e le loro capanne, allora davvero conoscerà il torto che ha fatto, e desidererà amaramente persino quella grande fiamma di spine.»

E come il Re li udì, rimase a lungo senza muoversi; poi corse verso la Regina e la afferrò per la mano, ed ella gridò:

«Bruciatemi! Piuttosto bruciatemi!»

Ma il Re la consegnò, e Ivan la prese, e i cento lebbrosi si strinsero attorno, e a sentire le sue grida tutta la folla si levò in pietà. Ma Ivan aveva una gioia malvagia, e mentre procedeva la trascinò fuori dai confini del borgo, con la sua orrenda compagnia.

Ora presero quella strada dove Tristano giaceva in agguato, e Gorvenal gli disse:

«Figlio, ecco la tua amica. Non farai nulla?»

Allora Tristano montò sul cavallo e lo spronò fuori dal cespuglio, e gridò:

«Ivan, sei stato al fianco della Regina un momento, e troppo a lungo. Ora lasciala se vuoi vivere.»

Ma Ivan gettò via il mantello e gridò:

«Le vostre clave, compagni, e i vostri bastoni! Stampelle in aria — poiché la lotta è iniziata!»

Allora fu bello vedere i lebbrosi gettare via le cappe, e agitare le loro gambe malate, e brandire le stampelle, alcuni minacciando: tutti gemendo; ma colpirli Tristano era troppo nobile. Ci sono cantori che cantano che Tristano uccise Ivan, ma è una menzogna. Troppo cavaliere era per uccidere tali esseri. Gorvenal davvero, afferrato un arbusto di quercia, lo fracassò sulla testa di Ivan finché il suo sangue non colò fino ai suoi piedi deformi. Poi Tristano prese la Regina.

D'ora in poi vicino a lui non sentì più alcun male. Tagliò le corde che le legavano le braccia così strettamente, e lasciò la pianura affinché si immergessero nel bosco di Morois; e lì nel bosco fitto Tristano era sicuro come in un mastio di castello.

E mentre il sole calava si fermarono tutti e tre ai piedi di una piccola collina: la paura aveva stancato la Regina, ed ella appoggiò la testa sul corpo di lui e dormì.

Ma al mattino, Gorvenal rubò a un boscaiolo il suo arco e due buone frecce piumate e barbate, e le diede a Tristano, il grande arciere, ed egli cacciò un cerbiatto e lo uccise. Poi Gorvenal radunò ramoscelli secchi, colpì la pietra focaia, e accese un gran fuoco per cuocere la selvaggina. E Tristano tagliò rami e costruì una capanna e la guarnì di foglie. E Isotta dormì su quelle spesse foglie.

Così, nelle profondità del bosco selvaggio ebbe inizio per gli amanti quella vita selvaggia che pure, molto presto, amarono.

SECONDA PARTE

IL BOSCO DI MOROIS

Vagavano nelle profondità del bosco selvaggio, inquieti e di fretta come bestie braccate, né osavano spesso tornare di notte al riparo di ieri. Non mangiavano che la carne di animali selvatici. I loro volti si scavavano e diventavano bianchi, i loro abiti stracciati; poiché i rovi li laceravano. Si amavano e non sapevano di soffrire.

Un giorno, mentre vagavano in questi boschi alti che non erano mai stati abbattuti o ordinati, giunsero all'eremo di Ogrin.

Il vecchio zoppicava alla luce del sole sotto una leggera crescita di aceri vicino alla sua cappella: si appoggiava alla stampella, e gridò:

«Signore Tristano, ascoltate il grande giuramento che gli uomini di Cornovaglia hanno fatto. Il Re ha pubblicato un bando in ogni parrocchia: Chiunque vi catturerà riceverà cento marchi d'oro come ricompensa, e tutti i baroni hanno giurato di consegnarvi vivo o morto. Fate penitenza, Tristano! Dio perdona il peccatore che si volge al pentimento.»

«E di cosa dovrei pentirmi, Ogrin, mio signore? O di quale crimine? Voi che sedete in giudizio su di noi qui, sapete quale coppa bevemmo in alto mare? Quel buono, grande sorso inebria entrambi. Preferirei mendicare tutta la vita e vivere di radici ed erbe con Isotta che, mancando lei, essere re di un vasto regno.»

«Dio vi aiuti, Signore Tristano; poiché avete perso sia questo mondo che quello prossimo. Un uomo che è traditore verso il suo signore è degno di essere straziato dai cavalli e bruciato sulla catasta, e ovunque cadano le sue ceneri non crescerà erba e tutto il lavoro dei campi è vano, e gli alberi e le cose verdi muoiono. Signore Tristano, restituite la Regina all'uomo che l'ha sposata legittimamente secondo le leggi di Roma.»

«Egli la diede ai suoi lebbrosi. Da questi lebbrosi io stesso l'ho conquistata con la mia mano; e d'ora in poi ella è tutta mia. Non può passare da me né io da lei.»

Ogrin si sedette; ma ai suoi piedi Isotta, con la testa sulle ginocchia di quell'uomo di Dio, piangeva in silenzio. L'eremita le raccontava e ritrattava le parole del suo libro santo, ma ancora mentre piangeva scuoteva il capo, e rifiutava la fede che egli offriva.

«Ah me,» disse allora Ogrin, «quale conforto si può dare ai morti? Fate penitenza, Tristano, poiché un uomo che vive nel peccato senza pentirsi è un uomo del tutto morto.»

«Oh no,» disse Tristano, «io vivo e non faccio penitenza. Torneremo nell'alto bosco che ci conforta e ci protegge tutt'intorno. Venite con me, Isotta, amica mia.»

Isotta si alzò; si tennero per mano. Passarono nell'erba alta e nel sottobosco: gli alberi li nascosero con i loro rami. Scomparvero oltre le foglie.

L'estate passò e l'inverno giunse: i due amanti vivevano, tutti nascosti nel cavo di una roccia, e sulla terra gelata il freddo increspava il loro giaciglio con foglie morte. Nella forza del loro amore né l'uno né l'altra sentivano queste cose mortali. Ma quando i cieli aperti furono tornati con la primavera, costruirono una capanna di rami verdi sotto i grandi alberi. Tristano aveva conosciuto, fin dalla sua infanzia, quell'arte per cui un uomo può cantare il canto degli uccelli nei boschi, e secondo il suo capriccio, chiamava come chiamano il tordo, il merlo e l'usignolo, e tutte le cose alate; e talvolta in risposta molti uccelli venivano sui rami della sua capanna e cantavano il loro canto a piena gola nella nuova luce.

Gli amanti avevano smesso di vagare per la foresta, poiché nessuno dei baroni correva il rischio del loro inseguimento sapendo bene che Tristano li avrebbe impiccati ai rami di un albero. Un giorno, tuttavia, uno dei quattro traditori, Guenelon, che Dio maledica! attratto dal caldo della caccia, osò entrare nel Morois. E quella mattina, sul limitare della foresta in un burrone, Gorvenal, avendo dissellato il suo cavallo, lo aveva lasciato pascolare sull'erba nuova, mentre lontano nella loro capanna Tristano teneva la Regina, ed essi dormivano. Poi improvvisamente Gorvenal udì il grido del branco; i cani inseguivano un cervo, che cadde in quel burrone. E lontano sulla brughiera il cacciatore apparve — e Gorvenal lo riconobbe per l'uomo che il suo signore odiava sopra ogni cosa. Solo, con gli speroni insanguinati, e colpendo la criniera del suo cavallo, galoppava; ma Gorvenal lo osservava dall'agguato: era giunto in fretta, sarebbe tornato più lentamente. Egli passò e Gorvenal balzò dal suo agguato e afferrò la briglia e, improvvisamente, ricordando tutto il male che quell'uomo aveva fatto, lo fece a pezzi a morte e portò via la sua testa tra le mani. E quando i cacciatori trovarono il corpo, mentre seguivano, pensarono che Tristano arrivasse dietro e fuggirono nel timore della morte, e da allora nessun uomo cacciò in quel bosco. E lontano, nella capanna sul loro giaciglio di foglie, dormivano Tristano e la Regina.

Giunse Gorvenal, silenzioso, la testa dell'uomo morto tra le mani affinché potesse sollevare il cuore del suo signore al suo risveglio. La appese per i capelli fuori dalla capanna, e le foglie la ghirlandarono tutt'intorno. Tristano si svegliò e la vide, mezza nascosta tra le foglie, e fissarlo mentre guardava, ed ebbe paura. Ma Gorvenal disse: «Non temere, è morto. L'ho ucciso con questa spada.»

Allora Tristano fu contento, e d'ora in poi da quel giorno nessuno osò entrare nel bosco selvaggio, poiché il terrore lo custodiva e gli amanti ne erano signori di tutto: e fu allora che Tristano foggiò il suo arco "Nessunfallisce" che colpiva sempre il segno, uomo o bestia, qualunque cosa mirasse.

Miei signori, in un giorno d'estate, quando è tempo di falciatura, un poco dopo Pentecoste, mentre gli uccelli cantavano l'alba, Tristano lasciò la sua capanna e si cinse la spada, e prese il suo arco "Nessunfallisce" e andò a cacciare nel bosco; ma prima di sera, un gran male doveva cadergli addosso, poiché nessun amante amò mai tanto o pagò il suo amore così caro.

Quando Tristano tornò, distrutto dal caldo, la Regina disse:

«Amico, dove sei stato?»

«A cacciare un cervo,» disse, «che mi ha stancato. Vorrei sdraiarmi e dormire.»

Così ella si sdraiò, e lui, e tra loro Tristano pose la sua spada nuda, e al dito della Regina c'era quell'anello d'oro con smeraldi incastonati, che Marco le aveva dato il giorno del suo matrimonio; ma la sua mano era così consumata che l'anello stentava a stare. E nessun vento soffiava, e nessuna foglia si muoveva, ma attraverso una fenditura nei rami un raggio di sole cadde sul volto di Isotta e brillò bianco come ghiaccio. Ora un boscaiolo trovò nel bosco un luogo dove le foglie erano schiacciate, dove gli amanti si erano fermati e avevano dormito, e seguì le loro tracce e trovò la capanna, e li vide dormire e fuggì via, temendo il terribile risveglio di quel signore. Fuggì a Tintagel, e salendo le scale del palazzo, trovò il Re mentre teneva le sue udienze in sala tra i vassalli riuniti.

«Amico,» disse il Re, «cosa sei venuto a cercare qui in fretta e senza fiato, come un cacciatore che ha seguito i cani a piedi? Hai qualche torto da riparare, o qualcuno ti ha cacciato?»

Ma il boscaiolo lo prese in disparte e disse a bassa voce:

«Ho visto la Regina e Tristano, e ho temuto e sono fuggito.»

«Dove li hai visti?»

«In una capanna nel Morois, dormivano fianco a fianco. Venite in fretta e prendete la vostra vendetta.»

«Va',» disse il Re, «e attendimi ai margini della foresta dove sorge la croce rossa, e non dire a nessuno ciò che hai visto. Avrai oro e argento a tuo piacimento.»

Il Re aveva sellato il suo cavallo, cinto la spada e lasciato la città da solo, e mentre cavalcava in solitudine si rammentò della notte in cui aveva visto Tristano sotto il grande pino, e Isotta col suo volto limpido, e pensò:

«Se li trovo, vendicherò questo orribile torto.»

Ai piedi della croce rossa giunse al boscaiolo e disse:

«Va' avanti, e guidami dritto e in fretta.»

L'ombra cupa dei grandi alberi li avvolse, e mentre il Re seguiva la spia tastava la sua spada, confidando in essa per i grandi colpi che aveva inferto in passato; e certamente, se Tristano si fosse svegliato, uno dei due sarebbe rimasto lì morto. Allora il boscaiolo disse:

«Re, siamo vicini.»

Egli tenne la staffa, legò la redine a un melo selvatico e vide in una radura illuminata dal sole la capanna coi suoi fiori e le sue foglie. Allora il Re gettò il mantello con la sua bella fibbia d'oro, sguainò la spada dal fodero e disse di nuovo nel suo cuore che loro o lui sarebbero dovuti morire. E fece segno al boscaiolo di andarsene.

Entrò solo nella capanna, spada in pugno, e li osservò mentre giacevano: ma vide che erano distanti, e si meravigliò perché tra loro si trovava la lama nuda.

Allora disse a se stesso: «Mio Dio, non posso ucciderli. Poiché per tutto il tempo in cui hanno vissuto insieme in questo bosco, questi due amanti, tuttavia la spada è qui tra loro, e in tutta la Cristianità gli uomini conoscono quel segno. Perciò non ucciderò, poiché sarebbe tradimento e ingiustizia, ma farò in modo che, al loro risveglio, sappiano che li ho trovati qui, addormentati, e li ho risparmiati, e che Dio ha avuto pietà di entrambi.»

E ancora il raggio di sole cadeva sul volto bianco di Isotta, e il Re prese i suoi guanti foderati d'ermellino e li pose contro la fessura da cui splendeva.

Allora, nel sonno, una visione venne a Isotta. Le parve di essere in un grande bosco e due leoni vicino a lei combattevano per lei, ed ella lanciò un grido e si svegliò, e i guanti caddero sul suo petto; e al grido Tristano si svegliò, fece per afferrare la sua spada e vide dall'elsa d'oro che era quella del Re. E la Regina vide al suo dito l'anello del Re, ed esclamò:

«Oh, mio signore, il Re ci ha trovati qui!»

E Tristano disse:

«Ha preso la mia spada; era solo, ma tornerà e ci farà bruciare davanti al popolo. Fuggiamo.»

Così, con grandi marce, col solo Governal, fuggirono verso il Galles.

OGRIN L'EREMITA

Dopo tre giorni accadde che Tristano, inseguendo un cervo ferito lontano nel bosco, fu sorpreso dal calare della notte e si mise a riflettere così, sotto il bosco oscuro, da solo:

«Non fu la paura a muovere il Re... aveva la mia spada e io dormivo... e se avesse voluto uccidere, perché mi ha lasciato la sua lama? ... Oh, padre mio, padre mio, vi conosco ora. C'era perdono nel vostro cuore, e tenerezza e pietà... eppure come fu possibile, poiché chi potrebbe perdonare in questa faccenda senza vergogna? ... Non era perdono, era comprensione; il rogo e il salto della chiesetta e l'agguato dei lebbrosi gli hanno mostrato che Dio è dalla nostra parte. Inoltre credo si sia ricordato del ragazzo che molto tempo fa suonava l'arpa ai suoi piedi, e della mia terra di Lionesse che lasciai per lui; la lancia del Morholt e il sangue versato in suo onore. Si ricordò di come non feci ammenda, ma chiesi il giudizio di Dio tramite le armi, e l'alta natura del suo cuore gli ha fatto comprendere ciò che gli uomini attorno a lui non possono; mai potrà conoscere dell'incantesimo, eppure dubita e spera e sa che non ho mentito, e vorrebbe che provassi la mia causa. Oh, ma poter vincere in armi con l'aiuto di Dio per lui, e rientrare nella sua pace e indossare la cotta di maglia per lui ancora... ma allora lui dovrebbe riprenderla, e io dovrei cederla... sarebbe stato molto meglio se mi avesse ucciso nel sonno. Poiché finora ero braccato e potevo odiare e dimenticare; egli aveva gettato Isotta ai lebbrosi, ella non era più sua, ma mia; e ora, con la sua compassione, ha risvegliato il mio cuore e riconquistato la Regina. Poiché Regina era al suo fianco, ma in questo bosco vive da schiava, e io consumo la sua giovinezza; e per stanze tutte tappezzate di seta ella ha questo luogo selvaggio, e una capanna per le sue mura splendide, e io sono la causa per cui calpesta questa brutta via. Così ora grido a Dio il Signore, che è Re del mondo, e lo prego di darmi la forza di restituire Isotta a Re Marco; poiché ella è davvero sua moglie, sposata secondo le leggi di Roma davanti a tutta la baronia della sua terra.»

E mentre pensava così, si appoggiò al suo arco, e per tutta la notte meditò il suo dolore.

Nell'incavo di spine che era il loro giaciglio, Isotta la Bionda attendeva il ritorno di Tristano. L'anello d'oro che Re Marco vi aveva infilato brillava al suo dito al chiaro di luna, ed ella pensò:

«Colui che mise questo anello non è l'uomo che mi gettò ai suoi lebbrosi nella sua ira; è piuttosto quel signore compassionevole che, dal giorno in cui toccai la sua riva, mi accolse e mi protesse. E amava Tristano un tempo, ma io venni, e guardate cosa ho fatto! Egli avrebbe dovuto vivere nel palazzo del Re; avrebbe dovuto cavalcare attraverso i feudi di re e baroni, cercando avventure; ma per colpa mia ha dimenticato la sua cavalleria, ed è braccato ed esiliato dalla corte, conducendo una vita errabonda...»

Proprio allora udì i passi di Tristano venire sopra le foglie morte e i rametti. Gli andò incontro, come era sua abitudine, per liberarlo dalle armi, e gli prese l'arco, «Non-fallisce», e le sue frecce, e gli slacciò le cinghie della spada. E, «Amico,» disse lui, «è la spada del Re. Avrebbe dovuto uccidere, ma ci ha risparmiati.»

Isotta prese la spada e baciò l'elsa d'oro, e Tristano la vide piangere.

«Amico,» disse lui, «se potessi fare pace con il Re; se egli mi permettesse di sostenere in armi che né per atto né per parola vi ho amata con un amore illecito, qualsiasi cavaliere dalle Paludi di Ely fino a Dureaume che volesse contraddirmi, mi troverebbe armato nel ring. Poi, se il Re volesse tenervi e scacciare me, passerei nei Paesi Bassi o in Bretagna con il solo Governal. Ma ovunque andassi e sempre, Regina, sarei vostro; né avrei parlato così, Isotta, se non per la miseria che sopportate da così tanto tempo per causa mia in questa terra deserta.»

«Tristano,» ella disse, «c'è l'eremita Ogrin. Torniamo da lui, e chiediamo misericordia al Re del Cielo.»

Svegliarono Governal; Isotta montò il destriero e Tristano lo condusse per la briglia, e per tutta la notte andarono per l'ultima volta attraverso i boschi del loro amore, e non si scambiarono una parola. Al mattino giunsero all'Eremo, dove Ogrin leggeva sulla soglia e, vedendoli, li chiamò teneramente:

«Amici,» gridò, «vedete come l'Amore vi conduce ancora a ulteriore miseria. Non volete fare penitenza, alla fine, per la vostra follia?»

«Signor Ogrin,» disse Tristano, «ascoltateci. Aiutateci a offrire pace al Re, e io gli renderò la Regina, e andrò io stesso lontano in Bretagna o nei Paesi Bassi, e se un giorno il Re mi tollererà, tornerò e servirò come dovrei.»

E ai piedi dell'eremita Isotta disse a sua volta:

«Né vivrò più così, poiché sebbene non dirò una sola parola di penitenza per il mio amore, che è lì e rimane per sempre, tuttavia d'ora in poi sarò separata da lui.»

Allora l'eremita pianse e lodò Dio e gridò: «Alto Re, lodo il Tuo Nome, per avermi lasciato vivere così a lungo da poter dare aiuto a costoro!»

E diede loro saggio consiglio, prese l'inchiostro e scrisse un piccolo messaggio offrendo al Re ciò che Tristano aveva detto.

Quella notte Tristano prese la strada. Ancora una volta vide il pozzo di marmo e l'alto pino, e giunse sotto la finestra dove il Re dormiva, e lo chiamò dolcemente, e Marco si svegliò e sussurrò:

«Chi sei tu che mi chiami nella notte a un'ora simile?»

«Signore, sono Tristano: vi porto un messaggio e lo lascio qui.»

Allora il Re gridò: «Nipote! nipote! per amor di Dio aspettate un momento,» ma Tristano era fuggito e aveva raggiunto il suo scudiero, e montato rapidamente. Governal gli disse:

«Oh, Tristano, siete folle ad essere venuto. Fuggite forte con me per la via più breve.»

Così tornarono all'Eremo, e lì trovarono Ogrin in preghiera, ma Isotta piangeva in silenzio.

IL GUADO

Marco aveva svegliato il suo cappellano e gli aveva dato il messaggio da leggere; il cappellano ruppe il sigillo, salutò in nome di Tristano e poi, quando ebbe astutamente decifrato le parole scritte, gli disse ciò che Tristano offriva; e Marco ascoltò senza dire una parola, ma il suo cuore era lieto, poiché amava ancora la Regina.

Convocò per nome i più scelti tra i suoi baroni, e quando furono tutti riuniti rimasero in silenzio e il Re parlò:

«Miei signori, ecco un messaggio, appena inviatomi. Io sono il vostro Re, e voi i miei vassalli. Ascoltate ciò che mi viene offerto, e poi consigliatemi, poiché mi dovete consiglio.»

Il cappellano si alzò, spiegò il messaggio e disse, stando in piedi:

«Miei signori, è Tristano che per primo invia amore e omaggio al Re e a tutta la sua Baronia, e aggiunge: “Oh Re, quando uccisi il drago e conquistai la figlia del Re d'Irlanda, fu a me che la diedero. Dovevo custodirla a mio piacimento e io la resi a voi. Eppure, a stento l'avevate sposata, che dei felloni vi fecero accettare le loro menzogne, e nella vostra ira, bel zio, mio signore, ci avreste fatti bruciare senza processo. Ma Dio ebbe compassione di noi; lo pregammo ed Egli salvò la Regina, come giustizia voleva: e me pure — sebbene saltassi da un'alta roccia, fui salvato dal potere di Dio. E da allora cosa ho fatto di biasimevole? La Regina fu gettata ai lebbrosi; io venni in suo soccorso e la portai via. Avrei potuto fare di meno per una donna che quasi morì innocente per colpa mia? Fuggii attraverso i boschi. Né avrei potuto scendere nella valle e renderla, poiché c'era un bando che ci voleva morti o vivi. Ma ora, come allora, sono pronto, mio signore, a sostenere in armi contro chiunque che mai ho avuto per la Regina, né lei per me, un amore disonorevole per voi. Pubblicate i tornei, e se non posso provare il mio diritto in armi, bruciatemi davanti ai vostri uomini. Ma se conquisto e voi riprendete Isotta, nessun vostro barone vi servirà come farò io; e se non mi vorrete, mi offrirò al Re di Galloway, o a quello dei Paesi Bassi, e non sentirete mai più parlare di me. Consigliatevi, Re, poiché se non accetterete patti riporterò Isotta in Irlanda, ed ella sarà Regina nella sua terra.”»

Quando i baroni della Cornovaglia udirono come Tristano offrisse battaglia, dissero al Re:

«Sire, riprendete la Regina. Erano folli coloro che ve la calunniarono. Ma quanto a Tristano, lasciate che vada a guerreggiare in Galloway, o nei Paesi Bassi. Ordinate che riporti Isotta in un tal giorno e che sia presto.»

Allora il Re chiamò tre volte chiaramente:

«Qualcuno vuole sollevarsi in accusa contro Tristano?»

E poiché nessuno rispose, disse al suo cappellano:

«Scrivimi un messaggio in fretta. Hai sentito cosa dovrai scrivere. Isotta ha sofferto abbastanza nella sua giovinezza. E che il messaggio sia appeso al braccio della croce rossa prima di sera. Scrivi velocemente.»

Verso mezzanotte Tristano attraversò la Brughiera di Sabbia, trovò il messaggio e lo portò sigillato a Ogrin; e l'eremita lesse la lettera: «Come Marco acconsentì per consiglio dei suoi baroni a riprendere Isotta, ma non a tenere Tristano come suo vassallo. Piuttosto che varchi il mare, quando, al terzo giorno da oggi, al Guado delle Sorte, avrà reso la Regina nelle mani di Re Marco.» Allora Tristano disse alla Regina:

«Oh, mio Dio! Devo perdervi, amica! Ma deve essere, poiché così posso risparmiarvi ciò che soffrite per causa mia. Ma quando ci separeremo per sempre vi darò un mio pegno da custodire, e da qualunque terra sconosciuta io raggiunga invierò qualche messaggero, ed egli riporterà notizie di voi, e al vostro richiamo verrò da molto lontano.»

Isotta disse, sospirando:

«Tristano, lasciatemi il vostro cane, Dente-Forte, e ogni volta che lo vedrò mi ricorderò di voi, e sarò meno triste. E, amico, ho qui un anello di diaspro verde. Prendetelo per amore mio, e mettetelo al vostro dito; poi se qualcuno verrà dicendo di essere da parte vostra, non mi fiderò affatto finché non mi mostrerà questo anello, ma una volta visto, non c'è potere o bando reale che possa impedirmi di fare ciò che ordinate — saggezza o follia.»

«Amica,» disse, «qui vi dono Dente-Forte.»

«Amico,» ella rispose, «prendete voi questo anello in ricompensa.»

E si baciarono sulle labbra.

Ora Ogrin, avendo lasciato gli amanti nell'Eremo, zoppicò sulla sua stampella fino al luogo chiamato Il Monte, e vi comprò ermellino e pelliccia e stoffa di seta, porpora e scarlatto, e un palafreno bardato d'oro che camminava dolcemente, e la gente rideva nel vederlo spendere in queste cose le piccole somme che aveva accumulato così a lungo; ma il vecchio mise le stoffe ricche sul palafreno e tornò da Isotta.

E «Regina,» disse, «prendete questi miei doni affinché possiate apparire più bella nel giorno in cui giungerete al Guado.»

Nel frattempo il Re aveva fatto gridare attraverso la Cornovaglia la notizia che al terzo giorno avrebbe fatto pace con la Regina al Guado, e cavalieri e dame accorsero in folla al raduno, poiché tutti amavano la Regina e volevano vederla, tranne i tre felloni che ancora sopravvivevano.

Nel giorno scelto per l'incontro, il campo brillava lontano con le ricche tende dei baroni, e improvvisamente Tristano e Isotta uscirono ai margini della foresta, e scorsero Re Marco lontano tra la sua Baronia:

«Amica,» disse Tristano, «ecco il Re, il vostro signore — i suoi cavalieri e i suoi uomini; stanno venendo verso di noi, e molto presto potremmo non parlarci più. Per il Dio del Potere vi scongiuro, se mai vi invierò una parola, fate ciò che vi chiedo.»

«Amico,» disse Isotta, «nel giorno in cui vedrò l'anello, né torre, né muro, né fortezza mi impediranno di fare la volontà del mio amico.»

«Perché allora,» disse lui, «Isotta, possa Dio ricompensarvi.»

I loro cavalli procedevano fianco a fianco ed egli la trasse verso di sé col braccio.

«Amico,» disse Isotta, «ascoltate la mia ultima preghiera: lascerete questa terra, ma attendete qualche giorno; nascondetevi finché non saprete come il Re mi tratterà, se con ira o gentilezza, poiché ho paura. Amico, Orri il boscaiolo vi ospiterà nascosto. Andate di notte alla cantina abbandonata che conoscete e io manderò Perinis lì a dire se qualcuno mi maltratta.»

«Amica, nessuno oserebbe. Rimarrò nascosto con Orri, e se qualcuno vi maltrattasse, che mi tema come il Nemico stesso.»

Ora le due schiere erano vicine e si salutarono, e il Re cavalcava a un tiro d'arco davanti ai suoi uomini e con lui Dinas di Lidan; e quando i baroni si furono avvicinati, Tristano, tenendo il palafreno di Isotta per la briglia, s'inchinò al Re e disse:

«Oh Re, vi rendo qui Isotta la Bionda, e vi cito, davanti agli uomini della vostra terra, affinché io possa difendermi nella vostra corte, poiché non ho avuto giudizio. Lasciate che io abbia un giudizio d'armi, e se sarò vinto, bruciatemi, ma se vincerò, tenetemi presso di voi, o, se non vorrete, me ne andrò in qualche terra lontana.»

Ma nessuno raccolse la sfida di Tristano, e il Re, prendendo il palafreno di Isotta per la briglia, lo diede a Dinas, e si scostò per prendere consiglio.

Dinas, nella sua gioia, rese tutto l'onore e la cortesia alla Regina, ma quando i felloni la videro così bella e onorata come un tempo, furono agitati e cavalcarono verso il Re, e dissero:

«Re, ascoltate il nostro consiglio. Che la Regina fosse calunniata lo ammettiamo, ma se lei e Tristano rientrassero nella vostra corte insieme, la voce si diffonderebbe di nuovo. Piuttosto lasciate che Tristano vada via per un po'. Senza dubbio un giorno potrete richiamarlo.»

E così fece Marco, e ordinò a Tristano tramite i suoi baroni di andarsene senza indugio.

Allora Tristano si avvicinò alla Regina per il congedo, e mentre si guardavano l'un l'altra la Regina, per la vergogna di quell'assemblea, arrossì, ma il Re ebbe pietà di lei, e parlò a suo nipote così per la prima volta:

«Non potete partire con questi stracci; prendete dunque dal mio tesoro oro e argento e pelliccia bianca e grigia, quanto ne vorrete.»

«Re,» disse Tristano, «né un soldo né una maglia di ferro. Andrò come posso, e servirò con cuore alto il potente Re nei Paesi Bassi.»

E voltò le redini e scese verso il mare, ma Isotta lo seguì con gli occhi, e finché fu visibile ancora molto lontano, ella non si voltò.

Ora alla notizia della pace, uomini, donne e bambini, grandi e piccoli, corsero fuori dalla città in folla incontro a Isotta, e mentre piangevano per l'esilio di Tristano, gioivano per il ritorno della Regina.

E al suono delle campane, e sopra selciati cosparsi di rami, il Re e i suoi conti e principi le fecero scorta, e le porte del palazzo furono spalancate affinché ricchi e poveri potessero entrare e mangiare e bere a volontà.

E Marco liberò cento dei suoi schiavi, e armò venti scudieri quel giorno con usbergo e spada.

Ma Tristano quella notte si nascose con Orri, come la Regina gli aveva consigliato.

IL GIUDIZIO DEL FERRO

Denoalen, Andret e Gondoin si ritenevano al sicuro; Tristano era lontano oltre il mare, lontano al servizio di un re distante, e loro fuori dalla sua portata. Perciò, durante una caccia un giorno, mentre il Re cavalcava separato in una radura dove sarebbe passata la muta, e stava ad ascoltare i cani, tutti e tre cavalcarono verso di lui e dissero:

«Oh Re, abbiamo qualcosa da dire. Una volta condannaste la Regina senza giudizio, e fu sbagliato; ora l'assolvete senza giudizio, e ciò è sbagliato. Ella non è scagionata da un processo, e i baroni della vostra terra biasimano entrambi. Consigliatele, dunque, di chiedere l'ordalia nel giudizio di Dio, poiché, essendo innocente, potrà giurare sulle reliquie dei santi e il ferro rovente non la danneggerà. Poiché così corre l'usanza, e in questo modo semplice i dubbi si sciolgono.»

Ma Marco rispose:

«Dio vi colpisca, miei signori di Cornovaglia, come cacciate la mia vergogna! Poiché per voi ho esiliato mio nipote, e ora cosa volete ancora? Volete che cacci anche la Regina in Irlanda? Quali nuovi reclami avete da addurre? Tristano non vi ha forse offerto battaglia in questa faccenda? Offrì battaglia per scagionare la Regina per sempre: offrì e voi tutti lo udiste. Dove erano allora le vostre lance e i vostri scudi?»

«Sire», dissero, «vi abbiamo dato consiglio leale come vassalli e per il vostro onore; d’ora in avanti ci asterremo. Mettete da parte la vostra ira e concedeteci il vostro salvacondotto».

Ma Marco si levò sulle staffe e gridò:

«Fuori dalle mie terre, e fuori dalla mia pace, tutti quanti! Per voi ho esiliato Tristano, e ora andatevene voi a vostra volta, fuori dalle mie terre!»

Ma essi risposero:

«Sire, sia come volete. Le nostre rocche sono forti e ben difese, e sorgono su rupi non facili da scalare per gli uomini».

E cavalcarono via senza un saluto.

Ma il Re (senza indugiare per cacciatori o per cani, ma dritto via) spronò il suo cavallo verso Tintagel; e mentre balzava su per le scale la Regina udì il tintinnio dei suoi speroni sulle pietre.

Si alzò per incontrarlo e prese la sua spada come era solita fare, e s’inchinò davanti a lui, come pure era solita fare; ma Marco la sollevò, tenendole le mani; e quando Isotta alzò lo sguardo vide il suo volto nobile proprio in quell’ira che aveva visto prima davanti al rogo di fascine.

Pensò che Tristano fosse stato trovato, e il suo cuore si raggelò, e senza una parola cadde ai piedi del Re.

Egli la prese tra le braccia e la baciò dolcemente finché non poté parlare di nuovo, e allora disse:

«Amica, amica, quale male vi tormenta?»

«Sire, ho paura, poiché ho visto la vostra ira».

«Sì, ero adirato per la caccia».

«Mio signore, si dovrebbe prendere così a cuore le sventure di un gioco?»

Marco sorrise e disse:

«No, amica; nessuna sventura di caccia mi ha turbato, ma quei tre felloni che voi conoscete; e li ho scacciati dalle mie terre».

«Sire, cosa hanno detto, o osato dire di me?»

«Che importa? Li ho scacciati».

«Sire, tutti i viventi hanno questo diritto: di dire la parola che hanno concepito. E io vorrei porre una domanda, ma da chi imparerò se non da voi? Sono sola in terra straniera, e non ho nessun altro a difendermi».

«Volevano che vi discolpaste con giuramento solenne e con l’ordalia del ferro, dicendo ‘che Dio era un giusto giudice, e che poiché la Regina era innocente, lei stessa doveva cercare un giudizio tale da scagionarla per sempre’. Questo era il loro clamore e la loro richiesta incessante. Ma lasciamo stare. Vi dico che li ho scacciati».

Isotta tremò, ma guardando dritto il Re, disse:

«Sire, richiamateli; io mi scagionerò con giuramento. Ma pattuisco questo: che nel giorno stabilito chiamiate Re Artù e Lord Gawain, Girflet, Kay il Siniscalco, e un centinaio dei suoi cavalieri a cavalcare fino alla Brughiera Sabbiosa dove le vostre terre confinano con le sue, e un fiume scorre in mezzo; poiché non giurerò davanti ai vostri soli baroni, temendo che possano esigere qualche cosa di nuovo, e che non ci sia fine alle mie prove. Ma se i miei garanti, Re Artù e i suoi cavalieri, saranno lì, i baroni non oseranno contestare il giudizio».

Ma mentre gli araldi cavalcavano verso Carduel, Isotta inviò segretamente a Tristano il suo scudiero Perinis: e questi corse attraverso il sottobosco, evitando i sentieri, finché non trovò la capanna di Orri, il taglialegna, dove Tristano da molti giorni attendeva notizie. Perinis gli disse tutto: l’ordalia, il luogo, e il tempo, e aggiunse:

«Mio signore, la Regina vorrebbe che in quel giorno e in quel luogo veniste vestito da pellegrino, affinché nessuno possa riconoscervi — senz’armi, affinché nessuno possa sfidarvi — alla Brughiera Sabbiosa. Lei deve attraversare il fiume verso il luogo stabilito. Oltre esso, dove staranno Artù e i suoi cento cavalieri, state anche voi; poiché la mia signora teme il giudizio, ma confida in Dio».

Allora Tristano rispose:

«Torna indietro, amico Perinis, torna dalla Regina, e di’ che farò la sua volontà».

E dovete sapere che mentre Perinis tornava a Tintagel scorse quello stesso taglialegna che aveva tradito gli amanti in precedenza, e il taglialegna, mentre lo trovò, aveva appena scavato una trappola per lupi e per cinghiali, e l’aveva coperta con rami frondosi per nasconderla, e mentre Perinis si avvicinava il taglialegna fuggì, ma Perinis lo inseguì, lo raggiunse, e gli spezzò il bastone e la testa insieme, e spinse il suo corpo nella trappola con i piedi.

Nel giorno stabilito Re Marco e Isotta, e i baroni di Cornovaglia, stavano presso il fiume; e i cavalieri di Artù e tutto il loro seguito erano schierati oltre.

E proprio davanti a loro, seduto sulla riva, c’era un povero pellegrino, avvolto in mantello e cappuccio, che teneva il suo vassoio di legno e chiedeva l’elemosina.

Ora, mentre le barche della Cornovaglia giungevano al bassofondo della riva opposta, Isotta disse ai cavalieri:

«Miei signori, come farò a sbarcare senza sporcare i miei abiti nel fango del fiume? Cercatemi un traghettatore».

E uno dei cavalieri chiamò il pellegrino, e disse:

«Amico, sollevati il mantello, e prova l’acqua; porta la Regina a riva, a meno che tu non tema il peso».

Ma mentre egli prendeva la Regina tra le braccia, lei gli sussurrò:

«Amico».

E poi gli sussurrò, ancora più piano:

«Inciampa sulla sabbia».

E mentre toccava la riva, egli inciampò, tenendo la Regina tra le braccia; e gli scudieri e i barcaioli con i loro remi e ganci da barca scacciarono il povero pellegrino.

Ma la Regina disse:

«Lasciatelo stare; qualche grande travaglio e viaggio lo ha indebolito».

E gettò al pellegrino una piccola fibbia d’oro.

Davanti alla tenda di Re Artù era disteso un ricco panno di Nicea sull’erba, e le sante reliquie vi furono poste sopra, tolte dai loro rivestimenti e dai loro reliquiari.

E intorno alle sante reliquie sul prato stava una guardia più che una guardia reale, poiché Lord Gawain, Girflet, e Kay il Siniscalco le sorvegliavano.

La Regina, dopo aver pregato Dio, tolse i gioielli dal collo e dalle mani, e li diede ai mendicanti intorno; si tolse il mantello di porpora, e la sopravveste, e le scarpe con le loro pietre preziose, e diede anche quelli ai poveri che la amavano.

Mantenne su di sé solo la tunica senza maniche, e poi con braccia e piedi del tutto nudi passò tra i due re, e tutto intorno i baroni la guardavano in silenzio, e alcuni piangevano, poiché vicino alle sante reliquie c’era un braciere ardente.

E tremando un poco stese la mano destra verso le ossa e disse: «Re di Logres e di Cornovaglia; miei signori Gawain, e Kay, e Girflet, e tutti voi che siete i miei garanti, per queste cose sante e tutte le cose sante della terra, giuro che nessun uomo mi ha tenuta tra le sue braccia salvo Re Marco, mio signore, e quel povero pellegrino. Re Marco, questo giuramento resterà valido?»

«Sì, Regina», disse lui, «e Dio ne sia testimone».

«Amen», disse Isotta, e poi si avvicinò al braciere, pallida e barcollante, e tutti tacquero. Il ferro era rosso, ma lei spinse le sue braccia nude tra le braci e lo afferrò, e portandolo fece nove passi.

Poi, mentre lo gettava via da sé, stese le braccia a croce, con i palmi delle mani ben aperti, e tutti gli uomini li videro freschi e puliti e freddi. Vedendo quel grande spettacolo i re e i baroni e il popolo stettero per un momento in silenzio, poi si agitarono insieme e lodarono Dio ad alta voce tutto intorno.

PARTE TERZA

IL PICCOLO CAMPANELLO FATATO

Quando Tristano fu tornato alla capanna di Orri, e si fu sciolto il pesante mantello da pellegrino, vide chiaramente nel suo cuore che era tempo di mantenere il suo giuramento a Re Marco e di fuggire dal paese.

Tre giorni ancora indugiò, perché non riusciva a staccarsi da quella terra, ma al quarto giorno ringraziò il taglialegna, e disse a Gorvenal:

«Maestro, l’ora è giunta».

E andò nel Galles, nella terra del grande Duca Gilain, che era giovane, potente, e franco di spirito, e lo accolse nobilmente come un ospite mandato da Dio.

E fece di tutto per dargli onore e gioia; ma scoprì che né l’avventura, né il banchetto potevano lenire ciò che Tristano soffriva.

Un giorno, mentre sedeva accanto al giovane Duca, il suo spirito pesava su di lui, così che senza saperlo gemette, e il Duca, per consolarlo, ordinò che fosse portata nella sua stanza privata una cosa fatata, che rallegrava i suoi occhi quando era triste e sollevava il suo cuore; era un cane, e i valletti lo portarono da lui, e lo misero su un tavolo lì. Ora questo cane era un cane fatato, e veniva dal Duca di Avalon; poiché una fata glielo aveva dato come dono d’amore, e nessuno può descrivere bene la sua specie o bellezza. E portava al collo, appeso a una piccola catena d’oro, un campanello; e quello tintinnava così gaiamente, e così chiaro e così dolce, che non appena Tristano lo udì, fu sollevato, e la sua angoscia si sciolse, e dimenticò tutto ciò che aveva sofferto per la Regina; poiché tale era la virtù del campanello e tale la sua proprietà: che chiunque lo udisse, perdeva ogni dolore. E mentre Tristano accarezzava la piccola creatura fatata, il cane che portava via la sua pena, vide quanto fosse delicato e raffinato, e come avesse il pelo morbido come sciamito, e pensò a che buon dono avrebbe fatto per la Regina. Ma non osava chiederlo apertamente poiché sapeva che il Duca amava quel cane più di ogni cosa al mondo, e non lo avrebbe ceduto a nessuna preghiera, né a ricchezza, né a inganno; così un giorno Tristano, avendo fatto un piano nella sua mente, disse questo:

«Signore, cosa dareste all’uomo che potesse liberare la vostra terra dal gigante peloso Urgan, che riscuote un tale tributo?»

«Davvero, il vincitore potrebbe scegliere ciò che vorrebbe, ma nessuno oserà».

Allora disse Tristano:

«Queste sono strane parole, poiché nessun bene giunge a nessuna terra se non tramite rischio e audacia, e non per tutto l’oro di Milano rinuncerei al mio desiderio di trovarlo nel suo bosco e di abbatterlo».

Allora Tristano andò a cercare Urgan nella sua tana, e combatterono duramente e a lungo, finché il coraggio vinse la forza, e Tristano, dopo aver tagliato la mano al gigante, la portò indietro al Duca.

E «Sire», disse, «poiché posso scegliere una ricompensa secondo la vostra parola, datemi il piccolo cane fatato. È per quello che ho conquistato Urgan, e la vostra promessa resta valida».

«Amico», disse il Duca, «prendilo, allora, ma prendendolo porti via anche tutta la mia gioia».

Allora Tristano prese il piccolo cane fatato e lo affidò a un arpista gallese, che era astuto e che lo portò in Cornovaglia finché non giunse a Tintagel, e giuntovi lo mise segretamente nelle mani di Brangien, e la Regina ne fu così compiaciuta che diede dieci marchi d’oro all’arpista, ma fece spargere la voce che la Regina d’Irlanda, sua madre, aveva inviato la bestia. E fece lavorare a un orefice una piccola cuccia per lui, tutta ingioiellata, e incrostata d’oro e smalto intarsiato; e ovunque andasse portava il cane con sé in memoria del suo amico, e mentre lo guardava la tristezza e l’angoscia e i rimpianti si scioglievano dal suo cuore.

Dapprima non intuì il prodigio, ma pensò che la sua consolazione fosse perché il dono era di Tristano, finché un giorno scoprì che era fatato, e che era il campanello a incantare la sua anima; allora pensò: «Che ho da fare io con il conforto dato che lui sta soffrendo? Anche lui avrebbe potuto tenerlo e dimenticare la sua pena; ma con alta cortesia lo ha mandato a me per darmi la sua gioia e riprendersi il suo dolore. Amico, finché tu soffrirai, così a lungo soffrirò anche io».

E prese il campanello magico e lo scosse solo un poco, e poi dalla finestra aperta lo gettò in mare.

ISOTTA DALLE BIANCHE MANI

Lontani gli amanti non potevano né vivere né morire, poiché era vita e morte insieme; e Tristano fuggì la sua pena attraverso mari e isole e molte terre.

Fuggì la sua pena ancora attraverso mari e isole, finché alla fine tornò alla sua terra di Lyonesse, e lì Rohalt, il custode della fede, lo accolse con lacrime felici e lo chiamò figlio. Ma non poté vivere nella pace della sua terra, e si volse ancora e cavalcò attraverso regni e attraverso baronie, cercando avventure. Dalla Lyonesse alle Basseterre, dalle Basseterre fino alle Germanie; attraverso le Germanie e in Spagna. E molti signori servì, e molte imprese compì, ma per due anni nessuna notizia giunse a lui dalla Cornovaglia, né amico, né messaggero. Allora pensò che Isotta avesse dimenticato.

Ora accadde un giorno che, cavalcando solo con Gorvenal, giunse nella terra di Bretagna. Cavalcarono attraverso una pianura desolata di muri in rovina e casali vuoti e campi bruciati ovunque, e la terra deserta di uomini; e Tristano pensò:

«Sono stanco, e le mie imprese non mi portano alcun profitto; la mia signora è lontana e non la vedrò mai più. O perché per due anni non ha dato alcun segno, o perché non ha mandato alcun messaggero a trovarmi mentre vagavo? Ma a Tintagel Marco la onora e lei gli dà gioia, e quel piccolo campanello fatato ha fatto un lavoro completo; poiché poco ricorda o si cura delle gioie e del lutto di un tempo, poco di me, mentre vago in questo luogo deserto. Anch’io dimenticherò».

Al terzo giorno, all’ora di mezzogiorno, Tristano e Gorvenal giunsero vicino a una collina dove sorgeva una vecchia cappella e vicino anche un eremitaggio; e Tristano chiese che terra desolata fosse quella, e l’eremita rispose:

«Signore, è terra bretone che il Duca Hod detiene, e un tempo era ricca di pascoli e terreni arabili, ma il Conte Riol di Nantes l’ha devastata. Poiché dovete sapere che questo Conte Riol era il vassallo del Duca. E il Duca ha una figlia, bella tra tutte le figlie dei Re, e il Conte Riol avrebbe voluto prenderla in sposa; ma suo padre la negò a un vassallo, e il Conte Riol avrebbe voluto rapirla con la forza. Molti uomini sono morti in quella contesa».

E Tristano chiese:

«Può il Duca condurre la sua guerra?»

E l’eremita rispose:

«Difficilmente, mio signore; eppure la sua ultima rocca di Carhaix resiste ancora, poiché le mura sono forti, e forte è il cuore del figlio del Duca, Kaherdin, un cavaliere molto buono e audace; ma il nemico li circonda da ogni parte e li affama. Molto a stento tengono il loro castello».

Allora Tristano chiese:

«Quanto è lontano questo castello di Carhaix?»

«Signore», disse l’eremita, «non è che due miglia più avanti su questa strada».

Allora Tristano e Gorvenal si sdraiarono, poiché era sera.

Al mattino, quando ebbero dormito, e quando l’eremita ebbe cantato, e ebbe diviso il suo pane nero con loro, Tristano lo ringraziò e cavalcò duramente verso Carhaix. E mentre sostava sotto le alte mura solide, vide una piccola compagnia di uomini dietro i bastioni, e chiese se il Duca fosse lì con suo figlio Kaherdin. Ora Hod era tra loro; e quando gridò «sì», Tristano chiamò verso di lui e disse:

«Io sono quel Tristano, Re di Lyonesse, e Marco di Cornovaglia è mio zio. Ho sentito che i vostri vassalli vi fanno torto, e sono venuto a offrirvi le mie braccia.

«Ahimè, signor Tristano, andatevene per la vostra strada da solo e che Dio vi ricompensi, poiché qui dentro non abbiamo più cibo; né grano, o carne, o alcuna provvista ma solo lenticchie e un po’ d’avena rimasta».

Ma Tristano disse:

«Per due anni ho dimorato in una foresta, non mangiando nulla se non radici ed erbe; eppure l’ho trovata una buona vita, perciò aprite la porta».

Lo accolsero con onore, e Kaherdin gli mostrò le mura e il mastio del dongione con tutti i loro apprestamenti, e dai bastioni gli mostrò la pianura dove in lontananza luccicavano le tende del Duca Riol. E quando furono scesi di nuovo nel castello disse a Tristano:

«Amico, andiamo nella sala dove siedono mia madre e mia sorella».

Così, tenendosi per mano, giunsero nella stanza delle donne, dove la madre e la figlia sedevano insieme tessendo oro su panno inglese e cantando una canzone da tessitura. Cantavano di Doette la bella che siede sola sotto il biancospino, e intorno a lei soffia il vento. Lei attende Doon, il suo amico, ma lui tarda a lungo e non viene. Questa era la canzone che cantavano. E Tristano si inchinò a loro, e loro a lui. Allora Kaherdin, mostrando il lavoro che faceva sua madre, disse:

«Vedi, amico Tristano, che lavoratrice è questa, e come meravigliosamente adorna stole e casule per i poveri ministri, e come le mani di mia sorella corrono con il filo d’oro su questo panno. A buon diritto, cara sorella, sei chiamata ‘Isotta dalle Bianche Mani’».

Ma Tristano, sentendo il suo nome, sorrise e la guardò più dolcemente.

E l’indomani, Tristano, Kaherdin, e dodici giovani cavalieri lasciarono il castello e cavalcarono verso una pineta vicino alle tende del nemico. E balzarono dall’imboscata e catturarono un carro di provviste del Conte Riol; e da quel giorno, con scaramucce e astuzie portavano via tende e convogli e uccidevano uomini, né tornavano mai senza qualche bottino; così che Tristano e Kaherdin iniziarono a essere fratelli d’arme, e mantennero fede e tenerezza, come narra la storia. E mentre tornavano da queste cavalcate, parlando insieme di cavalleria, spesso Kaherdin lodava al suo compagno sua sorella, Isotta dalle Bianche Mani, per la sua semplicità e bellezza.

Un giorno, allo spuntar dell’alba, una sentinella corse dalla torre attraverso le sale gridando:

«Signori, avete dormito troppo a lungo; alzatevi, poiché un assalto è in corso».

E cavalieri e borghesi si armarono, e corsero alle mura, e videro elmi risplendere nella pianura, e stendardi ondeggiare cremisi, come fiamme, e tutto l’esercito di Riol nel suo schieramento. Allora il Duca e Kaherdin schierarono i loro cavalieri davanti alle porte, e da un tiro d’arco di distanza si chinarono, e spronarono e caricarono, e abbassarono le lance insieme e le frecce caddero su di loro come pioggia d’aprile.

Ora Tristano si era armato tra gli ultimi di quelli che la sentinella aveva svegliato, e allacciò le sue scarpe d’acciaio, e indossò la sua maglia, e i suoi speroni d’oro, il suo usbergo, e il suo elmo sopra la gorgiera, e montò e spronò, con lo scudo al petto, gridando:

«Carhaix!»

E mentre arrivava, vide il Duca Riol caricare, a briglia sciolta, contro Kaherdin, ma Tristano si mise in mezzo. Così si incontrarono, Tristano e il Duca Riol. E all’urto, la lancia di Tristano andò in frantumi, ma la lancia di Riol colpì il cavallo di Tristano proprio dove corre il pettorale, e lo stese sul campo.

Ma Tristano, stando in piedi, sfoderò la sua spada, la sua spada brunita, e disse:

«Codardo! Ecco la morte pronta per l’uomo che colpisce il cavallo prima del cavaliere».

Ma Riol rispose:

«Credo che tu abbia mentito, mio signore!»

E lo caricò.

E mentre passava, Tristano lasciò cadere la sua spada così pesantemente sul suo elmo che portò via il cimiero e il nasale, ma la spada scivolò sulla spalla corazzata, e strisciò sul cavallo, e lo uccise, così che per forza il Duca Riol dovette sfilare la staffa e balzare e sentire il terreno. Poi anche Riol fu in piedi, e combatterono entrambi duramente nella loro maglia rotta, i loro scudi strappati e i loro elmi allentati, sferzando con le loro spade ammaccate, finché Tristano colpì Riol proprio dove si allaccia l’elmo, e quello cedette e il colpo fu inferto così duramente che il barone cadde su mani e ginocchia; ma quando si fu rialzato, Tristano lo colpì ancora una volta con un colpo che spaccò l’elmo, e spaccò anche l’elmo interno, e toccò il cranio; allora Riol chiese pietà e implorò la sua vita, e Tristano prese la sua spada.

Così promise di entrare nella rocca del Duca Hoël e di giurare di nuovo omaggio, e di ripristinare ciò che aveva devastato; e per suo ordine la battaglia cessò, e il suo esercito se ne andò sconfitto.

Ora quando i vincitori furono tornati Kaherdin disse a suo padre:

«Sire, tenetevi Tristano. Non v'è cavaliere migliore, e la vostra terra ha bisogno di tale coraggio».

Così, quando il Duca ebbe preso consiglio dai suoi baroni, disse a Tristano:

«Amico, vi devo la mia terra, ma sarò in pari con voi se vorrete prendere in sposa mia figlia, Isotta dalle Bianche Mani, che discende per sangue da re e da regine, e da duchi prima di loro».

E Tristano rispose:

«La prenderò, Sire».

Così fu fissato il giorno, e il Duca giunse con i suoi amici e Tristano con i suoi, e dinanzi a tutti, alla porta della chiesa, Tristano sposò Isotta dalle Bianche Mani, secondo la legge della Chiesa.

Ma quella stessa notte, mentre i valletti di Tristano lo svestivano, accadde che, nel trarre il braccio dalla manica, gli sfilarono e lasciarono cadere dal dito l’anello di diaspro verde, l’anello di Isotta la Bionda. Esso risuonò sulle pietre, e Tristano guardò e lo vide. Allora il suo cuore si ridestò ed egli seppe di aver agito male. Poiché ricordò il giorno in cui Isotta la Bionda glielo aveva dato. Era in quella foresta dove, per amor suo, ella aveva condotto con lui la dura vita, e quella notte rivide la capanna nel bosco di Morois, e fu amaro con se stesso per averla mai accusata di tradimento; poiché ora era lui ad aver tradito, ed era amaro con se stesso anche per pietà verso questa nuova sposa e la sua semplicità e bellezza. Vedete come queste due Isotte lo avessero incontrato in un’ora malvagia, e a entrambe avesse infranto la fede!

Ora Isotta dalle Bianche Mani gli disse, sentendolo sospirare:

«Caro signore, vi ho forse offeso in qualcosa? Non mi direte una sola parola?»

Ma Tristano rispose: «Amica, non siate in collera con me; poiché un tempo, in un’altra terra, combattei contro un orrendo drago e fui vicino alla morte, e pensai alla Madre di Dio, e le feci voto che, se mai mi fossi sposato, avrei trascorso le prime notti sante delle mie nozze in preghiera e in silenzio».

«Perché», disse Isotta, «quello fu un buon voto».

E Tristano vegliò per tutta la notte.

LA FOLLIA DI TRISTANO

Nella sua camera a Tintagel, Isotta la Bionda sospirava per Tristano, e nominava lui, il suo desiderio, di cui da due anni non aveva avuto notizia, se vivesse o meno.

Nella sua camera a Tintagel Isotta la Bionda sedeva cantando una canzone che aveva composto. Cantava di Guron, preso e ucciso per il suo amore, e di come, con l'inganno, il Conte le avesse dato da mangiare il cuore di Guron, e del suo strazio. La Regina cantava dolcemente, cogliendo il tono dell’arpa; le sue mani erano esperte e il suo canto soave; cantava a bassa voce e con dolcezza.

Allora entrò Kariado, un ricco conte proveniente da un’isola lontana, che si era recato a Tintagel per offrire alla Regina i suoi servigi, e le aveva parlato d’amore, sebbene lei disdegnasse la sua follia. Trovò Isotta mentre cantava e rise verso di lei:

«Madonna, che canto triste! Triste come quello dell'Ospizio; non si dice forse che canti per la morte? E il vostro canto significa questo per me; muoio per voi».

E Isotta disse: «Così sia, e possa significare questo; poiché non venite mai qui se non per destare in me rabbia o cordoglio. Siete sempre stato la civetta o l’Ospizio che presagiva il male quando parlavate di Tristano; che notizie portate ora?»

E Kariado rispose:

«Siete adirata, non so perché, ma chi bada alle vostre parole? Lasciate che l’Ospizio presagisca la mia morte; ecco la cattiva notizia che porta la civetta. Madonna Isotta, Tristano, il vostro amico, è perduto per voi. Ha preso moglie in una terra lontana. Cercate dunque altrove, poiché egli si fa gioco del vostro amore. Ha sposato con gran pompa Isotta dalle Bianche Mani, la figlia del Re di Bretagna».

E Kariado se ne andò in collera, ma Isotta chinò il capo e scoppiò in lacrime.

Ora, lontano da Isotta, Tristano languiva, finché un giorno non dovette rivederla. Lontano da lei, la morte giungeva inesorabile; e avrebbe preferito morire subito piuttosto che giorno dopo giorno. E desiderava una qualche morte, purché la Regina potesse sapere che era avvenuta nel cercarla; allora la morte sarebbe giunta facilmente.

Così lasciò Carhaix in segreto, senza dirlo a nessuno, né ai suoi parenti né a Kaherdin, suo fratello d’armi. Andò a piedi e in cenci (poiché nessuno nota il mendicante sulla strada maestra) finché non giunse in riva al mare.

Trovò in un porto una grande nave pronta, la vela era issata e la catena dell'ancora corta a prua.

«Dio vi salvi, miei signori», disse, «e vi mandi un buon viaggio. In quale terra veleggiata ora?»

«A Tintagel», risposero.

Allora egli gridò:

«Oh, miei signori! portatemi con voi laggiù!»

E salì a bordo, e un vento propizio riempì la vela, ed essa corse per cinque giorni e cinque notti verso la Cornovaglia, finché, al sesto giorno, gettarono l'ancora nel porto di Tintagel. Il castello sorgeva in alto, recintato tutt'intorno. Vi era soltanto la porta armata, e due cavalieri la sorvegliavano giorno e notte. Così Tristano scese a terra e si sedette sulla spiaggia, e un uomo gli disse che Mark era lì e aveva appena tenuto la sua corte.

«Ma dove», disse egli, «è Isotta, la Regina, e la sua bella damigella, Brangien?»

«A Tintagel anch'esse», disse l'altro, «e le ho viste poco fa; la Regina triste, come sempre».

All'udire il nome, Tristano soffrì, e pensò che né con l'inganno né con il coraggio avrebbe potuto vedere quell'amica, poiché Mark lo avrebbe ucciso.

E pensò: «Lasciate che mi uccida e che io muoia per lei, poiché ogni giorno muoio. Ma tu, Isotta, anche se mi riconoscessi qui, non mi cacceresti via?» E pensò: «Tenterò l'inganno. Fingero di essere folle, ma con una follia che sarà grande saggezza. E molti crederanno che io sia uno sciocco, pur avendo meno senno di me».

Proprio allora passò un pescatore con un mantello e una cappa ruvidi, e Tristano, vedendolo, lo prese in disparte e disse:

«Amico, non volete scambiarvi i vestiti?»

E poiché il pescatore trovò che fosse un ottimo affare, rispose:

«Sì, amico, volentieri».

E si scambiarono i panni e fuggì subito per paura di perdere il suo guadagno. Allora Tristano si rase i meravigliosi capelli; li rase vicino alla testa lasciando una croce tutta calva, e si strofinò il viso con erbe magiche distillate nel suo paese, e il colore e la pelle mutarono così che nessuno avrebbe potuto riconoscerlo, e si fece una clava da un giovane albero strappato da una siepe e la appese al collo, e andò a piedi nudi verso il castello.

Il portiere si accertò di avere a che fare con uno sciocco e disse:

«Buongiorno, folle, dove sei stato per tutto questo tempo?»

Ed egli rispose:

«Al matrimonio dell'Abate di San Michele, che ha sposato una badessa, grande e velata. E dalle Alpi al Monte San Michele, come sono venuti, i preti e gli abati, i monaci e i regolari, tutti a danzare sul verde con pastorali e bastoni sotto l'ombra degli alti alberi. Ma li ho lasciati tutti per venire qui, poiché oggi servo alla mensa del Re».

Allora il portiere disse:

«Entra, signor folle; il figlio dell'Irsuto Urgan, lo so, e mi piace tuo padre».

E quando fu all'interno delle corti, i servi corsero dietro di lui gridando:

«Il folle! il folle!»

Ma egli scherzò con loro anche se gli tiravano pietre e lo colpivano mentre ridevano, e nel mezzo delle risate e delle loro grida, mentre la calca lo seguiva, giunse in quella sala dove, al fianco della Regina, il Re Mark sedeva sotto il suo baldacchino.

E mentre si avvicinava alla porta con la clava al collo, il Re disse:

«Ecco un tipo allegro, fatelo entrare».

E lo condussero dentro, con la clava al collo. E il Re disse:

«Amico, benvenuto; che cerchi qui?»

«Isotta», disse egli, «che amo così tanto; porto con me mia sorella, Brunehild, la bella. Vieni, prendila, sei stanco della Regina. Prendi mia sorella e dammi qui Isotta, e io la terrò e ti servirò per il suo amore».

Il Re disse ridendo:

«Folle, se ti dessi la Regina, dove la porteresti, di grazia?»

«Oh! molto in alto», disse, «tra le nuvole e il cielo, in una bella stanza di vetro. I raggi del sole vi splendono attraverso, eppure i venti non la disturbano affatto. Lì porterei la Regina, in quella mia camera di cristallo tutta composta di rose e di mattino».

Il Re e i suoi baroni risero e dissero:

«Ecco un buon folle che non è mai a corto di parole».

Ma il folle, seduto ai loro piedi, fissava Isotta con molta intensità.

«Amico», disse il Re Mark, «che garanzia hai che la Regina darebbe ascolto a un folle così sgradevole come te?»

«Oh! Sire», rispose egli gravemente, «molte imprese ho compiuto per lei, e la mia follia viene da lei sola».

«Qual è il tuo nome?» dissero, ridendo.

«Tristano», disse egli, «che amava così bene la Regina, e ancora fino alla morte la amerà».

Ma al nome la Regina si adirò e si sentì mancare al tempo stesso, e disse: «Via di qui, folle malvagio!»

Ma il folle, notando la sua rabbia, continuò:

«Regina Isotta, ricordate il giorno in cui, avvelenato dalla lancia del Morholt, presi la mia arpa verso il mare e giunsi sulla vostra riva? Vostra madre mi guarì con strani farmaci. Non avete memoria, Regina?»

Ma Isotta rispose:

«Fuori, folle, fuori! La tua follia e tu avete passato il segno!»

Ma il folle, continuando a recitare, spinse fuori i baroni, gridando:

«Fuori! pazzi, fuori! Lasciatemi consigliare con Isotta, poiché vengo qui per amore di lei!»

E mentre il Re rideva, Isotta arrossì e disse:

«Re, cacciatemi via questo folle!»

Ma il folle rideva ancora e gridava:

«Regina, vi ricordate del drago che uccisi nella vostra terra? Ne nascosi la lingua nella calza e, bruciato dal suo veleno, caddi lungo la strada. Ah! che cavaliere ero allora, e foste voi a soccorrermi».

Isotta replicò:

«Silenzio! Offendete tutta la cavalleria con le vostre parole, poiché siete un folle fin dalla nascita. Maledetti siano i marinai che vi hanno portato qui; piuttosto vi avrebbero dovuto gettare in mare!»

«Regina Isotta», continuò egli, «vi ricordate della vostra fretta quando avreste voluto uccidermi con la mia stessa spada? E del Capello d'Oro? E di come affrontai il siniscalco?»

«Silenzio!» disse lei, «ubriacone. Eri ubriaco ieri sera, e così hai fatto questi sogni».

«Ubriaco, e ancora tale sono», disse egli, «ma di un sorso tale che mai l'influsso potrà svanire. Regina Isotta, vi ricordate di quel giorno caldo e limpido in alto mare? Avevamo sete e bevemmo insieme dallo stesso calice, e da quel giorno sono ubriaco di un vino tremendo».

Quando la Regina udì queste parole che soltanto lei poteva comprendere, si alzò e avrebbe voluto andarsene.

Ma il Re la trattenne per il mantello d'ermellino, ed ella si sedette di nuovo.

E quando il Re fu sazio del folle, chiese dei suoi falconi e andò a caccia; e Isotta gli disse:

«Sire, sono debole e triste; lasciatemi andare a riposare nella mia stanza; sono stanca di queste follie».

E andò nella sua stanza pensierosa, si sedette sul letto e si lamentò, definendosi una schiava e dicendo:

«Perché sono nata? Brangien, cara sorella, la vita mi è così dura che la morte sarebbe meglio! C'è un folle là fuori, rasato a croce, giunto in un'ora malvagia, ed è uno stregone, poiché conosce in ogni parte me stessa e tutta la mia vita; conosce ciò che solo voi, io e Tristano sappiamo».

Allora Brangien disse: «Potrebbe essere Tristano».

Ma — «No», disse la Regina, «poiché lui era il primo dei cavalieri, ma questo folle è sgradevole e contorto. Maledetta sia la sua ora e la nave che l'ha portato qui».

«Mia signora!» disse Brangien, «calmatevi. Maledite troppo in questi giorni. Forse viene da parte di Tristano?»

«Non so dire. Non lo conosco. Ma andate a cercarlo, amica, e vedete se lo riconoscete».

Così Brangien andò nella sala dove il folle sedeva ancora solo. Tristano la riconobbe, lasciò cadere la clava e disse:

«Brangien, cara Brangien, davanti a Dio! abbi pietà di me!»

«Sgradevole folle», rispose lei, «quale diavolo ti ha insegnato il mio nome?»

«Signora», disse, «lo conosco da tempo. Sulla mia testa, che un tempo era bella, se sono folle la colpa è vostra, poiché spettava a voi vegliare sul vino che bevemmo in alto mare. Il calice era d'argento e io lo porsi a Isotta ed ella bevve. Vi ricordate, signora?»

«No», disse lei, e mentre tremava e se ne andava, egli gridò: «Abbiate pietà di me!»

Egli la seguì e vide Isotta. Tese le braccia, ma nella sua vergogna, in un’agonia sudante, ella si ritrasse, e Tristano, adirato, disse:

«Sono vissuto troppo a lungo, poiché ho visto il giorno in cui Isotta non vuole nulla da me. Isotta, quanto duramente muore l'amore! Isotta, un'acqua sorgiva che straripa e corre abbondante è una cosa potente; nel giorno in cui viene meno, non è nulla; così l'amore che si volge».

Ma ella disse:

«Fratello, vi guardo e dubito e tremo, e non vi riconosco come Tristano».

«Regina Isotta, sono davvero Tristano che vi ama così; ricordate per l'ultima volta il nano, il fiore e il sangue che versai nel mio salto. Oh! e quell'anello che presi tra baci e lacrime il giorno in cui ci separammo. Ho conservato quell'anello di diaspro e gli ho chiesto consiglio».

Allora Isotta riconobbe Tristano per quello che era, e disse:

«Cuore mio, avresti dovuto spezzarti di dolore per non aver riconosciuto l'uomo che ha sofferto così tanto per te. Perdono, mio signore e mio amico».

E i suoi occhi si oscurarono ed ella cadde; ma quando la luce ritornò, era stretta da lui che le baciava gli occhi e il viso.

Così trascorsero tre giorni interi. Ma, al terzo, due damigelle che li osservavano lo riferirono al traditore Andret, che pose spie ben armate davanti alle stanze delle donne. E quando Tristano volle entrare, gridarono:

«Indietro, folle!»

Ma egli brandì la clava ridendo e disse:

«Cosa! Non posso baciare la Regina che mi ama e mi attende ora?»

E temendolo come un folle furioso, egli passò attraverso la porta.

Allora, essendo con la Regina per l'ultima volta, la strinse tra le braccia e disse:

«Amica, devo fuggire, poiché si stanno interrogando. Devo fuggire, e forse non vi vedrò mai più. La mia morte è vicina, e lontano da voi la mia morte giungerà dal desiderio».

«Oh amico», disse lei, «avvolgi le tue braccia attorno a me e stringimi così che i nostri cuori possano spezzarsi e le nostre anime finalmente andare libere. Portami in quel luogo felice di cui mi parlavi molto tempo fa. I campi da cui nessuno ritorna, ma dove grandi cantori cantano le loro canzoni per sempre. Portami ora».

«Ti porterò nel Palazzo Felice dei viventi, Regina! Il tempo è vicino. Abbiamo bevuto tutta la gioia e il dolore. Il tempo è vicino. Quando sarà finito, se ti chiamerò, verrai, mia amica?»

«Amico», disse lei, «chiamami e sai che verrò».

«Amico», disse egli, «Dio ti mandi la Sua ricompensa».

Mentre usciva, le spie avrebbero voluto trattenerlo; ma egli rise ad alta voce, fece roteare la sua clava e gridò:

«Pace, signori, me ne vado e non resterò. La mia signora mi manda a preparare quella casa splendente che le ho promesso, di cristallo e di rosa attraversata dal mattino».

E mentre lo maledicevano e lo cacciavano via, il folle andò saltellando per la sua strada.

LA MORTE DI TRISTANO

Quando fu tornato in Bretagna, a Carhaix, accadde che Tristano, cavalcando in aiuto di Kaherdin suo fratello d’armi, cadde in un'imboscata e fu ferito da una lancia avvelenata; e vennero molti dottori, ma nessuno poté curarlo dal male. E Tristano si indebolì e impallidì, e le sue ossa si fecero sporgenti.

Allora seppe che la sua vita stava finendo, e che doveva morire, e ebbe il desiderio di vedere ancora una volta Isotta la Bionda, ma non poteva cercarla, poiché il mare lo avrebbe ucciso nella sua debolezza, e come poteva Isotta venire da lui? E triste, soffrendo per il veleno, attese la morte.

Chiamò Kaherdin in segreto per confidargli il suo strazio, poiché si amavano con un amore leale; e poiché non voleva nessuno nella stanza se non Kaherdin, né nelle stanze vicine, Isotta dalle Bianche Mani cominciò a insospettirsi. Aveva paura e desiderava ascoltare, così tornò e origliò al muro vicino al letto di Tristano; e mentre ascoltava una delle sue damigelle faceva la guardia per lei.

Ora, all'interno, Tristano aveva raccolto le sue forze e si era alzato a metà, appoggiandosi al muro, e Kaherdin piangeva accanto a lui. Piangevano la loro buona fratellanza, spezzata così presto, e la loro amicizia: poi Tristano raccontò a Kaherdin del suo amore per quell'altra Isotta, e del dolore della sua vita.

«Caro amico e gentile», disse Tristano, «sono in una terra straniera dove non ho né amici né cugini, salvo te; e tu solo in questo luogo mi hai dato conforto. La mia vita sta finendo, e desidero vedere ancora una volta Isotta la Bionda. Ah, potessi conoscere un messaggero che vada da lei! Poiché ora so che lei verrà da me. Kaherdin, mio fratello d’armi, lo chiedo alla tua amicizia; tenta questa cosa per me, e se porterai la mia parola, diventerò tuo vassallo, e ti avrò caro sopra ogni altro uomo».

E poiché Kaherdin vide Tristano distrutto, il suo cuore lo rimproverò e disse:

«Caro compagno, non piangere; farò ciò che desideri, anche se fosse rischio di morte lo farei per te. Né angoscia né tormento mi impediranno di farlo secondo le mie forze. Dammi la parola che invii, e mi preparerò».

E Tristano rispose:

«Grazie, amico; questa è la mia preghiera: prendi questo anello, è un segno tra lei e me; e quando giungerai nella sua terra spacciati a corte per un mercante, e mostrale sete e stoffe, ma fa' in modo che veda l'anello, poiché allora troverà qualche stratagemma per parlarti in segreto. Poi dille che il mio cuore la saluta; dille che lei sola può darmi conforto; dille che se non viene morirò. Dille di ricordare il nostro tempo passato, e i nostri grandi dolori, e tutta la gioia che vi era nel nostro amore leale e tenero. E dille di ricordare quel sorso che bevemmo insieme in alto mare. Poiché bevemmo la nostra morte insieme. Dille di ricordare il giuramento che feci di servire un solo amore, poiché ho mantenuto quel giuramento».

Ma dietro il muro, Isotta dalle Bianche Mani udì tutte queste cose; e Tristano continuò:

«Affrettati, amico mio, e torna in fretta, o non mi vedrai più. Prendi quaranta giorni come termine, ma torna con Isotta la Bionda. E non dire nulla a tua sorella, o dille che cerchi un dottore. Prendi la mia bella nave, e due vele con te, una bianca, una nera. E mentre ritorni, se porti Isotta, issa la vela bianca; ma se non la porti, la nera. Ora non ho altro da dire, ma Dio ti guidi e ti riporti sano e salvo».

Con il primo vento propizio Kaherdin prese il largo, salpò e issò le vele, e corse con una brezza leggera che infrangeva i flutti. Portavano con sé ricche mercanzie, sete tinte di colori rari, smalti di Turenna e vini del Poitou, poiché con questo stratagemma Kaherdin pensava di raggiungere Isotta. Per otto giorni e notti corsero a vele spiegate verso la Cornovaglia.

Ora, l’ira di una donna è cosa terribile, e tutti gli uomini la temono, poiché secondo il suo amore sarà anche la sua vendetta; e il loro amore e il loro odio giungono in fretta, ma il loro odio vive più a lungo del loro amore; ed esse giocheranno con l’amore, ma non con l’odio. Così Isotta dalle Bianche Mani, che aveva udito ogni parola e che aveva tanto amato Tristano, attese la sua vendetta su ciò che amava di più al mondo. Ma celò ogni cosa; e quando le porte furono di nuovo aperte, si recò al letto di Tristano e lo servì con cibo come dovrebbe fare un’amante, gli parlò con dolcezza, lo baciò sulle labbra e gli chiese se Kaherdin sarebbe presto tornato con qualcuno per guarirlo... ma per tutto il giorno non pensò che alla sua vendetta.

E Kaherdin navigò e navigò finché non gettò l’ancora nel porto di Tintagel. Sbarcò e prese con sé una stoffa di tinta rara e una coppa ben cesellata e lavorata, e ne fece dono a Re Marco, supplicandolo cortesemente di concedergli la sua pace e il suo salvacondotto affinché potesse mercanteggiare nella sua terra; e il Re gli concesse la sua pace davanti a tutti gli uomini del suo palazzo.

Poi Kaherdin offrì alla Regina una fibbia d’oro fino; e «Regina», disse, «l’oro è buono».

Quindi, togliendosi dal dito l’anello di Tristano, lo pose accanto al gioiello e disse:

«Guardate, o Regina, l’oro della fibbia è oro più fino; eppure anche quell’anello ha il suo valore».

Quando Isotta vide quale anello fosse, il suo cuore tremò e il suo colore mutò, e temendo ciò che avrebbe potuto essere detto in seguito, trasse Kaherdin in disparte vicino a una finestra, come per vedere e mercanteggiare meglio; e Kaherdin le disse, a bassa voce:

«Dama, Tristano è ferito da una lancia avvelenata ed è in punto di morte. Vi manda a dire che solo voi potete dargli conforto, e vi ricorda i grandi dolori che avete sopportato insieme. Tenete l’anello: è vostro».

Ma Isotta rispose, indebolendosi:

«Amico, vi seguirò; preparate la vostra nave domani all’alba».

E all’indomani all’alba levarono l’ancora, levarono l’albero, issarono la vela, e la barca lasciò felicemente la terra.

Ma a Carhaix Tristano giaceva e sospirava per l’arrivo di Isotta. Nulla ormai lo appagava più, e se viveva era solo nell’attesa di lei; e di giorno in giorno inviava sentinelle sulla riva per vedere se giungesse qualche nave, e per conoscere il colore della sua vela. Non c’era altra cosa nel suo cuore.

Si fece trasportare sulla scogliera di Penmarc’h, dove essa sovrasta il mare, e per tutto il giorno fissò lo sguardo lontano sull’acqua.

Ascoltate ora una storia assai triste e pietosa per tutti coloro che amano. Già Isotta era vicina; già la scogliera di Penmarc’h appariva in lontananza, e la nave procedeva di buona lena, quando un vento di tempesta si levò d’improvviso e crebbe, e colpì la vela, e fece girare la nave tutt’intorno, e i marinai virarono e, contro la loro stessa volontà, corsero davanti al vento. Il vento infuriava e grandi marosi si levavano, e l’aria si fece densa di oscurità, e l’oceano stesso divenne scuro, e la pioggia cadeva a raffiche. Il pennone si spezzò, e la scotta; ammainarono la vela, e corsero con il vento e l’acqua. In un’ora nefasta avevano dimenticato di issare a bordo il loro palischermo; esso balzava nella loro scia, e un grande mare lo distrusse.

Allora Isotta gridò: «Dio non vuole che io viva per vederlo, il mio amore, ancora una volta, anche solo una volta. Dio vuole che io anneghi in questo mare. Oh, Tristano, se ti avessi parlato ancora una volta, poco mi sarebbe importato della morte giunta in seguito. Ma ora, mio amore, non posso venire da te; poiché Dio così vuole, e questo è il cuore del mio dolore».

E così la Regina si lamentò finché durò la tempesta; ma dopo cinque giorni essa si placò. Kaherdin issò la vela, la vela bianca, fin sulla cima dell’albero con grande gioia; la vela bianca, affinché Tristano potesse conoscerne il colore da lontano: e già Kaherdin scorgeva la Bretagna in lontananza come una nuvola. Appena queste cose furono viste e fatte, giunse la calma, e il mare si fece piano e tranquillo. La vela non si gonfiava più, e i marinai tenevano la nave ora su, ora giù, per la marea, battendo avanti e indietro invano. Scorgevano la riva da lontano, ma la tempesta aveva portato via la loro imbarcazione ed essi non potevano approdare. La terza notte Isotta fece questo sogno: di tenere in grembo una testa di cinghiale che le lordava le vesti di sangue; allora seppe che non avrebbe mai più rivisto il suo amante in vita.

Tristano era ormai troppo debole per mantenere la sua veglia dalla scogliera di Penmarc’h, e per molti lunghi giorni, tra le mura, lontano dalla riva, aveva pianto per Isotta perché non veniva. Doloroso e solo, piangeva e sospirava nell’irrequietezza: era vicino alla morte per desiderio.

Alla fine il vento si rinfrescò e la vela bianca apparve. Fu allora che Isotta dalle Bianche Mani compì la sua vendetta.

Venne dove Tristano giaceva, e disse:

«Amico, Kaherdin è qui. Ho visto la sua nave sul mare. Avanza a stento, eppure la riconosco; possa egli portare ciò che ti guarirà, amico».

E Tristano tremò e disse:

«Bella amica, siete certa che la nave sia proprio la sua? Allora ditemi, com’è fatta la vela?»

«L’ho vista bene e chiaramente. L’hanno spiegata e issata molto in alto, poiché hanno poco vento. Per il colore, ebbene, è nera».

E Tristano si voltò verso la parete, e disse:

«Non posso più trattenere questa mia vita». Disse tre volte: «Isotta, amica mia». E nel dirlo la quarta volta, morì.

Allora per tutta la casa, i cavalieri e i compagni di Tristano piansero ad alta voce, e lo trassero dal suo letto e lo deposero su una ricca stoffa, e coprirono il suo corpo con un sudario. Ma in mare il vento si era levato; colpì la vela dritta e piena e spinse la nave verso la riva, e Isotta la Bella pose piede sulla terra. Udì un forte pianto per le strade, e il rintocco delle campane nei monasteri e nelle torri delle cappelle; chiese alla gente il significato del rintocco e delle loro lacrime. Un vecchio le disse:

«Dama, soffriamo un grande dolore. Tristano, che era così leale e così giusto, è morto. Era aperto verso i poveri; si prendeva cura dei sofferenti. È il male peggiore che sia mai caduto su questa terra».

Ma Isotta, udendoli, non poté rispondere loro una parola. Salì al palazzo, seguendo la via, e il suo mantello era scomposto e selvaggio. I bretoni si stupivano al suo passaggio; né avevano mai visto una donna di tale bellezza, e dissero:

«Chi è costei, o da dove viene?»

Vicino a Tristano, Isotta dalle Bianche Mani si accovacciò, impazzita per il male che aveva fatto, chiamando e lamentandosi sul morto. L’altra Isotta entrò e le disse:

«Dama, alzatevi e lasciate che mi avvicini a lui; ho più diritto io di piangerlo di quanto ne abbiate voi, credetemi. L’ho amato di più».

E quando si fu rivolta a oriente e ebbe pregato Dio, spostò un poco il corpo e si distese accanto al morto, accanto al suo amico. Baciò la sua bocca e il suo volto, e lo strinse forte; e così rese l’anima, e morì accanto a lui per il dolore del suo amante.

Quando Re Marco seppe della morte di questi amanti, attraversò il mare e giunse in Bretagna; e fece intagliare due bare, per Tristano e Isotta, una di calcedonio per Isotta, e una di berillo per Tristano. E portò via con sé i loro amati corpi sulla sua nave a Tintagel, e presso una cappella, a destra e a sinistra dell’abside, fece costruire le loro tombe. Ma in una notte spuntò dalla tomba di Tristano un rovo verde e frondoso, forte nei suoi rami e nel profumo dei suoi fiori. Si arrampicò sulla cappella e tornò a radicarsi presso la tomba di Isotta. Per tre volte i contadini lo tagliarono, ma per tre volte esso ricrebbe fiorito e forte. Riferirono il prodigio a Re Marco, ed egli vietò loro di tagliare ancora il rovo.

I buoni cantori dell’antichità, Beroul e Tommaso d’Inghilterra, Gilbert e Gottfried narrarono questa storia per gli amanti e per nessun altro, e, per la mia penna, vi chiedono le vostre preghiere. Salutano coloro che sono abbattuti, e quelli afflitti nel cuore, i tormentati e quelli colmi di desiderio. Possa chiunque trovare in essa forza contro l’incostanza, lo sdegno, la perdita, il dolore e tutta l’amarezza dell’amare.

FINE

Public-domain source text from Project Gutenberg, translated into Italian by AI under our editorial direction. Machine translation of a whole book is not flawless — this exists so you can read a book otherwise closed to you, not as a scholarly edition. How this is made.